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CLIMA: INIZIA UNA

“RIVOLUZIONE VERDE”

DAVVERO?

di Francesco Rutelli

1. E’ PROBABILE CHE DIVERSI IMPATTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI SIANO


IRREVERSIBILI.
2. ROVESCIARE QUESTE TENDENZE E’ ANCORA POSSIBILE, MA SEMPRE PIU’
DIFFICILE. COME INDICA LA IEA, GLI IMPEGNI DA REALIZZARE SONO
COLOSSALI.
3. C’E’ CONSAPEVOLEZZA SCIENTIFICA. MA NON DAVVERO POLITICA – ED
ECONOMICA.
4. LE DIVERGENZE COMPETITIVO/CONFLITTUALI GLOBALI RENDONO PIU’
DIFFICILI OBIETTIVI CONDIVISI.
5. LE NOVITA’ DEL MAGGIO 2021 INDICANO QUANTO SIANO DIVERSE
RIVOLUZIONE E TRANSIZIONE.
6. SOLO UNA SVOLTA SCIENTIFICA, NELLA RICERCA E SVILUPPO DI SOLUZIONI
RIVOLUZIONARIE PUO’ AIUTARCI. MA LE RISORSE ATTUALI SONO
INSUFFICIENTI.
7. E’ IMPRESCINDIBILE IL CONSENSO DELLA CITTADINANZA, NEI DIVERSI PAESI,
E A LIVELLO GLOBALE, PER AFFRONTARE GIGANTESCHE TRANSIZIONI. AD
OGGI, NON C’E’.
OCCORRE CAMBIARE LE AGENDE POLITICHE/PUBBLICHE.
L’UNICO MODO? METTERE IN CIMA I POSTI DI LAVORO.

3 giugno 2021

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Perché queste pagine

La Rivoluzione Green è stata ufficialmente annunciata. Queste pagine


intendono mettere in evidenza l’enorme distanza tra i traguardi del
cambiamento, la consapevolezza necessaria e le misure programmate.
Sono pagine “politiche”. Chi le ha scritte non partecipa e non intende
partecipare alla contesa politica. Piuttosto, contribuire a fare dei passi in
avanti concreti, e ad affrontare realtà che tendiamo a trascurare.
E’ interesse generale che la Transizione Verde si sviluppi e funzioni al
meglio possibile. Gli impegni di mitigazione e adattamento a fronte dei
Cambiamenti Climatici comportano indispensabili e radicali
trasformazioni anche in Italia: le filiere produttive e le capacità di
formazione e orientamento al lavoro sono chiamate ad affrontarle con
chiarezza, e subito. Accanto al dovere dei decisori pubblici e dei
governanti, è interesse della società e di ciascun cittadino, delle imprese e
dei titolari di competenze professionali e tecnico-scientifiche concorrere
ad orientare e sostenere le enormi e complesse scelte che derivano da
questi nuovi impegni. Dopo decenni di attendismo e misure parziali, si è
formato un orientamento prioritario nell’agenda pubblica globale – che
condizionerà le agende di tutti i settori privati - per la sistematica,
accelerata decarbonizzazione di tutte le attività umane.
I criteri ESG (Environment, Social, Governance) guideranno le imprese in
modo rilevante, sia per l’accesso ai mercati e alla finanza che per la
partecipazione alle strategie e ai finanziamenti pubblici: processi che non
potranno avvenire con dichiarazioni generiche, e tanto meno ricorrendo a
comunicazioni ingannatorie, di greenwashing. Nei processi politici, c’è
grande spazio per contributi costruttivi, indicazioni, decisioni e azioni
concrete. Come si governerà la Transizione? Poiché non sarà a saldo zero,
chi pagherà i conti? Quanti posti di lavoro si creeranno? Quale crescita

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formativa si darà ai giovani, e a chi dovrà affrontare nuovi mestieri? Per
ora, siamo lontani dalle risposte.

Dove ci troviamo

Quindici anni fa, con il documentario An Inconvenient Truth (Una


scomoda verità), l’ex Vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore si incaricò di
divulgare alcune implicazioni degli incombenti Cambiamenti Climatici; un
anno dopo ottenne per la sua azione il Premio Nobel per la Pace. Da
allora, la comunità internazionale è passata dal riconoscimento retorico
del problema, alla sottoscrizione del nuovo Accordo di Parigi (2015), ad
una recente, più decisa condivisione della necessità di agire con misure
efficaci e stringenti entro due scadenze-chiave, il 2030, e il 2050.
Obiettivo: contenere sotto i 2° la crescita della temperatura globale alla
fine di questo secolo - tendendo a 1,5°; traguardo assunto pochi giorni fa
dai membri del G7 - in modo da scongiurare effetti dirompenti, e le loro
irreversibili conseguenze, ormai identificati e condivisi dalla comunità
scientifica internazionale, tra i quali: scioglimento dei ghiacci,
innalzamento dei livelli dei mari, crescita della desertificazione, perdita
irreversibile di biodiversità, fenomeni meteorologici estremi.
Le attuali prese di posizione dei governi sono senza precedenti, anche
rispetto a pochi anni fa. Un piccolo esempio italiano: nell’aprile 2010 il
Senato bocciò una mia Mozione per il Clima – sottoscritta anche da Rita
Levi-Montalcini – contenente misurati impegni per “una transizione verso
modelli a basse emissioni di carbonio”, assecondando invece posizioni
politiche contro un presunto “catastrofismo”.
L’Amministrazione Biden ha rovesciato le precedenti impostazioni
scettiche, e le decisioni oppositive, di quella Trump; il nuovo Presidente
ha lanciato una Global Climate Ambition Initiative; stabilito di finanziare la
Net-Zero Transition e l’Adattamento ai Cambiamenti climatici con
investimenti massicci; il 20 maggio scorso, ha firmato un Executive Order
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sui Rischi Finanziari Climate-Related rivolto a tutte le Agenzie Federali,
elemento di una ”unprecedented whole-of-government response to
Climate change”. L’UE ha posto l’European Green Deal al centro della
strategia per la trasformazione economica e sociale dell’Unione, per gli
investimenti e il recupero e rilancio nel post-pandemia. Se il Presidente
cinese Xi Jinping aveva dichiarato, nel mezzo della pandemia COVID-19,
che “l’umanità dovrebbe lanciare una rivoluzione verde”, il Presidente del
Consiglio Mario Draghi ha dichiarato che occorre realizzare in Italia “una
rivoluzione Verde” in occasione del dibattito parlamentare al termine del
quale ha ottenuto la fiducia dal Parlamento italiano.
La prossima riunione della COP26 (la Conferenza ONU 2021 sui
Cambiamenti Climatici) si terrà a novembre in Scozia, UK, per cercare di
registrare i recenti, nuovi impegni assunti da diverse Nazioni e dall’Unione
Europea per verificare e rafforzare le Nationally Determined Contributions
(NDCs), gli impegni presi a seguito dell’Accordo di Parigi. L’accelerazione
impressa dalla nuova Amministrazione Biden e, in Europa, dai Programmi
imperniati sul Green Deal dovranno tradursi in Italia in inedite azioni di
investimenti pubblici sostenibili e per l’innovazione energetica, inquadrati
nella transizione climatica.
Oggi, la ‘scomoda verità’ sui Cambiamenti climatici è ormai accettata da
tutti gli organismi internazionali. Ci sono almeno 7 verità conseguenti, e
scomode, che vanno conosciute e affrontate; anche nel nostro Paese, che
misurerà su queste scelte il proprio destino strategico: economico,
ecologico, produttivo, sociale.

1. E’ PROBABILE CHE DIVERSI IMPATTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI


SIANO IRREVERSIBILI.

Le emissioni di CO2 accumulate in atmosfera impiegheranno decenni, o


secoli, per essere assorbite, anche nel caso di un impossibile blocco
immediato e generalizzato delle emissioni attuali. E’ noto che le attuali
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responsabilità nelle emissioni globali sono molto diverse, sia in termini
assoluti, che pro capite. E i target dichiarati di riduzione delle emissioni
sono diversificati, per ciascuna Nazione; la recente promessa
dell’Amministrazione Biden parla di una riduzione del 52% rispetto ai
livelli 2005 entro il 2030. L’Unione Europea, del 55% al 2030, ma rispetto
ai livelli del 1990. La Cina, di fermare al 2030 la crescita delle proprie
emissioni (il “picco”); con neutralità climatica, però, al 2060. Analisi
recenti indicano che l’attuazione degli impegni oggi sottoscritti
porterebbe a una crescita di oltre 3° della temperatura media della Terra
a fine secolo. WMO (l’Organizzazione Metereologica Mondiale) ha intanto
pubblicato il suo Rapporto annuale, in cui si prevede che il
raggiungimento della crescita della temperatura media globale di 1,5°
rispetto all’età pre-industriale è probabile in almeno uno dei prossimi 5
anni. Gli studi del CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti
Climatici) indicano scenari che nelle ipotesi più pessimistiche potrebbero
portare fino a 5° l’incremento medio delle temperature in Italia a fine
secolo.
Le analisi dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, ONU) e
dei maggiori centri di ricerca internazionali descrivono da anni
l’irreversibilità di alcuni processi, pur in caso di graduali
ridimensionamenti delle emissioni nei prossimi decenni; dalla riduzione
dei ghiacci artici allo scongelamento del permafrost in vasti territori
(specialmente nelle regioni siberiane); dalla sommersione di aree
costiere, alla scomparsa di foreste primarie, alla perdita di aree coltivabili.
Ciò impone comunque di investire risorse e realizzare specifici ed
imponenti programmi per l’Adattamento ai fenomeni già in corso.

2. ROVESCIARE QUESTE TENDENZE E’ ANCORA POSSIBILE, MA SEMPRE


PIU’ DIFFICILE. GLI IMPEGNI DA REALIZZARE SONO COLOSSALI.

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La dimensione della sfida che ha davanti l’umanità può essere letta
efficacemente nel recentissimo Rapporto dell’Agenzia Internazionale
dell’Energia (IEA), che descrive le decisioni e le implicazioni necessarie per
raggiungere Net Zero Emissions Globally (la neutralità climatica) al 2050.
Un Rapporto effettuato in vista della prossima Conferenza delle Parti sul
Clima, e che ha suscitato notevoli reazioni – in Italia assai limitate, in
effetti – poiché affronta in modo esplicito e sistematico cosa comporterà,
concretamente, realizzare gli obiettivi dichiarati dalla comunità
internazionale. Per il settore energetico, essendo responsabile dei 3/4
delle emissioni di “gas-serra”, portare le emissioni a zero nel 2050
“richiede nulla di meno che una completa trasformazione di come
produciamo, trasportiamo e consumiamo energia”. Tra le necessità
indicate: un accrescimento globale dell’efficienza energetica, con
miglioramenti medi annuali dell’intensità energetica del 4% fino al 2030
(il triplo della media degli ultimi due decenni). Oltre alla riduzione della
CO2, quella delle emissioni di metano da combustibili fossili del 75% nei
prossimi dieci anni. Aggiungere ogni anno, in questo decennio già iniziato,
630 gigawatt (GW) di solare fotovoltaico e 390 GW di eolico (il quadruplo
dei livelli-record conseguiti nel 2020). Nel quadro dell’elettrificazione
sistematica e green, la vendita di veicoli elettrici dovrà passare dall’attuale
5% circa a più del 60% nel 2030.
Il Rapporto IEA si rivolge ai policymakers, chiarendo il gigantesco impatto
delle trasformazioni necessarie sulle politiche energetiche, prospettando
al 2050 una domanda globale di energia dell’8% circa inferiore ad oggi,
ma al servizio di un’economia più che raddoppiata, con due miliardi di
persone in più sulla Terra. Basata su energie rinnovabili (2/3 da vento,
solare, bioenergia, energia geotermica e idro): il fotovoltaico dovrà
crescere di 20 volte da oggi, l’eolico di 11 volte. Il declino dei combustibili
fossili comporterà la loro caduta, da una fornitura dei 4/5 dell’energia
globale, a 1/5. Nel 2050 l’elettricità dovrà assicurare quasi il 50% dei
consumi energetici, con una crescita rispetto ad oggi di due volte e mezzo
della generazione elettrica, per circa il 90% da fonti rinnovabili (quasi
tutto il rimanente dal nucleare, comunque previsto in espansione). Il
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taglio delle emissioni per l’industria, i trasporti e le costruzioni sarà
ancora più complesso, e richiederà trasformazioni sistematiche degli
impianti industriali: ad esempio, ciascun mese dal 2030 in poi dovrà
vedere dieci industrie pesanti equipaggiate con sistemi di cattura e
immagazzinamento delle emissioni (CCUS), costruiti tre nuovi maggiori
impianti ad idrogeno, e 2 GW di capacità di elettrolizzazione aggiunti in
industrie esistenti. Nei trasporti, dovranno terminare nel 2035 le vendite
di automobili a combustione; biocarburanti e carburanti sintetici saranno
necessari per l’aviazione; ammoniaca per le navi. Saranno regolate
costruzioni chiavi in mano a emissioni zero e drastiche trasformazioni per
riscaldamento e climatizzazione domestici.
Secondo il Rapporto IEA, la domanda di carbone dovrà ridursi del 90%
dell’uso totale di energia al 2050; quella di gas del 55%; quella di petrolio
del 75% (dagli attuali 90 milioni di barili/giorno, a 24). Solo i punti di
ricarica pubblica per veicoli elettrici dovranno passare, dal 2020 al 2030,
da un milione a 40 milioni (con un investimento annuo di quasi 90 miliardi
di $ al 2030); la produzione di batterie per veicoli elettrici (EV) balzare dai
160 gigawatt-ora (GWh) di oggi, a 6.600 nel 2030 (ovvero, aggiungere
quasi 20 gigafactories all’anno per i prossimi dieci anni). Per puntare a un
utilizzo diffuso dell’Idrogeno dal 2030, sarà necessario – sempre a livello
globale – accrescere i soli investimenti infrastrutturali annui dall’attuale 1
mld di $ a circa 40 mld nel 2030.

3. C’E’ CONSAPEVOLEZZA SCIENTIFICA. MA NON DAVVERO POLITICA –


ED ECONOMICA

I dati appena riassunti non provengono da un fanatico ambientalista ultrà.


Ma, come penso sia chiaro, dalla più autorevole Agenzia in cui sono
rappresentate anche Nazioni con radicati interessi nelle attuali politiche
energetiche. La politica ne è consapevole, a partire dall’Italia? No, se
guardiamo i temi dominanti nel dibattito pubblico; e, ovviamente, alla
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programmazione e alle previsioni concretamente attuative delle misure
necessarie. Secondo alcune reazioni, la Roadmap della IEA sarebbe
irrealistica ed impraticabile; per altri, accrescerebbe la povertà nei Paesi
meno sviluppati (oltre ad aprire rovinose prospettive, per fare un paio di
esempi, in paesi come Iraq o Nigeria); hanno espresso scetticismo alcuni
Paesi in cui si estraggono combustibili fossili (Australia, Norvegia) o si
consumano (Giappone) senza alternative prossime; altri grandi emettitori
sono rimasti in silenzio, tanto più per la dichiarazione di Fatih Birol,
direttore dell’Agenzia: “Non occorrono nuovi sviluppi di petrolio, gas e
carbone, inclusi gli investimenti per esplorazioni oil and gas”.
Dal ruolo delle bioenergie, a quello del nucleare, all’efficacia della
“cattura” del carbonio, il confronto sulle dettagliate proposte IEA è
aperto. Esse hanno avuto il grande merito di “far atterrare” su dati e
opzioni concrete gli scenari presentati finora solo a parole, con i grandi
obiettivi globali del dimezzamento delle emissioni al 2030, e di “emissioni
zero” al 2050.
La politica è in buona compagnia, peraltro. Alla vigilia della pandemia
COVID-19, due economisti autorevoli (e rinomati per l’attenzione alla
questione-Clima) quali Nicholas Stern (LSE) e Andrew Oswald (Warwick
University) hanno effettuato un’analisi sulle principali 9 riviste
accademico-scientifiche in campo economico a livello internazionale, per
verificare quanti articoli avessero dedicato alle gigantesche sfide – per la
scienza economica, oltre che per l’economia reale – imposte dalla
necessità di contrastare i Cambiamenti Climatici. Il risultato, pubblicato
nel settembre ’19, è sbalorditivo: su 77mila articoli censiti, solo 57
affrontano questo argomento esistenziale per il genere umano, e
assolutamente determinante per qualsiasi analisi economica di
prospettiva. Una percentuale pari allo 0,00074%. Secondo la britannica
ironia degli autori, “la ragione per cui ci sono pochi economisti che
scrivono sul Cambiamento Climatico, crediamo, è perché gli altri
economisti non scrivono articoli sul cambiamento Climatico”.

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Esiste dunque un problema fondamentale di informazione, e di vera e
propria alfabetizzazione, che riguarda tutti – a partire da chi scrive.
Occorrono un confronto incessante, uno scambio di informazioni
profondo e dialettico a fronte di materie che – anziché chiarirsi
magicamente – richiedono competenze, capacità di analisi di
trasformazioni sistemiche, disponibilità pragmatica all’ascolto, contributo
alle politiche e alla regolazione, interazione e partnership tra pubblico e
privati.
Chi scrive non può che dichiarare la propria piena propensione a farsi
convincere su analisi, proposte e soluzioni di interesse generale. Non mi
fa velo nella professione di prudenza l’avere realizzato 30 anni fa le prime
pubblicazioni e Conferenze multidisciplinari su queste materie (1990 e
1991, “Effetto Serra e Mutamenti Climatici: il Tempo di Scegliere”; con il
contributo dei maggiori responsabili istituzionali, scientifici, industriali di
allora, a partire dal Presidente della Repubblica); o di avere cercato di
fornire indirizzi al Ministero dell’Ambiente su queste materie - pur
avendolo guidato per soli due giorni; o avere contribuito ad alcuni indirizzi
Green e scelte di governo, locale, nazionale ed europeo. Credo più che
mai, oggi, alla cooperazione tra competenze scientifiche e ricerca,
politica, imprese.
Il cambiamento diffuso, peraltro, è in corso. Google Maps ha annunciato
l’imminente uscita di una funzione “eco-friendly”, in base ad algoritmi
sviluppati dal National Renewable Energy Laboratory del Dipartimento
dell’Energia USA: per circa metà delle rotte da scegliere nel traffico,
un’opzione green, più ecologica, per gli spostamenti individuali. Siamo
sicuri che saranno basate su dati e parametri appropriati (con riferimento,
che so, alle implicazioni di rumore, tutela dei monumenti, sicurezza
stradale, limitazioni per la presenza di scuole o ospedali, all’impatto sulla
priorità del trasporto pubblico di superficie, e così via)? Chi di noi avrebbe
accesso agli algoritmi, soprattutto disponendo di una capacità di giudizio
tecnico tanto complessa e integrata da poterli mettere in discussione?

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Si, il cambiamento trasformativo è in corso; continuerà, e si tratterà
proprio di disporre, in ogni settore della vita associata, di nuove capacità
di valutazione e interazione che permettano – a partire dai governi, i
legislatori e i regolatori! – di contribuire alle scelte largamente inedite che
sono davanti a cittadini ed imprese.

4. LE DIVERGENZE COMPETITIVO-CONFLITTUALI GLOBALI RENDONO


PIU’ DIFFICILI OBIETTIVI CONDIVISI.

Dopo il Protocollo di Kyoto – e nell’evidente impasse per l’effettiva


adozione di misure vincolanti per gli Stati in materia ambientale e
climatica – il passaggio per la comunità internazionale (con l’Accordo di
Parigi 2015) a un meccanismo su base volontaria e condivisa di impegni di
radicali riduzioni nelle emissioni offre maggiore flessibilità, e misurazione
della effettiva volontà e capacità attuativa da parte di ciascuna Nazione e
gruppo di Nazioni.
Questo esige coordinamento, e convergenza strategica da parte di tutti gli
attori internazionali. La pandemia è sicuramente un efficace riferimento
per far comprendere che soluzioni isolate non possono avere successo, a
fronte di un maggiore problema globale. Ma la dimensione epocale delle
decisioni e delle misure da adottare per i Cambiamenti Climatici non è
lontanamente paragonabile al COVID-19, che ha messo il mondo sotto
choc. Si tratta di agire prima che sia troppo tardi - pur in assenza di una
minaccia percepita da molti come immediata - e dunque con la
complessità strutturale di impatti pervasivi sull’economia reale, gli
squilibri e le diseguaglianze già esistenti, l’organizzazione pubblica, gli stili
di vita, il lavoro.
Se le politiche per il Clima sono molto difficili da mettere in campo in
modo simultaneo e universale, ciò sta diventando ancora più difficile nella
nuova situazione geostrategica e geopolitica. Dopo un quarto di secolo
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caratterizzato da aperture inedite, a conclusione dei decenni della Guerra
Fredda, sotto l’insegna di una Globalizzazione che ha accomunato
economie occidentali e grandi Paesi emergenti (incluso l’effimero
corollario riassunto sotto l’espressione di “Fine della Storia”), gli scenari
internazionali stanno cambiando rapidamente e profondamente. Si parla
esplicitamente di una nuova Guerra Fredda – in particolare per la
competizione strategica tra USA e Cina – e comunque l’acquisita crescita
di Pechino come un protagonista globale sta portando a rapide correzioni
di rotta da parte dei governi occidentali. La forchetta è tra la
collaborazione competitiva e una competizione conflittuale. Impossibile,
peraltro, che decisioni vitali – come la rivoluzione energetica accennata
prima – avvengano al di fuori di tensioni e minacce, non solo di una sana
concorrenza tra diversi e divergenti interessi nazionali e geopolitici, pur
nella prospettiva ineludibile di comuni responsabilità a livello
multilaterale.
Ci si misurerà dunque con aspetti politici ed etico-politici, dalle indubbie
conseguenze; non solo per la considerazione dell’accumulo “storico” delle
emissioni ma, ad esempio, a proposito delle diseguaglianze, che
riguardano i rapporti esistenti tra le nazioni, e tra ricchi e indigenti
all’interno delle diverse società. Poiché l’1% di super-ricchi è responsabile
di una quota di almeno il 15% delle emissioni globali (a fronte del 50%
della parte più povera della popolazione globale, che è responsabile per
meno della metà di questa quota), il rapporto ONU 2020 sull’Emission
Gap osserva che la riduzione della temperatura terrestre verso +1,5°
richiederà all’1% più ricco del Pianeta di tagliare la sua “impronta di
carbonio” di almeno 30 volte.
Le asimmetrie tra Nazioni sovrane saranno molto difficili da regolare, se
pensiamo agli interessi di paesi produttori di combustibili fossili, di Paesi
che hanno in corso nuove dinamiche di industrializzazione, o alla
situazione africana, dove il 17% della popolazione mondiale produce il
3,5% delle emissioni di CO2 (e dove, solo nella fascia subsahariana, si
contano milioni di sfollati interni e profughi a causa di crisi ambientali;

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con le connesse, drammatiche implicazioni per la perdurante insicurezza
alimentare); qui la diffusa fragilità delle infrastrutture, e la necessità di
investimenti enormi per la transizione energetica formano un mix
difficilissimo. Le problematiche finanziarie (con crescita di debiti -
peraltro, non solo nei PVS) esigeranno concertazioni e decisioni critiche.
L’Unione Europea ha deciso di puntare su obiettivi ambiziosi, in questo
nuovo contesto internazionale, con l’obiettivo di zero emissioni al 2050,
attraverso un cammino fatto di impegnativi strumenti di regolazione e,
come sappiamo, di investimenti importanti per accoppiare l’uscita dalla
pandemia con politiche espansive legate alle transizioni Green e digitale
(senza dimenticare che anche la digitalizzazione spinta della società e
dell’economia deve seguire parametri stringenti, per le sue implicazioni
climatiche; si tratta di contesti altamente energivori - senza parlare del
mining per le criptovalute).
Queste scelte hanno anche considerevoli impatti burocratico-
amministrativi – si guardi solo al complicato provvedimento oggi in
esame, che ricade sotto il nome di Tassonomia UE (Taxonomy for
sustainable activities), sistema di classificazione che definisce una lista di
attività economiche sostenibili dal punto di vista ambientale . Esse
dovrebbero avere anche un carattere competitivo, e per lo sviluppo di
nuovi comparti produttivi, che certamente impatteranno in modo
decisivo sull’Italia. In parte, per contribuire al calo globale delle emissioni
(quelle UE sono l’8%, rispetto al totale mondiale; quelle italiane, circa
l’1%). Ma per caratterizzare una vera e propria rivoluzione – anch’essa
con inevitabili caratteri competitivi, densa di problematiche ancora
aperte. Si pensi alle implicazioni geopolitiche, e non solo industriali ed
ambientali-climatiche, della proposta di ampliare il sistema degli ETS
(Emission Trading Scheme) all’interno di una politica per tassare le
importazioni da aree extra-UE che non rispondano a requisiti di carbon
pricing, o a target delle emissioni (la Carbon adjustment border Tax).
Tutte queste politiche si misureranno, in modi impensati fino a pochi anni
fa, con la competizione per rame, cobalto, manganese o le diverse Terre
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rare necessarie per il funzionamento dei nuovi processi, in particolare per
la realizzazione delle batterie e dei semiconduttori; per il controllo delle
linee strategiche di collegamento e la logistica; per l’autosufficienza (o la
cooperazione) produttiva per la realizzazione delle nuove industrie ed
impianti. In un contesto in cui, come si accennava prima, anche le
emissioni saranno molto diversificate, nel corso dei prossimi 30 anni, e
saranno maggiori (in assoluto, anche se non necessariamente pro capite)
nei Paesi emergenti, come ha confermato una recente analisi dell’FMI. Le
sofferenze della pandemia, almeno, avranno avuto un triste effetto
positivo nel far comprendere oltre la cerchia degli addetti ai lavori
l’impossibilità di contenere nei confini nazionali la risposta a minacce
globali.

5. LE NOVITA’ DEL MAGGIO 2021 INDICANO QUANTO SIA DIFFICILE


METTERE D’ACCORDO RIVOLUZIONE E TRANSIZIONE.

In un grande film di Sergio Leone, “Giù la testa”, Rod Steiger (peon-


bandito) sbeffeggia narrativa e aspettative rivoluzionarie, rievocate con la
celebre frase di Mao “La rivoluzione non è un pranzo di gala”. “Io so
benissimo cosa sono e come cominciano le rivoluzioni: c’è qualcuno che
sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi
sono i poveracci, e gli dice ‘Oh, oh, è venuto il momento di cambiare
tutto’.”
Indiscutibilmente, l’età del petrolio ha accompagnato la crescita senza
precedenti dell’umanità, dal reddito medio all’accesso a prestazioni
sconosciute per le grandi masse popolari, alla durata media della vita. E’
stata in effetti una LUNGA rivoluzione – e non incruenta. Oggi abbiamo
capito che questa dinamica va radicalmente invertita, se vogliamo che i
complessi equilibri ecosistemici che regolano la vita sulla Terra non
vengano spazzati via.
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Dunque, parliamo di rivoluzione, ma dobbiamo governare la più difficile
transizione di sempre. Il mese di maggio 2021, accanto alla presentazione
del Rapporto IEA, ha registrato dei mutamenti accelerati, in parte
annunciati, sorprendenti per molti. I due grandi gruppi petroliferi USA
Exxon e Chevron – abituati a gestire cambiamenti nel corso di anni, o
decenni - hanno subito incursioni molto rilevanti da parte dei loro
shareholders: per Chevron, una Risoluzione che richiede di tagliare le
emissioni di gas-serra nelle attività dell’azienda, appoggiata col 61% dei
voti. Per Exxon, con un fondo attivista (detentore appena dello 0,02%
delle azioni) che ha fatto eleggere almeno due membri nel Consiglio di
Sorveglianza. Negli stessi giorni, un Tribunale dell’Aja ha ordinato – con
sentenza esecutiva – al gruppo anglo-olandese Shell di abbattere le
proprie emissioni del 45% entro il 2030, a fronte delle emissioni 2019,
vista l’inadeguatezza dei programmi stabiliti, a seguito di un’iniziativa
legale intrapresa a difesa dell’ambiente e del Clima.
Si tratta di un precedente che sposta su un altro fronte – quello del
contenzioso legale e giudiziario – la Transizione Verde e Climatica. Non è
in effetti una novità. Già in un caso precedente (‘Urgenda vs il governo
Olandese’) la Corte Suprema dell’Aja aveva stabilito che le politiche del
governo erano insufficienti, minando i Diritti umani. Anche il Consiglio di
Stato in Francia e la Corte Costituzionale Federale in Germania si sono
pronunciati su queste materie. In generale, sono stati censiti dal 1990
oltre 1.800 conflitti giuridici in 40 Paesi su casi legati al Clima, secondo
un’analisi della London School of Economics; in Perù, ad esempio, un
agricoltore ha portato davanti alla giustizia un grande gruppo energetico
tedesco per gli effetti del riscaldamento globale su un ghiacciaio del suo
Paese; una ventina di Stati e città USA hanno aperto cause contro i giganti
delle energie fossili per i danni alla salute locale.
Il punto, però, è ancora un altro. I Governi – anche il nostro, in Italia –
debbono trasformare la modalità accessoria con cui ci si è occupati
sempre di Ambiente e Clima in una modalità centrale. Per i motivi esposti
in queste pagine, certo. Ma perché quelle che prima erano le condizioni

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dell’economia che hanno dominato la politica, in quanto orientavano il
consenso, ora sono divenute trasversalmente le ragioni dell’Ambiente e
del Clima. Chi non voglia accorgersene, potrà trovare un Tribunale,
magari di livello sovranazionale, alla luce delle nuove obbligazioni assunte
dagli Stati, a dettare un cambiamento cui si troverà impreparato. Altro
che i dieci anni che hanno portato alla (controversa) sentenza sull’ILVA di
Taranto!
Ogni singola decisione dovrà essere inquadrata nelle decisioni generali,
attraverso la guida dei vertici del Governo, e il ricorso ad altissime
competenze multidisciplinari. Ecco perché è incoraggiante l’inserimento
di tante misure per il Cambiamento Green nel PNRR post-COVID; ed ecco
perché, tuttavia, emerge che ci troviamo ancora nella fase della
sottovalutazione. Per dare un’idea della differenza tra Rivoluzione e
Transizione: entriamo nella stagione in cui si dovranno prendere centinaia
di decisioni drastiche e iniziare complesse sperimentazioni, molte in cui
soppesare il “male minore”, moltissime in cui si dovrà considerare
l’impatto sociale ed umano delle decisioni, assieme a quello ambientale e
climatico, e dunque adottare misure integrative e compensative.
Se il vertice UE di fine maggio si è bloccato, rispetto alla definizione degli
impegni nazionali per centrare gli obiettivi climatici cui l’Unione Europea
si è obbligata, è appunto perché si è entrati nel merito di decisioni che
accompagneranno l’agire pubblico nei prossimi anni, e decenni: debbono
pagare di più i Paesi con il PIL più alto – anche se hanno già iniziato a
ridurre le emissioni -, oppure quelli che inquinano di più - anche se hanno
minori risorse? Un compromesso si troverà, certo; anche se non potrà
essere basato su rinvii e finte soluzioni. E, al confine tra Polonia e
Repubblica Ceca, si porrà lo stesso problema che sta affrontando Biden in
queste settimane, in cui non si è opposto a tutte le decisioni
dell’Amministrazione Trump (tra cui controverse infrastrutture per
combustibili fossili in aree critiche di Wyoming e Dakota): che fare
dell’espansione da 1 mld dell’impianto che utilizza lignite, scavata nella
miniera di Turow, la cui attività carbonifera è stata estesa dal governo

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polacco al 2044? Molto di più: cosa fare dei cospicui finanziamenti –
anche dei recovery funds –, sino alla metà delle risorse stanziate dai Paesi
G7 per attività di produzione di energia e consumi legati ai combustibili
fossili?
E’ un conflitto ambientale, politico, e anche economico-occupazionale. E
ci indica sfide molto più grandi: come inserire nel sistema ETS (il mercato
dei diritti di emissione), accanto ai settori dell’energia e a quelli industriali
coinvolti, anche trasporti, rifiuti, agricoltura, costruzioni; e come far
funzionare il sistema UE di scambio delle quote di emissione. Che
impatterà certamente su importanti filiere. E sul bilancio delle famiglie.
Uno studio di Cambridge Econometrics stima che l’estensione ad auto e
abitazioni del sistema di scambio di quote porterebbe a raddoppiare il
prezzo del gas domestico per le famiglie francesi al 2030, con una crescita
del 188% per le abitazioni polacche riscaldate con il carbone.
Esattamente qui starà il governo della Transizione ecologica, energetica,
climatica.

6. SOLO UN BREAKTHROUGH, UNA SVOLTA SCIENTIFICA NELLA RICERCA


E SVILUPPO DI SOLUZIONI RIVOLUZIONARIE PUO’ AIUTARCI. MA LE
RISORSE ATTUALI SONO INSUFFICIENTI.

Siamo dunque molto indietro, come cultura e consapevolezza diffuse,


strumenti decisionali, formazione di dirigenti pubblici, manager, quadri e
figure operative, e nella disponibilità generale delle produzioni necessarie
alla Rivoluzione Verde che, senza molto accorgercene, abbiamo appena
convocato - e che costituisce un elemento qualificante anche della fiducia
richiesta e ottenuta in Parlamento dal Premier Draghi.
Siamo indietro, ad esempio, nelle produzioni di pale eoliche offshore o
batterie per auto elettriche, nella progettazione e sperimentazione, prima
ancora che installazione, delle infrastrutture indispensabili. E’ legittimo
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attendersi che decisioni politiche e una nuova disponibilità di risorse per
investimenti possano guidare un processo di straordinaria accelerazione,
che coinvolga le filiere produttive interessate. In Italia, siamo consapevoli
delle potenzialità e delle specifiche esigenze di comparti cruciali come
quello agricolo e alimentare, o della Moda; oltre agli interventi strategici
che riguarderanno i comparti energetici; e la nostra manifattura, il settore
farmaceutico, la chimica, l’edilizia e i lavori pubblici, e così via.
Quello che ulteriormente ci sfugge, è la ragione della recente
dichiarazione di Joe Biden, secondo cui il 50% delle riduzioni delle
emissioni verrà da innovazioni tecnologiche che ancora non conosciamo.
E’ un concetto ardito, che ritroviamo peraltro nell’analisi Net Zero by
2050 della IEA: “Gran parte delle riduzioni globali nelle emissioni di CO2
nel nostro cammino verso il 2030 risultano da tecnologie già disponibili
oggi. Ma nel 2050, quasi metà delle riduzioni verranno da tecnologie che
attualmente sono in fasi dimostrative o di prototipo”.
Per ottenere simili risultati, possiamo e dobbiamo avere fiducia nella
Scienza, come dimostra l’eccezionale rapidità – meno di un anno, rispetto
a medie precedenti attorno a 5 anni – con cui sono stati resi disponibili
vaccini efficaci contro il COVID-19, potenzialmente accessibili per l’intera
umanità. Si tratta dunque di provocare e sostenere una svolta di carattere
scientifico, di ricerca, sperimentazione e sviluppo di nuove soluzioni a
fronte delle nuove, dirompenti esigenze globali.
Occorre dire che le risorse rese finora disponibili sono insufficienti. Il fatto
che una parte della ricerca avanzata nei maggiori Paesi avvenga in
strutture militari, o legate alla sicurezza nazionale, ha una logica, ma non
è incoraggiante, alla luce delle note precedenti. Tuttavia, esistono ampie
capacità nei settori privati, oltre che nelle istituzioni di ricerca, per
affrontare questa accelerazione. I decenni di attesa per la fusione
nucleare, o alcune ipotesi di “geo-ingegneria climatica” somiglianti a
riedizioni del “Dottor Stranamore” non debbono ingannarci. Lungo tutti i
processi delle filiere che abbiamo incontrato, possono dispiegarsi anche
in tempi rapidi delle svolte straordinarie, alcune delle quali vengono
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sperimentate già oggi. Ma occorrono molte più risorse pubbliche, anche
su base multilaterale (e qui l’Unione Europea può fare senz’altro di più).
Se gli USA hanno appena previsto un investimento in basic research per la
crisi climatica da 180 miliardi di $, non dobbiamo dimenticare i dati
riportati un anno fa dall’Economist: finora, il totale degli investimenti
annui combinati in innovazione e tecnologie legate al Clima da parte di
governi, venture capital e aziende energetiche è stato - appena - circa il
doppio di quello di una sola grande azienda: Amazon.

7. UNA CONDIZIONE E’ IMPRESCINDIBILE: OCCORRE CONSENSO DELLA


CITTADINANZA, NEI DIVERSI PAESI, E A LIVELLO GLOBALE, PER
AFFRONTARE LE DIFFICILI TRANSIZIONI. AD OGGI, NON C’E’.
OCCORRE CAMBIARE LE AGENDE POLITICHE/PUBBLICHE.
L’UNICO MODO E’ METTERE IN CIMA I POSTI DI LAVORO.

Una conclusione generale di queste note non può che essere “politica”.
Ovvero, affrontare le condizioni che consentano di impostare, governare
e portare avanti la Rivoluzione Verde per il Clima non per un’impossibile
imposizione dall’alto, ma con una convinta e diffusa condivisione e
partecipazione delle cittadinanze di ciascun Paese. Non sfuggono ad
alcuno, infatti, le esperienze negative nell’accoglienza popolare di misure
pur parziali e limitate: dai pochi centesimi di euro in più imposti da
Macron sui carburanti in Francia, che ha fatto da detonatore per la
ribellione dei “Gilet Gialli”; alle controversie sull’introduzione di Carbon
Tax in alcuni Stati canadesi, e a livello federale; oppure, al successo
elettorale di Trump nel 2016 in diversi Stati a precedente maggioranza
democratica, in virtù della polarizzazione pro o contro la chiusura di
miniere e impianti a carbone.
Per stare a questo contesto, non è un caso se – dopo i risultati non
sempre convincenti delle misure pro-Green Jobs dell’Amministrazione
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Obama – lo stesso Biden abbia accompagnato la presentazione, lo scorso
aprile al Congresso, del programma di rilancio post-pandemia con le
parole “Troppo a lungo non abbiamo saputo usare la parola più
importante, nell’affrontare la crisi climatica: Jobs, jobs, jobs”.
Se ascoltiamo qualunque dibattito su temi sociali, industriali, produttivi,
anche se specificamente dedicato alle priorità per il lavoro, e alla difesa
del lavoro, siamo molto lontani (salvo egregie eccezioni) dal cogliere le
implicazioni legate alla ormai iniziata Transizione Verde.
I rischi sono evidenti, e di impatto rapido (anche nel contesto delle
criticità economiche provocate dalla pandemia), con la chiusura o il
ridimensionamento di filiere produttive ed energetiche carbon-intensive
caratterizzate da significativi tassi occupazionali. E con l’incremento
vertiginoso di automazione e ricorso all’Intelligenza Artificiale, a spese di
lavori che non torneranno, nell’industria, negli uffici; ed anche nel
commercio, o la logistica.
E le opportunità? Dipendono dalla serietà, rapidità, efficacia dei nostri
interventi. Difficile ignorare l’incidenza di molti investimenti previsti:
un’analisi IEA-IMF indica i benefici economici della crescita annua degli
investimenti nel settore energetico (5 trilioni di $ all’anno in questo
decennio, che porteranno una crescita aggiuntiva annua di 0,4 punti al PIL
globale). Il saldo occupazionale sarà attivo, nelle energie pulite,
l’efficienza energetica, come pure per manifattura, ingegnerizzazione,
costruzioni. Ovviamente, gli impatti saranno molto differenziati per Paese,
a partire dai produttori di combustibili fossili. Ma, come abbiamo visto,
nuove e rilevanti industrie nasceranno. Come pensare altrimenti, solo
guardando all’obiettivo di produzione elettrica da rinnovabili nell’Unione
Europea (oltre il 70% nel 2030) o, in Italia, di installare circa 70 Gigawatt
da rinnovabili per la stessa scadenza?
Ci sono intere filiere da costruire, per scongiurare nuove dipendenze
dall’estero, o mancate integrazioni di reciproco interesse. E processi del
tutto nuovi nelle filiere esistenti. Con attenzione assoluta al bilancio
occupazionale, al sostegno ai lavoratori che escono, alla formazione
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permanente verso nuove attività lavorative e professioni necessarie. Qui
si verificherà, a breve, il consenso dei cittadini. E’ evidente, ad esempio,
l’arretratezza italiana nella filiera dell’Idrogeno; e rilevante la serie di
impegni, per oltre 3 miliardi di euro, contenuti nel PNRR approvato dal
Parlamento e trasmesso dal Governo italiano a Bruxelles: produzione in
aree industriali dismesse (hydrogen valley in siti brownfield); utilizzo per
decarbonizzare acciaierie e impianti ad alta intensità energetica; stazioni
di ricarica per il trasporto stradale a lungo raggio, e per il trasporto
ferroviario; attività di ricerca e sviluppo (per soli 160 milioni di euro,
però). Inoltre, si prevedono norme tecniche, norme di semplificazione e di
incentivo fiscale, ed altre misure destinate a diffondere il consumo di
Idrogeno verde.
Ciascuno può apprezzare, in particolare, la necessità di produrre
elettrolizzatori, indispensabili per questi processi, oltre che
dell’adattamento di un vasto novero di impianti ed infrastrutture. Quali
industrie nasceranno, quanti posti di lavoro verranno creati? Ci sono molti
dubbi, e legittimi interrogativi, sulla fattibilità e l’efficienza di questi
processi. E’ evidente che l’Italia non sarà pronta per il 2026, né sarà
all’avanguardia nel 2030, ma dovrà essere pronta per quella data avendo
sviluppato competenze, industrie, e posti di lavoro oggi inesistenti.
Una delle maggiori difficoltà nel far transitare la preoccupazione generica
sui Cambiamenti Climatici nel terreno del quid agendum - ciò che le
persone possano effettivamente fare - sta nella distanza tra la
dimensione, la grandezza dei problemi, e l’impatto delle esperienze di
singole situazioni rispetto a questa scala di problemi: un riflesso di
distanza, se non di impotenza, anima molti. Gesti di testimonianza e
impegno significativo legati agli stili di vita sono ovviamente importanti.
Ancora più importante, ai fini di una più larga condivisione, potrebbe
essere definire e organizzare campagne di valore strategico, legate ad
obiettivi rilevanti, e conseguibili con un impegno collettivo e corale. Non
va ignorato che la complessità delle azioni e interazioni legate alla
produzione di gas climalteranti non può portarci a ripercorrere lo

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straordinario, seppur limitato, successo nell’azione globale per limitare i
gas (specialmente i CFC, Clorofluorocarburi) responsabili del
depauperamento della fascia di Ozono stratosferico, dalla seconda metà
degli anni ’80, e con l’entrata in vigore dell’Accordo di Montreal. Ma simili
concertazioni (senza allontanare dalla visione d’insieme, e dagli impegni
sistemici conseguenti) dovrebbero riguardare, ad esempio, la crescita
delle emissioni di Metano (CH4), il secondo gas responsabile dell’effetto-
serra, per il 23% circa del riscaldamento dall’era pre-industriale. Le
emissioni, provenienti soprattutto da energie fossili, allevamenti e rifiuti,
sono aumentate del 9% nel periodo tra il 2000-2006 e il 2017; si tratta di
un gas che perdura meno della CO2, ed ha un assai più elevato potenziale
di riscaldamento. L’UE ha ridotto le emissioni di Metano ma, per
l’appunto, le informazioni disponibili – anche utilizzando l’osservazione
satellitare – indicano che occorre agire a livello internazionale, per
mettere in sicurezza molte decine di migliaia di pozzi estrattivi
abbandonati in varie parti del mondo, per introdurre processi razionali (e
virtuosi) negli allevamenti di bestiame; oltre che per monitorare i “giganti
addormentati del ciclo del Carbonio”, i depositi congelati di Metano
nell’Oceano Artico, che si stanno risvegliando. Peraltro, un Rapporto UN
ha messo in rilievo che un taglio del 40% entro il 2030 delle emissioni di
Metano porterebbe un rapido beneficio, con riduzione già di 0,3° della
temperatura media globale al 2040.
Ovvero: è importante definire e qualificare obiettivi raggiungibili, non solo
con il traguardo delle generazioni future. Certamente i cittadini
apprezzano l’impegno per promuovere il ‘capitale naturale’ e preservare
la biodiversità come parte della transizione ecologica. E sono pronti a
mobilitarsi per traguardi e obiettivi visibili e raggiungibili a difesa della
vivibilità del nostro ambiente. Magari, proprio per questa attenzione alla
dimensione ‘possibile’ dell’impegno comune, si arrestano intimiditi di
fronte alla dimensione, che appare soverchiante, delle sfide globali.
Un settore cruciale è certamente quello agricolo, con la filiera
agroalimentare: per il conteggio dell’assorbimento delle emissioni e una

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gestione innovativa ed efficiente delle attività e dei suoli (qui davvero
sono possibili sequestro di carbonio e offset credibili, se affrontati su basi
scientifiche e con impegno trasparente); con un governo avanzato del
ciclo degli alberi e delle foreste (e un maggiore e migliore utilizzo del
legno per le costruzioni, e di fibre vegetali per il tessile); con lo sviluppo di
Distretti a zero emissioni, dai reflui sino all’utilizzo di biometano per la
produzione di Idrogeno, e alla produzione di Grafene. E’ una filiera
importantissima per la nutrizione e la salute, per la tutela del territorio e
del Paesaggio, e per l’occupazione.

Conclusione
Il governo italiano ha cambiato denominazione (e, in parte, funzioni) al
Ministero dell’Ambiente: nella nuova definizione di “Transizione
Ecologica” – con l’affidamento ad una persona certamente competente e
motivata, Roberto Cingolani – si incontra il problema trattato in queste
pagine. Si tratta di compiere un passaggio, molto complesso, ancora
incerto per vari aspetti, dalle implicazioni gigantesche, da parte dell’intero
governo.
La lingua italiana, e l’etimologia (transitio), ci soccorrono pienamente.
Transizione è una parola scientifica, con significati precisi, ricorda Tullio
De Mauro, nella fisica, la biochimica, la termodinamica. E’ anche un
termine musicale. E’ l’atto di passare (secondo il DELI): un “passaggio tra
due condizioni, due epoche, due modi di vita, due situazioni”.
Si tratta di capire se siamo ancora nel punto da cui si parte o – se davvero
abbiamo iniziato il passaggio – se saremo capaci di compiere in modo
consapevole, responsabile, creativo, bene organizzato, il percorso verso la
nuova condizione. Un percorso enormemente impegnativo, difficile,
affascinante, necessario, che aprirà una nuova epoca, e comporterà un
nuovo modo di vita.

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E’ tempo di indicare tutte le decisioni. Di definire tutte le implicazioni per i
settori produttivi. Di analizzare e presentare gli obiettivi di creazione dei
posti di lavoro per gli anni a venire.

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