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Barbara Frale

La sindone di Gesù Nazareno

Società editrice il Mulino


Indice

Prefazione

I. Il lungo filo della storia: la sindone e il ritratto


di Cristo nella tradizione della Chiesa
1. A Nazareth di Galilea. - 2. «Non ti farai immagini». -
3. «Germoglio spregevole». - 4. Una lettera e un ritratto. -
5. Impronta dell’incarnazione. - 6. La collezione di reli­
quie degli imperatori bizantini. - 7. L’Uomo dei dolori. -
8. Costantinopoli, aprile 1204. - 9. Dai duchi di Atene
ai cavalieri del Tempio. - 10. Il culto della sindone fra i
Templari. - 11. Sotto lo scudo dei Savoia. - 12. Un secolo
di sindonologia.

II. La parola alla scienza e alle scienze dell’anti­


chità
1. «Sadìn shel buz». - 2. Dentro una giara. - 3. «Hanno
forato le mie mani e i miei piedi». - 4. Il «segno di Giona». -
5. Immagini. - 6. L’esperimento del carbonio 14. - 7. Tracce
del «titulus» di Pilato? - 8. Analisi dei segnali. - 9. Una
prima interpretazione. - 10. Scritture di servizio. - 11. Pri­
ma del Cristo. - 12. Una testimonianza «gesuana».

III. Un documento di età romana


1. Un mondo che vive «alla greca». - 2. L’impero delle
lettere. - 3. Roma, i Faraoni e i figli di Mosè. - 4. Una civiltà
complessa. - 5. Qumran e l’Agnello senza macchia. - 6. In
dialetto. - 7. Nei meandri della giustizia. - 8. La legge e il
tiranno. - 9. Una lingua per il potere. - 10. Tutt’intorno al
volto. - 11. Cartigli. - 12. Un profeta assassinato.
6 Indice

IV. Sulla morte di G esù Nazareno p. 205


1. Yeshua Nazarani. - 2. Alle prime luci della sera. - 3.
Dodici mesi. - 4. Besorah. - 5. La prima Pasqua dei cristia­
ni. - 6. Sul filo del rasoio. - 7. Giochi di potere. - 8. Noi
abbiamo trovato. - 9. Mercanti nel Tempio. - 10. Il patto
di ferro. - 11. Un mostro con tre teste. - 12. Un oggetto
per il culto. - 13. Secondo l’ordine di Melchisedek. - 14.
Una condizione speciale. - 15. L’anello mancante.

Conclusioni: la foresta degli scritti non canonici


su Gesù 289

Abbreviazioni 301

Note 307

Bibliografia 329

Indice dei nomi 367


Prefazione

Nel 1978 un chimico e un latinista dell’università Cattolica


di Milano si accorsero che sul negativo di alcune foto scattate
alla sindone di Torino comparivano tracce di scrittura: le scritte
sembravano riferirsi alla morte di G esù ed avevano un aspetto
estremamente antico, molto vicino a quello di altre testimonianze
risalenti al I secolo. Lo studio di queste scritture proseguì con
interesse e anche con una giusta serenità, e ci si accorse che
alcune parole fra quelle identificate non coincidevano con il
testo dei vangeli: dotati di un sano distacco, gli studiosi che si
applicarono alla ricerca immaginarono che dovesse trattarsi di
scritte a carattere legale oppure devozionale, forse messe dai
cristiani dei primi secoli. Poi nel 1989 fu eseguito il contro­
verso esperimento che sottoponeva alcuni campioni di tessuto
prelevati dalla sindone al test di datazione con il metodo del
radiocarbonio. Un grande tam-tam di voci che si susseguivano
a tamburo battente presentò il telo come un oggetto medievale,
e questo assestò un colpo tremendo al cammino della ricerca:
nessuno volle più occuparsi di quelle parole, che dopo il test
finivano per apparire forzatamente come la stramberia di qualche
falsario. Fra il 1994 e il 1995 i due scienziati francesi André
Marion ed Anne-Laure Courage, esperti di analisi dei segnali,
ripresero in mano il problema e provarono a studiarlo applican­
do le novità che la ricerca aveva intanto maturato: essendo due
scienziati di mestiere che padroneggiano la chimica e la fisica,
conoscevano benissimo i limiti della datazione al radiocarbonio,
dunque rimasero immuni dal grave pregiudizio che intanto aveva
paralizzato il mondo della cultura: credere che il risultato del
test fosse una certezza assodata e indiscutibile.
Marion e Courage si accorsero che sul telo della sindone
esistevano anche altre tracce di scrittura, parole che ancora una
8 Prefazione

volta non coincidevano con il racconto dei vangeli. Alcune di


queste parole come il nome di G esù Nazareno o la dicitura in
necem (in latino «a morte») non crearono loro difficoltà, ma
davanti ad altre scritte frammentarie o di carattere più insolito
si fermarono: per capire il loro senso bisognava infatti svolgere
lunghi confronti con altre testimonianze note di epoca romana,
addentrarsi negli usi funerari e religiosi del Medio Oriente nel­
l’antichità. Insomma, occorreva essere specialisti di paleografia,
archeologia e altre scienze del mondo antico. Essendo due fisici,
con grande correttezza lasciarono agli archeologi e agli storici
il compito di svolgere questo confronto e stabilire dunque cosa
significavano quelle scritte.
D opo circa quindici anni di ricerca, e anche grazie ai consigli
di tanti specialisti eccellenti, credo che in fin dei conti almeno
qualcuna fra le loro aspettative sia stata realizzata. Desidero
chiarire subito al lettore un punto importante: il grande merito
come pure la responsabilità di aver trovato queste scritte spetta a
quanti mi hanno preceduto, e il mio contributo consiste soltanto
nell’aver cercato di capire (alla luce delle nostre attuali conoscenze
sul mondo antico) quale fosse l’esatto significato di quelle parole
che Piero Ugolotti, Aldo Marastoni, André Dubois, Roberto
Messina, Carlo Orecchia, Pier Luigi Baima Bollone, André M a­
rion con Anne-Laure Courage e il loro team di analisti, poi di
recente Thierry Castex hanno identificato e pubblicato. Questo
è esattamente il lavoro dello storico e dell’archeologo quando si
trovano dinanzi ad un’antica scrittura, di qualunque scrittura si
tratti: decifrarne il contenuto e capirne il significato. E questo
essenzialmente è il contenuto del mio saggio.
Nonostante la stam pa abbia talvolta esaltato la scoperta
delle scritte come opera mia e l’abbia presentata al grande
pubblico come una vera rivelazione, in fondo non ho fatto
altro che accostare le idee di tanti studiosi seri e bravissimi i
quali hanno dedicato la vita a studiare argomenti molto vicini,
però senza mai confrontarsi fra loro in un dibattito perché nella
partizione delle materie che vige in ambito universitario le varie
discipline sono assegnate a settori diversi della ricerca. Un altro
fatto che desidero sottolineare è questo: in nessun momento
mi permetto di entrare in questioni di tipo religioso come ad
esempio l’autenticità della sindone in relazione al mistero della
Resurrezione di Cristo, perché ritengo che non spetti a me (in
quanto storico) trattare di tali fatti; in merito rimando i lettori
Prefazione 9

ai due libri di Monsignor Giuseppe Ghiberti, Sindone, vangeli


e vita cristiana (Elledici, 1997) e Dalle cose che patì (Eh 5,8).
Evangelizzare con la sindone (Effatà, 2004). In quanto storico
ed archeologo, mi esprimerò dunque al massimo in termini
di «pertinenza» della sindone alla sepoltura del personaggio
storico Gesù di Nazareth, e presenterò i vari fatti che ciascun
lettore dovrà valutare personalmente. Per lo stesso motivo parlo
della sindone scrivendo questa parola con l’iniziale minuscola
(come pure riguardo aU’«uom o della sindone»), un fatto che
forse può apparire strano visto che questo reperto viene ormai
comunemente scritto come «Sindone» a causa della sua grande
notorietà.
Quando uscì in Italia il bel libro di Marion e Courage mi
stavo occupando della sindone già da alcuni anni, per via dei
suoi rapporti con l’ordine dei Templari; essendo specializzata in
paleografia greca e latina, mi sembrò subito a prima vista che
quei segni grafici avessero un aspetto estremamente antico: del
resto alcuni studiosi francesi cui i due autori le avevano mostrate
per un parere informale avevano già detto che risalivano all’epoca
paleocristiana (I-III secolo d.C.). Partendo dalle loro opinioni ho
sottoposto le tracce di scrittura trovate sul lino della sindone a
un lungo confronto con quanto si trova nei tantissimi repertori
della Biblioteca Apostolica, dell’Archivio Segreto e anche con
tanti reperti di epoca greco-romana presenti nelle Gallerie dei
Musei Vaticani: in questo ho goduto senz’altro di una posizione
assolutamente favorita dalla quale condurre la ricerca. Anche
se tutto ciò che ho potuto vedere è accessibile agli altri docenti
universitari o ricercatori professionisti che ne facciano richiesta,
la differenza sta nei modi e nei tempi con cui i materiali sono
studiati; e non è cosa da poco. Non è affatto comune avere la
possibilità di guardare un manoscritto e poco più tardi, alla
luce di un dubbio, consultare un libro e poi magari anche ve­
rificare l’ipotesi direttamente su una lapide autentica. La mia
esperienza mi induce a credere che non esista oggi al mondo
un luogo migliore dell’Archivio e della Biblioteca dei papi per
studiare i documenti antichi. Il sapere di tanti secoli giace ri­
posto con cura dagli uomini del passato, che erano consapevoli
di accumulare un gran tesoro e spesso lo misero via con ordine
per i posteri senza conoscere nemmeno precisamente di cosa si
trattasse: a loro bastava essere sicuri che si sarebbe conservato,
perché comunque qualcuno un giorno avrebbe potuto svolgere
10 Prefazione

ricerche più profonde. Il problema in questi casi è la difficoltà


di gestire un patrimonio d’informazioni troppo smisurato per
poter essere sfruttato adeguatamente. La prima persona che ho il
dovere di ringraziare è quindi Sua Santità papa Benedetto XVI,
proprietario di gran parte dei libri, dei documenti, dei reperti
archeologici sui quali ho svolto la ricerca; e ringrazio anche Sua
Eminenza Reverendissima il Cardinal Raffaele Farina, Bibliotecario
e Archivista di S.R.E., che ha seguito lo sviluppo del lavoro in
qualità di storico esperto del cristianesimo antico, sebbene la mia
ricerca sia solo uno studio privato svolto in modo indipendente
dalla Santa Sede.
Nonostante la quantità impressionante di materiali a dispo­
sizione, comunque non sarei andata lontano se non avessi avuto
anche l’aiuto di alcuni generosi colleghi: Simone Venturini,
Officiale dell’Archivio Segreto e docente di Ebraico biblico
nell’Università di Santa Croce, al quale ho fatto riferimento per
tutte le questioni legate alle lingue semitiche e che mi ha saputo
trasmettere con il suo insegnamento la profonda, bellissima poesia
che vive nella spiritualità d ’Israele; Marco Buonocore (Biblioteca
Apostolica Vaticana), esperto di epigrafi greco-romane; Sever Voi-
cu (Biblioteca Apostolica Vaticana), specialista di vangeli apocrifi
e testi non canonici su Gesù; infine l’orientalista Delio Proverbio
(Biblioteca Apostolica Vaticana), esperto di testi arabi. A loro
aggiungo anche Emile Puech o.f.p., illustre biblista ed esperto
di paleografia ebraica dell’Ecole Biblique de Jérusalem, che ha
risposto ai miei quesiti con grande gentilezza, oltre a Giovanna Ni-
colaj, grazie alla quale ho avuto indicazioni di valore fondamentale
sul modo in cui venivano prodotti i documenti nelle cancellerie
dell’impero romano. Un altro fattore determinante e per nulla
comune è stato la possibilità di dialogare a ritmo serrato con gli
scienziati francesi che hanno identificato le tracce di scrittura:
le descrizioni di André Marion, Marcel Alonso e Thierry Castex
sono state molto preziose; come pure, al momento di individuare
l’età e il senso delle scritture, mi ha confortato non poco il parere
espertissimo del professor Mario Capasso, Direttore del Centro
di Studi Papirologici e del Museo Papirologico dell’Università
di Lecce. E sono riconoscente al Prefetto Mons. Cesare Pasini,
al Viceprefetto Ambrogio Piazzoni insieme a tutto il personale
della Biblioteca Apostolica Vaticana per la gentilezza con cui
mi hanno agevolato nella ricerca, nonostante i problemi e le
scomodità dovuti ai lavori di ristrutturazione in corso.
Prefazione 11

Desidero ringraziare poi altri professori ed eminenti studiosi


che nel corso del tempo hanno avuto la bontà di rispondere a
vari miei quesiti: Luca Becchetti (Archivio Segreto Vaticano),
P. Claudio Bottini (Studium Biblicum Francescanum di G eru­
salemme), Simonetta Cerrini (Università di Parigi-IV), Paolo
Cherubini (Università di Palermo), Willy Clarysse (Università
Cattolica di Leyda), Tiziana Cuccagna (Liceo Ginnasio «G .C .
Tacito» di Terni), Ivan Di Stefano Manzella (Università della
Tuscia-Viterbo), Enrico Flaiani (Archivio Segreto Vaticano),
Mons. G iuseppe Ghiberti (Pontificia Commissione Biblica),
Franco Manzi (Seminario Arcivescovile di Milano), Mons. Aldo
Martini (Archivio Segreto Vaticano), Remo Martini (Università
di Siena), Massimo Miglietta (Università di Trento), S.E. Mons.
Sergio Pagano (Archivio Segreto Vaticano), Romano Penna (Pon­
tificia Università Lateranense), Luca Pieralli (Pontificio Istituto
Orientale), S.E. Mons. Gianfranco Ravasi (Prefetto della Pontificia
Commissione per la Cultura), S.E.Rev. ma Christoph Schònborn
(Cardinale arcivescovo di Vienna), Renata Segre Berengo (Uni­
versità «C a’ Foscari» di Venezia), Francesco Tommasi (Università
di Perugia), Paolo Vian (Biblioteca Apostolica Vaticana), Gian
Maria Vian (Direttore de «L ’Osservatore Romano»). Ricordo an­
che con profonda gratitudine il professor Sandro Filippo Bondì,
che nel corso di archeologia fenicio-punica del 1991 ci costrinse
ad imparare le basi dell’ebraico dicendo: «un giorno magari vi
potrebbe servire».
Un ringraziamento del tutto speciale va poi al Reverendo
Padre Marcel Chappin S.I. (Pontificia Università Gregoriana,
Archivio Segreto Vaticano), oltre ad Emanuela Marinelli e Pier
Luigi Baima Bollone che con incredibile generosità hanno mes­
so a mia disposizione la loro più che ventennale esperienza di
ricerche sulla sindone.
In base ai confronti svolti finora, oggi sono convinta che
le tracce di scrittura identificate sul lino della sindone possano
appartenere ad un testo derivato direttamente o indirettamente
dai documenti originali fatti produrre per la sepoltura di Yeshua
ben Yosef Nazarani, più noto come G esù di Nazareth detto il
Cristo. A livello teorico esiste la possibilità che qualcuno abbia
posto un documento antichissimo a contatto con la sindone in
epoca successiva, e che solo allora sia avvenuto il trasferimento
della scrittura; al momento però si deve escludere quest’ipotesi
poiché - in base alle analisi condotte da Marion sull’immagine - le
12 Prefazione

tracce di scrittura sembrano coeve alla formazione della doppia


immagine corporea. Desidero sottolineare che si tratta soprattutto
di una proposta, il risultato ovviamente provvisorio che nasce
da un primo esame: alcuni anni di ricerche, se anche possono
sembrare tanti, non sono sufficienti per un tema complesso come
questo. Dunque quanto sottopongo all’attenzione degli esperti
risulta completamente aperto a qualunque correzione, modifica,
ampliamento o proposta alternativa, ma anche eventuali smentite
che dovessero provenire da altri documenti originali ed antichi.
Specifico inoltre che tutte le opinioni espresse in questo libro
riflettono unicamente le mie convinzioni personali e non possono
essere attribuite a nessun altro.

Alla fine di aprile 2009 mi è giunta a bruciapelo la notizia che André


Marion era morto all’improvviso nel febbraio precedente: la Francia aveva
perso uno dei suoi nomi più belli nel cam po della ricerca scientifica. H o
provato un grande dolore, e pure la frustrante sensazione dell’atleta che cade
improvvisamente a terra quand’era ormai a un solo metro dal traguardo.
Con Marion ci eravamo sentiti l ’ultima volta nella primavera del 2008. Si
era instaurata da subito una speciale simpatia, dovuta a un identico modo
di accostarsi alla sindone: anche Marion voleva mantenere l’equilibrato e
sereno distacco dello studioso, che si appassiona ad un problem a storico
e scientifico senza oltrepassare la soglia di quei fatti che la religione ha
sem pre definito come misteri. Io lo avevo incalzato di nuove domande
perché volevo capire bene tutto di com’era fatto il tratteggio di quelle scritte
sulla sindone, quanto alte, quanto larghe, quanto spesse e così via. M i ha
risposto con pazienza e generosità, rivelandomi che era molto curioso di
poter leggere i risultati cui ero giunta. Non ho dato tutte le spiegazioni
che avrei potuto per prudenza, per non sem brare una persona avventata
che corre troppo presto verso giudizi frettolosi: ma di questa sana cautela
oggi mi pento oltre ogni dire. L’unica cosa che mi consola è il fatto di
aver avanzato con lui alcune illazioni molto significative. Sono convinta
che l ’illustre scienziato francese avesse intuito perfettamente cos’erano
davvero quelle scritte da lui individuate sulla sindone.
Grazie, professor André Marion. D al profondo del cuore, a nome di
una civiltà che conta duemila anni.
Capitolo primo

Il lungo filo della storia: la sindone e il ritratto


di Cristo nella tradizione della Chiesa

Il movente di quanti si mettono a scrivere storie


non è unico, ma molteplice e diverso l ’uno dal­
l’altro [...]. L a maggior parte, però, è affascinata
dalla grandezza di utili imprese rimaste neglette, e
da esse traggono il coraggio di metterle in luce a
beneficio di tutti.
G iuseppe Flavio, Antichità giudaiche, I, 1-3

1. A Nazareth di Galilea

Nell’anno 1878 fu ritrovata presso il villaggio palestinese di


an-Nasra, l’antica Nazareth di Galilea, una lapide frammentaria
che risaliva alla prima metà del I secolo. L’epigrafe contiene
l’estratto di un documento molto più lungo inviato da un impe­
ratore, con ogni probabilità Claudio (44-51 d.C.), a un funziona­
rio locale. E scritto in greco, la lingua universale dell’impero di
Roma, ma un greco un p o ’ zoppicante e distorto come accadeva
normalmente alle persone del Medio Oriente, che lo imparavano
a scuola perché serviva in tutte le attività legate alla burocrazia
e all’amministrazione dello stato.
L’imperatore ordinava che contro i colpevoli di violazione dei
sepolcri venisse istituito un processo a titolo di offesa religiosa,
un fatto nuovo e anche inaudito: secondo il diritto romano la
violazione di un sepolcro rientrava nella sfera del diritto pri­
vato e i colpevoli erano passibili di una multa, mentre questa
decisione imperiale cambiava completamente la qualità del
reato e lo rendeva una colpa gravissima punibile con la morte.
Che cosa aveva potuto spingere Claudio a un simile intervento?
Sembra che proprio la sparizione di una salma da un sepolcro
di quelle parti avesse provocato anni addietro grossi problemi
di ordine pubblico: tre grandi maestri del mondo greco-romano
come Gaetano De Sanctis, Margherita Guarducci ed Eleanor
Mary Smallwood, erano convinti che l’editto fosse solo la ri­
proposizione di un documento emanato tempo prima, il quale
si riferiva alla tomba di G esù di Nazareth presso Gerusalemme
14 Capitolo primo

trovata misteriosamente vuota e ai disordini popolari seguiti


a tale evento: in effetti i decreti originali e gli altri documenti
d ’archivio erano generalmente scritti su papiro, però quando
si volevano rendere pubbliche certe norme importanti si usava
farne una copia su una tavola di pietra ed esporre la lapide ove
tutti potessero vederla1.
Condannato a morte dal governatore romano di G iudea
Ponzio Pilato al tempo dell’imperatore Tiberio (14-37 d.C.), se­
condo i suoi discepoli Gesù Nazareno detto il Cristo era tornato
in vita ed apparso a molte persone che lo avevano conosciuto;
i sacerdoti del Tempio di Gerusalemme invece gridavano alla
truffa e accusavano i discepoli di Gesù proprio di aver rubato il
cadavere per poter diffondere la notizia che era risorto. Poiché
la famiglia del giustiziato abitava a Nazareth, evidentemente i
capi dei sacerdoti credevano che il corpo fosse stato nascosto
proprio laggiù, nella terra dei suoi; perciò avevano fatto pressioni
perché l’editto fosse divulgato con maggior solennità proprio
in quel villaggio2. Per questo motivo è noto agli studiosi come
«editto di Nazareth».
Circa una generazione dopo, cioè fra gli anni 70 e 80, gli
uomini che avevano fatto parte della cerchia di Gesù possedevano
alcuni scritti che raccontavano la sua storia: dopo aver attra­
versato tutta la regione della Galilea predicando agli uomini la
conversione dei peccati e l’amore verso il prossimo, si era recato
a Gerusalemme ed aveva insegnato nel Tempio del Signore, dove
le folle si fermavano ad ascoltarlo e restavano ammirate dalla
sua sapienza. Durante alcune prediche al popolo Gesù aveva
espresso grande amarezza per il comportamento di alcuni farisei
estremisti, potenti dottori della Legge ebraica che interpretavano
gli insegnamenti di Mosè in modo troppo rigido opprimendo
il popolo e si sentivano a posto con la coscienza solo perché si
prodigavano in complicatissimi rituali di pulizia e di purificazione.
La loro ipocrisia li avrebbe perduti. Inoltre aveva criticato con
molta durezza il culto a Yahweh che si teneva nel Tempio del
Signore, un culto basato sullo sgozzamento di animali perfetti che
venivano venduti nell’atrio del santuario a caro prezzo: seguendo
le sue convinzioni ma anche l’insegnamento del profeta Osea,
Gesù aveva proclamato che Dio chiedeva agli uomini misericordia
verso gli altri, non il fumo degli olocausti.
Si era dunque formata un’alleanza tra una parte dei farisei e
i sacerdoti che governavano il Tempio di Gerusalemme. Dopo
La sindone e il ritratto di Cristo 15

aver accusato Gesù di empietà e bestemmia, l’avevano catturato e


poi consegnato al governatore romano Ponzio Pilato che l’aveva
condannato a morire sulla croce.
I tre vangeli di Marco, Matteo e Luca (composti fra il 6
l’80 circa) ricordavano che quell’uomo era stato sepolto dentro
una sindone di lino, un telo abbastanza capiente da poterci av­
volgere completamente la salma. Circa dieci anni dopo fu scritto
un altro vangelo che secondo la tradizione risaliva al dettato di
Giovanni di Zebedeo, uno fra i primi discepoli di G esù il quale
era stato testimone oculare della crocifissione. Il vangelo di
Giovanni dedicava ai lini funebri di Gesù un’attenzione molto
maggiore degli altri, come se per l’autore avessero una grande
importanza:

D opo questo, G iuseppe di Arimatea, che era discepolo di G esù, ma


segreto per paura dei G iudei, chiese a Pilato di togliere il corpo di Gesù.
Pilato lo concesse. Venne dunque e tolse il suo corpo. Venne anche Nico-
demo, il quale già prima era andato da lui di notte, portando una mistura
di mirra e di aloe di circa 100 libbre. Presero dunque il corpo di G esù e
lo avvolsero con bende assieme agli aromi, secondo l’usanza di seppellire
dei G iudei. N el luogo in cui fu crocifisso c’era un orto e nell’orto un
sepolcro nuovo, in cui non era ancora stato posto nessuno. Là, a causa
della Preparazione dei G iudei, dato che il sepolcro era vicino, deposero
Gesù.

Più tardi alcune donne andate alla tomba per farvi il lamento
consueto si erano accorte che era vuota. La pesantissima pietra
messa per chiudere l’ingresso era stata rotolata via. Così erano
corse ad avvisare gli altri discepoli:

Partì dunque Pietro e anche l’altro discepolo e si avviarono verso il


sepolcro. Correvano am bedue insieme, ma l’altro discepolo precedette
Pietro nella corsa e arrivò primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende che
giacevano distese; tuttavia non entrò. Arrivò poi anche Simon Pietro che
10 seguiva ed entrò nel sepolcro: vide le bende che giacevano distese e
11 sudario che era sopra il capo; esso non stava assieme alle bende, ma a
parte, ripiegato in un angolo. Allora entrò anche l’altro discepolo che era
arrivato per prim o al sepolcro, vide e credette. Non avevano infatti ancora
capito la Scrittura: che egli doveva resuscitare dai morti. I discepoli poi
ritornarono a casa3.

G li studiosi m oderni hanno letteralmente versato fiumi


d ’inchiostro discutendo il fatto che la parola usata nel vangelo
16 Capitolo primo

di Giovanni per indicare i lini funebri, othònia, non è la stessa


impiegata negli altri vangeli precedenti (Marco, Matteo e Luca),
ovvero sindòn\ invece non si è data sufficiente attenzione ad un
fatto importante: comunque fossero fatte le bende funebri che
avvolsero Gesù dopo la morte, fu soprattutto il modo in cui
erano state abbandonate nel sepolcro vuoto a convincere im­
mediatamente Giovanni e Pietro che era risorto. Il verbo che il
quarto vangelo usa per descrivere questi lini abbandonati, cioè
entulìsso, si usava nel greco ellenistico di età romana per indicare
anche un viluppo di coperte rimasto svuotato sul letto dopo che
l’occupante si era alzato4.
I primi quattro vangeli furono poi chiamati canonici perc
inseriti in una lista (canone) di libri che si ritenevano ispirati
direttamente da Dio, ma già poco dopo l’anno 100 cominciò a
diffondersi una gran quantità di altri testi che raccontavano con
modi diversi la vita e la morte di Gesù. Due di essi tornavano a
parlare della sindone con cui era stato avvolto il suo corpo: quello
attribuito all’apostolo Pietro, scritto forse ad Antiochia di Siria
verso il 130 d.C., e quello detto Vangelo degli Ebrei (Palestina,
150 circa), nel quale si narrava che G esù risorto aveva affidato
il suo lenzuolo funebre al servo del sommo sacerdote5.
Questi sono gli unici riferimenti alla sindone che la tradi­
zione cristiana conserva per l’epoca più antica. E una fase per
la quale possediamo pochissime informazioni, anche perché le
comunità cercavano di vivere nella maniera più isolata e discreta
possibile per evitare le persecuzioni. U n’intensa persecuzione dei
primi cristiani si ebbe già verso l’anno 36, durante la quale fu
lapidato un seguace di lingua greca chiamato Stefano. Intorno
all’anno 42 il re Erode Agrippa su richiesta del sommo sacer­
dote fece uccidere l’apostolo Giacomo figlio di Zebedeo e gettò
in prigione Pietro, che riuscì ad evadere e si mise in salvo con
la fuga; più tardi, verso l’anno 62, i cristiani di Gerusalemme
subirono un’altra ondata di persecuzioni che costò la vita al
capo della comunità, l’apostolo Giacomo detto «il fratello del
Signore». Secondo lo storico latino Gaio Cornelio Tacito, che
scrisse i suoi Annali dopo l’anno 100, le persecuzioni degli anni
40-50 avevano inferto al cristianesimo un duro colpo; tuttavia
dopo un momento di forte crisi il movimento si era ripreso e
al tempo dell’imperatore Nerone, verso l’anno 60, era tornato
prosperante giungendo ad avere una grande diffusione anche a
Roma, la capitale dell’impero6.
La sindone e il ritratto di Cristo 17

Proprio sotto il regno di Nerone si ebbe a Roma la prima


grande persecuzione dei cristiani promossa dal potere pubblico,
dopo il tremendo incendio che devastò la città nel luglio del 64;
e fu in quest’occasione che secondo gli autori antichi persero la
vita coloro che erano a quel tempo i due capi carismatici del cri­
stianesimo: il pescatore Shimon di Betsaida in Galilea, che Gesù
aveva ribattezzato Pietro, e il fariseo convertito Shaul di Tarso
in Cilicia, che dopo un incidente misterioso aveva abbracciato
la fede cristiana e l’aveva diffusa per tutto il bacino del Medi-
terraneo presentandosi con il soprannome di Paolo (dal latino
paulum, «poco»).
La comunità cristiana di Roma come quelle di tutte le altre
città dell’impero restava affidata alla guida degli uomini che Pie­
tro, Paolo e Giacomo avevano scelto. Nessuna fonte conosciuta
indica quale fosse in questo tempo la sorte della sindone di cui
parlano i vangeli.

2. «Non ti farai immagini»

Verso l’anno 390 il vescovo Epifanio di Salamis scriveva al


vescovo Giovanni di Gerusalemme raccontandogli un episodio
che lo aveva lasciato di stucco mentre si trovava nel villaggio di
Anablatha in Palestina:

D opo essermi avvicinato vidi una lucerna accesa, così dom andai che
luogo fosse quello. Mi dissero che era una chiesa, allora decisi di entrare
per pregare: trovai che lì dentro avevano appeso presso la porta un lungo
telo tinto e dipinto che portava l’immagine di un uomo a somiglianza di
Cristo oppure di un qualche santo: però non ricordo con precisione. Non
appena la vidi mi arrabbiai molto, constatando che dentro una chiesa era
stata appesa l’immagine di un uom o contro l’autorità delle Sacre Scritture;
così tirai giù quel telo e consigliai caldamente ai custodi di dare quel panno
in beneficenza perché fosse usato per avvolgere e seppellire il cadavere di
qualche defunto povero7.

Il telo insomma doveva avere qualcosa a che fare con la


poltura dei cadaveri ed essere abbastanza lungo da poter servire
a questo scopo: infatti suggerisce Epifanio di regalarlo ai poveri
proprio per farne quest’uso. I custodi della chiesa non furono
per nulla contenti di quell’ingerenza, protestarono ma alla fine
cedettero perché si trattava pur sempre dell’ordine di un vesco­
18 Capitolo primo

vo, ed era un ordine tassativo. Epifanio li aveva rimproverati


in nome di un motivo molto importante: come avevano potuto
pensare di mettere quell’oggetto in bella vista dentro una chiesa?
Ignoravano forse che Dio aveva ordinato a Mosè: «N on ti farai
immagini»?
Questa lettera è una testimonianza di enorme interesse per­
ché sembra descrivere un oggetto come la sindone di Torino, la
quale è appunto un lungo telo di lino dove si vede l’immagine
di un uomo che porta tutti i segni della Passione sofferta da
Gesù Nazareno secondo i vangeli; curiosamente anche il telo di
Anablatha ha una figura che al vescovo Epifanio ricorda subito
Gesù, e deve possedere certi caratteri per cui è spontaneo col­
legarla all’ambito delle sepolture. Ma la lettera risulta preziosa
soprattutto per un altro motivo: infatti mostra in modo chiaro e
concreto quanto era forte la diffidenza verso le immagini sacre
in molti intellettuali cristiani dei primi secoli.
La cultura e la sensibilità religiose della Chiesa primitiva
erano molto vicine all’ebraismo, da cui il cristianesimo era nato;
naturalmente ne ereditarono anche parte della mentalità. Contro
le immagini sacre giocava un ruolo fondamentale il divieto con­
tenuto nel Vecchio Testamento, al quale Epifanio fa riferimento
in modo esplicito: erano proibite non solo le rappresentazioni
di Dio o degli angeli ma anche degli uomini, degli animali, dei
pesci. Tutto ciò sapeva infatti di idolatria, e i cristiani come gli
ebrei dovevano distinguersi con cura dai pagani che si faceva­
no idoli in forma di uomini e animali. L’invisibile Yahweh, del
quale non era lecito nemmeno pronunciare il nome, era pre­
sente solo nella parola scritta della Rivelazione, la quale veniva
venerata nel rotolo della Torah, la Legge. Nell’epoca più antica
dell’ebraismo il divieto era osservato con una certa flessibilità e
l’Arca dell’Alleanza era una splendida teca portatile ornata dalla
figura di due cherubini; ma durante il III secolo a.C., quando
la Siria-Palestina cadde in mano a dominatori greci di religione
pagana, il rischio dell’idolatria fu avvertito come un pericolo
molto forte e si cominciò ad intendere questa proibizione in
maniera assoluta.
Le idee di Epifanio erano condivise da molti intellettuali
cristiani del tempo e alcuni di loro, come il vescovo Eusebio
di Cesarea (264-340 circa) avevano segnato una tappa fonda-
mentale nello sviluppo del pensiero cristiano. Eusebio era un
grande teologo ma aveva anche una forte influenza politica e
La sindone e il ritratto di Cristo 19

culturale perché godeva la fiducia e l’amicizia dell’imperatore


Costantino: fu lui che ne scrisse l’elogio funebre quando morì
nel 337, ed anche durante l’importantissimo Concilio di Nicea
dell’anno 325 la posizione moderata del vescovo di Cesarea
riscosse il favore imperiale ed ebbe grande influenza sulla for­
mulazione del Credo cristiano. Eusebio non aveva nulla contro
l’arte o la pratica di fare immagini, anche immagini di Cristo,
purché fossero rappresentazioni ideali o simboliche; invece era
del tutto contrario a che i fedeli tenessero ritratti realistici di
Gesù, dipinti eseguiti nel modo più somigliante possibile. A
livello popolare era sempre esistito l’uso di fare ritratti che tra­
mandavano le reali fattezze del volto di G esù e degli apostoli;
ma alcuni intellettuali cristiani biasimavano questa pratica e
talvolta le loro critiche avevano i toni aspri di una condanna.
Nella sua Storia ecclesiastica Eusebio ricordava il caso di una
vecchietta che teneva esposto in casa un ritratto di Gesù e due
degli apostoli Pietro e Paolo; ma il tono con cui ne parla non
è certo lusinghiero: la considera una donnicciuola ignorante, la
quale si balocca con pratiche sciocche che sfiorano la supersti­
zione e soprattutto l’abominevole idolatria. Ancora più famosa e
utile per capire questa mentalità è la lettera scritta da Eusebio a
Costanza, sorella dell’imperatore Costantino. La gran dama aveva
saputo che alcuni credenti possedevano un ritratto autentico di
Gesù Cristo, fedele e somigliante: ne desiderava una copia, così
aveva chiesto proprio al potente vescovo di Cesarea di usare la
sua influenza per fargliela avere. La risposta di Eusebio era stata
secca, dura e senza appello:

Tuttavia se tu ora dichiari che non mi chiedi l’immagine della forma


umana trasform ata in Dio, bensì l’icona della sua carne mortale, così come
era prima della sua trasfigurazione, allora io rispondo: non conosci il passo
in cui D io com anda di non fare alcuna immagine di qualsiasi cosa lassù
nel cielo o quaggiù sulla terra?8

Un simile atteggiamento oggi può sembrare troppo intellettua­


le e troppo brusco; però dobbiamo metterci nei panni di questi
personaggi e osservare con attenzione la realtà del loro tempo.
Eusebio non era certo un miscredente, ma invece un uomo di
fede profonda e sincera: la sua preoccupazione fondamentale era
scongiurare il pericolo dell’idolatria, un rischio gravissimo per i
cristiani e sempre in agguato.
20 Capitolo primo

Nell’impero romano era abitudine diffusa fare ritratti realistici


che raffigurassero i cari defunti, ritratti a mezzobusto collocati
proprio sulla tomba ma anche dipinti su tavolette di legno con la
tecnica dell’encausto che permetteva di ottenere colori particolar­
mente vivi e brillanti. Molti di questi sono stati ritrovati presso la
necropoli del Fayyum in Egitto, dove si usava metterli sulla fascia­
tura esterna delle mummie per ricordare in modo realistico il volto
del caro scomparso9. Si cercava di rendere questi ritratti quanto
più somiglianti possibile: molti di essi sono talmente accurati che
sembrano fotografie. Nel monastero di Santa Caterina sul Monte
Sinai si conserva una coppia di splendide icone risalenti all’età
dell’imperatore Giustiniano (527-565) che raffigurano Gesù e san
Pietro, le quali derivano proprio da questa tradizione del ritratto
romano di età imperiale (fig. 1). Che si tratta di opere ricavate
da ritratti realistici lo nota anche chi non è un esperto: l’icona di
Pietro ha in alto tre cornici tonde dentro le quali ci sono i ritratti
di san Giovanni (raffigurato all’incirca come un quindicenne), poi
Gesù e Maria che hanno i lineamenti di una somiglianza davvero
concreta; inoltre i dettagli del volto sono resi con cura minuziosa,
mentre altri come le mani o gli abiti vengono in genere trattati
in modo sommario, come se non fossero importanti10. L’uso di
tenere in casa questi ritratti di G esù e degli apostoli nasceva
dalla stessa abitudine dei romani di riservare onori sacri e anche
sacrifici ai penati, cioè i loro familiari defunti che venivano elevati
al rango di divinità protettrici della famiglia. I discepoli di Gesù
che erano nati nella religione ebraica sicuramente non avrebbero
approvato quest’uso perché erano abituati al divieto contenuto
nel Deuteronomio (5, 8), il quale proibiva di rappresentare le
figure umane; ma nella cerchia dei primi discepoli c’erano anche
varie persone di cultura greca e romana, fra cui è rimasto fam o­
so il diacono Stefano che secondo gli Atti degli Apostoli (6-7)
fu il primo ad essere ucciso perché seguace di Cristo: a queste
persone il fatto di avere un ritratto realistico di Gesù (come del
resto Pietro o gli altri) doveva sembrare una cosa normalissima,
e possiamo immaginare che bruciassero davanti al suo ritratto
dei grani d ’incenso proprio come facevano gli altri con i ritratti
degli dèi pagani11.
Per questo Eusebio non era contento, perché alla base di
tutto stava un costume che sapeva pericolosamente di cultura
pagana. Non voleva che alla fine si facesse tutt’un gran miscuglio
indiscriminato fra la nuova religione e le idee di quella vecchia.
La sindone e il ritratto di Cristo 21

Tanti cristiani si erano convertiti di fresco dal paganesimo sotto la


spinta della politica religiosa operata da Costantino, e tendevano
a venerare queste immagini alla stessa stregua degli antenati se
non addirittura degli idoli pagani che avevano adorato fino a
poco tempo prima. Il cristianesimo richiedeva un cambiamento
radicale della mentalità, del modo di vedere il mondo, e questo
non era certo cosa che si potesse fare nel giro di pochi mesi. Nel
frattempo, finché i neofiti non avessero maturato una coscienza
veramente cristiana, era più prudente rompere del tutto con ciò
che aveva fatto parte del loro vecchio culto pagano. In forza di
questo ragionamento giudizioso Eusebio preferiva che non si
tenessero affatto figure realistiche di Cristo, ma solo immagini
ideali e simboliche.
Forse fu per lo stesso motivo che tutta l’arte cristiana dei
secoli I-IV preferì non ritrarre Gesù, ma lo rappresentò con dei
simboli (il pesce, l’ancora), oppure con personaggi particolari
che rimandano alle parabole: come il buon Pastore che secondo
Tertulliano si usava anche per decorare i calici della messa; o
ancora come un giovane dio Apollo, bello di una bellezza ideale
e spersonalizzata che non c’entra nulla con un ritratto fedele12.

3. «Germoglio spregevole»

C ’era anche un’altra questione che spingeva molti intellettuali


cristiani verso le stesse convinzioni di Eusebio: tenere ritratti
realistici di Gesù era una cosa comune fra gli eretici.
Si sapeva che la setta gnostica dei seguaci di Carpocrate posse­
deva immagini ed anche statue di Gesù fatte in oro, e questi eretici
usavano portarle sempre con loro per esibirle ed anche adorarle;
tutto questo produceva nei primi Padri della Chiesa un’avversione
fortissima che si ripercuoteva sulle immagini stesse: sia per il rischio
di cadere nell’idolatria, sia per i motivi speciali in virtù dei quali
tali raffigurazioni venivano adorate. Sulle convinzioni delle varie
sette gnostiche dell’antichità non abbiamo idee troppo precise:
per molto tempo le uniche notizie disponibili sono state proprio
i libri agguerriti dei primi intellettuali cristiani come ad esempio
Giustino Martire, Ireneo di Lione, Ippolito di Roma e Tertulliano,
i quali ne danno un’immagine stupefacente, di persone che in
pratica sovvertirono l’essenza del cristianesimo trasformandolo in
una vera e propria religione pagana dove il Cristo è una specie di
22 Capitolo primo

entità astrale. Sappiamo però che questi autori vissero in un’epo­


ca in cui lo gnosticismo era diffuso in maniera enorme in tutto
l’impero, pullulavano vangeli alternativi scritti da questi leader
mischiando ricordi della vita di G esù ai concetti della filosofia
neoplatonica e anche a riti magici di origine orientale. Tutta la
cultura cristiana dei primi due secoli inclinava verso la filosofia
greca che dominava il pensiero di quell’epoca, ma nella visione
dei gruppi gnostici le proporzioni erano completamente falsate:
si aveva in realtà una filosofia orientale vagamente colorata di
cristianesimo13. Ne venne fuori una confusione dottrinale senza
precedenti, e la reazione fu ovviamente molto dura. Nel 1946 è
stata ritrovata presso Nag Hammadi un’intera biblioteca piena di
antichi scritti gnostici, oggi tutti pubblicati, ed è stato finalmente
possibile studiare queste convinzioni dall’interno: non sappiamo
di preciso a quale delle tante sette gnostiche appartenesse questa
raccolta, però sembra assodato che certe accuse come ad esempio
praticare i vizi in maniera indiscriminata sono probabilmente
delle esagerazioni, perché al contrario questi gruppi vedevano
il sesso come un atto da condannare persino nel matrimonio e
predicavano la castità assoluta. Sta di fatto che la loro visione
comune del cristianesimo era agli antipodi rispetto a quella di
Pietro, di Paolo e dei quattro vangeli canonici. Uno dei problemi
fondamentali, più precisamente basilari, era proprio l’incarnazione
e la natura di G esù14.
La setta di Carpocrate praticava il battesimo nella forma di
un tatuaggio sulla punta dell’orecchio destro, perché quella era
la sede della memoria e la salvezza dell’uomo cominciava proprio
quando egli diveniva capace di «ricordare» il tempo in cui era
stato divino, una entità senza corpo presso Dio. Per loro Gesù
era un uomo comune nato come tutti dall’unione di Maria con il
marito Giuseppe, e divenne eccezionale perché la sua anima aveva
«ricordato» le meraviglie divine che aveva potuto contemplare
prima di scendere sulla terra. Secondo un altro leader chiamato
Basilide di Alessandria (120-140 circa), allievo di un certo Glaucia
che era stato un tempo discepolo di Pietro, tutti gli uomini erano
frutto dell’unione di un principio divino, la loro anima, caduto
prigioniero di un elemento demoniaco, cioè la materia ovvero
il corpo. G esù era un essere solo divino e il suo corpo non era
reale come quello degli altri uomini, non era fatto di vera carne
ma solo un’apparenza di carne necessaria per renderlo manife­
sto sulla terra. La sua agonia, la morte e la resurrezione erano
La sindone e il ritratto di Cristo 23

dunque state solo un’apparenza, e secondo una di queste sette


al momento di salire sulla croce Dio aveva fatto in modo che
i soldati sbagliassero e crocifiggessero chi stava vicino a Gesù,
cioè Simone di Cirene15. Una tale convinzione era condivisa da
tutti i gruppi gnostici: più tardi fu chiamata docetismo dal verbo
greco dokèin, «sem brare», proprio perché si basava sul fatto
che nella vita di G esù tutto quanto (dal corpo al sangue fino
alla morte) era stato un puro sembrare senza effettiva concre­
tezza. Non si trattava di un essere umano concreto ma un’entità
angelica, dunque non poteva né morire, né soffrire, né provare
altri sentimenti. Non a caso, nei vangeli di ispirazione gnostica
la croce è vista soprattutto come un simbolo più che un vero e
proprio oggetto reale16.
Chiaramente i discepoli che avevano vissuto con Gesù per
ben tre anni e lo avevano visto piangere, rallegrarsi, prendersi
arrabbiature solenni non potevano accettare tutto questo: simili
racconti facevano di lui una specie di fantasma, divino senz’altro
però anche immateriale, gelido, disumano; in una parola, irreale.
Gli gnostici separavano nettamente il G esù di Nazareth, ovvero
l’uomo terreno mortale e senza importanza, dal Cristo celeste,
l’essenza divina che si era rivelata al mondo; oppure lo conside­
ravano addirittura un’apparizione priva di corpo, ciò che oggi
diremmo con termine moderno un «ectoplasm a». Qualunque
fosse il motivo per cui gli eretici tenevano ritratti di Gesù, era un
motivo da condannare e nell’ottica della Chiesa cattolica anche
quelle immagini potevano sembrare sospette.
A tutto questo si aggiungeva una specie di pregiudizio cul­
turale che spingeva i vescovi dei primi tre secoli a scoraggiare la
pratica dei ritratti realistici di Cristo: già prima dell’anno 150 gli
intellettuali cristiani si erano convinti che G esù fosse fisicamen­
te brutto, più brutto della media degli altri uomini, addirittura
ripugnante. Al momento le fonti giunte fino a noi sono troppo
poche e non possiamo capire con precisione come quest’idea
si diffuse, ma in linea di massima il suo profilo sembra chiaro.
Verso la fine dell’esilio in Babilonia era vissuto un profeta ignoto
che era stato un allievo del grande Isaia e ne aveva proseguito la
missione lasciando una lunga serie di oracoli: oggi gli esegeti lo
chiamano Isaia Secondo. L’ultima parte del libro da lui composto
contiene la descrizione scioccante ma anche molto commovente
di un uomo speciale che pur essendo un giusto, un servo di Dio,
viene perseguitato ed ucciso con morte tremenda dai suoi simili,
24 Capitolo primo

che arrivano al punto di negargli anche una sepoltura dignitosa


e metterlo fra i malfattori. Il gesto del Servo di Dio è volontario,
perché quest’uomo sceglie di sottomettersi a questa fine tragica per
lavare le colpe di tutti gli altri: è una specie di sacrificio, un’offerta
con la quale acquista la salvezza degli uomini a prezzo del proprio
sangue. Il Servo di Dio era un eletto e sarebbe stato innalzato sopra
tutte le nazioni, ma la sua fine era tremenda. Quanto descritto da
Isaia Secondo sembrava predire con precisione impressionante
la morte che aveva subito Gesù, persino certi dettagli dell’agonia
come la flagellazione, gli sputi della gente lungo la via al Golgota,
l’essere crocifisso insieme a due ladri:

Disprezzato, maltrattato dagli uomini,


uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza,
simile a uno davanti al quale ci si copre la faccia,
disprezzato, sì che non ne facemmo alcun caso.

Anche se i dottori della Legge non erano affatto d ’accordo


su come si dovesse interpretare quest’oracolo, data la sua im­
pressionante somiglianza con la sorte di G esù fu naturale per i
primi cristiani pensare che Isaia Secondo non avesse fatto altro
che preannunciare la sua missione, che dunque il Servo di Dio
fosse proprio Gesù di Nazareth: del resto la gloria che lo atten­
deva dopo la morte, quando Dio lo avrebbe innalzato sopra le
nazioni, si accordava bene con il ruolo e la figura del Cristo.
Già la teologia di san Paolo come pure la Prima Lettera di Pie­
tro esprimono l’idea che G esù fosse proprio il Servo sofferente
annunciato dal profeta Isaia, e che per mezzo del suo sangue
l’umanità intera fosse stata resa salva dal peccato17. C ’era però
ancora un dettaglio. In alcuni passaggi Isaia Secondo aveva dato
di questo Servo di Dio una descrizione particolare:

Com e molti si stupirono di lui,


talmente sfigurato era il suo aspetto,
al di là di quello di un uomo,
[...]
N on aveva figura né splendore
Per attirare i nostri sguardi,
né prestanza, sì da poterlo apprezzare.

Nel tipico linguaggio poetico che caratterizza le profezie,


Isaia lo aveva descritto come un «germoglio spregevole», ed
La sindone e il ritratto di Cristo 25

aggiungeva che egli appariva come uno dal quale la gente non
può fare a meno di distogliere lo sguardo. Il martire Giustino,
capo di una scuola filosofica attiva a Roma verso l’anno 150, è
convinto di tutto questo e non ne fa mistero, come del resto
altri famosi intellettuali cristiani18. Che l’Unto di Dio fosse stato
umanamente brutto e deforme non era certo importante perché
per i cristiani contavano soltanto il suo sacrificio e la resurrezione;
dunque non era il caso di andare a cercare quali fossero le sue
sembianze precise, tanto più considerando qual era la mentalità
comune dei cristiani a quel tempo, in gran parte greco-romani
che si erano convertiti dal culto pagano però conservavano l’im­
pronta del loro mondo d ’origine.
La civiltà greco-romana era innamorata della bellezza ed
aveva prodotto un vero e proprio culto del corpo, dell’aspetto
fisico: le migliaia di oggetti da toletta conservati nei vari musei
del mondo, come le boccette in vetro per unguenti, pinzette,
rasoi, specchi e così via, parlano molto meglio di qualunque
dissertazione. Nella Grecia dei tempi più antichi essere fisica-
mente belli era sinonimo anche di bellezza interiore, ovvero di
essere onesti, virtuosi, pieni insomma di virtù morali. Esisteva
un verbo, kalokagatheìn, usato per indicare le persone perbene
e questo verbo significava letteralmente «essere bello e buono».
Nei poemi omerici gli dèi erano bellissimi e gli eroi, in quanto
figli degli dèi, ne avevano l’aspetto. L’esercito greco degli achei
che si accingono a conquistare Troia è un corpo di uomini alti,
armoniosi, nei quali le virtù fisiche si uniscono spontaneamente al
coraggio e alle qualità morali. Uno solo fra loro è brutto, gobbo,
zoppo, ha le gambe arcuate ed è anche calvo: è il personaggio di
Tersite descritto nel Libro secondo Iliade. In lui la bruttezza
fisica è specchio di tanti altri difetti interiori come la vigliaccheria,
la passione smodata per il gioco d ’azzardo, l’indegnità morale. Il
suo destino è quello di essere deriso, malmenato e considerato
da tutti un reietto.
Dal IV secolo a.C. presero largamente piede in Grecia e poi
a Roma alcune correnti filosofiche che esaltavano invece i beni
dell’interiorità, come lo stoicismo che metteva in primo piano
l’intelligenza e le virtù morali oppure la corrente neoplatonica,
che insegnava come l’uomo fosse innanzitutto la sua anima; ma
al tempo in cui il cristianesimo si diffuse con prepotenza in tutto
l’impero, l’etica e la mentalità dei romani erano ancora solida­
mente convinte che il successo nella vita non si potesse separare
26 Capitolo primo

da un aspetto fisico piacevole. L’ebraismo da parte sua non aveva


mai disdegnato la bellezza fisica né disprezzato il piacere che può
provenire da un corpo armonioso, purché goduto nel legame
santo del matrimonio: il famoso Cantico dei cantici celebrava il
rapporto dell’anima con Dio proprio come un incontro fisico,
un incontro d’amore nella prima notte di nozze. Tutto questo
però era un bene secondario, senz’altro buono ma certo non
paragonabile ad altri valori come la rettitudine, la saggezza, il
timore di Dio. I primi intellettuali cristiani erano molto vicini
alla cultura religiosa ebraica e invece guardavano alla mentalità
greco-romana con un misto di avversione e paura: da una parte
condannavano tutta quella importanza che veniva data all’aspetto
fisico, dall’altra temevano di essere come risucchiati da quella
cultura pagana così affascinante ma rischiosa per l’anima. Era
lo spirito che bisognava coltivare, non tanto il corpo, perché lo
spirito era eterno.
Quando il cristianesimo si era diffuso fra le persone di origine
pagana aveva naturalmente incontrato la filosofia neoplatonica
e i due orizzonti di pensiero si erano praticamente fusi: questa
corrente predicava che l’uomo era una goccia di Dio, ovvero
la sua anima, caduta dal cielo e finita prigioniera di una bruta
scorza mortale, il corpo. Dio aveva creato il mondo ideale, le
anime, tutto ciò che non era materia ma spirito; un demiurgo
cattivo, un essere malvagio, aveva invece prodotto la materia che
è in sé malvagia e ricettacolo di ogni vizio. Gli ùomini nascevano
schiavi del corpo con tutti i suoi peccati, le colpe, le meschinità,
ma anche le malattie, la sofferenza e la morte; però conservava­
no ancora come il ricordo sopito di quel mondo ultraterreno,
perfetto e felice, nel quale avevano abitato un tempo quando la
loro anima era libera e stava presso Dio. Lo scopo della filosofia
neoplatonica era proprio quello di aiutare gli uomini a «ricor­
dare» di essere divini, imparare a staccarsi dalla schiavitù della
materia e raggiungere l’universo divino con un volo dell’anima,
la contemplazione.
Decisamente questo modello di pensiero era un terreno quanto
mai fertile per far crescere il cristianesimo anche perché un poco
di filosofia neoplatonica era già penetrata nel pensiero ebraico
durante l’epoca ellenistica: Filone di Alessandria, il maggior filo­
sofo ebreo del I secolo, riteneva che la religione ebraica fosse la
perfezione della filosofia. Quello che le fonti ci lasciano pensare
è che gli intellettuali cristiani dei primi secoli, innamorati della
La sindone e il ritratto di Cristo 27

filosofia come tutti gli uomini del mondo antico, abbiano trova­
to un gran sollievo nel fatto che tanti aspetti della loro cultura
potessero essere conservati perché assolutamente in linea con il
dettato della loro religione. Il corpo e le sue cose, ricettacolo
del peccato e sede di ogni debolezza umana, decisamente non
erano da esaltare.
All’epoca di Giustino i poemi deW’Iliade, dell 'Odissea come
pure YEneide venivano insegnati ai bambini nelle scuole ele­
mentari ed era su quella eredità, con alcuni adattamenti, che si
formava ormai da molto tempo l’ideale dell’uomo romano. Quale
impatto avrebbe avuto l’idea che il Cristo fosse stato di aspetto
ripugnante, in qualche modo simile al gobbo e brutto Tersite? Le
persone meno istruite, nate e cresciute in un mondo affollato da
statue che raffiguravano i bellissimi dèi pagani, potevano essere
confuse da questo aspetto fisico deforme; sicuramente avrebbero
faticato ad accettare che il Figlio di Dio fosse deforme, magari
avrebbero creduto che ci doveva essere qualcosa di errato. Era
molto più prudente e anche più educativo fare in modo che la
gente continuasse a vedere G esù unicamente come il Risorto, un
essere divino e luminoso che poteva bene somigliare all’immagine
nota di Apollo. Quella figura di giovane uomo ideale era in un
certo qual modo più universale, più «esportabile» rispetto al
Gesù realistico, creduto di aspetto ripugnante e oltretutto con
lunghi capelli e barba alla moda ebraica che per i greco-romani
era rozza e ridicola. Ciò che contava era il Logos, il Verbo di
Dio incarnato e poi risorto, e il Risorto poteva anche essere
immaginato come uomo ideale: la forma fisica rubata alle statue
delle attraenti divinità pagane si prestava benissimo allo scopo.
Per i fedeli che provenivano dalla mentalità pagana era naturale e
spontaneo figurarsi in quel modo l’Eletto di Dio, l’uomo divino.
In qualche modo la civiltà greco-romana era entrata di prepotenza
nella cultura cristiana, e ne aveva condizionato certi aspetti alla
luce della sua personalità.

4. Una lettera e un ritratto

Per quanto fosse autorevole e ben appoggiata politicamente,


l’opinione di Eusebio non era l’unica; proprio durante il Concilio
di Nicea c’era stato un altro grande teologo, Atanasio di Alessan­
dria, che aveva difeso una posizione opposta. Secondo Atanasio
28 Capitolo primo

la pratica di fare ritratti somiglianti di Cristo era non solo lecita


ma anche molto buona, e tutto ciò risultava giustificato proprio
dal mistero dellTncarnazione: poiché G esù è Dio, e poiché in
lui il Verbo si era fatto carne ed era venuto ad abitare in mezzo
gli uomini, allora raffigurare Gesù poteva essere utilissimo per i
cristiani. Egli aveva detto all’apostolo Filippo: «chi vede il Figlio
vede anche il Padre», dunque i ritratti del Cristo potevano essere
uno strumento importante per la preghiera perché spingevano
l’anima verso la contemplazione di Dio. Atanasio dovette pagare
tutto questo con l’esilio perché le sue vedute furono giudicate
troppo audaci rispetto alla tendenza che dominava il tempo; ma
il coraggioso vescovo d ’Alessandria fece compiere alla teologia
cristiana un grande passo avanti e i fondamenti della sua dottrina
sulle immagini sacre avrebbero conosciuto una grande fortuna.
Nella parte finale del IV secolo, complice forse il fatto che il
grande e potente Eusebio era morto verso il 370, il pensiero
cristiano seguì un nuovo orientamento che in qualche modo ri­
scopriva e valorizzava moltissimo la dimensione fisica di Cristo. Il
ritratto realistico di Gesù come uomo palestinese si prendeva la
sua rivincita su un certo tipo di mentalità che l’aveva schiacciato
per quasi due secoli sotto l’immagine artificiosa di un giovane
dio greco. D opo il Concilio di Nicea (325) l’imperatrice Elena
madre di Costantino condusse una vera e propria campagna di
scavi archeologici in Gerusalemme riportando alla luce non solo
il Sepolcro ma anche le tre croci usate secondo la tradizione per
crocifiggere Gesù e i due ladroni: da quel momento in poi anche
la croce, vista prima con orrore quale strumento di tortura e
rifiutata dall’arte sacra, divenne via via un oggetto centrale nel
culto cristiano e da allora cominciò ad essere raffigurata sempre
più spesso. Le reliquie della croce ricavate da frammenti della
reliquia maggiore si moltiplicano e si diffondono per tutto l’orbe
cristiano19.
In quegli stessi anni uno dei più grandi autori del cristiane­
simo antico, san Girolamo, espresse sull’aspetto fisico di Gesù
un’opinione contraria rispetto a quella di tanti suoi predecessori.
Girolamo era stato per vari anni in Siria dove aveva imparato
l’ebraico e approfondito la conoscenza del greco; si appassio­
nò allo studio delle Sacre Scritture e su indicazione di papa
Damaso (366-384) fece un monumentale ed accurato lavoro di
traduzione della Bibbia in latino, passata poi alla storia con il
nome di Vulgata. Per esser certo di rendere il testo in modo
La sindone e il ritratto di Cristo 29

preciso lavorò su una versione del vangelo in ebraico che aveva


trovato in Siria, e per i libri delFAntico Testamento si servì dei
testi che usavano gli ebrei di Roma. Alla luce di questa espe­
rienza, Girolamo precisò che l’interpretazione data in passato
da autori come Giustino sull’aspetto fisico di Gesù era troppo
riduttiva e andava rivista: la profezia di Isaia si applicava solo
al Gesù torturato e crocifisso, non certo all’uomo com’era dalla
sua nascita. Con grande acume fece notare che la sua presenza
fisica non doveva essere repellente, al contrario il Nazareno pos­
sedeva anche nell’aspetto qualcosa di autorevole e magnetico, se
le folle lo seguivano ovunque. A livello popolare si era sempre
conservata l’idea che Gesù avesse avuto lineamenti belli, così
come si era conservata la tradizione di tenere suoi ritratti: nello
scritto noto come Vangelo di Gamaliele la gente guarda Maria
piangente che va verso il Golgota e commenta che il suo viso
è molto bello, proprio come quello del figlio. In un altro passo
si dice in maniera esplicita che il volto di Gesù è bello persino
dopo gli oltraggi e i maltrattamenti20.
Certo non è un caso se proprio al tempo di san Girolamo
compaiono le prime raffigurazioni realistiche di Gesù: in un
affresco nelle catacombe dei santi Pietro e Marcellino a Roma
(fine del IV sec.) il Cristo non è più il bell’Apollo o il dio Sole
dai capelli biondi e il volto accuratamente rasato, bensì un figlio
d ’Israele con la carnagione olivastra, i capelli scuri e la barba
suddivisa in due parti21.
L’idea che le fattezze precise di Gesù Nazareno avessero
un valore fondamentale per i cristiani si stava facendo strada
con forza; e questo anche grazie alla fama di una reliquia mol­
to speciale custodita in Oriente. Comincia proprio nell’età di
Eusebio una tradizione iconografica e religiosa destinata ad
un successo più che millenario, passata dalla tarda antichità al
mondo bizantino a poi viva ancor oggi nelle icone della Chiesa
ortodossa: è la storia del santo mandylion, un’immagine di Cri­
sto famosissima e veneratissima che si diceva non fatta da mano
umana ma prodottasi spontaneamente in seguito ad un evento
prodigioso. Sulla storia del mandylion è stata scritta una quantità
enorme di testi e gli storici sono divisi in due diverse correnti.
Alcuni ritengono che questo oggetto, in origine situato a Edessa
nell’attuale Turchia (oggi Urfa), fu trasferito a Costantinopoli
dove divenne la reliquia più importante della grande collezione
imperiale: in esso si deve identificare la sindone oggi custodita
30 Capitolo primo

a Torino, che allora era ripiegata dentro una speciale teca fatta
apposta per lasciarne vedere solo il volto: il telo così piegato
assume le dimensioni di un comune asciugamano, che è appunto
il senso della parola mandylion. Altri invece sono convinti che la
sindone fosse custodita nella cappella imperiale di Costantinopoli
ma come oggetto diverso e indipendente rispetto al mandylion.
Personalmente ho studiato la questione seguendo l’unico metodo
che come storico mi sembra accettabile, cioè andare a vedere il
testo originale delle varie fonti; e questo percorso mi ha condot­
to ad alcune scoperte davvero inattese: prima fra tutte, il fatto
che la parola mandylion è tarda, anzi tardissima, rispetto alla
tradizione che riguarda la storia di questa immagine miracolosa
di Gesù. Ed è completamente estranea alle fonti più antiche e
più importanti per mezzo delle quali questa tradizione è stata
perpetuata: esse non la usano mai, al contrario la descrivono
con parole diverse, sempre le stesse, che hanno un significato
molto indicativo. Mandylion non è nemmeno una parola greca;
in realtà era di origine persiana e indicava un indumento parti­
colare usato dai soldati, una specie di lunga sopravveste simile a
quella di pelle che si metteva per ripararsi dalla pioggia. Poi passò
anche a indicare la veste di alcuni monaci, e da qui nel corso
del tempo ne derivarono altre parole come ad esempio l’italiano
«mantello». Nel Prodromo dello scrittore bizantino Teodoro (I,
350, scritto verso l’anno 1125 d.C.) si trova il termine mandèlion
sempre con il significato di pezza ampia da usare come veste,
mentre il primo che usò l’espressione esatta rimasta poi famosa,
tò àghion mandylion (il santo mandylion) fu soltanto Giovanni
Zonara (morto dopo il 1159), illustre storico, teologo e fuziona-
rio alla corte imperiale di Alessio I. Zonara nella sua Cronaca lo
chiama anche tò àghion cheiròmaktron, che significa anch’esso
«sacro asciugamano» ed è una definizione da ricordare in vista
di alcuni ragionamenti futuri; due generazioni dopo il medico e
scrittore Niceforo Blemmydes (nato nel 1197) parlerà anch’egli
di mandylion22. La tradizione antica, quella venuta da Edessa,
parlava invece di tutt’altra cosa.
Verso la fine del II secolo era stato scritto in Siria un testo
che si riferiva agli Atti dell’apostolo Taddeo, uno dei 70 disce­
poli della prima comunità cristiana, il quale raccontava come il
cristianesimo era stato portato nell’Osroene, una regione della
Turchia antica23. Secondo questo racconto, noto come Dottrina
di Addai, il re Abgar di Edessa (attuale Urfa), sofferente per una
La sindone e il ritratto di Cristo 31

grave malattia, aveva inviato a Gerusalemme un suo messaggero


con una lettera per Gesù: gli spiegava che aveva tanto sentito
parlare dei suoi eccezionali poteri di guarigione, così lo pregava
di recarsi a Edessa per aiutarlo. Sapeva che i suoi nemici lo sta­
vano cercando per farlo morire, quindi gli offriva anche rifugio
illimitato presso di lui. Gesù non aveva accettato l’invito perché
la sua missione a Gerusalemme era vicina al compimento, però
aveva mandato laggiù il suo apostolo Taddeo (chiamato nei
vangeli G iuda Taddeo) che aveva miracolosamente guarito il re
e poi battezzato tutto il popolo (fig. 2).
Questo scritto era già noto al teologo Efrem il Siro, capo
di un’importantissima scuola teologica originariamente attiva a
Nisibi, in Mesopotamia, ma poi costretto a spostarsi proprio in
Edessa per sfuggire alla persecuzione dei monofisiti, i quali nega­
vano la vera natura umana di G esù Cristo a vantaggio di quella
divina; e la storia dello scambio di lettere fra re Abgar e Gesù è
riportata anche nella Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea.
L’immagine miracolosa di Cristo era già presente a Edessa verso
l’anno 400, visto che la Vita di san Daniele di Galash (scritta verso
il 420) ricorda che il santo tempo prima si era recato a Edessa
proprio per visitare e venerare l’immagine: il testo siriano che
tramanda il pellegrinaggio dice «immagine del M essia»24.
La Dottrina di Addai (il cui titolo originale è A tti del santo
apostolo Taddeo) contiene però anche una specie di inserto, una
breve digressione che non ha nulla a che vedere con l’apostolo
Taddeo: sembra piuttosto la parte di un altro testo indipendente,
un brano estrapolato da una storia diversa che fu introdotto nel
racconto più vasto della missione di G iuda Taddeo perché le
due tradizioni avevano un personaggio importante in comune:
re Abgar, sovrano della città di Edessa. Possiamo immaginare
questo inserto un po’ come una pagina strappata da un libro e
poi infilata dentro un altro libro, quando il testo arriva a par­
lare dello stesso argomento. L’inserto è posto dopo una breve
introduzione che tratta degli apostoli e degli evangelisti Matteo
e Marco, e il discorso comincia con l’espressione tradizionale
«in quei tempi c’era». Essendo venuto a conoscenza di Gesù e
della sua potenza di guaritore, Abgar desidera vederlo perché è
afflitto dalla malattia; e così gli manda una lettera per mezzo di
un suo corriere chiamato Anania, nella quale gli esprime la sua
solidarietà per le sofferenze che i giudei gli stanno procurando
e gli offre asilo illimitato proprio nella sua città di Edessa. Il
32 Capitolo primo

sovrano aveva anche ordinato ad Anania di ritrarre Gesù nella


maniera più somigliante possibile, «per poterne vedere l’imma­
gine, l’aspetto reale, i capelli e tutto il resto». Anania raggiunse
Gesù e gli consegnò la lettera, però non riuscì a rappresentare
le sue fattezze in un dipinto. Allora Gesù, letto dentro il suo
cuore, chiese di lavarsi: a questo punto, dice testualmente la
fonte, «gli dettero un tetràdiplon, e dopo essersi lavato si asciugò
il viso: essendo rimasta impressa in quella sindòn la sua imma­
gine, Gesù la consegnò ad Anania». Anania la portò ad Abgar
e quella immagine ebbe il potere di guarirlo dalla sua malattia;
qui finisce il breve inserto circa l’immagine prodigiosa, poi il
testo prosegue per un lungo brano tornando alle imprese del­
l’apostolo G iuda Taddeo. La cosa più interessante è che l’autore
anonimo di questo scritto ha creato un neologismo quando ha
coniato l’aggettivo tetràdiplon, che significa «piegato in otto»
(quattro volte doppio); e alcuni manoscritti portano la forma
più completa ràkos tetràdiplon, che è di grande significato.
Ràkos è una parola del greco antico ed ellenistico che indica un
drappo vecchio, logoro, consunto e lacero: insomma, una specie
di straccio; si usava anche per le persone in espressioni che si­
gnificavano «ridotto ad uno straccio». La fonte da cui fu preso
questo inserto finito nella Dottrina di Addai parlava dunque di
un telo piuttosto lungo, che era stato piegato in otto, di fibra
di lino {sindòn), e dall’aspetto piuttosto vecchio e consunto; il
che crea una situazione piuttosto singolare e paradossale: Gesù
chiede di lavarsi il viso, e i suoi discepoli non hanno niente di
meglio da dargli se non un vecchio panno consunto, per giunta
un telo logoro? E c’è da notare che secondo l’inserto questa
immagine aveva a che fare con l’acqua, infatti si formò grazie
al contatto fra il lino (sindòn) e il volto di Gesù quando questo
era bagnato. Re Abgar però non aveva chiesto un’impronta come
quella che alla fine gli consegnò Anania, bensì un ritratto vero e
proprio fatto di colori e il più somigliante possibile: un ritratto
tradizionale di quelli comuni nell’impero romano, insomma. Lo
storico armeno Mosè di Korene, vissuto nel V secolo, parla in
effetti di questo ritratto di Gesù come un vero dipinto eseguito
a colore su stoffa25.
Secondo lo storico Procopio di Cesarea la città di Edessa
nell’anno 525 ebbe a soffrire moltissimo per via di una spa­
ventosa inondazione dovuta a piogge straordinarie. Durante la
notte il fiume Daisan straripò, distrusse molti fra gli edifici più
La sindone e il ritratto di Cristo 33

belli e uccise un terzo degli abitanti che furono sorpresi mentre


dormivano nelle loro case. In seguito al disastro l’imperatore
Giustiniano inviò una squadra di ingegneri che fecero grandi
lavori di rifacimento, deviarono il corso del fiume perché non
potesse più recare un danno simile e restaurarono la cinta muraria
che aveva subito guasti enormi. Stando a una tradizione locale,
dentro una nicchia segreta delle mura presso la porta chiamata
Kappa si trovava l’immagine prodigiosa accuratamente richiusa
e nascosta, che proprio durante i lavori seguiti all’inondazione
del 525 ritornò alla luce. Di fatto lo storico bizantino Evagrio
testimonia che già nell’anno 544 questa immagine veneratissima
di Cristo era considerata dagli abitanti di Edessa come il loro
tesoro sacro principale, un talismano potentissimo capace di
proteggerli anche dai nemici. In quell’anno la città era assediata
dai persiani di re Chosroe Nirhirvan, e gli edesseni avevano
scavato un tunnel sotto le loro mura per cercare di appiccare
il fuoco alle macchine d ’assedio nemiche usando delle mine. Ci
fu un momento cruciale in cui tutto sembrò perduto perché la
mancanza di ossigeno non permetteva alle fiamme di svilupparsi;
qualcuno pensò di far venire l’immagine miracolosa di Cristo: il
ritratto tessile fu bagnato con dell’acqua, alcune gocce caddero
sul legno che si incendiò all’istante26.
Da quel momento in poi il ritratto di G esù nell’arte cristiana
si stabilì come tipo fisso, l’iconografia precisa di un uomo con
tratti somatici suoi peculiari che venivano riprodotti fedelmente
da una copia all’altra: volto ovale magro e regolare, naso allun­
gato, carnagione olivastra, grandi occhi scuri molto espressivi,
capelli lunghi di colore castano scuro, baffi e barba divisa a metà
secondo l’usanza degli ebrei. C ’erano poi alcuni dettagli più minuti
che sembravano un po’ come dei «segni particolari»: una ruga
molto netta in mezzo alla fronte, un segno d ’espressione come
una piccola U in mezzo agli occhi, il naso leggermente storto,
un sopracciglio più arcuato dell’altro, gli zigomi accentuati, un
ciuffetto di capelli corti che sporge dall’attaccatura dei capelli.
Intanto la fama della sua immagine si diffondeva: Andrea ar­
civescovo di Creta (660-740 circa) lo descrive anch’egli come
un’immagine su un panno consunto (ràkos), un’impronta del
corpo (toà somatikoù autòu charachtèros) che però non era fatta
dall’uso di colori. Sempre di un’impronta, e non un ritratto,
parlano anche altri eminenti autori vissuti più o meno nello
stesso periodo come san Germano patriarca di Costantinopoli
34 Capitolo primo

(658-742), il patriarca Niceforo, Giorgio il Monaco e i padri che


scrissero gli atti del sinodo celebrato nell’anno 836. Le parole
più ricorrenti usate per descrivere l’oggetto sono ekmaghèion e
varie forme del verbo apomàsso, i quali indicano con esattezza
l’impronta che si produce su un tessuto messo a contatto con
una forma bagnata: nelle ricche dimore della Grecia antica c’era
un servitore chiamato ekmaghèus che era addetto al compito di
asciugare le stoviglie. La parola mandylion come già accennato
non compare mai: l’immagine di Edessa dava invece l’idea di
un panno vecchio che si era come impregnato di una qualche
sostanza liquida27.
Questo ritratto «ufficiale» di G esù divenne famosissimo e la
testimonianza più antica e pregevole che ne abbiamo è la splen­
dida icona del monastero di Santa Caterina sul Sinai, la quale
come già detto appartiene alla tradizione del ritratto realistico
romano e deriva da modelli più antichi. Il tipo si diffuse ovunque
e l’imperatore Giustiniano II lo usò per il conio delle sue monete;
papa Gregorio Magno, che da giovane era stato ambasciatore della
Santa Sede presso l’imperatore di Costantinopoli, lo conosceva
benissimo e lo fece porre su alcune ampolle-reliquiario che donò
alla regina longobarda Teodolinda. Attirato da una curiosa serie
di coincidenze, il biologo francese Paul Vignon si cimentò nel
1930 in un ingegnoso studio di confronto fra molte copie anti­
che di questo ritratto tradizionale di Cristo e l’immagine della
sindone di Torino; riscontrò che esistevano almeno 20 diversi
punti di contatto, inoltre alcuni di questi «segni particolari» erano
caratteristiche uniche della sindone che forse gli artisti bizantini
avevano male interpretato: la ruga marcata al centro della fronte
era dovuta al fatto che l’immagine della sindone si formò da un
corpo già in piena rigidità cadaverica, e lo stesso vale per la piega
in mezzo agli occhi che non è un semplice segno d’espressione;
la linea storta del naso corrisponde al fatto che l’uomo della
sindone subì una frattura scomposta del setto nasale in seguito a
un evento traumatico, forse lo stesso che rese gli zigomi sporgenti
perché tumefatti, e un sopracciglio più inarcato dell’altro perché
l’occhio era talmente gonfio che forse non poteva nemmeno
aprirlo. Il ciuffetto di capelli all’attaccatura della fronte era in
realtà un rivolo di sangue in forma di 3 rovesciato sgorgato da
una ferita del cranio, e così via28.
Cominciò insomma a diffondersi l’idea che l’immagine della
sindone potesse essere nota nel mondo antico, e forse certe sue
La sindone e il ritratto di Cristo 35

caratteristiche avevano influenzato in qualche modo il modello


bizantino del ritratto di Cristo29.

5. Impronta dell’incarnazione

N ell’anno 944 accaddero alcuni eventi in seguito ai quali la


storia del ritratto originale di Gesù si arricchì di dettagli inediti,
sorprendenti: in quell’anno fu organizzata una spedizione per
trasportare l’immagine miracolosa da Edessa a Costantinopoli, e
per esser certi che fosse davvero l’oggetto autentico atteso nella
capitale il panno fu estratto dalla preziosa teca-reliquiario in cui
l’aveva rinchiuso re Abgar o uno dei suoi discendenti. Venne
eseguita una ricognizione accurata dell'immagine: e qui vennero
alla luce particolari sconosciuti, aspetti molto preziosi persino
sul piano politico.
Nel 943 sul trono di Bisanzio sedeva l’imperatore Romano
I Lecapeno, e proprio in quell’anno la città festeggiava una
ricorrenza di importanza speciale. Cento anni prima, nell’843,
un importante decreto imperiale aveva definitivamente messo
fuori legge e proclamato eretica la corrente teologica dell’ico­
noclasmo, letteralmente «distruzione delle immagini», che per
alcuni decenni aveva incontrato il favore di diversi imperatori
bizantini e in un eccesso di fanatismo religioso aveva distrutto
un numero incalcolabile di opere d’arte. Non ci poteva essere
occasione migliore per rendere solenne il trasporto a Costanti­
nopoli delPimmagine di Edessa: in quanto ritratto autentico di
Gesù prodottosi miracolosamente dal contatto fra il lino e il suo
volto, era il capostipite di tutte le icone ma anche un manifesto
d’accusa contro i nemici delle immagini.
G li iconoclasti, i distruttori delle icone, basavano le loro
convinzioni su un’interpretazione di Gesù Cristo che non coin­
cideva con il Credo di Nicea fissato nel 325. Il Concilio aveva
affermato che G esù Cristo era vero uomo e vero Dio, cioè
racchiudeva in sé sia la natura umana che quella divina, ma gli
iconoclasti erano monofisiti, dal greco mònos physis che significa
«una sola natura»: secondo la loro opinione la natura umana di
Gesù, mortale e infima, era stata inevitabilmente assorbita dalla
natura divina, eterna e infinitamente superiore. Il Cristo veniva
così ad avere una sola natura, quella divina. In tutto e per tutto
uguale a Dio, G esù non doveva essere raffigurato perché non
36 Capitolo primo

era lecito raffigurare Dio, perciò tutte le sue immagini andavano


distrutte. Il 25 marzo 717 venne incoronato imperatore di C o­
stantinopoli Leone III lTsaurico, un uomo che era arrivato al
trono dalla carriera militare essendo stato prima il comandante
del grande reparto stanziato in Anatolia. Di origine siriana, Leone
aveva ricevuto dalla mentalità del suo popolo nativo una certa
tendenza a vedere con sospetto la venerazione delle immagini
perché poteva nascondere il rischio dell’idolatria, un male da
cui i cristiani come pure altri popoli del Medio Oriente erano
sempre preoccupati di astenersi. Quando divenne familiare con
le usanze di Costantinopoli, Leone III si accorse che il culto delle
immagini sacre aveva assunto un ruolo fondamentale anche nella
liturgia e in pratica era diventato una delle forme principali in cui
si esprimeva la religiosità bizantina; il fatto urtava la sensibilità di
alcuni teologi estremisti, i quali vedevano il cristianesimo come
una religione spirituale perciò condannavano il culto riservato
alle immagini, che sono oggetti fatti di materia.
Leone III sposò questa linea di pensiero ma la sua scelta gli
attirò l’ostilità del popolo: il 19 gennaio del 729 alcuni fanatici
arrivarono a sfregiare una delle più celebri icone di Cristo della
capitale e il popolo si ribellò con una sommossa, che Leone
III fece soffocare nel sangue. Questa linea gli procurò anche la
rottura dei rapporti diplomatici con la Chiesa di Roma, guidata
in quegli anni da papa Gregorio II (715-731) e dal successore
Gregorio III (731-743): entrambi credevano che la natura umana
del Cristo meritasse senz’altro di essere raffigurata e venerata
dai fedeli attraverso la contemplazione dell’arte sacra30. In real­
tà la venerazione delle immagini era radicata in una tradizione
antichissima risalente ai primordi della Chiesa. Già al tempo del
Concilio di Nicea, come ricordato, il vescovo Atanasio di Antio­
chia esaltava le immagini di G esù citando il passo del vangelo
secondo il quale Cristo aveva detto «Chi vede me, vede il Padre»:
quindi possedere ritratti fedeli di Gesù era una ricchezza per
la comunità dei cristiani, e la contemplazione della sua forma
umana poteva essere un valido aiuto nella preghiera. Secondo
Atanasio Dio Padre aveva in G esù Figlio una perfetta icona di
se stesso; il ritratto fedele del Cristo era dunque un’impronta
delPIncarnazione31.
Anche san Basilio vescovo di Cesarea (330-379 d.C.), fon­
datore di un movimento monastico molto diffuso in Oriente,
aveva scritto un’opera intitolata Trattato sullo Spirito Santo nella
La sindone e il ritratto di Cristo 37

quale spiegava questo concetto teologico con un esempio molto


efficace. Secondo san Basilio, quando i sudditi rendono omaggio
alla statua del loro imperatore l’affetto e la venerazione che gli
portano si trasferiscono alla persona dell’imperatore stesso; così
anche il culto che i cristiani rendono al ritratto di Cristo è diretto
alla persona di Gesù, dunque non è idolatria. In un’altra opera
Basilio sosteneva che le immagini dei martiri hanno la capacità
di scacciare i dèmoni, un concetto condiviso dal fratello G rego­
rio vescovo di Nissa secondo il quale le raffigurazioni dei santi
inducono il fedele ad imitarli: perciò «le mute pitture dipinte
sulle pareti delle chiese in realtà sono in grado di parlare, e
giovare moltissimo»32.
Ma forse il più appassionato difensore del culto delle im­
magini era stato il monaco Giovanni Damasceno (650 circa-749
d.C.), uno degli spiriti più brillanti in tutta la millenaria storia
del cristianesimo. Era vissuto nella Siria dominata dagli arabi
quindi paradossalmente aveva potuto esprimere le sue convinzioni
religiose con una libertà molto maggiore dei suoi confratelli che
abitavano in territori posti sotto il governo di Costantinopoli: gli
arabi infatti imponevano ai cristiani loro sudditi di pagare una
tassa speciale, dopo di che erano liberi di seguire il proprio culto
senza che i governatori si intromettessero nelle loro questioni
dogmatiche. Il suo libro Trattato sulle immagini descriveva questa
pratica di devozione con grande finezza teologica e un linguaggio
molto agile, a volte persino poetico: in una parola, aveva saputo
riflettere l’amore caloroso che la gente comune portava alle più
importanti raffigurazioni del Cristo, della Vergine e dei santi.
Giovanni Damasceno partiva da una verità molto semplice, alla
portata di tutti: per il cristiano Gesù era anche una realtà terrena,
concreta e materiale. Durante la sua vita aveva camminato per
le strade della Palestina e i suoi piedi avevano lasciato le orme
in quella terra sabbiosa; dopo la morte e la resurrezione, per il
potere dello Spirito, Cristo continuava ad essere vivo e attivo
nella vita dei fedeli, come aveva detto nel vangelo di Matteo:
«Sono con voi tutti i giorni»33.
Il ritratto di G esù custodito dalla tradizione simboleggia e
ricorda al cristiano questa presenza fisica, terrena e quotidiana, e
tale contatto è di grande conforto nelle difficoltà della vita. Non
si poteva togliere alla gente quest’occasione di rapporto personale
con il divino in nome di un ragionamento molto astratto. Non
era giusto, oltretutto quella strana visione della fede promossa da
38 Capitolo primo

certi pensatori ultraraffinati non era nemmeno troppo conforme


al dettato originale dei vangeli, i quali dicevano chiaramente che
persino dopo la resurrezione G esù aveva un corpo concreto che si
poteva vedere e toccare. Secondo Giovanni Damasceno il Cristo
è una «icona fisica» del Padre (eikòn physikè), un’immagine vi­
vente e ripiena di Spirito Santo capace di avvicinare l’uomo a Dio
purificandone l’anima e i pensieri. E la vera immagine di Cristo
conservata in Edessa, un oggetto importante nella sua discussione
teologica, era una sua impronta creatasi per via dell’umidità ma
non aveva piccole dimensioni: in una delle sue opere Giovanni
ritiene che G esù per crearla avesse usato il proprio mantello
(,ìmàtion), il quale era abbastanza ampio da avvolgere tutta la
persona dalla testa ai piedi34.

6. ha collezione di reliquie degli imperatori bizantini

Agli inizi dell’VIII secolo la linea teologica che esaltava il


valore spirituale delle icone trovò uno strenuo sostenitore nel
monaco Teodoro abate del monastero di Studion a Costantino­
poli, uno dei centri più splendidi della cultura bizantina. Teo­
doro Studita seppe lottare sul piano sia concettuale sia politico
per riaffermare la necessità di venerare le immagini: se l’uomo
era stato creato a immagine di Dio, allora certo c’era qualcosa
di divino nell’arte di fare le immagini sacre. Con lungimiranza
incredibile seppe mettere in evidenza un concetto che ha validità
perenne, senza tempo: proibire il culto delle immagini può essere
molto pericoloso perché prepara il terreno per la crescita delle
eresie. Rifiutando le immagini in nome di una religione fatta solo
di idee, di concetti mentali, si impedisce il contatto tra il fedele
e l’aspetto umano di Gesù; questo espone il fedele al rischio
sempre in agguato di credere che Gesù Cristo sia semplicemente
un’entità spirituale, un simbolo del contatto possibile fra l’uomo
e Dio. Invece Gesù era anche una persona concreta in carne ed
ossa, e sono state proprio le sue sofferenze umane che hanno
portato la redenzione degli altri: «Q uale uomo perfetto, Cristo
non solo può, ma deve essere rappresentato e venerato in imma­
gini; si neghi questo e tutta l’economia della salvezza in Cristo è
virtualmente distrutta»35.
Il pensiero di Teodoro trionfò nel grande Concilio II di
N icea dell’anno 787. Fu posto al centro della discussione
La sindone e il ritratto di Cristo 39

proprio il prodigioso ritratto di Gesù, la più antica e venerata


immagine di Cristo. Il termine usato per indicarla è ancora una
volta «im pronta» (charactèr), lo stesso che si usava per il conio
delle monete: la parola designa l’immagine in negativo che si
forma grazie al contatto di un oggetto in positivo, e richiama
direttamente l’espressione autentica (entupothèises, «im pressa»)
che descriveva l’immagine del volto bagnato di Gesù nella Dot­
trina di Addai. Il Concilio di Nicea ebbe anche molta cura di
regolare con precisione il ruolo delle immagini nella vita della
Chiesa, perché il loro culto non sfociasse alla fine nel peccato
di idolatria: venne specificato che era proibito adorarle, perché
l’adorazione è riservata esclusivamente a Dio, ma si raccomandava
invece una equilibrata venerazione. Fu ribadito che Dio non è
certo questione d’immagine: la fede nasce dalla Scrittura che è la
Parola di Dio, e nessuno deve sentirsi a posto con la coscienza
per il puro fatto d ’essere molto devoto verso un’immagine sacra,
qualunque essa sia. Le sacre rappresentazioni hanno essenzial­
mente una funzione didattica e pedagogica, utile per rendere in
qualche modo accessibili i dogmi alla maggioranza dei fedeli che
non ha sufficienti risorse intellettuali; inoltre appartengono alla
tradizione del cristianesimo che è essa stessa venerabile e con­
tenitore di verità. Per tutti questi motivi fu definito in maniera
precisa il tipo di liturgia da seguire quando si veneravano le
sante icone, lo stesso usato per le reliquie: era basato sul bacio,
sull’accensione dei lumi e sulla proskinesis, l’atto di inginocchiarsi
con la fronte a terra nella maniera di pregare che è usata ancor
oggi dai musulmani36.
Il risultato del Concilio di Nicea fu la teologia dell’icona,
vigente e molto sentita ancor oggi specie nel cristianesimo orto­
dosso: l’icona non è un semplice ritratto di G esù o di altri per­
sonaggi della storia sacra ma piuttosto un luogo dello Spirito, un
santuario in se stesso, accostandosi al quale il fedele in un certo
senso entra con un piede nella dimensione divina. Contemplando
l’icona si comunica con Dio. Solo alcune persone sono abilitate
a dipingere icone e devono sottostare ad un rituale antichissimo
scandito da regole ferree, perché il risultato dev’essere fedele
ai modelli derivati dalla tradizione. Tutto comincia con un pe­
riodo di digiuno e purificazione spirituale che il pittore deve
obbligatoriamente seguire prima di mettere mano all’opera, e
finisce con l’aggiunta delle scritte: esse devono essere fatte solo
usando una lingua liturgica. La scritta suggella la fedeltà del
40 Capitolo primo

ritratto al suo originale e dichiara che quanto si può vedere con


gli occhi umani è realmente presente e partecipe della liturgia
celeste. Naturalmente queste diciture che figurano sulle icone
soggiacciono a regole assolutamente fisse, stabilite dalla dottri­
na della Chiesa: nelle icone i segni e i simboli sono considerati
veicoli della potenza sacrale, perciò ogni minimo dettaglio è
essenziale e va controllato. La grande novità dell’arte cristiana
rispetto a quella pagana è che essa deve spiegare, attestare e
diffondere certe idee religiose: le scritte diventano per forza di
cose contenitori di dogmi37. Alcune diciture erano assolutamente
intoccabili: nessun pittore aveva facoltà di modificarle nemmeno
con il consenso di un vescovo o un patriarca, perché erano state
studiate per esprimere in maniera sintetica certi dogmi indiscu­
tibili della religione. La prima e probabilmente la più antica è
quella abbreviata IC-XC, che si riferisce all’immagine di Gesù ed
è formata dalla prima ed ultima lettera delle due parole greche
IHCOYC XPICTOC, «G esù Cristo»: compare nelle icone già
nel X secolo e racchiude in se stessa un’intera professione di
fede: che G esù fosse il Figlio di Dio, il Messia (in greco appun­
to christòs) atteso per secoli dal popolo d’Israele, era la verità
prima, essenziale e intoccabile del cristianesimo, la base stessa
su cui era stata costruita la Chiesa38. Forse la seconda dicitura
più antica e diffusa era quella che accompagnava l’immagine di
Maria, M P -0Y : stava per MHTHP 0E O Y , «M adre di D io», ed
era ovviamente anch’essa la codificazione in forma semplice di
un dogma. Nasceva dal Concilio di Efeso dell’anno 431: durante
le sue sedute era sorta una lite furibonda proprio perché questo
titolo, nato fra la gente in maniera spontanea e ormai usato da
molto tempo, era stato messo in discussione. Il vescovo Nestorio,
che rivestiva l’importante carica di Patriarca di Costantinopoli,
voleva cambiare il titolo di Maria da theotòkos («madre di Dio»)
a christotòkos, cioè «madre di Cristo»: infatti a suo dire la Vergine
aveva generato la natura umana di Gesù, però non era possibile
che la giovane donna, essa stessa una creatura, partorisse anche
la natura divina di Gesù, cioè il Logos, che era incommensura­
bilmente superiore a lei.
La proposta di Nestorio non piacque affatto ad alcuni teologi
come san Cirillo vescovo di Alessandria perché in pratica cercava
di spezzare in due parti (una più debole e l’altra perfetta) l’unità
della persona di G esù Cristo. Meno ancora piacque alla gente
comune: secondo la tradizione era proprio in Efeso che l’apostolo
La sindone e il ritratto di Cristo 41

Giovanni aveva condotto Maria, affidata da G esù morente alle


sue cure. Il popolo era abituato da tanto tempo a venerarla come
Madre di Dio: tutti quei ragionamenti astrusi non li capiva né li
voleva capire. La proposta di derubricare il titolo della Vergine
da «M adre di D io» a «M adre di Cristo» fu respinta a suon di
scomuniche; la città venne illuminata a festa, i vescovi che avevano
difeso il titolo tradizionale di theotòkos furono riaccompagnati
alle loro abitazioni da un corteo solenne, con fiaccole e fumo
d’incenso come se fossero essi stessi immagini di santi39.
La dicitura Gesù Cristo (in greco lèsus Christòs) invece non
fu mai messa in discussione perché era troppo antica, viva e cen­
trale. Secondo i vangeli risaliva alla predicazione stessa di Gesù:
un giorno il Nazareno aveva chiesto ai discepoli: «L a gente, chi
dice che io sia?» Pietro gli aveva risposto: «Tu sei il Cristo, il
Figlio del Dio vivente». Quella era stata la prima professione di
fede dei cristiani, molto sintetica però completa. Nella cerchia
dei primi cristiani, quella che gli esegeti e i teologi oggi chiamano
in gergo la «chiesa postpasquale», già pochissimo tempo dopo
la morte del fondatore e gli eventi ad essa seguiti le due parole
Gesù (un nome da uomo molto diffuso) e Cristo (un aggettivo
sacro), erano diventati indissolubili, un tutt’uno40.
Nel marzo dell’anno 843 l’imperatrice Teodora, rimasta vedova
di un marito che aveva nuovamente perseguitato i difensori delle
immagini, fece una scelta completamente diversa e istituì una
cerimonia solenne, la Festa dell’Ortodossia, destinata a ricordare
per sempre la vittoria definitiva delle sante icone41. E nell’anno
943, primo centenario della Festa, l’imperatore Romano I decise
di rendere solenne quella ricorrenza portando nella capitale la
più famosa e venerata delle immagini di Cristo, quella custodita
a Edessa; perciò affidò la missione di recupero al migliore dei
suoi generali, Giovanni Curcuas. La città era allora sotto il
dominio degli arabi e il generale Curcuas fu costretto a nego­
ziare la cessione deH’immagine miracolosa: in cambio di questo
singolo oggetto l’imperatore bizantino rilasciò duecento prigio­
nieri islamici di alto rango, pagò 12 mila corone d’oro e inoltre
concesse alla città una garanzia d ’immunità perpetua. Esaminata
a lungo perché gli arabi avevano tentato di rifilare al generale
una copia falsa, l’immagine famosa è condotta a Costantinopoli
con una processione memorabile il giorno del 15 agosto, festa
dell’Assunzione di Maria, e collocata nella chiesa delle Blacherne
dedicata alla Vergine; poi il giorno seguente viene trasferita su una
42 Capitolo primo

nave imperiale con la quale compie il giro della città, per essere
poi collocata nella cappella imperiale di Pharos: questo sacello
inaccessibile era un monumentale reliquiario dove da secoli gli
imperatori andavano raccogliendo le più preziose testimonianze
della vita di Cristo, della Vergine e dei santi. Secondo diversi
visitatori medievali ammessi a contemplarlo c’erano tutti gli og­
getti della Passione, dal pane consacrato nell’Ultima Cena fino
alla spugna con la quale avevano dato a G esù dell’aceto, oltre a
una quantità di altri ricordi importanti; tutto era frutto di una
secolare, minuziosa campagna di rastrellamento cominciata già
da Elena madre di Costantino42.
L’impronta di Edessa rimase a Costantinopoli e divenne ben
presto il simbolo stesso della città, una specie di sommo protettore
che campeggiava anche sugli stendardi dell’esercito; nella men­
talità religiosa bizantina fu identificato con l’Eucaristia, ovvero
il Corpo di Cristo, e riprodotto in una quantità incalcolabile di
copie. Da allora il mondo bizantino sviluppò una vera passione per
le caratteristiche fisiche di Gesù: era un po’ come voler reagire a
secoli di una cultura che per tanti motivi l’aveva ignorato se non
addirittura rifiutato. Tramite lo studio delle reliquie erano riusciti
a capire quanto era alto: fuori dalla basilica di Santa Sofia era
stata eretta una riproduzione della croce a grandezza naturale,
chiamata «croce della misura» (crux mensuralis), che permetteva
a tutti di visualizzarlo nella sua statura43.
La collezione imperiale di Pharos si riempì di testimonianze
d ’ogni tipo, comprese alcune (come i pannolini del Bambino o
il latte della Vergine) che oggi fanno sorridere; questo però non
deve far dimenticare l’enorme valore storico della loro presen­
za: a volerle e valorizzarle non erano certo contadini ignoranti,
bensì i più grandi intellettuali del tempo. C ’era come un senso di
profonda commozione nel riscoprire questa dimensione umana
di Gesù, qualcosa che il mondo cristiano d ’Oriente aveva quasi
dimenticato per secoli. In fondo la novità assoluta del cristianesimo
stava nel fatto che Dio si era messo a camminare in mezzo alla
gente: il testo greco del vangelo di Giovanni dice letteralmente
«la Parola si fece carne, e pose la sua tenda in mezzo a noi»44.
Contemplare i pannolini del Bambino era ricordare che il Cristo
era stato un neonato come tutti, e Maria, che i bizantini chiama­
vano la Madre di Dio, lo aveva accudito con tenerezza proprio
come fanno le altre madri con i loro figli. Questi oggetti dicevano
che Dio riguardava l’uomo da vicino, ed era alla sua portata; ma
La sindone e il ritratto di Cristo 43

dicevano anche un’altra cosa: c’è sicuramente qualcosa di divino


nel malato, nel moribondo, nella persona schiacciata dalla soffe­
renza. Nei volti di tutti quelli che durante le avversità della vita
si sovrappongono a quel volto irriconoscibile di Cristo.
Il trasferimento dell’immagine di Edessa nella capitale fu un
evento memorabile in occasione del quale furono prodotti nume­
rosi scritti. Lo studio di queste fonti si rivela di speciale interesse:
infatti la descrizione del tessuto e della sua storia come narrata
al tempo di Costantino VII non collima per niente con quanto si
sapeva dalle fonti più antiche. Vi compaiono cose diverse, dettagli
che sembrano fatti apposta per «aggiornare» la leggenda alla luce
di una nuova, sconcertante verità. Vediamo quale.

7. L'Uomo dei dolori

Nel 1997 lo storico romano Gino Zaninotto si accorse che


dentro un manoscritto greco della Biblioteca Apostolica Vati­
cana risalente al X secolo c’era conservato un discorso solenne
scritto da Gregorio il Referendario, l’arcidiacono della basilica
di Santa Sofia a Costantinopoli che curava i rapporti diplomatici
fra l’imperatore e il Patriarca. Gregorio andò personalmente ad
Edessa nella spedizione di Giovanni Curcuas organizzata per
recuperare l’immagine nel 944 e svolse ricerche presso l’archivio
cittadino sugli antichi registri pubblici; poi scrisse quest’omelia
nella quale celebrava l’importanza della reliquia e raccontava in
sintesi la sua storia. Il racconto del Referendario era inedito, uno
dei tanti tesori nascosti custoditi nella Biblioteca pontificia, ed è
stato pubblicato da André-Marie Dubarle nella rivista specialistica
«Révue des Etudes Byzantines»45.
Secondo l ’arcidiacono G regorio l ’immagine in realtà è
un’impronta e risulta abbellita dalle gocce del sangue colato dal
fianco trafitto di Cristo: nella tradizione precedente l’immagine
di Edessa era stata citata come un panno, che recava la sola im­
pronta del volto di Gesù. Ma l’omelia del codice Vaticano greco
511 la descrive invece come un’impronta che conteneva il torace
con il segno della lancia e il fiotto di sangue sgorgato da quella
ferita, dunque c’era l’immagine del corpo almeno dalla vita in
su. Secondo la tradizione più antica l’impronta di Edessa non
aveva nulla a che fare con la morte di Cristo: si trattava sempli­
cemente di un suo ritratto da vivo. Le prime testimonianze di
44 Capitolo primo

questa leggenda parlavano di uno scambio di lettere fra Gesù


e Abgar re di Edessa, un personaggio identificato con Abgar V
il Nero: questo sovrano aveva sentito parlare della grande fama
di G esù come guaritore, sapeva che lo cercavano per ucciderlo
e così gli aveva mandato un messaggero per offrirgli un rifugio
sicuro nella sua città.
Fu soltanto con la spedizione del generale Curcuas sotto Ro­
mano I nell’anno 943 e il successivo trasferimento a Costantinopoli
che la tradizione dell’immagine di Edessa cominciò a riempirsi
di riferimenti alla Passione di Cristo. Erano riferimenti molto
chiari, sui quali però si cercò di glissare con tangibile imbarazzo:
evidentemente si era scoperto che il ritratto di G esù su tela era il
ritratto di Gesù defunto, un dettaglio tutt’altro che trascurabile
di cui la tradizione non aveva mai parlato.
Gregorio il Referendario e il generale Curcuas erano andati
in armi fino a Edessa per riportare in patria un ritratto verace
di Gesù che possedeva una fama enorme; certo si aspettavano di
vedere un’effigie del «Cristo Pantocratore», il potente Signore del
Mondo che sorrideva e benediceva i fedeli nell’oro splendente dei
mosaici sulle pareti delle grandi basiliche: in base a quella stessa
immagine si faceva rappresentare l ’imperatore di Costantinopoli,
che sin dai tempi di Costantino si era sempre considerato Vicario
di Cristo in terra e persona di pari grado rispetto agli apostoli46.
Gregorio il Referendario e Giovanni Curcuas si aspettavano di
vedere il ritratto di un volto dalla bellezza divina, un ritratto di
G esù da vivo capace di ispirare una maestà profondissima quale
soli potevano avere il Signore del Mondo e il suo immediato
sottoposto, l’imperatore di Bisanzio. Invece si trovarono davan­
ti l’impronta spaventosa di un morto, il cadavere di un uomo
crocifisso con tutto il corpo martoriato di ferite. Sull’impronta
di Edessa c’era del sangue: non qualche goccia qua e là ma un
fiotto enorme, vistoso come quello che può uscire da un torace
squarciato. Il Referendario ne parla con pudore ma in modo
esplicito: «questi sono gli ornamenti che hanno colorato la reale
impronta di Cristo, perché essa in seguito è stata abbellita dalle
gocce fuoriuscite dal suo costato»47.
Invece che il Re dei Re, a Edessa incontrarono l’Uomo dei
dolori. Niente poteva essere più lontano dalla gloria dell’impera­
tore bizantino di quella visione pietosa, che sembrava il simbolo
stesso dell’umanità sconfitta dal dolore e dalla morte. Eppure
l’impronta aveva qualcosa di ineffabile che le fonti non ci de­
La sindone e il ritratto di Cristo 45

scrivono, e questo qualcosa dette ai due funzionari il coraggio


di presentarsi all’imperatore portandogli un oggetto così radi­
calmente diverso da quello che era atteso. Il resoconto del suo
trasporto nella capitale contiene certi dettagli curiosi che sulle
prime sono difficili da chiarire: i figli dell’imperatore Romano
guardano la reliquia ma non riescono a distinguere bene i detta­
gli, mentre suo genero Costantino Porfirogenito, che erediterà il
trono, subito lo riconosce e ne prova un’emozione enorme (fig.
3). Che cosa significa tutto questo? Se accostato alla sindone
di Torino come vorrebbe Ian Wilson questo racconto sembra
molto credibile, perché è noto che l’immagine presente sulla
sindone ha la curiosa proprietà ottica di cui già si è fatto cenno:
è visibile solo se ci sia allontana dal telo di almeno due metri ma
sparisce rapidamente quando uno cerca di farsi più vicino. La
mia personale impressione è che ci sia qualcosa di più, ovvero
Costantino VII riesce a vedere l’immagine perché è capace di
accettarla così com’è: per una speciale ragione, a differenza di
tanti uomini del suo tempo e di quanti lo avevano preceduto
riesce ad apprezzare un ritratto di Cristo con i segni indubita­
bili della sofferenza e della morte. Scoprire la vera «identità»
dell’impronta sicuramente creò un vero choc e impose anche il
delicato problema di giustificare come mai la tradizione non ne
avesse mai parlato; ma nonostante tutto Gregorio il Referendario
la certificò come autentica perché era sicuro che l’imperatore
l’avrebbe accolta con molta soddisfazione, persino scoprendo
l’incredibile novità.
Romano I aveva dovuto lottare a lungo contro i pauliciani ed
altri gruppi eretici che continuavano a manifestarsi nel territorio
dell’impero e sfruttavano l’idea religiosa per contestare l’autorità
imperiale. I pauliciani e altre sette dello stesso tipo derivavano le
loro credenze dall’antica eresia dello gnosticismo che nei primi
secoli dell’era cristiana aveva diffuso grande confusione dottrinale
specie fra le chiese del Medio Oriente. Pur essendo divisi in tanti
gruppi separati che seguivano vangeli diversi, gli gnostici erano
accomunati tutti da una convinzione: Gesù non era stato davvero
un uomo in carne ed ossa bensì un puro spirito, una specie di
angelo apparso sulla terra che non possedeva un corpo di carne
ma solo un’apparenza umana. Il Cristo era un simbolo e insieme
un messaggero celeste che si era manifestato in mezzo agli uomini
per insegnare loro come raggiungere la conoscenza di Dio (in
greco gnòsis), e una volta compiuta la sua missione era tornato
46 Capitolo primo

nella sua dimensione originaria. Secondo gli gnostici il Cristo


non si era mai incarnato, non aveva mai sofferto la Passione, non
era mai morto e dunque non era risorto48. L’imperatore Romano
I aveva capito che una lotta religiosa non si poteva combattere
con la sola forza dell’esercito ma bisognava confrontarsi anche
sul piano delle idee. Già il famoso ritratto del quale parlava la
tradizione poteva essere utile a smentire gli eretici, perché era
un ritratto realistico del volto di Cristo mentre essi dicevano
che il Cristo non aveva mai posseduto un vero corpo umano;
questo stranissimo, inquietante oggetto che veniva da Edessa lo
mostrava invece nella forma di una natura umanissima, di un
realismo doloroso e impressionante. Possedere il suo sudario
funebre con tutti i segni della Passione, addirittura intriso del
fiotto di sangue uscito dal costato, significava dimostrare a tutto
il mondo che gli eretici predicavano il falso.
Gregorio il Referendario frequentava la corte di Romano I
per via dei suoi compiti diplomatici e di sicuro conosceva l’in­
dole della famiglia imperiale. Era un diplomatico e s’intendeva
di politica; giudicò che la reliquia poteva essere anche un’arma
potentissima di lotta ideologica contro il proliferare delle eresie,
e almeno qualcuno tra i familiari di Romano I l’avrebbe senza
dubbio apprezzata. Fu una valutazione molto accorta: nel giro di
pochi mesi il giovane Costantino VII Porfirogenito salì sul trono
di Bisanzio e fece dell’impronta di Edessa l’oggetto più venerato
e celebrato di tutto l’impero.
Di fatto è proprio durante il regno lunghissimo di quest’uomo
che il pensiero religioso bizantino compie un’evoluzione notevole
portando in primo piano nella liturgia e nella teologia la figura
del Cristo sofferente, il corpo morto martoriato dalla Passione,
mentre prima aveva esaltato quasi soltanto quella del Risorto
splendente nella sua gloria. Un anonimo scrittore della corte
di Costantino VII, oppure lo stesso imperatore che era un fine
letterato, scrisse il resoconto della missione con cui l’immagine di
Cristo era stata trasferita da Edessa: è un testo interessante per
molti aspetti, il quale trae materiale da testi più antichi e cerca di
spiegare come mai la tradizione aveva sempre lasciato intendere
che si trattasse di un’immagine di Gesù da vivo mentre invece il
panno di Edessa mostrava abbondanti tracce di sangue. Secondo
questo testo, chiamato Narratio de imagine Edessena, circa il
modo in cui l’immagine si era formata esistevano due versioni
diverse, entrambe antiche. La prima è la stessa già contenuta
La sindone e il ritratto di Cristo 47

nella Dottrina di Addai, ma il racconto è più preciso e ricco di


dettagli che hanno un sapore decisamente più storico: Anania non
era un semplice corriere, cioè un soldato attrezzato per missioni
veloci, bensì un ministro che re Abgar aveva mandato in Egitto
per stringere degli accordi con il prefetto romano di quella pro­
vincia. Sulla via del ritorno passa per la Palestina dove gli capita
di assistere ad alcune guarigioni operate da Gesù, e vede il modo
in cui le folle lo venerano; rientrato in patria, suggerisce al re
malato che in quelle terre vicine esiste questo grande guaritore e
gli consiglia di invitarlo per farsi curare. Abgar incarica lo stesso
Anania di questa seconda missione e gli chiede anche di avere
un ritratto vero e proprio di Gesù, visto che il ministro pratica
la pittura per passione. Anania raggiunge G esù in un luogo dove
sta predicando, però non riesce ad avvicinarsi per via della gran
folla; comincia a realizzare il dipinto chiesto dal re nel modo più
consueto, cioè partendo da uno schizzo preparatorio realizzato su
un foglio di papiro (chartè). Sentendo che era in difficoltà, Gesù
lo fa chiamare e poi si asciuga il viso bagnato creando l’impronta
miracolosa. La seconda versione invece cambia completamente
scenario e non coinvolge affatto il messaggero di re Abgar:
l’impronta di Edessa si sarebbe prodotta durante la preghiera
angosciosa di G esù sul Getsemani, quando il suo viso si inondò
di grosse gocce di sudore frammisto a sangue. I discepoli gli
asciugarono il volto accorgendosi poi che sul lino si era come
impressa quella stranissima immagine che era fatta di sudore
ma anche di sangue. Questo racconto sull’origine diciamo pure
dolorosa dell’impronta di Edessa lo riferisce anche Gregorio il
Referendario, che fu il primo a doversi porre il problema legato
alla presenza di tutto quel sangue: in modo molto sfumato ma
chiaro il Referendario allude al fatto che l’impronta si formò
mentre Gesù agonizzava {agoniòntos) :
L’origine dolorosa dell’immagine Gregorio l’aveva desunta da
uno scritto più antico: era una lettera inviata cent’anni prima da
tre patriarchi del Medio Oriente (Cristoforo d ’Antiochia, Giobbe
di Alessandria e Basilio di Gerusalemme) all’imperatore bizantino
Teofilo (829-842), l’ultimo e forse più fanatico distruttore delle
icone. I tre metropoliti si erano recati a Edessa e avevano svolto
ricerche sugli antichi registri pubblici (demosìous kodìkas, dice
la fonte) conservati nell’archivio della città, che erano scritti in
lingua siriaca, ed avevano poi convalidato l’autenticità dell’im­
magine di Edessa con il peso del loro parere49. Questo dettaglio
48 Capitolo primo

ci offre lo spunto anche per notare una questione importante: le


reliquie più venerate e famose non viaggiavano mai da sole, bensì
accompagnate da documenti più antichi che ne certificavano la
provenienza. Presentare l’immagine come nata da un momento
di dolore provato da G esù era un modo eccellente di risolvere
il delicato problema posto dalla tradizione più antica, ovvero
la mancanza di ogni riferimento al sangue, anche se collocare
la creazione durante l’agonia nel Getsemani non spiegava certo
come mai l’immagine avesse anche l’impronta di sangue dovuta
al colpo di lancia, che G esù ricevette solo dopo la crocifissione;
inoltre esisteva una tradizione altrettanto antica che parlava di un
ritratto fedele di Gesù fatto mentre era ancora vivo, un ritratto
normale eseguito a colore: ne parlano autori cristiani come Ire­
neo di Lione (180 d.C.) e Ippolito Romano (230 d.C. circa), ma
anche lo storico pagano Elio Lampridio (III sec.), ed è lo stesso
ritratto desiderato da Costanza sorella di Costantino. La tradizione
era legata alla persona del messaggero Anania e allo scambio di
lettere (vere o spurie che fossero) fra Abgar e Gesù50.
Forse anche per questo motivo fu deciso che a Costantinopoli
l’immagine continuasse ad essere custodita ripiegata su se stessa
e coperta da una preziosa teca che lasciava vedere solo il volto,
lo stesso modo in cui era custodita a Edessa; così riposta, forse
mantenendo l’antico scrigno originale, somigliava alle icone che
si usava rivestire di una preziosissima copertura (riza) in oro e
argento tempestata di gemme, la quale lasciava a vista il solo volto.
Esporre la sindone completamente aperta creava d’altronde grossi
problemi per la sua conservazione: non esisteva la possibilità di
produrre ampie lastre di vetro resistente come si fa oggi, capaci
di proteggerla senza coprire alcun dettaglio. In certe ricorrenze
speciali tuttavia il telo veniva estratto e aperto. Lo scrittore arabo
M assudi si trovava a Costantinopoli quando avvenne l’epocale
cerimonia di arrivo del lino da Edessa: era sicuramente un tes­
suto molto ampio, visto che nel suo libro Murùdsch-al-dsahab si
dice convinto che fosse il telo usato da G esù per asciugarsi dopo
aver ricevuto il battesimo. Poiché nel mondo antico il battesimo
si celebrava facendo immergere completamente il battezzando
nell’acqua, non bagnando solo la testa come usa oggi, è chiaro
che lo scrittore arabo vide un telo il quale portava l’immagine del
corpo intero, come del resto aveva detto Andrea di Creta oltre
due secoli prima51. Probabilmente la sindone ripiegata era anche
avvolta dentro una fodera di stoffa che doveva somigliare a un
La sindone e il ritratto di Cristo 49

sacchetto ed era guarnita lateralmente da frange, come vediamo


nella bellissima miniatura del manoscritto Rossiano 251 della
Biblioteca Apostolica Vaticana (XII sec.): essa fra l’altro dimostra
come il miniatore volesse raffigurare un oggetto che è chiaramen­
te il negativo di un altro, come mi suggerisce un sindonologo
di grande esperienza quale Pier Luigi Baima Bollone (fig. 14).
Le frange compaiono anche in una icona più antica conservata
nel monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai. Il sacchetto
le faceva prendere l’aspetto di un asciugamano, e fu questo che
probabilmente le guadagnò il nomignolo popolare di mandylion
con cui divenne famosa. Il suo soprannome ha alimentato un
equivoco, facendo supporre che il panno avesse le dimensioni di
un asciugamano: è però un equivoco in cui è caduta la cultura
moderna, infatti le fonti antiche mostrano che nel medioevo
l’idea di un telo di grosse dimensioni era chiarissima e comune.
La didascalia «il santo mandylion» figura sulla bella miniatura
del codice Scilitze di M adrid che raffigura l’arrivo dell’immagine
a Costantinopoli, il quale è appunto un manoscritto del X III
secolo. E qualcosa di simile a quanto accadde all’Anfiteatro
Flavio, il monumentale edificio pubblico costruito nel cuore di
Roma dagli imperatori Vespasiano e Tito della famiglia dei Flavii,
passato però alla storia con il soprannome di Colosseo che risale
all’alto medioevo e gli fu dato perché in confronto agli edifici
modesti della Roma di VIII-IX secolo aveva proporzioni colos­
sali; in proposito si può anche ricordare il Big Ben, la campana
principale dell’Orologio nella torre di Westminster, così chiamata
in onore di Sir Benjamin Hall, sovrintendente ai lavori durante
la realizzazione del palazzo.
Dal regno di Costantino VII fu introdotto un nuovo arredo
liturgico chiamato epitàphios, un telo di stoffa che portava l’im­
magine ricamata o dipinta del Cristo nel sepolcro prima della
Resurrezione, con le mani giunte sul pube proprio come si vede
oggi sulla sindone di Torino52. E molto difficile, forse storicamente
impossibile, che questo cambiamento sia indipendente da quanto
si era appena scoperto circa la vera natura dell’immagine di Edes­
sa. Quanto si vedeva sul telo una volta aperto del tutto produsse
sui contemporanei un’impressione talmente forte da stimolare la
ricerca teologica verso direzioni inesplorate, talmente potente da
cambiare la sensibilità religiosa di un mondo. Bisanzio riscopriva
il crocifisso come immagine di un uomo annientato dalla violenza
degli altri uomini, nudo, insanguinato, la testa riversa sul petto
50 Capitolo primo

ormai privo di respiro. Per secoli l’aveva sempre raffigurato con


gli occhi aperti di un uomo vivo e il volto sereno senza la benché
minima traccia di dolore, spesso addirittura riccamente abbigliato
di porpora e sulla testa un diadema d ’oro invece che la corona di
spine. Per quasi mille anni i fedeli avevano venerato l’immagine
assurda di un imperatore con vesti sontuose accostato alla croce
quasi per caso, maestoso e impassibile: in fondo, anche senza
sconfinare nell’eresia, l’idea che l’Eletto di Dio potesse essere
giustiziato come un criminale faticava ad essere accolta53.

8. Costantinopoli, aprile 1204

Il 10 ottobre dell’anno 1202 l’esercito della quarta croci


salpava dal lido di Venezia verso l’Oriente sotto la guida del
marchese Bonifacio di Monferrato. Era un grosso contingente
formato da circa 33 mila crociati soprattutto di origine francese e
circa 17 mila veneziani. Nel lido della grande repubblica marinara
i baroni francesi col proprio seguito erano dovuti rimanere fermi
molto più a lungo di quanto previsto: a parte le sincere intenzioni
di recuperare Gerusalemme e il Santo Sepolcro, i conti erano stati
fatti molto male e gli organizzatori avevano finito per contrarre
debiti molto grandi con i cantieri navali della Serenissima54.
Dopo una sosta a Pola per liberare il litorale dai pirati, il 10
novembre la flotta attraccava a Zara: lì si vide come un tragico
presagio del futuro, perché i veneziani obbligarono l’esercito a
saccheggiare la città che era cristiana però apparteneva al regno
d’Ungheria e faceva gola alla Serenissima. Presso Zara si fermarono
tutto l’inverno perché il mare era troppo agitato per proseguire;
poi, tornata la bella stagione, la flotta fece rotta su Corfù. Nella
primavera 1203 l’esercito si preparava a salpare da Corfù ma
c’era una novità: i capi avevano deciso di fare una deviazione e
passare per Costantinopoli, la grande capitale dell’impero gre­
co che si estendeva sullo stretto del Bosforo. I motivi addotti
erano diversi, ma il più usato si appoggiava al triste destino del
legittimo imperatore greco Isacco II Angelo, spodestato da un
complotto nel 1200-1201 ed accecato perché non fosse più in
grado di governare. Suo figlio Alessio era fuggito in Europa e
si era rifugiato presso la sorella che aveva sposato Filippo di
Svevia, fratello dell’imperatore Enrico VI; Filippo aveva dunque
chiesto che le truppe crociate passassero per Costantinopoli e
La sindone e il ritratto di Cristo 51

aiutassero suo cognato Alessio a riprendere il potere. Si doveva


semplicemente sostenere la dinastia legittima che poi a sua volta,
riconoscente, avrebbe aiutato la crociata mettendo a sua disposi­
zione una nutrita fetta dell’esercito bizantino. Molti signori però
non si lasciarono convincere: forse intuirono che le cose stavano
degenerando, perciò abbandonarono la spedizione e proseguirono
verso la Terrasanta per conto loro55.
Tanto le sorti quanto gli scopi della crociata erano ormai
compromessi: quando nella Curia Romana si venne a sapere che
Zara era stata conquistata, Innocenzo III scomunicò formalmente
i veneziani responsabili dell’aggressione. Ormai però il papa aveva
perso il controllo dell’operazione da mesi: il legato apostolico
Pietro Capuano era stato contestato dai veneziani che non lo
riconoscevano più come rappresentante del papa per via delle sue
idee troppo distanti dai loro interessi, sicché il cardinale dovette
tornare indietro e poi raggiunse la Terrasanta da solo.
Il 18 luglio 1203 l’esercito giungeva a Costantinopoli. I m
tivi ostentati per giustificare quella strana deviazione ormai non
valevano più, perché il legittimo imperatore Isacco Angelo - seb­
bene accecato dai nemici - era stato rimesso sul trono dagli
stessi sudditi greci. Passarono alcuni mesi di quiete apparente
rotta solo da alcuni episodi di violenza: l’esercito era accampato
fuori dalle mura cittadine, i crociati perlustrarono la magnifica
capitale osservando avidamente tutti i suoi tesori e pensando al
futuro bottino. Alcuni personaggi di spicco furono invitati dal
giovane Alessio, incoronato imperatore insieme al padre il 1°
agosto 1203, e visitarono la reggia monumentale con la sua inim­
maginabile collezione di reliquie: il cavaliere francese Geoffroy
de Villehardouin dichiarò nella sua Cronaca che Costantinopoli
conteneva da sola tante reliquie quanto tutto il resto del mondo
messo insieme56.
Sul futuro della spedizione pendeva il grave debito contratto
con i veneziani. L’imperatore Alessio cercò di radunare quanto
poteva ma riuscì a coprire appena la metà della somma enorme
per la quale si era esposto; compreso che la situazione stava
precipitando, arrivò ad espropriare i grandi patrimoni delle
famiglie nobili e fece fondere il vasellame d ’oro e d’argento
che ornava le chiese. Cominciò una ridda di incidenti e azioni
di guerriglia che fece presagire l’inevitabile disastro. Alla fine
del 1203 i capi crociati inviarono un ultimatum all’imperatore:
se Alessio non avesse onorato al più presto le sue promesse, la
52 Capitolo primo

loro alleanza sarebbe stata considerata rotta e i latini si sareb­


bero sentiti in diritto di fargli guerra. Nel gennaio 1204 il fun­
zionario imperiale Alessio Murzuflo spodestò l’imperatore con
un colpo di stato; poi fece capire ai crociati che non avrebbe
pagato i debiti del predecessore e che voleva cacciarli dal suolo
bizantino. Nel mese di marzo i baroni francesi e i veneziani si
riunirono per progettare il piano della conquista di Costantino­
poli e la spartizione del futuro impero che avrebbero ottenuto
una volta debellata la capitale. Innanzitutto Venezia doveva
rientrare delle spese subite, poi il doge avrebbe avuto diritto
alla prima scelta del bottino raccolto fino a tre quarti del totale;
si pianificò anche l’elezione di un nuovo imperatore, affidata
ad una commissione formata da sei francesi e sei veneziani. Il
partito sconfitto avrebbe avuto il diritto di nominare il futuro
patriarca di rito latino57.
In tre giorni orribili, dal 14 al 16 aprile 1204, Costantino­
poli fu sottoposta ad un saccheggio senza precedenti che non
risparmiò nessuno; perfino le chiese furono profanate, anche se
la spedizione che aveva condotto quegli uomini sulle rive del
Bosforo procedeva formalmente sotto un vessillo religioso.
Lo storico bizantino Niceta Coniate descrive la ferocia dei
crociati con parole indimenticabili:
rubavano le cose sacre e strappavano via anche ciò che non doveva essere
toccato da mani profane. Con occhi avidi di cani perlustravano ciò che
non doveva essere esposto alla vista. Oh sommo sacrilegio! Buttavano per
terra le sacrosante immagini di Cristo e dei suoi servi, le pestavano sotto
i piedi, se c’era qualche ornamento fatto di materiali preziosi lo strappa­
vano via e poi tiravano le icone per le strade in m odo che i passanti le
calpestassero anche loro, oppure le bruciavano per cuocersi i cibi! Ma
ciò che è più abominevole al cospetto di Dio e detestabile per l’orecchio
dei devoti, è che saltavano sulla mensa dell’altare che è sacra e venerabile
per gli stessi angeli, cantavano certe loro barbare canzoni volgari, e poi
dopo essersi aperti le braghe orinavano dovunque sul pavimento sacro
della chiesa e con quel bagno caldo gratificavano i demoni58.

È commovente leggere il resoconto di quest’uomo nobile, la


sua fuga angosciosa a perdifiato tra la minaccia dei nemici insie­
me alla moglie incinta di nove mesi, aiutati da un loro servitore
che era veneziano di nascita e si era affezionato; e vedere come
trova il coraggio di affrontare i brutali crociati per strappare alle
loro grinfie una ragazza giovanissima appena rapita, e riportarla
al suo anziano padre tutta tremante però illesa.
La sindone e il ritratto di Cristo 53

L’eccidio fu spaventoso; anche se in seguito la civiltà bizantina


si riprese ed ebbe ancora momenti splendidi, il sacco del 1204
le lasciò impressa una ferita tremenda e compromise in maniera
irrimediabile quell’unione fra la chiesa greca e latina che tanto
premeva a Innocenzo IIP 9. D opo le violenze del saccheggio
seguì una spoliazione sistematica degli altri tesori presenti nella
capitale, oggetti preziosi che i crociati avevano avuto modo di
studiare nei mesi precedenti: i monaci greci avevano cercato di
mettere in salvo molte reliquie ed altre suppellettili sacre, ma
tutti i loro nascondigli furono raggiunti.
C ’era stato un patto preliminare fra i conquistatori: tutto il
bottino doveva essere radunato nella casa di Garnier de Traynel
vescovo di Troyes, sotto pena di scomunica, poi si sarebbe pro­
ceduto a fare le diverse parti. Sembra che il doge avesse furbe­
scamente proposto ai baroni di fornire un efficiente servizio di
guardia al bottino in cambio del pagamento di un forfait pari a
10 marchi a testa; stavolta però aveva sopravvalutato l’ingenuità
dei francesi, che rifiutarono l’offerta. Del resto i veneziani furo­
no i primi a violare la regola perché trasportarono molti oggetti
preziosi sui loro vascelli di nascosto, col favore delle tenebre; ma
non furono i soli. Accanto alla spartizione ufficiale ne seguì una
parallela e indipendente, clandestina, che alimentò un commer­
cio assolutamente scandaloso. Si fece strada l’idea che ottenere
almeno una reliquia significava riscattarsi dal voto di liberare
Gerusalemme; la gente pensò che una volta ottenuto il prezioso
bottino si poteva voltar le spalle al Santo Sepolcro e tornarsene
tranquillamente in patria con la coscienza a posto. Nessuno vo­
leva restare a mani vuote. Nessun santuario fu risparmiato. L’eco
di questi indegni maneggi di cose sacre indusse il IV Concilio
Lateranense del 1215 a lanciare la scomunica su chi si rendesse
colpevole del traffico di reliquie60.
I singoli crociati trovavano il modo di procurarsi segre
mente questi oggetti così ambiti con l’intento di riportarli in
patria onde arricchire le chiese di famiglia. Nel giro di appena
quattro anni l’immane tesoro sacro di reliquie custodite a C o­
stantinopoli fu inviato in Europa. Spesso i crociati le spedivano
in dono a persone dalle quali si aspettavano favori, oppure le
usavano come forme d’investimento: il possesso di una reliquia
illustre sembrava una vera garanzia di futuri guadagni perché si
prevedeva che i fedeli sarebbero accorsi a frotte per venerarla
portando molte elemosine61.
54 Capitolo primo

Le reliquie della grande collezione imperiale custodita nella


cappella di Pharos e nella basilica delle Blacherne ovviamente
ricevevano un trattamento speciale. Tutta l’operazione che le
riguardava veniva accuratamente registrata in un verbale uffi­
ciale; erano chiuse in apposite casse sigillate per evitare furti e
sostituzioni fraudolente, poi venivano affidate a corrieri fidatis­
simi. Erano munite di un passaporto generale e un certificato di
autenticità che ne garantiva l’origine, un certificato che portava
il sigillo d ’oro dell’imperatore bizantino62.
Il crociato fiammingo Robert de Clari descrisse un’oste
sione della sindone avvenuta a Costantinopoli poco prima del
saccheggio:
Fra questi c’è anche un monastero chiamato N ostra Signora delle
Blacherne, nel quale si trova la sindone con cui fu avvolto N ostro Signore:
tutti i venerdì (santi) viene drizzata completamente in m odo che si possa
vederne la figura. Nessuno, né greco né francese, sa che cosa ne fu di
questa sindone quando la città venne conquistata63.

Secondo alcune fonti bizantine la sede abituale del mandylion


era la cappella imperiale di Pharos, dove era conservato insieme
ad un’altra famosa reliquia: il keràmion, ovvero la tegola che nella
città di Edessa chiudeva il nascondiglio dove per molto tempo era
stata occultata l’icona miracolosa di Gesù. L’immagine del volto
di Cristo era rimasta prodigiosamente impressa sulla terracotta di
quella tegola, così anche il keràmion era stato portato a Costanti­
nopoli per essere esposto alla venerazione dei fedeli: poste l’una
accanto all’altra, le due reliquie formavano un suggestivo insieme
che ricordava la Passione. Quella che vide Robert de Clari nella
chiesa delle Blacherne era invece una cerimonia particolare, du­
rante la quale la sindone veniva progressivamente aperta grazie ad
un cavalletto dotato di meccanismo in modo che i fedeli potessero
vedere via via il corpo di G esù come se emergesse dal sepolcro. Il
telo dunque era prima custodito ripiegato, poi piano piano veniva
disteso. Secondo Robert de Clari la cerimonia delle Blacherne
avveniva tutti i venerdì, ma è molto probabile che egli volesse
riferirsi ai soli Venerdì santi piuttosto che ai venerdì di ciascuna
settimana; la sua descrizione unita alle altre fonti suggerisce l’idea
che in speciali occasioni la sindone-tnandylion venisse tolta dalla
sua teca nella cappella di Pharos, e condotta alle Blacherne perché i
fedeli potessero contemplarla anche aperta nella suggestiva liturgia
dell’«ascesa» (in greco anàstasis, «resurrezione»)64.
La sindone e il ritratto di Cristo 55

Una prova importante sulla presenza della sindone di Torino


nella raccolta di reliquie degli imperatori bizantini si trova nelle
miniature di un manoscritto noto come codice Pray dal nome
dello studioso che lo scoprì. Fu realizzato tra il 1192 e il 1195
in un’abbazia benedettina dell’Ungheria e contiene le prime
testimonianze scritte della lingua ungherese. Uno studio recente
di Marcel Alonso, Eric de Bazelaire e Thierry Castex ha posto in
evidenza che la miniatura della visita al Sepolcro da parte delle
tre Marie ha uno svolgimento molto particolare: l’angelo mostra
alle donne il sudario che stava sul volto di G esù accasciato da
una parte, mentre la sindone si trova ancora distesa sulla pietra
dov’era stato deposto il corpo. Con il linguaggio tipico del X II
secolo, l’artista raffigura il telo sindonico che ha una faccia
superiore a trama spigata, e sulla quale si notano quattro buchi
nella forma esatta in cui compaiono sulla sindone di Torino
quattro antichi fori dovuti a bruciature accidentali; sul lato
posteriore c’è una fodera bianca decorata con tante croci rosse
di tipo greco65. L’indizio è piuttosto interessante e fa pensare
che anche a Costantinopoli fu applicata al telo una fodera per
dargli maggior consistenza, proprio come sarà fatto a Chambéry
nel Cinquecento; quel tipo di decorazione a croci accostate era
molto amato nella cultura bizantina ed aveva valore simbolico:
in alcune icone che raffigurano Cristo come Sommo Pontefice
si nota la sua sontuosa veste liturgica costellata di croci come si
vede nella miniatura del codice Pray, ed anche molti altri santi
figurano nelle icone bizantine con vesti che hanno quel tipico
disegno formato da tante croci accostate.
Sono molti i motivi per cui le miniature del codice Pray
rappresentano una pista di ricerca privilegiata sulla storia antica
della sindone. Nel raffigurare la sepoltura di G esù mostrano un
realismo molto insolito per l’epoca: Giuseppe d ’Arimatea tira
giù dalla croce un cadavere completamente irrigidito, lo depone
sulla sindone nudo e non riesce ad accostare bene le mani sul
pube l’una sull’altra perché le braccia si sono fermate nel rigor
mortis quando erano allargate nella posizione della croce (fig.
4). Questo corrisponde esattamente a quanto si vede dell’uomo
nella sindone: considerando la rigidità dei muscoli, per accostare
le mani l’una sull’altra con tutta probabilità si dovettero legare
i polsi fra loro66.
Un altro fatto di primaria importanza è che il G esù del codice
Pray ha le mani in cui non si vedono i pollici: questo è estraneo
56 Capitolo primo

a tutta la tradizione dell’iconografia cristiana ma può derivare


solo dalla visione della sindone, nella quale appunto il pollice
è ripiegato in dentro (dunque invisibile) per via della lesione
provocata dal chiodo al nervo mediano. Questo dettaglio così
sorprendente, unito alla trama spigata e alla presenza dei quattro
fori disposti a squadra, indica che l’autore delle miniature non
voleva dipingere un sudario qualunque ma al contrario ritrarre
in maniera esatta la sindone di Torino: un oggetto ben preciso,
famosissimo, unico e con dettagli inconfondibili. La miniatura
Pray contiene insomma l’identikit della sindone così come appa­
riva nel X II secolo ai pellegrini (fra cui probabilmente l’anonimo
miniatore) che ebbero il privilegio di vederla esposta a Costan­
tinopoli in occasione di cerimonie molto solenni, corredata di
una preziosa fodera dove stavano i segni del sommo sacerdozio
secondo la cultura religiosa bizantina: il re d ’Ungheria Béla III
aveva sposato la figlia dell’imperatore Manuele I Comneno (1143-
1180), dunque la principessa conosceva benissimo le reliquie
della sua madrepatria e non è da escludere che portasse con sé
in Ungheria una riproduzione fedele della sindone67.
E un fatto di grande valore storico; il codice Pray è molto
più vecchio rispetto al momento in cui il test del carbonio 14
vorrebbe porre la creazione della sindone, cioè l’intervallo fra il
1260 e il 1390. Questo deve far riflettere gli studiosi: è evidente
che il valore dell’esperimento con il radiocarbonio a suo tempo
fu decisamente sopravvalutato.

9. D ai duchi di Atene ai cavalieri del Tempio

Dopo la conquista latina di Costantinopoli alcuni membri della


famiglia imperiale bizantina si rifugiarono in territori periferici
e fondarono stati indipendenti che si consideravano eredi del­
l’impero greco appena sconfitto. Uno di loro era Michele Angelo
che stabilì una sua signoria nella terra d ’Epiro, e uno fra i suoi
discendenti, il Despota d’Epiro Niceforo I Angelo-Comneno, il
22 gennaio 1290 fondò un ordine cavalleresco chiamato Ordine
Costantiniano Angelico Originario, noto anche come ordine di
Santa Sofia68. Nel gennaio 1859 monsignor Benedetto D ’Ac­
quisto, arcivescovo di Monreale e già abate di Montecassino,
inviò all’abate del monastero di Santa Caterina a Formiello la
copia di alcuni fra i documenti più importanti del chartularium
La sindone e il ritratto di Cristo 57

Culisanense, ovvero la raccolta di tutti i documenti antichi che


riguardavano l’ordine cavalleresco di Santa Sofia; infatti l’abate
di Santa Caterina aveva rapporti stretti con il principe Ortensio
II de Angelis che era il Protettore Spirituale dei cavalieri di Santa
Sofia. Fra i vari testi c’era anche una lettera di supplica inviata
nel 1205 a papa Innocenzo III per denunciare che la sindone
rubata dalla cappella di Pharos era stata portata ad Atene:

Nel mese di aprile dell’anno passato l’esercito dei crociati partito con
il falso pretesto di liberare la Terrasanta venne a devastare Costantinopoli.
In mezzo alle varie depredazioni i soldati veneziani e francesi fecero anche
bottino negli edifici sacri: durante la spartizione i Veneti si accaparrarono
i beni preziosi d ’oro, argento e di avorio, mentre i francesi presero le
reliquie dei santi e fra esse anche il santissimo lenzuolo di lino nel quale
fu avvolto il Signore N ostro G esù Cristo dopo la sua morte e prima della
Resurrezione. Sappiam o che questi oggetti sacri sono conservati a Venezia,
in Francia e in altri posti, mentre il Sacro Lenzuolo è ad Atene. Il furto
di così tante cose sacre va contro il diritto degli uomini e le leggi di Dio:
eppure i barbari del nostro tem po ce le hanno strappate nel nome di
Gesù Cristo e tuo, seppure contro la tua volontà. L a dottrina del Salvatore
nostro G esù Cristo non ammette che i cristiani sottraggano le cose sacre
ad altri: i ladri si tengano l’oro e l’argento, ma ci restituiscano ciò che è
santo. In questo il mio fratello e signore ripone la massima fiducia, affinché
tu intervenga facendo pesare la tua personale autorità: se im posta dalla
tua autorità, la restituzione non può mancare. Il popolo attende fiducioso
il tuo intervento, e tu esaudisci il suo desiderio: il mio fratello e signore
Michele aspetta la giustizia di Pietro69.

Nel 1200-1201, quando a Costantinopoli si verificò una


sommossa nel palazzo imperiale, lo storico Nicola Mesarites che
era custode ufficiale delle reliquie fu costretto a fronteggiare i
rivoltosi onde impedir loro di profanare la cappella di Pharos.
Riuscì a placare gli animi facendo appello alla somma sacralità
del luogo: gli oggetti raccolti lì dentro formavano una nuova
Gerusalemme, qualcosa che teneva la terra in contatto con i
Cieli e che doveva essere tenuto fuori da qualunque manovra
politica. Nicola descrive la sindone in maniera inequivocabile,
un lenzuolo funebre dove l’immagine di Gesù si stagliava come
una sagoma senza contorni:

E ssa è di lino, materiale umile e semplice, e ancora emana sentore


di mirra. Non può perire perché coprì il corpo morto, dai contorni non
definiti, nudo, cosparso di mirra dopo la Passione70.
58 Capitolo primo

La forma diplomatica della lettera indirizzata a Innocenzo III


sembrerebbe genuina, traduzione in latino da un originale scritto
in greco: la Cancelleria imperiale bizantina produceva documenti
in greco ma li corredava di una traduzione in latino, e proba­
bilmente l’ignoto scrittore copiò soltanto quest’ultima parte. E
vero che l’aggettivo cruciatus usato per indicare l’esercito giunto
a Costantinopoli può far arricciare il naso ai medievisti perché
è una parola che compare nelle fonti un poco più tardi, specie
dal Trecento: tuttavia sarebbe sbagliato essere ipercritici perché
il testo è una copia in latino, e non sappiamo qual era la parola
greca corrispondente che stava nell’originale scritto in greco. Fino
ad oggi non ci sono stati esperti che abbiano contestato l’autenti­
cità di questa fonte; sembra infatti conforme ad altri documenti
bizantini del tempo, almeno a giudicare da alcune sue formule
come il fatto di chiamare il pontefice romano «papa dell’antica
Roma» oppure lo schema dell’intestazione detto dagli specialisti
illi-ille11. A questo proposito vorrei citare un fatto interessante
che potrebbe essere legato proprio alla presenza della sindone
nella zona di Atene.
Nell’accurato repertorio steso da Raymond Janin sulle chiese
dell’impero di Costantinopoli risulta che presso Dafni, sull’antica
via sacra che un tempo guidava i pellegrini verso il famoso tem­
pio di Apollo, esisteva un’abbazia dedicata alla Madre di Dio.
In una lettera del 1209 papa Innocenzo III chiama curiosamente
questa chiesa «delle Blacherne», ovvero con lo stesso esatto nome
della famosa basilica di Costantinopoli in cui il crociato Robert
de Clari vide esposta la sindone prima del sacco. N ell’abbazia
si stabilirono monaci cistercensi provenienti dal centro francese
di Bellevaux, che era legato alla famiglia La Roche; e il Janin che
aveva analizzato in dettaglio la storia di moltissime fondazioni
religiose bizantine non riusciva a spiegarsi da dove mai venisse
questa nuova denominazione «delle Blacherne», che proprio non
c’entrava con la storia di quel monastero e saltava fuori dal nulla
solo airindomani del grande sacco72. Non sarebbe sorprendente
se la chiesa di Dafni fosse stata ribattezzata così proprio in virtù
del raro oggetto che venne ad ospitare, il quale in un certo modo
la rendeva una nuova basilica delle Blacherne.
Il 5 ottobre 1308 l’ultimo duca di Atene Guy de La Roc
moriva senza eredi ed era sepolto nel monastero di Dafni; con ogni
probabilità alcuni decenni prima la sindone era passata ad altri
custodi che l’avevano voluta fortemente, contemplata, custodita
La sindone e il ritratto di Cristo 59

con grande gelosia. Nel 1261 l’impero latino di Costantinopoli


era finito: gli imperatori greci avevano riconquistato il trono e
anche l’assetto dei feudi fondati dai baroni francesi della quarta
crociata ne subì le conseguenze. Proprio in quegli anni, preci­
samente dal 1260 al 1265, un uomo della famiglia La Roche era
uno dei personaggi più potenti ed ammirati dell’intera società
cristiana: si chiamava Amaury e rivestiva l’importantissimo incarico
di Comandante dell’ordine del Tempio in Oriente.
Quello dei Templari era stato il primo ordine monastico-mi-
litare della cristianità, un esperimento molto audace che aveva
conosciuto un incredibile successo perché assecondava le necessità
politiche e anche la sensibilità religiosa dell’epoca delle crocia­
te. Pochi anni dopo la conquista latina di Gerusalemme alcuni
cavalieri francesi avevano fondato una confraternita di militari
laici presso il Santo Sepolcro, disposti a vivere in povertà e ser­
vire Dio proteggendo con le armi i pellegrini che si recavano in
visita ai Luoghi Santi. Il re di Gerusalemme Baldovino II intuì
che quel piccolo gruppo sarebbe potuto crescere e diventare
una vera risorsa per il Regno di Terrasanta, sempre a corto di
truppe e in costante pericolo per gli attacchi dei musulmani;
dunque contattò il più grande religioso del suo tempo, san
Bernardo abate di Chiaravalle, e con il suo appoggio la confra­
ternita fu trasformata in un vero ordine religioso della Chiesa
di Roma durante un concilio approvato a Troyes nel 1129. I
Templari erano monaci (prendevano infatti i tre voti monastici
di povertà, obbedienza e castità), ma anche guerrieri, e la loro
vocazione specifica si attuava proprio nel difendere in armi i
cristiani di Terrasanta. Alcuni di loro rinunciavano all’attività
militare e venivano consacrati sacerdoti: solo a loro spettava la
cura del culto e l’amministrazione dei sacramenti. L’ordine fu
preso immediatamente sotto la protezione del papato e crebbe a
dismisura anche grazie a moltissime donazioni di re, imperatori,
nobili e anche gente comune; alla metà del X II secolo era già
diventato un organismo sovranazionale diffuso su tutto il bacino
del Mediterraneo e diviso in grandi province.
Sempre alle prese col problema di trasportare denaro dall’E u ­
ropa alla Terrasanta, dove serviva per sostenere la guerra contro i
nemici islamici, il Tempio sviluppò anche notevoli abilità di tipo
finanziario inventando soluzioni geniali per facilitare i viaggi e
diminuire i rischi che potevano venire dalla pirateria. Fra questi
l’invenzione della lettera di cambio: i mercanti e i pellegrini di­
60 Capitolo primo

retti in Terrasanta potevano lasciare una certa somma ad esempio


nella casa templare del porto di Marsiglia dietro rilascio di una
cedola firmata, poi viaggiavano in tutta tranquillità e una volta
arrivati si presentavano presso la casa templare di Gerusalemme
ed esibivano la cedola ottenendo la somma versata. Simili abi­
lità unite ad una reputazione impeccabile resero il Tempio una
specie di banca che i papi usavano per raccogliere e far fruttare
il denaro destinato alle crociate, mentre alcuni sovrani cattolici
affidarono loro addirittura la tesoreria del regno. Nel 1187 il
sultano d ’Egitto Saladino sconfisse l’esercito cristiano presso la
località chiamata i Corni di Hattin, recuperò molte fortezze della
Siria-Palestina e soprattutto si impadronì del Santo Sepolcro che
non tornò mai più sotto il controllo cristiano; per gli ordini mili­
tari fu un colpo tremendo, aggravato dal fatto che la riconquista
islamica in Terrasanta da quel momento proseguì inarrestabile.
Nel 1291 cadde anche la città di Acri, l’unico baluardo rimasto
ai cristiani in Terrasanta: l’epoca delle crociate era finita con una
sconfitta. L’ordine del Tempio aveva perduto la sua motivazione
di esistere, la difesa del regno cristiano per la quale era stato
creato. Ricco, potente, influente e pieno di privilegi, nel regno
di Francia in particolare il Tempio formava una specie di stato
nello stato: perduta la funzione storica che ne aveva giustificato
la fondazione, divenuto una presenza ormai ingombrante per i
sovrani laici, era forse inevitabile che il Tempio andasse incontro
ad una crisi senza via d ’uscita.

10. Il culto della sindone fra i Templari

Nel 1306 la Francia si trovò sull’orlo della bancarotta per via


di una manovra finanziaria fallimentare voluta dal re Filippo IV
il Bello: in quel momento il sovrano organizzò un vero e proprio
agguato all’ordine del Tempio mirato a ottenere la sua abolizione
per poterne incamerare i beni. Con l’aiuto dell’inquisizione di
Francia il sovrano riuscì a mettere i Templari sotto processo con
l’accusa di eresia, sfruttando la manipolazione di alcune dicerie
che furono usate per costruire un vero teorema accusatorio.
Trascinato contro la sua volontà in un lungo processo durato
ben sette anni, papa Clemente V fu infine costretto a cedere a
causa della sua estrema debolezza politica e perché Filippo il
Bello aveva messo la Chiesa sotto ricatto minacciando l’apertura
La sindone e il ritratto di Cristo 61

di uno scisma. Nel 1312 Clemente V dichiarò sciolto l’ordine dei


Templari durante un concilio tenuto a Vienne, ma fece mettere
agli atti che il processo contro di loro non aveva portato alla luce
prove di eresia. Le accuse mosse contro di loro li additavano
come colpevoli di eresia, di aver voltato le spalle al cristianesimo
per dedicarsi al culto di un misterioso idolo che raffigurava la
testa di un uomo con lunga barba; ma le ricerche degli ultimi
anni hanno dimostrato che il processo fu essenzialmente un
enorme complotto orchestrato per ragioni di ordine economico
e politico, un’opinione che importanti personaggi del tempo
come Dante Alighieri non avevano mai taciuto: nel canto X X
del Purgatorio il poeta fa dire esplicitamente al re Ugo Capeto
che il suo discendente Filippo il Bello ha distrutto il Tempio
per pura avidità73.
Nel 1978 lo storico Ian Wilson pubblicò uno studio nel quale
asseriva che l’antico, famigerato mandylion della tradizione bi­
zantina era in realtà nient’altro che la sindone di Torino piegata
su se stessa quattro volte, posizione nella quale assume proprio
la forma e le dimensioni di un asciugamano (esattamente il signi­
ficato del termine greco mandylion)-. l’autore richiamava anche
il fatto che nella tradizione più antica la reliquia era chiamata
tetràdiplon, un aggettivo greco che significa esattamente piegato
quattro volte doppio, e spiegava che lo stratagemma di richiu­
derla in quel modo serviva a nascondere la vera identità della
reliquia, cioè un lenzuolo funebre. Al tempo in cui il panno era
stato ritrovato in una nicchia nelle mura di Edessa, cioè durante
i grandi restauri dopo l’inondazione del 525, tutta la regione era
dominata dall’eresia monofisita che attribuiva a G esù Cristo la
sola natura divina: i segni della morte e della sofferenza, nonché
le abbondanti macchie di sangue presenti sul lino sarebbero
apparsi in quella cultura come un tratto quasi offensivo, capace
forse di screditare la reliquia e magari indurre qualcuno a distrug­
gerla. Dunque era stato inventato uno speciale reliquiario che la
conteneva tutta ripiegata, con un foro centrale abbastanza largo
da lasciar vedere solo l’impronta del volto: in questa maniera le
tracce di sangue e gli altri segni della Passione restavano quasi
tutti aU’intemo e non si vedevano più.
Wilson affermava che dopo il tremendo saccheggio di C o­
stantinopoli la sindone sparì per ricomparire poi più tardi sulla
superficie della storia nei documenti del processo intentato dal
re di Francia Filippo il Bello ai Templari. Aveva notato che vari
62 Capitolo primo

testimoni raccontavano come durante la loro cerimonia d’ingresso


fosse stato mostrato uno strano idolo del quale nessuno conosceva
l’identità: aveva la forma di una testa d ’uomo fornita di lunga
barba, e i precettori imponevano ai frati di venerarlo. Secondo
Wilson si trattava del mandylion rubato a suo tempo dalla chiesa
bizantina delle Blacherne, e custodito nel più assoluto segreto
proprio per impedire che la gente scoprisse la sua natura di
refurtiva. A colpire l’immaginazione dello storico stavano anche
alcune descrizioni di Templari secondo i quali il misterioso volto
«appariva» e «spariva» aH’im prowiso, un fatto che egli subito
accostò alla singolare caratteristica della sindone di Torino: è noto
infatti che la sua immagine diventa visibile solo se la si guarda da
una distanza fra i 2 e i 9 metri, mentre allontanandosi o avvici­
nandosi fino a toccarla l’immagine di colpo «scom pare». Infine
ciò che Wilson riteneva più interessante in assoluto era questo:
la sindone era tornata a galla nei documenti storici alla metà del
XIV secolo, nelle mani di un cavaliere francese che si chiamava
Geoffroy de Charny esattamente come il dignitario templare morto
sul rogo insieme all’ultimo Gran Maestro il 18 marzo 1314. Da
quel momento in poi i de Charny avevano fondato presso Lirey
una piccola chiesa colleggiata per custodire la reliquia, però non
avevano mai rivelato come era giunta in loro possesso. Secondo
Wilson la reliquia inestimabile (anche sotto il profilo economi­
co) dopo il sacco di Costantinopoli era stata custodita per un
certo tempo dai Templari, e dopo lo scioglimento dell’ordine nel
Concilio di Vienne in un certo senso fu «ereditata» dai parenti
di Geoffroy de Charny, Precettore di Normandia.
La tesi di Wilson fece scalpore per la sua eccezionale novità
ed anche perché dava risposte molto puntuali a tanti punti oscuri
sia sulla storia della sindone nel medioevo, sia sul processo dei
Templari; ma l’autore aveva dedicato uno spazio troppo limitato
in confronto al grande interesse e all’assoluta novità dell’argo­
mento, appena un capitolo di circa quindici pagine in un saggio
che ricostruiva la storia della sindone lungo un arco di due
millenni: così il discorso apparve quasi come lanciato in aria e
poi non sviluppato, mancante insomma di prove sostanziali. Gli
specialisti di storia templare si mostrarono molto cauti, però
indubbiamente nei documenti del processo si trovavano chiare
tracce di un culto del Volto di Cristo come appare sulla sindone,
privo di aureola e del collo: bisognava anche considerare che nella
chiesa templare di Templecombe in Inghilterra era stato ritrovato
La sindone e il ritratto di Cristo 63

un pannello di legno dipinto risalente agli anni 1275-1300 che


riproduceva il mandylion di Costantinopoli, con il volto di Gesù
secondo l’iconografia bizantina. Nel 1989 lo storico Francesco
Tommasi dell’università di Perugia pubblicò uno studio molto
significativo da lui eseguito sulla collezione di reliquie che era
stata proprietà dei Templari. Si accorse che era un patrimonio
ingente, che il Tempio spendeva volentieri per procurarsi questi
oggetti ma soprattutto che l’ordine era entrato in possesso di
tre pezzi inestimabili un tempo custoditi a Costantinopoli nella
raccolta degli imperatori: il corpo di sant’Eufemia, un catino ap­
partenuto a G esù e una Spina della Corona di Spine. La scoperta
di Tommasi richiamava immediatamente la teoria di Wilson: se
i Templari si erano accaparrati questi tesori dalla raccolta impe­
riale, allora potevano anche aver messo le mani sul mandylion-
sindone, reliquia conservata nello stesso luogo. Alla fine del suo
splendido studio il Tommasi si diceva infatti piuttosto ottimista
sulla possibilità che i Templari avessero custodito la sindone per
un certo tempo: anche perché, come nota lo storico perugino,
l’immagine del volto di Cristo presente sui sigilli dei precettori
templari di Germania deriva da quella bizantina, ed è collegata
alla presenza della sindone in Costantinopoli. Sappiamo in effetti
che i Templari svolsero delicate missioni diplomatiche per gli
imperatori bizantini, avevano familiarità con la corte imperiale
ed è estremamente probabile che conoscessero bene la forma
dei tesori ivi custoditi74.
Le ricerche degli ultimi dieci anni ci hanno permesso di
compiere notevoli progressi nella nostra conoscenza del proces­
so contro i Templari, anche grazie al fortunato «ritrovamento»
di alcuni documenti originali che pur essendo sempre rimasti
nell’Archivio Segreto Vaticano e descritti negli inventari antichi
non erano mai stati identificati dagli storici per ciò che esatta­
mente sono. I nuovi studi permettono di sgombrare il campo dai
vecchi pregiudizi sulla presunta eresia dei Templari, un mito di
grandissima potenza che era nato subito dopo il rogo del loro
ultimo Gran Maestro Jacques de Molay ma si era gonfiato a
dismisura soprattutto nel Rinascimento, quando alcuni filosofi
appassionati di magia come Cornelius Agrippa avevano abbon­
dantemente fantasticato sui Templari come custodi di discipline
esoteriche. La cultura dell’Illuminismo e poi del Romanticismo
lavorò ancora su questo mito e si creò una vera moda culturale
che fece dei Templari grandi maestri di magia ed occultismo,
64 Capitolo primo

addirittura seguaci di antichissimi saperi religiosi che risalivano


a prima del cristianesimo. Lo studio analitico degli atti originali
del processo permette di vedere che l’equilibrata opinione già
espressa da Dante Alighieri coglieva pienamente nel segno. E
sono emerse anche numerose testimonianze in favore della teoria
di Wilson, le quali confermano che l’ordine per alcuni decenni
custodì e venerò in segreto la sindone di Torino75. Di questi
suggestivi sigilli templari tratta anche la nota storica inglese delle
crociate Helen Nicholson76.
I Templari possedevano una spiritualità particolare vic
per certi aspetti a quella bizantina ma soprattutto legata a
Gerusalemme dove l’ordine era nato. Avevano liturgie proprie
che si svolgevano di notte presso il Santo Sepolcro, e con ogni
probabilità usavano consacrare la corda di lino che faceva parte
del loro abito passandola a contatto con la pietra del Sepolcro:
toccando la pietra che era entrata a contatto con il corpo di Cri­
sto e ne aveva visto la resurrezione, la cordicella s’imbeveva di
potere sacro. Nella mentalità del tempo diventava essa stessa una
reliquia potentissima capace di proteggere chi la indossava contro
i nemici del corpo e dell’anima, un oggetto speciale che veniva
consegnato ai frati all’inizio della loro nuova vita nell’ordine,
durante la cerimonia d ’ingresso. Questa associazione di idee fu
probabilmente suggerita ai Templari dal contemplare la «cintura
di sangue», cioè l’impressionante colatura di sangue uscita dal
costato squarciato dell’uomo della sindone che ha passato tutta
l’ampiezza del torace macchiandolo proprio come una cintura. Nel
1187 Gerusalemme e il Sepolcro furono perduti: per il Tempio
fu un colpo durissimo specie a livello morale, ma segnò anche
l’inizio della sua lenta decadenza. Le cordicelle consacrate sul
Santo Sepolcro venivano consegnate ad ogni nuovo Templare
durante la cerimonia d’ingresso nell’ordine, come un potentissimo
talismano che lo proteggesse per tutta la vita dai nemici del corpo
e dello spirito. Perduto il Sepolcro, nella sindone l’ordine trovò
una nuova, incredibile reliquia di Cristo con la quale rinnovare
la consacrazione delle cordicelle77.
Nel 1260-1261 l’impero latino di Costantinopoli finì quando
l’imperatore greco Michele V ili Paleologo ebbe recuperato il
trono; anche l’assetto dei feudi fondati a suo tempo dai crociati
francesi come Othon de La Roche dovette necessariamente subire
delle ripercussioni. In quegli anni, precisamente dal 1260 al 1265,
il cavaliere francese Amaury de La Roche rivestiva l’importan­
La sindone e il ritratto di Cristo 65

tissimo incarico di Comandante del Tempio in Oriente: grazie


ad esso aveva grandi poteri diplomatici e militari nei territori
dell’impero bizantino, inoltre godeva la fiducia incondizionata
del re di Francia Luigi IX e di suo fratello Carlo d ’Angiò che
erano forse i due uomini più potenti della loro epoca. Le fonti
storiche in nostro possesso fanno pensare che il potentissimo
dignitario templare fece da tramite con la famiglia La Roche di
Atene per ottenere che il suo ordine acquistasse la sindone in
cambio sicuramente di una somma enorme: poiché il IV concilio
del Laterano aveva sancito la scomunica contro il traffico delle
reliquie, per il passaggio di proprietà fu usato lo stratagemma
di fingere che la reliquia venisse data in pegno, un sistema
ingegnoso e discreto cui il Tempio era ricorso con successo in
altri casi78.
I Templari custodirono la sindone nel più geloso segreto: a
parte la paura di incorrere nella scomunica, essi temevano soprat­
tutto che i papi la pretendessero in dono per la loro raccolta di
reliquie, e dinanzi ad una richiesta espressa del papato l’ordine
del Tempio non avrebbe mai potuto disobbedire. A quel tempo
la società cristiana era sconvolta dal dilagare dell’eresia catara,
che si era propagata moltissimo specie nel sud della Francia, in
Germania e in Italia con chiese autonome rette da vescovi propri;
probabilmente fece dei proseliti anche fra i dignitari templari, e
la sindone fu voluta dalle gerarchie dell’ordine come una specie
di medicina contro la diffusione di questo male, per impedire
al credo eretico di propagarsi infettando tutto l’ordine. I catari
negavano l’umanità di Cristo, dicevano che il Cristo non era mai
stato un uomo di carne e di sangue, non aveva mai sofferto, non era
mai morto. La sindone invece mostrava una a una tutte le piaghe
del suo corpo martoriato dalla Passione come narrano i vangeli,
oltre a una gran quantità di quel sangue che secondo il vangelo
di Matteo era stato versato per la salvezza degli uomini79.

11. Sotto lo scudo dei Savoia

II 19 settembre 1356 il cavaliere Geoffroy de Charny moriva


eroicamente in armi mentre serviva la Francia e re Giovanni
il Buono nella battaglia di Poitiers. Era stato un uomo nobile,
valoroso, noto per la sua grande devozione. La famiglia doveva
tutto alla corona, che però in quel momento versava in grave crisi
66 Capitolo primo

per la Guerra dei Cent’anni contro il re d ’Inghilterra; la vedova


Jeanne de Vergy si trovò senza risorse, costretta a provvedere a
vari figli piccoli di cui il primogenito Geoffroy II era ancora mi­
norenne. A questo periodo appartiene un medaglione di piombo,
uno di quei distintivi che i pellegrini del medioevo si mettevano
sulle vesti, trovato a Parigi nel 1855 sotto il Pont au Change e
conservato tuttora al Musée de Cluny: la placca porta l’immagine
inconfondibile della sindone di Torino, il lungo telo a trama spigata
su cui si distinguono le due sagome del corpo di un uomo, ed è
munito dello stemma araldico dei de Charny. Probabilmente le
difficoltà economiche indussero la famiglia a promuovere esten­
sioni della reliquia, manifestazioni che portavano grandi introiti
sia per le elemosine, sia per la vendita di questi gadget religiosi;
la scelta però attirò sul telo l’ostilità del vescovo di Troyes Pierre
d ’Arcis, il quale scrisse a Clemente VII (antipapa a causa dello
scisma d’Occidente) accusando sia i de Charny sia i canonici di
Lirey di usare la sindone per fare grandi guadagni a danno dei
pellegrini, e denunciando che il telo era solo un falso prodotto da
un pittore alcuni decenni prima. Curiosamente Clemente VII non
dette credito al vescovo di Troyes ma anzi gli intimò di serbare
il silenzio perpetuo sulla questione: i canonici avrebbero potuto
continuare a esporre tranquillamente il telo, purché avvisassero i
fedeli a voce alta e in modo ben chiaro che non si trattava del vero
sudario funebre di Gesù ma di una sua rappresentazione.
Le ostensioni dunque continuarono ma Pierre d ’Arcis non si
dette per vinto: visto che il papa non aveva censurato la sindone,
il vescovo di Troyes si appellò al re di Francia Carlo VI chieden­
dogli di vietare le ostensioni. Fu una scelta curiosa e anche molto
sorprendente, che sul piano del diritto canonico non ha senso.
La questione del telo di Lirey era stata portata all’attenzione del
papa, il quale ne aveva approvato l’esposizione a certe condizioni:
il pontefice aveva parlato, non c’era altro da dire, e di sicuro il
re di Francia in quanto sovrano laico non aveva alcuna autorità
per stabilire se quello fosse davvero l’autentico lenzuolo funebre
di Gesù, e se fosse giusto mostrarlo ai fedeli oppure no. Eviden­
temente il re si intromise nella questione perché non riguardava
tanto la sfera religiosa quanto piuttosto problemi di natura eco­
nomica, legale o di salvaguardia dell’ordine pubblico.
In ogni caso le ostensioni non si fermarono e la fama dell’og­
getto andò crescendo. Nel 1418 la regione di Lirey si trovava in
grave rischio per la guerra e i canonici ritennero più prudente
La sindone e il ritratto di Cristo 67

affidare la sindone alla protezione del nobile Humbert de Vil-


lersexel conte di La Roche, che aveva sposato Marguerite de
Charny nipote di Geoffroy I; quando poi nel 1443 la situazione
tornò più tranquilla, i canonici si presentarono a Marguerite,
ormai vedova, con la ricevuta che suo marito aveva dato loro
quasi vent’anni prima e chiesero di riavere la sindone. La no-
bildonna però si rifiutò di consegnarla e dovette affrontare vari
processi intentati dai canonici, che secondo lei non avevano la
forza politica o militare necessaria per proteggere la reliquia
come si doveva; riuscì ad ottenere diverse proroghe, viaggiò in
vari luoghi della Francia e anche in Belgio organizzando molte
ostensioni del telo che intanto diventava sempre più venera­
to. Il 22 marzo 1453 Marguerite de Charny vide finire le sue
preoccupazioni economiche: il duca Luigi di Savoia le accordò
una rendita vitalizia sul castello di Miribel presso Lione, che le
permise di vivere dignitosamente ma senza sfarzo fino al 1459,
anno della sua morte. Il dono era giustificato da certi «preziosi
servigi» non meglio specificati che l’anziana dama aveva reso ai
Savoia: non sussistono dubbi riguardo ciò che Marguerite aveva
dato alla potente famiglia per avere quella rendita, visto che poco
dopo i canonici di Lirey intenteranno un altro processo proprio
a Luigi di Savoia per ottenere la resa della sindone80.
Marguerite era arrivata in tarda età senza avere eredi, si
vedeva vicina alla morte e priva di una persona fidata cui la­
sciare il prezioso oggetto. Luigi di Savoia era un uomo molto
devoto: discendeva da Luigi IX di Francia, il re santo, e suo
padre Amedeo V ili in età avanzata aveva preso gli ordini sacri
diventando poi papa con il nome di Felice V. I Savoia godevano
di una reputazione esemplare ed erano anche abbastanza potenti
per assicurare al telo la protezione adeguata. Data la sanzione
contro il traffico delle reliquie, era stato usato l’espediente della
donazione per camuffare il passaggio di proprietà; come misura
di cautela i Savoia custodirono la sindone nella cappella del loro
palazzo di Chambéry in forma privata fino all’anno 1506, però
la sua fama si diffuse ovunque riscuotendo anche l’entusiasmo
dei papi: nel 1473 il teologo francescano Francesco della Rovere
scrisse nel suo trattato intitolato Del corpo e del sangue di Cristo
che si trattava proprio del sudario autentico dove restava ancora
un po’ del Preziosissimo Sangue; più tardi, divenuto papa col
nome di Sisto IV (1478-1484), conferì alla cappella di Chambéry il
titolo quanto mai esplicito di cappella della Santa Sindone. Giulio
68 Capitolo primo

II emise diversi provvedimenti in favore del suo culto, fra cui


la fondazione di un sodalizio di ben 500 membri intitolato alla
sindone, e nel 1507 ne fissò la festa al 4 maggio istituendo un
ufficio liturgico ed una messa speciale appositamente dedicati.
Le indulgenze concesse ai pellegrini ovviamente furono numerose
e costanti81.
N ell’ottobre 1578 accadde un evento memorabile, senza
precedenti, il quale merita di essere ricordato in dettaglio perché
documenta molto bene il clima di entusiasmo popolare e di grande
devozione che accompagnò il telo dagli inizi del Cinquecento.
Alcuni anni prima una tremenda epidemia di peste aveva devastato
la città di Milano, di cui era arcivescovo san Carlo Borromeo, ni­
pote del defunto pontefice Pio IV; sembra che durante la sciagura
Carlo avesse fatto voto a Dio di recarsi in pellegrinaggio a piedi
presso la sindone a Chambéry. Alla fine dell’estate 1578 il duca
Emanuele Filiberto di Savoia pensò di spostare la sindone nella
città di Torino perché la regione intorno Chambéry era divenuta
pericolosa a causa di molti tumulti scoppiati fra la popolazione
cattolica e quella ugonotta nelle zone vicine della Francia e del
Delfinato; fece sapere a san Carlo che avrebbe tanto desiderato
godere della sua venerabile compagnia, e quello prese la palla al
balzo per organizzare il pellegrinaggio che gli avrebbe permesso
di sciogliere il suo voto.
Carlo Borromeo preparò il viaggio con minuzia esemplare,
curando tutti i dettagli con un vero e proprio «copione», o se si
preferisce una «tabella di marcia» che assegnava precise liturgie
ed orazioni ad ogni singolo spostamento: tutto doveva svolgersi
in un clima di penitenza e meditazione, come si addice a un
pellegrinaggio, eppure con animo lieto. La mattina del 6 ottobre
il Cardinal Borromeo, spogliatosi delle vesti abituali e indossato
il rocchetto da pellegrino, partì da Milano insieme a 12 preti del
suo seguito e viaggiò ininterrottamente per dieci miglia fino a
Sedriano sempre recitando il rosario e meditando i misteri. Qui
fecero una sosta nella casa del curato per riposarsi un poco e
recitare le ore con le dovute litanie, poi ripartirono subito per
Trecà che distava altre 15 miglia. Videro venirgli incontro un
corteo di nobili del luogo che li accoglievano con torce, e un gran
concorso di gente del popolo che chiedeva la benedizione del
cardinale: c’erano anche molte donne con i figli piccoli, e altre
che portavano neonati attaccati al seno perché in quel momento
li stavano allattando ma erano uscite di casa e accorse lo stesso
La sindone e il ritratto di Cristo 69

perché non volevano restar prive della benedizione. Tutte le case


fino alle più umili erano state illuminate con candele o lumi, come
fosse una gran festa. Il gruppo si fermò nel convento dei padri
Zoccolanti, e qui Carlo decise di non cenare accontentandosi di
una sola mela e un bicchier d’acqua.
L’indomani mattina dopo aver detto messa il cardinale si rimise
in cammino alla volta di Novara, che distava 5 miglia. Pioveva
a dirotto, e arrivati che furono a Novara presero un’altra messa
senza nemmeno cambiarsi i vestiti. Poi ripartirono diretti a Ver­
celli, sempre sotto l’acqua scrosciante, e raggiunsero la cattedrale
della città a notte inoltrata: la gente accorsa era talmente tanta
che i preti del seguito di san Carlo non riuscirono ad entrare in
chiesa. Mercoledì mattina per prima cosa si recitarono le preghiere
stabilite che la sera prima non si erano potute recitare perché
era tardi e la gente era sfinita; poi la comitiva ripartì e raggiunse
prima Crova, quindi la sera tardi Cigliano. Quando arrivarono
erano stremati, e san Carlo rinunciò a mangiare pur di poter
andare a dormire, pensando forse che non ce l’avrebbe fatta ad
arrivare al giorno seguente. L’indomani si fecero prima 13 miglia
fino alla periferia di Torino dove incontrarono l’arcivescovo che
era venuto per accogliere il cardinale; poi ancora lo spazio di 8
miglia, quello che li separava dalla città.
A un quarto di miglio dalla mèta arrivò il duca di Savoia
con altre autorità che fecero a Carlo solenni manifestazioni di
reverenza, mentre la comitiva disfatta e infangata entrava glo­
riosamente nella città in mezzo a un coro festoso di artiglieria.
Il Borromeo andò immediatamente a pregare nella cappella del
palazzo ducale dove stava la sindone; poi, finalmente si fece
condurre al suo alloggio. Il gesuita Francesco Adorno lo accom­
pagnò nel pellegrinaggio e scrisse che il santo aveva le vesciche
ai piedi, con le quali aveva camminato per tante ore nonostante
l’immaginabile dolore. Inoltre un barbiere maldestro gli aveva
tagliato via molta pelle dal calcagno nel tentativo di eliminare le
vesciche, con l’unico risultato di peggiorare molto il problema.
San Carlo ruppe gli indugi osservati a suo tempo dal Concilio
II di Nicea e stabilì che la sindone dovesse essere adorata con
sentimento di latria, lo stesso che si tributava ai sacramenti: del
resto per lui quello era il vero lenzuolo funebre di Gesù, che
conteneva il suo autentico sangue ovvero l’Eucarestia. Il cardinale
e alcuni privilegiati venerarono il telo baciandone le ferite sui
piedi e sul costato; curiosamente la liturgia del bacio sulle ferite
70 Capitolo primo

dei piedi era seguita anche dai Templari, e il gesuita Adorno


che fece il resoconto del memorabile pellegrinaggio di san Car­
lo disse di aver provato dinanzi alla reliquia le stesse emozioni
che molti Templari descrissero nelle testimonianze del processo:
un senso di stupore assoluto che lasciava attoniti e incapaci di
parlare. Racconta che la reliquia aveva un realismo al di là di
ogni immaginazione:
Io n’havevo già visto un ritratto dell’istessa grandezza, mandato
signor D uca di Savoia al signor marchese d ’Ayamonte, governator di questo
stato per il Re Catholico, ma vi è tanta differenza, quanto dal ritratto d ’un
huomo all’istesso huomo vivo che spira...82

D a quel momento in poi la sindone rimase a Torino, ospite


della cattedrale dove per contenerla fu costruita una splendida
cappella su progetto dell’architetto Guarino Guarini. Nel 1997
un tragico incendio ha distrutto la cappella e la sindone è stata
salvata grazie al coraggio di alcuni vigili del fuoco. Intanto dal
1983 il telo era diventato proprietà dei pontefici romani, donato
da Umberto II di Savoia a papa Giovanni Paolo II83.

12. Un secolo di sindonologia

Nel 1839 il pittore francese Louis-Jacques Mandé Daguerre


(1787-1851) presentava alla prestigiosa Académie des Sciences un
procedimento che aveva messo a punto, grazie al quale si riusciva
a riprodurre l’immagine esatta di un oggetto su una lastra d ’ar­
gento opportunamente trattata con iodio ed altri elementi: alla
base di tutto stavano le naturali proprietà dell’argento, capace
in un certo senso di «catturare» le radiazioni luminose riflesse
dall’oggetto che si desiderava riprodurre. Il risultato era un’im­
magine ottenuta grazie alla luce, per la quale fu coniato il termine
di fotografia (dal greco graphè, «scrittura», e fotòs, «d i luce»). Il
governo francese aveva ritenuto che quell’invenzione avesse una
utilità sociale e culturale talmente alta da proporre a Daguerre
una pensione vitalizia a patto che rinunciasse a brevettarlo e in­
vece lo rendesse di dominio pubblico. Fu un’intuizione geniale,
che avrebbe rivoluzionato tanti aspetti della civiltà nei decenni
a venire: le fotografie possedevano un realismo impressionante,
ma la loro vera differenza rispetto ai dipinti (anche quelli più
accurati) stava nel fatto di essere completamente obiettive, ovvero
La sindone e il ritratto di Cristo 71

se eseguite correttamente riproducevano tutti i dettagli esistenti,


anche quelli più minuti che magari un pittore trascurava perché
non li aveva notati. Le fotografie dunque possedevano il valore
di un documento, un atto che poteva far fede ad esempio per
gli usi legali.
Da quel momento la fotografia progredì moltissimo diffonden­
dosi sia come mestiere vero e proprio, sia come un hobby impe­
gnativo ma di gran soddisfazione fra le persone dei ceti medio-alti
che potevano permettersi il costo dell’attrezzatura necessaria. A
questa categoria apparteneva anche l’avvocato torinese Secondo
Pia, il quale propose al barone Antonio Manno di provare la
nuova tecnologia sulla sindone di Torino. Il barone Manno era
Presidente del comitato che doveva allestire l’esposizione del telo
programmata per la primavera del 1898: l’idea di poter ottene­
re un documento fotografico della sindone lo appassionò, così
convinse il re Umberto I di Savoia ad autorizzare l’esperimento.
Il 25 maggio 1898, giorno di apertura dell’esposizione, Secondo
Pia effettua una prima ripresa che verrà poi ripetuta tre giorni
dopo; in tutto ha impressionato due lastre di formato 2 1 x 2 7 cm e
quattro di 50 x 60 cm. Il risultato è incredibile: al momento dello
sviluppo le lastre mostrano che la sindone ha qualità uniche al
mondo, cioè contiene in positivo la figura anteriore e posteriore
di un uomo. Sul telo stanno impresse due immagini negative
che diventano positive nel negativo fotografico, per tornare poi
negative quando esso venga stampato. La quantità di dettagli
anatomici minuti che si riesce a vedere è spaventosa84.
La notizia fa il giro del mondo e cambia per sempre il modo
in cui il mondo guarda quel telo. Se prima la sindone era consi­
derata un oggetto eccezionale solo sul piano religioso e di essa si
era occupato di tanto in tanto qualche storico erudito, da quel
momento in poi entra in campo la scienza, che se ne impossessa
con entusiasmo e spesso anche con prepotenza85. La sindone di
Torino diventa il terreno sul quale si confrontano centinaia di
specialisti che svolgono ricerche scientifiche in modo professio­
nale, oltre a molti esperti di discipline umanistiche fra le più
varie: chimica, fisica, botanica, merceologia, biologia, medicina
legale, informatica, genetica, storia, archeologia, e di recente
(come si dirà poi) anche epigrafia, paleografia e diplomatica,
tre materie che si applicano per esaminare i documenti antichi.
Non mancano certo i dilettanti che si cimentano in curiose
stramberie attirati dalla popolarità del telo, ma la gran parte
72 Capitolo primo

degli studi sono condotti da docenti universitari ed esperti che


lavorano ogni giorno nei migliori centri specializzati di ricerca.
In questo libro sono state considerate soltanto le pubblicazioni
oneste realizzate seguendo il metodo scientifico, un’ottima regola
che a suo tempo mi insegnarono i docenti del corso di dottorato
presso l’università «C a’ Foscari» di Venezia: gli scritti di autori
che s’improvvisano storici dalla sera alla mattina e sbagliano a
tradurre il latino, non riconoscono i personaggi storici, confon­
dono luoghi molto diversi l’uno con l’altro e compiono anche
gravissimi anacronismi servono solo a perdere tempo. Ma anche
le pubblicazioni serie erano troppe, e siccome era impossibile
citarle tutte ho scelto a parità di valore culturale quelle scritte
in modo accessibile anche ai non esperti. E una cosa va ancora
precisata: in genere si usa citare sui vari argomenti anche le
opinioni di altri storici i quali la pensano in maniera diversa; ma
nel caso della sindone esiste una bibliografia tale che per ogni
singolo argomento bisognerebbe descrivere almeno cinquanta o
sessanta testi, il che è ovviamente impossibile. Dunque il letto­
re avrà in questo libro una vasta selezione di titoli, quelli che
secondo la mia esperienza di ricerca e il mio personale giudizio
di storico meritano di essere considerati i più affidabili; per gli
altri rimando ad alcuni testi descritti nell’elenco finale della
bibliografia, nei quali il lettore troverà un ampio panorama di
tutte le opinioni diverse.
Il fatto che le ricerche sul telo ormai da cent’anni sono
svolte seguendo il metodo scientifico ha costruito un settore di
conoscenze dedicato appositamente ad esso, la sindonologia,
e sono nati anche prestigiosi istituti di ricerca per lo studio
di questo reperto, i quali annoverano scienziati e storici di
mestiere e organizzano periodicamente convegni internazionali
per mettere a punto lo stato delle ricerche: fra i più famosi il
Centro Italiano di Sindonologia di Torino, il Centre International
d ’Etudes sur le Linceul de Turin di Parigi, la British Society
for Turin Shroud e lo Shroud of Turin Research Project. Sono
studi molto impegnativi perché chi li pratica si trova obbligato a
maneggiare per forza di cose anche discipline lontanissime dalla
sua formazione: lo storico e l’archeologo devono farsi almeno
una cultura di base su questioni di chimica e di fisica, mentre
gli scienziati sono costretti ad addentrarsi in problemi specifici
che riguardano la civiltà del mondo antico e del medioevo. Per­
sonalmente non sono un sindonologo, come qualcuno a torto mi
La sindone e il ritratto di Cristo 73

definisce, perché il tempo che ho dedicato a questa vastissima


materia è decisamente troppo poco rispetto a quello necessario
per meritare un simile titolo. La sindone rientra fra gli oggetti
dei miei studi perché in alcuni degli argomenti che ho esaminato
la sua presenza compare con un ruolo fondamentale, e ciò che è
emerso durante la ricerca - da considerare, lo ricordo, un’ipotesi
supportata da tanti elementi - meritava a mio giudizio di essere
descritto.
Tecnicamente la sindone è un reperto archeologico del quale
possediamo una storia documentata con sicurezza solo dal 1353,
anno in cui riemerge sulla superficie della storia nella colleggiata di
Lirey dove la collocano i suoi proprietari della famiglia de Charny.
In realtà moltissime testimonianze più antiche mostrano che un
oggetto identico si trovava nel X II secolo a Costantinopoli, nella
collezione di reliquie degli imperatori bizantini: la descrizione
del Custode imperiale Nicola Mesarites è molto precisa, ma lo
sono molto di più le miniature contenute nel manoscritto Pray
che risale al 1192-1195. Qui il pittore ha voluto lasciare un vero
e proprio identikit del telo torinese il quale ne descrive i «segni
particolari», dettagli unici nella storia dell’arte: la trama spigata
del lino, i quattro buchi disposti a squadra derivanti da piccole
bruciature, la completa nudità del corpo, la sua vistosa rigidità
cadaverica, il fatto che sulle mani non si vede il pollice perché
è ripiegato verso l’interno del palmo.
In base a tanti indizi sembra che quest’oggetto degli impe­
ratori bizantini avesse subito una specie di riuso, cioè era stato
un tempo presentato come qualcosa di abbastanza diverso pur
essendo considerato sempre un ritratto autentico di Gesù: per
motivi ideologici ma anche politici, il telo veniva conservato pie­
gato in otto e chiuso dentro una teca che mostrava solo il volto
celando in tal modo i segni più vistosi della Passione. Il sistema
di piegatura così ottenuto faceva assumere al telo la forma e le
dimensioni di un asciugamano, e su questo asciugamano (man-
dylion) contenente l’impronta di Cristo prodottasi per miracolo
esisteva una tradizione antichissima che risaliva all’incirca all’anno
400 d.C., quando cominciò a circolare lo scritto della Dottrina
di Addai. L’esame del telo come oggetto materiale in tutti i suoi
aspetti (filatura del lino, tessitura, e così via) lo accosta ad altri
tessuti simili prodotti nel Medio Oriente e molto antichi, che
risalgono alla stessa epoca della Dottrina di Addai o anche prima,
nei primi tempi dell’impero romano86.
74 Capitolo primo

Nel capitolo seguente darò una descrizione essenziale dei


risultati ottenuti in un secolo di ricerche scientifiche riservando
particolare attenzione alle discipline storico-archeologiche: infatti
sono attinenti alla mia formazione, inoltre è proprio in questo
settore della conoscenza che recentemente sono state fatte delle
scoperte di grande interesse; i lettori che desiderano approfondire
gli altri temi troveranno indicati in bibliografia i lavori di molti
specialisti. Nella sostanza si può affermare che la sindone di Tori­
no pare un telo estremamente antico, il quale contiene segni che
mostrano un’affinità impressionante con la vicenda della morte
in croce di G esù Nazareno come descritta nei vangeli. Lasciando
fuori tutte le questioni religiose che la scienza non ha gli strumenti
per affrontare, si può ritenere tuttora valida l’opinione cauta ed
equilibrata espressa nel 1953 dallo storico Alberto Vaccari sulla
voce sindone dell’Enciclopedia Cattolica:

l’unica sindone che ha la probabilità seria di essere autentica è quella


attualmente conservata nella cattedrale di Torino e che proviene da Lirey
e Chambéry87.
Capitolo secondo

La parola alla scienza e alle scienze dell’antichità

Tecnicamente, l’identificazione medico-legale delle cause


della morte di G esù procede per livelli successivi: 1. accer­
tamento della situazione clinica di base; 2. identificazione
delle lesioni subite; 3. valutazione delle cause e dell’anda­
mento della sequenza letifera. [...] L a conclusione è che
la morte di G esù, secondo anche quanto si sa sull’agonia
dei crocifissi, è davvero conseguita a una pluralità di
fattori. Alla fatica, al dolore, allo shock e, sottolineo, alla
disidratazione si sovrappongono l’asfissia m eccanica da
crocifissione e, alla fine, un’ischemia cardiaca terminale,
del tutto attendibile in un soggetto lungamente provato,
disidratato e, quindi, in una situazione di inspissatio san-
guinis, di sangue iperdenso, iperviscoso e povero o privo di
ossigeno. Proprio un episodio ischemico di questo genere
provoca facilmente un intensissimo dolore, un grido e una
morte quali quelli descritti.
Pier Luigi Baim a Bollone,
G li ultimi giorni di Gesù, pp. 101-107

1. «Sadin shel buz»

Prima del restauro svolto nel 2002, la sindone era un manufat­


to di lino composto da pezzi di stoffa provenienti da tessuti molto
diversi quanto a epoca, stile, tecnica di produzione; per usare
un’immagine efficace, si poteva paragonarla a un lavoro in stile
patchwork. Nel suo complesso è lunga 4,36 e larga 1,11 metri, ma
in realtà questi dati corrispondono a una misura media che può
variare di diversi centimetri se il telo viene teso: infatti il lino è
molto cedevole per via della sua estrema vecchiezza, lo solcano i
segni ormai indelebili di alcune piegature che documentano come
fu riposto in certe fasi della sua storia, e nel tempo si è tanto assot­
tigliato da diventare quasi logoro per le innumerevoli manipola­
zioni e anche disavventure che ha subito (fig. 5). Si è supposto che
chi tagliò la stoffa lo fece in base ad una precisa unità di misura
comunemente usata, sicché il telo aveva una lunghezza uguale
a un multiplo di questa unità: l’unica conosciuta che dà quale
risultato misure intere è il cubito siriano usato in Medio Oriente
nell’antichità, in base al quale il telo misura 8 x 2 cubiti1.
76 Capitolo secondo

Durante le frequenti ostensioni ai fedeli il lenzuolo veniva


aperto e appeso a dei supporti: in questa posa pendeva e restava
in tensione per molti giorni, toccato da infinite mani, strofinato
con oggetti diversi che divenivano reliquie al suo contatto, a volte
persino baciato. Onde evitare che il lino finisse per strapparsi
sotto l’azione di tutti questi stress meccanici, nel 1534 la tela
originaria fu cucita su un’altra tela di lino d ’Olanda per dare
spessore al tutto, poi fu aggiunta sul margine una bordura di seta
turchese che permetteva di maneggiarlo toccando molto meno
la stoffa antica. In varie epoche ancora da precisare sono stati
eseguiti molti rappezzi con frammenti di altro lino nei punti in
cui la tela era interrotta da buchi più o meno grandi; laddove il
tessuto rischiava di lacerarsi furono fatti rammendi di tipo artisti­
co come quelli che si usavano un tempo sul prezioso pizzo, cioè
cuciti con filo di materiale identico da mani talmente esperte che
le gugliate più recenti si insinuano nel gioco dell’ordito e della
trama originali fino a diventare quasi invisibili.
Il tessuto antico è fatto in fibra di lino filata seguendo una
tecnica abbastanza complessa che richiedeva di usare contem­
poraneamente due rocchi invece di uno, come invece era più
comune; il risultato è che le fibre mostrano una torsione in senso
contrario a quello che avrebbero invece preso naturalmente sec­
candosi, detta «torsione a Z». La tessitura è stata eseguita su un
telaio artigianale a 4 pedali, con una tecnica detta a chevrom o
anche «spina di pesce» e un punto chiamato «3-1» perché il filo
passa tre volte sotto la trama ed una sola volta sopra. Ciascun
centimetro quadrato della sindone conta 40 fili e pesa mediamente
23 grammi. Sui lati brevi manca la cimosa, ovvero quella striscia
di tessuto che si pone all'inizio e alla fine di ogni panno con un
punto speciale fatto apposta per impedire che la stoffa possa
sfilacciarsi quando viene manipolata: questo dimostra che il telo
è stato tagliato da un rotolo di stoffa senza dubbio più lungo.
La torsione a Z, lo stile di tessitura a spina di pesce e il punto
3-1 appartengono a tecniche di fabbricazione molto antiche e si
trovano in vari manufatti di epoca romana, preromana e medie­
vale. Secondo un articolo pubblicato da John Tyrer sulla rivista
«Texile Orizons» la torsione a Z e lo schema 3-1 che implica l’uso
di telai a quattro pedali indicano uno stile di tessitura che cercava
in qualche modo di imitare tessuti preziosi, ad esempio quelli di
seta che erano prodotti in Cina già prima del 120 a.C. e tran­
sitavano per la Siria-Palestina diretti alla ricca clientela romana
La parola alla scienza e alle scienze dell’antichità 77

d ’Europa2. Questi reperti provengono quasi tutti dall’Egitto e dal


Medio Oriente, e il telaio a 4 pedali necessario per produrre un
telo di questo tipo compare negli affreschi delle antiche tombe
egizie; ma queste caratteristiche sono presenti su tessuti diversi
e non si trovano tutte insieme in un unico reperto. Un oggetto
molto simile è il lenzuolo trovato nella tomba dell’architetto egizio
Ka vissuto durante la X V III dinastia (1450-1379 a.C.), che l’ar­
cheologo Schiaparelli riportò alla luce a Deir el Medina agli inizi
del Novecento: le misure sono quasi identiche (m 4,15 x 1,20),
però la tessitura ha un disegno semplice dove la trama e l’ordito
sono uniti in maniera ortogonale, non con il complesso sistema a
spina di pesce. Quest’ultimo stile si ritrova invece in altri tessuti
mediorientali più tardi, di epoca ellenistica e romana (III sec.
a.C.-II sec. d.C.), prodotti di gran pregio realizzati soprattutto a
scopo decorativo (bordi ornamentali e stoffe di cuscini): tutto ciò
si accorda bene con il disegno a spina di pesce, che ha un aspetto
«operato» perché la sua struttura riflette la luce in maniera diversa
secondo il punto in cui lo si guarda. Un tessuto di lino ha in sé
una certa lucentezza, e nel caso di questa particolare lavorazione
il sovrapporsi dei fili crea come un disegno fatto di tante V a
rilievo che si alternano ad altrettante V in depressione; in sintesi,
il tessuto ha un effetto lucido-opaco che ricorda quello di certi
antichi broccati a disegni geometrici molto semplici3 (fig. 6).
La tessitura a spina di pesce compare in alcuni tessuti risa­
lenti al II-I millennio a.C., però essi sono fatti in fibre di lana:
la lana era in assoluto il materiale più usato per le stoffe tanto
nei climi freddi quanto in quelli caldi grazie alla sua capacità di
mantenere inalterata la temperatura del corpo, quindi serviva non
solo per le vesti ma anche per tanti altri oggetti d ’uso quotidiano
come coperte, tappeti, tende e arazzi. Si trovava a buon mercato
e la sua lavorazione era un compito che le donne della famiglia
svolgevano completamente in casa, dalla raccolta del vello dopo
la tosatura fino alla cucitura dei panni finiti. Nella Grecia ar­
caica le dimore avevano un intero settore chiamato «gineceo»
che era riservato alle sole donne, dove erano alloggiati i grandi
telai necessari per tessere le stoffe; l’uso continuò a Roma e poi
via via nel medioevo fino quasi ai nostri giorni: l’episodio di
Penelope che fa e disfa senza posa la sua interminabile tela di
lana è un’immagine molto adatta per visualizzare concretamente
quest’uso del mondo antico. Anche fra le popolazioni della Siria-
Palestina questa abitudine era molto diffusa: un testo dell’Antico
78 Capitolo secondo

Testamento loda la donna saggia perché si occupa della lana e del


lino, non ozia e invece fa in modo che le sue mani non smettano
mai di lavorare4. La sindone ha la curiosa particolarità di non
contenere nessuna traccia di fibre di lana, un fatto piuttosto
strano considerando che era il filato in assoluto più diffuso e
che di norma i telai servivano per tessere tutte le stoffe; tra le
sue fibre ci sono invece tracce di cotone provenienti dall’arbusto
Gossypium herbaceum, l’unica specie coltivata in Medio Oriente
durante l’antichità, prima che la scoperta di Cristoforo Colombo
importasse dalle Americhe tutte le altre varietà oggi note. Le
fibre di cotone provengono da altri tessuti che furono lavorati
su quello stesso telaio prima di tessere la sindone, fibre rimaste
attaccate allo strumento che poi durante il lavoro sono finite per
entrare nel gioco trama-ordito del nuovo tessuto di lino. La totale
assenza di lana fa pensare che quel telaio, per qualche speciale
ragione, non aveva mai lavorato tessuti di lana; nella Bibbia (Dt
22, 11) c’è una norma che vieta di filare insieme il lino e la lana
perché la mescolanza di queste due materie produrrebbe im pu­
rità rituale, dunque si è ragionevolmente concluso che il telaio
apparteneva a persone di religione ebraica che non violarono il
divieto e fabbricarono un telo puro secondo la loro cultura5.
Nel 2005 il chimico Raymond N. Rogers del Laboratorio
di Los Alamos (University of California) ha pubblicato sulla
rivista scientifica «Thermochimica acta» un suo studio svolto
su alcuni campioni di fibre di lino prelevate con adesivi da di­
verse zone della sindone durante una serie di indagini ufficiali
ed autorizzate compiute nel 1978. Sottoposte al test per rilevare
la presenza della vanillina, un componente della lignina, le fibre
della sindone risultano non possederla più, cosa che si riscontra
per i tessuti estremamente antichi; invece i campioni prelevati
dalla tela d ’Olanda che è stata applicata nel X V I secolo rivelano
di possedere ancora la vanillina. Il lino della sindone insomma si
comporta all’esame proprio come quello di tessuti ritrovati nel
sito di Qumran, anch’essi analizzati da Rogers6.
L’insieme degli studi condotti sulla sindone come tessuto e so­
prattutto il confronto con la fattura degli altri tessuti antichi giunti
sino a noi ha posto gli esperti dinanzi ad un quesito importante:
il telo di Torino proveniva da un rotolo di stoffa molto pregiata,
particolare, tessuta in modo da creare un effetto operato. Come
mai una stoffa del genere, adatta alla biacheria di una regina, finì
per avvolgere il corpo di un condannato a morte?
La parola alla scienza e alle scienze dell'antichità 79

Forse un nuovo, interessante contributo alla ricerca è venuto


appena quattro anni fa dalla studiosa Maria-Luisa Rigato. D o­
cente di Esegesi del Nuovo Testamento presso l’università G re­
goriana, la Rigato ha pubblicato nel 2005 un lavoro imponente
sul titulus crucis, ovvero la tavoletta di legno custodita presso
l’abbazia romana di Santa Croce in Gerusalemme che la tradi­
zione indica quale reliquia originale della crocifissione di Gesù,
il cartello fatto mettere sulla croce da Ponzio Pilato. Interessata
a sviluppare con cura eccellente anche i dettagli minori com’è
buona abitudine dei ricercatori tedeschi, la studiosa ha svolto
alcune indagini anche sulla sindone di Torino che nella sua
pubblicazione figurano solo come elementi di contorno, ma che
pure sembrano avere un valore notevole. Il punto da cui parte
la riflessione della Rigato è molto interessante: nella tradizione
cristiana il concetto di «sindone» è rimasto legato all’immagine
di un telo di stoffa usato per avvolgere i morti proprio grazie
ai vangeli, i testi-base della nuova religione che ebbero una
diffusione larghissima già nel II secolo. La civiltà tardoantica e
poi quella del medioevo si modellarono sul cristianesimo e sui
vangeli, quindi ogni volta che si usava la parola «sindone» veniva
spontaneo pensare all’episodio della sepoltura di Gesù: questo
però non corrispondeva a quanto era accaduto fino a pochi de­
cenni prima. Nel mondo greco-romano in cui vissero G esù di
Nazareth, il Sinedrio e gli autori dei quattro vangeli, sindòn era
una parola molto comune che aveva tanti significati, indicava
pezze di lino di vari tagli come lenzuola per i letti, vele per le
navi, vesti per le persone, e non aveva nulla a che fare con i morti
o le sepolture. A parte il caso speciale di Gesù, quella non era
affatto una parola che serviva a designare un telo funerario: solo
più tardi, con il grande sviluppo del cristianesimo e la diffusione
dei vangeli, la parola sindòn fu collegata automaticamente al
concetto di lenzuolo funebre.
Era in realtà una parola greca coniata sul suono di un termine
straniero (quello che tecnicamente si dice «calco linguistico»),
in questo caso l’egiziano sbendo che significava «tessuto»7. D al­
la stessa parola egiziana derivò anche un altro calco in lingua
ebraica, ovvero sadin, esso pure termine generico che si riferisce
ad una pezza di lino pregiato: nel Libro di Isaia (3, 23) è usato
per indicare una veste preziosa, in altri testi ebraici più tardi
indica invece un lenzuolo speciale di grosse dimensioni, ad uso
liturgico per il culto di Dio. La parola non aveva niente a che
80 Capìtolo secondo

vedere con i morti e le sepolture8. La tecnica speciale con cui fu


filato e poi tessuto il lino della sindone ha spinto la studiosa a
notare una singolare coincidenza: negli usi liturgici dell’ebraismo
antico c’era un tessuto di lino molto particolare che era di qualità
assai pregiata ma soprattutto serviva alle necessità del Tempio di
Gerusalemme e del sommo sacerdote. Era detto sadtn shel buz,
il telo puro con cui venivano confezionati i velari del santuario
e usato dal sommo sacerdote per avvolgersi dopo aver compiuto
per cinque volte il bagno rituale obbligatorio nel giorno in cui
si celebrava il rito dell’Espiazione (lo Yom Kippur), la festa più
sacra: allora si sarebbe presentato al cospetto di Dio per chiedere
che i peccati di tutto Israele fossero lavati via con il sangue delle
vittime perfette immolate in sacrificio9. Tecnicamente la parola
vuole dire «telo di bisso», cioè un tessuto di puro lino ritorto
in maniera speciale, diversa da quella comune. La seconda veste
liturgica usata dal sommo sacerdote durante il rito dello Yom
Kippur è anch’essa dello stesso materiale, pregiato lino tessuto
con una speciale tecnica di torcitura; mi vorrei permettere di ag­
giungere che anche altri paramenti sacri come l’efod e il pettorale,
anch’essi appannaggio esclusivo del sommo sacerdote, avevano
alla loro base un tessuto di lino fine (bisso) ritorto in maniera
diversa, artistica e non comune. La fibra del lino può essere
attorta solo in due modi: la torcitura ordinaria (tecnicamente
detta a i 1), la più usata, la quale segue la posizione che le fibre
tendono a prendere spontaneamente quando si seccano; l’altra,
nient’affatto comune (detta a Z), richiede invece di alterare la po­
sizione delle fibre ponendole in verso contrario rispetto a quello
preso spontaneamente durante l’essiccazione. Non ci sono dubbi
che quando le fonti ebraiche antiche parlano di «lino ritorto ad
arte» intendono indicare questo secondo tipo di torcitura, detta
appunto a Z, che è molto raro nei manufatti archeologici giunti
fino a noi ed era raro anche nel mondo antico10. Secondo la
Rigato la tecnica particolarissima e molto complessa con cui è
stata tessuta la sindone corrisponde a queste descrizioni di «lino
ritorto ad arte» o «sindone di bisso», ma esiste il problema che
tessuti di questo genere speciale erano usati nel giudaismo antico
solo per fabbricare il corredo dei sacerdoti oppure le tende sacre
del Velario del Tempio: erano oggetti di pregio riservati ad una
casta speciale d’Israele, quella degli uomini consacrati a Dio.
Sono tessuti che in un certo senso possono essere paragonati ai
paramenti liturgici usati dai sacerdoti cattolici durante la messa.
La parola alla scienza e alle scienze dell’antichità 81

Secondo la Rigato si tratterebbe insomma di una stoffa prodotta


appositamente per il culto e conservata nei magazzini del Tempio
di Gerusalemme; e se ne fece un uso del tutto improprio, quello
di avvolgerci un defunto, per motivi imprecisati. La Rigato fa
notare che l’operazione non è per niente comune, e parla di una
«sepoltura regale» organizzata per G esù Nazareno dai suoi di­
scepoli, fra cui c’erano persone di grandi possibilità economiche
che cercarono di tributargli i massimi onori possibili nei limiti
di quanto permetteva la Legge11.

2. Dentro una giara

Oltre alle fibre di cotone il telo più antico contiene pure una
gran quantità di altri materiali diversi, tracce di oggetti con cui
dev’essere entrato in contatto nel corso della sua lunga storia:
pollini di varie specie vegetali, spore e resti di corpi d ’insetti
rimasti impigliati nella trama durante l’esposizione all’aperto,
cera, tracce di aloe e mirra, particelle di materie coloranti, di
seta rossa e blu usata un tempo per avvolgerlo, d ’inchiostro, di
polveri. Le tracce di pigmenti trovate sono di ocra, rosso venezia­
no, vermiglione insieme a proteine un tempo usate come leganti
per stemperare e fissare le polveri dei colori; sono presenti sul
telo in una quantità minima, dovuta forse al fatto che in passato
le copie della sindone dipinte a colori venivano appoggiate sul­
l’originale per consacrarle attraverso il contatto. Nel 1973 uno
studio condotto dal criminologo Max Frei con le tecniche in uso
presso la squadra scientifica della Polizia svizzera identificò tracce
di pollini appartenuti a 58 specie vegetali diverse originarie del
Medio Oriente, di cui alcune diffuse a Cipro, nei dintorni del
Mar Morto e a Gerusalemme. Sono state trovate anche tracce
di almeno 28 specie di fiori deposti sul corpo, la maggior parte
dei quali cresce in Palestina e fiorisce in primavera. Il terriccio
contiene aragonite, un minerale abbastanza raro ma presente
nel terreno delle grotte di Gerusalemme; anche la presenza del
natron, usato in Palestina ed Egitto per la conservazione delle
salme, punta in direzione di un’origine mediorientale12.
Su uno dei lati lunghi è stata aggiunta con cucitura una stretta
fascia di tessuto che è più corta di 46 cm; secondo alcuni esperti
faceva parte del telo ma è stata rifilata in un’epoca sconosciuta e
poi ricucita di nuovo. I motivi non si conoscono: probabilmente
82 Capitolo secondo

fu tagliata dal telo, che era più largo di quanto occorreva, per
farne una lunga benda utile a legare il sudario intorno al cadavere
presso i piedi, le ginocchia e il collo in modo che restasse ben
aderente. Solo più tardi la benda fu recuperata e ricucita lungo
il margine dal quale era stata tagliata perché forse la si riteneva
come una parte del sudario e dunque si desiderava conservare
anch’essa. D a questa fascia sono stati prelevati dei frammenti
in età antica, probabilmente per farne pezzetti da donare come
reliquie a sovrani e altri personaggi di grande rilievo: in effetti
il re di Francia Luigi IX portò a Parigi nella Sainte-Chapelle,
fra le altre reliquie che aveva ottenuto da Costantinopoli, anche
un frammento di sindone, e un altro frammento di sindone era
contenuto nel bel reliquiario d ’oro realizzato a Costantinopoli
nel X IV secolo e poi inviato in Russia per l’arcivescovo Dionisio
di Suzdal13.
Un fatto interessante è che la tecnica con cui fu ricucita la
fascia sulla sindone, detta a falso orlo, richiede una grande espe­
rienza e in tutta la storia dei tessuti antichi ne conosciamo solo
due esempi: la sindone oggi a Torino e un frammento di lino
ritrovato a Masada, la fortezza dove si rifugiarono alcuni ribelli
ebrei durante la guerra giudaica e che fu distrutta dai romani
nell’anno 73. Interessante è anche il fatto che il filo usato per la
cucitura non è uguale a quello con cui la sindone è stata tessuta
(con la complessa torcitura a Z), ma di un tipo più semplice e
ordinario (torcitura del tipo 5); chi operò la ricucitura a falso
orlo forse non aveva più la possibilità di ottenere fili identici a
quelli del telo, sicuramente di qualità non comune, e dovette
accontentarsi di ciò che trovò14.
Nel margine in alto a sinistra è presente un’altra vistosa man­
canza: è la parte distrutta nel 1989 per eseguire l’esperimento
del radiocarbonio. Vicino a questo rettangolo di stoffa perduta si
notano appariscenti tracce di bruciature che formano una dop­
pia striscia e percorrono la sindone per tutta la sua lunghezza:
in realtà esse rivelano la forma di una piegatura con la quale il
telo era riposto nel X V I secolo, quando era custodito nella città
francese di Chambéry. Nel 1532 un incendio scoppiato nella
cappella del palazzo ducale arroventò il preziosissimo scrigno
d ’argento dove la sindone era riposta e alcune gocce di metallo
fuso bruciarono il tessuto; le suore clarisse di Chambéry in seguito
lo ripararono aggiungendo molte pezze di lino nei punti in cui la
stoffa ormai non c’era più; l’incidente lasciò anche quattro buchi
La parola alla scienza e alle scienze dell’antichità 83

a forma come di rombo posti verso la metà del telo, forse dovuti
a un oggetto rovente e appuntito, oltre a una quantità di mac­
chie sparse un p o ’ dovunque provocate dalle impurità presenti
nell’abbondante acqua con cui venne spento il lino incendiato.
Forse però qualcuno aveva bagnato accidentalmente la sindone
già molto tempo prima.
Nell’aprile 2008 Aldo Guerreschi e Michele Salcito hanno
pubblicato sulla rivista specialistica «Archeo» i risultati di una
loro ricerca svolta sulle gore, cioè gli aloni lasciati dall’acqua sulla
sindone: in passato si era sempre creduto che quegli aloni fossero
dovuti all’acqua usata a Chambéry per spegnere l’incendio, ma
l’analisi ha rivelato una verità diversa. Proprio la forma delle
bruciature di Chambéry permette di ricostruire il modo in cui la
sindone veniva riposta nel X V I secolo: era una piegatura eseguita
con gran cura e precisione, i lembi combacianti in modo perfetto,
ottenuta dopo aver disteso la sindone su un lungo tavolo. Le gore
d ’acqua invece documentano una piegatura completamente di­
versa, del tipo detto a soffietto, ma soprattutto imprecisa: i lembi
non combaciano l’uno sull’altro e la piegatura centrale non cade
nel mezzo del telo. Un simile modo di fare ricorda una massaia
che tira via dal filo un lenzuolo steso ad asciugare, poi lo piega
alla meglio in tutta fretta per correre in casa prima che scoppi
il temporale; dà proprio l’idea di una sistemazione momentanea,
arrangiata. Avvoltolato su se stesso a soffietto e poi chiuso, il telo
non era teso ma aveva la parte anteriore afflosciata su se stessa
sotto il proprio peso.
Dal modo in cui era sistemato si può ricavare anche la forma
del contenitore dov’era stato messo: un oggetto di forma cilin­
drica, non molto grande, stretto e lungo. Non era una cassetta
come il reliquiario d ’argento dove stava a Chambéry e nemmeno
somigliava alla bella teca bizantina decorata a losanghe come
vediamo dalle rappresentazioni del mandylion: piuttosto la m o­
dalità fa pensare ad un recipiente adibito ad altri scopi, dove la
sindone venne alloggiata forse in via provvisoria. I due autori
mettono a confronto la forma di questo ipotetico contenitore con
le giare di terracotta trovate a Qumran, quelle che ospitavano gli
oltre 800 manoscritti della biblioteca degli esseni: in effetti erano
contenitori molto versatili dove si metteva di tutto, dall’olio al
grano fino appunto ai libri (fig. 7). Sul fondo di quel recipiente
c’era del liquido, una quantità modesta ma comunque in grado
di bagnare la parte sottostante del telo. U n’ipotesi diversa ma
84 Capitolo secondo

ugualmente interessante è che il telo venisse infilato così ripiega­


to entro il pertugio in un muro, situazione che farebbe pensare
proprio alla necessità di tenerlo nascosto15.
L’ipotesi che la sindone fosse ospitata per un certo tempo
presso Qumran potrebbe aprire un percorso di ricerca nuovo,
molto interessante. Come si dirà più avanti, ci sono anche altri
indizi che puntano nella stessa direzione.

3. «Hanno forato le mie mani e i miei piedi»

La caratteristica più singolare della sindone è che su una faccia


del tessuto appaiono due impronte e due immagini, corrispon­
denti e praticamente fuse insieme: restituiscono la sagoma di un
uomo come se vi fosse stato avvolto dentro. E un soggetto adulto
ma giovane, contratto nel tipico rigor mortis che caratterizza la
muscolatura dei cadaveri nelle prime ore dopo il decesso, e porta
ovunque i segni di molti traumi e violenze. Q uest’uomo avvolto
nel telo, chiunque fosse, è stato letteralmente massacrato. Oltre
alle numerosissime ferite che costellano tutta la superficie del
corpo, sappiamo che fu colpito in faccia ripetutamente e con
molta violenza: gli venne spezzato il setto nasale che presenta
addirittura una frattura scomposta, oltre a rivoli di sangue usciti
dalle narici che hanno impregnato il lino. La parte destra del viso
è completamente tumefatta16.
L’impronta sulla sindone è fatta soprattutto da sangue, sudo­
re, una mistura di essenze aromatiche, le tracce di terriccio del
quale si è già detto e probabilmente anche frammenti di pelle
lacerata durante le torture: tutte queste sostanze hanno lasciato
traccia sul telo per contatto diretto, cioè quando il corpo è stato
avvolto con il lenzuolo. Il sangue è umano di gruppo AB, come
ha dimostrato un’équipe di esperti in medicina legale diretta da
Pier Luigi Baima Bollone, ordinario di medicina legale dell’uni­
versità di Torino; contiene una grande quantità di bilirubina come
accade nei soggetti che hanno subito morte violenta. L’impronta
ematica presso il volto sembra legata al singolare fenomeno
dell’ematoidrosi o «sudore di sangue»: è un processo raro che
si presenta quando un soggetto subisce un fortissimo stress emo­
tivo, in seguito al quale i vasi sanguigni della cute si dilatano e
si provoca una specie di emorragia nelle ghiandole sudoripare.
Presso il cranio si trova l’impronta di 13 ferite inferte da oggetti
La parola alla scienza e alle scienze dell’antichità 85

appuntiti tutti dello stesso tipo, disposti nella parte superiore


della testa a formare una specie di elmo o casco, i quali hanno
provocato diversi rivoli di sangue rappreso. Sono presenti anche
nella zona del volto, dove spicca una vistosa colatura nella quale
il sangue ha assunto una strana forma a « 3 » rovesciato: il fiotto
è abbondante perché deriva dalla rottura della vena frontale,
mentre la forma dipende dal fatto che si coagulò su una fronte
già contratta da rughe nella rigidità cadaverica, per uno stato di
atroce sofferenza. Diverse analisi hanno potuto riscontrare che
le emorragie entrate in contatto con il tessuto derivano in parte
da ferite inflitte quando l’uomo era vivo e in parte quando era
già morto; lo scivolamento di questi rivoli è avvenuto soprattut­
to quando il soggetto si trovava ancora in posizione verticale.
L’esame del flusso sanguigno e delle sue caratteristiche pare aver
dimostrato che l’uomo fu avvolto nel telo non più di due ore e
mezzo dopo la sua morte17.
Su quasi tutta la superficie del corpo si vedono sotto luce
ultravioletta una grande quantità di ferite lacero-contuse, inferte
al soggetto quando era nudo, ad esclusione del volto e dell’area
intorno al cuore; queste ferite sono disposte con una certa
simmetria a gruppi di sei, come se provenissero da un oggetto
dotato di sei punte con il quale l’uomo fu percosso un gran nu­
mero di volte (forse 120). Nella zona delle scapole queste ferite
sono state ulteriormente ingrandite e abrase come se un grosso
oggetto di materiale rigido fosse stato sfregato con violenza sulla
schiena provocando lacerazioni della pelle presso le sporgenze
ossee. Tutte queste ferite ed escoriazioni disegnano altrettante
macchie di sangue, come pure la foratura del polso sinistro, po­
sto a coprire quello della mano destra che non si vede, e delle
piante dei piedi.
L a foratura presso i polsi e i piedi, la posizione contratta
del torace e dei muscoli delle cosce, le lacerazioni lasciate da un
grosso supporto rigido sulla schiena indicano che il condannato
fu giustiziato con la tecnica della crocifissione, un supplizio
praticato già dall’antichità da molti popoli come gli assiri, i celti,
i romani. Consisteva nell’appendere il condannato ad un palo
con tecniche diverse ed aspettarne la morte che sarebbe soprag­
giunta in tempi lunghi e dopo indicibili sofferenze: le lacerazioni
presso la schiena mostrano che il suppliziato dovette trasportare
per un certo tempo un oggetto che ha la forma del patibulum,
una grossa asse di legno che veniva ancorata al palo e serviva a
86 Capitolo secondo

fissare il corpo in una maniera che non avrebbe permesso alla


vittima di muoversi. Al tempo del re persiano Dario (522-485
a.C.) si eseguiva con la tecnica dell’impalatura ma più tardi di­
venne comune l’uso di inchiodare al legno le mani e i piedi del
suppliziato: un passo del Salmo 22 sembra fare già riferimento
a questa pratica dell’inchiodatura («hanno forato le mie mani e
i miei piedi»), mentre in epoca più tarda (III sec. a.C.-I d.C.)
era divenuto un fatto tristemente comune, come documentano
anche alcuni frammenti provenienti dagli scavi di Qumran: il
testo noto come Testamento di Levi (4QAhA), scritto tra la fine
del III secolo e gli inizi del II secolo a.C., dice espressamente
che la crocifissione avveniva con l’uso dei chiodi18.
Nel giugno del 1968 fu ritrovata presso l’area di G iv‘at ha-
Mivtar, nella zona a nord di Gerusalemme, una tomba familiare
di dimensioni notevoli che ospitava le ossa di quasi venti persone;
dentro un ossuario c’erano i resti di un uomo crocifisso a circa
trent’anni. Un chiodo stava ancora infisso nell’osso del calcagno
e non era stato possibile estrarlo al momento della deposizione
perché si era ripiegato in dentro19. Al tempo della dominazione
di Antioco IV Epifane (175-164 a.C.) la crocifissione divenne un
fatto tragicamente noto, che entrò brevemente in disuso sotto il
regno di Erode il Grande (39-4 a.C.) per poi essere ripristinato
subito dopo dal legato romano Publio Quintilio Varo. I romani
accolsero molto presto questo tipo di supplizio e lo riservarono
alle esecuzioni pubbliche solenni di persone che non godevano
della cittadinanza romana, nemici pubblici di grosso calibro che
si erano macchiati di colpe estremamente gravi o avevano messo
a repentaglio l’ordine pubblico: a suo tempo aveva fatto epoca
il caso della rivolta degli schiavi guidati da Spartaco, a seguito
della quale si era voluto dare una punizione esemplare e le croci
dove erano morti i ribelli avevano costellato molte miglia della
Via Appia. Secondo gli storici greci Polibio e Plutarco era un
supplizio riservato ai criminali che si macchiavano di reati con­
tro lo stato; secondo Cicerone e Tito Livio per l’uomo romano
rappresentava la condanna più crudele e vergognosa. Le enormi
sofferenze che subiva il crocifisso eccitavano lo stesso gusto maca­
bro che spingeva i romani verso i giochi dei gladiatori, e quando
in questi stessi spettacoli erano previste anche delle crocifissioni
gli annunci pubblicitari lo specificavano come se fosse un’attrat­
tiva speciale per invogliare la gente, proprio come succedeva
con le distribuzioni di frutta e di denaro. La crocifissione era
La parola alla scienza e alle scienze dell'antichità 87

scelta spesso quando ci si voleva sbarazzare di nemici politici


perché univa alle sofferenze atroci anche l’insulto di una morte
infamante, e la storia del popolo ebraico ricorda diversi episodi
di questo genere in cui si volle rendere spettacolare il supplizio
trasformandolo in un’orrenda esecuzione di massa: nell’anno 162
a.C. il sommo sacerdote Alcimo mandò a morte sulla croce in un
solo giorno sessanta ebrei devoti che gli si opponevano, mentre
il re Alessandro Ianneo nell’88 a.C. fece crocifiggere addirittura
800 farisei. Appena tredici anni dopo altre 80 persone subirono
la stessa condanna con l’accusa di stregoneria20.
Nella crocifissione ad inchiodatura degli arti il condanna­
to moriva generalmente per asfissia perché il peso del corpo
schiacciava in basso la gabbia toracica e gli consentiva solo
di inspirare, mentre per espirare doveva compiere movimenti
che gli avrebbero causato dolore insopportabile. La presenza
delle numerosissime ferite abbinate permette di precisare che
si trattò di una crocifissione praticata secondo l’uso dei romani,
cioè facendo precedere al supplizio vero e proprio una forma
di tortura aggiuntiva, la flagellazione: il condannato era colpito
con il flagrum, una frusta di legno cui erano legate strisce di
cuoio che portavano all’estremità dei bastoncini di piombo o
d ’osso terminanti in due punte. Scagliati con violenza, questi
punzoni erano letteralmente in grado di strappare la pelle. Non
sembrano invece collegabili all’uso romano altre due forme di
violenza che pure questo individuo dovette subire: la pratica che
gli procurò le molte ferite puntiformi sul cranio e presso la nuca,
oltre alla ferita da arma da punta e taglio inferta fra la quinta e
la sesta costola nella metà destra del torace. U n’altra anomalia
è che il suppliziato non ebbe le gambe spezzate, pratica usata
nell’ebraismo per affrettare la morte dei crocifissi e poterli così
seppellire prima della fine del giorno secondo quanto coman­
dava un precetto contenuto nel libro del Deuteronomio. Nella
civiltà greco-romana la frattura delle gambe (crurifragium) era
un supplizio a sé stante e non necessariamente collegato alla
crocifissione, anche perché i romani a volte usavano lasciare i
cadaveri sulla croce affinché gli uccelli rapaci facessero scempio
delle loro membra: ma Ottaviano Augusto, molto attento alle
questioni religiose, aveva caldamente raccomandato di rendere
i corpi ai parenti21. Nel mondo giudaico invece la pratica serviva
ad accelerare la morte del condannato proprio perché tutto il
supplizio fosse finito entro il tramonto, momento in cui si doveva
88 Capitolo secondo

tirare giù il corpo per non violare il precetto del Deuteronomio;


la mancanza del crurifragium è forse motivata proprio dalla
ferita al costato, fatta apposta per squarciare uno degli organi
vitali ed essere così certi che il suppliziato fosse morto quando
veniva rimosso dalla croce. Tutte queste deroghe alla procedura
ordinaria troverebbero una spiegazione piena nel racconto dei
vangeli: il processo contro Gesù Nazareno fu svolto in un contesto
politico-sociale particolarissimo, e per tale motivo anche la sua
sepoltura non seguì del tutto le usanze normali22.

4. Il «segno di Giona»

L’impronta di sangue più vistosa fra tutte sta sulla parte


destra del torace, presso il quinto spazio fra le costole. Dipende
da una grande ferita lunga 4,5 centimetri e larga un centimetro e
mezzo, con margini rettilinei e leggermente divaricati che è tipica
delle armi da punta e da taglio; il tipo di lesione è compatibile
con quanto sappiamo sugli usi militari di età romana: sembra
infatti che i soldati fossero abituati a colpire al cuore i nemici
puntando la lancia verso il lato destro del torace perché quello
sinistro era protetto dallo scudo23. Il grosso fiotto di sangue che
ne è uscito ed ha impregnato il tessuto è sceso lungo il fianco ed
ha finito per colare su tutta la larghezza della schiena creando
una striscia orizzontale; questa vistosa striatura rosso-bruna salta
particolarmente all’occhio quando si guarda l’impronta posteriore
della sindone: per la sua forma e per l’impressione che suscita, gli
specialisti l’hanno chiamata «cintura di sangue». La quantità così
abbondante del flusso sanguigno fa pensare che la ferita abbia
provocato la rottura del polmone o dell’orecchietta destra del
cuore; inoltre è stato notato che questo sangue risulta diviso nelle
sue due componenti, ovvero la parte sierosa e quella corpuscolata
(i globuli rossi): la divisione si compie solo dopo la morte, perciò
la ferita che ha provocato lo squarcio sul torace è stata inferta
quando l’uomo era già cadavere. Tutto ciò ha fatto supporre ai
medici legali che il crocifisso subì il fenomeno dell’emotorace,
cioè un accumulo di sangue nel cavo pleurico provocato da eventi
molto traumatici (la flagellazione violenta, oppure la caduta faccia
a terra sotto il peso del patibulum sulle spalle)24.
Lo storico moderno è abituato a guardare la sindone con
occhio scientifico, cioè alla luce delle innumerevoli analisi chimi­
La parola alla scienza e alle scienze dell’antichità 89

co-fisiche che sono state svolte su di essa in maniera praticamente


incessante sin dagli inizi del Novecento; ma è necessario fare come
un lungo passo indietro e provare a capire come la vedevano gli
uomini del passato. Dallo squarcio del costato, proprio lì dove
secondo il vangelo di Giovanni era stato inferto a G esù il colpo di
lancia, apparivano i segni di una grande emorragia. Il sangue era
colato lungo il fianco impregnando la tela per tutta la larghezza
del torace, da parte a parte. Rosso profondo sul bianco avorio
del lino, questo segno salta immediatamente all’occhio, vistoso,
impressionante. Su chi era abituato ad ascoltare spesso la Passione
di Cristo, come ad esempio succedeva ai Templari, la cintura di
sangue doveva avere una suggestione indicibile. Fu proprio que­
sta «cinta» rossa di sangue che suggerì ai Templari una speciale
associazione d’idee con la cordicella che portavano indosso ogni
giorno, e che avevano l’obbligo di non togliersi mai nemmeno la
notte. Un tempo le loro cinture erano state consacrate toccando
la pietra del Sepolcro, che aveva accolto il corpo di Gesù e visto
la sua resurrezione. Anche la sindone secondo la tradizione aveva
avvolto il corpo di Cristo e ne aveva «vissuto» il risorgere dalla
morte, ma con qualcosa in più: sulla stoffa restava ancora un
po’ del suo sangue. Per l’uomo del medioevo era qualcosa che
non aveva prezzo: come già accennato, oltre un secolo dopo il
teologo francescano Francesco della Rovere, futuro papa Sisto
IV (1471-1484), nel suo trattato intitolato De corpore et sanguine
Christi indicherà in modo esplicito la sindone di Torino come
reliquia che contiene il vero sangue del Signore25.
Ci sono realtà che l’uomo del passato era in grado di vedere
molto meglio di quanto facciamo noi oggi, disabituati a certe
immagini che non fanno più parte della nostra pratica di vita
ma allora invece erano abbastanza comuni. Il cadavere che fu
avvolto nella sindone è completamente irrigidito, con il collo
tutto rovesciato sul petto, le dita delle mani distese, i muscoli in
piena tensione. E nello stato del rigor mortis che sopraggiunge
solo dopo 1-3 ore dal decesso, arriva ad essere completo dopo
10-12 e poi sparisce dopo 36-48 ore, perché ormai è cominciato
il naturale fenomeno della decomposizione26.
Gli uomini del mondo antico e medievale erano perfettamente
consapevoli di tutto questo per esperienza diretta, un’esperienza
comune che avveniva nel vivere quotidiano. Le salme dei cari
estinti venivano esposte su un letto della casa, circondate dai
ceri accesi, e lì restavano per molte ore sotto gli sguardi dei
90 Capitolo secondo

congiunti che le onoravano in lunghe veglie di preghiera alle


quali prendeva parte anche la gente del vicinato. I corpi dei papi
e di altri personaggi importanti restavano esposti nelle chiese
durante vari giorni, per dare a tutti la possibilità di offrire loro
l’estremo saluto. C ’era poi la visione orribile e pietosa dei campi
di battaglia, dove i cadaveri dei morti insepolti restavano all’aria
per un tempo imprecisato, toccati dagli sciacalli che facevano
bottino e dai poveri in cerca di qualche piccola cosa prima che
un passante misericordioso provvedesse in qualche modo alla
loro sepoltura. L’uomo del medioevo capiva al primo sguardo
che quell’individuo era rimasto dentro la sindone solo per un
tempo preciso, non più di tre-quattro giorni: infatti l’impronta si
era provocata prima che si sciogliesse il rigor mortis, prima che
cominciasse la naturale dissoluzione delle carni. La mente volava
subito alle parole dei vangeli: «C osì sta scritto: il Cristo doveva
patire, e il terzo giorno resuscitare dai m orti»27.
Nel linguaggio delle Sacre Scritture questo era chiamato il
«segno di G iona», facendo riferimento all’episodio biblico di
Giona che era rimasto per tre giorni dentro il ventre della ba­
lena. Gesù aveva usato questo paragone per annunciare la sua
morte e la futura resurrezione, e nell’arte cristiana il racconto
simbolico di Giona che esce dalla bocca del mostro marino aveva
sempre incontrato una gran fortuna perché consentiva all’artista
di lasciar sbizzarrire la sua fantasia. Era anche un modo efficace
per illustrare il mistero della resurrezione alla gente semplice e
incolta28.
Gli uomini del medioevo sapevano perfettamente cos’era il
segno di Giona e il suo preciso valore l’immagine sulla sindone, il
realismo incredibile di quel corpo teso e straziato doveva suscitare
in loro emozioni che forse oggi non riusciamo ad immaginare.
Anche a Costantinopoli la visione del costato trafitto impresso
sulla sindone aveva senz’altro suscitato profonda commozione
e stupore, come testimoniano le parole di Gregorio il Referen­
dario che per primo si trovò davanti quell’immagine quando
nel 944 il mandylion fu tolto dalla sua teca e sottoposto ad una
ricognizione approfondita per esser certi di portare nella capitale
l’oggetto giusto; per i Templari l’emozione era anche più forte,
perché l’ordine era nato per la difesa armata dei cristiani e nella
sua ideologia specifica stava l’idea che il sacrificio del Templare
morto per salvare i più deboli era imitazione della sofferenza di
Cristo. Durante il processo tenuto a Cipro un laico si presentò
La parola alla scienza e alle scienze dell’antichità 91

a difendere l’innocenza dei Templari e spiegò questo fatto in


maniera chiarissima ricordando il sacrificio compiuto dal Gran
Maestro Guillaume de Beaujeu, che in pratica si era fatto am­
mazzare per coprire la ritirata degli altri:

preferì morire per difendere la fede cattolica, e scelse di versare il suo


sangue per Cristo contro i nemici della fede così come fece anche Cristo
per la nostra redenzione29.

A circa un quarto della lunghezza della sindone compare


un’altra serie di buchi che appaiono anch’essi disposti in maniera
speculare sui due lati perché derivano da una bruciatura provo­
cata mentre il telo era ripiegato. Sono quattro buchi di cui tre in
fila e l’ultimo posto di lato: è la serie dei fori posizionati a squadra
che sono stati riprodotti sulle miniature del codice Pray.
Sul lino della sindone sono state trovate tracce di aloe e
mirra, sostanze usate in antichità per favorire la conservazione
delle salme; non furono legate insieme a formare un unguento
oleoso ma piuttosto usate come polveri per cospargere il cor­
po. Secondo alcuni ricercatori queste essenze ebbero un ruolo
determinante nel meccanismo che permise la formazione della
stranissima immagine del corpo. Le tracce di terriccio già cita­
to si trovano presso i talloni, tipiche di un soggetto che abbia
camminato scalzo, e presso il ginocchio destro, dove compare
nell’immagine una vistosa tumefazione come se l’individuo fosse
caduto battendolo violentemente a terra; poiché lo stesso terric­
cio si trova anche sopra la punta del naso, si è dedotto che il
suppliziato dovette cadere a terra senza potersi riparare la faccia
con le mani30. Anche questo è un dettaglio che induce lo storico
a riflettere. In nessuno dei quattro vangeli si dice che G esù cad­
de a terra durante il suo viaggio verso il Golgota, invece nella
speciale liturgia della Via Crucis che si celebra sin dal medioevo
durante la Settimana Santa viene ricordato che Gesù cadde a terra
sotto il peso della croce per ben tre volte. Le tumefazioni vistose
presenti sul ginocchio e sul volto dell’uomo che fu avvolto nella
sindone potrebbero motivare pienamente l’idea di diverse cadute
a terra, sicché saremmo tentati di pensare che la liturgia della Via
Crucis possa essere stata influenzata proprio dall’esame di questo
stupefacente reperto, che in passato era giudicato senza dubbio
una reliquia autentica. Stando a quanto sappiamo la Via Crucis
nacque in Siria-Palestina da una tradizione locale antichissima
92 Capitolo secondo

che ricevette una prima forma fissa a opera di san Petronio, nel
V secolo. Poi durante l’età delle crociate e il regno cristiano di
Gerusalemme prese un ruolo molto importante nella devozione
della gente, uno speciale pellegrinaggio a tappe presso i luoghi
di Gerusalemme dove si era svolta la Passione. Più tardi, verso
la fine del medioevo, questa liturgia ricevette grande incentivo
a opera dei frati francescani e carmelitani. Tutte le sue stazioni
richiamano dei fatti descritti nei vangeli, a eccezione di tre: l’in­
contro di Gesù con sua madre, il gesto pietoso della Veronica
che gli asciuga il viso grondante sangue, e le tre cadute. Questi
fatti si ritiene derivino proprio dalla tradizione religiosa popolare
di Gerusalemme31.

5. Immagini

L’immagine doppia (frontale e posteriore) presente sulla sin­


done si trova esattamente sopra questa grande impronta lasciata
dal sangue, dal sudore e da altre sostanze come la mirra e l’aloe;
si è formata dopo che tutti questi composti erano già entrati in
contatto con il tessuto e l’avevano intriso. Come già ricordato, ha
la caratteristica singolare di essere visibile solo se chi la osserva si
pone rispetto al telo aperto a una distanza che va dai due ai nove
metri: se ci si avvicina di più o se ci si allontana oltre la distanza
massima, l’occhio umano riesce a distinguere solo le tracce di
sangue. Si vede la sagoma di un maschio adulto alto presumibil­
mente 170-180 cm, di corporatura longilinea, con la muscolatura
ben definita anche per via della rigidità cadaverica di cui si è già
detto. Il soggetto doveva avere fra i 30 e i 40 anni; a giudicare
dalla scarsità di masse adipose del suo fisico, mangiava poco ed
era abituato ai lavori manuali. Presenta il collo tutto rovesciato
in avanti con il mento che tocca lo sterno, il torace si è irrigidito
mentre si trovava flesso in avanti e le gambe appaiono anch’esse
leggermente piegate; le braccia scendono lungo i fianchi mentre le
mani, l’una sull’altra, si uniscono a coprire il pube. L’impronta di
entrambe le mani non mostra il pollice e questo è probabilmente
in relazione con la ferita al centro del polso: l’oggetto che l’ha
traforato ha intaccato il nervo mediano, e così di riflesso il dito
si è piegato completamente verso la parte interna della mano. I
piedi appaiono anch’essi leggermente sovrapposti e quello destro
appare quasi schiacciato sul telo, come se la rigidità cadaverica
La parola alla scienza e alle scienze dell'antichità 93

fosse intervenuta quando l’uomo si trovava con questo piede


completamente aderente a una parete dura e verticale. L’uomo
portava i baffi e una barba di dimensioni medie che appare di­
visa in due punte ed è stata in parte strappata; i capelli lunghi
scendono sulle spalle e lungo l’asse della schiena si uniscono in
una specie di coda, mentre ai lati del viso appaiono leggermente
sollevati anziché ricadere verso il basso, proprio come se fossero
stati sorretti da un qualche supporto32.
L’immagine risulta indelebile, non è stata dipinta né è dovuta
a colore. Non ci sono tracce di pennellate. La colorazione seppia
si deve al fatto che le fibrille superficiali del lino sono ingiallite
grazie ad un processo tuttora non chiaro che ha provocato l’os­
sidazione, la disidratazione e la coniugazione delle molecole di
cellulosa che compongono il lino; il fenomeno ha toccato la fibra
stessa solo per uno spessore infinitesimale (125 micron) lasciando
intatta tutta la parte restante, sicché l’immagine non si vede sul
retro del telo. In circa cento anni di studio sono state realizzate
centinaia di analisi e prove sperimentali, fra cui molte mirate a
riprodurre l’immagine attraverso tecniche di vario tipo. Gli scien­
ziati hanno cominciato assai presto a produrre nuove «sindoni»
con l’uso di vari artifici, giungendo a creare copie che posseggono
al massimo qualcuna delle stranissime proprietà dell’originale; se
svolti in maniera scientifica, questi tentativi sono lodevoli e anche
molto utili perché consentono di scartare le procedure che non
danno frutto e canalizzare le energie verso indirizzi più proficui;
purtroppo però accade spesso che siano sfruttati per compiere
delle vili speculazioni commerciali, truffe belle e buone a danno di
un pubblico composto da semplici appassionati del tema che non
posseggono la cultura scientifica necessaria per potersi difendere
dalle mistificazioni. Periodicamente salta fuori dal nulla qualche
scrittore bizzarro, che prima fabbrica uno straccio sporco e poi
lo illustra in un libro di grandi rivelazioni sensazionali. Più serio
è il tentativo compiuto da uno scienziato di mestiere, il professor
Vittorio Pesce Delfino dell’università di Bari il quale ha prodotto
un telo simile alla sindone lavorando su un bassorilievo riscaldato:
però questa simil-sindone non ha le caratteristiche dell’originale
quando venga posta sotto il microscopio. Il limite del professor
Pesce Delfino sta nel fatto di non avere mai svolto studi diretti
sul telo: infatti dichiara di aver condotto la propria ricerca senza
aver mai visto la sindone con i suoi occhi, nemmeno una volta,
neppure dietro un vetro come fanno i comuni pellegrini33.
94 Capitolo secondo

Uno fra questi presunti «scoop » riguarda addirittura l’ipotesi


che l’uomo di cui resta l’immagine sulla sindone di Torino sia in
realtà l’ultimo Gran Maestro del Tempio Jacques de Molay. Su
di essa non mi soffermerò affatto, lasciando all’intelligenza del
lettore le debite conclusioni: Jacques de Molay morì sul rogo a
Parigi al tramonto del 18 marzo 1314, e sappiamo da un testi­
mone oculare dell’evento che il popolo di Parigi si accapigliò per
portare via un poco delle ceneri di quel rogo, che considerava
potenti reliquie. Ma c’è anche un altro fatto: quando morì, Ja c ­
ques de Molay aveva circa 64 anni, in un’epoca in cui la vecchiaia
cominciava a 60, e gli ultimi sette anni li aveva trascorsi fra gli
stenti delle prigioni di Filippo il Bello. L’uomo che lasciò la sua
immagine sulla sindone era indubbiamente molto giovane e forte,
senz’altro meno che quarantenne. Circa l’ipotesi lanciata anni or
sono da Lynn Picknett e Clive Prince che la sindone fosse opera
di Leonardo da Vinci, l’una cosa da dire in merito è che la stessa
Picknett rivela d ’aver ricevuto cotanta informazione dallo stesso
Leonardo, entrato in contatto con lei durante una seduta spiritica.
Ognuno è libero di lavorare come crede, persino le negromanti;
trovo utile citare questi esempi perché il lettore possa farsi un’idea
di cosa trova in libreria su questo argomento34.
Negli ultimi anni il progresso dell’informatica ha aperto nuove
direzioni d’indagine facendo diventare attuali tipi di esame che un
tempo non erano nemmeno immaginabili. Si è scoperto che la sin­
done non è neppure una fotografia: a differenza delle fotografie,
l’immagine contiene nel suo interno informazioni tridimensionali.
Si tratta di una specie di proiezione ottica, qualcosa che in un
certo senso ricorda l’olografia. E accertato che l’immagine si è
formata dopo le colate di sangue e il sangue già presente sul telo
l’ha come schermata, sicché sotto le macchie ematiche il lino non
ne reca traccia. La nuova frontiera della ricerca punta in direzione
di alcune ipotesi che sembrano particolarmente probabili. La più
studiata presuppone l’effetto di una radiazione molto potente,
di grandissima intensità e durata ridottissima (alcuni centesimi
di secondo), capace di impressionare il tessuto e ossidare le sue
fibre in modo superficiale senza però bruciarle: con tale modello
si spiegherebbero infatti molte cose che altrimenti non trovano
ragion d’essere, come il fatto che l’intensità dell’immagine deriva
dalla distanza rispetto al corpo che vi fu avvolto35.
Sul modo in cui si formò la stranissima immagine di quel­
l’uomo sono state fatte tante ipotesi nel corso del tempo; sta di
La parola alla scienza e alle scienze dell'antichità 95

fatto però che finora nessuno scienziato è riuscito a riprodurre


un oggetto con le stesse caratteristiche proprie della sindone. Il
fenomeno è tuttora sconosciuto. I vari tentativi di spiegazione,
per quanto importantissimi sul piano scientifico, restano dei
modelli puramente teorici.

6. L’esperimento del carbonio 14

Di recente si sono aperte nuove ipotesi anche circa la datazio­


ne con il metodo del radiocarbonio che tanto ha fatto discutere.
Prima di affrontare la questione, ci sono alcune cose che desidero
precisare al lettore per correttezza. Durante gli studi universitari
ho seguito un corso di chimica del restauro con il professor
Paolo Carelli (docente di chimica presso l’università di Roma
La Sapienza e la facoltà di Conservazione dei Beni Culturali di
Viterbo), mentre le lezioni di fisica mi sono state impartite dal
professor Marco Severi, docente presso gli stessi atenei ma anche
ricercatore presso il CER N di Ginevra e il Laboratorio Nazio­
nale del Gran Sasso dell’istituto Nazionale di Fisica Nucleare:
questo studioso, che si è occupato di fisica sperimentale (fra cui
fotoriproduzione su nuclei e urti antiprotone-protone ad alte
energie), tenne durante il suo corso un’accurata ed esauriente
esposizione sulla tecnica di datazione dei reperti archeologici con
il radiocarbonio. Pur avendo sempre nutrito una forte passione
per la chimica e la fisica in particolare, non ho mai eseguito una
prova di radiodatazione con le mie stesse mani, perciò non posso
certo considerarmi un esperto; il lettore sappia dunque che le mie
parole in merito rappresentano soltanto un parere informato. Un
parere che viene da un professionista dei reperti archeologici e dei
documenti antichi, ma non per questo persona del tutto ignara
di certi argomenti. In realtà le critiche importanti ai risultati di
quel famoso esperimento sono venute da scienziati di mestiere
che lavorano presso prestigiosi istituti di ricerca, quali ad esempio
l’E N E A (Ente per le Nuove Tecnologie, l’Energia e l’Ambiente) e
l’università di Roma La Sapienza, e mi limito unicamente a riferire
i loro pareri. A giudicare da quanto è stato pubblicato in merito,
il nodo del problema non sta tanto nel lavoro dei tre laboratori
che eseguirono la prova, ma invece nel modo assolutamente poco
scientifico con cui furono prelevati e trattati i campioni prima di
giungere in laboratorio. La relazione con cui si faceva il resoconto
96 Capitolo secondo

del prelievo è stata comunicata al pubblico durante il Simposio


Scientifico Internazionale organizzato a Parigi (7-8 settembre
1989) dal Centre International d ’Etude sur le Linceul de Turin,
poi pubblicata negli Atti dello stesso Convegno {Le prélèvement
du 21-4-1988. Études du tissu, pp. 29-69). Nella comunicazione
presentata da Franco Testore il 7 settembre 1989 (pp. 54-55) si
descrivono le procedure seguite per suddividere il pezzo di lino
di forma all’incirca rettangolare tagliato dalla sindone per ricavare
due campioni pressoché uguali: uno da suddividere ancora in
tre parti per fornire ai tre laboratori il materiale da analizzare,
l’altro di riserva da consegnare al Cardinal Ballestrero, nel caso
fosse necessario avere altro lino sindonico senza dover di nuovo
tagliare un pezzo dal telo.
Il peso del rettangolo era esattamente di 300,0 mg e fu tagliato
in due campioni, il peso rispettivo dei quali era di 154,9 mg per
il primo frammento e di 144,8 per il secondo, con una perdita
di peso di circa 0,3 mg. I tre laboratori avevano comunicato che
per poter eseguire la prova occorrevano loro tre campioni pesanti
ciascuno almeno 50 mg.
A questo punto gli Atti pubblicati presentano una doppia
versione dei fatti, ovvero uno stato di cose che Testore comunicò il
7 settembre 1989 e un secondo resoconto da lui inviato al Centre
di Parigi con una rettifica datata al 28 ottobre seguente.
Secondo la prima versione, «Il primo campione fu diviso in
tre parti che erano pressoché identiche: la prima pesava 52,0 mg,
la seconda 52,8 e la terza 53,7». Nella comunicazione tenuta il 7
settembre 1989 al Convegno Testore disse dunque che il primo
campione (il più pesante dei due, ovvero 154,9 mg), era quello
diviso in tre parti e quindi sottoposto al radiocarbonio. Purtroppo
questa misura conteneva un vistoso errore di calcolo: infatti la
somma dei tre frammenti pesava nel suo complesso 158,5 mg,
ovvero 3,6 mg in più rispetto al momento in cui lo stesso iden­
tico campione non era ancora stato tagliato in tre parti, almeno
secondo la misura dichiarata (154,9 mg). Durante il taglio del
materiale è normale che ci sia una certa perdita del peso, però è
impossibile che un campione riesca a «ingrassare» di quasi 4 mg.
Il 28 ottobre successivo giunse una rettifica su come si erano
svolti i fatti; ma la rettifica, anziché chiarire le incongruenze
della comunicazione precedente, diceva cose completamente
diverse. Ad essere suddiviso in tre pezzi e quindi sottoposto al
radiocarbonio non era stato il frammento più grande (come si
La parola alla scienza e alle scienze dell’antichità 97

era detto prima), bensì quello più piccolo, pesante solo 144,8
mg, che era stato giudicato insufficiente per sostenere l’esame
perché troppo leggero e incapace di dare tre campioni di almeno
50 mg ciascuno come chiedevano i laboratori. Per tale motivo il
secondo campione, troppo piccolo, era stato messo via e quindi
dato come riserva al Cardinal Ballestrero. Nella versione rettificata
si dice invece che fu proprio questo secondo campione (inadatto)
ad essere dato per la prova, dopo averlo «aggiuntato» con altro
materiale proveniente dal primo campione. I motivi che possono
aver spinto a consegnare proprio il campione insufficiente e bi­
sognoso di un’aggiunta, quando se ne aveva un altro che invece
era adatto, non sono spiegati.
La rettifica dice:

Il secondo frammento, il più piccolo, fu diviso in tre parti di cui la


prima pesava 52,0 mg, la seconda 52,8 e la terza 39,6. Al fine di ottenere
il peso minimo richiesto anche per il terzo campione, fu staccata dal primo
pezzo una sottile striscia che pesava 14,1 mg; di conseguenza, uno dei tre
laboratori ha ricevuto due piccoli rettangoli della Santa Sindone che nel
loro insieme pesavano 53,7 mg.

Stando a quanto risulta dai documenti pubblicati, la procedura


improvvisata e poco scientifica con cui fu eseguito il prelievo, fra
l’altro senza stendere un regolare verbale, può aver favorito senza
dubbio confusioni ed errori. Esistono filmati i quali documentano
che i prelievi furono eseguiti a mani nude, anziché con guanti
sterili per evitare ovvie forme di contaminazione; per quanto ben
lavate, le mani nude non erano certo sterili come invece sarebbe
servito. Un libro recente di Marco Tosatti ha pubblicato le analisi
condotte da due docenti di scienze statistiche dell’università di
Roma La Sapienza, Livia De Giovanni e Pierluigi Conti, i quali
hanno fatto verifiche sul modo in cui i tre laboratori hanno svolto
i calcoli del test. Secondo i tre laboratori, per essere giudicato
valido l’esame con il radiocarbonio doveva alla fine sottostare ad
un test di controllo nel quale avrebbe dovuto raggiungere una
soglia minima di «significatività» pari al 5 %. Secondo i docenti
della Sapienza, che hanno rifatto daccapo tutti i calcoli in base
ai dati resi noti, c’è stato un grosso errore di tipo matematico:
la soglia minima che si raggiunge arriva solo a un livello bassis­
simo e molto lontano da quello minimo del 5% , cioè fra lo 0,60
e l’l % . Insomma, fatto in base ai campioni consegnati l’esame
non è affidabile. L’idea di un complotto organizzato per alterare
98 Capitolo secondo

la vera data della sindone, che diverse persone suggeriscono, a


me sembra poco credibile: se si voleva davvero truccare a priori
il risultato dell’esperimento, anche tutte queste cifre sarebbero
state senz’altro truccate in modo da non generare forti sospetti.
Il carattere molto grossolano di queste incongruenze, che fecero
sollevare una ridda di polemiche sin dalla loro pubblicazione,
depone per la buona fede di chi svolse l’esperimento. Proba­
bilmente c’è stato solo un banale errore umano che è sempre
possibile, specie in una misurazione così complessa come nel caso
della sindone; e non è strano se gli errori commessi durante il
prelievo hanno poi avuto conseguenze negative anche sui calcoli
eseguiti in laboratorio36.
Di recente Raymond N. Rogers del Laboratorio di Los Alamos
(University of California) ha esaminato dei fili tratti dai campioni
che furono sottoposti al radiocarbonio, a suo tempo prelevati
in modo ufficiale con speciali adesivi prima dell’esperimento: vi
ha trovato tracce di una sostanza gommosa usata in passato per
ravvivare il color seppia dell’immagine, lino estraneo dovuto a
rammendi, fili di cotone. Se in antico si passò sull’immagine questa
sostanza gommosa per ravvivarne la tonalità, allora nemmeno la
parte di lino che reca l’immagine è adatta a un’ipotetica nuova
radiodatazione perché comunque contaminata37. Il 26 gennaio
2007 il fisico Christopher Bronk Ramsey, direttore del Radiocar-
bon Accelerator di O xford ovvero uno dei tre laboratori cui era
stato affidato l’incarico di effettuare la datazione, si è detto non
contrario alla possibilità che in futuro l’esperimento del 14C sia
ripetuto: in un’interessante intervista per la BBC trasmessa nel
programma televisivo Porta a Porta in onda su RAI 1 la sera del
Venerdì Santo 2008, ha spiegato (con grande professionalità e
senza esprimere critiche verso la datazione del 1988, come invece
è stato recepito) che la tecnologia è progredita moltissimo rispetto
al momento in cui si svolse la prova sulla sindone, dunque oggi il
metodo risulta assai più raffinato di un tempo. Il procedimento
si basa sulla misurazione di quanto carbonio 14 esiste ancora su
un certo reperto archeologico che si vuole datare. Il carbonio
è un elemento chimico presente in ogni materia organica e ne
esistono diverse varietà: quella più diffusa nella materia vivente
(pari al 98,89% ) è fatta di atomi che hanno il nucleo formato
da 6 protoni e 6 neutroni (12C), ma esistono anche tipi diversi
come il carbonio 13 (che ha nel nucleo 6 protoni e 7 neutroni)
e appunto il carbonio 14, con il nucleo formato da 6 protoni
La parola alla scienza e alle scienze dell'antichità 99

e 8 neutroni. Tanto il carbonio 13 che il carbonio 14 sono iso­


topi del tipo più diffuso, e il 14C è instabile, cioè naturalmente
radioattivo: con l’andare del tempo si disintegra un poco alla
volta, e durante questo processo emette un elettrone ed una
particella neutra (neutrino). Il 14C è presente nell’atmosfera e gli
esseri viventi lo assorbono continuamente; quando l’organismo
muore, l’assorbimento cessa e i suoi resti cominciano a perdere
il radiocarbonio che non viene più reintegrato. Se si conosce la
velocità con cui decade il 14C nel corso del tempo e se si può
misurare quanto 14C è ancora presente in un certo reperto, allora
è possibile calcolare quanto tempo fa è morto l’organismo da
cui quel reperto deriva: per un panno di cotone, ad esempio, in
via teorica si può risalire al periodo in cui la fibra fu raccolta
dalla pianta per confezionare quel tessuto. Se il principio del
funzionamento è in sé molto semplice, la sua misurazione si
rivela qualcosa di estremamente complesso: si deve contare il
numero di atomi disintegrati in una data unità di tempo, facendo
attenzione a non includere nella misura altre disintegrazioni di
atomi che sono presenti ma non c’entrano nulla con il test (ad
esempio la radioattività naturale dell’ambiente).
Esistono due diversi metodi per eseguire il conteggio, ma
nessuno dei due è assolutamente sicuro: infatti ogni misurazione
ha in sé un certo margine d ’incertezza e tante possibili interfe­
renze che possono alterare il risultato38. Accade molto raramente
che un reperto archeologico resti isolato dal mondo dopo la sua
fabbricazione, in genere gli oggetti entrano in contatto con le
persone o varie sostanze proprio perché vengono usati. U n’ottima
abitudine del passato era quella di riciclare gli oggetti tante volte,
in pratica finché non venivano letteralmente distrutti dall’uso.
Anche laddove c’era grande ricchezza non si buttava via nulla:
un abito da donna del medioevo passava in eredità da madre a
figlia, poi magari veniva donato ad una chiesa che ne ricavava la
veste liturgica per il sacerdote. Quando era ormai troppo logoro
per quest’uso veniva tagliato per fare degli stracci; ed anche gli
stracci divenuti inservibili si usavano per fabbricare la carta.
Quel panno di cotone di cui prima abbiamo fatto l’esempio
può essere passato attraverso infinite vicissitudini, aver vissuto
innumerevoli «vite»: indossato, tinteggiato con sostanze vegetali o
animali, usato per pulire la casa, per rendere ermetico il tappo di
una giara d ’olio o magari come pannolino per un neonato: ognuno
di questi usi l’ha messo a contatto con altri esseri viventi o altro
100 Capitolo secondo

materiale organico, e ogni volta potrebbe essersi arricchito di 14C


che non era suo. In realtà quello del radiocarbonio è soltanto
uno dei tanti metodi scientifici con cui si può giungere a datare
un reperto: non è né migliore né più affidabile degli altri, e in
certe situazioni si rivela anche inadatto. Il test può anche essere
svolto nella maniera corretta, ma la mancanza di dati essenziali
può compromettere la bontà dei risultati39.
Conosciamo in dettaglio la storia della sindone solo per gli
ultimi 650 anni circa: dentro il suo passato stanno nascoste tal­
mente tante variabili che l’uso del radiocarbonio sembra ancora
inadatto. Il metodo migliore per fare una misura è ripeterla tante
volte: in questo modo si otterrà un intervallo di valori molto
vicini fra loro ed è dentro quell’intervallo che cade la maggior
probabilità di trovare il risultato esatto. Naturalmente la sindone
di Torino è un reperto archeologico unico al mondo e ha valore
inestimabile; non si può nemmeno concepire di usare questa
procedura perché si rischierebbe di tagliuzzarla via pezzo dopo
pezzo prima di poter sviluppare prove davvero affidabili.
Il continuo progresso delle scienze fa sperare che nel giro di
pochi anni vengano messe a punto tecniche di datazione molto più
raffinate e soprattutto non distruttive. Di esse si avverte un gran
bisogno: ogni millimetro di sindone distrutto è un grande valore
sottratto per sempre all’esame dei posteri, i quali avranno sicura­
mente in mano strumenti di misura molto più sofisticati dei nostri.
Nel frattempo si indaga con particolare attenzione sulla zona dei
capelli, dalla quale si sperano buoni risultati: grazie ad essa sembra
infatti da escludere l’ipotesi che l’immagine si sia formata per con­
tatto, cosa che avrebbe fatto apparire i capelli schiacciati mentre
invece sono soffici e fluenti, come liberi da ogni pressione.

7. Tracce del «titulus» di Pilato?

Nel 1978 il chimico Piero Ugolotti esaminava un negativo


della sindone ricavato da alcune fotografie scattate circa dieci
anni prima. Si accorse di alcuni segni che decisamente saltavano
all’occhio: non erano proprio macchie, o piuttosto sembravano
curiose macchie dalla geometria precisa, orientate tutte alla stessa
maniera, che ricordavano da vicino i caratteri dell’alfabeto e per
giunta si presentavano a gruppi. Insomma, avevano tutta l’aria
di essere parole. La storia delle scritture sulla sindone comincia
La parola alla scienza e alle scienze dell'antichità 101

in quel giorno di trent’anni fa. Di certo rappresenta uno dei


settori più suggestivi ed intriganti della ricerca su quest’oggetto,
ma anche uno di quelli che richiede maggior quantità di perizia,
cautela, sforzo di collegamento fra discipline diverse: forse è per
questi motivi che il problema non ha ancora ricevuto uno studio
scientifico effettivo. L’andamento delle scritte è rovesciato sul­
l’immagine della sindone ma diventa diritto quando se ne faccia
il negativo fotografico: questo mostra che chi guardava in volto
l’uomo della sindone le leggeva nel verso giusto.
Nei capitoli che seguono esporrò quanto risulta da un primo
esame di queste tracce di scrittura, eseguito partendo dal pre­
supposto che le scritte esistano davvero e siano esattamente così
come questi analisti le hanno delineate. Il mestiere dello storico
è registrare, leggere, interpretare e decodificare le testimonian­
ze scritte, e a questo mi sono attenuta. Le tracce di scrittura
identificate sulla sindone sono state dunque messe a confronto
con numerose testimonianze antiche pubblicate nei repertori di
paleografia, epigrafia e papirologia della Biblioteca Apostolica
Vaticana, con le molte epigrafi ed altri oggetti di età romana nelle
Gallerie dei Musei Vaticani, e con quanto sappiamo in generale
grazie alla ricerca storico-archeologica sul mondo medievale ed
antico. Lo considero in ogni caso come uno studio preliminare,
un punto di partenza verso ricerche ulteriori.
Piero Ugolotti era riuscito a distinguere chiaramente la
silhouette di alcune lettere greche e latine, ma pur essendo una
persona istruita non volle tentare da solo alcuna lettura e preferì
affidarsi a un professionista: il prescelto era Aldo Marastoni, do­
cente di letteratura antica presso l’università cattolica di Milano,
che aveva curato importanti edizioni delle opere di Seneca e altri
autori latini collaborando anche con la prestigiosa collana «Teub-
ner» della Deutsche Akademie der Wissenschaften di Berlino40.
Marastoni subito individua le lettere ma vede anche altre cose
che catturano la sua curiosità; quindi chiede nuovi negativi al
Centro Internazionale di Sindonologia di Torino, il più celebre
e accreditato istituto di studi sulla sindone. Ottenuti i negativi,
i due si mettono al lavoro: queste tracce di scrittura si notano
solo grazie al contrasto dei toni chiari e dei toni scuri sulla foto,
quindi occorre fare diversi sviluppi e poi numerose fotocopie per
evidenziare quanto più possibile i segni.
Il risultato è elettrizzante: sulla sindone si distinguono tracce
di scrittura in greco, latino e anche ebraico (fig. 10). Non sono
102 Capitolo secondo

caratteri tracciati direttamente sul lino ma parti di parole scritte


su un oggetto diverso, parole che si sono parzialmente trasferite
sul tessuto: guardando direttamente la sindone (che ricordiamo si
comporta come un negativo) non si distingue quasi nulla, mentre
sul negativo (che restituisce l’immagine realistica di un uomo
come se fosse il positivo stesso della foto) i caratteri diventano
riconoscibili. Com ’è naturale, dato il contesto, l’immaginazione
volò diretta alle parole dei vangeli: Pilato aveva fatto mettere
sulla croce di G esù un cartello con scritta la ragione della sua
condanna, il famoso titulus crucis. I tre vangeli sinottici (Marco,
Matteo e Luca) riferiscono il fatto in forma breve citando solo
la causa vera e propria per cui i capi del Sinedrio e gli scribi
avevano denunciato Gesù al governatore romano presentandolo
come un capo di rivoltosi, ovvero che si era proclamato «il re
dei Giudei»; il vangelo di Giovanni invece offre una descrizione
più ampia e dettagliata:

Pilato aveva scritto anche un cartello e l ’aveva posto sopra la croce. C ’era
scritto: G esù Nazareno, il re dei Giudei. M olti G iudei lessero questo car­
tello perché il luogo dove fu crocifisso G esù era vicino alla città; ed era
scritto in ebraico, in latino, in greco (G v 19, 19-20).

Nella cultura cristiana il titulus crucis ha una tradizione


antichissima e ancor oggi compare in tutte le raffigurazioni del
Crocifisso come un cartiglio o una tavoletta con su scritto INRI,
iniziali della frase di Giovanni tradotta in latino da san Girolamo
nel IV secolo: Iesus Nazarenus Rex ludaeorum. Sempre al IV
secolo risale la tradizione della già ricordata tavoletta di Santa
Croce in Gerusalemme, portata a Roma dall’imperatrice Elena
madre di Costantino. Al Marastoni appare la possibilità che il
titulus crucis del vangelo di Giovanni, immaginato da sempre
come una tavoletta di legno, fosse in realtà un pezzo di papiro
o pergamena che magari fu messo a contatto con il telo della
sepoltura e vi lasciò le sue scritte: in effetti né Giovanni né i si­
nottici dicono mai in nessun punto che si trattava di un cartello
in legno, e l’unico dettaglio offerto è che il titulus stava «sopra
la sua testa». Anche questo dovette sembrare elettrizzante: le
scritte identificate dal professore della Cattolica sulla sindone
compaiono proprio al di sopra della testa.
D opo il comprensibile entusiasmo iniziale la situazione
appare subito a Marastoni molto strana, forse anche deludente.
La parola alla scienza e alle scienze dell’antichità 103

Di fatto quello che si legge sulla sindone non coincide con la


descrizione dei vangeli: mancano dettagli essenziali riportati dal
racconto di Giovanni e invece sono presenti cose estranee che con
i vangeli non hanno niente a che fare. Sopra il sopracciglio destro
(sinistro sul negativo) Marastoni segnala la presenza di almeno
tre caratteri in scrittura ebraica quadrata: f r i , una waw, una taw
oppure iod, poi un segno che gli pare una zade (corrispondente
al suono ds o z) nella forma usata solo alla fine di parola, poi
un altro carattere un p o ’ confuso che gli sembra il sopb pasu, un
segno di interpunzione paragonabile al nostro punto. Il gruppo
così come lo legge non ha un senso chiaro, che emerga indub­
bio; Marastoni non è propriamente un ebraista, perciò si limita
a presentare ciò che ha letto. In ogni caso, quanto appare non
coincide con le descrizioni delle scritte che stavano sulla croce
di Gesù secondo i vangeli.
Al centro della fronte legge la sequenza di caratteri greci
IBEP, e in particolare il gruppo IB che gli sembra ripetersi subito
vicino, parallelo ma leggermente spostato verso destra. Marastoni
pensa subito che la sequenza possa essere quanto resta del nome
TIBEPIOS scritto in greco, un nome amatissimo dai romani sin
dall’epoca etrusca e portato da molti imperatori fra cui il primo,
figlio adottivo di Ottaviano Augusto, regnò proprio al tempo in
cui i vangeli pongono la morte di G esù (14-37 d.C.). La scoperta
ne richiama immediatamente un’altra occorsa nel 1979 grazie
al padre gesuita Francis L. Filas, un teologo dell’università «S.
Ignazio di Loyola» di Chicago: dentro l’impronta dell’orbita
destra si nota un cerchietto e all’interno di questa forma alcune
minuscole lettere. La sequenza individuata grazie a una serie di
ingrandimenti è UCAI, e corre ad arco intorno a una curiosa
forma che sembra l’estremità di un bastone pastorale come quello
che usano i vescovi. Filas svolge una paziente ricerca e trova che
quelle impronte corrispondono a una particolare moneta fatta
coniare da Ponzio Pilato durante il suo governo sulla Giudea,
dal 26 al 36 d.C. È un conio con una legenda che presenta un
curioso errore di grammatica, fatto tutt’altro che raro nelle
province dell’impero romano: qui il greco era parlato anche dal
popolo perché costituiva una specie di lingua universale nota in
tutto l’orbe, ma certo era pieno di sgrammaticature e anche tante
forme dialettali che lo rendevano piuttosto diverso dalla lingua
usata in Atene41. La dicitura in greco TIBEPIOU KAICAPOS
(«Tiberio Cesare») è stata sbagliata, cioè resa come TIBEPIOU
104 Capitolo secondo

CAICAPOS. La sequenza UCAI corrisponde alla parte centrale


di questa legenda42.
L’ipotesi che sulla sindone sia rimasta traccia del nome di
Tiberio è affascinante però conferma che le scritte non corri­
spondono al racconto dei vangeli: il cartello di Pilato non faceva
riferimento all’imperatore. L’idea del titulus crucis è ormai da
scartare, ma si fa strada una nuova possibilità: Marastoni crede
questi segni fossero scritti su un oggetto messo sulla testa del
condannato. Forse si trattava di una mitria d ’infamia, una specie
di cappuccio rudimentale e leggero, ad esempio di stoffa o papiro,
sul quale stavano diciture oltraggiose fatte apposta per umiliare il
giustiziato; i lievi spostamenti di questo cappuccio avrebbero pro­
vocato la doppia impressione dei caratteri IB sulla fronte, un fatto
che restava da spiegare. Il professore vede ancora due scritte in
latino che corrono in verticale lungo la guancia sinistra (destra sul
negativo) parallele l’una all’altra. La più grande presenta una serie
di lettere che gli sembrano formare la sequenza NEAZARE, con il
tratto della Z scritto al contrario, e l’altra in caratteri più piccoli
porta scritto INNECE(M), quanto resta dell’espressione latina in
necern («a morte»); ancora più sotto, nel quadrato inferiore, vede
ancora una T maiuscola latina, e proprio sotto il mento uno strano
segno che sembra formato da due N maiuscole fuse insieme. Nel
frattempo un esperto d’informatica, Aldo Tamburelli, ha provato
a sottoporre la sindone ad un esame di recente applicazione ed ha
così scoperto un’altra sorprendente caratteristica dell’immagine,
il fatto che è tridimensionale: anche se si comporta come una
foto, l’immagine non deriva dunque da un procedimento uguale
a quello fotografico perché le fotografie sono bidimensionali.
Marastoni entra in contatto con Tamburelli e desidera verificare se
la scritta risulta ancora visibile sull’elaborazione tridimensionale
della sindone: il risultato è positivo, anzi grazie alle applicazioni
informatiche i caratteri si vedono ancora meglio43.
Il termine NEAZARE sembra da subito una possibilissim
deformazione dell’originale NAZAPENOE presente nei vangeli
di Marco e di Luca: è l’aggettivo che indica la provenienza geo­
grafica di Gesù, significa «abitante di Nazareth»44. La parola
INNECE(M) però non ha nulla a che vedere con il titulus anche
se di certo è pertinente con il contesto: significa infatti «a morte»,
e la sindone servì ad avvolgere proprio un condannato a morte.
Certo però le due parole non possono stare su una mitria perché
la forma di questo cappuccio non corrisponde alla loro posizione.
La parola alla scienza e alle scienze dell'antichità 105

Marastoni pensa allora che le lettere fossero state vergate su una


furca, una specie di cornice fatta da tre assicelle di legno a ferro di
cavallo che si metteva intorno al volto del defunto per mantenerlo
composto. Infine sul negativo di alcune foto scattate da Enrie nel
1931 Marastoni nota un’ultima scritta, stavolta piuttosto chiara e
articolata: si trova poco sopra il ginocchio destro, è organizzata
intorno a una croce e a giudicare dal tratto sembra tracciata con
calamo e inchiostro su un supporto diverso (ad esempio papiro o
pergamena) entrato a contatto col lino. I frammenti delle parole di
cui si compone (ISSIE, ESY, SNCT, I SERE, STR) vengono imme­
diatamente identificati da Marastoni come parti di una preghiera
in latino (Iesu sanctissime miserere nostri, «G esù santissimo abbi
pietà di noi»): la forma delle lettere è una gotica rudimentale e la
sua presenza corrisponde molto bene all’uso diffuso nel medioe­
vo di mettere sulle reliquie biglietti di pergamena o di carta con
formule di preghiera per farli diventare reliquie essi stessi, in virtù
della credenza che potessero impregnarsi di potere spirituale per
via del contatto. In effetti un manoscritto della Biblioteca Nacio-
nal di M adrid (il famoso Skilitzes di Madrid, X III sec., f. 115v)
mostra un sovrano in venerazione dell’immagine di Edessa, il qua­
le ha in mano non un libro ma piuttosto un foglietto contenente
una qualche preghiera45. Nel 1982 André Dubois conferma la
presenza della scritta INNECE(M) e del gruppo di tre lettere ARE
a lato del volto, ma si accorge anche che sul lato opposto compare
un’altra parola scritta stavolta in caratteri più piccoli: il gruppo
PEZ- seguito da un altro segno che sembra omega (tu), a formare
la parola PEZ((o) che è un verbo e significa «io attesto»46. Poiché
lo storico è sempre molto scettico per mestiere, ho acquistato
una riproduzione del volto sindonico tratta dal negativo di Enrie,
distribuita a prezzo economico presso le Edizioni San Paolo: è
una stampa piuttosto corrente, utile per essere incorniciata ma
di qualità assolutamente inferiore ai materiali fotografici sui quali
lavorarono questi studiosi. Eppure la scritta PEZ(co) si distingue
nettamente anche così.
Nello stesso periodo un altro esperto in analisi dei segnali,
Robert Haralich, aveva sviluppato in maniera autonoma l’elabo­
razione tridimensionale dell’immagine notando che una striscia
scura abbastanza sottile correva tutt’intorno alla fronte; la sua idea
è che al suppliziato fosse stato applicato un filatterio, un piccolo
contenitore usato tradizionalmente dagli ebrei per custodire passi
della Legge che veniva legato alla fronte oppure al braccio sinistro
106 Capitolo secondo

con strisce di tessuto o di cuoio. Le strisce portavano anch’esse


delle scritte di tipo religioso, e queste ultime secondo Haralich si
sarebbero trasferite lasciando traccia sul lino. Il passo successivo
fu compiuto dai lavori associati di Roberto Messina, medico legale
e appassionato di lingue orientali, e Carlo Orecchia, professore
di ebraico biblico alla Facoltà Teologica di Milano.
Orecchia studia l’ebraico antico in maniera professionale e
ritiene che la lettura già proposta da Marastoni vada corretta:
individua altri caratteri ebraici nello spazio della fronte e crede
che essi esprimano una sequenza in aramaico, la lingua parlata
comunemente non solo in Palestina ma anche in gran parte del
Medio Oriente. La dicitura nel suo complesso sarebbe mlk hto’
hyhwdym oppure mlch dy hyhwdyn, espressioni che significano
entrambe «il re dei Giudei». Purtroppo la lettura di Messina e
Orecchia rimane piuttosto nell’ombra anche se il secondo era una
persona capace di dare un parere assolutamente esperto su quella
dicitura in caratteri ebraici che il Marastoni, da ebraista autodi­
datta, aveva preferito non affrontare47. Il motivo è evidente e non
dipende dalla serietà scientifica dei due autori. Messina e O rec­
chia pubblicarono la loro ricerca nel giugno del 1989, quando la
bufera del radiocarbonio era in pieno svolgimento e i mass media
di tutto il mondo davano il telo come falsificazione del primo
Trecento. Nessuno li prese in considerazione: se anche avevano
ragione, la cosa non era interessante. Cosa potevano valere delle
tracce di scrittura in aramaico su un falso del medioevo?
Il modo indegno con cui fu strimpellato al mondo il ris
tato del radiocarbonio ha troncato di netto la ricerca su queste
tracce di scrittura proprio come farebbe un diserbante gettato
da una mano vandalica su un germoglio che sta crescendo. Ci
sarebbero voluti anni prima che qualcuno trovasse anche solo
l’audacia di replicare: non è un caso se la prima reazione venne
proprio da alcuni scienziati, persone che per mestiere maneg­
giano questioni di fisica e di chimica tutti i giorni. Gente che
sa benissimo come funziona un test al radiocarbonio, quindi ne
conosce tutti i limiti.

8. Analisi dei segnali

Nel 1994 Marcel Alonso ed Eric de Bazelaire, due membri


del noto Centre International d ’Etudes sur le Linceul de Turin
La parola alla scienza e alle scienze dell’antichità 107

di Parigi, ebbero l’idea di riprendere in mano la questione del­


le scritte e verificare se le tecnologie sviluppate nel frattempo
potessero offrire qualche contributo in più. Decidono anche
loro di rivolgersi a degli specialisti e sottopongono il problema
agli scienziati dell’Institut d ’Optique Théorique d ’Orsay, presso
Parigi, un prestigioso centro di ricerca dove alcuni fisici spe­
cializzati nel trattamento digitale delle immagini lavorano fra
l’altro a identificare le scritture dei palinsesti e altri testi ormai
illeggibili. André Marion, ricercatore presso il CNRS e professore
dell’Institut d ’Optique, si appassiona al problema: le tracce di
scrittura effettivamente sembrano esserci, ma i metodi già usati
per rilevarle sono troppo rudimentali e occorre studiare una
strategia di ricerca nuova, che offra risultati molto più oggettivi
rispetto alla semplice visione a occhio nudo. Marastoni è un
sacerdote e anche Messina e Orecchia sono cattolici: la loro
formazione culturale e forse anche le convinzioni religiose pos­
sono averli resi vittima di un effetto particolare simile a quello
che accade a chi guarda le famose macchie di Rorschach che si
usano in psicologia: ciascuno vi vede cose diverse a seconda di
ciò che desidera vedere. Il computer invece non è cattolico e
nemmeno credente in generale; se sulla sindone ci fosse scritto
ad esempio ELEAZARE anziché NEAZARE, l’elaboratore non
avrebbe alcuna difficoltà ad ammetterlo, e nemmeno cercherebbe
(consapevolmente o inconsciamente) di alterare la forma delle
lettere fino a tirar fuori una lettura che asseconda le sue idee. Il
computer non ha idee.
Nel 1982 André Marion aveva messo a punto un programma
grazie al quale potè evidenziare l’esistenza di alcune faglie geolo­
giche esistenti in una zona fra il sud del Libano e il nord-ovest
della Siria analizzando le sole immagini prese da un satellite,
perché la regione era gravata da una guerra e non si potevano
fare ricognizioni sul posto; a guerra finita le ricognizioni si
fecero e le faglie erano proprio là dove Marion le aveva indivi­
duate. Comprese le numerose potenzialità di questa tecnologia,
si decise di usarla per cercare di risolvere vari problemi anche
in ambito diverso e nel 1990 fu applicata in un settore per il
quale bisognava far scendere in campo abilità ed esperienze
particolari, ovvero il riconoscimento delle scritture antiche: è il
caso dei palinsesti, i libri che hanno ricevuto una prima scrittura
e che poi più tardi, divenuti inutili o inservibili per altre ragioni,
sono stati lavati e usati per scrivere un secondo testo diverso da
108 Capitolo secondo

quello più antico. Il testo cancellato è invisibile a occhio nudo


e solo in alcuni punti un esperto di manoscritti può intuire da
certe tracce che esso un tempo è esistito sotto la scrittura più
recente; è una specie di «fantasm a», una sensazione che appare
e non appare ma può tornare reale grazie a speciali strumenti
come ad esempio l’uso della Lam pada di Wood, che illumina
gli scritti antichi con luce prossima a quella ultravioletta. La
tecnologia elaborata da André Marion è qualcosa di molto più
evoluto rispetto alla Lam pada di Wood e permette di rendere
visibili ulteriori dettagli; applicata sui palinsesti riportò alla luce
alcune frasi in latino su un manoscritto conservato alla Bibliote­
ca Nazionale di Vienna, scritte nel X III secolo e poi cancellate.
Nel 1993 permise di riavere il testo più antico di un palinsesto
che aveva subito molte traversìe essendo stato usato addirittura
tre volte. Il primo testo, ovvero la Geografia dello scrittore greco
Strabone, era stato eseguito a Costantinopoli nel V secolo; poi
duecento anni dopo le pagine erano state smembrate, raschiate
e di nuovo scritte per tramandare una raccolta di diritto canoni­
co. Verso l’anno 1000 alcune di esse furono di nuovo raschiate,
piegate in due e adattate per scrivervi i primi cinque libri della
Bibbia, altre andarono a formare nuovi libri di contenuto diver­
so. L’elaborazione elettronica permise di evidenziare l’esistenza
della scrittura laddove a occhio nudo non si distingueva nem­
meno una lettera48.
Viene messo in piedi un team di esperti guidato da Marion
al quale partecipano diversi stagisti dell’Institut d’Optique; per
sette mesi, fra il maggio e il dicembre 1994, viene studiato il
procedimento più adatto per affrontare il problema che certo
si mostra complesso. Si sceglie di lavorare su negativi risalenti
alle foto scattate da Giuseppe Enrie nel 1931: fra tutti quelli
disponibili, presentano la qualità migliore per via del metodo
fotografico analogico che si usava allora e hanno anche il pregio di
conservare memoria di un’epoca in cui l’immagine sulla sindone
era assai più vivida di oggi, fatto importante per evitare perdita
d ’informazioni visto che le lettere si distinguono proprio grazie
al contrasto tono su tono. Marion e il suo staff sottopongono
l’immagine della sindone a un procedimento di filtraggio per
eliminare i segnali di disturbo, ovvero quelle particolari irregola­
rità del tessuto (come ad esempio la sua trama spigata a rilievo)
che potrebbero creare confusione. Punto centrale del metodo
è l’elaborazione di un particolare algoritmo che permette di
La parola alla scienza e alle scienze dell'antichità 109

evidenziare le tracce di scrittura, il quale viene individuato fra i


tanti possibili attraverso una grande quantità di prove sperimen­
tali. Nel gennaio 1995 André Marion e la collega Anne-Laure
Courage (ingegnere dell’École Supérieure d’Optique di Parigi e
ricercatrice presso l’Institut d’Optique d ’Orsay), presentano a
un convegno i risultati del loro lungo lavoro, poi tutto l’insieme
viene pubblicato anche sulla rivista scientifica «O ptical Engineer­
ing», e in un libro dedicato alla scoperta; infine lo presentano
al Convegno Internazionale organizzato dal CIELT a Nizza nel
1997. Tutto questo lavoro è stato svolto in via assolutamente
istituzionale, usando le strutture e le risorse umane dell’Institut
d’Optique d ’Orsay con il permesso espresso del suo Direttore
il quale ha considerato la ricerca un campo interessantissimo
d ’indagine, e ne è stato alla fine così soddisfatto da scrivere
personalmente l’introduzione al libro di Marion e Courage. Lo
studio delle scritte della sindone ha anche valso ad Anne-Laure
Courage un prestigioso premio scientifico della fondazione BHW,
che lo ha giudicato molto innovativo e interessante. La ricerca
ha dunque un valore scientifico di primo piano, e come ripeto
è una ricerca ufficiale condotta da una fra le maggiori istituzioni
scientifiche di Francia. Tutt’intorno al volto del suppliziato che
ha lasciato la sua immagine sul lino compaiono almeno cinque
diverse parole in latino e in greco, cui si devono aggiungere altre
tre serie di caratteri isolati49. Per capire quale sia la posizione
esatta di queste scritte, il lettore può guardare il bel dipinto
di Jean G aspard Baudoin (1590-1669, oggi nella Chapelle du
Saint-Suaire a Nizza), eseguito proprio dopo aver studiato com’è
fatta la sindone (fig. 9). Supponendo che l’uomo più anziano
fra i due che avvolgono G esù nel sudario, quello sulla destra e
privo di turbante, rappresenti Giuseppe d ’Arimatea, dobbiamo
visualizzare le scritture piazzate su cartigli incollati tutt’intorno
al volto sopra la parte esterna del telo, quella che Giuseppe e
Nicodemo vedono direttamente. Le lettere non sono fatte di
inchiostro ma di una ossidazione della cellulosa delle fibrille
superficiali di lino simile (ma molto meno intensa) di quella che
ha provocato l’immagine del corpo. Un fenomeno fisico-chimico
ancora da chiarire ha provocato il trasferimento della scrittura,
che ha dunque passato il tessuto da parte a parte riproducendosi
anche sulla faccia interna, quella finita a contatto con il volto del
defunto. E su questa faccia del tessuto che le scritture si notano,
ovviamente con andamento rovesciato rispetto al modo in cui
110 Capitolo secondo

erano state scritte e poi poste nel lato opposto del telo. Tanto
Aldo Marastoni quanto la coppia Marion-Courage hanno scelto
di pubblicarle nel loro andamento corretto, quello in cui sono
state scritte, per comodità di chi leggendo deve seguire il discorso;
e così è sembrato ragionevole anche a me. Quando si realizza il
negativo fotografico del volto sindonico, come già detto le scrit­
ture tornano ad avere lo stesso andamento diritto che avevano
sul documento originale: quello che il lettore vedrà è ciò che
si vede sul negativo fotografico. Lungo il lato sinistro del volto
(destro sul negativo) sono identificate due sequenze parallele che
corrono in verticale, una in caratteri latini INNECE(M) (interna
presso lo zigomo) e l’altra in caratteri greci, NAZAPENOX (più
esterna). Si tratta delle stesse parole già viste dal Marastoni ma
la seconda viene corretta perché secondo il computer non è
NEAZARE ma NAZAPENOX, ed entrambe le sue N appaiono
fatte nello stesso modo curioso (come due N fuse in legatura,
cioè NNAZAPENNOE) che Marastoni ha già identificato dentro
INNECE(M) e come segno isolato sotto il mento, presenza an­
che questa confermata. Ma c’è di più: sempre nella stessa zona,
un p o ’ più sotto il segno isolato fatto da due N in legatura, si
legge una sequenza che Marastoni non aveva notato e che pare
molto pertinente: è il gruppo HXOY, subito riconosciuto come
parte centrale della parola [I]HXOY[X], E il nome in greco di
Gesù, e associato all’altra parola greca dice esattamente «G esù
Nazareno» (fig. 11).
In verticale lungo lo zigomo sinistro si leggono altre due
scritte anch’esse parallele, l’una esterna in caratteri più grossi e
l’altra interna, più piccola ma ben rilevata. La dicitura più grossa
comincia con le due lettere greche T X , poi c’è uno spazio bianco
come alla fine di una parola, poi ancora altri tre segni di una
parola successiva: ma di questi tre segni si leggono abbastanza
bene solo i primi due, ovvero K ed I, mentre sul terzo i due
analisti hanno dei dubbi anche se pensano che si tratti di una A.
L’insieme è insomma T L KIA. La scrittura più piccola, sempre in
greco, dice PEZ(ro) ed è la stessa già individuata dal Dubois nel
1982: ha la singolarità di apparire in chiaro sul negativo mentre
tutte le altre appaiono in scuro, quindi dev’essere stata realizzata
con un inchiostro o del materiale diverso. Oltre alle parole o
frammenti di parole, i due fisici identificano anche dei gruppi
isolati di segni: sopra la testa, quasi al centro ma un p o ’ spostata
verso il lato destro, vedono due lettere che a loro sembrano I e
La parola alla scienza e alle scienze dell'antichità 111

C, quest’ultima scritta un p o ’ più chiusa del normale; proprio


in corrispondenza della parola NAZAPENOZ si accorgono che
il gruppo ARE compare una seconda volta, le due scritte sono
l’una sopra l’altra come se la stessa dicitura fosse stata applicata
due volte sul lino in momenti diversi lasciando due tracce distinte
poste più o meno nello stesso punto. Lungo la tempia sinistra
(destra sul negativo) trovano ancora quattro segni, di cui i primi
tre (in caratteri greci AAA) sono netti mentre l’ultimo è coperto
da una specie di macchia e si distingue solo una vaga forma
un p o ’ arrotondata (forse £/?); infine sempre presso la parola
NAZAPENOX, ma verso il basso e con orientamento capovolto,
compaiono le due lettere SB.
Sia le parole sia i gruppi isolati curiosamente si concentrano
intorno al volto: è come se qualcuno li avesse disposti con un
criterio preciso, seguendo alcune strisce che si intersecano in
verticale e in orizzontale a formare qualcosa che ricorda la cornice
di un quadro. Marcel Alonso nota che questa specie di cornice
è doppia, inoltre era fatta di un materiale abbastanza leggero
e sottile da poter permettere che gli angoli si sovrapponessero
combaciando fra loro: sembra un materiale come la pergamena,
il papiro o anche delle fascette di lino inamidato. Forse proprio
la forma sottile di queste striscette suggerisce a Grégoire Kaplan
l’ipotesi che fossero etichette con un qualche valore legale, ed egli
ricorda il passo del vangelo di Matteo in cui si parla di funzionari
che mettono sigilli sul sepolcro di G esù50.
A questo punto si tratta di fornire un tentativo di interpreta­
zione. Marion e Courage hanno sottoposto le scritture ad alcuni
esperti in discipline che riguardano la storia del mondo antico e
medievale: è una vera rosa di nomi famosi che lavorano presso
la Sorbona e altri prestigiosi istituti francesi di ricerca51.
Le due scritte (I)HZOY(X) e NAZAPENOX non sembrano
dare grossi problemi perché si tratta semplicemente del nome
in greco «G esù Nazareno», con una piccola variante rispetto a
quello tramandato dai vangeli che ha la vocale età (cioè H) al posto
della epsilon (cioè E), ed è dunque NAZAPHNOX. La confusione
fra le due vocali, che nel greco di età romana si leggevano allo
stesso modo, è una cosa talmente diffusa in quel contesto stori­
co e geografico che spesso i repertori di epigrafia nemmeno la
segnalano fra le particolarità. Anche la parola INNECE(M) non
presenta difficoltà dato il contesto che riguarda proprio un giu­
stiziato: è la formula latina in necem, «a morte», dove la m finale
112 Capitolo secondo

della desinenza si distingue ormai solo in parte. Le altre parole


di cui hanno trovato traccia non c’entrano nulla con quanto è
indicato nei vangeli, perciò il loro senso non può essere capito
immediatamente: per poterle decifrare e comprendere dunque a
cosa servissero occorre sviluppare uno studio molto approfondito
che si addentra nei costumi funerari nel mondo greco-romano,
giudaico e medievale. André Marion e Anne-Laure Courage
non sono due archeologi ma due esperti di fisica, quindi prefe­
riscono lasciare questo compito ad altri specialisti che potranno
occuparsene in futuro e si limitano a tentare un’interpretazione
di massima. Quanto al gruppo 'FU KIA ipotizzano che fosse O T
XKIA. La vocale òmicron (O) che c’era in origine ora non si vede
più, inoltre secondo i due fisici lo scrivano fece un errore nel
mettere lo spazio di separazione fra le due parole: la soluzione
così arrangiata, 0*F KIA, in greco significa «volto om bra» e in
effetti va abbastanza bene con il contesto perché sulla sindone si
vede proprio il volto di quest’uomo come una specie di ombra
in tono giallo seppia. La collegano all’altra dicitura che porta il
nome e quindi compongono il tutto come «volto-ombra di Gesù
Nazareno».
Per il gruppo di segni AAA- suppongono che si possa pen­
sare a una parola come AAA(M), il nome in greco di Adamo: è
un’idea curiosa suggerita dal fatto che san Paolo nella sua Lettera
ai Romani (5, 14) chiama Gesù come «futuro Adamo». Il gruppo
isolato IC fa venire loro in mente le scritte di certe icone bizan­
tine dove compaiono le due abbreviazioni IC-XC per rendere
le parole I(HCOU)C X P(IC 0O C), «G esù Cristo». Per l’ultima
sequenza SB propongono che si tratti dell’impronta di un sigillo
tardomedievale, in particolare quello di Baldovino de Courtenay
che fu il primo imperatore latino di Costantinopoli dopo la IV
crociata: l’insieme sarebbe stato S(ignum) B(alduini). Per la parola
PEZ((o) non trovano alcuna spiegazione: è un verbo che significa
«eseguire», «mandare ad effetto» ma anche «tingere», e la sua
presenza in questo contesto non sembra per niente chiara.

9. Una prima interpretazione

Riguardo allo scopo cui queste scritte dovevano servire, i due


fisici non trovano un parere concorde perché le possibilità sono
tante. L’ipotesi di una mitria d’infamia proposta da Marastoni
La parola alla scienza e alle scienze dell'antichità 113

e Messina-Orecchia non è più sostenibile: le parole infatti for­


mano una doppia cornice, non un copricapo. Così pure sembra
superata l’idea di Haralich riguardo a un filatterio legato con
strisce iscritte. La forma a doppio riquadro suggerisce a qual­
cuno degli esperti consultati che le scritte fossero su una specie
di alloggiamento rigido usato nell’antichità per tenere diritta la
testa del defunto, però non ne sono stati mai trovati di simili a
questo, a cornice raddoppiata. Marcel Alonso nota che in corri­
spondenza delle strisce ortogonali c’è come un «biancore» che
si insinua tra le fibre di lino; la sua idea è che le strisce fossero
dovute a un appretto applicato non sul lato del lino dove si è
formata l’immagine bensì su quello esterno, quello che le persone
potevano vedere quando il cadavere era già stato avvolto nel
sudario (fig. 8). L’appretto doveva servire per rendere il lino più
adatto a ricevere la scrittura, che dunque doveva stare all’esterno
rispetto a dove si vede ora, e questa sostanza fluida avrebbe at­
traversato lo strato di lino da parte a parte raggiungendo anche
il lato interno, a contatto con il corpo, dove lasciò traccia della
sua presenza nelle strisce che ancora si vedono. Grégoire Kaplan
immaginava come già detto che queste scritte dovessero avere un
qualche carattere legale, perciò additava il passo del vangelo di
Matteo dove sono ricordati dei funzionari che mettono sigilli sul
sepolcro di Gesù. Kaplan intuì anche la loro effettiva posizione,
come etichette piazzate nella parte esterna di quell’involto che
si venne a formare quando il defunto fu completamente coperto
con il telo52.
Una delle ipotesi suggerite a Marion e Courage dagli esperti
era che le scritte giacessero su una custodia esterna nella quale
la sindone fu riposta, una teca-reliquiario di legno o metallo
con didascalie che a seguito di qualche evento non precisato si
sarebbero trasferite sul tessuto. Visto che la sindone è un oggetto
famosissimo e lo è stato per tanti secoli, si è immaginato che
dovesse avere delle scritte di tipo ufficiale e solenne, adeguate
al suo prestigio: ma questo presupposto dato per scontato trop­
po in fretta è stato fuorviante. E una congettura assolutamente
lecita, ma alla luce di questo presupposto i conti non tornano:
infatti le tracce di scrittura identificate dai due esperti francesi
non hanno proprio niente di solenne, contengono persino errori
di grammatica. Le scritte vanno esaminate solo per se stesse,
cercando di dimenticare il fatto che sono state individuate sulla
sindone: in effetti non sappiamo nulla circa il momento in cui
114 Capitolo secondo

furono eseguite, e non è affatto scontato che qualcuno le creò


apposta per celebrare il venerato telo funebre di G esù Cristo.
L’associazione di idee con un bel reliquiario bizantino a mio
giudizio ha costituito una zavorra troppo pesante e la ricerca
ne ha risentito. Se gli studiosi avessero messo da parte l’idea
che la sindone debba per forza essere legata al culto cristiano,
si sarebbero accorti subito di tante cose. Ad esempio il fatto di
trovare parole in greco e in latino nello stesso testo è sembrata
loro una cosa strana, addirittura sospetta: eppure nel mondo
greco-romano l’uso di produrre testi scritti in parte in latino
e in parte in greco era la normalità. Sono due gli ambiti della
vita in cui questo bilinguismo si trova più spesso: uno è quello
funerario, che riguarda le iscrizioni sui sarcofaghi o gli oggetti
messi nel corredo dei defunti, e l’altro è quello legale, fatto dagli
editti, dai testi delle leggi, dai documenti53. Le scritte trovate sulla
sindone, come si dirà, appartengono a entrambe queste categorie.
A volte era lo stesso testo che veniva scritto prima in greco poi
in latino, oppure si trattava di usare le due diverse lingue per
comunicare informazioni distinte. Sfogliando il grande reperto­
rio delle Chartae Latinae Antiquiores, dove sono pubblicati fra
l’altro tutti i papiri antichi sopravvissuti fino ad oggi, si vede che
i documenti circolanti nell’impero romano erano molto spesso
scritti in greco ma portavano alcuni passi fondamentali (come
ad esempio la data, la sottoscrizione di un magistrato ecc.) in
lingua latina54.
Una volta sganciate dall’oggetto sindone e dai fatti che in
realtà appartengono alla sua lunga storia dei secoli seguenti,
ecco che la questione appare subito diversa: tutte quelle tracce
di scrittura acquistano allora una logica ben precisa.
Un altro problema è stato il fatto che sulla sindone si vede
la presenza di una doppia scrittura. Tanto Marastoni quanto la
coppia Marion-Courage si erano accorti che in certi punti le
scritte mostrano una strana e inspiegabile «ripetizione»: presso
la parola NNAZAPENNOX compare ripetuto il gruppo ARE, so­
vrapposto, e presso la sequenza IBEP Marastoni aveva già notato
le due lettere IB, separate dal resto e come slittate verso l’alto.
Gli scienziati francesi a questo punto azzardano la possibilità che
il lino fosse entrato a contatto in fasi diverse con scritte diverse
che però portavano lo stesso testo. Leggendo la loro ricostru­
zione si avverte come un senso d ’imbarazzo provocato da una
simile ipotesi: se diamo per scontato che le scritte stessero su un
La parola alla scienza e alle scienze dell'antichità 115

reliquiario, è ovvio che questa curiosa «ripetizione» non ha alcun


senso. Invece a parer mio è proprio questa la parte più importante
del loro lavoro, cioè la scoperta di una seconda scrittura forse
identica ma diversa rispetto a quella che attualmente vediamo
in maniera più estesa. Per ora ne hanno individuato solo due
gruppi isolati, ma la sua esistenza è un fatto da non dimenti­
care. Sembra la traccia di un secondo intervento di scrittura:
evidentemente quelle parole avevano un valore importante, un
valore che spinse qualcuno a riprodurle dopo un certo lasso di
tempo. Sulla sindone ci sarebbe dunque traccia di una scritta
più antica (forse antichissima?) che in seguito venne rifatta con
la medesima dicitura.
Anche se condotto solo in modo informale e provvisorio,
l’esame paleografico iniziato da Marion e Courage giunge infine
a una valutazione di massima: le lettere hanno più probabilità
di essere d’origine orientale che occidentale, sono anteriori al
V secolo e forse di età paleocristiana, per vari aspetti sembrano
addirittura precedenti al III secolo. Il compito di esaminarle in
dettaglio e capire a cosa servissero a questo punto viene lasciato
agli esperti di discipline relative al mondo antico, cioè archeolo­
gia, paleografia, storia e diplomatica, che si spera raccoglieranno
numerosi la sfida visto il grande fascino della sindone come
enigma per la ricerca scientifica. Invece segue un silenzio totale,
esattamente come se queste tracce di scrittura non fossero mai
state rilevate; eppure la notizia della loro scoperta fu annunciata
sui telegiornali delle reti pubbliche.
Senza dubbio l’esperimento di datazione al radiocarbonio
ha completamente inquinato il clima degli studi, e questo a
prescindere dalla sua validità. E difficile dire oggi di chi sia la
colpa e forse non vi fu una vera colpa, ma piuttosto una sm oda­
ta reazione a catena di suggestioni che si condizionarono l’una
con l’altra. C ’era una gran fretta di giungere al risultato sicuro,
indiscutibile, che risolvesse la questione una volta per tutte; e
questa fretta eccessiva ha boicottato la bontà della procedura. In
fondo l’esperimento nasceva in mezzo a una selva di incognite.
In primo luogo stavano i dubbi espressi dallo stesso scienziato
che inventò il metodo di radiodatazione, il premio Nobel Willard
Frank Libby: l’illustre chimico si dichiarò contrario perché la
sindone è un reperto troppo contaminato per essere sottoposto
con successo al carbonio 14, però l’eccitazione collettiva del
mondo scientifico era già troppo alta e le sue parole non vennero
116 Capitolo secondo

ascoltate. Inoltre si guardò al radiocarbonio come a una specie di


guru, un oracolo infallibile capace di dare risposte sicure e senza
appello: si dimenticò che esistono vari altri metodi di datazione
i quali a seconda dei casi sono di gran lunga più precisi.
L’archeologia possiede strumenti propri per giungere a sta­
bilire quando è stato fatto un reperto. Sono strumenti affidabili
maturati con l’esperienza di innumerevoli ricercatori che lavora­
rono con perizia e passione sin dagli inizi del Settecento, quando
questa disciplina cominciò a essere praticata con le regole proprie
di un metodo scientifico. Oggi la sua capacità di identificazione
è tale che uno studente universitario, se vuol passare l’esame,
deve ad esempio poter datare un vaso o una statua greca con
un margine di circa 20, al massimo 30 anni. Ma in caso di autori
molto famosi per i quali conosciamo bene tante opere, come
ad esempio il pittore Eufronio o lo scultore Fidia, l’intervallo
d ’incertezza accettabile va dai 5 ai 10 anni. Sarebbe divertente
vedere la reazione del professore se si sentisse proporre una data
del reperto che oscilla di quasi un secolo e mezzo. Anche uno
storico dell’arte medievale è in grado di datare un affresco o una
miniatura con un margine d ’incertezza di massimo 25 anni.
Come già detto, la stessa procedura con cui venne eseguito
l’esperimento al radiocarbonio si rivelò un percorso a ostacoli e
gli operatori si trovarono dinanzi una quantità di imprevisti cui
furono costretti a rimediare come meglio si poteva. Sugli errori
di misura compiuti si è già discusso, fra l’altro, nel congresso
svolto a Parigi nel settembre 1989 fu comunicato a voce il peso
di 540 mg, però nel filmato che documentava la misurazione si
vedeva la bilancia segnare per quell’identico campione il peso di
478,1 mg anziché 54055. Alla fine il risultato fu esibito come un
verdetto definitivo, e la cosa è davvero singolare: infatti è noto a
tutti che le scienze umane procedono con soluzioni affidabili ma
comunque considerate sempre provvisorie, e proprio quest’atteg­
giamento mentale di profonda umiltà verso la natura distingue lo
scienziato autentico dal praticone. La colpa però fu in gran parte
dei media che appiattirono tutto per rendere la questione più
incisiva. La notizia rimbalzò da un quotidiano all’altro in tutti i
paesi del mondo presentata con slogan ad effetto: la sindone è un
falso medievale! Gli studiosi dell’antichità che avevano un parere
contrario, compresi gli esperti consultati da Marion e Courage,
rinunciarono ad andare più a fondo. Venire a sapere che quelle
tracce di scrittura stavano su un «falso medievale», come si prò-
La parola alla scienza e alle scienze dell’antichità 117

clamava ovunque, non era certo un buon indizio. Anche se quelle


lettere sembravano di gran lunga più antiche, era meglio lasciar
cadere la cosa e dedicare le proprie fatiche ad argomenti meno
controversi. Eppure sul piano del metodo questo ragionamento
non è corretto, perché sono tanti i casi di scritture antiche che
per qualche motivo hanno finito per trasferirsi su un oggetto
diverso da quello del documento dove furono tracciate, e proprio
grazie a questo oggetto diverso sono giunte fino a noi: nel 1977
una missione archeologica francese che lavorava al confine fra
il Tagikistan e il Pakistan trovò un antico papiro greco del III
secolo a.C. rimasto imprigionato tra due strati di fango essiccato,
che si polverizzò immediatamente non appena fu toccato. Ma il
testo che portava scritto su quattro colonne era rimasto impres­
so «in negativo» sul fango secco, e così fu possibile leggerlo e
recuperarlo: è solo un esempio dei vari possibili56. Allo stesso
modo la sindone è un reperto archeologico a sé stante rispetto
a questi cartigli dove stavano le scritte.
Quando si arenò per via del clima intellettuale completamente
inquinato, la ricerca iniziata da Aldo Marastoni stava guadagnan­
do informazioni di grande valore storico. L’insigne latinista aveva
avuto subito l’impressione che quelle tracce di scrittura risalis­
sero al I secolo, e questo non sorprende visto che somigliano da
vicino alla scrittura di testi famosissimi tutti datati con certezza
a prima dell’anno 79 d.C.; dunque pensava che appartenessero
a un testo originale. Da buon conoscitore delle fonti antiche, il
Marastoni sapeva bene che l’analisi paleografica è il primo pas­
so da compiere ma ha un valore soprattutto orientativo e può
aiutare solo fino a un certo punto; infatti le scritture seguono
le mode. Spesso entrano in voga stili arcaizzanti che si ispirano
a quelli del passato, un po’ come accade per l’arredamento o la
forma degli abiti, e allora si producono scritture le quali imitano
molto bene altre scritture che sono più antiche anche di secoli:
durante il corso del Quattrocento, ad esempio, gli umanisti
amavano scrivere imitando la bella e ordinata scrittura che si
usava in Europa al tempo di Carlo Magno, più di seicento anni
prima. Inoltre c’è un altro fatto importante: chiunque abbia un
po’ di familiarità con le scritture antiche si accorge subito che
queste tracce rimaste impresse sulla sindone non appartengono
al mondo dei libri, oggetti che avevano un costo elevato e che
erano scritti seguendo stili precisi, in modo elegante: qui invece
siamo dinanzi a una scrittura informale, rudimentale, eseguita
118 Capitolo secondo

soprattutto per comunicare un certo messaggio. E c’è anche un


altro fatto importante con cui lo specialista di documenti antichi
sa di dover fare i conti: le scritture circolano insieme agli uomini,
si spostano nello spazio raggiungendo altri paesi, e il loro stile
è capace di influenzare nettamente le scritture della gente con
cui entrano in contatto57.
L’esame paleografico è un ottimo punto di partenza per capire
un testo, ma non può mai rappresentare un punto d’arrivo. Se
immaginiamo che il nostro scritto sia un hotel su un mappamon­
do, l’analisi paleografica ci dice in quale dei cinque continenti va
cercato: poi si deve entrare in profondità e individuare la nazione,
il distretto, la città, l’indirizzo. Solo il contesto per intero, la som­
ma di tutti i dati nel suo insieme, può dare una risposta davvero
affidabile: e Marastoni si era incamminato proprio lungo questa
strada, cercare dei riscontri negli usi materiali del tempo. Aveva
cominciato a indagare sul modo in cui nell’impero romano veni­
vano segnalati i condannati a morte tramite cartelli di vario tipo,
fatti per dichiarare qual era stata la loro colpa o anche umiliarli:
qualcosa che lo storico Cassio Dione verso l’anno 22 a.C. descrive
come «la causa della condanna messa per iscritto»58. Credo pro­
prio che Marastoni sarebbe giunto a vedere quanto abbiano noi
oggi davanti agli occhi, se la sua ricerca avesse potuto continuare
in un clima sereno come quello che l’aveva vista nascere. Invece
la sicurezza con cui la sindone fu data per un falso medievale
ha stroncato anche questo tipo di indagine. André Marion e
Anne-Laure Courage avevano le idee molto più chiare in merito
rispetto a tanti altri studiosi: infatti sono due scienziati, persone
che padroneggiano queste procedure sperimentali e ne vedono
immediatamente i limiti. Questo fatto è stato determinante per
l’inizio delle loro ricerche: a differenza di altri, sapevano che le
energie dedicate a studiare quelle tracce di scrittura non erano
affatto fatica sprecata. Nel loro libro spiegano chiaramente che
il test del radiocarbonio nasceva già avvolto da una selva di
dubbi, legati essenzialmente alla procedura con cui i campioni
di tessuto erano stati prelevati; anche la datazione finale a loro
giudizio era tutt’altro che oro colato59. U n’intera generazione ha
visto il risultato del radiocarbonio come il verdetto di un oracolo
infallibile, e in fondo non si può biasimarla: i mass media di tutto
il mondo spacciavano la data ottenuta come cosa certa. Quel
modo assolutamente improprio di pubblicizzare l’esperimento ha
fatto un danno enorme alla ricerca scientifica bloccando il suo
La parola alla scienza e alle scienze dell'antichità 119

naturale progresso per ben vent’anni: e questo a prescindere da


qualunque considerazione religiosa.

10. Scritture di servizio

L’insieme delle scritte individuate sulla sindone forma una


cornice che inquadra il volto come farebbero delle didascalie; e
i caratteri delle scritte, o almeno una parte di esse, sono tali da
farci capire che queste didascalie si dovevano leggere bene. Le
parole di modulo maggiore sono alte ben 3 centimetri e scritte
di queste dimensioni si distinguono ancora da diversi metri di
lontananza; le scritture comuni dei documenti antichi e medie­
vali arrivano al massimo all’altezza di un centimetro, perciò è
palese che furono fatte così grandi perché si potessero vedere
anche da lontano. Questa evidenza sembra rafforzare l’idea che
le diciture fossero parte di un reliquiario, un oggetto al quale i
fedeli potevano avvicinarsi solo fino a un certo punto. La pre­
senza del gruppo letto come IC sembrava inoltre confermare
che bisognava cercare dei paragoni nelle icone bizantine. Tutto
insomma cospirava nel far pensare che le scritte fossero parte
di una teca-reliquiario come quelle in uso nella Costantinopoli
del medioevo, dove molte parole sono poste nel perimetro del
contenitore per illustrare l’icona o le reliquie contenute ed esal­
tarne le virtù religiose con frasi tratte dalla liturgia: sarebbero
state dunque didascalie fatte per spiegare come quello fosse il
vero sudario di G esù Cristo.
A questo punto però cominciano i dubbi: l’ipotesi è sug­
gestiva ma contrasta con alcune cose molto evidenti, fatti che
riguardano il modo in cui le parole sono disposte, la forma delle
lettere e anche il senso del testo. La sequenza T E KIA IHXOYE
NAZAPENOX (figg. I la , b, e), interpretata come «volto-ombra
di G esù Nazareno», in effetti a prima vista fa pensare proprio
alla didascalia di un reliquiario ma se la si guarda un p o ’ meglio
si nota subito che la lettura non va bene. In primo luogo, per
avere «volto-ombra» avremmo dovuto trovare scritto (O)'F ZKIA:
invece si vede bene che la disposizione delle lettere è diversa,
c’è uno spazio che separa due parole in un punto preciso. Ma
c’è un fatto ancora più notevole: il nome di Gesù e l’aggettivo
che ne indica la provenienza dovrebbero essere al caso genitivo
(IHXOY NAZAPENOY, cioè «d i G esù Nazareno»), invece sono
120 Capitolo secondo

al nominativo, proprio come se la prima parte del testo fosse un


verbo, un avverbio o ancora un aggettivo.
Il testo è disposto seguendo i criteri con cui si facevano le
epigrafi nel mondo romano già a partire dal 175-130 a.C., i quali
in fondo non sono tanto diversi da quelli con cui si impostano
oggi i cartelloni pubblicitari: ciò che doveva attirare l’attenzione
veniva scritto in caratteri più grossi e messo laddove catturava su­
bito lo sguardo di chi legge, mentre altre informazioni secondarie
venivano scritte in lettere più piccole e messe in posizioni meno
centrali. Anche in questo caso proprio sotto il volto, in primo
piano, compare il nome del giustiziato, la cosa più importante
che si doveva leggere meglio. Poi in verticale nelle altre posizioni
o in caratteri più minuti stanno altre parole che evidentemente
erano meno importanti, dunque non c’era bisogno di scriverle a
caratteri cubitali60. Queste diciture appaiono coerenti a gruppi,
secondo il verso in cui corre la scrittura, e danno proprio l’idea
che furono scritte separatamente e poi messe a contatto con
il tessuto in base a un criterio pragmatico, quello dello spazio
disponibile: la scritta più grande monopolizza quasi tutto lo
spazio intorno al volto, mentre quella della cornice minore, alta
appena un terzo, giace su strisce strette che sono state infilate
dentro questa cornice maggiore in un secondo momento, come
si poteva e senza preoccuparsi di quale aspetto potesse avere l’in­
sieme finito: in certi punti le strisce non rispettano l’inquadratura
del volto, vanno come a «tagliare» l’immagine degli zigomi. La
parola frammentaria AAA- e il gruppo SB lungo il lato sinistro
del volto escono addirittura fuori dalla doppia cornice, come
se in quest’ultima non ci fosse stato più spazio (figg. l l f e g).
Sembrano decisamente attaccate alla buona, senza particolare
cura di rispettare il volto della persona defunta. Le lettere sono
tracciate liberamente, senza seguire un rigo di scrittura preciso
ma con l’incedere leggermente oscillante e obliquo tipico di chi
scrive a mano libera su un foglio completamente bianco, senza
rigatura.
Così come sono state lette e individuate, le scritture non
hanno proprio niente di solenne che possa ricordare un reli­
quiario: in necem è di modulo piccolo (dunque non adatto per
essere letto a distanza) e presenta le due N fuse insieme a for­
mare un nesso, cosa comunissima nelle scritture informali e nei
documenti; è fatta di caratteri piccoli anche la dicitura AAA-.
Nella tradizione bizantina sin dall’epoca più antica i reliquiari
La parola alla scienza e alle scienze dell’antichità 121

e gli oggetti destinati al culto in generale sono pezzi d’arte fatti


di materiali preziosissimi, spesso cassette di legno rivestite da
lamine d ’oro e argento costellato di gemme, perle e smalti: questo
corrispondeva all’altissimo valore religioso ma anche economi­
co che simili oggetti possedevano per la gente di quei tempi61.
Le scritture che campeggiano su questi capolavori d ’oreficeria
sono immancabilmente all’altezza della loro sede, eseguite con
grande regolarità e cura estetica; spesso sono ricche di occhielli,
di svolazzi e altre leziosità che le rendono molto decorative. Nel
Tesoro della basilica di San Marco a Venezia si conservano molti
esemplari di questo tipo risalenti ai secoli X-X II che furono
portati via da Bisanzio durante la tragedia della quarta crociata:
anche con uno sguardo molto distratto alle loro iscrizioni si ha
subito la visione di un mondo regale, sublimato, evanescente, un
mondo che sta agli antipodi rispetto allo stile povero e rudimen­
tale delle scritture trovate sulla sindone. Tutta l’epigrafia religiosa
bizantina appare in genere più curata e soprattutto improntata
a uno stile vistosamente diverso62.
Che dire invece di quelle lettere un p o ’ sconnesse, a volte
anche storte, dove le forme di uno stile sembrano mischiarsi a
caso con quelle di un altro? E tutto questo proprio sul reliquia­
rio destinato a contenere l’oggetto più sacro della cristianità, il
sudario che aveva avvolto il Re dei Re? Ho idea che la teoria di
Ian Wilson in questo caso si sia rivelata invadente: infatti restava
fortemente impressa nelle menti degli studiosi l’idea del modo
in cui la sindone-mandylion era custodita a Costantinopoli, l’im­
magine del bel reliquiario bizantino raffigurato in tante icone e
nel codice Rossiano greco 251 (fig. 14). L’interpretazione delle
scritture l’ha seguita fedelmente modellandosi su di essa, in
sintesi ne ha preso la forma con una specie di muto e incondi­
zionato consenso. Si è partiti dall’idea (potente e suggestiva) che
le scritte fossero fatte per ciò che la sindone è oggi, ovvero un
oggetto comunque preziosissimo che attira milioni di pellegrini
da tutto il mondo, e da ciò che è stata considerata per secoli,
ovvero la reliquia più importante della cristianità: quelle scritte
così rudimentali e sconnesse decisamente parevano impossibili
indosso a tanta regalità spirituale e materiale.
Quelle parole sono state subito messe in relazione con i
vangeli e questo ha precluso tante strade alla ricerca. Trattandosi
di un oggetto che la tradizione cristiana identifica con il sudario
funebre di Gesù una simile associazione mentale appare ovvia,
122 Capitolo secondo

addirittura scontata: però a rigor di logica non è esatta. I vangeli


infatti furono scritti dai seguaci di Gesù, persone che avevano
su di lui delle certezze, lo veneravano come il Figlio di Dio e gli
riservavano un preciso culto; la sindone però non aveva nulla a
che fare con quelle certezze e quel culto: il telo della sepoltura
doveva essere più vecchio dei vangeli, ma soprattutto apparteneva
al contesto della morte, decisa da persone che non condividevano
affatto il sentire dei seguaci di G esù visto che lo avevano fatto
crocifiggere. In teoria la sindone dovrebbe essere semplicemente
un oggetto ebraico del I secolo d.C., non un reperto cristiano; e
le scritte poste su di essa, se sono coeve alla sepoltura, a rigor di
logica non dovrebbero avere nulla a che fare con il cristianesimo
e non contenere nessun elemento che potesse in qualche modo
onorare il defunto.
Se rinunciamo a credere a priori che le scritte stessero su un
reliquiario, o che dovessero per forza celebrare la reliquia più
sacra di tutta la civiltà cristiana, allora abbandoniamo il campo
delle scritture solenni che sarebbero scontate per un uso del
genere. Spostando l’attenzione sulle scritture dei documenti il
panorama che abbiamo dinanzi cambia già di netto. I documenti
erano scritti di tipo comune che si facevano ogni giorno per le
necessità più diverse: ad esempio ricevute di pagamenti vergate
su pezzetti di papiro anche molto piccoli, per risparmiare, oppure
su tavolette cerate, o anche sui ciottoli di fiume che avevano una
forma appiattita e costituivano un materiale scrittorio durevole
ed economico. Si scriveva senza tanta attenzione per la forma,
perché l’importante era che il contenuto si capisse: infatti ab­
bondano sviste grammaticali grosse e piccole, come pure i segni
tracciati di corsa, in una forma strana che viene spontanea a chi
sta scrivendo. Quando poi lasciamo anche il campo dei docu­
menti e passiamo a quello delle scritture estemporanee, allora
le diciture identificate sulla sindone acquistano immediatamente
un senso pieno e chiaro: infatti è proprio questo il loro mondo.
Sono scritture informali, potremmo dire di servizio, le infinite
comunicazioni che si facevano tutti i giorni per dare messaggi di
ogni tipo. In genere erano fatte in modo sbrigativo ed economico,
a volte dovevano durare poco e venivano distrutte senza lasciare
traccia: un esempio può essere l’annuncio di giochi dei gladiatori
dipinto sull’intonaco di un muro, il quale dà appuntamento al
pubblico in una certa data e sarà senz’altro coperto per scrivere
altri annunci di giochi futuri. Possediamo migliaia e migliaia di
La parola alla scienza e alle scienze dell’antichità 123

queste scritture antiche; esse formano un patrimonio inestima­


bile perché contengono svarioni grammaticali, particolarità del
dialetto, invenzioni personali e altri fenomeni curiosi i quali ci
permettono di vedere gli uomini che le scrissero quasi dal vivo,
immersi dentro la loro cultura di tutti i giorni che era ricchissi­
ma, variopinta e molto più vivace di quanto possano disegnare
i nostri limitati schemi odierni. Nelle scritte identificate sul lino
della sindone non ci sono maiuscole e minuscole fuse insieme,
come era sembrato a Marion e Courage, bensì due stili maiuscoli
diversi mischiati fra loro. Le lettere sono tutte maiuscole, in gran
parte in stile capitale con alcuni «intrusi» in stile onciale: è un
uso che in certe epoche del mondo antico è comunissimo, come
si dirà più avanti. Anche la convivenza di parole in lingue diverse
nello stesso testo è un fatto all’ordine del giorno nelle scritture
di servizio di età romana63.
Per eseguire una ricerca corretta sul piano storico, archeolo­
gico e filologico bisogna dunque scandire l’indagine su tre livelli
che vanno studiati separatamente: sul primo livello stanno le
diciture in se stesse, cioè le parole che formavano le scritte con
il loro significato e la loro funzione; sul secondo livello c’è la
forma con cui quelle diciture sono giunte fino a noi, la scrittura
materiale delle lettere, che potrebbe anche essere più tarda: è il
caso delle scritture ricopiate, di cui conserviamo tanti esempi di
epoca antica e medievale. Sull’ultimo livello sta il rapporto fra
le scritture con l’oggetto materiale che le portava e il telo, vale
a dire il momento in cui entrarono in contatto e i due reperti
divennero una cosa sola. Questa suddivisione della ricerca è
opportuna perché segue la «stratigrafia» della sindone, ma so­
prattutto è necessaria in vista di un fatto molto importante: la
dicitura del testo, se i suoi scopritori hanno visto giusto, contiene
dettagli molto singolari che agli uomini della tarda antichità e
del medioevo sarebbero parsi decisamente strani, persino imba­
razzanti. Vediamo perché.

11. Prima del Cristo

L’immagine realistica di G esù crocifisso, il corpo nudo


martoriato di ferite che pende dalla croce con tutto il peso
nell’abbandono della morte, è qualcosa di abbastanza recente
nella storia millenaria del cristianesimo. Per molti secoli questa
124 Capitolo secondo

visione non sarebbe stata accettata dai cristiani perché secondo


la mentalità del loro tempo era offensiva, umiliante, sbagliata:
in una parola, eretica64.
Un discorso simile vale anche per il nome G esù di Nazareth,
che pure nel nostro immaginario collettivo appare normale e
scontato dopo la grande diffusione di opere come il film diretto
da Franco Zeffirelli nel 1978 e il libro di Joseph Ratzinger-Bene-
detto XVI che portano questo titolo; eppure per tanto tempo, per
quasi duemila anni, le cose sono andate in maniera diversa. La
dicitura «G esù di Nazareth» si è diffusa nella mente della gente
comune grazie a un’intensa stagione di studi cominciata alla fine
del Settecento e ben viva tuttora, studi che hanno sottoposto i
vangeli al vaglio della critica storica e dell’esegesi come gli altri
testi antichi: per poter eseguire questa analisi gli studiosi hanno
dovuto separarsi da ogni preconcetto di tipo religioso, cosa dif­
ficilissima considerato che tutta la civiltà occidentale si è formata
sul cristianesimo, e hanno dovuto guardare alla figura di questo
personaggio un po’ come se fosse un estraneo, uno sconosciuto.
Prima di quel momento, e per quasi due millenni, nessuno si era
mai riferito al personaggio nato in Palestina verso l’anno 4 a.C.
con il nome di Yeshua ben Yoseph se non chiamandolo Gesù Cri­
sto, il nome che gli fu attribuito dai seguaci già pochi anni dopo
la sua morte o forse addirittura quando era ancora in vita.
Il fondamento della nuova religione, ciò che la separava dal­
l’ebraismo, era riconoscere in quest’uomo G esù quell’Eletto del
Signore (in ebraico masiàch, «unto con l’Olio Santo», dunque
consacrato) che il popolo d ’Israele attendeva da tanto tempo;
l’aggettivo greco christòs («unto») che traduceva l’ebraico masiàch
fu trasformato prestissimo in un nome proprio, Cristo, e questo
nome divenne subito il modo normale per riferirsi al fondatore
della nuova religione. G ià verso l’anno 40 ad Antiochia di Siria
i cristiani formavano una comunità separata dal giudaismo e i
pagani erano in grado di distinguerli proprio perché venerava­
no un uomo di nome Cristo: per i greci che non conoscevano
le antiche tradizioni giudaiche la parola «cristiani» aveva un
sapore ridicolo perché suonava più o meno come «i bisunti».
Gli autori pagani Tacito, Svetonio, Plinio il Giovane conoscono
solo il nome di Cristo (deformato a volte in Chrestos) e non
quello di G esù65.
In un libro molto accurato di Romano Penna, esperto di
analisi delle fonti cristiane antiche, sono passati in rassegna
La parola alla scienza e alle scienze dell'antichità 125

tutti i modi in cui i primi cristiani chiamavano G esù dal tempo


dei discepoli fino alla fine del I secolo; secondo lo studioso la
formula Gesù di Nazareth compare nei vangeli solo quando ser­
ve a indicare la concretezza storica, la normalità quotidiana66.
E il modo in cui lo indicano gli altri, quelli che non sono suoi
discepoli; corrisponde alla maniera abituale in cui nel mondo
antico venivano chiamate le persone, alla pari di altri personaggi
descritti nei vangeli i quali non erano originari di Gerusalemme
e portavano un epiteto che ne dichiarava l’origine, come Simo-
ne il Cireneo o Giuseppe d ’Arimatea. Si tratta insomma di una
denominazione anagrafica67.
«G esù Nazareno» non ha nulla a che vedere con la religione
0 la sfera del sacro, non contiene alcun elemento che possa in
qualche modo elogiare la persona: di fatto nei vangeli quando
la gente acclama G esù lo chiama «Figlio di Davide» oppure
«Signore». L’evangelista Marco lo dichiara sin dall’inizio «Figlio
di D io», mentre la denominazione che G esù preferisce è «F i­
glio dell’Uomo», un titolo misterioso che in sé poteva riferirsi
a tutti gli uomini però era legato a una profezia contenuta nel
Libro di Daniele: secondo questo profeta un uomo speciale, un
«Figlio dell’U om o», sarebbe stato alla destra di Dio nel giorno
del Giudizio68.
Prima ancora che venissero redatti nella loro forma definitiva
1 quattro vangeli canonici, un fariseo convertito al cristianesimo
chiamato Paolo di Tarso aveva cominciato a predicare compiendo
lunghi viaggi in tutto il Mediterraneo e scrivendo diverse lettere
alle persone delle comunità che aveva visitato: è la prima fonte
cristiana che ci sia giunta nella sua forma definitiva e restituisce
una visione storica abbastanza precisa. Nelle sue Lettere, che
cominciano verso l’anno 50 e si interrompono poco prima della
morte (avvenuta a Roma nel 64 o 67 d.C.), Paolo non usa mai
la definizione «G esù Nazareno» ma lo chiama sempre «G esù
Cristo» o in altri modi fatti apposta per mettere in primo piano
la sua natura diversa, eletta, superiore rispetto a quella di tutti
gli altri uomini: sono espressioni come «Signore G esù», «Cristo
nostro Signore», o «Figlio di Dio Signore Gesù Cristo», «Signore
della gloria». Spesso lo chiama semplicemente Cristo, cioè «il
M essia» senza mettere altro; parla anche di «Cristo crocifisso»
senza aggiungere il nome di Gesù, un’espressione che ancora due
generazioni prima sarebbe parsa assurda in Gerusalemme perché
nel pensiero giudaico non era affatto ammissibile che l’Unto di
126 Capitolo secondo

Dio potesse subire la stessa morte dei peggiori criminali: ma al­


l’altezza degli anni 50-60 tutti i cristiani erano in grado di capirlo
perfettamente, perché ormai l’identificazione fra Gesù che era
stato crocifisso e il Cristo-Messia d ’Israele era un fatto talmente
scontato che nessuno dei fedeli poteva sbagliarsi69. Paolo di Tarso
non usa mai la dicitura G esù di Nazareth: dopo essersi conver­
tito desidera annunciare a tutti il Cristo e il suo insegnamento,
mentre il titolo anagrafico di G esù non gli interessa. Facciamo
un esempio vicino alla nostra epoca: usiamo parlare di Madre
Teresa di Calcutta o Padre Pio da Pietralcina quando vogliamo
riferirci a questi religiosi e alle cose che hanno fatto durante la
loro vita; in pratica nessuno li chiama Agnes Gonxha Bojaxhin
0 Francesco Forgione, i nomi con cui vennero registrati all’ana-
grafe alla nascita.
Gli Atti degli Apostoli, scritti da Luca che fu compagno di
viaggio di Paolo e secondo la tradizione anche autore di uno
dei vangeli ispirati, furono composti verso l’anno 80 d.C. in
base a materiale più vecchio offerto dai seguaci delle prime due
generazioni; leggendoli in un’ottica storica si vede chiaramente
come la dicitura più antica e normale (potremmo dire forse ana­
grafica) di «G esù Nazareno» piano piano si evolve, si arricchisce
di significati ulteriori finché cede il posto a una nuova che è
prettamente religiosa. C ’è una successione di eventi che spinge
1 discepoli a farsi un’idea di quest’uomo via via sempre più alta:
in conseguenza di questo lo chiamano prima con una formula
intermedia, ovvero «G esù Cristo Nazareno», poi soltanto «G esù
Cristo»70.
Altrove compaiono titoli i quali hanno un valore teologico an­
cora più evoluto: derivano dal fatto che i seguaci hanno maturato
sul loro maestro certe convinzioni e ormai sono abituati a parlarne
in modo esplicito come di una persona soprannaturale, un con­
cetto che i discepoli della prima generazione sentivano a livello
soprattutto intuitivo. Nella Lettera a Tito si trova l’espressione
«D io e Salvatore nostro G esù Cristo», mentre un altro passo nello
sviluppo della teologia è testimoniato dalla Lettera agli Ebrei, un
tempo attribuita a san Paolo ma oggi ritenuta da molti opera dei
suoi allievi: qui Gesù è chiamato «grande Pastore» in riferimento
alla figura del Buon Pastore che egli stesso aveva usato in una
famosa parabola, un’immagine di Dio che guidava il suo popolo
come un pastore amoroso custodisce le proprie greggi. Gesù è
detto anche «sommo sacerdote in eterno», un’espressione che
La parola alla scienza e alle scienze dell’antichità 127

invito il lettore a ricordare in vista di alcuni ragionamenti futuri.


Gesù è anche paragonato a Melchisedek, una figura misteriosa
descritta nella Bibbia che sembra avere caratteri sovrumani e
raccoglie nelle sue mani il sommo potere sullo spirito e sulle
cose71. Con il vangelo di Giovanni e specialmente nel bellissimo
inno che lo apre, l’associazione «G esù Cristo-Figlio Unigenito
di D io» ormai è definitiva ed entra ufficialmente nella tradizione
cristiana; già circa cinquant’anni dopo, durante una delle perse­
cuzioni più dure operate dal governo di Roma pagana, i cristiani
useranno nelle loro iscrizioni il simbolo del pesce perché in greco
si scriveva 1X 0 Y X e le lettere di quella parola racchiudevano in
sé la loro professione di fede essenziale: Irioovx; Xpioióq 0eoù
Y ioq Xorrip, cioè «G esù Cristo Salvatore Figlio di D io». In una
lettera datata 111-113 d.C. Plinio il Giovane, governatore romano
della regione di Bitinia in Asia Minore, comunica all’imperatore
Traiano che a quel tempo i cristiani «si riuniscono all’alba per
cantare alternandosi fra loro degli inni a Cristo come se fosse un
dio»: la teologia del vangelo di Giovanni era ormai largamente
recepita72.
Nell’anno 325 l’imperatore Costantino apriva un grande con­
cilio ecumenico nella città di Nicea: aveva fatto riunire quanti più
vescovi possibili da tutti i paesi dell’orbe cristiano per dirimere
un’accesa controversia che specie in Oriente stava creando seri
problemi di ordine anche politico. Un prete egiziano di nome
Ario, contro il parere del suo vescovo Alessandro di Alessandria,
aveva diffuso una sua speciale teoria religiosa secondo la quale
Gesù non possedeva una natura divina ma era semplicemente
stato «adottato» da Dio nel momento del battesimo. La dottrina
di Ario aveva scatenato una vera guerra teologica in seno alla
Chiesa perché molti vescovi la condannavano e la giudicavano
contraria al dettato dei vangeli. Nel concilio di Nicea fu appro­
vato il credo fondamentale che è in uso ancor oggi fra i cristiani
e viene recitato durate la messa, il quale definisce che Gesù ha
natura sia umana sia divina; la dottrina fu condannata, Ario e
gli ariani furono proclamati eretici e ne seguì una lunga lotta
religiosa73.
La dicitura «G esù Nazareno» pura e semplice, non accom­
pagnata da altri titoli teologici e celebrativi come «C risto» o
«Figlio di D io», non sarebbe stata approvata dalla Chiesa dopo
il concilio di Nicea: aveva dentro un carattere troppo terreno,
un deciso sapore eretico alla maniera degli ariani. Legava Gesù
128 Capitolo secondo

alla sola dimensione umana senza fare il necessario riferimento


anche alla sua natura divina. Soprattutto, era il segno distintivo
dei non cristiani.
Nel IV secolo gli ebrei usavano riferirsi ai seguaci di Cristo
chiamandoli «i Nazareni» con un senso dispregiativo, che voleva
mettere bene in chiaro come G esù non fosse affatto il Cristo di
Dio atteso da Israele bensì un semplice uomo di Nazareth; e con
la medesima intenzione l’imperatore Giuliano, detto l’Apostata
perché tornò a mettere fuori legge il cristianesimo (361-363), li
chiamava «galilei» perché pensavano di seguire il Cristo invece
veneravano un uomo qualunque venuto dalla Galilea. Secondo
una lettera scritta nell’anno 404 da san Girolamo a sant’Agosti-
no d’Ippona, i cristiani cattolici chiamavano invece «nazareni»
i membri di una chiesa ebraica autonoma i quali cercavano di
conciliare la Legge giudaica con il cristianesimo e avevano dun­
que una dottrina per conto loro: i farisei li condannavano aper­
tamente chiamandoli mìnim, che significa proprio «eretici», ma
anche il giudizio di san Girolamo non era affatto buono. Alcuni
decenni dopo l’imperatore Teodosio abolì il paganesimo e rese
il cristianesimo una religione di stato; credere che G esù fosse
il Cristo diventava un vero e proprio obbligo74. Se dobbiamo
giudicare dalle testimonianze storiche, già poco dopo Costantino
l’espressione «G esù Nazareno» ha un’accezione negativa fatta
apposta per sminuire il valore del personaggio: «G esù Nazareno»
sembra il contraltare di «G esù Cristo», vuole mettere in evidenza
la sua natura umana del tutto normale, diciamo pure qualunque,
anziché quella di Messia. E una dicitura usata solo dai pagani
e dagli ebrei, oppure serve per distinguere certi eretici. Chi la
usa vuole sottolineare che Gesù non è Dio, ma invece un uomo
qualunque che abitava a Nazareth.
Alcuni circoli giudaici molto ostili ai cristiani composero un
racconto intitolato Sefer Toledoth Jeshu («Libro delle genealogie
di G esù»), che nella forma giunta fino a noi risale al X secolo
ma senza dubbio circolava anche molto prima in versioni meno
articolate. E una specie di «antivangelo», ovvero un testo scritto
per sconfessare i vangeli canonici e in particolare sembra pren­
dere di mira quello di Luca dove è riportata tutta la genealogia
di Gesù a partire dal re Davide, antenato del padre Giuseppe.
Nelle Toledoth Jeshu il protagonista, chiamato proprio «G esù
Nazareno» (Yeshu-ha-Nosri), non è affatto una persona divina e
nemmeno un profeta, bensì una specie di mago che imbroglia
La parola alla scienza e alle scienze dell’antichità 129

la gente con le sue arti di prestigiatore; la sua stessa nascita non


aveva nulla di miracoloso visto che era il frutto di una violenza
commessa sulla madre Maria. Secondo le Toledoth morì crocifisso
a una pianta di cavolo73.
Trovare quella dicitura così terrena e anagrafica di Gesù è
perfettamente normale in un libro scritto apposta per denigrarlo e
affermare che non era un essere divino; ma questo dimostra pure
che quello stesso modo di chiamarlo non poteva essere accetto
ai cristiani, perché ai loro occhi sembrava riduttivo, indecente,
una specie di offesa. Per capirlo meglio, passiamo a vedere quali
erano i titoli con cui i seguaci di Gesù chiamavano il fondatore
della loro religione.

12. Una testimonianza «gesuana»

La quantità di reliquiari bizantini e del medioevo occiden­


tale giunti fino a noi è molto elevata, perciò conosciamo questi
capolavori d ’arte sacra abbastanza bene da non avere troppi
dubbi: come già detto, le scritte che portano sono molto belle,
eleganti, curate nella forma, e nel contenuto inneggiano alla
persona cui appartengono le reliquie con parole di esaltazione e
di gloria. Molto spesso queste diciture correvano su gran parte
della superficie e portavano delle vere e proprie poesie, come
gli splendidi oggetti già ricordati nel Tesoro della basilica di San
Marco a Venezia: un reliquiario del Legno della Croce apparte­
nuto all’imperatrice Maria (1071-1081) recita

tu che le gocce del Sangue di D io hanno rivestito di gloria e di potenza


divina, come potranno mai glorificarti le perle e le pietre preziose?,

e un altro più antico di quasi un secolo dice:

Oh Dio, salvami insieme al Legno divino su cui fosti appeso, salva


me che lo custodisco fedelmente dentro l’argento e le perle!

Anche le iscrizioni meno pompose avevano comunque un


sapore molto celebrativo, come ad esempio quella su una teca
che contenne una parte del Santo Sangue:

affascinante ricettacolo del Sangue che dà la vita, il quale uscì dal costato
senza macchia del Verbo76.
130 Capitolo secondo

I titoli che troviamo sui reliquiari sono gli stessi usati negli in
della cristianità antica e medievale: anch’essi sono notissimi grazie
a ricchi repertori di fonti e non lasciano spazio a molti dubbi77.
Oltre che «C risto», Gesù è chiamato «Emmanuele», «Figlio di
D io», «D io vivente», «Re dei regnanti», «Agnello di D io», «U ni­
genito», «Re della gloria», «G razia», «Sapienza e Verbo di D io»,
e così via in tante altre formule nate dalla teologia e fatte apposta
per mettere in risalto le sue qualità soprannaturali. Secondo la
tradizione del mandylion il re Abgar aveva fatto mettere sulla teca
del reliquiario un’iscrizione che recitava: «O Cristo Dio, chi crede
in Te non morirà!». Questo è esattamente il tono di preghiera e
invocazione che si addice all’iscrizione su un reliquiario, compre­
sa la dichiarazione esplicita che Gesù è Dio78. E non corrisponde
per niente al senso delle parole trovate sulla sindone.
Simili oggetti che sono ritenuti contenere le cose più sacre
per i fedeli non portano mai il mero, anagrafico «G esù Nazare­
no», e storicamente non potrebbe esserci perché chiamare così
il protagonista dei vangeli è un fatto troppo moderno, entrato
in uso nella cultura cristiana solo dalla metà dell’Ottocento. La
necessità di controllare le immagini sacre da esporre ai fedeli era
un concetto molto antico che risaliva al tempo di papa Gregorio
Magno; fu sempre sentito con forza in tutta la tradizione della
Chiesa perché derivava da un precetto che G esù stesso aveva
dato agli apostoli: guai a chi rischiava di scandalizzare le persone
semplici offrendo loro esempi o insegnamenti errati. A norma
del diritto canonico, tutte le immagini che contenevano elementi
insoliti, strani, diversi dall’uso consolidato della tradizione cri­
stiana erano da condannare ed eliminare, e ovviamente questo
valeva anche per le loro scritte: come già detto, nella teologia
che regola la formazione delle icone i segni e i simboli sono
considerati veicoli della potenza sacrale, e nell’arte paleocristiana
le scritte sono contenitori di dogmi. Nulla è lasciato al caso o
all’iniziativa del pittore79.
Se fossero state parte di un reliquiario, le scritte trovate sulla
sindone avrebbero seguito lo stile tipico di questi oggetti, e non
avrebbero certo portato una dicitura insolita che chiamava Gesù
in modo diverso a quello usato universalmente nella liturgia e nel
culto: una dicitura uguale a quella usata dagli eretici, capace di
dare senz’altro scandalo. Forse l’autore delle scritte non voleva
affatto avere il consenso dell’autorità ecclesiastica e apparteneva
a un gruppo di cristiani dissidenti, e questa è un’ipotesi da tenere
La parola alla scienza e alle scienze dell'antichità 131

presente. Sappiamo però che le sette eretiche medievali odiavano


le immagini e tendevano quando possibile a distruggerle, invece la
sindone è giunta fino ad oggi solo perché è stata conservata con
somma cura: i tessuti sono infatti tra i reperti archeologici più
delicati e deteriorabili. Esiste anche un’altra possibilità: il testo
della dicitura in se stessa, indipendente rispetto alla forma delle
lettere che la tramandano, può risalire a un periodo molto più
antico, un periodo in cui la dottrina tradizionale della Chiesa sul
controllo delle immagini sacre non si era ancora formata.
Credo che Marion e Courage abbiano frainteso il senso del
gruppo IC (posto sopra la testa) perché l’hanno troppo frettolo­
samente collegato all’ambito cristiano. L’associazione di idee era
del tutto lecita ma forse è stata d’intralcio perché ha escluso a
priori un’ipotesi importante: forse le scritte non avevano niente
a che fare con la liturgia o la fede cristiana. Il telo come reperto
archeologico infatti è una cosa, l’uso che se ne fece durante i
secoli è tutt’altro. Il gruppo isolato IC in effetti fa pensare alla
coppia di segni IC-XP che nelle icone bizantine si trovano rispet­
tivamente alla sinistra e alla destra del volto di Gesù, i quali come
già detto sono la forma abbreviata delle due parole I(HCOY)C,
cioè G esù, e XP(ICTOC), ovvero Cristo; però il gruppo IC
dovrebbe stare sulla sinistra mentre invece compare sul lato op­
posto. Soprattutto manca la parola fondamentale, il gruppo XP
(per Christòs), fatto proprio per dichiarare la natura speciale di
quest’uomo. Così come si presenta oggi, il gruppo potrebbe al
massimo indicare il solo nome comune di G esù senza alcun altro
attributo, un nome che nel giudaismo antico era comunissimo.
Personalmente credo che ci sia una spiegazione più semplice:
forse quel gruppo era solo un numero scritto come si faceva
anticamente in greco, cioè con le lettere dell’alfabeto. La vocale
iota rappresenta il numero 10 ed è preceduta dalle lettere A, B,
r , A, E, <^, Z, H e 0 che indicavano i numeri da 1 a 9. La lettera
C, che stava per il numero 6 ha una forma pressoché identica alla
C latina e dunque al secondo segno del gruppo IC trovato sulla
sindone, salvo per la piccola coda inferiore che comunque era
appena accennata; anche la lettera 0 che indica il 9 ha qualche
probabilità di corrispondere a quel segno per via della sua forma
rotonda, ma credo che la prima ipotesi sia quella giusta. L’insieme
era dunque a mio parere il numero 16.
L’idea che la sequenza AAA- sia da legare al nome AAAM
è molto interessante perché significherebbe che qualcuno, in
132 Capitolo secondo

epoca molto antica, ha messo la sindone in rapporto esplicito


con la teologia di san Paolo e la sua visione di G esù Cristo. Però
esiste anche un’altra possibilità, che mi sembra più convincente
sulla base di quanto sappiamo del mondo antico. La Lettera ai
Romani di san Paolo, dove il Cristo è chiamato «futuro Adamo»,
contiene un discorso teologico molto evoluto e per farlo capire
ai suoi discepoli Paolo deve ricorrere a una spiegazione piuttosto
lunga e articolata. Adamo era colui tramite il quale il peccato,
la sofferenza e la morte erano entrati nell’umanità; G esù Cristo
veniva invece a chiudere questa catena tragica perché con la
sua morte aveva liberato gli uomini dalla schiavitù del peccato
e aperto loro le porte della vita eterna. Del resto la Lettera ai
Romani contiene quella che gli esegeti chiamano una «cristolo­
gia alta», cioè un’idea di Gesù maturata alla luce di tanti eventi
in base ai quali i discepoli si sono convinti che era un essere
divino. In quella lettera Paolo dice espressamente che il Cristo
è «D io benedetto per sempre»: è un concetto molto netto ed
elevatissimo, che non si sposa per niente con quella qualità sca­
dente e rozza delle etichette messe sulla sindone. Soprattutto è
in contrasto con quel titolo così profano che si rivolge al Cristo
chiamandolo semplicemente «G esù Nazareno»80. San Paolo non
lo chiama mai «G esù Nazareno».
L a dicitura di «futuro Adam o» o anche «ultimo Adam o»
(lC o r 15, 45b) è qualcosa di molto complicato, meditato lunga­
mente e difficile da spiegare, è insomma un’intera teoria religiosa a
sé stante; poteva figurare benissimo dentro un trattato di teologia
destinato a pochi cultori della materia, ma certo non era adatto
come dicitura su un reliquiario. La mia personale impressione è
che tutto sia molto più semplice: quella parola non c’entra nulla
con la complessa cristologia elaborata da san Paolo nella Lettera
ai Romani ma probabilmente è solo il nome di un mese dell’anno
ebraico, Adàr (scritto in greco maiuscolo AAAP) che cadeva fra i
nostri marzo e aprile. E una possibilità da valutare, e come dirò
in seguito si rivela molto pertinente con tutti gli altri dati che
emergono dallo studio della sindone. Ci tengo inoltre a precisare
che lo storico scrupoloso cerca di non toccare mai il tracciato di
una scrittura a meno di non avere validissimi motivi; dunque ho
contattato il professor André Marion per chiedergli se lui, che
aveva identificato le varie lettere, poteva ritenere giusto che il
quarto segno del gruppo AAA- potesse essere una lettera diversa
dalla M e dalla U. Mi ha confermato quanto ha scritto nel suo
La parola alla scienza e alle scienze dell antichità 133

libro: la lettera non si legge un gran che, e l’ipotesi che fosse


una M è stata proposta solo perché sembrava stabilire un colle­
gamento con gli scritti di san Paolo. La mia lettura gli appariva
un’alternativa del tutto plausibile e anche molto interessante.
In ogni caso quelle scritte rozze, storte, irregolari e sgramma­
ticate non c’entrano nulla con il lavoro di un colto teologo che
conosce a memoria le Lettere di san Paolo; sembrano piuttosto
rudimentali etichette messe da qualcuno che leggeva e scriveva a
malapena, qualcuno che non si preoccupò di inquadrare bene il
viso del defunto e attaccò le strisce con le scritture dove trovava
posto, finendo per coprire una parte degli zigomi. Decisamente
non gli importava che l’insieme risultasse bello e ordinato.
La dicitura «G esù Nazareno» a sé stante, così come è stata
identificata sulla sindone per ora, può essere estremamente re­
cente, successiva all’Ottocento; oppure è molto antica, talmente
antica da apparire ormai desueta già al tempo in cui predicava
san Paolo, il quale la butta via senza rimpianti e la sostituisce
con «G esù Cristo».
Chi può aver messo un’etichetta del genere, che chiamava
G esù in un modo diverso da quello della Chiesa? L’idea che sia
stato un falsario pare poco credibile: il falsario sarebbe ricorso
a un titolo assolutamente conforme a quelli usati dal mondo
religioso del suo tempo, un titolo al di sopra di ogni sospetto.
Potremmo supporre con più buon senso che sia invece il frutto
di un artigiano mosso da intenzioni oneste, il quale riuscì in
qualche modo a fabbricare la sindone volendo creare un’opera
d’arte sacra; bisogna ammettere però che anche quest’artigiano
avrebbe sicuramente impiegato delle diciture tipiche della cultura
cristiana, parole normali come «G esù Cristo», «Signore G esù»
o «Figlio di D io». E forte il sospetto che le scritture non siano
medievali ma molto più antiche, che insomma gli esperti consul­
tati da Marion e Courage avessero ragione nel datarle (benché
con un parere informale) ai primi secoli dell’impero romano:
allora la dottrina cristiana era ancora in via di sviluppo e si era
molto più flessibili su tanti aspetti. Così come le hanno lette i
loro scopritori, le scritte si riferiscono chiaramente alla morte
di G esù ma sembrano appartenere a un contesto non cristiano,
sembrano formulate da qualcuno che non lo vedeva affatto come
una persona sacra o divina.
Oggi gli esegeti che studiano lo sviluppo dei vangeli e dei
primi testi cristiani dividono le informazioni su Gesù in due
134 Capitolo secondo

grandi fasi; esse corrispondono a due diversi periodi separati


dagli eventi che segnarono la sua morte e la scoperta del se­
polcro vuoto. La prima fase la chiamano in gergo «gesuana»
perché contiene titoli, appellativi e in genere tutte le idee che
la gente aveva su questo personaggio mentre era ancora vivo e
insegnava: è la fase che si riferisce semplicemente al G esù che
prega nel Tempio, guarisce gli infermi, annuncia il Regno di Dio.
La seconda è invece detta «fase cristologica»: comincia dopo
gli eventi descritti come resurrezione e apparizione ai discepoli,
quando l’intera sua vita fu ripensata alla luce dell’accaduto e
divenne convinzione assodata che quell’uomo era il Cristo an­
nunciato dai profeti. La dicitura «G esù Nazareno» appartiene
senza dubbio alla fase gesuana, inoltre non è nemmeno tipica
dei suoi discepoli che lo chiamano con deferenza «m aestro» o
«signore», due titoli onorifici usati nel giudaismo del I secolo per
rivolgersi ai rabbini con rispetto81. Piuttosto è la gente comune
a chiamarlo in questo modo, gli altri, quelli che non sono suoi
seguaci. Quando entra a Gerusalemme acclamato dal popolo la
gente dice di lui: «è il profeta Gesù, da Nazareth di Galilea». I
discepoli ricorrono a questa dicitura quando ne devono parlare
con gente estranea che non fa parte della loro cerchia. Secondo
il vangelo di Luca due di loro erano in viaggio verso Emmaus
e parlavano della recente crocifissione, quando incontrarono un
viandante sconosciuto che chiese loro di cosa stessero ragionando.
Uno dei due seguaci chiamato Cleopa gli disse:

- Tu solo sei così straniero in Gerusalem m e da non sapere ciò che


vi è accaduto in questi giorni? - Quello dom andò: - Che cosa? - Gli
risposero: - Il caso di G esù il Nazareno, che era un profeta potente in
opere e in parole, davanti a D io e a tutto il popolo; come i gran sacerdoti
e i nostri capi lo hanno consegnato per essere condannato a morte e lo
hanno crocifisso82.

Si potrebbero chiamare in causa altri argomenti interessanti


oltre a quelli esposti, però non servono tanti discorsi per spiegare
ciò che chiunque nota subito: sulle scritte della sindone manca
il Cristo, c’è solo il G esù di Nazareth. E questo è storicamente
assurdo in un oggetto che si vorrebbe fabbricato proprio per
essere offerto alla venerazione dei fedeli. Che Gesù fosse il Cristo,
il Figlio di Dio, era la prima verità del cristianesimo: secondo
i vangeli uscì dalla bocca di Pietro per il potere dello Spirito
Santo e poi rimase sempre quale pietra miliare del nuovo credo83.
La parola alla scienza e alle scienze dell'antichità 135

Era la professione di fede essenziale dei cristiani, il segno che


li distingueva dal resto del popolo d ’Israele. Chi scrisse quelle
parole sulla sindone non era cristiano e le scrisse pensando a
Gesù Nazareno come un uomo qualunque.
Quella denominazione profana di G esù così inaccettabile per
la teologia dei cristiani era invece normale, anzi l’unica possibile,
per le autorità del Sinedrio che ne avevano chiesto la morte,
come lo era del resto per la tradizione ebraica ostile ai cristiani
poi confluita nel racconto Toledoth Jeshu. E c’è anche un altro
fatto evidente: le scritte sono frugali e un p o ’ storte, diciamo pure
bruttine. Non potevano stare su un oggetto d ’arte. Non sono
preghiere, non celebrano nessuno. Invece danno l’idea immediata
d’un messaggio rapido, obbligatorio, quasi brutale.
Le diciture disegnano un profilo completamente laico della
sindone e della morte di questo personaggio che vi fu avvolto.
Sembrano restituire la sua immagine vista da chi non lo seguiva
e non credeva nei suoi insegnamenti; sembrano qualcosa che
gli esperti del Nuovo Testamento direbbero una testimonianza
della fase «gesuana».
Chi ne fu l’autore?
La ricerca storica non offre certezze assolute, ma quando si
segue il metodo con serietà e correttezza è possibile arrivare a
risultati affidabili; questi primi risultati vanno accolti con umil­
tà, ponderazione ed equilibrio: infatti sono provvisori, possono
benissimo esser messi in discussione e anche superati da ricerche
successive che conducono via via a informazioni sempre più
precise. Il modo di procedere è semplice: le scritte sulla sindo­
ne vanno studiate in sé e per sé, senza fare alcun riferimento
ai vangeli o altre fonti cristiane che potrebbero essere qualcosa
di più tardo, magari prodotto da gente che aveva idee diverse.
Questo permetterà di verificare se quelle scritte possono avere un
senso pieno e logico semplicemente alla luce di quanto sappiamo
della cultura ebraica in età romana, cioè esattamente l’ambiente
storico e culturale in cui la tradizione pone i fatti. Se tale senso
emerge, allora il contenuto delle scritte in seguito potrà essere
accostato al racconto dei vangeli per vedere se da questo con­
fronto emergono dettagli in più.
Una scrittura è sempre frutto della civiltà che l’ha prodotta
perciò può dire molto, anzi moltissimo su chi la lasciò; quindi
sarà necessario compiere un breve viaggio per capire che cosa,
quanto e come si scriveva nel mondo antico84. Questo ci aiuterà
136 Capitolo secondo

a vedere concretamente come funzionava il mondo al tempo in


cui la tradizione pone la formazione dell’impronta sulla sindone,
cioè la provincia della Giudea sotto la dominazione di Roma (65
a.C .-70 d.C.). Pensando alla sindone di Gesù citata nei vangeli
viene spontaneo andare con la mente al giudaismo di I secolo,
alla società di Gerusalemme retta dai suoi usi e costumi parti­
colari. E un ragionamento giusto ma troppo riduttivo: il mondo
che vediamo attraverso i vangeli non era un’isola staccata da
tutto bensì una piccola zona immersa dentro un’entità enorme,
che si estendeva su gran parte del mondo conosciuto: l’impero
di Roma. La legge e il potere dei Cesari gestivano tanti aspetti
della vita dei loro sudditi, e lo stesso ovviamente accadde anche
all’uomo crocifisso che fu avvolto nella sindone.
Le tracce di testo rimaste sul lino appartennero veramente a
uno scritto di età romana?
E se così fu, a cosa serviva quel testo?
Capitolo terzo

Un documento di età romana

Le circostanze del rinvenimento di papiri possono


essere le più im pensate e insperate.
Mario Capasso, Introduzione alla papirologia, p. 139

1. Un mondo che vive «alla greca»

Contrariamente a quanto può pensare qualcuno, nel mondo


antico si scriveva molto, anzi moltissimo: a scrivere non erano
solo i grandi intellettuali come Cicerone o Tito Livio, autori di
testi letterari destinati a durare per secoli, ma un’intera molti­
tudine di persone decisamente meno istruite che producevano
ogni giorno una quantità smisurata di scritture ben più modeste.
Le tracce di parole trovate sulla sindone, fatte in uno stile ben
riconoscibile ma da una mano che non era abituata a scrivere
tutti i giorni, appartengono proprio a questa immensa famiglia
di scritture minori, un universo di testi non intellettuali.
Tutte queste scritture del mondo antico erano di ambito pub­
blico oppure privato, un p o ’ come accade ancor oggi: gli editti,
i trattati di pace fra un popolo e l’altro o le liste dei cittadini
condannati all’esilio interessavano tutta la comunità, mentre altri
testi, come ad esempio gli epitaffi scritti sulle lapidi tombali,
avevano un carattere esclusivamente privato. Alcune scritture
erano documenti, cioè possedevano un valore particolare capace
di provocare nella società del tempo certi effetti regolati dalle
leggi: un editto che proibiva l’accesso a un edificio sacro era un
documento pubblico perché chi infrangeva il divieto subiva le
pene previste, mentre un contratto di vendita era un atto privato
ma possedeva anch’esso valore di documento perché obbligava
le due parti al rispetto degli accordi; il testo di una poesia, le
preghiere agli dèi sugli ex voto lasciati nei templi o le iscrizioni
sul vasellame dipinto per far capire ad esempio che un certo
personaggio raffigurato era il dio Zeus, sono tutti esempi di
scritture che non avevano valore di documento anche se oggi
posseggono un interesse enorme per la storia della cultura e
dell’arte1. Naturalmente le iscrizioni che ricoprivano una qualche
utilità pubblica, essendo destinate a essere lette da tutti, erano
138 Capitolo terzo

molto accurate e regolari proprio come quelle dei libri, e segui­


vano precise mode legate al gusto del tempo: sono dette scritture
calligrafiche o anche solenni perché in esse c’è un’attenzione
molto evidente per l’aspetto estetico e lo stile. Le iscrizioni ad
uso privato in genere venivano realizzate con maggior libertà e
in forme molto più irregolari, a volte persino al di fuori di ogni
schema, perché l’essenziale era che il messaggio si capisse. Q ue­
ste ultime, dette «scritture estemporanee» o «informali», sono
in genere più difficili da datare: infatti spesso non seguono una
moda o uno stile che si afferma in una certa epoca ma mostrano
forme ibride, aspetti presi da stili diversi mescolati insieme e a
volte anche forme stranissime che non sono simili a nient’altro
perché colui che ha scritto ha inventato seguendo solo il suo
gusto personale. Anche le scritte trovate sulla sindone mostrano
una certa mescolanza di stili, o per essere più precisi c’è uno stile
dominante nel quale ad un certo punto si infiltrano due lettere in
uno stile diverso: questo fenomeno è tipico dei momenti storici
di transizione, quando esiste ancora una moda antica e tradizio­
nale molto affermata ma nello stesso tempo sta emergendo una
tendenza nuova che incontra anch’essa moltissimo il gusto della
gente. Chi ha fatto quelle scritte era abituato a usare un certo
stile e lo segue quando traccia gran parte dei caratteri, ma in
alcuni momenti gli «sfuggono» due lettere nello stile nuovo forse
addirittura senza rendersene conto.
L a maggior parte delle scritte identificate sulla sindone di
Torino sono in greco, e questo senz’altro è un fatto che deve
avere il suo significato: formano la cornice maggiore intorno al
volto di quell’uomo, quella scritta in caratteri più grandi che si
legge anche da lontano e si doveva vedere meglio. E evidente
che chi scrisse quelle parole considerava il greco più importante
rispetto all’ebraico e al latino, visto che le parole in queste due
lingue sono scritte in caratteri ben più piccoli e disposte in p o ­
sizioni un p o ’ più marginali, scomode per chi guarda. Questo
rimanda a un periodo storico preciso, durante il quale la lingua
greca la fece da padrone in tutto il bacino del Mediterraneo.
Fra il VI e il V secolo a.C. la civiltà greca raggiunse un li­
vello di splendore e raffinatezza mai avuto prima; questo, unito
allo sviluppo delle sue istituzioni, la portò in breve ad assumere
una speciale superiorità politica e culturale fra i popoli che si
affacciavano sul Mediterraneo: e da questa superiorità nacque
una società molto evoluta che fece moltiplicare le occasioni di
Un documento di età romana 139

scrivere anche nel vivere di tutti i giorni. La democrazia instau­


rata nell’Atene del V secolo dava la possibilità di partecipare al
governo a tutti i cittadini, imponeva continue elezioni e questo
rese necessario incrementare le scuole pubbliche in modo che
almeno l’istruzione elementare fosse diffusa anche nei livelli
sociali modesti2. G li scolari prendevano appunti sul pìnax, una
tavoletta di legno con la superficie interna incavata per poter
essere spalmata di cera: una volta fredda, la cera poteva essere
incisa a sgraffio con un punteruolo e poi, quando lo scritto non
serviva più, bastava raschiare la superficie per avere subito una
nuova pagina pronta da riscrivere. Più tavolette potevano essere
legate insieme facendo dei fori su uno dei lati lunghi e passandovi
una striscia di pelle: quello che si otteneva era un oggetto molto
simile a un quaderno attuale, ma con le pagine fatte di legno ce­
rato. Le tavolette erano economiche, pratiche e facili da usare, e
rispetto alla scrittura con calamo e inchiostro presentavano anche
il vantaggio di non sporcare le mani. Erano uno strumento molto
versatile che serviva a tanti usi sia nell’ambito del privato, come
per tenere i conti di una casa, sia in quello pubblico: in questo
tipo di società c’erano spesso assemblee e votazioni, l’esito dei
voti e le decisioni conseguenti dovevano essere registrate3. Durante
ogni seduta un segretario ufficiale (grammatèus) prendeva rapidi
appunti essenziali su una tavoletta cerata, così poteva agevolmen­
te fare correzioni, aggiunte, cancellature. Era una minuta, una
specie di brutta copia dove si doveva mettere solo l’essenziale;
più tardi il segretario avrebbe steso un verbale in bella copia,
con tutte le formule dovute, su uno speciale registro riservato a
questo genere di documenti. I segretari erano scrittori di pro­
fessione ma anche pubblici ufficiali perché avevano l’incarico di
custodire i registri pubblici e ricorrere ad essi tutte le volte che
fosse necessario: ad esempio per la giurisprudenza, quando un
processo si presentava difficile ed era buona norma far riferimento
alla decisione che i magistrati avevano preso in passato per una
situazione simile. Da queste registrazioni si potevano trarre copie
di documenti per gli usi più svariati, ad esempio estratti che i
privati cittadini potevano richiedere per produrli in tribunale
come prove durante i processi, per impugnare un testamento e
così via. Queste copie non erano mai assolutamente identiche così
come le intendiamo oggi; scrive la famosa epigrafista Margherita
Guarducci: « l’identità della forma non importava, purché fosse
identico il contenuto»4.
140 Capitolo terzo

Esisteva anche un servizio di anagrafe dove si tenevano re­


gistri di nascita e di morte, come pure registri del catasto che
venivano aggiornati con cura5.
L’arte ateniese, con il suo gusto per le forme lineari e senza
fronzoli, inventò per le iscrizioni un particolare stile chiamato
stoichedòn che letteralmente significa «ordinato per file»: era
una scrittura dove le forme geometriche, sempre un p o ’ rigide e
ispirate alla linea retta, venivano disegnate con grandissima cura.
Per prima cosa la superficie destinata a ospitare la scrittura veniva
solcata da linee orizzontali e verticali parallele che disegnavano su
di essa come una specie di scacchiera nella quale ogni riquadro
aveva dimensioni perfettamente identiche agli altri. Per creare
angoli e rotondità perfetti ci si serviva di squadra e compasso; una
volta eseguito il disegno, uno scalpellino incideva il tratto della
lettera, poi in genere un altro specialista le ripassava a pennello
con una sostanza colorante affinché fossero più leggibili e tutto
l’insieme risultasse ancora più bello. La scrittura in puro stile
stoichedòn era un oggetto di grande effetto estetico, una vera opera
d ’arte; molto complicata da realizzare, era ovviamente riservata
ai testi più solenni ma lasciò un’impronta fondamentale nella
storia della scrittura perché creò un modello ideale, un punto
di riferimento al quale si guardava e che si cercava di imitare
anche in altre situazioni: la più antica testimonianza di un libro
greco che ci sia giunta è un frammento di papiro del IV secolo
a.C. con un passo dalla tragedia I Persiani del poeta Timoteo,
ed è scritto con una bella grafia maiuscola che imita proprio le
forme geometriche dello stile stoichedòn6,. Più tardi lo stile fu
importato anche a Roma, e una volta adattato all’alfabeto latino
che aveva la maggioranza delle lettere uguali a quelle del greco,
fu usato nei monumenti dando vita a uno stile che è rimasto
tutt’oggi di moda (è il maiuscolo di alcuni moderni font come
il Times New Roman), chiamato «carattere lapidario romano»,
«maiuscola elegante» o anche «capitale quadrata»: quest’ultimo
nome deriva dal fatto che fu usata molto nei libri medievali per
scrivere i capita, cioè gli inizi dei vari capitoli, e dal fatto che in
latino quadratus era sinonimo di «ben proporzionato»7. Le tracce
di scrittura trovate sulla sindone sono fatte da lettere quasi tutte
in stile capitale, e la loro disposizione è abbastanza regolare;
però la perfezione geometrica dello stile stoichedòn è un ricordo
ormai lontano nel tempo. Appartengono senz’altro a un mondo
dominato dalla cultura greca, che ha ancora in mente un certo
Un documento di età romana 141

modo tradizionale di comporre le scritte destinate a essere viste


da tutti; però risale a un’epoca in cui ormai la Grecia era entrata
in piena decadenza politica.
A partire dall’anno 346 a.C. il re Filippo di Macedonia, un
piccolo stato posto nel settore sud dei Balcani, assunse una po­
sizione di predominio sulle altre grandi città greche che avevano
un passato illustre ma a quel tempo versavano in condizioni di
declino politico; grazie alla forza e all’efficienza dell’esercito
macedone, il figlio Alessandro il Grande (356-323 a.C.) potè
sviluppare il piano che suo padre aveva avviato giungendo a
conquistare un impero enorme che riuniva la Grecia, l’Egitto,
una regione dell’Africa settentrionale presso la città di Cirene e
una fascia del Vicino Oriente che dalla Siria-Palestina saliva fino
al Mar Nero e si spingeva poi a est fino alle porte dell’india.
Era una congerie di popoli e civiltà diversissime. Le città della
Grecia come Sparta, Atene e Corinto possedevano una tradizione
di governo nella quale erano i cittadini a governare scegliendosi
i propri rappresentanti, mentre nell’Egitto una cultura millenaria
legava l’idea stessa dello stato alla persona del Faraone e questi
era considerato incarnazione del dio Sole; la regione della Meso-
potamia aveva visto avvicendarsi i sumeri, gli assiri e i babilonesi
che avevano sempre posseduto un altissimo concetto dello stato
con una burocrazia ben sviluppata, nella quale i funzionari pu b­
blici erano persone di prestigio e potere; più a nord, nell’area
del Caucaso e dell’Asia Minore, c’erano invece popoli nomadi
che vivevano di pastorizia, erano divisi in piccole tribù e la loro
cultura tradizionale si trasmetteva soprattutto grazie al racconto
orale di padre in figlio e dal maestro all’allievo.
Le varie civiltà di ogni paese non scomparvero sotto la pres­
sione dei nuovi costumi imposti dal dominatore greco, ma si
fusero con essi a formare una cultura nuova, evolutissima; essa
ha avuto il nome di ellenismo perché la sua base era la civiltà
ellenica, cioè greca, alla quale Alessandro Magno apparteneva,
però aveva una ricchezza, una varietà e una sua mentalità par­
ticolare che la civiltà greca classica non aveva mai posseduto:
era il frutto di tante componenti diverse fuse insieme. Non solo
la lingua ma anche il pensiero, l’arte e la religione tradizionale
della civiltà greca furono le basi con cui questo impero, una
volta formato con la conquista militare, venne consolidato per
mezzo delle istituzioni e dell’organizzazione civile: entrò nell’uso
comune un nuovo verbo, ellenìzein, che significava parlare e
142 Capitolo terzo

comportarsi proprio come i greci, e un nuovo termine, elleni-


smòs, per indicare questo nuovo modo (e questa nuova moda)
di atteggiarsi alla maniera dei coltissimi dominatori8. Il greco si
era già diffuso spontaneamente come una specie di lingua franca
quasi ovunque: fuori dell’arcipelago greco era parlata nella M a­
gna Grecia, ovvero nella Sicilia e in tutta la parte meridionale
dell’Italia fino al Lazio dove i greci sin dall’VIII secolo a.C.
avevano fondato prospere colonie commerciali; e così pure in
Sardegna, Spagna, Africa settentrionale e Siria-Palestina, dove
abitavano popoli che parlavano una loro lingua nativa ma co­
noscevano anche il greco perché era una lingua assai utile per i
commerci, la diplomazia e gli scambi culturali. Atene, Corinto
e altre città greche esportavano quotidianamente i prodotti del
loro raffinatissimo artigianato destinato a soddisfare il lusso di
una clientela ricca sparsa su tutto il Mediterraneo, ma anche la
lettura di opere letterarie e trattati di filosofia era un potente
veicolo grazie al quale questa lingua si era diffusa mettendo
radici profonde9.

2. L’impero delle lettere

Il progetto di Alessandro Magno forgiò una civiltà particola


aperta agli influssi di popoli molto diversi fra loro e in grado
di fonderli insieme in maniera armoniosa; per questo sarebbe
sopravvissuta per secoli al suo fondatore. N ell’anno 323 a.C.
Alessandro moriva molto giovane senza avere eredi e i suoi ge­
nerali si spartirono fra loro i territori dell’impero creando vari
regni ellenistici: la Palestina fu terreno di passaggio per molti
eserciti, e nel 312 passò sotto il controllo del generale Tolomeo I
che si era impadronito dell’Egitto fondando in esso una potente
dinastia10.
Questi regni vissero una vita indipendente mantenendo leggi,
istituzioni e abitudini sostanzialmente intatte, fin quando due
secoli dopo furono inglobati nello stato romano. Alla fine del I
secolo a.C. Roma era ancora formalmente una repubblica, ma
l’equilibrio dei suoi poteri si era incrinato in maniera irrime­
diabile: mentre si consumava la guerra fra i due generali Giulio
Cesare e Gneo Pompeo, in lotta fra loro per la conquista di
un primato personale sullo stato romano (65-63 a.C.), la Siria
e la Palestina furono soggiogate e divennero due province. Nel
Un documento di età romana 143

31 a.C., quando ormai Cesare era morto e il nipote Ottaviano


Augusto aveva preso il potere facendosi erede della sua causa,
fu preso anche l’Egitto, l’ultimo regno ellenistico rimasto fino ad
allora indipendente. Roma aveva già assorbito tanta parte della
cultura greca dopo che nell’anno 146 a.C. la Grecia era caduta
in suo potere, e per rispetto a quella gloriosissima tradizione si
era fatta scrupolo di concederle uno statuto speciale per non
umiliarla al rango di provincia; ora lo stato romano entrava da
padrone nel mondo ellenistico, consapevole che per poterlo
governare bisognava in un certo senso fondersi con esso11. Se­
condo il poeta Orazio la conquista romana della Grecia era stata
un puro fatto politico poiché Roma nel concreto aveva lasciato
la sua cultura tradizionale per darsi completamente alle mode
d ’importazione; nelle sue Lettere (2,1) commentava questo fatto
con un verso rimasto famoso: Graecia capta ferum victorem cepit,
«la Grecia conquistata vinse il suo rude vincitore». Altrove pren­
deva in giro i letterati suoi colleghi e li accusava di star sempre
lì a girare e rigirare i modelli greci persino la notte12. D i fatto
nell’impero romano si formò una comunità linguistica così vasta
e una cultura talmente uniforme, pur nelle sue varietà locali,
che gli storici parlano propriamente di una «globalizzazione»
sulla base della lingua e in generale della civiltà greca. Il greco
si diffuse a Roma fin negli strati più bassi della popolazione,
favorito dal fatto che nella sua forma parlata somigliava molto
al latino un p o ’ come si somigliano oggi l’italiano e lo spagnolo;
ma divenne anche la lingua della cultura alta, quella in cui gli
intellettuali sceglievano di esprimersi per dare alle loro opere
un tocco d’eleganza in più e forse anche di successo, visto che
così potevano essere lette e capite ovunque: nell’anno 180 d.C.,
a cinquecento anni dalla morte di Alessandro Magno, l’impera­
tore Marco Aurelio scriveva i suoi Ricordi pensandoli come un
dono di saggezza da lasciare in eredità ai posteri, e li scriveva
in greco perché fossero un bene per tutti. Nella stessa capitale
le leggi romane venivano pubblicate anche in greco, perché una
buona parte della popolazione venuta dall’Oriente capiva solo
quello13.
Un territorio smisurato com’era l’impero romano diventa­
va governabile solo se esisteva una comunicazione continua e
capillare fra il centro e le varie periferie: la complessa buro­
crazia dei regni ellenistici, capace di inquadrare molto bene la
popolazione del territorio fino al villaggio più sperduto, rimase
144 Capitolo terzo

in vita ma a essa si aggiunse il diritto dei nuovi dominatori


romani, un diritto articolato ed evolutissimo che copriva, tute­
lava e controllava praticamente ogni ambito della vita umana. I
fortunati ritrovamenti di papiri che si sono susseguiti dalla fine
dell’Ottocento ci hanno permesso di ricostruire la vita di questi
popoli antichi nel periodo deH’ellenismo (IV sec. a.C .-Ili d.C.)
fin dentro i dettagli delle abitudini quotidiane. La quantità e la
varietà di testimonianze giunte fino a noi formano un patrimonio
impressionante dove si trova un p o ’ di tutto: corrispondenza
fra amici, inviti per festeggiare compleanni, biglietti d’amore,
lettere di raccomandazione per avvantaggiare certi personaggi
e persino oroscopi14.
Lo stato e la sua amnìinistrazione seguivano la vita dell’uomo
dalla culla fino alla sua ultima dimora, la sepoltura. Alla nascita di
ogni bambino i genitori o i suoi parenti provvedevano a scrivere
una lettera all’ufficiale dell’anagrafe affinché venisse registrato:
la comunicazione era obbligatoria e occorreva farla entro un
mese dalla data del parto. Il controllo della popolazione era un
fatto importante per un sistema sociale nel quale si pagavano
tasse, visto che gli introiti delle tasse erano la base finanziaria
che mandava avanti tutto il funzionamento dell’impero. L’uso di
fare censimenti era già praticato in Egitto al tempo dei faraoni e i
sovrani ellenistici ritennero che fosse opportuno mantenerlo: ogni
cittadino doveva pagare allo stato un’imposta diretta chiamata
laographta, e Roma rese la pratica del censimento un’abitudine
da compiersi ogni 14 anni. Bandito il censimento, il capo della
famiglia doveva stilare un atto nel quale indicava il suo nome, il
nome e l’età di tutti i componenti del nucleo familiare, le proprietà
e il reddito: l’atto faceva riferimento all’editto con cui il censi­
mento era stato bandito e il capofamiglia si firmava aggiungendo
al suo nome una formula del tipo «io Aristide ho consegnato».
Al capofamiglia che aveva saldato il suo debito con la pubblica
amministrazione veniva rilasciata una ricevuta scritta, come prova
materiale in caso di verifiche e come strumento di difesa contro
le esazioni indebite, e ovviamente essa portava la sottoscrizione
del pubblico ufficiale15. La parola PEZ(co) individuata da Marion
e Courage sul lato sinistro del volto impresso sulla sindone è un
verbo greco che significa «eseguire», «mandare a effetto» (fig.
lld ) . Al tempo in cui furono composti i poemi omerici il verbo
aveva pure il valore di «tingere», e questo in un primo momento
mi aveva spinto a supporre che potesse indicare il nome del fun­
Un documento di età romana 145

zionario che aveva eseguito le scritte, un po’ come capita nelle


sottoscrizioni sui muri di Pompei; in realtà Esichio mostra che
nel greco di età romana questo significato ormai non c’era più,
invece il verbo era un sinonimo di «com piere», inteso in senso
sia amministrativo sia rituale16. In effetti l’esecuzione di questi
cartigli aveva un valore tanto amministrativo quanto rituale: uno
dei significati di PEZ(co) era quello di «preparare», particolar­
mente calzante visto che il defunto fu in effetti preparato per la
sepoltura. Credo insomma che il gruppo PEZ(to) abbia l’esatto
senso che già diceva il Dubois nel 1982: poteva appartenere
proprio a una sottoscrizione di questo tipo («io X X X eseguo»),
un’abitudine usatissima e spesso anche obbligatoria in tanti scritti
del mondo antico. Il quale, specie in epoca romana, funzionava
interamente sulla base della documentazione scritta.
Sotto il dominio di Roma il prefetto locale pubblicava gli atti
di nascita in un albo pubblico e i registri delle nascite contem­
plavano anche la presenza dei figli naturali, nati fuori dal matri­
monio legittimo: secondo il diritto romano non potevano essere
considerati legittimi a tutti gli effetti, però potevano ereditare
ciò che i genitori volevano lasciare a loro. Non erano infrequenti
i casi di processo proprio per l’assegnazione di questi lasciti
testamentari. Un discorso simile valeva per gli schiavi, sui quali
Roma aveva costruito la sua potenza e che erano una proprietà
dei loro padroni insieme a tutti i figli che mettevano al mondo
in casa loro; si sono conservati anche dei collari di metallo che
venivano saldati intorno al loro collo come una collana rigida,
i quali portavano una placca dello stesso metallo con su scritto
di chi era lo schiavo e alcune istruzioni per riconsegnarlo al suo
padrone nel caso qualcuno lo trovasse fuggitivo. La data di nascita
dei figli maschi era importante anche per motivi militari: venivano
stilate liste degli efebi, ovvero i ragazzi che avevano raggiunto
l’età adatta per essere addestrati all’uso delle armi, i quali erano
chiamati a svolgere un giuramento collettivo di fedeltà verso la
loro città e le sue magistrature. Esistevano poi speciali liste per
alcune categorie di sudditi i quali godevano di particolari privilegi
(epìkrisis): in questo caso, quando il figlio compiva 13 anni, suo
padre scriveva una domanda rivolta all’ufficiale di anagrafe con
la preghiera di iscriverlo nella lista déKepìkrisis come membro
di una famiglia con diritto a tali privilegi. Questi documenti po­
tevano avere le utilità più diverse ed erano indispensabili per far
funzionare una società complessa come quella ellenistico-romana:
146 Capitolo terzo

il poeta Apuleio verso l’anno 160 d.C. fu trascinato in tribunale


perché accusato di aver usato le sue doti naturali e anche la ma­
gia allo scopo di circuire la ricca Petronilla, vedova sessantenne,
e farsi sposare; grazie a un estratto dai registri di nascita potè
dimostrare che non c’era stata circonvenzione e la donna aveva
appena una quarantina d ’anni17. La regione della Palestina non
faceva certo eccezione: al momento di indicare quali erano i suoi
antenati mentre scriveva la sua Autobiografia, lo storico ebreo
Giuseppe Flavio volle eseguire verifiche consultando i registri
degli archivi pubblici18.
Come la nascita e forse anche di più di essa, la morte era un
fatto che non si svolgeva senza una buona quantità di carte scritte.
In caso di morte naturale i congiunti del defunto scrivevano una
lettera al funzionario del villaggio o della città in cui risiedevano
con la richiesta di cancellare il nome dal registro dei vivi per in­
serirlo in quello dei morti: la lettera seguiva uno schema fisso che
indicava il nome del caro estinto, la sua professione e se godeva
di particolari privilegi, infine l’anno e il mese del decesso. Se la
persona moriva entro i primi sei mesi dell’anno, la tassa dovuta
per lui era pagata dai parenti solo in parte. Si ritiene che per ogni
defunto nel mondo ellenistico-romano circolassero come minimo
tre copie della dichiarazione di morte: una per il funzionario
centrale, una per quello locale, una terza per gli interessati che
potevano richiederla ad uso privato e vi facevano apporre il visto
del funzionario. A ciò si univano anche le lettere di condoglianze,
che pure erano in uso e sono giunte fino a noi19.
Se la morte non avveniva per cause naturali, allora la fac­
cenda si complicava molto perché l’autorità pubblica doveva
intervenire direttamente e appurare se c’era stato omicidio. I
parenti del defunto si rivolgevano al servizio di polizia locale
il quale provvedeva a inviare nella casa o sul luogo del decesso
un medico che svolgeva la sua professione al servizio dello stato,
un patologo a tutti gli effetti. Il medico legale si presentava con
un assistente e procedeva a ispezionare il cadavere; una volta
stimata la causa della morte, doveva stilare un referto nel quale
attestava ufficialmente il decesso e dichiarava che non c’era
stata violenza. Il referto veniva copiato in un registro pubblico
e da questo registro i parenti del defunto potevano chiedere un
estratto dell’atto di morte, necessario a sua volta per ottenere il
nulla osta allo svolgimento dei funerali. Gli esemplari giunti fino
a noi mostrano che questa prassi era seguita con rigida cura e
Un documento di età romana 147

anche la data della morte è segnata in modo chiaro20. Le scritte


trovate sul lino della sindone riguardano senz’altro un caso di
morte avvenuta per cause non naturali, visto che l’uomo avvol­
to nel telo morì a seguito di un supplizio fra i più crudeli del
mondo antico, la crocifissione. La dicitura IN N ECE(M ) fa un
riferimento molto esplicito alla sua condanna e c’è da pensare
che l’intero quadro delle scritte possa avere a che fare con la
morte e la deposizione del suo corpo nella tomba.
Ovviamente in epoca romana anche la sepoltura soggiaceva
al rigido controllo dello stato: sia per il rispetto del culto sia
per questioni di controllo sanitario, la salma non era certo una
proprietà di cui i parenti potevano disporre a loro piacimento.
Tutto ciò valeva sia per quanti possedevano la cittadinanza ro­
mana, uno status che garantiva importanti diritti civili, sia per
gli altri sudditi privi di questa condizione favorita come era
l’uomo che fu avvolto nella sindone. Secondo la legge roma­
na i corpi dei defunti ricadevano sotto la tutela del pontefice
massimo e anche per trasferire la salma, ad esempio da una
sepoltura provvisoria a un’altra definitiva, i parenti erano obbli­
gati a farsi rilasciare il permesso dal funzionario preposto21. A
questo proposito viene in mente l’editto di Nazareth. Un simile
polverone, tale da giustificare misure punitive della massima
gravità, nasceva dal fatto che una salma era sparita dalla tomba
e alcuni accusavano i parenti di avere portato via il defunto
senza il necessario visto delle autorità: il fatto evidentemente
non aveva lasciato indifferente la gente del posto. La legge
voleva che per spostare i cadaveri si richiedesse e ottenesse un
regolare permesso scritto, e questo di norma avveniva. Il clima
secco dell’Egitto, particolarmente adatto alla conservazione dei
materiali molto deperibili, ha permesso che giungessero fino ai
nostri giorni molte etichette di quelle usate in epoca romana
per identificare le mummie: sono dei cartellini con su scritto
un vero e proprio certificato rilasciato dall’autorità competente
e diretto al funzionario che si incaricava di svolgere il servizio
delle onoranze funebri. I parenti portavano il corpo presso il
santuario che si occupava di compiere la complessa operazione
di imbalsamazione e fasciatura; passato il tempo dovuto, il fun­
zionario incaricato, un sacerdote che svolgeva mansioni anche
civili, rilasciava il permesso direttamente all’altro sacerdote che
doveva completare il rito con il trasporto e la deposizione della
mummia. In alcuni casi la targhetta portava un numero per in­
148 Capitolo terzo

dicare un preciso settore della necropoli, anch’essa regolata da


un pubblico ufficiale che teneva un registro delle sepolture. Se
la mummia apparteneva a uno straniero, cioè qualcuno che era
morto lontano dal suo luogo di residenza, anche questo veniva
specificato. All’etichetta potevano essere aggiunte delle note
particolari, per dire ad esempio che le tasse di trasporto erano
già state saldate e non si doveva pagare nulla ai facchini. Questi
scritti erano dei veri e propri certificati di sepoltura contenenti
un «nulla osta»; certe formule servivano anche ad attestare che
tutto si era svolto secondo la forma dovuta e i parenti non avreb­
bero potuto eccepire nulla. A volte accadeva che il documento
fosse scritto direttamente sul lino, ma la salma portava in ogni
caso anche un’etichetta in genere presso il collo22.
Naturalmente anche la stessa amministrazione militare pos­
sedeva archivi propri. Roma aveva potuto conquistare un im­
pero grande quasi quanto tutto il mondo conosciuto grazie alla
forza del suo esercito, una struttura immensa, efficiente e ben
organizzata fatta di tante unità fondamentali, le legioni, che si
spostavano in base a dispacci e lettere di vario genere trasmesse
da un distretto militare all’altro. Il vettovagliamento, i congedi
temporanei e definitivi, le sanzioni disciplinari più gravi e gli
stessi decessi dei soldati in guerra erano fatti che dovevano
essere registrati perciò ogni legione era dotata di un suo archi­
vio. Una messe particolarmente abbondante di informazioni su
questo mondo è data anche dai diplomi militari, speciali targhe
di metallo rilasciate ai veterani per godere di particolari privilegi
concessi dalla legge in virtù del servizio che avevano prestato.
La potente marina militare grazie alla quale Roma aveva potuto
chiamare il Mediterraneo mare nostrum era un organismo altret­
tanto poderoso regolato da continue comunicazioni scritte, e si
sono conservate su papiro persino varie lettere private scritte dai
marinai alle loro famiglie lontane23.
L’intero universo del lavoro era controllato da documenti e
scritture: registri delle banche e ruoli dei contratti, permessi e
controlli sui cantieri pubblici, catasti dei fondi rustici, archivi
interni di società commerciali o di singoli imprenditori privati,
fino all’umile lavoro degli artigiani che potevano anche essere
schiavi e dovevano pagare una tassa sulla propria attività da
saldarsi in rate mensili. Gli esercizi commerciali si avvalevano
della scrittura anche per farsi pubblicità, come mostrano le tante
iscrizioni dipinte presso le varie botteghe nelle vie dell’antica
Un documento di età romana 149

Pompei: su questi muri che la lava del Vesuvio ha sigillato du­


rante l’eruzione nel 79 d.C. compaiono anche numerose iscrizioni
fatte dai galoppini dei vari uomini politici per invitare i cittadini
a votarli durante le elezioni, oppure pubblicità con l’annuncio
degli spettacoli di gladiatori. In questo caso l’attenzione per
il dettaglio era notevole: l’avviso specificava se l’organizzatore
aveva bandito i giochi a proprie spese e inseriva dettagli che
evidentemente servivano a stuzzicare l’interesse del pubblico:
il tipo di giochi che si sarebbero svolti, cioè la lotta contro le
belve (che poteva essere a norma di legge oppure no), le esecu­
zioni spettacolari di condannati al supplizio e così via, ma anche
altri dettagli molto graditi come la distribuzione di denaro e di
frutta oppure il comodo velario, la presenza della copertura a
teli dell’anfiteatro che nei mesi estivi era di grande sollievo. Chi
aveva scritto l’annuncio dei giochi si firmava in prima persona,
come pure, se li aveva avuti, i suoi assistenti che avevano steso
l’intonaco o curato altre parti24. Evidentemente anche in una
cosa quotidiana e minuta come questa il nome di chi eseguiva
la scritta doveva avere la sua importanza.

3. Roma, i faraon i e i figli di Mosè

Molti rilievi scientifici compiuti sul tessuto della sindone (esa­


me dei pollini, della tessitura, della filatura, e così via) convergono
a indicare che si tratta di un telo prodotto in Medio Oriente: e
non si deve dimenticare anche la presenza di scritture in caratteri
ebraici. La logica vuole dunque che sia quello il punto da cui
partire: il Medio Oriente di età romana, un orizzonte di civiltà
diverse riunite sotto la cultura greca imposta da Alessandro il
Grande.
In Egitto la fusione fra la civiltà nativa e quella dei domina­
tori greci era stata abbastanza rapida: Alessandro aveva trovato
un paese prospero e amministrato bene, che intratteneva con
il mondo greco scambi frequenti e redditizi25. Ad Alessandria
d’Egitto, una metropoli fra le più colte del mondo antico, il
sovrano Tolomeo Sotèr provvide a creare una biblioteca enorme:
il suo patrimonio ammontava addirittura a 700 mila volumi e
il solo inventario di questi libri, stilato dal famoso poeta elle­
nistico Callimaco, era formato da 120 tavole. La biblioteca era
anche collegata a una scuola specialistica dove gli intellettuali
150 Capitolo terzo

applicavano la filologia, cioè studiavano le opere degli autori


antichi ed erano in grado di riportarli alla loro autentica bellez­
za eliminando gli errori che i vari copisti nel corso del tempo
vi avevano involontariamente infiltrato. Forse l’immagine più
eloquente della felice fusione culturale che si compì in questo
paese è il ritratto della regina Cleopatra, l’ultima sovrana a sedere
sul trono d’Egitto prima che questo cadesse sotto il dominio di
Roma: discendente di Tolomeo, il generale di Alessandro Magno
cui era stata assegnata quella regione, non aveva nelle sue vene
nemmeno una goccia di sangue egiziano ma si vestiva e viveva in
tutto come le regine che avevano regnato sull’Egitto nei millenni
precedenti26.
Quando nell’anno 31 a.C. Augusto sconfisse Cleopatra facen­
do dell’Egitto un’altra provincia di Roma, il paese perse la sua
indipendenza politica ma nel concreto del vivere quotidiano non
ci furono cambiamenti vistosi: i sovrani di sangue greco furono
sostituiti da funzionari di nomina romana, ma le strutture sociali,
le abitudini e la cultura rimasero sostanzialmente gli stessi. Molte
leggi e anche consuetudini di diritto greco continuarono ad aver
valore; la gente parlava l’egiziano scrivendolo nella forma del
demotico, e il greco, che era penetrato in tutti gli strati della
società. A suo tempo i funzionari dell’amministrazione statale
si erano adattati abbastanza presto alle esigenze di Tolomeo e
dei nuovi dominatori greci, e già poco dopo la conquista gli
atti pubblici si scrivevano generalmente in greco; se capitava
qualche parola della quale il copista non ricordava la corretta
forma greca, allora la scriveva direttamente in demotico: questo
genere di libertà nel comporre i testi non era rara nel mondo
antico. All’inizio esisteva una carica specifica, quella di scriba
delle scritture greche, perché non tutti gli impiegati della buro­
crazia erano in grado di comporre documenti impeccabili; ma
molto presto la fusione culturale si compì. Si era anche diffusa
fra la gente la moda di darsi due nomi: uno egiziano, che era
quello nativo, da usarsi nelle lettere private e in altre circostanze
familiari, e un secondo greco, sfoggiato nelle occasioni pubbli­
che come fosse il segno tangibile che si apparteneva a un’élite
privilegiata27.
Le scritture identificate sulla sindone formano un insieme
dove al greco che è predominante si accompagnano alcune dici­
ture in caratteri ebraici e una sola in latino. L’insieme fa pensare
proprio al Medio Oriente di epoca romana, dove tanti scritti si
Un documento di età romana 151

redigevano associando la lingua locale della gente al greco della


pubblica amministrazione; però chi le scrisse non sembra essere
egiziano perché in tal caso avrebbe dovuto scrivere in demotico,
la lingua nativa degli egiziani che nella sua forma scritta è una
variante semplificata dell’antico, complicatissimo geroglifico.
Le etichette di mummia citate poco fai sono fatte proprio così,
con una dicitura in greco associata ad altre in demotico. Sulla
sindone invece sono state trovate tracce di scrittura in caratteri
dell’alfabeto ebraico, il che evidentemente ci obbliga a spostare
la ricerca verso la vicina area della Siria-Palestina.
Qui l’incontro con la civiltà ellenistica era stato molto meno
semplice che in Egitto. La popolazione ebraica era fieramente
attaccata al suo uso di adorare un solo dio, l’Essere Unico del
quale la povera lingua umana non doveva nemmeno osare di pro­
nunciare il nome: ai grandi patriarchi del passato si era rivelato
come Yahweh (IHW H), «Io sono Colui che è»28. Durante la loro
storia gli ebrei erano stati a contatto sia con gli egizi sia con i
babilonesi per via di tante deportazioni avvenute dopo sconfitte
militari; lo spirito religioso ebraico aborriva la venerazione degli
idoli che giudicava come un gravissimo tradimento verso Dio,
e proibiva severamente anche la raffigurazione di uomini e di
animali perché in essa si poteva annidare il rischio dell’idolatria.
Vivere fianco a fianco con genti che veneravano tante divinità
era per questo popolo una fonte continua di avvilimento; a
tutto ciò si aggiungeva il fatto che la mentalità greca appariva
per tanti aspetti molto più disinibita e anticonformista rispetto
a quella ebraica.
Nell’anno 198 a.C. la dinastia dei Seleucidi che si era in­
sediata in Siria estese il suo dominio anche sulla Giudea, la
regione a sud della Palestina che comprendeva Gerusalemme,
la Città Santa conquistata da re Davide circa otto secoli prima
che custodiva il Tempio del Signore. I successori di Seleuco
non rispettarono la profonda spiritualità dell’ebraismo e con
assoluta mancanza di tatto pretesero che il popolo abbandonasse
di colpo le sue tradizioni per abbracciare la mentalità e lo stile
di vita dei nuovi padroni. Introdussero alcune strutture tipiche
del mondo greco senza porsi il problema di evitare deplorevoli
incidenti: esemplare era il fatto che a Gerusalemme, proprio
nel cuore ideale dell’ebraismo, il ginnasio dove i giovani greci
ricevevano la loro educazione fisica e intellettuale fu costruito
dirimpetto al Tempio del Signore. I sacerdoti appena usciti dopo
152 Capitolo terzo

aver celebrato le loro liturgie, per le quali si erano sottoposti a


lunghissimi riti di purificazione, si trovavano davanti i giovani
atleti greci che usavano allenarsi nel cortile del ginnasio com­
pletamente nudi. Il teatro che i greci consideravano una pratica
irrinunciabile era un’altra occasione di scandalo e di oltraggio
alle tradizioni dei patriarchi: le tragedie erano spesso piene di
episodi che agli occhi di un ebreo devoto apparivano profon­
damente immorali, mentre le commedie erano un divertimento
volgare. I dominatori ellenistici imposero ovviamente l’uso del
greco anche fra gli ebrei, ma essi sulle prime reagirono meno
docilmente di quanto avevano fatto gli egiziani e difesero con
orgoglio i loro costumi tradizionali; tuttavia la globalizzazione
ellenistica portava ricchezza, un generale ampliamento delle
vedute e anche possibilità di fare fortuna in maniera nuova:
le classi più alte della popolazione ebraica si lasciarono presto
sedurre dal fatto che collaborare con i dominatori greci poteva
garantire forti vantaggi, e cominciarono a vivere secondo lo stile
esotico. A poco a poco i ceti ricchi divennero così distaccati
rispetto ai loro usi tradizionali che finirono per vergognarsi di
essere circoncisi e cercarono di mascherare quel segno ricorrendo
a interventi di chirurgia plastica29.
Nell’anno 167 a.C. la situazione toccò il fondo per le azioni
addirittura sacrileghe compiute dal re Antioco IV Epifane, che
voleva sradicare l’ebraismo come se si trattasse di un culto illecito:
non solo incoraggiò la celebrazione di riti al dio greco Dioniso,
ma giunse addirittura a far mettere nel Tempio di Gerusalemme
una statua che lo raffigurava perché pensava di essere a buon
diritto un «coinquilino» del Dio di Abramo e di Mosè. La cir­
concisione dei bambini fu proibita. Sotto il suo regno la carica di
sommo sacerdote fu comprata in denaro sonante e l’acquirente,
un ebreo che ebbe l’ardire di cambiare il suo nome in quello
dell’eroe greco Giasone, arrivò al punto di inviare denaro ad
Antioco IV Epifane perché facesse celebrare un sacrificio al dio
pagano Eracle. Scoppiò una grande rivolta capeggiata dai membri
della famiglia dei Maccabei che restaurò le tradizioni e tenne il
potere per circa 30 anni. L’ultimo dei Maccabei, chiamato Simo-
ne, completò l’ellenizzazione del paese ma ebbe cura di farlo in
una maniera che almeno formalmente mostrava grande rispetto
verso gli usi genuini dell’ebraismo: egli aveva assunto nella sua
persona il potere militare, quello civile e il sommo sacerdozio,
cosa contraria a tutte le tradizioni ebraiche, però dichiarava che
Un documento di età romana 153

si trattava di una misura temporanea e provvisoria, necessaria


per il bene del paese fino a che non fosse giunto a ricevere
la guida religiosa «un profeta degno di fede». Dopo la morte
dell’ultimo Maccabeo il potere finì in mano a personaggi poco
edificanti e la regione piombò in una lunga serie di conflitti, il
più grave dei quali fu una guerra civile occorsa sotto il regno di
Alessandro Ianneo, che durò ben sei anni e costò agli ebrei 50
mila vittime30.
Comprare a caro prezzo la carica di sommo sacerdote diven­
ne cosa comune, con uno svilimento generale di questo ruolo
che un tempo sarebbe parso inconcepibile31. Nell’anno 65 a.C.
anche la Giudea cadde sotto il dominio di Roma; la situazione
non cambiò e i romani si trovarono ad avere in questa provincia
una vera spina nel fianco, un paese lacerato da conflitti interni
e sempre scosso da desideri di rivolta che periodicamente esplo­
devano in tumulti. La situazione si sarebbe trascinata in questo
stato di pace armata per circa cento anni, fin quando nel 66
d.C. l’ennesima rivolta suggellata da fatti di sangue spinse Roma
ad aprire le ostilità: Vespasiano e poi suo figlio Tito condusse­
ro contro i rivoltosi ebrei una guerra durata ben quattro anni,
dopo i quali il Tempio di Gerusalemme fu raso al suolo e gli
ebrei vennero deportati con divieto assoluto di far ritorno nella
città. Il passo successivo fu compiuto dall’imperatore Adriano,
che nell’anno 135, a seguito di un’altra grande rivolta, decise
di sradicare completamente la presenza ebraica nel territorio: la
popolazione fu deportata e sostituita con gente di cultura greca,
Gerusalemme fu distrutta e al suo posto sorse un’elegante città
greco-romana battezzata Aelia Capitolina. Per umiliare lo spirito
ebraico anche il nome di quella regione, chiamata dagli abitanti
eretz-Yisrael («la terra d’Israele»), fu cambiato in Syria-Palaestina,
ispirandosi al nome dei filistei (Pelishtiyim) che erano stati un
tempo i peggiori nemici degli ebrei32.
Della guerra che scoppiò nell’anno 66 d.C. conosciamo in
dettaglio molti aspetti grazie allo storico Giuseppe Flavio, un
nobile ebreo di lignaggio sacerdotale che fu tra i generali della
rivolta contro Roma, cadde prigioniero e venne deportato, poi
riebbe la libertà grazie alla benevolenza dell’imperatore Vespa­
siano. Fra il 75 e il 79 d.C. Giuseppe scrisse nella sua lingua
nativa, l’aramaico, la storia della Guerra giudaica divisa in sette
libri, che consegnò all’imperatore Vespasiano e che suo figlio
Tito fece tradurre in greco perché divenisse accessibile a un
154 Capitolo terzo

numero molto più ampio di lettori. Negli anni 94-95 d.C. l’au­
tore completava il suo scritto più famoso, le Antichità giudaiche-.
erano una raccolta monumentale di testimonianze sulla storia del
popolo ebraico suddivisa in venti libri, che cominciava con la
creazione del mondo e giungeva fino alla morte dell’imperatore
Domiziano (96 d.C.). Queste opere nel loro complesso formano
la più autorevole e vasta fonte storica sull’ebraismo antico33.

4. Una civiltà complessa

I governatori inviati da Roma spesso si erano distinti per la lo


insensibilità e per l’incapacità di comprendere la cultura locale, e
in effetti fra la mentalità dei dominatori e quella dei loro sudditi
esisteva un abisso. A parte il fatto che erano pagani, i romani
avevano certe abitudini alle quali gli ebrei devoti non sarebbero
mai stati capaci di aderire. La pratica di frequentare le terme,
che per i latini costituiva un’abitudine igienica irrinunciabile,
era un buon esempio di quanto fossero inconciliabili questi due
mondi: nelle terme le persone prendevano bagni d ’acqua e di
vapore stando spesso nudi, in una promiscuità di uomini e donne
alla quale i romani guardavano con indulgenza e gli ebrei con un
fremito di sdegno. Ma la cosa che forse più d ’ogni altra generava
disprezzo erano i giochi dei gladiatori, un vero insulto contro la
misericordia del Signore: per gli ebrei Dio aveva creato l’uomo
con tenerezza di padre e gli aveva infuso il suo Spirito perché
vivesse, non perché fosse orrendamente massacrato nei circhi al
solo scopo di eccitare la ferocia degli spettatori. E anche vero
che l’ebraismo del I secolo non era certo un mondo uniforme
e conteneva nel suo interno molte diverse correnti di pensiero,
spesso nemiche l’una delle altre. Il popolo d ’Israele formava una
civiltà variegata, molto complessa; e i governatori romani, che
non avevano né la capacità né la voglia di fare distinzioni, lo
vedevano soprattutto come un gran calderone sempre ribollente
di guai. La repressione era rapida e severa.
La scritta IN N ECE(M ) trovata sul lino della sindone (fig. 1 le)
fa pensare proprio a una condanna emessa dall’autorità romana,
che si esprime nella sua lingua madre; inoltre sono state trovate
tracce di una grande quantità di fiori deposti insieme a questo
defunto, onorato anche con sostanze profumanti che nella società
del tempo avevano un costo notevole. Lo stesso tessuto ha una
Un documento di età romana 155

fattura pregiata, secondo Maria-Luisa Rigato addirittura di un tipo


speciale usato per il Tempio di Gerusalemme. Tutte queste cose
messe insieme fanno pensare che l’uomo avvolto nella sindone
fosse un personaggio molto in vista, una specie di capo religioso
che per qualche motivo finì per subire la condanna dell’autorità
di Roma. Di quale leader si trattava?
Per quanto possiam o appurare oggi, nell’ebraismo del I
secolo esistevano almeno cinque grandi, diverse correnti. La
prima differenza notevole era quella fra gli ebrei che abitavano
in Siria-Palestina e quelli della diaspora, letteralmente disper­
sione, cioè gli ebrei che nei secoli precedenti erano andati ad
abitare in vari altri paesi o in seguito a deportazioni oppure per
ragioni di commercio. Perfettamente inseriti fra il popolo che
li ospitava, gli ebrei della diaspora possedevano una mentalità
meno tradizionalista di quelli palestinesi e condividevano tutti
gli usi della gente fra cui vivevano, tranne ovviamente quelli che
andavano contro i dieci comandamenti: secondo loro frequentare
il Tempio di Gerusalemme non era indispensabile per compiere
una preghiera grata a Dio, però lo rispettavano molto e inviavano
nella Città Santa un obolo annuale destinato al mantenimento
del culto. Poi c’erano i samaritani, gli abitanti di una regione a
nord di Gerusalemme che confinava con le terre dei fenici: essi
non riconoscevano la santità del Tempio di Gerusalemme ma
si erano costruiti un altro Tempio presso il monte Garizim che
ritenevano l’unico legittimo, e avevano anche convinzioni religiose
proprie tali da farli giudicare eretici dagli altri.
All’interno dell’ebraismo siro-palestinese c’erano ancora altre
partizioni. Giuseppe Flavio divideva i suoi correligionari in tre
movimenti principali, ognuno dei quali aveva una spiritualità e
raccomandava uno stile di vita proprio: i sadducei, i farisei e gli
esseni. Le descrizioni offerte da Giuseppe Flavio combinate con
quanto proviene da altre fonti storiche e anche dall’archeologia
permettono di capire che i sadducei erano i membri di una
potente consorteria nobiliare cui appartenevano le famiglie più
ricche, quelle che già da tempo si erano accaparrate la carica
di sommo sacerdote e la mantenevano ferma nel loro ambito. I
sadducei curavano il culto nel Tempio di Gerusalemme, un culto
basato sull’offerta da parte del popolo di animali da sacrificare
e di varie imposte e tasse in denaro34.
I farisei erano invece un movimento che coinvolgeva anc
il popolo e non aveva chiusure legate alla classe sociale o alla
156 Capitolo terzo

ricchezza, anzi i loro membri giudicavano cosa buona dedicare


una parte della giornata all’onesto lavoro manuale che dà dignità
e santifica l’uomo; erano grandi studiosi delle Sacre Scritture e
davano importanza enorme alle regole di purità, cioè le norme
spesso estremamente minuziose che era obbligatorio seguire per
non contrarre lo stato d ’impurità che rendeva l’uomo indegno di
rivolgersi a Dio. In un certo senso si può dire che formavano una
specie di aristocrazia dello spirito e dell’intelletto. Un passo del
Talmud, una fonte ebraica dell’altomedioevo che riporta tradizioni
più antiche, racconta che esistevano addirittura sette categorie di
farisei: ben sei erano fatte da persone formali e sostanzialmente
ipocrite mentre l’ultima, la sola autentica, raccoglieva gente spinta
dal puro amore e timore di Dio35.
La differenza essenziale tra i sadducei e i farisei stava nel
fatto che secondo questi ultimi Dio nell’ultimo giorno avrebbe
salvato gli uomini giusti riportando in vita anche i loro corpi,
mentre i sadducei non credevano che la carne potesse risorgere;
inoltre per i sadducei valeva come parola di Dio solo la Torah,
la Legge scritta, cioè i primi cinque libri della Bibbia che con­
tenevano le norme dettate da Mosè, mentre per i farisei contava
anche la Legge orale, cioè la tradizione, ovvero il modo in cui
gli antichi padri avevano interpretato e applicato per secoli la
legge divina. La tradizione orale ricevette per la prima volta
una forma organizzata sotto il regno di Augusto (23-14 a.C.), al
tempo in cui vissero i due famosi rabbini rivali Shammai e Hillel
il Vecchio, entrambi farisei del tipo autentico ma custodi di una
visione della Legge diametralmente opposta: il primo sottolineava
la necessità del rigore, l’altro il valore della misericordia. Tutta
la tradizione della Legge orale fu raccolta in due grandi com­
pilazioni, dette Mishna («insegnamento tradizionale») e Tose/ta
(«ampliamento»), ognuna delle quali era suddivisa in sezioni e
si componeva di diversi trattati; tutto questo materiale conobbe
una sistemazione definitiva verso l’anno 200 d.C.36.
Sin dai tempi più antichi i testi sacri erano scritti in ebraico,
un idioma che apparteneva al gruppo delle lingue di origine
semitica, ma nel giudaismo del I secolo ormai erano solo pochi
in grado di parlarlo e di scriverlo perché da molto tempo era
stato sostituito dall’aramaico. L’aramaico era ormai da secoli la
lingua usata nei documenti e tutte le altre scritture necessarie
alla vita quotidiana: in una grotta presso l’uadi Dàliyeh sono
stati ritrovati molti pezzi di un archivio appartenuto a dei nobili
Un documento di età romana 157

samaritani, con documenti in aramaico su plichi di papiro che


risalgono al VI secolo a.C.37.
Accanto all’aramaico si parlava e si scriveva comunemente
in greco, la lingua della pubblica amministrazione imposta dai
dominatori ellenistici e poi usata anche da Roma, la lingua uni­
versale che bisognava conoscere se si voleva frequentare il teatro,
commerciare e farsi un’istruzione all’avanguardia. Persino la
Sacra Scrittura si leggeva in greco in tutte le sinagoghe fuori dal
territorio della Siria-Palestina: durante la dominazione ellenistica
infatti era accaduto qualcosa che aveva avvicinato moltissimo gli
ebrei alla lingua greca, un fatto capace di compiere per via pacifica
quella ellenizzazione massiccia che sovrani ottusi come Antioco
IV avevano tentato invano di imporre con la forza: il greco era
entrato nel cuore della nazione ebraica perché era stato in grado
di toccarla facendo vibrare la sua corda più alta, l’attaccamento
alla Parola divina. Secondo una tradizione il re d ’Egitto Tolomeo
II Filadelfo (283-246 a.C.) era molto interessato alla Bibbia sia
per curiosità personale sia perché gli ebrei formavano una folta e
potente comunità nella sua capitale Alessandria; così aveva inviato
una legazione a Gerusalemme chiedendo al sommo sacerdote
Eleazaro di mandargli uomini dotti della sua gente perché gli
producessero una fedele traduzione in greco dei primi cinque
libri della Bibbia. Settantadue saggi ebrei si misero al lavoro
nell’isola di Faro sotto il coordinamento di Demetrio Falereo,
illustre direttore della biblioteca alessandrina: sebbene ognuno
traducesse per conto proprio, tutti conclusero il lavoro nel giro
di settantadue giorni e grazie all’ispirazione divina presentarono
alla fine un testo assolutamente identico. Questa versione in greco
della Bibbia, chiamata «dei Settanta» per via del modo in cui
fu prodotta, si prestava a essere conosciuta ovunque e avrebbe
favorito la comprensione dei costumi religiosi ebraici anche da
parte di popoli molto diversi. L’operazione che era religiosa,
culturale e insieme anche politica ebbe un tale successo che altri
testi della Bibbia scritti in seguito, come ad esempio il Libro
della Sapienza, furono composti non più in aramaico o ebraico
ma direttamente in greco38.
Il processo di incontro fra giudaismo ed ellenismo fece
altro importantissimo passo avanti grazie alle opere del filosofo
ebraico Filone d ’Alessandria: vissuto al tempo dell’imperato­
re Claudio (41-54 d.C.), quando ormai l’Egitto e la Palestina
erano diventate due colonie di Roma, Filone seppe mettere in
158 Capitolo terzo

evidenza che il fiero monoteismo degli ebrei non era affatto in


contraddizione con la cultura greco-romana perché proprio il
frutto più splendido di questa cultura, cioè la filosofia, altro
non era se non un viaggio alla ricerca di Dio. Filone possedeva
una conoscenza profonda della Bibbia nella versione greca dei
Settanta ed era un abilissimo esegeta della Sacra Scrittura; ma
pare che nemmeno un intellettuale del suo calibro fosse più in
grado di leggere l’ebraico39.

5. Qumran e l’Agnello senza macchia

Secondo una ricerca recente di cui abbiamo già detto, la


sindone fu conservata per un certo tempo avvoltolata su se stessa
in una piegatura provvisoria e chiusa dentro un recipiente simile
a quelli ritrovati a Qumran, la cittadella presso il Mar Morto che
era la roccaforte degli esseni: anche questo è un indizio inte­
ressante da prendere in considerazione, tanto più se ricordiamo
che sul telo compare la cucitura con la singolarissima tecnica del
«falso orlo» trovata finora solo a Masada, un sito archeologico
dello stesso periodo di Qumran e affacciato anch’esso sul Mar
Morto.
Il movimento degli esseni è stato una specie di leggen
per quasi duemila anni: Giuseppe Flavio parlava di loro quasi
come un popolo a sé stante e ne dava una descrizione accurata
che però non trovava riscontro in nessun’altra fonte, mentre i
pochissimi dettagli offerti dallo scrittore latino Plinio il Giovane
non si mostravano di alcun aiuto. Poi nell’aprile del 1948 si dif­
fuse la notizia che alcuni pastori beduini avevano trovato molti
frammenti di antichissimi rotoli pieni di scritture in certe grotte
presso il kirbet Qumran, sulle rive del Mar Morto: fu l’inizio di
una stagione di scavi archeologici e studi storici che è ancora in
corso. A cinquant’anni di distanza dai primi rilevamenti le no­
stre idee su Qumran sono oggi abbastanza chiare, anche se non
mancano punti di oggettiva perplessità che rendono necessaria
una certa cautela. Combinando insieme i dati offerti da Giuseppe
Flavio con quelli degli scavi archeologici sia a Qumran sia in
altri siti della Siria-Palestina, sembra potersi affermare che gli
esseni non erano una setta ma piuttosto un movimento spirituale
molto ampio al quale si poteva aderire in modi diversi, più o
meno stretti, e anche solo a livello ideale senza prendere dei voti
Un documento di età romana 159

religiosi a vita. C ’era una comunità separata dal resto di Israele


che si era insediata sulle rive del Mar Morto e viveva in piena
autonomia, coltivando la terra circostante, allevando animali e
anche sostenendosi grazie alle offerte che venivano dall’esterno:
questa comunità era composta da alcune famiglie che si erano
impegnate a vivere nel deserto secondo certe regole religiose. Si
stringevano intorno a un cenacolo di asceti i quali prendevano il
voto solenne di vivere esclusivamente per Dio, perciò restavano
celibi, praticavano la castità assoluta e dividevano il loro tempo
fra la preghiera e lo studio della Sacra Scrittura. Qumran era
un’università teologica dove i testi sacri venivano accuratamente
passati al setaccio per scoprire significati e messaggi che Dio
aveva rivelato al mondo e che gli antichi padri forse non erano
stati in grado di capire, una università che aveva prodotto una
ricchissima biblioteca: sono stati ritrovati frammenti di circa
800 testi scritti per il 90-95% in ebraico, e la parte restante in
aramaico e in greco40.
La comunità era nata dal bisogno di separarsi dal resto del
popolo ebraico che si era dato ai costumi ellenistici, e nutriva
un’avversione profonda verso i sadducei custodi del Tempio di
Gerusalemme: essi avevano stretto alleanza con i dominatori greci
e poi romani, vendendo l’anima più sacra della loro religione
per avere ricchezza e potere. Si ritiene oggi che tanto gli esseni
quanto i farisei derivassero dal movimento degli hasidim («uomini
pii»), devoti tradizionalisti che nel Primo Libro dei Maccabei
sono descritti come persone che si ritirano nel deserto perché
non vogliono contaminarsi con le pratiche pagane introdotte nel
Tempio di Gerusalemme. G li esseni consideravano i sadducei
come uomini perduti che si erano prostituiti al nemico per avidità;
a loro i farisei dovevano apparire quasi tutti come gente rovinata
dall’ipocrisia che opprimeva il popolo con pratiche esteriori
ossessive del tutto inutili per ottenere grazia agli occhi di Dio,
tranne però i farisei veri, quelli della settima categoria: ispirati
in fondo dallo stesso spirito ascetico che animava Qumran, essi
dovevano sembrare persone sinceramente devote, illuminate da
uno studio continuo e amoroso della Sacra Scrittura41. Quando
nell’anno 65 a.C. anche la Giudea cadde sotto il dominio di
Roma, la situazione non cambiò molto. I governatori romani si
distinsero per la brutalità del governo e la completa mancanza
di rispetto verso i costumi religiosi dei giudei: la Siria-Palestina
era una vera spina nel fianco dell’impero dei Cesari. I sacerdoti
160 Capitolo terzo

sadducei che governavano il Tempio si allearono prima con i


dominatori greci e poi con quelli romani, entrambi incuranti
verso i bisogni del popolo42.
Dentro Gerusalemme c’era un intero quartiere abitato da
queste famiglie che aderivano al movimento degli esseni, e
grazie agli scavi archeologici sembra assodato che il Cenacolo
- ovvero la casa dove Gesù celebrò l’Ultima Cena - apparte­
nesse proprio a una di queste famiglie residenti nel quartiere
essenico. Gli esperti di studi sul Nuovo Testamento del resto
avevano già notato che secondo i vangeli sinottici Gesù con i
suoi compagni mangiarono il banchetto pasquale in una data che
non corrisponde a quella in cui si celebrava la Pasqua secondo
il Tempio di Gerusalemme, ma coincide invece con la Pasqua
del calendario essenico43.
Sappiamo che Gesù era in disaccordo con gli asceti di Qumran
su un punto fondamentale: loro si consideravano i «puri separati
dal popolo» e credevano che la salvezza fosse un privilegio per
pochi eletti, mentre il Nazareno era determinato affinché persino
il più miserabile dei peccatori avesse la possibilità di convertirsi
e ascoltare l’annuncio del Regno di Dio; a parte questo fatto,
comunque, sembra che i contatti fra gli esseni e la cerchia dei
primi cristiani fossero molto fitti. Entrambi vivevano mettendo i
beni in comune, credevano nell’immortalità dell’anima, aspetta­
vano la liberazione d’Israele e la fine dei tempi che sarebbe stata
portata dalla venuta di uomini eletti da Dio (Messia, dall’ebraico
masiàch, «consacrato con l’olio santo»)44. La comunità isolata
sulle rive del Mar Morto aveva decisamente tanti aspetti che la
rendevano un posto molto attraente per i primi cristiani, anche se
le loro rispettive concezioni religiose non coincidevano appieno:
su vari punti essenziali della fede i cristiani avevano idee che agli
esseni apparivano forse troppo «m oderne» e anticonformiste.
La cultura ebraica e giudaica antica aveva orrore del contatto
con il sangue, materia in grado di contaminare anche la cosa più
pura, e questo ha reso gli storici molto perplessi sul fatto che la
sindone (un oggetto pieno di sangue) potesse essere conservata.
In teoria infatti chiunque la toccasse diventava immediatamente
impuro, e non ci sono dubbi che gli apostoli erano tutti di re­
ligione ebraica: dunque saremmo tentati di pensare che i primi
cristiani dovessero aver orrore della sindone45. Si tratta però di
un ragionamento troppo riduttivo, che nasce dalla nostra igno­
ranza dovuta alla perdita di informazioni fondamentali. Una
1. Icona con il ritratto di G esù C risto (M onastero di Santa Caterina
sul M onte Sinai, metà del V I sec.).
2. Icona con il re A bgar che sostiene l’im m agine di Edessa.

3. Costantino VII accoglie l’im m agine di E dessa al suo arrivo in Costantinopoli.

4. L e miniature del m anoscritto Pray.


6. Dettaglio del lino con la com plessa tessitura a spina di pesce e la trama 3-1.

7. Una giara di Q um ran e lo schema della piegatura som m aria « a soffietto», secondo l’ipotesi di
Guerreschi e Salcito, ricostruita grazie alle gore sulla sindone.
f
4-

8. Aloni rettilinei, chiari sulla sindone (a) e scuri sul negativo


(b ), lasciati dal materiale con cui erano realizzati i cartigli
messi tutto intorno al volto.
La sepoltura di Gesù e la gloria della Santa Sindone, dipinto di Jean -G aspard Baudoin (1590-1669):
gi nella Chapelle du Saint-Suaire a Nizza.
!IY ' t\

10.

10. Tracce di scrittura identificate da Aldo M arastoni nella zona della fronte.

11. Tracce di scrittura in greco e latino identificate da André M arion e Anne-Laure Courage. Di
seguito i dettagli delle varie scritte ingrandite: a) N N A ZA P E N O S; b) (I)H EO Y(X); c) INNECE(M),
d) PEZ(cfl); e) 'ì'E KIA-; fi AAA-; gì SB.
llb.
12. Sc rittu re di co n fro n to su p ap iri
dell’epoca di Tiberio e di Claudio: la com­
presenza della stessa vocale E scritta in
due stili diversi (capitale e onciale) dentro
la stessa parola com e sulla sindone nella
parola IN N E C E M : a) in bebdemeconta,
papiro di Berlino N . Inv. 21600, 25-26
d.C. (C LA X I, n. 465); in alto il partico­
lare; b) in dedisset, P apiro Michigan III,
159, 37-43 d.C. (C LA V, n. 280).
13 . Un graffito sui muri di Pom pei con la parola Venerem dove si trova
la stessa variazione della form a della vocale E presente sulla sindone
(nella parola innecem); C IL IV, Supplementum, n. 9137.

j j c m i f i jxAit<vp*v v«, ( h a ? Vf"ti


'TrX i t C*rst, • P H'irp Et * r«tf K SLX\ o c ,
C V N T I juutxtr e «ttd v e ; •
► *** „ *
J ^ H ' r p t ' / t t u é ' h i c d v t j u c e ^ i i t ' n i i ii<,
<|»E il, c et c VJ . À r X ó-XtthTrtur M t t r M

^Vpnrn>V « i-c e u ó i x t w - m » A ! •
c "itn f c v r r j i u u 4 t ^tX -rniro,!;
* n » N e « f t ^ t =4> p e T Kt e\ -r i v i
o V K <U -Ìi'^StK 'n s v - m 'tf
\vr VwV- ■w-. 4

JsCnAAlcGC r jh i i c a I

14 . Il santo mandylion di Costantinopoli, miniatura bizantina del X II se­


colo, manoscritto Ross. gr. 251 della Biblioteca Apostolica Vaticana, f. 12v.
la quale mostra che a Costantinopoli si aveva chiara l’idea deH’impronta
di Edessa come un oggetto in negativo ricavato da un positivo. La speciale
teca ornata di frange dava al telo ripiegato l’aspetto di un asciugam ano,
da cui derivò probabilm ente il nomignolo popolare di «m andylion».
Un documento dì età romana 161

tentazione molto forte che sempre affligge lo storico moderno


è quella di sottovalutare gli uomini del passato: poiché vediamo
il loro pensiero solo grazie a poche testimonianze, quelle che
hanno avuto la ventura di giungere fino a noi, tendiamo a farcene
un’idea schiacciata e riduttiva, come se fosse un mondo a una
sola dimensione popolato di gente ottusa che ragionava tutta
alla stessa maniera. Spesso poi, e per fortuna, arrivano nuove
scoperte. Vediamo così che la realtà era piena di sfaccettature,
assai più ricca e complessa di quanto avevamo creduto: quelle
antiche genti possedevano una mentalità molto più aperta di
quanto noi pensassimo, e non vivevano affatto «con il paraocchi»
come invece ci si immaginava.
Nella grotta 11 di Qumran è stato ritrovato un manoscritto
noto come Rotolo del Tempio il quale descrive alcuni rituali
molto importanti di questa comunità, fra cui la cerimonia con la
quale veniva consacrato un nuovo sacerdote; alcuni aspetti sono
comuni alle cerimonie che si tenevano nel Tempio di G erusa­
lemme. Tutti i riti si svolgevano toccando il sangue della vittima
sacrificata, e anche il nuovo sacerdote che entrava nella cerchia
degli uomini consacrati a Dio veniva asperso con questo sangue.
Se insomma il sangue non era di un tipo qualunque ma quello
della vittima gradita a Dio, perfetta e senza macchia, il fatto di
toccarlo non solo non contaminava ma diventava una preroga­
tiva assolutamente speciale, riservata ai soli sacerdoti. Il sangue
della vittima immolata era il mezzo con cui era stato stretto il
Patto dell’Alleanza: vincolava gli uomini al rispetto del Patto, ma
vincolava anche Dio e la sua potenza immane, incontrollabile,
terrificante. Possedeva un valore sacro eccezionale, ma era anche
estremamente pericoloso. La consacrazione sacerdotale donava
agli uomini una specie di protezione superiore, ed essi erano i
soli in grado di manipolarlo senza danno46.
Nelle Lettere di san Paolo (scritte dal 50 al 60 circa) Gesù
è visto molte volte come la «vittima» gradita a Dio che viene
sacrificata a beneficio del popolo, e questo fatto (presente anche
nei vangeli) è rimasto come punto fondamentale della tradizione
cristiana. La teologia di san Paolo è fondata sull’idea che il sa­
crificio volontario di Gesù abbia provocato la salvezza di tutto
il genere umano: il sangue versato per molti, come si legge nel
Vangelo di Matteo. Nella Prima Lettera di Pietro Gesù è cele­
brato come Agnello di Dio, vittima perfetta e senza macchia, e
in particolare la Lettera agli Ebrei (attribuita da vari studiosi
162 Capitolo terzo

agli allievi di san Paolo) è un inno al valore del sangue di Cristo


come veicolo per la vita eterna degli uomini47.
Al momento non sappiamo se l’idea era presente già nella neo­
nata chiesa cristiana all’indomani della crocifissione e se san Paolo
ebbe rapporti con la sindone ritrovata da Pietro e Giovanni nel
sepolcro: il lenzuolo funebre viene citato in tutti e quattro i vangeli
canonici, di cui Marco che si stima il più antico risale agli anni 60
circa ma per avere altri riferimenti bisogna attendere la stesura
dei due testi già citati, noti come Vangelo di Pietro e Vangelo degli
Ebrei, scritti in Oriente rispettivamente verso il 130 e il 150 d.C.48.
Non abbiamo per ora alcuna prova concreta che un oggetto come
il telo di Torino fosse in possesso dei primi cristiani, ma su un
fatto non ci sono dubbi: essi già al tempo di Paolo pensavano che
il sangue di Gesù li avesse salvati per sempre dalla morte. Toccare
la sindone non sarebbe mai stato un problema per loro, semmai
un privilegio senza pari, una prerogativa dei soli sacerdoti così
come avevano imparato dalla loro cultura d ’origine49.
L a forma così frugale di questa giara dove forse fu messa la
sindone, un contenitore del tutto inappropriato per alloggiare un
oggetto del genere, è un altro fatto su cui vale la pena di riflette­
re. Non ha niente a che vedere con un reliquiario, ma piuttosto
svolge la funzione di una scatola o di una borsa. Non serviva
per esibire il telo alla vista delle persone, doveva semplicemente
contenerlo. E l’immagine è ancora più forte se pensiamo alla
sindone arrotolata in quel modo e infilata dentro un pertugio del
muro. Fa pensare che venne riposta lì dentro in via provvisoria
da gente in difficoltà, e l’immagine collima perfettamente con
quanto sappiamo sulla cerchia dei primi cristiani: una comunità
attaccata già poco dopo la morte del suo fondatore, e costretta a
salvarsi con la fuga. Sappiamo che ci fu un’intensa persecuzione
già verso l’anno 36, durante la quale fu lapidato un seguace di
lingua greca chiamato Stefano. Intorno all’anno 42 il re Erode
Agrippa su richiesta del sommo sacerdote fece uccidere l’apo­
stolo Giacomo figlio di Zebedeo e gettò in prigione Pietro, che
riuscì a evadere e si mise in salvo con la fuga; più tardi, verso
l’anno 62, i cristiani di Gerusalemme subirono un’altra ondata di
persecuzioni che costò la vita al capo della comunità, l’apostolo
Giacomo detto «il fratello del Signore». I seguaci dovevano per
forza cercarsi un rifugio sicuro.
Dai manoscritti del Mar Morto risulta che la scuola teologi­
ca di Qumran ammetteva l’esistenza di più uomini eccezionali
Un documento di età romana 163

inviati da Dio come Messia per la salvezza del popolo d ’Israele,


che potevano anche giungere in tempi diversi: due di loro erano
Messia umani, un sacerdote e un re della stirpe di Davide, mentre
il terzo avrebbe avuto caratteri addirittura soprannaturali. Le
idee dei teologi di Qumran erano vicinissime a quelle dei primi
cristiani su molti punti importanti, come già accennato, e gli
studi più recenti sembrano indicare che anche san Paolo forse si
ispirò ad alcune di esse50. Proprio a Qumran è stato trovato un
frammento di papiro in greco che contiene la Lettera di san Paolo
a Timoteo, oltre ad altri frammenti nella grotta 7 che secondo
il papirologo José O ’Callaghan (ma la questione è ancora molto
controversa) appartengono al vangelo di Marco: tutti risalgono
a prima dell’anno 68 d.C.51.
I testi cristiani ritrovati a Qumran, se l’interpretazione è gius
stavano tutti in una grotta ed erano scritti solo in greco, mentre
oltre il 90% dei libri trovati nella grande biblioteca degli esseni
sono in ebraico: quella cristiana sembra dunque una specie di
piccola biblioteca sacra distinta, come se la gente che la usava
formasse un gruppo ospite ma in qualche modo separato rispetto
alla comunità principale52. L a cittadella di Qumran era isolata
dal territorio e si trovava in conflitto aperto sia con i romani,
dominatori prepotenti ed empi, sia con i sacerdoti sadducei che
governavano il Tempio di Gerusalemme, i quali avevano tradito
le esigenze del popolo per stringere alleanza con i suoi nemici
stranieri. Non era affatto un luogo ostile per i primi cristiani in
fuga: dentro la fortezza del deserto c’era sicuramente posto per
questa gente perseguitata che viveva con principi molto vicini a
quelli degli esseni, metteva i beni in comune, attendeva la fine dei
tempi e la vita eterna, soffriva per le persecuzioni dei potenti e
venerava un Messia ritenuto della stirpe di Davide. Personalmente
ho l’impressione che gli asceti di Qumran forse ospitarono questi
profughi per pura carità e solidarietà, anche se le loro vedute
religiose non coincidevano in tutto e probabilmente avevano
anche liturgie un p o ’ diverse.
Se la sindone stava riposta dentro una giara, allora è chiaro
che in quel periodo non veniva esibita ai fedeli ma al contrario
nascosta con cura. Non abbiamo alcuna prova che anche gli asceti
del Mar Morto considerassero G esù come il M essia d’Israele.
Per i primi cristiani era l’Agnello di Dio: il suo sangue, pegno
della Nuova Alleanza, era il mezzo con cui Israele era stato sal­
vato dai suoi peccati, perciò il lenzuolo funebre intriso di quel
164 Capitolo terzo

sangue rappresentava un tesoro inestimabile. Ma per i teologi


di Qumran il discorso doveva essere molto diverso: se anche
vedevano G esù come un grande profeta e un uomo di Dio,
sempre di un uomo si trattava. E il suo sudario funebre era un
oggetto sommamente impuro, capace di contaminare ogni cosa:
dunque andava distrutto. Infilare la sindone dentro una giara
tutta avvoltolata su se stessa voleva dire occultarla: siano stati
rifugiati a Qumran o altrove, se i primi cristiani sistemarono il
telo in quel modo allora lo misero al sicuro. I curiosi che aves­
sero sollevato il coperchio della giara avrebbero visto soltanto
un anonimo involto di stoffa; ma i membri del gruppo ospite ne
conoscevano bene la vera natura.
C ’è infine un’altra questione importante che merita senz’al­
tro di essere considerata. Il modo in cui fu piegata la sindone
secondo la ricostruzione effettuata sulle gore d’acqua, cioè a
soffietto, era la forma tipica con cui veniva richiuso anticamen­
te un tipo particolare di libri i quali in genere erano piuttosto
solenni e contenevano testi di argomento religioso: i libri lintei,
cioè rotoli di lino piuttosto fine lunghi dai 3 ai 4 metri i quali
venivano riempiti con la scrittura alla stessa maniera di un ro­
tolo di papiro. L’uso di scrivere su lunghe pezze di lino risaliva
all’Egitto dei Faraoni (Antico Regno, 2575-2134 a.C.), ma poi
si era diffuso in vari luoghi del Mediterraneo. Sappiamo con
certezza che i sacerdoti, etruschi usavano tenere i loro scritti
religiosi solo su questi particolari libri fatti di tessuto di lino, e
questi testi circolavano ampiamente: il più famoso libro linteo
sopravvissuto fino a noi, quello trovato addosso alla mummia
di Zagabria, fu scritto nel Lazio in lingua etrusca nel II-I secolo
a.C. e fu portato in Egitto, dove venne riciclato appunto per
la fasciatura di una mummia. Secondo Plinio il Vecchio (.Storia
naturale, X III, 75) anche il popolo dei parti, abitanti di una
regione che confina con la Palestina meridionale, preferivano
fare libri di lino piuttosto che di papiro53. La lunghezza della
sindone (circa 4 metri) è molto simile al libro della mummia di
Zagabria, perciò una volta piegato, chiuso a soffietto e infilato
dentro una giara, il telo poteva passare tranquillamente per uno
di questi solenni libri religiosi di lino, tanto più che a Qumran il
modo comune di conservare i libri era proprio quello di riporli
entro giare di terracotta. E lecito domandarsi se i primi cristiani
la piegarono e la custodirono in questo curioso modo perché
la vedevano in un certo senso proprio come uno di questi libri
Un documento di età romana 165

solenni cui erano affidate conoscenze (e convinzioni) di ambito


religioso. Al momento non abbiamo dati per poter formulare una
risposta, però il dubbio ha tutto il diritto di esistere: la quantità
di informazioni che si possono ricavare aprendo e guardando la
sindone è impressionante. Sono informazioni visive e non descritte
per mezzo di parole, ma certo equivalgono (o meglio superano)
il patrimonio di notizie contenute in un normale libro.
Se queste ipotesi in futuro saranno confermate, allora sarà
possibile scrivere la storia della sindone per i primi decenni della
sua esistenza, fino all’anno 68 d.C.: conservata e ben nascosta a
Qumran, dentro una giara al modo degli altri libri, nelle mani
della primitiva cerchia cristiana fuggita da Gerusalemme dopo le
persecuzioni di Erode Antipa e ospitata - pur mantenendo una
sua identità a sé stante - presso la fortezza del deserto. Erano
una piccola comunità probabilmente in esilio, e proprio in que­
gli anni stavano scegliendo di scrivere i loro testi sacri in greco
perché potessero raggiungere un orizzonte di popoli quanto più
vasto possibile.

6. In dialetto

L’incontro tra il greco e le lingue originarie del Medio Oriente


stabiliva la possibilità di formare ciò che oggi diremmo una specie
di «villaggio globale» esteso su tutto il territorio dell’impero; però
creava anche difficoltà perché si trattava di parlate molto lontane
fra loro quanto a grammatica, sintassi e persino nel modo di
pronunciare i suoni: di fatto gli specialisti di questi studi, come
ad esempio lo svedese Sven-Tage Teodorsson, hanno verificato
che nel Mediterraneo di epoca romana c’erano addirittura cinque
aree ben riconoscibili dove il greco si parlava con un dialetto
diverso, influenzato dalla lingua nativa del posto; studi più recenti
mostrano che persino all’interno di uno stesso regno, l’Egitto sotto
i sovrani della dinastia tolemaica, le parlate erano diverse con
inflessioni dialettali variegate. Su questo punto gli esperti sono
concordi: il bilinguismo non creava una giustapposizione fra il
greco e le lingue native, ma una specie di dialetto particolare in
cui le due lingue erano come mischiate fra loro54.
Del resto il greco non era mai stato una lingua omogenea
nemmeno nella sua madrepatria dei secoli precedenti. G ià al
tempo di Omero esistevano diversi dialetti greci parlati e scritti
166 Capitolo terzo

nelle varie zone: quello diffuso nella regione dell’Attica si impose


più degli altri grazie alle fortune politiche e culturali di Atene,
ma anche altri, come quello ionico e quello dorico, furono resi
famosi dall’opera di grandi intellettuali. La grammatica era identica
e gran parte delle parole coincidevano, però c’erano differenze
nel modo di scrivere e soprattutto nella pronuncia: per dire una
cosa comunissima come il verbo «io abitavo» in Attica si diceva
ókoun, nella Ionia invece oìkeon\ mentre un aggettivo altrettan­
to comune come «unico» suonava ad Atene mònos, nella Ionia
moùnos e nel dialetto del Peloponneso moònos^. Il mondo delle
iscrizioni funerarie in special modo offre un ricchissimo repertorio
di queste forme «mutanti», parole diverse rispetto alla norma
del greco classico e anche scritte con segni assai diversi rispetto
a quelli usati più spesso: è un tipo di iscrizione privata, quindi
il testo e le sue forme possono anche essere molto liberi perché
non dovevano sottostare a quel controllo (anch’esso comunque
non infallibile) che si faceva sulle iscrizioni pubbliche. Varianti
come kèime invece dell’attico kèimai («sedersi») o anche kìasthai
anziché l’attico kèisthai («giacere»), sono così diffuse che i reper­
tori di epigrafia a volte nemmeno le segnalano tra i fatti degni di
nota56. Simili fenomeni che oggi sembrano bizzarrie formavano
in realtà un patrimonio linguistico enorme e indussero alcuni
eruditi a comporre manuali di grammatica ma anche lessicogra­
fie, cioè una specie di vocabolari dove si davano le varie forme
dialettali delle parole accompagnate dal loro corrispondente nel
greco attico. Forse il più completo e famoso che ci sia giunto è
il lessico composto da Esichio di Alessandria, un autore vissuto
nel IV secolo d.C. che lavorò su raccolte di materiali molto più
antiche; Esichio non si limitava a indicare le varie diversità dia­
lettali delle parole ma riportava anche termini greci sconosciuti
alla maggioranza degli altri autori perché magari usati solo in certi
luoghi marginali, e per molti termini d ’uso quotidiano riferisce
forme diverse che nel greco classico non esistevano57.
Il gruppo di lettere KIA- trovato sul lino della sindone, parte
iniziale di una parola di cui non si legge la fine, è forse l’inizio del
verbo kìasthai usato nel greco di epoca romana; ma se leggiamo
il repertorio di Esichio vediamo che nel greco di età ellenistica si
usava anche un’altra parola che potrebbe essere quella giusta: forse
la scritta trovata sulla sindone diceva kìa[to] (id ato), una forma
dialettale per l’imperfetto e k i v e I t o che significa letteralmente
«veniva rimosso». Sono due parole entrambe molto pertinenti:
Un documento di età romana 167

kìasthai è il verbo più usato per indicare la sepoltura, ma anche


kìato («veniva rimosso») corrisponde pienamente al contesto
della scritta perché non c’è dubbio che questo suppliziato dopo
il decesso venne rimosso dalla croce.
Sono tutte e due forme dialettali, e insieme ad altri indizi
mostrano che l’autore di queste scritte conosceva il greco come
una seconda lingua: una lingua estranea imparata perché neces­
saria, però scritta con qualche imprecisione e parlata secondo
l’uso locale.
Quando a parlare il greco erano persone che provenivano da
una lingua madre di tipo semitico, inevitabilmente veniva fuori
una specie di chimera, un ibrido che aveva la forma di una pa­
rola greca pronunciata e anche scritta in modo che a un ateniese
sarebbe parso assai bislacco. Il fatto è che le lingue semitiche
non avevano declinazioni e il greco invece sì, quindi bisognava
adattare i nomi orientali in forme grecizzate più o meno passa­
bili. Poiché però i suoni delle lingue semitiche erano diversi da
quelli tipici del greco, succedeva che uno stesso nome indigeno
venisse pronunciato e scritto in varie forme anche abbastanza
diverse fra loro: ad esempio il nome da uomo Psansnòn che era
molto diffuso in Egitto e significava «due fratelli», in greco era
pronunciato e scritto in forme che suonavano Ponsnaus, Pisosnaus,
Pensnoon e altre ancora58. Il greco aveva due diverse vocali che
suonavano entrambe «e», cioè una breve (èpsilon) e l’altra con un
suono più lungo (èta), e così pure c’era una «o » breve (òmicron)
e una seconda lunga (omega); inoltre il suono della vocale iota,
corrispondente all’italiano «i», era abbastanza vicino a quello
della vocale ypsilon, corrispondente al suono del francese «u ». E
ancora il greco aveva due consonanti sibilanti, una sorda, sigma,
che si pronunciava come « s » nell’italiano sacco, e l’altra sonora,
zeta, che suonava come «z » nell’italiano zaino-, invece alcune
lingue orientali come l’ebraico e l’aramaico avevano un segno
(o samek) che valeva per una sonora e corrispondeva al sigma
greco; un secondo (s zade) che suonava come «d s» e si adattava
abbastanza bene alla greca zeta, e un terzo ( ce? shin) che suonava
come sh nell’inglese shampoo e che in greco non aveva suoni
corrispondenti: quando si trattava di scrivere in greco nomi che
avevano la shin (come ad esempio shabbat, «il sabato»), bisognava
per forza usare un’altra lettera anche se non riproduceva esat­
tamente quel suono. Un altro motivo di difficoltà era dato dalle
lettere doppie. In greco la presenza delle doppie era una cosa
168 Capitolo terzo

assai comune, come ad esempio nelle parole gràmma («lettera»),


tèssara («quattro»), àllos («diverso»), e così via; anche l’ebraico
usava pronunciare a volte le doppie ma in tanti casi ne veniva
scritta una sola ed era la pratica quotidiana a suggerire in quali
parole si dovevano pronunciare i suoni raddoppiati.
Per ovviare a queste difficoltà in epoca tarda fu introdotto un
nuovo sistema di scrittura, detto «masoretico», che aveva inventa­
to una serie di piccoli segni aggiuntivi da associare alle consonanti
per indicare le vocali precise che andavano pronunciate e anche
se ci fossero suoni doppi; ma prima del sistema masoretico, la
scelta su come risolvere queste difficoltà era di fatto lasciata alla
persona che scriveva. Se si trattava di tradurre una parola da
una lingua all’altra i problemi non esistevano perché si usavano
semplicemente forme diverse: «casa» si diceva in greco òikos e
in ebraico bet, e se un ebreo doveva scrivere «casa» in greco
scriveva direttamente la parola òikos così come l’aveva imparata.
Il problema nasceva quando c’erano in ballo nomi indigeni di
persone o di luoghi, nomi per i quali una forma greca originale
non esisteva e dunque bisognava crearla. Con la pratica divenne
comune considerare le due vocali greche èpsilon ed età come una
sola che corrispondeva al suono e (come nell’iniziale del nome
ebraico Esther), mentre per l’uso delle doppie, specie per le nasali
n ed m, c’era la tendenza diffusa a metterne due anche quando
ne serviva una sola. Forse questi raddoppiamenti a sproposito
riflettevano una pronuncia diversa, servivano in qualche modo
a rendere l’idea di un suono che nelle lingue orientali era più
intenso del greco; succedeva qualcosa di simile al fenomeno che
oggi i linguisti dicono del «fonema latente». In parole povere,
esiste una vocale «nascosta» che non viene messa per iscritto,
però all’atto della pronuncia la sua presenza si avverte benis­
simo. Ad esempio nella lingua finnica l’espressione «vieni ora»
si scrive tuie nyt, ma si pronuncia con la n doppia (il termine
tecnico è geminata), cioè tuie nnyt. Molti nomi ebraici furono
resi con le doppie quando vennero trasposti in greco nella Bib­
bia dei Settanta, mentre nella scrittura ebraica originale avevano
una consonante sola: ad esempio i nomi di persona comunissimi
hanan e yòhanàn furono scritti come Annas e loànnes, la città di
Giaffa (in ebraico yàpò) diventò lòppe, il nome da donna Ribqàh
divenne Rebékka, e così via. In molte regioni d’Italia le parole che
finiscono con il gruppo -zio vengono spesso pronunciate come se
la z fosse doppia: se uno straniero che sta imparando l’italiano
Un documento di età romana 169

sente dire la parola esercizio e si prova a scriverla, sicuramente


sarà portato a scrivere esercizzio-, ma il suo insegnante glielo
conterà come un errore grave.
Anche gli scribi egizi quando scrivevano in greco avevano
l’abitudine di mettere due n dove invece ne andava una sola:
questa sgrammaticatura è oggi chiamata «dittografia», e consiste in
un abuso delle consonanti laddove non servirebbero. Le iscrizioni
e altri documenti mostrano con abbondanza di prove che erano
proprio gli scrittori orientali alle prese con il greco a raddoppiare
spesso le nasali e a volte anche la consonante sibilante «s»: in­
capaci di distinguere bene la differenza di suono ad esempio fra
ghennàios e ghenàios, mettevano due «n » dove invece ce ne voleva
una sola per non correre il rischio di sbagliare riproducendo un
suono troppo fiacco. Nel concreto della vita quotidiana queste
difficoltà venivano superate con una pronuncia approssimativa
che però consentiva alle persone di capirsi lo stesso: certo, simili
stranezze sarebbero parse orribili all’orecchio di un fine letterato
ateniese, ma fuori dall’Attica erano comunissime e la gente non
ci faceva troppo caso59. Lo stesso accadeva in Italia e a Roma,
specie se la scrittura era strumentale e cioè serviva al puro scopo
di trasmettere un messaggio senza preoccuparsi per le questioni di
forma. A Pompei è stato ritrovato un intero archivio di tavolette
cerate (di oltre 180 pezzi) appartenente alla famiglia dei Sulpicii
che erano titolari di una compagnia commerciale di trasporti. Pur
essendo gente ricca che aveva al suo servizio personale istruito, in
questi documenti il nome Caesar («Cesare») viene scritto comune­
mente come Cessar, senza preoccuparsi del fatto che la sua forma
esatta si poteva leggere dovunque perché era un titolo presente
in tutte le iscrizioni che si riferivano agli imperatori. Anche il
verbo scripsi («ho scritto») si trova costantemente nella forma
(sbagliata) scripssi. Tanto per dare l’idea del fenomeno si può
citare il famoso papiro (noto agli specialisti proprio come Papiro
Claudio) che risale al regno di questo personaggio (44-51 d.C.):
anche se trasmette un testo assolutamente ufficiale e solenne,
ovvero il discorso tenuto dall’imperatore in Senato sulla riforma
della giustizia, ci troviamo scritto costantemente caussa anziché
causa, cioè con l’uso della doppia sbagliato, e poi anche forme
come monstrose invece di monstruose, volgatam anziché vulgatam,
relincunt invece di relinquunt, laxsius al posto di laxiusM. Sono
tutte influenze della lingua parlata su quella scritta, un tesoro
prezioso di testimonianze le quali ci documentano com’era il
170 Capitolo terzo

latino pronunciato dal vivo anche ai livelli più alti della società.
La lingua pura e perfetta dei grandi autori classici era quasi un
ideale che esisteva solo nelle opere letterarie, mentre nel vivere
quotidiano si usava un linguaggio molto più semplice, ricco di
forme particolari che possono essere viste come sbagli solo se
messe a confronto con un testo ufficiale di grammatica usato nelle
scuole: nella lingua parlata e scritta di tutti i giorni risultavano
lecite e usuali. A volte se un’epigrafe conteneva qualche errore
troppo vistoso il cliente pretendeva che venisse corretta, ma
in genere alle piccole sviste non si faceva caso: l’essenziale era
capirsi, e la comprensione di una parola nasceva dalla sequenza
delle lettere ma anche dal posto della parola nel quadro generale
del testo.
Un errore qua e là non riusciva a compromettere il significato
basilare dei messaggi che infatti appaiono chiari ancor oggi, dopo
millenni e nonostante le tante, diverse originalità. Quando la gente
comune era in dubbio su come scrivere una parola, sembra pro­
prio che si regolasse col saggio proverbio latino melius abundare
quam deficerea . Il fatto che sulla sindone compare l’aggettivo
NAZAPENOX con entrambe le N raddoppiate a sproposito (cioè
NNAZAPENNOX, fig. I la ) indica che chi fece le scritte senz’altro
non era un fine letterato. La sua lingua madre era l’ebraico o più
probabilmente l’aramaico, e quando dovette traslitterare in greco
il nome del suppliziato avvolto nella sindone (un nome che in
greco non esisteva) raddoppiò le N a sproposito, come facevano
quasi sempre molte persone mediorientali: forse in aramaico il
suono della N si pronunciava in modo più marcato che nella
parlata greca, quindi ce ne mise addirittura due per rendere
l’effetto. Non era ferratissimo quanto a grammatica; e comunque,
nel mondo del suo tempo si trovava in larga compagnia, uno dei
tanti che scrivevano per necessità senza possedere una cultura
letteraria vera. Del resto l’esame dei papiri dimostra che i nomi
di persona, specie quelli di origine orientale, venivano in un certo
senso «sbagliati» anche quando a scrivere erano dei professionisti
che ricopiavano libri di pregio: un esame accurato svolto sui 96
frammenti più antichi dei vangeli canonici oggi noti rivela che
queste modifiche dei nomi erano assai comuni, compreso l’uso di
raddoppiare le consonanti a sproposito (ad esempio Amminadàb
invece di Aminadàb)b2. Dobbiamo capire che i bambini studiavano
il greco a scuola, dove il maestro mostrava loro per iscritto qual
era la forma esatta dei verbi, degli aggettivi, delle preposizioni:
Un documento di età romana 171

esistevano anche dei manuali di grammatica, però i vari nomi di


persona e di luogo non erano contemplati. Gli studenti potevano
vedere come andava scritto correttamente in greco il nome di
Isaia, Davide o Salomone quando leggevano la Bibbia dei Set­
tanta, ma certo questo non accadeva per nomi orientali diversi,
portati da persone o villaggi locali che non erano mai citati nel
testo della Sacra Scrittura. Se capitava di dover traslitterare in
greco un nome aramaico, chi scriveva doveva per forza coniare
un adattamento: più lo scrittore aveva padronanza della lingua
greca, più la resa era buona. Non doveva risultare un compito
facile perché le due lingue avevano suoni assai diversi, molti dei
quali impossibili da rendere: un intellettuale di gran rilievo come
lo storico Giuseppe Flavio, capace di padroneggiare la poesia e
la prosa in greco, confessava che l’uso quotidiano della lingua
aramaica lo portava a deformare i suoni e gli impediva così di
pronunciare il greco nella maniera corretta63.
Alla categoria di scrittori occasionali, i quali scrivevano
per motivi di servizio solo quand’era necessario e si lasciavano
scappare frequenti errori, apparteneva anche il personale che si
occupava a vari livelli delle necropoli e delle sepolture. Una grotta
funeraria in Siria porta una doppia iscrizione con lo stesso testo
in greco e in ebraico, e offre un paragone molto vicino a quanto
è stato letto sul lino della sindone: la parte in ebraico è scritta
bene perché evidentemente era la lingua nativa di chi scrisse;
ma quando passa a scrivere in greco, lo scrittore è in difficoltà
così raddoppia erroneamente la èpsilon su un nome, quello di
Selèukos (reso Seeleukos), che pure era portato da vari sovrani
e quindi poteva essere senz’altro letto sul piedistallo di statue e
altre iscrizioni pubbliche64.
Lo stato romano manteneva in piedi un servizio di scuole che
garantivano ai cittadini almeno l’istruzione elementare, quindi
la capacità minima di leggere e scrivere era praticamente alla
portata di tutti65.
Scrivere era comunque un fatto oneroso, così in tutte le
questioni che non richiedevano speciale attenzione all’eleganza
la gente si arrangiava ed evitava di ricorrere agli scribi profes­
sionisti che rappresentavano una spesa. Ad esempio nell’Egitto
di età romana i sacerdoti dei templi erano gravati dall’onere di
redigere vari documenti di tipo anche civile e la funzione della
scrittura era a loro carico. Per risparmiare denaro non tenevano
al loro servizio degli scribi ma facevano scrivere i documenti ai
172 Capitolo terzo

loro novizi, una specie di giovanissimi «sem inaristi» che studia­


vano per diventare un giorno sacerdoti a loro volta. Con questo
sistema si prendevano per così dire due piccioni con una fava:
il denaro dello scrivano veniva risparmiato e inoltre i giovani
apprendisti avevano la possibilità di imparare il mestiere. Certo
i loro documenti non erano affatto impeccabili quanto a gram­
matica e altre questioni di forma, ma questo non costituiva un
problema purché il contenuto risultasse comprensibile. Si con­
servano interessantissimi testi nei quali i sacerdoti hanno lasciato
istruzioni sulla maniera giusta di sbrigare queste pratiche: alcuni
raccomandano agli apprendisti di essere molto stringati quando
si scrive un atto e di usare uno stile sobrio, oppure di assicurarsi
che quando un documento dev’essere consegnato di persona al
destinatario, questo deve firmare di sua mano una ricevuta affinché
la consegna sia regolare. I materiali usati per scrivere i documenti
sono poveri ed economici: piccoli ciottoli di fiume dalla superficie
piatta, come già detto, pezzetti di legno, striscette di papiro di
bassa qualità oppure riciclate66. Striscette giunte fino ai giorni
nostri, le quali per forma e dimensioni somigliano moltissimo a
quelle che hanno lasciato traccia sul lino della sindone.

7. Nei meandri della giustizia

Un gruppo molto interessante di testimonianze scritte del pe­


riodo di Roma imperiale riguardano la sfera della giurisprudenza
e lo svolgimento dei processi, che in quell’epoca aumentarono
di numero e soprattutto cominciarono a essere tenuti secondo
una procedura più complessa: sono vere e proprie miniere di
informazioni sull’evolutissimo diritto romano ma anche sul clima
politico e il vivere sociale nel mondo antico. E un ambito di ricerca
che interessa il nostro studio da vicino: la dicitura IN N ECE(M )
trovata sulla sindone è in latino, fa riferimento a una sentenza
cui seguì un’esecuzione capitale.
L a legge romana divideva in due grandi categorie i reati per
i quali si poteva essere puniti: i crimina o reati pubblici, ovve­
ro tutti quegli atti che infrangevano l’ordine sociale e perciò
costituivano un danno per l’intera collettività, e i reati privati
(,delieta o maleficio), ovvero colpe commesse ai danni di singoli
individui. I reati pubblici naturalmente erano quelli di maggior
gravità; in epoca imperiale, essendo state inglobate nello stato
Un documento di età romana \11>

alcune province bellicose dove il rischio di rivolta era all’ordine


del giorno, varie azioni un tempo considerate colpe lievi furono
innalzate al rango di gravi delitti contro l’ordine pubblico.
Nel processo civile, ad esempio una causa per danni, alla
persona citata in giudizio veniva notificato un mandato di com­
parizione; ma nel caso in cui la lite si chiudesse senza arrivare
in tribunale, la parte denunciante doveva inviare al magistrato
competente una dichiarazione scritta con la quale attestava
che rinunciava a procedere legalmente. Se il danno subito o la
questione per la quale si entrava in causa non riguardava casi
della massima gravità, si usava anche inviare petizioni scritte al
funzionario locale che svolgeva il servizio di polizia, e in epoca
romana anche agli stessi centurioni di stanza nelle varie città delle
province. I centurioni erano funzionari militari e in teoria non
avevano poteri giudiziari, però potevano svolgere indagini e gli
abitanti si rivolgevano direttamente a loro perché in tal modo
riuscivano a risolvere una controversia evitando le lungaggini
della magistratura ordinaria67.
Il procedimento penale si svolgeva invece per mezzo di due
vie diverse, cioè quella accusatoria e quella inquisitoria. Nel
primo caso il magistrato riceveva una accusatici publica, cioè una
denuncia contro qualcuno promossa anche da un solo cittadino
ma eseguita in maniera ufficiale, cioè depositando un atto scritto
di accusa: il denunciatore si rendeva in qualche modo rappre­
sentante dell’intera comunità civile offesa. Proprio per scongiu­
rare le denunce anonime ed evitare che il sistema giudiziario
fosse strumentalizzato per compiere vendette private, Augusto
aveva varato la sua lex Iulia iudiciorum publicorum nella quale
ordinava che gli atti di accusa dovessero essere fatti per iscritto
e soprattutto seguendo uno schema fisso, pena la loro nullità:
questa lettera (libellus inscriptionis) doveva essere firmata da chi
denunciava e doveva indicare con precisione il giorno, il nome
del console in carica, il nome della persona accusata, gli estremi
del reato commesso, il luogo dove era stato consumato e altre
circostanze del fatto criminoso. Poi il denunciatore presentava
il libellus nell’ufficio del magistrato preposto alla discussione di
quel reato, il quale verificava se l’atto era regolare; in tal caso
procedeva a iscrivere il reo nel registro degli accusati (inscriptio
inter reos). Il magistrato provvedeva a nominare la giuria e il
processo iniziava: durante la discussione si scontravano l’accusa
e la difesa, che procedevano a un interrogatorio incrociato dei
174 Capitolo terzo

testimoni, mentre il magistrato assisteva come una specie di mo­


deratore senza intervenire direttamente, fino al verdetto emesso
dalla giuria68.
Nei territori delle province Roma era rappresentata dai magi­
strati incaricati del governo (prefetti, proconsoli e legati) ai quali
10 stato aveva delegato il suo imperium. Visto che la situazione
in quei luoghi era spesso turbolenta, specie nelle zone dove la
conquista era recente e gli animi della resistenza non si erano
ancora sopiti, i governatori avevano bisogno di controllare il
territorio e reprimere i focolai di rivolta in tempi rapidi, quindi
per amministrare la giustizia potevano applicare una procedura
straordinaria, detta cognitio extra ordinem, nella quale si proce­
deva per via inquisitoria anziché per via accusatoria: l’iniziativa
del processo non partiva da una denuncia ma da un atto deciso
dal magistrato stesso. Era una procedura più semplice rispetto a
quella ordinaria, ma comunque rigorosa e nient’affatto sommaria.
Seguendo la via inquisitoria il magistrato locale faceva svolgere in­
dagini segrete a scopo preventivo dai suoi subordinati, i funzionari
di polizia, per monitorare la tranquillità del territorio. In caso di
problemi, i funzionari procedevano con la cattura dei criminali e
11 interrogavano, poi li conducevano alla presenza del magistrato
dopo aver scritto un rapporto circostanziato (elogium) in cui ve­
nivano indicate le generalità del reo, le circostanze del reato e le
dichiarazioni che l’accusato aveva fatto durante l’interrogatorio.
Il magistrato doveva allora esaminare tutti i fatti su cui verteva
l’accusa e interrogare di nuovo l’accusato, senza dare per scontata
nessuna delle cose che l’ufficiale aveva scritto nel suo rapporto:
infatti bisognava assicurarsi che l’ufficiale non fosse uno di quei
funzionari disonesti che ricattavano persone innocenti estorcendo
loro denaro sotto la minaccia di trascinarli in giudizio grazie a
un rapporto falso, cosa che pure non era rara e contro la quale
il diritto romano aveva messo in atto misure precise.
Appurato che il rapporto era onesto, il magistrato andava
avanti con il processo fino alla sentenza e all’applicazione della
pena. Tanto le cause civili quanto quelle penali erano verbalizzate
e i verbali venivano trascritti negli appositi registri. Le sentenze
venivano registrate nello stesso verbale ma da esse si facevano
estratti che i governatori inviavano ai custodi delle carceri insieme
al condannato: era indicato il tempo e la qualità della pena da
scontare. Se il processo finiva con una condanna, il tribunale
scriveva un documento e insieme a questo documento il colpevole
Un documento di età romana 175

veniva condotto presso il funzionario incaricato di eseguire la


sentenza: c’erano scritti il nome del condannato, la colpa com­
messa e la pena da scontare. Quando la sentenza prevedeva un
periodo da passare in carcere, il tempo della pena era specificato
chiaramente e una volta scontata la detenzione il governatore
inviava al carceriere un altro documento con l’ordine di rilasciare
il prigioniero. Ogni fase del processo dagli esordi alla sentenza
veniva accuratamente registrata; da questi registri giudiziari, curati
da scribi che erano funzionari pubblici, le persone si facevano
produrre estratti dei documenti per usi di vario tipo69.
La civiltà romana viene considerata superiore a tutte le altre
del mondo antico per l ’elevato sviluppo della sua cultura giuridi­
ca, che è giunta in gran parte viva fino all’epoca contemporanea;
purtroppo anche in questo complesso, sofisticato meccanismo
non mancarono tragiche ingiustizie e memorabili abusi. Il diritto
penale romano aveva conosciuto un notevole sviluppo tra la fine
della Repubblica e gli inizi dell’età imperiale, quando nel clima
della guerra civile fra Cesare e Pompeo e poi fra Augusto e Marco
Antonio la via del tribunale era stata frequentata spesso come
utile strumento per disfarsi dei propri nemici politici passando
attraverso la legge; però fu soprattutto sotto il regno del succes­
sore di Augusto, Tiberio Claudio Nerone, che questo abuso della
giustizia conobbe probabilmente la sua stagione peggiore.

8. ha legge e il tiranno

Il 19 agosto dell’anno 14 d.C. Augusto moriva a Roma: rima­


sto senza eredi maschi, scelse come successore Tiberio, figlio di
primo letto della bellissima Livia che Ottaviano aveva amato con
passione sin da giovane: raggiunto il potere, fece in modo che
divorziasse dal marito e poi volle sposarla al più presto, quando
era già avanti con la gravidanza e senza nemmeno aspettare
che partorisse il suo secondogenito. Non ebbe figli da lei, ma
fu sempre affettuoso e paterno con i figli del primo marito che
considerò suoi eredi a tutti gli effetti. Il primogenito Tiberio
assunse quindi il nome di Tiberio Giulio Cesare. Quando arrivò
al potere aveva già cinquantacinque anni in un’epoca in cui la
vecchiaia cominciava a sessanta, e parecchi di questi li aveva
spesi in gloriose ma anche logoranti campagne di conquista al
servizio di Roma; si era distinto per le sue grandi capacità militari
176 Capitolo terzo

ma anche per una sincera lealtà nei confronti del suo patrigno,
e i primi anni del suo governo furono improntati a quella stes­
sa saggezza e moderazione che aveva reso il regno di Augusto
un’epoca singolarmente felice. Il modello di Augusto lo guidava
costantemente ed era sempre preoccupato di non mostrarsi trop­
po indegno di quanto il patrigno gli aveva affidato. Tiberio fu
un ottimo amministratore e alla sua morte le casse dello stato si
trovarono addirittura arricchite di quasi tre miliardi di sesterzi
rispetto a come le aveva lasciate il predecessore. Ebbe verso il
popolo un atteggiamento protettivo, e in tempo di crisi ridusse
le spese per i giochi dei gladiatori che il suo carattere schivo e
riservato non amava affatto; istituì anche un fondo pubblico dal
quale le persone indebitate potevano ricevere un prestito per tre
anni senza interessi grazie al quale uscire dalle difficoltà70. Verso
il Senato, l’istituzione più prestigiosa e rappresentativa di Roma,
mantenne un atteggiamento sempre ossequioso e altrettanto ri­
spetto mostrò nei confronti delle tradizioni romane cui il popolo
era affezionato. Ma nell’ultima fase del suo regno, complice la
vecchiaia e la stanchezza, commise uno sfortunato errore che
innescò una catena interminabile di delitti facendo piombare
Roma in un clima invivibile.
Fra l’anno 16 e il 17 d.C. le nove coorti dell’esercito che
formavano il Pretorio, il prestigioso corpo scelto riservato alla
guardia personale dell’imperatore, furono riunite tutte a Roma
in un accampamento stabile dinanzi alla porta Viminalis, nel
luogo che ancora oggi mantiene il nome di Castro Pretorio; il
prefetto del Pretorio Lucio Elio Seiano, un brillante giovane
soldato originario di Bolsena, assumeva così un ascendente molto
forte nella città perché al suo potere militare si univa anche la
possibilità di interferire nelle faccende politiche. Seiano seppe
accattivarsi la simpatia di Tiberio facendo mostra di grande lealtà,
ma suscitò i sospetti del figlio dell’imperatore, Druso, il quale un
giorno non potè trattenersi e gli diede uno schiaffo; nel 23 d.C.
Druso morì in circostanze misteriose e molti sospettarono che
fosse stato assassinato per iniziativa di Seiano, tramite un veleno
somministratogli da sua moglie Claudia Livilla che il prefetto
del Pretorio aveva fatto diventare la sua amante. Prostrato dal
dolore per la morte del figlio e ormai giunto a 64 anni, Tiberio
si chiuse in se stesso perdendo attaccamento alla vita e al senso
del dovere che lo aveva sempre distinto; probabilmente fu per lui
un sollievo quando Seiano gli suggerì di ritirarsi per un periodo
Un documento di età romana 177

di riposo nell’isola di Capri, lasciando che fosse lui stesso, più


giovane e resistente, a occuparsi di tutte le gravose questioni che
comportava la gestione del potere. Tecnicamente l’imperatore
continuava a governare lo stato romano sia per mezzo di Seia-
no, che riusciva a ostentargli la più solida fedeltà, sia per mezzo
di lettere che il Senato doveva inviare a Capri per sottoporgli
quesiti e attendere risposta. Nel concreto, non appena Tiberio
ebbe lasciato Roma il capo dei pretoriani inaugurò un regime
del terrore con una strategia di persecuzione verso tutti coloro
che riteneva potessero essere suoi nemici politici; e i Senatori,
visto che le teste di quanti si erano messi contro Seiano cadevano
l’una dopo l’altra, non erano certo a loro agio nello spedire a
Tiberio missive che sarebbero state subito intercettate costando la
vita a chi le aveva scritte. Nell’anno 29 d.C. moriva Livia madre
dell’imperatore, che sino a quel momento era stata forse il più
grosso ostacolo posto fra Seiano e il conseguimento del suo fine
ultimo, cioè estromettere i parenti di Tiberio per ereditare lui
stesso il potere alla morte del vecchio; Scomparsa la donna che
con la sua influenza aveva fatto da scudo a molti membri della
dinastia, Seiano sferrò l’attacco ai parenti di Tiberio utili per la
successione, che dovettero andare in esilio e vivere i loro ultimi
anni con la paura costante di essere assassinati.
A quel punto si fece avanti Antonia, cognata di Tiberio,
che era rimasta in disparte durante tutto quel tempo; ora, vista
aggredita la stessa famiglia imperiale, non esitò più e si decise
a presentare a Tiberio le prove della congiura che Seiano aveva
ordito71. Il 18 ottobre del 31 d.C. Seiano fu improvvisamente
arrestato e trascinato dinanzi al Senato con l’accusa di alto
tradimento, condannato a morte e ucciso nello stesso giorno.
Si trattò di un evento eccezionale, cui si volle dare un tono di
grande solennità facendo allestire l’assemblea dei senatori nel
Tempio della Concordia. Eccezionale fu anche l’ostinazione a
voler lasciare il suo cadavere insepolto, come estremo atto di
disprezzo; infatti i corpi dei suppliziati appartenevano a Roma
ma i familiari li potevano richiedere per seppellirli, e Augusto
ma anche lo stesso Tiberio erano generalmente molto attenti a
che si mantenesse questa forma di indulgenza. Non era per via
di una loro speciale pietà: l’uomo romano era molto superstizio­
so, e alla base della sua mentalità politica c’era il concetto della
pax deorum, lo stato di pace fra gli uomini e le divinità. Se si
voleva che tutte le cose umane andassero bene, dal ciclo della
178 Capitolo terzo

natura fino alle vicende dello stato, bisognava fare in modo di


non scontentare gli dèi. Il rispetto dei morti era una cosa molto
gradita alle divinità, perciò si doveva agire di conseguenza72.
L’abuso del reato di lesa maestà, l’arma micidiale di cui si era
servito Seiano per eliminare i nemici, ora si rivoltava contro di lui
e contro tutti coloro che gli erano stati vicini in qualche modo; la
legalità della procedura venne meno e si arrivò ad accettare come
valide le prove raccolte mettendo sotto tortura gli schiavi dell’av­
versario73. In origine il reato più grave contro lo stato, il crimen
maiestatis, era inteso solo quando si aveva lotta armata (perduellio)
per compiere una rivoluzione violenta e un sovvertimento del po­
tere. Con il passare del tempo e soprattutto con gli anni di guerre
civili che segnarono la fine della Repubblica, il concetto di lesa
maestà si era molto ampliato. Augusto aveva varato due leggi, la
lex lulia de maiestate e la lex lulia de vipublica, che equiparavano
l’attacco armato alle istituzioni ad altri atti che non implicavano
affatto il ricorso alle armi ma erano semplicemente forme aperte
di dissenso morale: ad esempio i discorsi fatti in pubblico contro
la persona del princeps, oppure il danneggiamento di statue che
lo raffigurassero. La formula con cui questo assunto si esprimeva
faceva letteralmente il processo alle intenzioni: risultava infatti
passibile di lesa maestà «chiunque nutrisse in animo sentimenti
ostili verso lo stato o l’imperatore»74.
Seiano aveva compulsato la giurisprudenza spingendo i con­
fini del reato di lesa maestà oltre l’inverosimile: non solo gli atti
contro le statue dell’imperatore erano puniti con una denuncia
in piena regola, ma qualunque parola poco entusiasta verso la
sua persona diventava una colpa perseguibile. Abbondavano le
denunce prezzolate; dato il clima da dittatura fiorivano ovunque
libelli anonimi contro l’imperatore, i quali non facevano altro
che fomentare la crudeltà della repressione. Tacito ricorda la
punizione comminata all’anziano storico Aulo Cremuzio Cordo:
nel 25 si vide ordinare per volere di Tiberio la distruzione dei
suoi libri a causa di un parere espresso in un suo scritto tanti
anni prima, quando regnava Augusto, un’opinione che comun­
que al capo dello stato non aveva creato alcun disagio; anche lo
stesso Cesare, quando Cicerone aveva esaltato certi suoi nemici,
si era limitato a fare una replica per iscritto. Cremuzio Cordo
fu accusato di attacco ideologico contro l’imperatore e si lasciò
morire di fame; i suoi scritti dovevano essere bruciati, ma poiché
tutti morivano dalla voglia di vedere diffamato pubblicamente
Un documento di età romana 179

il tiranno, lì per lì furono solo occultati e più tardi qualcuno


provvide a renderli pubblici. Lo sventurato poeta Macro, che
aveva composto una tragedia ambientata nell’antica Grecia del
tempo di Omero, fu trascinato in giudizio perché nelle parole di
un sovrano da lui messo in scena si volle ravvisare quasi come
un senso di critica verso l’operato di Tiberio. Casi come questi
mostrarono a tutti che il tempo del terrore era cominciato: a detta
dello storico Svetonio, venivano perseguiti anche i farneticamenti
degli ubriachi e le battute dette in casa propria per scherzo.
Nessuno era al sicuro75.
Q uando Seiano cadde si scatenò l’inevitabile ridda delle
vendette: i senatori, che avevano molto sofferto a causa del capo
del Pretorio, misero in atto una vera e propria strategia di rival­
sa contro tutti coloro che grazie a Seiano avevano guadagnato
prestigio e potere. E Tiberio, che non aveva saputo impedire le
violenze del suo protetto, non fu nemmeno in grado di frenare la
sete di vendetta che si abbatté su Roma dopo la sua esecuzione. I
delitti consumati per mezzo del processo politico durarono anni
e anni; molti caddero subito mentre altri, forse perché godevano
ancora di una qualche benevolenza da parte di Tiberio, furono
eliminati dopo la morte dell’imperatore: ad esempio il proces­
so contro Lentulo Getulico che era stato comandante militare
nella Germania del nord fu preparato nell’anno 34 ma l’accusa
ufficiale per cospirazione scattò solo nel 39. Gli accusati spesso
non arrivavano nemmeno in tribunale e preferivano suicidarsi: se
infatti il processo fosse terminato con una condanna, i colpevoli
sarebbero stati uccisi o mandati in esilio e avrebbero subito la
confisca di tutti i loro beni. Visto il tenore dei tempi, molte per­
sone quando si videro accusate preferirono togliersi di mezzo da
sole: in questo modo si sperava di bloccare l’innesco del processo,
e almeno i familiari sarebbero stati al sicuro da un destino di
povertà e dal rischio di finire addirittura schiavi per debiti. Gli
anni 32-33 e 33-34 furono i peggiori per numero ed esito delle
accuse. Nell’anno 33 addirittura venti persone in blocco subirono
l’esecuzione con l’accusa d ’essere state in un modo o nell’altro
legate a Seiano: fra esse c’erano donne e bambini. Furono uccisi
tutti nello stesso giorno e i loro corpi, dopo essere stati esposti
in pubblico, furono gettati nel Tevere. La situazione divenne così
tesa che si profilò il rischio di un attentato a Tiberio addirittura
dentro le riunioni del Senato, sicché fu approvato un provvedi­
mento del tutto eccezionale in virtù del quale poteva avere una
180 Capitolo terzo

scorta armata fissa pronta a proteggerlo persino in quelle occa­


sioni. Con il suo stile rapido e incisivo che sapeva racchiudere
in due parole un intero dramma, Tacito dice dell’anno 34: «fu
una strage ininterrotta» (caede continua)76.
Il fatto che sul lino della sindone è stata trovata parte di una
parola (IBEP) che sembra corrispondere al nome scritto in greco
di Tiberio (TIBEPIOX), e forse anche tracce di una moneta emessa
sotto il suo regno, potrebbero costituire indizi cronologici molto
interessanti. La tradizione cristiana ha sempre indicato che la
morte di Gesù Nazareno avvenne alla fine di un processo svolto
dalle autorità romane mentre regnava questo imperatore.

9. Una lingua per il potere

Proprio sotto Tiberio cominciò una battaglia culturale perché


il latino diventasse la lingua ufficiale dello stato e del governo.
Anche se Roma era arrivata a estendere il suo predominio su tutto
il mondo allora conosciuto, persino nella capitale era il greco
la lingua più diffusa tanto fra gli intellettuali che nel popolo;
il carattere proprio di Roma, divenuta cuore di un mondo così
vasto, imponeva l’uso di un idioma universale perché affluivano
ogni giorno nelle sue strade persone provenienti dalle regioni
più diverse. Il latino era la lingua-madre dei nuovi padroni, però
il greco continuava a mantenere il suo monopolio pressoché
inalterato: in tutto il Medio Oriente la lingua nativa dei romani
era quasi sconosciuta e la parlavano soltanto i coloni originari
dell’Italia. In fondo il primo trattato sulla lingua latina era stato
scritto solo pochi decenni prima, da Marco Terenzio Varrone
fra il 47 e il 45 a.C.77. Che sul lino della sindone - un reperto
archeologico mediorientale sotto tutti i punti di vista - si trovino
tracce di scrittura in lingua latina accanto ad altre in ebraico e
in greco, è un fatto da approfondire.
Persino nel cuore delle istituzioni romane, persino nelle sedute
del Senato che era l’organo più rappresentativo, nella Roma di età
imperiale il greco veniva parlato comunemente e anche usato per
trascrivere sentenze e atti ufficiali. Certi passi degli autori antichi
restituiscono all’uomo moderno dei frammenti di vita vissuta,
quadretti e ambientazioni tracciate con grande realismo e inseriti
in discorsi più ampi quasi come delle battute di spirito, i quali
oggi per lo storico si rivelano a volte persino più preziosi delle
Un documento di età romana 181

stesse testimonianze ufficiali: secondo Svetonio CDomiziano, X,


2-3) un giorno che Tito figlio del generale Vespasiano esortava a
nuove nozze Domiziano, allora imperatore in carica, Domiziano
gli rispose in greco chiedendogli «stai forse cercando moglie pure
tu?». Questo stato di cose era dettato dalla necessità pratica ma
derivava anche dalla indiscutibile sudditanza culturale che Roma
aveva sempre subito dalla civiltà greca: molte testimonianze ar­
cheologiche mostrano che gli stessi fondatori di Roma nell’VIII
secolo conoscevano il greco e amavano importare per le loro case
oggetti di squisita fattura artistica prodotti in Grecia, e anche
l’ultimo sovrano Tarquinio il Superbo aveva fatto venire a Roma
architetti greci per abbellire la sua città. Verso l’anno 200 a.C.,
quando Roma aveva già conquistato gran parte della penisola
italiana e guardava al Mediterraneo, i latini realizzarono che era
necessario raccogliere in un testo scritto gli eventi più salienti
del loro passato anche per motivi di celebrazione politica e di
prestigio: il retore Fabio Pittore fu incaricato di scrivere una
prima storia di Roma e la scrisse in greco, anche perché essa
serviva a far circolare l’eco della grandezza romana all’interno di
un mondo mediterraneo che parlava universalmente solo quello.
L o stesso Annibaie, il fierissimo condottiero di Cartagine che
dette tanto filo da torcere a Roma, era di madrelingua fenicia
eppure scriveva in greco le sue lettere e i dispacci militari: ben­
ché il fenicio si parlasse sulle coste del Libano ma anche nelle
colonie cartaginesi in Sicilia, in Africa del nord, in Sardegna e
anche in Spagna, era comunque una minoranza linguistica nel
vasto panorama del Mediterraneo greco78.
Il passo decisivo si compì quando le prospere città greche del
sud Italia furono conquistate e poi più tardi la stessa Grecia entrò
nell’orbita politica romana. Cominciò un vero e proprio traffico
di opere d ’arte destinate ad abbellire i monumenti pubblici ma
anche le ricche dimore private della capitale, e un gran drenaggio
di libri e di intellettuali. Alcuni esponenti di spicco della politica
romana come Lucio Emilio Paolo e Scipione Emiliano crearono
a Roma un circolo di intellettuali che intendeva promuovere la
diffusione della cultura greca anche per motivi di opportunità
politica. Roma poteva anche soggiogare i popoli con la forza delle
armi ma non sarebbe riuscita a governare un mondo vasto come
quello che si affacciava sul Mediterraneo se la sua classe dirigente
non avesse acquisito la giusta apertura mentale: questo l’avevano
capito in molti, e già da tempo vari sovrani di regni barbarici
182 Capitolo terzo

avevano fatto venire presso le loro corti dei famosi maestri greci
affinché fornissero ai loro figli un’educazione appropriata. La
vecchia mentalità latino-italica così fieramente attaccata alle sue
tradizioni locali doveva sprovincializzarsi e acquisire un’ampiezza
tutta nuova. Fu di enorme aiuto per loro il fatto di avere con sé
10 storico Polibio, un nobile greco caduto in schiavitù dopo la
sconfitta della sua città che Scipione aveva preso con sé facendone
11 precettore dei propri figli79.
Il processo andò talmente avanti che la lingua latina, la quale
non possedeva una letteratura così prestigiosa da poter reggere il
confronto con quella greca, finì in secondo piano. Autori come
Cicerone, Svetonio, Dione Cassio, Plinio il Giovane, Quintiliano
e Filostrato documentano che nelle province orientali dell’impero
il latino era ignoto persino ai funzionari pubblici, e dalle loro
testimonianze risulta che l’ambiente dei dignitari politici e militari
usava il greco come lingua quotidiana: cosa naturale, conside­
rando che l’esercito di Roma era una comunità multietnica dove
si trovavano gomito a gomito soldati di origine germanica con
altri uomini nati alle soglie dell’india o nell’Africa settentrionale.
Ottaviano Augusto rimise insieme uno stato unitario e comprese
che bisognava rilanciare gli ideali e i valori tradizionali della
nazione romana perché ormai Roma, grazie alle sue conquiste,
aveva superato in gloria e potenza persino l’impero di Alessandro
Magno. Per sua iniziativa furono promosse molte strategie che
volevano esaltare la pace di Roma e le tradizioni romane anche
servendosi di vie trasversali, come ad esempio le opere letterarie
e in genere la propaganda per mezzo dell’arte: Virgilio compose il
suo famoso poema Eneide per dimostrare fra l’altro che le origini
di Roma risalivano agli stessi eroi cantati da Omero che avevano
preso parte alla guerra di Troia, dunque erano altrettanto antiche
di quelle greche; anche nell’edilizia pubblica e nell’architettura
si puntò a creare uno stile tipico di Roma per scalzare poco a
poco il predominio dell’arte greca80.
In effetti le innumerevoli iscrizioni romane giunte fino a noi
mostrano che l’impressione di questi letterati non era esagerata:
il greco si parlava quotidianamente fin negli strati più bassi della
popolazione, e le due lingue quasi si fusero. In età imperiale
prese piede l’uso di scrivere uno stesso testo metà in latino e
metà in greco, ma anche testi in latino scritti con lettere greche:
a giudicare da quante sono le iscrizioni di questo tipo, sembra
che fosse considerata una specie di raffinatezza alla moda. E
Un documento di età romana 183

molto comune trovare a Roma iscrizioni con formule del tipo


EIN I1AKH per in pace, o I1PQ <DHAC per prò fide\ ed era consi­
derata una cosa raffinata anche il fatto di scrivere in greco nomi
tipicamente romani che nella Grecia classica non erano esistiti
mai, come Marcello (scritto in lettere greche MAPKEAAO) o
Maximus (reso MAEEIMOYC)81.
Sin dall’assunzione del potere, Tiberio prese come una missio­
ne personale la necessità di portare avanti la politica di Augusto
su tutti i fronti; come in molti altri casi, anche su questo versante
perseguì tale fine con una durezza e metodi repressivi che Augusto
non aveva voluto usare e che sicuramente aborriva. Tiberio parlava
in greco fluentemente e con naturalezza, ma si asteneva dall’usare
questa lingua durante le sedute del Senato perché voleva che
fosse chiaro a tutti come lui intendesse imporre il latino almeno
nelle situazioni più ufficiali. Una volta, dovendo dire la parola
monopolio che era di origine greca, volle prima chiedere scusa a
tutti gli uditori perché si permetteva di pronunciare un termine
straniero in quell’assemblea che era un p o ’ il santuario delle
istituzioni romane. U n’altra volta proibì ai senatori di inserire nei
verbali la parola greca emblèmata\ poiché gli veniva fatto notare
che in latino non esistevano sinonimi, rispose che non c’erano
problemi: i senatori potevano cercare tutte le espressioni latine
che volevano, e ricorrere anche a lunghi giri di parole. Rimase
famoso il caso di un centurione chiamato a presentare una testi­
monianza: era stato interrogato in greco perché evidentemente
parlava solo quello, ma Tiberio gli proibì di rispondere se non
poteva farlo in latino. D i fatto i magistrati che amministravano la
giustizia nelle province, i quali non sapevano il latino a meno che
non fossero d’origine italiana, si trovarono obbligati ad assumere
degli interpreti. Sotto il regno di Claudio l’ignoranza del latino
nell’esercizio delle pubbliche funzioni fu equiparata a un atto
gravissimo di offesa contro lo stato: un nobile magistrato greco
che non conosceva una parola di latino fu radiato dall’albo dei
giudici e dovette persino andare in esilio82.
Certo quella guerra culturale in favore della lingua romana
non si poteva risolvere rapidamente nemmeno con la forza:
scalzare un’abitudine consolidata da almeno quattro secoli non
sarebbe stato facile e il latino poteva diventare la lingua universale
dell’impero sostituendosi al greco solo in tempi molto lunghi. In
ogni caso si tentò di adeguare all’uso romano almeno i costumi
fondamentali della vita quotidiana nelle province, che specie in
184 Capitolo terzo

Oriente vivevano ancora con abitudini loro tradizionali: nell’anno


9 a.C. il proconsole della provincia d ’Asia Paolo Fabio Massimo
emanò un editto che abrogava l’uso del calendario lunare seguito
in quei luoghi e imponeva quello romano, completamente diver­
so, che era basato sul corso del sole e cominciava dal. giorno 23
settembre, compleanno di Augusto. Era un passo importante che
permetteva di uniformare il modo in cui si esprimevano le date,
un elemento basilare in tutti i tipi di documento, e inoltre l’editto
fu scritto in greco e in latino affinché quei popoli prendessero
confidenza con tale lingua83.
Secondo le fonti pervenute, questi tentativi di latinizzare i
popoli dell’impero con la forza o con l’autorità della legge non
furono molto efficaci: i sudditi si piegavano a obbedire nei periodi
in cui venivano comminate pene pesanti, poi tornavano ai loro
usi ancestrali non appena la pressione si allentava. D opo l’ondata
di latinizzazione forzosa imposta da Tiberio e dal suo successore
Claudio, le fonti mostrano che il processo si arenò: a Claudio
successe Nerone che era letteralmente innamorato, pur nelle sue
manie, della cultura greca ed era un fanatico di Omero. Vespasiano
e suo figlio Tito, entrambi generali che avevano viaggiato a lungo
in Oriente, si esprimevano comunemente in greco e non ebbero
particolare interesse per la promozione della lingua latina; poi
piombò su Roma il governo oppressivo di Domiziano e tutti dovet­
tero preoccuparsi di questioni ben più gravi. Il periodo seguente
(98-180 d.C.), l’epoca d’oro dell’impero di Roma che si estende
dal governo di Nerva a quello di Marco Aurelio, fu segnato da una
grande ripresa del classicismo e da una nuova moda ellenizzante
che esaltava più che mai la lingua e la cultura greca. L’imperatore
Adriano, forse il più colto fra loro, era un esteta e un intellettuale
che trascorse gran parte del suo regno in Grecia e in Oriente e
promosse la fioritura di un’arte molto raffinata che poteva com­
petere in eleganza con quella dell’Atene classica; Marco Aurelio,
come già accennato, non trovò strano né disdicevole lasciare ai
posteri la sua eredità morale scrivendola in lingua greca. In Egitto
fu soltanto sotto il regno di Diocleziano (284-305 d.C.), dopo
oltre trecento anni di dominazione romana, che si cominciarono a
scrivere regolarmente verbali di processi in latino84.
Stando a quanto sappiamo sulla civiltà del Medio Oriente du­
rante la dominazione romana, nella Palestina del I secolo il latino
era compreso solo dalla cerchia del governatore romano: i sette
governatori inviati nella regione di G iudea prima che la regione
Un documento di età romana 185

fosse ricostituita come regno affidato a Erode Agrippa (41-44


d.C.) erano tutti di origine italiana85. Nella forma scritta il latino
si usava solo per i documenti dei processi o altri testi ufficiali,
mentre gli atti dell’amministrazione pubblica erano comunemente
scritti in greco: accadeva però normalmente che il funzionario
romano mettesse sul documento in greco la sua firma scritta in
latino, perché evidentemente le leggi di Tiberio avevano lasciato
una traccia nella prassi amministrativa dell’impero; poi metteva
anche una sigla (ad esempio legi, recognovi e così via) con la quale
10 approvava, lo rifiutava oppure stabiliva certe condizioni86.
Che sul telo di Torino sia rimasta traccia di un testo scritto
in lingua latina, oltre che greca ed ebraica, è sicuramente una
questione da approfondire.

10. Tutt’intorno al volto

Vivendo praticamente tutti i giorni a contatto con le scritture


medievali, ho avuto subito l’impressione che quelle tracce di scrit­
tura rimaste sulla sindone non risalissero affatto al tardo medioevo
ma fossero molto, molto più antiche. Partita all’inizio con l’idea
che si trattasse di striscette messe intorno al volto per celebrare
la sindone come reliquia, sono dovuta ritornare completamente
sui miei passi. Di queste cedole medievali con sopra scritto a
quale santo appartenevano le reliquie ne possediamo tante, e se
le mettiamo a confronto con quanto trovato sulla sindone basta
uno sguardo per notare che le scritture appartengono a due mondi
diversi87. Qualunque cosa dicesse il risultato del test eseguito con
11 radiocarbonio, la struttura delle lettere trovate sulla sindone
richiamava forme di gran lunga più antiche; anche perché, come
già detto, il documento che entrò in contatto con la sindone è
un reperto archeologico diverso dalla sindone.
Tutte le lettere trovate sulla sindone sono maiuscole tracciate
in stile capitale, ma compaiono anche due «intrusi» in uno stile
diverso, quello onciale: sono la prima E di IN N EC E(M ) e la
omega finale del verbo PEZ(to), se gli analisti hanno ben inter­
pretato il segnale. Le scritture che gli somigliano di più sono
certe testimonianze su papiri risalenti al periodo di Ottaviano
Augusto, Tiberio e Claudio, ovvero dal 14 a.C. al 54 d.C., scritti
con una grafia che i paleografi chiamano capitale rudimentale o
capitale corsiva (fig. 12). Segue lo stile della capitale abbastanza
186 Capitolo terzo

fedelmente, con le lettere diritte e ben separate l’una dall’altra,


però tende a essere corsiva e spesso può avere un andamento
irregolare. Anche le lettere trovate sulla sindone sono capitali
tracciate abbastanza diritte, distanziate fra di loro, e si tratta di
una scrittura abbastanza posata ma con alcuni elementi di cor-
sività: c’è il nesso fra le due N vicine, e c’è anche la 'P che ha
l’asta molto inclinata e obliqua invece di essere perpendicolare.
Scrivendo a inchiostro su papiro, specie quando non si trattava
di bei libri costosi ma invece di documenti più frugali, accadeva
che si usassero espedienti molto comuni per tracciare il testo
più velocemente: alcune lettere venivano tracciate senza staccare
il calamo dal foglio, perciò si creavano collegamenti spontanei
fra una lettera e quella che la seguiva detti oggi dai paleografi
«legature»; oppure accadeva che la forma di due lettere venisse
fusa insieme, cioè un tratto della prima serviva anche per dare
forma alla seconda che in tal modo gli risultava attaccata: questo
secondo fatto si dice «nesso». Nei papiri di età imperiale i nessi
sono assai frequenti, come pure nelle scritture librarie ed epi­
grafiche di età medievale88. La forma di queste due N maiuscole
in nesso, così diritte e con una certa tendenza a staccare i tratti
l’uno dall’altro, ricorda casi di fine I secolo a.C.-inizio I d.C.
classificati dal Gumbert nel suo repertorio basato sulle forme
della lettera N nei papiri greci documentari89.
A ll’inizio della ricerca, come ho già prem esso, mi sono
interessata a queste tracce di scrittura sulla sindone per verifi­
care se per caso non fossero state messe dai Templari, i quali
custodirono il telo per alcuni decenni: presupponevo insomma
che si potessero confrontare con grafie di epoca gotica. Invece
sono stata costretta a scendere a ritroso nel tempo. Credevo poi
d’aver trovato un esempio confrontabile in un graffito dei secoli
VII-IX studiato da Carlo Carletti: alcuni pellegrini mediorientali
di lingua greca avevano lasciato il proprio nome su una parete
delle catacombe dei santi Pietro e Marcellino a Roma. Uno di
loro chiamato Ioànnes scrive le due N in nesso proprio come si
vede sulle scritture della sindone; però ho dovuto fare i conti con
due problemi. In primo luogo, non era certo un uso tipico né
di quell’epoca né di questi pellegrini: un altro monaco chiamato
Iordànnis si firma anche lui nello stesso contesto ma fa le due
N staccate. Il nesso evidentemente non è un’abitudine legata al
periodo storico ma forse all’area di provenienza, visto che Ioàn-
nes è orientale mentre Iordànnis è latino. In effetti però i nessi
Un documento di età romana 187

fra lettere sono costanti in tutta la storia dell’epigrafia e della


paleografia greca, e presenti in tutte le scritture dei vari paesi che
appartennero alla comunità linguistica greca. In secondo luogo,
le altre lettere dell’iscrizione nella catacomba romana sono visto­
samente altomedievali, e anche nella firma di Ioànnes il sigma è
nella forma a mezza luna mentre il tipo rigido in quattro tratti
come compare sulla sindone è indice di una datazione molto più
antica, anteriore al III secolo90.
Le lettere trovate sulla sindone appartengono a un periodo
in cui il gusto per la scrittura non era poi così lontano da quella
moda dello stile stoichedòn che aveva dominato un’epoca intera;
e sono abbastanza posate solo perché non è facile scrivere in
maniera corsiva delle lettere alte addirittura tre centimetri. Un
papiro datato agli anni fra il 32 e il 38 d.C., dunque nell’ultimo
periodo di regno di Tiberio, porta delle parole in cui la vocale E
viene scritta in due forme diverse dentro la stessa parola proprio
come vediamo sulla sindone nella parola IN N ECE(M ): una è in
stile capitale e l’altra è in onciale, e lo stesso compare su altri
papiri risalenti al regno di Ottaviano Augusto e di Claudio91.
L a forma delle due vocali E maiuscole di IN N EC E(M ), una
però capitale e l’altra in stile onciale, pare proprio indicare che è
appena cominciato quel processo culturale che porterà al passag­
gio dalla maiuscola alla minuscola attraverso forme intermedie: la
presenza delle cosiddette «varianti grafiche», cioè lettere uguali
eseguite però in forma diversa, ne è un segnale importante92.
Dinanzi a una scrittura con queste caratteristiche (rigida,
impacciata, incerta nel ductus e angolosa nel disegno delle lettere,
che mescola stili diversi e traccia una stessa lettera in diverse
forme) gli esperti pensano in genere che l’autore fosse uno
scrittore occasionale, non uno scriba di mestiere: qualcuno che
sapeva scrivere in greco, però non era greco e non padroneggiava
i testi in greco93. Sono esempi di scrittura personale, tipica di
individui con una certa istruzione che però non sono abituati a
maneggiare il greco tutti i giorni. Ne abbiamo diversi esempi in
lettere autografe oppure nelle sottoscrizioni che si usava mettere
in calce ai documenti, ad esempio i contratti di vendita. Quando
firmavano di loro pugno, i contraenti tracciavano le lettere senza
tanta cura per la forma estetica e magari facevano anche errori di
ortografia; ma a volte troviamo anche sottoscrizioni fatte in una
scrittura abbastanza regolare e accurata, di mano di qualcuno
che evidentemente scriveva più spesso94.
188 Capitolo terzo

Se abbandoniamo il mondo dei papiri e ci spostiamo in


quello dei graffiti, il quadro non cambia. La presenza di due
E in forma diversa scritte dentro la stessa parola (come si vede
nella sindone e nei papiri appena citati) si trova anche in un
graffito tracciato su un muro del sito archeologico di Pompei,
nella parola Venerem (fig. 13)95. Com ’è noto, Pompei scomparve
insieme alle città di Ercolano e Stabia nella grande eruzione del
Vesuvio verificatasi nell’anno 79 d.C.: la lava e il fango ricopri­
rono ogni cosa sigillando gli insediamenti praticamente intatti
sotto la loro coltre. I graffiti di Pompei devono per forza di
cose risalire a prima dell’anno 79. Il sigma angoloso realizzato in
quattro tratti (X) come lo vediamo sulla sindone dentro la parola
NNAZAPENNOX è una forma molto antica. G ià nelle epigrafi
del II secolo si trova piuttosto raramente, poi scompare dopo il
III secolo rimpiazzato da quello molto più diffuso fatto a forma
di mezzaluna (C). Il passaggio dalla scrittura in stile capitale
(rigida e spigolosa) a quella onciale (con prevalere di forme
arrotondate) fu un processo che si compì nell’arco di vari secoli
e passò attraverso una fase intermedia, dal I al III secolo d.C.,
momento in cui i due stili capitale e onciale si trovano spesso
mischiati fra loro proprio come si vede in queste tracce di parole
individuate sul telo di Torino96.
All’epoca di Adriano (117-138 d.C.) cominciano a essere
prodotte tante iscrizioni «ibride», che cioè seguono lo stile arro­
tondato ma contengono a volte alcune lettere realizzate secondo
quello spigoloso, o viceversa; ma già sotto l’imperatore Claudio
(41-54 d.C.) non è raro trovare che una identica lettera viene
scritta in due forme diverse (l’una capitale e l’altra onciale) per­
sino dentro la stessa parola: ad esempio in un nome di persona
come Sosìbios, nel quale i primi due sigma sono spigolosi mentre
l’ultimo è a mezzaluna97.
In Oriente l’evoluzione fu più precoce: secondo Jean-Baptiste
Frey in Egitto la presenza di forme «ibride» comincia sotto la
dominazione di Augusto (31 a.C.-14 d.C.) ed è attestata da un
nutrito gruppo di epigrafi. In genere l’uso del sigma angoloso in
quattro tratti è ancora prevalente al tempo di Augusto e dei suoi
primi successori, ma già sotto Vespasiano (69-79 d.C.) comincia a
essere più raro e tipico solo delle scritture che volevano imitare
lo stile antico; poi di fatto sparisce dopo il III secolo d.C. In
un gruppo di epigrafi risalenti al tempo dell’imperatore Tiberio,
datate con sicurezza perché sono dedicate proprio a lui, il sigma
Un documento di età romana 189

invece è sempre angoloso proprio come si vede in queste scritte


(sebbene tracciate in maniera un p o ’ più rudimentale) di cui
resta traccia sul telo di Torino98.
Questa cornice individuata sulla sindone va però studiata
separando bene due ambiti diversi: da una parte sta la dicitura
in se stessa, ovvero le parole messe da qualcuno per qualche
scopo con il loro preciso significato, dall’altra c’è invece la
forma delle lettere, che corrisponde a uno stile e a un’epoca
in cui quello stile venne usato. Non è affatto detto che l’epoca
delle lettere sia la stessa della dicitura, perché la cornice può
essere stata rifatta. Facciamo un esempio. Conosciamo gran
parte della letteratura latina grazie a dei manoscritti copiati dagli
amanuensi delle abbazie medievali. Quando Tito Livio pubblicò
per la prima volta la Storia di Roma dalla sua fondazione, il libro
aveva la forma materiale di un rotolo di papiro scritto in uno
stile tipico della fine del I secolo a.C.; nel corso del tempo fu
ricopiato tante volte, e così ne possediamo oggi diverse copie
fatte secoli dopo: la scrittura magari è dell’X I secolo e anche la
pergamena ha mille anni di più, ma il testo che tramandano è
proprio quello voluto da Livio. L’oggetto che portava le scritte
in un certo momento fu messo a contatto con la sindone e lasciò
delle tracce sul lino. Poteva essere molto antico, a giudicare dalla
forma delle lettere, di epoca romana: di fatto la stessa sequen­
za che si trova nella parola IN N EC E(M ), con le due vocali E
diverse (una onciale e l’altra capitale) la ritroviamo in diverse
testimonianze del I secolo. Già a suo tempo Aldo Marastoni
avanzò un’idea simile99.
Ho sottoposto le scritte greche e latine sulla sindone a un
lungo confronto con moltissime testimonianze di età romana e
medievale; alla fine, non posso far altro che confermare quanto
già detto in via ufficiosa dagli esperti francesi a suo tempo inter­
pellati da André Marion e Anne-Laure Courage: la forma delle
lettere sembra molto antica, di epoca paleocristiana (I-IV sec.),
ma gli esempi ai quali queste scritture si avvicinano di più sono
tutti del I secolo, come si dirà in seguito. Onestamente la ricerca
paleografica non permette di essere più precisi: infatti questo tipo
di scritture così informali e rozze venivano eseguite con una certa
libertà, senza esser troppo legati a uno stile preciso, e si trovano
su documenti appartenenti a secoli diversi. Il primo passo nella
ricerca è supporre che le scritture siano coeve al telo: è l’ipotesi
più semplice, però non si può dare per scontato che sia quella
190 Capitolo terzo

giusta. La sindone infatti può ben essere un oggetto medievale


cui furono applicate scritture antiche, diciamo «in tema», trovate
chissà dove; oppure potrebbe essere molto antica e aver ricevuto
solo più tardi alcune scritture per scopi particolari. Le tracce
di scrittura identificate sulla sindone sembrano appartenere a
qualcosa che somiglia a un riquadro formato da etichette, strisce
che giravano intorno al volto e portavano delle diciture. Incollati
dove c’era posto senza preoccuparsi che l’insieme fosse bello e
armonioso, questi cartigli contenevano delle informazioni che
dovevano servire a qualche scopo.
Stando alle ricognizioni svolte finora, i caratteri appaiono
ravvicinati a gruppi con spazi regolari, i gruppi sono composti
da segni di uno stesso alfabeto (ad esempio ebraico con ebraico
e latino con latino), nel loro insieme hanno un significato coe­
rente con il contesto che le ospita; infine, seppur con doverosa
cautela, è anche possibile identificare lo stile al quale si ispirava
chi le tracciò. Tutti i caratteri sono maiuscoli, ma appartengono
in gran parte allo stile capitale con qualche «intruso» dello stile
onciale. La scrittura maiuscola correva dentro due linee parallele,
come un binario obbligato dentro il quale la scrittura doveva
correre: la base di ogni segno poggiava sulla linea inferiore e
la sua estremità finiva in quella superiore. Le lettere così fatte
avevano tutte le stesse dimensioni ed erano tutte maiuscole; solo
molti secoli più tardi un netto cambiamento del vivere sociale
avrebbe prodotto un tipo di scrittura minuscola, nella quale le
lettere correvano dentro uno schema di quattro linee parallele: il
corpo centrale stava dentro le due linee interne, mentre le aste e
le zampe (come nella d o nella q) si alzavano e scendevano fino
a toccare le due linee esterne. Per capire subito il concetto, il
lettore pensi ai quaderni che si usano ancor oggi nei primi anni
delle scuole elementari e hanno una rigatura speciale fatta appo­
sta per insegnare ai bambini il sistema della scrittura minuscola.
Nel mondo latino la scrittura minuscola compare durante il III
secolo mentre in quello greco è necessario attendere ancora molti
secoli, fino al pieno medioevo bizantino (V ili sec.). Nessuna
delle lettere che sono state lette sulla sindone è inquadrata nello
schema quadrilineare della minuscola.
Un documento di età romana 191

11. Cartigli

Tutte le scritture antiche possono essere divise in due grandi


famiglie, quelle epigrafiche e quelle di tipo librario, secondo i
materiali usati per realizzarle che ne condizionavano la forma e
lo stile. Generalmente si dà il nome di scritture epigrafiche (dal
greco epigràpho, «graffio sopra») a quelle che venivano incise
con lo scalpello oppure tracciate graffiando un supporto duro
con un punteruolo di metallo, e di librarie a quelle tracciate con
inchiostro steso a pennello oppure con una penna appuntita. Le
lettere di cui resta traccia sulla sindone hanno una intenzione
epigrafica, nel senso che sono state scritte con l’idea di renderle
leggibili anche da lontano e in uno stile che si usava moltissimo
nelle epigrafi, tant’è vero che l’autore imita il sigma rigido tipico
delle lapidi in pietra: ma questo riguarda una scelta di forma
fatta per precisi motivi, anche perché chiunque abbia un mini­
mo di familiarità con le scritture antiche sa che non è possibile
fare una scrittura corsiva alta addirittura 3 cm. Non vuol dire
affatto che il supporto su cui furono tracciate queste lettere
fosse per forza un materiale rigido come la pietra o il legno: sui
muri intonacati di Pompei o Ercolano si trovano graffiti fatti
nella scrittura minuscola usata per le tavolette di cera, e altri
persino nella scrittura cancelleresca tipica dell’amministrazione
imperiale, evidentemente eseguiti da qualcuno che lavorava in
un ufficio dello stato. C ’è anche l’inizio deìYEneide di Virgilio
(Arma virumque cano Troaie) scritto imitando perfettamente la
bella capitale libraria che i copisti usavano per scrivere con il
calamo sui libri di lusso: data la sicurezza della mano, l’autore
era certamente uno scrivano di mestiere100. Si tratta senz’altro di
scritture epigrafiche, però lo stile è quello che di norma si usava
per scrivere a inchiostro su papiro.
Il papiro è una pianta palustre che in antichità cresceva rigo­
gliosa lungo le rive del Nilo, ed ebbe questo nome dall’egiziano
pa-pouro («pianta del re») perché la sua produzione diventò un
fatto talmente importante da volerlo proteggere con il monopolio
reale. Dal suo fusto si ricavavano sottili strisce che venivano poste
a file parallele su due strati, erano battute finché i due strati si
incollavano e poi il tutto subiva un particolare processo di pulizia
ed essiccazione. Il risultato era una superficie piuttosto liscia,
compatta, leggera, molto chiara e relativamente resistente; questa
superficie veniva tagliata a formare dei fogli (kollèmata) venduti
192 Capitolo terzo

separatamente oppure, come accadeva più spesso, incollati insieme


a formare rotoli di circa 20 fogli, lunghi all’incirca dagli 8 ai 12
metri e alti dai 20 fino ai 40 cm. Questi lunghi, eleganti rotoli di
papiro erano il materiale su cui per molti secoli si scrissero i libri,
prima che prendesse piede nel II e III secolo d.C. l’uso di fare
quaderni di pergamena che nel tempo portò alla forma del libro
moderno di carta. Nei libri in forma di rotolo la scrittura veniva
organizzata su diverse colonne poste in verticale e separate fra
loro da margini lasciati in bianco per agevolare la lettura e dare
all’insieme un aspetto più ordinato; per lo stesso motivo anche
la parte superiore e quella inferiore del rotolo erano lasciate in
bianco. Il libro di papiro era anche un oggetto abbastanza delicato:
si leggeva srotolandolo con la mano destra mentre la sinistra via
via provvedeva dolcemente a riavvolgerlo. Il primo foglio si diceva
àgraphon («non scritto») perché non si usava scriverci il testo:
l’esperienza insegnava che era un punto in cui lo sfregamento
dello srotolare e poi riavvolgere danneggiava presto il materiale,
l’inchiostro rischiava di scrostarsi e il libro si rovinava restando
magari privo del suo inizio. Il papiro era un materiale pregiato ma
non aveva costi proibitivi e poteva essere usato tranquillamente
nella vita quotidiana: se ne produceva di molte qualità, fra cui
anche una scadente per farne carta da imballaggio. Tagliato in
foglietti grandi come una pagina di quaderno o anche più piccoli,
il papiro poteva servire per confezionare lettere e documenti che
venivano piegati e chiusi con un sigillo, mentre i pezzi di scarto
derivati dal taglio servivano per ricavare foglietti d ’uso comune,
ad esempio come quelli su cui si scrivevano formule di preghiera
da infilare fra le bende delle mummie. Si sono conservati fino
a noi anche biglietti d ’invito di epoca ellenistica, con il testo
ripetuto e scritto in serie nella prospettiva di ritagliare alla fine
tanti rettangolini tutti uguali101.
Alcuni documenti di contabilità dell’Egitto di età ellenistica
mostrano che una cancelleria statale pagava un rotolo intero e
nuovo 300 dracme, mentre se ne spendevano 10 per comprare
ad esempio una pentola, 50 per la fornitura di olio e altri 10
per quella di verdure da consumare a tavola; se però il papiro
veniva acquistato all’ingrosso, come succedeva nella pubblica
amministrazione che ne faceva largo consumo, il prezzo scendeva
notevolmente arrivando a 100 dracme per rotolo. Gli stessi uffi­
ciali dell’amministrazione vendevano poi piccoli pezzi di papiro
alla gente del villaggio ma com’è ovvio comprare in fabbrica
Un documento di età romana 193

era più conveniente; c’era anche la possibilità di risparmiare


acquistando rotoli già usati e magari scartati, i quali venivano
sbiancati per essere poi riscritti oppure ritagliati per farne tante
strisce da usare come si voleva. Nei libri di lusso i margini lasciati
in bianco potevano raggiungere una larghezza anche di 10 cm;
tutte le volte che un libro si danneggiava, si rompeva o diventava
inutile per qualche motivo, veniva tagliato creando una riserva
non indifferente di strisce di papiro utili per tanti scopi: sono
giunti fino a noi molti documenti di tipo privato come ricevute,
liste di spesa e così via scritti su questi stretti cartigli di circa 5-8
cm di larghezza e 28-30 cm di altezza che hanno tutta l’aria di
derivare dal ritaglio di un libro. A volte una bella striscia bian­
ca ricavata dallo spazio fra due colonne era «deturpata» dalla
presenza di una o due lettere isolate, le quali erano appartenute
all’inizio di un capitolo e per attirare l’occhio del lettore erano
state tracciate in modo da uscir fuori rispetto alla colonna del
testo; naturalmente un cartiglio con questo «difetto» non veniva
certo sprecato: sul retro del papiro si poteva sempre scrivere,
anche se le fibre formavano una superficie un p o ’ più ruvida e
meno adatta, quindi bastava girarlo per avere una striscia pulita
e come nuova102. Riempito con una nuova scrittura sulla faccia
rimasta bianca, un papiro di questo genere è detto oggi opisto-
grafo («scritto anche sul retro»)103.
Anche le scritte identificate sulla sindone potrebbero essere
state tracciate con l’inchiostro e il calamo: in alcuni punti dove
era naturale fermare la mano sembrano comparire gli ispessimenti
del tratto tipici delle scritture a inchiostro (come ad esempio nella
'F della cornice maggiore, presso il lato sinistro del negativo). Le
strisce identificate da Marcel Alonso sulle quali giacciono queste
scritte hanno tutta l’aria di essere impronte di cartigli raccapezzati,
fascette derivanti da un rotolo che fu smembrato tagliando via gli
spazi in bianco; abbondanti ed economiche, queste strisce servi­
vano spesso per altre scritture meno scenografiche ma comunque
molto importanti, cioè i documenti. Di fatto le loro dimensioni
corrispondono a quelle dei margini bianchi presenti in un libro in
forma di rotolo di misura media: 4 cm e oltre per la cornice più
grande, circa 2,5-3 cm per quella minore. Nel sito archeologico
di Dura Europos in Siria sono stati trovati tanti papiri di età
romana, e fra essi ci sono alcune etichette di quelle che venivano
messe all’esterno delle scatole dove si custodivano i libri in forma
di rotolo, in modo da poterli individuare subito su uno scaffale
194 Capitolo terzo

senza dover aprire le scatole: le etichette dove stavano i titoli più


lunghi misuravano circa 8 cm di lunghezza per circa 6 di altezza,
mentre i titoli brevi entravano in etichette più piccole di formato
7,5 x 1,5 circa. Sono misure perfettamente paragonabili a quelle
dei cartigli identificati finora sulla sindone104.
Di recente la ricerca sulle tracce di scrittura ha coinvolto anche
il dottor Thierry Castex, esperto di metodi di analisi nelle ricerche
chimico-fisiche e matematica dei segnali (università francesi di
Bordeaux e di Pau). Castex fa parte degli scienziati del Centre
Internationale d ’Etudes sur le Linceul de Turin di Parigi ed ha
collaborato allo studio di questi segnali con Marcel Alonso, an­
ch’egli ingegnere esperto di geofisica e analisi dei segnali, e con
Eric de Bazelaire, ingegnere docente di Geofisica all’università
di Pau (Francia) pubblicando i risultati sulla «Revue Internatio­
nale du Linceul de Turin» del C IE LT 105. Castex ha applicato lo
stesso metodo messo a punto da Marion e Courage giungendo a
identificare nuove tracce di scrittura in caratteri ebraici nella zona
sotto il mento, che mi ha gentilmente inviato per un consulto
e delle quali presento una discussione con il suo permesso, in
attesa che sia pronta la relazione tecnica che sta preparando in
merito. L’immagine mostra una striscia larga circa 4-5 centimetri
che corre perpendicolare all’asse del naso; si intravedono tracce
di quelle che sembrano almeno dieci righe di scrittura in caratteri
ebraici, di cui appaiono per ora solo alcune lettere sparse o più
spesso pezzi di lettere, come si dirà. Verso il centro si distingue
un gruppo di segni integri, l’immagine dei quali è meglio rilevata
e più netta (fig. 15). Il supporto che portava le diciture era pro­
babilmente opistografo, cioè era stato scritto su entrambi i lati:
infatti vicino a questi segni in ebraico compare quella che sembra
una S latina maiuscola rovesciata, come se fosse scritta sull’altra
faccia del materiale. I segni «d i disturbo» che si notano sotto la
scritta ebraica trovata da Thierry Castex, fra cui spicca quella S
latina molto vistosa, appaiono al contrario: lasciano pensare che
quel cartiglio fosse opistografo, cioè portasse delle scritte anche
sull’altra faccia. Il cartiglio fu girato in modo che queste lettere
residue non si vedessero, esse finirono a diretto contatto con il
tessuto mentre la faccia ancora bianca ricevette una nuova scrittura
in caratteri ebraici. Un meccanismo tuttora non chiaro ha fatto
in modo che di esse restasse traccia sul lino, e questa traccia le
mostra esattamente come stavano in origine sul cartiglio, ovvero
l’una sopra l’altra, una diritta e l’altra a rovescio. Lo stesso tipo
Un documento di età romana 195

di impressione viene suscitata dallo strano gruppo SB che sta


all’esterno della cornice, appare rovesciato rispetto al verso in
cui fu scritto il gruppo AAA- e non sembra avere con esso alcun
legame. Credo che Marion e Courage, o meglio i loro consulenti
esperti in scienze dell’antichità, avessero ragione a pensare questi
due segni come tracce della legenda di un sigillo: ma invece che a
Baldovino di Fiandra, primo imperatore latino di Costantinopoli
dopo la caduta dell’impero greco, forse va attribuito piuttosto
a un notaio imperiale vissuto ancora prima. Sulle legende dei
sigilli bizantini il segno S compare molto spesso, anche se non
fa parte dell’alfabeto greco, perché è un simbolo che rende la
congiunzione kài, che vale «e»; lo troviamo comunemente nel
IX secolo quando un sigillo elenca le varie cariche detenute dal
suo possessore. Si trova anche la coppia di segni SB (preceduta
e seguita da altre lettere o anche sequenza isolata proprio come
si legge sulla sindone) ed è un’abbreviazione per Kcd PaoiAitcm,
che significa «e imperiale», messo al caso dativo: un esempio
compare sul sigillo di Leone, protospatario e sacellario impe­
riale, o quello di Michele, protospatario e notaio imperiale (m i
Paai/UKÓ) voxapico), un funzionario di rango molto alto che si
occupava di documenti correlati all’imperatore106. Per ora mi
sembra meno probabile che la sigla stia come abbreviazione
per Kod Paai?i.8Ì(p («e im peratore» al caso dativo), cioè che
appartenesse alla legenda di un sigillo imperiale: gli imperatori
bizantini portavano un doppio titolo, fkxci.Xe'ùq tccd am oK pcraop,
cioè «sovrano e imperatore», ma basilèus è in genere il primo dei
due quindi l’abbreviazione avrebbe dovuto essere semmai B S 107.
Credo in sintesi che il sigillo fosse quello di un notaio imperiale
incaricato di redigere un documento ufficiale a certificazione
della sindone, una pratica che si usava e che verrà mantenuta
in seguito anche dagli imperatori latini. L’epoca in cui compare
questa sigla sui sigilli dei funzionari imperiali bizantini, il X
secolo, è proprio quella in cui l’immagine di Edessa fu portata
a Costantinopoli, e se ne fecero senz’altro copie autenticate con
certificato di provenienza imperiale.
Poiché non è mai stato compiuto alcuno studio di tipo chimi­
co su queste zone che portano tracce di scrittura, non sappiamo
nulla circa il fenomeno che permise a queste parole di passare dal
loro supporto al lino della sindone. Un esempio paragonabile si
ritrova nelle antiche carte d ’archivio, dove capita di notare che le
scritture si trasferiscono nel tempo da un foglio di carta a un altro
196 Capitolo terzo

poggiato sopra di esso: a prima vista la somiglianza è notevole, e


forse in futuro studi specifici ci potranno dire di più. Nelle carte
d ’archivio l’impronta delle scritture si deve a un trasferimento
di ioni del ferro contenuto nell’inchiostro, un fenomeno chimico
favorito dall’umidità, legato al degrado della cellulosa di cui è
fatta la carta e che dipende anche dal procedimento con cui la
stessa carta veniva sbiancata per renderla più pregevole. La sin­
done è fatta di cellulosa proprio come la carta, e il lino è stato
sbiancato anch’esso prima della tessitura con una sostanza, detta
anticamente papavero eraeleo, che corrisponde probabilmente alla
saponaria108. Supponendo che le strisce poste sopra la sindone
fossero cartigli di papiro incollati con acqua e farina, la colla più
economica e usata nel passato, non ci sarebbe oggi la possibilità
di identificare tracce di questo collante perché la cellulosa che
10 compone non si distingue facilmente da quella che forma il
lino della sindone. La colla di farina era il materiale usato per
incollare l’uno sull’altro i vari fogli di papiro che componevano
11 libro in forma di rotolo109.
L’inchiostro usato dagli ebrei per scrivere i documenti con­
teneva dei composti metallici i quali lo rendevano più stabile e
duraturo; l’umidità del corpo avvolto può aver favorito la migra­
zione degli ioni di ferro o di altri metalli contenuti nell’inchiostro,
i quali hanno provocato come un’impressione a rovescio sul tes­
suto, proprio simile a quella che si vede spesso nelle vecchie carte
d ’archivio. C ’è anche una coincidenza curiosa che credo valga la
pena di ricordare. Nella grotta 7 di Qumran, quella dove sono
stati trovati i frammenti dei manoscritti in greco che dovrebbero
corrispondere alla piccola biblioteca dei cristiani «ospiti» con
la Lettera a Timoteo di san Paolo, sono state trovate tracce di
scrittura su alcuni blocchi di fango indurito: sono scritture in
negativo, che stavano su fogli di papiro entrati a contatto con
questo fango. A causa di alcuni fenomeni chimico-fisici non an­
cora chiariti le lettere inchiostrate si sono impresse in negativo
sul terreno lasciando la loro traccia; anche le scritte sulla sindone
sono in negativo e i due fenomeni indubbiamente si somigliano.
Non conosciamo di preciso come fossero composti gli inchiostri
in età romana perché a quel tempo si usava mischiare insieme
moltissimi elementi diversi, sia per praticità sia per economia:
tutto ciò che era in grado di macchiare poteva diventare buono
per produrre inchiostro. Accadeva ovviamente che queste misture
fossero anche piuttosto labili, cioè le scritture potevano essere
Un documento di età romana 197

lavate via con particolari sostanze fino a diventare illeggibili: per


questo la Legge ebraica imponeva che alcuni documenti di valore
legale importante fossero scritti solo con inchiostri fatti in base a
ricette precise, noti per la loro stabilità nel tempo. Ad esempio il
libello del ripudio, con il quale un uomo divorziava dalla moglie
e le assicurava un mantenimento vitalizio, andava scritto solo con
inchiostri contenenti il chalcànthos, un composto a base metallica
che li rendeva sicuri perché non era possibile lavarlo via senza che
si vedesse la contraffazione: il documento con i diritti della donna
ripudiata doveva restare inalterabile per tutto il tempo della sua
vita. Si tratta per ora di una supposizione, la spiegazione più sem­
plice secondo quanto sappiamo circa gli usi di quel tempo. Non
abbiamo notizie sul tipo di materiale che portava le scritte rimaste
impresse sulla sindone, e questo è solo un punto di partenza verso
ricerche future le quali forse ci daranno informazioni più precise.
Sempre all’umidità del materiale si deve probabilmente l’altera­
zione della stoffa che ha creato le discontinuità di «chiarore» a
forma di cornice notate da Marcel Alonso110.
Se il ragionamento è esatto, allora i cartigli che hanno lasciato
traccia sul telo torinese avevano probabilmente il carattere di
documenti; al momento non sappiamo con certezza quando e
perché furono posti sul lino, ma certe loro caratteristiche che si
possono intuire (come il tipo di supporto, la scrittura sul verso
e sul recto, la forma frugale e rozza delle lettere) puntano in
questa direzione. La didascalia a doppia cornice non era certo
decorativa, era stata ricavata da materiale di scarto ma doveva
possedere un suo valore intrinseco per via del testo che portava;
la mia personale impressione è che fosse precisamente un qualche
tipo di documento, realizzato in maniera sobria e badando solo
a che la dicitura si capisse.
Ma che senso poteva avere mettere delle etichette sopra un
cadavere?
Allo stato attuale della ricerca il paragone più vicino è of­
ferto da alcune diciture scritte sul lino, sul legno o su papiro
trovate su mummie egizie del II-III secolo. Sono etichette che
portano il nome del defunto e a volte contengono anche il nulla
osta per la sepoltura, documenti rilasciati dalle autorità che si
occupavano dei funerali. Le scritte individuate sulla sindone sono
effettivamente frugali e brutte, e il loro aspetto generale le impa­
renta facilmente a questi cartelli che provenivano dai sepolcreti
egizi; in effetti, ben lungi dal lodare o celebrare il defunto cui
198 Capitolo terzo

si riferiscono, trasmettono un senso immediato di disagio come


lo può dare un certificato di morte. Se erano cartigli di papiro
incollati alla meglio intorno al volto con colla di acqua e farina,
servivano per qualche motivo a riconoscere il defunto una volta
coperto dalla sindone.
Le etichette usate in Egitto per riconoscere le mummie nella
casa degli imbalsamatori avevano una forma simile; anch’esse
presentano una certa mescolanza di lettere quasi sempre capitali
(come N, T e I) con altre onciali o addirittura tendenti verso lo
stile della minuscola (come a, (o e il |x fatto tramite archi); nella
congiunzione m i, ad esempio, la k appare maiuscola e le altre
due lettere minuscole in legatura111. Alcuni esempi mostrano una
corrispondenza molto forte con quanto è rimasto impresso sulla
sindone, ma con una differenza: lo scrittore delle etichette egiziane
è a suo agio e scrive spontaneamente tutte le lettere nel modo suo
solito; lo si vede dal ductus scorrevole e sciolto. Chi invece vergò
le diciture che formano la cornice più grande posta sulla sindone
era a suo agio nel tracciare quasi tutte le lettere ma la forma del
sigma rigido gli creò problemi, come si vede dal ductus un po’
irregolare: per qualche motivo vuole usare la forma capitale in
quattro tratti anziché quella a mezzaluna cui era abituato, ma in
realtà abbrevia il lavoro ed esegue una lettera in due soli tratti
formata da due archi sovrapposti che somiglia molto alla epsilon
onciale. Ho il sospetto che anche il secondo carattere letto da
Marion e Courage presso il lato sinistro del volto sia una epsilon
onciale e che la sequenza sia da leggersi [..J'F E KIA[...] e non [...]
T X KIA[...] come fu suggerito in un primo momento: la lettera
psi in greco contiene già il suono della sibilante e la sequenza 'FX
non sembra avere senso; poiché questo scrivano rende il sigma
identico alla epsilon onciale e il gruppo 'PE è usato in tante parole
greche, questa correzione mi sembra ragionevole.
Ho l’impressione che alcune parti dell’etichetta furono rifatte
in un secondo momento, forse sostituite perché quelle originali si
erano rovinate, e in questo modo si è creata una doppia impronta
di una medesima dicitura (il gruppo 1B presso IBEP e quello ARE
presso NNAZAPENNOX) ; in altri punti non c’è traccia di doppia
scrittura, come ad esempio presso INNECE(M) e PEZ(w), e si può
pensare che queste parti dell’etichetta forse non furono rinnovate.
Stando a quanto permettono di capire gli strumenti dell’epigra­
fia, della papirologia e della paleografia, i pareri informali dati
da alcuni esperti a Marion e Courage sembrano condivisibili: la
Un documento di età romana 199

forma della scrittura di cui restano tracce più estese pare risalire
al periodo fra il I e il IV secolo. Alcune parti (come la dicitura
INNECE(M) già letta da Marastoni) sembrano richiamare uno stile
di scrittura precedente, che trova esempi nei graffiti di Pompei.
Probabilmente lo scrittore che tracciò il cartiglio con la parola
NNAZAPENNOZ era di madrelingua orientale, non capiva il la­
tino e anche del greco aveva una conoscenza piuttosto sommaria:
infatti si confonde fra il suono della nasale N doppia o singola.
Nell’area del Medio Oriente le sviste grammaticali abbondavano
specie quando bisognava rendere in greco certe parole che non
si potevano tradurre perché esistevano solo nella forma originale
semitica, come ad esempio i nomi delle persone e dei luoghi. E
quel curioso, sgrammaticato NNAZAPENNOE era proprio la resa
in greco di un nome orientale.

12. Un profeta assassinato

L a posizione nella quale il defunto è stato composto dentro


la sindone, con le mani sovrapposte e giunte sul pube, richiama
quella trovata in diverse sepolture di Qumran e non corrisponde
all’uso normale della Siria-Palestina, dove le tombe mostrano i
corpi deposti con le braccia distese lungo i fianchi. Il parallelo
tra la sindone e le tombe di Qumran non può essere però dato
come prova di un contatto sicuro: infatti delle oltre 1.000 se­
polture identificate presso la comunità sul Mar Morto ne sono
state scavate solo 50, perciò i dati in nostro possesso sono ancora
troppo scarsi e parziali; se unita al fatto che sulla sindone sono
state trovate tracce di scrittura in caratteri ebraici e la cucitura
a falso orlo come quello proveniente da Masada, la circostanza
costituisce in ogni caso una questione interessante. C ’è anche un
altro dettaglio di rilievo. L’uso di deporre i cadaveri con le mani
giunte sul pube non è esclusivo della Siria-Palestina e si ritrova
a volte anche nelle tombe di ebrei vissuti in Europa durante il
medioevo. Questi cadaveri portano la mano destra che abbrac­
cia e copre la sinistra; secondo il rabbino Abramo di Danzica
tale uso fu abbandonato dagli ebrei perché era diventato un
fatto tipico delle sepolture cristiane. Lo studioso ebreo Ha'im
Vital scrive nei suoi trattati Shaar ba-kawu>anot (p. 59) e Shaar
ha-Miswot (p. 45) che questa disposizione delle mani era carica
di significato religioso e corrispondeva a una specie di rito: la
200 Capitolo terzo

mano sinistra indicava la giustizia in sé e per sé mentre la destra


simboleggiava la misericordia. Il defunto si presentava dunque
davanti all’Altissimo portando la mano sinistra chiusa e coperta
dentro la destra, e in tal modo implorava di essere giudicato non
seguendo la pura giustizia, in base alla quale nessuno poteva
salvarsi, bensì grazie alla pietà divina: è lo stesso tipo di gesto
che si compie nel recitare la preghiera chiamata ’Amida, con la
quale si vuole implorare la misericordia di D io112.
L’idea corrisponde a una convinzione fondamentale propria
dei farisei, i quali ritenevano che l’uomo è incapace di meritare
da solo la vita eterna perché la sua natura è in se stessa macchiata
dal peccato; dunque ha sempre bisogno del perdono divino. Con
ogni probabilità quest’uso funerario di mettere la sinistra dentro
la destra si dev’essere affermato nell’epoca in cui i farisei erano
molto ascoltati fra la popolazione giudaica, il che corrisponde
perfettamente all’età tardo ellenistica e romana113. Il defunto della
sindone presenta però la mano sinistra sopra la destra, quindi se
il gesto ha un valore simbolico allora il senso va rovesciato: in
qualche modo è come se chi compose il suo cadavere pensava
che quest’uomo potesse presentarsi al cospetto di Dio senza
temere nulla, nemmeno se Dio intendesse giudicarlo usando
la sola giustizia senza fare ricorso alla misericordia. Tutto ciò
è assolutamente fuori luogo considerando che l’uomo era stato
ucciso con un’esecuzione pubblica e il suo tipo di condanna, la
crocifissione, toccava in genere ai malfattori di grosso calibro.
Evidentemente esisteva una netta divergenza d ’idee fra chi aveva
deciso la condanna e coloro che provvidero a disporre le mani del
defunto in quella speciale posa; tornano in mente le valutazioni
svolte sul telo della sindone da Maria-Luisa Rigato: c’è una stri­
dente contraddizione fra il tipo di tessuto, sicuramente pregiato
e forse di una qualità speciale riservata al consumo del Tempio
di Gerusalemme, e il fatto che servì per avvolgere il corpo di un
uomo giustiziato come un criminale.
La storia d ’Israele era molto ricca di casi paragonabili, tristi
storie di uomini giusti venerati dalla gente, persone che avevano
servito Dio e denunciato gli abusi dei potenti finendo per essere
eliminati alla stregua dei peggiori criminali. Oltre ai militanti
politici, questo genere di sorte poteva toccare persino ai profeti,
sant’uomini che in genere si occupavano solo di religione ma
spesso spiacevano ai governanti perché criticavano le loro azioni
illecite e prevedevano che Dio li avrebbe puniti. G ià il profeta
Un documento di età romana 201

Uria, vissuto alla fine del VII secolo a.C., era stato assassinato dal
sovrano, che non contento di averlo tolto di mezzo volle anche
impedire che il suo corpo riposasse insieme ai parenti nella tomba
di famiglia: dunque ordinò di seppellirlo in una fossa comune
chiamata «tom ba dei figli del popolo»114. Nel caso dell’uomo
avvolto dentro la sindone c’è qualcosa in più: se la Rigato ha visto
giusto, per avere un sudario di quel tipo non bastava che fosse
venerato dal popolo, doveva anche avere legami con qualcuno
in grado di accedere ai magazzini del Tempio.
Il fatto che sulla sindone vi siano scritte in caratteri ebra
è cosa di non poco conto, sebbene per ora non è certo se la di­
citura fosse davvero in ebraico oppure nel più diffuso aramaico:
pur essendo due lingue diverse, hanno la stessa origine, usano gli
stessi caratteri e anche una gran quantità di radici sono in comune.
Qualcosa di simile è accaduto con il tedesco e l’inglese, legate
storicamente e scritte con lo stesso alfabeto, però lingue distinte:
hanno tante parole che si scrivono allo stesso modo ma si pro­
nunciano diversamente (come hand, «m ano»), e anche una gran
quantità di termini molto simili che differiscono solo per piccoli
dettagli (ad esempio «bacio», in tedesco kuss e in inglese kiss).
Questo condannato era con ogni probabilità un ebreo e il
tipo di supplizio sofferto dimostra che non aveva la cittadinan­
za romana: in tal caso aveva il diritto alla decapitazione, una
morte molto più rapida, più dignitosa e soprattutto in grado
di risparmiare allo sventurato indicibili sofferenze. La dicitura
INNECE(M) si riferisce a una condanna a morte decretata da
un’autorità che parlava in latino e converge in maniera signifi­
cativa con il fatto che l’uomo avvolto nel lenzuolo subì prima
della morte una flagellazione di tipo romano; questo richiamo
esplicito a una sentenza di morte implica che il defunto dovet­
te passare attraverso un processo, perciò sembra proprio che
queste scritte rivestissero in un certo qual modo un carattere
giuridico, fossero cioè come abbiamo detto un qualche tipo di
documento. Se il ragionamento è corretto, il morto fu condannato
come malfattore dall’autorità che deteneva il governo, però era
considerato senz’altro un giusto da chi provvide a comporre il
suo cadavere nella sepoltura. Il profilo corrisponde a quello del
giusto perseguitato dal potere, una figura che nella lunga storia
della civiltà ebraica si identificò più volte con quella del profeta
assassinato per via delle sue parole.
Chi era questo profeta assassinato?
202 Capitolo terzo

La scritta alta 3 centimetri che corre leggermente obliqua


sotto il mento, [I]HXOY[E], corrisponde a un nome proprio
maschile ed è la forma grecizzata di un nome ebraico molto
diffuso e molto amato nella Siria-Palestina di età ellenistica, ma
usato anche nei secoli precedenti: il patriarca passato alla storia
con il nome di Giosuè portava questo nome che nella sua forma
più antica suonava Yehoshua e significava «D io salva», ma an­
che una ventina dei Settanta saggi che lavorarono a tradurre in
greco la Bibbia ad Alessandria d ’Egitto portavano questo nome.
Fra i diversi ossuari risalenti al I secolo trovati in Palestina ce
n’è uno che servì a ospitare le ossa di un personaggio chiamato
Yeshua il quale era figlio e nipote di due uomini che portavano
lo stesso nome; è una testimonianza importante perché dimostra
che nella sua forma grecizzata il nome si scriveva esattamente
come appare nella scritta (sebbene frammentaria) che è oggetto
del nostro esame115.
Nel mondo antico le persone venivano chiamate con il loro
nome seguito da quello del padre, a volte quello della madre ed
eventualmente del nonno paterno, e di norma avremmo dovuto
trovare per quest’uomo una dicitura del tipo «Yeshua figlio di
Aaron» o «Yeshua figlio di Isaac»; invece il nome personale è
accompagnato da una parola greca che è declinata nel caso no­
minativo maschile singolare, cioè si comporta come un aggettivo
concordato con un nome proprio: G esù Nazareno, cioè prove­
niente da Nazareth. Anche se i caratteri sono greci, l’aggettivo
«d i Nazareth» in greco non esiste ed è stato foggiato grecizzando
una parola semitica che corrisponde al nome di una località della
Palestina oggi chiamata in arabo Nasra: è un piccolo villaggio a
nord di Gerusalemme compreso in quella che era anticamente
la regione della Galilea. Quale fosse anticamente la pronuncia
originale di questo nome in ebraico non lo sappiamo, sappiamo
solo che il suono era tale da venire reso in greco con la parola
Nazareth, così come la troviamo nei vangeli.
Le uniche testimonianze in ebraico giunte fino a noi sono
ben più tarde e si trovano in certi passi della Tosefta e di due
raccolte posteriori chiamate Talmud di Gerusalemme (finito verso
l’anno 350 d.C.) e Talmud di Babilonia (completato all’incirca nel
500 d.C.). Sono passi che si riferiscono a G esù di Nazareth ma
risalgono a un’epoca in cui l’impero cristiano di Costantinopoli
faceva una predicazione molto insistita: probabilmente i gruppi
ebraici che li scrissero avevano subito notevoli pressioni, sicché
Un documento di età romana 203

erano animati da un gran desiderio di fare polemica e difendere


la loro visione religiosa. Di fatto vogliono disegnare Gesù come
un personaggio fosco, ingannatore e stregone, ma anche metter­
lo in ridicolo: Maria sua madre è descritta come un’avvenente
parrucchiera, o si allude a lei parlando della tenutaria di una
locanda, un luogo dove nel mondo antico si esercitava anche
la prostituzione. Proprio come le Toledotb Jeshu di cui si è già
detto, dove Gesù viene crocifisso su una pianta di cavolo, sono
testi scritti allo scopo dichiarato di diffamazione per attaccare sul
piano ideologico i cristiani, soprattutto quelle autorità civili che
avevano messo in serie difficoltà queste minoranze religiose116.
L a forma ebraica Nosrii «N azareno», compare in questi testi
però non corrisponde bene alla resa greca Nazarenos che si trova
nei vangeli come pure sui cartigli della sindone: il suono delle
due vocali è completamente diverso. Sappiamo che nelle Tole­
dotb Jeshu il nome G esù è stato volutamente alterato privandolo
di una sua parte importante: la forma antica era Yehòsucf che
come già detto significa «D io salva», ma nelle Toledotb il nome
è stato mutilato tagliando via il suono finale, il quale corrispon­
de proprio alla radice che porta il significato di salvare: era un
attacco ideologico contro la figura di Gesù di Nazareth, che i
suoi seguaci chiamavano il «Salvatore» e veneravano come il
Messia mandato da Dio per salvare l’umanità. Il risultato, che
suona Jeshu, rappresenta una polemica e intendeva dire che
quest’uomo non aveva salvato proprio nessuno. Come è stato
alterato a scopo ideologico il nome, in quel contesto può essere
stato modificato anche il suono dell’aggettivo.
Il nome arabo di Nazareth, cioè Nasra, sembra riprodu
piuttosto fedelmente quel greco Nazarenos che troviamo attestato
sui cartigli della sindone e nei vangeli, e lo stesso vale per la pa­
rola con cui nel medioevo gli arabi dicevano «d i Nazareth», cioè
Nasrani. Una curiosità interessante è che nel Papiro di Ossirinco
XXIV. 2384, scritto verso l’anno 290 d.C. e contenente un passo
del vangelo di Matteo, il nome di Nazareth è scritto nella forma
Nazarà111. Forse la tradizione della lingua araba conservò il suono
autentico tutto sommato meglio di quella ebraica perché potè
attingere direttamente a una tradizione viva, locale, cosa che le
fonti ebraiche tardive non hanno potuto fare per motivi storici.
Tutte le testimonianze in ebraico furono infatti scritte da persone
le quali non vivevano più da tempo nella Palestina, dopo che nel
135 l’imperatore Adriano deportò gli ebrei, colonizzò il territorio
204 Capitolo terzo

con gente di cultura greca e trasformò Gerusalemme in una città


greco-romana con il nome di Aelia Capitolina.
La provincia passò dal dominio romano a quello bizantino
quando nel 395 d.C. l’impero di Roma fu separato in due parti
e la Siria-Palestina toccò alla corona d ’Oriente; dopo un breve
intermezzo dovuto alla conquista dei persiani di Cosroe II (614-
629), nell’anno 637 quella terra fu occupata dal califfo ’Omar
ibn al-Khattab e restò in mano a dominatori islamici fino al
tempo della prima crociata (1095)118. Gli abitanti di Nazareth
continuarono a chiamare il loro villaggio nel modo solito, ed è
molto probabile che gli arabi abbiano introdotto nel loro parlare
questo nome semplicemente come lo sentivano pronunciare dalla
gente del posto. Con un certo margine di approssimazione che
dobbiamo comunque mettere in conto, possiamo dare una rico­
struzione moderna plausibile: il nome originale di quest’uomo
avvolto dentro la sindone di Torino suonava all’incirca Yeshua
Nazarani119.
Nel mondo antico una persona era chiamata con il suo nome
e un aggettivo che ne indicava la provenienza quando agiva in
un contesto diverso dal suo abituale, il luogo di residenza, dove
la si conosceva con il nome del padre o in riferimento alla sua
famiglia d’origine; spesso accadeva quando un personaggio si
rendeva famoso lontano dalla patria, come nel caso di Filone
d’Alessandria, noto e illustre per tutti gli ebrei anche lontani
dall’Egitto, o Filodemo di G adara (ora Umm Qais, in Giordania),
che fu molto ammirato da Cicerone. In ambito funerario que­
st’uso si trova nei casi in cui una persona moriva oppure veniva
sepolta lontano dal luogo dove abitava di solito: fra le etichette
di mummia dell’Egitto ellenistico, come già detto, ce ne sono
diverse con questa caratteristica. La dicitura era utile anche nel
caso in cui il defunto veniva sepolto nelle grandi tombe pubbliche
che erano state create riutilizzando sepolcri antichi e fastosi: la
presenza di molte salme obbligava a identificare le singole per­
sone in maniera precisa. Sembra dunque che il personaggio cui
la scritta si riferisce si chiamasse Yeshua, proveniva dal villaggio
galileo oggi noto come Nasra e morì in un luogo che non era la
sua patria abituale, un luogo dove la gente non poteva riconoscerlo
semplicemente chiamandolo con il nome di suo padre.
Capitolo quarto

Sulla morte di Gesù Nazareno

Quando verrai portami il mantello, che ho lasciato a


Troade presso Carpo, come pure i libri: soprattutto
le pergamene.
Paolo di Tarso, 2Tm 4, 13

1. Yeshua Nazarani

Sotto il mento dell’uomo che lasciò la sua impronta sulla


sindone di Torino il matematico e geofisico francese Thierry
Castex ha trovato traccia di una striscia larga circa 4-5 centimetri
che corre perpendicolare all’asse del naso; se in futuro nuovi
rilievi ci diranno che questo esperto di trattamento digitale delle
immagini ha visto giusto, allora quel cartiglio potrebbe avere un
valore storico fuori del comune. Vediamo perché.
Si distinguono tracce di quelle che sembrano almeno dieci
righe di scrittura in caratteri ebraici, di cui appaiono per ora solo
alcune lettere sparse o più spesso pezzi di lettere. Verso il centro
si nota un gruppo di segni integri, l’immagine dei quali è meglio
rilevata e più netta. Il cartiglio era probabilmente opistografo e
riciclato, infatti vicino a questi segni in ebraico compare quella
che sembra una S latina maiuscola rovesciata, come se fosse scritta
sull’altra faccia del materiale. H o sottoposto la questione delle sole
scritte (senza fare alcuna parola della sindone) al collega Simone
Venturini, docente di Ebraico biblico presso l’università romana di
Santa Croce, e al famoso biblista Emile Puech, direttore dell’Ecole
Biblique de Jerusalem. Esperto di paleografia ebraica, a suo tempo
riuscì a risolvere l’ardua lettura di quanto appare sull’ossuario
del crocifisso trovato presso G iv‘at ha-Mivtar: dopo il nome del
condannato, Yohanan, compare infatti la parola ben («figlio di»)
e poi un altro termine letto come hgqwl del quale non si riusciva
a capire il senso. G li studiosi si limitarono a riportarlo così come
fu letto, finché Puech risolse l’arcano decifrando quella parola
come Hizqiel, ovvero il nome maschile Ezechiele. Il crocifisso di
Giv'at ha-Mivtar si chiamava Giovanni di Ezechiele1.
Entrambi questi ebraisti distinguono fra i segni visibili i carat­
teri mem, sade e aleph, corrispondenti alla radice ms’ comune sia
206 Capìtolo quarto

all’ebraico quanto all’aramaico, che significa «trovare». Per ora


non è possibile sapere con certezza se si trattasse di aramaico o
ebraico, e possiamo solo fare un paragone con quanto sappiamo
sugli usi del tempo: secondo il vangelo di Giovanni la scritta sulla
croce di G esù era stata fatta ebraisti, un avverbio che indica la
lingua degli ebrei e quindi può valere tanto per l’ebraico quan­
to per l’aramaico. A giudicare dai reperti archeologici, ci sono
maggiori probabilità che si trattasse di una scritta in aramaico:
infatti i documenti venivano scritti per la maggior parte in greco
oppure in questo dialetto, mentre l’ebraico era una lingua molto
elitaria riservata in genere ai testi sacri2.
La lettura del professor Puech ha individuato anche una
seconda sequenza di due segni che possono essere nw oppure
ky, date le loro forme simili e le difficoltà di lettura oggettive;
l’insieme può dunque essere nw ms’ («noi abbiamo trovato»)
oppure ky ms’ («perché trovato»). Al momento non sembra
possibile leggere di più e c’è da sperare che gli scienziati ormai
esperti nel metodo possano evidenziare in tempi rapidi altri segni.
Certo quanto resta è troppo poco per fare congetture precise sul
contenuto di questo cartiglio, ma data la sua posizione e pure
il contesto è ragionevole pensare che contenesse un qualche
esposto. Trattandosi di scritture che riguardano un condannato a
morte, queste parole hanno tutta l’aria di essere rimasugli di una
frase più ampia. Sembrano contenere la denuncia a seguito della
quale era stata sancita la condanna, insomma la colpa trovata a
carico di quest’uomo.
Che questo Yeshua fosse stato condannato alla crocifissione
a seguito di una sentenza emessa dall’autorità romana è un fatto
del tutto plausibile e potrebbe trattarsi di uno dei tanti croci­
fissi che morirono nei circhi per dilettare l’orrido gusto degli
spettacoli cruenti, soprattutto considerato che la civiltà romana
fu più volte attraversata da ondate di antisemitismo, sentimen­
to che fra l’altro pare nutrissero Tiberio come pure Claudio3.
Non può però trattarsi di un ebreo della diaspora, perché in tal
caso le autorità giudaiche della città dove la sentenza romana
fu sancita non avevano alcun diritto di emanare esse stesse un
pronunciamento parallelo a quello di Roma. G ià dai tempi di
Giulio Cesare gli ebrei godevano di certi privilegi accordati
loro per rendere la religione compatibile con la vita civile nello
stato romano, come ad esempio il permesso di non lavorare il
sabato e in certi casi l’esenzione dal servizio militare, cose che
Sulla morte di Gesù Nazareno 207

per un ebreo significavano una violazione gravissima della legge


di Mosè; la loro condizione era simile a quella di altre corpo-
razioni religiose e potevano praticare liberamente il loro culto
nonché riunirsi nella sinagoga, il luogo di preghiera che per gli
ebrei della diaspora rappresentava il centro di aggregazione e il
cuore della comunità. I capi della sinagoga erano per Roma dei
sudditi qualunque e non avevano alcuna voce in capitolo nelle
questioni politiche o giuridiche che riguardavano il governo
delle varie città; se un suddito ebreo riceveva un torto, poteva
chiedere giustizia facendo una denuncia come privato all’auto­
rità locale e poi attendere il processo, ma in nessun caso aveva
facoltà di mettere per iscritto una sua decisione accanto a quella
del funzionario romano4.
Il fatto che uno stesso oggetto contenesse scritte in gre
e in aramaico era tutt’altro che strano nel Medio Oriente di
epoca ellenistica, dove persino un sacerdote dell’alto clero di
Gerusalemme, come Teodoto figlio di Vettenos (20-80 d.C.
circa), faceva scrivere in greco la lapide che commemorava la
costruzione di una sinagoga; ma la presenza sul tessuto di queste
tre lingue, il greco, il latino e l’ebraico, non è proprio normale
e appare possibile solo in certi contesti. Soprattutto è degna
di nota la gerarchia che queste diciture sembrano seguire: la
scritta in greco, quella con il nome e la provenienza di questo
sventurato, ha dimensioni che possono essere leggibili da diversi
metri di distanza mentre gli altri cartigli in latino e in caratteri
ebraici, con lo stralcio della sentenza («a morte») e forse un sunto
della denuncia («noi abbiamo trovato»), sono fatti in caratteri
decisamente più piccoli. Il greco era la lingua universale capita
da tutti quelli che sapevano leggere e il nome evidentemente
doveva essere chiaro a tutti, anche a chi guardava da lontano;
il latino e l’ebraico contenevano invece m essaggi necessari,
visto che sono stati messi, ma forse non erano destinati a tutti
o perché non interessavano o perché erano solo in pochi che
potevano capirli.
In realtà una sentenza in caratteri ebraici accanto a un’altra
in latino poteva darsi solo se l’autore (o gli autori, nel caso della
lettura «noi abbiamo trovato») della scritta ebraica rappresentava
una qualche autorità agli occhi di Roma. D opo la conquista ro­
mana la regione di Siria-Palestina era stata divisa in due provin­
ce, quella di Siria che aveva la capitale in Antiochia e quella di
Giudea, con capoluogo Cesarea Marittima (attuale Qaisariyah, 40
208 Capitolo quarto

km a sud di Haifa); Roma era rappresentata dal suo funzionario


più alto, il legato di Siria che apparteneva all’ordine senatorio, e
dal suo immediato sottoposto, il governatore della Giudea che
era invece di rango un po’ più basso e apparteneva all’ordine
equestre. Tanto il legato quanto il governatore di Giudea erano
titolari dello ius gladii, cioè la somma dei poteri civili e militari
necessaria per governare quei territori, e solo a loro Roma aveva
concesso il potere di emettere sentenze capitali. La Galilea era
invece una tetrarchia affidata a Erode Antipa, figlio di Erode il
Grande, il quale aveva in essa più o meno gli stessi poteri del
procuratore romano in Giudea5.
Alla città di Gerusalemme era stata concessa un’autonomia
moderata per via della sua condizione eccezionale, come centro
morale e spirituale dell’ebraismo e sede del Tempio del Signore:
il Tempio stesso possedeva un suo ingente tesoro alimentato
dalle elemosine dei fedeli e teneva al suo servizio un corpo di
guardia necessario per mantenere l’ordine e difendersi dai furti.
Anche il Sinedrio, il tribunale tradizionale della Città Santa,
continuava a lavorare ed esercitare una sua giurisdizione: sotto
il regno di Augusto si era svolta la presidenza di Rabbi Hillel,
che aveva giudicato con grande saggezza e anche raccolto la
giurisprudenza antica del Sinedrio nella grande compilazione
della Mishna. A Gerusalemme, e se proveniente dal Sinedrio,
il parere delle autorità giudaiche contro qualcuno poteva effet­
tivamente avere un valore forte per Roma e sono attestati casi
in cui questa influenza fu esercitata persino contro cittadini
romani: secondo la testimonianza di Giuseppe Flavio Roma ac­
cettava che il Sinedrio mettesse a morte qualunque pagano che
osasse violare il divieto d ’ingresso nel Tempio di Gerusalemme,
e al tempo in cui fu procuratore Valerio Grato (48-52 d.C.) un
soldato che aveva distrutto un rotolo della Legge fu denunciato
dalle autorità religiose e condannato a morte6. Si trattava però
di denunce da parte di un ente che possedeva autorità morale
e una qualche influenza politica, non certo azioni giudiziarie
autonome: Roma infatti aveva concesso al Sinedrio la facoltà
di emettere sentenze di morte solo nel caso in cui un pagano
osasse penetrare nel recinto del Tempio nonostante la severa
proibizione, e si trattava di un’eccezione unica. La formula in
necern trovata sulla sindone si riferisce senza dubbio a una con­
danna capitale, ma in sé e per sé non è l’espressione normale
con cui le condanne venivano sancite: almeno dal 107 a.C. a
Sulla morte di Gesù Nazareno 209

Roma si usava piuttosto la formula tecnica damno («io condan­


no») contrapposta a quella di Ubero («io prosciolgo»)7. Sotto il
mento è stata individuata una N maiuscola appartenente a una
scritta che correva in orizzontale e poteva avere un orientamento
compatibile con quello di IN N E C E (M ); questa lettera e la sua
posizione come al centro di parola poteva anche far parte di una
dicitura del tipo [D AM ]N[ATUS] che associata a IN N EC E(M )
suonerebbe perfettam ente «condannato a m orte»: tuttavia,
nonostante la posizione e il contesto siano verosimili, una sola
lettera è decisamente troppo poco per presumere l’esistenza di
una parola. Sappiamo solo che lì c’era scritto qualcosa, e questo
qualcosa era in rapporto con IN N EC E(M ). Qualunque fosse la
formula per intero, quanto si vede non sembra latino letterario
ma piuttosto corrisponde al gergo giudiziario: infatti nelle opere
di Cicerone, Seneca o Tacito il concetto della condanna è reso
con formule più eleganti come il solo ablativo, il genitivo di colpa
oppure la preposizione ad unita all’accusativo (cioè nece, necis o
ad necem), mentre la formula più quotidiana con la preposizione
in e l’accusativo (cioè in necem) come appare sulla sindone si
trova nel Digesto, la grande raccolta del diritto romano, o nei
rescritti di Traiano a Plinio il Giovane che trattano appunto di
pene e di processi8.
La formula latina INNECE(M ) dentro un contesto che sembra
scritto per gran parte in greco ricorda da vicino queste formule
e potrebbe essere proprio un passo saliente estratto da una sen­
tenza di morte, in questo caso una condanna alla crocifissione.
La dicitura non nomina la croce, ma si riferisce in maniera vaga
alla privazione della vita proprio come se ciò che spettava a
questa autorità parlante in latino fosse essenzialmente decidere
se far morire quest’uomo oppure no. Con il solito espediente di
non specificare il reperto su cui stanno le scritte, ho sottoposto
la questione a Remo Martini, docente di diritto romano presso
l’università di Siena, chiedendogli un parere sulla dicitura pura e
semplice: a suo parere la formula in nece(m) non è una sentenza
ma sembra piuttosto una concessione di permesso, un’autoriz­
zazione ad eseguire la condanna capitale; dello stesso avviso
è stato anche un altro famoso esperto di processo criminale
romano, Massimo Miglietta dell’università di Trento9. La loro
valutazione collima precisamente con quanto sappiamo da studi
precedenti sui rapporti di potere fra il governatore romano e i
capi locali nella Gerusalemme di inizio I secolo: il Sinedrio non
210 Capitolo quarto

aveva l’autorità di emettere sentenze capitali, eccezion fatta per il


caso di gente pagana che avesse osato mettere piede nel recinto
proibito del Tempio.
Sulla forma degli atti processuali d ’epoca romana siamo in­
formati abbastanza bene grazie ai diversi ritrovamenti che sono
stati fatti. Il più antico verbale di processo che ci sia giunto risale
all’anno 49 d.C. e appartiene al regno dell’imperatore Claudio;
fa parte di un gruppo di testimonianze che sono una specie di
rarità perché l’uso della lingua latina per gli atti giudiziari prese
piede nell’Egitto romano solo al tempo di Diocleziano (284-305),
in particolare dopo che l’imperatore eresse il latino a lingua uf­
ficiale dell’impero e di tutta la pubblica amministrazione. Prima
di allora i processi venivano verbalizzati in greco e il latino fu
usato solo durante quelle «im pennate» d’orgoglio nazionale che
corrispondono al regno di Tiberio e di Claudio: allora si verificò
quella specie di battaglia politico-culturale per l’affermazione
della lingua romana di cui abbiamo parlato, che ebbe però vita
cortissima. Secondo Jorm a Kaimio prima che Diocleziano ren­
desse obbligatorio l’uso del latino si trovano in Egitto solo tre
casi di processi in cui questa lingua è usata nei verbali: il primo
risale al regno di Claudio e obbedisce alle regole da lui rese
obbligatorie, mentre negli altri due l’uso di questa lingua deriva
da una scelta precisa che vuole sottolineare la parola di chi tiene
il potere. In Medio Oriente diverse epigrafi confermano che si
usava inserire passi in latino all’interno di testi scritti tutti in
greco per far risaltare parole aventi valore di legge, di sentenze
e di decreti10.
L’uomo di cui resta l’immagine sulla sindone sembra essere
stato suppliziato sotto Tiberio (di cui probabilmente c’è traccia
del nome) in base a una denuncia avanzata da un’autorità ebraica
che Roma per qualche ragione ascoltava. Questa autorità lo ha
«trovato» colpevole di qualcosa, come sembra dire il testo del
cartiglio sotto il mento; Roma avrebbe poi accolto la denuncia
esercitando il suo potere in un’effettiva sentenza di morte. Sono
convinta che l’espressione IN N EC E(M ) derivi direttamente da
qualcosa che questo funzionario romano scrisse di suo pugno; e
lo scrisse per ratificare la denuncia che quell’autorità giudaica gli
consegnava. Per spiegare cosa probabilmente accadde userò un
esempio tratto dalla storia del Rinascimento, un’epoca che ci è
più familiare perché molto più vicina ai nostri tempi. Nel tardo
medioevo aveva preso piede fra la gente l’uso di scrivere al papa
Sulla morte di Gesù Nazareno 211

per chiedere cose di ogni genere: i prelati volevano l’assegnazione


di benefici e prebende, gli abati che fossero rinnovati i privilegi
fiscali dei loro monasteri, i nobili laici impetravano dispense per
potersi sposare fra consanguinei. Prima del X IV secolo la Can­
celleria apostolica scriveva a tutte queste persone delle lettere di
risposta, ma in seguito le richieste divennero così tante che risultò
praticamente impossibile; allora i pontefici presero l’abitudine
di rispedire ai mittenti la loro stessa lettera di supplica dopo
averci scritto sopra una brevissima formula la quale esprimeva
la volontà del papa di concedere quanto richiesto. Il capo della
Cancelleria apostolica metteva una breve formula, poi il papa
scriveva di suo pugno Fiat, cioè «sia fatto», seguito dall’iniziale
puntata del suo nome di battesimo: ad esempio per Alessandro
Farnese (Paolo III) la sigla Fiat A. Nel gergo dei diplomatisti
queste suppliche si dicono «approvate per fiat»11. Sappiamo
che la prassi burocratica della Cancelleria papale deriva per
eredità diretta da quella delle cancellerie imperiali romane:
quando Costantino affidò ai vescovi cristiani alcuni poteri di
tipo amministrativo e giudiziario, in un certo modo li obbligò
a costruirsi un loro ufficio dove si producevano documenti che
dovevano essere fatti con la stessa procedura di quelli prodotti
negli altri uffici dell’impero. Non fu un compito difficile perché
diversi vescovi venivano proprio dalla burocrazia imperiale,
come il caso famoso di sant’Ambrogio da Milano. I funzionari
imperiali dovevano vagliare e giudicare tanti documenti, così
era invalso l’uso di sveltire la pratica operando in due diversi
modi. Se un certo atto richiedeva una risposta molto articolata
allora si produceva un vero e proprio documento di risposta,
dove si definivano per filo e per segno tutte le modalità: era
detto rescritto, e in genere riportava gran parte del testo con il
cui il richiedente si era rivolto alla pubblica autorità. Quando
invece una certa petizione richiedeva una risposta secca, del
tipo «approvato» oppure «respinto», allora il funzionario non
faceva confezionare un documento a sé stante ma si limitava a
scrivere di suo pugno su quella stessa petizione una sigla con
una dicitura che appunto l’accettava o la respingeva: ad esem­
pio fiat o fieri placet, che corrispondono più o meno al nostro
«approvato», completata dalla sigla rescripsi oppure recognovi
(che valgono entrambe come un moderno «visto»). L’uso era
seguito dall’imperatore e sono rimasti famosi i rescritti di Traia­
no al governatore di Bitinia Plinio il Giovane, fra cui quello
212 Capitolo quarto

che regolamentava la persecuzione dei cristiani; però la prassi


di approvare le richieste della gente apponendo una semplice
sigla o una formula breve era seguita normalmente anche dai
vari funzionari imperiali di rango minore, come dimostrano vari
papiri di età romana giunti sino a noi12.
Credo che nel documento di cui resta traccia sulla sindone
sia accaduto qualcosa del genere: il governatore romano si vide
consegnare una denuncia scritta che chiedeva la condanna a
morte di quell’uomo, un atto obbligatorio che andava depositato
presso le autorità giudiziarie. Per ragioni particolari decise di
dare il consenso, e mise sul foglio di denuncia una sigla che la
trasformava immediatamente in un atto esecutivo. Secondo vari
esperti di processo criminale romano le sentenze di morte pro­
poste dal Sinedrio dovevano obbligatoriamente essere ratificate
dal rappresentante di Roma che le sanzionava con il suo exequa-
tur13; se la ricostruzione svolta finora è esatta, la sigla innece(m)
costituiva proprio l’espressione di questo exequatur. Del resto
Ponzio Pilato era un funzionario deH’amministrazione imperiale
romana e agì seguendo la prassi normale del suo incarico: per noi
oggi rintracciare anche da lontano un documento firmato di suo
pugno può sembrare un fatto sconcertante, eppure nel quadro
delle istituzioni di Roma nel I secolo egli era solo uno dei tanti
governatori di provincia.
Q uesto completava la serie degli scritti preparatori che
preludevano alla stesura degli atti, cioè il verbale definitivo con
cui si registrava il processo, un documento piuttosto lungo che
veniva scritto da un segretario del governatore. Probabilmente
questo funzionario romano, Ponzio Pilato, approvò la condanna
a morte di quell’uomo con la procedura usuale nelle cancellerie
dell’impero, che poi alla fine del medioevo sarà detta «per fiat».
L a sigla IN N EC E(M ) fu ricopiata e messa sopra il corpo perché
aveva un valore giuridico fondamentale: infatti documentava che
quello era il cadavere di un condannato a morte, una salma che
nel giudaismo del I secolo doveva essere trattata secondo norme
ben precise.

2. Alle prime luci della sera

Lungo il lato sinistro del volto impresso sulla sindone si


legge in verticale una sequenza di caratteri greci identificati da
Sulla morte di Gesù Nazareno 213

Marion e Courage come 'F S KIA: i due analisti la interpretano


come (O)'F XKIA («volto ombra») e credono che vada associata
alla dicitura Iesous Nazarenos. Personalmente credo che la loro
lettura sia sostanzialmente esatta, ma da aggiustare in alcuni
punti. In greco la dicitura come la propongono non va bene
perché il nome di G esù e l’aggettivo Nazareno dovrebbero stare
al caso genitivo, cioè suonare appunto «d i Gesù Nazareno»,
invece non succede. Tanto il nome quanto l’aggettivo stanno
al caso nominativo, e questo porta a pensare che le due parole
misteriose [...]'FX KIA[...] siano qualcos’altro, forse un verbo
o un avverbio. Ho il sospetto che Marion e Courage abbiano
fatto confusione sulla forma della seconda lettera, che non è
un sigma angoloso bensì una epsilon tracciata in stile capitale
che tende a trasformarsi in onciale: pubblicano varie fasi di
filtraggio del segnale e in base a esse credo che forse abbiano
deformato leggermente il tratteggio della vocale E scambiandolo
per un sigma come quello che vedevano in NNAZAPENNOX.
Un papiro scritto in questa stessa capitale rudimentale sotto il
regno di Tiberio mostra una vocale E tracciata in modo molto
simile a un sigma arrotondato proprio come si vede sulla sindone
dopo la lettera 'F 14. Anche in questo caso prima di pensare di
poter modificare la lettura proposta ho voluto consultare il suo
autore: André Marion mi ha risposto che in effetti un epsilon
un p o ’ spigoloso è molto simile al tratteggio di un sigma fatto
in modo un p o ’ più arrotondato del solito, e il secondo segno
dopo la lettera era stato supposto come un sigma soprattutto per
analogia con gli altri segni simili trovati dentro NNAZAPENNOZ
e HXOY; insomma, l’ipotesi gli sembrava del tutto accettabile. Se
non mi sbaglio, l’insieme originale era dunque (O)'FE KIA[...]: è
una lettura che asseconda lo spazio di divisione fra le due parole
così come lo vediamo sul telo, rispetta la grammatica della lingua
greca e inoltre ha un significato davvero molto pertinente con
il contesto in cui si trova. Segnalo al lettore che va presa come
un semplice, primo tentativo d ’interpretazione; in ogni caso mi
è sembrata molto interessante e degna di essere esaminata.
Ovj/é in greco è un avverbio molto comune che indica let­
teralmente le prime luci della sera. Nella Bibbia dei Settanta si
trova più volte e indica quell’ora speciale prima del tramonto,
l’ora nona nel computo antico del tempo, che segnava il limitare
del giorno anche in senso legale: era il momento in cui le ragazze
uscivano di casa per attingere l’acqua al pozzo, l’ora in cui era
214 Capitolo quarto

avvenuto il romantico incontro tra Isacco e la fascinosa Rachele.


Il gruppo KIA-, se è stato letto bene, potrebbe essere l’inizio del
verbo greco K i a o 0 a i che era una forma dialettale per K 8 Ì c 0 a i :
significava «giacere», «essere deposto»15.
A giudicare dalla lunghezza del cartiglio la parola doveva
contenere ancora altre due, massimo tre lettere; forse c’era scritto
K Ì a [ o 0 c o ] , imperativo con il significato di «sia deposto»: in tal
caso la dicitura sembra appartenere a una specie di nulla osta
del funzionario romano alla sepoltura del crocifisso, qualcosa di
identico a ciò che si trova sulle etichette delle mummie egizie.
Dai documenti giudiziari conservati sappiamo che gli ordini ai
funzionari di polizia venivano impartiti proprio così, con un
imperativo secco e perentorio come se si trattasse di un ordine
dato a voce16. U n’altra possibilità è che ci fosse scritto k ì c i [ t o ] ,
forma dialettale per l’imperfetto BKiveixo che significa letteral­
mente «veniva rimosso»: in tal caso il testo aveva il senso di un
verbale, la registrazione di un’operazione necessaria che era stata
svolta come dovuto. L’insieme ricostruito verrebbe a significare
nel suo complesso «sia deposto (oppure: veniva rimosso) all’ora
nona». Quell’ordine di deposizione dalla croce che il vangelo di
Giovanni descrive fu molto probabilmente messo per iscritto,
insieme al permesso di manipolare una salma che legalmente era
di competenza esclusiva di Roma e poteva essere spostata solo
dietro regolare autorizzazione.
I papiri di età ellenistico-romana giunti fino a noi mostra
che anche nel caso di un prigioniero che aveva finito di scontare
la sua pena, dunque una persona tecnicamente ormai libera,
l’ordine di scarcerazione veniva trasmesso al soprintendente delle
carceri per iscritto, su un foglio che portava la firma di mano
del suo superiore. In teoria quell’ordine poteva anche essere
trasmesso a voce, ad esempio tramite un soldato: ma questo non
avveniva, e la ragione è ovvia. Tutte le volte che una questione
implicava l’obbligo di prendersi una responsabilità in campo
amministrativo (e a maggior ragione in ambito giudiziario), chi
doveva eseguire un mandato sarebbe stato costretto a rispon­
dere personalmente se quell’ordine arrivatogli a voce era falso
o anche solo interpretato male. A quel punto il direttore della
prigione accusava il soldato e lo trascinava in giudizio, mentre
quello tentava ovviamente di difendersi. Situazioni di questo tipo
potevano accadere tutti i giorni, e l’amministrazione romana non
poteva certo sopportare d ’ingolfarsi per quisquilie del genere.
Sulla morte di Gesù Nazareno 215

Ricevendo un fogliò firmato dalla mano di un superiore, quel


soprintendente delle carceri che ho citato prima poteva tra­
scrivere il documento nel suo registro delle prigioni e dormire
sonni tranquilli. Un testo scritto secondo le formule consuete,
che nel linguaggio della burocrazia romana sono espresse in
un greco chiaro ed elementare, non poteva essere frainteso.
Per gli ebrei era obbligatorio deporre i crocifissi prima della
fine del giorno, segnata proprio dall’ora nona, perché la Legge
vietava che i cadaveri impuri restassero fuori oltre il necessario
contaminando la terra; i romani però non si sentivano affatto
vincolati dal Deuteronomio e poteva accadere che le vittime
venissero lasciate sulle croci finché i loro corpi non fossero
completamente divorati dagli animali. La rimozione del corpo
di G esù Nazareno comportava una presa di responsabilità legata
al trasporto della salma, perciò il nulla osta del governatore
romano era indispensabile. La dicitura KIA[...], se stava per il
verbo greco KIAX0Q , era proprio uno stralcio da quell’ordine
scritto di rimozione.
L a parola che si trova subito sopra l’inizio di NNAZAPEN-
NOZ, anch’essa in greco a quanto pare, è AAA[...]: ricalca il
termine adar che nel calendario ebraico indicava il sesto mese
dell’anno, all’inizio della primavera. Se il ragionamento è giu­
sto quel cartiglio posto lungo la tempia sinistra conteneva una
data; purtroppo al momento non sono stati individuati segni
che possano corrispondere a dei numeri, quindi è difficile dire
se indicava l’anno e il giorno della morte. Se consideriamo il
contesto generale delle scritte e il fatto che si trovano associate
a un uomo crocifisso, emerge però un dato molto interessante,
che illumina la ricerca. Sin da un’epoca abbastanza antica invalse
l’uso presso gli ebrei di seppellire a parte i corpi di coloro che
erano morti in seguito a una condanna; quest’uso trova testimo­
nianza già in alcuni libri molto antichi dell’Antico Testamento,
come ad esempio il Secondo Libro dei Re che risale al VII
secolo a.C. Il re Ioram e sua figlia Gezabele, entrambi uccisi
per sentenza del loro nemico leu, furono gettati nei campi allo
scopo di oltraggiarli con un insulto estremo, mentre Acazia, re
di G iuda che fu anch’egli vittima di leu, venne sottratto a que­
sta sorte dai suoi fedeli servitori che ne trasportarono il corpo
a Gerusalemme dove fu deposto nella tomba di famiglia; un
secolo dopo nel Libro di Geremia è narrata la triste sorte del
profeta Uria, che il re Ioiakìm passò a fil di spada per via dei
216 Capitolo quarto

suoi oracoli ammonitori, poi ne fece gettare il cadavere in una


fossa comune chiamata «tom ba dei figli del po po lo »17.
Riposare con i propri padri era per un ebreo un grande
conforto nella morte, ma anche il segno di una vita onesta spesa
degnamente nel rispetto della Legge: il compito di riservare al
defunto gli onori funebri spettava ai familiari e in special modo
all’erede maschio, che curava di offrire al caro estinto il miglior
trattamento possibile senza badare a spese. In origine i defunti
delle famiglie ricche venivano sepolti con funerali molto di­
spendiosi, trasportati verso l’ultima dimora su lettighe lussuose,
con grande fasto e a volto scoperto: i poveri invece ricevevano
esequie umili e durante il tragitto fino alla sepoltura il loro volto
era coperto da un sudario spesso per nascondere il fatto che era
diventato scuro per via della fame patita. Tutto ciò era motivo
di maggior dolore per i poveri e i rabbini decisero di porre dei
freni: tutti i morti indifferentemente dovevano essere trasportati
con il volto coperto da un panno e poi avvolti in un lenzuolo a
prescindere dal loro censo. La sepoltura era comunque un’opera
meritoria davanti a Dio e nel I secolo esistevano confraternite
che si incaricavano di offrire questo servizio anche ai miserabili
che non avevano nessuno; nemmeno ai condannati e ai reietti si
negava il conforto di una sepoltura, ma essi dovevano sottostare
a una punizione severa, ovvero il dolore di non poter riposare
insieme ai loro antenati18.
Già poco dopo il ritorno dall’esilio in Babilonia era cominciata
la pratica di seppellire i condannati a morte in un luogo diverso,
una sepoltura disonorevole che li distinguesse dagli altri, come a
suo tempo era accaduto allo sventurato profeta Uria.
Il Salmo 26 (9) recitava:
Non rapire la mia anima insieme ai peccatori,
né la mia vita con gli uomini di sangue,
nelle cui mani non v’è che inganno,
mentre colma di doni è la loro destra,

e il passo fu interpretato nel senso che un malfattore morto


dopo una condanna non doveva essere sepolto accanto ai giusti
per non contaminarli con la sua impurità. Quando il movimento
dei farisei divenne molto influente sulla società ebraica (II sec.
a.C .-Ili sec. d.C.) ci fu una tendenza generale del pensiero che
dava maggior attenzione al lato interiore delle persone, all’aspet­
to spirituale e morale dell’esistenza; questo ebbe ripercussioni
Sulla morte di Gesù Nazareno 217

anche in parecchi risvolti pratici della vita quotidiana come


gli usi funebri, che ritroviamo ben specificati nei due trattati
intitolati Sanhedrin contenuti nelle due raccolte della Mishna e
della Tosefta. Ai condannati a morte era interdetta la possibilità
di essere sepolti nella tomba di famiglia e i loro corpi dovevano
sottostare a un triste rito necessario per liberarli dall’impurità che
avevano contratto con la loro colpa. Secondo la Tosefta (Trattato
Sanhedrin, IX, 8):

Si deve bagnare la spada della decapitazione, il lino dello strangola­


mento, la pietra della lapidazione ed il legno dove il condannato è stato
appeso: non saranno sepolti insieme alla vittima. Q uando le carni saranno
consumate, i funzionari del Tribunale raccoglieranno le loro ossa e le
metteranno in una cassa: fosse anche il Re dei Re, il giustiziato non andrà
nella tom ba dei suoi padri bensì nella sepoltura pubblica predisposta dal
Tribunale19.

Il termine legale per la fine dell’impurità era di dodici mesi


e corrispondeva al termine ideale necessario perché la carne
venisse dissolta: la macchia della colpa risiedeva nella carne,
perciò le sole ossa rimaste dalla dissoluzione del corpo erano
ormai pure e potevano essere deposte nel sepolcro di famiglia20.
Con ogni probabilità la salma del crocifisso Yehohanan ben Izqiel
ritrovata a G iv‘at ha-Mivtar dimorò nella fossa comune secondo
le prescrizioni della legge; al momento dovuto si effettuò quel­
la consegna ufficiale dei resti in seguito alla quale la famiglia
provvide a inumare le ossa in una piccola urna dove fu scritto
il suo nome21.
Tanto la Mishna quanto la Tosefta mostrano che la cerimonia
della consegna era un affare solenne, condotto alla presenza di
testimoni che dovevano garantire la regolarità: giunto il giorno
stabilito per la resa, i parenti si recavano presso gli ufficiali del
Tribunale, li salutavano per mostrare che non portavano rancore
e aspettavano la riconsegna; poi le ossa erano da loro poste in
cassette di legno o di pietra dove veniva registrato il nome del
defunto e collocate nella tomba di famiglia. Questo sepolcreto
pubblico del Tribunale serviva anche a ospitare le salme di quelli
che erano troppo poveri per ricevere una sepoltura privata, degli
stranieri o di chi morendo senza parenti non aveva nessuno che
provvedesse al suo funerale; si trovava nell’area del Ben-Hinnom,
fuori Gerusalemme, una zona decisamente impura perché era
disseminata di sepolcreti e perché in quel luogo secondo la tra­
218 Capìtolo quarto

dizione si erano svolti anticamente gli empi sacrifici umani al dio


Baal. Il tipo di tomba più diffuso a Gerusalemme e in Palestina
era quello ricavato da grotte naturali scavate ulteriormente per
ingrandirle in modo da ottenere camere, adatte a ospitare molti
membri di una famiglia; i defunti venivano deposti in orizzontale
dentro dei loculi scavati nella roccia, i quali avevano un’estremità
rialzata per fare in modo che la testa del defunto riposasse come
sopra un cuscino22.
Fra il II secolo a.C. e il II d.C. la pratica della seconda se­
poltura era ben diffusa anche nelle tombe di famiglia per motivi
di spazio: spesso c’era una camera principale dove il cadavere
veniva posto finché non si fosse completamente dissolto, poi le
ossa erano raccolte e chiuse dentro una cassetta di legno o di
pietra, chiamata ossuario, e quindi riposte in una camera secon­
daria destinata a queste piccole urne con i resti degli antenati.
Tracce di un uso simile si trovano anche nella civiltà romana, che
importò dall’Oriente molti riti di tipo religioso e funerario23.
Sulla forma di questo sepolcreto pubblico non esistono ancora
studi precisi. Probabilmente non era una caverna dove i corpi
giacevano a contatto con l’aria perché il termine legale fissato, cioè
dodici mesi, non bastava per avere la salma ridotta alle sole ossa e
nella maggioranza dei casi, dato il clima secco di Gerusalemme, ci
sarebbe stata solo una qualche forma di mummificazione naturale;
il termine forse bastava nel caso in cui i defunti venissero sepolti
sottoterra senza l’uso di casse, che del resto erano loro proibite
e venivano usate raramente persino dai ricchi sepolti con ogni
onore. I nomi con cui è chiamato questo sepolcreto del Tribu­
nale, cioè «fossa profonda» e «recinto dei criminali», sembrano
confermare l’idea che si trattasse di un’area a cielo aperto dove i
morti venivano posti in semplici fosse a contatto con la nuda terra:
un passo del libro di Isaia (14, 11) pare descrivere la triste sorte
di un condannato sotterrato senza sarcofago affinché i roditori
e gli insetti potessero consumarne liberamente il cadavere24. Ho
chiesto su questo punto il parere autorevole di Pier Luigi Baima
Bollone, ordinario di Medicina Legale presso l’università di To­
rino e Presidente onorario del Centro Italiano di Sindonologia
di Torino: secondo la sua lunghissima esperienza, nel clima della
Siria-Palestina il processo di scheletrizzazione completa poteva
compiersi nel giro di dodici mesi come indicano la Mishna e la
Tose/ta solo lasciando i corpi all’aria aperta, soggetti all’azione
degli animali e dei microorganismi.
Sulla morte di Gesù Nazareno 219

Siamo certi che non era una fossa comune come si usava
ad esempio in Europa durante lTlluminismo, una profonda
buca nel terreno (di cui parla anche l’ode Dei Sepolcri di Ugo
Foscolo) dove i cadaveri venivano gettati insieme formando un
ammasso di poveri corpi anonimi: nel giudaismo del I secolo la
cura per le salme, persino quelle dei condannati a morte, era
un fatto molto importante sottoposto a rigide norme. Passati
i dodici mesi previsti dalla Legge per l’espiazione della pena
post mortem, le ossa ritornavano pure e dovevano essere rese ai
parenti: dovevano essere quelle giuste, e non i resti di un’altra
persona inumata nel sepolcreto pubblico vicino al loro congiun­
to. Persino nel caso di defunti morti come giusti bisognava fare
attenzione a che i loro resti fossero deposti ben separati gli uni
dagli altri: qualcuno usava mettere insieme le ossa di due defunti
(ad esempio suo padre e sua madre) dentro uno stesso lenzuolo,
però la pratica venne sconsigliata perché con l’andare del tempo
il lenzuolo poteva disfarsi e allora le ossa si sarebbero mischiate,
cosa che non doveva accadere. Tutto ciò era legato all’idea della
resurrezione dei corpi, radicata nella mentalità religiosa d ’Israele
già prima del III secolo a.C. e poi sempre più diffusa, quando
si affermò sul popolo la spiritualità dei farisei: bisognava tenere
separati i resti dei defunti (anche nel caso di due sposi) in vista
di quel processo con cui Dio avrebbe ricostituito i loro corpi
partendo proprio dal rimettere insieme lo scheletro, così come
aveva annunciato una visione del profeta Ezechiele25.
Nel sepolcreto pubblico di Gerusalemme ogni defunto doveva
avere su di sé una scrittura che servisse a identificarlo, qualcosa
di simile al cartellino appeso all’alluce delle salme nei moderni
obitori, anche perché accadeva che nello stesso giorno giungessero
al sepolcreto pubblico diversi morti e bisognava distinguerli: le
tragiche persecuzioni già menzionate negli anni 88 e 75 a.C. ne
avevano fatti affluire a decine tutti insieme, ma potevano anche
giungere corpi di poveri mendicanti trovati morti sul ciglio
della strada. Una volta sotterrato o abbandonato il sepolcreto,
il morto doveva avere un altro cartello esterno, una rozza stele
di legno, pietra comune o altro materiale economico sulla quale
doveva stare scritto almeno il suo nome e anche il giorno in cui
bisognava fare la riesumazione.
220 Capitolo quarto

3. Dodici mesi

L’uomo avvolto dentro la sindone, essendo stato condannato a


morte, a rigor di legge doveva andare per dodici mesi nello spazio
avvilente del sepolcreto pubblico. E senz’altro il corpo doveva
portare addosso dei cartelli o delle diciture che permettessero ai
funzionari di identificarlo in mezzo alle altre salme. La scritta in
caratteri un p o ’ piccoli ma ben delineati che corre in verticale
presso lo zigomo destro, PEZ(co), fa pensare a una dicitura del
tipo «io X eseguo», e a livello logico ha la stessa funzione del
nome degli esecutori sui documenti oppure la firma dei pittori
sui vasi greci. Se così fu, la scritta era preceduta dal nome del­
l’ufficiale incaricato di compiere le operazioni necessarie: dal
trattato non canonico Semahot che riguarda la pratica del lutto
ci risulta che nel giudaismo antico c’erano almeno due funzionari
pubblici a svolgere questo pietoso ufficio, uno con il compito
di raccogliere le ossa nella riesumazione e l’altro incaricato di
custodire i resti26.
Quanto sappiamo delle pratiche funerarie in Egitto di epo­
ca ellenistica è molto interessante perché fornisce un parallelo
abbastanza preciso, anche se le mummie deposte nel sepolcreto
pubblico di Tebe non appartenevano a malfattori ma erano
semplici privati cittadini collocati in quella sede per mancanza
di posto: il corpo giungeva alla casa della mummificazione e lì
subito riceveva un primo cartello necessario a riconoscerlo fra i
tanti corpi inviati, un cartello dove erano indicate le generalità
e la data della morte. Poi il sacerdote provvedeva al trattamento
della salma e alla fine attaccava alla mummia un secondo cartello
nel quale si firmava e dava il suo «nulla osta» affinché si potesse
consegnarlo ai parenti e metterlo nella tomba definitiva. Si tratta
di documenti veri e propri, i quali comprendono la data precisa
della morte (giorno, mese e anno) e spesso anche quella della
sepoltura; in quelli bilingui, dove alla lingua semitica nativa del
luogo (demotico) si aggiungeva il greco della cultura dominante,
succede lo stesso che nei cartigli di cui resta traccia sulla sindone:
le lettere greche sono più grosse, alte circa 2-3 centimetri (nella
sindone 3 centimetri), quelle in demotico più piccole, circa 0,5-1
centimetri (nella sindone 0,5 centimetri). Le mummie portavano
questi certificati in forma di cartelli di legno, ceramica o altri
materiali rigidi legati intorno al collo, oppure su cartigli di papiro
o strisce di lino che venivano poste sopra la loro complessa fascia­
Sulla morte di Gesù Nazareno 221

tura esterna27. L’Egitto e la Giudea erano del resto due province


vicine di uno stesso impero, e la legge romana sui regolamenti
di polizia mortuaria era la stessa nell’una e nell’altra.
Nel caso della sindone c’era anche una dicitura in latino,
la lingua dei dominatori, con un passo che fa riferimento alla
sentenza di morte. Le scritte appartenevano probabilmente a un
testo amministrativo legato in qualche modo alla sepoltura di
questo Yeshua Nazaram: erano cartigli di papiro dove stavano
segnate le generalità del defunto, i dettagli della sua condanna,
la data della morte e soprattutto il giorno in cui terminava la sua
pena post mortem e i resti potevano essere pretesi dalla famiglia.
Tengo a precisare che gli aloni lasciati da questi cartigli sulla
sindone si vedono nettamente anche a occhio nudo: formano delle
discontinuità (più chiare sulla sindone e più scure sul negativo
fotografico) a forma di doppia cornice intorno al volto, perché
la presenza di questo materiale ha interagito con il processo
di ossidazione della cellulosa contenuta nel lino sindonico e
l’inscurimento ne è stato parzialmente schermato: guardando la
sindone a occhio nudo, si vede benissimo che l’immagine presso
i due lati del volto quasi manca, e lo stesso accade nella zona
sotto il mento. Sul negativo fotografico tutto l’insieme è ancora
più chiaro, e sembra che il defunto avesse come una specie
di cartello a forma di U che gli inquadrava la faccia. C ’erano
dunque sicuramente delle strisce messe intorno al viso dell’uomo
avvolto nella sindone quando si formò la stranissima immagine;
in teoria potrebbero essere state di materiali diversi, come ad
esempio il legno o la pergamena, ma solo il papiro oppure il
lino hanno un grado di trasparenza capace di schermare in parte
l’ossidazione senza impedirla.
Se gli scopritori delle scritture hanno visto giusto, i cartigli
formavano senz’altro un documento perché l’insieme aveva effetti
giuridici molto precisi: infatti prima del termine fissato i parenti
non potevano ottenere la consegna della salma. Si trattava di
un documento pubblico perché era emesso dal Tribunale del
Sinedrio, più precisamente da quell’ufficio che si occupava di
gestire la «tom ba dei figli del popolo». Lo scritto nel suo insie­
me derivava da altri documenti emessi dalle autorità locali: per
essere in regola con il proprio lavoro gli ufficiali del sepolcreto
pubblico dovevano necessariamente tenere un registro dove erano
annotati tutti i morti che venivano loro affidati per legge, con
gli estremi dei documenti che si riferivano alla loro condanna.
222 Capitolo quarto

Quando un cadavere giungeva a questa specie di morgue, onde


evitare malintesi e rischi di accusa i suoi gestori dovevano essere
sicuri che quel corpo fosse di loro competenza visto che per legge
restava dodici mesi sotto la loro responsabilità; senza dubbio
pretendevano qualche atto scritto dal Tribunale, e considerato
quanto sappiamo circa gli usi documentari dell’età greco-romana
tutto lascia credere che il morto giungesse alla sepoltura pubblica
insieme a un estratto del suo certificato di morte: lì compariva
il diktat dell’autorità che lo aveva condannato, la sentenza del
governatore romano, o quella del Sinedrio nel caso di un paga­
no che avesse osato violare l’area sacra del Tempio. L a dicitura
INNECE(M) sembra proprio parte di questa sentenza, che fu
espressa non in greco come il resto del testo bensì in latino, se­
condo la legge imposta da Tiberio e poi da Claudio. L a dicitura
in caratteri ebraici del cartiglio sotto il mento, se Castex ha visto
giusto, dice «abbiam o trovato» oppure «perché trovato» e pare
proprio parte della denuncia scritta avanzata dal Sinedrio. La
sequenza [0]*FE KIA[...] sta forse per o\|/é KiaGca, «sia deposto
all’ora nona», e PEZ((o) sta forse per «io eseguo»: in tal caso,
come già detto, c’era anche il nome del funzionario incaricato
di eseguire la procedura prevista dal Tribunale.
Il gruppo AAA-, se si riferisce al mese di adar, indicava
molto probabilmente il termine legale per la riconsegna dei
resti ai parenti e almeno in certo modo può servire per capire
quando era stato ucciso quest’uomo. Il confronto con i cartelli
delle mummie egizie avvalora questa possibilità perché la data
era scritta in greco ma i mesi venivano indicati con il loro nome
egizio: si hanno quindi diciture del tipo «nel terzo anno, il giorno
15 del mese di mesore» oppure «del mese di pharmouthis». Un
documento su papiro conservato nel British Museum di Londra
e fatto in Egitto il 3 febbraio dell’anno 23 d.C., il nono di regno
dell’imperatore Tiberio, porta la data scritta come anno VIIII
Tiberii Caesaris Augusti Mechir (e non februarii) die octavo28. Adar
era il nome di un mese derivato dal calendario babilonese (nel
quale si chiamava adaru), e cadeva all’incirca fra i nostri marzo
e aprile; poiché il termine legale per la riconsegna dei resti alla
famiglia era di dodici mesi, se quel gruppo AAA- si riferisce alla
cerimonia della restituzione allora quest’uomo morì alPinizio
della primavera.
Quanto ha lasciato traccia sulla sindone sembra indicare che
questo crocifisso chiamato Yeshua Nazarani, ucciso nella primavera
Sulla morte di Gesù Nazareno 223

di un anno imprecisato sotto il regno di Tiberio o di Claudio, fu


avvolto in un lenzuolo come voleva la Legge, composto in tutto
e per tutto secondo le norme vigenti e cioè preparato per la se­
poltura nella «tom ba dei figli del popolo» secondo la procedura
usuale; sopra il corpo furono messi cartigli che ne indicavano le
generalità e altre informazioni necessarie. Fatti di materiale molto
povero come i cartigli di papiro riusato e incollati con acqua e
farina, furono scritti senza alcuna cura per la forma e posti in­
torno al volto come capitava, senza preoccuparsi di inquadrarlo
con precisione: infatti l’involto del telo con il cadavere e i cartigli
doveva finire sottoterra o restare abbandonato all’azione degli
animali e finire distrutto entro pochi mesi. Nessuno immagina­
va che un giorno il viso di quell’uomo circondato dalle scritte
sarebbe stato contemplato da milioni di persone.
A suo tempo Grégoire Kaplan intuì che le strisce potevano
contenere scritte di carattere legale e avanzò l’ipotesi che fosse­
ro state messe dai funzionari di cui parla il vangelo di Matteo,
i quali sigillarono il sepolcro per evitare che i seguaci di Gesù
rubassero il cadavere e poi spargessero la voce che era risorto.
La mia personale opinione è che la sua idea circa il supporto e
anche il valore giuridico delle scritture sia sostanzialmente esatta:
i funzionari ricordati da Matteo però si limitavano semplicemente
a svolgere un’operazione dovuta secondo la Legge, onde impedire
che i parenti portassero via il defunto per deporlo nella tomba
di famiglia a Nazareth29. I motivi che possono forse aver indot­
to qualcuno a ricopiare la scrittura più antica, appartenente al
contesto originale della sepoltura di Yeshua Nazarani, con una
più tarda di circa due o tre secoli, non sono noti ma si possono
facilmente immaginare: la colla di farina non brilla certo per
durevolezza, né del resto c’era bisogno di colle resistenti per
un oggetto che doveva finire dissolto sottoterra o comunque
distrutto. Con il tempo è estremamente probabile che le strisce
si fossero staccate, ma vennero conservate a parte per tradizione
prima che qualcuno decidesse di rifarle.
Secondo la ricerca recente di Aldo Guerreschi e Michele
Salcito sulle gore della sindone, il telo si è imbevuto d’acqua
mentre era riposto con una piegatura imprecisa e particolare, che
fa pensare ad esempio a un recipiente con la forma e le dimen­
sioni delle giare ritrovate a Qumran. Se i cartigli con le scritte
erano fatti di papiro, quell’acqua era in grado di macerarlo e di
sciogliere l’inchiostro; niente di più normale che dopo un certo
224 Capitolo quarto

tempo si decidesse di rifarle, badando essenzialmente al contenuto


del testo ma cercando anche per quanto possibile di riprodurre
la forma delle lettere: le etichette facevano parte della sindone
e quindi dovevano essere conservate anch’esse.
Dovendo giudicare in base ai dati raccolti, i cartigli di cui
resta l’impronta sulla sindone sembrano proprio un documento
ebraico e romano del I secolo, applicato al corpo di un condan­
nato a morte che per legge doveva andare alla sepoltura pubblica.
Secondo l’analisi diplomatica era un documento composito e
derivato: nasceva dalla sentenza che il governatore romano aveva
emesso in base alla denuncia scritta dal Sinedrio, e conteneva dei
passi estratti da entrambi questi atti. Il corpo fu dunque tirato
giù dalla croce come ordinato e passò sotto la responsabilità
diretta del sepolcreto pubblico corredato di tutti i documenti
necessari. Poi devono essere intervenuti fattori imprevisti che
hanno alterato il normale corso degli eventi.
Anziché finire sottoterra ed essere distrutto nella naturale
dissoluzione delle carni, il lenzuolo si è separato dal corpo di
questo Yeshua Nazaram in una maniera che non ha ancora rice­
vuto spiegazione: enormi fiotti di sangue erano penetrati nelle
fibre del lino in vari punti formando tanti grossi coaguli, e una
volta secchi tutti questi coaguli erano diventati grossi grumi
di un materiale duro ma anche molto fragile che incollava la
carne al tessuto proprio come farebbero dei sigilli di ceralacca.
Nessuno di questi coaguli risulta spezzato e la loro forma è
integra proprio come se la carne incollata al lino fosse rimasta
esattamente al suo posto.
Questo defunto preparato per la «tom ba dei figli del po­
polo» non finì mai sottoterra né consumato dagli animali e ciò
rappresenta una discrepanza che le evidenze archeologiche non
sono in grado di chiarire. Allo stato attuale della ricerca è tutto
ciò che la sindone e i suoi cartigli possono dire come reperti
archeologici; adesso è lecito metterla a confronto con il testo
dei vangeli per verificare se da questo esame possa emergere
qualche dettaglio in più.

4. Besorah

Le tracce di scrittura identificate sulla sindone portano lo


stesso nome ebraico grecizzato, Iesoùs Nazarenòs, del personaggio
Sulla morte di Gesù Nazareno 225

cui fanno riferimento molti scritti risalenti al periodo fra il I e il


IV secolo d.C., che ci sono pervenuti in lingue diverse (greco,
copto, aramaico); questi testi portano il titolo di «vangelo» (in
ebraico besorah) perché lo scopo della loro diffusione era quel­
lo di dare a chi veniva a conoscerli un messaggio di gioia (in
greco appunto euangèlion). Nel IV secolo fu tracciata una netta
divisione fra quattro di essi (Marco, Matteo, Luca e Giovanni),
detti canonici perché inseriti in un canone ufficiale di scritti che
si giudicavano ispirati direttamente da Dio, e gli altri, chiamati
impropriamente apocrifi (in greco «nascosti, segreti»)30.
In realtà solo alcuni fra questi vangeli del secondo tipo
potevano effettivamente dirsi libri segreti perché circolavano
aU’interno di certi gruppi cristiani separati, come gli gnostici,
che vivevano con convinzioni e regole loro diversi da quelli
della restante comunità; tutti gli altri erano noti e diffusi tra la
gente, che li leggeva e li apprezzava perché avevano il carattere
vivace dei romanzi popolari. I quattro vangeli canonici furono
considerati sin dalle origini come i più antichi e verso l’anno
180 un intellettuale cristiano chiamato Taziano provò a fonderli
insieme creando una specie di vangelo unificato, il Diatèssaron,
cioè «libro tratto dalle quattro fonti». Ma la sua opera non fu
approvata dalle autorità religiose perché nel tentativo di met­
tere insieme un racconto unico Taziano aveva appiattito molti
dettagli ed era intervenuto sul testo andando a eliminare alcune
divergenze che esistevano fra i quattro testimoni: le quattro fonti
infatti tramandavano delle tradizioni diverse e questa differenza
di dettagli era vista dalla Chiesa antica come una ricchezza, un
patrimonio di verità da conservare che non dovevano essere
sacrificate in nessun caso, anche se creavano fra loro delle con­
traddizioni31.
Verso l’anno 110 d.C. il vescovo Papia della chiesa di Ge-
rapoli in Frigia lavorò su una raccolta di insegnamenti (lòghia)
di G esù che era stata scritta in lingua aramaica da Matteo-Levi,
uno dei dodici apostoli; questa prima raccolta fu poi arricchita
e sviluppata in un racconto più ampio composto in greco, noto
tradizionalmente come vangelo di Matteo32. Altrettanto antico
del vangelo aramaico attribuito a Matteo-Levi è il testo che la
tradizione pone sotto il nome di Marco, probabilmente il gio­
vane Giovanni Marco di famiglia benestante che apparteneva
alla primitiva comunità cristiana di Gerusalemme e seguì poi
Shimon-Yietto a Roma servendolo come interprete33.
226 Capitolo quarto

Fra gli anni 70 e 80 del I secolo fu redatto un terzo resoconto


della vita di Gesù Nazareno da un medico chiamato Lucano ma
noto soprattutto con il diminutivo di Luca: a lui si deve anche
l’opera chiamata Atti degli Apostoli, composta più o meno negli
stessi anni, che racconta la vita della prima comunità cristiana.
Il vangelo di Luca si distingue dagli altri perché presenta all’ini­
zio un prologo alla maniera delle opere letterarie greco-latine,
nel quale l’autore parla in prima persona e si rivolge al nobile
Teofilo, un mecenate che ha sostenuto economicamente la sua
opera e per il quale Luca ha svolto ricerche proprio circa i fatti
descritti nel vangelo34. Alcuni anni dopo fu completata l’opera
di un altro scrittore che aveva già lavorato a un racconto sulla
vita di G esù scrivendone diverse stesure, poi sistemate in forma
definitiva intorno all’anno 90: la tradizione attribuisce questo
scritto al nome di Giovanni figlio di Zebedeo35, un discepolo
del Nazareno che lo aveva seguito insieme al fratello Giacomo
e che al tempo della morte di G esù doveva avere circa quindici
o sedici anni. Oggi la maggior parte degli esegeti credono che il
vangelo di Marco sia il più antico, e per la forma narrativa più
semplice e perché sono stati notati in esso alcuni accorgimenti che
hanno un valore storico importante: ad esempio, certi personaggi
potenti responsabili della morte di G esù non vengono chiamati
per nome come se al tempo in cui questo testo già circolava essi
fossero ancora vivi, e quindi si rischiasse di offenderli e dover
poi subire la loro vendetta36.
Un fatto interessante e meritevole di approfondimento è
questo: nei vangeli l’aggettivo «d i Nazareth» si trova nelle due
forme Na£apr)vóc; e Na^copaioq, che significano esattamente la
stessa cosa ma corrispondono a due diversi modi di rendere la
medesima parola orientale con due pronunce un poco diverse.
La stessa cosa si trova anche nella Guerra giudaica di Giuseppe
Flavio, che per la parola «esseno» usa a volte essàios e a volte
essènos, due forme che traducevano tutt’e due il nome siriaco
chase"1. Sono entrambi dei calchi linguistici fatti in base al suono
originale della parola in aramaico, solo che nel primo caso (con
l’uscita finale -aios) il calco fu fatto da gente che era di madre­
lingua greca, mentre nel secondo (con uscita -enos) seguendo
la tendenza della parlata latina: i sette governatori romani che
tennero la Giudea prima del breve regno di Erode Agrippa (41-
44 d.C.) erano di origine italiana, e ovviamente tutti loro con
le famiglie e il loro entourage parlavano il greco con una forte
Sulla morte di Gesù Nazareno 227

inflessione latina. Na£apr|vó(; è un latinismo, e nel documento


che entrò in contatto con la sindone di Torino compare proprio
la forma latinizzata Na^apevóq ma ha la particolarità di avere
la vocale èpsilon ( e ) al posto dell’èta ( t | ) . Nel greco del Medio
Oriente ellenistico le due vocali erano usate indistintamente
come se fossero la stessa cosa, ma nulla ci dice che la versione
dei vangeli con la èpsilon sia quella corretta: infatti se il percorso
finora compiuto è esatto, il documento di cui resta traccia sul
telo dovrebbe essere un p o ’ più vecchio dei vangeli.
L a presenza di questo latinismo nei cartigli è un fatto in­
teressante perché sembra indicare che chi scrisse quel testo in
greco era abituato a parlarlo con una pronuncia influenzata dal
latino; gli atti del processo contro Gesù dovevano essere scritti
in latino, cosa obbligatoria come si è detto più volte ma anche
facile per Pilato che veniva dall’Italia e aveva senz’altro al suo
seguito impiegati di madrelingua latina. Curiosamente il vange­
lo di Marco, che si ritiene scritto a Roma per un pubblico che
parlava anche il latino oltre al greco, conosce solo la forma lati­
nizzata Na£apr|vóq. Luca invece secondo la tradizione era greco
di madrelingua e di cultura, e la lingua in cui scrive è allo stesso
tempo distinta e popolare; ha viaggiato molto nel Mediterraneo
accompagnando san Paolo, ha avuto contatti con i romani e il
suo testo contiene diversi latinismi; Luca usa entrambe le forme
Na^aprivóq e Na^wpaìoq. I vangeli di Matteo e Giovanni, scritti
tutti e due in Oriente per dei fedeli che parlavano solo il greco
oltre alla madrelingua aramaica, non conoscono la forma latiniz­
zata ma portano solo quella grecizzata Na£(opaìo<;38.
I quattro resoconti dei vangeli concordano nel sostene
che questo personaggio, appunto Iesùs Nazarenòs, era giunto
a Gerusalemme dopo aver percorso la Galilea e la Palestina
insegnando alla gente. Il suo insegnamento era vicino per molti
aspetti a quello di Giovanni detto il Battista, un asceta che viveva
nel deserto e predicava un rinnovamento completo della vita at­
traverso la conversione dello spirito e la rinuncia ai peccati; per
non essersi fatto scrupolo di condannare il re Erode Antipa, che
dava scandalo al popolo perché conviveva con la propria cognata
mentre suo fratello era ancora vivo, Giovanni era stato arrestato
e fatto decapitare. Durante la sua predicazione anche Gesù si era
scagliato contro i sacerdoti sadducei che governavano il Tempio
di Gerusalemme e altre categorie potenti come gli scribi e i farisei
estremisti accusandoli di opprimere la gente con la loro ipocrisia
228 Capitolo quarto

e un culto solenne che era pura esteriorità. Catturato su ordine


del Sinedrio e sottoposto a un primo interrogatorio, secondo i
vangeli viene giudicato colpevole di bestemmia, un reato punibile
con la morte, poi è condotto dal governatore romano Ponzio
Pilato: le autorità religiose di Gerusalemme non hanno facoltà
di condannare a morte nessuno, perciò diventa necessario far
passare quell’esecuzione attraverso il braccio armato di Roma.
Poiché Roma non riconosce affatto la bestemmia come reato pu­
nibile con la morte, i capi dei sacerdoti spiegano al governatore
che quel tipo particolare di bestemmia commessa da Gesù può
avere risvolti politici molto pericolosi: qualora Pilato si ostinasse
a volerlo considerare innocente, la sua stessa reputazione di fe­
deltà verso l’imperatore potrebbe essere messa in dubbio. Dopo
aver interrogato personalmente l’accusato, il governatore tenta
di negoziare con gli accusatori una soluzione che prevedesse una
pena diversa, cioè una bastonatura solenne: questa era la colpa
di cui Pilato lo credeva responsabile, una pena applicata a coloro
che in un modo o nell’altro avessero turbato la quiete pubblica.
G iuseppe Flavio ricorda che sotto il procuratore Albino (verso
l’anno 62 d.C.) un certo Gesù figlio di Anania prese a girare
per la città preannunciandone la fine e gridando ai quattro venti
«G uai a te, Gerusalemme!». I capi del popolo lo acciuffarono e
lo massacrarono di botte, poi vedendo che non cedeva lo conse­
gnarono al governatore; Albino lo fece interrogare e malmenare
ancora, perché si rifiutava di dare risposte; quindi lo giudicò un
insensato e lo lasciò andare39.
Poiché i capi giudei rifiutano di accettare la frustatura come
unica pena per Gesù Nazareno e poi passano ad avanzare minacce
esplicite, Pilato si rassegna e decreta che quell’uomo venga mes­
so a morte. La sentenza, uno stralcio della quale viene scritto e
appeso sulla croce, indica quale motivo della condanna qualcosa
che nell’ottica della legge romana si presta a essere considerato
come atto di ribellione: il condannato passava per essere «re dei
Giudei», un titolo abolito dopo la morte di Erode il Grande
perché la Giudea era stata declassata al rango di provincia40.

5. La prima Pasqua dei cristiani

Secondo vari riferimenti cronologici presenti nei vangeli la


crocifissione di G esù Nazareno si pone negli ultimi anni del
Sulla morte di Gesù Nazareno 229

regno di Tiberio che coincidono con la parte finale del governo


di Ponzio Pilato in Giudea, durato un decennio dal 26 al 36
d.C.; il periodo si inquadra negli anni dal 28 al 34 d.C., ma
in realtà solo due anni, ovvero il 30 e il 33 d.C., posseggono i
requisiti in grado di soddisfare tutti gli elementi descritti nelle
quattro fonti canoniche. Come già accennato la sequenza AAA-
ha buone probabilità di essere la parola greca che traslitterava
il nome di un mese ebraico, adàr, perché nella parte orientale
dell’impero romano si usava mantenere il nome dei mesi nella
loro forma originale anche se i documenti erano scritti in greco.
Poiché i cartigli hanno tutta l’aria di essere dei documenti, essi
contenevano almeno una data, ovvero il giorno in cui i resti del
suppliziato potevano tornare nella tomba di famiglia dopo aver
trascorso nella sepoltura pubblica il termine legale dei dodici
mesi previsto per i condannati a morte. Supponendo che il
Yeshua Nazarani cui si riferiscono i cartigli della sindone sia lo
stesso uomo descritto nei vangeli, si posseggono proprio grazie
ai vangeli molti elementi utili per capire quali furono il giorno, il
mese e l’anno in cui morì. La dicitura sulla sindone è in accordo
con quanto dicono i vangeli? La risposta è sì, circa tutti i dati
essenziali: ma i cartigli contengono anche altre informazioni di
cui i vangeli non parlano affatto.
Nei secoli più antichi gli ebrei seguivano un calendario basato
sul corso della luna che aveva 12 mesi di 29 o 30 giorni ciascuno;
rispetto al corso dell’anno solare questo anno lunare risultava
più corto di 11 giorni, perciò divenne ben presto necessario
introdurre degli adattamenti per fare in modo che le festività
principali mantenessero un posto fisso all’interno delle stagioni:
ad esempio la festa di Sukkot (anche detta Festa delle capanne)
celebrava il raccolto d ’autunno ma se non si fosse ricorsi a degli
aggiustamenti questa solennità nel tempo sarebbe slittata finen­
do per cadere ad esempio in piena primavera. Invalse l’uso di
lasciar accumulare questi giorni che eccedevano rispetto al ciclo
dei mesi lunari e aggiungere un mese in più nel corso di certi
anni prestabiliti, fissati in un ciclo fatto da 19 anni. Qualcosa di
simile è successo anche nel nostro calendario attuale, dove per
pareggiare il computo viene aggiunto un giorno in più al mese
di febbraio ogni quattro anni, detti anni bisestili. Il calendario
ebraico era suddiviso nei mesi di Tishrl, Chesvan, Kislev, Tevet,
Shevat, Adàr, Nisan, Yar, Sivan, Tammuz, Av e Elul\ l’ultimo mese
dell’anno era Adàr, e negli anni in cui bisognava pareggiare il
230 Capìtolo quarto

computo, che con un p o ’ di licenza potremmo dire «bisestili»,


si aggiungeva un tredicesimo mese dopo Adàr che era chiamato
we Adar oppure Adàr shem, ovvero «Adàr secondo». Nel ciclo
dei 19 anni c’erano dodici anni semplici di dodici mesi ciascuno
(anni 1, 2, 4, 5, 7, 9, 10, 12, 13, 15, 16 e 18) intercalati da sette
anni bisestili di 13 mesi (anni 3, 6, 8, 11, 14, 17, 19)41.
Per quanto sappiamo nel ciclo dei 19 anni a un anno normale
poteva seguire un altro normale oppure uno bisestile, ma due
anni bisestili non si susseguivano mai; nel caso del crocifisso che
fu avvolto dentro la sindone ci sono dunque quattro possibilità.
Se l’anno in cui i resti dovevano essere ridati alla famiglia era un
anno semplice di 12 mesi preceduto da un altro anno semplice di
dodici mesi, il computo si svolgeva come si sarebbe svolto oggi
in base all’anno attuale: la cerimonia di riconsegna andava fatta
un certo giorno del mese di Adàr dell’anno successivo, e la morte
era avvenuta lo stesso giorno dell’anno prima. Se l’anno della
riconsegna era bisestile, c’erano due mesi di Adàr: in tal caso se
la riconsegna cadeva in Adàr allora la morte era avvenuta in Adàr
dell’anno precedente, ma se cadeva in Adàr shem allora l’uomo
era morto nel mese di Nisan dello stesso anno, ovvero dodici
mesi prima. Se invece l’anno della riconsegna era semplice ed
era stato preceduto da uno bisestile, tutto il computo slittava di
un mese in avanti: se la riconsegna cadeva in Adàr allora l’uomo
era morto l’anno precedente nel mese di Shevat.
Riguardo alla data della crocifissione come riferita dai vangeli
gli studiosi si sono confrontati in un secolare dibattito che è ali­
mentato da varie difficoltà perché i testi mostrano chiaramente
che persino all’interno della stessa Gerusalemme la Pasqua veniva
celebrata in diversi giorni da diversi gruppi di fedeli: ad esempio
il vangelo di Luca pone l’ultima cena di G esù con i discepoli nel
giorno degli Azzimi, quello in cui si doveva immolare la Pasqua,
e durante il banchetto Gesù dice ai suoi che aveva desiderato
ardentemente di mangiare quella Pasqua insieme a loro perché
sarebbe stata l’ultima; durante la notte sarà arrestato, il giorno
seguente condotto da Pilato e poi crocifisso. Alla sera, quando il
corpo viene calato dalla croce per essere sepolto, secondo Luca
era il tramonto di venerdì e quel giorno era la vigilia di Pasqua;
l’evangelista sembra dare per scontato che Gesù e i suoi avevano
celebrato il banchetto pasquale in una data diversa rispetto a
quella forse più usuale42. Il vangelo di Giovanni in questo è più
preciso perché specifica che il periodo in cui Gesù fu arrestato e
Sulla morte di Gesù Nazareno 231

crocifisso era quello della «Pasqua dei G iudei», ovvero secondo


il calendario ufficiale della Giudea che era fissato dai sacerdoti
del Tempio di Gerusalemme; questo indica che non esisteva
solamente quell’usanza. I sacerdoti non entrarono nel pretorio
quando Gesù fu consegnato a Pilato perché si sarebbero con­
taminati dal contatto con quel luogo pagano e impuro e ciò li
avrebbe resi indegni di celebrare santamente la cena di Pasqua:
dunque il giorno in cui G esù fu crocifisso la cena rituale non era
ancora stata consumata. Il momento in cui G esù fu sepolto era
la sera di un venerdì secondo tutti e quattro i vangeli canonici,
ma Luca aggiunge che quel venerdì era la vigilia di Pasqua e
Giovanni specifica che si trattava della «Pasqua dei Giudei»,
quella osservata secondo il calendario del Tempio di G erusa­
lemme. Dal trattato Pesharim contenuto nella Mishna risulta
che sicuramente alla fine del II secolo c’erano lievi differenze di
giorni fra il modo in cui si calcolava la Pasqua in Galilea rispetto
al calendario del Tempio, e Gesù con i suoi discepoli venivano
dalla Galilea; inoltre a Qumran si seguiva un calendario solare
e anche in questa comunità era uso celebrare la Pasqua qualche
giorno prima rispetto alla Città Santa43.
Che G esù e i suoi in quell’occasione seguissero l’uso di
Qumran è una possibilità storicamente concreta, come si è già
detto44. L’archeologia mostra che il Cenacolo, ovvero l’abitazione
privata che ospitò Gesù durante l’ultima cena con i discepoli,
sorge nel pieno del quartiere essenico di Gerusalemme; dunque
non sorprenderebbe se G esù e i suoi compagni, che erano ospiti
di quella dimora, avessero seguito gli usi dei suoi proprietari: anzi
forse sarebbe strano che decidessero di celebrarsi una Pasqua
per conto loro, separata e diversa rispetto a quella del padrone
di casa. Tutte queste notazioni che oggi fanno letteralmente
impazzire gli esegeti non avevano invece alcuna importanza per
gli evangelisti, i quali si contentano di segnalare che la morte di
Gesù era avvenuta in concomitanza con la Pasqua ebraica senza
troppi dettagli: infatti si trattava di una solennità lunga che durava
in realtà ben otto giorni, e per questo motivo tanta gente con
usi diversi poteva giungere in pellegrinaggio al Tempio e sentirsi
pienamente in regola con i propri doveri religiosi anche se aveva
mangiato l’agnello e le erbe amare in una sera diversa rispetto a
quella in cui li consumava il sommo sacerdote. L’ossessione per
la data precisa, con il risultato di andare in paranoia se per caso
i conti non tornano, è un problema solo della nostra mentalità
232 Capitolo quarto

che è figlia del modo rigido e univoco in cui si cominciò a misu­


rare il tempo dopo Galileo Galilei e la riforma del calendario di
papa Gregorio X III. Questo è quanto di più lontano esista dalle
consuetudini ebraiche, dove gli anni erano di dodici oppure di
tredici mesi, i mesi di Chesvan, Kislev e Adar potevano avere 29
giorni oppure 30 a seconda dell’anno in corso, e persino l’inizio del
mese non era cosa che ciascuno potesse capire da solo ma veniva
fissato dai sacerdoti osservando la luna nuova e poi segnalato alla
comunità con il suono di un corno: il mese cominciava quando
la falce di luna nuova era visibile per la prima volta al tramonto,
e anche questo fatto ovviamente era influenzato dalle condizioni
meteorologiche. Inoltre i sacerdoti avevano facoltà di proclamare
un certo anno bisestile, cioè di tredici mesi, in virtù di speciali
esigenze, e i farisei consideravano il giorno di Pasqua come un
sabato anche se cadeva in realtà in uno degli altri giorni45.
Nonostante tutto ciò, esistono anche delle certezze e non sono
poche. Si sa ad esempio che il calendario ufficiale del Tempio
celebrava la Pasqua al 15 di Nisan, il primo mese dell’anno, per­
ciò se Gesù morì la vigilia di Pasqua secondo il calendario del
Tempio la crocifissione si deve porre nel pomeriggio del giorno
14 Nisan. Si sa anche da tutti e quattro i vangeli che quel giorno
era venerdì, e in base a complessi calcoli astronomici eseguiti da
specialisti sulle Tavole Lunari dell’istituto di Calcolo Astronomi­
co di Berlino risulta che nel periodo utile per porre la morte di
G esù, cioè fra il 28 e il 34 d.C., il 14 di Nisan cadde di venerdì
solo negli anni 30 d.C. (corrispondente al 7 aprile) e 33 d.C.
(corrispondente al 3 aprile)46. Grazie alle stesse tavole è anche
possibile verificare che tra il 14 Nisan dell’anno 28 (28 aprile) e
quello del 29 (18 aprile) passarono meno di 365 giorni ovvero
meno di un anno solare di 12 mesi, e la stessa cosa accadde per
l’anno seguente, cioè il 30 d.C., quando il 14 Nisan cadde il 7
aprile; invece fra la Pasqua del 30 e quella dell’anno 31 (caduta
il 25 aprile) passarono non 365 giorni bensì 383, ovvero la durata
esatta di un anno bisestile con la consueta «co d a» di un mese
aggiuntivo per far quadrare i conti con il ciclo degli anni solari.
Fra il 14 Nisan del 31 e quello dell’anno 32 (14 aprile) trascorsero
meno giorni di quelli che formano un anno solare e così anche
fra il 32 e il 33 (3 aprile), invece fra la Pasqua del 33 e quella
successiva del 34 passarono 384 giorni: sia l’anno 30 sia l’anno
33 furono dunque due anni bisestili, rispettivamente di 383 e
384 giorni ciascuno. La loro posizione all’interno del ciclo dei
Sulla morte di Gesù Nazareno 233

19 anni (ovvero nella sequenza due anni normali, uno bisestile,


ancora due normali, uno bisestile) indica che dovevano essere
probabilmente 1’ 11° e il 14° oppure il 14° e il 17°47.
Un condannato a morte sepolto nella fossa pubblica il 14
Nisan dell’anno 30, ovvero il 7 aprile, oppure del 33 d.C., ovvero
il 3 aprile, poteva tornare nella tomba di famiglia dopo il termine
legale di dodici mesi, che in quelle due circostanze particolari
cadevano verso il 14 di Adar shem dello stesso anno. I parenti
non avrebbero dovuto aspettare fino al successivo 14 di Nisan
perché in tal caso si sarebbe oltrepassato il termine legale e di
mesi ne sarebbero trascorsi ben tredici. Se la parola vergata sui
cartigli della sindone si riferisce al mese di Adar, essa combacia
perfettamente con l’ipotesi che questo Yeshua Nazarani morì nella
Pasqua dell’anno 30 o in quella del 33 d.C., ovvero ciò che gli
esegeti e gli storici credono per il caso di Gesù Nazareno in base
ai dati cronologici presenti nei vangeli. Il testo di Luca, che come
già detto spiega d’aver svolto indagini accurate, specifica che la
predicazione di Giovanni Battista iniziò nel quindicesimo anno
di regno di Tiberio, cioè fra il 20 agosto del 29 e il 19 agosto
del 30 d.C. Dalla morte del Battista a quella di Gesù Nazareno
passò un certo tempo: infatti quando la fama di G esù comincia a
spargersi fra la gente Giovanni era stato già assassinato, tanto che
Erode ossessionato dai sensi di colpa pensò che fosse il Battista
redivivo48. La data del 30 sembra per ora la più probabile anche
alla luce di un’altra possibilità: il gruppo di due segni trovato sul
lato destro della fronte da Marion e Courage sembra stare nello
stesso cartiglio sul quale Marastoni lesse le tracce del nome di
Tiberio in greco (IBEP): se quei due segni sono un numero scritto
alla maniera greca, cioè con le lettere dell’alfabeto, allora l’insieme
era I<^, ovvero 16. Esistono òstraka e atti autentici di età romana
conservati ancor oggi i quali mostrano che il segno per esprimere
il numerale 16 si scriveva con un’asta seguita da una C maiuscola
fatta un po’ più chiusa del normale (proprio come nella sindone)
e la piccola coda in basso: ricorda proprio l’attuale segno detto
«cediglia» posto sotto una c maiuscola, cioè Q. Guardando le foto
pubblicate da Marion e Courage sul rilevamento dell'immagine
si nota che questa specie di C una coda verticale in basso ce l’ha,
ma gli autori non l’hanno presa in considerazione perché il segno
C, è poco noto, non fa parte dell’alfabeto greco né di quello latino
e si usa soltanto per indicare il numero 6: i due esperti di fisica e
di trattamento digitale delle immagini, che non conoscono bene la
234 Capitolo quarto

lingua greca antica, possono facilmente averlo scambiato per il più


usuale segno C49. Nei documenti di epoca ellenistica, specie quelli
un p o ’ informali, i gruppi di lettere isolati proprio come questo
I(^ possono facilmente indicare dei numeri i quali si riferiscono a
elementi di una data (ad esempio il giorno del mese o l’anno). Il
nome dell’imperatore seguito da un numero era il modo usuale
per indicare la data dell’anno in corso, che si calcolava a partire
dal momento in cui il monarca era salito al trono: quest’uso, che
era normale a quel tempo, è costante anche nell’opera storica di
Giuseppe Flavio50. L’insieme sarebbe dunque [T]IBEP[IOY] IQ,
cioè «nel sedicesimo anno di Tiberio», e il sedicesimo anno del
regno di Tiberio (salito al trono nel 14 d.C.) è proprio il 30 d.C.
Vale a dire precisamente quando fu crocifisso Gesù di Nazareth
secondo le indicazioni cronologiche date nel vangelo di Luca
(3, 1-5; 21-23)51.
L’altra possibilità offerta dal numerale, che cioè potrebbe es­
sere 10 e indicare il diciannovesimo anno di Tiberio, è anch’essa
interessante perché si riferisce all’anno 33 d.C., un’altra data in
cui il 14 di Nisan cadde di venerdì e dunque utile agli esegeti
per capire quando si verificò la prima Pasqua dei cristiani. Credo
dunque che vada presa in considerazione, anche se la forma dei
segni oggi visibili sulla sindone fa pensare decisamente al numero
16 (e dunque all’anno 30). In ogni caso, i dati in nostro possesso
isolano un periodo storico molto preciso fra gli anni 29 e 34;
un momento delicatissimo anche per Roma e tanti funzionari
imperiali d ’alto rango. A quel tempo la posizione di Ponzio
Pilato in Giudea era diventata talmente critica da giustificare
quell’atteggiamento così cedevole verso il Sinedrio che si riflette
nel testo dei vangeli52. Vediamo perché.

6. Sul filo del rasoio

La regione della Giudea dov’era Gerusalemme fu posta sot­


to il governo diretto di un prefetto imperiale nell’anno 6 d.C.,
e da allora, eccettuato il breve intermezzo degli anni 41-44 in
cui l’imperatore Claudio la ricostituì come regno affidato al re
giudeo Erode Agrippa I, lo sarebbe rimasta ancora sessant’anni:
nel 66 d.C. lo scoppio di una grande sommossa provocò la dura
reazione di Roma, l’inizio della guerra giudaica e la successiva
distruzione del Tempio.
Sulla morte di Gesù Nazareno 235

Nei 35 anni che precedettero il breve regno di Agrippa I


vi furono in Giudea sette prefetti romani, i quali provenivano
dall’Italia, mentre nel periodo dal 44 al 66 vi furono altri sette
procuratori tre dei quali erano di origine greco-orientale, marcati
da un certo atteggiamento antigiudaico. Il regno di Tiberio sotto
il quale i vangeli pongono la crocifissione di Gesù fu segnato da
una relativa tranquillità, se paragonato alle fasi turbolente che lo
precedettero e lo seguirono, e anche lo storico Tacito che non
amava di sicuro questo imperatore commenta in proposito: sub
Tiberio quies, «sotto il regno di Tiberio ci fu calma»53. Il prefetto
cui era stata affidata la Giudea in quel tempo, conosciuto come
Ponzio Pilato, era entrato in carica nell’anno 26 d.C. e lo sarebbe
rimasto per un decennio, fin verso la fine dell’anno 36; poi un
tragico fatto di sangue da lui provocato ne causò la destituzione.
Il nome Ponzio che designava la gens, ovvero la sua tribù d ’ap­
partenenza, è di origine sannita e lascia pensare che provenisse
dall’attuale Abruzzo, mentre il cognomen Pilatus deriva da pileus,
«berretto» o da pileum, «lancia», ed era il soprannome con cui
secondo l’uso romano ogni persona veniva indicata54.
Non abbiamo testimonianze invece sul nome personale, che
pure doveva avere e che apriva la sequenza dei tre nomi in uso
a Roma (ad esempio Gaio oppure Lucio Ponzio Pilato). Sul suo
conto si sono tentate molte ricostruzioni che però non hanno
fondamento; sembra invece abbastanza affidabile la tradizione
secondo la quale sposò una donna di nome Claudia Procula, ap­
partenente alla media nobiltà delle Gallie come sembra indicare
il suo nome: il fatto che sia avvenuto questo matrimonio fra un
personaggio altolocato originario dellTtalia centrale e una donna
di famiglia altrettanto benestante e originaria dell’area francese
non è affatto strano, visto che lo stesso storico Gaio Cornelio
Tacito, originario di Terni nell’Umbria, sposò verso il 78 la figlia
di Cneo Giulio Agricola, uno dei generali più importanti del
tempo che veniva dalle Gallie. Non erano pochi i funzionari
dell’impero che si spostavano con le loro famiglie nella capitale
per motivi di servizio55. Pilato era il quinto dei sette prefetti ro­
mani in Giudea ed ebbe un governo decisamente lungo, di ben
dieci anni, eguagliato solo da quello del suo predecessore Valerio
Grato: la differenza sta però nel fatto che Grato fu molto severo
e intransigente verso le autorità di Gerusalemme oppure ebbe
grandi difficoltà ad accordarsi con loro, visto che nel giro dei suoi
dieci anni di governo fece deporre ben quattro sommi sacerdoti,
236 Capitolo quarto

mentre Ponzio Pilato non ne fece deporre neppure uno. Quello


che Pilato trovò insediato all’inizio del suo governo, Caifa genero
di Anna che era stato nominato nell’anno 18, venne curiosamente
destituito subito dopo che Pilato stesso perse il suo comando in
Giudea, quasi come se all’im prow iso fosse diventato vulnerabile
perché ormai privo del suo protettore romano.
Di questo personaggio le fonti storiche non cristiane danno
un giudizio molto negativo: tanto Filone d ’Alessandria quanto
Giuseppe Flavio concordano nel disegnarlo come un uomo capace
però arrogante, soprattutto insensibile verso le esigenze religiose
del popolo affidato al suo governo. D a loro risulta che sei episodi
in particolare offuscarono gravemente il suo governo. Poco dopo
il suo arrivo nella Palestina, dunque verso l’anno 26, Pilato si
insediò nella residenza normale dei prefetti romani presso la città
di Cesarea Marittima ma inviò a Gerusalemme delle truppe che
portavano attaccati ai loro stendardi dei medaglioni con il ritratto
di Cesare: era una procedura normale che si usava dappertutto
e rappresentava un atto d’omaggio all’imperatore, il quale in tal
modo faceva simbolicamente il suo ingresso nella città. Ma a
Gerusalemme quel gesto di pura rappresentanza politica appariva
un insulto contro il Dio unico, cui la Città Santa era riservata, e i
giudei accorsero in massa presso la sua residenza in Cesarea per
chiedere che gli stendardi con le immagini «sacrileghe» venissero
tolti da Gerusalemme. E difficile dire oggi se Pilato, che veniva
dall’Italia, sapesse effettivamente quanto quel gesto potesse of­
fendere la sensibilità religiosa degli ebrei; di fatto nella Guerra
giudaica Giuseppe Flavio afferma che l’ingresso degli stendardi
fu ordinato di notte, con le strade praticamente deserte, quasi
come a voler evitare di dare nell’occhio e originare uno scandalo
che forse era del tutto prevedibile.
L’insieme dei dati disponibili fa pensare che Pilato non fosse
proprio inconsapevole dei rischi, ma forse valutò che non eseguire
quel gesto di prassi gli avrebbe procurato un guaio maggiore,
cioè l’avrebbe fatto sembrare poco fedele e ossequioso verso
l’imperatore: sul clima di quegli anni abbiamo le idee chiare, e
un altro governatore che aveva fatto fondere per necessità una
statua d ’argento di Tiberio era finito sotto processo con l’accusa
di alto tradimento. Dovendo per forza oltraggiare Yahweh o
Tiberio, che nell’etica romana era considerato in qualche modo
una divinità anch’esso, Pilato scelse di fare un torto al dio degli
ebrei perché credeva che ciò non gli avrebbe procurato guai
Sulla morte di Gesù Nazareno 237

con la carriera. Là protesta degli ebrei andò avanti sei giorni


di fila, poi il governatore si stancò e fece circondare la folla da
suoi soldati in assetto di combattimento e li minacciò di morte
se non fossero subito tornati a casa: ma quelli si gettarono in
ginocchio, lo scongiurarono di togliere le immagini sacrileghe
da Gerusalemme e comunque dichiararono che erano pronti a
morire piuttosto che permettere un tale affronto a Dio.
Impressionato da quella reazione e forse anche preoccupato
per la piega rischiosa che la cosa stava prendendo, Pilato mostrò
di essere rimasto commosso dalla pietà religiosa di quella gente e
ordinò che le effigi venissero ritirate dalla Città Santa: così accon­
tentava i giudei ed evitava che un brutto fatto di sangue capitasse
proprio durante il suo insediamento inaugurandolo nella peggiore
delle maniere. Intanto aveva costretto i giudei a rimanere in strada
per sei giorni e sei notti contro la sua ferma volontà di onorare
Tiberio, e l’atto d’omaggio formale dovuto a Cesare con il suo in­
gresso simbolico in Gerusalemme era stato eseguito: nessuno pote­
va più accusarlo di poca lealtà, visto che in ogni caso gli stendardi
con l’effigie di Tiberio avevano campeggiato in Gerusalemme per
quasi una settimana, anche se poi il governatore aveva dovuto
rimuoverli per il bene della pace e dell’ordine pubblico56.
Qualche anno dopo, fra il 29 e il 31 d.C., occorse un altro
incidente diplomatico con i giudei a causa del conio di certe
monete. Nella Palestina e a Gerusalemme circolavano monete
d ’ogni tipo come in tutte le altre regioni dell’impero, e fra queste
ce n’erano molte che portavano impresse immagini degli dèi pa­
gani oppure oggetti che alludevano al culto dei sacrifici le quali
potevano urtare la sensibilità religiosa del popolo giudaico. Gli
ebrei avevano peraltro imparato ad accettare tutto questo come
una specie di male necessario e sotto il regno di Erode il Grande
furono coniati a Gerusalemme dei sicli che portavano la testa del
dio Ercole; ma per poter compiere in maniera degna l’offerta nel
Tempio del Signore si pretendeva che i fedeli non presentassero
denaro impuro, perciò nel cortile del Tempio c’erano molti banchi
di cambiavalute che provvedevano al cambio fornendo agli ebrei
devoti moneta pura che poteva essere considerata accettabile dai
sacerdoti. Sotto Ponzio Pilato furono messe in circolazione monete
del sedicesimo anno e poi del diciassettesimo-diciottesimo anno
del regno di Tiberio (ovvero il periodo 29-30 d.C. e poi il 30-32)
che portavano impresse le immagini del simpulum e del lituus,
rispettivamente una tazza per compiere libagioni agli dèi e un
238 Capitolo quarto

bastone rituale ricurvo usato dai sacerdoti pagani (la moneta di


cui Filas trovò l’impronta sulla sindone). Anche se non ci furono
tumulti a causa di queste monete, il fatto fu giudicato come un
nuovo atto d’oltraggio di Pilato verso la sensibilità religiosa dei
suoi sudditi57.
Il problema più grave di tutto il suo mandato fu il poderoso,
tragico tumulto scoppiato in occasione dei lavori per la costru­
zione di un acquedotto in Gerusalemme. Pilato era un cittadi­
no di Roma abituato agli agi e alle comodità di una metropoli
romana, dunque una volta giunto nella capitale della Giudea
aveva trovato indegno che una città del livello di Gerusalemme
non potesse contare su un approvvigionamento idrico regolare
e moderno come quello che già da molto tempo assicurava il
benessere sociale (e tutelava l’igiene pubblica) nelle maggiori
città dell’impero. Gerusalemme aveva già un suo acquedotto di
piccole proporzioni, chiamato dagli storici «livello basso», che
andava probabilmente da Ain Arrub fino a Etam e assicurava un
certo rifornimento di acqua corrente, del quale, insieme a diversi
pozzi, la popolazione si era fino a quel momento accontentata.
Evidentemente Pilato lo trovò del tutto insufficiente e decise di
edificare una seconda struttura, molto più imponente e funzionale,
lunga da duecento a quattrocento stadi che portava l’acqua da
Bir al-daraj, circa sette chilometri a sudovest di Gerusalemme.
Il costo dell’impresa era proporzionale alle sue dimensioni, e
quando si trovò in difficoltà il governatore decise di attingere
alle riserve monetarie del Tempio di Gerusalemme, che erano
molto ragguardevoli.
Il tesoro del Tempio (chiamato qorban) era un patrimonio
ingente alimentato dalle offerte dei fedeli che vi si recavano in
preghiera per compiere sacrifici, ma anche da una tassa fissa
considerata come un’elemosina che giungeva lì da tutte le parti
dell’impero, versata dagli ebrei della diaspora che desideravano in
tal modo mantenere un legame almeno ideale con la dimora del
Signore e il suo culto. Questo denaro del qorban era destinato al
benessere sociale e alle opere pubbliche di Gerusalemme; quindi
Pilato, ragionando col senso pratico dell’uomo romano, giudicò
che un acquedotto efficiente fosse un’esigenza primaria e non si
fece scrupolo di usarlo per la sua impresa; questo però fu consi­
derato dai giudei come un’offesa gravissima, una ruberia senza
precedenti operata ai danni di cose sacre appartenenti al Tempio
del Signore. A suo tempo Gneo Pompeo aveva conquistato la
Sulla morte di Gesù Nazareno 239

Siria-Palestina ed era entrato nel Tempio violando la proibizione


che vietava ai pagani di varcare la sacra soglia, poi aveva anche
raggiunto la stanza più inviolabile del Santo dei Santi perché non
resisteva alla curiosità di vedere che cosa ci fosse dentro: però in
ogni caso si era astenuto dal toccare il tesoro del Tempio. Secondo
Giuseppe Flavio addirittura «decine di migliaia» di persone si
radunarono intorno al tribunale di Pilato in Gerusalemme e lo
misero sotto assedio; il governatore fece sparpagliare tra la folla
dei soldati in armi camuffati con abiti ebraici, i quali avevano
ordine di non usare le spade ma a un segno convenuto dovevano
tirar fuori i manganelli e disperdere la folla.
Purtroppo al momento del segnale le cose precipitarono
tragicamente. I soldati sfogarono una brutalità inaudita che tra­
scendeva di molto l’ordine ricevuto, si misero a colpire indistin­
tamente chi protestava come anche i semplici passanti, e un gran
numero di persone morirono o sotto i colpi o perché ferite dal
pestaggio involontario della gente che fuggiva in preda al caos.
Dovette trattarsi di un tumulto molto ingente: nella Pasqua del
66 d.C. il gesto incauto del governatore Gessio Floro, il quale
comunque si era limitato a prendere dal qorban solo alcuni ta­
lenti, accese la prima scintilla della guerra giudaica58. Le fonti
non danno modo di datare con certezza questo tragico evento
dell’acquedotto occorso sotto Pilato, però è sicuro che avvenne
durante una festa religiosa solenne perché solo in tali occasioni si
concentrava a Gerusalemme una folla di pellegrini così numerosa
e i governatori romani raggiungevano la città proprio per tenere
sotto controllo simili situazioni sempre potenzialmente «calde».
Un passo del vangelo di Luca allude a un atto crudele di Pilato
che aveva «mescolato il sangue dei galilei con quello dei loro
sacrifici» e induce molti storici a pensare che l’evangelista faccia
riferimento proprio alla brutta storia dell’acquedotto: infatti era
proprio in occasione della Pasqua, la principale solennità ebrai­
ca, che molte persone dalla Galilea venivano nella città santa,
e in tale occasione il sangue degli agnelli immolati nel Tempio
scorreva abbondantissimo, come purtroppo era accaduto nel
pestaggio dei soldati romani. I vangeli parlano di diverse piscine
distribuite in Gerusalemme, cosa difficile da immaginarsi senza
un sistema efficiente di approvvigionamento idrico come quello
che fu senz’altro garantito dal nuovo acquedotto.
Tutto fa pensare che durante il tempo in cui G esù fu a
Gerusalemme l’acquedotto era già stato fatto; del resto un inci­
240 Capitolo quarto

dente del genere pare più verosimile agli esordi del governo di
Pilato sulla Giudea, quando era forse desideroso di migliorare le
condizioni del territorio affidatogli, che non dopo diversi anni,
quando ormai aveva cominciato a comprendere il carattere della
gente ed era in grado di capire che quel gesto sarebbe stato inteso
come un’offesa e avrebbe potuto rivelarsi molto rischioso. Alcuni
storici credono che il denaro venne forse concesso dai sacerdoti
a Pilato in forza di certi accordi stabiliti fra loro e solo in un
secondo momento la gente comune, offesa da quel gesto che non
condivideva, avrebbe dato vita a urta protesta spontanea. Ciò in
effetti potrebbe spiegare come mai la protesta avvenne solo in
concomitanza di una grande festa religiosa: allora in città c’era
tanta gente straniera, e solo in quel momento venne a sapere che
il denaro mandato in elemosina al Tempio era stato usato dal
governatore romano per edificare un acquedotto che gran parte
degli ebrei non ritenevano necessario e di cui non avrebbero
mai usufruito59.
C ’è un fatto che è stato trascurato dagli storici eppure ha la
sua importanza: quel gesto poteva rivelarsi molto pericoloso per
Pilato e rischiava di costargli non solo la carriera ma addirittura
la vita, se si fossero verificate certe occorrenze che in quegli anni
non erano rare. Nel 171 a.C. il Senato di Roma aveva affidato
al pretore cui era stata assegnata la provincia della Spagna il
compito di formare dei tribunali composti ciascuno di cinque
membri dell’ordine senatorio per ascoltare le insistenti proteste
degli spagnoli, i quali denunciavano numerose ruberie e spolia­
zioni perpetrate ai loro danni dall’ex governatore e chiedevano
di riavere il maltolto. Era un processo pubblico per un nuovo
tipo di reato, la malversazione a danno dei sudditi operata dai
governatori delle province: le quaestiones de pecuniis repetundis,
cause pubbliche di risarcimento. N ell’estate del 70 a.C. vi fu un
caso destinato ad avere grande rinomanza perché si scontrarono in
tribunale i più famosi avvocati del tempo, Marco Tullio Cicerone
e il suo rivale Ortensio: l’ex governatore della Sicilia Gaio Verre
che aveva tenuto la provincia nei tre anni precedenti era stato
denunciato dai suoi sudditi e dovette rispondere di malgoverno
e oppressione. Se giudicato colpevole, in questi casi l’accusato
doveva restituire il maltolto ma poteva anche essere condannato
alla decapitazione. Il caso di Verre rimase famoso anche perché
in seguito molti avvocati si formarono imparando a memoria lo
stile efficace con cui Cicerone aveva scritto le sue arringhe, oggi
Sulla morte di Gesù Nazareno 241

note come Verrine, ma certo non era il primo né decisamente


sarebbe stato l’ultimo60. I beni appartenenti ai santuari locali
e ad altri centri di culto, in genere cospicui, facevano sempre
gola ai governatori e per questo Ottaviano Augusto dedicò alla
rapina di questi patrimoni un capitolo della severissima lex de
sacrilegiis, che faceva parte della delicata riforma sul culto e la
religione: il furto di beni sacri appartenenti al popolo (publica
sacra) era equiparato in tutto al reato di sacrilegio, punibile con
la morte61.
Usando il denaro del Tempio di Gerusalemme per costruire
l’acquedotto, Pilato andò incontro a una sommossa popolare
perché la folla giudicava quell’atto come una gravissima mal­
versazione, e l’evento ebbe un’eco notevole soprattutto a causa
delle tantissime vittime. Per via di quella brutta storia il gover­
natore era seriamente a rischio di una denuncia per repetundae,
con l’aggravante non certo trascurabile che il denaro asportato,
propriamente un bene pubblico di tipo sacro, lo poneva anche
in pericolo di essere denunciato per sacrilegio. In caso di mal­
versazione la procedura prevedeva che il funzionario accusato
fosse in un certo qual modo immune durante il suo mandato, ma
veniva messo sotto processo una volta terminato il suo governo in
quella provincia. La situazione di Ponzio Pilato poteva davvero
essere sul filo del rasoio e un fattore determinante sarebbe stata
la posizione dei capi locali, nello specifico il sommo sacerdote e il
Tribunale del Sinedrio, i quali forse gli avevano ceduto il denaro
del Tempio dopo un accordo: queste persone, essendo le mas­
sime autorità giudaiche di Gerusalemme, erano le sole in grado
di controbilanciare una denuncia contro di lui che a giudicare
dalla rivolta popolare non doveva essere una possibilità remota.
Poi capitò un altro brutto momento e il rischio che Pilato venisse
deferito direttamente a Roma si trasformò in una realtà.
L’occasione fu data dal fatto che il governatore aveva ordina­
to d ’innalzare nel palazzo di Erode a Gerusalemme degli scudi
votivi riccamente dorati che inneggiavano all’imperatore, un
altro atto d ’omaggio destinato a ribadire come Pilato fosse un
servitore fedele e devoto; Filone d ’Alessandria specifica che su
questi scudi non c’erano immagini di nessun tipo che potessero
irritare la sensibilità religiosa degli ebrei, e questo fa pensare che
l’evento accadde dopo l’incidente degli stendardi con l’effigie
di Cesare: ormai Pilato aveva imparato che certe cose erano
assolutamente da evitare e si limitò a oggetti i quali portavano
242 Capitolo quarto

solo delle parole di lode. Purtroppo nel produrre questi scudi


votivi non si era fatto caso che la dicitura normalmente usata
per celebrare l’imperatore, ovvero divi filius («figlio di dio»),
aveva dei risvolti scandalosi per i giudei: anche se l’espressione
si riferiva al «divo Augusto» di cui Tiberio era figlio adottivo ed
era in realtà una formula standard, per gli ebrei rappresentava
una bestemmia messa per iscritto62. Quattro principi giudei della
dinastia di Erode si fecero rappresentanti della protesta e poi,
visto che Pilato non cedeva, organizzarono un’ambasceria che
andò a Roma e lo denunciò direttamente all’imperatore; Tibe­
rio inviò al governatore un rimprovero ufficiale e per troncare
la protesta gli ordinò di rimuovere gli scudi da Gerusalemme
trasferendoli a Cesarea63.

7. Giochi di potere

N ell’anno 36 occorse un ultimo grave incidente, forse la


goccia che fece traboccare il vaso e costò a Pilato la rimozione.
Poco tempo prima era comparso in Samaria un profeta il quale
come tanti altri annunciava la liberazione d ’Israele; in particolare
aveva promesso che se il popolo fosse salito con lui in massa sul
monte Garizim, il monte santo dei samaritani, avrebbe rivelato
il posto esatto dove secondo una tradizione locale Mosè aveva
nascosto le suppellettili sacre. Una moltitudine di gente in armi
si radunò presso Tiratana, un luogo identificato con l’odierno
Khirbet ed-Duwara ai piedi del monte Garizim, e Pilato fece
intervenire la cavalleria e la fanteria pesante perché quell’assem­
bramento di armati gli faceva temere una rivolta. Ne risultò un
vero e proprio scontro, alcuni samaritani morirono, molti furono
imprigionati mentre i capi vennero giustiziati. Il Consiglio di
Samaria presentò una denuncia formale contro Pilato a Lucio
Vitellio, il legato romano di Siria che era il suo diretto superiore,
e Vitellio depose Pilato dalla sua carica ordinandogli di tornare a
Roma onde rispondere delle sue colpe. Quando l’ex governatore
di Giudea arrivò nella capitale Tiberio era già morto (17 marzo
37 d.C.), e non si hanno notizie certe sulla sua fine64.
Un fatto degno di nota è quanto siano diversi i risultati ot­
tenuti dalle due denunce del popolo locale contro Pilato: dopo
l’incidente degli scudi con la dicitura blasfema una legazione
patrocinata addirittura da quattro principi del lignaggio di E ro­
Sulla morte di Gesù Nazareno 243

de si rivolge a Tiberio in persona, e Pilato se la cava con un


rimprovero e l’ordine di far uscire questi oggetti scandalosi da
Gerusalemme; qualche anno dopo i samaritani non si rivolgono
direttamente a Tiberio bensì al suo sottoposto, e ottengono la
deposizione immediata del governatore. E vero che i danni pro­
vocati da Pilato in Samaria erano molto maggiori, ma il modo in
cui le cose si svolsero fa pensare che i samaritani abbiano tratto
lezione dai fatti passati scegliendo di non deferirlo a Tiberio, che
forse lo proteggeva, ma piuttosto al suo diretto superiore locale
che non gli era molto favorevole, forse per inimicizia oppure
per calcolo: una volta rimosso Pilato, Vitellio non trovò altri che
potesse sostituirlo se non un suo amico personale chiamato Mar­
cello65. L’atteggiamento del legato di Siria è particolare: appena
deposto Pilato si reca a Gerusalemme in occasione della Pasqua,
e lì fa mostra di grande liberalità decretando che gli abitanti non
avrebbero più dovuto pagare in perpetuo le tasse sulla vendita dei
prodotti agricoli, inoltre fece un’altra azione di grande efficacia
per migliorare le relazioni con gli ebrei.
Dal tempo del sommo sacerdote Ircano (134-104 a.C.) le vesti
sacre e gli arredi liturgici necessari per il culto erano custoditi
nella sua abitazione, perché al sommo sacerdote soltanto spet­
tava il diritto di indossarli; il re Erode fece grandi ampliamenti
a questo edificio e lo trasformò in una vera fortezza che chiamò
Antonia in omaggio all’amicizia che aveva verso Marco Antonio.
Le vesti rimasero nel palazzo, e quando i romani conquistarono
la città la fortezza Antonia passò in mano loro: si creò quindi un
paradosso imbarazzante, ovvero che questi oggetti sommamente
sacri venissero a stare come prigionieri in casa dei pagani. Fu
dunque stabilito un compromesso: gli arredi venivano conservati
a parte in un edificio in pietra munito del sigillo dei sacerdoti e
dei custodi del tesoro, e ogni giorno un guardiano vi accendeva
la lampada. Era un rimedio studiato per cercare di isolarli come
possibile dal contatto contaminante dei pagani, e comunque sette
giorni prima di ogni festa venivano consegnati al guardiano che
doveva purificarli ritualmente prima che il sommo sacerdote
potesse indossarli. Passato un giorno dopo la festa, gli abiti e
gli arredi sacri ritornavano all’Antonia dove rimanevano sino alla
festa successiva; ma nella Pasqua del 36, appena rimosso Ponzio
Pilato, il legato Vitellio fece il nobile gesto di concedere che gli
abiti e le suppellettili tornassero a essere custoditi nel Tempio,
così com’era stato tanto tempo prima. In quella stessa occasione
244 Capitolo quarto

il legato di Siria depose il sommo sacerdote Giuseppe Caifa e lo


sostituì con Gionata, figlio del sommo sacerdote Anna che era il
suocero di Caifa66. Il gesto sembra formare una contraddizione
stridente con la restituzione delle vesti sacre: da una parte il legato
vuole accattivarsi la benevolenza delle autorità di Gerusalemme
con un atto magnifico, dall’altra punisce il sommo sacerdote e
10 depone mentre sotto Ponzio Pilato era sempre rimasto al suo
posto.
Sicuramente il fatto che Vitellio rimosse Pilato e Caifa nello
stesso momento deve avere delle ragioni importanti e fa pensare
propriamente a una punizione di uomini che avevano collaborato
a qualche cosa giudicata negativa. Alcuni studiosi ritengono che
proprio Caifa aveva convinto Pilato affinché reprimesse duramente
11 movimento dei samaritani, i quali erano odiati e considerati
eretici perché seguivano un culto concorrente rispetto a quello
del Tempio di Gerusalemme67; non esistono al momento prove
certe al riguardo, però la doppia deposizione decisa nello stesso
momento e dopo un incidente grave come quello occorso presso
il monte Garizim non è un caso. Vitellio vuole stringere migliori
rapporti con il popolo e le autorità di Gerusalemme, quindi
concede la custodia delle vesti sacre; ma la persona del sommo
sacerdote viene colpita. Il legato non ha pregiudizi contro la
potente famiglia del sommo sacerdote Anna, tant’è vero che darà
l’altissima carica a uno dei suoi figli: Caifa però è da sacrificare,
come se in qualche modo si fosse «bruciato» e fosse preferibile
farlo uscire di scena.
Il 18 ottobre dell’anno 31 il potente capo del Pretorio Lucio
Elio Seiano veniva arrestato, trascinato in Senato, processato e
immediatamente condannato a morte. Roma si sentiva finalmente
libera da un’oppressione durata per anni e costata tante vittime
illustri, ma la triste successione dei delitti non sarebbe finita: si
apriva infatti in quel momento la ridda delle vendette indiscri­
minate, perché tutti coloro che avevano dovuto soffrire a causa
di Seiano erano ora ansiosi di rifarsi sui suoi protetti. Gli stessi
pretesti che erano serviti al capo dei pretoriani per trascinare in
giudizio ed eliminare personaggi scomodi furono ora adottati dai
suoi nemici in una successione impressionante di processi-farsa:
e Tiberio, che non aveva saputo impedire i primi, non potè o
non volle evitare nemmeno questi. G li ultimi sei anni del suo
regno furono effettivamente «anni di piom bo»; persino gli autori
moderni come il Rogers che tendono a rivalutare entro certi li­
Sulla morte di Gesù Nazareno 245

miti Tiberio ammettono che l’etichetta di «periodo del terrore»


data da Svetonio e Tacito non è esagerata; e all’interno di questo
momento così buio vi furono delle fasi di particolare gravità.
Naturalmente l’anno 32, ovvero i mesi subito seguenti la
caduta di Seiano, furono i più cruenti per lo scatenarsi delle
vendette: è questo l’anno in cui risulta il maggior numero dei
processi punitivi, addirittura 25. Almeno un terzo dei processati
erano semplicemente delle persone vicine a Seiano per un mo­
tivo o l’altro, che si decise di eliminare per pura rivalsa. Non
mancarono certo i personaggi altolocati che da Seiano avevano
ricevuto molto magari a scapito di altri più meritevoli, funzionari
pubblici messi sotto processo per i casi ricorrenti di perduellio
(rivolta), maiestas (lesa maestà), vis et rapina (violenza e malver­
sazione), repetundae (richiesta di risarcimento). Alcuni subirono
la vendetta immediatamente, altri furono solo segnati a dito e
lasciati momentaneamente in pace, poi più tardi, cadute certe
remore che in qualche modo li avevano protetti, ci si ricordò che
potevano essere vulnerabili e furono colpiti: è il caso ad esempio
di Pomponio Labeo, che era stato governatore della regione di
Moesia ben otto anni prima ma solo nel 34 fu trascinato in giu­
dizio per repetundae insieme alla moglie, o quello già ricordato
di Lentulo Getulico, ex comandante militare del distretto della
Germania superior, il processo del quale fu preparato nel 34 ma
eseguito solo cinque anni più tardi68.
Proprio nel corso dell’anno 33 ci furono ben 20 persone che
vennero arrestate e subirono la pena capitale in blocco perché
erano tutte state legate in qualche modo a Seiano: dopo l’uc­
cisione i loro corpi vennero esposti al pubblico e infine gettati
nel Tevere. Non si trattò di una «retata» destinata a far piazza
pulita di scomodi avversari politici perché vennero coinvolti
anche donne e bambini. Quell’anno la situazione divenne tal­
mente disastrosa che all’imperatore fu concesso di poter avere
una scorta armata fissa per proteggerlo dagli attentati durante
tutte le sedute del Senato; l’anno seguente, il 34, fu l’anno della
«strage senza sosta»69.
Molti storici hanno sospettato che Ponzio Pilato fosse un
protetto di Seiano e dovesse proprio a lui l’incarico di gover­
natore della Giudea; altri ritengono che il famoso Tiberieum,
ovvero il monumento dedicato da Pilato a Tiberio ritrovato nel
teatro romano di Cesarea Marittima sia da porsi dopo la caduta
di Seiano, e sarebbe stato innalzato proprio per dimostrare che
246 Capitolo quarto

lui si manteneva fedele a prescindere dai loschi disegni di tradi­


mento che aveva covato il suo patrono70.

8. Noi abbiamo trovato

Sceso dalla sua residenza in Cesarea Marittima fino a G eru­


salemme in occasione della Pasqua come faceva sempre, in un
certo anno del regno di Tiberio il governatore della Giudea si
ritrovò implicato in una questione spinosissima proprio alla vigilia
della grande festa. Si vide consegnato un uomo che le autorità
locali, ovvero il Tribunale del Sinedrio presieduto dal sommo
sacerdote del Tempio, avevano già arrestato e sottoposto a un
interrogatorio. La cattura era avvenuta a opera dei soldati del
Tempio, un corpo di guardia privato che Roma aveva concesso
al santuario per difenderne le proprietà e che aveva anche una
quota limitata di prerogative di polizia, sempre in virtù di una
delega data da Roma, utili per mantenere in Gerusalemme un
servizio minimo di ordine pubblico. Secondo la cognitio extra
ordinem, la procedura giudiziaria che si usava normalmente nelle
province di Roma, il compito di sorveglianza del territorio spet­
tava naturalmente al governatore che riceveva dagli ufficiali suoi
sottoposti dei resoconti regolari sullo stato della popolazione. La
prassi è ben documentata sia da un brano del trattato De officio
proconsulis del famoso giurista Ulpiano, sia da diversi documenti
con cui gli imperatori avevano fissato regole precise. Quando vi
fossero rischi di sedizione o altri disordini, gli ufficiali di polizia
provvedevano a catturare un sospettato in maniera autonoma, in
base al loro dovere di svolgere indagini, poi lo sottoponevano
aH’interrogatorio e provvedevano a stendere un rapporto scritto
nel quale dovevano esporre in modo dettagliato i fatti criminosi
nei quali era coinvolto: con questo rapporto scritto, Yelogium,
l’accusato era condotto al cospetto del governatore. A questo
punto il governatore leggeva Yelogium e valutava la situazione;
se riteneva opportuno procedere, allora apriva il processo con­
tro l’accusato ed era tenuto a riesaminare da capo tutti i fatti:
doveva innanzitutto verificare se l’ufficiale di polizia avesse agito
contro quell’uomo in buona fede o per scopi privati. In breve il
governatore procedeva a interrogare di nuovo la persona condotta
dinanzi a lui per capire se le dichiarazioni contenute nellWo-
gium erano vere. Nel caso del processo a Gesù Nazareno come
Sulla morte di Gesù Nazareno 247

descritto nei vangeli l’arresto fu compiuto dai soldati inviati dal


Sinedrio, la guardia privata del Tempio che aveva potere delegato
di svolgere un servizio di polizia in Gerusalemme, ma Giovanni
in particolare ricorda che nell’evento furono anche coinvolte
alcune persone che appartenevano alla legione romana di stanza
presso la città; in ogni caso, questi ufficiali di polizia dovettero
necessariamente scrivere Velogium su G esù di Nazareth come si
faceva per tutti gli altri accusati, e fu con l’elogium che l’accusato
venne condotto nel pretorio.
L’altra possibile procedura che si usava nei processi criminali,
quella àe\V accusatio, cominciava con una denuncia sporta da
un privato cittadino o anche da un’istituzione per mezzo di un
documento pubblico scritto, anch’esso con la data, le generalità
dell’accusato, gli estremi del reato, l’indicazione del luogo in
cui era stato commesso e le sue circostanze principali; in calce
l’accusatore doveva firmare di suo pugno, oppure se era anal­
fabeta delegava il compito di sottoscrivere a una persona da lui
scelta. La denuncia scritta era detta libellus inscriptionis perché
quando il governatore la riceveva essa bastava a che l’accusato
venisse iscritto nel registro degli indagati (inscriptio inter reos). A
norma del diritto romano G esù di Nazareth fu condotto dinanzi
al procuratore Ponzio Pilato insieme a un atto scritto con tutti
i crismi della legalità, un atto che Roma pretendeva per poter
procedere in giudizio: era un elogium se l’arresto era avvenuto
secondo la procedura della cognitio extra ordinem, oppure un
libellus iscriptionis se si era seguita la via deìl’accusatio. Sul
piano giuridico c’è differenza, ma a livello storico la situazione
non è diversa: le guardie del Tempio che svolgevano il servizio
di polizia a Gerusalemme erano agli ordini del Sinedrio, perciò
in ogni caso l’iniziativa della cattura emanava dalle persone che
controllavano il funzionamento di quel tribunale.
Non sappiamo con precisione quale delle due soluzioni fu
adottata, se cioè il processo cominciò perché il Sinedrio redasse
un’accusa formale oppure se la cattura di G esù scattò in base
a certe indagini preliminari e poi seguirono l’interrogatorio e la
stesura delYelogium. Dal racconto dei quattro vangeli la seconda
via sembra più probabile, e in effetti coincide con il fatto che
nelle province la cognitio extra ordinem era il modo più normale
di procedere; inoltre nei vangeli è messo in chiaro che Gesù viene
sorvegliato e sono effettuati alcuni tentativi d ’arresto andati a
vuoto. In ogni caso, a parte il nome e altri elementi come la data,
248 Capitolo quarto

la denuncia portava scritto ben chiaro il fatto criminoso per cui


l’uomo era stato arrestato. La parola che sembra comparire nel
cartiglio trovato da Thierry Castex sotto il mento, l’unica per ora
leggibile in una serie di almeno dieci righe in caratteri ebraici,
dice «abbiam o trovato» oppure «perché trovato», e richiama in
maniera precisa il passo del vangelo di Luca nel quale si descrive
l’accusa portata dinanzi a Pilato:

Abbiamo trovato quest’uomo che sovverte il nostro popolo, impedisce


di dare i tributi a Cesare e afferma di essere il Cristo re.

Date le modeste dimensioni del cartiglio è difficile che fosse


l’atto originale dzWelogium o del libellus e viene da pensare
che si trattasse piuttosto di un estratto con i punti salienti della
condanna, un estratto ricavato o dal registro dei processi del
pretorio oppure dallo stesso documento di denuncia; nel prologo
del suo vangelo Luca dichiara d ’aver svolto indagini accurate,
molto probabilmente condotte anche su documenti scritti. Luca
è del resto l’autore più preciso quanto alle date dei fatti salienti:
specifica che Gesù iniziò a predicare nel quindicesimo anno del
regno di Tiberio, e chiarisce che il Nazareno aveva allora trentan­
ni. Non è un caso se gli autori antichi parlavano espressamente
di questo evangelista come uno che scriveva con il criterio dello
storico (istorèsas), cioè avendo svolto ricerche vere e proprie sui
documenti oppure servendosi di testimoni oculari71.
Uno dei più autorevoli studiosi italiani del giudaismo anti­
co, Paolo Sacchi, scrive: «Si creda o no nella divinità di Gesù
di Nazareth, egli parlò la lingua del suo tempo agli uomini del
suo tempo affrontando direttamente problemi del suo tem po»72.
Ora tutto quanto sappiamo sulla storia della Palestina nel I
secolo ci garantisce che il processo e la condanna a morte di
quest’uomo produssero senza dubbio una non modica quantità
di documenti scritti, documenti che Roma pretendeva a norma
di legge: non si deve dimenticare che il suddito G esù pagava la
sua tassa personale per il Tempio e altre due tasse (una personale
e una fondiaria) direttamente all’impero, quindi è sicuro che il
suo nome fu cancellato dalle relative liste fiscali73. Il suppliziato
rappresentava il Figlio di Dio per i suoi seguaci, ma agli occhi di
Cesare figurava come un suddito qualunque; perciò non è pos­
sibile affermare che la legge romana, data la sua cura minuziosa
per i documenti, volesse procedere diciamo pure «alla carlona»
Sulla morte di Gesù Nazareno 249

con quest’uomo in particolare laddove invece sappiamo che


tutto veniva accuratamente registrato. E non si deve nemmeno
dimenticare un fatto importante: documentare tutto il processo
nella maniera più accurata possibile serviva a dimostrare che si
era agito a norma della legge, e questo garantiva il governatore
romano (in questo caso Ponzio Pilato) dall’accusa rischiosissima
di opprimere i sudditi con esecuzioni sommarie.
Le distruzioni di massa operate da Vespasiano e poi Adriano
spazzarono via tutti gli archivi di Gerusalemme, ma grazie a una
serie di ritrovamenti nel deserto di G iuda e altrove sappiamo che
l’uso di abbondare con i documenti scritti anche nelle questioni
minute della vita quotidiana era diffuso in Palestina proprio come
nel vicino Egitto. Sappiamo con certezza che tutte le istituzioni,
le corporazioni mercantili, le sinagoghe, le scuole teologiche,
i funzionari dell’amministrazione e persino le singole famiglie
avevano archivi privati dove stavano custoditi dei documenti,
fra i quali c’erano ovviamente anche estratti di processi e di
sentenze giudiziarie. E si trattava di documenti scritti per gran
parte in greco74.
Tanto per dare uno sguardo alla prassi normale, nella Biblio­
teca Mediceo-Laurenziana di Firenze si conserva un papiro che
contiene la sentenza del tribunale ordinario di procedura civile
e deriva da un processo condotto nell’anno 135 o 134 a.C.: la
causa riguardava la richiesta di un tutore, il quale desiderava
mettere in vendita certi beni dei suoi pupilli per poter pagare loro
un’istruzione adeguata. Il documento viene dal distretto egiziano
dell’Arsinoites ed è stato scritto nell’ufficio dello stratego Fania;
con quest’atto il funzionario trasmetteva la sentenza a un notaio
che avrebbe curato la vendita e i suoi aspetti legali; è interessante
(ma se ne potrebbero citare molti altri) perché nel suo interno
contiene parti di diversi documenti che furono scritti tutti quanti
in occasione di quel processo. AH’inizio è stato registrato il testo
di una lettera che accompagna la sentenza scritta dallo stratego,
poi viene una copia della relazione che fu stesa durante la seduta
del tribunale: questa copia contiene il testo della sentenza, oltre
ad alcune righe con la data, il luogo dove si riunì il tribunale e
i nomi dei giudici che presero parte alla seduta. Alla fine com­
pare il nome del cancelliere del tribunale75. Anche un semplice
atto civile d’ordinaria amministrazione come questo aveva molti
risvolti nel vivere sociale della gente e quindi comportava la
produzione di parecchi documenti derivati, estratti che servivano
250 Capitolo quarto

per far valere certi diritti oppure tutelarsi da possibili problemi;


a maggior ragione questo era vero per un processo criminale im­
portante come fu quello a G esù Nazareno, chiesto direttamente
dal Sinedrio e finito con la condanna a morte dell’imputato. Un
procedimento essenzialmente politico nel quale furono coinvolti
gli interessi della casta sacerdotale di Gerusalemme, celebrato
mettendo sotto ricatto il governatore romano e finito con una
sentenza eccezionalmente dura fatta apposta per dare un monito
solenne a tutti i possibili contestatori del culto tradizionale che
potessero sorgere in futuro.
Secondo i vangeli Ponzio Pilato procede a interrogare ex novo
l’accusato e questo pare confermare che si trattò di una cognitio
extra ordinem, però dal suo interrogatorio non esce convinto che
l’accusa sia fondata; poiché la parte accusante insiste indicando
che la sua colpa è la sobillazione del popolo, Pilato secondo
il vangelo di Luca decide di farlo esaminare da Erode Antipa,
figlio di Erode il Grande, che era anche lui a Gerusalemme.
Questa scelta fu una specie di furbesco escamotage per cercare
di sgravarsi da una situazione molto scomoda, o forse venne
operata in piena buona fede e in tutto rispetto del diritto: saputo
dagli accusatori che questo Gesù è galileo, Pilato si accorge che
la sua giurisdizione spetta proprio al tetrarca della Galilea e si
sente in dovere di rimetterlo al suo giudizio. Fatti alcuni inutili
tentativi di interrogarlo, Erode lo giudica un pazzo del tutto
innocuo e lo rimanda dal governatore dopo avergli regalato una
veste candida, un abito regale che forse vuol fare la parodia di
quell’accusa con cui gli era stato presentato, cioè considerarsi
il re dei Giudei. Un fatto molto importante è che in seguito a
quell’evento Erode Antipa e Pilato divennero amici, mentre prima
i loro rapporti erano pessimi: Erode era uno dei quattro principi
giudei che avevano firmato la denuncia di Pilato a Tiberio per
l’incidente degli scudi votivi, e di sicuro il governatore non gli
era riconoscente. La distensione dei rapporti descritta da Luca
si pone dopo la faccenda degli scudi (29-31 d.C.).
Non convinto che quell’uomo rappresentasse un rischio per
Roma e deciso a rimetterlo in libertà dopo avergli dato una
punizione esemplare, Pilato secondo i vangeli subì una specie
di ricatto da parte dei capi del Sinedrio i quali argomentarono
esplicitamente che stava coprendo un uomo pericoloso e perciò
non era ligio al suo dovere verso l’imperatore; questo richiamo
alla persona dell’imperatore ebbe il potere di far cadere ogni re­
Sulla morte di Gesù Nazareno 25 1

ticenza e Pilato acconsentì che Gesù fosse messo a morte tramite


crocifissione insieme a due malfattori già condannati. Gli studiosi
che hanno esaminato il processo di Gesù alla luce del diritto
criminale romano si sono sempre meravigliati di questa singolare
cedevolezza di Pilato, che era pur sempre il governatore romano
è aveva nelle sue mani il potere delegato di Roma, un potere per
certi aspetti anche assoluto. Nella successiva tradizione cristiana
è come il simbolo della persona indecisa e vigliacca disposta ad
assecondare un abuso pur di non avere problemi. Ma le cose
andarono esattamente così?
La mia personale impressione è che il processo contro Gesù
si tenne neU’aprile dell’anno 30, ovvero il sedicesimo anno del
regno di Tiberio come sembrerebbe indicare quel numerale IC,
presente sul documento che entrò in contatto con la sindone.
In quel momento era ancora fresco il ricordo tremendo della
strage occorsa durante il tumulto per l’acquedotto e poco dopo
la denuncia formale contro Pilato esposta dai quattro principi
erodiani direttamente alla persona dell’imperatore: era un fatto
gravissimo vista soprattutto la posizione di chi avanzò l’accu­
sa, ed è molto strano che Pilato se la cavasse con il semplice
monito a portare via gli scudi dalla città senza pesanti sanzioni
disciplinari. Si sa per certo che la famiglia di Erode Antipa, uno
dei quattro principi che lo denunciarono, era molto legata alla
famiglia dell’imperatore Tiberio, alla madre Livia, alla cognata
Antonia76. Se Pilato non perse l’incarico dopo un fatto del ge­
nere forse è solo perché a proteggerlo c’era ancora il potente,
onnipresente Seiano. Ma nonostante questo il governatore della
Giudea doveva essere molto cauto: accusato in via ufficiale di
oppressione, colpevole di aver suscitato un tumulto e molte vit­
time per l’operazione dell’acquedotto che rasentava da vicino i
casi di repetundae, Pilato non poteva assolutamente rischiare una
nuova denuncia. La segnalazione dell’evangelista Luca riguardo
al fatto che il processo a G esù Nazareno dette l’occasione per un
riavvicinamento fra Erode e Pilato è un’indicazione cronologica
importante che l’autore fornisce, però il lettore moderno fatica
a coglierla perché non è abituato a capire segnali dati in questo
modo: quando Luca dice che in quel giorno divennero amici
mentre prima c’era stata inimicizia fra loro, sottintende che la
riconciliazione avvenne poco dopo l’evento della denuncia, un
fatto che aveva messo Pilato e il tetrarca l’uno contro l’altro e
di sicuro aveva avuto nel paese un’eco notevole.
252 Capitolo quarto

9. Mercanti nel Tempio

Circa la colpa effettiva che provocò la condanna di Gesù


Nazareno sono state scritte migliaia di pagine e la fantasia de­
gli autori ha prodotto una varietà impressionante di opzioni.
In realtà i dati presenti nei vangeli sono laconici e allo stesso
tempo precisi: l’accusa di sobillare il popolo rientra a pieno
titolo nel reato di lesa maestà (maiestas). Questa colpa già con
la lex Cornelia maiestatis fatta approvare da Siila nell’anno 81
a.C. arrivava a comprendere qualunque atto giudicato lesivo
contro lo stato e i suoi ordinamenti fondamentali, ovvero una
gamma di reati che andava dal cospirare con i nemici di Roma,
promuovere nuovi ordinamenti politici incompatibili con quelli
in vigore, fare sedizione e ammutinamento, fino a generi minori
come assumere indebitamente le funzioni pubbliche o persino
turbare la quiete pubblica. Sotto Augusto la lex lulia maiestatis
l’aveva ulteriormente ampliata arrivando a comprendere ogni sorta
di atto che poteva essere considerato delitto politico, e Tiberio
con la sua ossessione per le congiure fece il resto includendo nel
reato di lesa maestà gli atti di vandalismo, le allusioni contenute
nelle opere letterarie e persino le battute piene di sarcasmo. La
formula usata per descrivere chi era passibile di denuncia, ovvero
«chiunque abbia un animo ostile contro lo stato o il principe»,
indica che persino le intenzioni potevano essere usate per muo­
vere un processo e richiama immediatamente il commento di
Svetonio, secondo il quale «nessuno era al sicuro»77.
Nel caso di Gesù Nazareno si è a volte richiamato il fatto
che due dei suoi discepoli portavano la spada, e tale circostan­
za in effetti rientra fra le clausole della lex lulia maiestatis a
norma della quale sono passibili dell’accusa coloro che tengono
conciliaboli allo scopo di fare sedizioni avendo con sé uomini
liberi o schiavi armati. Però è un p o ’ arduo qualificare questa
gente come un gruppo armato: davvero non si capisce cosa mai
pretendessero di fare questi uomini, forniti di ben due spade in
dodici, contro la guarnigione del Sinedrio se non addirittura le
legioni di Roma. Il carattere non violento e non politico di questo
gruppo è palese e i vangeli lo sottolineano in più punti; uno per
tutti, il passo di Giovanni (6, 13-15) che contiene un dettaglio
importante accaduto dopo la distribuzione miracolosa di pani e
pesci alle folle, quando la gente sfamata da quest’uomo anima
un movimento spontaneo che vorrebbe acclamarlo re:
Sulla morte di Gesù Nazareno 253

Fecero dunque la raccolta e riempirono dodici canestri con i pezzi dei


cinque pani d ’orzo che erano rimasti a coloro che avevano mangiato. Allora
quegli uomini, visto il segno che egli aveva com piuto, dicevano: «Q uesti
è veramente il profeta, colui che deve venire». M a G esù, avendo saputo
che stavano per venire a prenderlo al fine di farlo re, si ritirò nuovamente
sulla montagna, tutto solo.

Che Gesù Nazareno non coltivasse idee di lotta politica è


evidente, ma è altrettanto evidente che c’erano gruppi politici in
movimento ai quali il suo carisma eccezionale faceva senz’altro
gola. Secondo il vangelo di Matteo poco prima di cominciare la
sua predicazione Gesù affronta un lungo periodo di ritiro spiri­
tuale nel deserto, digiunando quaranta giorni e quaranta notti. In
questa circostanza subisce tre tentazioni diverse, di cui la prima
è dettata dalla privazione di cibo mentre le altre due hanno un
profilo completamente diverso: il diavolo cerca di spingerlo
in qualche modo ad abusare del suo potere sacro, religioso, al
puro fine di fare prodigi che lo facciano sentire simile a Dio, poi
vorrebbe che usasse il suo carisma allo scopo di conquistare il
potere concreto sugli uomini e le cose. Solo dopo aver superato
queste tentazioni, fatta dunque chiarezza nel suo intimo, Gesù
lascia il ritiro e comincia la sua missione.
E possibile che nella mente dell’evangelista il diavolo fosse
anche una figura concreta, simbolo dietro al quale si celava
qualcuno che voleva G esù Nazareno come guida religiosa di un
movimento militare per liberare Israele? Questi gruppi erano
sempre virulenti benché nascosti fra la popolazione e le figure
carismatiche li attiravano molto: ne avevano bisogno perché nella
mentalità di quel popolo l’idea della lotta politica non si pote­
va staccare dall’ideale della lotta religiosa, però una tradizione
antichissima (e la stessa esperienza storica) insegnavano che era
bene tenere il potere sul mondo e quello sullo spirito separati
in due persone distinte.
Finché Israele era rimasto libero, il sommo sacerdozio era
sempre stato in mani diverse rispetto al governo sul popolo e le
due cariche si erano mischiate solo durante i tempi oscurissimi
della conquista ellenistica, quando il sommo sacerdozio era sca­
duto a una questione di denaro. Simone Maccabeo, erede della
famiglia di rivoluzionari che volevano restaurare la tradizione
religiosa d ’Israele, nel 167 a.C. aveva associato la carica di som­
mo sacerdote a quella di capo del popolo ma volle sottolineare
254 Capitolo quarto

che si trattava di situazione provvisoria finché non fosse sorto


un «profeta degno di fede». Al tempo in cui era governatore
Quirinio (intorno al 6 d.C.) il leader politico G iuda di Gamala
aveva messo in piedi un movimento importante, ma aveva pre­
ferito associarsi a una figura spirituale e religiosa, un fariseo di
nome Sadoc78.
Se dovessimo considerare i vangeli come fonte solo storica una
simile congettura sarebbe più che lecita; ma i vangeli sono come
un tappeto in cui la storia è la trama e la teologia l’ordito, perciò
l’ultima parola al riguardo spetta ai teologi e agli esegeti.
Che i gruppi rivoluzionari potessero vedere G esù Nazareno
come una specie di utilissimo vessillo sacro lo rendeva sicura­
mente molto pericoloso agli occhi dell’autorità; per Roma non
faceva alcuna differenza se non era interessato al potere, perché
restava sempre il rischio che altri potessero strumentalizzare il
suo ascendente sulle folle. Alla luce di questo si spiegano certi
fatti particolari che una lettura non storica dei vangeli può far
sembrare strani, quasi delle incongruenze; ad esempio la gente
10 chiama «figlio di Davide» e ne ha buon diritto perché la fa­
miglia di suo padre, Giuseppe di Eli, discende dal lignaggio di
Davide: ma secondo la logica delle Sacre Scritture Davide è il
re consacrato da Dio che libera il suo popolo associando la pre­
ghiera alle armi, e Gesù si comporta come uno che non desidera
essere accostato a questo modello79. D a Giuseppe Flavio appare
evidente che nel contesto turbolento della Palestina di I secolo i
movimenti politici venivano repressi molto rapidamente; secondo
11 resoconto dei vangeli quest’uomo predicò in tutta la Palestina
e in Galilea avendo contatti diretti sia con i soldati romani, sia
con i funzionari di Erode, il quale era legato a Tiberio e a sua
madre Livia da amicizia personale: eppure l’impero non lo vide
come un pericolo. I vangeli dicono molto chiaramente che la sua
morte fu organizzata dai soli capi della casta sacerdotale, i quali
sapevano bene di andare contro il volere del popolo giudaico e
durante tutto il tempo temettero che la gente organizzasse una
rivolta per protestare80.
L a cattura divenne una priorità per i capi sadducei quan­
do fu chiaro che la sua predicazione rischiava di scardinare la
prassi del culto consueto nel Tempio e soprattutto gli enormi
interessi che vi ruotavano intorno: interessi che Roma, in base
a vantaggiosi accordi, era tenuta a proteggere. Non dobbiamo
pensare al gruppo mosso da Caifa e Anna come a un pugno di
Sulla morte di Gesù Nazareno 255

individui: l’alto clero di Gerusalemme incaricato di svolgere i


sacrifici sia pubblici sia privati contava oltre 7 mila persone, i
quali uniti alla gente delle loro famiglie e ai servitori formavano
un vero e proprio «p op olo» deciso a difendere strenuamente i
suoi molti privilegi81.
All’incirca un mese prima dell’arresto, più o meno in con­
comitanza della festa ebraica dei Purim, G esù si era recato a
pregare nel Tempio del Signore e aveva trovato il cortile ester­
no letteralmente invaso dai banchi dei cambiavalute: come già
accennato, i sacerdoti accettavano soltanto offerte pagate con
denaro puro, perciò i pellegrini giunti da paesi come ad esempio
la Grecia dove circolavano solo monete di conio pagano erano
costretti prima a fare il cambio perché altrimenti non avrebbero
potuto offrire il loro sacrificio. Anche gli animali da immolare a
Dio dovevano essere puri, ovvero avere certi requisiti ad esem­
pio nel pelame o nella forma del corpo tali che i sacerdoti li
considerassero accettabili; i pellegrini non potevano portarseli
da casa perché non sarebbero stati sicuri di vederli accettati,
e dunque c’era tutto un servizio di venditori che provvedeva a
esporre e vendere queste vittime senza difetti. Quali fossero le
condizioni economiche del cambio o il prezzo di questi animali
adatti ai sacrifici non sappiamo, sta di fatto che G esù li accusò
di ladrocinio nella maniera più esplicita. Secondo il resoconto
di Giovanni, che è quello più dettagliato,

Era prossim a la Pasqua dei G iudei e G esù salì a Gerusalemme. Trovò


nel Tempio i venditori di buoi, di pecore e di colom be e i cambiavalute
seduti, e fattasi una frusta di funicelle scacciò tutti dal Tempio, anche le
pecore e i buoi, dissem inò il denaro dei cambiavalute, rovesciò i banchi
e disse ai venditori di colombe: Portate via questa roba di qui e non fate
della casa del Padre mìo una casa di mercato.

La scena descritta dovette creare un gran subbuglio e non è


difficile immaginare la reazione della gente. Il vangelo di Marco
aggiunge che Gesù impedì per un certo tempo alle persone di tra­
sportare oggetti attraverso il Tempio, in concreto ostacolò lo svol­
gimento dei sacrifici consueti e la prassi del culto che vi si teneva
normalmente: considerando quanto era affollato il recinto esterno
del Tempio per l’affluire dei pellegrini in prossimità della Pasqua,
se Gesù riuscì a bloccare per un certo tempo lo svolgimento del
culto è segno che la gente gli dava ascolto. I capi dei sacerdoti
decisero in quel momento che era un soggetto da eliminare82.
256 Capitolo quarto

Il putiferio di quel giorno rientrava appieno nei casi di t


bativa della quiete pubblica che Roma assimilava al reato di lesa
maestà già dai tempi di Siila ed era più che sufficiente per eseguire
un arresto; la pena che Pilato intendeva somministrargli, cioè una
frustatura solenne, appare perfettamente logica se comparata con
questo tipo di reato, però c’è di più. Gesù predicava la necessità
di fare a Dio un culto solo spirituale, basato cioè sul perdono
del prossimo, sulle opere di carità e su una preghiera assidua e
sincera; i sacrifici cruenti degli animali non contavano perché
Dio non li gradiva, specie quelli fatti da gente che si sentiva a
posto con la coscienza solo per aver offerto delle vittime costose:
questo era un fatto essenziale anche per gli asceti di Qumran,
annunciato già molti secoli prima dal profeta O sea83.
Oggi il lettore che analizza i vangeli è portato a vedere soprat­
tutto gli aspetti religiosi della vicenda, ma nella realtà del tempo
questa proposta di rinnovare il culto aveva tanti risvolti diversi: a
seconda di come veniva recepita dalle persone, poteva sviluppare
un impatto notevole sui costumi sociali e persino sugli equilibri
economici. Alcuni anni più tardi il problema sarebbe emerso
altrove e gli Atti degli Apostoli ricordano un episodio molto si­
mile accaduto in Efeso. Questa città della Grecia era sede di un
antichissimo culto alla dea Artemide e il santuario cittadino era
uno dei più visitati dai fedeli pagani. Naturalmente il pellegrinag­
gio rappresentava anche una fiorente attività economica, essendo
basato sull’offerta che poteva essere fatta in denaro o sotto forma
di animali da sacrificare; esisteva in città una potente corporazione
di argentieri che si era arricchita lavorando dei piccoli capolavori
di oreficeria, dei tempietti votivi che riproducevano la forma del
santuario e venivano venduti ai pellegrini i quali li portavano a
casa come atto di devozione. Quando la predicazione di Paolo
mise insieme un gruppo considerevole di abitanti, gli argentieri
di Efeso temettero per la loro attività, perché poteva nascere
un movimento di pensiero capace di ostacolare i commerci che
ruotavano intorno al santuario. Dunque formarono un’alleanza
con tutte le categorie di artigiani che producevano oggetti per il
culto e misero in piedi una vasta protesta collettiva. Il cancelliere
della città ebbe a temere che Efeso potesse essere considerata sul
punto di ribellarsi e quindi subire la vendetta di Roma, perciò
Paolo fu costretto ad andarsene84.
Il caso di Gerusalemme non era molto diverso. Al Temp
affluiva ogni anno una grande quantità di denaro donato dagli
Sulla morte di Gesù Nazareno 257

ebrei della diaspora per il mantenimento del culto, che si svol­


geva proprio attraverso i sacrifici di animali; i cambiavalute, i
venditori di buoi, di pecore e di colombi senza difetti, i leviti
che svolgevano ruolo di inservienti e i sacerdoti formavano una
fetta di società che trovava da vivere e di che arricchirsi grazie
a questo commercio di beni destinati ai riti. Il rinnovamento del
culto come lo intendeva G esù Nazareno scardinava quest’uso
consolidato e metteva seriamente in discussione interessi enormi,
potentissime dinamiche economico-politiche sulle quali si reggeva
il primato stesso di Gerusalemme.

10. Il patto di ferro

Gli storici hanno sempre sottolineato come fatto non casua­


le che Giuseppe Caifa non ebbe mai nulla da temere per via
di Ponzio Pilato, il quale lo mantenne ben saldo al suo posto
per oltre un decennio mentre i precedenti governatori romani
avevano provveduto a deporre ben quattro sommi sacerdoti; lo
storico tedesco Joseph Blinzler, autore di uno studio memorabile
sul processo di Gesù, era convinto che sin dal suo insediamento
in Giudea Pilato avesse subito trovato il modo di allearsi con
Caifa cercando in lui un aiuto per mantenere il controllo sulla
popolazione. Di fatto se si esamina con gli occhi dello storico il
modo in cui avvennero queste sostituzioni dei sommi sacerdoti
apparirà evidente che esisteva un’alleanza bilaterale fra Roma e
una stessa, potentissima famiglia di sadducei che nel concreto
mantiene Gerusalemme in suo potere per molti decenni. Dal 6
al 18 d.C. governò il Sinedrio Anna, e quando venne deposto
la carica toccò a Caifa, marito di sua figlia; Caifa fu deposto
subito dopo la destituzione di Pilato, nel 36 o al massimo nel
37 d.C., e rimpiazzato con il cognato Gionata che era figlio di
Anna. Questo curioso «balletto» di personaggi tutti della stessa
famiglia rivela il profilo di una potentissima lobby di sadducei,
membri della maggiore aristocrazia giudaica, i quali con brevi
intermezzi mantengono il controllo del Sinedrio e di Gerusalemme
per quarant’anni. Che una sola famiglia avesse tenuto il potere
sacerdotale per tanto tempo e con un così alto numero di suoi
membri, secondo Giuseppe Flavio era un caso eccezionale in
tutta la millenaria storia del popolo d’Israele:
258 Capitolo quarto

Si dice che il più vecchio Anna sia stato estremamente fortunato:


infatti cinque dei suoi figli, dopo che egli stesso precedentemente aveva
goduto l’ufficio per un periodo molto lungo, sono stati sommi sacerdoti di
Dio. Una tal cosa non era mai accaduta a qualsiasi altro dei nostri sommi
sacerdoti85.

Anna figlio di Seth fu sommo sacerdote dal 6 al 15 d.C.,


seguito dal figlio Eleazaro (16-17 d.C.), dal genero Caifa (18-36
d.C.), poi in sequenza dai figli Gionata (36-37 d.C.), Teofilo (37-
41 d.C.), Mattia (43 d.C.), di nuovo Gionata (44 d.C.), infine
Anna che portava il suo stesso nome (63 d.C.)86. Il motivo per cui
questa famiglia fu scelta da Roma è evidente dalle stesse pagine
di Giuseppe Flavio. Prima che esordisse il mandato di Anna
un’altra dinastia aveva tenuto il sommo pontificato per alcuni
anni facendolo passare tra i suoi appartenenti: era la famiglia di
Boeto suocero di Erode, che dopo l’intervallo di due personaggi
era tornata in auge con il sommo sacerdozio di Joazar e poi di
Eleazaro figli di Boeto; Joazar venne rimosso la prima volta dal-
l’etnarca Archelao perché aveva sostenuto un gruppo di ribelli
coprendoli con la sua autorità; poi era tornato sommo sacerdote
nell’anno 6 d.C., quando il nuovo governatore romano Quirinio
cominciò il suo censimento sulla popolazione e sulle proprietà
della Giudea: questo fatto provocò un movimento di opposizione
perché i giudei lo presero come un insulto, e sebbene Joazar in
un primo momento riuscisse a tenere buono il popolo convin­
cendolo a sottoporsi al censimento, ben presto prese corpo la
rivolta capeggiata da G iuda di Gamala in Galilea. Joazar si fece
in qualche modo compromettere da questa sedizione e venne
rimosso in favore di Anna figlio di Seth87.
Anna cominciò il suo sommo sacerdozio proprio nel momen­
to in cui si organizzava la repressione durissima contro Giuda
il Galileo, però venne deposto dal governatore Valerio Grato
subito dopo il suo arrivo in Giudea nel 12 d.C. Al posto di Anna
Grato innalzò Ismaele figlio di Fabi, ma lo tenne solo un anno
e poi in qualche modo dovette tornare sui suoi passi perché
riportò in auge la dinastia di Anna imponendo come sommo
sacerdote suo figlio Eleazaro. D opo un anno anche Eleazaro gli
dispiacque e lo depose in favore di Simone figlio di Camitho,
anch’egli destituito dopo un solo anno per innalzare Giuseppe
Caifa, genero di Anna. D a un passo del Talmud (b. Joma 8b)
sembra di capire che la carica ormai si vendeva sempre, perciò
Sulla morte di Gesù Nazareno 259

i governatori avevano interesse a venderla il più spesso possibile


per ricavarci più denaro: se le cose stavano davvero così, il com­
portamento di Pilato che non la vende mai durante tutto il suo
governo si spiega solo se il governatore aveva importantissimi
motivi politici da preferire a quelli economici. Questi motivi si
possono facilmente immaginare. Se il titolare del sommo sacer­
dozio cambiava ogni anno, chi deteneva quella carica non aveva
tempo di formarsi alleanze e reti di clientele stabili, insomma
non durava abbastanza per crearsi un vero potere personale o
familiare: e quello era lo scopo cui le dinastie degli aristocra­
tici sadducei maggiormente aspiravano. Per fare capire meglio
il problema, basterà pensare a un esempio molto semplice. Il
Tempio di Gerusalemme bruciava ogni anno tanto incenso per
i suoi usi del culto, e c’erano in città varie botteghe di mercanti
d ’incenso i quali sarebbero stati molto grati al sommo sacerdote
se avesse voluto decidere che ci si rifornisse da loro. Questo
valeva anche per i filati di lino e gli altri materiali necessari alle
vesti dei sacerdoti, la scelta di quali cambiavalute ammettere
a tenere una bancarella nel recinto del Tempio, e così via. C ’è
tutto uno strato della popolazione che si lega economicamente
a queste scelte, da esse dipende la sua fortuna (in qualche caso
forse anche la sopravvivenza): sono tante, tantissime famiglie
che possono essere facilmente mobilitate. Il governatore Vale­
rio Grato sceglie la via del cambio continuo e tiene il sommo
sacerdote per un solo anno: è un sistema assai lucroso, inoltre
impedisce che si formino poteri forti e stabili sul popolo diversi
da quello di Roma; Pilato fa il contrario e sacrifica entrambi
questi vantaggi in nome di qualcos’altro che evidentemente gli
sembra più importante.
Al momento del suo arrivo in G iudea (15-16 d.C.) trova già
insediato nel Tempio Giuseppe Caifa, esponente di una dinastia
che ha lunga esperienza del sommo pontificato; con quest’uomo
riesce a trovare un terreno d ’intesa così conveniente che preferisce
mantenerlo in carica per tutto il suo mandato, e forse l’avreb­
be tenuto anche a vita se Pilato stesso non fosse stato rimosso
dal suo incarico nel 36 d.C. Non è un caso se il legato di Siria
Vitellio decide di deporre Pilato e Caifa contemporaneamente,
come a far piazza pulita di un asse politico che aveva controllato
la Giudea per dieci anni. Lasciando in carica lo stesso sacerdote
per così tanto tempo, Pilato sa che la famiglia di Anna svilup­
perà una rete di clientele molto potente capace di condizionare
260 Capitolo quarto

una parte consistente del popolo: crede che tutto ciò lo aiuterà
a controllare la tumultuosa Giudea dall’interno. E esattamente
il tipo di fenomeno descritto dai vangeli al momento del refe­
rendum popolare che deve decidere se liberare G esù Nazareno
oppure Barabba: la casta sacerdotale ha mobilitato un numero
sufficiente di suoi clienti i quali, volenti o nolenti, appoggiano
le richieste dei loro patroni e condizionano la scelta. Abbiamo
già ricordato che solo i membri dell’alto clero erano circa 7 mila
individui, cui vanno aggiunti i familiari e lo stuolo delle persone
al loro servizio88.
Sotto la dinastia di Anna e dei suoi familiari non furono
pochi i profeti e i capi politici eliminati con l’accusa di sedi­
zione, anzi non è impreciso dire che tutti i principali fenomeni
di repressione di cui ci sia giunta notizia caddero in corrispon­
denza del loro governo sul Sinedrio. D opo G iuda il Galileo e
Sadoc sgominati all’inizio del mandato di Anna vennero uccisi
Giovanni il Battista poi Gesù Nazareno sotto Caifa, quindi fu
la volta dell’ignoto profeta samaritano nella strage che costò a
Pilato la sua deposizione, infine un certo Teuda che si mise a
predicare o sotto Ponzio Pilato oppure durante il governo di
Cuspio Fado (44-46 d.C.), quando Gionata figlio di Anna fu
sommo sacerdote per la seconda volta (44 d.C.). Questi leader
sono descritti da Giuseppe Flavio come persone diverse e con
intenti assai diversi: G iuda il Galileo è un vero e proprio capo
militare che mira alla liberazione di Israele e si appoggia a una
guida religiosa, conduce un gruppo oltranzista da cui poi nascerà
il movimento degli zeloti che nel 66 d.C. avrebbero provocato la
guerra giudaica. Teuda è un «sobillatore» che però non ambisce
a far rivoltare il popolo contro i romani, piuttosto si presenta
come profeta, desidera avere ascendente sulle folle per via dei suoi
poteri miracolosi e pretende di dividere le acque del Giordano
per far passare i suoi seguaci come Mosè aveva fatto con il Mar
Rosso; anche l’ignoto profeta di Samaria sembra più un visiona­
rio, uno che si presenta alla gente proclamando di avere poteri
divini e giurando di poter riportare alla luce le suppellettili sacre
un tempo nascoste da Mosè. Il loro rifarsi a Mosè indica che si
ritenevano essenzialmente dei profeti, capi del popolo all’occasione
ma senza precisi scopi militari. Nel libro del Deuteronomio (18,
18-19) era contenuta un’antichissima profezia secondo la quale
Dio avrebbe donato al suo popolo un altro M osè come guida
carismatica: i samaritani pensavano al Messia proprio come a
Sulla morte di Gesù Nazareno 261

un Mosè redivivo, ma anche in altri ambienti del giudaismo era


molto diffusa l’idea di un personaggio umano però decisamente
superiore agli uomini:

Susciterò per loro, in mezzo ai loro fratelli, un profeta come te, porrò
la mia parola sulla sua bocca, ed egli dirà loro tutto ciò che gli ordinerò.
Se qualcuno non ascolterà la parola che egli dice in mio nome, io stesso
gliene chiederò conto89.

Dalle fonti traspare come un silenzioso patto fra la poten­


tissima dinastia di Anna e i rappresentanti di Roma, un accordo
che in qualche modo consentiva loro di spartire il potere sulla
popolazione della Giudea; e quando gli intenti di Pilato incon­
trarono gli interessi di Caifa, quel patto divenne di ferro.

11. Un mostro con tre teste

Sulla morte di Gesù di Nazareth la Guerra giudaica dello


storico ebreo Giuseppe Flavio contiene una testimonianza lunga
e molto favorevole, nota agli storici con il nome di Testimonium
flavianum. Il passo (XVIII, 63-64) dice:

Allo stesso tempo, circa, visse G esù, uomo saggio, se pure uno lo può
chiamare uomo; poiché egli compì opere sorprendenti, e fu maestro di
persone che accoglievano con piacere la verità. Egli conquistò molti Giudei
e molti Greci. Egli era il Cristo. Quando Pilato udì che dai principali nostri
uomini era accusato, lo condannò alla croce. Coloro che da principio lo
avevano amato non cessarono di aderire a lui. Nel terzo giorno, apparve
loro nuovamente vivo; perché i profeti di Dio avevano profetato queste
e innumeri altre cose meravigliose su di lui. E fino a oggi non è venuta
meno la tribù di coloro che da lui sono detti Cristiani.

L’autenticità del Testimonium è stata contestata già in passato


perché contiene l’affermazione netta che G esù Nazareno era il
Cristo: dunque non si spiega come mai Giuseppe, se credeva nella
venuta del Messia e l’aveva trovato, non sia divenuto cristiano;
questo dettaglio logico e convincente ha indotto i critici a mette­
re in discussione l’intero passo ipotizzando che sia in realtà una
specie di «intruso» messo alcuni secoli dopo da qualche scrittore
cristiano. Nel 1971 lo storico ebreo Shlomo Pines trovò in un’ope­
ra araba del X secolo una versione un p o ’ diversa del Testimonium
flavianum rispetto a quella che si conosceva in Occidente:
262 Capitolo quarto

Similmente dice G iuseppe l’Ebreo, poiché egli racconta nei trattati


che ha scritto sul governo degli Ebrei: «In questo tem po esisteva un uomo
saggio chiamato G esù. E la sua condotta era buona, ed era conosciuto
come virtuoso. E molta gente tra gli Ebrei e altre nazioni divennero suoi
discepoli. Pilato lo condannò alla crocefissione e alla morte. E coloro
che divennero suoi discepoli non abbandonarono la sua sequela. Essi
raccontavano che egli era apparso loro tre giorni dopo la crocefissione e
che egli era vivo; di conseguenza egli era forse il M essia riguardo a cui i
profeti avevano raccontato cose meravigliose.

In questa citazione si riflette l’ottica di un ebreo e non di


un cristiano: Gesù è presentato semplicemente come un profeta
dalla vita esemplare, la sua resurrezione è un fatto proclamato dai
seguaci, il suo coincidere con il Cristo dei profeti è offerto come
una possibilità, e si tratta naturalmente di un Messia umano, come
tantissimi ebrei del I secolo pensavano che sarebbe stato. Inoltre
la morte di Gesù viene attribuita all’autorità romana incarnata
da Pilato, senza alcuna compromissione di quella casta della
nobiltà sacerdotale cui lo storico ebreo apparteneva per nascita,
un fatto di cui andava assai fiero. Questo ritratto pienamente
compatibile con la mentalità e la visione religiosa di Giuseppe
Flavio fa credere agli studiosi che il passo sia autentico: nel X
secolo circolava in Oriente una versione della Guerra giudaica
ancora intatta, mentre in Occidente ne esistevano altre in cui il
passo su G esù era stato come «rafforzato» da scrittori cristiani
precisando che la divinità di Cristo e la sua resurrezione erano
fatti sicuri90.
L a figura di G esù nella versione originale è descritta in
maniera molto simile a quella di Giovanni Battista, un altro
profeta carismatico eliminato sotto il governo di Caifa e di Pi­
lato; il ritratto del Battista contiene elementi importanti anche
per comprendere il tipo di clima politico nel quale ebbe luogo
la morte di Gesù:

Erode infatti aveva ucciso quest’uomo buono che esortava i G iudei a


una vita corretta, alla pratica della giustizia reciproca, alla pietà verso Dio,
e così facendo si disponessero al battesim o; a suo m odo di vedere questo
rappresentava un preliminare necessario se il battesim o doveva rendere
gradito a Dio. Essi non dovevano servirsene per guadagnare il perdono
di qualsiasi peccato commesso, ma come di una consacrazione del corpo
insinuando che l ’anima fosse già purificata da una condotta corretta.
Quando altri si affollavano intorno a lui perché con i suoi sermoni erano
giunti al più alto grado, Erode si allarmò. Una eloquenza che sugli uomini
Sulla morte di Gesù Nazareno 263

aveva effetti così grandi, poteva portare a qualche form a di sedizione,


poiché pareva che volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa
facessero. Erode, perciò, decise che sarebbe stato molto meglio colpire
in anticipo e liberarsi di lui prim a che la sua attività portasse a una sol­
levazione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una
situazione così difficile da pentirsene. A motivo dei sospetti di Erode, fu
portato in catene nel Macheronte, la fortezza che abbiam o menzionato
precedentemente, e quivi fu m esso a morte91.

Secondo Giuseppe Flavio tanto il Battista quanto Gesù sono


due profeti carismatici, due personalità religiose eccezionali; ai
suoi occhi la differenza più vistosa è che il primo fu segnalato
come pericoloso per l’ordine pubblico da Erode, mentre il secondo
dai non meglio specificati «capi del popolo»: non c’è dubbio che
secondo lo storico ebreo il Battista fu eliminato per motivi di op­
portunità politica, ovvero perché l’ascendente che aveva sulle folle
ne faceva un potenziale leader. Giovanni non coltivava ambizioni
di governo, tant’è vero che viveva nel deserto coprendosi con vesti
arrangiate e nutrendosi di cibi raccolti in natura, cioè manifestan­
do un palese disprezzo per i beni del mondo; ma il giorno in cui
improvvisamente avesse deciso di mobilitare il popolo, l’effetto
sarebbe stato di proporzioni preoccupanti92. Probabilmente anche
il tipo di culto che il Battista andava predicando creò problemi
perché negava la necessità di fare sacrifici cruenti e li sostituiva
con il rito del battesimo, considerato come il segno esteriore di
una completa conversione interiore, e proponeva un modello di
santità basato sulla vita ascetica: questa variante rispetto al culto
tradizionale del Tempio e soprattutto la presa che fece sulla popo­
lazione certo non dovettero piacere al sommo sacerdote. In sintesi
il quadro delle fonti mostra che Anna e la sua dinastia sep
intavolare meglio di altre famiglie sadducee delle vantaggiose
trattative diplomatiche con i governatori romani allo scopo di
mantenere fermo il turbolento tessuto sociale della Giudea; con
Ponzio Pilato si potè stringere un’alleanza particolarmente solida e
duratura. In queste condizioni sorprende che alcuni autori ancora
oggi si chiedano se la morte di Gesù Nazareno sia dovuta a una
«colpa» degli ebrei o alla «responsabilità» di Pilato: che l’intero
popolo ebraico, compresa la gente della diaspora, si identificasse
nelle volontà di questa ristrettissima lobby allineata agli interessi
di Roma è semplicemente antistorico. E nessuna fonte ci informa
su quale fosse l’opinione di altri personaggi autorevoli, come ad
esempio il sommo sacerdote Simone di Camitho oppure i discen­
264 Capitolo quarto

denti di Ismaele figlio di Fabi, i quali parteciparono senz’altro a


quella stessa sessione: erano gente altrettanto nobile della famiglia
di Anna, però molto meno potenti perché non avevano governa­
to così a lungo. Vedere il popolo ebraico come un coro di voci
che cantano all’unisono va bene quando pensiamo al Nabucco
di Giuseppe Verdi, ma la realtà storica del giudaismo di epoca
romana era tutt’altra: un panorama variegato di correnti religiose
e persino etnie diverse distribuite in terre anche molto lontane
fra loro, accomunate tutte dal culto a Yahweh e dalla convinzione
di appartenergli. Le fonti dimostrano che il popolo d ’Israele non
usava uccidere i suoi profeti. Anche per quelli più audaci, che
sembravano dire cose impensabili, c’era sempre il sospetto che
parlassero per opera di Dio: non si poteva chiudere una bocca
attraverso la quale lo Spirito aveva deciso di soffiare sul mondo.
Nei vangeli Gesù lo dice in modo esplicito: non Israele, bensì
Gerusalemme uccide i suoi profeti; e Gerusalemme è la sede del
potere politico: c’è la dinastia di Erode, c’è il rappresentante di
Roma, c’è il clan dei capi sadducei che controllano il culto nel
Tempio e il Sinedrio. Secondo il vangelo di Luca G esù ha chiaris­
simo il fatto che la sua persecuzione non viene dal popolo d’Israele
ma dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi93.
La popolazione della Palestina era stretta in una morsa che
nasceva dall’accordo fra tutti questi poteri, uniti dal comune
intento di mantenere ognuno lo spazio che si era ritagliato e non
finire spodestati da possibili liberatori della nazione; sotto un certo
punto di vista, questo patto silenzioso ai danni del popolo poteva
forse apparire come una specie di mostro con tre teste. Pronta
a togliere di mezzo qualunque pericolo si parasse all’orizzonte,
quest’alleanza trilaterale non era interessata a cosa realmente
predicasse Gesù Nazareno, Giovanni il Battista o chiunque altro:
il loro stesso ascendente sulle folle era un fatto molto rischioso
e andava neutralizzato. Il Battista fu decapitato nella residenza
privata di Erode, durante un banchetto, e non risulta che la sua
eliminazione venne decisa in seguito a un processo: i vangeli ne
descrivono la morte come un fatto preteso in maniera del tutto
imprevista da Erodiade, la regina che Giovanni accusava pubbli­
camente di essere una sgualdrina. Il racconto sembra indicare che
la cosa passò per una specie di incidente, una vendetta privata
del re a seguito di un grave oltraggio personale. Erode d ’altronde
era tetrarca della Galilea, cioè aveva ricevuto da Roma il potere
delegato e aveva facoltà di decretare sentenze di morte.
Sulla morte di Gesù Nazareno 265

Il fatto che Pilato pensò di mandare G esù Nazareno da Erode


è degno di nota: non fu il capriccio di un potente ma piuttosto
un’abile mossa fatta per prendere tempo, forse anche sperando
di sbarazzarsi del problema. Se Erode avesse trovato un modo
per eliminare alla spicciola anche quel profeta - che oltretutto
era suo suddito - come pure si era sbarazzato di Giovanni il
Battista, non sarebbe stato necessario aprire alcun processo; tutto
si sarebbe risolto in maniera efficace senza clamori, soprattutto
senza coinvolgere Roma. E una richiesta esplicita di aiuto.
Sui motivi che indussero Erode a rimandare G esù da Pilato,
per giunta con un dono regale (una veste candida), non ci sono
indicazioni precise. Secondo G iuseppe Flavio Erode rimase
sempre ossessionato da una specie di terrore superstizioso per
l’assassinio del Battista, e quando il suo esercito subì una grave
disfatta a opera di Areta re di Petra, Erode si convinse che Dio
voleva punirlo per quel misfatto. Questa convinzione è descritta
anche nei vangeli: Erode viene a sapere dalla gente della fama di
Gesù, tutti lo considerano un profeta fuori del comune o forse
Elia redivivo, Elia che secondo la Bibbia non era mai passato
attraverso la morte perché Dio l’aveva assunto in cielo, ma E ro­
de crede invece che sia Giovanni il Battista risorto dai morti e
deciso a vendicarsi di lui. Prima di toglierlo di mezzo durante il
banchetto, Erode lo aveva tenuto per un certo tempo in prigione
ed esitava a eliminarlo per timore che i suoi moltissimi seguaci
organizzassero una rivolta94. Non sarebbe affatto sorprendente
se questi timori avessero scoraggiato Erode dall’uccidere Gesù
Nazareno usando la stessa forma di cui si era già servito con
Giovanni il Battista: se l’avesse fatto, la sua posizione sarebbe
divenuta improvvisamente molto instabile, e in caso di sommossa
Erode sarebbe stato il primo bersaglio.
Il suo comportamento indica che il tetrarca comunque vuole
aiutare Pilato: quando gli portano davanti quell’uomo in catene,
quel profeta famosissimo di cui anche lui ha tanto sentito par­
lare, Erode lo interroga ma poi si comporta come se lo avesse
giudicato un pazzo innocuo. Lo insulta, lo espone al ludibrio
dei suoi soldati e poi lo rimanda da Pilato dopo avergli regalato
una veste candida. Il gesto ha un valore politico importante e
in qualche modo fa da battistrada al funzionario romano perché
gli fornisce una precisa indicazione su come risolvere quella spi­
nosissima faccenda nella maniera più indolore possibile: non ci
sarà nulla di strano se il governatore vorrà dargli un’umiliazione
266 Capitolo quarto

solenne e poi mandarlo libero, visto che anche il tetrarca di G a ­


lilea del quale è suddito ha fatto lo stesso. I vangeli sono molto
espliciti al riguardo: Luca dice che Pilato si basa sulla decisione
di Erode e intende seguirla di pari passo. Poco prima lo stesso
autore aveva sottolineato che il governatore romano e il tetrarca
divennero amici dopo la questione di Gesù mentre prima erano
stati nemici: non sorprende affatto, visto che Pilato gli aveva
chiesto aiuto ed Erode glielo aveva dato. G li aveva mostrato
cosa fare e si era preso la responsabilità di decidere per primo
in contrapposizione alla volontà del Sinedrio95.

12. Un oggetto per il culto

Stando ai vangeli il corpo di Giovanni il Battista fu richiesto


dai suoi discepoli e da loro sepolto onorevolmente, cioè conse­
gnato ai suoi parenti perché riposasse fra i giusti nella tomba di
famiglia. Giovanni non era stato condannato a morte dal Sinedrio
perciò secondo la legge ebraica i suoi resti non dovevano andare
nella fossa pubblica. Il Battista predicava nel deserto e le perso­
ne andavano a vederlo in quei luoghi isolati; il suo ideale di un
culto puramente interiore era in contrasto con quello difeso dai
sacerdoti sadducei che governavano il Tempio, e aveva criticato
aspramente l’ipocrisia dei farisei: però non aveva mai predicato
dentro Gerusalemme. Il suo assassinio dipese dall’aver denunciato
pubblicamente che Erode era un adultero, una questione molto
delicata e imbarazzante: infatti il Deuteronomio diceva senza
mezzi termini che se un uomo giaceva con la moglie di un altro,
entrambi dovevano essere uccisi96.
Per la sepoltura di G esù Nazareno le cose andarono diver­
samente. Secondo i vangeli sul finire del giorno si presentò al
governatore un personaggio molto ricco e autorevole chiamato
Giuseppe del villaggio di Arimatea, che era membro del Sinedrio,
e gli chiese il corpo di Gesù allo scopo di dargli degna sepoltura. Il
vangelo di Marco sottolinea: «si fece coraggio», mostrando quindi
che tale richiesta non era proprio usuale. Il governatore manda un
soldato a verificare che sia effettivamente morto e quello, anziché
spezzargli le gambe com’era consueto, gli trafigge il costato sul lato
sinistro. Detto molto crudamente, si risparmiava parecchia fatica
e inoltre poteva essere sicuro che il condannato sarebbe morto.
Il corpo viene quindi calato dalla croce e consegnato a Giuseppe
Sulla morte di Gesù Nazareno 267

di Arimatea, il quale provvede ad avvolgerlo dentro un lenzuolo


appena comprato e deporlo nel suo sepolcro privato scavato nella
roccia in un giardino non distante. Secondo l’esperta di processo
criminale romano Barbara Fabbrini la richiesta del corpo di Gesù
non fu eseguita dai parenti semplicemente perché essi non aveva­
no alcuna speranza di ottenerlo, vista la proibizione sancita dalla
Legge; che la proposta venisse da un estraneo, il quale lo avrebbe
poi messo in una tomba estranea alla famiglia, era un fatto d ’im­
portanza determinante perché consentiva di dargli una sepoltura
meno disonorevole senza violare le norme vigenti. Il permesso era
un fatto necessario: come già accennato, il diritto romano impone­
va che il trasferimento di ogni salma, anche nel breve spazio fra la
croce e la sepoltura, dovesse essere autorizzato dal rappresentante
dell’imperatore (che deteneva la carica di pontifex maximusY1.
Il quarto vangelo precisa che alla sepoltura partecipò anche
Nicodemo, un uomo di cui in realtà non sappiamo molto. Si era
recato da Gesù di notte per non farsi riconoscere dalla gente, poi
collabora con Giuseppe alla sepoltura portando qualcosa che nella
società del tempo valeva una piccola fortuna, cioè una quantità
considerevole di mirra e aloe che furono usati per profumare il
cadavere. Nella letteratura ebraica successiva il suo nome è Naqde-
mon e si parla di lui come personaggio molto in vista che fu caccia­
to dalla sinagoga quando la sua appartenenza alla cerchia cristiana
divenne manifesta98. Nicodemo aderiva al movimento dei farisei e
«apparteneva ai capi dei Giudei»: nella Gerusalemme del I secolo
i capi del popolo erano la casta da cui venivano scelti i sommi sa­
cerdoti, l’élite che possedeva ricchezze fondiarie, ma anche i farisei
erano molto potenti perché avevano un fortissimo ascendente sul
popolo e in virtù di questo alcuni di loro tenevano un ruolo di
prim’ordine nel Sinedrio. Hillel il Vecchio, il grande e illuminato
riformatore vissuto sotto il regno di Augusto, fu chiamato come
presidente del Tribunale ed era un eminentissimo fariseo99.
Se Nicodemo apparteneva a una famiglia aristocratica ed era
un dottore della Legge molto in vista, come farebbero pensare
la sua ricchezza e la paura di frequentare pubblicamente Gesù,
allora aveva ampie conoscenze fra gli inservienti del Tempio di
Gerusalemme e non avrebbe trovato difficoltà a procurarsi un
pezzo di pregiato lino puro da un rotolo di quelli che servivano
per il sommo sacerdote. Lo stesso si può dire ovviamente per
Giuseppe d ’Arimatea, il quale secondo il resoconto di Marco
pagò il costo della sindone alla persona che gliela fornì100.
268 Capitolo quarto

Se la Rigato ha ragione, il termine greco sindòn usato nei


vangeli deriva da un arrangiamento messo in atto per rendere
come possibile il più complesso e soprattutto intraducibile sadin
sbel buz, l’esatto nome ebraico che indicava questo tessuto il quale
ci è noto grazie alle tradizioni giudaiche raccolte nella Mishna.
Qualcosa di molto simile è successo anche nel caso di altri oggetti
particolari che avevano un preciso significato religioso e rituale
esclusivo dell’ebraismo, dunque erano intraducibili.
I vangeli furono scritti in greco da persone che erano di m
drelingua semitica, cioè parlavano l’aramaico e forse conoscevano
anche l’ebraico, la lingua antica delle Sacre Scritture; si trovaro­
no costretti a trasporre in greco vari termini che però la lingua
greca non possedeva. L’espressione sadtn sbel buz, il lenzuolo
puro di lino fine ritorto ad arte che serviva al sommo sacerdote
del Tempio di Gerusalemme era tipica della cultura ebraica e in
greco non esisteva niente del genere, essendo il greco la lingua
di una civiltà pagana che aveva usi religiosi molto diversi; però
esisteva la parola sindòn, che aveva un suono molto simile e un
significato generico ma compatibile perché indicava un grosso
pezzo di stoffa. Vorrei far notare che il vangelo di Matteo chiama
questo telo «sindone pura» (en sindòni kathara): generalmente si
tende a tradurlo come «sindone pulita», ma l’aggettivo katbaròs
in greco serve soprattutto a indicare proprio la purezza in senso
spirituale e religioso. Fra tutti i vangeli quello di Matteo è il più
giudaico per i temi che tratta, per la cultura di cui è impregnato,
per le espressioni scelte e lo stile; dunque sotto il profilo storico
è molto forte il sospetto che l’autore in questo caso ci tenesse a
sottolineare che quello era un telo di stoffa puro secondo la sua
propria mentalità religiosa, ovvero quella dell’ebraismo. Era un
oggetto particolare che non aveva contratto impurità rituale (ad
esempio, non conteneva mescolanza di lino e di lana). E non ci
sono dubbi che i teli destinati al sommo sacerdote del Tempio
venivano prodotti e anche conservati in modo che non contraes­
sero mai impurità rituale101.
Lo stesso fenomeno è accaduto quando gli evangelisti si sono
trovati a dover tradurre un altro episodio della vita di Gesù.
Un giorno mentre predica alla gente e la folla lo stringe, gli si
avvicina una donna che è afflitta da emorragie e per via di quel
male si è anche ridotta in povertà; convinta che riuscendo a
toccare quell’uomo miracoloso otterrà la guarigione, dispera di
potergli raggiungere le mani perché la ressa è troppa, così cerca
Sulla morte di Gesù Nazareno 269

almeno di toccargli le particolari nappe di lana intrecciata che


G esù portava attaccate ai quattro lembi del mantello, le quali
sporgevano dalla veste e terminavano con una frangia. Queste
trecce facevano parte del vestito giudaico tipico ed erano composte
da fili di lana bianca attorti con fili di lana color del giacinto,
cioè un azzurro intenso quasi viola, per alludere al pavimento
di zaffiro sul quale poggiava nei cieli il trono dell’Altissimo. Il
Libro dei Numeri (15, 38-39) le prescriveva come obbligatorie
perché dovevano ricordare a tutti gli ebrei i comandamenti di Dio;
per questo motivo i farisei estremisti se le facevano intrecciare
enormi, per mostrare alla gente che i comandamenti di Dio erano
sempre sotto i loro occhi. G esù stesso li ridicolizza per questa
esagerazione che nasconde l’ipocrisia. Il nome ebraico era lilit,
e ovviamente nella lingua greca non esisteva niente del genere:
erano infatti il segno distintivo che rappresentava l’appartenenza
al popolo d’Israele, e se un ebreo voleva donare il suo mantello
a un pagano doveva prima togliere le trecce102.
Quando gli evangelisti si trovarono costretti a rendere in gre­
co la parola zizit, si comportarono diversamente l’uno dall’altro.
Marco che scrive per un pubblico di fedeli composto quasi solo
da greco-romani tralascia del tutto quella parola e dice sempli­
cemente che la donna gli toccò il mantello: i suoi lettori non
avrebbero mai capito la questione della frangia rituale a meno
che l’autore non si fosse messo a dare una lunga, complicata spie­
gazione sugli usi giudaici e il Libro dei Numeri. Invece Luca che
scrive per cristiani d’Oriente e Matteo che ha seguaci convertiti
quasi tutti dal giudaismo ci tengono a conservare la memoria
della lilit, perché i loro lettori sanno bene cos’è e senz’altro
capiranno. Adottano quindi la parola greca kràspedon che era
generica, significava «frangia», «coccarda» e si usava per indicare
qualunque tipo di ornamento a rilievo messo sulle vesti103. Fra le
due parole esiste una grossa differenza: il termine ebraico indica
un oggetto preciso, non tutti i tipi di frangia, e soprattutto ha un
significato religioso e rituale collegato a un passo preciso della
Torah; la parola greca invece è molto generica, non ha nessun
valore religioso o rituale, però è l’unica che in qualche modo gli
si avvicina. La scelta di usare il greco kràspedon per le frange
rituali risaliva in realtà all’opera dei rabbini che nel III secolo
a.C. avevano tradotto in greco la Bibbia, che così ebbe diffusione
vastissima essendo usata ovunque tanto in Palestina quanto fuori,
dagli ebrei della diaspora che erano emigrati altrove: nella lingua
270 Capitolo quarto

aramaica parlata al tempo di Gesù per indicare le frange rituali


non si usava più l’antico ebraico zizit, invece era entrato in voga
un neologismo, la parola kerùspedìn che era un calco linguistico
foggiato in base al suono della parola greca kràspedonm .
Nel caso della sindone forse è avvenuto lo stesso: per tra­
durre il concetto delle frange rituali gli evangelisti si trovarono
la strada spianata dalla Bibbia in greco, così come quando do­
vettero parlare di un telo ritualmente puro con cui fu avvolto
Gesù Nazareno. Il problema era già stato risolto ricorrendo al
termine kràspedon-, il nome sadin shel buz invece apparteneva alla
tradizione sacerdotale, si trova nel testo della Mishna che è scritta
in un ebraico erudito a uso degli intellettuali e ricco di influssi
dal greco, dall’aramaico e anche dal persiano. L’arrangiamento
con la parola greca sindòn non fu un’idea degli evangelisti bensì
dei settanta saggi che lavorarono a tradurre la Bibbia in greco
in Alessandria d’Egitto nel III secolo prima dell’era cristiana: la
parola ebraica sedìnìm, plurale di sadin, corrisponde sia a sindònas
sia a othònia. Lo storico ebreo G iuseppe Flavio usa proprio la
parola greca «sindone» quando parla dei teli sacri che ornavano
la Dimora di Dio nel deserto e gli indumenti dei sacerdoti105.
Gli evangelisti adottarono questo arrangiamento perché era
nell’uso comune del loro tempo, ma con una differenza molto
interessante. Marco e Luca parlano genericamente di una sindo­
ne, ovvero un pezzo di tela piuttosto grosso; invece Matteo, che
scrive per un pubblico di ex giudei, ci tiene ad aggiungere anche
il dettaglio che si tratta di un telo puro: sa bene che i suoi lettori
in questo modo avrebbero capito perfettamente a cosa si riferiva.
Non è una scelta dovuta al caso: alcuni autori antichi che tradus­
sero in latino il vangelo di Luca si comportarono nella traduzione
esattamente come l’evangelista Marco, cioè eliminarono il ricordo
della frangia rituale e scrissero semplicemente che la donna aveva
toccato il mantello. Tanto i loro lettori romani non sarebbero stati
in grado di capire il senso di quel dettaglio così esclusivamente
giudaico106. Naturalmente quando Matteo e anche Luca fanno
riferimento espresso a questi oggetti giudaici che hanno un forte
valore simbolico è perché hanno in mente anche precisi significati
teologici, e vogliono trasmetterli ai loro lettori; infatti le frange
rituali rappresentano l’attaccamento dell’uomo ai precetti di Dio,
e la sadin shel buz è qualcosa che il sommo sacerdote usa solo in
certe liturgie precise, dopo che si è reso esente da ogni colpa con
lunghi riti di purificazione. Una interessante curiosità: il termi­
Sulla morte di Gesù Nazareno 271

ne scelto dal vangelo di Giovanni per indicare i lini funebri di


Gesù, cioè othònia, nel greco dell’Egitto ellenistico si usava unito
all’aggettivo che specifica la qualità fine («di bisso», cioè btssina
othònia) per certe stoffe pregiate che venivano confezionate pro­
prio all’interno dei santuari e servivano per il culto, ma a volte i
ricchi privati potevano anche acquistarne dei pezzi. Erano tessuti
costosi, accettati anche come pagamento delle imposte. Sembra
che la parola corrispondente in lingua egiziana significasse «lino
del re», e infatti il sovrano aveva una specie di monopolio su queste
stoffe speciali107. Sappiamo per certo che anche i sacerdoti ebrei
usavano e apprezzavano questi teli di tessuto speciale confezionati
nei templi: quando il re d ’Egitto Tolomeo chiese al sommo sacer­
dote Eleazaro di mandargli dei saggi ebrei per tradurre in greco la
Bibbia, lo omaggiò inviandogli una gran quantità di doni regali fra
cui anche cento tagli di questi preziosi lenzuoli per il culto (bìssina
othònia). Bisogna precisare che il linguaggio di Giovanni è ricco di
simboli regali quando si riferisce alla Passione, e non può essere
preso sempre alla lettera; però la presenza della parola othònia è
un fatto da non trascurare108.
La sindone di Torino corrisponde dunque alla sadin sbel
buz così come le fonti antiche ce la descrivono; e corrisponde
anche a quella descrizione di un «telo puro» come si trova nel
vangelo di Matteo. La supposizione della Rigato insomma pare
aggiungere un tassello in più alla ricerca e soprattutto conferma
l’impressione, già espressa più volte da altri esperti di tessuti
antichi, che la sindone era un telo pregiato e di fattura per niente
comune. Sappiamo che verso l’anno 90 d.C. il rabbino Gamliel II
ordinò che i defunti dovessero essere sepolti dentro un lenzuolo
di tela semplice: questa misura di frugalità doveva impedire che
le famiglie si accollassero spese esorbitanti fino a far debiti per
celebrare funerali sontuosi109. Evidentemente prima dell’anno 90
l’uso di teli pregiati era possibile e forse anche diffuso, se il famoso
rabbino trovò opportuno prendere un simile provvedimento, ma
certo quest’evidenza apre una domanda inevitabile: visto che la
sindone avvolse un crocifisso, perché qualcuno volle usare un
tessuto d ’eccezione per seppellire un condannato a morte?
La risposta più logica è questa: evidentemente quel morto
non era una persona qualunque, ma aveva a che fare con il culto
di Yahweh.
272 Capitolo quarto

13. Secondo l’ordine di Melcbisedek

La presenza di Nicodemo alla sepoltura di G esù ci offre


lo spunto per una precisazione importante, visto che questo
personaggio di altissimo rango sociale viene ricordato solo nel
vangelo di Giovanni. Il quarto vangelo è molto diverso rispetto
ai tre che lo hanno preceduto, forse anche perché fu scritto circa
30-40 anni dopo: anziché fare il resoconto in dettaglio di come
si erano svolte la predicazione, la Passione e la morte di Gesù,
Giovanni isola alcuni episodi che gli sembrano centrali e da
quelli parte per sviluppare un discorso teologico molto ampio e
complesso. Più che narrare, questo evangelista vuole soprattutto
spiegare e insegnare il senso profondo di tante cose che Gesù
aveva lasciato in eredità110. Il taglio specifico dell’opera può dare
l’impressione che lo scritto di Giovanni sia quello in un certo
senso meno storico, cioè meno attaccato alla realtà sociale, politica
e culturale del tempo: invece non è vero, e al contrario laddove
gli interessa l’autore del quarto vangelo scende in dettaglio nella
vita quotidiana di quella gente fornendoci un vero patrimonio
di notizie storiche e archeologiche. Per usare un esempio un p o ’
rozzo ma efficace, possiamo immaginare questo scritto come il
tracciato di un elettrocardiogramma, il quale procede in direzione
orizzontale ma spesso si eleva con picchi altissimi al di sopra della
linea più bassa: i picchi corrispondono ai punti in cui il narratore
si addentra in concetti teologici che sfuggono alla dimensione
della realtà storica, ma quando Giovanni non vuole trattare di
teologia il suo vangelo mostra un attaccamento alla vita concreta
del tempo addirittura più netto degli altri tre.
Un esempio interessante è dato proprio dalla questione del
sudario, ovvero il panno di piccole dimensioni che - come dice
Giovanni - stava sopra il volto di Gesù. Lui è l’unico a restitui­
re questo dettaglio, e sappiamo da altre fonti non cristiane che
l’uso del sudario era obbligatorio durante i rituali di sepoltura
del giudaismo di età romana: in passato infatti i defunti venivano
trasportati alla tomba su una barella, i ricchi sontuosamente ve­
stiti e i poveri in condizioni pietose, con il volto scurito a causa
della fame che avevano sofferto. Per le loro famiglie questo era
causa di grande vergogna, così i rabbini avevano deciso che tutti
i defunti indistintamente dovessero essere trasportati con il volto
coperto. Per inciso, nella cattedrale di Oviedo in Spagna si con­
serva un antico sudario di lino che la tradizione attribuisce alla
Sulla morte dì Gesù Nazareno 273

sepoltura di Gesù; le analisi di medicina legale hanno mostrato


che le macchie di sangue presenti su di esso sono compatibili con
le emorragie facciali dell’uomo della sindone, e anche il sangue
è dello stesso gruppo111.
Un altro esempio sulla profondità storica del vangelo di
Giovanni riguarda la cattura di Gesù: secondo il quarto vangelo
(ed esso soltanto) il Nazareno non fu condotto subito al Sinedrio
bensì trascinato prima nella casa di Anna, il patriarca della po­
tentissima famiglia sacerdotale e suocero del sommo sacerdote
allora in carica, Giuseppe Caifa. Qui subisce un primo interro­
gatorio del tutto privato e informale: Anna in qualche modo si
confronta con quell’uomo famoso, che ha un grande ascendente
sulle folle, ed è come se volesse capire quali sono le sue inten­
zioni. In base alla risposta di G esù («H o parlato apertamente
al mondo. Ho sempre insegnato nella sinagoga e nel Tempio,
dove si radunano tutti i giudei, e di nascosto non ho mai detto
nulla») il vecchio sembra preoccupato di sapere se G esù avesse
intenzioni recondite, diverse da quelle manifestate in pubblico.
In ogni caso, è solo dopo questo interrogatorio a porte chiuse
che il Nazareno viene condotto nel Sinedrio da Caifa, dove av­
verrà il vero interrogatorio ufficiale che però serve soprattutto a
trovare i testimoni necessari secondo la legge mosaica per poter
formulare un’accusa precisa. Della scena avvenuta nel Sinedrio
Giovanni non dà notizie, proprio come se ai suoi occhi si fosse
trattato di una pura formalità; si limita semplicemente a dire che
G esù passò davanti a Caifa e poi da qui fu deferito al governa­
tore romano. Il resoconto di Giovanni è strettamente aderente a
quanto sappiamo da Giuseppe Flavio: Anna era la vera eminenza
grigia della questione, il grande burattinaio che in quegli anni
muoveva le leve dell’alleanza con Roma112.
Nicodem o dunque era una presenza fondamentale, se il
quarto vangelo ritenne opportuno citarlo: dietro ordine di Pilato
la sepoltura di quel condannato a morte avrebbe deviato per
certi aspetti dal modo solito, e probabilmente questo fariseo di
rango sociale altissimo si faceva garante che almeno gli obbli­
ghi essenziali della Legge sarebbero stati osservati. Secondo la
Rigato quello che Marco, Matteo e Luca chiamano sindòn era
probabilmente un pezzo di tessuto speciale di lino puro ritorto
ad arte detto nella cultura giudaica sadin shel buz, il quale non
veniva usato dal sommo sacerdote nella vita quotidiana ma solo
in una ricorrenza speciale, la liturgia dello Yom Kippur ovvero il
274 Capitolo quarto

Giorno dell’Espiazione: era il rito più solenne del culto ebraico,


la cerimonia con la quale i peccati di tutto il popolo d ’Israele
venivano lavati via con il sangue degli agnelli perfetti offerti come
vittime in sacrificio. Stava a ricordare il Patto dell’Alleanza che
un tempo Mosè aveva stabilito fra Dio e il suo popolo113.
Se la studiosa ha ragione, il fatto che qualcuno volle procurarsi
una stoffa del genere per la sepoltura di questo personaggio ha
un valore storico non trascurabile. L’archeologia è una disciplina
pragmatica, logica, deduttiva. L’ambito funerario, che è il terreno
di studio su cui si trova a lavorare più spesso, ha la caratteristica
di essere particolarmente sincero perché riflette in modo essen­
ziale e fedele ciò che il defunto era stato in vita, la sua condizione
umana e sociale: la ricca dama sarà sepolta con i suoi gioielli, il
guerriero con la spada, l’artigiano con gli arnesi del mestiere. Si sa
che certi oggetti in certe culture sono esclusivi di alcune persone
e non accade mai che un contadino venga composto nella sua
ultima dimora con accessori tipici di un re. Nella chiesa cattolica
dei primi secoli il papa portava una benda di lana bianca con
croci di seta nera chiamata pallio, che possedeva un forte valore
simbolico perché veniva consacrata dal contatto delle reliquie di
san Pietro in Vaticano. Era prerogativa del solo pontefice, finché
nel 513 papa Simmaco volle fare un dono speciale a san Cesario,
arcivescovo di Arles, e in segno di distinzione gli concesse il
privilegio di portare anche lui la stola benedetta114.
Se dovesse venire alla luce la tomba di un sacerdote vissuto
prima di papa Simmaco e si trovassero indosso alla salma dei
pezzi del pallio, bisognerebbe convenire che quell’uomo era un
papa, o almeno chi lo compose nel sepolcro lo vedeva come il
sommo pontefice. Se è vero che il tessuto della sindone veniva
da un rotolo di quelli riservati al sommo sacerdote per le vesti
dello Yom Kippur, allora i giudei che seppellirono questo Yeshua
Nazarani lo vedevano in qualche modo come una specie di sommo
sacerdote, e la sua morte aveva a che fare con il sacrificio solenne
che liberava Israele dai peccati per mezzo del sangue, appunto
quello che si teneva nel Giorno dell’Espiazione. Queste persone
gli posero addosso un tessuto che era prerogativa del sommo sa­
cerdote, una stoffa non tanto facile da procurarsi, e in ciò creano
una contraddizione molto stridente con la sorte del defunto, il
quale è stato umiliato con la morte dei criminali: si comportano
come se volessero rivendicare per lui un ruolo sacro altissimo, il
quale loro evidentemente gli riconoscevano in contrasto aperto
Sulla morte di Gesù Nazareno 275

con i potenti che lo avevano condannato. Sembrerebbe quasi


come se lo vedessero alla stregua di un sommo sacerdote.
Gli esegeti ritengono che la prima visione di G esù come
sacerdote sia piuttosto tarda perché nelle fonti scritte come
sono arrivate a noi compare per la prima volta nella Lettera agli
Ebrei: questo testo, un tempo attribuito a san Paolo ma in se­
guito pensato come scritto dai suoi allievi, contiene una teologia
così evoluta e particolare che generalmente si tende a pensarlo
composto dopo la distruzione di Gerusalemme dell’anno 70,
dunque circa due generazioni dopo la morte di Gesù. E sempre
nello stesso contesto che Gesù-il Cristo viene messo in rapporto
con la figura misteriosa di Melchisedek115.
Il senso fondamentale di questo scritto è che Gesù aveva
compiuto una volta per tutte il sacrificio perfetto per mezzo della
sua morte volontaria, e avendo scelto di offrire il suo sangue per
redimere i peccati dell’umanità aveva completamente rinnovato
il senso dello Yom Kippur, il rito dell’Espiazione: grazie al suo
sacrificio si era dunque fatto sommo sacerdote di un culto nuovo,
nel quale era insieme celebrante e vittima. I dati materiali rileva­
bili sulla sindone richiamano subito alla mente certe convinzioni
contenute nella Lettera agli Ebrei, inoltre bisogna precisare che
la teologia di questo scritto è molto vicina a quella del vangelo
di Giovanni116, che rispetto agli altri tre si sofferma con molta
più attenzione nel descrivere in dettaglio il modo in cui era stato
sepolto Gesù.
Ma la questione del «sacerdozio» di G esù è davvero un’im­
magine teologica elaborata dai cristiani alla fine del I secolo?
I dati materiali della sindone, se è lecito accostarli al Gesù dei
vangeli, direbbero proprio di no.

14. Una condizione speciale

Studiando i vangeli e le altre fonti cristiane primitive gli esegeti


si sono accorti che è possibile seguire come si formano le idee dei
discepoli sulla persona di Gesù sin dai tempi in cui cominciò a
predicare. All’inizio gli uomini che sono attirati da lui lo vedono
come una persona dal carisma spirituale straordinario, un profeta
eccezionale che compie cose inaudite con il potere datogli da Dio.
La gente è completamente rapita da lui e lascia via ogni cosa per
seguirlo mentre predica; le folle stanno intere giornate ad ascoltar­
276 Capitolo quarto

lo. Dalla sua persona sembra emanare qualcosa di irresistibile, che


si intuisce ma gli stessi evangelisti non riescono a definire. Quello
che dice e che fa ricorda al popolo quanto narrava la Bibbia su
altri uomini che avevano lasciato un segno indelebile nella storia
d ’Israele: Elia, che aveva resuscitato un ragazzo dalla morte e poi
era stato attratto da Dio in Cielo con tutto il corpo umano, senza
morire; oppure Geremia, il quale era stato un potentissimo inter­
mediario fra gli uomini e Yahweh, e infine Giovanni il Battista,
che alcuni credono tornato in vita dalla morte per il potere dello
Spirito. Nel giudaismo del tempo l’attesa del Messia è molto forte
e i dottori della Legge pensano come già detto al passo del Deute­
ronomio, la profezia secondo la quale Israele avrebbe ricevuto un
altro profeta eccezionale come Mosè. Il grande leader che aveva
guidato il popolo fuori dalla schiavitù d ’Egitto era raffigurato come
un uomo sovrumano, capace di attingere a un potere innaturale:

Susciterò per loro, in mezzo ai loro fratelli, un profeta come te, porrò
la mia parola sulla sua bocca, ed egli dirà loro tutto ciò che gli ordinerò.
Se qualcuno non ascolterà la parola che egli dice in mio nome, io stesso
gliene chiederò conto (Dt 18, 18-19)117.

La gente immagina così il M essia atteso dal popolo, una


persona che ha un piede nell’umanità e l’altro dentro la dimen­
sione dell’eterno: è un’idea vicina a quella che esprimono i due
viaggiatori sulla strada di Emmaus,

G esù il Nazareno, che era un profeta potente in parole ed opere,


davanti a D io e a tutto il popolo,

ed è la stessa che ricorda Pietro ai giudei negli Atti degli Apostoli


quando descrive G esù come appariva alla gente durante la sua
predicazione:

G esù il Nazareno fu un uomo accreditato da D io presso di voi con


prodigi, portenti e miracoli, che per mezzo di lui il Signore operò in mezzo
a voi, come voi ben sapete118.

In un momento che non è possibile stabilire con precisione,


quest’idea di Gesù come profeta umano ma anche superiore agli
altri uomini cambia di netto. Nella Lettera ai Filippesi san Paolo
include un bellissimo inno nel quale viene espressa la convinzione
che Gesù possedeva una natura di tipo divino:
Sulla morte di Gesù Nazareno 277

il quale, pur essendo in condizione di Dio,


non ritenne un privilegio geloso l’essere come Dio,
ma spogliò se stesso
assumendo una condizione di schiavo,
diventando partecipe degli uomini,
e, trovato all’apparenza come uomo, umiliò se stesso
diventando obbediente fino alla morte
e a una morte di croce119.

La lettera si ritiene scritta al tempo in cui Paolo era prigio­


niero a Roma, ovvero negli anni 61-63, ma l’inno che l’autore vi
inserisce ovviamente già esisteva da tempo; in esso le convinzioni
dei discepoli su G esù si sono fatte molto più precise: anche se
usa il linguaggio mistico e indefinito della poesia, è chiaro che gli
attribuisce una natura decisamente superiore a quella umana e in
un certo modo parallela a quella divina. Non sappiamo di preciso
cosa abbia provocato questo considerevole cambiamento rispetto
all’idea diffusa quando Gesù era vivo o al momento in cui avvenne
l’episodio di Emmaus, ovvero pochi giorni dopo la crocifissione:
stando al racconto dei vangeli, questa visione notevolmente più
alta di Gesù dipende dalla scoperta del sepolcro vuoto, oltre al
fatto che moltissimi seguaci lo -avevano incontrato parlandogli e
anche cenando insieme a lui come un uomo vivo e vegeto120.
Il modo in cui venne composto nella sindone il corpo di questo
Yeshua Nazaram pare riflettere proprio quell’idea particolare che
avevano i discepoli riguardo a Gesù Nazareno durante la sua vita
e ancora al momento della morte, prima cioè che alcuni eventi
li spingessero ad ampliare le proprie vedute: è un sant’uomo
perseguitato dai potenti come altri grandi profeti, però la sua
condizione è anche speciale e diversa da quella degli altri uomini
tant’è che può presentarsi dinanzi a Dio in maniera assolutamente
degna, come se fosse privo di peccato121.
I dati materiali ricavati dalla qualità del tessuto e dalla singol
posizione delle mani non ci permettono certo di dire cosa pen­
sassero esattamente di lui gli uomini che lo composero così, però
è chiaro che lo associano a una condizione speciale di santità, al
sommo sacerdozio e al rito dell’Espiazione. Q uest’idea fa venire
in mente quella concezione particolare di Gesù che si trova ad
esempio nel vangelo di Marco, dove il Nazareno è considerato un
uomo-superuomo, cioè qualcuno che si trova in una condizione
speciale tale da aver potere di resuscitare i morti e compiere al­
tre azioni innaturali. C ’è una specie di teologia primitiva (o se si
278 Capitolo quarto

preferisce, una «cristologia arcaica») rispetto a quella molto più


evoluta che si trova ad esempio nel vangelo di Giovanni, dove
G esù è detto «Verbo fatto carne» e «Unigenito del Padre». Se­
condo la maggioranza degli esperti quello di Marco è il vangelo
più antico e alcuni pensano che certe sue parti furono composte
prima della morte di Caifa (37 d.C.) o subito dopo; in genere fra
i quattro vangeli è ritenuto quello in cui la riflessione teologica su
G esù appare ancora agli albori122. In parole povere, si potrebbe
dire che certi passi di Marco conservano fedelmente l’immagi­
ne del Maestro di Nazareth come lo vedevano i suoi discepoli
da vivo; e quest’immagine corrisponde all’idea che avevano di
Yeshua Nazarani quelli che lo avvolsero nella sindone: mediatore
eccezionale fra gli uomini e Dio, individuo capace di presentarsi
al cospetto dell’Altissimo addirittura senza bisogno di chiedere
la sua misericordia. E un’idea vicinissima a quella che troviamo
nell’inizio del vangelo di Marco, «G esù Cristo Figlio di D io»: il
titolo di «Figlio di D io» o anche «Figlio dell’Altissimo» compare
in un testo ritrovato a Qumran (4Q246) dove si annuncia l’avvento
di una figura molto speciale che porterà un’epoca nuova123. Il
G esù terreno è un personaggio storico dalle coordinate precise e
ben delimitate, un uomo in mezzo agli altri uomini; ma dopo che
ha cominciato la sua predicazione nessuno lo vede più come una
persona normale, nemmeno da vivo. Per la potente enclave del
sommo sacerdote è un individuo pericolosissimo da eliminare al
più presto, altrimenti sarà in grado di scardinare il sistema con­
solidato del culto e gli immani interessi che gli ruotano intorno.
Le folle lo seguono ovunque, gli si accalcano intorno perché tutti
vogliono toccarlo e a volte persino lo prendono d ’assedio nella casa
dove si è rifugiato. I suoi discepoli lo accompagnano sempre però
ne hanno un forte timore. Accade pure che si facciano scrupolo
di chiedergli spiegazioni quando ha dato loro un insegnamento
ma non lo hanno capito124. Qualcosa del genere si avverte anche
leggendo le fonti che narrano la vita di san Francesco d ’Assisi;
ma nei vangeli è di gran lunga più forte.
Al momento quanto vediamo è troppo poco per avere certezze
e sono davvero tante le cose da verificare; quindi s’impone la
necessità di considerare tutto questo come un insieme di semplici
riflessioni, per quanto affascinanti. Non sappiamo nemmeno se è
lecito mettere i dati dell’archeologia a confronto con quelli che
provengono dall’esegesi del Nuovo Testamento, perché questo
è un metodo di ricerca che finora non è mai stato praticato.
Sulla morte di Gesù Nazareno 279

Sono ambiti di studio molto diversi, però entrambi cercano di


appurare la verità su certi fatti del passato: le loro ricostruzioni
possono anche procedere per vie separate e distinte, ma quando
sono esatte i loro dati dovrebbero confermarsi a vicenda. E in
effetti i caratteri materiali della sindone sembrano confermare
quanto gli esegeti del Nuovo Testamento hanno appurato sulla
formazione dei vangeli.
Se in futuro indagini più approfondite ci diranno che i nostri
sospetti di oggi colgono nel segno, allora sotto il profilo storico
non sarebbe per niente strano trovare nelle prime fonti cristiane
che Gesù è chiamato «agnello di D io» o «sommo sacerdote in
eterno» e la datazione della Lettera agli Ebrei potrebbe essere
ripensata, almeno nei suoi concetti di base. Se avremmo modo di
confermare le nostre congetture, allora i primi seguaci avevano
le idee piuttosto chiare sul loro maestro sin dal momento della
sua morte; molti aspetti della dottrina cristiana potrebbero in
realtà avere radici ben più antiche di quanto si è pensato sulla
base delle fonti scritte, e decisamente non sarebbero solo il frutto
di una maturazione lunga, lenta, posteriore. In effetti secondo
il resoconto dei tre vangeli sinottici Gesù aveva predetto la sua
morte e l’aveva spiegata ai discepoli proprio come un sacrificio
uguale allo Yom Kippur, grazie al quale si sarebbe stretta fra
gli uomini e Dio una nuova Alleanza: san Paolo recepì questo
concetto, lo sviluppò e ne fece la base del suo insegnamento alle
prime comunità cristiane. Per le chiese della sua epoca tutto ciò
era scontato: secondo Romano Penna, «il luogo della presenza
di Dio che espia i peccati ormai non è più né il Santo dei Santi
né un altro luogo sacrale o gesto rituale, ma è il sangue di un
crocifisso»125.
Come ho già messo in chiaro non abbiamo alcuna prova che
san Paolo possa aver conosciuto la sindone, però c’è un fatto
curioso: per via delle sue caratteristiche uniche il telo di Torino
sembrerebbe proprio un ricordo di G esù Nazareno al quale il
santo potrebbe essersi ispirato per i contenuti di alcune sue lettere
fondamentali, il documento materiale da cui partì per costruire la
sua lezione spirituale. Sappiamo che l’apostolo delle genti adottò
nei suoi scritti anche certe convinzioni diffuse nelle comunità
della Chiesa primitiva126; non sarebbe affatto strano se fra esse
vi fosse anche una venerazione speciale riservata al sangue di
Gesù come Agnello senza macchia, un’idea sviluppata dal primo
nucleo cristiano osservando un oggetto come la sindone. Non
280 Capitolo quarto

c’è dubbio che i suoi segni richiamavano alla mente con forza
immediata tante cose che G esù aveva detto e compiuto.
Se il ragionamento finora svolto è giusto, questo Yeshua Na­
zaram avvolto dentro il telo di Torino fu il primo sacerdote del
cristianesimo. Certo doveva essere un sacerdozio molto diverso
da quello dei sadducei che controllavano le liturgie e i sacrifici
nel Tempio; però non c’è dubbio che chi compose questo cro­
cifisso nel telo lo vedeva come un mediatore eccezionale fra gli
uomini e D io127. Fondò un culto nuovo a Yahweh che nasceva
dall’antico Patto dell’Alleanza, un altro Yom Kippur che però
intendeva celebrato una volta per sempre e suggellato con il suo
stesso sangue. Al cuore di tutto stava un concetto molto semplice:
appartenere a Dio significa aiutare gli altri, anche pagando di
persona. In effetti vari esperti del Nuovo Testamento come ad
esempio Antonio Pitta ritengono che ancor prima di san Paolo
gli apostoli consideravano la morte volontaria di G esù come
l’evento dal quale proveniva la salvezza, e Paolo si limitò a svi­
luppare questa convinzione già formata nella comunità cristiana
primitiva128.

15. Lanello mancante

Il vangelo di Matteo riporta che la mattina dopo la croci-


fissione di Gesù, Caifa e Anna con un loro seguito si recarono
da Pilato e gli chiesero di far sorvegliare il sepolcro per evitare
che i seguaci di quell’uomo rubassero il cadavere per diffonde­
re poi la voce che era risorto dai morti; Pilato ribatte che un
simile compito spetta alla guardia privata del Sinedrio, e così i
funzionari del tribunale chiudono la tomba con i loro sigilli e vi
mettono delle sentinelle129.
Questo racconto ha spesso suscitato la perplessità degli studio­
si perché da una parte mostra tanti punti in comune con quanto
sappiamo dalle fonti storiche e archeologiche sul giudaismo del I
secolo, dall’altra contiene una vistosa discrepanza: un condannato
a morte riceve una sepoltura onorevole senza finire nella fossa
comune. Altre questioni di valore secondario, come ad esempio
il fatto che i sinottici parlano di una sindone mentre Giovanni
cita «bende» e «sudario», non hanno molto fondamento perché
questi sono termini che nel mondo ellenistico si usavano indif­
ferentemente per tutti i tessuti di lino, dal fazzoletto alla tunica
Sulla morte di Gesù Nazareno 281

fino alle vesti femminili anche colorate o decorate in vario modo,


persino i falsi abiti già ricordati che si mettevano sulle mummie
per abbellirle: come già detto la parola greca sindòn è un calco
dell’egiziano sbendo che significa semplicemente «tessuto», si usa­
va anche per la lana e corrisponde all’italiano moderno «panno».
Cercare di far parlare in maniera troppo precisa qualcosa che
nasce con valore generico non ha senso. Bisogna inoltre dire che
la parola usata da Giovanni per indicare i lini funebri di Gesù,
cioè othònia, è il plurale di othònion, termine altrettanto generico
che indicava le bende dei medici, i veli sacri con cui i pagani
rivestivano le statue di alcune divinità, la biancheria intima come
pure le tuniche; in un documento si specifica che per tessere un
othònion occorrevano tre operai, una donna e sei giorni di tempo,
quindi poteva essere anche un telo di grosse dimensioni. Come
già ricordato, nell’Egitto di età ellenistica l’espressione bìssina
othònia indicava teli di un lino fine molto pregiato confezionato
all’interno dei santuari, sul quale il sovrano aveva una forma di
monopolio130. Siamo insomma dinanzi a un altro termine di uso
comunissimo che indicava semplicemente un panno di lino di
varia pezzatura, proprio come sindòn-, la differenza della scelta
fra i due termini forse dipende solo dal fatto che il vangelo di
Giovanni fu composto quasi due generazioni dopo gli altri, in
maniera indipendente e oltretutto in una zona diversa, cioè la
città di Efeso (secondo la tradizione) che stava in Asia Minore.
Sulla grande varietà delle accezioni dialettali con cui era parlato
il greco all’interno dell’impero romano abbiamo già discusso
ampiamente, e per far capire meglio cosa intendo citerò un
esempio tratto dalla lingua italiana di oggi: nella zona di Pia­
cenza per indicare un asciugamano da bagno si dice «salvietta»,
un calco dal francese serviette che indica in realtà un oggetto
il quale viene servito (da servir, «servire»). A Roma invece per
«salvietta» si intende solo quel rettangolo di stoffa messo sulla
tavola apparecchiata per pulire le mani o la bocca: la parola è la
stessa, un termine derivato da una lingua straniera, però viene
usata in due regioni diverse per indicare oggetti un po’ diversi.
Dobbiamo anche fare i conti con un’altra cosa: lo stile molto
personale di Giovanni denota uno scrittore più colto e raffinato
dei primi tre, un autore che inoltre possiede informazioni ignote
agli altri tre131.
La mancata consegna del corpo di G esù alla fossa pubblica
è invece una questione molto più seria e ha suscitato grandi di­
282 Capitolo quarto

scussioni; gli storici si sono avventurati in tante congetture nel


tentativo di spiegare questo controsenso, e per un p o ’ di tempo
è andata in voga una ricostruzione che proponeva di risolvere il
problema immaginando una doppia sepoltura di cui nei vangeli
non sarebbe rimasta traccia. Di fatto se accostiamo il resoconto
dei vangeli ai dati dell’archeologia e della storia del giudaismo
del I secolo dobbiamo verificare che c’è uno scalino, una specie
di dislivello fatto da eventi che non combaciano: anche se le
prescrizioni della Mishna sono state codificate per la prima volta
verso l’anno 200, è indubbio che esse tramandavano un codice
di norme molto più antico che già il grande rabbino Hillel il
Vecchio sistemò in una prima, ampia raccolta sotto il regno di
Augusto; d’altro canto quando l’imperatore Vespasiano nell’an­
no 70 distrusse Gerusalemme e chiuse tutti gli istituti religiosi,
abolì anche uno speciale collegio di dottori della Legge che si
occupavano esclusivamente della Mishna: dunque a quel tempo
era già così corposa e sviluppata da richiedere l’impegno di un
collegio a sé stante132.
In questo contesto i cartigli di cui è rimasta traccia sulla
sindone si rivelano di grande interesse: infatti le informazioni
ricavabili dalle scritte e quelle dei vangeli si compenetrano a
vicenda e si spiegano le une con le altre. Per essere più precisi,
i cartigli spiegano certe incongruenze che il resoconto dei van­
geli presenta rispetto a quanto sappiamo grazie all’archeologia; i
vangeli a loro volta fanno capire perché sui cartigli furono poste
proprio quelle diciture. Se le scritte sono state individuate in
maniera corretta, esse permettono di salire letteralmente questo
«scalino». Sembrano proprio l’anello mancante fra ciò che rac­
contano i vangeli e quello che risulta dai dati dell’archeologia
e. della storia giudaica in età romana. Ammesso che lo Yeshua
Nazarani per cui furono scritti i cartigli sulla sindone sia lo stesso
Gesù Nazareno di cui parlano i vangeli, le scritte sono in grado
di fornire alcune spiegazioni molto interessanti. Vediamo quali.
Stando ai testi su cui si fonda la tradizione cristiana, Gesù
di Nazareth fu arrestato a opera delle guardie del Tempio, forse
coinvolgendo anche alcuni soldati della legione romana preposti
al servizio di ordine pubblico. Non convinto che le colpe addotte
corrispondessero a verità, e comunque mosso da ragioni di conve­
nienza sia privata sia pubblica, il governatore stabilisce che la colpa
sussiste e concede al Sinedrio il permesso di eseguire una sentenza
di morte. Il tipo di supplizio è conforme a quello abitualmente
Sulla morte di Gesù Nazareno 283

usato in Giudea per quel tipo di accusa, la crocifissione. Eseguita


la pena capitale, Pilato riceve da due esponenti della stessa casta
dirigente di Gerusalemme che aveva voluto la morte di Gesù la
richiesta di poter dare sepoltura dignitosa al corpo, secondo i
precetti imposti dal Deuteronomio: agli occhi del funzionario ro­
mano è chiaro che tutta la questione consiste in una lotta interna al
giudaismo, un conflitto religioso che coinvolge le classi superiori.
Nella vicenda di G esù Nazareno Pilato non ha alcun interesse
personale, e forse non aveva nemmeno le idee chiare sul contenuto
del suo pensiero; semplicemente, il governatore romano capisce
che c’è in atto una spaccatura fra due fazioni interne al popolo di
Gerusalemme, quindi fa una valutazione d’opportunità. Poi sceglie
di assecondare quella che gli sembra più potente e gli può dare
più gravi problemi di ordine pubblico: il movimento che segue
G esù è molto vasto e comprende anche persone di rango sociale
molto alto, però sono la minoranza rispetto alla gran maggioranza
formata da gente del popolo133. Pilato accontenta la fazione che gli
sembra più pericolosa per la sua carriera, però ritiene prudente
di non scontentare in tutto nemmeno l’altra: dunque si mostra
generoso almeno riguardo agli onori funebri. Accertata la morte
effettiva dell’uomo, il corpo è tirato giù dalla croce e consegnato ai
due capi dei giudei, uno membro del Sinedrio e l’altro appartenen­
te all’aristocrazia cittadina. Secondo la legge ebraica il morto non
può andare nel sepolcro di famiglia perché la sua carne è impura
per via della colpa, quindi deve riposare nella terra della fossa
pubblica finché non ne siano rimaste solo le ossa, le quali libere
dalla carne e dal peccato possono essere riconsegnate ai parenti
che abitano a Nazareth.
Insomma, si stabilì un compromesso: il morto dovette su­
bire comunque la pena di non riposare accanto ai padri, però
in un ambiente meno triste rispetto alla sepoltura comune. La
richiesta dei due capi propone di fare un lieve cambiamento
che nel concreto non viola i dettami della Legge: il morto non
avrà comunque il privilegio di riposare con i suoi padri ma sarà
ospitato in una tomba estranea finché non sia trascorso il termi­
ne legale previsto dalla Mishna e dalla Tosefta, il quale cade nel
mese di Adar shem dello stesso anno perché quello è un anno
bisestile di 13 mesi. Uno dei due capi è membro del Sinedrio e
conosce bene la Legge, sa che la proposta è accettabile e inoltre
fa notare che il sepocro dove desidera metterlo è nuovo, non
contiene altri corpi che possano essere considerati a rischio di
284 Capitolo quarto

contaminazione per la presenza di un uomo crocifisso. Questo è


un dettaglio contenuto nei vangeli che al lettore moderno, anche
il più accorto, può forse sembrare quasi peregrino, un arricchi­
mento superfluo; invece per i cristiani del tempo in cui furono
scritti i vangeli era una questione importante: Luca (23, 53) e
Giovanni (19, 41) lo sottolineano in modo molto chiaro, mentre
Matteo (27, 60) lo dà come un fatto sottinteso perché dice che
quel sepolcro era stato appena scavato nella roccia (quindi era
nuovo). Per la gente di quella stessa epoca, di quella medesima
cultura, doveva essere un fatto indispensabile, da specificare
bene: altrimenti sarebbe stato lecito meravigliarsi che il Sinedrio
avesse concesso di porre quel tipo di cadavere accanto ad altri
corpi di persone morte come «giusti».
La richiesta è fatta in modo da soddisfare le esigenze della
Legge e viene accolta: se Nicodemo è un fariseo, sa bene che
la pretesa è lecita, e in ogni caso l’altissima posizione sociale
di chi l’ha avanzata fa sentire il suo peso. Il corpo è avvolto in
un lenzuolo secondo l’usanza prevista per la tomba dei figli del
popolo, ma è di una tela particolare procurata da Giuseppe di
Arimatea. La sua fattura corrisponde a quella delle tende che
ornano il Tempio o le vesti rituali di lino del sommo sacerdo­
te. Non conosciamo così in dettaglio quali fossero gli usi del
giudaismo a questo proposito, ma può ben essere che qualche
volta i ricchi privati potessero chiedere di comprare delle pezze
da questi pregiatissimi rotoli prodotti per gli usi liturgici: come
già detto poco fa, nel vicino Egitto questo succedeva. Il corpo
del crocifisso non viene unto né lavato, ed è sepolto nudo come
è obbligatorio per i condannati134.
Poiché i muscoli si sono irrigiditi nella posa della crocifis­
sione, è necessario accostare le braccia al corpo: i due capi dei
giudei decidono di incrociare i polsi in una maniera che si usa
fra gli asceti di Qumran ma invertendo la posizione delle mani,
come se quello fosse un giusto che non doveva temere nulla
dalla giustizia di Dio. Il lenzuolo è accostato al corpo e fermato
con bende. All’esterno, tutt’intorno al volto, vengono incol­
lati dei cartigli di papiro, economiche striscette riciclate dove
stanno scritte certe cose necessarie per identificarlo una volta
avviluppato: secondo i vangeli, la stessa sera dovettero arrivare
alla sepoltura del Tribunale almeno altri due cadaveri di uomini
crocifissi. Nel cartiglio più grande che fa il giro intorno al volto
c’è il nome [I]HZOY[Z] NNAZAPENNOZ, e l’indicazione tratta
Sulla morte di Gesù Nazareno 285

dal mandato del governatore che registrava la sua rimozione


avvenuta all’ora nona: [OJ'PE KIA[X0co] oppure KIA[TO], Poi
dove resta spazio vengono incollati alla meglio altri cartigli più
stretti, scritti a lettere piccole in latino ed ebraico: sopra la fron­
te in orizzontale c’è la data che si riferisce a un certo anno del
regno di Tiberio, forse il sedicesimo, ovvero [T]IBEP[IOY] Ic^;
lungo il lato destro del volto in verticale una dicitura in latino
estratta dalla sentenza di morte decretata da Pilato, INNECE(M),
forse seguito di un altro cartiglio posto in orizzontale presso il
mento con la dicitura «dam natus» di cui è visibile ora solo la
N. Lungo la parte sinistra del volto un cartiglio stretto porta
la registrazione del funzionario che esegue la sepoltura [...]
PEZ(co), e in un altro al di sotto del mento c’è un estratto della
denuncia del Sinedrio dove si esprime l’accusa: ms ky oppure
ms mtu, «perché trovato» o «noi l’abbiamo trovato». Per ultimo
viene incollato un altro cartiglio scritto in greco dove compare
la data in cui i parenti potranno recuperare i resti: AAA[P ...],
dodici mesi legali dal 14 Nisan dell’anno 30 d.C., ovvero il 14 di
Adar shenl dello stesso anno. L’insieme dei cartigli poteva essere
un’etichetta funeraria a uso degli ufficiali del Sinedrio, qualcosa
che nella sua funzione logica somiglia da vicino ai cartellini legati
all’alluce delle salme negli obitori moderni. Era un testo che
doveva far fede agli effetti della legge giudaica del tempo; nella
nostra cultura lo diremmo un certificato, un certificato relativo
alla morte e alla sepoltura di Gesù Nazareno. Diceva all’incirca
così: «G esù Nazareno. Trovato [che sobillava il popolo, cfr. Le
23, 2], M esso a morte nell’anno 16 di Tiberio. Sia deposto (op­
pure: veniva rimosso) all’ora nona. [Sia reso in] Adàr \_shenf\.
Chi esegue gli obblighi è [...]».
Il funzionario che firmò i cartigli era anche la persona che
vergò di sua mano le scritte: il custode di un cimitero pubblico,
un uomo di cultura media o forse bassa, di certo non un letterato.
Il fatto che le parole furono scritte in una capitale rudimentale
la dice lunga anche sull’istruzione di chi le vergò: la capitale era
infatti la prima scrittura che si imparava sui banchi di scuola, il
fondamento dell’istruzione elementare. Chi poi faceva una carrie­
ra da intellettuale (il segretario della pubblica amministrazione,
il notaio, il libraio) imparava anche a scrivere in altri stili più
sofisticati, ma le persone di cultura medio-bassa come questo
ufficiale del sepolcreto pubblico di Gerusalemme si accontenta­
vano di usare solo la capitale, a volte tracciata anche in maniera
286 Capitolo quarto

un p o ’ incerta. Sapevano e dovevano scrivere, ma si trattava di


messaggi essenziali e in genere di testi molto brevi come sono
appunto queste etichette mortuarie e la loro trascrizione sul re­
lativo registro. La scrittura corsiva invece è tipica dei burocrati
degli uffici di cancelleria, i quali scrivevano ogni giorno decine
di pagine e dunque adottavano questo stile di scrittura molto
più veloce per abbreviare i tempi135.
Pressato dal fatto che era molto tardi e bisognava compiere
tutto il necessario al più presto, l’ufficiale preparò i cartigli in fretta
e furia ricopiando dei passi dal documento che accompagnava il
corpo del defunto: il latino in cui era scritta la sentenza di Pilato
non lo sbagliò perché si limitò semplicemente a ricopiare; anche
F aramaico della denuncia avanzata dal Sinedrio a quanto sembra
lo scrisse bene, perché era la sua lingua madre; ma dovendo
traslitterare in greco il nome dell’ucciso, complice la gran fretta,
non fece un buon lavoro e disegnò la N come la vedeva sulla
sigla latina INNECE(M) vergata dal funzionario romano: ma in
quel caso si trattava di due N legate insieme. D ’altronde nessuno
sarebbe stato lì a sindacare. Poi incollò i cartigli tutt’intorno alla
testa del cadavere completamente avvolto nel sudario, e lo affidò
così ai due potenti che avevano ottenuto il permesso di metterlo
in una tomba privata. Il suo lavoro era finito.
Giunta alla conclusione del lavoro, messi insieme tutti i ri­
scontri dati dalle tante testimonianze dei papiri greco-romani, ho
voluto cercare un ulteriore riscontro sottoponendo la questione
delle scritte a un papirologo di grande esperienza, uno specia­
lista del settore. L’Italia vanta nomi eccellenti in questo campo
famosi in tutto il mondo: poiché era necessario tenere nascosto
che le scritte stavano sulla sindone di Torino, per gli ovvi rischi
di suggestionamento culturale legati alla vecchia questione del
radiocarbonio, ho capito che non potevo consultarli tutti. Essendo
colleghi che collaborano fra loro, era naturale prevedere che si
sarebbero scambiati un parere. A parità di esperienza e prepa­
razione, la scelta è caduta su Mario Capasso per un motivo: ha
scritto un bellissimo manuale di papirologia che contiene anche
un ottimo testo di storia ellenistica, nel quale sottolinea che per
capire il senso di un testo bisogna sempre immergerlo nel suo
preciso contesto storico; ma soprattutto, ha passato molti anni a
decifrare i papiri di Ercolano, i quali pongono grossi problemi
di lettura perché le vicende dell’eruzione del Vesuvio li hanno
ridotti a essere accartocciati, schiacciati e carbonizzati. Essendo
Sulla morte di Gesù Nazareno 287

le tracce di scrittura sulla sindone poco leggibili, anche se molto


più facili dei papiri di Ercolano, mi è sembrato la persona giusta.
Ho tenuto nascosta a Mario Capasso la questione della sindone sia
per garantire l’obiettività del giudizio, sia perché le scritte stavano
comunque su un testo diverso, poi entrato in contatto con il telo;
e ho anche taciuto la presenza della data (T)IBEP(IOY) I<^ perché
l’insigne papirologo l’avrebbe riconosciuta immediatamente e
questo avrebbe infuenzato il suo giudizio. A me serviva invece
una valutazione paleografica delle scritte nuda e cruda.
Anche se sprovvisto di alcuni elementi, Capasso mi ha con­
fermato che le scritte stavano molto probabilmente su cartigli di
papiro: e aggiunge che le loro dimensioni corrispondono a quelle
dei sillyboi, le etichette appese fuori dalle scatole che contenevano
i libri. La datazione paleografica non è di epoca paleocristiana
(I-III sec. d.C.) come avevo proposto io, bensì più antica: il sigma
angoloso e la forma generale delle altre lettere rimandano alla fine
dell’epoca tolemaica, ovvero la fine del I secolo a.C. e gli inizi
del I d.C. Per essere brevi, non vanno oltre il regno di Tiberio
e di Claudio, e il range che è corretto indicare per la loro forma
va dal 50 a.C. circa al 50 d.C. La valutazione del professore mi
ha anche indotto a riflettere su un dettaglio che onestamente per
mio conto non avevo notato: il funzionario che tracciò queste
scritte nell’anno 30 doveva avere una certa età, cioè non era più
giovane. Infatti la sua scrittura è leggermente arcaizzante, ovve­
ro segue uno stile che ormai stava uscendo di moda: noi tutti
siamo abituati a conservare certe forme che abbiamo imparato
nel nostro primo contatto con la scrittura, alle scuole elementa­
ri. Personalmente traccio la z con la coda nel basso (una forma
quasi ottocentesca e oggi molto desueta) perché il mio maestro
delle elementari era a quel tempo molto anziano e prossimo al
pensionamento. Nelle persone che non scrivono di mestiere e
prendono la penna in mano solo di tanto in tanto la scrittura
si cristallizza, non si evolve, resta legata ai suoi modelli iniziali.
L’uomo che tracciò il documento rimasto impresso sul lino della
sindone probabilmente aveva imparato a scrivere agli inizi del
regno di Augusto. Il lettore non deve meravigliarsi che l’esame
delle scritture possa condurci così vicino alla realtà umana di
chi le tracciò, a volte arrivando a distinguere addirittura dettagli
intimi, personali. Fra le scritture del medioevo mi viene in men­
te un privilegio di papa Giovanni V ili datato 15 ottobre 876:
è scritto in una grafia molto accurata ed elegante che si usava
288 Capitolo quarto

nella Cancelleria apostolica a quel tempo, ma la sottoscrizione


inferiore, che dava valore al documento ed era eseguita da un
funzionario preposto, è completamente diversa e tracciata da
una mano vistosamente tremolante. Il funzionario autore della
sottoscrizione era un uomo di età avanzata, affetto probabilmente
da ciò che oggi chiamiamo morbo di Parkinson136. Il professor
Capasso mi conferma inoltre che le etichette trovate sulla sindone
avevano valore informativo, cioè erano state scritte per notificare
qualcosa, e chi le fece non era affatto uno scrittore di mestiere.
Una questione su cui invece mi corregge è l’idea che le etichette
siano state rifatte una seconda volta, magari per sostituire altre più
antiche: a suo giudizio sono tutte della stessa epoca, e la doppia
impressione dipende forse da uno spostamento del cartiglio a
contatto con il materiale su cui la scrittura si è trasferita. Devo
ammettere che Aldo Marastoni, osservando la doppia impressione
presso la scritta IBEP, la pensava esattamente come lui137.
I cartigli sono un fatto dovuto oltre che necessario: per leg
il morto dovrà restare almeno dodici mesi in un sepolcro estra­
neo diverso da quello di famiglia, e fino al giorno in cui avverrà
la cerimonia della resa i parenti non hanno diritto di spostarlo.
Preparato in tutto e per tutto come se dovesse andare nella se­
poltura pubblica insieme agli altri crocifissi, il corpo di questo
Yeshua Nazarani avvolto nella sindone si avvia a un destino diver­
so. L’episodio riferito da Matteo (27, 62-66), secondo il quale il
Sinedrio mise una guardia onde impedire che i parenti rubassero
il corpo, è quanto mai verosimile sul piano storico: si aveva il
timore concreto che i parenti lo prendessero per portarlo nella
tomba di famiglia a Nazareth, cosa facilissima dato che stava in
un sepolcro privato in aperta campagna. Alla luce di tutto questo
acquista chiarezza anche il racconto del litigio fra i sacerdoti e
Pilato138. I sacerdoti erano preoccupati che i seguaci potessero
rubare il cadavere, fatto che non poteva succedere se il corpo
fosse andato nel sepolcreto del Tribunale come doveva: con un
capriccio tipico dei potenti, Pilato aveva voluto consentire a quella
soluzione diversa, cioè farlo mettere in una tomba estranea ma
privata, perciò ora doveva anche provvedere alla sorveglianza
necessaria. Pilato dal canto suo non ne volle sapere. Convinto o
non convinto li aveva accontentati, il caso per lui si era chiuso
con la morte di quell’uomo e adesso non voleva altre beghe.
Conclusioni

La foresta degli scritti non canonici su Gesù

Q uando s’incomincia a discutere se convenga o


meno conoscere il passato e serbarne la memoria
- cioè le tracce soprattutto scritte, come quelle che
è più difficile proteggere - vuol dire che qualcosa si
sta già perdendo o può perdersi di lì a poco.
Canfora, Conservazione e perdita dei classici, p. 35

Decisamente le diciture di cui resta traccia sulla sindone sem­


brano avere un valore storico fuori del comune perché possono
riferirsi a un documento di età romana sulla morte di Gesù di
Nazareth. Di quest’atto non sappiamo nulla, eccetto due cose: gli
autori antichi conoscevano l’esistenza di documenti sulla condanna
di Gesù, e stando a quanto sappiamo della prassi giudiziaria di
Roma non ci sono dubbi che se ne fecero non una sola, ma più
registrazioni diverse. L’ipotesi che le scritte siano state messe da
un falsario per avvalorare l’autenticità della sindone è da scartare:
infatti questo truffatore avrebbe dovuto inventare un sistema com­
plicato per lasciare sul telo certe tracce che sarebbero divenute
visibili ai posteri solo tanti secoli dopo, con l’invenzione della
fotografia; inoltre qualunque falsario avrebbe usato le diciture
del titulus crucis, quelle descritte dall’evangelista Giovanni che
hanno accompagnato le immagini della morte di Gesù in tutta
la tradizione cristiana: non certo quelle strane parole IBEP,
INNECE(M), KIA-, PEZ(a>), AAA- e SB che con i vangeli non
c’entrano proprio nulla. La presenza del segno N raddoppiato a
sproposito è un altro segnale di spontaneità: un falsario avrebbe
seguito uno stile usuale e consolidato, evitando accuratamente
ogni stranezza che potesse dare nell’occhio.
Il testo potrebbe anche essere una didascalia messa da alcu
devoti per commemorare la morte del Nazareno su quel telo con
la misteriosa immagine che portava tutti i segni della Passione.
Anche questa è una possibilità da valutare: si tratta però di fedeli
vissuti in un’epoca molto antica, precedente il regno di Costanti­
no, i quali comunque possedevano informazioni molto particolari
sulla sepoltura di Gesù Nazareno che non provengono dai vangeli
canonici. Dettagli materiali, insignificanti per la fede, che però
nell’ottica del moderno archeologo posseggono un interesse
290 Conclusioni

enorme. Le scritte formano un quadro molto aderente a quanto


sappiamo dai testi che riguardano gli usi giudaici di età romana.
Forse quelle informazioni venivano da documenti oggi per noi
perduti, cosa assai probabile visto che durante le distruzioni di
Gerusalemme operate da Tito nel 70 e poi da Adriano nel 135 la
città fu rasa al suolo con tutti i suoi archivi; oppure derivano da
un patrimonio di tradizioni locali che nel tempo si sono perdute,
ma hanno lasciato delle tracce evidenti ad esempio nella liturgia
antichissima della Via Crucis. Nel campo delle tradizioni antiche
sulla storia di Gesù esiste una grande famiglia di scritti poco
conosciuti e poco studiati, che ci sono giunti su manoscritti fram­
mentari. A volte di essi resta solo un pezzetto di papiro poco più
grande di un francobollo, ma anche quel pezzetto basta a provare
che furono scritti, che cioè qualcuno aveva interesse per il loro
contenuto. Sono testi quasi tutti originari del Medio Oriente, in
greco o altre lingue di ceppo semitico, e risalgono a un’epoca che
va dal II al IV secolo. Formano una specie di sottobosco fittissi­
mo e rigoglioso, pieno di materiali molto diversi fra loro: alcuni
somigliano a romanzi popolari, altri sono più che altro discorsi
di filosofia costruiti a partire da alcune frasi attribuite a Gesù;
altri ancora sembrano veri e propri vangeli e non sono stati iden­
tificati perché non abbiamo dati sufficienti. G li studiosi li hanno
accomunati tutti sotto il nome di apocrifi (in greco «nascosti»),
però è una formula impropria perché questi scritti non erano
affatto nascosti ma come già detto circolavano liberamente fra il
popolo: gli specialisti infatti preferiscono parlare di «vangeli» in
ogni caso, usando l’aggettivo intracanonico per i quattro venerati
dalla Chiesa ed extracanonico per tutti gli altri. Il contenuto dei
vangeli extracanonici sembra derivare dall’esperienza di persone
che ebbero un qualche contatto forse anche diretto con Gesù, ma­
gari ascoltarono qualcuna delle sue predicazioni ma non scelsero
di seguirlo in via definitiva: si vede che ne restarono affascinati,
però colmarono i vuoti della loro esperienza con elementi dovuti
all’interpretazione, a volte anche alla fantasia. Per dire certe cose
ricorrono a simboli strani e curiosi, i quali seguono una logica
particolare che non capiamo bene e probabilmente è legata alla
cultura specifica degli autori1. La forma delle lettere identificate
sulla sindone corrisponde a questo periodo, con una sola precisa­
zione necessaria: il passaggio dallo stile capitale all’onciale come
si vede sulla sindone è già vivo prima dell’anno 79 d.C., mentre
a quanto ci risulta gli unici scritti su G esù Nazareno risalenti al I
La foresta degli scritti non canonici su Gesù 291

secolo sono i vangeli canonici. Curiosamente l’evangelista Marco


che è il primo a scrivere (dal 37 d.C. per alcuni, nel 64-67 d.C.
per altri) usa per Gesù soltanto quella particolare forma latinizzata
Nazarenòs che si ritrova sulla sindone.
Gli autori cristiani si interessarono agli apocrifi e si inter­
rogarono molto presto su quale fosse il loro valore per la fede
e l’insegnamento della dottrina. Uno fra i primi esegeti della
storia cristiana, Papia che fu vescovo di Gerapoli in Frigia verso
l’anno 100 d.C., ritenne opportuno valutare tutte le tradizioni
degli insegnamenti di G esù alla luce di un concetto empirico ma
molto saggio, che potremmo chiamare il «criterio dell’orecchio»:
bisognava prestare fede solo a ciò che veniva da persone le quali
avevano vissuto direttamente i fatti dei vangeli oppure ascoltato
la predicazione dei discepoli. D opo aver incontrato molti predi­
catori e vagliato vari scritti, Papia lasciò un’indicazione che poi
gli altri vescovi in seguito presero a modello:

Se mai è giunto qualcuno che si vantava di essere seguace dei presbiteri,


10 gli chiedevo con insistenza quello che avevano detto Andrea o Pietro o
Filippo o Tommaso o Giacom o o Giovanni o Matteo o chiunque altro tra i
discepoli del Signore... Non pensavo infatti di dovere a ciò che avevo appreso
dai loro libri tanto quanto alle cose imparate dalla loro voce viva e sicura2.

Papia si regolò prestando fede solo a quelle che oggi direm­


mo delle fonti di prima mano, e per questo indicò come opere
fondamentali gli scritti di Giovanni, che fu suo maestro, oltre al
vangelo di Marco e di Matteo: così facendo tracciò una specie
di canone ante litteram, perché poi gli autori cristiani successivi
come Ireneo di Lione apprezzarono la sua scelta e la mantennero.
11 vangelo di Luca era entrato nell’uso già prima, grazie al fatto
che il suo autore aveva accompagnato san Paolo in vari viaggi
missionari e secondo Eusebio di Cesarea Paolo stesso ne parlava
dicendo «il mio vangelo» proprio come se lo scritto derivasse in
qualche modo dalla sua persona3. Tutte le altre tradizioni seconda­
rie, come tanti rigagnoli d’acqua che escono dall’alveo del fiume,
sopravvissero e si diffusero nella cultura del popolo. Sant’Agostino
d’Ippona ne dette una definizione equilibrata e lapidaria che gli
studiosi tutto sommato condividono ancor oggi:

in questi apocrifi si ritrova anche qualche parte di verità; ma a causa delle


tante altre cose false, non si riconosce ad essi la stessa autorità che hanno
i vangeli canonici4.
292 Conclusioni

Gli scritti secondari su Gesù non offrono nessun contributo sul


piano della dottrina e della spiritualità, però sono di grandissimo
interesse storico per capire meglio la civiltà del tardo giudaismo e
soprattutto del primo cristianesimo. E un patrimonio quasi sco­
nosciuto al grande pubblico: infatti è una materia molto difficile e
per trattarla con serietà bisogna padroneggiare tante conoscenze
che riguardano il mondo antico; inoltre gli esperti che ne scrivono
pubblicano i loro lavori su riviste specialistiche consultabili solo
in certe particolari biblioteche, e in genere questi studi hanno un
linguaggio molto tecnico, assai difficile per chi non è del settore. In
questo grande patrimonio di conoscenze da recuperare giacciono
le radici di quelle singolari scritte identificate sulla sindone, notizie
sui dettagli materiali della sepoltura di Gesù che non confluirono
nei vangeli perché erano questioni prettamente burocratiche: che
il corpo di Gesù fosse stato preparato per la sepoltura munito di
cartigli a norma di legge, per i cristiani significava pochissimo.
Gli evangelisti accennano brevemente a queste minute faccende
amministrative, come quando specificano che nella tom ba di
Giuseppe d’Arimatea non c’erano altri defunti: dal modo in cui
ne parlano si capisce che danno ogni cosa per scontato, perché la
gente che leggeva i loro testi conosceva benissimo quegli usi legali
e avrebbe capito subito. Come osserva Simone Venturini in un suo
bel libro recente dedicato allo scritto di Matteo, «il vangelo non è
una fonte archivistica ma la testimonianza di un’esperienza»: chi
ha scritto voleva comunicare certi eventi ad altre persone e lo fece
usando le coordinate che erano comuni nel loro mondo, nel loro
modo di vivere e di pensare5. Ancora una volta le etichette presenti
sulle mummie egizie ci offrono un esempio illuminante: in esse il
sacerdote che segna la data della mummificazione scrive formule
del tipo «il quinto giorno del mese di mesore dell’anno decimo». E
qui si ferma, senza dare altri riferimenti; oggi gli archeologi sono
costretti a datare questi documenti con indicazioni vaghe del tipo
«II-III secolo d.C.» perché non sappiamo quale fosse di preciso il
punto di partenza per identificare quella data espressa come «anno
decimo». Era il decimo anno di governo di un certo imperatore? E
se fu così, di quale imperatore si trattava? Oppure indicava un rife­
rimento più vicino alla gente di quel villaggio, magari la dedicazio­
ne del tempio principale? Di sicuro per gli abitanti, i familiari della
salma e lo stesso sacerdote che scrive il documento si trattava di un
fatto talmente noto da poterlo tranquillamente dare per scontato.
Questi certificati di sepoltura delle mummie egizie sono atti rigida­
La foresta degli scritti non canonici su Gesù 293

mente ancorati alla realtà del loro tempo e sarebbe ridicolo pensare
che non abbiano valore storico solo perché noi oggi, duemila anni
dopo e dentro un mondo completamente diverso, non riusciamo a
individuare qual era il loro esatto significato. Per le indicazioni cro­
nologich