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Accademia di Belle Arti di Catania

Corso di Restauro “Decorazione”

Docente Prof.ssa Antonina FOTI


Assistente Tutor di laboratorio Collaboratore Restauratore Roberta Tringali

ANNO ACCADEMICO 20018 / 2019

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INTRODUZIONE

Gli elementi di restauro e conservazione sintetizzati in questa dispensa, sono la


puntualizzazione degli argomenti di maggiore importanza che sono trattati durante le
lezioni del nostro corso. Il restauro, si propone la conservazione dell’opera in ogni suo
particolare, fino al ripristino delle condizioni oggettive, senza alterare o modificare quella
che è stata l’intenzione dell’autore per quanto è fino a noi pervenuto perché è impensabile
credere che la lettura di un oggetto sia oggi la medesima che aveva al momento della
sua esecuzione. Oggi infatti ci si trova spesso di fronte a problemi di conservazione di
volumi plastici ( oggetti ceramici, statue in terracotta, in gesso , in stucco ecc.),che sono
stati modificati o manomessi durante precedenti tentativi di restauro. Si giudica quindi
essenziale interessarsi prima della conservazione strutturale - qualunque sia il suo stato di
degrado- per passare poi ai successivi interventi che serviranno a garantire la continuità
dell’opera nel tempo.

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DEFINIZIONI

 RESTAURO : qualsiasi intervento che sia rivolto a restituire all’opera nei limiti
del possibile, la relativa leggibilità e, ove occorra, l’uso
 CONSERVAZIONE : l’insieme degli atti di prevenzione e salvaguardia rivolti
ad assicurare una durata tendenzialmente illimitata alla configurazione del
materiale dell’oggetto considerato.
 PREVENZIONE : l’insieme degli atti di conservazione, motivati da conoscenze
predittive sull’oggetto considerato e sulle condizioni del suo contesto ambientale.
 SALVAGUARDIA : qualsiasi provvedimento conservativo e preventivo che non
implichi interventi diretti sull’oggetto.
 MANUTENZIONE : insieme di atti programmati e ricorrenti rivolti a mantenere
le opere in condizioni ottimali, specie dopo interventi di restauro.

“il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera


d’arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista
della sua trasmissione al futuro ..”

“si restaura solo la materia dell’opera d’arte.”

“il restauro deve mirare al ristabilimento della unità potenziale dell’opera d’arte,
purchè ciò sia possibile senza commettere un falso artistico o un falso storico, e senza
cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera nel tempo..”

Cesare brandi

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Nel contesto della conservazione delle opere d’arte o di manufatti artistici, il restauro
rappresenta un intervento di rallentamento dei processi di degrado patologici non
altrimenti arginabili.
Il restauro, deve salvaguardare la vocazione dell’oggetto come testimonianza
storica, la storia dei materiali di cui esso è costituito, le vicende di manutenzione e di
restauro che ne rappresentano il percorso. Il risultato di un intervento di restauro deve
solo restituire all’opera una migliore leggibilità, continuità strutturale ed equilibrio
estetico ove si sia perso o interrotto, senza interferire in alcun modo con l’originalità
dell’opera unica e senza creare falsificazioni. Ciò sarà possibile solo se qualsiasi
intervento di restauro intrapreso sarà condotto a termine seguendo una procedura che
deve essere predefinita sulla base delle finalità che l’intervento stesso si propone, è
opportuno individuare le diverse finalità dell’ intervento le quali si possono distinguere
in tre aspetti:
Studio storico, per il quale è necessario favorire la leggibilità tecnologica ed
artistica del manufatto, eventualmente a scapito degli aspetti formali ed estetici.
Esposizione museale, la quale richiede il massimo di leggibilità della funzione
dell’oggetto e dei suoi aspetti formali, mentre la leggibilità tecnologica può essere posta
in secondo piano.
Mercato antiquario, che privilegia senz’altro l’aspetto estetico capace di soddisfare
le esigenze del collezionista.
A questo punto, si ritiene opportuno evidenziare e specificare le definizioni dei
termini d’uso stralciati dalla nuova Carta del Restauro e della conservazione degli oggetti
d’arte e di cultura del 1987.

Il concetto moderno di restauro delle opere tridimensionali - prima di giungere alla


fase conservativa è vincolato sia dal rispetto del carattere volumetrico tangibile, ed
osservabile da ogni angolazione, che dal rispetto della materia che è allo stesso tempo
struttura e valore esteriore.
Il concetto di restauro moderno inoltre condiziona spesso l'operatore all'impiego di
materiali diversi da quelli originali e perfettamente reversibili. La scelta dei materiali
d'uso deve quindi essere compatibile con i dettami della "carta del restauro" e con la
logica di intervento consigliata dall'esperienza acquisita in laboratorio.

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Il restauro si propone quindi la conservazione dell'opera in ogni suo particolare,
fino al ripristino delle condizioni oggettive, senza alterare o modificare quella che è stata
l'intenzione dell'autore per quanto è fino a noi pervenuto perché è infatti impensabile
credere che la lettura di un oggetto sia oggi la medesima che aveva al momento della sua
esecuzione.
Gli antichi metodi di restauro non avevano grande rispetto della conservazione
delle superfici modellate, che viceversa è divenuta una pratica puntigliosa nell'intenzione
del restauro moderno. Oggi infatti ci si trova spesso di fronte a problemi di conservazione
dei volumi plastici che sono stati manomessi o modificati durante precedenti restauri
perché era pratica comune levigare o coprire con materiali non idonei le superfici
degradate per ripristinare l’aspetto estetico delle superfici.
Si giudica quindi essenziale interessarsi prima della conservazione strutturale,
qualunque sia il suo stato di degrado e della sua eventuale rigenerazione , per passare poi
al successivo intervento di rimozione delle aggiunte che possono falsare l'originale o che
sono causa di ulteriore alterazione chimico-fisica.

La tecnica industriale coadiuva oggi con soluzioni impensabili solo venti anni fa,
producendo materiali che in qualche caso sono utilizzati nelle operazioni conservative.
Opportunamente tarate certe sostanze si usano non con l'intento di rigenerare uno stato
ormai perduto, ma di " sostenere " la materia giunta al termine della sua resistenza fisica.
Si tratta spesso di materiali non troppo sperimentati nel settore della conservazione delle
opere d'arte, che tuttavia è consigliabile usare per non lasciare che si compia l'ultimo atto
di degrado materico, ma soltanto dove non sia possibile agire con sostanze di
sperimentata efficacia. In genere l'oggetto - come d'altra parte tutte le opere che vengono
sottoposte a restauro e conservazione - deve essere attentamente osservato per stabilire
quali siano le cause che hanno prodotto quei danneggiamenti ai quali si dovrà ovviare.
Spesso le indicazioni rilevate con la ricerca scientifica possono facilitare le
operazioni di restauro, consigliando quindi la scelta metodologica ed applicativa. In linea
di massima si dovrà seguire il seguente schema:
a. Analisi della materia e del suo stato di conservazione superficiale.
b. Controllo della degradazione in profondità.
c. Alterazioni in vicinanza di venature o fenditure, e consistenza di queste ul
time.

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d. Ricerca delle cause della degradazione.
e. Danneggiamenti causati dalla presenza di microflora o comunque
crescita delle formazioni vegetali sulle superfici ed in profondità.
f. Incidenza dei danneggiamenti avvenuti a causa di precedenti restauri.
g. Metodologia di conduzione dell'intervento di restauro.
h. Eliminazione delle cause di degradazione,
i. Finitura estetica dell'opera.

DEFINIZIONE GENERICA DELLA TECNICA CHE DEFINISCE LE

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OPERE BI/TRIDIMENSIONALI

La scultura intesa come pratica di modellazione per asportazione o aggiunta di


elementi viene attuata - oggi come in passato - con il confronto meccanico da un modello
definitivo a grandezza naturale.
L’artista realizza il modello definitivo in gesso, della grandezza-voluta, omettendo
quei particolari che l'intenzione del momento consente di realizzare direttamente, oppure
definisce i volumi di ciò che vuole realizzare direttamente in situ.
I metodi di lavoro e traduzione delle masse plastiche sono stati diversi a seconda
delle epoche storiche. Sono nate le tecniche di riporto delle misure da un modello al
blocco secondo un sistema di fili a piombo dipartenti da un cerchio con un braccio
girevole graduato oppure con appositi attrezzi come il modine, che è costituito da una
sagoma di lamiera rigida su cui viene tracciato in negativo il profilo voluto.

Da questi metodi di traduzione si differenziano tutte le tecniche che realizzano


l'opera in materiali duttili, od altri che si solidificano per di verse cause, quali l'argilla, la
cartapesta, il gesso e lo stucco, la cera o il legno.
Ognuno di questi materiali ha caratteristiche proprie, e quasi tutti sono stati usati
per opere destinate alla collocazione in interno, mentre uno in particolare, che assume le
caratteristiche necessarie per la durata in esterno - la terracotta - è il risultato della
modificazione strutturale della materia dopo la cottura.
Molti autori hanno inoltre realizzato le loro opere in particolare bozzetti = iniziando
il lavoro con un materiale, ed ampliandolo e modificandolo poi con aggiunta di altri, e
quindi patinando o decorando le superfici per coprire le differenze materiche, ed
impreziosire i modelli, trattando l’opera fino a raggiungere illusoriamente l'apparenza di
materiali più nobili, come il finto marmo.

TECNICA DEI MATERIALI

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STUCCO

A seguito della scultura in gesso è da citarsi anche la pratica dello stucco che non è
però molto sviluppata nella comune modellazione di opere di autore, ma è soprattutto
impiegata nella decorazione architettonica, intesa come "ornato" e nella quale sono
inserite anche modellature di impreziosimento.
Genericamente lo stucco è formato da un impasto di calce, polvere di marmo,
sabbia di fiume e collanti organici (caseina, colla di pesce e di coniglio), in proporzioni
variabili rispetto alla funzione cui erano destinate le opere e la necessità di inserimento,
oltre che il rapporto al tipo di materiale reperibile sul posto.
Per stucco si intende anche una miscela di gesso da formare o gesso comune,
imbevuto in una soluzione di allume e con aggiunte di piccole quantità di cemento
bianco, magnesio, colle animali ecc.
Anche lo stucco si può colorire con impiego prevalente di colori minerali
stemperati in acqua e colla animale nelle quantità desiderate per il raggiungimento
dell'effetto voluto. L'impasto ha carattere di duttilità e malleabilità fino a quando viene
mantenuto sufficientemente umido. L'essicazione avviene naturalmente alla temperatura
ambiente - soltanto nei periodi più secchi e caldi dell'anno - oppure in forno simile a
quello per la cottura del pane.
Lo stucco per esterno, invece, veniva rinforzato opportunamente con cera, gomma
lacca, resine ed olii essiccativi.
Lo stucco è una materia molto più resistente del gesso e si prestava anche come
imitazione del marmo, del quale non aveva naturalmente il costo. Sono note decorazioni
di interni a perfetta imitazione di marmi colorati e di splendido effetto e lucentezza; come
anche decorazioni settecentesche all'esterno che non hanno subito particolari alterazioni
in confronto a quelle collocate al coperto.
Di carattere più artigianale e spesso impiegato nell'esecuzione di sculture è lo
stucco ottenuto con un impasto di cemento bianco e polveri di calcari miscelati insieme a
sostanze coloranti.

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GESSO

Caratteri generali
Con il termine generico di gesso si intende il prodotto ottenuto per calcinazione
(gesso da presa o gesso cotto) del minerale che si trova in natura sotto diverse forme.
Il minerale di aspetto granulare compatto misto a quantità più o me no rilevante di
sostanze eterogenee costituisce la comune "pietra da _ gesso", (selenite) molto
abbondante in natura. E' composto da un solfa to di calcio idrato da due molecole di
acqua di cristallizzazione (Ca SO4 • 2H20; durezza 1,5 2).
Il gesso, quando viene riscaldato, perde l'acqua di cristallizzazione,. diviene opaco e
si riduce in polvere.
Il gesso da presa è il prodotto della calcinazione del gesso natura le. A seconda
della temperatura di cottura, disidratandosi, assume diverse modificazioni con uso ed
impiego diversi.
Cotto fra i 130° ed i 170°C si trasforma in semiidrato (2 CaSO4 • H20) che
impastato con acqua fa presa ed indurisce fo mando un aggregato cristallino, compatto, di
biidrato (Ca2SO1 • 2H20) . Per questa caratteristica viene usato come gesso da forma o
gesso da modellatori, poiché cristallizza con un leggero aumento di volume; caratteristica
questa molto apprezzata dai formatori poichè riempie completamente gli stampi.
Tra i 170 ed i 250°C il gesso perde tutta l'acqua di cristallizzazione trasformandosi
in Anidrite (Ca SO ) . A contatto con l'acqua si tra sforma subito in semiidrato e poi fa
presa; è il così detto gesso da mu ro. Questo fa presa un po' più rapidamente del gesso da
forma. La trasformazione del semiidrato in biidrato richiede circa il 25% di acquarispetto
al peso del gesso. Per il nostro interesse specifico è però più importante il gesso
"scagliola", che è una miscela molto fine e bianca di semiidrato e gesso crudo cristallino
(Selenite) . Quest'ultimo è di impiego comune per tutte le realizzazioni plastiche
artistiche ed industriali dal secolo scorso fino ad oggi.
Con questo materiale sono sempre state eseguite sia opere uniche che riproduzioni a
stampo o calco di opere famose, sia il basso costo di esecuzione che per la possibilità di
coprire con il colore o con una patinatura le superfici - esattamente come avvertiva per la
terracotta - e quindi sembrare opere di altro materiale più nobile.
Il gesso è però materiale fragile, lentamente solubile in acqua, inadatto per la
collocazione in esterno, anche se protetto con verniciature ad olio.

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Restauro e conservazione del Gesso

La porosità del gesso è comunemente riempita nel tempo dai depositi di polvere che
risultano successivamente inamovibili con i consueti metodi di spolveratura e di lavaggio.
Quest'ultimo è poi particolarmente dannoso perché i liquidi (ad esempio l'acqua ed i
solventi), sono assorbiti dalla naturale porosità della materia e sono quindi veicolo di
conduzione dei particellati di sporco ancora più in profondità.
Poiché non si ottiene alcun effetto apprezzabile con l'impiego dei comuni metodi di
pulitura per assorbimento, fu pensato di applicare un metodo comunemente usato per la
pulitura degli affreschi, e già largamente impiegato per la rimozione delle incrostazioni di
fango dai gessi alluvionati.
Si tratta sempre dell'assorbimento dei materiali eterogenei di deposito, inglobati in
una colla leggera a bassa concentrazione (carbossimetilcellulosa) dispersa
omogeneamente nell'acqua di macinazione della lignina.
La lignina è la materia intercellulare che unisce insieme le cellule del legno,
presente dal 23 al 33% nel legno tenero e dal 16 al 25% in quello duro; viene
comunemente estratta per la fabbricazione della carta. Si trova in commercio in fogli di
diversa dimensione e spessore oppure già finemente macinata. Nel primo caso la lignina
sarà messa a bagno in acqua, con l'aggiunta di una piccola quantità di formaldeide per
impedire la formazione di muffe, e poi i pezzi saranno dispersi in acqua e macinati
lungamente dall'elica di un agitatore, fino ad ottenere una poltiglia il più sottile possibile.
La poltiglia viene poi spremuta per eliminare l'eccesso di acqua e quindi si aggiunge una
dose di colla in quantità più o meno alta a seconda dell'entità di sporcizia da rimuovere e
della porosità del materiale. In quest'ultimo caso l'impasto deve essere appena umido per
impedire l'assorbimento dei componenti acquosi.
L'impasto sarà poi applicato senza soluzioni di continuità sulla scultura in gesso,
con uno spessore uniforme, cercando di non superare i 5 millimetri. Sarà lasciato in opera
fin quando sarà divenuto quasi asciutto, ma ancora plastico, per cui verrà rimosso
totalmente senza traumi per il modellato. Normalmente è sufficiente una sola
applicazione per ottenere la rimozione completa di una sporcizia media.

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I vari metodi di rinforzo, e di stuccatura o ricostruzione delle parti mancanti, si
ottengono rispettivamente con iniezioni di polivinil acetato, in soluzione acquosa più o
meno concentrata a seconda dei casi. Per le imperniature vengono comunemente usate
bacchette di legno tornito (faggio evaporato) legate con acetato di polivinile concentrato,
sul gesso leggermente inumidito per favorire l'ancoraggio della colla.
Le ricostruzioni si realizzano comunemente con uno stucco dolce e colla animale.
E' quasi sempre necessario intervenire con una leggera correzione del colore delle
stuccature e delle integrazioni, e ciò è possibile con acquarelli molto diluiti, pigmenti
naturali legati con soluzioni lentissime di acetato di polivinile, talco mischiato con
pigmenti naturali, fino a raggiungere l'effetto desiderato.
Lo stucco, pur essendo spesso di composizione simile al gesso, può necessitare di
altri metodi conservativi. Quando l'oggetto è conservato all'interno e la materia risulta
relativamente morbida, si interviene con lo stesso metodo che si impiega per il gesso.
Indipendentemente dalla presenza di resine o di colle organiche, e data la
predominanza dei minerali, si assiste spesso nello stucco a modificazioni strutturali simili
a quelle che interessano il marmo. Durante il restauro si deve però tener conto del grado
di assorbimento dei materiali collanti o consolidanti, che incontrano una difficoltà
obbiettiva di penetrazione o di ancoraggio allo stucco, proprio per la presenza di quel le
sostanze organiche di legamento dei particellati, ancora presenti e tal volta perfettamente
attive.
In altri casi la porosità è maggiore a quella del marmo degradato e limita l'impiego
di resine organiche che abbiano la caratteristica dell'alta fluidità, per cui è facile alterare
l'aspetto della materia per la fuoruscita delle stesse sulle superfici. Si useranno quindi
sostanze pre-polimerizzate, caricate con opportuni coibenti minerali eventualmente
colorati per limitare le differenze cromatiche.
Le stuccature e ricostruzioni si eseguono comunemente con riempitivi a base di
cellulosa additivati con resine acriliche.

METALLIZZAZIONE

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La Metallizzazione consiste nell'applicazione di metalli in foglia su fondi e
superfici debitamente preparate. All’artista interessa in modo particolare la doratura o
l'argentatura delle cornici, raramente dei fondi. Il procedimento per la Metallizzazione
non presenta particolari difficoltà, occorre soltanto acquistare un po' di pratica
specialmente nell'applicare la foglia d'oro.
Sia l'oro che l'argento di puro metallo o le imitazioni in bronzo, alluminio od altro
sono preparati in diverse intonazioni, dal bianco al giallo-verdastro e rossastro. L'oro
zecchino di solito non viene né verniciato né patinato, mentre solitamente l'oro e l'argento
imitazione vengono verniciati o patinati per evitarne l'annerimento. Il procedimento per la
doratura a orone e alluminatura è il seguente: la cornice di legno dev'essere stuccata e poi
ingessata con del gesso di Bologna, o gesso marcio da doratori, impastato con colla
Lapin, ossia con colla di coniglio sciolta a bagnomaria nelle proporzioni di circa gr. 100
di colla in un litro d'acqua. La colla, in soluzione perfetta e ben calda, si versa a poco a
poco in un recipiente dentro il quale si sia messo il gesso, e si rimescola finché non si sia
ottenuto un impasto denso e senza grumi, poi vi si aggiunge dell'altra colla fino ad
ottenere una soluzione normale da poter distendere agevolmente sulla cornice con una
pennellessa di setola. Se ne applica una prima mano e si fa seccare, poi, diluendo
gradatamente la soluzione, se ne applica una seconda e una terza mano. Se nella cornice
vi sono intagli sarà necessaria una soluzione sufficientemente liquida perché possa
entrare bene negli incavi. L'ultima mano dev'essere sempre la più diluita affinché gli strati
di gesso possano avere tra di loro maggior coesione evitando screpolature. Quando
l'ingessatura è ben secca occorre provvedere a una perfetta lisciatura che di solito viene
fatta con cartavetrata, da prima con granitura media, poi più fine e finissima.
Se la cornice non ha ornati basta fare la lisciatura con cartavetrata, ma se vi sono
intagli e ornati di vario genere occorre levigare le parti con l'apposito raschiatoio
d'acciaio e successivamente rifinire con cartavetrata molto fine. La lisciatura del gesso è
molto importante per ottenere una metallizzazione perfetta. Per l'applicazione della foglia
d'oro o d'argento imitazione, si procede in questo modo: dopo avere predisposto ed
ultimato l’ingessatura, si prepara il fondo ben levigato con del bolo armeno. Il bolo
generalmente si presenta in pezzi più o meno grossi, con colorazione rossastra o
giallastra, e viene disciolto in un recipiente versandovi a poco a poco della colletta tiepida
(la stessa colla usata per l'ingessatura della cornice). Dopo averlo impastato con una
spatolina rigida, aggiungendosi poco per volta la colletta si otterrà una soluzione

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sufficientemente liquida (le proporzioni consistono in una parte di bolo in circa tre parti
di colletta).
La soluzione di bolo dev'essere filtrata per un panno di tela rada, o un colino a rete
fitta, per togliere i granuli non disciolti e i piccoli grumi. Con una pennellessa morbida si
applica il bolo sulla cornice e, qualora risultasse troppo liquido, si fa seccare e se ne dà
una seconda mano, si fa ancora seccare e si leviga con cartavetrata fine e poi con l'agata
così da ottenere una superficie molto liscia, o brunitura perfetta. Si applica sul bolo pezzo
per pezzo uno strato leggero di colletta tiepida allungata con acqua (acqua di colla)
usando un pennello grosso tondeggiante di pelo di puzzola, si aspetta qualche minuto e
quando la colla, toccandola con le dita, appiccica un poco, allora è il momento giusto per
applicare la foglia. È determinante che la colletta sia applicata di volta in volta a porzioni
limitate. L’oro zecchino e l’argento vero vengono confezionati in libretti di 25 fogli circa
della dimensione di cm. 8 x 8; L'orone e l'argento, invece, vengono confezionati in libretti
da 100 pezzi di circa cm. 16 x 16. Ogni pezzo, o foglia, viene staccato dal libretto e
messo nell'apposito cuscinetto di pelle o di velluto e, qualora non venisse usata la foglia
intera, si ritaglia con l’apposito coltello da doratore a piccoli frammenti, o a strisce, da
adattarsi alla sagoma, o all'ornato della cornice. I doratori di solito tengono i libretti
vicino a una fonte di calore per circa un'ora prima di usarli.
Il metodo più pratico per l'applicazione della foglia è di mettere la cornice su un
cavalletto o su un tavolo, poi con un batuffolo di cotone o con l’apposita pennellessa da
doratore sui quali si alita sopra per inumidirli un poco, si prende la foglia tenendola
verticalmente e si lascia adagiare sul bolo; indi con gli stessi si preme in modo che la
foglia abbia ad aderire bene al mordente. La foglia metallica dev'essere toccata e
sollevata dalla parte alta o nel mezzo.
Volendo usare la vernice mixtion o missione al posto della colla, si procederà allo
stesso modo, solo che per la mixtion occorre aspettare che sia quasi asciutta e per questo
occorre un tempo variabile da un ora fino a dodici, od anche di più, a seconda del tipo di
missione utilizzata e dalla stagione calda o fredda. Eseguita la doratura sia a colla che a
mixtion si deve aspettare almeno 24 ore prima di provvedere alla pulitura: con un
pennello di setola piatto si asportano tutti i piccoli frammenti delle foglie metalliche che
appaiono sollevati e che avanzano, e, qualora qualche piccola parte della cornice
rimanesse scoperta vi si applicheranno dei pezzetti di foglia usando lo stesso
procedimento precedente. La brunitura o lucidatura della cornice verrà fatta con le pietre
d’agata o col dente di cinghiale. Per dare la patinatura o invecchiamento della cornice si

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può ricorrere a una soluzione di gomma lacca e alcool o anche a della terra d'ombra
mescolata a cenere impastata con acqua ragia strofinandola delicata-mente sulla
superficie e poi togliendo con uno straccio la patina superflua. C'è chi preferisce fare la
patinatura con bitume giudaico o con del bruno trasparente a olio diluiti con essenza,
applicandoli a pennello su tutta la cornice e con uno straccio asportando dove più e dove
meno la patinatura per ottenere l'invecchiamento desiderato. Altra patinatura consiste
nell'applicare determinati colori a olio in tubetti in diluizione con essenza, come ad
esempio della terra di Siena bruciata mescolata a della terra verde, o del bleu mescolato a
della terra rossa con una piccola parte di nero, o altro miscuglio, per ottenere delle
patinature particolari che abbiano il miglior effetto a seconda del dipinto da incorniciare.
Alcuni doratori usano di solito per l'invecchiamento delle cornici dei colori a tempera od
anche del mordente a noce disciolto in una debole colla di gelatina o di gomma.

Generalità del Degrado

Per degrado s’intende una variazione del materiale originale che a volte comporta
un peggioramento delle sue caratteristiche sotto l’aspetto conservativo.

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Queste alterazioni, rilevabili al substrato, sono causate dall’azione reciproca di
fenomeni d’origini diverse (chimico, fisico e biologico).
Il degrado dei manufatti artistici , è inevitabile, perché pur essendo un artefatto essi
ne risentono dell’azione aggressiva dell'ambiente in cui sono inseriti .
Esso è parte dell'opera stessa, o meglio della sua materia, quindi l'intervento di
conservazione potrà solo rallentare o bloccare questo processo ma non rimuoverlo
totalmente.
Inoltre, se l'opera contiene a priori dei difetti, sia esecutivi che di materiali, la
sua conservazione sarà molto incerta.
Cause di deterioramento possono essere le continue mutazioni dell'ambiente, che
quanto più saranno frequenti tanto più accelerate saranno le variazioni che potrebbero
agire in modo devastante ed evidente ma spesso nascosto.
I fattori principali quali cause di degrado possono essere iscritti in tre categorie :
fattori fisici; chimici e biologici. Tali cause a volte, agiscono contemporaneamente,
con la prevalenza dell’una o dell’altra. Fra le cause chimico – fisiche di degrado
possiamo individuare : la luce, le escursioni termiche, le variazioni di umidità, la
composizione atmosferica ecc.
Le cause biologiche possono dipendere da microrganismi, insetti o piante.
Naturalmente l’importanza dei fattori ambientali varia in funzione dell’habitat in cui si
conserva l’oggetto.
A questi si possono aggiungere gli interventi dell’uomo (restauri sbagliati,
manipolazioni, vandalismo etc. ) a volte più dannosi dell’ambiente stesso.
L’uomo interviene a volte anche in modo indiretto, producendo variazioni
ambientali e altre cause quali : il turismo di massa, le riunioni di folla per i riti religiosi e
civili, che determinano, variazioni di temperatura, del tasso di anidride carbonica etc.
( in seguito vedremo come questi fattori agiscono ); l’impiego di combustibili fossili a
scopo energetico che producono il fenomeno di combustione derivato dal petrolio, la
motorizzazione che oltre a provocare delle vibrazioni piuttosto stressanti invadendo i
centri storici, modifica anche l’atmosfera fornendo particelle di carbonio in grado di
depositarsi anche nei punti più nascosti, come del resto anche le attività industriali.

Cause fisiche

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Tali cause si riferiscono soprattutto al degrado meccanico dei reperti, i fattori
fisici riguardano essenzialmente i seguenti fenomeni : vento, umidità, gelività e
cristallizzazione dei sali 1.

1 – Dal Normal 5/83, misura dei parametri ambientali – misura del vento – con questo termine si intende il
movimento di masse d’aria relativamente alla superficie terrestre. Per vento medio a grande scala o campo di venti
indisturbato si intende il vento assopito ad una determinata configurazione barica: Bora, Scirocco, Maestrale etc. .
Più precisamente , per campo di vento indisturbato si intende il vento presente in media a prescindere dalla presenza e
dalla configurazione geometrica del manufatto in esame da quelli vicini: a prescindere cioè dalle alterazioni locali
prodotte in prossimità del monumento.
In questo secondo caso si parlerà di ventilazione locale. Questo effetto che può essere generato anche da
cause termiche o da riscaldamenti locali diversi varierà in generale con la direzione del vento, anche prescindendo da
eventuali simmetrie del movimento e non varierà necessariamente in modo lineare con l’intensità di esso.
Nel caso del vento medio a grande scala sono sufficienti le misure dell’intensità e della direzione.
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Il degrado provocato dalla continua azione del vento porta l’alterazione delle
superfici esposte, che con il trasporto di particelle di origine vegetale, animale e
minerale, esercita un’azione di sabbiatura , incrementando a sua volta delle discontinuità
superficiali che favoriscono attacchi di tipo chimico – biologici, inoltre in base alle
direzioni delle precipitazioni può portare ad imbibizione anche superfici più protette.
Il fattore umidità2 è molto dannoso e frequente soprattutto per le opere che
presentano un elevata porosità ,esse infatti tendono ad assorbire una tale quantità
d’acqua che può saturare l’oggetto stesso.

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2 - Dal Normal 5/83 - L’umidità indica il contenuto d’acqua presente sotto forma di vapore nell’atmosfera.
Essa va espressa per mezzo di specifici parametri, di cui si elencano i principali:
-Tensione del vapor d’acqua o pressione di saturazione del vapor d’acqua.
-Pressione parziale del vapor d’acqua.
-Umidità assoluta.
-Un sistema di aria umida ed il rapporto dimensionale tra la massa del vapor d’acqua e la massa totale
del sistema.
-Temperatura di bulbo bagnato: la temperatura che raggiunge l’aria quando viene raffreddata adiaba
ticamente ( processo, in un sistema termodinamico, per cui variano pressione, volume e temperatura,
senza che vi sia scambio di energia con l’esterno), fino alla saturazione .
-Pressione costante per evaporazione dell’acqua contenuta nel sistema.

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L’acqua che il manufatto assorbe a causa della gelività tende a solidificare con
l’abbassarsi della temperatura creando delle pressioni che generano tensioni interne nel
corpo , ed è in grado di disgregare la tessitura del materiale interessato.
Questo degrado disgrega le superfici in modo irregolare e coesiona la massa.
La causa di deterioramento può avvenire per acqua igroscopica creata dal vapore
acqueo dell’atmosfera3 .

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3 - l’atmosfera ad una data temperatura mantiene una quantità di acqua espressa in percentuale rispetto alla
quantità (100%) che satura l’aria alla medesima temperatura. Più l’aria è umida ad una data temperatura, più facilmente
si raggiunge il grado di saturazione, (condensazione pari al 100%).

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Nei prodotti porosi riesce ad infiltrarsi sotto il substrato favorendone un


progressivo distacco, questo avviene perché la superficie ha spesso un basso coefficiente
di scambio termico.
Per quel che riguarda la migrazione di sali l’assorbimento di acqua crea spesso le
condizioni per cui si verificano delle efflorescenze biancastre modificando l’equilibrio
chimico e fisico dei minerali.
Si possono distinguere i Sali4 igroscopici e non igroscopici i primi oltre all’acqua
assorbono anche il vapore atmosferico riconvertendolo allo stato liquido, i secondi
eliminano la fonte d’acqua cedono quella che contengono all’atmosfera creando un
sistema di isolamento.

4 - Da Normal 13/83 dosaggio dei sali solubili:


origine: i sali possono essere presenti sia come costituenti naturali della struttura che costituisce l’opera, sia
come prodotti di degradazione di natura chimica o biologica. Essi possono inoltre derivare da materiali impiegati in
interventi di restauro; dal deposito in superficie di inquinanti particellari o da fenomeni di trasporto capillare;
pericolosità: i sali, comunque presenti in un materiale lapideo, possono innescare ulteriori processi di
degradazione di natura chimico – fisica attraverso fenomeni di dissoluzione, migrazione, evaporazione e
cristallizzazione.

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17
La formazione di cristalli avviene durante l’evaporazione dell’acqua ad alta
temperatura questo provoca spesso un aumento di temperatura che genera tensioni
interne. i sali depositati dalle acque meteoriche dopo l’evaporazione delle stesse sono
costituiti da: solfato di calcio, cloruro di sodio, nitrato di sodio e calcite5.

5 – Solfato di calcio – Ca SO 4 , Gesso; Cloruro di Sodio Na Cl noto come sale da cucina; Nitrato di Sodio Na
NO3 ; Calcite Ca CO3 .
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La ripartizione di tali sali dipende dalle situazioni locali (presenza di


allevamenti , attività industriali e vicinanza al mare etc.). I nitrati ed i nitrirti sono dei
sali derivati dall’acido nitrico e nitroso, si formano per ossidazione di azoto gassoso
(l’ossidazione è una reazione chimica per la quale un composto cede elettroni) e si
originano dalla decomposizione di sostanze organiche. Sono solitamente igroscopici, ad
eccezione del nitrato di potassio. La loro presenza si è maggiormente sviluppata per l'uso
dell'acido nitrico come fertilizzante Fra i nitrati più pericolosi abbiamo il nitrato di
calcio, incapace di assimilare grandi quantità d'acqua e di vapore, cristallizza alla
temperatura di 25' C ed ha un'umidità del 50%.
I cloruri derivano dall'acido cloridrico 6, sono molto presenti in climi aridi, e
nelle località marine sotto forma di cloruro di sodio.

6 – Acido cloridrico – Formula HCL proviene anche da aerosol marini attraverso le reazioni acide presenti
nell’atmosfera.
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Allo stato naturale sono non igroscopici, ma lo divengono componendosi con altri
sali acquisendo un'elevata proprietà di assorbimento d'acqua e vapore, per cristallizzare
hanno bisogno di un'umidità bassa. Si scioglie facilmente in acqua sebbene la solubilità
diminuisca con l'aumentare della temperatura. In soluzione acquosa è sempre dissociato
in ioni di idrogeno, che è responsabile del comportamento acido della sostanza.
I fosfati7 sono prodotti dall'Acido Solforico8, per sostituzione di uno, di due o tre
atomi di idrogeno con atomi di elementi metallici, il composto ottenuto si definisce,

18
fosfato primario, secondario o terziario. A differenza di fosfati primari, i secondari e i
terziari non sono solubili in acqua.

7 - Fosfati - La formula chimica è H 3PO4 , a temperatura ambiente si presenta come un materiale


cristallino.
8 - Acido Solforico - di formula H 2SO4 , fa parte degli Ossiacidi o Acidi Ternari in cui l'idrogeno che viene
sostituito dal metallo è legato all'Ossigeno.

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Oggi si cerca di limitare l'uso dei fosfati, a causa degli effetti inquinanti che
questi esercitano sull'ambiente inoltre essi agiscono da fertilizzanti per le alghe, che
sviluppandosi in modo eccessivo provocano danni considerevoli (vedi degrado
biologico).
I Solfati erano conosciuti come Acido Solforico, in forma concentrata sono
molto corrosivi e ossidanti, inoltre sono energetici agenti disidratanti, in grado di
provocare notevoli danni (carbonizzazione). Il 6% della crosta terrestre è formata da
questi sali, infatti,, è facilmente reperibile nei materiali di base per le costruzioni. Sono
estremamente dannosi per la ragione che cristallizzano con diverse quantità di acqua
permettendo una mutazione di dimensione attinente all'umidità relativa 9 e alle tensioni
all'interno della materia.

9 - Umidità relativa - Rapporto fra la quantità di vapore acqueo contenuto nell'aria e la quantità che dovrebbe
essere presente alla stessa temperatura se l'aria fosse satura.
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Gli effetti che provocano sono lo sgretolamento superficiale del materiale, il


sollevamento e il distacco dello strato pittorico e corrosioni superficiali. Il solfato di
sodio per esempio con una temperatura del 75% può aumentare la sua dimensione fino
al 40%.
I Carbonati sono delle sostanze chimiche; essi possono derivare dall'Acido
Carbonico10, che si forma in soluzioni acquose di Biossido di Carbonio11.
La carbonatazione è il fenomeno in cui le sostanze perdono idrogeno ed ossigeno
accrescendosi di carbonio.
Le alterazioni provocate da questi sali sono di tipo carsico 12 e si manifestano in
seguito al dilavamento del bicarbonato di calcio.

19
10 - Acido Carbonico di formula H 2 CO3 , è formato dalla reazione tra Anidride Carbonica e acqua
cioèCO2 + H2O  H2 CO3 .
11 - Biossido di Carbonio (CO2).
12 - Carsico – Processo di erosione operato dalle acque sulle acque calcaree.
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Non bisogna dimenticare , che durante le fasi di restauro (non testate e non
supportate da conoscenze scientifiche), sono introdotti dei sali, soprattutto nelle fasi di
pulitura , a causa di un uso non corretto degli Acidi.

Degrado chimico

Il degrado chimico, è quindi un fenomeno piuttosto complicato, che si manifesta


attraverso molti stadi e che comprende trasformazioni chimiche che vanno al di là di
fenomeni che deturpano l’aspetto estetico dell’opera, ma che progressivamente
portano effetti tragici a livello morfologico e coesivo del materiale.
Gli effetti più importanti sono definiti dallo squilibrio fra il materiale di cui è
costituita l’opera e l'ambiente che la circonda.
I fattori chimici che contribuiscono all'alterazione del materiale sono diversi,
spesso in sinergia tra loro e si possono identificare in: reazioni fra i materiali,

20
inquinamento atmosferico, piogge acide, altri vari inquinanti, raggi ultravioletti e l'acqua.
Inoltre possiamo ancora distinguere gli inquinanti primari, quali particelle di fuliggine,
fumi, polvere, ossido di carbonio, ossido di azoto, idrocarburi e anidride solforosa dagli
inquinanti secondari che invece sono prodotti per fotossidazione quali biossido di azoto,
l'ozono, aldeide formica, ecc.
L'acqua, per esempio, oltre al trasporto di sali solubili descritti precedentemente,
ha un ruolo fondamentale, poiché favorisce tutte le reazioni chimiche e la formazione di
numerosi inquinanti secondari, ed è uno fra i più gravi agenti che degradano l’opera.
Questo avviene a causa della porosità, definita dal volume totale dei pori, e dalle loro
dimensioni. Se essi sono al di sotto di 0,2 micron, le soluzioni acquose non sono in
grado di penetrare all'interno del manufatto. Se i pori sono più grandi, possono essere
attaccati anche dall'acqua più pura con PH13 neutro creando problemi di lisciviazione,
rigonfiamenti, deformazioni ecc.

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13 – PH - Unità di misura dell'acidità e dell'alcalinità. Significa "parte di idrogeno" poiché sono gli ioni
idrogeno o caratterizzare la presenza degli acidi, tutti i prodotti chimici capaci di cedere un protone (H+) sono degli
acidi e tutti i prodotti capaci di captare un protone sono delle basi.
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A tale proposito si può ritenere che il PH non consenta da solo una determinazione,
o una possibilità d'aggressione delle deposizioni atmosferiche.

14 - L’atmosfera è l'involucro gassoso che circonda il globo terrestre, la composizione media e di Azoto
78%, Ossigeno 21%, Argon 0,9%, e Anidride Carbonica 0,03%.
L’inquinamento atmosferico si definisce come, modificazione della normale composizione o stato fisico
dell'aria atmosferica, dovuta alla presenza nella stessa di una o più sostanze in quantità e con caratteristiche tali da
alterare le normali condizioni ambientali e di salubrità dell'aria; da costituire pericolo diretto o indiretto per la salute
dell'uomo; e alterare le risorse di manufatti, siano essi artistici o meno.
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Le specie più aggressive sono l’Anidride Solforosa, gli Ossidi di Azoto e il


fenomeno di combustione di idrocarburi. Con l'aumentare dei processi di combustione
aumenta enormemente la concentrazione di anidride carbonica, di anidridi dello zolfo e
dell'azoto quindi degli acidi che ne derivano.

21
Gli effetti delle piogge acide prodotte dalle acque meteoriche si riscontrano su tutti
i materiali posti all'esterno, dove si evidenze una grande accelerazione dei processi di
degrado. La pioggia dovrebbe essere neutra, cioè avere PH=7; in realtà è sempre un
po’ acida, si aggira intorno al 5,6 quindi è già ad un certo grado di acidità per la presenza
di anidride carbonica15 nell'aria.

15 - Anidride Carbonica - di formula CO 2 , si forma quando il carbonio reagisce con quantità non limitata di
ossigeno.
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Infatti le goccioline di acqua allo stato gassoso, che formano le nubi, entrano in
contatto con i gas atmosferici, tra cui l’anidride carbonica, che diventando acido
carbonico, conferisce una certa acidità alle precipitazioni . Il risultato è che la pioggia è
sempre più acida, in alcune condizioni si raggiunge addirittura un PH = 4,5. Una
pioggia acida danneggia, gravemente e in modo irreversibile, i monumenti corrodendoli e
solubilizzandoli.
L’Anidride Carbonica proviene principalmente dalla respirazione degli organismi
viventi, da decomposizione organica e da combustione. Essa reagisce con l'idrato di
calcio, formando il carbonato di calcio.

16 - Ossido di Calcio - Ca O: reagendo con l'Acido Carbonico H 2 CO3 da origine al Carbonato di Calcio CaCO3
.

Essa svolge un'azione diretta creando il conseguente aumento di volume, che


determina tensioni interne non sopportabili dai materiali, il quale perde la sua coesione
diventando polverulento. Questo fenomeno si può manifestare sia in zone limitate, sia
all'intero manufatto dello Zolfo17, emesso un tempo solo da esalazioni vulcaniche , oggi
è un inquinante diffusissimo , sia di origine motoristica (Smog), sia di origine
domestica (caldaie a gasolio), sia di origine industriale.

17 - Ossido dello Zolfo - SO prodotto cotto sotto forma di Anidride Solforosa SO+O  O2

22
Sappiamo inoltre che i combustibili fossili come carbone e petrolio, contengono
piccole quantità di zolfo sotto forma di solfuri che durante la combustione danno origine,
per ossidazione all’Anidride Solforosa18 19
che, con l'acqua piovana da origine
all'Acido Solforico, che ha un'altissima azione corrosiva ed ossidante.

18 - Anidride Solforosa - SO2 si forma nella combustione dello Zolfo e di tutti i combustibili contenenti
impurità dello Zolfo.
19 - Anidride Solforica - di formula SO3 si ottiene per ossidazione dell’Anidride Solforosa.
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Anche gli Ossidi di Azoto20 hanno più o meno la stessa provenienza degli ossidi di
zolfo e sono anch'essi, anche se in modo minore, Acidi corrosivi.

20 - Ossido di Azoto - di formula N2O o chiamato Protossido di Azoto .


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Anche su ambienti interni gli inquinanti atmosferici gassosi possono provocare


danni, infatti, le concentrazioni interne risentono direttamente della situazione esterna
e in alcune situazioni possono essere addirittura superiori. L'attacco acido che prevale
nell'atmosfera è quello che porta alla trasformazione del Carbonato di Calcio in Solfato
di Calcio, anche se la presenza di tale solfato in superficie è minore rispetto al carbonato
di calcio. Diverse sono le reazioni che coinvolgono l'Acido Solforico e l'Acido
Solforoso, il primo può generarsi direttamente attraverso reazioni fotochimiche che
portano l'ossidazione dell’anidride solforosa ed essere veicolato sulla superficie del
manufatto attraverso vapore acqueo.
La stessa Anidride Solforosa può depositarsi sulla superficie in forma gassosa e
formare Acido Solforico in situ, oppure reagire con il carbonato di calcio dando luogo al
Solfato di Calcio.
La concentrazione di questi inquinanti dipende da vari fattori tra i quali: la
ventilazione, il grado e le modalità di pulizia degli ambienti ecc.
Le polveri sedimentali risentono anch'esse della situazione esterna: in esse sono
contenuti, alcuni metalli allo stato di ossidi e di sali che hanno una spiccata azione
catalitica21 in reazioni che determinano la formazione di inquinamenti secondari. In

23
particolare nel campo delle opere d'arte costituisce una ulteriore causa di degrado che si
affianca o esalta quelle di origine naturale.

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21 - Azione catalitica - fenomeno in cui si aumenta la velocità di una reazione chimica mediante l'azione di un
catalizzatore.
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L'emissione in atmosfera di inquinanti sia di origine antropica, che naturale,


comporta che essi vengano rimossi nel tempo ricadendo al suolo tal quali o, più spesso, in
qualità di inquinanti secondari. Tale rimozione avviene secondo due meccanismi: per
via diretta (deposizione secca) o attraverso le precipitazioni (deposizione umida). In
quest'ultimo caso possiamo avere la cattura degli inquinanti per impatto, da parte delle
precipitazioni.
La deposizione secca non solo è influenzata dalla tipologia della superficie, ma
anche dal clima. La deposizione umida viene determinata dalla composizione e dal- la
quantità di pioggia caduta;
Riassumendo, gli inquinanti si dividono secondo uno stato fisico in due categorie,
inquinanti gassosi e inquinanti particellari.
Per quanto riguarda i gassosi si possono citare i seguenti: Ammoniaca 22, Acido
Cloridrico, Acido Fluoridrico23, Ossidi di Azoto, Ossidi dello Zolfo, Ozono24, Anidride
Carbonica, Idrocarburi25 e loro derivati.

22 - Ammoniaca (NH3) – E’ un Gas incolore, con forte odore pungente. Tale costanza origina dalla
decomposizione di materiali organici, ed agisce dopo trasformazione in Solfato, Nitrato, Cloruro di Ammonio per
reazione con altri inquinanti acidi dell'atmosfera.
23 - Acido Fluoridrico HF - La sua provenienza è dovuta a scarichi di origine industriale e si trasforma in
Fluoruro, avendo un'azione corrosiva sui prodotti.
24 - Ozono O3 - Si forma dall'Ossigeno molecolare a seguito di scariche elettriche.
25 - Idrocarburi - Sono composti costituiti da atomi di Idrogeno e Carbonio.
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Tra gli inquinanti particellari citiamo: polveri inorganiche (costituite da sali


solubili o insolubili in acqua), particellati carboniosi, particellati metallici, acidi, grassi e
altri composti. Tra i materiali particellati alcuni sono viventi, quali i microrganismi, i

24
pollini, gli insetti ecc., altri privi di vita contribuiscono ad alterare l'estetica e a formare
incrostazioni sugli oggetti esposti. Alcuni di essi sono: polveri carboniosi, polveri
silicee, carbonati insolubili ecc., molto più dannosi sono quelli solubili, fra cui solfati,
nitrati, cloruri ecc. (vedi paragrafo fisico) i cui processi di cristallizzazione svolgono
opera disgregante nei materiali porosi.
Sia la luce solare che quella delle lampade contengono Raggi Ultravioletti26 mol to
pericolosi poiché essi innescano il fenomeno di reazione fotochimica, a carico dei
pigmenti.

26 - Raggi Ultravioletti - radiazione elettromagnetica che comprende una lunghezza d'onda tra i 400 e i
15nm, ha un elevato potere ionizzante e favorisce numerose reazioni fotochimiche. Le radiazioni ultraviolette
invisibili con le più energetiche e le più dannose per tutti i manufatti artistici e si misurano microwatts per lumen (  /
lumen).
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Questa reazione produce un invecchiamento accelerato degli strati pittorici.


Questa è la ragione per cui nei musei è vietato l'uso del flash: perché i lampi sono
ricchi di radiazioni U.V. che provocherebbero un degrado accelerato, favorendo lo
screpolarsi dello strato pittorico e delle vernici.

25
Cause biologiche

26
Il degrado biologico è probabilmente il più complesso fra i degradi ,esso provoca
dei danni irreversibili ai manufatti ceramici.
Tutte le opere d'arte sia direttamente, a causa della loro composizione organica, sia
indirettamente, a causa di materiale organico dovuto a fattori ambientali o ad interventi
errati di restauri, vengono colpiti da una fenomenologia di alterazioni.
E' importante sottolineare che le alterazioni biologiche sono del tutto diverse da
quelle chimiche, sebbene entrambe possono presentare le stesse caratteristiche.
Tali alterazioni si dividono in, microrganismi autotrofi ed eterotrofi. La
microflora autotrofa comprende tutti gli organismi capaci di nutrirsi di sostanze
inorganiche derivate da molecole semplici come acqua, anidride carbonica ecc.,
producendo sostanze organiche come alghe, licheni, muschi. La microflora eterotrofa
richiede invece la presenza di sostanze organiche per crescere e riprodursi, assume,
infatti, i principi nutritivi già elaborati dagli organismi autotrofi, per svilupparsi sotto
forma di batteri, funghi, muffe.
L'attività degli autotrofi, è particolarmente rilevante per le opere d'arte esposte
all'esterno, o in ambienti chiusi dove vi è presenza di luce naturale o artificiale. Essi
sopravvivono facilmente con la presenza di aria, acqua e luce, risorse facilmente
riscontrabili negli habitat delle opere d'arte.
Le Alghe, sono un gruppo di organismi caratterizzati da una struttura primitiva
capaci di compiere la fotosintesi27, e capaci di svilupparsi alla presenza di luce, alcuni tipi
sono addirittura capaci di utilizzare dei composti organici con un metabolismo
respiratorio.

27 - Fotosintesi - La Fotosintesi è un processo che produce glucosio e ossigeno, mediante dei composti , quali
Anidride Carbonica e Acqua, con l'utilizzazione della luce solare. Questa reazione si è effettuata da degli organismi
(alghe, piante e batteri) detti fotosintesi.
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Si presentano sotto forma di macchie o patine verdi di varie grandezze, si


determinano su tutto il substrato penetrando sino in profondità e si sviluppano

27
soprattutto ove si presenti umidità permanente, nei licheni, in simbiosi con particolari
specie di funghi.
Le alghe attaccano di preferenza i reperti archeologici, ma portano su tutte le
ceramiche dei fattori di degrado, con il loro continuo sviluppo, coprono gli strati pittorici,
mantengono le superfici sempre umide, contribuendo a scambi di umidità fra interno ed
esterno. Altri effetti microscopici si concentrano nelle sagome delle sculture, i quali
portano alla polverizzazione del manufatto, poiché hanno la capacità di alterare il
Carbonato di Calcio.
Dopo la loro morte sulle superfici resta del materiale organico, che servirà per lo
sviluppo di altri organismi eterotrofi. I Licheni nascono dall'associazione tra un
simbiotico fungo e un'alga: l'alga mediante la fotosintesi produce degli zuccheri che il
fungo utilizza come nutrimento, esso fornisce acqua e sali minerali, inoltre protegge
l'alga dalla disidratazione e dall'insolazione.
Questi organismi sono particolarmente inospitali per altre specie animali o
vegetali, la loro resistenza pare sia data dalla capacità di disidratarsi, quindi di
interrompere la loro attività fotosintetica in condizioni ambientali sfavorevoli e capaci di
colonizzare in habitat favorevoli.
Si presentano di colore verde, arancio, bianco, ecc., di consistenza polposa
erbacea, in genere si attaccano al substrato o penetrano in profondità. Il metodo di
riproduzione e di tipo vegetativo, una piccola gemma composta da Ife 28, circonda delle
cellule algali queste si staccano dal tallo e in condizioni favorevoli formano un lichene.

28 - Ife - Unità filamentosa unicellulare o pluricellulare che compone il corpo del fungo.

Quando attaccano le opere , nei substrati crescono fogliosi o polverulenti con


corpi diversi (massicci, piatti, ovali ecc.) e con consistenze diverse (curiose, carnose
ecc.) e nei colori precedentemente descritti. Il deterioramento che creano ai substrati,
è inferiore a quello delle alghe, esso è dovuto a adesioni, penetrazioni, e fusioni fra il
supporto e il gruppo lichenico, creando un danno puramente estetico, anche se a volte
per il loro metabolismo creano delle azioni chimiche corrosive.
I Muschi, sono delle piccole piante non Vascolari29 .

28
29 - Vascolari - Strutture specializzate per il trasporto dell'acqua e dei solventi. Le alterazioni che
producono sono di natura meccanica a causa delle radici, che mantengono sempre umide le zone in cui crescono.
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Si tratta di organismi vegetali primitivi che crescono in luoghi umidi, essi si


suddividono in tre ordini: gli sfangi, i veri muschi e i muschi da granito. Quest'ultimi
sono il genere che si riscontra più frequentemente nelle opere ceramiche poste
all'esterno; sono un centinaio di specie, che cresce formando ciuffi di colore verde scuro,
pressoché nero. Non entreremo nei particolari strutturali o morfologici, poiché sono
sempre macroscopicamente visibili e si ritrovano sempre in scavi archeologici o rovine.
L'attività degli eterotrofi è particolarmente dannosa per il deperimento delle
opere ceramiche. Le caratteristiche basilari dei gruppi microbici riguardano la loro
facilità di attacco alla fonte di Carbonio 30 che non esclude nessun reperto artistico
posto in condizioni ambientali favorevoli (ambiente esterno). Essa è, in parte, causata
dalle sostanze organiche che vengono applicate sull'opera stessa durante le procedure di
restauro (colle animali solventi ecc.).

30 - Carbonio – elemento chimico il cui simbolo è C e che costituisce lo 0,08% della crosta terrestre, è il
costituente principale del carbone, ed è parte essenziale di tutti i composti organici e di tutti gli organismi viventi.
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I Batteri sono un grande gruppo di organismi unicellulari, privi di un nucleo distinto


e caratterizzati da una riproduzione cellulare. La loro grandezza varia da 1-9
micrometri (un micrometro è uguale a 1/1000 di mm), si trovano in tutti gli habitat:
nell'aria, nell'acqua, nel suolo ecc. e di solito vivono in maniera isolata. Si conoscono
circa 1600 specie di batteri e si distinguono in base alla forma: i cocchi (sferici), i
bacilli (bastoncellari) e gli spirilli (spiraliformi). Altre classificazioni sono in base alla
colorazione di Gram, viola (+) o rosso (-), o di respirazione (batteri aerobi e anaerobi) e
di nutrizione (autotrofi ed eterotrofi).
La riproduzione più importante è quella asessuata dove i batteri sono chiamati
schizomiceti, poiché la riproduzione avviene per scissione, cioè la madre s'ingrossa
raddoppiando il suo patrimonio genetico, poi si divide creando dei figli esattamente
uguali alla madre.

29
I batteri intervengono sui materiali ceramici provocando delle alterazioni al livello
del substrato carbonatico. Questo indipendentemente dalla presenza di sostanze organiche
nel manufatto. Nei reperti posti all'esterno e che sono colpiti da alghe e licheni, avviene
una crescita di batteri che contribuiscono al deterioramento dell'opera stessa.
I Funghi sono microrganismi eucarioti eterotrofi, infatti, si pensa che essi si
siano evoluti separatamente dagli eucarioti autotrofi.
Essi si presentano in forme unicellulari come ascomiceti, basidiomiceti e funghi
imperfetti, sono visibili come macchie nere o marrone terroso dall'aspetto umido e
viscido, quando si attaccano al substrato provocando addirittura il sollevamento del
substrato. Le loro condizioni ottimali di crescita sono PH -6, presenza di umidità e di
opportune sostanze nutritive.
Gli ascomiceti comprendono circa 40.000 specie di organismi saprofiti31 tra cui
lieviti32 unicellulari, muffe e funghi. La riproduzione nella maggior parte dei casi è
asessuata e avviene, per mezzo di spore.

31 - Saprofito - Organismo vegetale privo di clorofilla, che si nutre a spese di organismi morti o di sostanze
organiche in decomposizione.
32 - Lievito - Microrganismo capace di provocare processi di fermentazione.
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Appartengono a questa specie anche i deuteromiceti o funghi imperfetti, cosi


chiamati perché non si riproducono sessualmente .
I danni arrecati dai funghi alle opere ceramiche sono molto gravi, essi si sviluppano
nelle più svariate condizioni ambientali, sia esterne, che interne. Provocano dei danni
di origine meccanica, quali, sollevamento e distacchi di patina pittorica, inoltre
riescono ad entrare all'interno dei manufatti con delle ife e molto spesso coprono
completamente le superfici delle opere creando notevoli problemi di lettura alle
decorazioni.
Per risolvere tale problema non basta l'allontanamento dei funghi, poiché a cau- sa
del loro metabolismo, sono in grado di lasciare dei depositi colorati difficilmente
eliminabili.
Le Muffe sono degli organismi eucarioti, essi si classificano in mixomiceti, e
acrasiomiceti, questi sono privi di qualunque pigmento fotosintetico, infatti si nutrono di
batteri e detriti organici di varia natura.

30
I mixomiceti vengono anche detti muffe mucillaginose plasmodiali, dal nome del
plasmodio (la massa gelatinosa), se ne conoscono circa 500 specie, diffuse fra i detriti
di foglie in decomposizione e sui tronchi marcescenti. Si differiscono gli uni dagli
altri, per le loro dimensioni, per il loro ciclo vitale e per la forma dei corpi fruttiferi,
vivono nutrendosi di batteri organici, che inglobano per Fagocitosi33.

33 - Fagocitosi - Processo di ingestione cellulare di particelle o sostanze estranee (dal greco photo "mangiare e
kitos "cellula"), trainate l'emissione di prolungamenti citoplasmatici. La fagocitosi è attuata da tutti gli organismi
viventi unicellulari e negli organismi pluricellulari, da cellule chiamate fagociti.
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Per distinguere i vari gruppi di organismi, ci si può orientare con una analisi
visiva diretta. Essi si distinguono sotto forma di polveri, frammenti, strati o croste.
Le alghe si possono presentare come polvere finissima appena granulare,
dispersa o in ammassi in parte compatti, di colore prevalentemente verde o nero, a volte
frammista a particelle di materiale ceramico. Sotto forma di strato omogeneo e sottile
a volte arricciato, di colore prevalentemente verde o nero, o come crosta di colore di
norma verde o nero, raramente giallo, rosa, o rosso.
I licheni possono distinguersi in: polverulenti cioè polvere granulare addensata o
dispersa, per lo più di colore verde o nero; fogliosi come minute particelle di tallo, poco
riconoscibili a causa della frammentazione; crostosi identificabili come talli o
frammenti tallo, spesso compenetrati con lo strato ceramico di colore di norma giallo,
arancio, verde, grigio, nero.
I Muschi si presentano solo sotto forma di strato erbaceo di spessore variabile, di
colore verde, marrone, nero.

31
Interventi di Recupero

L’intervento di recupero viene eseguito tenendo in considerazione due aspetti


fondamentali che riguardano l’oggetto stesso: la testimonianza dell’opera in quanto
unica e la singolarità irripetibile della vicenda storica, documentata dai segni lasciati dal
tempo. Queste condizioni sono i motivi per cui i restauri presentano problematiche
diverse che comportano, di conseguenza, procedure di esecuzione diverse.
Per facilitare le operazioni di recupero è bene conoscere lo stato di degrado del
manufatto, rilevabile oltre da un’immediata analisi visiva da ricerche scientifiche in
laboratori specializzati, che oltre all’analisi della materia e al suo stato di
conservazione, forniscono delle indicazioni sulla scelta metodologica e applicativa.
La prima fase in un intervento di restauro è dunque , l’osservazione dello stato di
conservazione, nel momento in cui è stato reperito l’oggetto, la realizzazione di
opportune mappature nelle quali tracciare graficamente quanto si va via acquisendo,
sotto il profilo tecnologico e conservativo, in modo da studiare le diverse fasi di
intervento.
La mappatura è dunque il rilevamento delle forme di alterazione e degradazione
visibile ad occhio nudo, riprodotti mediante grafico e correlati ad un determinato
simbolo a cui corrisponde il termine ben preciso del fenomeno che ne ha provocato il
deterioramento.
Il criterio valido in generale è di raffigurare la sintesi grafica dell’opera da
documentare. Essa deva essere formata solo da segni necessari per consentire un alto

32
grado di leggibilità sia dell’opera sia dei simboli ad essa sovrapposti, usati per la
rappresentazione delle informazioni rilevati dalle raccomandazioni Normal.
Il degrado biologico è caratterizzato sostanzialmente dalla presenza di
microrganismi quali alghe, muschi, licheni e muffe. Il più delle volte sono causate da
determinati ambienti e condizioni, soprattutto in presenza di sostanze organiche ed elevati
contenuti di umidità.
Per bloccare l’attacco biologico è necessario, pertanto, intervenire con i trattamenti
biocidi facendo attenzione a non danneggiare l’opera con eventuali reazioni.
La scelta dei materiali da utilizzare e il metodo di applicazione dipendono dal tipo
di biodeterioramento e dalle caratteristiche del materiale ceramico34.

34 – Dal Normal 30/89 – I metodi di intervento possono essere principalmente di due tipi : indiretti o diretti. I
metodi indiretti hanno lo scopo di impedire o limitare lo sviluppo e la diffusione dei microrganismi od organismi .
Sono per lo più misure preventive, tendenti a controllare i principali parametri che favoriscono la crescita biologica
quali: temperatura, luce, umidità, contenuto di acqua del substrato . I metodi diretti mirano all’elimi- nazione dei
biodeteriogeni mediante le seguenti procedure:
Microrganismi e Licheni. Nel caso di patine, pellicole e incrostazioni si usano per la rimozione bisturi,
spatole o strumenti similari. Non viene esercitata quindi un’azione biocida ma, il trattamento tende a rimuovere, nella
maniera più completa possibile la biomassa presente. L’efficacia dell’intervento non è mai quasi totale, data la
difficoltà di una rimozione completa delle strutture biologiche che speso penetrano nel substrato. Il rischio di
provocare lesioni sulla superficie può rappresentare una controindicazione per l’impiego di questi metodi.
Muschi ed Epatiche. E’ consigliabile l’uso dei metodi meccanici poiché questo tipo di vegetazione aderisce al
substrato in maniera molto blanda.
Vegetazione Fanerogamica. Si impiegano forbici, seghetti, falcetti. La rimozione si limita alla parte emergente
poiché l’estirpazione manuale se pur parziale dell’apparato radicale risulta lesiva per l’integrità delle superfici.
- Metodi fisici che utilizzano le radiazioni elettromagnetiche. Tra quelle maggiormente usate vi sono le
radiazione ultraviolette ed i sistemi elettrici a bassa corrente.
Radiazioni U.V. emesse da lampade a vapore di Mercurio hanno azione biocida a lunghezza d’onda compresa
tra 280 nm e 240 nm , non tutti i microrganismi dimostrano la stessa sensibilità, infatti, sono scarsamente penetranti e
causano alterazioni cromatiche. Questo limita il campo di applicazione.
Sistemi elettrici a bassa corrente. Sono usati come sistemi deterrenti contro la fauna urbana soprattutto
piccioni. Una rete elettrica di distribuzione viene applicata sulle parti piane ed aggettanti avendo cura che non sia
visibile e viene alimentata da una batteria a pochi volt, che eroga scariche elettriche a bassissima entità assolutamente
innocue per animali ed uomini, gli uccelli sono infastiditi da queste scariche e si allontanano.
- Metodi chimici. Consistono nell’uso di composti ad azione biocida. I prodotti biocidi che sono
commercializzati contengono principi attivi, sostanze chimiche inerti con funzione di diluenti e veicolanti, che
favoriscono l’applicazione dei prodotti migliorandone l’attività.
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33
Se il prodotto è liquido può essere dato a pennello , a spruzzo , a iniezione o ad
impacco . Se è gassoso si crea una camera intorno all’oggetto, in tal modo agisce solo
sull’oggetto , essendo di natura inquinante senza disperdersi nell’aria. I biocidi si
suddividono in sterilizzanti e antibiotici.
Gli antibiotici sono composti chimici prodotti da vari microrganismi e agiscono
solo su determinati gruppi di organismi. Gli sterilizzanti distruggono qualsiasi organismo
vivente ,anche i più tenaci. Alcuni esempi fra i prodotti più usati sono Preventol R80;
Des-novo; Conservante 43; Lichenicida 264; Formalina 35; bisogna fare molta attenzione
al possibile effetto del solvente sui materiali da trattare.

35- PREVENTOL R80 - dodecil- dimetil-diclorobenzil- ammoniocloruro. Liquido incolore leggermente


giallastro. Biocida a base di composti del sale quaternario d’ammonio con ottimo potere contro i funghi, batteri, alghe
e licheni. Densità 0,95% ; contenuto di sostanze attive 80%; solubile in alcoli, chetoni, idrocarburi clorinati. Per
disinfestazione utilizzare in soluzione acquosa al 3%.
DES-NOVO - soluzione al 10% con benzalconio cloruro. Possiede un elevato potere biocida, grazie
all’ampio spettro d’azione abbatte muffe ed ha un buon effetto sporistatico
. Non è aggressivo nei confronti dell’opera e la concentrazione di impiego in acqua può variare dallo 0,5 al
10%.
CONSERVANTE 43- 4cloro-3metifenolo. Di aspetto cristallino, contiene principi attivi contro batteri e
funghi e colle organiche. Da utilizzare in concentrazione allo 0,5%.
LICHENICIDA264- N, N-dimetil-N-fenil – N- fluoro - diclorometiltio - sulfamide, noto come
DICLOFLUANIDE. Efficace contro funghi, alghe, licheni. Utilizzato come prevenzione contro licheni su superfici
esposte agli agenti atmosferici, non essendo dilavabile dalla pioggia. Viene usato in concentrazione al 2% in acetone.
FORMALINA- aldeide formica in soluzione acquosa. Molto attivo e dannoso per i materiali, infatti, si usa
raramente e con cautela.

L’efficacia del trattamento viene valutata dopo alcuni giorni con la variazione
cromatica della microflora, sarà in ogni modo necessario, per garantire l’esito positivo
del trattamento, prelevare un campione e sottoporlo ad osservazioni al microscopio
ottico.
Quando il deterioramento, biologico, chimico o fisico che sia, comporta
conseguenze come: il distacco, l’esfoliazione del rivestimento, la decoesione del corpo
ceramico, fessurazioni o sconnessioni della materia, si procede allora con il
consolidamento. Quest’intervento può essere eseguito in situazioni diverse e può

34
richiedere soluzioni tecniche altrettanto diverse, ma che riguardano, come fattore
comune, la stabilità della materia e della struttura.
Per consolidamento si intende l’impregnazione con un prodotto che, penetri in
profondità e migliori la coesione del materiale disgregato.
Il fenomeno del distacco fra il rivestimento e il supporto, è una conseguenza
piuttosto frequente, dovuta all’azione dei sali provocati dall’umidità e dal cambiamento
di temperatura.
Prima di provvedere al consolidamento delle parti distaccate è meglio eliminare
i sali dai pori, per evitare ulteriori tensioni mediante trattamenti con acqua distillata,
fino alla completa scomparsa di questi.
Il consolidamento in questo caso viene eseguito con bendaggi di protezione, la
cosiddetta Velinatura. Con questo termine si individua l’operazione che consiste nel-
36
l’applicazione di carta giapponese sulla superficie e successiva spennellatura con
consolidante, dato sopra la velina, per conservare l’integrità del pezzo ed evitare ulteriori
distacchi.

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36- Carta Giapponese- ottenuta da fibre vegetali di piante: GAMPI- una pianta selvatica che cresce sui
pendii e campi dove il clima è mite, alta 1,5 metri, la lunghezza delle fibre è di circa 4mm. La carta risulta sottile e
fine.

Normalmente questa tecnica viene effettuata con quadratini di carta formato 4x4
cm. se la superficie è ampia, è meglio evitare porzioni di velina di dimensioni
maggiori che potrebbero essere difficilmente asportabili al momento di dover pulire
l’oggetto. Durante l’esecuzione è consigliabile appoggiare un quadratino di velina,
prelevato con apposite pinzette, sulla superficie da consolidare e fissarlo con opportuno
consolidante.
Il consolidante più comunemente usato è l’ACRIL AC 33,37 di facile reversibilità,
diluito convenientemente con acqua. Per la rimozione bisogna preparare dei tamponcini
di cotone idrofilo su apposite pinzette, inumidirli con alcool e tamponare sulla
superficie ricoperta dalle veline e dopo avere rigenerato il consolidante asportarle con
delicatezza.

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37- Acril AC33- emulsione acrilica con ottima resistenza anche nelle più severe condizioni atmosferiche.
Caratteristiche: Residuo non volatile 46+/- 1%; Peso specifico 1,15; Aspetto liquido lattiginoso bianco; Carica non
ionica. Proprietà del film: Eccellente resistenza; Buona trasparenza; Permanente elasticità. Proprietà dell’emulsione:
Stabilità al gelo-disgelo; Compatibilità con cariche e pigmenti; Resistenza ai sali solubili; Dispersione finissima;
Buona stabilità del pH
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Nel caso specifico di un corpo poroso in decoesione le cause sono sempre


dovute all’infiltrazione di acqua e alla sua conducibilità dei sali all’interno del corpo
poroso. L’acqua da se’, provoca forti tensioni favorendo la disgregazione del
manufatto, la presenza dei sali a sua volta, cristallizzando provoca lo sgretolamento
del impasto, noto come efflorescenza.
In questo caso il recupero consiste nell’infiltrazione di un consolidante 38 capace di
passare dallo stato liquido allo stato solido dopo l’infiltrazione ristabilendo la
struttura ed il suo normale livello di coesione.

38- Dal documento Normal20/85 : il consolidante deve rispondere ad alcune esigenze fondamentali;
a) non provocare la formazione di sottoprodotti secondari dannosi;
b) venire uniformemente assorbito dal corpo e raggiungere tutto il materiale alterato, la profondità di
penetrazione richiesta varia a seconda delle caratteristiche della terracotta; può essere di pochi millimetri in un corpo
compatto, di pochi centimetri in un corpo poroso;
c) Presentare un coefficiente di dilatazione termica non molto difforme da quello del corpo ceramico, per non
essere causa di fessurazioni o sgretolamento nel caso che non abbia buone caratteristiche elastometriche;
d) se si tratta di prodotti idrorepellenti, non deve rendere il materiale completamente impermeabile al vapor
d’acqua che in qualche modo possa trovarsi presente oltre lo strato impregnato;
e) conservare l’aspetto esteriore evitando fenomeni di scurimento o di imbiancamento, formazione di macchie o
di pellicole lucide ed ingiallimento sotto l’azione della luce.

Il consolidante più utilizzato è il Paraloid B72 39 diluito con solvente, questo


ultimo ha la funzione di veicolare il consolidante per consentire la diffusione uniforme
nella porosità della struttura, e di evaporare quando questo è avvenuto.

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39 - PARALOID, in commercio si trovano diversi tipi di Paraloid, le caratteristiche generali comuni a tutti
sono: trasparenza, resistenza all’acqua, all’alcol, agli acidi e agli alcali - notevole durata nel tempo- eccellente

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resistenza agli oli minerali, vegetali e grezzi (salvo B67) - resistenza eccezionale alle emanazioni dei prodotti
chimici- ottima flessibilità, - eccellenti proprietà elettriche - ottima resistenza al fuoco- debole reattività con i pigmenti.
B72 etil- metacrilato- resina di uso generale, buona flessibilità e trasparenza. Solubile in chetoni, esteri,
idrocarburi, aromatici e clorurati. Miscibile con etanolo con il quale forma una soluzione lattiginosa, il film che si
forma è completamente trasparente.
B82 metil- metacrilato- proprietà simili al B72 con la diversità di essere solubile in alcune miscele di acqua e
alcol.
B44 metil- metacrilato- ottima durezza, buona flessibilità e grande adesione sui più svariati supporti. Solubile in
idrocarburi aromatici, esteri e chetoni. Solo parzialmente solubile in alcoli ed idrocarburi alifatici.
B66 metil- butil - metacrilato - ottima adesione, flessibilità e durezza, rapido essiccamento all’aria del film.
Solubile in toluolo,xilolo.
B67 isobutil- metacrinolo- forma un film leggermente più duro del B72. Utilizzato in miscela con altre resine
per aumentare la durezza superficiale. Compatibile con resine alchiliche, medie e lungo olio. Solubile in white spirit,
toluolo, xilolo,ecc.

La migliore soluzione di applicazione è mediante immersione, in diluizione


fluida, in modo che la sostanza consolidante impregni tutto il materiale, in modo da non
creare forti tensioni nelle zone di confine tra la parte trattata e quella non trattata.
Se le parti alterate sono limitate si può fare uso di un pennello e di una minore
diluizione, necessario per fissare al supporto il rivestimento pittorico. In ogni caso ad
un consolidamento approfondito va fatta seguire asciugatura del reperto con carta
assorbente, per evitare il formarsi di sgradevoli e dannosi eccessi superficiali.
Nel caso di fessurazioni o sconnessioni della materia si procede con l’incollaggio.
Si può intervenire meccanicamente con l’inserimento di perni o chimicamente con
l’applicazione di forti adesivi che assicurano una giunzione stabile e duratura, oppure
con l’introduzione di uno stucco che abbia funzione riempitiva per gli spazi vuoti e
adesiva per tenere uniti gli elementi distaccati.
L’assemblaggio di reperti trovati in frammento40 è un’operazione alquanto delicata
e meticolosa, la prima fase da eseguire è l’identificazione dei cocci pertinenti, ed un
accostamento per verificare l’esatto combaciamento tra le parti da giungere per
facilitare la sequenza dell’incollaggio conclusivo.

40-Documento Normal 2/80, Archiviazione: provenienza del frammento; ubicazione; caratteristiche ambientali;
eventuali materiali diversi a contatto prima del ritrovamento; descrizione delle regole di recupero/rimozione;
data; responsabile del recupero/rimozione; sede di immagazzinamento del frammento; caratteristiche del frammento;
dimensione; peso; tipo di lavorazione e finitura; tipo di alterazione; documentazione fotografica.

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Il collante interposto tra le due aree disgiunte, a seguito di un processo di presa, è


capace di restituire una funzione affidabile.
La scelta del collante va attribuita alle sue caratteristiche, oggi sono in
commercio numerosi tipi di resine che vengono utilizzate con una certa libertà poiché
risultano resistenti nel tempo, reversibili, elastiche, a rapida presa, vengono applicate a
freddo, di buona lavorabilità, facilmente rimovibili nel caso di eccessi residui sullo
smalto, non creano alterazioni visibili e terminata l’operazione non ritirano. Si tratta di
resine epossidiche bicomponenti con catalizzatore che hanno una spiccata e specifica
tendenza ad aderire ai solidi.
Il collante ha proprietà molto coesive, per cui l’eventuale rottura sotto stress si
verifica nel corpo ceramico anziché nell’adesivo. Le denominazioni più comuni sotto le
quali vengono commercializzate sono: ARALDITE, EPOXI, EPON41.

41—Catalizzatore o indurente: sostanze che modificano la velocità di una reazione chimica senza subire
variazioni nel corso della trasformazione.
Resina epossidica bicomponente: adesivo universale senza solventi, polimerizza a temperatura
ambiente. L’applicazione dell’adesivo può essere fatta con spatole, per la sua consistenza pastosa che consente anche il
riempimento delle irregolarità delle superfici da incollare. Aspetto lattiginoso; viscosità 30; lavorabilità 60-90,
resistenza /flessione 70-80; trazione 42-48; compressione 70-80.

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Quando i pezzi da giungere sono parti che condizionano la stabilità della struttura
si può intervenire con l’inserimento di perni, i più indicati sono in vetroresina 42,
materiale dotato di grande resistenza meccanica, costituito da materia plastica composta
di resina epossidica e rinforzata da fibra di vetro perfettamente compatibile con il corpo
dell’opera.

42 – Dal Normal 20/85, interventi conservativi. Le caratteristiche ottimali dei perni sono: buona stabilità
chimica e coefficiente di dilatazione termica il più possibile simile al materiale da ricongiungere. Il tipo e la profilatura
dei perni devono essere tali da conciliare buona adesione con facilità di rimozione. Si sottolinea che va assolutamente

38
evitato l’uso di materiali facilmente ossidabili quali l’acciaio al carbonio ( ferro ), rame, e le sue leghe. Si consiglia
invece l’uso di materiali come la vetroresina.
Barre in vetroresina: Caratteristiche: Tipo di resina poliestere; Sezione circolare; Peso specifico 1,65
3
– 1,8 kg/dm ; Contenuto di vetro 50- 7% del peso; Resistenza a trazione 40-6 kp/mm2; Resistenza a flessione 30-45
kp/mm2; Resistenza a compressione 25-45 kp/mm2; Assorbimento d’acqua 0,3-0,5% in peso.

La pulitura è una delle operazioni più delicate da affrontare poiché l’operazione è


irreversibile .
La scelta del metodo da impiegare deve essere basata sulla natura delle sostanze da
asportare, spesso sono usati solventi miscelati tra loro per ottenere un migliore risultato.
- L’acqua è il più utilizzato fra i solventi, deve però essere utilizzata pura, ossia
distillata, poiché altrimenti contiene disciolti sali e gas vari che possono determinare
inconvenienti;
- L’alcool Etilico è tra i solventi più conosciuti per la pulitura, molto affine
all’acqua con la quale risulta completamente miscibile. In commercio un alcool
etilico, per uso non alimentare è l’alcool denaturato;
- Acetone, altro solvente ampiamente usato nel campo del restauro, è il solvente
più volatile e quindi apporta minore quantità di umidità inoltre, data la sua miscibilità con
pressoché tutti gli altri liquidi, infatti, è frequentemente utilizzato come solvente
intermediario per rendere miscibili fra loro solventi incompatibili;
- L’Ammoniaca è tra i solventi più forti e aggressivi, se non usato con
cautela rischia di danneggiare la superficie, è inoltre estremamente tossico e irritante
per la pelle, per questo se ne consiglia un uso limitato;
- L’Essenza di Trementina è un prodotto costituito da resine quali: Colofonia,
Trementina Veneta, ed è il prodotto più raffinato;
- La comune Acquaragia è ottenuta dalle stesse miscele con aggiunta di Petrolio
e si trova in commercio a basso costo.
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Nella tabella sono elencate alcune delle più comuni miscele di solventi usate
nella fase di pulitura:
2A 3A 4A 2AT 3AT
acqua acqua acqua alcool alcool
alcool alcool alcool acetone acetone
acetone acetone ess. trementina ammoniaca
ammoniaca ess. trementina

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43- Composizione chimica e caratteristiche dei vari solventi:
Acqua: H2O p.eb. =100°C; p.sol.=0°C
liquido trasparente senza sapore, odore, colore, l’acqua distillata si ottiene riscaldando il liquido fino ad
ebollizione in modo che evaporino le componenti più volatili, recuperate poi per condensazione.
Alcol etilico denaturato 99,9° - etanolo C2H2OH
p.eb=78,3°C; p.fus. =117,3°C, alcol alifatico primario denaturato con basi piridiniche ed altre sostanze
facilmente infiammabili.
Acetone – dimelchetone- 2propanone (CH3)2CO, p.fu.=94°C, p.eb.=56,5°c; densità=0,792.
Liquido infiammabile e volatile, di odore caratteristico, miscibile con acqua, alcol, cloroformio, etere ecc. E’
uno dei solventi maggiormente usati per la bassa tossicità e l’elevato potere di solvente.
Ammoniaca concentrata – NH 3 p.fu. =77,7°C; p.eb. =33,35°C; densità=0,68; p.sp =0,89 per
concentrazione al 30%; incolore, di odore pungente, nocivo, viene commercializzato in soluzione acquosa.
Essenza di trementina – C 10H16 - p.sp. =0,860; intervallo di ebollizione 155-175°C. Liquido limpido,
incolore, di colore caratteristico. Prodotto naturale ricavato dalla distillazione della trementina.

In caso di masse terrose un sistema che funziona bene è quello di cospargere la


parte da pulire con acetone e procedere in umido. Il raffreddamento che subisce la
terra a seguito delle evaporazioni, ed altri fenomeni di non chiara individuazione,
permettono di eseguire, con enorme facilità l’operazione di pulitura. Ove è possibile si
potrà intervenire meccanicamente con bisturi.
Incrostazioni terrose, questo termine si applica a quelle concrezioni che
permangono sugli oggetti e sono difficilmente asportabili con bisturi. In tal caso è
necessario passare ad altri metodi che abbiano maggiore efficacia. Questi metodi
comprendono il trattamento chimico ed il trattamento fisico, in ogni caso, prima di
utilizzare uno qualsiasi di tali sistemi, il reperto dovrà essere esaminato per valutarne le
caratteristiche di resistenza a sforzi, il tipo di superficie sottostante, il tipo di materiale
sul quale si opera.
Circa i metodi chimici di pulitura si può scegliere tra lavaggi di varia
composizione. E’ quasi sempre da escludere l’impiego dell’acido cloridrico perché può
corrodere e quando è necessario, intervenire su frammenti imbevuti di acqua distillata
per evitare che l’acido penetri all’interno del corpo. E’ invece consigliabile prima

40
dell’uso della miscela 2A (acqua e alcool) per rimuovere le incrostazioni superflue e
intervenire successivamente con l’acetone per le incrostazioni più tenaci.
Per quanto riguarda i trattamenti fisici si può ricorrere al bisturi oppure a
microfrese e piccole mole che risultano molto efficaci. Si tratta di utensili a motore
(elettrici o pneumatici) con rotazione da 2.000 a 14.000 giri/min. sulla parte terminale
l’attrezzo porta un utensile intercambiabile con varie sagomature. E’ utile per
l’eliminazione di incrostazioni di vario genere sia in zone piane sia su solchi e
sottosquadri, l’importante è procedere con cautela e lentamente senza avvicinarsi
troppo alle superfici, rischiando di intaccarle.
Gli oggetti archeologici provenienti da reperimenti marini, ma a volte anche da
quelli terrestri possono avere incrostazioni di tipo calcareo di estensione circa
pronunciata. Si può innanzi tutto procedere al riconoscimento di tali incrostazioni
provvedendo a bagnarle in un punto con Acido Cloridrico in soluzione 1:10, nel caso in
cui l’incrostazione sia calcarea, quindi Carbonato di Calcio (Ca CO3), si avrà lo
schiumare di piccole bolle. Oltre alle asportazioni con utensili per eliminare le
incrostazioni si può procedere con una soluzione acquosa fino al 20% di E.D.T.A44.

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44- EDTA Bisodico: acido etilendiamminotetracetico-sale biodico; p.mol.=372, densità=0,70 Agente


sequestrante, ha la proprietà di formare, con gli ioni dei metalli, composti di coordinazione molto solubili e stabili,
mascherandone quindi la presenza in soluzione. I principali metalli che può captare sono: potassio, sodio, cromo, rame,
piombo, manganese, magnesio, cobalto.

La soluzione dovrà essere applicata con tampone di cotone idrofilo e poi rimossa
con prolungati lavaggi di acqua demineralizzata.
Le incrostazioni di tipo siliceo, si presentano sotto varie morfologie, quelle di più
immediata individuazione sono del tipo aderente e traslucido, formano una pellicola con
andamento vetroso. Per distinguerle basta porre una goccia di Acido Cloridrico (diluito
1:10) sulle incrostazioni, la mancanza di effervescenza ci aiuta a definire tali
incrostazioni. I migliori metodi per eliminarli sono i sistemi fisici o E.D.T.A. a base
acida, essendo solo intaccabili dagli acidi.

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Sui manufatti esposti all’aperto spesso troviamo incrostazioni vegetali provocati da
muffe, muschi ecc. i prodotti per rimuovere tali incrostazioni sono i biocidi già citati, a
base d’acqua, aiutati dall’azione meccanica di uno spazzolino. Le incrostazioni
organiche sono facilmente riconoscibili per la semplicità di eliminazione con acqua
ossigenata. Le macchie di grasso o cera si possono rimuovere, con facilità, con benzina
rettificata (miscela di idrocarburi saturi o poco insaturi che si raccolgono nelle
frazioni basso bollenti del petrolio; si presenta liquida a temperatura ambiente, possiede
una discreta volatilità ad un alto grado calorifico).
Le macchie di colore rossastro o nere sono macchie provocate da avanzate
alterazioni di eventuali resti organici o a causa della presenza di composti di ferro. Sono
rimovibili con impacchi di Acido Ossalico (acido organico alifatico bicarbossilico, è un
solido cristallino leggermente solubile in acqua e molto tossico).
Per l’eliminazione di stratificazioni di smalti sintetici si utilizzano degli sgrassatori
bio che permettono di eliminare gli strati uno ad uno senza intaccare la superficie
pittorica originale.
Infine citiamo ora i sistemi LASER che garantiscono la massima sicurezza
nella pulitura la loro azione sulle proprietà fisiche della luce e non su azioni chimiche
attive o meccaniche abrasive.
Il LASER (Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation), è dotato,
infatti di un raggio luminoso che ha la proprietà di vaporizzare le incrostazioni così
velocemente da non intaccare la superficie sottostante (Sublimazioni dello stato solido
dei depositi incoerenti).
Le radiazioni generate da questo sistema laser, vengono assorbite dalla crosta
che, portata così in tempi brevissimi ad alta temperatura (4.000 – 7.000 k), viene
vaporizzata. Le stesse radiazioni quando raggiungono il materiale sottostante, sono
riflesse, come fossero di luce bianca normale, senza produrre alcun danno al materiale,
anche dopo vari impulsi su una stessa area.
Con flussi di energia radiante dell’ordine di 103 – 104 w/cm e tempi di impulso
rapidi infatti non si ha un apprezzabile propagazione di calore dalla crosta sottostante e si
evitano così fusioni e/o microfessurazioni alla stessa. Si è calcolato che per un impulso
di Normal – Mode su superficie in terracotta l’onda termica è risultata di soli 0,03 mm.
Lo strumento laser, messo a punto dopo una serie di prototipi, lavora sulla frequenza
dell’infrarosso ed appartiene al tipo Yag al Neodimio ad impulsi, per mezzo di specchi e

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prismi, un laser dell’Elio – neon continuo, che genera un punto rosso di guida, utile per
individuare la zona da colpire.
Questo strumento è notevolmente versatile e permette di graduare perfettamente
intensità e velocità della pulitura anche grazie alla possibilità di generare un’emissione
nel campo del visibile (verde).
Un vantaggio fondamentale che offre il laser, è quello che permette la pulitura di
superfici molto danneggiate o preventivamente trattate con resine sintetiche e preventive
(fase di preconsolidamento). La pulitura di materiale degradato (presenza di
rigonfiamenti, scagliature, esfoliazione) non presenta problemi poiché non agisce
nessuna forza di pressione abrasiva o termica, ed è molto utile nella pulitura all’in-
terno dei buchi, fori, cavità sottili, fessurazioni, cioè nei punti dove sia difficile
intervenire meccanicamente o chimicamente.
La parola reintegrazione è un termine moderno nel lessico del restauro e indica il
rifacimento di lacune distinguibili dall’originale. Cesare Brandi suggerisce come
questa operazione debba soddisfare l’esigenza sia estetica sia storica. La prima chiede di
riportare l’integrità visiva all’opera reintegrando e ritoccando le lacune che
interrompono la lettura dell’opera. L’esigenza storica rileva, invece, di lasciare
assolutamente visibili i danni subiti nel tempo. Seguendo dunque i principi di un corretto
intervento di rifacimento, il risultato dovrà essere facilmente distinguibile
dall’originale, senza creare disturbi e discontinuità visive.
Nel restauro l’integrazione ha lo scopo di garantire, non solo la stabilità all’oggetto
ma anche continuità ed equilibrio.
I prodotti per eseguire tale intervento devono avere le caratteristiche di
compatibilità con i materiali di cui è costituita l’opera, cioè reversibilità, facile
lavorabilità e buona presa. Di uso comune è la Polyfilla interior a base di cellulosa
riscontrata tecnicamente ottima da ogni punto di vista, con buona compattezza ed
uniformità. Viene miscelata con resina Acril AC 33 e con aggiunta di pigmenti colorati.
Il ritocco in questo caso sarà caratterizzato dall’abbassamento uniforme del tono delle
lacune.
Un altro metodo di integrazione è ottenuto colando un riempitivo, Poly – Cell –
Filler a base di cellulosa, fra le pareti di cera dentistica modellate adeguatamente. E’
senza dubbio una tecnica più lunga ma con risultati assai soddisfacenti rispetto ai metodi
tradizionali.

43
Il ritocco deve comunque essere distinguibile dall’originale, la tecnica usata
può essere il tratteggio o il puntinato ottenuti per selezione cromatica.
I colori usati per questo intervento possono essere acquerelli, tempere, pigmenti in
polvere, comunque colori reversibili.
La protezione finale, si ottiene con vernici più o meno diluite in essenza di
trementina, applicate a strati sottili, per mezzo di un pennello morbido, incrociando i
passaggi in modo da creare uno strato uniforme e che possono essere asportate e
sostituite senza difficoltà e senza deteriorare il ritocco45.

45- Vernici per ritocco- si differenziano dalle vernici finali per la loro media concentrazione di resina. Sono
caratterizzate da elevata fluidità che permette loro di penetrare in profondità negli strati di pittura poveri di legante
per arricchirli. Il loro ruolo consiste nel far sparire localmente i prosciughi, ravvivare i toni, facilitare l’applicazione
del colore ed asciugare l’adesione degli strati di colore successivi. Le vernici per ritocco si applicano localmente sulle
zone che opacizzano a causa dell’eccessivo asciugamento del supporto, per nutrirle con il legante.

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La vernice Dammar a base di resine naturali provenienti dalle indie orientali, è


ancora oggi tra le più usate per la notevole resistenza meccanica e brillantezza, se
addizionata a cere naturali può acquistare un effetto satinato.

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