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VIII

Vita e morte della Società del Benadir

Tre inchieste.
Quando nel dicembre del 1897, mentre il nome di Adua brucia
ancora, Ferdinando Martini acce a di andare a governare l’Eritrea, il
primo punto del suo programma, come abbiamo visto, è quello di
far dimenticare l’Africa agli italiani. Un obie ivo che conta di
raggiungere con la riduzione delle spese, la limitazione della
presenza militare, una politica di buon vicinato con l’Etiopia; ma
sopra u o con il silenzio. La stessa politica viene ado ata per il
Benadir, ma ancora con maggior fortuna grazie alla lontananza della
Somalia dalla madrepatria, alle quasi inesistenti comunicazioni
mari ime ed infine alla natura commerciale della colonia e alla sua
gestione privata, che consentono allo Stato di limitare le sue
responsabilità politiche e militari. Ma nonostante l’indirect rule, i vari
governi che si succedono dal 1896 al 1900 impiegano tre anni e
mezzo per far passare al Parlamento la legge sulla sovvenzione alla
Società del Benadir. E quando la legge passa alla Camera, il 29
novembre 1899, passa per soli 173 voti contro 151, tanto si è
sviluppata, dopo la disfa a di Adua, la corrente
dell’anticolonialismo.
Dopo quasi qua ro anni di esercizio provvisorio, all’alba del
nuovo secolo la Società del Benadir assume dunque la gestione
dire a della colonia, gestione che dovrebbe durare, secondo la
convenzione, cinquant’anni. 1 Alla carica di governatore viene
nominato l’ex giornalista ed esploratore Emilio Dulio, che già
abbiamo visto reggere il Benadir come regio commissario. Dulio, che
conserva tu e le prerogative autocratiche del Filonardi ed anzi
accentua, col passare del tempo, la sua indipendenza sia dalla
società di gestione che dal governo, dirige la colonia usufruendo
della rete di agenti locali della defunta Filonardi, di un piccolo
gruppo di amministratori avuti in prestito dalla regia marina e di
alcuni funzionari civili. In tu o meno di venti italiani. Secondo i voti
del governo, la sorveglianza sull’amministrazione degli scali del
Benadir dovrebbe essere esercitata dal console generale che risiede a
Zanzibar, e che dal 1897 al 1903 è Giulio Pestalozza. Ma
evidentemente questa sorveglianza non basta, se nel giro di pochi
anni vengono inviate in colonia tre commissioni di inchiesta, le quali
criticano duramente l’operato della società milanese.
Se esaminiamo le ripercussioni in Parlamento, notiamo che la
Società è già in stato di accusa a poco più di un anno dall’assunzione
della gestione effe iva. L’8 giugno 1901, prendendo lo spunto dalla
relazione sul bilancio di previsione 1901-02, l’on. Guicciardini
dichiara di aver «ricevuto l’impressione che la Società milanese
avesse fa o di meno di quello che, se non la le era, lo spirito del
contra o imponeva di fare» e suggerisce che si vigili «più
efficacemente la società milanese, richiamandola, ove occorresse,
all’adempimento dei suoi doveri quando non fossero
scrupolosamente soddisfa i» e precisando inoltre che «sarebbe stato
un errore impegnare troppo a fondo l’azione dello Stato nella
Somalia Italiana, ma sarebbe stato anche un errore il trascurarla od il
dimenticarla». 2 L’anno successivo, il 23 maggio, intervenendo nel
diba ito sulla relazione della società milanese, lo stesso Guicciardini
torna all’a acco precisando che la Società non ha fa o nulla o quasi,
all’infuori del riscuotere i contributi governativi ed i dazi doganali.
Ancora più duro è l’on. Grippo, il quale afferma che la Società è
doppiamente criticabile, per la sua ina ività e per aver annunziato
un programma tanto vasto di opere e di riforme da apparire
chiaramente irrealizzabile.
Alle accuse di inazione, seguono verso la fine del 1902 le accuse,
se non di favorire, almeno di tollerare la schiavitù. «Il Secolo» di
Milano, che più degli altri conduce a fondo la campagna
antischiavista, pubblica il 18 e 19 dicembre alcuni articoli del tenente
Gaetano Bossi 3 e dell’esploratore Robecchi Bricche i che fanno
scalpore, ed inoltre stampa dei fac-simili di a i di compra e vendita
di schiavi. Dinanzi a questa documentazione, il governo decide di
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incaricare il console generale Pestalozza e il comandante della
Volturno, Onorato Di Monale, di compiere nel Benadir un’accurata
indagine; analoghe inchieste sono ordinate dalla stessa Società del
Benadir (l’incarico è affidato a Gustavo Chiesi e ad Ernesto Travelli)
e dalla Società Antischiavista d’Italia (incarico a Robecchi Bricche i).
Alla Camera, intanto, è un fuoco di fila di interrogazioni e
interpellanze. Il 2 marzo 1903, replicando insoddisfa o al ministro
Morin, l’on. Gustavo Chiesi dichiara che il «governo avrebbe dovuto
spronare la Società del Benadir a trasformarsi e ad esigere che il
capitale della Società venisse impiegato sul luogo, acquistando
terreno, trasformando l’agricoltura e iniziando i commerci, e la
schiavitù si sarebbe potuta comba ere e vincere efficacemente,
trasformando l’ambiente sociale ed economico del paese». 4 Il 2 aprile
l’on. Santini torna sull’argomento sostenendo che «la giustizia nel
Benadir non si amministra più», «che la Società non aveva costruito
né un metro di banchina né eseguito il più modesto lavoro e le
comunicazioni mancavano e persino gli ascari al servizio della
Società erano armati di fucili avariati». 5 Concludendo il diba ito, lo
stesso ministro Morin dichiara che il governo si è ormai fa o la
convinzione che la Società ha trascurato tu i i suoi impegni ed è
venuta meno alla sua missione civilizzatrice, preoccupandosi
esclusivamente di non rischiare il capitale e di assicurare agli
azionisti i più alti dividendi.
Lo scandalo Badolo porta l’ultimo, definitivo colpo alla Società. A
questo tenente di vascello, che è stato residente a Merca e che ha
sostituito, per nove mesi, il governatore Dulio, gli inquirenti Chiesi e
Travelli muovono accuse di incapacità (per aver fa o costruire un
ba ello per l’Uebi-Scebeli senza prima accertarsi della navigabilità
del fiume) e di incuria e crudeltà nei confronti degli indigeni, per
aver pronunziato condanne senza procedimento e per aver lasciato
morire di fame trenta detenuti nella garesa di Mogadiscio. Nel
tentativo di raddrizzare le cose, la Società del Benadir sostituisce il
governatore Dulio con il vecchio coloniale Alessandro Sapelli. Ma è
una mossa tardiva ed ormai inutile, poiché il governo, accusato da
più parti di corresponsabilità in tu i gli avvenimenti incresciosi della
Somalia, ha ormai avviato negoziati con il sultano di Zanzibar e con
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l’Inghilterra per l’acquisto dei porti benadiriani e per assumere
l’amministrazione dire a della colonia. Ne dà notizia, per la prima
volta, il ministro agli Esteri Tommaso Ti oni il 20 febbraio 1904. Il
risca o dei porti avviene l’anno dopo. Si conclude così,
ingloriosamente, l’esperimento italiano di affidare il governo di una
colonia ad una società privata, scarsa di mezzi e di esperienze e
preoccupata soltanto di accumulare utili. Ne scrive l’amaro epitaffio
Robecchi Bricche i in una delle sue lunghissime le ere al presidente
della Società Antischiavista: «La Società che non subì mai nessun
controllo da parte del governo, ed anzi fu da lui abbandonata a se
stessa, pur dicendo di fare, non ha saputo finora eseguire nessun
lavoro pubblico e privato, né una casa, né un alloggio, né un
magazzino, o un approdo o un ricovero, come non seppe fondarvi
una scuola, un asilo, un ospedale, una farmacia, né un istituto
qualunque insomma, anche embrionale, per migliorare le condizioni
di quelle popolazioni. Così com’essa ha agito finora, venendo meno a
tu i i suoi impegni senza serie iniziative e limitandosi a fare il
doganiere per aumentare i suoi introiti, essa è da rimproverare». 6

Una colonia nel caos.


La situazione nel Benadir, durante la gestione della Società milanese,
è però molto più grave di quanto non appaia a raverso le
interpellanze a Montecitorio. Quando, sul finire del 1903, il capitano
Sapelli sbarca a Mogadiscio per sostituire il governatore Dulio, gli dà
il benvenuto il tenente Ragusa, con queste parole: «Come mi
dispiace che anche lei sia venuto a morire qui!». 7 Questa accoglienza
ed i risultati di una sollecita indagine persuadono il Sapelli che in
realtà niente funziona nella colonia. Per cominciare, il dominio
italiano è fi izio, si limita ai pochi porti. Quanto ai 600 arabi
straccioni che li presidiano, essi non sono affa o in grado di
respingere gli eventuali a acchi dall’esterno e neppure di garantire
la sicurezza interna. Non è infa i trascorsa una se imana dal suo
arrivo, che il greco Marengo viene pugnalato in pieno centro di
Mogadiscio da un somalo bimal. Tanto che il Sapelli, preoccupato, è
spinto ad emanare un’ordinanza che impone ai bianchi di circolare
accompagnati almeno da due guardie armate. La situazione, dal
punto di vista della sicurezza, non sembra migliorata neppure l’anno
dopo, se il D’Albertis, in visita di piacere alla colonia, annota,
indignato: «È cosa dolorosa a dirsi, ma vera; dopo 15 anni di
occupazione nostra, nulla si era fa o per tutelare la nostra colonia o i
suoi punti principali: talché predoni somali deridevano il nome
d’Italia, ed io non avrei potuto spingermi impunemente a tre o
qua ro chilometri fuori della ci à!». 8 E gli fa eco il Mantegazza:
«Anche quando si ferma dinanzi a Mogadiscio il vapore tedesco per
parecchie ore, è ben raro il caso che scenda qualche forestiero per
visitare la ci à. Oramai è diffusa la convinzione che, scendendo a
terra, vi sia il cinquanta per cento di probabilità di essere scannati
malgrado la vigilanza delle autorità italiane». 9
Il bilancio è disastroso. Non esistono sicurezza per le persone e le
cose, nessuna parvenza di giustizia organizzata, nessuna garanzia
per il commercio e le comunicazioni, nessuna opera pubblica o
assistenziale a favore degli indigeni. In compenso il Sapelli scopre
nella garesa governatoriale «un magnifico servizio di posateria
d’argento per quaranto o persone e un altro, veramente principesco,
di porcellana appositamente eseguito da Ginori, con lo stemma della
Società, il biscione visconteo-milanese affiancato alla croce sabauda»,
che testimoniano «come bene si fossero spesi i fondi dell’esiguo
bilancio destinato a sviluppare la civiltà nella colonia». 10 Non è stato
compiuto il più piccolo sforzo neppure a Mogadiscio, che funge da
capitale provvisoria, non fosse altro che per trarre in inganno le
commissioni d’inchiesta. Robecchi Bricche i, che vi torna il 17 aprile
1903, registra, desolato: «Nell’aspe o nulla di cambiato dopo dodici
anni che la rivedo: lo stesso sudiciume flu uante, l’identica
popolazione astuta e ciarliera [...], nessun miglioramento all’infuori
di una indecente casupola da guardaboschi, catapecchia adibita ad
ufficio di dogana». 11
Dopo aver visitato Mogadiscio, Merca e Brava ed essersi sepolto
negli archivi per rifare a raverso i rapporti ufficiali la storia della
colonia, l’esploratore pavese eme e una sentenza, che sembra
inappellabile: «Risulta chiaro e evidente che al Benadir manca
pp
assolutamente ciò che costituisce un governo. L’a uale
amministrazione del Benadir è soltanto un ufficio di dogana, che
incassa i dazi di importazione e di esportazione senza occuparsi di
altro». 12 Prendiamo la giustizia. Nel corso della sua indagine,
Robecchi Bricche i si accorge che, non soltanto non esistono i registri
dei detenuti con le annotazioni delle loro colpe e condanne, ma le
sentenze «sono imposte verbalmente a capriccio, senza norme
legislative, né ordine». 13 Ma non basta. La cassa governatoriale passa
ai detenuti una diaria di due besa, mentre il vi o giornaliero di un
adulto non costa meno di o o. «Con questo regime di digiuno
forzato, — spiega il Robecchi — il povero carcerato va a poco a poco
asso igliandosi, e si direbbe che ci si abitua, se dopo quindici giorni
di esperimento non morisse di inedia. Il do or Mucciarelli di Roma,
che constatò i fa i, potrebbe riferirne in proposito, sebbene non sia
mai stato chiamato per constatare i decessi né alla garesa, né in
nessun posto della colonia». 14
Quando poi il Robecchi sposta la sua indagine sui programmi di
sviluppo della colonia, si accorge che la Società ha riposto tu e le
sue speranze in qua ro «specialisti» (un ingegnere minerario, un
agronomo, un contadino e un falegname) fa i venire dall’Italia nel
1902. Ma il fa o che più sconcerta il nostro inquirente è che i qua ro
«esperti» non sono stati affa o utilizzati secondo la loro
specializzazione. L’agronomo fa lo scrivano in un ufficio di
Mogadiscio. Il mineralogista presenzia ai lavori di riparazione delle
vecchie case dell’amministrazione. Quanto al contadino, dopo aver
dissodato alcuni terreni vicino a Brava, sta aspe ando da un anno gli
a rezzi agricoli che intanto deperiscono in un magazzino di
Mogadiscio.
Dinanzi a questo sfacelo, l’uomo che dodici anni prima ha
sognato e invocato la creazione di un «vasto impero coloniale
italiano che stringa nelle sue braccia tre razze forti e intelligenti,
l’abissina, la galla, la somala» 15 si rende conto di aver sbagliato tu o
e riconosce che il Benadir è stato «acquisito all’Italia nel tempo di
infausta memoria, in cui la smania della conquista ed il miraggio di
un futuro impero etiopico-eritreo, con sbocchi sopra l’Oceano
Indiano, aveva a molti tolto il senno». 16 Ma è una follia che non ha
contagiato gli umili. I contadini del Sud continuano ad emigrare a
centinaia di migliaia all’anno, ma nessuno pensa di venire a cercare
lavoro in Somalia. Nel 1903 ci sono nel Benadir tredici italiani: undici
impiegati amministrativi, una donna e un bambino. L’anno dopo, il
numero dei «nazionali» sale a diciasse e, per l’arrivo fortuito di due
giovani coppie di sposi, sba ute dal caso sulle spiagge di
Mogadiscio. 17 Per qualche tempo, poi, grazie allo sbarco quasi
clandestino di padre Leandro dell’Addolorata e di padre Felice, la
comunità aumenta di due altre unità, ma un telegramma
governativo obbliga il governatore Sapelli ad espellere i due
religiosi, che si rifugiano in territorio inglese, a Chisimaio. A Roma,
infa i, e non a torto, si ritiene che qualsiasi azione de propaganda fide
sia prematura e pericolosa in un paese, come il Benadir, che è
interamente musulmano e di recente conversione.
In questo vuoto assoluto, con una Società che mira esclusivamente
a far denaro ed un governo che si so rae ad ogni responsabilità, i
pochi italiani confinati nel territorio inospitale ed ostile non trovano
di meglio che praticare lo sport dell’odio, della denuncia, del
vilipendio. 18 O quello del lamento, che produce sfoghi come questo:
«Vivere all’ombra della bandiera italiana e respirare l’aria che sa di
straniero, mangiare delle scatole di conserve, ove grandeggiano
marche e sigle di altri Paesi, sturare bo iglie, sul cui tappo avete
bisogno di rivangare tu i i vostri studi geografici per identificarne la
provenienza, calzare delle scarpe di Bombay, giunte via Mombasa,
me ervi in testa un elme o della antipaticissima Aden, serrar la
porta vostra con un lucche o del Transvaal, rovinarvi la gola con
delle sigare e indiane, studiare alla fioca luce e all’insopportabile
puzzo di una ca ivissima stearica belga e... accendere il lume a sera
con un fiammifero austriaco, vi fa l’effe o come, vestendovi allo
scuro, indossiate degli abiti non vostri, che qualche bello spirito vi ha
sostituito». 19 La similitudine finale potrà non essere bella, ma il
quadro di insieme è efficace. E documenta che in quindici anni di
occupazione il Benadir non è neppure diventato un modesto
mercato dei nostri prodo i.
Si vendono schiavi.
Una colonia che esiste soltanto sulla carta. Una Società di gestione
che non amministra ma esercita la rapina. Venti italiani che si odiano
fra di loro e che sono circondati dall’odio degli autoctoni. E su tu o,
a completare il quadro di sfacelo e di irresponsabilità, l’infamia della
schiavitù. So o gli occhi delle autorità italiane, distra e o tolleranti,
gli schiavi vengono infa i liberamente acquistati, venduti, ereditati,
offerti in regalo, sfru ati, incatenati, deportati. Rarissimamente
liberati, come impone la convenzione di Bruxelles.
Robecchi Bricche i è da appena una se imana nel Benadir e già è
in grado di riferire alla Società Antischiavista «che tu i i fa i di
schiavitù denunciati dalla stampa italiana, auspice ‘Il Secolo’ di
Milano, sono tu i veri, e per nulla affa o svisati». 20 L’inchiesta che il
Robecchi conduce, fra l’aprile e il giugno del 1903, è esemplare per la
serietà e meticolosità. Andando di porta in porta, opera in
Mogadiscio, Merca e Brava un autentico censimento, che lo conduce
a stabilire che nella prima ci à ci sono 2.095 schiavi su 6.695 abitanti,
nella seconda 721, nella terza 829. Nelle campagne il numero degli
schiavi è superiore e la loro condizione umana è anche peggiore.
«Sempre proni a terra, — racconta il Robecchi — a endono ai più
faticosi lavori con un pugno di cenere o di creta sulla nuca, loro
imposto dal padrone per accertarsi che non desistano dall’opera. Se
uno schiavo leva un istante il capo dal solco che ara, semina o
altrimenti lavora, gli cade dalla nuca la creta o la cenere, ed allora si
sente tosto le spalle accarezzate dal curbasc dell’aguzzino». 21
Nonostante i divieti e gli ostacoli disseminati dalla Società sul
cammino dell’inquirente pavese, il suo rapporto appare molto più
completo di quelli del Pestalozza e del Di Monale. Accanto ad una
episodica terrificante, non mancano i listini coi prezzi degli schiavi e
le foto della più ricca collezione di ferri tolti alle caviglie degli
schiavi. Ma la testimonianza più grave, che so olinea la brutalità e il
cinismo del pugno di signoro i coloniali che gestiscono il Benadir, è
costituita dagli a i notarili ufficiali, custoditi nella residenza
governatoriale. In essi il Robecchi scopre i contra i di
compravendita degli schiavi, classificati in rubriche commerciali,
legalizzati coi debiti bolli e con le formalità di autenticazione di rito.
Per ogni bara o, il cassiere della Società, Mazzucchelli, percepisce
una quota, che diligentemente annota nei registri e che il Robecchi,
«indignato», trascrive:
«N. 184. 28 Rabi II. 1319 (1901). Vendita di una schiava di Achmed
Mohamed Ali a Said Suliman. Valore 70 talleri. Riscosso: 1 tallero.
N. 246. Giumad II. 1319. Vendita di tre schiavi di Ali Ahud ad
Osman Mohamed Scioble per 200 talleri. Riscosso: 2 talleri.
N. 461. 2 Regiab 1320 (1902). Vendita di 2 schiavi fa i dal cadi a
Mohamed Ahmudi. Valore 135 talleri. Riscosso: 2 talleri». 22
Nel ricopiare questi a i, che sono vidimati dal governatore Dulio,
Robecchi è sconvolto, non trova un commento appropriato, si limita
a dire: «Si rimane così indignati che non riesce più possibile
pronunciarsi su tali mostruosità: il giudizio lo si lascia, intero, alla
storia». 23
La convenzione di Bruxelles è del 1890. Tredici anni dopo, nel
Benadir, non sono stati affrancati che qualche centinaio di schiavi. Il
motivo è quantomai semplice. I residenti si scolpano riversando sul
governatore la responsabilità di non aver applicato le norme. Il
governatore rige a la colpa sul console generale di Zanzibar, il quale
a ribuisce il torto alla Società di gestione, che a sua volta se ne lava
le mani e chiama in causa il governo. Grazie a questo comodo
sistema di scaricabarili, fra il 1900 e il 1914 non vengono liberati nella
Somalia meridionale che 4.300 schiavi su di una popolazione coa a
che il governatore Cerrina Feroni valuta sulle 30 mila anime ma che,
in realtà, deve essere almeno tre volte più numerosa.
Ma la persistenza della schiavitù nel Benadir non si può a ribuire
soltanto all’imperfe o funzionamento degli organismi che vigilano
sui destini della colonia. Per Dulio, ad esempio, la schiavitù non è
poi quella cosa odiosa che si racconta, ma qualcosa di molto più
sopportabile e che egli preferisce definire «servitù domestica». Nel
suo incredibile rapporto del 27 marzo 1902, che viene le o alla
Camera nel maggio successivo e che solleva le giuste proteste
dell’on. Mel, il governatore Dulio sostiene che, pur essendo la terra
del Benadir per tre quarti coltivata da schiavi mal nutriti, è
addiri ura impensabile l’abolizione della schiavitù perché ciò
p p
farebbe diminuire la manodopera e nuocerebbe alla coltivazione
delle terre. «In luogo di riuscire per la nostra colonia un passo
innanzi nel cammino della civiltà, un simile provvedimento
finirebbe col piombarla in una barbarie molto peggiore
dell’a uale». 24
Per quanto il Robecchi Bricche i non risparmi al Dulio le accuse
più infamanti, egli precisa nel suo rapporto che le responsabilità per
la sopravvivenza della tra a vanno però addebitate anche ai membri
del consiglio di amministrazione della Società e agli uomini di
governo, che hanno sempre lesinato i mezzi alla colonia e non si
sono mai preoccupati dello sviluppo civile delle popolazioni
indigene. In realtà, solo dietro la pressione dell’opinione pubblica, ci
si decide a promulgare nel marzo del 1903 i decreti contro la
schiavitù che sono stati emanati dal sultano di Zanzibar addiri ura
nel 1873!
Esaurita la sua indagine, completato il suo j’accuse, fa osi più
volte fotografare al centro di gruppi di giovani liberti o nell’a o
rituale della manumissione (la mano sul capo che affranca lo schiavo),
Robecchi rientra in Italia coi documenti d’accusa, le catene, i ferri, i
ceppi tolti ai piedi degli schiavi, e persino con il piccolo liberto
Mabruc. Il 30 se embre, con gesto teatrale, Robecchi porta tu a
questa sua documentazione all’assemblea generale degli azionisti
della Società del Benadir. Documenti, ceppi, ferri, catene fanno colpo
sugli azionisti, ma ciò che più li stupisce è la testimonianza vivente
di Mabruc, il quale si rivolge al presidente della Società, conte
Sanseverino, e gli dice: «Perme ete, illustre signore, che coi miei
ossequi, io porti da Mogadiscio a voi, a Milano, ed agli italiani tu i il
saluto riverente ed affe uoso di quei fratelli schiavi, i quali, auspice
Robecchi Bricche i, respirano al Benadir le prime aure di libertà». 25
Nell’atmosfera deamicisiana che si è venuta a creare, l’esploratore
pavese ha buon gioco a convincere l’uditorio ed a far approvare un
ordine del giorno che impegna la Società a stanziare una somma
annua per il risca o degli schiavi ed a promuovere quelle a ività che
possono fornire ai liberti un «libero lavoro compensato». Ma è già
cominciato il tramonto della Società del Benadir ed il proge o resta
sulla carta. Con gli anni, secondo un prudente «gradualismo», gli
g p g g
schiavi somali verranno liberati, ma non raggiungeranno mai la
condizione di uomini veramente liberi. Con l’adozione del «contra o
agricolo Bertello», che si presta ad ogni abuso, il fascismo instaurerà
nella colonia una forma di coscrizione obbligatoria degli uomini
validi, che i somali non esiteranno a definire «schiavismo bianco».
Una nuova forma di oppressione che durerà fino al febbraio 1941.

La rivolta dei Bimal.


La decisione italiana, anche se tardiva, di far rispe are nel Benadir la
convenzione antischiavista di Bruxelles ha ovviamente delle
conseguenze gravi che, con un minimo di accorgimenti e riforme, si
sarebbero potute evitare. I bandi contro la schiavitù, promulgati
senza una adeguata propaganda tra le popolazioni indigene,
provocano infa i sin dall’inizio del 1904 uno stato di tensione fra le
tribù che vivono nei dintorni delle ci à costiere. Il malessere è anche
originato dal continuo mutare dei provvedimenti a carico delle varie
popolazioni, causato dall’avvicendarsi rapidissimo di governatori,
commissari e reggenti. Nei se e anni che passano fra il 1897 e il 1904
reggono infa i la colonia, con poteri pressoché di atoriali e punti di
vista a volte diametralmente opposti, Emilio Dulio, Giorgio
Sorrentino, Iginio Badolo, Eugenio Cappello, Ugo Ferrandi,
Alessandro Sapelli. Salvo il Dulio, tu i militari, e di medio rango, in
grado di far rispe are la disciplina nelle guarnigioni ma
assolutamente incapaci di programmare una politica per la colonia,
per di più malamente amministrata da una Società senza mezzi e
programmi e deliberatamente mantenuta nel limbo dai prudenti
governi formatisi dopo Adua.
Ad esprimere il maggior malcontento è la cabila dei Bimal, che
occupa la fascia costiera fra Danane e Merca. In gran parte nomadi,
con un passato di ininterro e guerre vi oriose contro i vicini
Agiuran, Gobron, Giddu e Gheledi, i Bimal disdegnano il lavoro dei
campi ed affidano questa a ività ai loro schiavi bantù. La base della
loro prosperità è appunto rappresentata dai cereali prodo i dagli
schiavi, che essi scambiano sul mercato di Merca con tessuti
d’importazione e con utensili di ferro. Dinanzi alla prospe iva di
perdere totalmente la loro forza-lavoro e di essere costre i alla
sedentarizzazione per sopravvivere, i nomadi Bimal, che già
detestano i frengi venuti dal mare, si decidono per una prova di forza
e, abbandonando i loro villaggi nella boscaglia e lungo le rive dello
Scebeli, scendono alla costa e cingono d’assedio Merca.
È l’aprile del 1904 ed a Merca, come residente ed unico italiano, c’è
Giulio Monti, che può disporre per la difesa della ci à di un
centinaio di mercenari arabi. Ma Monti, memore dell’assassinio del
tenente Talmone e del suo predecessore Trevis, non si sente sicuro
neppure fra le mura della ci à, che gode, avverte il Robecchi
Bricche i, della «triste fama di eccidio e assassinio, e dove il
tradimento è facile come il sospe o». 26 Anche se i Bimal non hanno
ancora l’ardire di a accare Merca, le conseguenze del blocco sono
gravissime per la popolazione, che presto soffre la fame e viene
decimata da un’epidemia di beri-beri. Nel tentativo di rompere
l’assedio, il comandante delle truppe della colonia, capitano De Vito,
fa partire il 22 maggio da Mogadiscio una colonna di 200 ascari al
comando dei tenenti Molinari e Ragusa. Ma a meno di un terzo di
strada la colonna viene a accata da un migliaio di Bimal. «Ci
sbarrarono la strada, — racconta Molinari in una le era ai parenti —
avvicinandosi a meno di 50 metri e facendo volare qualche centinaio
di frecce avvelenate che, per fortuna, non fecero alcun danno.
Naturalmente risposi con un buon fuoco e ne mandai all’altro
mondo 35, ferendone un’o antina. Poche ore dopo fui di nuovo
a accato, ma allora noi eravamo 300, perché il residente Monti si era
unito a me con 100 ascari. Si aprì nuovamente il fuoco e ne
uccidemmo altri 22, ferendone anche una se antina. Alle 10 arrivavo
a Merca senza aver perduto nemmeno un ascaro». 27
Vi oria facile, quasi un tiro al piccione, perché i Bimal non
posseggono un solo fucile e le loro frecce non possono raggiungere il
bersaglio. Ma nonostante le «lezioni» di Banzalè e di Adaddei, che
costano agli insorti 57 morti e 150 feriti, i Bimal non desistono dalla
loro offensiva e chiudono in Merca anche la colonna di soccorso.
Non solo, ma restringono maggiormente l’assedio occupando in
permanenza le alture che dominano la ci à. «Tale era l’audacia di
p
questi Bimal, — narra il capitano D’Albertis — da venire fino a
portata di voce a beffeggiare le nostre sentinelle di guardia alle porte
della ci à». 28 Per qualche tempo la Società riesce a rifornire Merca di
viveri, combustibili e medicine per mezzo di sambuchi indigeni o
noleggiando piccoli vapori, ma quando comincia a soffiare il
monsone di sud-ovest la costa rimane ermeticamente chiusa e la ci à
cade nel più completo isolamento. È in questo periodo che la
mortalità tocca i livelli più alti. Quando il blocco si allenta nel
gennaio del 1905, dopo nove mesi di assedio, Merca, che prima
contava oltre 5 mila abitanti, non ne ospita che mille: 1.200 sono
morti di fame e di scorbuto, gli altri sono evasi, via mare,
raggiungendo Brava o Mogadiscio.
Dell’insurrezione dei Bimal e dell’assedio di Merca in Italia si ha
notizia (e per caso) soltanto nel giugno 1904, tanto il governo si è
adoperato nel nascondere i fa i. Il silenzio viene incidentalmente
ro o dal giornale torinese «Il Momento», il quale pubblica la le era
che il tenente Molinari ha inviato ai suoi e che descrive, fra l’altro, i
già citati scontri con i Bimal. Dinanzi a questa testimonianza
irrefutabile, il governo autorizza l’agenzia Stefani a diramare un
laconico comunicato. Poi, per qualche tempo, il sipario rimane calato
sui fa i del Benadir.
Di nascosto dell’opinione pubblica, però, il governo decide di
rafforzare il dispositivo militare della colonia. Al capitano De Vito
viene affidato l’incarico di liquidare i mercenari chirobots, di
assumere altri ascari ad un soldo più alto (è portato da 3 a 7 talleri al
mese) e di inquadrarli secondo le regole militari. Vengono inoltre
inviati nel Benadir un certo numero di ufficiali da smistare nei più
importanti centri. Cessato il monsone, infine, e ridivenuto agibile il
porto di Merca, viene sostituita la provata guarnigione della ci à. A
rimpiazzare il residente Monti è designato il capitano Gherardo
Pàntano, un coloniale che ha già fa o, come si ricorderà, un lungo
tirocinio in Eritrea. Riorganizzati gli ascari del presidio, rioccupate le
alture intorno a Merca, il 21 gennaio 1905 Pàntano guida una sortita
contro i Bimal che si conclude con il fa o d’arme di Egàlle. Venti
somali restano sul terreno, mentre le forze italo-arabe 29 non
subiscono alcuna perdita ed anzi possono condurre a termine una
p p
razzia di cammelli, capre, buoi e granaglie per un valore di duemila
talleri. Con altri tre comba imenti (a Bula Zach il 10 giugno, a Gilib
il 26 agosto, ed a Mellét il 14 o obre), il capitano Pàntano respinge i
Bimal verso lo Scebeli e rompe definitivamente l’assedio di Merca.
Ma più che di pacificazione si deve parlare di tregua. In effe i,
mentre il capitano De Vito porta a termine la riorganizzazione delle
truppe indigene (Guardie del Benadir) e ne aumenta gli effe ivi da
600 a 1.000 uomini, i Bimal non perdono tempo ed entrano
segretamente in rapporto con il Mullah, il guerrigliero che da alcuni
anni alimenta la rivolta nel Somaliland, guida razzie nell’Ogaden
etiopico e sconfina nei prote orati italiani della Somalia del Nord.
Stanchi di essere abba uti come piccioni, i Bimal chiedono al Mullah
armi da fuoco. Ed il Mullah le invia, superando con questo gesto di
solidarietà la secolare tradizione di rivalità tribali. Da questa
alleanza, che ha radici religiose ma anche politiche, nasce il moderno
nazionalismo somalo.

Il Mullah entra in scena.


Anche se la rivolta dei Bimal è dovuta, almeno all’inizio,
principalmente al modo incauto delle autorità italiane di decretare
l’abolizione della schiavitù e del vecchio ordine sociale, è indubbio
che ad accendere gli animi dei somali concorre anche la presenza
nella Somalia del Nord del Mullah, l’eco delle sue azioni militari, il
significato politico della sua jihād (crociata) contro gli infedeli. Fra i
somali del Benadir, i Bimal sono anzi i primi a captare il messaggio
patrio ico del Mullah e ad accogliere con simpatia i suoi emissari.
Ma fra i due focolai di resistenza agli stranieri corrono enormi
distanze, e la prima sollevazione dei Bimal si chiude, come abbiamo
visto, prima che essi possano ricevere armi da fuoco dal Nord
insieme alle opportune lezioni di strategia. Ma anche quando, nel
1907, potranno disporre di un certo numero di fucili, essi non
riusciranno mai ad eguagliare le gesta dei dervisci guidati dal
Mullah. Poiché nessuno dei capi Bimal può lontanamente
paragonarsi al Mullah, l’uomo che fra il 1899 ed il 1920 tiene in
scacco le forze coloniali coalizzate dell’Inghilterra, dell’Etiopia e
dell’Italia.
Mohamed ben Abdalla Hassan, che gli inglesi, in dispregio,
chiameranno Mad Mullah (Santone pazzo), nasce il 7 aprile 1864 nel
piccolo villaggio di Kob Faradod nell’alta valle del Nogal. 30
Trascorse l’infanzia e la giovinezza nella cabila orgogliosa dei
Dulbohanta, a sorvegliare il bestiame ed a frequentare la scuola
coranica; a diciannove anni, o enuto il titolo di sceik, lascia il
Somaliland e visita, durante lunghi anni di peregrinazione, i luoghi
santi dell’islamismo, come Harrar, Mogadiscio, La Mecca. È in
quest’ultima ci à-santuario che Mohamed incontra l’uomo del suo
destino, Mohamed Saleh, capo della nuova se a islamica Salehiya,
una tarìqa dai dogmi rigidissimi e dalle prescrizioni intransigenti.
Conquistato da questa do rina, torna nel Somaliland come vicario di
Mohamed Saleh e nel 1895 inizia la sua predicazione a Berbera.
Dotato di un’oratoria pungente e della foga dei riformatori,
denuncia la decadenza delle altre tarìqe, predica una più stre a
osservanza dei riti religiosi, condanna i somali che sciupano tempo e
denaro nell’uso degli alcoolici e del tè, nel masticare il kat, 31 nel
rimpinzarsi del grasso della coda di pecora. Il suo insegnamento non
si esaurisce però nell’invito a condurre un’esistenza più temperante e
virtuosa. Nelle moschee e per le strade egli annuncia che il paese è in
pericolo, che la presenza a iva dei missionari cristiani costituisce
una minaccia per la fede islamica e che è tempo di allontanare gli
inglesi «infedeli» e i ministri del loro culto blasfemo. Ma Berbera non
raccoglie i suoi messaggi religiosi e già, velatamente, politici.
Deluso dal mancato successo, si trasferisce all’interno, a Kirrit,
dove ha trascorso l’infanzia. Qui, nel 1898, fonda la sua prima giamìa,
mentre intensifica i suoi a acchi ai missionari cristiani e consolida la
sua reputazione componendo le controversie intertribali e rivelando
eccezionali doti di poeta civile. Ma egli si rende presto conto che la
sua predicazione per moralizzare i costumi e per respingere la
colonizzazione occidentale non può avere che una scarsa portata se
resta circoscri a al clan materno dei Dulbohanta. Così egli cerca,
puntando sopra u o sul messaggio islamico e sulla sua carica
antioccidentale, di far superare ai suoi seguaci l’ostacolo delle
p g
divisioni tribali e di realizzare un minimo di unità fra i somali. È
un’operazione che è già riuscita, e con successo, al mahdi del Sudan.
Ma che non può essere incruenta.
Nell’aprile del 1899, le autorità inglesi di Berbera apprendono che
hagi Mohamed ben Abdalla Hassan raccoglie armi e recluta uomini
fra i Dulbohanta. Il 12 aprile il console generale J. Hayes-Sadler
riferisce al Foreign Office che il vicario di Mohamed Saleh ha già ai
suoi ordini 3 mila seguaci e che ha proclamato la crociata contro gli
infedeli. Nell’agosto, dopo di aver convinto anche gli Habar-Tolgiala
e gli Habar-Junis ad inviargli armati, raccoglie a Burao oltre 5 mila
uomini, dei quali 1.500 montati e 200 provvisti di fucili moderni. A
questo raduno, che è forse il più grande e significativo di tu a la
storia recente dei somali, Mohamed Hassan annuncia in termini
chiari la jihād contro i colonizzatori stranieri, inglesi ed etiopici in
particolare, e contro i loro ausiliari somali, che egli definisce kaffir.
Nel corso dell’assemblea egli si rifiuta inoltre di chiamare i suoi
seguaci col nome delle rispe ive tribù e ado a il termine unificatore
di darawish (dervisci). Pochi giorni dopo egli ordina la prima razzia
contro il villaggio di Sheikh, i cui abitanti hanno risposto ai suoi
appelli con scarso entusiasmo. L’eco di questo raid, compiuto a
meno di cento chilometri da Berbera, colma la ci à di sbigo imento;
i ricchi mercanti indiani imbarcano le loro merci sul Falcon e
riparano ad Aden; nelle missioni cristiane si a ende il momento del
massacro. Il 1° se embre, ad aumentare il panico, giunge al console
inglese Hayes-Sadler una le era del Mullah, che è in realtà un
ultimatum: «La presente per informarvi che voi avete fa o quello
che avete voluto. Avete oppressa la nostra antica religione senza
motivo. Inoltre per informarvi che tu i coloro che vi obbediscono
sono bugiardi e calunniatori [...]. Ora scegliete voi stessi. Se volete la
guerra, noi l’acce iamo; ma se volete la pace, pagatene il prezzo». 32
Alla le era-ultimatum il console generale inglese risponde
denunciando Mohamed ben Abdalla Hassan come ribelle e
sollecitando Londra a preparare il più rapidamente possibile una
spedizione contro i dervisci. Mentre il secolo si chiude, nello
sconfinato impero inglese si accende così un nuovo focolaio di
resistenza e nasce il mito del Mad Mullah. In realtà, né santone né
pazzo, ma uno fra i più ostinati ed abili guerriglieri di tu i i tempi
ed il precursore dei moderni nazionalisti somali.
Mentre Berbera a ende nel panico l’a acco dei dervisci, il Mullah
è invece in difficoltà. Non è infa i riuscito, né con le lusinghe né con
le minacce, a realizzare una coalizione duratura di tu i i clan somali
e quando, per ritorsione, decreta la morte del sultano dei
Dulbohanta, Ali Farah, che ha tradito la causa chiedendo aiuto agli
inglesi di Berbera, viene abbandonato da buona parte dei suoi
seguaci. Amareggiato per questo primo insuccesso, il Mullah lascia
nel dicembre del 1899 le terre del clan materno dei Dulbohanta,
passa a Bohotle la frontiera anglo-etiopica e sconfina nell’Ogaden,
tra la gente del clan paterno. Qui egli ricomincia la sua predicazione
e con più fortuna. In appena tre mesi riesce a raccogliere 1.200 armati
e ad estendere la sua influenza sull’intera tribù degli Ogaden, che
controlla il vastissimo territorio fra Giggiga ed i pozzi di Ual-Ual.
Un insperato e consistente aiuto gli giunge poi, in questo
frangente, da Osman Mahmud, il sultano della Migiurtinia,
formalmente so o il prote orato italiano, di fa o del tu o
indipendente. In effe i, all’insaputa delle autorità italiane, Osman
Mahmud acquista in Gibuti un forte quantitativo di fucili e
munizioni, che in seguito cede al Mullah. Un gesto di solidarietà che
però non è del tu o disinteressato: più che ad alimentare la jihād
contro gli infedeli, Osman Mahmud pensa di utilizzare il Mullah
contro il suo rivale di Obbia, Yusuf Ali, al quale contende la valle del
Nogal ed il territorio di Mudugh.
Grazie a questo nuovo arsenale, i dervisci a accano
sistematicamente tu e le carovane che a raversano l’Ogaden e si
spingono minacciosi fin sulla strada di Harrar. Ciò provoca la
reazione degli etiopici, che organizzano una spedizione forte di 1.500
uomini al comando del grasmac Bante. Ma gli etiopici non riescono a
prendere conta o con i dervisci e, dopo aver compiuto alcune razzie
a danno degli Ogaden (rer Ali), si ritirano nel campo fortificato di
Giggiga, dove vengono pochi giorni dopo assaliti da 6 mila seguaci
del Mullah, inferociti per le depredazioni subìte.
Ciò che non ha potuto realizzare la predicazione religiosa, lo
compie l’incauto comportamento degli abissini. Il Mullah può ora
infa i contare sull’unità e sull’obbedienza di tu i i rer dell’Ogaden e
tentare di costruire un’impalcatura politica, sostituendo la propria
p p p p
autorità di leader politico e spirituale a quella dei capi tribù e dei
dominatori colonialisti. Questo processo evolutivo non sfugge alla
a enzione degli inglesi, anche se continuano a ritenere il Mullah
insano di mente. Non sfugge neppure all’imperatore Menelik, il
quale si è reso conto che il derviscismo minaccia la sua sovranità
sulle cabile musulmane della provincia di Harrar.
La politicizzazione del movimento del Mullah pone in stato di
allarme anche le autorità italiane, che a malapena riescono a
controllare i porti del Benadir e che si scoprono impotenti ad evitare
una probabile invasione dei sultanati del Nord od una loro
collusione con il Mullah. Collusione che si manifesta nel corso del
1900, allorché il sultano dei migiurtini, Osman Mahmud, dopo di
aver segretamente fornito di armi il Mullah ed essersene fa o un
alleato, rinnova i suoi disegni di espansione verso sud aizzando le
tribù della regione di Mudugh contro il suo eterno rivale di Obbia.
Dopo alcuni inutili tentativi per riportare la quiete nel territorio
conteso dai due sultani e per far rispe are ad Osman Mahmud gli
impegni assunti con l’acce azione del prote orato italiano, il console
ad Aden Giulio Pestalozza 33 raggiunge Obbia con la nave da guerra
Volta, imbarca il sultano Yusuf Ali e 117 suoi ascari, ed il 1° aprile
1901 parte alla volta di capo Guardafui, deciso ad impartire una
dura «lezione» ad Osman Mahmud. E poiché il sultano ribelle si è
ritirato prudentemente nell’interno del Paese, il Volta bombarda i
villaggi costieri di Bereda e Bénder Cassim, mentre nei giorni
successivi i reparti da sbarco italiani ed i mercenari di Obbia
confiscano 500 fucili in cinque porti della costa migiurtina. Prima di
piegarsi, Osman Mahmud invia emissari o le ere ad Aden, a Dar-es-
Salaam, al Cairo, invocando il prote orato prima degli inglesi, poi
dei tedeschi ed infine dei turchi. Non ricevendo appoggi di sorta, il
18 agosto 1901, a Bénder Ollok, è costre o a so oscrivere una
convenzione con la quale acce a di nuovo il prote orato dell’Italia.
Ma non ci si fa soverchie illusioni sulla sua remissività. Il giovane
sultano è ambizioso, detesta gli stranieri quasi quanto il Mullah ed
anche lui cova proge i di grandezza. Nel suo messaggio ai turchi,
infa i, egli parla chiaramente di una Somalia indipendente, «i cui
confini si estendono sino alla regione di Chisimaio». 34
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Mentre l’Italia confida di avere, almeno per il momento, riportato
la quiete nel Nord della Somalia e di aver ro o l’alleanza fra Osman
Mahmud ed il Mullah, Gran Bretagna ed Etiopia decidono di
intraprendere un’azione in comune contro Mohamed Hassan, che
nella primavera del 1901 si trova a Jahelli con circa 5 mila uomini,
per la maggior parte montati su cavalli e provvisti di 600 fucili
moderni. Alla spedizione, che è la prima delle cinque organizzate
dagli inglesi contro il Mullah nell’arco di vent’anni, partecipano 15
mila abissini e 1.500 somali inquadrati da ufficiali inglesi. Ma gli
abissini non giungono a prendere conta o con i dervisci ed il tenente
colonnello H. S. Swayne, che guida la colonna di mercenari somali,
riesce per tre volte ad agganciare il grosso delle forze del Mullah ma
senza o enere un successo determinante. Dopo tre mesi di
campagna, avendo il Mullah trovato rifugio in territorio italiano,
Swayne rientra a Burao, convinto, a torto, di aver posto fuori
comba imento i dervisci per molto tempo.
La tregua infa i non dura che qua ro mesi. Nell’o obre del 1901
troviamo che il Mullah si è insediato di nuovo in territorio inglese,
ha so omesso un’altra volta i Dulbohanta, ha portato le proprie
forze a 12 mila uomini (dei quali mille armati di fucile), mentre le
sue avanguardie minacciano dire amente la capitale della colonia,
Berbera. Ancora una volta, nonostante gli accordi stipulati col
Pestalozza, è stato Osman Mahmud a rifornire di fucili e munizioni il
Mullah, armi che egli riceve dal porto di Bénder Cassim nonostante
la sorveglianza della piccola squadra navale italiana. Per il Mullah,
l’alleanza con il sultano dei migiurtini non significa soltanto un
costante rifornimento di armi ma la consapevolezza di avere le spalle
coperte, di poter sconfinare nei suoi territori ogni volta che,
inseguito da forze anglo-etiopiche, si trova in difficoltà. In cambio,
egli fa di tanto in tanto qualche puntata offensiva contro Yusuf Ali,
nel sultanato di Obbia: nell’estate del 1902, ad esempio, egli espugna
il forte di Gallacaio e danneggia il rivale di Osman Mahmud con
vaste razzie.
Dinanzi alla nuova minaccia, gli inglesi organizzano una seconda
spedizione, sempre al comando di Swayne e forte di 2.300 fra somali
e negri del King’s African Rifles. Ma anche questa campagna, dopo
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qualche iniziale successo e qualche fortunata razzia, non riesce a
fiaccare il Mullah ed anzi si conclude quasi con un disastro. Il 6
o obre 1902 Swayne rischia infa i di essere fa o a pezzi nella
fi issima foresta di Erigo, nonostante disponga di mitragliatrici
Maxim e di cannoni da se e libbre. Sul fa o d’arme scrive il Jardine:
«Il nemico di corsa, comparendo e scomparendo fra i cespugli, al
grido di ‘Allah’, rovesciava sui nostri a venti metri di distanza un
fuoco micidiale. Gli uomini e i cammelli cominciarono a cadere. Le
compagnie della retroguardia resiste ero, e così pure sulla destra il
6° Somali ed il 2° King’s African Rifles. Invece i somali del fianco
sinistro, comandati dal tenente colonnello Philipps, e fra i quali vi
era la maggior parte delle nuove reclute, cede ero, riversandosi sul
centro e sul tergo in preda ad improvviso panico, seguite da una
compagnia e mezzo del lato frontale. Durante questo rovescio
momentaneo una mitragliatrice, che non fu poi più ripresa fino al
1920, fu lasciata cadere dagli uomini che la trasportavano e rimase
nelle mani del nemico». 35
Ad Erigo, decimando gli avversari e costringendoli ad una
precipitosa ritirata su Bohotle, il Mullah non o iene soltanto una
vi oria militare. Egli raggiunge anche lo scopo di fiaccare il morale
dei mercenari somali, con la violenza degli a acchi e con l’abile
propaganda, esercitata persino sul campo di ba aglia. Ad Erigo,
infa i, i dervisci a accano i somali mercenari al grido di «infedeli» e
ricordando che i loro ufficiali sono cristiani. Più che le pallo ole, a
seminare il panico fra i somali, valgono gli insulti ed il dileggio.
Dopo questa esperienza, gli inglesi non faranno più ricorso agli
autoctoni, ma si varranno di truppe indiane, sudanesi, yaos e
sudafricane.
La conclusione disastrosa della seconda spedizione spinge gli
inglesi a chiedere la cooperazione non soltanto degli etiopici ma
anche degli italiani. Per stringere in una morsa il Mullah, il
Comando militare britannico prevede infa i un’azione simultanea di
tre colonne: una abissina da ovest (Harrar), una inglese da nord
(Berbera) ed una italiana da sud-est (Obbia). L’Italia, però, che non si
è ancora ripresa dalla disfa a di Adua e che professa ancora una
politica di a esa, si rifiuta di partecipare all’azione militare e si limita
p p p
ad autorizzare gli inglesi a sbarcare ad Obbia e ad a raversare il
territorio del prote orato italiano. Ma chi non trova di suo
gradimento questa decisione è il legi imo sovrano della regione, il
sultano di Obbia, Yusuf Ali. E per due fondati motivi: il timore di
maggiori rappresaglie da parte del Mullah ed una certa rilu anza ad
imbarcarsi con gli «infedeli» in una campagna militare contro forze
che inalberano la bandiera dell’islamismo e del patrio ismo somalo.
Poiché Yusuf Ali si rivela oltremodo ingegnoso nel frapporre
ostacoli, proprio mentre le truppe del generale V. H. Manning
stanno faticosamente sbarcando ad Obbia, le autorità italiane,
sollecitate da quelle inglesi, non trovano di meglio che arrestare il
sultano e suo figlio e relegarli il 29 gennaio 1903 in Eritrea.
Ai primi di marzo, superati gli ostacoli politici e logistici, ha inizio
la manovra a tenaglia. Il contingente etiopico, forte di 5 mila uomini
e al comando del fitaurari Gabrè, lascia Harrar e raggiunge Gheledi,
sull’Uebi Scebeli, per impedire ogni tentativo di ritirata del Mullah
verso sud. Essendo costui segnalato a Galadi, con 2.500 uomini di
fanteria montata, 5 mila cavalieri e 16 mila armati di lancia, 36 il
generale Manning ordina alle due colonne che sono in movimento
da Obbia e da Berbera di convergere a Gallacaio per prendere il
Mullah nella morsa. Ma quando le forze inglesi si congiungono il
Mullah è già lontano, fuori della sacca, verso Gumburu e Ual-Ual.
Manning cerca allora disperatamente di agganciare l’avversario, ma
le sue colonne, inviate in ricognizione nella boscaglia infida o in
regioni senza acqua, cadono inevitabilmente nelle imboscate tese dai
dervisci, più mobili e pratici dei luoghi. Lo scontro più micidiale si
ha il 17 aprile, sulle colline di Gumburu. «Nessuno degli ufficiali
inglesi sopravvisse — annota il Jardine — e si dove e ricostruire la
storia dello scontro di Gumburu sulle deposizioni fa e dagli Yaos
sopravvissuti, alla commissione d’inchiesta costituitasi a Galadi [...].
Né le Maxim né il fuoco dei fucili riuscirono ad arrestare la spinta dei
dervisci, la cui frenetica prodezza, esaltata ancora dalle grida di
incitamento delle loro donne, li spinse a caricare il quadrato
ripetutamente, noncuranti delle terribili perdite che incontravano». 37
I dervisci caricano sparando dalla sella e quando l’ultima loro
ondata è passata, sul terreno restano 9 ufficiali inglesi e 187 gregari
p g g g
uccisi; fra i pochi sopravvissuti che riescono a raggiungere
l’accampamento inglese in Galadi soltanto sei risultano illesi.
Qualche giorno dopo, a Daratoleh, un’altra colonna inglese perde il
venticinque per cento degli effe ivi e si so rae all’annientamento
con la fuga.
Nel tentativo di giustificare il Comando inglese Douglas Jardine
scrive: «La storia della terza campagna [...] ci mostra che le tre
colonne, quella di Obbia, di Berbera e l’abissina, impegnarono il
Mullah separatamente, per quanto ripetutamente, e me e in
evidenza la difficoltà di stabilire collegamenti tra i tre elementi
operanti, nonostante tu i gli espedienti escogitati, compresa la
radiotelegrafia, allora alle sue prime applicazioni, e di infliggere al
Mullah colpi simultanei, in modo da determinarne la morte o la
ca ura e distruggerne i proseliti». 38 La verità è che il Mullah fa
naufragare i piani del generale Manning con la sua estrema mobilità,
la conoscenza perfe a del terreno operativo, un efficientissimo
servizio di informazioni a mezzo di fuochi e di corrieri a cavallo, le
opportune alleanze che gli consentono di aumentare di anno in anno
il volume di fuoco della sua piccola armata. Ma sopra u o il Mullah
gode, nonostante certe sue dure ritorsioni contro i clan recalcitranti o
contrari alla sua causa, del largo appoggio della popolazione somala,
alla quale può chiedere un continuo sacrificio di uomini e di beni.
Senza questo appoggio incondizionato non si riuscirebbe a spiegare i
ventun anni di guerriglia quasi ininterro a.
Anche sul piano ta ico il Mullah rivela doti che lasciano perplessi
gli osservatori militari. Allorché si accorge, sul finire della terza
spedizione, che gli inglesi cominciano a dare segni di stanchezza,
prende decisamente l’offensiva e costringe gli avversari a ripiegare
su Bohotle, in territorio inglese. Ma non basta. Ai primi di giugno ha
l’arditezza di a raversare le linee di comunicazione inglesi e di
trasferirsi nell’alta valle del Nogal con la sua armata ed il seguito
numeroso di donne e di armenti. E mentre passa a 35 miglia a sudest
di Bohotle, coglie l’occasione per inviare agli inglesi una le era,
minacciosa ed ironica insieme, nella quale è de o, fra l’altro: «Io
desidero governare il mio Paese e proteggere la mia religione [...]. Io
non ho fortezze, non ho case, non ho patria. Non ho campi coltivati,
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non ho argento né oro che voi possiate prendermi. Musa Farah 39 non
ha ricavato alcun utile uccidendo i miei uomini. Il mio Paese non ha
nulla di buono per voi. Se esso fosse coltivato o contenesse beni e
proprietà, varrebbe per voi la pena di comba ere. Ma invece è tu o
boscaglia e non può esservi di alcuna utilità [...]. Se voi volete la
guerra io ne sono contento, e se volete la pace ne sono anche
contento. Ma se volete la pace uscite dal mio Paese e andate nel
vostro». 40
Trasferitosi alle spalle delle linee inglesi, il Mullah occupa l’intera
valle del Nogal sino al mare, ossia si ritaglia nella Somalia Britannica
ed Italiana un piccolo Stato provvisto persino di un porto
sull’Oceano Indiano, Illig, prezioso per l’approvvigionamento di
viveri e di armi. La mossa del Mullah è stata così audace ed
imprevista che gli inglesi, colti di sorpresa, non sanno reagire. E
soltanto nell’o obre, dopo che Manning ha ceduto il comando al
generale Egerton e sono giunti a Berbera considerevoli rinforzi, sono
in grado di scatenare la quarta offensiva contro il Mullah.
Questa volta l’opinione pubblica inglese, stanca degli insuccessi e
dell’altissimo costo delle spedizioni punitive, 41 esige la completa
distruzione dei dervisci. Con tale obie ivo e disponendo di 7.800
uomini scelti fra i migliori reparti inglesi, indiani ed africani, il
generale Egerton penetra nella valle del Nogal dopo di essersi
assicurato, a sud, l’appoggio degli abissini del fitaurari Gabrè e delle
orde di Ali Yusuf, figlio del sultano di Obbia. 42 Il 10 gennaio 1904
Egerton riesce finalmente ad agganciare il grosso delle forze dervisce
ed a ba erle duramente a Gid Ali, inseguendole poi per qua ro mesi
e distruggendo il loro porto fortificato di Illig con il concorso di una
squadra navale e di reparti da sbarco. Ma nonostante le altissime
perdite, 43 il Mullah riesce ancora una volta a salvarsi riparando in
territorio italiano e godendo ancora una volta dell’aiuto di Osman
Mahmud. 44
Pur avendo in seguito o enuto da Roma il consenso di condurre
le operazioni anche in territorio italiano, gli inglesi non riescono però
a conseguire il loro obie ivo principale, che è la ca ura del Mullah,
ed allora tentano di neutralizzarlo offrendogli di arrendersi, salva la
vita, purché acconsenta di ritirarsi per sempre alla Mecca. Ma,
p p p
benché braccato e con le forze decimate, Mohamed ben Abdalla
Hassan respinge l’offerta. Una decisione suggerita non dall’orgoglio
esasperato, ma dall’intuito che le difficoltà logistiche hanno ormai
tolto ogni mordente alla quarta spedizione britannica. Ma c’è di più,
e questa volta è il politico che prende il sopravvento sul militare. Nel
marzo del 1904, avendo tu o sommato compreso che l’italiano è dei
suoi tre avversari il più debole e il meno disposto ad impegnare
truppe nella colonia, il Mullah stabilisce un conta o epistolare con il
tenente di vascello Spagna, comandante la flo iglia di sambuchi a
Bénder Cassim. «Io ho rimesso la spada nel fodero — scrive il
Mullah in una delle tre le ere inviate al nostro ufficiale — e ho le o i
libri». 45 Vuole la pace. Ma chiede che sia l’Italia a condurre le
tra ative, anche per conto della Gran Bretagna e dell’Etiopia.
La mossa è geniale. E so intende una notevole conoscenza, da
parte del Mullah e dei suoi consiglieri, della politica coloniale
italiana, ancora condizionata nei primi anni del Novecento dal
cocente ricordo di Adua. 46 Roma, infa i, nell’alternativa di allestire
una costosa spedizione per scacciare il Mullah dal territorio di
influenza italiano o di acce are che egli risieda con i suoi seguaci ed
i suoi armenti nella valle del Nogal, aderisce a quest’ultima
soluzione e dà immediatamente incarico al console Giulio
Pestalozza, con il consenso del governo inglese, di entrare in conta o
con il Mullah. Dopo lunghe tra ative (o obre 1904-marzo 1905),
condo e anche con l’ausilio del levantino Sylos Sersales e dell’uomo
di fiducia del Mullah, Abdalla Sceri, il 5 marzo 1905 il capo dei
dervisci firma ad Illig un accordo con il quale acconsente a fare la
pace con gli inglesi, gli etiopici e gli italiani a condizione di o enere
dall’Italia il territorio del Nogal, comunicante con il mare fra ras
Garad e ras Cabàh.
Grazie alla sua abilità politica e militare l’uomo considerato dagli
inglesi mad, brigand e fanatic, diventa così, dopo cinque anni di lo e,
il legale sultano del terzo prote orato italiano della Somalia del
Nord. I primi a beneficiare dell’«accordo di Illig» sono gli inglesi, che
vedono con sollievo allontanarsi dal loro territorio l’uragano che per
anni lo ha devastato. Anche gli italiani sembrano soddisfa i
dell’accordo. Non soltanto perché hanno evitato una campagna
p p g
militare e non hanno dovuto rinunciare alla «politica del piede di
casa», ma perché ritengono che il nuovo Stato-cuscine o del Nogal
possa interrompere le lo e fra i sultani di Obbia e dei migiurtini ed
anzi legarli, per timore del pericoloso vicino, sempre di più all’Italia.
Roma confida anche, nel delicato momento in cui sta assumendo
l’amministrazione dire a della colonia, di aver neutralizzato una
possibile alleanza fra i dervisci ed i ribelli Bimal, ed infine di poter
disporre in futuro del Mullah come di un alleato per estendere gli
interessi italiani in Etiopia. Ben presto, però, molti di questi disegni
si riveleranno del tu o illusori. In realtà, l’unico a trarre vantaggio
dalla nuova situazione è il sayed Mohamed ben Abdalla Hassan, il
quale, pur non perdendo di vista il suo traguardo finale che è la
liberazione della Somalia da tu i gli stranieri, approfi a della tregua
e dell’assoluta mancanza di controlli da parte dei «prote ori»
italiani, per riunire di nuovo le sue forze, per ricostituire l’arsenale
bellico, per stringere nuove alleanze e, sopra u o, per organizzare
un servizio di agenti segreti, il cui compito è quello di preparare la
rivolta generale dal Giuba al golfo di Aden.

La gestione statale della colonia.


Mentre nel Benadir i Bimal allentano l’assedio di Merca e nella
Somalia del Nord il Mullah prende fiato riparando nella vallata del
Nogal, il governo Gioli i porta a termine i negoziati per il risca o
dei porti benadiriani e per l’assunzione dire a della gestione della
colonia. L’opinione pubblica italiana osserva piu osto
distra amente queste manovre, ma all’interno del gabine o c’è il
solo ministro del Tesoro, Luigi Luzza i, che tenta di opporsi al
disegno. «Il futuro interesse dell’Italia — fa osservare al Ti oni —
non sarà in Eritrea o nel Benadir, che non diventeranno mai colonie
di popolamento, ma sono destinate a rappresentare una perenne
delusione economica e di conseguenza una debolezza politica». 47
Nonostante questo avvertimento profetico, il risca o viene concluso
il 13 gennaio 1905 con la corresponsione al sultano di Zanzibar
dell’ingente somma di 144 mila sterline (3.636.000 lire). Oltre ai
qua ro porti del Benadir, l’Italia o iene un approdo nel porto di
Chisimaio (che dovrà poi rivelarsi di nessuna utilità), ma rinuncia ai
diri i di extraterritorialità e di giurisdizione sul sultanato
zanzibarita. In breve, un mediocre affare, anche senza guardare —
come il Luzza i — al futuro gravido di «delusioni» della colonia.
Quasi alla stessa data il governo del re conclude le tra ative con la
Società del Benadir per la trasformazione di quest’ultima in una
compagnia puramente commerciale. Che non fosse più possibile
conservarle le funzioni di governo lo aveva categoricamente
dichiarato il ministro Ti oni, nel maggio precedente: «Lo Stato, con
una leggerezza imperdonabile, ha fa o assumere alla Società
impegni gravi senza assicurarsi che questa avesse i mezzi, la capacità
e la possibilità di adempierli; e la Società con uguale leggerezza li ha
acce ati. Il voler rabberciare alla meglio la Società, continuando nel
sistema di far esercitare ad essa funzioni di Stato, sarebbe errore
gravissimo. L’esercizio di poteri di Stato, da parte di una Società
privata, è cosa contraria ai princìpi sociali e politici del nostro
tempo». 48 Il 14 febbraio 1905 la Società decide la propria
liquidazione e successiva trasformazione. 49 Il 15 marzo Luigi
Mercatelli, console generale a Zanzibar, prende in consegna la
colonia per conto dello Stato italiano. «Si iniziò con questa consegna
— commenta il Mantegazza — la gestione governativa che — ahimé!
— non fu né più fortunata né più felice di quella della Società». 50
Malgrado le profezie del Luzza i e le perplessità dell’on. Cane a
sulle qualità colonizzatrici del popolo italiano, il proge o di legge
per i «Provvedimenti per la Somalia Meridionale Italiana» viene nel
giugno approvato con 157 voti favorevoli e 71 contrari alla Camera e
con 73 sì e 15 no al Senato. Nella classe dirigente — se non nel
popolo — il ricordo di Adua comincia ad affievolirsi. Alla politica
del «piede di casa», delle ambizioni limitate, sta per subentrare, so o
la spinta di nuove forze, la politica espansionistica che ci porterà a
Tripoli, dentro alla spirale di nuove avventure coloniali.

1. Il governo aveva però la facoltà di sciogliere il contra o dopo 25 anni; la Società dopo 12.
2. Carlo Della Valle, Le origini della Somalia Italiana in Parlamento, in «Gli annali dell’Africa
Italiana», anno II, n. 1, 1939, Mondadori, Milano, pp. 301-2.
3. Bossi aveva compiuto, per conto del governo, un’accurata indagine in Somalia.
4. C. Della Valle, op. cit., p. 305
5. Ibid.
6. L. Robecchi Bricche i, Dal Benadir. Le ere illustrate alla Società Antischiavista d’Italia, «La
Poligrafica», Milano 1904, pp. 215-6.
7. A. Sapelli, op. cit., p. 215.
8. E. A. D’Albertis, In Africa. Victoria Nyanza e Benadir, Istituto it. d’Arti Grafiche, Bergamo
1906, p. 125.
9. V. Mantegazza, Il Benadir, cit., p. 150.
10. A. Sapelli, op. cit., pp. 221-2.
11. L. Robecchi Bricche i, op. cit., p. 22.
12. Ivi, p. 116.
13. Ivi, p. 65.
14. Ibid.
15. L. Robecchi Bricche i, Somalia e Benadir, cit., p. 660.
16. L. Robecchi Bricche i, Dal Benadir, cit., p. 47.
17. Il Sapelli, nelle sue memorie, ricorda il nome di questi pionieri: Francesco Comine i e la
moglie Maria, Carmelo e la moglie Polifrona.
18. Uno dei motivi delle quotidiane risse era la sperequazione degli stipendi: Dulio, infa i,
guadagnava 30 mila lire all’anno; Badolo 12 mila; il residente di Brava, Cappello, 6 mila;
il do . Mucciarelli 5 mila; gli ufficiali di dogana di Mogadiscio e Merca 2.400.
19. Cit. in Nicola Malizia, L’Africa Orientale Italiana e l’Abissinia, Chiurazzi, Napoli 1935, p.
108.
20. L. Robecchi Bricche i, Dal Benadir, cit., p. 27.
21. Ivi, p. 91.
22. Ivi, p. 34.
23. Ivi, p. 33.
24. Ivi, p. 110.
25. Ivi, p. 282.
26. Ivi, p. 88.
27. Cit. in V. Mantegazza, op. cit., pp. 170-1.
28. E. A. D’Albertis, op. cit., p. 124.
29. Per motivi di sicurezza, gli ascari non venivano arruolati fra i somali, ma fra gli arabi
dello Yemen, dell’Hadramaut, del Mascat. Sino al 1915 gli ascari somali non costituirono
più del 10 per cento degli effe ivi.
30. Per mancanza di documenti ufficiali, discordi sono i pareri sulla data di nascita del
Mullah. Noi acce iamo la data suggerita dal Lewis poiché ha potuto avvicinare alcuni
parenti del capo somalo.
31. Si tra a di un’erba dall’azione eccitante.
32. Douglas Jardine, Il Mullah del Paese dei somali, Sindacato it. Arti grafiche, Roma 1928, p.
35.
33. Mentre il Benadir dipendeva dal consolato generale italiano di Zanzibar, i sultanati del
Nord dipendevano dal consolato di Aden. Questo dualismo, causa di molti intralci,
veniva abolito nel 1908 quando i vari territori somali venivano riuniti so o un’unica
amministrazione.
34. ASMAI, pos. 59/2, ff. 28-9.
35. D. Jardine, op. cit., p. 67.
36. Le cifre, riferite dal Jardine (op. cit., p. 80), ci sembrano eccessivamente alte. Se si
prestasse fede a queste valutazioni, non si riuscirebbe a spiegare l’estrema mobilità
dell’esercito del Mullah.
37. D. Jardine, op. cit., pp. 84-5.
38. Ivi, p. 96.
39. Il «Risaldar Maggiore» Musa Farah era agli ordini degli inglesi.
40. D. Jardine, op. cit., p. 100.
41. La 3 a e la 4 a spedizione costarono all’Erario inglese oltre 5 milioni di sterline.
42. Ali Yusuf, richiamato dall’Eritrea, era stato nominato reggente del sultanato di Obbia ed
aveva ricevuto l’incarico di occupare Gallacaio.
43. Jardine calcola, esagerando, che i dervisci abbiano avuto, nel corso della 4 a spedizione,
2.034 morti, contro 34 morti e 64 feriti nel campo inglese.
44. Nel corso della 4 a spedizione, pur giocando varie carte e giungendo persino a fornire un
appoggio militare agli inglesi, Osman Mahmud continuò a rifornire di armi il Mullah ed
a consentirgli di rifugiarsi nel proprio territorio. Il Mullah, fra l’altro, aveva sposato una
figlia del sultano per rinsaldare l’alleanza.
45. V. Mantegazza, op. cit., p. 303.
46. La riprova che il Mullah conosceva bene gli episodi essenziali della recente storia
dell’Italia è fornita dal Mantegazza (op. cit., p. 309). Poiché il Pestalozza si lagnava un
giorno di essere so oposto ad a ente perquisizioni prima di essere ammesso alla
presenza del Mullah, questi gli disse: «Come degli italiani sono stati capaci di uccidere il
loro re, che era tanto buono, potrebbero anche pensare di fare altre anto con me».
47. ASMAI, pos. 55/8, f. 59. Le era del 17 agosto 1904.
48. V. Mantegazza, op. cit., p. 101.
49. Questa, però, non avvenne mai, per l’incapacità dei suoi dirigenti a reperire nuovi
capitali.
50. V. Mantegazza, op. cit., p. 106.
IX
L’amministrazione dire a della Somalia

Schiavi per destino.


Assumendo il 14 aprile 1905 la gestione dire a del Benadir, dopo
venti anni di indirect rule, di politica incerta e di colpevoli
irresponsabilità, il governo Fortis eredita tu a una serie di problemi
irrisolti, che vanno dall’abolizione della schiavitù all’opposizione dei
Bimal, dalla presenza inquietante del Mullah nel territorio del Nogal
alla pressione degli abissini nelle regioni di confine, dalla necessità
di inventariare le risorse della colonia (anche per deciderne il futuro)
all’urgenza di darle un organico asse o amministrativo. Ma per la
consueta incoerenza ed incapacità, il primo e più delicato periodo
della gestione dire a si salda con un bilancio di inutili rappresaglie,
di errori politici, di scandali, di ca iva amministrazione. A questi
risultati non è certo estraneo il fa o che nei primi due anni la colonia
viene re a, con il titolo effe ivo o interinale, da ben se e
governatori, uno dei quali, il marchese Salvago Raggi, non porrà
neppure piede nella Somalia. 1
Al cambio di amministrazione si giunge inoltre senza che sia stato
predisposto un nuovo ordinamento, degno di una nazione che sta
riscoprendo, a raverso le «divinazioni» dei Corradini e dei
D’Annunzio, la propria vocazione civilizzatrice e che rifugge,
almeno a parole, dal colonialismo di rapina. Al Mercatelli, che per
primo regge le sorti del Benadir, viene data facoltà di legiferare, di
dare un asse o provvisorio alla colonia. E costui, forte
dell’inconsueto privilegio, crea un apparato di ordinanze che
tradisce subito il «suo cara ere autoritario di cocciuto romagnolo» 2 e
che offre ai residenti delle sei suddivisioni amministrative di Brava,
Merca, Lugh, Itala, Bardera e Giumbo un’eccessiva libertà
nell’esercizio dei loro poteri esecutivi. Soltanto nella tornata dell’8
maggio 1906 viene presentato dal ministro Guicciardini il primo
disegno di legge sull’ordinamento del Benadir, ma esso, che delinea i
poteri del Parlamento, del governo metropolitano, del commissario
generale e dei residenti e che illustra i capisaldi dell’azione politica
ed amministrativa, non viene approvato dalle Camere che nell’aprile
del 1908, differendo così di altri tre anni l’impegno responsabile del
governo.
In questo periodo non si affronta seriamente alcun problema di
fondo. Gli unici provvedimenti di urgenza vengono presi — come
vedremo meglio più avanti — nel se ore militare, allorché si
riaccende improvvisa nel 1907 la rivolta dei Bimal ed una colonna di
Amhara si spinge razziando sino a Bur Acaba. Neppure la questione
della schiavitù, che pure è servita da pretesto per l’occupazione della
colonia, viene affrontata, se non in linea di principio. I successori di
Filonardi e Dulio ne ereditano inta i la filosofia e il disprezzo per
chi, in patria, condanna sulla stampa la lentezza con la quale si
a uano i de ati della convenzione di Bruxelles. Il Sapelli, che è forse
il più rozzo fra i governatori gioli iani e che soffre di continuo di
nostalgie crispine, propende «a non esser severo per il tipo di
schiavitù vigente sulle coste del Benadir, che non aveva mai avuto
cara ere di crudeltà, e fu sempre intesa come uno stato di servitù,
considerandosi lo schiavo come parte dell’asse o familiare, per cui
veniva a beneficiare di tu o l’andamento domestico». 3 Di
conseguenza egli non può che scagliarsi contro «gli elementi
teorizzanti» che si annidano nel Parlamento italiano e che
«avrebbero voluto che dall’oggi al domani si fosse proclamata la
completa liberazione degli schiavi senza tener conto degli interessi e
delle difficoltà cui si andava contro o incontro». 4
Anche il Cerrina Feroni, che succede al Sapelli, sostiene che in
Italia si è molto esagerato nel denunciare la piaga della schiavitù, ed
è dell’avviso che le leggi antischiaviste vadano applicate con estremo
discernimento e prudenza. Al residente di Itala, Baldassarre
Pedrazzini, ricorda infa i che prima di pagare il risca o per la
liberazione degli schiavi — spesa che egli ritiene da evitare come
non necessaria — è sempre opportuno fare il tentativo di riconciliare
il padrone e lo schiavo che ha presentato denuncia di
p p
maltra amento. In realtà, come egli precisa in un rapporto al
5

ministero degli Esteri, egli si limita a concedere le affrancazioni «nei


soli casi di riconosciuto maltra amento» e, per evitare di diffondere
il malcontento tra i proprietari di schiavi, egli si astiene «da qualsiasi
inchiesta sul numero degli individui tenuti in schiavitù
nell’interno». 6
Il successivo governatore, Tommaso Carle i, continua ad
applicare la politica del «gradualismo» — ossia ad ignorare il
problema — anche perché si è praticamente convinto
dell’inelu abilità del fenomeno. Nel precisare il suo credo razzista,
egli dice: «Ci sono razze (mi spiace di essere d’accordo con il vecchio
Aristotele) che, vuoi per una innata inferiorità intelle uale, vuoi per
lo sviluppo storico, appaiono destinate ad essere schiave o per lo
meno a non essere capaci di una libertà incondizionata». 7 Da questa
linea non si discostano neppure i rari osservatori che passano, spesso
come meteore, per la colonia. Per Giuseppe Piazza, de «La Tribuna»,
«la situazione fa a dai padroni agli schiavi nel Benadir non è quella
descri a e generalizzata dalle orribili dipinture che fecero della
schiavitù il romanticismo e l’umanitarismo del secolo XIX» e se la
prende con «l’incolto e avventuriero giornalismo» italiano dei primi
anni del secolo che ebbe il torto di gridare allo scandalo. 8 Quanto al
Mantegazza, egli trova che in Somalia si è usata troppa fre a (con
grave danno per l’economia!) nell’affrontare il problema della
schiavitù, mentre si poteva impiegare il gradualismo ado ato dal
cancelliere von Bulow in Tanganica, che è informato «ad un grande
senso pratico». 9 A queste considerazioni è spinto anche dal giudizio,
assolutamente negativo e sprezzante, che egli dà dei somali, schiavi
e padroni di schiavi: «Ho già accennato alle [...] nobili qualità dei
nuovi sudditi di Sua Maestà il re d’Italia nella Somalia meridionale
[...] dal più al meno sono ladri tu i quanti e il loro sogno sarebbe
quello di vivere di rapina». 10
Ma c’è di più. Le argomentazioni ciniche e razziste dei governatori
del Benadir e degli inviati speciali della stampa colonialista
sembrano conquistare nell’èra gioli iana anche i membri del
Parlamento, quelli stessi che tre o qua ro anni prima si erano lasciati
commuovere dalle rivelazioni dei giornali radicali. Il ministro Ti oni
g
si vanta addiri ura, nella tornata del 15 febbraio 1908, di aver
precorso i tempi. Rispondendo al governatore dell’Eritrea, Martini,
così si esprime: «Egli dovrà riconoscermi un merito, cioè, che mentre
e per tanto tempo è stata fa a una gazzarra in paese per la schiavitù
nel Benadir in base ad un sentimentalismo esagerato, pretendendo
che il governo l’abolisse da un giorno all’altro, io sono stato, si può
dire, il solo a reagire in questa Camera». 11 Anche se per una loro
codificazione bisognerà a endere il fascismo, tu i gli elementi di
una politica razzista ed oppressiva sono già presenti in Somalia sin
dall’inizio della gestione governativa. «Nelle colonie — fa
giustamente osservare Leone Iraci — l’Italia gioli iana ricorreva già
normalmente a metodi ‘fascisti’. La difesa, più che tolleranza, dello
schiavismo, la repressione come normale metodo di governo, un
colonialismo predatorio che in assenza di concreti successi si nutre e
quasi si inebria di sogni megalomani e di meschine violenze,
presuppongono un disprezzo del popolo conquistato che nel mondo
di oggi è universalmente stigmatizzato col nome infame di
razzismo». 12

La seconda rivolta dei Bimal.


In realtà più che le blande (e non rispe ate) ordinanze contro la
schiavitù, sono le violenze, le rappresaglie, l’occupazione di nuovi
territori all’interno del Benadir a provocare la reazione armata delle
tribù somale, prima fra tu e quella dei Bimal. Anche se già si cerca
di a ribuire al colonialismo italiano una patente di moderatismo e di
illuminata tolleranza, in verità esso non si discosta affa o dai grandi
e crudeli modelli. Carlo Mucciarelli, che nei primi anni del secolo è il
solo medico ad operare nel Benadir ed è anche un acuto ed onesto
osservatore degli avvenimenti, non ha alcun ritegno a scrivere: «Le
sole tracce della civiltà europea in Somalia sono palle di cannone e
schegge di bombe. Vasco da Gama nel 1499 bombardò Mogadiscio e
la rovinò. Tristan de Cuna nel 1507 prese, saccheggiò, distrusse e
bruciò Brava, ne uccise gli abitanti e bombardò di nuovo
Mogadiscio. Nei secoli seguenti i portoghesi seguirono gli stessi
metodi; nel 1862 gli inglesi bombardarono i villaggi della Somalia
del Nord. Gli italiani nel 1889 bombardarono Varschek, nel 1893
Merca, nel 1897 Nimuhn e Ghesira, nel 1901 Afun, Bereida e Bender
Cassim; e gli ultimi nostri bombardamenti sono avvenuti
recentemente nella Somalia del Nord per punire la morte del
valoroso tenente Grabau». 13
Sino al 1905, fintantoché l’Italia controlla soltanto i principali porti
della Somalia, la «pacificazione» è sopra u o affidata ai cannoni
della piccola squadra navale che pa uglia le acque del golfo di Aden
e dell’Oceano Indiano. Le rappresaglie sono immediate, facili, a
buon prezzo, e sopra u o «salutari». Ma con la gestione dire a si fa
strada l’esigenza di estendere l’occupazione all’interno, al di là della
gi ata e della protezione delle artiglierie navali. Il che implica un
rafforzamento delle truppe mercenarie arabo-somale, un loro
migliore armamento, ed un loro tempestivo impiego contro gli
eventuali ribelli autoctoni. «Non dobbiamo dar tempo a questa gente
di organizzarsi e di provvedersi di fucili», 14 suggerisce in un
rapporto confidenziale del 1904 il capitano De Vito, al quale è stato
affidato il compito di riorganizzare il Corpo delle truppe mercenarie.
Due anni dopo anche il governatore Cerrina Feroni ribadisce
l’urgenza di spingersi all’interno con le stesse argomentazioni: «Una
delle ragioni che dovrebbero, a mio giudizio, sollecitare una azione
seria, sta nel fa o che, a ualmente, si compirebbe con forze non
notevoli, essendo gli indigeni armati in modo molto primitivo di
lance e frecce: mentre d’altra parte le informazioni che giungono
confermano che il numero delle armi da fuoco nell’interno va
continuamente aumentando, per modo che, se è ora limitato
ovunque e nullo al di qua del basso Scebeli, fra pochi anni lo stato
delle cose sarà differente». 15
Allo scopo di sondare le intenzioni dei Bimal e di precisarne
l’armamento, il residente di Merca, capitano Pàntano, compie negli
ultimi mesi del 1906 alcune ricognizioni all’interno, spingendosi il 23
gennaio 1907 fino a Caitoi sull’Uebi Scebeli. Queste continue
manovre in direzione del fiume e delle migliori terre della regione
me ono in allarme i Bimal, gelosi delle loro sciambe di dura e sesamo
e della loro indipendenza. A rinsaldarli nei loro timori e nella loro
p
determinazione di contrastare la penetrazione dei frengi interviene
anche la predicazione dello sceik Abdi Abiker Gafle, capo di una
giamìa della se a Salehiya e vicario del Mullah per la Somalia
meridionale. Gafle, che da tempo aiuta il Mullah inviandogli per vie
segrete denaro, bestiame e reclute, si convince che è venuto il
momento propizio per riaccendere la rivolta nel Benadir. Egli sa di
poter contare non soltanto sui Bimal (che sono più di 50 mila), ma
anche sugli Uadàn e gli Intera, che popolano il territorio di Afgoi, a
ridosso di Mogadiscio. Egli sa anche che il serkal (governo) italiano
dispone in tu o e per tu o in colonia di 1.500 mercenari arabo-
somali, armati di pessimi mosche i Ve erli mod. 1870 e guidati da
una ventina di ufficiali.
Prendendo come modello il Mullah, Gafle conferisce alla sua
azione un’impronta politico-religiosa, particolarmente efficace fra i
Bimal Jasmin e Suleiman, bellicosi ed ultra-ortodossi. Mentre gli scir
si succedono agli scir 16 ed il vento della rivolta prende a soffiare
sempre più forte dallo Scebeli fino al mare, il capitano Pàntano
intensifica le sue ricognizioni, ora anche con l’intento di impedire gli
scir e di disturbare l’azione di Gafle, ma o enendo in realtà solo
l’effe o di aumentare i timori e l’animosità dei somali. Nel giro di
due se imane, infa i, il numero dei ribelli in armi passa da trecento
a tremila, mentre agli scir si mima già la guerra e cominciano a
giungere dal lontano Nogal mullista i primi fucili.
Venuto a conoscenza delle autorità italiane che il 6 febbraio si
terrà a Mojalo, presente lo sceik Abdi Abiker Gafle, uno scir
risolutivo, viene in tu a fre a allestita una spedizione con l’intento
preciso di impedire lo scir e di trarre in arresto Gafle. Il 5 febbraio
partono contemporaneamente da Mogadiscio e da Merca due
colonne al comando rispe ivamente dei tenenti Pesenti e Streva.
Forti complessivamente di 500 uomini, esse si ricongiungono il 6
ma ina ai pozzi di El-Bogol, da dove proseguono per Mojalo,
incendiando lungo il cammino villaggi e razziando bestiame.
«Mojalo fu dato alle fiamme — racconta il futuro generale Gustavo
Pesenti con la sua prosa vagamente dannunziana — e il bestiame
raggiunto, raccolto e avviato al nostro accampamento. Eravamo già
molto lontani che ancora si vedevano alte lingue di fiamme, come
g
braccia levate a maledire [...]. La vista del rogo ‘allegro ed avido’
inebriava i nostri ascari che marciando so o il sole cadente facevano
‘fantasia’ al ritmo dei loro canti di guerra». 17
Dopo tre giorni di scorrerie, la colonna di mercenari ritorna alla
costa e si trincera sulle dune di Danane. Tale è stata la provocazione,
che Streva e Pesenti sanno per certo che i Bimal muoveranno
all’assalto, anche se le dune si prestano di meno della boscaglia agli
a acchi di sorpresa. In effe i, anche se il campo di ba aglia gli è
imposto, i somali ribelli a accano la zeriba di Danane nella no e fra il
9 e il 10 febbraio. Favoriti dalla no e senza luna, dall’Oceano
Indiano agitato e dal monsone che soffia fortissimo, i Bimal riescono
a portarsi, strisciando, a poche decine di metri dalle palizzate della
zeriba. Scoperti, si lanciano all’assalto cercando di praticare una
breccia nella palizzata e di a errire i difensori del campo trincerato
con i loro terrificanti orr. «Due colonne, — riferisce Pesenti — di un
migliaio circa di somali ciascuna, si slanciarono, a ondate successive,
contro il fronte se entrionale e quello occidentale (rispe ivamente
contro le centurie Hercolani, Gaddi, Pesenti e Adorni), mentre gli
arcieri ben appostati ci tempestavano con una fi a pioggia di frecce
avvelenate coll’uabajo». 18 Un altro migliaio di Bimal, intanto, tenta
una manovra di aggiramento, ma anche se il rapporto di forze è di
sei ad uno, lo slancio dei Bimal e dei loro alleati Intera viene presto
spezzato dalle salve di fucileria degli arabo-somali, precise ed
efficacissime. Dopo un’ora e mezza di ripetuti assalti, mentre l’alba
sta per illuminare il campo di ba aglia, gli assalitori si ritirano
lasciando sul terreno 200 morti ed alcune centinaia di feriti.
Benché dire o e animato dallo stesso Gafle e dai suoi due
luogotenenti Abdi Jusuf e Mohallim Mursal, l’a acco non poteva
non concludersi in un insuccesso, sia per la sorpresa venuta meno
che per la deficienza di armi da fuoco. Nella giornata del 10, mentre i
mercenari arabo-somali ripiegano su Gesira per rifornirsi di
munizioni e per affidare i feriti alle cure dell’unico medico della
colonia, i Bimal seppelliscono i loro morti e fanno proponimento di
riprendere la lo a appena il Mullah avrà mantenuto la promessa di
inviare un numero sufficiente di fucili.
Nel campo italiano, nonostante l’euforia per la vi oria, non
mancano le preoccupazioni. Per quanto il giovane tenente Pesenti si
inorgoglisca alla vista degli «ascari ebri di sole e di gloria per la
vi oria sui ribelli» e si illuda di «rivivere i tempi dell’antica Roma,
quando, nel tripudio del trionfo, ‘coi re vinti i consoli tornavano’», 19
in verità a Danane il serkal italiano ha corso il rischio di perdere la
colonia, non disponendo di riserve di uomini per controba ere i
Bimal nel caso avessero o enuto un successo. Rendendosi conto del
gravissimo pericolo corso, Cerrina Feroni propone al governo di
inviare con la massima urgenza nel Benadir, prima che la costa si
chiuda, un migliaio di ascari eritrei o arabi, scorte di viveri e
materiali per i presìdi, cannoni e mitragliatrici per armare i fortini di
Mogadiscio, Brava e Merca, e fucili modello ’91 in sostituzione dei
vecchi mosche i Ve erli. Il tu o deve servire non soltanto a
difendere le ci à della costa ma a preparare quella occupazione
stabile dell’interno senza la quale, insiste il Cerrina Feroni, la colonia
non può svilupparsi so o il profilo commerciale né so o quello
agricolo.
Le richieste giungono a Roma in un momento abbastanza
favorevole, proprio mentre finiscono per cadere gli ultimi capisaldi
della politica del «piede di casa» e si sta affermando, ora con la
spinta anche di alcuni se ori della Sinistra e dei sindacalisti, un
nuovo imperialismo italiano, una nuova ideologia coloniale. Il 1°
maggio 1907, precisando al nuovo governatore del Benadir,
Tommaso Carle i, le linee della rinnovata politica per la Somalia, il
ministro Ti oni non soltanto dà per scontata la necessità della
«penetrazione pacifica» all’interno della colonia, ma già suggerisce
di abbinare all’occupazione militare un’azione politica e commerciale
che possa irradiarsi, via Lugh, nelle province dell’Etiopia
meridionale. Dopo vent’anni di tregua e di incerti disegni, si torna
dunque a considerare la Somalia come una preziosa testa di ponte
per una lenta ma inesorabile infiltrazione italiana in Etiopia. E in
base a queste mire il dispositivo militare viene considerevolmente
rafforzato. Un’azione che non disturba soltanto le tribù somali ribelli,
ma prende ad inquietare anche gli etiopici, ben consapevoli di avere
nella frontiera meridionale, ancora non definita, il confine di gran
lunga più fragile.

Lo scontro di Bahallè.
Nel se embre del 1907 l’imperatore Menelik ordina al fitaurari
Gabrè, che risiede ad Harrar, di compiere una spedizione contro gli
Ogaden, da anni sobillati dal Mullah e soltanto nominalmente
sudditi dell’impero. La colonna di Gabrè, duramente provata dagli
a acchi dei guerriglieri armati dal Mullah, ripiega però presto verso
nord costringendo Menelik ad inviare in soccorso un secondo
contingente di truppe al comando del fitaurari Asaffa, figlio del
degiac Lul Seghed. Ma questa colonna, forte di duemila Amhara e di
un migliaio di irregolari Arussi armati di lancia, non si sa per quali
motivi non si incontra con quella di Gabrè, piega a sud e s’incunea
profondamente nel Benadir raggiungendo i pozzi di Berdale, a
duecento chilometri da Mogadiscio. 20
Riferiscono i testi di storia coloniale gioli iani e fascisti che,
appena venuti a conoscenza di questo sconfinamento e di ripetute
razzie contro le tribù Gubain e Larsan, nostre prote e, i capitani
Molinari e Bongiovanni, con slancio generoso, muovono
immediatamente da Lugh per accorrere in soccorso delle
popolazioni aggredite e trovano in seguito la morte nello scontro
impari. I fa i si sono svolti invece in maniera del tu o diversa e
testimoniano ancora una volta l’impreparazione dei funzionari che
amministrano la colonia ed il loro velleitarismo. L’«epopea» di
Bahallè, come altre leggende similari, nasce proprio dal bisogno dei
responsabili dell’inutile massacro di mascherare i loro errori ed i loro
calcoli meschini.
Vediamo di ricostruire i fa i sui pochi e reticenti documenti
disponibili. Il 9 novembre 1907 il capitano Bongiovanni parte da
Brava per raggiungere Lugh allo scopo di dare il cambio al capitano
Molinari, destinato al rimpatrio. Al seguito della colonna di 120
ascari c’è anche il signor Segré, agente della Società Coloniale
Italiana, il quale ha o enuto, muovendo in Italia le opportune
pedine, di far modificare il tragi o della colonna militare con
l’intento di ricuperare diecimila talleri di mercanzie razziate qualche
mese prima da somali della tribù Bur-Hacaba. Controvoglia, poiché
convinto di correre un grave rischio, il capitano Bongiovanni sposta
il proprio itinerario di ben cinque giornate ad oriente e a raversa
una regione mai prima di allora percorsa da forze italiane e
decisamente ostile. Giunto infa i a Revài, riesce a malapena ad
abbozzare un’inchiesta sul saccheggio della carovana della Società
Coloniale, poi è costre o a marciare rapidamente su Lugh
cautelandosi col portare con sé alcuni ostaggi. Dal campo trincerato
di Lugh, Bongiovanni invia ai Bur-Hacaba un ultimatum e, scaduto
questo, l’11 dicembre riparte per Revài accompagnato dal capitano
Molinari. Alla vigilia della partenza quest’ultimo scrive ad un amico:
«Domani partiamo con pochi ascari per andare a riprendere la
carovana razziata alla Coloniale. Il governo si è messo in testa di far
vedere agli indigeni che siamo [...] molto forti». 21
Al momento di lasciare Lugh, i due ufficiali non sono perciò
mossi da slanci generosi, come affermano con accenti epici le
cronache gioli iane e fasciste, per il semplice motivo che ignorano
ancora la presenza della colonna amhara nella zona dei pozzi di
Berdale e non hanno ancora ricevuto alcuna richiesta di aiuto da
parte delle tribù somale taglieggiate. Al contrario, essi partono da
Lugh con chiari propositi di rappresaglia, per punire i Bur-Hacaba
che hanno lasciato scadere l’ultimatum. Ed è soltanto in viaggio che
vengono a conoscenza delle scorrerie degli etiopici nella regione di
Baidoa e che sono sollecitati ad accorrere in soccorso dei Larsan e dei
Gubain. Il 15 dicembre, dopo un tentativo (peraltro non
documentato) di far retrocedere con le buone gli Amhara, il capitano
Bongiovanni decide di a accare di sorpresa la zeriba etiopica
costruita nei pressi di Bahallè. All’alba, con l’appoggio di 300 lancieri
somali raccogliticci, fa avanzare a ventaglio i 113 ascari armati di
fucile. Ma se il primo a acco riesce e ge a lo scompiglio nel campo
avversario, il secondo si infrange contro l’orda abissina, ancora in
disordine, ma dieci volte superiore di numero. Avvolti dalla
cavalleria amhara, in meno di due ore gli ascari vengono fa i a
pezzi: sul campo, accanto ai due ufficiali italiani, ne restano 83.
p p
Ultimo a cadere è Molinari, che si difende a colpi di pistola, e al
quale il giornalista Cipolla a ribuisce questa mitica fine: «Il servo,
terrorizzato, stava per abbandonare il padrone cercando di salvarsi
con la fuga nella boscaglia, quando Molinari, rizzatosi, gli disse: ‘Tu
abbandoni il tuo padrone quando muore’. Il servo rimase e fu ucciso
anch’esso accanto al capitano. Nelle tasche gli fu trovato, con il
ritra o della madre, un volume o delle Odi Barbare del Carducci». 22
Spogliando i fa i dell’epico alone, è difficile spiegare come due
veterani d’Africa quali il Bongiovanni e il Molinari abbiano potuto
acce are un comba imento così impari e in una regione dove l’Italia
non esercitava ancora la sua sovranità. È assai probabile che essi non
abbiano affa o cercato lo scontro, ma che, al contrario, non abbiano
potuto evitarlo, dopo di aver trovato a Bahallè, anziché i male armati
Bur-Hacaba, gli agguerritissimi Amhara. Commenta, a conforto di
questa tesi, il Mantegazza: «Anche questa volta il governo era stato
mal servito, tanto dal governator Carle i, come da chi lo sostituì per
quel mese, perché la spedizione Bongiovanni è stata non solo
consentita, ma ordinata da Mogadiscio, naturalmente, non contro gli
abissini, ma per me ere a dovere una tribù: anzi per riprendere le
merci rapite da una tribù ad una carovana della Società Coloniale di
Milano. Naturalmente non prevedendo, malgrado la presenza degli
abissini nel territorio della nostra colonia fosse nota a Mogadiscio,
che i nostri ascari si sarebbero trovati di fronte ad essi». 23
La notizia dello scontro viene data in Italia con notevole ritardo
ed incompleta. Il primo annuncio è del 9 gennaio 1908 e non accenna
alle perdite. Due giorni dopo la «Stefani» è autorizzata dal ministero
degli Esteri ad annunciare la morte del capitano Bongiovanni,
mentre della fine di Molinari non si darà comunicazione ufficiale che
dopo le indiscrezioni del quotidiano radicale «Il Secolo». Poi, per
avere un quadro abbastanza completo degli avvenimenti bisognerà
a endere le rivelazioni di Cipolla sul «Corriere della Sera», fornite in
febbraio, cioè a più di due mesi dallo scontro di Bahallè.
Mentre l’opinione pubblica viene lasciata all’oscuro dei particolari
del nuovo disastro africano, il governo corre ai ripari ordinando a
tu e le navi da guerra che stazionano nel Mar Rosso di convergere
su Mogadiscio, mentre dà incarico al reggente la legazione di Addis
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Abeba, capitano Colli di Felizzano, di presentare a Menelik formale
protesta per la violazione dello statu quo nel territorio di Lugh. La
risposta di Colli giunge a Roma l’11 gennaio: «Ho comunicato al
negus Menelik l’incidente di Lugh presentandogli la formale
protesta del governo del re [...]. Il negus Menelik è rimasto
vivamente impressionato ed addolorato per l’incidente del quale
non aveva finora alcuna notizia. L’imperatore ha riconosciuto la
gravità del fa o e mi incarica di comunicare ufficialmente al governo
del re la espressione del suo più profondo rammarico e la speranza
che le notizie pervenute possano essere esagerate. Rinnova la sua
protesta di amicizia e di lealtà pel governo italiano, non esita ad
a ribuire tu a la responsabilità dell’incidente a capi ribelli ai suoi
ordini e dichiara di essere disposto a dare tu e le giuste, necessarie
soddisfazioni [...]. Dalle dichiarazioni del negus Menelik, che
dimostrano come egli sia dolorosamente colpito e preoccupato per
l’incidente, ho a into la sicurezza che egli è assolutamente estraneo
ad esso e che i capi amhara hanno agito non solo a sua insaputa, ma
anche contrariamente ai suoi ordini formali». 24
L’estraneità ai fa i di Menelik è confermata anche da Giuseppe
Piazza che, per conto de «La Tribuna», è in Etiopia fra l’aprile e
l’o obre del 1908. È dalla stessa bocca del sovrano etiopico che
apprende che al degiac Lul Seghed è stato tolto ogni comando e che
il figlio Asaffa è in catene. Piazza può anche vedere e fotografare
tu o quanto, del bo ino dello scontro di Bahallè, viene restituito alla
legazione italiana di Addis Abeba, «e portato con uno scrupolo che
ha del meraviglioso e dell’inesplicabile; guardate: due giacche di kaki
di Bongiovanni e di Molinari, stracciate, sporche di sangue, forate di
palle, due pantaloni, due berre i di bassa tenuta, un casco, due
asciugamani, un fazzole o, due bagnarole, qualche catinella, due
selle; qualche mobile da campo, un orologio, una bussola, una penna
stilografica, un termometro, due o tre fiaschi, due o tre bo iglie
vuote e ro e, e una quarantina di fucili — anche i fucili, pensate, che
agli abissini son cari e preziosi più della vita stessa!». 25
Con le scuse e le riparazioni di Menelik l’incidente di Bahallè può
quindi dirsi chiuso. Le due parti, tu avia, per evitare nuovi scontri
nel territorio contestato, decidono di intraprendere negoziati per la
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delimitazione dei confini fra Etiopia e Somalia. Le tra ative,
condo e per conto del governo italiano da Giuseppe Colli di
Felizzano, giungono a conclusione con la firma della convenzione
del 16 maggio 1908, che favorisce notevolmente l’Italia. Essa, infa i,
non soltanto può conservare il lungamente disputato nodo
commerciale di Lugh, ma, con il versamento a Menelik di tre milioni
di lire, può spostare il confine o anta chilometri più a nord, a Dolo.
Ma poiché la convenzione, come osserva il capitano Citerni, è
esclusivamente «basata, nelle sue grandi linee generali, sulle
divisioni etnografiche di tribù, nomadi per bisogno e per tradizione,
e sulle uniche indicazioni fornite dalle carte allora esistenti», i due
governi si accordano per «dare concretezza e precisione a quei
troppo incerti e vaghi elementi» 26 mediante il sopralluogo di una
commissione mista di esperti.
Designata nel corso del 1910, essa raggiunge, dopo una
lunghissima marcia, la zona di frontiera il 15 marzo 1911. Mentre la
delegazione italiana è guidata dal compagno di Bo ego, Carlo
Citerni, e comprende, fra gli altri, i topografi Grupelli e Venturi
dell’Istituto Geografico Militare, quella etiopica è composta dal
degiac Nado, da ato Sertuold, dai fitaurari Mamo e Teghegné e dal
tenente dell’esercito tedesco von Gössni , incaricato dei lavori
topografici. Iniziate a Dolo, le operazioni geodetiche si protraggono
per molti mesi pur senza raggiungere tu i gli obie ivi della
missione. La frontiera viene infa i delimitata soltanto per 130
chilometri, da Dolo ai pozzi di Ato, a causa di una rivolta scoppiata
nell’o obre fra le popolazioni della regione dell’Uebi Scebeli e
domata a fatica dal giovane degiac Tafari, il futuro imperatore Hailé
Selassié. I lavori vengono perciò sospesi, ma di comune accordo, non
per imposizione etiopica come sostengono gli imprecisi storici del
periodo fascista. Annota infa i il Citerni nel suo diario: «Ad Ato ci
dovemmo arrestare perché i delegati etiopici mi comunicarono un
ordine del loro governo, che, d’accordo con la nostra legazione,
autorizzava a sospendere i lavori per ragioni di sicurezza. Analoghe
istruzioni riceve i dire amente dal nostro ministro. Ed in realtà
verso l’Uebi Scebeli le popolazioni erano in fermento, tantoché i
soldati di degiac Tafari avevan dovuto impegnare aspri
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comba imenti per tranquillizzare la regione. Dove i obbedire,
sebbene mi dolesse moltissimo di non giungere fino all’Uebi Scebeli.
Però, siccome ero certo di aver rilevato esa amente la parte
principale della frontiera, e sul resto avevo raccolto informazioni e
dati sufficienti per poter offrire salde basi alla delimitazione del
territorio, così potevo ritenere come raggiunto lo scopo della
missione che mi era stata affidata». 27
A trarre vantaggi dall’incompleta delimitazione del confine sono
in ogni caso gli italiani. Col passare degli anni, come vedremo,
mentre gli etiopici continueranno a trovarsi nell’impossibilità di
creare nuovi centri amministrativi nel Sud, gli italiani
approfi eranno della fluidità della frontiera per accentuare la loro
penetrazione politica ed economica nell’Etiopia meridionale. Sia col
portare avanti le loro strade che col concedere forti sgravi fiscali alle
merci abissine in transito verso i porti del Benadir, ma sopra u o
incoraggiando le tribù somale so o la nostra protezione a penetrare
in territorio etiopico in cerca di pascoli e di acqua, e proteggendole
con scorte armate. Una chiara manovra per spostare avanti a poco a
poco i confini del 1908, sulla scia di migrazioni sollecitate ad arte.

L’occupazione del Basso Uebi Scebeli.


L’incidente di Bahallè richiama l’a enzione del Parlamento sul
Benadir, pressoché sguarnito di truppe (2.442 uomini al 1° dicembre
1907) e ritenuto aperto a tu e le invasioni, abissine e mulliste. Per
l’occasione viene presentato un proge o di legge, 28 che contempla,
fra l’altro, la riunione di tu i i territori posti fra Bénder Cassim e
Chisimaio so o un’unica amministrazione (la nuova entità
territoriale prenderà il nome di Somalia Italiana) e l’occupazione
dell’hinterland sino all’Uebi Scebeli, come condizione indispensabile
per la sicurezza e lo sviluppo della colonia. In un secondo tempo, a
completamento del «piano Ti oni», si dovrà occupare il resto del
territorio sino al confine etiopico. Per a uare questo programma il
bilancio della colonia viene aumentato di un milione, il numero degli
ascari è portato a 3.500, e il comando del Corpo di truppe coloniali è
affidato per la prima volta ad un ufficiale superiore, il maggiore
siciliano Antonino Di Giorgio, che già è stato in Africa per la
campagna italo-etiopica del 1895-96.
I movimenti di truppe mercenarie arabo-somale lungo la costa e
verso l’interno rime ono però in allarme i Bimal, i quali già dal
febbraio riprendono ad organizzare scir infuocati, pongono di nuovo
l’assedio a Merca e cercano di sollevare contro gli italiani l’intera
regione. Non avendo ancora ricevuto i rinforzi promessi, il
governatore Carle i cerca dapprima di isolare i Bimal convincendo il
sultano di Gheledi ed alcuni capi delle tribù Uadàn, Mobilèn e Scidle
di schierarsi dalla parte del serkal italiano. Ma, per quanto il tentativo
di seminare la discordia fra i somali dia buoni risultati, i Bimal
riescono tu avia a me ere in campo qualche migliaio di uomini. Per
intralciare i loro piani, Carle i ordina al capitano Vitali di allestire
una colonna e di piombare nei luoghi di concentramento dei somali
ribelli. Il 2 marzo 1908, con 500 ascari e qua ro cannoni da sbarco,
Vitali raggiunge Dongàb, a metà strada fra la costa e l’Uebi Scebeli, e
disperde un primo assembramento di Bimal. A accato a Gilib, sulla
via del ritorno, ba e di nuovo i somali, causando loro gravi perdite.
Cinque giorni dopo disperde un nuovo concentramento di Bimal a
Mellèt ed il 15 marzo, infine, occupa stabilmente Danane.
L’inviato del «Corriere della Sera», Arnaldo Cipolla, che segue le
operazioni, constata che i Bimal sono ora meglio organizzati ed
armati. «Il Mullah li aveva provveduti di buoni consigli nel caso
avessero dovuto affrontare il comba imento con le nostre centurie. I
fucilieri mullisti erano costituiti precisamente in una centuria
suddivisa in qua ro reparti uguali. Non mancava neppure il
trombe iere con relativo strumento, trofeo di una vi oria del Mullah
contro gli inglesi». 29 Hanno anche imparato a costruire solide e
profonde trincee, «tanto da potervisi appostare comodamente,
disposte con criterio a ridosso dei cespugli e precedute da una zeriba
di spini». 30 Ma il tiro dei loro (pochi) fucili è ancora impreciso, «da
non riuscire nemmeno a colpire i nostri cammelli e mule i». 31
Esplorando il campo di ba aglia dopo lo scontro di Gilib, Cipolla
conta i morti, osserva i «vecchi bimal canuti, composti in una
solennità ieratica», contempla a lungo il «bellissimo» guerriero
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giovine o, col ventre squarciato e la «fronte ornata dal rir, un so ile
ventaglio di saggine, distintivo di guerra», poi, nel suo «frammento
di le era», condensa le sue conclusioni di «uomo pensante», di
essere superiore: «Io non so se tu abbia mai provata quella pietà che
prorompe dall’animo dell’uomo civile dinanzi agli effe i di un
comba imento fortunato sui neri. È un sentimento che non a inge
certo la sua ispirazione dalla magniloquenza delle affermazioni
imperialiste, ma non ha nulla a che fare col pietismo falso dei popoli
imbelli. Deriva dal paragone dell’abisso esistente fra i nostri mezzi di
conquista e quelli con i quali i neri si difendono. È il compianto
dell’uomo pensante per l’uomo inferiore, condannato a soggiacere.
Pensa che con tu e le loro ferocie non sanno, ad esempio, concepire
la possibilità di superare un muricciolo, pensa che per tu a
l’immensa estensione di territorio che va dal Guardafui al Giuba un
uomo solo, il Mullah, ha capito quali sono alcune delle nostre
debolezze, ed è anch’esso, in fondo, un ingenuo, poiché sogna la
possibilità di costituirsi un impero [...]. Pensa che solo nello spazio di
terreno da Gesira a Torre a sud di Merca, saranno almeno trenta
cabile bimal, cioè trenta opinioni, che debbono me ersi d’accordo,
dato e non concesso che alla testa dei Dadrua, dei Saad, degli
Yabedal, dei Gamos, ecc. ecc., vi sia un capo con qualche autorità. E
dopo questo, dimmi se essi non sono, in fondo, degni di pietà». 32
Ba uti i Bimal e perfezionate le intese con i capi somali disposti a
collaborare con gli italiani, Carle i dedica la primavera e l’estate del
1908 a predisporre i piani per l’occupazione del Basso Uebi Scebeli. E
poiché gli ingaggi di mercenari ad Aden e nei sultanati arabi
dell’Hadramaut non bastano a coprire il fabbisogno di ascari, o iene
che gli vengano inviati dall’Eritrea seicento uomini. All’inizio delle
operazioni, nell’agosto, il maggiore Di Giorgio può quindi contare su
3.500 mercenari inquadrati da 44 ufficiali metropolitani. Decise per la
terza decade di agosto, per prevenire il rientro dei Bimal che sono
andati al Nord a ritirare i fucili promessi dal Mullah, le operazioni
sono però precedute dalla liberazione di Merca dall’assedio dei
Bimal, i quali sono per due volte ba uti, l’11 e il 12 luglio, fra le dune
di Mellèt.
Liberata Merca, le forze italo-arabo-eritree vengono concentrate a
Danane e il 24 agosto 1908 il maggiore Di Giorgio muove
all’occupazione del Basso Uebi Scebeli con 1.500 uomini, 8
mitragliatrici e 4 pezzi da 75 da sbarco. Le operazioni durano
qua ordici giorni, durante i quali vengono occupati i villaggi di
Mallàble, Audégle, Baríre, Merére ed Afgoi. Salvo a Merére, dove la
reazione dei Bimal e degli Intera dà luogo ad un breve scontro ed
alla successiva distruzione del villaggio, nel resto della regione
l’occupazione si svolge pacificamente grazie agli accordi conclusi in
precedenza da Carle i con i vari capi locali. Ad Afgoi, ad esempio, il
sultano di Gheledi, sceik Osman Ahmed, fa a o di so omissione con
i suoi 5 mila guerrieri e subito dopo me e a disposizione del serkal
italiano alcune centinaia di lance.
Dopo aver lasciato un forte presidio ad Afgoi, Di Giorgio rientra il
6 se embre a Mogadiscio, con soli tre feriti e la convinzione di avere
definitivamente scoraggiato la ribellione bimal. Da successive
indagini apprende infa i che sono rimasti in armi, in tu a la regione,
non più di 200 Bimal, da poco rientrati dal Nogal con i fucili donati
dal Mullah. Dopo averli localizzati a Balàd, un villaggio a circa
quaranta chilometri da Mogadiscio, senza a endere l’autorizzazione
del governatore, 33 Di Giorgio muove segretamente loro incontro, li
ba e duramente (25 se embre) e completa la breve campagna con
l’incendio di Balàd e di tu i i villaggi della zona circostante.
Nonostante le ripetute sconfi e e l’isolamento in cui si sono
venuti a trovare dopo la defezione delle altre tribù somale, i Bimal
non si piegano e dopo appena se e se imane di tregua riprendono
le armi compiendo scorrerie contro i Gheledi, colpevoli, ai loro occhi,
di essere passati dalla parte degli italiani. Per parare la nuova
offensiva il maggiore Vincenzo Rossi, che ha da poco sostituito Di
Giorgio al comando del regio Corpo di truppe coloniali, concentra
ad Afgoi 540 ascari e 400 lance del nuovo Corpo ausiliario della
«Banda di Gheledi». Con queste forze si porta a Bulàlo, le dispone in
quadrato e il 23 novembre sostiene l’urto dell’ultimo disperato
assalto dei Bimal, assalto che, come i precedenti, si infrange alle
prime nutrite scariche di fucileria. Per completare il disastro, sui
Bimal in fuga il maggiore Rossi lancia all’inseguimento i nuovi
alleati somali.
Con lo scontro di Bulàlo si chiude il ciclo di operazioni per
l’occupazione del Basso Uebi Scebeli. A quindici anni dallo sbarco di
Filonardi a Mogadiscio l’Italia giunge così a controllare stabilmente
la fascia costiera del Benadir per una profondità di circa quaranta
chilometri. «Rimane adesso da eseguire la seconda parte del
programma — annuncia alla Camera il ministro degli Esteri,
Francesco Guicciardini — la quale consisterà nella occupazione di
Dolo a nord di Lugh, di Bur Acaba, centro importante sulle vie
carovaniere fra Lugh e il fiume, e di Scidle, notevole località sul
fiume Scebeli a circa 70 chilometri a monte di Balàd [...]. Ma, mentre
questo dichiaro, voglio pure aggiungere che l’a uazione di questa
seconda parte del programma non sarà di imminente esecuzione [...].
Nel fra empo provvederemo alla organizzazione politica e
amministrativa della parte occupata. Così con prudenza, senza
rischi, col limite dei fondi concessi dal Parlamento, giungeremo
gradualmente a stabilire l’autorità nostra in tu a quanta la
colonia». 34
Lo scontro di Bulàlo segna anche la fine della ribellione bimal,
durata qua ro anni e fallita, oltre che per la penuria di armi da
fuoco, per l’incapacità dei capi ribelli a stringere durature alleanze
con le altre cabile somale. Più che militare il fallimento è dunque
politico. Un errore che porta all’isolamento e alla asfissia, e che il
Mullah, che pure ha subìto ben più gravi batoste militari, si guarda
bene dal comme ere, sempre a ento com’è a coprirsi le spalle, a
preparare in anticipo sicuri rifugi per i giorni difficili, a tenere aperte
con accorta diplomazia le vie di rifornimento. Il tramonto della
resistenza bimal, alla quale non ha certo fa o dife o il coraggio e che
a Danane ha sfiorato il successo, coincide, come è naturale, con
l’affermarsi delle prime forme di collaborazione (anche militare,
come abbiamo visto) italo-somala, provocate dalla propaganda dei
residenti ma sopra u o dagli stipendi assegnati ai capi villaggio.
«Politica forte» e corruzione saranno d’ora innanzi i mezzi
sistematicamente usati per completare il piano Ti oni, in a esa di
realizzare il più ambizioso programma espansionista di Mussolini.
p p g p
Ancora il Mullah.
Ad incoraggiare i Bimal, in misura assai modesta ad armarli, è stato,
come abbiamo visto, il Mullah, negli anni in cui, riconosciuto dagli
italiani signore del Nogal, raggiunge l’apice del prestigio e diventa
per i somali il simbolo della ribellione contro l’invasore straniero.
Quali sono i motivi che spingono Mohamed ben Abdalla Hassan a
rompere i pa i di Illig? I motivi sono fondamentalmente due: 1) gli
italiani non mantengono le promesse fa e per bocca del Pestalozza;
2) pur astenendosi, in un primo momento, dal compiere a i di
ostilità, il Mullah non può perdere di vista il suo obie ivo principale,
che non è la sovranità sul Nogal ma su tu o il Paese dei somali. Sulle
inadempienze italiane, scrive il Mantegazza: «Il Pestalozza, all’epoca
del famoso prote orato sfumato, gli aveva già fa o grandi promesse,
che non furono mantenute. Quando si seppe alla Consulta, molto
prima del comba imento di qualche mese fa, nel quale dai Bimal
furono lasciati sul campo dei Ve erli, che il Mullah aveva dato loro
un centinaio di fucili, si ricorse ad un’altra delle solite missioni [...]
per prome ergli di nuovo tu o quello che voleva, purché ci facesse
la grazia di abbandonare i Bimal e di non occuparsi più delle cose
loro [...]. Di questa missione, affidata al tenente di vascello Cappello,
allora console ad Aden, presso il Mullah, nulla si è saputo in Italia.
Me e il conto di dirne qualche cosa. Il Cappello andò col solito
Abdalla Sceri [...] dal Mullah, il quale gli disse, apertamente, che
l’Italia aveva mancato a tu e le promesse fa egli dal Pestalozza. ‘Mi
avevate promesso dei denari — egli disse — e non li ho visti; mi
avevate promesso che Osman Mahmud avrebbe abba uto la garesa,
poiché mi secca questa specie di sorveglianza che esercita sui miei
movimenti e non lo ha fa o; mi avevate promesso dei regali, e i
regali non sono venuti. Non ho più visto nessuno e allora mi sono
regolato per conto mio, come credeva meglio’». 35
Del comportamento degli italiani, il Mullah si lamenta anche in
una le era che invia, agli inizi del 1908, al capitano H. E. S.
Cordeaux, nuovo commissario per la Somalia Inglese. «Noi ci
lagniamo anche degli italiani che ci tormentano, ci istigano, ci
disturbano molto e imprecano contro di noi in ogni modo. Essere
bestemmiati è per noi più duro che di aver tagliato il collo. Gli
italiani hanno sequestrato la nostra daua e vi hanno issato la loro
bandiera. Inoltre avvelenarono mio figlio, che, ritornato da me
gravemente ammalato, morì subito dopo il suo arrivo». Ma la
dichiarazione più sorprendente riguarda il prote orato, che il
Mullah afferma di non più riconoscere: «Dobbiamo dichiararvi che
noi non riconosciamo gl’italiani, ma voi solamente e a voi
a ribuiamo la causa del male e del bene che essi ci fanno». 36
Pur non considerandosi ormai più un «prote o» italiano, il
Mullah mantiene per tre anni, sino al 1908, il suo harun nelle
vicinanze del porto di Illig. Egli approfi a della tregua per riarmare
le proprie forze, per organizzare un efficiente servizio di agenti
segreti e per convincere, dopo gli Ogaden e i Bagheri dell’Alto Uebi
Scebeli, anche gli Uarsangheli ad unirsi a lui nella jihād contro gli
infedeli. Disegno che egli completa alleandosi con il garad
Mahamud Ali Shirre, che controlla vasti territori del Somaliland del
Nord ed il prezioso approdo di Las Gorè. Superando infine gli
antichi odi di razza e di religione, il Mullah scrive all’imperatore
Menelik e gli propone un’azione combinata contro gli europei,
rivelando con questa audace mossa una maturità politica del tu o
sconosciuta ai leader africani dell’epoca. Ma l’alleanza, che avrebbe
certo avuto un effe o decisamente positivo sul futuro dei rapporti
somalo-etiopici, sfuma invece per il tradimento di Abdalla Sceri,
l’infido rappresentante del Mullah ad Aden. Sceri consegna infa i le
varie le ere del capo derviscio al console italiano Macchioro, ciò che
consente ad italiani ed inglesi di sventare l’intrigo e di fare
immediate pressioni su Menelik per ostacolare ogni invio di armi al
Mullah.
Nonostante il fallimento di questa operazione, agli inizi del 1908,
mentre è ormai definitivamente sfumato anche il proge o del
Mercatelli di fare del Mullah il signore dell’Ogaden e quindi di uno
Stato-cuscine o fra la Somalia e l’Etiopia, il vicario della Salehiya è
ormai pronto a riprendere le ostilità contro inglesi, italiani, etiopici e
migiurtini, in quella lo a su più fronti, basata su improvvise e
terrificanti scorrerie, che so olinea il genio militare del Mullah. Nel
se embre, infa i, invade il territorio del sultano di Obbia e a acca
Mudugh nel tentativo di ricongiungersi con gli alleati Bagheri, che
dominano la fertile valle dell’Uebi Scebeli. Contemporaneamente
compie scorrerie contro gli Ogaden di protezione abissina e, a nord,
moltiplica le razzie contro le tribù del prote orato inglese, in questo
aiutato dai nuovi alleati Uarsangheli. Dopo tre anni di relativa
quiete, la terra dei somali è di nuovo posta a ferro e a fuoco.
Dinanzi alla nuova offensiva mullista il governo italiano si scopre
del tu o impreparato. Per quasi due anni subisce il gioco
dell’avversario, incapace di estirpare dalla Somalia quello che
Guicciardini definisce un «tumore». Ancora nel marzo del 1910 il
ministro Guicciardini svela in Parlamento, in un amletico discorso,
che nessuna decisione è stata ancora presa: «Di sistemi per
raggiungere l’intento non ne vedo che due: o la cura radicale della
estirpazione consistente in una operazione militare che dovrebbe
concordarsi con l’Inghilterra; oppure la cura blanda consistente
nell’indebolire il Mullah col rendere sempre più stre o il blocco
mari imo e terrestre contro di lui e coll’accrescere la forza di
resistenza dei sultani e dei popoli che lo contornano. Al primo dei
sistemi non credo sia da pensare». 37
Prevale infa i il sistema della «cura blanda», basato sul blocco
navale delle coste, sul tentativo di utilizzare i sultani di Obbia e di
Migiurtinia contro il Mullah, sull’alimentare la campagna
antimullista con l’impiego di tu i i mezzi, compresa la corruzione
dei più influenti luogotenenti del leader derviscio. I risultati sono
però molto modesti. Il console Macchioro (e poi il suo successore
Piacentini) incontrano già enormi difficoltà per il solo fa o di
pretendere che un residente italiano stazioni in permanenza ad
Obbia ed Alula. Altro che farsene degli alleati! Yusuf Ali, per
cominciare, acconsente ad ospitare il tenente Ardinghi solo quando
Piacentini minaccia di far bombardare Obbia; quanto ad Osman
Mahmud, si rifiuta addiri ura di inalberare la bandiera italiana, 38 ciò
che spinge il 6 o obre 1909 il comandante della cannoniera Volturno
a distruggere il villaggio di Boreh ed a bombardarne altri.
Sul piano della propaganda i funzionari dell’Ufficio coloniale
riescono invece ad o enere un certo successo, anche se di breve
durata. Completando l’opera di corruzione di Abdalla Sceri, l’agente
p p g
del Mullah in Aden, lo convincono a recarsi alla Mecca e a
denunciare al fondatore della Salehiya le continue violazioni della
legge islamica commesse dal suo vicario in Somalia. Sceri che, come
si ricorderà, ha già reso grossi servigi al consolato italiano di Aden
interce ando le le ere del Mullah a Menelik, va alla Mecca e riesce a
strappare a Mohamed Saleh una le era che condanna, con aspri
accenti, la condo a del Mullah. Le era che italiani ed inglesi, ancora
prima di farla pervenire nel marzo del 1909 al legi imo destinatario,
strumentalizzano a fini politici diffondendola in tu i i centri della
Somalia. «Io ho davanti ai miei occhi — dice fra l’altro la le era-
condanna del fondatore della Salehiya — la notizia che voi e la
vostra gente vi siete messi su una ca iva strada, e che più non
osservate le leggi della Sceria. Ho prove che voi avete cessato di
a enervi a tali leggi, poiché rubate, e profi ate delle mogli degli
stessi uomini dei quali spargete il sangue ed usurpate gli averi [...].
D’ora innanzi io desidero di non avere più nulla da fare con voi e
con i vostri. Io non vi scriverò e non desidero che mi scriviate.
Coloro che camminano sulla via del Signore possono essere sicuri
della sua protezione, e coloro che fanno del male, del suo castigo». 39
La scomunica del Mullah crea nell’harun derviscio malumori e
perplessità, culminati nella diserzione di alcune centinaia di
guerrieri. Ma nell’insieme delle popolazioni somale la figura
carismatica di Mohamed ben Abdalla Hassan quasi non viene
scalfita dalla grave condanna. 40 Primi ad accorgersene sono gli
inglesi, i quali già nell’aprile del 1909 inviano nel Somaliland sir
Reginald Wingate, governatore generale del Sudan Anglo-Egiziano,
e il generale Rudolf von Slatin, con l’incarico di studiare la
situazione e di aprire, se necessario, negoziati con il Mullah. Fallita la
missione e non intendendo il governo britannico impegnarsi in
nuove e costose campagne militari, l’interno del Somaliland viene
abbandonato e le poche forze della colonia sono concentrate nelle
ci à della costa.
L’improvvisa ritirata inglese, che per molti lati assume più il
significato di una vende a contro i somali che di una rinuncia alla
sovranità sull’hinterland, provoca nella colonia il caos più completo.
«Coll’a uazione del nuovo ordinamento — scrive l’inglese Jardine
g
— si verificarono subito, al di là di ogni previsione, indescrivibili
disordini. Le tribù si abbandonarono all’orgia d’una guerra intestina,
usando le une contro le altre le armi e le munizioni distribuite per la
difesa contro il nemico comune [...]. Durante questa lo a intestina, in
cui perì non meno di un terzo della popolazione maschile della
Somalia, non vi fu tribù che andasse esente da discordie interne o
dagli a acchi dei suoi vicini [...]. Il governo, intanto, rinchiuso nelle
difese di Berbera, era impotente ad affrontare tale situazione». 41
Il ripiegamento inglese (realizzato fra il marzo e l’aprile del 1910)
ed il successivo dilagare delle faide fra le tribù somale, sono due
episodi che giocano a favore della politica nazionalistica del Mullah.
Visto che il destino gli apre ancora una volta le porte del Somaliland,
il leader derviscio lascia Illig, risale la valle del Nogal e raduna i suoi
uomini a Gerrouei, al confine con la colonia britannica. Ma prima di
a accare a ende un anno, durante il quale, compiacente il
governatore di Harrar, Balcià, apre una nuova linea di rifornimento,
dopo che Uarsangheli e Migiurtini, danneggiati dal blocco navale
inglese, hanno sospeso di rifornirlo di armi e viveri.
Nel novembre del 1911, potendo contare di nuovo su seimila
armati, penetra nel prote orato inglese, ba e duramente la tribù dei
Dulbohanta e insedia un presidio a Bohotlè, provocando l’esodo
verso nord di intere popolazioni a errite. Il momento è così critico
che in un memorandum del 30 aprile 1912 il nuovo commissario
inglese, H. A. Bya , scrive: «L’anarchia dilaga costantemente nel
Paese [...]. La politica del non intervento e dell’inazione ha avuto
piena a uazione in questi due anni ed ha deluso tu e le speranze e
le previsioni. L’organizzazione delle tribù, prima condizione della
difesa, è completamente fallita e si è verificata invece una costante e
seria diminuzione del prestigio del governo anche fra le tribù che gli
stanno più vicino». 42
Contrariamente alle previsioni, il Mullah però non sfru a
interamente la situazione favorevole ed anzi, al posto di marciare
sulle ci à della costa, ritira nel giugno del 1912 il presidio di Bohotlè
e concentra di nuovo le sue forze nei pressi di Gerrouei, da dove sei
mesi dopo si sposta per raggiungere Talè, che resterà sino al 1920 il
suo quartier generale. A Talè egli prende possesso di un formidabile
q g g p p
sistema fortificato che ha fa o costruire da muratori yemeniti,
«riprova efficace — osserva il Jardine — del genio militare e della
versatilità del Mullah». 43 Interamente costruito in pietra, cinto da
muraglie colossali, dominato da torri alte fino a venti metri, il forte
di Talè può contenere migliaia di uomini, centinaia di capi di
bestiame, ingenti depositi di granaglie.
È difficile spiegare, con la povertà dei documenti a disposizione, i
motivi che spingono il Mullah ad abbandonare, almeno in parte,
l’antica ta ica della mobilissima guerriglia partigiana per costruire il
sistema difensivo fisso di Talè ed una catena di forti che andrà da
Scimber Berri a Gid Ali. La decisione, però, sembra scaturire più che
dalla stanchezza del capo derviscio di errare fra i deserti e le valli
fertili del Corno d’Oro, dalla convinzione che è ormai venuto il
momento di costituire un embrione di Stato, con le sue frontiere
prote e da forti, con i depositi per i giorni difficili, con i pascoli
sicuri. Questa ipotesi è suffragata da una le era che il Mullah invia
agli inglesi nel gennaio del 1914 e che è inequivocabilmente la
richiesta del riconoscimento di uno Stato che comprenda l’alta valle
del Nogal, la valle dell’Ain ed alcuni territori occupati dagli
Uarsangheli, Stato che coincide pressappoco con la regione abitata
dalla tribù dei Dulbohanta e da quella alleata degli Uarsangheli. «La
terra è divisa fra le popolazioni. — dice fra l’altro la missiva del
Mullah — La collina di Scimber Berri è il nostro confine. Noi siamo
giunti al confine della terra che ci era stata tolta con la forza. Ma
Iddio ce l’ha restituita. In quanto al territorio al di là di de a località,
esso non è nostro; noi non lo desideriamo, né lo vogliamo». 44
Pur fortificandosi entro i confini del suo Stato provvisorio, il quale
sembra rispondere ad un programma minimo, il Mullah non perde
di vista il suo disegno più ambizioso e cerca di realizzarlo tenendo
vivo il fermento fra gli Ogaden, che vivono in territorio abissino, e
fra i Bagheri, che stanziano nella Somalia Italiana. Fra il 1913 e il
1915, mentre l’Europa si prepara al grande massacro ed è costre a a
trascurare i suoi imperi coloniali, il Mullah raggiunge l’apice della
potenza e dell’audacia. Il 9 agosto 1913 una colonna derviscia si
scontra a Dul Madoba con l’unica forza mobile anglo-somala ancora
presente in colonia, il Camel Constabulary di Richard Corfield, 45 e lo
p y
fa a pezzi. Imbaldanziti dal successo, il 5 se embre sessanta cavalieri
mullisti penetrano a Burao, dove nessun ribelle ha più posto piede
dal 1900, ne saccheggiano il bazar e radono al suolo le case. Nel
gennaio del 1914, dopo aver presidiato Scimber Berri con 400
dervisci, il Mullah invia la già citata le era agli inglesi per precisare i
limiti del suo possedimento. Ma l’operazione più audace viene
compiuta nella no e fra il 12 e il 13 marzo. Quaranta dervisci,
montati su cavalli velocissimi e resistenti, lasciano Scimber Berri e,
compiendo un raid di 500 chilometri, piombano sulla costa,
penetrano sparando nei quartieri indigeni di Berbera, poi ritornano
alla base appiccando il fuoco a tu i i villaggi che incontrano sulla via
del ritorno. L’azione, che sembra preludere ad un’offensiva generale
del Mullah, convince Londra a ricostituire nel Somaliland un Corpo
di polizia cammellata, che consentirà agli inglesi, come vedremo, di
rioccupare parte dell’interno della colonia.
Facciamo ora un passo indietro per esaminare le mosse degli
italiani nel periodo 1909-1915, durante il quale il Mullah è
principalmente impegnato contro gli inglesi. Lo spostamento dei
dervisci da Illig a Talè ed il loro sforzo per ritagliarsi uno Stato nel
Sud del Somaliland favoriscono indubbiamente gli italiani, i quali
possono conseguire un doppio successo: quello di staccare
definitivamente i migiurtini dal movimento derviscio, 46 e quello di
portare a termine, pur con molte difficoltà, l’occupazione del
Benadir.
Danneggiato gravemente dal blocco navale italo-inglese, il sultano
dei migiurtini Osman Mahmud cessa infa i nel 1910 di rifornire di
armi e viveri il Mullah, si schiera, pur se rio oso, con gli europei,
partecipa a varie azioni contro i dervisci e nel febbraio del 1914
acce a anche che un residente italiano si stabilisca ad Alula. Ma è un
alleato che dà scarso affidamento, sempre pronto com’è a riprendersi
la propria libertà d’azione, inseguendo come il Mullah (pur senza
avere le sue doti e il suo prestigio) il sogno di liberare i somali dal
giogo straniero. Più salda invece l’alleanza che gli italiani riescono a
stringere con il sultanato di Obbia, sopra u o dopo la morte di
Yusuf Ali (28 se embre 1911). Intervenendo nella disputa per la
successione, il funzionario coloniale Jacopo Gasparini intriga per
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impedire che il prote orato venga spartito fra i cinque figli del
sultano e fa sì che il primogenito Ali Yusuf possa succedere al padre.
L’appoggio italiano, ovviamente, costa al nuovo sultano un prezzo
altissimo. A parte la riconferma dell’acce azione del prote orato, Ali
Yusuf deve so oscrivere un documento con il quale si impegna a
riconoscere il pieno controllo italiano sul sultanato e a non prendere
alcuna iniziativa di cara ere militare senza l’approvazione del
residente.
Se il tiepido appoggio di Osman Mahmud consente, al Nord, di
contenere la spinta dei dervisci verso i territori del prote orato
italiano, al centro il sultanato di Obbia assolve ad una funzione di
primaria importanza alleggerendo lo sforzo italiano nel suo
programma di graduale occupazione dell’interno. Con azioni
coordinate, gli ascari del Benadir e quelli di Obbia respingono, a
partire dal 1911, le puntate offensive dei Bagheri, alleati del Mullah.
Per completare, poi, il piano Ti oni, il nuovo governatore della
Somalia, Giacomo De Martino, decide agli inizi del 1912 di
intraprendere l’occupazione della regione dello Scidle. Partiti il 27
febbraio dall’avamposto di Balàd, gli ascari del colonnello Vi orio
Alfieri occupano il 1° marzo Mahaddèi Uèn e nei giorni successivi
Uánle Uèn, Bio Addo e Afgoi Addo.
Occupato lo Scidle, la penetrazione italiana subisce tu avia un
arresto improvviso. A bloccare l’avanzata verso Búlo Búrti e il
territorio dei Bagheri è una le era del Mullah, chiara e perentoria.
De Martino non risponde all’ultimatum ma, non ritenendo di avere
forze sufficienti da impegnare in uno scontro frontale con i dervisci,
si affre a a sospendere ogni azione mentre fa sapere verbalmente al
Mullah che si asterrà dal disturbare i Bagheri e gli Auadle, dal cui
territorio i dervisci ricevono la maggior parte dei loro rifornimenti in
viveri. E soltanto un anno dopo, nel giugno del 1913, mentre il
Mullah è seriamente impegnato nel Somaliland e non può accorrere
in aiuto dei Bagheri e degli Auadle, il governo della Somalia decide,
d’accordo con il sultano di Obbia, una nuova campagna, che porta
all’occupazione di Bur Acaba (19 giugno), di Iscia Baidòa (25 giugno)
e di Búlo Búrti (maggio 1914). Contemporaneamente gli ascari di Ali
Yusuf, riforniti di armi e munizioni dagli italiani, rioccupano il
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Mudugh, collaborando così a creare un argine contro il movimento
derviscio che va da Gallacaio a Búlo Búrti. Alla vigilia della guerra
mondiale la nuova frontiera viene giudicata a Roma abbastanza
valida per respingere sia gli a acchi dei dervisci che quelli ipotetici
degli abissini.

L’ordinamento della colonia.


Mentre con l’ausilio di truppe mercenarie viene estesa a tu o il
Benadir, fra il 1905 e il 1914, l’occupazione italiana, ad un gruppo
abbastanza ristre o di funzionari civili e militari è affidato l’incarico
di dare alla colonia un nuovo asse o politico-amministrativo.
Asse o che viene predisposto in base alla legge n. 161 del 5 aprile
1908 e ad una successiva ordinanza del 1910, due strumenti
legislativi che, come osserva il pur tiepido critico del colonialismo
italiano, Robert L. Hess, istituiscono in Somalia un «regime
autoritario che sarebbe stato tollerato in pochi Paesi europei di quel
tempo». 47
Il nuovo governo, che gode di una maggiore autonomia di quello
dell’Eritrea, è composto di un governatore civile nominato dal re, dai
poteri estesissimi (da lui dipende anche il comandante militare), e di
un consiglio esecutivo formato dal dire ore degli affari politici e
civili, dal comandante delle truppe e dai dire ori dei vari dicasteri.
So o il governatorato di De Martino (1910-16) il territorio della
colonia viene diviso in regioni amministrative, a loro volta suddivise
in residenze e in vice-residenze, re e da militari di professione o da
ex ufficiali, che amministrano i distre i associando all’indirect rule
una forma di vieto paternalismo. La saldatura fra il governo
coloniale ed i sudditi indigeni — che continuano ad essere
considerati «infidi», «fannulloni», nel migliore dei casi «bambini» —
è operata dai capi locali o dai cadì, che dal 1914 cominciano ad
apparire nei libri-paga governativi con salari mensili che vanno dalle
5 rupie alle 150 del sultano di Gheledi. Stipendi che possono essere
aumentati o bruscamente sospesi, a seconda del grado di «fedeltà»
dimostrato. 48
A partire dal 1911 la colonia viene dotata di un primo
ordinamento giudiziario (che tiene conto delle norme sciaritiche e
dei diri i consuetudinari somali), di un sistema tributario, di un
regime doganale, di un ordinamento giuridico della proprietà (che
consentirà, come vedremo, di confiscare le poche terre irrigabili), e di
un’organizzazione militare formata dal regio Corpo di truppe
coloniali (circa 3.500 uomini, ancora per la maggior parte reclutati ad
Aden, nello Yemen e nell’Hadramaut), dal Corpo Zaptié, per il
servizio di polizia, e dalle Bande irregolari, adibite al servizio di
polizia confinaria.
In altri se ori, come quello scolastico e sanitario, l’intervento
italiano è praticamente nullo. Sino al 1922, infa i, il serkal ignorerà
del tu o il problema della pubblica istruzione e soltanto nel 1929 ne
assumerà la responsabilità pur continuando a delegarla alle missioni
ca oliche della Consolata, o ime incubatrici di servitori dello Stato
italiano. Questa ta ica, di relegare i nativi nelle modestissime scuole
coraniche o nei primi corsi delle elementari, non sortirà tu avia
l’effe o voluto di impedire il formarsi di una intellighenzia somala
ma solo quello di strappare uno squallido primato fra le potenze
coloniali. Alla vigilia dell’indipendenza della Somalia, dopo 63 anni
di presenza italiana, si fabbricheranno i primi laureati somali con
corsi accelerati di due anni. Nel tentativo tardivo e abbastanza
ingenuo di salvare la faccia dinanzi all’opinione pubblica
internazionale.
Con molta parsimonia (e non pochi errori) si dà inizio intanto alle
prime opere pubbliche. A partire dal 1910 vengono aperte alcune
strade, a fondo naturale, verso l’interno. Nel 1912 si principia la
costruzione del porto di Brava, ma poi i lavori sono sospesi perché la
diga, che è costata un milione e mezzo, favorisce l’insabbiamento del
futuro bacino (inutilizzabile risulterà anche il pontile in traliccio di
ferro costruito a Mogadiscio). Fra il 1908 e il 1915 viene sistemato un
certo numero di fari e di fanali lungo tu a la costa da Giumbo ad
Alula. Del 1911 è la costruzione della stazione radiotelegrafica che
collega Mogadiscio all’Italia via Massaua. Del ’12 è la creazione a
Merca dell’Istituto siero-vaccinogeno per assicurare la protezione e
l’incremento del patrimonio zootecnico. Insignificante, invece,
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l’intervento nell’edilizia pubblica e privata delle ci à costiere.
Riferisce il geologo Giuseppe Stefanini che le sole opere pubbliche
costruite a tu o il 1913 nella capitale sono l’ospedale o e le carceri e
che «gli edifici costruiti per abitazione privata, appositamente ad uso
dei bianchi [...] credo si possano contare sulle dita di una mano». In
compenso, so olinea con evidente ironia, è sorto un impianto per la
fabbricazione del ghiaccio, «in grazia del quale si può, alla sera,
sorbire presso la moschea di Amaruini dei buoni gelati alla
napoletana, mentre nella sala del biliardo una elegante signora della
colonia fa la sua partita con degli ufficiali [...]: il colmo della
modernità!». 49 In sostanza, a vent’anni dallo sbarco di Filonardi nel
Benadir, Mogadiscio (il discorso vale anche per gli altri porti
benadiriani) continua a restare una vecchia e cadente ci à araba,
affollata e malsana. Allorché nell’estate del 1913 vi scoppia la peste,
le autorità italiane, pressoché impotenti, non sanno far altro che
ordinare lo sgombero totale della popolazione indigena ed il
rimpatrio di parte della comunità bianca che aveva raggiunto
appena le duecento unità.
Se le realizzazioni essenziali e produ ive sono assai scarse
abbondano di riscontro i proge i fantasiosi. Mentre in Italia alcune
regioni mancano ancora di comunicazioni ferroviarie, i gruppi di
animazione coloniale tentano di propagandare i proge i di una
ferrovia che colleghi Mogadiscio a Lugh e di un’altra, lungo la costa,
che allacci Brava a Margherita, senza troppo indagare se tali ingenti
investimenti siano compatibili con le risorse e le necessità della
colonia. Una colonia che, dal punto di vista commerciale, continua a
costituire un fallimento. Nei primi cinque anni della gestione
governativa, infa i, il movimento globale del Benadir passa
faticosamente da 5.170.000 lire a 6.320.000, somma per di più
rappresentata per due terzi dalle importazioni, a loro volta costituite
quasi esclusivamente da generi alimentari e beni di consumo per i
residenti europei e da spese derivanti dalla politica di conquista e di
repressione, e perciò non produ ive. 50
In realtà, mentre si fantastica sulle ferrovie transbenadiriane, non
si è neppure fa o un inventario delle risorse e delle possibilità della
colonia. La prima seria indagine, pur se limitata al Benadir, viene
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compiuta soltanto nel 1913 da Giuseppe Stefanini e da Guido Paoli, il
primo incaricato dello studio delle acque so erranee e delle
condizioni geologico-minerarie, l’altro delle ricerche di botanica e di
entomologia agraria. È tale infa i l’ignoranza della realtà somala,
ancora infarcita di miti, che il Baldacci nel 1911 pensa ancora alla
Somalia come «ad una terra di una fertilità meravigliosa», ad una
«immensa e felice oasi nell’Est africano», «dove si potrà un giorno
dirigervi una forte corrente d’emigrazione formata principalmente
da contadini». 51 Ma nonostante l’irresponsabile campagna
apologetica in favore di una impossibile colonia di popolamento, il
flusso della nostra emigrazione transoceanica non subisce il minimo
diro amento verso le coste del Benadir, mentre fallisce anche il
tentativo di interessare gli imprenditori alla creazione di una grande
agricoltura capitalistica di esportazione.
Tra il 1907 e il 1909 vengono infa i accordati a quindici
concessionari italiani 46.800 e ari delle migliori terre somale poste
lungo le rive del Giuba e dell’Uebi Scebeli. Ma nonostante le
condizioni di estremo favore (contra i per 60 anni, obbligo di
coltivare un solo quinto della superficie della concessione entro i
primi cinque anni, esenzione dalle tasse per un quinquennio), il
governatore De Martino è costre o nell’o obre del 1910 a notificare
a Roma che su undici concessioni messe a coltura se e sono state
abbandonate. 52 Il fallimento è dovuto sopra u o ai modesti
investimenti operati dai concessionari, ma anche allo scarso
appoggio tecnico del governo e alla totale assenza di esperimenti
preparatori in campo agricolo.
L’insuccesso non scoraggia però De Martino, spinto a
sopravvalutare — come vedremo nel corso della polemica con
Romolo Onor — l’avvenire agricolo della colonia. Grazie all’aiuto di
alcuni esperti ed ai prece i del regio decreto legge dell’8 giugno
1911, che rivede interamente il regime delle concessioni agricole e
precisa che tu e le terre non coltivate in permanenza dai nativi
diventano automaticamente di proprietà dello Stato italiano,
Giacomo De Martino cerca di riordinare il se ore agricolo su basi
giuridicamente nuove e scientificamente più solide.
Innanzitu o, per stimolare l’interesse dei concessionari,
l’esenzione dalle tasse viene portata a dieci anni mentre il periodo
massimo di locazione è elevato a 99 anni. Il piano di De Martino, che
non sarà tu avia completato a causa dell’intervento italiano in Libia
e poi del primo confli o mondiale, contempla anche prestiti e
agevolazioni aggiuntive per i nuovi concessionari e la creazione di
una azienda sperimentale governativa con il duplice scopo di
compiere una metodica ricerca tecnico-agraria e di servire quale
modello di conduzione agricolo-industriale. Il compito di fondare la
stazione sperimentale è affidato al giovane agronomo Romolo Onor,
giunto in colonia al seguito di De Martino nell’aprile del 1910 e che
ha speso parte dell’anno a studiare l’agricoltura tropicale nelle
confinanti colonie inglesi e tedesche. Nel febbraio del 1911 Onor
sceglie come campo sperimentale alcuni terreni nei pressi di Caitoi
lungo l’Uebi Scebeli; nel dicembre dello stesso anno delimita nella
vicina zona di Genale l’area da destinarsi all’azienda agraria
sperimentale. Per sei anni, fino al giorno in cui si toglie la vita con un
colpo di rivoltella, Onor compie a Genale ogni tipo di
sperimentazione tecnico-scientifica sulle piante di possibile coltura,
come il cotone, il tabacco, la canna da zucchero, il caffé, il cacao, il
sisal, il caucciù, il kapok, la banana, il ricino, il cocco, la papaia; fa
esperimenti di bachicoltura e di gelsicoltura; studia le piante a semi
oleosi, quelle oleifere, quelle da fibra, quelle da legno, le agrumarie,
le palme da da eri, le piante amidifere ed i cereali.
In base a questi esperimenti ed all’inventario delle terre coltivabili
del Benadir, Romolo Onor esprime un giudizio sostanzialmente
negativo sul futuro agricolo della colonia, un giudizio che contrasta
ne amente con l’o imismo facile dell’impaziente governatore De
Martino. Onor, che indica chiaramente le possibilità ed i limiti dello
sviluppo agricolo della Somalia, è, ad esempio, pessimista riguardo
all’avvenire delle concessioni ed è decisamente contrario al piano di
De Martino di favorire l’insediamento di coloni italiani su piccoli
appezzamenti. Al contrario, egli suggerisce che la colonizzazione
venga affidata agli indigeni, opportunamente guidati ed aiutati sul
piano tecnico e finanziario. Il contrasto fra il governatore facilone ed
il severo capo dei servizi agrari si fa più acuto via via che le
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previsioni di Onor si avverano. Fallisce infa i il primo esperimento
di insediare alcune famiglie coloniche italiane lungo l’Uebi Scebeli.
Falliscono alcune imprese che avevano coltivato il cotone lungo il
Giuba. Ma De Martino, testardo, non si arrende e giunge a censurare
i giudizi limitativi del suo subalterno. 53
Nel diverbio si inserisce un inviato del governo, Francesco Fazi,
spedito in colonia nel 1915 per compiervi alcune verifiche. Dopo una
lunga indagine, Fazi giunge alle medesime conclusioni di Onor e nel
suo rapporto al ministero delle Colonie precisa che le risorse del
Benadir non corrispondono affa o alle speranze alimentate dalle
superficiali affermazioni di «esperti» e viaggiatori, giudizi purtroppo
inclusi come dogmi nei rapporti ufficiali e nei documenti
parlamentari. Secondo Fazi le terre economicamente sfru abili della
Somalia non superano i 150 mila e ari, vale a dire il potenziale
agricolo di una fra le più piccole province agricole della valle
Padana. 54 Questa sentenza, che dovrebbe zi ire coloro che indicano
la Somalia come la «nuova frontiera» degli italiani e che alimentano
il mito della colonizzazione di popolamento, non riesce a soffocare
l’orgia di retorica basata sulla falsificazione dei dati, e neppure serve
a conforto delle teorie esposte da Onor. Isolato, so oposto a critiche
e a pressioni, Romolo Onor si lascia progressivamente opprimere
dall’amarezza e dalla malinconia. Nella no e del 25 luglio 1918,
quello che poi Luigi Federzoni definirà un «galantuomo competente
ma ipercritico» 55 si toglie la vita sparandosi.
Un altro fa ore che limita grandemente lo sviluppo agricolo della
Somalia è la scarsità di manodopera. La popolazione è infa i
estremamente rarefa a su di un territorio immenso e per di più ha
una modesta vocazione agricola, avvertita quasi esclusivamente
dalle tribù di ex schiavi, costituite in genere da negroidi, come gli
Scidle, gli Sciaveli, i Tunni ed i Bantù. In effe i, secondo alcuni
calcoli degni di fede, si stima che due o tre concessioni da 5 mila
e ari ciascuna potrebbero assorbire l’intera manodopera disponibile
della vallata del Giuba. Quest’altro elemento negativo viene
sopra u o evidenziato dal deputato repubblicano Gustavo Chiesi,
sin dal 1909: «Coloro che si rallegrano, perché al Benadir i somali
sono pochi, e professano la teoria che sarebbe meglio distruggere
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con delle buone lezioni anche quelli che vi sono, rarefacendo così
sempre più la già esigua densità della popolazione a uale, non
sanno, se in buona fede, quale enorme eresia, dal punto di vista
economico e coloniale, vanno sostenendo. In nessun paese vi può
essere ricchezza, vero sviluppo di energie economiche, quando le
quote della densità della sua popolazione si trovino in un rapporto
irrisorio colla sua estensione territoriale». 56 Chiesi, che stranamente
non sembra avvertire tu o l’orrore della proposta di genocidio,
consiglia invece di sollecitare l’immigrazione in Somalia di africani
dai territori confinanti, mentre altri colonialisti, come il Leonardi, ad
esempio, prendono piu osto in considerazione il proge o di
sfru are la manodopera cinese, «conosciuta ed apprezzata in tu o il
mondo». 57 Il Baldacci, dal canto suo, riconoscendo che la «mancanza
di braccia e la difficoltà di costringere gli indigeni al lavoro agricolo
costituiscono certo un grande ostacolo alla colonizzazione italiana»,
suggerisce da un lato l’introduzione in Somalia delle più moderne
macchine agricole, dall’altro il mantenimento della schiavitù
(secondo una formula di compromesso con le disposizioni della
convenzione di Bruxelles) per non comprome ere «l’equilibrio
economico della Somalia», fondato per l’appunto sullo schiavismo
come «fa ore produ ivo della ricchezza nazionale». 58
Per quanto abie a, la proposta del ca edratico di Bologna alla fine
prevale sulle altre, naturalmente, per la sua estrema «semplicità».
Sfumano infa i i proge i di importare i coolies dalla Cina e di
a rarre dall’Etiopia e dal Kenya altre braccia africane, e s’impone
invece il lavoro coa o, malamente contrabbandato come «servitù
domestica», come «lavoro salariato», una condizione umana che
quindici anni dopo il segretario fascista della Somalia, Marcello
Serrazane i, preciserà «essere peggiore della vera schiavitù». 59
Mentre dunque Gioli i annuncia alla Camera di confidare che le
popolazioni colonizzate «in tempi non lontani, riconoscano che la
dominazione dell’Italia è per esse una sorgente di prosperità e di
giustizia», 60 alcune migliaia di Bantù della vallata del Giuba sono
per la prima volta costre i a lavorare nelle piantagioni di cotone del
Goscia, so o la sorveglianza di guardie armate.
Per concludere, anche so o la gestione dire a dello Stato italiano
le popolazioni somale non soltanto non godono dei benefici della
«prosperità» e della «giustizia» millantati da Gioli i, ma conoscono
l’umiliazione del lavoro coa o, l’a eggiamento razzista dei petits
blancs, l’impossibilità a conseguire la minima promozione sociale. In
questo clima di rozzo schiavismo, il geologo Stefanini può
facilmente distinguersi come un benefa ore, precisando: «In tu o il
tempo che son rimasto in Africa io non ho mai, neppure per
ischerzo, minacciato un colpo di curbasc ai miei servi; e, in genere,
son sempre riuscito, con un contegno severo, a farmi obbedire alla
prima. Unica punizione per le lievi mancanze è qualche multa. Ciò
valga per certi partigiani delle ‘maniere forti’, che affermano non
potersi o enere il dovuto rispe o da questa gente, senza prenderli a
legnate!». 61 Ma non soltanto i colonizzatori italiani, tollerando lo
schiavismo o piegandolo alle loro esigenze, «si ponevano — come
osserva Savignone — come violatori di convenzioni internazionali e
lesivi di un patrimonio ideale che dal Risorgimento in poi aveva
dominato incontrastato, ma traducevano l’immaturità dell’impresa
coloniale in termini di incapacità di organizzare l’economia somala
secondo modelli superiori o — come si direbbe oggi — più
«efficienti» e rivelavano un aspe o particolarmente doloroso e
disumano di una dominazione che, salvo pochissime ed
insignificanti espressioni, era destinata solo a coprire un
parassitismo nemmeno all’altezza delle coeve rapinerie coloniali». 62
Vengono così a cadere, col documentato disprezzo per le
convenzioni di Bruxelles e con il crollo dei miti della colonia di
popolamento e del serbatoio di materie prime, tu i i motivi
umanitari o utilitaristici impiegati per giustificare l’impresa
benadiriana. Povera e lontana, la Somalia resta soltanto una testa di
ponte per facilitare il disegno di un’annessione parziale o globale
dell’Abissinia.

1. Dal 14 aprile 1905 al 17 maggio 1907 si succede ero in colonia il capitano Alessandro
Sapelli, il console Luigi Mercatelli, il comandante Giovanni Cerrina Feroni, il marchese
Salvago Raggi, il console Tommaso Carle i, il capitano Simone Bongiovanni e il comm.
Alberto Corsi.
2. A. Sapelli, op. cit., p. 242.
3. Ivi, p. 235.
4. Ivi, p. 236.
5. ASMAI, pos. 75/9, f. 105. Le era del 5 aprile 1906.
6. Ministero degli Esteri, Benadir, 1907, p. 123 e p. 128.
7. Carle i al ministero degli Esteri (confidenziale), 19 luglio 1907. In ASMAI, pos. 75/6, f. 64.
8. Giuseppe Piazza, Il Benadir, Bontempe i e Invernizzi, Roma 1913, pp. 325-33.
9. V. Mantegazza, op. cit., p. 71.
10. Ivi, p. 139.
11. Cit. in R. Paoli, op. cit., p. 330.
12. «Terzo Mondo», n. 3, marzo 1969, p. 57.
13. Carlo Mucciarelli, Il Benadir e la schiavitù, p. 92.
14. Cit. in V. Mantegazza, op. cit., p. 185.
15. Ivi, p. 184.
16. Agli scir, riunioni a cara ere politico-religioso, partecipavano intere cabile.
17. Gustavo Pesenti, Danane, L’Eroica, Milano 1932, pp. 90-1.
18. Ivi, p. 97.
19. Ivi, p. 104.
20. Si può presumere che la ricognizione di Asaffa avesse, più che l’obie ivo di estendere
l’occupazione etiopica, quello di sorvegliare le mosse degli italiani e di riscuotere tributi
nelle contese zone di confine.
21. Cit. in V. Mantegazza, op. cit., p. 247.
22. Ivi, p. 251.
23. Ivi, p. 239.
24. Ivi, pp. 225-6.
25. Giuseppe Piazza, Alla corte di Menelik, G. Puccini e figli, Ancona 1912, pp. 113-4.
26. Carlo Citerni, Ai confini meridionali dell’Etiopia, Hoepli, Milano 1913, pp. 10-1.
27. Ivi, pp. 156-7.
28. Approvato il 5 aprile 1908.
29. Arnaldo Cipolla, Pagine africane di un esploratore, Alpes, Milano 1927, p. 482.
30. Ivi, p. 489.
31. Ivi, p. 488.
32. Ivi, pp. 489-91.
33. I contrasti, per motivi di competenze, fra Carle i e Di Giorgio, esplosero sin dal
principio. Carle i, infa i, si riteneva responsabile anche della conduzione delle
operazioni militari. Presto o enne il rimpatrio del rivale.
34. Francesco Guicciardini, Eritrea e Somalia, Tip. della Camera dei deputati, 1910, pp. 15-6.
35. V. Mantegazza, op. cit., pp. 343-4.
36. D. Jardine, op. cit., p. 135.
37. F. Guicciardini, op. cit., p. 24.
38. Nel 1909 Osman Mahmud si era di nuovo riavvicinato al Mullah.
39. D. Jardine, op. cit., p. 154. L’intera le era, con alcune varianti, si trova in Ferro e fuoco in
Somalia di Francesco Saverio Caroselli, Sindacato it. Arti Grafiche, Roma 1931, pp. 129-31.
40. La condanna ebbe tu avia più risonanza ed effe i positivi nel Benadir che non nel Nord
della Somalia.
41. D. Jardine, op. cit., p. 165.
42. Ivi, pp. 167-8.
43. Ivi, p. 178.
44. Ivi, p. 197.
45. Il comba imento fu ricordato dal Mullah nel suo po morte di Richard Corfield.
46. Il 6 marzo 1910 Osman Mahmud concludeva ad Hafun un nuovo accordo con il console
Piacentini. Si impegnava ad osservare rigorosamente gli accordi del 1901 e acce ava di
me ere in campo le proprie forze contro il Mullah.
47. Robert L. Hess, Italian Colonialism in Somalia, The University of Chicago Press, Chicago
1966, p. 102.
48. Erano sogge i alle note cara eristiche: ca ivo, mediocre, o imo, eccellente. Vedi decreto
del governatore n. 1334, del 25 agosto 1914, in ASMAI, pos. 75/12, f. 142.
49. Giuseppe Stefanini, In Somalia, Le Monnier, Firenze 1922, p. 31.
50. Cfr. Leone Iraci, Note sul Terzo Mondo, Bulzoni, Roma 1970, pp. 302-3.
51. A. Baldacci, La Somalie Italienne, cit., p. 16.
52. I primi tentativi nel bacino del Giuba risalgono al 1906, allorché un certo Carpene i
coltivò a cotone 7 e ari nella piana di Torda.
53. Nella prefazione al libro postumo di Onor (La Somalia Italiana. Esame critico dei problemi di
economia rurale e di politica economica delle colonie, Bocca, Torino 1925, pp. XIII-XVII ) la
sorella dell’agronomo, Irene, precisa che il governatore costrinse Romolo Onor a
sopprimere la parola non in un suo rapporto che diceva: «Il Benadir non è una regione
ricca, la quale racchiude in sé tesori naturali immediatamente e facilmente sfru abili».
54. Rapporto di Fazi del 18 agosto 1915, in ASMAI, pos. 171/4, f. 27.
55. Luigi Federzoni, A. O. Il posto al sole, Zanichelli, Bologna 1936, p. 217.
56. Gustavo Chiesi, La colonizzazione europea nell’Est Africa: Italia, Inghilterra, Germania, UTET,
Torino 1909, pp. 531-2.
57. Relazione di Emilio Leonardi, A i del I Congresso degli italiani all’estero. Relazioni e
comunicazioni, vol. I, Istituto Coloniale Italiano, Roma 1910, pp. 522-3.
58. A. Baldacci, op. cit., p. 12 e p. 28.
59. Marcello Serrazane i, Considerazioni sulla nostra a ività coloniale in Somalia, Tip. La
Rapida, Bologna 1933, p. 3.
60. Tornata del 20 giugno 1912.
61. G. Stefanini, op. cit., p. 249.
62. Emanuele Savignone, La Somalia ad una svolta?, «Questitalia», n. 141, dicembre 1969.
X
L’Eritrea e L’Etiopia
dopo la morte di Menelik

Salvago Raggi governatore.


Durante l’età gioli iana si assiste, in Africa Orientale, ad un
rovesciamento delle situazioni. Mentre l’Eritrea continua a godere di
pace, di tranquillità, è la Somalia che viene periodicamente turbata
da azioni di guerra. Il capovolgimento non è però provocato soltanto
da incidenti locali, come le rivolte dei Bimal o la guerriglia scatenata
dal Mullah, ma dal preciso intento dell’Italia di fare del Paese dei
somali un’organica, autentica colonia, quasi per una rivincita sugli
smacchi subìti in Eritrea. Si tende, infa i, come abbiamo visto, specie
dopo la campagna di Libia e lo svilupparsi di una nuova e più
diffusa ideologia coloniale, ad allargare e consolidare la testa di
ponte somala per perfezionare l’accerchiamento dell’Etiopia,
secondo proge i abbastanza remoti ma mai abbandonati.
Nell’Eritrea «pacificata», intanto, è succeduto a Martini il
diplomatico di carriera Giuseppe Salvago Raggi. Per la verità, il
patrizio genovese sarebbe dovuto andare come governatore in
Somalia, ma a Roma, al momento di ricevere la nomina, si sente dire
dal ministro Ti oni che la sua destinazione è cambiata: «Gioli i non
vuole un uomo politico, Sua Maestà approva questa opinione del
presidente del Consiglio. Gioli i non vuole un militare ed allora si è
pensato ad un diplomatico. Ho percorso l’elenco del corpo
diplomatico e non ho trovato altri. Sua Maestà e Gioli i approvano il
suo nome». 1 Il 25 marzo 1907, a soli 41 anni, dopo aver ricoperto
incarichi a Madrid, Pietroburgo, Berlino, Costantinopoli, Il Cairo e in
Cina, Salvago Raggi assume ad Asmara la successione di Martini,
senza troppi complessi verso il suo «grande» predecessore. Pur
riconoscendo che «Martini vide subito che se si voleva rimanere
sull’altipiano bisognava arrivare al Mareb e si deve essergli