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Quaderni

di diritto ecclesiale
20 (2007) 8-34

Appartenenza alla Chiesa e abbandono:


aspetti fondamentali
e questioni terminologiche
di Renato Coronelli

Diceva lo scrittore e saggista anglicano C.S. Lewis che le parole


che non si possono mai applicare non sono di grande utilità e afferma-
va questo in relazione ad un certo uso, affinato e spiritualizzato, che
vedeva diffondersi nel suo tempo a proposito del termine cristiano:
«Non spetta a noi dire chi nel senso più profondo, è o non è vicino allo Spirito
di Cristo. Non leggiamo nel cuore degli uomini. Non possiamo giudicare, e
anzi ci è proibito di farlo. Sarebbe da parte nostra una perversa arroganza di-
re che qualcuno è o non è cristiano in questo senso affinato. Ed evidentemen-
te una parola che non potremo mai applicare non sarà di grande utilità. Quan-
to ai non credenti, useranno senza dubbio molto volentieri la parola in quel
senso. In bocca a loro diventerà semplicemente un termine di lode. Dicendo
che uno è cristiano, intenderanno che lo ritengono un uomo buono. Ma que-
sto uso del termine non costituirà un arricchimento della lingua, perché ab-
biamo già la parola buono. Frattanto, la parola cristiano sarà stata sciupata per
qualsiasi fine realmente utile cui potesse servire. Dobbiamo quindi tenerci al
significato originario e ovvio»1.

Si avrà modo di ritornare su questa puntuale osservazione di


Lewis, ma questo semplice accenno può essere utile per introdurci
alla questione che più propriamente costituisce l’oggetto del nostro
studio. L’affermazione secondo cui le parole che non si possono mai
applicare non sono di grande utilità può valere infatti anche all’oppo-
sto per le parole che invece ogni volta che le si usa si è costretti ad
effettuare molteplici precisazioni e distinzioni ovvero che non si
possono mai utilizzare con significato univoco. Se poi l’ambito è
quello giuridico-canonico che dovrebbe essere il regno della chia-
rezza e della precisione le cose sembrano aggravarsi ulteriormente.

1
C.S. LEWIS, Il cristianesimo così com’è, Milano 1997 [originale: Mere Christianity, New York 1942], p. 19.
Appartenenza alla Chiesa e abbandono: aspetti fondamentali e questioni terminologiche 9

È questo il caso del termine comunione che veicola un concetto alta-


mente in uso nell’antichità cristiana, ricco di storia e di dignità, ri-
portato al suo splendore dal concilio Vaticano II, ed è questo il caso
del termine piena comunione a cui fa esplicito riferimento il can. 205
(cf can. 8 CCEO) allorché provvede a precisare le condizioni di ap-
partenenza alla compagine visibile della Chiesa cattolica. La mede-
sima espressione utilizzata nei cann. 205, 383 § 3, 463 § 3, 844 §§ 3-
4, 883, 2° e 933 non sembra possedere infatti lo stesso significato
che riveste ad esempio nella nota dottrinale illustrativa della nuova
professione di fede emanata dalla Congregazione per la Dottrina
della Fede, a proposito di quanti negano una verità proposta dal ma-
gistero in modo definitivo, anche se non come formalmente e divina-
mente rivelata (n. 6)2, o nel Direttorio di pastorale familiare della
CEI a proposito della condizione nella Chiesa dei divorziati risposati
(n. 197)3. Mentre nel caso del Codice la nozione di piena e non piena
comunione indica la condizione di appartenenza istituzionale alla
Chiesa rispettivamente dei fedeli cattolici e dei fedeli non cattolici,
negli altri due documenti citati la medesima espressione sembra es-
sere utilizzata in un significato più generico e meno tecnico, risul-
tando quanto meno problematico considerare tutti coloro che nega-
no verità proposte in modo definitivo, ma non come formalmente e
divinamente rivelate (can. 750 § 2), non in piena comunione al pari
degli eretici e degli apostati (can. 751), - tanto è che sono colpiti da
differenti sanzioni penali (cf can. 1364 § 1 e can. 1371, 1°) - o ritene-
re che si possa continuare ad appartenere alla Chiesa cattolica sen-
za trovarsi al tempo stesso in condizione di piena comunione. Evi-
dentemente non si sta usando il termine piena o non piena comunio-
ne nello stesso significato e ha certamente delle buone ragioni
Scheffczyk quando afferma che la nozione di comunione partecipa
della sacramentalità propria della Chiesa e quindi abbisogna sem-
pre di ulteriori qualificazioni per essere applicata a concreti conte-
nuti teologici4. Lo scopo del nostro contributo è di mostrare che co-
sa si debba intendere per appartenenza alla Chiesa e abbandono del-

2
CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, nota doctrinalis Inde ab ipsis primordiis, professionis fidei
formulam extremam enucleans, 29 giugno 1998, n. 6, in AAS 90 (1998) 547: «Chi le negasse, assumereb-
be una posizione di rifiuto di verità della dottrina cattolica e pertanto non sarebbe più in piena comunione
con la Chiesa cattolica».
3
CEI, Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia, Roma 1993, n. 197: «Proprio perché guidata
da profondo amore materno, la Chiesa deve anche ricordare che quanti vivono in una situazione matri-
moniale irregolare, pur continuando ad appartenere alla Chiesa non sono in “piena” comunione con essa».
4
Cf L. SCHEFFCZYK, Die Kirche in der Krise, Siegburg 1993, p. 71.
10 Renato Coronelli

la Chiesa, offrendo qualche chiarificazione in merito alla condizione


di appartenenza di diverse categorie di fedeli (il cattolico, il cristiano
non cattolico, il catecumeno, l’eretico, l’apostata, lo scismatico, lo
scomunicato) e proponendo un uso più attento e controllato dei ter-
mini in questione.

I diversi livelli dell’identità cattolica


Nel Codice vigente, che ha cercato di tradurre in linguaggio ca-
nonistico tutta la ricchezza dell’insegnamento conciliare, esistono
come diversi livelli di identità cattolica delle persone fisiche5. C’è un
primo livello di identità cattolica fondata sul battesimo ricevuto nella
Chiesa cattolica che risulta imperdibile, fondato come è sull’indelebi-
le carattere battesimale. Da questo punto di vista qualunque grave
delitto una persona possa commettere o qualunque grave peccato
possa fare non potrà mai perdere questa identità e anche qualora ab-
bandoni la Chiesa cattolica o si separi da essa con atto formale, la
Chiesa non potrà non riaccoglierlo e riconoscerlo come proprio fi-
glio, qualora ritorni ad essa con cuore pentito. Questo primo livello
di identità cattolica o questo primo modo di determinare l’identità
cattolica è decisivo per la sudditanza alle leggi ecclesiastiche. Infatti
come recita il can. 11:
«Alle leggi puramente ecclesiastiche sono tenuti i battezzati nella Chiesa cat-
tolica o in essa accolti, e che godono di sufficiente uso di ragione e, a meno
che non sia disposto espressamente altro dal diritto, hanno compiuto il setti-
mo anno di età».

In linea generale quindi coloro che sono stati battezzati nella


Chiesa cattolica o sono stati successivamente accolti in essa mediante
rito di ammissione alla piena comunione, rimangono sempre cattolici
per quanto riguarda l’aspetto della sottoposizione alle leggi ecclesia-
stiche. In questo senso può valere il brocardo: semel catholicus, sem-
per catholicus. E questo vale anche per coloro che abbiano commesso
i gravissimi delitti di apostasia, eresia o scisma (cf can. 1364 § 1 in re-
lazione ai cann. 751 e 1330) o siano stati scomunicati in ragione di
qualche altro grave delitto. Secondo Erdö sarebbe precisamente que-
sto il senso secondo cui si deve intendere il termine «cattolico» nella

5
Cf J. PROVOST, Prospettive sull’identità cattolica nel diritto canonico, in «Concilium» 30/5 (1994) 30-31.
Appartenenza alla Chiesa e abbandono: aspetti fondamentali e questioni terminologiche 11

maggior parte dei casi in cui questo termine ricorre nel Codice ovve-
ro come il battezzato nella Chiesa cattolica, a prescindere, o a secondo
dei casi, nella presunzione del suo essere in piena comunione ex can.
2056.
Ma proprio sulla base del grado di comunione, rispettivamente
piena o non piena, è dato ritrovare nel Codice un secondo sistema di
determinazione dell’identità cattolica. Ai sensi del can. 205 infatti
«Su questa terra sono nella piena comunione della Chiesa cattolica [plene in
communione Ecclesiae catholicae] quei battezzati che sono congiunti con Cri-
sto nella sua compagine visibile, ossia mediante i vincoli della professione di
fede, dei sacramenti e del governo ecclesiastico»7.

Questo canone, che come vedremo ha avuto una lunga e contro-


versa storia ed intende precisare le condizioni in presenza delle quali
un fedele possa considerarsi ed essere riconosciuto come fedele cat-
tolico e sulla base di ciò possa godere ed esercitare nella Chiesa de-
terminati diritti e attribuzioni, determina per questa via un’identità
cattolica che, a differenza di quanto visto in precedenza, può essere
anche perduta, in quanto basata sulla contestuale compresenza di una
pluralità di vincoli che possono essere anche singolarmente infranti,
facendo sì che il battezzato nella Chiesa cattolica non si trovi più per
questo motivo nella piena comunione della medesima.
Da questo punto di vista, secondo la coerente impostazione di
Erdö sarebbe possibile ritrovare all’interno della legislazione vigente
della Chiesa la presenza di:
– cattolici in piena comunione con la Chiesa cattolica e non sco-
municati (si tratta di coloro che battezzati nella Chiesa cattolica han-
no custodito gli elementi della piena comunione ex can. 205);
– cattolici scomunicati (per es. per aborto), ma rimanenti nella
piena comunione (in quanto custodiscono la vera fede, accettano il de-
posito dei sacramenti e mantengono il legame di sottomissione nei
confronti del Papa e dei vescovi in comunione con lui);

6
Cf P. ERDÖ, Il cattolico, il battezzato e il fedele in piena comunione con la chiesa cattolica. Osservazioni
circa la nozione di “cattolico” nel CIC (a proposito dei cc. 11 e 96), in «Periodica de re canonica» 86 (1997)
213-240. In particolare l’Autore ritiene che in questo senso si possa intendere il sostantivo «cattolico» nei
cann. 597 § 1, 1483, 1059, 1118 § 1, 1170 e che il battezzato cattolico, e non altri, sia il vero protagonista
del diritto codiciale.
7
Lo stesso dicasi ancor più chiaramente alla luce del can. 8 CCEO: «Sono in piena comunione con la
Chiesa cattolica [In plena communione cum Ecclesia catholica] qui sulla terra quei battezzati che nella
sua compagine visibile sono congiunti a Cristo con i vincoli della professione della fede, dei sacramenti
e del governo ecclesiastico».
12 Renato Coronelli

– cattolici scomunicati e non aventi la piena comunione con la


Chiesa cattolica (per es. nel caso di apostasia, eresia o scisma puniti
con scomunica);
– cattolici non scomunicati, ma non aventi la piena comunione
con la Chiesa cattolica (per es. quelli che l’hanno abbandonata pubbli-
camente, notoriamente o con atto formale, ma senza incorrere auto-
maticamente nella scomunica)8.
Il fatto che il Legislatore abbia inteso legare la sudditanza alle
leggi meramente ecclesiastiche al fatto certo ed irrevocabile del bat-
tesimo ricevuto nella Chiesa cattolica si comprende e si giustifica sul-
la base di esigenze di certezza giuridica, dal momento che non si può
sempre verificare o essere a conoscenza degli atti che determinano il
venire meno della piena comunione ex can. 205, che potrebbero anche
non avere carattere notorio e pubblico, e quindi non sarebbe possibile
dire con certezza se una persona continui ad essere soggetta o meno
alle leggi ecclesiastiche. Si tratta quindi di un principio disciplinare
che si potrebbe qualificare di carattere pratico-operativo, in quanto si
tratta di una scelta che governa l’ambito di applicazione del diritto
umano-positivo. Ma che un cattolico nel senso appena detto, possa
considerarsi ancora tale dopo avere infranto il vincolo della fede o del-
la comunione con il Romano Pontefice e i vescovi in comunione con
lui, mediante atti qualificabili come apostasia, eresia e scisma, questo
sembra invece difficilmente sostenibile ed è per questo che riteniamo
che la nozione di cattolico si debba più propriamente applicare solo a
coloro che non solo si presumono ma effettivamente si trovino nelle
condizioni del can. 205, ovvero in condizione di piena comunione.

La dottrina conciliare dell’appartenenza alla Chiesa


Per impostare correttamente la questione dell’appartenenza alla
Chiesa e dell’abbandono di essa così come si configura nel Codice vi-
gente, occorre brevemente recuperare l’insegnamento del concilio
Vaticano II che sta alla base delle determinazioni codiciali9. Il Concilio
ha provveduto ad impostare la questione dell’appartenenza alla Chie-
sa in termini rinnovati rispetto al passato, cercando di superare le
strettoie dettate da una troppo rigida ed esclusiva identificazione tra
8
Cf P. ERDÖ, Il cattolico, il battezzato..., cit., pp. 230-231.
9
Per un discorso più approfondito e per la sterminata letteratura in materia cf R. CORONELLI, Incorpora-
zione alla Chiesa e comunione, Roma 1999, pp. 105-160; G. GÄNSWEIN, Kirchengliedschaft – Vom Zweiten
Vatikanischen Konzil zum Codex Iuris Canonici, St. Ottilien 1995.
Appartenenza alla Chiesa e abbandono: aspetti fondamentali e questioni terminologiche 13

Chiesa cattolica apostolica e romana e Chiesa di Cristo, e dalla neces-


sità di determinare con precisione chi potesse dirsi membro della
Chiesa, una categoria che non appariva suscettibile di graduazione al-
cuna né in grado di poter esprimere e mediare la tesi di una già fonda-
mentale appartenenza di tutti i battezzati alla Chiesa10. In particolare il
Concilio ha provveduto ad impostare la questione dell’appartenenza
alla Chiesa in termini più dinamici ed ecumenici, ovvero in termini di
incorporazione e diversi gradi di comunione. Possiamo infatti parlare
della dottrina conciliare dell’appartenenza alla Chiesa come di una
concezione graduata dell’appartenenza, che sulla base del comune fon-
damento sacramentale dato dal battesimo, che determina un’incorpo-
razione radicale e iniziale alla Chiesa (LG 11a, 14c, 15, 17, 31a, UR 3a,
22a, AG 6c, 7a, 15g, 36a) e costituisce il sacramentale vincolo di unità
tra tutti coloro che per mezzo di esso sono stati rigenerati a vita nuova
(UR 3a), si sviluppa secondo gradi diversi di comunione, piena per i
cattolici e non piena per i cristiani non cattolici, in ragione degli ele-
menti di santificazione e di verità che è dato ritrovare anche al di fuori
dei confini visibili della Chiesa cattolica, nelle Chiese e comunità cri-
stiane non cattoliche. Elementi e beni dai quali la Chiesa stessa si ri-
conosce vivificata ed edificata e che sono pertanto ritenuti capaci di
generare genuini e reali vincoli di comunione tra la Chiesa cattolica,
le Chiese e le comunità non cattoliche e i loro fedeli. Infatti per comu-
nione in questo contesto si deve intendere la proprietà comune ovve-
ro la compartecipazione dei beni della redenzione che Cristo ha affi-
dato alla sua Chiesa e l’unità dinamica che si stabilisce tra i fedeli per
la relazione a quei medesimi beni. Da questo punto di vista mentre i
fedeli cattolici si trovano per antonomasia in una condizione istituzio-

10
Era ancora questa la prospettiva dell’enciclica di Pio XII, Mystici Corporis che sulla base di una identi-
ficazione stretta tra Chiesa cattolica romana e Corpo mistico di Cristo giungeva ad affermare: «In Ec-
clesiae autem membris reapse ii soli annumerandi sunt, qui regenerationis lavacrum receperunt ve-
ramque fidem profitentur, neque a Corporis compage semet ipsos misere separarunt, vel ob gravissima
admissa a legitima auctoritate seiuncti sunt» (PIO XII, lett. enc. Mystici Corporis Christi, 29 giugno 1943,
in AAS 35 [1943] 202). Alla luce dell’insegnamento dell’enciclica non potevano considerarsi reapse
membri della Chiesa i non battezzati, gli apostati, gli eretici e gli scismatici, tanto materiali che formali,
né verosimilmente gli scomunicati. L’identificazione rigida ed esclusiva tra Chiesa cattolica, apostolica
e romana e mistico Corpo di Cristo fu ancora riaffermata e ribadita a chiare lettere dal Papa qualche an-
no dopo nel 1950 nell’enciclica Humani Generis (cf AAS 42 [1950] 571). Alla pubblicazione dell’enciclica
Mystici Corporis fece seguito un vasto dibattito dottrinale volto a precisare in chiave ermeneutica le sfu-
mature possibili che potevano essere date alla categoria di membro per tener conto della valenza fonda-
tiva del battesimo e accordare l’insegnamento dell’enciclica con le determinazioni del CIC 1917 che nel
can. 87 indicava nel battesimo il fattore costitutivo della personalità giuridica specificatamente canonica
delle persone fisiche e nel can. 12 dichiarava la sudditanza di tutti indistintamente i battezzati alle leggi
meramente ecclesiastiche. Degli sforzi e dei risultati di questo dibattito dottrinale si avvalse ampiamen-
te il concilio Vaticano II.
14 Renato Coronelli

nale di piena comunione, per il fatto che nella Chiesa cattolica sussiste
(«subsistit in»: LG 8b)11, continua ad esistere, permane nella sua con-
creta forma di esistenza la Chiesa di Cristo nella pienezza dei suoi ele-
menti istituzionali, dei doni di grazia e dei mezzi di salvezza, e in essa
è dato di ritrovare quell’unità che Cristo ha donato fin dall’inizio alla
sua unica Chiesa (LG 8b, UR 4d); i battezzati non cattolici invece si
trovano in una condizione istituzionale di comunione, non piena, non
perfetta (cf LG 15; GS 92c; PO 9d; UR 3a, 4c, 4l, 14d; OE 30a). Più pre-
cisamente si trovano in una condizione di comunione, in quanto nelle
loro Chiese e comunità sono presenti numerosi elementi di santifica-
zione e di verità che come beni appartenenti all’unica Chiesa di Cristo
spingono dinamicamente verso l’unità cattolica del Popolo di Dio e so-
no ritenuti strumenti idonei ed efficaci ad aprire l’ingresso nella co-
munione di salvezza. Proprio la comune partecipazione, la condivisio-
ne di questi segnalati doni e beni divini, fa sì che la Chiesa cattolica si
riconosca per più ragioni unita a tutti questi battezzati. Questa comu-
nione è tuttavia ancora non piena e non perfetta perché queste Chiese
e comunità ecclesiali non hanno custodito il deposito della fede nella
sua integrità o non hanno conservato l’unità di comunione sotto il
Successore di Pietro e quindi i propri fedeli possiedono e partecipano
solo parzialmente, e quindi non pienamente, ai beni della salvezza e
della redenzione di cui è possibile godere invece in pienezza nella
Chiesa cattolica (LG 8; UR 3)12. Se si pensa che ancora nella Mystici
Corporis i battezzati non cattolici erano posti sullo stesso piano dei
non battezzati in quanto semplicemente ordinati a questo mistico
Corpo in base ad un certo qual inconsapevole desiderio o voto senza
che l’evento sacramentale del battesimo giocasse alcun ruolo decisi-
vo o discriminante nel determinare la loro condizione di appartenen-
za, il passo appare veramente notevole13. Su questo modo di imposta-
re la questione dell’appartenenza certamente ha influito il pieno recu-

11
La sostituzione nello schema di LG 8, che poi rimase definitivo, del termine est con subsistit in fu moti-
vata con la necessità di accordare questa affermazione con quella del riconoscimento della presenza di
elementi ecclesiali anche al di fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica: «Quaedam verba mutantur:
loco “est”, dicitur “subsistit in” ut expressio melius concordet cum affirmatione de elementis ecclesiali-
bus quae alibi adsunt”» (cf Relatio de n. 8, in Acta Synodalia Sacrosancti Concilii Oecumenici Vaticani II
[= AS], I-IV, Indices, Appendices, Città del Vaticano 1970-1978, III/I, p. 177). Per un ventaglio delle prin-
cipali interpretazioni date all’espressione subsistit in cf R. CORONELLI, Incorporazione alla Chiesa…, cit.,
pp. 114-115 nota 21.
12
Che la piena comunione sia una realtà da ascriversi in forma istituzionale alla sola Chiesa cattolica in
relazione e per differenza dai cristiani non cattolici che vengono considerati in una condizione istituzio-
nale di comunione non piena o non perfetta cf l’ottimo studio di O. SAIER, “Communio” in der Lehre des
Zweiten Vatikanischen Konzilis. Eine rechtsgeschichtliche Untersuchung, München 1973, pp. 8-9.
13
Cf PIO XII, Mystici Corporis…, cit., pp. 242-243.
Appartenenza alla Chiesa e abbandono: aspetti fondamentali e questioni terminologiche 15

pero della valenza ecclesiologica ed ecumenica del battesimo come


sacramento costitutivo dell’identità cristiana e porta di ingresso nella
Chiesa (LG 14-15), capace di determinare l’esistenza di un primo fon-
damentale, irrevocabile e indistruttibile vincolo di unità tra tutti colo-
ro che per mezzo di esso vengono incorporati a Cristo e alla sua Chie-
sa; al tempo stesso ha giocato un ruolo decisivo la considerazione per
così dire comunitaria dei battezzati non cattolici, considerati ovvero
non solo e semplicemente come singoli, ma nel quadro delle compa-
gini ecclesiali in cui hanno ricevuto il battesimo e vivono la fede, che
sono ritenute non prive di significato e di peso nel mistero della salvez-
za (UR 3d)14. La consapevolezza e la positiva affermazione dell’identità
per così dire assertiva ed inclusiva, e non rigidamente esclusiva, tra
Chiesa cattolica e Chiesa di Cristo (LG 8b), è maturata di pari passo
con il positivo riconoscimento della presenza di numerosi elementi di
santificazione e verità propri dell’unica Chiesa di Cristo anche al di
fuori della confini visibili della Chiesa cattolica, anche se non indipen-
dentemente dalla Chiesa cattolica che costituisce lo strumento gene-
rale di salvezza, per mezzo della quale si può ottenere tutta la pienez-
za dei mezzi di salvezza (UR 3e). Da questo punto di vista risulta chia-
ro che il grado di appartenenza sembra dipendere molto di più dal
dono di grazia che è stato ricevuto (il battesimo) e dall’identità e qua-
lità ecclesiale della compagine di ascrizione che dalle disposizioni
soggettive concrete dei singoli battezzati: è lo Spirito Santo infatti che
aggiunge nuovi credenti alla Chiesa e il grado di comunione concre-
tamente esistente dipende ultimamente dalla densità ecclesiologica e
dalla strutturazione sacramentale della comunità nella quale i singoli
battezzati vivono la propria fede e la propria vita cristiana partecipan-
do dei beni della redenzione custoditi ed effettivamente disponibili
presso ciascuna compagine ecclesiale (cf LG 15; UR 14-18 per le Chie-
se d’Oriente; UR 19-24 per le Chiese e comunità ecclesiali nate dalla
Riforma).
Il fatto poi che l’appartenenza non si possa considerare statica-
mente e rigidamente neanche per i battezzati cattolici che godono del-
la pienezza della comunione in virtù del triplice vincolo della fede, del
governo, dei sacramenti ma debba intendersi anche per essi e più in
generale per ogni uomo in senso dinamico e graduale, possiamo rica-
14
Anzi proprio la considerazione e valutazione della condizione dei battezzati non cattolici dal punto di vi-
sta comunitario, e cioè in riferimento alle proprie compagini di ascrizione, costituì una costante richiesta
degli osservatori ecumenici al Concilio come emerge dalla Relazione allo schema di LG 15 (cf Relatio de
n. 15 sub D, in AS III/I, p. 204).
16 Renato Coronelli

varlo da LG 14. All’interno dell’universale chiamata all’unità cattolica


del Popolo di Dio, a cui occorre che tutti gli uomini appartengano in
vario modo o siano ad esso ordinati, il Concilio rivolge una specifica
attenzione ai fedeli cattolici, agli altri cristiani e a tutti gli altri uomini
chiamati anch’essi per grazia di Dio alla salvezza (LG 13). A proposito
dei fedeli cattolici si afferma che
«Sono pienamente incorporati [plene… incorporantur] alla società della Chie-
sa coloro che avendo lo Spirito di Cristo [Spiritum Christi habentes] accettano
l’intero ordinamento e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti e, dentro questo
suo corpo visibile sono congiunti a Cristo mediante i vincoli della professione
di fede, dei sacramenti, del governo ecclesiastico e della comunione: organi-
smo che Cristo dirige attraverso il Sommo Pontefice e i vescovi» (LG 14b).

Come si è già avuto modo di precisare altrove


«L’avverbio plene, preposto ad incorporantur, se da un lato viene incontro alle
richieste di molti Padri conciliari che avevano insistentemente richiesto, fin
dalle prime battute del Concilio, che fosse messo in evidenza come per effetto
del battesimo ogni battezzato si trovasse già in qualche modo incorporato alla
chiesa, anche se non pienamente e perfettamente (sottolineando quindi l’esi-
genza di una certa gradualità); dall’altro lato per effetto dell’introduzione, nel-
la fase finale dei lavori, in posizione incidentale rispetto all’indicazione delle
tradizionali condizioni visibili di appartenenza, dell’inciso Spiritum Christi ha-
bentes (volto a sottolineare la posizione di appartenenza in un certo modo ano-
mala, contraddittoria, pregiudicata in ordine alla salvezza del battezzato dive-
nuto peccatore), si viene ad arricchire di un ulteriore significato sottolinean-
do l’esigenza di una appartenenza che sia piena nel senso di perfettamente
realizzata, efficace, salvifica ovvero che attui al tempo stesso il segno pieno e il
significato dell’appartenenza ecclesiale, che è ordinata alla pienezza attuale ed
escatologica della vita in Cristo»15.

Ciò appare perfettamente in linea con la natura complessa e sa-


cramentale della Chiesa (delineata in LG 8a) costituita da un duplice
elemento, umano e divino, in virtù del quale, per una non debole ana-
logia con il mistero del Verbo incarnato, l’organismo sociale, visibile
della Chiesa serve allo Spirito vivificante di Cristo come mezzo per far
crescere il corpo. Altresì risulta coerente con la stretta connessione
posta tra questione dell’appartenenza e questione della salvezza nel
medesimo capoverso di LG 14, in cui si viene ad affermare che

15
Cf R. CORONELLI, Linee di sviluppo della dottrina in tema di appartenenza alla Chiesa: dal CIC/1917 al
CIC/1983, in «Periodica de re canonica» 89 (2002) 220-222. Cf anche A. GRILLMEIER, Kommentar zum II.
Kapitel der dogmatischen Konstitution über die Kirche, in Lexikon für Theologie und Kirche. Das Zweite Va-
tikanische Konzil, I, a cura di H.S. Brechter - B. Häring, Freiburg - Basel - Wien 19662, p. 199.
Appartenenza alla Chiesa e abbandono: aspetti fondamentali e questioni terminologiche 17

«Non si salva però, anche se incorporato alla Chiesa, colui che non persevera
nella carità, e rimane nella Chiesa soltanto col corpo, ma non col cuore»
(LG 14b),

paventando in questo modo la possibilità, drammatica e reale, di


un’appartenenza meramente esteriore, formale e come tale infeconda
oltre che ingannevole. Il riferimento posto in una frase incidentale al
possesso dello Spirito di Cristo, non deve quindi essere inteso come
un quarto requisito o vincolo da porsi sullo stesso piano dei tre vincoli
di bellarminiana memoria16, ma come ciò che dà forma e senso alla ap-
partenenza ecclesiale17.
Mentre dei cristiani non cattolici si è già parlato, per completez-
za occorre ricordare che LG 14 dedica un breve e finale paragrafo an-
che alla condizione di appartenenza dei catecumeni, i quali, in virtù
dell’esplicito voto con cui domandano di essere incorporati alla Chie-
sa, già le sono congiunti (coniunguntur). Il fatto che se ne tratti nel pa-
ragrafo dedicato ai fedeli cattolici e che per essi non si usi, a differen-
za dei primi, il termine incorporare, affermando anzi esplicitamente
che essi non sono ancora incorporati alla Chiesa, costituisce un’ulte-
16
Il Bellarmino, nell’ottica della teologia controversistica volta a confutare le tesi della Riforma e dei no-
vatores che nella sua interpretazione tendevano ad adottare un doppio concetto di Chiesa, contrapponen-
do la Chiesa invisibile (considerata come la Chiesa vera) a quella visibile (che di Chiesa aveva solo il no-
me), proponeva una breve e semplice definizione di Chiesa dove l’accento per contro cadeva sugli aspetti
di visibilità e da cui si poteva facilmente dedurre le condizioni di appartenenza alla Chiesa e chi effettiva-
mente vi appartenesse: «Nostra autem sententia est, Ecclesiam unam tantum esse, non duas, et illam
unam et veram esse coetum hominum ejusdem christianae fidei professione, et eorundem sacramento-
rum communione colligatum, sub regimine legitimorum pastorum, ac precipue unius Christi in terris vi-
carii Romani Pontificis. Ex qua definitione facili colligi potest, qui homines ad Ecclesiam pertineant, qui
vero ad eam non pertineant. Tres enim sunt partes huius definitionis. Professio verae fidei, sacramento-
rum communio, subjectio ad legitimum pastorem Romanum Pontificem» (cf R. BELLARMINUS, De contro-
versiis christianae fidei adversus huius temporis haereticos, Liber III, De Ecclesia militante, cap. 2, De de-
finitione Ecclesiae, in Opera omnia. Disputationum Roberti Bellarmini Politiani S.J. S.R.E. Cardinalis, II,
Mediolani 1858, p. 75).
17
W. AYMANS, Die kanonistische Lehre von der Kirchengliedschaft im Lichte des II. vatikanischen Konzils in
«Archiv für katholisches Kirchenrecht» 142 (1973) 409, intende questo inciso come un requisito da rife-
rire globalmente alle tre tradizionali condizioni di appartenenza, come requisito per la loro interiore ve-
rità nel senso di esigere una vera professione di fede (e non solo con le labbra), una vera vita sacramen-
tale (e non solo un formale sacramentalismo), una viva e attiva comunione con la Chiesa e una generosa
partecipazione alla vita della comunità (e non una comunione morta o sterile). In questo senso cf anche
A. CATTANEO, Appartenenza alla Chiesa e salvezza nella prospettiva del Vaticano II, in «Rivista Teologica
di Lugano» 4 (1999) 334 che parla del contenuto dell’inciso come il principio dinamico, il motore, ciò che
dà vita a tutto il resto. Per quanto ci riguarda, più che sul piano dell’autenticità o della verità dell’apparte-
nenza, riteniamo che la rilevanza dell’inciso debba essere posta in riferimento alla dimensione salvifico-
sacramentale dell’appartenenza alla Chiesa, per cui mentre i tre vincoli esprimono le condizioni necessa-
rie per l’unità visibile del segno sacramentale, i contenuti spirituali che fanno riferimento al rapporto con
Cristo mettono in evidenza la funzione salvifico-sacramentale della Chiesa. In questo senso cf P. ERDÖ,
Teologia del diritto canonico. Un approccio storico-istituzionale, Torino 1966, p. 117; cf anche M.M.
SIKIRIÇ, La communio quale fondamento e principio formale del diritto canonico, Roma 2001, pp. 182-183,
che mostra come la nozione di piena incorporazione di LG 14 non corrisponda a quella di piena comunio-
ne, ma necessariamente la comprenda.
18 Renato Coronelli

riore conferma della efficacia costitutiva e discriminante dell’evento


sacramentale del battesimo in ordine all’incorporazione a Cristo e alla
Chiesa. D’altra parte, la singolare natura del legame che unisce i cate-
cumeni con la Chiesa per l’esplicito proposito di esservi incorporati
ed il fatto che essi possiedono già la fede insieme ad altre virtù, giusti-
fica la cura particolare che la Chiesa riserva loro abbracciandoli già
come suoi: questo loro proposito o voto «basta per appartenere alla
Chiesa e per arrivare alla salvezza, quando le circostanze non permet-
tono l’amministrazione del battesimo»18.

L’appartenenza alla Chiesa nel Codice: incorporazione e piena


comunione
Nel Codice vigente ogni qualvolta si trova il termine «incorpora-
tio» o il verbo «incorporare», al di fuori dei casi in cui queste espres-
sioni vengono utilizzate nel contesto della vita consacrata per indicare
l’inserimento in un istituto religioso o in una società di vita apostolica,
il riferimento obbligato è al sacramento del battesimo, come causa ef-
ficiente, e a Cristo e alla Chiesa, come termine dell’operazione (cf
cann. 96, 204 § 1, 206 § 1, 849)19.
Il can. 849, che introduce il titolo I del libro IV relativamente al
sacramento del battesimo annovera tra i principali effetti dell’ammi-
nistrazione e ricezione di questo sacramento l’incorporazione alla
Chiesa:
«Il battesimo, porta dei sacramenti, necessario di fatto o almeno nel deside-
rio per la salvezza, mediante il quale gli uomini vengono liberati dai peccati,
sono rigenerati come figli di Dio e, configurati a Cristo con carattere indele-
bile, vengono incorporati alla Chiesa [Ecclesiae incorporantur], è validamen-
te conferito soltanto mediante il lavacro di acqua vera e con la forma verbale
stabilita».

Il battesimo quindi per mezzo della grazia dello Spirito Santo


che viene donato, attua una ontologica configurazione a Cristo e una
radicale e fondamentale incorporazione al suo corpo che è la Chie-
sa, con un effetto permanente ed irrevocabile, espresso dal sigillo

18
G. PHILIPS, La Chiesa e il suo mistero. Storia, testo e commento della Lumen Gentium, Milano 1974, p.
179.
19
Cf X. OCHOA, Index verborum ac locutionum Codicis Iuris Canonici, voci Incorporatio, Incorporatio defi-
nitiva, Incorporatus, Incorporare, Roma 19842, p. 221.
Appartenenza alla Chiesa e abbandono: aspetti fondamentali e questioni terminologiche 19

spirituale indelebile – il carattere – segno della fedeltà dell’amore di


Dio a colui che è stato salvato da Cristo a prezzo del suo sangue.
Questo sigillo non viene cancellato da alcun peccato, sebbene il pec-
cato impedisca al battesimo di portare frutti di salvezza e anzi costi-
tuisca una vera e propria smentita del battesimo ricevuto. Nella mi-
sura in cui questi effetti generati dal battesimo permangono si deve
ritenere che rimanga quindi sempre nel battezzato, nel corso delle
alterne vicende della propria esistenza, una certa presenza ed influs-
so dello Spirito Santo.
Anche il can. 96, ancor più esplicitamente del corrispondente
can. 87 del CIC 1917 da cui deriva, afferma l’incorporazione alla Chie-
sa di ogni battezzato:
«Mediante il battesimo l’uomo è incorporato alla Chiesa di Cristo [Ecclesiae
Christi incorporatur] e in essa è costituito persona, con i doveri e i diritti, che
ai cristiani, tenuta presente la loro condizione, sono propri, in quanto sono
nella comunione ecclesiastica [quatenus in ecclesiastica sunt communione] e
purché non si frapponga una sanzione legittimamente inflitta».

Ogni battezzato quindi è incorporato alla Chiesa di Cristo e costi-


tuito persona ovvero soggetto di diritti e doveri specificatamente cano-
nici, dei diritti e dei doveri dei fedeli cristiani a cui fa riferimento il
can. 204 § 1 quando afferma:
«I fedeli sono coloro che, essendo stati incorporati a Cristo [Christo incorpo-
rati] mediante il battesimo, sono costituiti popolo di Dio e perciò, resi parte-
cipi nel modo loro proprio della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cri-
sto, sono chiamati ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, la
missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo»20.

«Persona nella Chiesa» (can. 96) e «fedele di Cristo» (can. 204 § 1)


sono quindi espressioni tra loro interscambiabili in quanto si riferisco-
no teologicamente alla medesima categoria di soggetti ovvero ad ogni

20
A proposito dei catecumeni invece il can. 206 § 1 afferma che sono legati alla Chiesa secondo una mo-
dalità specifica (conectuntur-coniunguntur), mentre chiedono di essere incorporati (incorporentur) ad es-
sa con intenzione esplicita. Il fatto che si dica che i catecumeni non sono ancora incorporati alla Chiesa
e la richiesta esplicita affinché ciò avvenga segnalano ancora una volta il carattere costitutivo del battesi-
mo mediante il quale si realizza il passaggio nella signoria di Cristo e l’incorporazione alla Chiesa. Que-
sto legame-unione con la Chiesa tuttavia fa sì che la Chiesa dedichi ai catecumeni una cura particolare
ed elargisca loro alcune prerogative che sono proprie dei cristiani (can. 206 § 2). Per quanto riguarda le
esequie vanno infatti annoverati tra i fedeli (can. 1183 § 3) e possono ricevere le benedizioni (can. 1170).
Essi inoltre hanno diritto ad essere iniziati al mistero della salvezza e ad essere introdotti a vivere la fede,
la liturgia, la carità, l’apostolato del Popolo di Dio (cf cann. 788 § 2, 865 § 1).
20 Renato Coronelli

battezzato, purché validamente battezzato, sia dentro che fuori della


Chiesa cattolica, cosa che ha spinto qualche Autore a parlare di presen-
za di un inutile doppione nel Codice21. Non ci dilunghiamo sulle ragioni
che hanno condotto a questo esito, che sono sinteticamente riconduci-
bili al fatto che non si intendeva rinunciare alla nozione di persona, che
era stata utilizzata nel CIC 1917 per ricondurre ad unità sotto un’unica
categoria concettuale le varie forme di soggettività giuridica e al fatto
che si tratta di canoni elaborati all’interno di diversi gruppi di studio (ri-
spettivamente: schema LEF/1980; schema CIC/1981). Quando il pro-
getto di Lex Ecclesiae Fundamentalis [= LEF] da anteporre al Codice la-
tino e al Codice per le Chiese orientali all’ultimo momento non vide più
la luce a motivo delle controversie e dei problemi a cui aveva dato luo-
go, molti dei suoi canoni rifluirono nel redigendo Codice, senza tutta-
via che si riuscisse ad armonizzare compiutamente le norme prove-
nienti dai diversi ambiti di lavoro. Si è cercato di giustificare comun-
que l’utilità della compresenza di queste due categorie concettuali
facenti riferimento ai medesimi soggetti, mostrando come in fondo il
contenuto dei due canoni – il primo di taglio più giuridico, posto nel li-
bro I, e il secondo di taglio più teologico posto nel libro II – possa inte-
grarsi a vicenda, pur ripetendo il dato fondamentale dell’efficacia costi-
tutiva del battesimo22.
In linea con il § 1 che contiene un’affermazione sui fedeli di Cri-
sto costituiti in Popolo di Dio, il § 2 del can. 204 afferma, riprendendo
in maniera pedissequa il dettato di LG 8, che questa Chiesa – la Chie-
sa di Cristo – «costituita e ordinata in questo mondo come società,
sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e
dai Vescovi in comunione con lui». Si tratta di una determinazione che

21
Cf A. LONGHITANO, Il battesimo come fonte di soggettività nella Chiesa. Approccio teologico e giuridico, in
AA.VV., Il sacramento della fede. Riflessione teologica sul battesimo in Italia, a cura della Associazione Teo-
logica Italiana, Cinisello Balsamo 2003, p. 141; H. MÜLLER, Utrum Communio sit principium formale-ca-
nonicum novae codificationis iuris canonici Ecclesiae latinae ?, in «Periodica de re morali canonica litur-
gica» 68 (1979) 96.
22
Cf R. CASTILLO LARA, I doveri e i diritti dei “christifideles”, in «Salesianum» 48 (1986) 322. Di per sé la
nozione di persona costituisce il punto di riferimento delle situazioni statiche del soggetto (età, parentela,
domicilio) mentre la nozione di fedele costituisce il punto di riferimento per le situazioni dinamiche del
soggetto (diritti e doveri). Nel CIC 1917 la nozione di persona aveva permesso di unificare la pluralità dei
soggetti di diritto sotto un’unica categoria giuridica. Il Codice vigente aveva la possibilità di prendere le
distanze da questa scelta, mutuata tra l’altro dalla scuola razionalistica del diritto, in favore di una catego-
ria di carattere più marcatamente teologico ed ecclesiale quale quella di fedele di Cristo. Tanto più per il
fatto che la nozione di «persona nella Chiesa» poteva e può prestare il fianco ad equivoci ed ambiguità in
riferimento all’imprescindibile necessità di riconoscere e proclamare la dignità umana di ogni persona
fin dal momento del concepimento con tutti i suoi diritti e doveri, per cui ci si trova sempre nella neces-
sità di dover precisare che quanto sancito nel can. 96 fa riferimento solo al soggetto di diritti e doveri spe-
cificatamente canonici.
Appartenenza alla Chiesa e abbandono: aspetti fondamentali e questioni terminologiche 21

non fa altro che confermare l’unicità del battesimo cristiano, che in-
corpora radicalmente e irrevocabilmente all’unica Chiesa di Cristo e
quindi non deve essere ripetuto, una volta che sia già stato validamen-
te conferito anche in una Chiesa o comunità ecclesiale non cattolica,
qualora il non cattolico intenda essere ammesso alla piena comunione
(cf can. 869 §§ 1-2; RICA, Appendice IV).
Occorre tuttavia notare che nella Relatio inviata ai membri della
Commissione di riforma del Codice in vista della Plenaria del 1981 si
offre una precisazione di carattere ermeneutico che in qualche modo
sembra contraddire le affermazioni fin qui fatte circa l’equivalenza
delle espressioni «persona nella Chiesa» e «fedele di Cristo» come da
riferirsiad ogni battezzato in quanto tale e circa l’incorporazione me-
diante il battesimo all’unica Chiesa di Cristo. Infatti nello stesso passo
della Relatio si precisa che con il termine «fedeli di Cristo [christifide-
les]» nel canone in questione e più in generale in tutto il Codice si in-
tende trattare solamente dei fedeli cattolici ovvero dei fedeli che si
trovano in piena comunione con la Chiesa cattolica per effetto del tri-
plice vincolo della professione di fede, dei sacramenti e del governo
ecclesiastico. La contraddizione in realtà è solo apparente perché nel-
la stessa Relatio ci si premura di rilevare che si tratta solo di un uso
convenzionale e che teologicamente la nozione di «fedeli di Cristo» è
di per sé adatta a comprendere tutti i battezzati, anche i battezzati non
cattolici23. Tuttavia questa precisazione risulta ugualmente importan-
te, perché ci permette di dare un senso preciso ed univoco alla susse-
guente statuizione del can. 205 in cui si determinano le condizioni del-
la piena comunione nella compagine visibile della Chiesa cattolica qui
sulla terra, ovvero le condizioni in riferimento alle quali è possibile
qualificare e riconoscere un fedele come fedele cattolico e che costi-
tuisce nel Codice il punto di riferimento per l’esercizio di determinati
diritti e doveri. L’equivalenza posta nella Relatio tra fedeli cattolici e fe-
deli in piena comunione per effetto dei tre vincoli della professione di
fede, dei sacramenti e del governo ecclesiastico, costituisce infatti un
importante segnale a favore della tesi secondo cui il can. 205 intende
23
Cf «Communicationes» 14 (1982) 157: «b) Re vera sub verbo “christifideles” theologice comprehen-
duntur etiam baptizati non catholici, quia ipsi baptismate Christo incorporantur et in quadam cum Eccle-
sia catholica communione, etsi non perfecta, constituuntur […]. Attamen patet quod hic et in toto Codice
tantummodo agitur de christifidelibus catholicis, qui nempe sunt in plena communione cum Ecclesia
vinculis professionis fidei, sacramentorum et ecclesiastici regiminis (cfr. can. 11, § 1); ceteri christifide-
les legibus Ecclesiae catholicae directe non obligantur (cfr. can. 11, § 2)». Nello stesso senso cf «Com-
municationes» 12 (1980) 60. Cf le attente osservazioni in merito di G. GÄNSWEIN, Baptismo homo Eccle-
siae Christi incorporatur. Zur Rezeption und Interpretation der rechtlichen Bestimmungen über die Kir-
chenzugehörigkeit im Codex Iuris Canonici von 1983, in «Ius Ecclesiae» 9 (1997) 56-59 e 75-79.
22 Renato Coronelli

designare solamente e semplicemente il fedele cattolico a prescinde-


re sia dal fatto che si trovi o meno in stato attuale di grazia e viva quin-
di anche una comunione spirituale e profonda con Cristo24 sia dal fatto
che goda effettivamente del pieno e completo esercizio di tutti i propri
diritti (nel senso ovvero di trovarsi pienamente nella piena comunione
della Chiesa)25. Ciò risulta chiaramente dal fatto che negli schemi del-
la LEF, da cui questa norma proviene, accanto all’indicazione dei fede-
li cattolici e delle condizioni della piena comunione, si trova associato
fino all’ultimo stadio dei lavori un altro canone che faceva riferimento
alla condizione canonica dei battezzati non cattolici, da intendersi co-
me fedeli in non piena comunione, secondo l’assodato uso linguistico
ricavato dal Concilio ed in specie dal decreto sull’ecumenismo. Si trat-
tava di un canone che faceva come da pendant a quello concernente la
posizione istituzionale dei fedeli cattolici, ma che alla fine tuttavia si
decise di non inserire nel promulgando Codice per non dare l’impres-
sione di voler legiferare ancora sui cristiani non cattolici, che a diffe-
renza di quanto era avvenuto sotto il CIC 1917, non si intendevano più
assoggettare alle leggi ecclesiastiche26.
Alla nozione di piena comunione come realtà appartenente in
modo istituzionale alla Chiesa cattolica o comunque ad una nozione
graduata di comunione fanno riferimento o occorre riferire diversi ca-
noni del libro I del Codice, nonostante che secondo l’uso proprio del
24
Con rammarico diversi Autori ravvisano nell’omissione dell’inciso Spiritum Christi habentes (LG 14b)
un tradimento dell’impostazione conciliare e un riflusso di positivismo giuridico: cf R. SOBANSKI, La Chie-
sa e il suo diritto. Realtà teologica e giuridica del diritto ecclesiale, Torino 1993, p. 203, E. CORECCO, Fon-
damenti ecclesiologici del nuovo Codice di diritto canonico, in «Concilium» 22/3 (1986) 33; cf anche F.
COCCOPALMERIO, Riflessioni sull’identità del diritto ecclesiale, in Codice di diritto canonico commentato, a
cura della Redazione di Quaderni di diritto ecclesiale, Milano 2001, pp. 43-44 che ritiene invece che il ri-
ferimento al possesso della grazia santificante sia comunque salvaguardato e veicolato dall’espressione
del can. 205 «congiunti con Cristo».
25
Cf invece in questo senso G. GÄNSWEIN, Kirchengliedschaft..., cit., pp. 220-222; W. AYMANS - K.
MÖRSDORF, Kanonisches Recht, II, Paderborn - München - Wien - Zürich 199713, p. 52.
26
Cf Schema Legis Ecclesiae Fundamentalis. Anno 1969: can. 7 § 1 (plene incorporantur - fedeli cattolici);
can. 7 § 2 (in quadam communione etsi non perfecta; aliqua ratione ad Populum Dei pertinent - fedeli non
cattolici); can. 9 (tre condizioni della piena comunione).
Schema Legis Ecclesiae Fundamentalis. Textus emendatus. Anno 1971: can. 7 § 1 (plene incorporantur - fe-
deli cattolici); can. 7 § 2 (in quadam communione etsi non plena; aliqua ratione ad Populum Dei pertinent
- fedeli non cattolici); can. 9 (tre condizioni della piena comunione).
Schema Legis Ecclesiae Fundamentalis seu Ecclesiae Catholicae Universae Lex Canonica Fundamentalis.
Anno 1976: can. 6 ex 7 (plene in communione - fedeli cattolici con indicazione chiara e precisa delle tre
condizioni per la piena comunione); can. 7 § 1 (in quadam communione; aliqua ratione ad Populum Dei
pertinent - fedeli non cattolici che si dichiarano non tenuti alle leggi meramente ecclesiastiche) mentre
scompare l’apposito canone sulle condizioni di appartenenza, già precisate a questo punto nel can. 6, così
come scompare in relazione ai fedeli cattolici la terminologia della piena incorporazione di cui LG 14b ivi
compreso l’inciso Spiritum Christi habentes.
Lex Ecclesiae Fundamentalis seu Ecclesiae Catholicae Universae Lex Canonica Fundamentalis. Schema
postremum: non si segnalano variazioni di rilievo se non l’eliminazione dell’espressione mutuata da LG
15 per i fedeli non cattolici: aliqua ratione ad Populum Dei pertinent.
Appartenenza alla Chiesa e abbandono: aspetti fondamentali e questioni terminologiche 23

primo Codice da cui il libro I e molti dei suoi canoni dipendono, si par-
li semplicemente di comunione ecclesiastica o di comunione nella
Chiesa.
Ciò dicasi innanzitutto per il già citato can. 96, che come duplice
condizione per il pieno e libero esercizio dei diritti e dei doveri deri-
vanti dal battesimo, fa riferimento in primo luogo al grado o alla misu-
ra della comunione (quatenus in communione), onde per cui diverse
sono ad esempio le condizioni della communicatio in sacris per gli or-
todossi rispetto ai cristiani della Riforma (cf can. 844 §§ 3-4); in secon-
do luogo all’esistenza di eventuali sanzioni generalmente intese (et
nisi obstet lata legitime sanctio), sia di carattere penale che di caratte-
re disciplinare, come per esempio il can. 915 sulla non ammissione al-
la comunione eucaristica di quanti perseverano ostinatamente in pec-
cato grave manifesto.
Alla luce del can. 96 e del can. 205 si deve interpretare il can. 149
§ 1, che tra le condizioni per essere promossi ad un ufficio ecclesiasti-
co, richiede che ci si trovi nella comunione della Chiesa (in Ecclesiae
communione) e il can. 194 § 1, 2° che per converso stabilisce la rimo-
zione ipso iure dall’ufficio ecclesiastico di chi abbia abbandonato pub-
blicamente la fede cattolica o la comunione con la Chiesa (a commu-
nione Ecclesiae publice deficere).
Altresì nello stesso senso vanno interpretati il can. 171 § 1, 4°
che stabilisce l’inabilità a dare il voto sia da parte di chi sia irretito da
scomunica dichiarata o inflitta sia da parte di chi si sia staccato noto-
riamente dalla comunione con la Chiesa (ab Ecclesiae communione
notorie defecit) e il can. 316 § 1 che stabilisce come non possa essere
validamente accolto nelle associazioni pubbliche della Chiesa chi ab-
bia pubblicamente abbandonato la fede cattolica, chi sia venuto meno
alla comunione ecclesiastica (a communione ecclesiastica defecerit) e
chi sia irretito da scomunica dichiarata o inflitta.
Ed infine nella stessa ottica vanno considerati il can. 694 § 1, 1°
che stabilisce la dimissione ipso iure del religioso che abbia abbando-
nato in modo notorio la fede cattolica e i cann. 1086 § 1, 1117, 1124 che
riconducono importanti conseguenze nel campo del diritto matrimo-

Da ultimo, nell’elenco dei 38 canoni che nel caso in cui la LEF non fosse stata promulgata si sarebbero
dovuti travasare nello Schema novissimum del redigendo Codice scompare il can. 7 § 1 che faceva riferi-
mento ai battezzati non cattolici come scompare il canone relativo alla condizione dei non cristiani. Per
una disamina più approfondita dei vari passaggi con indicazione delle fonti cf R. CORONELLI, Incorporazio-
ne alla Chiesa…, cit., pp. 157-205 e G. GÄNSWEIN, Kirchengliedschaft… , cit., pp. 42-120; più in generale cf
D. CENALMOR PALANCA, La ley fundamental de la Iglesia. Historia y análisis de un proyecto legislativo, Pam-
plona 1991.
24 Renato Coronelli

niale all’atto di abbandono della Chiesa con atto formale (ab ea actu
formali defecerit).
Tutte queste espressioni e modi di dire fanno riferimento da un
lato alla necessità di trovarsi attualmente ed effettivamente nella piena
comunione ex can. 205 per validamente godere ed esercitare determi-
nati diritti e dall’altro a modi giuridicamente rilevanti di perdita della
comunione con la Chiesa cattolica ovvero di perdita della piena comu-
nione ex can. 205, a cui sono ricondotte particolari conseguenze cano-
niche, anche se per esigenze di certezza giuridica il fedele il più delle
volte continua a rimanere soggetto alle leggi meramente ecclesiasti-
che in quanto battezzato cattolico.

Le condizioni della piena comunione e la perdita della piena


comunione
Il can. 205 non intende offrire una definizione della comunione
ecclesiastica o piena comunione della Chiesa cattolica in tutte le sue
sfaccettature e dimensioni, né intende offrire una descrizione teologi-
camente esaustiva dell’appartenenza alla Chiesa, ma si limita a deter-
minare i vincoli richiesti per la piena comunione nella compagine visi-
bile della Chiesa cattolica pellegrina sulla terra ovvero per essere ri-
conosciuti come fedeli cattolici: il vincolo della professione di fede,
dei sacramenti e del governo ecclesiastico27. Si è già osservato che
questi tre vincoli costituiscono gli elementi in cui si racchiude e si
condensa l’unità visibile e sociale della Chiesa cattolica, quell’unità vi-
sibile di cui la Chiesa ha bisogno per efficacemente svolgere la sua
funzione sacramentale di segno e strumento generale di salvezza. Il
passaggio avvenuto nel corso dei lavori di formazione del Codice dal-
la più ampia prospettiva della piena incorporazione a quella più giuri-
dicamente circoscritta della piena comunione con l’omissione dell’in-
ciso Spiritum Christi habentes e la contestuale scomparsa di un appo-
sito canone che era stato inizialmente introdotto per specificare, per
ragioni di chiarezza e di precisione, le tre condizioni della piena co-
munione è significativo della prospettiva che si è inteso dare al cano-
ne in questione, al di là delle ragioni che possono rendere questa scel-
ta più o meno condivisibile. I tre vincoli si ricollegano al triplice vin-
27
Cf R. BOTTA, Cattolici, in Enciclopedia giuridica, VI, Roma 1988, p. 2, che parla di condizioni di cattoli-
cità; V. DE PAOLIS, Communio in novo Codice, in «Periodica de re morali canonica liturgica» 77 (1988) 533-
555; R.J. CASTLLO LARA, La communion ecclésiale dans le nouveau Code de droit canon, in «Communicatio-
nes» 16 (1984) 248-249.
Appartenenza alla Chiesa e abbandono: aspetti fondamentali e questioni terminologiche 25

colo symbolicum, liturgicum e hierarchicum della tradizione apologeti-


ca e controversistica che aveva trovato il suo maggiore e più efficace
esponente nel Bellarmino. Proprio il Bellarmino nel dedurre dalla sua
definizione semplice di Chiesa le condizioni per discernere quali uo-
mini potessero dirsi membri dell’unica vera Chiesa e quali invece no,
aveva indicato nella professione della vera fede, nella comunione dei
sacramenti e nella soggezione al Romano Pontefice i criteri minimali,
ma aventi il massimo di visibilità, per dirsi parte della vera Chiesa. Se-
condo Bellarmino in base al vincolo della professione di fede non si
potevano considerare membri della Chiesa tutti gli infedeli ovvero sia
quanti non avessero mai abbracciato la fede e fatto parte della Chiesa
sia quanti l’avessero successivamente abbandonata come gli eretici e
gli apostati. Alla luce del vincolo dei sacramenti dovevano invece rite-
nersi esclusi i catecumeni e gli scomunicati, i primi perché non erano
ancora ammessi alla comunione dei sacramenti, in quanto non battez-
zati, e i secondi perché erano stati espulsi e esclusi da essa. Sotto il
terzo profilo dovevano ritenersi fuori dalla Chiesa gli scismatici che
possedevano la fede e i sacramenti, ma non erano soggetti ai medesi-
mi pastori, e perciò esteriormente professavano la fede e ricevevano i
sacramenti28. Bellarmino – si noti bene – era perfettamente consape-
vole che la Chiesa è un corpo vivo la cui anima è costituita dai doni
dello Spirito, dalla fede, dalla speranza e dalla carità, per cui apparten-
gono perfectissime alla Chiesa coloro che sono uniti al corpo e all’ani-
ma della Chiesa ovvero a Cristo capo, internamente ed esternamente,
così come ammette modulazioni sul tema in ragione del possesso o
meno delle virtù interiori, ma la sua definizione semplice di Chiesa
comprende solo quel modo di esistere nella Chiesa che è quello che
minimamente si richiede per essere parte della Chiesa visibile, e
quindi dell’unica vera Chiesa29. L’enciclica Mystici Corporis che ha se-
gnato una tappa importante nel rinnovamento ecclesiologico, provve-
dendo a recuperare e diffondere la bellezza di quella dottrina traente
origine dalla Rivelazione che presenta appunto la Chiesa come corpo
mistico di Cristo e la mirabile unione che in quel medesimo corpo si
viene a realizzare tra i fedeli e il Divino Redentore, nel determinare le
condizioni di appartenenza alla Chiesa in qualità di membri riprende
le condizioni bellarminiane facendo riferimento, in positivo, al lavacro
battesimale e alla professione della vera fede e, in negativo, al fatto di
Cf R. BELLARMINUS, De controversiis…, cit, p. 75.
28

Cf Á. MARZOA, Comunión y Derecho. Significación e implicaciones de ambos conceptos, Pamplona 1999,


29

pp. 169-170; A. CATTANEO, Appartenenza alla Chiesa…, cit., p. 328.


26 Renato Coronelli

non essersi separati per propria iniziativa o, in virtù di gravi delitti, per
autorità della Chiesa dall’unità del corpo. Inoltre precisa che non ogni
colpa, sebbene costituisca un grave delitto, è di sua natura tale da se-
parare dal corpo della Chiesa come avviene per lo scisma, l’eresia e
l’apostasia e che in colui che pur peccando e perdendo la carità, man-
tiene la fede e la speranza, permane sempre un minimo di vita sopran-
naturale e di aiuti dello Spirito santo che incitano e spingono alla con-
versione30. In questo senso si ribadisce il dato tradizionale dell’appar-
tenenza alla Chiesa anche dei peccatori «perfettamente membri, ma
non membri perfetti»31. Ciò che si può notare immediatamente nella
Mystici Corporis rispetto ai vincoli enucleati dal Bellarmino è la con-
centrazione del vincolo liturgico sul solo lavacro battesimale e l’espli-
cita indicazione del potere dell’autorità della Chiesa di separare i bat-
tezzati indegni dalla comunione ecclesiale, pur non precisando quan-
do e come ciò possa avvenire32.
Il can. 205, che ha come sua fonte immediata LG 14 e si inserisce
nell’alveo della tradizione ecclesiale, di cui seppur a diverso titolo fan-
no parte tanto la proposizione magisteriale dell’enciclica Mystici Cor-
poris tanto l’opera dottrinale del Bellarmino, pone l’accento innanzi-
tutto sul battesimo (illi baptizati) che incorpora a Cristo e alla Chiesa
e costituisce il fondamento sacramentale della comunione e dell’ap-
partenenza ecclesiale dei fedeli, e poi esplicita la triplice condizione
della comunione nella professione della vera fede, dei sacramenti e
del governo. Laddove il deposito della fede non è stato conservato
nella sua integrità e i sette sacramenti non sono accettati nella fede o
validamente celebrati e laddove manca l’unità di comunione sotto il
Successore di Pietro la comunione non può mai essere piena. Di per
sé condividiamo l’opinione dottrinale secondo cui tra il vincolo della
professione di fede che richiede minimamente la professione di tutte
le verità di fede divina e cattolica (can. 750 § 1) e il vincolo dei sacra-
menti non ci sia un’adeguata distinzione nel senso che anche i sacra-
menti, che sono gli stessi per tutta la Chiesa e sono quindi fattore di
unità all’interno della Chiesa, fanno parte del comune deposito della

30
Cf PIO XII, Mystici Corporis…, cit., pp. 202-203.
31
Cf L. BOISVERT, Doctrina de membris Ecclesiae iuxta documenta magisterii recentiora. A Concilio Vati-
cano primo usque ad Encyclicam «Mystici Corporis», Montreal 1961, p. 134.
32
Tromp che ebbe un ruolo di primissimo piano nell’estensione dell’enciclica, faceva notare che la sepa-
razione dalla Chiesa ammette diversi gradi e la voce excommunicatio nelle fonti del passo in questione
non veniva usata sempre nello stesso senso e in questo caso il discorso verteva solo su quella scomunica
mediante la quale si veniva totalmente separati dal corpo della Chiesa (cf S. TROMP, Annotationes ad litt.
enc. “Mystici Corporis”, n. 21, in «Periodica de re morali canonica liturgica» 32 [1943] 386).
Appartenenza alla Chiesa e abbandono: aspetti fondamentali e questioni terminologiche 27

fede e della Rivelazione (cf cann. 841, 750 § 1). Pertanto pur essendo
il battesimo necessario per entrare nella Chiesa e per alcuni sacra-
menti sia anche stabilita una frequenza minima (penitenza e Eucari-
stia) e altri debbano essere ricevuti in determinate circostanze, rite-
niamo che la comunione nei sacramenti non possa venire meno sem-
plicemente per la mancanza di pratica religiosa né per effetto di una
sanzione penale o disciplinare che ne vieti o ne impedisca tempora-
neamente la ricezione33. Questo dicasi in modo particolare per la sco-
munica, che è la più grave pena prevista dall’ordinamento canonico
per i più gravi delitti (cf can. 1331 §§ 1-2). Se nel passato la scomunica
era vista come ciò che determinava senz’altro la separazione dalla
Chiesa (ovvero c’era un rapporto antitetico tra la nozione di scomuni-
ca e quella di comunione, come il termine excommunicatio lasciava
chiaramente intendere) oggi non si può più dire che la scomunica
possa escludere sic et simpliciter dalla piena comunione, che nel Codi-
ce è una nozione prevalentemente dogmatica utilizzata per indicare i
fedeli cattolici che sono parte di quella compagine in cui è possibile
godere in pienezza dei beni della redenzione, anche qualora il singolo
fedele a motivo di un grave delitto possa essere limitato nell’esercizio
dei diritti derivanti dal battesimo. Oggi, al di là della questione di prin-
cipio se la Chiesa ne abbia o meno il potere, sembra legittimo pensare
che nessun fedele possa essere privato della piena comunione con la
Chiesa ovvero possa essere privato della identità cattolica fondata sul
battesimo ricevuto nella fede cattolica, l’accettazione dei sacramenti e
la sottomissione al Romano Pontefice e ai vescovi in comunione con
lui, per effetto di un intervento autoritativo della Chiesa34. Diverso è il
caso in cui il fedele stesso intenda rinunciare alla propria identità cat-
tolica e tirarsi fuori dalla Chiesa attraverso quegli atti che determina-
no la rottura dei vincoli a cui è legata la piena comunione ovvero attra-
verso atti ultimamente qualificabili come atti di apostasia, eresia e sci-

33
Cf J. HERVADA, I fedeli cristiani, in Codice di diritto canonico. Edizione bilingue commentata, I, a cura di
P. Lombardia - J.I. Arrieta, Roma 19862, p. 180: «Il rifiuto di uno o di vari di essi (se si rifiuta il battesimo
non si è fedeli), deve procedere dalla mancanza di fede, non solo dalla mancanza di pratica, perché si
rompa la comunione».
34
Cf M.M. SIKIRIÇ, La communio..., cit., p. 174; V. MURGARO, Appartenenza alla Chiesa.Comunione e mo-
dalità di appartenenza alla Chiesa, in AA.VV., Comunione ecclesiale e appartenenza, a cura di R. La Delfa,
Roma 2002, pp. 98-101; A. BORRAS, De excommunicatione in vigenti Codice, in «Periodica de re morali ca-
nonica liturgica» 79 (1990) 725; V. DE PAOLIS, Communio in novo Codice…, cit., p. 537; A GOMMENGINGER,
Bedeutet die Excommunication Verlust der Kirchengliedschaft? Eine dogmatisch-kanonistische Untersu-
chung, in «Zeitschrift für katholische Theologie» 73 (1951) 61-71. Sembra quindi oggi valere in tutta la
sua verità il principio elaborato dalla Scolastica secondo cui nessuno può essere cacciato fuori dalla co-
munione di grazia del mistico corpo di Cristo contro la sua volontà (cf S. TOMMASO, Summa Theologiae
III, q. 50, a. 2).
28 Renato Coronelli

sma (cf can. 751), indipendentemente dal fatto di incorrere o meno


anche nella pena della scomunica latae sententiae prevista per questi
delitti con tutti i suoi ulteriori effetti (cf can. 1364 § 1). In questi casi la
scomunica si limiterebbe a riconoscere e a dichiarare un’autoesclu-
sione dalla piena comunione già realizzatasi attraverso il comporta-
mento antiecclesiale del fedele che ha dato origine a questi gravissimi
delitti contro la fede e l’unità della Chiesa. Del resto neppure in questi
casi estremi in cui l’obbligo di conservare la comunione ecclesiale (cf
can. 209) viene violato e minato fin dalle fondamenta, si potrebbe dire
secondo la nozione graduata di appartenenza mutuata dal concilio Va-
ticano II, che viene meno ogni e qualsiasi comunione tra l’apostata,
l’eretico, lo scismatico e la Chiesa perché il vincolo di comunione ge-
nerato dal battesimo non può mai essere totalmente revocato e l’even-
tuale scomunica latae sententiae non può avere come effetto quello di
azzerare tutti i diritti e i doveri derivanti dal battesimo, in quanto tale
privazione implicherebbe un porre nel nulla il battesimo stesso, cosa
che non è certamente possibile35. Proprio per il fatto invece che per ef-
fetto dell’apostasia (che costituisce il ripudio totale della fede cristia-
na), dell’eresia (che costituisce la negazione o il dubbio pertinace nei
confronti delle verità da credere per fede divina e cattolica) e dello sci-
sma (che costituisce il rifiuto di sottomettersi al Papa e ai vescovi in
comunione con lui) il fedele cattolico perde la piena comunione con la
Chiesa ex can. 205 non basterebbe rimettergli la scomunica latae sen-
tentiae nella quale fosse eventualmente incorso per poterlo fare rien-
trare nella Chiesa, ma occorrerebbe predisporre un apposito rito per
la riammissione alla piena comunione della Chiesa che con il proprio
comportamento ha colpevolmente abbandonato, cosa invece che non
è richiesta negli altri casi in cui un fedele incorra nella scomunica la-
tae sententiae per qualche altro pur grave delitto come l’aborto (can.
1398), la profanazione delle specie eucaristiche (can. 1367) o la viola-
zione diretta del sigillo sacramentale (can. 1388 § 1). Abbandonare la
Chiesa cattolica significa quindi perdere la piena comunione con essa
ed essere riammessi alla Chiesa cattolica significa essere riammessi

35
Cf A. MONTAN, Appartenenza alla Chiesa, incorporazione a Cristo e salvezza: profili canonistici, in «La-
teranum» 68 (2002) 491-492; G.P. MONTINI, Scomunica e appartenenza alla Chiesa, in AA.VV., L’apparte-
nenza alla Chiesa, Quaderni Teologici del Seminario di Brescia 1, Brescia 1991, pp. 156-159, ed in parti-
colare 159: «Quando la discrezionalità positiva giunge alla fine del suo corso, quando cioè potrebbe attin-
gere il culmine della sua libertà statuendo, ad esempio, la definitività o la irrevocabilità della disposizione
positiva, collocandosi in una dimensione totalizzante, incontra un limite evidente ed insormontabile che
essa stessa certifica. Il limite che appare alla fine è il battesimo, con le sue dotazioni necessarie ed ineli-
minabili di diritti e doveri fondamentali, contro cui si spezza ogni tentativo giuridico di superamento».
Appartenenza alla Chiesa e abbandono: aspetti fondamentali e questioni terminologiche 29

alla sua piena comunione, non dimenticando che per effetto dell’irre-
vocabile battesimo c’è un aspetto basilare della comunione ecclesiale
che non può mai andare perduto o finire nel nulla. D’altra parte biso-
gna anche dire che nel caso di un battezzato nella Chiesa cattolica,
tanto più se da infante, i tre vincoli della piena comunione fungeranno
per lo più come vincoli negativi, vincoli cioè che debbono essere posi-
tivamente rifiutati per cessare di appartenere alla Chiesa cattolica ov-
vero per venire meno alla sua piena comunione.

Conclusione
Al termine di questo nostro breve studio possiamo cercare di re-
cuperare in chiave sintetica sotto forma di puntualizzazioni i principali
risultati emersi.

1) Mediante il sacramento del battesimo si viene incorporati a


Cristo e alla Chiesa, costituiti persona nella Chiesa e fedeli di Cristo con
tutti i diritti e i doveri derivanti dal battesimo, tenendo conto della con-
dizione propria di ciascuno (cann. 96, 204 § 1). Quanto affermato vale
per tutti coloro che sono stati battezzati validamente tanto nella Chie-
sa cattolica che nelle Chiese e comunità ecclesiali non in piena comu-
nione con la Chiesa cattolica. Il fatto poi che nel Codice quando si par-
li di fedeli di Cristo si intenda riferirsi solo ai fedeli cattolici è frutto di
una convenzione e di un uso terminologico, ma teologicamente la ca-
tegoria di fedeli di Cristo si applica a tutti i battezzati.

2) Coloro che sono stati battezzati nella Chiesa cattolica rimangono


in generale soggetti alle leggi ecclesiastiche (can. 11). Il fatto di essere
stati battezzati nella Chiesa e nella fede cattolica comporta la soggezio-
ne alle leggi ecclesiastiche anche qualora si abbandonasse la Chiesa.
Da parte della Chiesa cattolica si tratta di una autolimitazione della
propria potestà di giurisdizione dettata non da ultimo da ragioni ecu-
meniche e dal riconoscimento del fatto che i battezzati non cattolici
non vivono in una situazione di vuoto normativo, ma all’interno dei
propri ordinamenti, e ciò dicasi in modo particolare per i fedeli orto-
dossi. Quando pertanto si tratta di considerare la sudditanza alle leggi
ecclesiastiche non sarà infrequente che si parli di cattolico per intende-
re il battezzato nella Chiesa cattolica indipendentemente dal fatto che
tale battezzato si trovi ancora o meno nella piena comunione con essa,
anche se ciò per lo più si presuppone. Si tratta di un principio pratico-
30 Renato Coronelli

operativo che determina l’applicazione delle leggi ecclesiastiche e che


fa riferimento al fatto che questi soggetti hanno fatto parte della Chie-
sa cattolica e che per effetto del battesimo ricevuto nella Chiesa catto-
lica si crea un legame che solo in parte potrà essere annullato.

3) La piena comunione è la realtà istituzionale della Chiesa catto-


lica: ne fanno parte quei battezzati che sono tra loro legati dal vincolo
della medesima ed integrale professione di fede, della accettazione dei
medesimi sacramenti, della sottomissione al Romano Pontefice e ai ve-
scovi in comunione con lui (can. 205). Essere nella piena comunione
significa essere cattolici ed essere cattolici significa essere nella pie-
na comunione. Ciò non esclude che l’ambito di esercizio dei diritti e
dei doveri che per il fedele cattolico risulta potenzialmente pieno in
virtù della condizione di piena comunione in cui si viene a trovare,
possa tuttavia incontrare le limitazioni più varie a motivo di sanzioni
penali o disciplinari in cui il fedele cattolico possa incorrere a motivo
di qualche suo atto o del fatto di trovarsi in determinate situazioni ir-
regolari (cf cann. 96, 915, 1331-1332). Che anche l’appartenenza alla
Chiesa del fedele cattolico goda, sia pur all’interno del quadro istitu-
zionale della piena comunione, di diversi gradi di intensità e sia una
realtà dinamica che dall’iniziale incorporazione attuata dal battesimo
si muove fino al pieno inserimento nella vita della Chiesa realizzato
dalla prima partecipazione alla Eucaristia, è evidenziato anche dal fat-
to che colui che non si trova in stato di grazia non può degnamente
porre l’atto più espressivo della propria unione vitale e di amore con
Cristo nella piena comunione cattolica ovvero partecipare alla comu-
nione eucaristica (can. 916); ci si pone tuttavia su un diverso livello ri-
spetto a quello segnalato dal can. 205 e questo perché l’identificazione
con Cristo e con la Chiesa conosce e si realizza secondo dimensioni
diverse, anche se evidentemente non separabili.
4) L’apostasia, l’eresia e lo scisma sono gli atti che determinano la
rottura dei vincoli della piena comunione e quindi fanno sì che un fede-
le non si possa più propriamente considerare come fedele cattolico (can.
751). Come battezzati nella Chiesa cattolica essi rimangono in gene-
rale soggetti alle leggi ecclesiastiche da cui non siano esplicitamente
esonerati (can. 11) e qualora recedendo dal proprio comportamento
volessero rientrare nella Chiesa cattolica essi dovrebbero essere
riammessi alla piena comunione che per propria colpa hanno perdu-
to. A questi gravi delitti contro la fede e l’unità della Chiesa possono
essere ricondotti anche gli atti notori o pubblici con cui si abbandona
Appartenenza alla Chiesa e abbandono: aspetti fondamentali e questioni terminologiche 31

la fede, la Chiesa o la comunione (cann. 316 § 1, 171 § 1) nel senso che


anch’essi al di là della loro configurazione delittuosa e dell’effettiva
sottoposizione a sanzioni penali, sono atti che già di per sé fanno veni-
re meno la piena comunione. Abbandonare la fede, abbandonare la
Chiesa significa perdere la piena comunione con la Chiesa. Si può dire
pertanto che apostati, eretici e scismatici cessano di appartenere alla
Chiesa cattolica nel senso di non essere più nella sua piena comunio-
ne. Alla luce di quanto emerso appare invece più problematico soste-
nere che coloro che rifiutino verità proposte definitivamente dal ma-
gistero, ma non come formalmente e divinamente rivelate (cf can.
1371, 1° in relazione al can. 750 § 2) non possano più essere conside-
rati in piena comunione ex can. 205 alla stregua degli apostati e degli
eretici ovvero che non possano più essere considerati come fedeli cat-
tolici. la questione ci sembra tuttavia bisognosa di ulteriori approfon-
dimenti.

5) Gli scomunicati, gli interdetti, coloro che non possono essere


ammessi alla comunione eucaristica se non hanno rotto i vincoli della
piena comunione rimangono cattolici a tutti gli effetti e dovranno esse-
re considerati come tali. La normativa penale è caratterizzata da un
ampio grado di positività ed è costituita per lo più da leggi meramente
ecclesiastiche, questo dicasi anche per la pena della scomunica e per
i suoi effetti. Si può essere scomunicati e non essere in piena comu-
nione con la Chiesa perché ci si è resi responsabili dei delitti di apo-
stasia, eresia e scisma e si può essere scomunicati ed essere nella pie-
na comunione perché i delitti che sono stati commessi non sono di lo-
ro natura tali da rompere i vincoli della piena comunione (can. 205).
Similmente si può non essere ammessi alla Eucaristia a motivo di una
situazione di vita che contrasti oggettivamente con ciò che l’Eucari-
stia significa e rappresenta (can. 915) oppure si può essere privi delle
condizioni spirituali per accedervi degnamente (can. 916), ma in en-
trambi i casi non si cessa di appartenere alla Chiesa cattolica e quindi
alla sua piena comunione ex can. 205, per cui sarebbe meglio utilizzare
altre espressioni per indicare la loro situazione o limitarsi a dire che
non accedono all’Eucaristia perché non sono in stato di grazia o non
vi sono ammessi per la situazione particolare di vita in cui si trovano.
Il linguaggio della piena e non piena comunione fa riferimento ad una
condizione istituzionale di appartenenza e non immediatamente alla
qualità, all’intensità, alla santità, alla fruttuosità, all’efficacia salvifica
dell’appartenenza, anche se è ciò è a cui precisamente tende e che è
32 Renato Coronelli

volta a favorire, né si può dare appartenenza alla Chiesa senza una


qualche presenza e azione dello Spirito. Certamente la condizione di
questi fedeli all’interno della Chiesa è un segnale, come notavamo più
sopra, del fatto che l’appartenenza alla Chiesa non può essere consi-
derata in modo statico neanche all’interno della Chiesa cattolica. Il fat-
to di riferire a loro, nel linguaggio corrente, una terminologia quale
quella della piena e non piena comunione che è stata coniata e applica-
ta nel Concilio per mediare l’idea di una appartenenza graduata
all’unica Chiesa di Cristo rischia inevitabilmente di creare confusione
tra situazioni oggettivamente e non solo soggettivamente differenti. E
soprattutto rischia di non far cogliere l’importanza di poter continuare
ad appartenere, nonostante tutto, a quella comunità che può mettere
a disposizione dei propri fedeli, deboli o malati, tutti gli aiuti necessari
per potersi ristabilire.

6) Coloro che sono stati battezzati e vivono la loro fede in Chiese e co-
munità ecclesiali separate dalla Chiesa cattolica sono incorporati alla
Chiesa di Cristo, ma in una condizione di comunione non piena e non
perfetta. Essi non possono essere accusati del peccato di separazione e
qualora volessero essere ammessi alla piena comunione della Chiesa
cattolica non devono porre alcun atto di abiura né devono essere nuo-
vamente battezzati, perché della validità del battesimo amministrato
nelle Chiese e comunità ecclesiali non cattoliche generalmente non si
dubita (cf RICA, Appendice IV; can. 869 § 2). L’assunzione della nozione
di comunione (non piena) per indicare la condizione di questi fedeli è
volta a mediare la consapevolezza dell’appartenenza fondamentale alla
Chiesa di tutti i battezzati particolarmente sottolineata dal concilio Vati-
cano II, e questo ha permesso di superare la rigida ed esclusivistica im-
postazione del CIC 1917, in cui questi battezzati erano considerati come
eretici e scismatici materiali e le loro compagini di ascrizione come set-
te eretiche e scismatiche o alla meglio acattoliche. Ciò deve considerar-
si certamente come un progresso nella dottrina.

7) I catecumeni non sono ancora incorporati alla Chiesa e quindi


non possono propriamente essere considerati persona nella Chiesa (can.
96) e fedeli di Cristo (can. 204 § 1), né sono soggetti alle leggi mera-
mente ecclesiastiche (can. 11). La fede che già posseggono in maniera
incipiente e gli aiuti e le mozioni dello Spirito santo spingono i catecu-
meni a richiedere in maniera esplicita il battesimo e con esso l’incor-
porazione alla Chiesa.
Appartenenza alla Chiesa e abbandono: aspetti fondamentali e questioni terminologiche 33

Abbiamo preso le mosse del nostro discorso da quanto afferma-


va C.S. Lewis a proposito dell’uso, in certi casi troppo ambiguo e spi-
ritualizzato, del termine cristiano; ora al termine del nostro itinerario
possiamo vedere a quali conclusioni è pervenuto, tenendo presente
che anche i termini cattolico e piena comunione hanno talvolta subito
il medesimo trattamento e il medesimo destino:
«Dobbiamo quindi tenerci al significato originario e ovvio. Il nome di cristiani
fu dato per la prima volta ad Antiochia (Atti, 11, 26) ai “discepoli” a coloro che
accettavano l’insegnamento degli apostoli. Non si può riservarlo a quanti trae-
vano da questo insegnamento tutto il debito profitto; non si può estenderlo a
chi, in un qualche senso affinato, spirituale, interiore, era “molto più vicino al-
lo Spirito di Cristo” dei più mediocri tra i discepoli. Non si tratta di una que-
stione teologica o morale. Si tratta di usare le parole in maniera tale che tutti
possiamo capire ciò che viene detto. Quando un uomo che accetta la dottrina
cristiana vive in modo non degno di essa, dire che è un cattivo cristiano è mol-
to più chiaro del dire che non è un cristiano»36.

Quando un battezzato professa la fede cattolica, accetta i sacra-


menti e rimane sottomesso al Papa e ai vescovi in comunione con lui,
ma non vive in maniera coerente la sua fede e non persevera nella ca-
rità è meglio dire che è un cattivo cattolico o un cattolico mediocre o
un cattolico con uno stile di vita molto imperfetto, anziché dire che
non è più nella piena comunione della Chiesa, posto che con questo
termine si intende significare l’appartenenza alla Chiesa cattolica, che
la Chiesa cattolica non cessa solo per questo fatto di riconoscerlo co-
me proprio figlio, né lo mette fuori dalla porta di casa. Anche se è in-
debolito nella salute e non tutte le stanze della casa gli sono più libe-
ramente accessibili come nel passato, ve ne sono altre che proprio
perché continua ad abitare in quella casa rimangono sempre a sua di-
sposizione per recuperare la salute e la vitalità perduta, non senza gli
aiuti che gli proverranno da tutti gli altri che abitano sotto lo stesso
tetto. Solo se lui stesso volesse abbandonare la casa o cambiare di ca-
sa, pur non cessando anche in questo caso di rimanere figlio e di es-
sere riconosciuto come tale qualora volesse far rientro in ogni mo-
mento nella casa paterna, perderebbe tutti quegli aiuti che solo in
quella casa poteva trovare nella loro completezza. Ciò non significa
che non possa trovarne altrove, ma il suo domicilio e il suo indirizzo
non sono obiettivamente più quelli di prima. Accanto a questa casa

36
C.S. LEWIS, Il cristianesimo…, cit., pp. 19-20.
34 Renato Coronelli

nello stesso isolato ci sono altre case e palazzine, di diversa fattura e


dimensioni, ma anche queste abitate dai figli dell’unico Padre, dai fra-
telli dell’unica famiglia dei figli di Dio, nelle quali è dato ritrovare tanti
oggetti di famiglia che costituiscono altrettanti beni provenienti dalla
provvidenza paterna che mantengono vivi, tra quanti ne usufruisco-
no, il ricordo e i vincoli della parentela comune, vincoli reali di comu-
nione.

RENATO CORONELLI
Via Pio XI, 32
21040 Venegono Inferiore (VA)