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IL GIORNALE · BIBLIOTECA STORICA

© ANDREW ROBERT BURN

STORIA DELL’ANTICA GRECIA


Titolo originale
A Traveller’s History of Greece

Edizione Speciale per Il Giornale © 1991 Arnoldo Mondadori Editore S. p.A., Milano

Stampa e legatura Mondadori Printing S.p.A. Stabilimento NSM - Cles (TN)

Supplemento al numero odierno de Il Giornale Direttore Responsabile: Maurizio


Belpietro Società Europea di Edizioni S.p.A. Reg.Trib. Milano n. 215 del 29/05/1982

Il presente libro deve essere distribuito esclusivamente in abbinamento al quotidiano


II Giornale.
Tutti i diritti di copyright sono riservati
ANDREW ROBERT BURN

STORIA
DELL'ANTICA
GRECIA

Traduzione di Filippo Gentili


IL GIORNALE · BIBLIOTECA STORICA
Storia dell’antica Grecia

A Hester
e a tutti i giovani viaggiatori
Introduzione
Capitolo I - PREISTORIA
1 Le origini

2 La civiltà minoica

3 Popoli, idiomi e la venuta dei Greci

Capitolo II - CRETA, MICENE E L’ETÀ EROICA


1 Creta e Micene

2 Re Minosse e le tavolette in Lineare B di Cnosso

3 La caduta di Cnosso

4 Micene e l’età eroica

5 I predoni del mare

6 Le guerre contro Tebe e Troia

7 Gli ultimi Micenei e il problema dorico

Capitolo III - IL MEDIOEVO ELLENICO (1100-700 circa


a.C.)
1 L’età buia

2 Le migrazioni oltremare

3 Le città stato

4 Atene e l’arte geometrica

5 La Ionia e l’epica

6 Esiodo

7 L’alfabeto
8 Gli albori della storia

Capitolo IV - ESPANSIONE E RINASCIMENTO


1 I Greci e l’Occidente

2 La colonizzazione in Oriente

3 L’Egitto e la Cirenaica

4 Un’epoca di grandi rivolgimenti

5 La nuova arte

Capitolo V - L’ETÀ DEI POETI LIRICI


1 Archiloco di Paro

2 Saffo e la sua epoca

3 Espansione in Occidente

4.Sparta e la reazione

5 Lo sviluppo di Atene

Capitolo VI - L’ETÀ DEI PRIMI FILOSOFI


1 La vita e l’epoca di Talete. La comparsa di Ciro

2 Scienza e religione

3 Le religioni misteriche

4 Pitagora

5 L’uno e il divenire

Capitolo VII - L’ASCESA DELLA PERSIA E LA


RIVOLUZIONE ATENIESE
1 La Persia e l’Occidente

2 La rivoluzione ateniese
3 Da Sardi a Maratona

4 Tra due invasioni: la politica dei partiti ad Atene

Capitolo VIII - L’INVASIONE DI SERSE


1 Si addensa la tempesta

2 Le forze in campo e le strategie

3 Le Termopili e l’Artemisio

4 Sul filo del rasoio

5 Le conseguenze di Salamina

Capitolo IX - MEZZO SECOLO DI SPLENDORE - I (478-


460)
1 Dopo la liberazione

2 Gli albori della cultura classica

3 La nuova età in Sicilia

4 Atene ed Eschilo

5 Lo sfaldamento dell’unità greca

Capitolo X - MEZZO SECOLO DI SPLENDORE - II L’Atene


imperiale
1 Gli anni della vittoria

2 Gli anni della crisi: 454-445

3 Gli anni d’oro di Atene

4 Gli anni d’oro dell’arte greca

Capitolo XI - MEZZO SECOLO DI SPLENDORE - III La


società ateniese
1 La democrazia in funzione

2 I fermenti intellettuali

3 Pericle nella vita privata

Capitolo XII - LA GRECIA E LA GUERRA DEI DIECI ANNI


(431-421)
1 La ripresa della guerra

2 La guerra e Tucidide

3 La cultura sul finire del V secolo

Capitolo XIII - ALCIBIADE E LA CADUTA DI ATENE


1 Socrate e Alcibiade

2 Politiche di partito e disastro militare

3 Gli ultimi anni di guerra

4 Rivoluzione e controrivoluzione

Capitolo XIV - L’ETÀ DI PLATONE


1 L’Atene postbellica e la morte di Socrate

2 Platone si volge al passato

3 Sparta e Tebe: 400-362

4 L’Atene borghese

Capitolo XV - I MACEDONI
1 Filippo

2 Alessandro

3 Atene e il nuovo impero: Aristotele

Capitolo XVI - L’EREDITÀ DI ALESSANDRO


1 I successori

2 La cultura ellenistica ad Atene

3 I frutti della cultura alessandrina

4 I Greci in Asia

Capitolo XVII - L’OMBRA DI ROMA


1 Le leghe federali e la comune spartana

2 Roma e i Greci d’Occidente

3 La conquista romana

4 La pace romana

EPILOGO - LA FINE DELLA GRECIA ANTICA


Bibliografia
Introduzione

I manuali di storia greca si concentrano, quasi tutti, sugli eventi


militari e politici, considerati tradizionalmente, e non senza
ragione, il nerbo della storia vera e propria. Erano, infatti, scritti
per studenti di materie classiche, che, dedicando molto tempo
alla letteratura (e assai meno all’arte e alla scienza),
consideravano le questioni pubbliche alla stregua di uno sfondo
degli avvenimenti più propriamente culturali. Nell’epoca
attuale, in cui il greco e il latino non costituiscono più, per la
maggior parte dei cittadini occidentali colti, la base della cultura
comune, si avverte l’esigenza di nuovi libri per presentare
questo grande capitolo dell’evoluzione della nostra civiltà a un
nuovo pubblico di lettori, un pubblico fatto di persone che
viaggiano, versate soprattutto negli studi di materie scientifiche
e moderne. Siccome, tuttavia, perfino i giovani studiosi di
materie classiche sono, a un certo punto, novizi, confidiamo che
questo libro torni utile anche a loro.
Il periodo di tempo considerato, che ha inizio nell’età dei
pionieri neolitici, arriva fino alla chiusura delle scuole di
filosofia ad Atene, in età cristiana. La corretta valutazione delle
grandi conquiste culturali dell’Atene classica ha spesso risentito
della tendenza a studiare la città isolatamente, come un caso a
sé. D’altra parte, fu ad Atene che giunsero a piena fioritura i
germogli sbocciati in precedenza; qui vennero gettati quei semi
fecondi, dai quali sarebbe scaturito quanto ci sarebbe stato di
valido in seguito. Se la storia di Atene dal 500 al 300 a.C.
occupa metà del libro, ciò non è dovuto alla mancanza di
materiale per una trattazione molto più approfondita dei secoli
precedenti e successivi; il fatto è che è giusto che sia così. Se,
analogamente, le guerre persiane sono le sole a essere descritte
nei particolari, da un punto di vista militare, ciò non dipende
soltanto dal fatto che esse rappresentano una grande avventura,
parte della tradizione occidentale, da salvaguardare da
Hollywood e dalla narrativa per bambini, ma anche perché
ebbero un’importanza unica, in quanto costituirono una di
quelle poche occasioni nelle quali il destino di tanti uomini
dipese dall’esito di una sola giornata.
I miei più sentiti ringraziamenti vanno ai cari amici che
hanno letto la versione dattiloscritta di questo libro, capitolo per
capitolo; a Miss Hester Fellowes, ora diventata Mrs M.C.
Greenstock, laureata in scienze all’Università di Cambridge,
che conosce bene la Grecia; al mio collega dottor Robert
Morrison, che rappresenta gli scienziati anziani; a mia moglie,
come sempre; al dottor D.M. Lewis, del Christ Church College
di Oxford, che, nella sua veste di storico e critico, uno dei più
colti e schietti della sua generazione, mi ha salvato da molti
errori nei particolari, e che non va considerato responsabile dei
giudizi qui espressi, alcuni dei quali egli in effetti non
condivide. Vorrei inoltre ringraziare i professori George Huxley
e J.N. Coldstream che (convenientemente, al largo di Creta) mi
fornirono entrambi ragioni per modificare il paragrafo
conclusivo sulla controversia intorno al Lineare B; e Edward
Arnold, per avermi concesso di adoperare le traduzioni che
avevo fatto per The Lyric Age of Greece e Persia and thè
Greeks.
Glasgow, ottobre 1969 A.R. Burn

Nella ristampa del 1981 la sezione, ora intitolata «Gli ultimi


Micenei e il problema dorico», capitolo 2.7 (pp. 55-59), venne
completamente riscritta alla luce delle ultime pubblicazioni; e
in quella del 1984 si tenne conto dei risultati del lavoro
archeologico svolto in Eubea e in Macedonia, e della nuova The
Cambridge Ancient History, volume III.
Oxford, luglio 1984 A.R. Burn
Capitolo I -
PREISTORIA

1 Le origini

Il primo sorprendente evento della preistoria greca - viene ora,


infatti, considerata controversa la datazione del cranio di
Petralona (neanderthaliano?) - appartiene all’epoca mesolitica,
preagricola. Entro il 7000 a.C. circa la popolazione costiera
presso la grotta Franchthi in Argolide era non solo in grado di
catturare grandi pesci in mare aperto, ma importava da Melo,
distante centosessanta chilometri, l’ossidiana, un cristallo
vulcanico che produce lame più affilate di quelle di selce. È
senz’altro possibile che la Grecia abbia conosciuto la prima
attività marinara dell’umanità: per quei tempi era come portare
un uomo sulla luna.
L’agricoltura ebbe probabilmente origine nell’Asia
sudoccidentale. Lì, lungo un asse che dalla Siria giunge al
Caspio, sono rintracciabili orzo selvatico, grano del tipo triticum
dicoccum (antenato del nostro grano), capre selvatiche e pecore
(progenitrici delle nostre specie domestiche). Fu lì che «a est
dell’Eden», in un’epoca intorno al 10000 a.C., ebbe luogo la
«rivoluzione neolitica»: ci fu, forse, in un primo tempo,
l’allevamento di bovini e caprini, che portarono ad
addomesticare completamente queste specie; quindi, alimentate
dalla preoccupazione di trovare abbondanti pascoli, le
popolazioni si avviarono alla ricerca e alla cura di «foraggi
nobili», la base dell’agricoltura occidentale. Da quel momento
in poi - chissà che i figli di Adamo, con il sudore sulla fronte,
non si siano chiesti quale peccato avessero commesso per essere
costretti a un lavoro così duro - la nuova forma di vita si diffuse
a ritmo costante. Entro il 6500 a.C. flussi di pionieri agricoli,
penetrati in Europa all’altezza del Bosforo, stabilirono cospicui
insediamenti in villaggi a Nea Nicomedia, a nord- est di
Tessalonica. Altri raggiusero l’Europa centrale, risalendo il
Danubio. In Tessaglia, il primo insediamento modello è Sesklo,
vicino alla baia di Volo.
Queste popolazioni producevano già una buona ceramica, pur
lavorando senza la ruota. Le abitazioni di Sesklo, fatte di
mattoni, poggiavano su fondamenta di pietra. Si producevano
inoltre statuine femminili di creta, dalle forme incredibilmente
rotonde, ma che ovviamente piacevano. Ne furono ritrovate
cinque in un edificio di Nea Nicomedia, presumibilmente
adibito a tempio. Ne deduciamo che quelle popolazioni, come i
contadini della Grecia classica, avessero già la concezione di un
potere che, nelle sembianze di dea, accordava o negava la
fertilità. Curavano la fecondità dei loro campi per mezzo di
solide tecniche agricole (forse conoscevano già la rotazione
delle colture, che praticavano alternando la semina di grano con
quella di piselli e fave). Il livello dei loro piccoli insediamenti
di carattere permanente a mano a mano si alzò attraverso
l’opera di incessante ristrutturazione delle abitazioni, che
finivano per assomigliare a tumuli o tell{1}. Per cinquecento anni
tali insediamenti rimasero non fortificati. Vi era spazio per tutti
nel fertile territorio delle pianure alluvionali, tra le colline
calcaree. Come narra la leggenda greca, di molto posteriore, gli
inizi furono l’età dell’oro, che non conosceva ancora la guerra.
Altri flussi migratori neolitici raggiunsero Creta dal Levante,
portando con sé maiali, pecore, bovini (pur trattandosi,
probabilmente, di animali giovani, non era impresa da poco).
Anche queste popolazioni producevano figurine di creta dalle
rotondità accentuate, e vivevano senza fortificazioni
nell’entroterra, spesso in grotte, senza dubbio più comode delle
capanne. Si insediarono prevalentemente nella parte orientale
dell’isola, più calda e secca di quella occidentale. Il carbonio
radioattivo indica la presenza di insediamenti a Cnosso sin dal
5000 a.C.
Altri ancora raggiunsero le Cicladi prima del 4000. I loro
discendenti, in epoca anteriore al 2750 - i primi in Grecia ad
avere pugnali e punte di lancia di rame -, trovarono rame e altri
materiali all’interno dell’isola e li lavorarono. Con il marmo
locale produssero statuette femminili dalle linee sobrie e
geometriche, ammirate (e falsificate) ai giorni nostri. Gli
artigiani che lavoravano i metalli, quelli che tagliavano la pietra
e i gioiellieri erano, probabilmente, specializzati (uno sviluppo,
questo, ancora sconosciuto a Creta e nella Grecia continentale);
i loro insediamenti sulle isole, sebbene ancora limitati a una
popolazione di poche centinaia di anime al massimo,
cominciano ad assomigliare a cittadine. La decorazione su
ceramica propone scene convenzionali di uomini su barche;
seppellivano i loro morti in camere funerarie intagliate nella
roccia o costruite in pietra; l’abbondanza di armi rinvenute tra
gli oggetti sepolcrali ha qualcosa di sinistro. Da Phylakopi,
nell’isola di Melo, portavano a Creta e nella Grecia continentale
lame e piastre di ossidiana da lavorare; sulla terraferma la loro
cultura si mescolò, durante il terzo millennio, a quella degli
insediamenti agricoli in espansione, costituendo la cosiddetta
cultura del protoelladico.
La conoscenza dei metalli e la ricerca organizzata dei
minerali raggiunse, senza dubbio, le Cicladi venendo
dall’Oriente, attraverso l’Asia Minore. In Mesopotamia, già
prima del 3000 a.C., esistevano città e governi, fondati sulla
necessità di organizzare l’irrigazione e regolamentare l’uso
delle scorte d’acqua. Poiché i metalli e le pietre preziose si
trovavano nelle regioni sassose, il commercio, estendendosi,
giunse a coprire grandi distanze, mentre la popolazione
cresceva densa nelle terre alluvionali lungo · grandi fiumi. Il
rame, come ha mostrato Gordon Childe, se nella produzione
degli strumenti agricoli aveva la stessa utilità della pietra, era
molto più efficace nella costruzione delle armi. Ecco perché le
comunità in grado di organizzare e proteggere il commercio dei
metalli riuscivano a dominare molti popoli. La domanda di
rame divenne inesauribile con lo scoppio della guerra nelle
regioni orientali, dove le città sumere, dopo essersi contese la
terra alluvionale, fertile, ma di estensione limitata, tentarono di
consolidare la propria posizione soggiogando i popoli vicini e
terrorizzando le tribù barbariche confinanti. In seguito la
domanda di rame crebbe ancora, sostenuta dalla domanda di
stagno, il raro e prezioso metallo, che, mescolato in percentuale
del dieci per cento al rame, come i Sumeri già sapevano prima
del 2500, consentiva la produzione del duro, resistente bronzo.
Commercianti e cercatori di metalli, provenienti dall’Assiria,
fondarono in Cappadocia, a nord delle montagne del Tauro,
stabili centri minerari: da questi partivano carovane e
documenti su tavolette di argilla cotta - assegni e lettere di
credito - che mantenevano viva la comunicazione con i centri
d’affari di Babilonia. Le armi di bronzo e il commercio fino a
località distanti necessario per ottenerle - e per ottenerle in
quantità superiori a quelle dei rivali - formarono la base del
precoce imperialismo e degli splendori regali dell’età del
bronzo. Con punte di lancia fatte di rame, Menes, muovendo
dall’Alto Egitto (c. 2900?), conquistò il Delta, fondando la
prima dinastia dell’Egitto unificato; più tardi, Sargon, signore
di Sumer e di Akkad, marciò fino alla «foresta di cedro e alla
montagna argentata» (il Tauro), giungendo forse ad attraversare
il «mare Superiore» alla volta di Cipro, l’isola del rame.
Oggi la strada, che, attraverso l’Asia Minore, da est a ovest,
si snoda parallela alle catene montuose settentrionali e
meridionali, non presenta molti ostacoli naturali. Con poche
variazioni, deve essere stato questo l’itinerario percorso dagli
agricoltori coloni; in epoche successive, questa stessa via
costituì la Strada Reale dell’impero persiano, adoperata in
seguito dai Macedoni, dai Romani e dai Turchi. Lungo tale
strada maestra la conoscenza dei metalli avrebbe raggiunto le
Cicladi.
Come sarebbe accaduto in epoche più tarde, i cercatori di
metalli facevano viaggi sorprendenti per distanza e audacia.
Soprattutto dopo che ebbero scoperto l’importanza dello
stagno, gli isolani delle Cicladi intrapresero, a quanto pare,
viaggi costieri della durata di molte settimane, ma l’ipotesi che
in questa e in epoche successive l’Egeo dell’età del bronzo
abbia influenzato fortemente l’Europa occidentale è stata
smentita dai risultati ottenuti con il metodo del carbonio 14. Da
quando la «calibratura» del carbonio 14 permette
l'identificazione di una certa epoca, sulla base del confronto
con la datazione degli anelli di un albero (vedi il libro di Colin
Renfrew, oltre, p. 33), si è rilevato che molti progressi in
Occidente si verificarono troppo presto per poter essere
l’effetto di una «diffusione» dal Vicino Oriente. Allo stato
attuale, quanto meno, si impone la teoria che ci siano stati
sviluppi culturali indipendenti e paralleli.
Il commercio del metallo portò alla fondazione di una
fortezza in un sito famoso, sovrastante i Dardanelli: il primo
nucleo di Troia. Un insediamento neolitico nella piana vicina
alla sorgente dello Scamandro venne rimpiazzato, agli albori
dell’età del bronzo, da un forte sulla collina di Hissarlik, «il
luogo del castello», reso famoso da Heinrich Schliemann. Un
rilievo, da cui si dominava la piana, era circondato da una
massiccia cerchia di mura di pietra, che racchiudeva un’area di
circa centodieci metri di diametro. «Dentro la cittadella»
afferma C.W. Blegen, l’ultimo studioso a condurre scavi in
quella regione «sorgevano alcune case relativamente ampie e a
sé stanti, che erano, senza dubbio, l’abitazione del capo e del
suo seguito.» Le fondamenta erano di pietra; i muri di mattoni
grezzi. Uno di questi edifici, lungo e stretto, con un portico e
un’entrata a una estremità, e un focolare nella sala principale,
ha l’inconfondibile pianta del mégaron - o salone - simile a
quello che, più tardi, avrebbero avuto in Grecia i capi micenei e
omerici. Ricostruite e riprogettate lungo l’arco di quattro secoli,
le case di Troia I sorgevano su un terreno che era di circa
quattro metri e mezzo più alto del livello originario. Per tutto
questo periodo, furono in uso strumenti e armi di bronzo e di
pietra. La ceramica, liscia e lucida, nera, verde o marrone
monocromo, è molto diversa dai manufatti dipinti della
Tessaglia (i capi troiani probabilmente bevevano già in calici
d’oro e d’argento). La cultura troiana non dominò soltanto sulla
Troade, ma, attraversato lo specchio d’acqua che divideva la
regione dalle isole di Lesbo e Lemno, vi fondò i primi villaggi
di Thermi e Poliòchni, giungendo fino alla penisola di
Gallipoli. Segni della sua influenza sono rintracciabili sin nella
lontana Macedonia.
Intorno al 2500 a.C., inoltre, nuove ondate migratorie
penetrarono, in numerosi punti, nelle terre bagnate dall’Egeo;
forse la reazione a catena prese avvio, in parte, da eventi
verificatisi più a Oriente. Armi di bronzo, portate dagli
«Armenoidi» dal cranio largo, fanno la loro comparsa in Creta,
dove il metallo era stato finora pressoché sconosciuto. I nuovi
venuti, in numero esiguo, si mescolarono in breve ai primi
abitanti, che erano uomini dal cranio stretto, di piccola statura e
probabilmente bruni; il classico tipo «mediterraneo». Popoli dal
cranio largo si mescolarono a popoli dal cranio stretto anche
all’interno delle Cicladi, e la cultura di quelle isole esercitò un
crescente influsso sulla Grecia continentale. Ai nuovi
insediamenti in Argolide appartenevano anche quelli stabiliti
sulle collinette rocciose di Tirinto e Micene (in greco
Μυκήναι), con terra fertile nei dintorni, e quelli presso Lerna
sulla costa occidentale del golfo argolico. La fusione di culture
e idee (per non parlare degli effetti genetici) portò a un
considerevole impulso nello sviluppo culturale.
Anche nel nord si verificarono fenomeni di immigrazione. Un
insediamento settentrionale della cultura tessala di Sesklo, a
Servia (p. 16) sul fiume Aliacmone, venne distrutto e bruciato
(circa 2500?); la sua ceramica rossa o variamente dipinta lasciò
il posto a manufatti neri e levigati, con decorazioni
geometriche, comprese spirali, incise o pitturate. Falli di creta
(ne è stato rinvenuto uno a Servia, tra gli oggetti sepolcrali in
una tomba del nuovo periodo) stanno a indicare la nuova
importanza assunta dal principio vitale maschile. Aveva fatto la
sua comparsa, ancora su scala ridotta, la guerra: le conseguenze
furono il prevalere del dominio maschile e la fine dell’età
dell’innocenza. Quando i nuovi venuti, anche qui mescolandosi
ai predecessori, si insediarono a Sesklo e Dimini
(l’insediamento modello di questo nuovo periodo nel sudest
della Tessaglia), i loro villaggi furono cinti da mura. Il rame e
l’oro, rappresentati rispettivamente da due punte di ascia e da
un ciondolo, ritrovati a Dimini, appaiono in un contesto ancora
prevalentemente neolitico; più tardi, case oblunghe, fornite di
portico e con l’entrata a un’estremità, ricordano il tipo di
mégaron presente a Troia. La nuova cultura mista influenzò
quella macedone, che si diffuse lungo un vasto territorio sino al
Vardar, ma, a paragone di quella del mondo egeo, rimase
arretrata.

2 La civiltà minoica

Fu a Creta che la cultura egea dell’età del bronzo si sviluppò


molto precocemente, toccando i vertici più alti. Va respinta
l’ipotesi, formulata da Sir Arthur Evans, secondo la quale
furono gli immigrati egizi, in fuga davanti a Menes, ad
accelerare lo sviluppo. I primordi dell’età del bronzo egea, in
un primo tempo ritenuti coevi alla prima dinastia, vengono fatti
risalire, sulla base del carbonio 14, intorno al 2900. Verso il
2500 i portatori di una cultura straniera (forse provenienti dalla
Libia), sviluppatasi nei pressi di Festo, sulla costa meridionale,
assimilarono, in breve, i costumi dell’isola. Quantunque le
tecniche di base nella lavorazione dei metalli e della ceramica e
in altre forme di artigianato fossero state importate dall'Oriente,
la grande civiltà cretese fu una manifestazione autoctona.
La denominazione «minoica», che - va notato - appartiene
all’epoca moderna, venne introdotta da Evans (i suoi scavi
presso Cnosso portarono alla luce, per la prima volta, i resti di
tale civiltà nel 1899), che si ispirò al nome di Minosse di
Cnosso, il famoso re della leggenda greca. Si obiettò subito che,
stando a Omero, Minosse fu l’antenato di un eroe greco che
combattè a Troia molti secoli dopo, e che dividere i secoli
anteriori al 1600 nei periodi alto minoico e medio minoico era
come chiamare il nostro primo e secondo Medioevo,
rispettivamente, alta età vittoriana ed età vittoriana di mezzo.
Oggi si tende a individuare nell’età del bronzo cretese tre
epoche: quella del prepalazzo, del primo palazzo e del secondo
palazzo. In ogni caso, la denominazione «minoico» ha ormai da
tempo conquistato credito internazionale.
Il periodo alto minoico, d’altra parte, non durò a lungo, come
ritenevano i primi studiosi. Evans distingueva al suo interno tre
sottoperiodi - l’alto minoico I, II, III - cosicché ogni oggetto o
evento, all’interno di ciascuna serie temporale, si situa in
prossimità dell’inizio, del punto di mezzo o della fine. Ma oggi
R.W. Hutchinson (L ’antica civiltà cretese, 1962) afferma che
la cultura del primo periodo alto minoico, teorizzato da Evans,
«non è affatto unitaria». Non è stato ancora ritrovato nessuno
strumento di rame risalente con certezza a quell’epoca, sebbene
se ne dovesse probabilmente far uso. Non bisogna dimenticare
che il rame e il bronzo, se non andavano casualmente perduti,
venivano fusi. Assistiamo, invece, a un rinnovato stimolo nella
sperimentazione, nella pittura vascolare, nell’uso della pietra e
della creta per la produzione di statuine, e in più ambiziose
costruzioni edilizie. È anche l’età che vide la nascita di
insediamenti permanenti lungo la costa e su isole. È questo il
«tempo dei piccoli passi» per numerosi processi interessanti per
gli sviluppi che ne sarebbero seguiti. Nella stessa Cnosso,
situata a metà strada lungo la costa settentrionale, con pianure
adatte all’agricoltura e accessi ai migliori valichi attraverso il
centro dell’isola, i resti della nuova età si sovrappongono a
quelli dell'epoca neolitica. Nella parte orientale di Creta,
quando fa la sua comparsa, l’età del rame è già compiuta; la
popolazione era in espansione. Nella parte occidentale, che, più
umida e fredda, attrasse meno i colonizzatori, lo sviluppo fu
lento, limitato, e le antiche usanze sopravvissero probabilmente
più a lungo.
Nel secondo e terzo sottoperiodo alto minoico (c. 2600-
2100?) è in pieno sviluppo la cultura dell’isola. Collane di
terracotta (di pasta blu) e ornamenti provenienti dall’Egitto,
avorio originario dell’Egitto (o della Siria, dove si trovavano
ancora gli elefanti), importato e lavorato a Creta, attestano il
fervore dei commerci; i gioiellieri lavoravano l’oro; ma fra i
prodotti più affascinanti dell’alto minoico sono i vasi di marmo
locale, di steatite o altra pietra, che mostrano una lavorazione
artigianale attenta alle venature e alle variazioni di colore,
secondo il gusto evidente nei vasi importati dall’Egitto, la patria
di molti capolavori del genere. Già conosciuto era l'ulivo, che,
insieme ai cereali, costituiva, fin da allora, la base
dell’alimentazione greca. A Vasiliki, nella parte orientale di
Creta, la «Casa sulla collina», un edificio a forma di L, con le
due ali lunghe circa trenta metri, dotato di numerosi locali,
molto più ampio delle costruzioni adiacenti, indica il sorgere di
differenze di classe e anticipa il celebre palazzo minoico.
Nella vicina Myrtos venne dato alle fiamme (c. 2200) un
insediamento, una specie di conigliera con novanta stanze
(forse di una famiglia povera comprendente tutto il parentado?),
mentre la vita continuava su un’altra collina in cui si trovava
una tomba, oggetto di culto. Il rame, relativamente comune, è
amalgamato a piccole quantità di stagno, o usato allo stato puro.
La pittura su ceramica, vigorosa e affascinante, si limita ancora
a disegni astratti; ma un annuncio di quanto doveva venire - la
famosa sensibilità minoica per la natura - fa capolino in casi
isolati, come in un esemplare di brocca che il vasaio, con
incantevole umorismo, plasmò dandole la forma di un
insaziabile uccellino, con l’ampio becco dischiuso, un abbozzo
di ali e una coda, piantato su quattro piedi umani; o come nel
coperchio di pietra di un astuccio per gioielli o cosmetici, il cui
manico (sul coperchio ci sono i fori per farvi passare due
cordicelle) è reso nelle sembianze di un delizioso cagnolino,
accovacciato, ma inquieto, con le zampe e la coda allungate.
Intorno al XX secolo a.C., Creta, secondo l’espressione di
Childe, conobbe la sua rivoluzione urbana. Quasi
all’improvviso - così ci appare oggi - il progresso, maturato nel
corso di sei secoli, raggiunse l’apice in un’epoca di repentini
mutamenti. Avvenimenti politici, dei quali siamo
completamente all’oscuro, furono, forse, all’origine dello
spostamento del centro di gravità della vita cretese, dalla parte
orientale verso il centro dell’isola. A Cnosso, che possedeva un
porto ad Amniso, a Mallia, circa trenta chilometri a est, e a
Festo, in prossimità della costa meridionale, sorsero vere e
proprie cittadine, con fìtte case lungo vie anguste. I tre
agglomerati possedevano, ciascuno, un palazzo che, costituito
da un vasto complesso di sale, con corridoi pavimentati e scale
di pietra, intorno a una corte centrale, evidenzia la mancanza di
un progetto mirato a effetti architettonici. Stanze e stanzette
erano costruite e aggiunte secondo la necessità del momento;
l’architettura minoica è stata definita «agglutinante». Mancano,
inoltre, locali sufficientemente ampi per ospitare ricevimenti o
funzioni di corte durante l’inverno, come potremmo aspettarci.
Può darsi che tali cerimonie avessero luogo al primo piano,
raggiungibile attraverso le scale delle quali restano i bassi
gradini. Nelle cittadine più piccole, Gournia e Palekastron (i
nomi sono moderni), situate nella Creta orientale, sono state
scoperte piante complete delle strade; a Gurnià in una «grande
casa», di dimensioni più ridotte rispetto a quelle delle altre città,
si è voluto individuare la residenza del signore locale. Nel
periodo minoico di mezzo (c. 1950-1550) le strade erano
provviste di posti di polizia a intervalli, specialmente sui valichi
che portavano da Cnosso a Festo; fu inoltre adottato un sistema
di scrittura geroglifico, che ricalcava forse l’egizio; da esso si
sviluppò più tardi una tavola di caratteri sillabici più semplice,
chiamata Lineare Minoico A.
Era in uso il vero e proprio bronzo. Il pugnale si allunga a
formare una spada di bronzo; ma più che lo sviluppo delle armi
colpisce il fatto che fossero abbastanza rare e che le ricche e
prosperose cittadine non fossero ancora fortificate. I palazzi
hanno, sì, entrate anguste, protette da massicci torrioni o corpi
di guardia, in caso di sommosse, ma l’impressione generale è
quella di una terra in pace. Se i vari palazzi suggeriscono l’idea
che non vi fosse ancora una monarchia centralizzata alla guida
dell’isola, l’assenza di fortificazioni fa pensare che i principi
della città, forse re sacerdoti o consorti di regine di natura
divina (la divinità dominante era una dea madre, e l’arte mostra
l’alta condizione nella quale erano tenute le donne di corte),
vivessero in pace tra loro, spinti dal comune interesse di
conservare le loro posizioni di privilegio. La massa della
popolazione era probabilmente tenuta soggetta e tassata in
natura (specialmente olio: infatti il posteriore palazzo a Cnosso
possedeva enormi magazzini) attraverso gli espedienti della
religione e con lo scopo di sostenerne le spese inerenti, cioè
quelle necessarie a mantenere le venerabili autorità che
conservavano l’equilibrio tra gli dei e gli uomini. Al pari degli
imperatori romani, gli uomini al potere provvedevano
all’organizzazione dei giochi; alcuni famosi affreschi in
miniatura del minoico di mezzo si dilettano a mostrare nutrite
folle riunite in occasione di uno spettacolo. Si tratta, in un caso,
di una danza di nobili dame sotto enormi ulivi; in un altro,
probabilmente, di un combattimento di tori o piuttosto di un
volteggio sul toro (un gioco molto rischioso per gli atleti)
davanti a un tempietto munito di colonne. La folla - gli uomini
arrossati, bruciati dal sole, le donne dalla carnagione chiara - è
resa in modo sommario. Maggiore cura è dedicata alle dame di
corte sedute in una tribuna nei pressi del tempietto, nelle loro
complicate vesti - gonne fluttuanti, maniche a sbuffo, seni
scoperti -, ma l’artista le mostra impegnate a conversare, non
già a seguire lo spettacolo.
Nel frattempo declinava la cultura delle Cicladi, ma su
un’isola del sud, Tera (forse a quei tempi più grande), sorgeva
una città ricca, con case confortevoli e stanze affrescate. Un
locale, non ampio né di particolare pretese, mostra il «bacio» di
rondini in volo a mezz’aria, sopra rocce convenzionali e rossi
gigli agitati dal vento: l’immagine che l’artista aveva di una
ventosa giornata di primavera. Un bordo abbastanza stretto
raffigura forse uno scontro navale. Merci, attrezzi, una gran
quantità di ceramica dipinta, in uno stile più rozzo di quello
cretese, ma dotato di un suo fascino, annunciano quanto
sarebbe venuto. Tera, infatti (lo vedremo), sarebbe stata una
Ercolano dell’età del bronzo. La stessa Melo possedeva mura
affrescate e ceramica decorata con fiori e scene di vita marina,
di lavorazione cretese o a sua somiglianza; ma, a differenza di
Creta, la cittadina di Phylakopi II possedeva un muro
massiccio.
Nella Grecia continentale le prime forme di cultura si
sviluppavano più lentamente; a Lerna, tuttavia, prima del 2500,
sorgeva una vasta dimora con tetto a mattonelle -
evidentemente quella del capo - e abbiano prove sempre più
numerose di insediamenti più a ovest e nell’entroterra.

3 Popoli, idiomi e la venuta dei Greci

Prima del 2500 a.C., la lingua greca, o le altre che la


precedettero, non erano probabilmente mai state udite nel
mondo affacciantesi sull’Egeo. Le lingue in uso, come attestano
numerosi nomi di località preelleniche tuttora in uso, erano
affini a quelle dell’Asia Minore. Secondo gli scrittori della
Grecia classica, tra i primi abitanti del loro paese, anteriormente
agli Elleni, ci furono i Lelegi, una popolazione della Caria,
nella parte sudoccidentale dell’Asia Minore. Più a nord si
stanziarono i Pelasgi, di cui sopravvivevano, in tempi storici,
tracce a Lemno, nelle penisole dell’Egeo nordoccidentale e nel
mare di Marmara; da loro derivarono il nome di una regione
della Tessaglia e di un’«Argo pelasgica» ai confini meridionali
della Tessaglia. Una complessa «questione pelasgica» sorse in
età classica, a seguito dell’usanza di adoperare il termine
«Pelasgi», in tutto il mondo sull’Egeo, come sinonimo di
aborigeni.
La tradizione, che identifica nei Lelegi uno dei primi popoli
stanziatisi in Grecia, concorda pienamente con le conclusioni
dell’archeologia; lo aveva già osservato, nelle Cicladi, lo
storico Tucidide, notando le armi carie rinvenute in un’antica
tomba di Delo, estratte nel corso di una cerimonia ateniese di
purificazione dell’isola sacra. La tradizione è inoltre supportata
da fatti linguistici. Pochissimi antichi toponimi della Grecia
appartengono alla lingua greca; fra i numerosi nomi non greci,
alcuni gruppi, specialmente quelli terminanti in -nthos e -sos
(anche scritti -ssos, con la variante -ttos in Attica), richiamano
quelli terminanti in -sa e -nda della Caria. Tra di essi rientrano
Knosós, Amnisós, Parnasós (Parnaso), Hymettós, Làrisa
(«luogo del re»?, nome di numerose fortezze), Halikarnassós e
molti altri; Kórinthos, Tìryns (accusativo Tiryntha), Ólynthos,
monte Kynthos (a Delo), Lindos a Rodi, Alàbanda, Làbranda,
patria di un re guerriero, famoso per il suo làbrys o ascia sacra,
di cui si dirà meglio in seguito; -nda è la più comune desinenza
caria per i nomi di località. L’accento, indicante un’intonazione
più alta della voce, sulla desinenza greca -sós è spesso presente,
in greco, nelle desinenze aggettivali. Un altro nome ricorrente è
Argos (a tal riguardo un geografo greco rileva come esso
suggerisca sempre l’idea di una pianura costiera). La desinenza
-ene, che vediamo in Messene, Athénai (Atene), Mytiléne,
Priéne, appare anche in una variegata costellazione di nomi,
come Melitene, a cavallo del Tauro.
Le desinenze -s e -nth compaiono inoltre - ed è di grande
interesse - in un gruppo di nomi comuni greci, senza
connessione con radici greche. Tali nomi si suddividono in due
gruppi: uno, a impronta rurale, che comprende per lo più nomi
di piante; e un altro, più esiguo, di parole connesse al processo
di civilizzazione. Sono tutti termini «indigeni», quali
potrebbero essere adottati dagli invasori per indicare oggetti a
loro sconosciuti. Alcune parole sono giunte fino a noi, sebbene
talvolta con diverso significato: giacinto (iris?), narciso; menta
(da mintha)·, terebinto (da cui «trementina»); assenzio, acanto,
cipresso. Tra i termini riguardanti l’opera di civilizzazione, si
annoverano plinto, dal greco plinthos, mattone. Tra le altre
antiche parole greche di origine egea vanno annoverate
thàlassa, mare; nésos, isola; quasi tutti i termini greci indicanti
metalli, e asiminthos, tinozza.
Il popolo, che introdusse in Grecia la lingua greca, era
abbastanza primitivo, quando venne a contatto con una civiltà
più progredita e con il mare. Il greco appartiene alla diffusa
famiglia delle lingue indoeuropee, insieme alle lingue celtiche,
germaniche, slave, italiche, romanze, all’antico persiano, a vari
idiomi parlati in Asia Minore, probabilmente prima del 2300
a.C., al sanscrito, introdotto nel nord dell'India, forse intorno al
1600, da invasori barbari che si autodefinivano Arii, «il popolo
nobile» (donde il moderno «ariano». Il termine, utilizzato dai
bramini a sostegno del sistema delle caste, e dai filologi
tedeschi del XIX secolo, è stato adottato, con malsano
entusiasmo, da alcuni europei moderni, a giustificazione della
teoria di una razza eletta).
Questo gruppo di idiomi, che, estesosi su una vasta area,
prese il posto di lingue più antiche, delle quali rimane traccia
nel mondo egeo e in altre regioni, si diffuse attraverso le
migrazioni, spesso con finalità di conquista, di popoli che
parlavano Icariano»; ma il tentativo di identificare per mezzo
dell’archeologia «la culla della razza ariana» si è rilevato
difficile. Le teorie si sono imbattute tutte, una dopo l’altra, in
insormontabili obiezioni. Le vaste migrazioni, che piombarono
sul mondo civilizzato venendo da nord, e le località in cui
queste lingue compaiono nella storia, fanno pensare che siano
originate nelle steppe della Russia. In queste regioni la mobilità
è agevole; qui una cultura barbara, o gruppi di culture che si
distinguono per l’uso di particolari tipi di asce da guerra fatte di
pietra, forniscono gli elementi più attendibili. Tali culture
emergono come prodotti secondari, quando lo stile di vita dei
selvaggi del nord, discendenti dai cacciatori paleolitici, si
modificò a contatto con l’est civilizzato, assimilando usi e
costumi, quali l’allevamento degli ovini, la coltivazione con
l’aratro, la creazione di alcuni rari oggetti di metallo. Le asce da
battaglia, derivate forse da picche fatte con le corna dei cervi,
imitano forme di rame. Si ritiene che il termine «stella» (in
greco astér) forse derivi dal nome della dea Ishtar.
Nel corso del terzo millennio queste popolazioni nordiche
addomesticarono il cavallo e il bestiame, e appresero l’uso della
ruota. Ciò sviluppò una formidabile mobilità. La necessità di
difendere il bestiame in movimento, tra i pascoli estivi e quelli
invernali, diede vita a una società guerriera, con il predominio
del maschio all’interno di piccole unità familiari. Il gruppo di
dialetti reciprocamente intellegibili (suggeriva Gordon Childe,
seguendo i filologi russi) «forse scaturisce dall’adattamento
della lingua alle esigenze di rapporti nel nuovo odine sociale»,
rapporti tra popoli nomadi, su una vasta area. La popolazione e
le greggi crebbero in numero e si espansero (come Abramo e
Lot) in diverse direzioni. Spesso aggressivi verso i popoli dediti
all’agricoltura che incontravano sul loro cammino, non si
fecero scrupoli (non essendo né bramini né nazisti) a mescolare
il proprio sangue; residui di scheletri, appartenenti
probabilmente ai primi individui di lingua ariana, rivelano
grandi diversità. Prima del 2500 compaiono in Macedonia ossa
di cavalli e ceramica con una decorazione a spirale, tipica della
steppa: un'infiltrazione, secondo l’espressione di Childe, «di
bande guerriere». Dal nord probabilmente giunsero i popoli che
introdussero in Tessaglia l'idioma antenato del greco classico,
mentre popolazioni affini occupavano forse Troia.
Una nuova fase dell’età del bronzo greca ebbe certamente
inizio, prima di quanto non siamo soliti pensare (ancora nel
proto elladico), con spostamenti di popolazione, in parte
violente. Verso sud, dalla Tessaglia attraverso tutta la Grecia
orientale, vennero abbandonate alcune antiche località (non
tutte); altre furono ricostituite dopo essere state date alle
fiamme. Si esaurisce l’affascinante ceramica colorata del
protoelladico; i tipici manufatti del medio elladico sono
monocromi, come in Asia Minore, ma viene perfezionata in
Grecia, dopo che era stata ristabilita una parziale stabilità, la
nuova forma tipica grigia, armoniosa e raffinata (prodotta con
la ruota da professionisti). Questa ceramica è conosciuta come
«minia», un termine inadeguato, ma entrato ormai nella
tradizione, attribuitole da Schielmann perché i manufatti
vennero per la prima volta scoperti a Orcomeno in Beozia, nella
città delle Miniadi della leggenda.
La ceramica minia, rintracciabile in tutta la Grecia, persino
nel Peloponneso, dove è talvolta gialla, non grigia, veniva qui
non soltanto commerciata, ma anche prodotta; sono stati
scoperti alcuni forni e cumuli di detriti. E insieme alla
ceramica, è ragionevole pensare, giunse la lingua greca. Il
greco, infatti, era certamente parlato in tutta la Grecia, prima
della successiva invasione, al termine dell’età del bronzo (p.
58). Come altrove, i precedenti idiomi lasciarono il campo alla
lingua ariana; non possiamo dire se, in Grecia, il processo sia
stato rapido o meno. Forse le lingue ariane, formatesi sotto la
spinta del bisogno di comunicazione su vaste aree, erano
effettivamente superiori per chiarezza - in virtù, ad esempio, del
progredito sistema dei tempi verbali. Non c’è dubbio che
detenessero il prestigio sociale di essere le lingue dei capi e del
loro seguito.
L’espansione degli Elleni (come usavano chiamarsi i loro
discendenti) forse non sempre fu il risultato di conquiste dirette.
A volte erano invitati, come narrano le leggende greche, dai
governanti locali per essere aiutati contro i nemici; secondo
Tucidide, fu così che i «figli di Elleno» si espansero dalla
Tessaglia. Nelle leggende, l’eroe giunge da solo o
accompagnato da uno o pochi fedeli compagni: si tratta di una
convenzione poetica. Dopo aver liberato il territorio dai nemici
o dai mostri, sposa la figlia del re: «il prezzo fissato per il
lavoro», secondo l’espressione di un moderno scrittore. A volte
l’eroe eredita il regno. Non è impossibile che simili cose
accadessero realmente, perché nell’antico Egeo (come, ancora
nei tempi storici, in alcune regioni dai costumi arcaici) la
parentela era determinata e la proprietà tramandata
probabilmente in linea femminile. In Omero, Menelao
(pretendente gradito perché fratello del potente re di Micene)
detiene il potere regale a Sparta, in quanto sposo di Elena, figlia
del vecchio re, sebbene (come Elena racconta nell'Iliade) suo
fratello fosse ancora vivo, quando ella abbandonò Sparta.
Vengono in mente i Normanni «domatori di cavalli»: costoro si
espansero, per conquista, in Normandia, Inghilterra, Sicilia e
Siria, mentre in Scozia e in Italia giunsero su invito,
rispettivamente, del re degli Scozzesi e del Papa.
Attraverso i secoli, sino al 1550 circa, le popolazioni della
Grecia si espansero e si mescolarono. Soprattutto dopo il 1700,
capi guerrieri dominano dai loro castelli su quasi tutte le
pianure fertili, sino a Pilo, a sudovest, vicino alla splendida baia
di Navarino. A volte possiamo individuare i frutti di decisioni
di politica locale. A Lerna venne data alle fiamme la grande
«Casa delle tegole» (c. 2500) e, in seguito, sulle rovine venne
innalzato un vasto tumulo, quasi a voler consacrare
un'onorevole sepoltura. Non molto più tardi, inoltre, nel tumulo
fu scavata una tomba a fossa. La capitale locale fu trasferita a
nord nella pianura di Argo; non però nella posizione centrale
della stessa Argo. Due imponenti fortezze, Tirinto vicino al
mare e Micene «nell’angolo interno», come dice Omero, a
guardia dei valichi settentrionali, sembrano sul punto di
disputarsi la pianura. In Omero, la cui Iliade, circa 1000 anni
dopo, riproduce così magnificamente la «mappa» della tarda età
del bronzo, il sommo re di «Micene ricca d’oro» esercita un
dominio diretto sulle terre a nord e a ovest, sino al golfo di
Corinto, mentre «Tirinto dalle possenti mura», insieme ad Argo
e alla maggior parte dell’Argolide, è sottomessa a un fedele
barone e a due governatori locali. La tradizione greca già
sapeva, molto prima di allora, come questa divisione della terra
fosse il risultato di un compromesso tra due fratelli rivali. Come
molte frontiere politiche, anche questa è così bizzarra e poco
economica, che la storia potrebbe essere vera.
Capitolo II -
CRETA, MICENE E L’ETÀ EROICA

1 Creta e Micene

Nelle isole il periodo tra il 1950 circa e il 1400 a.C. rappresentò


un’età dell’oro, punteggiata da cataclismi. Per due volte (nel
1730 e nel 1570 circa), il palazzo di Cnosso venne distrutto dal
terremoto; oggi sappiamo che, per errore, fu costruito lungo una
linea tellurica. Ma, a quanto pare, il popolo, ancora solidale con
i suoi governanti, non si ribellò, ma sgombrò le macerie e
ricostruì di nuovo. A Tera (c. 1520) un’eruzione vulcanica
ricoprì di lava la cittadina (la popolazione era fuggita in tempo);
e nel 1480 ne seguì un terribile disastro, conseguenza del primo.
Probabilmente sprofondò il cono del vulcano, sollevando onde
di marea più grandi di quelle di Cracatoa nel 1883 d.C. Le
località costiere di Creta subirono danni spaventosi. Molte
vennero abbandonate; ma Cnosso, nel suo sito sopraelevato,
ancora una volta sopravvisse. La città crebbe e si espanse, con
le sue case a due piani dai tetti piatti, sino a eguagliare le grandi
città di Babilonia. Evans stimò che la popolazione di Cnosso,
compresa quella del porto di Amniso, arrivasse ai centomila
abitanti.
Alla base di tanta prosperità e di una popolazione così densa
non c’era soltanto l’agricoltura di una grande isola in pace, ma
anche un commercio di ampia portata. I prodotti cretesi
raggiungevano la Siria e l’Egitto (dal che noi possiamo datare le
fasi del medio minoico con una certa precisione: ad esempio, i
vasi di metallo del secondo periodo medio minoico, in Egitto,
sotto Amenemhat II, 1929-1895, e la raffinata ceramica «a
guscio d’uovo» in una tomba sigillata del 1840 circa). Verso
Occidente essi raggiunsero Ischia, nella baia di Napoli, e le
isole Lipari; il metallo occidentale era ancora indubbiamente un
motivo di attrazione. Ma, specialmente dopo il 1600 circa, i
contatti più stretti si ebbero con la Grecia continentale.
Qui, anche la «ricca Micene» doveva la sua ricchezza non
soltanto all'agricoltura, ma alla sua posizione. I suoi re erano
intermediari nelle grandi rotte commerciali verso l’Europa; la
ricchezza, che essi si portavano nella tomba, è davvero
stupefacente. Nelle prime tombe a fossa (la cerchia di tombe,
scoperta più di recente, al di fuori delle mura più tarde della
fortezza) vi erano suppellettili d’oro, di argento e di elettro (la
lega di oro e di argento), brocche e vasi di argento e di bronzo,
spade di bronzo e pugnali con manici di oro e di avorio; mentre
una maschera funeraria di elettro, rinvenuta in una tomba, è la
prima di una serie. Dopo il 1600, nella cerchia di tombe
scoperte da Schliemann (forse i sepolcri di una nuova dinastia),
i tesori rinvenuti sono ancora maggiori, e più delicata è l’arte,
come si vede negli avori e nelle lame di pugnale intarsiate: la
decorazione comprende forme a spirale intrecciate e gigli di
argento; su una lama è raffigurata, in tutte le fasi, una battuta di
caccia al leone. La pittura su ceramica ricalca esattamente lo
stile cretese; i palazzi erano probabilmente già affrescati (Tebe
ce ne fornisce una testimonianza diretta), come nelle migliori
abitazioni di Tera prima del disastro. È lecito supporre che a
lavorare il metallo, come il famoso calice ritrovato a Vaphiò,
nei pressi di Sparta, con le sue scene della caccia al toro, siano
stati artisti cretesi.
Ma la Grecia micenea non era una colonia cretese. I re
appartenevano a un’altra razza: erano più alti (uno di essi,
sepolto nella cerchia funeraria più antica, superava il metro e
ottanta); portavano barba e baffi, come si vede in un’elegante
maschera funeraria nella cerchia recente, in contrasto con i re
minoici completamente rasati. A differenza dei Cretesi,
apprezzavano gli ornamenti d’ambra, proveniente dal nord,
ritenuti, con ogni probabilità, dotati di virtù magiche a causa
della buona conduzione elettrica del materiale. Alla guerra e
alla caccia andavano in cocchi trainati da cavalli, introdotti a
Creta solo più tardi; scene di guerra o di caccia venivano
scolpite in rilievo sulle pietre poste sopra le tombe a fossa - la
prima scultura monumentale in pietra in terra greca - secondo
un’usanza sconosciuta a Creta.
Attraverso la Grecia, gli influssi dal Vicino Oriente
raggiunsero l’Europa dell’età del bronzo. Nell’Europa centrale,
attraversata dalla via dell’ambra (adoperata, senza dubbio,
anche per il commercio di prodotti meno tipici), erano sorte
culture «barbare più evolute», dominate da capi bellicosi, che,
lungo i grandi fiumi, commerciavano a est, ovest, nord e sud.
Un elmo di bronzo, proveniente da Brandeburgo, assomiglia a
un esemplare, forse miceneo, proveniente da Cnosso, del 1425
circa. Forse dall’Europa centrale o più probabilmente dal
Mediterraneo occidentale, collane egizie di ceramica blu
raggiunsero il Wessex dell’età del bronzo. Nella pianura di
Salisbury la tomba di un capo conteneva uno scettro intarsiato
«paragonabile soltanto» afferma il professor Piggott «a uno
rinvenuto in una delle antiche tombe a fossa di Micene». «Il
complesso monumentale di Stonehenge» aggiunge «con la sua
sapienza e raffinatezza architettoniche può essere spiegato
accettando l'ipotesi di una adozione temporanea di tecniche
costruttive superiori, prese a prestito da un’area di cultura più
evoluta, la quale, nel caso specifico, diffìcilmente è altra dalla
micenea.» Questa conclusione, tuttavia, è posta in dubbio dal
professor Colin Renfrew e da altri sulla base delle datazioni del
carbonio 14, che collocano l’apice della cultura del Wessex in
un’epoca anteriore a quella della cultura micenea; fatto questo
decisivo, in assenza di fattori ignoti che interferiscano nella
datazione del carbonio 14.
Creta e le regioni continentali erano in posizione frontale,
rette presumibilmente l’una, dal re-sacerdote di Cnosso, ora
signore dell’isola; l’altra, dal re di Micene, primus inter pares. I
suoi «pari» nella scala sociale, come molto dopo in Omero,
erano i signori di Tirinto, Pilo, Lacedemone (Sparta), Tebe,
Orcomeno, e altri baroni. La Grecia continentale aveva accesso
alle ricchezze del nord ancora vergine; Creta, sino a che gli
abitanti delle regioni continentali non si volsero al commercio
marittimo, monopolizzò gli scambi con l’Egitto e il Levante.
Ma non mancavano i contatti fra Creta e Micene, con il
commercio dei reciproci prodotti. Micene, infatti, dopo aver
assorbito la lezione dell’arte minoica e forse fatto venire
numerosi artigiani, non tardò a esportare i propri manufatti a
Creta. L'ipotesi che i re dell’età del bronzo non si occupassero
di commercio è priva di fondamento; erano, anzi, molto attenti
ai tributi che potevano imporre sugli scambi, ai prodotti
preziosi e al materiale bellico. Le relazioni diplomatiche e
personali probabilmente erano molto strette, dal momento che
si trovavano tra gli Egizi, gli Ittiti e altri re dell'Oriente. Gli
abitanti delle isole e quelli delle regioni continentali, soci o
concorrenti commerciali, appartenevano a diverse tradizioni, e
non erano necessariamente amici.
Tra le differenze ipotizzabili sulla base delle rovine rimaste e
delle testimonianze letterarie delle epoche successive, possiamo
arguire l'esistenza di due religioni fra loro in contrasto; non era,
questo, ancora, fonte di ostilità, poiché agli uomini non era
stato ancora insegnato a odiare le religioni altrui, ma restava
pur sempre un elemento significativo. Possiamo supporre che
quella degli abitanti della Grecia continentale, come pure quella
dei mandriani arabi e degli allevatori di bestiame delle regioni
settentrionali, fosse patriarcale. Dopo aver assimilato numerose
divinità locali ed essere stata riordinata dai poeti epici, la
religione assunse le note caratteristiche del politeismo olimpico.
A capo della schiera degli dei stava Zeus Padre, un dio del
cielo, che aveva l’arcobaleno per messaggero, il fulmine per
arma e come dimora la montagna più alta, l’Olimpo,
nell’ancestrale patria della Tessaglia; gli altri dei gli erano
sottomessi, sebbene restasse incerto sino a che punto. Ma erano
lontani dall’estinguersi gli antichi culti contadini.
Sopravvivono, seppure non in primo piano, in Omero, che
cantava per nobili guerrieri; riemergeranno nella storia, quando
i contadini riacquisteranno un’importanza politica (p. 133).
Celebrato ogni anno, di vitale importanza per i raccolti, dai
quali dipendeva tutto, era il ritorno di Persefone, figlia della
Grande Madre, trattenuta nell’oltretomba, per metà dell’anno,
dal tenebroso dio Ade. In molti luoghi, come a Eleusi in Attica
(dove, in età classica, veniva rivelato agli iniziati come rito
misterico), si celebrava una nascita divina, quella del figlio
della figlia. Forse la triade divina di madre, figlia e figlio della
figlia, è raffigurata in uno squisito gruppo in avorio, scoperto
nei 1939, che costituisce uno dei tesori del Museo Nazionale di
Atene. Nella Creta minoica, per quanto ci è possibile
apprendere dalle opere d'arte, il sistema di divinità olimpiche è
assente; la Grande Dea è la divinità dominante: le è soggetto un
giovane dio, forse il figlio, forse il consorte, simile al culto di
Adone, «il Signore» in Siria. Ci viene narrato che a Creta,
durante l’età classica, la nascita e la tutela del fanciullo divino
contro i nemici desiderosi di distruggerlo venivano
rappresentate ogni anno, non come parte di un rito misterico per
iniziati, ma di una liturgia pubblica. Fu questo giovane dio, in
quanto era la principale divinità maschile, che i primi Greci,
dimoranti a Creta, chiamarono Zeus, uno scandalo agli occhi
dei religiosi greci di età posteriore. Lo «Zeus cretese» era
infatti, come Adone, un dio mortale, e i Cretesi ne indicavano
non soltanto il luogo di nascita, ma anche il sepolcro.
Nel palazzo di Cnosso si trovava forse una colossale statua
della dea madre, in gran parte di legno colorato: in una delle
sale, insieme ad ammassi di legno carbonizzato, vennero infatti
ritrovate alcune ciocche di bronzo. La sala era decorata con
altorilievi di stucco, raffiguranti attività sportive, specialmente
il gioco (probabilmente sacro) del volteggio sul toro. Ma della
dea sono sopravvissute soltanto piccole statuette. Altri simboli
religiosi cretesi erano le corna del toro e la doppia ascia,
entrambe ricorrenti nella decorazione. Labrys, che, come
abbiamo visto, indicava «ascia», era un termine adoperato in
Caria ancora in tempi storici, e il santuario di un dio della
guerra ivi situato veniva chiamato Labranda. Probabilmente, il
termine «labirinto», che i Greci conservarono con il significato
di «groviglio», è la stessa parola - il nome del palazzo di
Cnosso - e significava Palazzo della Duplice Ascia.
Già nella Creta del medio minoico, afferma Childe, «diventa
fondamentale la distinzione tra provincia e metropoli. I vasai di
provincia, operanti nella parte orientale di Creta, non potevano
competere con gli specialisti, impiegati nei palazzi [...] nel
produrre oggetti policromi sottili come il guscio dell’uovo».
Nel primo periodo medio minoico il palazzo di Cnosso, che si
articolava in una serie di edifici a sé stanti, intorno a una corte
centrale, possedeva già il suo celebre sistema centrale di scarico
delle acque. Nel successivo periodo minoico, dopo una
ricostruzione di poco conto, i singoli edifici vennero collegati in
un unico vasto complesso «labirintico», piuttosto informe, con
lucernai per illuminare le stanze e i corridoi interni. Qui e a
Festo (presumibilmente la residenza meridionale, per
trascorrervi l’inverno, di una dinastia che dominava sull’intera
isola) la corte viveva in un lusso raffinato che difficilmente
conosce uguali, se non in Cina, prima della nostra epoca. Le
stanze più belle, probabilmente quelle, ora andate perdute, ai
piani superiori, raggiungibili attraverso la splendida scalinata, si
sviluppavano sopra l’area dei magazzini, dove si trovavano, e si
trovano tuttora, le enormi giare per l’olio di Cnosso. Ma
un’idea adeguata dell'agiatezza minoica ce la offre il piccolo
appartamento isolato a est della Grande Corte, che Evans
battezzò «il mégaron della regina»: un «salotto» che, illuminato
da un lucernaio, aveva mura decorate con un affresco
raffigurante delfini azzurri e pesci e, probabilmente, con un
altro raffigurante ragazze danzanti; possedeva un adiacente
bagno privato e, lungo un corridoio, c’era un gabinetto con
scarico. L’approvvigionamento di acqua era molto ingegnoso: i
tubi di argilla si assottigliavano all’estremità, in modo da
incastrarsi l’uno nell’altro, mentre nel punto di congiunzione
una fascetta rialzata impediva al tubo di scivolare e di rompere
quello successivo. Forse l’acqua veniva convogliata verso
luoghi sopraelevati, fino a raggiungere un’altezza adeguata.
Condutture di scolo dell’acqua piovana lungo il pendio
orientale (dove, suggerisce Evans, era forse localizzata la
lavanderia del palazzo) la convogliano, verso il basso,
attraverso una serie di brevi curve paraboliche. In tal modo
l'acqua scorre nella direzione imposta dalla conduttura, invece
di precipitare, con irruenza, lungo il declivio. È notevole il
contrasto con i Greci di epoca posteriore, che ebbero sistemi
elementari di fognatura.
Oggi possiamo studiare sulle pareti del palazzo,
accuratamente restaurati, i frammenti di un affresco, il cui
originale, conservato nel museo di Heraklion, ha colori,
purtroppo, sbiaditi. Sono immagini che ci consentono di dare
uno sguardo a coloro che vi abitarono. Le donne indossano abiti
ornati di pieghe, con maniche a sbuffo e il petto scoperto; gli
uomini portano semplici perizomi (indossavano un mantello per
uscire, quando faceva freddo), con una stretta cintura e
stivaletti. Il frammento meglio conservato è il famoso
Coppiere, con i capelli ricciuti e un sigillo al polso; potrebbe
essere un cretese moderno. La coppa, che tiene in mano,
assomiglia a quelle portate in dono al faraone dagli ospiti
stranieri, raffigurate nei dipinti che ornano le tombe dei
funzionari statali della XVIII dinastia. Gli altri vasi, donati al
faraone, riproducono le forme delle piccole coppe Vaphiò, o
quella di una raffinata coppa in steatite, a testa di toro,
anch’essa rinvenuta a Creta. L’iscrizione sul più recente di
questi dipinti egizi, trovato nella tomba di Rekhmire, chiusa
intorno al 1450, suona: «Giungendo in pace da parte dei grandi
di Keftiu e (?) delle isole (o coste) del Mare Verde». Alcune
differenze nella foggia del perizoma rispetto a quella dei dipinti
minoici, e la presenza di vasi di forma asiatica e siriana, hanno
fatto sorgere il dubbio se i Keftiu (cfr. la biblica Caphtor)
provengano da Creta, o non costituiscano piuttosto una civiltà
affine, fiorita in Cilicia; ma non è stata scoperta una Caphtor
rivale, e i prodotti sopra menzionati sono minoici, in effetti
identificabili come appartenenti al primo periodo tardo
minoico.

2 Re Minosse e le tavolette in Lineare B di


Cnosso

Omero, come abbiamo già accennato, aveva sentito parlare di


un grande re Minosse di Cnosso. Egli «regnò per nove stagioni,
e s’intratteneva in familiare conversazione con il grande Zeus»;
un re sacerdote, sembrerebbe, che, come Mosè, «aveva
conoscenza diretta del dio». Omero lo colloca due generazioni
prima della caduta di Troia - il che vorrebbe dire intorno al
1250 - ma non sembra verosimile. La tradizione epica spesso
accosta storie appartenenti a diverse età. Il ciclo eroico
germanico, che risale alla caduta dell’impero romano,
accomuna, nelle medesime vicende, Eormenric il Goto (IV
secolo), Attila (V secolo) e Teodorico (inizi del VI secolo).
Minosse, il legislatore di Creta, il cui fratello Radamanto
divenne uno dei giudici dei morti, va senza dubbio collegato
all’epoca di maggiore splendore della civiltà cretese, prima del
1400. La tradizione successiva lo collegava al primo dominio
sul mare, a una «talassocrazia» che debellò i pirati:
«Naturalmente» afferma Tucidide «per facilitare la riscossione
dei tributi». Si riteneva che ne tramandassero il nome otto siti,
chiamati Minoa: due a Creta, due sulla costa continentale, tre
nelle Cicladi e uno nella Sicilia occidentale. Tutto ciò si
accorda bene con l’esistenza, a Cnosso, di un commercio su
larga scala e con il fatto che, sebbene così ricca, la città potesse
restare non fortificata.
Resta aperta una controversa questione: Minosse era greco?
Evans lo riteneva un «vero cretese» preellenico, una razza
ancora esistente, in alcune parti dell’isola, in età greca; ma gli
archeologi attivi nella Grecia continentale, in special modo
A.J.B. Wace, che lavorò molto a Micene, hanno dimostrato
l’esistenza di una contro-influenza delle regioni continentali
sulla cultura dell’isola, anche prima del 1400. (In conformità
allo specifico campo dei loro principali interessi, gli archeologi
hanno sviluppato un patriottismo minoico o miceneo; notiamo
inoltre che Evans e Wace, in questa e in altre controversie,
ricevettero il sostegno, quasi unanime, delle loro rispettive
università, Oxford e Cambridge.) Sembra abbastanza
verosimile, sulla base della sola testimonianza archeologica,
che alcuni imperiosi «eroi» greci, infiltratisi nella società
cretese e in quella peloponnesiaca, ne avessero assunto il
controllo. Ma nessuna catastrofe naturale intervenne a
interrompere la sequenza dei resti archeologici, e la stretta
influenza reciproca, attraverso il mare, non consente di
prendere posizione.
La controversia tende a dare ragione all’ipotesi che
presuppone l’esistenza di governanti greci a Cnosso, se si
accettano due premesse, entrambe legate ai documenti scritti
contenenti i minuziosi resoconti degli scribi di palazzo. (Non vi
è alcuna prova di un uso letterario della scrittura.) La scrittura
sillabica conosciuta come Lineare A, impiegata nel medio
minoico, lascia il posto, nel tardo minoico, al Lineare B; e fu
questa scrittura che Michael Ventris decifrò, dopo un
preliminare lavoro compiuto da valenti studiosi, scoprendo, con
sua sorpresa, che essa riproduceva il greco. L'ipotesi di Ventris
portò a stupefacenti risultati nell’esame di alcune tavolette che
gli erano sconosciute al momento in cui aveva formulato la sua
teoria: ad esempio, le sillabe ti-ri-po-de, «tripodi», su una
tavoletta contenente uno schizzo o ideogramma di vasi a tre
piedi, proveniente da Pilo nella Grecia continentale; qe-to-ro,
dove avrebbe senso leggere «quattro» (quattuor?! - mentre il
greco successivo perdette il suono q); i-qo (equus?!) e o-no,
«cavallo» e «asino», su una tavoletta di Cnosso con un disegno
di teste equine. Rimangono ancora molte difficoltà; soprattutto
una: se la nuova scrittura fu introdotta per trascrivere la lingua
greca, come mai le si adatta così male? Né, invero, si accorda
bene al minoico; ad esempio, la desinenza -nth- doveva essere
scritta ni-to. Il protogreco delle traduzioni proposte per alcuni
testi appare strano per la comparsa o meno del suono w, che,
ancora conosciuto a Omero, scomparve in seguito. In ogni caso,
quasi tutti gli studiosi sono concordi nel ritenere che la
decifrazione di Ventris costituisca un’importante «breccia», in
grado di garantire soddisfacenti interpretazioni di numerosi
testi, sebbene resti da fare molto lavoro (proprio come nelle
prime fasi della decifrazione dell’egizio o dell’ittita). Si può
dunque ritenere che la lingua sia realmente il greco.

Ma un’altra controversia riguarda la datazione delle tavolette


di Cnosso. A quanto pare, Evans e il suo assistente, Duncan
Mackenzie, ritennero in un primo momento, a causa del
contesto in cui vennero trovate le tavolette, che queste
appartenessero a un’epoca posteriore al 1400; ma più tardi i
due studiosi conclusero che la scrittura minoica - una scoperta
sensazionale all’epoca - dovesse risalire ai giorni più floridi del
palazzo, non al successivo periodo di declino, assai più povero.
(È oggi, peraltro, chiaro che Evans sopravvalutò
l’impoverimento negli anni successivi al 1400.) Sia Evans, sia
Mackenzie hanno convenuto che alcune osservazioni, compiute
durante gli scavi del 1900 e annotate nei resoconti giornalieri,
erano errate. Tavolette del Lineare B (o micenee, come
vengono anche chiamate) sono state successivamente rinvenute
anche a Micene e, in maggiore quantità, a Pilo. Databili, con
certezza, intorno al 1200, sono identiche, per scrittura,
ortografia e gruppi di parole, a quelle provenienti da Cnosso.
Ciò sarebbe logico, se fossero contemporanee, invece di essere
posteriori di duecento anni. A favore della teoria di Evans,
quale ripensamento della sua prima ipotesi, si è fatto notare che
le tavolette sono sopravvissute (come quelle di Pilo) per essere
state cotte ad alta temperatura durante un terribile incendio, che
distrusse il palazzo dove erano conservate. Ma, dicono oggi gli
archeologi, mentre un simile incendio scoppiò a Cnosso intorno
al 1400, non esistono documenti che attestino un successivo
incendio di rilievo tale da avallare l’ipotesi di una datazione più
tarda.
In ogni caso, la stratificazione non fu profonda; la tecnica di
Evans era ancora relativamente primitiva, e oggi (anche alla
luce del posteriore Lineare B della Creta orientale) anche altri
archeologi tendono ad accettare l’ipotesi di una seconda
distruzione a Cnosso, mentre quella di Pilo potrebbe essere
stata anteriore.

3 La caduta di Cnosso

Sia come sia, alla fine del XV secolo il palazzo di Cnosso toccò
l’apice della ricchezza e dello sfarzo; d’altra parte esistono
indizi che, retrospettivamente, suonano di cattivo auspicio.
Declina il commercio con la Siria, sebbene continui a essere
florido quello con l’Egitto. La cultura assume connotazioni
bellicose, o quanto meno si mostra più consapevole della
guerra. Spade, lance, elmi appaiono con maggiore frequenza. Il
cavallo, adoperato nei cocchi da guerra, fu forse introdotto
soltanto nel tardo minoico; un sigillo, con un imponente cavallo
impresso su una barca multi- remi, commemora forse l’evento.
Venne introdotto dai Greci? La stessa arte, al culmine del suo
sfarzo, incomincia a farci pensare all’abusato termine
decadente; il lussureggiante ornamento floreale sui grandi vasi
nello stile del palazzo assume cadenze quasi rococò. Peggio
ancora: sia a Cnosso, sia a Festo, alcuni vasi sviluppano, per la
prima volta, pomi e protuberanze «ornamentali», per nessun
motivo funzionale, ma soltanto come sfoggio di virtuosismo,
anzi, come simbolo di ricchezza e potenza. Viene in mente lo
svilimento della tecnica leggibile in alcuni vetri veneziani di
epoca tarda. Si accentua il solco tra la classe al potere e il
popolo. È stato infatti dimostrato che l’ultimo stile di palazzo,
corrispondente al secondo periodo tardo minoico (circa 1450-
1400), per usare la nomenclatura di Evans, fu caratteristico di
Cnosso e sconosciuto nel resto dell’isola. Così, spesso nella
storia, la piega presa dalle varie forme d’arte annuncia il
disfacimento di ricche monarchie. Sulla situazione sociale
possiamo forse ricavare qualche indizio dai frammenti di un
affresco, nel quale si vede un giovane capitano che guida una
schiera di lancieri, color nero carbone: che si tratti di nubiani,
schiavi mammelucchi, acquistati presso il faraone da un
«Minosse», che non può più fidarsi dei suoi sudditi?
Non ci sono indizi che sussistesse la sensazione di una
imminente catastrofe; ad esempio, mancano ancora le
fortificazioni. Nel XV secolo, Cnosso fondò, a quanto pare,
alcune colonie fuori patria, da Citera fino a Mileto e a Rodi; ma
intorno al 1450, a Rodi, nei pressi di Ialiso, compare un
insediamento miceneo, e subito dopo declina quello minoico.
Che Micene, che già esportava a Cnosso e in Egitto, fosse
irrequieta e insofferente, stretta dai tentacoli della piovra
minoica?
La leggenda greca narra di un Minosse che distrusse Nisa,
vicino alla più tarda Megara, e costrinse Atene, colpevole di
aver ucciso un principe cretese, a pagare un tributo in giovanetti
e vergini, da offrire al mostruoso Minotauro (che, letteralmente,
significa soltanto «toro di Minosse»), chiuso nel Labirinto. Che
si tratti di una reminiscenza mitologizzata del palazzo davvero
«labirintico» (soprattutto per come doveva apparire ai semplici
abitanti delle regioni continentali), e di un tributo di giovani da
avviare al gioco del volteggio sui tori? Si riteneva che
all’obbligo del tributo avesse posto fine una rivolta delle genti
continentali contro Creta, come sembra di capire da alcune
tarde versioni - razionalizzate - della vicenda di Teseo. Secondo
la leggenda, Teseo di Atene, dopo aver ucciso il Minotauro ed
essere fuggito, costruì in segreto navi nell'altro suo regno di
Trezene, invase l’isola e uccise il figlio del re sulla soglia del
palazzo. Lo stesso Minosse, nel frattempo, era stato assassinato
(così apprese Erodoto dagli aborigeni cretesi di Preso) durante
una spedizione in Sicilia. Ma Evans, dopo un attento esame dei
resti archeologici e uno studio dei terremoti avvenuti in luogo,
giunse alla conclusione che fosse stato proprio un terremoto a
distruggere ancora una volta il palazzo, e che la catastrofe
naturale fosse stata seguita da un’insurrezione di «elementi
sommersi all’interno dell’isola». Se la dinastia del tardo
minoico fu greca, forse si trattò di una sollevazione degli
indigeni cretesi contro la classe al potere; ma la tradizione non
lascia alcuna testimonianza. Resta accertato il fatto che il
palazzo non soltanto andò in fiamme - il che può succedere
dopo un terremoto, quando le travature precipitano sulle
fiamme dei focolari - ma venne anche saccheggiato di tutto
l’oro e l'argento. Possediamo un indizio che attesta la presenza
di invasori, pronti almeno a sfruttare la catastrofe: infatti molti
insediamenti costieri, nelle zone di provincia, vennero dati alle
fiamme e razziati intorno alla stessa epoca.
Che avessero o meno preso parte alla distruzione, il risultato
fu che ne trassero vantaggio Micene e la Grecia continentale.
Micene ricevette una partita di ceramica blu, contrassegnata
con i nomi regali di Amenofi III (c. 1411-1375) nell’abituale
cartiglio: forse un indizio di relazioni diplomatiche in corso.
Nell’effimera capitale del figlio Amenofi IV (1375-1360) - il
«faraone eretico» monoteista, che mutò il nome in Ekhnaton e
si trasferì nella nuova città a Tell-el-Amarna - si rinvennero i
frammenti di ingenti quantità di ceramica micenea e di
ceramica cretese, quest’ultima realizzata nello stile più sobrio
che fu caratteristico di Cnosso dopo il saccheggio (terzo
periodo del tardo minoico). È l’elemento più convincente per
datare il terremoto intorno al 1400 o poco dopo.

4 Micene e l’età eroica

Il commercio e la colonizzazione micenea conoscono


un’improvvisa esplosione nel Levante, come se con la caduta di
Cnosso fosse stato rimosso un ostacolo. A seguito della
colonizzazione, Cipro, ancora arretrata nonostante
l’abbondanza di rame, viene improvvisamente a contatto con
l’evoluta cultura micenea; da allora in poi l’isola appartiene alla
Grecia. I principi si costruirono palazzi con corti nello stile
egeo, nei quali i loro discendenti continuarono a vivere a lungo
dopo la scomparsa dalla Grecia di quel genere di vita. Venne
riattivato il commercio con la costa meridionale dell’Asia
Minore e con il nord della Siria, dove erano declinati gli scambi
con Creta, mentre mercanti greci risiedevano persino nella città
persiana di Ugarit (Ras Shamra). L'importanza di Cipro, in
questo periodo, ricorda quella che l’isola ebbe dopo le Crociate.
Verso Occidente i Micenei forse assunsero il controllo di Lipari
e Ischia, due stanziamenti cretesi (p. 32) (i fatti, a sostegno di
tale ipotesi, si limitano alla scoperta, in quei luoghi, di ceramica
micenea e cretese). Indizi di una probabile colonizzazione
compaiono nella Sicilia meridionale e nel «tacco» d’Italia, con
ingenti quantità di ceramica e la presenza, nei pressi di Siracusa
e Agrigento, di tombe a cupola, simili a quelle che i condottieri
si facevano costruire, all’epoca, nella Grecia continentale.
In patria i principali capi regnavano con grande sfarzo,
imitati, per quanto lo permettevano i loro mezzi, dai signori
locali, dislocati nelle aree pianeggianti dell’entroterra e nelle
isole occidentali, a Cefalonia, a Itaca (piccola, ma con un bel
porto) e nell’isolotto di Leucade. Il centro del palazzo era un
vestibolo o mégaron, con un portico, provvisto di colonne a
un’estremità, e un focolare centrale, circondato da quattro
colonne che sorreggevano probabilmente un tetto, fornito di
prese d’aria, sovrastante il camino. Il bagno si trovava
normalmente vicino all’ingresso principale, in modo che, come
nella tradizione epica, il padrone di casa e i suoi ospiti
potessero essere lavati all’arrivo. Il pavimento di pietra,
inclinato verso uno scarico nell’angolo, è ben visibile a Tirinto.
Tutt'intorno si sviluppavano i magazzini, i locali della servitù,
delle guardie del corpo, le rimesse per i carri, che talvolta si
aprivano dall’altra parte del cortile principale, al di là dell’altare
domestico di Zeus. Ma nessuno di questi palazzi era
paragonabile per grandezza al Labirinto di Cnosso. Le tombe a
cupola, a forma di «alveare», nelle quali venivano ora sepolti i
re e i condottieri (una tradizione derivata forse dalle tombe,
scavate nella roccia, delle Cicladi), diventarono più grandi e più
sfarzose. Scavate nel pendio di un colle e ricoperte da un
soffitto a volta, abilmente costruito, ma privo di chiave di volta,
vi si accedeva attraverso un passaggio all’aperto o dròmos. Ve
n’è un magnifico esemplare a Orcomeno di Beozia; ma nessuna
è paragonabile per splendore alla più grande di tutte, quella di
Micene, costruita intorno al 1330, con le pietre delle pareti ben
incastrate. La cupola è alta circa dodici metri e si è calcolato
che l’architrave di pietra della porta pesi circa cento tonnellate.
Troppo imponente per passare inosservata, la tomba venne
saccheggiata all’inizio dell’epoca greca; in età successiva, i
Greci, fraintendendone il significato, la chiamarono il Tesoro di
Atreo. Alcuni studiosi moderni l’hanno denominata la Tomba
di Agamennone, ma si tratta di un’ipotesi altrettanto infondata.
A Micene, al di fuori della cittadella (il luogo non solo più
importante, ma anche il più esplorato), sorgevano le abitazioni
di una ricca «borghesia». Una di queste ha un deposito di
ceramica; in altre si sono trovate tavolette con inventari, come
quelle dei palazzi, nella scrittura Lineare B.
La cultura micenea si diffuse solo più tardi nelle Cicladi; ma
un certo commercio era in corso con Troia VI, divenuta ora un
bel castello assai più grande, che traeva, probabilmente,
ricchezze dal commercio tra l’Europa e l’Asia, e tra l’Egeo e il
mar Nero, dove si incontrano alcuni nomi che sembrano asiatici
(Odessos, Salmidessos). A Creta, ormai sottomessa a signori
greci nei suoi centri vitali, si ricostruiva, e sopravvivevano
alcune tradizioni religiose minoiche, ma l’isola non riacquistò
più un ruolo guida. Aveva ancora risorse naturali e umane, ma
aveva perduto la sua «posizione privilegiata».
È a questa epoca che si volgono le leggende greche; leggende
conservate, in parte, nei poemi epici di Omero; in parte, in
opere di autori più tardi che attinsero diffusamente da
componimenti epici ora andati perduti. La «mappa» è nella
sostanza la stessa. In ogni località che occupa un posto di
rilievo nella lista omerica dei contingenti presenti a Troia ci
sono rovine micenee, per lo più di palazzi. Dal testo omerico
Micene risulta essere più importante di Tirinto o Argo; Pilo è
importante, sebbene, in seguito, sia stata dimenticata la sua vera
localizzazione; la Beozia è anch’essa importante; non lo è,
invece, Atene (allora soltanto uno dei tanti siti micenei in
Attica); Creta ha un posto di rilievo, non paragonabile, però, a
quello di Micene; Rodi e Coo sono avamposti; Troia e Lesbo
sono straniere; Cipro intrattiene «relazioni diplomatiche». Nella
cultura micenea sono presenti numerosi tratti della vita omerica
o di quella cultura; i cocchi, i «vestiboli» colonnati con altri
edifici tutt'intorno (ma il vestibolo, in cui Odisseo combatte con
l’arco contro la schiera dei pretendenti, è frutto
dell’immaginazione epica). Il lungo scudo di cuoio, che giunge
ai piedi, è noto attraverso l'arte minoica e micenea; più tardi
appaiono lo scudo rotondo, ricoperto di bronzo, e l’affilata
spada omerica, ma prima del 1250 circa le due armi erano già
usate sui campi di battaglia. Omero, consapevole del contrasto,
in un passo descrive due eroi che, nel corso di un duello di
spada, usano i due diversi scudi.
Vi sono d’altra parte anche profonde differenze. I capi
micenei seppellivano i loro morti insieme a costose suppellettili
sepolcrali; gli eroi di Omero ricorrono sempre alla cremazione,
seguita dalla sepoltura delle ceneri in un’urna sotto un tumulo,
talvolta segnalato da una pietra conficcata in posizione eretta.
L’archeologia conferma questo rito, ma solo a partire dall’età
del ferro, dopo che erano tramontati i fasti di Micene. I poemi
epici - sembra - si fondano effettivamente su un’autentica e
ininterrotta tradizione, tramandata dall’epoca micenea, ma,
trattandosi di una tradizione orale, non soltanto fu contaminata
dai racconti popolari e fiabeschi inseriti a scopo di
intrattenimento, ma, inconsapevolmente, mescolò anche i
costumi e gli oggetti della vita quotidiana micenea con quelli
delle epoche successive in cui vissero i poeti e i cantori.
Soltanto la vicenda, e a volte interi brani in versi tradizionali,
trasmessi con poche variazioni, hanno evitato che l'originario
poema diventasse irriconoscibile. Lo stesso è accaduto in altre
epoche. Il Nibelungenlied ha trasformato i guerrieri dell'età buia
in cavalieri medievali. E analogamente avviene nelle arti
figurative: re Artù, Giosuè o Golia indossano l’armatura
medievale, mentre Davide continua ad avere la sua fionda, il
che era parte integrante della storia. Lo stesso avviene in
Omero: Aiace (Aias), infatti, conserva il suo famoso scudo di
cuoio «simile a una torre», un rettangolo con i lati rientranti,
una delle due caratteristiche forme micenee. Un aspetto dell’età
del bronzo, quasi scomparso in Omero, è l’arte dello scrivere -
sebbene una volta, nell’antica storia di Bellerofonte, si faccia
menzione di una lettera «su di una tavoletta ripiegata».
Essenziale alla vicenda, conteneva il messaggio: «Preghiamo di
mettere a morte il latore». E se possiamo prestar fede al quadro
che, della società micenea, emerge dalla lettura delle tavolette
in Lineare B, specialmente di quelle di Pilo, ne deduciamo che
non soltanto l’economia della società micenea, ma anche la sua
organizzazione sociale erano di una complessità sorprendente e
del tutto non omerica.

5 I predoni del mare

Il motivo che portò alla semplificazione o, in altre parole, al


declino e alla caduta della civiltà micenea, non lascia dubbi: fu
la guerra. La Grecia continentale era sempre stata bellicosa, e
con l’eliminazione dei presumibili limiti imposti dal dominio
cretese sul mare divenne troppo allettante integrare i proventi
ricavati dalla «protezione» del commercio con guadagni più
rapidi, anche se più rischiosi, ottenibili attraverso una scoperta
pirateria. Gradualmente, dapprima i mari, e in seguito la terra,
si fecero troppo malsicuri perché il commercio potesse
sopravvivere. A partire dal 1300 circa cessò il commercio che
aveva portato la ceramica micenea a Lipari, a Ischia e in Sicilia;
con l’andar del tempo Troia ricevette meno merci che in
passato. Nel Levante, già all’epoca di Amenofi III, prima del
1375, la pirateria costituiva un terribile flagello; in un
messaggio al faraone un re di Alasia (Cipro) negava che i suoi
uomini avessero partecipato ai saccheggi dei Lukki,
promettendo che, se si fosse dimostrato il contrario, i colpevoli
sarebbero stati puniti. Invero, egli afferma, i Lukki compivano
scorrerie annuali contro un suo porto. I Lukki sono quasi
certamente i Lici di Omero, stanziati sulla costa orientale della
Caria. Nell’Iliade essi intrattengono relazioni con i Greci; è alla
loro corte che il re Preto invia Bellerofonte con l’intento di
sbarazzarsene, latore di «varie funeste istruzioni contenute in
una tavoletta ripiegata», alla quale abbiamo accennato in
precedenza.
Nel corso dell’età micenea una grande potenza dell’Oriente fu
quella dei Khatti: l’impero ittita, che dominava l’Asia Minore e
che, nei giorni del pacifico faraone Ekhnaton, più interessato
alla religione che al governo dell’impero, si estese fino a
inglobare il nord della Siria. Negli archivi della capitale ittita,
Hattusa, nei pressi del moderno villaggio turco di Boghaz-keui,
troviamo il primo accenno dell’epoca alla Grecia micenea. È
infatti la Grecia, con il suo «Sommo Re» di Micene, che va
quasi certamente individuata nel regno localizzato in Occidente
e collegato con il mare, il regno di Ahhiyava, più anticamente
chiamato Ahhaiva, il cui nome ricorda quello degli Akhaioi (gli
Achei dei nostri testi), il termine comunemente impiegato da
Omero per indicare i Greci della guerra di Troia. Il re di
Ahhiyava è chiamato «fratello» dal re ittita; il che sta a indicare
la sua condizione di monarca indipendente. Non gli è
necessariamente riconosciuto un potere di pari dignità; il
faraone usa il medesimo termine per rivolgersi al re di Alasia
(Cipro). Un tale Piyamaradus aveva compiuto scorrerie nella
regione intorno a Milavatas o Milavata; si tratta forse di Mileto,
dove si erano insediati Cretesi minoici e più tardi Greci
micenei. I Lukki si rivolsero, chiedendo aiuto, al re ittita e a un
certo Tawagalawas (che sia il nome greco Eteocle?), che,
signore di terre vicine, conosceva il re di Ahhiyava.
Quest’ultimo ordina ad Atpas, il suo agente a Milavata, di
consegnargli Piyamaradus; ma il re ittita raggiunse la città,
quando Piyamaradus era già fuggito per mare. Il re (non
essendo nominato, è databile in un qualsiasi periodo
dell’impero) ingiunse allora al re di Ahhiyava di estradare
Piyamaradus o, in caso contrario, di trattenerlo nei suoi territori.
Nei documenti egizi è possibile individuare, con maggior o
minore sicurezza, nomi che conosciamo attraverso Omero.
Quando il giovane Ramsete II cercò di riconquistare la Siria,
venne contrastato da un esercito imperiale ittita che
comprendeva contingenti di soldati i cui nomi, grazie a Omero,
sappiamo appartenere ad alcuni alleati di Troia: tra costoro ci
sono i Dardani (il nome sopravvive nei Dardanelli) e i Cilici, i
quali, in Omero, si trovano stanziati nella Troade e solo più
tardi migrano verso la Cilicia storica.
Dopo il 1300, anche qui la situazione volge al peggio. La
presenza di una minor quantità di ceramica micenea all’estero
sta a indicare una contrazione del commercio; Cipro sviluppa
un proprio stile provinciale; nella stessa Micene la pittura
vascolare si fa più sciatta. I palazzi contenevano ancora ingenti
riserve di tesori; si è notato che talvolta gli eroi omerici li
valutavano calcolando per quante generazioni sarebbero potuti
durare. Il tardo mondo miceneo viveva di rendita sulle
ricchezze accumulate; per gli eroi omerici, che consideravano
onorifico il titolo di «saccheggiatore di città», il mezzo migliore
per incrementare le proprie sostanze era quello di appropriarsi
dei beni altrui. «Il bestiame è lì per chi lo vuole razziare»
afferma Achille con disinvoltura, aggiungendo, d’altro canto,
che si vive una volta sola. L’«età eroica», al pari delle età
eroiche di altri paesi, fu un’epoca di guerra brutale e
distruttrice. Omero amava e ammirava le storie e le virtù
eroiche del coraggio e della lealtà, ma ben ne conosceva la
ferocia. Il suo Ettore troiano prevede che, nel caso di
espugnazione della città, la sua sposa verrà ridotta in schiavitù e
il figlioletto gettato giù dalle mura. Odisseo, ascoltando un
menestrello che canta il suo nome e le sue gesta (l'episodio del
cavallo di legno e del sacco di Troia) presso una corte
forestiera, dove il suo volto era sconosciuto:
cedette e pianse, come piange una donna, crollando a terra e
abbracciando il dolce marito, caduto in difesa della città e
del popolo [...] quando ella lo vede morente, con il respiro
affannoso e si getta su di lui e piange forte; ma i nemici da
dietro le battono con le lance la schiena e le spalle, e la
conducono in schiavitù, a provare fatiche e pena, e il suo
volto è turbato dal dolore più triste.
Un altro gruppo di documenti ittiti narra come Attarissiyas o
Attarsiyas, «un uomo di Ahhia», compisse una spedizione
militare in Caria con cento carri e con fanti, cacciandone il
principe Wadduwattas (Adyattes), il quale trovò rifugio presso
il re ittita. Il re gli assegnò un nuovo feudo; ma, in seguito,
Wadduwattas si alleò con Attarsiyas, e insieme attaccarono
Alasiya. I dati dell’archeologia indicano che, probabilmente,
intorno a quest’epoca, una seconda ondata di immigranti
micenei si impossessò con la forza di Cipro e della pianura di
Tarso. Questo condottiero predone è stato da alcuni identificato
con Atreo, padre dell’eroe omerico Agamennone, presumendo
che la forma non contratta del nome fosse «Atresas»,
«impavido». Egli, tuttavia, non viene indicato con il titolo di re
di Ahhia, tanto che altri studiosi hanno messo in relazione il suo
nome con quello di Perseo (Pterseus, il «saccheggiatore»), o
Tiresia! In realtà non sappiamo molto. Ma i frequenti
andirivieni lungo l’Egeo fanno pensare che potrebbe esservi del
vero nella leggenda, secondo cui Pelope, padre di Atreo, giunse
dall’Asia Minore per dare il proprio nome al Peloponneso e per
rovesciare la casata di Perseo a Micene.
Nel 1221 compare (un’unica volta) in documenti egizi il
nome K-w-sh, che potrebbe vocalizzarsi nella forma
«Akaiwasha». Costoro e altri popoli marinari, compresi i Lici e
T-r-sh (in ittita Taroisa, Troiani?), si allearono ai Libici nel
tentativo di invadere l’Egitto, con il risultato di venir massacrati
dagli arcieri e dalla cavalleria egizia nella battaglia delle Corna
della Terra. (Era una località nei pressi del Passo del Fuoco
d’inferno?) Considerando la particolare tecnica - quella di
contare le parti staccabili dei cadaveri - con cui gli Egizi
calcolarono i morti (6 500 Libici e 2500 pirati) si apprende che
i K-w-sh erano circoncisi; un fatto sorprendente, se si tratta di
Achei europei.
Non è da escludersi che gli Achei abbiano preso parte a un
simile saccheggio. In Omero, Odisseo, spacciandosi a Itaca per
un principe cretese caduto in disgrazia, racconta di aver preso
parte a una piccola scorribanda sul Delta (con solo nove navi) e
di essere stato fatto prigioniero. Il faraone Merenptah,
successore del longevo Ramsete II, descrive questi predatori
come uomini avidi e affamati, «che combattevano per riempirsi
quotidianamente la pancia». Una carestia si era da poco
abbattuta sull'impero ittita; l’Egitto, che ora vi intratteneva
relazioni pacifiche, inviò navi cariche di grano. Troppo tardi le
potenze civilizzate, indebolitesi a vicenda nel corso di lunghe
guerre, si allearono; intorno al 1200 gli archivi ittiti si
interrompono. Il grande impero cadde; le successive
informazioni, risalenti a secoli dopo, attestano che i Frigi,
originari dei Balcani, occupavano l’altopiano centrale. I re ittiti
e i mercenari (come Uriah) del Vecchio Testamento provengono
esclusivamente dalle città stato delle antiche province della
Siria.
Intorno al 1190 l’Egitto dovette far fronte alle conseguenze
del collasso. Una grande iscrizione di Ramsete III sulle pareti
del tempio di Medinet Habu afferma:
Le isole erano irrequiete, in guerra tra loro. Le loro
popolazioni si mossero tutte insieme. Nessuna terra li potè
fermare, a cominciare dalla Khatti, dalla Cicilia, da
Karkemish, da Arvad e dall’Alasia; essi le distrussero e si
radunarono in un accampamento in mezzo al paese degli
Amoriti.
Ramsete sconfisse, dapprima, un nuovo attacco proveniente
dalla Libia, sostenuta dai predatori del mare, e in seguito, nel
corso di due grandi battaglie per terra e per mare, il grosso delle
truppe. L’ondata migratoria era costituita da popolazioni che,
portandosi appresso donne e bambini su pesanti carri trainati da
buoi e muniti di solide ruote, potevano contare sul sostegno di
una flottiglia di navi con coffe sugli alberi maestri, piene di
guerrieri armati di elmi cornuti o ornati di corone di piume, con
scudi circolari e corazze flessibili, che ricordano curiosamente
una primitiva armatura dei legionari romani. Ma, ancora una
volta, vennero sconfitti dagli implacabili arcieri egizi, come
mostrano i vivaci rilievi sulle pareti del tempio. A fianco degli
Egizi avevano combattuto, in qualità di mercenari e armati in
maniera simile, i Sherdi, un popolo marinaro, i quali, come
sembrano indicare l’analogia del nome e gli elmi cornuti,
insediatisi forse in Sardegna, costruirono le torri di pietra e le
statuette di bronzo della successiva cultura nuragica. Tra i
popoli invasori, insieme ad altri identificati in maniera meno
convincente, compaiono i D-n-y-n, forse i Danai di Omero - il
nome, usato in maniera pressoché interscambiabile con quello
di Achei, ritorna, in seguito, in Cilicia, nei pressi di Tarso. Il
regno submiceneo è chiamato, in un’inscrizione bilingue, ittita
e fenicia, D-n-y-n e anche «Casa di Mopso»; Mopso è un eroe e
un profeta familiare alla poesia greca. Ma il nome più famoso
resta quello di P-l-s-t, i Filistei che si insediarono
successivamente sulla costa sotto il controllo egizio. Furono
costoro a dare alla Palestina il nome greco, e, più tardi, resisi
indipendenti, a combattere con carri da guerra e uomini armati
(l’armatura di Golia è omerica) contro gli Israeliti insediati
nella regione collinare. La loro ceramica è un derivato, lontano
ma pur sempre riconoscibile, di quella micenea. Il loro nome,
secondo numerosi filologi pur in mancanza di una certezza
assoluta, potrebbe essere quello dei Pelasgi.

6 Le guerre contro Tebe e Troia

Con il diffondersi della pirateria, i contatti documentati tra


l'Egeo e l’Oriente cessarono per secoli; intorno alla stessa età, si
esaurì la grandezza di Micene. Le gesta più famose e anche le
ultime dell’età eroica, immortalate nella poesia epica, devono
ricondursi - a quanto pare - proprio all’epoca delle grandi
scorribande sui mari: ci riferiamo agli assedi di Tebe e di Troia.
Una loro datazione precisa è impossibile. Lo si dovrebbe in
gran parte al caso, se le date stabilite dagli eruditi greci per la
caduta di Troia (tra il 1334 e il 1127, con la datazione più
consueta del 1183) fossero approssimativamente corrette;
infatti, le genealogie utilizzate dagli studiosi per colmare i
secoli bui erano collegate, dal punto di vista «araldico», con gli
eroi epici e con i figli di Elleno, l’antenato eponimo della stirpe.
Le genealogie dei re di Sparta (in duplice linea) vantano un
numero di generazioni che ci riportano all’incirca al IX secolo
e, quindi, poeticamente ricondotte all’eroico antenato Eracle.
Perché ciò fosse possibile, alle generazioni più antiche venne
attribuita una durata media, incredibilmente lunga, di
trentanove anni (in tempi storici, i re di Sparta regnarono per
una durata media di circa venticinque anni). Sembra
ragionevole assegnare queste guerre all’epoca in cui Micene fu
la città guida della Grecia, e in cui le principali località,
conosciute attraverso l’archeologia, corrispondono esattamente
a quelle citate nel «Catalogo delle navi» dell'Iliade. La
tradizione greca forse ha ragione nell’affermare che le dinastie
eroiche caddero durante la seconda generazione dopo l’assedio
di Troia.
La spedizione dei Sette contro Tebe avvenne, secondo la
tradizione, una generazione prima di quella contro Troia; lo
stesso vale per la spedizione di Giasone e di Argo nel mar
Nero, il cui carattere mitico è molto più accentuato (la storia è
la versione parzialmente razionalizzata di un mito derivato da
un rituale propiziatorio della fertilità). Secondo la leggenda, la
guerra tebana si sviluppò dal litigio tra i due figli dello
sfortunato Edipo, appartenente alla stirpe di Cadmo (giunto, si
diceva, molto tempo prima dall’Oriente). Polinice («grande
lotta»), cacciato dal fratello Eteocle («vera gloria»), ricorse agli
Achei del Peloponneso i quali, ben volentieri, compirono per
lui una spedizione contro la città. Essi costrinsero i Cadmei ad
asserragliarsi all’interno delle mura, ma, in seguito, tentando un
assalto con scale, subirono una disfatta, nella quale perirono sei
dei sette campioni, compreso Polinice. Dopo di ciò i Cadmei
rafforzarono le mura; effettivamente, nel corso del XIII secolo,
un’opera di consolidamento delle fortificazioni era dovunque in
atto. Vennero allora completate le imponenti mura di Tirinto; a
Micene fu aggiunta la grande torre orientale e fu scavata una
scala sotterranea, che correva sotto le mura sino a raggiungere
un sicuro serbatoio d'acqua, alimentato dalla fonte Perseia.
Nonostante queste mura più solide, tuttavia, i figli degli
originari Sette conquistarono Tebe (come rievoca ad
Agamennone, presso Troia, Diomede ai Argo, il cui padre era
rimasto ucciso nel corso della prima spedizione), mentre gli
altri Cadmei fuggirono verso il nord. La naturale conseguenza
fu che subentrarono nuove popolazioni meno civilizzate.
Omero, che dimostra notevole coerenza al riguardo, parla
sempre dei Cadmei di Tebe nel riferirsi a tempi più antichi,
mentre, trattando l’età della guerra di Troia, parla dei Beoti.
Questi ultimi inviarono grossi contingenti di truppe all’esercito
di Agamennone, ma soltanto condottieri di rango minore;
trattandosi di nuovi venuti, ai loro capi non era riconosciuto lo
stesso prestigio attribuito ai re achei.
La guerra contro Troia è di poco posteriore alla caduta di
Tebe; Diomede, infatti, combattè in entrambe. I poemi narrano
di relazioni pacifiche con il Levante. Paride, «durante lo stesso
viaggio, dal quale ritornò portando Elena», si recò a Sidone,
riportando in patria ricche vesti orientali per la madre; subito
dopo la guerra, Menelao, insieme a Elena, visita l’Egitto in
pace. Tra gli altri oggetti preziosi egli riporta con sé «due
vasche da bagno di argento»; Elena, a sua volta, un cestello da
lavoro in argento, su ruote, e (in sintonia con il personaggio)
una provvista di nepente, il famoso tranquillante.
La sesta città di Troia, stando ai rilevamenti archeologici,
venne distrutta da un terremoto intorno al 1300. Troia VII, che
ne costituisce l’immediata ricostruzione, non raggiunse mai lo
stesso splendore; il che, d’altra parte, non implica (sebbene lo si
sia ipotizzato) che non fosse appetibile in vista di un
saccheggio. Era pur sempre sulla via commerciale verso
l’Europa; gli alleati del re Priamo provengono non soltanto
dall’Asia, sin dalle lontane Caria e Licia, ma anche dall’Europa,
fin dal Vardar (o Assio). L’impressione di una «Troia
miserabile e disagiata», secondo l’espressione di Sir Denys
Page, è la conseguenza diretta dei preparativi della guerra. Ce
n’era di squallore a Londra, quando la gente dormiva nelle
stazioni della metropolitana durante i bombardamenti! Page
fornisce una vivida descrizione dello scenario portato alla luce
dagli scavi di Blegen: «Un reticolo di squallidi alloggi si
espande a destra e a sinistra e si inerpica verso l’interno, sopra
le fondamenta dei palazzi di ieri [...] piccoli bungalow a un solo
locale, lugubri, con pareti sottili e muri divisori, scarsamente
arredati, poggianti sulle [...] mura di fortificazione». Una
caratteristica della settima città di Troia è lo straordinario
numero, sotto tutti i pavimenti, di buche e contenitori per
immagazzinare cibi. La popolazione della campagna si era
ammassata nella fortezza; ogni metro di spazio disponibile era
stato opportunamente occupato da rifugi che, nella speranza dei
residenti, sarebbero stati solo temporanei; gli uomini, inoltre,
mentre era ancora possibile, trasportarono le riserve di grano
all'interno delle mura.
Quale relazione intercorresse tra la famosa guerra e la storia
ittita non possiamo dirlo; si è ipotizzato (abbreviando i famosi
dieci anni di Omero) che la prima abbia avuto luogo mentre gli
Ittiti erano impegnati, posteriormente al 1250, in una guerra, di
cui si sa con certezza, contro una popolazione orientale
confinante. Nell'Odissea si fa cenno al tentativo, fatto da
Euripilo, un principe di Keteioi, di soccorrere Troia all'ultimo
momento. Se Keteioi sta per il più antico termine greco Kateioi,
il che è verosimile, esso potrebbe in realtà coincidere con il
nome Khatti; anche Euripilo potrebbe essere un nome ittita,
Urpalla. Come suggerisce M.I. Finley, sarebbe azzardato dare
per certa la conquista di Troia da parte dei Greci, quando
pensiamo che Carlo Magno non riportò nessuna vittoria sui
Saraceni a Roncisvalle né combattè contro di loro. Lo stesso
Omero ci riferisce che gli Achei non occuparono Troia; al
contrario, dopo averla saccheggiata, fecero ritorno in patria -
alcuni, come Agamennone, per scoprire che la moglie
conviveva con un altro uomo. La grande guerra non fu
un’impresa di colonizzazione, bensì una scorribanda di
carattere vandalico. Aineias (Enea), cugino del re Priamo, per
volere degli dei, venne destinato a governare su Troia, quando
gli invasori se ne furono andati. La distruzione finale della città,
stando a una successiva versione greca confermata dalle
scoperte archeologiche, fu dovuta a una nuova ondata di
invasori provenienti dalla Tracia.

7 Gli ultimi Micenei e il problema dorico

Gli stessi palazzi micenei non sopravvissero molto più a lungo.


La colpa della loro caduta non va attribuita, in modo specifico,
allo sforzo profuso nella guerra di Troia; si trattò piuttosto
dell’abitudine alla guerra in generale, e anche, probabilmente,
del fatto che gli uomini dei palazzi, i capi e le guardie del corpo
avevano perso ogni contatto con i contadini al punto da non
poter fare più affidamento sulla loro fedeltà di soldati. Si
trovarono così in una condizione di debolezza, nel caso fossero
stati attaccati da popolazioni tribali, dove tutti gli uomini erano
guerrieri. La tradizione afferma che essi, in realtà, cedettero,
quando vennero attaccati da una rozza popolazione di lingua
greca, i Dori, provenienti dalle frontiere settentrionali, sotto la
guida di esuli micenei.
Si narrava che questi esuli fossero discendenti di Eracle,
cacciati molto tempo prima dal geloso cugino Euristeo, la cui
dinastia era stata ben presto soppiantata a Micene da Atreo. Ma
Eracle, come Giasone, è una figura che appartiene al mito
molto più di quanto non appartengano Atreo e Agamennone.
Alcune delle storie che lo riguardano facevano parte in origine
di un eroe cultuale; altre forse appartengono alla tradizione
orientale. Un sigillo ittita, ad esempio, mostra un eroe in lotta
con un mostro a sette teste, tre delle quali appaiono recise,
mentre le altre quattro sono ancora vive e impegnate nel
combattimento (è forse la lotta fra Ercole e l'Idra presso la
palude di Lerna?). È possibile che l’intera vicenda del Ritorno
degli Eraclidi (conseguenza della precedente cacciata) sia stata
inventata per conciliare la pretesa dei re dori di discendere da
Eracle con le tradizioni che lo dicevano nato a Tirinto (o a
Tebe) in età achea.
Secondo la leggenda, i Dori mossero un primo attacco
attraverso l’istmo di Corinto. Qui vennero sconfitti, e Ilio, figlio
di Eracle, fu ucciso dal re arcade di Tegea. I Dori ritornarono,
mentre a Micene regnava Tisameno (il «vendicatore», nome
appropriato al figlio di Oreste, che vendicò il padre,
Agamennone, trucidando la madre). Questa volta attraversarono
il golfo di Corinto a occidente, per raggiungere la Messenia e la
Laconia; Micene cadde per ultima, in seguito a un attacco
portato dal sud. Tisameno, secondo una versione, sopravvisse
per condurre il suo popolo in una emigrazione verso l’Acaia
storica.
L’archeologia conferma alcuni di questi particolari. Ci fu un
muro miceneo che attraversava l’istmo; ci fu anche una
fortezza, Teichos Dymaion, nei pressi della moderna Patrasso,
data alle fiamme intorno al 1200 a.C. Lo stesso avvenne per il
palazzo di Pilo, dove pare in effetti che fossero esplosi alcuni
depositi di olio, distruggendo completamente un muro; lo stesso
destino toccò alle case fuori delle mura di Micene. A Sparta
venne danneggiato un largo insediamento sul crinale difendibile
di Terapne (ora fortemente eroso), dove, in età posteriore, i
Greci venerarono Menelao ed Elena; l’occupazione finisce in
numerosi villaggi messeni e Laconi per essere rimpiazzati da...
nulla: il che costituisce un problema. Nel frattempo, ci fu
un’invasione micenea verso l’Acaia e Cefalonia.
Questo terribile disastro, contemporaneo alle catastrofi
verificatesi nel Levante, non segnò la fine. Nell'Argolide e a
Sparta si verificò una parziale ripresa; la ceramica della fine del
periodo miceneo non è priva di brio. La vita micenea
sopravvisse anche nell’Attica orientale e nelle isole, dall’Eubea
a Nasso, a Rodi e Coo; ma in questa fase, chiamata tardo
elladico IIIC, fanno la loro comparsa nell’arte stili locali. Il
dominio di Micene venne meno, e la sua produzione artistica si
affievolì, ancor prima del disastro finale, avvenuto intorno al
1100. Teichos Dymaion, rifortificata, cadde nuovamente, e lo
stesso accadde alla cittadella di Micene. Le località isolane
vennero abbandonate e si ebbe una nuova migrazione verso
Creta e Cipro. Argo sopravvisse; i morti ora vengono sepolti in
tombe individuali a cista, perché le antiche tombe di famiglia
presupponevano la stabilità sociale.
Eppure, degli invasori Dori non restano tracce visibili, tanto
che alcuni recenti autori ritengono che l’invasione sia un mito,
affermando che sarebbero sorte faide interne e sollevazioni
degli oppressi per distruggere i palazzi; oppure che sarebbero
giunti predatori a devastare, per poi allontanarsi (verso dove?);
oppure, ancora, che ci sarebbe stata una prolungata siccità, in
seguito alla quale i Dori sarebbero giunti in una terra deserta.
Sarebbe una strana siccità (ma non impossibile) quella in grado
di spopolare la ricca Messenia e la Laconia, ma non Argo e le
Cicladi, notoriamente «assetate». I Dori, così importanti nei
tempi storici, ma assenti in Omero (salvo che per un accenno
isolato), avevano non soltanto un loro dialetto, influenzato da
quello nordoccidentale, ma anche una divisione in tre tribù in
numerose città che andavano da Rodi alla Sicilia: gli Illei, i
Dimani e i Panfili: caratteristica questa che potrebbe essere
tipica di una nazione anteriore alle città, anziché di servi ribelli.
Infine, se il sud rimase disabitato per parecchi anni, è
sorprendente il fatto che gli Achei non vi abbiano fatto ritorno.
Vi erano, invece, popolazioni lì insediate, che lasciarono scarse
tracce per l’archeologia, ma che gli Achei volevano evitare.
Documenti storici e vari nomi di località attestano la presenza
di Slavi nella Grecia del sud, dopo il 600 a.C., ma, come segno
della loro venuta, lasciarono solo distruzione. I Dori storici si
consideravano un popolo che aveva migrato a lungo e che
infine era giunto al Pindo, dove una piccola doride classica
rappresentava quanti erano rimasti indietro. Se le cose stanno
così, com’era la loro cultura preistorica?
Oggi tra le popolazioni di queste montagne si distinguono i
pastori transumanti, che guidano i greggi nelle pianure durante
l'inverno e negli «alti pascoli» in estate, ricostruendo le loro
capanne rotonde dai tetti di paglia al termine di ogni viaggio,
gli eleganti greci Sarakatsanaioi e i Vlachs di lingua rumena,
immigrati dal nord dopo l’età romana. Per viaggiare, la
terracotta non va bene. Sono più utili borracce di pelle e coppe
di legno, come quelle prodotte dagli Arcadi del monte
Mainalos. Se erano simili ai moderni montanari del Pindo, i
Dori non avrebbero prodotto una particolare ceramica né
avrebbero costruito solide case, sino a che lentamente, contro
voglia, non appresero i modi di vita della pianura; e i loro primi
accampamenti, se mai saranno scoperti, non saranno mai
rinvenuti nelle città bruciate. Quanto al metallo, sono stati
ritrovati «bronzi orientali», comprese taglienti spade e spilli per
fissare gli abiti, in località micenee anche prima della sciagura:
portate lì da soldati di ventura? Non sono reperti numerosi -
quasi tutto il bronzo venne fuso - e quando non compaiono in
un contesto miceneo, non sono databili con certezza. Ma -
possiamo affermare - non vi è motivo per negare che
l’invasione sia «storica» almeno quanto lo sono la caduta di
Troia e quella di Tebe, sebbene, come di consueto, i secoli
risultino accorciati nella memoria popolare.
Il dorico si espanse oltremare, anche prima del sorgere della
storia, a Creta, Melo, Tera, Rodi, Coo, Cnido e Alicarnasso,
successivamente a una forma più antica di greco, dal momento
che nell’entroterra dell’Arcadia e nella remota Cipro
sopravvisse un dialetto arcaico, che assomigliava al miceneo del
Lineare B. Ciò è probabile se il dorico spezzò la continuità
micenea, lasciando tracce in un territorio che persino Sparta non
potè conquistare e su un’isola che i Dori non raggiunsero.
Nella Grecia continentale soltanto Atene - e la città ne andava
orgogliosa - sopravvisse alla tempesta, dando ospitalità ai capi
esiliati di Pilo. Ma si è scoperto che prima del 1200 giunsero
nell’Attica occidentale e a Salamina nuove popolazioni, che
adoperavano tombe a cista e spille lunghe e diritte. Ad Atene la
città bassa venne frettolosamente abbandonata nel panico; ma
l’Acropoli resistette, con un accesso all’acqua attraverso una
scala segreta, ingegnosamente fissata tra la superfìcie
settentrionale della roccia e un immenso sperone che si era
staccato. Atene aveva una leggenda su una remota invasione.
Eleusi (in Occidente!) «combattè con Eumolpo contro Eretteo»;
Tucidide ne parla come di cosa nota. Scrittori posteriori
aggiunsero che Eumolpo aveva guidato una banda di predatori
del mare dalla Tracia; e se il suo nome (ellenizzato?) suona
poco credibile, quello del figlio, Immarado, non è greco.
Giungendo a un accordo, forse, Atene respinse molto tempo
dopo (c. 1065?) un attacco dorico proveniente dall’istmo,
sebbene sulle frontiere occidentali venisse fondata una nuova
città dorica, Megara («grandi case»), una delle poche città in
Grecia ad avere un nome greco. La leggenda afferma che il
valoroso re Codro, discendente dai re di Pilo, sacrificasse la vita
per la città. Avendo appreso un responso oracolare fornito ai
Dori, secondo cui essi avrebbero preso Atene se non avessero
ucciso il re, egli si travestì da tagliaboschi e, recatosi in un
avamposto dorico, si fece ammazzare: una prova del carattere
sacro del re e dell’alto valore dell’autoimmolazione.
Atene sopravvisse, e fu la sola a sopravvivere in Attica. In
altri luoghi della regione erano state innalzate tombe ad alveare,
indicanti la presenza di principi locali dell’età del bronzo, ma
vennero tutte abbandonate. Agli albori della storia, Atene è già
l’indiscussa «capitale» dell’Attica, un territorio di circa
duemilacinquecento chilometri quadrati, uno dei più vasti stati
greci, nel quale, durante il IX secolo, dopo una prima «età
buia», la popolazione, indicata dal numero dei nuovi
insediamenti, crebbe rapidamente. Attraverso questa ostinata
sopravvivenza, si erano consolidate le fondamenta dello stato
POSCRITTO
Cadmo da Oriente (p. 52): la sensazionale impresa
archeologica, avvenuta sul finire del 1963, che, nello strato
andato in fiamme del palazzo di Cadmo, portò al
rinvenimento di una collezione di trentasei sigilli babilonesi
e altri sigilli orientali, quattordici dei quali dotati di
iscrizioni cuneiformi, insieme con tavolette del Lineare B
del XII secolo, indica che i governanti cadmei di questo
periodo, pur probabilmente incapaci di leggere i sigilli, che
formano piuttosto una collezione eterogenea, si
interessavano di antichità orientali!
Il cataclisma di Tera (p. 31): sull’ipotesi di collegarlo alla
scomparsa della leggendaria Atlantide, vedi la nota alle
pagine su Platone (p. 333).
Capitolo III -
IL MEDIOEVO ELLENICO (1100-700 circa
a.C.)

1 L’età buia

L’epoca buia è oscura sia per la sua povertà, sia per la nostra
ignoranza al riguardo, alla quale cercano di porre rimedio gli
archeologi. Erano scomparsi i palazzi e la scrittura, ma
sopravvivevano le tecniche impiegate nella vita quotidiana,
incrementate verso il 1000 a.C. dalla lavorazione del ferro,
introdotta probabilmente da Cipro. Si verificò senza dubbio un
calo della popolazione; in effetti, un poeta, forse di Cipro, il
quale, dopo che Omero aveva composto l'Iliade, si mise a
scriverne un’introduzione chiamata i Canti cipri, affermava a
proposito degli inizi della guerra che la causa andava ricercata
nel fatto che il mondo era sovraffollato. La Madre Terra si
lamentava sotto il peso e Zeus decise di alleviarglielo... Non è
neppure da escludere che il mondo miceneo, come Atene e
Roma imperiali, fosse stato indebolito da epidemie propagatesi
lungo le grandi vie commerciali. Nelle leggende si parla di
epidemie di peste: nel campo degli Achei a Troia, ad esempio, e
a Tebe, all’epoca del re Edipo.

2 Le migrazioni oltremare
Vi era, in ogni caso, in Grecia abbastanza gente perché perfino i
fuggitivi realizzassero una considerevole opera di
colonizzazione. Un effetto della calata dei Dori fu
l’occupazione greca della costa occidentale dell’Asia Minore e
delle isole, a esclusione di pochi territori nel nord dell’Egeo,
che rimasero a lungo sotto i Pelasgi. La costa, immediatamente
a sud della Troade, non occupata in un primo tempo, e l’isola di
Lesbo furono conquistate da immigrati originari della Grecia
centrale e settentrionale, scacciati dall’arrivo dei Tessali,
provenienti da nordovest e diretti verso la Tessaglia storica, e
dei Beoti, costretti dai Tessali verso la Beozia storica. Il loro
dialetto, chiamato eolico, si accorda con questa tradizione. La
fascia di mezzo, costituita dalla Ionia, fu forse conquistata un
po’ più tardi da esuli provenienti dalla Grecia centrale e dal
Peloponneso, i quali occuparono anche le isole Cicladi.
La Ionia sarebbe diventata, per un certo periodo, la regione
più civilizzata ed evoluta del mondo greco. Tra le sue dodici
città (incluse quelle sulle isole di Chio e di Samo) c’erano
Mileto ed Efeso; Teo e Clazomene nella penisola centrale;
Smirne, nel nord, che gli Ioni, sotto la guida di condottieri
discendenti dai re di Pilo, sottrassero agli Eoli. In una versione
della tradizione sulle origini degli Ioni le loro migrazioni
venivano presentate come una spedizione organizzata secondo
tutte le formalità osservate dai coloni greci posteriori,
proveniente da Atene, ormai ripresasi dai disordini. Erodoto,
tuttavia, che conosceva bene la Ionia, era al corrente di
tradizioni meno sistematizzate, secondo cui i fondatori di quelle
colonie costituivano una moltitudine assai eterogenea. Inoltre,
egli afferma, i fondatori di Mileto, «che si erano mossi dal
palazzo comunale di Atene e si consideravano i coloni di stirpe
più nobile, non portarono con sé donne, bensì presero in moglie
le donne carie, dopo aver trucidato i loro congiunti». La
tradizione greca era solita considerare queste migrazioni come
l’immediata conseguenza degli spostamenti di popoli avvenuti
nella Grecia continentale.
I Dori, come abbiamo visto, si volsero a loro volta al mare e
occuparono Melo con il suo bel porto, la vulcanica Tera, Rodi,
Coo, le isole adiacenti, e le città peninsulari di Cnido e
Alicarnasso, che formarono, con Rodi e Coo, una Doride
asiatica. A Creta, bande doriche assunsero il controllo di
Cnosso e di quasi tutte le città costiere con le pianure limitrofe.
Istituirono un governo di tipo aristocratico, esigendo tributi in
natura dai contadini, da lungo tempo avvezzi alla servitù, che
essi chiamavano Mnoitai, termine in cui alcuni hanno letto una
reminiscenza del nome di Minosse. Soltanto nella parte
orientale dell’isola, in insediamenti collinari, alcuni irriducibili
Eteocretesi («veri Cretesi») tentarono, come testimoniano le
forme delle loro tombe, di conservare il modello di vita
minoico. A Preso sopravviveva la leggenda di come il re
Minosse fosse morto in Sicilia e dei disastri che ne erano
seguiti; sempre a Preso, già in piena epoca storica, venne
impiegato l’alfabeto classico greco per iscrizioni in una lingua
non greca.
Quando furono esauriti questi movimenti migratori, la mappa
etnica della Grecia storica aveva preso forma.

3 Le città stato

Da un punto di vista politico la Grecia dell’età classica è una


terra molto più frammentata di quanto non lo fosse stata nell’età
del bronzo. Siamo soliti biasimare i Greci per la loro incapacità
di dar vita a uno stato nazionale o agli Stati Uniti di Grecia, ma
i documenti che mostrano quanto fossero divise le nazioni
europee non ci dà l’autorità morale per farlo. Va, però, aggiunto
che le nostre mappe comunemente sottovalutano il
frazionamento della Grecia classica. La comparsa, infatti, di
nomi greci per designare le regioni, come l'Arcadia, la Beozia,
la Ionia, distinte tra loro da linee di confine, ma senza che una
divisione analoga separi le città al loro interno, dà
l’impressione, a uno sguardo superficiale, che almeno queste
regioni fossero degli stati. Ma escluse la Laconia, sotto il
governo di Sparta, e l’Attica, non era così. L’Acaia conteneva
dodici piccole póleis o città, la Focide almeno trenta (sarebbe
preferibile chiamarle «villaggi cinti da mura»), la Beozia
quattordici, alcune delle quali avevano più di diecimila abitanti,
un numero non da poco per i Greci. L’Arcadia aveva sia città
cinte da mura, sia tribù stanziate nelle zone montuose. Anche in
regioni, come la Beozia, dove le comunità non solo
possedevano un culto e festività comuni, ma era in atto una
rudimentale organizzazione federale, le «città» erano talvolta in
guerra tra loro.
Il grande fattore, che favorì la prolungata disgregazione -
permettendo all’autonomia locale di trionfare sempre sui
tentativi degli stati più potenti di imporre l’unità con la forza -
era la natura del paese. Dal momento che la Grecia non è
soltanto una terra montagnosa, ma una terra di montagne
calcaree, non tutta l’acqua che non evapora raggiunge il mare
attraverso i fiumi. In gran parte sprofonda in cavità o fenditure
nel calcare, dopo essere filtrata nel terreno e aver depositato,
nel corso del processo, una grande quantità di silo, portato già
dalle montagne. Nei tempi antichi, quando i monti erano
ricoperti di foreste, gran parte dell’acqua piovana, che ora
precipita spesso dai pendìi spogli delle colline in piene
devastatrici, scendeva dolcemente attraverso le piante e le
radici degli alberi, fertilizzando le superfici livellate di terra,
annidate nelle pieghe della roccia. Questi angoli pianeggianti,
che, irregolarmente distribuiti tra le montagne, occupavano
soltanto una piccola porzione dell'area della Grecia,
costituirono, più ancora del mare, le basi dell’economia. Si
tratta di zone fertili: quando si parla dell’aridità della Grecia,
spesso ci si riferisce, o si dovrebbe farlo, non alla qualità della
terra riservata all’agricoltura, ma al fatto che l’area coltivabile è
piccola rispetto a quella della penisola, che ha all'incirca le
dimensioni della Scozia. Quando gli stessi scrittori ateniesi
definiscono l’Attica un «luogo dove il suolo è sottile» (come fa
Tucidide), essi scrivono in un’epoca in cui la popolazione
aveva da tempo straripato oltre i confini delle pianure, tanto
che, per la maggior parte, gli agricoltori ateniesi erano
impegnati a coltivare i terreni a valle, davvero poveri.
Le zone pianeggianti più vaste contenevano una città, o, se
abbastanza ampie, come in Beozia, anche più di una. Le città,
che erano fortezze cinte da mura, occupavano il luogo meglio
difendibile, provvisto di risorse idriche. Spesso all’origine della
pòlis c’era una cittadella fortificata eretta su uno sperone di
roccia; da qui, ogni giorno, eccetto che in tempi di pace sicura,
gli uomini uscivano per lavorare i poderi. Le guerre sorgevano,
per lo più, da dispute intorno ai confini. È anche probabile che,
nei primi tempi, vi fosse stato frequente bisogno di respingere
le scorribande compiute da feroci montanari o da immigranti
dell’ultima ora. Questo spiega l’importanza - fatto singolare
nell’antica storia greca - dei carri e, con l’introduzione di
cavalli in grado di essere montati, della cavalleria o, piuttosto,
della fanteria a cavallo. Non importava che fossero
inutilizzabili nelle regioni montuose, che costituivano la
maggior parte del paese, perché servivano al trasporto dei
guerrieri armati - uomini appartenenti alle famiglie ricche, che
potevano permettersi sia l’armatura sia i cavalli - i quali si
muovevano rapidi e infaticabili lungo la pianura, dando la
caccia ai predoni che tentavano di razziare il bestiame o di
mietere il grano dagli appezzamenti periferici (come, talvolta,
fecero ancora i Greci dell’epoca classica, sotto la protezione di
un esercito). In molte città la capacità di procurarsi un cavallo e
l’armatura fu, per lungo tempo, il requisito minimo,
indispensabile per venir riconosciuti come uno degli àristoi,
cioè «i migliori».
Gli àristoi appartenevano a famiglie comparse sulla scena
abbastanza presto per impossessarsi dei terreni fertili delle zone
pianeggianti, e di quegli appezzamenti, meglio difendibili,
collocati a ridosso delle mura. Non appena la popolazione si
accrebbe, i contadini più poveri (chi erano costoro? I
discendenti dei servitori delle antiche famiglie? Figli cadetti di
altri cadetti, cui il patrimonio familiare non poteva sopperire?)
occuparono terre distanti, talvolta troppo distanti per poter fare
ritorno, ogni notte, in città. Se ciò accadeva, se questi uomini
fondavano villaggi lontani e vi si trasferivano, finivano per
restare esclusi dalla società urbana. In città la gente alla fine
non li conosceva più; veniva meno la consuetudine (nómos, il
significato originario della parola greca per «legge») della loro
presenza alle assemblee cittadine. Passavano ora per perióikoi,
«abitanti dei dintorni»; li si apostrofava anche con parole più
crude, come «quelli che indossano pelle di montone» e «piedi
polverosi», espressioni rivolte loro, all’arrivo in città, dai
cittadini eleganti che portavano vesti finemente intessute. Altri
«abitanti dei dintorni» erano, in certe località, i membri di
piccole comunità, originariamente autonome, che avevano
richiesto la protezione dei vicini più potenti, o che erano state
sconfitte in guerre di confine. Alle città maggiori conveniva, ed
era un buon mezzo per difendere le pianure dai predoni, essere
circondate da un anello di comunità sottomesse, vincolate da
alleanze tanto da «avere gli stessi amici e nemici». In tal modo
le famiglie insediatesi per prime, che possedevano
appezzamenti nei dintorni della città, non solo detenevano la
terra migliore, ma erano anche le meglio protette dalle insidie e
controllavano, o addirittura costituivano, il corpo dei cittadini a
pieno diritto. In circostanze simili tendeva ad accrescersi
sempre di più la distanza tra i contadini ricchi e quelli poveri,
tra le famiglie dei benestanti e quelle dei cittadini di seconda
classe.
Per un gruppo di comunità confinanti e in qualche misura
imparentate tra loro, un altro modo per favorire la sicurezza
regionale era quello di dar vita, come nella Focide e in Beozia,
a una lega per l’assistenza reciproca, lega in grado talvolta di
scongiurare, sebbene non sempre di prevenire, le guerre tra i
membri. Ma la lega aveva a sua volta confini, sui quali
potevano sorgere dispute, soprattutto in virtù della rivalità tra i
piccoli centri di potere per il controllo delle frontiere. In Grecia
la storia delle relazioni interstatali è, in gran parte, una storia di
poteri antagonistici, in cerca di sicurezza attraverso
l’imposizione del proprio volere sulle popolazioni vicine. Ciò
alla fine si tramutò nella rivalità tra le città più influenti -
Atene, Sparta e, per un certo periodo, Tebe in Beozia - per
assicurarsi il dominio sul mondo greco. Ma in tal modo non si
raggiunse mai l’unità: le città cinte da mura erano, di solito,
troppo forti per venir prese d’assalto; d’altra parte, porre
l’assedio e costringere il nemico alla resa per fame significava
mantenere, per lunghi periodi, un esercito sul campo, lontano
dai poderi. Le distanze che separavano le diverse zone
pianeggianti, in un paese aspro, consentivano anche alle
comunità relativamente deboli di sopravvivere. La Grecia
antica non raggiunse mai l’unità politica.
La monarchia, la forma di governo universale in Omero,
scomparve, nella maggior parte delle città, prima dell’alba della
storia, intorno al 700. Con il crollo del commercio, i re non
erano più in grado di mantenere un seguito di «consiglieri». Nei
luoghi in cui sopravvissero, come ad Argo e a Sparta (dove
convivevano in maniera anomala due stirpi regali, forse, come
ritengono alcuni, a seguito dell’avvenuta fusione tra due ceppi
dorici), avevano potere limitato. Al termine dell’età buia, il
tipico corpo governativo di una città era costituito da un
consiglio di àristoi, talvolta limitato ai capifamiglia, che i
Greci, più tardi, considerarono dotati di ascendenze
straordinarie; a volte, come a Corinto, il consiglio comprendeva
tutti gli uomini che rivendicavano di discendere dagli ultimi re.
Il consiglio designava i funzionari esecutivi, assegnando loro,
in un primo tempo, una carica vitalizia o a lungo termine; in
seguito, solitamente, solo per un anno. Poteva quindi venire
convocata un'assemblea o un'adunanza di tutti i guerrieri della
città, come in Omero, essenzialmente per essere informata di
quanto avevano decretato gli àristoi. Nella posizione più
elevata, come a Micene e sull’Acropoli ad Atene, dove un
tempo era sorto il palazzo, ora solitamente si innalzava un
tempio, dedicato alla divinità patrona dello stato.

4 Atene e l’arte geometrica

Grazie alle ricerche antiquarie compiute da alcuni eruditi


ateniesi in età classica, Atene è la citta che ci mette a
disposizione il resoconto migliore o, quanto meno, più
sistematico sull'abolizione della monarchia. Riflettendo sulle
istituzioni contemporanee e servendosi, in parte, della
tradizione orale, che tramandava alcune storie mitologizzate di
antichi re ateniesi - equivalenti a re Lud, re Lear, re Artù (non
tutti altrettanto mitici) - questi studiosi «ricostruirono» una
«storia», come appare da opere quali la Vita di Teseo di
Plutarco. Ma sono testimoni degni di un certo rispetto, allorché
descrivono le origini dei nove arconti, i supremi magistrati
dell’antica storia ateniese. Il primo scossone al potere del re
avvenne - si dice - con l’elezione da parte dei nobili di un
comandante militare, o polemarco, in un'epoca in cui il re non
era una figura guerriera. In seguito - e questo costituì un passo
decisivo - fu istituito, al di sopra del re, l'arconte (il titolo è una
forma participiale che significa «reggente»), Il primo arconte,
pare, si chiamava Medonte; egli tenne la carica sino alla morte,
e la sua famiglia continuò a conservarla per qualche tempo. Il
re, divenuto così un roi fainéant, rimase la principale autorità
religiosa della città. Il consueto conservatorismo della religione
riteneva che gli dei, abituati alla figura del re, si sarebbero
contrariati, qualora le preghiere e i sacrifici della città non
fossero stati loro offerti da uomini investiti di quel sacro titolo.
In tal modo il re sopravvisse anche nell’Atene classica e
democratica. Ai fini cerimoniali, egli rappresentava la seconda
autorità dello stato; l’arconte gli era superiore per grado, e terzo
veniva il polemarco (a riprova del carattere civile dello stato
ateniese). L’arconte era il supremo giudice soprattutto in liti
patrimoniali; il re si occupava di vertenze religiose e di casi di
omicidio - infatti i reati di sangue, lasciati impuniti, potevano
scatenare l’ira divina, che si manifestava nell'invio di
pestilenze, come era accaduto a Tebe, stando alla leggenda di
Edipo. La moglie del re, anche in regime democratico chiamata
regina, aveva alcune incombenze religiose; si accoppiava ogni
anno con Dioniso, dio della vegetazione (rappresentato
probabilmente dal consorte, che si riteneva «posseduto» dal
dio), nel corso del Matrimonio Sacro, celebrato per propiziare
la fertilità dei raccolti e degli uomini; il che costituisce una
curiosa sopravvivenza delle credenze magiche sulla fertilità di
epoca preistorica. Nei tempi storici, queste tre autorità venivano
elette annualmente; con l’accrescersi della popolazione e del
lavoro giudiziario, vennero aggiunti sei giudici, temosteti o
«edificatori della legge». Tutti insieme vennero collettivamente
chiamati i nove arconti o reggitori; il nome dell’arconte, che era
il primo cittadino, serviva a datare l’anno. (Nel processo a
Socrate fu un re a presiedere la corte dei giurati.)
Atene svolse un ruolo guida nello sviluppo dell'arte, già al
principio dell’epoca buia. Una rivoluzione artistica si verificò
probabilmente prima del 1000 a.C. (sebbene, abbiamo visto,
non sia possibile una datazione precisa). Ad Atene i pittori di
vasi abbandonarono la scialba e decadente imitazione dei
prototipi del tardo miceneo e, quasi dall’oggi al domani, si
direbbe, approdarono alle forme astratte. Il motivo prediletto
erano i cerchi concentrici; una serie di queste forme, audaci e
scure contro lo sfondo chiaro della creta, corrono, a volte,
tutt’intorno al vaso, decorando un’ampia fascia della sua
superficie, delimitata da due ininterrotte bande di color scuro;
in altri casi, i semicerchi concentrici si sviluppano dalla striscia
scura verso il basso o verso l’alto. Vengono molto spesso
decorati anche il collo e la base del vaso; in altri casi, l’intera
superficie è disadorna, oppure decorata da una singola fascia, o
da un gruppo di tre fasce sottili, che corrono intorno al vaso
circa a metà altezza. Vengono introdotte nuove forme, sobrie,
simmetriche - ad esempio, coppe fonde con due piccoli manici -
molto piacevoli a vedersi. È tutto molto semplice, ma proprio
questa semplicità e questo rigore formale sono gravidi di
promesse. Da Atene, sembrerebbe, la nuova arte si diffuse
rapidamente nell’Argolide, nella Tessaglia meridionale e in
alcune isole. Atene ha definitivamente assunto il ruolo guida. Il
quadro complessivo potrebbe venir in parte modificato,
approfondendo gli studi sull’arte agli inizi dell’età del ferro in
altre regioni.
Nei successivi due o tre secoli la ceramica protogeometrica si
affina verso le forme dello stile geometrico maturo. Va perduta
la semplicità iniziale, mentre per gli artisti diventa un punto
d’onore ricoprire ogni centimetro della superfìcie con
decorazioni: triangoli e rombi a tratteggio incrociato, losanghe,
quadrati e rettangoli, riempiti con un motivo a scacchiera
minuziosamente eseguito, o ancora la cosiddetta «greca», un
motivo ornamentale formato da linee rette rientranti a intervalli
uguali e ad angoli retti. Ma il senso della forma e del disegno è
vivo come in passato. Sul finire di questo gusto - non prima
dell’VIII secolo - cominciano a comparire figure di animali,
minute, molto stilizzate e di un nero compatto; e alla fine, forse
posteriormente al 750, proprio agli albori della storia, fanno la
loro comparsa, sui grandi vasi, tra le bande di antica
decorazione geometrica, le fasce principali raffiguranti episodi
di vita e di morte. In molti esemplari si vedono navi; navi da
guerra, di un nuovo modello, lunghe e sottili, con numerosi
remi e munite di un aguzzo rostro sulla linea di galleggiamento.
Talvolta sono colte nel pieno dell’azione con uomini che
brandiscono lance, e cadaveri che affondano in mare. Ma le più
comuni sono le scene di cerimonie funebri; processioni di carri
(secondo la convenzione, entrambe le ruote di ogni carro, le
teste e le zampe dei due cavalli, sono raffigurate con cura
minuziosa e separatamente); le prefiche si battono la fronte o si
strappano i capelli; nel mezzo il cadavere, rigido in un
geometrico rigor mortis, è raffigurato (per eliminare ogni
dubbio riguardo al soggetto) al di sopra delle tende destinate a
ricoprirlo, a loro volta raffigurate. La scelta del soggetto non è
casuale; infatti, questi grandi vasi, alcuni dei quali erano alti un
metro e mezzo, si innalzavano come monumenti sulle tombe
degli uomini facoltosi (ora, di nuovo, inumati, non cremati),
all'interno del cimitero dove più tardi si eleverà il Dipylon di
Atene o «doppia porta». L’usanza derivava da quella di
collocare, sulle tombe, vasi contenenti offerte di cibi e di
bevande. Alcuni grandi vasi del Dipylon hanno il fondo
perforato per far sì che le bevande offerte fluissero nella terra a
ristoro dell'estinto.
L’arte geometrica, «quest’arte piccola, triste, frugale», come
l’ha definita Sir John Beazley, ha, a prima vista, una notevole
somiglianza con alcune delle più antiche pitture su ceramica del
mondo, rinvenute nell’Egitto predinastico e nell’Elam. Molto
convenzionale, sembra ancora primitiva; in realtà è
neoprimitiva. Le piccole figure nere, come pure le forme
geometriche, ricordano da vicino gli ornamenti intessuti o
ricamati su stoffa tanto da porre la questione se non siano stati
proprio simili stoffe - come quella, adornata con scene di
battaglia, che nell'Iliade Elena tesseva a Troia - a suggerire lo
stile ai pittori di vasi.
Le origini dell'arte geometrica non costituiscono un grande
mistero (come talvolta si è pensato). Dopo la caduta dei palazzi,
i pittori di vasi continuarono per un paio di generazioni a
riprodurre, con scarsa convinzione, il solito stile. È il lasso di
tempo che, dopo un rivolgimento sociale di grande portata,
abitualmente impiega un popolo per liberarsi di usanze prive di
valore: la seconda generazione, infatti, è ancora formata da
uomini allevati sotto l’antico ordinamento, che continuano a
influenzare anche la seconda generazione. Ecco una delle
ragioni per cui ogni secolo, un lasso di tempo che comprende
tre generazioni circa, ha una sua specifica fisionomia. Nel corso
della terza generazione i pittori di vasi, ad Atene e forse altrove,
finirono di credere che la decadente arte submicenea
costituisse, in qualche misura, il «giusto» stile, e avviarono un
nuovo inizio con l’arte protogeometrica, l’arte popolare di un
popolo vigoroso e geniale. Già nell’VIII secolo i grandi vasi del
Dipylon testimoniano la gara degli uomini ricchi a chi spendeva
di più.

5 La Ionia e l’epica

Tra i Greci orientali l’arte era meno progredita rispetto a quella


«di una volta». È probabile che le condizioni coloniali non le
fossero particolarmente favorevoli. Ma, al pari di altri pionieri -
ad esempio i «rozzi collinari» dei monti Appalachi, tra i quali
Cecil Sharp raccolse ballate e canzoni popolari della Gran
Bretagna, andate perdute nella terra d’origine -, i Greci avevano
recato con sé in Asia parte della loro cultura - un bagaglio,
questo, che non pesava - le ballate, le canzoni, le storie di dei e
di eroi risalenti al periodo miceneo. Le storie predilette
narravano sempre dei bei giorni che furono in Grecia; mai nella
Ionia. Verso la fine del periodo preistorico - secondo Erodoto,
«non più di quattrocento anni» prima della sua epoca, cioè
intorno all’850, mentre, secondo l’opinione di numerosi
studiosi moderni, sarebbe intorno al 750 - questo patrimonio
poetico venne ereditato da un uomo di genio. Si trattò forse di
più individui, ma la Grecia ha tramandato soltanto un nome,
quello di Omero.
Come la genuina arte figurativa ellenica prende l'avvio dallo
stile protogeometrico, così in campo letterario, a un livello
eccezionale, l’inizio è segnato dal rifacimento omerico
dell’epica della guerra di Troia. Componimenti epici sul
medesimo argomento esistevano certamente anche prima;
talvolta Omero adopera interi blocchi di materiale più antico. Il
«Catalogo delle navi», ad esempio, introdotto in un episodio
verso la fine della guerra, mentre era stato chiaramente ideato
per essere l’inizio di una narrazione epica, viene riadattato da
Omero, che ci informa che questo o quel condottiero, in esso
menzionato, è morto, ferito o assente. A volte ha addirittura
rabberciato episodi di battaglia, aggiornando l’armatura
impiegata dai combattenti. Ma se conoscessimo le fonti
utilizzate da Omero, scopriremmo probabilmente che il
rapporto è quello stesso che intercorre tra Shakespeare e
Holinshed.{2}
Omero non scrisse una cronaca. Con raffinato senso artistico
e innato talento egli, secondo l’espressione di Orazio, si tuffa
nel cuore della storia, in medias res. Come un moderno
romanziere, egli isola, da una lunga guerra, un episodio: la
disputa tra il sommo re di Micene e il suo miglior guerriero del
nord, per l’assegnazione di alcune donne fatte prigioniere.
Agamennone fu costretto a restituire la schiava {3} prediletta al
padre, sacerdote di Apollo presso Crisae sui Dardanelli, perché,
di fronte al rifiuto di Agamennone di accettare un riscatto,
erano state esaudite le invocazioni al dio affinché inviasse una
pestilenza. Agamennone, per consolazione, si prende una
fanciulla assegnata in precedenza ad Achille, il quale era stato il
primo a insistere affinché egli liberasse la figlia del sacerdote.
Achille si ritira infuriato nei suoi quartieri. Per sua fortuna, gli
Achei vengono sconfitti, e Agamennone deve cedere
nuovamente.
Ma la cosa non si esaurisce qui. Dopo un terzo del poema
(che ha l’ampiezza di un romanzo abbastanza lungo, 437 pagine
nella traduzione in prosa di Rieu) assistiamo a un’importante
svolta. In seguito a una sconfitta, Agamennone offre ad Achille
riparazione all’offesa: pubbliche scuse, la restituzione della
fanciulla con l’aggiunta di abbondanti doni e, inoltre, la propria
figlia in sposa. Ma Achille rifiuta. Afferma di non gradire i doni
di Agamennone; desidera vederlo ulteriormente umiliato.
Achille, l’eroe del poema, si mette così dalla parte del torto. È
irremovibile. Nella successiva e più tremenda delle battaglie
Agamennone, guidando l’assalto, viene ferito; lo stesso accade
a Odisseo e ad altri condottieri; i Greci sono respinti sulla
sponda del mare tra le loro imbarcazioni tirate in secca.
Patroclo, l’amico di Achille, lo persuade infine a lasciargli
guidare i suoi Mirmidoni in soccorso dei compagni. L’attacco
mette in salvo le navi e il campo, ma Patroclo resta ucciso. L'ira
di Achille verso Agamennone è travolta dal furibondo desiderio
di vendetta che prova nei riguardi di Ettore, l’uccisore
dell’amico; le offerte di restituzione da parte di Agamennone
vengono, ormai tardivamente, accettate. Il giorno seguente
Achille, facendo una spaventosa carneficina, respinge i Troiani
nella fortezza e uccide Ettore, sebbene la dea, sua madre, gli
avesse predetto che, una volta compiuta una simile impresa, lui
stesso sarebbe stato ucciso.
Achille, il brillante giovane eroe, spinto dal senso della
dignità (tò philótimon, tutt’oggi una parola chiave nel greco
moderno) a travalicare la misura e a perdere il migliore amico,
è il prototipo degli eroi tragici greci. Ma la vicenda rappresenta
solo una piccola parte della grandezza del poema. Nei versi
iniziali Omero individua il proprio oggetto nell’ira di Achille e
di ciò che ne fu, ma l’opera è sempre stata conosciuta come
Iliade, la storia di Ilio, la città dei Troiani. A questo fine Omero
dilata l’impresa. Invece di cantare il punto culminante della
vicenda, ci conduce attraverso una galleria di figure secondarie,
non ultime quelle dei Troiani, vittime predestinate di divinità
vendicative; Ettore, il valoroso combattente a difesa della casa e
della famiglia; la moglie; il fratello Paride, egoista e
stravagante, causa della guerra; la stessa Elena, piena di
disgusti emotivi, venuta in lacrime sulle mura della città a far
da testimone a un tentativo (sventato dagli dei) di risolvere il
conflitto attraverso un duello tra Paride e il suo sposo Menelao,
mentre gli anziani consiglieri troiani del re Priamo si
confessano a bassa voce di non poter biasimare i giovani che
combattono per una simile donna. Omero fornisce
un’appassionata descrizione delle battaglie, e rende con
inesauribile senso di gioiosa vitalità le feste religiose, le attività
ginniche e l’arte equestre: ma, riguardo alla desolazione e alla
miseria della guerra, egli, al pari di Virgilio, trabocca di pietà.
L’Iliade, non senza ragione, è stata definita la Bibbia dei
Greci. Non si limitò, infatti, a fissare il quadro degli dei
dell'Olimpo, i loro caratteri e i loro rapporti, ma esercitò anche
un considerevole influsso sull’etica popolare greca. Il modello
di virilità greca fu per sempre immortalato nella figura di
Achille, amico leale e appassionato (l’idea di una relazione
omosessuale con Patroclo, un uomo più anziano, è invenzione
posteriore), che rifiuta di vivere, se il prezzo è l’onore. C’è
anche il monito a non portar troppo oltre una pur giustificata
contesa. Alcuni secoli più tardi, ad Atene, in un dialogo di
Socrate riportato da Platone, i protagonisti cercheranno di
definire una disputa etica attraverso una citazione da Omero; a
rivolgersi a Omero non sono soltanto gli uomini che desiderano
risparmiarsi la fatica di pensare. Durante il processo in cui è in
gioco la sua vita, Socrate, spiegando perché non gli sia
possibile mutare i propri costumi, cita l’esempio di Achille,
quando la madre gli disse: «Subito dopo Ettore, ti attende la
morte».
Ma se l'Iliade è forse il poema più grande mai composto - e il
più celebrato nella Grecia del tempo -, l'Odissea, il suo
componimento gemello che ne costituisce la continuazione, è il
più amato, forse lo fu già in Grecia e certamente lo è stato
d’allora in poi. Pur con tutti i suoi giganti, mostri e avventure
fantastiche (alcune, come quella dei Ciclopi divoratori di
uomini, derivavano da storie popolari), il tema principale non
ha carattere romantico: si tratta della storia di un soldato di
mezza età, che sfugge ai nemici e a un naufragio per ritornare a
casa; che, giunto in patria da solo e travestito da mendicante,
viene riconosciuto soltanto dal vecchio cane morente e
dall’anziana nutrice; che indaga scrupolosamente su come
stiano le cose, prima di far piazza pulita, con l’aiuto del giovane
figlio e di due mandriani, dei pretendenti che avevano voluto
far credere alla sua morte e avevano cercato di impossessarsi di
sua moglie e del suo regno. Controllato, astuto e indomabile,
Odisseo era un eroe meno affascinante di Achille, ma incarnava
il tipo di uomo che molti Greci desideravano essere.
Numerosi interpreti moderni e alcuni interpreti antichi dei
due poemi hanno ritenuto, sulla base delle differenze
rintracciabili in alcuni gruppi di frasi, nel tono complessivo e in
alcune credenze implicitamente sostenute - l’Olimpo, ad
esempio, indica in un caso una montagna, nell’altro una sorta di
paradiso -, che essi non possano essere l’opera di un medesimo
autore. Differenze indubbiamente ve ne sono; ma la tradizione
conservò soltanto un nome, non due; e sarebbe difficile
confutare l’idea che il «differente» autore dell'Odissea non sia
in realtà lo stesso uomo, passato ora dalla focosa giovinezza
all’età matura. Un altro mistero intorno alla figura del poeta
consisteva nel fatto che numerose città, per lo più in Ionia,
affermavano di avergli dato i natali. La cosa si spiega, se egli fu
un rapsodo che cantava le sue composizioni da una festa a
un’altra, da una grande dimora a un'altra. Come affermava un
tardo epigramma greco:
Sette ricche città Omero morto si contesero e da vivo che
mendicasse pretesero.
In ogni caso, la pretesa più fondata era certo quella di Chio,
dove una gilda di poeti e rapsodi, chiamati gli Omeridi, affermò
a lungo di discendere fisicamente o professionalmente da lui.
Rispetto ai tempi in cui visse, uno degli aspetti più
sorprendenti della figura di Omero è la sua irreligiosità. Gli dei,
invero, sono sempre presenti nelle sue storie. Zeus decide le
sorti della battaglia; Atena è l’amica costante di Odisseo e aiuta
Achille a uccidere Ettore, rovinando, secondo la sensibilità
moderna, il gusto della vicenda. Ma tutto ciò era convenzione
epica. Colpisce, invece, che gli dei si trovino in una condizione
di inferiorità rispetto agli eroi, non tanto sul piano morale,
quanto su quello della dignità. Se è vero che Agamennone
viene assassinato dalla sua sposa, è anche vero che Zeus è
succube della propria. Gli eroi disponevano di concubine, di
solito schiave, secondo il loro capriccio (le regole vigenti per
gli dei sono diverse da quelle in vigore per le dee). Il dio della
guerra Ares non solo ha una relazione con Afrodite (la Venere
latina), sposa di Efesto, il dio fabbro claudicante, ma viene
sorpreso in adulterio, cadendo nella rete tesagli dall’astuto
sposo oltraggiato. Efesto invita allora gli altri dei ad accorrere e
a prendersi beffa di loro. Sono le dee Era, moglie di Zeus, e
Atena a impedire, per puro spirito di vendetta nei riguardi di
Troia, che la pace venga celebrata e a provocare la rottura della
tregua, mentre gli uomini avevano cercato di risolvere la
contesa col duello tra Paride e Menelao.
Non è soltanto una scelta del poeta; il suo pubblico doveva
essere d’accordo. Il ricorso agli dei per allentare la tensione
introducendo un elemento comico appartiene alla società ionica
del tempo e in generale alla colta società greca posteriore. Le
storie irriverenti che Omero racconta sull'Olimpo non furono
soltanto narrate, vennero anche conservate.
Il fatto è che gli abitanti dell'Olimpo omerico erano le
divinità venerate dai signori della guerra dell’età del bronzo,
simili nelle loro caratteristiche agli uomini di quel tempo e
conservate dalla tradizione poetica in un’epoca cui non
appartenevano più. L’irriverente licenziosità di Omero
assomiglia a quella esibita da Elia, allorché insinua agli
adoratori di Baal che, se Baal non esaudisce le loro preghiere,
significa che non si trova in casa, o è addormentato, o è uscito a
cacciare. Ma Omero non aveva alternative migliori da offrire.
Ha dato filo da torcere a molti pensatori il fatto che, in
un’epoca di passaggio tra due civiltà, venisse fissata una simile
concezione degli dei. La conseguenza estrema fu quella di
sgombrare il campo, proprio in Ionia, il paese di Omero, alla
nascita della filosofia.
Al tempo stesso, la visione del mondo che avevano gli eroi di
Omero e presumibilmente anche il suo pubblico è cupa. Esiste
una vita dopo la morte, ma non arreca consolazione; è una vita
sotterranea, popolata di ombre, nel mondo di Ade dove non
splende mai il sole e dove l’ombra di Achille confessa
piangendo: «Meglio essere il bracciante di un povero podere
sulla terra che regnare sulla schiera dei deboli morti». L’unica
misera consolazione è quella di lasciare un buon ricordo. Il
codice eroico è emblematicamente riassunto nelle famose
parole rivolte dal re licio al suo braccio destro a Troia (parole
parafrasate da A.E. Housman):
Oh amici, se, una volta sopravvissuti alla guerra, noi non
dovessimo mai invecchiare né morire, allora io non
combatterei nelle prime file, né vi esorterei alla battaglia,
gloria degli uomini; ma, poiché in ogni caso ci sovrastano i
destini della morte, che nessun mortale può sfuggire o
evitare - avanti!
Gli dei dell’Olimpo omerico possiedono un certo codice
morale; Zeus può scatenare, nel periodo dei raccolti, un
uragano sugli uomini che non si comportano secondo giustizia
nelle assemblee. Né i suoi personaggi sono sempre impegnati
(anche se spesso lo fanno) a meditare sulla morte e sul destino:
l’esistenza, infatti, è breve; la giovinezza ancora di più. In
Grecia la vita era quel che era, nel bene e nel male, e a buon
ragione la parola «omerico» sta per una sana gioia fisica di
vivere. La difesa della propria città offriva ai Greci gloria
immortale. Ettore, sdegnando un presagio ostile (con risultati
disastrosi - in questo consiste la sua tragedia), pronuncia lo
splendido verso: «Questo è il presagio migliore: combattere per
il proprio paese», una citazione prediletta nelle scuole della
Grecia moderna. Il fattore determinante è che i Greci dell’età
del ferro, specialmente gli Ioni sradicati dal loro luogo di
origine, avevano subito un processo di detribalizzazione. La
città non costituisce una nuova tribù, cinta da mura tutt’intorno.
In sintonia con la dialettica della storia, conserva, al proprio
interno, l’individualismo dell’età omerica. Un’intera civiltà era
morta per dar vita al mondo di Omero. Nel pensiero, come nella
tecnica, la Grecia storica non ricominciò quando ebbe inizio
l’età del bronzo, ma quando ebbe fine l’età degli eroi.

6 Esiodo

Quanto tutto ciò sia vero lo possiamo vedere in Esiodo, un


poeta che, non paragonabile a Omero, ha tuttavia un suo
interesse. In Europa è la prima voce dei campi e del lavoro.
Esiodo visse ad Ascra, in una valle sotto il versante orientale
del monte Elicona in Beozia, probabilmente intorno al 725-700.
Il suo poema più famoso, intitolato Le opere e i giorni, è una
sorta di arringa rivolta a un fratello poco esemplare, il quale,
secondo Esiodo, invece di lavorare, avrebbe impiegato il tempo
a tramare per ottenere una porzione della proprietà paterna
superiore a quella che gli spettava. L’opera si trasforma, quindi,
in un resoconto su come andrebbe compiuto il lavoro dei campi,
sulla posizione di quelle stelle che lo influenzano, su come
sapere quando è tempo di arare, sui giorni fausti e infausti di
ogni mese. Il grande monito di Esiodo è di fare le cose a tempo
debito - in tal modo «sarai tu a rilevare il podere di un altro, e
non lui a rilevare il tuo» - perché sprecare il proprio tempo ed
essere in ritardo conducono alla rovina. Nel fare questo, ci dà
un'affascinante descrizione del lavoro in una fattoria di media
grandezza nel corso di un’intera annata. Esiodo possiede un bue
(il trattore della prima età del ferro), alcuni schiavi e, nel
periodo del raccolto, assume un bracciante. Non è molto povero
e non è affatto un «contadino primitivo», nonostante oggi possa
sembrarlo a uno sguardo superficiale. Vive in un mondo che
conosce la compravendita della terra; va giustamente fiero delle
cose che conosce sulle stelle; il suo orizzonte va oltre le
montagne tra cui vive. Non appartiene neppure a una famiglia
insediatasi lì fin dai tempi della conquista. Suo padre, un
navigatore, commerciava da Cuma, un importante centro
dell’Eolia collegato con l’Oriente (p. 87). Non avendo avuto
successo in questa attività, era «retromigrato» nel luogo di
origine e aveva acquistato il podere oppure, forse, se lo era
creato lui stesso, coltivando una «terra marginale», non
occupata, all'imbocco della valle di Ascra. Esiodo, ci narra,
divenne poeta per ispirazione; «le Muse gli rivolsero la parola»,
mentre pascolava le pecore sull’Elicona. Ma la sua metrica,
originaria dell’Asia, è l’esametro omerico, che egli adatta a
nuovi scopi. Esiodo non compone nel proprio dialetto, ma in
lingua ionica, che l’epica aveva già trasformato in un
linguaggio letterario artificiale.
Stando alla tradizione, Esiodo fu anche autore di poemi ai
argomento mitologico. Il più importante di questi, intitolato
Teogonia o Genesi degli dei, tenta una sistematizzazione delle
leggende intorno alla nascita degli dei e al sorgere di un cosmo
ordinato a partire dal caos (lo spazio vuoto). Non si tratta di una
creazione del mondo da parte di un dio, come nel Genesi
biblico. Altri poemi proseguirono nell’opera di riordinamento
delle genealogie delle famiglie eroiche. Alcuni studiosi,
sostenendo che nessuno di questi poemi è creazione dell’autore
delle Opere e i giorni, soggiacciono alla passione ottocentesca
per la «critica», invece di basarsi su prove effettive. Di recènte,
si è scoperta, in testi ittiti, una Teogonia in prosa, che risale ad
alcuni secoli prima e contiene la descrizione di lotte tra dei.
Nell’impostazione e in numerosi crudeli dettagli l’opera mostra
forti analogie con il testo esiodeo. O il mondo egeo conosceva
già una versione di queste leggende, oppure Esiodo ne aveva
avuto notizia da Cuma. Esiodo, poeta originale, ispirato,
autodidatta, aveva la passione di sistematizzare e spiegare le
cose. Verosimilmente, una volta risolta la disputa fraterna, ebbe
abbastanza tempo libero, durante la pausa invernale del lavoro
dei campi, che cade prima del raccolto greco (in maggio), per
risistematizzare tutto quanto «sapeva» sul suo mondo e sulle
sue origini.
La versione esiodea delle origini degli dei e degli uomini,
base di tutta la successiva mitologia greca e motivo di scandalo
per i teologi ortodossi, merita qualche accenno ulteriore. Il re
degli dei è Zeus Padre, signore del tuono. Ha una moglie, Era
(«nobile signora»), madre di Efesto e di Ares, e
un'innumerevole progenie da altre donne, sia immortali, come
Leto, madre dei gemelli Apollo e Artemide, sia mortali, come
Alcmena, madre di Eracle. Spesso le amanti vengono
perseguitate dalla gelosa consorte. Poseidone, signore del mare,
e Ade, eufemisticamente chiamato Pluto, «il Ricco», signore
dell’oltretomba, sono fratelli di Zeus. Ma Zeus non regna sin
dall’inizio dei tempi. In un'epoca remota detronizzò il padre
Crono, il quale, nel timore di un simile evento, era solito
ingoiare la prole; la moglie Rea nascose allora Zeus, dando a
Crono, al suo posto, una pietra, che egli trangugiò senza
accorgersi della differenza. Una volta cresciuto. Zeus costrinse
Crono a risputare i fratelli immortali (come pure la pietra, che è
conservata a Delfi). Crono, confinato in un paradiso terrestre,
l’Isola dei Beati, nel lontano Oceano, cominciò a regnare su una
schiera di eroi prediletti.
Ma neppure Crono costituiva il vero e proprio inizio.
Dapprincipio c’era lo Spazio (Caos), quindi la Terra e gli Inferi
(il Tartaro) e Amore, Eros. Quest’ultimo, più simile a una forza
vitale che a un dio antropomorfico, si differenzia notevolmente
dall’Eros-fanciullo o Cupido, figlio di Afrodite. La Terra
partorì il cielo stellato, Ouranós (Urano, Paradiso), figlio e
insieme consorte. Urano, come in seguito Crono, era solito
eliminare i propri figli, nascondendoli nella cavità della Terra.
La Terra, prostrata da grande dolore, li spingeva a ribellarsi; ma
nessuno ne ebbe il coraggio, prima di Crono, il figlio più
giovane. La Terra lo fornì di una falce, con cui egli castrò
Urano, nel momento in cui questi stava per accoppiarsi
nuovamente con la Terra: così Crono prese a regnare al suo
posto. Questa crudele leggenda, che sembra emersa da un
rituale di propiziazione della fertilità agricola, è quella che ha le
maggiori analogie con il mito ittita. Anche qui Kumarbi castra
il predecessore Anu (Paradiso), ed è il padre degli dei
posteriori, compreso un dio del tempo destinato a sua volta a
detronizzarlo.
Esiodo, inoltre, all’interno di Le opere e i giorni, sviluppa
una teoria della storia umana. Consapevole di vivere nell’età
del ferro, la considera malvagia. Gli antichi poemi narravano
che, in precedenza, vi era stata un’età del bronzo, in cui il ferro
era sconosciuto. Nei componimenti tradizionali i poeti non
avevano potuto sostituire il bronzo con il ferro, perché
quest’ultima parola, essendo plurisillabica, avrebbe intralciato
la metrica. In seguito, constatando che nel corso della
decadenza dell'umanità il metallo più vile aveva preso il posto
di quello più nobile, Esiodo, o un predecessore, ebbe la
brillante idea di estrapolare un'età dell’oro e una dell’argento
antecedenti all’età del bronzo. L'età dell’oro sarebbe coincisa
con i tempi di Crono, quando gli uomini si procuravano il cibo
in maniera pacifica e non esistevano né lavoro né guerra.
Nell’età dell’argento gli uomini, regrediti, ma ancora innocenti,
avevano una lunga infanzia e una breve vita adulta: gli uomini
dell’età del bronzo, invece, furono feroci e bellicosi. Tra
quest’età e quella del ferro Esiodo colloca (correttamente) gli
eroi caduti a Tebe e a Troia; nonostante fossero anch’essi dediti
alla guerra, erano in modo anomalo migliori dei loro immediati
predecessori. Riguardo al tumultuoso periodo acheo, Esiodo
combina due tradizioni, l’una ottimista (epica e aristocratica?),
l’altra assai più disincantata.

7 L’alfabeto

Nel collegare e sistematizzare le leggende, le sue cognizioni


sulle stelle e le raccomandazioni agli agricoltori, Esiodo dà al
materiale forma enciclopedica, come chi sia consapevole di un
lungo passato alle proprie spalle. Se, insieme a Omero, lo
poniamo ai primordi, è perché le loro opere furono le prime, in
Europa, a venire conservate in forma scritta.
A partire dal lavoro di Milman Parry, siamo soliti affermare
che l’epica di Omero ha le caratteristiche della poesia orale,
quale esiste anche ai giorni nostri tra popolazioni dotate di un
notevole ingegno, ma illetterate: in Bosnia, ad esempio, e anche
in alcune parti dell’Asia sovietica. La scrittura micenea era
scomparsa salvo che a Cipro, dove, come in una piccola
Bisanzio contrapposta all’Europa barbara, erano ancora in voga
gli antichi costumi - re, palazzi, carri, la pratica della scrittura,
persino il perizoma minoico, usato dagli uomini. Mentre la
Grecia era in una fase, per così dire, letargica, il mondo
commerciale del Levante aveva elaborato una serie di
esperimenti, tesi a produrre una scrittura più semplice rispetto
all’antico sistema, con la sua ortografia sillabica collegata a
ideogrammi indicanti intere parole. Ugarit (Ras Sharma), che
commerciava con Micene, possedeva già un cosiddetto sistema
«alfabetico» con caratteri cuneiformi; a Cipro, i duecento segni
del Lineare B si erano ridotti alle circa quaranta sillabe
utilizzate per scrivere in greco, seppure in modo piuttosto
rozzo, poiché, terminando le sillabe in vocali, mancava un
mezzo efficace per trascrivere le doppie consonanti. Furono i
Fenici a inventare la scrittura migliore, con soltanto ventidue
caratteri. Impiegata, già a un notevole stadio di sviluppo, nella
famosa iscrizione di Mesha, re di Moab, che combattè contro
Ahab di Israele intorno all’850, venne adottata dai Greci,
abitanti delle isole, che commerciavano con la Siria (pp. 90, 93
ss.) ma non oltre il 750. In breve la nuova scrittura alfabetica
venne usata anche fuori del mondo degli scambi commerciali.
Le nuove lettere formavano un codice alla portata di tutti.
Molto prima del 700 un colono a Ischia (p. 87) incise con mano
salda e precisa alcuni versi conviviali (un giambo e due
esametri) sulla sua coppa da vino di stile geometrico. A Tera,
alcuni scolaretti (presumibilmente) scolpirono, in lettere
profondamente intagliate e ancora arcaiche, «X è un tipo losco»
e analoghe facezie, su una roccia in rilievo nel retro del
ginnasio. Un grande passo avanti fu fatto allorché alcuni Greci
inventarono ciò che mancava ai Fenici: un gruppo di pure
vocali. I Fenici, al loro posto, impiegavano alcune lettere che il
greco non aveva. È abbastanza verosimile che Omero ed Esiodo
sapessero scrivere; forse furono le possibilità offerte dalla
scrittura a indurli ai loro voli ambiziosi. È comunque certo che
le loro opere vennero messe per iscritto poco dopo essere state
composte. Ecco perché si conservarono, oltre che per il loro
valore intrinseco, mentre sono andati perduti tutti i precedenti
componimenti della lunga tradizione che aveva portato ai
poemi di questi due grandi poeti.
I Greci chiamarono le loro lettere «caratteri fenici». Più tardi,
in modo del tutto ingiustificato, li attribuirono a Cadmo, il
presunto fondatore fenicio di Tebe (p. 53). Ma noi possiamo
constatare che, mentre i nomi delle lettere in greco - alfa, beta,
gamma, delta - sono semplici suoni, nel fenicio possiedono un
significato, come indica l'illustrazione sottostante. Alfa, aleph,
«bue», contiene due punti rappresentanti gli occhi,
evidentemente un ideogramma riadattato. Furono i Greci,
ignorandone il significato, a credere (in maniera emblematica)
che il segno sarebbe stato meglio «in posizione eretta». Beta,
beth, «casa», aveva originariamente forma angolare; al
principio si trattò forse proprio di un triangolo sovrapposto a un
quadrato. Gamma è gimel, «cammello» (forse il particolare
caratteristico dell’animale?), delta è daleth, la porta di una
tenda; e così di seguito.
8 Gli albori della storia

L’alfabetizzazione si diffuse rapidamente. Nei primi tempi sono


comuni interi alfabeti, dipinti su ceramica. Termina qui,
dunque, la preistoria, e ha inizio la storia. Per circa duecento
anni si tratta, più che di una vera e propria storia, di una
protostoria, dal momento che, di quell’epoca, possediamo
soltanto materiale poetico, non indagini storiografiche, mentre
le indagini storiografiche pervenuteci non risalgono all’epoca in
questione. Le date, anteriori al 500 circa, fornite
successivamente dai Greci con numerose varianti, sono
calcolate, con ogni probabilità, partendo dalle geneaologie.
Queste includono la datazione delle colonie d’oltremare, sulla
base della quale gli archeologi datano le prime ceramiche lì
ritrovate, e quindi, sulla base delle ceramiche, datano gli altri
oggetti rinvenuti. Le datazioni delle colonie non sono, dunque,
sempre attendibili. Forse alcune scaturiscono dai conteggi
ufficiali degli anni, ma, in molti casi, derivano da conteggi di
vario genere. Si fa, ad esempio, risalire Cirene al 759 e al 631.
Dal momento che il nipote del suo fondatore combattè contro il
faraone Hofra, il quale regnò fra il 588 e il 570 circa, è facile
stabilire la data corretta. Ma solitamente non abbiamo simili
possibilità di «controllo».
La Grecia dell'VIII secolo era dunque un paese stabile, ma in
alcune regioni cominciava nuovamente a farsi sentire la
pressione della popolazione, che, pronta a esplodere in un
vigoroso movimento di espansione, avrebbe rivoluzionato, a
sua volta, la società, persino nella madrepatria. Nella Ionia le
città, ancora in grado di espandere i loro confini verso
l'entroterra, erano opulente. Un lungo, magnifico Inno ad
Apollo Delio, tradizionalmente attribuito a Omero, ci fornisce il
quadro di un giorno festivo in Ionia:
[...] Signore, arciere Apollo, [...] numerosi sono i tuoi templi
e i boschi legnosi; e tutti i luoghi dall'ampio panorama ti
sono cari, e gli speroni a strapiombo delle alte montagne, e i
torrenti che scorrono verso il mare; ma in Delo, o Febo, tu
gioisci di più, dove gli Ioni dalle lunghe tuniche si radunano
per te, con i loro fanciulli e le mogli onorate. Battendosi a
pugilato, danzando e cantando, ti ricordano per la tua gioia,
mentre celebrano i giochi. Li direbbe immortali ed
eternamente giovani, l’uomo che giungesse mentre gli Ioni
sono riuniti, e vedesse gli uomini e le donne con le loro belle
figure, le navi veloci e tutte le ricchezze (...]
Il poeta procede a celebrare le vergini di Delo, i coristi,
ingiungendo loro di rispondere, qualora qualcuno domandi
quale poeta preferiscano: «È un uomo cieco e abita nella
rocciosa Chio». La tradizione di un Omero cieco, originario di
Chio, si fonda su questo verso.
Anche in Elide, nella Grecia orientale, si tenevano giochi in
una località di culto, consacrata nell’età del bronzo alla Grande
Madre, ora identificata con Era. Dedicato a Zeus Olimpio, il
luogo venne chiamato Olimpia. L’istituzione, o la
reintroduzione, dei giochi Olimpici è fatta tradizionalmente
risalire al 776 a.C., sulla base di un calcolo molto più tardo
fatto da Ippia. Questi, uno studioso dell’Elide, circa
trecentocinquant’anni dopo, raccolse tutti i nomi dei
tradizionali vincitori dei giochi che gli riuscì di rintracciare, e,
sistematili in un ordine probabile, scoprì che risalivano appunto
al 776. Ma noi non siamo certi che la lista sia completa, né che
tutti i nomi siano genuini, né che i giochi si tenessero,
originariamente, ogni quattro anni, come accadeva nei tempi
classici. Ippia fece quanto gli era possibile con il materiale a
sua disposizione; in seguito le sue conclusioni furono
«canonizzate». Anche qui, in ogni caso, si tenevano
combattimenti di pugilato, danze e canti, corse podistiche e
festeggiamenti, che si svolgevano al sorgere della seconda luna
piena, dopo la mezza estate. Nel V secolo Pindaro, originario di
Tebe, s’immagina lo scenario al momento in cui Eracle vinse i
giochi nei tempi antichi, dopo aver sconfitto il re locale. I
vincitori erano eroi
e tutti gli ospitanti degli alleati brindarono; la luce della
luna dal volto sereno illuminò la sera, e il luogo sacro
risuonò di gaudio e di canti.
Le donne di Olimpia, al contrario di quelle della ionica Delo,
non potevano assistere allo spettacolo dei giochi; sopravviveva,
tuttavia, una festività a sé stante, di assai minore rilievo, che
contemplava una gara podistica aperta alle ragazze.
Serve a gettare nuova luce su quest’epoca di ripresa il
rinvenimento, dovuto a studiosi britannici, del sensazionale sito
archeologico di Lefkandì, nell’Eubea, le cui navi furono le
prime a riallacciare rapporti con il Levante. Lefkandì è il nome
moderno di una località nelle vicinanze di Eretria e forse di un
insediamento anteriore che lì sorgeva. Le forme di vita micenee
si protrassero fin dopo il 1100; seppure abbandonata, l’Eubea
ben presto si riprese. Ancor prima del 1000 circa, le tombe dei
ricchi mostrano un’opulenza non uguagliata a quei tempi. Ci è
pervenuta un'anfora di bronzo, contenente le ossa di un eroe,
chiusa da un piattino che funge da coperchio, e con un drappo
così ben conservato che possiamo studiarne la composizione.
Accanto a lui giaceva una giovane donna: i riccioli erano
avvolti in ornamenti d’oro, e due dischi d’oro trattenevano il
reggiseno. L’Eubea fu, per un periodo, alla guida del mondo
greco.
Capitolo IV -
ESPANSIONE E RINASCIMENTO

1 I Greci e l’Occidente

All'interno dell’Asia eolica, Cuma, dalla quale era ritornato il


padre di Esiodo, stanco di andare per mari, costituiva già un
attivo centro di scambi. La città commerciava prodotti
d’oltremare, in special modo metallo, in cambio della lana e del
grano della Frigia. Una Figlia del re Agamennone di Cuma
sposò Mida, re della Frigia, e un capitano di mare chiamato
Midakristos («riconosciuto da Mida» - probabilmente un uomo
originario di Cuma, che aveva preso il nome del patrono del
padre) viene presentato come colui che per primo importò
stagno dall’«isola dello stagno», situata a occidente. Si diceva
che un antico trono a Delfi fosse stato un dono di Mida. Verso
Oriente, un personaggio omonimo (si trattava di un nome
comune a molti re) combattè contro gli Assiri sulle montagne
del Tauro; probabilmente la Frigia riforniva di stagno il regno
di Urartu (Ararat), il quale, in guerra con gli Assiri all’apogeo
della loro potenza, era rinomato per come vi si lavoravano il
bronzo e il ferro. Il nome Mida aveva, a quei tempi, una
particolare dignità. Le leggende riguardo a un Mida detto il
Ricco Stolto derivano probabilmente dalla commedia greca
posteriore, che, a un certo punto, attinse copiosamente i suoi
soggetti dalla «storia antica».
Interessati all’Occidente erano anche i Greci dell’Eubea
centrale, dove Calcide (pronunciata Hal-Kìs), la «città di
bronzo», è uno dei pochi nomi di località greci, che ha
significato greco. Intorno al 750, Cuma, Calcide e la vicina
Eretria si allearono in una nuova impresa: costituire un
avamposto permanente in acque occidentali. Il luogo prescelto
era situato sul promontorio occidentale dell’attuale baia di
Napoli (Neapolis, «Città Nuova», una fondazione più tarda, che
superò quella antica). Questa prima colonia greca in Occidente,
che prese il nome da Cuma, è meglio conosciuta con la sua
denominazione latina; si tratta della Cumae di Virgilio.
Attraverso questa città l’alfabeto, nella sua forma calcidica, di
poco differente da quella ionica dei nostri testi greci, raggiunse
l’Italia centrale e Roma.
Sembra quasi che, gettandosi in una simile impresa, i Greci
volessero di proposito rivaleggiare con i Fenici, che avevano
proprie rotte commerciali verso ovest lungo la costa
dell’Africa. Da tempo possedevano piccole «fabbriche» presso
Cadice (in fenicio Gaddir, «luogo cinto da mura») e, lungo il
percorso, a Utica in Tunisia. Nei pressi di Utica, intorno a
quest’epoca (non prima), alcuni esuli politici guidati da Didone
avevano fondato una «nuova città» più grande: Cartagine. Ma
fra i Greci, molto più numerosi dei navigatori cananiti, una
simile impresa ebbe effetti sconvolgenti. In numerose regioni,
lo abbiamo visto, i Greci cominciavano a contendersi la terra.
Sembra quasi che Cuma avesse dimostrato come fosse possibile
esportare l'eccedenza di braccia, tanto che la successiva
generazione fu caratterizzata (come indicano le prime
ceramiche delle colonie) da un’esplosione migratoria, che portò
all'occupazione di tutte le pianure alluvionali situate sulla costa
della Sicilia orientale e nell’estremità meridionale dell’Italia.
Questi colonizzatori non si spinsero fino a Cuma, perché non
miravano al commercio, ma cercavano terra.
Si dice che nel volgere di una generazione Calcide abbia
fondato in Sicilia quattro città, oltre a Rhegion (Reggio), sulla
punta dell’Italia. Pur essendo piccole, in un primo tempo,
Calcide non avrebbe potuto popolarle tutte, ma quando
scopriamo che una di queste città si chiamava Nasso è lecito
supporre che Calcide, ormai acquisita una certa esperienza,
abbia reclutato uomini senza terra dall’isola di Nasso e
probabilmente anche da altri stati.
L’impresa siciliana nacque come operazione militare. Nasso,
nei pressi della moderna Taormina, tagliata fuori dall’entroterra
da una regione aspra, costituì la prima «testa di sbarco»; da lì,
dopo cinque anni spesi in un’opera di consolidamento, i Greci,
senza dubbio notevolmente rinforzati, si estesero verso la
pianura a sud del monte Etna. I siciliani nativi (coltivatori
dell’età del bronzo, mescolati in parte a successive ondate
migratorie, con una lingua simile al latino) furono respinti verso
l’interno, e i Calcidesi occuparono dapprima Leontini, il loro
insediamento più consistente, situato ad alcuni chilometri dal
mare, all’interno di una vallata laterale, e in seguito Katane,
Catania, sulla costa.
Nel corso di queste operazioni, Calcide entrò in attrito con
l’alleata Eretria, che aveva nel frattempo occupato Corcira
(Corfù). La guerra, iniziata come una delle antiche dispute di
confine nella pianura percorsa dal torrente Lelanto e condivisa
dalle due città, assunse grande importanza nel quadro delle
imprese d’oltremare, al punto che la guerra lelantina,
innestandosi su altri conflitti tra città vicine, diede vita alla
prima vasta guerra generalizzata della storia greca. Samo e
Mileto, nemiche nella Ionia, la comune madrepatria,
combatterono rispettivamente come alleate di Calcide e di
Eretria. Corinto, che imprestò a Samo un architetto navale per
dirigere la costruzione di un nuovo tipo di imbarcazione da
guerra, scacciò gli Eretriesi da Corcira, e assunse il controllo
della più bella località portuale della Sicilia orientale, Siracusa.
I Calcidesi vi avevano probabilmente fatto un sopralluogo:
infatti la famosa fonte Aretusa, situata nell'isola a ridosso della
costa, dalla quale i Corinti «per primi scacciarono i Siciliani»,
derivava in origine il proprio nome da una fonte nei pressi di
Calcide. La popolazione di Siracusa era da sempre dedita
all’agricoltura. Un contingente militare vi giunse dal villaggio
di Tenea, situato nell’entroterra di Corinto. A questo proposito
si racconta una storia divenuta poi proverbiale: uno
sprovveduto emigrante, imbarcatosi in fretta con una scorta
insufficiente di cibo, si era visto costretto a barattare il futuro
lotto di terra con un «piatto di minestra», nella fattispecie un
dolce al miele.
Siracusa divenne la città più grande della Sicilia greca. Nel
secolo seguente estese il suo territorio verso l’angolo
sudorientale dell’isola, sottomettendo villaggi indigeni e
fondando tre sottocolonie, sino a che i suoi confini non corsero
paralleli a quelli di Gela. Quest’ultima, fondata sulla costa
intorno al 688, da Cretesi e da uomini provenienti da Lindo,
nell’isola di Rodi, fu per due generazioni l’ultima colonia greca
ivi stanziata.
Gli Achei, che conservavano l’antico nome nella regione tra
le montagne dell’Arcadia e il golfo di Corinto, si riversarono in
Italia, muovendo dai loro angusti territori in un imponente
flusso migratorio, occupando le migliori pianure alluvionali
della costa meridionale. Per quanto possa sembrare piccolo ai
nostri occhi, il nuovo mondo, che appariva sconfinato come
l’America in confronto agli angusti villaggi della Grecia, passò
alla storia con il nome di Magna Grecia, Megàle Hellàs. Sibari,
in particolare, che possedeva un’ampia pianura nel «tallone»
d’Italia e vallate estendentisi nell'interno, conobbe
un’espansione analoga a quella di Siracusa, sebbene più rapida,
con sottocolonie e sudditi locali. Dopo aver raggiunto la sponda
occidentale, i Sibariti si spinsero oltre, fondando Posidonia (la
latina Paestum, vicino a Salerno). Qui, a metà strada sulla via
per Cuma, è possibile che il commercio abbia svolto, sin dal
principio, un ruolo importante. In questa località, allagata dal
mare durante l’età di mezzo e più tardi infestata dalla malaria,
sfuggì ai predoni della pietra una splendida serie di templi,
conservatisi sino ai giorni nostri.
Come è accaduto nel mondo moderno, gran parte della
colonizzazione fu il risultato di crisi locali verificatesi in patria.
Intorno a quest’epoca Sparta soddisfece il proprio bisogno di
terra sottomettendo i suoi vicini in Messenia, un evento
destinato a lasciare strascichi velenosi nella storia seguente.
Alcuni Messeni si ritirarono per unirsi ai Calcidesi presso
Reggio, e i loro discendenti, più tardi, diedero il proprio nome
alla città situata al di là dello stretto, l'attuale Messina. Dopo la
guerra, e un periodo di disordini interni, un gruppo di Spartani,
cittadini di seconda classe, sospettati di tramare un colpo di
stato, venne alla fine inviato a fondare una colonia presso
Taranto. I Locresi provenienti dalla parte settentrionale del
golfo di Corinto, insieme ad altri gruppi di senzapatria a causa
del medesimo rivolgimento, fondarono una Locri occidentale
nei pressi di Reggio. Gli Achei cercarono di assicurarsi i
territori tra Taranto e Locri, ma non erano abbastanza numerosi;
nel frattempo un gruppo di Ioni, le cui terre erano state ridotte
dal sorgere di una nuova potenza locale, la Lidia,
s’impossessarono della fertile terra alla foce del fiume Siri. Gli
Achei li considerarono degli intrusi.
L'Occidente, l'area di gran lunga più importante
dell’espansione greca, appariva come, secoli più tardi, sarebbe
apparsa l’America all’Europa. Vi sorgevano città spesso più
popolose di quelle che le avevano fondate, e di gran lunga più
ricche, e significativi furono i contributi che i Greci occidentali
diedero alla letteratura, alla filosofia e all’arte. Simili sviluppi
erano rari nelle altre aree coloniali. Il termine «colonia», va
notato, viene qui impiegato nel senso originario di
«insediamento all’estero», non in quello attuale «spregiativo»
che indica un possedimento in terra straniera, retto da leggi
tiranniche. Le colonie greche, che conservavano vincoli di
religione e di affetto con la città madre, potevano prestare a
questa soccorso o riceverne nel caso di guerre; ma, di regola, la
distanza stessa rendeva impossibile anche il pensare di tenerle
sottomesse. Quando Corinto provò a conservare il dominio su
Corcira, ne nacque una guerra di indipendenza e un’ostilità che
si protrasse nel tempo.

2 La colonizzazione in Oriente

Fin dal tempo della fondazione di Cuma, gli Ioni iniziarono a


commerciare con il Levante e a stabilirvisi. Si ebbero nuovi
insediamenti nella pianura del Tarso e uno, chiamato
Poseideion, presso Al Mina, a nord di Ras Shamra. La ceramica
in stile geometrico raggiunse Hamah (Hamath), saccheggiata
dagli Assiri nel 720, ma questi ultimi tennero sotto controllo
numerose aggressioni greche. Il re Sargon, vantandosi in
un’espressione divenuta famosa, affermava di «aver trascinato
gli Ioni come pesci fuori dal mare» durante le operazioni
militari nei pressi del l'arso, e di «aver pacificato la Cilicia e
Tiro». Il commercio greco con il Levante mantenne la sua
importanza e influenzò la cultura greca; ma quanto a terre in cui
espandersi, i restanti Greci dovettero rivolgersi altrove,
specialmente dopo che i Corinti e gli Achei ebbero esteso il loro
dominio in Occidente, sin dove era stato loro possibile.
Le regioni, che si affacciavano sulla parte settentrionale
dell’Egeo, dove, soprattutto a Lemno, sopravvivevano ancora
resti degli antichi Pelasgi, presentavano comprensibilmente
minori attrattive; ma, dopo la prima grande ondata verso
Occidente, gli isolani in soprannumero imboccarono questa via.
Gli Eretriesi, cacciati da Corcira a opera dei Corinzi, fecero
ritorno in patria, ma, scoprendo di non essere graditi, si
stabilirono a Metone, nel nordovest dell'Egeo. Gli Eubei e altre
genti fondarono numerose città, per lo più di proporzioni
ridotte, nella confinante triplice penisola; molte di queste città
vennero organizzate da Calcide tantoché l’intera area finì per
chiamarsi Calcidica. Le ragioni per mantenersi nei confini della
penisola erano più che buone, dal momento che era impensabile
un’espansione verso la Tracia, abitata da formidabili guerrieri,
barbari robusti, dai capelli biondi. Nella loro lingua la parola
per villaggio era bria (borgo?), mentre il termine per indicare la
produzione della birra, la bevanda locale, era qualcosa di simile
a brew.{4} Per combattere i guerrieri utilizzavano una spada
particolarmente efficace, che servì a respingere più di una
spedizione greca.
Le navi greche cominciarono ora ad aprirsi un varco fino ai
Dardanelli, superando la forte corrente dello stretto. Forse
sfruttando correnti contrarie e risucchi in prossimità della riva
e, in punti particolarmente difficili, trascinando le imbarcazioni,
i Greci raggiunsero il mar di Marmara, dove la navigazione era
più facile. Lesbo si era già estesa lungo la costa della Troade,
assicurandosi la piccola, ma importante, roccaforte di Sesto,
sulla sponda europea dello stretto. Più tardi nuovi protagonisti
compaiono sulla scena. Megara, un possedimento di Corinto,
aveva fondato un’omonima città in Sicilia, appena a nord di
Siracusa; ma, schiacciata tra i Corinzi e i Calcidesi, non riuscì a
estendere i propri confini. La prima Megara, che in seguito
combattè una guerra di indipendenza contro Corinto,
precludendosi la possibilità di un’espansione verso Occidente,
divenne uno stato guida nella colonizzazione del nordest,
facendo probabilmente ricorso anche a riserve di uomini
provenienti da altri stati (in una delle sue ultime e più
importanti imprese parteciparono i Beoti). La colonia più
famosa di Megara, posteriore a insediamenti più antichi
comprendenti Calcedone (quella dei Padri della Chiesa), era
situata nella magnifica località portuale del Corno d'Oro: si
tratta di Bisanzio, meglio conosciuta, secoli più tardi, con il
nome di Costantinopoli.
L’attrattiva di Calcedone era la terra, difesa da genti non
particolarmente agguerrite, mentre l’occupazione di Bisanzio
rivela un’attenzione per il commercio e per la pesca: il Corno,
infatti, era una trappola naturale per i banchi di tonni. Gli Ioni
cominciarono a comparirvi in forza sotto la guida di Mileto,
dopo che era caduta la possibilità di espandersi in patria.
Emigranti di stirpe barbara, i Cimmeri, cacciati dalla steppa
meridionale dai nomadi Sciti, come accadrà ai Goti incalzati
dagli Unni, rovesciarono il regno frigio intorno al 675 e
saccheggiarono Magnesia, una città ionica dell’entroterra. Li
respinse una nuova dinastia militare insediatasi in Lidia, che
aveva la sua capitale a Sardi, ricca di oro alluvionale; in seguito
la Lidia attaccò anche la Ionia. Gige, il primo re della nuova
dinastia in Lidia (menzionato in documenti assiri, venne ucciso
dai Cimmeri dopo il 650), dopo aver attaccato Mileto, la
incoraggiò a colonizzare Abido che sorgeva sullo stretto
dirimpetto a Sesto, forse per dar vita a una roccaforte contro i
barbari della Tracia. Poco dopo i Milesi presero a esplorare il
mar Nero. Sinope (la turca Sinop) sulla costa meridionale, da
dove è più breve la traversata verso la Crimea, sorgeva su un
promontorio e possedeva l’unico porto praticabile per centinaia
di chilometri: ecco perché diventò importante come entrepót,
organizzando il collegamento delle navi da carico provenienti
da avamposti più remoti. Un’altra importante città fu
Trebisonda (la greca Trapezunte, dal nome della sua «montagna
in forma di tavola»), che commerciava con la regione di Ararat,
dove si lavorava il metallo.

Veniva quindi Olbia («Prosperità»), sulle rive dello Dniepr,


che sfruttava l’inesauribile fertilità delle Terre Nere
dell’Ucraina. Vi erano insediate alcune tribù contadine,
tributarie dei re sciti, ma le merci offerte dal commercio greco -
vino, olio, metalli lavorati in modo raffinato, ceramica, stoffe -
erano così attraenti che alcuni Sciti presero a coltivare grano
per l’esportazione, pur vivendo di carne e latte. La ricchezza di
minerali del selvaggio Caucaso rendeva consigliabile il
possesso di avamposti perfino in quelle impervie regioni. Uno
di questi avamposti era Dioscuriade, dedicato ai Dioscuri,
protettori dei naviganti. Si diceva che, a Dioscuriade, a causa
della varietà linguistica caratteristica dei paesi montagnosi, era
possibile ascoltare settanta idiomi diversi nei giorni di mercato.
I Greci amavano descrivere le strane usanze della popolazione
del Ponto Eusino, o «mare Ospitale», come usavano
eufemisticamente chiamarlo: gli Sciti con i loro carri ricoperti e
l’invenzione del bagno «russo» a vapore; i montanari, tatuati,
sporchissimi (faceva troppo freddo per aver voglia di lavarsi),
che adoperavano ramponi per camminare sulla neve e si
divertivano a raccontare del clima, descritto come «freddo per
quattro mesi, e invernale per gli altri otto», quando anche il
mare gelava (sebbene ciò in realtà accadesse solo durante
alcuni inverni), e quando si erano viste le anfore di metallo di
vino rompersi, con il liquido, che, scolando, formava un blocco
di ghiaccio. «Se verserai acqua sul terreno, non otterrai fango»
dice Erodoto «ma ci riuscirai, se accenderai il fuoco.»
Annotava, inoltre, che in Scizia un terremoto veniva
considerato un portento, ma non la pioggia nel corso dell’estate.
Si diceva che Mileto avesse organizzato settanta colonie, tutte
nei pressi dell’Eusino; alcune furono fondate da altre città ionie,
mentre molte ne costituì Megara. La più grande colonia
megarese, popolata da Beoti impegnati nell’agricoltura, era
Eraclea (la turca Eregli), che fondò sottocolonie in Crimea e
lungo la costa tracia. Le risorse della regione - specialmente
grano, pesce secco, pelle, schiavi - ne fecero un importante
centro economico, al punto che l’area dello stretto divenne
strategicamente vitale.
In quelle zone straniere e ostili, in mezzo alle tribù della
costa, alcune delle quali si dedicavano alla pirateria o al
saccheggio delle navi fatte naufragare, i coloni si strinsero
intorno al patrimonio spirituale ellenico. Achille, visto come il
pioniere caduto in combattimento nel tentativo di aprirsi una
via attraverso quelle acque, divenne una sorta di santo patrono,
mentre Omero aveva i suoi seguaci più fervidi a Sinope e a
Olbia. Un’altra leggenda, che rispecchia gli interessi dei Greci
del mar Nero, fu quella di Giasone e del vello d’oro.
Il mito apparteneva, originariamente, al rito dei re
propiziatori della pioggia dell’Acaia settentrionale (nel sud
della Tessaglia), che potevano venir sacrificati per la buona
riuscita dei raccolti. Quando il re Atamante, sposo di Nefele, la
«Nuvola», le fu infedele, le nuvole fuggirono altrove e scoppiò
una carestia. I figli del re, Frisso ed Elle, stavano per venir
sacrificati, quando apparve l’Ariete dal vello d’oro o (secondo
un antico poeta) rosso, inviato dalla Regina Nuvola, loro madre,
e li condusse via. Nel corso del tragitto Elle cadde e annegò al
largo del capo di Elle (da qui Ellesponto, il nome greco dei
Dardanelli); Frisso giunse in salvo alla terra (Aia) dell’alba,
dove sacrificò l’ariete e ne consacrò il vello. Più tardi anche
Atamante fu sul punto di venire sacrificato, quando Citissoro,
figlio di Frisso, di ritorno dall’Oriente, lo trasse in salvo;
restava però, per ragioni variamente spiegate, la necessità di
riportare indietro il vello. L’impresa venne compiuta da
Giasone («guaritore»), nipote di Atamante, contro il volere del
re Eeta («uomo di Aia»), figlio del Sole, con l’aiuto della figlia
di quest’ultimo, Medea («donna saggia», o «strega»); ma
Giasone, incapace di ritornare sui propri passi, dovette girare
intorno al mondo, forse in senso contrario al corso del sole.
A seguito dell’apertura del mar Nero, l’antica leggenda venne
razionalizzata da alcuni poeti, che la trasformarono in una
vicenda di esplorazione. Aia venne identificata con la Colchide,
la regione intorno a Trebisonda; il cammino di Giasone
«intorno al mondo» venne trasformato in un viaggio attraverso
l’Europa, su per un fiume e giù per un altro, con in mezzo un
trasferimento tra due corsi d’acqua, in modo da collocare il
riferimento omerico alla nave di Argo in acque occidentali. Lo
stesso vello d’oro venne spiegato richiamandosi a un metodo di
raccolta dell’oro alluvionale, in uso nel Caucaso sia nei tempi
antichi, sia in quelli moderni, che consisteva nel fissare dei velli
nei bassi fondali dei fiumi auriferi.
Ma la cultura dei coloni del mar Nero restò arretrata e
provinciale. Il clima non si prestava alle abitudini di vita
all’aria aperta, proprie dei Greci. Quelle popolazioni
ereditarono la tradizione artistica dell’antica Grecia. Nel corso
dell’età classica gli intellettuali di queste regioni si recavano ad
Atene a completare gli studi e, se si affermavano nei circoli
letterari, cercavano di restarvi. Nelle pagine seguenti sentiremo
molto parlare delle colonie occidentali, poco di quelle situate
nell’Eusino, nonostante l’enorme importanza economica che
avevano.

3 L’Egitto e la Cirenaica

In Egitto i Greci erano già impegnati a commerciare al tempo


del faraone Bocchoris, prima del 700. Dopo un periodo, che
vide l’Egitto occupato dai Nubiani e quindi dagli Assiri, i Greci
vi fecero ritorno e vennero accolti come mercenari da
Psammetico, il fondatore della XXVI dinastia, che si rivoltò
contro l’Assiria intorno al 650 e, dopo averla sconfitta,
intrattenne rapporti con Gige. Anche in queste regioni i Greci
scambiavano olio e vino con grano, mentre venivano importati
ed esportati i prodotti d’arte, come gli scarabei e la ceramica.
L’Egitto esercitò un ascendente straordinario sulla cultura
greca. I Greci erano pronti a sopravvalutarne la saggezza e a
rintracciare immaginarie influenze egizie nella loro religione.
Ma la realtà era di per se stessa suggestiva: gli enormi templi e
le gigantesche sculture stimolarono i Greci a dar vita alle prime
opere monumentali; nelle più antiche statue greche, anteriori al
600, l’acconciatura dei capelli, a foggia di parrucca, è senza
dubbio di stile egizio. La straordinaria conformazione del
paese, con il Nilo e il suo carico annuale di fertile limo,
spinsero gli Ioni a studi di carattere geologico; le regole
impiegate nella misurazione della terra dopo ciascuna
inondazione diedero vita alla nostra scienza geometrica; le
vetuste radici della civiltà egizia colpirono uomini di una
cultura recente, dove alberi genealogici più remoti risalivano
tutt’al più alla sedicesima generazione.
Né meno segretamente colpiti erano i soldati greci, ma nei
loro commenti, secondo l’usanza soldatesca, mostrarono scarso
rispetto. Il termine da noi usato per indicare le piramidi deriva
da una parola greca che voleva dire «ciambella»; «obelisco»
significava «spiedo» o «ago» (come l’Ago di Cleopatra); il
nome coccodrillo, per designare un animale oggetto di culto in
alcune parti dell’Egitto e onorati con il cerimoniale della
mummificazione, era lo stesso usato per le lucertole che in
patria guizzavano sui muri di pietra, e gli struzzi furono
chiamati «passeri». Alcuni giunsero a commemorare una
spedizione, che si spinse molto in su lungo il Nilo, con la
storica dimostrazione di vandalismo di incidere il loro nome
sulle gambe di Ramsete II, il colosso intagliato nella roccia,
presso Abu Simbel:
Quando il re Psammetico giunse a Elefantina, questo
scrissero coloro che veleggiarono con Psammetico, figlio di
Teocle. Essi si spinsero oltre Kerkis, per quanto il fiume
glielo permetteva; Potasimto guidò gli stranieri e Amasi gli
Egizi. E Archon, figlio di Amoibichos, e Peleqos, figlio di
Eudamos, ci hanno scritto.
«Ci» = le lettere dell’iscrizione. È la pietra a parlare, come in
numerose epigrafi. Le parole finali potrebbero venir forse rese
con «Ascia, figlio di Nessuno», cioè Archon incise l’iscrizione
con la propria accetta. Altri soldati aggiunsero i loro nomi e
città: Teo, Colofone, Ialiso a Rodi. È stato trovato il sarcofago
del generale egizio Potasimto, che condusse gli «stranieri» (i
Cari?); egli visse sotto Psammetico II, che regnò dal 594-589.
Psammetico, il figlio di Teocle, è probabilmente un mercenario
greco di seconda generazione, che venne chiamato dal padre
con il nome del suo patrono regale, Psammetico I.
L’ironia dei Greci nel farsi gioco degli Egizi traspare anche
da una pittura vascolare ionica, di irresistibile comicità, nella
quale è raffigurato un enorme Eracle rubicondo, intento ad
annientare un re egizio e alcuni sacerdoti (alcuni neri, altri
gialli), i quali, secondo una leggenda, avevano tentato di
sacrificarlo. Intorno alla parte posteriore del vaso si affrettano
cinque robusti negri armati di bastoni; la polizia... ormai troppo
tardi. I Greci non erano naturalmente ben visti in Egitto, e
intorno al 570 ebbe luogo una reazione nazionalistica. Gli
Egizi, rovesciato il faraone Hofra e le sue guardie forestiere,
elessero re un generale, un altro Amasi. Il nuovo faraone limitò
i movimenti dei Greci; ma continuò a servirsene come soldati,
stanziandoli soprattutto a Dafne, nella moderna «zona del
Canale», ma, desideroso di non perdere il commercio greco,
destinò a centro degli scambi un «porto aperto agli stranieri»
presso Naucrati, nel delta occidentale, dove avevano dei templi
le maggiori città dell’Asia Minore. Dori, Ioni e la Mitilene
eolica si unirono per dar vita all’Ellenion, una sorta di
santuario, con finalità sia commerciali sia di culto, e per
eleggere i «reggitori del mercato». Vi era rappresentata una sola
città a ovest dell’Egeo; l’isola Egina, con un tempio a sé stante.
La parte occidentale dell’Egitto, il fertile territorio «intorno a
Cirene», accolse, in un periodo di carestia, colonizzatori da
Tera (Santorino), cui in seguito si unirono altri gruppi
provenienti da svariate parti dell’Egeo, e sottocolonie si
propagarono verso est sino a raggiungere Euesperide (Bengasi).
Si ebbero guerre, ma anche matrimoni misti con i Libici (di
pelle bianca); sorsero conflitti con l’Egitto (uno di questi fu
all’origine della rivolta contro il faraone Hofra) e, più tardi, con
Cartagine. Si trattava di scontri intestini tra vecchi e nuovi
insediati, ma, attraverso tutte queste lotte, Cirene rimase, sino ai
tempi classici, una monarchia guidata da discendenti del
fondatore, originario di Tera. Nel 427 il cocchio di un re di
Cirene riportò, ai giochi di Delfi, una vittoria celebrata nella più
complessa delle odi pindariche. Un famoso vaso (un capolavoro
prodotto in una Sparta non ancora sottomessa ai rigidi costumi
«spartani») raffigura il nonno di questo re mentre, seduto sotto
una tenda, controlla la pesa e lo stivaggio dei prodotti, con una
scimmia accucciata su un palo al di sopra della sua testa, e una
lucertola (un geco) intenta a saltare sul muro. Cirene, che
rappresentava l’ennesima risorsa di grano per la Grecia,
esportava anche il silfio (una pianta estinta ai nostri giorni)
dotata di virtù lassative. Attraverso Cirene i Greci giungevano
fino al venerato oracolo di Ammone o Amon, identificato con
Zeus, che si trovava nell’oasi di Siva, tutt’oggi luogo di culto.
Qui Erodoto udì raccontare da Libici occidentali, che avevano
attraversato il grande deserto sino a una terra di pigmei, come
costoro, profondamente dediti alla stregoneria, vivessero in un
villaggio vicino a un grande fiume infestato da coccodrilli. Il
fiume scorreva verso est. Doveva trattarsi del Niger, ma
Erodoto pensò che fosse l’alto corso del Nilo.

4 Un’epoca di grandi rivolgimenti

La colonizzazione, sorta dal commercio di prodotti preziosi,


come l’avorio e lo stagno, portò a un enorme incremento della
massa di scambi. Le colonie, fondate in pianure relativamente
spaziose, avevano sovrabbondanza di grano. Fu, perciò,
possibile importare prodotti alimentari invece che esportare
uomini; il che spiega perché cadde la spinta colonizzatrice. In
epoca classica non soltanto Atene, ma anche il Peloponneso
importavano grano; a loro volta, le nuove città rappresentavano
un mercato inesauribile per le merci di lusso; la ceramica
dipinta, conservatasi mentre altri prodotti sono andati perduti, ci
permette di tracciare il percorso di questo commercio. Si
sviluppò persino un traffico turistico, allorché ricchi cittadini
occidentali presero a visitare Olimpia e Delfi in occasione delle
feste e dei giochi. I secoli VII e VI furono perciò un periodo di
tumultuoso sviluppo all’interno della Grecia antica; un’epoca
che vide aumentare la popolazione e crescere il tenore di vita, e
che assistette a profondi rivolgimenti nel campo dell’arte, della
letteratura, della politica.
La colonizzazione era stata organizzata dall’aristocrazia dei
proprietari terrieri; fatto, questo, a prima vista sorprendente. A
preoccupare i proprietari terrieri erano l’irrequietezza e lo
scontento dei contadini. Era diffuso - sembra - tra di loro il
mito, secondo cui, un tempo, nei giorni di un giusto re
Chissachì, la terra era stata equamente divisa; in Grecia la
parola d'ordine sovversiva più comune invocava una
«ridistribuzione». Per evitarla, i proprietari terrieri erano pronti
ad affrontare molti fastidi. Ma la colonizzazione condusse, nelle
città commerciali e colonizzatrici, a rivolgimenti assai più
radicali. Sorsero nuove classi sociali: gli armatori commercianti
e i fabbricanti, che impiegavano quaranta o più schiavi (imprese
del genere sarebbero grandi perfino nella Grecia attuale), ce
l’avevano con le antiche famiglie che detenevano il monopolio
del potere. Gli agricoltori della classe media, che si erano
conquistati un loro spazio arricchendosi, riuscirono a
equipaggiarsi, acquistando intere armature, ed erano quindi
pronti a rivendicare il diritto alla piena cittadinanza. Il denaro,
un’invenzione lidia, introdotto per la prima volta in Europa
presso Egina verso il 625, rese la ricchezza più fluida e, nello
stesso tempo, più incerta: se da un lato si producevano articoli
di lusso, dall’altro c’era l’elemento di rischio costituito dai
possibili debiti. Dal canto loro gli aristocratici, che forse
avrebbero conservato più a lungo i loro primi privilegi se
avessero accolto nuovi membri e conservato una solidarietà di
classe, si trovarono per lo più divisi da rivalità personali e
familiari.
Il risultato fu una fioritura di spinte rivoluzionarie nelle città
commerciali. I capi di tali movimenti (spesso, anche se non
sempre, nobili passati alla parte avversa) capeggiavano le
insurrezioni degli scontenti e, in caso di successo, esercitavano
il potere supremo finché potevano, protetti da guardie del corpo
e non di rado sostenuti dal consenso popolare. Una caratteristica
comune a tutti questi rivolgimenti fu l’attuazione di una
«ridistribuzione della terra», quanto meno nel senso di una
divisione delle proprietà degli avversari tra i sostenitori dei
nuovi capi. Erano costoro i tyrannoi o tiranni, un termine non
greco (in apparenza neppure lidio, sebbene Gige sia il primo cui
lo troviamo applicato), che in origine non possedeva un
significato spregiativo, ma valeva come titolo informale con il
senso di «padrone» o «capo», e veniva propriamente riferito ai
despoti rivoluzionari; si potrebbe applicarlo a Cromwell,
Napoleone, Stalin, Idi Amin, ma a nessun re ereditario neppure
se sanguinario.
Vi furono numerosi tiranni in Ionia e, più tardi, in Sicilia; ma
tra i primi, quelli di cui sappiamo di più, ci sono i tiranni delle
città vicino ad Atene. Teagene di Megara «massacrò il bestiame
dei ricchi, che pascolava vicino al fiume»: era, forse, sorto un
conflitto tra i contadini poveri e i ricchi allevatori. Servendosi di
un acquedotto, Teagene portò l’acqua corrente in città, facendo
opera gradita alle donne della classe lavoratrice. Opere
pubbliche di questo genere furono realizzate da numerosi
tiranni. Ma si risolse in un fallimento il tentativo di un giovane
aristocratico ateniese, che aveva sposato la figlia di Teagene, di
diventare a sua volta tiranno di Atene, impossessandosi
dell'Acropoli con i suoi seguaci e con alcune truppe megaresi: i
contadini ateniesi restarono fedeli al loro governo. Prima di
morire, lo stesso Teagene venne esiliato da una coalizione di
abitanti del contado delusi. In un popolo così amante della
libertà di parola come era quello greco, ebbero vita effimera
molti tiranni. D'altra parte, la dinastia fondata a Sicione da
Ortagora, che si diceva fosse figlio di un cuoco, durò un secolo
(dal 650 al 550?), la più longeva «tirannia» di cui siamo a
conoscenza, e lasciò in eredità l'«integrazione» tra i Dori e uno
strato di contadini predorici.
Emblematica di quanto stava accadendo è la storia di
Corinto. Questa città, sotto una ristretta oligarchia di
discendenti degli ultimi re, si era impegnata in una fruttuosa
opera di colonizzazione, e nel corso del VII secolo la sua
ceramica (probabilmente il commercio in generale) dominava il
mercato occidentale. Ma il tentativo di conservare il controllo
politico su Corcira venne osteggiato da un’insurrezione. Una
battaglia navale, svoltasi intorno al 664, la prima battaglia
documentata di cui è a conoscenza Tucidide, assicurò a Corcira
l’indipendenza, e nel volgere di dieci anni, se possiamo prestar
fede alle datazioni tradizionali, cadde l’oligarchia a Corinto. Si
dice che Cipselo, il tiranno che la rovesciò, avesse per madre
una donna appartenente al gruppo al potere sposata a un uomo
di stirpe non dorica, cui era stata concessa in moglie poiché,
essendo zoppa, nessun nobile l’avrebbe mai accettata. Cipselo
fece strage dei parenti materni, ma, benvoluto dal popolo, non
ebbe bisogno di guardie. Il figlio Periandro, il quale regnò per
quarant’anni, tenne, invece, un seguito di guardie e visse in una
condizione regale. Abile, senza scrupoli - la leggenda lo
annoverava tra i Sette Sapienti del suo tempo - egli sottomise
Corcira, pianificò colonie nel nordovest della Grecia, che a
lungo rimase possedimento corinzio, progettò (senza successo)
un canale di Corinto e costruì una invasatura, lungo la quale le
navi venivano rimorchiate da un mare all’altro su mezzi di
trasporto dotati di ruote. Ma il suo dispotismo divenne sempre
più impopolare; i suoi figli morirono prima di lui: uno in uno
scontro fra cocchi; un’altro di malattia, mentre si trovava in una
colonia (Potidea nella penisola Calcidica); l’ultimo di morte
violenta dopo un’accesa disputa familiare. Il suo successore, un
nipote chiamato Psammetico - interessante testimonianza
dell’esistenza di relazioni con l’Egitto - venne in breve deposto.
La dinastia rimane al potere settant’anni - la seconda tirannia
per durata, conosciuta da Aristotele. Corinto passò, quindi,
sotto un governo «borghese» più moderato, fondato sul censo.
Corcira, resasi di nuovo indipendente, le fu per lo più ostile.
Atene e Sparta, le due città che avrebbero dominato la scena
del periodo classico, ebbero una storia insolita durante
quest’epoca. La esamineremo in seguito.

5 La nuova arte

Nel frattempo si verificò una rivoluzione in campo artistico. La


prima ceramica greca dei coloni occidentali era ancora in stile
geometrico. I Greci importavano già tessuti orientali decorati e
oggetti in metallo, ma, sino a quel momento, la loro arte
tradizionale aveva conservato le proprie caratteristiche. In
seguito, nel clima di fiducia e ambizione suscitato dalla
convizione che il mondo avesse spazio e ricchezza per tutti,
queste scomparvero rapidamente. Sembra che l’intera Grecia
abbia guardato con occhi nuovi all’arte geometrica,
giudicandola «antiquata».
I nuovi stili «orientaleggianti» derivavano i loro motivi
dall’arte orientale: non dalla ceramica dipinta, dal momento che
non ce n’era di degna di nota che valesse la pena importare, ma
dagli avori, dai gioielli, dai lavori in metallo e dai tessuti. Le
rosette, adoperate come ornamento nella nuova pittura
vascolare, ricordano gli ornamenti sulle vesti di corte nella
scultura assira. La decorazione, che doveva dar vita al motivo a
«uovo e lingua» o «uovo e freccia», comune nell’architettura
classica, derivava da un modello egizio che alternava fiori di
loto e gemme. Quando si persero le tracce delle origini, le
gemme divennero «uova», mentre le «lingue» rappresentano gli
stami di fiori pienamente sbocciati, ciascuno dei quali era in
origine fiancheggiato da due petali, reclinati parallelamente agli
orli delle vicine gemme. La palmetta deriva dalla cima
dell’albero della vita mesopotamico, con nastri che adornano e
collegano le estremità dei rami, come i fili d’argento sull’albero
di Natale. A Babilonia era un simbolo religioso, ma per i Greci
costituiva soltanto una forma aggraziata. A volte, l’intero
albero, variamente colorato, adorna l’ansa di un vaso; altre volte
la palmetta viene impiegata separatamente. Il capitello della
colonna, a volute simmetriche, che nella successiva forma
classica è chiamato ionico, era originario della Siria nella sua
versione più antica, con una spiga posta tra le volute, che
rappresentava uno stelo tra fronde arricciate. In un vaso di Rodi,
una palmetta si eleva da una simile spiga in mezzo alle volute,
mentre due capre vivaci vi brucano.
Figure di animali - capre selvatiche, leoni (dapprima di modello
ittita-siriano, più tardi assiro), sfingi con teste umane, cani a
caccia di lepri - formano fregi tutt’intorno ai vasi. Vi appaiono
uomini, paffuti e muscolosi, spesso in forma di guerrieri armati
intenti a combattere; i nomi, spesso risalenti a Omero, sono
riportati al loro fianco, e l’arte incomincia a raffigurare, con
frequenza, episodi tratti dal mito.
Gli artisti raggiunsero rapidamente, ma non nel volgere di un
solo giorno, un buon livello tecnico nell’uso del nuovo stile.
Verrebbe da pensare - se non si conoscesse lo sviluppo
successivo - che ad Atene, dove si tentò subito di dar vita a
raffigurazioni grandi e ambiziose, per l’ennesima volta
accadesse che una onesta arte contadina venisse rovinata dal
commercio. Corinto incominciò con maggiore cautela, e nel
mezzo del VII secolo il protocorinzio raggiunse un alto livello
tecnico. Il flacone da profumo a testa di leone (aryballos),
donato da George Macmillan al British Museum, mostra, in tre
zone, rispettivamente una scena di battaglia, una corsa di
cavalli e una caccia alla lepre, in tutto trentatré distinte figure,
in uno spazio alto cinque centimetri.
Corinto non si conquistò i mercati occidentali soltanto in
virtù della sua vantaggiosa posizione geografica, anche se, in
seguito, l’inesauribile domanda dei loro prodotti fu una
tentazione per creare oggetti commerciali. Nel corinzio maturo
il disegno è talvolta trascurato; gli artigiani erano, in parte, di
second’ordine, tutti sottoposti a pressioni per produrre in fretta.
Alcuni ricorrono persino a bassi espedienti, come allungare i
leoni per riempire la superficie del vaso con tre, invece che con
quattro figure! Atene, impegnata ora nella produzione della
raffinata ceramica attica a figure nere, invase, a sua volta, il
mercato occidentale. In un ultimo tentativo di recuperare il
mercato, i Corinzi imitarono lo stile ateniese, ma, dopo il 550,
abbandonarono la produzione.
La pittura vascolare, che rappresentava, dopo tutto, un’arte
minore, è però quella che conosciamo meglio, dal momento che
la ceramica in frammenti è pressoché indistruttibile.
Conserviamo soltanto resti esigui di importanti dipinti greci;
anche della scultura possediamo scarse testimonianze. Le statue
di bronzo, tenute in maggior considerazione rispetto a quelle di
pietra, sono state per lo più fuse, mentre il marmo è spesso stato
bruciato per ricavarne calce. Possediamo, tuttavia, un numero
sufficiente di significative statue della prima scultura greca per
osservare come a poco a poco si sia liberata dall'influenza
egizia raggiungendo un’alta dignità molto prima di raggiungere
ciò cui miravano gli scultori (potremmo dire fuori moda): la
verosimiglianza. Caratteristiche appaiono le statue dei giovani
in virile nudità, erette all’interno dei templi, forse per
commemorare successi riportati nei giochi d’atletica, o sulle
tombe; molti antichi monumenti funerari ateniesi, dedicati a
giovinetti morti prematuramente, furono innalzati dai genitori.
Una lavorazione di qualità veniva svolta in Ionia, nelle isole e
nel Peloponneso; ma Atene, con opere come il kouros
(«ragazzo») alto tre metri e mezzo, ritrovato al Sounion, e altre
conservate nel Museo Nazionale di Atene, cominciava a
svolgere un ruolo di guida. Più tarde sono le affascinanti serie
delle kórai («vergini») dell’Acropoli, forse fanciulle di famiglie
potenti che erano state novizie prima del precoce matrimonio.
Queste sculture avevano, al ritrovamento, ancora i colori
originari: labbra rosse, occhi bruni, vesti dipinte in verde e oro -
nella buca in cui le avevano poste gli Ateniesi, nel corso
dell’opera di riordinamento dopo il saccheggio persiano del
480.
L’aspetto della città greca arcaica non corrisponde alla nostra
idea di città greca, ricca di edifici dalle facciate con colonne di
marmo. Questo tipo di acropoli e di centro urbano si sviluppò,
per la prima volta, ad Atene e in Sicilia, dopo le guerre
persiane, e si diffuse nella Grecia orientale ancora più tardi. I
primi templi, demoliti e successivamente ricostruiti in pietra,
erano di legno e mattoni, su fondamenta di pietra, decorati con
vivaci pitture. Tra i primi templi di pietra conosciuti c’è quello
di Corcira, con le sue possenti sculture sul frontone, conservate
a Corfù, sfortunatamente non in luogo: raffigurano la Gorgone
con il Crisaore («spada d’oro») e il cavallo Pegaso, in mezzo a
due enormi pantere, le cui macchie sono eseguite con la trivella
e il compasso. L’idea di avere un solo gruppo scultoreo, e di
questa natura, deriva forse dal desiderio di adornare gli edifici
con orribili volti grifagni, per mettere in fuga gli influssi
malvagi. Prima che il nome venisse accostato alla leggenda di
Perseo, l’uccisore di mostri, la Gorgone («occhi lampeggianti»)
probabilmente significava, o era, soltanto un volto, raffigurato
sui frontoni o sugli scudi. Le sculture di Corfù sarebbero anche
più impressionanti, se avessero conservato il colore.
Il tempio di Corcira, dell’inizio del VI secolo, venne edificato
per celebrare la riconquista, da parte della città, della sua
indipendenza. Il tempio di Corinto, di cui restano alcune
massicce colonne monolitiche, molto fotografate, è fatto risalire
intorno al 540 o 530, sulla base di frammenti di ceramica,
rinvenuti sotto le sue fondamenta. Prima di quell’epoca
numerosi altri templi erano stati costruiti o erano in costruzione,
fra questi uno, ad esempio, era stato edificato ad Atene da
illuminati tiranni. All’estremità del frontone c’era un mostro a
tre corpi, dall’aspetto piacevole e sorridente, ora conservato nel
Museo dell’Acropoli. Ma una città greca del 650 circa, o anche
del 550, sarebbe ai nostri occhi piuttosto barbara: un
agglomerato di case cubiche o (ancora) absidate, con il tetto
piatto nelle isole, a capanna o di paglia nella Grecia
continentale dove la piovosità è superiore, annidate sotto
un’acropoli, come ancora oggi accade (sebbene le case non
siano così ammassate) a Lindo nell’isola di Rodi. Si dice che le
tegole, introdotte a Corinto all’epoca dei tiranni, dapprima
siano state prevalentemente impiegate per i templi e per i grandi
edifici. La decorazione era per lo più dipinta su legno, pietra o
terracotta; ad esempio sulle lastre di terracotta, adoperate per
bloccare le aperture tra le estremità delle travi lungo i muri
laterali del tempio, in modo da impedire agli uccelli di
penetrarvi e di farvi il nido, perché, una volta all’interno, essi si
trovavano «nel santuario», e non potevano venir molestati. Tra
le case si snodavano vicoletti, di un’ampiezza a mala pena
sufficiente a permettere ai muli carichi di passarvi; l’urbanistica
greca doveva ancora venire. Le «ampie vie», menzionate da
Omero, si trovavano al di fuori delle porte, dove convergevano
le strade provenienti dalla campagna. Irregolari e
caratteristiche, le città della Grecia arcaica erano l’ambiente
appropriato ai personaggi stravaganti e caratteristici che vi
abitavano.
Capitolo V -
L’ETÀ DEI POETI LIRICI

1 Archiloco di Paro

Con la nuova arte compare una nuova poesia.


Brevi e «occasionali» componimenti poetici, di carattere
personale, erano esistiti anche prima. Inni agli dei, canzoni di
lavoro, di battaglia, d’amore, in metro dattilico (-uu) o
anapestico (uu-) dovevano essere in voga da secoli, e anche
brevi satire sui popoli vicini, in giambi, simili alle serie inglesi
in verso libero, ma di due sillabe più lunghi. In alcune occasioni
festive, la satira era un elemento tradizionale «di buon
auspicio», per raffreddare l’entusiasmo dei partecipanti,
affinché una felicità eccessiva non provocasse l’invidia degli
dei. Come in numerose società preletterarie, questi
componimenti non erano opera esclusiva di autori di
professione. Ma ai tempi di Gige (nominato nelle poesie) visse
un poeta cosi grande che, per la prima volta, gli uomini misero
per iscritto e conservarono i suoi brevi componimenti, come già
declamatori di professione avevano fatto con i poemi epici.
Sfortunatamente noi abbiamo soltanto citazioni trovate in testi
di scrittori più tardi. Parliamo di Archiloco, originario dell’isola
di Paro, soldato, navigatore, ricercatore d'oro, vagabondo e
uomo di genio, che i Greci non esitavano a citare accanto a
Omero. Il padre era un cittadino in vista; la madre una schiava;
egli visse ai margini della società artistocratica, senza però
prendervi parte. Dotato di un’accesa sensibilità, la sua poesia è
aspra e salace come il mare, che egli ben conosceva, perché vi
traeva di che vivere, ma che non guardò mai con occhio
romantico.
Il padre, incaricato di reggere una colonia nell’isola di Taso,
al largo della costa tracia, offrì un posto ad Archiloco, che
abbandonò la patria senza rimpianti («Lascio Paro con i suoi
fichi, con la sua vita di mare»); ma restò deluso da Taso, non
appena la vide: «Come schiena d’asino sta, coronata di boschi
selvaggi», «Non è un paese bello, caro, amabile, come là dove
il Siri corre rapido». Era forse arrivato fino in Italia su navi
mercantili. Non teneva in grande considerazione gli altri coloni,
che formavano un gruppo eterogeneo. Era difficile da
compiacere, e incapace di controllare la lingua.
Archiloco non soggiornò a lungo a Taso. La sua vicenda
d’amore, destinata a essere infelice, ne fu uno dei motivi. Egli
ricorda la giovane donna, Neobule, che «aveva un ramo di
mirto e un fiore bello di rosa e ne gioiva. La chioma copriva
d’ombra gli omeri, le spalle». Se ne innamorò follemente,
divennero amanti - così almeno egli afferma - ma qualcosa si
incrinò e i due non si sposarono. Archiloco si sforza di
convincerla, la supplica e infine si infuria adoperando un
linguaggio sconosciuto all’epica di Omero. I suoi giambi
pungenti - lo stesso termine «giambo» era collegato a una
parola che significava «colpire» - risultarono così impietosi
che, stando alla leggenda, Neobule s’impiccò, insieme al padre
e alle sorelle. Archiloco possedeva l'egoismo del suo particolare
tipo di genio, al punto che, quando Taso rimase sbigottita da
un’eclisse, e il giorno si fece notte, egli affermò che, visto come
era stato trattato, quanto stava accadendo ne era la logica
conseguenza. Non fu questo il suo unico sfogo; e nulla, a suo
dire, era mai colpa sua.
Non ci è possibile affermarlo con certezza, ma può darsi che
la rottura del fidanzamento sia da collegare con un altro
episodio molto famoso della sua vita. Ecco come andarono le
cose.
Vi era dell’oro a Taso - senza dubbio uno degli obiettivi
dell’impresa, ma precedenti minatori dimostrarono di averne
estratto la maggior parte. Trovandosene tuttavia in quantità
superiore nella regione continentale antistante l’isola, in breve
da Taso si organizzò una spedizione, che venne sbaragliata dai
Traci. Archiloco scappò con gli altri, buttando via il pesante
scudo. Uno scudo costituiva un notevole impedimento durante
la fuga, ma perderlo non era cosa da poco. «Provvedere
all’armatura», come recitava un modo di dire, dava una
condizione sociale di rilievo all’interno della comunità. Era uno
di quegli argomenti dei quali non si parlava, ma Archiloco lo
fece, scrivendo in una lettera in versi a un amico:

Lo scudo! Uno dei Sai se ne fa bello, adesso. Era


perfetto.
Presso un cespuglio (non lo feci apposta)
lo lasciai. Ma la vita la salvai. Lo scudo? Al diavolo!
Uno più bello me ne rifarò.
È la prima osservazione di carattere antieroico mai apparsa.
Eppure non è la voce di un codardo; al contrario, quando Taso
divenne infine terra bruciata per le sue imprese, Archiloco si
fece soldato di professione: «come un cario, soldato di
ventura», secondo quanto egli afferma nel crudo stile abituale.
Gli Ioni, convinti che i Cari, una popolazione confinante,
vivessero in modo incivile, ostentavano disprezzo verso di loro,
ma invano tentarono di assoggettarli. «Con la lancia mi procuro
il pane, con la lancia il vino d’Asmaro; e bevo appoggiato alla
lancia.» E ancora: «Io sono un servo del dio delle battaglie e il
dolce dono delle Muse io sono». «Scuotendo il suo pennacchio
cario»: il rinomato pennacchio greco di crine di cavallo,
importato dall’Oriente, al pari dell’ampio scudo circolare
ornato da un blasone. Egli è, dunque, soldato da capo a piedi,
scrive della vita militare con realismo antiromantico. «Sette i
morti, noi correndo li agguantammo, e caddero. Noi, gli
uccisori, siamo mille». Vino, donne e pidocchi; il capitano di
suo gradimento non è «gigantesco, gambelarghe, tutto fiero dei
suoi ricci», ma «io lo voglio piccoletto; gli si notino le gambe
storte, ma si regga in piedi saldamente, tutto cuore». Sembra un
autoritratto.
Alla fine egli fece ritorno a Paro. In un’epoca in cui la poesia
era stimata, tanto che numerosi tiranni ospitavano a corte i
poeti, la famiglia paterna fu forse disposta ad accoglierlo
benevolmente, per amore della sua arte. Egli sapeva comporre
versi piacevoli, se solo lo voleva: dediche, epitaffi, favole di
animali. Poteva inoltre tornar utile nelle ricorrenti guerre di
confine con Nasso. In alcuni versi che furono forse i suoi
ultimi, Archiloco si esprime come un vecchio soldato: «Vincerà
chi dio vorrà. Fa’ coraggio ai giovani». Combattendo per la
propria città, cadde ucciso da un uomo di Nasso.

2 Saffo e la sua epoca

Cinquant’anni dopo Archiloco, in un’epoca di rivolgimenti, è


Mitilene che, attraverso la poesia di Saffo e di Alceo, ci dà
l’immagine più viva di una città greca.
Lesbo, ampia e verdeggiante, collinosa ma priva di
montagne, con una popolazione di 140 000 abitanti nei primi
decenni del nostro secolo, anticamente conteneva sei città. Una
di queste, distrutta nel corso di una guerra di confine, suscitò un
senso di colpa. La più grande era Mitilene, collocata sulla costa
meridionale. Con i suoi insediamenti continentali, dove si
riversava l’eccedenza della popolazione agricola fondando
colonie, era un città prospera. Gli aristocratici commerciavano
con l’Egitto, non disdegnando di recarvisi loro stessi come
comandanti di navi; in una poesia Saffo rimproverava al fratello
di sperperare soldi con una cortigiana schiava originaria di
Naucrati, da lui riscattata e resa libera. In patria. Mitilene
coniava monete di grande bellezza; e a comporre poesie liriche,
cioè canti accompagnati sulla lira, si dilettavano molti uomini
colti, non soltanto pochi autori di professione. Era consuetudine
scambiarsi poesie in forma epistolare, scritte in complicati
metri lirici, e molti dei componimenti giunti fino a noi
appartengono a questo genere. Saffo, piccola e scura,
tipicamente greca, mentre l’ideale era di essere alti e biondi,
non era una bellezza, ma godeva di grande fama per il suo
genio poetico, tanto che persino dalla Ionia i genitori le
mandavano le loro figlie perché le educasse. Di solito le
ragazze ritornavano a casa per maritarsi; la stessa Saffo era
sposata e aveva una figlia. Per una signora e padrona di casa
conoscere la musica era una qualità desiderabile. La cerchia di
Saffo ci fornisce il primo rapido scorcio, dopo il quadro di vita
casalinga offertoci dall'Odissea, su come vivevano le donne in
una parte del mondo greco dove erano notevolmente libere.
È un mondo che ama vivere all’aria aperta. La città, che era il
centro di tutto, era piccola e angusta, e la campagna non si
trovava lontana. Nei giorni solenni, come quando invoca
Afrodite, Saffo, insieme alle fanciulle, va in un boschetto, non
al tempio:
Da Creta a questo tempio
divino, v’è un bosco gentile
di meli, are vaporano
d’incensi.
L’acqua fredda risuona tra le rame
del melo e la verdura è un’ombra
di rose. In un palpito di foglie
cola sopore.
Le fanciulle erano solite adornarsi, a vicenda, con ghirlande,
mentre Saffo trattiene i fiori da loro intrecciati. Un canto
nuziale (probabilmente Housman{5} lo imitò nel suo
Epithalamium) evoca il quadro di una sera fuori da un
villaggio, nell’ora in cui tutte le creature rifluiscono nelle case:
«Stella della sera, porti quanto l’alba lucente ha disperso: porti
la pecora, la capra. Alla mamma riporti la figlia». Un altro
frammento contiene forse il dialogo tra due cori, in uno dei
quali almeno risuona una punta di gelosia per il fatto che un
matrimonio sta per portarsi via la loro compagna:
C’è sull’alto del ramo, alta sul ramo
più alto, una mela
rossa:
dai coglitori fu dimenticata.
Dimenticata? No! non fu raggiunta.
Gelosia: Saffo, appassionatamente devota a molte delle sue
alunne, non cercava di camuffare i suoi sentimenti, quando il
matrimonio le allontanava. Era il corso delle cose, e al
momento opportuno Saffo componeva le canzoni richieste,
indulgendo nel tradizionale umorismo pesante, come, ad
esempio, battute sulla dimensione dei piedi dello sposo.
Intollerabile, anche se accadeva di tanto in tanto, era che una
fanciulla abbandonasse Saffo per affidarsi a un’altra maestra.
Va aggiunto che la tradizione più tarda, nella quale Saffo
venne descritta addirittura come una pervertita, costituisce
probabilmente un saggio di stupidità letteraria; si tratta di una
caricatura, prodotta nel teatro comico ateniese sul finire dell’età
classica, alla quale prestarono fede importanti studiosi della
tarda antichità. Saffo innamorata diventa un carattere da
«pantomima». Quanto sia degna di fede tale immagine lo
capiamo allorché veniamo a sapere che, in una commedia,
comparivano come suoi corteggiatori due poeti, uno dei quali,
Archiloco, era probabilmente già morto prima ancora che Saffo
nascesse, e l’altro forse non era ancora nato, quando ella morì.
Quando le fanciulle si sposavano, Saffo poteva mantenersi in
rapporto con loro. Vi è una poesia indirizzata ad Anactoria,
andata a vivere a Sardi - non si era solitamente contrari ai
matrimoni misti con i Lidi civilizzati - forse in risposta a una
lettera che raccontava dello splendore dell’esercito lidio. Il che
ci riporta alla mente gli eserciti raffigurati sui vasi.
Qual è la cosa più bella
sopra la terra bruna? Uno dice una torma
di cavalieri, uno di fanti, uno di navi.
Io, ciò che si ama.
«Guarda» continua Saffo senza troppa coerenza «quello che
fece Elena per amore. Ma» conclude «io ricorderò Anactoria»·
Di lei l’amato incedere, il barbaglio
del viso chiaro vorrei scorgere,
più che i carri dei Lidi e le armi
grevi dei fanti.
Le cose andarono diversamente con la piccola Timas, che
morì prima del matrimonio, «e tutte le fanciulle della sua età si
tagliarono i capelli in segno di lutto».
Saffo, ancor più della maggior parte dei poeti, risulta
propriamente intraducibile, e non ci resta che scusarci per aver
tentato.
Il suo non è un pensiero originale, e l’ardore si perde nella
trasposizione in un’altra lingua, come il profumo di un vino
prezioso, che non deve essere spostato. Il dialetto eolico, rurale
e conservatore, ricco di forme antiche, ha un fascino arcaico; e
in Saffo questo linguaggio trovò uno spirito geniale che seppe
sfruttarlo. Platone, filosofo, lui stesso poeta, la definì la Decima
Musa; il poeta Meleagro, che per primo raccolse «epigrammi»,
ovvero poesie-iscrizioni (epitaffi, dediche, ecc.), paragonando
il lavoro dei vari poeti a un diverso fiore, definisce i versi
saffici della sua raccolta «pochi, ma simili a rose».
La raffinata esistenza di questa società venne però
violentemente troncata. La popolazione si rivoltò contro
l’arroganza di una classe dominante aristocratica. Vennero
uccisi alcuni condottieri popolari o tiranni, e Alceo, grande
poeta e amico di Saffo, svela la portata del suo pensiero politico
in apertura di una canzone: «Ora ubriachiamoci perché Mirsilo
è morto!». Ma alcuni nobili furono più cauti. Uno di loro,
Pittaco - il nome sembra tracio - che aveva tramato con il
fratello di Alceo, quando quest’ultimo era ragazzo, per uccidere
un precedente tyrannos, passò dalla parte di Mirsilo, e, alla
morte dei questi, il popolo lo elesse dittatore (Alceo dice
«tiranno»), per riformare lo stato. Alceo e suoi amici si
sdegnarono per il tradimento verso la loro classe, ma il nuovo
governo era troppo forte ed essi dovettero riparare all’estero.
Alceo, sconcertato, paragona lo stato sconvolto dalla bufera a
una nave nella tempesta.
Si dice che Saffo abbia visitato la Sicilia. Gli uomini
prestavano servizio presso i re d’Oriente. Era un’epoca
inquieta. Ninive, capitale dell’Assiria, era caduta nel 612 per
opera dei Medi, una popolazione di lingua ariana dell'Iran; gli
Egizi e i Babilonesi incrociarono le armi in Siria. A Karkemish
sull'Eufrate, dove Nabucodonosor di Babilonia sbaragliò il
faraone Neco nel 605, D.G. Hogart e T.E. Lawrence
ritrovarono, tra le rovine bruciate della città, sulla soglia di una
porta di legno carbonizzato, uno scudo greco a forma di volto di
gorgone, sul quale erano conficcate punte di frecce.
Probabilmente più tardi, Antimenida, fratello di Alceo, servì
nell’esercito di Babilonia. Lo stesso Alceo si recò in Egitto;
nella sconfitta gli esuli avevano forse litigato tra loro. Un lacero
papiro di pergamena contenente le sue poesie, conservato tra un
mucchio di rifiuti lasciati da Greci molto posteriori, insediatisi
in Egitto, comprendeva un componimento che alludeva a viaggi
per mare, alla guerra, a Babilonia, ad Ascalona (Palestina); ma
sfortunatamente si sono conservate solo una o due parole di
ciascun verso. È quanto accade per molti documenti che
abbiamo sulla Grecia arcaica.
Poco dopo, gli esuli si radunarono di nuovo in Lidia, per
compiere un ulteriore tentativo di «liberare» il loro paese.
Antimenida vi era presente, sfoggiando una spada cerimoniale
intarsiata d’avorio, datagli per aver ucciso un gigantesco
campione nemico. Si ebbero forse alcuni segnali di reazione
contro Pittaco, che aveva tentato di riformare i costumi; una
delle sue leggi decretava un raddoppio della pena per gli atti di
violenza, se commessi in stato di ubriachezza. Ma egli si
dimostrò, ancora una volta, troppo forte per gli «emigrati».
Catturò l’intera banda e, secondo il proverbio, sorprendente per
l’antica Grecia - «Il perdono è migliore della vendetta» -
concesse loro la grazia. Dopo dieci anni di potere si fece da
parte, e visse - a quanto pare - altri dieci anni in onorato ritiro.
Lo stesso Alceo, forse in condizioni leggermente più modeste,
visse sino a tarda età.

3 Espansione in Occidente

Se Saffo visitò l’Occidente, è probabile che abbia viaggiato su


una nave di Focea. Era questa una città ionica, vicina alla Cuma
eolica, che aveva stretto relazioni con Mitilene, compresa una
convenzione per avere una moneta comune, e che prese il posto
di Cuma (non sappiamo perché) nell'espansione in Occidente.
Affacciatisi tardi sulla scena della storia e seguendo l’antica via
dello stagno, al di là dell’area dell’originaria colonizzazione
greca, i Focesi raggiunsero e colonizzarono le coste della
Francia e della Spagna. Ma la loro impresa più importante fu,
intorno al 600, la fondazione di Marsiglia.
Anche la Sicilia greca, dopo una lunga pausa (690-630 circa),
era in via di espansione. Due nuove città, fondate quasi
contemporaneamente, vengono alla ribalta spinte da ambizioni
imperialistiche, nell’angolo della Sicilia occidentale occupato
dai Fenici e dai loro alleati indigeni civilizzati, gli Elimi della
città di Egesta o Segesta. Le due città, che ebbero entrambe una
storia travagliata, diedero notevoli contributi alla cultura greca.
Selinunte, sulla costa sud, con magnifici templi (distrutti da
terremoti), ampie strade e un centro città organizzato in base a
un «piano urbanistico», produsse alcuni fra i pezzi più raffinati
della prima scultura greca: in stile arcaico, comprende
magnifici rilievi architettonici del primo periodo classico,
conservati nel Museo di Palermo, e un fanciullo di bronzo, in
stile arcaico, gelosamente custodito nella città di origine.
Selinunte con il suo limitato territorio venne organizzata dalla
Megara siciliana (p. 94). Imera, sulla costa settentrionale,
fondata dai Calcidesi di Sicilia, insieme ad alcuni esuli politici
siracusani, coniò le più antiche monete dell’Occidente, e diede i
natali al primo poeta famoso delle regioni occidentali: Tisia,
soprannominato Stesicoro, «ordinatore del coro», che
perfezionò una delle forme artistiche più squisite, la lirica
corale, la quale sarebbe diventata parte essenziale della tragedia
classica. Intorno alla figura di Stesicoro sorsero numerose
leggende. Si diceva che fosse stato accecato da Elena deificata,
a causa di una sconveniente allusione nei suoi riguardi, ma che
fosse guarito allorché compose la sua Ritrattazione, in cui
affermava che ella, in realtà, era stata rapita in Egitto da
Afrodite, mentre la guerra di Troia veniva combattuta per un
suo fantasma! Forse la cecità, di cui si rammaricava nel suo
famoso poema, aveva soltanto carattere spirituale. Una sua
composizione, probabilmente accompagnata da danze in forma
di mimo, raccontava la favola del Cavallo che, scacciato dai
suoi pascoli dal Cervo, chiamò in aiuto un Uomo, senza riuscire
poi a sbarazzarsene più. Si diceva che ciò fosse un
ammonimento a Imera, in guerra con i suoi vicini non greci,
perché non richiamasse Falaride, tiranno di Agrigento.
Falaride incarnò il tipico tiranno malvagio della storia
popolare greca; l’aneddoto più diffuso narrava come fosse
solito arrostire vivi i suoi nemici in un toro di bronzo. Quanto
di vero vi sia nella storia, se pur ve n’è, non possiamo dirlo. La
sua Akragas (ora Agrigento), l’ultima importante città fondata
dai Greci in Sicilia, fu costituita, intorno al 580, da Gela (p. 92),
per assicurarsi parte delle terre che la separavano da Selinunte.
Il tiranno Falaride (c. 570-580?) appartiene alla prima
generazione di Agrigentini. La città, che sorge in una splendida
posizione, in una conca di colline montagnose distanti poco più
di tre chilometri dal mare, venne celebrata da Pindaro come «la
più bella tra le città dei mortali». L’inimitabile fila di templi,
che ancor oggi ne coronano il crinale, all’interno delle mura
orientali, risale al V secolo, l’epoca di Pindaro.
Intorno al 580, inoltre, una spedizione della Doride asiatica,
tentando di occupare l’estremità occidentale della Sicilia, mosse
un aperto attacco contro i Fenici, che, insieme ai loro alleati
Elimi, riuscirono a distruggere la nuova colonia. I sopravvissuti
occuparono allora le isole Lipari (pp. 32,47). Lì diedero vita a
un interessante esperimento di stato semicomunista, nel quale la
terra veniva ridistribuita ogni vent’anni. L’armonia e la
mancanza di conflitti di classe, che regnavano al suo interno, gli
valsero l’ammirazione degli altri Greci, ma, nei confronti dei
non Greci, la nuova comunità si dimostrava apertamente
piratesca. L’importanza dei Greci e la loro aggressività
spingevano, a quell’epoca, i Fenici a far fronte comune, sotto la
guida di Cartagine, e a stringere alleanze con altre popolazioni
non greche, soprattutto gli Etruschi. Già all’epoca della
fondazione di Marsiglia i Focesi avevano combattuto contro i
Fenici; ed Erodoto afferma che essi continuarono a viaggiare
«non su navi mercantili ma su navi da guerra». I Greci ebbero
certamente le loro colpe nell’acuirsi dell’ostilità che si sviluppò
in Occidente d’allora in poi, ma i nemici riuscirono a limitarne
l’avanzata. I Focesi vennero ricacciati dalla Spagna
sudorientale, facendo di Ampurias (Emporie, «Stazioni di
Commercio»), sulla Costa Brava, l’avamposto più a ovest dove
si conservano resti di mura greche. Vent’anni dopo, venne resa
impraticabile dalle flotte di Cartagine e dell’Etruria una
stazione di sosta focese in Corsica, fondata intorno al 565.
Vent’anni dopo, i suoi coloni si ritirarono a Elea, a sud di
Paestum, destinata a divenire famosa negli annali della filosofia
greca (p. 152).

4.Sparta e la reazione
Non tutte le città greche emersero forti come Mitilene o anche
Corinto dai grandi rivolgimenti che le coinvolsero. A Megara,
ad esempio, dopo la caduta della tirannia, vi fu dapprima un
governo (una coalizione?) conservatore, poi uno «radicale»; i
poveri aggredirono la «borghesia» con varie richieste, fra cui
quella di imporre a quanti avevano prestato soldi a usura di
restituire tutti gli interessi; in seguito il regime democratico, che
poteva contare su pochi uomini politici istruiti, precipitò in un
tale disordine che gli emigrati ritornarono a rovesciarlo. Su
questa triste vicenda possediamo osservazioni di prima mano e
di carattere strettamente personale nelle poesie di Teognide, di
stirpe nobile, le cui composizioni (o forse una raccolta, fondata
su di esse) ci sono pervenute perché personaggi all’antica,
insofferenti sotto la democrazia dell'Atene classica, le trovarono
adatte a essere lette nelle scuole. A questo fine vennero scelte e
raccolte in un’opera a sé stante varie poesie d’argomento
amoroso indirizzate a fanciulli. Nel sistemarle in un ordine
adeguato (abbastanza arbitrario, bisogna ammettere) ci sembra
di percorrere un’autobiografia; la giovinezza, con gli amori, il
vino, i turbamenti della gelosia; la frustrazione politica, con lo
sdegno perché semplici contadini, soliti «vestirsi di pelli e
tenersi lontano dalla città», rivendicavano i diritti umani; alcune
osservazioni conservatrici su come veniva trascurata
l’eugenetica; l’esilio, fuggendo con addosso solo la propria
pelle, «come un cane fuori da un torrente», e infine - «Si
calpesti il popolo idiota!» - il piacere della vendetta.
Restaurato un governo reazionario, Megara si unì alla Lega
Peloponnesiaca, organizzata, alla fine del VI secolo, da Sparta,
che divenne il simbolo di tutte le forze reazionarie della Grecia.
Sparta, che non era sempre stata «spartana» nel senso di
austera e «fascista», era, però, una società militare sin dagli
albori della sua storia. Dominando sull’intera Laconia,
governava numerosi villaggi e piccole città, a lei soggette; in
alcune di queste gli uomini rimasero liberi come perìoikoi o
vicini, mentre in quelle che avevano opposto una resistenza
troppo accanita, gli abitanti divennero servi, vincolati alla terra
(non, però, schiavi, che potevano essere venduti), chiamati iloti.
Il termine - si diceva - derivava da Elos, un villaggio sulla costa
meridionale, che aveva subito un simile trattamento. Dopo la
conquista della Messenia (p. 92) l’aristocrazia spartana, che
così ebbe a disposizione un territorio più vasto e un numero
maggiore di iloti, divenne tra le più ricche della Grecia. I ricchi
importavano avorio orientale, scarabei egizi, ambra del nord,
vesti lidie per le signore, la cui vita sociale era libera come a
Lesbo; gli artigiani erano abili nella pittura vascolare e in
raffinate lavorazioni del bronzo. Alla fine del VII secolo (non
prima, come ha dimostrato la recente scoperta di un papiro)
visse Alcmane, un maestro della lirica corale, la cui delicatezza
non conobbe uguali in Grecia. Molte delle sue canzoni erano
destinate a essere recitate da cori di fanciulle. Un celebre
frammento evoca il panorama serale della valle di Sparta:
Dormono i vertici dei monti e i baratri,
le balze e le forre,
e le creature della terra bruna,
e le fiere che ai monti si acquattano, e gli sciami,
e i cetacei nel fondo del mare lucente.
Dormono le famiglie degli
uccelli,
fermo palpito d’ali.
Ma ancor prima di Alcmane gli Spartani erano stati
consapevoli del fatto che, se volevano conservare i loro vasti
territori, dovevano innanzitutto essere forti. Nel 669 (secondo la
tradizione) essi vennero sconfitti ad Argo, il più antico centro di
potere dorico, di cui gli Spartani, arricchendosi, erano diventati
rivali; e risalendo nel tempo, a partire dal 480, per «sei regni di
re» (intorno al 639?), la Messenia si sollevò in una disperata
ribellione, con l’appoggio dell’Arcadia, tanto che per un certo
periodo gli Spartani furono impegnati a lottare per la
sopravvivenza. Tirteo, un nobile spartano (la favola che fosse
un maestro ateniese claudicante è l’ennesima invenzione del
teatro ateniese), fu il poeta che li aiutò a temprare l’animo nel
corso della guerra; in alcune delle sue poesie si discorre anche
degli adeguati ordinamenti dello stato. Il risultato finale fu che,
mentre la maggior parte del mondo greco andava
«modernizzando» i propri costumi, Sparta riaffermò gran parte
delle sue rigide usanze arcaiche, un’ipotesi, questa, che spiega
come si conciliasse la grande promessa della primitiva arte e
della poesia spartana con il truce arcaismo della sua società in
età classica.
La rivolta venne soffocata; un re arcadico tradì gli alleati -
per questo fu lapidato, in seguito, dal suo stesso popolo - e i
Messeni, salvo alcuni riparati all’estero, vennero ricondotti a
forza nella condizione di iloti, con l’onere di cedere la metà dei
loro prodotti ai proprietari terrieri spartani: il che era finalizzato
al loro annichilimento fisico e morale. Ma i Messeni non si
scordarono mai di essere stati un popolo libero, e gli Spartani
ne erano consapevoli.
In patria, gli Spartani revisionarono la costituzione. Venne
limitato il potere dei re, che furono controllati da cinque efori
(«sorveglianti») eletti annualmente, ai quali, ogni anno, i re
giuravano di governare secondo le leggi (non scritte). Questa
magistratura risaliva all’epoca della prima conquista della
Messenia. I re dovevano, inoltre, consultare un consiglio di
ventotto anziani, eletti a vita tra gli uomini sopra i sessant’anni,
appartenenti a famiglie nobili. I re conservavano poteri militari
e restavano i tutori della proprietà. In ambito giurisdizionale
erano chiamati a scegliere il parente al quale spettava il diritto
di sposare un’ereditiera rimasta senza fratelli.
Le decisioni importanti, comprese quelle riguardanti la
guerra e la pace, dovevano venir votate dall’assemblea, formata
da tutti gli uomini sopra i vent’anni appartenenti alle poche
migliaia di cittadini con pieni diritti, oppure alle famiglie degli
spartiati. Che il popolo avesse un «potere decisionale» era un
diritto, sancito dall’oracolo delfico; ma il clima reazionario
portò a una limitazione di tale diritto imponendo al popolo di
fornire (afferma Tirteo) «risposte dirette» (non poteva, cioè,
introdurre emendamenti?), consentendo, in caso contrario, al re
e agli anziani di sospendere il dibattito. L’assemblea così era
priva di qualsiasi potere di iniziativa. Era primitivo anche il
metodo della votazione, che si teneva per acclamazione: un
gruppo di uomini, chiusi in un edificio adiacente, doveva
decretare quale fosse il grido d’acclamazione più forte, non
soltanto nel caso in cui l’alternativa era tra sì e no, ma anche tra
i diversi candidati all'eforato.
Potevano sorgere dissidi tra le classi di governo spartane, ma
i motivi di solidarietà, come era accaduto nei confronti dei
Messeni e anche dei più pacifici, fedeli e soddisfatti iloti della
Laconia, erano così forti che raramente i governi incontrarono
difficoltà sul loro cammino. Più importanti del meccanismo
politico, all’apparenza democratico, erano i costumi sociali in
base ai quali gli Spartani venivano educati per essere dei
soldati. Si narra che i bambini spartiati dovevano essere
mostrati agli efori e, se apparivano troppo deboli, erano esposti
sul monte Taigeto. Quelli che superavano l’esame degli efori,
abbandonavano la madre a sette anni, e crescevano in squadre,
guidate dai ragazzi più grandi, per i quali i giovani
«sgobbavano», sotto la supervisione di uno spartiate
accuratamente scelto come «maestro». Essi avevano una sola
tunica per l'estate e l’inverno, dormivano su giacigli di canne,
che strappavano (senza tagliarle) dal fiume Eurota;
l’alimentazione era monotona (la vivanda principale era una
zuppa di grano nerastro, che rappresentava un metodo primitivo
di lavorare il frumento rispetto a quello usato per ottenere il
pane lievitato), a mala pena sufficiente. Ci si aspettava che i
ragazzi integrassero le razioni rubando dalle fattorie, e, se colti
sul fatto, venivano percossi, non per la disonestà, ma
l’inettitudine dimostrata. Imparavano a scrivere e a contare, e
apprendevano danze e canti tradizionali, fatti apposta per
inculcare patriottismo e per disciplinare i movimenti; le diverse
squadre si scontravano in violenti giochi con la palla e
organizzavano lotte. Tra i giovani più grandi la preparazione
assumeva un carattere decisamente militaresco, mentre
persistevano i giochi atletici, la musica corale e la danza.
L’obiettivo dei ragazzi, una volta raggiunti i vent’anni, era di
essere ammessi a un circolo, che, composto di quindici membri
circa, d’ora in avanti sarebbe stato la loro sezione nell’esercito.
Nella sede del circolo i ragazzi avrebbero pranzato e
normalmente dormito, anche dopo il matrimonio (previsto
intorno ai trent’anni). L'ammissione doveva essere unanime;
mentre la mancata ammissione rappresentava una sorte di morte
sociale. Il terrore di una tale eventualità doveva attanagliare i
giovani, che così si rafforzavano nella decisione di non
mostrarsi timorosi in nessun caso. Anche le ragazze venivano
allenate, correndo e lottando in corte «vesti da ginnastica», che
altri Greci consideravano indecenti.
(Si è pensato, per inciso, che il dottor Arnold{6} si fosse
ispirato alle sue letture classiche per introdurre certi tratti tipici
nella public school inglese, ma ciò non pare vero. Arnold,
invece, sfruttò le caratteristiche della società giovanile, in gran
parte lasciata a se stessa, già esistente.)
Gli Spartani dell’età classica ritenevano di vivere sotto le
leggi di Lykourgos (Licurgo). Numerosi codici greci, messi per
iscritto (a differenza di quello spartano) relativamente presto
dopo l’introduzione della scrittura alfabetica, vennero attribuiti
a legislatori sconosciuti, ma circa l’epoca in cui visse Licurgo,
o la famiglia (presumibilmente reale) di appartenenza, esistono
insanabili dissensi; lo stesso oracolo delfico non sapeva se
rivolgersi a lui come a un uomo o a un dio, ma «era propenso»
alla seconda ipotesi. Sebbene Plutarco ne abbia scritto una Vita,
e gli ultimi lavori eruditi tendano a farlo risalire al 700 circa, vi
sono buone ragioni per credere che egli sia stato un antico dio,
identificato, prima del sorgere della storia, con Apollo, ma
sempre collegato con le leggi quasi interamente non scritte di
Sparta. È molto difficile individuare a quando risalgano i
costumi degli Spartani, dal momento che, mentre in altri stati
gli studiosi antichi tracciarono l’evoluzione del loro costume, in
Sparta ogni cosa veniva attribuita a un unico legislatore, proprio
come gli Ebrei attribuirono il Deuteronomio a Mosè. La realtà
spartana è diffìcilmente individuabile attraverso la nebbia del
grande mito patriottico che li avvolge. È soltanto un’ipotesi
ragionevole quella secondo cui Sparta volse le spalle al
progresso durante la crisi prodotta dalla grande ribellione.
Sparta rifiutò l’introduzione della moneta, che altri stati, a
quell’epoca, adottarono. L'arte e la poesia non vennero
deliberatamente respinte; Alcmane e la migliore produzione
artistica dovevano ancora venire, ma nel volgere di un secolo -
tre generazioni, il lasso di tempo solitamente necessario perché
si instauri un nuovo clima culturale - l’arte spartana si era
esaurita.
Si credeva a Sparta - ci riferisce Erodoto - che Licurgo avesse
adottato le caratteristiche usanze politiche, militari e sociali di
Creta. Si tratta, anche in questo caso, di un’ipotesi ragionevole.
Nelle città della Creta dorica vi erano, infatti, potenti magistrati,
simili agli efori - in realtà ancora più potenti, dal momento che
sostituirono gli antichi re; c’era una società militare dai caratteri
analoghi, in cui i cittadini soldati pranzavano in circoli; e ci fu
lo stesso rifiuto al crescente individualismo che si diffondeva
nel resto della Grecia. Anche in campo culturale si ebbero i
medesimi effetti. I Cretesi avevano adottato in fretta l’arte
orientaleggiante, e gli scultori cretesi avevano influenzato la
Grecia continentale; poi, prima ancora che a Sparta, l’attesa
venne delusa e il contributo cretese alla grande avventura greca
si esaurì. Un simile declino è meno misterioso di quanto si
pensi. A Creta, come a Sparta, i proprietari terrieri, di
discendenza dorica, governavano su una popolazione ridotta in
condizione servile. Nel corso del VII secolo, in un’epoca di
tumulti, riuscirono a conservare la loro posizione solo
adottando un regime militaresco; e la civiltà ne pagò il prezzo.
Nel frattempo le aristocrazie doriche poterono «raccogliere i
frutti». L’addestramento militare, la caccia, l’atletica, insieme
al canto corale e alla danza, che rappresentarono i principali
contributi dei Dori alla poesia greca e continuarono anche
quando questo tipo di creazione artistica fu esaurito, servivano
a riempire la vita, che a molti sembrava soddisfacente. C’era
poi l’attività di supervisione dei patrimoni immobiliari. Gli
spartiati erano, per lo più, in buoni rapporti con gli iloti: alcuni
di loro erano stati dati a balia a donne degli iloti; i fratelli di
latte, che a volte ricevevano la stessa educazione dei ragazzi
spartiati, erano quindi ammessi alle mense e inseriti nello stesso
corpo cittadino. Insomma, pur con tutti i suoi limiti, non era una
società fondata sulla divisione in caste. A Creta le città, che
pure erano spesso in guerra tra loro, rispettavano il tacito
accordo di non interferire mai con le classi servili delle altre.
Sparta si comportò con maggiore saggezza. Dopo essere stata
sconfìtta dai valorosi Arcadi di Tegea, accantonò le velleità di
conquista - aveva già tutti gli iloti che le servivano - e, dopo
aver vendicato la sconfitta, offrì a Tegea un’onorevole alleanza.
A Tegea sottrasse (rubandogliele nell’intervallo fra una guerra e
l’altra) i presunti resti mortali di Oreste, figlio di Agamennone,
e a lui tributò onori come a un eroe, stabilendo così una
continuità con gli eroi predorici: i suoi re non discendevano
forse da Eracle? Volse così le spalle a un razzismo
angustamente dorico. Dopo aver sconfitto Argo, strinse
alleanze con le città minori dell’Argolide, che erano state
dominate dall’ultimo re di Argo, Fedone (fine del VII secolo?),
e concluse analoghi patti di alleanza con l’Elide, dove sorgeva
il santuario di Olimpia, e con altri Arcadi, che pure erano
riottosi e spesso in lotta tra loro. La sua linea politica fu quella
di sopprimere i tiranni e affidare il potere ai cittadini delle
classi elevate. Ancora prima del 540 Sparta dominava il
Peloponneso; «i Lacedemoni e i loro alleati» erano, sì, una
forza reazionaria, ma anche un fattore di stabilità.
5 Lo sviluppo di Atene

Atene, senza le cui imprese tutte le altre conquiste greche


avrebbe avuto per noi un significato molto minore, non
possiede una storia antica, ma solo un patrimonio archeologico
e leggendario. Questo perché, sino a dopo il 600, la città non
fondò colonie né ebbe tiranni. I contadini potevano ancora
trovare spazio nel vasto (secondo i criteri greci) territorio che si
estendeva intorno. Anzi nel 600 Atene ancora esportava grano
verso le vicine città commerciali; e, una generazione prima,
allorché Cilone, il genero ateniese di Teagene di Megara, cercò
di farsi tiranno, il popolo non si mosse, e il tentativo fallì. Non
vi era ancora una situazione rivoluzionaria. Il fatto è che
Teagene aveva precorso i tempi; i contadini ormai tentavano di
coltivare le «terre marginali» ai piedi delle colline, incontrando
difficoltà. Nelle cattive annate erano costretti a contrarre debiti
con i vicini più ricchi. Con l’introduzione del denaro, ciò
significava che, invece di ricevere un sacco di frumento
secondo l’antica usanza di buon vicinato, i contadini dovevano,
prima del raccolto, chiedere in prestito il prezzo equivalente al
cibo necessario per tirare avanti, che in quel momento era
elevato, e, a raccolto compiuto, vendere, a un valore più basso,
una quantità di grano sufficiente per saldare il debito. In
alternativa dovevano pagare pesanti interessi, suscitando grande
indignazione, come accadde a Megara. Prima del 600, mentre i
ceti abbienti esportavano verso i favorevoli mercati di Egina e
Corinto, tra i poveri si diffondeva il malcontento. Molti
perdevano le terre, ipotecate a garanzia dei debiti, e persino la
libertà, dal momento che, come estrema risorsa contro il
debitore insolvente, il creditore poteva impadronirsi della
persona sua e della sua famiglia, riducendoli in schiavitù.
La legge, che era rigida, fatta dai ricchi per i ricchi, aveva
carattere consuetudinario con norme sacre e primordiali che
nessuno conosceva tranne alcuni nobili magistrati. Con il
diffondersi della scrittura e in risposta alle lamentele popolari,
le leggi vennero, infine, messe per iscritto, sotto la direzione di
un tale Dracone, senza che, tuttavia, il popolo ne traesse grandi
vantaggi. Nel codice «draconiano», la pena di morte era
prevista per quasi tutti i reati. Quelle leggi, affermò un ateniese
di epoca posteriore, sembravano scritte col sangue. In base a
tali norme, gli Ateniesi ricchi e nobili, spinti da una rivalità, che
ricorda i conflitti tardo rinascimentali per primeggiare in
ricchezza e magnificenza, «unirono casa a casa e territorio a
territorio» sino a che la domanda: «Vivrai da solo al centro
della terra?» incominciò a preoccupare i più lungimiranti, come
già aveva preoccupato Isaia. Non era tanto il pericolo di una
rivolta, dal momento che i ceti abbienti possedevano le armi
migliori, ma che cosa sarebbe accaduto allo stato, se l’esercito
si fosse assottigliato sempre di più?
In una simile situazione, gli Ateniesi, mostrandosi più saggi
di altri Greci, decisero di assegnare poteri dittatoriali a un uomo
che si era conquistato la fiducia di tutte le classi per la sua
integrità e accortezza: Solone. Discendente da antichi re, ma
soltanto moderatamente ricco, conosceva il mondo per aver
viaggiato come mercante, e si era assicurato una fama con
schietti versi di condanna della cupidigia dei ricchi e con poesie
patriottiche, nelle quali aveva sferzato gli Ateniesi affinché
compissero un ennesimo sforzo nella guerra contro Megara per
il possesso dell’isola di Salamina.
Nel 594 o 592 - la datazione è incerta - accettò la carica e,
circondato da grande tensione e attesa, annunciò il proprio
programma. Con amaro disappunto dei poveri, non proclamò
una ridistribuzione della terra. Probabilmente i sostenitori
nobili, accettandolo come dittatore, ben sapevano che non era
un rivoluzionario. Ma proibì, una volta per tutte, che un
ateniese libero potesse venir asservito per debiti; azzerò i debiti
insoluti e, nelle loro proprietà ipotecate, i contadini poterono
eliminare i segni di confine. Organizzò, inoltre, il riscatto degli
Ateniesi venduti all’estero, di cui fosse possibile ritrovare le
tracce (un’operazione costosa, che non sappiamo come sia stata
finanziata. I ricchi, presumibilmente, versarono ingenti
somme). Solone limitò l’esportazione dei prodotti agricoli,
salvo dell’olio d’oliva, che Atene aveva in eccedenza. Non
sarebbe più stato venduto il grano sui mercati più favorevoli,
mentre in patria gli uomini soffrivano la fame. Atene imboccò
con piglio deciso la strada lungo la quale la spingeva l’aumento
della popolazione. Dopo poco tempo la città importava grano
dal mar Nero, ed entrò in conflitto con Mitilene per avere un
punto d’appoggio sui Dardanelli, nei pressi di Troia, che
rendesse sicure le sue rotte commerciali. Il poeta Alceo, al pari
di Archiloco, ricorda di aver abbandonato lo scudo mentre una
battaglia volgeva al peggio. Atene deve ormai importare grano
e pagarselo. La nascita di un florido commercio di esportazione
della ceramica attica, ritrovata in tutto il Mediterraneo, e
probabilmente anche di manufatti più deteriorabili, è una
caratteristica del secolo seguente.
Solone mise anche mano alla costituzione ateniese, che aveva
i caratteri essenziali comuni alle città stato: i nove arconti
elettivi che formavano l’esecutivo (p. 68); gli eupatridi o
«patrizi», che formavano il consiglio dei «migliori» e si
radunavano, come avevano fatto sin da quando Atene era un
villaggio, per discutere gli affari pubblici; l’assemblea del
popolo (ecclesia, più tardi la parola per «chiesa», «église»), che
doveva approvare le decisioni importanti. Il che non era una
semplice formalità; persino i condottieri nell'Iliade riconoscono
di non potersi impegnare in una guerra, se le truppe non
vogliono combattere. Ma l’assemblea non aveva né prestigio né
organizzazione né iniziativa. I «migliori» che si radunavano
sulla collina chiamata Areopago, discutevano su chi sarebbe
dovuto essere arconte nell’anno seguente e sulle altre questioni
da sottoporre all’assemblea, mentre le controproposte della
«base» - resta, tuttavia, incerto se fosse possibile avanzarne -
avevano scarse possibilità di essere accolte contro quelle del
consiglio.
Fu Solone a trasformare l’assemblea, se non ancora nel
potere supremo di Atene, in una realtà, con cui gli uomini
influenti avrebbero, d’ora in avanti, dovuto confrontarsi. Egli
stabilì che dovevano esservi ammessi tutti gli uomini liberi,
anche chi aveva poche terre o, addirittura, non ne aveva. Fu
un’innovazione fondamentale in un’epoca che aveva visto
crescere enormemente l’importanza dei commerci. Stabilì,
inoltre, che quanti possedevano terra sufficiente a mantenere un
cavallo da guerra potevano divenire arconti; che questi ultimi,
al termine del loro anno, dovevano dare all’assemblea un
resoconto finanziario e generale del loro operato e che solo se
questa lo avesse approvato, essi, e non altri, sarebbero entrati a
far parte del consiglio areopagita. In tal modo, i ricchi mercanti
avevano la possibilità di diventare areopagiti se acquistavano
delle terre, ma la cosa, per lungo tempo, si verificò
probabilmente soltanto di rado. Perfino i nobili potevano
raggiungere quell’influente posizione, soltanto se riuscivano a
essere eletti alla carica e se eseguivano i loro compiti con
soddisfazione del popolo.
Per realizzare ciò, Solone introdusse l’innovazione più
radicale: la creazione di un secondo consiglio del popolo,
denominato solitamente «consiglio» per distinguerlo
dall’areopago. Esso era formato da cento uomini di ciascuna
delle quattro tribù (territorialmente miste) presenti nell’Attica e
nelle città ioniche. L’ammissione era probabilmente aperta ai
contadini della classe media o ai proprietari di una «coppia di
buoi», cioè coloro che possedevano almeno metà (ancora
meglio due terzi) dei requisiti necessari per divenire
«cavalieri», e pressappoco corrispondevano alla classe della
fanteria armata; l’elezione avveniva per sorteggio, cosicché non
era necessario essere famosi per assicurarsi un posto. A questo
organismo erano delegate la discussione e la presentazione
degli affari da sottoporre all’assemblea, compresa
probabilmente l’accettazione dei candidati all’arcontato.
L’areopago, consiglio degli anziani e insieme corte suprema,
che si diceva fosse stato fondato dalla stessa dea Atena, aveva
un grande prestigio. Solone lo conservò, con vaghi poteri, come
«tutore delle leggi», con la funzione di chiamare a giudizio e
punire coloro che, in pubblico o in privato, non si fossero
comportati secondo il costume. Aveva dunque un decisivo
potere di veto contro le innovazioni radicali, ma - fatto di
primaria importanza per il futuro di Atene - perdette il potere di
iniziativa.
Un consiglio del popolo (così chiamato in un documento
ufficiale e quindi, probabilmente, coesistente con un altro
consiglio non popolare) compare anche in una iscrizione
proveniente da Chio; l’iscrizione, però, è posteriore all’epoca di
Solone, e resta dunque incerto se il consiglio a Chio fosse più
antico.
Solone, che aveva cercato di rendere giustizia a tutte le classi,
finì naturalmente per non accontentare nessuno. Non era un
democratico; affermava di aver assicurato al popolo
«abbastanza potere», e le sue ultime poesie, o libelli in versi,
mostrano irritazione verso l’ingratitudine della gente.
Tormentato da tutte le parti - «come un lupo tra molti cani»,
secondo le sue parole - egli rinunciò a reprimere le critiche
ricorrendo alla forza, come avrebbe fatto un tiranno; il che,
afferma, avrebbe significato uno spargimento di sangue. Alla
fine, rinunciato all’incarico, si recò nuovamente all’estero «a
commerciare e a vedere il mondo», lasciando che gli Ateniesi,
vincolati sotto stretti giuramenti a obbedire alle sue leggi per i
successivi dieci anni, imparassero ad amministrare, in sua
assenza, la costituzione che lui stesso aveva dato alla città.
Visitò l’Egitto, dove da alcuni sacerdoti sentì parlare del
perduto regno di Atlantide (ma su questo vedi la nota a p. 333).
A Cipro diede consigli al giovane re Filocipro, impegnato a
rimodernare la città. Il più famoso di tutti i racconti su Solone,
quello di una sua visita a Creso, il ricco re di Lidia, si fonda
unicamente sul mito; in realtà, a meno che non vi sia qualcosa
di profondamente errato nella cronologia tradizionale (il che è
forse vero, ma sarebbe troppo lungo discuterne qui), il nome di
Creso probabilmente sostituisce quello del padre. Creso mostrò
a Solone tutti i suoi tesori, domandandogli poi chi fosse l’uomo
più felice che avesse mai incontrato. Solone nominò un antico
ateniese, del tutto sconosciuto a Creso, un uomo, spiegò, ricco
secondo i parametri greci, che aveva visto i figli dei suoi figli
ed era morto gloriosamente, respingendo una scorribanda di
frontiera. Creso, sperando almeno di essere secondo, visto che
non gli era toccato il primo posto, chiese chi venisse dopo. Ma
Solone nominò due giovani fratelli argivi, sconosciuti a Creso,
vincitori ai grandi giochi, morti mentre riposavano dopo aver
compiuto un valoroso atto di pietà. Poiché, infatti, «i buoi non
erano giunti in tempo dalla fattoria», i due fratelli avevano
trainato per otto chilometri, su un carro, la madre, sacerdotessa
di Era, conducendola al tempio durante un giorno festivo.
Solone spiegò che tutti questi uomini erano vissuti ed erano
morti degnamente; prima di pronunciarsi sulla domanda di
Creso, sarebbe stato opportuno attendere.
Presso Delfi si trovavano le statue dei due giovani argivi,
Cleobe e Bitone; una di queste vi è tuttora. Che Solone abbia
davvero raccontato la loro storia a Creso, possiamo dubitarlo;
ma la storia, narrataci da Erodoto, contiene due saggi di
«filosofia proverbiale» greca: il cielo è invidioso della
prosperità eccessiva degli uomini; quel che conta è come si
muore. Creso, come vedremo, ebbe una morte poco felice.
In patria, ad Atene, la costituzione di Solone non portò la pace.
Al contrario, accordando precisi diritti alle classi medie e
povere, Solone aveva introdotto un nuovo tipo di lotta politica,
nella quale le rivalità di vecchio stampo tra grandi famiglie si
univano alle lotte di classe, costituendo fazioni, almeno
parzialmente, locali. Le elezioni si svolgevano talvolta in un
clima così acceso che non si riusciva a eleggere nessun arconte.
Intorno al 570 Megacle, capo della grande famiglia degli
Alcmeonidi, il cui nonno, un altro Megacle, aveva massacrato i
sostenitori di Cilone violando il santuario, e - si riteneva - era
incorso in una maledizione familiare, venne fronteggiato da una
coalizione di altri nobili. Contro di loro egli si schierò con
quanti avevano sostenuto la costituzione di Solone, «liberali»
per così dire. Si formò, insomma, un partito della «costa» in
opposizione al partito conservatore della «pianura». Ma in quel
momento comparve sulla scena un terzo partito, guidato da un
altro nobile ambizioso, Pisistrato, generale di successo nella
guerra con Megara, che abbracciò la causa degli abitanti della
collina, cioè i piccoli proprietari terrieri degli altipiani,
specialmente dell’Attica settentrionale, che Solone aveva reso
liberi, riconoscendo loro il diritto di voto, ma ancora
miserabilmente poveri. Dopo essere scampato a un attentato - i
nemici affermarono che lo aveva simulato, ma su una simile
ipotesi possiamo avanzare dubbi - i suoi seguaci gli
accordarono una guardia del corpo, cinquanta uomini muniti di
mazze: il nucleo di un esercito privato, con cui, nel 651
secondo la tradizione, Pisistrato prese l’Acropoli. Allontanato
per un certo periodo da Atene, vi ritornò alleato di Megacle,
ma, entrato in urto con lui, dovette nuovamente allontanarsi. Se
ne andò con una banda di seguaci a estrarre oro in Tracia, in
cerca di ricchezza. Trascorse così dieci anni, e, dopo aver
accumulato energie per la guerra e stretto alleanze a Tebe e in
Eubea con i nemici di Atene, fece ritorno, disperse le forze
governative attaccando di sorpresa tra Atene e Maratona, e
governò come tiranno sino alla morte (546-528).
Ma non fu un tiranno tirannico. Si attenne alla costituzione di
Solone, «badando semplicemente che uomini di sua fiducia
occupassero sempre le cariche principali». Venne anche portato
in giudizio, di fronte all’areopago, per rispondere di omicidio,
ma l’accusatore, persosi d’animo, non si presentò. Pisistrato
impose una modesta tassa diretta equivalente al dieci per cento
del prodotto e la adoperò per concedere prestiti vantaggiosi ai
piccoli proprietari che lo sostenevano, affinché si rifornissero di
aratri efficaci e di buoi per trainarli. La produzione crebbe, e i
debiti vennero facilmente ripagati. Un interessante aneddoto ci
narra di come una volta, passeggiando per la campagna,
secondo la sua abitudine, per controllare l’andamento delle
cose, egli scorgesse un contadino intento a un duro lavoro con
la sua zappa, mentre dissodava un podere in mezzo alle pietre.
Pisistrato mandò il suo attendente a domandargli che cosa
stesse estraendo da quel campo. «Solo dolori e sofferenze»
disse il contadino, che non aveva riconosciuto il capo, «e
Pisistrato vorrà il suo dieci per cento.» Pisistrato, divertito,
replicò di poterne fare a meno, e ordinò che il contadino fosse
esente dalla tassa.
Dopo di lui il potere passò al figlio che lo detenne sino al
511. La lunga generazione di pace che i tiranni assicurarono ad
Atene vide il consolidamento di profonde e vigorose basi
economiche; ci fu un notevole incremento degli alberi d’ulivo,
ad esempio, il che è sempre segno di tempi stabili e sicuri,
perché l’ulivo, che dà un basso profitto per i primi trent'anni,
costituisce un investimento a lungo termine. Sotto Pisistrato la
raffinata ceramica ateniese conquistò i mercati mondiali (p.
108), si affinarono il gusto e la tecnica della scultura; templi e
acquedotti accrebbero la bellezza e le attrattive della città.
Intorno al 535 fu inventata la pittura vascolare con figure in
colore rosso: invece di dipingere figure nere, con particolari
incisi, l’artista verniciava di nero l’intera superficie, lasciando
le figure nel rosso naturale dell’argilla. Successivamente
venivano aggiunti i particolari del volto o dell’abbigliamento
aprendo così la strada a una varietà e a un realismo molto
maggiori.
Intorno a quest’epoca, inoltre, cominciò l'interesse a certi
rituali contadini, con canti corali e danze mimiche, che
celebravano la sofferenza di Dioniso, dio del vino, che versa il
suo sangue a vantaggio dell’uomo. Questa forma d’arte inizia
naturalmente a imporsi all’attenzione, quando i contadini
acquistano importanza politica e diventano più civili. Nel culto
di Dioniso si consumava il sacrificio del capro, e perciò il
rituale era chiamato trag-odia, il canto del caprone. Nel volgere
di una generazione, trasformandosi radicalmente, questo rituale
divenne la tragedia attica, che continuò a essere una
celebrazione religiosa. Un partecipante, chiamato il rispondente
o replicante (p. 224), narrava la nascita del divino fanciullo, le
trame dei nemici bramosi di distruggerlo, e la passione e il
trionfo del dio morente; negli intervalli di queste «lezioni», il
coro cantava e danzava corali appartenenti alla tradizione o
composti di recente.
Capitolo VI -
L’ETÀ DEI PRIMI FILOSOFI

1 La vita e l’epoca di Talete. La comparsa di


Ciro

La filosofia greca non fu la creazione di monaci nel chiuso dei


loro conventi. I grandi pensatori furono, in parte, scienziati,
privi di laboratori e, dapprincipio, di un metodo ben definito; in
parte, pensatori contemplativi; alcuni furono entrambe le cose.
Tutti, però, furono uomini immersi nell’intensa vita delle
piccole comunità. La cosiddetta filosofia prese avvio a Mileto
in un’epoca di disordini e di violenza, e culminò ad Atene, alla
vigilia di tempi tormentati.
Mileto ebbe il suo grande tiranno, prima e dopo il 600:
Trasibulo, il quale organizzò la difesa contro Aliatte di Lidia, il
padre di Creso. Sconfitti sul campo, con i loro poderi
ininterrottamente saccheggiati per dieci anni di seguito, i Milesi
resistettero, procurandosi cibo via mare. In attesa dell’arrivo di
un’ambasceria lidia, Trasibulo offrì al popolo un banchetto e
fece festa, camuffando, per l’occasione, le ristrettezze
economiche. Lo stratagemma funzionò; Aliatte, che giaceva
malato e ne dava la colpa al fatto che le sue truppe avevano dato
fuoco a un tempio greco, concluse la pace e stabilì un’alleanza.
Si raccontava anche che Trasibulo avesse dato al giovane
Periandro di Corinto consigli su come fare il tiranno:
camminando con Periandro accanto a un campo di grano, prese
a mozzare, con il bastone da passeggio, l’estremità delle spighe
che si alzavano al di sopra della media. Fu Periandro ad
avvisarlo che Aliatte, consultato l’oracolo di Delfi riguardo alla
propria malattia, era sul punto di inviare ambasciatori.
Poco dopo, Aliatte invitò gli alleati milesi a unirsi al suo
esercito impegnato a est. Dopo la caduta dell’Assiria i Medi (p.
117) si erano spinti verso ovest nell’Asia Minore, ma Aliatte li
aveva costretti a ritirarsi con una serie di dure campagne. Si
dice che la guerra sia giunta a termine, dopo che un’eclisse
ebbe interrotto una battaglia (secondo la tradizione, nel 585 o
584, ma non abbiamo notizie di eclissi diurne in quell’epoca, a
meno che non si tratti dell’eclisse del 21 settembre 582, che
oscurò tre quarti del sole intorno alle dieci del mattino). Può
darsi che l’evento abbia dato ai due re, che trovavano la guerra
ormai dannosa, l’occasione per una pace onorevole.
Che in quell’anno si sarebbe verificata un’eclisse era stato
predetto - pare - da un giovane milesio di nome Talete. Se è
vero, è la nascita della scienza occidentale. I Babilonesi e i
Sumeri avevano osservato eclissi per secoli, registrato le date,
annotato la ricorrenza ciclica, felici se l’eclisse non era visibile
in Mesopotamia, in quanto era considerata di cattivo auspicio.
Talete, forse, entrò in possesso di una di queste tavole e, se si
limitò a predire un’eclisse, considerandola dunque come un
evento naturale (fu una fortuna che fosse visibile), gli va
riconosciuto il merito di averla esaminata in una prospettiva
scientifica. Ma - va notato con rammarico - O. Neugebauer,
astronomo e orientalista, nega che anche i Babilonesi avessero
fatto predizioni sufficientemente precise, e mette in dubbio
l’intera storia.
Numerosi aneddoti su Talete, in realtà, più che alla storia
appartengono alla leggenda come, del resto, accade per
Ruggero Bacone e Michele Scoto.{7} Si diceva che avesse
calcolato l’altezza della Grande Piramide, misurandone l’ombra
nel momento in cui quella gettata da un’asta verticale fu pari
all’altezza dell’asta stessa, il che potrebbe certamente essere
vero, e che avesse misurato la distanza di una nave dalla costa,
cosa della quale si è soliti dubitare, ma che Talete avrebbe
potuto fare con l’aiuto di un diagramma, senza con questo
anticipare Euclide. Secondo un altro aneddoto - prototipo di
tutte le storie sulla distrazione degli scienziati - Talete sarebbe
caduto in un pozzo mentre era impegnato a osservare le stelle.
Un altro aneddoto - questa volta a esaltazione dell'intelligenza -
affermava che egli «si accaparrò l’olio», versando, fuori
stagione, un acconto per usare in esclusiva tutti i frantoi di
Mileto e Chio (sua alleata), alzando poi lievemente il prezzo al
momento di subaffittarli. Che egli avesse previsto un raccolto
eccezionalmente buono «grazie alla conoscenza delle stelle»,
secondo quanto aggiunge l’aneddoto, non è verosimile; ma
verosimile è che egli fosse convinto di poterlo fare.
Talete veniva annoverato tra i Sette Sapienti, come Periandro,
Pittaco e Solone, tutti protagonisti di aneddoti. La fama di
Talete, secondo la tradizione più accreditata, dipendeva dalla
sua teoria secondo la quale tutta la materia era costituita di
acqua. Credeva che la terra (di forma piatta) galleggiasse
sull’acqua - forse influenzato dalla cosmologia babilonese, con
le sue «acque sotto la terra». Poeti come Esiodo avevano a
lungo ripetuto e abbellito le favole su come fosse nato
l’universo; i Milesi, abbandonando le favole, si chiesero «che
cosa» mai fosse l’universo.
Durante la vita di Talete, che morì intorno al 540, Mileto,
dopo aver cacciato i successori di Trasibulo, cadde preda di
selvagge lotte di classe, simili a quelle che avevano rovinato
Megara. Due partiti, chiamati il partito dei Ricchi e quello dei
Lavoratori, si contesero il potere, commettendo atrocità. Si
ricorse infine a un arbitrato, chiedendo a un consiglio di
stranieri - gli isolani di Paro - di porre fine al dissidio cittadino.
Costoro affidarono il governo della città ai proprietari terrieri,
«coloro i cui campi erano meglio lavorati».
Alcuni, in ogni modo, erano rimasti disgustati dalla violenza
e dalla carneficina avvenute. Un poeta, Focilide, scrisse: «Vuoi
essere ricco? Abbi cura del tuo fertile campo». Egli lodava la
moderazione e una limitata ricchezza; disprezzava la nascita
nobile ma priva di solide doti intellettuali, e condensò la propria
filosofia proverbiale nel detto: «Una piccola città su di una
rocca, ben ordinata, è preferibile alla follia di Ninive».
Affermava inoltre: «Tutta la virtù si riassume nella giustizia», il
che rappresentava un pensiero insolito per i suoi tempi. In
Omero la virtù, aretè, era del tutto compatibile con
l’aggressione. Il cavallo o la spada potevano possedere areté al
pari dell'uomo. Focilide invece affermava che la virtù
dell’uomo è soprattutto una virtù morale.
Talete visse attraverso tutti questi rivolgimenti, e attraverso
un’altra catastrofe, verificatasi nel 546 o intorno a quell’epoca.
Il persiano Ciro, re di una nazione affine e sino ad allora ancora
vassalla dei Medi, rovesciò il grande re medio e rese la Persia
sovrana. Creso, la cui sorella, in seguito all’alleanza paterna
con la Media, ne aveva sposato l'ultimo re, si mise in marcia per
vendicare il cognato, e per estendere, a sua volta, i propri
territori, spinto, ci viene narrato, dall’oracolo delfico, il quale,
con una celebre saggio d’ambiguità, gli fornì il responso: «Se
Creso varcherà l’Halys, distruggerà un potente impero». Talete,
ormai vecchio, lo seguì e lo aiutò (sebbene Erodoto dubitasse
della storia) ad attraversare l’Halys, deviandone parte delle
acque in un altro canale.
Ma Ciro era un uomo di genio, e aveva con sé uomini
spietati. Creso, esperto soldato, resistette nella prima campagna,
ma quando, durante l’inverno, si ritirò per smobilitare, Ciro gli
concesse un piccolo vantaggio e, sfidando il freddo
dell’Anatolia, lo inseguì. Creso, privo dei suoi alleati, fu
costretto a concedere battaglia di fronte a Sardi; i famosi
lancieri lidi diventarono inoffensivi, allorché i loro cavalli
scartarono e s’impennarono alla vista e all’odore insoliti dei
cammelli da carico, che precedevano le schiere persiane, e, nel
volgere di due settimane, l’«inespugnabile» cittadella di Sardi
cedette davanti all'abilità dei Persiani nello scalare le rocce.
Creso probabilmente morì, sebbene a Delfi, che aveva goduto
dei suoi benefìci, circolassero voci che fosse stato
miracolosamente tratto in salvo. Un poema ci narra che Apollo
lo condusse nel paradiso terrestre degli Iperborei, «al di là del
vento settentrionale»; più tardi Erodoto ne diede una versione
razionalizzata. Fu quella la prima volta che il mondo greco
vedeva il crollo di un «possente impero».
Sparta, alleata di Creso, tentò di fare marcia indietro,
intimando a Ciro di tenersi lontano dai Greci. Al che Ciro
domandò: «Chi sono gli Spartani?». In un congresso ionico
Talete propose che le città formassero uno stato federale; ma
era in anticipo sui tempi. Lo stesso Ciro incrinò il fronte
nemico, offrendo un’alleanza a Mileto, simile a quella stretta
con la Lidia. Poi, lasciando a un generale il compito di
sottomettere la Ionia, ritornò in Oriente ad affrontare questioni
più importanti. Molti Ioni emigrarono, da soli o in massa; ma le
città, poste sotto governatori greci o tiranni, vennero lasciate in
pace, sino a che continuarono a versare il tributo. A Mileto la
generazione successiva alla venuta di Ciro assistette alle più
brillanti speculazioni dei «filosofi fisiocratici».

2 Scienza e religione

Anassimandro, discepolo di Talete, fu un grande pensatore.


Respingendo la concezione del maestro dell’acqua come
sostanza originaria, descrisse quest’ultima in termini negativi,
cioè quello che non ha limiti e fine, l’illimitato o infinito. È
questo un grosso passo verso il concetto generale di materia. I
concetti generali sono gli ultimi a comparire nell'evoluzione di
una lingua, e i pionieri del pensiero devono fare audaci sforzi
intellettuali per racchiuderli nelle parole, spesso attraverso
l’attribuzione di un nuovo significato a un termine comune. (Il
nostro termine «materia» e «materiale» sono le parole latine per
la parola greca hyle, «legno», «legname per costruzione».)
Anassimandro pensava che la terra, alla quale attribuiva una
forma cilindrica, con l’estremità superiore piatta sulla quale noi
viviamo, «galleggiasse libera nello spazio, da nulla sostenuta,
in virtù della sua equidistanza da tutte le cose». Non vi era la
necessità di un sostegno. Questa tesi sembra quasi adombrare il
concetto di gravitazione. All’interno dell’illimitato, che è in
movimento perpetuo, i mondi, compreso il nostro, nascono e si
estinguono. Vengono in essere attraverso la separazione degli
opposti, come il caldo e il freddo, l’umido e il secco (una
concezione che punta verso i quattro elementi della successiva
speculazione). Sulla terra, gli elementi freddo e umido
sprofondano verso il centro; all'esterno l’atmosfera si trova
circondata da una sfera di fuoco, che per lo più non vediamo
perché è nascosta da un vapore opaco (aer, non «aria», un
concetto non ancora formato); i corpi celesti, fatti di fuoco,
sono visibili attraverso buchi nell'aer. Al principio la terra era
ricoperta dall’acqua, e i primi esseri viventi erano creature
marine, ricoperte di gusci spinosi; poi a mano a mano che il
sole prosciugava il mare, alcune emersero sulla terra:
«rompendo i gusci, mutarono in breve il modo di vivere». Gli
uomini discendono dai pesci, forse dallo squalo o dal
pescecane. Si ha l’impressione che Anassimandro abbia
osservato gli embrioni o anche i fossili, cose che certamente
fece uno dei suoi successori; ma la cosa non è stata attestata in
maniera sicura.
Anassimandro chiamò i suoi mondi «dei», che, però, non
sono eterni. L’azione e la reazione degli opposti sono una sorte
di aggressione o ingiustizia. Così, «la causa della nascita delle
cose deve anche essere la causa della loro distruzione, perché
esse si rendono reciprocamente punizione e vendetta per la loro
ingiustizia nel processo del tempo», come egli afferma nel suo
linguaggio poetico. La citazione è tratta da un tardo storico
greco della filosofia, che si richiama a Teofrasto, scolaro di
Aristotele. È verosimile che Teofrasto avesse sotto gli occhi il
libro di Anassimandro, probabilmente il primo libro europeo in
prosa.
La prosa era da tempo conosciuta in Oriente; in Siria i re
avevano le loro cronache, prima ancora che i Greci avessero
l’alfabeto. Il debito è evidente sia in Anassimandro, sia in
Talete. Ad Anassimandro fu, inoltre, attribuita la costruzione
della prima meridiana della Ionia, simile a quella utilizzata dai
Babilonesi che per primi avevano «suddiviso il giorno in dodici
parti», e anche la realizzazione della prima mappa. In realtà è
stata ritrovata la cosiddetta «mappa sumerica», incisa nel
metallo, risalente a quasi duemila anni prima di Anassimandro.
L’originalità dei Greci consiste nel fatto che, pur essendo
debitori di altre culture - anzi i prestiti furono più cospicui di
quanto non si pensi -, seppero utilizzare tali apporti in modo
nuovo.
Anassimene, successore di Anassimandro, che scrisse,
secondo quanto ci viene narrato, in «un dialetto ionico semplice
e poco pretenzioso», avanzò la teoria che la sostanza primaria
fosse l'aer; termine che non indica ancora propriamente l'aria,
bensì una sorta di «vapore». Ciò non costituisce un vero passo
indietro rispetto all'imponente astrazione di Anassimandro;
Anassimene ritiene piuttosto che la materia originaria sia in
possesso di qualità definite. Egli tenta inoltre di fornire una
base quantitativa alle qualità; ritiene che le sostanze più dense
si formino dall 'aer attraverso condensazione. Per quest’ultimo
fenomeno egli adopera, in maniera curiosa, un termine preso in
prestito da un procedimento industriale, la «feltratura»,
utilizzato nella lavorazione della lana, che i Milesi avevano
osservato tra gli Sciti. Il concetto di aria come sostanza, non
come un nulla, emerge dalla teoria di Anassimene. «Quando è
più uniforme» afferma un sommario più tardo «essa è invisibile
ai nostri occhi [...] I venti sorgono quando l’aer è denso e si
muove sotto pressione. Quando si fa ancora più denso, si
formano le nuvole, e così si tramuta in acqua. La grandine ha
luogo quando l’acqua, precipitando dalle nuvole, si solidifica,
mentre la neve si forma quando la solidificazione avviene in
condizioni più umide.» Anassimene fece anche osservazioni
sulla fosforescenza in mare.
Anassimene concepisce dunque l’«aria» come materia nella
sua forma più semplice; e, come ha osservato Erwing
Schrodinger, «se avesse detto “gas idrogeno dissociato” (cosa
che difficilmente potremmo aspettarci da lui), non si sarebbe
distanziato troppo dal nostro modo di pensare». I Greci più
tardi considerarono la sua opera come il vertice cui fosse giunta
la scuola di Mileto. A lui, soprattutto, si volsero i materialisti
ionici più tardi; tra loro vi fu Democrito di Abdera, una località
della Tracia, che un secolo più tardi avrebbe sviluppato una
teoria atomistica.
Più interessante è forse Senofane, proveniente dalla vicina
città di Colofone, il quale, probabilmente dopo aver udito la
teoria di Anassimandro, emigrò in Occidente. Era costui un
poeta, e viveva forse della sua arte, muovendosi di città in città,
ma viene a ragione annoverato tra i filosofi. Studiò i fossili
marini a Malta (un avamposto fenicio) e a Siracusa, fornendone
una spiegazione corretta. Scrisse componimenti leggeri,
compresi alcuni versi di satira sull’adulazione degli atleti, già a
quei tempi eccessiva, e altri sul come comportarsi durante una
festa, ricordandosi di ringraziare gli dei per la buona tavola,
astenendosi dal bere più di quanto permetta di tornare a casa
sulle proprie gambe, evitando di intonare canti in favore di
partiti politici, o «antiche favole» sulle guerre verificatesi in
cielo. Ma è anche il primo greco da noi conosciuto che, con
assoluta convinzione, afferma l’infondatezza delle storie sugli
dei, da sempre venerate:
Omero ed Esiodo hanno attribuito agli dei tutto ciò che per
gli uomini è onta e biasimo: e rubare e fare adulterio e
ingannarsi a vicenda [...] Gli Etiopi dicono che i loro dei
hanno il naso camuso e sono neri, i Traci che hanno gli
occhi azzurri e i capelli rossi [...] Se gli animali potessero
dipingere e fare opere come gli uomini, anche i cavalli e le
pecore raffigurerebbero gli dei a loro somiglianza.
Senofane afferma l’esistenza di un unico dio supremo:
Un solo dio, il più grande tra uomini e dei, né per la figura
né per i pensieri simile ai mortali [...] Tutto occhio, tutto
mente, tutto orecchio [...] Rimane sempre nello stesso luogo
immobile [···] né gli si addice spostarsi or qui or là [...] Ma
senza fatica scuote tutto con la forza della mente.
Alla maniera milese, secondo Senofane «tutte le cose sono
sorte dalla terra e dall’acqua». Iride (la dea dell’arcobaleno) è
una «nuvola splendente». La nostra percezione della qualità è
relativa: «Se dio non avesse fatto il biondo miele, gli uomini
direbbero che i fichi sono molto più dolci».
Nessun uomo ha mai scorto l’esatta verità, né ci sarà chi
sappia veramente intorno agli dei e a tutte le cose che dico;
che se anche qualcuno arrivasse a esprimere una cosa vera
al più alto grado, neppure lui ne avrebbe vera conoscenza,
poiché di tutto vi è soltanto un sapere apparente.
Colpisce il fatto che nessuno, a quanto pare, pensò di
perseguitarlo. Si dice che alla fine si sia insediato a Elea, una
nuova colonia a sud di Paestum. In un ultimo componimento
afferma di aver raggiunto l’età di novantadue anni, «seppur
posso darne notizia precisa».

3 Le religioni misteriche

L’epoca dei primi filosofi non fu assolutamente un’età


irreligiosa. Anzi, proprio in quest’epoca, in Ionia, numerosi
Greci incominciarono a dare ai propri figli nomi che
comprendevano quello di una divinità patrona. Erodoto, ad
esempio, («stabilito da Era»), Apollodoro («dono di Apollo»),
Dionisio, Demetrio (gli ultimi due diventarono molto comuni in
seguito, per ragioni che vedremo). Né gli dei olimpici,
nonostante alcune critiche come quelle di Senofane, decaddero
nella fede dei Greci dell’età classica. Gli dei erano legati alla
vita della pòlis e alle sue feste vivaci e gioiose. Perfino un
ateniese di molto posteriore e dotato di grande ingegno, che
conosciamo attraverso i suoi scritti - Senofonte (p. 340 ss.),
soldato e storico, che in gioventù era stato seguace di Socrate -
si compiaceva di sacrificare in loro onore e di pregare. Si
trattava, probabilmente, di una religione propria della classe
agiata. Per molti, soprattutto per gli umili, gli dei dell’Olimpo
erano remoti; soprattutto, non erano in grado di consolare gli
uomini davanti alla morte propria e delle persone amate. Ed è in
quest’epoca, come abbiamo accennato (p. 134), che iniziavano
a sentir parlare con maggior insistenza delle divinità contadine,
Demetra e Dioniso, dispensatrici del pane e del vino, poco
menzionate in Omero. Il loro culto, senza dubbio primitivo
nell’Egeo, ora si fuse spesso con nuovi riti e leggende
introdotte da terre forestiere, dalla Tracia, dall'Asia Minore,
forse anche dall’Egitto.
Queste divinità avevano il loro culto pubblico, comprese le
danze mimiche e i canti corali dell’antica tragedia, ma in
numerose località avevano anche rituali segreti, chiamati
«misteri» (dal verbo myo, «tener chiusa la bocca»), che
venivano rivelati soltanto ai fedeli debitamente iniziati. È
probabile che, in origine, ciò sia dipeso dalla volontà di
impedire ai nemici di apprendere i segreti dei riti magici
propiziatori della fertilità, compreso il «vero» nome sacro del
dio principale, per paura che essi facessero funeste magie nere
contro di lui. Associate al culto degli dei della vegetazione, alla
loro morte e rinascita, vi erano credenze in una felice esistenza
ultraterrena per gli iniziati che osservavano le leggi del dio o
della dea, che, a volte, imponevano di avere le mani pulite e un
cuore puro.
Tra i più suggestivi misteri locali vi erano quelli di Demetra,
la dea del grano, che si tenevano a Eleusi in Attica.
Naturalmente noi non sappiamo molto di quello che succedeva,
ma uno scrittore cristiano afferma che il culmine della seconda
iniziazione, raggiunta in un anno successivo alla prima da un
numero relativamente ridotto di fedeli, consisteva
nell’elevazione, a opera di un sacerdote, di una spiga di grano
che «cadeva nel terreno e moriva». L’ammissione perfino al
primo grado dell’iniziazione richiedeva una preliminare
santificazione e un’estenuante giornata di pellegrinaggio per
quasi venticinque chilometri, a digiuno, lungo la Via Sacra, a
partire da Atene, con frequenti soste per compiere riti cultuali
in templi collocati al margine della strada. La gente accettava
con entusiasmo il privilegio, concesso agli Ateniesi dopo
l’unione dell’Attica, e, in breve, tutti gli uomini e donne «che
parlavano una lingua comprensibile e non erano colpevoli di
reati di sangue». Esclusi, dunque, restavano i «barbari»
dall’idioma incomprensibile, sebbene i Romani vi fossero più
tardi ammessi.
La fondamentale leggenda di Demetra non era segreta, anzi
viene narrata in un lungo e squisito inno in esametri omerici. La
figlia di Persefone, uscita a raccogliere fiori, venne rapita dal
sinistro Ade, signore dell’oltretomba. Demetra, mater dolorosa,
la cercò afflitta e, camuffata da vecchia, senza essere
riconosciuta, venne trattata con riguardo dal re di Eleusi e dalla
figlia, che la incontrarono mentre si recavano ad attingere acqua
al pozzo del villaggio. Come ricompensa, più tardi Demetra
rivelò loro le sue opere, la sua órghia. Zeus, infine, temendo
che la specie umana si sarebbe estinta (dal momento che
Demetra, durante i suoi vagabondaggi, trascurava le sue
incombenze), persuase Ade a liberare Persefone. Ma questa,
che aveva mangiato alla sua mensa nella sua dimora, era legata
a lui; si decretò, allora, che, ogni anno, durante i quattro mesi
invernali, Persefone facesse ritorno nell’oltretomba.
Sembra che, nell’ambito dei misteri, si tenesse un
matrimonio sacro; uno scrittore cristiano trovava sconveniente
la «discesa nell’oscurità dell’Espositore e della sacerdotessa».
Vi era inoltre la nascita di un divino fanciullo. I riti venivano
spiegati verbalmente, ma le versioni non erano sempre
identiche. L’importante era quello che si faceva. Eleusi rimase
il centro principale del rito, che veniva celebrato in forme
suggestive e grandiose, e con il passar dei secoli i fedeli li
interpretarono a seconda delle loro esigenze.
I misteri di Dioniso, collegati al vino, erano più sfrenati. Si
raccontava che le fedeli, le menadi, «donne selvagge», si
recassero, o quanto meno lo avessero fatto durante i tempi
antichi, sulle montagne, dove dilaniavano gli animali e perfino
avevano dilaniato, secondo una leggenda tebana, il re Penteo,
che aveva cercato di sopprimerle. Si raccontava che Dioniso
avesse vagabondato per tutta la terra; successivi interpreti ne
fecero un re vittorioso. Vi erano inoltre numerosi racconti
intorno alla sua nascita. Secondo una versione, Semele, la
madre mortale, implorò il divino amante, Zeus, di rivelarsi in
tutta la sua magnificenza, ed egli, esaurendola, la incenerì con il
proprio splendore. Ma Zeus trasse in salvo il figlio non ancora
nato, se lo cucì all’interno di una coscia e in seguito lo mise al
mondo. Un’altra leggenda, spiegando le origini dell’uomo,
accennava a un peccato originale e incoraggiava una scelta di
vita ascetica: una dottrina, questa, e un modo di vita in stridente
contrasto con il tipo di gioia e di pessimismo, squisitamente
terreni, propri dei Greci. Secondo tale leggenda, Dioniso, il
divino fanciullo, figlio di Zeus e di Persefone, venne fatto a
pezzi e divorato dai crudeli Titani. Zeus annientò i Titani con il
suo fulmine e mangiò il cuore del fanciullo, dando poi
nuovamente alla luce il giovane dio, come figlio di Semele. Dai
resti fumanti dei Titani scaturì la razza umana; gli uomini sono
dunque malvagi, nati dalle ceneri di peccatori primordiali. Ma i
Titani, che avevano appena divorato il fanciullo divino,
conservavano in sé parte del dio: negli uomini vi è dunque
anche traccia del divino, che, opportunamente coltivato,
preparerà il ritorno in cielo attraverso la mortificazione della
carne.
Questo rito barbaro, ci viene narrato, era commemorato a
Creta nel corso di un rito pubblico, ma altrove veniva rivelato
soltanto nel corso dei misteri. Ulteriori aggiunte alla mitologia
dionisiaca giunsero dalla Tracia, e, con esse, giunse la figura di
Orfeo (il cui nome, per inciso, è di due sillabe e andrebbe
pronunciato Órfeo). Orfeo compare per la prima volta nell’arte
e nella letteratura greca intorno al 540. In un antico rilievo
conservato a Delfi, egli si trova raffigurato su una barca, lira in
pugno, con il nome, reso nella forma orphas, scritto accanto a
lui. Sin dall’inizio egli venne associato alla leggenda degli
Argonauti, la quale, come abbiamo visto, era connessa al
progressivo abbandono dell’usanza del sacrificio umano.
Eschilo, il primo grande poeta della tragedia attica, trattò in una
trilogia (sfortunatamente andata perduta) il tema di Dioniso in
Tracia; Orfeo, che figurava all’interno della seconda tragedia,
veniva dilaniato dalle menadi. Ma già prima dell’epoca di
Eschilo andavano diffondendosi componimenti e profezie
attribuite a Orfeo e al figlio Museo («amico delle Muse»), che
venivano avidamente raccolte. I figli di Pisistrato ne
possedevano una collezione ad Atene, e il loro oracolista di
corte venne sorpreso nell’atto di arricchirle di nuove aggiunte.
Questi componimenti avevano uno stile omerico e una analoga
metrica; ma se Orfeo visse durante l’epoca eroica, essi
dovevano evidentemente essere molto più antichi del poeta
epico. Là dove risultavano «plagiati» frasi e interi versi, si
affermava che Omero avesse copiato Orfeo. Erodoto fu tra
coloro che non si fecero trarre in inganno.
Erano comunque poesie molto popolari. I fedeli privi di
senso critico che vi credevano erano debitamente terrorizzati
dalla descrizione dell’inferno, un inferno di fango - Orfeo
doveva ben saperlo, essendosi recato nell’oltretomba nel vano
tentativo di liberare la sposa Euridice. Quanti erano logorati dal
senso di colpa ricorrevano a profeti indipendenti chiamati
«iniziatori orfici». I filosofi classici ne parlano con disprezzo,
come venditori di assoluzioni dietro modesto compenso. Forse
qualcuno era in buona fede. Di sicuro non predicavano principi
del tipo «pagami e comportati come vuoi», anzi l’ortodossia
orfica (non sempre coerente, dal momento che non esisteva una
chiesa orfica organizzata) insegnava il rispetto verso tutte le
forme di vita, con le prescrizioni annesse: l’essere vegetariani e
l’astinenza sessuale. Il movimento non riscosse il favore dei
grandi scrittori e statisti classici, ma restò parte del sotterraneo
mondo irrazionale greco sino in età cristiana avanzata. Le
religioni misteriche (diventate nel frattempo più numerose e
varie) sollevarono l’indignazione dei Padri della Chiesa ed
entrarono a far parte della variegata fantasmagoria conosciuta
sotto il nome di gnosticismo; ma Orfeo compare ancora, come
figura simbolica, nell’arte cristiana delle catacombe.
Possiamo ora comprendere perché Demetrio e Dionisio (dal
quale deriva l’occidentale Denys) sono nomi molto comuni
nella tarda storia greca: lo si deve al fatto che Demetra e
Dioniso furono gli dei greci più amati. Con l’iniziazione ai loro
misteri i fedeli non soltanto partecipavano alla benevolenza
divina, ma avevano anche la promessa di tale benevolenza. Agli
occhi di quanti erano insoddisfatti degli dei omerici, Demetra,
protagonista di dolorosi vagabondaggi, e Dioniso, oggetto di
persecuzioni, apparivano come divinità che, giunte sulla terra,
avevano sofferto. Avrebbero, perciò, capito.

4 Pitagora

Pitagora, uno dei primi Greci a essere chiamato con un nome


religioso (connesso all’oracolo pizio, cioè delfico, di Apollo), è
il prototipo di un raffinato ingegno, profondamente influenzato
dalle superstizioni della sua epoca.
Pitagora crebbe in Samo, dove, dopo che la Persia ebbe
sottomesso la regione continentale, Policrate, un re dedito alla
pirateria, rimase indipendente esercitando il suo dominio sulle
Cicladi. «Egli razziava tutti gli uomini indiscriminatamente» ci
narra Erodoto «affermando che i suoi amici gli erano più grati,
se restituiva loro i beni, di quanto non lo sarebbero stati, se non
glieli avesse mai tolti». Fu uno dei più grandi tiranni. Munì
Samo di solide mura, di moli portuali e di un condotto per
l’acqua (ancora visibile) che, scavato attraverso un colle,
cominciando dai versanti opposti, rivela un errore insignificante
di incontro. L’opera, che costituisce una meraviglia dell’antica
ingegneria greca, è una testimonianza eloquente dell’abilità dei
tecnici del tempo. Policrate migliorò le razze degli animali
domestici, e chiamò nell’isola artisti e poeti Ibico, originario di
Reggio, lo scrittore che, stando alle nostre conoscenze,
menzionò per primo Orfeo, e Anacreonte di Teo, poeta
dell’amore e del vino (la fama di cui gode oggi si fonda, in
larga misura, su alcune poesie molto più tarde, erroneamente
attribuitegli). Policrate fece venire a Samo, offrendogli un
altissimo compenso, Democede, medico di grande fama,
proveniente da Atene dalla corte di Pisistrato, il quale a sua
volta lo aveva chiamato da Egina. Democede, che proveniva
dall’achea Crotone in Italia, già famosa per la sua scuola
medica, abbandonò la patria in seguito a un litigio con il padre.
Pitagora, invece, lasciò Samo e si recò a Crotone, per fuggire -
così affermavano i suoi biografi - dalla corte dissoluta di
Policrate.
A quel tempo Pitagora era già famoso per il suo sapere, che
comprendeva la scienza matematica e la teologia orfica. Da
parte sua, egli affermava che soltanto dio era sapiente e
rivendicava per sé la semplice condizione di «amante della
sapienza», donde la parola philosophos. Oggi la fama si fonda,
in gran parte, sul celebre teorema. Egli generalizzò il fatto, da
tempo noto agli Egizi, che, costruendo un triangolo dai lati
proporzionali secondo i numeri 3, 4 e 5, si ottiene un angolo
retto (importante per le costruzioni), ricavandone il teorema
(termine che significa «oggetto di contemplazione») relativo al
quadrato costruito sull’ipotenusa. Ma la sua fede nella
trasmigrazione delle anime e nella necessità di purificare la
propria per conquistarsi, attraverso questo processo, il paradiso
lo indusse, a quanto pare, a prendere in considerazione anche
numerose superstizioni, non più fondate delle moderne dicerie
che sconsigliano di camminare sotto una scala o di rompere uno
specchio. Eccone alcune: non smuovere il fuoco con il coltello
(non ferire il fuoco?); non tagliarti le unghie durante il
sacrificio (Esiodo avrebbe capito); sputa sempre sui pezzettini
di unghia tagliata (rifiutandoli, per paura che, loro tramite, ti
possa essere fatto un incantesimo); quando ti alzi, avvolgi le
lenzuola e le coperte (Frazer confrontava questa superstizione
con la credenza, pressoché universale, che fosse possibile
azzoppare un nemico pugnalando le orme dei suoi piedi;
sarebbe stato, dunque, imprudente lasciare l’impronta
dell’intero corpo in balia di poteri occulti). Pitagora fu
soprattutto una figura «religiosa». Nel numero egli individuava,
al pari di numerosi matematici, l’elettrizzante prova della
razionalità dell’universo.
Non sappiamo quanta matematica orientale Pitagora abbia
appreso a Samo, ma una cosa è certa: gli uomini che diressero
la costruzione del tunnel ne avevano una conoscenza notevole.
Pitagora, cui viene inoltre attribuito lo studio della connessione
tra numeri e musica, probabilmente notò che, bloccando la
corda della lira a tre quarti, due terzi o metà della sua
lunghezza, si ottenevano la quarta, la quinta e l’ottava nota.
Basandosi sul fatto che il numero controllava il suono e la
forma, egli giunse alla conclusione che ciò costituisse il segreto
dell'universo; non l’acqua o altre sostanze note ai sensi, bensì i
numeri (un’unità pensata forse in termini di piccolissime
particelle atomiche materiali) formano gli elementi delle cose,
ma non trovandosi nella condizione di anticipare la fisica
matematica (che avrebbe certamente amato), molte identità tra
numeri e cose o istituzioni, formulate dalla sua scuola, erano
soltanto fantasiose.
Perfino lo studio della matematica gli riservò un’amara
delusione. L’ipotenusa del triangolo rettangolo isoscele, la
diagonale del quadrato, avrebbero dovuto portarlo a importanti
rivelazioni, ma egli non riuscì a trarne valori razionali.
Sembrava che nel numero DUE, privo di radice quadrata, nella
dualità, nella divisione, si celasse il segreto del male. Pitagora
lo identificò con il principio femminile, mentre identificò L’UNO
con tutto ciò che era maschile e forte; il TRE indicava di
conseguenza il matrimonio. L’OTTO stava per la giustizia (forse
il cubo, con le sue misure uguali?); il DIECI, reso nella forma

(è questa la migliore rappresentazione grafica possibile), era il


Numero per eccellenza; la forma della rappresentazione,
chiamata tetràktis, costituì per i pitagorici posteriori un simbolo
sacro, su cui giuravano.
L’intraprendenza pitagorica emerge, in maniera esemplare,
nel campo dell’astronomia. A occhio nudo erano visibili otto
corpi celesti in movimento: il sole, la luna, cinque altre «stelle
erranti» o pianeti e la «sfera delle stelle fisse». Pitagora, o forse
un altro sotto la sua influenza, ebbe l’audacia di concepire la
terra stessa come un corpo in movimento: non una sfera, ma un
disco, vicino al centro delle cose, che ruotava con il versante
abitato rivolto verso le stelle, determinando il giorno e la notte
con il movimento relativo al sole, e con il «dorso» rivolto verso
un fuoco centrale collocato nel cuore dell’universo. Si otteneva
il numero sacro dieci presupponendo una «controterra» ruotante
sull’altro versante del fuoco. Sostenendo che «la velocità di
rotazione dei corpi celesti, considerata sulla base della
rispettiva distanza, corrisponde ai valori degli accordi
musicali», i pitagorici affermarono che il suono del movimento
formava un’armonia, la «musica delle sfere», non percepibile ai
nostri orecchi che vi sono abituati sin dalla nascita.
Quando Pitagora vi giunse, l’Italia meridionale era stata
sconvolta dalla guerra. Le due città achee di Crotone e Sibari,
ancora smaniose di monopolizzare il territorio, avevano
distrutto la ionica Siri, ma Crotone era stata successivamente
sconfitta in modo umiliante nel tentativo di aggredire la piccola
Locri. Nella prosperosa, ma demoralizzata, Crotone
«postbellica», l’austero insegnamento di Pitagora attrasse una
congrega di ferventi discepoli, appartenenti alle classi agiate.
Con le loro dottrine segrete e i loro giuramenti di fedeltà
reciproca e al maestro (conosciuto come «Lui», quasi che il
nome avesse una sua sacralità, da non poter venir pronunciato
con leggerezza), i seguaci di Pitagora formavano una sorta di
massoneria, che, in breve, giunse a dominare l’aristocrazia al
potere. Pitagora spese molti fruttuosi anni nella città, ma
allorché, inevitabilmente, le dispute politiche divisero la stessa
confraternita in una fazione conservatrice e in una riformista, si
ritirò a trascorrere gli ultimi giorni nella pacifica Metaponto,
produttrice di grano. Senza di lui, il partito conservatore serrò le
proprie file, restando al potere.
Sibari, ancora più ricca e potente di Crotone, si avviava nel
frattempo verso grandi rivolgimenti. Un tiranno, Telys,
sostenuto dalle masse, s’impadronì del potere; alcuni suoi
oppositori ripararono a Crotone; la richiesta di estradizione
condusse alla guerra, e, nel corso delle operazioni, il grande
esercito sibarita, probabilmente minato da tradimenti interni,
subì una rovinosa disfatta. I vincitori non si arrestarono e, dopo
una campagna di settanta giorni, catturarono la città e, deviando
il corso del fiume che l’attraversava, la distrussero, mentre i
sopravvissuti si disperdevano per lo più verso la costa
occidentale. Comprendiamo meglio la particolare ferocia del
conflitto, se pensiamo che si trattò di una lotta di classe.
Il resoconto della guerra e delle vicende di Sibari è, come
avviene per la maggior parte della storia, quello del vincitore.
Sibari viene presentata come una città corrotta dal lusso; si
narra del giovane sibarita, che trovò da ridire per un petalo di
rosa sbriciolato nel suo letto. Gli abitanti facevano fluire il vino
sino al porto attraverso tubature; isolavano i quartieri industriali
e quelli residenziali. Quando apprendiamo che un’invenzione
sfarzosa consisteva nell’introduzione dei vasi da notte,
possiamo farci un’idea da quale livello di povertà saltava fuori
quel «lusso». Se Sibari, come Atene, fosse sopravvissuta per
narrare la propria storia, noi ne avremmo senza dubbio un
quadro diverso. La città, che fu un grande centro commerciale,
venne colpita dal disastro in un momento di incertezza; a
grande distanza, nella Mileto ionica, gli uomini ne piansero la
sorte.
Andò distrutta l’antica promessa di una «grande Grecia», ma
l’influenza di Pitagora rimase profonda. La confraternita
governò su Crotone, sino a che i suoi membri non vennero
massacrati da una rivolta, molto tempo dopo la morte di
Pitagora. Anche in seguito, Archita, un pitagorico, fu il «primo
ministro» del governo democratico di Taranto. Le pitture votive
provenienti dal tempio di Persefone a Locri indicano la tenace
sopravvivenza di una religione profondamente interessata alla
sorte dell'anima; alcuni piccoli piatti d’oro seppelliti in tombe,
in gran parte provenienti dal territorio un tempo governato da
Sibari, mostrano qualcosa di sorprendente: testi in greco
equivalenti al Libro dei Morti della tradizione egizia, che
insegnano all’anima come indirizzare il viaggio, come evitare
di bere nel Lete l’acqua dell’oblio, come rispondere alle guardie
dell’acqua della memoria, come rivolgersi alla regina Persefone
e assicurarsi l’accesso alla dimora dei santi. Si accenna
all’avvenuta «liberazione della ruota del dolore e della
stanchezza», il che mostra sorprendenti analogie con la «ruota
della rinascita» indiana. Che Pitagora avesse appreso la dottrina
dall’India fu affermato in tarda epoca greca, ma resta poco
probabile: ci sono numerose e sorprendenti testimonianze di
come, indipendentemente gli uni dagli altri, gli uomini
sviluppino uguali teorie originali.
Dal medesimo ambiente, influenzato da Pitagora, emerse, nel
secolo successivo, in Sicilia, Empedocle, poeta e pensatore di
valore, ma al tempo stesso ciarlatano religioso. Nella sua poesia
(da ricordare che Pitagora non lasciò scritti) afferma di
ricordare la propria esistenza passata: «Sono stato, prima d’ora,
ragazzo e fanciulla; uccello e cespuglio e pesce silenzioso del
mare». Sosteneva di aver compiuto miracoli, giungendo persino
a resuscitare un morto; faceva trionfalmente ingresso nelle città,
addobbato come un re sacerdote; i suoi seguaci affermarono
alla fine che era stato rapito in cielo. La storia secondo la quale
si sarebbe gettato nel cratere dell’Etna, affinché la sua
scomparsa rendesse credibile una simile ipotesi, e che il
vulcano avrebbe vanificato il piano, eruttando uno dei suoi
sandali di bronzo, è probabilmente una delle tante parodie della
commedia.

5 L’uno e il divenire

Che il pensiero greco potesse perdersi nella teosofia e


nell’occultismo fu probabilmente un reale pericolo. Se ciò non
accadde, il merito fu dei Greci, che erano sì audaci nella
speculazione, ma ancora più spericolati nella critica. Il primo
attacco documentato a Pitagora è opera di un suo
contemporaneo, Senofane, che narrò la storia di come Pitagora
avesse implorato un vicino affinché la smettesse di percuotere
un cucciolo, sostenendo di riconoscere nei suoi gemiti la voce
di un amico estinto. Si dice (sebbene la notizia sia stata
seriamente messa in dubbio) che Senofane, durante la vecchiaia
trascorsa a Elea, avesse istruito un altro profondo pensatore,
Parmenide, il quale visse forse sino al 450 circa.
Parmenide, cui non può far giustizia un rapido sunto del suo
pensiero, è soprattutto un autore religioso. La sua fu
l’esperienza folgorante di un’intensa presa di coscienza della
realtà, del fatto che essa è e del conseguente stupore. In un
poema in esametri egli descrisse la propria estasi in termini
fisici e mitologici (gli unici possibili). Su un cocchio divino
viene trascinato lontano dalla terra verso i cancelli chiusi dei
«sentieri della notte e del giorno». Ad aprirgli è la dea Dike, la
Giustizia, «dispensatrice di punizioni», ma simbolo ancora più
ricco della giustizia, perché rappresenta la Via della Verità,
quasi come il Tao cinese. Dike gli insegna che l'essere è, senza
inizio né fine, né passato né futuro, ma solo l’immutabile
presente. Non esiste nulla al di fuori dell’Essere, non esiste
neppure il non-Essere (identificato con lo spazio vuoto). Il
pensiero risoluto, secondo Parmenide, conduce alla verità,
perché «pensare significa essere». Dal momento che l’Essere è
corporeo (nessuno, compreso Pitagora, lo aveva concepito
diversamente), e che non esiste lo spazio vuoto, viene anche
meno la possibilità del movimento.
Ma costretto, al pari degli altri mistici, a vivere nel mondo
fenomenico, Parmenide procede a darne una spiegazione
(affermando ancora di attingere alla rivelazione della divina
Dike). La dea lo avverte, però, che questa non è più la Via della
Verità, bensì dell’Apparenza. Se i sensi forniscono impressioni
contrarie alla ragione, tanto peggio per loro. Achille non può
superare la tartaruga, perché non appena raggiunge il punto
precedentemente occupato dalla tartaruga, questa sarà avanzata
di poco. Si dice che questo famoso paradosso, inventato dallo
stesso Parmenide per contrattaccare i seguaci del senso
comune, venne perfezionato e rafforzato da altri paradossi,
elaborati dal discepolo Zenone. La cosmologia parmenidea è
più o meno pitagorica. È possibile che, pur non conoscendo
personalmente Senofane, Parmenide ne avesse letto l’opera; ma
il suo punto di riferimento sembra sia stato un oscuro pitagorico
di nome Aminia, in onore del quale fece edificare un tempio,
come a un «eroe» o a un santo. Ma egli perfezionò il pensiero
pitagorico liberandolo dalle superstizioni.
In contraddizione con Parmenide nelle conclusioni
speculative, ma rigoroso nel ragionamento, fu un suo
contemporaneo più vecchio, Eraclito di Efeso. Muovendo, in
accordo al clima intellettuale della Ionia, dalla materia e non da
una prospettiva mistica, egli restò impressionato dalla
transitorietà dei fenomeni. «Non ci si può bagnare due volte
nello stesso fiume», perché l’acqua è sempre in movimento,
una dottrina più tardi emblematicamente riassunta nell’aforisma
«Tutto scorre».
Secondo la tradizione ionica, anche Eraclito cerca la sostanza
originaria, che egli individua nel fuoco. Una teoria feconda,
questa, perché vicina al concetto di energia. Il mondo è eterno:
«Quest’ordine del mondo, che è lo stesso per tutti, non lo fece
né uno degli dei né uno degli uomini, ma è sempre stato ed è e
sarà fuoco vivo in eterno, che al tempo dovuto si accende e al
tempo dovuto si spegne». «Che è lo stesso per tutti» è la frase
chiave: la realtà è «il pubblico» o «comune»: «Da svegli gli
uomini hanno un unico mondo comune, ma nel sonno ognuno
si apparta in un mondo a lui proprio». «Quindi si deve eseguire
ciò che è comune. Ma benché la parola (lògos) sia comune, i
più vivono come se avessero un proprio personale pensiero.»
All’interno del kósmos eterno, ogni cosa è in divenire;
«scambio reciproco di tutte le cose con il fuoco e del fuoco con
tutte le cose, come le merci con l’oro e l’oro con le merci». Ciò
che salva dal caos il mondo in mutamento è la misura: «Il sole
non oltrepasserà la sua misura; altrimenti le Furie, ministre di
Zeus, lo scopriranno». Il linguaggio mitico è impiegato in
maniera allegorica, come in Parmenide; dio non è propriamente
antropomorfico: «Colui che solo è saggio non vuole e vuole
esser chiamato Zeus»; certamente non si tratta dello Zeus della
mitologia, ma di un dio personale, anzi sovrappersonale. Quello
che la scimmia è per l’uomo, «il più saggio degli uomini» è per
il dio: «una scimmia a paragone del dio per sapienza, bellezza e
ogni altra qualità». Il pensiero di Eraclito è parzialmente
panteistico: «Il dio è giorno e notte, inverno ed estate, guerra e
pace, sazietà e fame».
In queste coppie compare uno dei suoi concetti più fecondi,
quello dell’unità dei contrari. Come abbiamo visto, tracce di
una teoria analoga si trovano già in Anassimandro, e sarebbe
interessante sapere se vi è un legame tra questa teoria e il
dualismo della religione persiana. (Eraclito menziona i magi, i
Leviti dell’Iran, tenendoli però in scarsa considerazione.) Il
cosmo è tenuto unito da «un'armonia di tensioni contrastanti
come nell’arco e nella lira». «La via all’in su e la via all’in giù
sono un’unica identica via.» I nostri giudizi sono parziali e
relativi, proprio come «gli asini preferiscono la paglia all’oro»,
e si mantengono in equilibrio tra gli opposti. «La malattia rende
dolce e gradita la salute, la fame la sazietà, la fatica il riposo.»
(Non sapremmo nulla del piacere senza precedenti dolori.) Le
relazioni tra gli opposti, nel mondo fisico, possono venir
paragonate a una guerra, in cui un elemento conquista talvolta il
predominio. La nostra epoca, che ebbe inizio con
un’inondazione (lo affermava la mitologia, ed Eraclito potrebbe
averne accolto la credenza), terminerà con un incendio: «Il
fuoco venendo giudicherà e condannerà tutte le cose», un
pensiero che il vescovo cristiano Ippolito citava con
approvazione. La lotta è fondamentale anche tra gli uomini:
«La guerra di tutte le cose è padre e di tutte è il re, e gli uni
rivela dei, gli altri uomini, gli uni fa schiavi, gli altri liberi»;
«La giustizia è contesa, e tutto avviene secondo contesa e
necessità»; «L’uomo non conoscerebbe il nome della giustizia,
se questa non esistesse». La dottrina dell'unità degli opposti,
che Hegel (secondo quanto egli esplicitamente afferma) adottò
da Eraclito e giunse, per suo tramite, a Carlo Marx, è rilevante
sia negli scritti politici di Marx sia in quelli di Lenin. Nessuna
intuizione degli Ioni ha esercitato una maggiore influenza.
Al pari di quello parmenideo, il pensiero di Eraclito ha un
carattere più intuitivo che scientifico. Eraclito scherniva
Senofane e Pitagora per l’attenzione che dedicavano ai
particolari: «Il saper molto non insegna a pensar rettamente».
«Pitagora raccogliendo questi scritti [le poesie orfiche?] ne ha
fatto la propria sapienza [...] cattiva arte.» Eraclito non teneva
in grande considerazione la religione popolare. Purificare se
stessi con il sangue è «come uno che, entrato nel fango, volesse
lavarsi col fango». «E rivolgono preghiere persino a queste
effigi di dei, allo stesso modo di uno che si mettesse a parlare
coi muri delle case, poiché non sanno chi siano in realtà gli dei,
e gli eroi.» (La prova fornita da un greco che la religione
ellenica potrebbe essere un'ingenua forma di idolatria.) Egli
accomunava in un’unica condanna «nottivaghi, magi, baccanti,
menadi, iniziati», minacciando guai dopo la morte per il
carattere malvagio ed erroneo dei loro misteri. «Attendono gli
uomini, da morti, cose che non sperano né si immaginano.» Me
ecco un oscuro e suggestivo ammonimento: «Chi non spera
l’insperabile non lo troverà, perché è introvabile e
inaccessibile». Quanto ai riti funebri, egli li considera
un'assurdità: «I cadaveri sono da gettare via più dello sterco».
Ciò che importa è l’anima, e anch’essa è fuoco. «Per le anime è
morte farsi acqua», e si possono concretamente vedere le anime
dell’ubriaco e dell’incontinente affogare. «L’anima asciutta è la
migliore e la più saggia.» Le anime del saggio e del prode non
annegano, ma abbandonano il corpo con il loro fuoco inalterato,
e menziona soprattutto uomini uccisi in battaglia. Il vescovo
Ippolito, che preferiva Eraclito agli eretici dei suoi tempi, gli
attribuisce la dottrina secondo cui simili eroi godrebbero di una
vita attiva dopo la morte: «Si levano di nuovo e diventano vigili
custodi dei vivi e dei morti».
In questa credenza egli non fu, per una volta, solo. Una
concezione analoga del destino dell’uomo eroico venne
condivisa da Empedocle e da Pindaro (p. 217 ss.). Aristocratico
sino in fondo (proveniva dall’antica famiglia reale di Efeso, il
cui capo era sacerdote ereditario della Demetra eleusina),
Eraclito disprezzava il popolo. Eppure, nel suo pensiero, la
Legge, rappresentando ciò che «è comune a tutti», costituisce il
baluardo della società. «I cittadini devono combattere per la
legge come per il destino della città» e «Tutte le leggi umane si
alimentano dell’unica legge divina.» Hybris - l'arroganza,
peculiare del tiranno - «deve essere repressa più che una
conflagrazione». Il fatalismo è spregevole. «Il dàimon di un
uomo» (lo spirito tutelare, in virtù del quale si diceva che un
individuo era eudàimon, «felice», o il contrario) è, egli
sottilmente afferma, «il suo carattere».
Eraclito rappresenta l’ultimo raffinato frutto di quella civiltà
ionica che aveva prodotto Omero e i filosofi milesi. Ma i tempi
erano maturi perché il mondo greco orientale si avviasse al
disastro.
Capitolo VII -
L’ASCESA DELLA PERSIA E LA
RIVOLUZIONE ATENIESE

1 La Persia e l’Occidente

La conquista persiana della Ionia lasciò pressoché inalterato il


mondo greco per una generazione. L'arte, la poesia e la nuova
filosofia non smisero di prosperare in Ionia. La Persia aveva
altre preoccupazioni. Ciro conquistò Babilonia, unificò l’intero
Iran e cadde ucciso nell’Asia centrale nel 529, durante un
attacco a popolazioni nomadi, che conservavano ancora modi di
vita dell’età del bronzo. Il figlio Cambise conquistò l’Egitto. Il
vecchio re Amasi aveva fatto il possibile, arruolando nuovi
mercenari greci, rafforzando Cipro e stringendo alleanze con
Policrate, ma quando il colosso orientale si mosse, Cipro e
Policrate subito defezionarono. Rifornito di acqua attraverso
carovane di cammelli, organizzate dal capo arabo locale,
Cambise passò il deserto del Sinai e sconfisse il successore di
Amasi; la sua flotta, comprendente navi fenicie e greche
orientali, penetrarono nel Nilo; l'Egitto venne in breve
conquistato, sebbene fallisse la spedizione contro il regno
«etiope» in Nubia, a causa di difficoltà
nell’approvvigionamento.
Cambise, al pari dei faraoni egizi, sposò le sorelle. Da capo
nazionale, quale era stato Ciro, stava diventando un despota; il
sangue reale stava per distinguersi da quello dei comuni
mortali. Impazzito - si narra - dopo la disfatta subita nell’alto
Egitto, Cambise morì in circostanze misteriose. Nel frattempo
suo fratello o, secondo una storiografia ufficiale più tarda, un
impostore che si fingeva il fratello assassinato da Cambise, si
era sollevato contro di lui, con l’aiuto dei magi, e aveva
proclamato una politica di pace: niente più guerre o
arruolamenti per i successivi tre anni. La proposta venne
accolta con grande entusiasmo, e, quando egli fu assassinato da
un gruppo di nobili, capeggiati da Dario, un lontano cugino di
Cambise, si verificarono rivolte in tutto l’impero, che vennero
soffocate in sanguinosi combattimenti dall’addestrato esercito
persiano (522-1). Dario, lavoratore infaticabile e attento ai
particolari, riorganizzò l’impero, suddividendolo in venti grandi
satrapie sotto il governo di principi o nobili persiani, con una
segreteria centrale e una provinciale (per controllare i satrapi),
con ispettori itineranti, chiamati gli «Occhi del Re», e con un
regolare sistema fiscale. I Persiani, la cui educazione, secondo
una famosa espressione di Erodoto, insegnava loro soltanto «a
cavalcare, a uccidere e a dire la verità», sostenevano che Ciro
era stato un padre, Cambise un padrone e Dario un bottegaio,
ma l’opera di Dario assicurò per quasi duecento anni al Medio
Oriente una pace solo raramente infranta.
I Greci posteriori mostrano disprezzo verso i Persiani,
considerati barbari effeminati, temibili soltanto per il numero.
Erodoto non cade in un simile errore. Nato suddito persiano (ad
Alicarnasso, di fronte a Rodi, intorno al 484) e grande
viaggiatore, egli li descrive, anche quando rappresentano «il
nemico», come un popolo coraggioso, nobile, efficiente e
devoto al suo re. Egli fa anche alcune interessanti osservazioni
sulla religione persiana:
Essi non producono statuette cultuali né templi né altari, e
considerano sciocchi coloro che lo fanno, poiché, suppongo,
non credono nella natura antropomorfica degli dei, come
fanno i Greci. Il loro costume è di sacrificare a Zeus sulle
cime delle montagne; essi chiamano «Zeus» l’intero circolo
dei cieli. Sacrificano inoltre al sole, alla luna, alla terra, al
fuoco e all’acqua. Questi erano in origine i loro unici dei...
Li avevano, però, integrati con alcune divinità babilonesi.
Inoltre aggiunge:
Nel corso di un sacrificio, nessuno può invocare benefici
soltanto per se stesso, ma prega che ne possa derivare un
bene per tutti i Persiani e per il re.
In quest’epoca di profeti e di filosofi greci, ebrei, indiani e
cinesi, anche l’Iran aveva conosciuto momenti cruciali a opera
del famoso Zaratustra, Zoroastro nella forma latinizzata. La sua
religione si fonda sullo stesso politeismo ariano vigente
nell’India settentrionale, ma nella tonificante aria dell’Iran il
risultato fu molto differente: una religione pratica, ottimista,
terrena. Mentre l’indiano perseguiva il Nirvana o venerava
Shiva il Distruttore, il persiano andava orgoglioso, «oltre che
del valore dimostrato in battaglia», del numero dei figli, e
festeggiava il compleanno. La religione di Zoroastro, dalla forte
coloritura etica, viene comunemente descritta come un classico
esempio di dualismo, dove uno spirito malvagio o demonio si
appresta alla battaglia contro il giusto dio. Ma alla fine, nel
pensiero dello stesso profeta, il principio buono era destinato a
prevalere; tutte le generazioni sarebbero state sottoposte al
giudizio, e gli uomini, a seconda delle loro opere, sarebbero
andati in paradiso o in un inferno di fuoco.
Tale fu la religione che animò i Persiani nell’epoca della loro
grandezza. Non è questa la sede per discutere quale influenza
Zaratustra abbia avuto sugli Ebrei - ma uno dei grandi profeti,
l’autore di Isaia XL-LV, raffigura Dio mentre saluta Ciro
(XLV, I) chiamandolo «mio unto» (nella versione latina christo
meo), destinato a ricostruire il Tempio - né per dibattere sino a
che punto Dario, che nell’iscrizione di vittoria si professa
servitore di Ahura Mazda (il «Saggio Signore»), campione
della verità e della giustizia, nemico della Menzogna (il termine
di Zaratustra per indicare il male), sia stato un seguace
ortodosso del profeta. Probabilmente la sua religione, in
qualche misura contaminatasi con elementi babilonesi e
persiani anteriori alla dottrina di Zoroastro, fornì a lui e ai
Persiani le basi etiche e la giustificazione all'ampliamento del
loro dominio.
Era dunque un impero ben organizzato, non un popolo
disprezzabile, quello con cui i Greci dovettero fare i conti lungo
tutta l’epoca classica. Fu una tragedia, sebbene fosse
inevitabile, che questi due grandi popoli entrassero in conflitto.
Per Ciro, stando a una storia narrata da Erodoto, i Greci
impegnati nel commercio erano uomini che nelle loro città
avevano «un apposito luogo circoscritto, dove si incontravano
per imbrogliarsi a vicenda». Agli Ebrei, che avevano sofferto la
prepotenza assira e in seguito babilonese, Ciro appariva un
liberatore; ma per i Greci era la loro stessa libertà a essere
minacciata dai Persiani.
Nella Ionia il giogo di Ciro non era stato gravoso, ma la
richiesta di Cambise di avere uomini e navi per combattere
contro l’Egitto dimostrò che poteva farsi più pesante. Per
motivi politici. Policrate di Samo contribuì inviando, a ragion
veduta, alcuni capitani non indispensabili, con il risultato che
essi si recarono invece a Sparta, fecero ritorno con una
spedizione spartana e lo attaccarono. L’attacco fallì; ma
Policrate, che si era creato molti nemici, non sopravvisse a
lungo. Attirato con un tranello sul continente dal satrapo
persiano, fu catturato e messo a morte. Samo cadde nel 517
davanti a una spedizione persiana, accompagnata da un fratello
esiliato di Policrate, e intorno al 513 Dario in persona si preparò
a invadere l'Europa con un grande esercito. Riuscì a
sottomettere la Tracia orientale, ma una spedizione oltre il
Danubio fu quasi un disastro. Ripetutamente attaccato da
nomadi sciti, che non era riuscito a piegare, sfuggì per miracolo
al destino di Ciro. I tiranni della Ionia, che dovevano la loro
posizione alla Persia, respinsero la proposta di demolire il ponte
di navi costruito da Dario nel Danubio e formato dalle loro
imbarcazioni, abbandonandolo nell’isolamento; ma Bisanzio e
Calcedone si ribellarono e distrussero un analogo ponte sul
Bosforo. Dario dovette far ritorno via mare attraverso i
Dardanelli. Lasciò l’esercito in Tracia, per dimostrare con
nuove conquiste come la Persia fosse ancora temibile, quindi lo
ricondusse in patria per far fronte a una rivolta. L’espansione in
Europa venne, per il momento, sospesa; il re aveva, come
sempre, molte altre preoccupazioni. Fu una tregua preziosa,
perché, in questa fase, sorse in Grecia la democrazia di Atene.
2 La rivoluzione ateniese

Dopo il crollo delle fortune di Policrate, i figli di Pisistrato ad


Atene, per aiutare il poeta Anacreonte, inviarono una nave da
guerra a soccorrerlo. Assicurarsi un simile poeta, fonte di
continuo diletto, deve essere stata una bella rivincita, dopo che,
per il medico Democede, si erano lasciati superare dalle offerte
dei Sami. Democede, dal canto suo, non era disponibile:
trovandosi al servizio di Policrate, era stato fatto prigioniero.
Riapparve pochi anni dopo, al seguito di una spedizione
persiana in Occidente di due navi da guerra fenicie, ma da
Taranto, «cogliendo la palla al balzo», riparò in patria, a
Crotone.
Sino a quel momento, ogni cosa era filata liscia sotto i
Pisistridi, ma, mentre Dario preparava la sua spedizione scita,
cominciarono i problemi. L’arroganza di un più giovane
membro della famiglia provocò una rivolta, il cui risultato fu
che Ipparco, il figlio di Pisistrato, grande mecenate di poeti e di
artisti, venne pugnalato a morte, mentre organizzava la
processione Panatenaica. L’unico effetto immediato fu quello di
accendere i sospetti di Ippia, il fratello maggiore, già alla guida
del governo, che cominciò a vedere dovunque congiure. Ne
nacque un regime del terrore, mentre crescevano i nemici di
Ippia. Ma nella memoria popolare degli Ateniesi posteriori i
due giovani tirannicidi, Armodio e Aristogitone, divennero
martiri della democrazia. Vennero erette statue in loro onore, e
una canzone popolare li celebrava come coloro che «avevano
ucciso il tiranno Ipparco e liberato Atene». Gli storici ben
sapevano che era una sciocchezza, ma una volta che la canzone
e la leggenda ebbero messo radici, la ricerca storiografica era
inutile.
La tirannia, sempre più impopolare, non sopravvisse a lungo,
Clistene, capo della famiglia degli Alcmeonidi, un tempo amico
di Ippia e arconte sotto di lui, era fuggito in esilio insieme ai
familiari. Dopo il fallimento di un’insurrezione da loro guidata
nella regione montagnosa del paese, gli Alcmeonidi si
insediarono a Delfi, dove c’erano vecchi amici di famiglia.
Assunto l’appalto per la ricostruzione del tempio, che era stato
distrutto dalle fiamme (ancora una volta troviamo dei nobili
impegnati negli affari), si assicurarono grande prestigio per la
generosità con la quale eseguirono gli obblighi contrattuali.
Ricorsero alla loro influenza (o, secondo una versione meno
favorevole della storia, alla corruzione) per indirizzare la
politica. Ogni volta che gli Spartani consultavano l’oracolo, la
risposta (Apollo non era tenuto a rispondere restando nei limiti
della domanda posta) era: «Per prima cosa, liberate Atene».
Imbarazzati ed esitanti perché Ippia era sempre stato loro
amico, alla fine (510), tuttavia, si decisero. Il loro giovane e
abile re, Cleomene, uomo originale e incline allo scetticismo, fu
forse influenzato dalla sensazione che Ippia si fosse
compromesso con la Persia. L’avamposto del Sigeo che
possedeva sui Dardanelli era nell’ambito dell'impero persiano, e
lì Ippia, stipulando un armistizio, si ritirò facendo affidamento
sull’espansione persiana per ritornare ad Atene.
Clistene, rientrato trionfalmente in patria, si trovò, come già
suo padre, osteggiato da una coalizione di altre influenti
famiglie, che nel 508 fecero eleggere il loro candidato alla
carica di primo arconte.
Il problema più scottante era quello della cittadinanza. Sotto
le leggi di Solone, gli immigrati desiderabili, specialmente
lavoratori specializzati, potevano diventare cittadini ateniesi, se
si trasferivano ad Atene con le loro famiglie. Molti erano giunti,
soprattutto dopo la conquista persiana della Ionia, e sotto il
governo dei tiranni avevano ottenuto la cittadinanza. Ma gli
aristocratici, che desideravano un corpo civico docile e ristretto,
proposero di sottoporre a un attento esame le liste dei cittadini,
sperando probabilmente di espellere parecchi immigrati per non
avere adempiuto alla formalità (nel periodo della tirannia non
sembrava che la cosa fosse importante) di legarsi a uno dei clan
ateniesi. Pare che la legge antica desse loro ragione; migliaia di
immigrati vennero espulsi, e in numero ancora maggiore
temettero di esserlo.
A questo punto Clistene propose di risolvere, una volta per
tutte, la questione del diritto di cittadinanza per mezzo di un
emendamento alla costituzione, che rendeva cittadini «per
legge» tutti gli uomini liberi con fissa dimora nell’Attica. La
cosa era fattibile sciogliendo le antiche tribù ioniche e
istituendone di nuove; una misura frequentemente adottata
dagli stati greci, quando si voleva accogliere un’ingente
quantità di immigrati. All’interno dell’assemblea, a quanto
pare, vi era ancora una maggioranza che guardava con timore a
un eventuale ritorno al potere degli uomini più in vista degli
antichi clan, e, contro il parere dell’arconte e dei suoi
sostenitori, la misura venne adottata, Clistene, lamentavano i
nemici, scoprendosi debole sul fronte delle amicizie politiche,
cercava l’appoggio della gente comune.
L’arconte Isagora, gridando alla rivoluzione, chiese all’amico
Cleomene di ritornare e di ristabilire l’ordine. Questi giunse
insieme alla sua guardia del corpo, e con il suo appoggio
Isagora citò Clistene in giudizio. Isagora - non fu per l’ultima
volta nel corso della storia - rievocò la maledizione familiare
che pesava sugli Alcmeonidi per il massacro dei seguaci di
Cilone (p. 131), di «alcuni di essi nel santuario delle Furie». Gli
Alcmeonidi continuavano a ripetere di esserne stati assolti, ma,
come sempre accade in questi casi, la questione restava
controversa, Clistene non stette a controbattere. Non gli
conveniva affrontare la denuncia, facendo da parafulmine di
fronte all’areopago, pieno di uomini invidiosi della sua
famiglia, né provocare uno spargimento di sangue. Abbandonò
il campo, aspettando che i suoi oppositori si spingessero troppo
oltre, cosa che fecero.
Sostenuto da Cleomene, Isagora e gli aristocratici (si trattava
dell’areopago, riunito in sede giurisdizionale?) mandarono in
esilio non meno di settecento famiglie, l’intera schiera degli
Alcmeonidi. Poi, privata la plebe degli uomini guida,
procedettero, in completa illegalità, a sciogliere il consiglio del
popolo, che avrebbe dovuto accettare il progetto di legge di
Clistene, prima che fosse possibile sottoporlo all’assemblea. In
quel momento si vide che cosa avessero voluto dire per la gente
comune ottantanni di vita sotto le leggi di Solone e di libera
gestione degli affari quotidiani, nonché la prosperità economica
dell’epoca dei tiranni. Il consiglio semplicemente si rifiutò di
sciogliersi; il popolo si riversò in armi per le strade; Cleomene
e Isagora, in pesante inferiorità numerica, si ritirarono
sull’Acropoli. Qui il popolo li strinse d’assedio. La cittadella
non era rifornita, e al mattino del terzo giorno Cleomene,
constatando che a fronteggiarlo non era una massa di sbandati,
accettò di andarsene con i suoi Spartani, abbandonando le armi
e i partigiani ateniesi. Tra i suoi uomini fece passare
clandestinamente anche Isagora, che gli era legato dal vincolo
dell’ospitalità, ma gli Ateniesi catturarono molti degli altri
reazionari. Questa volta non ci fu un massacro come ai tempi di
Cilone. Processati regolarmente, senza dubbio di fronte alla
corte del popolo (l’eliea, cioè l’assemblea riunita in sede
giurisdizionale), vennero giustiziati a norma di legge.
Un assedio di due giorni forse non sembra un’impresa
sconvolgente, ma, posto da un esercito senza generali, fu
un’iniziativa di una certa rilevanza. Ancor più sensazionale fu,
però, l’iniziale atto di disubbidienza verso gli arconti, sostenuti
dal prestigio di un re spartano. Un secolo più tardi, nella
Lisistrata di Aristofane, quando le donne del Movimento della
Pace occuparono l’Acropoli, i vecchi rievocano l’accaduto:

Le donne mi rideranno in faccia? Perdio, no!


Neppure Cleomene - fu il primo
a occuparla - se l’è cavata con poco. Nonostante
le sbuffate di Lacone dovette
ritirarsi lasciando in mano mia le armi; addosso
non gli rimase che uno straccio di mantello,
pareva non si lavasse da sei anni,
sudicio, lercio e barbuto.
Aspramente lo cingemmo d'assedio, ed era un
valoroso: su diciassette file di scudi ho dormito,
davanti alle porte!
Un’azione di poco conto,... come la presa della Bastiglia.
Cleomene era furioso. Senza contare che una simile
rivoluzione democratica rappresentava un pericolo. Decise
perciò di soffocarla. Nella primavera seguente, insieme al
collega re Damarato, guidò gli eserciti della Lega
Peloponnesiaca con l’intento di restaurare l’ordine - «per fare di
Isagora un tiranno» dissero i democratici ateniesi - mentre dal
nord, dalla Beozia e da Calcide, partiva un altro attacco. Decisi
disperatamente a resistere contro ogni probabilità, gli Ateniesi
affrontarono il grosso dell’esercito, che aveva raggiunto Eleusi,
ma ciò che accadde allora dovette apparire un miracolo. Il
nemico non avanzò. Forse alla vista di uno schieramento che
non era un branco di gente inferocita né di faziosi, bensì
l’esercito ateniese in assetto di guerra, i Corinzi, antichi alleati
di Atene contro Megara ed Egina, invocando scrupoli di
coscienza, si ritirarono. Lo stesso re Damarato, a questo punto,
si chiese quale fosse l’obiettivo della campagna, «e vedendo i
re in disaccordo, anche gli altri alleati si staccarono e se ne
andarono». Senza che un solo colpo fosse stato inferto, il
grande esercito peloponnesiaco fece ritorno in patria.
Gli Ateniesi non indugiarono; si misero sulle tracce dei
Calcidesi, che avevano saccheggiato il nordest dell’Attica senza
incontrare resistenza. I Beoti mossero verso est per collegarsi ai
loro alleati, ma gli Ateniesi si frapposero tra loro. Annientarono
i Beoti senza pietà, raccogliendo settecento prigionieri per
ottenere un riscatto, e nel medesimo giorno attraversarono
l’Euripo e sbaragliarono i Calcidesi; si trattò di una sconfitta
tanto disastrosa da provocare la caduta dell’oligarchia calcidese.
Atene, annessi i suoi territori, vi insediò quattromila cittadini
quali piccoli possidenti.
Questa fu la guerra rivoluzionaria di Atene sulla quale
Erodoto commenta:

Essa mostra quale splendida cosa sia l’uguaglianza politica;


gli Ateniesi sotto i tiranni non erano soldati migliori dei loro
vicini, ma quando se ne furono sbarazzati, divennero di
gran lunga i migliori di tutti [...] Una volta liberi, tutti si
fecero zelanti nel proprio interesse.
Clistene, richiamato dopo l’assedio dell’Acropoli e ormai
libero di realizzare la riforma, si mostrò non meno originale di
Solone. La cittadinanza, d'ora in avanti, sarebbe dipesa dalla
partecipazione a un demo o circoscrizione civile. Ve ne erano
centosessantotto, e Clistene li suddivise in trenta gruppi: dieci
della città e del suo distretto, dieci dell’entroterra e dieci della
costa.
Egli le chiamò trittie, e assegnò a ogni nuova tribù tre trittie
non confinanti, una da ciascuna area, in modo che nessuna
composizione tribale avesse carattere locale, ma contenesse un
campione dell’intera popolazione ateniese. Come i rivoluzionari
francesi, si preoccupava di unificare il paese. Sotto il suo
sistema, i conflitti d’interesse avrebbero coinvolto l’intera tribù,
evitando il pericolo che, come nelle antiche dispute tra abitanti
della costa, della pianura e della collina, potessero identificarsi
con gruppi locali e minacciare una guerra civile. Ciascuna tribù
fornì un reggimento per l’esercito; nuovi funzionari, gli
strateghi, vennero preposti al loro comando sotto l’arconte
polemarco. Le tribù erano artificiali, ma svilupparono un certo
spirito di corpo attraverso le gare di atletica, gli incontri
musicali e le festività cittadine.
Il consiglio del popolo che, portato da quattrocento a
cinquecento membri, venne anch’esso rifondato, dovette
sopportare un maggiore e crescente carico di lavoro (p. 263 ss.).
Per distribuire tale carico e in considerazione del fatto che il
consiglio era troppo ampio per svolgere mansioni di dettaglio, i
cinquanta consiglieri di ciascuna tribù assunsero a turno la
guida, decidendo l’ordine tramite sorteggio, in modo da trovarsi
«alla presidenza», come si era soliti dire, per la decima parte
dell’anno. Durante questo periodo venivano chiamati
«presidenti», prytàneis, e il periodo di carica veniva chiamato
prytània. Operando come comitato guida durante le riunioni
dell’intero consiglio e dell’assemblea, ogni pomeriggio i
prytàneis sorteggiavano tra i loro membri un ufficiale di
servizio, che stava in carica da un tramonto all’altro con la
funzione di custodire il sigillo dello stato e le chiavi dell’erario.
Durante questo lasso di tempo egli, insieme ad altri sedici
prytàneis di sua nomina, viveva nella «casa circolare» o mensa
dei presidenti, a fianco della camera del consiglio,
abbandonandola soltanto per riunioni del consiglio o
dell’assemblea. La carica di ufficiale di servizio non era mai
tenuta per due volte dallo stesso individuo, e nessuno poteva
essere membro del consiglio per di più di due volte nell’arco
della vita e, comunque, non in anni successivi. Nell’Atene
classica, quindi, migliaia di cittadini fecero l’esperienza
dell’amministrazione quotidiana; inoltre, erano sempre
rintracciabili, a tutte le ore, l’ufficiale di servizio e il comitato.
Se mai ci fosse stato pericolo in vista, costoro avrebbero deciso
se convocare immediatamente il consiglio e l’assemblea e porre
in stato di allerta le autorità militari.
Non si trattava ancora di una piena democrazia. I nove
arconti continuavano a essere eletti soltanto tra i «cavalieri» e,
qualora «approvati» dall’assemblea al termine del loro anno,
divenivano membri a vita del consiglio dell’areopago. Questo
consiglio rappresentava ancora una corte suprema, e nella veste
di Guardiano delle Leggi, secondo la disposizione soloniana,
poteva dichiarare l’anticostituzionalità di alcuni procedimenti;
inoltre raggruppando i capi politici, militari e gli esperti in
questioni religiose, la sua voce fu sempre ascoltata con rispetto.
Più tardi i conservatori ateniesi definirono questa costituzione
un’aristocrazia, con il potere affidato agli àristoi, i «migliori».
Clistene non fu mai venerato come Solone; il popolo sapeva
sin troppo bene che era un politico astuto e aristocratico, «di
sinistra», diremmo oggi. Dopo la riforma uscì silenziosamente
di scena. Forse morì; forse fu il capro espiatorio a causa della
sua politica filopersiana. Nella terribile crisi che aveva
preceduto l’invasione in forza di Cleomene, Atene, a
quell’epoca sotto la guida di Clistene, aveva contattato il
satrapo di Sardi per invocare la protezione persiana,
ricevendone l’inevitabile risposta: d’accordo, se Atene
consegnerà terra e acqua, simboleggianti la cessione di tutti i
suoi territori al Grande Re. In preda alla disperazione gli
ambasciatori promisero; ma, tornati in patria, trovano che la
crisi era stata risolta e loro stessi ripudiati. Fu questo un
episodio che Atene sarebbe stata lieta di dimenticare. Ma lunga
era la memoria persiana.

3 Da Sardi a Maratona

Nel 499 il malcontento della Ionia, a causa delle tasse persiane


e della presenza dei tiranni, esplose in una rivolta. Una
spedizione persiana, trasportata su navi ioniche, non era riuscita
a piegare Nasso e a restaurare il governo delle classi agiate,
estromesse da una rivoluzione. La flotta si ammutinò e catturò i
tiranni (uno di loro venne linciato dal popolo, ma gli altri, nella
gran parte, poterono andarsene); Aristagora di Mileto, il quale
(in difficoltà con i Persiani per aver sostenuto la ribellione)
aveva rinunciato alla tirannia e si era messo alla guida della
rivolta, chiese l’aiuto di Atene e di Sparta. Sparta, che aveva i
suoi problemi all’interno del Peloponneso, dove Cleomene
inflisse una devastante sconfitta ad Argo, rifiutò. Anche Atene,
ancora impegnata in una saltuaria guerra di razzia con la Boezia
ed Egina, aveva le sue difficoltà; accettò comunque di inviare
venti navi in Ionia. Eretria, la sua alleata in Eubea, ne aggiunse
cinque, e avrebbe potuto inviarne altre alla flotta ionica nel
Levante. Il satrapo Artaferne, fratellastro di Dario, aveva
inviato le sue truppe disponibili contro Mileto; gli Ioni e gli
alleati, allora, risalendo il paese da Efeso, catturarono Sardi alle
loro spalle (498). Ma i tetti di paglia della città presero fuoco, il
che suscitò l’ostilità dei Lidi. Con i Persiani che li andavano
accerchiando, i Greci dovettero ritirarsi, ma raggiunti, vennero
sconfitti di fronte a Efeso, con pesanti perdite, compreso il
comandante di Eretria. Gli alleati, a questo punto, ritornarono in
patria e non presero più parte alla campagna. Nonostante
questo, la rivolta si propagò, raggiungendo Cipro e il Bosforo;
ma, senza più il sostegno della Grecia, con le forze dell’impero
che si andavano raccogliendo, senza contare che gli insorti
erano sparsi lungo la costa mentre il nemico era collocato al
centro, era destinata a fallire. Un esercito persiano e una flotta
fenicia sottomisero Cipro; un altro esercito ottenne il controllo
della costa asiatica del mar di Marmara; un terzo, all'interno
della Ionia stessa, si aprì la strada fino al mare. Nel 494 le flotte
levantine penetrarono nell’Egeo, e nella battaglia di Lade, al
largo di Mileto, i Sami, antichi nemici dei Milesi, accettarono le
favorevoli condizioni di resa offerte tramite il loro ultimo
tiranno (nipote di Policrate), e, issando le vele per prendere il
largo, segnarono l’inizio della disfatta.
Mileto venne saccheggiata; selvagge furono le rappresaglie
in numerose città, specialmente a opera dei Fenici, che
odiavano i Greci considerandoli pirati. In seguito, tuttavia, i
Persiani si dimostrarono di ampie vedute. Abolite le tirannie,
quanto meno nella Ionia, consentirono il sorgere di regimi
democratici. Insistettero affinché venissero stipulati trattati
commerciali tra le città, per prevenire litigi che portassero a
razzie commerciali, comuni in Grecia, e adottarono forme di
agrimensura come base per una più equa imposizione fiscale.
Nondimeno, rilevano gli archeologi, la vita urbana in Ionia
rimase povera e mediocre per tutto il V secolo.
Mentre la Ionia veniva a poco a poco piegata, la questione
dell’intervento lacerava dolorosamente Atene. Vi era un forte
partito della pace, che riteneva inutile resistere alla Persia;
meglio venire a patti con il re e il suo protetto, il vecchio Ippia;
erano ancora in molti a guardare con occhio benevolo all'ultima
dittatura. Così nel 496 fecero eleggere all'arcontato il loro
candidato, un altro Ipparco, cognato di Ippia e figlio del
generale prediletto da Pisistrato, un uomo che se ne era rimasto
tranquillamente ad Atene, non essendogli stata mossa nessuna
accusa a termini di legge. Nel 493 un poeta di nome Frinico
compose una tragedia (qualcosa di simile a un oratorio con
cantanti in costume), che, invece di un soggetto mitologico,
trattava un fatto di storia contemporanea: La caduta di Mileto,
con il trionfo dei Persiani e dei Fenici, i lamenti delle donne
condannate a essere schiave. La cosa suscitò un’impressione
enorme, ma un tribunale multò il poeta e proibì che la
rappresentazione venisse nuovamente allestita; l’accusa ai sensi
di legge fu probabilmente quella di «empietà» per aver
introdotto una nota moderna e fuori luogo in un'occasione
sacra. Ma era un segnale del mutamento in corso nell’opinione
pubblica; infatti l'arconte, eletto quella stessa primavera, non
volle sentir parlare di resa alla Persia.
Era costui Temistocle, un uomo che aveva preso parte alla
rivoluzione di Clistene: sua madre infatti non era ateniese -
neppure greca, secondo alcuni - e se non fosse stato per la
riforma, sarebbe stato escluso dalla politica. Democratico e
«radicale», non viene presentato in modo lusinghiero dalle fonti
più autorevoli, neppure dall’onesto Erodoto, che raccolse le sue
informazioni soprattutto nei circoli degli Alcmeonidi. Si diceva
che si fosse arricchito in politica, il che era probabilmente vero;
ma fu lo stratega e il politico più brillante di Atene.
Si narra che una delle iniziative da lui prese durante
quell’anno fu di avviare la costruzione di una base navale
fortificata tra le rocce del promontorio del Pireo, sino ad allora
trascurate.
Mentre Temistocle era in carica, giunse, con i rifugiati dalla
Ionia, un uomo di stampo molto diverso, un condottiero, con
quattro navi cariche dei suoi uomini e dei loro averi - una
quinta era stata catturata dai Fenici nel corso di un duro
inseguimento. Era costui Milziade, appartenente a una famiglia
che affermava di discendere dall’Aiace omerico e che nel corso
di due avventurose generazioni aveva retto la penisola di
Gallipoli. Il primo dei signori di Gallipoli, un altro Milziade, vi
era giunto all’epoca di Pisistrato, con la benedizione di costui
(entrambi felici di stare reciprocamente alla larga e di
assicurare il possedimento ateniese sugli stretti) e su invito
delle genti del luogo, minacciate dalle tribù dell'interno.
Giunto ad Atene, il Milziade più giovane venne inquisito
sotto l’accusa di aver governato come tiranno (cosa che aveva
effettivamente fatto con un esercito privato di cinquecento
mercenari) sui coloni greci e su quelli traci, ma fu prosciolto.
Aveva fama di grande soldato e, ribelle, si era irrevocabilmente
impegnato contro la Persia; è ragionevole pensare che una certa
influenza in suo favore sia stata spesa dall’arconte Temistocle.
In passato - è vero - aveva servito sotto Dario durante la
spedizione scita, ma replicò all’accusa affermando, cosa
abbastanza difficile a credersi, che era stato lui a proporre di
distruggere il ponte sul Danubio e abbandonare in Scizia il re
stremato. Dal Chersoneso, inoltre, aveva sottomesso i Pelasgi di
Lemno e di Imbro, aprendo quelle isole ai coloni ateniesi.
Quest’ultima impresa fu decisiva: poco dopo, fu nominato
generale del reggimento della sua tribù.
Atene aveva bisogno di un valente condottiero in un
momento di pericolo. Mardonio, un brillante giovane generale,
figlio di uno dei primi sostenitori di Dario e marito della figlia
del re, giunto in Ionia con truppe fresche, dopo aver completato
l’opera di eliminazione delle tirannidi, riprese ad avanzare
lungo la costa settentrionale dell’Egeo. Ma la sua flotta venne
distrutta da una burrasca di nordest, mentre cercava di doppiare
il monte Athos; egli stesso rimase ferito nel corso di un attacco
notturno da parte dei Traci, ma «non si ritirò sino a che non li
ebbe soggiogati». Al suo ritorno in Asia, minato nel fisico e
nella reputazione, i nuovi comandanti, Dati e Artaferne, figlio
del vecchio Artaferne di Sardi, nel 490 salparono attraverso
l’Egeo centrale. Portavano con sé l’ormai vecchio Ippia.
L’incendio di Sardi non aveva salvato la Ionia, ma Atene ed
Eretria erano al primo posto nei pensieri di Dario.
Di fronte a questa armata, molto più imponente della
precedente, gli abitanti di Nasso fuggirono dalla città verso le
valli boscose; gli altri isolani, non più timorosi di rappresaglie,
si affrettarono a sottomettersi e unirsi alla spedizione. Caristo,
in Eubea, chiuse le sue porte, ma si sottomise in tempo per
evitare il peggio. Così i Persiani raggiunsero Eretria. Qui
dovettero porre un assedio in grande stile; ma dopo una
settimana, come accadeva spesso nel corso degli assedi greci,
una porta venne aperta da una fazione dissidente; la città cadde
e la popolazione venne raccolta su alcune isole al largo della
costa, in attesa di essere deportata. Dopo pochi giorni spesi a
riorganizzarsi, i Persiani attraversarono il braccio di mare alla
volta di Maratona, dove Ippia, più di cinquantanni prima, era
sbarcato con il padre durante il loro vittorioso ritorno. A quel
tempo avevano potuto marciare su Atene, raccogliendo lungo la
marcia i sostenitori, ma questa volta l’esercito cittadino,
convinto, nell’assemblea, da Milziade che la difesa passiva non
era la soluzione migliore, uscì in forze e occupò l’estremità
meridionale della pianura.
Il messaggero Filippide, già sulla via di Sparta, percorse in
due giorni gli oltre duecento chilometri del percorso, ma ritornò
con la cattiva notizia che gli Spartani, a causa di una
celebrazione, non potevano mettersi in marcia prima della
successiva luna piena, di lì a qualche giorno. (La superstizione
era senza dubbio sincera.) Seguirono parecchi giorni di ansiosa
attesa. I Persiani, che non avevano forze schiaccianti - non
sufficienti per affrontare, insieme, Atene ed Eretria - e che si
mantenevano in contatto, attraverso Ippia, con i membri delle
fazioni dei Pisistratidi e degli Alcmeonidi, attendevano che si
verificassero disordini politici in grado di favorirli, come era
avvenuto a Samo e a Eretria, ma la democrazia si dimostrò più
solida di quanto non si aspettasse Ippia. Alla fine, nello stesso
giorno in cui gli Spartani dovevano mettersi in marcia (lo stesso
Ippia ne aveva avuto probabilmente notizia), i Persiani
imbarcarono alcune truppe durante la notte, compreso il loro
modesto contingente di cavalleria, per doppiare il capo Sounion
nella speranza che, una volta sbarcati al Falero, i loro sostenitori
si sarebbero finalmente mossi. Alcuni Ioni, scavalcando lo
sbarramento di alberi abbattuti posti davanti alle linee ateniesi,
diedero l’allarme. Non vi era un minuto da perdere: alla prima
luce dell’alba l’arconte polemarco Callimaco, avvertito da
Milziade, guidò fuori i suoi reparti - forse diecimila uomini,
compreso un contingente di circa seicento uomini, fornito dalla
valorosa Platea, una città della Boezia che Atene aveva difeso
da Tebe - per attaccare i Persiani nelle loro postazioni a circa un
chilometro e mezzo di distanza.
Va detto che nell'antichità non esisteva il profondo corso
d’acqua che divide ora la pianura, formando un considerevole
ostacolo. Lungo le sue sponde, composte di limo, fluito giù
dalle colline dopo che furono disboscate, sono stati ritrovati,
alla profondità di un metro, frammenti di ceramica risalenti
all’epoca cristiana. Quando le colline erano ricoperte di alberi,
le acque scendevano con minore irruenza. I rimproveri, mossi a
Erodoto da alcuni studiosi moderni per non aver menzionato un
simile ostacolo, si sono dimostrati, in questo come in molti altri
casi, infondati.
Non vi erano abbastanza Ateniesi armati per coprire, in
profondità, tutta la linea nemica, ma Milziade sapeva che i
Persiani disponevano al centro le loro truppe migliori, formate
da arcieri, più mobili dei suoi soldati muniti di picche, ma non
altrettanto abili nello scontro a corpo a corpo. Per assestare un
colpo decisivo, doveva assicurarsi una «posizione esterna», e
schivare le frecce, per quanto possibile. Così i generali ateniesi
allargarono i reggimenti verso l’esterno su due lati; il centro,
che formava una debole difesa, rimase forse arretrato.
Muovendosi rapidamente, l’esercito serrò le fila verso i fianchi
nemici; attaccarono, aprendosi un varco attraverso le schiere
ioniche poco animose, e infine fecero una conversione, per
ricongiungersi dietro il centro dell’esercito persiano, che,
sfondata l’esile linea ateniese, le stava dando la caccia. I
Persiani, in fuga disordinata verso la loro stazione navale
all’estremo nord della pianura, caddero prigionieri in gran
numero, mentre si calpestavano a vicenda - come mostrava un
dipinto murale ateniese della battaglia - in un angusto passaggio
che aveva, da una parte, il mare, e, dall’altra, una palude. Ne
rimasero uccisi seimilaquattrocento, un numero che sembrò
enorme agli Ateniesi, ma la cifra è esatta perché, in seguito a un
voto solenne di Callimaco, per ogni nemico ucciso dovette
essere sacrificato un capretto. Gli Ateniesi, non riuscendo a
raccogliere tanti capretti in quella stagione, furono costretti a
«convertire» il debito nel sacrificio di cinquecento capretti
all’anno, per un secolo. Lo stesso Callimaco restò ucciso nel
momento della vittoria, mentre cercava di catturare una delle
navi che si erano fermate per trarre in salvo i fuggitivi. Gli
Ateniesi catturarono sette navi, pagando con la vita di alcuni
dei loro uomini più valorosi, ma il resto della flotta prese il
largo.
A quel punto, però, scorsero qualcosa che ricordò loro il
pericolo all’interno. Qualcuno faceva balenare uno scudo dalla
vetta del monte Pentelico. (Il sole doveva dunque trovarsi
ancora molto a oriente del mezzogiorno.) Erano forse traditori,
che segnalavano «siamo pronti»? Tutti lo sospettarono, e si fece
il nome degli Alcmeonidi; ma non vi erano prove. I reggimenti
si riorganizzarono e, attraverso la calura diurna, marciarono alla
volta di Atene «veloci quanto glielo consentivano i piedi». Una
simile fretta non sarebbe stata giustificata, se una parte delle
navi nemiche non avesse avuto un consistente vantaggio; ciò ci
spinge a credere che alcune fossero salpate durante la notte.
Quella stessa sera gli Ateniesi posero il campo a sud delle mura
cittadine; i Persiani, penetrati nella baia del Falero, li videro e
fecero rotta verso l’Asia.

4 Tra due invasioni: la politica dei partiti ad


Atene

Tale fu la campagna di Maratona, splendidamente condotta.


Atene si salvò, anzi il suo orgoglio ne uscì rafforzato; ma la
politica interna era aspra. Milziade, l’uomo del giorno,
consigliava di agire immediatamente riconquistando le Cicladi.
Si rifiutò, però, di rivelare la sua strategia, qualora gli fosse
stata affidata la flotta, cosa ragionevole dal punto di vista
strategico, ma che l’assemblea non gradì. Rassicurandone
tuttavia i membri che la campagna sarebbe stata proficua (per le
indennità), gli venne data carta bianca. Ma l’impresa fu un
fallimento. Fermato a Paro, Milziade fece ritorno ferito,
lasciando dissanguate le finanze dello stato. I suoi modi
dispotici avevano già fatto temere ad alcuni che fosse sulla
buona strada per porsi, come tiranno, al di sopra delle leggi; e il
costoso fallimento fornì a costoro un’occasione per agire.
Venne nuovamente incolpato da un tale Santippo, del quale
sentiremo ancora parlare, che aveva sposato una nipote di
Clistene. L’accusa era di «aver ingannato il popolo», il che
equivaleva al tradimento; la pena richiesta era la morte.
Alla fine, «in nome dei trascorsi servizi», la condanna venne
commutata in una salatissima ammenda: cinquanta talenti, cioè
trecentomila dracme (una dracma era una buona ricompensa per
una giornata di lavoro di un operaio specializzato). Ma la cosa
non aveva importanza per Milziade: la sua ferita era andata in
cancrena, ed egli giaceva su una barella all’interno del
tribunale, mentre su lui infuriavano violenti discorsi. Morì,
lasciando il giovane figlio Cimone finanziariamente rovinato.
Ma nel Museo di Olimpia è conservato un elmo, con incisa
sopra l'asciutta iscrizione MILZIADE DEDICÒ, molto simile a
quello che aveva portato a Maratona. È il suo monumento.
Nel 489 arconte era Aristide il Giusto, anche lui un vecchio
seguace di Clistene, e generale a Maratona. I sostenitori degli
Alcmeonidi, che stavano organizzando il ritorno, volevano
sbarazzarsi di un uomo soprattutto: Temistocle. Ma la cosa non
riuscì.
Si dice che Clistene avesse inserito nella sua costituzione un
altro originale provvedimento: l’assemblea, ogni inverno,
avrebbe deciso se vi fosse un uomo che andava esiliato per il
bene della città. Se il voto era favorevole, nel corso della
primavera si teneva un’«elezione» per decretare chi fosse
l'interessato. Ciascun votante scriveva il nome prescelto su un
óstrakon, un frammento di ceramica (la «carta straccia» della
Grecia), dal che il processo venne ufficiosamente chiamato
ostrakismós; l’individuo che «totalizzava» il massimo
punteggio, con un minimo di seimila voti, veniva bandito per
dieci anni, conservando però la condizione sociale e i beni. Si
dice che Clistene avesse ideato un simile provvedimento per
sbarazzarsi dell’innocente Ipparco, contro il quale sarebbero
cadute tutte le accuse di presunti crimini, ma in seguito molti
avevano incominciato a credere che Ipparco potesse tornare
utile all’«opera di pacificazione», e l’iniziativa non ebbe
seguito. Ora, invece, venne applicata, e Ipparco andò in esilio.
L’anno seguente toccò all’alcmeonide Megacle, nipote di
Clistene e cognato di Santippo; e due anni più tardi, a Santippo
stesso. Tra gli óstraka risalenti a queste elezioni, dei quali
parecchie centinaia sono state ritrovate, il nome di gran lunga
più ricorrente è quello di Temistocle, forse perché, anno dopo
anno, egli fu un bersaglio, se non la vittima. Una volta almeno,
una mezza dozzina di uomini, a giudicare dalla diversa
calligrafia sui frammenti, si sedette a scrivere il suo nome su
centinaia di cocci, raccolti in una fabbrica di ceramica, per
aiutare quei votanti che scrivevano a fatica; ma centonovanta
rimasero nelle mani di attivisti del partito, che li gettarono in un
vecchio pozzo, dove vennero scoperti da un archeologo
americano. Temistocle, da parte sua, controllava un partito
sufficientemente organizzato per riuscire a concentrare i voti
contro i suoi oppositori, facendoli confluire su un nome per
volta, invece di disperderli.
In quello stesso anno (nel 487) venne varata una riforma,
dovuta probabilmente a Temistocle, sebbene non si facciano
nomi. Gli arconti, invece di essere eletti in modo diretto,
vennero, da quel momento in poi, scelti per sorteggio tra
cinquecento candidati, cinquanta da ciascuna tribù, appartenenti
- dal punto di vista tributario - alla classe equestre e approvati
dal consiglio per essere uomini di buona reputazione. Questa
misura, che, aprendo ai piccoli proprietari terrieri e non soltanto
a personaggi famosi la possibilità di accedere all’arcontato,
poteva dirsi democratica, avrebbe inoltre sottratto la carica ai
giochi politici, eliminando le elezioni, che erano spesso state
asprissime. Ma ebbe anche conseguenze a lungo termine, che
Temistocle, famoso per essere il più lungimirante tra i politici,
probabilmente aveva previsto. I «cavalieri», uomini comuni e
rispettati, i presumibili titolari futuri della carica, non avrebbero
avuto il prestigio dei politici in precedenza eletti. L’arconte
polemarco, in particolare, sarebbe passato sotto le dipendenze
dei generali delle tribù, che, eletti per le loro capacità militari,
potevano venire rieletti, facendo in tal modo esperienza. Non
era consuetudine occupare la carica di arconte più di una volta.
Inoltre (Temistocle previde anche questo?), a mano a mano che
invecchiavano e morivano gli ex arconti, ora insediati a vita
nell’areopago, sarebbe declinato anche inevitabilmente, entro
un certo tempo, il prestigio di questo augusto corpo
conservatore.
Nel 484 Temistocle si trovò a faccia a faccia con Aristide,
arconte nel 489, l’ultima speranza dei conservatori. Si dice che
entrambi avessero cercato di guadagnare popolarità, aiutando i
concittadini a comporre, in modo informale, le loro
controversie, al punto che furono attaccati dagli oppositori
politici per il fatto di «spacciarsi come giudici», scavalcando le
sedi giurisdizionali. I metodi dei due avversari differivano
probabilmente meno di quanto potrebbe farci credere la
tradizione letteraria, che oppone Aristide il Giusto a Temistocle
l’infido truffatore. Temistocle era favorevole a un ampliamento
della flotta, una politica più accetta ai poveri che ai ceti
abbienti, che avrebbero dovuto sovvenzionarla. Era, infatti, tra
coloro che non avevano dubbi sul fatto che i Persiani sarebbero
tornati e che, se anche avessero fatto il giro dell’Egeo via terra,
avrebbero avuto in mare il punto più debole, perché il trasporto
per nave sarebbe stato il mezzo migliore per rifornire
un’imponente armata. Aristide rappresentava le forze di terra, i
ricchi, coloro che provvedevano al proprio armamento e non
venivano remunerati. Così si finanziavano le guerre di terra, e il
metodo funzionava abbastanza bene nelle dispute di frontiera,
senza contare che andava bene a quanti contavano
politicamente, perché significava che le armi e l’addestramento
restavano nelle mani degli àristoi. Con la flotta, invece, che
richiedeva organizzazione e sovvenzioni statali, non si poteva
mai sapere cosa sarebbe accaduto.
Aristide aveva perciò l’appoggio di coloro che negavano la
necessità di spese supplementari, sostenendo che le lance di
Maratona erano in grado di ripetere l’impresa, e che comunque
la nuova invasione, di cui parlava Temistocle, forse non si
sarebbe verificata mai. Tale convinzione si conquistò un tale
seguito che lo stesso Temistocle fu costretto a porre l'enfasi su
un nemico più vicino, Egina. Questa isola-stato, con interessi
marittimi superiori a quelli di Atene, aveva in forza sei galee
rispetto alle cinque di Atene, e nel corso di recenti ostilità gli
Egineti avevano devastato la costa attica, dando persino fuoco
al Falero e alle imbarcazioni che vi erano ormeggiate.
Fu una propaganda vincente, e quando, nel 483, i piccoli
operatori, che gestivano le miniere d’argento statali del Laurio,
nei pressi di Sounion, versando tributi alla tesoreria, scoprirono
una vena d’immensa ricchezza, Temistocle colse l’occasione.
Venne proposto che i tributi di quell’anno, ammontanti
all’eccezionale somma di cento talenti, fossero suddivisi nella
misura di dieci dracme per cittadino. Ciò indicherebbe una
popolazione maschile adulta di sessantamila unità, il che
concorda con il complesso degli armamenti che Atene riuscì a
produrre. Temistocle persuase l’assemblea, che va elogiata per
avergli dato ascolto, di rinunciare all’inaspettato introito e di
impiegare i soldi per costruire cento nuove navi da guerra: le
triremi, ciascuna con un equipaggio di duecento uomini. Si
trattava di un nuovo tipo di imbarcazione - ne sentiamo, per la
prima volta, parlare nel corso del VI secolo - nella quale, in
virtù di un ingegnoso metodo di sistemazione scaglionata dei
rematori, potevano venir sistemati centocinquanta remi, disposti
in tre ordini, senza che la galea corresse il rischio di spezzarsi
per essere troppo lunga. Nel complesso, nel corso di tre anni, la
flotta venne rafforzata sino a raggiungere una forza di duecento
triremi. Ma la proposta di Temistocle non passò senza
opposizione. Si ricorse ancora all'ostracismo, e Aristide finì
esiliato dopo una campagna nella quale, stando a un famoso
aneddoto, Aristide scrisse umilmente il proprio nome su un
frammento, per accontentare un campagnolo, che recatosi a
votare, affermava di essere stanco di tutti quei discorsi su
Aristide il Giusto, pur senza averlo mai conosciuto. Le navi
furono pronte appena in tempo, perché, nel 481, apparve chiaro
a tutti che l’invasione era imminente.
Capitolo VIII -
L’INVASIONE DI SERSE

1 Si addensa la tempesta

Serse, il figlio che Dario aveva avuto dalla figlia maggiore di


Ciro, vedova di Cambise, era stato allevato come principe
ereditario: così, con lunghe fila di soldati regi e di portatori di
doni, viene raffigurato nei grandi rilievi del palazzo di
Persepoli. Egli succedette al padre nel 486, senza incidenti. I
fratellastri più anziani, che avevano per madre una figlia di
Gobria, amico di Dario, di stirpe nobile ma non reale, erano
stati messi da parte; due di loro erano comandanti negli eserciti
di Serse. Nel complesso, presero parte alla spedizione greca
undici figli di Dario, nella maggior parte più giovani di Serse,
nato intorno al 519; tre vi rimasero uccisi. L’invasione
dell’Europa fu dunque l’impresa di un uomo ancora giovane.
Serse, il grande nemico, ha naturalmente una cattiva fama
presso gli scrittori greci; perfino l’onesto Erodoto lo
rappresenta come uomo codardo, lussurioso, generoso a
capriccio, spesso crudele. Forse c’è del vero in questo, ma è
anche vero che affrontò con serietà i suoi doveri. Provvide,
inoltre, a sopprimere alcuni «falsi dei», antecedenti a Zoroastro,
che ancora sopravvivevano in Iran. Nel complesso fu un capo
inflessibile e un temibile nemico.
Serse ereditò una rivolta in Egitto, che venne schiacciata nel
volgere di un anno, ed entro il 483 vennero ripresi su scala
massiccia i preparativi per il «conglobamento» della Grecia.
Furono commissionati all’Egitto e alla Fenicia immensi cavi
per assicurare due ponti di navi attraverso i Dardanelli. La
produzione di funi era molto florida nell’antico Oriente. Un
esemplare, rinvenuto in una cava egizia, aveva una
circonferenza di 45 centimetri ed era fissato a un blocco di
pietra di 68 tonnellate; si è calcolato che, per una fune nuova, il
limite di rottura si aggirava intorno alle 75 tonnellate, mentre il
suo peso era di circa 12 kg per metro. Siamo a conoscenza di
ponti di corda lunghi più di mezzo chilometro; non è dunque
inverosimile che una operazione militare richiedesse cavi simili
a quelli descritti da Erodoto, quattro volte più pesanti al metro e
lunghi un chilometro e mezzo. Mardonio ritornò in auge, e tutti
i preparativi si adeguarono alla sua strategia.
Per evitare la circumnavigazione del pericoloso capo fu scavato
un canale che tagliava l’istmo a nord del monte Athos; furono
gettati ponti sul fiume Strimone; grandi depositi alimentari
vennero costruiti lungo la strada. Nella letteratura classica il
canale e il ponte sull’Ellesponto vengono puntualmente citati
come prodotti di megalomania - «si marciava sul mare e le navi
veleggiavano sulla terra» - ma entrambi, specialmente i ponti,
sorretti da vecchie navi da guerra, erano pratici; basti
considerare la quantità di lavoro speso nella costruzione di
questi ponti e confrontarlo con i problemi e le attese (e quindi il
maggior consumo di riserve alimentari) necessari per caricare e
scaricare decine di migliaia di uomini, cavalli, muli, cammelli,
carri, tutto l’equipaggiamento, su imbarcazioni che facevano la
spola tra una spiaggia e l’altra o fra pochi porti di ridotte
dimensioni.
Simili preparativi, specialmente il canale, non potevano
essere tenuti segreti, e i Greci continentali si accorsero infine
del pericolo. A Corinto, sotto la presidenza di Sparta, fu
convocata una conferenza dei rappresentanti di quasi tutti gli
stati continentali, che, a loro volta, invitarono i restanti stati; ma
i risultati furono deludenti. Le città cretesi rimasero neutrali;
Argo, battuta e isolata, con le città vicine, un tempo soggette al
suo dominio - comprese la piccola Tirinto e Mykenai (Micene)
- ora indipendenti e alleate di Sparta, si rifiutò di porre le sue
forze sotto la guida lacedemone, e chiese di partecipare, su
piede di parità, al comando supremo, al che i negoziati si
interruppero. Gelone, tiranno di Siracusa, che, con l’amico
Terone di Agrigento, dominava sulla maggior parte della
Sicilia, chiese il comando supremo delle truppe di terra o di
mare, ma Sparta e Atene non glielo concessero. In ogni caso
Gelone non sarebbe intervenuto, perché Cartagine stava
progettando un’invasione della Sicilia. Quasi certamente,
sebbene Erodoto ne sia all’oscuro, la cosa era stata concordata
con la Persia, tramite Tiro e Sidone.
Atene avrebbe potuto sperare di avere il comando delle forze
di mare; ma, consapevole che le potenze navali doriche
(specialmente Egina e Megara, il che è comprensibile) non
avrebbero accettato la sua guida, accondiscese ad affidare il
comando a un ammiraglio spartano. Il merito di questa
decisione va in gran parte attribuito a Temistocle, sebbene gli
amici aristocratici di Erodoto la pensassero diversamente. In
sostanza, a difendere la Grecia furono le forze della Lega
Peloponnesiaca di Sparta, di Atene e di un numero ridotto di
isole.
Era, frattanto, morto Cleomene di Sparta. Come Milziade,
aveva fatto nascere il sospetto di mirare al potere supremo.
Sbarazzatosi del re rivale, Damarato, ponendo in dubbio la sua
legittimità, lo aveva sostituito con un docile cugino; e ora
Damarato era con Serse. In seguito si scoprì - cosi si narra - che
Cleomene aveva corrotto l’oracolo delfico riguardo a questa
vicenda, con la conseguenza di essere, a sua volta, esiliato da
Sparta, ma, dal momento che Damarato non fu invitato a
tornare, la storia appare dubbia. Cleomene visitò la Tessaglia, la
quale formava ora la regione di frontiera della Grecia libera, e
l’Arcadia, dove tentò di formare una lega di capitribù vincolati
personalmente a lui con giuramento. Se fosse riuscito a
impossessarsi del potere supremo, infrangendo la posizione di
privilegio degli spartiati e offrendo migliori condizioni agli
Arcadi e agli iloti sotto il suo governo personale, governo che
non sarebbe potuto durare in eterno, forse si sarebbe verificata
una svolta decisiva nella storia greca; ma il «forse» rimane tale.
Gli Spartani lo invitarono a tornare in veste di re; un trionfo per
Cleomene. Ma una volta rimpatriato - narra la storia - impazzì;
da tempo beveva smodatamente. Fattosi violento, colpiva con il
bastone i rispettabili aristocratici. (Fu la frustrazione a
spingerlo, vedendosi osteggiato da una silenziosa congiura di
non cooperazione?) Fu allora messo in ceppi dai suoi
fratellastri, il maggiore dei quali, Leonida, divenne reggente. In
seguito, un mattino, il suo corpo venne trovato orrendamente
straziato da colpi di pugnale «dalla testa ai piedi». La versione
ufficiale diceva che, dopo aver costretto il carceriere ilota a
consegnargli il coltello, si fosse mutilato da solo. Ma dalla
vicenda esala il fosco mistero di ciò che avveniva dietro
all'austera facciata dorica di Sparta. Divenne re Leonida,
soldato valente e tradizionale, più accetto agli spartiati.
La situazione della Grecia non era, perciò, delle più felici. La
durezza e la mancanza di cavalleria (una virtù essenzialmente
cristiana) che caratterizzavano la vita greca - avvelenando
persino i rapporti tra atleti rivali e avversari politici - facevano
sì che, in ogni luogo, le fazioni e gli stati sconfitti potessero
preferire un signore lontano a un nemico vittorioso vicino. Non
fu un risultato da poco se Atene ed Egina si riconciliarono in
nome di una causa nazionale; le regioni settentrionali, dove
erano stati a lungo attivi gli agenti persiani - non disdegnando,
tra gli altri mezzi, di ricorrere al fascino delle belle donne -,
erano corrotte dalla propaganda nemica. Gli Alevadi, la grande
casata di Larisa che aspirava a regnare sulla Tessaglia, scacciati
dai loro pari, si erano schierati dalla parte di Serse. Di
conseguenza gli altri baroni erano diventati nazionalisti; ma gli
Alevadi avevano un consistente seguito, e i contadini tessali
non avevano motivo per credere che sotto la Persia e gli
Alevadi le cose sarebbero andate peggio che sotto i baroni. La
Tessaglia, a quel tempo, titubava; ma se si fosse unita ai
nazionalisti, la Focide, che aveva molto patito per le invasioni
dei Tessali, non avrebbe certo provato grande entusiasmo per la
causa greca. Tebe, sconfitta da Atene e ostacolata nel suo
progetto di annettersi Platea, non era disposta verso Atene
meglio di quanto non lo fosse Argo nei riguardi di Sparta. E
così via.
Ma la cosa peggiore fu che l’oracolo delfico appoggiò quanti
consideravano inutile resistere. Nel 490 Dati aveva protetto il
tempio di Apollo a Delo; Dario aveva addirittura rimproverato
un governatore ionico, il quale, nel fervore zoroastrico per
l’agricoltura, aveva costretto i sacerdoti del «dio che dice il
vero» a coltivare la terra sacra: una politica che ora dava i suoi
frutti. Gli indecisi vennero incoraggiati a restare neutrali, il che
significava sottomettersi, mentre quelli che erano risoluti a
resistere ricevettero oracoli minacciosi.
Nel maggio del 480, non appena terminarono le piogge
primaverili, Serse si mise in marcia da Sardi. Per sette giorni e
sette notti, truppe, carri, animali fluirono lungo i ponti
dell’Ellesponto. In giugno, avanzarono lentamente, ma senza
soste, attraverso la Tracia, abbattendo la foresta e costruendo
strade transitabili da un esercito con tutto l’equipaggiamento. I
Traci li osservavano con soggezione. Gli inviati persiani, con
notevole coraggio, precedettero in Grecia l’esercito,
domandando alle popolazioni l'offerta di terra e acqua, simboli
di sottomissione. Soprattutto nella Grecia settentrionale furono
in molti a concederla. Atene e Sparta consultarono Delfi e
ricevettero responsi volutamente terrorizzanti. Agli Spartani fu
detto che sarebbero periti o la loro città o un loro re (era
un’allusione al fatto che Sparta sarebbe sopravvissuta sotto il
protetto di Serse, Damarato, al prezzo della vita del cugino che
ne aveva usurpato il trono?). Ma, rifiutandosi di farsi intimorire,
gli Spartani si preclusero volutamente la possibilità di essere
perdonati, uccidendo gli ambasciatori. Atene, secondo una
storia che mostra analogie sospette, affermava di aver fatto lo
stesso.
Quando gli ambasciatori ateniesi giunsero a Delfi, la Pizia
(«donna delfica»), addestrata evidentemente con cura nella sua
parte, non lasciò neppure che le rivolgessero domande. Li
ricevette con un grido - in esametri - intimando loro di «fuggire
all'estremità della terra» (di «muoversi verso Occidente», come
i Focesi). Ma gli inviati ateniesi non erano disposti a farsi
liquidare tanto facilmente. Su consiglio di un abitante di Delfi,
tornarono al tempio, in veste di supplici, con ramoscelli di ulivo
in mano, minacciando di fermarsi lì finché non fossero morti, se
il dio non gli avesse dato un «oracolo di migliore auspicio sul
loro paese». Riuscirono così a strappare un responso, alla
peggio ambiguo, secondo cui un «muro di legno» sarebbe
scampato alla generale distruzione dell’Attica, e la «divina
Salamina avrebbe annientato i figli delle donne». Sembra quasi
che, nominando Salamina, abbiano estorto il permesso di porre
la domanda preparata in precedenza. Se è vero, c’è dietro la
mano di Temistocle. Avendo meditato sul problema per anni,
egli era probabilmente giunto alla conclusione che, qualora
invasi per terra e da forze soverchianti, il governo e l'esercito
ateniese avrebbero dovuto ritirarsi a Salamina, e che in quello
stretto braccio di mare la sua giovane flotta, prodotta in serie,
avrebbe dato il meglio di sé. Nell’assemblea sostenne che il
«muro di legno» significava la flotta, non le palizzate
dell’Acropoli come pensavano altri, e che l’epiteto «divina», e
non ad esempio «crudele», riferito a Salamina, preannunciava
la vittoria.
I cittadini più lungimiranti inviarono le loro famiglie nel
Peloponneso, dove concesse loro nobile ospitalità la piccola
città di Trezene (secondo la leggenda, il luogo natio del re
ateniese Teseo). Un’iscrizione proveniente da Trezene, da poco
scoperta, che in origine apparteneva a un monumento funebre
risalente a un’epoca molto posteriore, pretende di riportare le
vere parole del decreto proposto da Temistocle all’assemblea:
richiamare gli esuli, mobilitare la flotta, evacuare a Trezene
donne e fanciulli (il futuro della città), trasportare a Salamina i
vecchi e i beni (la seconda priorità). Il decreto, citato a fini
patriottici da un oratore del IV secolo, è probabilmente lo stesso
testo. Ma non è verosimile che il testo originale si sia
conservato; le numerose iscrizioni dell’epoca, sui monumenti ai
caduti nella guerra persiana, risultano tutti, indistintamente,
brevi e in versi. Le lunghe iscrizioni in prosa sono di epoca più
tarda. L’iscrizione di Trezene, inoltre, indica una quantità di
soldati per nave (dieci uomini armati, quattro arcieri) che fu
comune in seguito, quando - ci viene narrato - venne
drasticamente ridotto il numero, senza contare che il richiamo
degli esuli precedette di molto la mobilitazione generale e
l'evacuazione. Il decreto, che rappresenta dunque una
«ricostruzione» letteraria, simile ai discorsi che gli storici greci
mettono in bocca ai loro personaggi, ha, tuttavia, un certo
interesse perché riflette quelle che nell'Atene classica si pensava
fossero state le reali o possibili parole di Temistocle.
Va anche aggiunto che numerosi critici hanno respinto gli
oracoli come invenzioni posteriori. La ragione per accettarne la
veridicità è il loro pessimismo. Se essi fossero stati inventati al
termine della guerra, Apollo avrebbe saputo far di meglio.
Degli esiliati, rimpatriarono Aristide e Santippo, che resero
servigi di grande valore. Non così Ipparco, che raggiunse i
cinque figli di Ippia e gli altri Pisistratidi nel campo di Serse; il
che segnò la fine dell’influenza pisistratidea ad Atene.

2 Le forze in campo e le strategie

Nel frattempo, presso Corinto, l’alto comando stava mettendo a


punto la propria strategia, mentre Temistocle dovette dedicare
del tempo a persuadere l’assemblea di Atene. Riuscì a
convincere i Peloponnesiaci, decisi a trincerarsi a Corinto
contro il mondo in armi, che sarebbe stata una misura inutile, se
avessero perduto il controllo del mare. E per conservare tale
controllo, dovevano salvare Atene, Egina, Megara, se possibile
l’Eubea, e le flotte. La sua personale convinzione era che
bisognasse procrastinare al massimo il momento dello scontro e
approfittare delle difficoltà del nemico, e che fosse possibile,
con la nuova flotta, superiore a quella di tutti gli altri alleati,
ottenere una vittoria per mare. La battaglia decisiva sarebbe
dovuta avvenire preferibilmente in acque ristrette, dove le
solide navi greche, con i loro marinai armati, avrebbero potuto
contrastare le imbarcazioni dei Levantini, abilmente guidate ma
più leggere.
Che le navi greche fossero più pesanti e la flotta persiana
meglio condotta viene d'altra parte affermato da Erodoto in due
brani (VIII, 10 e 60). Alcuni autori greci posteriori, che,
desiderosi di interpretare quella lotta come il trionfo dell’abilità
sulla forza bruta, invertirono gli aggettivi, hanno trovato
deplorevole credito presso numerosi studiosi moderni.
Sconfiggere Serse nel corso di una battaglia campale era
considerato da tutti impossibile, non soltanto per la quantità
delle sue truppe, ma anche per la superiorità dei cavalieri e
degli arcieri persiani. I Greci potevano, sì, difendere le proprie
posizioni, ma un’offensiva - si pensava quasi unanimemente -
sarebbe stata suicida. Sino a quel momento, Maratona era
l’unica vittoria in campo aperto riportata dai Greci sui Persiani;
di contro, dall’Egitto alla Ionia, si era registrato un primato di
sconfitte.
Non conosciamo l’entità dell’esercito di Serse; le più
improbabili sono le valutazioni dei contemporanei, a
cominciare dal monumento ai caduti, eretto poco dopo presso le
Termopili, il quale parlava di tre milioni di uomini. Per i Greci,
che usavano il termine «miriade» («diecimila») per indicare
entità innumerevole, simili cifre non avevano senso. Le risorse
d’acqua, cui l’esercito poteva attingere lungo il percorso, non
bastavano, afferma Erodoto; soltanto i grandi fiumi erano
sufficienti: un’affermazione che la retorica posteriore trasformò
nell’iperbole secondo cui i Persiani «dissetandosi,
prosciugavano i fiumi». Ma l’espressione, al di là della retorica,
fornisce un utile elemento. Il generale Sir Frederick Maurice,
che ispezionò il territorio ai termine della prima guerra
mondiale e applicò alla storia di Erodoto i dati raccolti dal
servizio segreto inglese, scoprì che le riserve d’acqua lungo la
strada sarebbero a malapena bastate per duecentomila uomini
(compresi le retrovie dei trasportatori e degli addetti ai servizi
di approvvigionamento), con settantamila cavalli, muli e
cammelli. Forse l’esercito era più piccolo, ma è probabile che,
nel corso di questa grande campagna, i Persiani impiegassero
tutte le loro forze. L’allestimento e il rifornimento della
spedizione costituirono un’impresa di eccezionale impegno.
La spina dorsale dell’esercito era formata dalla fanteria e (in
numero molto minore) dalla cavalleria iraniana, dai Persiani,
Medi, Battriani e altri, armati con archi, lance (meno lunghe di
quelle greche che raggiungevano il metro e ottanta) e corte
spade. La fanteria portava larghi scudi di vimini, dotati di una
punta sull’orlo inferiore che, conficcata nel terreno, ne faceva
un muro dietro al quale ripararsi nel momento del lancio. Le
guardie persiane, i diecimila «immortali», così chiamati perché
tra le loro fila non vi era mai un posto vacante, avevano
armature fatte di scaglie di metallo cucite su tuniche di pelle,
ma pochi altri erano così armati. L’elenco di Erodoto
comprende anche altre truppe, che andavano dai Lidi, armati
secondo il costume greco, fino ai montanari caucasici, dotati di
giavellotti e di piccoli scudi, e agli «Etiopi originari del lontano
Egitto», che avevano frecce e spade con punte di pietra e che
nell'imminenza della battaglia si pitturavano metà di bianco e
metà di rosso. Si è soliti dubitare se per Serse questi selvaggi
valessero le vettovaglie che consumavano, ma i fregi della
colonna Traiana mostrano come l’esercito imperiale romano
comprendesse vari barbari «ausiliari», dall’aspetto
particolarmente feroce, nudi sino alla vita, armati soltanto di
clave e di pietre per il lancio. Forse anche le «legioni» iraniane
si avvalevano di schiere di selvaggi, sacrificabili e terrificanti.
Sappiamo che le truppe montate comprendevano un reparto
arabo di cammelli, di Libici del Nord Africa con i loro carri
arcaici, di cavalieri sagarti dell'Iran centrale, armati di lacci.
Pare che nessuna di queste pittoresche unità sia stata utile nel
corso della campagna, ma avrebbe potuto esserlo, se i Greci
avessero dato battaglia in campo aperto.
Erodoto fornisce, ricavandola da una fonte persiana, un
elenco dettagliato dei contingenti, ma fa notare che non erano
indicate le quantità. Erano forse dati segreti. Per la flotta, egli
indica gli effettivi dei vari contingenti; i Fenici, gli Egizi, i
Cilici e i Greci, che si erano sottomessi, garantivano 1207
imbarcazioni, senza tener conto delle navi sussidiarie. Sono
numeri che forse indicano il potenziale dei singoli contributi,
sulla base delle informazioni dei servizi segreti greci, ma se
rappresentano una notevole sopravvalutazione delle forze
effettivamente raccolte, la cosa non dovrebbe sorprendere, e
trova riscontro in analoghi esempi in tempi moderni.
La strategia greca si fondava sulla realtà geografica. La costa
orientale della Grecia centrale è protetta, per quasi duecento
chilometri, dal frangiflutti naturale costituto dall’isola di Eubea;
ma Caristo, all’estremità meridionale dell’Eubea, e l’isola
successiva, Andro, erano soggette alla sovranità persiana: solidi
avamposti che risalivano al tempo della campagna del 490. A
nord dell’Eubea si apre lo stretto dell’Artemisio, che prende il
nome da un tempio di Artemide (non da una città), sulla punta
settentrionale dell’isola. Ancora più a nord, corre per altri
centotrenta chilometri l’inospitale costa montagnosa della
Tessaglia, esposta a nordest, prima di raggiungere il golfo di
Terme (più tardi Tessalonica). Qui si riunì la flotta di Serse,
mantenendosi in contatto con l'esercito, secondo la strategia di
terraferma di Mardonio. Con i Greci che controllavano in forze
l'Artemisio, inizialmente con cento navi ateniesi e cento
peloponnesiache, il nemico non avrebbe potuto discendere
lungo la costa tessala in squadriglie, e riparare presso le piccole,
sporadiche spiagge, qualora il tempo si fosse volto al peggio,
altrimenti i Greci li avrebbero completamente distrutti, non
appena vi fossero giunti. Essi avrebbero dovuto discendere in
massa lungo quella stessa costa, coprendo una distanza troppo
grande per farcela in un giorno senza arrivare esausti: allora sì
che i Greci, secondo il consiglio di Apollo, avrebbero potuto
«levare preghiere ai venti».
Nel frattempo, bisognava difendere il fronte di terra. Molto
prima che Serse raggiungesse la Macedonia, diecimila uomini
in armi, provenienti dal sud della Grecia (il che significa anche
più di diecimila scudieri equipaggiati con armi leggere), sotto il
comando di un ufficiale spartano (Temistocle era alla guida del
contingente ateniese), furono inviati via mare in Tessaglia, per
unirsi alle forze locali e occupare la linea dell’Olimpo nei pressi
del passo costiero di Tempe. Si trattava di un esercito
considerevole nella tradizione greca. Ma si ebbe allora una
spiacevole sorpresa. Vi erano altri passi praticabili
nell’entroterra, e le popolazioni della montagna, raggiunte dalla
propaganda persiana, non avevano nessuna intenzione di
difenderli, rischiando di ritrovarsi con i villaggi bruciati;
Alessandro I, il giovane re di Macedonia, che per poco non
aveva conquistato un alloro olimpico nella corsa dello stadio
(circa duecento metri) ed era anche cognato dell’ufficiale
persiano cui spettava il comando del canale, chiese «in veste di
amico» allo spartano Eveneto, se era veramente saggio starsene
lì ad aspettare di finire calpestati dalla moltitudine che stava
giungendo. E, da persona bene informata, ne fornì i particolari.
Eveneto, scoraggiato, si ritirò; la piccola nobiltà tessala si
affrettò a concludere la pace con gli Alevadi e con Serse.

3 Le Termopili e l’Artemisio

Erano momenti di cupa inquietudine. Se il fronte di terra avesse


ceduto, la flotta non avrebbe potuto fermarsi a lungo
all’Artemisio, punto di vitale importanza. Era già cominciata la
stagione sacra, quella in cui cadeva a Sparta il plenilunio delle
feste Carnee dedicate ad Apollo e si svolgevano i giochi
Olimpici che interessavano tutta la Grecia: mettersi in marcia
durante il mese, senza aspettare che le celebrazioni
raggiungessero il loro culmine, veniva considerata cosa di
pessimo auspicio. I Peloponnesiaci, probabilmente, da sempre
contrari a inviare a nord il grosso delle truppe, accolsero con
gioia il pretesto. Il re Leonida, invece, a differenza degli anziani
di Sparta, comprese l’urgenza della crisi, e mentre due terzi
dell’esercito di Serse restava in Macedonia, e un terzo si apriva
un passaggio attraverso la foresta sovrastante la valle
dell’Aliacmone, Leonida si mise in marcia per difendere
l’ultimo avamposto in grado di proteggere l'Artemisio: il passo
delle Sorgenti Calde, le Termopili («porte calde»), dove la
strada seguiva la costa e il mare si spingeva quasi ai piedi
dell’aspra pendice del Callidromo. Leonida aveva con sé le
guardie reali, formate da trecento uomini con sette iloti a testa
(tre di ciascun gruppo erano forse armati), 2120 Arcadi, 688
uomini dell’Argolide: in tutto quattromila Peloponnesiaci
equipaggiati. Se si aggiungono 1100 Beoti e i contingenti della
Focide e della Locride, la sua forza ammontava forse a oltre
settemila uomini armati, sufficienti, a suo avviso, per difendere
il passo, finché non fossero giunti rinforzi dopo la luna piena
(18 agosto). Ma egli conosceva bene la pericolosità della
missione. Il gruppo di trecento spartiati, da lui costituito, non
comprendeva forze giovani, come di consueto, ma era costituito
da padri di famiglia, in modo che le famiglie non si
estinguessero, qualora si fosse verificato il peggio.
Serse discese attraverso la Tessaglia, mentre la flotta,
secondo le disposizioni, attendeva che l’esercito dominasse il
golfo di Pagase più oltre. Le triremi, infatti, ideate per essere
rapide, erano condizionate dal livello dell’acqua a disposizione
dei rematori. Gli esploratori fenici presero e distrussero tre navi
greche di ricognizione al largo dell’isola di Skiathos. A terra,
un cavaliere persiano avvistò e contò un reparto greco, fuori
delle mura che proteggevano il passo. Erano spartiati, ed egli si
meravigliò di vederli occupati in attività all’apparenza frivole,
come il fare esercizi d’atletica o pettinarsi accuratamente le
lunghe chiome. Si dice che Damarato abbia spiegato la cosa a
Serse: gli Spartani ci tenevano a morire con i capelli in ordine.
Ma per tre giorni non si verificò nessun attacco. «Aspettano la
nostra fuga» mormoravano i Greci. Più verosimilmente attesero
che la fanteria risalisse il declivio. Nel frattempo si mosse la
flotta principale, e allora, cinquanta giorni dopo la mezza estate
- un evento ben noto alla saggezza atmosferica dei Greci -, il
tempo, sino a quel momento rimasto sereno, improvvisamente
precipitò. Accade che l’aria sopra il Mediterraneo,
surriscaldandosi, si alzi e venga rimpiazzata da correnti
provenienti dal mar Nero con violente burrasche di nordest.
Dodici anni prima un’analoga tempesta aveva distrutto la
flotta di Mardonio al largo dell’Athos. Questa volta si levò
all’alba, investendo molte delle navi ancoratesi durante la notte
- un’iniziativa che i capitani delle lunghe e affusolate triremi
non gradivano mai - in file, al largo di spiagge, che solo una
esigua parte della flotta riuscì a raggiungere. Si registrarono
enormi perdite; si parlò di quattrocento triremi, oltre a
un’innumerevole quantità di barche sussidiarie. I naufraghi
costruirono barricate con i rottami, nel timore di un attacco da
parte degli abitanti delle colline. La tempesta infuriò per tre
giorni prima che la placassero i magi, con formule e
incantesimi; o forse, afferma Erodoto, semplicemente si esaurì.
Allora l’armata riprese il cammino. I Greci, che si erano
rifugiati al riparo dell’Eubea, rilevarono con un certo
disappunto il gran numero delle imbarcazioni sopravvissute.
Fecero ritorno alla base appena in tempo per isolare, mentre
doppiavano il capo, quindici imbarcazioni persiane sbandate. Il
resto della flotta si trasse in salvo nella baia di Pagase.
Sino a quel momento, in vista di un attacco attraverso il
canale di Andro, i Greci avevano tenuto, nella base in Attica, a
Egina e a Pogone (la moderna Poro), una seconda flotta,
comprendente il secondo centinaio di imbarcazioni ateniesi.
Attingendo da questo contingente, a mano a mano che
sopraggiungevano nuove imbarcazioni e il pericolo si profilava
dal nord, rinforzarono la flotta settentrionale, conservando
ottanta-cento unità in quella meridionale. Escludendo le perdite,
presso l’Artemisio si trovavano ora 146 navi ateniesi, comprese
quelle equipaggiate dai coloni calcidesi, più altre 122
imbarcazioni. Nei due giorni seguenti, verso sera, mentre il
nemico si riorganizzava, i Greci attaccarono gli ancoraggi,
provocando perdite e fuggendo protetti dal repentino
crepuscolo mediterraneo. Ma ancora più importante fu che un
distaccamento, inviato per aggirare la postazione greca vicino
al canale di Andro, venne distrutto da una seconda tempesta nei
pressi della sottile propaggine meridionale dell’Eubea. Si dice
che abbia fatto naufragio l’intera flotta di duecento galee: il
cielo stesso, afferma Erodoto, sembrava all’opera per ridurre le
forze del nemico, lasciandole solo di poco superiori a quelle
greche. (Avendo affermato inizialmente la presenza di 1207
imbarcazioni persiane, la tradizione greca doveva in qualche
modo ridurre il loro numero.) Venuto meno il pericolo, tutte le
cinquantatré navi ateniesi rimaste raggiunsero il nucleo
principale della flotta.
Nel corso di quelle stesse due giornate l’esercito di Serse
assalì le Termopili; ma i Greci, combattendo in squadre, li
respinsero con pesanti perdite, senza dar segno di stanchezza.
L’intera impresa era a un punto morto, quando, nel terzo
mattino, tutta la flotta nemica uscì in assetto di guerra per
rompere la situazione di stallo. I Greci, ancora in inferiorità
numerica, ripiegarono le ali della loro flotta a formare un
semicerchio difensivo. I combattimenti furono lunghi e
selvaggi. I marinai egizi, combattendo con arpioni e alabarde,
abbordarono cinque navi. Da entrambe le parti le schiere si
rallegrarono, afferma Erodoto, quando il tramonto pose fine alla
battaglia. Gli Ateniesi si ritrovarono con metà delle
imbarcazioni perdute o danneggiate; e gli ammiragli greci,
compreso il sanguigno Temistocle, concordarono
sull’impossibilità di concedere battaglia il giorno seguente.
Diedero allora agli uomini una sostanziosa cena di carne di
montone euboico («negandola al nemico»), e passata la
mezzanotte, lasciando accesi i fuochi da campo, presero il largo
verso sud.
Una nave di raccordo, tenuta a disposizione per mantenere i
contatti con Leonida, era stata spedita ad avvertirlo; ma Leonida
non poteva ricevere messaggi.
Gli eventi di quel giorno alle Termopili diventarono
leggendari, ma la versione di Erodoto, prossima alle fonti di
informazione, è attendibile. Più tardi l'impresa venne,
purtroppo, contaminata con una specie di giornalismo
sentimentale.
Sin dal loro primo arrivo, i Persiani, esperti combattenti di
montagna, avevano tentato di trovare una via per aggirare le
Termopili; la leggenda, così come giunse a Erodoto, li descrive
molto più sprovveduti di quanto non appaiano in quasi tutta la
sua opera. Trovarono dunque i Persiani un uomo del posto che,
come la maggior parte dei Greci settentrionali, non gradiva
l’idea di ritrovare nel suo paese quegli stranieri, pronti a
sfruttarlo. Questi si dichiarò disposto a indicare loro un sentiero
durante la notte. La luna era alta; in quella sera si sarebbe tenuta
una solenne celebrazione nel sud, poi, forse, sarebbero arrivati i
rinforzi greci. Le montagne, d’altro canto, erano ricoperte da
una folta foresta di querce.
Il segreto delle Termopili consiste nel fatto che, in alto, la
montagna non termina in un solo crinale roccioso, ma in due,
divisi da un avvallamento erboso ampio e poco profondo,
percorso dal fiume Asopo, che si snoda sinuoso. Qui, «lungo il
dorso della montagna», come afferma Erodoto (e non a metà
strada sul declivio, come si trova indicato in una cartina
moderna, sciaguratamente riprodotta di frequente), corre una
strada naturale, percorribile persino da jeep e da camion,
utilizzata, durante l’antichità, più di una volta dagli invasori per
evitare la via costiera.
Il problema era come raggiungerla - anzi come raggiungerla con
un corpo incolonnato di truppe, senza che troppe deviazioni
impedissero alle retrovie di rifornire l’avanguardia. Lo avrebbe
consentito soltanto una strada in buone condizioni. C’era
un’unica possibilità; quella di risalire sino a uno sperone situato
a est dell’ampia gola dalla quale discende l’Asopo; ma dal
momento che Erodoto afferma che i Persiani compirono un
lungo circolo, è probabile che questa scorciatoia fosse presidiata
da mille Focesi che si erano offerti di difendere il fianco della
montagna. Il maliese Efialte (il Giuda Iscariota della tradizione
greca classica) mostrò come circondare Leonida, aggirando
prima le forze che controllavano il fianco.
Serse inviò gli «immortali», che, abituati per lunga disciplina
a marciare nell’oscurità, lungo sentieri impervi, avrebbero
potuto essere all’altezza del compito. Questi, partiti al
crepuscolo, forse risalendo il declivio nei pressi del villaggio di
Vardate, «marciarono tutta la notte [...] ed era all’incirca il
sorgere del giorno, quando comparvero sulla vetta della
montagna». I Focesi, messi in allerta da un misterioso fruscio -
quello delle foglie calpestate da migliaia di piedi - e in seguito
«tirati su» all’alba da truppe giunte in cima, non già provenienti
da posizioni loro antistanti, si trassero in una posizione elevata
preparandosi a vendere cara la pelle; ma le guardie - soldati
professionisti che ora si trovavano ad affrontare una milizia
cittadina - non si curarono di questo obiettivo secondario e
«scesero correndo veloci». Avevano aggirato l’ostacolo.
Leonida, spinto forse a credere dai pesanti attacchi frontali
che i Persiani non avessero piani alternativi, si svegliò al
ricevere la notizia che il suo fianco era stato irrimediabilmente
aggirato. Non vi era speranza di impedire ai Persiani di
scendere dalla montagna, ora che avevano raggiunto la cima.
Né a nulla serviva che il suo esercito si ritirasse tutto in una
volta; la cavalleria nemica poteva accerchiarlo nel corso di
quella stessa giornata. La retroguardia, votata al massacro,
doveva restare, per assicurare agli altri un vantaggio.
Leonida ordinò agli alleati peloponnesiaci di partire, truppe
valorose, in grado di combattere ancora. Tenne con sé i suoi
Beoti, forse calcolando freddamente che tanto valeva
«sacrificarli», visto che le loro città erano destinate a
soccombere. Rimase lui stesso insieme ai suoi Spartani, senza i
quali la retroguardia avrebbe potuto cedere troppo presto. Una
parte dei Beoti si arrese, dopo essersi sulle prime battuta
valorosamente. Senza dubbio lo stesso Leonida ricordava
l’oracolo: un re spartano doveva morire. Con queste truppe si
scagliò furiosamente sui nemici che aveva di fronte,
trascinandone molti in mare, e, dopo una mischia nella quale
caddero due giovani fratelli di Serse, oltre a centinaia di altri
soldati, Leonida e i suoi Spartani, probabilmente insieme a
novecento iloti, morirono sino all'ultimo uomo.
Un re di Sparta era stato sconfitto e ucciso: una notizia
funesta. Come immediata conseguenza, alcuni Arcadi, «uomini
bisognosi, in cerca di occupazione», passarono dalla parte di
Serse; probabilmente avevano combattuto al fianco di Leonida
e intuivano come un re vittorioso fosse preferibile a un re
morto. Per sfruttare l’evento nel modo migliore, la propaganda
greca sottolineò, comprensibilmente, il coraggio mostrato; sorse
così la leggenda delle Termopili. Ma, ammantato com’è di
splendore eroico, l’episodio delle Termopili rischia di non
venire opportunamente valutato. I pochi uomini che vi
combatterono resero possibili le operazioni dell’Artemisio,
dove oltre sessantamila Greci inflissero perdite al nemico,
direttamente nel corso di battaglie e più spesso indirettamente,
costringendolo a navigare lungo una costa pericolosa, il che da
ultimo decise la sorte della guerra.
La Focide e le coste dell’Eubea vennero messe a ferro e a
fuoco; Tebe e la maggior parte della Beozia si unirono
immediatamente a Serse, servendosi dell’intermediazione di
Alessandro il Macedone per concludere la pace. Atene venne
evacuata, non senza panico e precipitazione. La flotta alleata,
dopo aver ricevuto gli ultimi rinforzi a Poro, fece scalo nello
stretto di Salamina, per aiutare le operazioni di trasbordo dei
civili a Salamina e a Egina. Una guarnigione di volontari rimase
sull’Acropoli. Le loro palizzate di legno presero rapidamente
fuoco, sotto le frecce incendiarie scagliate dall’Areopago, ma
essi resistettero e schiacciarono sotto una pioggia di massi un
assalto tentato lungo l’unica via accessibile. Allora gli scalatori
persiani, come avevano fatto a Sardi, scoprirono una strada
«che nessuno avrebbe mai ritenuto possibile», e presero alle
spalle i difensori delle porte delle città: tra le Fiamme e i
massacri l’Acropoli cadde.
Serse inviò in patria un dispaccio nel quale annunciava la
vittoria. Soltanto quattro mesi erano passati da quando era
penetrato in Europa.

4 Sul filo del rasoio


Serse, tuttavia, aveva i suoi problemi. Durante l’inverno
sarebbe stato difficile rifornire, in Grecia, il suo imponente
esercito e non aveva ancora piegato le principali forze del
nemico. Attaccare la linea fortificata lungo l’istmo, difeso ora
da un formidabile esercito peloponnesiaco, non era
consigliabile. La posizione doveva venire in qualche modo
aggirata via mare. Si dice che Damarato avesse proposto di
distaccare una squadriglia per catturare l’isola di Citerà, il
tallone d’Achille di Sparta, ma il fratello del re Achemene,
satrapo e ammiraglio degli Egizi, obiettò che la flotta, dopo le
perdite subite durante la tempesta, non era abbastanza forte per
dividersi di fronte al nemico. I Persiani richiamarono alle armi
le ultime riserve, le navi delle Cicladi, che, però, formavano un
contingente ridotto. Il comportamento della flotta di riserva - le
rispettive isole di provenienza erano in balia dei Persiani -
lascia supporre che la vittoria di Serse non fosse poi scontata.
Paro, con poche navi all’ancora presso Chitno, inviò una nave
ai Greci, e non prese parte alla battaglia; quelle di Nasso si
unirono ai Greci; una nave di Xeno disertò, con informazioni
preziose, alla vigilia dello scontro decisivo.
La flotta persiana rimase, quindi, concentrata nella baia del
Falero, mentre i Greci si trovavano ancora nello stretto di
Salamina, dove potevano aggirare, tagliandola fuori dalle
risorse d’acqua, qualsiasi iniziativa marittima persiana contro il
Peloponneso. La stessa Salamina, che ospitava il governo
ateniese e l’esercito ed era affollata di profughi, costituiva un
obiettivo di rilievo, e Temistocle confidava ancora che i
Persiani l’attaccassero. Probabilmente intorno a quest’epoca,
sebbene lo affermino soltanto fonti minori, Serse ordinò la
costruzione di un molo attraverso gli Stretti, da completarsi con
un ponte galleggiante formato da navi mercantili assicurate
insieme. Si trattava di un tipico progetto monumentale di
ingegneria persiana; ma sarebbe stato impossibile realizzarlo
senza il controllo degli Stretti. Così, dopo aver tenuto un
consiglio per ascoltare i pareri dei comandanti, Serse ordinò che
la flotta serrasse le fila verso Salamina il giorno seguente e
stanasse i Greci dal loro covo. Una proposta di minoranza,
avanzata da Artemisia, la regina regnante di Alicarnasso, per
metà cretese e per metà caria, era favorevole ad aspettare che la
penuria di viveri costringesse i Greci a uscire allo scoperto; ma,
con l'autunno alle porte, Serse era impaziente.
Nel frattempo Temistocle aveva le sue difficoltà a persuadere
i Peloponnesiaci - abituati come tutti i Greci a guerre
strettamente locali - che Salamina era il miglior punto
difensivo.
Probabilmente riuscì a convincere Adimanto («impavido»),
l’ammiraglio corinzio: molto tempo dopo, l’epitaffio di
Adimanto dichiarava che questi, «con il suo consiglio», aveva
salvato la Grecia. Le versioni ateniesi, pervenute a Erodoto,
nelle quali Adimanto veniva raffigurato come uno sciocco e, al
tempo stesso, un codardo, riflettono una posteriore faida che
oppose gli Ateniesi a Corinto e, in particolare, alla famiglia
dell’ammiraglio. Ma è probabile che Adimanto abbia avuto
gravi difficoltà a trattenere i suoi uomini, specialmente quando
nuvole di polvere lungo la costa indicarono che l’esercito
persiano era in marcia verso Megara.
Fu allora che Temistocle contribuì a far precipitare la
decisione di Serse. Esagerando le tensioni esistenti nel campo
greco (che i Persiani e gli esuli greci alle loro dipendenze
conoscevano), inviò un messaggio a Serse, dicendosi pronto a
disertare e a fuggire durante la notte, affermando che gli uomini
erano sul punto di esplodere o, se attaccati al mattino dopo, di
assalirsi a vicenda. Il messaggio cadde su un terreno già fertile.
Così Temistocle avrebbe avuto la sua battaglia di Salamina,
combattuta, secondo quanto concordano le fonti antiche,
all’interno degli Stretti e non al largo della punta orientale
dell’isola, come hanno suggerito alcuni moderni. In questa
grande battaglia, dalla quale dipese l’esistenza dell’Atene del V
secolo, i Greci, trovandosi in inferiorità numerica, avevano
bisogno di giocare al meglio ogni carta a loro disposizione.
Nonostante tutti i rinforzi, il numero delle navi era sceso a 310
unità, dieci delle quali erano lontane a sorvegliare il porto di
Egina. Erodoto, che indica una forza complessiva di 380 unità,
si riferisce ai «totali della campagna»; la differenza rappresenta
le perdite nette patite presso l’Artemisio.
Il miglior resoconto della strategia della battaglia è quello
fornito da uno storico del IV secolo, Eforo, il cui lavoro, andato
perduto, si trova riassunto in Diodoro Siculo. Erodoto, che ci dà
soprattutto un resoconto delle imprese delle singole navi,
fornisce molti particolari, ma non rende il quadro d’insieme.
Plutarco, che utilizza, in questo caso, fonti di scarso valore,
risalendo a un tale Ctesia, medico di corte in Persia, afferma di
rifarsi a fonti persiane superando Erodoto, ma quando si
mettono alla prova le sue dichiarazioni, si vede come
conoscesse soltanto approssimativamente la lingua persiana e
come finisse con il romanzare i fatti. È dunque meglio non
prestargli fede.
Nel nucleo della flotta greca, formato da circa duecento navi,
Atene occupava il lato sinistro e il centro, mentre al posto
d’onore, sull’estrema destra, si trovava Sparta (sedici navi). Il
loro compito era di contrastare il nemico, non appena le
squadriglie di testa avessero passato gli Stretti, accerchiando e
distruggendo il fronte della colonna nemica. Egina e Megara
(cinquanta navi al massimo, ma tra le migliori della flotta)
formavano una squadriglia distaccata sulla destra,
probabilmente con base nella baia al di sotto degli Stretti,
vicino all’antica città di Salamina (la moderna Ambelaki). A
queste spettava di colpire l’estremità alla fine della colonna,
impedendole di avanzare. Corinto aveva un compito
particolare: alla prima avvisaglia del nemico, doveva issare le
vele alla brezza marina del mattino e «fuggire» risalendo lo
Stretto. (Le navi greche non combattevano mai con le vele
issate perché la vela quadrata non dava manovrabilità.) Era una
tattica per attirare il nemico verso l’interno, inducendo i
veterani fenici a pensare che quanto era accaduto al largo di
Mileto quattordici anni prima, stesse accadendo di nuovo.
Alcuni Ateniesi, mossi da pregiudizi, narrarono a Erodoto che i
Corinzi fuggirono veramente e non presero parte alla battaglia;
ma egli osserva che, secondo altri Greci, essi si batterono con
grande valore: è probabile, perciò, che abbiano fatto ritorno. Un
epitaffio ad alcuni Corinzi, seppelliti a Salamina, è, secondo gli
antichi scrittori, quello dedicato agli uomini caduti in battaglia.
È stata ritrovata parte dell’originale stele funeraria.
Serse distaccò la squadriglia egizia, molto abile nel
combattimento, per bloccare la via di fuga a ovest dell'isola, e
l’intera sua flotta trascorse la notte in mare, pronta a impedire
una ritirata che non ebbe mai luogo. Al mattino, non volendo
far ritorno a riva per paura che i Greci fuggissero senza dare
loro il tempo di imbarcare nuovamente gli uomini, i Persiani
avanzarono nello stretto secondo il piano originario, mentre
Serse osservava la scena da un trono collocato in un punto da
cui poteva dominare gli Stretti.
Il miglior resoconto dell'azione, reso più scorrevole dalla
forma poetica, messo in scena, neanche dieci anni dopo, di
fronte a uomini che avevano combattuto a Salamina, da un
autore che vi assistette probabilmente in veste di soldato
ateniese a terra, è quella di Eschilo, nell’opera I Persiani,
l’unico esempio pervenuto di tragedia greca che abbia per
argomento la storia contemporanea. Un messaggero racconta la
vicenda alla regina madre Atossa:

Un genio vendicatore o un maligno demone,


apparso chissà donde, condusse l’estremo
disastro, o regina.
Un elleno dunque s’avanza dal fronte degli
Ateniesi e dice a tuo figlio Serse questi segreti:
che quando l’ombra nera della notte fosse
calata, gli Elleni non sarebbero rimasti fermi,
anzi buttatisi ai banchi delle navi, in fuga
furtiva qua e là ciascuno avrebbe cercato la
salvezza alla sua vita.
Egli ascoltò; poi, non scorgendo l’inganno
dell’elleno, non l’occhio invidioso dei numi, a
tutti i navarchi proclamava quest’ordine:
subito che il sole cessasse di infuocare la terra e
l’ombra avvolgesse la volta del cielo, disporre
il fronte delle navi su tre file, e altre in cerchio
intorno all’isola d’Aiace, che sorvegliassero i
varchi e le vie fragorose del mare; che se gli
Elleni fossero evasi a fine funesta, trovando
uno scampo sulle navi furtive, disponeva fosse
spiccata a loro tutti la testa.
Tali disegni gli suggerì certo il suo cuore
esaltato, perché non sapeva ciò che gli dei
preparavano.
Ed essi senza turbarsi, anzi docili in
cuore, si apparecchiavano cena, e i
nocchieri
legavano i remi agli scalmi pronti alla voga.
Poi la luce del sole svanì e sopraggiunse
la notte. Montarono tutti sulle navi,
e quelli destinati a remare e quelli assegnati alle armi.
Di banco in banco per i lunghi navigli si
rincuoravano mentre vogavano ciascuno com’era
stato disposto.
Per tutta la notte gli ammiragli mantennero spiegata
nel mezzo quella folla di navi.
Sì, la notte passava, ma la flotta degli Elleni non
tentò di fuggire con alcuna sortita nascosta.
Però, quando il sole venne sui bianchi puledri
a inondare tutta la terra, e fu chiara luce,
allora un clamore improvviso, quasi di canto augurale,
si levò da parte degli Elleni, e alto con esso
si scosse in risposta dai monti dell’isola
l’eco; il terrore penetrò per tutti i barbari
mentre li avvampava tutti una voce di tromba.
Venivano frangendo il mare profondo con colpi di
remi
schioccanti insieme secondo cadenza:
d’un tratto erano tutti balzati chiari alla vista.
Innanzi il corno destro, in ordine, ben schierato,
guidava, poi gli altri avanzavano.
E allora vicino potemmo distinguere quel vasto
grido: «O figli degli Elleni, avanti, liberate la patria,
liberate le figlie e le spose, gli altari dei patri dei, dei
sepolcri degli avi: è istante di lotta suprema».
Pure da noi il fremito della favella persiana
ci spingeva a scontrarci, perché non era più tempo di
indugi:
già scafo con scafo urtava la punta di bronzo.
Lo scontro partì da un legno ellenico
che infranse tutte le bordature di una nave fenicia;
così poi altre su altre avventavano i rostri.
Resistette dapprima il flusso dell’armata persiana,
ma quando la massa di navi si pigiò in una strettoia
né più l’una all’altra poteva prestare soccorso,
che anzi da sé, con le loro guance di bronzo cozzando,
si smozzicavano tutte le file dei remi;
le navi elleniche con accortezza cingendo
gli scalfì attorno schiantavano e li rovesciavano.
Il mare non lo si scorgeva più ora, disteso com’era di
rottami di navi e di carneficina di uomini.
Spiagge e scogliere rigurgitavano morti, quando a
fuga forsennata si spinse ogni nave, di quante
sopravvivevano alla flotta barbarica.
Ed essi ancora, come tonni, come in una retata di
pesci, con tronconi di remi, con schegge di
carcasse battevano giù, schiantavano i dorsi, e
gemiti e ululi ovunque la distesa del mare
coprivano; finché li assopì il volto oscuro della
notte.
Il particolare «innanzi il corno destro», quando i Greci si
resero visibili, indica che apparirono da dietro il capo del monte
Agelao per attaccare i Fenici alla testa della flotta persiana, non
appena questi emersero dagli Stretti, dove poteva navigare solo
un numero relativamente ridotto di imbarcazioni, e cercarono di
aprirsi a ventaglio. La nave fenicia, già colpita a poppa, deve
essere stata catturata, mentre cercava di virare.
Si dice che i Greci abbiano distrutto o catturato duecento navi
contro una perdita di quaranta. La forza nemica restava
comunque considerevole; gli Ioni, nelle retrovie, erano fuggiti,
e forse gli Egizi non vennero impegnati. Al calar della notte i
Greci, come i vincitori di Gettysburg,{8} a stento si resero conto
dell’accaduto. La riva era ancora piena di truppe persiane e
proseguivano i lavori sul molo. Ma il secondo mattino dopo la
battaglia non era più in vista nessuna nave nemica; gli
esploratori, avventuratisi in ricognizione nella baia del Falero,
la trovarono vuota. I Greci avevano inflitto pesanti perdite ai
Fenici, il fior fiore della flotta imperiale, e, senza di loro, non si
poteva fare affidamento sul resto della flotta persiana. Serse
ordinò la partenza delle navi che avrebbero svernato a Cuma,
da dove, se necessario, era possibile difendere l’Ellesponto.

5 Le conseguenze di Salamina

La flotta greca inseguì le navi nemiche senza fretta; affermare


che diede loro la caccia sarebbe un’esagerazione. I Greci
saccheggiarono i territori di Andro, Caristo e Paro,
raccogliendo indennità, prima di far ritorno alla loro base, per
prender atto della partenza di Serse. Questi - si dice - fuggì in
preda al terrore, spinto da un secondo messaggio riservato, in
cui Temistocle gli comunicava che solo la sua pronta iniziativa
aveva impedito un’incursione greca contro i ponti
dell’Ellesponto. In realtà c’erano valide ragioni per un suo
ritiro. I suoi contatti con l’Oriente si erano pericolosamente
interrotti, dopo la perdita del controllo del mare; e, in fondo,
aveva preso Atene e ucciso un re spartano. Fu Mardonio a
suggerire al re di far ritorno in patria, mentre lui sarebbe
rimasto in Grecia, assieme a un esercito scelto, per portare a
termine la conquista.
A conti fatti, la Grecia era salva. Dalla Sicilia giunse la
notizia che Gelone e Terone avevano annientato l’invasione
cartaginese «per mare e per terra», come affermava una dedica
di Gelone a Olimpia. La battaglia decisiva si tenne per terra,
davanti a Imera, quasi contemporaneamente allo scontro delle
Termopili; un sincronismo in seguito «perfezionato» per poter
affermare, collegando vittoria a vittoria, che la battaglia in
Sicilia aveva avuto luogo «nel medesimo giorno di Salamina».
Restava però da fare i conti con Mardonio.
Mardonio ridusse le sue difficoltà di approvvigionamento,
riorganizzando l’esercito: congedò le truppe ausiliarie, le quali
rifluirono in Asia, con i ranghi decimati dalla dissenteria e dalla
scarsità di viveri. Conservò le truppe iraniane e alcuni
distaccamenti selezionati; una divisione iraniana venne staccata
per scortare Serse sino all'Ellesponto e fare poi ritorno. A
giudicare dall’ampiezza dell’accampamento nel 479 - di circa
duemila metri quadrati - è possibile che Mardonio disponesse di
settantacinquemila unità tra cavalieri e fanti. Con queste truppe
evacuò Atene, ritirandosi a svernare nel ricco territorio della
Tessaglia.
L’inverno passò, carico di tensione e di difficoltà tra i Greci
liberi. Temistocle veniva festeggiato a Sparta; ma ad Atene il
comando supremo della guerra andò, per il 479, agli esuli
ritornati. Aristide, che, terminata la battaglia navale, aveva
distrutto una guarnigione persiana nell’isola di Psittalia, al largo
della costa orientale di Salamina, guidava le forze di terra,
mentre a Santippo spettava il comando della flotta. Temistocle
riassunse la carica nel 478; ma gli anziani dell’areopago, che
avevano svolto un ruolo primario nel momento del pericolo, gli
erano per lo più ostili. Avrebbero, probabilmente, colto
l’occasione per «toglierlo di mezzo».
In Tessaglia, Mardonio proseguiva la politica bellica
persiana. Attraverso dispacci segreti Argo ribadì la propria
disponibilità a unirsi a lui. mentre l’Arcadia settentrionale, che
aveva inviato mille uomini alle Termopili, non prese più parte
alla guerra. Ma l’obiettivo principale di Mardonio era quello di
piegare Atene. Le offrì il perdono per tutte le offese passate,
l’autonomia all'interno dell’impero persiano e quei territori
vicini che desiderasse annettersi; in caso di rifiuto, ci sarebbero
state nuova occupazione e devastazione. Gli Ateniesi, però,
rifiutarono, rassicurando gli Spartani «in nome del nostro
comune sangue, lingua, religione e modi di vita», una classica
affermazione di patriottismo panellenico.
Il principale problema di Atene era che i Peloponnesiaci, con
quasi tutte le loro fortezze insulari ormai sicure, si
comportavano come se non avessero intenzione di far uscire il
grosso delle truppe.
Giunse la primavera, e Mardonio si mise in marcia. Non
apparve nessun esercito peloponnesiaco, e gli Ateniesi, che
avevano provveduto alle semine autunnali e ad alcune opere di
riparazione, furono a malincuore costretti a sgomberare di
nuovo la città. Dopo averla rioccupata, Mardonio mediante falò
ne diede notizia a Serse, che si trovava a Sardi. Ancora una
volta gli Ateniesi rifiutarono le sue condizioni, arrivando a
linciare un consigliere che proponeva di esaminarle, e
Mardonio incominciò la distruzione sistematica della città. In
preda alla disperazione gli Ateniesi inviarono una protesta a
Sparta, affermando che la loro resistenza non poteva durare in
eterno. Se i Peloponnesiaci volevano l’appoggio della flotta di
Atene, dovevano salvarne il territorio.
Gli Spartani erano comprensibilmente preoccupati della
situazione all’interno del Peloponneso. Anche a prescindere dai
Persiani, nello spazio di dieci anni avevano sostenuto una
grande guerra con Argo e in Arcadia. Alla fine prevalse la
fazione che sosteneva la necessità di sconfiggere Mardonio e
liberare Atene, e il nucleo principale dell’esercito dell’alleanza
spartana venne inviato a nord. Argo era in preda al panico; in
agosto, sebbene non tutti i Peloponnesiaci fossero giunti, 38000
uomini armati al comando di Pausania, reggente per il giovane
figlio di Leonida, fronteggiarono Mardonio al confine con la
Beozia. Mardonio, ritirandosi dall’Attica verso un paese più
adatto alla sua cavalleria, si incuneò tra la sua alleata, Tebe, e i
Greci, che avanzavano sopra il passo di Eleutere. Alle sue
pendici, inviò la cavalleria contro la divisione greca di testa, ma
questa venne respinta, subendo la perdita del suo comandante,
in gran parte per opera di un reggimento di arcieri ateniesi.
Subentrò, per parecchi giorni, una situazione di stallo:
Mardonio era troppo cauto per attaccare i Greci nelle loro
posizioni; Pausania, che attendeva l’arrivo di altri contingenti,
non intendeva avanzare nella pianura. Pausania, tuttavia, si
mosse penetrando di circa cinque chilometri, verso sinistra, nel
territorio di Platea. Qui si attestò su una fila di collinette,
distanti dai piedi del Citerone da circa uno a tre chilometri, in
un territorio ondulato, tra i torrenti che scorrevano a est e a
ovest. La sua linea di approvvigionamento correva sopra il
passo, più a ovest, chiamato Driocefale («Teste di Quercia», un
nome erroneamente riferito, in alcune mappe moderne, alla
strada principale del passo). I Persiani, con i Greci del nord e i
Beoti sul fianco occidentale, fronteggiarono Pausania attraverso
l’ansa, volta a nord, non lontano dalle sorgenti del fiume
Asopo. Qui Pausania, che pure poteva contare su migliori
rifornimenti di acqua e maggior spazio per l’accampamento, si
avvide di trovarsi troppo distante dai piedi del passo. La
cavalleria persiana, cogliendolo alle spalle, distrusse, in
un’incursione notturna, un convoglio alimentare, insozzò e
ostruì le sorgenti. Durante il giorno, inoltre, i Persiani
molestavano i Greci con i loro arcieri. La posizione non era
difendibile, e Pausania decise di ritirarsi, nel corso della notte,
ai piedi del Citerone. Fu questo spostamento a portare alla più
grande battaglia di terra della storia della Grecia classica.
Erodoto ci descrive quanto accadde come un susseguirsi di
incidenti. Ma dal momento che Pausania, egli afferma, si
guadagnò una grande reputazione; dal momento che egli stesso
apprese i fatti da anziani che erano stati giovani soldati a
quell’epoca; dal momento che, ai suoi tempi, gli Ateniesi,
amareggiati dall’infelice corso della storia successiva, erano
pronti a calunniare gli antichi alleati, sembra ragionevole dar
rilievo a ciò che le truppe, stando ai suoi racconti,
effettivamente fecero e trascurare le insinuazioni riguardo alla
cattiva condotta di tutti i contingenti, salvo di quelli ateniesi. Il
centro (metà dell’esercito) ripiegò ai piedi della collina, dove
difese la discesa di un convoglio alimentare che attendeva
dietro al passo di Driocefale. Gli Spartani, sulla destra, attesero
sin quasi all'alba prima di ritirarsi, lasciandosi alle spalle un
battaglione che facesse da esca a Mardonio e alla sua divisione
di Persiani, inducendoli a inseguirli alla prima luce dell’alba;
gli Ateniesi, sulla sinistra, dopo aver atteso che il centro fosse
libero, si ritirarono, secondo il piano stabilito, per accostarsi
agli Spartani, i quali avevano urgente bisogno dell'intervento
degli arcieri ateniesi (che non ottennero). La manovra ateniese
attirò i Greci del nord, che si staccarono dal fianco destro dello
schieramento persiano, attraversando il fronte delle truppe del
centro persiano (Medi, Battriani e «Indiani» dell'Afghanistan),
le quali, a causa dell'ansa dell’Asopo, mossero da una posizione
più arretrata. Le ali nemiche vennero attratte in un’avanzata
convergente, e se gli Ateniesi si fossero uniti agli Spartani,
l’intero centro greco precedente sarebbe stato in grado di
sfondare su un fianco.
Ma gli Ateniesi non riuscirono a portare a termine questa
manovra. Vennero messi alle corde, tra le sorgenti dell’Oeroe,
che scorre verso ponente, dalla cavalleria dei Greci del
settentrione e in seguito attaccati dalla fanteria dei Beoti, loro
antichi nemici. Essi, tuttavia, resistettero all’attacco; le truppe
laterali, minacciate dalla cavalleria, furono protette dal vecchio
centro, che avanzava in due corpi a destra e a sinistra.
Quelli sulla sinistra, capeggiati da tremila uomini di Megara,
attirarono su di sé la cavalleria e vennero respinti con pesanti
perdite; un sacrificio che gli Ateniesi non vollero riconoscere. Il
centro persiano non prese mai parte all’azione. Ma la battaglia
si decise sul lato destro dei Greci, dove gli Spartani resistevano
stoicamente sotto una pioggia di frecce infuocate, alle quali non
potevano replicare sino a che i Persiani conservavano serrate le
loro fila. Poi attaccarono. Nel corso di un furioso scontro le
armature, le picche e l’addestramento garantirono loro un
decisivo vantaggio, sebbene i Persiani si battessero con
disperato valore. Mardonio rimase ucciso; le sue truppe
migliori vennero fatte a pezzi, e, quando i Persiani cedettero, i
loro alleati abbandonarono il campo. L’accampamento fu preso
d'assalto e venne raccolto un enorme bottino; Tebe si arrese
dopo un breve assedio. I principali collaborazionisti tebani
vennero condotti da Pausania all’istmo e lì giustiziati.
Intorno alla stessa epoca (nel medesimo giorno, afferma
nuovamente la tradizione) Leotichida, re di Sparta, insieme a
Santippo di Atene, con una flotta di centodieci navi, dopo aver
liberato Samo, attaccò i resti della flotta persiana, ormeggiata
sotto il promontorio di Micale; i comandanti si erano trovati
d'accordo circa l'inutilità di una battaglia per mare. I Greci
sbarcarono e, dopo un violento scontro con i marinai persiani,
diedero fuoco all'intera flotta. Si trattò di una battaglia di
modeste dimensioni, ma fu seguita da una rivolta nella Ionia. I
Peloponnesiaci, terminato lo scontro, tornarono in patria; gli
Ateniesi e gli isolani liberati, invece, sfruttarono il vantaggio
della vittoria, assediando e catturando la fortezza di Sesto, che
serviva da testa di ponte. Durante la primavera Santippo giunse
trionfalmente in patria, trascinando gli enormi cavi dei ponti
come bottino di guerra.
Capitolo IX -
MEZZO SECOLO DI SPLENDORE - I (478-
460)

1 Dopo la liberazione

La Grecia tirava un profondo respiro di sollievo, ma la vittoria


non era scevra di problemi. La guerra, inoltre, non era finita, e,
pur essendo tuttora in corso, l’allentarsi della pressione
immediata evidenziò le divergenze tra gli alleati e tra i singoli
individui.
Gli Ateniesi (citiamo ora da Tucidide) «ricondussero a casa le
donne, i figli e i beni che avevano messo in salvo [...] e si
accinsero a ricostruire la città e le mura; perché non restava in
piedi molto del perimetro murario, mentre le case erano state, in
buona parte, abbattute. Ne sopravvivevano soltanto alcune,
quelle in cui avevano alloggiato i persiani illustri». Ma gli
Spartani, spinti da Corinto e da Egina, spaventate dell’enorme
potenza navale di Atene, inviarono un’ambasceria per
protestare, sottolineando che le città fortificate al di fuori del
Peloponneso potevano tornare utili al nemico nel caso di un suo
ritorno, e che il Peloponneso costituiva la migliore fortezza per
l’intera Grecia. Su proposta di Temistocle gli Ateniesi
congedarono gli ambasciatori, promettendo di valutare la
proposta. Lo stesso Temistocle si recò a Sparta, dove godeva
ancora di una certa popolarità, ma si rifiutò di dar inizio ai
colloqui, sino a che non fossero giunti i suoi colleghi, i quali
erano «inspiegabilmente in ritardo». Il ritardo faceva in realtà
parte del piano di Temistocle; ad Atene uomini, donne,
ragazzini lavoravano senza sosta alle mura, adoperando le pietre
delle rovine che si trovavano dappertutto, senza chiedersi se
qualche pezzo provenisse da un edificio sacro. Un simile lavoro
non poteva naturalmente restare segreto, neppure nel corso
dell’inverno, quando diminuivano i viaggi, ma Temistocle,
assicurati gli Spartani che tutte quelle dicerie non significavano
nulla, li pregò di inviare uomini di fiducia a controllare. Nel
frattempo Aristide, giunto con un terzo ambasciatore, informò
Temistocle che le mura erano abbastanza alte per essere difese.
A questo punto Temistocle, ammettendo ogni cosa, comunicò
agli Spartani che, d’ora in avanti, dovevano considerare Atene
capace di assumere decisioni autonome. Nel frattempo
venivano trattenuti gli osservatori spartani in attesa che gli
ambasciatori facessero ritorno incolumi.
Gli Spartani, che nutrivano ancora sentimenti di amicizia
verso Atene, mettendo da parte l’orgoglio, affermarono di aver
avuto sempre buone intenzioni. Proseguirono quindi i
preparativi per una controffensiva alleata, da tenersi nel 478.
È questa dunque la storia delle mura di Temistocle, delle
quali restano numerose pietre lavorate. Fra queste ci sono i
famosi piedistalli, conservati nel Museo Nazionale di Atene,
con i rilievi raffiguranti i «giocatori di hockey», i lottatori (uno
è impegnato in una schienata), una squadra di giocatori di palla
e altri soggetti sportivi. Non era un inizio promettente di una
nuova età.
Nell’anno seguente vennero scambiati i comandi delle truppe
di terra e di mare. Pausania e Aristide, con venti navi
peloponnesiache, trenta imbarcazioni ateniesi e numerosi
alleati, conquistarono Cipro (ma non la Cizio fenicia
nell’angolo sudorientale) e sottomisero Bisanzio, dove era
stanziata una guarnigione persiana. Leotichida, il vincitore di
Micale, insieme a Temistocle, si mise a capo di una flotta e di
un esercito per rioccupare la Grecia settentrionale. I governi
collaborazionisti vennero estromessi dalla Focide, da una parte
della Tessaglia e dalla lontana Taso. Delfi accolse i liberatori a
braccia aperte, narrando una straordinaria vicenda (che nessuno
pose pubblicamente in dubbio), secondo cui il luogo sacro era
stato liberato dal sacco da una miracolosa tempesta e da una
pioggia di pietre cadute dal Parnaso. Ma le operazioni
all’interno della Tessaglia si protraevano.
I tenaci Alevadi sopravvivevano a Larisa, corrompendo a
quanto pare Leotichida, che si dice fosse stato sorpreso nella
sua tenda in flagrante, «mentre sedeva sopra un guanto pieno di
denaro». Processato in seguito a Sparta, andò in esilio.
Abbiamo notizia di una flotta peloponnesiaca che svernò a
Pagase, e del proposito di Temistocle di darle fuoco; ma il
piano venne respinto da Aristide, di ritorno da Bisanzio,
incaricato di accettare o respingere piani segreti di Temistocle.
Nel frattempo lo stesso Pausania aveva mostrato come la
disciplina spartana non salvaguardasse dalla corruzione i suoi
cittadini, al pari degli altri uomini, non appena si allentavano le
rigide regole. Smoderatamente fiero delle gesta compiute a
Platea, non si diede pena a recare grave offesa,
commissionando per l’offerta di ringraziamento a Delfi
un’iscrizione nella quale compariva soltanto il suo nome quale
«distruttore della moltitudine dei Medi». Il governo spartano la
fece cancellare e sul monumento - una colonna di bronzo
formata da tre serpenti intrecciati, le cui teste sorreggevano un
tripode d’oro - la sostituì con i nomi delle trentuno città e la
scritta davvero «laconica»: «Combatterono in guerra». Portata
via da Costantino, mutilata dai barbari, ancora oggi esiste un
moncone nell’ippodromo di Costantino.
Nella Ionia l’arroganza di Pausania e la sua brama di donne e
di oro suscitarono una diffusa ostilità. Richiamato in patria e
«alla disciplina» per le offese recate ai singoli, fu assolto dalla
più grave accusa di collusione con il nemico. Gli alleati,
rifiutando di obbedire al suo meno illustre successore, chiesero
agli Ateniesi di guidarli; gli Spartani, desiderosi di liberarsi di
questo impegno d’oltremare e sempre ben disposti verso Atene,
ancora una volta acconsentirono. Ebbe così inizio un nuovo,
fatale capitolo della storia greca.
Già all’indomani di Micale si era imposto all’attenzione il
problema dell’Asia Minore. Come proteggere i Greci d’Asia
dalla vendetta persiana? I Peloponnesiaci, ammettendo
l’impossibilità dell’impresa, proposero uno scambio di
popolazioni, come avvenne nell’epoca della locomotiva, 2400
anni più tardi, con immense sofferenze e sacrifìcio di vite
umane. Tutti quelli che non volevano vivere sotto la Persia
avrebbero dovuto reinsediarsi nella Grecia settentrionale, nei
territori delle popolazioni che erano state sottomesse. Gli alleati
avevano giurato di espellerle con il ferro e con il fuoco, ma
l’enorme portata di una simile impresa, quando ormai le regioni
settentrionali si erano arrese, fece sì che la questione venisse
tranquillamente accantonata. Di fatto i colpevoli di «medismo»
non vennero neppure banditi dall’Anfizionia, la lega religiosa
degli antichi stati greci, che aveva centro a Delfi. Temistocle -
si dice - si oppose alla loro espulsione, rendendosi conto che, in
tal modo, la lega, la cui influenza politica non era trascurabile,
sarebbe stata dominata dai Peloponnesiaci. Analogamente, in
Asia, Atene si oppose all’abbandono delle «città figlie» ioniche,
sostenuta in questo da Lesbo, Chio e Samo.
Atene non condivideva l’avversione di Sparta per le
campagne militari oltre l’Egeo. La controffensiva navale
doveva già essere stata finanziata a spese delle città rioccupate,
dal momento che il suo erario era vuoto. Sia che le imposte
fossero considerate un tributo volontario alla causa della
liberazione, sia che venissero ritenute una multa per avere
stretto alleanza con il nemico, il denaro che facevano affluire
andava sempre bene; e i rematori, reclutati fra i cittadini
nullatenenti, non conoscevano mezzo migliore per guadagnarsi
da vivere. Venne così formata una lega, che comprendeva tutti
gli stati liberati dell’Egeo, sotto la presidenza di Atene, il cui
generale, Aristide il Giusto, era l’esatto contrario di Pausania.
Egli compilò l’elenco delle «città che avrebbero fornito soldi o
navi per la guerra, perché il loro intento era di vendicarsi delle
offese patite, saccheggiando le terre del re. Venne creato ad
Atene un nuovo consiglio di funzionari statali, i tesorieri dei
Greci, che raccoglievano il tributo, come veniva chiamata
l’imposta di guerra [...] Il tesoro si trovava a Delo e lì, nel
recinto sacro, si riunì la lega. Fu come guida di alleati
indipendenti con rappresentanti a una conferenza generale che
Atene condusse le sue campagne e i suoi negoziati» negli anni
seguenti.
Aristide diventava vecchio; Temistocle, sia per la non più
giovane età, sia per il progressivo ridursi della sua influenza in
campo politico, non ebbe più il comando della flotta da lui
stesso creata. L’uomo del giorno era un nuovo generale, un
giovane: Cimone, figlio di Milziade, che nei più oscuri
frangenti del 480 aveva dato esempio di fermezza e di fedeltà
alla democrazia. Marciò attraverso la piazza del mercato e salì
all’Acropoli, seguito da altri giovani «cavalieri», briglie in
mano. Presso il tempio, appese le sue briglie in segno di
omaggio ad Atena, come erano soliti fare gli uomini con gli
strumenti consunti del proprio lavoro. Dette le preghiere in
onore della dea, e preso uno scudo di fanteria consacrato da un
ignoto soldato, discese al mare, per arruolarsi nella flotta. La
multa paterna gli aveva lasciato molte terre, ma così poco
denaro da non poter neppure dare la dote alla sorella. Lo trasse
da questa umiliante condizione Callia, che deteneva la carica
ereditaria di portatore di torcia ai misteri eleusini ed era l’uomo
più ricco di Atene. Questi non soltanto sposò la sorella di
Cimone, seppur senza dote, ma pagò la multa. Più tardi Cimone
prese in moglie una Alcmeonide. Sono alleanze dinastiche che
ci mostrano come l’aristocrazia ateniese fosse impegnata a
serrare le file, per svolgere un ruolo guida all’interno dello stato
democratico.
Sotto Cimone, la Lega di Delo si accinse a eliminare gli
avamposti persiani. Nel 476 venne assediata Eione, che
controllava il ponte sul fiume Strimone. Il governatore Boges
resistette con disperato coraggio, ma, alla fine, quando la città
fu alla fame, gettò nel fiume tutto l’oro e l’argento, uccise le
donne dell’harem, diede fuoco alla sua casa e si pugnalò tra le
fiamme. Più a est, il governatore di Dorisco, la principale base
di approvvigionamento per Serse, resistette con pari valore e
con maggior fortuna: «Nessuno mai riuscì a piegarlo, sebbene
in molti ci provarono». È possibile che alla fine si sia ritirato
con il permesso del re. La fiera Caristo, che, in un primo tempo,
aveva resistito alla Persia, ma poi era passata dalla sua parte, fu
costretta a unirsi alla lega. Gli isolani di Sciro, che avevano
fama di essere pirati, vennero venduti come schiavi, e gli
Ateniesi ne colonizzarono l’isola. Il prestigio di Atene non era
mai stato più grande.

2 Gli albori della cultura classica

Quest’epoca fu la primavera che vide la prima fioritura di una


poesia, di una scultura e di un’architettura classica. I famosi
epitaffi della guerra persiana, che fissarono uno stile imitato
sino ai giorni nostri, vennero tutti attribuiti, dalla tradizione
greca, a Simonide di Ceo; ma Erodoto non lo cita neppure come
autore del più famoso di tali epitaffi, quello sui Trecento di
Leonida:
O viandante, annuncia agli Spartani
che, per obbedire agli ordini, sepolti siam qui lontani.
La lingua di questi versi è così semplice che tutti i soldati
probabilmente erano in grado di citarli, ed è possibile che la
forma metrica fosse dovuta al caso. Erodoto, invero, nel
medesimo paragrafo nomina Simonide quale autore
dell’epitaffio sull’indovino di Leonida che «previde la morte
che si avvicinava, ma disdegnò di abbandonare i signori di
Sparta». Il suo silenzio intorno alla paternità del più famoso
epigramma equivale a negare una possibile attribuzione a
Simonide. In quell’epoca di nobili sentimenti e di semplici
parole, queste brevi poesie vennero composte, prima e durante
l’età di Simonide, da autori originari di numerose città. La
difficoltà di intagliare nella pietra lettere chiare e la spesa
dell’operazione incoraggiarono lo stile serrato e «lapidario».
Più tardi, a mano a mano che i tagliatori affinarono la loro
abilità e l’«epigramma» (in origine semplicemente
un’iscrizione) divenne un genere letterario, queste
composizioni si diffusero.
Sul mar di Corinto dimoravamo, o viandanti,
ora a Salamina, l’isola di Aiace, siamo pianti.
Per la libertà dell’Ellade e di Megara,
questa è diventata la nostra bara.
Il componimento seguente proviene da un’iscrizione
reintagliata, con caratteri e ortografia caratteristici dell’impero
cristiano, e con l’annotazione «Sino ai giorni nostri, la città ha
sacrificato un toro»
Dalle fiamme della bella Tegea
per il valor di questi uomini il ciel non si tingea.
Sul campo si batterono i forti
e per la libertà dei figli sono morti.
Era questa l’epoca di Pindaro, il poeta di professione, i cui
epinici composti fra il 498 e il 466, in onore di corridori, pugili,
lottatori e proprietari di quadrighe, vittoriosi a Olimpia o in altri
grandi giochi, furono lautamente pagati. Insieme alla scultura,
la poesia ci fornisce l’impressione più autentica di una stagione
sublime e transitoria della vita greca. Sono versi pressoché
intraducibili, perché, come in Saffo, lo splendore della lingua
trascende il tema trattato. L’argomento, per lo più un antico
mito, apparteneva alla città o alla famiglia, cui l’atleta vittorioso
arrecava nuova gloria. Con i suoi elaborati canti corali Pindaro
spaziò anche in altri generi, ma i frammenti pervenutici sono
soltanto di epinici. Tutte le odi, comprese quelle di vittoria,
hanno formalmente carattere religioso. I giochi erano occasioni
sacre, nelle quali gli uomini onoravano gli dei con l’energia del
corpo. Egli compose peana per numerose città. Peana era il
nome di un antico dio, ora identificato con Apollo il Guaritore;
il canto che i Greci intonarono prima di Salamina era un peana
tradizionale. Egli scrisse inoltre lamenti, cioè canti funebri,
senza omettere le consolazioni della religione; i versi, da lui
scritti per un Alcmeonide, iniziato ai misteri eleusini,
riecheggiavano l’inno «omerico»: «Benedetto colui che ha visto
queste cose, prima di recarsi nella cava terra». Altrove egli
colloca la dimora dei beati non all’interno della terra, ma agli
antipodi; si trattava forse di una concezione pitagorica.
Lì per rischiararli
arde vivamente la potenza del sole
quando è notte, quassù, nel nostro mondo.
Rosse le rose d'intorno al loro
prato, l’accesso alla porta della città;
ombrosi i cedri che ne cingono
il luogo; maturi frutti vi crescono d’oro.
Chi nelle corse dei cavalli,
chi nelle gare podistiche, chi nel gioco della dama,
chi nella dolce lira, vi trovano delizie.
e presso di loro
fiorisce
florida ogni
ricchezza.
Un dolce aroma si spande
dovunque
nell’aria; sempre è l’incenso
mescolato
per bruciare nel fuoco luminoso,
sopra gli altari degli dei.
Per la prima volta compare in questi versi l'immagine di un
paradiso terrestre tipicamente greco.
Intorno a quest’epoca gli scrittori raggiunsero un livello di
abilità tecnica in grado di piegare, quasi alla perfezione, la
materia alle esigenze espressive; anzi per molti le loro opere
hanno un fascino anche maggiore di quello che caratterizza la
produzione degli artisti successivi, più padroni della tecnica. Il
grande gruppo del frontone occidentale del tempio di Zeus a
Olimpia (intorno al 460), nel quale Apollo con il braccio
disteso sovrasta la battaglia tra i Greci e i Centauri - la civiltà
opposta alla barbarie - segna il culmine del lavoro di una
generazione, il passaggio dallo stile arcaico a quello classico.
Nel 478, ad Atene, gli uomini intenti a riordinare l’Acropoli
portarono alla luce alcune statue che giacevano mutilate in ogni
parte, e tra di esse le vergini arcaiche (p. 108) pudicamente
sorridenti nelle vesti variopinte. Non le restaurarono. Mutilate e
appartenenti a uno stile superato, vennero seppellite nel terreno,
artificiale, sovrastante la nuova cittadella, costruita con i soldi
ricavati dalle campagne di Cimone. Atene cominciava a
produrre nuove forme di omaggio agli dei; le nuove statue
risultarono diverse, non soltanto nella tecnica ma anche nello
spirito. Mentre l’arte arcaica era gioiosa, quella della nuova età
è compassata. Scompare il «sorriso arcaico», i giovani atleti si
ergono in pose meno rigide, più rilassate e naturali, ma
l’espressione è grave. La vita è una cosa seria.
Le opere sopravvissute sono quasi tutte di marmo; ma il
bronzo era il materiale per lo più usato nelle statue di maggior
prestigio. L’introduzione del processo della cera persa -
consisteva nel produrre un modello in argilla, rivestirlo di cera,
sotterrarlo nella sabbia, versarvi sopra il bronzo fuso, che,
sciogliendo la cera, la sostituiva - rendeva possibile la
produzione di grandi bronzi cavi. Il più antico di questi bronzi,
antecedente il 500 a.C., rappresenta Apollo e fu trovato,
insieme a opere più tarde, in un magazzino del Pireo. Il grande
Zeus (non Poseidone, come si credeva), ripescato al largo
dell'Artemisio e ora conservato ad Atene, alto più di due metri,
in procinto di scagliare il fulmine, è un capolavoro che risale al
475 circa. L'Auriga di Delfi, una figura minore in un gruppo
commemorante la vittoria riportata da Gelone di Siracusa in
una corsa di cocchi, fu fatto su ordine di un fratello minore di
Gelone. L’ode di Pindaro, composta in onore di quello stesso
trionfo, trova una concreta raffigurazione.
Nell’opinione dei Greci, il più grande tra i maestri nella
lavorazione del bronzo di questa generazione fu un uomo a noi
noto soltanto attraverso copie in pietra dei suoi lavori: Mirone
di Eleutere, una località sul confine della Beozia. Il suo
Discobolo contende all’Afrodite di Melo (Venere di Milo), assai
più tarda, il titolo di più famosa opera d’arte greca.
Ingiustamente meno celebri sono il gruppo raffigurante Atena,
resa nelle vesti di fanciulla, e il satiro Marsia, che cerca
furtivamente di impossessarsi del flauto, lo strumento «frigio»,
gettato via dalla dea greca. Mirone modellò statue di atleti
vittoriosi e di animali, di cui non abbiamo copie, ma numerosi
incantevoli bronzetti mostrano con quanto amore venissero
trattati gli animali nell’antica arte greca. Alcune dozzine di
epigrammi, che descrivono come la Mucca di Mirone fosse così
verosimile da trarre in inganno le altre mucche, possono far
pensare che, stando ai canoni moderni, la Grecia ammirasse
Mirone per i motivi sbagliati. È però innegabile che l’artista
avesse raggiunto la capacità di cogliere movenze istantanee, se
non ancora l’espressione del volto.
Quasi tutte le sculture originali di quest’epoca, giunte fino a
noi, erano, per i Greci, soltanto la produzione di operai
specializzati, un complemento del tempio.
Il tradizionale tempio greco con il basso frontone, imitato in
migliaia di edifici moderni, si era sviluppato dal mégaron, il
vestibolo oblungo con l’entrata a una delle estremità,
accessibile da un portico formato dal prolungamento dei muri
laterali e sostenuto da pilastri, consistenti in grossi tronchi
d’albero. Le ampie grondaie, per far defluire la pioggia, con le
estremità delle travi rette da pilastri supplementari, a sé stanti,
formavano, a volte, una veranda; ma costruzioni antiche di
questo tipo sono sinora state ritrovate solo nelle regioni piovose
dell’Europa.
La trasposizione di questa tipologia architettonica nella pietra
incominciò nel VI secolo; ne sono un esempio i templi presso
Paestum. In Oriente, il primo imponente tempio ad Artemide, la
dea della natura, presso Efeso, Diana degli Efesi, misurava 110
metri in lunghezza. Il re Creso pagò le spese necessarie a fare
numerose colonne; nel British Museum sono conservati i
tamburi, con frammenti di iscrizioni che ricordano la
prodigalità del sovrano. Altrettanto grande era il tempio di Era
a Samo, iniziato da Policrate.
Numerosi templi erano ancora di legno e mattoni, su
fondamenta di pietra; restano quelle del complesso di Era a
Olimpia, ben conservate dalla massa di fango prodotto dai
mattoni, che, liquefacendosi sotto le piogge, mentre Olimpia
giaceva abbandonata durante l’epoca cristiana, si riversarono
sopra di esse. Le colonne di legno vennero sostituite da altre in
pietra, a mano a mano che le prime marcivano; questo spiega il
diverso spessore osservabile oggi. Pausania, che viaggiava ai
tempi dell’impero romano, notò che dentro il tempio c’era
ancora una colonna di legno.
Nella Grecia propriamente detta, il tempio più antico, con
ancora il suo colonnato, risale al 490 circa; si tratta del tempio,
eretto presso Egina, in onore di Afea, una dea più tardi
identificata con Atena. Le pareti interne sono, però, il prodotto
del restauro o anastylosis, molto gradito alle autorità greche.
Qui, come in molti altri luoghi, in epoche posteriori furono
rimossi i blocchi squadrati per riadoperarli, lasciando in piedi le
colonne inutilizzabili. Le sculture del frontone, sottoposte a un
massiccio restauro, si trovano a Monaco, ma alcuni pregevoli
frammenti sono ad Atene.
Nei nuovi templi di pietra venivano religiosamente conservati
elementi dell’antica struttura di legno. Nel cosiddetto stile
dorico, che prevalse dovunque a ovest dell’Egeo, le estremità
delle travi, poggianti sulla «trave portante» o architrave lungo i
lati di un vestibolo di legno, sono rappresentate dai triglifi
(«triplice scanalatura»). A fini estetici, i triglifi continuano
anche oltre le estremità. Le metope, termine che in origine
significava «intervalli» e, in seguito, designò le lastre di
terracotta poste fra i triglifi, per impedire agli uccelli di
penetrare all’interno, si prestavano a essere scolpite. Alcuni
eleganti esemplari, raffiguranti le fatiche di Eracle, provengono
dal tempio di Zeus a Olimpia (460 circa). Severe nello stile, le
metope sono scolpite in modo raffinato. Ricordiamo quella
raffigurante la prima fatica, dove Atena guarda con espressione
compassionevole il fanciullo Eracle, che si china esausto,
tenendo un piede sul corpo del leone nemeo. I capitelli, che
scaricano sulle colonne il peso della trabeazione, consistono di
una semplice lastra quadrata, l'abaco, posta al di sopra di un
elemento dalla forma quasi parabolica chiamato, in virtù del
suo aspetto, echino («riccio di mare»). Quest’ultimo, dapprima,
come a Paestum, di forma bombata, nel corso del V secolo
assume una forma simile alla sezione di un cono. Analoghi
«snellimenti» modificano il rigonfiamento o entasi delle
colonne, che si assottigliano dalla base al vertice, dando
l'impressione di grande solidità, assai pronunciata nei primi
templi. In quello di Egina le colonne sono già molto più
delicate.
A oriente dell’Egeo si era andato sviluppando uno stile più
ricercato, quello ionico; nella Grecia propriamente detta viene
utilizzato nelle «tesorerie» (VI secolo), costruite, presso Delfi,
dalle città orientali di Cnido e Sifno per proteggere doni di
valore fatti al dio. Le colonne si sviluppano, talvolta, per
un’altezza pari alla misura del diametro, moltiplicata per dieci,
rispetto alle colonne doriche che raggiungevano un'altezza dai
quattro ai sette diametri. Hanno, inoltre, una base ornamentale.
Il capitello ionico, con le sue volute simmetriche, deriva dal più
antico capitello a fogliame, cosiddetto eolico (p. 107). Anche in
questo caso il cambiamento tende verso una relativa austerità.
3 La nuova età in Sicilia

Alcuni dei più pregevoli templi conservati sono quelli presso


Agrakas (Agrigento; p. 119), soprattutto quelli sul crinale
meridionale, sovrastanti gli ulivi della pianura costiera. Agrakas
si era assicurata un ricco bottino di prigionieri durante la caccia
all’uomo che seguì la disfatta dei Cartaginesi e delle loro
schiere di barbari provenienti dall’Europa; e costoro, schiavi,
fornirono la manovalanza, intagliando e trasportando pietre nel
luogo che avevano sperato di saccheggiare.
Ma il grande progresso della Sicilia non toccò soltanto i
vincitori. Anche la Selinunte occidentale, costretta ad allearsi
con Cartagine prima dell’invasione, aveva i suoi grandi templi
(purtroppo distrutti dai terremoti) e, a differenza di Agrigento,
aveva anche un’importante scuola di scultura.
A Selinunte si trova un atleta di bronzo del tardo periodo
arcaico; studiando le sculture, conservate a Palermo, è possibile
scorgere il passaggio dallo stile arcaico, paffutto e sorridente, al
primo aggraziato stile classico. I drappeggi sono delicati, i volti
cominciano a diventare espressivi, come nel Matrimonio di
Zeus ed Era o nell'Amazzone che si accascia di fronte a Eracle,
con un’espressione di tale sconforto da farci dubitare se sia
reale o se sia frutto della nostra immaginazione. Ma
quell’espressione c’è davvero; le labbra schiuse (come in alcuni
lapiti in lotta, conservati a Olimpia), con ancora una traccia del
colore originario, lasciano addirittura intravedere i denti,
sebbene questo particolare non fosse visibile ai visitatori, che
guardavano la metopa dal basso.
Per quanto riguarda la grande scultura, Selinunte fu un caso
isolato. Le monete della Sicilia, invece, risultano quasi
dovunque magnifiche e sono ricercate dai collezionisti. Le più
belle sono quelle di Siracusa, soprattutto le grandi dieci dracme
damaretee, coniate utilizzando le indennità di guerra di
Cartagine e forse adoperate per saldare un prestito di guerra
ottenuto da Gelone. Questa moneta prende il nome da
Damareta, la moglie di Gelone, che aveva donato i propri
gioielli per il fondo di guerra e che, forse, posò come modella,
prestando le proprie fattezze alla dea (Aretusa, la ninfa della
fontana?), il cui capo adorna il recto della moneta.
Terone ad Agrigento, Gelone e il fratello Ierone, dopo di lui,
a Siracusa, terminarono i loro giorni in pace, celebrati da
Pindaro per le vittorie riportate coi carri e per le imprese di
guerra. Ierone attirò alla sua corte il vecchio Simonide e il
nipote Bacchilide, un piacevole Pindaro minore. Gli fece visita
anche Eschilo di Atene (p. 224 ss.). I figli dei grandi tiranni non
riuscirono a conservarne la posizione di potere; il che non deve
sorprendere. La loro presunta violenza di carattere dipendeva
forse dall’ostilità, che dovettero affrontare fin dall’inizio. Entro
il 460 la maggior parte della Sicilia greca era democratica;
Siracusa imitò la costituzione di Clistene, compreso l’istituto
dell’ostracismo. Fu questa un’epoca segnata anche da vivaci
fermenti intellettuali; Empedocle di Agrigento, al quale già
abbiamo accennato (p. 152), pitagorico, valente poeta e
pensatore scientifico non trascurabile, autore della teoria dei
quattro elementi, la cui influenza durò fin troppo a lungo, morì
in una Sicilia democratica, e se a lui è stata attribuita una certa
megalomania, a Epicarmo spetta un approccio più distaccato
alla speculazione filosofica (il che ci fornisce un suggestivo
quadro del livello intellettuale raggiunto da un vasto pubblico).
Figlio di un esule dall’Oriente, intrattenne Siracusa con drammi
comici parodiando non soltanto i miti (Eracle diviene un
gigante goloso e ingenuo, dagli appetiti smodati), ma anche la
nuova filosofia. Un personaggio, ad esempio, sfrutta la dottrina
eraclitea del continuo divenire per affermare che, se non è oggi
lo stesso uomo di ieri, è irragionevole sollecitarlo ora a pagare i
debiti contratti in passato.

4 Atene ed Eschilo
Atene, sino a quel momento, non aveva ancora trovato il tempo
per restaurare i propri templi. Era stato iniziato, sull’estremità
dell’Acropoli (non però nella sua parte centrale, dove era sorto
il tempio antico), un nuovo magnifico edifìcio, ma, al pari di
tutti gli altri, andato distrutto nel corso della guerra. Vi era,
invece, una notevole produzione di sculture. Vennero
commissionate nuove statue degli «eroi» Armodio e
Aristogitone, per rimpiazzare una coppia più antica portata via
da Serse. Più tardi, quando Alessandro Magno recuperò a
Persepoli le statue originarie e le rese ad Atene, le due coppie si
ersero l’una accanto all’altra, e alcune riproduzioni di pietra
testimoniano i notevoli progressi compiuti dall’arte nel corso di
una generazione.
Ma l’ineguagliabile gloria di Atene era già il dramma. Altre
città avevano sviluppato la commedia al tempo dei regimi
democratici, ma la tragedia fu un’invenzione di Atene.
All’epoca della Caduta di Mileto di Frinico la tragedia, come
abbiamo visto, era una sorta di oratorio in costume. Non appena
si trasformò da primitiva pantomima di carattere religioso in
un’autonoma forma d’arte, i poeti l’adoperarono per
rappresentare storie diverse da quelle appartenenti al ciclo di
Dioniso, non senza sollevare sporadici mormorii di dissenso;
era come se letture liturgiche fossero tratte da libri che non
sono la Bibbia. Acquistarono importanza le narrazioni in forma
di recitativo, declamate da una voce in assolo, quella di un
attore chiamato hypokrités, «rispondente», da cui il significato
di «attore del dramma», il quale dialogava con il maestro del
coro. Fu probabilmente introdotto per la prima volta da Tespi, il
progenitore della nuova forma d’arte, intorno al 520. Tra
successivi episodi, l’hypokrités poteva cambiarsi il costume e la
maschera (un aspetto dell’opera ancora primitivo) nel camerino
o skené (da qui scena) e così impersonificare diversi
personaggi. Nel frattempo il coro («danzatori») intonava
elaborati canti e interpretava danzando le emozioni suscitate
dalla situazione in corso. Era questa, ancora, la parte di gran
lunga più consistente dello spettacolo. Frinico la elaborò
suddividendo il coro in gruppi; alcuni potevano impersonificare
uomini, altri donne, sebbene tutte le voci fossero maschili.
Eschilo, che aveva combattuto a Maratona, indirizzò il
mutamento in corso lungo nuove strade. Diede maggiore
importanza al dialogo introducendo un secondo attore per
rappresentare le parti minori, mentre il primo attore, o
protagonista, poteva restare sulla scena dall’inizio alla fine; in
tal modo la tragedia prese realmente le sembianze del dramma,
o «azione». Ma il rinnovamento eschileo procede a piccoli
passi, e la prima impressione che un lettore moderno ricava
leggendo alcune delle sue opere è che vi sia poca azione.
Frinico, ad esempio, aveva composto una commedia per
celebrare la vittoria di Salamina (nella primavera del 477), nella
quale si narrava delle reazioni suscitate in Asia dalla notizia
dello scontro. Vi comparivano un semi-coro di donne fenicie,
da cui l’opera prendeva il nome, e un altro di vecchi persiani.
Le notizie venivano date immediatamente e il resto della
rappresentazione, probabilmente abbastanza breve, era dedicato
alle reazioni prodotte e ai lamenti. Nei Persiani Eschilo, pur
rendendo omaggio al suo predecessore con numerose riprese e
imitazioni, protrae l’attesa per circa trecento versi prima di
portare sulla scena il grande discorso del messaggero, ma anche
così il momento di maggior tensione si ha prima che la
commedia sia giunta a metà. Nel Prometeo (ora attribuito da
alcuni a un grande poeta sconosciuto p. 232), il Titano, che
sotto il governo di Zeus aveva salvato gli uomini
dall’estinzione dando loro il fuoco, «viene crocifisso» all’inizio
dell'opera e sino alla fine conserva il suo atteggiamento di sfida.
La riconciliazione con uno Zeus non più implacabile giunge in
seguito. Da quando, infatti, i poeti cominciarono a presentare
alle gare gruppi di quattro opere, l’ultima delle quali era un
diversivo comico, Eschilo introdusse l’usanza di proporre le
fasi successive della medesima storia. Nell’Agamennone, nelle
Coefore e nelle Eumenidi, l’unica trilogia completa che
abbiamo, il grande dramma della vendetta e dell'espiazione, che
in lunghezza eguaglia una tragedia di Shakespeare, l'azione è
più complessa. La violenza non compariva mai sulla scena
dionisiaca, ma, «a distanza», si udivano le grida di morte di
Agamennone e, attraverso la porta socchiusa, si scorgeva la
moglie, offesa e vendicativa, in piedi accanto al suo corpo;
proprio come, al termine della successiva tragedia, il figlio e la
figlia stanno immobili presso il corpo di lei. Ciò appartiene,
però, a una fase successiva, al periodo in cui Eschilo adottò,
prendendole dal giovane rivale Sofocle, altre innovazioni,
compreso un terzo attore e uno scenario dipinto.
Non si può negare che vi sia una certa ingenuità nell’arte di
Eschilo, ma, al tempo stesso, non mancano elementi che
attestano la sua profondità di pensiero e di sentimento. La
protesta contro un dio crudele, messa in bocca a Prometeo
(chiunque sia l’autore della tragedia), è audace, ma, in quanto
poeta, Eschilo non si proponeva di predicare né di istruire. Egli
metteva in scena un’azione. Si dice che egli avesse definito le
sue opere «briciole del banchetto di Omero», le antiche storie
che conservavano il loro fascino in quanto s’interrogavano sulla
natura umana e sulla sua condizione.
Forse l’opera che, tra le sette conservate, rende meglio la
specificità eschilea, è la tragedia Sette contro Tebe. Gli Achei
del sud sono in marcia verso Tebe. Al centro della scena
troviamo Eteocle, il figlio maggiore del reo Edipo, che ha
scacciato il fratello Polinice; sulle sue spalle grava la difesa
della città. Dietro di lui, a destra e a sinistra, si ergono sei
splendidi guerrieri - le comparse silenziose erano permesse
senza limiti di numero - vestiti secondo l’idea che il V secolo si
faceva di un’antica armatura (probabilmente quella adoperata
dai nonni): elmi con visiera, enormi pennacchi, scudi blasonati.
A Eteocle si accosta il secondo attore e annuncia che le due
colonne nemiche, guidate da famosi eroi - i loro blasoni
vengono descritti dettagliatamente -, si avvicinano a due delle
sette porte. Eteocle sceglie una coppia di campioni tebani per
contrastarli. Questi salutano e si allontanano. Ritorna il
messaggero. Vengono descritti due nuovi assalitori. Un’altra
coppia di difensori si allontana; poi un’ultima coppia, ed
Eteocle resta solo. Il messaggero rientra di nuovo. Il nemico si
avvicina alla settima porta; lo guida il fratello di Eteocle. Questi
riconosce il proprio destino e quello della sua stirpe. «Gli dei
sono stanchi di noi.» Egli stesso si allontana. Mentre il coro
scandisce l’attesa con canti e danze, il pubblico sa ciò che
accadrà, ciò che accadeva nella Tebaide, attribuita a Omero.
Tebe si salva; i fratelli si uccidono a vicenda. La scena si svolge
nel passato o nel presente? È difficile dirlo. La grande
drammaturgia greca infrange i limiti della nostra
unidimensionalità temporale; come accade in una moderna
favola greca, quando, a Natale, l’esiliato implora un riparo «in
nome dell’amore di Cristo, che viene alla luce in questo
momento». Così Eschilo ci offre la sua «briciola» omerica, con
uno spettacolo magnifico per lingua, danza, musica. E mentre
finiscono i versi e si svuota la scena, sopraggiunge la silenziosa
morale valida per tutti: «Tutto ciò riguarda anche te, fratello».
I Persiani, la più antica tragedia greca pervenutaci, - Le
Supplici (o un’altra opera dal medesimo titolo?), ancora arcaica,
risale al 462 - mostrano un Eschilo immerso nel contesto non
solo della grande guerra, ma anche degli eventi politici che ne
seguirono.
Di fronte alla coalizione delle grandi famiglie, Temistocle
stava perdendo terreno. Impegnato nell’opera di ricostruzione e
nella guerra ancora in corso, finanziata in gran parte con il
bottino di guerra e dalla lega, la gente non era in vena di
esperimenti. Fu, ad esempio, respinta la proposta di Temistocle
di trasferire l’intera città al Pireo, dove non avrebbe potuto
essere tagliata fuori dal mare; lo stesso Temistocle venne
attaccato in una campagna denigratoria (non c’erano leggi
contro la diffamazione) che lo accusava di essersi fatto
corrompere durante la guerra e di aver contattato il nemico con
intento proditorio. Egli attaccò l’areopago, per aver usurpato
illegittimamente poteri che non gli spettavano. Ma il tentativo
fallì e si parlò di ostracismo. Fu allora che Eschilo compose I
Persiani, dove si accenna all’unità del tempo di guerra e ai
frutti che erano derivati dai contatti di Temistocle.
Il magnate che sosteneva la spesa del tripode - il calderone di
bronzo a tre gambe, che costituiva la tradizionale «coppa» in
palio per una vittoria - e lo offrì a Eschilo, era Pericle, figlio di
Santippo, morto da poco. Si trattò, per questo giovane
aristocratico di ventun anni, di un passo audace e significativo.
Ma era troppo tardi per salvare Temistocle, che nel 471 venne
ostracizzato. Avrebbe avuto circa sessantacinque anni all’epoca
del possibile ritorno, ma non ritornò.

5 Lo sfaldamento dell’unità greca

Pur con tutti i suoi limiti, c’era stato un certo superamento degli
antichi pregiudizi tra gli alleati del 480, ma, nel volgere di
pochi anni, si registrò un tracollo. Si è soliti biasimare le forze
che operano nella direzione del mutamento, specialmente nella
direzione della democrazia, ma non possiamo risparmiare il
biasimo a quanti erano al potere, soprattutto ad Atene e a
Sparta, che si opposero al rinnovamento nel tentativo di
conservare posizioni di privilegio.
Temistocle, trasferitosi ad Argo, da qui «fece visita ad altre
parti del Peloponneso». Non è un caso che, intorno a
quest’epoca, Argo abbia adottato la costituzione di Clistene. Per
la prima volta gli uomini dell’Elide costruirono l’omonima
città, verso la quale confluirono emigranti da diversi villaggi; lo
stesso fece Mantinea; ed entrambe, pur senza rompere con
Sparta, adottarono regimi democratici.
Scoppiò allora un grande scandalo. Pausania, il vincitore di
Platea, si era nuovamente recato all’estero in veste privata o
semiufficiale; conquistata Bisanzio, la resse per un certo
periodo, sino a che non venne scacciato dagli Ateniesi. Ritornò
allora in patria, sospettato di complottare con la Persia e (cosa
ancora più grave agli occhi degli Spartani) con gli iloti. Ma non
vi erano prove, sino a che un suo messaggero - un giovane
proveniente da una piccola città, che Pausania aveva sedotto
ancora fanciullo - accortosi che i messaggeri mandati in Persia
dallo spartano non facevano ritorno, aprì la missiva affidatagli,
scoprì che conteneva la richiesta «uccidete il latore», e fornì al
governo una prova inconfutabile. Si ripresentava il caso di
Cleomene... Pausania si rifugiò in un tempio e, lasciato senza
cibo sino allo stremo delle forze, potè uscire appena in tempo
per morire. Si diceva che le nuove testimonianze incriminassero
anche Temistocle, ed egli venne convocato ad Atene ad
affrontare il processo. Ma egli si rifiutò di presentarsi, e, dopo
un fuga avventurosa, verso nordovest, lungo le montagne
settentrionali sino all’Egeo, e quindi attraverso il mare con una
nave mercantile, alla fine raggiunse l’Asia sfuggendo a una
flotta ateniese (minacciò di incriminare il comandante, qualora
non lo avesse nascosto). Morì qualche anno dopo, quale
governatore di Magnesia, una città ionica dell’entroterra, sotto
il dominio persiano. Ci sono pervenute quattro monete coniate
nella sua zecca, due di argento e due ricoperte di argento.
Si incrinava, nel frattempo, la pace tra i Greci. Nel
Peloponneso Sparta era in guerra contro Argo e l’Arcadia
(esclusa Mantinea) e, probabilmente, doveva sedare anche una
rivolta in Messenia. Pur trovandosi in inferiorità numerica, gli
Spartani riuscirono a sconfiggere, a uno a uno, i loro nemici,
ma Argo, riconquistato il territorio perduto sotto Cleomene,
distrusse Tirinto e Micene, lasciando in piedi le antiche mura in
uno stato di desolato abbandono. Anche Atene dovette
affrontare la prima crisi all’interno della Lega di Delo. Gli
alleati cominciavano a essere stanchi di guerre, e Nasso, forse
nel 467, annunciò unilateralmente il proprio ritiro. Quando era
stata fondata la lega, le parti in causa, in quel momento di
grande entusiasmo, avevano «gettato pezzi di ferro nel mare»,
giurando solennemente di restare legate sino a che il ferro non
fosse ritornato a galla. Forzare una libera città greca era
un’iniziativa particolarmente grave, ma gli Ateniesi erano
decisi: non avrebbero tollerato secessioni. Bloccarono Nasso
(fu verso questa flotta che la nave di Temistocle venne sospinta
dal vento estivo settentrionale), la costrinsero ad arrendersi, ne
disarmarono gli uomini e la reintegrarono nella lega come
membro tributario. Tucidide considera l’episodio un precedente
infausto.
Risolta la questione con la forza, Cimone, nel 466, condusse
una grande flotta della lega nel Levante, dove i Fenici avevano
ricostruito le loro navi e la Persia aveva riconquistato Cipro. Al
largo del fiume Eurimedonte egli riportò una schiacciante
vittoria, una seconda e più grande Micale, cui fece seguito uno
sbarco per impossessarsi dell’accampamento persiano e per
conquistare o distruggere l’intera flotta. Ma nel 465 sorsero
nuovi problemi nell’Egeo. Taso, più potente di Nasso,
insofferente dell’intrusione ateniese nelle proprie stazioni
commerciali sulla terraferma e nelle imprese di estrazione
dell’oro, lasciò la lega. Sconfitti per mare e stretti d’assedio, i
Tasi riuscirono a inviare un emissario a Sparta per invocarne
l’aiuto, e Sparta promise, per il momento segretamente, di
minacciare un’invasione dell’Attica, qualora non fosse stato
revocato l’attacco. Ma prima che potesse essere presa una
qualsiasi iniziativa, una sciagura si abbatté su Sparta. Un
terremoto distrusse quasi tutte le case della città: vi furono
numerose vittime, e gli iloti - compresi quelli della Laconia - si
ribellarono. Fu opinione diffusa che il terremoto rappresentasse
la vendetta di Poseidone, lo scuotitore della terra, per il fatto
che alcuni iloti, che avevano chiesto asilo nel suo tempio al
Tenaro (Capo Matapan), erano stati costretti ad abbandonarlo
ed erano stati messi a morte. È probabile che la delusione delle
speranze suscitate da Cleomene e da Pausania avesse lasciato
uno strascico di amarezza. Solo la presenza di spirito del
giovane re Archidamo, che ordinò al trombettiere di suonare
l’adunata, e la disciplina spartana, che spinse tutti gli uomini
validi ad armarsi e a precipitarsi sulla piazza d’armi,
impedirono che molti sopravvissuti venissero massacrati tra le
rovine da un’onda di iloti accorsi dal territorio circostante.
Ancora una volta gli Spartani si videro costretti a combattere
per sopravvivere e, una volta ristabilito l’ordine in Laconia (dal
momento che soltanto un numero ridotto di perieci si era unito
alla rivolta), dovettero fronteggiare una vera e propria guerra
contro i Messeni, trincerati nelle loro ancestrali fortezze
nell’anfiteatro montagnoso dell’Itome.
Nel frattempo, dopo un assedio di due anni, gli Ateniesi
avevano piegato Taso; giunse allora ad Atene un’ambasceria
spartana, chiedendo aiuto in nome dell’alleanza del 481 (gli
Ateniesi erano considerati particolarmente abili nella guerra
d’assedio). Dopo aver promesso a Taso di aiutarla, l'iniziativa
degli Spartani appare spregiudicata, ma è probabile che non
tutti fossero a conoscenza dei precedenti.
Ad Atene, naturalmente, nessuno ne era al corrente. Non tutti
gli Ateniesi però erano disposti ad aiutare Sparta, ma Cimone,
lo spartano di Atene, come doveva definirlo Pericle, - non
aveva addirittura chiamato uno dei suoi figli Lacedemonio? -
diede una svolta decisiva al dibattito, con un’appassionata
invocazione: «Rimarrete forse inerti sino a vedere l’Ellade
azzoppata e Atene a sopportare il giogo priva della sua
compagna?». Convinta l’assemblea, venne inviato in Messenia
con quattromila uomini armati, un terzo delle forze di terra.
Lo attendeva però un’amara delusione. Gli Ateniesi
attaccarono senza successo Itome, e poco dopo gli Spartani li
avvertirono che, non essendoci più bisogno di loro, potevano
ritornare in patria. Poiché gli Spartani conservavano le vecchie
alleanze, era chiaro che le ragioni non erano l’insuccesso
militare. «Erano allarmati» afferma Tucidide «dallo spirito
audace e rivoluzionario degli Ateniesi. Capivano che, se fossero
rimasti, avrebbero potuto venir persuasi dai difensori di Itome a
passare dalla loro parte.» Dopo tutto, molti soldati ateniesi,
anche quelli appartenenti alla classe media, erano democratici;
e nell'antico assedio era facile, comunicando attraverso le linee,
svolgere un’opera di propaganda. Gli Ateniesi partirono, e
anche quanti avevano caldamente sostenuto Sparta nutrivano
ora un profondo risentimento.
Fu un punto di svolta nella storia greca. Le concezioni
democratiche avevano di recente riconquistato terreno anche in
politica interna. Efialte, un «radicale» povero ma incorruttibile,
non gradiva l’usanza dell’areopago, nella sua funzione di
«guardiano delle leggi», di interferire con lo sviluppo della
democrazia. Minò la reputazione di questo organismo
intentando azioni legali sotto l’accusa di corruzione o di altre
manchevolezze nell’amministrazione, e vincendole contro
numerosi benestanti, che ottenevano l’arcontato attraverso
fortunati sorteggi. Quindi, in assenza di Cimone, forse ancora a
Itome (è impossibile stabilire l’esatta sequenza degli
avvenimenti), Efialte e Pericle fecero approvare all’assemblea
un atto che privava formalmente l’areopago di tutti i poteri non
legalmente sanzionati per iscritto dalla costituzione, i cosiddetti
«poteri aggiunti», mentre conservava l’antichissima funzione
giurisdizionale nei reati di omicidio. D’ora innanzi il consiglio
dei cinquecento e le corti del popolo, con giurie di 501 membri
(o talvolta 1001, 1501, persino 2501 nelle grandi controversie
politiche), avrebbero deliberato in materia costituzionale. La
principale funzione degli arconti, ai quali non era più richiesto
di essere veri e propri uomini politici, fu quella di presiedere le
corti con giuria. Quattro anni più tardi, a logico coronamento di
tutto ciò, l’arcontato venne aperto ai «piccoli proprietari», e, in
seguito, pur in assenza di una formale disposizione legale, a
ogni ateniese contro cui non vi fossero obiezioni concrete.
Nel frattempo gli animi erano molto accesi. I democratici
suggellarono la loro vittoria ostracizzando Cimone (461); in
politica estera ruppero l’alleanza con Sparta e ne strinsero una
con Argo e la Tessaglia, che avevano parteggiato per la Persia.
Efialte venne assassinato da un beota, assoldato dai suoi nemici
- l’ultimo assassinio politico ad Atene, che non ne avrebbe visti
per cinquantanni. L’anziano Eschilo si pronuncia a favore della
conciliazione nelle Eumenidi, l’ultima opera della sua trilogia
su Agamennone; Atena ammonisce contro il pericolo di una
guerra civile; l’opera celebra la fondazione dell’areopago, come
corte con giurisdizione nei casi di omicidio; Oreste parla
dell’«alleanza argiva» che Atene aveva ottenuto, salvandogli la
vita. Ma Eschilo era troppo amareggiato: poco dopo accettò un
invito in Sicilia, dove visse circondato da premurose attenzioni.
Morì a Gela due anni più tardi. Lasciò il seguente epitaffio, così
emblematico della sua generazione:
Qui, nella patria del grano a Gela, giace Eschilo,
figlio di Euforione, allevato ad Atene.
La sua abilità di guerriero la possono testimoniare
Maratona
e i Medi dalle lunghe chiome, che ebbero buoni motivi di
conoscerla.
Neanche un accenno alla sua poesia.
Si spegnevano così le speranze che l’unione contro la Persia
potesse essere duratura. Non ci sarebbe stata l’emancipazione
degli iloti di Sparta; nessun futuro per Temistocle ad Atene;
non ci sarebbero stati gli stati uniti dell’Egeo sotto la
supremazia di Atene; né cooperazione tra Sparta e Atene.
Atene, democratica e sempre più imperiale, sarebbe proseguita
da sola.

Nuove prospettive su Eschilo: Prometeo (p. 225): le analisi al


computer delle soluzioni stilistiche e metriche (ad esempio,
l’uso dell’anapesto al principio del verso giambico) sembrano
separare questa tragedia dalle altre pervenuteci, e molti
studiosi hanno accettato il verdetto, seppure a malincuore.
L’entità complessiva del corpus eschileo, d’altra parte, fornisce
una base troppo esigua per un approccio statistico.
Le Supplici (p. 227) appaiono arcaiche nella rigidità di
alcuni dialoghi (mentre le liriche sono raffinate) e nell'uso
limitato, quasi si trattasse di un esperimento, del secondo
attore. Ma il frammento di una iscrizione posteriore, nel fornire
un resoconto delle feste dionisiache, riporta che Le Supplici di
Eschilo fu l’opera vincitrice nell’anno di arcontato terminato
nell’estate del 462. È poco probabile che la posterità
assegnasse il medesimo «breve titolo» a due opere di Eschilo.
Vi erano Le Supplici di Euripide, che trattavano di un mito
differente.
Capitolo X -
MEZZO SECOLO DI SPLENDORE - II
L’Atene imperiale

1 Gli anni della vittoria

Dopo la caduta di Cimone e l’assassinio di Efialte, Pericle,


appena trentenne, si trovò a essere il più influente oratore
nell’assemblea di Atene. Se vi fosse stato un maggior numero
di uomini della sua stoffa, egli avrebbe potuto assicurare alla
Grecia un futuro ancora più radioso. Aristocratico, ma di salda
fede democratica; amico di Archidamo, re di Sparta; uomo di
cultura che per anni finanziò Anassagora, uno degli ultimi
grandi fisiocratici della Ionia, guardava con favore tutte quelle
forze del mondo greco che, in quel tragico frangente, non
riuscivano a riconciliarsi. Nel corso dei successivi trent’anni
egli si conquistò, con la sua dedizione, con l’abilità politica e il
palese disinteresse a incrementare il modesto patrimonio
ereditario, la fiducia del popolo come nessun altro riuscì a mai a
fare.
È d’altra parte essenziale ricordare che gli non fu un primo
ministro o un capo di governo. L’assemblea si governava da
sola; il consiglio, eletto per sorteggi e rinnovantesi ogni anno,
predisponeva quello che doveva fare e si occupava
dell’ordinaria amministrazione; in guerra e in politica estera, gli
strateghi eseguivano le sue direttive, delle quali non erano gli
ideatori. Pericle fu spesso stratega, ma nell'elaborazione della
linea politica non esercitò poteri speciali, pur avendo grande
influenza; egli aveva il diritto, che con fierezza dichiarava di
condividere con i cittadini più oscuri, di arringare quella
formidabile assemblea e di persuaderla nei limiti delle sue
capacità. È Plutarco, del tutto ignaro del funzionamento della
democrazia, a ripetere di continuo che Pericle (o Cimone, o
Temistocle) compì questa o quell’impresa; Tucidide, al pari di
Erodoto, correttamente parla degli «Ateniesi». Pericle suggerì
spesso come agire; il più delle volte, anche se non sempre, con
successo.
Tutti i gruppi influenti ad Atene erano d’accordo sulla
necessità di impedire che la Lega di Delo venisse dissanguata
dalle defezioni; se ne erano ormai verificate parecchie. Le
ragioni erano per lo più, afferma Tucidide:
[...] il mancato versamento dei tributi, la ritardata consegna
delle navi e la renitenza a prestare servizio militare, quando
a qualcuno toccava: gli Ateniesi, infatti, non facevano
complimenti ed erano inflessibili nell’imporre costrizioni
agli alleati che non volevano e non erano avvezzi a faticare.
Anche per altre ragioni, poi, gli Ateniesi non erano più
graditi nel comando come prima: non facevano più le
spedizioni militari in condizioni di parità con gli altri ed era
per loro facile ridurre al dovere i ribelli. Di questa
condizione di inferiorità, però, erano colpevoli gli alleati
stessi; perché, data la loro riluttanza a prestare il servizio
militare, la maggior parte di essi, per non allontanarsi da
casa, si obbligarono a fornire, in cambio delle navi, una
somma corrispondente; in tal modo gli Ateniesi, utilizzando
i vari contributi, accrescevano il numero delle navi, mentre
gli alleati, quando volevano scuotere da sé il giogo,
scendevano in campo impreparati e senza esperienza
bellica.{9}
Alla soppressione delle rivolte seguivano la ricomposizione
del governo e la costituzione della democrazia. Un'iscrizione
mostra Atene impegnata, in Ionia, a riformulare la costituzione
di Eritre. Ci dovrà essere un consiglio del popolo, eletto per
sorteggio, da rinnovarsi ogni anno, simile a quello ateniese, ma
più piccolo; i suoi membri dovranno pronunciare un giuramento
di fedeltà «al popolo di Atene e agli alleati». Eritre deve inviare
offerte ai grandi giochi Panatenaici di Atene (un obbligo
imposto, poco dopo, a tutti gli alleati); e se gli animali destinati
al sacrifìcio sono di qualità scadente, gli organizzatori dei
giochi ne acquisteranno di nuovi, a spese degli Eritri. Le cause
commerciali che, sorte nelle città alleate, coinvolgevano
cittadini ateniesi, venivano deferite alle corti di Atene; la
conseguente congestione degli affari suscitava accese
rimostranze contro le lungaggini della legge e la rapacità degli
albergatori ateniesi, ma non ci sono pervenute recriminazioni
sull’onestà di Atene, pur non mancando testimonianze
antimperialistiche. Probabilmente erano gli Ateniesi che
avrebbero avuto di che temere davanti a un giudice straniero. In
alcuni trattati era, addirittura, imposto l’obbligo di deferire ad
Atene il ricorso in appello, se si trattava di procedimento per
omicidio conclusosi, in primo grado, con una sentenza di
condanna a morte.
Le città, che non davano motivo d’intervento, conservavano
le loro istituzioni, anche se antidemocratiche, ma era chiaro in
quale direzione puntassero gli eventi. Ben presto poche città
ebbero una propria flotta da guerra; quelle che la conservarono
più a lungo furono le tre potenti isole di Samo, Chio e Lesbo
con le sue cinque città. Poco dopo Atene giunse a chiudere le
zecche locali, e a imporre l’uso della propria moneta d’argento,
dei propri pesi e misure, sebbene continuasse a essere coniato il
«pallido oro» di Cizico.
Costituì inoltre alcuni insediamenti nelle isole di Nasso e di
Andro e in altri «luoghi strategici», ma gli Ateniesi che vi si
stabilirono, a differenza degli abituali coloni, conservarono la
cittadinanza. Furono ridotti i tributi delle città cui venivano
confiscate le terre, ma ciò non valse a limitare il risentimento
suscitato. L’imposizione alle città sottomesse di fare offerte -
«una mucca e una panoplia di armi» divenne la regola - per la
festa nazionale di Atene, testimoniava, in modo evidente, che la
città stava trasformandosi nella capitale di un impero.
Pericle sperava - ingenuamente forse, ma con la sincerità di
un devoto patriota - che gli alleati sarebbero stati orgogliosi di
far parte di un simile impero; e in effetti, le numerose rivolte
isolate rappresentano forse un fatto meno significativo di
quanto non sia la dimostrazione di fedeltà con la quale gli
alleati si mantennero al fianco di Atene nei giorni difficili. In
una frase divenuta celebre (p. 289), Pericle affermò che Atene
rappresentava «la scuola dell’Ellade». Senza dubbio si riferiva
all’arte e alla letteratura ateniese, ma forse non soltanto a
queste. Sono emblematiche le iscrizioni dell’Atene del V
secolo, a paragone di quelle delle altre città. A poco a poco
divennero comuni testi in prosa di centinaia di parole, che
registravano per lo più trattati, decreti per imporre una
costituzione o regolare la raccolta dei tributi, conteggi
finanziari dei fondi sacri. Non venivano ancora registrati nella
pietra documenti secolari, a meno che non fossero molto
importanti (ad esempio, se riguardavano una guerra). Il famoso
«Elenco dei Tributi», redatto a partire dal 454, che informa sui
nomi delle località dell’Egeo e indica quanti entravano a far
parte dell’impero e quanti defezionavano - sono i frammenti di
due enormi lastre di marmo, ricostituite a opera di D.B. Meritt e
altri studiosi - non riporta l’intero tributo, ma la quota di un
sessantesimo spettante ad Atene. Le poche iscrizioni secolari di
altri stati, spesso contorte nella scrittura e redatte in stile
arcaico, presuppongono in chi doveva comprenderle una
«cultura di base» molto superiore. Esaminandole dopo quelle
ateniesi, si ha l'impressione di passare dall'esame degli affari di
una città a quelli di un villaggio. Questo contrasto mette in luce
un aspetto degli obiettivi di Pericle. L’Atene democratica, con
un corpo cittadino di forse settantamila unità, aveva raggiunto
un grande «sviluppo» nel campo della pubblica
amministrazione.
Argo, Siracusa e alcune altre città avevano già adottato la
democrazia di Clistene. La questione stava ora nel vedere sino a
che punto Atene avrebbe esteso la propria influenza o il proprio
controllo diretto. Vent’anni dopo la sconfitta di Serse, sembrava
non ci fossero limiti.
Tuttavia, una volta «liquidati» Taso e l’influenza spartana,
Atene ritornò a combattere nel Levante, con entusiasmo pari a
quello mostrato sotto Cimone. Una flotta della lega di duecento
navi, salpata nuovamente alla volta di Cipro, si trovò davanti a
una straordinaria occasione. Un principe libico, che aveva
spinto l’Egitto a sollevarsi contro la Persia, invocava aiuto.
Abbandonando Cipro, i generali si volsero verso il più
ambizioso obiettivo. Ripulirono il Delta dalle navi nemiche, si
unirono agli alleati, occuparono i quartieri bassi di Memfi e
strinsero d’assedio la cittadella. Ma questa, detta il Castello
Bianco, tenuta dai Persiani e dai loro alleati egizi, resistette
strenuamente, e per alcuni anni la guerra in Egitto rimase a un
punto morto.
Nel frattempo in Grecia, approfittando delle difficoltà di
Sparta, i Corinzi aveva intrapreso una guerra di frontiera contro
Megara, la quale chiese aiuto ad Atene. Gli Ateniesi
presidiarono Megara con il suo porto occidentale di Pege - si
trattava, per Atene, di una «finestra» sul golfo di Corinto - e
costruirono mura parallele che correvano per circa un
chilometro e mezzo dalla città di Megara al porto orientale di
Nisea, per assicurarsi la possibilità di rifornire la città via mare.
Subito dopo, affrontarono un'impresa molto più impegnativa:
quella di collegare la loro stessa città al Pireo e al Falero, per
mezzo di due «Lunghe Mura» - otto e cinque chilometri - che
avrebbero reso più sicuro il Pireo.
Atene si trovava ora in guerra con Corinto, che si assicurò
l’aiuto di Egina e di Epidauro; ma, chiedendo navi agli alleati,
senza bisogno di sospendere la campagna d’Egitto, gli Ateniesi
ebbero la meglio in due battaglie navali nel golfo Saronico. Il
secondo di questi scontri fu trionfale, e gli Ateniesi ne
approfittarono per sbarcare truppe a Egina e cingere d’assedio
la città. In preda alla disperazione i Corinzi tentarono una
diversione attaccando Megara, confidando che Atene non
avrebbe potuto armare un terzo fronte, senza ridurre la presenza
su Egina, ma gli Ateniesi ci riuscirono. Richiamando alle armi
uomini dai diciotto ai sessant’anni, a rinforzo della guarnigione
di Megara, dapprima resistettero ai Corinzi, quindi li
sbaragliarono. Alla fine di quell’anno (459?) una delle tribù
ateniesi eresse un’iscrizione, in memoria dei caduti del suo
reggimento. La prima e l’ultima riga sono spaziate per avere
più risalto:

DELLA TRIBÙ ERETTEIDE


costoro morirono combattendo, a Cipro, in Egitto, in
Fenicia, ad Aliea, a Egina, a Megara
NEL CORSO DELLO STESSO ANNO
Il termine «Aliea» si riferisce a un fallito sbarco sulla sponda
meridionale dell’Argolide. Segue poi una lista di 177 nomi,
compreso uno stratega, un «facente funzioni di stratega» e un
indovino. È un documento che attesta il vigore di Atene al
culmine della sua potenza, ma anche il prezzo che dovette
pagare: 177 caduti in un unico reggimento, nel corso di
un’annata non segnata da nessun atto particolarmente
increscioso. All’incirca alla stessa epoca risale il piccolo,
delizioso rilievo dell'Atena Dolente, che si trova sull’Acropoli;
è andata perduta l’iscrizione che certamente doveva
accompagnarla. Atena, munita d’elmo, avvolta nella spessa
veste di lana delle donne ateniesi, appoggiata alla lancia, con il
capo chino e lo sguardo rivolto a una stele, appare assorta nella
lettura della lista dei caduti.
In un’epoca incerta - Tucidide ne parla prima della
spedizione contro l’Egitto - le navi ateniesi stanziate nel golfo
di Corinto occuparono la roccaforte locrese di Naupatto (la
medievale Lepanto). I Locresi erano dediti alla pirateria - solo
di recente due loro città avevano sottoscritto un trattato in cui
s’impegnavano a non interrompere la navigazione dai rispettivi
porti, ma si riservavano il diritto di pirateggiare in alto mare! - e
questo fu probabilmente il motivo dell’attacco ateniese. La
lunga guerra in Messenia stava allora volgendo al termine. Gli
Spartani, che non erano riusciti a espugnare Itome, indussero i
suoi difensori ad accettare di abbandonare il Peloponneso, sotto
la garanzia di un armistizio; e a questi gli Ateniesi cedettero
Naupatto. Gli uomini di Itome vi si fermarono per tutto il resto
del secolo: alleati di Atene e spina nel fianco di Corinto.
Sparta, che poteva ora nuovamente volgersi all’estero, inviò
una spedizione (millecinquecento laconi e diecimila alleati) a
Doride, una località a nord del Parnaso, la culla della stirpe - si
credeva - per proteggerla dagli attacchi dei Focesi. Gli Ateniesi
interpretarono la manovra come un segno di ostilità e, sebbene
ancora impegnati sia in Egitto sia a Egina, inviarono navi nel
golfo occidentale, presidiarono le montagne di Megara e
tagliarono la ritirata alla spedizione. Gli Spartani reagirono
facendo di Tebe la città presidio della Beozia, ruolo che aveva
perduto nel 479. Alcuni reazionari ateniesi presero contatti con
gli Spartani, esortandoli a marciare su Atene, prima che il
completamento delle Lunghe Mura rendesse inespugnabile la
città. Ma gli Ateniesi, avutone sentore, richiamarono alle armi i
Tessali, gli Argivi e gli Ioni a rinforzo dei loro contingenti
duramente impegnati, e attaccarono per primi. Mentre
passavano la frontiera beota, andò loro incontro l’esiliato
Cimone, chiedendo di poter combattere, come privato, nel suo
reggimento, ma gli strateghi democratici, non sapendo se
fidarsi, lo respinsero. Egli si allontanò, dopo aver ingiunto ai
suoi seguaci di battersi valorosamente.
Nel corso di una cruenta battaglia presso Tanagra, durata
oltre un giorno, gli Ateniesi vennero sconfitti; nella notte la
cavalleria tessala, insolita alleata per una democrazia, passò
dalla parte dei nemici. I Peloponnesiaci, che avevano registrato,
a loro volta, pesanti perdite, furono contenti di ritornare in
patria e marciarono attraverso la Megaride, ormai sguarnita,
devastando i poderi lungo la strada. Lo stesso Pericle fece
approvare un provvedimento per il rientro di Cimone, i cui
seguaci si erano battuti con valore, sperando con il suo aiuto di
giungere a patti con gli Spartani, ma al momento non se ne fece
nulla. Poi, «sessantun giorni dopo la battaglia», gli Ateniesi
assalirono la Beozia, riportarono una grande vittoria e
assunsero il controllo dell'intero paese, stipulando trattati
distinti con le città, molte delle quali si rallegrarono di venir
liberate da Tebe. La Focide si unì all’alleanza; vennero presi
ostaggi nella Locride orientale; e Atene finì per controllare tutta
la Grecia centrale sino alle Termopili. Argo si arrese, venne
disarmata e annessa alla lega come membro tributario; vennero
ultimate le Lunghe Mura, e nel 455 gli Ateniesi inviarono cento
navi lungo le coste del Peloponneso, dando fuoco alla base
navale spartana di Gitio, assicurandosi l’alleanza delle città
achee, e attaccando gli alleati spartani stanziati nel golfo di
Corinto. Le navi rimasero a Pege, a formare una stabile
squadriglia verso Occidente. Corinto, Sicione ed Epidauro
vennero parzialmente accerchiate: Trezene si unì all’alleanza
ateniese; Sparta, in guerra con Argo, pareva destinata a restare
all’interno degli angusti confini del Peloponneso meridionale.

2 Gli anni della crisi: 454-445

L’intera scena politica fu rivoluzionata dalla conclusione


disastrosa della spedizione in Egitto. Il re persiano Artaserse
cercò all’inizio di liberarsi degli Ateniesi finanziando i loro
nemici in Grecia: era la prima volta che la Persia ricorreva a
questa politica, destinata a diventare abituale, ma, non
essendoci riuscita, si impegnò in uno sforzo grandioso. Nel 457
un imponente esercito al comando di Megabazo, un veterano
dell’invasione di Serse, penetrò in Egitto e mosse in soccorso
del Castello Bianco, mentre una flotta fenicia isolava le navi
della lega sul Nilo. L’Egitto, quasi tutto, si sottomise, e i Greci
si ritrovarono assediati in un’isola nel Delta. Resistettero per
diciotto mesi, sino a che i Persiani, con una delle loro
imponenti opere di ingegneria, non deviarono le acque dal
canale che li proteggeva, facendo arenare le navi, e non
assalirono la postazione (455?). Un gruppo sparuto fuggì
attraverso il deserto occidentale verso Cirene; migliaia di
uomini caddero prigionieri; una squadriglia di soccorso,
formata da cinquanta triremi, veleggiò ignara all’interno del
braccio occidentale del Nilo e vi rimase intrappolata, tanto che
neppure la metà delle navi riuscì a trarsi in salvo.
Resta incerto se le unità stanziate in Egitto avessero
conservato la loro forza originaria di duecento equipaggi, ma si
trattò, in ogni caso, di una terribile disfatta, le cui ripercussioni
si fecero immediatamente sentire. Pericle, imbarcatosi con
mille uomini a Pege, fece incursioni per l’ennesima volta lungo
le coste del golfo, facendo sventolare il vessillo ateniese, ma
poi ricondusse la flotta occidentale ad Atene. Per motivi di
sicurezza, la tesoreria della lega venne trasferita da Delo ad
Atene (454). In Grecia la guerra languiva, e nel 451 venne
conclusa una tregua di cinque anni. I sanguigni e fiduciosi
Ateniesi avevano trovato i limiti della loro potenza.
In quello stesso anno gli Ateniesi presero una fatale decisione
di politica interna: stabilirono che nessuno, d’ora in avanti,
avrebbe avuto la cittadinanza ateniese, se non fosse stato figlio
di genitori ateniesi; il che segnava la fine della politica di facile
accoglienza con la quale la città si era rafforzata sin dai tempi
di Solone. Essere cittadino dell’Atene imperiale era un
privilegio ambito, e quanti lo erano, non da ultimo la «classe
navale», non ricca ma potente, non erano più disposti a
condividerlo. I fautori del decreto, forse promosso dallo stesso
Pericle, probabilmente sostenevano che il flusso di immigranti
avrebbe compromesso la fisionomia della città. Ai residenti
stranieri venne riconosciuto uno status onorevole. Ma la misura
tracciava un solco profondo e incolmabile tra il popolo di Atene
e gli alleati.
Sparta stipulò una pace trentennale con Argo; e senza dubbio
la tregua dei cinque anni era intesa a garantire un «periodo di
calma» finalizzato a un accordo globale. Ma nello scontro tra
l’orgoglio ateniese e quello spartano non se ne fece ancora
nulla. D’altra parte, la tregua diede ad Atene la possibilità di
battersi nuovamente con la Persia. Era bene non soltanto
mostrare alla Persia che Atene era ancora temibile, ma anche
ricordare alla Grecia che non si era affievolito l'interesse per
l’originario obiettivo della lega. Nel 450 l’anziano Cimone, con
duecento navi di Atene e della lega, salpò nuovamente alla
volta di Cipro e strinse d’assedio Cizio.
Ma la spedizione deluse le aspettative. Cizio resistette; gli
assedianti si ritrovarono a corto di viveri - il che dimostra come
i Greci ciprioti, che avrebbero potuto rifornirli, non fossero per
nulla entusiasti dell’impresa. Lo stesso Cimone si ammalò, e
Magabisso, il conquistatore dell’Egitto, che raccoglieva nuove
forze in Cilicia per una controffensiva, riuscì a far sbarcare
delle truppe sull’isola. In quel momento Cimone morì. La sua
fine venne tenuta segreta; muovendosi secondo i piani da lui
stabiliti sul letto di morte, i successori mossero da Cizio e
sconfissero per terra e per mare le forze giunte in soccorso. Ciò
valse a risollevare gli animi degli Ateniesi e ad assicurare la
ritirata della spedizione, ma Cipro era persa.
A questo punto Ateniesi e Persiani, consapevoli che,
nonostante l’Eurimedonte, nonostante l’Egitto, una vittoria
definitiva non era possibile, erano ormai pronti a mettere da
parte l’orgoglio e a fare concessioni. Callia, cognato di Cimone
e il più abile diplomatico ateniese, venne inviato a Susa (la
Shushan della Bibbia), dove concluse una pace che, al
momento, non accontentò nessuna delle due parti. Atene
abbandonò gli Egizi, che ancora resistevano in alcune parti del
Delta; la Persia promise di non inviare navi da guerra
nell’Egeo. Vi fu probabilmente uno scambio di prigionieri. In
Asia Minore si ebbero «disimpegno» e la costituzione di una
zona smilitarizzata; nessuno dei due contendenti doveva tenere
truppe o costruire fortificazioni nella Ionia e in una fascia
costiera larga circa novanta chilometri. Atene accettò - vi sono
buone ragioni per crederlo - che i Greci d’Asia versassero d’ora
in poi i loro tributi alla Persia, secondo gli accertamenti
tributari del 493 (p. 170). (Ciò spiegherebbe perché gli
accertamenti svolti dagli Ateniesi in queste città fossero molto
ridotti.) Sembra, infatti, che la Persia non riuscisse a riscuotere i
tributi senza ricorrere alla forza, ma l’esistenza di tale clausola
ci fa comprendere perché la pace di Callia non venisse allora
resa pubblica. Uno storico ostile sostenne più tardi che l’intero
trattato era stato un’invenzione ateniese.
È vero che probabilmente Atene esagerò il proprio successo,
se non altro per contrapporre il trattato di Callia a quelli assai
meno convenienti che la Persia era riuscita a imporre alla
Grecia divisa; ma è pressoché sicuro che un trattato venne
stipulato intorno al 449.
La pace portò nuovi problemi. Da tanto tempo, ormai, gli
Ateniesi erano così impegnati nella macchina bellica che tutti
quelli che vivevano alla giornata potevano sempre contare su
un’entrata, vogando d’estate sulle triremi. In tempo di pace,
Atene conservò una flotta stabile di sessanta unità, che
presidiava l’Egeo, riscuoteva i tributi e li scortava in patria. Nei
lunghi arsenali costruiti intorno al porto militare di Zea, c’erano
duecento o più galee di riserva, visto che ne erano state
costruite di nuove ogni anno. Tutte, con il sostegno degli alleati
che prestavano i loro servizi a pagamento, potevano entrare in
azione in caso di crisi. Ma la pace creava disoccupazione.
Pericle e la sua cerchia, che lo avevano previsto, avviarono un
programma di edilizia pubblica, a cominciare dal grande tempio
sulla sommità dell’Acropoli, da lungo progettato.
All’inizio Pericle propose di mandare ambasciatori in tutta la
Grecia per invitare delegati a una conferenza panellenica, che
avrebbe dovuto discutere «[la ricostruzione dei] templi bruciati
dai Persiani; i sacrifici da tributare, in nome di tutta la Grecia,
agli dei per il giuramento fatto nel corso della guerra; la pace e
la libertà dei mari». Ma la conferenza non ebbe mai luogo. Era
evidente che quei nobili propositi avevano implicazioni
politiche. I templi bruciati erano quelli dell’Attica, di Platea, di
Tespi e della Focide; onorare in ambito panellenico i
giuramenti stretti in tempo di guerra avrebbe significato
riconoscere, in tale frangente, che Atene aveva concluso una
pace onorevole; e se fosse stata messa all’ordine del giorno la
libertà dei mari, Atene avrebbe potuto affermare che la sua
flotta stava svolgendo un servizio per tutti i Greci. I
Peloponnesiaci furono lesti a cogliere l’occasione, e il progetto
venne accantonato.
La proposta costituiva realmente un manifesto politico: era
infatti nelle intenzioni di Pericle e dei suoi seguaci continuare,
anche in periodo di pace, a riscuotere i tributi, dai quali Atene
era venuta a dipendere. Il pagamento venne probabilmente
sospeso nel primo anno di tregua: è poco probabile che gli
alleati abbiano atteso uno specifico decreto ateniese a riguardo:
manca, infatti, a questo punto, l’«elenco delle quote». Allora
Clinia, un aristocratico che aveva preso in moglie una
Alcmeonide, propose, come se nulla fosse accaduto, e fece
approvare un programma di disposizioni per migliorare e
sistematizzare l’esazione dei tributi, che venne ripresa
immediatamente, sotto la protezione delle navi da guerra
ateniesi. La cosa suscitò un profondo risentimento e una diffusa
resistenza passiva.
Anche Sparta attraversava un momento difficile. Nel 448, la
tregua dei cinque anni sarebbe andata avanti per altri due anni,
ma, dimostrando di non «riconoscere» il sistema di alleanze
ateniese sulle regioni continentali, Sparta inviò una spedizione
per liberare Delfi dalla Lega Focese. Delfi, che non gradiva
dividere la propria ricchezza con i suoi cugini, concesse agli
Spartani, per il servizio reso, la priorità nella consultazione
dell’oracolo. Atene, per non apparire scorretta in quel frangente
di guerra fredda, non intervenne sino a che gli Spartani non
furono tornati in patria; ma non appena ciò accadde, Pericle
stesso guidò contro Delfi una spedizione che annullò l’accordo
con Sparta, restaurò il controllo focese, assicurò ad Atene
un’uguale priorità, e ottenne che la concessione venisse
registrata sul fianco del grande lupo di bronzo, eretto davanti al
tempio, sulla cui fronte si trovava già incisa quella spartana.
L’anno successivo mostrò la precarietà della supremazia
ateniese. Gli introiti della lega scesero di un quarto, dal
momento che molte fra le città più grandi si sottrassero al
pagamento. In larga parte, lo ripresero in seguito, senza che la
storia registrasse incidenti, ma nella Beozia occidentale, al
termine delle campagne estive, divampò una ribellione. Una
spedizione di mille uomini armati, inviata in tutta fretta,
nonostante il parere contrario di Pericle, a reprimere la rivolta,
con l’appoggio degli alleati locali, cadde in un’imboscata
presso Coronea, fra l’Elicona e il lago Copaide, e dopo aver
registrato pesanti perdite fu costretta alla resa. Appare evidente
che mancò un vero e proprio sostegno da parte degli alleati
locali. La potenza ateniese nella Grecia centrale crollò in un
attimo, e per recuperare i prigionieri caduti in mano nemica
Atene si vide costretta a sottoscrivere un accordo in cui veniva
riconosciuta l’indipendenza della Beozia.
Tra i caduti vi era Clinia. Lasciava un figlio piccolo, di nome
Alcibiade, destinato a un glorioso futuro, il quale divenne il
pupillo di Pericle, legato a sua madre da vincoli di parentela.
Le difficoltà di Atene erano appena agli inizi. La tregua dei
cinque anni stava per finire. Esuli provenienti dall’Eubea
avevano preso parte alla rivolta in Beozia; e nella primavera del
466 le città dell’isola, che avevano, forse solo di recente,
accettato di versare un tributo al posto della fornitura di navi, e
che ora se lo vedevano richiedere in tempo di pace, si
ribellarono tutte insieme. Pericle attraversò il braccio di mare
con il grosso delle truppe, solo per essere subito richiamato
dalla notizia che i Peloponnesiaci si erano messi in marcia e
che, ad aggravare ulteriormente la situazione, Megara si era
ribellata alle spalle dei reggimenti, posti a difesa della frontiera
montana. Questi riuscirono a sfuggire solo per mezzo di una
marcia tortuosa, muovendo dalla costa occidentale e valicando
il Citerone in direzione di Platea, condotti da una guida locale,
il cui epitaffio, scritto in semplici versi, è conservato ad Atene.
Vi si legge anche il particolare che la guida uccise sette uomini
in battaglia, e mori sereno «non avendo fatto del male a
nessuno».
I Peloponnesiaci, in schiacciante superiorità numerica
rispetto al ricomposto esercito ateniese, raggiunsero Eleusi, e
qui, tra lo stupore generale, si volsero indietro e ritornarono in
patria. Non appena costoro si furono allontanati, Pericle, questa
volta alla guida di soli cinquemila uomini armati, salpò
nuovamente verso l’Eubea, e con una fulminea campagna la
ridusse all'obbedienza. Per quanto la sua guida e strategia
possano essere state efficaci, e per quanto possa essere stata
grande la costernazione suscitata dal tradimento spartano,
l'andamento delle cose fa supporre che alcuni Eubei abbiano
sostenuto Atene e la democrazia. Soltanto una città venne
severamente punita, Istiea, situata nella parte settentrionale
dell’isola: la sua popolazione, infatti, aveva massacrato
l’equipaggio di una nave da guerra ateniese, lì arenatasi. Gli
abitanti furono espulsi e sostituiti da una colonia di cittadini
ateniesi, che sorse in un punto strategico per il controllo dello
stretto dell'Artemisio.
Quanto era accaduto ad Eleusi rimase naturalmente un
segreto, ma tutti potevano congetturarlo. Nel resoconto che
Pericle rese a fine anno vi era una voce che egli si rifiutò di
discutere. L’annotazione era: «Per spese indispensabili: 10
talenti», e l’assemblea, dimostrandogli una fiducia mai
accordata a nessuno, l'approvò. L’espressione «spese
indispensabili» faceva ancora ridere il pubblico della successiva
generazione che sentiva la battuta sul palcoscenico del teatro
comico.
Gli Spartani non trovarono l’episodio altrettanto divertente.
Le leggi di Licurgo avevano clamorosamente fallito nel
salvaguardare i signori spartani dal fascino del denaro, ma
sembra improbabile che gli uomini di maggior spicco nella città
abbiano svenduto gli interessi di Sparta, sapendo che sarebbe
sicuramente scoppiato uno scandalo.
Forse Pericle, in perfetta buona fede, fece intendere che gli
Ateniesi erano disponibili a negoziare un accomodamento
globale, aggiungendo un generoso «contributo» perché i
comandanti spartani si ritirassero senza combattere né
devastare. Gli si attribuisce la dichiarazione di «non aver
comperato pace, ma tempo». Ma gli Spartani non avevano
patteggiato che, tra la promessa data e la sua realizzazione,
Pericle avrebbe riconquistato l’Eubea. Quando constatarono
quanto era avvenuto, s’indignarono con furore. Plistoanatte, il
giovane re, cui formalmente spettava il comando, figlio dello
sfortunato Pausania, incriminato e multato per una somma
superiore alle sue possibilità, fuggì in Arcadia, in un sinistro
santuario dedicato al culto del dio lupo Apollo. Si narrava che
qui, ai sacrifici, venisse mescolata carne umana, che chi se ne
cibava assumeva le sembianze di un lupo, e che nessun animale
proiettava l’ombra. In questa terra spettrale egli visse per
diciannove anni, passando la maggior parte del tempo in un
casa costruita al limitare del santuario, per metà dentro e per
metà fuori dei suoi confini. Il suo consigliere militare,
Cleandrida, riparato all’estero, venne condannato a morte in
contumacia.
Pericle, preoccupato delle perdite ateniesi, era ansioso di
concludere la pace; e dello stesso avviso era l’assemblea, spinta
a più miti consigli dalle ultime sconfitte. Callia si recò a Sparta,
e dopo estenuanti trattative, Atene si ritirò dai due porti di
Megara, e rinunciò all’alleanza con la Focide, Trezene e
l’Acaia. I Messeni, tuttavia, rimasero a Naupatto, e Atene
conservò la lega navale, in cui entrò, con la promessa di
ottenere un autogoverno locale, l’antica nemica Egina. Su
queste basi, nel 445, venne conclusa una pace trentennale.
Sarebbe durata quattordici anni.

3 Gli anni d’oro di Atene

Nell’arco di questi quattordici anni venne costruito il Partenone


a opera di Fidia, protetto da Pericle, coordinatore di un nutrito
gruppo di scultori; Sofocle (nato nel 595 circa), che aveva
rivestito l’incarico di corifeo dei ragazzi nelle danze e nei canti
di ringraziamento per la sconfitta di Serse, portò alla perfezione
il genere tragico; Erodoto, «padre della storia», giunse ad Atene
e ne fece l’eroina della sua opera. Regnava la pace - seppure
con qualche cedimento - e Pericle raggiunse l’apice della
propria influenza politica. Fu a quest’epoca che gli oratori
successivi guardarono con ammirazione, e alla quale si volse,
con spirito critico ma insieme con rimpianto, lo stesso Platone,
nato troppo tardi per prenderne parte.
La prosa ebbe inizio all'epoca dei primi filosofi. Mentre
alcuni di loro scrissero senza ricorrere alla forma metrica, altri
autori, in numerose città specie della Ionia, registrarono in una
prosa asciutta i miti, i costumi e le tradizioni delle loro città
dando spesso particolare rilievo all'impatto persiano. Ecateo di
Mileto scrisse un’opera di geografia, facendo numerosi richiami
alla storia. Erodoto si spinse oltre, componendo un’opera di
dimensioni epiche e di grande valore artistico. Merita citare,
sulle orme di Sir John Myres, la frase con cui si apre l’opera:
Erodoto di Alicarnasso qui espose le sue ricerche perché
con il tempo non cadano in oblio le imprese degli uomini né
rimangano senza gloria le gesta grandi e meravigliose
compiute dai Greci e dai barbari e soprattutto per mostrare
per quale motivo vennero in guerra fra loro.
Il termine adoperato per «ricerca» è quello di historia, alla
quale Erodoto, in questa frase, attribuisce il significato divenuto
poi corrente.
Erodoto, che in base alla legge del 451 non aveva potuto
ottenere la cittadinanza ateniese, poco dopo si trasferì in Italia,
dove Atene aveva organizzato una colonia di uomini
provenienti da tutte le parti della Grecia, chiamata Turi (meno
correttamente, Thourioi), per colmare il vuoto lasciato dalla
distrutta Sibari; e qui - consolazione invero abbastanza misera -
l’esule di Alicarnasso, Erodoto, potè divenire cittadino e
proprietario terriero. A Turi, servendosi dei suoi appunti e della
sua memoria, riordinò scrupolosamente gran parte del suo
imponente lavoro, sostenendo, non senza coraggio, perché
allora era una convinzione impopolare, che nel 480 Atene
aveva salvato la Grecia. E ad Atene poco dopo ritornò,
probabilmente quanto i Turi, con scarsa riconoscenza, volsero
le spalle ad Atene divenendo neutrali.
Sofocle, amico di Erodoto, nato nella «buona società»
ateniese, non ebbe tali difficoltà. Egli fu un soldato e un
cittadino, attivo seppure convenzionale, ed era un uomo
giovane, quando iniziò a comporre opere teatrali. Riportò il
primo premio all’età di ventisei anni, battendo l’anziano rivale
Eschilo. Fu una sua invenzione l’introduzione di un terzo attore
parlante, il quale rendeva possibili intrecci di una certa
complessità. Utilizzò scenari dipinti, e, di tanto in tanto, c’erano
anche cambiamenti di scena tra i diversi atti. Abbandonata la
trilogia eschilea, compose triadi tragiche che trattavano
argomenti diversi; ciascuna tragedia, che corrisponde a circa un
terzo di una tragedia shakespeariana, si concentra sul momento
di massima tensione di una storia ampiamente nota. Sebbene
tutto si compia in poco più di un’ora, non se ne ricava un senso
di frettolosità né di eccessiva compressione degli eventi.
Sofocle eccelle nel presentare il conflitto tragico fra due
istanze, entrambe giuste, come nell'Antigone, la sua opera più
famosa. Polinice, il figlio esiliato di Edipo e uno dei Sette
contro Tebe, è caduto combattendo per la sua città natale.
Confidando che il suo spirito sia condannato a un eterno
tormento, Creonte, il nuovo sovrano, ordina che il suo corpo
rimanga senza sepoltura. Viene decretata la pena capitale per
chi darà sepoltura al traditore; ma la giovane sorella di Polinice,
Antigone, amorevole, appassionata, sospinta da un’incrollabile
volontà, - la sorella Ismene, dal carattere più mite, tenta invano
di dissuaderla - da sola esegue i riti funebri ed è chiamata a
scontare la pena. Sepolta viva, Antigone non attende la morte,
ma si impicca con la propria cintola, prima che Creonte,
ammonito da Tiresia che gli dice come, in tal modo, egli arrechi
offesa agli dei, abbia il tempo di liberarla.
Creonte, che ha, anche lui, le sue ragioni, pronuncia alcuni
magnifici versi sul diritto dello stato, la sola istituzione in grado
di salvaguardare il popolo, di esigere una assoluta obbedienza.
Contro Creonte Antigone fa valere «le leggi non scritte del
dio», i diritti del cuore. Ma i due personaggi non sono i semplici
portavoce della ragione di stato e della coscienza individuale:
Creonte, che sarebbe potuto essere una figura austera ma nobile,
viene presentato da Sofocle come un minaccioso prevaricatore.
La stessa Antigone non rappresenta l’incarnazione della perfetta
eroina; sottoposta a violenta tensione, tratta con durezza la mite
Ismene; e troppo raramente si è fatto notare che, se fosse stata
meno precipitosa nel darsi la morte, sarebbe stata salvata. Non
siamo in presenza di un trattato, ma di un dramma.
Sofocle è un grande maestro della messa in scena e
dell’intreccio. Nell'Edipo Re e nelle Trachinie (in questa
tragedia, che prende il nome delle donne del coro, si narra come
l’amorevole e bistrattata sposa di un Eracle rubacuori ne
causasse involontariamente la morte), la fine appare inevitabile
solo nel senso che gli spettatori sapevano già ciò che era
accaduto. Sofocle mostra come certe cose accadono a uomini e
a opera di uomini che non si limitano a essere semplici
marionette, ma liberi individui. Si trovano, sì, in situazioni
segnate dal passato, dovute alle loro stesse offese e ai torti
commessi dai loro avi - è questa la condizione umana -, ma il
dramma (l’«azione») mostra come essi vi reagiscano. La stessa
impetuosa energia che aveva sospinto Edipo, molto tempo
prima, ad abbandonare Corinto, per sfuggire al suo destino di
uccidere il presunto padre e di sposare la presunta madre, lo
spinge a cercare una risposta al suo interrogativo. Veramente
uccise il vecchio re di Tebe? Nelle Trachinie una parte non
irrilevante nella catastrofe spetta al malizioso sussiego di un
personaggio minore, il messaggero, il quale riferisce la notizia
che Eracle, vittorioso, è sulla via del ritorno, portando con sé
una nuova principessa fatta prigioniera. L’interesse si concentra
sui personaggi. Come ha detto H.D.F. Kitto, Sofocle è
fermamente persuaso non tanto del fatto che «tutte le cose
concorrono a operare per il bene di coloro che venerano gli
dei», ma che «tutte le cose operano insieme». Nel mondo degli
antichi eroi si consumavano terribili atrocità così come si
consumano nel nostro. Di solito discendono dai peccati degli
uomini, che avviano una lunga catena di sciagure.
L'imperscrutabilità del volere divino, che regola l'esistenza
umana, resta un fatto innegabile; ma non vi è alcun senso di
ribellione in Sofocle, che nel corso della sua vita fu un uomo di
ortodossa fede. Presentando i suoi drammi, egli lascia gli
spettatori con un accresciuto senso della pietà e del terrore
(secondo l’espressione aristotelica): il pubblico si sentiva, per
così dire, «purificato». L’Atene imperiale, fiduciosa e sicura di
sé, poteva «accettarlo». I drammi sofoclei furono
immensamente popolari. Si dice che ne abbia scritti più di
cento. Poiché venivano presentati quattro alla volta - tre
d’argomento tragico e uno d’argomento farsesco, come
diversivo comico, con un coro di satiri, gli antichi compagni di
Dioniso -, ciò significa che egli mise in scena, nel corso della
sua lunga stagione creativa, nuove opere ogni due o tre anni.
Più della metà, una quindicina di tali gruppi, riportarono il
primo premio. Fece eccezione il magnifico Edipo Re, con le
altre tragedie, che componevano il gruppo, andate perdute.
L’«Elenco dei Tributi» per il 443 termina con un nome,
leggermente danneggiato sulla pietra: «-o-okles di Colono,
tesoriere». Si tratta quasi certamente di Sofocle di Colono, il
drammaturgo. Dopo la carica conferitagli quell’anno, si accinse
a comporre la sua Antigone, e, fresco della vittoria riportata,
venne eletto stratega della sua tribù. Non fu l’unica volta.
L’anno 440 fu segnato da una crisi: Samo, che con la sua
marina militare di settanta navi era impegnata in una guerra
contro l’antica nemica Mileto, rifiutando di obbedire ad Atene
che le ingiungeva di rispettare la pace, si ribellò, chiedendo a
tutti soccorso. In quel momento di allarme tutti i dieci strateghi
vennero chiamati in servizio. Ma Pericle, intervenendo con
forza e tempestività, immobilizzo il grosso delle truppe di
Samo; la Persia non si mosse, sebbene il satrapo locale avesse
sulle prime sostenuto parzialmente la rivolta; e lo stesso fecero,
alla fine, i Peloponnesiaci. Corinto, che aveva conservato il
dominio sulle sue colonie minori nel nordovest della Grecia,
affermò che per una potenza egemone punire gli alleati era una
faccenda di politica interna. Fra gli altri alleati di Atene, la sola
Bisanzio defezionò, e le due città ribelli vennero piegate senza
fatica. Samo, che si vide imporre un governo democratico,
divenuta membro tributario della lega, fu condannata a risarcire
il costo della guerra: 1400 talenti (8 400 000 dracme), da
versare in varie rate. Fu l’unica importante campagna militare
ateniese in quattordici anni. Non sembra che per Sofocle ci
fosse la minima incoerenza tra l’elevato idealismo del suo
teatro (specialmente dell'Antigone) e l’opera prestata alla sua
città imperiale nel reprimere e tassare una riluttante alleata.
Negli anni di pace che seguirono il 439, Atene non restò
inattiva all’estero. Nel 437 conseguì un obiettivo di primaria
importanza, allorché Agnone, amico di Pericle, fondò una
colonia, non di soli Ateniesi, in una località strategica, che
dominava l’unico passo praticabile sul fiume tracio Strimone,
tra un lago e il mare.
Il posto, chiamato le Nove Vie, non era soltanto un crocevia di
vitale importanza, ma consentiva anche l’accesso ai campi
auriferi del monte Pangeo, da dove, molto tempo prima,
l’esiliato Pisistrato aveva tratto grandi ricchezze. Atene aveva
sperato di conquistare il luogo già all’epoca dell’assedio di
Eione e della guerra contro Taso (pp. 215, 229), ma una
consistente colonia inviata in quei luoghi nel 465 era stata
distrutta dai Traci. Agnone chiamò il nuovo insediamento
Anfipoli, «città circondata», vista la favorevole posizione in
un’ansa del fiume. Pericle, che aveva già consolidato il dominio
ateniese nella penisola di Gallipoli, stanziandovi una colonia di
mille famiglie cittadine, intorno a quest’epoca condusse a vele
spiegate nel mar Nero una flotta, splendidamente equipaggiata,
e strinse un'alleanza con Sinope, espellendone il tiranno e
dando ai Greci e a tutti una dimostrazione della potenza
ateniese. Formione, un intrepido ammiraglio dalla personalità
vincente, aiutò gli arretrati Acarnani del nordest della Grecia
nella lotta contro i loro nemici, facendoseli fedeli alleati. Nel
433 l’occidentale Leontini e Reghion (Reggio), invocando la
propria parentela con Atene, in quanto «Ioni» minacciati dai
potenti stati dorici della Sicilia, chiesero e ottennero
un'alleanza. Attenta a non suscitare aspre ostilità, rispettando
scrupolosamente la Pace dei Trent’Anni, Atene si stava
nuovamente espandendo. E i suoi ex nemici incominciavano ad
allarmarsi.
Ma questi anni videro soprattutto la costruzione del Partenone e
dei Propilei, i «portali» dell'Acropoli. Il resoconto del
procedimento dei lavori, in frammenti, indica che l'opera era
già iniziata nel 447, per continuare senza soste anche durante le
crisi del 447-5. Si attinse ai fondi della lega, che ammontavano
ora a 5 000 talenti (cioè a trenta milioni di giornate lavorative di
un operaio specializzato), ma non senza che scoppiasse una
battaglia «parlamentare» sul significato etico dell'impresa. Il
nuovo rappresentante delle forze conservatrici, Tucidide,
parente di Cimone e dello storico omonimo, attaccò
violentemente l’operazione, facendosi portavoce delle
rimostranze avanzate dagli alleati nel veder spendere in questo
modo il loro denaro; «nel vederci» afferma «addobbare la città,
come si fa con una donna vanitosa, con pietre preziose, statue e
migliaia di templi». Pericle replicò affermando che quel denaro
era stato guadagnato: era stato versato dagli alleati in cambio di
protezione, e sino a quando Atene avesse fornito un simile
servizio, nessuno avrebbe potuto interferire su come poi
spendeva il sovrappiù. L’assemblea, desiderosa di venir
persuasa, accettò queste ragioni.
I conservatori erano allarmati, o fingevano di esserlo, dalla
posizione di predominio di Pericle: fatto senza precedenti, egli
venne eletto stratega ininterrottamente, anno dopo anno, e
prima del 440 fu necessario cambiare la legge per
regolamentare la materia. Si decise che, ogni anno, uno stratega
venisse eletto tra «tutti gli Ateniesi», mentre i restanti nove
strateghi sarebbero stati eletti dalle tribù, in virtù di uno stratega
ciascuna. Ogni anno, quindi, probabilmente a rotazione, una
tribù sarebbe rimasta priva dello stratega, ma ciò significava
che anche gli altri valenti ufficiali della tribù di Pericle avevano
la possibilità di essere eletti. Gli uomini politici, cui facevano
eco i commediografi, conservatori a oltranza, si lamentarono
sostenendo che egli era un tiranno in tutto, salvo che nel nome,
affermazione infondata, perché l’assemblea, in qualsiasi
momento lo avesse voluto, avrebbe potuto sospenderlo persino
dall’ufficio di stratega, il che sarebbe in seguito accaduto. Andò
a finire che nel 443 si ricorse nuovamente all’espediente
dell’ostracismo, ma a farne le spese fu Tucidide.

4 Gli anni d’oro dell’arte greca

Ma non si costruiva soltanto sull’Acropoli. Vennero edificati


altri templi: sul promontorio Sounion, in onore di Poseidone (il
colonnato restaurato è tutt’oggi un punto di riferimento); in
onore di Nemesi, presso Ramnunte, a nord di Maratona, il quale
giace in rovina; al dio della guerra, Ares, ai piedi del monte
Parnete, ad Acarne, patria dei carbonai che rifornivano la città
di combustibile e importante insediamento. Sembra che, al
tempo dell’impero romano, mentre la campagna andava in
rovina, questo edificio sia stato abbattuto e ricostruito
nell’Agorà ateniese. Perfettamente conservato, d’altro canto,
sebbene abbia perduto le sue sculture, è il tempio al dio fabbro
Efesto (in un primo tempo erroneamente identificato con quello
in onore di Teseo) sulla collina sovrastante l’Agorà, vicino al
luogo in cui ancora oggi gli artigiani del metallo battono le
pentole di rame. A Eleusi venne eretta una nuova sala dei
misteri, e nei pressi del teatro all’aperto di Dioniso, nel quale
venivano rappresentante le tragedie e le commedie, fu costruito
un teatro ricoperto da un tetto di legno, adibito ai concerti
musicali, l'Odeon, un nome ai giorni nostri profanato. Quando
la nuova sala venne inaugurata, lo stesso Pericle, candidatosi
come membro del corpo direttivo delle manifestazioni musicali
del 442, ne abbozzò il regolamento. Pericle «non trovava mai il
tempo» per andare ai ricevimenti, ma ne aveva per simili
occupazioni.
Pericle desiderava con passione edificare una nuova,
bellissima Atene, ma al tempo stesso certamente considerava
questi grandi progetti come un «efficace programma» per
diminuire la disoccupazione. Plutarco - rivelando nella frase
iniziale l’atteggiamento di chi ama i lavori manuali, comune
nella letteratura classica - scrive al riguardo:

Pericle voleva insomma che se i giovani atti alle armi si


arricchivano in guerra, grazie ai contributi degli alleati, la
folla dei lavoratori non inquadrati nell’esercito né
rimanesse esclusa dai profitti, né vi partecipasse restando
oziosa e inerte. Furono usati come materiali la pietra, il
bronzo, l’avorio, l’oro, l’ebano, il cipresso; furono impiegati
gli artigiani che li trattano e li lavorano, cioè falegnami,
scultori, fabbri, scalpellini, tintori, modellatori d’oro e
d’avorio, pittori, arazzieri, intagliatori, per non dire di
coloro che importarono e trasportarono tutte queste merci:
armatori, marinari e piloti in mare, carradori, allevatori,
conducenti, cordari, tessitori, cuoiai, terrazzieri e minatori.
Ogni categoria aveva poi schierata sotto di sé, come un
generale il proprio corpo d’armata, una folla particolare di
manovali, che erano le membra di cui si serviva per
disimpegnare la sua mansione, e in tal modo la domanda
portò a un benessere diffuso fra uomini di ogni età e
condizione. E mentre gli edifici si innalzavano maestosi per
imponenza e ineguagliati in bellezza, mentre gli artigiani
facevano a gara per superarsi in maestria, la cosa che più
sorprendeva era la rapidità del lavoro. È un fatto che, se si
esegue un lavoro alla buona e rapidamente, non si può
dargli profondità durevole o bellezza perfetta, e il tempo,
oltre alla fatica, speso a produrre, rende abbondantemente
in maggior durata del prodotto. Perciò stupiscono ancor più
le opere di Pericle, create in breve e durate a lungo.
Ciascuna era venerabile per bellezza, allora, e oggi ha la
freschezza della cosa nuova. Sulle opere di Pericle fiorisce
una giovinezza perenne; esse si conservano allo sguardo
indenni dal tempo, quasi avessero infuso un respiro sempre
verde e un’anima di eterna giovinezza.
Alla scuola di Atene Plutarco imparò, in tenera età, ad amare
queste grandi opere. Non si poteva non rendere omaggio alla
città, ma ciò suscitava sentimenti ambigui, che stimolarono in
lui l’interesse verso Pericle e la sua età, perché, come abbiamo
visto, secondo la dominante tradizione letteraria, la democrazia
era il Male.
Su tutto dominava il Partenone, la «casa della vergine», come
Atene prese a chiamarlo nel secolo seguente, con lati che
misuravano un po’ meno di 70 metri per 31. Costruito nella
nuova versione più slanciata dello stile dorico, con colonne che
si sviluppavano in altezza per circa cinque diametri e mezzo dal
terreno, a confronto della misura di quattro, caratteristica dei
templi arcaici, e con un’entasi, o rigonfiamento, dei fusti così
ridotta da non essere percepibile a uno sguardo superficiale, ma
chiaramente visibile a chi osserva uno scorcio di cielo,
ponendosi, tra due colonne, di traverso. Del tutto inafferrabili a
occhio nudo sono altre soluzioni raffinate. Visto da fuori,
l’edificio non ha quasi una sola linea che sia diritta, orizzontale
o verticale. Il pavimento si eleva leggermente in un
rigonfiamento fino a un’altezza di dieci centimetri circa nel
mezzo dei due lati lunghi e scende a quasi sei centimetri alle
estremità. Il rigonfiamento è assecondato dalla linea
dell’architrave sulla sommità delle colonne e dell’intera
trabeazione. Le colonne d’angolo, come possiamo facilmente
ricavare misurandole, sono un poco più grosse delle altre,
mentre si può agevolmente notare il rigonfiamento dello
stilobate ponendo un oggetto, ad esempio un cappello, a una
estremità e constatando che, da terra, è invisibile per chi sia
all’altra estremità. Le colonne, con ancora maggior delicatezza,
pendono verso l’interno con un angolo inferiore a un grado;
quelle d’angolo sono inclinate con un angolo doppio dal
momento che pendono verso due piani. È stato calcolato che,
prolungando gli assi, questi convergerebbero in un punto a circa
un chilometro e mezzo di altezza. Lo stilobate è curvo anche
nel tempio arcaico di Corinto, ma non dappertutto. Nel tempio a
Efesto il pavimento è piatto, ed è un senso di «piattezza» quello
che deriva da questo edificio piacevole ma pedestre - il meglio
conservato di quel periodo ad Atene - se paragonato alla
meravigliosa leggerezza del Partenone, di gran lunga più
ampio.
Ictino, architetto capo di Atene che progettò questo
capolavoro insieme a Callicrate, disegnò anche un altro tempio
giunto fino a noi, quello in onore di Apollo presso Basse
(Apollo nelle Valli) nel territorio di Figalia, una località
dell’Arcadia sudoccidentale. In quella generazione edificarono
anche le piccole città, non soltanto le grandi. Costruito con la
pietra grigia del luogo, probabilmente ricoperto a stucco, è
anch’esso in stile dorico, ma, al suo interno, dove erano
necessarie colonne più alte per sostenere il tetto, Ictino
introdusse colonne più snelle, in stile ionico; a un’estremità
della navata centrale si trovava, con un preciso intento, una
colonna dal capitello a fogliame (ora andato perduto, ma del
quale si sono fatti degli schizzi in tempi moderni), del genere
più tardi chiamato «corinzio»: la prima testimonianza di uno
stile più elaborato, estremamente diffuso in seguito. Il preciso
intento era che, a causa dell’ubicazione del tempio su un valico
montano e della conformazione del terreno, un edifìcio di 38
metri per 14 non poteva venir «orientato». Il lungo asse corre
da nord a sud, ma perché la statua del dio fosse volta a oriente,
in modo da cogliere la prima luce del giorno, venne collocata in
una cappella a una estremità, di fronte a una porta laterale che
dava a oriente, separata dalla navata per mezzo di due muri
laterali aggettanti, con una colonna corinzia collocata nel
mezzo. Qui, come ad Atene, vediamo che le convenzioni
dell’architettura greca lasciavano agli architetti sufficiente
spazio per dar prova di ingegnosità e originalità.
Parte essenziale del tempio greco erano le sculture. Non poca
della suggestione dell’architettura derivava dal contrasto tra la
trabeazione, con la sua ampia banda di sculture dipinte, e
l’austera semplicità della parte sottostante, dove il sole
mediterraneo disegna nette ombre, dando risalto alla linea delle
colonne ed evidenziandole contro il mutevole gioco delle luci
del colonnato. Per quanto siano belle le rovine, alcuni effetti
sono andati perduti; quasi dovunque manca il tetto e spesso
mancano anche le pareti. Pur dove ci sono i frammenti delle
sculture, è scomparsa la vivace decorazione pittorica, salvo
alcune tracce nelle fessure. Le sculture dei templi di Ictino, sia
di quello di Atene, sia di quello di Basse, si trovano ora a
Londra.
Lo scultore capo, che diresse quanti lavorarono al Partenone, fu
Fidia, scelto, senza dubbio, tra molti valorosi concorrenti, e
sostenuto, durante tutto il lavoro, dall'influenza di Pericle. Il
contemporaneo Aristofane ci riferisce come spesso l’artista sia
stato attaccato per la gelosia nutrita verso il suo mecenate. Fidia
aveva già eseguito il colossale bronzo dell'Atena Promachos -
la «Protettrice» - che si ergeva all’aperto, di fronte all’entrata
dell’Acropoli. Dieci metri in altezza, venti metri dalla base del
piedistallo alla punta della lancia eretta, la scultura dominava
gli edifici circostanti, e nelle giornate limpide lo scintillio del
cimiero di Atena e la punta della lancia erano visibili dalle navi
che veleggiavano al largo del Sounion.
Delle sculture del Partenone nessuna è attribuibile con
certezza a Fidia. Egli doveva scolpire la grande immagine
cultuale, in oro e avorio - lamine d’oro per i drappeggi, avorio
per il volto e le mani -, costruita su un nucleo di legno: Atena
Parthenos, la «Vergine» che, come sempre, portava l'elmo, la
lancia e la spada. Appena entrati nel tempio, illuminato dalla
luce del sole che filtrava attraverso l’entrata, o da lumi, non si
vedeva nulla. Poi, a mano a mano che le pupille si dilatavano,
ci si trovava davanti all’imponente presenza di Atena sul suo
piedistallo, alta tredici metri, tanto da toccare il tetto, scolpita in
oro e avorio da Fidia.
Le sculture architettoniche del frontone, senza dubbio scelte
sotto l’influente parere di Fidia e di Pericle, raffiguravano
episodi mitologici: la nascita di Atena, partorita dal cervello di
Zeus, e la contesa con il dio del mare per il patronato di Atene;
mentre le metope riprendevano l’antico tema della lotta tra i
Greci e i Centauri, la civiltà opposta alla barbarie, e la vittoria
conquistata a fatica (in più della metà dei riquadri i Greci
sembrano sul punto di soccombere). Alcune scene hanno
ancora un carattere arcaico; non tutti erano all’altezza di Fidia.
Ma per l’ininterrotto fregio che corre lungo tutto il muro
all’interno del colonnato, la scelta fu più audace: la
rappresentazione degli Ateniesi impegnati nel culto, cioè la
processione Panatenaica, che, ogni anno e, con fasto ancor
maggiore, una volta ogni quattro anni, si snodava attraverso
l’Agorà e saliva sulla rocca, per portare ad Atena (non alla
statua di Fidia, ma all’antica immagine sacra, senza dubbio
meno raffinata, «caduta dal cielo») le vesti che ogni anno
cambiavano; il peplo intessuto e ricamato dalle donne di Atene,
montato su un carro simile a una vela sul modellino di una
nave. Come si trovano riprodotti, di tanto in tanto, sulle vetrate
istoriate delle chiese alcuni aspetti della vita moderna, e come
era accaduto con le vicende della guerra persiana, che avevano
trovato una voce nelle opere di Frinico e di Eschilo, così gli
Ateniesi ritennero che il giorno della loro gloria fosse degno di
diventare oggetto di arte religiosa. La processione veniva
preparata in prossimità della porta posteriore od occidentale, e
si svolgeva lungo i muri laterali: le vergini con recipienti d’olio
e di vino e con torte di grano per le offerte, gli animali destinati
al sacrificio, musicisti, cocchi - lo sfarzo guerresco del passato -
, gli orgogliosi componenti della giovane cavalleria sui loro
cavalli tessali dalla robusta incollatura, che conducevano al
piccolo passo. I sacerdoti e gli anziani, già arrivati all’estremità
orientale, attendevano, appoggiati alle aste, che il corteo
raggiungesse la cima; al di là della porta orientale, la famiglia
olimpica, dal padre Zeus al giovane Eros, figlio di Afrodite,
riparatosi sotto il parasole materno, sedeva con pacata
accondiscendenza in attesa di ricevere i fedeli.
L’opera venne terminata in dieci anni. Alle grandi
Panatenaiche del 438 venne consacrato il Partenone, sebbene
fosse ancora in corso il lavoro sul fregio. Ci piacerebbe pensare
che tutto si sia svolto in un’atmosfera di gioiosa armonia;
purtroppo le cose andarono diversamente. L’imponente impresa
venne compiuta in mezzo alle maldicenze e alle calunnie,
diffuse da quanti erano stati messi nell’ombra, nei rispettivi
campi, da Pericle e da Fidia.
Partendo probabilmente dal presupposto che, avendo
maneggiato molto oro, un po’ doveva essere rimasto nelle sue
mani, Fidia venne accusato di aver rubato parte del metallo
prezioso. La cosa si risolse in nulla. Pericle, prevedendo forse
una simile eventualità, aveva consigliato all’amico di comporre
lamine facilmente separabili, che vennero smontate e pesate.
Qualcuno allora escogitò un’accusa più sottile. Fidia aveva
avuto l’idea, ripresa e sfruttata da molti artisti cristiani, di
introdurre il proprio ritratto e quello del suo mecenate tra i
guerrieri scolpiti sullo scudo di Atena. È possibile, anzi, che
egli avesse per primo inaugurato una simile usanza, ma, così
come stavano le cose, qualcuno, come era avvenuto nel caso di
Frinico (p. 171), avanzò l’accusa di «empietà». Che Fidia sia
morto in prigione in circostanze misteriose, secondo quanto
afferma Plutarco, è una tradizione posteriore infondata. Egli,
tuttavia, lasciò Atene, ma lo stesso fece Ictino, eppure su di lui
non ci sono pervenute storie analoghe. Quasi certamente dopo
che ebbe terminato l’opera ad Atene, grazie alla notorietà
conquistata, Fidia ricevette l’incarico più prestigioso: la
creazione di un’altra statua d’oro e d’avorio, in onore di Zeus,
presso Olimpia.
La scelta avvenne in un momento in cui anche il
Peloponneso possedeva i suoi grandi scultori. Policleto di
Argo, citato dagli scrittori classici al fianco di Fidia, aveva già
prodotto a Olimpia statue di bronzo in onore dei vincitori, e
veniva considerato il maggiore maestro in questo campo. Sono
celebri le sculture - giunte a noi in copie di marmo - del
Doriforo («portatore di lancia»), nel quale egli tenterà di fissare
le proporzioni «canoniche» della perfetta forma maschile, e il
più giovanile Diacloumenos, reso nell’atto di cingersi i capelli
con un nastro. Eppure la scelta cadde su Fidia; Policleto
avrebbe dato prova delle sue capacità in questo campo,
scolpendo per la nativa Argo una grande statua d’oro e
d’avorio, raffigurante Era.
Il luogo presso Olimpia in cui sorgeva il laboratorio di Fidia
veniva ancora mostrato ai turisti seicento anni più tardi,
all’epoca di Pausania il viaggiatore. Sul posto sono stati
recentemente trovati una semplice coppa attica, a figure rosse,
con il nome di Fidia incisovi sopra, alcuni frammenti di avorio
e residui d’oro, a contrassegnare il luogo dove il principe degli
scultori elaborò la sua concezione del signore dell'Olimpo. La
statua, in posizione seduta, era così imponente che, a parere di
tutti, Zeus non avrebbe potuto alzarsi senza sfondare il tetto; ma
la sua maestà era tale da rendere accettabile la sproporzione.
L'Atena Parthenos -sembra - andò perduta in un incendio che in
epoca classica fece crollare le travi di legno del tetto. Lo Zeus
soppravvisse abbastanza a lungo per essere celebrato dagli
scrittori al tempo dell’impero romano. Quintiliano, il più grande
critico letterario di Roma, affermò che esso arricchiva la
religione rivelata; Dione Crisostomo, («bocca d’oro»), diceva
che non vi era depressione né sciagura dalla quale non ci si
sentisse sollevati, in sua presenza. Lo stesso Fidia, si dice,
affermava di averne tratto l'ispirazione da Omero:
Così parlò Zeus e assentì con un cenno delle nere
sopracciglia; i forti riccioli si mossero sulla testa immortale
del re, e tremò il grande Olimpo.
Ad Atene il programma edilizio precedeva. A un nuovo
grande architetto, Mnesicle, fu dato l’incarico di dotare
l’Acropoli di un degno portale d’entrata; i resoconti indicano
che nel 437 la lavorazione dei Propilei era già avviata. Sulla
cima della rocca la carreggiata attraversava un ampio colonnato
dorico di marmo pentelico, la cui base era messa in risalto da
una linea ben marcata in pietra scura di Eleusi. Il soffitto
marmoreo a cassettoni del profondo porticato che univa la porta
d’entrata a quella d’uscita poggiava, come il tetto progettato da
Ictino a Basse, su alte colonne ioniche. Ai lati delle porte
cittadine si ergevano probabilmente due ali simmetriche,
definendo spazi quadrati che all’esterno trasmettevano
l’impressione di massicci contrafforti, mentre all’interno
avevano la funzione di pinacoteche. Ma quella sul fianco
meridionale non venne mai terminata, per ragioni di cui si dirà.
Nonostante ciò, i portali furono in Grecia forse ancora più
famosi del Partenone. Anche altre città avevano magnifici
templi, ma in nessuna il complesso dell’area sacra possedeva
una facciata di pari bellezza.
Il Partenone avrà 2430 anni nel 1993: per circa novecento anni
fu il tempio di Pallade Atena; per un migliaio la chiesa di
un’altra Vergine; per 375 anni fu una moschea, e ora, da più di
un secolo, è un monumento archeologico. Si conservò intatto,
con tutte le sue sculture architettoniche, sino al fatale giorno del
1687, allorché l’artiglieria veneziana, agli ordini del conte
germanico Kònigsmark (evaso dopo un celebre omicidio dalla
Londra di Carlo II), fece esplodere un deposito di polveri, che i
Turchi avevano sistemato all’interno{10}*. Nel 1800 Lord Elgin,
ambasciatore in Turchia, incominciò a trasferire le sculture; ma
se appare oggi quanto mai discutibile la scelta di conservarle a
Londra, va detto, a favore di Elgin, che fu lui a salvarle dai
guasti del tempo e del fumo, che invece hanno intaccato le altre
sculture.
Capitolo XI -
MEZZO SECOLO DI SPLENDORE - III
La società ateniese

1 La democrazia in funzione

Pericle, dunque, non era un dittatore; non importa quanto


dicevano i suoi nemici, che, tuttavia, lo ripetevano
quotidianamente. La carica di stratega, rinnovata di anno in
anno, gli consentiva di essere al centro della vita politica e,
anche in tempo di pace, gli permetteva di trascorrere lunghe ore
a occuparsi di affari internazionali e dei problemi relativi alla
sicurezza dell’impero. Si può ben dire che fossero innumerevoli
le questioni attinenti alla sicurezza dello stato, e che
innumerevoli fossero i decreti del consiglio del popolo,
terminanti con la clausola «gli strateghi provvedano» a che
qualcosa sia fatto o evitato. Nel frattempo, il popolo sovrano
rincasava per pranzare, con la sensazione di aver fatto il proprio
dovere. Ma se la voce di Pericle si faceva sentire anche in
politica interna, come nello stabilire il regolamento delle
festività musicali o nella scelta di uno scultore, lo si doveva al
fatto che, in quanto cittadino di Atene, aveva il diritto di voto e
una certa influenza conquistata a fatica.
Il centro ufficiale dello stato non risiedeva nella stanza dei
generali, che pure avevano molta autorevolezza. Gli
ambasciatori o i messaggeri, che avevano importanti
comunicazioni da trasmettere, venivano condotti nell’edifìcio
dal tetto a forma conica, chiamato Thólos («casa circolare») o
Skias («parasole», il suo nome ufficiale), nei pressi della
camera del consiglio, nell’angolo dell’Agorà. Qui, a meno che
il consiglio non fosse riunito in seduta, si trovavano l'epistàtes o
ufficiale di servizio del giorno (p. 168), con il suo seguito di
sedici altri consiglieri appartenenti alla tribù che, in quel
momento, aveva la «presidenza». Al tempo di Pericle l'epistàtes
era anche presidente del consiglio dell'assemblea. Più tardi,
dopo che il consiglio del 405-4 fu sospettato di assumere
iniziative contrarie alla democrazia, l'epistàtes ebbe il compito
di sorteggiare un comitato di base di nove membri, uno da
ciascuna tribù, eccetto quella alla «presidenza», e un presidente
dell’assemblea, scelto tra loro.
In virtù di uno dei pochi regolamenti cui il dèmos si
mantenne sempre fedele, nessuna questione veniva sottoposta
all'attenzione dell'assemblea, senza essere precedentemente
vagliata dal consiglio, impedendo così che l’assemblea
sprecasse tempo. Il consiglio stilava un programma, o foglio
dell’ordine del giorno, con indicazioni dettagliate, ma, una
volta avviato il dibattito, era possibile introdurre emendamenti.
Nei casi urgenti poteva bastare un semplice resoconto della
situazione o delle notizie arrivate; gli strateghi erano già stati
messi in stato d’allerta e la democrazia era in grado di agire con
tempestività. Il migliore resoconto di ciò che poteva accadere
appartiene al secolo seguente: l’oratore Demostene rievoca il
giorno del 339, quando giunse la notizia che Filippo il
Macedone aveva passato le Termopili:
Era sera quando giunse un uomo a comunicare ai presidenti
la notizia dell’occupazione di Elatea. Questi balzarono su
nel mezzo del pranzo; alcuni, allontanatisi, cominciarono a
sgomberare le bancarelle della piazza del mercato [...] altri
mandarono a chiamare gli strateghi e convocarono il
trombettiere, e l’intera città fu in tumulto. All'alba del
giorno seguente gli strateghi convocarono il consiglio, voi
veniste al luogo dell’assemblea, e prima che il consiglio
avesse sbrigato i suoi affari e avesse compilato l’ordine del
giorno, l’intera popolazione era già convenuta.
(Demostene, dal tribunale in cui si trovava a parlare, fa cenno
con la mano indicando la storica collina della Pnice.) E allora
entrò il consiglio, i presidenti riferirono la notizia ricevuta,
spinsero avanti il messaggero, che narrò la sua storia.
Allora l’araldo chiese: «Chi vuole parlare?».
Quando le questioni erano meno concitate, non era necessario
fare in fretta. In queste occasioni si adottava lo spassoso
espediente di inviare la polizia, formata da schiavi sciti
impiegati da Atene per evitare violenze tra i cittadini, a
raccogliere gli elettori dalle strade con corde intinte nella
vernice rossa fresca. Ogni anno si tenevano quaranta riunioni
ordinarie per il disbrigo degli affari comuni, spesso con
carattere puramente formale. Al principio di ogni pritania, ad
esempio, si votava la fiducia ai magistrati, che senza dubbio
venivano solitamente accettati senza discussione. Se un
magistrato veniva respinto, lo si sospendeva e probabilmente
processava per i presunti illeciti davanti a una giuria. Altre
volte i cittadini, impugnando il ramo verde del supplice,
potevano chiedere umilmente che venisse messa all’ordine del
giorno una «causa pubblica o privata», il che garantiva un
diritto d'iniziativa ai cittadini meno in vista. Ma «chiunque lo
desiderasse» poteva presentare la causa delle vedove, degli
orfani, o di chi fosse ritenuto vittima di una ingiusta sofferenza.
È chiaro che soltanto per questioni di particolare interesse la
maggior parte dei cittadini partecipava all’assemblea, mentre
era raro che vi intervenissero i meno abbienti e quelli che
risiedevano al Pireo o in campagna. Nel 431 Atene contava
ventisettemila soldati-cittadini, appartenenti alla classe degli
opliti o dei cavalieri; mentre erano probabilmente molti di più i
poveri e la «massa dei marinai». Ma per alcune specifiche
questioni, come l’ostracismo o altre iniziative riguardanti la
condizione sociale di un individuo, erano necessari per la legge
almeno seimila voti: ciò sta a indicare che, alle riunioni
d’ordinaria amministrazione, l’affluenza era molto minore. Nel
IV secolo quelli che partecipavano alle riunioni venivano
remunerati; non così nel V. I frequentatori abituali, insomma,
erano politici attivi. Alcuni elementi suggeriscono che persino i
consiglieri, che erano stipendiati, appartenevano per lo più ai
ceti abbienti o alle classi medie, e non alle classi povere; ma
poiché non era possibile partecipare al consiglio più di due
volte a testa (e mai in anni successivi), l’esigenza di avere
almeno duecentoquarantacinque nuovi consiglieri all’anno, e in
pratica anche di più, comportava che qualcosa come dodicimila
Ateniesi facessero quest’esperienza durante i quarant’anni di
una normale vita attiva.
Il «mondo politico», come la Grecia moderna chiama i
politici di professione, comprendeva naturalmente funzionari
delle finanze, scelti esclusivamente tra i membri della classe dei
possidenti, al vertice della società, e gli strateghi, che per lo più
appartenevano alla classe dei proprietari terrieri di antica
tradizione (molti di costoro prendevano anche abitualmente la
parola). Ma perché non tutto andasse secondo i desideri della
classe agiata, si sviluppò una classe di oratori, che, privi di una
carica, affermavano di parlare in nome delle masse: capipopolo
o demagogói. Il primo famoso demagogo (sebbene avesse dei
predecessori) venne alla ribalta alla fine dell’epoca di Pericle:
Cleone, maestro conciaiolo. Ne parlano male tutte le fonti
letterarie: Aristofane lo definisce «fetido esponente di un
mestiere maleodorante»; Tucidide (Cleone forse ne compromise
la carriera in modo irreparabile per aver condotto male un
incarico militare) lo descrive come guerrafondaio, perché, in
tempo di guerra, gli riusciva di nascondere meglio i suoi loschi
intrighi. Di lui si dice anche che abbia rinnovato lo stile
oratorio, introducendo la volgare abitudine di pestare con forza
i piedi sulla piattaforma, gridare e gesticolare. Ma Tucidide ne
descrive anche il coraggio nel criticare l’auditorio; sembra,
insomma, che sia stato un patriota sincero, ma ferocemente
sciovinista. Guidate da lui, le masse degli umili potevano, se
provocate, sostenere misure ostili a Pericle, e ancor più ai
conservatori. Nella politica imperiale i più pronti a invocare
misure forti contro gli alleati sospetti erano la «massa dei
marinai» e i loro capi, mentre la classe agiata, che viveva delle
rendite terriere, non dei profitti del commercio marittimo, e che
simpatizzava con la classe affine degli alleati, inclinava a una
certa mitezza e moderazione.
Indipendentemente dagli oratori più noti, il dibattito aveva
inizio quando l’araldo gridava: «Chi vuole prendere la
parola?», ma se l’oratore si mostrava incompetente, l’assemblea
esprimeva subito impazienza. Platone e Senofonte la
descrivono desiderosa di conoscere l’argomento del dibattito,
che a volte si svolgeva su questioni tecniche di architettura o di
ingegneria navale, ad esempio. Se l’oratore non era all’altezza,
e tale lo reputavano i convenuti, il presidente poteva invitarlo a
tacere, e, se necessario, ordinare alla polizia scita di
allontanarlo. È un grave errore considerare l’assemblea un
organismo di creduloni pronti a prestar fede a qualsiasi
mellifluo oratore, anche se apprezzavano i giochi di parole e le
frasi ben congegnate.
Tra una riunione e l’altra dell’assemblea, il consiglio doveva
svolgere un pesante carico di lavoro: doveva ispezionare le
nuove navi della flotta, i cavalli della cavalleria - una vera
cavalleria, composta di giovani appartenenti all’antica classe
dei «cavalieri», era stata introdotta di recente -, i candidati
all'arconato e al consiglio dell’anno seguente. Nel IV secolo, se
il consiglio decideva di respingerne uno, doveva garantirgli un
appello davanti a una giuria. Svolgeva, inoltre, funzioni di
controllo e consulenza nei confronti dei funzionari, scelti per
sorteggio, salvo quelli militari e alcuni importanti ufficiali
finanziari. Vi erano revisori, ispettori, esattori, addetti al
controllo dei mercati, capi di polizia (cinque ad Atene e
altrettanti al Pireo). Fra le varie incombenze costoro dovevano
impedire alla gente di costruire verande o pergolati d’intralcio
alle strade, controllare che le flautiste o le suonataci di lira,
molto richieste alle feste per soli uomini, non ricevessero più
della somma massima stabilita (il doppio di quella versata a un
lavoratore specializzato: ma avere al proprio servizio la flautista
più famosa era segno di distinzione sociale), verificare che gli
spazzini scaricassero i rifiuti a non meno di un chilometro e
mezzo fuori dalle mura. Il consiglio, come corte d’assise,
esercitava la sua giurisdizione anche su questioni che sorgevano
al di fuori della sua competenza amministrativa. Più tardi,
questi poteri vennero tolti al consiglio che potè soltanto rinviare
a giudizio. Complessivamente, il consiglio era attivo per
trecento giorni all’anno, cioè ogni giorno, tranne le feste,
tenendo presente che i Greci non avevano la domenica.
I consiglieri, che, come abbiamo visto, venivano remunerati,
ricevevano assegni supplementari nel caso di incarichi che li
tenevano occupati sia di giorno sia di notte. Lo stesso era vero
per gli altri funzionari, che sul finire del IV secolo
ammontavano forse a trecentocinquanta. Platone e altri scrittori
antidemocratici ostentano disprezzo verso l’usanza di pagare i
funzionari pubblici: molto meglio il costume adottato da altre
città e in vigore ai bei giorni che furono, quando i signori
mettevano gratuitamente a disposizione il loro tempo! Ma,
considerando la questione in maniera obiettiva, è chiaro che la
remunerazione, pari a quella riconosciuta ai deputati dei nostri
giorni, che pure, per essere introdotta, dovette superare una
vivace opposizione, era essenziale, se si voleva far funzionare
l’apparato democratico.
Questo era tanto più vero, quando si applicava
all'ordinamento giudiziario, cioè ai seimila giurati, che,
registrati ogni anno, erano inseriti in giurie più o meno
numerose, a seconda dell’entità del caso - il numero abituale
era, tuttavia, di 501 giurati - che si incontravano nei giorni
lavorativi. Le cause commerciali e le cause di appello,
provenienti dalle varie regioni dell'impero ateniese, si
aggiungevano a quelle sorte ad Atene, tenendo i tribunali molto
occupati. Aristofane ci descrive giurati che si levavano prima
dell’alba per far la coda e assicurarsi un posto, anche se i
seimila giurati non venivano impiegati tutti. Ai tempi di Pericle,
la paga giornaliera, pari a due oboli, il terzo di una dracma,
equivaleva a una indennità di sussistenza: assai misera attrattiva
per chi era forte e attivo. Aristofane infatti ci dice che erano
soprattutto gli uomini anziani a svolgere simili incombenze. Gli
alleati si opposero al principio di trasferire le cause ad Atene,
ma ci sono pervenute poche lamentele su come veniva
amministrata la giustizia, e nessuna recriminazione per
corruzione: la garanzia stava nel numero. La critica fondata
rivolta ai giudici era quella di essere prevenuti in favore di
Atene e della democrazia. Quando trattavano le cause
provenienti dalle regioni dell’impero, difendevano i propri
interessi e simpatizzavano per le classi affini delle città alleate.
Non vi era mezzo migliore per controllare le spinte
autonomistiche che appoggiare gli avversari naturali del potere
locale, e per i democratici locali non vi era mezzo migliore per
opporsi ai ricchi che tacciarli di slealtà ad Atene.
È giunto fino a noi un affascinante documento di Senofonte,
che sarebbe diventato storico e soldato, ma la situazione lì
descritta risale, senza dubbio, al 425 circa, quando Senofonte
era ragazzo. Formalmente lo scritto è un discorso tenuto da un
aristocratico ateniese a un pubblico raffinato, di non Ateniesi,
quale avrebbe potuto trovarsi in Tessaglia, che dovevano essere
davvero meravigliati di come Atene gestiva i suoi affari. Gli
ultimi paragrafi (dopo la ripresa del motivo conduttore iniziale,
che avrebbe potuto adeguatamente segnare la conclusione dello
scritto) fanno corpo a sé, come se fossero appunti dell’oratore
nel rispondere ai suoi interlocutori. Sulla sua identità possiamo
soltanto fare ipotesi. Un possibile candidato sarebbe un certo
Crizia, un intellettuale, nipote di Platone, lontano discendente
di Solone, un uomo che sarebbe diventato, come vedremo, fra i
più esecrati della storia ateniese. Chiunque sia, è un
personaggio spietato, che si dice orgoglioso di non nutrire
illusioni.
«Non, non approvo la costituzione ateniese» esordisce:
ma dal momento che gli Ateniesi hanno deciso di adottarla,
mi riprometto di mostrare che si muovono nella giusta
direzione per conservarla - anche su questioni riguardo alle
quali gli altri Greci pensano che stiano sbagliando.
In primo luogo, è giusto che i poveri e la gente comune
goda di vantaggi rispetto ai nobili e ai ricchi: perché è la
gente comune - insieme agli ufficiali subalterni e ai
lavoratori dei cantieri - che voga nelle navi e assicura alla
città il suo potere, non già le truppe armate e la classe
agiata. Stando così le cose, è giusto che tutti abbiano la
possibilità di occupare cariche di responsabilità, per
sorteggio o per voto, e che i cittadini abbiano il diritto di
parlare. Non rivaleggiano per quegli incarichi per i quali è
essenziale la buona condotta, mentre la cattiva condotta
metterebbe in pericolo gli interessi pubblici. Non reclamano
l’applicazione del sorteggio per scegliere gli ufficiali
militari. Comprendono che è nel loro interesse non
occupare simili posizioni ma lasciarle a uomini eminenti,
limitandosi ad aspirare a quegli incarichi, che esistono
soltanto per garantire il salario. Il punto che sorprende
tutti, ossia il fatto che essi assicurino un trattamento
preferenziale alla base, ai poveri, agli uomini del popolo,
anziché alle persone per bene, fornisce un buon esempio di
come tutelino la democrazia; perché se costoro prosperano
e si moltiplicano, rafforzano la democrazia, ma se a
prosperare sono i ricchi e la gente altolocata, i democratici
consolidano gli avversari [...]
Si potrebbe dire che non dovrebbero garantire a
chiunque, indiscriminatamente, il diritto di parlare o
partecipare al consiglio, ma anche in questo caso, sanno
bene ciò che fanno [...] Se fossero i ricchi a tenere i discorsi
politici, ciò tornerebbe utile ai loro pari, non ai democratici;
ma così come stanno le cose, si alza chiunque «desideri
parlare» - uomini spregevoli di ogni tipo - e propone ciò che
è meglio per lui e per il suo simile [...] Si rendono conto che
la loro rozza, miserabile furberia e lealtà producono
risultati migliori della virtù, della saggezza e della slealtà
degli uomini ricchi. Così governata forse non è ideale, ma in
tal modo si conserva la democrazia. Il popolo non vuole una
città ben organizzata, dove è sottomesso, ma vuole la libertà
e il potere. Il disordine è un problema minore; ciò che tu
consideri disordine è l’autentico fondamento della forza e
della libertà del popolo [...]
Gli schiavi e i non cittadini sono molto indisciplinati ad
Atene. Non ti è concesso percuoterli, e uno schiavo non ti
cederà il passo. Te lo dico io il perché. Se si potesse farlo [...]
si rischierebbe di colpire per sbaglio un ateniese
scambiandolo per uno schiavo: il suo abito e il suo aspetto
non sono, infatti, migliori [...] E se ti stupisci che gli schiavi
stiano bene e che alcuni abbiano un tenore di vita alquanto
elevato, sappi che anche questo ha un senso. Là dove è
importante il potere marittimo, è bene che gli schiavi siano
remunerati, per poterli tassare, e che siano lasciati liberi [...]
Parimenti la città ha bisogno dei non cittadini residenti per i
tanti mestieri che sanno fare e per il bene della flotta. Ecco
perché anche a loro concediamo pari diritti.
Gli schiavi, infatti, svolgevano, insieme ai cittadini liberi e ai
non cittadini, lavori altamente specializzati, come le scanalature
delle colonne dei templi, colonne così finemente lavorate che la
lama di un coltello non può essere inserita fra tamburo e
tamburo. Molti esercitavano un commercio in proprio e
gestivano negozi, pagando una percentuale ai proprietari. Per
non dare un quadro eccessivamente idealizzato di Atene, va
ricordato che migliaia di schiavi lavoravano, in turni di dieci
ore (a giudicare dalla durata delle lampade a olio), nei pozzi
delle miniere d’argento del Laurio, e che, se in tribunale veniva
richiesta la testimonianza di uno schiavo, per legge doveva
essere sottoposto a tortura. Bisognava, prima, ottenere il
permesso del suo padrone (sembra che venisse spesso negato),
e se lo schiavo subiva una mutilazione perenne, il padrone
doveva essere risarcito. Era comunque una situazione diffìcile.
Sono davvero sorprendenti le dichiarazioni indignate e ostili (se
ne trovano anche nella Repubblica di Platone), secondo cui gli
Ateniesi sarebbero stati nel complesso troppo «teneri» con i
loro schiavi. Da notare che molti Ateniesi non possedevano
schiavi, e altri avevano soltanto una ragazza a servizio.
L’opinione che fa di Atene una comunità di agiati cittadini,
dove gli schiavi sarebbero stati più numerosi degli uomini
liberi, è del tutto infondata. Il Vecchio Oligarca (come per
primo lo chiamò Gilbert Murray) fa spesso riferimento alla
politica di appoggiare, all’interno delle città sottomesse, il
proletariato contro gli àristoi, i migliori:
perché se nelle città prevalgono i ricchi e le classi elevate, la
democrazia di Atene sarà di breve durata. Ecco perché gli
Ateniesi privano di diritti, multano, bandiscono e mettono a
morte i ricchi, e incoraggiano i poveri.
In ciò, egli continua, consiste l’utilità di obbligare gli alleati a
trasferire le cause di Atene; inoltre la domanda di alloggi,
trasporti e schiavi a noleggio, che si veniva così a creare,
favoriva il commercio. C’era chi recriminava che le delegazioni
non riuscissero a contattare il consiglio e l’assemblea «neppure
se si fermavano per un anno» o che fossero costrette a
corrompere qualche funzionario per mandare avanti le pratiche.
Verissimo, replica l’interlocutore, ma non sarebbe possibile
sbrigare in fretta i processi pendenti, neppure se tutti si
mettessero a corrompere i funzionari, vista l’enorme quantità di
cause, soprattutto davanti al consiglio.
Così commenta la politica periclea di «educare la città con
svaghi culturali», per usare le parole di Plutarco. Si tratta di una
politica che si potrebbe definire socialista:
Il popolo, comprendendo che i poveri non possono
permettersi sacrifici, feste, templi, una splendida e raffinata
città in cui vivere, ha ideato un modo per permettersi queste
cose. Lo stato offre molti sacrifici, e il popolo si spartisce le
vivande e banchetta. Campi da gioco, bagni e spogliatoi
sono cose che alcuni ricchi possiedono privatamente; ma il
popolo si costruisce i suoi circoli sportivi, dotati di simili
comodità, e le masse ne fanno un uso più assiduo di quanto
non faccia la minoranza agiata.
Si sofferma, poi, sui vantaggi del commercio e della
supremazia marittima, con la superiore mobilità delle forze
navali. Tutta la ricchezza del mondo fluisce in direzione di
Atene, e nessuna comunità commerciale può permettersi di
essere in cattivi rapporti con la città. Atene - aggiunge - stava
facendosi cosmopolita: «Gli altri Greci hanno i loro
caratteristici accenti, i loro modi di vivere e di vestire, ma gli
Ateniesi usano una mescolanza di tutti gli accenti dei Greci e
dei barbari». Ciò segna l’inizio della koiné o «greco comune»,
che doveva diventare la lingua del Vicino Oriente dopo
Alessandro.

2 I fermenti intellettuali

L’attività intellettuale, iniziata in Ionia, non si spense, ma si


trasferì - gli intellettuali, emigrando da quella terra devastata
dalla guerra e ora sottoposta forse a un duplice tributo, si
volsero alle colonie: a Elea in Italia (p. 152), ad Abdera nel
nord dell’Egeo, a Lampsaco, fondata dagli esuli di Teo, e che,
come Elea, era una colonia focese sulla punta dei Dardanelli. Il
milesio Leucippo, cresciuto forse accanto ad audaci pensatori,
quali Zenone e l’anziano Parmenide, e spinto dalle critiche che
costoro avevano mosso alla prima speculazione ionica sulla
natura delle cose, sviluppò una teoria secondo cui la sostanza
originaria non era un’entità singola bensì una pluralità. Nacque
così la teoria atomistica greca, fondata non più sul tentativo di
spiegare osservazioni di ordine fisico ma su speculazioni
metafisiche. La teoria ebbe grande influenza più tardi, quando,
intorno al 420, presso Abdera venne adottata da Democrito,
l’intraprendente fondatore di una «scuola» - un gruppo di
affiliati impegnati ad aprire nuove vie di pensiero.
Pericle, pur assorbito nella politica, aveva interessi
intellettuali troppo vivaci per non appassionarsi a tutto ciò.
Come abbiamo accennato, egli trovò un interlocutore alla sua
altezza in Anassagora di Clazomene, pensatore brillante, uomo
poco pratico e nient’affatto mondano che - nelle circostanze
obiettivamente difficili al tempo delle guerra in Ionia - non era
riuscito a conciliare la speculazione intellettuale con quella
terriera, tanto da lasciare che il podere ricevuto in eredità si
trasformasse in un pascolo incolto. Pericle lo accolse ad Atene
e lo mantenne a sue spese per molti anni. Accadde una volta un
episodio toccante: Pericle, oberato dagli impegni, dimenticò di
inviargli la somma abituale, e Anassagora, ormai vecchio e
troppo orgoglioso per chiederla, si coricò attendendo
pacatamente la morte. Pericle, che se ne avvide in tempo,
redarguì Anassagora, il quale si dice abbia così risposto: «Se
vuoi una lampada, devi alimentarla».
Anassagora, convinto anche lui che fossero falliti i tentativi
dei filosofi milesi di individuare un’unica sostanza originaria,
asseriva che le forme della materia note agli uomini erano
costituite da diversi tipi di particelle. «Come possono i capelli
derivare da cose che non sono capelli e la carne da qualcosa che
non è carne?». Nessuna delle abituali forme della materia è
pura: «In tutto c’è una parte di tutto». Il nostro mondo è sorto
da un caos dove erano mescolati tutti gli elementi. Ma non
soltanto il nostro mondo: in diversi luoghi e tempi nell’universo
infinito - pensava - dovevano esistere o essere esistiti mondi
con altri uomini, animali e civiltà. Ma non credeva che tutto ciò
fosse sorto per caso, né che l’intelletto fosse sorto da qualcosa
che non fosse intelletto. Anche questo è una sostanza, non si
mescola come gli altri elementi ordinari: «Tutte le cose
partecipano parzialmente di ogni cosa, ma l’intelletto è invece
illimitato, indipendente, non mescolato ad alcuna cosa, ma sta
solo in sé». Tuttavia l’intelletto compare tra gli elementi dei
corpi animali; cosicché «in ogni cosa vi è parte di ogni cosa,
eccetto nell’intelletto e in alcune cose abita anche l’intelletto».
L’intelletto mette in moto la rivoluzione dell’universo, in virtù
della quale gli elementi si separano, dando vita alle forme della
materia, che sono tutte mescolanze, sebbene distinte, a seconda
degli elementi che predominano al loro interno.
Anassagora restò probabilmente molto impressionato da un
evento fisico verificatosi nel 468-7: la caduta di un’enorme
meteorite presso Egospotami, il «fiume della capra», nella
penisola di Gallipoli; una grande massa di materiale piovuta
dallo spazio. Egli avanzò l’ipotesi che il sole fosse un’analoga
massa di pietra incandescente, «più grande del Peloponneso», e
che tali fossero le stelle, collocate a così grande distanza dal
nostro pianeta da non permetterci di percepirne il calore. La
luna, più vicina, è costituita dal medesimo materiale della
nostra terra, «con pianure e suolo arido»; la sua luce è un
riflesso di quella solare, e nel corso della sua orbita la luna può
dar vita a eclissi interrompendo la luce del sole: si tratta del
primo abbozzo di una spiegazione corretta. I venti sono causati
dalla rarefazione dell’aria a opera del sole, che la spinge a
sollevarsi, come quando gli oggetti bruciati salgono sotto forma
di fumo.
Erano dottrine sconvolgenti per uomini che credevano nella
natura divina dei corpi celesti e dei venti. Atene, contrariamente
a quanto sostengono alcuni studiosi moderni poco informati,
era molto conservatrice in materia religiosa; avanzare ipotesi di
questo genere poteva addirittura essere pericoloso, tanto più che
lo stato era democratico, perché le masse erano meno
«avanzate» dei raffinati intellettuali. Le concezioni di
Anassagora sarebbero forse passate inosservate, se alcuni
conservatori non le avessero usate per screditare Pericle.
Diofite, esperto interprete di responsi oracolari e «santone» di
grande fama, fece approvare un decreto in base al quale coloro
«che non credevano negli dei, o insegnavano dottrine intorno ai
corpi celesti» potevano venir incriminati. Anassagora si ritirò a
Lampsaco, dove, circondato da grande venerazione, insegnò
sino alla morte avvenuta nel 428. La sua ultima richiesta, in
risposta al consiglio della città che gli domandava quale
monumento desiderasse, fu che venisse istituito un giorno di
festa per gli scolari, nell’anniversario della sua morte.
L’intolleranza di Atene si presentava, alla peggio, soltanto
con intermittenza, e sappiamo che il suo libro, dal quale gli
autori successivi attinsero le citazioni riportate sopra, era
venduto ad Atene, negli ultimi anni del secolo, al prezzo di una
dracma.
Si era, intanto, andata sviluppando una crescente domanda di
cultura filosofica, e a soddisfarla sorse una nuova classe di
liberi professionisti, che facevano i docenti. Alcuni erano, a
loro volta, pensatori originali, ma tutti si guadagnavano da
vivere insegnando le dottrine proprie e quelle altrui. Era un
insegnamento, che insieme a quello dell’arte di parlare in
pubblico, era molto ricercato dai rampolli delle famiglie
altolocate, ora che, per conquistarsi influenza e fama, l’unico
modo era di accattivarsi il consenso popolare. Erano conosciuti
come «sofisti», un termine concepito forse sempre in senso
leggermente denigratorio, perché stava a indicare coloro che
«professano» la saggezza o professavano di insegnarla.
Uno dei più famosi di loro fu Protagora di Abdera, che
possiamo considerare come il sofista «tipico» (senza però
dimenticare che la schiera dei sofisti fu ricca di uomini di
spicco). Umanista per eccellenza, la sua massima più rinomata
fu: «L’uomo è la misura di tutte le cose». Non esiste dunque
una verità assoluta, o quanto meno non esiste per noi; l’uomo
deve fare del proprio meglio con la verità, così come gli appare,
ed è buono per un individuo ciò che a lui sembra tale. Ogni
problema ha due aspetti, ed entrambi possono venir
argomentati; Protagora era pronto a dimostrarlo. Dai suoi corsi
erano escluse «l’astronomia, la geometria e la musica», ed egli
asseriva di insegnare le arti che avrebbero fatto di un uomo un
miglior amministratore delle sue proprietà e un politico più
accorto. Intorno alla teologia sosteneva: «Degli dei non posso
dire che esistano né che non esistano; è un tema difficile, e la
vita non è abbastanza lunga». Era però pronto a discuterne in
maniera convenzionale. Le fonti lo dipingono come un uomo di
grande dignità; sosteneva che i suoi allievi sarebbero «tornati a
casa uomini migliori» per ogni giorno speso in sua compagnia.
Si dice che chiedesse per un corso completo mille dracme, una
somma equivalente a una buona retribuzione triennale per un
lavoratore specializzato, ma se al termine del corso qualcuno si
lamentava, era disposto a recarsi in sua compagnia presso un
tempio, dove l’allievo avrebbe dovuto dire sotto giuramento
quale, a suo avviso, fosse il valore dell’insegnamento ricevuto,
in modo da pagare la somma corrispondente. Tuttavia il suo
relativismo morale e la sua disponibilità a dimostrare come
fosse possibile dibattere i due aspetti di una questione (la gente
semplice si lamentava che i sofisti insegnavano a «far apparire
migliore la causa peggiore») gli sollevarono contro una grande
ostilità, specialmente tra gli onesti democratici, che temevano
gli dei e non potevano permettersi i suoi onorari. In questo
modo la parola sofista, un titolo che Protagora accettò
tranquillamente, acquisì la connotazione di insincerità e
desiderio di vendere il proprio prodotto.
Comunemente annoverato tra i sofisti, ma più specificamente
retore di professione, fu un’altra personalità di spicco, Gorgia,
il quale, in un’epoca di poco posteriore (427), giunse dalla natia
Lentini in Sicilia per chiedere aiuto contro Siracusa, sulla base
del trattato del 433. La retorica era stata sistematicamente
studiata per la prima volta in Sicilia, dopo la caduta dei tiranni.
Nell’antica cultura di Atene i giovani apprendevano
l’eloquenza, a poco a poco, ascoltando gli anziani, la cui abilità
oratoria, fondata su una tradizione risalente a Omero, non era
per nulla disprezzabile. Ma Gorgia introdusse un modo nuovo,
riscuotendo un enorme successo personale. Il suo discorso
brillava per la vivacità verbale, ricorrendo in special modo alle
assonanze, cioè l’uso di suoni affini per sottolineare significati
affini, e all’antitesi, l’uso di un calcolato contrasto per mettere
in risalto le frasi. Le citazioni giunte fino a noi, che illustrano il
suo stile, ci sembrano insostenibilmente meccaniche, e in effetti
i successivi oratori greci modificarono il ricorso monotono a
espedienti sempre uguali, ma quando i trucchi erano ancora
nuovi la giovane Atene ne fu affascinata. Gorgia trascorse il
resto della sua lunga esistenza - si dice che sia vissuto più di
cent’anni - per lo più nella Grecia continentale, soprattutto dopo
che la sua città natale, ottenuto l’aiuto ateniese, era stata
consegnata a tradimento ai Siracusani dalla sua stessa classe
agiata, costretta ad affrontare la rivolta sociale, e aveva cessato
di esistere (422). Gorgia visse a lungo fra i nobili colti della
Tessaglia, insegnando retorica dietro alti compensi, e
ritornando più di una volta ad Atene. Le fonti non riportano che
abbia insegnato filosofia, e l’affermazione attribuitagli di totale
scetticismo - (A) nulla è; (B) se fosse, non potremmo
conoscerlo; (C) se anche lo conoscessimo, non potremmo
comunicarlo - è forse soltanto lo schema per fare esercizi
intensivi di retorica. Anche Gorgia viene descritto come un
personaggio rispettabile e austero; interrogato, ormai anziano,
su come mai fosse sempre sano, si narra che abbia risposto: «In
vita mia non ho mai fatto nulla per amore del piacere». Ma in
quanto maestro dell’arte di difendere cause poco fondate, fu
anch’egli vittima del sospetto popolare.
I sofisti furono, e lo sono ancora oggi, accusati - in gran
parte ingiustamente - di essere stati alla radice del crescente
scetticismo che caratterizzò l’epoca; in realtà furono un
prodotto dei tempi, venendo incontro a un’esigenza che non si
era sentita prima: quella di una maggior cultura. Nelle città
esistevano soltanto scuole elementari, dove si insegnava a
leggere, scrivere, far di conto; se i genitori potevano permettersi
di tenere i figli più a lungo a scuola, costoro apprendevano
letteratura e musica. Tra i cittadini ateniesi l’analfabetismo era
ormai pressoché scomparso (era forse più comune tra le donne),
ma saper accompagnare il proprio canto sulla lira era un motivo
di distinzione. La letteratura significava poesia (i libri in prosa
trattavano ancora argomenti per iniziati), specialmente quella di
Omero, studiata con l’aiuto di un insegnante che spiegava i
termini arcaici e poco noti, e in gran parte imparata a memoria;
lo stesso avveniva per la poesia lirica con il suo
accompagnamento musicale, specialmente quella del patriottico
e virtuoso Simonide, e per la poesia elegiaca, ricca di saggezza
proverbiale. Teognide (p. 121 ss.) con la sua difesa
dell’eugenetica, con i suoi sentimenti antidemocratici e i suoi
componimenti a sfondo omossessuale - epurati - godeva del
favore dei genitori ateniesi benestanti.
Tutto il pensiero della nuova età metteva in dubbio gli antichi
miti e la morale tradizionale, derivati da Omero e dagli altri
poeti. Erodoto, che parteggiava per Atene e per la democrazia,
pur senza essere un rivoluzionario, narrava la storia di come,
una volta, il re Dario avesse trovato al suo cospetto alcuni Greci
e certi membri di una tribù stanziata ai confini dell’India, il cui
costume era di nutrirsi, secondo un cerimoniale, dei corpi dei
propri genitori. Rivolto ai Greci, chiese loro per quale somma
avrebbero accettato di fare lo stesso, e questi sdegnosamente
risposero che non l’avrebbero fatto per nessuna ricompensa.
Allora, rivolto agli Indiani, chiese loro per quale somma
avrebbero cremato i genitori, «ed essi, scoppiando a piangere
forte, lo pregarono di non dire più simili cose». Erodoto
commenta: «Queste erano dunque le loro legittime usanze, e io
penso che Pindaro avesse ragione, quando affermò nella sua
poesia “nómos regna su ogni cosa”».
Nómos: legge oppure usanza, convenzione. Il progressivo
ampliarsi dell’orizzonte geografico aveva fatto conoscere
numerose usanze forestiere, ed Erodoto va considerato il padre
non solo della storia ma anche dell’antropologia comparata. I
Greci sapevano bene che i loro stessi costumi si erano
trasformati, confrontandoli con l’antica poesia e con quanto
ancora si poteva osservare nelle aree meno progredite del paese.
I filosofi, da quando Anassimadro aveva per la prima volta
avanzato la sua dottrina dell'evoluzione, si erano interrogati sui
modi di vita dell’uomo primitivo; anche Protagora fa lo stesso
nel dialogo platonico che porta il suo nome. Era a portata di
mano la conclusione che la legge o il costume non esisteva né
per natura né per immutabile volere degli dei, ma per
consuetudine o per convenzione. Anche a quei tempi si trattava
di un passo pericolosamente semplice - per chiunque
considerasse d’intralcio la morale tradizionale - appellarsi alla
legge di natura o alla legge della giungla, sia in politica, sia
nelle relazioni personali. Tutto ciò si trova parodiato in
Aristofane, dove un giovane, fresco di cultura umanistica
moderna, afferma che, secondo il costume degli animali - che
pertanto è naturale, giusto, corretto -, gli è consentito percuotere
l’anziano padre, non appena sarà abbastanza forte per farlo. I
sofisti, uomini di grande intelligenza, ma scettici, al pari di tanti
personaggi analoghi comparsi nelle varie epoche, vivevano del
loro patrimonio, di una morale tradizionale che essi stessi
andavano demolendo alla base, e nel corso della successiva
generazione, la morale ne avrebbe sofferto.
Si trattò di un’epoca di grande progresso speculativo e di
grandi pericoli, quali solitamente seguono a nuovi sviluppi
nella storia umana. Tutte le grandi figure dell’ultimo trentennio
del secolo, Socrate, Tucidide, Euripide e Aristofane, erano
consapevoli di esserne coinvolti.

3 Pericle nella vita privata


Due conversazioni, che conosciamo perché citate dagli autori,
mostrano lo stesso Pericle impegnato nei dibattiti del tempo.
Quando Protagora, già famoso, giunse ad Atene, non solo tutti i
giovani d’ingegno s’affollarono per ascoltarlo, ma Pericle, che
«non aveva mai tempo» per i ricevimenti, lo invitò a casa sua.
Ebbero una lunga conversazione, soprattutto sul problema della
responsabilità di un incidente mortale, verificatosi poco prima
durante una gara di lancio del giavellotto: andava attribuita al
lanciatore, al giavellotto o agli organizzatori dei giochi?
Nell’opinione di molti Ateniesi era quello un modo bizzarro,
per il cittadino più in vista della città, di impiegare il proprio
tempo. Ma la questione era importante, perché, secondo il
costume antico, chi commetteva un omicidio, anche se in
maniera fortuita, era profanato ed esposto alla vendetta
familiare. Né poteva salvarlo l’ignoranza: a nulla era valsa nel
caso di Edipo. Possediamo una serie di discorsi composti, pochi
anni più tardi, in occasione di un finto processo, nel quale si
suppone che un incidente analogo sia accaduto nel corso di una
gara a squadre tra ragazzi. Il padre della vittima, intentando
senza malanimo un’azione legale, dà per scontato che il fortuito
assassino venga esiliato; il padre dell’uccisore non cerca di
salvare il figlio protestandone l’innocenza sul piano morale, ma
usa il sofisma, secondo cui, dal momento che il morto, un
ragazzo impegnato nel gioco, si era messo a correre nella
traiettoria del giavellotto, era «colpevole» della propria fine.
Attribuendo la responsabilità del fatto agli organizzatori dei
giochi, Pericle e Protagora adottavano la prospettiva moderna,
secondo cui gli organizzatori sono responsabili dei regolamenti
di sicurezza; ma probabilmente concordarono sul fatto che,
davanti a un tribunale greco, avrebbe prevalso la tesi che la
colpa spettava all’oggetto inanimato. Era questo un espediente
adoperato nelle corti ateniesi da tempi immemorabili da
quando, cioè, era stato compiuto, in onore di Zeus, il sacrificio
di un bue destinato all’aratura, il cosiddetto «assassinio del
bue» o bouphónia. Si riteneva che uccidere un così buon amico
dell’uomo rappresentasse un atto terribile, e, per consuetudine, i
partecipanti al sacrificio venivano ritualmente perseguiti, si
incolpavano a vicenda e infine gettavano l’accusa sul coltello, il
quale, trovato colpevole, veniva lanciato in mare.
Un’altra conversazione, in cui fu coinvolto Pericle, ci viene
riferita (a quanto pare, parola per parola) da Senofonte.
Alcibiade, figlio del Clinia morto a Coronea, e pupillo di
Pericle, cresceva irrequieto, bello, vivace, intelligente, viziato e
conteso da amanti rivali. Cercò di redimerlo - ma si trattava di
un’impresa ardua - Socrate, allora trentacinquenne, che era
solito affermare, nel suo modo apparentemente ingenuo, di
essersi anch’egli invaghito di Alcibiade, e di essere sensibile al
fascino delle belle creature. Di temperamento austero, ebbe
grande influenza sul giovane e su altri della nuova generazione.
Era, come loro, interessato al nuovo pensiero, ed essi restavano
affascinati dal suo modo di affrontare i problemi, ingenuo in
apparenza, ma in realtà acuto, incisivo nelle definizioni; aveva
una dialettica che non lasciava scampo al pensiero fumoso. I
giovani, che amavano ascoltarlo mentre sgonfiava i boriosi,
riportavano a casa i trucchi imparati da lui, per sperimentarli sui
loro parenti anziani. Agli occhi di costoro, Socrate cominciava
a essere impopolare, ma a lui non interessava. Ecco lo sfondo
culturale per capire la domanda che, un giorno, Alcibade
rivolse a Pericle:

Potresti spiegarmi che cosa sia la legge?


P. Certamente.
A. Allora ti prego di farlo; perché, quando sento di persone
elogiate perché sono rispettose della legge, penso che
nessuno potrebbe meritare una simile lode, se fosse
all’oscuro di cosa sia la legge.
P. Bene, non è molto difficile. Sono leggi tutti i decreti che il
popolo in assemblea ha approvato e reso pubblici decidendo
ciò che non si deve fare.
A.... decidendo che dobbiamo compiere azioni giuste? O
azioni malvagie?
P. Dio mio, ragazzo! Giuste certamente, non malvagie.
A. Ma allora, se non è il popolo, come accade là dove
domina un’oligarchia, ma è una minoranza a riunirsi e a
rendere pubblici i suoi decreti, che cosa succede?
P. Tutto ciò che il governo della città, dopo aver deliberato,
decreta che deve essere compiuto, è chiamato legge.
A. Ma allora se un tiranno, che controlla la città, stabilisce
quel che i cittadini devono fare, questa è forse legge?
P. Tutto ciò che un tiranno pubblicamente decreta, in
quanto egli è il governo, viene chiamato legge.
A. Ma, Pericle, che cos’è il potere illegale e arbitrario? Non
si ha forse quando il più forte costringe il più debole, con la
forza e senza il suo consenso, a fare ciò che vuole lui?
P. Sono d’accordo.
A. Allora le azioni, cui un tiranno costringe i cittadini
attraverso i suoi decreti, senza il loro consenso, sono la
negazione della legge?
P. Sì, ne convengo; ritiro la mia affermazione che sia legge
ciò che un tiranno decreta, senza approvazione del popolo.
A. Cosa dire dei decreti di un’oligarchia, se essa legifera per
il popolo senza il suo consenso, esercitando una costrizione?
P. Tutto ciò che un uomo costringe un altro a fare senza il
suo consenso, per mezzo di un atto pubblico o in altro modo,
mi sembra sia arbitrio, non legge.
A. Allora, quando il popolo, che è più forte dei ricchi,
legifera per loro senza il loro consenso, è questo un arbitrio,
o è invece legge?
P. Oh, Alcibade, ero bravo in simili questioni quando avevo
la tua età. Noi usavamo dibattere e sofisticare proprio su
questo genere di cose. A. Se almeno avessi conversato con te
quando eri al tuo meglio, Pericle!
La vita privata di Pericle non era priva di amarezze; perfino
la conversazione con Protagora venne per la prima volta resa
pubblica in un’occasione sgradevole, in tribunale.
Probabilmente furono le arringhe processuali a mettere in giro i
pittoreschi aneddoti sui personaggi famosi della Grecia.
Molto tempo prima, Pericle era stato sposato con una parente,
la quale, ci narra Plutarco, era già stata moglie di Ipponico,
figlio di Callia, l’ambasciatore. Dopo averne avuto due figli,
Pericle divorziò da lei, che risposò Ipponico. Il figlio, nato da
questo matrimonio, un altro Ipponico, era più giovane dei figli
di Pericle. Sebbene la cosa non ci venga documentata, questa
curiosa vicenda fu probabilmente dovuta al fatto che la moglie
aveva ereditato e non c’erano fratelli. Secondo la legge ateniese,
un’ereditiera doveva andare in moglie al parente più stretto,
anche a costo di provocare due divorzi. Si trattava di una legge
crudele, come ammettevano gli oratori esperti in casi di eredità;
ma il principio che l’eredità venisse trasmessa in linea paterna
era così forte che per tutta l’epoca classica rimase inalterato,
anche se in tal modo venivano infranti matrimoni felici, o
fanciulli (come i figli di Pericle) restavano senza madre. Pericle,
d’altro canto, era troppo impegnato persino per trovare il tempo
di occuparsi delle sue terre. Eppure non pensò di affidarne la
gestione ai figli quando furono adulti; è probabile che già allora
il loro rapporto si fosse deteriorato. Affidò, invece,
l’amministrazione del proprio patrimonio a un liberto, suo
fedele cameriere, con l’ordine di vendere all’ingrosso il
prodotto ricavato dalle proprietà e di acquistare al mercato il
necessario per il fabbisogno domestico. Non ci guadagnava, ma
evitava fastidi. Una simile organizzazione non piacque però ai
figli, specialmente al più grande, Santippo, il quale, fattosi
adulto, aveva preso in moglie una giovane aristocratica dai gusti
dispendiosi, e, secondo la consuetudine, continuava a vivere
nella casa paterna. Una grande proprietà terriera produceva tutto
quanto serviva alla vita quotidiana in Grecia (compreso il vino e
le vivande per i ricevimenti); anzi c’era un’eccedenza da
destinare alla vendita: ecco quel che voleva dire essere ricco.
Ma con il sistema adottato da Pericle, era necessario far sempre
attenzione alle spese. Accadde che, privo com’era di mezzi per
essere all’altezza degli amici ricchi, e aizzato dalla giovane
moglie, Santippo finisse con il prendere in prestito soldi a nome
del padre. Quando, a tempo debito, la cosa si riseppe, Pericle
montò su tutte le furie, e non solo si rifiutò di pagare, ma
intentò una causa per frode contro il creditore. Santippo, in
tribunale, narrò la storia di Protagora a riprova
dell’incorreggibile eccentricità paterna. E il pubblico se ne
divertì moltissimo.
I cattivi rapporti tra padri e figli erano purtroppo comuni. La
commedia li dà per scontati. Sofocle, che visse e scrisse
splendida poesia sino all’età di novant’anni, si vide, nell'ultimo
periodo della sua vita, intentare causa da parte del figlio, che
cercava vanamente di assumere il controllo della proprietà di
famiglia, richiamandosi all’età troppo avanzata del padre.
Poiché il figlio doveva essere intorno alla sessantina, si può
avere una certa comprensione per lui che si trovava ancora,
finanziariamente, in statu pupillari. La questione, che non è
senza importanza, mette in luce uno dei grandi limiti del
carattere greco classico: la sua durezza. La si riscontra nel
comportamento degli anziani che non volevano dare le
consegne ai giovani, e nella scarsa tenerezza (da non
confondersi con un’assenza totale) verso le donne e i bambini in
una società che praticava l’esposizione dei neonati
(specialmente se di sesso femminile). La si intuisce anche nella
ritrosia dell’arte greca a raffigurare i bambini sebbene siamo ora
in possesso di alcuni affascinanti studi di giovani novizi ateniesi
provenienti da Brauron. È una durezza che ispirò le crudeli
norme sulle ereditiere, e che dettò comportamenti spietati nei
rapporti fra stato e stato. Il mondo classico - forse ancor più di
altre civiltà antiche - era carente di caritas. Proprio la sua
assenza impedì a quei brillanti e adamantini individualisti di
consolidare e di rendere permanenti le loro conquiste sociali.
Quale effetto avesse avuto su Pericle il matrimonio impostogli
dalle convenzioni sociali, non possiamo saperlo; forse nessuno;
forse lo rese più austero e olimpico, come affermavano i poeti
comici. Dopo il divorzio, per quanto ne sappiamo, rimase, per
alcuni anni, senza una moglie e senza una concubina. Ma poco
dopo la pace del 445, Atene si ritrovò con un'inesauribile fonte
di pettegolezzi: il suo generale in capo, all'età di cinquant’anni,
si innamorò di una donna di venti, la quale non era neppure
ateniese: Aspasia di Mileto, una hetàira, un’etera di professione
(così affermano tutte le fonti, sebbene alcuni studiosi
sostengono che si tratti dell’ennesima diffamazione introdotta
dalla commedia). A differenza delle donne dell’alta società
ateniese, appartate e poco colte, Aspasia era istruita, bella e
dotata di sottile ingegno. Si dice che Socrate gradisse
conversare con lei. Moglie «morganatica» di Pericle sino alla
fine dei suoi giorni, gli diede, prima del 440, un figlio, anche lui
Pericle, che, non essendo di madre ateniese, in base alla legge
del 541, non potè acquistare la cittadinanza della città né venir
considerato figlio legittimo. Per i poeti comici e per pettegoli,
Aspasia era una manna dal cielo; e come Pericle era stato a
lungo soprannominato Zeus, «dio onnipotente», la sua
eloquenza era stata paragonata al fulmine divino, così Aspasia
fu Era (vi si faceva allusione anche con altre forme di parodia
mitologica, spesso oscene). Fu un ghiotto pettegolezzo vedere
Pericle che baciava Aspasia nell'uscire di casa per recarsi al
lavoro.
Quasi tutto quello che dicevano gli attori comici era per far
ridere e serviva in quei particolari giorni di festa nei quali erano
consentiti i toni crudi e le esagerazioni, ma è difficile credere
che non ci fosse del veleno nelle loro battute. Gli attori comici,
al pari degli altri letterati, erano conservatori, appartenevano
alle classi agiate, si divertivano a mostrare disprezzo per le
masse, e ai loro occhi Pericle era una sorta di traditore. Forse
sullo scorcio del decennio 440-430, Aspasia venne
violentemente attaccata con l’accusa di «empietà». Ci è
sconosciuto il fondamento formale dell’azione, ma può darsi
che abbia dato alle ragazze di una scuola di etere, che - sembra
- lei diresse, i nomi delle muse. Il motivo reale, come nel caso
di Fidia, era politico. Dal momento che nei tribunali ateniesi la
rilevanza dei fatti, ai fini dell’accusa, non era un elemento
discriminante, nel processo vennero riportate anche altre
calunnie, compresa l’insinuazione che Aspasia costituisse «un
pericolo per la sicurezza»: era straniera ed esercitava
un’influenza in campo politico. Alcuni sostennero che avesse
causato la guerra samia persuadendo l’amante a spalleggiare
Mileto. Per salvarla, Pericle dovette abbandonare la sua
proverbiale calma olimpica e invocare clemenza. Nel corso del
processo ebbe un cedimento e pianse: i 501 giurati, lusingati
dalla cosa, votarono per l’assoluzione.
Capitolo XII -
LA GRECIA E LA GUERRA DEI DIECI ANNI
(431-421)

1 La ripresa della guerra

Il significato che la data del 431 a.C. ebbe nella storia della
Grecia è stato paragonato a quello che ebbe il 1914 nella storia
dell’Europa.
Nel 433-1 crollò la Pace dei Trent’Anni, prima di aver
compiuto metà del suo corso; e la guerra del Peloponneso - si
trattò in realtà di due guerre, separate da un intervallo di pochi
anni di travagliata pace - pose fine alle speranze di Atene di
unificare il mondo greco sotto la sua guida. E così, hanno
ritenuto in molti, adoperando le parole di un proverbio greco,
citato una volta da Pericle, che si riferiva alla conclusione di
una passata campagna, «la primavera se ne è andata via
dall’anno».
Ma il raccolto era ancora ricco, e persino durante gli anni dal
431 fino alla caduta di Atene nel 404, si ebbe un vasta
produzione artistica di altissima qualità. A questi anni
appartengono quasi tutte le opere sopravvissute di Euripide e di
Aristofane, e le ultime opere di Sofocle. Sull’Acropoli venne
terminata, in maniera sommaria, forse a causa dell’economia di
guerra, l’ala orientale dei Propilei, e a quest’epoca risalgono il
delizioso tempietto ionico di Nike (la «Vittoria», intorno al
426) e il più tardo Eretteo (p. 326). È questo periodo che
diventa il drammatico sfondo di molti dialoghi di Platone (nato
nel 428). L’opera di Platone e la tragica, fosca storia di
Tucidide, che comincia seriamente intorno a quest’epoca, fanno
di tali anni uno dei periodi meglio conosciuti nella storia della
società ateniese.
Tra Corinto e la potente Corcira, una sua colonia, scoppiò la
guerra. Sparta cercò invano di dissuadere i Corinzi dal prendere
iniziative estreme. Dopo una sconfitta, e con l’aiuto degli alleati
navali del Peloponneso, iniziarono lo smantellamento della
flotta di Corcira; questa, nel panico, abbandonò il suo
isolamento e invocò l’aiuto di Atene.
Il trattato di pace permetteva a entrambe le parti di
concludere alleanze con stati «non allineati», ma partecipare a
un’offensiva contro Corinto avrebbe naturalmente significato
violarla. In ogni caso, Corcira era importante sia come centro di
potere marittimo, sia per la posizione che occupava sulla via
verso Occidente. Dopo un acceso dibattito l’assemblea,
stipulata un’alleanza difensiva, inviò uno squadrone simbolico
di dieci navi, con l’ordine di intervenire in difesa dell’isola,
soltanto in caso di assoluta necessità. Quando fu chiaro che
Corinto non si sarebbe fatta scoraggiare, Atene rinforzò il
proprio contingente con altre venti unità, e queste giunsero
appena in tempo per salvare Corcira da una completa disfatta in
mare. In seguito a questi scontri, Atene ordinò a Potidea, una
località della penisola Calcidica che faceva parte della lega ma
era anche una fedele colonia di Corinto, di espellere gli alti
commissari corinzi e di abbattere le mura che davano sul mare.
Potidea si rifiutò, accolse una brigata di volontari corinzi, e
venne in breve stretta d’assedio; Corinto si lamentò con Sparta
dell’aggressione ateniese.
Tucidide afferma che gli Ateniesi si mossero nella
convinzione che una guerra peloponnesiaca fosse comunque
inevitabile e che convenisse loro difendere Corcira per la sua
importanza strategica. L’«inevitabilità storica» è un concetto
oggi passato di moda, specialmente tra gli storici, che tendono a
sottolineare gli effetti delle singole scelte umane, le quali
sarebbero potute essere diverse. Il preludio alla guerra del 431,
come a quella del 1914 d.C., offre un interessante caso di
studio.
Sparta convocò i suoi alleati e le rimostranze di Corinto
vennero appoggiate da altri stati. Megara, che non aveva
probabilmente nessuna relazione diplomatica e commerciale
con Atene, da quando ne aveva massacrato una guarnigione nel
446, si lamentò di essere esclusa (a quanto pare in seguito a un
recente decreto, proposto da Pericle) da tutti i porti dell'impero
ateniese, contrariamente a quanto stabilito dal trattato. Per
questo piccolo stato marinaro, volto a Oriente, dedito
all’esportazione di articoli di lana poco costosi, l’esclusione
aveva effetti disastrosi. Egina protestò in segreto che Atene, cui
era sottomessa, interferiva (senza dubbio per motivi di
sicurezza) nel suo autogoverno locale, garantito dal medesimo
trattato. Allora una delegazione ateniese, che «si trovava a
Sparta per altri motivi», chiese il permesso di parlare alla
conferenza. Venne concesso; ma il discorso che ne seguì non fu
una difesa delle recenti decisioni di Atene. Fu invece violento e
provocatorio; Atene aveva salvato la Grecia durante le guerre
persiane, e meritava il suo impero; lo governava con equità, ma
doveva difendere i cittadini e la propria sicurezza, per mezzo
dei suoi stessi tribunali, contro il naturale risentimento degli
stati sottomessi. Infine, la guerra era un affare rischioso. Sparta
avrebbe fatto meglio a muoversi con cautela.
A quell’epoca Sparta, grande potenza «soddisfatta», per usare
la terminologia degli anni Trenta del nostro secolo, non era
bellicosa. L’anziano re Archidamo, che ben conosceva Pericle e
sapeva meglio di tutti cosa avrebbe significato una guerra con
Atene, fece ripetuti sforzi per salvare la pace e per aprire un
negoziato. Ma l’assemblea spartana, riunitasi subito dopo la
conferenza della lega, approvò a larga maggioranza, contro il
parere del re, una risoluzione in cui si affermava che Atene,
avendo rotto il trattato, sarebbe stata costretta a ritirarsi o a
combattere.
Perché tenere quel violento discorso proprio allora? La
presenza della delegazione ateniese era davvero un caso? E
perché, in quel preciso frangente, emanare un decreto contro
Megara? Era proprio questo decreto a costituire probabilmente
la più radicale violazione del trattato; gli ambasciatori spartani,
inviati ad Atene, giunsero ad affermare che, se fosse stato
revocato, non ci sarebbe stata guerra. Ma Pericle si pronunciò
contro ogni compromesso, sostenendo che qualsiasi
concessione sarebbe stata interpretata come un segno di
debolezza e sarebbe stata seguita da nuove richieste.
Sembra dunque che sia stato Pericle a ritenere inevitabile la
guerra e che abbia compiuto i passi per farla precipitare, mentre
si trovava ancora alla guida di Atene. Nessun altro, ne era certo,
- e la cosa si dimostrò vera - poteva impedire al suo popolo
sanguigno e ottimista di imbarcarsi, durante la guerra, in
avventure che avrebbero logorato persino le resistenti forze
ateniesi; lui stesso aveva già superato la sessantina. Aveva
elaborato una strategia che, secondo le sue aspettative, avrebbe
assicurato un successo con ridotto spargimento di sangue. Il suo
piano non mirava a far scendere in campo le soverchiami forze
peloponnesiache, ma si sarebbe limitato a evacuare la
campagna dell’Attica, lasciando che gli Spartani bruciassero
tutte le fattorie che volevano, per accorgersi infine che, dietro le
sue Lunghe Mura, Atene poteva continuare ad alimentare il suo
popolo. Atene doveva, nel frattempo, tenere i suoi alleati sotto
stretto controllo, e soprattutto, non avventurarsi in nuove
conquiste durante la guerra. Sparta si sarebbe ben presto vista
costretta a sospendere il conflitto, perdendo «la faccia»
vergognosamente e mostrando come non fosse in grado di
difendere i suoi alleati navali. Gli Spartani avrebbero dovuto
venire a patti con Atene, e le rotte verso Occidente sarebbero
passate sotto il monopolio di quest’ultima. La democrazia
sarebbe stata al sicuro e altrettanto l’impero ateniese.
Ma la guerra era davvero inevitabile? Se è necessario
prendere posizione al riguardo, va detto che la valutazione di
Pericle merita rispetto. Si deve tener presente l’endemica lotta
di classe nella Grecia del tempo. Atene rafforzava la propria
posizione in molte città sottomesse, sostenendo i democratici -
la feccia della terra, secondo alcuni autori - contro le classi
governanti di un tempo che, a parere di quegli stessi autori,
costituivano «la gente perbene»; nella stessa Atene i
conservatori pensavano che una simile politica fosse sbagliata.
D’altra parte, in certi stati dell’entroterra, le classi povere
guardavano ad Atene con speranza. Era questa situazione a
rendere difficile la convivenza tra due blocchi di potere, i quali
rappresentavano differenti sistemi sociali. Forse Pericle, al pari
di Lincoln, riteneva che il paese non avrebbe potuto restare
indefinitamente diviso tra le due fazioni. In seguito, fu proprio
quanto accadde; ma, come risultato, la storia politica greca si
concluse nella stoltezza.
Una tradizione ostile sosteneva che Pericle avesse trascinato
il popolo nella guerra per consolidare la sua vacillante
posizione politica, confidando che, nel corso di un conflitto, vi
sarebbe stato bisogno di lui. Una simile accusa, almeno,
possiamo respingerla; Tucidide, contemporaneo di Pericle e
molto introdotto nelle vicende ateniesi, sottolinea che egli non
aveva rivali. Su Pericle grava, comunque, una pesante
responsabilità.
La Grecia si gettò con entusiasmo nella guerra, la grande guerra
di liberazione, come venne chiamata dagli Spartani. Dopo il
lungo periodo di pace, osserva cupamente Tucidide, in entrambi
gli schieramenti numerosi giovani la accolsero con gioia, «a
causa della loro inesperienza» (questo si verificò anche nel
1914). Ma vi erano cose che neppure Pericle poteva prevedere.
Nel primo anno tutto andò secondo i piani. I Peloponnesiaci
devastarono parti dell’Attica, e Pericle convinse i suoi uomini a
non irrompere sul campo - non senza fatica, quando davanti ai
loro occhi si levò il fumo dei villaggi in fiamme. Gli Ateniesi
saccheggiarono le coste nemiche via mare. Vi furono numerosi
incendi, ma pochi morti.
Alla fine della campagna estiva, Pericle fu incaricato di
tenere l’abituale orazione funebre in onore dei caduti. È
presumibile che, nella trascrizione di Tucidide, il discorso
conservi la sostanza di quanto affermò Pericle, e riporti alcune
frasi significative. L’orazione è soprattutto un elogio dello stile
di vita ateniese, in difesa del quale gli uomini erano caduti.
Noi abbiamo una forma di governo che non guarda con
invidia le costituzioni dei vicini, e non solo non imitiamo
altri, ma anzi siamo noi stessi di esempio a qualcuno.
Quanto al nome, essa è chiamata democrazia, poiché è
amministrata non già per il bene di poche persone, bensì
per una cerchia più vasta; di fronte alle leggi, però, tutti,
nelle private controversie, godono di uguale trattamento; e
secondo la considerazione di cui uno gode, poiché in qualche
campo si distingue, non tanto per il suo partito, quanto per
il suo merito viene preferito nelle cariche pubbliche; né,
d’altra parte, la povertà, se uno è in grado di fare qualche
cosa di utile alla città, gli è di impedimento per l’oscura sua
posizione sociale.
Come in piena libertà viviamo nella vita pubblica, così in
quel vicendevole sorvegliarsi che si verifica nelle azioni di
ogni giorno, noi non ci sentiamo urtati se uno si comporta a
suo gradimento, né gli infliggiamo con il nostro corruccio
una molestia che, se non è un castigo vero e proprio, è pur
sempre qualcosa di poco gradito.
Noi che serenamente trattiamo i nostri affari privati,
quando si tratta degli interessi pubblici abbiamo
un'incredibile paura di scendere nell’illegalità: siamo
obbedienti a quanti si succedono al governo, ossequenti alle
leggi e tra esse in modo speciale a quelle che sono a tutela di
chi subisce ingiustizia e a quelle che, pur non trovandosi
scritte in alcuna tavola, portano per universale consenso il
disonore a chi non le rispetta.
Inoltre, a sollievo delle fatiche, abbiamo procurato allo
spirito nostro moltissimi svaghi, celebrando secondo il
patrio costume giochi e feste che si susseguono per tutto
l’anno e abitando case fornite di ogni conforto, il cui
godimento quotidiano scaccia da noi la tristezza.
(Parlando delle case confortevoli, si riferisce alle coppe e alle
ciotole, usate dalla classe media dell’Attica: pezzi conservati
nei nostri musei.)
Affluiscono poi nella nostra città, per la sua importanza,
beni d’ogni specie da tutta la terra e così capita a noi di
poter godere non solo di tutti i frutti e prodotti di questo
paese, ma anche di quelli degli altri, con uguale diletto e
abbondanza come se fossero nostri.
Anche nei preparativi di guerra ci segnaliamo sugli
avversari. La nostra città, ad esempio, è sempre aperta a
tutti e non c’è pericolo che, allontanando i forestieri, noi
impediamo ad alcuno di conoscere o di vedere cose da cui,
se non fossero tenute nascoste e un nemico le vedesse,
potrebbe trar vantaggio; perché fidiamo non tanto nei
preparativi e negli stratagemmi, quanto nel nostro innato
valore che si rivela nell’azione.
Diverso è pure il sistema di educazione: mentre gli
avversari, subito fin da giovani, con faticoso esercizio
vengono educati all'eroismo, noi invece, pur vivendo con
abbandono la vita, con pari forza affrontiamo pericoli
uguali [...]
Noi amiamo il bello, ma con misura; amiamo la cultura
dello spirito, ma senza mollezza. Usiamo la ricchezza più
per l’opportunità che offre all’azione che per sciocco vanto
di parola, e non il riconoscere la povertà è vergognoso tra
noi, ma più vergognoso non adoperarsi per fuggirla.
Le medesime persone da noi si curano nello stesso tempo e
dei loro interessi privati e delle questioni pubbliche: gli altri
poi che si dedicano ad attività particolari sono perfetti
conoscitori dei problemi politici.
(La politica non è appannaggio della «classe agiata».)
Poiché il cittadino che di essi assolutamente non si curi
siamo i soli a considerarlo non già uomo pacifico, ma
addirittura un inutile.
Noi stessi o prendiamo decisioni o esaminiamo con cura
gli eventi: convinti che non sono le discussioni che
danneggiano le azioni, ma il non attingere le necessarie
cognizioni per mezzo della discussione prima di venire
all’esecuzione di ciò che si deve fare.
Abbiamo infatti anche questa nostra dote particolare, di
saper, cioè, osare quant’altri mai e nello stesso tempo fare i
dovuti calcoli su ciò che intendiamo intraprendere: agli
altri, invece, l’ignoranza provoca baldanza, la riflessione
apporta esitazione. Ma fortissimi d’animo, a buon diritto,
vanno considerati coloro che, conoscendo chiaramente le
difficoltà della situazione e apprezzando le delizie della vita,
tuttavia, proprio per questo non si ritirano di fronte ai
pericoli [...]
In una parola, io dico che non solo la città nostra, nel suo
complesso, è la scuola dell’Ellade, ma mi pare che in
particolare ciascun ateniese, cresciuto a questa scuola, possa
rendere la sua persona adatta alle più svariate attività, con
la maggior destrezza e con decoro, a se stesso bastante.
E che questo che io dico non sia vanto di parole per
l’attuale circostanza, ma verità comprovata dai fatti, lo
dimostra la potenza stessa di questa città che con tali norme
di vita ci siamo procurata.
Sola infatti, tra le città del nostro tempo, si dimostra alla
prova superiore alla sua stessa fama [...] Non abbiamo
bisogno di un Omero che ci lodi o di altro poeta epico che al
momento ci lusinghi, mentre la verità toglierà il vanto alle
presunte imprese, noi che abbiamo costretto ogni mare e
ogni terra ad aprirsi al nostro coraggio, dovunque lasciando
imperituri ricordi di disfatte e di trionfi.
Per una tale città, dunque, costoro nobilmente morirono,
combattendo perché non volevano che fosse loro strappata,
ed è naturale che per essa ognuno di quelli che
sopravvivono ami affrontare ogni rischio.
Per questo io mi sono diffuso a parlare dei pregi della
nostra città [...], poiché fu proprio la virtù di questi uomini
e di quelli a loro simili che rese splendente il serto di gloria
della nostra città, della quale ho tessuto le lodi [...]
Essi furono, dunque, di quella tempra che l'onore di Atene
richiedeva: tutti gli altri devono augurarsi una decisione più
fortunata, sì, ma non meno audace e indomabile volerla di
fronte ai nemici [...]
Pensate alla grandezza della nostra città, contemplandola
giorno dopo giorno, finché non ve ne innamorerete.
E quando essa veramente grandeggi davanti alla vostra
immaginazione, pensate che tale la fecero uomini dal cuore
saldo e dall’intelligenza pronta al dovere, sorretti nelle
imprese dal sentimento dell’onore: e se mai, alla prova,
talvolta fallirono, non ritennero di dover defraudare la città
almeno del loro valore; anzi le offersero, prodighi, il più
splendido contributo. Facendo nell'interesse comune
sacrificio della vita, si assicurarono, ciascuno per proprio
conto, la lode che non invecchia mai e la più gloriosa delle
tombe; non tanto quella in cui giacciono, quanto la gloria
che resta eterna nella memoria, sempre e dovunque si
presenti occasione di parlare e di agire. Per gli uomini
prodi, infatti, tutto il mondo è tomba e non è solo l’epigrafe
incisa sulla stele funebre nel paese loro che li ricorda; ma
anche in terra straniera, senza iscrizioni, nell’animo di
ognuno vive la memoria della loro grandezza, piuttosto che
in un monumento. Ora, dunque, proponetevi di imitarli e,
convinti che la felicità sta nella libertà e la libertà
nell'indomito coraggio, non fuggite i rischi della guerra.
Termina con parole di conforto per i familiari dei defunti;
parole lucide, realistiche, persino un poco ciniche, come
quando egli afferma, rivolto alle vedove:
E se devo fare un accenno anche alla virtù delle donne, per
quante ora si troveranno in vedovanza, comprenderò tutto
in questa breve esortazione. Gran vanto per voi dimostrarvi
all’altezza della vostra femminea natura; grande è la
reputazione di quella donna di cui, per lode o biasimo, si
parli il meno possibile fra gli uomini.
Parole strane sulla bocca dell’amante di Aspasia, ma l’Atene
ufficiale era ancora un mondo maschile.

2 La guerra e Tucidide

La guerra, che nelle intenzioni di Pericle doveva essere una


dimostrazione della sua strategia difensiva, fu un evento di
scarso rilievo per quanto riguarda le operazioni militari.
L’organizzazione della flotta e dell’esercito occupano un posto
molto rilevante in Tucidide. L’esercito ateniese che invase la
Beozia nel 424 (p. 296), composto da settemila opliti più
un’orda di indisciplinati fanti leggeri, venne sconfìtto da un
esercito beota che aveva all’incirca le stesse dimensioni e
questa fu la battaglia più grande della prima parte della guerra
dei dieci anni. Per quanto concerne le perdite umane, la
sciagura di gran lunga più spaventosa di questi dieci anni fu una
pestilenza che, originatasi nell’alto Egitto, devastò l’impero
persiano e venne portata al Pireo da navi che commerciavano
con l’Oriente. Sfiorò appena il Peloponneso, che si trovava in
effetti isolato dal blocco ateniese.
Ad Atene, affollata di esuli durante l’invasione peloponnesiaca
del 430, imperversò durante tutta l’estate e nel corso dell’anno
seguente, e dopo un temporaneo calo divampò nuovamente nel
427 prima di estinguersi definitivamente. Nessuno ha mai
saputo l’ammontare delle vittime. I dati di Tucidide riguardano
soltanto la cavalleria e la fanteria pesante. Perirono 4 400 fanti,
dei 26 000 - uomini compresi tra i diciotto e i sessant’anni - (o,
come ritiene la maggior parte degli studiosi, dei 13000 che
formavano l’esercito di terra; Tucidide in effetti non specifica
quale). Il numero dei morti è incrementato dalla catastrofe che
annientò una forza di 4000 uomini, nell’accampamento davanti
a Potidea; in quaranta giorni morirono 1050 uomini. Persero la
vita trecento cavalieri; ve ne erano in tutto 1200 in età attiva. La
percentuale dei caduti fra i poveri non registrati fu
probabilmente più alta. È possibile che Atene abbia perduto più
di un quarto della sua popolazione (difficilmente un terzo, come
alcuni hanno pensato), ma la città non diede segni di cedimento.
Pericle, in modo illogico seppur comprensibile, venne
incolpato di ogni cosa; non da ultimo, di aver concentrato gente
venuta dalla campagna in città, il che diede via libera
all’epidemia: «L'unica cosa» affermò amaramente «che non
avevo previsto». Venne sospeso dall’incarico e i suoi conti
esaminati; risultarono in disordine, cosa pressoché inevitabile in
una simile annata, ed egli fu multato. Intorno alla stessa epoca,
morirono i suoi due figli legittimi. Si verificò, allora,
un’inversione di sentimenti; Pericle, nuovamente spinto a
candidarsi come stratega, fu eletto nel 429, ma era ormai un
uomo malato. Dopo aver superato indenne una crisi dovuta
all’acutizzarsi della malattia, egli si spense, esausto, durante
l’autunno. Poco prima della sua morte, l’assemblea, con un
numero legale di seimila votanti, propose e approvò, in due
sedute, un decreto per conferire la cittadinanza al figlio avuto
da Aspasia.
Ma il grande statista era insostituibile; non perché
mancassero uomini di talento e persino incorruttibili in grado di
prenderne il posto, ma perché, afferma Tucidide, egli era il solo
in grado di tener testa al popolo. I suoi successori - uomini, più
o meno, allo stesso livello - erano sempre tentati di lasciare che
l’assemblea facesse di testa sua, per paura di perder terreno
nella corsa alla popolarità. Il risultato fu un grave spreco di
sangue e di risorse, talvolta in operazioni scoordinate, suggerite
da interessi settoriali.
Tucidide, che, sopravvissuto a sua volta a un attacco di peste,
era quindi immunizzato, accudì molti amici ammalati, fornendo
una descrizione scrupolosa del morbo. Malgrado ciò, resta
incerto se si sia trattato di peste bubbonica (secondo l’opinione
prevalente) o di qualche altra malattia, come il morbillo, che
nelle isole del Pacifico produsse analoghi terribili disastri tra le
popolazioni non immunizzate. Anche in questo caso, come
sempre, lo storico descrive con precisione quanto è avvenuto,
perché ciò serva da guida e insegnamento agli uomini che in
futuro si troveranno ad affrontare simili frangenti, perché,
«come è proprio della natura umana», avranno probabilmente
carattere analogo, almeno nelle linee generali. L’aspetto, che
concorre maggiormente a fare della sua opera un «patrimonio
per l’eternità», come egli orgogliosamente aspira, non è tanto la
sua narrativa austera e spesso sottile, quanto le sue riflessioni,
rese spesso nella forma di discorsi pronunciati dai personaggi.
Vi è un certo sforzo di caratterizzazione, ma lo stile di un
profondo e lucido pensatore che aveva ascoltato Gorgia trova
sempre il modo di insinuarsi al loro interno, persino in quelli
spartani! Tucidide descrive con crudezza il disastro che fu la
guerra, sia dal punto di vista fisico (passa direttamente dall’alto
idealismo dell’orazione funebre di Pericle all’orrore della
pestilenza), sia da quello morale. Egli, ad esempio, è interessato
alle illusioni degli uomini, ma annota come si svilisca la qualità
dei principi in seguito alla «mentalità di guerra».
Così, allorché Potidea, dopo quasi tre anni, venne piegata in
seguito a una carestia, i generali ateniesi, per risparmiare spese
e non esporre le truppe ad altre privazioni, permisero agli
abitanti di evacuare la città con i vestiti che avevano indosso, e
una piccola somma di denaro a testa. Ma fu loro rivolta l’accusa
che, se avessero atteso ancora un poco, avrebbero potuto
imporre una resa senza condizioni. Si era persa l'occasione di
dare una punizione esemplare ai ribelli. Quando, nel 428,
Mitilene si rivoltò e venne costretta alla resa dopo un assedio
molto più breve, a causa di una rivolta scoppiata nel momento
in cui il governo (evidentemente non democratico) aveva
distribuito alla gente armi per tentare una sortita, il partito dei
«falchi» ad Atene mostrò quali fossero le sue intenzioni. Lo
spietato Cleone fece approvare un decreto in base al quale
l’intera popolazione maschile, compresi quegli stessi che
avevano guidato la rivolta, dovesse essere giustiziata, mentre le
donne e i bambini sarebbero stati ridotti in schiavitù; e una nave
venne inviata per trasmettere l’ordine. Ma molti Ateniesi (parte
dei quali non era stata presente alla prima seduta) ne furono
sconvolti, e alcuni politici convinsero i consiglieri in carica a
riaprire la questione, «con grande facilità, essendo chiaro che
l’opinione dei più era favorevole». Nel «dibattito mitilenese»,
che comprende due famosi discorsi tucididei, Cleone dimostra
coraggio nell’opporsi alla maggioranza; la rimprovera di
sentimentalismo e di cedimento con la durezza che avrebbe
potuto mostrare Pericle, ricorrendo ad alcune sue frasi. «Non
per la prima volta mi rendo conto di come sia impossibile per
una democrazia governare un impero [...] Dovete comprendere
che il vostro impero è una tirannia, esercitata su sudditi restii e
ostili [...] La coerenza è più importante della perspicacia [...] Io
sono per la coerenza [...] Mitilene ci ha offeso [...] La punizione
è giusta. Attenetevi ad essa, come esempio per gli altri.»
L’oratore dell’opposizione non si appella a una pietà fine a se
stessa, ma al contrario mostra di adottare a sua volta una linea
ferma e realistica. Non ci preme, egli afferma, la giustizia
astratta, bensì l’utilità. Tutte le esperienze mostrano che le
punizioni selvagge non costituiscono un deterrente efficace;
l’austera prospettiva etica di Cleone è antiquata. È
nell’interesse di Atene conservare l’amicizia degli alleati, e noi
non l’avremo uccidendo, insieme ai colpevoli, coloro che si
rivoltarono e permisero la resa. Se così facciamo, tutte le città,
che si rivolteranno, resisteranno sino all’ultimo. Processiamo,
dunque, coloro che il generale ha inviato ad Atene come
colpevoli, e risparmiamo gli altri.
Questi argomenti prevalsero con stretta maggioranza. Venne
inviata in tutta fretta una seconda nave da guerra, ma la prima
che portava la sentenza aveva ventiquattr’ore di vantaggio.
Siccome gli ambasciatori di Mitilene avevano caricato sulla
nave olio e farina e avevano promesso grandi ricompense se
fossero arrivati prima, i marinai posero tanto impegno nella
traversata che mangiavano, continuando a remare, farina
intrisa di vino e di olio, e, a turno, alcuni prendevano sonno,
altri remavano. Per fortuna, non soffiava alcun vento
contrario e i marinai della prima nave non remavano con
tanto slancio, navigando per un incarico così odioso, mentre
questi s’affrettavano come s’è detto: sicché quella approdò
per prima solo il tempo di permettere a Lachete di leggere il
decreto e dare ordini per eseguire i comandi; ma subito
entrò in porto la seconda nave che impedì la distruzione. A
tanto grave pericolo era giunta Mitilene.
Però quei cittadini che Lachete aveva mandati ad Atene
come i principali colpevoli della ribellione (erano poco più
di mille) secondo il parere di Cleone, furono dagli Ateniesi
condannati a morte; a Mitilene furono abbattute le mura e
fu requisita la flotta.
Mille uomini erano una buona parte degli uomini liberi di
Mitilene.
Sei anni più tardi, quando Scione nella penisola Calcidica
venne presa per fame dopo che si era ribellata, non vi fu
un’analoga inversione di sentimenti. Cleone era morto da
tempo, ma anche in sua assenza gli Ateniesi giustiziarono tutti
gli uomini non più adolescenti, e vendettero donne e bambini
come schiavi. Cedettero la città agli uomini di Platea, che,
evacuata dei civili durante la peste di Atene, era stata presa per
fame dagli Spartani, dopo averne messo a morte la guarnigione.
Fu Atene a fare questo. Ciò che i cittadini delle altre città si
fecero a vicenda, allorché venne meno la labilissima «armonia
delle opposte tensioni», caratteristica della politica del tempo di
pace, ed esplose un conflitto rivoluzionario, Tucidide lo narra
in un dettagliato studio dedicato agli eventi verificatisi a
Corcira nel 426. Questo episodio, egli afferma, «ebbe maggior
risonanza perché fu il primo; più tardi, infatti, quasi tutto il
mondo greco venne sconvolto: i capi dei partiti popolari erano
dovunque desiderosi di invocare l’aiuto ateniese; mentre la
fazione oligarchica sollecitava quello spartano». A Corcira,
entrambe le fazioni si rivolsero agli schiavi, con la promessa di
affrancarli, e questi, nella maggior parte, si unirono ai
democratici, che, risultati vittoriosi, massacrarono i loro
prigionieri, mentre le navi ateniesi davano la caccia alla flotta
peloponnesiaca, che aveva sperato di poter intervenire.
Tucidide svolge alcune famose considerazioni sulla psicologia
e persino sul significato di una situazione rivoluzionaria:

Sulle città in preda alla discordia piombarono molte e gravi


calamità, come avviene e avverrà sempre, finché la natura
dell'uomo sarà la stessa; talvolta più, talvolta meno violente
e di diversa specie, secondo che i rivolgimenti si presentano
nel variare delle vicende. Infatti, quando regna la pace e
fiorisce la prosperità, tanto le città quanto i privati cittadini
hanno più serene le menti perché non avviene loro di cadere
nella morsa di necessità spietate; ma la guerra, che
distrugge l'abbondanza delle cose necessarie alla vita d’ogni
giorno, diventa maestra di violenze e conforma alle esigenze
del momento le passioni della moltitudine. Le discordie,
dunque, straziavano le città [...]
A loro talento cambiarono il significato abituale dei nomi,
adattandoli alle circostanze. Infatti l’audacia dissennata fu
chiamata coraggio spiegato a favore degli amici; la
precauzione prudente, pusillanimità dalla decorosa
apparenza; la saggezza divenne un mezzo per nascondere la
propria vigliaccheria; e l’avvedutezza aperta a ogni
problema fu tenuta in conto di inerzia vile di fronte a ogni
cosa [...]
Chi irosamente inveiva su altri era sempre degno di fede;
chi gli si opponeva era un uomo da guardare con sospetto.
Aver successo nel tessere un tranello era prova di
intelligenza; il subodorarlo, poi, era abilità ancor maggiore.
Invece, chi provvedeva in modo da non aver bisogno né
dell’una cosa né dell’altra, era guardato come il
disgregatore del suo partito, tutto preso dalla paura dei
nemici.
In una parola, veniva esaltato colui che riusciva a
precedere chi intendeva commettere un sopruso e colui che
al male incoraggiava chi non ne aveva intenzione alcuna.
Più dei vincoli di parentela avevano forza i legami di partito
[...]
Anche le assicurazioni di reciproca fede erano fondate
non già sul rispetto della legge divina, ma piuttosto sulla
comune complicità di aver agito illegalmente [...]
Poiché preferiscono i più aver fama di scaltri, anche se
ribaldi, piuttosto che di malaccorti, essendo onesti: di
questo si vergognano, di quella scaltrezza, invece, menano
vanto. Causa di tutto questo pervertimento era la febbre di
dominio per avidità e ambizione [...] Infatti, quelli che nelle
singole città detenevano il potere con nomi ugualmente
fascinosi, sia che dessero la preferenza all’uguaglianza di
diritti fra il popolo sia al moderato governo degli ottimati, a
parole avevano come unico scopo quello di servire al bene
comune; ma in verità lottavano in ogni modo per superarsi
l’un l’altro [...]
Quei cittadini, poi, che volevano star neutrali, erano
vittime di ambedue i partiti [...] Sicché i meno provvisti
d’intelletto, per lo più, avevano la meglio. Essi, infatti,
consapevoli della propria inferiorità e dell’intelligenza degli
avversari, presi dal timore di venir da questi sopraffatti con
l’abilità oratoria, prevenuti e presi di mira insidiosamente
dalla loro versatile acutezza d’ingegno, si gettavano
temerariamente nell’azione. Gli altri invece che, nel loro
disprezzo per i nemici, pensavano di essere sempre in grado
di avvertire tempestivamente eventuali intrighi e di non
doversi procurare con l’azione quello che potevano
raggiungere con l’intelligenza, rimanevano senza difesa più
facilmente e travolti.

Nel 425 Atene riportò un importante successo. Il suo generale


Demostene (non si tratta dell’oratore) prese e fortificò il
promontorio di Pilo, all’estremità settentrionale della baia di
Navarino. Un battaglione spartano, sbarcato sull’isola di
Sfacteria per aiutare un tentativo di neutralizzare il forte, venne
tagliato fuori dalla flotta ateniese. Il tentativo di affamarlo fu
vanificato da uomini che superarono il blocco, ma Cleone, dopo
aver attaccato nell’assemblea Nicia il generale comandante,
perché trascinava in lungo le operazioni, ed essere stato invitato
a recarsi lui stesso sul luogo a porre fine alla cosa, qualora se ne
sentisse capace, si recò realmente a Pilo e, insieme a
Demostene, sbarcò con un enorme contingente sull’isola. Gli
Spartani, dopo aver perduto il trenta per cento delle forze,
ridotti allo stremo, consegnarono le armi. Atene si assicurò, tra
i prigionieri, centoventi uomini appartenenti alla sempre meno
numerosa classe degli spartiati (i cittadini con pieni diritti). Il
crollo della tradizione, secondo cui gli Spartani non si
arrendevano mai, sconvolse la Grecia.
Sparta offrì la pace in cambio dei prigionieri. Una pace senza
concessioni era quanto Pericle aveva desiderato, ma Cleone
spinse l’assemblea a pretendere vantaggi territoriali, e la guerra
continuò. Ora che Atene teneva in ostaggio dei «nobili»
spartiati, non si verificarono più devastazioni all'interno
dell’Attica, mentre gli Ateniesi raddoppiavano le razzie
costiere. Nicia prese l’isola di Citera, un’importante base, e
Sparta si trovò in difficoltà. Ma gli attacchi ateniesi contro
Corinto e Megara ottennero successi solo parziali, e l’invasione
della Beozia venne respinta con una perdita di più di mille
uomini (battaglia di Delion, 424). Nel frattempo Sparta scoprì
un mezzo più efficace per colpire Atene; un intraprendente
generale, Brasida, con un piccolo contingente composto per lo
più da iloti affrancati e con un numero ridotto di ufficiali
spartani, marciò a nord, provocò una ribellione nella penisola
Calcidica e, mettendo a segno un colpo formidabile, prese
Anfipoli (p. 251 ss.). Alcune controffensive guidate da Nicia
nel 423 e da Cleone nel 422 riconquistarono soltanto parte del
territorio perduto; e alla fine, dopo che sia Cleone sia Brasida
furono uccisi davanti ad Anfipoli (una disfatta ateniese), venne
stipulata una pace alle stesse condizioni che Atene aveva
respinto dopo Pilo - salvo le perdite registrate a nord.
Ma la pace fu peggiore per gli Spartani. Riebbero i loro
uomini; ottennero la promessa di riavere Pilo e Citerà contro
quella di ridare Anfipoli; non ci sarebbero state rappresaglie
contro i ribelli della penisola Calcidica. Ma abbandonarono la
peninsolare di Scione, che venne isolata e stretta d’assedio (p.
294).
Il successore di Brasida, apprese con sgomento le condizioni
stabilite, comunicò di non essere in grado di consegnare
Anfipoli contro il volere dei cittadini. Gli Ateniesi si rifiutarono
allora di consegnare Pilo e Citerà. Il trattato non accennava a
Nisea, il porto orientale di Megara, né a certi possedimenti
coloniali corinzi a nordovest che Atene aveva catturato. In
breve, per riavere i suoi uomini, Sparta aveva tradito gli alleati e
aveva completamente accantonato il nobile proposito di
«liberazione»; il risultato fu che la sua lega mostrò segni di
dissoluzione. I Beoti si rifiutarono di restituire un forte ateniese
sul confine, che Sparta aveva promesso senza consultarli;
Corinto, Megara e la Beozia non vollero sottoscrivere il trattato.
Nel Peloponneso, l’Elide era impegnata in una personale
disputa di frontiera con Sparta; stava per scadere la Pace dei
Trent’Anni stipulata con Argo, e Argo non volle rinnovarla
senza riesumare antiche richieste di confine; nell’Arcadia,
Tegea e Mantinea erano in guerra tra loro.
Davanti a un così diffuso malcontento, Sparta, rinunciando
alla restituzione di Pilo e Citerà, stipulò un’alleanza con Atene,
per la durata di cinquantanni, mentre gli stati minori, con i loro
divergenti interessi, tramarono nel tentativo di formare un
«terzo polo». La guerra, secondo le aspettative di Pericle,
sembrava aver assicurato il mondo all'imperialismo ateniese.

3 La cultura sul finire del V secolo

Va tenuto presente che, pur essendo tempo di guerra, era raro


che si combattesse contemporaneamente in più località; se
anche città e popolazioni venivano distrutte in guerre da tempo
in corso, soprattutto a causa degli incendi o delle carestie, gli
eserciti dovevano dapprima raggiungere il luogo, a piedi o per
nave. Accadde così che, durante tutto questo periodo, nella
Grecia classica continuarono a fiorire le arti, la letteratura, la
scienza e la filosofia. Quanto la guerra abbia influito sulla
produzione intellettuale, non possiamo saperlo. Ad Abdera, che
risentì del conflitto soltanto perché si vide costretta a pagare più
tributi ad Atene, fu l’epoca di Democrito (p. 272 ss.); a Coo,
all’altra estremità dell’Egeo, lavorò (viaggiò, tuttavia, molto) il
medico Ippocrate, uno dei Greci più illustri.
Ippocrate (460-377 circa) fu il riverito «padre» di una scuola.
Dei circa sessanta trattati, per lo più brevi, che sopravvivono
dei suoi archivi, forse solo un quarto circa è di sua mano. Ma lo
stesso spirito li percorre tutti: un empirismo che, senza
disdegnare l’impegno speculativo, si concentra
sull’osservazione accurata e sulla scienza generale quale
fondamento della medicina, ed è animato da un profondo senso
etico. Un trattato sulle lussazioni serviva ancora nel 1850. Una
serie di casi riporta, insieme ai nomi e agli indirizzi dei
pazienti, il decorso delle malattie - per lo più malattie gravi,
registrate perché sconcertavano i medici; e di gran numero di
pazienti si ammette con candore che morirono. Un trattato
intitolato Sull’aria, l’acqua e i luoghi, scritto in una limpida e
pura lingua ionica (dallo stesso Ippocrate?), discute gli effetti
del clima e dell’ambiente sul fisico e sulla psiche: Erodoto lo
avrebbe apprezzato. In una discussione intorno al «morbo
sacro» (l’epilessia, la malattia degli «indemoniati» secondo gli
Ebrei) dichiara, rigettando coraggiosamente la corrente
superstizione:
Io non credo che il corpo di un uomo venga corrotto dal dio:
la cosa più deteriorabile dalla più sacra. Se anche fosse
corrotto da qualcos’altro, è probabile che il dio lo
purificherebbe e santificherebbe [...] A me non sembra più
divina di altre malattie e, al pari di queste, si sviluppa da
cause naturali. Gli uomini la considerano divina perché non
la comprendono [...] Tutte le malattie sono divine, e tutte
sono umane; tutte hanno, alla loro origine, delle cause, e
nessuna trascende l'ambito del nostro studio.
Probabilmente dopo l’età del maestro, sotto l’influenza
dell’opera di Empedocle, la scuola adottò la teoria dei quattro
umori, catarro, sangue, bile gialla, bile nera, che riflettono nel
corpo i quattro elementi del cosmo: il fuoco, l’aria, l’acqua e la
terra. Il loro corretto equilibrio all’interno del corpo è alla base
della salute, e i diversi temperamenti (flemmatico, sanguigno,
collerico, melanconico) differiscono a seconda dell’elemento
che predomina. Questa teoria avrebbe esercitato un'influenza
nefasta sulla medicina per duemila anni: poiché permetteva di
spiegare ogni cosa, sbarrò la strada a ulteriori ricerche fondate
sull’osservazione. Chissà se Ippocrate si rese conto del
pericolo.
Ma il più famoso documento della raccolta ippocratica è il
celebre Giuramento, pronunciato nell’atto di entrare a far parte
della scuola, e tuttora in uso:
Giuro su Apollo il Guaritore, Esculapio, la Salute e
Panakeia [«panacea» o «onni-guaritrice»] chiamando a
testimoniare tutti gli dei e le dee, che io manterrò questo
giuramento e questo impegno scritto per quanto è in mio
potere e giudizio:
Considererò colui che mi avrà insegnato quest'arte a me
caro come i miei genitori. Dividerò con lui le mie sostanze
[...] qualora ne abbia bisogno; considererò i suoi figli come
fratelli e insegnerò loro quest’arte qualora lo desiderino,
senza compensi né condizioni [...] attraverso l’esempio, le
lezioni e in ogni altro metodo.
[...] Adotterò il regime che, a mio miglior avviso, è
benefico per i miei pazienti, e non a loro danno o per
qualche fine iniquo. Non somministrerò veleno a nessuno,
neppure se richiestomi [...] né procurerò aborti [...]
In qualunque casa io entri, lo farò a beneficio del malato,
e mi asterrò da ogni pratica malefica, specialmente dalla
seduzione di uomini, donne, schiavi o liberi. Qualsiasi cosa
io veda o senta, nell’esercizio della mia professione o
altrimenti, che non debba essere di pubblico dominio,
lo conserverò religiosamente in segreto. E per tutto il tempo
che non violerò questo giuramento, possa io godere della
mia vita e della pratica della mia arte, con buona fama
presso tutti gli uomini e in ogni momento, ma se io lo
infrango, mi possa accadere il contrario.
Ad Atene il poeta che caratterizza quest’epoca è Euripide,
«tragicissimo fra i tragici», secondo l’espressione di Aristotele.
Di soli quindici anni più giovane di Sofocle, che continuava
ancora a comporre - visse sino a novant’anni, rispetto ai
settantacinque di Euripide, e fu attivo sino alla fine -, Euripide
appartiene intellettualmente a un’altra generazione. La
differenza che li separa è senza dubbio in gran parte di natura
personale, ma è comunque utile ricordare le diverse circostanze
nelle quali essi si formarono. Per Sofocle si trattò del terrore
della grande guerra persiana e del trionfo; a quindici anni, la
sua indomita voce era quella di un’Atene vittoriosa. Quando
Euripide aveva quindici anni, Cimone salpò alla volta di Taso;
vennero poi la rottura con Sparta, le denunce da parte di Efialte
della corruzione vigente nelle alte sfere, la rovina
dell’areopago. L’unità della Grecia e di Atene crollarono
davanti ai suoi occhi di adolescente.
Meditativo, interessato alla filosofia di Anassagora, Euripide
fu un ateniese atipico. Non ebbe ruoli di spicco nella vita
pubblica; probabilmente, la sua famiglia era più povera di
quella di Sofocle. Che sua madre avesse venduto ortaggi al
mercato (provenienti dalle campagne del marito?) era soltanto
uno scherzo delle commedie, e un esempio significativo dello
snobismo dell’Atene letteraria. Potè permettersi di vivere a
Salamina, al di là del braccio di mare, in una grotta adibita a
studio, con una raccolta di libri, e dedicarsi alla tragedia. In
gioventù, si dice, fu atleta di sufficiente valore per aspirare,
sulla base di una profezia fornita al padre, agli onori olimpici;
ma in breve abbandonò lo sport. A venticinque anni un gruppo
di sue opere venne accettato in una competizione pubblica, ed
egli ricevette questo onore per più di venti volte; ma solo in
quattro occasioni, con una quinta dopo la sua morte, riportò il
premio.
Questo non ci sorprende: «tutti» restavano affascinati dalle
sue opere, dall’acutezza dei suoi dialoghi e dalla sublime
bellezza delle liriche corali, ma Euripide tendeva,
probabilmente in maniera deliberata, a lasciare il pubblico
turbato e insoddisfatto. Ad esempio: una leggenda narrava che
Ione, antenato della stirpe ionica e figlio di Apollo, aveva anche
un «padre umano», Xuto. Nello Ione di Euripide, la tradizionale
unione tra il dio e una mortale viene descritta, senza reticenze,
come uno stupro, da una Creusa (nome che significa
semplicemente «Principessa») che ha quindici anni di più:
«Venni costretta a una miserabile unione con Apollo», in una
grotta sotto le «Lunghe Rocce» sul lato nord dell’Acropoli.
Temendo l’ira paterna, in quella stessa grotta diede alla luce il
bambino e lo abbandonò, ma il bimbo scomparve. Creusa
credette che lo avessero divorato i cani; ma non vi erano tracce
di sangue. Più tardi, sposò il soldato Xuto: ma i due rimasero
senza figli per lungo tempo. Nella tragedia Creusa e Xuto sono
appena giunti a Delfi, dove è ambientata la scena, per chiedere
se non vi sia nulla che possano fare per avere un figlio. Sul
luogo si trova un allegro novizio (egli compare in scena
canticchiando, per spazzare al mattino i gradini del tempio), un
trovatello, abbandonato su quegli stessi gradini da mani
sconosciute, circa alla stessa epoca in cui era avvenuta l’unione
di Apollo e Creusa. Ermes, fratello di Apollo, spiega in un
prologo che questo fanciullo è figlio loro, condotto lì dallo
stesso Ermes su invito di Apollo. Nella sua divina provvidenza
Apollo agirà per il suo bene. Xuto desidera un figlio. L’oracolo
lo informerà che il giovane è suo figlio (il che, per la stessa
ammissione di Ermes, è falso, ma il soldato di ventura, una
volta ricevuta la notizia, non ha difficoltà ad accettarlo. Ricorda
persino un tempo, a Delfo, quando potrebbe essere accaduta la
cosa: nel corso di una festa dionisiaca... c’erano molte fanciulle
sfrenate, ed egli era ubriaco; era giovane allora; ma era stato
sempre fedele da quando si era sposato). Ciò porterà il fanciullo
ad Atene; a Creusa la verità verrà detta più tardi. Così, afferma
Ermes candidamente, «la relazione amorosa di Apollo verrà
tenuta nascosta, e il fanciullo avrà quanto gli spetta».
Sfortunatamente il piano divino fallisce. Creusa, udendo che il
fanciullo, dal quale si era sentita attratta, è il figlio illegittimo di
suo marito, e che le si chiede di accoglierlo in casa come futuro
re di Atene - dal momento che essa è senza fratelli - cerca di
avvelenarlo. Scoperta, fugge verso il santuario, inseguita da
Ione e dalla folla. Il peggio viene evitato quando la profetessa
delfica mostra i ninnoli, che erano stati rinvenuti insieme al
trovatello, che Creusa riconosce come propri; allora Atena (dal
momento che Apollo, a quanto pare, non si arrischia ad
affrontare i mortali da lui stesso ingannati) si mostra per
chiarire la situazione e per affermare, candidamente come già
Ermes, che Apollo «ha aggiustato tutto». I mortali vengono
messi a tacere, ma Creusa non viene risarcita per i lunghi anni
vuoti. Ione, che nella passata innocenza si era rifiutato di
credere che Apollo avrebbe mai compiuto alcunché di
malvagio, si è dunque espresso in precedenza in maniera
avventata.
Storie di questo genere, dunque, vennero ripetutamente
apprezzate dall’arconte che selezionava le opere per il festival;
ma al momento di assegnare il primo premio, i giudici di solito
optavano per qualcosa di meno inquietante. Fu spesso Sofocle
il vincitore. Nel 431, sia Sofocle sia Euripide, con la sua
famosa Medea tra le altre opere, vennero battuti da Euforione,
figlio di Eschilo. Nella Medea Giasone ha ricondotto con sé
l’omonima principessa orientale, senza il cui aiuto egli non
avrebbe mai potuto impossessarsi del vello d’oro; ha avuto dei
figli da lei, e in seguito è stato costretto a fuggire dopo che
Medea ha macchinato la morte del malvagio marito. Ora,
stabilitosi a Corinto, è sul punto di risollevare le proprie sorti,
sposando la figlia del re, che è senza fratelli. Questi chiede che
Medea venga allontanata. Giasone prova a farla «ragionare»,
ma Medea, una delle più grandi figure femminili della galleria
euripidea di donne complesse e oltraggiate, finge una
riconciliazione con il solo intento di uccidere la «creusa» di
Corinto e i figli che essa stessa ha avuto da Giasone, prima di
fuggire su un carro trainato da draghi alati. Anche in questo
caso, il soprannaturale compare alla fine, dopo un intreccio
svolto su un piano umano, con personaggi che ragionano come
Ateniesi colti.
Era opinione diffusa che le figure femminili di Euripide
fossero esseri terribili, e si diceva che i suoi due matrimoni
fossero stati infelicissimi. I suoi personaggi, come Ione, si
interrogano sugli dei; Aristofane afferma che Euripide ha
insegnato agli uomini a non credere più. Nelle Rane di
Aristofane (composte nel 405, quando Euripide e Sofocle erano
morti da poco), Euripide nell’Ade afferma: «Io adoro altre
divinità» - quelle dei filosofi - il che probabilmente
corrispondeva al vero. Come Socrate e altri pensatori, non
accettava parte della mitologia. Euripide poteva ribattere di non
aver nulla a che fare con quanto affermavano i suoi personaggi,
ma alcuni discorsi apparivano terribilmente crudi, come una
citazione dalla sua tragedia Bellerofonte:
Afferma qualcuno che vi sono dei in cielo?
Non vi sono, non vi sono - a meno che non si
scelga di credere come sciocchi alla
tradizione antica.
Cercate per conto vostro - non accogliete le mie
parole - ma questo è quanto affermo: i tiranni
uccidono gli uomini e li privano dei loro beni, ne
infrangono i giuramenti, e lasciano intere città
devastate. Eppure prosperano, più di quanto
facciano i giusti e i buoni.
E io conosco piccole città, che onorano gli dei,
sottomesse a città più potenti, non parimenti
devote, tenute in soggezione dalla superiore forza
delle armi.
Non era certo questo il genere di poesia che poteva ottenere il
primo premio. Ma la gente ascoltava Euripide, ne comperava
persino i libri e li leggeva; e Aristofane, che ne ride e ne fa la
parodia, mostra, con la stessa parodia, di conoscere, insieme al
pubblico, queste nuove opere, strane, affascinanti, forse
pericolose.
Il «verso libero» di Euripide è più uniforme di quello
sofocleo, più prosaico e vicino al linguaggio comune. La sua
tragedia era più realistica; quando trattava la condizione delle
donne troiane prigioniere, o rappresentava esuli o profughi,
Euripide non si limitava a esprimere una cupa solennità ieratica,
ma introduceva tocchi squallidi. La sua splendida collezione di
addobbi da scena divenne l’ennesimo scherzo aristofanesco.
Quando, nel 415, compose la bellissima e sconvolgente opera,
quasi del tutto priva di movimento e di trama, Le Troiane - che
attendono di conoscere il loro destino dopo la caduta della città
- Atene aveva appena «liquidato» Melo, l’isola dorica che non
aveva voluto unirsi alla lega; Tucidide ci fornisce un resoconto
della politica di potenza adoperata durante i negoziati,
respingendo le implorazioni dei Meli di restare neutrali. Non
ottenendo una resa incondizionata, gli Ateniesi assediarono la
città, la presero dopo una lunga e valorosa resistenza, misero a
morte tutti gli uomini e fecero schiave le donne. Euripide aveva
composto in certe occasioni opere patriottiche, basate su
leggende che mostravano Atene come protettrice degli oppressi.
Ma ormai anziano, era probabilmente più disincantato. All’età
di settantanni accettò l'invito del re Archidamo di Macedonia, e
alla sua corte compose l’ultima opera, le Baccanti, uno studio
lirico sulla religione dionisiaca, che vinse il primo premio ad
Atene dopo la sua morte.
Le diciannove opere di Euripide in nostro possesso
appartengono alla sua età matura o alla vecchiaia. Ma il
giovane poeta che brilla sulla scena all’inizio della guerra non è
- e la cosa non deve forse sorprenderci - un «radicale», bensì un
«conservatore» convinto: è Aristofane, il grande derisore, che
rallegrò Atene nei momenti difficili. Ci rammarichiamo di non
possedere, salvo che per citazioni, almeno parte delle opere dei
predecessori, che composero le loro satire nei giorni di Pericle,
senza risparmiare il grande uomo. Ma gli eruditi e gli scrivani
che trasmisero le dodici opere di Aristofane meritano la nostra
gratitudine.
Le parodie e la satira in giambi «di buon auspicio», con una
forte componente di oscenità, avevano sempre fatto parte dei
rituali agricoli. Da qui, quando la tragedia, imboccando un’altra
via, si fece seria, la commedia divenne la forma della satira su
tutto e tutti; naturalmente, si concentrava sugli uomini in vista e
sui grandi. Nacquero così le commedie politiche. Il tentativo,
che - pare - fu fatto di tenerle entro certi limiti, proibendo, ad
esempio, di nominare persone viventi, rimase lettera morta.
Inoltre, la satira si interessava del nuovo, non dell’antico e delle
cose che si conoscevano. Tutto ciò si addiceva al giovane
Aristofane (nato intorno al 445), che attacca demagoghi,
intellettuali, anziani giurati (che non erano intellettuali),
urbanisti, riformatori di calendari, la musica moderna, i generali
che amavano la guerra e il grassone che gettò via lo scudo a
Delio, tutto con sottile imparzialità. È impossibile dire in che
misura egli venisse preso sul serio; in alcune circostanze, senza
dubbio, più seriamente che in altre. Cleone, una volta, «lo
trascinò davanti al consiglio», il che poteva preludere a un
processo; Aristofane afferma di essere sfuggito per un pelo alla
morte; ma dal momento che non aveva ancora vent’anni, il
grande capo pensò probabilmente di limitarsi a spaventarlo. Il
presunto reato era di aver messo in ridicolo il governo di fronte
a visitatori stranieri alle feste dionisiache; Aristofane ritornò
all’attacco nelle successive festività invernali, osservando per
bocca di uno dei suoi personaggi: «Ora siamo qui fra Ateniesi».
I suoi cori venivano allestiti con una stravaganza già
tradizionale. I suoi Cavalieri, i nemici naturali di Cleone, erano
probabilmente montati sulle spalle di uomini con teste e code
equine, camuffati da cavalli; una pittura vascolare mostra un
coro analogo, in un’epoca molto anteriore alla sua. I giurati,
nelle Vespe, portavano larghi spiedi come pungiglioni. Le
Nuvole, ninfe rappresentanti «i nuovi dei» dei filosofi, forse non
furono altrettanto divertenti, e la commedia ottenne solo il terzo
premio; ma oggi è famosa, perché Aristofane vi attacca Socrate.
Si tratta del primo accenno a Socrate, che conosciamo, perché
Platone e Senofonte erano a quei tempi (423) ancora bambini.
Che, anche allora, avesse fondamento la tesi secondo cui
Socrate avesse un «pensatoio», dove i suoi discepoli si
sarebbero impegnati in controversie scientifiche, è cosa dubbia.
Platone e Senofonte insistono sul fatto che Socrate non insegnò
mai a pagamento, e che era interessato non a questioni naturali,
bensì etiche. Forse, in passato, aveva nutrito interessi scientifici,
ma la commedia non mirava a una verosimiglianza rigorosa.
Cleone, che si era opposto a una pace a condizioni onorevoli,
viene accusato nei Cavalieri di complottare con il nemico!
Nelle Nuvole, il vecchio Strepsiade («truffatore»), preso nei
lacci dei prezzi crescenti del tempo di guerra, con una moglie
stravagante e un figlio (si era sposato con una donna
socialmente superiore), dopo aver giocherellato con l’idea di
assoldare una strega per ostacolare la luna e posticipare il
giorno dei pagamenti trimestrali, decide di affidarsi all’uomo
sapiente che sa «far apparire buone le cause cattive». Socrate lo
trova troppo poco elastico per i suoi giochi intellettuali,
cosicché il figlio ne prende il posto; e, in una scena, la Causa
Giusta e la Causa Ingiusta, personificate, si contendono l’anima
del giovane. (La parola greca per causa è lògos: parola, discorso
o ragione.) La Giusta Causa, che parla per prima, rappresenta
l’educazione dei bei tempi passati, quando i ragazzi non
potevano aprire bocca, e tutti si recavano alla scuola del
villaggio, anche se nevicava; si intonavano le vecchie canzoni
(senza quelle maledette variazioni moderne e i ritmi jazz, se no
erano botte); si rispettavano i genitori e in generale gli antichi
costumi; si faceva una gran quantità di sport, che era tutta
salute, e certamente nessun ragazzo sgranava gli occhi alla vista
di una fanciulla. Questo accadeva prima che i ragazzi
incominciassero a indossare vesti da adulti, a essere abili nei
discorsi e a frequentare luoghi immorali, le palestre e i ginnasi.
Tienilo lontano da tutto questo, e avrai un ragazzo sano e senza
problemi.
Le dee-nuvole restano impressionate; ma non la Causa
Ingiusta, che, dopo aver trattato alcune questioni controverse -
Eracle aveva un debole per i bagni caldi; il vecchio Nestore era
un oratore -, procede, nello stile democratico, a domandare che
uomini siano i politici. Oh, invertiti! I tragici? Invertiti! Il
pubblico? Bene, conosco quello - e quello - e quello - Oh,
meglio lasciar perdere! E la stessa Giusta Causa salta fuori dal
palcoscenico e si unisce alla Maggioranza.
Ma quando suo figlio incomincia a percuoterlo in accordo
alla «legge naturale», il vecchio Strepsiade si pente di essersi
immischiato in tutto ciò, e la commedia termina con Strepsiade
che dà fuoco al «pensatoio» riducendolo in cenere.
Platone rappresenta Socrate e Agatone, un giovane poeta a
sua volta parodiato da Aristofane, che siedono felicemente a
cena insieme ad Aristofane; ma rappresenta anche Socrate,
sotto processo, mentre attribuisce ai poeti comici una parte
della colpa per l’immeritata cattiva reputazione.
Capitolo XIII -
ALCIBIADE E LA CADUTA DI ATENE

1 Socrate e Alcibiade

Socrate era al culmine della popolarità, specialmente presso i


giovani; andava crescendo, invece, la sua impopolarità presso
gli uomini di antiche usanze, compresi un buon numero di
genitori. Si dice che, molto tempo dopo, all’epoca del processo
- l’accusa era di aver corrotto i giovani, turbandone la fede,
potremmo oggi dire - egli avesse narrato la storia di come il suo
povero ed entusiasta discepolo Cherofonte, recatosi a Delfi,
avesse domandato al dio se vi era un uomo più saggio di
Socrate. E l’oracolo, il quale dava spesso le risposte che la
gente voleva ricevere, rispose: «No».
Cherofonte forse cercava di indurre Socrate a fornire, in
maniera chiara e dogmatica, le «risposte giuste» a tutte le
domande che gli venivano rivolte. Cherofonte era certo che se
mai qualcuno le conosceva, questi era Socrate, ma Socrate, al
pari di molti valenti maestri, tendeva a sottrarsi alle domande
ponendone di nuove, e, nel rivolgersi a qualcuno, esordiva:
«Che cosa intendi propriamente per...» (giustizia, ad esempio).
La sua reazione all’oracolo fu quella di affermare, senz'ombra
di malafede: «Ma io non so nulla». Quindi, racconta
Cherofonte, Socrate si dedicò in tutta umiltà alla missione di
«confutare il dio» cercando qualcuno che lo superasse in
saggezza. Si recò dapprima dai cittadini che erano alla guida
della città, ma ne restò deluso, perché, una volta interrogati, li
trovò incapaci di spiegare chiaramente quali fossero gli
obiettivi ultimi del loro agire. Provò con i poeti, i compositori
di grandi inni corali o di tragedie, ma costoro non apparirono
migliori. «Lavoravano su ispirazione, come i profeti», ma non
erano in grado di spiegare in termini razionali il significato
delle loro belle parole. Tentò allora con gli artigiani, che si
rivelarono migliori, perché conoscevano le tecniche del loro
mestiere, ma con loro il guaio era che, trattandosi di maestri
artigiani, credevano di sapere tutto. Alla fine, fu costretto a dar
ragione all’oracolo sul fatto che «la sua condizione era la
migliore», dal momento che, quanto meno, egli aveva
consapevolezza della propria ignoranza.
Forse, egli pensò, il dio lo destinava a punzecchiare i
cittadini, come una specie di tafano, per pungolarli nel loro
torpore soddisfatto; si trattava di un compito impopolare, ma
andava fatto.
La domanda prediletta da Socrate era: «Cosa intendi per...» o,
più direttamente: «Che cos’è...» la giustizia, o il coraggio o
l’autodisciplina. Se tu affermi di agire secondo questa o quella
virtù, evidentemente sai in che consista. Le sue vittime, nelle
opere platoniche, partono solitamente da un esempio concreto.
Socrate spiega che gli preme una definizione. Al che segue una
risposta (talvolta sorretta da una citazione tratta da un poeta),
nella forma: «La giustizia si ha quando...». Vengono poi
proposte vere e proprie definizioni, ma tutte crollano. Sembra
che vi siano sempre delle eccezioni, e di dialogo in dialogo si
finisce per ammettere l’ignoranza. Socrate è convinto che le
virtù cardinali realmente esistano, ovvero, come afferma, che ci
debba «essere qualcosa», sebbene noi vediamo soltanto
specifiche azioni virtuose. L’insistenza di Socrate sulle
definizioni, unita all’importanza attribuita da Pitagora al
carattere universale ed eterno delle verità matematiche, portò
Platone alle sue sintesi idealistiche, nelle quali la forma di ogni
virtù, come pure della verità, della bellezza o anche dell’uomo,
del cavallo, dei politici o di altre specie e classi, più durature
degli individui, esiste davanti al dio. L’idea è una parola greca,
che, come l’equivalente termine latino species, significava in
origine la forma visibile. Forse ai nostri occhi appare ovvio che
la convinzione di Socrate per cui a ogni concetto debba
corrispondere un «qualcosa», un universale concreto, sia
imputabile a una concezione ingenua del linguaggio; ma la sua
insistenza sulla definizione e sul rigore era un servizio reso al
pensiero, specialmente ai suoi tempi, quando i retori erano
impegnati a insegnare l’abile uso di parole emotivamente
caratterizzate. Il suo desidero di giungere a una definizione
delle virtù, per «sapere ciò che sono», aveva un fine pratico:
era, infatti, convinto che nessuno, che fosse davvero a
conoscenza di ciò che è il bene, in una situazione concreta
potesse volontariamente agire in maniera diversa. «La virtù è
conoscenza.» Uomo dotato di un ferreo autocontrollo, non
aveva familiarità con la massima paolina: «Commetto il male
che non vorrei».
È interessante notare di passaggio che in Cina, nella stessa
epoca di Socrate, i filosofi appartenenti alla Scuola dei Nomi
compivano studi abbastanza simili nell'ambito della tradizione
confuciana.

Socrate, come abbiamo accennato, affermava di essersi


invaghito di Alcibiade, ormai adulto e avviato alla politica, e di
essere suscettibile al fascino di ogni giovane di bell'aspetto,
specialmente se dotato insieme di un’«anima bella» (psyché). Il
giusto rapporto - affermava - fra un uomo più vecchio e il
giovane amico prediletto era di divenirne il maestro di ogni
virtù. Cercò di limitare la vanità di Alcibiade, alimentata dalle
premure di un’orda di altri ammiratori; Alcibiade, rimastone
colpito, da giovane soldato ebbe l’accortezza, superando
un’accanita concorrenza, di scegliere Socrate come proprio
commilitone nella campagna di Potidea. Ma alla fine la realtà
ebbe il sopravvento. Ad Atene giravano storie a non finire sulla
sua oltraggiosa insolenza; coloro che non ebbero a soffrirne le
trovavano però abbastanza divertenti. Brillante, bello e
intrepido, Alcibiade sembrava sempre capace di farla franca.
Alcibiade voleva la gloria per alimentare la sua vanità. Aveva
inoltre bisogno di denaro, come accadeva spesso a un generale
di successo. Sebbene ricco di famiglia, la sua stravaganza
avrebbe prosciugato qualsiasi patrimonio. Si accinse a diventar
ricco, senza prestare attenzione alla moralità dei mezzi
impiegati. Aristocratico, disprezzava profondamente il popolo,
sebbene, com’è naturale, lo adulasse in pubblico. Secondo
logica, avrebbe dovuto appartenere al partito dei conservatori,
ma questi diffidavano di lui. Molti uomini rispettabili
disapprovavano la sua morale. In quel momento, alla guida
della piccola nobiltà e, in certa misura, dell’intera città era
Nicia, uomo religioso e «accorto» che ricordava Pericle nella
dedizione al dovere e nella meticolosa prudenza delle
operazioni militari. La gente aveva fiducia in lui, sebbene si
divertisse nel vederlo tormentato dai demagoghi durante le
assemblee. Nel corso della guerra Nicia aveva riportato
numerosi successi di una certa importanza, e, a differenza di più
avventurosi generali ateniesi, non aveva ancora subito sconfitte.
Alcibiade si atteggiò dunque a democratico convinto. In
politica estera, la linea «naturale» sarebbe potuta essere quella
di migliorare i rapporti con Sparta. La sua famiglia aveva
un’antica ascendenza spartana; perfino il suo nome era
spartano, derivatogli da un trisnonno. Aveva avuto una balia
originaria della Laconia (una tradizione di alcune famiglie
ateniesi); suo nonno era stato «un amico ufficiale di Sparta» o
próxenos, ma si era dimesso dopo qualche sfortunato incidente.
Alcibiade, sperando di ristabilire il rapporto, aveva curato gli
interessi dei prigionieri di guerra spartani. Ma gli Spartani
preferirono trattare con il più serio e anziano Nicia. Offeso e
non scorgendo speranza di successo in quella direzione,
Alcibiade divenne loro ostile.
Il trattato di Sparta con Argo era scaduto nel 421, e tra le due
città la guerra era imminente. Nel 420 entrambe inviarono
ambasciatori ad Atene. Alcibiade consigliò gli ambasciatori
spartani di ritirare una dichiarazione da loro fatta davanti al
consiglio, dicendo che avevano il potere di trattare, seduta
stante, tutti i punti di disaccordo, salvo trovarsi esposti a gravi
pressioni, ma poi, nell’assemblea, li attaccò pubblicamente
tacciandoli di essere infidi e inattendibili, incapaci perfino di
attenersi alla stessa versione. Fu un inganno che andò a segno.
Gli Spartani e Nicia ne uscirono screditati; Atene stipulò
un’alleanza con Argo e gli scontenti del Peloponneso;
Alcibiade, non appena ebbe raggiunto l’età legale di trent’anni,
venne eletto stratega per il 419. Non fu un buono stratega,
convinto com’era che la diplomazia e il fascino personale, che
non lo avevano mai tradito in patria, potessero assicurargli
vittorie senza grandi fatiche. Non venne rieletto per il 418 (ciò,
tuttavia, non significava che ci fosse malcontento nei suoi
riguardi), e quindi non partecipò, forse malauguratamente per
Atene, alla battaglia di Mantinea, nella quale gli Spartani
sbaragliarono gli Argivi e i loro alleati. Duecento dei
milletrecento ateniesi presenti rimasero uccisi, compresi due
valorosi strateghi.
Alcibiade continuò a incoraggiare Argo a resistere, e ad
attribuirsi il merito di aver messo paura a Sparta. Si prese una
concubina tra le donne fatte prigioniere a Melo nel 416.
Nuovamente stratega per il 415, sostenne il progetto di
intervenire con forze più consistenti che in passato in aiuto
degli alleati ateniesi in Sicilia.
È questo il contesto di una famosa opera, che può essere
definita un esempio di narrazione storica: il Simposio di
Platone. Composto da un autore nato soltanto nel 428, il
dialogo ci fornisce un quadro vivido della società dell’Atene
imperiale al crepuscolo del suo splendore, e delle relazioni tra
due uomini indissolubilmente legati alla disintegrazione di
quella società. Tutti i personaggi menzionati nell’opera sono
storici, e Platone probabilmente venne a conoscenza degli
aneddoti biografici conversando con persone più anziane di lui.
E infatti si premura di citare le sue fonti (orali); ma quale
credibilità vada loro attribuita, è difficile da dirsi.
Aristodemo, un devoto ammiratore di Socrate, lo incontra
«lavato e con indosso calzari eleganti», mentre era solito andare
scalzo, e gli domanda dove mai sia diretto, agghindato a quel
modo. Socrate risponde: «A cena da Agatone [...] Ecco perché
mi sono fatto bello, per essere all’altezza dell'anfitrione». Il
giovane poeta celebrava un ambito trionfo, perché aveva vinto
il primo premio nel concorso tragico. «Perché non vieni anche
tu, pur senza essere stato invitato?» aggiunge Socrate. Le
relazioni erano evidentemente abbastanza disinvolte da
permettere ciò. Prima di raggiungere la casa, tuttavia, Socrate si
immerge in una meditazione, e dal momento che, quando
all’ora di cena lo assaliva una serie di pensieri, era la cena a
soffrirne - problema sul quale sua moglie aveva idee molto
chiare - egli abbandona la strada e manda avanti Aristodemo da
solo. Agatone accoglie quest’ultimo dicendo: «O Aristodemo,
sei arrivato proprio al momento giusto! Stiamo mettendoci a
tavola. Ti ho cercato ieri per invitarti, ma non sono riuscito a
trovarti».
Aristodemo confessa tuttavia ogni cosa e, conoscendo le
abitudini di Socrate, prega Agatone di non disturbarlo. La cena
continua; Socrate, per nulla imbarazzato, arriva quando gli altri
sono già a metà. Terminata la cena, i convitati decidono di
limitarsi nel bere, soprattutto perché molti di loro avevano
ecceduto la sera prima, quando era stato reso pubblico il
risultato del concorso; congedano, quindi, la flautista, le
chiedono di «allontanarsi e suonare per la padrona di casa nei
suoi appartamenti, qualora essa lo desideri», e, come
intrattenimento, decidono di pronunciare a turno un’orazione in
lode di Amore.
I discorsi rappresentano un brillante esempio della forza
drammatica di Platone. Si racconta che avesse in gioventù
composto tragedie, ma si stavano esaurendo le possibilità di
essere originali in quella forma d’arte. Il primo discorso, che ha
un tono sentimentale, ha la funzione di fare da contrasto ai
successivi discorsi di gran lunga migliori. Erissimaco, un
medico famoso, esamina - in un’appropriata vena leggera - gli
aspetti psicosomatici dell’amore. Aristofane è aristofanesco:
inventa un mito, mostrando come in origine gli uomini avessero
gli occhi sulla nuca, quattro braccia e quattro gambe, e, quando
desideravano muoversi rapidamente, rotolavano aiutandosi con
tutti gli otto arti. Gli uomini, molto forti e audaci, progettavano
di prendere d’assalto il cielo, e gli dei temevano che ci
riuscissero. Ma, invece di distruggerli con il fulmine,
eliminando in tal modo quanti offrivano sacrifici agli dei, Zeus
li divise in due, come si fa con un pesce. Da quel momento in
poi, gli uomini hanno impiegato gran parte del loro tempo e
delle loro energie a cercare, ciascuno, la metà mancante, tanto
da essere, una volta trovatala, inseparabili. Il discorso di
Agatone è un esempio perfetto (e realmente bello) della nuova
retorica, tutta antitesi e assonanze, e induce Socrate, cui spetta
di parlare dopo, a protestare di esser rimasto impietrito alla vista
di quell'autentica testa di Gorgia.{11} Ma dopo essersi un poco
schermito sostenendo di non sapere nulla, Socrate racconta ciò
che afferma di aver appreso da una donna sapiente, Diotima di
Mantinea: di come l’amore sia una scuola di virtù e di vera
saggezza, in grado di condurci dalla passione per un bel corpo a
quella per tutti i bei corpi; e poi alla bellezza dell’anima, a
paragone della quale l’uomo capirà come abbiano scarso valore
le attrattive del corpo, poi ancora alla passione per le leggi e le
istituzioni, che istruiscono l’anima; infine a quella per le
scienze e alla contemplazione filosofica «del mare aperto della
bellezza», e alla conoscenza della bellezza in se stessa.
Giunto che sia ormai al grado supremo dell'iniziazione
amorosa, all’improvviso gli si rivelerà una bellezza
meravigliosa, quella stessa, o Socrate, in vista della quale ci
sono state tutte le fatiche di prima. E questa bellezza è
immortale; non viene mai a esistere, e mai muore.{12}
Egli termina:
Che farebbe allora uno, se gli capitasse di avere la visione
della bellezza assoluta, integra, pura, senza scorie, non
carica di carne d’uomo, di colori, d’ogni altra vanità
destinata a morte: se potesse insomma vedere la sovrumana
bellezza assoluta, nella sua unica forma? Pensi che sia futile
vivere, per un uomo, tenendo lo sguardo fisso alla bellezza,
contemplandola convivendo con lei con gli adatti mezzi? O
non capisci che per l’uomo guardare alla bellezza con quel
mezzo che è l'unico mediante
il quale il bello si fa visibile, è il solo modo per creare non
ombra di virtù, dato che non a un’ombra egli s’abbraccia,
ma vere virtù, poiché al vero s’abbraccia? E non capisci che
a chi ha partorito virtù autentica capita la fortuna di
entrare nelle grazie degli dèi e di diventare - lui, e nessun
altro uomo - senza morte?
E proprio allora:
Ma ecco, forti colpi al portone di strada: poi un gran
baccano, come di brigata allegra, e una flautista che
suonava. Agatone intervenne: «Ragazzi, volete andare a
vedere? Se sono dei nostri, invitateli dentro; se no, dite che
la bicchierata è finita, e riposiamo, è tardi».
Pochi momenti, e rimbombava la voce di Alcibiade fuori nel
cortile, ubriaco a più non posso, che strepitava chiedendo
dov’era Agatone,
urlando di portarlo da Agatone. La flautista e qualche altro
del corteo lo presero sottobraccio e l’accompagnarono da
noi. Eccolo sulla soglia, dritto in piedi, con una gran
ghirlanda d’edera e di viole, una cascata di nastrini fra i
capelli. Disse: «Uomini, salute! Ecco uno ubriaco all’ultimo
stadio! Lo volete in mezzo a voi come compagno di bevuta,
o ce ne ripartiamo dopo avere inghirlandato Agatone, senza
fare altro? Del resto, era lo scopo per cui siamo qui. Ieri
non sono stato in grado di venirci. Ora arrivo con questi
nastri sulla testa, perché togliendoli da questa testa mia io
possa inghirlandare la testa di quest’uomo, il più letterato -
fatemelo dire -, il più grazioso al mondo. Cosa? Ridete
perché sono ubriaco? E va bene. Anche se sghignazzate, so
che son sincero, io. Basta: adesso dite. M’accomodo o non
m’accomodo, a questi patti? Berremo insieme o no?».
Chiasso generale. Venne l’ordine d’entrare e
accomodarsi. Agatone stesso lo chiamò. Lui fece il suo
ingresso, trainato dagli amici, si svolgeva i nastri dai capelli
con l’intenzione di farne una ghirlanda: così non scorse
Socrate che gli stava esattamente sotto gli occhi, e lui
s’accomodava al fianco di Agatone, in mezzo, fra Socrate e
Agatone. Socrate aveva fatto posto, come l’aveva visto.
Accomodandosi, quello salutava Agatone e l’incoronava.
Agatone propose subito: «Giovanotti, togliete i calzari ad
Alcibiade, perché così potrà accomodarsi in trio con noi».
«Magnifico» disse l’altro «chi è questo terzo socio del
bicchiere?» Così dicendo si volse a guardare e vide Socrate.
S’accorse di lui, balzò in piedi e disse: «Diavolo! Socrate,
qui! In agguato, ecco perché sei sdraiato qui. La tua
abitudine d’apparire di botto, dove meno penserei che ci
sarai proprio tu! Non vicino ad Aristofane, eh no, o magari
a qualche altro che ti prende in ridere. No, le hai pensate
tutte per accomodarti gomito a gomito col più bello di tutti,
qua dentro».
E Socrate: «Agatone, ti prego, difendimi [...] lui
s’ingelosisce, spasima, fa cose da matti, m’insulta e poco
manca che mi metta le mani addosso. Tocca a te guardare
che non ci ricaschi con le sua pazzie. Metti una distanza fra
di noi [...]».
«Ah no» vociò Alcibiade «distanza fra noi due, mai! Ma
tutto questo me lo pagherai più tardi. Agatone, per favore,
passami qualche nastro. Voglio inghirlandare anche questo
miracolo di testa sua, così non potrà dirmene quattro
perché a te l'ho messa, la corona, e a lui, che sul terreno dei
discorsi batte tutti, non soltanto ieri, come ho fatto, ma
sempre, la corona non l’ho messa.» Afferrò i nastri,
inghirlandò Socrate e finalmente si mise comodo.
Quando si fu accomodato, esclamò: «Forza, brave
persone: mi parete astemi. Guardate che è proibito: voi
dovete bere. Era l’accordo, no? Capo della bicchierata,
finché non vi sarete tolta la sete tutti quanti, mi nomino da
me. Agatone, fa’ portare una tazza bella grossa, se ce l’hai.
Basta, basta non serve. Ragazzo, passami quel fiasco» disse
vedendone uno capace di otto ciotole e più. Lo riempì
all’orlo e lo vuotò, lui per primo, poi gridò di dar da bere a
Socrate e aggiunse: «Gente, per me con Socrate non c’è
modo di spuntarla: lui può bere a comando, qualunque
misura di vino, e non s’ubriaca mai, non c’è pericolo».
Qualcuno riferisce allora ad Alcibiade a quale gioco stanno
giocando, e gli fa notare che, sedendo alla destra di Socrate
(presso i Greci i «turni» e le bevande andavano in senso
antiorario), tocca a lui parlare dopo. Alcibiade ribatte che non è
leale, dal momento che è ubriaco, mentre gli altri sono sobri;
inoltre, se elogia qualcuno, sia esso dio o uomo, in presenza di
Socrate, questi si ingelosirà e lo malmenerà. («Taci» afferma
Socrate. «No» risponde Alcibiade.) Alcibiade prende la parola,
e quanto segue rappresenta un ritratto particolareggiato del
filosofo:
Socrate, cari compagni, comincerò a lodarlo per figure. Lui
crederà senz’altro che io lo faccia da buffone. Non è vero.
La figura si propone verità, non buffonate. Io dico che
Socrate è la copia vivente di quei sileni che sono in
esposizione nelle botteghe di scultura. Quelli sbozzati dagli
artisti, con zufoli e flauti in mano: sono statuette che si
aprono in due, e si scopre che dentro hanno figurine di dèi.
Ma non basta: giuro che assomiglia anche al satiro Marsia.
Che la tua faccia ricordi molto sileni eccetera, neanche tu,
Socrate, puoi negarlo [...]
Socrate, continua, è simile al satiro Marsia che ammaliava gli
uomini con il suo flauto; ma Socrate riesce ad ammaliare senza
ricorrere a strumenti.
Io stesso, amici, perché non voglio dare l’impressione di
essere ubriaco fino in fondo, altrimenti vi direi, giurando,
quali effetti ha provocato sempre in me, e provoca tuttora,
un suo discorso. Ogni volta che io ascolto lui, il cuore mi
sussulta, più che agli ossessi nella danza. Mi scorre il pianto,
per quel suo dire, e vedo che per molti altri è identico
l’effetto delle sue parole. Pericle l’ho ascoltato. E altri
campioni della parola. Capivo che parlavano bene, ma non
provavo impressioni del genere, un’insurrezione dentro
l’anima, come un’amarezza per sentirmi ridotto in suo
potere, ma, vittima di questo Marsia qui presente, quante
volte mi son ridotto ad avere l’impressione netta che vivere
nello stato attuale della mia esistenza era un’assurdità. Non
dirai che non è vero, questo, Socrate. E ho chiara coscienza
che, se accettassi di prestarti orecchio ancora, non avrei
forza per combattere e ricadrei negli stessi effetti. Ecco, mi
condanna a confessare che pur essendo io pieno di lacune,
non solo non coltivo me stesso, ma pretendo di occuparmi di
Atene. Faccio violenza a me stesso, mi chiudo le orecchie,
fuggo via da lui come dalle Sirene, per non star seduto, qui,
a farmi venire i capelli grigi accanto a lui. Ho provato, di
fronte a quest’uomo - l’unico al mondo - qualcosa che
nessuno crederebbe possibile in me: la vergogna, davanti a
un uomo. La vergogna, io, la provo solo davanti a lui. Del
resto, sono cosciente di non poter controbattere il suo dire,
che no, non ho il dovere di fare quanto lui comanda; ma
quando esco dalla sua sfera, cado preda del potere che dal
popolo mi viene. Cerco di schivarlo, allora, lo evito: ma
basta che lo veda, arrossisco al pensiero di quei nostri
accordi. Quante volte godrei di vedere che non esiste più,
nel mondo: ma se avvenisse questo, so anche che me ne
verrebbe un’angoscia più terribile. Insomma, non so come
prenderlo, quest’uomo.
Appassionandosi al discorso, Alcibiade continua a narrare
come in gioventù, fraintendendo le intenzioni di Socrate,
avesse cercato di sedurlo. La cosa si era risolta in un fallimento.
Poi ci fu la nostra campagna militare insieme, a Potidea.
Dividevamo il rancio, laggiù. Tanto per cominciare, non
solo nelle fatiche fisiche mi superava, ma in tutte le altre
prove - potevamo restare intrappolati in una sacca, succede
nella campagna d'armi, e allora era la fame, e al suo
confronto gli altri erano nullità nel sopportare il digiuno -
mentre, d’altro canto, nelle tavolate, sapeva lui godersela
come nessun altro, in tutte le piacevolezze, e pure nelle
bicchierate, lui che non amava il vino. Batteva tutti, quando
bere era un obbligo, ma il fatto più miracoloso è che
nessuno mai ha visto Socrate ubriaco. Se non erro, ne
avremo presto un’altra prova. Poi c’era la padronanza di sé
di fronte alle gelate - fanno spavento, lassù, gli inverni - e
fece cose entusiasmanti, in questo, una volta specialmente,
che c’era una gelata mostruosa, e mentre tutti gli altri non
s’azzardavano fuori, e se uno usciva era coperto che non lo
credereste, calzerotti, pezze da piedi di lana e di vello, in
quelle condizioni Socrate non t’esce con quel soprabituccio
suo di tutti i giorni, di tutte le stagioni, scalzo su quella
terra invetriata camminava meglio che gli altri con le
scarpe, e i soldati lo guardavano biechi, come se fosse un
atto di disprezzo a loro.
Ecco tutto. Ancora, quel che fece e sopportò quell’uomo
come roccia{13} un’altra volta, là sotto le armi, è bello da
sentire. Doveva aver avuto un’idea improvvisa. E dall’alba
s’era radicato lì, assorto. Ma la conclusione non arrivava.
Lui non cedeva: sempre lì, in piedi, a indagare. Era quasi
mezzogiorno, ormai gli uomini cominciavano a farci caso.
Non sapevano che pensare. Girava voce che Socrate era lì
fisso dal mattino, a meditare chissà che. Finì che alcuni Ioni
- era buio, adesso - dopo il rancio della sera, visto che ormai
era d’estate, portarono all'aperto le brandine da campo e
dormivano al fresco. Intanto lo tenevano d’occhio, se avesse
resistito tutta la notte in piedi. Ci restò, in piedi, finché
venne giorno e il sole s’alzò. Allora si mosse, e andò via: ma
solo dopo aver rivolto la preghiera al sole. Se volete entrare
un po’ nei fatti d’arme - giustizia vuole che gli si renda
questo omaggio - quando ci fu la battaglia per la quale i
generali m’hanno dato il premio al valore, nessun altro al
mondo mi salvò la pelle, solo lui, cocciuto a non lasciarmi
indietro ferito come ero. E non soltanto salvò me, anche le
armi. Devo dirlo, Socrate, io proposi subito che i generali
l’attestato d’eroismo a te
lo dessero, e in questo non avrai motivo di lagnarti, di
rinfacciarmi che non sono sincero. Ma visto che i generali
abbagliati dalla mia posizione sociale volevano attribuire a
me il premio, proprio tu ti scaldasti più dei generali perché
quel premio, che era tuo, andasse a me. Ah, ragazzi, che
spettacolo vedere Socrate quando l’armata in rotta cedette
dalla posizione di Delio. Per combinazione, io ero là in
mezzo come cavaliere, lui soldato semplice.
{14}
Indietreggiavano insieme, lui e Lachete, coi ranghi
sparpagliati. Io li incrocio, li riconosco, grido loro di farsi
coraggio, assicurando che non li abbandonerò. E in quel
frangente lo spettacolo di Socrate mi parve ancora più
entusiasmante che a Potidea - io ero più tranquillo, allora,
dall’alto del cavallo - ma la cosa che mi colpì per prima era
il grado di superiorità, rispetto a Lachete, nel sapere
esattamente cosa fare. La mia impressione era, Aristofane
caro, e qui devo rubarti le parole, che camminasse là come
in queste strade, fronte eretta, oblique occhiate{15},
squadrando con freddezza compagni e nemici, e lasciava
capire anche da molto lontano, che se qualcuno allungava le
mani su di lui, aveva pronta un’energica risposta. Così lui e
l’altro socio d’armi se la cavarono senza un graffio. Quasi
sempre è così: chi si comporta in questo modo sul campo,
non ha noie. Tutti inseguono chi scappa all’impazzata [...]
Ma dopo l’ennesima impertinenza, la riunione è interrotta:
All’improvviso arrivarono degli allegroni fin sulla porta, la
trovarono spalancata perché qualcuno era uscito in strada e
quindi si presentarono da noi e s’accomodarono.
Confusione, chiasso dappertutto. L’ordine s’era spezzato,
ciascuno era condannato a bere vino a fiotti.
Alcuni ospiti si ritirano. Aristodemo, il narratore, chinata la
testa sul giaciglio, sprofonda in un lungo sonno. Si sveglia, in
un’alba grigia, con i galli che cantano. Si guarda attorno, e:
[...] vide che alcuni erano addormentati, altri non c’erano
più. Agatone, Aristofane e Socrate trincavano da una tazza
immensa, sempre ripartendo da destra. Socrate raccontava
loro qualcosa. Aristodemo disse che non ricordava tutto dei
discorsi - non aveva assistito dall’inizio, poi era mezzo
addormentato - ma il punto capitale era che Socrate li
costringeva ad essere d’accordo che, nello stesso medesimo
autore, dev’esserci
il dominio della materia comica e della tragica, e chi ha
mestiere nella tragedia deve averlo anche nella commedia.
Quelli non avevano via di scampo. Ciondolavano la testa,
seguivano e non seguivano. Per primo crollò Aristofane,
quando fu giorno, Agatone, Socrate li mise a letto, poi si
alzò e se ne andò. Aristodemo l’accompagnò, come faceva
sempre. Giunse al Liceo, si diede una rinfrescata, e tirò
sera, come un’altra giornata qualunque. Verso sera rincasò,
si mise a riposare.

2 Politiche di partito e disastro militare

Nicia, come molti generali passati alla storia per le clamorose


sconfitte, era ai suoi tempi un personaggio di un certo rilievo.
Lo si considerava «fortunato», il che significava più di quanto
non significhi per noi. L’equivalente ebraico potrebbe essere «il
Signore era con lui». Se gli dei lo guardavano con benevolenza,
Nicia se lo era meritato per la sua devozione. Non era soltanto
molto ricco (si diceva che avesse mille schiavi e che li
noleggiasse a imprenditori impegnati nelle miniere d’argento),
era anche il modello del gentiluomo e dell’ufficiale ateniese.
Se, come afferma Plutarco, portava uno splendido scudo
intarsiato d’oro e di porpora, vuol dire che in parte subiva il
fascino della guerra. Se non gli mancava il coraggio fisico, non
aveva però una grande forza morale.
Il suo principale nemico era Alcibiade; ma quando, intorno al
417, il demagogo Iperbolo propose un óstrakismos,
probabilmente con la speranza di liberarsi di quel pericoloso
giovane, che lo oscurava come interprete principale delle
tendenze radicali, Nicia si tirò indietro temendo di diventare lui
stesso la vittima. Si alleò infine con Alcibiade, e insieme fecero
confluire su Iperbolo i voti che erano in grado di influenzare.
Tra le sonore risate della piccola nobiltà, Iperbolo il «venditore
di lampade», il prototipo del piccolo borghese, venne esiliato.
Fu l’ostracismo che pose fine a tutti gli ostracismi. «I cocci non
furono inventati per uomini come lui» affermava un poeta
comico; e l'óstrakismos non venne mai più impiegato.
Alla fine del 416 giunsero altri ambasciatori dalla Sicilia,
questa volta da Segesta, ellenizzata ma non greca, per invocare
aiuto contro la dorica Selinunte.
Più vicino ad Atene, Melo era appena capitolata. Tucidide
afferma in due successivi periodi:
Questi [gli Ateniesi] passarono per le armi tutti gli adulti
caduti nelle loro mani e resero schiavi i fanciulli e le donne:
quindi occuparono essi stessi l’isola e più tardi vi
mandarono cinquecento coloni.
Nello stesso inverno gli Ateniesi decisero di far vela di
nuovo verso la Sicilia [...] i più erano all’oscuro di quanto
era grande l’isola, del numero dei suoi abitanti, sia Greci
che barbari; e che intraprendevano una guerra non molto
più leggera di quella contro i Peloponnesiaci.
Vi era grande entusiasmo, incoraggiato da Alcibiade e da tutti
coloro che speravano di ricavare gloria e ricchezze dalla guerra.
Venne votato l’invio di sessanta navi sotto il comando di Nicia,
Alcibiade e Lamato, un valente soldato. Nicia, che conosceva il
potenziale bellico delle città occidentali, si premurò di dire che
Atene avrebbe fatto meglio a evitare avventure e continuare
nell’opera di ricostruzione, ma, aggiunse, se proprio era
necessario fare una spedizione, sessanta navi erano troppo
poche. Sollecitato a dire quale fosse, a suo parere, un numero
adeguato, egli propose cento navi ateniesi, oltre a quelle alleate,
e un’ampia forza di terra composta da tutti i reparti. La
speranza di scoraggiare la gente, prospettando una spesa così
cospicua, risultò infondata e fu delusa. Gli strateghi vennero
prontamente autorizzati a richiedere tutto quanto serviva, e
nella primavera una magnifica armata, che comprendeva più di
cinquemila opliti tra Ateniesi e alleati e quasi tremila arcieri e
frombolieri, era pronta a salpare. Lo scopo era di piegare
Selinunte e, se possibile, di costringere Siracusa a ricostruire
Leontini.
Scoppiò allora uno scandalo. «Nel volgere di una notte, quasi
tutte le erme di Atene» (colonne quadrate, che reggevano i busti
di Ermes, il dio dei commercianti) «che si innalzavano in tutta
la città, nei portici delle case e nei santuari, ebbero il volto
mutilato.» Si diffuse il panico, per paura che un simile
sacrilegio potesse attirare l’ira divina sulla città, e l’opinione
pubblica saltò alla conclusione che si trattava di una congiura
contro la democrazia, ordita da empi. A noi oggi sembra
inverosimile, eppure la gente credulona e superstiziosa pensò
che gli oppositori politici incominciassero ad agire
pubblicizzando la loro presenza e oltraggiando l’opinione
pubblica.
Chi avesse compiuto il misfatto non venne mai scoperto; la
conclusione, alla fine più o meno accettata ad Atene, fu che si
fosse trattato di un atto di vandalismo da parte di giovani
miscredenti ubriachi. Ma ad avvantaggiarsene furono i nemici
di Alcibiade. Perché fu proprio a lui - un uomo che
notoriamente non onorava né uomini né dei - che si pensò, e
quando si fecero avanti i delatori, attratti dall’offerta pubblica
di ricompense e di un’amnistia, costoro chiamarono in causa
anche lui - non tanto in relazione alle erme, quanto ad altri atti
sacrileghi, compresa una parodia dei misteri eleusini inscenata
a una festa nella quale si era bevuto troppo: una messa nera, per
così dire. Alcibiade, probabilmente del tutto innocente di
quell’ultimo oltraggio - era difficile che andasse in cerca di guai
in un momento in cui sembrava a portata di mano la possibilità
di coronare le sue ambizioni -, chiese un immediato processo,
ma i suoi nemici preferirono continuare le ricerche, senza la
presenza dell’esercito, dove Alcibiade era popolare. Insistettero
che la spedizione non doveva subire intralci, e ad Alcibiade fu
ordinato di salpare con essa.
Giunto in Sicilia, Alcibiade propose di incominciare con una
campagna diplomatica alla ricerca di alleati: una sua tipica
strategia politica, in quel periodo. Lamaco avrebbe preferito
colpire subito Siracusa, la testa delle forze doriche nell’isola;
Nicia avrebbe voluto limitarsi a piegare Selinunte, e poi, a
meno che non si fosse presentata una buona occasione per
impiegare l’esercito a vantaggio di Atene, ricondurlo
nuovamente in patria. Lamaco, il quale contava di meno, non
essendo né un uomo ricco né un capo politico (afferma
Plutarco), diede alla fine il suo appoggio ad Alcibiade e insieme
misero in minoranza Nicia. Come risultato, l’armata sprecò
l’estate senza concludere quasi nulla. Persino le città non
doriche, allarmate dalla grandezza dell’esercito ateniese,
preferirono restare neutrali; Alcibiade, nel frattempo, venne
richiamato per rispondere dell’accusa che riguardava, in
maniera più specifica, la profanazione dei misteri. Egli non era
sotto stretta sorveglianza, e dopo essere partito per Atene, nel
sud d’Italia si sottrasse al controllo della scorta, dirigendosi alla
volta di Sparta. Giudicato colpevole in contumacia, fu
condannato a morte.
Nella primavera successiva Nicia, non avendo più scuse per
indugiare e non osando recarsi in patria ad annunciare un
insuccesso, si mosse verso Siracusa, la quale, ora più
organizzata, era molto meno timorosa dell’anno precedente.
Contando su una forza di circa ottomila soldati, compreso un
pugno di alleati locali, e venticinquemila marinai, utilizzabili
come uomini di fatica, Nicia si assicurò il territorio montagnoso
che faceva da entroterra alla città, spinse i Siracusani all’interno
delle mura, e incominciò la costruzione di un duplice muro da
mare a mare, con il proposito di porre l’assedio. I Siracusani,
sulle prime, non poterono contrastare le truppe ateniesi
temprate dalla guerra. In quella democrazia dorica, osserva
Tucidide, gli Ateniesi trovarono antagonisti del tutto simili a se
stessi. Nel frattempo, a Sparta, Alcibiade aveva fatto
accapponare la pelle a tutti narrando il sogno ateniese di
conquistare e unificare l’Occidente. Consigliò agli Spartani di
riprendere la guerra in Grecia; di incoraggiare volontari a
recarsi in soccorso di Siracusa e, soprattutto, di inviare un
ufficiale spartano che ne assumesse il comando. Gli Spartani,
rimasti colpiti, scelsero Gilippo, un ufficiale che aveva relazioni
in Occidente. Figlio del generale, che, fuggito in esilio dopo
essere stato corrotto da Pericle (p. 245), si era in seguito
conquistata una fama presso i Greci d’Italia, Gilippo, dopo un
viaggio avventuroso insieme a un piccolo contingente,
raggiunse la Sicilia occidentale, senza farsi distogliere dalle
voci che volevano Siracusa già bloccata. Dopo aver raccolto
rinforzi sul posto, si mise in marcia e si unì ai difensori. Nicia,
ritrovandosi solo al comando, dopo che Lamaco era rimasto
ucciso nel corso di uno scontro, non si azzardò a battersi con
Gilippo né a mantenere l’assedio. Altri contingenti sbarcarono
sull’isola seguendo rotte diverse per congiungersi «alla brigata
internazionale»; Nicia, ora in pesante inferiorità numerica,
perse il controllo del territorio montagnoso, e gli Ateniesi, nel
loro campo base presso la grande baia, a sud della città, si
trovarono a essere assediati invece che assedianti.
Nicia, ormai prostrato ma, come sempre, meno timoroso del
nemico che degli Ateniesi, non sospese l’operazione. Inviò
invece un dispaccio (inverno del 414-413) nel quale, riferendo
le proprie difficoltà, affermava che, ora che il nemico aveva
ricevuto rinforzi, gli Ateniesi dovevano o sospendere
l’operazione, o inviare un altro contingente della stessa entità
del primo. Era la stessa tattica usata prima che la spedizione
salpasse, e di nuovo fallì. Mentre Sparta si accingeva a
riprendere la guerra in Grecia, Atene, con lo spirito irriducibile
di un eroe tragico, inviò altri cinquemila opliti e sessantatré
triremi, al comando di alcuni ufficiali, tra i quali Demostene, il
miglior stratega rimasto. Sembrava non vi fossero limiti alla sua
potenza, e il cuore dei Siracusani ebbe un nuovo sussulto.
Demostene lanciò un attacco notturno su grande scala per
riconquistare il terreno montagnoso, l’unica speranza di
rimettere l’assedio, ma dopo un buon inizio, l’operazione
terminò con una sanguinosa sconfìtta. A questo punto
Demostene era favorevole al ritiro, ma Nicia, con perversa
ostinazione, resistette ancora. Affermava che si sarebbe
piuttosto fatto uccidere dal nemico che dagli Ateniesi, i quali si
sarebbero infuriati e non avrebbero compreso l'ineluttabilità
della situazione; dichiarava inoltre che Siracusa era sull’orlo del
collasso economico, e di essere segretamente in contatto con
una fazione favorevole alla resa. Si dimostrò pronto a cedere
solo quando Siracusa ricevette ulteriori rinforzi, sia dalla Grecia
sia dalla Sicilia; ma allora, quando la decisione era già stata
presa, si verificò un’eclisse di luna (27 agosto 413). Secondo la
tradizione, ciò stava a indicare che non era il momento propizio
per iniziative importanti, e le truppe reclamarono a gran voce
un rinvio. Nicia, a sua volta impegnato (commenta Tucidide)
nel tentativo di scoprire il volere degli dei, consultò i suoi
indovini, che gli consigliarono di aspettare «tre volte nove
giorni» sino a una nuova fase lunare.
Il risultato fu la disfatta. I Siracusani e i loro alleati,
accorgendosi che gli Ateniesi progettavano di ritirarsi, uscirono
all'offensiva. Gli Ateniesi, trovandosi con le navi, escluse le
nuove arrivate, in cattive condizioni per l’impossibilità di lavori
di manutenzione, con gran parte degli equipaggi ammalati,
incapaci di farsi valere nelle acque ristrette della grande baia,
vennero sconfitti per mare. I Siracusani bloccarono allora
l’entrata della baia ancorando e legando insieme con funi
vecchie navi, e con una suprema vittoria, dopo perdite pesanti
per entrambi gli schieramenti, sventarono l’ultimo disperato
tentativo di fuga della flotta ateniese. Abbandonando le navi,
gli infermi e tutto ciò che non era trasportabile, gli Ateniesi
cercarono di ritirarsi nell’entroterra, ma i passi che
conducevano fuori della pianura costiera erano in mani ostili.
Costretti a lasciare la via diretta verso l’entroterra, a corto di
cibo e di acqua, i loro ultimi contingenti si disgregarono presso
il guado di un fiume sulla via costiera a sud di Siracusa:
Quando fu giorno Nicia spinse innanzi le sue truppe: i
Siracusani e gli alleati li attaccavano con la solita tattica,
bersagliandoli da ogni parte con frecce e giavellotti. Gli
Ateniesi avevano una gran fretta di raggiungere il fiume
Assinaro, sia perché, tormentati da ogni lato dagli attacchi
dei numerosi cavalieri e delle altre truppe, speravano di
poter migliorare la propria situazione quando avessero
guadato il fiume; sia anche perché erano sfiniti e
bruciavano di sete. Quando, finalmente, giunsero sulla riva
vi si precipitarono ormai in pieno disordine: ognuno voleva
essere il primo a passare e i nemici che incalzavano
rendevano ormai difficile il guado. Costretti a procedere in
file serrate, cadevano gli uni sugli altri e si calpestavano a
vicenda; trapassati dai giavellotti e impacciati dalle
armature, alcuni morivano all’istante; altri rimanevano
impigliati e venivano trascinati dalla corrente. I Siracusani,
schierati sull’altra riva del fiume (che era ripida),
saettavano dall’alto gli Ateniesi, intenti, i più, a bere
avidamente e che si ostacolavano tra loro nel letto incassato
del fiume. I Peloponnesiaci vi discesero e fecero un gran
massacro di quelli che vi si trovavano. L’acqua ne fu subito
inquinata; ma tuttavia la bevevano ugualmente, mista
com'era di sangue e di fango; e i più anzi se la contendevano
con le armi in pugno.
Alla fine, quando ormai i cadaveri giacevano a mucchi nel
fiume, ammassati gli uni sugli altri, e l’esercito era in piena
disfatta, non solo per la strage sulle rive del fiume, ma
anche perché quelli che fuggivano erano abbattuti per
l’azione della cavalleria, Nicia si arrese a Gilippo, perché
aveva più fiducia in lui che nei Siracusani. Lasciava a
Gilippo e agli Spartani la facoltà di fare di lui quello che
volevano, purché avesse fine il massacro degli altri suoi
soldati. Gilippo, allora, diede ordine che si prendessero vivi
[...]
I Siracusani, in ogni modo, reclamarono da Gilippo, Nicia e
Demostene, e con suo grande disappunto (avrebbe voluto
portarli a Sparta) li misero a morte. I più accaniti sostenitori di
tale provvedimento furono coloro che avevano avuto contatti
con Nicia attraverso le linee, timorosi che, sotto tortura, potesse
rivelare fatti imbarazzanti. Lo scudo di Nicia, splendido d’oro e
di porpora, rimase a lungo esposto in un tempio. «Nessun uomo
della mia epoca» commenta Tucidide «meritava, meno di lui,
una morte tanto indegna; tutta la sua vita si era ispirata a un
codice riconosciuto di virtù.»
I cittadini ateniesi prigionieri - circa settemila, dopo che
molti erano stati fatti schiavi da singoli vincitori - vennero
ammassati nelle grotte fuori Siracusa, che apparivano il luogo
più sicuro per tenerli; e, raccolti in questi campi di
concentramento, senza riparo contro il primo sole dell’autunno
e la pioggia invernale, «costretti a fare ogni cosa nel medesimo
luogo» e nutriti con metà della razione di cibo e acqua destinata
a uno schiavo, nella maggior parte morirono nell’arco di otto
mesi. Si narra, tuttavia, che alcuni di loro riuscirono ad
assicurarsi condizioni meno dure e, alla fine, a ottenere la
liberazione, quando i Siracusani scoprirono che avevano una
qualità particolarmente ricercata: sapevano recitare intere
liriche e lunghi brani di Euripide.

3 Gli ultimi anni di guerra

Ma Atene non crollò. Con una guarnigione spartana


costantemente insediata a Decelea, a circa venticinque
chilometri a nord della città (secondo il consiglio di Alcibiade);
con i Peloponnesiaci, finanziati dalla Persia e rinforzati dalla
Sicilia, che contendevano loro il comando del mare; con la
Ionia in rivolta, gli Ateniesi costruirono nuove navi e
combatterono per nove anni (412-404). Nel 411, dopo un
secolo di democrazia, scoppiò la rivoluzione. La guida
democratica venne screditata, ma solo quando numerosi
democratici di spicco furono assassinati da sicari durante una
riunione dell’assemblea convocata al di fuori delle mura, in un
luogo in cui molti erano probabilmente timorosi di recarsi, un
comitato autodefinentesi il Popolo di Atene abrogò la
democrazia, sostituendone le istituzioni con il consiglio dei
Quattrocento di stampo oligarchico. Questi promisero, senza
però affrettarsi a farlo, di compilare una lista di cinquemila
cittadini aventi diritto di voto. Cercarono inoltre di stipulare la
pace, ma senza riuscire a ottenere condizioni accettabili. La
flotta e l’esercito al largo della Ionia, con base a Samo, si
dichiararono per la democrazia; gli stessi oligarchi si divisero in
una fazione moderata e in una radicale; e nel giro di due anni,
senza quasi spargimenti di sangue, venne restaurata la
democrazia.
Nel frattempo Alcibiade, che si trovava in Ionia, aveva
nostalgia di Atene; era stato inoltre sospettato di aver sedotto la
moglie di un re spartano. Intrigando con entrambi i partiti e
finendo con il tradire gli oligarchi, venne benevolmente accolto
dalla flotta presso Samo. Dopo tutto, non si era dimostrata la
sua colpevolezza in relazione all’accusa di aver mutilato le
erme; fu quindi facile affermare che erano state esagerate le
dichiarazioni intorno a una sua profanazione dei misteri.
Era diventato un uomo abile e risoluto, che non nutriva più
velleità di vittorie facili e gratuite. Sotto il suo accorto comando
gli Ateniesi distrussero il grosso della flotta peloponnesiaca,
che, insieme a uno squadrone siracusano, all’altezza dei
Dardanelli, cercava di tagliare le rotte vitali nel mar Nero. In
quel momento Atene respinse, con conseguenze disastrose,
un’offerta di pace, che le garantiva ciò che possedeva. Vennero
riconquistate le città del nord che si erano ribellate, comprese
Taso e Bisanzio, ma neppure Alcibiade poteva riconquistare la
Ionia; e quando andarono deluse le esagerate speranze riposte
in lui, i suoi nemici incominciarono a mormorare che, se egli
fosse uscito vincitore, avrebbe imposto una tirannia militare.
Una flotta nemica venne in breve inviata nuovamente all’estero,
sotto il comando dell’inflessibile e astuto spartano Lisandro, e
quando questi riportò una parziale ma dolorosa vittoria
approfittando dell’assenza di Alcibiade impegnato a raccogliere
il denaro di cui aveva disperatamente bisogno dalle città ancora
sottomesse, Alcibiade, accusato di aver affidato il comando a
un ufficiale incapace, venne sospeso. Per l’ennesima volta, non
volle correre il rischio di recarsi in patria ad affrontare i nemici
davanti a una corte di inchiesta. Si ritirò in un castello privato
che aveva acquistato nella penisola di Gallipoli. Ancora una
volta, quest’uomo, che aveva fatto tanto male, venne destituito,
pare, ingiustamente.
Atene era impegnata in uno sforzo disperato. Da quando era
stata occupata Decelea, doveva venir importato quasi tutto il
cibo. L’Eubea era stata perduta durante la rivoluzione dei
Quattrocento. I cavalli della cavalleria vennero sfiancati in
interminabili pattugliamenti. Più di ventimila schiavi, «per lo
più occupati nell’industria», fuggirono a Decelea, forse solo per
venir nuovamente ridotti in schiavitù. Non si riuscivano a
sfruttare le miniere d’argento; Atene si ridusse a fondere le
statue e altre offerte votive dei giorni felici, e per la prima volta
produsse monete d’oro e rame. C’erano ancora molti lavoratori
specializzati, schiavi e liberi; e proprio in quest’epoca, la città,
dando lavoro a molti uomini altrimenti destinati a vivere «di
sussidi», portò a termine l’Eretteo sull’Acropoli: un tempio
insolito, a forma irregolare, edificato per coprire un insieme di
luoghi sacri, con un portico munito di colonne ioniche,
riccamente adornate su un lato e sull’altro il delizioso portico
delle Cariatidi.
Il teatro continuava a dare sostegno spirituale e a evolversi.
Nel campo della tragedia i poeti sempre più si accorgevano che
il coro era d’impaccio, quando si trattava di dar vita a una trama
complessa. Euripide, in alcuni drammi, gli fa pronunciare
liriche di evasione, solo debolmente collegate alla vicenda; si
dice che Agatone avesse introdotto interludi musicali del tutto
slegati dai fatti. Sofocle, al contrario, nel Filottete (composto
nel 409, quando aveva ottantasei anni) riduce drasticamente i
canti corali, integrandoli nella trama. Aristofane riusciva ancora
a far ridere. Nella sua famosa e ridanciana Lisistrata del 411,
immagina che le donne, scendendo in sciopero, si impossessino
dell’Acropoli e vi resistano sino a che gli uomini non accettano
di sospendere la guerra. Più tardi, divenuta pericolosa la satira
politica, egli si dedicò a soggetti letterari. Nelle Tesmoforie,
intitolata a una festa riservata alle donne, queste attaccano
Euripide (soccorso da Agatone) per gli inquietanti studi di
psicologia femminile da lui svolti, e nell’ultimo anno di guerra,
nel 405, quando erano già morti sia Sofocle sia Euripide,
Aristofane, nelle Rane, descrive il dio Dioniso mentre scende
nell’Ade per implorare la liberazione di un tragediografo, non
essendone rimasto vivo neppure uno di decente. Sofocle,
«sempre contento», non prende parte alla competizione; lo
fanno Eschilo ed Euripide, con gran chiasso e spasso. La
vittoria, com’è naturale, spetta a Eschilo, il poeta dei bei giorni
felici; ma si dà per scontato che nessuno, salvo Euripide, sia
degno di venir nominato insieme a Eschilo e Sofocle come uno
dei «tre grandi».
La commedia era considerata come un vero e proprio servizio,
e quando Eupoli, il rivale di Aristofane, rimase ucciso in
battaglia nel 412, Atene ebbe la grandezza di spirito, persino in
un simile frangente, di decretare che, da quel momento in poi, i
poeti affermati non sarebbero stati mandati a compiere servizi
attivi all’estero.
Ma la guerra si protraeva. Nel 406, raschiando il fondo delle
loro risorse, gli Ateniesi riportarono una grande vittoria navale,
al largo delle isole Bianche, le Arginuse, vicino a Mitilene. Ma,
una volta di più, rifiutarono una pace che li avrebbe lasciati solo
con alcuni brandelli dell’impero. La stessa vittoria era costata
cinquemila vite: nella notte tempestosa, in mezzo a una terribile
confusione, non si erano sapute prendere le misure necessarie
per trarre in salvo i naufraghi aggrappati ai rottami. La cosa
sollevò l'indignazione popolare. Gli strateghi affermarono di
aver affidato l’operazione di soccorso ad alcuni capitani,
compreso il politico Teramene, che ora li accusava; nello
scambio delle accuse si aggravò la versione della negligenza.
Teramene ebbe la meglio, e sei strateghi vennero condannati a
morte (non su sua proposta) dall’assemblea, senza un vero e
proprio processo. Socrate, in quel momento consigliere - il solo
incarico politico che abbia mai ricoperto -, si trovò a far parte
del comitato di presidenza; cercò di rifiutarsi di «sollevare un
dibattito», ma venne bruscamente messo da parte. Tra i sei
generali morì Pericle il giovane, figlio di Pericle e Aspasia.
La fine giunse l’anno seguente, quando il nucleo della flotta
ateniese, sotto una guida incompetente, venne sorpreso da
Lisandro sulla spiaggia presso Egospotami. Nove navi
fuggirono; centosettanta vennero catturate; quattromila
prigionieri ateniesi vennero messi a morte a sangue freddo.
Negli ultimi tempi, anche gli Ateniesi avevano preso a uccidere
i prigionieri. Lisandro minacciò di morte gli Ateniesi catturati
fuori da Atene, e da ogni avamposto i profughi rifluirono in
patria a ingrossare il numero delle bocche da sfamare della
città. Temendo di fare la fine di Melo e Scione, Atene resistette
all’assedio, cercando disperatamente di giungere a un accordo
che lasciasse intatte le Lunghe Mura. Con la gente che moriva
per le strade, la città resistette durante tutto l’inverno. Ma nella
primavera del 404 apparve chiara l’inutilità dello sforzo. E
Atene offrì una resa senza condizioni.

4 Rivoluzione e controrivoluzione

In una conferenza tenutasi a Sparta, Tebe e Corinto, tra gli altri,


sostennero con insistenza la necessità che Atene facesse la fine
di Melo e Scione. Il che avrebbe permesso a Tebe di dominare
sull’intera Attica. Gli Spartani, contrari a distruggere una città
che aveva «reso buoni servigi nell’epoca del massimo pericolo
per la Grecia», incorporarono Atene nel loro sistema. Atene
doveva «avere gli stessi amici e nemici di Sparta» (perdendo il
controllo della politica estera) e riaccogliere gli esuli
antidemocratici, ora numerosi. Le venne concesso di
conservare dodici navi da guerra (sufficienti per svolgere
un’opera di polizia locale) e le mura della città, ma non quelle
del Pireo. Fino a quando avesse obbedito a Sparta, Atene
avrebbe avuto i mezzi per difendersi dalle popolazioni
confinanti, che le erano profondamente ostili.
A queste condizioni la guerra terminò. «Lisandro entrò con le
navi nel Pireo [...] e le mura vennero demolite da mani zelanti,
mentre le flautiste suonavano, e la gente pensava che in quel
giorno fosse cominciata la libertà per l’Ellade.»
Con Sparta, che dichiarava di proteggere Atene, con le masse
impaurite e affamate, con gli uomini al potere ormai screditati,
era chiaro che il destino della democrazia fosse segnato; ma
perfino tale trapasso avvenne, sulle prime, in maniera
relativamente equa. «È stato deciso dal popolo» recitava il
preambolo di un decreto passato sotto il gelido sguardo di
Lisandro «di scegliere trenta uomini perché codifichino le leggi
avite secondo le quali sarà governato.» Le «leggi avite» erano
da tempo la parola d’ordine della reazione. Nel frattempo, i
Trenta agivano come governo provvisorio. Lisandro si
allontanò per espellere da Samo i democratici, che ancora vi
resistevano; ma non passò molto che i Trenta chiesero a Sparta
una milizia in grado di sostenerli sino a quando non avessero
ripulito la città dagli «elementi criminali». Sull’Acropoli si
installarono settecento uomini armati della Laconia;
nient’affatto sufficienti per dominare un’Atene unita, ma non
c’era unità ad Atene. I «cavalieri» e numerosi membri della
classe oplitica sostenevano i Trenta. Questi sterminarono
dapprima quegli estremisti che avevano soffocato
l’opposizione, rifiutato le condizioni di pace e si erano resi
responsabili di crimini come la condanna a morte degli
strateghi: nelle condizioni presenti, furono in pochi a
rimpiangerli. Ma con il passar del tempo, mentre venivano
messi a morte uomini innocenti soltanto perché erano stati o
sarebbero potuti diventare portavoce democratici, e i loro beni
servivano a rinforzare il governo e a pagare i Laconi, crebbe
l’ostilità, in quel momento ancora muta. Alcuni democratici
fuggirono oltre frontiera; tra di loro vi erano due ex strateghi,
Trasibulo e Anito, e Tebe, che non gradiva affatto veder Atene
ridotta a essere in permanenza un satellite di Sparta, concesse
loro ospitalità. Ad Atene cresceva il numero di quanti avevano
motivo di temere che qualcuno, di giorno o di notte, bussasse
perentoriamente alla loro porta.
Un episodio, degno della Gestapo, verificatosi in quei mesi,
riguarda proprio la famiglia nella cui casa Platone ambienta il
suo dialogo più famoso, La Repubblica o Sulla giustizia. Si
trattava di una famiglia agiata, non ateniese, di fabbricanti di
armi del Pireo. Il vecchio Cefalo, immigrato da Siracusa ai
tempi di Pericle, era morto, e alla guida della famiglia era il
figlio Polemarco, che compare nel dialogo. La storia venne più
tardi narrata in tribunale da un altro suo figlio, più giovane,
Lisia, che sarebbe diventato famoso come scrittore di discorsi
su commissione.
I Trenta avevano deciso che alcuni residenti stranieri erano
loro ostili; inoltre, si trovavano nuovamente a corto di denaro.
Stabilirono, così, di arrestare dieci persone, «compresi due
poveracci per salvare le apparenze».

Mi trovarono, mentre intrattenevo alcuni ospiti; li


cacciarono fuori, e lasciarono Pisone a sorvegliarmi; gli
altri, intanto, si recarono nell'officina per inventariare gli
schiavi. Io chiesi a Pisone se era disposto a lasciarmi fuggire
dietro un compenso, ed egli rispose di sì, purché fosse
consistente. Così gli offrii un talento, ed egli accettò.
Consapevole che non aveva rispetto né per gli dei né per gli
uomini, pensai tuttavia che in simili circostanze dovevo
farlo giurare. Così fece, invocando distruzione su se stesso e
sui suoi figli; io mi recai nella mia stanza e aprii il mio
forziere. Ma Pisone se ne avvide, entrò, e quando scorse il
contenuto del forziere, chiamò due servi e disse loro di
prenderlo. La somma effettiva era di tre talenti d’argento,
quattrocento pezzi d’oro di Cizico, cento pezzi d’oro della
Persia, e quattro coppe d’argento. Lo implorai di lasciarmi
un po’ di denaro per il viaggio, ma egli disse che dovevo
accontentarmi di salvare la pelle.
Nell’uscire Pisone e io ci imbattemmo in [altri due dei
Trenta] che giungevano dall’officina. Ci incontrarono
proprio sulla porta, e chiesero dove stessimo andando.
Pisone rispose che eravamo diretti da mio fratello, per
provvedere lì ad alcune cose. Quelli gli dissero di andarci da
solo, e a me ingiunsero di seguirli a casa di Damnippo.
Pisone, avvicinatosi, mi disse di tenere la bocca chiusa e di
non perdere la speranza: mi avrebbe raggiunto.
Da Damnippo trovammo Teognide, che faceva la guardia
ad alcuni prigionieri. Dopo avermi consegnato a lui,
tornarono indietro. Ero disperato, e pensavo di dover fare
ogni tentativo. Così mi avvicinai a Damnippo (il padrone di
casa era uno dei Trenta) e dissi: «Tu sei mio amico, e io mi
trovo nella tua casa. Sono un uomo innocente, e vengo
mandato a morte per il mio denaro. Ti prego, fai tutto ciò
che ti è possibile per salvarmi».
Damnippo disse che lo avrebbe fatto, ma, a suo avviso, era
opportuno parlarne con Teognide; pensava che quello
avrebbe fatto tutto per denaro. Conoscevo bene quella casa,
compreso il fatto che aveva un’altra entrata sul retro; così
mentre era intento a parlare con Teognide, pensai di tentare
la fuga per quella via, considerando che, se venivo preso,
restava ancora la possibilità che Damnippo riuscisse a
corrompere Teognide a lasciarmi andare, mentre, se non ci
fosse riuscito, avrei dovuto in ogni caso morire. Così scivolai
via, mentre quelli sorvegliavano la porta che dava sul
cortile; vi erano tre porte che dovevo passare, ma, per
buona sorte, nessuna era sprangata. Mi diressi verso la casa
di Archeneo, un capitano marittimo, e lo indussi a salire ad
Atene per informarsi su mio fratello. Tornò con la notizia
che era stato arrestato per la strada e condotto in prigione.
Udito ciò, mi imbarcai la notte seguente e compii la
traversata fino a Megara. Ma a Polemarco i Trenta diedero
l’ordine consueto - bere la cicuta - senza neppure
comunicargli quale fosse l’accusa contro di lui.

Depredarono il patrimonio di Polemarco, continua Lisia,


persino gli orecchini della moglie; la sua famiglia dovette
elemosinare e chiedere in prestito l’occorrente per fargli il
funerale, eppure era stato il padrone di centoventi schiavi (è la
manifattura di gran lunga più grande che conosciamo ad Atene).
A capo dei Trenta Tiranni, come Atene prese a chiamarli,
c’era Crizia. Probabilmente è l’anziano prozio di Platone che,
nel Timeo e nel Crizia, narra le presunte tradizioni egizie
intorno a un’Atlantide perduta e racconta come Atene avesse
respinto l’invasione di quelle potenza marittima dedita al culto
del toro (p. 333). Compare nel Carmide, che, risalente all’epoca
in cui Socrate era appena tornato da Potidea (432), prende il
nome dal giovane più promettente di quei giorni, cugino di
Crizia e fratello della madre di Platone. Quando Crizia -
racconta Socrate con gravità - invitò Carmide a unirsi al gruppo,
tutti si diedero tali spintoni che quello che si trovava a
un’estremità della panca cadde per terra, mentre quello che
sedeva all’altra estremità dovette alzarsi. Carmide era ora il
luogotenente di Crizia cui spettava il comando del Pireo.
Crizia aveva composto poemi e tragedie; in un brano giunto
fino a noi, dove si parla di Sisifo, il leggendario re malvagio di
Corinto, un personaggio spiega che la fede negli dei viene
introdotta da un ingegnoso governante, in modo che i malvagi
avessero da temere uno sguardo onnipresente.
Esiliato da Atene, Crizia si trattenne per un certo periodo in
Tessaglia, dove - cosa sorprendente - organizzò una rivolta di
schiavi. Non si trattava evidentemente di un reazionario
convenzionale; anzi era un seguace del «nuovo pensiero»,
secondo cui il governo della virtù poteva venir imposto con la
forza. (Perfino Lisia afferma che ciò era quanto i Trenta
dichiaravano di fare.) Ma il primo passo era avere il potere: a
questo fine il governo doveva poter contare su risorse
finanziarie; l’ostilità doveva essere repressa; i benpensanti
passivi dovevano venir compromessi con il governo. Cercò di
coinvolgere Socrate inviandolo, insieme ad altri tre uomini, a
eseguire un arresto, ma, mentre i tre obbedirono, Socrate si
limitò a tornarsene a casa. Avrebbe potuto passare dei guai per
l’antica amicizia con Crizia e Carmide; ma, intorno a
quest’epoca (alla fine del 404), il loro tempo stava per esaurirsi.
Cominciò Teramene, oligarca moderato e uomo politico -
Crizia era un teorico - che, opponendosi al regime del terrore e
sostenendo con forza come in tal modo il governo perdesse
appoggi e si creasse nemici, provocò una spaccatura fra gli
uomini al potere. Crizia si sbarazzò di lui, terrorizzando il
consiglio, con un dispiegamento di uomini armati sino ai denti
nel corridoio sottostante, tanto che Teramene fu condannato a
morte per cicuta. Ma cresceva il pericolo intorno a Crizia. Anito
e Trasibulo, un uomo risoluto dalla voce possente, insieme a
settanta seguaci, attraversarono le montagne muovendo da Tebe
e presero il forte non presidiato di File, a quindici chilometri da
Atene, in prossimità delle colline. I sostenitori dei Trenta
tentarono un attacco ma vennero respinti, e una prematura e
pesante nevicata sventò un loro tentativo di porre un assedio. I
democratici accorsero a File sino a che le forze di Trasibulo
non salirono a settecento uomini, poi andarono all’offensiva,
sbaragliando, con un attacco di sorpresa all’alba, gli avamposti
tenuti da due squadroni di cavalleria e dal grosso dei Laconi.
Quattro notti più tardi, forti ormai di mille uomini, sebbene
soltanto seicento fossero armati, Anito e Trasibulo marciarono
sul Pireo e vi penetrarono attraverso le brecce nelle mura.
Crizia li affrontò con tremila Ateniesi, arruolati per formare la
sua docile assemblea, ma il piccolo contingente armato dei
democratici, appoggiato da una folla di frombolieri assiepati
alle sue spalle e sui tetti, difese la propria posizione nella strada
principale che conduceva sul colle di Munichia: la popolazione
del porto era insorta. Dopo un violento scontro, gli oligarchi
vennero respinti giù dalla collina, lasciando sulla strada, morti,
Crizia, Carmide e settanta altre vittime.
Non era ancora finita. Per altri quattro mesi gli oligarchi
tennero Atene, dove risiedeva la maggior parte dei conservatori,
mentre il grosso degli oppositori era fuggito o era stato
massacrato; Sparta intervenne. Ma il giovane re Pausania
considerò la situazione con sguardo particolarmente
lungimirante. Mise da parte Lisandro, che avrebbe voluto
schiacciare i democratici Perfino quando le sue truppe si
trovarono a combattere contro gli uomini di Trasibulo, Pausania
si rifiutò di forzare la situazione, e, grazie ai suoi buoni uffici,
la pace venne ristabilita e i democratici rientrarono
trionfalmente in Atene. Solo i capi oligarchi vennero banditi;
per tutti gli altri venne decretata un’amnistia. L’arcontato di
Euclide, che assunse la carica a metà dell’estate del 403, segnò
la restaurazione della democrazia.

NOTE su ATLANTIDE:
Il Crizia di Platone sostiene di averne appreso la storia,
all’età di dieci anni, dal padre, allora quasi novantenne, che
l’aveva appresa da suo padre, che l’aveva appresa da
Solone, che l’aveva appresa da alcuni sacerdoti di Sais in
Egitto. Atlantide era una vasta isola dell’oceano Atlantico,
che «novemila anni fa» aveva formato una grande civiltà e
una costituzione ideale, e dominava sul Mediterraneo.
Divenuta però bellicosa, Atlantide era stata sconfitta da
Atene (dove ogni cosa era, allora, più grande e più bella), e
in seguito, per l’ira degli dei, era affondata nel mare. Non
ne parla nessuno scrittore prima di Platone (neppure
Erodoto, che aveva interrogato gli archivisti di Sais), ma la
storia (come il mondo di Tolkien) divenne immensamente
popolare, e, nel corso dei secoli, diversi scrittori hanno
cercato di individuarne gli elementi storici. Per un certo
periodo si pensò soprattutto alla Creta minoica, con le sue
tauromachie; ora, con la scoperta di un vero e proprio
cataclisma, la favorita è Tera. Lo si vorrebbe credere; ma
niente, nei documenti giunti a noi, indica che gli Egizi si
fossero interessati agli eventi oltremare; e la «tradizione
orale» di Platone è (ironicamente) inconsistente. Ne hanno
discusso E.W. Ramage (a cura di) e altri studiosi: Atlantis:
Facto of Fiction? (Università dell’Indiana, 1978) e
(succintamente) A.R. Burn e Mary W. Burn, The Living
Past of Greece (Herbert Press, 1980), pp. 52-7.
Capitolo XIV -
L’ETÀ DI PLATONE

1 L’Atene postbellica e la morte di Socrate

La restaurazione della democrazia non fu la meno nobile tra le


imprese di Atene. Trasibulo e Anito si resero conto che era
essenziale per Atene mostrare un fronte unito, in modo da non
indurre Sparta a intervenire di nuovo, e di comune accordo
lasciarono le proprietà che erano state loro confiscate nelle
mani di chi le aveva acquistate. L’amnistia venne eseguita
punendo severamente quanti avevano cercato di farsi vendetta
da sé. La situazione economica non tardò a tornare accettabile;
il grano crebbe, non più calpestato dai nemici, e le imbarcazioni
poterono nuovamente prendere il largo. Ma non si potevano
cancellare facilmente gli amari ricordi. L’Atene postbellica non
era certo un luogo piacevole. Le arringhe, tratte da casi
giuridici, mostrano che, sebbene non si potessero invocare gli
eventi verificatisi «prima di Euclide», era tuttavia impossibile,
in base ai regolamenti ateniesi o in base alla mancanza di
regolamento, evitare che se ne dibattesse nei processi.
Andocide, il giovane aristocratico e brillante oratore che,
rovesciando l’evidenza dei fatti, aveva interrotto la caccia alle
streghe scatenatasi dopo l’affare delle erme, dovette
riesaminare l’intera vicenda, e dovette riaprire anche il caso
della faida matrimoniale in cui era coinvolto Callia, il
«portatore di torcia», sebbene ufficialmente si limitasse a
difenderne i diritti politici garantitigli dall’amnistia. Le arringhe
contro e a favore del giovane Alcibiade (figlio del famoso
personaggio omonimo), accusato di essersi sottratto al servizio
militare, risalgono a molti anni addietro nella storia della
famiglia. Viene ampiamente discussa la movimentata carriera
di suo padre, con particolare riferimento a un litigio sorto
intorno alla gara dei carri ai giochi Olimpici del 416.
L’Alcibiade famoso era morto; il suo ultimo periodo come
stratega della democrazia non lo aveva ingraziato né agli
oligarchi né a Sparta. Dopo Egospotami, era fuggito dal suo
castello non lontano da Sparta (da dove aveva vanamente
cercato di avvertire i comandanti ateniesi del pericolo
incombente) ed era passato in Asia. Come già Temistocle,
intendeva rifugiarsi presso le corte persiana; ma Lisandro
(probabilmente), timoroso del fascino che emanava la sua
personalità, diede ordine al governatore del luogo di sbarazzarsi
di lui. Durante la notte venne data alle fiamme la casa nella
quale era alloggiato, ed egli cadde sotto le frecce quando,
giocando il tutto per tutto, lanciò nel vano della porta in fiamme
le lenzuola e, spada in pugno, si scaraventò fuori all’assalto. La
sua ultima «ragazza» lo avvolse nella sua lunga tunica per
assicurargli una decorosa sepoltura.
Ma il processo, che, per fama, oscura tutti gli altri tenutisi in
quegli anni, fu quello di Socrate, nel 399. L’accusa, conservata
nell’ufficio del registro che Atene aveva di recente istituito,
suonava:
Che Socrate non crede negli dei in cui crede la città, ma
introduce diverse e nuove divinità; inoltre, corrompe la
gioventù. Pena richiesta: la morte.
Perché questo processo, proprio allora? Socrate aveva quasi
settant’anni, e poneva le sue famose domande da un’epoca che,
per la maggior parte, non era neppure un ricordo. Senza dubbio,
la vita pubblica si era andata inasprendo dopo la rivoluzione,
ma ci si sarebbe potuti aspettare che, in quattro anni, il peggio
fosse passato. Socrate - in realtà un uomo religioso - non
credeva a molte storie sacre, al punto che era possibile
affermare che i suoi dei differivano da quelli della città. Non vi
era, d’altra parte, nulla di nuovo in questo. Se aveva elaborato
una religione adatta a un’epoca scientifica, lo stesso aveva fatto
Anassagora; e se Anassagora, anni prima, era stato cacciato
dalla città, il suo libro, come Socrate ricordò in tribunale, era in
vendita nelle bancarelle nell’orchestra del teatro. Se era stato,
un tempo, amico di Crizia e di Carmide, era però diventato loro
inviso prima che cadessero. In ogni caso la storia passata non
poteva trasformarsi in imputazione.
Nel 399, il «clima dell’opinione pubblica» gli era senza
dubbio sfavorevole. Molti giovani aristocratici intorno a lui
erano morti o caduti in disgrazia, e i capi della restaurata
democrazia appartenevano alla classe media, gente «senza grilli
per la testa», uomini d’affari poco inclini alla cultura. E furono
d’accordo quando Meleto (probabilmente un bigotto; non lo
stesso Meleto che aveva citato in giudizio Andocide) intentò un
processo con lo scopo di bandire Socrate da Atene.
Proprio tra questi «democratici conservatori» Socrate si era
appena fatto un nemico pericoloso: lo stratega Anito. Costui era
il figlio di un uomo venuto dal nulla, che si era costruito una
fortuna con l’industria delle pelli. In una fugace comparsa nel
dialogo platonico intitolato Menone, esprime, intorno alla
questione prediletta da Socrate: «Può la virtù venir insegnata?»,
la schietta convinzione borghese che è il padre la persona adatta
a istruire un giovane. Pedagoghi di professione? Sofisti? Non
sia mai! «Devi essere molto arrabbiato con i sofisti» afferma
Socrate. «Uno di loro ti ha forse offeso?» «No, non li avvicino
mai.» «Ma allora, come fai a conoscerli?» «Li conosco
abbastanza» afferma Anito, ritirandosi, quasi inavvertito poco
dopo, dalla conversazione. Ma lo affliggeva qualcosa di più
personale che lo scambio di opinioni con Socrate. Egli aveva un
figlio; e, visto che Anito non era tanto vecchio da non
partecipare alle operazioni di guerriglia a File, è verosimile che
il figlio fosse ancora in età di crescita. Il figlio s’intrattenne con
Socrate, che lo trovò d’ingegno sottile - troppo sottile per venir
confinato nell’amministrazione di una conceria. Socrate, che tra
le sue doti migliori non annoverava la discrezione, lo disse ad
Anito, consigliandogli di dare al figlio un’educazione superiore.
Anito, rifiutando rabbiosamente, insistette perché il figlio si
dedicasse agli affari. Il ragazzo, lasciato a se stesso con la
sensazione di meravigliose verità che gli venivano tolte dopo
essergli state rivelate soltanto per metà, finì con il darsi al bere.
Così, quando Meleto, «un giovane con la barba rada e il naso
adunco» (afferma duramente Platone) formulò l’accusa, Anito
non soltanto l’approvò, ma si presentò in tribunale per
testimoniare a suo favore.
Platone, che, allora quasi trentenne, venerava Socrate,
afferma senza reticenze, con grande obiettività, che Socrate
andò in cerca di guai. Convinto, infatti, che il dio lo avesse
investito della missione di stimolare il popolo a pensare, non
era disposto a indietreggiare di un passo, né a parole né a fatti.
Platone compose, collocandolo tra le proprie opere prima della
famosa Apologia, o discorso di difesa, un breve e spiritoso
dialogo nel quale Socrate, mentre attende presso la Stoà del Re,
nell’Agorà, che vengano portate a termine le procedure
preliminari, catechizza Eutifrone, fervente religioso, recatosi in
tribunale per accusare il padre di omicidio. Il padre aveva
colposamente provocato la morte di un operaio per averlo
tenuto troppo a lungo legato, dopo che questi aveva ucciso uno
degli schiavi del suo podere nel corso di una lite tra ubriachi.
Secondo Eutifrone, è la volontà di dio che il delitto di sangue
venga punito, se pur compiuto in circostanze attenuanti. Oh,
afferma Socrate con ammirazione, devi essere proprio un
esperto di questioni teologiche; dovresti insegnarmi ed eviterò
di finire nei guai per eresia.
Ha così inizio l’opera di catechizzazione, e in breve Eutifrone
viene coinvolto nel problema se il dio approva un’azione
perché è giusta, oppure se essa è giusta perché l’approva il dio.
Eutifrone, che non ha mai meditato sulla cosa e desidera tener
per buone entrambe le risposte, si trova per due volte braccato
nel circolo della propria argomentazione, e alla fine si ricorda
di avere un impegno altrove: eppure, pochi minuti prima,
aspettava, al pari di Socrate, che arrivasse il «re», l’arconte,
preposto alle questioni religiose, e aprisse la cancelleria.
Socrate, in breve, viene rappresentato mentre, alla vigilia del
suo processo, è intento a turbare le convinzioni di un pio
cittadino.
Nell'Apologia Socrate tratta la corte con ragionevole rispetto,
ma con inflessibilità, fornendo un resoconto della sua missione
e protestando: «O Ateniesi, io vi amo e vi onoro, ma obbedirò
al dio piuttosto che a voi», anche se avesse dovuto morire molte
volte, per questo. Venne riconosciuto colpevole con 81 voti
contro 220.
Si trattò allora di stabilire la pena. Salvo che nel caso in cui
era stabilita per legge, il condannato aveva il diritto di proporre
una pena alternativa a quella richiesta dall’accusa, e la giuria
doveva scegliere tra le due. Se Socrate avesse indicato l’esilio,
la sua proposta sarebbe stata probabilmente accettata; ma
un’aperta ritrattazione era per lui inaccettabile. Dopo essersi
consultato con i suoi amici, che lo scongiurarono di essere
ragionevole, affermò candidamente che, a suo avviso, meritava
di essere mantenuto come pubblico benefattore; ma per amore
dei suoi amici, avrebbe proposto una multa di tremila dracme.
Tutti sapevano che non aveva tale somma, ma Socrate in ogni
caso lo ribadì. Dalla vendita di tutti i suoi beni sarebbe stato
possibile ricavare cento dracme; ma «Platone e (altri amici)
faranno da garanti per me». La giuria, sentendosi insultata, optò
per la pena di morte con una maggioranza più larga di quella
che in origine lo aveva trovato colpevole.
Sarebbe comunque potuto fuggire. Critone, infatti, uno dei
suoi amici più fedeli, aveva corrotto il carceriere,
probabilmente con grande facilità, dal momento che solo pochi
uomini influenti desideravano veramente la morte del filosofo.
Ma Socrate si rifiutò di scappare. «Non obbedirò alle leggi, che
mi hanno protetto sinora? Rimasi al mio posto nell’esercito, là
dove mi avevano messo i generali; non rimarrò al mio posto
ora, là dove mi ha destinato il dio?» Fuggire alla morte sarebbe
un comportamento simile a quello di Achille nell'Iliade? Dopo
un certo ritardo, dovuto alla tregua religiosa durante la quale
nessuno poteva venir messo a morte, e che egli trascorse
conversando con gli amici e mettendo in versi alcune favole di
Esopo, arrivò il giorno fatale. A un amico che piangeva
disperatamente: «È orribile che tu debba venir messo a morte,
quando non lo meriti», egli replicò: «Preferiresti forse che lo
meritassi?». Si racconta che abbia trascorso quel giorno a
dimostrare l’immortalità dell’anima, ma il famoso dialogo
Fedone (che prende il nome da un giovane prigioniero di guerra
di Elide, destinato alla prostituzione, che, su consiglio di
Socrate, Critone aveva riscattato dalla schiavitù) riflette la
metafisica del Platone maturo. Lo stesso Platone afferma di non
esser stato presente quel giorno, essendo ammalato. Socrate
bevve la cicuta al tramonto, rifiutandosi di attendere sino
all’ultimo istante, mentre il bagliore del sole morente
risplendeva sulla vetta dell’Imetto e Critone ripeteva invano: «Il
sole è ancora sulle montagne, o Socrate; non è necessario che tu
beva già».

2 Platone si volge al passato

Restavano ora in pochi della brillante compagnia che aveva


conversato con Socrate, e le forze più giovani si dispersero.
Senofonte, che come «cavaliere» aveva probabilmente servito
sotto i Trenta, nutrendo crescenti perplessità nei riguardi del
regime del terrore, si era già allontanato. Si unì alla spedizione
che il principe persiano Ciro, l’amico di Sparta, condusse
contro il re suo fratellastro con un corpo di quattordicimila
Greci, arruolati nel suo esercito. Quando Ciro cadde in
battaglia, i Greci, che avevano sbaragliato le truppe nemiche,
rimasero senza guide. I loro generali, invitati a un
abboccamento con i Persiani, vennero assassinati a tradimento,
ma le truppe, rifiutandosi di arrendersi, elessero nuovi generali,
uno dei quali era Senofonte, il giovane e colto soldato
gentiluomo. Muovendo dalla Mesopotamia, marciarono a nord
verso le montagne armene, le valicarono, privi di mappe, in
mezzo alla neve e tra tribù ostili, sino a che un giorno, con
immensa emozione, si udirono le file di testa gridare: «Il mare,
il mare!». Il resoconto che di questa lunga marcia ci fornisce
Senofonte nella sua Anabasi («spedizione nell’interno»)
rappresenta una delle più grandi storie di avventura greche.
Tornato in patria, Senofonte compose (non ad Atene, per
ragioni di cui si dirà) opere sulla caccia, sull’arte del cavalcare
e su altri argomenti, annotazioni estese sulle guerre della sua
epoca, senza aver la pretesa di dar vita a una storia sistematica,
e Ricordi di Socrate, in cui egli difende il suo maestro
dall’accusa di aver esercitato un’influenza negativa. Non ha la
qualità delle opere di Platone, ma serve a controllarne la
veridicità, dal momento che Platone attribuisce a Socrate la
paternità della sua stessa filosofia idealistica. In Senofonte e
Platone, si è detto, Socrate ebbe il suo San Marco e (p. 308) San
Giovanni.
Platone, che sul finire della giovinezza conobbe i tristi anni
della guerra, non ebbe più a impugnare le armi, ma la sua vita
conobbe momenti difficili. Dopo vari viaggi, nel 388 venne
invitato a Siracusa per fare da tutore al figlio del tiranno
Dionisio, una delle figure più pittoresche e nefaste della nuova
epoca. Dionisio aveva rovesciato la democrazia, dopo alcune
disfatte militari inflitte alla città dai Cartaginesi, che, per
vendicare la sconfitta del 480, avevano saccheggiato Selinunte
e Imera; ma le quattro guerre da lui intraprese contro Cartagine,
intervallate da aggressioni ai Greci del sud d’Italia, lasciarono
Cartagine ancora in possesso di un terzo della Sicilia, e un
paese devastato. Negli intervalli tra le guerre Dionisio compose
tragedie per le feste Dionisie che si tenevano ad Atene, e nel
367, dopo ripetuti sforzi, finì con il conquistare il primo
premio, e morì, si dice, per i postumi dei festeggiamenti
compiuti per celebrarlo. Il suo interesse per Platone era senza
dubbio genuino; ma questi non trovò di suo gradimento la vita
tra i milionari d’Occidente. Della Sicilia Platone disse che era
un luogo i cui ci si rimpinzava due volte al giorno e alla notte
non si dormiva mai soli, e con i suoi franchi discorsi suscitò
tanta ostilità che - si racconta - Dionisio lo imbarcò su una nave
(Atene era allora nuovamente in guerra con Sparta), insieme a
un ambasciatore spartano di ritorno in patria, con l’ordine di
«sbarazzarsene». L’ambasciatore (così almeno narrava la
storia) lo spedì al mercato degli schiavi di Egina, dove, per di
più, era stato decretato di mettere a morte tutti gli Ateniesi
sorpresi nell’isola; ma un tale Anniceride di Cirene, che Platone
aveva criticato per la sua filosofia edonistica, lo trovò e ne pagò
il riscatto. Tornato ad Atene, Platone raccolse in breve il denaro
necessario per ripagarlo, ma Anniceride lo rifiutò, e Platone,
cercando un degno impiego della somma corrispondente al suo
riscatto, se ne servì per acquistare un piccolo parco che si
trovava a poco più di un chilometro fuori delle mura
occidentali, nei pressi del santuario dell’eroe locale, Accademo.
Sorse così l’Accademia, dove egli austeramente trascorse il
resto della vita insieme a un gruppo di amici e allievi, dediti
allo studio e alla contemplazione. Vi erano ammessi donne e
uomini purché in possesso dei rudimenti della matematica.
Ritornò in Sicilia dopo la morte del tiranno, ma, accortosi che
Dionisio II, il vecchio pupillo, non era il re filosofo ideale, fece
ritorno in patria. Nello spazio di poco tempo Dionisio II perse il
potere, e si ritirò a Corinto. Da Platone aveva appreso
abbastanza per comporre un libro intitolato La filosofia
platonica, al quale Platone mosse forti obiezioni, e per
guadagnarsi da vivere insegnando (i nemici affermavano che si
limitasse a insegnare cose semplicissime).
L’Accademia platonica durò novecento anni, sino a che
l’imperatore cristiano Giustiniano non soppresse le scuole
filosofiche pagane (529 d.C.). Le dottrine, che variano nel
corso dei secoli dallo scetticismo dialettico al misticismo
neoplatonico, vennero sempre proposte richiamandosi alla
figura padre di Platone, al quale, come fondatore, vennero
sempre tributati grandissimi onori.
Per Platone, l’essenza delle cose, la verità in se stessa, era
qualcosa che non poteva essere messo per iscritto. La filosofia,
«amore della conoscenza», indicava un modo di vita. Dei libri
che professavano di racchiudere la «filosofia platonica», così
dice:
Non esiste alcun mio scritto sull’argomento, né mai esisterà.
Perché non è materia che possa essere formulata con
parole, come avviene per altri insegnamenti. Solo dopo una
lunga frequentazione e convivenza con il suo contenuto,
d’improvviso, come la fiamma balza da una fenditura, una
luce accende l’anima, e in seguito a ciò essa trova il proprio
alimento.
Se fosse possibile comporre un manuale filosofico - aggiunge
- egli sarebbe l’uomo adatto a scriverlo, e «Come avrei potuto
meglio impiegare la mia vita, se non componendo ciò che
sarebbe stato di grande vantaggio all’umanità per guidarne la
natura verso la luce?». Ma teme che su molti uomini l’effetto
sarebbe stato di riempirli di disprezzo verso il prossimo o di
colmarli di «vana presunzione, come credere di aver appreso
qualcosa di straordinario». Nei libri era invece possibile
raccontare di Socrate, esporre l’errore e le erronee vie del
pensiero, sgonfiare l’orgoglio e la vuota vanità.
Il IV secolo fu un’epoca di numerose importanti conquiste.
Isocrate, uno dei maestri della prosa artistica, aveva la sua
scuola di studi superiori ad Atene, nella quale insegnava
retorica, termine che stava a indicare non soltanto modi di dire
convenzionali, ma tutte le arti utili all’uomo politico. Senza
dubbio molti dei suoi alunni disprezzavano gli insegnamenti
platonici. In vari opuscoli, redatti in forma di discorsi, ma messi
per iscritto per consentirne la lettura, Isocrate, se pur
vanamente, si appellò alle città affinché facessero pace tra loro
e si alleassero contro la Persia, che, riconquistata la Ionia,
impiegava il suo oro e la sua diplomazia per fomentare
disordini in Grecia. Nel campo dell’arte fu questa l’epoca di
Prassitele di Atene: a Olimpia sopravvive un’opera minore
forse sua (secondo valenti esperti, tuttora, si tratterebbe soltanto
di una copia antica), il famoso Ermes, che con la delicatezza
delle forme attesta quanto sia andato perduto nelle copie più
tarde in nostro possesso. E soltanto copie ci sono giunte del suo
capolavoro, l'Afrodite di Cnido, il primo nudo greco, una delle
statue più ammirate del tempo. Fu questa anche l’epoca di
Scopa di Paro, uno dei quattro scultori che lavorarono alla
tomba di Mausolo, il dinasta cario di Alicarnasso: la bella
statua del sovrano e il fregio con carri da corsa si trovano ora
nel British Museum. Due teste rovinate, provenienti da un
tempio presso Tegea e appartenenti al gruppo del frontone
raffigurante la caccia al cinghiale di Calidone, mostrano nelle
profonde occhiaie e nel compatto cipiglio come Scopa e i suoi
compagni di lavoro sapessero rendere l’espressione. La sua
opera precorre l’emozionante scultura posteriore, tesa a
catturare la tensione del movimento, a volte con accenti
esagerati. Risale a questa epoca l'Atena di bronzo del Pireo, in
grandezza naturale (è forse troppo carina?). Quello che
sapevano creare scultori di minori pretese lo possiamo vedere
ad Atene in numerosi rilievi tombali, e nelle sculture di
Epidauro, dove il santuario di Asclepio il Guaritore stava
diventando il centro di una stazione termale bene organizzata,
con impianti sportivi e un magnifico teatro, il meglio
conservato in Grecia.
Ma per Platone la retorica, l’arte dei sofisti (un titolo che
Isocrate non disdegnava) costituiva la quintessenza
dell’inganno, l’elaborata pseudoscienza di ciò che è irreale; lo
disgustava anche l’arte della sua epoca, che sembrava aspirare
alla perfezione del lavoro in cera. Egli condannò l’arte
considerandola soltanto un’imitazione - a suo parere, anche gli
uomini e le cose, come abbiamo visto, derivano il loro essere
dalla mimesis delle forme universali. Il popolo che aveva
sviluppato correttamente la sua arte - così fa dire al personaggio
principale in un’opera della vecchiaia - è quello egizio, che
aveva fissato, agli albori della sua civiltà, diecimila anni prima,
i canoni delle giuste forme nella musica e nelle arti figurative, e
aveva invitato gli artisti ad attenervisi. Questo non era, in realtà,
vero; la civiltà egizia non era così antica, né la sua arte così
statica. La realtà era che in epoca greca l’Egitto tornava ai suoi
modi arcaici, nel tentativo, perseguito negli intervalli di libertà
tra le diverse dominazioni straniere, di recuperare lo spirito del
passato imperiale, imitando le forme antiche. Ma
l’atteggiamento di Platone ci induce a concludere che avrebbe
gradito l’arte bizantina e alcune forme d’arte del Novecento.
Anche nella famosa Repubblica, una prima versione della quale
venne parodiata da Aristofane nelle sue Donne a Parlamento
(392), Platone mette in ridicolo la democrazia liberale, che
viene presentata come uno stadio avanzato della decadenza
dello stato. A seguito di una rivoluzione proletaria, la
democrazia sostituisce l’oligarchia capitalistica, che con la sua
politica di laissez-faire ha prodotto pochi ricchi e molti poveri;
l’oligarchia ha, a sua volta, preso il posto di un’aristocrazia
militare - il primo e il meno degradato stadio della decadenza
(agli occhi disincantati di Platone) - che subentra al dispotismo
comunista di illuminati filosofi, quando questo stato ideale
decade e i governanti incominciano a infierire sui governati. La
democrazia, degenerando in anarchia, apre la strada all’ultima e
peggiore forma di governo: la tirannide.
La città democratica
maltratta quelli che obbediscono ai governanti come gente
schiava e disprezzabile, e stima esattamente nel medesimo
modo governanti e governati [...] E la tendenza si infiltra
nella famiglia [...] abituando il padre a essere allo stesso
livello dei suoi figli, ad averne paura, e il figlio a essere come
il padre; e non ci sono timore e rispetto per i genitori, in
nome della libertà; e l’immigrante è uguale al cittadino, il
cittadino all’immigrante, parimenti [...] e insieme, i giovani
sono al livello degli anziani, dibattono e competono con loro,
e i vecchi scendono al livello dei giovani, mostrandosi
elastici e dolci, imitandoli, per non apparire acrimoniosi e
severi [...] Perfino gli schiavi non sono in nulla meno liberi
di coloro che li hanno acquistati. Quanto all’uguaglianza tra
i sessi, dimenticavo quasi di menzionarla.
Ancora un’indignata testimonianza di come la democratica
Atene fosse assurdamente tenera con gli schiavi.
La Repubblica, pur con tutte le strane conclusioni alle quali il
Socrate di Platone è spinto dall’implacabile logica del
ragionamento - dall’abolizione del matrimonio e della famiglia
nello stato comunista, al rifiuto di Omero, considerato poco
edificante - non ha mai perduto il suo fascino e spesso viene
considerata l’opera più significativa di Platone; ma ci è
impossibile riassumerla qui. Il punto di partenza si ha quando
Socrate riesce facilmente ad avere la meglio su un vociante
sofista, convinto che i forti dovrebbero governare nel proprio
interesse. Due giovani amici di Socrate (i fratelli maggiori di
Platone) chiedono una dimostrazione più convincente del fatto
che sia meglio essere giusti, anche se gli uomini virtuosi non
vengono compresi né ricompensati. Tralasciamo le frasi
elogiative del tipo: «Lascia che sia spogliato di ogni cosa tranne
che della sua giustizia [...] Senza che faccia alcun male, lascia
che venga considerato il più grande malfattore». In tal caso
«l’uomo giusto verrà frustato, torturato, incatenato, gli verranno
bruciati gli occhi e, alla fine, dopo aver sofferto ogni
ingiustizia, verrà crocifisso». E allora, Socrate?
Socrate delinea in maniera particolareggiata lo stato ideale,
con l’intento di dimostrare come il trionfo della giustizia sia
uno dei compiti di una società buona. Nel mondo, l’uomo
onesto può patire soprusi; forse dovrà rinunciare alla politica, se
non vuole morire lasciando incompiuta la sua opera. Ma - viene
detto al termine della discussione principale - egli parteciperà
alla politica «della sua personale città». «Capisco» afferma il
giovane Glaucone «ti riferisci alla città che noi costruiamo a
parole; non esiste in nessun luogo della terra, credo.» «Ma»
afferma Socrate forse, ad esempio, è collocata in cielo per colui
che la vorrà vedere, e vedendola vorrà edificare se stesso come
città. Ma non cambia nulla se essa esiste, o se esisterà mai,
perché egli compirà le opere di questa città, e di nessun’altra.
Da vecchio Platone compose un’altra opera a sfondo
utopistico: Le leggi (citate sopra, riguardo all’arte). Qui la
repubblica non è «collocata in cielo», ma rappresenta una forma
istituzionale per una città piccola, quasi autosufficiente, forse in
procinto di venir fondata a Creta. Alcuni principi sono
effettivamente stati realizzati, su grande scala, in epoche molto
posteriori a quella di Platone. È questo l’unico dialogo al quale
Socrate non prende parte; in una simile città non avrebbe avuto
spazio per esprimersi. I personaggi sono un nobile cretese, uno
spartano e un ateniese, che incarna Platone e la sua dottrina.
Tutto è minuziosamente regolamentato e sono bandite le
nefaste influenze del mondo esterno. A tal fine, soltanto ai
cittadini maturi e degni di fiducia è consentito viaggiare,
principalmente per missioni determinate, nel caso vi sia
qualcosa di interessante da imparare; agli uomini sotto i
quaranta è normalmente vietato qualsiasi spostamento, salvo
che lo stato, per ragioni di prestigio, non si trovi costretto a
inviare le sue forti squadre ai giochi Olimpici e ad altre
manifestazioni di atletica e di musica. «E, una volta tornati,
diranno ai concittadini che i modi di vita degli altri popoli sono
molto peggiori dei nostri.»
Una religione adeguata è di primaria importanza. I cittadini
devono credere negli dei e nella loro inflessibile giustizia; non
dobbiamo avere rapporti con l’ateismo, né con i culti salvifici
(come quelli di Orfeo), che affermano che è ottenibile
un’assoluzione per mezzo di rituali. L’ortodossia è difesa da un
Sacro Ufficio, il Consiglio Notturno, che amministra due
prigioni: una sotterranea, in una remota valletta, per gli
incorreggibili, e una casa di correzione per quelli redimibili
attraverso il lavaggio del cervello. L’ateo che conduca una vita
onesta può, alla prima trasgressione, venir spedito nella casa di
correzione per non meno di cinque anni, «durante i quali
nessuno gli parlerà salvo i membri del Consiglio Notturno, che
manterranno stretti rapporti con lui per la salvezza della sua
anima». Alla seconda violazione delle leggi, la pena sarà la
morte.
Poche cose nella storia greca sono più tragiche della tendenza
a disperare nell’umanità che caratterizzò l’anziano Platone,
prima che, un mattino del 348 o 347, fosse trovato morto alla
sua scrivania.

3 Sparta e Tebe: 400-362

Forse, nel 403, Platone riponeva qualche speranza in Sparta; ma


Sparta fallì nel tentativo di pacificare e di unificare la Grecia,
ancora più in fretta e con conseguenze più disastrose di quanto
non avesse fatto Atene. I suoi governatori militari erano
insieme arroganti e avidi, e i membri delle decarchie locali,
introdotte dovunque da Lisandro, non avevano fretta di
dimettersi alla fine dell’emergenza. Anche quando il governo
spartano ridimensionò Lisandro, facendone un privato cittadino,
e si dichiarò per le «costituzioni ancestrali» (come ad Atene), le
oligarchie divennero in breve più impopolari delle democrazie
ateniesi. Sparta era inoltre compromessa con la Persia, che
aveva finanziato la guerra navale. Forse gli Spartani speravano
di non dover sacrificare la Ionia alla Persia, se avessero
appoggiato il loro alleato, il principe Ciro, ma, quando Ciro
cadde e il re Artaserse II ordinò ai suoi satrapi di ristabilire il
potere persiano sui Greci d’Asia, Sparta fu costretta a
soccorrerli. Dal 399 al 395 varie forze, al comando spartano,
comprendenti seimila mercenari di Ciro, si impegnarono in una
campagna militare n Asia, confermando la superiorità della
fanteria greca, ma non della cavalleria.
Sparta aveva però nemici in patria. Salvaguardare la libertà
degli Elleni e, così facendo, la supremazia di Sparta, significava
contenere i tentativi espansionistici degli stati maggiori. Tebe
non voleva la supremazia spartana nella Grecia centrale; dal
canto suo la Persia impiegava l’oro e la diplomazia per
fomentare le divisioni tra i Greci. Così, un incidente di frontiera
tra la Focide e la Locride portò a una guerra tra Sparta e la Lega
Beotica. La Persia stava inoltre mobilitando le flotte levantine,
rafforzate da esuli e mercenari greci, sotto il comando di
Conone, un ammiraglio ateniese, l’unico che era riuscito a
sottrarsi con poche navi al disastro di Egospotami. Atene,
eccitata alla notizia, si alleò con Tebe. Lisandro, durante
un’invasione della Beozia insieme ad alleati focesi, venne
sconfitto e ucciso prima che arrivasse l’esercito spartano dalla
madrepatria. Argo, Corinto e l’Eubea si unirono alla lega ostile
a Sparta, e gli Spartani inviarono messi per richiamare dall’Asia
il loro re Agesilao insieme al suo esercito.
Mentre Agesilao era impegnato nella lunga marcia di ritorno,
gli alleati, invaso il Peloponneso, vennero sanguinosamente
sconfitti davanti a Corinto. Ma durante quella stessa estate
(394) la flotta di Conone distrusse quella di Sparta e dei suoi
alleati al largo di Cnido, all’imbocco sudorientale dell’Egeo.
Conone fece rotta verso il Pireo, e gli Ateniesi, con l’aiuto dei
suoi uomini e del suo denaro, ripararono le brecce nelle Lunghe
Mura, e ripresero a ricostruire la flotta.
Agesilao si aprì a fatica la strada attraverso la Beozia,
vincendo a Coronea una disperata battaglia, nella quale i Tebani
misero in mostra il loro valore, ma non cercò di espugnare
nessuna città. Senofonte, che si trovava al suo fianco e
combattè contro gli alleati di Atene, venne bandito dalla città. Il
conflitto continuò intorno ad Argo e a Corinto, diventando
un’estenuante guerra di posizione e di scorribande, quasi si
trattasse di una guerra di trincea. Atene ristabilì la sue colonie a
Sciro, Lemno e Imbro. Trasibulo, il liberatore del 403, venne
ucciso nel 389, mentre era impegnato in incursioni sin quasi
alle sponde dell’Eurimedonte (p. 229).
La Persia, nel frattempo, era preoccupata dalla rivolta
dell’Egitto e da quella dei Greci di Cipro, guidata da un abile
condottiero, Evagora. Ricostituita la potenza navale spartana,
Sparta e la Persia, entrambe ridimensionate, ma avendo
qualcosa da offrire, giunsero a un accordo. Il satrapo del re
convocò i delegati greci a Sardi per dar loro udienza:
Il re Artaserse ritiene giusto che le città dell’Asia restino in
suo possesso, e così le isole Clazomene e Cipro; le altre città
greche, piccole e grandi, egli le lascia libere, salvo Sciro,
Lemno e Imbro [...] che rimarranno ateniesi.
E se qualcuno non accetta questa pace, contro di lui io,
insieme a coloro che l’accettano, farò guerra, per terra e per
mare, con denaro e con navi.
Argo e Corinto erano impegnate in uno sforzo estremo; Atene
era terrorizzata dalla minaccia rappresentata da una flotta
spartana ai Dardanelli, e dall’idea che la Persia potesse
sostenerla. Tebe, vedendo dissolversi, in virtù della clausola
dell'«autonomia», la sua Lega federale Beotica, da lei
presieduta, rimasta isolata, si arrese. Si conservò unita la Lega
di Sparta, che si fondava su trattati separati. Così il verdetto del
479 venne rovesciato dalla «pace del re»{16} del 387: Sparta
ottenne quello che voleva in patria, sacrificando i Greci
dell’Asia.
Sparta si accinse a sopprimere le democrazie esistenti presso i
suoi alleati e a punire coloro che si erano dimostrati fiacchi nel
corso della recente guerra. Nel 382 si spinse oltre. Le città
democratiche della Calcidica, la più grande delle quali era
Olinto, avevano a loro volta formato una lega, che nella recente
guerra si era schierata con gli alleati e aveva buone probabilità
di dominare la Macedonia. Ma due città greche, desiderose di
conservarsi neutrali, si appellarono a Sparta; e Sparta, ostile a
qualsiasi blocco di potere che non fosse il suo, affermando di
agire come garante della clausola dell’autonomia stabilita dal
trattato di pace, condusse gli ambasciatori al cospetto di una
conferenza di Peloponnesiaci. I Peloponnesiaci accettarono di
inviare diecimila uomini, ma trattandosi di una campagna
distante che poteva senza dubbio protrarsi a lungo, costoro non
sarebbero stati reclutati tra i cittadini, ma sarebbero stati
mercenari: un nuovo sviluppo caratteristico dei tempi. Il
contingente, dimostratosi insufficiente, dovette venir
considerevolmente rinforzato; ma entro il 379, Olinto venne
sconfitta, assediata, ridotta alla fame, e la sua lega sciolta.
Sparta aveva una volta di più demolito un centro di potere
rivale; ma fu la Macedonia a beneficiarne.
In margine a questa guerra, quasi per caso, Sparta ottenne un
successo, all’apparenza, ancora più brillante. I suoi eserciti,
diretti al nord, stavano attraversando, pacificamente e dietro
autorizzazione, la Beozia, quando il comandante di un
contingente, accampato nei pressi di Tebe, venne avvicinato da
un capo oligarchico della città, che gli promise, in cambio di
aiuto per sopprimere la democrazia, di consegnargli la fortezza.
Il comandante, desideroso di mettersi in mostra, accettò
l’offerta, e il governo spartano, sotto la spinta di Agesilao,
partecipò a quest’atto di slealtà e mise a morte, con l’accusa di
guerrafondaio, il principale avversario politico del loro protetto.
Furono in molti a Sparta a rimanerne perplessi. Senofonte,
ostile a Tebe e ammiratore di Agesilao, ma uomo di genuina
pietà, commenta che le conseguenze avrebbero dimostrato
come gli dei non sono indifferenti alle azioni malvagie.
La guarnigione spartana tenne Tebe per circa tre anni. Poi,
nel 379, sette esuli tebani, venendo dall’Attica, passarono la
frontiera e all’imbrunire scivolarono in città insieme ai
lavoratori che tornavano dai campi. Due sere dopo, travestiti da
donne, sotto pesanti veli, vennero introdotti da un confederato a
un festa organizzata dai capi della fazione filospartana. Subito
pugnalarono i presenti, mentre gli altri venivano colti di
sorpresa e assassinati nelle loro case. Assicuratisi l’accesso alla
prigione, liberarono centocinquanta prigionieri, affidando loro
le armi appese come trofei di guerra; poi chiamarono alle armi
la città. Al mattino il comandante spartano nella cittadella,
trovandosi assediato da un folla furibonda, si perdette d’animo
e accettò di ritirarsi.
Si riaccese la guerra, ma sebbene anno dopo anno, durante
l’estate, gli Spartani invadessero la Beozia, non si azzardarono
mai ad attaccare Tebe, né le truppe beotiche nelle fortificazioni
campali. Il numero degli spartiati, dotati di pieni diritti, si era
andato assottigliando nel corso di un secolo, e Sparta - era
chiaro - si preoccupava di evitare perdite pesanti. Tra
un’invasione e l’altra i Tebani piegarono gradualmente le
remote città beotiche che combattevano per Sparta e per
l’autonomia. I Beoti produssero due grandi soldati: l’impetuoso
Pelopida, la cui Vita plutarchea ci fornisce il miglior resoconto
della congiura, ed Epaminonda, il loro stratega più abile, che
per scrupoli di principio si era rifiutato di prender parte
all’attentato. Alla fine, nel 371, il re spartano Cleombroto,
operando da una base vicino a Delfi, sopravanzo Epaminonda
marciando di sorpresa lungo le vallette dell’Elicona.
Epaminonda indietreggiò, per affrontarlo a ovest di Tebe. In
campo aperto e con forze superiori, comprendenti gli alleati
focesi, gli Spartani cercarono la battaglia. Ma Epaminonda, che
era un tattico originale, raccolse i suoi Tebani in massa serrata,
sul fianco sinistro, per fronteggiare gli Spartani, lasciando
arretrato il resto della linea. Avanzò poi obliquamente, a
sinistra verso l’esterno, mentre la forte cavalleria beotica
respingeva la più debole cavalleria dei Laconi addosso alla loro
fanteria. Sebbene la punta avanzata degli Spartani fosse in
grado di formare un fronte nella nuova direzione, l’assalto
tebano, dopo una mischia cruenta e sanguinosa, sfondò le linee.
Nel corso dello scontro, conosciuto come battaglia di Leuttra,
perirono quattrocento dei settecento spartiati presenti - un terzo
di tutti gli spartiati in vita, tra i diciotto e i sessant’anni -
insieme al re e a seicento Laconi: fu la giornata più nera per
l’aristocrazia spartana.
Epaminonda, negli anni seguenti, invase il Peloponneso e
liberò la Messenia, dove le mura turrite intorno alla fortezza di
Itome commemorano la sua impresa (il più bell’esempio
sopravvissuto di fortificazione della Grecia classica).
Incoraggiò gli Arcadi a costruirsi una nuova capitale federale,
Megalopoli. Marciò indisturbato attraverso la Laconia sino al
mare. Per due volte assaltò Sparta priva di mura; ma venne
respinto dalle barricate erette per le strade. I liberi Laconi e
persino (va notato) gli iloti della regione si mostrarono poco
inclini a cambiare il vecchio oppressore con uno nuovo. Molti
alleati minori e persino alcuni Arcadi restarono fedeli a Sparta.
Davanti a Tebe, ormai la più potente città della Grecia, Atene
passò, con un nuovo voltafaccia, dalla parte di Sparta. Fu così
che il vecchio Senofonte, scacciato dalla proprietà presso
Olimpia donatagli dagli Spartani, ritornò ad Atene.
Nel frattempo, i Tebani si impegnarono in campagne militari
molto distanti: intervennero nelle guerre interne della Tessaglia,
dove Pelopida cadde combattendo; prima di morire, Pelopida
aveva persino fatto da arbitro tra i partiti della Macedonia. Ne
era tornato recando con sé alcuni ostaggi, tra i quali Filippo, il
figlio più giovane del re Aminta, un ragazzo sveglio, pronto ad
apprendere tutto ciò che poteva apprendere a Tebe, non ultima
la strategia militare.
Le guerre nel Peloponneso toccarono il punto critico nel 362
presso Mantinea; un grande esercito proveniente dalla Beozia e
da tutta la Grecia centrale al comando di Epaminonda, insieme
ad alcuni alleati del Peloponneso, affrontò gli Spartani, gli
Ateniesi e altri Peloponnesiaci. Ripetendo la tattica di Leuttra
con ulteriori accorgimenti, Epaminonda sfondò, dopo un
violento scontro, la linea nemica; ma proprio mentre la linea
cedeva e la battaglia si andava affievolendo, uno spartano
disperato ferì il generale tebano. Con il corpo trafitto da una
lancia, Epaminonda mandò a chiamare il vicecomandante, ma
gli venne riferito che era morto; mandò a chiamare il terzo in
grado; ma anch’egli era caduto. «Allora» disse Epaminonda
«fareste meglio a fare la pace.» I suoi uomini estrassero la
punta della lancia, ed egli spirò. Non appena la notizia si
diffuse, venne meno il vantaggio acquisito; inoltre, all’estremità
opposta dello schieramento, gli Ateniesi riportarono alcuni
successi. La battaglia finì in pareggio.
A questo punto Senofonte, il cui figlio era caduto nella
battaglia, interrompe la narrazione senza portare a termine la
storia della sua epoca:
Accadde l’esatto contrario di ciò che tutti si erano aspettati:
si pensava che, quando quasi tutti i Greci fossero venuti a
scontrarsi, se la battaglia avesse avuto luogo, i vincitori
sarebbero stati i dominatori, e gli sconfitti i loro sottomessi.
Ma il dio condusse le cose in modo tale che gli schieramenti
innalzarono trofei quasi fossero entrambi vincitori [...] Da
tutte e due le parti si chiese una tregua per raccogliere i
caduti, come se ciascuna fosse stata sconfitta; e sebbene gli
schieramenti rivendicassero, ambedue, la vittoria, nessuno
si assicurò territori, città, potere o altri vantaggi che non
avesse già avuto prima. Dopo la battaglia aumentarono il
caos e la confusione in Grecia. Per me, allora, è sufficiente,
aver scritto sino a questo punto; di ciò che seguì da quel
momento in avanti se ne può interessare qualcun altro.

4 L’Atene borghese
Sebbene gli interminabili scontri di frontiera e i conflitti
intestini fossero troppo saltuari per risolversi in un completo
disastro economico, il Peloponneso era in preda al caos. Atene
e Tebe, per mare e per terra, rimasero gli stati più potenti.
Ostili, ma a regime democratico, le due città andavano,
ciascuna, per la sua strada. Atene, nel corso delle guerre, aveva
rifondato la sua lega navale, che a un certo punto comprese
settanta città. Una simile organizzazione era indispensabile per
garantire la sicurezza dei mari, necessaria al commercio; e,
contro la ripresa delle ambizioni imperiali di Atene, la lega si
premunì con un meccanismo interno di tutela: tutte le decisioni
importanti, come una dichiarazione di guerra, dovevano venir
prese separatamente dalla conferenza degli alleati e da Atene.
Ma gli Ateniesi, molti dei quali guardavano ancora all'impero
come a una fonte di ricchezza, speravano soprattutto di
riconquistare Anfipoli (p. 297). Venne così disattesa la
promessa di non fondare più colonie ateniesi nell’Egeo. Tra gli
alleati crebbe l’allarme, e nel 357 parte della lega si sciolse, con
una secessione armata dei membri più potenti.
Atene conservava, tuttavia, una certa prosperità. L’oculata
politica finanziaria di Eubolo consentì di conservare una
potente flotta da equipaggiare, in caso di necessità, con
cittadini, mentre speciali fondi permettevano ai poveri di
assistere a rappresentazioni teatrali e musicali e di darsi ad altri
passatempi, fra cui occuparsi delle fonti d’acqua. Varie
arringhe, composte per clienti, specialmente quelle scritte da un
giovane professionista brillante, Demostene (nato nel 384), ci
forniscono una vivida descrizione dei commerci e della vita
della classe media ad Atene.
Il redattore dell’arringa doveva adattare lo stile al cliente,
occultando la mano del professionista, e in questo Demostene
dimostra una formidabile forza drammatica. Ascoltiamo lo
sdegno dell’innocenza offesa di un giovane, evidentemente
virtuoso (e imbestialito?), che si era visto lacerare la tenda da
una comitiva di giovani nobili, durante il loro servizio di
cadetti, e che successivamente era stato percosso dalla
medesima banda durante una passeggiata serale sotto
l’Acropoli. A costoro si era aggiunto il padre del capo, il quale
sarebbe dovuto essere abbastanza maturo per comportarsi
meglio:
Mi fecero inciampare e mi gettarono nel fango, e saltandomi
sopra e maltrattandomi mi ridussero a uno stato tale che il
labbro mi si spaccò e gli occhi mi si chiusero, lasciandomi
incapace di alzarmi e di parlare. E mentre giacevo, li sentii
pronunciare molte parolacce. Quasi tutte sono così volgari
che preferirei non ripeterle davanti alla corte, ma giusto
come esempio della brutalità del convenuto [...] Cominciò a
fare chicchirichì, come un gallo da combattimento
vittorioso, e gli altri lo invitarono a sbattere le braccia come
fossero ali. Venni soccorso, con indosso solo il chitone, da
alcuni passanti, mentre quelli scappavano con il mantello. E
quando arrivammo a casa, mia madre e le donne della
servitù levarono strida e pianti; mi fecero infine un bagno,
mi lavarono e chiamarono i medici.
Possiamo ascoltare il tono rozzo di un fattore della bassa
collina, che, avendo eretto un muro per salvaguardare la sua
terra da un’inondazione d’acqua proveniente dalla strada
sovrastante la piccola valle, viene accusato di aver bloccato un
precedente corso d’acqua con il risultato di danneggiare la
proprietà vicina. «Chi ha visto o sentito parlare di un corso
d’acqua a fianco della strada? Per l’acqua il naturale letto in cui
fluire è dentro la strada. Senza contare che se già ho guai
perché l’acqua ha danneggiato la proprietà di Callide, cosa mai
accadrà se lascio che scorra nel mio terreno e cerco poi di farla
defluire nel podere del mio vicino? Vuole forse Callide farmela
bere?»
Possiamo ascoltare le voci di un’intera schiera di uomini
d’affari cortesi e garbati, e sempre, ovviamente, innocenti e
offesi; le storie, talvolta davvero interessanti, di fatti verificatisi
in alto mare: ad esempio, la ribalderia di due personaggi di
Marsiglia, i quali, dopo aver preso a prestito del denaro a
Siracusa, dando in garanzia un carico di grano destinato ad
Atene, asserendo di esserne i proprietari, inviato il denaro a
Marsiglia, progettarono di affondare la nave carica di grano, dal
momento che, se un’imbarcazione andava perduta, non erano
rifondibili i prestiti garantiti dal carico. Contrarre prestiti in
maniera disonesta, o adoperando più di una volta la stessa
ipoteca, e poi perdere la nave, era allora l’equivalente delle
frodi compiute a spese delle compagnie di assicurazione.
Bene, quando la nave era già al largo da due giorni,
Egestrato scese, una notte, nella stiva e incominciò a fare un
buco nel fondo, mentre Zenotemi (il complice)
s’intratteneva innocentemente sul ponte insieme agli altri
passeggeri. Ma Egestrato fece dei rumori che insospettirono
l’equipaggio della nave; temendo che qualcosa di losco
stesse accadendo sotto- coperta, gli uomini scesero a vedere.
Egestrato, accortosi di essere sul punto di venir scoperto e
di scontare la pena, scappò, inseguito, gettandosi in mare;
ma nel buio non riuscì a raggiungere la lancia di bordo
(rimorchiata dietro) e annegò; una fine giustamente infame
per un brutto tipo, che scontò il destino che aveva
progettato per gli altri.
Zenotemi cercò di portare a termine il piano, sollecitando
l’equipaggio ad abbandonare la nave, come se stesse per
affondare da un momento all’altro:
ma non gli riuscì. Il commissario di bordo della mia
compagnia offrì ai marinai una cospicua ricompensa, se
avessero tratto in salvo la nave, che finì col giungere
incolume a Cefalonia: per grazia degli dei e per la buona
condotta dell’equipaggio.
Una vicenda familiare, che possiamo ricostruire sulla base di
numerosi discorsi di Demostene, mostra, in maniera singolare,
come gli schiavi potessero raggiungere posti di responsabilità e
arricchirsi nel mondo degli affari. Formione, un banchiere,
cliente di Demostene, era stato schiavo di Pasione, il precedente
proprietario dell’azienda. Lo stesso Pasione era stato schiavo di
due precedenti proprietari, ne era divenuto l’indispensabile
primo contabile, l’amministratore, infine il loro liberto ed
erede. Pasione si arricchì; oltre alla banca, dirigeva un’industria
d'armi e, per la munificenza dimostrata verso gli Ateniesi (tra le
altre cose, equipaggiando per cinque volte una nave da guerra e,
in un’occasione, donando mille scudi), ricevette l’onore della
cittadinanza. Quando Pasione divenne anziano, con la vista
malferma e non più in grado di percorrere agevolmente gli otto
chilometri dal Pireo ad Atene, affidò i propri affari al suo
amministratore e liberto, Formione, di origine non greca
(probabilmente orientale). Infine, di sua spontanea volontà,
stabilì che Formione sposasse la sua vedova e diventasse il
tutore del figlio più giovane, Pasicle. Pasicle, soddisfatto della
cosa, continuò a farsi guidare da Formione, anche dopo essere
divenuto maggiorenne; ma il figlio maggiore, Apollodoro, che
aveva ventiquattro anni quando morì il padre, non fu d’accordo.
La proprietà venne divisa, e ad Apollodoro spettò la fabbrica;
ma egli prosciugò la ricchezza ricevuta sia con la prodigalità
pubblica, equipaggiando, ad esempio, una nave da guerra con
tale munificenza che colui che doveva subentrargli nell’impresa
non ne volle sapere, sia con uno stile di vita stravagante. A
questo punto, Apollodoro chiese altri beni a Formione e
Pasicle. La disputa si inasprì, perché Apollodoro cominciò a
dire che tutta la proprietà gli spettava di diritto. Prima che si
concludesse il processo, avanzò in tribunale il sospetto, non
dimostrato, che Pasicle fosse il figlio illegittimo di Formione. È
facile immaginare cosa vi fosse dietro l’atteggiamento perfido
di Apollodoro: il figlio del ricco Pasione, desideroso di brillare
in società e vergognoso dell’umile origine del padre; il
banchiere un tempo schiavo, diffidente nei riguardi della
gestione probabilmente dissoluta degli affari da parte del figlio.
Organizzare il matrimonio tra la vedova e il liberto di un
imprenditore è cosa che certamente non conosce uguali da
quanto sappiamo sugli Ateniesi liberi; ma ci viene riferito che
la cosa era del tutto normale nella cerchia cui appartenevano
Pasione e Formione.
Gli impiegati d’ordine e i vicedirettori erano solitamente schiavi
o liberti. Gli Ateniesi liberi non temevano il lavoro pesante:
erano pronti a scavare, arare, spaccare legna, vogare nelle navi,
ma non erano disposti a lavorare permanentemente alle
dipendenze di altri. Ecco perché non accettavano il lavoro
domestico (neppure, se lo potevano evitare, come
sovrintendenti) e rifiutavano il lavoro impiegatizio. Così la
pensavano, come veniamo a sapere dagli atti di una lite
giudiziaria in tema di commercio marittimo, l’agente della parte
attrice, che svernava in un porto della Crimea, e l’intero
equipaggio di una nave, compreso il comandante, che possedeva
risparmi personali sufficenti per investire mille dracme
nell’impresa. Tutti costoro lavoravano con l’intesa che, se
avessero voluto andarsene, nulla avrebbe potuto fermarli; ma
non avevano ragione per preferire la condizione precaria di
uomini liberi, senza cittadinanza e rango sociale. In qualità di
schiavi, si vedevano garantiti la sicurezza, il permesso di
possedere risparmi personali e la prospettiva di venir liberati
dopo un fedele servizio. Era una situazione molto diversa da
quella degli schiavi delle miniere, sottoposti a rigida
sorveglianza. Erano, anzi, gli «organizzatori» del mondo degli
affari ad Atene. Ce n’erano molti in città, sebbene in pochi,
come Pasione e Formione, ottenessero la cittadinanza. Era un
mondo cosmopolita e sradicato, tagliato fuori dalla proprietà
terriera, perché possedere fondi era precluso ai non Ateniesi,
salvo che in rari casi. E in questo mondo, come aveva fatto
notare il Vecchio Oligarca, si sviluppò un dialetto misto, il
«greco comune», impiegato in quasi tutta la prosa greca
posteriore, compreso il Nuovo Testamento. In questo mondo,
nel quale gli schiavi potevano ottenere sicurezza e ricchezze,
possiamo cogliere un primo accenno di ciò che si perfezionò più
tardi nella vita domestica del palazzo dei Cesari: i vari gradi
impiegatizi del sistema statale romano; un mondo a parte, al
quale i suoi membri erano fieri di appartenere, con le sue scuole
e i suoi servizi sanitari, con le sue grandi personalità,
socialmente disprezzate ma più influenti della maggior parte
degli uomini liberi.
Capitolo XV -
I MACEDONI

1 Filippo

Demostene, con la sua formidabile oratoria, era anche un acuto


politico. Figlio di un fabbricante di armi - ma tutori disonesti ne
compromisero seriamente il patrimonio, quando era bambino -
sostenne il partito imperialista. Uomo severo, un «bevitore
d’acqua», un «puritano», come lo definì un suo nemico, era
pronto ad attaccare i moderati, che inseguivano vanamente una
pace generale, definendoli piccoli Ateniesi, uomini del
compromesso. Ma gli eventi lo avrebbero reso famoso non
come l’oratore dell’aggressività vincente, bensì come il prode
difensore delle cause perse.
La Macedonia, che si estendeva intorno alla fertile terra
alluvionale del basso Assio (Vardar), era una regione di robusti
contadini e di signorotti dediti all’equitazione, che parlavano un
rozzo dialetto greco, incomprensibile agli Ateniesi e per questo
definito «barbaro». A differenza della Tessaglia, era una terra
esposta alle razzie delle tribù provenienti dalla Tracia e
dall'Illiria; e la necessità di una difesa aveva finito per
conservare una monarchia di tipo «omerico», invece di far
posto a una nobiltà feudale e a una popolazione di servi della
gleba. Il re Archelao, che ricevette Euripide e Agatone alla sua
corte, fece costruire fortezze e strade militari, ma la terra
rimaneva esposta ai nemici Intorno al 380, mentre gli Illiri
devastavano la parte superiore del paese, Olinto aveva esteso la
sua protezione alle regioni meridionali, ma la spinta
espansionistica era stata contenuta dall’intervento spartano;
dopo Leuttra, intervennero, una dopo l’altra, tra le fazioni della
Macedonia, Atene e Tebe, e il partito filotebano consegnò in
ostaggio il giovane principe Filippo. Ritornato in patria, Filippo
servì sotto suo fratello, il re Perdicca, fino a quando, nel 369,
questi non venne sconfitto e ucciso dagli Illiri. Così, a ventun
anni, Filippo fu chiamato al potere, in un primo tempo come
reggente per il figlio infante di Perdicca, ma, dopo poco,
avendo fatto esperienza del suo comando, i Macedoni lo
acclamarono re.
Brillante soldato, fine oratore, uomo di enorme fascino
personale, dotato di un’arguzia amara e di un’ironia caustica,
Filippo fu il più accorto diplomatico del mondo greco, nel quale
abbondavano uomini abili in questo campo. Che avesse
imparato tutto durante il soggiorno a Tebe è cosa poco
probabile: servirsi di ogni mezzo e cercare di venir a patti con i
singoli nemici era un’arte che i suoi antenati praticavano da
tempi immemorabili. Filippo lo fece con una straordinaria
accortezza, che diede le prove migliori nei primi anni.
Da ogni lato sciamarono nemici nella Macedonia sconfitta.
Filippo, i cui forzieri non erano stracolmi, neutralizzò con
somme di denaro due incursioni provenienti dalla Tracia, una
delle quali guidata da un uomo che si dichiarava pretendente al
trono.
I Traci, per il momento appagati, lo assassinarono. Un altro
pretendente, con l’appoggio degli Ateniesi, si mise in marcia
risalendo la costa. Interpretando correttamente gli umori del
paese, Filippo Io lasciò avanzare sino ad Aigai (Edessa),
l’antica capitale, e si avvide che nessuno gli si era unito.
Quando l’invasore iniziò a ritirarsi, Filippo sconfisse e isolò il
piccolo esercito, lasciò che i mercenari e gli Ateniesi se ne
andassero incolumi, a condizione di consegnare i Macedoni che
erano con loro. Di questo se ne fece un motivo di vanto nel
trattare la pace con Atene. Placò gli Ateniesi, ritirando un
contingente che suo fratello aveva inviato per soccorrere
Anfipoli. Aveva, d’altro canto, bisogno di truppe.
Poi, durante l’inverno, esercitò e addestrò l’esercito,
risollevandone il morale con la sua personale sicurezza e la
fervida eloquenza. Nella primavera del 358, avanzò contro i
Peoni, una delle ultime tribù dedite alla razzia, e li sbaragliò
costringendoli a restituire il bottino; poi, volgendosi contro gli
Illiri, inflisse loro una terribile sconfitta, servendosi della tattica
obliqua di Epaminonda e di un'esigua superiorità nella
cavalleria per distruggere, con le truppe migliori, quelle
nemiche di secondo rango, penetrando quindi nel fianco del
solido centro. Venne recuperato tutto il territorio perduto con la
sconfitta di Perdicca.
Era, a questo punto, libero di riprendere i negoziati con
Atene, o meglio con i generali ateniesi, nel nord dell’Egeo, ai
quali segretamente offrì (un’offerta segreta all’assemblea
ateniese sarebbe stata impossibile) di rinunciare ad Anfipoli, se
gli avessero dato Pidna, una città greca sulla costa macedone
che faceva parte della Lega di Atene. La prospettiva di una
preda così attraente tacitò negli Ateniesi ogni scrupolo morale
di fronte al tradimento di un’alleata: un atto sleale, che venne
punito, allorché, nel 357, mentre le forze ateniesi erano
impegnate nella riconquista della penisola di Gallipoli, Filippo
conquistò, e tenne per sé, entrambe le città (Pidna gli venne
consegnata da una fazione filomacedone). Non ebbe neppure
bisogno di presidiare Anfipoli: dopo aver esiliato alcuni fautori
di Atene, fu sufficiente garanzia il favore dei cittadini,
gratificati da un trattamento così liberale. Filippo fu così in
grado di assicurarsi il giacimento aurifero del Pangeo, dove
rinforzò un insediamento di minatori provenienti da Taso,
chiamandolo Filippi. Si narrava che, in breve, le miniere gli
avessero fruttato mille talenti l’anno: l’oro gli servì ad aprire le
porte di numerose fortezze e ad attrarre nell’esercito molti
soldati di ventura. Sotto di lui il servizio era duro - si dice che
abbia cacciato un capitano perché si era fatto un bagno caldo -
ma ben pagato e stimolante.
Atene dichiarò, a questo punto, guerra a Filippo. I due
avversari si contesero l’alleanza della Lega Calcidica di Olinto,
che era stata rifondata, ma ebbe la meglio Filippo, offrendo un
ricco territorio di frontiera. Nel 356, conquistata Potidea, a sud
di Olinto, rilasciò la guarnigione ateniese senza prentendere un
riscatto, e donò la città ai Calcidesi, in modo da comprometterli
del tutto nei confronti di Atene. Atene era allora paralizzata
dalla rivolta di Rodi, Chio e di altre alleate, sostenute da
Mausolo, principe della Caria, vassallo della Persia. Fu questo
un vero colpo di fortuna, perché i popoli gravitanti sui confini
settentrionali del suo paese, ormai in allarme, stavano
coalizzandosi contro di lui. Nel 359 aveva dovuto comprare la
pace, finché non gli fosse stato possibile affrontarli uno alla
volta, ma nel 356 riuscì a sconfiggere l’intera coalizione.
Mentre egli piegava i Peoni e i Traci, il suo generale
Parmenione era impegnato contro gli Illiri. («Gli Ateniesi sono
un popolo formidabile» affermò Filippo. «Creano dieci generali
all’anno; io, nel corso della mia vita, ne ho trovato solo uno:
Parmenione.») In una stessa giornata, in una località della
Tracia, ricevette tre magnifiche notizie: la vittoria di
Parmenione; il trionfo del suo cavallo nei giochi Olimpici; la
nascita del figlio Alessandro.
Tebe, al pari di Atene, aveva problemi interni. Senza
Epaminonda, non era in grado di piegare la vicina Focide. Ci
provò lo stesso, e i Focesi, ormai non più protetti dagli Spartani,
in maniera sempre più sfacciata «presero a prestito» i tesori di
Delfi per arruolare mercenari, protestando, nello stesso tempo,
di farlo per proteggere la loro libertà e l’antico santuario. Atene
e Sparta erano disposte ad accettare una simile scusa, ma
garantirono soltanto un misero aiuto. La Guerra Sacra, come la
chiamarono i Tebani, si risolse essenzialmente in un
interminabile conflitto tra i Focesi, con le loro ingenti ricchezze
che si andavano però esaurendo, i Beoti e i Locresi (355-346).
Filippo venne invitato a sud dell’Olimpo in Tessaglia, dove
era in corso una guerra tra i baroni dell’entroterra e i tiranni di
Fere, con il porto di Pagase, una società spiccatamente
«borghese» e interessata ai traffici marittimi. I baroni, che
trovarono in Filippo - al pari di loro «amante dei cavalli» (come
suggerisce lo stesso nome) - un alleato congeniale, lo elessero a
generale. Filippo occupò Pagase, ma Fere si appellò ai Focesi. I
soldati di ventura sconfissero Filippo al suo ritorno in
Macedonia, ma egli disse: «Mi ritiro come un ariete, per colpire
più forte». Nel 352, nei «Campi di Croco», vicino a Pagase, la
cavalleria macedone e tessala aggirarono un fianco dell’esercito
focese e lo spinsero in mare. Alcune navi ateniesi raccolsero gli
uomini tra i flutti. Fere capitolò; ma gli Ateniesi occuparono le
Termopili, per difendere la Focide. Filippo, sempre realista, non
attaccò. Negli anni seguenti estese il suo dominio
nell’entroterra, rafforzandolo con colonie di contadini
macedoni e di minatori greci e raccogliendo molti alleati,
mentre i Greci continuavano senza tregua a farsi guerra tra loro:
la Beozia contro la Focide, Sparta contro Megalopoli.
Nel 349, Filippo si sentì pronto a trattare con i suoi ex alleati,
i Calcidesi. Nel chiedere la consegna di due fratellastri,
possibili pretendenti al trono, i quali vivevano a Olinto,
continuò a offrire «pace e alleanza», tanto che, alla fine, la città
non fu più compatta contro di lui. Ma era chiaro che l’alleanza
significava riconoscere la sua supremazia. I Calcidesi
respinsero la richiesta e si appellarono, troppo tardi, ad Atene.
Atene inviò rinforzi ma, nonostante la violenta requisitoria di
Demostene, si rifiutò - una decisione saggia, probabilmente - di
impegnare il corpo principale delle sue truppe vicino alla base
di Filippo, a grande distanza dalle proprie basi. Nel 348, dopo
aver devastato il resto della penisola Calcidica, egli marciò su
Olinto e, aiutato da una defezione interna, se ne impossessò. La
città venne rasa al suolo - il luogo, sgomberato da edifici
posteriori, ha fornito agli archeologi una documentazione
completa sulle abitazioni private greche - e gli abitanti furono
venduti come schiavi. I sostenitori di Filippo conservarono la
libertà personale, come suoi sudditi, ma non trovarono
piacevole la cosa. Alcuni di loro si lamentarono con Filippo
dicendo di essere stati definiti traditori dai Macedoni. Filippo
rispose: «Sì, i Macedoni non hanno peli sulla lingua. Dicono
pane al pane».
Dal momento che Demostene invocava le sofferenze di
Olinto per suscitare vergogna nel suo popolo e infiammarlo,
intorno ai prigionieri di questa città sappiamo più cose di
quanto non ci capiti per casi analoghi: raramente, infatti, si
hanno notizie, quando erano i Greci a «ridurre in schiavitù
donne e bambini». Un messaggero ateniese in Arcadia vide
all’incirca trenta donne e fanciulli trascinarsi sotto scorta lungo
una strada: erano abitanti di Olinto, donati da Filippo a un
messaggero di Megalopoli. Un attore ateniese presso la corte di
Filippo chiese che gli venisse assegnato un gruppo di ragazze -
indicate per nome, a una a una - quando il re, durante le
celebrazioni per la sua vittoria, stava distribuendo favori. Erano
le figlie e le nipoti di un suo amico, assassinato a Pidna prima
che Filippo se ne impadronisse, che, esuli, si erano rifugiate a
Olinto. L’attore, Satiro, riteneva fosse suo dovere fornirle di
una dote per un matrimonio onorevole. Ma nella grande
maggioranza, i prigionieri non erano altrettanto fortunati.
Filocrate, che, due anni dopo, fu ambasciatore ateniese presso
Filippo, si portò a casa un altro gruppo di schiave, donategli dal
re e, afferma Demostene che lo detestava, nessuno tra quelli che
lo conoscono chiederà mai se le sue intenzioni fossero
onorevoli. Demostene descrive un ricevimento, tenuto, durante
quella stessa missione, da un esule ateniese che viveva in
Macedonia. «Io» afferma l’oratore «non ci andai», ma ne fu
informato da Iatrocle, uno dei suoi colleghi. Dopo cena
quando giunsero al vino, l’anfitrione introdusse una
fanciulla di Olinto, carina, ma educata e pudica, come
dimostrerà il seguito. Dapprima - così mi disse Iatrocle il
giorno seguente - si limitarono a farla bere tranquillamente
e a farle mangiare un dolce, ma, a mano a mano che la festa
andava avanti e quelli si scaldavano, le ordinarono di
sdraiarsi su un divano e di cantar loro una canzone. E
quando la povera fanciulla si confuse, e non voleva e non
sapeva come fare, [due ateniesi] gridarono· «Insolente» e
dissero che era intollerabile che una donna di Olinto,
dimenticata dagli dei, una prigioniera derelitta, si desse
delle arie. «Chiamate un servo» dissero. «Qualcuno porti
una cinghia.» Giunse uno schiavo con una frusta, e -
ubriachi com’erano, e pronti a montare su tutte le furie per
un nonnulla - non appena la fanciulla ebbe detto qualcosa e
fu scoppiata in lacrime, lo schiavo le strappò di dosso la
tunica e la frustò più volte sulla schiena. Impazzita di dolore
e di spavento, la giovane saltò su e si gettò alle ginocchia di
Iatrocle, rovesciando il tavolo. Se egli non l'avesse soccorsa,
gli altri l’avrebbero uccisa nella loro ebbra brutalità.
Ci viene riferito che su questo incidente vi furono
«interpellanze parlamentari» anche in altri stati, non solo ad
Atene, soprattutto - è probabile - perché alcuni ambasciatori
ateniesi erano rimasti incresciosamente coinvolti in un atto di
violenza contro una giovane portata via da una città, che di
recente, se pur per poco, era stata un’alleata. Ma, per lo più,
episodi del genere passavano inosservati.
La diplomazia di Filocrate fu quella che stipulò la pace con
Filippo, al termine di lunghi negoziati, due anni dopo la caduta
di Olinto. In questo periodo, Filippo si espanse nei Balcani
centrorientali; si rifiutò di concludere la pace con la Focide, ma
sollecitò Atene a inviare truppe per congiungersi alle sue presso
le Termopili e porre fine alla Guerra Sacra. Gli Ateniesi si
rifiutarono - sarebbe stato un clamoroso voltafaccia nei riguardi
dell’ex alleata - ma Filippo sapeva che, essendo stata loro
prospettata la pace, non si sarebbero precipitati a riprendere i
combattimenti. Probabilmente valutò anche altre circostanze, e
precisamente che le voci diffusesi intorno ai negoziati e la
prospettiva di rimanere isolati avrebbero minato il morale dei
Focesi, il che avvenne. Mentre scoppiavano i contrasti tra
governo federale e il primo generale, i Focesi cedettero, e
Filippo marciò nel paese attraverso il passo sguarnito delle
Termopili. Su intercessione di Atene, ai Focesi fu risparmiata la
sanzione estrema del massacro e della schiavitù; vennero,
tuttavia, disarmati; la loro lega si sciolse e la Lega Anfizionica,
che si riuniva a Delfi, assegnò i due voti focesi a Filippo.
Controllando i voti della Tessaglia e delle popolazioni montane
circostanti, egli poteva influenzare una maggioranza all’interno
dell’assemblea della lega. I Focesi vennero condannati a
restituire al tesoro delfico tutto ciò che avevano preso durante la
guerra: per far questo ci sarebbero voluti duecento anni. Filippo
era ora guardiano del grande santuario, campione di Apollo, re
dell’ingrandita Macedonia e signore della Tessaglia. Persino i
suoi recenti nemici, anche quelli della Tessaglia e della Focide,
vedevano in lui l’uomo in grado di proteggerli contro la
virulenta ostilità dei popoli confinanti. Con Tebe come alleata,
egli poteva, se mai lo avesse voluto, invadere l’Attica via terra.
Ma non lo fece. Ribadì sempre il desiderio di intrattenere
buone relazioni con Atene, e da come si comportò quando, più
tardi, ebbe la città in pugno, possiamo supporre che fosse
sincero. Molti in Atene gli prestavano fede; Isocrate aveva già
pubblicato un opuscolo intitolato Filippo, esortando il re a
unificare i Greci e a guidarli contro la Persia. Filippo non aveva
bisogno di essere spronato; gli armamenti erano tanto costosi
che, in ultima istanza, soltanto un grande impero in Asia
avrebbe potuto salvarlo dai debiti. Per invadere l’Asia gli
sarebbe stata di vitale importanza la potenza marittima di
Atene. Ma rispettava la civiltà ateniese. L’uomo che scelse
come tutore di Alessandro, Aristotele, figlio di un medico,
filosofo e scienziato dal sapere enciclopedico soprattutto nel
campo della storia naturale, era di Stagira nella penisola
Calcidica, ormai sua suddita. Aristotele, tuttavia, era quasi
sempre vissuto ad Atene ed era membro dell’Accademia
fondata da Platone.
Un’alleanza, nella quale Atene sarebbe stata subordinata
(come ancora tuonava Demostene) a un re barbaro, era però
anatema agli occhi del grande oratore e di altri. I discorsi di
Demostene, sul finire del decennio 340-330, possono far
riflettere il lettore moderno che conosca Churchill:
Se qualcuno ritiene che questa politica comporterà pesanti
spese, ingenti mezzi e gravi difficoltà, ha perfettamente
ragione. Ma se considera le conseguenze che deriveranno ad
Atene dal rifiuto, troverà che è conveniente compiere
spontaneamente il proprio dovere. Se anche una qualche
potenza divina promettesse (cosa che è al di là delle
possibilità umane) che, restando passivi e lasciando correre,
quell’Uomo alla fine non vi attaccherà, pure in tal caso, di
fronte a Zeus e a tutti gli dei, è vergognoso e indegno di voi,
della storia di Atene e delle conquiste dei vostri padri,
permettere che tutto il resto della Grecia cada in schiavitù
soltanto perché così vi evitate fastidi, e io preferirei esser
morto che avanzare una simile proposta. Ma non importa:
se qualcuno lo propone e vi convince, che sia così! Evitate di
difendervi, lasciate correre! Ma se nessuno lo pensa - se, al
contrario, noi tutti sappiamo che quanti più territori gli
lasciamo controllare, tanto più diventerà un nemico
formidabile e pericoloso - allora fino a che punto
continueremo ad arretrare? Che cosa aspettiamo?
E alla fine dello stesso discorso.
Ora lasciatemi riassumere prima di abbandonare la
tribuna. Il mio consiglio è che voi dobbiate fare un
arruolamento generale; conservare unita la forza di terra,
eliminandone i difetti ma senza scioglierla a causa delle
critiche; inviare ambasciatori in ogni luogo, per raccontare
alla gente i fatti, per metterli sull’avviso, per concordare
un’azione; soprattutto, spregiare e punire la corruzione
nella vita pubblica, in modo che appaia chiaro come la
gente perbene, che si è dimostrata onesta, ha scelto la
migliore politica per gli altri e per sé.
Se così disporrete le cose e la smetterete di rifiutarvi di
prenderle seriamente, allora forse, perfino oggi, potranno
migliorare. Ma se starete lì seduti, pronti ad applaudire e ad
acclamare, ma rifiutandovi di prendere iniziative, io non
conosco nessuna oratoria in grado di salvare la città, se voi
non farete il vostro dovere.
Gradualmente e a malincuore la maggioranza passò dalla sua
parte. Si raccolsero tasse; il denaro venne stornato dal fondo
delle festività per destinarlo alle spese militari, e venne
costruita una flotta senza uguali per garantire che rimanessero
aperti gli importantissimi Stretti. Il discorso citato, intitolato Sul
Chersoneso, venne pronunciato nel 341, per incitare il popolo a
sostenere lo stratega nella penisola di Gallipoli, in occasione di
incidenti di frontiera probabilmente imputabili a lui. La guerra
riprese, e Filippo subì alcune sconfitte; attaccò Perinto sul mare
di Marmara e aprì una breccia nelle mura, ma venne respinto tra
le vie strette e gli alti casamenti della città vecchia. La Persia
inviò mercenari e rifornimenti per sostenere la difesa; Bisanzio
mandò truppe e, in loro assenza, respinse un attacco condotto di
sorpresa da Filippo. Atene inviò cento navi, alle quali la flotta
di Filippo, in inferiorità numerica, sfuggì con uno stratagemma.
Un’orda migratoria di Sciti aveva passato il Danubio. Filippo,
puntando a nord, sconfisse gli Sciti, ma dovette aprirsi la strada
del ritorno attraverso il territorio dei feroci Triballi, perdendo la
maggior parte del bottino raccolto e restando a sua volta ferito.
Nel frattempo, gli Ateniesi liberarono Megara e l’Eubea dai
sostenitori di Filippo e di Tebe.
Ma ancora una volta dissidi all’interno dell’assemblea
anfìzionica fornirono a Filippo buone occasioni. I Locresi
occidentali di Anfissa proposero di multare Atene per aver
ridedicato, mentre Delfi era nelle mani dei sacrileghi Focesi, un
trofeo di armi sottratto «ai Persiani e ai Tebani quando
combattevano contro i Greci». Eschine di Atene, abile oratore e
patriota nelle intenzioni (sebbene Demostene lo accusi di
essersi «venduto a Filippo» nel 346), ribaltò la questione
accusando i Locresi di aver coltivato in terra consacrata ad
Apollo. Mentre Atene e Tebe si tenevano in disparte
(quest’ultima, tuttavia, aveva cacciato una guarnigione di
Filippo da una fortezza che difendeva le Termopili, mentre egli
si trovava in difficoltà nella Tracia), le operazioni contro i
Locresi languirono sino a che, alla fine del 339, uno dei
sostenitori tessali di Filippo, in veste di presidente
dell’assemblea, non fece approvare la proposta di invitare il
macedone ad assumere il comando. Filippo giunse nel sud,
sebbene fosse inverno (la sua indifferenza nello scegliere la
stagione per intraprendere una campagna militare era
un’abitudine che i soldati greci giudicavano sleale), e, dal
momento che una guarnigione tebana presidiava la strada
costiera presso le Termopili, egli fece valicare ai suoi veterani
guerrieri di montagna il crinale più a ovest. Poi, invece di
marciare direttamente su Anfissa, a ovest del monte Parnaso,
occupò Elatea, una smantellata fortezza focese sulla strada che
portava a Tebe.
Non appena la notizia giunse ad Atene, si diffuse un grande
allarme (lo abbiamo descritto a p. 262), ma Demostene, meno
sorpreso di molti altri, era pronto con la sua proposta. Si doveva
organizzare un’immediata mobilitazione generale, e offrì egli
stesso di recarsi a Tebe insieme a un’ambasceria, per proporre
un’alleanza all’antica rivale.
Così l’esercito di Atene, Tebe e di altre città alleate,
comprese Corinto, Megara, l’Acaia e l’Eubea, fronteggiò
Filippo sul confine occidentale della Beozia, mentre diecimila
mercenari al soldo di Atene difendevano il passo che
proteggeva Anfissa. Nonostante ciò, Filippo attaccò di sorpresa
questa solida postazione, dopo aver indotto i difensori ad
allentare la vigilanza, facendo cadere in loro mano un falso
dispaccio, nel quale si diceva che egli era sul punto di ritirare
l’esercito per fronteggiare una rivolta in Tracia. Filippo
annientò la divisione di mercenari, prese Anfissa, per poi
concentrarsi contro il nemico principale. Offrì una pace, a
condizioni che gli alleati rifiutarono. Poi, nel 338, al termine
dell’estate, si tenne la decisiva battaglia di Cheronea.
Si è spesso detto che questo scontro segnò la vittoria delle
nuove picche macedoni, lunghe cinque metri, sulle lance di
fanteria della Grecia classica, che misuravano all’incirca la
metà; ma nessun autore antico lo afferma, e sarebbe stato
ingenuo da parte dei Beoti e degli Ateniesi non riuscire a
contrastare un’arma che difficilmente poteva essere stata loro
tenuta segreta. Là dove i Macedoni erano in vantaggio era
nell’addestramento e nell’esperienza. Filippo stesso prese
posto, con un’ala difensiva sulla destra, sotto l’acropoli di
Cheronea, dove un leone di pietra, restaurato in tempi moderni,
contrassegna il campo di battaglia. Affrontando gli Ateniesi,
che caricarono in bello stile, ordinò ai suoi veterani di
mantenersi compatti sotto i loro scudi serrati, indietreggiando, a
passo a passo, su per la collina nel tentativo di sfiancare i
nemici. «In alto i cuori!» gridò il generale ateniese.
«Ricacciateli in Macedonia!» «Dilettanti!» ringhiò Filippo. Ma
si è anche ipotizzato che l’avanzata di un’estremità dello
schieramento abbia messo in posizione obliqua l'intera schiera
(era essenziale tenersi a fianco a fianco), creando una certa
confusione all’altra estremità; e lì il giovane Alessandro, con il
nucleo della cavalleria macedone e tessala, guidò il suo primo
grande assalto, sbaragliando la più debole cavalleria greca e
volgendo in fuga il fianco della fanteria tebana. La linea alleata
venne aggirata con pesanti perdite, e quando lo stesso Filippo
uscì all’offensiva, gli Ateniesi cedettero e si diedero alla fuga.
Così finì l’indipendenza greca. Si racconta che Isocrate, «il
vecchio eloquente» di Milton, che aveva sperato di vedere
Filippo alla guida di una Grecia unita e contenta di esserlo, sia
morto nell’apprendere la notizia.
Persino in questo momento Filippo trattò Atene con
sorprendente mitezza: liberò i prigionieri ateniesi; spedì in
patria le ceneri dei caduti, scortate dallo stesso Alessandro.
Sottrasse ad Atene soltanto la penisola di Gallipoli, e giunse
persino a concederle alcune «rettifiche di frontiera» (il suo
trucco abituale, va detto) alle spese di Tebe. Tebe, d’altro canto,
che gli si era ribellata dopo essergli stata alleata, vide
condannare a morte i suoi capi, assistette alla vendita dei
prigionieri come schiavi e all’installazione di una guarnigione
macedone nella cittadella.
Filippo organizzò le cose nel Peloponneso come meglio gli
garbava; Sparta, che sola sfidò la sua folgore, venne con
disprezzo mutilata di alcuni territori di frontiera. In una
conferenza a Corinto, dove si era riunita la vecchia lega ostile
alla Persia, ne fu istituita una nuova, che aveva in Filippo il suo
generale. Non aveva ancora quarantacinque anni. Nel 337
Parmenione passò in Asia per assicurarsi la testa di ponte
necessaria all’invasione.
Ma Filippo non avrebbe condotto quell'impresa.
Dichiaratamente poligamo, era, da tempo, in cattivi rapporti
con Olimpia, la madre di Alessandro. E quando prese in moglie
la nipote di uno dei suoi generali, dalla quale ebbe un figlio, che
forse all’orgogliosa regina parve possibile rivale del proprio, la
misura fu piena. Poco dopo, al culmine della potenza e della
gloria, mentre avanzava in una processione trionfale, venne
pugnalato con ferocia da un giovane. È facile sospettare
Olimpia o persino Alessandro; l’assassino venne ucciso sul
posto, e la sua testimonianza andò così (convenientemente?)
perduta. Può darsi anche che abbia agito da solo.
Due tombe reali presso Edessa, una forse dello stesso Filippo
attestano la ricchezza dell’arte di corte macedone; ma
l’identificazione richiede una nota (p. 383).

2 Alessandro
Alessandro, l’erede naturale e designato di Filippo, nonostante
le ultime vicissitudini, non ebbe difficoltà a ottenere
dall’assemblea dei Macedoni la necessaria acclamazione.
Olimpia imprigionò e assassinò la giovane regina e il neonato, e
un sicario al soldo di Alessandro si sbarazzò dello zio di lei, che
si trovava sul fronte in Asia. Ma l’ascesa di un «ragazzino»,
come lo definì ottimisticamente Demostene, incoraggiò i
nemici.
Un’immediata marcia verso la Grecia, scavando gradini nel
rapido margine dell’Ossa, quando i Tessali gli rifiutarono il
passaggio attraverso la gola di Tempe, gli assicurò l’elezione al
posto di Filippo come generale della Lega Ellenica; ma nel 335,
mentre era nei Balcani, impegnato a garantirne le regioni
settentrionali, Tebe si sollevò con fiere intenzioni. Alessandro,
che nel corso di quell’estate aveva già preso d’assalto il passo
Shipka, che attraversava il cuore dei Balcani, sconfisse i Geti,
popolazione per metà scita, passò il Danubio, ebbe colloqui con
i biondi Celti presso Belgrado e sbaragliò gli Illiri, dopo essere
rimasto apparentemente intrappolato nelle loro colline,
spingendosi poi nuovamente a sud con incredibile rapidità.
Assaltò Tebe, e le sue truppe penetrarono nella città in risposta
a una sortita; vendette tutti gli abitanti come schiavi e rase al
suolo la città, risparmiando soltanto i templi e la casa di
Pindaro. La Grecia ne restò inorridita e spaventata.
Alessandro aveva già dimostrato di essere un soldato non
inferiore al padre, sebbene non avesse dovuto, al pari di lui,
crearsi un esercito, a mano a mano che si rafforzava il suo
potere. L’assassinio di Filippo fu tuttavia una catastrofe. Pochi
anni ancora di diplomazia forse avrebbero dato risultati preziosi
per l’unificazione della Grecia. In Grecia Alessandro era
pressoché uno sconosciuto; era impaziente di procedere
all’invasione dell’Asia, dove, nei momenti difficili, Parmenione
aveva faticosamente difeso una postazione strategica nella
Troade. I generali di Filippo sollecitavano Alessandro a
sposarsi e a lasciare un erede al trono, ma invano. Aveva, a
quanto sembra, scarso interesse per il sesso, forse - possiamo
supporre - perché, durante l’infanzia, era stato influenzato dai
commenti dell'adorata madre sull’infedeltà paterna. Ciò fa
pensare a un caso di «fissazione materna», la quale si
manifestava graziosamente in gesti di cortesia e cavalleria verso
le dame di corte coetanee della madre. La sua straordinaria,
diabolica energia si manifestò combattendo, governando,
esplorando. Non gli importava quello che sarebbe accaduto alla
sua morte. Durante tutta la sua vita continuamente messa a
repentaglio, Alessandro non diede mai disposizioni su come
governare il suo popolo, qualora gli fosse capitato di morire. E
quando la morte lo colse, non ancora trentatreenne, c’era
soltanto un figlio non ancora nato. Tutte le regioni del Vicino
Oriente avrebbero risentito della sua mancanza di un normale
istinto paterno.
Alessandro rivelò che Filippo, nonostante tutte le vittorie e le
miniere d’oro, era morto lasciando debiti per l’ammontare di
cinquecento talenti - una somma bastante a rendere
indispensabile un’imponente campagna estiva. Soltanto se
avesse fatto conquiste ancora più grandi per ripagare quelle
passate, l’esercito avrebbe potuto conservare i suoi contingenti.
I due grandi collaboratori di Filippo, Parmenione e Antipatro
(l’uomo di fiducia che Alessandro lasciò in patria,
affidandogliene il governo), pensavano evidentemente di poter
far fronte alla situazione finanziaria, ma Alessandro volle un
prestito di altri ottocento talenti, ipotecando tutte le terre della
corona. Decise di non attendere: la situazione era
effettivamente favorevole, perché era stato da poco assassinato
l’abile e crudele Artaserse III di Persia, che aveva riconquistato
l’Egitto con l’aiuto di truppe greche e aveva soffocato le rivolte
dei satrapi occidentali. Il nuove re, un lontano cugino, che
assunse il nome di Dario, era un’incognita. Senza avere il
controllo sul mare, e finanziariamente «a terra», Alessandro,
piombato in Asia nel 334, distrusse le forze dei satrapi locali
presso il fiume Granico, in uno scontro di cavalleria, nel quale
sfuggì per un pelo alla morte. Una flotta di navi greche e
macedoni lo protesse nel passaggio dei Dardanelli e lo aiutò a
liberare la Ionia; ma era inferiore alle navi levantine che
penetravano nell’Egeo, e durante l’inverno, non potendo
pagarla, Alessandro la rispedì in patria. Nel 333 entrò in Siria,
marciando alla volta della Fenicia, per eliminare la flotta
conquistandone le basi in patria. Dario, che lo seguì lungo la
costa, intenzionato a isolarlo, gli offrì, invece, l’occasione di
attaccarlo con il fianco protetto dalle colline e dal mare, e di
sconfiggerlo presso Isso.
Il 332 fu per lo più dedicato al disperato assedio di Tiro.
Alessandro venne respinto nel tentativo di superare il braccio di
mare; nel frattempo, la flotta persiana riconquistava gran parte
delle isole egee, e in Grecia, Sparta, ma non Atene, issava il
vessillo della libertà. Un esercito persiano, in marcia per
riconquistare l’Asia Minore, non riusciva a raggiungere il mare,
bloccato dai contingenti greci e indigeni che formavano la linea
di comunicazione di Alessandro, sotto il comando di un grande
generale, Antigono Monoftalmo. Ma Sidone e le altre città
fenicie, gelose di Tiro e recentemente assoggettate con ferocia
da Artaserse, si sottomisero ad Alessandro. Quando la notizia
raggiunse l’Egeo, le flotte fenicie disertarono e fecero ritorno in
patria. Con il loro aiuto Alessandro prese d’assalto Tiro dopo
sette mesi e la rase al suolo. Gaza, in cima a un tell,{17} tenuta da
una guarnigione persiana, resistette per due mesi. Alessandro
riuscì a svernare in Egitto, dove fondò Alessandria per
sostituire Naucrati (p. 102), e dove l’oracolo di Zeus Ammone
lo salutò come figlio del dio, ovvero come il legittimo faraone.
Nel 331 combattè la sua più grande battaglia, presso
Gaugamela, al di là del Tigri. In pesante inferiorità numerica,
mosse obliquamente minacciando la sinistra del nemico (la
vecchia tattica di Epaminonda e di Filippo), tenendo lontano,
con le guardie laterali, la cavalleria nemica intenta ad aggirarlo.
I lancieri traci respinsero un attacco di carri sciti che miravano
a scompigliare le sue linee. Nel frattempo teneva a freno la
cavalleria pesante macedone e la falange, sino a che i tentativi
persiani di contrastare i suoi movimenti non aprirono un varco
nelle loro linee. Allora, invertendo direzione, si slanciò con le
guardie a cavallo, con quelle di fanteria e con la falange
addosso alle guardie persiane e ai mercenari greci che
occupavano il centro dell'esercito di Dario, e dopo un breve ma
brutale scontro volse in fuga, per l’ennesima volta, le truppe del
re.
Dario si ritirò a est, attraversando le montagne, verso
Ecbatana. Il suo prestigio era scosso, e i capi della fazione
nobiliare incominciarono a volgergli le spalle. Mazeo (Mazdai),
che aveva comandato l’ala destra e si era impossessato del
campo di Alessandro nel vano tentativo di distoglierlo dalle
principali operazioni in corso, si arrese e consegnò Babilonia.
Alessandro vi rimase con le sue truppe per sei mesi, e qui
ricevette la notizia che Antipatro aveva piegato la ribellione in
Grecia. Lasciò che si diffondessero voci secondo cui il suo
esercito era corrotto dalle donne e dal vino; riprese quindi la
sua marcia verso sudest, aprendosi la strada attraverso le
montagne, durante l’inverno, combattendo contro le tribù alle
quali i re persiani avevano pagato il diritto di passaggio e poi
contro le truppe regolari della stessa Persia. Occupò le antiche
capitali persiane, diede alle fiamme i loro palazzi (si trattò
probabilmente di un atto politico, per fiaccare il morale del
nemico), catturò l’immensa riserva d’oro imperiale e, cosa
anche più importante, radunò i giovani della Persia e li fece
addestrare da sergenti istruttori macedoni come soldati del
nuovo re. Il risultato di queste misure, che sfruttavano
pienamente la vittoria, fu che nel 330 Dario rimase senza
truppe, salvo quelle dell’Iran orientale. Qui dominava Besso,
satrapo della Battriana, di discendenza reale, che aveva guidato
l’ala sinistra dell’esercito a Gaugamela. Durante la ritirata da
Ecbatana, l’esercito di Besso arrestò il re e, quando
l'inseguimento di Alessandro si fece incalzante, lo mise a
morte. Alessandro consegnò il corpo di Dario perché venisse
sepolto nelle tombe dei re. Più tardi, quando catturò Besso, che
era stato acclamato re di Persia in Battriana, lo fece torturare e
gli inflisse la morte disonorevole spettante agli assassini e ai
traditori. E proclamò se stesso legittimo re.
Alessandro, tuttavia, impiegò altre tre anni di strenue marce e
combattimenti per conquistare l’Iran orientale, dove si erano
nuovamente ribellate alcune province periferiche e dovettero
venir espugnati alcuni castelli montani della frontiera nord-
orientale. In una circostanza si utilizzarono tecniche di
alpinismo usando funi e conficcando nel ghiaccio picchetti di
ferro da tenda. Durante questi anni sorsero gravi dissensi tra
Alessandro e i suoi ufficiali. Al pari del Grande Re vestiva alla
foggia dei Medi, impiegava governatori persiani e medi, e
desiderava essere salutato con profondi inchini, come era
consuetudine presso i Persiani. Gli ufficiali macedoni erano
abituati a riconoscere nel re un primus inter pares e, come i
Greci, si prostravano davanti agli dei, ma non di fronte agli
uomini. Filota, comandante delle guardie a cavallo e figlio di
Parmenione, condannato per non aver comunicato notizie su un
complotto, venne messo a morte, e, come misura preventiva,
venne assassinato il suo vecchio e devoto padre, che era stato
lasciato in carica a Ecbatana. Il fratello adottivo di Alessandro,
Clito, che gli aveva salvato la vita durante il primo scontro di
cavalleria, ubriaco a un banchetto, lo criticò aspramente per
essersi fatto vanto della vittoria delle sue truppe, per le sue vesti
e il suo dispotismo orientale. Alessandro, dopo aver sopportato
a lungo, afferrò la picca di una guardia e lo uccise: un gesto che
gli costò lo strazio del rimorso. Callistene, nipote di Aristotele e
storico ufficiale della spedizione, venne arrestato e
probabilmente morì in una gabbia (una sorta di prigione
mobile), a seguito di un complotto, ordito da alcuni paggi, per
uccidere Alessandro. Callistene, che fra i suoi compiti si era
occupato dell’educazione dei giovani, aveva dibattuto i temi del
governo costituzionale, dei tiranni, del tirannicidio. Punito con
ingiuste sferzate, qualcuno dei paggi si sarà ricordato fin troppo
bene di quegli insegnamenti.
Alessandro, tuttavia, pronto a esporsi in prima fila nelle
cariche e nelle scalate, conservò la fedeltà delle truppe, con il
suo fascino e la sua efficienza, con la sua generosità e
spietatezza. Fu soltanto nel 326, mentre si trovava nel Punjab,
che gli uomini si rifiutarono di avanzare. Avevano appena vinto
una battaglia cruenta contro il ragià guerriero «Poro» (si tratta
in realtà di un nome razziale, Paurava), che possedeva duecento
elefanti addestrati e, forse fortunatamente per Alessandro, si
rifiutarono di marciare contro i regni del Gange, che si diceva
ne possedessero cinquemila. Alessandro dovette accontentarsi
di annettere la valle dell’Indo. Scortato da una flottiglia che
aveva costruito sullo Jhelum, marciò sino al mare, in una
campagna segnata da orribili massacri: gli Indiani rifiutarono,
infatti, di arrendersi (e di rifornire un grande esercito) e difesero
con disperato coraggio le loro mura di mattoni e di fango. Una
città di bramini oppose una resistenza così fiera che quasi
nessuno venne catturato vivo; presso una città dei Malli (è solo
una congettura quella che la indentifica con Multan),
Alessandro, più lesto di tutti a salire su una scala mentre le
truppe esauste esitavano, cadde ferito così gravemente che per
parecchi giorni fu in pericolo di vita. I suoi uomini lo
vendicarono compiendo un indiscriminato massacro. Alla foce
del fiume lasciò l’amico Nearco, un cretese, a esplorare la rotta
marittima per far ritorno alla foce dell’Eufrate, non appena lo
avesse permesso il monsone (325). Spedì indietro in Persia il
grosso delle sue truppe, salvo alcune guarnigioni, lungo la
strada principale, nell’entroterra, mentre egli procedeva in testa
a una colonna più ridotta, impacciata però da un seguito di carri
che portavano le donne e i bambini dei soldati e i bagagli,
deciso a esplorare la costa del deserto e a scavare pozzi per la
flotta. Ci riuscì solo dopo spaventose sofferenze e con enormi
perdite - comprese quasi tutte le donne e i bambini - dovute in
parte alla sete, ma, in misura ancora maggiore, a un’improvvisa
inondazione che travolse di notte il suo campo, posto in un
corso d’acqua quasi asciutto.
Di ritorno in Persia, distribuì decorazioni al valore e giustiziò
numerosi governatori che si erano comportati come tiranni,
confidando probabilmente sul fatto che non avrebbe mai fatto
ritorno. Arpalo, il suo tesoriere e amico d’infanzia, fuggito in
Grecia con cinquemila talenti e un esercito privato, cercò di
indurre Atene a ribellarsi, ma venne ucciso a Creta da uno dei
suoi ufficiali. Nuovi problemi sorsero allorché Alessandro si
preparò a dare una liquidazione e a rimpatriare i più anziani tra
i veterani macedoni, sostituendoli con i giovani persiani, che
avevano ormai sulle spalle cinque anni di addestramento e di
servizio di guarnigione. I Macedoni, temendo ciò che sarebbe
accaduto di loro una volta che, ridotti a un terzo dell’esercito
permanente, non fossero più stati indispensabili, gridarono:
«No! Lasciaci andare tutti. Resta a combattere le tue battaglie al
fianco dei tuoi Persiani e di tuo padre Ammone!». Ma non
appena Alessandro si accinse a prenderli sulla parola, lo
«sciopero» venne meno, ed egli ottenne, come sempre, ciò che
voleva. Desideroso di accelerare il tentativo di unificare i
Macedoni, i Greci e gli Iraniani, i principali gruppi etnici
dell’impero - non vi sono testimonianze che abbia intrapreso
una politica analoga verso altre etnie - celebrò allora il famoso
«matrimonio fra Oriente e Occidente», sposando una figlia di
Dario. Si era già unito a Rossane, figlia di un nobile battriano,
sottomesso dopo una valorosa resistenza. A molti ufficiali
vennero assegnate in moglie nobili dame persiane (quasi tutti se
ne liberarono dopo la morte di Alessandro), e si dice che, nel
medesimo giorno, vennero celebrati i matrimoni di novemila
soldati con donne asiatiche. Nella maggior parte si trattò
probabilmente del riconoscimento ufficiale di unioni già
esistenti. I sacerdoti greci e i Magi persiani levarono preghiere
affinché le razze potessero «unificarsi nell’impero». Alessandro
stava preparando una campagna marittima per annettersi
l’Arabia, allorché, minato nel suo straordinario fisico dalle
ferite e dagli sforzi, cadde malato di febbre presso Babilonia e
morì nel giro di dieci giorni (estate del 323).
Il genio di Alessandro ebbe senza dubbio il suo lato
costruttivo. Esploratore oltre che soldato, finanziò
generosamente - si dice - le ricerche di Aristotele nel campo
della storia naturale. Si premurò naturalmente di organizzare
l’impero, ma, nella maggior parte dei casi, si limitò ad adottare
il sistema persiano delle satrapie, mettendo nei posti chiave
uomini greci e macedoni. Ma le migliorie da lui introdotte
vennero vanificate dal malgoverno di uomini come Arpalo.
Fondò molte città, ma, tranne la Alessandria tuttora famosa, le
altre avevano soltanto scopi militari; sorsero le colonie dei
mercenari greci (che non gli furono per nulla grati, trovandosi
per sempre trapiantati lontano dalla patria e dal mare), destinate
a svolgere servizio di guarnigione: ecco perché ve ne erano
almeno quattro nelle province nordorientali di frontiera. Se,
dopo di lui, la storia dell’Asia sudoccidentale fu molto più
travagliata di quanto non fosse stata durante la pace persiana, la
causa va attribuita alla sua morte precoce. Ma ritorniamo così a
un punto già accennato. Ad Alessandro è imputabile il fatto
che, pur mettendo continuamente a repentaglio la sua vita e
incontrando una morte precoce - forse conseguenza, magari
indiretta, delle ferite -, non abbia predisposto nulla a favore dei
suoi sudditi. Nonostante i numerosi gesti di spettacolare
generosità e alcune dimostrazioni di galanteria verso le donne
Alessandro fu un uomo egoista. Il suo genio militare ebbe come
effetto quello di disperdere i coloni greci, un po’ dappertutto e
in nessun luogo stabilmente, dal Mediterraneo alla Battriana,
invece di limitarsi (diciamo) all’Eufrate. Era questa la frontiera
offertagli da Dario dopo Isso, e che Parmenione gli aveva
consigliato di accettare; la frontiera di una regione che sarebbe
potuta restare stabilmente unita al mondo mediterraneo.

3 Atene e il nuovo impero: Aristotele


Atene aveva conosciuto, nel frattempo, tredici anni di
insolita pace, nel corso dei quali gli uomini udirono,
meravigliati, come il Grande Re della Persia fosse stato
sottomesso al nuovo potere. A questo potere, come abbiamo
visto, Atene rimase nel complesso ostile; eppure, quando nel
332 Sparta entrò in guerra, Atene se ne astenne, e mentre
Antipatro sconfìggeva e uccideva Agide III, Atene era
nuovamente impegnata a combattere antiche battaglie nelle
corti di giustizia. Eschine aveva impugnato, sulla base di un
cavillo tecnico, la proposta di onorare Demostene con una
corona d’oro. Il caso portò a un processo nel 330, e Demostene
difese la propria carriera con il magnifico discorso Sulla
corona. Se anche avessimo saputo di doverne uscire sconfitti,
afferma:
anche in tal caso Atene non avrebbe dovuto abbandonare
questa linea d’azione, se avesse avuto a cuore l’onore, la
storia e il futuro. Ora ha fallito nel suo proposito, cosa che è
destino comune agli uomini, se lo vogliono gli dei; ma se,
aspirando a essere la guida, avesse ceduto la sua posizione a
Filippo, sarebbe stata biasimata per aver tradito tutti. Se
avessimo abbandonato questa causa senza lottare, la causa
per la quale i nostri padri affrontarono tutti i possibili
pericoli come avremmo potuto guardare in faccia gli
stranieri che si recano qui a visitarci? Se il risultato fosse
stato esattamente lo stesso, [...] ma se la lotta per evitarlo
fosse stata combattuta da altri senza di noi.
L’uomo più importante di Atene a quell’epoca non era
ateniese. Aristotele, che si era ritirato dall’Accademia, quando
la presidenza era passata a una figura di secondo piano
(Speusippo, nipote di Platone), ed era stato, più tardi, tutore di
Alessandro, ritornò nel 335 e fondò una propria scuola in un
parco nei pressi del tempio in onore di Apollo Lykeios (da qui
Liceo; p. 318).
Nessun greco ci è più inaccessibile di Aristotele. La sua
erudizione enciclopedica lo fa apparire disumano; e il fatto che
la sua teoria biologica abbia sfondo teleologico (o finalistico) e
che le sue concezioni scientifiche siano divenute in seguito
ortodossia e siano state difese come dogmi, gli ha procurato una
cattiva reputazione presso gli scienziati. In realtà, i primi
scienziati moderni, nell’accingersi a osservare i fenomeni per se
stessi, erano molto più vicini ad Aristotele di quanto non lo
fossero gli «aristotelici» scolastici. Il suo stile è semplice e
conciso - lo si deve al fatto che quasi tutto quanto possediamo
sono appunti, mentre le opere destinate al pubblico, compresi
dialoghi e alcune poesie, sono andate perdute. Fu senza dubbio
un pensatore enciclopedico. La logica, da lui elevata a sistema,
la retorica, la scienza della politica, la fisica e la metafisica
(«ciò che viene dopo la fisica», lo studio dei presupposti) e la
biologia, nella quale raggiunse il vertice speculativo, erano tutte
materie dei suoi corsi. Ma era anche uomo di grande umanità.
Preferiva insegnare a gruppi di studenti, passeggiando su e giù
sotto gli alberi (dal che essi vennero chiamati peripatetici,
«passeggiatori»). Coloro che non lo amavano per le sue
simpatie macedoni si prendevano gioco del suo gusto per gli
abiti eleganti, i raffinati banchetti e i gioielli.
La sua Politica - l’uomo nella società, una conseguenza
diretta della sua Etica - un’opera sulla quale ancor oggi
meditano gli studiosi di politica e di pedagogia per i richiami
all’inesauribile varietà delle esperienze dei piccoli stati greci -
tratta, naturalmente, della città, l’unica forma di vita
autenticamente politica che conoscesse. Le tribù non civilizzate
e le monarchie orientali non avevano nulla da insegnare. Il suo
destino fu di analizzare la città-stato nell’epoca in cui Filippo e
Alessandro ne soffocarono, in quanto entità autonoma, ogni
possibilità di sviluppo. È tuttavia affascinante il modo freddo e
disincantato con cui considera i vari tipi di «organizzazione» o
di «costituzione» (kathestós). Quando, ad esempio, accenna
all’usanza di un sistema di multe per chi non partecipa alle
assemblee - e l’annovera tra i mezzi con cui le classi agiate
realizzano i propri fini, «raggirando il popolo» - la sua sottile
ironia contrasta con la solennità di alcuni aristotelici. Mette in
risalto come le rivoluzioni possano, sì, scaturire da sofferenze
marginali e spesso personali, ma anche come la lotta si sviluppi
sempre intorno a grandi principi. Critica la teoria platonica del
tipico ciclo vitale dello stato (aristocrazia militare, capitalismo,
democrazia, dispotismo), sottolineando come la storia sia piena
di eccezioni. Questo ci fa pensare agli studiosi moderni quando
attaccano Toynbee.{18}
Il soggiorno di Aristotele ad Atene si interruppe bruscamente
con la morte di Alessandro. Negli ultimi anni di vita Alessandro
aveva preteso onori divini da parte degli stati greci. Si trattava
di una manovra politica; può darsi che lo scettico siciliano
Evemero, che viaggiò in Asia al seguito dei Macedoni, avesse
già pubblicato la sua teoria secondo cui gli dei olimpici erano in
realtà eroi di una cultura antica, e lo stesso Aristotele aveva
ipotizzato che all’uomo veramente grande, una volta ottenuta
ogni altra cosa, restava soltanto di «diventare dio». La cosa
suscitò comunque malumori, specialmente perché
accompagnata dall’invito a riaccogliere gli esuli - una manovra
che mirava a creare stabilità, ma che comportava imbarazzanti
problemi di restituzione dei beni. Atene accettò la deificazione
con spirito cinico. La morte di Alessandro parve segnare l’ora
della cacciata delle guarnigioni macedoni dalla Grecia (ve n’era
una, ad esempio, a Corinto) e della riconquista della libertà.
Minacciato da un processo per empietà, Aristotele fuggì a
Calcide, una fortezza macedone, dove morì nel 322.
La maggior parte della Grecia si unì in una nuova Lega Ellenica
antimacedone. Una delle forze principali fu l’Etolia, nella quale
si era verificata una crescita demografica. Sparta si mantenne,
questa volta, in disparte (Antipatro aveva preso degli ostaggi); e
con Sparta indecisa e Corinto presidiata, gli Argivi e gli Arcadi
non osavano marciare verso nord. Nonostante ciò, un esercito
della lega, al comando di Leostene di Atene, sconfisse
Antipatro e lo assediò a Lamia, a nord delle Termopili. Erano
però in cammino rinforzi dall’Asia. I Greci dovettero
affrontarli, e Antipatro, sgattaiolato via, si unì a loro.
Le operazioni veramente decisive della guerra lamiaca si
svolsero in mare. Alessandro aveva costruito una formidabile
flotta, che comprendeva probabilmente quinqueremi, le nuove
imbarcazioni pesanti da combattimento. La flotta ateniese, dopo
aver subito pesanti perdite nel tentativo di forzare i Dardanelli,
affondò, combattendo con centosettanta unità contro
duecentoquaranta, al largo dell’isola di Amorgo. Con il Pireo
assediato, soltanto una decisiva vittoria per terra avrebbe potuto
ristabilire l’equilibrio; e quando nei pressi di Crannone, in
Tessaglia, venne respinto l’ennesimo valoroso sforzo contro
forze superiori, Atene si arrese.
Ciò segnò la fine di Atene come potenza marittima. Antipatro
presidiò il Pireo; la democrazia venne abolita, o, come venne
eufemisticamente (ed erroneamente) detto, «si ritornò alla
costituzione di Solone». I cittadini che non possedevano una
proprietà del valore di duemila dracme - corrispondenti a sei
anni di paga di un oplita o un artigiano - vennero privati del
diritto di voto: 22 000 furono cancellati dalle liste; ne rimasero
9 000. Antipatro offrì terre a coloro che desideravano unirsi ai
coloni macedoni in Tracia, e furono in molti a partire. Atene ne
restò indebolita per sempre; e, questa volta, non vennero
risparmiati i capi del partito della guerra. Demostene, gettato a
terra dagli uomini di Antipatro nel santuario di Poseidone, sulla
cima della collina di Calauria (nell’isola di Poros), ingurgitò la
dose di veleno che, per emergenza, da tempo si portava
appresso.
Un trattamento analogo venne probabilmente esteso alle altre
isole insorte. Restarono liberi soltanto gli Etoli, tenaci
montanari, che risultarono i più forti perché nessuno dei loro
villaggi e neppure la loro capitale, il santuario di Termone,
costituivano un obiettivo vitale.

Le tombe reali di Vergina: quasi tutte (e molte ci sono note


da tempo) vennero saccheggiate dai Galli al servizio del re
Pirro (p. 387). Nel 1977 il professor M. Andronikos,
scavando in ampi tumuli posteriori, dietro a una tomba
diroccata, ne trovò una miracolosamente intatta, e dietro,
nel 1981, un’altra, quasi altrettanto ricca. La più recente
conteneva resti, sopravvissuti alla cremazione, di un re
fanciullo di dodici-quattordici anni. Non può trattarsi che
del figlio di Alessandro il Grande, che morì nel 313, a
tredici anni, probabilmente assassinato. Ciò rafforza
l’ipotesi che la tomba antica sia quella di Filippo Arrideo, il
fratellastro mentecatto di Alessandro, che condivise la
dignità reale con il nipote, sino a che non venne assassinato
nel 317. Era nell’interesse di Cassandro, che reggeva la
Macedonia (p. 385), tutelare la dignità della monarchia.
Questi infatti, dopo il 310, rivendicò il trono in nome della
moglie, Tessalonica, figlia del grande Filippo, che diede il
nome alla prima capitale del suo regno. Alcuni particolari,
che sembravano confermare l’ipotesi che la prima tomba
fosse quella del grande Filippo, si sono dimostrati di scarso
valore; ma altri, compreso il fatto che essa venne sigillata in
fretta, senza che fossero terminate le decorazioni interne, si
accorderebbero con la circostanza di un’ascesa al trono di
Alessandro e con l’immediata necessità di porsi in marcia.
Gli studiosi Prag, Pusgrave e Neave, dopo un attento esame
dei frammenti delle ossa cremate, sono convinti di poter
ricostruire lo scheletro del grande Filippo (con l’orbita
dell’occhio destro danneggiata da una freccia scagliata
dall’alto, dal muro di un villaggio). (Vedi «Journal of
Hellenic Studies», CIV, 1984.)
Capitolo XVI -
L’EREDITÀ DI ALESSANDRO

1 I successori

Si vide, in seguito, che i Greci avrebbero fatto meglio ad


attendere gli eventi prima di battersi per la libertà, perché, quasi
subito dopo la morte di Alessandro, si scatenò tra i suoi generali
la lotta per il potere. Seguirono vent’anni di guerra aspra,
combattuta dall’Egitto alla Tessaglia, ma per lo più nell’Asia
occidentale. Fu questo un periodo di sconvolgenti traversie, di
caleidoscopici mutamenti di fortuna, di monotoni resoconti di
massacri e tradimenti. Nel corso di tale guerra perirono quasi
tutti i marescialli di Alessandro, la sua turbolenta e sanguinaria
madre, il Figlio infante, e Rossane, che aveva assassinato la
figlia di Dario.
Non appartenendo propriamente alla storia greca, queste lotte
non saranno trattate in modo particolareggiato. Mentre erano in
corso, Atene sottostò, per dieci anni (317-307), al potere di
Demetrio Falero, un aristotelico antidemocratico, appoggiato
dal governatore della Macedonia Cassandro, figlio di Antipatro.
Dottrinario, al pari di Crizia (p. 331 ss.), Demetrio legiferò con
spirito «puritano», limitando, tra l’altro, le spese per i funerali e
i monumenti, tanto che in quest'epoca finiscono le graziose
lapidi scolpite dell’Attica. Venne scacciato da un altro
Demetrio, figlio di Antigono Monoftalmo, il quale tentò di
restaurare la democrazia: acclamato con fanatico entusiasmo, fu
«deificato» come «dio salvatore», tanto da riuscire a sistemare
nel Partenone la propria amante. Fu questo Demetrio a
conquistarsi il titolo di «espugnatore di città» per aver tentato di
prendere Rodi nel 305, con un assedio elaborato quanto
infruttuoso; ma si spinse troppo oltre, giungendo sino a Ipso in
Asia Minore, dove suo padre venne assassinato (301). Dopo
altre avventure, cadde prigioniero di Seleuco (p. 387), il quale
lo trattò cavallerescamente, lasciando che diventasse un
alcolizzato fino a morirne. Ma non tutto era perduto: c’era un
figlio, un altro Antigono, freddo e astuto, molto diverso dal
padre; un uomo che, seguendo quanto suggerisce Sir William
Tarn, aveva preso dalla madre, la vera figlia di Antipatro. Il più
giovane Antigono, soprannominato Gonata («ginocchiera», da
un pezzo dell’armatura, non ne sappiamo il perché), venne in
parte educato ad Atene, dove incontrò una delle grandi figure
della nuova epoca; un uomo che non possedeva né stile, né
avvenenza né ricchezza - e che non era neppure greco, bensì
fenicio di Cizio: lo stoico Zenone (p. 390 ss.). In seguito alla
caduta del padre, Gonata si ritrovò a capo soltanto di poche
migliaia di mercenari e di un numero esiguo di città greche per
metà ostili; ma gli eventi dovevano richiamarlo sul trono di
Macedonia.
Dalle ceneri del conflitto emersero tre stati eredi: la
Macedonia, l’Egitto e l’impero d’Asia, il quale venne ben
presto suddiviso. Tolemeo (ptolemàios, «bellicoso»), che era
stato guardia del corpo, ufficiale dei servizi segreti e membro
dello stato maggiore di Alessandro, si pose sulle prime un
obiettivo limitato, a differenza degli altri principali marescialli,
che puntavano, se non al mondo intero, almeno a tutto quello
che potevano conquistare. Tolemeo si assicurò la nomina di
governatore dell’Egitto, si oppose a quanti cercavano di
conservare unito l’impero, e fondò il più durevole dei regni
ellenistici, il quale resistette sino alla sconfitta dell’ultima
Cleopatra e del suo sposo romano, Marco Antonio, nel 31 a.C.
Si trattava di un regno interamente grecomacedone, che
ricavava ingenti ricchezze dai contadini inermi e disprezzati,
per mezzo di una burocrazia organizzata; Cleopatra fu la prima
e l’ultima della sua stirpe a conoscere la lingua egizia. Tolemeo
trafugò il corpo di Alessandro, che era stato portato in
Macedonia, e lo seppellì ad Alessandria. Uomo di cultura,
scrisse le proprie memorie sulle campagne di Alessandro, che
costituiscono una fonte fondamentale del resoconto più
esauriente che ci sia pervenuto (quello di Arriano, p. 428). Fu
probabilmente lui a progettare e il Figlio a costruire il più
grande istituto culturale antico, il «Tempio delle Muse»
(Museo) presso Alessandria, con la sua sconfinata biblioteca
contenente tutte le opere di valore composte in Grecia. Lo aiutò
a pianificarlo Demetrio Falereo, cacciato da Atene. Tolemeo
assunse, o gli venne conferito attraverso un’«acclamazione
spontanea» sapientemente organizzata, il titolo speciale di
«salvatore» (per aver difeso l’Egitto dai rivali?); suo nipote
passò alla storia come Tolemeo il Benefattore (cfr. Luca XXII,
25). Fu inoltre il solo, tra i principali pretendenti al potere, a
morire nel proprio letto, nel 283.
Il successo più vistoso fu quello di Seleuco, comandante
delle guardie di fanteria di Alessandro, che ottenne quasi tutti i
territori asiatici sotto il dominio persiano, e stava per
conquistare la Macedonia, quando cadde assassinato da un
figlio in esilio di Tolemeo, da lui stesso accolto (280). Suo
figlio, come anche la maggior parte dei suoi successori, prese il
nome di Antioco; da qui le città di nome Antiochia, la più
grande delle quali costituì la capitale seleucide nel nord della
Siria. Le città chiamate Apamea o Laodicea (ve ne erano
numerose) commemoravano le regine seleucidi; la prima,
Apame, fu la moglie persiana di Seleuco. Ma era tramontato il
sogno di Alessandro di unificare Greci, Macedoni, Medi e
Persiani. In assenza di una nazionalità imperiale capace di
suscitare un movimento patriottico e di sufficienti Greci,
nonostante una certa colonizzazione, l’impero si dimostrò
troppo vasto per essere governabile: la sua fu una storia di
ridimensionamenti (p. 400 ss.).
La Macedonia, con l’estinguersi della sua dinastia reale,
passò di generale in generale: tra questi vi fu Pirro, re
dell’Epiro, cugino di secondo grado di Alessandro, il quale
combattè anche contro i Romani in Italia (p. 415 ss.). Indebolita
dalla fuga di uomini verso Oriente, invasa dall’immigrazione
dei Celti, i cui padri erano stati fronteggiati da Alessandro
lungo il Danubio, la Macedonia trovò infine pace sotto
Antigono Gonata. Metodico, efficiente, uno dei personaggi più
nobili della sua epoca, Antigono non gode di buona fama
presso gli scrittori greci. Ciò è dovuto al fatto che, per motivi di
sicurezza, specialmente contro i tentativi espansionistici di
Tolemeo, egli, come anche il suo successore, conservò alcune
guarnigioni nei punti strategici (nel Pireo, a Corinto, sull’istmo,
a Calcide sullo stretto, a Demetriade, fondata dal padre di
Antigono, presso la moderna Volos), mentre in altre città
sostenne i tiranni, chiamati i «ceppi della Grecia». Plutarco, che
scrisse la vita degli straordinari Pirro e Demetrio, ma non quella
di Antigono, ne tramanda però alcuni detti, che caratterizzano
l’uomo. A un poeta che accennava alla sua divinità egli rispose:
«Ne sa qualcosa l’uomo che porta il mio vaso da notte»; a un
figlio, colpevole di alcuni soprusi, disse: «Non capisci, ragazzo,
che la nostra regalità è una nobile servitù?». Fu probabilmente
il primo uomo a definire la ritirata «un movimento strategico
verso le retrovie».
Fra il 266 e il 262 Atene fece l’ultimo valoroso tentativo di
riconquistare la libertà con l’aiuto di Tolemeo II. Ma la potenza
navale egizia si dimostrò inefficace; un re spartano venne
ucciso mentre cercava di forzare le linee macedoni sull’istmo;
Atene venne ridotta alla fame. È questo l’episodio che prende il
nome di guerra cremonidea, dal nome del capo democratico
ateniese. Soltanto nel 229, allorché la Macedonia venne
nuovamente attaccata dai barbari nel nord, Atene, compiendo
un considerevole sforzo economico - ipotecando, fra l’altro, a
favore di Tolemeo II, le copie ufficiali di Eschilo, Sofocle e
Euripide -, riuscì a comprare la propria libertà dal comandante
della guarnigione. Atene proclamò allora di voler essere in
buoni rapporti con tutte le altre potenze: uno stato neutrale.

2 La cultura ellenistica ad Atene

La guerra lamia aveva posto fine alla potenza navale di Atene,


quella cremonidea alla sua potenza militare; ma, in quanto città
dei filosofi e centro universitario, la sua carriera era solo agli
inizi. Già da tempo i giovani - Aristotele, ad esempio -
venivano da lontano per ascoltare Platone e gli altri che
avevano conosciuto il «santo» Socrate. Diogene, originario di
Sinope sul mar Nero, senza lasciarsi scoraggiare, si legò a un
tale Antistene, che imitava, forse con qualche eccesso,
l’austerità di Socrate, e che metteva regolarmente alla prova,
con severità e asprezza, la «vocazione» degli aspiranti
discepoli. Diogene superò in rigore il suo maestro, dormendo
all’aperto per le strade, nei pubblici colonnati o in una giara
d’argilla rovesciata (la famosa «botte»). Si prendeva gioco
degli uomini che studiavano gli inganni di Ulisse senza curarsi
dei propri o che creavano armonie sulla lira, pur essendone
privi nella loro anima. Allo stesso Alessandro che, visitandolo
nel 335 a Corinto, gli domandava: «C'è qualcosa che io possa
fare per te?», si narra che abbia risposto: «Tu e i tuoi amici
potete smetterla di coprirmi il sole». Pare che Alessandro,
allontanandosi, avesse commentato: «Se non fossi Alessandro,
vorrei essere Diogene».
In un’epoca in cui gli ambiziosi si contendevano ricchezze,
potere e influenza al servizio dei re, il modo di vita di Diogene -
cinico, ovvero «simile a quello dei cani», come esso venne
chiamato - divenne un’attrazione per molti. Il filosofo cinico,
barbuto, avvolto in una grezza coperta, mentre il «gentiluomo»
andava accuratamente rasato, divenne un personaggio rispettato
al pari dei francescani più tardi. Comunicava attraverso la
diatriba (in latino, sermo), che consisteva in un discorso
schietto e senza retorica pieno di pungente sarcasmo contro la
falsità del mondo. Fino in età romana avanzata, i cinici,
propugnando un ideale di distacco con una devozione da San
Francesco, ma senza la sua carità, esercitarono una notevole
influenza, ma non così profonda come quella suscitata da altre
due scuole filosofiche.
La nuova epoca, soprattutto ad Atene, poneva gli uomini di
fronte al problema di vivere in mezzo a forze sovrastanti. Una
possibile risposta era di astenersi dalla politica o, come avrebbe
detto Voltaire, di «coltivare il proprio giardino». Fu questo il
tipo di vita adottato dal nobile ateniese Epikouros (Epicuro).
Nato a Samo, perdute le terre quando venne cacciata dall’isola
la colonia ateniese, in un primo tempo si guadagnò da vivere
dirigendo una scuola per ragazzi. Più tardi, ad Atene, nel suo
giardino avrebbe discusso con gli amici sull’unico fine
razionale: quello di conseguire il piacere. Erano esclusi i piaceri
del corpo (egli stesso visse molto semplicemente). Gli uomini
dovrebbero coltivare i loro più alti aneliti, essere benevoli con
gli amici, conseguire la libertà dalle inquietudini. Non
dovrebbero preoccuparsi, specialmente, delle allarmanti
dottrine, predicate dalle religioni misteriche, che affermano
l’esistenza di un inferno per i peccatori e i non iniziati. Epicuro,
che non si professava ateo, aderiva all’atomismo materialista di
Democrito (p. 270), e predicava che gli dei, dotati di corpi
composti di atomi finissimi, vivono «negli spazi che dividono i
mondi», senza curarsi degli uomini. Si trattava di una filosofia
antieroica, e i circoli epicurei, che si svilupparono in numerose
città, furono descritti come «associazioni di amici».
L’epicureismo divenne la tipica filosofia della classe agiata
estranea alla politica, non da ultimo dello stesso mondo
romano. Orazio affermava di essere «un lustro porco del gregge
di Epicuro». La più famosa opera epicurea è il grande poema di
Lucrezio Sulla natura dell’universo, un trattato che predica una
visione scientifica del mondo, contro la superstizione e i suoi
effetti, l’ansia e il fanatismo.
Ma la filosofia, o la religione, di molti fra i più attivi greci e
romani posteriori fu lo stoicismo.
Ad Atene, poco dopo la morte di Alessandro, giunse un
giovane fenicio di Cipro, alto e sparuto, Zenone, figlio di un
mercante di Cizio (Chittim, Larnaca). Attratto sulle prime dai
cinici, abbandonò, in seguito, le loro principali stranezze, ma
non rinunciava mai a portare una questione sino alle sue logiche
conseguenze. Poco avvenente e timido, discorreva nei portici
pubblici (stoài, da cui «stoici») in mancanza di mezzi per
affittare un luogo dove tenere lezione, suscitando grande
impressione per l’incisività del ragionamento e la cristallina
integrità. Interessato soprattutto alla sfera pratica del vivere,
ritornò alla concezione presocratica del mondo. Adottò in
blocco la filosofia di Eraclito (p. 154 ss.), con gli inevitabili
adattamenti e reinterpretazioni. Il fuoco è la sostanza primaria;
il mondo è l’automanifestazione del dio, la cui sfera è
l’empireo, la sfera infuocata, che si trova al di là delle stelle e
racchiude l’universo. Anche lo spirito dell’uomo è formato di
particelle di fuoco, e coloro che sorvegliano fedelmente il fuoco
faranno ritorno al paradiso.
Quello che è naturale, dunque, è buono e giusto; il fine della
vita non è il piacere, ma la conservazione dell’essere, sia esso
pianta, animale, uomo o società, nel suo stadio naturale; il
piacere è un prodotto secondario, che si ottiene quando vengono
opportunamente eseguite le funzioni naturali. Il compito
dell’individuo è fare fino in fondo il proprio dovere là dove,
come aveva detto Socrate, lo ha posto il dio: nella famiglia,
nella città e, se è destino, nel potere.
Gli stoici non intendevano dunque evitare guai stando alla
larga dalla politica. Posti davanti al dilemma se l’uomo giusto
sia felice, qualora il senso del dovere lo conduca alla tortura e
alla morte (l’antico problema, posto nella Repubblica
platonica), i logici più intransigenti tra gli stoici non esitavano a
rispondere affermativamente, ma ammettevano, in generale,
che, se un uomo si trovava in una condizione dolorosa e senza
uscita, poteva uscirne ricorrendo al suicidio. La dottrina che il
mondo è l’autoespressione della ragione divina - il lògos-
poneva un forte accento sul destino, dunque sul fatalismo: gli
stoici, come gli altri uomini, non erano sempre coerenti.
L’interesse per le stelle, intese come fuochi divini, li spingeva a
ritenere che dovessero avere un significato per l’uomo, e lo
stoicismo posteriore non fu immune da una superstizione della
tarda antichità: l’astrologia babilonese.
Zenone si fermò ad Atene per il resto della sua lunga vita.
Invitato in Macedonia da Antigono, per essere il suo consigliere
spirituale, Zenone probabilmente declinò l’invito, ma vi inviò
un discepolo, anch’egli originario di Cizio. Gli Ateniesi gli
dedicarono una stele per aver insegnato alla gioventù l’onestà e
l’autocontrollo, con i discorsi e con l’esempio. Si spense nel
264 in un’Atene stretta nell’assedio di Antigono. Antigono
affermò di aver perso il suo «pubblico», il «loggione» per il
quale aveva sempre recitato. Quando prese la città, non ci
furono rappresaglie.
La cultura della nuova epoca è detta ellenistica, per
distinguerla da quella ellenica; cultura non più soltanto degli
Elleni come popolo, ma degli ellenizzati, da hellenizo, che
significa «parlare greco» o «parteggiare per i Greci». A questa
cultura, lo stoicismo assicurò un’etica che prescindeva dai
confini della città-stato, un'etica per il mondo intero, per la
cosmopolis, anche se, come la città della Repubblica di Platone
o la chiesa sacra universale di Knox,{19} forse non si sarebbe
realizzata sulla terra o sarebbe stata «invisibile». Suoi cittadini
erano tutti gli uomini giusti, non importa se Greci, Semiti, Sciti,
liberi o schiavi. Molti seguaci di Zenone provenivano
dall’impero seleucide, tre da Tarso, la città di San Paolo, che
stava a buon diritto sviluppandosi come centro intellettuale. Tra
i governanti stoici, il primo fu Antigono, l’ultimo Marco
Aurelio, il quale morì nel 180 d.C. e seguì gli insegnamenti di
uno stoico vissuto un secolo prima, Epitetto, in origine uno
schiavo frigio.
Il dramma ateniese conobbe ancora una certa fioritura,
nonostante la presenza di una guarnigione del re presso il Pireo.
Venivano regolarmente rappresentate le vecchie tragedie,
specialmente quelle della grande triade, ma ne vennero
composte migliaia di altre nei secoli seguenti, non poche a
opera di nobili romani. Per quanto ne sappiamo, tuttavia, erano
soprattutto esercizi letterari, non più rappresentabili di quelle di
Shelley o di Swinburne.{20}
La drammaturgia davvero originale si ridusse alla commedia
nuova, a noi oggi nota direttamente attraverso i ritrovamenti
papiracei egizi (che mostrano come i Greci dispersi nel mondo
leggessero quelle commedie) e attraverso gli adattamenti latini
(traduzioni libere condite con piccanti e salaci battute romane),
compiuti nel secolo seguente da Plauto e da Terenzio. È per noi
motivo di rammarico che, invece del suo immediato
predecessore, sia sopravvissuto il teatro romano, che è
produzione di qualità inferiore. Lo stesso Giulio Cesare notava
che Terenzio (schiavo originario di Cartagine) aveva latinizzato
il puro stile attico, senza però essere altrettanto divertente. In
ogni modo, fu la versione romana della commedia nuova a
raggiungere gli scrittori del Rinascimento italiano, francese e
inglese, compreso Shakespeare (la sua Commedia degli errori è
un libero adattamento da Plauto), e a influenzare direttamente
l’intero teatro moderno. La commedia nuova era una commedia
sociale di costume, disimpegnata e a lieto fine. Giovani
innamorati ma ingenui conquistano l'amata con l’aiuto di un
astuto servitore (un Jeeves{21} o un Figaro), in un mondo di
padri e zii irosi ma correggibili e di malvagi proprietari di
schiavi o tenutari di bordelli. Il malvagio - talvolta legittimo
proprietario dell’eroina - viene debitamente beffato e sconfitto,
mentre si scopre che la fanciulla è la figlia, da tempo perduta,
rapita quando era bambina, di persone perbene, e dunque, dopo
tutto, con una «conveniente» posizione sociale. Un altro
personaggio tipico è il soldato spaccone, di ritorno a casa dopo
aver fatto fortuna in Oriente.
Il più famoso dei nuovi commediografi è Menandro (c. 343-
291). Benestante, considerato filomacedone, non fu ai suoi
tempi molto popolare, ma lo divenne immensamente in seguito,
come possiamo dedurre dal numero di citazioni e di
ritrovamenti papiracei. Tra i titoli di commedie in buona parte
conservate vi sono L’arbitrato (tra due contadini che hanno
raccolto un trovatello con due ninnoli addosso), La donna
tosata, Lo scudo, Il misantropo (Dyskolos), che è quasi
completo. Questo personaggio che vive per sua scelta in un
podere su una collina presso File, intralciando i disegni
matrimoniali dei figli, si converte allorché, dopo aver fatto
cadere un piatto in un pozzo ed esservi lui stesso finito dentro,
si trova ad aver bisogno di aiuto. Oltre alla vena umoristica,
Menandro dimostra una profonda umanità, di cui è debitore,
insieme allo stile, a Euripide e ad Aristofane. Una sua famosa
«citazione», ripresa anche da San Paolo - «Le relazioni
malvagie corrompono i buoni costumi» -, forse deriva da
Euripide. «Chi fugge tornerà a combattere» recitava un altro dei
suoi versi. La citazione seguente, con il tema «Benedetto sia
colui che ha visto queste cose», sembra una replica epicurea alle
pretese delle religioni misteriche:
O Parmenone, felice chiamo
colui che torna rapidamente là donde è venuto,
avendo visto senza pena,
queste nobili cose:
il sole che illumina tutti noi, le stelle, l’acqua, le
nuvole e il fuoco. Che tu viva cent’anni
o poche stagioni, vedrai le stesse cose;
e cose più grandi di queste non
vedrai mai.
La stessa malinconia greca anima un altro verso, forse il più
famoso di Menandro: «Muore giovane chi è caro agli dei».
Menandro non raggiunse la vecchiaia. Si racconta che egli sia
annegato, mentre nuotava al largo del Pireo.

3 I frutti della cultura alessandrina

Zenone non aveva voluto recarsi in Macedonia da Antigono;


per i filosofi, Atene era ancora la città madre, dove il pensiero
restava libero, nonostante non lo fosse più la vita politica.
Menandro venne, a sua volta, invitato ad Alessandria da
Tolemeo, ma declinò l’invito: il filomacedone aveva la sua
dignità. Ad Alessandria, la generosità principesca dei Tolemei
aveva richiamato un considerevole seguito di poeti e scienziati.
Coloro che avevano a cuore la libertà di parola li schernivano,
definendoli «polli nella stia», ma per molti studiosi, per alcuni
valenti poeti minori e per alcuni grandi scienziati essere
rimunerati per la loro attività intellettuale voleva dire avere
occasione di approfondire gli studi. Fu all’epoca di Tolemeo I
che Euclide, un matematico originale, elevò la geometria a
sistema. Intorno al 280-265 Aristarco di Samo, adottando forse
un'ipotesi avanzata dalla scuola pitagorica, sviluppò una teoria
secondo cui il sole era il centro dell’universo e la terra gli
ruotava attorno. Provò anche a calcolare le distanze relative del
sole e della luna ma, non possedendo strumenti per misurare gli
angoli con la necessaria precisione, collocò il sole a una
distanza soltanto venti volte maggiore di quella della luna. Ad
Atene, Cleante, che era succeduto a Zenone a capo della scuola
stoica - un ex pugile di professione, che si guadagnava da
vivere coltivando fiori per il mercato, e fu autore di un
suggestivo Inno a Zeus -, trovò la teoria blasfema,
incompatibile con la cosmologia adottata dagli stoici (p. 390), e
sostenne che si doveva processare Aristarco per empietà. La
tensione tra religione e scienza è dunque di molto anteriore
all’epoca cristiana, ma era validissima la ragione per cui venne
respinta la teoria di Aristarco sino a che non fu nuovamente
ripresa da Copernico: non era dimostrabile sulla base di
osservazioni e misurazioni sufficientemente precise.
Maggior successo ebbe la più modesta impresa di Eratostene,
bibliotecario e direttore dell’istituto dopo il 250, che misurò la
terra. Avendo osservato che al solstizio d’estate il sole
illuminava verticalmente il fondo di un pozzo asciutto presso
Assuan, misurò l’ombra che, nello stesso giorno, gettava
un’asta verticale ad Alessandria; trovò così l’angolo sotteso alla
distanza tra le due città. La circonferenza da lui calcolata
eccedeva solo di poco - il dieci per cento circa - la misura
esatta. Sempre ad Alessandria, Apollonio di Perga (c. 236)
elaborò, come branca della matematica pura, una teoria delle
sezioni coniche, che si sarebbe mostrata applicabile sia
all’astronomia, sia alla balistica.
Eratostene fu uno studioso enciclopedico: matematico puro,
escogitò un metodo conosciuto come il «setaccio di
Eratostene», per trovare tutti i numeri primi; cronografo, si
deve a lui la datazione tradizionale della caduta di Troia,
tutt’oggi citata; e inoltre geografo, critico e il primo a definirsi
filologo, cioè «amante dell’apprendere». Altri lo chiamarono
Pentatleta o, con minore benevolenza, Beta, «Numero Due»,
essendo sempre secondo in tante discipline.
Nell’ambito dell’erudizione letteraria, i bibliotecari fecero un
grande lavoro di classificazione e di critica. I Tolemei, che
aspiravano a possedere tutte le opere di valore composte in
Grecia, compilarono a questo fine una lista dei principali autori:
i tre grandi tragici, i dieci oratori attici, ecc. Molti lavori
conservati nei manoscritti di Platone, Demostene e altri, ma
considerati oggi per motivi di stile o di incoerenza opere di altri
autori, furono probabilmente conservati - giungendo quindi fino
a noi - perché non mancò chi riuscì a venderli alla biblioteca
facendoli passare per opere dei grandi. Quando una società
incomincia a catalogare come classici certi scrittori del passato,
significa che sente che qualcosa è andato perduto. In ogni caso,
la biblioteca ebbe il merito di richiamare l’attenzione degli
studiosi posteriori, compresi quelli dell’impero romano
orientale o bizantino, ai quali dobbiamo tutti i manoscritti
(eccetto i papiri) della letteratura greca in nostro possesso.
Con la critica letteraria comparve la malattia professionale: la
polemica letteraria. Una celebre disputa sorse tra Callimaco di
Cirene, che catalogò e classificò i libri della biblioteca sotto il
suo primo bibliotecario, e Apollonio, che era stato suo allievo.
Callimaco era favorevole a componimenti brevi in un’epoca di
componimenti brevi (ma il suo aforisma «Un grosso libro è una
cattiva cosa» si riferisce forse alle fatiche dell’assistente
bibliotecario). Furono gli alessandrini a suddividere Omero,
Erodoto e altre vaste opere nei «libri» che conosciamo, tutti
abbastanza corti da essere contenuti in un rotolo di papiro.
Apollonio pensava vi fosse ancora spazio per nuovi poemi
epici. Ma a inasprire la vicenda fu la questione della carica di
bibliotecario, alla quale, con il ritiro di Zenodoto, critico
omerico, fu destinato Apollonio, scavalcando Callimaco. Questi
si rallegrò quando, sotto Tolemeo III, Apollonio, perso il posto,
si ritirò presso Rodi, dove compose il poema epico sugli
argonauti e il vello d’oro (dando rilievo alle vicende amorose,
secondo la maniera contemporanea). Per essere vissuto a Rodi,
viene comunemente chiamato Apollonio Rodio, sebbene fosse
nato in Egitto. Callimaco parla di lui come dell’«Ibis», il sacro
uccello egizio divoratore di carogne, aggiungendo che aveva
«saccheggiato» idee e frasi del vecchio maestro.
Callimaco, a quanto pare, non ottenne mai l’importante
incarico, che andò a Eratostene, ma si conquistò grande fama
con la sua poesia. I pochi brani pervenutici, relativamente
lunghi, sono caratterizzati da una certa oscurità ed erudizione,
ma sembra che fosse quanto il circolo letterario alessandrino
gradiva. Ci si aspettava che i suoi lettori, come quelli del
romano Properzio, che amava Callimaco e fu amato da Ezra
Pound, si divertissero a cogliere le allusioni esoteriche. Ma nei
componimenti brevi egli è squisito, come nei sei versi scritti
nell’apprendere la morte di Eraclito di Alicarnasso, un vecchio
amico.
Mi hanno detto che sei morto, Eraclito, e ho pianto: ho
ricordato quante volte, ad Alicarnasso, chiacchierando
vedemmo insieme tramontare il sole.
La tua patria, dove ora le tue ceneri da tempo giacciono
fredde.
Ma continuano a vivere i tuoi dolci usignoli:
su di essi Ade, il ladrone spietato, non potrà allungare la
mano.
Gli «usignoli», probabilmente le poesie di Eraclito, sono da
tempo andati perduti; soltanto il breve componimento
dell’amico ce ne tramanda il nome.
In mezzo a polemiche e a cenacoli letterari il fiume della
grande poesia greca si riduce a un rivolo di epigrammi talvolta
graziosi e arguti. Ma nel III secolo una nuova vena scaturì: la
poesia pastorale. Teocrito di Siracusa, dopo aver vanamente
tentato in patria di assicurarsi la protezione del capo militare del
momento, si spostò a est, portando con sé qualcosa di nuovo:
esametri in dialetto dorico, che riproducevano in forma
letteraria le canzoni d’amore, le satire, i canti tradizionali e le
improvvisazioni, con cui i pastori siciliani ingannavano il tempo
sulle colline. Lontano da casa, avvolto dall’aureola del fascino
esotico, Teocrito attras