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MONACHESIMO ORIENTALE

Prof. Spidlik Tomàs, sj.


Corso tenuto nel I° semestre dell'anno 1995-96 presso il Pontificio Istituto
Orientale

(Trascrizione ad opera delle clarisse del


Monastero S.Chiara 06039 Trevi-PERUGIA tel. 0742/78216)

INTRODUZIONE

Ogni insegnante deve dimostrare che il suo corso è il più importante. Perchè dunque
affrontare lo studio del monachesimo orientale? Potremmo indicare tre ragioni fondamentali.
Anzitutto perchè i monaci scrissero riguardo a molti temi di vita spirituale.
Poi perchè nella Chiesa orientale il monachesimo ha conservato sempre una grandissima
importanza. La vita religiosa e sociale si è sviluppata attorno ai monasteri.
Infine perchè nello sforzo di aggiornamento del monachesimo si pone spesso l’interrogativo
su ciò che è essenziale e ciò che è secondario nell’esperienza monastica.

Nella Chiesa orientale la vita dei primi monaci è descritta da diversi autori.
Racconta la “Historia monachorum in Aegypto”: «Io ho visto inoltre un’immensa moltitidine
di monaci - che nessuno potrebbe contare - che è composta da persone di tutte le età nel
deserto e nelle campagne abitate, così grande che nessun re della terra non potrebbe radunare
una tale armata... Ed è per le loro preghiere che il popolo comune è - per così dire - sostenuto
da Dio”. “Il deserto come una città»1.
Difficile dire quanti fossero questi monaci. Qualcuno sostiene 30.000 nel solo Egitto.
Erano così numerosi che Giustiniano non può fare nulla in Palestina per i monaci in sciopero
contro le sue armate.
Lo stesso Giustiniano riconosce uno statuto giuridico ai monaci. Nel Codice hanno uno
statuto speciale: «Lo Stato ha bisogno delle preghiere, perciò approva il monastero... La vita
monastica e la contemplazione che vi è esercitata, è una cosa sacra...» 2. Successivamente
l’imperatore Alessio Comeni affermerà di aver fatto qualcosa di buono nella sua vita solo
«perché i monaci hanno pregato per lui».

In Oriente i monasteri riuscirono ad ottenere numerosi poteri e un grande influsso sul popolo.
Ciò è indirettamente attestato anche da Papa Innocenzo III, il quale, scrivendo ai crociati,
dice: «Per Petrum, qui ad latinos est specialiter designatus ed apud nos Romae sepulturam
accepit, populus intelligitur latinorum, graecorum populus per Johannem... Quia vero
graecorum populo datus est beatus Johannes, a quo et incepit perfectorum religio
1
cfr. “Historia monachorum in Aegypto”, Prol. 10 (Festugiere, Les moines d’Orient, IV, 1, p.8).
2
Novella 133.

1
monachorum, bene typum gerit illius Spiritus qui qaerit et diligit spiritales...» 3. Il Papa invita
a stimare i monaci (che all’epoca avevano più peso sociale dei vescovi), riconoscendo che la
Chiesa greca proviene da Giovanni, iniziatore della vita monastica, mentre quella latina da
Pietro...
In epoca moderna abbiamo la testimonianza di Berdjaev, il quale sosteneva che la Chiesa vive
per i preti e i vescovi, mentre la vita interiore viene dai monasteri. Il monachesimo risulta
dunque essere un elemento essenziale alla vita della Chiesa.

I monaci erano stimati. Ma avevano anche diversi oppositori, questo già nel IV secolo.
Giovanni Crisostomo scrive diversi trattati in loro difesa. Scrive tre libri contro gli avversari
della vita monastica (cfr. PG 47, 319-386); scrive anche la “Comparatio regis et monachi”
(PG 47, 387-392). Già dal IV secolo c’era chi si opponeva la vita di contemplazione.

Alla fine del secolo XV questa discussione era presente anche in Russia. A Novogorod c’è la
presenza dei giudaizzanti che combatteva per la confisca dei beni monasteriali: si sostiene che
i monaci provengono dal demonio... la vita monastica è piena di cose innaturali...
Contro di essi sorge l’apologista Giuseppe di Volokolamsk (+ 1515). Nelle sue apologie
difenderà anche i beni monasteriali.
In questa epoca si schierò contro i beni monasteriali anche Nijl Sorsky. Cardine della difesa
di Giuseppe da Volokolamsk sarà l’affermazione del carattere sociale dei monasteri.

Come è nato il monachesimo?


Crisostomo osserva che non se ne parla direttamente nel Vangelo.
Il termine “monaco” sembra derivare da “monos”, per indicare la sua vita da solitario. 4
Chi o che cosa ha spinto alcuni uomini ad andare nel deserto se la Chiesa non ha conosciuto
“monaci” fino al terzo secolo?
Le opinioni sono discordanti.

La teologia liberale

In diverse teorie storiche ha asserito che questo tipo di vita è sbagliata.. Queste le teorie dei
razionalisti.
E. Weingarten in “Origine del monachesimo dopo Costantino”. Il monachesimo non è nato da
Antonio. Il monachesimo deriva dai reclusi pagani che sono stati “battezzati” dalla Chiesa.
Nella società cristiana tutti dovevano essere cristiani... Per questo: il monachesimo non è una
cosa cristiana, è enetrato da altre religioni, con un po’ di mitigazioni... In conclusione i
monaci sono “pazzi addomesticati”.
Zockler in “Storia dell’ascetismo e del monachesimo”. Asserisce che il monachesimo è lo
spirito della filosofia greca, contrario al cristianesimo. E’ ancora un tentativo greco di salire a
Dio attraversi l’ascesi. E’ la grecizzazione del Vangelo.
Von Harnack in “Monachesimo, il suo ideale e la sua storia”. Sostiene che la Chiesa primitiva
era piena di eresie, specie encratiche (dualistiche). Alcuni si sono convertiti, a condizione di
conservare il loro ascetismo. I monaci sono “eretici riconciliati”.
3
PL 215, 457ss.
4
Da segnalare che il senso di “solitario” (monachos) non era positivo entro il cristianesimo antico. L’Epistola
di Barnaba (4,10) raccomanda ai cristiani di non essere monaci, di non separarsi gli uni dagli altri...
Il pastore di Erma ammonisce i cristiani a non far vita da soli.
Basilio sosterrà che l’uomo non è un essere monastico, ma sociale.
Ma non è in questo senso che noi utilizziamo l’espressione “monaco”.

2
Reitzenstein: il IV secolo è un tempo di grande mescolanza e sincretismo. Alessandria (dove
svolse il suo insegnamento Filone) e l’Egitto sono un grande crocevia culturale, era qualcosa
di simile all’odierna “New Age”. I monaci erano intelligenti: fecero sintesi delle cose buone...
Sintesi di elementi cristiani e non cristiani. Il monachesimo è il tentativo di edificare una
società scelta.
Heussi in “Origine del monachesimo”. Anche nel Vangelo c’è ascetismo (cfr. lettera di
Giacomo). Nel IV secolo l’ascesi da libera diventa organizzata sotto certe regole. Heussi,
conformemente alla sua “mens” protestante rifiutò questa operazione.5

Esiste un monachesimo prima dell’avvento del cristianesimo (specialmente in oriente).


Monachesimo pre-buddhista6

Cosa appare?
Forme: gli eremitaggi (anacoreti sedentari). Qui recitano la Veda, meditano, fanno abluzioni.
Ci sono poi gli erranti; praticano la vita ascetica, mendacità, preghiera per gli altri. Piccoli
monasteri; normalmente posti in prossimità di un luogo meta di grandi pellegrinaggi, sorgono
i “guru” (grandi consiglieri).
La regola.
Certi principi che si devono osservare per vivere la vita ascetica. Si esige una promessa
(voto). E’ stata tramandata una regola con dieci voti: non nuocere a nessun essere vivo, sii
sincero, non rubare...; non sono strettamente giuridici, servono ad identificare un certo
programma di vita. La cosa interessante è data dall’affermazione «Io mi obbligo a vivere
così...».
Fondamento dottrinale.
L’uomo vive in disturbo con il cosmo. Deve arrivare a vivere in armonia. L’uomo deve
realizzare se stesso (è quindi un’attenzione abbastanza egocentrica). La disarmonia è data
dalla diversità dei ritmi dell’uomo: l’uomo respira con un ritmo, cammina con un altro, e il
suo cuore segue un’altra cadenza. Scopo dell’uomo sarà quello di accordarsi con il
“Brahman”, con l’Io universale.7
La separazione. Siccome gli altri non capiscono questo ideale allora devo separarmi dagli
altri. Il monaco comincia a indossare un abito particolare... L’abito diventa segno di
separazione.
Ascesi. C’è ancora un certo disturbo dentro di noi. Per arrivare all’armonia ci vuole una certa
ascesi. Ascesi per la contemplazione.
Padre spirituale. Poco alla volta comincia ad imporsi l’importanza del “guru”, il padre
spirituale. Bisogna formare la vita secondo qualche regola. Ci deve essere una persona
competente che adatti la Regola alle situazioni particolari.

5
Nota l’interpretazione dell’esperienza di Pacomio. I soldati organizzarono la vita cristiana secondo schemi
militareschi. Furono i soldati ad evangellizzare i pagani (= da “pagus”, coloro che abitavano la campagna...).
6
cfr. Pierre Massein “Le phénomène monastique dans les religions non chrétiennes” in “Dictionaire de
Spiritualité” vol. 10 (1980) coll. 1525-36.
7
Sarebbe qui interessante aprire una parentesi sul problema ecumenico che pongono queste teorie: quale volto
ha la divinità? Certamente non è un’immagine non personale. E’ interessante notare il forte anelito verso Dio
evidenziato da queste dottrine. “Ritrovare me in Te”. Si può trovare in questo una analogia con il monaco
quale “immagine di Dio”?

3
Il monachesimo buddista

E’ molto più organizzato. I monaci hanno un carattere “quasi sacerdotale”. I monaci vengono
considerati “sacri”, perchè conducono forte vita ascetica... E’un “bonzo” (da “bozu”,
sacerdote). Non è uno stato perpetuo, ma momentaneo.
Su che cosa si fonda?
Differenza importante: per l’induismo il problema è realizzare se stesso, nel buddismo
l’interrogativo fondamentale è: da dove viene la sofferenza e come guarire la sofferenza? Il
fondamento dottrinale è dato dall’esistenza della sofferenza.
La sofferenza nasce dal desiderio, per questo bisogna cancellare il desiderio. Bisogna poi
cancellare il proprio “io” per sparire nel “Nirvana”, affinchè io non esista. 8 “Realizzare se
stessi” è il primo peccato che può esistere... Chi vuole relizzare se stesso finisce con il
mettersi in competizione...

Sono due tipi di monachesimo molto diversi. In fondo uomo e Dio non si incontrano mai. 9

I precusori del monachesimo. I Greci.

C’è ascetismo nel mondo ellenico?10 In che senso si può parlare di ascetismo greco?
Esiste un ascetismo sociale. Gli individui devono sacrificarsi per il bene dell’umanità. La
legge della società è più importante di quella dell’individuo.
Pitagorici e stoici introducono un ascetismo cosmico. Non esiste solo la legge sociale. Il
singolo uomo deve armonizzare la propria vita con la legge del Cosmo (teoria simile a quella
del monachesimo pre-buddista). Lo slogan fondamentale è: «Vivere secondo la legge del
Cosmo». In Babilonia, per esempio, si combatte solo quando le stelle lo permettono.
Esiste poi un ascetismo antropologico.
E’ l’ascetismo di Platone.
Per far vincere l’anima si deve combattere la carne. 11
8
L’ideale dell’uomo è dunque “sparire”. E’ come gettare un chicco di sale in mare!
Racconta una simpatica storia che un uomo ricco un giorno morì. Si presentò al giudizio di Dio e gli venne
chiesto: «Chi sei?». «Sono un uomo ricco, posso entrare?», rispose l’uomo. «No, non lo puoi. Qui abbiamo
grandissime ricchezze. Non ci servi a nulla». Così l’uomo venne rimandato sulla terra.
Quell’uomo cominciò allora a studiare, fino ad ottenere una grande cultura. Quando morì si presentò
nuovamente al cospetto del giudizio di Dio. «Chi sei?», gli venne chiesto nuovamente. «Sono un uomo di
grande sapienza». «Qui abbiamo tutta la sapienza! - si sentì rispondere dalla divinità - Torna sulla terra».
Quell’uomo tornò nuovamente sulla terra. Venuto il giorno della sua morte fu presentato nuovamente al
giudizio di Dio. «Chi sei?», gli venne chiesto nuovamente. «Io sono Te» rispose l’uomo. «Vieni. Ti sono
aperte le porte del cielo», rispose la divinità.
L’ideale del monaco è quello di sparire nello Spirito Universale.
9
La diversità fondamentale tra questi modelli di monachesimo e il cristianesimo non sta tanto nella diversità
degli schemi della “mistica”. La diversità fondamentale sta nel fatto che i cristiani fanno tutto “nella persona
di Cristo Gesù”, nella quale la mistica si è compiutamente realizzata. Non è tanto il modo di vivere...
10
Ricordiamo la critica di Nietzsche. Egli sosteneva che il mondo greco era fatto soprattutto di gioia e di
voglia di vivere, mentre il cristianesimo aveva portato all’umanità la tristezza, l’ascesi, la mortificazione... E’
una tesi che non regge alla prova dei fatti. Molti filosofi greci insegnavano a maledire il giorno in cui si era
nati come ad una tremenda sciagura.
11
E’ un’idea che ritroviamo in grande parte dell’ascetismo cristiano.
Basilio usa la parabola della bilancia: la parte che è più pesante vince. Il monaco non deve avere carne
grassa...
Evagrio Pontico sostiene che «le oche grasse non possono volare». Si deve diminuire la parte delle cose
corporali affinché l’anima possa vincere.

4
Se la carne è troppo forte allora lo spirito è debole.12
Ascetismo religioso.
E’ l’ascetismo di Plotino. Alla fine dell’antichità si è identificato Dio con la Legge
dell’Essere. Tutto ciò che non favorisce la contemplazione deve essere rifiutato.
I Padri Greci hanno forse usato alcuni di questi principi.

12
Non sarà della stessa opinione Filone d’Alessandria. La libertà può vincere nonostante la carne. Non si deve
solo lavorare “sui piatti della bilancia, ma anche sul perno”. La libertà può vincere. I Greci rifiutavano la
Bibbia perché in essa si parla di miracoli (che contradicono la legge della Natura). Filone dice che è possibile
nonostante la carne...

5
L’ Antico Testamento13

L’AT non conosce nessun principio monastico. C’è però qualche figura che può dare
ispirazione alla vita monastica.
Anzitutto alcuni personaggi.
Ricordiamo Abramo (lasciare tutto... per una terra sconosciuta... per sentire la voce di Dio...)
E’ un esempio della fuga dal mondo. Poi abbiamo Giacobbe. Secondo l’esegesi di Filone le
due mogli Lia e Rachele sono i simboli della prassi e della contemplazione... e tra esse
Giacobbe ama maggiormente Rachele. C’è poi la visione della Scala. 14 C’è poi Mosè
(Gregorio di Nissa scriverà la “Vita di Mosè”, primo trattato di mistica cristiana). Elia è
ritenuto fondatore dei carmelitani. Giovanni Battista è ritenuto il fondatore del monachesimo
cristiano.15
Poi ci sono alcuni temi spirituali.
La purificazione.
Per avvicinarsi a Dio bisogna purificarsi. I profeti insistono sulla purificazione morale, più
che su quella rituale. Purificandosi si ritorna allo stato del paradiso. Si deve togliere tutto
quanto è stato portato dal peccato.
L’esodo.
E’ un tema fondamentale della Scrittura. Per i monaci assume un profondo significato
spirituale. Il deserto è luogo di purificazione. Le “Omelie sull’Esodo” di Origene erano quelle
più lette in assoluto dai monaci.
Il deserto.
E’ tempo di prova e di grande vicinanza di Dio.
Il fidanzamento dell’anima con Dio.
E’ il tema del matrimonio spirituale. Tutti i mistici cristiani interpretano così il “Cantico dei
Cantici”. Origene afferma che la verginità è il matrimonio spirituale. E’ un tema sviluppato
fortemente dall’AT.
Il popolo eletto.
Non possiamo essere inseriti tra le altre nazioni... Siamo stati scelti da Dio per mostrare le
opere di Dio in noi. I monaci si ritengono il popolo eletto.
I poveri di JHWH.
I teoremi più antichi dell’AT sostenevano che quando uno è devoto allora diventa ricco.
Successivamente si prende coscienza di re ingiusti, mentre i poveri sono devoti. Si afferma
che però un giorno Dio prenderà provvedimenti in loro favore. Sono i poveri di Jahwè!
Abbiamo anche certe istituzioni.
Esistono alcune confraternite per la Guerra Santa (cfr Maccabei). Esiste l’istituzione dei “figli
dei profeti”: Elia aveva un suo gruppo... erano una specie di monastero. Esistono le scuole
sapienziali: Gamaliele aveva un suo gruppo...
13
Un riferimento dei teologi liberali su quanto detto fino ad ora. La preghiera è definita da alcuni Padri come
“anabasis” (elevazione); questa è una definizione propria di Platone. Dicono i teologi liberali che questa è una
definizione pagana... nell’AT l’uomo fugge. Appartenente al dato cristiano sta la “katabasis” (la discesa di
Dio), non l’anabasis.
14
Perché ad Alessandria si diffonde così tanto l’allegorismo? La legge romana obbligava al sacrificio ai propri
dei. In essi ebrei e cristiani vedono un simbolo di qualcosa in cui si credeva.
15
Nella iconografia è spesso rappresentato con le ali: «Io mando il mio angelo davanti a me...». Il
monachesimo è interpretato come vita angelica.

6
Infine abbiamo le pratiche ascetiche.
Digiuni prescritti e scelti; voto di nazireato.

Gli Esseni

Sono un vero monachesimo ebraico. E’ un fatto nuovo. Su di essi si è scritto molto


Fino a poco tempo fa si avevano loro notizie solo attraverso l’opera di Filone e da alcuni
resoconti storici. La parabola della loro esistenza si è sviluppata dal III secolo a. C. fino al 70
d. C. Ora la scoperta archeologica di Qumran è una fonte eminente di informazioni.
Come è nata?
Alcuni sostengono che si tratti di un gruppo legato alla guerra dei Maccabei, che abbia
successivamente spiritualizzato la lotta.
E’ stata ritrovata la Regola. Essa contiene:
* Descrizione della festa della rinnovazione dell’Alleanza. Noi siamo separati dagli altri e
uniti a Dio.
* Parte dottrinale (Trattato dei due spiriti). Accanto all’uomo ci sono due spiriti: quello
maligno e quello buono. Discrezione degli spiriti. Combattimento spirituale.
* La vita comunitaria (Codice penale). Sarà presente anche in San Basilio. Verrà sviluppato
anche nel monachesimo russo medioevale.
* Calendario e inno.
C’erano diversi gruppi. Possiamo identificare i seguenti tipi di vita:
* Simpatizzanti. Corrispondono grosso modo ai terz’ordini legati alle famiglie religiose
occidentali.
* Veri monaci eremiti. Vivevano in grotte, è per loro merito che ci sono stati tramandati i
manoscritti. Nelle grotte si leggevano i testi sacri. Sono i “terapentes” (descritti nella
“Vita Contemplativa” di Filone). Componevano inni, mangiavano dopo il tramonto del
sole.16
* Veri monaci che conducevano la vita in comune. Nel cenobio c’era un superiore
democraticamente eletto. Faceva giuramento di usare bene del suo ministero.
Per diventare monaco occorreva un anno preparatorio; in questo anno non era ancora
direttamente ammesso alla vita della comunità (non si sapeva ancora chi fosse colui che
faceva domanda di ammissione...). Poi cominciava un vero noviziato di due anni, pur non
essendo ancora ammesso nel simposio rituale. Successivamente si era ammessi agli
insegnamenti sacri. Infine avveniva la solenne professione: rinuncia ai beni, osservanza dei
segreti... I giuramenti erano molto forti.
Esisteva una struttura tipicamente monastica.
Ideale della perfezione. Qual è l’ideale spirituale dela comunità?
* Ricerca della “sapienza nascosta”. Dio ha rivelato la sua sapienza nella Torah. Il primo
grado è dato dalla lettura dei libri biblici. La sola lettura non fa scoprire la sapienza. Si
deve perciò investigare il senso spirituale. Abbiamo quindi un ideale tipicamente
contemplativo: scoprire Dio nelle cose e nella lettera (cfr. Origene).
* Chi cerca la sapienza deve sapere che essa non si rivela a tutti: è una vocazione speciale. I
monaci devono separarsi per questa vocazione speciale. Per questo non devono seguire
la “caparbietà del cuore”, ma onorare un “maestro di giustizia”...
* Il combattimento spirituale. Il campo di battaglia è ormai all’interno dell’uomo. Gli angeli
insinuano continuamente pensieri nello spirito umano. A Qumran viene molto
sviluppata l’angelogia.
16
cfr. E. Bratina ... Trieste 1957

7
* Due sono le armi del combattimento: la preghiera (ora...) e il lavoro (... et labora). Tra i
lavori c’era anche lo scrittoio. La preghiera aveva diverse forme: riti di abluzione,
comunione liturgica (sul tipo di quella sinagogale), simposio sacro (nel quale si utilizzava
pane e vino...17).
La comunità era pervasa da un forte escatologismo; si credeva alla venuta di un maestro di
sapienza che avrebbe spiegato ogni cosa.
Quale relazione potrebbe avere questa comunità con i cristiani?
Giovanni Battista passò probabilmente qualche tempo con gli esseni...
E con il monachesimo cristiano? La grande difficoltà è il tempo. Gli esseni scompaiono
intorno al 70, i monaci invece compaiono intorno al 300 circa. Manca un anello di due secoli!
Si deve tener presente che alcuni elementi religiosi sono naturali e si riformano quasi
automaticamente. Forse il legame tra le due forme può essere attestato attraverso gli scritti di
Filone e di Origene che erano al corrente di questa esperienza.

Filone d’Alessandria (I secolo).

E’ certamente il più grande pensatore ebraico. Ebbe un grande influsso sui Padri.
Possiamo riconoscergli due grandi meriti.
Anzitutto l’aver introdotto la lettura spirituale della Bibbia. Dio si rivela nella Sacra Scrittura,
ma non meccanicamente. Il senso è spirituale, perciò ogni passo della Scrittura ha
applicazioni nella vita. Tutta la Scrittura è una “immagine”, non un libro storico. Tutto l’AT è
l’immagine di ciò che succede nell’anima.
Inoltre l’aver affermato la superiorità della vita contemplativa su quella attiva. E’ una cosa
non da poco, visto che al suo tempo era imperante il moralismo farisaico. Filone darà grande
sviluppo alla tendenza mistica.

Giudaismo post-biblico18

Apparentemente il giudaismo sembra in forte contrasto con il monachesimo. Così recita un


testo ebraico:
«...Se la vita eremitica e solitaria venisse accettata e la rinuncia al matrimonio
fosse generale il processo della creazione sarebbe interrotto e ciò porterebbe
all’estinzione del genere umano. Dunque è certamente contro la volontà di Dio».
Però qualcosa di simile al monachesimo c’era. Tra gli ebrei apparvero certi tipi che dissero:
«Tra gli ebrei di oggi non c’è più nessuno che osserva la legge del Signore!». Allora, come al
tempo di Gesù Cristo c’erano i farisei, nel Medioevo sono apparsi i cosidetti chassidim.
Letteralmente sarebbe “i pii”, coloro che volevano osservare la Legge del Signore... Spesso
non si sposavano. E’ molto interessante notare a che cosa si ispiravano: come i primi monaci
cristiani si ispiravano alla prima comunità di Gerusalemme («La prima comunità che era
bella... quanta gente...») questi si ispirarono all’Esodo. L’esodo è il culmine dell’esperienza
religiosa degli Ebrei.
I Chassidim pubblicarono libri. Un autore spagnolo parla anche di eremiti che vivevano nel
deserto. Nel tempo delle persecuzioni i chassidim tedeschi rassomigliavano ai flagellanti
occidentali (processioni penitenziali...). C’è una tendenza mistica; l’opera principale si
17
Se Gesù adotta questo rito è segno che già esisteva, così come Giovanni Battista deriva il battesimo dalle
abluzioni.
18
cfr. Toaff E. in “Dizionario degli Istituti di Perfezione” vol. IV.

8
chiama “Sefer Chassidim”. Si dice che nel misticismo ebraico spagnolo ed italiano siano
entrati molti influssi francescani: pare che fraternizzassero facilmente con gli spirituali
francescani... Molti di questi testi vennero ripresi nel “Cabala”.
Nel tempo moderno dobbiamo notare la creazione dei “kibbutz” nelle terre coloniche. Alcuni
di questi kibbutz erano una specie di monastero. Ricordo di aver visto in un viaggio in Terra
Santa di aver visto in un kibbutz molti giovani americani che andavano là per tre mesi per
imparare a vivere secondo la Legge. E’ una specie di monachesimo.

Monachesimo nell’Islam

Esiste qualche cosa di simile nell’Islam?


Ci sono due motivi nell’Islam per formare certi gruppi: la tendenza morale e la tendenza
mistica. In sé non dovrebbe esserci monachesimo nell’Islam: si attribuisce al Profeta il detto
secondo il quale «l’Islam non conosce il monachesimo». Maometto facilmente ha imparato da
alcuni monaci l’AT, ma afferma che nell’Islam non ci devono essere monaci perché «ognuno
che accetta il Corano lo accetta pienamente e non ci può essere una perfezione superiore». O
si accetta il Corano o non lo si accetta; o siamo veri musulmani o no.
Però - poiché non tutti sono devoti come dovrebbero essere (nota la somiglianza con l’origine
del monachesimo cristiano) - cominciarono a sorgere confraternità musulmane. Queste
confraternità erano all’inizio religiose, cioè osservare il Corano così come si deve. Ma
siccome bisognava vivere, costruivano fortezze, e spesso si sono trasformati in una
confraternita di soldati. Controllavano certi territori.
La seconda tendenza è mistica. Cosa significa mistica? La mistica suppone che nei documenti
scritti non c’è tutto, bisogna salire con la mente e bisogna ricevere una rivelazione superiore
a quella che sta scritta. I musulmani ortodossi dicono che non ci può essere la mistica: tutta la
verità sta già nel Corano e non si può aggiungere niente, chi vuol aggiungere qualcosa al
Corano è nell’errore. Questa tendenza ortodossa supponeva che nessuna mistica era
accettabile: o leggi il testo, o hai sbagliato.
Però venne il cosiddetto “sufismo”. Il termine deriva da “suf” (vestito, abito di lana). Questi
hanno scoperto che Dio è trascendenza, parlano spesso dell’oceano divino che non si può
raggiungere con nessuna parola. Allora sono di una certa tendenza quasi non-ortodossa.
Ancora più non ortodossi sono gli “sciiti”. Affermano alcune cose che fanno male alle
orecchie degli ortodossi. Dicono: l’iman discende dal Profeta e lo spirito del Profeta è dentro
di lui, per questo è capace di ricevere rivelazione che il Profeta ancora non conosceva. La
rivelazione musulmana continua, non è bloccata con il Corano. Evidentemente queste due
tendenze difficilmente si conciliano, e sappiamo che conflitti nascono tra queste due
tendenze. Dunque queste informano gruppi speciali di qualcosa di più elevato. E il
monachesimo? C’erano perfino delle donne, che facevano qualcosa di somigliante...

Il monachesimo cristiano

Come e dove cercare gli inizi del vero monachesimo?


E’ interessante notare che recentemente padre Crouzel, grande specialista di Origene, dica
che: «il vero padre spirituale dei monaci è Origene. Infatti i primi monaci in gran parte erano
origenisti, sia per mezzo di Evagrio...».

9
Origene

Dunque si deve cominciare con Origene.19


Quando si conosce la vita di Origene certamente non si direbbe che lui era un monaco: girava
tutto il mondo, aveva molte discussioni... Rimane però il fatto che le sue opere e i suoi temi
sono proprio quelli che i monaci sviluppano. Crouzel sviluppa i seguenti punti:
Il modo di vivere. Quando Origene prese la direzione della cosiddetta “scuola catechetica” ad
Alessandria vendette tutti i libri lasciando la Sacra Scrittura. Radunò i suoi discepoli in un
gruppo. Abbiamo un panegirico di San Gregorio Tamauturgo, discepolo di Origene, lasciatoci
in occasione della sua partenza, sul suo professore. Dice che quando doveva abbandonare la
casa di Origene gli sembrava di essere Adamo scacciato dal paradiso 20. Poi descrive come si
viveva. Origene fungeva proprio da maestro dei novizi: ognuno che arrivava introduceva
nella lettura della Sacra Scrittura; lui stesso - Origene - consacrava almeno la terza parte della
notte alla lettura della Sacra Scrittura. Dice che un allievo quando arrivava era introdoto
nella lettura.
Lectio Divina. Questo era l’esercizio principale in quella comunità di Origene. Quindi
abbiamo un elemento tipicamente monastico: la lectio divina, la lettura spirituale.
L’atteggiamento di Origene verso la Sacra Scrittura è molto speciale. Fu veramente un
maestro di esegesi (ciò che su lui e su altri scrisse De Lubac ha influito molto sulla
composizione del decreto del Vaticano II “Dei Verbum” sul senso spirituale). Per Origene la
Sacra Scrittura è molto umile; per lui che conosceva il greco classico, questo greco gli
sembrava barbaro... proprio un linguaggio che non era degno di un intellettuale. Dice: questa
è l’umiliazione del Verbo di Dio. Il Verbo di Dio ha assunto l’umile aspetto dell’uomo ebreo
e quando ci parla la sua parola ha preso aspetto umile di questa lingua poco coltivata. Ma è
ispirata, e che cosa significa ispirata? Oggi quando si parla dell’ispirazione si pensa
soprattutto al fatto che non ci sono sbagli... e poi diciamo: ci sono sbagli, beh, ma questi sono
sbagli umani... si fanno molte distinzioni, in che senso sono sbagli in che senso non sono
sbagli... se è veramente vero che sono caduti così tanti nemici nella battaglia... se veramente il
pesce ha inghiottito Giona o no... 21 Tutto questo è nato nei tempi moderni per un certo
razionalismo... Per Origene “ispirato” significa che c’è lo Spirito Santo dentro e questo ha
una speciale forza. Una speciale forza... Quando leggo Omero lo leggo e non succede niente...
invece quando leggo i salmi il mondo cambia con questa lettura, perchè c’è una forza speciale
e anche se non si capisce!22
Un racconto antico vuole illustare che i salmi non erano una lettura spirituale, ma un
esorcismo. Quando si recita il salmo scappano i diavoli. Nel “Prato spirituale” si racconta che
19
cfr. Crouzel H., “Origene precursor du monachisme” in AAVV “Theologie de la vie monastique” pp. 15-38,
Paris 1961. E’ un libro molto interessante, perché possiamo vedere diversi Padri
20
Commenta p. Spidlik: voi non farete tali panegirici dell’Istituto orientale...
21
Racconta p. Spidlik: voi sapete che un vescovo russo diceva che: «Anche se fosse scritto che Giona ha
inghiottito il pesce lo crederei perchè si deve credere a questo!».
22
Nei “Racconti di un pellegrino russo” c’è un simpatico episodio. Un capitano si lagna perchè ogni tanto gli
viene la voglia di bere. E siccome si è ubriacato diverse volte i suoi superiori gli hanno detto: ancora una volta
e perderai il tuo posto. E lui piangeva e diceva: come faccio se mi viene ancora questa tentazione? Cosa devo
fare perché è così forte che non riesco a superarlo. Il Pellegrino gli regala il Nuovo Testamento in paleoslavo.
Lui però non capiva quella lingua... Il pellegrino disse: non importa, il diavolo capirà! Quel capitano mise
quella Scrittura nella valigia, ma dimenticò. Un giorno gli venne ancora questa terribile tentazione di bere la
vodka. Allora cerca nella sua valigia i soldi per mandare un soldato a comprare una bella bottiglia. Ma
cercando i soldi ha trovato questo testo della Scrittura, e si ricorda che dovrebbe leggerlo. Dunque comincia
con fatica a leggerlo e la tentazione passa. Il diavolo ha capito! Il capitano non ha capito, ma il diavolo ha
capito. E dice: da quel tempo se mi viene la tentazione prendo quel libro e tutto scappa!

10
un monaco cominciò a recitare i salmi nel corso della notte (la notte è il tempo dei demoni).
Ad un tratto sente che ci sono dei soldati fuori. Esce dalla cella e vede moltissimi soldati
(dice: tanti etiopi!, è poco ecumenico, ma a quel tempo gli etiopi significava chissà che
cosa...). Si rivolge ad uno e dice: «Si fa la guerra?». E quello sgarbatamente gli dice: «Sì! Si
fa la guerra... Guarda quanti ci hai mobilitati con il tuo Salterio!».
La lectio divina è un atto liturgico della vita monastica. Non è un semplice insegnamento, è
un atto liturgico. Dice Origene che nella Messa abbiamo il Logos che si incarna, prima sotto
la specie della Parola, e poi sotto le speci del pane e del vino. Ma è sempre lo stesso Logos. E
dice ancora Origene: ci sono alcuni preti scrupolosi; quando cade il pezzettino del pane
consacrato per terra si fanno scrupoli, ma quando durante la lettura cadono intere pagine per
terra non si fanno nessuno scrupolo: dormono tranquillamente.
La lectio divina è tipicamente monastica.23 Questa lettura spirituale è nutrimento dell’anima e
forma un monaco. Questo viene da Origene.
Separazione dal mondo.
Come maestro e come combattente contro le eresie non poteva andare nel deserto. Però
diceva: beh, almeno tra di noi dobbiamo fare una certo gruppo. Era una specie di clausura.
Noi viviamo e non possiamo mescolarci con la gente che ci disturba. E’ l’idea che la gente è
buona, tutti sono buoni, ma disturbano!
Per dedicarsi alla vita spirituale bisogna un po’ staccarsi dalla comunità. Occorre anacoresi
(uscire dalla terra).
Interpretazione allegorica della Sacra Scrittura.
Questa è ripresa da Filone. Lui era convinto che se leggiamo la Sacra Scrittura ci sono tante
cose che non ci toccano per niente: guerre dei Maccabei, re di Israele... Che c’entro io? Ma se
la Scrittura è piena della Spirito Santo allora ci deve essere qualcosa. Si deve trovare
immagine che si rifletta nell’anima umana. Dunque Davide e Golia... io sono Davide e il
demonio è Golia... io con il nome del Signore riesco a vincere ogni male. Per mezzo
dell’allegoria tutti i testi ricevono il significato pratico e spirituale. Questa interpretazione
allegorica ci aiuta a capire la Scrittura come libro per la vita quotidiana. In fondo questo ha
dato la nascita delle meditazioni: la meditazione dovrebbe essere non esercizio cerebrale, ma
applicazione alla vita dell’anima del testo letto.
Insegnamento sulla verginità.
E’ il primo autore cristiano che ha sviluppato molto bene questo aspetto della verginità
cristiana. Già si era trattato in modo frammentario... ma qui abbiamo una spiegazione
dogmatica. Dice: San Paolo compara Cristo e la Chiesa come il marito e la moglie. Che cosa
è primario? Dice: alcuni pensano al marito e alla moglie e poi metaforicamente si riferiscono
a Cristo e alla Chiesa. Origene dice no! La prima verità è spirituale: Cristo ama la Chiesa e il
riflesso di questo amore è la vita familiare. E siccome questa vita familiare è soltanto riflesso
di una realtà spirituale, le vergini sono le anime che riescono a salire dal materiale al
fondamento spirituale. La verginità è la Chiesa che ama il suo sposo Gesù Cristo. Perciò la
verginità è il “senso spirituale” del matrimonio. Il matrimonio è santo, e il suo senso
spirituale è la verginità.
Il combattimento spirituale.
La Sacra Scrittura è colma di narrazioni di guerre. Preso spiritualmente si trasferisce alla
guerra che facciamo. Il cuore umano è la Terra Santa, e i nemici sono i pensieri malvagi che
cercano di impossessarsi del cuore umano. Tutto questo è poi sviluppato nel monachesimo (la
Filocalia vi dedica un libro). Senza il combattimento spirituale non si può raggiungere la pace
cristiana.
23
A Bose il monaco Enzo Bianchi ha messo al primo punto della vita monastica la lectio divina, e si è
scagliato contro di me dicendo: «Voi gesuiti avete messo al primo posto la meditazione!». «Beh! - ho risposto
io - cosa altro è la meditazione se non la lectio divina?».

11
I primi monaci cristiani

Dove appaiono i primi monaci cristiani?


La Chiesa di Gerusalemme.
I grandi fondatori di ordini monastici dicono di non voler fare altro che ritornare alla prima
Chiesa di Gerusalemme. I primi cristiani - si afferma - praticamente vivevano la vita dei
monaci: facevano ascetismo, San Giacomo aveva calli sulle ginocchia come “un cammello”,
c’erano le vergini, si mettevano in comune i beni... Si deve ammettere per lo meno un ruolo
“ispiratore” della Chiesa di Gerusalemme.
Gruppi dei profeti.
Si trovano soprattutto nella Chiesa siriaca.
Erano quelli che insegnavano la religione. In Siria questi profeti erano esenti dal lavoro,
erano nutriti dalla comunità e formavano un certo “gruppo”. La Didaché ne parla quasi
fossero una società.
Gruppi delle vergini.
E’ interessante dal punto di vista sociologico. Quando ci sono molto bambini la prevalenza è
femminile. Molte ragazze rimangono senza la possibilità del marito. Nell’Islam e in certe
religioni primitive fu introdotta la poligamia come opera per ricevere quelle ragazze che
starebbero per strada. Siccome i cristiani non avevano l’istituto poligamico, allora cercavano
di fare qualche “asilo” per le vergini.
Questi “gruppi di vergini” non erano propriamente opere religiose, però era una istituzione
raccogliere le vergini, dove erano nutrite, dove facevano certi lavori per la Chiesa...
Era quindi un’opera “precorritrice”. Ignazio, Policarpo, Clemente Romano, Cipriano...
indirizzano lettere alle vergini...
Ireneo (Adv Her 5, 30, 3).
Finora abbiamo soltanto lontani precursori. La prima notizia su qualche eremita viene data da
Ireneo.
Parla di aver visto un personaggio separato dagli altri. «Camminava nel deserto senza vesti e
a piedi nudi. Si nutriva come gli animali con le erbe. Non aveva bisogno di colloquio con
nessuna persona».24 Era veramente un eremita o era un pazzo? Difficile controllare...
Eusebio.
Ci dà una ulteriore notizia nella “Historia Ecclesiastica” VI, 9, 8-10.
Parla di un certo Narciso, vescovo di Gerusalemme. Fu molto calunniato dalla gente, non
potendo sopportare queste calunnie, abbandonò gli uomini e andò nel deserto a «coltivare la
filosofia cristiana». Dopo molti anni riapparve nella città e fu molto stimato «a causa del suo
eremitismo e a causa della sua filosofia». E’ ancora una cosa momentanea ed episodica.
Nel Concilio niceno ci fu un vescovo che parlò molto fortemente contro il celibato dei
vescovi (si era già sollevata la questione sul celibato dei vescovi...). Gli fecero questa
obiezione: «Sei proprio tu a dire questo, tu che sei stato allevato nell’asketeron?!». C’erano
alcuni asceteri in Egitto...
San Paolo eremita.
In Occidente è considerato il primo eremita. Ci sono molte immagini nell’iconografia
religiosa su di lui. I critici moderni hanno però distrutto la sua figura. Dicono che non sia
figura storica: tutta la vita è ricostruita con parecchie confusioni...

24
Assomiglia a quelli che in seguito saranno detti “boschoi”.

12
Sant’Antonio

Nella tradizione orientale si parla di S. Antonio primo eremita. Anche la sua “Vita” è il primo
manuale monastico che esiste25.

Nasce intorno all’anno 250 a Queman, nell’alto Egitto, da una famiglia assai ricca e cristiana.
I genitori morirono presto. Si dice che andò in Chiesa e lì sentì la lettura: «Se vuoi essere
perfetto devi rinunciare a tutto quanto!». Aveva una sorella e - in quanto era obbligato a
custodirla - la affidò al gruppo delle vergini. Cominciò a vivere con gli asceti ed andò ad
abitare in un sepolcro. Andare in un sepolcro: perchè? La cosa l’ho capita solo viaggiando in
Egitto: gli egizi non fanno mai sepolcri là dove la terra è coltivabile (è peccato sprecare la
terra!)... appena finisce la terra coltivabile comincia il deserto: ci sono rocce... Si fanno
sepolcri con una scavatura e anche con una casupola; siccome là il clima è particolarmente
asciutto possono diventare una buona abitazione. Non è una cosa per niente terribile abitare in
un sepolcro. C’è solo uno svantaggio: i demoni abitano i sepolcri, ma i cristiani non ne
avevano paura. Questa è la prima solitudine di Antonio per condurre la vita spirituale.
Quando raggiunse i 35 anni, cioè a metà della vita, passò dall’altra parte del Nilo, e arrivo a
Pispir, dove trovò un po’ d’acqua. Per mangiare i beduini gli davano qualcosa ogni sei mesi.
Questa è la prima grande solitudine (finché nel sepolcro era ancora vicino ai centri abitati).
Cosa credeva? Quando uno va nella solitudine pensa solitamente di trovare la “santa pace”...
Invece non è così: si trovano i diavoli. Antonio doveva imparare la lotta spirituale contro i
diavoli. Mentre era là vengono i primi discepoli. A questi primi discepoli si dirige l’Omelia
ascetica sulla vocazione religiosa. Poi si dice che ebbe un breve intermezzo con la visita ad
Alessandria: era tempo della persecuzione di Massimiliano e voleva aiutare i cristiani.
Successivamente si mette in cammino e raggiunge un posto non lontano dal Mar Rosso,
Quolzum. Oggi c’è il monastero di Sant’Antonio (non lontano è ubicato anche il monastero di
San Paolo).26 Di nuovo la solitudine venne interrotta perchè sono venuti gli ariani (si dice che
abbia scritto una lettera...). Visse là fino agli ultimi anni. La data della morte è molto
discussa, si parla del 17 gennaio 356. Il monastero copto di Sant’Antonio si chiama oggi Deir
el Arab.

Da dove sappiamo tutte queste cose della sua vita? La fonte fondamentale è la “Vita di S.
Antonio” scritta da Atanasio, vescovo di Alessandria.27 Il testo è abbastanza buono, non esiste
ancora una edizione critica, in quanto esistono tantissime versioni con traduzioni che non
corrispondono sempre. Abbiamo una antica traduzione latina che si basa su qualche testo
greco più anziano di quello che troviamo nel “Migne”. L’edizione critica è ancora di là da
venire.28
Cosa dire di questa “Vita”? E’ scritta certamente da Atanasio. Quando? Alcuni dicono nel
357, quindi subito dopo la morte di Antonio. Voi sapete che durante le persecuzioni i cristiani

25
Per la bibliografia: Bouyer, “Vie de Saint Antoine. Essay sur la spiritualité du monachisme primitif”. Abbay
de Wambrulle 1950. In quest’opera più che la vita analizza le letture spirituali che ci sono. AAVV “Antonius
Magnus eremita” in “Studia Anselmiana” 1956. Infine: Spidlik, “Monachesimo” in Dizionario Enciclopedico
di Spiritualità.
26
Attualmente non è visitabile, in quanto zona militare. C’è dell’acqua con delle palme, quindi un posto ideale
per un eremita. Qui i beduini portano viveri periodicamente. Con l’acqua era possibile fare alcune
coltivazioni....
27
cfr. PG 26
28
Vedi quanto viene riportato da “Studia Anselmiana”.

13
andarono spesso nel deserto; Atanasio venne esiliato per ben cinque volte. 29 Atanasio ha
incontrato Antonio parecchie volte, e, una volta morto, avrebbe fatto scrivere questa “Vita”.
Alcuni spostano la data di composizione nove anni più avanti...
Come è scritta? In forma di panegirico. Alcuni dicono: beh, se è un panegirico allora non ha
valore storico. Rispondiamo: tutti i discorsi sui morti avevano forma di panegirico, questo
non dice niente riguardo all’autenticità. I liberali del secolo scorso sostengono che si tratti di
imitazione della letteratura antica... Come si prova l’autenticità di questi documenti? Si
prendono i nomi di persone e di località, quando un libro è autentico sono giusti. Dunque:
tutte le circostanza storiche sono precisissime. Ciò che si racconta corrisponde alle date e alle
persone: certamente fu scritta da Atanasio! Non si possono assicurare tutte le più piccole
particolarità, ma il racconto, nel suo insieme ha valore storico.
La vita spirituale è di Antonio o di Atanasio? Atanasio era un grande maestro di vita
spirituale... la risposta è simile a quella che si deve dare per le narrazioni su Socrate scritte da
Platone. E’ difficile controllare ciò che proviene dall’uno o dall’altro. Essendo Atanasio un
grande maestro spirituale avrà dato la sua ispirazione a questa “Vita”.
La “Vita Antonii” è il primo manuale monastico e anche primo trattato ascetico-mistico del
cristianesimo (finora avevamo avuto solo cose occasionali). Qui si mostra come si deve
vivere e ciò che non si mostra viene messo sulla bocca di Antonio (evidentemente questi
discorsi sulla bocca di Antonio sono opera di Atanasio...). E’ un insegnamento completo sulla
vita; si capisce perchè i monaci lo tradussero in tutte le lingue e lo utilizzassero come prima
regola della loro vita. E’ la prima fonte del monachesimo cristiano.
Antonio ha scritto qualcos’altro. Abbiamo ancora sette lettere. 30 Nel secolo diciottesimo un
umanista ha trovato venti lettere di Antonio nella lingua araba. Nelle antiche patrologie
abbiamo che Antonio ci ha lasciato 27 lettere... All’inizio del nostro secolo un orientalista ha
pubblicato alcune lettere di Amonio e si è dimostrato che corrispondevano a quelle scoperte
in arabo. Dunque queste venti non sono di Antonio, ma del suo discepolo Amonio...
Gli Orientali - e anche Atanasio - chiamano Antonio “primo eremita” (Atanasio quindi non ha
conoscenze riguardo a Paolo...). Gregorio Nazianzeno chiama la “Vita Antonii” “codice
legislativo della vita monastica scritto secondo la forma di biografia”.

Che tipo di vita spirituale c’è?


Fino al 313 c’era un unico tipo: il martirio. Ora il martirio non c’è più... Antonio voleva
morire come martire ma non è riuscito... dunque bisognava creare un nuovo tipo di santità.
Come chiamarla? Atanasio coniò l’espressione “uomo di Dio”.
Tipo di santità: l’uomo di Dio.
Dopo i martiri e gli apostoli viene questo. Corrisponde molto bene alla teologia di Atanasio.
Atanasio combatteva fortemente per difendere la divinità di Gesù Cristo (cosa che gli costò
cinque esilii). Il suo principio fondamentale è questo: Dio si è fatto uomo affinché l’uomo
diventasse divino.31 Dunque “uomo di Dio” significa “uomo divinizzato”.

29
Un professore di Oxford sostiene che queste oasi perdute erano sempre rifugio della gente che scappava
dalla giustizia: c’erano ladri... e c’era molta fraternità tra di loro... così anche i cristiani quando erano
perseguitati andavano in questi luoghi dove la “polizia” non arrivava.
30
cfr. PG 40, 978-1000. Scritte in latino. Originariamente non si sa in che lingua fossero... L’originale greco -
se c’era - è andato perduto.
31
Nell’iconografia si dipinge così questa verità. Rosso significa divino e blu umano. Allora sulle icone di Gesù
la veste è rossa, ma il mantello è blu: è Dio che si è fatto uomo. La Madonna ha la veste blu e il mantello
rosso. Dio si è fatto uomo perchè l’uomo diventasse divino.

14
Questo titolo divenne poi classico. Si dirà «la vita e i miracoli dell’uomo di Dio...». Quali
sono le sue prerogative? Qui abbiamo l’influsso della teologia e della filosofia alessandrina.
Vediamo.
La vita naturale.
Gli stoici e tutta l’antichità classica avevano come principio della morale il “vivere secondo la
natura”. Quale è la natura umana? Non è la natura greca, la parola “natura” deriva da
“nascere”... l’uomo come è nato, come fu creato. Nel paradiso fu creato con lo Spirito solo,
dunque è la natura divinizzata. Sappiamo che Ireneo dice che l’uomo è composto dal corpo,
dall’anima e dallo Spirito Santo. Questa è la natura umana. Così fu nel paradiso e se il
monaco può vivere così, la sua vita è un ritorno al paradiso. La vita naturale è vita
paradisiaca. Il ritorno al paradiso è conseguenza del tutto naturale. 32 E come si manifesta il
fatto che uno è in paradiso? Soprattutto per una grande pace, perchè nel paradiso vi era una
grande pace. Un effetto: nel paradiso gli animali obbedivano ad Adamo, e questi monaci
avevano leoni che venivano a servire, serpenti che custodivano la porta di un monaco... Gli
animali sono di nuovo addomesticati. Molti miracoli vanno compresi in questa ottica: un
ritorno alla vita paradisiaca.
Tutte queste cose sono state sviluppate nella letteratura monastica. La vita monastica deve
essere la vita naturale: così come siamo stati creati da Dio, ritorno alla prima origine
dell’uomo!
I Greci dicevano che la “natura” si può espriemere con certi principi: la natura dell’acqua è
così e così... Se la vita spirituale è la vita naturale si può esprimere attraverso alcuni principi.
Nascono i principi ascetici. Ancora oggi i libri spirituali sono pieni di principi ascetici: nella
via delle perfezione devi... Dunque è nata l’ascetica. Fino ad ora c’erano consigli, parabole...
ora cominciano ad essere redatti i libri. L’uomo di Dio li applica, tutti i monaci hanno certe
regole. Si dice “ordine religioso” perché c’è un certo ordine che deve essere applicato.
La lotta interiore.
L’abbiamo già vista con Origene: il combattimento.
Antonio scopre che il deserto non è il luogo della tranquillità, ma è tutto pieno di diavoli.
Come appaiono questi diavoli? Come pensieri! Una volta commentavo la “Vita di Antonio”
in un collegio americano. I miei giovani uditori storcevano la bocca davanti alle narrazioni
delle battaglie demoniache. Io ho detto di avere pazienza nella lettura fino al capitolo quinto.
Lì Antonio capisce che questi demoni sono “tutte illusioni”. Non sono realtà... Se fossero
realtà questi demoni lo dilanierebbero... ma sono tutte illusioni e pensieri sbagliati. Questa è
una grande scoperta: l’uomo nella solitudine viene perseguitato dalle illusioni e dai pensieri
che lo turbano. Per chi non è abituato non è facile abitare nella solitudine. 33 Il combattimento
spirituale è l’esperienza abituale della solitudine, e bisogna imparare a vincere. Perciò nelle
Regole monastiche era proibito andare nella solitudine finché non si avesse imparato la lotta
contro i diavoli.
C’è questa lotta, ma al contempo anche un grande ottimismo: l’uomo riesce a purificare il suo
cuore da tutte queste cose. Questo è anche il punto di crisi spirituale di Martin Lutero: quando
vedeva tutte queste cose diceva: beh, non è possibile... Al tempo c’era un grande pessimismo
sull’uomo... Bisogna credere in Dio, che nonostante tutto ci salverà. I monaci sono convinti
che l’uomo, con l’aiuto di Dio riesce a vincere tutte queste perversità. C’è un certo
umanesimo cristiano: non dobbiamo credere che la malizia è più forte dell’uomo. Lo Pseudo

32
E’ per questo che il monastero è chiamato “paradiso”...
33
Una testimonianza. Una volta mi trovavo nell’eremo di Camaldoli e c’era un sacerdote accanto a me.
Sempre correva fuori dalla cella e diceva: «Che pace c’è qui! Che pace!». Io volevo dire: «Se c’è tanta pace
sta un po’ zitto...!» Il giorno seguente stette zitto e il terzo giorno scappò fuori dicendo: «Questo ambiente è da
impazzire!».

15
Macario diceva che «bisogna credere che il diavolo è casomai grande come noi, ma non
dobbiamo credere che il diavolo è più forte».
La purificazione del cuore è il risultato di questa lotta. Si arriva alla “apatheia”. Il termine
non ha buona fama nella spiritualità occidentale: Gerolamo pensava che questa era l’apatheia
stoica che voleva fare dell’uomo un sasso... Nella spiritualità occidentale non si parla di
“apatheia”, ma di “indifferenza” (cfr. S. Ignazio) o di “pace interiore”.
L’esperienza psicologica.
A quel tempo la psicologia stoica era abbastanza primitiva. Ci si domanda però come nasca
un pensiero, come si sviluppa e come si riesce ad allontanare un pensiero. Cioè la
“discrezione” dei pensieri o il “discernimento degli spiriti”. Questo è un dato essenziale del
monachesimo.
Era chiamata la “pratica interiore”. Era molto più importante dell’osservanza esterna delle
regole. L’osservanza esterna delle regole era soltanto un esercizio che si fa all’inizio (alzarsi
ad un’ora, essere presente...); era un esercizio per imparare a fare ordine interiore. Il
monachesimo non può soffermarsi al solo aspetto esteriore di osservanza!
Purificazione del mondo.
Quando un monaco giunge alla purificazione qual è l’effeto di questo? La purificazione del
mondo.
Questo è un elemento di grande originalità del monachesimo. Per la filosofia stoica e per le
antiche religioni questo non poteva sussistere: il mondo era il mondo, non poteva dipendere
da me, l’uomo semmai doveva vivere secondo le regole del mondo... 34 I cristiani ora si
comportano al contrario: l’uomo è colui che dirige il mondo. 35 L’uomo dà il ritmo al mondo.
I monaci possono purificare il mondo, i leoni vengono a servire gli eremiti. E’ un ritorno allo
stato paradisiaco.
Questo viene espresso nella “Vita di Antonio” con un tema particolare: i “demoni dell’aria”. I
monaci li scacciano con le preghiere, specie con la salmodia. Tutta la malizia viene purificata
dal monaco, per questo motivo può andare ad abitare nei sepolcri (luogo nel quale
tradizionalmente si riteneva abitassero i demoni).36
La preghiera continua.
E’ la conseguenza della purificazione della mente. La mente purificata prega naturalmente!
Non si dà alcuno sforzo in questa attività.
La fuga del mondo.
Fare tutto questo nel mondo è difficile. Si deve allora fuggire dal mondo.
Nella “Vita di Antonio sono descritte quattro fughe successive.
- Prima fuga. E’ descritta nei capp. 2-7. Antonio fugge le donne, fugge dalla tentazione
carnale. Va ad abitare presso gli asceti. Antonio ricerca l’apatheia carnale. Alla fine si dice
che poteva trattare indistintamente con uomini o donne.

34
In questa ottica comprendiamo anche perché nel mondo antico avesse avuto un così grande sviluppo
l’astrologia.
35
Negli scritti dei Padri troviamo diverse attestazioni di questo convincimento. Gregorio di Nissa in una sua
opera intavola una discussione con un “fatalista”. Questi asseriva che il mondo delle stelle è più perfetto
dell’uomo, perciò doveva essere anche la causa dell’uomo. Il Nisseno risponde che in Cristo l’uomo si scopre
immagine di Dio e perciò si scopre anche più perfetto delle stelle.
Significativa è anche l’interpretazione del passo evangelico dei Re Magi: Gesù non nasce sotto una stella, ma è
una stella che va da Gesù, sopra la capanna di Betlemme. Da Cristo in poi sono le stelle che ubbidiscono agli
uomini.
36
Come interpretare a livello dogmatico la realtà del “demonio”? Padre Spidlik dà questa interpretazione: non
può essere semplicemente interpretato come una “forza”. Il male inoltre c’è solo se c’è una libertà. La libertà
esige la personalità.

16
- Seconda fuga. E’ descritta nei capp. 8-10. Qui Antonio è nel deserto. Qui non trova la pace,
ma i demoni. E’ spaventato dalle fantasie. Qui impara il controllo dei pensieri che lo conduce
alla preghiera continua. E’ la “theoria” (contemplazione).
- Terza fuga. E’ descritta nei capp. 11-48. Antonio si reca nel deserto più profondo. E’ qui
per combattere, deve purificarsi. Qui diviene “padre spirituale”, solo chi è capace di
combattere i demoni diviene Padre Spirituale.
- Quarta fuga. E’ descritta nei capp. 49-88. Antonio combatte il demonio della vanagloria e
della superbia. E’ il diavolo più scaltro. Si racconta che ad Antonio viene rivelato il giorno
nel quale morirà: questa rivelazione vuol significare “salvezza”, Antonio può guardare anche
la sua morte. Antonio raggiunge l’ideale monastico: il ritorno alla bellezza dell’immagine di
Dio.

Pacomio

E’ contemporaneo di Antonio.37
Nasce nel 292 e muore nel 347.
A differenza di Antonio nasce in alto Egitto da famiglia pagana. Conosce il cristianesimo dai
soldati cristiani, che si aiutano a vicenda. Colpito dal loro esempio si converte al
cristianesimo. Si reca dall’eremita Palamone. Diviene presto critico nei suoi confronti: i
soldati che avevano segnato la sua conversione davano un grande esempio di vita comune.
Sente che non si devono fuggire gli uomini per seguire il Signore con radicalità. Decide così
di fondare un “villaggio cristiano”. Con alcuni discepoli occupa il villaggio di Tabenesi, dove
presto si raduneranno migliaia di monaci. Morirà durante un’epidemia.
Quali documenti abbiamo per ricostruire la sua vita? Un discepolo - Teodoro - ci ha lasciato
una “Vita”, non sappiamo se scritta originariamente in greco o in copto. Abbiamo poi la
“Regola” e diversi altri scritti. 38 Quale autenticità hanno questi scritti? Ci sono molte
discussioni in merito. L’ultima redazione è avvenuta dopo la morte di Pacomio,
probabilmente per opera di Teodoro. Ci sono state conservate anche undici lettere (di dottrina
non particolarmente elevata). Nelle lettere 9 e 11 si trovano inserti di “criptoscritture”.
Abbiamo ancora una catechesi: “Monita Sancti Pacomi”; in essa Pacomio compare come un
avversario di Origene. Difficile dire se fosse veramente tale, di certo solo recentemente ci si è
resi conto di quanto grande fosse stata la penetrazione dello gnosticismo in Egitto.

Quale è l’ideale di Pacomio?


E’ la “koinos bios” (la “vita comune”, il cenobitismo).
Cosa significa? Può avere diversi significati. Quattro i principali.
Vita in comune.
Non si vive nel deserto, ma in un villaggio. Il “monasterion” era un villaggio recintato da un
muro (in quanto non tutti dovevano entrare in esso). Aveva una sola porta. Dopo il superiore,
la seconda figura per importanza era l’usciere.
Questo usciere era una specie di “maestro dei novizi”. Controllava chi entrava, affinché fosse
preparato al genere di vita del “monasterion”.
C’erano alcuni edifici comuni: chiesa, refettorio, cucina. Poi vi erano diverse case; ogni casa
aveva un superiore (oikiakos, signore della casa).

37
Per la bibliografia puoi consultare: Gribomont, voce “Pacomio” in “Dizionario degli Istituti di Perfezione”.
38
cfr. (a cura di F. Moscatelli) “Vita copta di San Pacomio” Padova 1981. Le “Regole e scritti” sono stati
editati dalla Comunità di Bose nel 1988.

17
Era una grande famiglia, con un nome comune. Chi entrava in questa famiglia cambiava il
nome. Vengono identificati anche sociologicamente: si comincia a chiamarli “pacomiani”.
Nella comune famiglia c’era la comune mensa (il refettorio). Il refettorio comincia ad
acquisire grande importanza nella vita monastica. Tutti ricevono lo stesso cibo. Nel cappuccio
veniva messo ciò che occorreva per il pasto serale. Probabilmente mangiavano a sufficienza,
dato che avevano anche la possibilità di riservare qualcosa per i poveri. 39 Chi voleva condurre
“grande ascesi” rimaneva in cella, e lì veniva portato da altri monaci un po’ di pane e un po’
di sale.
Il mangiare era quasi un atto liturgico. Vi erano numerose istruzioni sul mangiare. Nel
refettorio si occupava un posto fisso a seconda dell’ “ordo vocationis” (a seconda
dell’antichità della vocazione). Erano proibiti la carne e il vino.
La liturgia era comune. Gli eremiti vi partecipavano alla fine della settimana. I cenobiti si
riunivano per la preghiera comune. Dai documenti lasciatici da Cassiano si suppone ci fossero
due momenti di preghiera durante la giornata. Non sappiamo se questa preghiera fosse anche
notturna.
Da alcune notizie pare che fosse già in uso la celebrazione eucaristica quotidiana. 40
Il lavoro era comune. Per lo più era costituito dalla pratica agricola. Durante il lavoro un
fratello salmodiava.
La vita comune “uniforme”.
Tutti indossavano lo stesso vestito. Ogni monaco aveva due tonache, un mantello, un
cappuccio, una pelliccia di capra, sandali, bastone e cingulum.
Esiste già un vestito monastico.
L’uniformità era anche nel cibo.
Unica Regola.
La Regola è anche istruzione ascetica. Ogni eremita ha il suo modo di vivere. Tutti devono
essere perfettamente pacomiani.
La Regola venne minuziosamente preparata.
Anche il superiore era sottomesso alla Regola. Non erano ammesse dispense. Unico vero
superiore del monastero era la Regola; in questo risiede il carattere particolare
dell’obbedienza pacomiana. Quando il superiore non osservava la Regola, i monaci erano
dispensati dall’ubbidire a lui (questo fu causa di vari conflitti).
Noi moderni ci domandiamo fino a che punto questi fondatori furono “padri” o “ideologi”. Di
certo è forte il pericolo di cadere nell’ideologia.
Fu soprattutto San Basilio a domandarsi fino a che punto era possibile imporre a tutti la stessa
Regola.
Vita ordinaria semplice.
Per molti il monachesimo rappresentava la possibilità di una condizione di vita più elevata del
normale. Il monachesimo era fatto per tutti gli uomini, l’eremitismo solo per qualcuno.
L’ascesi non era di tipo personale, ma strettamente comunitaria. Questo sarà un problema
ricorrente nella storia del monachesimo.
Ci fu antagonismo tra Pacomio e Antonio? No, diversi documenti attestano una stima
reciproca.

39

Il cenobio pacomiano era fortemente equalitario: tutti ricevevano la stessa quantità di cibo,
indipendentemente dal fabbisogno personale. Anche i vestiti erano perfettamente identici: possiamo figurarci
questi monaci che vivevano con addosso dei vestiti completamente fuori taglia...
Sarà San Basilio ad affermare che bisogna mangiare secondo le proprie necessità...
40
L’uso della comunione eucaristica quotidiana non è allora solo della tradizione latina, sarebbe attestata
anche in Egitto.

18
I pacomiani conobbero comunque un successo enorme. Tra di loro diversi esponenti
divennero famosi: Petronio, Orsiesi (al quale si deve il “Trattato sull’Istituzione dei monaci”),
Teodoro (che viene considerato il discepolo “forte e organizzatore” di Pacomio), Schenubi
(abate del “Monastero Bianco”).
Quanti furono? Le statistiche sono difficili. Qualcuno afferma che nel V secolo raggiunsero
addirittura le cinquecentomila unità (numero spiegabile per il fatto che normalmente il tenore
di vita dei monasteri era superiore a quello medio della società).

19
Gli Apophtegmata Patrum

Quali documenti abbiamo sugli eremiti? Non abbiamo Regole, ma solo le loro risposte, i loro
consigli. Sono appunto gli “Apophtegmata Patrum”, le “parole degli anziani”. 41 Sono “parole
e opere” dei Padri del Deserto. Sono parole o azioni simboliche. Sono stati raccolto nel IV-V
secolo.
Abbiamo diversi autori: Antonio, Arsenio, i due Macari, Giovanni il Nano... Secondo padre
Hausherr è “il più grande libro di vita spirituale”. La raccolta non è ordinata, ma tutti i temi
della vita spirituale si trovano lì affrontati. Soprattutto rappresentano una testimonianza -
diversamente dalla “Regola” - di vita vissuta. Solo ciò che viene provato viene consigliato.
Sono circa 1600 pezzi, con moltissimi protagonisti, specialmente laici. Non è unificato. Ha
conosciuto una grande diffusione in tutti gli ambienti monastici, venendo imitato in diversi
paesi (un esempio significativo è dato dal “Paterikon”). Cassiano scrive usando
sistematicamente questi materiali. E’ un “materiale grezzo per successive costruzioni”.
Il problema letterario.
Fu conservato in tantissime forme diverse, questo rende praticamente impossibile il lavoro
per farne una edizione critica.
Quale fu la lingua originale di questa raccolta? E’ discusso. I monaci erano soprattutto greci e
copti... forse ci fu un antagonismo tra questi due gruppi.
Nacquero forse in un ambiente di semianacoretismo. Qui nascono i padri spirituali. Il termine
“vecchio” è attribuito sulla base della maturità spirituale.
Non vi era una Regola, ma una pedagogia di direzione spirituale. E’ viva la coscienza che
ciascuno è irripetibile, solo il “padre spirituale” può istruirmi sul che cosa devo fare... 42
La raccolta viene fatta molto lentamente. Non ci sono grandi personaggi. Nasce nel contesto
della paternità spirituale. Alcune di queste parole divengono famose. 43 Chi va dal padre dice:
«Abba, dimmi una parola!». E lui risponde: «Tu devi fare questo...».
Padre Guy distingue cinque stadi di evoluzione degli apoftegmi:
. la parola personale detta ad una persona del tutto concreta.
Io vado dal padre rettore e dico: «Padre, dimmi una parola». E lui dice: «Non insegnare più,
sei troppo vecchio». «Va bene, grazie». Dunque questa parola detta personalmente, ma alcune
di queste parole avevano attrazione: «Se lui può avere le vacanze anch’io voglio questa stessa
parola». Dunque il secondo stadio è:
. la parola ripetuta. «Avete sentito che Abbà Macario ha detto questo e questo?». «Sì, una
bella cosa». Nasce così una tradizione orale, cioè quando c’è questa difficoltà, il padre
Macario ha dato questa risposta, ma poi si scrive. Quelli che sapevano scrivere hanno scritto
questa risposta.
. la parola scritta.
Al nostro istituto c’era un padre molto originale che ogni tanto faceva qualche cosa e una
volta la polizia ha detto al rettore, in quel tempo era un rettore inglese: «Dite a quel padre di
41
Cfr. T. Cavvalera “Apoghtemes” in DS I, 765-770. A. Solignae “Verba Seniori” in DS XVI, 383-392. J.C.
Guy “Les Apophtegmata Patrum” in “Theologie de la Vie monastique” pp. 73-83.
42
Nella tradizione successiva si è forse persa la percezione di questa profonda verità. Poco alla volta
spariscono i “padri spirituali” per far posto ai “confessori”, i quali si preoccupano principalmente di applicare
una regola al singolo caso.
43
Ne facciamo un esempio. Alcune volte sono anche molto scherzosi: «Un anziano va con un monaco giovane
ad Alessandria per vendere dei cestini che avevano fabbricato per guadagnarsi da vivere. Incontrano una bella
ragazza. Il vecchio dice: “Una bella ragazza, peccato abbia gli occhi storti!” Il giovane risponde: “Scusi abbas
se la contraddico, ma non ha occhi storti, ha occhi belli!”. “No! Ha occhi storti” rispose l’anziano. “Scusi
abbas... ho guardato: ha occhi belli!” replicò il giovane. Disse il vecchio: “Ah! Hai guardato: quindi torniamo
nel deserto!”».

20
non farlo più, potrebbe avere difficoltà con la polizia». Ed egli disse: «Preferisco avere
difficoltà con tutta la polizia che avere quel padre a casa».
Dunque è una parola personale, ripetuta. Dunque viene scritta. Probabilmente Evagrio e
Cassiano, quando raccontavano sull’insegnamento dei Padri del Deserto, dovevano già avere
in mano qualcosa di scritto.
. la sistematizzazione. Non era soltanto scritto così e così, ma si cercava di fare qualche
gruppo, qualche sistematizzazione: raccolta in gruppi. Quali? Beh, per esempio sull’unità i
Padri dicevano: «Macario ha detto questo, poi ha detto questo, poi ha detto questo». Su queste
cose qua dicevano qualche cosa e sembra che questo sia già uno stato per gli apoftegmi, quelli
classici.
. il libro scritto. Però più tardi, quando cominciavano a fare i manoscritti, hanno aggiunto
ancora qualcosa della letteratura monastica: prologhi ecc.

E’ un progresso del tutto naturale, ma, in un certo senso, si potrebbe dire anche un po’
guastato, perché all’inizio era tutta una cosa personale e viva, alla fine diventa un libro. E non
è: «Cassiano dice questo e questo», ma: «I Padri dicevano...». Nasce la tradizione dei Padri
del Deserto che diventa sacrosanta. Cassiano dice: «Tutto il male proviene dal voler fare
secondo la nostra testa e non voler osservare le tradizioni dei Padri». Nasce un grande
tradizionalismo, così tipico per gli ambienti monastici, specie.
Ora, questo quando è stato scritto. Noi cosa abbiamo oggi? Ci sono tante evoluzioni, poi
diverse traduzioni, poi delle diverse lingue, diversi monasteri, dunque ci sono tanti
raggruppamenti, ma più o meno ci sono due forme principali:
. alfabetico-anonima;
. sistematica.

Che cosa significa alfabetico-anonima? In pratica questi gruppi vengono citati alfabeticon,
abbreviazione ALF (quando vedete un libro ALF significa alfabetico), cioè hanno preso
questi Padri semplicemente secondo ordine alfabetico: Antonio disse, Antonio disse, Antonio
disse... sono 25 sentenze di Antonio. Poi vengono gli altri secondo ordine alfabetico:
comincia con A e finisce con abate Or; dunque non è completo! Perché non si finisce con
zeta? Ah! E’ alfabeto greco! Alfa e Omega. Dunque non è secondo l’alfabeto latino, ma
secondo l’alfabeto greco, e l’ultimo padre si chiama Or, con Omega. Alcuni vengono raccolti
anonimamente, dunque è semplicemente l’anziano (senex, ghéron) che ha detto. Dunque,
quella è la seconda parte; la prima parte alfabetica e la seconda parte è semplicemente: «Un
anziano ha detto».
Questo primo alfabeticon si trova oggi nella PG 65. La seconda parte non è entrata nel
“Migne”, dunque bisogna cercarla. 44 Nelle traduzioni moderne ci sono ambo le parti, per
esempio quello che hanno fatto i focolarini ecc. Sono ambedue le parti insieme.
Spesso si cita ALT e tutti domandano: che cos’è questo ALT? Per esempio ALT 5 che cosa
significa? Alfabetico Antonio n. 5, o Macario ecc.

L’edizione sistematica è secondo le diverse virtù.


Per esempio questo ha 22 capitoli e cosa strana, non abbiamo il testo greco, abbiamo solo il
testo latino che si trova nella PL, edizione del 73, 851-1022. Sono 22 capitoli, però Bousset
ha fatto uno studio e ne considera autentici solo 19, questi ultimi 3 sarebbero aggiunti. E’
stato perduto l’originale greco. Dunque Fozio conosce ancora il testo greco, parla di un
“megaléion áreon”, di qualche cosa, e ha fatto analisi nella lettera “Byblos patron aghion”,
libro dei santi Padri. Dunque si trova in Fozio un riassunto in greco (PG 103, 663-666).

44
“Migne”, ed. Naw, Rev. Orient, 1907-16.

21
Quale di queste redazioni è primaria? Di nuovo si discute. E’ molto difficile fare una edizione
critica perché ogni monastero aveva il suo manoscritto e nelle lingue diverse aggiungevano,
toglievano ecc. Si chiama anche “Paterikon”, cioè libro dei Padri o “Gherontikon”, libro degli
anziani, “Verba Seniorum”. Ci sono diverse traduzioni in lingue moderne.

Ora cosa diciamo della spiritualità degli Apoftegmi?


E’ un libro spirituale molto concreto, pieno di saggezza.
Caratteristiche:
1. Spiritualità pratica. I monaci semplici odiavano le discussioni teologiche. Questa era una
tradizione molto forte in Oriente: quando un certo metropolita di Costantinopoli voleva fare
una scuola teologica sul monte Athos, i monaci la bruciavano. Perché? Perché dicevano: «Lo
studio riflessivo della teologia tormenta la testa, crea le eresie, nascono le discussioni contro
la carità, ecc.». Infatti l’Egitto era tutto turbato da queste discussioni origeniste. Dunque
niente speculazioni, semplicemente la cosa pratica. In greco dicevano: non “didaskalia”, ma
“opheleia”, cioè non insegnamento, ma utilità. “Opheleia” opposto a “didaskalia”.
C’è un detto di uno di questi anziani: «Parlare di fede e leggere le esposizioni dottrinali
spengono la penitenza, invece le vite e le parole dei vecchi illuminano l’anima». Dunque
andate via da questa scuola, perché questo spegne la penitenza! Anche della Sacra Scrittura
non dovevano imparare più di quanto riuscivano a praticare; allora uno che non sapeva
leggere andava a scuola da un anziano per imparare a memoria qualche versetto della Sacra
Scrittura. Ha imparato: «Beati quelli che non hanno mancato, che non hanno peccato con la
lingua». «Bene, hai capito?». Poi la seconda domenica non andò, la terza neanche e allora
dice: «Come mai hai marinato la scuola?», rispose: «Come posso? Non sono ancora riuscito a
mettere bene in pratica quella prima frase, perché dovrei imparare la seconda?».
Questa è proprio la direzione, la paternitas spirituale.
2. Conoscenza per la preghiera. La vera conoscenza di Dio si insegna nella preghiera.
Sembra una cosa quasi banale, ma questo dovrebbe essere la base della teologia moderna. Se
diciamo che Dio è la prima causa, si possono fare tanti argomenti e Bulgakov dice: «Questi
non vengono da Dio». Il Sant’Uffizio aveva difficoltà quando Bulgakov diceva che è
impossibile con gli argomenti della ragione provare l’esistenza di Dio e che quello che dice
Aristotele è falso. Salviamo Bulgakov o lo condanniamo come eretico? Il Concilio Vaticano
II ha definito che con argomenti di ragione si può provare l’esistenza di Dio. Ora, tutti i
manuali di russi ortodossi dicono che l’esistenza di Dio non si può provare con argomenti di
ragione. Li condanniamo come eretici? Offro 10.000 lire!
No, la risposta è molto semplice! Che cosa chiamate Dio? Se Dio si chiama la Prima Causa,
questo si può provare con gli argomenti della ragione e lo dice Aristotele e lo dice S.
Tommaso; che Dio è Padre, questo non si può provare con gli argomenti di ragione. Dipende
che cosa chiamiamo Dio. E che Dio è Padre si può provare come persona soltanto nel
dialogo. Questo lo dice Florensky molto spesso: «La persona si conosce soltanto nel dialogo».
E cita Evagrio: «Se preghi diventerai un teologo», altrimenti si parla di un Dio aristotelico.
Perciò insegnavano sempre come pregare Dio.
3. Ideale della vita solitaria. Non disprezzavano la vita comune, questo no; ma consideravano
la vita solitaria, la vita eremitica, come una vita più perfetta della vita comunitaria. Questo è
tradizionale in Oriente: la vita comunitaria può servire come preparazione, ma chi vuol essere
perfetto vada in solitudine.
4. Priorità della direzione spirituale. Bisognava andare da un padre che si chiamava “abbas”
o da un vecchio, “ghéron”. A che età si comincia ad essere vecchi? Nella vita spirituale
l’anzianità non si misura secondo gli anni, ma secondo l’esperienza spirituale, cioè quando
uno poteva dare consigli ad un altro, allora diventava anziano; perciò alcuni erano abbastanza
giovani, in questo caso uno di essi si chiamava vecchio-giovane, perché poteva essere capace
di dare un consiglio. I padri benedettini dicono: «La Regola benedettina comincia: “Ascoltate

22
figli i precetti del padre”». E dicono: «Adesso si cambia: “Ascolta padre i consigli dei figli”»,
perché tutti danno consigli! Però la regola era che non si poteva mai consigliare se non ciò
che si è provato su di sé, non ciò che si dice o si pensa, ma ciò che si è provato su di sé e si è
trovato utile, allora si può darlo agli altri.
E l’anziano interpellato dà un “loghion”, una parola.
5. Il “loghion”. Si suppone che la vita spirituale sia irripetibile. Ognuno deve avere, in un
certo senso, la sua regola. Questo è molto diverso dalle Regole medioevali, dove tutti devono
essere così e così (benedettini, francescani...). Invece non ci può essere una regola per tutti,
ognuno deve averne una. La mentalità occidentale, come voi sapete, con il suo ordine, è
prevalsa e come risultato sono scomparsi i padri spirituali; abbiamo il confessore che dice:
«Secondo la Regola tu devi fare questo e questo», ma abbiamo perduto il padre spirituale.
Questo è veramente un guaio; ecco perché ora si cominciano ad apprezzare questi vecchi
documenti, perché la vita spirituale è veramente irripetibile, dipende dalla vocazione di Dio e
dal colloquio con Dio e non si può mettere una regola.
Una volta stavamo facendo gli esercizi ignaziani e uno disse: «Ignazio ha raccomandato di
fare l’elezione, dunque io devo fare il progetto stabilito per l’anno prossimo perché questo è
ignaziano». Io ho detto: «Dubito moltissimo, perché le elezioni si fanno una volta per sempre
e questo è fondamentale». Ma perché facciamo ogni giorno la meditazione? Per trovare cosa
devo fare oggi? Noi facciamo progetti fino a 75 anni, poi il progetto per la pensione. No!
Occorre questa consapevolezza che la vita spirituale è personale, che la priorità della
direzione spirituale va sopra le leggi generiche.
Quando si parla dei divorziati, parliamoci chiaro, non si può continuare così. La Chiesa deve
cedere, perché i tre quarti dei cattolici non vengano scomunicati. La Chiesa deve cedere. Chi
ha dato alla Chiesa il diritto di cedere nelle cose morali? Allora, non c’è salvezza per questi
che non sono nelle regole? Solo un padre spirituale capace può prendersi per essi alcune
responsabilità e questa responsabilità propria manca del tutto. Tutti vorrebbero una regola
per stare a posto: «Sai...è stabilito così...!», ma nella vita concreta le cose non si risolvono.
Questo non significa disprezzo delle regole, ma, al contrario, che la vita è nelle regole, però è
al di là di esse.
Ho sentito una volta una conferenza di un benedettino che diceva: «Nella Regola benedettina
si vede una evoluzione. All’inizio del Medioevo uno che si chiamava Benedetto ha messo giù
poche parole, tutto in una forma giuridica. Ha aiutato la Regola monastica? Dal punto di vista
giuridico l’ha aiutata, ma dal punto di vista spirituale può darsi che abbia fatto qualche
danno».

Bene, dunque abbiamo parlato di questi apoftegmi.


Questa letteratura, tipo apoftegmatico, è riservata all’Egitto, ma ha avuto altre imitazioni.
Nasce anche in altre regioni, anche in altri monasteri una cosa simile. L’opera più importante
è il “Prato spirituale” di Giovanni Moschos (potete leggere in “Dictionnaire de spiritualité” 8
un articolo con la biografia, poi anche negli “Istituti di perfezione” di Gribomont; là sono
indicate altre cose).
Chi era? In greco lo chiamano “eucratas”, in latino “enviratus”. “Eucratas” significa quello
che vive in continenza, cioè un monaco, un asceta (Giovanni Moschos: asceta). Nacque a
Damasco nella metà del secolo VI. Come nascita si indicano gli anni 540/50, più o meno. Si
fece monaco in Palestina (tutti andavano spesso in pellegrinaggio in Terra Santa; per dormire
li ospitavano i monasteri e qualche giovane diceva: «Mi piace qui»; e rimaneva. Perciò
c’erano molte vocazioni in Palestina a quel tempo). Giovanni Moschos si fece monaco al S.
Teodosio, ma poi andò con un suo amico nel deserto di Giuda perché voleva proprio
conoscere dei monaci. Egli si domandava: «Che cos’è l’autentica vita monastica?». E andò in
Egitto, nella Tebaide, per vedere questi famosi anziani. Poi andò sul monte Sinai; poi molti
monasteri erano a Gerusalemme, poi tutta la Terra Santa. Ma nell’anno 614 i Persi

23
occuparono Gerusalemme. I Persi tolsero anche le reliquie della S. Croce; sarà poi Eraclio a
fare una crociata contro i Persi per portare le reliquie della S. Croce al loro posto. Cosa strana
è che i Persi risparmiarono la Basilica della Natività di Gesù a Betlemme. Sapete perché?
Perché sopra c’era l’affresco dei tre Magi che vanno a Betlemme ed erano in costumi di
Persia. Dissero: «Questa è la nostra Chiesa!», e la risparmiarono. I Persi distruggevano i
monasteri e Giovanni era fuggito con un suo amico a Roma. A Roma finì questa sua opera
che si chiama “Prato spirituale”. Per quarant’anni aveva raccolto materiale. Morì a Roma
negli anni che vanno dal 619 fino al 634. Il suo corpo fu riportato a S. Teodosio dove era
entrato per la prima volta. Ha scritto la vita di S. Giovanni Elemosinario, ma non è stata
conservata; l’opera principale è quella che si chiama “Prato spirituale”. 45
Giovanni Moschos si domandava: «Qual è l’essenza della vita monastica?».
Questa è la sua spiritualità.
Il tema principale è: essenza del monachesimo.
1. Proviene dalla vocazione di Dio. Non è l’uomo che sceglie la vita monastica, deve essere
chiamato da Dio e Dio quando chiama è del tutto libero, non ci sono condizioni psicologiche,
sociologiche. La vocazione è del tutto libera e Dio chiama da ogni parte.
2. Come si prova che la vocazione è vera e che non è una illusione? Egli ha un solo
argomento: se perdura in mezzo a tante difficoltà nel monastero. Dunque quando si entra in
monastero non si trova la santa pace, ma si trovano molte tentazioni coi superiori, coi
confratelli, con la preghiera, ecc. Un uomo normale scapperebbe... «Ma che sono venuto qua
per trovare guai?!».
La questione è la forza di sopportare le difficoltà. Le difficoltà sono cibo, ma la forza c’è.
3. Si sviluppa in mezzo a tutto questo la carità fraterna. In Egitto questa non era sviluppata,
ognuno s’organizzava per sé. Invece in Palestina c’era molta carità fraterna, perché venivano
tanti pellegrini. Questa carità fraterna ci fa sopportare le fatiche della vita monastica. E’ una
cosa molto importante: se sparisce la carità fraterna, allora è inutile continuare la vita
monastica, perché è troppo difficile.

Dunque, questi sono tre pensieri abbastanza interessanti, perché egli non voleva spiegare in
che cosa consiste la vita monastica, ma come si verifica la sua autenticità.
Dunque, questo “Prato spirituale” è un tipo di paterikon di Terra Santa, di Palestina;
evidentemente anche altri cercarono di fare una cosa simile e uno dei più famosi paterikon è a
Kiev, nel regno di Kiev, in Ucraina: “Paterikon di Pecersk”.
Uno dei monaci era diventato vescovo e un altro monaco lo invidiava per questo e gli diceva:
«Ma tu hai fatto carriera ed io devo stare nella cella ad annoiarmi, perché...pregare tutta la
giornata!». Quel vescovo gli scrisse una lettera, dicendo: «Senti, essere vescovo non è per
niente piacevole. Sta’ contento nella tua cella e se non hai niente da fare raccogli gli esempi e
i detti dei Padri di questo tuo grande monastero». La raccolta fu poi accresciuta e divenne il
“Paterikon di Pecersk”, diventato famosissimo.
Nelle traduzioni slave si parla sempre di “Paterikon di Roma” (Rimsky Paterik): sono i
Dialoghi di Gregorio Magno che egli ha scritto su questi primi monaci a Subiaco. E’ stile
45
Abbiamo l’edizione critica che si trova in PG 87c. Voi sapete che nella PG c’è sempre in una pagina il testo
greco e nell’altra la versione latina. In questo caso la versione latina non corrisponde al testo greco; ciò
significa che è stata fatta secondo un altro manoscritto. Ma il senso non è cambiato, sono cambiate solo le
parole. In Sources Chrétiennes esiste solo in francese, non in greco (SC 12).
SC sono nati in tempo di guerra, quando padre Daniel e altri dicevano: Bisogna dare qualche lettura spirituale
dei Padri ai sacerdoti. E cominciarono a tradurre i Padri in francese. Dunque tutto è cominciato come lettura
spirituale per i preti durante la guerra, non c’era l’idea di fare una cosa scientifica. Solo dopo la guerra, per la
presenza in Francia di professori famosissimi, bravi ed esperti in lingua greca e latina, è venuta l’idea di
affidare a questi professori laici la stesura delle edizioni patristiche. Essi erano molto contenti, perché avevano
trovato qualcosa da fare; inoltre per le edizioni scientifiche era previsto un sussidio statale. In esse si parla dei
Padri del Deserto di Palestina.

24
paterikon, sono dialoghi; fu tradotto in greco e in slavo e i greci lo chiamavano “Gregorio
Dialogos”. Questo è il “Paterikon di Roma” che si leggeva nel Medioevo. La lettera di S.
Ignazio sull’obbedienza è piena di questi racconti del paterikon.

Se oggi volete andare in Egitto per vedere, trovate tre monasteri di Macario, poi il monastero
dei Siriani; se si va dal Cairo attraverso il deserto, ci sono i monasteri S. Bartolomeo e S.
Paolo. Ora so che non è più tanto difficile fare un viaggio in Egitto, perché organizzano anche
dei bus per mostrare questi monasteri.
Prima di passare a S. Basilio affrontiamo una questione teologica.
La vita solitaria è basata sul termine la “fuga del mondo”, diventato proprio il tema
monastico di questa spiritualità egiziana. Come si deve intendere la “fuga del mondo”?
Arsenio, che era impiegato alla corte imperiale, domandò al cielo come salvarsi e sente la
famosa risposta per tre volte: «Arsenio fúge (scappa), Arsenio tace (taci, sta’ zitto), Arsenio
quiésce (sta’ in pace)».
Dunque la fuga dal mondo. Questo è il problema teologico. Voi sapete che al Concilio
Vaticano II le più lunghe discussioni erano sul problema del mondo nella vita cristiana,
sembra che ci siano stati 94 interventi dei vescovi; ognuno doveva dire qualcosa: che
dobbiamo amare il mondo, che siamo per la salvezza del mondo; ma altri dicevano: «Questa
non è la tradizione cristiana, la tradizione cristiana è basata sulla fuga del mondo», e alla fine
hanno fatto la Gaudium et Spes, ma il problema teologico non è stato affrontato.
E’ un problema fondamentale delle religioni: si deve scappare dal mondo o si deve vivere nel
mondo? Quelli che dicono che si deve vivere nel mondo, affermano anche che i monaci sono
tutti sbagliati; questo non è cristiano. Dunque cerchiamo di affrontare il problema
teologicamente, benché questi Padri del Deserto lo sconsiglino.
1. Questione storica. Vediamo prima dal punto di vista profano. C’è una esperienza
psicologica molto strana: l’uomo cerca di impossessarsi del mondo. Tutti vogliono avere,
possedere; e alla fine l’uomo scopre che il mondo si è impossessato di lui. L’unica cosa che la
saggezza antica consigliava era la “meden adan”, approfittare del mondo, ma non troppo;
andare nella biblioteca orientale, ma non troppo, altrimenti poi diventi troppo saggio e ti
annoierai. Dunque la saggezza antica: moderazione. Se chiedo al mio padre spirituale: «Posso
andare regolarmente in discoteca?», egli dirà: «Beh, per il reumatismo ti farà bene, ma non
troppo». Dunque questa saggezza: tutto ma non troppo. Ma questa non è una soluzione.
I filosofi antichi si dividono in due parti:
- Il dualismo platonico diceva: tutto il bene si trova al di fuori del mondo, in questo mondo
c’è soltanto ombre delle realtà! Meglio scappare il mondo il più possibile e al più presto. Vera
filosofia è lo studio della morte. Essi dicevano: «Dobbiamo considerarci stranieri in questa
terra». I testi platonici furono molto usati dai monaci. Il dualismo sembra molto nobile, ma
non ha persuaso; allora gli stoici sono andati al contrario.
- Il stoicismo cosmologico: Dio non si trova fuori del mondo, ma nel mondo. E’ la religione
cosmica: Dio nel mondo. Se vuoi trovare Dio devi immergerti in questa provvidenza divina,
in questa vita concreta, perché qui c’è Dio. Voi sapete che uno dei documenti più graziosi di
questa spiritualità cosmica che sembra veramente mistica, è Marco Aurelio o Cicerone (nel
“De rerum natura”).
2. Questione biblica. Ora qual è la questione biblica? Dio si trova fuori del mondo o nel
mondo? Cosa dice la Bibbia? Prima di tutto la Bibbia non ammette dualismo né panteismo.
Dunque che cosa dice? Il mondo è creatura di Dio, Dio ha creato il mondo, dunque il mondo
è creatura. Disse...e fu. E allora perché Dio ha creato il mondo? Perché ha messo l’uomo nel
mondo e ha soggiogato il mondo alla sua utilità. E’ la creatura per l’utilità dell’uomo. Ne
consegue:
a. Bontà del mondo («Dio disse che era cosa buona»). Il mondo entra nella storia della
salvezza.

25
b. Il mondo è anche punizione di Dio per l’uomo. Per l’uomo che ha peccato, il mondo che
era buono si converte e diventa anche punizione per lui.
Mi hanno comprato il gelato, ne ho mangiato mezzo chilo e devo andare dal medico perché
ho lo stomaco raffreddato: il gelato che è buono è diventato punizione per me. Però questo
mal di stomaco mi ricorda che sono peccatore e vado a confessarmi. Anche quel gelato è
diventato mezzo di salvezza.
c. Il mondo è occasione di salvezza.
Quando mi fanno male le gambe posso più pregare e meno passeggiare: ecco la salvezza della
malattia che viene.

Ora, come applicare queste cose qua?


L’applicazione di queste cose all’inizio, nell’Antico Testamento, è molto semplice: per i
buoni il mondo è buono, per i cattivi il mondo è cattivo. Questo è il tema tipico dell’Antico
Testamento. Dicono che il mondo è come uno specchio: se tu sei cattivo, tutto è cattivo per
te; se tu sei buono, tutto è bene per te. E voi sapete che questo è il tema tipico dei Salmi.
Le malattie spesso toccano ai peccatori. I discepoli quando vedono il cieco nato dicono: «Ha
peccato lui o i suoi genitori?», perché non può nascere un cieco se qualcuno non ha peccato.
Questo era automatico.
Già nel libro di Giobbe c’è una domanda: questo Giobbe è giusto eppure viene punito,
perché?
Ma come si vede il mondo nel Nuovo Testamento? Nel Nuovo Testamento soprattutto S.
Giovanni vede nel mondo proprio tutto ciò che resiste a Dio. Gv 15 dice: «Se voi
apparteneste al mondo, il mondo vi amerebbe come suoi, invece voi non appartenete al
mondo, perché io vi ho scelti e vi ho strappati dal potere del mondo, perciò il mondo vi odia».
Dunque anche nella Bibbia il tema del mondo è assai complicato. Da una parte è nella volontà
di Dio, dall’altra ci sono tentazioni, punizioni.
3. Nei Padri si possono distinguere due tendenze.
- I trattati dogmatici. Parlano contro il dualismo dei manichei; dunque si sforzano di provare
come il mondo è bello, e come è buono o come tutto è utile, soprattutto interpretanto
l’exameron sulla creazione del mondo. Tutto è bellissimo, volontà di Dio e bontà di Dio.
- I trattati ascetici. In essi si parla della malizia del mondo, di scappare dal mondo, di non fare
nessun dialogo con il mondo. Dunque una chiara contraddizione. Inizio dell’amore di Dio è
odiare il mondo.

Queste due sentenze hanno evidentemente turbato i Padri nel Concilio Vaticano II, perché i
Padri potevano votare sia per l’uno, sia per l’altro.
Sotto un solo termine sono racchiuse due esperienze spirituali diverse. Allora dobbiamo dire
che esiste un mondo numero uno ed esiste un mondo numero due. Non c’è niente da fare! Il
mondo numero uno è buono, il mondo numero due è malizia. Uno lo devo amare e uno lo
devo evitare. Come distinguere l’uno e l’altro?46
I Padri e i monaci alla fine si rendono conto che ci sono due mondi, quale è buono e quale è
cattivo?
Nascono alcune distinzioni:
1. Mondo presente e mondo futuro.
Dunque, io vivo nel mondo presente. Quanti anni durerà non lo so.
Cerca di amare il mondo eterno, questo mondo lo puoi disprezzare, cioè puoi essere povero, i
tuoi discepoli possono odiarti, questo non importa niente quando tu fissi la tua attenzione sul
mondo futuro. La scelta del fissare la propria attenzione sul mondo futuro è non pensare a

46
T. Spidlik, in “Vita consacrata”, 13, (1977), pp. 170-177

26
questo mondo qua. Non importa! Pensa al mondo futuro e non ti preoccupare se sei bocciato
o se non sei bocciato, pensa al mondo futuro, che tu non sia bocciato al giudizio finale!
Nelle esortazioni ascetiche si usava molto questo argomento; però non si può applicare in
modo assoluto, perché la vita eterna comincia qui. La vita eterna l’abbiamo già adesso.
Dunque è un aiuto per modo di dire, che si può usare nelle prediche, ma si deve dire ai fedeli:
«Sentite, non ci credete troppo, altrimenti diventate pazzi». E’ bello predicare: «Pensate al
cielo!», ma non è tutto.
2. Mondo visibile e mondo invisibile. Questa divisione è stata presa dai platonici.
Una ragazza è nata brutta e ne soffre molto. Cosa le diciamo? Non ti preoccupare! Non
importa se il tuo naso non è bello, importa se le tue virtù sono rette, ecc.
Nella vita monastica si fanno belle cerimonie, ma non importano tanto le belle cerimonie,
contano più le disposizioni dell’anima, come ti comporti.
Sta’ attento alla vita interiore e non a ciò che è esteriore. Come priorità è buona, ma se si
prendesse in senso assoluto diventa negazione dei sacramenti, negazione della Chiesa, perché
anche le cose esterne e visibili sono qualche volta molto importanti. Dunque anche questa
distinzione è un aiuto, ma non si può prendere in senso assoluto.
3. Vita pubblica e vita solitaria.
Il filosofo platonico vero non conosce la strada che va al foro, alla piazza, è tutto assorto nei
suoi pensieri. E’ giusto? Beh, in qualche modo sì, è chiaro che se voglio studiare, non studio
in piazza Venezia, mi devo ritirare. Ma...neanche questo va.
4. Opinioni del mondo e coscienza. Hanno fatto anche questa distinzione, Origene soprattutto.
I giornali scrivono. Non occuparti di cosa scrivono i giornali, di cosa dice la gente, tu devi
stare davanti a Dio con la tua pura coscienza. Un religioso non si occupa di quello che dice il
mondo. Questo è bene? Lo consigliate a tutti? Fino a un certo punto. Dunque neanche questa
distinzione si può prendere in senso assoluto.
5. Distrazione da Dio e ricordo di Dio. Questa distinzione è di Isaia Abate.
Cosa distrae da Dio? Può essere tutto, possono essere anche le cerimonie a S. Pietro!
Ciò che ricorda Dio è il mondo che si deve amare, perché il mondo è stato creato per dare la
conoscenza di Dio. Ma la stessa cosa può evidentemente distrarre; questo dipende dalla
persona e dal momento.47

Qui c’è questo famoso problema.


La spiritualità occidentale è basata sulla rinuncia del mondo, invece, la spiritualità orientale
sulla gioia pasquale: vedere il mondo come trasfigurato e amato. Mentre la spiritualità
orientale insiste sulla gioia pasquale, quindi vedere Dio nel mondo, la spiritualità occidentale
predica sempre la rinuncia del mondo. Siete d’accordo?
Non sono due spiritualità, bensì due stadi: quando una cosa mi disturba, devo rinunciare ad
essa; finito il disturbo, non è più necessario rinunciarvi. E’ sempre un doppio stadio in
continuo dinamismo fra il momento che disturba e quello che non disturba.
Allora, perché si fanno tutte queste distinzioni? Perché andare nel mondo, perché stare in
clausura? E ti insegnavano che quando si vedevano le ragazze bisognava abbassare gli occhi,
ecc. Il novizio doveva abbassare gli occhi, ma quando li chiudeva vedeva tutte donne!
A che cosa servivano tutte queste pratiche ascetiche? E’ esperienza normale che l’uomo in
queste situazioni senta la tentazione. Il controllo di tutte quelle cose, quando si tratta di
rinuncia del mondo, è frutto di esperienza.

47
Tre monaci andarono dal deserto ad Alessandria per vendere i cestini. All’inizio della città incontrarono
quelle donne che “stanno all’inizio della città”. Il vecchio monaco, dopo averle guardate a lungo, cominciò a
piangere. I giovani rimasero scandalizzati. Ce n’era una che si era vestita particolarmente bene. Un giovane
disse: «Padre, perché piangi così tanto?». Rispose: «Perché penso che noi non facciamo così tanto per piacere
a Dio, quanto lei fa per piacere agli uomini».
I discepoli commentarono: «Ciò che per noi è tentazione, per lui è preghiera».

27
S. Basilio

Cosa dire di S. Basilio? Dicono che sia di Montenegro presso Antiochia, non di Montenegro
qui in ex-Jugoslavia. Egli ha scritto un piccolo riassunto della vita ascetica. Si dice che i frati
non ricoscevano nessun’altra Regola monastica se non quella di S. Basilio, quindi si dice che
i monaci orientali siano tutti basiliani.
Le sue Regole sono fondamentali anche per le Regole che sono nate in questo secolo e alcune
delle sue Regole sono confluite nel Diritto Canonico.
Basilio è veramente un uomo che ha dato una grande impronta a tutto il monachesimo. Ma
per rendersene conto è utile raccontare qualcosa della sua vita, perché la sua vita sembra poco
monastica. Morì abbastanza giovane, aveva 45 anni circa, comunque non arrivava a 50 anni e
la metà della sua vita fu molto movimentata.
Nacque a Cesarea, in Cappadocia, nel 330, e la sua famiglia era molto religiosa, ci sono ben
quattro santi nella sua famiglia e quattro vescovi. Da parte del padre, c’era la nonna, S.
Macrina, discepola di S. Gregorio Taumaturgo che faceva molti miracoli; e la nonna, invece
di raccontare ai bambini le favole, raccontava i miracoli di S. Gregorio. La madre era nobile.
I vescovi che provenivano dalla sua famiglia sono: Basilio, Gregorio Nisseno e Pietro di
Sebaste; poi c’era S. Macrina, giovane, sorella di Basilio, che aveva dieci bambini.
Basilio fu destinato, come ragazzo molto intelligente, agli studi. A Cesarea c’era il liceo. Poi
decise di andare all’università, in quel tempo s’andava a Costantinopoli dove aveva qualche
conoscenza; da lì passò ad Atene dove la prima cosa che fecero fu di correggere il suo greco,
perché il suo accento provinciale non andava bene!
Si studiava tutto ciò che si sapeva: grammatica, retorica, storia, poetica, filosofia, astronomia,
matematica, geometria, medicina. Era dottore “universae scientiae”.
Tornato in patria a 27 anni, il Senato di Cappadocia gli offrì l’educazione della gioventù.
Basilio si fece battezzare e sua sorella, S. Macrina giovane, incominciò a parlargli della vita
spirituale ed egli decise di dedicarsi alla vita ascetica. La reazione di un uomo che aveva tanto
studiato fu quella di chiedersi come poteva fare vita ascetica senza aver studiato teologia. La
sorella gli consigliò di andare in Egitto, in Palestina, in Mesopotamia per conoscere grandi
santi, per imparare da loro qualcosa sulla vita spirituale. Egli dunque visitò la Palestina, il
Sinai, il Basso Egitto e tornò per niente entusiasta di questi santi. Uno che ha fatto tutta
l’università, un uomo intellettuale, di fronte a questi poveri contadini che non sapevano
neanche leggere, non si poteva trovare a discutere con loro sulla vita spirituale; ebbe difficoltà
anche ad apprezzare la vita solitaria, lui che aveva vissuto sempre insieme agli altri.
Andò in una villa in montagna, che la nonna Macrina gli aveva lasciato; era andato lì per
vivere la vita spirituale e non avendo alcun padre spirituale, prese allora la Sacra Scrittura.
Non cercò una parola, un “loghion” da qualcuno, visto che nella Sacra Scrittura c’era già
tutto: la Sacra Scrittura diventò il suo riferimento. Scrisse la sua prima opera “Moralia”. Che
cosa sono i moralia? Ci sono varie domande (per esempio: «Che cosa dobbiamo fare?») e la
risposta è presa sempre e solo dalla Sacra Scrittura. La vita spirituale viene considerata come
la vita secondo le Sacre Scritture.
La sua fama si diffuse.
Basilio scrisse a Gregorio Nazianzeno, suo amico, di andare da lui e un giorno Gregorio andò,
sapete perché? Il padre di Gregorio era vescovo di quella zona dove Gregorio viveva; egli
voleva che Gregorio diventasse sacerdote, e siccome quest’ultimo non ne voleva proprio
sapere, un giorno, in chiesa, lo afferrò per dietro e gli conferì l’ordinazione. Gregorio si
arrabbiò talmente tanto che se ne scappò da Basilio...meglio vivere da eremita che da prete!
Ma Basilio gli disse che non poteva vivere come lui, perché ormai era sacerdote.
Altri si rivolgevano a Basilio, il quale, con la sua esperienza cominciò a spiegare le Scritture.
Nascevano così le Regole basiliane.

28
Nel frattempo c’era una situazione molto strana. In Oriente c’era Valens, che era ariano e
c’erano molte discussioni. Il vescovo di Ario era un uomo molto semplice e non riusciva a
tener testa a quelle discussioni; allora Basilio ritornò a Cesarea per aiutare i vescovi. Tutti si
rivolgevano a Basilio, e il vescovo, che si sentiva messo da parte, fece sospendere Basilio a
divinis ed egli tornò nella sua solitudine. Frattanto Dianio morì e tutti volevano eleggere
Basilio che era un dotto. Ma per poter essere eletto gli mancava un voto; Gregorio anziano,
padre di Gregorio Nazianzeno, era molto malato, ma, sdraiato a letto, si fece trasportare,
legando il letto a due asini, fino a Cesarea per poter votare. Basilio fu dunque eletto e
consacrato vescovo.
Basilio rimase a Cesarea, mentre la parte più bassa, più a sud, del territorio fu data ad un
altro, a un certo Pampino. Si venne a creare ancora una situazione di conflitto, e per
ristabilire la pace Basilio consacrò vescovo Gregorio Nazianzeno di un luogo (Sasima) dove
non c’era neanche la chiesa! Ed egli non ci andò mai! Più tardi Gregorio Nazianzeno fu eletto
arcivescovo di Costantinopoli e alcuni avversari parlarono di una elezione illegittima, perché
egli era vescovo titolare di Sasima.
In questa situazione Basilio doveva difendere la verità dell’ortodossia contro gli ariani e non
era facile. Fondò anche una basiliade, una specie di campo di rifugio ed egli, che era medico
di professione, curava i malati.
Come riuscì, con una vita così movimentata, a formare i monaci e a scrivere tante cose?
Scrisse un trattato sullo Spirito Santo, uno dei primi trattati sullo Spirito Santo che
conosciamo, e poi le “Omelie su Exameron”, esempio classico della contemplazione della
natura.
Morì esausto per il lavoro, il 1° gennaio del 379.
Ebbe un conflitto con papa Damaso. Dicono che l’Occidente si immischiava nei fatti
dell’Oriente. Al contrario! In Occidente c’era la pace della Chiesa e Basilio scrisse a papa
Damaso di aiutare i vescovi in Oriente nella loro difficile situazione contro l’Arianesimo. Il
papa Damaso se ne disinteressò. Nel frattempo l’Occidente fu invaso dai barbari, quindi erano
altre le preoccupazioni. Ecco, nasce qui la prima certa divergenza tra la Chiesa latina e la
Chiesa orientale.

Le opere
Quello che interessava i monaci è stato tutto raccolto in un libro dal titolo “Ascetikòn”. Esso
contiene:
- regole morali (Moralia)
- Regole minori
- Regola maggiore
- le cosidette Costituzioni basiliane
- alcuni sermoni, certi discorsi ascetici
- pene monasteriali
- certi prologhi o introduzioni.
Cosa Basilio ha scritto e cosa ha fatto scrivere? Che cosa è autentico?
Gribomont aveva trovato 153 diversi manoscritti, tutti differenti. L’edizione del Migne fu
fatta secondo un manoscritto.
Ma che cosa è basiliano?
Esiste un libro: “Histoire du texte de S. Basile”, Louvain, 1953, che dal punto di vista
scientifico fa tanta impressione! L’autore s’è trovato davanti a 70 manoscritti e ha fatto un
confronto tra tutti per vedere le differenze.
Ha fatto una prima recensione Vulgata (V), quella che sta nel Migne, ed ha 55 Regole
maggiori (MR) e 313 Regole minori (RB).

29
Nei monasteri greci ha fatto la seconda recensione (S), degli Studiti, e là ha trovato 350
quaestiones, senza distinguere Regole maggiori e minori, ma quaestiones, cioè domande e
risposte.
Gli Studiti erano anche in Italia meridionale, dunque ha chiamato questa recensione M che ha
20 Regole maggiori più 317 Regole minori.
C’è anche la recensione orientale (O) che ha 20 Regole maggiori e 34 Regole minori.
Un’altra recensione raccoglie gli scritti rivolti ad una badessa, ma nella recensione tutto è di
genere maschile, come se si rivolgesse ad un abate. Questa ha 326 quaestiones.
C’è poi la recensione araba, latina medievale, ecc.
Come affrontare la questione? Gribomont ebbe questa idea: l’”Ascetikòn” non fu scritto di
getto in un unico tempo; si tratta di spiegazioni legate a passi della Sacra Scrittura, quindi più
andava avanti, più spiegazioni venivano aggiunte. Dunque bisognava ripescare il testo che era
all’origine. Prese le Regole breviores in una traduzione latina di Rufino, che probabilmente
aveva cominciato a tradurre sulla base del primo testo di Basilio.
Gribomont distingue tre diversi stadi di evoluzione: il primo è quello più antico; poi c’è
quello che abbiamo nel Migne.
Probabilmente le “Costitutiones” non sono opera sua.

La spiritualità basiliana
1. Il cenobitismo: critica della vita solitaria e difesa della vita comune. Questi argomenti sono
enunciati nella Regola Maggiore 7: «Bisogna associarsi nella vita coi fratelli animati dallo
stesso spirito o vivere da soli?». La prima cosa piace a Dio, la seconda è molto difficile e
pericolosa. La Regola si divide poi in due parti: la prima parla della vita comune, la seconda
descrive i pericoli della vita solitaria.
* Critica dell’anacoretismo.
- L’uomo è un essere sociale, in greco è “zoon politikon”, essere politico, nel senso di
“sociale”, non uno “zoon monastikon”, cioè un animale monastico! S. Paolo parla del corpo
in cui le varie membra collaborano le une con le altre. Questa necessità è fatta dal Creatore,
perché gli uomini vivessero insieme. La solitudine non è umana.
- La legge evangelica della carità. Si deve amare Dio solo o anche il prossimo? Gli anacoreti
volevano amare solo Dio, ma nel Vangelo si dice che bisogna amare anche il prossimo. Ma
come può un solitario amare il prossimo se vive da solo?
- La mancanza della correzione fraterna. Per Basilio la correzione fraterna è l’atto principale
di carità verso il prossimo, essa rende l’uomo civile. Chi è solo non viene corretto e questo è
un gran danno, perché l’uomo ha continuamente bisogno di qualcuno che lo riprenda, lo
esorti, lo ammonisca. E’ un atto di carità!
- Argomento dogmatico: bisogna osservare tutti i comandamenti di Dio, ma il solitario non
può osservarli tutti, perché non ha occasione di farlo. Il solitario a chi dà la sua elemosina?
- Cristo è capo di un corpo e se tu ti separi dal corpo, ti separi dal capo, quindi separarsi dagli
altri significa separarsi da Cristo. L’unione con Cristo si ha nel corpo di Cristo.
- Il solitario è quel servo che ha riposto sotto terra il suo talento; invece nella comunità si
impara a servire e a mettere a servizio degli altri i propri talenti.
- Il solitario vive continuamente nei dubbi, perché da solo non può decidere se una cosa è
giusta o no.
- Il solitario diventa contento di se stesso, infatti nessuno lo rimprovera; e se nessuno lo
rimprovera, presto egli crederà di essere un santo.
* Elogi della vita comune.
Tutto il contrario di quanto esposto nei punti sopraelencati.
Chi vive in comune è un essere sociale, ha occasione di praticare la carità fraterna e la
correzione fraterna, osserva tutti i comandi di Dio, unito agli altri è unito con Cristo,

30
partecipa agli altri i carismi di cui Dio gli ha fatto dono, non ha tentazione di autocompiacersi
perché nessuno gli dice che è santo.
Questo è il grande vantaggio della vita cenobitica: bisogna vivere insieme.
Si manifesta però un grande problema. Quando Arsenio chiese al Signore come potersi
salvare, si sentì rispondere: «Arsenio, fúge, tace, quiésce». Egli prese questo invito così
letteralmente che non volle neanche parlare con gli eremiti che andavano da lui per
consigliarsi. Quelli, vedendosi respinti gli chiedevano: «Arsenio, non ci ami?», e quegli
rispondeva: «Vi amo, ma non posso stare con voi e stare con Dio, vivendo con voi, vivrei
nella confusione continua e perderei l’unità della vita».
Basilio si rendeva conto di questa difficoltà o no? Come stare con Dio e con gli altri?
La risposta di Basilio è: bisogna vivere solo con quelli che hanno lo stesso modo di pensare,
la stessa mentalità. Questo consente di vivere unanimi.
2. Necessità dell’unanimità: i fratelli devono avere la stessa anima. Bisogna vivere con gruppi
identici, perché se ci sono delle differenze non va (e questo anche oggi è un problema). Per
vivere pacificamente la gente deve avere la stessa idea e la stessa anima, come la Chiesa di
Gerusalemme, dove i credenti in Cristo formavano una sola mente e un solo cuore. Tutto ciò
è immagine della Trinità, dove le tre Persone divine hanno un solo intelletto e una sola
volontà. Nella comunità dovrebbe essere così: tutti pensano più o meno la stessa cosa, tutti
vogliono la stessa cosa.
Ma come raggiungere questo? Come prendere persone tanto diverse e farle convivere?
Pacomio usava il metodo militare: una Regola stretta dove non c’era spazio per tante
diversità. Durante il giorno tutto era prescritto da una Regola stretta (si era liberi solo di
sognare quel che si voleva!), che tutto uniformava e tutto prevedeva (don Bosco diceva che
bisogna occupare tutto il tempo per non dare ai ragazzi il tempo di fare qualcosa di male).
La Regola crea uniformità, è per questo che essa stabiliva tutto, anche nei minimi particolari.
Questa era la spiritualità dell’inizio del secolo: in tutto il mondo si doveva fare come a Roma!
(per questo si fecero i collegi a Roma).
Dunque, Basilio parla dell’uniformità della Regola e niente cambiamenti, perché quando
crolla la Regola, crolla l’unanimità.
Cosa dice Basilio? La sua risposta è molto profonda. Secondo Basilio ci vuole una Regola
unica; però non può unirci la Regola umana, ma solo la Parola divina, perché la Parola divina
si adatta a tutti. Fondamento della Regola monastica non può essere un regime militare, ma
deve essere la parola di Dio. Quando gli uomini osservano la Sacra Scrittura, essi sono uniti
fra di loro. Questo è un altro aspetto della spiritualità basiliana che proviene dall’esperienza
personale.
Anche il padre spirituale può dire delle sciocchezze se non parla con la parola di Dio.
Siamo in un certo scritturismo, e non è questo pericoloso? Qualsiasi carisma sembra bloccato,
perché se si nega l’elemento carismatico, anche nella Sacra Scrittura si nega il soffio dello
Spirito.
Basilio risponde molto chiaramente: la Sacra Scrittura è scritta su ispirazione dello Spirito
Santo. E chi la capisce? La capisce solo chi è spirituale. L’uomo spirituale interpreta
spiritualmente la Sacra Scrittura e se i fratelli sono spirituali, la Sacra Scrittura sarà occasione
di unità; se non sono spirituali la stessa Scrittura diventerà occasione di divisione.
Basilio è giunto a questa risposta verso la fine della vita, quando disse che la matematica è
capita dai matematici, e la Scrittura è compresa solo dagli spirituali che se la interpretano a
vicenda.
In Basilio, però, rimane aperto il problema del superiore. Egli suppone che ci sia una certa
collegialità e, casomai, che chi è più spirituale, insegni qualcosa a chi è meno spirituale.
Basilio parte, dunque, dalla Scrittura, suppone l’elemento carismatico e suppone una continua
“koinonia”, collegialità, un dialogo di vita comune, uno scambio spirituale delle esperienze di
ognuno. Per questo egli condanna qualsiasi parola oziosa, cioè ciò che non serve all’unità dei

31
fratelli. Chi pecca può convertirsi, ma chi turba non deve vivere coi fratelli, perché distrugge
quella comunione alla quale si può arrivare.
Siamo agli inizi del monachesimo. Successivamente si arriverà ad un certo irrigidimento delle
Regole monastiche.

D. Amand in “L’ascèse monastique de S. Basile” offre questa tesi: l’osservanza dei


comandamenti deve essere scrupolosa, perché se si tralascia un solo comandamento crolla
tutta l’armonia. E se c’è un solo confratello che non osserva una sola regola, deve essere
allontanato. Ci sono molti argomenti per provarlo:
- Gesù Cristo ha inviato gli apostoli: «Andate e dite tutto ciò che vi ho insegnato», dunque,
tutto, Cristo ha detto agli apostoli di osservare tutto, non ha detto che qualche parola doveva
essere annunciata e qualche altra no.
- La Nuova Legge deve essere più perfetta della legge antica; perché come nella legge antica
nessun animale che fosse macchiato poteva essere offerto, tanto più nella Legge Nuova
nessuno può avvicinarsi se non ha osservato tutto. Tutti abbiamo la facoltà di osservare tutto.

S. Basilio si rendeva conto che Dio parla non solo nella Sacra Scrittura, ma in tutto ciò che fa,
anche nella natura, nella Chiesa, in tutte le cose. Se Dio parla in tutto ciò che esiste, ne deriva
che c’è una certa ubbidienza ai fatti, alla realtà così com’è. Questo porta alla correzione del
fanatismo scritturistico.48 Oggi si parla spesso di ubbidienza alle formule e di ubbidienza ai
fatti, perché i fatti sono lì, non si possono contestare. Se la provvidenza esiste, allora si deve
ubbidire anche alla provvidenza. Così si corregge quel scritturismo che potrebbe essere molto
esagerato.
Basilio suppone che le voci di Dio non si possano mai contraddire, dunque il fatto non può
essere in contraddizione con la voce di Dio scritta. Alla fine della sua vita Basilio ha
sottolineato molto l’ubbidienza alla provvidenza, soprattutto in alcune sue omelie, dove Dio
lavora nella natura e lavora nella Chiesa. D. Amand sostiene che Basilio era sotto l’influenza
stoica.
C’è un opuscolo basiliano che si intitola “Percepitio Dei”, non è tanto chiaro se sia veramente
suo o no, ma almeno proviene dal suo ambiente. Basilio era un convertito, e, come tutti i
convertiti, quando venne a contatto con la Chiesa travagliata da tante lotte (c’erano sempre
due vescovi e uno scomunicava l’altro, si accusavano davanti ai tribunali, ecc.),
probabilmente si fece questa domanda: «Ma questa è la Chiesa che vive della parola di Dio?
Come è possibile?». Egli trovò una risposta a questa situazione: questo avviene perché non si
osservano tutti i comandamenti di Dio che portano ad una armonia.
Si insiste sull’aspetto scritturistico di Basilio, perché in quel libro non c’era solo qualcosa di
pratico, ma anche di molto contemplativo: cercare di scoprire la sapienza di Dio nella
creazione, la parola di Dio che si rivela nella creazione.

Basilio e la cultura del suo tempo49


Distinguiamo diversi stadi:
1. Basilio era un uomo erudito, ma dopo la conversione ritenne necessario abbandonare tutte
le scienze profane. E non era il solo. Origene, quando fu nominato insegnate a quella scuola
48
Un giorno i Padri che lavoravano nei campi tornarono al monastero. Fra di essi c’era un vecchio padre, il
quale era tutto sudato, e nonostante fosse suonata l’ora del coro, chiese al priore il permesso di lavarsi. Il
priore chiese al vecchio padre di fare un sacrificio. Quello obbedì, ma prese la polmonite e morì. Il priore fece
un bel discorso al funerale dicendo che il padre era martire dell’ubbidienza.
Quando ho raccontato questo fatto mi è stato detto: «Ma quello è un criminale!». I fatti devono essere presi in
considerazione.
49
Cfr. articolo di T. Spidlik in occasione del convegno “Cultura presso i Padri” presso l’Istituto Salesiano.

32
catechetica, vendette tutti i libri; a quel tempo i libri erano tutti scritti a mano, vendette quindi
un tesoro, appunto perché sosteneva che da quel momento doveva insegnare solo la Sacra
Scrittura. E’ lo stesso spirito della lettera di Basilio, dove egli parla della sua conversione 50:
«Quanto a me, ho passato molto tempo nella vanità (quando ha studiato), ho perduto quasi
tutta la mia giovinezza per acquistare la dottrina e gli insegnamenti della saggezza [...].
Finalmente un giorno mi svegliai come da un sonno profondo e voltai il mio sguardo verso
l’ammirabile luce del Vangelo. Allora vidi l’inutilità della sapienza e dei principi di questo
secolo [...], che desiderai che mi venisse data una guida che mi introducesse nei dogmi della
Chiesa». Dunque noi sappiamo che cercò un padre spirituale, che non trovò, e si rivolse così
alle Sacre Scritture. Nelle Esortazioni Ascetiche Basilio diceva: «Niente libri profani, i
monaci devono leggere la Sacra Scrittura»; perciò i monaci che leggevano questi testi
rinunciavano a qualsiasi scienza. All’inizio fu sempre proibito studiare perché era vanità.
2. Il secondo stadio consiste nell’aiuto dato al vescovo di Ario nelle discussioni contro gli
ariani.
Per ragioni apologetiche è quindi utile studiare. Lo studio in questo caso non serve a me, ma è
utile affinché io possa difendere la fede contro coloro che la offendono. Sarebbe più facile e
più sicuro tacere, non dire nulla, ma siamo obbligati a controbattere per difendere la verità in
una situazione in cui la fede è incerta e l’ignoranza diffusa in tutte le anime. Le bocche degli
uomini pii non possono rimanere chiuse mentre le lingue blasfeme si sono tutte slegate; un
soldato non può limitarsi a difendere se stesso, bisogna che si batta anche per difendere gli
altri, e un soldato di Cristo non può fare diversamente. Ma per combattere efficacemente
l’avversario bisogna utilizzare le sue stesse armi. Inoltre bisogna entrare nel territorio che egli
ha occupato, bisogna distruggere i ragionamenti che si alzano contro la fede in Cristo,
combatterli opponendo ad essi la dottrina. Dunque bisogna essere esperti per combattere per
la verità.
3. Il problema delle scuole cristiane.
Nel IV secolo esisteva un buon sistema scolastico nell’Impero Romano, ma i contenuti erano
pagani e soprattutto la morale si insegnava basandosi su esempi di autori pagani. Giuliano
Apostata escluse i maestri cristiani dalle scuole perché non potevano certo insegnare ciò che
non credevano.
Sorse così il problema di creare delle scuole cristiane, ma con che criterio? Prima di tutto fare
della morale proponendo esempi cristiani (santi dell’Antico e del Nuovo Testamento, santi
martiri, ecc.).
Nacque una questione: la letteratura, imparare lo stile. Origene quando leggeva la Sacra
Scrittura, si sentiva molto male, perché si trovava di fronte un testo in greco classico, dove il
Verbo, il “Logos” si era abbassato, aveva assunto forma illetterata, aveva preso l’umile figura
di un povero ebreo.
Per Basilio, invece, i testi della Sacra Scrittura erano in greco così classico che si poteva su di
essi insegnare lo stile. Non tutti, però, gli credevano.
Quando si usciva dalla scuola si doveva saper parlare, conoscere la letteratura e la retorica, e
tutto questo non si impara sulle Sacre Scritture.
Basilio scrisse il primo piccolo trattato: “De legendis libris gentilium”, cioè “Piccolo trattato
sulla lettura dei libri pagani”. Ciò a cui si è rinunciato, comincia a ritornare. Si può leggere
Platone per imparare lo stile, senza per questo perdere la fede. Leggendo Platone si trovano
molte cose che concordano con il Vangelo: la lotta contro lo spirito della carne, il desiderio di
vedere Dio, ecc. Dalla letteratura pagana possiamo ricavare molti elementi cristiani. Il
cristiano credente è capace di vedere cose belle anche nella letteratura pagana, facendo
ovviamente delle scelte e accogliendo quello che può. Dunque, umanesimo.

50
Cfr. PG 32, 824.

33
4. Il quarto stadio è nelle “Omelie su Exameron”. Le “Omelie su Exameron” sono prediche
sulla creazione, e Basilio, parlando della creazione, parla praticamente di tutte le scienze
naturali, ciò che ha imparato all’università, e a un tratto scopre che queste cose profane
possono avere un significato simbolico cristiano. Egli sottolinea che la cultura profana può
diventare simbolo della vita spirituale. Le scienze umane sono simboli cristiani.
Questo è il problema odierno: l’incontro con la cultura. Giustamente il cardinal Poupard dice
che è un po’ antiquato fare solamente apologetica, ciò che ci si aspetta dalla Chiesa è dare
significato spirituale a ciò che si dice umanamente. Fu il grande lavoro di Florenscky: dare
significato spirituale alle formule matematiche.
Questo è insinuato in Basilio in questa ultima fase. Dunque si vede quale sia stata la sua
evoluzione; non bisogna mai prendere le opere di un autore isolatamente, perché c’è sempre
una certa conversione fino al ritorno, alla fine.
Di Basilio si potrebbero dire ancora molte altre cose; in quel libro sulla sofiologia di S.
Basilio ho cercato di provare che egli era anche profondamente contemplativo, in questo
senso: vedere le cose create come parola di Dio. Tutto è stato creato con la parola di Dio e
bisogna saper ascoltare come le cose parlano, e questa è la sofia; e la sofiologia dei russi più o
meno ha questo stile, cioè vedere tutto il mondo liturgicamente come parola di Dio. Dunque,
anche qua c’è evoluzione: dalla Parola scritta alla Parola che si è fatta carne e che esiste nel
mondo.

Teodoro Studita
Lo spirito basiliano fu conservato soprattutto nei suoi monasteri per merito delle Regole
studite51. Diciamo qualcosa della vita di Teodoro Studita, così poco conosciuta.

Vita
Nella vita di Teodoro, siamo verso la fine del secolo VII quando nacque, ebbe una grande
influenza sua madre S. Theoctista, la quale era una “mulier fortis”, veramente una donna forte
che dominava, e il babbo, poverino, era nominato da Teodoro come «il marito di mia
mamma», quindi era una seconda voce. La madre era molto dedita all’ascesi, aveva cinque
figli e quando nacque il quinto figlio, decise che tutta la famiglia doveva condurre una vita
monastica, persino gli schiavi. Teodoro era molto debole, molto sensibile, e aveva sempre
bisogno di affetto personale.
E’ un basiliano, ma psicologicamente del tutto diverso: senza un affetto personale non poteva
vivere. Infatti, quando sua madre lo mandò in monastero, scelse lo stesso luogo dove viveva
suo fratello S. Platone, il quale era superiore di un monastero in “Victinia su Monte Olimpo”.
S. Platone curò Teodoro come un novizio speciale e soprattutto lo dispensò dal lavoro nei
campi, permettendogli di consultare la grande biblioteca e di leggere molto. Egli affinò così
una grande conoscenza di S. Basilio e notò che lo stile basiliano si era perso; i monaci erano
più o meno “idioritmici”, cioè ognuno viveva nella propria casetta e faceva per sé. Teodoro
progettò una riforma, ma per il momento non si poteva fare nulla perché giunse il primo
periodo iconoclasta. I monaci si opposero ai decreti dell’imperatore, il quale li scacciò dal
monastero. Dunque, il monastero era tutto disperso, la comunità sciolta e Platone in prigione.
Dopo due anni i monaci poterono ritornare e Teodoro espone a Platone il suo desiderio di
restituire al monastero lo spirito basiliano.
Ma il progetto cadde di nuovo a causa della prima grande incursione degli arabi, che
obbligarono i monaci ad uscire dal monastero e a rifugiarsi a Costantinopoli, dove
l’imperatrice Irene, donna molto devota che in quel periodo aveva rinnovato il culto delle

51
in OC 1926.

34
immagini, vedendo una comunità così piena di vita, offrì ad essa un monastero in rovina,
quello di “Studios” (Studios era un console romano che aveva fondato questo monastero).
Nell’808 venne il secondo periodo iconoclasta, sia Platone che Teodoro vennero imprigionati
e la comunità si disperse. I monaci ritornarono nell’811, dopo tre anni. In questo periodo
Platone morì e Teodoro divenne abate; ora aveva tutti i poteri e poteva realizzare il suo
desiderio. Il monastero era grande, si poteva sistemare e anche se la chiesa era un po’ stretta,
il resto andava molto bene. Ma nell’814 venne il terzo periodo iconoclasta. Teodoro scappò e
fu varie volte imprigionato. Ritornato a Costantinopoli non volle riconciliarsi, perché egli
esigeva che tornasse anche il vecchio Patriarca mentre gli altri non volevano. Andò quindi in
esilio volontario e sembra che morì nelle Isole dei Principi nell’826. 52

Scritti
- Grande Catechesi.
Abbiamo due edizioni, sono esortazioni che egli fece ai monaci. Teodoro sempre predicava,
la mattina ogni giorno dopo “ortos” e la sera dopo i vespri parecchie volte. Abbiamo quindi
molte di queste conferenze, alcune scritte; 77 sono state edite da Roma, le altre da
Pietroburgo. Dunque, questa Grande Catechesi comprende 77 più 124 conferenze su diversi
oggetti, conferenze molto concrete. Per esempio: «Questa notte ho avuto un sogno un po’
brutto...» e racconta ciò che ha sognato. «Sono andato in refettorio, ho aperto la copertina e
ho trovato là una mela. Un monaco di nascosto ha rubato una mela; per non essere preso, l’ha
nascosta sotto la copertina».
E poi la catechesi più bella sui martiri: «Ci sono stati molti martiri sulla terra, ma adesso
vedo, cari fratelli, che oggi voi siete tristi perché non c’è Diocleziano, non c’è Nerone, e
quindi non potete dare la vostra testimonianza a Cristo. Consolatevi! Avete il vostro abate che
vi fa un po’ soffrire per Gesù Cristo!».
Queste catechesi, per la loro concretezza, erano molto copiate e lette come lettura spirituale.
- Piccola Catechesi.
Sono 34 conferenze utilizzate probabilmente nell’anno prima di morire, dunque sono, in un
certo senso, abbastanza mature e in latino si trovano in PG 99, 509-688. Un così grande
autore ha poche cose, perché non ha notazioni critiche.
- Testamento spirituale in PG 99, 813-24.
Nei monasteri russi tutti scrivevano un testamento spirituale. La legge imperiale imponeva ad
ogni persona la stesura di un testamento per evitare discussioni dopo la morte dell’interessato.
I monaci, che non avevano soldi, scrivevano il testamento spirituale, nel quale lasciavano
ognuno il proprio insegnamento.
- 600 lettere che abbiamo ancora, e altro: Panegirico, alcune poesie, tutto in PG.
- Regola degli Studiti.
Non fu scritta da lui, altri scrissero dopo la sua morte quello che egli faceva nel monastero.
Questa, nella edizione del Patriarca Alessio, fu portata a Kiev e divenne per tutti i monasteri
slavi la Regola fondamentale. Purtroppo non esiste ancora un’edizione stampata di questa
Regola in slavo. In greco, poi, fu usata da tutti gli altri monasteri e fu aggiustata dai diversi
fondatori. Sul monte Athos, in Italia meridionale, a Costantinopoli, tutte Regole diverse.
La Regola degli Studiti è diventata, dunque, la Regola più universale per il monachesimo
orientale. E’ Basilio nella sua versione più concreta. Allora, tanto le catechesi quanto la
Regola hanno lettura spirituale e liturgica. E’ molto importante vedere nella Regola qual è lo
spiritio che ha condotto a fare questi passi per riformare i monasteri.

Concezione della vita monastica


52
Sempre fanno belle Regole quelli che hanno la vita molto movimentata, come S. Romualdo, che proibì
qualsiasi cambiamento di luogo ed egli girava mezza Italia; oppure S. Ignazio che si rovinò lo stomaco, ma
proibì ai suoi di digiunare senza il permesso speciale.

35
- Ritorno a i Padri.
E’ interessante vedere come nella Chiesa i movimenti comincino sempre con il ritorno ai
Padri; anche il Concilio Vaticano II, ispirato dai libri della Didaché. Si devono riscoprire
queste prime sorgenti; perché ci siamo allontanati dal loro Spirito?
Il primo di questi Padri da riscoprire è S. Basilio, ritenuto importante quanto la Sacra
Scrittura e ispirato dallo Spirito di quest’ultima. Il nome “Sacra Scrittura” è applicato a tutta
la tradizione spirituale. Bisogna ritrovare il ritmo dei Padri.
- Osservanza di tutti i comandamenti.
Questo è chiaramente un principio basiliano, ma con una piccola sfumatura: dato che S.
Basilio è come la Sacra Scrittura, l’osservanza minuziosa si allarga, oltre che ai testi sacri, a
tutta la Regola. La Regola è come un cerchio: non la si può spezzare in nessun punto.
- Vita comunitaria.
Succedeva spesso che monaci di monasteri orientali, occidentali e altri, scappassero per farsi
qualche viaggetto, poi tornavano al monastero. Come mai questo? Perché i monaci avevano
soldi. Quindi era importante un ritorno alla perfetta povertà comunitaria. Tutti i beni
dovevano essere monasteriali e nessuno poteva dire: «Questo è mio»; se diceva così, afferma
S. Basilio, si escludeva automaticamente dall’amore divino. Non esisteva proprietà privata, il
monastero era come un villaggio comunista nel senso cristiano. Ciò che un monaco riceveva,
lo doveva consegnare subito al superiore. Non si dovevano tenere schiavi per i lavori; avere
uno schiavo era come avere una moglie. Nella comunità tutto era comune 53, la comunione dei
beni doveva essere proprio perfetta.
Se il monaco doveva essere povero, il monastero, però, poteva essere ricco? No, per Teodoro
Studita anche il monastero doveva esserre povero e doveva dare in elemosina ciò che
rimaneva. Nacque così l’uso di offrire una grande ospitalità (viaggiatori, ecc.) e la possibilità
di organizzare istituzioni caritative come ospedali, orfanotrofi e anche scuole dove si
insegnava gratuitamente. Si ebbe poi un conflitto tra scuole monastiche e scuole statali.
I monasteri per secoli fecero grande beneficienza e cultura.
- Il lavoro.
Teodoro Studita non permise ai monaci di vivere di elemosina, i monaci non dovevano mai
essere dei mendicanti, anzi dovevano lavorare per se stessi e per gli altri con un ritmo intenso
(“polierghia”, lavorare molto). Questo lavoro era considerato molto utile per dominare le
passioni.
Il monastero, dunque, guadagnava moltissimo e poteva fare una grande beneficienza; questo
fece sì che i monasteri occupassero una posizione molto importante nella società e fossero
molto ambiti nelle diverse città.
- Attività culturale.
Ben presto ci si rese conto della necessità di svolgere anche delle attività culturali: c’erano
monaci che insegnavano a scrivere, che copiavano libri, che componevano poesie religiose e
poi nacque anche un convitto per i giovani. I monaci, però, erano contrari a questa iniziativa a
causa della tentazione dell’omosessualità, molto diffusa nel mondo greco. Come misura
cautelare si nominarono i cosidetti “ebdomadari”, al fine di evitare che fossero sempre gli
stessi a stare con i ragazzi.
Teodoro Studita diede ai monasteri un posto nella società.

Concezione spirituale

53
Persino le vesti erano in comune e venivano distribuite senza far attenzione alla taglia delle persone: a
qualcuno capitava troppo corta, a qualcun altro troppo lunga, oppure rattoppata...o con le pulci! Ma anche
queste sono comuni!
Si usava anche visitare le stanze dei monaci e confiscare tutti i piccoli oggetti (chiavi fatte in modo artistico,
coltelli con ornamento, candelabri, oggetti d’avorio) che i monaci possedevano, ai quali, una volta ammoniti,
dicevano di non essere attaccati.

36
Vediamo come Teodoro Studita considerava la vita monastica.
- Che differenza c’è tra la vita monastica e la vita laicale? Chi è il laico e chi non è laico?
Durante il Concilio Vaticano II si discusse su questo argomento e Urs von Balthasar
sosteneva che il perfetto laico era il religioso, ma gli altri non erano d’accordo e affermavano
che i laici erano coloro che si sposavano.
In modo del tutto semplice: i laici sono coloro che vivono fuori, i monaci sono quelli che
stanno dentro. La spiritualità dei monaci e dei laici è uguale: tutti devono osservare i precetti
di Dio.
S. Giovanni Crisostomo diceva che il nome monaco non si trovava nel Vangelo, questo per
lui significava che tutti erano monaci, soltanto che alcuni si sposavano e altri no.
L’osservanza dei comandamenti era uguale per tutti.
La vita monastica era più santa perché usava speciali mezzi per santificarsi (“aghíasma”:
quasi un sacramento).
Secondo S. Giovanni Damasceno tutti dovevano avere la purezza di cuore, il monaco che
viveva il celibato la raggiungeva più facilmente. Tutti dovevano credere nella provvidenza; il
monaco come provvidenza aveva il padre rettore.
Il vestito monastico era “santo e angelico”; si cominciò ad inserire il rito della vestizione.
Visto che l’abito era considerato cosa santa, non era ammessa la dispensa; i voti religiosi
erano eterni.
Si poteva passare da un monastero ad un altro? Solo se la persona veniva richiesta come
superiore o padre spirituale.
Nacque il rito di professione monastica che prevedeva una specie di dialogo: «Vuoi questo?»
ecc., come nel matrimonio. Nel rito latino, invece, si pronuncia il voto recitando la formula.
A che età si poteva entrare in monastero? A sedici anni. Questo è rimasto nel Codice fino ad
oggi. Dunque, Teodoro Studita aveva già un certo concetto della vita monastica, che è una
cosa molto seria, una istituzione nella società.
- La grande responsabilità del superiore.
A questo riguardo c’è una grande differenza tra S. Basilio e Teodoro Studita. Per Basilio tutti
dovevano ubbidire alla Sacra Scrittura, il superiore dirigeva un po’, ma non era abbastanza
organizzato su ciò che doveva fare.
Invece, in queste comunità, dove tutto era in comune, la figura del superiore era molto
importante. Nasceva quindi, il problema dell’ubbidienza religiosa.
“Igumenos” (igumeno) significa duce, quello che conduce.
Nei monasteri romeni usano la parola “starets”, che normalmente si usa per indicare i padri
spirituali, per indicare il superiore di un monastero grande, igumeno è il superiore di un
monastero piccolo.

C’è in mezzo un grande impedimento e questo impedimento si chiama la volontà propria.


Cosa deve fare il superiore?
1. Il superiore ha l’obbligo di distruggere la volontà propria. Come si fa concretamente? Nel
noviziato succedeva che uno andava dal padre maestro e diceva: «Posso fare questo?», e il
maestro diceva: «No! Volete farlo?», «Sì», «Perciò non dovete farlo».
Il problema della volontà propria fu ripreso da Doroteo.
2. Un’altra opera del superiore è l’insegnamento. Il superiore non è solo un poliziotto che
sorveglia qua e là se tutto è in ordine, deve veramente insegnare. Egli faceva catechesi, poi
c’era qualcuno che faceva obiezioni, i cosidetti fratelli dotti, che sanno sempre tutto meglio di
lui. Questi non ascoltano le esortazioni volentieri, per cui da questi bisogna stare attenti.
La differenza tra il buon Dio e la perpetua di un parroco è che il buon Dio sa tutto, ma la
perpetua sa tutto meglio...così i fratelli dotti!
3. Il superiore deve organizzare tutto. Poi deve occuparsi della sorveglianza dell’ordine.

37
Nella vita di S. Eudosio di Kiev si dice che egli era un padre spirituale esemplare, ma quando
ha introdotto la Regola degli cenostuditi andava col bastone per i corridoi e quel bastone lo
usava! Una volta nel buio qualcuno lo prese per la barba ed egli disse: «Questo te lo perdono,
perché è offesa personale. Ma perché hai chiaccherato durante il silenzio, per questo riceverai
una penitenza».
Nascono così le “epitimiae”, cioè le penitenze monasteriali. «Se fai questo, per penitenza
riceverai questo».
Una volta ho letto uno di questi libri penitenziali russi e non capivo, ma poi ho capito di che
si trattava: se un monaco ha bevuto tanto che vomita durante la liturgia, tre giorni
scomunicato. Tutto era prestabilito. Spessissimo c’era la scomunica, poi la “xerofagia”, si
doveva digiunare, “parastasis”, stare in piedi mentre altri sedevano, le prostrazioni a terra,
ecc.
La questione è: tutto questo ha potenza legislativa? Può cambiare le Regole? Mai, le Regole
sono tradizionali, non si potevano mai mutare. E qui era il punto debole dell’obbedienza: i
monaci rispondevano sempre: «Questo non è secondo la nostra sacra Regola» e facevano
rivolte terribili. Se un superiore ordinava qualcosa fuori della Regola era un anticristo. Questa
era la loro mentalità.

38
L’OBBEDIENZA MONASTICA

Tutto questo introduce al problema dell’obbedienza monastica.


Ho chiesto a un fratello cappuccino semplice: «Sai qualcosa sull’obbedienza?», «Eh sì, vedo
che i superiori ne parlano tanto quando vogliono fare ciò che piace a loro!».
L’obbedienza è un problema molto serio. E’ innanzitutto un problema antinomico. In che
senso? La Sacra Scrittura ci insegna che Cristo ci ha liberati, Cristo è liberatore, ci libererà...e
lui stesso s’è fatto obbediente fino alla croce. Cristo ci conduce alla libertà dei figli di Dio
liberandoci dalla schiavitù della legge e poi...si deve ubbidire come “álogon”, come un
animale senza ragione. Come si conciliano queste due cose? Sappiamo che questo era già un
problema nell’antichità. I greci sono famosi come popolo che amava la libertà e amava molto
anche l’ordine, hanno fatto la prima legislazione, stabilirono delle leggi da osservare.
Il re stabilì una legge sull’adulterio: a chi lo praticava venivano cavati gli occhi. Fu sorpreso
proprio suo figlio e la gente protestava perché non voleva avere un futuro re cieco; allora cosa
fare? Alla fine gli cavò un occhio e gli lasciò l’altro.
Ma se si osservano le leggi, dove sta la libertà? I greci dicevano: c’è una legge universale
(fatum, il destino) e la legge universale non ammette eccezioni.
Voi conoscete le tragedie greche, conoscete Oídipos che ha ucciso suo padre senza sapere che
era suo padre, però la legge universale lo perseguita e la tragedia finisce che una persona che
ha commesso qualcosa contro la legge del mondo viene semplicemente...distrutta. Questa è la
tragedia umana.
Gli stoici dicevano: il destino è tale che non puoi far altro che sottometterti.
E siccome i migliori movimenti sono nelle stelle, nasce l’astrologia. Astrologo, voi sapete, in
latino si chiamava matematicus. S. Agostino scrive: «Cave matematicus», sta’ attento a questi
astrologi.
Il re di Babilonia, Marduk, quando andava in guerra aspettava il segno dal cielo, in quel
momento era sicuro di vincere.
Allora, dove sta la libertà? Qui non esiste. Gli stoici difendevano la libertà, ma non c’è posto
per la libertà.
S. Ignazio d’Antiochia dice: «Quando Gesù è nato, questi sapienti lo cercavano sotto la stella;
invece la stella è venuta a Betlemme. Cioè: egli non è nato sotto la stella, ma la stella doveva
andare là dove egli è nato». Distrutta tutta l’astrologia! L’uomo è liberato da questo circolo!
Questa è una schiavitù cosmica.
Noi cristiani diciamo: «Cristo ci ha liberato». Nell’Antico Testamento c’è sempre una
liberazione dai nemici (siccome nei monasteri i nemici principali sono i superiori, dunque
Cristo ci ha liberato dai superiori!), ma Cristo ci ha liberato anche da questa schiavitù
cosmica. S. Paolo dice: «dalla schiavitù della legge», ma anche dalla schiavitù cosmica.
Nella figura del Cristo pantocrator si vede Cristo sul trono. L’imperatore è sotto di lui, ma
sotto il trono ci sono anche dei cerchi, come l’iride. Dalla schiavitù di questi elementi cosmici
egli ci ha liberato.
Ma dove sta la libertà? Se c’è la libertà non ci sono le leggi cosmiche e se ci sono leggi
cosmiche non c’è la libertà. Questo era anche il problema della scienza. La scienza suppone
che ci sono le leggi naturali che non cambiano e se c’è la libertà, allora cade la scienza.
Questo era il problema dei primi Padri (Clemente di Alessandria). Uno di loro dice: «Non ci
sono leggi naturali, Dio è libero di fare quello che vuole». Voi sapete che il primo scontro su
questo argomento fu ad Alessandria; Filone di Alessandria porta ai suoi coreti la traduzione
greca dell’Antico Testamento, i Settanta, per dire: anche noi ebrei abbiamo la sapienza. I dotti
dell’università ridevano di buon gusto. Dicevano: «La più stupida concezione di Dio che
abbiamo mai sentita. Questo Dio di Israele fa quello che vuole: si arrabbia, si pacifica, ha
misericordia...Dio, che deve essere immutabile, che deve essere il colmo di tutta la

39
perfezione, cambia peggio di un uomo. E poi fa anche miracoli: divide le acque! Che cosa
sono queste cose che Dio fa nella natura? Distrugge tutta la scienza naturale! Dunque, non
esiste una religione più ridicola della religione della Bibbia».
Filone di Alessandria che cosa doveva rispondere? Più tardi ha risposto Origene nel suo
trattato sulla preghiera, ma Filone aveva un argomento: se Dio non è libero, l’uomo che è
immagine di Dio non è libero neanche lui, e se non è libero l’uomo non è responsabile per
niente e cade tutta la società umana. Aveva una bella spiegazione: gli stoici dicevano: anche
nella psicologia tutto va secondo le leggi. C’è la percezione, nasce una immagine interiore, la
fantasia, dalla fantasia nasce il desiderio e dal desiderio nasce il fatto.
In Egitto ci sono due libri sapienziali dove si fa molta attenzione a non cadere negli errori del
paganesimo, qualcosa è passata anche qui: chi guarda una donna ha già peccato. Basta
guardare...e poi è fatto (ecco perché le donne velate tra i musulmani).
Unica libertà è non guardare; una volta che hai guardato non puoi fermare questo processo.
Gli stoici facevano una bilancia: da una parte lo spirito, da una parte la carne; ciò che è più
pesante, vince.
Perciò i monaci dicevano che non bisognava avere il corpo troppo grasso, perché altrimenti lo
spirito si indebolisce. Dunque non c’è possibilità: una volta che una cosa è più forte, è più
forte, non c’è niente da fare.
Nei libri sapienziali ci sono cose simili riguardo alle passioni. Filone di Alessandria ha detto:
«La libera volontà può scegliere anche contro le leggi psicologiche».
Il desiderio del caffé è fortissimo, il desiderio di studiare è debolissimo, ma io decido
liberamente di restare in classe. E’ un miracolo psicologico! L’uomo può fare miracoli
psicologici attraverso la sua libera volontà e Dio nel mondo fa gli stessi miracoli con le leggi
naturali. Dunque concepisce la libertà come un miracolo; contro tutte le leggi psicologiche
l’uomo riesce a fare qualcosa. Anzi, i Padri esagerano dicendo: «Puoi fare tutto!».
S. Agostino, che ha combattuto i Pelagiani insisterà sulla debolezza dell’uomo, invece i Padri
greci, che suppongono la natura divinizzata, dicevano: «L’uomo può fare tutto, non esiste
peccato di debolezza...Di’ che non vuoi e basta!».
La libertà è qualcosa di miracoloso. Lo diceva sempre Dostojevsky: «O è divina o è
demoniaca, perché non va secondo l’ordine del mondo».
E siccome questa libertà è una facoltà divina, Gregorio di Nizza dice chiaramente che
l’immagine di Dio esiste nella libertà. Allora l’uomo deve obbedire a Dio e a nessun altro,
perché obbedire a qualsiasi altra cosa rende l’uomo schiavo. Solo obbedendo a Dio non si
distrugge la libertà, perché la libertà è immagine di Dio. Quindi il primo principio della
libertà presso i Padri è: obbedire solo a Dio.

Ma la questione è: dove parla Dio, visto che dobbiamo obbedire alla sua voce? Come posso
sapere cosa Dio vuole da me? Dio parla, parla agli uomini. E dove? Ci sono tante diverse voci
di Dio e, siccome ci sono varie diverse voci di Dio, ci sono diversi tipi di obbedienza.
Possiamo facilmente elencarli:
1. Obbedienza al padre spirituale.
Quando una persona cominciava la vita spirituale e andava dal padre spirituale, credeva che
questo padre spirituale avesse lo Spirito Santo, che fosse profeta, e quello che egli diceva era
quanto Dio diceva, perché il padre spirituale era chiamato profeta, e il profeta dice: «Questo
dice il Signore. Ascoltate la voce del Signore».
L’idea è che il padre spirituale parla le parole di Dio. E’ spirituale; se non è spirituale non gli
si può obbedire. E’ interessante notare che nella Bibbia si parla molto di profeti, ormai i
profeti sono spariti. Come mai è sparito questo termine? Perché il montanismo l’ha reso
ridicolo: tutti volevano profetizzare. Allora il termine profeta è diventato sospetto, soprattutto
in Occidente, in Oriente invece abbiamo nel V secolo S. Zeno profeta, nel VI secolo S.
Giovanni profeta. Chi erano? Padri spirituali! Dunque il padre spirituale, avendo dono

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profetico, nel nome di Dio dice a qualcuno: «Nel nome di Dio tu devi fare questo e questo», e
dice ancora: «Ascolta la parola. Ti darò una parola». Chiaro è che a questa persona si deve
obbedire ciecamente.
Il superiore giuridico non è padre spirituale. Qui nasce spesso la confusione. Dal superiore
giuridico ci aspettiamo che comandi secondo la Regola, secondo la sua missione; invece dal
padre spirituale si suppone che tutto quello che dice lui è veramente da Dio e se non lo credo,
non posso rapportarmi con lui da figlio a padre. Questa è la prima obbedienza monastica.
2. Obbedienza alla Sacra Scrittura.
S. Basilio quando era andato a vedere i vari eremi, era infatti molto critico, non credeva che
essi fossero la voce di Dio. Vedeva tante differenze, e per questo dice: «Bisogna obbedire alla
Sacra Scrittura». Dunque il secondo tipo di obbedienza è alla Sacra Scrittura, perché là sono
veramente sicuro che parla Dio. Se non credo alla Sacra Scrittura, non credo proprio. Perché
dovrei andare da un vecchietto? E abbiamo visto che la sua Regola non è altro che Sacra
Scrittura interpretata. Soprattutto la Sacra Scrittura! Essi scrivevano sempre secondo temi: la
Sacra Scrittura dice..., su questo così si esprime...
Serafino di Sarov aveva questo scritturismo quando dirigeva le anime; non voleva dire con le
proprie parole, ma aveva imparato a memoria S. Paolo, e quando una persona si confessava
diceva: «S. Paolo dice questo qua». Voleva sempre la conferma con la Sacra Scrittura.
Il problema è: quale testo scelgo? Perché dalla Sacra Scrittura si può scegliere qualsiasi cosa.
Come esempio di obbedienza alla Sacra Scrittura si citava Giuda che prende la corda e si
impicca...«Va’ e fa’ anche tu questo».
3. Obbedienza alla tradizione.
Abbiamo visto che in Egitto, dove c’era l’autorità dei padri spirituali, più tardi, alcuni
cominciarono a dire: «Il padre tale diceva...». Nasce la tradizione. Questa è molto sviluppata
nel monachesimo, i monaci sono diventati molto tradizionalisti. Cassiano, che ha raccolto
questa esperienza dei Padri, dice che tutti i guai avvengono perché vogliamo agire secondo la
nostra mente e non secondo la tradizione dei santi Padri.
Molti anni fa sono andato in Alto Adige e ho detto a un parroco che desideravo confessare,
volevo quindi sapere quali erano i maggiori problemi da quelle parti. Mi rispose: «Guarda, da
noi la morale è molto semplice: ciò che fu sempre è bene, ciò che non fu mai è sempre male».
Nasce un tradizionalismo esasperato. Questo è molto sviluppato nei Paesi Slavi, nella Russia
Moscovita. Perché? Perché subito da Cirillo e Metodio queste cose vennero tradotte in slavo;
essi leggevano moltissimo i libri e ciò che stava scritto lì era sacro! Basta aprire i libri e
trovare per tutto una risposta da parte dei Padri. Pur non essendo il Vangelo, essi avevano la
stessa autorità; lo stesso Spirito che ha ispirato poi gli evangelisti, ha ispirato Basilio, ha
ispirato Efrem e l’autorità è del tutto uguale. Dunque, chi non obbedisce alla tradizione, non
obbedisce a Dio. Questo è degenerato! I “vecchi credenti” contestano ogni cambiamento.
4. Obbedienza alla propria coscienza. E siccome nella Russia di Ivan il Terribile il
tradizionalismo in tutta la società era tanto forte, è nata una reazione ugualmente forte, i
cosidetti “pazzi per Cristo”. Essi dicevano: «L’unica vera obbedienza è quella che faccio a
quella voce interna che parla in me, alla mia coscienza». Dove c’era tradizionalismo forte
sono apparsi loro e facevano tutto l’opposto. Uno di essi si chiamava Giovanni, capellone, per
i lunghi capelli da teddy boys. La vera voce di Dio è la coscienza pura. In Russia ne sono stati
canonizzati 33 di questi “pazzi per Cristo”. Evidentemente questi erano pazzi per Gesù Cristo,
ma non sempre Gesù Cristo è ciò che quel pazzo dice. Molti pazzi dicono: «Questo lo dice
Gesù Cristo!».
Chi ha reagito fortemente contro questi carismatici è la Chiesa gerarchica.
5. Obbedienza alla gerarchia della Chiesa.
Abbiamo ancora un problema. Poniamo che una ragazza abbia avuto una rivelazione dalla
Madonna e la Madonna le abbia detto di fare determinate cose. La ragazza va dal vescovo, il
quale le dice: «Taci! Io non voglio che la Madonna dica qualcosa». La ragazza deve obbedire

41
al vescovo o alla Madonna? Come può un vescovo sovrapporsi alla voce della Madonna? Può
o non può? Come concepire la gerarchia?
Essa è un carisma ecclesiale e si dice che il carisma ecclesiale è superiore al carisma
personale, privato. Se la gerarchia fosse senza lo Spirito Santo è inutile! Nella gerarchia si
deve seguire la voce di Dio.54

Quale obbedienza scegliete voi?


La risposta ce la dà Origene: «Le voci di Dio non possono contraddirsi». Se è voce di Dio c’è
sintonia e bisogna continuamente cercare la sintonia di queste diverse voci. E’ chiaro che in
certi momenti qualcosa è prevalente, per esempio quando c’è grande confusione; può essere
molto utile in quel momento un solo aspetto.
Origene parla dell’obbedienza integrale, del cercare la voce di Dio in tutte le sue
manifestazioni; come per la Sacra Scrittura non posso prendere un testo senza tenere conto
del contesto o di altri testi, così anche per la voce della Chiesa. Ed è anche quello che il
Concilio Vaticano II chiama la collegialità, che non vuole diminuire niente né della Sacra
Scrittura, né della gerarchia, ma è questa sensibilità di ascoltare tutto il corpo. Allora
l’obbedienza diventa una cosa bellissima, è sentire la voce di Dio in tutte le sue
manifestazioni. I grandi autori dell’obbedienza insistono su questo. Se si rimane solo sulla
Sacra Scrittura, ognuno la interpreta a modo suo.
Dunque, capacità di sentire la voce di Dio ovunque si manifesta. E si manifesta, dice Origene,
in una armonia meravigliosa, perché quando si legge la Sacra Scrittura, si scopre che la
propria coscienza già diceva ciò che si è trovato, e quando si scopre che la propria coscienza
dice qualcosa, poi, questo qualcosa, lo si trova pure nella Sacra Scrittura, lo si trova nella
tradizione, lo si trova nei superiori, ecc. E’ ciò che si dice: cercare la volontà di Dio. Sono
diversi tipi, ma quando qualcosa prevale troppo, viene subito la reazione, perché non si può
assolutizzare una sola voce senza le altre.
L’obbedienza è una cosa bella: obbedire solo a Dio, però credere che Dio parla e lo fa in tanti
modi, nella pienezza della Rivelazione; ma nulla va preso isolatamente.

La direzione spirituale
Un libro fondamentale è quello di p. Hansherr, “La direzione spirituale in Oriente nel tempo
antico”, 1950. Io ne ho parlato un po’ in “Direzione spirituale e monachesimo
orientale”...praticamente non ho aggiunto niente di nuovo.

Il Padre spirituale.
Si chiama “padre” ed è cosa diversa dall’insegnante che insegna e poi se ne va; il figlio è
qualcuno che è generato. Mohamed al Biruni55, musulmano, dice: «Il titolo di padre è, presso
i cristiani, nella massima stima». Perché? I principi della loro religione provengono dal fatto
che il cristiano non fu all’inizio codificato; soltanto più tardi i dottori e quanti sono stati
molto stimati hanno dedotto certi principi e certe regole tramandate da Cristo e dagli apostoli
soltanto oralmente. Allora per padre spirituale si rievoca il successore di Cristo; egli è padre,
è padre spirituale, non padre della Chiesa, perché qualche volta questi padri spirituali non
hanno nessuna cultura.
Il padre genera i figli, comunica la vita spirituale al figlio. Il termine proviene da “abbàs”,
ebraico (in francese abbé; anche per i religiosi si dice: abate, madre badessa...). La Sacra
Scrittura dice: uno solo è “abbàs”, non avete nessun padre se non il Padre celeste; dunque
“abbàs” è Dio Padre, come lo chiama lo Spirito. I cristiani, secondo Matteo (23), credono in
Dio Padre. Allora, come osa un prete chiamarsi padre se è chiaramente detto: «Nessuno
54
Una volta una suora andò dal medico e questi le disse: «Dio mio, ma cosa fa? Lei ha occhi così stanchi!». E
quella rispose: «Embè, cerco di vedere nella mia superiora Gesù Cristo».
55
P.O. X, 298

42
chiamate padre, perché unico è il vostro padre, il Padre celeste. Non chiamate neanche
rabbí»?
Benedetto dice: «Può essere chiamato padre solo se la sua figura rappresenta quella del Padre
celeste». E’ un padre nell’immagine, egli rappresenta il Padre celeste.
Nei primi documenti cristiani è sempre conservato: Dio è mio Padre, mia madre è la Chiesa.
Il primo uso ecclesiastico era per il sacerdote che battezza; è chiaro: nel battesimo si
comunica la vita, quindi se lui battezza ha il diritto di essere chiamato padre. Battezzare è una
paternità spirituale e siccome i preti battezzano, sono chiamati padri; lo stesso vescovo che
ordina i sacerdoti è chiamato padre. Questo è il primo uso ecclesiastico.
Poi fu allargato ai Concili. Ai Concili certi vescovi hanno difeso la fede cristiana contro le
eresie e sono stati chiamati padri, e perché partecipavano ai Concili e difendevano la fede
sono stati chiamati Padri della Chiesa.
In Egitto, non si sa quando, non si sa come, si cominciò a dare questo titolo di “abbàs” a
coloro che avevano figli spirituali. Più tardi, nel secolo XI fu allargato a tutti i monaci e in
Grecia si chiamano “abbates” anche quelli che non sono sacerdoti. Il titolo dei monaci è
padre. In Occidente, invece, il titolo va solo ai sacerdoti. Domenicani e francescani, per la
verità, si chiamano frati anche quando sono padri.
Dunque, il termine ha la sua storia, ma c’è questa coscienza: il padre spirituale deve essere
una persona che comunica la vita, che comunica ad un altro la sua vita spirituale.

Quali sono le sue proprietà personali?


. Deve essere spirituale, deve avere la fede che è lo Spirito Santo. Ma come si riconosce la
presenza dello Spirito Santo? Gli antichi dicevano: «Se muore come martire». Come si
riconosce lo Spirito Santo? Da certi segni, che non sono miracoli, ma segni dello Spirito: la
teologia e la cardiognosia.
Teologia: esperienza dei misteri di Dio; cardiognosia: conoscere l’uomo che si vuole
condurre.
. Deve essere sacerdote? Il padre spirituale non è confessore, poteva esserlo, ma la direzione
spirituale non si identifica con la confessione.
Per la confessione ci voleva una giurisdizione mandata dal vescovo. Al padre spirituale si
rivelavano i problemi della coscienza. Spesso, dicono i documenti, i laici confessavano e alla
fine si diceva una preghiera. Nel rito orientale, bizantino, l’assoluzione della confessione non
è nella forma giuridica: io ti assolvo...; ma è come una preghiera: che sia assolto dai peccati
questo povero peccatore. Oguno può dire questa preghiera, perché ognuno può pregare per il
perdono dei peccati, e se si prega per il perdono dei peccati, non diciamo che questo non è
nulla. Questi padri spirituali pregavano per il perdono dei peccati, ma alla fine mandavano il
discepolo dal sacerdote. C’era, però, sempre qualche difficoltà. In Russia, ad esempio, si
risolveva la questione così: quando una persona diventava il famoso starets, qualsiasi studi
avesse, lo si ordinava sacerdote, evitando così il problema.
Fra le lettere di S. Giovanni Damasceno c’è una lettera, che non è sua, che dice: «Come
potrebbe dare l’assoluzione un prete che non ha lo Spirito Santo? Invece il padre spirituale,
che non è sacerdote ed ha lo Spirito Santo, non potrebbe perdonare i peccati?». Qui siamo
nella confusione! La gente non distingueva.
Un certo Giovanni di Antiochia diceva: «Per quattrocento anni tutti i fedeli hanno talmente
onorato ed esaltato l’ordine dei monaci, che la confessione, la rivelazione dei peccati e
l’assoluzione dei peccati, furono trasmesse solo ai monaci». E un patriarca di Antiochia
diceva che questo monopolio dei monaci era un abuso, perché i monaci confessavano anche
se non erano sacerdoti.
Questa confusione fra la confessione sacramentale e la direzione spirituale, che è il colloquio
libero sui problemi della vita spirituale, c’è ancora oggi.

43
Dunque, la direzione spirituale è propria di tutti quelli che hanno lo Spirito Santo. E lo hanno
solo gli uomini o anche le donne? Esistevano molte famose, famosissime madri spirituali che
dirigevano anche gli uomini. Che difficoltà è? Se oggi le donne vogliono diventare
sacerdotesse! Conosco personalmente una monaca che è una perfettissima madre spirituale,
vanno anche i sacerdoti da lei.
. Deve essere l’igumeno del monastero?
Teodoro Studita è convinto che l’igumeno deve essere anche padre spirituale, altrimenti è un
ordine poliziesco. Egli confessava i suoi monaci ogni giorno; se aveva trecento
monaci...quando finiva! Ma non si tratta di vera e propria confessione, piuttosto di rivelare un
certo stato d’animo. Egli diceva che se un superiore non era anche padre spirituale, gli
mancava qualche cosa.
Nelle Regole dei diversi monasteri bizantini ci si ispirava a questa regola: il superiore
dovrebbe essere padre e tutti devono avere come padre spirituale l’igumeno, anche se non
sacerdote, perché egli è distinato a questa carica dal patriarca ecumenico e può applicare ad
ogni paternità un rimedio conveniente.
Anche nel rito latino i religiosi dovevano obbligatoriamente confessarsi dal loro superiore e
nel Medioevo si considerava la confessione non valida se non era fatta dal proprio superiore.
Non fu mai possibile applicare questa regola in Oriente, cioè che il superiore sia il padre
spirituale. C’era sempre qualcuno che non voleva avere piena fiducia e aprire tutta la propria
coscienza al superiore.
Nel “Titichon” di S. Teotochos, siamo a Costantinopoli, c’è scritto che se succede che
qualcuno arriva a un tal punto di mancanza di fiducia nei confronti del proprio igumeno e si
mostra scontento di confessarsi da lui, l’igumeno avrà cura di incaricare uno dei più anziani
del monastero, uomo serio, capace di discernere i pensieri e di ricevere le confidenze di quel
fratello. Accanto al superiore appare un’altra persona che funziona come padre spirituale.
Questo è il sistema dei seminari di oggi.
Siamo sempre a Costantinopoli, il “Titichon”: l’igumeno deve ascoltare tutti due volte la
settimana. Può essere aiutato da altri sacerdoti, diaconi o fratelli, ma tutti solo per i difetti più
leggeri, i più gravi si devono manifestare soltanto al superiore. L’igumeno deve ascoltare la
prima confessione anche prima della tonsura, affinché abbia occasione di conoscere i suoi
soggetti e possa applicare rimedi adatti per ognuno. Chi non si confessa dovrebbe essere
cacciato dal monastero, ma gli si dà tempo di correggersi...prima della comunione.
Possiamo dire che dal secolo XI sorge la doppia funzione ovunque, sia in Oriente, sia in
Occidente: funzione disciplinare (superiore, che viene eletto) e funzione di coscienza (padre
spirituale, che viene scelto e del quale si ha piena fiducia). Il codice nuovo proibisce al
superiore di confessare i sudditi se non eccezionalmente.
. Deve avere la “diakrisis”, cioè la capacità di distinguere la volontà di Dio; se non ha questa
capacità di discernere, è inutile andare da lui, perché mi potrebbe dire delle sciocchezze, alla
fine.56 La “diakrisis” è la capacità di distinguere ciò che è bene e ciò che è male, perciò ci si
può fidare di lui. Ora, questa capacità di discernere cos’è il bene e cos’è il male, da dove
viene? Tutti dicono: è proprietà dell’anima pura e dono di Dio. Quando una persona si è
purificata, ha purificato la sua coscienza, vede chiaro cos’è il bene e cos’è il male. All’inizio
molti di questi padri spirituali non avevano nessuna cultura, non sapevano neanche leggere,
erano gente semplice; più tardi invece si fece in modo di farli studiare. Che cosa? Letture
spirituali e scritti dei Padri, così è cominciato in Russia il rinnovamento degli startsi.

56
C’è un famoso discorso di S. Bernardo: Chi deve essere superiore?
Gli dicono: «Uno è molto devoto», ed egli risponde: «Lasciatelo pregare». «Uno è molto dotto», «Lasciatelo
studiare». «Uno è capace di amministrare», «Fatelo economo». «C’è uno che non ha niente di speciale, ma è
un uomo prudente», «Questo fate superiore!».

44
. Deve avere la capacità di profezia. Oggi profezia significa predire il futuro, invece pro-femí
significa parlare in nome di qualcuno. Quindi la capacità di profezia è la capacità di dire una
parola, di dire la Parola in nome di Qualcuno: «In nome di Dio io ti dico...».
. Deve sentire la responsabilità. Una cosa che oggi può sembrare un po’ strana è che una
volta che un padre spirituale seguiva un figlio spirituale, doveva sentire per lui la
responsabilità. Dire: «Nel nome di Dio io ti dico...», è una cosa molto grande, sarebbe troppo
facile poi dire: «Io non c’entro per niente». Invece il padre spirituale deve assumenrsi la
responsabilità nei confronti del figlio. Questo è entrato oggi nel Codice Canonico, ma non so
quanto è applicato.57
Come facevano i padri spirituali? Essi ammonivano, digiunavano e pregavano molto per i
loro figli spirituali. Si diceva che le preghiere che essi dovevano fare per i loro figli spirituali
dovevano andare dalla sera alla mattina. Era diventato un luogo comune dire: «Grazie alle
preghiere del mio padre spirituale posso...».
Ora, avere una certa responsabilità significa anche stare a vedere come vanno le cose.
. Molti padri spirituali avevano la “diorasis”, cioè la conoscenza del futuro. Non era
qualcosa di miracoloso, ma un dono che si riceve. Conoscendo l’anima altrui, essi vedono
anche i piani che per quella persona Dio dispone. Dunque, quello della “diorasis” è un
carisma grande nella Chiesa. E’ miracoloso? Si dice che questo è un dono fatto alle anime
pure; quando una persona ha il cuore purificato, legge nei cuori degli altri come fossero un
libro aperto.58
Dunque, il padre spirituale è molto diverso dal confessore, per questo era d’obbligo avere un
padre spirituale, cercarlo ed avere, una volta trovatolo, piena fiducia in lui e stare con lui
senza cambiare.
Peccato che oggi non si parli troppo dei padri spirituali, perché si è diffuso l’ideale del buon
confessore che sa tutto distinguere, ma che non si prende certe responsabilità.

L’oggetto della direzione spirituale


Che cosa è oggetto della direzione spirituale? Cosa devo dire al padre spirituale?
All’inizio di questo secolo si teneva tanto a preparare i bambini alla prima confessione, la
confessione doveva essere perfetta. Bisognava confessare tutti i peccati, grandi e piccoli.
Questo i padri spirituali non volevano proprio sentirlo, è interessante notare che neanche se ne
interessavano, perché i peccati si confessano al prete in confessione, ma non nella direzione
spirituale.
C’è un libro inglese mistico medioevale: “The cloud of unknowing” (La nube della non
conoscenza), dove si dice: «Non è importante ciò che ho fatto, molto più importante è ciò che
voglio fare». E come posso sapere ciò che voglio fare? Mettiamo che mi viene un pensiero. In
noviziato lessi le citazioni di certi Padri e c’era scritto che bisognava rivelare al padre

57
C’era un vescovo in una nazione che chiedeva di avere la giurisdizione sui suoi compaesani nel mondo. Ha
fatto la domanda; la domanda è andata alla Congregazione per il Clero; quelli l’hanno data ai consultori e tre
consultori hanno risposto che questo è in uso. La voce molto contraria di un canonista, però, ha prevalso,
perché con la giurisdizione s’intende la responsabilità, non il solo comandare. Si sono resi conto che questo era
espresso nel Concilio Vaticano abbastanza fortemente: avere potere su un altro significa anche avere un certo
peso, una certa responsabilità.
58
Una volta mi trovavo in Alto Adige e cercavo un libro da leggere prima di addormentarmi; ho cercato nella
biblioteca del parroco e ho trovato un libro pieno di ricordi di un vecchio poliziotto canadese che faceva
servizio tra gli indiani del nord. Ho cominciato a leggerlo e non mi sono addormentato, perché era molto
interessante. Questi indiani erano, per fama, terribilmente rudi e quando uno per esempio si sposava, non
parlava mai alla moglie, ma questo è perché i due si dovevano amare tanto da capirsi senza una parola ed era
realmente così.
Dove c’è l’amore, cade quel muro che separa i cuori degli uomini, ci si capisce e si è in grado di leggere
nell’altro.

45
spirituale ogni pensiero; lo dissi al padre maestro, ma questi si spaventò, perché non voleva
proprio stare ad ascoltarci da mattina a sera, e mi disse: «No, questi Padri esageravano!».
No, i Padri non esageravano. Ma che cosa significa pensiero? Il pensiero non è ciò che penso,
ma è ciò che mi tormenta e mi porta a fare. «Devo scrivere un altro libro o basta? Devo o
no...?». Questo è il pensiero, questo io rivelo al padre spirituale che mi conosce e mi può dire
un sì o un no. Questi pensieri, “loghismoi”, si rivelano al padre spirituale e non i peccati, a
meno che non si tratti di cose legate le une alle altre.
E’ per questo che la direzione finiva molto presto e ogni giorno la praticavano.
C’è uno strano testo nella Patrologia Greca di Marco l’Eremita (PG 65, 952), siccome è molto
strano gli autori vi hanno scritto: «Caute legas», leggilo con prudenza. La direzione spirituale
non deve esaminare troppo il passato, ma deve incentrarsi su ciò che si deve fare. Questo si
chiamava “exagoreusis”. “Agorà” in greco significa piazza; “exagoreusis” vuol dire mettere
in piazza, rivelare. In diritto latino si dice “forum externum” e “forum internum”, cioè certe
cose si dicono ai superiori esterni e il “forum internum” si dice soltanto al padre spirituale e al
confessore. Dunque, “exagoreusis” significa rivelare, e siccome nei documenti non è
abbastanza chiaro se si trattava di confessione o di direzione spirituale, allora si dice che molti
non sacerdoti confessavano, è perché erano padri spirituali. Al padre spirituale si rivelava
tutto, e poi, se laico, egli stesso diceva: «Questo peccato devi dirlo ad un prete». Si finiva
sempre con la preghiera: «Il Signore ti perdoni i peccati...», e dunque sembrava quasi una
confessione, ma era semplicemente la direzione spirituale, che era rivelazione dei pensieri.
Così si può capire una cosa strana: nel Medioevo certuni, certe anime devote, si confessavano
tre volte al giorno. Cosa dicevano? Semplicemente: «Questo è bene? Posso fare questo?».
A volte capita nella confessione di trovare persone alle quali tutto va bene: in famiglia va
bene, non fanno il male, quando possono vanno in chiesa...sono quasi santi! Una volta ad uno
di questi dissi: «Beh, lei è un santo, può pregare per me!», e lui: «No, padre, santo non sono».
Queste persone non sanno cosa sia il peccato, ma avvertono la necessità di una purificazione;
quando poi cominciano anche a chiedere consiglio, diventano molto più umani.

C’era sempre la difficoltà di trovare dei padri spirituali, allora si è cercato di oggettivare. Così
nasce l’elenco dei vizi. Evagrio ebbe questa idea: fare l’elenco dei pensieri cattivi, dei vizi;
così sono nati i nostri libri di morale. Prima era un’arte personale, ma siccome poi non
c’erano i padri spirituali, si è ricorso a questo espediente dell’elenco, il guaio è che non tutto
si riesce ad oggettivare. Senza la conoscenza della persona questa oggettivazione è molto
debole. Dunque oltre alla diakrisis il padre spirituale, per vedere se una cosa va bene per una
persona, deve avere la cardiognosia, cioè la conoscenza del cuore.
La crisi della confessione viene dal fatto che si stanno a contare le cose: «Quante volte hai
fatto questo? Quante volte quest’altro?».
Come vincere questa mentalità? Quando voi sarete padri spirituali nei seminari, come farete?
L’unica cosa, credo, è cominciare con un colloquio per poi affrontare le cose che non vanno.

La direzione spirituale delle donne


Come si fa la direzione spirituale delle donne? Oggi viene sempre nominato un confessore,
ma nel tempo antico si diceva che il primo dovere della madre badessa era quello di essere la
madre spirituale delle sue suddite, perché nelle cose spirituali uomini e donne sono uguali.
Nell’antichità greca si pensava che la donna non fosse capace di filosofare, perciò era esclusa
dalla filosofia; invece nella filosofia cristiana, nella preghiera, nella vita spirituale, c’è la
perfetta uguaglianza delle donne e degli uomini; questo si diceva sin dall’inizio,
sottolineandolo, però, talmente tanto che a volte si esagerava. Cioè: il valore spirituale di una
donna e di un uomo sono uguali, ma diverso è il modo di accostarsi, l’atteggiamento, e di
questo non si teneva conto; infatti le Regole dei benedettini e delle benedettine, dei basiliani e

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delle basiliane sono perfettamente uguali. Gli ordini tipicamente femminili sono nati soltanto
nel 1600.59
Dunque, se c’è il padre spirituale, c’è anche la madre spirituale e siccome quello è “abbas”,
questa è “ammas”. Questa madre spirituale chi dirigeva? In primo luogo le sue proprie figlie
spirituali. S.Teodoro Studita insiste per dare alle igumene la responsabilità per le cose
spirituali. Quante dovrebbero essere però queste figlie spirituali? L’imperatrice Irene, che
scrisse una Regola per il monastero, disse 24, 30, al massimo 40, e infatti questo è diventato
regola per i monasteri carmelitani, in quanto non si riuscirebbe ad essere madre spirituale di
troppe persone.
Queste madri spirituali dicevano anche delle sentenze e siccome dalla raccolta delle sentenze
dei Padri è nato il Paterikon, dalla raccolta delle sentenze delle madri è nato il Meterikon.
Purtroppo compare tardi, soltanto nel 1200 e non ha neanche una traduzione in greco.
S. Basilio chiedeva: «Quando una suora si confessa dal sacerdote, la superiora dovrebbe
essere presente?», la risposta è: «Si procederà in modo migliore e più sicuro se la superiora
stessa rivelerà la mancanza della suora al sacerdote, il quale potrà, usando la sua scienza,
prescrivere il modo di fare la penitenza». Dunque la suora si confessa dalla madre superiora e
questa giudica ciò che deve essere detto ad un sacerdote. Siete d’accordo?!
Ancora un’altra domanda di S. Basilio: «Se un sacerdote dovesse dare qualche ordine a una
delle suore, senza che la superiora lo sappia, quest’ultima ha ragione di lamentarsi?», la
risposta: «Moltissimo».
Dunque, il prete non doveva mai immischiarsi in ciò che spetta alla madre abbadessa. Nel
secolo XIII si ammonivano certe abbadesse perché erano troppo dure. Perché? Molte figlie di
principi che non riuscivano a sposarsi, venivano mandate nei monasteri, dove venivano
nominate abbadesse; ed essendo delle signore abituate a comandare, si arrivava a certi abusi.
Però le vere badesse erano prima di tutto madri spirituali delle loro figlie, ma non è detto che
non potevano esserlo anche di altre e anche degli uomini.
S. Teodoro Studita, solitamente severo coi monaci, scrive a una badessa: «Buona donna,
amica dei martiri e anche mia madre e mia amica. Io vi chiamo con questo nome dello spirito
perché siete compagna nei miei combattimenti e più vicina a me di quelli che sono i miei
parenti secondo la carne; infatti lo Spirito sa unire insieme quelli che sono nati da lui».
Dunque veramente le donne esercitavano questa funzione di madri spirituali, e io dico che
questa sarebbe la loro vocazione di oggi, perché per quanto riguarda la pastorale è
indispensabile la loro presenza, per parlare con i bimbi, coi ragazzi, per comunicare la loro
intima vita materna.

La direzione spirituale dei laici


Come si faceva la direzione spirituale dei laici? Allo stesso modo: una persona andava dal
padre spirituale e con questo parlava. Soprattutto i principi avevano i loro padri spirituali. In
Russia nel secolo XV tutti i principi avevano il loro padre spirituale e il pericolo era che
quest’ultimo si immischiava nella politica.

La distruzione della volontà propria

59
Per dire che la vita spirituale della donna era uguale a quella degli uomini, si raccontava la storia di S.
Marina, la quale voleva entrare in monastero. Non riuscendo a trovare un monastero femminile che
l’accettasse, in quanto erano tutti troppo pieni, entrò in un monastero maschile e nessuno se ne accorse, dato
che a quel tempo non si lavavano. Però successe un fatto: una donna del villaggio doveva partorire e rivelò che
il babbo del bambino era un monaco. Il capo del villaggio mise in fila i monaci e fece indicare dalla donna chi
fosse il padre del bimbo; ella indicò il più giovane, senza barba, Marina! Quest’ultima tacque, lavorando il
doppio per nutrire il bambino, e soltanto quando morì scoprirono che era una donna.

47
L’ultimo punto a proposito dell’obbedienza è la distruzione della volontà propria, perché sia
il superiore, sia il padre spirituale devono totalmente distruggere la volontà propria. Siete
d’accordo?!
Lo dicono tutti: Benedetto, Doroteo...
Si danno esempi classici, tutti dagli apoftegmi: uno doveva portare ogni giorno un secchio
d’acqua per annaffiare un albero secco o sollevare un sasso che non riusciva a sollevare.
Si legge anche: «Un novizio dice: “Guarda padre, una pecora!”, e il padre spirituale dice:
“No, è una capra!”, e il novizio risponde: “Sì sì, padre, già vedo le corna!”».
Quando si prendono queste parole oggi, esse diventano non soltanto ridicole, ma diventano
anche pericolose, perché significa tagliare tutta la personalità; come la suora che non ha altra
idea che quella che ha anche la madre superiora. Si dimostra oggi che questa istruzione è
sbagliata perché distrugge la personalità, ma il problema è anche dommatico: se la virtù si
identifica con la libertà, distruggere la libertà significa anche distruggere la virtù perché c’è
atto morale e atto libero. Dunque, come facciamo?
Uno degli autori che ne parla moltissimo è Doroteo di Gaza. Io ho preso Doroteo e ho fatto
un piccolo studio che ho poi riferito al Congresso Patristico di Oxford e che è pubblicato in
Studia Patristica, l’articolo si chiama così: “L’obédience et conscience selon Dorothé de
Gaza”60. Siccome egli ne parla moltissimo, ho preso i testi che abbiamo in Sources
Chrétiennes. Doroteo è davvero un bell’autore da leggere, molto umano. Bisogna vedere ora
come si combinano questi suoi “pensieri”.

. Necessità di distruggere la volontà propria. Questa è la dottrina patristica: secondo


l’insegnamento dei Padri la volontà propria è il muro fra noi e Dio, rocca di repulsione; e cita
anche S. Marco Eremita: «Rinunciare alla propria volontà significa essere senza macchia sulla
via del Signore», e Dio spesso con i miracoli confermava quelli che avevano rinunciato alla
propria volontà. Dunque ripete ciò che dicono tutti quanti: bisogna distruggere
completamente la volontà propria, perché finché si conserva la volontà propria non si
progredisce.
C’era un discepolo di Doroteo, Dositeo, molto malato, santificato solo perché non aveva
volontà propria.
. Volontarismo dei Padri greci. «Per santificarsi basta volerlo», questo dice S. Giovanni
Crisostomo ed altri. Non ammettono le debolezze...«Di’ che non vuoi, non dire che sei
debole! Se uno ha una forte volontà riesce in tutto». E Doroteo dice: «Anche se non abbiamo
ancora raggiunto tutto, basta che vogliamo. Questo è l’inizio della salvezza!».
Che bello! Da una parte bisogna distruggere tutta la volontà e dall’altra parte bisogna avere la
volontà così forte da vincere qualsiasi volontà. Come posso volere se prima ho distrutto tutta
la volontà? E’ una evidente contraddizione.
. I diritti della coscienza propria. Ma c’è ancora di più: Doroteo di Gaza ha bellissime omelie
sulla coscienza, sui diritti della coscienza propria. Dice: «La coscienza è un germine divino,
voce divina che parla dentro di noi. Prima delle leggi scritte, prima che ci fossero i superiori,
Dio parlava nella coscienza e la coscienza parla secondo la voce di Dio, sarà giudizio
supremo delle nostre azioni; ci istruisce in ciò che dobbiamo fare e in ciò che non dobbiamo
fare. Essa sarà il nostro giudizio nel mondo futuro».
A conclusione di quella omelia sulla coscienza dice: «Sforziamoci fratelli di obbedire sempre
alla nostra coscienza. Tale sei come sei nella tua coscienza».
Che bel pasticcio! Devo fare tutto quello che mi dice il superiore? Ma no, devi fare tutto
quello che ti dice la coscienza! Devo avere una forte volontà, ma il superiore deve prima
distruggermela! Qui, evidentemente, c’è qualcosa che non va!
60
T. Spidlik, “L’obédience et conscience selon Dorothé de Gaza”, in Studia Patristica 9 (1972), pp. 72-78.
Questo articolo è stato tradotto in italiano nella rivista Vita Consacrata, 1977, pp. 105-112.
Cfr. edizioni in Sources Chrétiennes.

48
. La conciliazione di G. di Volokolamsk. Siamo nel secolo XV in Russia. G. di Volokolamsk
era piuttosto intelligente e cercava di conciliare i testi. Interessante è vedere come li ha
conciliati.
La necessità di distruggere la volontà propria, il volontarismo e l’ascolto dei diritti della
coscienza sono antinomie, perché non vanno insieme. Facciamo dunque la conciliazione!
L’idea di G. di Volokolamsk è questa: all’inizio, quando l’uomo era innocente, Dio parlava
per mezzo della coscienza, perché non c’erano libri o altro; l’uomo era direttamente ispirato
dallo Spirito Santo. Dopo il peccato l’uomo è incapace di essere docilmente diretto dallo
Spirito Santo, dunque deve sostituire la propria coscienza con la voce del superiore e dei libri.
Vi piace? In paradiso si obbediva alla coscienza, questo è vero, ma ora non c’è paradiso e la
coscienza non ascolta più la voce di Dio e il tuo superiore dice: «Io sarò la tua coscienza e io
risponderò di te davanti a Dio». Questa è sostituzione della coscienza con la volontà di un
altro.
La mia coscienza dice che la carne oggi non è buona, la madre superiora, però, dice che è
mangiabile e allora tutte le suore dicono: «Sì, è molto buona, madre». E’ morale?
Evidentemente no; questa non può essere la soluzione. Qual è la soluzione degli altri?
. La conciliazione di Origene. Prima di Giuseppe di Volokolamsk ci ha provato Origene. Egli
parla delle diverse voci di Dio e dice: «La prima voce di Dio è nella coscienza e questa
potrebbe bastare a tutti, senza bisogno di libri o di superiori; dopo il peccato la coscienza non
è pura e allora la voce del superiore serve per guarire lentamente la coscienza. E’ tutt’altra
cosa guarire da sostituire.
Se dunque, all’inizio, si davano certi consigli, era per purificare la coscienza. Questi esercizi
sono pedagogici e la pedagogia, sappiamo, può essere buona o cattiva.
Non abbiamo però ancora risolto il problema, perché ancora siamo al punto che la volontà
propria coincide col volere. Il vero volere non si deve mai distruggere!
. Cosa intende Doroteo per volontà propria? Io ho preso i testi dove Doroteo parla della
volontà propria per vedere cosa egli intende per “volontà propria”. Nella I Instruzione (Instr
I,20) dice: «Ecco, un fratello fa un piccolo giro e vede qualcosa; gli viene un pensiero.
Risponde: “Non guarderò”; ma subito dopo vede due fratelli che chiaccherano e il pensiero
gli suggerisce: “Di’ anche tu la tua parola”, ma egli rinuncia alla propria volontà e non parla.
Un pensiero gli dice: “Va’ a chiedere al cuoco cosa prepara per il pranzo”, ma egli non ci va e
rinuncia alla propria volontà. Vede per caso un oggetto e gli viene l’idea di domandare chi
l’ha lasciato là; rinuncia alla propria volontà e non domanda».
Allora, che cos’è questa volontà propria? E’ un pensiero che mi suggerisce qualche cosa. Non
si parla di volontà, è piuttosto un “loghismos”, un pensiero; ma il “loghismos” ancora non è
volontà, ma è ancora un pensiero. Dunque:
a. “Loghismos”
b. “Prospatheia”. Quando il pensiero è cattivo è seguito da un desiderio e questo desiderio si
chiama “prospatheia”. “Pathos” significa passione, “prospatheia” significa inclinazione. Tutti
sanno che questo è un desiderio passionale, e qual è la conclusione? Mi piace, ma devo
rinunciare! Dunque si rinuncia, ma non tutti rinunciano, cercano di giustificare per qualsiasi
ragione.
c. Giustificazione. In greco è “dikaioma”. I monaci sono veramente bravi nel trovare le
ragioni per giustificare qualsiasi sciocchezza. Tutta la Sacra Scrittura, tutti i Padri, tutte le
Regole servono per giustificare e quando uno impara a giustificare tutte le sciocchezze che fa,
perviene ad un ultimo stadio.
d. Monotonia, ostinazione, fanatismo.

Che cos’è la volontà propria? E’ questa qua. La volontà propria, infatti, non coincide con la
volontà, ma è il giustificare quello che io faccio provandolo con ogni sorta di argomenti.

49
Quando una persona è a questo livello, è totalmente perduta. Per questo si dice che bisogna
distruggere la volontà propria.
Doroteo ha trovato il punto debole nell’ascetica monastica, perché i monaci spesso fanno tanti
sacrifici, ma quando hanno un grillo per la testa possono diventare fanatici e pazzi fino
all’ultimo grado, e se non si trova un padre spirituale che distrugga la volontà, non si può fare
niente, perché la tendenza è di giustificare tutto.
Distruzione della volontà propria: visto così, questo concetto non è cattivo, è un concetto
molto prudente e anche la psicologia moderna parla di questa deviazione che avviene nel
momento in cui uno non sceglie più, ma si impone.
Possono crearsi tanti equivoci quando si leggono i testi patristici con la terminologia di oggi,
e si traggono le conclusioni. In italiano volontà propria si potrebbe tradurre in “voglia matta”!
Dunque, quando si dice che il primo ostacolo nel cammino di obbedienza e in quello della
direzione spirituale è questa volontà propria, siamo ormai d’accordo. Si deve essere però
maturi per poter distinguere.

Ricapitolando:
obbedienza significa sentire la voce di Dio che parla in molti modi. La vera obbedienza è
integrale; non si può scegliere una sola voce escludendo tutte le altre, e in questo i padri
spirituali e i superiori devono aiutarci ad essere oggettivi, veri nel giudicare cosa è il bene e
cosa è il male.
Questo insegnamento non è così grave come ci sembrava all’inizio; è dannoso prendere dai
Padri una qualsiasi frase senza far conto del contesto.

LA POVERTA’

«Beati i poveri». Un uomo normale dice: «Beato me che ho vinto al totocalcio!».


Anche qui siamo di fronte ad una antinomia e se non ragioniamo bene, possono nascere anche
qui molti equivoci.

Vediamo prima di tutto cosa dice la Bibbia.


Nell’Antico Testamento le parole ebraiche sono, soprattutto, “aní”, “anàw” che significa
afflitto, uomo disprezzato dagli altri, che non ha ciò di cui ha bisogno per la propria vita. La
Bibbia si domanda: Dio ha creato il mondo e i salmi ripetono che per ogni animale c’è quanto
gli è necessario. Dio ha fatto il mondo per tutti e tutti hanno tutto; come è possibile che a
qualcuno manchi qualcosa? La risposta è: è colpa del povero! E’ pigro! O è peccatore, e Dio
lo punisce, o è pigro. Nei documenti antichi sia profani che biblici i poveri vengono piuttosto
disprezzati. La prima causa della povertà è la pigrizia. Nei libri sapienziali dell’Antico
Testamento si parla molto contro i pigri; in essi però, non si vedeva solo la pigrizia, ma anche
la punizione di Dio per il peccato.
Nel primo salmo: «Beato l’uomo...Maledetto l’uomo...», ecco la punizione di Dio; se uno è
buono e se lavora non può essere povero.
Ma può essere un povero innocente?
La mentalità antica non lo credeva. Si è notato un cambiamento nei profeti tardivi. Essi
vedevano che c’erano molti poveri in Israele; il motivo è che qualcuno doveva averne colpa,
non i poveri stessi, bensì i principi, i principi ricchi che abusavano e sfruttavano le vedove e
gli orfani. Questi ultimi, dunque, sono poveri a causa del peccato di qualcun altro. Nasce il
marxismo nei profeti! La colpa non è dell’individuo, ma della società.

50
Se è vero, cosa fare con questi poveri? «Io sarò la vostra protezione, la vostra difesa, la vostra
salvezza, perché non avete nessuno». Questi di cui si parla sono i poveri di JHWH. Si dice:
«Quando verrà il giudice della terra, il Messia, egli vi darà il vostro posto», e Gesù, quando
comincia a predicare, dice: «Beati i poveri, perché di essi è il regno dei cieli». Questo non è
detto nel senso che la povertà stessa fa la felicità, questa è una distorsione della parola del
Vangelo. C’è effettivamente qualcosa che manca, ma Dio stesso interverrà a salvare i poveri.

Vediamo la Chiesa primitiva. Eccetto pochi personaggi, la maggioranza dei primi cristiani
erano poveri, erano soprattutto schiavi resi liberi, di estrazione sociale piuttosto bassa.
Desideravano forse la povertà senza cercare di alzare il loro livello sociale? No, questo no,
però dicevano: «Non vale la pena elevarsi socialmente perché il regno di Dio è vicino».
Non c’era una dottrina sulla povertà, ma un modo di vivere. Essi si mantenevano tra di loro, i
poveri si associavano e avevano le cose in comune, sebbene dare tutto al comune e non avere
proprietà privata era cosa del tutto eccezionale, e S. Paolo non lo voleva.
Nella Chiesa siriaca si faceva un’unica eccezione per quelli che predicavano il Vangelo, essi
infatti potevano vivere della cassa comune, ma gli altri dovevano tutti lavorare. Siccome però
tutti provenivano dalla classe inferiore, guardavano i ricchi con una certa avversione.
Clemente di Alessandria è il primo che difende i ricchi. Egli dice: «La ricchezza non è un
male, anzi, si può fare tanto del bene con i soldi, solo bisogna usarli bene».

I monaci si ispiravano all’esempio dei primi cristiani che mettevano i soldi ai piedi degli
apostoli; visto che c’era la cassa comune, però, molti cristiani smettevano di lavorare, e S.
Paolo insisterà molto sulla necessità di non fare i fannulloni, ma di guadagnarsi da mangiare;
l’unica eccezione si ammetteva in Siria per coloro che predicavano il Vangelo. Per il resto
c’era povertà, ma non eccessiva.
Alcuni cristiani, però, erano anche ricchi, benestanti (Clemente d’Alessandria scrisse una
difesa dei ricchi: “Quis dives salvetur”. Avendo i soldi, una persona può arrivare alla
perfezione? Sì, perché i beni si possono usare senza attaccarsi ad essi).
Ma quale fu la povertà dei monaci?
S. Antonio, sappiamo, sentì la parola del Vangelo che diceva di rinunciare a tutto. Questo non
era certo facile, perché la legge romana lo proibiva; il patrimonio era sacrosanto, in quanto la
proprietà privata costituiva il cittadino romano e la confisca dei beni era quasi una pena di
morte, perché comportava l’esclusione dalla cittadinanza. Dunque S. Antonio poteva
rinunciare solo a quello che spettava a lui personalmente e doveva lasciare intatto quanto
spettava alla sorella.
I monaci, dunque, dovevano rinunciare al patrimonio, e questo era una cosa grave, perché
significava essere scartato dalla società. Come vivevano? I monaci del deserto, come eremiti,
dovevano vivere grazie al loro lavoro (facevano cestini, corde, che poi vendevano ad
Alessandria). Se erano malati si aiutavano a vicenda. Ci furono, però, ben presto i primi
benefattori, soprattutto donne devote della città, che lasciavano soldi agli eremiti e si
affidavano alle loro preghiere. Alcuni non volevano ricevere questi soldi, altri li accettavano.
Dunque povertà di fatto, ma senza alcuna regola; l’unica regola era: non essere attaccati ad
alcuna cosa.
Pacomio voleva dar vita ad un villaggio cristiano, non una famiglia ma un villaggio, dove
ognuno avesse la sua casetta; ma ben presto scoprì che non era possibile la vita comune.
Allora decise che tutti rinunciassero ai soldi per dar vita alla famiglia comune. Chi
conservava i soldi era punito o cacciato.
I monaci lavoravano, e il lavoro era abbastanza duro, e il monastero diventava ricco. Così i
monaci cominciarono a mantenere la Chiesa.
S. Basilio rinunciò anche lui alle ricchezze, ma tenne per sé la villa della nonna, non rinunciò,
cioè, ad una ferma abitazione.

51
La regola che poi fu di tutti i monasteri era: niente di proprio, tutto in comune. Questa la
prima formulazione molto chiara della povertà religiosa. Il monastero aveva i suoi soldi, i
suoi poderi, ma il monaco non aveva nulla di proprio. Basilio diceva: «Chi chiama qualcosa
come propria, viene automaticamente escluso dalla carità di Dio».
Ma se i monaci avevano bisogno di qualcosa, come facevano? Andavano dal superiore a
chiedere o il superiore doveva accorgersi dei bisogni di ciascuno? Secondo Basilio un povero
monaco dev’essere completamente libero da ogni preoccupazione, perciò è il superiore che
deve continuamente informarsi dei bisogni dei singoli; i monaci stessi non devono lagnarsi e
devono aspettare che la provvidenza mandi il superiore.
I monaci del deserto dicevano di essere liberi, ma in verità si dovevano preoccupare del
domani. Il monaco basiliano, invece, non ha alcuna preoccupazione, perché il superiore
sorveglia per lui. Basilio poi, era molto prudente e sapeva realmente conoscere i bisogni di
tutti.
Secondo la Regola si deve dimostrare che i veri bisogni non sono tanti. La gente lavora
spesso per avere cose inutili!
Tutto quello che non serviva si regalava per fare elemosine o per opere di beneficienza.
Questa concezione basiliana entrò nelle leggi statali. Per i romani, come dicevo, non era
possibile rinunciare ai patrimoni, dunque i monaci dovevano avere una legislazione
particolare, di fronte allo Stato avevano certe esenzioni.
La prima più famosa di queste leggi è nel Codice di Giustiniano, “Novelle” 5 e 123 e poi
anche nel “Basilicorum” IV, 1, 9. Queste sono le prime cose riguardanti la perfezione della
povertà religiosa; è tutto basiliano.
Come mettere un religioso nel sistema statale? Quando accede alla tonsura (e la tonsura è
l’ingresso nella religione) deve rinunciare a tutti i beni, eccetto quanto spettava ai figli. Se,
per caso, questa disposizione non veniva eseguita, si facevano dei voti, e in quel caso il
monastero distribuiva i beni di quel religioso: parte al monastero ( che si considerava uno dei
figli) e parte ai figli. Da quel momento quel religioso non poteva possedere né amministrare
una qualsiasi cosa. Contro i trasgressori il Concilio Costantinopolitano prevedeva severe
punizioni o l’espulsione, anche per le monache (sebbene nella legislazione si parlasse solo
degli uomini). Ciò che riceveva il monaco, lo riceveva il monastero ed automaticamente i
monasteri diventavano una potenza economica; all’inizio non avevano niente, ma poi, nel
nome di questa “sacra povertà”, si arrivava ad avere molti beni.

Dunque assistiamo nella storia ad una grande crescita di beni monasteriali.61


Quali sono le sorgenti di questi immensi beni?
- Innanzitutto i primi beni appartenevano ai fondatori: la terra apparteneva ai principi, i quali
regalavano i loro terreni a qualche fondatore per avere assicurate le preghiere (per esempio a
S. Francesco fu regalato il monte della Verna).
- Siccome anche i poveri volevano salvare le loro anime ma non avevano i soldi, andavano a
lavorare gratuitamente nel monastero per un certo tempo, per avere la sepoltura nel monastero
e, anche loro, la preghiera in cambio.
- I monaci ricevevano regali e fondazioni.
- La rivalutazione dei terreni, boscosi in Occidente o aridi in Oriente.
- Il lavoro dei monaci.
- I monaci avevano anche un grande privilegio: non pagavano le tasse.
- Alcuni monasteri divennero veri e propri istituti bancari, visto che lì i soldi erano al sicuro.
Ora, quale ordine in Occidente passò dei guai per questo? I templari, che erano un ordine
cavalleresco e che si scontrarono anche con la Chiesa.
61
J. Meyendorff ha scritto un articolo molto importante: “Les biens ecclésiastiques en Russie des origines au
XVI siècle”, in Irenikon 28 (1955), pp. 396-404.
Altro articolo: “Partisans et ennemis des biens ecclésiastiques”, in Irenikon 29 (1956), pp. 28-46; 151-164.

52
In Oriente, sotto la dominazione ottomana, i turchi rispettarono pienamente queste cose,
perché sapevano che l’unica sicurezza per i capitali erano i monasteri. Quando poi venivano
le grandi calamità, i monaci se la cavavano sempre.
All’inizio del XVI secolo, in Ucraina, la metà della terra apparteneva ai monaci; questo fece
nascere una grande avversione.
Non solo i monasteri diventavano ricchi, ma si avevano anche degli abusi. Quando in
Ucraina, Teodosio introdusse la Regola cenobitica, tutti dovevano consegnare tutto al
superiore, ma c’erano sempre quelli che nascondevano qualcosa. Quando gli abusi sono
troppo frequenti, i superiori non sono in grado di far fronte a tutto e finiscono per tollerare
fino a un certo punto.
Altro abuso: ciò che rimaneva si dava ai vescovi e i vescovi abusavano, confiscando
facilmente i soldi ai monasteri con la scusa che così rispettavano la povertà, e lo stesso
facevano i principi.
C’erano seri problemi per la disciplina: superiori e igumeni abusavano tanto sia tenendo la
cassa nella loro camera, sia abusando dei singoli monaci.

Qualcosa non andava, occorreva una riforma.


In Russia apparvero i primi eretici, i cosidetti “strigolniki” e i cosidetti “giudaizzanti”, i quali
dicevano che i principi cristiani erano obbligati a confiscare i beni monasteriali per aiutare i
monaci a vivere poveramente; ai principi ortodossi questa morale piaceva enormemente.
Alla fine del secolo XV sorsero due grandi riformatori del monachesimo russo Nijl Sorsky e
Giuseppe di Volokolamsk. Giuseppe tornò alla Regola basiliana: niente è proprio, tutto è
comune e guai a chi ha qualcosa di proprio. Nijl, tornato dal monte Athos, dove c’era il
movimento esicastico, diceva che non era bene avere grandi monasteri, bisognava rinunciare
ai grandi poderi monasteriali e vivere in piccoli gruppi. Non eremita, ma “skit”, tre o quattro
poveri insieme che lavoravano con le mani e non avevano bene alcuno, e siccome vivevano
aldilà del Volga, li chiamavano “zabolschie startsi (vecchi aldilà del Volga).
Nel 1503 il gran principe convocò a Mosca un Concilio, il famoso Sinodo di Mosca, che
doveva trattare il problema per dire cosa era ortodosso e cosa non lo era.
Vinse Giuseppe di Volokolamsk, il quale, in uno scritto probabilmente suo, definisce alcuni
punti:
- In primo luogo la tradizione della Chiesa permette ai monasteri di avere i loro possedimenti.
- Secondo: tutte le opere ecclesiastiche e culturali sono mantenute dai monasteri, e se
togliamo i beni ai monasteri crolla tutta l’educazione ecclesiastica, perché i monasteri hanno
un impiego sociale ed ecclesiatico così grande che non si possono confiscare i beni
monasteriali.

Il fatto che ci siano queste due tendenze indica che riguardo alla povertà c’erano tanti
problemi. La povertà basiliana si basava su questo principio: per poter vivere spiritualmente,
bisogna esser liberi da ogni preoccupazione e il monastero mi assicura tutta la santa pace. La
seconda sentenza presuppone una fiducia nella provvidenza divina, non bisogna aver niente e
credere che i poveri vengono salvati da Dio.

- L’ultimo punto è l’opera caritativa dei monasteri. Per secoli e secoli nel mondo cristiano sia
orientale che occidentale, tutte le opere sia caritative, sia culturali, erano in mano ai
monasteri, ai religiosi. Fondato lo Stato moderno, lo Stato vuole ed è obbligato a prendere
queste cose nelle mani. S. Tommaso Moro, una persona santa e caritatevole, rispose a quanti
gli chiedevano se lo Stato doveva aiutare i poveri, che esso non era tenuto a farlo, era compito
dei singoli, perché i poveri non pagavano le tasse e quindi lo Stato non era obbligato ad
aiutarli.

53
Questa è la concezione medievale dello Stato, mentre la concezione moderna dello Stato,
soprattutto lo Stato prussiano, giuseppinista, è uno Stato organizzato che deve occuparsi della
cultura e della carità. Qualche volta se ne è occupato con violenza.

54
IL CELIBATO

Prima di tutto esiste o no la castità fuori del cristianesimo?


1. Nei popoli antichi si stimava molto la castità prima del matrimonio.
2. Continenza ascetica, in greco “eukrateia”. Ci sono asceti in tutte le religioni che si
astengono dagli atti sessuali almeno in certi periodi. Ha un senso religioso? Si prescrive
l’astinenza in relazione al culto.
E’ interessante vedere come per alcune divinità, come Artemis, la castità venga unita
all’eterna giovinezza. Per non invecchiare ci sono certe divinità che sono sempre vergini.

Nella Bibbia

Antico Testamento
1. Nell’Antico Testamento non si stimava la verginità in sé, in quanto essa era più o meno
comparata con la sterilità, e quest’ultima per il popolo eletto era una maledizione; infatti il
popolo eletto doveva arrivare fino alla venuta del Messia. La donna sterile era una grande
vergogna.
E’ interessante vedere che la figlia di Jefte, condannata a morire giovane, piangeva la sua
verginità. Cosa significa? Che non avrebbe avuto parte alle promesse.
Dunque, nell’Antico Testamento la verginità è sterilità.
2. Una cosa strana è che certe donne sterili vengono benedette in modo speciale dal Signore
(es. Anna, Elisabbetta nel N.T.) e danno alla luce un bambino non per la forza della carne, ma
per la promessa divina. Qui dobbiamo vedere la prefigurazione della Vergine nel Nuovo
Testamento: Gesù non nato dalle forze umane, dalla carne, ma dallo Spirito che è la forza di
Dio.
3. Esiste anche la continenza volontaria temporanea per il culto.
NuovoTestamento
Nel Nuovo Testamento la verginità viene molto elevata.
a. Giovanni Battista
b. Maria
c. Insegnamento di Gesù
d. S. Paolo

I Padri

Essi parlano molto della verginità. Questo tema è diventato famoso nel IV secolo e mentre
prima se ne parlava solo in qualche occasione speciale, in questo periodo abbondano i trattati
su questo argomento. Siamo già nel secolo del monachesimo, di conseguenza il tema della
castità è il lusso dei Padri greci e del platonismo.
Quali sono questi trattati famosi:
1. “Simposio” di Metodio di Olimpo, diventato classico.
2. Giovanni Crisostomo ne ha scritti tre.
3. “Sulla verginità” di Gregorio di Nissa (sembra che sia l’unico di questi Padri ad essere
sposato, e ha scritto un trattato così bello sulla verginità!).
4. Eusebio ecc.

55
I Padri diventano grandi difensori della verginità fin dal IV secolo. Il primo grande difensore
fu Origene, che sviluppò molto bene l’aspetto dogmatico della verginità. 62
1. Origene parte da S. Paolo, il quale dice che l’uomo deve amare la moglie come Cristo ama
la Chiesa, dunque Cristo e la Chiesa e l’uomo e la donna. Che cosa viene per primo e cosa per
secondo? Noi diciamo: la relazione di Cristo con la Chiesa è simile a quella dell’uomo con la
donna. Povero Cristo e povera Chiesa! Invece Origene rovescia: la relazione fra l’uomo e la
donna deve essere tale quale la relazione di Cristo con la Chiesa. Le relazioni di Cristo con la
Chiesa sono verginali, si tratta di amore puramente spirituale.
2. La Chiesa per sua natura è vergine. E come si dimostra che la Chiesa è vergine? Per la
purezza della fede: rigetta le eresie. Dunque, la purezza della fede è la verginità della Chiesa
come tale e si manifesta nella verginità di certi membri che sono già nello stato escatologico.
Le anime che coltivano la castità sono immagine della Chiesa. Nell’Antico Testamento la
prefigurazione era la circoncisione, la castità è la circoncisione spirituale.
3. La verginità è per tutti? La risposta è: no. E’ per coloro che sono arrivati allo stato
escatologico, chi non è arrivato a questo stato non deve ancora coltivare la verginità, perché si
considererebbe più perfetto di quello che è. Dunque, nessuno da solo deve facilmente
scegliere la verginità, perché è necessario essere arrivati ad uno stato spirituale progredito. Un
secondo aspetto ascetico della verginità è che è inseparabile dalle altre virtù, specialmente
dalla pura fede. Coltivare semplicemente la verginità non ha nessun valore davanti a Dio,
questa è una mutilazione corporale che non ha valore se non è per motivi di fede.
4. La fecondità spirituale. Mentre nell’Antico Testamento la sterilità era maledizione e la
fecondità benedizione, ora nel Nuovo Testamento questa fecondità è spirituale. Come Maria è
diventata madre di tutto il popolo, così le anime vergini, che fanno la volontà del Padre,
hanno molti figli. Significa disprezzo del corpo? No, spiritualizzazione del corpo.
5. Spiritualizzazione del corpo. Non è angelismo, come si dice, che significa assenza del
corpo. Il corpo è destinato a diventare spirituale, per mezzo della verginità diventa più
spirituale.

Aspetto mistico della verginità: matrimonio mistico fra l’anima e Cristo (interpretazione del
Cantico dei Cantici).
Ma voglio soffermarmi più lungamente su Crisostomo, sul quale ho scritto un articolo? 63
Perché?
Quelli che scrivevano sulla verginità erano prevalentemente monaci e siccome erano monaci
esaltavano tutti, giustamente, la verginità, ma tacevano sul matrimonio. Qui si inserisce
un’obiezione dei moderni pensatori russi, che accusavano la Chiesa antica di aver disprezzato
la spiritualità del matrimonio. A causa di questi trattati sulla verginità, il matrimonio, nel
quale vive la maggior parte degli uomini, fu considerato come una cosa permessa, ma che in
verità la spiritualità del matrimonio non esiste.

Crisostomo

Egli viveva a Costantinopoli e conosceva molto bene le famiglie e la vita che in esse si
conduceva. Allora, che cosa è la famiglia e che cosa è la verginità? Crisostomo vuole vedere
come queste due cose siano in relazione una con l’altra.
1. Unità del genere umano. Crisostomo fu coinvolto nella discussione sull’unità del genere
umano. Il problema era: monogenismo o poligenismo? Gli stoici difendevano la tesi del
monogenismo e questo ai Padri piaceva molto. Secondo essi questa tesi corrispondeva alla
62
H. Crouzel, “Verginité et mariage selon Origene”, Desclée 1968 (forse tradotto anche in italiano).
63
T. Spidlik, articolo: “Il matrimonio sacramento di unità nel pensiero di Crisostomo”, in Augustinianum 17
(1977), pp. 221-226.

56
Rivelazione divina perché tutti quanti provengono da Adamo. Siamo però nel periodo di
Giuliano Apostata, il quale combatteva la Bibbia e affermava che era una schiocchezza dire
che tutti gli uomini provengono da Adamo, dato la grande differenza tra di essi. Non è
possibile che tutti gli uomini provengano dalla stessa stirpe; e come si può dire che
provengono tutti da Dio e che egli tutti ama se poi uno lo crea intelligente e l’altro stupido?
I Padri, quindi, si trovarono nella necessità di difendere il monogenismo.
2. Come potevano nascere tutte queste differenze?
Crisostomo rispose che tutte le differenze fra gli uomini provengono dal peccato, perché Dio
ha creato un solo uomo, da un solo uomo dovevano essere tutti buoni, se ci sono differenze,
esse provengono dal peccato.
Dogmaticamente la risposta è: tutte le differenze vengono dal peccato originale o proprio,
soprattutto la differenza tra i ricchi e i poveri.
3. Da dove proviene la differenza tra l’uomo e la donna? Gli antichi greci spiegavano anche
questa differenza con il peccato. Prima gli uomini erano unisex (mito dell’androgino); poi
essi si ribellarono contro Giove, il quale prese la spada e li tragliò a metà, così adesso affinché
esista di nuovo un uomo completo è necessario che le due parti si uniscano.
Anche Gregorio di Nissa affermava che il sesso proviene dal peccato. Le tuniche di pelle,
ricevute dopo il peccato, stanno a simboleggiare il sesso. In paradiso c’è solo lo stato
angelico.
Questa tesi non poteva andar d’accordo con l’insegnamento biblico, era trovata troppo forzata
per ragioni dogmatiche, perché Dio creò l’uomo e la donna a sua immagine. Dunque la
differenza tra l’uomo e la donna c’era già prima del peccato.
4. Secondo i Padri la differenza che c’è tra l’uomo e la donna non ha nessun significato,
perché l’immagine di Dio è nell’anima e l’anima non è né maschile né femminile. Di
conseguenza l’uomo e la donna sono perfettamente uguali nella vita spirituale, questa è la
condizione naturale, il sesso è una cosa del tutto secondaria.
In un certo senso il primo femminismo nella storia della Chiesa è dei Padri greci, che non
volevano ammettere che la donna fosse in qualche aspetto differente dall’uomo. Questa
mentalità si trova in molti di questi trattati sulla verginità del IV secolo. Venne poi messa in
dubbio nella vita della Chiesa soprattutto nei secoli XV e XVI, quando nacquero le
congregazioni tipicamente femminili.
5. Crisostomo aveva scritto parecchie omelie sulla vita matrimoniale e aveva visto che l’uomo
e la donna sono uguali di valore, ma differiscono per la struttura corporale e psicologica.
Gli autori moderni russi, come Evdokìmov, commettono un grave errore affermando che la
differenza corporale non ha conseguenze psicologiche, perché invece le differenze corporali
corrispondono alla differenza psicologica. Dunque, Crisostomo ammette chiaramente la
differenza assai profonda fra l’uomo e la donna.
Questa differenza, però, non proviene dal peccato, bensì da Dio. Problema teologico: perché
Dio ha voluto dividere il genere umano in due specie? Perché ha creato il matrimonio.
Dunque, il matrimonio non è una concessione, il matrimonio è la creazione paradisiaca; in
paradiso fu creato il matrimonio, questo gli altri Padri difficilmente lo accettavano.
6. Che cos’è il matrimonio? Il matrimonio è il sacramento dell’unità. Per Crisostomo il
matrimonio è il primo sacramento, deve essere al primo posto, mentre nell’elenco dei
sacramenti, adesso, è al settimo posto. Crisostomo voleva che gli uomini fossero uniti non
nella natura, ma nell’amore: questa è una cosa incredibilmente profonda. Tutti gli uomini non
sono uguali, bensì differenti, dunque per essere uniti si devono unire con una forza nuova,
cioè con la forza dell’amore.
Il matrimonio è sacramento dell’unità e sacramento dell’amore. Il matrimonio, in questo
senso, è immagine della SS. Trinità, perché per mezzo dell’amore il Padre, il Figlio e lo
Spirito Santo fanno unità.

57
Questo argomento è stato molto sviluppato da Florensky, il quale si scaglia contro quelli che
noi riteniamo i cosidetti diritti umani: siamo tutti uguali. Adesso si dice che siamo tutti simili.
Per Florensky non siamo né uguali né simili. Allora, come possiamo essere uniti? Per mezzo
del nuovo principio di unità, il principio dell’amore, che unisce le cose differenti e fa uno.
Allora il matrimonio è la perfezione dell’umanità: Dio ha creato prima l’uomo, poi la donna e
poi il matrimonio, così il paradiso era completo.
Dunque, il matrimonio è il colmo della creazione e sacramento dell’amore. Questo, nella
Chiesa latina, è stato detto esplicitamente solo nel Concilio Vaticano II; prima infatti si
sottolineava solo che lo scopo primario del matrimonio era la procreazione. Finalmente nel
Concilio Vaticano II si afferma che lo scopo primario del matrimonio è l’amore. Perciò anche
i Padri incominciarono a dire che il matrimonio tra S. Giuseppe e Maria era un vero
matrimonio.
7. L’amore necessariamente cresce perché è immagine dell’amore divino e quindi cresce
all’infinito. E come cresce? Cresce come la Rivelazione dall’Antico Testamento al Nuovo
Testamento, cioè dal carnale allo spirituale. Così l’amore deve crescere nel matrimonio e
qualche volta cresce così precocemente che ci sono persone che vogliono solo l’amore
spirituale, questi sono i vergini.
La verginità è la perfezione spirituale del matrimonio. E’, questo, un pensiero molto speciale
che si trova soltanto nei tempi moderni.
Ognuno di noi è nato dal matrimonio, quindi il matrimonio è una cosa santa; però deve
crescere e coloro che sono arrivati alla crescita piena hanno l’amore puramente spirituale che
è verginità, che è matrimonio spirituale: amore spirituale e universale. Il matrimonio è amore
carnale e particolare.
Come l’Antico Testamento è carnale e particolare, la Chiesa invece è universale e spirituale.
Dunque, la verginità è la perfezione del matrimonio, immagine della Chiesa.

Facciamo qui un passo dai Padri fino ai tempi moderni. Ho detto che negli autori russi c’era
una violenta reazione contro questa mancanza della spiritualità del matrimonio.
Vediamo ora V. Soloviev. Egli ha scritto un libro: “Il senso dell’amore”, tradotto anche in
italiano64.
1. Il senso del pudore.
Soloviev comincia sempre con i sensi, perché i sensi sono manifestazioni primitive. Che cos’è
il senso del pudore? Si ha il senso del pudore genericamente quando c’è qualcosa di cattivo.
Bene e male si manifestano con l’approvazione della coscienza o con la condanna della
coscienza. Dunque, il pudore è testimonianza del male.
2. Il pudore sessuale.
Perché vergognarsi di cose che appartengono alla generazione della vita? Ad una certa età
l’uomo comincia a vergognarsi degli stessi organi vitali essenziali per la vita e per questo li
copre. Come spiegare questo fatto? Non dipende da un’educazione sbagliata, ma è proprio di
tutti i tempi e di tutti i popoli, anzi, nei popoli primitivi il senso del pudore è più acuto. Da
dove è nato questo senso del pudore? Come è nato? E’ un fatto. La questione non si risolve.
3. La Bibbia dà una spiegazione teologica a questo problema: con il peccato ha avuto origine
nell’uomo il senso del pudore. Soloviev dice che purtroppo la Bibbia è molto generica a
questo riguardo. Egli analizza la questione. Quando nasce il pudore? I bambini piccoli non
l’hanno, esso nasce nel periodo della pubertà ed è unito ad un altro fenomeno:
l’innamoramento.
4. Il fenomeno dell’innamoramento. Che cosa significa innamorarsi? Questo è un fenomeno
molto importante nello sviluppo della personalità umana, perché implica la scoperta di
un’altra persona. Se ciò non avvenisse, mancherebbe sempre qualcosa nell’evoluzione
64
In breve lo stesso pensiero si può trovare nella sua morale. Il riassunto di ciò che Soloviev ha espresso nella
sua morale si può leggere in: T. Spidlik, “La spritualità russa”.

58
psicologica della persona. E quando si scopre l’altra persona, che cosa si scopre? Che questa
persona è la più ideale che potesse esistere, si scopre la sua bellezza e ci si giura amore e
unione eterni.
5. Il matrimonio. Se nel periodo dell’innamoramento si fanno proprie molte illusioni, molti
ideali, con il matrimonio essi cominciano a perdersi. Si cercava l’unione eterna e invece si ha
quella carnale, bella anch’essa, ma non è eterna, passa presto e lascia poi una certa
insoddisfazione. La nascita dei figli è senz’altro una cosa bella, ma ciò significa la perdita di
tutti quegli ideali e si vive per morire. Si è ridotti al ciclo della natura: l’uomo vive soltanto
per conservare la specie. Ecco, qui nasce il pudore, dice Soloviev, per l’incapacità di
raggiungere l’unione perfetta, ideale, eterna che si desidera. Non nasce il pudore perché c’è
qualcosa di male, ma perché la natura umana, privata dei suoi ideali, è degradata alla vita
animalesca, per questo l’uomo prova vergogna.
Cosa bisogna fare allora? Soloviev giunge alla stessa conclusione di Crisostomo: il carnale
deve crescere nello spirituale. I contatti carnali devono spiritualizzarsi e il matrimonio deve
divenire una vera amicizia fra l’uomo e la donna. Se nasce l’amicizia spirituale il matrimonio
tiene, diventa sacramento dell’amore. Ci sono alcune persone che vogliono conservare tutto
l’idealismo della gioventù per sempre e per questo promettono la verginità; esse sono nello
stato escatologico, capaci di vedere gli altri uomini come belli, degni di amore spirituale per
tutta l’eternità. Questi sono i vergini.
Hanno chiesto a Soloviev come mai non è entrato in monastero, visto che non si è neppure
sposato; ed egli ha risposto che, avendo una così nobile idea della vita spirituale celibataria,
con il contatto concreto con i monaci avrebbe subito una crisi! Il celibato esige una
concezione di vita molto ideale, molto pura. Egli aggiunge poi di aver sentito in Occidente
molte mamme esprimere il desiderio di avere un figlio sacerdote; perché? Perché in questo
modo almeno uno della famiglia riuscirà in ciò a cui non sono riusciti ad arrivare gli altri,
perché il tempo escatologico finisce il ciclo della natura animalesca. Perciò la verginità è lo
stato escatologico, che pone fine al ciclo animalesco della natura. Vedere questo ciclo nella
giusta misura, nei giusti tempi, questo si potrebbe dire la spiritualità del matrimonio, che
realmente è una cosa bella e va rivalutata soprattutto nei tempi moderni.
Dunque, se volete fare un discorso sulla teologia del sesso avete qui abbastanza sorgenti.
Troverete brevemente ciò che Soloviev esprime nella sua morale nel mio libricino “La
spiritualità russa”.

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PRECETTI E CONSIGLI

Abbiamo visto l’obbedienza, la povertà e la castità, i cosidetti tre voti, che non sono per tutti,
ma solo per qualcuno. La teologia latina fa questa distinzione: precetti e consigli.
Dunque, i precetti sono il decalogo; povertà e castità («Se vuoi essere perfetto...») sono i
consigli. E’ questa una distinzione che trova il suo fondamento nel Nuovo Testamento?
Questa distinzione è ispirata dal tipico concetto di legge del diritto germanico: esiste un
ordine necessario, uguale per tutti, chi non lo fa viene punito, però ognuno può fare qualche
cosa di più. Questo non corrisponde al concetto di legge che avevano gli antichi Padri, per i
quali la Regola di S. Basilio era l’ideale a cui ci si deve avvicinare, ciascuno a modo suo.
Siccome questo concetto era abbastanza vivo anche in Italia, si è generata questa differenza
fra spirito romano e spirito tedesco o anglosassone (Si diceva: «A Roma fanno tante leggi e
nessuno le osserva. A Roma si insegna il Codice, ma l’osservanza bisogna andarla a trovare al
di là delle Alpi!»).
S. Giovanni Crisostomo e i Padri consideravano il Vangelo come parole dette per la
perfezione, quindi, per loro la castità e la povertà erano precetti.
Basilio diceva che questi erano comandamenti del Signore, ciascuno si doveva avvicinare
secondo il proprio grado e possibilità.
La verginità, dunque, è per tutti; quelli che si chiamano comandamenti è il limite infimo sotto
il quale non si può andare.

Molto importante è vedere la concezione di legge. Se consideriamo povertà e castità come


legge evangelica, come ideale di perfezione, sono per tutti senza eccezioni. Ora, per
raggiungere questo ideale di perfezione ci sono i mezzi.
Qui abbiamo la famosa distinzione di S. Giovanni Damasceno:
1. Virtù dell’anima: ideale di perfezione.
2. Virtù del corpo: mezzo per raggiungere questo ideale.

- Purezza del cuore.


Virtù dell’anima è la purezza del cuore. Vale per tutti? E’ chiaro. Senza la purezza del cuore
nessuno può avvicinarsi al Signore. Ora, per ottenere la purezza del cuore alcuni preferiscono
non sposarsi. Il mezzo per ottenere questa virtù è il celibato.
- Fuga dal mondo.
La povertà è il mezzo per non vivere attaccato al mondo.
- Fede nella provvidenza.
Tutti devono avere fede nella provvidenza: Dio mi troverà il posto nel mondo per il quale mi
ha creato. Chi vuole questo con maggiore certezza fa voto di obbedienza, e il superiore in
nome di Dio decide la destinazione.

Le virtù sono uguali per tutti, diversi sono i mezzi per raggiungerle. Questo significa che sono
più perfetti coloro che usano questi tre mezzi? Nell’antichità si diceva che la vita religiosa era
sacra, era santa, perché si serviva di questi mezzi, ma ciò non significa che tutti ne usassero
bene. Sono mezzi utili, ma non necessariamente si può dire che i religiosi siano più perfetti.
Anticamente si credeva che chi osservava questi tre mezzi fosse più perfetto e la Chiesa
orientale canonizzava solo i monaci. Climaco, già nel VII secolo, diceva: «Se i secolari
potessero ottenere la stessa perfezione, a che cosa servirebbe fare tanta fatica per vivere in
monastero?». Dunque, vi era la concezione che la vita monstica fosse automaticamente più
perfetta della vita laicale.
Da questa mentalità deriva una seconda considerazione: la spiritualità laica fu sempre
considerata farsi monaco secondo le proprie possibilità (molte erano le coppie di sposi che,
ormai avanti negli anni, entravano in monastero, il marito in uno, la moglie in un altro).

60
Comunque questi mezzi concreti dovrebbero essere sempre un esempio anche per i laici.

61