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DA DANTE ALLE LINGUE DEL WEB

CLAUDIO MARAZZINI

CAPITOLO I – Che cos’è la “questione della lingua”

Questione della lingua = discussioni e polemiche svoltesi nell’arco di diversi secoli relative alla norma
linguistica e ai temi a essa connessi. Nel medioevo e nell’umanesimo si trattò di riconoscere e di rivendicare
la dignità del volgare, o di negarla, in nome della superiorità del latino. Nel 500 si discute a lungo sul nome
che bisognava dare all’idioma letterario perché il nome da attribuire era strettamente connesso alla norma
che ne derivava.
Il debito ai 3 grandi scrittori del 300 è un fatto assodato, ma non tutti erano disposti a prendere come
modello la lingua viva di Firenze, che rappresentava una continuazione della lingua del 300 e si avevano,
inoltre, altre questioni:

1. andavano considerati solo i grandi del 300, oppure bisognava prendere in considerazione anche gli
scrittori minori di quel secolo;
2. le parlate regionali non toscane dovevano essere completamente disprezzate;
3. chi non era fiorentino, ma era comunque un letterato di alto livello poteva essere maestro di
lingua;

a questo punto bisogna ricordare che fino al 1861 solo il 16% della popolazione parlava l’italiano, quindi la
questione della lingua ha dato luogo a un dibattito complesso e vario in molti settori: scuola, politica … la
questione della lingua non è una questione esclusiva della lingua italiana, infatti, anche in altri paesi ci
furono questioni analoghe con riflessi sulla compilazioni di vocabolari e grammatiche (greco), ma in nessun
paese la questione della lingua si è protratta così a lungo come in Italia, quindi in nessun paese esse hanno
così tanta importanza come in Italia.
Da secoli il settore della terminologia zoologica e botanica dà problemi agli italiani perché i nomi regionali si
accavallano e rendono incerte le identificazioni dell’oggetto di cui si parla; questo perché la norma
linguistica si disinteressò di tutto quello che era estraneo al piano “nobile” della lingua, della letteratura …

CAPITOLO II – Quando cominciò la “quesitone della lingua”

Il problema della lingua si pose fin dal medioevo, ma oltre a Dante essendo ha lasciato pagine di riflessione
teorica che ci aiutino a comprendere le loro scelte. Nei primi secoli l’italiano ha dovuto lottare con il latino
sottraendogli “pezzo per pezzo” settori a lui riservati. La prima grande affermazione di ciò lo vediamo nel
De vulgari eloquentia e nel Convivio, oltre a Dante però non abbiamo nessun altro, ma questo non gli ha
comunque impedito di sviluppare la questione della lingua.

CAPITOLO III – La teoria dantesca del volgare illustre

Vediamo che Dante non è il primo ad utilizzare il volgare, ma è il primo che, oltre ad usarlo, gli dedica un
contributo di ordine teorico spiegando le motivazioni per le quali si deve preferire il volgare al latino e le
tecniche per farlo diventare illustre. L’elogio al volgare era già contenuto nel Convivio, dove il volgare
veniva celebrato come un “sole nuovo” destinato a risplendere al posto del latino. Più ampia era la
discussione contenuta nel de vulgarri eloquentia, trattato che nel libro I si occupa di volgare elevato, adatto
alle poesie, della canzone … ma si interrompe bruscamente al libro II in cui si toccano temi di ordine
metrico e retorico.
Libro I  si gettano le basi relative alle teorie relative alla natura del linguaggio, alla sua formazione e alle
diversità delle lingue umane. Lui si rende conto che sta percorrendo una strada nuova, in cui nessuno
poteva aiutarlo, quindi voleva rivendicare una sua originalità, ma nei primi capitoli vediamo che fa

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riferimento ad alcune auctoritas: la Bibbia, il de civitate dei¸ le metamorfosi per esempio. Si dedica a
spiegare l’origine dei linguaggi e vediamo degli elementi di ordine teologico:

- La comunicazione senza parola degli angeli;


- Afferma che la prima parola è stata pronunciata da Adamo e sarebbe “El” ovvero Dio;
- Narra l’episodio della torre di Babele con la differenziazione dei linguaggi che avverrebbe in
base alle varie categorie professionali impiegate per la costruzione della torre e ogni lingua era
tanto pi rozza quanto più era qualitativamente elevato il lavoro di ogni categoria, vengono
risparmiati dalla confusione solo chi non aveva preso parte alla costruzione: gli ebrei;

Dopo questa confusione babelica gli uomini si dividono in gruppi ognuno dei quali aveva il proprio
linguaggio->è per questo che in Europa si parlano lingue diverse a seconda della zona in cui si è e a questo
punto si concentra ad analizzare 3 volgari:

a. Il volgare del sì: con questa lingua si è scritta la poesia in modo più dolce da Cino da Pistoia e da un
suo amico
b. Il volgare d’oc: la più dolce
c. Il volgare d’oil: vanta il fatto che tutto ciò che è stato confezionato in prosa è suo

Lingue che secondo lui hanno in comune l’origine, ma non pensa che questa origine in comune sia il latino
in quanto lo ritiene un’elaborazione artificiale dei dotti per porre rimedio alla variabilità delle lingue
naturali.
Analizza poi i vari volgari, ne identifica 14, che vengono parlati nella penisola e afferma che le lingue non
solo mutano nel tempo (se gli antichi abitanti di Padova risorgessero parlerebbero in modo diverso dai
padovani di ora) ma mutano anche in base allo spazio geografico sia esso ampio o ridotto (la parlata cambia
sia tra città lontane, ma anche tra città vicine, anzi può cambiare anche all’interno della stessa città). Le
lingue naturali sono mutevoli, mentre la lingua dei dotti, il latino, è una lingua stabile. Ma sia regolarità sia
la stabilità sono necessarie affinché un idioma possa essere promosso a un livello di cultura, esso deve
quindi farsi illustre, deve staccarsi dalle caratteristiche del rozzo parlar popolare. Quindi Dante analizza le
lingue italiane alla destra e alla sinistra degli Appennini:

⮚ Lazio: il più brutto di tutti i volgari italiani;


⮚ Piemonte: volgare impuro perché è in una posizione di confine;
⮚ Sardo: riconosce delle somiglianze con il latino, ma afferma che essi non hanno un vero volgare
perché hanno copiato la lingua grammaticale;
⮚ Toscana: si salvano solamente gli scrittori che han usato un volgare eccellente quali Cino da Pistoia,
Lapo Gianni, Guido Cavalcanti e >Dante medesimo (vediamo che Dante non sopporta Giuttone
d’Arezzo in quanto lo considerava rozzo dal punto di vista stilistico);

in nessun luogo dell’Italia, quindi, trova un volgare degno di essere:

⬥ Illustre: ovvero che illumina


⬥ Regale: gli italiani non hanno una reggia, ma se l’avessero questa sarebbe la lingua che vi si
parlerebbe
⬥ Curiale: poiché questo volgare è stato ponderato nella più alta curia, merita di dirsi curiale
⬥ Cardinale: che faccia da riferimento agli altri

Solo alcuni scrittori hanno scritto bene, perché sono riusciti a distanziarsi dalla lingua popolare:

● I poeti della corte di Federico II, in quanto si sono ispirati ai poeti provenzali (Dante non li legge in
originale, altrimenti, forse non gli sarebbero piaciuti)

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● Guido Guinizzelli, Onesto da Bologna, rappresentano la poesia bolognese che si stacca dalla lingua
della loro terra per promuovere l’idioma illustre

Se il volgare fosse stato concluso avrebbe dovuto trattare anche dle volgare umile e comico, mentre si
concentra solo sul volgare colto ( -> quello delle canzoni).
Questo libro non circolò tra i contemporanei e cadde in un oblio dal quale riemerse nel 500 e fu al centro
della questione della lingua.

CAPITOLO IV – Discussioni degli umanisti

Il tema primario su cui gli umanisti si concentrano nel 400 non fu il volgare, ma il latino->una questione
molto dibattuta riguardava le condizioni linguistiche dell’antica Roma, vediamo che si contrappongono le
tesi di due umanisti:

1. Biondo Flavio  sosteneva che il latino classico fosse una lingua omogenea, adoperata da tutti e
non solo dai colti e sosteneva che il volgare fosse nato dalla contaminazione del latino con elementi
impuri, barbari. Questo vuole dire che i vocaboli barbari ricevuti dai latini che erano venuti a
contatto con gli stranieri non avevano fatto altro che corrompere la purezza del latino. Secondo lo
studioso la conseguenza di questa testi era che l’italiano era una lingua figlia del latino, ed era nata
dalla contaminazione del latino con elementi barbarici
2. Leonardo Bruni  sosteneva che il latino classico non era stato usato da tutto il popolo di Roma,
ma solamente dai dotti perché già nella Roma antica esisteva la differenziazione tra lingua dei colti
e lingua degli illetterati. La sua tesi si collegava alla concezione medievale secondo cui il latino era
regolato e aveva, dunque, delle norme precise mentre la lingua popolare si caratterizzava per la
variabilità e per le forme prive di qualità;

Il dibattito si svolge a Firenze nel 1435 e le testimonianze per la ricostruzione di tale dibattito ci vengono
fornite da Biondo stesso e da Bracciolini.
Gli umanisti, in questa discussione, non erano molto interessati ad indagare le origini della lingua volgare,
ma stavano cercando le cause della crisi della romanità, esplorano la fattura che aveva dato origine al
medioevo. Nella visione umanistica l’avvento del volgare era visto come un qualcosa di catastrofico: la
rovina della romanità ad opera dei barbari.
Tornando a ciò che aveva detto Bruni vediamo che lui aveva parlato di 2 livelli linguistici diversi, coesistenti
nella Roma antica: la lingua bassa degli illeterati e la lingua alta che, invece, veniva regolata proprio dai
letterati, questa tesi viene radicalizzata in maniera indebita e si interpretò come se al tempo del latino fosse
esistita una lingua analoga al volgare. Volgare che, dunque, era antico quanto il latino, ma era stato, sin
dall’origine, un idioma di basso livello e degno di poca considerazione. In seguito al dibattito vediamo che è
la tesi della catastrofe di Biondo che si afferma e verrà poi ripresa più volte nel 400 e nel 500 in forme più o
meno analoghe. Si nota quindi che nel 400 molti ritenevano il volgare inadatto alla cultura e riponevano la
loro fiducia solamente nel latino:

- Salutati: si rammarica che la Commedia non sia scritta in latino;


- Niccoli: sosteneva che Dante dovesse essere espulso dai letterati, perché con l’uso del volgare
sembrava che si volesse rivolgere ai non colti;
- Bruni: sostiene che gli autori non vadano giudicati per come scrivono, ma per che cosa
scrivono->salva Dante;

I dibattiti relativi alla qualità letteraria degli scrittori volgari, relativo alla possibilità che il volgare si
sollevasse al livello del latino, dovette essere argomento di dibattito prima tra gli umanisti fiorentini prima
che tra quelli di altre zone d’Italia perché a Firenze si era maggiormente sensibili al recupero di una
tradizione sentita come patrimonio locale, gloria e vanto della Toscana.

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Nel 400 si sviluppa un dibattito sull’opportunità di scrivere in Italiano, che di conseguenza, comporta la
negazione o il riconoscimento della nuova lingua davanti al latino. Questa dignità è rivendicata e difesa
dalla lettera che accompagna la Silloge Aragonese, indirizzata al re di Napoli da Lorenzo il Magnifico. Il
volgare aveva dunque tutte le carte in regola per essere riconosciuto come una lingua nobile e raffinata
adatta al livello dell’arte

CAPITOLO V – Il problema del latino e la teoria dell’imitazione

Il latino usato nel medioevo da Dante era diverso da quello classico e in questo non c’era nulla di strano
perché anche se era solo una lingua dei dotti il latino medievale non era ancora una lingua morta. Esso
rappresentava, infatti, quasi la totalità della cultura, era usato nella conversazione o nei colloqui tra gli
studiosi perché aveva il monopolio delle materie culturali e scientifiche, nelle quali il volgare aveva uno
spazio nullo, il latino si era dunque arricchito d neologismi e di elementi moderni. Gli umanisti si accorsero
di ciò e cercarono di tornare il più possibile al passato classico. Il primo dei modelli a cui si fa riferimento
per migliorare lo stile è stato Cicerone ( autore già usato da Petrarca, che studia anche altri autori come
Livio o Seneca; secondo gli umanisti il latino di Petrarca andava abbastanza bene in quanto s era rifatto a
Cicerone, ma anche ad altri modelli che però non andavano troppo bene).
Il latino di Dante, Petrarca e Boccaccio si caratterizza per usi non classici nel lessico e nella sintassi e dunque
questo tipo di latino viene visto come u segno di rozzezza, mentre nel 400 era più semplice accostarsi a un
latino più classico e ciceroniano. Intorno al “dibattito sull’imitazione” si formarono 2 fazioni:

a. Coloro che imitavano attingendo ad autori di epoche diverse, come Poliziano


b. Chi affermava che non era possibile imitare troppi autori, come Cortese

Su questa questione prende parola anche Bembo affermando che l’imitazione di tanti stili diversi provoca
una mancanza di chiarità di stile, oppure poteva tradursi in un testo in cui si vedeva la chiara elemosina “di
qua e di là” da parte dell’autore. Imitare secondo Bembo voleva dire riprodurre tutte le caratteristiche
dell’autore scelto, questo autore scelto doveva essere il migliore e bisognava farlo proprio, come se fosse
una seconda natura. Per la prosa latina il miglior autore era Cicerone, per la poesia, invece, all’apice
ritroviamo Virgilio->questi erano i modelli a cui rifarsi, ma Bembo ammetteva che, occasionalmente, ci si
potesse rifar a qualche altro scrittore eccellente.
Successivamente Bembo si occupa della stesura delle Prose della volgar lingua, il trattato di lingua più
importante del secolo, in cui la teoria della limitazione, che in un primo momento aveva applicato solo alla
lingua latina, viene applicata anche alla lingua volgare per stabilirne le norme inequivocabili e gli autori a cui
fare riferimento.

CAPITOLO VI – Le Prose della volgar lingua di Pietro Bembo

Nei primi decenni del 500 le riflessioni sulla lingua trovano spazio all’interno del dibattito sulla norma. La
teoria linguistica di Bembo si colloca nel III libro delle prose. Il testo è costruito come un dialogo a cui
partecipano:

● Giuliano de Medici: sostenitore delle idee della corte medicea;


● Federico Fregoso;
● Ercole Strozzi: la cui visione si opponeva al volgare;
● Carlo Bembo: portavoce del punto di vista di Pietro;

la forma dialogica rende il libro meno didattico e il III libro avrebbe dovuto essere la prima grammatica della
lingua italiana (viene preceduto dal Fortunio nel 1516 con Le regole grammaticali della volgar lingua.
Fortunio apparteneva a un gruppo di umanisti polemici sulle idee di Bembo e non ha alcuna riserva sul
linguaggio della Commedia mentre Bembo si dimostra severo per alcune scelte lessicali realistiche operate
da Dante).

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Le prose si aprono, quindi, con un giudizio negativo che colpisce le regole del Fortunio in quanto si afferma
che la sua narrazione colma il vuoto della cultura volgare, perché nessuno aveva mai scritto con questa
lingua in modo sufficiente, giudica, quindi, il Fortunio carente e difettoso. Bembo giudica, inoltre,
inadeguata la grammatica del Fortunio anche a causa delle disattenzioni ai problemi storici e filologici-
>anche il Fortunio aveva preso a modello le 3 corone, ma non si era mai preoccupato di definire norme che
stabilissero con chiarezza i principi a cui doveva attenersi il volgare in relazione a criteri estetici, retorici e
letterari, inoltre non si era nemmeno soffermato sulla storia dell’italiano. Fortunio non è favorevole alla tesi
pseudo – bruniana, così come anche Bembo.
Una differenza importante tra i due studiosi è che Fortunio si era occupato della ricerca di regole della
lingua italiana e basta, mentre Bembo si era concentrato anche sul livello storico e letterario->Fortunio
stese una grammatica senza troppe pretese, chiara e semplice, mentre Bembo voleva anche codificare un
sistema estetico.
Struttura de le prose della volgar lingua:

1. Come si forma la lingua volgare (riprende Biondo), approfondisce il ruolo svolto dalle popolazioni
che erano arrivate in Italia ma il criterio non sarà più quello di maggiore o minore rispetto delle
strutture romane o della romanità, ma alla durata del loro insediamento;
2. Il volgare toscano era in grado di vantare scrittori comparabili con quelli della tradizione classica-
>dunque ogni lingua può nascere come barbara, ma può anche migliorarsi nel corso del tempo
(verifica questa teoria anche osservando il provenzale che ha preceduto il fiorire dell’italiano
volgare), questa è quella che viene definita come teoria del miglioramento progressivo

Le pagine storico – linguistiche delle prose precedono quelle in cui Bembo affronta direttamente le altre
teorie capaci di concorrere direttamente con la sua nella definizione normativa del volgare, questa altre
teorie sono:

a- La teoria cortigiana->affrontata nel capitolo 7


b- La teoria del fiorentino vivo->secondo Bembo i toscani rischiano di scrivere male a causa del
popolo, popolo che dunque viene visto come un elemento negativo. L’apperente vantaggio del
fiorentino si trasforma, dunque, in uno svantaggio perché i toscani sono disposti ad accogliere
parole provenienti dal popolo, dunque l’essere nativi della toscana non è un vantaggio

Bembo si accorge che prendendo a modello le 3 corone si tornava indietro nel tempo, ma la sua teoria
voleva ricongiungere la modernità della scelta del volgare con il distacco dall’attulità e dall’effimero->lui
voleva riproporre la lingua moderna la posto del latino ribadendo però che la scelta di parlare più ai morti
che ai vivi non era negativa. Bembo afferma che non si scrive solamente per piacere ai vivi ma anche per
affermarsi presso i posteri->questo chiarisce il fatto che siamo davanti a una teoria elaborata squisitamente
per una lingua letteraria e un requisito necessario per una letteratura così concepita è il rifiuto della
popolarità. Bembo introduce, così, una serie di coppie binarie e in ognuna di esse troviamo un poeta e un
prosatore:

∇ Omero/Demostene per il mondo greco;


∇ Virgilio/Cicerone per il mondo latino
∇ Petrarca/Boccaccio per il mondo volgare/italiano

La coerenza del sistema richiede solo 2 nomi, un modello per la prosa e uno per la poesia->esclusione di
Dante questo perché Bembo non accettava alcune scelte lessicali che Dante fa nella Commedia per
l’asprezza realistica e cruda. Per quanto riguarda Petrarca afferma che andava imitato in quanto in lui non si
riscontravano popolarismo, mentre per quanto riguardava Boccaccio il modello da imitare non era quello
delle novelle, ma quello delle cornici.

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N.B.: la soluzione bembiana alla questione della lingua va vista nell’ottica della cultura rinascimentale in cui
bisognava stabilire una lingua italiana ben regolata->le 3 corone rappresentavano la via più sicura e
omogenea e non importava se questo voleva dire usare una lingua che serviva a parlare con i morti perché
quella lingua dei morti era molto viva nella tradizione della cultura, e costituiva un ponte tra passato e
futuro, mentre i veri morti erano coloro che facevano scritture solamente per i vivi.

CAPITOLO VII – La teoria cortigiana

Nelle prose della volgar lingua in opposizione alla tesi di Bembo abbiamo la teoria cortigiana che viene
esposta da Calmeta. Questa teoria esce perdente dal dibattito linguistico 500esco; dietro l’ideale cortigiano
stava l’esperienza reale della letteratura di coiné usata nelle corti del 400 e del primo 500. Secondo il
Calmeta l’uso linguistico nella corte romana era l’ultimo passo che doveva compiere il letterato che si fosse
formato, approfondendo, inoltre, la conoscenza di Dante e di Petrarca->questo perché Roma era la sede
naturale dell’impero e, a sua volta, la lingua avrebbe dovuto avere come sede il luogo in cui c’era la
suprema autorità, quindi dove c’erano le aule e la curia. Tra 400 e 500 Roma era diventata la comunità
cosmopolita per eccellenza. Secondo Calmeta, letterato di organi settentrionali, ma vissuto come cortigiano
a Roma, la lingua usata a Roma, ovvero la lingua utilizzata da tutti coloro che componevano la corte, quindi
non solo la lingua romana, sarebbe quella nata dal mescolamento di tutte queste lingue (quindi francese,
spagnolo, milanese …)->la teoria del Calmeta la conosciamo grazie a quello che ci dice Bembo, in quanto
non abbiamo nessuno scritto del primo. L’obiezione che viene mossa a questa teoria è che questa lingua
non ha nessuna regolamentazione stabile, ma Calmeta risponde affermando che il volgare avrebbe potuto
stabilizzarsi ugualmente.
Un altro studioso che espone quella che era la teoria di Calmeta è Castelvetro, il quale sostiene che
Calmeta faceva riferimento alla fiorentinità della lingua comune che si doveva apprendere dai testi di Dante
e Petrarca, ma che poi la tecnica linguistica si dovesse affinare attraverso la corte di Roma. Probabilemnte
questa è più vicina a quella originale.
Un altro studioso che come il Calmeta era stato attratto da Roma come centro elaboratore della lingua
aveva attratto anche lo studioso Equicola il quale parla di una lingua capace di accogliere tutti i vocaboli
delle diverse regioni d’Italia, mai plebea, con una coloritura latineggiante->il modello di questa lo
ritroviamo nella corte romana.
Era, però, difficile opporre al sistema di Bembo qualcosa di solido e coerente perché Bembo dava la norma
a cui attenersi, perché gli esponenti della teoria cortigiana non avevano lasciato trattazioni ampie e
sistematiche e inoltre la teoria cortigiana non era così perfetta in quanto la miscela della lingua “commune”
era diversa a seconda dei casi, ad esempio per la maggiore o minore presenza di latinismi.
N.B: Lo scrittore deve pensare alla proiezione della sua opera in futuro, mai uso popolare, altrimenti non ci
sarà un futuro

CAPITOLO VIII – Trissino e la riscoperta del De vulgari eloquentia

Trissino è il più grande avversario della teoria Bembiana; nel 1514 presenta a Firenze il DVE di Dante a un
gruppo di intellettuali che si riuniva negli Orti Oricellari. Nel 1529 Trissino decide di pubblicare il trattato,
ma tradotto in italiano, questo perché il testo in latino doveva essergli sembrato troppo rozzo per il gusto
dei contemporanei ormai abituati ad uno stile più raffinato a causa dell’imitazione della latinità aurea,
mentre Dante nella stesura del trattato aveva usato il latino medievale corrente nel suo tempo che nel 500
veniva molto disprezzato.
Anche lui era convinto che la lingua italiana si potesse identificare con il fiorentino, ma che dovesse essere
costruita con parole comuni a ogni parte d’Italia->nel Castellano, infatti, opera costruita sotto forma di
dialogo, questo dialogo ambientato a Roma nel 1524 vedeva Ruccellai, come portavoce del punto di vista
dell’autore e Filippo Strozzi. Nel testo vediamo un contrasto formale tra due aggettivi: lingua italiana e
lingua toscana, dal punto di vista teorico vediamo che la lingua può essere toscana come specie, non come

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genere, il genere è italiano, in quanto quest’ultimo è un termine più generale e comprensivo. Le specie del
genere italiano sono diverse e fra queste ritroviamo anche il toscano. (C’è un’analisi della lingua del
Petrarca per cercare i vocaboli prettamente fiorentini e toscani e si vede che solo una minima parte die
vocaboli usati dal poeta lo sono. Questo serve per affermare che il lessico così non era molto vasto, mentre
se avesse preso in esame anche Boccaccio si sarebbe visto che era più ampio).
Nel castellano notiamo come la lingua “italiano” di Trissino non sia diversa da quella toscana e il Trissino
concedeva qualcosa al primato toscano sul piano pratico, mentre sul piano teorico la lingua poteva essere
toscana come specie, ma non come genere perché il genere è l’italiano.
Trissino: vuole dimostrare che la lingua di Petrarca è italiano e non fiorentino perché usa parole di tutto
l’italiano->nega la fiorentinità della lingua letteraria e faceva anche appello alle pagine ad alcune pagine del
DVE.

CAPITOLO IX – Un tentativo di riforma della grafia

Trissino nel 1524 alcune proprie opere introducendo nel testo una serie di segni grafici nuovi per l’italiano
attinti in particolare dall’alfabeto greco e dalla tradizione volgare->segni grafici che

- Vengono giustificati dallo scritto epistola delle lettere nuwvamente aggiunte ne la lingua
italiana pubblicato sempre nel 1524;
- Provocarono molte risposte che per lo più furono negative;

quest’idea di Trissino trova un’antecedente nella Grammatica vaticana, un testo inedito che, quindi, non
poteva aver influenzato l’uso corrente e non poteva aver dato luogo ad un dibattito. Nel testo troviamo lo
schema di un nuovo alfabeto privo di “H” ma in grado di stinguere tra e/o aperte o chiuse oppure la z sorda
da quella sonora … questa grammatica nasce dall’idea che l’autonomia del volgare dal latino comportasse
anche la sperimentazione di un sistema grafico innovato. In seguito Trissino elabora anche una nuova
versione del suo alfabeto in cui per esempio la w stava per la o chiusa, ma questa versione non ha trovato
seguito.
Per unire la questione della lingua con la grafia si può affermare che essa serviva per rendere appieno certe
particolarità del volgare (es. vocali aperte o chiuse)->si tocca la questione della pronuncia del volgare, ma
vediamo che lui non vuole aderire completamente alla norma o alla pronuncia di Firenze, dalla quale lui
dichiara di essersi distaccato.
Anche nell’800/900 vengono avanzate proposte di riforma ortografiche, ma senza successo, questo, però,
non vuole dire che la grafia italiana non sia evoluta:

⬥ Bembo introduce l’apostrofo riprendendolo dal greco;


⬥ La Crusca favorisce un ammodernamento della grafia eliminando alcuni tratti etimologici come la
maggior parte delle h ereditate dal greco;
⬥ La distinzione tra v e u (anche se questo si affermerà solo nel 700);

Una caratteristica peculiare della lingua italiana è che si ha un rapporto diretto tra grafia e pronuncia.

CAPITOLO X – Reazioni alle teorie di Trissino e di Bembo

Alla cultura toscana non poteva far piacere un libro come il DVE in cui si condanna esplicitamente il toscano
e la rivendicazione di una dimensione sovraregionale della lingua illustre. Le risposte nei confronti della
teoria di Trissino furono lente e vediamo che le opposizioni investirono anche le teorie di Bembo. Quindi la
cultura fiorentina che hai tempi di Lorenzo il Maginfico per prima aveva tentato di rivalutare il volgare si
opponeva sia a Trissino sia a Bembo.
La più interessante reazione al DVE lo si ha con Machiavelli e il discorso intorno alla nostra lingua, questa
nasce come polemica nei confronti del Trissino anche se lui non viene mai espressamente nominato e nel
finale viene rappresentato un dialogo tra Machiavelli e Dante in cui lui fa ammenda degli errori commessi

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nel DVE. Trissino non aveva capito che il trattato era stato scritto prima della Commedia¸per cui poi Dante
ha modificato le sue idee, questo, invece, viene compreso da Machiavelli. Machiavelli voleva stabilire il
primato naturale dell’idioma di Firenze anche aldilà della capacità degli scrittori di renderlo illustre (qui si
trova la differenza con Bembo per il quale il fiorentino era importante, ma era tutto fondato sula letteratura
e non sulle doti naturali del linguaggio). Si sviluppa così l’idea della naturale purezza della lingua fiorentina
rispetto alle altre parlate->Machiavelli ha piena fiducia nella tradizione letteraria del 400 e nelle 3 corone.
Sarà successivamente Varchi che avrà da ridire sull’autenticità del DVE
Ci furono anche, però, altri editori/scrittori del resto d’Italia che rifiuteranno le regole di Bembo.
Machiavelli: tesi a favore del fiorentino vivo, lui capisce che il DVE viene scritto da Dante prima della
Commedia, e fa dire proprio a Dante di averla scritta andando così a rivendicare il primato linguistico.

CAPITOLO XI - Teorie storico – linguistiche nel Rinascimento

Formazione del volgare e invasioni barbariche


Durante l’umanesimo e il rinascimento si era cercato di definire il peso che avevano avuto le lingue
germaniche per la formazione dell’italiano. A questo proposito Bembo diede un’innovazione nelle Prose
rispetto a Biondo in quanto Bembo sottolineava che la era importante la durata della permanenza
barbarica, e non il loro rispetto per la romanità e si individuava meglio il progresso della lingua nella sua
naturale evoluzione. Dopo questo Bembo pensava che dipendesse anche il miglioramento verso una più
alta qualità grazie agli scrittori->scrittori artefice del miglioramento della lingua. Questa tesi sembra anche
fissare una regola generale applicabile anche ai popoli di epoca classica per cui le barbarie, intese come
provenienza di elementi linguistici dall’esterno, fossero una condizione normale all’inizio della storia della
lingua, rimediabile in seguito, per merito della letteratura.
La supposta eredità etrusca nel toscano
Vi sono anche altre teorie riguardo l’origine dell’italiano che facevano entrare in gioco anche altri elementi.
Giambullari, per esempio, riporta la lingua toscana all’etrusco, anteriori ai latini stessi, e fa discendere il
toscano dalla lingua degli Amarei in Palestina (ricordando l’ipotesi orientale dell’origine degli etruschi).
Nella sua opera, il Gello, si nega la discendenza del toscano dal latino e si dice che il toscano fosse stato
corrotto perché per lui essa era una lingua composta, una lingua mista->è il primo che parla di lingua mista
senza intendere il termine in senso dispregiativo. Il latino perdeva, così, la sua importanza perché la sua
assunzione in toscana avviene per imposizione poiché gli etruschi si trovavano in schiavitù e quindi il latino
era una lingu degli invasori. Secondo lui, inoltre, sono 3 i principi che regolano la vita delle lingue:

1. Necessità
2. Comodo
3. Uso

E questo rende vana la pretesa di assumere le invasioni barbariche come momento unico e determinante di
trasformazione linguistica. Comunque la sua tesi “etrusca” rimane minoritaria.
Il rapporto tra toscano e etrusco ha un certo seguito con Tolomei che concilia l’eredità regionale con la
tradizione teorica della trasformazione del latino ad opera dei barbari->secondo lo studioso il toscano era
nato da un incursione più antica prodottasi, appunto, con la mescolanza tra l’etrusco e il toscano. In questo
si è potuta riconoscere un’anticipazione dei concetti di sostrato e di superstrato.
Una gara per rivendicare le “barbarie”
La tesi di Tolomei favorisce il proseguo del dibattitto tra il toscano e le lingue barbariche. Lo studioso
Munzio non credeva alla sopravvivenza dell’etrusco nel toscano, secondo lui l’etrusco si era estinto
precocemente subito dopo la conquista romana, e lui si sforzava di indicare i luoghi in cui le popolazioni
germaniche si erano insediate in maniera duratura fino a dire che la Toscana era rimasta immune da
un’invasione che aveva toccato Abruzzo e Campania, Lombardia e Emilia. La conclusione a cui arriva è che
se la lingua dei barbari era all’origine del volgare italiano non c’era dubbio che il settentrione d’italia era la
culla della nuova lingua->elabora così una tesi anti – fiorentina. Secondo Munzio il toscano era stato meno
contaminato da barbari, ma questo poteva essere elemento di vanto inteso come una maggiore vicinanza

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al latino, ma tutto questo viene screditato da Varchi nell’Ercolano in cui si assiste al tentativo di tirare
addosso alla lingua toscana tutte le barbarie possibili accentando le premesse di Munzio. Varchi sosteneva
che i goti sconfitti erano stati venduti come schiavi in Toscana e qui avevano potuto originare la lingua
volgare per cui secondo lui anche la Toscana aveva avuto i suoi barbari e non erano stati i vinti ad imporre
la propria lingua.
L’ercolano di Varchi esce nel 1570  viene ridiscusso il concetto di lingua che non si è originato dalla torre
di babele ma fa parte del patrimonio culturale e in più affianca la lingua letteraria, quella parlata a Firenze
perché afferma che c’è l’autorità popolare da affiancare a quella dei grandi scrittori del 300. Secondo lui la
natura primaria delle lingue risiede nel loro essere parlate e nell’uso, ma tra quelli che la parlano bisogna
scegliere l’uso che ne fanno i letterati e i non appartenenti allo spazio geografico di quelle lingue.
Comunque queste due tesi: etrusco – aramea e pseudo – bruniana sono molto marginali nel dibattito
500esco attorno alla formazione dell’italiano.

La teoria “socio – linguistica” di Castelvetro


La fortuna della “teoria della catastrofe” aveva scoraggiato qualsiasi nuova ipotesi, ma Castelvetro pensa
che l’italiano non fosse esistito già al tempo di Roma in una forma uguale a quella moderna, ma per lui il
popolo utilizzava una forma di latino – volgare composta da parole simili a quelle dell’italiano. La
morfologia, la grammatica accomunava questo linguaggio questo linguaggio popolare a quello nobile
letterario mentre per il lessico assomigliava di più all’italiano. Per lui il contatto tra latino e italiano era
avvenuto in fasi distinte:

⮚ Fase I: prima del sacco del 410->caratterizzata da:


o Ampliazione del latino volgare;
o Una maggiore diffusione grazie alla presenza di imperatori di nascita straniera che non
conoscevano benissimo il latino letterario, ma conoscevano quello volgare  processo di
trasformazione che parte dagli imperatori e non dal basso;
⮚ Fase II: i goti avevano imposto la loro lingua germanica, ma parlavano il latino volgare in maniera
scorretta->corruzione che in Italia raggiunge tutti gli ambiti

La ricostruzione di Castelvetro per cui non si distacca totalmente dalla tradizione, ma perfezionava la teoria
della tradizione andandone ad individuare fasi e passaggi, approfondendo i comportamenti dei parlanti,
seguendo la loro psicologia e gli usi sociali e attribuendo una funzione speciale alle classi alti, ai dominatori
prima che al popolo
Celso Cittadini e lo studio delle epigrafi
Cittadini: nega che l’italiano derivi da una corruzione del latino, infatti, la sua origine sarebbe dovuta alla
venuta die goti. Un altro elemento importante è per lui il linguaggio militare romano, militari che avevano
operato nelle zone periferiche dell’impero e tornando a Roma avevano portato una certa corruzione nella
lingua. Per cui il principio del mutamenot linguistico andava riportaro a cause anteriori alle invasioni e per
verificarlo bisognava indagare meglio la storia della lingua latina. Storia che al suo tempo passava
attraversoo le IV fasi individuate da Isidoro di Siviglia e erano:

I. Priscam->la più antica, è anteriore alle scritture e non è documentata;


II. Latinam->risale al tempo delle XII tavole e vi sono pochi documenti in cui è attestata;
III. Romanam->latino della repubblica di Augusto;
IV. Mixtam->misto non è inteso come contaminazione da parte dei barbari, ma come allontanamento
dal livello “nobile”, come compromessi con elementi plebei e volgari già presenti nel latino;

Cittadini dava una continua riprova delle proprie fonti e faceva uso del materiale epigrafo, ovvero il
materiale offerto dalle lapidi o dalle iscrizioni su marmo o su pietra. Questi erano considerati una fonte
storica contenenti moltissime informazioni riguardanti la vita dei romani e lui è il primo che mette questo
materiale al servizio della storia linguistica (anche se non è il primo ad occuparsi dell’argomento). L’ipotesi
più interessante che elabora è il fatto che già nel latino antico possiamo riconoscere degli elementi
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anticipatori degli esiti del volgare moderno e questo confermava la scarsa rilevanza delle invasioni
barbariche per la trasformazione del latino.

CAPITOLO XII – Il problema del “primato fiorentino”

L’Ercolano di Benedetto Varchi


La prima cosa che bisogna dire è che lui non è ben disposto nei confronti di Dante e ne parla soprattutto per
insinuare dei dubbi sulla sua autenticità. Nell’Ercolano voleva fare una sintesi del pensiero tardo –
rinascimentale e in esso si vede che lui supera la contrapposizione tra tradizione e lingua moderna, viva e
popolare. L’Ercolano fu anche la riscoperta della lingua parlata che la trattatistica rinascimentale aveva
messo in secondo piano rispetto alla lingua letteraria. Il motivo di fondo del testo è una specie di
conciliazione tra le idee di Bembo e la lingua popolare toscana. Per cui il rapporto tra Prose e Ercolano è
importante ma è importante anche il rapporto con il DVE, per quanto riguarda l’impostazione proprio
vediamo che Varchi sceglie di seguire proprio quest’ultimo, anche se non lo riteneva scritto da Dante, e alla
fine celebra il fiorentino come lingua popolare e naturale. Tra i due testi, quindi, vi son delle analogie:

- Entrambi inziano inndividuando la lingua come ciò che li rende diversi dagli animali;
- Per Varchi la diversità dei linguaggi era da ricondursi a principi filosofici rintracciati anche nel
pensiero di Dante, (l’idea della Torre di Babele non viene considerata);

Nell’Ercolano quindi troviamo un discorso filosofico sulla natura e origine del linguaggio.
Successivamente si concentra sulla lingua viva di Firenze e raccoglie una serie di esempi di “modi di dire”
vivaci e pittoreschi scelti per la loro bellezza. Si concentra poi su 10 nodi problematici, ovvero 10 quesiti,
che costituiscono il vero sistema della sua teoria:

1. Quesito I: che cos’è una lingua? Stabilisce che cosa sia una lingua, vuole darne una definizione
valida, che deve andare oltre l’idioma di questa o quella regione. Una lingua intesa in senso
generale è il favellare di uno o più popoli quando usano i medesimi vocaboli, nelle medesime
significazioni con i medesimi accenti;
2. Quesito II: da che cosa si riconoscono le lingue? Afferma che le lingue si riconoscono dal favellare e
dal comprendere, ovvero abbiamo un emittente e un ricevente di un messaggio, messaggio che
deve essere in grado di comprendere e codificare;
3. Quesito III: classificazione delle lingue: afferma che il temrine classificazione richiama la divisione
delle lingue nelle loro famiglie, in base alla loro genealogia e a questa classificazione siamo stati
abituati dall’800. La classificazione di Varchi è una classificazione tipologica nel senso che va a
descrivere i rapporti possibili tra lingua in base a dei caratteri formali, in maniera quasi totalmente
slegata dalla storia della loro evoluzione:
a. Sono originali le lingue che non sono state importante nel luogo in cui si parlano o che vi
sono giunte in tempo immemore;
b. Sono articolate le lingue che si possono scrivere
c. Sono vive le lingue che hanno ancora dei parlanti e degli scriventi;
d. Sono morte le lingue che non hanno parlanti e scriventi in vita;
e. Sono mezze vive, categoria aggiunta da lui, le lingue che si scrivono ma che non si
“favellano” più come il latino;
f. Sono forestiere altre le lingue straniere sono incomprensibili e si dividono in due gruppi:
i. Le semplicemente altre: che non hanno nessun rapporto con la nostra lingua, es.
egiziano, aramaico;
ii. Le non semplicemente altre che, come il greco e il latino, non sono comprensibili,
ma che hanno con il toscano un rapporto di parentela;
g. Sono forestiere diverse le lingue straniere che non conosco e che, però, posso
comprendere in maniera approssimativa e si dividono in:
i. Diverse uguali quando hannopari dignità fra loro;

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ii. Diverse diseguali quando non possono essere poeste sullo stesso livello;
4. Quesito IV: rapporto lingua scritta – scrittori: si chiede se siano gli scrittori a produrre la lingua o le
lingue a produrre gli scrittori;
5. Quesito V: tema dell’origine della lingua, accetta, senza nessuna innovazione, la teoria della
catastrofe di Bembo e Speroni;
6. Quesito VI: il volgare è una lingua nuova o corrotta? Lui collega il concetto di corruzione a quello di
generazione di Aristotele per cui alla corruzione corrisponde la generazione di una cosa nuova;
7. Quesito VII: quanti linguaggi compongono la lingua volgare? Si chiede da dove possano venire le
parole del fiorentino e vede che le possibilità sono molte: francese, napoletano, latino …;
8. Quesito VIII: la lingua si deve imparare dagli scrittori o dal popolo? È un quesito delicato e
vediamo che secondo lui i fiorentini si trovano in una posizione privilegiata, ma questo non vuole
dire che possiedano completamente la lingua. Afferma che comunque per impararla bisogna
soggiornare a Firenze;
9. Quesito IX: qual è la lingua più bella?
10. Quesito X: che nome dare alla lingua volgare? Lui accetta il termine volgare e respinge le tesi di
lingua cortigiana o italiana;

Varchi corregge il Bembismo e questo vanifica l’austero rigore delle prose per le quali la lingua era creata
dai grandi scrittori.

Lionardo Salviati e i fondamenti del purismo


Salviati è l’autore di Avvertimenti della lingua sopra il Decamerone in cui trasforma la selettiva e
aristocratica teoria umanistica e ciceroniana di Bembo in qualcosa di diverso. Lui colloca a fianco a Dante,
Petrarca e Boccaccio alcuni autori minori e minimi che erano vissuti nel 300 a Firenze. Questo recupero era
stato possibile grazie a Varchi ma, rispetto a lui, viene meno l’attenzione alla lingua come strumento vivo
della comunicazione nella società dei parlanti->si impone una visione più rigida e libresca a cui si aggiunge
la preferenza nei confronti dell’arcaismo determinata dalla sfiduci nelle condizioni presenti nel linguaggio,
in nome di una superiorità del passato che però era più mitica che reale. Salviati poneva l’accento su come
era decaduto il fiorentino rispetto a quello del 300. Per Salviati il 300 era una gabbia al di là di ogni logica e
di ogni argomentazione razionale e vengono, così, a stabilirsi le basi del purismo.

Il dominio fiorentino della lingua


Con il tempo il fiorentino inizia ad essere usato sempre di più al posto del latino anche dai principi e uomini
grandi per trattare di argomenti che riguardavano lo stato. Rimaneva però un problema: quello della
creazione di strumenti normativi ai quali si sarebbero dovuti “adeguare” gli italiani e attraverso alcuni
strumenti come Regole di Giambullari o Avvertimenti di Salviati, permettono l’imposizione del modello
normativo toscano.

La Crusca e il suo vocabolario


il vocabolario della Crusca è l’oggetto di maggiore discussione linguistica del 600. L’edizione del vocabolario
risale al 1612 e esce finanziato da dei privati poiché l’appoggio delle autorità toscane per questo progetto
mancava e per questo venne stampato a Venezia e non a Firenze. Ci furono delle critiche quando uscì, ma
l’opera ebbe comunque notevole successo. Questo vocabolario era la maggior raccolta di parole, forme ed
esempi della nostra lingua ispirata ad un criterio sistematico e omogeneo di selezione. A questi si
aggiungevano una serie di citazioni di autore senza, però, alcun tipo di riferimento a Tasso che era stato
accusato di scrivere male e di usare parole da forestiere.
il vocabolario non è realizzato seguendo criteri bembiani, ma correggendo molto la teoria di Bembo;
suggerimenti di correzioni che arrivano da Salviati e da Varchi; gli autori modello erano tutti coloro che
avevano scritto nel fiorentino del 300, grandi o piccoli che fossero, e il merito non andava a loro ma al
secolo aureo che garantiva una lingua perfetta.
I criteri della crusca sono riconoscibili anche dalle variazioni che assunse il titolo dell’opera che arriverà alla
formulazione finale di Vocabolario degli accademici della Crusca, ma che, forse, lascia meno trasparire il

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progetto. Nel 1610 questo titolo era seguito da una precisazione poi cancellata: raccolto dall’uso degli
scrittori fiorentini; successivamente i termini uso e scrittori muteranno di posizione->mostra il diverso peso
dato all’una o all’altra componente.
In sostanza gli accademici forniscono il tesoro della lingua del 300 arrivando ad integrare con l’uso
moderno. A questo punto ci si chiede da chi prendano parole ed esempi->le parole del fiorentino vivo
erano documentate, nei limiti del possibile, da scrittori antichi. Per quanto riguarda i proverbi, invece,
spesso avevano fatto ricorso ad autori molto antichi anche a costo di usare fonti non totalmente attendibili.
L’eccessivo gusto filologico, però, condizionò il vocabolario la cui funzione primaria era quella di fornire
parole riutilizzabili, invece, erano molte le parole sconosciute e rare, oppure forme dal sapore dialettale. In
seguito l’accademia rese meno rigido il canone. La II edizione del 1623 analoga alla I nella mole, un tomo
solo, si caratterizza per una serie di correzioni e aggiunte. La III edizione è del 1691 e conta 3 tomi e un
notevole arricchimento di materiale e l’uso di v.a. ovvero voce antica per contrassegnare le parole arcaiche
che non erano più presenti nell’uso. Si caratterizza per il fatto che viene dato maggiore spazio alle voci di
autori moderni non attestate nel 300 come Della Casa, Guicciardini … Vengono anche introdotti termini
scientifici del 500/600 come microscopio per esempio. Tornando agli autori moderni che vengono inseriti in
questa edizione abbiamo la presenza di Tasso, ma si ha comunque un grande escluso: Marino, autore
dell’Adone.

Le osservazioni critiche al vocabolario della Crusca


Oppositori del vocabolario:

a. Paolo Beni  autore di un’ Anticrusca in cui venivano contrapposti al canone di Salviati gli scrittori
del 500, Tasso incluso. Per lui l’italiano era patrimonio comune e includeva anche il parlato, per cui
le pronunce delle altre regioni dovevano essere messe a confronto con quella di Firenze arrivando
persino ad “elogiare” la dolcezza di alcune pronunce settentrionali. Beni polemizza anche sulla
lingua di Boccaccio andandone ad indicare gli elementi plebei e le irregolarità. Parlando del testo di
Beni vediamo che una gran componente rimane inedita fino al 900 quando il manoscritto che si
credeva perduto ricomparve in America;
b. Alessandro Tassoni  molte sue opinioni linguistiche le troviamo nei Pensieri, la sua opposizione
alla crusca non è articolata in un pensiero, ma è affidata a note, postile … che contengono piccole
riflessioni. Uno dei punti cardini per lui è il fatto che bisogna distinguere la parola arcaica da quella
moderna, inoltre lui non guarda a Firenze, ma a Roma in quanto città culturalmente ricca;
c. Daniello Bartoli  autore dell’importante opera grammaticale Il torto e il diritto del Non si può
più, pubblicata nel 1655. Vediamo che nel testo non è presente una polemica contro il vocabolario
o l’accademia e non ci sono nemmeno prese di posizione per quanto riguarda il fiorentino, vi è un
riesame sulla base degli stessi testi 300eschi su cui si fonda il canone di Salviati per dimostrare che
già nel 300 si usavano oscillazioni che fanno dubitare della perfetta conoscenza del canone. Afferma
inoltre che il non si può più è un non mi piace di cui i grammatici abusano;
d. Emanuele tesauro  autore de il cannocchiale aristotelico vediamo una polemica contro il
dogmatismo grammaticale, in quanto per lui la lingua è libera e destinata a mutare nel tempo. a
questo si aggiunge uno spazio dedicato alle figure che accompagnano gli araldi. Esclude anche ogni
culto del 300 che non riconosce come autorità e viene concesso allo scrittore di innovare usando
parole straniere e latinismi;

La fortunata grammatica toscana di Benedetto Buommattei


La crusca non curante delle critiche procedeva per la sua strada riuscendo a realizzare altre opere
importanti oltre al vocabolario. Fra queste ricordiamo la grammatica di Buommattei. Quest’ultimo era
l’autore si di un trattato grammaticale, ma la sua opera non era solo questo infatti oltre le regole vi sono
pagine tecniche che riguardano la quesitone della lingua. Lui inizia andando a definire la lingua (come
Varchi), sottolineava l’importanza degli autori del passato, ma, per lui, occupava una posizione di vitale
importanza a lingua parlata, in particolare lui si è dedicato al problema della pronuncia. Questo perché

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dopo Varchi la lingua non poteva essere considerata solo dal punto di vista dello scritto, andava preso in
esame anche il parlato.
L’unico fallimento della crusca nel 600 è quello della ricerca storico – linguistica. Carlo Dati sii era
impegnato affinché a fianco del vocabolario normativo ci fosse anche quello etimologico->si trattava di
gareggiare con Parigi perché lì Menage stava lavorando a un dizionario etimologico italiano. Menage
“vince”, quindi il suo testo esce per primo, e quindi davanti a ciò la crusca non ha più voluto occuparsi dei
problemi etimologici.

Carlo Dati e l’“obbligo” di ben parlare la propria lingua


Dati è il più tenace rappresentante delle teorie del fiorentino, lui promoverà, come Salviati, il fiorentino e la
superiorità degli autori del 300. Contribuirà alla stesura della III edizione del vocabolario e progetta per
l’accademia un volume di origini toscane, che non sarà mai realizzato. Influenza, infine, il pubblico non
toscano con una raccolta di prose esemplari dal titolo Prose fiorentine che vengono stampate con
ampliamenti e serviranno da modello nella pratica scolastica. A queste si ispirano le antologie di autori.

Lingua fiorentina, lingua toscana e lingua senese


Esiste una chiara differenza tra a parlata toscana e quella fiorentina, anche se le due lingue sono affini.
Nella discussione sulla lingua emerge anche una rivalità tra gli estimatori del fiorentino e coloro che
facevano riferimento al toscano. A questo punto vediamo che importante è la figura di Claudio Tolomei
autore del Cesano de la lingua toscana in cui vengono presentate le posizioni del dibattito ancora in corso
e vediamo che Gabriele Cesano sarà colui che esporrà la teoria toscana in cui credeva anche Tolomei. Alla
base di questa teoria sta che esiste una chiara differenza tra le parlate toscane che sono affini e partecipano
alla medesima eredità storica.
Una vivace ripresa della contrapposizione Siena – Firenze l’abbiamo con Girolamo Gigli autore del
Vocabolario cateriniano in cui voleva raccogliere frasi e parole di Santa Caterina da Siena ma non verrà mai
concluso, infatti la stampa si interromperà alla lettera r. L’autore venne esiliato e alcune copie del testo
vengono bruciate a causa delle aspre posizioni antifiorentine, infatti, qua e là se la prendeva con la crusca
che non aveva più tenuto in considerazione la santa e sotto la voce Pronunzia sbeffeggiava la crusca, anche
per la gorgia toscana.
Anche nell’800 viene ripetuto il luogo comune del primato linguistico di Siena, il cui idioma sarebbe migliore
di quello di Firenze->questi confronti non hanno molto senso ma è importante ricordare che affondano le
proprie radici nella tradizione 500esca degli studi sienesi e poi nelle teorie di Gigli.

CAPITOLO XII – L’interesse per il “parlato”

Nel 500 non ci si occupa solo di lingua scritta, ma anche di parlato. Del parlato si erano occupati anche gli
esponenti della scuola senese per confrontare la lingua di Siena con quella di Firenze. Un importante
studioso del parlato è Stefano Guazzo che affermava che ci doveva essere una differenza tra la lingua della
conversazione quotidiana e quella della scrittura. Si trattava di un’ipotesi elaborata in riferimento a una
zona d’Italia, si voleva legittimare una sorta di italiano regionale da impiegare comunemente; il lessico del
dialetto doveva venire adattato foneticamente e si dovevano eliminare le parole che suonavano troppo
locali. Questa sua teoria lui la giustificava con un argomento ispirato alla moda del vestiario, per cui pochi
potevano parlare schietto, ovvero una sola lingua, nessuno doveva parlare sfoggiato, una lingua in cui si
distingueva l’origine dei vari elementi. La maggior parte dei parlanti usava la lingua mista in quanto si
doveva fare i conti con la favella naturale.

CAPITOLO XVI – La Chiesa e la “questione della lingua”

In questo clima un predicatore doveva cercare di raggiungere un livello linguistico relativamente elevato e
per questo occorreva soggiornare a Firenze, ma anche definire in maniera chiara l’obiettivo che si voleva
raggiungere. La chiesa pone una sua “questione della lingua” e di questa ne troviamo traccia ne Il
Predicatore di Panigarola, lui teorizzava la validità del toscano per tutti i predicatori e afferma che tra 2

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parole fiorentine si deve scegliere quella che è più vicina al latino perché essa risulterà più comprensibile
fuori dalla toscana. Questi suggerimenti vengono dopo che la chiesa aveva già sviluppato una tecnica di
predicazione adeguata ai modelli letterari del 500.
Ciò che è importante è che la chiesa deve fere fronte a questo problema bilanciando bembismo letterario e
fiorentino dell’uso->non ci furono posizioni univoche.

CAPITOLO XV – Concezioni storico-linguistiche del Settecento

La riscoperta di Dante nel Settecento: il pensiero di Gavina


Nel 600 che il vocabolario della crusca piacesse o meno veniva usato da tutti e risultava insostituibile in
quanto non ce n’era uno migliore. A Salviati, Buommattei e Dati finivano per ispirarsi gli autori di manuali
scolastici. Solo nel 700 la teorizzazione linguistica è in grado di percorrere nuove strade anche con la
rivalutazione della teoria cortigiana. Il primo esempio di rivalutazione di quest’ultima è Gian Vincenzo
Gravina autore del trattato della ragion poetica, in cui vediamo che le sue posizioni sono legate al Trissino
al DVE. Il suo discorso linguistico vuole saldarsi con i principi che regolano la poesia, principi che non
valgono solo per la letteratura italiana, ma che partono da Omero. Gravina analizza il DVE giudicandolo
un’opera di tutto rispetto e i principi esposti servono per stabilire la seguente regola: sempre, in ogni tempo
e in ogni situazione, vi è una lingua nobile e una lingua volgare dove la prima è destinata alla letteratura, la
seconda alla plebe  sostiene anche che il passaggio al medioevo ha visto la perdita del livello linguistico
nobile creano una crisi che si è risanata quando la lingua plebea, sopravvissuta, è stata promossa al livello
illustre e cortigiano. Il modello storico in cui lui aveva piena fiducia era quello che consisteva in una
promozione verso l’alto del livello linguistico basso, promozione che aveva avuto inizio nel X secolo con il
rinascere delle città italiane.
Il processo di nobilitazione della lingua plebea non riguardava solo la letteratura, infatti, a partire dal 1000
si aveva avuto uno sviluppo delle istituzioni comunali che avevano fatto rivivere la democrazia greca e
romana.

Giambattista Vico e la teoria poetica della lingua


La sua costruzione filosofica rimane isolata nel contesto della speculazione linguistica del 700. Lui si muove
in uno spazio astratto ipotizzando o deducendo ciò che non sarebbe dimostrabile sulla base di prove e fatti.
Egli elabora una teoria della formazione del linguaggio, non della lingua italiana, molto importante, infatti,
nel 900 verrà ripreso da Terracini. La sua teoria si bassa sull’ipotesi delle 3 età, a cui corrisponde una forma
di linguaggio, anche se solamente la III fase possiede una forma di linguaggio vero e proprio, infatti le prime
due sono caratterizzate da un sistema semiotico di comunicazione non verbale:

1- Età degli dei, lingua muta e consiste in una serie di rituali religiosi non parlati;
2- Età degli eroi, linguaggio non parlato, ma fatto di azioni che hanno un significato a livello
metaforico, questo vuole dire che le azioni vengono intese come metafore, metafore che hanno le
loro radici nel linguaggio poetico, trasferita più tardi al livello verbale;
3- Età degli uomini, linguaggio articolato in cui vediamo quello prosastico e quello per l’uso
quotidiano che si basa su un accordo razionale tra i popoli;

A queste età corrispondono anche 3 tipi di scrittura differenti:

a- Età degli dei: geroglifici;


b- Età degli eroi: cose eroiche, ovvero incisioni oppure i simboli assunti come insegne guerresche;
c- Età degli uomini: scrittura vera e propria;

una delle difficoltà della teoria è capire se le 3 lingue si presentano in successione oppure se a un certo
punto si sono trovate a convivere. Queste 3 fasi trovano una verifica concreta nel percorso della
civilizzazione perché le nazioni, secondo Vico, sono state mute all’inizio e si spiegavano tramite gli atti del
corpo, ma le civiltà antiche usavano anche alti segni dotati di significato come le monete o le medaglie. Qui,

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secondo lui, abbiamo l’origine delle lingue e delle scritture. Notiamo che vico usa la nozione di lingua
applicandola a sistemi semiotici diversi dal linguaggio articolato. Dal punto di vista concreto, però, l’analisi
di Vico risulta poco affidabile, ma ciò è compensato dalla geniale idea di aver comparato sistemi segnici
diversi omologandoli al concetto di lingua, tramite la loro capacità di significare e metaforizzare.

La filologia del settecento e le ricerche storico – linguistiche: Fontanini, Muratori e Maffei


Nel 700 la filologia emerge come scienza che meglio può condizionare gli studi di linguistica e il dibattito
sulla questione della lingua (questo anche grazie all’uso di nuovi strumenti come il glossario della media e
bassa latinità medievale di Du Cange). Il latino medievale diventa interessante per chi volesse studiare la
formazione delle lingue moderne e il loro iniziale sviluppo.
In questo periodo emerge l’illuminismo e con esso quelli che erano i suoi punti cardine tra cui il fatto che
logica e grammatica permettono di migliorare la lingua: la grammatica diventa un modo per studiare l’arte
di pensare, la logica, invece, si concentra sullo studio dei meccanismi di ragionamento. Per cui vediamo che
la grammatica non è più solo qualcosa di prettamente retorico, ma si ha l’affermazione delle grammatiche
scientifiche.
In Italia questa svolta è legata a 3 personalità:

1- Muratori: si interessa prima di letteratura e poi di filologia e ritiene molto importante il ruolo delle
popolazioni germaniche nella formazione dell’italiano, il suo maggiore contributo alla linguistica lo
troviamo nell’opera Antiquitates Italiae medii aevi;
2- Maffei: riteneva l’influsso delle popolazioni germaniche per la formazione dell’italiano scarsamente
rilevante, il suo maggiore contributo lo troviamo nell’opera Verona illustrata;

entrambi vengono sollecitati ad occuparsi dell’italiano a causa della stesura del saggio di Fontanini posto
come prefazione alla prima bibliografia ragionata della lingua italiana. Nel saggio vengono riprese la teoria
della catastrofe, però, ampliandola con altri elementi come il glossario del medio e basso latino di Du Cange
e vediamo che per esempio Fontanini usa il termine lingua romana per indicare una lingua che stava a metà
strada tra il latino classico e le lingue romanze->Fontanini la definiva come un idioma intermedio tra il
latino e i volgari moderni. Questa lingua sarebbe stata, inoltre, quella usata nei giuramenti di Strasburgo.
Vediamo dunque che il termine di lingua romana è un termine inappropriato che secondo lui sarebbe stata
parlata nei territori non germanici di Carlo Magno. I 3 studiosi cercano di trovare traccia di questa lingua
anche in Italia e inoltre tutti e 3 un giudizio diverso rispetto a quello rinascimentale (che li disprezzava)
cogliendo, invece, il loro valore storico->la questione della lingua poteva andare aldilà dei confini letterari e
retorici.
Muratori pensava però che la lingua romana fosse stata usata nel medioevo per indicare la lingua romana
allora usata nelle Gallie (aveva ragione) e grazie agli studi di Cittadini afferma che la lingua latina aveva già
subito modifiche prima di dell’arrivo dei barbari ma attribuiva una grande importanza all’elemento
barbarico->per lui erano il vero momento di rottura con l’antichità.
Maffei, invece, insisteva sulla continuità tra lingua italiana e lingua volgare riconoscendone molti elementi
lessicali, mentre l’elemento germanico era assolutamente irrilevante.

Le origini italiche
Alcuni eruditi del 700 erano pronti a estendere la ricerca della linguistica anche alle fasi arcaiche, anteriori
alla conquista romana, circolavano, infatti, ancora le teorie di Giambullari riguardanti la lingua etrusca,
teorie che riuscivano a convivere con la nuova filologia->Maffei cercava elementi di somiglianza tra Etruria
e Palestina convinto che la radice dell’etrusco potesse essere rinvenuta nell’ebraico. Anche secondo
Guarnacci l’etrusco era identificabile con l’ebraico portato dai Tirreni. Si sviluppano anche altre tesi sulla
lingua italiana che andassero oltre i confini; per quanto riguarda il latino, invece, molti pensavano che esso
derivasse da una mescolanza tra greco ed etrusco.
Abbiamo dunque molte teorie che si estendono anche fuori dai confini italiani e questo anche perché il 700
è il secolo della fortuna fuori d’Italia, di spiegazioni generali sull’origine delle lingue che risalivano molto

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indietro nel tempo, tesi che spesso erano un tentativo di nobilitare le radici nazionali e, nell’Italia
preromana, l’elemento più rilevante era proprio quello etrusco.

Il paleocomparativismo di Denina
L’interesse per la storia linguistica con sbocchi più completi e realisticamente vicini al punto di vista
moderno lo abbiamo in Denina. Lui aderiva alla teoria cortigiana della lingua e nel Discorso sopra le
vicende della letteratura si occupa del ruolo di città differenti come:

★ Firenze: è la capitale mancata della lingua perché il papa non aveva favorito lo sviluppo del volgare,
ma quello del latino;
★ Roma: vero centro propulsivo del volgare grazie alla fioritura dell’editoria nel XVI secolo;
★ Venezia;

quindi lui andava oltre il periodo medievale e non arretrava verso le origini, procedendo, invece, verso
l’epoca moderna  la storia della lingua, dunque, è vista come un elemento per collegare la storia
letteraria alle vicende culturali e politiche facendo riferimento anche al Rinascimento.
Un suo altro scritto molto importante, questa volta in lingua francese, è La clef des langues che è dedicato
all’origine delle lingue e in cui vediamo per la prima volta alcuni riferimenti al sanscrito che sono la base del
comparativismo moderno. Abbiamo la trattazione delle 4 lingue madri dell’Europa:

- Lingua greca;
- Lingua latina;
- Lingua slava;
- Lingua germanico – celto – gotica;

ci si occupa poi delle lingue figlie del latino e dei dialetti

CAPITOLO XVI – Il confronto con il francese

La polemica Orsi – Bouhours


Si colloca all’inizio del 700 anche la polemica tra il francese Bouhours e l’italiano Orsi:
Bouhours->rivendicava al francese lo statuto di lingua della nuova comunità europea accusando l’italiano
di essere adatto solo alla poesia amorosa e al melodramma, e di essere un idioma refrattario all’ordine
naturale della sintassi. Il francese, quindi, si presentava come un’alterativa alla prosa classica e
latineggiante, ma serviva anche per contestare la complicata sintassi dell’italiano in nome della chiarezza e
della logica.

La teorizzazione del primato della lingua d’oltralpe


Ciò che rischiava di emergere da questo dibattito è che una lingua, il francese, fosse adatta alla
speculazione razionale, mentre l’altra, l’italiano, fosse adatta, invece, solamente alla poesia. E vediamo che
alla fine del secolo il primato della lingua francese, dopo la francesizzazione avuta con la rivoluzione e
l’impero, trova una prosecuzione dell’espansionismo politico della Francia rivoluzionaria.

L’ “ordine naturale” e il “genio delle lingue”


Il confronto con il francese serviva per prendere coscienza dei difetti dell’italiano che non era la lingua più
ammirata d’Europa, ma era quella che esprimeva la letteratura più vitale a cui le altre nazioni guardavano
per definire il modello normativo, successivamente il primato passò al francese (e ora all’inglese).
Comunque il francese non è sempre stato considerato un esempio positivo.
Un altro termine che emerge in questo momento è quello di genio (riguardante la vocazione della
correzione insita nella lingua stessa), vediamo che ne vengono date diverse definizioni, tra le principali
abbiamo quella di Coddillac che afferma che il genio è dato sia dall’influenza del clima sull’indole dei popoli,
sia dall’importanza delle istituzioni politiche a livello di ricchezza, quindi di fattori propriamente storici.

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Odio e ammirazione per il francese: la difesa dell’italiano di Galeani Napione
Galeani Napione di Cocconato si occupa della difesa dell’italiano e vediamo che la sua posizione per quanto
riguardava la questione della lingua si avvicina molto alla teoria cortigiana, adattata, però, ai tempi più
moderni. Lui auspicava a una maggiore diffusione dell’italiano come lignua della divulgazione,
dell’educazione e della conversazione media, ma la sua apertura e tolleranza si arrestavano davanti al
francese considerata, quasi, l’incarnazione di ogni male. La lingua italiana, quindi, era vista dallo studioso
come una barriera per fermare le negative e pericolose influenze d’oltralpe.

CAPITOLO XVII – Antidogmatismo e “filosofia delle lingue”

Posizioni estreme: la polemica illuminista contro il conservatorismo filofiorentino


Fin dal 700 osserviamo una stanca riproposta delle note posizioni relative al primato di Firenze e della
lingua toscana:
▪ Annotazioni di Salvini in cui vengono ribaditi i due vantaggi dei fiorentini, ovvero essere possessori
di una lingua sia per studio, ma prima ancora per diritto di nascita->si continua a rivendicare il
primato di Firenze;
▪ Mannini;

vediamo che questa situazione genera molta insofferenza e questo lo vediamo per esempio nella Rinunzia
avanti notaio al Vocabolario della Crusca di Alessandro Verri. Questo più che un trattato teorico è un
pamphlet in cui si denuncia lo spazio eccessivo le questioni retoriche e formali avevano avuto nella cultura
italiana a discapito di tutti quegli elementi che, invece, favorivano e permettevano il progresso->totale
svalutazione del dibattito linguistico.
Un’altra rinunzia molto importante è quella di Denina ai Piemontesi🡪 lui asseconda la politica napoleonica,
ma mostra anche la volontà di voler tagliare i ponti con una cultura malata di retorica e di formalismo, i cui
difetti sembravano irrimediabili.

La modernità di vedute: del Saggio sulla filosofia delle lingue di Cesarotti


Il libro più “europeo” della filosofia linguistica dell’illuminismo è il Saggio sulla filosofia delle lingue di
Cesarotti, trattato che viene scritto in un contesto particolare, ovvero, mentre stava tornando in vigore il
purismo per cui in molti lo considerarono troppo aperto ai forestierismi e troppo poco rigido nella difesa
dell’italiano. Una delle caratteristiche principali del trattato è la chiarezza; esso si apre con una serie di
enunciazioni teoriche divise in 8 punti:

1. Tutte le lingue nascono e derivano, all’inizio della loro storia sono barbare, ma vediamo che questo
concetto non ha senso nel raffronto tra le lingue, perché in questo contesto tutte le lingue servono
bene all’uso della nazione che ne parla;
2. Nessuna lingua è pura perché tutte nascono dalla composizione di vari elementi->convinzione che
lo porta in una posizione di opposizione con la crusca;
3. Le lingue nascono da una combinazione casuale e non da un progetto iniziale;
4. Nessuna lingua nasce da un ordine prestabilito o da un’autorità, ogni lingua vive e si sviluppa
tramite il consenso dei parlanti: è, dunque, la maggioranza a governare la lingua. Abbiamo quindi la
socialità come base della comunità linguistica, ma ciò che vuole fare lui è anche salvaguardare il
ruolo dell’indipendenza degli scrittori, per cui si prospetta una netta distinzione tra lingua scritta e
lingua parlata->gli scrittori sono posti in primo piano, ma ai grammatici che rappresentano una
rigida autorità normativa non spetta alcun potere a priori;
5. Nessuna lingua è perfetta, tutte le lingue possono migliorare;
6. Nessuna lingua è ricca abbastanza da non aver bisogno di nuove ricchezze->si oppone a quelle che
erano le concezioni dei puristi con l’intento di farne cadere le premesse;
7. Nessuna lingua è inalterabile, per ciò non si può pensare di fermare lo sviluppo dell’italiano;

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8. Nessuna lingua è parlata in maniera uniforme nella nazione->principio importante per il concetto
di varietà linguistica e dell’autonoma dimensione del parlato;

A questo punto si sofferma sulla distinzione tra lingua scritta e lingua parlata.:

⮚ Lingua scritta: secondo lui ha maggiore dignità in quanto è lo strumento con cui operano i dotti. I
fondamenti del suo pensiero relativi alla lingua scritta sono che:
o Non dipende dal popolo, ma nemmeno dagli scrittori approvati;
o La lingua non può essere fissata nei modelli di un determinato secolo;
o La lingua non dipende dal tribunale dei grammatici;

Nella terza parte del saggio, che si lega molto bene con la questione della lingua, traduce in suggerimenti
pratici le tesi da lui esposte proponendo una normativa illuminata da contrapporre a quella della crusca,
ma priva degli eccessi del Caffè. I punti fondamentali sono che:

⬥ Riconosce il valore dell’uso quando accomuna scrittori e popolo, ma quando c’è discordanza
bisogna seguire la miglior ragion sufficiente che non coincide sempre con la maggioranza degli
esempi attestati o con le auctoritates antiche;
⬥ Termini nuovi si possono introdurre per analogia su quelli già esistenti per derivazione o per
composizione;
⬥ I dialetti sono subalterni alla lingua toscana e possono essere un’altra possibile fonte
nell’introduzione di parole nella lingua;

per quanto riguarda i prestiti afferma che possano essere usate parole straniere, ma che ci deve essere
fatto con molta cautela->è molto cauto sull’argomento probabilmente per evitare dissensi troppo aspri.
Avvia il discorso dei prestiti dalle parole latine per poi passare ai grecismi. Su questi ultimi pensa che
bisognerebbe ridurne il numero al fine di una maggiore chiarezza. Muove da qui per parlare poi dei
forestierismi provenienti dalle lingue moderne, questi secondo lui, una volta entrati nell’italiano, possono
legittimare nuovi neologismi e nuove traduzioni.
A queste aperte posizioni si collegano anche quelle che riguardano il genio della lingua vediamo che lui
afferma di voler andare aldilà di Codillac, lui propone un duplice concetto di genio:

a. Genio grammaticale  la struttura logico – grammaticale delle lingue che è inalterabile;


b. Genio retorico  riguarda l’espressività e lo stile e non la grammatica fondamentale;

bipartizione che permette di distinguere ciò che deve essere difeso come inalterabile nella lingua e ciò che
può mutare in relazione all’evoluzione dei tempi e del progresso.

La proposta del “Consiglio nazionale” della lingua


La IV parte del trattato di Cesarotti propone soluzioni per la questione della lingua->lui è convinto che tutti i
dialetti una volta purgati da idiotismi plebei possano contribuire all’arricchimento dell’italiano, idea che ha
una sua origine nel DVE, quindi anche lui si lascia ispirare dalla teoria cortigiana. Inoltre affronta anche il
problema del ritrovamento della lessicografia.
Poiché la lingua è della nazione lui propose di istituire un consiglio nazionale della lingua al posto della
crusca con sede a Firenze di cui avrebbero fatto parte personaggi di più regioni->allargamento del lessico
non solo per via libresca ma anche con ricorso di chi esercitava professioni specifiche, non solo in Toscana
ma in tutte le regioni d’Italia. Inoltre si sarebbe dovuto compilare un vocabolario in 2 forme:

- Un’edizione più ampia a scopi scientifici e di studio->vocabolario etimologico, storico,


filologico, comparativo;

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- Un’edizione più ridotta per l’uso comune con scopo pratico e divulgativo->sarebbe stato
compilato in ordine alfabetico ai fini di un’ampia consultazione, avrebbe contenuto termini
artistici e scientifici purgato da arcaismi;

Lingua primitiva e significato delle “radici”


La seconda parte del Saggio si occupa della genesi del linguaggio, lui sostiene che ci fosse stata una lingua
primitiva e si chiede quanta parte di questa lingua primitiva potesse essere recuperata attraverso il
confronto con le lingue già esistenti. Questo tentativo di recupero è alla base del trattato della formazione
meccanica delle lingue nel quale si affermava che la radice delle parole potesse rivelare qualcosa del
referente.
Esempio: radice fl rivela fluidità, come in flumen, mentre la radice st fissità come in stare.
Questa teoria può sembrare arbitraria ma il suo interesse nasce dal fatto che le radici di una lingua non
sono casuali, ma sono portatrici di un significato remoto, analogo a tutte le lingue ed ereditato da una
lingua primitiva.
Cesarotti distingue poi tra:

⬥ Termini – cifre  parole che sono frutto di una convenzione o che nascono da un moto naturale
degli organi fonatori. Non hanno un legame motivato tra parola e oggetto;
⬥ Termini – figure  parole in cui riconosco la relazione motivata tra suono e oggetto. Racchiudono
in sé una speciale forza espressiva vantaggiosa sul piano estetico;

Cesarotti cerca, quindi, di fondare una sorta di estetica naturale della parola che ci serva per capire meglio
le idee di coloro che vengono definiti come anticipatori

CAPITOLO XVIII – Ritorno alla tradizione e tentativi di rinnovamento (puristi, classicisti e romantici)

Il francese lingua “nemica”


Il periodo napoleonico è caratterizzato da una forte espansione del francese grazie anche alla forte politica
autoritaria. Il francese, però, era guardato con antipatia da chi si opponeva al progresso napoleonico e
all’imperialismo della sua politica->l’italiano, per ciò viene vista come una bandiera contro l’ideologia
rivoluzionaria, era un modo per farsi forti delle tradizioni nazionali. In questo clima possiamo inquadrare il
purismo, il denominatore comune di tutte le forme di purismo 800esco è da identificare in due caratteri
tipici:

1- Antipatia per l’influenza del francese sull’italiano;


2- Il ricorso a modelli linguistici del passato;

Il purismo
I puristi si caratterizzano per la chiusura di fronte alla modernità e le pagine di Carlo Gozzi ne sono un
esempio, ma, il vero rappresentante del purismo è Cesari che tra il 1806 e il 1811 pubblica la crusca
veronese¸ ovvero una riedizione del vocabolario della crusca, in cui recupera il buon uso 300esco di autori
minori e minimi. Voleva rifarsi interamente al secolo d’oro dell’italiano perché dopo il 300 la lingua aveva
perso la sua bellezza.

Classicismo e purismo
Per confrontare classicismo, 500 ,e purismo, 300, possiamo osservare dli scritti di Leopardi, classicista-
>vediamo che anche grazie alla crestomazia italiana si sviluppa una grande ammirazione per la prosa del
500 e si pensava che essa avesse una maturità culturale superiore a quella del medioevo.
Nello stesso tempo, però, le idee di Cesari sul 300 si diffondono e ebbero molto successo e vediamo che lui
pone l’attenzione, come sottolineato da Dionisotti, su due termini: popolo e natura e che queste erano
elementi moderni della teoria di Cesari, si ha così anche la riprova che tesi vecchie potessero assumere una
valenza diversa e che potessero riprendere efficacia in un modello culturale completamente differente. La

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teoria di Cesari viene dunque giudicata da Dionisotti come la prima decisiva frattura nella tradizione
linguistico – retorica italiana, satura di classicismo e di lettori alti. Vediamo poi che Cesarotti era veronese e
non fiorentino per cui si propone come il difensore della lingua antica, cosa a cui i fiorentini non si
dedicavano più.
Uno che si scaglia contro la teoria di Cesari era stato Manzoni, anti purista che si ispira a ideali 700eschi
guardando al modello della Francia

Valenze politiche del purismo


Il purismo sperimenta sentimenti pre – risorgimentali (->capacità negata da Tullio de Mauro che sosteneva
che nel purismo venivano alla luce sempre sentimenti clericali). Attenzione però perché non si può istituire
una facile equivalenza tra puristi e forze della reazione perché è smentita dai fatti.

La battaglia contro il purismo: la Proposta di Monti


Nel 1811 Napoleone restaura la crusca che si era unificata nel 1783 con l’accademia fiorentina e non aveva
più il compito di redigere il vocabolario. ->questa scelta di Napoleone è un sintomo del fatto che siamo in
un momento di cambiamento e Monti mette in evidenza gli sbagli compiuti dai vocabolari fiorentini.
L’ideale era quello della lingua classica non ristretto ai modelli del 300 e si rende anche conto che si sentiva
l’esigenza di un linguaggio specifico scientifico e tecnico. Questa era la proposta di Monti che si propone
come un’opera non di un solo autore, ma collettiva, infatti ad essa avevano contribuito anche Grassi e
Perticari per esempio.
A questo punto, però, sarebbe sbagliato affermare che la posizione dei classicisti fosse di assoluto rilievo
dimenticando gli elementi di pensiero estranei al classicismo, ma che circolavano tra i romantici i quali
erano avversi al purismo ma anche alla troppa cultura classica presente nella lingua italiana ma che non
ebbero mai la forza di scatenare una guerra contro la crusca.

La teoria storica di Perticari, la questione dei poeti siciliani e il recupero del de vulgari eloquentia
dantesco
Perticari partecipa con 2 saggi alla stesura della Proposta:

1. Degli scrittori del 300 e de’ loro imitatori;


2. Dell’amor patrio di Dante e del suo libro intorno al volgare eloquio;

in questi saggi si ripropone la visione del DVE di Trissino per cui la lingua illustre non si sarebbe formata dal
popolo toscano, ma sulla base di una lingua comune a tutta Italia. Quest’interpretazione del testo dantesco
è ovviamente scorretta, ma ciò che fa Perticati è quello di usarlo per opporsi al primato di Firenze, cosa che
era stata già fatta ma che lui fa in modo più ampio. Perticati sosteneva che la lingua latina plebea fosse
derivata dalla lingua romana->voleva dimostrare che tutti gli scrittori del 200/300 erano partiti da elementi
del romano e li avevano nobilitati al fine di farli diventare elementi di una lingua illustre aggiungendo che
ciò era accaduto meglio in Sicilia che in Toscana. La scuola siciliana di Federico II arriva così ad occupare una
posizione di primo piano e la forma poetica che nella sua corte era stata raggiunta sembrava la migliore
della vanità di ogni rivendicazione toscana di paternità della lingua. Perticari commette però un errore:
ignora il fatto che i poeti siciliani siano stati toscanizzati dai copisti.

Il superamento della tesi storica di Perticari


Le tesi di Perticari furono per molto tempo considerate veritiere perché nessuno seppe opporre una diversa
interpretazione dalla sua relativamente alla lingua dei poeti siciliani. Ciò che non si sapeva era che i poeti
siciliani avevano scritto in siciliano, ma erano sopravvissute solo trascrizioni toscane e se qualcuno se ne
fosse accorto sarebbe stato un duro colpo per lo studioso e per la sua tesi perché sarebbe caduto il ruolo
svolto dai centri diversi dalla Toscana nello sviluppo della lingua e lei tornerebbe a una posizione di
vantaggio anche sulle altre regioni. A questo passo però si raggiunge in ritardo, solo nel 1830 quando il
filologo Galvani solleva alcune obiezioni sui saggi di Perticari e osserva che nel medioevo gli scritti toscani
erano stati alle volte trascritti da copisti settentrionali e avevano così subito una trasformazione linguistica.

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Galvani mostra come poteva essere avvenuta la toscanizzazione dei testi siciliani screditando così ogni
credibilità storica sull’idea della lingua comune illustre, idea di cui lui era avversario in quanto sosteneva
teorie favorevoli al toscano vivente.

La linguistica dei romantici


Per quanto riguarda i romantici vediamo che loro erano favorevoli all’opposizione contro la crusca, ma non
condividevano le idee di Monti e nemmeno la tecnica da lui usata nella Proposta per evidenziare i limiti del
purismo. I romantici, però, non sarebbero mai stati in grado da soli di portare avanti una battaglia contro il
purismo, anche perché la loro voce non sarebbe mai stata forte come quella di Monti.
Un linguista romantico e anti - purista Breme elabora una teoria sul divenire del linguaggio e suddivide
quella che lui definisce la storia naturale della favella in 4 epoche:

1. Preistoria->formazione dei monosillabi primitivi;


2. Lingue classiche->ovvero sintetiche, quindi, il latino e il greco;
3. Le lingue sintetiche diventano lingue analitiche grazie al germanico;
4. Fase proiettata nel futuro: lui supponeva che la ragione analitica, ovvero l’applicazione di principi di
razionalità e di logica, avrebbero reso il linguaggio più perfetto affermandolo come strumento di
pensiero  lo sviluppo progressivo della lingua è il futuro migliore del passato (in opposizione al
pensiero del purismo);

vediamo che per la seconda e la terza fase si rifà agli studi di Schlegel, mentre per la quarta fase si rifà al
pensiero dell’idéologue di de Tracy. Di Schlegel non apprezza la scoperta del sanscrito perché non poteva
accettare l’idea che ci fosse una lingua più perfetta di quelle romanze perché questo avrebbe messo in crisi
il suo sistema basato sul progresso.

La scoperta e la rivalutazione culturale dei dialetti


Il classicismo del primo ottocento aveva condannato i dialetti perché erano visti come un freno per lo
sviluppo del sapere. In Italia alcuni dialetti vantavano anche una letteratura di primo ordine e ciò rendeva
ancora più delicata la questione sul loro ruolo. Una prima polemica sul dialetto si ebbe tra Branda e Parini,
rispettivamente contrario e favorevole all’uso dei dialetti. Un’altra polemica la si ebbe con Pietro Giordani
che condanna il dialetto e la sua letteratura perché lo vedeva come un ostacolo per la comune circolazione
di idee (altra questione che divide la già divisa Italia). La questione fu vista in modo nuovo solo quando si
diffuse la linguistica scientifica, il dialetto divenne allora un materiale prezioso che poté essere interpretato
anche in chiave storica.
Il pioniere dello studio dei dialetti in Italia fu Biondelli autore del saggio sui dialetti gallo – italici, un’ampia
raccolta relativa ai dialetti dell’Italia settentrionale. Ma fondamentale per lo studio dei dialetti fu Ascoli
fondatore della glottologia italiana, esponente del positivismo e seguace del metodo storico – comparativo.
Lui classifica i dialetti italiani arrivando anche ad individuare l’area ladina.

CAPITOLO XIX – Lingua e nazione

Manzoni: dallo stile individuale alla lingua nazionale

Con Manzoni la questione della lingua assume una valenza sociale e politica; il suo pensiero varia rispetto a
quello che era in origine, in particolare la sua riflessione sull’italiano deve essere ricollegata alla nuova
formazione dello stato italiano. La prima fase del suo pensiero è influenzata dalla prosa narrativa 🡪 nel 1821
scrive un’introduzione alla sua opera dove mette a fuoco la situazione italiana caratterizzata dalla forte
presenza dei dialetti in quanto il dialetto va ad influenzare il parlante anche quando parla italiano e da
questo deriva il colore municipale tipico degli autori italiani. Quindi descrive la propria lingua come
qualcosa di composito, infatti, abbiamo toscanismi, lombardismi, francesismi … e questo lo nota anche nel
suo romanzo e non è soddisfatto del risultato.

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Per quanto riguarda le conoscenze linguistiche di Manzoni sappiamo che conosceva direttamene francese e
milanese e pensava che il dialetto potesse essere utilizzato a scrivere bene, ma il difetto del dialetto è che
esso aveva una circolazione limitata.
Per comprendere meglio i problemi linguistici prima del 1827 possiamo fare riferimento ad un documento
interessante: postille dell’edizione del vocabolario della Crusca del veronese Cesari, che scrive tra il 1825 e
il 1827, sono ispirate ad un forte antipurismo e permetto di definire meglio la fase toscano – milanese,
ovvero quella in cui cercava ancora di raggiungere la lingua toscana per via libresca soffermandosi anche a
registrare i casi in cui il dialetto milanese offriva concordanze con il toscano, interessanti sono le analogie
tra le due lingue che sono ciò che più lo colpisce. Spesso Manzoni è dubbioso rispetto alle diverse
espressioni che trova sul vocabolario in cui la crusca dà attestazione letteraria, ma non si capisce se sono
norme ancora in uso o meno. La riflessione ruota intorno all’esigenza di una lingua vera sottolineando il
fastidio che nutriva nei confronti di una lingua composta di elementi eterogenei in parte vivi, in parte
arcaici di eredità culturale e libresca. Quindi nel 1827 la lingua era quella toscana, ma quella dei libri, ma lo
stesso anno parte per Firenze (dove lingua e dialetto coincidono) e nel 1840 vedremo le forme vive del
fiorentino colto ne l’ultima edizione de I Promessi Sposi. Questa nuova veste linguistica suscitano molte
discussioni e molti preferirono la 27ana più in linea con la lingua letteraria.
Tra gli scritti di Manzoni che chiariscono la sua posizione sulla questione è Lettera sulla lingua italiana
indirizzata al lessicografo piemontese Carena autore di Vocabolario domestico. Carena si era occupato dei
termini dell’uso vivente del toscano e lingua letteraria->a questo Manozni si oppone con la sua lettera che,
però, non ha avuto un vasto eco.
Nel 1867 il ministro della pubblica istruzione Broglio nomina una commissione per rendere la lingua italiana
unica e ufficiale, si cerca, quindi, di una strategia politico – educativa che cerchi di uniformare la lingua
dell’intero popolo di una nazione appena formata. La commissione era composta da due sottosessioni:

- Una milanese->Manzioni guida la sessione, oltre ad avere la presidenza generale;


- Una fiorentina->Lambruschini guida la sessione affiancato da Tommaseo e Capponi;

la relazione viene pubblicata nel 1868 assieme a una serie di mezzi idonei per la diffusione di esse:

⬥ Insegnanti toscani nelle scuole primarie;


⬥ Conferenze;
⬥ Abecedari;
⬥ Soggiorni – premio;
⬥ Vocabolario dell’uso toscano ispirato a quello francese (da questo vocabolario poi si sarebbe partiti
per la realizzazione di vocabolari più pratici);

in seguito Manzoni tornerà sulla questione per ribadire o riprendere temi particolari già trattati.

Gli scritti interlinguistici inediti di Manzoni


La mole degli scritti inediti di Manzoni è maggiore di quelli che vengono pubblicati, particolarmente
interessante è il trattato della lingua italiana in cui sono toccati diversi argomenti, ma mai compiuto e mai
dato alle stampe. Di questo trattato ci rimangono diverse stesure:

⮚ nella I e nella II redazione vediamo che vengono riprese le teorie di Cesari il quale voleva
raccogliere la lingua italiana nel solo 300. Manzoni ne contesta la tesi usando i concetti di uso e di
lingua viva dimostrando che nei testi non si trovava la vera lingua del secolo, ma solo ciò che è
passato nelle scritture;
⮚ Nella III redazione trovano spazio i principi filosofici di Locke e Codillac d si affronta la questione
dell’origine del linguaggio, secondo Manzoni il linguaggio era un dono divino già perfetto dal
principio;
⮚ Nella IV redazione tratta della natura delle lingue e delle regole grammaticali;

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⮚ Nella V redazione contesta l’esistenza di una lingua comune già presente in Italia e descrive gli
aspetti negativi della situazione socio – linguistica della penisola nell’800, si occupa poi del concetto
di uso considerato come la ragion sufficiente per le lingue e infine distingue le regole grammaticali
e quelle lessicali;

questo trattato non venne mai pubblicato forse perché il sensismo non aveva più il peso di un tempo.

“Questione romana” e “questione della lingua”


Con Manzoni la questione della lingua diventa una questione sociale e questo era inevitabile in quanto il
dibattito si svolgeva in corrispondenza della realizzazione dell’unità politica italiana. Manzoni affidava a
Firenze un ruolo analogo a quello che in Francia aveva avuto Parigi, ma Firenze non era Parigi. Il primato di
Parigi non poteva essere messo in discussione, ma in Italia la situazione è diversa in quanto dal punto di
vista linguistico Firenze è al primo posto tra le città italiane, ma vi sono altri aspetti in cui Firenze viene
superata da altre città come Roma o Milano. Quindi l’Italia avrebbe avuto una capitale politica diversa da
quella linguistica->riaffiora quindi il fantasma della teoria cortigiana.

Contro Manzoni, con due luoghi comuni da correggere


La Relazione di Manzoni del 1868 desta un dibattito molto vivace, alcuni cercavano di far conciliare la lingua
scritta con quella viva anche perché si pensava che le città fossero il luogo di corruzione della lingua che,
quindi, si conservava meglio nelle campagne. A questo punto, quindi, sarebbe meglio considerare al posto
del fiorentino il toscano, intendendo con questa designazione qualcosa di più ampio e ricco di maggiori
possibilità espressive. La lingua toscana poteva anche garantire meglio la continuità letteraria. La teoria
manzoniana scandalizzava molti e l’elemento che desta maggiore scalpore è il fatto che Manzoni ribalta la
questione: la lingua doveva essere viva, attinta dal parlato, anche se un parlato di livello medio, mai plebeo.
A questo punto possiamo correggere quelli che erano stati due luoghi comuni:

1. La risciacquatura dei panni in Arno  espressione usata da Manzoni in una lettera, ma mai nella
saggistica e con questa metafora vuole indicare l’aiuto che gli viene fornito dagli amici fiorentini per
ripulire le pagine del suo romanzo;
2. Il concetto di fiorentino colto  formula che non ha alcun riscontro nella teoria manzoniana in
quanto lui cita sempre e solo il fiorentino senza determinazioni sociologiche in riferimento ai popoli
o ai colti;

Il Proemio di Ascoli all’Archivio Glottologico italiano


Non tutti gli avversari di Manzoni erano conservatori, molti tenevano conto della nuova situazione
dell’Italia. Esemplare è la reazione del letterato Settembrini che insisteva sulla dipendenza tra grado di
sviluppo della società e i problemi linguistici.
Il migliore intervento anche in questo caso è quello di Ascoli autore del Proemio all’Archivio glottologico
italiano, la prima rivista interamente dedicata alla linguistica moderna e si apre con una critica a quello che
era il pensiero di Manzoni. Ascoli critica l’applicabilità di quanto aveva teorizzato Manzoni, ovvero un
modello centralistico ispirato al modello francese, in una nazione policentrica come l’Italia. Mette anche in
guardia per quanto riguarda gli effetti che la lingua di Manzoni poteva produrre, ovvero un eccesso di
popolarità che poteva risultare nociva per la cultura italiana moderna che non doveva rinunciare
all’elevatezza di stile. Si tratta di un classicismo che sbocca nella coscienza della missione dei dotti che va
espressa con un linguaggio tecnico elevato->la scienza aveva bisogno di una lingua sorvegliata e formale.
Inoltre mostrava come in diversi casi il lessico diffuso in Italia fosse diverso da quello di Firenze (questo si
vede nel fatto che alcuni oggetti, per esempio, fuori da Firenze erano indicati con un referente diverso e
non si poteva portare il cambiamento in tutta Italia). In realtà lo scontro tra Ascoli e Manzoni si era risolto
qualche anno prima.
La realizzazione di ciò che era stato teorizzato da Manzoni è il Nòvo vocabolario della lingua italiana
secondo l’uso di Firenze di Giorgini – Broglio. Novo è scritto alla maniera fiorentina piuttosto che con la
forma dittongata diffusa in tutt’Italia-> Ascoli polemizza contro questo novo e nel Proemio continua ad

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insistere anche sul fatto che la lingua non era assoluta ma nasceva da concorrenze e conflitti differenti
mostrando anche che scritto e parlato non sono omologhi. Per le sorti di una lingua contava lo scambio
continuo tra gli scriventi intesi non come operatori della cultura e della tecnica. Il vocabolario di Manzoni
mancava di quei riferimenti alla vita sociale e culturale della nazione, quindi invitava ad una linguistica che
si concentrasse di più sulla società e non tanto sulla forma. Ascoli riesce così ad individuare quelli che sono i
veri mali dell’Italia:

1. La scarsa densità della cultura;


2. L’eccessiva occupazione e preoccupazione della forma;

queste affermazioni vengono più apprezzate dai moderni che dai contemporanei dello studioso, ma mentre
Manzoni offriva strumenti per intervenire subito, Ascoli posticipava ancora le cose. D’Ovidio cerca di
trovare un compromesso tra le due posizioni:

- Manzoni  aveva guardato troppo ai primi 3 secoli della letteratura in cui toscano e fiorentino
avevano avuto un ruolo centrale;
- Ascoli  aveva guardato troppo ai 3 secoli successivi in cui l’attività letteraria e linguistica
riguardava l’Italia intera;

arriva ad affermare che siccome la nostra storia abbraccia tutti questi secoli, la nostra condotta discenderà
da tutti e 6 indistintamente->la sua teoria avrà fortuna ma questo porta ad una riduzione di entrambe le
tesi, smussando le punte acute dei loro sistemi.

Manzoniani e antimanzoniani nella scuola e nell’educazione popolare


Per quanto la proposta di Manzoni fosse inadeguata non si può dire che essa non influì sulla società
italiana, in particolare sulla scuola (come mostrato dal testo di Giuseppe Polimeni La similitudine perfetta.
La prosa di Manzoni nella scuola italiana dell’800). Per quanto riguarda il vocabolario la lentezza della sua
produzione ne rese inutile lo scopo pratico a cui si aveva pensato, ma altri vocabolari frutto di
compromesso tra il pensiero di Manzoni e la tradizione finirono per avere una maggiore influenza come il
Nòvo dizionàrio universale della lingua italiana di Petrocchi. Il dizionario vedeva la pagina divisa in due
fasce e da un lato si aveva il lessico d’uso, dall’altro il lessico letterario e scientifico->per cui da un lato
siamo vicini all’ideale manzoniano dall’altro il dizionario è funzionale alla lettura di testi scritti.
Tra gli insegnanti molto influente fu De Amicis autore di idioma gentile, scritto sulla lingua italiana che
ebbe un grande successo tra il pubblico in cui si proponevano letture e dialoghi che avrebbero dovuto
diffondere una buona lingua tra i giovani. De Amicis si propone dunque come un divulgatore delle idee
manzoniane, ma non viene accolto positivamente da tutti, per esempio Benedetto Croce lo recensisce
negativamente.
A controbilanciare l’entusiasmo per la lingua popolare ci pensa Carducci che fu molto ostile alle idee di
Manzoni.

Lingua e nazione: il problema delle minoranze


Il problema linguistico si pone anche come questione “nazionale”, connesso alla presenza di minoranze e
alloglotti. A partire dagli anni in cui si diffusero gli studi di glottologia si discute anche della questione della
nazionalità linguistica. La polemica si accende intorno allo status dei francofoni in Valle d’Aosta e in
Piemonte e il deputato Giovenale Veggezzi – Ruscalla pubblica un opuscolo sulla questione in cui riteneva
che l’uso del francese fosse dovuto in parte all’affluenza del clero e che non poteva essere tollerato perché
così si sarebbero dovute ammettere una serie di eccezioni alla lingua nazionale. In sostanza affermava che
non era conveniente la presenza di isole di difformità linguistica nella nazione appena unificata->non è un
tentativo occasionale di soffocare le minoranze, ma si manifestava il segno dei tempi, ovvero dell’idea
romantica di nazione come unità politica, territoriale e linguistica. E vediamo che lui in futuro vorrà
descrivere scientificamente realtà minori o poco note proponendo un intervento nei confronti delle stesse,
ovvero la limitazione se non addirittura la distruzione di esse in nome di un principio di nazionalità.

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Quest’aggressività nei confronti delle minoranze non si limita al solo livello teorico, infatti, spesso la politica
messa in atto dal regno entra in attrito con le minoranze, attrito che continua anche durante il regime
fascista. Solo con la Costituzione repubblicana del 1948 si ebbe una svolta in quanto si enuncia
pubblicamente il principio della protezione delle minoranze linguistiche.

CAPITOLO XX – Dal Regno all’Impero

L’Italia unita: bilancio di un dibattito linguistico


L’unificazione porta ad un’evoluzione sostanziale nel dibattito sulla questione della lingua e l’idea di
Manzoni da molti venne ritenuta inadeguata, ma se ne rimase comunque influenzati. Gramsci affermò che
tutte le idee precedenti sula questione erano utili riconoscendone il significato sociale e civile; a differenza
di lui in molti negarono l’importanza della questione della lingua riducendola ad un fatto negativo e
superfluo->es. Benedetto Croce che negava che potesse esserci una lingua modello, ma riconosceva alla
teoria di Manzoni la portata speciale ammettendo che i mali che voleva combattere erano reali e il
manzonismo ebbe il merito di promuovere un moto più semplice e svelto di scrivere.

Un problema per gli scrittori


Soffermiamoci su quanto abbiamo appena detto di Croce e notiamo che per secoli la nostra letteratura è
stara un patrimonio d’èlite, governata da regole retoriche e formali selettive e aristocratiche. La prosa
italiana faceva fatica ad incontrare un pubblico largo e non riusciva ad andare al di là della cerchia ristretta
di letterati->élite colte che nel nostro paese erano ristrette, ma ristretto era anche il pubblico di lettori.
Questa situazione di arretratezza era aggravata anche da ragioni di ordine linguistico: la lingua italiana non
si prestava molto alla divulgazione e alla lettura piacevole a causa del suo carattere di aristocraticità e in
molti, sin da 700, speravano che l’italiano potesse avviarsi alla stessa strada che era stata presa dal
francese. Con gli anni però si giunge alla conclusione che in Italia la letteratura non era popolare perché non
era popolare la lingua, in particolare veniva criticato il modello stilistico caratterizzato dalle inversioni
sintattiche ereditato da Boccaccio che altri scrittori avevano accentuato. I romanzieri, primo fra tutti
Manzoni, sono trai i primi ad accorgersi che serviva rinnovare la lingua letteraria (la poesia resiste più a
lungo alle innovazioni). Oltre a Manzoni nell’800 in altri riflettono sulla lingua come Faldella che affermava
che la popolarità della narrativa italiana era scarsa per la difficoltà che gli scrittori avevano nel comunicare
con il pubblico e la colpa, secondo lui, era da attribuire al peso dei modelli 300eschi. Quindi è in linea con
quanto afferma Manzoni ma si distanzia anche da lui in quanto affermava che il suo modello avesse
provocato un eccessivo livellamento stilistico. Faldella condivideva l’ideale di maggior popolarità
democratica della letteratura, ma al modello manzoniano sostituiva quello delle Lettere di Giusti;
vagheggiava anche uno stile popolare e moderno che fosse, però, capace di ricorrere alle parole usate dalla
tradizione e alle parole dialettali.
Dopo le innovazioni di Manzoni e dei manzoniani tra le novità che segnano l’evoluzione dello stile narrativo
nell’800 abbiamo:

⮚ la scuola verista di cui il più alto esponente fu Verga. Allo stile furono rivolte molte critiche
soprattutto per il carattere linguistico innovativo rispetto alla tradizione;
⮚ Importante è stato anche il contributo di Matilde Serao in un’intervista di fine 800 in cui afferma
che esistono livelli linguistici diversi sui quali poteva operare uno scrittore italiano:
⬥ Lingua classica, giudicata non reale. Essa veniva rifiutata in quanto ormai innaturale e
artificiosa ed improponibile nella comunicazione con il largo pubblico;
⬥ Dialetto, lingua naturale che però non può essere usata per la comunicazione
sovraregionale
⬥ Lingua borghese, sta a metà strada tra lingua classica e dialetto. Lei rivendicava il diritto di
usare questa lingua ormai necessaria per la prosa narrativa e per il giornalismo.

Negazione della “lingua modello” nell’estetica di Croce

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Gli scrittori di fine 800 sentono sempre di più il peso oppressivo della tradizione aulica e cercavano una
maggiore libertà->in loro aiuto viene loro Benedetto Croce con la sua teoria basata sulla distinzione tra
poesia e non poesia. Secondo lui non c’era una grande differenza tra prodotto artistico in prosa e in versi,
ciò che conta è solo la poesia dell’opera d’arte, poesia che va distinta da ciò che si connette alla non poesia.
La linguistica crociana si connette con questa visione e vediamo che il linguaggio veniva da lui considerato
come una pura creazione individuale irripetibile corrispettivo dell’atto estetico creatore di poesia. L’idea
dell’unità della lingua era giudicata una questione insolubile perché il prodotto della creazione individuale
non poteva essere frenato da modelli precostruiti sia che fossero in una raccolta di testi esemplari sia che
stessero in un determinato vocabolario. Date queste premesse segue la svalutazione si ogni sistema inteso
a governare, regolare e costringere la lingua entro schemi prefissati. Ne deriva la svalutazione della
questione della lingua così come si era storicamente dibattuta e la svalutazione della grammatica. Viene
meno, quindi, la possibilità di assumere il fiorentino come lingua modello, per cui ognuno doveva scrivere
secondo le esigenze della sua espressività individuale.

La lingua dell’Impero. L’italiano nell’epoca fascista


La lingua era una questione di cui si occupavano anche i politici, nella prospettiva che ci si avviasse verso
una modernizzazione della stessa. Nel 1923 il ministro dell’istruzione Gentile toglie alla crusca il compito di
compilare il vocabolario (che stava ancora stendendo la III edizione si stava ancora scrivendo).
L’eliminazione dell’attività lessicografica della crusca viene compiuta formalmente dal governo fascista e
durante il governo si cerca di legare nuove proposte linguistiche all’attualità politica di un’Italia che andava
modernizzandosi e aveva grandi ambizioni “imperiali”.
Il fascismo fu sempre molto attento ai mezzi di comunicazione di massa dalla stampa al cinema, in
particolare si concentra sulla pronuncia che riguardava la lingua che si ascoltava. La lingua italiana si era
messa rapidamente in moto e aveva cessato di essere “morta” e aveva iniziato a diffondersi tra la gente e
nel 1923 la questione della lingua si presenta più che altro sotto la formula di questione della pronuncia,
quindi non si tratta più di stabilire la norma grammaticale, ma di fissare le regole della parlata ufficiale. (si
noti anche che la questione della lingua nel 900 non aveva più la stessa importanza che aveva avuto nei
secoli precedenti). Per quanto riguarda la pronuncia Bertoni e Ugolini proponevano di dare legittimità alle
pronunce romane nei casi in cui queste divergessero dal fiorentino, soprattutto in riferimento alla chiusura
o all’apertura delle vocali toniche. Negli studiosi si vede l’influenza linguistica di Roma, la capitale, di cui il
fascismo sperava di rinnovare l’immagine richiamando i fasti dell’antica Roma imperiale.
In generale vediamo che la questione della lingua perde l’importanza che aveva avuto nei secoli precedenti,
non ci sono state elaborazioni teoriche complesse, ci si limitava ad interventi contro le minoranze e i
forestierismi, a questi si aggiungevano anche la battaglia contro l’allocutivo lei e le norme contro le insegne
pubbliche contenenti esotismi. Così si dispone di un libro in cui si legge come l’Accademia si era
pronunciata sugli indici, inoltre, vediamo che si cercano di sostituire appunto termini stranieri con termini
italiani ma non tutti i tentativi hanno come esito termini goffi, infatti, in questi casi, si mostra come ci sia
una doppia possibilità di espressione in quanto i due termini coincidono. Senza dubbio, però, gli
atteggiamenti xenofobi del fascismo vanno condannati, ma non possiamo insistere solo e soltanto sugli
elementi negativi e dobbiamo anche considerare che in quel periodo l’italiano era al centro di una fase
espansiva internazionale e si cercava anche una politica adatta a quest’obiettivo. Fino al momento
dell’entrata in guerra il paese godeva di una buona considerazione internazionale ed era annoverato tra le
potenze protagoniste della politica mondiale->non era strano che la lingua aspirasse al conseguimento di
successi imperiali. Quindi il fascismo combatte contro il dialetto e contro la sua intromissione nella lingua
letteraria.
Nel dopoguerra il neopurismo cade e si spegne e contribuisce a ciò anche Migliorini.

CAPITOLO XXI – La seconda metà del Novecento. L’italiano nella Repubblica

Le premesse: il pensiero di Gramsci.


Gramsci autore di Note per una introduzione allo studio della grammatica, in cui riflette sulla grammatica
italiana e durante la stesura del testo ha sottomano la grammatica degl’Italiani di Trabalza e Allodoli e

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aveva anche analizzato i “focolai di irradiazione di innovazioni linguistiche” che secondo lui erano le scuole,
i giornali, il teatro, le conversazioni tra i vari strati della popolazione, il dialetto … preso coscienza di ciò
aggiunge che bisogna avere consapevolezza del processo in tutto il suo complesso per intervenire
attivamente con il massimo del risultato. Quindi non esclude un intervento nella questione della lingua
ispirato a principi di educazione popolare, ma l’intervento non va considerato come decisivo e che i fini
proposti saranno raggiunti nei loro particolari, che cioè si otterrà una determinata lingua unitaria: si otterrà
una lingua unitaria se sarà necessaria e l’intervento organizzato accelererà il processo già esistente. Come
sarà la lingua non si può prevedere, ma essa sarà legata alla tradizione.
Con Gramsci la questione della lingua è considerata come un segno dei rapporti che intercorrono tra le
classi sociali, tra i ceti dirigenti e le masse->ciò che conta è quello che sta dietro alla questione della lingua
che per prima cosa è la chiave per comprendere e interpretare i fenomeni storici che modificano la società.

Dai diritti delle minoranze alle società dell’integrazione


Dopo la caduta del fascismo la questione della lingua non viene sollevata per un certo periodo, ma se ne
può riconoscere una traccia nel testo della Costituzione entrata in vigore nel 1948, in particolare nell’:

- Articolo 3: in cui si afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti
alla legge senza alcuna distinzione e tra gli elementi distintivi abbiamo anche la lingua;
- Articolo 6: abbiamo un riferimento preciso alle minoranze linguistiche e si afferma che esse
saranno tutelate dalla repubblica;

di contro però non troviamo nulla a proposito della lingua italiana e della sua funzione nazionale.
Comunque la politica tracciata dalla costituzione non prende in considerazione la lingua italiana, la sua
funzione, ma gettava le basi per una nuova attenzione verso le minoranze. Esempi di leggi applicative dei
principi di protezione a cui fa riferimento l’art.6:

⬥ Valle d’Aosta: 1948 viene approvato lo statuto speciale per cui si stabilisce che la lingua francese è
parificata a quella italiana e che gli atti pubblici possono essere redatti nell’una o nell’altra lingua,
tranne i provvedimenti dell’autorità giudiziaria che sono solo in italiano. A questo si aggiunge la
parità delle ore di lezione in francese e in italiano;
⬥ Provincia di Bolzano: i tedescofoni vedono riconosciuti i loro diritti nel 1948 quando viene
introdotta la toponomastica bilingue venne anche emanato uno stato che sarà ampliato in seguito
e tra le nuove norme introdotte si ricorda l’obbligo del patentino bilingue per tutti coloro che
vogliono occupare posti di lavoro pubblici nella provincia e la ripartizione dei posti di lavoro pubblici
in base alla presenza proporzionale dei vari gruppi etnici;

vediamo poi anche la rivendicazione di parole locali che crea effetti curiosi: si presenta come una difesa
delle minoranze, ma, al tempo stesso, mira ad imporre nell’area regionale interessata una varietà dialettale
unica->nell’area sarda e in quella friulana questa varietà unica e superiore non esiste, bisognerebbe
ristabilirla a priori e poi imporla alle varietà minori.
Molte volte le rivendicazioni a favore delle lingue locali sono viziate da un radicalismo estremista che vede
nell’italiano una specie di tiranno aggressore delle parlate locali. Tullio de Mauro ha affermato che l’articolo
6 della Costituzione vede che la repubblica non dovrebbe privilegiare nessun idioma rispetto ad altri.
Contemporaneamente a lui Pasolini manifesta il suo odio per l’italiano standardizzato e televisivo,
lamentando la fine della salvifica vivacità dei dialetti e si augurava che la protezione dei dialetti diventasse
un qualcosa di profondamente rivoluzionario in cui al centro si mettesse la difesa della lingua e che questa
arrivasse al limite del separatismo. Ovviamente la soluzione del rapporto tra italiano e lingue minoritarie e
dialetti sta nel trovare un equilibrio tra la protezione delle tradizioni locai e il contrasto con ogni
particolarismo campanilistico e non si può dire che la protezione delle minoranze eviti guai più gravi e,
inoltre, molti gruppi minoritari si sono dissolti da soli. Quindi il problema delle minoranze non va
drammatizzato oltre misura e non dovrebbe essere di quelli che ci fanno perdere il sonno.

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La questione dei gruppi immigrati di recente, semmai, pone problemi molto diversi e urgenti riguardo alla
tutela delle minoranze storiche.

Anni sessanta e “miracolo economico”: le nuove questioni linguistiche di Pasolini


La questione della lingua viene rilanciata nel 1964 – 1965 grazie a una serie di interventi di Pasolini che era
sempre attento ai problemi della narrativa e della poesia contemporanea con un occhio di riguardo ai
problemi sociali e ai temi linguistici. Nel suo pensiero notiamo due caratteristiche:

1- Il marxismo, interpretato grazie al pensiero di Gramsci;


2- Le moderne teorie linguistiche: quelle di Gramsci ma anche quelle di Contini che aveva teorizzato
l’esistenza di 2 linee parallele e diverse tra loro che percorrevano la nostra letteratura:
a. Una faceva capo a Dante e al suo sperimentalismo->mistilignuismo;
b. L’altra faceva capo a Petrarca ed era caratterizzata dalla limitata scelta lessicale->il
cosiddetto monolinguismo lirico che arriva fino al 900;

Pasolini riesce a coniugare questi due elementi dando alla sua teoria una valenza anche sociale, in un
momento in cui la società italiana attraversava una fase di profonda trasformazione. Pasolini interviene
sulla questione della lingua in una conferenza e il suo intervento viene pubblicato sulla rivista Rinascimento
con il titolo Nuove questioni linguistiche. In questo articolo vediamo che il primo punto su cui lui si
concentra è quello di analizzare il rapporto tra la lingua italiana e gli scrittori del 900 e per farlo colloca gli
scrittori sopra o sotto un metro ideale: l’italiano medio. Osserva che in pochi avevano utilizzato l’italiano
medio, infatti, in molti tende devano all’uso di un italiano elevato, alto caratterizzato per l’iperletterarietà.
La lingua media era la lingua della borghesia e del fascismo, per spiegare questo rifiuto si rifà a un principio
di Gramsci ovvero quello della mancata egemonia della borghesia italiana, borghesia che non era stata in
grado di prendere la guida della società e rappresentarla. Questa teoria linguistica però viene svolta a
prezzo di alcune semplificazioni, ma la sua ambizione era quella di giustificare la propria esperienza
letteraria alla luce dello sperimentalismo linguistico di cui doveva essere massimo rappresentante.
Sosteneva anche che la sua esperienza di sperimentalismo mistilignuistico si era conclusa in quanto la
situazione dell’italiano era cambiata e quindi lui annuncia un evento inatteso: la nascita di un nuovo italiano
nazionale, un italiano tecnologico, e il nuovo centro linguistico era il Nord Italia ed era legato alla nuova
classe egemone: la borghesia neocapitalistica. Questa nuova lingua, secondo lui, era comunicativa, ma
inespressiva, la lingua comunicativa aveva una valenza sociale e storica e identifica la fase della lingua
comunicativa ma inespressiva all’inizio del neocapitalismo industriale. (i termini espressiva e comunicativa
sono presi da Bally).
In molti risposero alla teoria di Pasolini e alcuni negarono che la contrapposizione tra espressività e
comunicazione potesse essere così netta, negando che le trasformazioni linguistiche potessero essere
accompagnate in maniera immediata da quelle sociali. Oggi però non possiamo negare che Pasolini intuì
bene la tendenza a cui la nostra lingua si stava avviando, lingua nazionale che aveva iniziato il distacco dalla
sua tradizione umanistico – letteraria definitivamente.

La crescita della cultura linguistica


La teoria di Pasolini mostra come negli anni 60 diventasse sempre più importante la posizione della scienza
linguistica. Il primo cattedratico di storia della lingua italiana fu Bruno Migliorini che si era occupato a lungo
di studiare la lingua del 900 e la lingua contemporanea, quest’ultima era una novità per in quel periodo ci si
concentrava sullo studio di lingue antiche o su quello dei dialetti. Nel 1960 pubblica Storia della lingua
italiana. In questi anni uscirono molti testi relativi alla storia della lingua, ma anche che riguardavano la
grammatica il cui cammino è stato più lento. Per quanto riguarda la descrizione grammaticale vediamo che
essa ha un retroterra che consta l’acquisizione dei dati storici che permettono di collocare nel giusto
contesto le questioni tecniche e la concezione della storia deve legarsi anche a considerazioni di ordine
sociale e generale. Sull’onda di ciò De Mauro pubblica nel 1963 un volume molto importante: Storia
linguistica dell’Italia unita, in cui tratta di problemi sociali legati all’uso della lingua e alla diffusione
dell’alfabetismo tra i ceti popolari.

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Importante è anche enciclopedia dell’Italiano uscita nel 2010 – 2011 diretta da Raffaele Simone in cui
vengono trattati tutti gli argomenti relativi alla nostra lingua, seppure in forma sintetica.

La scuola
Lo studio della lingua italiana è diventato sempre più importante e questo ha prodotto notevoli risultati che
hanno influenzato la didattica dell’italiano e modificato la concezione stessa della lingua posseduta e
insegnata dagli insegnanti. L’insegnante di italiano ha avuto la possibilità di maturare una concezione legata
agli usi sociali, alle varietà geografiche … capaci di tener conto dei fenomeni di interferenza e della storia
linguistica->la linguistica si è messa al servizio della didattica. Nel XX secolo di afferma l’espressione
educazione linguistica elaborata il secolo prima dal pedagogista Radice. Alla base dell’educazione
linguistica vi sono alcuni principi educativi ispirati ad un’istanza di democraticità educativa: la lingua è uno
strumento essenziale per ogni cittadino e solo il pieno possedimento di essa garantisce il pieno godimento
dei diritti in una società civile. Successivamente vennero anche approvate le Dieci tesi per un’educazione
linguistica democratica e tra i punti principali troviamo:

1- La centralità del linguaggio verbale;


2- La centralità dell’insegnamento della lingua per l’individuo;
3- L’importanza della lingua parlata;

si prosegue con la parzialità e l’inutilità dell’insegnamento grammaticale tradizionale con la denuncia della
mancanza di strumenti adeguati. Dietro queste tesi troviamo il nuovo interesse per l’oralità, per le
variazioni, per le interferenze con il dialetto e l’aspirazione a raggiungere le classi popolari e dare loro
coscienza civile e politica. Importante in questo senso fu anche il parroco don Lorenzo Milani, un prete
scomodo che nel paesino in cui era stato trasferito fonda anche una scuola, la Scuola di Barbiana ed è
autore di un famoso testo pubblicato postumo: lettera a una professoressa. Non era un linguista, ma sul
problema della lingua si concentra in molti suoi scritti, rivendicando il diritto del popolo di comprendere la
comunicazione che li circondava denunciando l’oppressione insita che separava i borghesi e i ricchi dai
poveri figli del popolo. Le sue idee furono una spinta per rinnovare metodi e atteggiamenti della classe
media verso i ceti bassi.
I rinnovamenti metodologici e le nuove proposte furono molto vivaci in quegli anni->anche nelle università
si proposero nuovi metodi e si diffondono nuove impostazioni dello studio della grammatica. In alcuni casi
si tenta anche di abolire la grammatica mentre altri cercavano di ridimensionare e di ristabilire il luogo che
doveva avere all’interno del mondo scolastico->si rinnovano i libri di testo e alle volte anche i programmi in
particolare alle scuole medie dove compaiono le nozioni di linguistica e di storia della linguistica. La formula
dell’educazione linguistica viene esportata anche al settore della letteratura per divulgare in un approccio
nuovo lo studio dei testi letterari con una speciale attenzione al dato linguistico->questo non sarebbe stato
possibile se nel frattempo la linguistica non si fosse diffusa e anche i critici letterari hanno dovuto fare i
conti con queste novità, in particolare molto importante è stato il saggio Linguistica e poetica di Jakobson
in cui ritroviamo la teoria della comunicazione in cui abbiamo:

a. I 6 fattori che vi partecipano:


a. Emittente;
b. Destinatario;
c. Contesto;
d. Messaggio;
e. Contatto;
f. Codice;
b. A cui corrispondono 6 funzioni linguistiche:
a. Emotiva;
b. Conativa;
c. Referenziale;
d. Poetica;

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e. Fatica;
f. Metalignuistica;

lo schema della comunicazione diventa una specie di passaggio obbligato in molti manuali e applicando lo
strutturalismo nasce l’abitudine di analizzare i testi, selezionarli e di modulare su di essi esercizi letterari che
ancora oggi vengono proposti.
Nonostante questo però la scuola si trova in crisi per quanto riguardava molte risposte da dare ad alcuni
problemi linguistici a questo si aggiunge il fatto che spesso gli studenti universitari arrivino alla laurea in
difficoltà per quanto riguardava la comprensione delle regole davanti a un testo di elevata difficoltà.
A conclusione di questo excursus possiamo fare riferimento ai saggi dello studioso Mengaldo in cui si
afferma che:

I. Il fine della scuola è l’apprendimento del italiano comune, ma questo non vuole dire distruzione ed
eliminazione dei dialetti e delle culture subalterne;
II. Vi sono delle differenze tra parlato e scritto e va ricordato che la lingua italiana è parlata non
scritta;
III. Bisogna abituare gli studenti a fronteggiare la varietà linguistica;
IV. L’educazione linguistica deve sviluppare le capacità comunicative;
V. La correzione degli errori deve ispirarsi ad un concetto di norma non intimidatorio;
VI. Bisogna sviluppare la creatività linguistica;
VII. La grammatica è uno strumento di analisi, ma tramite essa non si impara la lingua;

CAPITOLO XXII – Primo sguardo sul secondo millennio

L’inglese nella scuola


Nel 900 la scuola viene vista come l’ultimo argine opposto alla marea della “lingua selvaggia” (= etichetta
con cui si indicava l’italiano povero delle nuove generazioni) che si riteneva viziato da tendenze liberali e
anarchiche e messo a rischio dalla civiltà dei nuovi media, sms e chat. Altri vedevano questo processo di
semplificazione come qualcosa di positivo. Comunque negli ultimi anni il problema della lingua nella scuola
si è posto in maniera diversa, soprattutto se lo si considera in relazione con l’inglese. Durante il governo
Berlusconi si vede la necessità di ammodernare l’insegnamento scolastico ricorrendo alla ricetta delle tre I:
informatica, impresa e inglese e ci si convince che il successo fuori dal mondo della scuola dipenda solo da
questi 3 fattori e che la quarta I, l’italiano, abbia poco peso. Si ha quindi il problema della svalutazione del
valore della lingua nazionale nella didattica e nella considerazione scolastica e questo ha portato a delle
modifiche all’interno del mondo scolastico:

1. Utilizzare l’inglese per insegnare una materia diversa dall’inglese;


2. Riduzione delle ore di italiano al liceo classico e scientifico;
3. Nelle università abbiamo corsi di laurea con insegnamenti impartiti anche solo in inglese;

a questo punto la questione va oltre il confine dell’uso linguistico in università o a scuola, ma si è


trasformata in qualcosa che ha a che fare con la politica linguistica con effetti sociali e civili di vasta portata.

Italiano lingua selvaggia


Secondo alcuni i nuovi metodi introdotti avevano allentato il rigore con cui la lingua veniva insegnata e
quindi si avevano generazioni di studenti meno abili nell’uso della lingua scritta. In un suo scritto Gian Luigi
Beccaria sottolinea come siano le cause storiche ad aver portato il mutamento nel quadro dell’italiano
contemporaneo e proponeva che l’educazione linguistica si occupasse anche della libertà all’interno della
norma. Sullo sfondo della discussione che nasce da quanto afferma Beccaria troviamo il passaggio
all’italiano lingua per tutti, non più solo strumento delle élite.

Il correttore automatico

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Lorenzo Renzi si è accorto tra i primi che il correttore ortografico – grammaticale in dotazione dei
programmi informatici che negli anni 80 si affacciava sulla scena è diventato un ottimo guardiano della
norma visto che tutti usano programmi di scrittura elettronici, anche se va ricordato che dietro ciò abbiamo
un software elaborato da qualcuno che le grammatiche tradizionali le ha consultate. L’invadenza del
correttore può essere regolata e va, inoltre, ricordato che il correttore non è in grado di comprendere il
senso di ciò che stiamo scrivendo per cui una sua correzione può stravolgere il senso della frase.

I nuovi semicolti
È impossibile che i correttori del computer risolvano lo stile di chi scrive male. Benevolo si occupa di
studiare la situazione all’interno del mondo universitario segnalando i difetti linguistici e logici
dell’elaborato dello studente accompagnando il tutto con una statistica sulla tipologia dello studente
autore di temi. Benevolo riassume così la casistica dei casi riscontrati:

❖ Errori primari di sintassi e di grammatica elementare che risentono della fonetica dialettale e
dell’italiano regionale;
❖ Parole difficili e giri di frase usati erroneamente + lessico colto male interpretato;
❖ Scorrettezze nella grafia dei nomi propri;
❖ Anacronismi;
❖ Sovrabbondanze di espressioni convenzionali diffuse dai mass media come linee di tendenza;

a questo si aggiungono le conclusioni per quanto riguarda la terminologia e Benevolo parte dal linguaggio
studentesco per ampliare il suo discorso a tutta la società del tempo.

Magica formula della chiarezza


Nei giudizi di Benevolo la questione della chiarezza linguistica viene posta come rivendicazione di un valore
perduto e si pone anche in riferimento al linguaggio burocratico. Il tema della chiarezza era stato a lungo
dibattuto e negli anni 90 del 900 vediamo che la chiarezza può essere misurata oggettivamente tramite
alcuni strumenti di analisi e questo porta a esplicitare le regole che riguardano la chiarezza e, poi, applicate
ad ogni testo. Dal punto di vista empirico questo problema era stato affrontato anche da Gramsci che
sosteneva si era soffermato sullo scrivere chiaro, e alla base di questo scrivere vi erano le connessioni
logiche tra i veri elementi.
Il difetto dell’impostazione quantitativa e meccanica del problema sta nel rischio di privilegiare un certo
status quo mediante un linguaggio calibrato sulle possibilità di comprensione dell’utente senza quell’effetto
di attrito che produce e stimola il possesso degli strumenti di comunicazione. Questo approccio in alcuni
casi ha comunque validità come nel linguaggio dell’amministrazione. Un manuale di stile della pubblica
amministrazione fornisce forme chiare da sostituire a quelle scure, ma alcuni tecnicismi sono difficili da
sostituire questo perché non è facile risolvere con parole semplici problemi amministrativi complessi. Non è
solo una questione di parole, la vera chiarezza viene dai fatti non solo dalle forme.

Politicamente (s)corretto
All’interno delle norme linguistiche della pubblica amministrazione viene posto un’altra questione, quella
della lingua politicamente corretta. Problema diverso dal precedente, ma si traduce anche lui con il
tentativo di imporre una norma nuova rispetto alla tradizione, condannando chi non si adegua. Questa
questione cresce sempre di più con il passare del tempo e si sono moltiplicati anche i tentativi di censurare
alcuni termini come negro, ma anche clandestino non si dovrebbe usare, infatti nel 2008 si è cercato di
bandirla. Alle volte alcune parole vengono anche sostituite, ma la tendenza che si nota è che le parole che
hanno lo scopo di correggere si “consumano” rapidamente assumendo l’aurea negativa della parola che
dovevano sostituire con vantaggio.
Qualcosa di analogo accade anche per le parole che designano l’hendicap o per le professioni ritenute
meno nobili, ma anche il termine badante che può essere sostituito con assistente familiare.
A questo punto ci si chiede se davanti ad ogni pregiudizio o luogo comune il vocabolario sia tenuto a dare
un avviso apposito quando, per esempio, annota insulti. In realtà un vocabolario registrando il significato

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delle parole non avrebbe bisogno di tutelarsi perché non sarebbe compito del vocabolario giudicare la
lingua dal punto di vista morale, infatti, la marca spreg. Dovrebbe essere sufficiente per far comprendere il
tipo di parola.

La morte dell’italiano?
Il tema della morte possibile dell’italiano è tra i temi della questione della lingua, anche se lo studioso
Nencioni ritiene poco serio questo allarmismo. Vi aveva già fatto riferimento anche Pasolini, alla questione
si era interessato anche Arrigo Castellani che affermava che l’italiano ha una struttura rigida per cui le
parole dovevano terminare in vocale. In ogni modo è probabile che in italiano la componente delle lingue
straniere persi più del 2.5% e non è un buon segno che gli anglicismi aumentino quando si parla di
argomenti di rilievo, come l’economia, e diminuiscano se parliamo di argomenti banali. La questione dei
forestierismi, in generale, non va ne banalizzata né sottovalutata, ma ci sono segni di crisi molto più gravi
nell’italiano che non la semplice inclusione dei forestierismi->per esempio l’italiano scientifico, al di fuori
del settore umanistico, è praticamente già morto. Fisici o medici di rilievo se vogliono essere letti sulle
riviste specializzate devono scrivere in inglese, nel settore umanistico questo accade solo in campi limitati.
Considerando la funzione che l’inglese ha oggi esso viene spesso paragonato al latino di medioevo,
umanesimo e rinascimento perché anche in passato ai dotti serviva una lingua di scambio internazionale e
questa lingua oggi è l’inglese.

Storia dell’euro
L’introduzione della moneta unica nel 2002 ha originato a un capitolo all’interno della questione della
lingua: la determinazione del plurale di euro. La vicenda è riassunta in un libretto del 2003 scritto da
Gomez Gane in cui l’autore sostiene, in modo anche appassionato, la forma, che poi risulterà essere quella
perdente di euri.
Il termine euro non è italiano, è un forestierismo nato probabilmente all’interno del mondo finanziario
tedesco. Tornando alla nostra questione linguistica quando l’euro era ancora un concetto astratto gli italiani
usavano anche la forma di plurale euri fino a che nel 1998 il direttore generale degli affari economici e
finanziari della Commissione Europea emana una nota in cui si consigliava una regolarizzazione morfologica
della parola nelle varie lingue europee. La regolarizzazione era ispirata a criteri di incoerenza, per esempio
in inglese si preferiva la forma senza la –s del plurale, in Italia, invece, l’indicazione relativa all’invariabilità
del termine ha molta fortuna, infatti, questa viene vista come una direttiva dotata di valore legale, per cui si
stabilì che euro fosse: nome comune maschile, invariabile e scritto con l’iniziale maiuscola. (Quest’ultimo
punto sarà poi applicato solo in campo finanziario)

Il Consiglio superiore della lingua italiana e la grammatica a norma di legge


Per molto tempo nessuno sente la necessità di legiferare in campo linguistico e per molto tempo non si va
oltre l’art. 3 della Costituzione che afferma l’uguaglianza linguistica tra i cittadini; per la legge a tutela delle
minoranze si deve aspettare il 1999. Nel momento in cui si fissano per iscritto le norme per proteggere le
lingue minoritarie si sente anche la necessità di affermare l’ufficialità dell’idioma nazionale di cultura.
Importante è l’uso del termine ufficialità e non nazionalità, la differenza è che il primo termine si riferisce
all’uso pubblico mentre il secondo al possesso naturale da parte di un popolo che si identifica nella propria
lingua. Con questa legge si apre la via per un maggior interesse per i legislatori per quanto riguarda il tema
linguistico, forse anche in modo eccessivo: nel 2001 viene presentata la proposta per istituire il consiglio
superiore della lingua italiana. Il progetto però peccava di dilettantismo in quanto si esprimeva che già
esistevano degli ottimi vocabolari e che la grammatica non poteva essere unica e si prevedeva la stesura
della grammatica e del vocabolario ufficiale della repubblica🡪 la questione esplode. Un ddl meglio
formulato avrebbe potuto anche avere successo, ma così non ha fatto altro che produrre sterili discussioni.
Nel 2008 viene presentato un progetto analogo e questo progetto, più moderato, non porta alla nascita di
grandi discussioni, ma emerge che in Italia non è possibile né utile instaurare una politica normativa
dirigistica della lingua.

Autolesionismo linguistico

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Il tema dell’inglese, molto dibattuto, viene affrontato dagli studiosi in maniera approfondita, in un primo
momento si tratta di considerazioni oggettive che riguarda lo status della lingua, in un secondo momento si
afferma che i prestiti potrebbero danneggiare la struttura della nostra lingua, ma ciò è stato quasi sempre
escluso perché una lingua sana non ha paura di assumere parole nuove anche se l’eccessiva presenza di
prestiti di una sola lingua mostra l’egemonia di questa e la debolezza dei parlanti che vi fanno ricorso.
È probabile che abbiano ragione i linguisti quando gettano benzina sul fuoco quando si parla di inglese e
coloro che sostengono che non serve difendere ad oltranza la lingua nazionale. In generale una delle
battaglie per la sopravvivenza dell’italiano si sta giocando nelle istituzioni europee: francesi e tedeschi
hanno ben sostenuto gli interessi della loro lingua nazionale, cosa che non è stato fatto dai rappresentati
italiani e questo aggiunto al complesso di inferiorità e un po’ di autolesionismo da parte degli italiani ha
portato risultati inevitabilmente negativi. Il problema è che una lingua europea non riconosciuta come utile
per parlare a una grande nazione europea rischia di scivolare in una condizione di marginalità. Ogni volta
che si potrebbe usare l’italiano ma si preferisce usare un’altra lingua si fa compiere un passo indietro alla
lingua nazionale. La responsabilità maggiore di ciò comunque non è degli stranieri

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