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INGRID BLACK

IL FOTOGRAFO
(Dark Eye, 2004)

PARTE PRIMA

Non ebbi nemmeno il tempo di dire: «Pronto».


«Lei è Saxon», esordì la persona all'altro capo del telefono.
«Lo so, non c'è bisogno che sia lei a dirmelo.»
«Immagino che non sappia con chi sta parlando...»
Aveva un accento particolare, ma non avrei saputo riconoscerne la pro-
venienza.
«Mi lasci indovinare... Elvis Presley?»
«Mi chiamo Felix.»
«Oh, credevo di avere tre possibilità.»
«Felix Berg. Forse ha sentito parlare di me.»
«No.»
«Sono un fotografo.»
«Davvero?»
Sospirai e diedi un'occhiata all'ora. Fuori, un altro giorno si trascinava
pigramente verso la fine, senza che fossi riuscita a concludere nulla.
Da qualche parte, in un'altra stanza del mio appartamento, un orologio
ticchettava un po' troppo rumorosamente, ricordandomi il tempo perduto.
Quella era senza dubbio l'ultima cosa di cui avessi bisogno.
«Senta, Felix... Felix Berg il fotografo. Be', chiunque sia, che cosa vuo-
le? È tardi, fa freddo, e io ho bisogno del mio sonno di bellezza. Non ha
nulla di meglio da fare che telefonare a una sconosciuta a cui non interessa
un accidente di lei?»
«Voglio parlare con lei.»
«Già, lo immaginavo.»
«Devo vederla di persona. E credo che non avrà nulla in contrario,
quando avrà sentito quello che ho da dirle.»
«Io non ci scommetterei, amico.»
Una breve pausa. Poi riprese.
«Qualcuno sta cercando di uccidermi.»
Ci risiamo.
Ricevevo in continuazione telefonate di quel genere. Ok, forse non pro-
prio in continuazione... ma accadeva abbastanza spesso, e ormai la cosa
non mi sorprendeva più. Un inconveniente del mestiere.
Saxon, l'infallibile cacciatrice di serial killer trasformatasi in scrittrice di
best-seller sul mondo del crimine. Ecco chi ero.
Almeno, così mi presentavano alla TV via cavo.
In effetti, credo che l'espressione «calamita per ogni suonato della città»
renda meglio l'idea.
Avevo scritto un paio di libri sulla mia breve esperienza nell'FBI, pertan-
to non c'era bisogno di un'autorizzazione speciale da parte del Presidente
per ottenere informazioni confidenziali riguardo alla mia attività; eppure,
la gente si aspettava ancora di riuscire a impressionarmi, quando snoc-
ciolava qualche dettaglio sui casi a cui avevo lavorato, i posti in cui ero
stata o gli assassini che avevo conosciuto. Come se avessi avuto bisogno
che qualcuno me lo ricordasse. Diavolo, credevano di lusingarmi chia-
mandomi ex agente speciale, ma avrebbero potuto sforzarsi un po' di più!
Tanto per cominciare, non sarebbe stato male trovare un modo nuovo
per attaccare bottone.
Tuttavia, un'affermazione come quella di Felix Berg era notevole e glie-
lo dissi.
«Lei pensa che stia scherzando», commentò lui.
«Quello che penso e che, se davvero qualcuno sta cercando di ucciderla,
dovrebbe andare alla polizia. Non sono una specie di detective privato.
Niente del genere.»
«Troppo tardi. Non mi darebbero retta.»
Non potevo certo biasimarli.
«E che cosa le fa credere che io lo farei?»
«Lei è l'unica persona su cui possa contare. È una straniera, proprio co-
me me. Non appartiene a questa città. E poi...»
«Sì?»
«Lei sa che cosa significa guardare nel buio.»
Come negarlo?
Non riuscivo nemmeno a ricordare quando mi era successo per la prima
volta. Avevo l'impressione che la mia mente non fosse mai stata sgombra
da pensieri di morte e omicidi, eppure, per un periodo della mia vita era
stato così. Almeno credo. Doveva pur esserci stato un momento in cui l'o-
scurità che si nasconde ai margini delle cose, infettando e infestando la re-
altà che crediamo di conoscere, per la sottoscritta era soltanto una diceria.
Un momento in cui i morti parlavano ancora una lingua che non capivo, e
che non avevo alcun desiderio di imparare.
Una volta che il buio giunge a toccare la tua mente, niente può farlo an-
dare via. E a me era successo troppe volte. Avevo visto i corvi beccare dei
cadaveri in un bosco, d'inverno; la neve, il sangue ormai secco e le ombre
dei rami degli alberi si intrecciavano misteriosamente, come a nascondere
un segreto. Avevo ripescato teschi umani dal mare, ed estratto sangue da
un pozzo ricoperto di muschio, in cui appena qualche ora prima era stato
gettato il corpo martoriato di una donna che respirava ancora, seppure de-
bolmente. Avevo visto corpi murati o abbandonati nelle discariche come
offerta ai ratti. Avevo scoperto le dita di una mano che spuntavano dal ter-
reno, nel punto in cui la città cede il posto all'aperta campagna. Il veleno
aveva reso le unghie nere, grazie a uno di quei killer che credevo esistesse-
ro soltanto nella mia immaginazione. Mi ero messa sulle tracce di bambini
scomparsi che sapevo non sarebbero mai stati ritrovati. Con le mani nude
avevo passato al setaccio mucchi di ceneri, senza riuscire a distinguere la
polvere dai poveri resti di una vita perduta.
Avevo imparato a conoscere intimamente il mondo degli assassini, nelle
sue sfumature e nei suoi stati d'animo; e ne avevo scoperto i nascondigli
più segreti, fino a quando quelle immagini mi erano diventate familiari
quanto la mia, riflessa nello specchio. E avevo capito che l'oscurità è l'uni-
ca cosa che resta. Nient'altro dura. Il male non ha fine; non importa quanto
ci sforziamo, ci sarà sempre qualcosa contro cui combattere.
E avevo realizzato che ci sono persone in mezzo a noi che non esitano a
spezzare una vita umana. D'altronde, nemmeno i cavalli piangono gli sca-
rafaggi che finiscono sotto i loro zoccoli.
Lei sa che cosa significa guardare nel buio.
È vero. Lo sapevo.
E immagino che fu quello il motivo per cui, da vera stupida, mi ritrovai
a prestare ascolto a un suonato che mi telefonava a un'ora assurda in cerca
di aiuto, invece di riattaccare e, magari, staccare il telefono e infilarmi sot-
to le coperte. Forse dovrei farmi tatuare la parola babbea sulla fronte.
Oltretutto, dove diavolo avevo messo le chiavi della macchina?

No, non ero arrivata in ritardo. Controllai l'ora sul cruscotto. Non era an-
cora mezzanotte. A dimostrarlo, giunse rumorosamente l'ultimo treno della
sera. Serpeggiò accanto alle acque nere, diminuendo di velocità mentre en-
trava nella stazione di Howth.
Parcheggiai l'auto e scesi, mentre i passeggeri uscivano in strada, disper-
dendosi come fumo. Presto non rimasero che le loro ombre, e qualche de-
bole risata. Poi nemmeno quello.
Non sarei dovuta venire, pensai. Decisamente no.
Non sapevo nemmeno che aspetto avesse il tipo.
Davvero un bell'inizio.
Dove aveva detto che l'avrei trovato?
Ah, giusto... al faro. Lo cercai con lo sguardo; si innalzava altissimo al-
l'estremità del porto, una sentinella sul punto in cui la città lasciava il posto
al mare. Lampeggiava.
Sembrava piuttosto distante, ma non era certo fissandolo che sarei riu-
scita a farlo avvicinare.
Chiusi l'auto e cominciai a camminare.
Un attimo dopo, ebbi l'impressione di essermi lasciata Howth alle spalle:
tutto quello che riuscivo a sentire era la marea notturna che sbatteva contro
la pietra, e le barche nel porto che si toccavano, risuonando come campane
sorde.
Nient'altro, a parte l'eco dei miei stessi passi. Un paio di volte ebbi l'im-
pressione che qualcuno mi stesse seguendo, ma quando mi voltai non vidi
nulla. Non c'era nessun altro. L'unico essere vivente, a parte la sottoscritta,
era un cane che si era avvicinato al muro e che ora annusava le colonnette
che lo delimitavano, unite l'una all'altra da una catena di metallo. Mi guar-
dò con aria speranzosa, in cerca di cibo. Ma capì che non era la sua serata
fortunata e si voltò, tornando di corsa verso la banchina.
Finalmente raggiunsi il faro; iniziavo a innervosirmi. I posti fuori mano
mi avevano sempre fatto quell'effetto: avevo la sensazione di perdere l'o-
rientamento. La città era l'unico luogo in cui mi sentissi a mio agio. Co-
minciai a chiedermi se andare lì fosse stata una buona idea. Non potei evi-
tarlo, quando notai che Felix Berg non si trovava davanti alla porta rossa,
dove avevamo stabilito di incontrarci. Mi venne il sospetto che qualcuno si
fosse preso gioco di me.
Non sarebbe stata la prima volta.
Sbadigliai e diedi un'occhiata all'orologio.
Mezzanotte e un quarto.
Gli avrei concesso ancora dieci minuti, anzi, cinque. Poi me ne sarei tor-
nata a casa.
L'esperienza insegna.
Mi sedetti sul gradino davanti all'entrata e mi accesi un sigaro per avere
un po' di compagnia durante l'attesa. Aspettai. Aspettai... Provai a fare
qualche anello di fumo - non mi sono mai riusciti, muoiono sempre sul na-
scere. Mi strinsi nella giacca, cercando di scaldarmi. Il vento si stava fa-
cendo gelido. Era aprile; o, almeno, così avevo letto quella mattina su un
calendario. L'inizio della primavera. Ma lo spettro dell'inverno continuava
ad aleggiare sulla città. Era in agguato, sul mare. E continuava a persegui-
tarci, affamato, nascondendosi nel vento.
Voltandomi indietro, riuscivo a vedere il bagliore di alcune case isolate:
sembravano lucciole, disseminate per tutta Howth Head. Sullo sfondo del
cielo stellato si profilava un castello diroccato. Sopra di me, gli aerei pro-
venienti da est si inclinavano e viravano, preparandosi ad atterrare nell'ae-
roporto a pochi chilometri dalla costa. Da qualche parte, sull'acqua, sentii
il rumore di due superfici metalliche che cozzavano tra loro.
«Tempo scaduto, caro il mio Felix Berg», dissi sottovoce.
Non sapevo se fossero trascorsi i cinque minuti, ma decisi che avevo a-
spettato abbastanza.
Mi alzai, guardandomi intorno un'ultima volta. In quel momento la luce
del faro compì un altro giro, illuminando qualcosa all'estremità del molo,
dove la pietra scendeva verso le acque profonde che si stendevano fino al-
l'oscura gobba di un'isola.
Per l'esattezza, gli oggetti erano due.
Un paio di scarpe?
Così mi sembrò, da quella distanza.
Incuriosita, gettai il sigaro e mi diressi verso le due sagome misteriose.
Le scarpe erano state riposte accuratamente sull'orlo del molo, le strin-
ghe ripiegate all'interno. E c'era anche qualcos'altro.
Un mazzo di chiavi.
Un cellulare.
Un portafoglio.
E... che cos'era quell'altro oggetto?
Feci un altro passo e immediatamente sentii qualcosa rompersi sotto il
mio piede, piano. Troppo tardi. Guardai a terra: un luccichio, quasi fossero
frammenti di ghiaccio.
Era vetro, invece. E non di una bottiglia; no, era fragile e sottile come
una foglia. E, in mezzo alle schegge, scorsi una forma rotonda... Un paio
di occhiali dalla montatura argentata.
Irritata dalla mia sbadataggine, scrollai lo stivale e feci un altro passo
avanti, questa volta prestando maggiore attenzione.
Mi aspettavo che il muro scendesse a picco nell'acqua, invece realizzai
che sotto di me c'erano delle rocce. Scogli neri avvolti dalle alghe, che re-
sistevano ai ripetuti attacchi delle onde, disseminati di bottiglie e lattine di
birra vuote. Notai perfino un bidone di petrolio e delle tavole di legno.
E c'era anche qualcos'altro, là sotto.
Un uomo.
O, meglio, quello che ne restava.
Era sdraiato a faccia in giù, la giacca attorcigliata intorno al corpo e i
pantaloni fradici, scuri come inchiostro. I piedi erano scalzi. Aveva un
braccio girato in maniera innaturale sotto il torace; l'altro era allungato, e si
piegava a seguire il contorno frastagliato degli scogli. Lo stesso cadavere
aveva finito con l'assumere l'aspetto spigoloso e angolato delle rocce. Su-
bito, mi tornarono in mente le ultime parole dell'uomo con cui avevo parla-
to al telefono: Lei non è l'unica ad aver guardato nel buio. E a volte il buio
non apprezza simili intrusioni. A volte è lui a fissare te.

Seamus Dalton. Avrei dovuto immaginarlo. Proprio quello di cui avevo


bisogno per completare una magnifica serata. Scienziati di tutto il mondo
hanno setacciato per anni il continente africano in cerca dell'anello man-
cante nella catena evolutiva. .. e lui è sempre stato qui, a Dublino, camuf-
fato da detective della Squadra omicidi.
Avevo davanti una lunga nottata.
Se non altro era stato veloce, dovevo concederglielo. Era arrivato appena
qualche minuto dopo gli agenti che adesso stavano delimitando la scena
del crimine con il nastro, dando il via al solito rituale di sciocche domande
agli eventuali testimoni. Io ero insieme a un poliziotto, un certo Simpson;
eravamo in piedi, accanto a una fila di rimesse per le barche, a circa due-
cento metri dal faro. Fu allora che lo vidi arrivare: si sistemava la cintura,
aggiustandosi i pantaloni con un movimento brusco. Quando posò gli oc-
chi su di me, la sua espressione si fece stanca e disgustata, come se già sa-
pesse che gli avrei fatto perdere tempo. Era sempre così, quando ci incon-
travamo. Il che, fortunatamente, non accadeva molto spesso.
E non avevo alcuna intenzione di lamentarmene.
«Ho notato una cosa», esordì avvicinandosi. «Le persone hanno la brutta
abitudine di morire intorno a lei.»
«Già, peccato che non capiti mai a quelle giuste.»
Fu quasi sul punto di lasciarsi sfuggire un sorriso.
«Chi è?» chiese.
«Non siamo ancora riusciti a identificare il corpo, signore», cominciò a
spiegargli Simpson, prima che lui lo mettesse a tacere con uno sguardo.
«Non l'ho chiesto a te, ragazzo. Parlavo con la signorina. Ma visto che
sei qui, perché non dai una mano agli altri a delimitare la scena? Avanti,
renditi utile. In effetti, potresti saltar giù dal muro e dare una sbirciatina al
cadavere. Prendo io il controllo, adesso.»
Simpson non discusse. Erano pochi gli agenti che sceglievano di metter-
si contro Dalton; si diceva che fosse capace di rovinare la serata a un poli-
ziotto solo per il gusto di farlo.
«La sua delicatezza è davvero sbalorditiva. Ha imparato alla scuola di
polizia o è frutto di un talento naturale?» dissi, mentre il giovane si allon-
tanava.
«Sono autodidatta. Mai avuto bisogno di altri insegnanti. Ora, mi dica...
ha intenzione di rispondere alle mie domande o devo metterle le manette e
portarla in centrale per interrogarla?»
Come se avesse avuto le palle per farlo. Ridacchiò alla sua stessa battu-
ta. I tipi divertenti come Dalton imparano presto a ridere alle proprie spiri-
tosaggini... dal momento che nessun altro lo fa.
«Come diavolo faccio a sapere chi è?» mi limitai a dire.
«Il sergente che ha preso la telefonata ha parlato di un nome...»
«Io gli ho detto soltanto che sono venuta qui perché dovevo incontrare
qualcuno.»
«Un certo Felix...»
«Felix Berg. Mi ha detto di essere un fotografo. Ma non so dirle se si
tratti di lui. Penso di sì.»
«Pensa di sì?» Pronunciò quella parola con molta cautela, quasi fosse
del tutto nuova per lui.
«Già, e quello che ho detto. Anche lei dovrebbe provare a farlo, ogni
tanto. A pensare, intendo. Con un po' di pratica, potrebbe perfino trovarlo
interessante. Io penso che si tratti di lui. Ho preferito non toccare niente.»
In realtà, l'idea di scendere là sotto non mi attirava affatto, ma non l'avrei
mai ammesso davanti a Dalton. «D'altronde, non l'avevo mai incontrato,
prima di stasera. Non sarei in grado di identificarlo nemmeno se volessi.»
Sembrava più interessato al fatto che mi trovassi lì per incontrare un per-
fetto sconosciuto, che non alla presenza di un cadavere sugli scogli, a po-
che centinaia di metri dal punto in cui ci trovavamo.
«Che storia è questa? Tutto d'un tratto le piacciono gli uomini? Wow,
potrebbe essere la mia serata fortunata.»
«Non credo, i viscidi lumaconi non fanno per me. Cancelli quell'espres-
sione maliziosa dal suo faccione grasso, Dalton. Non provi a trasformare
quest'episodio in qualcosa che non è.»
«E di che cosa si tratterebbe, allora?»
Rimasi in silenzio per un istante.
«Voleva parlarmi di qualcosa», dissi cauta.
«Di qualcosa... cosa?»
«Non l'ha detto.»
«Non l'ha detto?»
«No.» Sospirai. «Senta, perché è venuto qui? Dov'è Fitzgerald?»
Mi riferivo a Grace Fitzgerald, il sovrintendente capo della Squadra o-
micidi della Polizia Metropolitana di Dublino, nonché diretto superiore di
Dalton sotto tutti i punti di vista, professionale, intellettuale, evolutivo. Io
e Grace eravamo quello che si dice una coppia. Uscivamo insieme. Dormi-
vamo insieme. Qualsiasi cosa, insomma. La nostra storia andava avanti da
qualche anno, ormai, da quando ero arrivata in città dagli States, fresca fre-
sca dall'FBI.
Ma forse «fresca» non è l'aggettivo più adatto. Ero stanca, piuttosto. Sfi-
nita. Esausta. Grace mi aveva aiutata a venirne fuori. Probabilmente, tra-
scorrere la maggior parte del mio tempo con una persona che occupava
una simile posizione non era il modo migliore per superare le mie debolez-
ze, ma questa è un'altra faccenda. A volte non mi era di grande aiuto sape-
re che lei faceva quello che sentivo essere il mio lavoro, un lavoro che or-
mai avevo poche speranze di tornare a svolgere.
Dalton sapeva di noi due, naturalmente. Lo sapevano tutti. Nessuno fa-
ceva commenti in presenza di Grace, ma comunque non perdevano occa-
sione per ricordarti che erano al corrente della situazione. Non c'era biso-
gno di parole.
«Il capo è occupato altrove», si limitò a dirmi. «È una donna molto im-
pegnata... Hanno accoltellato qualcuno, giù a Portobello. Sa, ultimamente
gli omicidi in città sono aumentati. Un'industria in crescita. Mi dispiace se
questo inconveniente sconvolge i suoi romantici progetti per la serata, ma
è sempre così, quando si ha a che fare con un killer, no? Che gentaglia,
non hanno rispetto per nessuno. Tutta colpa dei genitori...»
Con la coda dell'occhio notai che un agente guardò nella nostra direzio-
ne, udendo le parole di Dalton; probabilmente stava facendo due più due,
riguardo all'allusione sulla sottoscritta e sul capo della Squadra omicidi.
«Del resto, perché mai la grande Grace Fitzgerald, dal cui sedere sorge il
sole, a dar retta alla stampa locale, dovrebbe perdere il suo tempo prezioso
con un caso di suicidio?»
Quell'affermazione mi sconcertò.
«Come fa ad affermare con tanta sicurezza che quell'uomo si sarebbe
ucciso?»
«Si dà il caso che abbia parlato alla radio con uno di quegli idioti in uni-
forme, mentre stavo venendo qui. Mi ha fatto un quadro completo della si-
tuazione. Scarpe, telefonino, chiavi, portafoglio, occhiali: tutto accurata-
mente riposto da una parte. Il classico comportamento che precede un sui-
cidio. Per questo», continuò prima che potessi protestare, «non capisco
perché lei abbia scomodato la nostra divisione. Ma vediamo se ho capito
bene. Lei deve incontrare un tizio, giusto? Il motivo di tale appuntamento
resta un mistero... Immagino che non siano affari miei. Poi lui si getta in
mare, rinunciando al piacere della sua compagnia. Capirà, non posso bia-
simarlo per questo. Quello che non riesco ad afferrare è perché non si sia
rivolta alla polizia locale. Avrebbero potuto ripescare il suo amico dall'ac-
qua, e le avrebbero tenuto la mano mentre faceva la sua deposizione.»
«Io non ho chiamato la Squadra omicidi», dissi sforzandomi di ignorare
le sue frecciatine. «Ho chiamato Fitzgerald. Non potevo sapere che le sue
telefonate venivano trasferite. E, comunque, non crede che dovrebbe la-
sciare al patologo il tempo di stabilire le cause della morte, prima di saltare
alle conclusioni?»
«Il patologo... accidenti, non ci avevo pensato», fece lui sarcastico.
«Come faremmo noi poveri stupidi senza la guida esperta di un asso delle
indagini criminali come lei?»
Cercai di non prendermela. In fondo, stava solo tentando di rimettermi al
mio posto. Io ero un'ex investigatrice. Un'ex agente dell'FBI. Un'ex tutto. Il
che equivale a dire che ero uno zero. Un civile. L'ultima fra gli ultimi. In
passato avevo aiutato la Polizia Metropolitana di Dublino, ammesso che il
mio intervento si possa definire aiuto; ma, senza dubbio, la mia partecipa-
zione non era mai stata apprezzata da quelli come Seamus Dalton. In effet-
ti, pensare che potessi ancora rendermi utile contribuiva soltanto a scredi-
tare ulteriormente il mio nome. E, in quel momento, sapevo che non gli a-
vrei detto niente di più.
«Senta... togliamoci il pensiero, ok?» proposi invece.
«Quanta fretta, non ce n'è alcun bisogno. Io non ho nulla di meglio da
fare. E poi», continuò, lanciando un'occhiata al faro, «non credo che il suo
amico abbia intenzione di andarsene da qualche parte... almeno per un po'.
Tanto vale salvare la serata. Non lo sa? I morti sono sempre con noi. E do-
vrebbero avere più rispetto per il sottoscritto, dovrebbero pensarci due vol-
te prima di disturbarmi durante il turno con certe stronzate. Adesso si cal-
mi e mi lasci prendere la sua deposizione. Poi torneremo tutti e due a fare
quello che ci riesce meglio. Anche se, nel suo caso, Dio solo sa di cosa si
tratti.»
«Preferirei rilasciare la mia dichiarazione a uno degli agenti.»
«Già, e io preferirei essere a letto con Cameron Diaz. A pensarci bene,
forse piacerebbe anche a lei. È un vero peccato che nessuno dei due possa
avere quello che vuole. Nel frattempo, direi di cominciare con i dettagli.»
Tirò fuori il taccuino e lo aprì; quindi estrasse una matita dalla tasca e posò
maliziosamente la mina sulla punta della lingua, senza mai staccare gli oc-
chi dai miei. «Faremo ogni cosa come si deve, tanto per mantenere un po'
d'ordine fra le carte. Ok, cominciamo. Nome?»
Lo fissai.
«Si fotta, Dalton. Sa benissimo come mi chiamo.»
«Scusi?» Chinò la testa da un lato, battendo la matita contro un orecchio,
come se non ci sentisse bene. «Non credo di aver capito. Le dispiacerebbe
ripetere?»
«Ho detto: si fotta.»
«Mi ascolti, è una scocciatura sia per me sia per lei, ma dobbiamo segui-
re la procedura nei minimi dettagli. Bisogna sbrigare tutte le formalità. Al-
lora, intende fare la brava bambina e obbedire al papà, o devo chiedere a
Simpson di farla arrestare? Pensi quanto sarebbe sconveniente se lo scalda-
letto preferito del sovrintendente capo finisse in tribunale con l'accusa di
aggressione a pubblico ufficiale.»
«E, mi scusi, quando l'avrei aggredita?»
Improvvisamente, allungò un braccio e mi toccò i capelli.
E io, d'istinto, con una mano allontanai bruscamente la sua.
«Adesso.»
E sfoderò il suo sorriso da babbuino, tutto per me.
Lo guardai, e realizzai che era del tutto inutile opporre resistenza. Era
incazzato perché l'avevano spedito al molo mentre l'azione, quella vera, era
altrove. Ed era incazzato perché non avevo intenzione di dirgli il motivo
esatto per cui mi trovavo in quel luogo. Avrei dovuto subire i suoi tentativi
di convincersi che quel viaggio non era stato una completa perdita di tem-
po. Glielo leggevo negli occhi. Sapevo che, qualsiasi cosa avessi detto o
fatto, alla fine avrebbe vinto lui.
Dal canto suo, Dalton colse la rassegnazione nel mio sguardo.
«Così va meglio», disse. «Mi piacciono le donne obbedienti.»
Ma non ebbe il tempo di godersi il suo trionfo. Ci voltammo entrambi, al
suono del passo affrettato di Simpson, che veniva di corsa verso di noi.
«Signore», esordì, fermandosi a circa un metro dal punto in cui eravamo.
Dalton indirizzò tutta la sua ostilità al giovane agente.
«E adesso che altro c'è?»
«Si tratta di quell'uomo, signore... Del morto.»
«Be'? Cos'è, si è alzato per cercare un taxi che lo riporti a casa?»
«Sembra... sembra che qualcuno gli abbia sparato.»
Dalton restò senza parole, probabilmente per la prima volta nella sua vi-
ta. Sul suo viso era comparsa un'espressione diversa. Di speranza, forse, o
di eccitazione. Sembrava compiaciuto, finalmente stava accadendo qualco-
sa di interessante. E io sapevo benissimo a chi stava pensando. All'Uomo
di Marx.

Il primo a morire era stato Tim Enright. Intorno alla metà di gennaio, per
qualche misteriosa ragione, dopo il lavoro si era diretto in auto nella zona
nord di Dublino, e si era fermato nel parcheggio dell'O'Neill's Place. Intor-
no alle diciannove e trenta, due donne che rientravano a casa l'avevano
trovato riverso sul volante. Era stato ucciso da un colpo alla nuca, sparato
da una distanza alquanto ravvicinata. Il classico omicidio che imperversa-
va negli ambienti della malavita, di cui Dublino aveva avuto più di un as-
saggio in tempi recenti: negli ultimi cinque anni, il numero delle esecuzio-
ni simili a quella di Enright si era quintuplicato. Il problema era che, nel
suo caso, nulla faceva pensare a un regolamento di conti.
La polizia aveva scandagliato a fondo la vita del trentaseienne: niente re-
lazioni dubbie, niente nemici, almeno secondo quelli che lo conoscevano.
Lavorava in centro, nel lussuoso Financial Services Centre, dove si occu-
pava di contratti a termine e a premio, qualunque cosa fossero; mandava
avanti la ditta che aveva ereditato dal padre, e all'Ufficio attività criminali
era del tutto sconosciuto. Né la Squadra contro le frodi industriali, né la
Buoncostume o, tanto meno, la Reati gravi erano riuscite a cavare un ragno
dal buco. Tutti i contatti criminali della Polizia Metropolitana negavano di
aver ricevuto l'incarico di ucciderlo, ed erano assolutamente certi che, se
qualcuno avesse voluto eliminare Enright, la voce sarebbe arrivata alle loro
orecchie. La sua vita privata non rivelò nulla che potesse far pensare a un
movente. Niente mariti gelosi, niente relazioni gay tenute nascoste. I mo-
vimenti del suo conto corrente non mostravano traccia di prelievi o deposi-
ti irregolari; non c'era assolutamente nulla che inducesse a prendere in e-
same l'ipotesi di un ricatto.
Amici e colleghi lo descrivevano come un uomo senza preoccupazioni,
privo di un lato oscuro; aveva dedicato i giorni precedenti la scomparsa a
organizzare un weekend a Parigi con la moglie. La perfetta incarnazione
dell'Uomo Comune. Tutte qualità positive per la salvezza della sua anima,
ma che rendevano pressoché impossibile per la polizia fermare qualcuno
per il suo omicidio. Sembrava quasi che la sua morte fosse il risultato di
uno scambio di persona, o un atto privo di qualsiasi motivazione.
Gli inquirenti non raccolsero che polvere.
Un mese più tardi, il secondo assassinio. E questa volta la vittima non
era un uomo qualunque. Terence Prior era un giudice della Corte Suprema;
sessantasette anni, vedovo, un pilastro della società rispettabile di Dublino.
Possedeva le conoscenze e la ricchezza necessarie per far sentire la propria
voce conservatrice in relazione alla maggior parte delle questioni sociali.
Impopolare presso la stampa progressista per aver fatto incarcerare una
donna con l'accusa di oltraggio alla corte per aver allattato un bambino in
aula, e per le frequenti tirate riguardo all'impossibilità di condannare a
morte gli assassini di bambini e poliziotti, si era crogiolato nella propria
immagine di orco al punto che persino i suoi sostenitori ritenevano che si
fosse ridotto a una parodia di se stesso.
Si era beccato una pallottola sulla porta della sua abitazione, in un'ele-
gante zona nella parte meridionale della città, mentre rientrava dopo l'en-
nesima giornata dedicata a dispensare la sua giustizia di frontiera ai pecca-
tori. Come la prima vittima, era stato ucciso da un unico colpo sparato da
distanza ravvicinata; l'omicida l'aveva preso alle spalle, questa volta mi-
rando al cuore. Stessa arma: una Glock .36, che, con l'eccezione di En-
right, non aveva precedenti.
Il fatto che ci fossero due morti, apparentemente uccisi dalla stessa ma-
no, e che la lapide di uno dei due avrebbe portato un nome piuttosto im-
portante, se non altro aveva contribuito a intensificare le indagini. Quello
che la Polizia Metropolitana aveva ridotto a una ordinaria raccolta di prove
e dichiarazioni, nella vana speranza che saltasse fuori qualcosa, adesso era
diventato un caso celebre. I giornalisti stavano addosso alla Squadra omi-
cidi in cerca di indizi o di punti di vista non ancora analizzati. La vita di
Grace era stata completamente sconvolta.
All'inchiesta erano state assegnate risorse maggiori, e la squadra si era
arricchita di nuovi elementi: tutti gli sforzi erano concentrati a cercare una
connessione tra le due vittime.
C'era sempre una connessione: questa era l'opinione comunemente ac-
cettata che si celava dietro ogni indagine. In effetti, spesso era proprio tale
convinzione a tenere aperta un'inchiesta, nella speranza che, prima o poi, si
palesasse un legame che magari avrebbe condotto a un altro anello, e a un
altro ancora... Alla fine, l'intera catena si sarebbe ricomposta e alla sua e-
stremità si sarebbe materializzato l'esecutore materiale del delitto, in ma-
nette.
Ma non funzionava sempre così.
Tra le due vittime non venne trovata alcuna connessione, semplicemente
perché non c'era. E ben presto fu evidente. Non avevano frequentato gli
stessi circoli, vivevano in due zone diverse della città; senza dubbio non si
erano mai incontrate. Anche la differenza d'età contribuiva ad allontanarle.
Apparentemente, il killer non le aveva scelte basandosi sulla loro identità.
Questa, almeno, era la conclusione generale a cui era giunta la polizia...
fino a quando Finlay Hart, un viscido politico di destra, non venne assassi-
nato dalla stessa pistola sulla soglia del suo ufficio in Main Street, una
mattina presto. Hart era un uomo talmente conservatore da far apparire il
defunto giudice Prior un anarchico; non solo: il posto da lui occupato in
ambito governativo lasciava intendere che, presto o tardi, sarebbe arrivato
a un incarico di grande rilievo.
Finalmente un legame, che l'Unità antiterrorismo della Polizia Metropo-
litana di Dublino fu svelta a sfruttare. Due figure pubbliche erano state as-
sassinate nel giro di poche settimane e, prima che il corpo di Hart fosse
stato rimosso dai gradini, o che il suo sangue fosse stato spazzato nel cana-
letto di scolo, Paddy Sweeney, il capo dell'Unità antiterrorismo, aveva ini-
ziato a fremere perché il caso gli venisse assegnato. Senza dubbio, avrebbe
combinato un pasticcio simile a quello di un anno prima, quando aveva
creduto di scorgere un movente politico dietro l'omicidio di un diplomatico
estero, ed era rimasto fermamente convinto di ciò anche quando il convi-
vente dell'uomo si era presentato alla centrale di polizia accompagnato dal
suo legale e aveva confessato.
Sweeney aveva iniziato a passare informazioni alla stampa; sosteneva
che il killer fosse un fanatico seguace della teoria comunista marxista. E
non aveva cambiato idea nemmeno quando l'Uomo di Marx - i giornalisti
non ci avevano messo molto a trovare un soprannome all'assassino, che si
accingeva a diventare un eroe della sinistra radicale - aveva colpito per la
quarta volta. La vittima venne identificata come Jane Knox, una donna dal-
l'età indefinita, che comunque non avrebbe più avuto la possibilità di supe-
rare la settantina. Era un'ex monaca di sinistra, un tempo conosciuta con il
nome di sorella Bernadette. Dopo una specie di esaurimento nervoso, si
era ritrovata a vivere per strada nei pressi della Mansion House, con un
branco di gatti randagi.
Era stata raggiunta alla testa da un colpo di pistola mentre si trovava nel
cortile sul retro di un ristorante, il Water Margin; un'unica pallottola, come
nei casi precedenti, proveniente dalla stessa Glock .36, questa volta sparata
da qualche metro di distanza. Il patologo della città non era riuscito a stabi-
lire con esattezza la posizione del killer, e nemmeno l'analisi balistica era
stata di grande aiuto... Dublino si trovava ancora all'Età della Pietra. Era
sera quando trovarono il suo corpo, riverso sui gradini; a fare la macabra
scoperta fu una delle cameriere del ristorante, sgattaiolata nel corrile per
fumarsi una sigaretta.
Come poteva un marxista convinto uccidere facoltosi giudici di destra,
politici e monache di sinistra finite in mezzo a una strada? Sweeney chiese
tre mesi di tempo e un aumento del cinquanta per cento del budget a sua
disposizione per risolvere il caso; e probabilmente le sue richieste sarebbe-
ro state esaudite, se il sovrintendente capo Fitzgerald non avesse delibera-
tamente ignorato le istruzioni del vicecommissario, che sulla carta era re-
sponsabile della Squadra omicidi, insistendo perché il caso rimanesse sotto
la sua giurisdizione. Era il suo ego che si faceva sentire: non avrebbe tolle-
rato una simile intrusione da parte di Sweeney. Ma, al di là delle questioni
personali, Grace era profondamente convinta che il misterioso movente
che si nascondeva dietro gli omicidi dell'Uomo di Marx, qualunque esso
fosse, non avesse nulla a che vedere con la politica.
L'assassino non sembrava neppure interessato a comunicare con la
stampa o con la polizia; e i killer con un vero movente raramente si lascia-
no sfuggire l'opportunità di far sentire la propria voce.
Sweeney, controvoglia, si era tirato indietro. Ma era ancora lì, nell'om-
bra, e si lagnava come una ragazzina; era assolutamente determinato a ren-
dere le cose difficili a Grace fuori dal dipartimento, almeno quanto Dalton
le rendeva la vita impossibile all'interno. L'unica differenza era che lei si
era tenuta le sue palle come souvenir del loro ultimo incontro, e non aveva
alcuna intenzione di farglielo dimenticare. Comunque, non aveva avuto
modo di godersi il suo trionfo: l'inchiesta sull'Uomo di Marx si espandeva
come un virus maligno trasmesso da qualche parassita, assorbendo com-
pletamente la Squadra omicidi; paradossalmente, la notizia di un accoltel-
lamento a Portobello giungeva ormai come una sorta di sollievo surreale.
Grace non si era mai sentita così sotto pressione. La gente era nervosa e la
stampa sovreccitata. Un mix niente affatto salutare.
Inoltre, la fase di stallo verificatasi nelle tre settimane successive all'ul-
timo assassinio non le era affatto d'aiuto. Era la classica, e terribile, situa-
zione di stasi in cui finiscono regolarmente i dipartimenti di polizia alle
prese con un serial killer. Tutti sapevano che avrebbe colpito di nuovo, ma
non potevano fare altro che aspettare, sforzandosi di prevedere la mossa
successiva. Un compito quasi impossibile. Per ingannare l'attesa, non re-
stava che passare al setaccio gli scarsi frammenti di indizi raccolti fino a
quel momento.
L'unica cosa ovvia, apparentemente, era che l'Uomo di Marx stava fa-
cendo di tutto per assicurarsi che non esistessero connessioni tra le sue vit-
time, ingannava gli investigatori con l'illusione di un possibile legame per
poi virare di centottanta gradi, mettendoli nuovamente fuori strada. Niente
induceva a pensare all'esistenza di uno schema. L'assassino uccideva uo-
mini e donne che vivevano in zone distinte della città, e appartenevano a
diverse classi sociali. Mirava alla testa e al torace, sparando da una distan-
za minima o da alcuni metri. Colpiva indifferentemente di sera o di matti-
na.
L'unico legame concreto era l'utilizzo di una singola pallottola; non solo,
tutte e quattro le vittime, prima di quella sera, erano state uccise mentre si
trovavano davanti a una porta, su una soglia.
Una porta: forse rappresentava l'accesso a un altro mondo?
Il simbolo di un attraversamento... di un passaggio da uno stato a un al-
tro?
Certo, non era molto. Ma immagino che ogni psicopatico abbia bisogno
di un proprio marchio di fabbrica.
Avevo cercato di tenere quel caso lontano dalla mia mente. Mi ero sfor-
zata di mostrarmi distaccata, per nulla coinvolta. Non che non fossi affa-
scinata da quanto stava accadendo. In effetti, niente mi avrebbe reso più
felice della possibilità di lavorare insieme a Grace a un caso del genere. E
sapevo che era così anche per lei: se non fosse esistito un simile legame,
tra noi due, mi sarei sentita esclusa da gran parte del suo mondo. Ma sa-
rebbe stato tutto più semplice se mi fossi tirata indietro di qualche passo.
Questa era la sua vita, non la mia. Non più, almeno. E non potevo fingere
che, in essa, ci fosse un posto anche per la sottoscritta.
Così, il mio ruolo nei confronti della vicenda non andava molto oltre
quello di una semplice spettatrice interessata. Negli ultimi mesi avevo
scritto regolarmente degli aggiornamenti sul caso per un mensile america-
no che si occupava di crimine. La paga era misera, ma avevo la sensazione
di essere ancora nel giro, di avere ancora qualcosa da dire. Io e Grace ave-
vamo fatto di tutto per mantenere le distanze: il suo lavoro sarebbe stato
compromesso se fosse apparsa a mio nome qualche dichiarazione che po-
tesse ricondurre a lei. Dovevo limitarmi alle informazioni di dominio pub-
blico, assicurandomi che tutto ciò che scoprivo per conto mio apparisse
prima su qualche altra fonte.
E adesso la morte di Felix Berg minacciava di distruggere la barriera che
mi ero sforzata di costruire tra i nostri due mondi.
Ero seduta lì, sul muro del porto, e guardavo Dalton che urlava agli altri
agenti, mentre cercavano tardivamente di isolare la scena del crimine, fino
a qualche minuto prima trattata con disprezzo. E aspettavo la macchina che
il detective aveva chiamato per farmi accompagnare alla stazione di polizia
più vicina perché completassi la mia deposizione o, semplicemente, perché
voleva sbarazzarsi della sottoscritta prima che arrivasse il sovrintendente
capo. Ripensai accuratamente a ciò che mi aveva detto Felix al telefono,
quella sera.
Qualcuno sta cercando di uccidermi.
Che cosa sapeva? Che cosa aveva visto? Forse, senza volerlo, aveva
sbirciato in quel buio di cui mi aveva parlato e vi aveva scorto l'Uomo di
Marx? E magari l'aveva anche riconosciuto... Il che avrebbe spiegato come
mai qualcuno volesse il suo silenzio, la sua morte.
Ma perché era venuto da me?
E, cosa più importante, l'assassino come sapeva che quella notte l'avreb-
be trovato lì?

Erano le tre, quando firmai la mìa deposizione nella stazione in cui Dal-
ton mi aveva spedita perché mi togliessi dai piedi. Finalmente ero libera di
andarmene. Provai a chiedere che cosa stesse succedendo a Howth, ma gli
agenti ne sapevano quanto me. Cercai anche di mettermi in contatto con
Grace, ma non rispondeva al cellulare. Probabilmente era giù al porto. A-
veva già abbastanza da fare senza bisogno di tenere aggiornata la sotto-
scritta.
Recuperai l'auto dal parcheggio in cui l'avevano portata e mi diressi al
mio appartamento, al settimo piano di un vecchio edificio un tempo adibito
a magazzino, a St. Stephen's Green, nel cuore della città. Pensai di farmi
un caffè, ma ci rinunciai. Poi pensai a Berg. Buttai giù un paio di pillole
per dormire e mi sdraiai sul divano. Passò diverso tempo, prima che riu-
scissi a prendere sonno, ma alla fine crollai. L'unica cosa che ricordo è il
trillo della sveglia, e il movimento del mio braccio mentre cercavo di spe-
gnerla. Realizzai quasi subito che doveva trattarsi di qualcos'altro, però,
dal momento che non mi trovavo nel mio letto. Il suono, infatti, proveniva
dal citofono.
Lasciai il divano a fatica, mi trascinai fino alla porta e premetti il bottone
per rispondere.
«Fitzgerald», gracchiò una voce dalla strada.
«Grace?»
«Quante altre Fitzgerald conosci? Mi fai salire?»
«Certo. Ma... dov'è finita la tua chiave?»
«Volevo essere sicura che fossi sveglia.»
«Be', adesso lo sono», risposi cercando di capire che senso avesse sve-
gliare qualcuno per assicurarsi che non stesse dormendo. Le aprii il porto-
ne.
Quando finalmente riuscii a far scattare la serratura della porta d'ingres-
so, l'ascensore sull'altro lato del pianerottolo si stava già aprendo.
«Hai un aspetto terribile», disse allegramente.
«Già... be', non ho avuto una notte piacevole.»
«Non sei la sola.»
Ma, mentre si toglieva la giacca, non potei fare a meno di notare quanto
fosse in forma, nonostante le poche ore di sonno. I lunghi capelli neri, tirati
indietro e legati, facevano risaltare la sua figura perfetta; gli occhi scuri, il
modo in cui si muoveva...
«Ho saputo che Dalton ti ha dato del filo da torcere», esordì.
«Chi te l'ha detto?»
«L'agente che ti ha accompagnato...»
«Simpson.»
«Simpson, sì. Sembra che sia un amico di Boland.» Si riferiva al sergen-
te Niall Boland, suo collega nella Squadra omicidi, anche se a un livello
decisamente inferiore, cui sembrava destinato a rimanere. «L'ha chiamato
dalla stazione per raccontargli dell'accaduto. Dev'esserci rimasto male. Ti
ha sentito discutere con Dalton e temeva che lui avesse passato il segno,
ma non ha potuto dire nulla finché non è stato sicuro che non potesse udir-
lo.»
«Passare il segno è la cosa che gli viene meglio.»
«Ha avuto qualche problema, ultimamente», provò a spiegarmi. «Si
stanno verificando dei cambiamenti che non lo trovano affatto d'accordo. È
convinto che stiamo cercando di tagliarlo fuori. Tutto è iniziato con il
viaggio negli Stati Uniti. Ieri notte dev'essere giunto alla crisi decisiva.»
Il viaggio in America... me n'ero completamente dimenticata. Dopo anni
di discussioni e di richieste insistenti, Grace era finalmente riuscita a per-
suadere il capo della Squadra omicidi, il vicecommissario Brian Draker -
un uomo convinto che il suo compito consistesse nel giocare a golf con il
suo superiore - a trovare i fondi necessari per permettere a qualche mem-
bro dell'unità di seguire un programma di addestramento organizzato dal-
l'FBI, ovviamente negli Stati Uniti.
Il corso, della durata di dieci settimane, aveva lo scopo di istruire gli a-
genti di polizia sul corretto comportamento da adottare in una serie di si-
tuazioni, che andavano dall'analisi della scena del crimine agli attacchi ter-
roristici, fino agli omicidi seriali. Parteciparvi, per la Polizia Metropolitana
di Dublino, significava assumere un'aria più professionale. Non che ciò ri-
chiedesse un notevole sforzo, per la verità, vista la fama di incompetenti
che gli agenti del dipartimento avevano conquistato, con un tasso di casi
risolti fra i più bassi dell'intero mondo occidentale. Ma, nonostante il costo
contenuto del corso, Grace aveva dovuto sostenere una dura battaglia con
Draker per riuscire a ottenere il finanziamento. E la cosa peggiore era che,
a meno che non si decidesse di tirare a sorte, non c'era modo di accontenta-
re tutti i poliziotti che avrebbero voluto partecipare all'iniziativa. Alla fine,
i due posti a disposizione erano stati assegnati in modo imparziale.
Il compito di scegliere era toccato a Fitzgerald, in qualità di capo dell'u-
nità investigativa: a Dalton aveva preferito Sean Healy, uno dei membri
più esperti della squadra, decisamente più disciplinato e meno permaloso
del collega. L'altro posto era andato a Patrick Walsh, un giovane poliziotto
ambizioso, considerato un buon investimento per il futuro da quando il di-
partimento si era reso conto che il ragazzo avrebbe fatto grandi cose. E lui
stesso ne era consapevole.
Un'ottima scelta.
Il fatto che Grace si fosse autoesclusa dalla lista dei candidati, e nessuno
più di me poteva sapere quanto le fosse costato, non contribuì a lenire la
furia di Dalton, o a renderlo meno paranoico. E lui non aveva fatto mistero
del suo risentimento, scagliandosi contro Grace ogni volta che ne aveva
avuto la possibilità, e fomentando il malcontento tra i colleghi.
Riuscivo perfettamente a comprendere la sua reazione: sapevo che cosa
significasse essere snobbati. Ma il suo comportamento restava comunque
infantile; era tempo di superare le ferite subite dal suo delicato ego maschi-
le, e lo feci presente a Grace. Lei aspettò un istante, prima di rispondere.
Una breve esitazione, che però non mancai di notare.
«Vuoi che gli faccia un richiamo?»
Stava forse scherzando? Niente mi avrebbe resa più felice che vedere le
palle di Dalton inchiodate al muro. Il suo posto era tra i disoccupati: alme-
no, da lì non avrebbe più infastidito la sottoscritta con le sue scuse meschi-
ne e il suo odioso modo di fare.
D'altronde, sapevo che Fitzgerald aveva ancora bisogno del suo aiuto.
Dalton era entrato nella squadra prima di quasi tutti i suoi colleghi, quando
Grace non era ancora sovrintendente capo e certo non aveva abbastanza
esperienza per poter fare a meno di lui. Dalton poteva anche essere un i-
diota; ma era un idiota bravo a fare il suo lavoro. E questo faceva la diffe-
renza.
«Dimentica tutto», mi sforzai di dire alla fine. Cercai di reprimere la
sensazione di fastidio che provai, notando la sua espressione sollevata. È
quello che succede quando appartieni a un'istituzione, ogni giorno, senza
tregua. FBI, Polizia Metropolitana di Dublino, Boy Scout... non importa di
che cosa si tratti. Finisci sempre con il desiderare una vita tranquilla, senza
problemi. E così scegli di aggirare gli ostacoli, accetti di scendere a com-
promessi. Probabilmente avrei fatto la stessa cosa al suo posto.
Ma un simile atteggiamento aveva comunque il potere di irritarmi.
Per mascherare la cosa, andai in cucina e iniziai a cercare il caffè. Mi
guardai rapidamente allo specchio, passandoci davanti, per vedere se Gra-
ce aveva detto la verità. Non ero poi tanto male, considerata la situazione.
Era solo di fianco a lei che finivo con l'avere un aspetto terribile.
Ma era così per molti.
Feci comunque del mio meglio per appiattirmi i capelli. Almeno lo sfor-
zo era da apprezzare.
«Ti preparo qualcosa per colazione?» le chiesi.
«Colazione? Di' un po', sai che ore sono?»
Diedi un'occhiata fuori dalla finestra. La luce era forte e il rumore del
traffico notevole. I clacson furiosi strombazzavano all'impazzata. Poteva
essere indifferentemente mattino, pomeriggio o sera.
«Avanti, sorprendimi», le dissi.
«Sono le tre passate.» Mi lanciò uno dei suoi sguardi critici, con quegli
occhi scurissimi. «Hai preso di nuovo quelle pillole per dormire...»
«Soltanto un paio.»
«Perché continui a prendere quella roba?»
«Per dormire. È a questo che servono. Ecco perché si chiamano così.»
«Dormiresti meglio se adottassi uno stile di vita più salutare...»
«Per esempio mangiando yogurt biologico a cena e facendo yoga? Già,
lo so», tagliai corto.
«Sai che ho ragione.»
«Anche gli sciocchi possono avere ragione», osservai aprendo il frigori-
fero e chinandomi per dare una sbirciata all'interno. «Il trucco consiste nel
capire quando è meglio avere torto. Cristo, credo davvero di dover com-
prare qualcosa per il mio frigo...»
«Intendi dire oltre alle sei bottiglie di birra e al curry scaduto? Ecco,
prendi questo... immaginavo che potessi avere un problema simile.»
Alzai lo sguardo. Mi passò un sacchetto di carta e una confezione di
succo d'arancia che sembrava appena uscito dal frigorifero.
Infatti era così. Solo, non dal mio.
Doveva essere passata a prenderlo mentre veniva da me. Mi conosceva
fin troppo bene. Qualche mese prima si era presentata con uno di quegli
aggeggi per spremere gli agrumi, ma non ero mai riuscita a capire come
funzionasse. La vita è troppo breve per ripulire i resti delle arance: ecco
come la pensavo. Se mi fossi trovata ad abitare in cima a una montagna,
sicuramente mi sarebbe stato utile... Ma a che scopo vivere a pochi passi
da un centinaio di negozi di tutti i tipi, se poi ti comporti come uno di quei
tizi del North Dakota che si addestrano alla sopravvivenza, cacciando, rac-
cogliendo bacche e bevendo l'acqua dei ruscelli?
E comunque, chiunque si azzardasse a bere l'acqua dei fiumi qui intorno,
probabilmente finirebbe in ospedale per una lavanda gastrica. A me piace
così. Non sono mai stata una fanatica della vita semplice, priva di comfort.
Aprii il cartone e riempii un bicchiere, dimenticandomi momentanea-
mente del caffè. Quindi, infilai una mano nel sacchetto e diedi un morso a
un fragrante croissant.
«Allora? Hai intenzione di dirmi com'è andata ieri notte?»
«Non c'è molto da sapere, in effetti.» Ma le raccontai tutto quanto.
Della telefonata di Felix.
Del suo timore che qualcuno stesse cercando di ucciderlo.
Di come ero andata giù al molo e avevo aspettato e aspettato fino a
quando, stanca dell'attesa, l'avevo trovato morto, in acqua.
Non mi interruppe; quando terminai, però, scosse il capo.
«Dannazione, Saxon... ti rendi conto del rischio che hai corso? Poteva
essere chiunque.»
«Invece era solo un fotografo.»
«L'assassino avrebbe potuto far fuori anche te.»
«Ma non è successo.»
«Questa volta. Ma che mi dici della prossima? E di quella dopo?»
«Mi ha detto che qualcuno stava cercando di ucciderlo.»
«E, a quanto pare, aveva ragione. E tu, spinta dalla curiosità, vai laggiù
mentre c'è un killer che gira per la città, sparando a casaccio alla gente.»
«C'era qualcosa, nelle sue parole... nel modo in cui le ha pronunciate...
Mi ha intrigato. E adesso? Non lo so...» Mi fermai. Il motivo che mi aveva
spinto a recarmi al faro, tutto d'un tratto, sembrava debole persino a me.
Mi sentii una sciocca. Ma non mi ero sbagliata. Felix aveva davvero qual-
cosa da dirmi.
E adesso non avrebbe più avuto la possibilità di farlo.
«Immagino che non ci siano dubbi riguardo al fatto che si trattasse dav-
vero di Felix Berg...»
«Era proprio lui. La sorella è venuta in obitorio questa mattina per iden-
tificare il corpo. Vìvevano insieme, a quanto sembra, da qualche parte a
Temple Bar.»
«Che impressione ti ha fatto?»
Si soffermò a considerare la mia domanda.
«Mi è sembrata piuttosto inespressiva», disse infine. «Fredda. Quasi in-
dossasse una maschera. La classica regina delle nevi. In effetti, non dovrei
lamentarmi... qualsiasi cosa è preferibile a una parente in lacrime.»
Un'affermazione alquanto insensibile, ma sapevo esattamente a cosa si
riferiva. Mi ero trovata nella stessa posizione, nell'FBI, quando avevo avu-
to a che fare con le persone che venivano a identificare un cadavere. Ti au-
guri che non facciano scenate, e che non rendano le cose più difficili... per
te. Non importa quante volte ti è già successo; ed è meglio lasciar perdere
tutte quelle stronzate su come affrontare un trauma, sui sette stadi del dolo-
re, o su come guidare le famiglie delle vittime che attraversano le porte
dell'obitorio... Continuerai sempre a chiederti come diavolo sia possibile
aiutare qualcuno che sta soffrendo in quel modo. In effetti, tutto quello che
desideri è che aspettino prima di avere una crisi, cosicché la loro dispera-
zione non diventi un tuo problema.
«Sei riuscita a parlarle?»
«Solo poche parole. Non era dell'umore adatto per rispondere a delle
domande. Mi ha detto soltanto che è uscita di casa poco dopo le dieci, ieri
sera, e che non sapeva nemmeno che il fratello fosse fuori. L'ha scoperto
soltanto all'arrivo della polizia.»
«Dev'essere stato uno choc.»
«Se è così, non l'ha dato a vedere. L'unica cosa che non riesce a com-
prendere è che cosa ci facesse il fratello in un posto del genere.» Si fermò,
quasi non sapesse se dirmi anche il resto. «E poi ha chiesto di te», confessò
alla fine.
«È comprensibile, sono stata io a trovare il corpo. Felix era lì per incon-
trare me... è naturale che voglia parlarmi. Anch'io ne sentirei il bisogno.
Credo che dovrei passare da lei; devo solo trovare le parole giuste. Sai
quanto mi riesce bene. Dio, sono una frana in queste cose.»
Avvertii una sorta di resistenza da parte sua.
«Tu pensi che non dovrei farlo...»
«È solo che non voglio che ti faccia coinvolgere.»
«Non ne ho alcuna intenzione.»
«Le ultime parole famose.»

Dicevo sul serio. Tutto quello che volevo era parlare con Alice. Non a-
vevo alcuna intenzione di farmi coinvolgere. Ripensandoci, avrei dovuto
rendermi conto dei pericoli che correvo... Ero come un alcolizzato che cer-
ca di convincersi che un bicchierino non possa fargli alcun male. Invece
una cosa tira l'altra, come si dice. A mia discolpa, posso aggiungere soltan-
to che le mie intenzioni erano assolutamente pure.
Poi accadde qualcosa che cambiò le carte in tavola.
Non appena Grace se ne fu andata, feci una doccia e mi cambiai. Non mi
sembrava carino andare a trovare una donna che aveva appena perso il fra-
tello con gli stessi vestiti che indossavo al momento del ritrovamento del
corpo. Soprattutto considerando che ci avevo dormito dentro.
Scesi le scale e uscii. Mi mescolai tra la folla. L'unico modo per riuscire
a sopravvivere.
Le strade brulicavano di gente che entrava e usciva dai negozi, carica di
borse. Ma cos'è che si affannavano tanto a comprare? Niente di cui avesse-
ro bisogno, questo è certo. Cercavano solo di riempire un vuoto. Già... ma
che motivo avevo di essere così condiscendente? Tutti noi sentiamo una
simile necessità. Tutti noi cerchiamo di scomparire dentro qualcosa.
Io, per esempio, mi ero sempre rifugiata nel lavoro; l'avevo fatto nel-
l'FBI e anche in seguito, quando avevo cercato di inventarmi una carriera
come scrittrice. Forse era proprio per questo che ero così ansiosa di andare
a trovare Alice: volevo colmare il vuoto che sentivo dentro di me. Lo stes-
so che mi induceva a cercare rifugio nelle pillole per dormire. Cercai di
non pensarci, di qualunque cosa si trattasse. È del tutto inutile tuffarsi a
capofitto in qualche cosa per porre un freno alle proprie insicurezze, se es-
se trovano comunque il modo di insinuarsi nella tua mente.
E poi, la città non mi permetteva di sentirmi a lungo giù di morale.
È strano questo mio desiderio di vivere circondata dalle persone - da mi-
gliaia di persone - quando, in effetti, di loro mi interessa poco. Quello di
cui ho bisogno è il loro rumore, la confusione, gli odori... lo strano formi-
colio della pelle, che ti fa sentire viva risparmiandoti qualsiasi sforzo. Du-
blino, paragonata ad altri posti in cui ho vissuto, è una piccola città. Se
quello che cerchi è la diversità etnica, un crogiolo di razze... be', allora a-
vresti più fortuna in Idaho. Ma la situazione stava migliorando. Davvero.
La città iniziava lentamente ad aprirsi e, camminando, riuscivi ad avvertire
un'innegabile energia statica.
Il trucco era assicurarti di mantenere la giusta distanza. Una necessità
che mi aveva causato non pochi problemi dal punto di vista personale: c'e-
ra sempre qualcuno che cercava di farmi rivelare qualcosa sul mio conto.
Ma io non sono il tipo. Quando si trattava di stringere una relazione con
una città, però, non me la cavavo affatto male. Ci capivamo. Non ci dava-
mo fastidio. Anche con Grace aveva funzionato. Lei riusciva a capire il bi-
sogno che sentivo di mantenere un certo riserbo. Non scambiava per una
mancanza di interesse quella che dagli altri era considerata freddezza.
Iniziai a sentirmi meglio, camminando per la città. Era questa l'unica co-
sa importante. Sembrava quasi che qualcuno avesse riavviato il mio moto-
re interno. Ebbi l'impressione che mi fosse stato donato un giorno o, alme-
no, ciò che ne rimaneva.
Quando raggiunsi Temple Bar, ero di nuovo un essere umano, o quasi.
Un paio di secoli fa, Temple Bar era il cuore dei bassifondi di Dublino:
prostitute, ubriachi, furfanti... In effetti, qualcuno potrebbe dire che la si-
tuazione non era molto cambiata; l'unica differenza erano gli indumenti più
lussuosi della gente che viveva di espedienti. Lasciato in uno stato di ab-
bandono e decadenza per decenni, il quartiere era in seguito stato trasfor-
mato dagli urbanisti in un'area con pretese pseudo-bohémien, sul modello
di Covent Garden o di Tribeca. I magazzini erano stati riconvertiti in ap-
partamenti costosi, destinati a ventenni e trentenni pretenziosi; nei viottoli
erano spuntati come funghi falsi negozi etnici, ristoranti esotici, bar, galle-
rie, piccoli teatri, centri culturali di sinistra. Tutti gli artisti, in città, sem-
bravano avere un piede nel distretto. Ma, ironia della sorte, un alluce era
tutto quello che potevano permettersi. Soltanto pochi, fra quanti avevano
contribuito a rendere il quartiere quello che era, adesso avevano i mezzi
necessari per viverci. Non era mai stato il posto per me. Anche se, dopo la
mia esperienza nell'FBI e il trasferimento - o dovrei dire la fuga? - a Dubli-
no, avevo iniziato a guadagnarmi da vivere scrivendo libri, non mi ero mai
sentita a mio agio in quell'ambiente, che continuavo a guardare con sospet-
to. Del resto, la cosa era reciproca. La politica, poi, non aiutava. Accanto ai
sedicenti intellettuali di Dublino, un liberale moderato di New York ini-
ziava ad assomigliare ad Howard Stern.
Comunque, mi trovavo meglio in mezzo ai poliziotti. Da sempre. E que-
sto, senza dubbio, spiega come mai fossi finita insieme a Fitzgerald.
Il simile attira il simile.
La casa di Felix Berg si trovava proprio nel cuore di Temple Bar; diffici-
le trovarla, se non sapevi che cosa cercare con esattezza. Forse gli piace
così, pensai. Gli piaceva, mi corressi. Dovetti zigzagare in un labirinto di
vicoli prima di notare il basso passaggio ad arco che, attraverso un tunnel,
conduceva in una stradina acciottolata. Quella in cui, stando a quanto mi
aveva detto Grace, Felix era vissuto con la sorella. La porta d'ingresso, a
differenza delle altre, era priva di targhetta. C'erano solo il numero civico,
il nove, e un citofono.
L'edificio era piuttosto alto, almeno tre o quattro piani. Difficile dirlo
dalla strada. Sembrava vuoto. Non saprei dire che cosa mi fossi aspettata.
Berg era stato un fotografo di successo: così mi aveva detto Grace. Ma, a
quanto pare, non aveva mai sentito l'esigenza di mettere in mostra la sua
ricchezza.
Aveva tutta l'aria di essere un luogo in cui un uomo poteva venire a na-
scondersi.
Suonai.
Nessuna risposta.
Provai di nuovo.
Ancora niente.
Non c'era da stupirsi. Anche ammesso che la stampa non sapesse ancora
a chi apparteneva il cadavere ritrovato la sera prima, non avrebbe impiega-
to molto tempo a scoprirlo. Il dipartimento di polizia, a Dublino, faceva
acqua da tutte le parti. C'erano più probabilità che una notizia restasse se-
greta andando in onda nell'edizione serale del telegiornale.
D'un tratto, realizzai che avrei fatto meglio a chiamare Alice Berg per
avvertirla che sarei passata... per dirle almeno chi fossi. L'ennesima dimo-
strazione di quanto mi riuscisse difficile fare o dire la cosa giusta. Non sa-
rei dovuta venire, pensai. E mi ricordai di aver pronunciato le stesse parole
la sera prima, giù al faro.
Mi resi conto che la mia carica positiva si stava dissolvendo; indietreg-
giai di qualche passo e guardai un'ultima volta le finestre, per essere sicura
che nessuno mi stesse osservando. Poi mi girai, pronta ad andarmene...
E mi bloccai.
C'era una donna, sotto l'arco. Mi fissava. I capelli scuri erano pettinati
all'indietro, tirati al punto da farle male. Aveva il viso teso; con le mani af-
ferrò il collo della giacca, nervosamente. Aveva un'aria così fragile... quasi
fosse sul punto di spezzarsi. Riuscì a innervosirmi.
Da quanto tempo era lì?
«Alice?» le domandai.

«Lei era là», furono le sue prime parole. Lo stesso, lieve accento del fra-
tello, che riuscì ancora una volta a sfuggirmi. «Ieri sera. Me l'ha detto la
polizia. Posso farle una domanda?»
«Ma certo. È per questo che sono qui.»
«Andava a letto con Felix?»
«No.» Per la sorpresa, fui quasi sul punto di mettermi a ridere. Fra tutte
le cose che avrebbe potuto chiedermi, questa era l'ultima che mi sarei a-
spettata. «Non avevo mai incontrato suo fratello prima della scorsa notte.
Non sapevo nemmeno che aspetto avesse.»
Si astenne dal pormi la domanda più ovvia: perché mai ero andata al mo-
lo per incontrarlo, se non lo conoscevo? In effetti, neppure io ero sicura di
conoscere la risposta. Ma i suoi occhi continuarono a scrutarmi, in cerca di
un segnale che le facesse capire che stavo mentendo riguardo alla mia re-
lazione con il fratello.
Apparentemente, avevo superato il test.
«Farà meglio a entrare», mi disse.
Alice uscì dal tunnel ad arco e mi passò accanto sfiorandomi, diretta ver-
so la porta di casa. I suoi passi erano piccoli come quelli di una ballerina;
sembrava quasi che indossasse un paio di scarpe troppo strette. Qualcosa,
in lei, mi ricordava la storia della sirenetta che, quando si trovava sulla ter-
raferma, sembrava camminare su frammenti di vetro. Mi tornò in mente la
descrizione di Grace: la maschera sul viso. Aveva perfettamente ragione.
Quella donna avrebbe potuto essere chiunque. Fitzgerald mi aveva detto
che Alice si era fatta conoscere come critico d'arte, ma sembrava vagamen-
te fuori posto nell'ambiente rilassato di Temple Bar. Mi chiesi se fosse sta-
ta lei a scegliere di vivere lì, o se fosse stata una decisione di Felix. La se-
conda ipotesi mi sembrava la più probabile.
Non mi guardava. Tirò fuori una chiave dalla tasca e provò per due volte
a infilarla nella serratura... forse la mia presenza la rendeva nervosa. Alla
fine, aprì la porta con una spinta ed entrò in uno stretto vestibolo, in fondo
al quale notai una scala che portava al piano superiore.
Senza dire una parola, si affrettò a salire i gradini. Nel frattempo si tolse
la giacca, che gettò sulla ringhiera. Non mi restava che entrare; chiusi la
porta e la seguii.
Giungemmo in un ampio open space. Su entrambe le estremità si apri-
vano alte finestre dalle quali si vedevano altre case con altre finestre e mi-
nuscole schegge di cielo. Le assi del pavimento e le pareti spoglie erano
dipinte di bianco; l'arredamento era ridotto al minimo: qualche sedia, un
divano e un lungo tavolo da refettorio, cosparso di libri e stampe. Niente
quadri, nessun tocco personale... solo un semplicissimo calendario ricoper-
to dalla calligrafia di qualcuno, appeso al muro dietro al tavolo. Non ricor-
davo di essere mai stata in una casa più spoglia.
Esclusa la mia.
«Le andrebbe un drink?» mi chiese con una vivacità del tutto inaspettata,
che ruppe la mia concentrazione. «Stavo per versarmi un bicchiere di
brandy.»
Doveva aver notato l'apprensione sul mio volto.
«Non si faccia prendere dal panico... non ho intenzione di ubriacarmi e
di cominciare a piangere sulla sua spalla. Mi faccio sempre un bicchierino
a quest'ora. Mi aiuta a rilassarmi.»
«In questo caso, mi unisco a lei.» La guardai mentre si dirigeva verso il
tavolo; spostò qualche libro e prese una bottiglia con due bicchieri. E co-
minciò a versare.
Odio il brandy... odio quella sensazione di bruciore alla gola. Ma che co-
sa avrei dovuto fare? Chiederle di andarmi a prendere un buon whiskey al
malto?
«Perché non si siede?» mi disse da sopra la spalla. Obbedii, ma conti-
nuavo a sentirmi a disagio. Forse era arrivato il momento in cui avrei do-
vuto dirle quanto fossi dispiaciuta per l'accaduto. Non sono mai stata brava
in queste cose. Informare qualcuno della morte di una persona cara era di-
verso, le frasi di circostanza avevano un senso... se non altro, esisteva un
motivo reale per piangere. Adesso, invece, mi trovavo davanti a un rituale
che non ero in grado di seguire.
«Come l'ha saputo?» le chiesi invece, impacciata, mentre si avvicinava
con i bicchieri. Le sue mani erano ferme come quelle di un artificiere. Mi
passò il mio drink, e si accomodò sulla sedia di fronte.
«Si riferisce a Felix?»
E a cos'altro?
«Qualcuno è venuto a bussare, intorno alle sei del mattino. Ho lasciato
che andasse Felix. Si alzava sempre per primo, gli piaceva gustarsi le ore
del mattino... E poi, la sera prima ero rientrata tardi. Ero stanca. Ma i colpi
alla porta non cessavano. Alla fine, mi sono decisa a scendere al piano di
sotto per andare ad aprire. Era un agente di polizia. Mi ha chiesto se fossi
Alice Berg. Il resto è storia», disse con un sorriso, bevendo un sorso del
suo brandy. «La sua storia, letteralmente. Anche se, in effetti, ormai siamo
giunti alla parola 'fine'.» Un altro debole tentativo di sorriso. «Ho forse ur-
tato la sua sensibilità?» Non aspettò la mia risposta. «Se l'ho fatto, le chie-
do scusa. Ma siamo sempre stati così, io e Felix. Duri come pietre. Non
siamo mai stati dei sentimentali. Mai, nemmeno da bambini. Non avrebbe
senso cambiare adesso. Non c'è niente di così oscuro da non poterci ridere
sopra, non è d'accordo? Si può scherzare su tutto...»
«Un buon credo, il suo.»
«Non lo definirei proprio un credo», ribatté scrollando le spalle. «Ma
abbiamo dovuto affrontare situazioni molto difficili, mio fratello e io. Anni
fa, ci rendemmo conto che saremmo riusciti a superare qualsiasi cosa ci
avesse riservato la vita. Abbiamo sempre affrontato tutto insieme. Fino alla
scorsa notte. Non mi ero nemmeno accorta che non fosse in casa, sa? Io
sono uscita dopo le nove, e a quell'ora era ancora qui. Mi ha augurato la
buonanotte. Tutto come al solito...»
Avrei voluto chiederle dove avesse passato la serata e a che ora fosse
rientrata, ma realizzai che stavo iniziando di nuovo a pensare come un de-
tective, e non come una qualunque spettatrice interessata alla vicenda.
Dovevo fare più attenzione a quello che dicevo.
Alice ricominciò a parlare togliendomi da una situazione imbarazzante.
«Quella donna... il sovrintendente capo... mi ha detto che, se non altro, è
stata una cosa veloce.»
La polizia lo diceva sempre alle famiglie delle vittime, anche se non era
vero. Era quello che volevano sentirsi dire. Ma quello della rapidità è un
concetto tristemente relativo, quando si ha a che fare con la morte. Nel ca-
so di Felix, probabilmente era stato davvero così. Secondo Grace, la pallot-
tola gli aveva attraversato un occhio; il residuo di polvere da sparo bruciata
presente sull'orbita indicava che, al momento dello sparo, la canna della
pistola era appoggiata alla pelle.
Il decesso doveva essere sopravvenuto piuttosto in fretta.
«È già qualcosa», continuò. «È un sollievo che non abbia sofferto. Quel-
lo che ancora non capisco è perché mai lei si trovasse laggiù, per incontra-
re un uomo che afferma di non aver mai conosciuto.»
«La polizia non le ha detto niente?»
«Mi hanno riferito che... lei voleva dire qualcosa a mio fratello. È così?»
Non sembrava molto convinta.
E chi lo sarebbe stato, al suo posto?
«In effetti, era lui che voleva parlare con me. Mi ha telefonato ieri sera.»
Mi armai di coraggio: adesso arrivava la parte difficile. «E mi ha confidato
che qualcuno stava cercando di ucciderlo.»
Fui sollevata, quando realizzai che le mie parole non sembravano poi
così incredibili, nonostante i miei timori.
«Aveva detto la stessa cosa anche a me», ammise tranquilla. «Io ho pro-
vato a rassicurarlo, dicendogli che andava tutto bene, che non c'era niente
di cui preoccuparsi. Credevo che stesse immaginando delle cose. Felix a
volte sapeva essere... sensitivo. Poi quel poliziotto è venuto a svegliarmi e
mi ha detto che l'avevano trovato morto.»
«E adesso pensa che per tutto questo tempo, probabilmente, aveva detto
la verità...»
«Già, e io non l'ho ascoltato.»
Fissò la luce che danzava sul muro, frantumandosi.
«Ha idea del perché qualcuno potesse desiderare la morte di suo fratel-
lo?» provai a chiederle.
Il suo volto rimase imperscrutabile.
«Aspetti qui.» Si alzò e si diresse verso le scale.
Sentii i suoi passi che calpestavano le assi nude del pavimento sopra la
mia testa; andò da una parte all'altra della stanza, per ben due volte. Al suo
ritorno, stringeva qualcosa tra le mani. Una cartelletta di plastica trasparen-
te. Me la passò e si mise a sedere, osservandomi mentre la aprivo.
Rovesciai il contenuto sul divano.
Erano ritagli di giornale. I più vecchi risalivano al mese di gennaio, il
periodo in cui erano iniziati gli omicidi dell'Uomo di Marx. Un'infinità di
variazioni su un unico tema.
Un uomo ucciso in City Street.
Un'altra vittima dell'Uomo di Marx.
Nessun testimone: l'Uomo di Marx sfugge ancora una volta alla polizia.
In ogni articolo, il nome della strada in cui era avvenuto l'assassinio era
stato pesantemente sottolineato con un pennarello rosso. C'erano anche
profili psicologici del killer, estratti da alcuni fra i giornali più accreditati,
e ritagli di riviste; uno proveniva da una pubblicazione domenicale, e so-
steneva che l'assassino fosse un killer professionista che aveva perso la te-
sta, e che adesso lavorava per piacere e non più per denaro... come se ucci-
dere per professione fosse meno grave che farlo per hobby. Già, come se
ciò potesse fare qualche differenza per le vittime, o per le loro famiglie. E,
in fondo alla pila, trovai gli articoli che avevo scritto per quel magazine
americano; erano perfettamente ordinati e tenuti insieme da una graffetta.
«Una raccolta notevole», osservai. «Che cosa dice la polizia, in proposi-
to?»
«Non l'hanno vista.»
«Vuol dire che non l'ha mostrata agli agenti?»
«Non me l'hanno chiesta.» Sembrava confusa. «Probabilmente non ero
molto lucida, in quel momento. Pensavo a Felix...» Le parole le morirono
sulle labbra.
«E adesso la sta facendo vedere a me», constatai.
«Con lei voglio provare a essere onesta. Non ho niente da perdere. Felix
è sempre stato ossessionato da quegli omicidi, fin dall'inizio. Registrava i
telegiornali ogni volta che il mostro faceva un'altra vittima, e li riguardava
in continuazione. Comprava tutti i giornali che parlassero della vicenda.
Navigava in rete in cerca di dettagli. Aveva sempre nutrito un profondo in-
teresse per i crimini e per gli assassini, fin da ragazzo. E aveva letto molto
sull'argomento. Diceva che per capire veramente una città occorre studiare
le modalità degli omicidi che vi vengono commessi. Ha mai sentito parlare
di Weegee?»
Scossi la testa.
«Era un fotografo di origine austriaca. All'anagrafe, Usher Fellig. Lavo-
rò a Manhattan negli Anni Trenta per alcune agenzie di stampa, offrendo
loro le immagini che raccoglieva in città durante la notte, soprattutto omi-
cidi. Nella sua auto aveva fatto montare una radio della polizia, così da ar-
rivare sulla scena insieme alle forze dell'ordine. A volte addirittura prima.
Felix era un suo grande ammiratore. Come le ho detto, sosteneva che quel-
lo fosse l'unico modo per comprendere una città, l'unico modo per apprez-
zarne la natura più autentica. Sentiva il bisogno di sapere come si vivesse
nella realtà urbana. Ma questi omicidi... non so, avevano qualcosa di diver-
so. Lo stavano letteralmente consumando. Più passava il tempo, più sem-
brava esserne ossessionato.»
«E lei come si sentiva, al riguardo?»
«Ero preoccupata per lui. Felix non era...» si fermò, sforzandosi di trova-
re l'espressione giusta, «...non stava sempre bene. Temevo che finisse con
l'esagerare, che lavorasse troppo. A volte non andava quasi a dormire, per
intere settimane. Avevo paura che gli venisse un esaurimento nervoso. Gli
era già successo, in passato... quella volta pensai che non si sarebbe più ri-
preso. Temevo che questa storia potesse spingerlo di nuovo oltre il limite e
non volevo assecondarlo. Non volevo incoraggiarlo. Ho preferito ignorar-
lo. Ma...»
Completai io la frase per lei. «Ma l'Uomo di Marx non ha fatto lo stes-
so.»
Annuì, un po' intontita.
«E adesso crede che suo fratello sapesse qualcosa, e che per questo qual-
cuno abbia voluto eliminarlo? Le aveva mai detto esplicitamente che aveva
delle informazioni riguardo a quanto stava accadendo?»
«No.»
«Forse ne aveva parlato con qualcun altro?»
«No, non era il tipo. Felix non conosceva quasi nessuno.»
«Ma devono pur esserci state delle altre persone. Amici, amanti, qualche
collega fotografo. Se avessi la possibilità di parlare con loro, o se la polizia
potesse...»
«Le ripeto che non c'era nessun altro.»
«Nemmeno una ragazza?»
«Io avevo lui, lui aveva me. Era tutto quello di cui avevamo bisogno»,
insisté in tono piatto. «Per questo non capisco perché si fosse rivolto a lei.
Continua a sostenere che lei e mio fratello non vi eravate mai incontrati.
Dunque come può essere sicura che l'uomo con cui ha parlato al telefono
fosse davvero Felix?»
«Come posso esserne sicura, dice? Be', immagino che non sia possibile.
Non del tutto, almeno. Non gli avevo mai parlato, prima di ieri sera. C'è
stata solo quella telefonata. Sono andata al faro, come mi aveva chiesto lui.
E ho aspettato. Faceva freddo. Di lui, nessuna traccia. Ero alquanto irritata.
Pensavo al tempo che mi stava facendo perdere. Stavo per rinunciare, ed
ero sul punto di andarmene, quando l'ho trovato.»
«Quando ha trovato il suo corpo», disse in un sussurro. Quella parola la
metteva a disagio.
«Non avevo motivo di dubitare che fosse proprio la persona con cui a-
vevo parlato al telefono. Magari, da qualche parte, ha un nastro con incisa
la sua voce... forse potrei...» Ma stava già scuotendo la testa: non capii se
volesse dire che non esisteva nulla del genere, o se, semplicemente, non
avesse alcuna intenzione di accontentarmi. «Che cosa le fa pensare», ri-
presi cauta, «che l'uomo che mi ha chiamato potesse non essere suo fratel-
lo?»
«Oh, nulla.» Improvvisamente, sembrava agitata. «Nulla... a parte il fat-
to che la cosa per me non ha alcun senso. Tutto qui. Felix non mi aveva
fatto parola del vostro incontro.»
«Io credo che volesse tenerlo per sé.»
«Mi ascolti.» Posò pesantemente il bicchiere, e iniziò a parlarmi come se
si trovasse davanti a un'idiota cui stava cercando di spiegare il funziona-
mento di un interruttore. «Come le ho già detto, Felix non mi nascondeva
niente. Non aveva una vita privata. Una vita segreta. Io facevo tutto per
lui. Tutto. Mandavo avanti la casa. Telefonavo. Amministravo i suoi soldi.
Concludevo i suoi affari. Mi assicuravo che ricevesse i pagamenti da parte
di commercianti, acquirenti privati e gallerie. Pagavo le bollette e control-
lavo che avesse abbastanza denaro con sé quando usciva. Sapevo dove si
trovava ogni cosa di cui potesse aver bisogno. Ero io a prendere i suoi ap-
puntamenti. Tutti», sottolineò, indicando il calendario che avevo notato en-
trando nella stanza. «A volte dovevo scrivergli sul dorso della mano quello
che doveva fare nell'arco della giornata, perché non se ne dimenticasse.
Era un artista. Un grande artista, credo... per questo non avevo mai nulla
da obiettare. Ma non era in grado di fare niente senza di me. Se doveva an-
dare da qualche parte, ero io a prenotargli voli e alberghi; se non potevo
accompagnarlo, mi assicuravo che avesse un elenco di tutti i posti in cui
doveva andare, ristoranti compresi. Ecco, è così che stavano le cose, tra
noi. Eravamo molto più che fratello e sorella. Eravamo parte della stessa
persona. La sola idea che mi abbia nascosto qualcosa... qualcosa di cui po-
teva parlare solo con lei... be', è un'assurdità.»
Dal tono della sua voce, compresi che non intendeva tornare sull'argo-
mento.
«Immagino sappia che dovrà mostrare questa roba alla polizia...» Cercai
di cambiare discorso, indicando i ritagli di giornale sparpagliati sul divano.
«Devono sapere dell'ossessione di Felix.»
«Non credo di riuscire ad affrontarli di nuovo. Dover identificare il cor-
po è stato già abbastanza difficile. Ho continuato a ripetermi che quello
non era lui... che Felix se n'era già andato, e quello era soltanto un cadave-
re. Altrimenti non ce l'avrei fatta. So che le sto chiedendo molto, ma po-
trebbe farlo lei per me? Si porti via tutto... Non voglio più vedere questa
roba in casa mia. La consegni alla polizia.»
«Se è questo che vuole...»
«Sì.»
Allungai una mano e iniziai a radunare la raccolta di Felix, quando qual-
cosa scivolò fuori dal pacco di fogli e finì fluttuando sul pavimento.
Mi chinai a raccoglierla.
Era una fotografia. Non una stampa come quelle sparse sul tavolo da re-
fettorio. No, era una comune istantanea che ritraeva... ma sì, era proprio il
faro di Howth. Era stata scattata da una certa distanza, ma si vedeva chia-
ramente una figura in piedi davanti alla porta rossa.
La sagoma di un uomo.
«Che cos'è?»
«Era tra le carte di Felix», dissi passandola ad Alice. «È stato suo fratel-
lo a scattarla?»
«No, non è possibile», rispose con assoluta fermezza. «Questa è una
comune Polaroid. È stata fatta con una di quelle macchine fotografiche che
stampano l'immagine subito dopo lo scatto. Felix non ne ha mai posseduta
una. E poi...»
«E poi?»
«Credo che l'uomo nella foto sia mio fratello. Non posso esserne sicu-
ra... è piuttosto distante. Ma sembra lui.. Ecco, vede? Quel luccichio sul
volto... un paio di occhiali, probabilmente. Comunque, non è stata scattata
di recente. Non portava i capelli così lunghi da quando era rientrato dagli
Stati Uniti.»
«L'aveva mai vista?»
Scosse il capo.
Com'era finita tra le carte di Felix?

Di una cosa ero certa. Se volevo arrivare a qualcosa, dovevo saperne di


più su Felix. Qualsiasi notizia mi sarebbe stata utile. E sapevo esattamente
da dove cominciare.
Thaddeus Burke: un'enciclopedia vivente.
O, per meglio dire, un uomo che sapeva tutto ciò che vale la pena sapere.
Ed era anche un americano, il che contribuiva a creare una certa solida-
rietà, in una città che non sempre si mostrava accogliente nei nostri con-
fronti. Un ex marine e un comunista politicamente impegnato. Un fatto,
quest'ultimo, che aveva cautamente deciso di nascondere ai suoi ufficiali
comandanti per oltre trent'anni, e durante le tre missioni che aveva com-
piuto in Vietnam, dove era stato decorato con la medaglia al valore e aveva
visto il suo nome apparire in numerosi dispacci. Come facevo a sapere tut-
to questo? Semplice: i suoi ex colleghi mi avevano raccontato tutti i detta-
gli una sera davanti a un bicchierino, quando lui non poteva sentirci. In
mia presenza, non aveva mai fatto parola della sua carriera militare.
Aveva preso il nome di suo padre - un fatto abbastanza frequente, per la
verità - un pover'uomo che aveva lasciato Dublino all'inizio degli Anni
Quaranta, e che a New York era riuscito soltanto a diventare ancora più
povero e a darsi all'alcol più di quanto non facesse già; al figlio aveva la-
sciato soltanto un mucchio di vecchie storie sulla sua città... E fu così che
un ex marine di colore (sua madre era originaria della Louisiana), a cin-
quant'anni, si ritrovò a Dublino dopo un'onorata carriera militare, deciso a
iniziare una vita completamente nuova.
Adesso aveva un'attività piuttosto precaria: gestiva un negozio di libri
usati, giù al molo. Con lui c'era un gatto randagio dal pelo arruffato, che in
una notte di pioggia si era trascinato fino alla porta sul retro; Thaddeus l'a-
veva chiamato Hare. Di qui il nome del negozio: Burke and Hare's, in ono-
re di due infami ladri di cadaveri vissuti nel Diciannovesimo secolo. Così,
almeno, mi aveva detto lui.
Se vendesse o no dei libri era una questione ampiamente discussa. Ave-
va meno clienti di un bar per astemi, il che gli lasciava parecchio tempo
per leggere tutto ciò che gli capitasse tra le mani; una situazione apparen-
temente congeniale. Le uniche volte in cui riuscivo a vederlo era quando ci
sedevamo intorno a un tavolo per una partita a poker e una tazza di caffè,
o, se ero fortunata, un bicchiere del suo scotch. Non so perché, ma lo
scotch degli altri ha sempre un gusto migliore. Burke sembrava avere l'abi-
tudine di scegliere le persone così come sceglieva i gatti; adorava le storie
tristi, e non voltava mai le spalle a chi voleva fare una chiacchierata o ave-
va un po' di tempo da perdere.
«Di tempo ne ho in abbondanza», diceva sempre. «Sono i soldi che mi
mancano.»
E probabilmente non li avrebbe mai fatti, dal momento che era specia-
lizzato nel raccogliere libri che gli altri negozi preferivano non tenere. Non
solo: nemmeno Fidel Castro avrebbe voluto leggere tutti i trattati di teoria
del comunismo che aveva sugli scaffali. In effetti, nemmeno lui lo faceva
spesso. E ciò, badate bene, gli lasciava un bel po' di tempo per il poker.
Quando mi presentai da lui quel pomeriggio, dopo la visita ad Alice, il ne-
gozio era come al solito deserto.
Era quasi l'ora di chiusura.
«Hai detto Felix Berg?» mi chiese quando seppe che cosa stavo cercan-
do. «Cos'è, improvvisamente ti interessa la fotografia, Saxon? Hai comin-
ciato a fare qualche scatto? Allora, dimmi... che cosa c'è sotto?»
Inutile fingere un interesse casuale. Con Burke non avrebbe funzionato.
«Hanno ritrovato un cadavere, giù a Howth.»
«Sì, l'ho sentito al telegiornale di mezzogiorno. Il nostro amico, l'Uomo
di Marx, ha colpito di nuovo. Di questo passo, presto farò armi e bagagli e
mi trasferirò sulle colline. Ebbene?»
«Si tratta di Felix Berg.»
Per il momento, preferii non rivelare il mio ruolo all'interno della vicen-
da.
«Dici davvero?» Sembrò genuinamente sorpreso; evitò persino di fare
pressioni, quando era chiaro che gli stavo nascondendo qualcosa. «Cono-
sco la sorella... Ogni tanto viene qui a cercare libri rari. Sai, roba fuori ca-
talogo. Una donna in gamba.»
«E lui? Non lo conoscevi?»
«Nessuno conosceva Felix Berg.»
«Un tipo solitario?»
«E piuttosto strano, anche. A quanto ho sentito, non usciva quasi di casa.
Non dal punto di vista sociale, almeno. Un recluso, con la R maiuscola. Di
certo non è mai venuto qui. Qualcuno li chiamava gli Ice Berg, per la loro
freddezza.»
«Però hai i suoi libri, vero?»
«Se ci sono, devono essere là dietro, da qualche parte. Aspetta qui, men-
tre vado a dare un'occhiata.»
Avevo fatto bene ad andare subito da lui, mi urlò dal retro del negozio
mentre cercava i volumi. La mattina dopo la notizia sarebbe apparsa sui
giornali, e non sarei riuscita a trovare una sola copia delle sue opere in tut-
ta Dublino.
«La morte fa meraviglie... le vendite di un autore aumentano a dismisu-
ra», commentò.
«Forse dovrei provarci anch'io», dissi, mentre tornava con un grande vo-
lume quadrato, che teneva stretto con quelle enormi mani da marine. Mi
erano sempre sembrate troppo goffe e sgraziate, per i libri; ma li maneg-
giavano con cura, quasi fossero di cristallo.
Lo appoggiò sul tavolo.
Era intitolato La città irreale.
«T.S. Eliot», mi spiegò. «La terra desolata, l'hai mai letto?»
«No, non ho avuto il piacere.»
«Non prenderti gioco di ciò che non capisci. Dovresti leggerlo. Devo
averne una copia, qui in giro. Se vuoi la aggiungo al tuo conto. Eliot era un
poeta. Un tuo vicino, visse a Boston. E anche lui scappò, proprio come te.»
«E si rifugiò a Dublino?»
«No.»
«Almeno, uno dei due ha avuto un po' di buon senso.»
Sorrise. «Berg ha pubblicato tre libri... ma i primi due sono esauriti.
Questo è il più recente. Se vuoi una copia degli altri, posso procurartela.»
«Ti farò sapere. Prima voglio dare un'occhiata a questo. E, visto il prez-
zo, direi che deve bastarmi. Ma lo sai che ci sono Paesi del Terzo Mondo il
cui prodotto interno lordo è inferiore a cifre del genere? Non credo che la
mia carta di credito arriverebbe a coprire la spesa, se li acquistassi tutti e
tre.»
«È il risultato del mercato globale...»
«Ehi, te l'ho già detto un milione di volte... se attacchi a parlare di politi-
ca, alzo i tacchi e me ne vado. E giuro che non mi rivedrai tanto presto.»
«Ma poi finiresti con il tornare. Sai che ho ragione. Prima o poi riuscirò
a convertirti.»
«Per l'ennesima volta, ti ripeto che non ho nulla da indossare che sia a-
datto a una barricata. Ah, un'altra cosa... dovresti prestare più attenzione a
quello che dici. Non vorrai che Sweeney torni qui per spappolarti le palle,
vero?»
Burke aveva avuto l'onore di ricevere una visita da Paddy Sweeney,
qualche settimana prima. Il capo dell'Unità antiterrorismo stava cercando
un povero pesciolino da usare per sostenere la sua tesi che l'Uomo di Marx
fosse un agitatore di sinistra in missione speciale. Thaddeus era un outsider
con una predilezione per la teoria marxista, che in più aveva una certa fa-
miliarità con le armi, quindi era normale che, prima o poi, comparisse sul
radar di qualcuno.
E spesso rimpiangevo il fatto di essermi perduta quell'incontro.
Comunque, Sweeney non si fece più vedere.
In quel momento, capovolsi il libro e guardai la foto di Felix in quarta di
copertina.
Era la prima volta che lo vedevo.
Vivo, intendo.
La prima volta che vedevo il suo viso.
Non sorrideva. Aveva un aspetto esile e ansioso, nonché un'aria legger-
mente effeminata. I capelli erano biondissimi, al contrario di quelli di Ali-
ce, molto scuri; erano lunghi e avevano bisogno di una pettinata. Dietro la
montatura, strizzava leggermente gli occhi. Sembrava così giovane... e in
effetti lo era, ma dimostrava anche meno dei suoi anni. Quanti ne aveva, al
momento della morte? Trentacinque? Ma il suo viso non riusciva comun-
que a risultarmi familiare. Era oltremodo mutevole. Aveva una di quelle
facce che possono trasformarsi fino a diventare irriconoscibili, a seconda
dell'umore e dello stato d'animo.
Rigirai in fretta il volume, sforzandomi di non pensare a quel corpo ri-
verso in modo così grottesco sugli scogli, con la marea che gli lambiva i
piedi nudi, ormai insensibili.
Non era facile credere che l'autore di quel libro avesse fatto una fine del
genere.
Assassinato.
Quando sollevai gli occhi, mi accorsi che Burke mi stava guardando.
«Lo conoscevi?» mi chiese.
«No. Cioè... ecco, sono stata io a trovare il cadavere.»
«Capisco. Va bene, adesso siediti lì e dai un'occhiata al libro, mentre va-
do a prendere un po' di caffè. Dimenticati dell'ora. Ho un sacco di cose da
fare, per far passare il tempo...»
«No, Burke, davvero. Lo apprezzo molto... ma preferisco tornare a ca-
sa.»
«Come vuoi, sei tu il capo.»
Ma gli dispiaceva lasciarmi andare. Il solito istinto da mamma chioccia.
Voleva essere sicuro che stessi bene.
Ero già a metà strada, quando mi accorsi che non gli avevo pagato il li-
bro.
Non c'era da meravigliarsi, se non riusciva a fare un soldo.

Una volta a casa, ordinai una pizza. Quando arrivò, la portai insieme al
libro sul terrazzo che dava su St. Stephen's Green, un Central Park in mi-
niatura nel cuore di Dublino. Era tardi, i cancelli erano chiusi. Osservai i
taxi che accostavano davanti agli hotel e ai ristoranti lungo il perimetro del
parco, le borse trasportate su per le rampe delle scale; le coppie in piedi
che leggevano i menu esposti, e i turisti che facevano un giro del quartiere
in carrozza, alle prime luci della sera. Dalla strada saliva il rumore secco e
forte degli zoccoli dei cavalli.
Pensai a Grace. Mi aveva detto che stasera sarebbe andata a trovare la
madre, che viveva in un posto tranquillo a quaranta minuti dalla città. Ci
andava una volta la settimana, e immancabilmente tornava a casa distrutta
e piena di sensi di colpa. Quella strega inacidita non faceva che criticarla,
facendola sentire di merda. Perché non chiami mai? Perché non ti fai ve-
dere?
In lei non c'era niente che non andasse, a parte l'abitudine di inventare
disturbi inesistenti: sembrava quasi volesse metterli da parte, nel caso ne
avesse avuto bisogno in seguito. Grace aveva provato a portarmi con lei in
un paio di occasioni, ma la donna aveva finito con l'innervosirsi. Trovava
difficile accettare che la sua bambina non si sarebbe mai sposata, e non a-
vrebbe iniziato a sfornare nipotini. Era la sua unica figlia. Diceva di aver
paura di affrontare la vecchiaia da sola.
Avrei voluto provare più comprensione per lei, ma la verità è che riusci-
va solo a irritarmi. Opprimendo Grace, non sarebbe riuscita a cambiare
nulla, e dai suoi sguardi capivo che se ne rendeva perfettamente conto. Ma
voleva punirla, e quello era il suo modo di farlo.
Abbandonai quel pensiero tuffandomi nel libro di Felix che tenevo in
grembo.
Come prima cosa, lessi la breve nota biografica introduttiva.
Berg era nato a Stoccolma, il che, se non altro, spiegava il suo accento.
Il padre era svedese, la madre di Dublino. Felix aveva preso dall'uno, Alice
dall'altra... la faccia luminosa e quella oscura della luna. Entrambi i genito-
ri erano morti in un incidente d'auto, quando loro erano ancora piccoli. A-
lice, la maggiore, aveva appena dodici anni, Felix dieci. In seguito alla tra-
gedia erano stati rispediti a Dublino e affidati a un'anziana zia appartenente
a un ramo sconosciuto della famiglia, che viveva in un edificio fatiscente a
Howth.
Felix aveva frequentato un college esclusivo della capitale, quindi aveva
studiato fotografia alla St. Martin's School of Art di Londra; da quindici
anni era tornato in città, e non si era più spostato. Non si era mai sposato...
o forse sì, semplicemente non voleva che tali particolari privati comparis-
sero nei suoi libri. Non aveva mai rilasciato interviste.
E, come avevo già avuto modo di notare, non amava farsi fotografare,
nemmeno dalla sorella. Doveva essere anche lei una fotografa di talento, lo
scatto in quarta di copertina era suo, sebbene ormai lavorasse soprattutto
come critico, scrivendo per diversi giornali e pubblicazioni accademiche; e
non era raro vederla in TV, in qualità di esperta culturale. Aveva pubblica-
to anche alcuni libri: in particolare, uno studio dedicato al fotografo ameri-
cano August Sanders e un saggio sulla teoria moderna dell'uso degli effetti
ottici e fotografici in pittura, da Rembrandt a Hockney. Tutte cose al di so-
pra della mia comprensione.
I lavori di Felix erano stati esposti in tutto il mondo: New York, San
Francisco, Copenaghen, Barcellona, Monaco, San Pietroburgo, Sydney...
sempre e soltanto mostre personali. Stando alla biografia, anche da studen-
te si era sempre rifiutato di esporre le proprie foto accanto all'opera di
qualche contemporaneo. Aveva vinto diversi premi e i suoi capolavori era-
no stati acquistati da istituzioni prestigiose, quali il Museum of Internatio-
nal Contemporary Art in Brasile, la Pace/Magill Gallery di New York, l'I-
rish Centre for Photography, e da collezionisti privati che vivevano negli
Stati Uniti, in Inghilterra, in Messico e in Estremo Oriente. Gli originali
venivano pagati a peso d'oro. In breve, Berg era diventato uno dei fotografi
più ricercati, forse anche in virtù della scarsa propensione alla vendita; di
recente, aveva speso fatica e denaro nel tentativo di recuperare alcune ope-
re vendute all'inizio della sua carriera, che i critici definivano violente e
semipornografiche... un giudizio che forse condivideva, e che per molto
tempo l'aveva indotto a mantenere il silenzio.
Francamente, quello era un mondo che non mi apparteneva. Mi venne il
mal di testa. Non avevo mai dedicato molto tempo all'arte. La vita è troppo
breve.
Ma tutti i miei dubbi e il mio cinismo svanirono, quando finalmente ar-
rivai in fondo alla nota biografica e iniziai a guardare le fotografie. Il signi-
ficato non aveva più alcuna importanza: c'era solo la purezza dell'immagi-
ne. Gli scatti erano di una bellezza indescrivibile, e non era difficile com-
prendere tanta fama. Il mio atteggiamento cinico svanì di colpo per la-
sciare posto alla meraviglia.
Sotto al titolo c'era una citazione in francese. Una frase di Baudelaire:
Fourmillante cité, cité pleine de rèves/Où le spectre en plein jour raccro-
che le passant! Per fortuna, in calce trovai anche la traduzione. Città bruli-
cante, città piena di sogni, dove uno spettro afferra un passante alla luce
del giorno!
Una citazione che riassumeva perfettamente quello che Berg aveva cer-
cato di ritrarre nelle sue fotografie.
Erano vedute di città in bianco e nero, principalmente scorci di strade,
con un occasionale sprazzo di colore per ottenere un particolare effetto o
contrasto. Città che conoscevo bene o che, fino a quel momento, avevo
creduto di conoscere. C'era Dublino, naturalmente; e Londra. Ma anche
New York, Berlino, Venezia, e persino un paio di immagini di Boston, la
mia città natale. Aveva fotografato Union Bridge, dove avevo lavorato
come cameriera ai tempi del college. Sembrava tutto così alieno. Visti at-
traverso l'obiettivo, e i suoi occhi, quei luoghi familiari divenivano irrico-
noscibili, sinistri. Fu solo grazie ai titoli e alle didascalie che riuscii a dar
loro una collocazione.
E la cosa più strana erano le figure che li popolavano.
Figure. Non uomini e donne. Figure... Era impossibile distinguerle l'ima
dall'altra, impossibile considerarle reali. Aveva fotografato la stessa strada
in diversi momenti del giorno e della notte, sovrapponendo le immagini al-
l'infinito, fino a perdere il conto. E adesso erano lì, strato su strato, quelle
strane figure che occupavano il medesimo spazio... Le loro strade si incro-
ciavano, senza che se ne rendessero conto. Poi l'immagine diveniva così
sbiadita, così affollata che le figure perdevano qualsiasi sostanza, quasi
fossero spettri che afferravano i passanti alla luce del giorno; attraverso le
loro ossa e la loro pelle, si intravedevano le pietre della città.
Le fotografie erano tranquille e frenetiche al tempo stesso. A un primo
livello, la città stessa diventava l'unica realtà, l'unico punto fermo in un
mondo in movimento; a un secondo, la testa iniziava a dolermi per la mol-
titudine di immagini, presenze, vite che cozzavano e si scontravano tra loro
in una folle claustrofobia; quelle foto ti costringevano a realizzare quanto
una città potesse essere affollata e malsana. Le persone si prendevano a
gomitate e si schiacciavano senza sosta, anche inconsapevolmente. Niente
ti apparteneva davvero: qualsiasi cosa era già stata reclamata da qualcun
altro, prima di te; ogni luogo era stato occupato e rioccupato, ripetutamen-
te.
Tu eri lì solo per tacita tolleranza, fino a quando un altro non veniva a
prendere il tuo posto... e così via, in una successione infinita ed egoista,
priva di qualsiasi connessione.
Rimasi seduta a guardare quelle foto, mentre scendeva l'oscurità; alla fi-
ne fui costretta a servirmi della luce che filtrava dalla finestra alle mie
spalle. Non importava quante volte le avessi esaminate, continuavo a ve-
derci qualcosa di curioso e di miracoloso. Arrivai quasi a dimenticare che,
se stavo sfogliando quel libro, era solo perché l'autore era deceduto. L'in-
tensità e la vivacità di quegli scatti facevano sembrare una simile idea as-
surda.
Solo dopo aver scorso le pagine una ventina di volte mi decisi ad affron-
tare il saggio iniziale. E mi trovai di fronte a qualcosa di assolutamente in-
decifrabile. L'opera di Berg veniva separata dall'osservatore, e assicurata
alle mani protettive dei critici, degli esperti, dove non sarebbe stata viziata
dalla popolarità. Non avevo tempo da perdere con i giochetti accademici.
Dovetti riconoscere, però, che Vincent Strange, l'autore, era riuscito a
portare quel cumulo di stronzate a un livello del tutto nuovo.
«L'esercitazione di Berg nella rabbia esistenziale, la sua incessante ribel-
lione contro se stesso e contro la società ci invitano a non dare mai nulla
per scontato: ciò che vediamo non sempre corrisponde a ciò che è. La real-
tà è contingente, fluida. Non esiste nulla su cui si possa fare affidamento. Il
mondo è soggetto a una costante revisione. Improvvisamente, ciò che esi-
ste scompare. Il nero diventa bianco. Il messaggio di Berg? Non ci si può
fidare del mondo; non ci si può fidare di nessuno.»
L'autore faceva risalire tutto questo all'infanzia di Felix, in particolare al-
la perdita prematura dei genitori.
Non mi lasciai impressionare più di tanto dall'equazione automatica tra
la sua vicenda personale e i suoi sforzi artistici. Un concetto troppo banale,
eccessivamente basato sulle semplicistiche risposte propinate da filosofi
cialtroni. Troppo spesso avevo avuto a che fare con killer rilasciati poco
dopo l'arresto, grazie a falsi profeti appartenenti a quella stessa razza, che
dichiaravano i loro pazienti «guariti» da qualsiasi disturbo li avesse afflitti;
e subito questi ultimi tornavano a uccidere, in modi ancora più efferati.
Se non riuscivano a comprendere nemmeno questo, come potevano a-
spettarsi di essere ascoltati, quando si pronunciavano su argomenti com-
plessi come il movente di un assassino? Nonostante le loro pretese di auto-
rità scientifica, sulla mente umana potevano solo fare congetture.
In un certo senso, fu un sollievo constatare che non erano gli unici... An-
che i critici d'arte facevano le stesse pompose asserzioni, senza avere la
minima idea di ciò di cui stavano parlando.

10

Il giorno dopo, di buon'ora, mi ritrovai a sfogliare i giornali del mattino.


La morte di Felix Berg, com'era ovvio, occupava le prime pagine dei quo-
tidiani cittadini e delle più importanti testate di Londra. Anche qualche e-
dizione internazionale riportava la notizia. Fui lieta di constatare che, per il
momento, avevano lasciato fuori il mio nome. La stampa, però, non si era
lasciata sfuggire l'opportunità di tirare in ballo ancora una volta dettagli
gratuiti relativi ai precedenti omicidi dell'Uomo di Marx, come se la gente
di Dublino non fosse già abbastanza nervosa. Era una storia che coinvol-
geva persone di cui si conoscevano soltanto i nomi apparsi sui giornali;
non interessava direttamente la popolazione comune. Ogni nuova vittima,
però, contribuiva ad avvicinare il senso di paura, che diveniva sempre più
reale.
In effetti, gli articoli non dicevano nulla che non avessi già appreso dalla
nota biografica nel libro di Felix. Per il resto, si trattava di date e particola-
ri... lo stesso atteggiamento affettato dei critici che mi ero dovuta sorbire la
sera prima.
Due fatti, però, mi erano assolutamente sconosciuti, entrambi molto inte-
ressanti. Il primo era che Berg, più o meno un anno prima, era stato ricove-
rato in ospedale dopo essere stato aggredito e derubato mentre era al lavo-
ro, una notte. Niente di così incredibile, per la verità. Parlando con i foto-
grafi della stampa, avevo imparato a conoscere i rischi del loro mestiere.
La notte, per strada, c'era sempre qualche tossico attratto dalla loro costosa
attrezzatura, per non parlare degli ubriachi e dei criminali, che aspettavano
soltanto che qualcuno si facesse notare per attaccar briga. Berg era stato
colpito alla testa, e aveva riportato una frattura al cranio e una grave com-
mozione cerebrale. Secondo i dottori era fortunato a essere ancora vivo.
Già... ma adesso non lo era più, riflettei tristemente.
Forse era un segno che qualcuno aveva cercato di vendicarsi...
L'altro fatto di cui ero all'oscuro era che, proprio in quei giorni, era in
corso una mostra degli ultimi scatti di Berg presso l'Irish Museum of Mo-
dem Art, che aveva sede in un vecchio edificio a Kilmainham, conosciuto
come Royal Hospital. Era stata inaugurata il primo di gennaio; protagoni-
ste, le foto scattate a Dublino a partire dall'autunno precedente, dopo il
viaggio negli Stati Uniti. Ci sarei andata di corsa, in parte per avere un
quadro più preciso della recente condizione mentale di Felix, in parte sem-
plicemente per ammirare i suoi lavori. Ero curiosa di vedere che cos'avesse
fatto, dopo la pubblicazione di La città irreale. I suoi scatti si erano insi-
nuati nella mia coscienza. Persino quella mattina, uscendo di casa, non a-
vevo potuto fare a meno di guardare la città attraverso i suoi occhi. La gen-
te che sgomitava. La follia dilagante.
Intollerabile.
Ma avevo altri piani. Volevo fare una visitina a Tom Kiernan. Lo chia-
mai con il cellulare, mentre scendevo le scale; la sua assistente mi disse
che era fuori a colazione.
Mi chiese se volevo telefonare più tardi.
No. Sapevo dove trovarlo.
Kiernan era famoso per la discutibile abitudine di fare colazione in un
caffè nei pressi del Dublin Castle, il quartier generale della Squadra omici-
di. Era proprio dietro l'angolo. Il cibo era così scadente che gli ispettori sa-
nitari vi si recavano avvolti in tute da decontaminazione prese in prestito
dalla Scientifica. Nemmeno gli agenti di sorveglianza pranzavano lì... e lo-
ro sarebbero entrati in qualsiasi bettola, in preda ai morsi della fame. Tutto
ciò che compariva sul menu era morto da più tempo di Lincoln, ed era sta-
to fritto al punto tale che eventuali somiglianze con il cibo erano puramen-
te casuali.
O, forse, dovrei dire impuramente casuali...
«Ehi, abbiamo compagnia», esclamò vivace, quando mi vide entrare.
«Posso offrirti la colazione?»
«È così che chiami questa roba?» dissi indicando il piatto.
«Perché, tu come la definiresti?»
«Un'offesa alle norme d'igiene, passibile di sanzione penale. Ma non vo-
glio che la mia opinione ti faccia passare l'appetito...»
«Non preoccuparti, non è successo.» Prese un altro boccone.
Cercai di non guardarlo. Il suo piatto era ricoperto da uno spesso strato
di grasso... sembrava un tappeto sporco di fango, dopo un'alluvione. Do-
vevano servirsi di martelli pneumatici, in cucina, per ripulire le stoviglie.
Ammesso che lo facessero.
Grace avrebbe dovuto farci un salto, prima di esprimere giudizi sulla
mia dieta.
Ma quando passavi le tue giornate a guardare quello che Kiernan era co-
stretto a vedere, non ti lasciavi certo impressionare dalla possibilità di un
avvelenamento da cibo.
Era un fotografo, ma i suoi scatti non finivano mai appesi nelle gallerie
di Temple Bar. Lavorava per la Polizia Metropolitana di Dublino, ed era
specializzato in quelli che lui stesso definiva «intimi ritratti di persone de-
cedute di recente»; una descrizione che, generalmente, induceva i curiosi
ad astenersi da ulteriori approfondimenti. Come tutti i fotografi della poli-
zia, trascorreva le sue giornate circondato da immagini che, se fossero state
trovate nelle mani di un cittadino comune, avrebbero costituito un motivo
valido per farlo arrestare all'istante o, nella migliore delle ipotesi, per farlo
rinchiudere in un istituto.
E, come tutti i suoi colleghi, esprimeva costantemente il desiderio di la-
sciarsi tutto alle spalle, di tirare fuori il grandangolo e di scattare foto al
sole che tramontava su Dublin Bay, o a un gattino addormentato. Ma io
non ci credevo, come non avevo creduto alle parole di quelli che avevo
conosciuto prima di lui. Era determinato a inchiodare gli svitati che gli
permettevano di guadagnarsi da vivere quanto un qualsiasi agente di poli-
zia. Forse anche di più.
Per non parlare, poi, del suo orgoglio professionale: non sarebbe mai
riuscito a farsi da parte, per cedere il posto alla nuova generazione. In fon-
do, era molto bravo nel suo lavoro. Ed ecco perché, adesso, mi trovavo lì.
Inizialmente, l'avevo conosciuto per via del suo secondo lavoro: per arro-
tondare, fotografava anche i vivi. Ma per quel genere di foto chiedeva una
tariffa più alta, dal momento che i soggetti erano più «difficili» rispetto a
quelli cui era abituato. A volte cercavano persino di fare conversazione,
cosa che lui considerava una gran perdita di tempo. Era stato lui a scattar-
mi la foto apparsa sul risvolto della sovraccoperta di uno dei miei libri. E
se avessi saputo allora quello che avevo scoperto in seguito sulla sua dieta,
probabilmente mi sarei rivolta a un altro fotografo: se gli fosse scoppiata
un'arteria durante la seduta, avrei dovuto ricominciare tutta la trafila dal
principio... E io odiavo farmi fotografare.
«Hai quello sguardo...» mi disse, mentre prendevo posto di fronte a lui.
Cercai di non toccare niente, per non sporcarmi e per timore di non riuscire
più a togliere la macchia. «Quale sguardo?»
«Quello che mi fa capire che vuoi qualcosa da me. Si tratta del mio cor-
po, per caso?»
«Temo di no. Intendo lasciare quel piacere al resto della popolazione
femminile di Dublino.»
«Un lavoro ingrato, ma qualcuno lo deve pur fare. Soltanto... vorrei che
qualche volta toccasse anche a me. La mia vita amorosa è brillante quanto
la soffiata che ho avuto ieri da Healy.»
«Ma che cosa c'è tra la Squadra omicidi e le donne? Tu hai tante relazio-
ni fallite, alle spalle, quante ne ha avute Zsa Zsa Gabor. Boland è divorzia-
to. E ho sentito dire che Walsh ci prova con qualsiasi cosa indossi una
gonna. Quanto a Dalton... non riuscirà mai a tenersi stretta una donna, a
meno che non la rinchiuda in una cella in cantina. E non mi stupirei se lo
facesse.»
«È proprio qui che ti sbagli. Il sergente Boland ha una nuova amica, a
quanto mi risulta. E spero che una volta tanto le cose tra loro funzionino...
così magari si sposano e io mi guadagno qualche scellino extra scattando
le foto del matrimonio.»
«Non ci sono più gli scellini.»
«Ma non mi dire... Sta cambiando proprio tutto.»
Restai un istante in silenzio, ripensando a quanto avevo appena sentito.
Era la dimostrazione della mia scarsa frequentazione del sergente Niall
Boland, negli ultimi tempi. Avevamo lavorato insieme a un caso poco do-
po il suo arrivo nell'unità di Grace, e avevo avuto modo di conoscerlo ab-
bastanza bene. E mi piaceva, malgrado quel suo modo di fare calmo e pa-
cato, che mi faceva imbestialire. Non riuscivo a ricordare l'ultima volta in
cui c'eravamo visti. Tutta colpa del mio recente isolamento. Avrei dovuto
fargli una telefonata.
«Avanti, spara... che cosa vuoi?» fece Kiernan.
«Ho qui una Polaroid, la foto di una persona. Voglio sapere chi è. Hai
qualche suggerimento?»
«Perché non lo chiedi al fotografo?»
«In circostanze normali lo farei. L'unico problema è che potrebbe essere
morto...»
«Piuttosto complicato», ammise. «Stiamo parlando dell'illustre Felix
Berg?»
«Può darsi. Lo conoscevi?»
«Conoscevo le sue opere.» Scrollò le spalle. «Niente male, se ti piace lo
stile manierato...»
«Avrei dovuto immaginarlo... Non potevo certo aspettarmi che un foto-
grafo potesse dire qualcosa di carino su un collega.»
«Ti sembra forse che il mondo della lotta al crimine sia diverso?»
«No, suppongo di no.»
«Appunto.»
Tirai fuori dalla tasca la fotografia che avevo trovato tra le carte di Felix
e gliela passai. Lui si pulì la mano sui pantaloni, prima di prenderla.
Un uomo si giudica dai suoi modi... non è così che dicono?
«È questa?» mi chiese. «Be', forse posso combinarci qualcosa. La scan-
nerizzo e traffico un po' con fuochi, filtri e luce...»
«Molto interessante, davvero; ma non ho bisogno di una lezione sulle
tecniche che usi, Kiernan. Allora? Lo puoi fare? Dimmi solo questo.»
«Certo che posso. Sai qual è il tuo problema? Continui a pensare che qui
a Dublino siamo rimasti all'Età della Pietra. So bene che non siamo a
Quantico, agente speciale, ma anche noi abbiamo accesso a qualche bene-
ficio della tecnologia moderna. Diamine, riusciamo persino ad avere l'elet-
tricità, quando il capo si ricorda di issare il parafulmine dietro la centrale.»
Sorrisi. A volte me le andavo proprio a cercare...
«Anzi, hai qualche impegno, nelle prossime ore?»
«Intendi oltre a vomitare dopo averti visto mangiare quella merda? Be',
no.»
«Bene. Allora vediamo se riesco a farti entrare di nascosto nel mio labo-
ratorio. Ci chiuderemo a chiave, così le segretarie avranno finalmente
qualcosa su cui spettegolare. Che ne dici?»
«Fai strada, bel fusto. Sono tutta tua.»

11

«Secondo lui», stavo spiegando a Fitzgerald, «il trucco consiste nell'in-


grandire il più possibile una foto...»
«Secondo lui... chi?»
«Tom Kiernan.»
«Hai preso in prestito il mio fotografo della scena del crimine?»
«Ha detto che non aveva impegni. Mi stai ascoltando? Secondo lui, il
trucco consiste nell'ingrandire la foto senza perdere completamente la
messa a fuoco. Se non esageri, l'immagine rimane un po' indistinta ma ve-
dibile, mentre se ti spingi troppo oltre, finisce con il collassare in un cumu-
lo di macchie. Non so come ci sia riuscito. Conosci il mio rapporto con la
tecnologia... Non potrei entrare nell'FBI, di questi tempi: tutte le reclute
devono possedere abilità che io non ho. Buona conoscenza di una lingua
straniera, informatica, tecnologia dell'informazione. Esperienza militare.
Mi ritroverei a cuocere hamburger, per tirare avanti.»
«Una grossa perdita per il mondo dei fast food, e un guadagno per la lot-
ta al crimine», commentò Grace, ironica.
Eravamo tranquillamente sedute nel suo ufficio, al Dublin Castle.
I tetti degli edifici spezzavano il cielo fuori dalla finestra. Era una gior-
nata limpida e serena. Un timido raggio di sole illuminava uno spigolo del-
la scrivania.
Sembrava quasi che la primavera fosse dietro l'angolo.
Aveva chiesto due tazze di caffè, ma evidentemente lo avevano ordinato
direttamente dalla Colombia perché non si era ancora fatto vivo nessuno.
«Sto solo cercando di spiegarti che cos'ha dovuto fare per far comparire
l'immagine.»
Gettai sulla scrivania la stampata che Kiernan mi aveva dato mezz'ora
prima.
Fitzgerald la afferrò, e la osservò.
«Assomiglia a Felix.»
«È Felix. Almeno, sono quasi sicura che si tratti di lui. Abbastanza da
scommetterci la mia gamba sinistra... ma, sai com'è, sono sempre stata por-
tata per il gioco d'azzardo.»
«Anch'io sarei pronta a scommettere la tua gamba sinistra. .. ma qual è il
punto?»
«Be', la foto mostra che forse qualcuno lo stava tenendo d'occhio. Lo se-
guiva. E lui lo sapeva.»
«No, invece. Non prova nulla del genere, e lo sai bene. È solo una foto-
grafia. Il fatto che sia stata scattata da qualcun altro è del tutto irrilevante.»
«Anche se questo qualcun altro fosse l'Uomo di Marx?»
«Non è lui.»
«Come puoi affermarlo con tanta sicurezza?»
Non riuscivo a capire perché fosse così restia a considerare una possibile
connessione, dopo tutte le frustrazioni che le aveva causato l'inchiesta.
Credevo che avrebbe gradito un aiuto da parte mia. «Per via di questo.»
Prese la cartelletta che fino a quel momento aveva tenuto capovolta sulla
scrivania e me la passò. «È arrivato questo pomeriggio. È il risultato del-
l'autopsia sul cadavere di Berg.» La afferrai e sollevai la copertina. Diedi
una scorsa veloce alle pagine.
Non avevo bisogno di perdermi tra i dettagli dell'esame tossicologico,
dell'analisi dei campioni di sangue e del contenuto dello stomaco. Lessi so-
lo la parte che consideravo davvero importante.
«Causa della morte: ferita da arma da fuoco autoinflitta.»
A stento riuscivo a credere a quello che stavo leggendo. Secondo Ala-
stair Butler, il patologo della città, l'unico verdetto possibile era che Felix
si fosse appoggiato la canna della pistola sull'occhio e avesse premuto il
grilletto. L'angolazione del proiettile indicava che la ferita era stata autoin-
flitta. Sulle mani erano stati trovati residui di polvere da sparo. Nessun se-
gno di lotta che facesse pensare a un tentativo di difesa. Soltanto un taglio
netto e poco profondo, piuttosto recente, sul dorso della mano, e qualche
lacerazione della pelle posteriore al decesso, causata dal contatto con le
rocce frastagliate. Nient'altro. Ma, tornando agli esami del sangue - forse
in cerca di un errore - notai che il tasso alcolico al momento della morte
superava di tre volte il limite consentito.
Si era ubriacato per trovare il coraggio di premere il grilletto?
La mia scoperta era avvenuta a meno di un'ora dal decesso.
«Ma non ha alcun senso.» Mi sforzai di accordare il tono della mia voce
a quanto stavo dicendo. «Lui mi ha detto che qualcuno stava cercando di
ucciderlo. Alice mi ha mostrato la sua raccolta di articoli sull'Uomo di
Marx. Ce l'ho qui, nella borsa. Stavo per consegnartela. E tu mi vieni a dire
che si è ucciso? Dev'esserci un errore.»
«Nessun errore. Butler sa quello che fa.»
«Avete trovato un biglietto?»
«Non è detto che un suicida debba per forza lasciare un messaggio.»
«Ma hai considerato il punto d'entrata del proiettile? Uno che decide di
uccidersi non si spara in un occhio, di solito punta l'arma alle tempie, alla
fronte... Ma gli occhi...»
«Sono solo statistiche. Ci sono sempre delle eccezioni. Il fatto che la
maggior parte dei suicidi non si spari negli occhi non esclude la possibilità
che lui abbia deciso di farlo. E poi, dovresti sforzarti di essere più coeren-
te. Non puoi affermare che c'è qualcosa di sospetto nel suicidio di Felix,
che stando alla tua ricostruzione sarebbe un'altra vittima dell'Uomo di
Marx, e ignorare le prove che inducono a escludere un coinvolgimento da
parte di quest'ultimo. La scelta stessa dell'occhio, per esempio... Il nostro
uomo non l'ha mai fatto prima. Prende sempre le sue vittime alle spalle. E
poi, la pistola era appoggiata alla pelle, quando è partito il colpo. Se l'as-
sassino fosse riuscito ad avvicinarsi tanto, non credi che Felix avrebbe ten-
tato di lottare, di difendersi con calci e pugni?»
«Ma... non hai detto nulla riguardo al ritrovamento di una pistola.»
Per la prima volta, mi sembrò a disagio. «Già, perché non è stata ritrova-
ta», ammise. «Che cosa?»
«Dalton ritiene che possa essergli sfuggita dalle mani quando Berg ha
premuto il grilletto, finendo in mare. Succede. Ho mandato una squadra di
sommozzatori a setacciare l'acqua nei pressi della banchina. Se trovano
qualcosa, saremo in grado di fare un confronto.»
«Quindi mi stai dicendo che non avete nemmeno le prove che Felix pos-
sedesse un'arma?»
«Sappiamo che è stato lui a premere il grilletto e che la pallottola ha at-
traversato l'orbita oculare e parte del cervello, conficcandosi nel cranio.»
«Di che tipo di arma si tratterebbe?» sospirai in preda alla frustrazione,
girando impaziente le pagine in cerca di un verdetto.
«Non ne siamo ancora sicuri. Un cimelio di guerra, o qualcosa di simile.
Gli ha spappolato il volto. Non è stato possibile identificarlo con esattez-
za.»
«Ma hai comunque intenzione di credere a questa teoria?»
«E che altro potrei fare? Sono un investigatore della Squadra omicidi, e
stamattina Butler ha eseguito un autopsia sul cadavere di un uomo che si è
suicidato. Stiamo cercando la pistola. Nel frattempo, non c'è nulla che fac-
cia pensare a un assassinio. Non posso aprire un'inchiesta per ogni suicidio
commesso in città; hai la minima idea di quanti siano?»
Stavo scuotendo il capo, incredula. Non riuscivo a pensare lucidamente.
«Mi dispiace, Saxon. Non credere che non voglia aiutarti, ma non ab-
biamo trovato nulla che ci induca ad avere dei sospetti riguardo al decesso
di Felix Berg. Inoltre, oggi ho trovato un po' di tempo per chiamare Mi-
randa Gray...»
«Chi?»
«Era la psicanalista di Felix. Dalton è venuto a sapere della sua esistenza
compilando il rapporto sulla sua morte.» Dovetti far appello a tutto il mio
autocontrollo per non farmi sfuggire un'imprecazione: mi irritava da mori-
re sapere che Dalton era riuscito a scoprire qualcosa che io ancora non sa-
pevo. Ciò andava contro tutte le normali leggi della natura. «Dice che Fe-
lix soffriva di depressione... da anni, ormai. Aveva avuto un esaurimento
nervoso, l'anno scorso.»
«Sì, Alice me l'ha detto.»
«Il suicidio di Berg non la sorprende. A quanto pare, la sua vita è stata
piuttosto complicata. Anche quella della sorella, in effetti.»
«Che cosa sa di lei?»
«È anche la sua analista.»
«Andavano dalla stessa strizzacervelli... Ma che carini! Dimmi, nello
studio c'era un sofà extralarge su cui potevano fare terapia insieme?»
«Naturalmente non ha potuto dire molto», continuò Grace, ignorando il
mio sarcasmo, «ma mi ha confessato che le condizioni di Felix la preoccu-
pavano, da un po' di tempo. Mi ha perfino letto alcuni dei suoi appunti. Fe-
lix parlava spesso del faro: da bambino aveva vissuto in quella zona. Se-
condo la dottoressa, dopo la morte dei suoi genitori aveva iniziato a rap-
presentare un elemento costante e affidabile nella sua esistenza. Gli dava
conforto, guardava sempre la sua luce la sera, prima di andare a letto. Evi-
dentemente, andava lì ogni volta che aveva un problema, o era triste e ave-
va bisogno di alleviare le sue pene. E sai come funziona con gli aspiranti
suicidi, spesso...»
«...quando hanno deciso che è giunto il momento di farla finita, tornano
in un luogo che per loro ha significato qualcosa. Sì, lo so», dissi, irritata.
«Che cosa ne è stato del rapporto strettamente confidenziale tra analista e
paziente?»
«Non essere meschina. In qualsiasi altra occasione avresti cominciato a
lagnarti se la dottoressa non ci avesse fornito qualche dettaglio. Anzi, do-
vresti essere felice... ti ho risparmiato la fatica.»
«E infatti lo sono. Davvero. Ma vorrei capire come avrebbe fatto Berg a
procurarsi una pistola.»
«Chiunque può trovarne una, a Dublino, se sa che cosa sta cercando.»
«Uno a zero per te. Ma non stiamo parlando di un'arma qualsiasi, no?
L'hai detto tu stessa. Mi sembra di capire che fosse un pezzo d'antiquaria-
to. Dove può averla trovata?»
«Se ne stanno occupando gli specialisti in armi da fuoco. Se scoprono
qualcosa, ti avverto. Non è compito mio... ho altre cose a cui pensare. Co-
me le indagini sull'Uomo di Marx, per esempio... ricordi? Probabilmente,
mentre noi stiamo qui a parlare, lui è là fuori in cerca della sua prossima
vittima. E se la ride alle nostre spalle. Quattro cadaveri sono sufficienti,
non ci serve un quinto omicidio; non possiamo basarci sui sospetti di quel-
l'eccentrica di Alice Berg, che continua a credere che il fratello sia stato
assassinato dal nostro uomo.»
«Si tratta della diagnosi professionale di Miranda Gray? È stata lei a de-
finirla un'eccentrica?»
«Ha usato altre parole.»
«Be', io non sono affatto persuasa. Ci sono troppe coincidenze per la-
sciar perdere tutto. L'interesse di Felix per questo caso. La sua telefonata.
Stava cercando di dirmi qualcosa, ne sono convinta. Persino il fatto che la
pallottola sia entrata attraverso l'occhio... è troppo simbolico, è come se
fosse stato punito per aver visto qualcosa. Qualcosa che non avrebbe do-
vuto vedere.»
«E la tua esperienza dovrebbe averti insegnato quanto sia difficile far
sembrare un omicidio un suicidio.»
Non volevo ascoltarla. Mi dimenavo, in cerca di una corda cui potermi
aggrappare.
«Nessuno ha sentito lo sparo?»
«No, ma è una zona piuttosto tranquilla. La gente che vive laggiù non è
come te. È probabile che un colpo di arma da fuoco venga scambiato per il
ritorno di fiamma del motore di un'automobile.»
«Mentre la sottoscritta farebbe esattamente il contrario: si interroghereb-
be subito sul calibro della pistola», dissi tranquillamente. Non ne andavo
affatto fiera. «E che mi dici dei testimoni?»
«Ce ne sono un paio. Ma tu non mi stai ascoltando, Saxon. Potevano an-
che esserci un migliaio di persone, giù al molo. Anche se mi dicessi che
l'intera Orchestra Sinfonica di Dublino stava giocando a nascondino su e
giù dalle barche, non farebbe alcuna differenza. Non esiste nulla che indu-
ca a pensare che quello di Berg non sia stato un puro e semplice suicidio.
Nessuna prova.»
«Scusami. Che cos'hanno visto quei due?»
«Soltanto te. Dico sul serio. Sei rimasta lì tutta sola per parecchio tem-
po... non potevano non notarti.»
«E come mi hanno descritta?»
«Una donna bassa di statura, con i capelli scuri, che fumava un sigaro. E
che non riusciva a stare ferma. Ti avrei riconosciuta ovunque.»
«E non hanno detto nulla del mio aspetto fantastico, del mio sex-
appeal?»
«Era buio.»
«Oh, be'... ho avuto descrizioni peggiori.» Sentii il panico che saliva
dentro di me, mentre i fili che tenevano insieme il mio interesse per la
morte di Felix Berg iniziavano a sfilacciarsi, spezzandosi. «È solo che non
riesco a capire. Se Felix sì è ucciso, perché inscenare una simile farsa?
Perché far credere a me, ad Alice, a tutti che si è trattato di un omicidio?
Perché dirmi che qualcuno stava cercando di assassinarlo?»
«Chi lo sa che cosa gli è passato per la testa? Forse voleva solo rendere
più drammatica la sua morte. Forse andarsene come uno qualsiasi non era
abbastanza, per lui. Magari voleva restare al centro dell'attenzione anche
dopo il decesso. Voleva che il mondo si interrogasse sulla sua scomparsa.
Chi meglio di te poteva servire allo scopo? Una scrittrice famosa, un'ex
agente dell'FBI... Forse voleva soltanto assicurarsi di avere un pubblico, e
pensava che non ti saresti mai presa la briga di andare fino al faro... e che
non avresti mai accettato il suo invito, assistendo così alla prima e unica
rappresentazione di un suicidio. Oppure...» continuò, in un tono che mi co-
strinse a sollevare lo sguardo e a prestare attenzione alle sue parole, «pen-
sava di portarti con sé.»
«Adesso credi che volesse uccidere anche me?»
«È possibile.»
«No. È ridicolo, invece.»
«Tu non sai riconoscere ciò che è ridicolo da ciò che non lo è. Non sai
niente di Felix Berg. Non sai che cosa gli passasse per la testa, né di che
cosa potesse essere capace. Ed è proprio per questo che dovresti lasciar
perdere tutta questa storia. Non sto scherzando», disse decisa. «Un minuto
prima mi dici che vuoi solo fare due chiacchiere con Alice, senza farti
coinvolgere, e quello dopo vai su tutte le furie perché, in fondo, dietro la
morte di Felix potrebbe non esserci nulla di misterioso. Sono preoccupata,
chissà dove potrebbe portarti tutto questo. Non voglio che tu ti faccia tra-
scinare in questa faccenda.»
«Infatti, non accadrà. Sono solo curiosa.»
«Sai come dice il proverbio. La curiosità uccise...»
«Il gatto. Già, ma io non sono un gatto. Sono agitata, tutto qui. Ho biso-
gno di fare qualcosa, per non grippare. Non sono fatta per i pomeriggi sul
divano davanti alla TV.» Richiusi la cartelletta di scatto, restituendole il
referto dell'autopsia. «E poi mi conosci. Ho bisogno di sapere. Felix mi ha
chiamato al telefono; ha organizzato un incontro e, quando sono arrivata
sul posto, lui era morto. Dovrà pur voler dire qualcosa.»
«Gli aspiranti suicidi sono mentalmente disturbati. Le loro azioni e le lo-
ro parole non significano nulla. Ci sono cose che non hanno senso. E tu lo
sai bene. A volte non c'è modo di scoprire che cosa sta succedendo, perché
i conti non tornano. Allora, archivi l'episodio fra le tue esperienze e vai a-
vanti. Sai che cosa ho imparato? Che non sempre riesci a giungere a una
conclusione logica. In alcuni casi, vi sono questioni che restano in sospeso.
A volte devi semplicemente accettare il fatto che non riuscirai ad avere tut-
te le risposte.»
«Non ne sono mai stata capace. Non è nella mia natura.»
«Già. È per questo che finisci sempre per metterti in un mare di guai.»

12

Non è detto che un suicida debba per forza lasciare un messaggio. Gra-
ce aveva ragione, pensai, mentre uscivo dal suo ufficio e mi incamminavo
verso casa, facendomi largo tra la folla incessante.
Sydney non l'aveva fatto.
Si era alzata dal letto, una mattina, e non si era nemmeno preoccupata di
vestirsi. Era scesa a piedi fino alla ferrovia che passava dietro la sua abita-
zione; aveva posato la testa sui binari, usandoli come cuscino, e aveva a-
spettato il treno del mattino, diretto da Boston a Washington.
Era mia sorella.
Era stata mia sorella, dovrei dire. Ormai era solo un ricordo, che si face-
va via via più sbiadito. Ogni anno diventava più difficile riuscire a ricorda-
re il suo viso; e non avevo niente che mi aiutasse a farlo. Non possiedo fo-
tografie del mio passato: si tratta di una vita che preferirei dimenticare. E,
del resto, non avevo mai pensato che avrei avuto bisogno di una foto per
ricordarmi di mia sorella. Non potevo immaginare che se ne sarebbe anda-
ta così presto.
Nessuno riuscì mai a capire perché si fosse uccisa; e la cosa peggiore fu
che nessun altro, a parte la sottoscritta, sembrava interessato a scoprire che
cosa l'avesse spinta a farlo. Era l'unica, della famiglia, per cui provassi
qualcosa. Io e i miei genitori non eravamo mai andati d'accordo. E mio fra-
tello, il primogenito, era una persona così arrogante e piena di sé da aver
perso il contatto con il mondo reale ormai da parecchi anni. Sydney era la
piccolina di casa. Mi guardava con ammirazione. A differenza degli altri,
non mi giudicava in base ai soliti standard fasulli. Mi accettava per quello
che ero, proprio come Fitzgerald.
Era sposata all'incirca da un anno, quando morì. E sapevo che le cose
per lei non erano state facili. Il marito aveva iniziato a fare lo stupido il
giorno stesso in cui si erano messi insieme. In seguito, venne fuori che si
era sbattuto anche una delle damigelle d'onore... un vero romantico. Non
saprò mai a che gioco avesse iniziato a giocare con la mente di mia sorella,
subito dopo il matrimonio. In ogni caso, cercai di persuaderla a mollare
tutto e a cominciare una nuova vita; ma, nonostante i miei sforzi, durante
quell'anno iniziò a dubitare della possibilità di sfuggire all'influenza di
quell'uomo, e perse coscienza delle proprie forze. La Sydney che conosce-
vo svanì davanti ai miei occhi, mentre lui si portava via la sua anima, un
poco alla volta, rinchiudendola in un luogo in cui non sarebbe riuscita ad
arrivare. Alla fine, i binari dovevano esserle sembrati l'unica via di fuga.
Non sempre riesci a giungere a una conclusione logica. In alcuni casi,
vi sono questioni che restano in sospeso. A volte devi semplicemente accet-
tare il fatto che non riuscirai ad avere tutte le risposte.
Grace non doveva assolutamente sapere quanto quelle parole mi avesse-
ro ferita. Non le avevo mai raccontato di Sydney. Sapeva che avevo un fra-
tello, perché di tanto in tanto mi mandava gli auguri di Natale che io, im-
mancabilmente, non ricambiavo; in verità, non ero mai stata capace di con-
dividere quella disgrazia con nessun altro; nemmeno con lei. Non mi ero
mai fatta illusioni, non credevo affatto che, parlandone, sarei riuscita ad al-
leviare il dolore che provavo.
Soltanto una persona sapeva: Lawrence Fisher, uno psicologo criminale
che avevo incontrato mentre lavoravo alla stesura di un libro dedicato ai
profiler, e a cui Grace aveva chiesto aiuto in relazione ad alcune indagini.
Lo consideravo uno dei miei migliori amici... per quello che vale; comun-
que, l'unica ragione per cui sapeva di Sydney era che aveva insegnato un
paio di semestri a Boston, dove aveva incontrato alcune persone che cono-
scevano me e la mia famiglia. Gli avevo fatto giurare di mantenere il se-
greto, pena... una pena terribile. Avevo già capito che le minacce dirette,
nel suo caso, erano molto efficaci. Gli uomini sono dei tali codardi...
No, Grace non doveva assolutamente sapere. Ma potevo forse lasciare
che accadesse di nuovo? Potevo permettere che morisse un'altra persona
senza scoprire il perché? Con Sydney avevo tentato di scavare un tunnel
fino ad arrivare all'altro capo del mondo, armata soltanto di un cucchiaino.
Ero convinta che il marito fosse responsabile del suo suicidio, che le aves-
se messo in testa quell'idea e l'avesse plagiata in modo sottile. Per conto
mio era colpevole come se l'avesse legata ai binari e avesse preso il posto
del macchinista. Ma per gli altri, i miei sospetti andavano contro ogni logi-
ca; nessuno era disposto ad ascoltarmi. Preferivano considerare l'ultima a-
zione di Sydney il sintomo di una fragilità interna, piuttosto che un crimi-
ne. Al contrario della sottoscritta.
E adesso era arrivato Felix. E stava succedendo tutto di nuovo.
La storia che si ripete.
E io? L'avrei permesso?

Quella mattina non riuscii a tornare al mio appartamento. Uno strano


impulso mi spinse ad avviarmi verso Kilmainham, passando per St. Jame-
s's Gate e Military Road, per poi entrare nel cortile dell'Irish Museum of
Modem Art. Ero ormai giunta davanti alla porta d'ingresso, quando me ne
resi conto. Ma non mi sorpresi affatto: se le gambe mi avevano condotto
fin lì, c'era un motivo ben preciso.
Mi soffermai un attimo a chiedermi se la mostra di Felix fosse stata
chiusa, in segno di rispetto. Poi mi tornarono in mente le parole di Burke:
la morte di un artista faceva la fortuna dei botteghini. C'erano troppe ripro-
duzioni in cartolina e troppi libri da smaltire. Gli affari sono affari, in fon-
do. Anche quando si tratta di gallerie.
Rimasi lì fuori per un po', a fumare un sigaro. Mi presi il mio tempo.
Pensai a Sydney; avrei voluto ricordare un particolare che mi aiutasse a
cancellare l'immagine di lei che usciva di casa in camicia da notte, avvian-
dosi rassegnata alla morte. Ma fu inutile.
Cominciò ad arrivare qualche altra persona: sentii sussurrare più volte il
nome di Berg. Siamo davvero tutti così necrofili? È sempre così immedia-
to il rapporto tra morte e celebrità?
Mi unii ai visitatori; entrai in un lungo corridoio dalle pareti spoglie, in-
terrotto su un lato da una fila di finestre che davano su un cortile interno,
luminoso e tranquillo.
In fondo si apriva una porta; un semplicissimo cartello recava solo que-
ste quattro parole: NUOVI STUDI, FELIX BERG.
Nient'altro. Non c'erano spiegazioni, né analisi. Il che fu un vero sollie-
vo.
Entrai.
Mi immersi ancora una volta nella mente di Felix.
Le foto erano meno numerose di quanto mi aspettassi, ne contai soltanto
ventuno... non molte, considerando che si trattava della prima mostra dopo
il successo di La città irreale. Ma erano semplicemente incredibili. Mi tro-
vavo davanti al rovesciamento di quanto avevo ammirato la sera prima, sul
mio terrazzo, sfogliando le pagine di quel libro che mi aveva lasciato senza
fiato.
La città brulicante di spettri che si manifestavano alla luce del giorno era
svanita per lasciare il posto a un'atmosfera addirittura più sconvolgente e
snervante. Quei ventuno scatti ritraevano una Dublino talmente vuota da
farti sentire persa, sola e abbandonata, semplicemente guardandola. Non
c'era niente che ricordasse neppure vagamente una qualche forma di vita:
solo il nulla più totale. Era come se l'osservatore si fosse svegliato all'im-
provviso, trovandosi davanti a un mondo vuoto e spopolato: e l'effetto era
davvero impressionante.
Le fotografie della sera prima mi erano sembrate misteriose e irreali, ma,
paragonate a queste, finivano con l'essere fin troppo affollate, quasi corrot-
te da quelle stesse cose verso cui provavano repulsione. Le ultime opere di
Felix possedevano un'immobilità, una tranquillità particolari: sembrava
quasi che l'artista avesse catturato il silenzio e la solitudine che risiedono
anche nel cuore della città più densamente popolata.
Non riuscivo a immaginare come avesse potuto eseguire degli scatti si-
mili. Erano tutte vedute di Dublino, ma una Dublino da cui era stata can-
cellata qualsiasi traccia di vita. Cornmarket la mattina, sotto la pioggia,
senza un'anima in giro. Com'era possibile? E poi Greek Street, Westland
Row, Golden Lane, Lincoln Place, e la stradina di fronte alla stazione di
Tara Street. E Merrion Square, Earlsfort Terrace, Wicklow Street che svol-
tava in Exchequer Street... tutte illuminate da una gelida luce invernale,
ghiacciate, imbalsamate... E su tutto regnava quella stessa atmosfera di
spopolamento.
Ma era davvero così? Più fissavo quelle immagini, più mi sembrava di
scorgere qualcosa che prima non avevo notato.
In effetti, c'erano delle persone.
Si trattava più che altro di fugaci apparizioni, facce, piccoli dettagli: ma
c'erano.
Ecco un volto che faceva capolino da una finestra striata dalla pioggia.
Ed ecco un'ombra sottile, allungata dal debole sole del pomeriggio: do-
veva appartenere a una figura appena fuori dall'inquadratura; e il riflesso di
un'altra sulla superficie di una pozzanghera frammentata. E poi una perso-
na di spalle, lontana, in fondo alla strada.
Un altro scatto riprendeva la parte posteriore di un piede, probabilmente
qualcuno che aveva appena girato l'angolo.
Oppure una mano che afferrava lo spigolo di una porta che si chiudeva.
E questa cos'era? La foto era stata scattata da sotto una sedia, il viso ritrat-
to era completamente oscurato. Erano lì, quasi invisibili, ma comunque
presenti. Figure colte di sfuggita, della cui presenza ci si accorgeva appe-
na.
Come se qualcuno le stesse osservando. O, meglio, come se loro stessero
osservando Felix.
Dunque era così che si era sentito, negli ultimi mesi?
Osservato?
Pedinato?
Comunque fossero andate le cose, c'era qualcosa di strano nei suoi Nuo-
vi Studi, e impiegai diverso tempo per scoprire di che cosa si trattasse.
Poi capii.
C'era della neve, in alcune delle fotografie.
Ammucchiata contro le ringhiere e lungo gli spigoli dei muri, sopra i
gradini e i davanzali delle finestre, e sui rami degli alberi altrimenti spogli.
In uno scatto si distingueva anche una scia di piccole impronte a zig zag.
E quell'inverno non aveva mai nevicato.
Lo sapevo per certo, perché mi piace la neve; probabilmente dipende dai
miei geni del New England. E capita così di rado di vedere una nevicata a
Dublino che, quando finalmente accade, bisogna assaporarla, custodendo-
ne il ricordo per tempi più magri.
Ho letto non so più dove che gli inverni miti, da queste parti, hanno
qualcosa a che fare con la Corrente del Golfo, ma io non ne so nulla, e non
ho mai pensato che valesse la pena approfondire l'argomento. Anche am-
messo che riuscissi a scoprire perché non nevica, non potrei cambiare le
cose.
Tutto quello che sapevo era che, durante l'inverno precedente, non si era
visto un solo fiocco di neve in città. Dunque, com'era riuscito Felix a scat-
tare quelle foto, dopo il ritorno dagli Stati Uniti lo scorso autunno? Era più
probabile che le immagini risalissero all'anno prima, in cui, insolitamente,
aveva nevicato per un'intera settimana. Mi ero goduta ogni istante di quei
sette giorni... anche se non credo che la cosa avesse qualche importanza.
Se aveva deciso di far passare per nuove alcune vecchie opere, be', la
cosa non mi riguardava. Erano comunque impressionanti, indipendente-
mente dal periodo in cui erano state scattate. Estate, autunno, inverno: a
chi importava, in fondo?
Ma, mentre mi avvicinavo per verificare l'esattezza della mia osserva-
zione, notai un nuovo particolare, su cui non potevo sorvolare tanto facil-
mente. Un cartello stradale offuscato: O'NEILL'S PLACE.
Mi sentii mancare il fiato.
Era il luogo in cui Tim Enright era stato assassinato dall'Uomo di Marx.
Una coincidenza?
Rapidamente, cominciai a esaminare le altre fotografie, sperando di tro-
vare quello che stavo cercando.
Grosvenor Square.
Main Street.
La Mansion House, all'ombra della quale era morta Jane Knox. Una fal-
ce di luna mordicchiata era aggrappata al cielo nero, sopra la skyline degli
edifici.
Erano tutti lì.
I posti in cui il mostro aveva colpito. Felix Berg li aveva fotografati, e
adesso erano lì, appesi alle pareti della galleria, come parte della sua ulti-
ma raccolta.
Forse non c'era nulla di strano. Era ossessionato dagli omicidi, era stata
la stessa Alice a dirmelo. Quindi era assolutamente naturale che avesse vo-
luto ritrarre gli angoli scelti dall'Uomo di Marx, prima di lui. Era convinto
che gli assassini fossero la chiave per comprendere veramente una città.
Ma questa mostra era stata inaugurata il primo di gennaio. Prima che
l'Uomo di Marx facesse la sua prima vittima.
Stavo lì, in piedi, con gli occhi fissi su quelle immagini che controllai e
ricontrollai per essere sicura di aver visto giusto. Avevo bisogno di to-
gliermi anche il minimo dubbio, prima di girarmi e di tornare nell'atrio, in
cerca di un telefono.
Chiamai Alice.
«Sono Saxon», dissi non appena sollevò il ricevitore.
«Se intende piangere con me la prematura scomparsa di mio fratello»,
ribatté sarcastica, «lasci perdere. Un detective che era giù al faro ieri notte
- un certo Seamus Dalton, è possibile? - ha chiamato un'ora fa per comuni-
carmi i risultati dell'autopsia.»
«No, niente di tutto questo. A differenza della polizia, io non credo che
le cose siano semplici...»
Un lungo silenzio. Iniziavo a pensare che avesse riattaccato.
«Sarà meglio che venga qui.»
13

La porta era leggermente socchiusa, quando arrivai a casa di Alice. La


spinsi delicatamente con un piede ed entrai nell'ingresso. Per terra c'era un
foglio di carta piegato in quattro, che qualcuno doveva aver infilato nella
buca delle lettere. Alzai lo sguardo, per assicurarmi che non ci fosse nes-
suno; quindi mi inginocchiai e, svelta, lo aprii.
Un messaggio: Alice, chiamami. Ti prego - Gina.
Sentii un rumore provenire dal piano di sopra e, presa da un senso di
colpa, rimisi il biglietto dove l'avevo trovato.
«Alice?» dissi, alzando la voce.
Comparve il suo viso, in cima alle scale.
«Ah, è lei. Chiuda la porta e venga su.»
Feci come mi aveva detto e salii al primo piano. Mi domandai se avesse
lasciato la porta aperta di proposito, dal momento che aspettava una mia
visita... ma allora come aveva fatto a non notare il foglietto?
Forse voleva che lo vedessi anch'io.
La prima cosa che osservai, al piano di sopra, fu che stava mettendo al-
cuni abiti in una borsa appoggiata sul tavolo.
Li dispose accuratamente, premendoli con forza, prima di andare a pren-
derne degli altri in una stanza adiacente al soggiorno.
Indossava un paio di occhiali scuri, anche se la luce non era particolar-
mente forte.
«Che cosa fa?»
Le parole mi uscirono dalla bocca senza che me ne rendessi conto.
Mi guardò per un attimo, cercando di capire che cosa si celasse dietro la
mia domanda. Poi rispose semplicemente: «Me ne vado per qualche gior-
no. I giornalisti mi stanno tormentando da quando hanno saputo della mor-
te di Felix. Il telefono non fa che squillare; vengono persino a bussare alla
porta, nella speranza che rilasci qualche dichiarazione. Qualcuno mi ha
addirittura offerto del denaro. Per che cosa, poi, non lo so...» Aveva un'e-
spressione disgustata. «Non li ha visti, là fuori?»
«Veramente, non ho visto nessuno», risposi sincera.
«No?»
Mi sembrò sorpresa. Posò i vestiti sul bracciolo del divano e attraversò
la stanza. Senza avvicinarsi troppo alle finestre, sbirciò nel viottolo sotto-
stante. Era confusa; quasi allarmata.
«Devono essersene andati. Per il momento.»
Non potei fare a meno di chiedermi se la morte del fratello non l'avesse
resa un po' paranoica. Perché mai aveva lasciato la porta socchiusa, se i
giornalisti la infastidivano?
«Credo che dovrebbe parlare con Grace... con il sovrintendente capo», le
suggerii. «Potrebbe incaricare qualcuno di sorvegliare la casa e di tenere
lontana la stampa...»
Di sicuro, ciò non mi avrebbe fatto guadagnare la gratitudine di Grace.
La Polizia Metropolitana aveva già il suo bel da fare, senza dover proteg-
gere dai paparazzi una critica d'arte che aveva appena subito un lutto.
Comunque, Alice scosse il capo.
«Posso cavarmela da sola.» Per la prima volta, notai il gelo che si na-
scondeva dietro quella facciata apparentemente timida e controllata. «E
poi, non sono sicura che avere intorno degli sbirri sarebbe una soluzione
preferibile.»
Tornò ai suoi preparativi. Stava prendendo molte più cose di quanto mi
sarei aspettata, considerando che sarebbe stata via solo qualche giorno. Ma
non erano affari miei. Non doveva essere facile vivere in quella casa, dopo
quello che era accaduto al fratello. Riuscivo a capire il suo bisogno di fug-
gire. Avevo provato la stessa cosa, dopo la morte di Sydney.
«Non mi allontanerei troppo, se fossi in lei», mi accontentai di dirle con
delicatezza.
«Voglio solo trovare un hotel, prendere una stanza sotto falso nome e ri-
posarmi.»
«È solo che la polizia potrebbe avere ancora bisogno di lei.»
Qualcosa nella mia voce dovette allarmarla, nonostante i miei sforzi di
assumere un tono del tutto casuale. «Ma chi è lei? Chi è veramente, inten-
do. Quando è venuta qui, ieri, mi ha detto di non essere un'agente.»
«Infatti.»
«Be', però, a volte parla proprio come loro. Perché mi sta facendo tutte
queste domande su Felix?»
«Non sono della polizia. Ma una volta ero un'agente speciale... ero nel-
l'FBI. E sono molto vicina a Grace Fitzgerald, il sovrintendente capo... la
donna che ha conosciuto quando è andata a identificare il corpo di suo fra-
tello. Come si dice, le vecchie abitudini sono dure a morire. Voglio solo
sapere che cosa è successo giù a Howth, l'altra notte. E voglio capire il mo-
tivo della telefonata di Felix.»
«La polizia è convinta di sapere già che cosa è accaduto», ribatté sprez-
zante.
«Lei non crede che Felix si sia suicidato?»
«Certo che no! Perché avrebbe dovuto fare una cosa simile? Non avreb-
be mai gettato al vento la sua vita... E per nulla, poi. Non mi avrebbe mai
lasciata sola. Non possedeva nemmeno una pistola. E, anche ammesso che
fosse riuscito a procurarsene una, non avrebbe saputo come usarla. E que-
sto è soltanto uno dei particolari che contribuiscono a rendere assurda tutta
questa storia. Prima mi dicono che si è ammazzato. Poi che aveva una pi-
stola. E adesso? Che cosa devo aspettarmi? La rivelazione che indossava
biancheria femminile al momento del decesso?»
«Secondo i risultati dell'autopsia, aveva residui di polvere da sparo sulle
mani.»
«Non sono un'esperta... Tutto quello che so è che mio fratello non si sa-
rebbe mai tolto la vita. E al telefono mi ha detto che anche lei pensava la
stessa cosa.»
«Sto solo giocando a fare l'avvocato del diavolo. Mi sforzo di considera-
re la vicenda dal punto di vista della polizia», dissi esitante. Sapevo di av-
venturarmi su un terreno pericoloso. «Ieri mi ha detto che Felix, ultima-
mente, non dormiva... che stava lavorando troppo.»
«Lo faceva sempre», confessò. «Prima della pubblicazione di La città ir-
reale, ebbe un esaurimento nervoso. E, l'anno scorso, iniziò a manifestare
gli stessi sintomi.»
«È successo dopo l'aggressione subita in città?»
«Lo sa?»
«L'ho letto nei necrologi. Ma non dicevano nulla riguardo a un crollo
nervoso. Ho soltanto fatto due più due.»
«Non è il genere di notizia che avremmo voluto diffondere. L'aggressio-
ne l'aveva sconvolto emotivamente. Soffriva di violenti mal di testa, ed era
profondamente depresso. Eravamo convinti di averlo perso. E credevamo
fosse meglio tener segreta la cosa. Vincent...»
«Chi?»
«Vincent Strange. È un nostro caro amico. Questa storia l'ha distrutto. Si
è occupato della vendita di molte opere di Felix. È il titolare di una galle-
ria, qui a Temple Bar.»
Ecco dove avevo sentito quel nome. Era il genio che aveva scritto l'in-
troduzione al libro di Berg, quel mucchio di stronzate sulla contingenza
della realtà...
«Io e lui decidemmo, insieme, che la soluzione migliore fosse portare
Felix da qualche parte, finché non si fosse ripreso. Sa, per evitare le chiac-
chiere della gente. Andammo nel New England: Connecticut, Rhode I-
sland, New Hampshire. Sei mesi di viaggio. All'inizio non fu facile, ma,
lentamente, mio fratello cominciò a sentirsi meglio, sembrava aver ripreso
il controllo. Ormai era in grado di affrontare il ritorno a casa.»
«A quando risale tutto questo?»
«Allo scorso ottobre. Gli avevamo anche trovato un altro medico, qui a
Dublino, che gli prescrisse un nuovo cocktail di farmaci. Da tempo non lo
vedevo così in forma. Ha organizzato la mostra. E, subito dopo, sono ini-
ziati gli omicidi di quel dannato Uomo di Marx... Come le ho già detto, Fe-
lix ne era ossessionato. E vedevamo tutti i nostri sforzi vanificati da quel
mostro.»
«Da tempo non lo vedeva così in forma... Per questo aveva smesso di
scattare fotografie?»
Sulla stanza scese un silenzio glaciale.
E la sua espressione lo era ancora di più.
«Chi gliel'ha detto?»
«Fortuna. Sono stata alla mostra, a Kilmainham. È da lì che l'ho chiama-
ta. Ed è proprio questo il motivo per cui ho deciso di telefonarle. Ho notato
che c'era della neve in alcune delle fotografie... ma non ha mai nevicato,
qui a Dublino, nel periodo compreso tra il vostro ritorno in ottobre e l'i-
naugurazione della personale di suo fratello, il primo di gennaio. Quei ven-
tuno scatti non possono risalire all'ultimo inverno.»
«Ha... ha intenzione di rivelare qualcosa, al riguardo?»
«E perché dovrei? Quelle foto mi piacciono, indipendentemente dal pe-
riodo in cui sono state scattate.»
«Non si è sbagliata, a proposito delle date.» Il muro di ghiaccio iniziò a
sciogliersi, quando si rese conto che non avrei fatto nulla che potesse dan-
neggiare la reputazione del fratello. Smise persino di mettere i vestiti nella
borsa e venne a sedersi di fronte a me. Si chinò leggermente in avanti, co-
me per assicurarsi che capissi perfettamente quello che aveva da dirmi.
«Felix mi ha detto di averle scattate lo scorso inverno. Non aveva più fatto
nulla, dopo il ritorno dagli Stati Uniti. Aveva cominciato a sentirsi meglio,
e la sua ansia creativa se n'era andata. Diceva di aver perso l'occhio... ave-
va iniziato a vedere le cose in modo diverso, e il mestiere di fotografo non
gli apparteneva più.»
«Niente più foto? Era davvero deciso?»
«Mi disse che per lui erano state un peso, per anni... e non aveva alcuna
intenzione di ricominciare.»
«Però aveva un piccolo problema: l'imminente apertura della mostra.»
«Era stato Vincent a organizzarla. Felix non voleva metterlo nei guai. E
poi, aveva bisogno di soldi. Aveva speso molto, durante il suo crollo ner-
voso. Se voleva iniziare una nuova vita, gli servivano soldi. Io ho provato
a dirgli che saremmo stati bene, con i miei risparmi. Ma lui ha preferito ti-
rar fuori quelle vecchie fotografie, e fingere che fossero state scattate in
tempi più recenti. Alla galleria non se ne sono mai accorti. Erano così feli-
ci di avere qualche opera nuova... non importava il numero esiguo. Gli
scatti sono piaciuti molto; sono stati annoverati fra i suoi lavori migliori.»
«Forse sono piaciuti anche a qualcun altro», osservai. «Fin troppo, di-
rei.»
«Non la seguo.»
«Lei ha visto quelle fotografie, Alice?»
«Naturalmente. Felix non mi permetteva mai di vedere i suoi lavori,
prima che venissero esposti; non li mostrava mai a nessuno, se non ne era
assolutamente soddisfatto. Ma sono andata all'inaugurazione insieme a
Vincent... e ci sono tornata qualche giorno dopo, per dare un'occhiata con
più tranquillità.»
«E poi?»
«Intende dire se sono stata ancora alla mostra? No. Perché me lo chie-
de?»
Le dissi che i luoghi immortalati dal fratello erano gli stessi in cui si era-
no consumati gli omicidi dell'Uomo di Marx. Mentre parlavo, estrasse una
boccetta di pillole dalla tasca; ne versò tre sul palmo della mano, che portò
poi alla bocca. Non ero nemmeno sicura che se ne fosse resa conto. Gliele
aveva prescritte il medico, dopo la scomparsa del fratello?
«Ma è impossibile», disse. «La mostra è stata inaugurata il primo di
gennaio. E il killer ha fatto la sua prima vittima soltanto una quindicina di
giorni dopo. Dev'essersi sbagliata, Saxon.»
«No, invece. Provi a considerare l'intera faccenda dal punto di vista in-
verso: la cosa importante non è l'ossessione di Felix per gli assassini... ma
il motivo che si nasconde dietro di essa. Cosa lo attirava in quegli omicidi?
Ce ne sono parecchi a Dublino. Troppi, direi. Che cos'avevano di diverso,
quelli dell'Uomo di Marx? Perché suo fratello era così fissato? Io credo
che sapesse che le scene dei delitti corrispondevano ai luoghi ritratti nelle
fotografie in mostra a Kilmainham... e quelle fotografie portavano il suo
nome.»
«Sta forse dicendo che il killer è stato alla mostra, ha visto gli scatti di
Felix e ha scelto deliberatamente di uccidere quelle povere persone in que-
gli stessi luoghi? E perché mai l'avrebbe fatto?»
«Questo non lo so. Ma è l'unica risposta che abbia un senso. L'unica che
spieghi l'ossessione di suo fratello, fin dal primo omicidio. L'Uomo di
Marx uccide Tim Enright all'O'Neill's Place. Felix pensa che si tratti di una
strana coincidenza, e decide di non darvi molta importanza. Poi, il giudice
Prior viene assassinato in Grosvenor Square, e lui inizia a individuare una
sorta di schema. Dopo i due omicidi successivi, non ha più alcun dubbio.
Non poteva non essere ossessionato da una tale scoperta! Non ha mai pro-
vato a dirle che era proprio questo legame a logorarlo?»
Scosse il capo, smarrita.
«E lei non ha mai notato una simile connessione? Nemmeno di sfuggi-
ta?»
«No. Ha visto anche lei le foto di mio fratello: puoi trovarti davanti alla
tua casa e non riconoscerla nemmeno. Rendeva tutto così alieno, straniato.
Aveva questo dono: prendeva gli oggetti e li faceva suoi. Li rimodellava,
mostrandoceli attraverso i suoi occhi. In molti casi, non sono riuscita
nemmeno io a capire dove avesse realizzato quegli scatti. Non amava par-
lare del suo lavoro, e usciva sempre da solo quando doveva fotografare
qualcosa. Di solito, preferiva farlo di notte.»
«Evidentemente, l'Uomo di Marx non ha avuto problemi a capire di qua-
li luoghi si trattasse», osservai.
Alice si alzò e tornò alla borsa che stava preparando; vi infilò l'ultima pi-
la di abiti e lasciò cadere la parte superiore, che chiuse rapidamente con la
zip. Quindi, passò alle cinghie.
Voleva tenere le mani occupate, mentre rifletteva.
«Ha parlato con la polizia?» mi chiese senza fermarsi.
«Ho chiamato il sovrintendente capo.»
«E che cos'ha detto?»
«Che avrebbe mandato qualcuno a dare un'occhiata.»
«Ma?... Perché c'è un ma, non è vero?»
«C'è sempre un ma... Secondo il sovrintendente capo Fitzgerald, il fatto
che l'Uomo di Marx abbia scelto di uccidere le proprie vittime nei luoghi
ritratti da suo fratello serve soltanto a spiegare l'ossessione di Felix, ma
non rivela nulla riguardo all'identità dell'assassino. Ed è solo questo che le
interessa. Non le sembra una soluzione molto pratica quella di mettere sot-
to sorveglianza gli altri diciassette punti della città immortalati negli scatti
in mostra a Kilmainham, nella vaga speranza che il killer si faccia vivo,
una di queste notti. E c'è dell'altro: secondo lei, tutto ciò non fa che con-
fermare l'ipotesi del suicidio. Se Felix era convinto che l'Uomo di Marx
avesse preso le sue opere come modello, probabilmente si sentiva in parte
responsabile... Il senso di colpa lo avrebbe spinto a togliersi la vita, giù al
faro.»
«Quante volte devo ripeterlo ancora? Felix non si sarebbe mai suicidato.
Alla polizia non interessa che là fuori ci sia un killer che si ispira alle sue
foto?»
«Per loro, si tratta di una mostra aperta al pubblico. Dal primo di gen-
naio, centinaia, migliaia di persone sono entrate e uscite da Kilmainham...
L'Uomo di Marx potrebbe essere chiunque, ammesso che non si tratti di
una coincidenza.»
«Non mi sembra convinta.»
«Io non credo alle coincidenze. Sappiamo che suo fratello era ossessio-
nato dagli omicidi del nostro uomo. Ossessionato al punto da non riuscire
a non pensarci. Alla fine, è arrivato addirittura a sostenere che qualcuno
stesse cercando di farlo fuori. Secondo me, tra questi due eventi è possibile
che abbia tentato di scoprire chi stava usando le sue foto e perché, e che sia
venuto a conoscenza di qualcosa di estremamente importante. .. al punto
che l'Uomo di Marx si è visto costretto a eliminare la minaccia. Forse gli
piaceva l'idea di servirsi degli scatti di Felix, al fine di elaborare uno
schema, ma non deve aver gradito la sua intrusione. Il cacciatore iniziava a
sentirsi cacciato.»
Ma questo non spiegava ancora la decisione di inscenare un suicidio, giù
al molo. Una scelta che doveva avergli comportato parecchi problemi.
Com'era riuscito, inoltre, a far sparire ogni traccia del suo operato?
«Non ricorda nulla», insistei, «che induca a ritenere che, ultimamente,
qualcuno avesse pedinato o molestato suo fratello? Non mi riferisco neces-
sariamente a un particolare drammatico. Qualche telefonata misteriosa...
lettere... estranei che ciondolavano davanti alla porta di casa... Un dettaglio
qualsiasi, Alice.»
«No, niente. Oh...»
Si interruppe.
«Che c'è?»
«In effetti, c'è stato qualcosa», continuò spaventata. «Me ne sono ricor-
data solo adesso. Non è nulla... almeno, al momento pensai che non fosse
niente di importante, ma... ecco, due o tre settimane fa, qualcuno si è in-
trodotto in casa nostra.»
«Qui?»
«Eravamo a Berlino, per l'inaugurazione di una retrospettiva dei suoi la-
vori. Quando siamo tornati, qualche giorno dopo, abbiamo trovato la fine-
stra sul retro rotta; erano sparite alcune cose. Piccoli oggetti senza valore.
Un orologio, del denaro, qualche gioiello. Abbiamo cercato di non farne
un dramma. Ci sono stati diversi furti, qui intorno.»
«Tutto qui? Non mancava nient'altro?»
«Non esattamente. Ecco perché mi è venuto in mente quando mi ha
chiesto se qualcuno stava molestando mio fratello. Mi disse che erano spa-
rite alcune fotografie. E un diario.»
Dunque, avevo visto giusto? L'Uomo di Marx si era davvero introdotto
in casa Berg, per scoprire quanto sapeva il fotografo? E, cosa più impor-
tante, c'era riuscito?
«Avete denunciato il furto?»
«Per quello che valeva... i topi d'appartamento non vengono mai acciuf-
fati. Ci siamo semplicemente rivolti a un fabbro, e abbiamo fatto installare
un sistema d'allarme più efficace. E abbiamo cercato di dimenticare l'epi-
sodio. Ma è stata comunque un'esperienza snervante. Io ho provato a rider-
ci sopra, ma sentivo che Felix sapeva più di quanto non volesse dirmi. Ma
non ho mai sospettato, nemmeno per un attimo, che tutto ciò fosse ricon-
ducibile all'Uomo di Marx.»
«Forse non c'è nessun legame», dissi, dubitando che il mio goffo tentati-
vo di rassicurarla avesse avuto successo. Non ero riuscita a convincere me
stessa... figuriamoci Alice.
L'impressione era che qualcuno avesse tentato di scoprire quanto sapeva
Felix Berg.
«Crede ancora che non sia stato suo fratello a chiamarmi, l'altra notte?»
«Non posso fare a meno di sperare che non fosse lui.» Sospirò. «Dal
giorno della morte dei nostri genitori, il legame che ci univa rappresentava
tutto, per noi. So che avrei dovuto ascoltarlo, che avrei dovuto prendere sul
serio i suoi timori. Non mi perdonerò mai il fatto di non essergli stata vici-
na... Ma detesto pensare che abbia voluto escludermi in quel modo.»
«Io credo piuttosto che volesse proteggerla dai pericoli che stava corren-
do.»
«Non volevo la sua protezione», mi disse quasi rimproverandomi. «Non
ho più tredici anni. Se era nei guai, avrei preferito dividere con lui il peso
di quel fardello.»
«Anche se ciò significava rischiare la vita?»
«Ma certo. Se non altro, adesso saremmo insieme.»

14

Il resto della giornata lo trascorsi rintanata nel mio appartamento, cer-


cando di scrivere il mio articolo sull'Uomo di Marx per la rivista america-
na di criminologia che Felix aveva trovato tanto affascinante. La scadenza
era sempre più vicina, e avevo bisogno di mettere insieme tutti i frammenti
dei fatti, le voci e le congetture che potevo racimolare in così poco tempo,
cercando di tirarne fuori qualcosa che avesse un senso.
Non era un compito facile. Non sapevo nemmeno da che parte comincia-
re. Da quando avevo scritto l'ultimo articolo, Felix Berg era morto, e ades-
so era tutto diverso. Diverso per me, intendo.
Eppure, la sua scomparsa non aveva niente a che fare con l'Uomo di
Marx, secondo la polizia, e stando alle prove. Quindi non me la sentivo di
parlarne; forse avrei potuto accennare alla morte di Berg e dire che, ini-
zialmente, era stata attribuita al serial killer. Ma, oltre a ciò, che cosa avrei
potuto scrivere? Forse dovevo fare riferimento alla telefonata che avevo ri-
cevuto quella sera?
Dovevo descrivere le sue fotografie?
Dovevo rivelare i dubbi di Alice, per nulla convinta che il fratello si fos-
se tolto la vita?
L'importante, come in ogni indagine, era attenersi ai fatti.
Cercare di vedere le cose com'erano.
Ma, in questo caso, non era possibile.
Alla fine, scelsi la strada più facile e decisi di concentrarmi sui fatti, i
dettagli, le informazioni. Non ero pronta a parlare di quella notte giù al
molo, sentivo ancora il bisogno di prendere le distanze. Di conseguenza, il
pezzo risultò falso, forzato. Ero perfettamente consapevole che, chiunque
l'avesse letto, avrebbe capito al volo che stavo nascondendo ciò che pensa-
vo veramente.
Se non altro, scriverlo mi diede la possibilità di mettere insieme tutto
quello che finora avevo scoperto.
Ma c'era anche un aspetto negativo: fui costretta a rendermi conto che,
in fondo, le mie conoscenze non ammontavano a granché.
Quando finalmente riuscii a buttar giù un articolo, che mi affrettai a spe-
dire per posta elettronica, era quasi mezzanotte, e la luna splendeva sulla
città.
Chissà se Grace era ancora in centrale... Non c'eravamo più sentite, dopo
la mia telefonata per comunicarle quanto avevo scoperto riguardo alle fo-
tografie; e non mi era sembrata molto entusiasta. Non avevo idea di che
cosa stesse facendo, in quel momento. A volte schiacciava un pisolino in
ufficio, quando lavorava fino a tardi; ma le indagini sull'Uomo di Marx e-
rano a un punto morto, ed era poco probabile che quella sera si fosse fer-
mata al Dublin Castle. Pensai di chiamarla a casa, ma non lo feci; magari
era già andata a letto e mi seccava disturbarla. No, meglio andarci di per-
sona. Se non avessi visto luci alle finestre, sarei rimasta seduta in macchi-
na per un po', cercando di immaginarmela mentre dormiva. Poi sarei torna-
ta a casa, o avrei guidato tutta la notte. Perché no, in fondo?
Non avevo alcuna voglia di dormire.
Tirai fuori la jeep e percorsi le strade illuminate dalla luna, diretta verso
il mare. La casa in cui viveva Grace era separata dalla spiaggia soltanto
dalla strada, e si affacciava su Howth Head, dall'altra parte di quel ferro di
cavallo che forma la Dublin Bay. Era una di quelle proprietà senz'anima, in
cui le abitazioni sembrano tutte uguali e se ne stanno tutte rannicchiate, per
difendersi dall'orrore del mondo circostante; la domenica, le auto parcheg-
giate nei vialetti splendevano come fossero nuove; gli uomini giocavano a
golf.
La sua era l'unica casa con le luci ancora accese. Ero entrata nel viottolo
senza uscita, quando notai la macchina parcheggiata davanti alla porta.
L'auto di Sean Healy.
Pensai di bussare, ma non lo feci. Io non avrei avuto alcun problema a
unirmi a loro, ma correvo il rischio di metterla in imbarazzo. Non per via
della nostra relazione. Healy e Grace erano buoni amici; erano sempre stati
molto vicini, e tra loro non c'erano mai state le tensioni e i freddi atteggia-
menti che le riservavano alcuni membri della Squadra omicidi. Sean aveva
qualche anno di più e, a differenza degli altri, non si era mai sentito minac-
ciato da lei. Grace non aveva motivo di tenergli nascosto qualcosa. In ogni
caso, non sapevo se con loro ci fosse qualcun altro, né di che cosa stessero
parlando.
Se si trattava di lavoro, una mia intrusione sarebbe potuta sembrare i-
nopportuna. Le soluzioni erano due: Grace poteva compromettersi, parlan-
do davanti alla sottoscritta, ma la cosa non sarebbe stata vista di buon oc-
chio, in centrale, se a qualcuno fosse giunta voce della cosa; oppure, mi sa-
rei potuta rifugiare in giardino, mentre i grandi discutevano di cose da
grandi.
Ma una simile situazione avrebbe finito con l'irritarmi.
Così, innestai la retromarcia e tornai verso la spiaggia; feci un giro e in-
fine ripercorsi la strada all'inverso, per controllare se l'auto di Healy fosse
ancora lì.
C'era. Un altro giro.
Arrivata al terzo, stanca di guidare, parcheggiai di fianco alla strada nel
punto più buio, da cui potevo vedere la casa. Accesi la radio, che sintoniz-
zai sulla prima stazione che mi sembrò abbastanza tranquilla, e aspettai.
Stavo diventando davvero brava ad aspettare.
Stavano mandando una canzone di Billie Holiday, che mi rese malinco-
nica. E lo scopo era quello.
A quel punto, iniziai ad autocommiserarmi. Qualcuno era là dentro con
lei, mentre io ero lì fuori, in macchina. Per riuscire a vederci, di fatto, do-
vevamo fissare un appuntamento.
Del resto, era tutta colpa mia. Grace aveva suggerito più volte di prende-
re casa insieme, di trovare un posto in cui entrambe ci sentissimo a nostro
agio, ed ero sempre io a rimandare l'impegno. Non che avessi qualche
dubbio riguardo alla nostra relazione; si trattava di qualcosa di più vago e
indefinito. Forse, dipendeva tutto dal fatto che avevo sempre preferito vi-
vere per conto mio, e non riuscivo a immaginare di trovarmi in una situa-
zione diversa; o, forse, non volevo legarmi a quella città. C'era sempre
qualcosa che mi impediva di accettare completamente il mio trasferimento
a Dublino, nonostante fossero passati anni dal mio arrivo, e non avessi da-
to segno di volermene andare. D'altronde, non sapevo nemmeno quale sa-
rebbe potuta essere la mia tappa successiva.
Comprare casa con Grace significava rimuovere un altro degli ostacoli
che mi impedivano di divenire parte della città, e che facevano di me un'e-
terna outsider, la mia condizione di sempre. Una condizione che mi piace-
va.
Non ero sicura di essere pronta a rinunciare a quella parte di me, ad ab-
bandonare ogni resistenza.
Secondo Grace, stavo ingigantendo la questione. Una casa era solo una
casa, diceva lei, un luogo in cui trascorrere più tempo insieme. Non aveva
alcun senso mantenere due appartamenti a Dublino, considerando il costo
della vita.
Sapevo che aveva ragione. Avevamo persino iniziato a guardarci intor-
no, ma, io riuscivo sempre a trovare qualcosa che non andasse nelle abita-
zioni che visitavamo: erano troppo lontane dalla città, non c'era una stanza
in cui potessi lavorare, la strada era troppo tranquilla, il cane dei vicini a-
veva abbaiato durante la visita... In un certo senso, la stavo tradendo, pren-
dere casa con me significava attirare un'attenzione ancora maggiore sulla
nostra storia; al dipartimento, avrebbero ricominciato a parlare della sua
diversità... Pure, era disposta a farlo; era disposta ad affrontare tutta quella
merda.
Ogni volta, però, io mi tiravo indietro. Ero ancora troppo attaccata al
mio appartamento, non ero pronta a lasciarlo. Non riuscivo a immaginare
di vivere in un altro posto, con una vista differente, dei suoni differenti.
Non sarei mai riuscita a ficcarmi in testa delle nuove coordinate.
Alla fine, un poco alla volta, avevamo abbandonato il progetto. Ma, tro-
vandomi spesso nel suo appartamento, sapevo che continuava a raccogliere
i dépliant delle agenzie immobiliari; erano infilati tra i cuscini, o in mezzo
alle bollette, quasi fossero lettere di un'amante segreta. A volte arrivavo a
odiarmi profondamente: ero così patetica.

15

Dovevo essermi addormentata per qualche minuto, mentre ero seduta in


macchina a pensare, ascoltando la musica alla radio. Quando mi svegliai,
Billie Holiday se n'era andata, leggera, e tutto quello che riuscivo a sentire
era il bip di un allarme che veniva disinserito. Diedi un'occhiata davanti a
me, e vidi Sean Healy dirigersi verso l'auto; con lui c'era un uomo che non
riconobbi.
Qualcuno legato alla Squadra omicidi, probabilmente. Giovane. Un tipo
niente male, con un'andatura piuttosto spavalda.
Evidentemente si erano incontrati dal sovrintendente capo per una sorta
di briefing; adesso lei era sulla porta, e li guardava andar via.
Aspettò che salissero in macchina e uscissero in retromarcia dal vialetto
per tornare sulla strada, proprio come avevo fatto io una mezz'ora prima.
Quindi tornò dentro, chiudendo la porta.
Cercai di rendermi invisibile, mentre passavano sull'altro lato della stra-
da; poi seguii i fanali posteriori nello specchietto retrovisore. Erano diretti
verso la città. Ero abbastanza sicura di non essere stata vista. Non appena
la strada fu di nuovo sgombra, riavviai il motore e parcheggiai nel posto
liberato da Healy. Saltai giù e suonai il campanello.
Grace venne ad aprirmi quasi subito.
«Avete dimenticato qualcosa?» cominciò. Ma sì bloccò, trovandosi da-
vanti la sottoscritta. «Saxon...»
«Grace.»
«Credevo fosse...»
«Healy, lo so. L'ho visto andare via un attimo fa. Ero ferma dall'altra
parte della strada; sono rimasta nascosta e ho aspettato che si allontanasse-
ro. Chi era il tizio con lui?»
«Patrick Walsh. Te ne ho parlato, ricordi?»
Il poliziotto che aveva partecipato al corso d'addestramento negli Stati
Uniti insieme a Healy, per la gioia di Seamus Dalton. Ecco spiegata l'anda-
tura spavalda.
La seguii in cucina. C'erano documenti sparsi su tutto il tavolo, insieme
a tre tazze in cui era rimasto del caffè freddo e a un pacco semivuoto di bi-
scotti. La radio era sintonizzata sulla stessa stazione che stavo ascoltando
in auto, il volume molto basso.
Quello che restava di una serata di lavoro.
«Hai mangiato?» mi chiese. «Se vuoi, ti preparo qualcosa.»
«No, sto bene. Non preoccuparti per me. Ci provi sempre, vero? Non ti
va giù che non mi prenda cura di me stessa...»
«Qualcuno deve pur starti dietro.»
«Invece è di te che dovresti preoccuparti. Sembri presissima.»
«Se pensi che io non sia in forma, dovresti vedere Healy: sta dedicando
tutto il suo tempo agli omicidi dell'Uomo di Marx, e avremmo un sacco di
altri casi di cui occuparci. Sai, gli assassini comuni non cessano, quando
c'è un serial killer in giro. È al lavoro dalle sei di questa mattina. E questo
pomeriggio Draker ha convocato tutta la squadra per discutere un piano
sconsiderato... un'amnistia delle armi da fuoco. E si aspetta che siamo noi a
occuparci dei preparativi. Come se non avessimo già abbastanza da fare
con il nostro uomo...»
«Un'amnistia?»
«Sì. Hai presente quando i criminali consegnano le pistole senza il timo-
re di essere indagati per qualche reato? Stampa e TV mostrano un mucchio
di belle immagini delle armi che vengono fatte a pezzi. I titoli parlano di
strade più sicure per i passanti. Ne è stata indetta una a Londra, poco tem-
po fa. È da lì che Draker ha preso l'idea. Non credo che ne abbia mai par-
torita una da solo. È durata un mese, sono state consegnate ventimila pisto-
le, oltre a rivoltelle, fucili semoventi, mitragliatrici, pistole ad aria, e mez-
zo milione di proiettili; perfino un giocattolino da novanta centimetri. L'i-
niziativa ha riscosso gli applausi della solita schiera di benefattori, volon-
tari e assistenti sociali.»
«E perché, tutto a un tratto, vuole fare una cosa simile?»
«Gira voce che il commissario stia andando in pensione. Di nuovo. Evi-
dentemente, Draker crede che qualche articolo che pubblicizzi i suoi sforzi
per rendere la città più sicura possa aumentare le sue chance. A parte que-
sto, credo che voglia punirmi per aver ignorato i suoi ordini e aver insistito
perché il caso venisse tolto all'Unità antiterrorismo. Sai bene anche tu
quanto sarebbe stato felice di scaricarlo a loro, lasciando che se la vedesse-
ro con l'opposizione.»
«Non merita quella carica.»
«Non m'importa. Io, comunque, ho intenzione di appoggiarlo. Qualsiasi
cosa me lo levi dai piedi è la benvenuta.»
«Be'... allora tu potresti candidarti per il posto di vicecommissario.»
«Non ce la farei mai, se lui riuscisse nel suo intento; e poi non sono sicu-
ra che mi piacerebbe. Non sono un animale politico, non lo sono mai stata.
E solo chi appartiene a quella categoria riesce a mantenere a lungo una po-
sizione del genere.» E aveva ragione. «Comunque, che cosa ci fai qui? Sei
solo in cerca di compagnia, o hai in mente qualcosa?»
«La prima che hai detto.»
«Allora beviamo qualcosa. Ti va una birra?»
«Perfetto.»
Prese una bottiglia dal frigorifero, la aprì e me la passò, con un unico
movimento fluido. Mai nome era stato più azzeccato: Grace... Io non ave-
vo mai posseduto la sua compostezza, o il suo equilibrio.
«Un'amnistia delle pistole rappresenterebbe un'occasione fantastica per
l'Uomo di Marx. Magari inizia ad avere paura e decide di disfarsi della sua
Glock», osservai, mentre ci spostavamo in salotto, prendendo posto sul di-
vano. «Nessuna domanda, niente esami balistici o di medicina legale...
Davvero conveniente, non c'è che dire.»
«Ci ho già pensato», disse. «E se Draker crede che non farò esaminare
accuratamente tutte le Glock che verranno consegnate, be', se lo può scor-
dare. Questo caso ha pochissime falle; non possiamo permetterci di rinun-
ciare a seguire una possibile pista solo per arricchire il suo curriculum vi-
tae. Qui non siamo in Texas, dove un qualsiasi vecchio psicopatico con un
po' di soldi in tasca può rimediare una pistola.»
«Be', questo non accade nemmeno in Texas», ribattei, posando la botti-
glia sul pavimento. Stavo lottando con gli stivali per riuscire a sfilarmeli.
«Ti stai lasciando andare ai soliti pregiudizi tipici di chi vive nel Vecchio
Continente...»
«Il punto è che negli Stati Uniti circolano un sacco di armi, mentre qui la
situazione è diversa. Quindi, se riesco a mettere le mani su un oggetto
qualsiasi a cui l'Uomo di Marx potrebbe essersi anche solo avvicinato, lo
sottoporrò a tutti i test possibili e immaginabili. E al diavolo Draker e la
sua cazzo di amnistia.»
«Ed è proprio questo il motivo per cui, probabilmente, il nostro uomo
preferirà non correre rischi, e non consegnerà la sua pistola. Anzi, se vuoi
sapere come la penso, comincerà a sospettare che tutto questo sia stato
pensato deliberatamente per incastrarlo. Accidenti a questi fottuti stivali...»
«Dai, lascia fare a me.»
Mi si inginocchiò davanti e afferrò quello che non ero ancora riuscita a
togliermi. In un attimo, me lo sfilò.
«E di te che mi dici?» mi chiese, mentre li metteva accanto al camino;
per un attimo, ripensai alle scarpe di Felix, accuratamente sistemate sul
bordo della banchina, a Howth.
L'ultima cosa che avrei voluto ricordare, in quel momento...
«Vuoi dire se la mia teoria del legame tra Felix e l'Uomo di Marx ha fat-
to progressi? No, zero. So che mi avevi avvertita. Probabilmente hai ragio-
ne. Forse, quelle fotografie non significano nulla. Come al solito, sto cer-
cando di trovare degli indizi anche dove non ci sono. Ma continuo a essere
convinta che, sotto sotto, qualcosa ci sia... e voglio insistere, fino a quando
non scoprirò di che cosa si tratta. Ecco, adesso lo sai, così non verrai da me
a lamentarti, quando capirai che non intendo lasciar perdere.»
Sorrise, ma non spinse oltre la questione.
Non aveva voglia di litigare.
«E Alice? Che cosa pensa?» mi chiese, senza riuscire a mascherare la
falsità del suo interesse.
«A dire la verità, è difficile capire che cosa le passi per la testa, riguardo
a qualsiasi cosa. È una donna impenetrabile. Un indovinello avvolto in un
mistero all'interno di... com'è la citazione esatta?»
«Mi ricorda una persona che conosco...»
«Forse è per questo che mi piace», dissi, «anche se so che non è stata del
tutto sincera, con me.»
«Ti piace?»
«Be', forse dire che mi piace è troppo. Mettiamola così, in lei riconosco
un'anima affine. Una persona misteriosa e chiusa, proprio come me. Credo
che abbia solo bisogno di un po' di tempo. Comunque, per rispondere alla
tua domanda, è ancora convinta che il fratello non si sia ucciso. Non crede
al risultato dell'autopsia.»
«Capita spesso che i parenti di un suicida non accettino che il loro caro
si sia tolto la vita. Si sentono rifiutati... e, in molti casi, non sbagliano. Ri-
cordo la prima volta che ho indossato l'uniforme: mi hanno spedita a Mon-
kstown, vicino al porto; ci chiamavano in continuazione per ripescare i sui-
cidi. E la cosa era già abbastanza spiacevole, ma la parte peggiore era oc-
cuparsi delle famiglie. Era un po' come aprire un vaso di Pandora: ne usci-
va un groviglio di emozioni. Rabbia. Incredulità. Rifiuto.»
E lo veniva a raccontare a me. Per anni mi ero sentita responsabile di ciò
che era successo a Sydney. Con la mia famiglia, però, non c'erano stati
sfoghi emotivi; al contrario, avresti potuto aprire il vaso di Pandora, e sfor-
zarti con ogni mezzo di far uscire i sentimenti in esso racchiusi. Niente:
avrebbero preferito restare in un angolo, nascosti nell'oscurità.
«Senti», continuò Grace, dopo aver aspettato invano una replica, «non
ho intenzione di ricominciare a tormentarti. Sei cresciutella, adesso... ma
non devi lasciare che la tua compassione per lei - se è di questo che si trat-
ta - ti trascini in qualcosa da cui sarebbe meglio tenersi alla larga. Chi de-
cide di suicidarsi, normalmente, vuole fuggire da una vita complicata.»
«È vero, mi dispiace per lei. Credo che si senta persa, senza il fratello.
Non sa che cosa fare. O cosa pensare. So bene come si sente. Ho provato a
chiamarla di nuovo, qualche ora fa, ma mi ero scordata che se n'è andata
per qualche giorno. Alla fine le ho lasciato un messaggio: le ho detto di
non esitare a telefonarmi, se sentisse di avere bisogno del mio aiuto.»
«Devo preoccuparmi?»
«No, non è il mio tipo.»
«Ah... e, vediamo, quale sarebbe il tuo tipo?»
«Mi piacciono le donne più alte.»
«Saxon, è difficile trovarne una più bassa di te...»
«Ehi... non è carino!»
«Be', se non altro mi sono liberata di un bel peso. Alice non faceva che
chiamarmi, a qualsiasi ora del giorno. Voleva sapere quando le avrei resti-
tuito il corpo del fratello. Ha tormentato persino Healy. Non so... che cosa
pensava che volessimo fare con il cadavere? Aveva paura che lo perdessi-
mo? Io proprio non la capisco. Ti dice che è convinta che Felix sia stato
assassinato, e poi sembra ansiosa di recuperare la salma, quasi fosse la vit-
tima di un banale incidente stradale.»
«Che cosa le hai detto?»
«La verità. Che spetta al coroner disporre affinché il corpo venga resti-
tuito alla famiglia.»
«E lui lo farà?»
«Non c'è motivo di trattenere il cadavere, una volta stilato il certificato
di morte. Di solito, ad autopsia eseguita, si tratta soltanto di una questione
di procedura; a patto che non sia in corso un'indagine da parte della poli-
zia. Nel caso di un'inchiesta giudiziaria, potrebbero volerci dei mesi, ma in
questa circostanza non avrebbe senso aspettare tanto. Presto riavrà la salma
del fratello. Dopodiché, spero che non si faccia più sentire. Sto cercando di
sbolognarla a Dalton. Sembra essersi preso una bella cotta.»
«Come se quella poveretta non avesse già abbastanza problemi.»
«Niente da dire, finché la tiene lontana da me. Ripensandoci, forse do-
vrei mandarle Walsh... è lui l'ammaliatore, quando si tratta di donne.»
«Adesso sono io a preoccuparmi.»
«Non ce n'è bisogno. Non vado mai a letto con i miei subordinati», ribat-
té con una certa dignità. Allungò un braccio e afferrò la bottiglia di birra;
ne buttò giù un sorso, rapidamente, e prese a ridere, piano. «Anche se...
come ho fatto a scordarmi di dirtelo? In effetti, Walsh mi ha chiesto di u-
scire a cena con lui.»
«Stai scherzando!»
«No, è successo un paio di giorni fa. Mi ha invitata, senza la minima esi-
tazione.»
«Ha invitato il sovrintendente capo, il suo superiore. Sono profondamen-
te colpita. Quel ragazzo ha del fegato, non c'è che dire. Farà strada... Non
con te, voglio sperare. E tu che cosa gli hai risposto?»
«Che un simile comportamento era del tutto inappropriato, e che se a-
vesse passato il segno un'altra volta l'avrei spedito a regolare il traffico.
L'ho rimesso al suo posto, insomma. Ma devo ammettere che sono rimasta
impressionata. Come hai detto tu, ci vuole del fegato per chiedere un ap-
puntamento al tuo capo.»
«È per questo che non hai mai chiesto a Draker di uscire?»
«Già, oltre al fatto che non mi attira l'idea di trascorrere una serata con
una persona che ti fa sembrare allettante la prospettiva di essere impiccata,
sventrata e squartata.»
«Credo che lo prenderò come un complimento.»
Sorrise e mi tolse di nuovo la bottiglia dalle mani. Era bello vederla così
rilassata. Improvvisamente, avvertii una sensazione di leggerezza, ero feli-
ce di essere venuta qui e di aver aspettato che Healy e Walsh se ne andas-
sero, anziché tornare a casa, nel mio letto, da sola. Ma, forse, a farmi senti-
re così era l'aver bevuto birra a stomaco vuoto.
In ogni caso, non sarebbe durata a lungo.
Prima che avesse il tempo di bere, il telefono nell'ingresso squillò. Grace
imprecò sottovoce, posò la bottiglia e andò a rispondere.
Ascoltai la sua voce, attraverso la porta.
«Sì... sì», la sentii mormorare. «Sì, lo so. Arrivo subito.»
«È quello che penso?» le chiesi quando riapparve.
Annuì.
«Sembra che il nostro amico, l'Uomo di Marx, abbia colpito di nuovo. E
questa volta davvero. E le vittime sono due.»

16

Ero sdraiata sul letto di Grace, e stavo facendo un po' di zapping televi-
sivo: l'ultimo spettacolo, un film di guerra, programmi sottotitolati, calcio.
Ed eccola, finalmente. L'immagine di una strada di Dublino, un colle-
gamento in diretta dalla scena dell'ultimo omicidio. Le luci al neon creava-
no un'atmosfera nebbiosa. L'aria era verde. Due vittime nell'ultimo aggua-
to. Ancora l'Uomo di Marx? Così recitava la scritta in sovrimpressione,
nella parte inferiore dello schermo.
Il fatto che le stazioni televisive avessero modificato la programmazione
abituale era un segno delle dimensioni che la vicenda iniziava ad assume-
re. O forse, più semplicemente, per la prima volta la sparatoria era avvenu-
ta in pieno centro, e i reporter non avevano dovuto allontanarsi molto dai
loro bar preferiti per entrare nel vivo dell'azione. Finalmente avevano
qualcosa in cui sguazzare, dopo che la morte di Felix Berg aveva condotto
a un punto morto: non si trattava nemmeno di un omicidio, figuriamoci se
poteva essere coinvolto l'ultimo serial killer. Alzai il volume per sentire
che cosa stava accadendo. Teatro della prima delle due aggressioni era una
mostruosa costruzione gotica, la Church of Our Father, nel cuore della cit-
tà, a nord. Un edificio enorme, orribile e triste, con inferriate di metallo
sulle vetrate istoriate, annerite dal fumo. Non mi era nuovo, mi era già ca-
pitato di passarci davanti durante una delle mie peregrinazioni; dentro, pe-
rò, non c'ero mai stata. In effetti, non vi avevo mai prestato molta attenzio-
ne. D'altronde, Dublino era piena di chiese; la religione era una di quelle
cose che ai cittadini non sarebbe mai venuta a mancare: era una parte della
città vecchia, che continuava a fare capolino tra le brillanti facciate po-
stmoderne, e si aggrappava alla coscienza delle persone proprio come un
cattivo odore che aleggia su una discarica di rifiuti. Io facevo del mio me-
glio per ignorarla. Avevo già avuto la mia buona dose, durante l'infanzia.
Non ne sentivo più il bisogno.
A giudicare dalle parole dei reporter giunti sulla scena, la prima vittima
stava rincasando dopo una serata passata a bere in città: l'uomo si era fer-
mato davanti al portone della chiesa per liberarsi, come spesso accade agli
ubriachi, che talvolta non si preoccupano nemmeno di evitare i barboni che
dormono sulla soglia. Era stato ucciso da un colpo alla schiena che gli a-
veva attraversato il cuore. L'assassino aveva sparato da una distanza di cir-
ca tre metri... uno sforzo davvero impressionante per il nostro Uomo di
Marx.
Il sangue aveva formato un arco sull'antico portone di legno, creando un
delizioso motivo ornamentale. Le reti televisive gli avevano puntato contro
i riflettori, facendone un bel primo piano, quasi fosse un Jackson Pollock
appena scoperto. Poi la polizia era riuscita a isolare la scena, e ad ammas-
sare gli spettatori in un punto abbastanza distante.
L'uomo era caduto a faccia in giù. Era morto sul colpo.
Che cosa fosse accaduto in seguito restava un mistero.
A un centinaio di metri di distanza giaceva un secondo cadavere. Una
giovane donna. Chi l'aveva vista, la descriveva come una ragazzina intorno
ai vent'anni. Non era stata ancora identificata. Apparentemente, stava rin-
casando dopo una serata trascorsa fuori. Indossava un paio di scarpe rosse
con il tacco a spillo e un luccicante abito da cocktail nero, di quelli a buon
mercato. Tra le mani stringeva una borsa rossa, che conteneva soltanto la
chiave di casa, del denaro e il biglietto del guardaroba di un club del cen-
tro.
La solita storia: una donna moriva perché aveva preferito avviarsi a pie-
di, anziché prendere un taxi. Stando a una prima ricostruzione, però, si era
trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato e, inavvertitamente, era
finita sulla scena in cui l'Uomo di Marx aveva deciso di colpire.
I primi due colpi indirizzati alla ragazza dovevano aver mancato il ber-
saglio: il primo era finito contro un muro vicino, il secondo aveva mandato
in frantumi una finestra. L'assassino doveva esserle corso dietro, mentre
faceva fuoco. La terza pallottola, infatti, l'aveva presa al fianco destro, fa-
cendola cadere; le due successive erano state sparate da una distanza mi-
nima, mentre lei era a terra con il viso rivolto verso il suo aggressore, che
le aveva appoggiato la canna alla fronte e aveva premuto il grilletto. Du-
rante il collegamento, vennero riportate le dichiarazioni di un paramedico
accorso sulla scena del delitto: le due ferite erano molto vicine, e i contorni
bruciati e cosparsi di polvere da sparo formavano due aloni, simili alle au-
reole che circondano il capo dei santi.
Una volta delimitata la scena del crimine con il nastro della polizia, arri-
vò un piccolo battaglione di agenti, già pronti a calcolare le ore di straordi-
nario. Il loro compito era quello di tenere lontani i curiosi. Per il resto, non
c'era molto da dire, o da vedere.
Vidi il patologo davanti al furgone dell'obitorio; riconobbi qualche volto
della Squadra omicidi, mentre gli uomini passavano tristemente sotto il
cordone. Sean Healy. Patrick Walsh. E Tom Kiernan, arrivato in sella alla
sua motocicletta, con il casco sottobraccio e la macchina fotografica a tra-
colla.
Di Dalton, ancora nessun segno.
Come in una sequenza, osservai il tragitto compiuto da un reporter nel
tentativo di strappare una dichiarazione a Grace; era uscita di casa da ap-
pena quaranta minuti, ed era lì. Sorrisi, mentre gli passava accanto sfioran-
dolo come se non esistesse, per poi sparire nel buio dietro le transenne. Il
sovrintendente capo Grace Fitzgerald, della Polizia Metropolitana di Du-
blino, arriva sulla scena dell'ultimo omicidio, diceva la scritta in sovrin-
pressione.
Era curioso osservarla in televisione: lei era là fuori, mentre io me ne
stavo comodamente sdraiata nel suo letto, con la testa sul suo cuscino; nel-
la stanza, si sentiva il suo profumo.
Durante le due ore successive, mentre cambiavo canale in cerca di qual-
cosa di nuovo, non feci altro che seguire i soliti servizi confusi, ripetuti al-
l'infinito; i giornalisti imbastivano freneticamente i pochi frammenti di in-
formazioni in loro possesso, nella speranza che si trasformassero in qual-
cosa di più valido. D'altronde, i reporter erano maghi, nel trasformare la
paglia in oro, erano capaci di andare avanti per ore.
Invece di fornire notizie attendibili, colmavano le lacune parlando con la
gente che viveva nel quartiere, non si rendevano conto, o forse non gliene
importava niente, che, ammesso che i testimoni avessero davvero qualcosa
da dire riguardo al duplice omicidio, le loro dichiarazioni avrebbero finito
con il contaminarsi, dopo le infinite ripetizioni a beneficio delle telecamere
e delle matite frenetiche degli scribacchini.
Ma i passanti avevano realmente visto qualcosa?
Potete scommetterci.
Alcuni sostenevano di aver visto un uomo correre verso il fiume, anche
se le descrizioni variavano notevolmente. Un tizio disse che si trattava di
un ragazzo di colore, dalla corporatura robusta; qualcun altro confermò le
sue parole. Be', in un quartiere come quello, qualunque cosa accadesse ve-
niva attribuita con troppa facilità a robusti ragazzi di colore; ma era assai
improbabile che una persona corrispondente a una simile descrizione po-
tesse aggirarsi per quelle strade senza essere notata. Dublino stava cam-
biando rapidamente, da quel punto di vista, ma non si stava certo trasfor-
mando in un crogiolo di razze. Sarebbe stata una fortuna, per Burke, non
essere arrestato prima che facesse giorno. Secondo un altro testimone il so-
spetto era un bianco, tanto magro da sembrare quasi uno scheletro. Aveva
la barba. Anzi, no. Indossava una giacca. Era in maniche di camicia. Un al-
tro ancora affermò di aver visto una donna allontanarsi dalla scena del du-
plice delitto.
Qualcuno aveva sentito un urlo. A che ora? Non avrebbe saputo dirlo,
con precisione.
Le storie, ogni volta che venivano ripetute, si arricchivano di qualche
particolare, come i racconti dei viaggiatori intorno a un fuoco da campo.
Alla fine, un uomo che viveva in una casa di' fronte alla chiesa dichiarò in
tutta serietà di essere stato scaraventato a terra da quello che pensava fosse
il killer, e disse di ricordare chiaramente che la persona in questione aveva
una cicatrice sulla guancia sinistra; e dovette ripetere il suo racconto tre
volte, prima che qualcuno si rendesse conto che tatto ciò risaliva alla notte
precedente...
Ammesso che non si fosse inventato tutto.
Ecco perché era assolutamente necessario che la polizia mostrasse la
massima competenza. Perché i testimoni non erano stati isolati? Perché le
loro dichiarazioni non erano state prese prima che avvenisse una sorta di
impollinazione incrociata tra i loro ricordi e le fantasie che fluttuavano nel-
l'aria febbricitante? Perché gli agenti non...
Mi fermai. Ci stavo cascando un'altra volta. Dovevo sempre dire agli al-
tri come svolgere il loro lavoro. Era sempre stata una mia debolezza. Non
sono affari tuoi, mi ripetei fermamente.
Non ero nella polizia. Ero solo una che se ne stava sdraiata nel letto di
un'agente, e che si sentiva in vena di discorsi ridondanti.
Così, mi misi ad ascoltare la discussione con il vecchio e tremante prete
della chiesa davanti alla quale si era consumato il primo omicidio. Era
d'accordo che si trattasse di una terribile tragedia... come tutti i suoi colle-
ghi, aveva un talento impareggiabile per la compassione e le banalità. Solo
Dio conosceva la verità e ogni cosa, alla fine, sarebbe stata sottoposta al
suo giudizio, e Lui avrebbe raddrizzato ogni torto. Aggiunse, inoltre, che
avrebbe celebrato una funzione speciale per aiutare la comunità ad affron-
tare quell'orribile evento.
Già...
Non avrei dovuto mostrarmi così cinica, ma tra la Chiesa e i consulenti
che, inevitabilmente, sarebbero apparsi sulla scena, era già un miracolo che
la gente riuscisse a mantenere la propria lucidità, nei giorni che seguivano
una tragedia.
La televisione, poi, non aiutava. In fondo allo schermo, continuavano a
scorrere le notizie. Chi può considerarsi al sicuro, in città? recitava un ti-
tolo. Dove colpirà la prossima volta l'Uomo di Marx? C'erano dei numeri
da chiamare, per votare chi, secondo gli spettatori, era il responsabile della
crisi. Il mattino successivo, si sarebbero tenute delle discussioni in studio. I
cittadini, tutto sommato, avevano mantenuto la calma da quando erano ini-
ziati gli omicidi; ma, fino a quel momento, le azioni del mostro non ave-
vano coinvolto la vita della gente comune; inoltre, l'intervallo di tempo fra
un assassinio e l'altro aveva impedito il crearsi di una situazione di panico.
Più il numero delle vittime cresceva, però, minori erano le possibilità di
tenere sotto controllo le emozioni collettive.
Alla fine, decisi che l'unica cosa che potessi fare era spegnere il televiso-
re. Una profonda stanchezza si stava impadronendo del mio corpo. Iniziavi
a sentirti impotente, quando un omicidio si riduceva a un diversivo, a un
intrattenimento. Era questo l'atteggiamento generale, naturalmente esclu-
dendo le vittime e le loro famiglie.
Quando accade una cosa simile, significa che siamo davvero perduti.
Mentre lo schermo diventava grigio e le chiacchiere dei telegiornali ce-
devano il posto al rumore del traffico rarefatto e al debole sciabordio delle
onde, cercai di sintonizzare la mia mente su un'altra frequenza. Pensai a
Felix Berg, ma la cosa non mi fu di grande aiuto. Ero quasi sicura che la
Church of Our Father non comparisse in nessuna delle fotografie esposte a
Kilmainham. Dunque Grace aveva ragione a ritenere che si trattasse sol-
tanto di una coincidenza? Davvero la telefonata di Felix era stata soltanto
un disperato tentativo di drammatizzazione, che nulla aveva a che fare con
l'Uomo di Marx?
In teoria, quella scoperta avrebbe dovuto confortarmi, ma, non so come,
non fu così. Mentre ero sdraiata lì, sola, mi resi conto di una cosa: non vo-
levo che il mio ruolo in quella storia giungesse alla fine. Grace era là fuori,
al freddo, e non avrebbe dormito, quella notte. Probabilmente, mi invidia-
va. Anch'io, però, provavo invidia nei suoi confronti, ed ero certa che per
lei sarebbe stato lo stesso, se le nostre posizioni fossero state invertite. A-
vevo ancora bisogno delle mie scene del crimine, delle mie indagini. Al-
trimenti, cos'ero io? Una nullità. Uno zero totale.

17

Anche la galleria di Strange si trovava nel quartiere di Temple Bar, non


lontano dall'abitazione dei Berg. Non mi ero preoccupata di avvisarlo che
quella mattina sarei passata, non volevo dargli l'opportunità di rifiutare.
Non avevo motivo di pensare che non volesse ricevermi, ma perché cor-
rere il rischio?
Post: era questo il nome della galleria.
Postmoderna? Postindustriale? Postuma? L'insegna non diceva altro. E,
del resto, che importanza aveva? La sede era un vecchio edificio, la faccia-
ta del quale era stata rimossa e sostituita interamente da enormi lastre di
vetro: i tre piani risultavano, così, esposti alla vista dei passanti, quasi fos-
sero attraversati dai raggi X. Le pareti erano bianche, proprio come a casa
di Alice; erano poche le fotografie appese. Il pavimento era rivestito da
grosse piastrelle di arenaria.
Vedevo un uomo, dietro la finestra; era seduto a una scrivania e stava
parlando al telefono. Strange: chi altri avrebbe potuto essere?
Se ne stava lì, con il tipico atteggiamento del proprietario, del signorotto
che domina tutto ciò che copre con lo sguardo; indossava un'enorme giac-
ca di pelliccia che lo faceva assomigliare a un orso, o a un personaggio u-
scito da una stampa di Edward Gorey. Aveva i baffi più assurdi che avessi
mai visto; sembrava quasi che li avesse fatti crescere per scommessa e che,
dopo la vittoria, si fosse scordato di tagliarli.
Dietro di lui, c'era un vecchio attaccapanni per nulla intonato all'ambien-
te.
Provai ad aprire la porta.
Niente. Era chiusa a chiave.
Allora bussai, per attirare la sua attenzione.
Sollevò lo sguardo; per un attimo sembrò ignorarmi, poi il suo viso fu
attraversato da una strana espressione: mi aveva riconosciuta? Premette un
bottone sotto la scrivania, e sbloccò la porta.
La spinsi ed entrai.
Lui tornò tranquillamente alla sua telefonata: evidentemente, se aveva
capito chi ero, riteneva che non meritassi ulteriori cenni di saluto. Rimasi
lì, in piedi, a studiare le fotografie alle pareti.
Immagini che creavano un certo disturbo.
Erano nudi femminili, in bianco e nero, molto raffinati, se non fosse sta-
to per un particolare inquietante: in ogni scatto, la testa era stata tagliata
fuori. In uno si vedeva una donna sdraiata, con un coltello appoggiato sulla
pancia, la punta diretta verso l'ombelico; in un altro, si notavano i segni
profondi lasciati da una pesante catena sulla pelle delle natiche: la catena
era sulla schiena, avvolta in spire come un serpente addormentato. In un
terzo, la donna si era tagliata e il sangue era stato usato per disegnare una
spirale del tutto simile a quella precedente.
Autoritratti era il titolo della mostra.
Tutto ciò mi fece apprezzare ancora di più l'opera di Felix.
«Le piacciono?»
La voce era vicinissima al mio orecchio. Rapida, mi voltai. Strange era
proprio dietro di me. Non l'avevo sentito avvicinarsi, era stato bravo, con-
siderando il pavimento di pietra.
Abbassai lo sguardo, e notai che era a piedi scalzi.
«In tutta sincerità, no», risposi. «Non è il mio genere. Non sono partico-
larmente attratta dalle opere che rischiano di finire in tribunale, presentate
come Reperto A. Chi è l'autrice?»
«L'artista preferisce mantenere l'anonimato.»
«Non la biasimo.»
«Crede che i suoi lavori siano sinistri?» Strange sembrava sorpreso, co-
me se non avesse pensato neppure per un attimo che in quegli scatti potes-
se esserci qualcosa di strano. «Sono molto audaci. Qualcuno li trova addi-
rittura minacciosi.»
«Si riferisce alla gente comune?»
«Non tutti sono in grado di capire», disse, mitigando la mia osservazio-
ne.
«Gli artisti pensano sempre che l'avversità nei loro confronti sia da im-
putarsi alla chiusura da parte del pubblico. Non sospettano mai che, se le
loro opere sono considerate stravaganti, a volte lo sono davvero? Non si
tratta sempre di preconcetti borghesi...»
«Stravaganti... io non userei quell'aggettivo», ribatté, con un sorriso af-
fettato. «Queste fotografie sfidano le idee comunemente accettate riguardo
alla femminilità, alla violenza, al corpo. Urtano la sensibilità del pubblico?
Bene! È proprio questo lo scopo. L'osservatore deve esplorare le ragioni di
tale disturbo, deve capire cos'è che lo fa sentire minacciato. Solo così riu-
scirà a imparare qualcosa su se stesso. In alternativa, può sempre andare al
piano superiore: ci sono delle altre fotografie, che forse sono più conformi
al suo gusto...»
«No, la ringrazio. Se espone questa roba al piano terra, non voglio pen-
sare a quello che tiene nascosto là sopra. E poi, sono qui per lei. Io mi
chiamo...»
«Saxon. Sì, lo so. Alice mi ha parlato di lei.»
«E le aveva anche fornito una mia descrizione? È così che mi ha ricono-
sciuta?»
Non mi diede una risposta diretta.
«Mi ha detto che, probabilmente, sarebbe passata. Perché non si acco-
moda? Temo di non poterle offrire nemmeno un caffè. Mi sembra alquanto
mutile tenere una macchinetta, quando dietro l'angolo c'è un posticino de-
lizioso che fa il migliore cappuccino della città. Anzi, faccia a meno di se-
dersi. Perché non ci andiamo adesso? Facciamo due passi e prendiamo una
boccata d'aria fresca.» In centro?
«Non le dispiace chiudere?»
«Non ce n'è bisogno», disse ignorando i miei tentativi di provocarlo. «Di
sopra c'è la mia assistente; e, comunque, la galleria non è aperta al pubbli-
co. È privata, le visite sono solo su appuntamento. Le faccio uno squillo e
la avverto.»
«Non dimentichi le scarpe.» Uscii ad aspettarlo, mentre mormorava
qualcosa al telefono e infilava i piedi in un paio di mocassini.
«Mi aspettavo che si facesse viva prima», osservò, quando finalmente
attraversò la soglia, indicandomi la direzione. Non avrei saputo dire se fos-
se o meno deluso. «Alice mi ha detto che si sta interessando alla morte di
Felix. È stata una terribile tragedia. Aveva un enorme talento... no, così
non gli rendo giustizia. Lui era un genio: un maestro dell'immagine.»
Non dissi nulla. Sperai che non fosse sul punto di snocciolarmi un altro
dei suoi apprezzamenti critici; mi era bastato quel saggio pretenzioso nel
libro di Felix.
«Del resto, anche Alice è una donna straordinaria», continuò con mio
grande sollievo. «Un critico davvero in gamba. Non ce ne sono molti, in
giro. Certo, ci sono i recensori, che osservano una fotografia e buttano giù
una manciata di frasi di lode o biasimo per qualche rivista d'arte. Ma un
critico è una cosa ben più rara. Sa che cosa disse Jean Anouilh, a proposito
dell'arte?»
«Temo di no.»
Non volli ammettere che non sapevo assolutamente di chi diavolo stesse
parlando.
«Disse che lo scopo dell'arte è dare forma alla vita. E lo scopo di un vero
critico è dare all'arte una forma che vada al di là del visibile; si tratta di fa-
re delle connessioni, e Alice è la migliore. Anche quando scrive di arte
scadente, i suoi saggi meritano di essere letti. Riesce sempre a trovare la
cosa più giusta e più onesta da dire. Dev'essere davvero dura per lei, ades-
so. Erano molto vicini.»
«Sì, me l'ha detto.»
«È difficile pensare che non siano più insieme. L'idea che la vita possa
continuare senza di lui dev'essere insopportabile, per lei.»
«È stata Alice a dirglielo?»
«Non ha usato tante parole. Non ne ha bisogno.»
Arrivammo al bar e facemmo le ordinazioni. Nell'attesa, osservai le per-
sone che passeggiavano per la piazza, senza meta.
Città brulicante, città piena di sogni.
«Per questo credo che sarebbe meglio se la lasciasse in pace... e la smet-
tesse di alimentare le sue speranze riguardo alla possibilità che, dietro la
morte di Felix, si nasconda qualcosa.»
«Lui mi ha chiamata. Mi ha detto che qualcuno stava cercando di ucci-
derlo. E poi è morto. Forse lei riesce a far finta di niente, davanti a una co-
sa come questa. Ma io no. E poi», proseguii, mentre cercava di sminuire le
mie parole con un movimento della mano, «non ho alimentato le speranze
di nessuno. Alice non crede che suo fratello si sia suicidato. O, meglio,
non crede che si sia semplicemente suicidato. È lei che mi ha incoraggiata
ad andare fino in fondo.»
«Non è quello che dice Alice.»
«Ah no? E cos'è che dice?»
«Che la sta importunando, riguardo a Felix.»
«Io sto importunando lei? Ma è un'idea folle!»
«Be', sta importunando me. Non potrebbe averlo fatto anche con lei?»
«E in che modo le starei dando fastidio?»
«Facendomi un sacco di domande.»
«Fare domande, a casa mia, non significa dare fastidio. Non vuole sape-
re come è morto Felix?»
«Ma io lo so come è morto: si è tolto la vita. La polizia mi ha raccontato
esattamente com'è andata. Ho parlato con il detective incaricato del caso. E
lo sa anche Alice.»
«Questa è un'altra di quelle cose che ha scoperto senza che lei glielo di-
cesse?»
«No. Me l'ha detto lei. Non ha usato così tante parole. Cioè, non sono
state le sue esatte parole. Non ha mai pensato che Felix fosse stato ucciso.
Voglio dire, all'inizio credevamo tutti che fosse andata così. Credevamo
che la sua morte fosse da imputare all'Uomo di Marx. Ma adesso non più.
Adesso conosciamo la verità. Le ho parlato ieri sera al telefono, e mi ha
confidato di essere pronta ad abbandonare i dubbi iniziali riguardo alla
scomparsa del fratello.»
Stavo per ribattere, ma realizzai che sarebbe stato del tutto inutile. Se
stava mentendo, non avrebbe smesso all'improvviso solo perché iniziavo a
innervosirmi. E se invece era stata Alice a mentire, a me o a Strange, do-
veva avere avuto le sue buone ragioni, in entrambi i casi.
Sorseggiai il mio caffè.
Era buono.
Almeno in questo, non si era sbagliato.
Mi sedetti accanto a lui, su un muretto piuttosto basso.
Lanciò un'occhiata dall'altra parte della piazza, quasi fosse di sua pro-
prietà.
«Era al corrente, almeno, dell'ossessione di Felix nei confronti dell'Uo-
mo di Marx?» provai a chiedergli.
«Ossessione?»
«Sì, ha capito bene. Alice mi ha mostrato un spessa cartelletta contenen-
te dei ritagli presi dai giornali che parlavano del caso. Aveva iniziato a in-
teressarsi a lui fin dal primo omicidio.»
«Non ho intenzione di darle della bugiarda», mi disse con un sorriso sot-
tile. «Se dice che Alice le ha mostrato un mucchio di ritagli, allora dev'es-
sere così. Ma è la prima volta che lo sento. Felix non ne aveva mai parlato
con me.»
«Avrebbe dovuto?»
«Era un mio amico. Anzi, era molto di più. Eravamo due stranieri, veni-
vamo da fuori, e sapevamo bene tutti e due che cosa significasse non sen-
tirsi integrati.»
«Dunque lei non è di Dublino?»
«Sono nato in Sud Africa, e mi hanno mandato a studiare qui. Non riesci
mai a inserirti del tutto. Per questo io e Felix ci intendevamo così bene.
C'era un legame, tra di noi. Devo ammettere che ultimamente non ci fre-
quentavamo spesso come in passato. Stava seguendo la sua strada, e non
aveva più bisogno della mia guida come un tempo. E poi, non era stato
molto bene. Alice mi ha detto di averle parlato dell'esaurimento. Quindi, se
era davvero così ossessionato dall'Uomo di Marx, non è detto che si sareb-
be confidato con me.»
«Perché mi avrebbe chiamato, quella sera, se non sapeva niente sull'as-
sassino?»
«Non lo so. Davvero.» Scosse il capo, tristemente. «Felix era un uomo
complicato. Devo ammetterlo. Non so che cosa gli passasse per la testa, ul-
timamente. Mi dispiace soltanto di non essere stato in grado di aiutarlo di
più, e di non aver alleviato le pressioni che ha dovuto sopportare...»
«E che cosa mi dice del furto?» insistei.
«Che cosa vuole sapere?»
«Sembra che il ladro stesse cercando qualcosa. Ha tralasciato un sacco
di oggetti di valore, come l'attrezzatura fotografica. La cassaforte non è
stata toccata. Si è limitato a portar via qualche gingillo, per far credere che
si trattasse di un vero furto... oltre ad alcune fotografie e a un diario. Que-
sto, secondo lei, non prova nulla?»
Silenzio.
«Ho io il diario», mi rivelò. «Non è mai stato rubato. Felix l'ha dato a
me, perché fosse al sicuro. E ho io anche le foto. Mi ha chiesto di custodire
tutto per lui.»
«Per quale motivo?» Mi sforzai senza successo di nascondere il mio di-
sappunto.
«Immagino che, dopo il furto, si fossero resi conto della loro vulnerabili-
tà... Il diario e le foto avrebbero potuto essere rubati, e lui non voleva che
accadesse.»
«Perché erano tanto preziosi? Perché aveva paura di perderli?»
«Non lo so, non gliel'ho domandato.»
«Non gliel'ha domandato?»
«Se un amico ti supplica di aiutarlo, tu non gli chiedi il motivo. O lo fai,
o non lo fai.»
«Io vorrei sapere perché ha bisogno di me.»
«Be', io no.»
E Grace che pensava che fosse dura parlare con Alice...
«Ok, dove si trova la roba?» Provai ugualmente a rivolgergli quella do-
manda, anche se conoscevo già la risposta.
«Temo di non poterglielo dire.»
Appunto.
«Se quel diario ha a che fare con ciò che ha causato la morte di Felix, se
in qualche modo spiegasse...»
«Ci risiamo. Sa, inizio a sospettare che sia lei a essere ossessionata da
questa storia. Che cosa c'entra il diario con quanto è accaduto? Felix si è
suicidato!»
«Alice non la pensa così, qualunque cosa le abbia detto. Non crede che
sia un suo dovere, nei confronti dei fratelli Berg, esplorare ogni strada,
prima di liquidare la scomparsa di quel poveretto come un semplice suici-
dio?»
«Alice è stata sottoposta a un terribile stress, ultimamente. Come amico,
non credo che continuare a indagare su questa faccenda sia la cosa miglio-
re, per lei. Soprattutto dal momento che non ha mai detto nulla, né a me,
né a nessun altro, che mi induca a pensare che non sia d'accordo con la ri-
costruzione della polizia.»
«L'ha detto a me, però.»
«Già, ma è solo la sua parola.»
Mi resi conto che era del tutto inutile continuare a fargli domande.
Buttai giù l'ultimo sorso di caffè, appallottolai la tazza di carta e la lan-
ciai verso un bidone dell'immondizia, lì accanto.
Mancai il canestro.
Strange mi lanciò un'occhiata comprensibilmente contrariata.
«Ok, solo un'ultima cosa e le prometto che mi toglierò dai piedi. Felix le
aveva mai detto qualcosa, qualsiasi cosa, che potesse indurla a credere che
aveva paura?»
«Che io mi ricordi, no», rispose freddo.
«Nessun segno di ansia?»
«No.»
«Non mi riferisco soltanto alle ultime settimane.»
«Gliel'ho detto: niente. Almeno...»
«Cosa?»
«Forse farei meglio a tacere. È solo che... mi sento quasi uno stupido a
rivangare questa storia e lei, probabilmente, la prenderà nel modo sbaglia-
to. Comunque, una volta Felix mi disse che per un certo periodo aveva vis-
suto insieme a un assassino.»
«E per lei questo sarebbe niente?»
«Aspetti un momento. Non si lasci trasportare dall'entusiasmo, me lo
disse così, tanto per dire. Non aggiunse più nulla, al riguardo. Si tratta di
una conversazione che risale a molti anni fa, al nostro primo incontro. Par-
liamo di anni, capisce? Mi disse solo questo: che aveva vissuto insieme a
un assassino. Stop. Nient'altro. Non so dirle dove, o quando. Non so nul-
la.»
«E questo assassino è mai stato preso?»
«Non credo.»
«Non denunciò mai la cosa alla polizia?»
«Non lo so! È chiaro che non avrei dovuto dirglielo. Questa storia non
ha niente a che fare con la morte di Felix. È stato tanto tempo fa. È acqua
passata.»
«Secondo la mia esperienza, un omicidio non è mai acqua passata.»
«Fa lo stesso», replicò. «In ogni caso, non ho intenzione di mostrarle il
diario o le foto, se è a questo che mira. Felix, affidandomeli, mi ha dato i-
struzioni molto rigide. Si trovano al sicuro. Mi dia un solo motivo per du-
bitare che la sua morte non è stata una sfortunata tragedia, e io li consegne-
rò alla polizia. Fino ad allora, terrò fede alla parola data.»
«E se dovesse succedere qualcosa, nel frattempo?»
«Cosa, per esempio?»
«Un incendio, o un furto, magari. Capita. Potrebbero sorgere dei sospet-
ti, se venisse fuori che quella roba era in mano sua, e all'improvviso è
scomparsa. E se Felix fosse stato ucciso proprio per i segreti contenuti in
quel diario, o nelle fotografie? Chi sarebbe il prossimo?»
Per un attimo, Strange assunse un'espressione sconcertata. Era evidente
che, fino a quel momento, non era mai stato sfiorato dalla possibilità che
custodire i segreti dell'amico potesse costituire un pericolo. D'altronde, se
davvero era convinto che l'amico si fosse tolto la vita, perché mai avrebbe
dovuto sospettare una cosa simile? In ogni caso, scosse il capo, deciso. Fo-
to e diario sarebbero rimasti dov'erano.
«Come vuole», gli dissi.

18

D'accordo, forse da Strange non avrei ottenuto alcuna informazione. Re-


stava il fatto, però, che sapere dove aveva nascosto gli oggetti affidatigli da
Felix mi avrebbe reso le cose più facili. E qualcosa mi diceva che presto
l'avrei scoperto. Avevo insinuato un dubbio lacerante nella sua mente. A-
desso non dovevo fare altro che aspettare.
Come volevasi dimostrare. Era passata mezz'ora da quando c'eravamo
separati davanti all'ingresso della galleria. E lui era di nuovo in movimen-
to, sempre avvolto nel suo appariscente cappotto di pelliccia.
Arrivò in fondo al vicolo e girò a sinistra, in Crown Alley. Si infilò nel
tunnel alla fine della strada, e oltrepassò l'Ha'penny Bridge, giungendo sul-
la sponda opposta del fiume. Non si voltò nemmeno una volta. Non imma-
ginava di essere seguito.
Percorse Bachelor's Walk e attraversò il trafficato raccordo stradale;
quindi proseguì lungo la riva, verso la Custom House.
Strange viveva lungo la costa, dall'altra parte della città; avevo già fatto i
miei controlli, dunque sapevo che non si stava dirigendo verso casa. E du-
bitavo che avesse attraversato il fiume, verso nord, per puro piacere.
In una zona come quella non c'erano molte attrazioni, per un tipo come
lui. Non aveva l'aria di essere una persona che amava vivere senza com-
fort. Ma allora dove stava andando?
Devo ammettere che mi divertii un mondo a seguirlo per le vie, senza
mai perderlo di vista e tenendomi a una certa distanza. Ero un po' fuori e-
sercizio; non avevo avuto molte opportunità di fare questo genere di cose,
da quando avevo lasciato l'FBI. Inutile negarlo, ne sentivo la mancanza. I
miei sensi si fecero più vigili, la vista più aguzza. Forse avevo male inter-
pretato la mia vocazione; già, forse avrei dovuto fare la pedinatrice.
Quel ridicolo cappotto di pelliccia rendeva tutto più semplice; per non
parlare, poi, del fatto che Strange era totalmente immerso nei propri pen-
sieri, al punto da non aver preso neppure in considerazione l'ipotesi che
qualcuno lo stesse osservando o seguendo.
Svoltò prima di raggiungere la Custom House e seguì la curva a sinistra
della strada, diretto verso la stazione di polizia all'angolo. Non poteva es-
sere quella la sua meta... Infatti, la oltrepassò e girò nella via successiva,
piuttosto trafficata. Adesso sapevo esattamente dove stava andando. Poco
dopo, sparì in un oscuro sottopassaggio sotto il ponte della ferrovia, e salì i
gradini che conducevano nell'atrio della Central Station dagli alti soffitti a
volta, dove centinaia di passeggeri erano in attesa.
Potevo smettere di preoccuparmi: non avrebbe mai notato la mia presen-
za in un posto così affollato.
Mi fermai accanto a un cartellone con gli orari, mentre lui si dirigeva
verso una fila di armadietti, che rivestivano la parete accanto all'ingresso ai
binari.
Una lunga coda aspettava l'apertura dei cancelli, ma riuscivo ugualmente
a vederlo tra una persona e l'altra: stava rovistando in una tasca, in cerca
della chiave.
La trovò, la infilò nella serratura e aprì. Ero troppo distante per riuscire a
scorgere il contenuto; lo vidi soltanto allungare una mano, come per assi-
curarsi che fosse tutto al suo posto; quindi richiuse lo sportello e girò la
chiave.
Una breve occhiata. Quindi si voltò e tornò da dove era venuto, scese i
gradini e uscì dalla stazione. Lo seguii, per essere sicura che se ne fosse
andato davvero, e tornai dentro di corsa.
Mi fermai davanti all'armadietto.
Provai a muovere la maniglia, naturalmente senza successo. Non sarebbe
stato un problema aprire lo sportello facendo leva. Grace, spesso, mi face-
va notare che possedevo una notevole quantità di abilità antisociali, di cui
non potevo certo andare fiera... Ma perché correre un rischio simile? Ave-
vo la mia risposta. Il resto poteva aspettare. Ogni cosa a suo tempo.

«Ma certo che conosco Strange», mi disse Burke, quando gli raccontai
che cosa stavo combinando. «O, almeno, ho sentito parlare di lui. Ha ini-
ziato come pittore... acquerelli, mi sembra. Ma non ha mai sfondato.»
«Un artista fallito.»
«La razza peggiore... dopo gli artisti di successo. Per questo si è messo a
fare il mercante d'arte, e adesso naviga nell'oro. Rischia quasi di annegarci.
Almeno, così ho sentito dire. Non frequentiamo esattamente gli stessi am-
bienti, sai... Anche se Vincent Strange, in effetti, ha amici sia nei quartieri
alti sia nei bassifondi. Vedo sempre la sua foto, nelle cronache mondane.
Hai presente? Un bicchiere di merdoso vino bianco in una mano, e un paio
di donne eleganti al suo fianco, di quelle con più tette che cellule cerebra-
li.»
«Non ti piace, vero?»
«Acuta osservazione. Dovresti fare il detective.»
«Sono troppo vecchia. Non passerei mai la visita medica.» Allungai una
mano per accarezzare il gatto, che mi era saltato sulle ginocchia non appe-
na mi ero seduta, nonostante i miei tentativi di allontanarlo con un piede.
Ma quella dannata bestia non aveva alcuna intenzione di accettare un no
come risposta. D'altronde, non era carino bere il whiskey di qualcuno e
prendere a calci il suo gatto... così, lo lasciai fare. «Che cosa volevi dire,
con quel riferimento ai bassifondi?»
«Da sempre girano certe voci, su Strange.»
«Credo di sentire un leggero sentore di scandalo...»
«Diciamo pure un fetore. Ricordi Freddie Sheehy?»
«Quel gangster che un paio di anni fa si è beccato una pallottola dai suoi
scagnozzi? Se non sbaglio, avevano rubato un quadro da una grande casa
sperduta da qualche parte nella foresta, e lui provò a fare il doppio gioco.»
«Proprio lui. A quanto pare, Strange trattava diversi affari con Sheehy.
Tutti legali, per quanto fosse possibile con un personaggio del genere.
Comunque, la cosa non è mai stata vista di buon occhio, soprattutto quan-
do, dopo la scomparsa del gangster, sui giornali apparve una fotografia dei
due, a cena con i ragazzi... Giocavano al Padrino, con brandy, sigari, e tut-
to il resto. Mi sorprende che non te ne ricordi.»
«Non seguo la cronaca locale.»
«Già, a meno che non si tratti di un episodio raccapricciante, come il
piccolo intrattenimento di ieri sera. Be', alla fine», continuò, «tutto venne
messo a tacere, nessuno fece domande.»
«Dunque è qui che entrano in gioco le sue conoscenze altolocate?»
«Strange era in classe con l'amico di Grace. Il vicecommissario.»
«Draker? Dici sul serio? Non sarà una delle tue stronzate?»
«Frequentavano una scuola esclusiva giù a Howth, uno di quegli istituti
in cui i figli della classe dirigente vengono protetti da quelli come te, e
come me. Poi, quando crescono, vanno a occupare il proprio posto in cima
all'albero sociale; e passano il resto della loro vita ad assicurarsi che nes-
sun altro si arrampichi fin lassù, o che nessuno di loro cada di sotto. Stran-
ge ha potuto contare sull'aiuto di molte persone, per restare appollaiato sul
suo ramo.»
«Adesso non inizierai con uno dei tuoi discorsi sulla classe lavoratrice,
vero?»
«Per questa volta, donna, te lo risparmio. Oggi sono di buon umore, me-
glio serbare il mio sermone per un grigio giorno di pioggia.» Poi, come se
ci avesse ripensato, aggiunse: «Sapevi che colleziona pistole?»
Wow... il meglio arriva sempre alla fine.
«Non è vagamente... come posso dire... illegale, a Dublino?»
«Niente è illegale, se conosci le persone giuste. E mi sembra che abbia-
mo già verificato le credenziali di Strange, da questo punto di vista. Di-
ciamo semplicemente che ha ottenuto i permessi necessari, o che nessuno
si è preso il disturbo di fare domande. Voglio dire, non stiamo parlando di
Uzi, o di Kalashnikov.»
«E di che tipo di armi si tratterebbe, allora?»
«Pezzi d'antiquariato. Pistole risalenti alla Seconda Guerra Mondiale, mi
sembra; cimeli della Guerra Civile. Winchester, pistole impiegate nei duel-
li, Remington, non lo so di preciso. A volte mi arrivano riviste del settore...
dovresti vedere i personaggi che vengono a cercarle. Dovrebbero portare
un distintivo: 'Non ho il pene, lasciate almeno che guardi le fotografie del-
le pistole.' Per quanto mi riguarda, ho visto abbastanza, nell'esercito.»
«A che cosa ti riferisci? Ai genitali maschili o alle armi?»
«A entrambe le cose.»
Mi fermai a riflettere. Mi chiesi se Grace avesse controllato le mailing
list delle riviste americane di armi che arrivavano a Dublino. Rintracciare
qualcuno che avesse una fissazione per le pistole poteva essere una pista
valida per giungere all'Uomo di Marx. Ma i miei pensieri andavano soprat-
tutto a Vincent Strange.
Pensai all'arma che i sommozzatori di Fitzgerald avevano ripescato quel-
la mattina, vicino al punto in cui Felix Berg era morto. Cercavano un cime-
lio di guerra, o qualcosa di simile. Ed era proprio quello che sembrava. Al
momento, la Scientifica la stava esaminando, per rilevare eventuali im-
pronte del fotografo.
Felix aveva paura. Qualcosa l'aveva spaventato, negli ultimi giorni. Era
possibile che fosse giunto addirittura a procurarsi una pistola per proteg-
gersi? Alice sosteneva che non ne aveva mai posseduta una e che, in ogni
caso, non avrebbe saputo come usarla. D'altra parte, lui le aveva tenute na-
scoste molte cose... perché non avrebbe dovuto mentirle anche su questo?
E dove avrebbe potuto rimediare un cimelio di guerra, o qualcosa di simi-
le, se non da un uomo che ne possedeva un'intera collezione, e che era an-
che uno dei suoi più cari amici?
Stavo pensando a tutto questo, quando il mio cellulare prese a squillare.
Hare schizzò via spaventato, rifugiandosi nella stanza sul retro. Proprio
quando iniziavo a credere che volesse prendere dimora stabile sulle mie
ginocchia. Grazie a Dio, esisteva la tecnologia.
Era Niall Boland. L'avevo cercato prima di andare da Strange, pensando
che mi avrebbe fornito un ragguaglio riguardo ai due omicidi nei pressi
della chiesa; con un preavviso così breve, non potevo sperare in nulla di
più. Ma non mi aveva risposto. Non ero riuscita nemmeno a parlare con
Grace, da quando era uscita la sera prima. Lentamente, avevo cominciato a
innervosirmi, mi sentivo fuori dal giro.
Doveva essere la stessa sensazione che prova un tossico, quando le sue
scorte stanno per finire.
«Ho avuto il suo messaggio», mi disse. «Aveva bisogno di me?»
«Volevo solo sapere se era libero per colazione.»
«Mi dispiace, avevo il telefono spento. Ma forse è meglio così. In teoria,
sarei a dieta. Cassie dice che dovrei perdere qualche chilo.»
Qualche decina di chili, in effetti.
Boland era quello che la gente normalmente considera un «tipo massic-
cio».
«Cassie è la sua nuova ragazza, giusto? E com'è?»
«Non è la mia ex moglie. E per me è sufficiente. Senta, se vuole parlare,
può venire a correre con noi.»
«Insieme a lei e a Cassie?» Intanto, cercavo di immaginarmi Boland
mentre faceva jogging...
«No, insieme a me e a Walsh. Si sta allenando per la maratona di Dubli-
no. Crede di poter migliorare il record della Polizia Metropolitana. Io lo
accompagno, lo seguo in bici e cronometro i tempi. Lascio a lui tutta la fa-
tica.»
«Un'organizzazione niente male.»
«Devo incontrarlo fra mezz'ora, giù al molo. Se vuole aggregarsi, è la
benvenuta.»
«Ma sì, potrei anche farlo.» Niente «forse»: non mi sarei persa per nulla
al mondo lo spettacolo di Niall Boland in sella a una bicicletta.

19

Non dovetti camminare molto, una volta uscita dal negozio di Burke, per
raggiungere Grattan Bridge; in quel punto, Parliament Street attraversava il
fiume e prendeva il nome di Capei Street. Era lì che avrei dovuto incontra-
re Boland. La primavera si era di nuovo rintanata in un magazzino refrige-
rato, e il vento, sull'acqua, lanciava piccoli pugnali; le loro lame mi sem-
bravano ancora più affilate, dopo aver passato un'ora accanto alla stufa di
Burke.
Fortunatamente, non dovetti aspettare molto prima che Boland si facesse
vivo.
Arrivò in bicicletta, ansimando; pedalava lungo il marciapiede che co-
steggiava il fiume e veniva verso di me, oscillando leggermente al vento.
L'aria fredda aveva reso il suo viso più rosso del solito, e il caschetto che si
era ficcato in testa sembrava di due misure più piccolo.
Del resto, quasi tutto indosso a Boland faceva quell'effetto. Era pesante e
tarchiato e, come molti uomini di quella stazza, nascondeva una natura
sorprendentemente timida e gentile. Mi era sempre piaciuto anche se, in ef-
fetti, non avevo mai incontrato nessuno che fosse meno adatto di lui a far
parte della Squadra omicidi. Era ancora un novellino, nonostante fosse
passato diverso tempo dal suo trasferimento dalla sezione Reati gravi; e
tutto faceva pensare che la situazione non sarebbe più cambiata. Passava la
maggior parte del suo tempo in archivio, nel seminterrato, a rimescolare
documenti e dossier; una vera fortuna, per la sottoscritta: nessuno era più
bravo di lui a recuperare informazioni. Ma questa sua capacità non scate-
nava certo l'entusiasmo dei colleghi.
Riusciva persino a sembrare fuori posto, in città, come se non si fosse
ancora abituato a vivere circondato dalla pietra, o desiderasse rivedere un
cielo non interrotto dai palazzi. Ma la sua espressione confusa lasciava in-
tendere che non era in grado di capire che cosa non andasse.
Alzò un braccio per salutarmi, quando mi vide ferma ad aspettare; poi,
rapidamente, lo riportò sul manubrio: la bicicletta aveva iniziato a sbanda-
re verso il traffico che si riversava sul molo, in direzione opposta alla sua.
Le auto strombazzarono per avvertirlo... o, più semplicemente, per il fasti-
dio.
Boland aveva quell'effetto, su alcune persone.
Dietro di lui veniva un uomo più magro, in scarpe da ginnastica e panta-
loni della tuta; sopra, indossava una maglia con il cappuccio, con la scritta
TENNESSEE STATE UNIVERSITY sul davanti. Aveva il cappuccio ca-
lato sulla fronte, che teneva bassa mentre correva. Il contrasto tra la sua fi-
gura e quella squadrata e massiccia di Boland, con la sua andatura goffa e
le mani grassocce, non avrebbe potuto essere più marcato. Sembravano
venire da pianeti diversi.
«Saxon», mi salutò Boland, ansimante, quando raggiunsero il ponte.
L'altro si fermò per riprendere fiato, le mani appoggiate sulle cosce. «Que-
sto è Patrick Walsh.»
«Lo so.» Lo avevo riconosciuto, l'avevo visto uscire da casa di Grace la
sera prima. Gli tesi la mano. «Il sovrintendente capo mi ha parlato di lei.
Dice che è in gamba.»
«Faccio del mio meglio», rispose lui con un sorriso asimmetrico, ricam-
biando la stretta di mano. Mi osservò attentamente, per valutare se il gioco
valesse la candela... Sicuramente aveva sentito un sacco di cose sulla sot-
toscritta e sul sovrintendente capo Fitzgerald, in centrale.
Le solite chiacchiere da spogliatoio.
Che, comunque, non gli avevano impedito di provarci con Grace.
Boland stava controllando il cronometro.
«Sei stato più veloce, questa volta», disse complimentandosi.
«Ho sentito dire che sta cercando di battere il record», osservai.
«A che scopo fare qualcosa, se non si cerca di farla meglio degli altri?»
«Già, Saxon segue la stessa filosofia», intervenne Boland. «Siete paren-
ti, per caso?»
«Da dove viene?»
«Da Boston.»
«Boston nel Massachusetts, o Boston in Georgia?»
Stava cercando di impressionarmi?
«Lei è un tale esperto, dovrebbe indovinarlo dal mio accento.»
«Naturalmente. La stavo solo prendendo in giro.»
«Davvero?»
«L'ho già vista.»
«Ah, sì?»
«Ieri sera. Era seduta in una jeep, di fronte a casa del capo.»
E io che credevo di essermi resa invisibile...
«Un osservatore davvero acuto», gli dissi.
«Già, è quello che dicono tutti, dolcezza», replicò lui, ridendo.
Dolcezza?
Per questa volta, decisi di lasciar perdere.
Non sapevo che cosa pensare, di un tipo come Walsh. Era piuttosto pre-
coce: ci conoscevamo solo da pochi minuti, e mi parlava come se fossimo
vecchi amici. Non che mi dispiacesse; avevo solo bisogno di un po' di
tempo, per abituarmi.
E poi, secondo Grace era un bravo poliziotto. E quella era l'unica cosa
che contasse.
Mentre cercavo di decidermi a sputare il rospo, chiesi a Boland che cosa
fosse accaduto, di preciso, la sera prima. Non mi erano mai piaciute le
chiacchiere futili.
«Farebbe meglio a chiederlo a Walsh. Il capo mi aveva dato la serata li-
bera. Non sono nemmeno stato sulla scena dei delitti. Patrick le darà tutti i
dettagli.»
Ma non ero affatto preparata a sentire quello che aveva da dirmi.
«Un emulatore?» Senza volerlo, avevo usato un tono esageratamente al-
to. Abbassai la voce, mentre qualche passante si voltava a guardarci. «Co-
me diavolo fanno a sostenere una cosa del genere?»
Walsh alzò le mani, supplichevole.
«Non così in fretta. Un po' di pazienza, dolcezza. Le sto solo illustrando
la teoria della polizia. Secondo il capo, quella di attribuire qualsiasi crimi-
ne all'Uomo di Marx sta diventando una pericolosa abitudine.»
Cedendo alla mia solita paranoia, mi chiesi se Grace avesse pensato a
me, quando aveva fatto quell'osservazione.
«E poi», riprese, «c'erano delle differenze.»
Oh, no. Un'altra volta.
«Lo schema seguito dall'assassino è sempre stato lo stesso, fino a questo
momento. Un solo colpo, un unico bersaglio. Poi scompariva, senza lascia-
re traccia. Una precisione clinica. Questa volta, però, ha combinato un bel
casino. Al punto che non si è nemmeno preoccupato di raccogliere i bosso-
li prima di darsi alla fuga. Non solo: la prima vittima risulta essere un certo
Charlie Knight, già noto alla polizia come killer professionista. Secondo la
Reati gravi, negli ultimi tre anni aveva compiuto almeno nove omicidi su
commissione, per vari gangster della città. E questi sono solo quelli di cui
sia giunta notizia. Eppure non è mai stato accusato di un solo reato, niente,
nemmeno un parcheggio non pagato. Nei bassifondi, lo chiamavano lo
Spietato Mietitore.»
«Quindi, alla fine, qualcuno ha fatto fuori lui?»
«Era inevitabile, presto o tardi doveva succedere. Il fatto che si trovasse
davanti a una porta, con la schiena rivolta verso l'assassino, potrebbe esse-
re una semplice coincidenza.»
«Quindi, questa era la prima teoria. Che cos'è che vi ha indotto a modifi-
carla?»
«I bossoli. Gli specialisti in armi da fuoco li hanno subito identificati
come appartenenti allo stesso tipo di pistola usato negli omicidi precedenti.
Per sapere se si tratta proprio di quell'arma, dovremo attendere l'esito degli
esami di routine. Ma...» Allargò le mani, scrollando le spalle.
«Quanti killer con una Glock calibro 36 possono esserci, a Dublino?»
«Mi ha letto nel pensiero.»
«E della ragazza, che mi dice?»
«A quanto pare, ha disturbato il killer. E lui l'ha sistemata.»
«Se non altro, dal punto di vista tattico, non si sono verificati cambia-
menti. Cominciavo a preoccuparmi, dopo quello che è accaduto ieri sera,
per un attimo ho temuto che avesse iniziato a uccidere due persone alla
volta. Quella poveretta ha già un nome?»
«Tara... giusto?» suggerì Boland.
«Early. Tara Early. Sedici anni. Viveva dalle parti di Summerhill, in un
appartamento che divideva con la sorella maggiore. Vi si era trasferita un
paio di mesi fa, sembra che non andasse d'accordo con i genitori. Apparen-
temente, non approvavano il ragazzo con cui usciva. Aveva appena lascia-
to la scuola, e da poco lavorava in un supermercato vicino a casa, proprio
dietro l'angolo. Era uscita con le amiche, per trascorrere una serata in cen-
tro; voleva spendere la paga della prima settimana. Hanno girato un po' di
bar, sperando di trovarne qualcuno che servisse alcolici ai minorenni. Se-
condo i testimoni, sarebbe uscita dall'ultimo locale intorno alle undici.
Probabilmente stava tornando a casa, tagliando per le stradine secondarie,
quando si è imbattuta nell'Uomo di Marx, al lavoro. Chissà, forse ha urla-
to, attirando la sua attenzione... E per lei è stata la fine.»
Così. Semplicemente. Gli omicidi a volte possono essere talmente bana-
li, gretti. Mi vennero in mente quelle parole che avevo sentito pronunciare
non so più da chi: «Non è una pallottola con il mio nome inciso, a preoc-
cuparmi. Ma quella con la scritta 'A chiunque possa interessare'.» Quella
che aveva colpito Tara Early.
Per mascherare il crescente senso di depressione, proposi di incammi-
narci verso la centrale. Attraversammo la strada e iniziammo a risalire Par-
liament Street.
I cancelli del Dublin Castle erano esattamente davanti a noi, in cima alla
collina.
«Ho parlato con una sua amica, stamattina», mi disse Boland, pedalan-
do; Walsh trotterellava vivacemente accanto a noi, simulando qualche col-
po di pugilato.
«Sì? E chi sarebbe?»
«Alice Berg.»
«Ha parlato con Alice?»
«Il capo mi ha chiesto di farle una telefonata. Mi ha detto che le aveva
confidato qualcosa riguardo ai suoi dubbi circa la morte del fratello. Se
non ho capito male, crede ancora che sia stato assassinato. È così?»
Annuii. La sera prima, Grace mi aveva accennato che probabilmente a-
vrebbe incaricato Walsh di occuparsi di Alice. Ma poi era intervenuto
l'Uomo di Marx, e l'agente si era trovato impegnato in vicende ben più im-
portanti.
Boland, però, era sempre disponibile.
Benedetta Grace... Riusciva a pensare a me anche nel bel mezzo di u-
n'indagine di tale portata.
«È riuscito a farsi dire qualcosa?»
«Mi prende in giro? È una delle donne più irritanti che abbia mai incon-
trato.»
«Inclusa la sua ex moglie?» fece Walsh.
«La lasci fuori. Solo io posso insultarla. Questa Alice... be', è una cosa
completamente diversa. Non sono riuscito a strapparle nemmeno una paro-
la. Un muro di mattoni con le sembianze di una donna. Lo giuro! Non ha
voluto dirmi nulla. Non appena ho accennato a quello che era accaduto al
fratello, si è chiusa come... non saprei... come una vongola con la laringite.
Sembrava quasi che temesse che volessi tenderle un trabocchetto, per farle
dire la cosa sbagliata. Quando io volevo semplicemente ottenere qualche
informazione che mi aiutasse a fare luce sui motivi che hanno spinto quel
poveretto a suicidarsi.»
Chissà se si era espresso così anche con lei. Non c'era da meravigliarsi
che si fosse chiusa a riccio, un'uscita del genere non doveva averglielo reso
molto simpatico.
«Se può consolarla, ho avuto più o meno la stessa esperienza», gli dissi.
«Un minuto prima, sostiene di sapere tutto sulla vita del fratello; un minu-
to dopo, è costretta ad ammettere di non conoscere quasi nulla.»
Per non parlare del fatto che a Vincent Strange aveva dato una versione
totalmente differente, ammesso che lui dicesse la verità. Mi chiesi quante
Alice esistessero.
«Io ho incontrato la ragazza di Berg...» L'annuncio di Walsh fu del tutto
inaspettato.
Rimasi soncertata.
«Felix aveva una ragazza?»
«Perché, c'è qualcosa che non va?»
«No... È solo che Alice mi aveva giurato che il fratello non aveva nessu-
na relazione. Mi ha detto che erano molto uniti, e non avevano bisogno di
nient'altro. Come l'ha scovata?»
«Si è presentata ieri mattina in centrale, voleva vedere il cadavere. All'i-
nizio non avevo capito chi fosse. Le ho detto che, per prima cosa, se vole-
va vedere il corpo di qualcuno era nel posto sbagliato e che, comunque,
aveva bisogno dell'autorizzazione del parente più prossimo. È andata su
tutte le furie, mi ha detto che aveva più probabilità di farsi sbattere in un
monastero... La mia donna ideale. Le darei il permesso di vedere il mio
corpo ogni volta che vuole.»
«Come si chiama?»
«Gina Fox.»
Alice, chiamami. Ti prego - Gina.
Ecco chi aveva scritto il bigliettino misterioso.
«Sono felice di scoprire che non sono l'unico a cui la sorella di Berg non
ha voluto dare informazioni», osservò Boland.
«Credo che Alice si stia rendendo conto che Felix aveva un'esistenza se-
greta di cui lei non sapeva nulla... e ha paura, perché non sa dove tutto ciò
possa condurre.»
«Così, questa Gina Fox viene eliminata dalla storia ufficiale», commen-
tò Walsh. «Chissà se Alice la toglierà anche dall'album di famiglia...»
«Sta solo cercando di proteggere la memoria del fratello.»
«Non mi sembra che ne abbia bisogno, a questo punto», intervenne Bo-
land schietto.
«Si preoccupa di difendere la sua reputazione.»
«Chi mi truffa il buon nome», declamò Walsh, interrompendo breve-
mente il suo atletico balletto, «mi porta via qualcosa che non arricchisce
lui e fa di me un miserabile.»
Io e Boland ci fermammo, gli occhi fissi su di lui.
«Shakespeare», disse con un inchino. «Un tempo volevo fare l'attore. Ho
imparato quel discorso mentre mi preparavo per una parte nell'Otello. Non
mi hanno preso. Andava sempre così, in effetti, e probabilmente è per que-
sto che sono finito in polizia.»
Eravamo arrivati al semaforo in cima alla collina, aspettavamo una brec-
cia nel traffico per riuscire ad attraversare. Boland aveva adocchiato l'inse-
gna lampeggiante di un caffè, lungo la strada che scendeva verso il centro,
lo notai dal suo sguardo.
Diede un'occhiata all'orologio.
La tentazione era forte, sarebbe riuscito a resistere?
Mi chiesi che cosa ne sarebbe stato di lui. Assomigliava ogni giorno di
più a un pigro cane con gli occhi da cerbiatto, che se ne sta seduto, aspet-
tando che qualcuno lo prenda a calci.
Tutti i detective devono avere una scintilla, devono avere il senso di
svolgere una missione. Non è una cosa di cui vergognarsi; e il discorso va-
le soprattutto per gli agenti della Squadra omicidi. Devono sentirsi diversi
dagli altri... migliori. Qualche volta esagerano, con il rischio di diventare
arroganti. Ma non possono farne a meno, o si ridurrebbero a ingrossare
semplicemente le file dell'arma. Una condizione a cui Boland, ultimamen-
te, si stava avvicinando.
Zero energia. Zero vigore.
Il fatto stesso che Fitzgerald gli avesse concesso la serata libera, anche
dopo l'ennesimo colpo dell'Uomo di Marx, e l'avesse spedito da Alice
quando la morte di Felix Berg non era più di sua competenza, era indicati-
vo dello scarso bisogno che aveva di lui, e del poco rispetto che nutriva nei
suoi confronti.
Avrebbe tenuto un atteggiamento diverso, se non l'avesse considerato
così tristemente superfluo.
Incrociai lo sguardo di Walsh, che mi strizzò l'occhio sogghignando,
come se sapesse quello che stavo pensando e lo condividesse in pieno.
Immediatamente, provai un senso di disprezzo per quel sorriso cospiratore,
e mi detestai: ero stata io a provocarlo, tradendo Boland. Tutto quello che
gli mancava dal punto di vista dell'acume investigativo era ampiamente
compensato dal suo buon cuore. E a volte avevo davvero bisogno di crede-
re in questo.
Ma la cosa deprimente era che il sergente non si era minimamente accor-
to della silenziosa comunicazione tra noi due; o, se l'aveva fatto, era tanto
bravo da non darlo a vedere... e io non avevo mai notato una simile pro-
pensione, da parte sua. Aveva una di quelle facce cordiali, oneste e aperte,
che lasciano trasparire qualsiasi pensiero.
Vide che lo stavo guardando e colse l'occasione al volo.
«Non aveva detto che avrebbe messo volentieri qualcosa sotto i denti?»
mi chiese.
«Credevo fosse a dieta.»
«Be', un panino al bacon non mi farà così male.»
«No, io non ho più fame», gli dissi.
«Tanto meglio, ce ne sarà di più per me», osservò allegro.
Almeno, lui aveva ancora fame di qualcosa, pensai. Davvero crudele, da
parte mia.

20

Una ragazza. Non era molto, ma era più di quanto avessi avuto quella
mattina, quando mi ero svegliata.
Prima di separarci, Walsh mi diede il suo numero di telefono, facendomi
promettere che non avrei rivelato la fonte dell'informazione; probabilmente
non aveva abbandonato l'idea di chiamarla per chiederle un appuntamento,
e non voleva rischiare che gli mandassi a monte il progetto; Gina, comun-
que, non mi chiese nulla.
Ma dovetti insistere parecchio, perché mi concedesse qualche minuto.
«Non è della polizia?» mi chiese. «Allora non capisco... perché vuole
parlare con me?»
«Io...» Che cosa avrei potuto dirle? «Sono un'amica di Alice.» Una pre-
sentazione piuttosto debole.
«Oh... Alice.»
«Già. Mi ha chiesto di indagare sulla morte del fratello. Lei lo conosce-
va. E pensavo che forse...»
«Non così bene», disse. «Non come credevo, almeno.» Dal tono mi
sembrò alquanto amareggiata; e la cosa mi intrigò. «Senta, se ci tiene dav-
vero può venire qui. Parlerò con lei, non credo che ci sia niente di male.
Ma non vedo in che modo la mia testimonianza potrebbe esserle utile.»
Mi ci volle un po' per trovare l'indirizzo che mi aveva dato. Si trattava di
un appartamento in un seminterrato in una tranquilla stradina, non lontano
da Appian Way, nella zona sud della città. Vasi di piante intorno alla porta,
una cassetta di fiori sul davanzale: non era proprio il mio genere di casa.
Probabilmente la camera da letto era piena di giocattoli teneri e coccolosi.
Era vestita esattamente come mi sarei aspettata osservando l'esterno della
sua abitazione. Indossava una specie di camicione informe con un vivace
motivo estivo, e al collo portava un filo di perle arricchito da piccoli cion-
doli d'argento. I capelli, rossi e lunghi fin sotto le spalle, erano crespi e ri-
belli.
La guardai, non c'era da stupirsi che con Felix non avesse funzionato.
Facevo fatica a credere che si fosse invaghito di una donna dalle tendenze
vagamente hippy e New Age. Devo ammettere, però, che mi diede l'aria di
essere una persona molto sveglia, quando si presentò alla porta e mi invitò
a entrare.
L'interno era decisamente più austero della facciata esteriore. Le pareti
erano spoglie: mattoni e intonaco a vista, dipinti di bianco. Evidentemente
lo stile più in voga fra gli artisti. L'arredamento era ridotto al minimo; un
letto in ferro battuto appoggiato contro il muro (con lenzuola e trapunta ri-
gorosamente bianche) e un tavolo cosparso di fotografie. Sue, immaginai.
Per la maggior parte si trattava di autoritratti, in cui lei, nuda, era sdraiata
su quello stesso letto. Attraverso una finestra vidi il cortile, e un muro di
sassi dipinto di bianco, ricoperto da piante di edera: un ambiente utilizzato
come sfondo in alcuni dei sui nudi artistici.
Doveva essere molto popolare, nel vicinato. Soprattutto fra gli uomini.
E, chissà... forse aveva anche un pubblico femminile.
In mezzo alle fotografie, notai anche qualche natura morta: un annaffia-
toio e una scala di legno ricoperta di libri, una finestra con una crepa nel
vetro, simile a una ragnatela; un gatto bianco sdraiato in una pozza di sole,
e lo stesso micio che inseguiva una foglia. Fui sollevata quando non vidi
alcun felino passarmi tra i piedi; non ero dell'umore adatto per fare amici-
zia con un animale. Hare era già fin troppo esigente.
Gina rimase in silenzio per un po', lasciando che guardassi i suoi lavori.
«Le andrebbe un drink?» mi chiese infine.
«Dipende che cosa intende...»
«Niente paura, non ho intenzione di offrirle un tè alle erbe, se è questo
che la preoccupa.» Mi aveva letto nel pensiero? «Devo avere una bottiglia
di vino, da qualche parte. Se vuole, può unirsi a me.»
L'idea mi andava, eccome.
Faceva ancora freddo fuori, e rimasi piuttosto sorpresa quando, con una
mano, prese il vino e i bicchieri, mentre con l'altra abbassava la maniglia
della porta, precedendomi nel cortile.
Da una finestra aperta, in alto, giungevano delle note, talvolta accompa-
gnate da alcune voci: impossibile capire le parole. Si udiva anche una chi-
tarra, che qualcuno strimpellava senza esserne capace... sempre e solo le
stesse corde... Gina posò la roba su una tavolino in ferro battuto, adatto a
ospitare due persone soltanto; afferrammo le sedie e le trascinammo indie-
tro, facendole stridere. Ci accomodammo.
«Non mi sembra il tipo di persona che potrebbe stringere amicizia con
Alice», osservò dopo aver versato il vino, togliendomi dall'imbarazzo di
dover iniziare la conversazione. «Voi due non andate d'accordo?»
«L'ho incontrata soltanto una volta. E mi è bastata. E, a giudicare dalle
parole di Felix, dev'essere stato così anche per lei.»
«Non l'ha presa in simpatia?»
«Perché non glielo chiede?»
Avevo toccato un argomento piuttosto delicato. Decisi di lasciar perdere.
Potevo sempre ritornarci in un secondo momento.
«Come ha conosciuto Felix?»
«Fu una mia idea. Come ha potuto vedere, sono anch'io una fotografa.
Gli mandai alcuni dei miei lavori. Non lo nego, stavo cercando di muovere
il primo passo sulla strada che conduce al successo. Volevo trovare qual-
cuno che mi prendesse sotto la sua protezione. Pensavo che se gli fossero
piaciute le mie foto, e se gli fossi piaciuta io, mi sarei ricavata uno spazio
nel mondo dell'arte. Chissà, magari avrei potuto organizzare una mostra
tutta mia o esporre i miei scatti in una galleria d'arte... Se non sei tu a bada-
re a te stessa, nessun altro lo farà al tuo posto.»
«Perché proprio Felix?»
«Perché decisi di spedire a lui la mia roba, intende? Perché ammiravo la
sua opera. Sul serio. Le sue fotografie erano diverse da quelle di tutti gli
altri. So bene che ogni artista è convinto che i propri lavori siano unici, ma
io credo veramente che i miei scatti possiedano una qualità che non tutti,
apprezzerebbero. E credevo che lui l'avrebbe fatto. Così gli scrissi, senza
sapere se avrei mai ricevuto una risposta. E una sera mi chiamò, chiacchie-
rammo al telefono e fissammo un appuntamento per il giorno seguente.»
«E questo quando avvenne?»
«Poco più di un anno fa», disse, riflettendoci sopra. Si infilò un paio di
occhiali da sole: un atteggiamento che mi fece pensare ad Alice. Entrambe
si nascondevano dietro due lenti scure, quando la poca luce non lo richie-
deva affatto. «Sì, mi sembra che sia così... forse era il gennaio dello scorso
anno. Decidemmo di vederci in un hotel, il pomeriggio del giorno dopo.
Bevemmo qualcosa insieme. Io gli mostrai le mie fotografie. .. alcune sono
piuttosto... be', sì, erotiche, direi. Le ha viste anche lei. E la cosa dovette
avere un certo effetto su di lui. Finimmo con il trascorrere il resto della
giornata in una camera dell'albergo, a fare l'amore. E Felix mi diede l'im-
pressione di non essere affatto sorpreso che il nostro incontro si fosse con-
cluso in quel modo.»
«Crede che le avesse proposto di vedervi in un hotel perché aveva già in
mente di fare sesso con lei?»
«Era un uomo, probabilmente pensava sempre al sesso, qualsiasi cosa
facesse, anche quando montava una mensola. Non che riesca a immagi-
narmelo mentre fa una cosa del genere, in effetti. «Comunque», aggiunse
con un sorrisetto compiaciuto e malizioso, forse suscitato dal ricordo di
quell'incontro, «devo confessarle che quella dell'hotel è stata una mia ide-
a.»
«Voleva sedurre Felix Berg?»
«La prospettiva non mi dispiaceva. Era un bell'uomo. E non credevo che
la cosa potesse avere conseguenze negative. Se lui avesse iniziato a sentire
qualcosa per me, forse... be', lei mi capisce.»
«Forse le avrebbe presentato qualcuno?»
«L'idea era quella. In seguito, accettai di vederlo ancora; passammo pa-
recchio tempo insieme, per alcuni mesi. A volte, addirittura, mi portava
con lui, la notte, quando usciva per fare qualche scatto. Sono questi i mo-
menti che ricordo con maggior piacere.»
«Le capitò mai di accompagnarlo durante una nevicata?»
«No, non mi sembra. Sono certa che me ne ricorderei. Perché me lo
chiede?»
«Oh, per nessun motivo in particolare. Semplice curiosità.»
Corrugò le sopracciglia, sopra gli occhiali. Non potevo biasimarla. Sem-
plice curiosità... L'avevo presa per una stupida?
«E lui lo fece?» mi affrettai a chiederle, per cambiare argomento. «Vo-
glio dire, la presentò alle persone 'giuste'?»
«Mi presentò a Vincent Strange. Ne ha mai sentito parlare?»
«Diciamo che le nostre strade si sono incrociate.»
«Allora saprà già tutto di lui. È un pezzo grosso. Vive in una casa enor-
me. E ha una testa notevole. Possiede un'importante galleria d'arte. E sa
che ha delle conoscenze incredibili? Ha sostenuto Felix fin dall'inizio. Spe-
ravo che facesse lo stesso con me, ma non abbiamo mai combinato nulla.
In compenso, Felix iniziava davvero a piacermi. Il sesso tra noi non era un
granché, ma era così dolce, e sembrava realmente interessato al mio lavo-
ro. Mi ha sempre incoraggiata. Nessuno l'aveva mai fatto, prima. Che tene-
rezza... Probabilmente, in quel periodo, mi sentivo vulnerabile. Non ho
famiglia, mia sorella morì quando ero ancora piccola; ho perso entrambi i
genitori. Ero arrivata da poco da Londra, non avevo ancora molti amici;
facevo qualche merdosa fotografia pubblicitaria, per sbarcare il lunario.
Così, quando Felix ha iniziato a manifestare affetto nei miei confronti, ne
sono stata felice. Non si trattava solo di sesso. A volte non voleva nemme-
no fare l'amore. Veniva qui, e ci sdraiavamo sul letto a parlare. Magari mi
appoggiava la testa sulla spalla, e si addormentava.»
«Cos'è che è andato storto, allora?»
«Niente, almeno dal mio punto di vista. Non abbiamo mai litigato, non
c'è stato un allontanamento progressivo. Nessuno dei soliti cliché. Sempli-
cemente, un giorno mi chiamò e mi disse che non ci saremmo più dovuti
vedere.»
«E lei che cosa fece?»
«Io non elemosino l'amore di qualcuno che non mi vuole», replicò da
dietro gli occhiali, imperscrutabile. «Non avevo intenzione di gettarmi ai
suoi piedi, anche se so quello che sta pensando: che è esattamente quello
che feci durante il nostro primo incontro, in hotel.»
«Non stavo pensando a nulla del genere.»
«Comunque, ormai non ha più nessuna importanza. È tutto finito. Ho
provato a chiamarlo, qualche volta, e mi sono presentata alla galleria di
Strange, quando sapevo che sarebbe stato lì. Ma lui era distante... preoccu-
pato, quasi...» Si interruppe, goffamente.
«Vada avanti... Stava per aggiungere qualcos'altro.»
Pronunciò le parole successive con estrema lentezza. Controvoglia. Ma
forse voleva soltanto indurmi a credere che fosse così, forse era esattamen-
te quello che voleva dirmi, fin dall'inizio.
«Ecco... sembrava quasi che avesse paura di parlare con me, ma un'af-
fermazione simile non sarebbe esatta. Cioè... questo è quello che ho pensa-
to allora, ma forse avevo semplicemente bisogno di credere che ci fosse
un'altra ragione che l'avesse spinto a scaricarmi, e che non si fosse sempli-
cemente stancato di me.»
«Rimase sorpresa, quando Felix mise fine alla vostra storia?»
«Sorpresa è dire poco. Ero furiosa. Mi era già capitato di essere scarica-
ta, in passato, non era un'esperienza del tutto nuova. Ma di solito succede
per un motivo, no? Con lui, invece, non riuscii a capire che cosa fosse an-
dato storto. Se non altro, mi doveva una spiegazione.»
«Perché crede che avesse preso una simile decisione?»
«Oh, be', questo non è affatto un mistero. Alla fine me lo disse, la colpa
era di Alice... pensava che non fossi la donna giusta per lui. Quasi fosse
sua madre, o roba del genere. Più di una madre, in effetti, se capisce quello
che voglio dire. Immagino che per Alice nessuna fosse all'altezza del fra-
tello. Nessuna... a parte lei.»
C'era qualcosa, nel modo in cui pronunciò quell'ultima frase, che mi in-
dusse a pensare che dietro le sue parole si celasse molto di più. Rimasi in
silenzio per un istante. Poi le dissi: «Parlando con Alice, l'altro giorno, ho
avuto l'impressione che il suo atteggiamento nei confronti di Felix fosse
piuttosto... non so...»
«Piuttosto strano?» mi interruppe. «È quello che pensavo anch'io. Erano
un po' troppo vicini per essere fratello e sorella. C'era troppa intimità, tra
loro. Non era un rapporto normale. Quella donna può sembrare una sorta
di vergine vestale, non ha amanti, non si è mai trovata al centro di pettego-
lezzi o scandali. Ma, se vuole sapere come la penso, aveva già tutto quello
che desiderava: aveva Felix. Lo aveva in tutti i sensi, se riesce a capirmi.
Pertanto, la sua gelosia non mi stupì.»
«E secondo lei Felix provava la stessa cosa?»
«Non faceva altro che parlare di lei», mi confidò. «'Alice ha fatto questo,
Alice ha detto quello'... Si assicurava sempre di avere il suo appoggio. Non
potevamo vederci, non potevamo andare da nessuna parte, se lei non era
d'accordo. E ovviamente, nel giro di poco tempo, la situazione iniziò a dar-
le fastidio.»
«Sarà stato imbarazzante, per lei.»
«Quando esci con un uomo, non ti aspetti che la sera corra a casa dalla
sorella, o che ne parli in continuazione quando è a letto con te. È già abba-
stanza difficile quando ti raccontano delle loro ex. Se poi si tratta di sorel-
le, la cosa inizia a darti i brividi...»
«Perché si è rassegnata a una situazione del genere?»
«Non avevo alcun diritto di aspettarmi qualcosa da lui. Era un amante
occasionale, e se mai mi sono permessa di credere che tra noi ci fosse di
più, stavo solo facendo dei castelli in aria, e ne ero perfettamente consape-
vole. Non ero niente, per Felix; ero un essere inferiore, nel suo mondo... e
nel mondo di Alice e di Strange. Ma credevo davvero che la nostra storia
valesse qualcosa, stavamo bene, insieme. Così, quando decise di gettare
tutto al vento, nascondendosi dietro quella che mi sembrava una debole
scusa, rimasi profondamente delusa. Non era l'uomo che pensavo che fos-
se. Non si dimostrò all'altezza delle speranze che avevo riposto in lui.»
Dunque era questo che aveva voluto dire, al telefono, quando aveva af-
fermato di non conoscerlo poi tanto bene. Chissà, forse aveva ragione.
Forse non lo conoscevo nemmeno io. C'era qualcosa, nella relazione tra
Felix e Alice, che mi era sfuggito? E quanto poteva contare la mia svista?
La vita è una gran confusione, in fondo. Ma non è detto che ci sia una
connessione tra il disordine dell'esistenza e il mistero della morte.
Presi un altro sorso di vino e posai il bicchiere, osservando la luce dan-
zare per un attimo sulla superficie del liquido in movimento, che presto
tornò a riflettere una finestra che dava sul cortile.
«Vi siete più rivisti, in seguito?»
«Dopo esserci lasciati, intende? Ma certo. Andai a un party organizzato
da alcuni amici di amici di amici di Strange. Non mi chieda come fossi
riuscita a procurarmi un invito. Comunque, ci andai. Devo ammetterlo,
probabilmente speravo di incontrare Felix. Non avevo perso completamen-
te le speranze, nonostante fossero passate settimane, e lui non si fosse più
fatto sentire. Stavo girovagando in cerca di qualcuno che conoscessi,
quando lo vidi insieme a una donna. Erano in piedi in un angolo, al buio e
sono sicura che si stessero baciando. La cosa mi dava parecchio fastidio,
non aveva perso tempo a rimpiazzarmi. Abbandonai subito la festa. Fu so-
lo in seguito, quando Strange mi presentò la sorella di Felix, che realizzai
che era la stessa donna che avevo visto al party. Mi rivolse un sorrisetto
compiaciuto, come se volesse vantarsi della vittoria.»
«Come ha saputo della morte di Berg?»
«Strange mi ha fatto una telefonata. Sapeva che eravamo stati amanti.
Mi ha detto che credeva che meritassi almeno di essere avvisata. Non che
fossimo destinati a stare insieme, o roba del genere, ma almeno questo mi
era dovuto... altrimenti, l'avrei scoperto guardando il telegiornale della not-
te.»
«Come si è sentita?»
«Terribilmente dispiaciuta. Sono andata alla polizia, perché volevo ve-
dere il corpo. Ma mi hanno detto che non era possibile senza l'autorizza-
zione della sorella. Le ho persino lasciato un biglietto, a casa, ma non mi
ha mai fatto la cortesia di richiamarmi. La solita, vecchia Alice...»
«Ha avuto molto a cui pensare.»
Ecco. Stavo di nuovo prendendo le sue difese. Dovevo smetterla.
«Non ho alcun problema ad ammettere che anch'io ero spaventata», mi
disse. «Quando succede una cosa del genere a una persona a te vicina, inizi
a pensare che nessuno è veramente al sicuro. Ma poi, questa mattina, ho
sentito che l'Uomo di Marx non c'entra affatto e mi sono vergognata di non
essermi resa conto che stava soffrendo tanto... Non immaginavo che potes-
se arrivare a commettere un atto simile; non ho bisogno di essere più espli-
cita, vero? Era passato diverso tempo dalla nostra separazione, quindi non
c'era motivo per cui dovessi essere al corrente della sua situazione. Ma mi
sono sentita uno schifo, tutto qui.»
«Non ha dubbi riguardo all'ipotesi del suicidio?»
Mi guardò, come se non avesse afferrato la domanda.
«Che cosa importa quello che penso io? Strange mi ha detto del risultato
dell'autopsia. I giornali, questa mattina, dicevano che la polizia ha smesso
di cercare eventuali persone coinvolte.»
«Alice non crede che il fratello si sia tolto la vita. È ancora convinta che
sia stato assassinato.»
Gina scosse la testa, bruscamente.
«Non voglio sentire quello che le ha detto quella puttana. Quella è una
pazza nevrastenica. C'era da aspettarselo che avrebbe tentato di trasforma-
re in un dramma personale la scomparsa di Felix. Non può trattarsi di sem-
plice suicidio... Mi dica, è per questo che le ha chiesto di andare in giro a
fare domande? Che cos'è, una specie di detective privato?»
«No, niente del genere. Sono solo la persona che ha trovato il cadavere
di Berg», le dissi. «Quella sera mi ha telefonato, voleva incontrarmi. Pen-
sava che potessi aiutarlo, ma adesso non saprò mai che cosa volesse dirmi.
Dalla voce mi sembrava piuttosto... turbato.» Evitai di dirle che temeva
che qualcuno stesse cercando di ucciderlo. «L'unica cosa che mi interessa è
scoprire che cosa è successo veramente.»
«L'ha trovato lei?» La notizia sembrò davvero coglierla di sorpresa. «Ho
sentito alla radio che era stata una donna a scoprire il suo corpo, ma crede-
vo che si trattasse di una persona di Howth.»
«Ho chiesto alla polizia di non fare il mio nome», le spiegai.
«Almeno a lei hanno dato retta. È più di quanto abbiano fatto per me,
quando ho detto che non volevo essere coinvolta.» Prese un altro sorso di
vino. Ormai doveva essere al terzo bicchiere. «Non importa», aggiunse
svelta. «Davvero. Non ho avuto molte possibilità di parlare di Felix, da
quando è scomparso. E immagino che questo spieghi anche la visita di Mi-
randa Gray.»
«La terapista di Berg è stata qui?»
«È passata ieri. Mi ha chiesto che cosa sapessi della morte di Felix. Ha
detto di essere preoccupata per qualcosa che aveva sentito da Alice. Aveva
in cura tutti e due, ma forse lo sa già. Li riceveva ogni lunedì e venerdì
pomeriggio. Quando stavamo insieme, lo accompagnavo nel suo studio e
aspettavo fuori, in macchina, mentre lui entrava per la sua seduta. Subito
dopo, la dottoressa vedeva Alice. Carino, no? Tutto in famiglia.»
«E adesso indaga sulla vicenda. Perché?»
«Ha detto di essere in pensiero per Alice... Una preoccupazione che non
condivido, in effetti.»
Fui distratta per un istante da un'ape atterrata sul bordo del tavolino, che
adesso camminava malferma sulle zampette. Una delle prime della nuova
primavera.
Odio le api. Da bambina ero stata punta, e ricordo ancora la sensazione
di panico provata e mia madre che mi rimproverava per aver sollevato una
tale confusione...
Restando seduta, spostai rapidamente il braccio, pronta a schiacciarla.
Ma Gina fu più veloce: quando mi mossi, l'ape era già morta, e lei si stava
pulendo la mano in un canovaccio, per eliminare i resti.
Rise. Una risata leggera.
«Ancora vino?»
21

L'ultima cosa che mi sarei aspettata, rincasando qualche ora dopo, era
trovare Alice seduta sui gradini davanti al mio appartamento, e non ero
nemmeno sicura di essere dell'umore adatto per parlare con lei. La testa mi
scoppiava per colpa del vino. Gina, alla fine, aveva cucinato della pasta e
mi aveva mostrato qualche altra fotografia, dopo aver stappato una nuova
bottiglia. E ce n'era stata persino una terza. Era difficile starle dietro, e io
avevo perso l'abitudine di bere sul serio, durante il giorno.
E adesso la sorella di Felix era lì. Ma che cosa diavolo si aspettava da
me?
E, soprattutto, che cosa avrei ottenuto in cambio?
Qualche nuova scusa?
Una donna come lei andava trattata con delicatezza: aveva scelto il mo-
mento sbagliato, se sperava in un mio comportamento diplomatico. Infatti,
fui piuttosto brusca, quando le chiesi come avesse fatto a entrare nell'edifi-
cio.
«Il portiere mi ha lasciata passare. Ho detto di essere una sua amica.»
Hugh. Dovevo ricordarmi di ucciderlo. Magari me lo sarei segnato da
qualche parte.
«Sono passata da casa», mi spiegò, «e ho controllato le telefonate rice-
vute: l'ultimo numero era il suo. Ho provato a richiamarla, ma non mi ha
risposto nessuno; e sapevo che non aveva un altro numero a cui contattar-
mi. Così sono venuta qui.»
Una spiegazione piuttosto semplice.
Peccato che non ricordassi di averle mai dato il mio indirizzo.
In ogni caso, non potevo certo lasciarla lì sui gradini.
«Farà meglio a entrare.»
Aprii la porta e la feci accomodare, lanciando un'occhiata all'apparta-
mento per assicurarmi che fosse in ordine. Come se me ne importasse
qualcosa. Probabilmente, stavo prendendo qualcuna delle abitudini «civi-
lizzate» di Grace: dovevo darci un taglio.
«Com'è l'albergo?»
«Non credo che possa funzionare. In realtà, non so nemmeno perché ci
sono andata, se non per incrementare il conto della mia carta di credito at-
tingendo al minibar. Non posso sfuggire al ricordo di Felix semplicemente
allontanandomi dal luogo in cui abbiamo vissuto insieme. Non riesco a
smettere di pensare a lui, anche se non sento la sua presenza come a casa.»
«Se non altro, adesso che la polizia ha stabilito che si è trattato di un sui-
cidio, le faranno riavere il corpo», replicai. «Non è quello che voleva? Il
sovrintendente capo Fitzgerald dice che è stata piuttosto insistente, al ri-
guardo.»
«La salma di mio fratello è stata ritirata questo pomeriggio», disse ac-
compagnando le sue parole con un rigido cenno del capo. Non aveva nota-
to, o forse aveva preferito ignorare il tono pungente della mia osservazio-
ne. «Il motivo per cui sono qui è un altro», continuò invece calma. «Vole-
vo darle questo.»
Prese un biglietto dalla tasca e me lo passò.
L'invito a un funerale.
La mia vita sociale aveva davvero bisogno di qualche miglioria.
«Ha fatto in fretta», commentai osservandolo.
«Non avrebbe senso prolungare oltre l'attesa. Preferisco togliermi il pen-
siero il prima possibile, e andare avanti con la mia vita. Se così si può
chiamare.»
Non ero in vena di provare dispiacere per lei. Ero stanca di sentire le va-
rie versioni di quello che aveva detto, di ciò che pensava. La simpatia che
avevo inizialmente provato nei suoi confronti si stava lentamente affievo-
lendo.
«Non c'era bisogno che me lo portasse di persona.»
«Ci tenevo a farlo. Volevo essere sicura che lo ricevesse. E poi... e poi
mi chiedevo come procedessero le sue indagini riguardo alla morte di Fe-
lix...»
«Dunque non ha intenzione di lasciar perdere?»
«Non fino a quando non mi sarò convinta dell'ipotesi del suicidio.»
«Non credo di poterla aiutare», dissi. Non fece nulla per nascondere la
sua delusione. E, nonostante provassi del fastidio nei suoi confronti, quel-
l'espressione mi faceva male; sapevo come ci si sente, quando nessuno è
disposto ad aiutarti. Quando nessuno vuole darti ascolto.
Era una lezione che avevo imparato in seguito alla scomparsa di Sydney.
«Ma ieri mi ha detto che...»
«So benissimo che cosa le ho detto ieri. Non creda che non voglia aiutar-
la. Continuo a pensare che ci siano molte domande senza risposta, in meri-
to alla morte di suo fratello. È un chiodo fisso, per me: la telefonata di
quella sera... Non riesco a non pensare che avrei potuto fare qualcosa, se
avessi insistito per avere qualche dettaglio in più, se fossi arrivata prima al
faro. Ma lei non è del tutto sincera con me, Alice. Se davvero vuole che
indaghi su questa tragedia, perché non partiamo da Gina Fox?»
Arrossì, e una strana espressione le attraversò il volto, come un lampo.
Rabbia?
«Come l'ha scoperto?» mi chiese, a denti stretti.
«Non è stato così difficile. Nel momento in cui ha deciso di rivolgersi a
un'estranea, si sarebbe dovuta aspettare che, prima o poi, avrebbe saputo
che Felix aveva un'amante.»
«Aveva: ha detto bene. Quella sgualdrina non faceva più parte della sua
vita.»
«E lei si assicurò che andasse così, giusto?»
«Ha parlato con lei, è chiaro», disse. «Riconosco le sue bugie, sono con-
tagiose. Dunque è lì che è stata, nel pomeriggio?»
«Non credo che la cosa la riguardi.»
Quando riprese a parlare, si fece più cauta.
«È vero, Gina non mi piaceva. Dissi a Felix quello che pensavo. .. che lo
stava usando, che non era adatta a lui. Ma la decisione di rompere fu sua.
Era un uomo adulto. Che cosa crede? Che avessi minacciato di fare qual-
cosa se avesse continuato a frequentarla?»
Il discorso non era così semplice. Due persone che avevano una relazio-
ne lunga e complicata come la loro potevano avanzare pretese senza biso-
gno di parlare, o di farsi delle minacce. Il solo pensiero di poter dare un di-
spiacere all'altro, di allontanarlo e di perderlo, e di dover affrontare la soli-
tudine, era già sufficiente. Rimasi in silenzio. Anche Alice ne era consa-
pevole. E sapeva che io sapevo. Non c'era bisogno che gliene parlassi aper-
tamente.
«Questo ancora non spiega perché non abbia mai accennato all'esistenza
di Gina», le dissi.
«Lei e Felix si erano lasciati più o meno un anno fa. Non avevo motivo
di sospettare che la morte di mio fratello avesse qualcosa a che fare con lei.
E di sicuro non volevo farla rientrare nella mia vita. Gina Fox non è una
donna piacevole. Era gelosa di quello che avevamo noi due.»
«Ma lei sembra convinta del contrario.»
«Che cosa?»
«Crede che tra lei e Felix ci fosse... come posso dire? Qualcosa di più di
un normale rapporto tra fratelli. Secondo Gina, non riusciva a sopportare il
fatto che Felix volesse stare con lei... a letto. E che la portasse con sé
quando usciva per fare qualche scatto.»
«Un'altra delle sue bugie», disse Alice. «Lui ha sempre lavorato da so-
lo.»
«Non è quello che ricorda Gina.»
«E ricorda anche l'inferno che ci ha fatto passare, quando Felix le ha det-
to che non voleva più saperne di lei? Io lo ricordo eccome. Le telefonate a
notte fonda. Le lettere ingiuriose. Non importava dove ci trovassimo, ci gi-
ravamo e lei era lì. Ci seguiva. Ci osservava.»
«La riteneva pericolosa?»
«In alcune circostanze, sì.»
«Quindi, a maggior ragione, avrebbe dovuto parlarmi di lei, dopo la
morte di suo fratello. Non crede?»
Si tolse di nuovo la maschera.
«Non sto insinuando che abbia qualcosa a che fare con la scomparsa di
Felix.»
«Ah, no?»
«No.»
Posai le dita sul ponte del mio naso e premetti forte. Avevo il cervello
annebbiato. Volevo sdraiarmi. Volevo il silenzio. Non me la sentivo più di
continuare con quel gioco.
«Vede, Alice, il mio problema è questo: lei vuole che scopra qualcosa di
più, ma quando le faccio una domanda mi risponde a monosillabi. Non
collabora. Non può chiedere alle persone di darle una mano, se non ha in-
tenzione di fornire loro elementi su cui lavorare. Renderebbe tutto più faci-
le.»
«Non voglio darle quest'impressione. È solo che... non voglio dire nulla
che...»
«Che possa infangare la reputazione di Felix. Lo capisco. Ma che cos'è
più importante? Custodire i suoi segreti, di qualsiasi cosa si trattasse, o
scoprire che cosa è successo davvero quella notte? Scoprire se qualcuno
stava realmente cercando di ucciderlo, come mi ha detto al telefono? O se
aveva visto qualcosa che non avrebbe dovuto?»
«E non pensa che anch'io voglia saperlo?»
«Io penso che lei non abbia ancora capito che cosa vuole. Tutto quello
che so è che sta succedendo qualcosa. Lei sta indagando, e ha chiesto il
mio aiuto. E adesso anche Miranda Gray...»
«Miranda? Che cosa c'entra con tutto questo?» esclamò. Era evidente
che la notizia l'aveva colta di sorpresa.
«La sua terapista ieri si è presentata a casa di Gina, a caccia di informa-
zioni.»
«Non mi aveva detto che aveva intenzione di fare una cosa simile», os-
servò calma. «Ma Miranda teneva molto a mio fratello. Forse nemmeno lei
crede alla teoria del suicidio.»
«Al contrario. Ha detto alla polizia che l'ipotesi si accorda perfettamente
con quanto emerso durante il ciclo di sedute.»
«Ma è ridicolo! Felix non avrebbe mai pensato al suicidio.»
«Secondo la dottoressa, soffriva di depressione. E lei stessa, Alice, mi ha
rivelato che aveva avuto un esaurimento nervoso.»
«C'è un'enorme differenza tra un esaurimento nervoso e un suicidio.»
«Lo racconti a Miranda Gray.»
«Ma certo. È esattamente quello che intendo fare. Non ha alcun diritto di
parlare di mio fratello con la polizia. Era la sua terapista. Le sedute erano
coperte dal segreto professionale.»
«Anche dopo un possibile omicidio?» Non rispose, e io insistei. «E, in
ogni caso, chi dice che stesse indagando sullo stato mentale di Felix?»
Probabilmente mi stavo scavando la fossa con le mie stesse mani. Se
davvero volevo sapere qualcosa di più sulla scomparsa di Berg, dovevo as-
sicurarmi di averla dalla mia parte. Ma il suo atteggiamento era troppo irri-
tante, non provai nemmeno a tenere nascoste le mie opinioni.
«E con questo che cosa vorrebbe dire?»
«Forse voleva scoprire che cosa sta accadendo nella sua testa. Perché,
per esempio, mi ha detto che suo fratello è stato assassinato, mentre par-
lando con Strange ha affermato il contrario?»
«Gliel'ha detto lui?»
«Dice che lei si è lamentata del mio interessamento, e che io l'avrei in-
dotta a credere a un sacco di sciocchezze, riguardo alla morte di Felix, gio-
cando con la sua mente.»
Mi sembrò confusa.
«Io... io non so perché abbia detto delle cose simili», disse infine. «Mi
dispiace. Non è affatto vero. Gli ho parlato dei miei sospetti riguardo alla
morte di Felix, e lui mi ha dato della sciocca. Secondo Vincent, la scom-
parsa di Felix mi avrebbe sconvolto al punto da impedirmi di pensare con
lucidità. È esattamente quello che dissi io a mio fratello. Lei mi crede, Sa-
xon, non è vero?»
«Io non so più che cosa pensare», confessai in tutta onestà. «Provo a
mettere in ordine i vari pezzi, e mi rendo conto che non sono nemmeno si-
cura di sapere qualcosa sul suo conto. E ignoro i segreti che mi nasconde.»
«Lei mi piaceva. Pensavo che potessimo diventare amiche. Sul serio. È
evidente che mi ero sbagliata. Non la importunerò più, se questa è l'opi-
nione che ha di me... se è convinta che le stia mentendo.»
«Io non l'ho detto.»
«Non ha usato queste parole, non ne ha avuto bisogno.»
«Alice, non sia sciocca.»
Fiato sprecato. Se n'era andata. Sentii sbattere la porta; quindi l'eco ru-
morosa dei suoi passi giù per le scale, sempre più lontani. Mi presi a calci.
Metaforicamente, s'intende. Non mi azzardai ad alzarmi in piedi, dopo
tutto quel vino. Ma me lo sarei meritata.
Pensai di correrle dietro, ma a che scopo? Mi resi conto di essere stufa.
Stufa di Alice, di Felix, di tutto. Avrei voluto fare qualche passo indietro:
stavo decisamente meglio, prima che i fratelli Berg entrassero nella mia vi-
ta. Se solo non avessi ricevuto quella telefonata... Era come se Felix mi
avesse messo un collare e avesse gettato la chiave nell'acqua nera, dove
non sarei riuscita a recuperarla nemmeno con la luce del faro; e non impor-
tava quanto mi spingessi verso il fondo: non l'avrei mai trovata. Alla fine,
avrei scordato la strada per tornare in superficie.

PARTE SECONDA

22

«Ogni scusa è buona per vestirti di nero», osservò Grace mentre mi pre-
paravo, la mattina del funerale di Felix.
«Un colore che s'intona perfettamente al mio umore», replicai.
Non si può dire che fossi impaziente di andarci. I funerali non mi piace-
vano. A nessuno piacciono, ovviamente. Ma io arrivavo addirittura a na-
scondermi, per evitarli. Il giorno della sepoltura di Sydney, avevo lasciato
la città per tornarci soltanto dopo una settimana. Ero andata a St. Paul. Per-
ché avevo scelto quella città? Semplice: giunta in aeroporto, ero salita sul
primo aereo in partenza.
La gente evita i funerali perché ha paura della propria mortalità: così mi
aveva detto qualche sapientone. 'Fanculo. Io non ho paura della mia morta-
lità, se mai, quello che mi spaventa è il dolore degli altri. Le forti emozioni
mi terrorizzano; incluse le mie. Io prediligo le persone che le tengono per
sé. L'unica ragione che mi spingeva ad andare al funerale era... Be', in ef-
fetti non ero del tutto sicura di saperlo.
Non potevo lasciar perdere tutto, immagino, qualunque cosa pensasse
Alice.
«Come sto?»
«Come al solito.»
«Oddio, sono così orribile?»
Entrai in cucina per versarmi del caffè. Fuori splendeva il sole, ma la
temperatura non si era alzata. Forse era addirittura più freddo del giorno
prima. Perché il tempo non prendeva finalmente una decisione? L'ultima
cosa di cui avessi bisogno era un clima con una crisi d'identità.
Presi un biscotto dal barattolo e lo mangiai, in silenzio. Era più un modo
di ingannare l'attesa, in effetti, non avevo molta fame.
«Che ore sono?»
«Smettila di preoccuparti», disse Grace, uscendo dalla camera da letto e
iniziando a radunare le carte che avrebbe dovuto portare in centrale. Glie-
l'avevo chiesto più o meno un centinaio di volte. «Vedrai. Andrà tutto be-
ne.»
«Non conosco nessuno.»
«Conosci Alice.»
«Già, proprio la persona che vorrei evitare. Non sono nemmeno sicura
che l'invito sia ancora valido. Non mi ha mai richiamata. E se ricomincia a
farmi domande su Felix? Che cosa le dico?»
«La verità. Le dici la verità.»
«La fai facile, tu.»
E per lei lo era davvero.
Invidiavo la sua sicurezza.
La cerimonia era fissata per le undici; si sarebbe tenuta in una chiesa in
una zona della città nota come Harold's Cross: non mi ero mai preoccupata
di scoprire il motivo di quel nome. Era abbastanza distante da giustificare
l'uso della jeep, ma avevo già deciso di farmi una camminata, volevo avere
un po' di tempo per prepararmi. Sarei scesa per Leeson Street e avrei attra-
versato il canale; quindi avrei svoltato a destra, per Grand Parade.
Era una mattinata tranquilla, uno di quei giorni che sembrano non riusci-
re a raccogliere abbastanza energia per mettersi in moto, e che si limitano a
trascinarsi verso il tramonto.
Arrivai mezz'ora dopo.
Era presto, naturalmente. E io ero la prima. Così vagai per il cimitero
dietro la chiesa, fumandomi un sigaro. Lessi gli epitaffi sulle tombe rico-
perte da erbacce, e pensai tristemente a tutte quelle vite perdute. Di loro
non restava che una manciata di parole, incise su una lapide. Alcune erano
lì da secoli; stranamente, la mia compassione andava soprattutto a loro. Le
persone scomparse di recente, se non altro, avevano chi le ricordava, e chi
si occupava delle loro tombe. Gli altri non avevano più nulla.
Sollevai lo sguardo e osservai la vecchia chiesa, gli archi elaborati scol-
piti nella pietra, e le vetrate istoriate annerite ulteriormente dagli scarichi
delle auto. Non riuscivo proprio a capire che cosa avesse spinto Alice a
scegliere quel posto per il funerale del fratello. Forse le aveva lasciato i-
struzioni, in proposito? E, ammesso che fosse così, che cosa l'aveva attira-
to? Qualunque fosse stato l'aspetto originano di quella chiesa, adesso era
tetra, incurvata, abbandonata a se stessa. Ancora un paio d'anni e proba-
bilmente sarebbe stata trasformata in una sala per il bingo, e impianti e at-
trezzature sarebbero stati svenduti come scarti.
Oh, avanti ragazza: ripigliati! Che mi importava di quello che ne avreb-
bero fatto? La chiesa non significava nulla, per me. Non nutrivo alcun inte-
resse nei confronti di Dio, o degli angeli. In effetti, valeva anche il discor-
so inverso. Praticamente non ero più entrata in un edificio sacro, dopo l'in-
fanzia passata a Boston... e anche allora dovevano letteralmente tra-
scinarmi all'altare, e io ero costretta a sorbirmi messe interminabili nella
speranza di tenere lontano il male.
Non c'è che dire, mi aveva fatto un gran bene.
Già. E anche a Sydney, che credeva a tutte quelle stronzate.
Da allora, la mia esperienza religiosa si era ridotta al credo dei killer, a
quella fiamma che arde dentro di loro spingendoli ad agire. Pornografia te-
ologica: ecco come la definivo. E se riusciva a dare conforto a persone si-
mili, pensavo, che cos'avrebbe potuto offrire a una come me? Mi tenevo
alla larga da Dio, e mi aspettavo che Lui avesse la stessa considerazione
nei miei confronti. Non chiedevo molto, in fondo.
Comunque, era davvero deprimente osservare luoghi così antichi finire
in rovina.
Giunta di nuovo davanti alla chiesa, notai con sollievo che la gente co-
minciava ad arrivare.
C'erano anche dei reporter e dei fotografi, indugiavano accanto ai can-
celli, probabilmente in attesa di qualche viso noto che rendesse omaggio a
Felix. Ma i personaggi scarseggiavano; sarebbero stati sicuramente più
numerosi, se la polizia non avesse scartato l'ipotesi di un coinvolgimento
da parte dell'Uomo di Marx. A chi interessava un altro suicidio?
Soprattutto quello di un fotografo affermato. Non era forse la fine che ci
si aspettava da un artista tormentato? Forse, Felix stava solo obbedendo a
un copione già scritto.
Salutai con un cenno i pochi giornalisti con cui avevo un rapporto più o
meno amichevole, ed entrai. Mi fermai un istante e guardai la bara, in fon-
do alla navata. Mi riusciva difficile credere che l'uomo che avevo trovato a
Howth qualche sera prima, adagiato in modo scomposto sugli scogli, ades-
so fosse sdraiato lì dentro. Freddo. Chiuso da un coperchio strettamente
avvitato. Quindi, presi posto in fondo alla chiesa debolmente illuminata,
cercando di passare inosservata. Il profumo dell'incenso mi faceva sentire
leggera, quasi ebbra.
Qualcuno, probabilmente, doveva aver indovinato chi fossi; o forse si
trattava di qualche amico di Alice... Un loro cenno mi fece capire che ave-
vano notato la mia presenza. Vidi qualche volto noto della televisione lo-
cale, alcune persone vagamente familiari apparse sui giornali, e un paio di
agenti in uniforme. Ma non conoscevo nessuno abbastanza bene da spin-
germi oltre un saluto formale. Non sarei riuscita a distinguere l'uno dall'al-
tro la maggior parte dei presenti. Di Gina Fox, nessun segno.
Solo Strange spiccava tra la folla. Si presentò avvolto nel suo cappotto
di pelliccia, con il colletto sollevato, ed entrò in chiesa con quel senso di
dominio che avevo già avuto modo di osservare quando avevamo preso
quel caffè, a Temple Bar. Chissà, forse si considerava il proprietario del-
l'intera città.
Prese posto nelle prime file e iniziò a parlare in tono un po' troppo alto
con le persone vicine. Le sue parole, intermittenti e sconnesse, si levavano
sopra il mormorio e i sussurri dei presenti, giungendo in fondo alla chiesa;
nella mia immaginazione, le vedevo colpire il muro come un'onda, per poi
tornare a unirsi alla conversazione, sotto l'altare.
Una decina di minuti più tardi, arrivò Alice. Entrando, evitò di guardarsi
in giro. Non mi vide. Percorse la navata e si mise a sedere. Era vestita in
modo semplice, e aveva il capo scoperto. Non sembrava aver pianto, ma
era esausta, pallida, distrutta.
Fu un vero sollievo quando ebbe inizio la funzione; riuscii a misurare il
dolore attraverso le letture e i dubbi accompagnamenti musicali. Poi venne
il momento dei panegirici. L'editor di una rivista che aveva commissionato
a Felix una serie di fotografie sottolineò quanto Berg fosse rispettato nel
suo campo; Strange parlò del posto che aveva occupato nella scena artisti-
ca contemporanea, dei suoi temi, della sua eredità. C'era qualcosa di mec-
canico nelle loro parole, non si poteva certo dire che trasmettessero calore.
Alice aveva scelto di rimanere in silenzio.
Rimase seduta lì, lo sguardo fisso davanti a sé.
Quando il feretro venne trasportato fuori dalla chiesa, restai al mio po-
sto; non mi unii al seguito. Non riuscivo nemmeno a ricordare perché a-
vessi deciso di venire. Non avevo nessun motivo per essere lì. Dall'esterno
provenivano le grida dei corvi, che svolazzavano posandosi sugli alberi
che circondavano il cimitero. Mi sembrò di sentire delle campane soffoca-
te... lontane...
Quanti rintocchi per una vita?
Chissà se potevo accendermi un sigaro lì dentro, senza far scattare un al-
larme antincendio. Era l'ultima cosa di cui avessi bisogno: far suonare un
allarme in una chiesa, durante un funerale. Anche una come me doveva
porsi dei limiti.
Chiusi gli occhi e appoggiai la testa sullo schienale del banco; il legno
consumato sembrava penetrarmi nella pelle morbida della nuca. Poi solle-
vai le palpebre di scatto al rumore della porta che si apriva e dei passi che
risuonavano secchi sulla pietra.
Sul pavimento della navata si profilò un'ombra sottile, allungata dal sole.
«Alice?»
«Saxon... Mi era sembrato di vederla.»
«Non dovrebbe essere...»
«Là fuori a guardarli mentre sotterrano il corpo di Felix?»
«Sì, l'idea sarebbe quella.»
«Già, immagino di sì», disse fredda. «Non ha molto senso venire allo
spettacolo, se te ne vai prima dell'ultimo atto. Be', per me può andare tutto
al diavolo... Felix compreso. Non gli importava un accidente delle conven-
zioni, e nemmeno a me, del resto. Sono giorni che mi sento male. C'è qual-
cosa che non va, anche se non so cosa. Ma di sicuro non ho bisogno di tut-
to questo... questa...» Si interruppe, incapace di trovare il termine adatto, e
prese a gesticolare indicando la chiesa. «Questa sceneggiata è stata una
sua idea, non mia. Non sapevo nemmeno che queste fossero le sue ultime
volontà, fino a quando il notaio non mi ha mostrato il suo testamento. Mi
aveva sempre detto che avrebbe voluto essere cremato. E poi... questo po-
sto non mi piace neanche.»
«Che cosa l'avrà spinto a sceglierlo?»
«E chi lo sa? Quando morì, nostra zia destinò un terzo del suo denaro al
fondo per il restauro di questa chiesa. Il che, come avrà notato, non è servi-
to a molto. Sarebbe stato meglio se avesse gettato quei soldi direttamente
nel fuoco, se non altro ci avrebbero tenuti al caldo, prima di consumarsi.
Vede, si era sposata qui, anni fa... anni? Ma che cosa dico, ormai saranno
passati secoli. Il matrimonio non durò a lungo. Lui scappò con una cantan-
te di night-club, lasciandola con qualche migliaio di sterline di debiti -
questo quando una cifra del genere significava ancora qualcosa - e con una
brutta forma di... non so, in famiglia non abbiamo mai dato un nome a quel
disturbo. Comunque, si trattava di una sfortunata malattia, che le avrebbe
impedito di avere dei figli suoi. Ci prese con sé, dopo la morte dei nostri
genitori. Ma, ovviamente, non scordò mai il marito. Altrimenti, perché a-
vrebbe deciso di lasciare un terzo della sua fortuna a questo posto?»
«E lei non approvò i suoi istinti caritatevoli?»
«Se mi fossi trovata al suo posto, costretta a decidere se lasciare quei
soldi a me e a Felix o a questa topaia... be', sì, credo che avrei scelto me e
mio fratello. Ma un testamento è un testamento. Quella di sorprendere de-
v'essere una tradizione di famiglia. Ma avrei preferito che qualcuno mi a-
vesse informata. Devo ricordarmi di riscrivere il mio: i miei beneficiari
dovranno spargere personalmente le mie ceneri sulla vetta del Kilimangia-
ro, se vogliono il mio denaro. Ben gli sta, a quei bastardi. Immagino che
per Felix sia stato una specie di scherzo quello di farmi venire qui, ma non
vedo perché dovrei starmene là fuori a seguire questa messa in scena.»
«Probabilmente, il pensiero del suo funerale era tanto remoto che non ha
voluto nemmeno prenderlo seriamente in considerazione...»
«Ricordati che devi morire: era la frase che ripetevano agli imperatori.
C'erano persone pagate per sussurrarla all'orecchio del sovrano, perché
questi non dimenticasse la propria condizione di essere mortale, nonostan-
te il suo potere apparente. Felix se ne scordava spesso.»
D'un tratto si bloccò e diede un'occhiata intorno, come se avesse udito
qualcosa, ma era solo la porta della chiesa che si richiudeva scricchiolan-
do, dopo il suo ingresso. Era rimasta in piedi, fino a quel momento, poi si
sedette furtivamente accanto a me e abbassò la voce.
«Riguardo all'altro giorno...» disse.
«Lasci stare. È stata colpa mia», risposi. «Ero frustrata, avevo la sensa-
zione di non essere arrivata a nulla. Le mezze risposte, le questioni insolu-
te... Non avrei dovuto essere così dura con lei.»
Scosse il capo.
«Aveva ragione. Avrei dovuto dirle subito di Gina. Mi sono lasciata
guidare dai sentimenti. Non stavo pensando a Felix, ma a me stessa. E de-
vo dire che, ultimamente, non mi sento in gran forma. Non capisco... c'è
qualcosa che non va, in me.»
«Non c'è bisogno che mi spieghi.»
«Invece sì, voglio dimostrarle che non le porto rancore. Le ho detto che
avrei voluto che diventassimo amiche: ecco, non ho cambiato idea. Deve
passare a casa mia. Sono tornata lì. Venga non appena le è possibile. Solo
adesso ho capito che quello che è accaduto a mio fratello non poteva inte-
ressarla quanto interessava me... Quanto interessa me. È solo che... tutta
questa faccenda... non torna. C'è qualcosa che ancora non quadra.»
Ecco. Proprio l'argomento che temevo.
In verità, non ero riuscita a pensare quasi a nient'altro. Mi trovavo in-
trappolata: da una parte, la logica convinzione di Grace che la morte di Fe-
lix non avesse nulla a che fare con l'Uomo di Marx; dall'altra, i miei dubbi.
Alla fine, la mia mente tornava sempre alla sua voce, alla telefonata di
quella sera.
Qualcuno sta cercando di uccidermi...
Ma prima che avessi il tempo di decidere se confessarlo o meno ad Ali-
ce, con il rischio di riaprire quel vaso di Pandora da cui Grace mi aveva
messo in guardia, la porta della chiesa si spalancò, e una voce stridula gri-
dò: «Alice?»
L'orso Strange, avvolto nel suo cappotto di pelliccia, comparve da dietro
un pilastro.
E questa volta aveva l'aria piuttosto seccata.
«Ah, sei qui», disse stizzoso, allungando le mani verso di lei, in un gesto
di impazienza. «Si chiedevano tutti dove fossi finita. Che cosa stai facen-
do?»
«Sono venuta a salutare Saxon.»
I nostri sguardi si incrociarono brevemente, ma lui mi notò appena.
Sembrava quasi che volesse fingere di non ricordarsi di me, o che volesse
farmi sentire un essere del tutto insignificante, per nulla degno di avere un
posto nella memoria dell'augusto Vincent Strange.
«Non ci vogliono tre quarti d'ora, per salutare qualcuno.»
«Infatti. Non esagerare, Vincent», disse lei con un sospiro. «E smettila
di agitarti. Adesso arrivo.» Appoggiò la mano sul banco davanti e si alzò
in piedi, rifiutando il suo aiuto. «Alla prossima», mi disse.
«Le faccio una telefonata.»
«Ci conto.»
Poi, l'orso la portò via con sé. E io mi resi conto che non mi aveva detto
nulla riguardo alle numerose chiamate senza risposta. Perché l'aveva fatto,
dal momento che sosteneva di volermi essere amica, ed era tornata a casa?
Aspettai ancora qualche minuto, prima di uscire; a quel punto, se n'erano
andati tutti. Compresa la stampa. Persino i corvi non c'erano più.
Soltanto una figura era rimasta ad aspettare, accanto al cancello.
Quando uscii, sollevò lo sguardo e mi sorrise.
«Era ora. Che cosa stavi facendo, lì dentro? Stavi confessando tutti i tuoi
peccati? No, impossibile, o ne avresti ancora per un bel po'.»
«Fisher! Vecchio impostore grassone, che cosa fai qui?»
«Sapevo che saresti stata felice di vedermi.»

23

«Quindi lei conosce Miranda Gray?» domandò il sovrintendente capo


Fitzgerald.
Era quasi sera, ed eravamo seduti a un tavolo accanto alla finestra in un
ristorante di Coppinger Row. La temperatura non si era alzata, non c'era
nessuno ai tavolini fuori; la gente camminava stringendosi nei soprabiti, e
di tanto in tanto si trascinava fino all'entrata del locale, per dare un'occhia-
ta al menu.
«La conosci in tutti i sensi, Fisher... o sbaglio?» intervenni.
«Ti prego, così mi fai arrossire.» Ma l'unico rossore sulle sue guance ve-
niva dal vino, che avevamo ordinato insieme alla pasta. «Io e Miranda era-
vamo compagni di università, abbiamo studiato entrambi psichiatria. Lei
era un'allieva brillante. Abbiamo avuto una storia, per un po'. Poi è finita.
È stato tanto tempo fa. Le nostre strade si sono divise.»
Già. Quella di Miranda l'aveva portata ad avviare un redditizio studio
privato, in cui riceveva ricchi artisti che erano giunti alla conclusione che
la loro miseria non fosse semplicemente un sintomo della condizione uma-
na comune, bensì qualcosa di unico, che valeva la pena di curare spenden-
do qualche migliaio di sterline. Una visione ottimistica dei benefici della
terapia, che gli psichiatri si guardavano bene dallo smentire. Fisher, inve-
ce, si era dato alla psicologia criminale e aveva passato anni in giro per le
carceri a intervistare killer, per affinare la sua ricerca; finché non aveva
colto al volo l'opportunità offertagli da un libro della sottoscritta, dedicato
alla compilazione dei profili degli assassini, in cui ampio spazio era stato
riservato alla sua opera. Si era liberato delle costrizioni di un lavoro nor-
male, ed era entrato nel mondo della notorietà procurata dai moderni mezzi
di comunicazione.
Adesso scriveva due libri all'anno e compariva in numerosi programmi
televisivi, e intanto teneva a bada la vocina della sua coscienza, che gli
rimproverava il fatto di aver mollato un impiego meno redditizio, ma deci-
samente più dignitoso. Lawrence, infatti, aveva collaborato con Scotland
Yard e con la Polizia Metropolitana di Dublino come consulente; aveva
messo a disposizione la sua esperienza, in relazione a una serie di casi par-
ticolarmente spinosi.
Era oberato di lavoro, di fatica... e di grasso. Non l'avevo mai visto per-
dere la calma, e a quanto mi risultava, non era mai accaduto. Mi ripeteva
spesso che, quando sentiva che la sua pazienza si stava esaurendo, pensava
alla sua grande casa di Highgate; e poi a quella sulla spiaggia, nella Cor-
novaglia del nord; e a quella in Francia, e alle rette scolastiche che doveva
pagare per i suoi cinque figli.
Immediatamente, una calma zen scendeva su di lui.
Ma nemmeno la calma zen aveva impedito alla sua barba di diventare
più grigia di quanto ricordassi dal nostro ultimo incontro.
Quello che davvero mi piaceva di lui era che non fingeva mai di fare
qualcosa che non fosse il semplice tirare avanti. Faceva del suo meglio. E
il suo meglio, in effetti, l'aveva portato a realizzare grandi cose; nonostante
questo, però, non giocava a mostrarsi infallibile, non si spacciava per il
Papa e non sosteneva di avere una linea diretta con la verità indiscussa. E
non si illudeva nemmeno che i suonati con cui lavorava potessero essere
realmente curati, il che costituiva un altro punto a suo favore. Gli psicolo-
gi, in genere, credono di avere una risposta a tutto. Sembrano convinti che,
una volta portati alla luce i traumi e le privazioni sofferte da parte dell'as-
sassino durante l'infanzia, sia possibile comprendere e risanare qualsiasi
anomalia verificatasi nello sviluppo successivo.
Ma è solo una bugia. Una bugia pericolosa, a cui però non sono disposti
a rinunciare.
«Comunque, io e Miranda ci siamo sempre tenuti in contatto», riprese
Lawrence. «Un bigliettino a Natale, le cartoline dalle vacanze, qualche te-
lefonata. Qualche volta siamo usciti a pranzo insieme, se ci trovavamo nel-
la stessa città, o alle stesse conferenze.»
«E Olive approva, naturalmente...»
«Quante volte dovrò ripetertelo, ancora? Mia moglie si chiama Laura, e
tu lo sai. E poi perché non dovrebbe essere d'accordo?»
«Ho sentito che le vostre conferenze possono nascondere molte tenta-
zioni.»
«Ma certo! Le ore piccole, l'alcol, l'eccitazione provocata dall'aver ascol-
tato per un'intera giornata le interminabili relazioni di qualche pazzo del-
l'Europa dell'Est, che vuole dimostrare l'esistenza di un legame tra la forma
delle unghie di un uomo e le sue tendenze criminali. È davvero troppo, si
finisce sempre con lo strapparsi i vestiti di dosso, e con l'andare a letto in-
sieme. Una vera e propria orgia, credimi. Ma, ultimamente, ho avuto un
po' di problemi con la schiena. Per non parlare del fatto che sono felice-
mente sposato e che non potrei permettermi di pagare gli alimenti, se mia
moglie mi cogliesse in fallo. Sono un autentico paradigma di virtù.»
«E allora come mai si trova qui a Dublino con lei?» intervenne Grace.
«È stato un caso», rispose, «come ho cercato di spiegare a Saxon, per
tutto il pomeriggio. Avevo contattato Miranda per informarla che un pro-
duttore televisivo stava cercando qualche volto nuovo da inserire in un
programma; avendogli fatto il suo nome, volevo avvisarla che presto a-
vrebbe ricevuto una sua telefonata. Ho avuto l'impressione che qualcosa la
preoccupasse. Abbiamo parlato e mi ha raccontato che uno dei suoi pa-
zienti si era tolto la vita.»
«E tu, nobile cavaliere, sei corso a salvarla nella tua brillante armatura»,
intervenni.
«Se insisti nel volerla vedere in questo modo...»
«Le hai tenuto la mano? Le hai offerto una spalla su cui piangere?»
«Saxon, la fai sembrare una cosa lussuriosa.»
«Sto solo cercando di considerare la faccenda dal punto di vista di Da-
phne.»
«Vuoi smetterla di tirare in ballo mia moglie? Laura sa bene che tra me e
Miranda non c'è niente. La scintilla si è spenta anni fa, e ha lasciato il po-
sto a una fiammella di rispetto reciproco, di ammirazione e di amicizia. Ha
passato un brutto momento, è dura perdere un paziente. Ho pensato che un
po' di aiuto non le avrebbe fatto male, soprattutto in vista del funerale.»
«È così che lo chiamano, adesso? Aiuto? Allora dovremmo ritenerci o-
norate, stai perdendo il tuo tempo con noi. Non dovresti essere da lei, a
consolarla?»
«Lavora fino a tardi», disse mostrando tutta la propria dignità. «Dob-
biamo incontrarci dopo. Non che la cosa ti riguardi, d'altronde. E, comun-
que, io non posso offrirle molto, oltre alle mie condoglianze. Sono cose
che succedono. Trovarsi davanti a un suicidio è un rischio che corre qual-
siasi terapista. Quando lavoravo in carcere, i reclusi si impiccavano di con-
tinuo.»
«Ma quelle non possono considerarsi delle perdite», dissi sottovoce.
Fisher mi lanciò uno sguardo pieno di disapprovazione.
«E Miranda le ha per caso rivelato l'identità del suicida?» gli domandò
Fitzgerald.
«Non subito. Non ne aveva alcun motivo. Non sapevo nemmeno che Fe-
lix Berg fosse un suo paziente. Come avrei potuto? Era una questione pri-
vata, coperta dal segreto professionale. Ma dopo la sua morte... be', non c'è
stato più bisogno di proteggere la privacy di quel poveretto.»
«Già, e la dottoressa si è lasciata sfuggire qualcosa di molto interessan-
te», lo interruppi, rivolgendomi a Grace. «Ecco perché ho suggerito di in-
contrarci qui, perché lo sentissi con le tue orecchie.»
«Grazie di avermi risparmiato la fatica di dirglielo al momento opportu-
no», disse Lawrence.
«Smettila di brontolare. Diglielo e basta.»
«Allora?» fece Grace.
«Miranda mi ha detto che Felix Berg le confidò di essere l'Uomo di
Marx.»
Non credo che sarebbe stata più stupita se Fisher le avesse rivelato di
avere una relazione con Seamus Dalton. Il suo sguardo si spostava dall'uno
all'altra; Grace rimase in silenzio, quasi si trovasse davanti a uno scherzo
di pessimo gusto.
«Lo so che può sembrare incredibile», continuò Lawrence, «ma è quello
che mi ha detto Miranda. Neppure io riuscivo a crederci. Ovviamente ave-
vo seguito il caso attraverso i giornali. E adesso venivo a sapere da lei che
uno dei suoi pazienti le aveva confessato di essere l'assassino. Subito dopo
il secondo omicidio, nel corso di una seduta, Berg affermò di essere stato
lui a uccidere Terence Prior. Si era nascosto nell'ombra, davanti a casa sua,
e gli aveva sparato.»
«Disse anche il perché?»
«Era una cosa che si sentiva di fare. Semplicemente. Durante il soggior-
no in America - Saxon mi ha detto che aveva avuto un esaurimento nervo-
so, e che era partito per gli Stati Uniti per riprendersi, o qualcosa del gene-
re - aveva iniziato a frequentare dei poligoni di tiro e ci aveva preso gusto.
Al suo ritorno in Irlanda, era riuscito a introdurre illegalmente una pistola,
e aveva deciso di cominciare a far fuori qualcuno.»
«Normale, no?» osservai cupa.
«Ma è assurdo», disse Grace.
«Naturalmente. È proprio questo il punto. Miranda era agitata, non sa-
peva che cosa fare. Da una parte, era tenuta a rispettare il segreto profes-
sionale. Dall'altra, non poteva certo ignorare quello che le aveva confidato.
C'erano già stati due morti. E se Felix avesse detto la verità, e avesse volu-
to fare qualche altra vittima? Lei stessa poteva essere in pericolo. Se Berg
era davvero l'Uomo di Marx, presto avrebbe potuto decidere che era me-
glio farla fuori, prima che lo smascherasse. Se invece le aveva mentito, a
che gioco stava giocando? Soffriva di allucinazioni? Era un potenziale vio-
lento? In entrambi i casi, la sua non era una posizione facile.»
Fisher sollevò il bicchiere e, notando che era vuoto, fece un cenno al
cameriere con l'autorità che contraddistingue gli uomini quando si trovano
in un luogo pubblico. Perché mai i camerieri ignorano le donne? Devono
sostenere un esame o è un'abilità che si sviluppa con la pratica?
«Non ho alcun problema a dirvi», riprese, in attesa della bottiglia, «che
Miranda non è tipo da scherzare con il fuoco. Viene da una famiglia bor-
ghese molto rispettabile, il padre era un chirurgo rinomato, la madre orga-
nizzava pranzi per diverse associazioni caritatevoli. Non fraintendetemi, la
scelta di diventare psichiatra derivò dal desiderio genuino di aiutare perso-
ne con problemi...»
«Persone ricche con problemi», puntualizzai.
«Ma non ha mai finto di sporcarsi le mani con i veri schizzati. Preferiva
seguire i casi di nevrosi e... lo ammetto, Saxon, prediligeva quei pazienti
facoltosi che, ogni settimana, si lamentavano dello scarso affetto della ma-
dre. E adesso, all'improvviso, le è piovuta addosso una cosa simile.»
«Così si è rivolta a lei», disse Grace.
«All'inizio no. Forse perché immaginava quale sarebbe stato il mio sug-
gerimento. Le avrei detto di rivolgersi alla polizia, anche privatamente se
avesse voluto tener fede al segreto professionale; di lasciare che fosse lei a
occuparsene; ma adesso sono venuto a sapere che non se l'era sentita. Cer-
chi di capire, Miranda appartiene ai vecchi hippy di sinistra. Era convinta
che le autorità avrebbero usato il pugno di ferro con Felix, e lei si sarebbe
sentita responsabile. Così ha aspettato. Ha deciso di coinvolgermi solo do-
po la sua morte.»
«E nel frattempo, che cosa fece?»
«Si improvvisò investigatrice», disse con un sorriso ironico. «Tipico di
Miranda. Raccolse quanti più dettagli possibili sull'Uomo di Marx, diven-
tando un'esperta. Quindi fece un controllo incrociato con quello che sapeva
di Felix.»
«E che cosa scoprì?» insisté Grace.
«Che quando la prima vittima venne uccisa, lui si trovava a Stoccolma.»
«Dunque non poteva essere stato lui?»
«Esattamente. Poteva anche aver passato tutto il tempo del mondo ai po-
ligoni di tiro, negli Stati Uniti, ma nessuno gli avrebbe insegnato a far fuo-
co a Stoccolma e a colpire alla nuca un uomo che si trovava a Dublino.
Miranda ne fu rassicurata; ovviamente sperava che non si trattasse di Felix.
Ma l'intera faccenda l'aveva confusa: perché aveva voluto farle credere una
cosa simile? Poi, proprio quando ha ripreso in mano i suoi appunti in cerca
di una possibile spiegazione, è stato scoperto il cadavere, giù a Howth, e
lei si è trovata di fronte a un nuovo dilemma: era stato ucciso perché cono-
sceva l'identità del mostro? Aveva cercato di rivelargliela, indirettamen-
te?»
«Una strategia ad alto rischio», disse Fitzgerald. «Che cosa sarebbe suc-
cesso, se la Gray fosse venuta da noi con le informazioni sul suo conto?
Forse sarebbe finito in manette, sicuramente sarebbe stato interrogato. Non
sarebbe stata una gran pubblicità, per un artista di successo.»
Fisher scrollò le spalle. «Magari credeva di conoscerla abbastanza, e sa-
peva che non l'avrebbe fatto. Oppure non aveva alternativa. O, magari, au-
spicava segretamente un intervento da parte della polizia, ma non sapeva
come coinvolgerla.»
«E perché non dirci semplicemente quello che sapeva?»
«Be', poniamo che un estraneo questa sera si presenti in centrale, e so-
stenga di conoscere l'identità dell'Uomo di Marx», disse Fisher. «Quale sa-
rebbe la reazione del sergente di turno?»
«Probabilmente lo farebbe portare via su un furgone bianco.»
«Esatto.»
«D'accordo, uno a zero per lei. Ma comunque ha corso un rischio inutile.
Quindi? Qual è la sua teoria? La stessa di Saxon? Che Felix avesse scoper-
to qualcosa che non avrebbe dovuto, e sia stato eliminato?»
«So dove vuole arrivare. Saxon mi ha già informato riguardo al risultato
dell'autopsia. Ho parlato con Miranda della sua depressione: tutto induce a
pensare che si sia trattato di un suicidio. Ma deve ammettere che la storia è
alquanto intrigante.»
«Intrigante, forse... Ma ancora non capisco il motivo della vostra eccita-
zione. È evidente che Felix Berg possedeva una fervida fantasia, e voleva
che tutti pensassero che dietro la sua vita si celasse un grande mistero; vo-
leva che, alla sua morte, la gente fosse indotta a credere che ci fosse qual-
cosa di oscuro, così avrebbe continuato a indagare, e a indagare, alla ricer-
ca di qualche segreto nascosto, meno prosaico. Ed è esattamente quello che
state facendo. Tu, Saxon. E Miranda Gray. E adesso anche lei, Fisher.»
«Ti abbiamo solo messo al corrente di quello che sapevamo», risposi.
«Non innervosirti.»
Rifletté un istante, sorseggiando il suo vino.
«E se non avesse avuto un alibi per il primo omicidio?» riprese poco do-
po. «Alla luce della sua confessione, lo considerereste un possibile sospet-
to?»
«Secondo l'opinione comune», rispose Fisher, «gli artisti non si trasfor-
mano in assassini. E con il termine artisti mi riferisco a poeti, pittori, com-
positori.»
«E perché?»
«Perché questa è l'opinione comunemente accettata? Perché, apparente-
mente, nessun artista ha mai commesso un omicidio premeditato. Alcuni
sono stati portati a uccidere in determinate circostanze, spinti dalla rabbia,
o dalla gelosia. Ma non si tratta del genere di assassinio a cui lei si riferi-
sce.»
«No... intendevo dire perché non si trasformano in killer?»
«Perché l'omicidio, nella maggior parte dei casi, è un crimine che ha a
che fare con l'autostima. Un uomo o una donna che uccidono ripetutamen-
te hanno una percezione di sé talmente indistinta e minacciata, che solo at-
traverso un atto del genere riescono a recuperare il senso della propria per-
sonalità. È una percezione falsa e distorta, in effetti, ma per loro è suffi-
ciente. Fino all'omicidio successivo. Hanno questo violento impulso, que-
sta urgenza, e una fiducia in se stessi che non riescono a canalizzare. Gli
artisti hanno a disposizione una diversa via di sfogo, per le proprie energie.
Non hanno bisogno di uccidere per esprimere i propri desideri. Oppure»,
continuò, spiluccando la sua pasta, «si potrebbe dire che gli artisti non uc-
cidono perché sono autorealizzatori.»
«Sono che cosa?»
«Autorealizzatori. Ha mai sentito parlare di Abraham Maslow?»
«No.»
«Maslow era uno psicologo americano che, negli Anni Cinquanta, con-
dusse uno studio su quelli che, a suo parere, costituivano i migliori esem-
plari di salute mentale. E identificò alcune caratteristiche comuni. Un sen-
so del ridicolo altamente sviluppato. L'abilità di ascoltare i propri senti-
menti piuttosto che i dettami dell'autorità, della tradizione o dell'opinione
comune, senza comunque disprezzare questi ultimi. Il rispetto per il pros-
simo.»
«Tu, Saxon, hai depennato l'ultima voce», osservò Grace.
«Molto divertente.»
«Ma la principale caratteristica comune, secondo Maslow, era la capaci-
tà di vedere il mondo così com'era, e non come volevano che fosse: aveva-
no un atteggiamento più distaccato, più razionale. E, cosa fondamentale,
erano più tolleranti nei confronti dell'ambiguità e dell'incertezza. Ed è esat-
tamente questa la qualità che manca ai killer come l'Uomo di Marx. Loro
non riescono ad accettare il mondo così com'è; e, nel modo più assoluto,
non tollerano l'ambiguità. Non sono in grado di ridere delle loro debolezze
e dei loro fallimenti. E, dal momento che la creatività tende a essere più
pronunciata negli autorealizzatori, e gli autorealizzatori diventano difficil-
mente degli assassini, ne consegue che gli artisti non possono trasformarsi
in killer.»
«A me sembrano solo un mucchio di stronzate», dissi.
«Anche a me, concordo. Nessun gruppo, preso nel suo insieme, è immu-
ne dal groviglio di impulsi che fanno di un uomo un serial killer. Nessuno,
né gli psicologi, né gli artisti, né la polizia. Felix aveva le stesse possibilità
di essere l'Uomo di Marx di qualunque altra persona. In effetti, ci sono al-
cuni elementi, nella sua opera, che indurrebbero a ritenerlo un possibile
sospetto.»
«Per esempio?»
«Consideriamo il modus operandi del nostro uomo: lui non sceglie degli
obiettivi specifici. Per questo avete tante difficoltà a individuarlo. Di soli-
to, esiste un legame tra le vittime designate di un assassino... un particolare
che ci dice qualcosa della personalità dell'omicida. È la stele di Rosetta di
noi profiler, quello che ci permette di trovare delle connessioni. Un uomo
che uccide madri single e bionde, o direttori di banca quarantenni, avrà una
psicologia e una storia personale che lo indirizzano verso tali bersagli.
L'Uomo di Marx, invece, indipendentemente da quanto possa aver detto in
un primo momento la stampa in relazione alle sue inclinazioni politiche,
non sembra seguire nessuno di tali meccanismi. Lui uccide indiscrimina-
tamente persone appartenenti a qualunque ceto sociale, almeno in apparen-
za.»
«Quindi non prova niente? Ragiona come un killer professionista?»
chiese Grace.
«Non direi», obiettò Fisher. «Uccidere per guadagnarsi da vivere richie-
de un certo distacco psicopatico, che suggerisce un'incapacità di considera-
re reali le altre persone; comunque, un killer professionista uccide solo su
commissione. Il comportamento del vostro uomo, invece, è del tutto diffe-
rente. Lui odia davvero le sue vittime, ma senza alcun motivo particolare.
Le odia semplicemente perché esistono. Detesta la gente in generale; il suo
atteggiamento è simile a quello di un omicida folle, la cui rabbia verso le
masse si esprime in uno sfogo violento, in cui cerca di far fuori il maggior
numero possibile di uomini. L'unica differenza consiste nel fatto che l'Uo-
mo di Marx sta dilazionando la sua pazzia, uccide una persona alla volta.
La sua rabbia è controllata, diretta. La scelta di esplodere un solo colpo ne
è la dimostrazione... anche se di recente, alla chiesa, qualcosa è andato
storto.»
«E tutto questo come si ricollega a Felix?»
«Io non so nulla riguardo allo status mentale di Berg. Posso soltanto ba-
sarmi sulla sua opera, e le fotografie raccolte ne La città irreale rivelano
senza dubbio la stessa forma di dissociazione. Vedeva le persone come es-
seri senza volto appartenenti alla massa indistinta, e non come individui; si
era allontanato da loro perché fosse più facile ucciderle, se avesse ritenuto
necessario prendere una simile decisione. Avrebbe ucciso solo esseri senza
importanza... un insetto, una formica.»
Grace aggrottò le sopracciglia.
Era bella anche quando corrugava la fronte.
«Vorrei davvero che fosse stato lui», disse. «Così sarebbe tutto finito.»
Ma sapeva bene che le cose non sono mai così semplici.

24

Lasciato il ristorante, io e Grace andammo direttamente a teatro. Davano


il remake di una vecchia commedia, che io mi ero rifiutata di andare a ve-
dere anche quando era uscita la prima volta. A essere onesta, non sono una
patita del teatro. Se fosse dipeso da me, saremmo andate a vedere un film,
o magari a casa; ma lei cercava sempre di elevare la mia mente e io non mi
lamentavo troppo: era pur sempre un'occasione per stare insieme. E, del
resto, il teatro aveva un vantaggio rispetto al cinema: durante l'intervallo,
avevi il tempo di prenderti un vero drink. In ogni caso, saltammo la secon-
da parte; Grace fu d'accordo con me che, anziché riportare a nuova vita
quello spettacolo, avrebbero dovuto soffocarlo con un cuscino.
La stessa cosa che doveva fare lei con sua madre.
Avrei voluto dirglielo, ma mi trattenni. Quella sera ero decisa a mante-
nere un comportamento impeccabile. E poi, il mio senso dell'umorismo mi
aveva già causato diversi problemi, da quando mi ero trasferita a Dublino.
Invece, ci infilammo in un bar a bere un whiskey. Grace era più silenzio-
sa del solito. Non si lamentò nemmeno quando mi vide fumare, com'era
sua abitudine fare. In effetti, avevamo adottato lo stesso atteggiamento: il
mio interesse nei confronti di Felix era ancora lì a dividerci. Conoscevo i
suoi timori, aveva paura che l'incontro con Alice di quella mattina potesse
riaccendere qualcosa che lei avrebbe preferito si affievolisse. Dal canto
mio, volevo evitare l'argomento; avrei finito di nuovo con l'irritarmi, da-
vanti al suo scetticismo. Continuavo a essere convinta che la morte di Berg
fosse legata, anche se impercettibilmente, al caso a cui stava lavorando.
Era del tutto inutile riprendere la solita, vecchia discussione.
Alla fine, Grace chiamò un taxi e andò a casa, dicendo che sarebbe do-
vuta andare in centrale molto presto; e io evitai di sottolineare che, in quel
caso, il mio appartamento sarebbe stato molto più comodo.
Mi limitai a finire il mio drink, e mi avviai verso casa, infilandomi nelle
stradine tortuose. La serata era insolitamente tranquilla. Non incontrai qua-
si anima viva. Gli effetti dell'ultimo, duplice omicidio: la gente aspettava,
in preda al terrore.
Giunta davanti al mio palazzo, notai che il portone era aperto e l'atrio
deserto: nessuna traccia di Hugh, il portiere. E l'ascensore era di nuovo rot-
to, il che significava che avrei dovuto fare le scale. È proprio in momenti
come questo che l'idea di abitare al settimo piano diventa meno attraente.
Tutto quello che volevo era strisciare fino al mio letto e rimandare i pen-
sieri al mattino successivo.
Ma, quando arrivai di fronte alla porta di casa, capii subito che qualcosa
non andava.
Nell'aria c'era una strana tensione.
L'atmosfera era stata disturbata.
Fu solo quando presi la chiave dalla tasca e provai a infilarla nella serra-
tura che realizzai che cosa era successo. La serratura si allontanò, come se
volesse tirarsi indietro.
La porta era aperta. Proprio come quella al piano terra.
C'era qualcuno nel mio appartamento?
Immediatamente, feci per afferrare la pistola... ma mi ricordai che non la
portavo più. Nessuno la portava a Dublino.
A parte l'Uomo di Marx.
Probabilmente, avrei dovuto lasciare tutto com'era; me ne sarei dovuta
andare per tornare con i rinforzi, ma non era nel mio stile. Perché fare la
cosa più sensata, quando puoi farne una stupida?
Così, con una mano spalancai la porta: davanti a me vedevo l'intero sog-
giorno immerso nell'oscurità, fino alle porte a vetri che davano sul terraz-
zo, anch'esse aperte. Con l'altra raggiunsi l'interruttore e accesi la luce.
La stanza si illuminò.
Ogni cosa si delineò chiaramente.
La sedia era rovesciata su un fianco, la fodera dello schienale strappata.
I cassetti, estratti dagli armadi, erano a terra, capovolti.
I fogli di carta svolazzavano qua e là, sollevati dalla brezza proveniente
dalle finestre aperte.
I miei libri erano sparsi ovunque.
L'unico quadro che possedevo era stato tolto dalla parete, la tela squar-
ciata.
Entrai e diedi un'occhiata intorno, incredula: mi accorsi che avevano
frugato persino negli armadi della cucina. I vasi, svuotati, erano in frantu-
mi sul pavimento. Insieme alle bottiglie. E lo stesso avevano fatto nella
mia stanza.
Camicie, pantaloni, giacche, biancheria intima... sembrava che qualcuno
avesse gettato tutto a terra, in preda a un raptus di follia; il materasso era
stato tirato indietro, e squarciato con la lama di un coltello; una lampada
era stata rovesciata.
Nel bagno, sul pavimento, trovai i resti di una boccetta di profumo. La
tenda della doccia era stata strappata dagli anelli. E il lavabo era pieno di
flaconi tirati giù dalla mensola sovrastante.
Era evidente che qualcuno aveva rovistato nel mio appartamento, in cer-
ca di... Già, di che cosa?
Dello stesso oggetto misterioso che avevano cercato a casa dei Berg?
Arrivai in fondo al corridoio, davanti all'armadio in cui avevo riposto il
baule con i miei lavori: manoscritti dei libri che non ero mai riuscita a
completare, appunti di ricerche che si erano accumulati negli anni, con la
stessa inevitabilità dei debiti; ritagli di giornale, video, nastri, fotografie; i
miei articoli ingialliti, insieme a varie edizioni delle mie opere. Li avevo
nascosti qui, lontano dagli occhi, perché non fossi costretta a ricordarmene
ogni giorno della mia vita.
I predoni della notte avevano trovato anche quello; il contenuto era stato
gettato a terra, calpestato e strappato.
Ero sempre stata restia a far entrare in casa persone che non conoscevo
bene; riflettevo sempre attentamente, prima di fare un invito, per questo la
visita di Alice mi aveva innervosita tanto. All'inizio della nostra relazione,
non avevo permesso nemmeno a Grace di venirmi a trovare; la cosa le era
sembrata piuttosto strana, ma l'aveva accettata... faceva parte del mio fa-
scino alieno.
Avere uno spazio mio era davvero importante, per me. Era uno dei mo-
tivi che mi tratteneva dal prendere casa insieme a lei.
Ma sapere che un estraneo si era introdotto qui, aveva guardato tra le
mie cose, toccato la mia roba, frugato nel mio mondo... be', era un incubo
decisamente peggiore. E non avevo neppure idea di chi potesse essere. Mi
sentivo violata. Gli psicologi non dicono forse che la casa di un individuo
è un'estensione della sua personalità? Ecco perché non esistono crimini ri-
volti esclusivamente verso la proprietà: dietro c'è sempre un'aggressione
personale, anche se soltanto a livello mentale. E, del resto, che cosa signi-
fica «soltanto» in un contesto del genere? Arrivai persino a domandarmi
perché non avessi preso maggiori precauzioni, per evitare simili sorprese.
Sapevo come rendere un ambiente sicuro dai furti con scasso, eppure non
mi ero preoccupata del mio appartamento. Probabilmente pensavo che non
ne avrei avuto bisogno. Ero stata davvero stupida.
L'unica consolazione era la mia scarsa propensione a circondarmi di ri-
cordi personali, quelli che la gente colleziona per avere un po' di compa-
gnia; dal mio punto di vista, ciò veniva a creare una sorta di barriera, tra
me e l'intruso. Sarebbe stato diverso, se avesse avuto la possibilità di leg-
gere la mia corrispondenza privata e i miei diari, o di guardare le mie fo-
tografie. Ma non avevo l'abitudine di collezionare niente del genere. Come
Billie Holliday, viaggiavo sempre leggera. Ancora una volta, mi ricordai
del motivo che mi aveva portato a tale scelta.
Così, non rischiavi di farti del male.
Tornai nel soggiorno e chiusi le porte del terrazzo; quindi raddrizzai la
sedia e mi misi a sedere, chiedendomi chi fosse il responsabile di tutto
questo.
Avrei potuto cancellare l'intera faccenda, cercando di convincermi che si
era trattato di un gruppo di ragazzini a caccia di soldi; un furto casuale, in-
somma. Come aveva osservato Alice, la gente viene derubata di continuo,
soprattutto nelle vie del centro. Ma perché prendermi in giro?
Chiunque si fosse introdotto in casa mia, quella notte, stava cercando
qualcosa.
Qualcosa che aveva a che fare con Felix.
Non potevo provarlo, ma non avevo alcun dubbio in proposito. Mentre
io seguivo Strange, complimentandomi con me stessa per la mia furbizia,
qualcun altro stava pedinando me. Non solo, era stato molto più bravo.
Tanto per cominciare, sapeva chi ero.
Sapeva dove vivevo.
Una considerazione decisamente frustrante. L'idea che qualcuno avesse
un simile vantaggio su di me era davvero insopportabile. Avevo bisogno di
sapere contro cosa stavo lottando.
Non saprei dire per quanto tempo rimasi seduta lì, a contemplare quello
che restava del mio appartamento; gradatamente, però, i miei occhi dove-
vano essersi abituati alla confusione, perché, d'un tratto, notai un particola-
re che fino a quel momento mi era sfuggito. Attaccato al gancio che fino a
quella mattina, quando ero uscita per andare al funerale, era servito a reg-
gere il quadro, c'era qualcosa.
Il mio primo pensiero fu che si trattasse di un biglietto.
Poi capii.
Era una fotografia.
Un'altra istantanea, come quella che avevo trovato in mezzo al materiale
raccolto da Felix sull'Uomo di Marx; solo che questa non aveva bisogno di
un ingrandimento, per svelare l'identità della persona ritratta.
Ero io.
Era stata scattata quella mattina, al cimitero, mentre gironzolavo fra le
lapidi, ingannando il tempo che mi separava dall'inizio della cerimonia.
Vedevo la linea del muro di cinta, in fondo all'immagine, chiunque fosse
l'autore, in quel momento si trovava sulla strada. I miei occhi non erano ri-
volti all'obiettivo, sembravano fissi sul vuoto. Avevo un'espressione ac-
cigliata. Venivo sempre così, in fotografia, come se la mia faccia fosse sta-
ta disegnata per avere sempre un aspetto infelice.
La foto era stata premuta con forza contro il gancio, e la punta sembrava
quasi trapassarmi il cranio, rimanendo impigliata fra i capelli.
Il mio ospite sapeva come mettere a proprio agio una donna.

25

Conor Buckley era partito da un ufficio in una topaia vittoriana fatiscen-


te e infestata dai ratti, giù al molo. Un edificio che si specchiava nell'acqua
sottostante e tremava ogni volta che passava un treno, creando un riflesso
altrettanto instabile. Poi aveva lasciato il cuore della città, per trasferirsi in
una mostruosità senz'anima di vetro e acciaio nel distretto finanziario, un
quartiere in notevole espansione; la sua fortezza si confondeva perfetta-
mente con le file di banche e di compagnie assicurative ammassate lungo
la banchina.
Inutile cercare di evadere i controlli all'entrata. Del resto, avevo già dato
un'occhiata al parcheggio e la Mercedes di Buckley non era ancora arriva-
ta. A meno che non avesse iniziato a prendere l'autobus... No, c'erano più
probabilità che Warren Beatty facesse voto di castità.
Aspettai.
E ingannai l'attesa con una lunga serie di sbadigli.
Non avevo dormito molto, la notte prima. Mentre cercavo di rimediare
alla confusione lasciata dal mio ospite inaspettato, mi ero resa conto di
come doveva sentirsi Sisifo, costretto a spingere quella roccia su per la
collina, in eterno. Alla fine, dopo aver ridato una parvenza d'ordine al mio
appartamento, non ero più riuscita a prendere sonno. Il pensiero di un e-
straneo che fruga nel tuo cassetto della biancheria non è esattamente rilas-
sante, per una donna.
La mattina, avevo messo alle strette Hugh, il quale non era riuscito a
dirmi nulla che già non sapessi. Aveva staccato presto la sera prima. Pro-
babilmente, un altro inquilino del palazzo aveva lasciato il portone aperto,
o aveva abboccato alla storiella raccontatagli dall'intruso, permettendogli
di entrare...
In cambio di una spiegazione, mi dette una lettera di Buckley.
Ecco perché adesso lo stavo aspettando.
Buckley era un avvocato, uno della razza peggiore (scusate se, intanto,
mi sciacquo la bocca): un avvocato difensore. Una volta aveva rappresen-
tato un assassino che stavo cercando di inchiodare, e la cosa non aveva
contribuito a rendermelo simpatico. E a irritarmi non era tanto il fatto che
avesse deciso di accettare la difesa: ogni essere umano ne ha diritto, no?
No, ciò che mi aveva mandato su tutte le furie era il suo atteggiamento di
assoluta indifferenza nei confronti dell'imputato, non gli importava affatto
se fosse colpevole o innocente. Per me, invece, la questione era cruciale.
Non dovetti aspettare a lungo. Finalmente, la Mercedes entrò nel par-
cheggio.
Buckley era al volante; accanto a lui sedeva una donna, intenta ad ammi-
rare la sua immagine riflessa nello specchietto. Sembrava quasi che voles-
se assicurarsi di essere in ordine, nel caso avessero trovato ad attenderli
uno stuolo di paparazzi armati di macchine fotografiche.
Lui non era cambiato molto, notai, osservandolo mentre scendeva dal-
l'auto. Era basso, rotondo e calvo, come Mussolini; era questa l'immagine
che avevo davanti, ogni volta che pensavo a lui - il che, per mia fortuna,
non accadeva molto spesso. Era sempre stato un pallone gonfiato, pieno
fino a scoppiare di autocompiacimento. Era il classico esempio del ragaz-
zino figlio di operai, tormentato da un profondo rancore. Inutile dire che
era un tipo in gamba; ma l'intelligenza non riusciva a soddisfarlo quanto i
modi subdoli cui faceva ricorso. Ai suoi occhi, difendere la giustizia non
era importante quanto battere il sistema. Si diceva che ogni vittoria, per
lui, era un nuovo colpo all'establishment. Io non condividevo quel genere
di psicologia amatoriale, ma, nel suo caso, l'affermazione non si discostava
di molto dalla verità.
Chissà, forse avrei potuto presentarlo a Burke, così avrebbero potuto la-
vorare insieme alla rivoluzione...
Ma Burke avrebbe disprezzato almeno quanto me quell'essere viscido e
abietto.
Anche la donna scese dall'auto: un paio di gambe lunghissime, una
chioma biondissima e... be', credo che questo basti a descriverla. Una stu-
dentessa di filosofia? Poco probabile. Con sé aveva una serie di cartellette,
quindi doveva trattarsi della sua segretaria; non credo l'avesse scelta per le
sue abilità di dattilografa.
«Saxon», esclamò quando mi vide. «È una cattiva abitudine, quella che
scorgo nella sua tasca, o è solo infelice di vedermi?»
«Mi risparmi le sue battute scadenti, Buckley. Voglio parlarle.»
«Sono occupato.»
«Non mi dica... è atteso in tribunale.»
«Esatto, tra meno di un'ora», rispose con un sorriso compiaciuto. «Rap-
presento un giovanotto perbene che ha avuto la sfortuna di essere fermato
all'aeroporto con cinque chili di cocaina nel bagaglio a mano.»
«Mi lasci indovinare: ignorava che si trovassero lì. È l'innocente pedina
all'interno di un malvagio traffico internazionale.»
Si finse stupito.
«Ha sbirciato tra gli appunti per la mia strategia difensiva, agente specia-
le?»
«Semplice fortuna. Sa, credo che i suoi clienti siano i più sfortunati di
tutta Dublino. Finiscono sempre in manette per reati che non hanno com-
messo.»
«Non sono poi tanto sfortunati, se hanno me come legale», osservò vi-
scido. «A proposito, dal momento che sarò bloccato in tribunale per difen-
dere i diritti costituzionali del mio cliente, sarò costretto a saltare il pranzo
con mia moglie. Sii gentile, Simone, chiama Margaret e avvertila che sarò
impegnato fino a tardi.»
La bionda tutta gambe e denti sfoderò uno di quei sorrisi che, normal-
mente, si vedono soltanto nelle pubblicità del dentifricio, e andò a fare
quello che fanno le tipe come lei... qualunque cosa sia.
«Credo di aver sbagliato tutto, nella vita», dissi, guardandola andare via.
«Dovrei iniziare a studiare giurisprudenza. E propormi come avvocato di-
fensore. Trovare un coglione da rappresentare, prendermi un ufficio spa-
zioso e assumere un supermodello disoccupato che risponda al telefono.»
«Si riferisce a Simone? Notevole, vero?»
Sogghignò, leccandosi i baffi.
«Dove l'ha trovata?»
«L'ho vinta a una partita a backgammon.»
«Non mi stupisce. Scommetto che le sarà di grande aiuto, quando deve
fermarsi fino a tardi, la sera.»
«Un uomo dovrà pur avere un hobby, no? Lo consideri un beneficio ac-
cessorio.»
«Preferisco non considerarlo affatto, se per lei fa lo stesso. In questo
momento mi interessa di più scoprire che cosa diavolo è questa.» Infilai
una mano in tasca e tirai fuori la lettera consegnatami quella mattina da
Hugh. «Le dispiace spiegarmi perché ho ricevuto una lettera dal suo uffi-
cio, da parte di Vincent Strange, in cui mi viene ordinato di stargli alla lar-
ga?»
«Lo sta terrorizzando. Non voglio dire che non abbia le sue ragioni, sia-
no esse professionali o meno, ma quando è troppo è troppo. Vuole che
mantenga le distanze, e che la smetta di molestarlo. Com'è che dite voi
yankee? Deve dargli tregua.»
«Io non sto molestando nessuno.»
«Sicuro, Saxon. Sicuro. Non è lei che lo chiama a ogni ora della notte,
per poi riattaccare. Non è stata lei a introdursi nella sua galleria tre notti fa,
svaligiandola. E naturalmente non è lei a inviargli fotografie in cui il suo
viso è cancellato. E, per finire, non è lei la persona che è stata vista aggi-
rarsi intorno a casa sua.»
Dunque non ero l'unica, pensai.
Ammesso che Strange stesse dicendo la verità.
«Non crede che abbia di meglio da fare?»
«Mi faccia pensare... No.»
«Senta, Buckley, non so che concezione abbiate delle prove, qui a Du-
blino, ma non può accusarmi di aver molestato Strange solo perché gliel'ha
detto lui. Può dimostrarlo?»
«Secondo il mio cliente, lei era presente al funerale di Berg, ieri matti-
na.»
«Ero stata invitata. Dalla sorella di Felix.»
«Ha una copia del biglietto che lo provi?»
«Crede forse che tenga tutti gli inviti ai funerali, archiviati sotto la lettera
C di Cadavere?»
«Be', Strange sostiene il contrario: lei si è intrufolata senza essere stata
invitata.»
«È un bugiardo.»
«Quindi suppongo che lei non abbia nemmeno cercato di attaccare bot-
tone con Alice, in chiesa, per convincerla ad assumerla per indagare sulla
morte del fratello.»
«È stato lui a dirglielo?»
La situazione stava diventando surreale, ogni minuto di più.
«E dice anche», continuò Buckley, «che non è la prima volta che lei lo
infastidisce. Sembra che l'abbia tormentato per impossessarsi di qualcosa
che apparteneva a Berg.»
«Sono stata nella sua galleria più o meno una settimana fa. Non sapevo
nemmeno che quegli oggetti fossero in mano sua, finché non me l'ha con-
fidato lui stesso. Gli ho chiesto di mostrarmeli. E lui ha rifiutato. Fine della
storia.»
Poi l'avevo seguito fino alla stazione, e all'armadietto... Ma pensai che
fosse meglio omettere quel piccolo particolare.
«Inoltre, gli avrebbe rivolto vaghe minacce riguardo a quello che po-
trebbe succedergli se non consegnerà quanto affidatogli da Berg... Avrebbe
accennato agli omicidi che stanno sconvolgendo la città. Questa parte le
suona familiare?»
«Be', forse ho provato a instillargli qualche dubbio... ma di certo non ho
cominciato a fargli scherzi al telefono. Cosa crede, che abbia nove anni? E
sicuramente non è mia abitudine spedire per posta fotografie deturpate.»
«Allora, dimentichi quello che le ho detto. Non ha niente di cui preoccu-
parsi, no? Tutto quello che deve fare è stare alla larga da Vincent Strange;
e la faccenda si chiuderà qui.»
«Lo sa? Inizio a credere che l'Uomo di Marx abbia fatto fuori il giurista
sbagliato...»
«Che cosa c'è, Saxon? Forse non sono il suo tipo?»
«Buckley, lei non appartiene nemmeno alla mia specie.»

26

«Che schifoso. Da non crederci, mi ha detto di stare alla larga da Stran-


ge! Come se l'avessi molestato, o roba del genere.»
«Sai com'è fatto Buckley», disse Grace tranquilla, sollevando appena lo
sguardo dal rapporto che stava leggendo, «ogni giorno mi arrivano lamen-
tele sul suo conto. Riesce a irritare la gente. E gli piace.»
«E la cosa non ti fa incazzare?»
«Certo che mi fa incazzare, ma a che scopo prendersela? È un avvocato
difensore, non c'è da aspettarsi altro. Lascia perdere. Segui il suo consiglio,
stai lontana da Strange e vedrai che andrà tutto a posto.»
«Stargli lontana? Ma io gli ho soltanto parlato!»
«Ok, riformulo la frase: dimenticati di lui.»
«Non posso. Ci sono troppe cose che corrispondono...»
«Che corrispondono a cosa?»
«A tutto. Ho scoperto molte cose su Strange. Per esempio i suoi legami
con il mondo della criminalità. Sono anni che l'Ufficio attività criminali
indaga su di lui. Non hanno niente in mano, ma è ovvio che non credono
che sia pulito, altrimenti, perché tenerlo sotto controllo? Ah... e sapevi che
colleziona pistole? Fa entrare e uscire armi in continuazione. E tu che ti
chiedevi come avesse fatto l'Uomo di Marx a procurarsi una Glock se-
miautomatica... Be', per Strange sarebbe stato un gioco da ragazzi.»
«Non starai insinuando che il nostro uomo è lui, vero?»
«Perché no?»
Alla fine, ero riuscita ad avere la sua attenzione.
Mise da parte il dossier e si appoggiò allo schienale.
«Perché anch'io ho fatto eseguire dei controlli su di lui. Era naturale che
il suo nome venisse a galla, per via della presenza di un'arma da fuoco.
Chiunque possieda un porto d'armi, in città, o ne abbia fatto richiesta, o sia
stato sospettato, interrogato, arrestato o condannato per un reato in materia
di armi, è già stato controllato, anche più di una volta. E Strange ha un ali-
bi di ferro per almeno due degli omicidi.»
«Ma...»
«So che cosa stai pensando, che non so nemmeno io quello che sto fa-
cendo...»
«Non è vero...»
Sollevò una mano per fermarmi. «Ma almeno questo sono riuscita a far-
lo. Ho controllato la merce ricevuta e spedita nell'ultimo anno: nessuna
corrispondenza. Mi dispiace, ma è pulito.»
All'improvviso, mi vergognai. Questo caso la impegnava abbastanza,
senza bisogno di ulteriori pressioni da parte mia. Forse aveva preso una
decisione sbagliata; ma, del resto, le uniche persone che non commettono
simili errori sono quelle che non prendono decisioni. Doveva basarsi sulle
statistiche, sulle percentuali. Non poteva limitarsi a seguire i suoi istinti,
come me.
Comunque, vergogna o no, non avevo intenzione di lasciar perdere.
Lo stato in cui avevo ritrovato il mio appartamento la sera prima era una
ragione sufficiente.
«E che cosa mi dici della vecchia pistola di Felix? Secondo Alice, il fra-
tello non ne aveva mai posseduta una. Quindi, non potrebbe essere stato
Strange a dargliela?»
«Saxon», mi rispose lentamente, «adesso ti dirò una cosa. Non spette-
rebbe a me, però farò un'eccezione. Non voglio che tu ti getti a capofitto
sulla pista sbagliata, per poi accusarmi di averti nascosto qualcosa. Hai ra-
gione riguardo a Strange: è stato proprio lui a procurargli l'arma.»
«Ne sei certa?»
«Felix andò da Strange all'incirca tre settimane prima di morire. Gli dis-
se che qualcosa lo spaventava, che si sentiva in pericolo. E lo supplicò di
dargli una pistola, con cui difendersi.»
«E lui lo accontentò?»
«Controvoglia. Ma Felix Berg era un amico e, soprattutto, uno dei suoi
artisti più preziosi. Voleva aiutarlo. Non avrebbe mai immaginato che stes-
se pensando di togliersi la vita. Se avesse avuto anche il minimo sospetto,
non l'avrebbe mai assecondato. In quel momento, pensava che il fatto di
possedere un'arma sarebbe servito a tranquillizzarlo. Il suicidio l'ha scon-
volto: è andato da Draker a raccontargli l'accaduto.»
«E il suo vecchio amico ha fatto in modo che la cosa passasse sotto si-
lenzio.»
«A che scopo insistere?» mi chiese cercando di farmi ragionare. «Non
avrebbe riportato in vita Felix. E non sarebbe stato nell'interesse pubblico
perseguire Strange per aver commesso un semplice errore di valutazione.»
«Adesso cominci a parlare come Draker.»
«Non c'è bisogno di essere così maligne, Saxon. Non credi che abbia co-
se migliori a cui pensare, che non accusare Strange di un reato minore? Sto
cercando di condurre un'inchiesta, mi devo occupare di un serial killer.
Sono qui dalle sei del mattino, e ho una lista di sospetti che inizia a essere
più lunga dell'elenco telefonico di Dublino. Ho messo sotto sorveglianza
cinque possibili candidati al ruolo. La stampa vuole delle risposte. La gen-
te vuole delle risposte. E il commissario pretende dei miracoli.»
«E questo non ti spinge a indagare più a fondo, riguardo alle circostanze
della morte di Berg? Il fatto che si fosse rivolto a Strange per procurarsi
una pistola non ti fa pensare che fosse davvero in pericolo?»
«No. Perché non abbiamo trovato una sola prova che dimostri che qual-
cuno lo stava minacciando. Quante volte ancora dovremo tornare su questo
punto? Ti stai basando soltanto sulla sua parola...»
«Già. Anche Strange, a quanto pare.»
«Adesso vorresti usarlo come testimone? Trenta secondi fa era il tuo so-
spetto numero uno. Probabilmente, Felix gli disse di essere spaventato solo
perché acconsentisse a dargli un'arma. Un'arma con cui potesse togliersi la
vita. Il fatto che abbia confidato a Miranda Gray di essere l'Uomo di Marx
è la dimostrazione che le sue dichiarazioni non sono attendibili. Stai inse-
guendo delle ombre, Saxon.»
Per un attimo mi sentii troppo stanca per continuare a discutere. Ero l'u-
nica a non voler archiviare il caso Berg? Grace avrebbe voluto chiuderlo,
una volta per tutte. Per la stampa era stata la notizia sensazionale di un so-
lo giorno. E Strange continuava a sostenere che non ci fosse nulla di miste-
rioso dietro quella morte... nonostante il suo caro amico Felix gli avesse
chiesto una pistola, appena tre settimane prima, dicendogli di essere spa-
ventato da qualcosa.
Quanto ad Alice, continuava a non rispondere alle mie chiamate; dovevo
averle lasciato almeno sei messaggi, dalla mattina del funerale. Eppure, mi
aveva detto di volersi tenere in contatto.
Non sapevo più a chi credere.
A che cosa credere.
Forse, se avessi raccontato a Grace dell'irruzione in casa mia, mi avreb-
be dato retta. Ma a che cosa sarebbe servito? Per lei sarebbe stato soltanto
un altro pensiero, un'altra preoccupazione.
E ne aveva già abbastanza.
«Perché non me l'avevi detto?» mi limitai a chiederle, alla fine.
«Detto cosa?»
«Di Strange. Della pistola.»
«Te lo sto dicendo adesso.»
«Intendo dire prima... prima che mi mettessi sulle sue tracce, come una
stupida.»
«Se la cosa fosse andata oltre, l'avrei fatto. Ma non potevo dirti nulla, tu
non...» Lasciò la frase a metà, chiaramente a disagio. Sapevo che cosa sta-
va per dire.
Non sei della polizia.
Come se avessi avuto bisogno che qualcuno me lo ricordasse.
Era un motivo ricorrente, nella mia esistenza.
Certo, dunque non ero un'agente, ma questo non significava che non po-
tessi condurre la mia indagine, o che dovessi starmene seduta ad aspettare
che i veri poliziotti facessero il loro lavoro. Prima che riuscissero a venire
a capo di qualcosa, sarei diventata una vecchia signora, chiusa nel suo ap-
partamento a guardare la TV. Già mi immaginavo la scena. Vuole sapere
che cosa mi ricordo del caso Berg, agente? Aspetti qui, vado a mettermi la
dentiera e le racconto tutto.
«Sei irremovibile. E io non capisco perché.»
«Vuoi sapere perché non sono disposta a stare ai giochetti di Felix? Per-
ché, dopo quello che ha fatto, non merita che le persone si affannino intor-
no a lui, per mettere in scena il suo dramma postumo. I suicidi sono dei
bastardi egoisti. Ci pensa già mia madre a fornirmi la mia bella dose di
merdosi ricatti affettivi...»
«È successo qualcosa?»
«Il solito. Stamattina mi ha telefonato per dirmi che non ha più niente
per cui valga la pena vivere. Una figlia assente, nessuna speranza di avere
dei nipotini che le corrano intorno... Non fa che ripetermi quanto ci si senta
soli, da vecchi.»
«Non può pretendere che tu viva solo per soddisfare i suoi bisogni.»
«Lo so. Ma questo non le impedisce di lasciarsi sfuggire che una sera
potrebbe lasciare il gas acceso o andare alla spiaggia a farsi una nuotata.»
«Hai provato a parlarle?»
«Non ho intenzione di mettermi a supplicarla. È la sua vita. E poi, finirei
con il fare il suo gioco, vorrebbe che iniziassimo a trattare, così si senti-
rebbe importante. Sta cercando di spaventarmi per farmi sentire colpevole.
E io non ho fatto niente per cui debba sentirmi in colpa. Sto già facendo
tutto quello che posso. E anche tu hai già fatto tutto quello che era in tuo
potere, per Felix. Non devi ritenerti responsabile della sua morte. E non
devi sentirti in colpa per non avere una spiegazione plausibile per Alice.»
«Lo so.»
Come sapevo che non era colpa mia se Sydney si era tolta la vita.
Già. Ma ne ero davvero convinta?

Scesi in archivio. Non mi sarei dovuta aggirare per il Dublin Castle da


sola, ma, dal momento che non c'era nessuno a impedirmelo, non sentii la
necessità di controllare i miei spostamenti: d'altra parte, a casa non c'era
nessuno ad aspettarmi.
Né a casa, né altrove.
Niall Boland era alla sua scrivania.
«Stavo per chiamarla», mi disse.
«Ha qualcosa per me?»
«Forse.»
Alla galleria, quel pomeriggio, Strange mi aveva detto che Felix gli ave-
va confidato di aver diviso la casa con un assassino. Una frase misteriosa
che mi aveva intrigato. Volevo saperne di più. Per quanto vaga, forse mi
avrebbe finalmente portato a un indizio. E chi meglio di Boland poteva re-
cuperare le informazioni di cui avevo bisogno? Gli avevo chiesto di for-
nirmi la lista di tutti i luoghi in cui Berg aveva abitato.
Ma non mi aspettavo che avesse tanta fortuna. In così breve tempo, poi.
Io avevo perso il conto dei posti in cui avevo vissuto: una serie di alloggi
per studenti a Boston, e quell'inverno a Montreal con un mio ex, Steve, in
un appartamento tenuto in piedi dal ghiaccio che ricopriva ogni cosa. Poi,
di nuovo a Boston, la casa che avevo condiviso per tre mesi con la mia
prima ragazza ufficiale: Arabella. Indossava vestiti di cotone stampati, fu-
mava un po' troppa erba a ascoltava sempre e solo Joni Mitchell. Mi fece
diventare matta, dovetti lasciarla per non essere più costretta a sorbirmi
The Hissing of Summer Lawns. In seguito, ero tornata a stare con Steve...
una cosa che non le perdonerò mai. Anche se devo riconoscere che fu l'in-
citamento di quest'ultimo a spingermi a entrare nell'FBI, mentre, a vent'an-
ni, vagabondavo qua e là senza radici e senza una meta. Così, almeno, mi
vedevo io. Dio sa dove sarei finita, se non fossi diventata un agente del
governo.
Durante la mia permanenza nei federali, avevo vissuto con la valigia in
mano. Già. Per cinque anni. Avevo acquistato una casetta fuori Saratoga,
nello Stato di New York, a nord; ma non ci andavo quasi mai. Un paio
d'anni dopo il mio trasferimento a Dublino, l'avevo venduta rimettendoci
dei soldi, pur di sbarazzarmene.
E questi erano soltanto i posti che mi erano rimasti maggiormente im-
pressi.
L'esistenza di Felix non era stata così nomade. Dopo aver lasciato la ca-
sa dove aveva trascorso l'infanzia, in Svezia, era andato ad abitare nella ca-
sa della zia, a Howth; poi in un appartamento preso in affitto a Clerken-
well, a Londra, quando studiava arte alla St. Martin's; quindi era tornato a
Howth, dopo la morte dell'anziana parente. Infine, lui e Alice si erano de-
cisi a vendere e si erano trasferiti in Temple Bar. Fine, a parte un'estate tra-
scorsa in Svezia e il soggiorno nel New England, in seguito all'esaurimento
nervoso dell'anno precedente.
Quindi la risposta che volevo era nascosta lì, da qualche parte?
Forse.
E forse avrei dovuto cercare proprio nella casa di Howth.
Boland mi fornì due nomi.
Il primo era Paul Vaughan, il figlio di un famoso regista teatrale di Du-
blino. Era stato il ragazzo di Alice, durante il periodo londinese del fratel-
lo. Si era persino trasferito dai Berg, dopo la scomparsa della vecchia zia e
dopo il ritorno di Felix. Ed era rimasto con loro per un anno e mezzo; poi
la relazione si era interrotta. Tre anni più tardi era rimasto ucciso in un in-
cidente stradale, in sella alla sua motocicletta: aveva preso una curva a una
velocità eccessiva. Secondo i rapporti risalenti all'epoca dell'accaduto, il
suo corpo era così straziato che l'identificazione era stata possibile solo
grazie alla patente e agli abiti che indossava.
Il secondo era Paddy Nye, un altro fotografo, il cui talento, secondo l'o-
pinione unanime del pubblico, non si avvicinava nemmeno lontanamente a
quello di Felix. Non aveva mai avuto il suo successo. Boland non era riu-
scito a trovare nessun elenco relativo a eventuali mostre delle sue opere. Il
motivo della sua permanenza nella casa di Howth non era affatto chiaro. In
ogni caso, non era durata molto, tre mesi al massimo. In seguito aveva a-
perto uno studio suo, per un certo periodo, e aveva lavorato per diverse ri-
viste. Per lo più, era riuscito a tirare avanti grazie agli incarichi passatigli
dall'amico. Aveva pubblicato un solo libro, autofinanziato: fotografie in
bianco e nero di Ireland's Eye, l'isoletta disabitata a circa ottocento metri
dalla costa che avevo intravisto, giù al faro, la sera in cui morì Felix. Si era
sposato. Lui e la moglie avevano un negozio di attrezzature fotografiche...
indovinate dove? A Howth, naturalmente.
«Sembra che non abbia mantenuto i contatti con i Berg, negli ultimi an-
ni», osservò Boland. «Ho controllato la lista delle persone presenti al fune-
rale, pubblicata questa mattina dai giornali: lui non c'era.»
«A meno che non si sia presentato sotto falso nome.»
Howth.
Promettente, come punto di partenza. Tutte le strade sembravano portare
lì, da quando Felix mi aveva convinto ad andarci, la sera della sua morte.
Forse aveva cercato di dirmi che quel posto aveva un significato partico-
lare?
Voleva farmi vedere qualcosa?
«E c'è dell'altro», aggiunse prima che me ne andassi.
Mi mostrò il dossier che aveva trovato in archivio.
Una ragazzina di quindici anni, Lucy Toner, era sparita dalla casa in cui
viveva, a Howth, durante un torrido mese d'agosto, proprio nel periodo in
cui i Berg abitavano lì. Inizialmente, la polizia aveva ritenuto che si trat-
tasse dell'ennesimo caso di scomparsa; aveva persino detto alla famiglia
che poteva essere fuggita di casa. Fu soltanto quando, tre giorni dopo, sor-
presero un cane a scavare furiosamente in fondo al giardino di Lucy che
compresero che la verità era più vicina di quanto pensassero. La ragazzina
era stata violentata e strangolata. Il decesso, però, era avvenuto per asfis-
sia: la terra che aveva ingoiato aveva ostruito le vie respiratorie.
Un bel modo di morire.
«E questo dove accadde?» gli chiesi.
«Vicino alla casa dei Berg. Proprio dietro l'angolo.»
«E non venne arrestato nessuno?»
«Oh, sì. Un tizio di nome Isaac Little. Era - mi correggo, è - un pedofilo
che all'epoca era appena uscito di prigione, dopo aver scontato una con-
danna per aver molestato delle ragazzine. Viveva tre case più giù. Perqui-
sendo la sua abitazione, la polizia scoprì che aveva allestito una tana al se-
condo piano, per guardare indisturbato i bambini nel parco giochi vicino.
Si rinchiudeva lì dentro e 'giocava' da solo, osservandoli. C'erano macchie
ovunque. Sul tappeto, sulle pareti, sui mobili...»
«Ok, basta così. Il quadro è chiaro. Che cosa gli successe?»
«Alla fine, confessò. Ma ritrattò il giorno prima di comparire in tribuna-
le. Da allora, si proclama innocente.»
«E che cosa mi dice dalla famiglia di Lucy Toner? Vivono ancora nella
zona?»
«No. In effetti, la faccenda è piuttosto intricata. I suoi avevano una spe-
cie di negozio di generi alimentari e di consumo, vicino al mare. Il padre
era un musicista, morì di cancro un anno prima dell'omicidio della figlia.
La madre entrava e usciva da istituti di igiene mentale, e quella tragedia la
fece crollare del tutto. Si gettò in mare un paio di giorni prima dell'avvio
del processo a Little. Niente meno che dal molo di Howth.»
«Il suicidio dev'essere una tradizione, da quelle parti.»
«La sorella minore di Lucy ebbe un crollo e venne ricoverata in un o-
spedale psichiatrico. Del fratello più grande si persero le tracce.»
Le solite, tristi conseguenze di un assassinio insensato. L'avevo già visto
un migliaio di volte.
Ma tutto questo aveva qualcosa a che fare con quanto stava accadendo
adesso? Forse Felix sospettava che Little fosse davvero innocente? E che il
responsabile fosse qualcuno che, all'epoca, viveva con lui e la sorella?
Era questo il significato di quella misteriosa affermazione? Aveva detto
di aver diviso la casa con un assassino...
Se era davvero così, non ci voleva un genio per capire da dove avrei do-
vuto cominciare.
A parte Alice, soltanto un membro di quell'allegra famiglia allargata era
ancora tra noi.

27

Decisi di prendere il treno, anziché la jeep. Ultimamente la lasciavo qua-


si sempre nel parcheggio. Le strade, in quei giorni, erano incredibilmente
trafficate. La situazione era davvero peggiorata o il mio livello di tolleran-
za si era abbassato? Tutto quello che so è che, quando giunsi al porto, i
miei nervi erano talmente tesi che un'eventuale raffica di vento sarebbe
riuscita a spezzarmi, come un filo d'erba ghiacciato.
Arrivai alla stazione giusto in tempo per prendere il primo treno diretto a
nord; tirai fuori gli spiccioli per il biglietto e salii le scale, scontrandomi
con la massa di gente che veniva in senso opposto. Quando misi il piede
sull'ultimo gradino, fui avvolta da una folata d'aria calda.
Trovai subito il mio treno; infilai la prima porta e occupai un posto ac-
canto al finestrino. Mi sistemai per il viaggio; guardavo fuori, attraverso i
vetri sporchi, ignorando gli altri passeggeri. Volevo pensare. E, comunque,
se c'era una cosa che detestavo era attaccare bottone con un estraneo.
Quando sentivano il mio accento, immancabilmente volevano sapere qual-
cosa di più sul mio conto: da dove venivo, che cosa facevo a Dublino... E
quest'ultima era una domanda a cui non avrei saputo rispondere.
La gente è curiosa, è questo il problema. E io non ho alcuna voglia di
soddisfare tale curiosità. Perché si interessano tanto alla mia vita, quando
non la trovo interessante neppure io?
Il treno attraversò lentamente la città e, finalmente, si lasciò alle spalle i
suoi sobborghi, giungendo in vista del mare. E vidi l'acqua grigia infran-
gersi indifferente contro la costa, dove Dublino veniva a bagnarsi i piedi.
La luce sul mare era metallica, per nulla invitante.
Il treno si fermò.
Eravamo al capolinea.
Howth.
Scesi e iniziai a camminare lungo la strada che costeggiava il porto. A-
vevo già percorso diversi metri, quando mi resi conto che non avevo la
minima idea di dove stessi andando. Stavo pensando all'ultima volta in cui
ero stata lì, la sera in cui era morto Felix. Scossi la testa e cercai di concen-
trarmi.
Presi il pezzetto di carta su cui mi ero scritta l'indirizzo passatomi da Bo-
land, e mi guardai intorno in cerca di una piantina. La trovai vicino alla
capitaneria di porto.
Era una di quelle mappe pensate per indicare ai turisti dove si trovano le
attrazioni in cui preferiscono spendere il loro denaro. Ma, se non altro, ri-
portava i nomi delle strade, e mi permise di farmi un'idea approssimativa
della direzione che avrei dovuto prendere. Da qualche parte, in una di
quelle strette viuzze, avrei trovato Paddy Nye. Attraversai e mi in-
camminai lungo una strada in salita.
Non impiegai molto a scovare il posto che stavo cercando; in effetti, a
un occhio distratto sarebbe facilmente sfuggito. Nye Photographics, reci-
tava l'insegna; in vetrina erano sistemate diverse macchine fotografiche e,
dietro, una serie di foto in technicolor che ritraevano bambini senza denti.
Spinsi la porta ed entrai, facendo suonare un campanello.
C'era una donna, in piedi dietro al bancone. Piccola, graziosa. La moglie,
presumibilmente. Mi sorrise, ma cambiò subito espressione quando realiz-
zò che non ero lì per comprare.
«Vuole parlare con Paddy?» mi chiese con un sospiro. «Bene. Aspetti
qui.»
Se ne andò, uscendo da una porta sul retro. Sentii i suoi passi che si al-
lontanavano lungo un corridoio. Ero rimasta sola, sentivo il ticchettio di un
orologio che non riuscivo a vedere, e il mormorio di due voci, lievemente
più alte del normale. Le macchine fotografiche mi osservavano, da dietro il
vetro.
Tornò qualche istante dopo. Con lei c'era anche Paddy Nye.
Almeno, presumevo che fosse lui. Alto, capelli ricci; aveva un aspetto
sano, vigoroso, sembrava il tipo a cui piace fare escursioni a piedi. Indos-
sava una camicia a scacchi e un paio di jeans, stretti in vita da una cintura.
Mi guardò, con scarso interesse.
«Posso aiutarla?»
«Questa è una domanda a cui soltanto lei può rispondere. Mi chiamo
Saxon», dissi.
«Se è qui per vendere qualcosa...»
«No, niente del genere. Voglio parlarle di Felix Berg.»
Quando mi rispose, la sua voce non tradì alcuna emozione.
«Non ho niente da dire, al riguardo.»
«No? Nonostante sia morto giù al molo, più o meno una settimana fa?»
«E io che cosa c'entro con tutto questo? Io e Felix abbiamo perso i con-
tatti molto tempo fa.»
«Non le interessa quello che gli è successo?»
«In effetti, no. Dovrebbe?»
«Eravate amici.»
«E, come le ho appena detto, è stato tanto tempo fa.»
Mosse gli occhi, guardando oltre la mia spalla: davanti alla vetrina c'era
un uomo, la mano diretta verso la maniglia.
Dunque avevano qualche cliente.
Nye scambiò un'occhiata con la donna, poi, rivolgendosi a me, disse:
«Venga. Parleremo più liberamente qui fuori».
Uscimmo dalla porta sul retro, e percorremmo uno stretto corridoio rive-
stito di piastrelle, dal quale si accedeva al giardino. Davanti a noi c'era il
mare; lontano dalla costa, l'acqua si tingeva di un blu abbagliante, screzia-
to di bianco; il porto e le barche sembravano giocattoli. In fondo, la sago-
ma di Ireland's Eye si profilava chiara e luminosa.
C'erano un paio di sedie. Evidentemente, prima che lo facessi chiamare
era seduto qui, a leggere. Accanto alla sedia, appoggiata sulle lastre di pie-
tra, c'era una tazza di caffè; riuscivo a sentirne il calore. E c'era anche un
libro, aperto.
Non mi invitò ad accomodarmi.
«Una vista magnifica», dissi.
«Sono felice che le piaccia.»
«Quella laggiù è Ireland's Eye, dico bene?»
Si voltò a guardarla, brevemente. Con quella luce sembrava vicinissima,
avevi quasi l'impressione di raggiungerla tirando un sasso.
«Ho cercato di procurarmi una copia del suo libro», mentii, «ma...»
Non finii la frase.
«Non ha avuto molto successo.»
«Le piace quell'isola?»
Annuì. «È l'unica cosa che mi impedisce di andarmene da questo posto.
Se non fosse per Ireland's Eye, sarei partito tanto tempo fa.»
«Per lei deve significare molto.»
«Non solo per me. Per mia moglie è lo stesso», disse indicando la casa
con un cenno. «È un angolo selvaggio ai margini della città. Un luogo in
cui rifugiarsi per sfuggire al caos. Se fosse appena più vicina, non sarebbe
più un'isola... eppure, quando sei laggiù, hai l'impressione di trovarti a mi-
gliaia di chilometri dalla civiltà. Se per civiltà intendiamo la vita cittadina.
Mi piace quel contrasto. E mi piace il fatto che sia lì, e che aspetti soltanto
di essere esplorata. La senti tua, anche se appartiene a tutti. Noi abbiamo
una barca. Ci andiamo spesso. A volte ci fermiamo anche per la notte.»
Smise di parlare. Sembrava quasi imbarazzato.
«Come ha detto che si chiama?»
«Saxon.»
«Bene, Saxon, non voglio essere scortese, ma non m'interessa proprio
venire coinvolto in qualcosa che ha a che fare con Felix Berg. Molto tem-
po fa eravamo amici. Ma è un periodo della mia vita che preferirei dimen-
ticare.»
«Non è mia intenzione causarle problemi. È solo che la sorella di Felix
mi ha chiesto di scoprire il motivo che può averlo spinto a suicidarsi. Ho
scoperto che eravate amici, e che per un periodo siete vissuti nella stessa
casa, qui a Howth, alcuni anni fa. E pensavo che, forse...»
«Che potrei sapere qualcosa riguardo alla sua vita? Non lo vedevo da
dieci anni. Forse anche di più. Di persona, intendo. Mi è capitato di veder-
lo in foto.»
«Non vi siete tenuti in contatto?»
«Io non sono rimasto in contatto con lui. Lui, però, è rimasto in contatto
con me. Se così si può dire...»
«Come?»
Rise. Una risata breve, imbarazzata.
«Per anni, dopo essere uscito dalla sua cerchia, ho continuato a ricevere
della roba: cataloghi delle sue ultime mostre, ritagli di giornale in cui si
parlava dei suoi successi, fotografie che lo ritraevano con personaggi im-
portanti, in occasione di qualche evento mondano...»
«E lei crede che il mittente fosse lui?»
«Lo so. Era nel suo stile. Gli piaceva far sentire piccole le persone, ri-
cordare loro che non avevano il suo talento, il suo successo. Le umiliava.
Ed è esattamente quello che ha provato a fare con me, spedendomi quella
merda. Voleva distruggere la fiducia che avevo in me stesso. Anche quan-
do ho pubblicato il mio primo e, finora, unico libro di fotografie, mi ha in-
viato la copia di una recensione negativa, apparsa in una rivista d'arte. Nel
caso non l'avessi letta.»
«Non l'ha mai affrontato?»
«E a che scopo? A Felix piaceva giocare. E gli piaceva essere crudele.
Se avesse scoperto che stava riuscendo nel suo intento, sarebbe stato peg-
gio. La cosa migliore da fare era starsene tranquilli, e aspettare, sperando
che si stancasse, e che smettesse di sua iniziativa.»
«E lo fece? Si fermò?»
«Non completamente. Non ricevevo più i suoi messaggi settimanalmen-
te, ma continuavano comunque ad arrivare. Avevo imparato a distinguere i
suoi pacchi, e li gettavo nella spazzatura senza nemmeno aprirli.»
«Per questo non era al funerale?»
«Che cosa le fa credere che avessi ricevuto un invito?»
«L'ha ricevuto?»
«Sì», ammise. «Avevo appreso la notizia dai giornali; subito dopo mi è
arrivato un biglietto che mi invitava a partecipare alla cerimonia. Non mi
sono nemmeno disturbato a rispondere.»
«Non ha sentito il bisogno di parlare con Alice?»
Non volevo insinuare nulla, con quella domanda. Ma la sua risposta fu
brusca e immediata.
«Quindi lei sa di me e di Alice. Bella roba! Ma è una storia vecchia, an-
che quella. Accadde tutto prima che conoscessi mia moglie. E, comunque,
non la vedo da anni.»
«Io non stavo cercando di... intende dire che voi due eravate amanti?»
«Non è quello a cui voleva arrivare?»
«No», gli dissi, in tutta onestà. «Credevo che stesse con Paul Vaughan.»
Fece una strana espressione, quasi mi compatisse per la mia ignoranza.
«Sì, era la ragazza di Paul. E la mia. E Dio solo sa di chi altro. Ci avreb-
be invitati a trasferirci tutti da lei, se avesse avuto abbastanza spazio. Do-
vevamo attendere il nostro turno. Mi sembra sorpresa. Non si sarà lasciata
ingannare dall'atteggiamento compassato e decoroso che ha assunto ades-
so, vero? Io me la ricordo bene. Credo che all'epoca si scopasse qualsiasi
uomo che avesse anche solo un vago legame con la scena artistica di Du-
blino. Incluso lo stesso Felix, forse. In effetti, la cosa non mi stupirebbe.
Oh, ma vedo che questa non è una novità, per lei.»
Era così facile leggermi in viso?
«Sembra amareggiato.»
«Non finì bene, tra me ed Alice. Io l'amavo. Volevo che fosse mia. Non
mi andava giù il fatto che la sua camera da letto fosse più affollata della
Grand Central Station all'ora di punta. Alla fine, non riuscii più a soppor-
tarlo. Fui costretto ad andarmene, prima di ridurmi come Paul. Gli faceva
fare tutto quello che voleva.»
Fissò Ireland's Eye, gli occhi strizzati, la fronte corrugata. .. come se
stesse ricordando qualcosa che avrebbe preferito restasse sepolto nel passa-
to.
«Ma ancora non capisco che cos'abbia a che fare tutto questo con quanto
è accaduto a Felix. Si è suicidato, no? Non so perché l'abbia fatto e, since-
ramente, non m'interessa. Non rappresenta più niente, per me.»
«La sorella è convinta che sia stato assassinato.»
Nye scoppiò a ridere.
«Be', è tipico di Alice. È sempre stata portata per il melodramma. Le co-
se semplici non erano abbastanza, per lei.»
«Gina dice la stessa cosa.»
«Gina? E chi sarebbe?»
«Non ha importanza.»
«Quindi... Alice pensa che sia stato io?»
E questa da dove gli era uscita?
«Non mi ha parlato di lei.»
«Davvero?»
«Davvero. Non l'ha mai nominata.»
Non potrei affermarlo con certezza, ma sembrò quasi deluso.
«Allora... come ha saputo di me?»
«Stavo facendo qualche ricerca, ed è saltato fuori il suo nome. Sto solo
tentando di raccogliere più notizie possibili su Felix, per conoscerlo un po'
meglio. E parte del mio lavoro consiste nello scoprire chi ha avuto contatti
con lui.»
«Non sarà per via di quella storia assurda che raccontava, vero?»
«Storia assurda?»
«Sì, Felix diceva che uno di noi era un assassino. Lo ripeteva in conti-
nuazione e il risultato fu che cominciammo a guardarci in cagnesco. E la
sorella era uguale. Ne aveva un milione, di storielle come quella. Una volta
mi disse che qualcuno la pedinava. Dopo un po', imparai a non credere più
a quei due. Se davvero c'era un omicida, in quella casa, era uno dei Berg.
Non mi stupirei se si venisse a sapere che furono loro a far fuori la vecchia
zietta, per poter mettere le mani sull'eredità.»
«Io, in realtà, pensavo a Lucy Toner.»
«Chi?» chiese stupito.
«La ragazzina che viveva dietro l'angolo. Lei fu assassinata.»
Annuì.
«Sì, adesso ricordo. Se non sbaglio arrestarono un pervertito...»
«Già... e lui si proclama innocente.»
«Non lo fanno tutti?»
Come dargli torto?
«Un'altra storia appartenente al passato», disse. «Felix, Alice. E adesso
quella ragazzina. Non so che razza di fandonie le abbia raccontato quella
donna; comunque, non m'interessa. Mi sono lasciato tutto alle spalle, tanto
tempo fa. Questa è la mia vita. Ho il mio negozio. E una moglie, Tricia.
Un figlio piccolo. Il resto non conta.»
Il suo sguardo tornò all'isola. Sembrava un naufrago che si aggrappava a
uno scoglio. E Ireland's Eye brillava misteriosa alla luce radiosa, del tutto
indifferente a lui.

28

Lawrence Fisher mi chiamò mentre stavo tornando in città, per chieder-


mi se ci saremmo visti per cena.
«Che cosa è successo a Miranda? Una lite fra innamorati?»
«Non ricominciare. E, comunque, ci sarà anche lei», mi disse. «Ah... ho
già chiamato Grace, dovrebbe farcela. Allora? Che ne dici?»
«Posso forse rifiutare?»
Dopotutto, avrei avuto la possibilità di consultare Miranda riguardo a
Felix.
Decidemmo di trovarci da Nemo's. Non l'avevo mai sentito nominare,
ma Fisher mi spiegò come arrivarci. Non aveva idea di quello che avrem-
mo mangiato, dal momento che era stata la dottoressa a prenotare il tavolo,
ma nutriva grandi speranze al riguardo. L'appuntamento era per le nove.
Il che mi lasciava un bel po' di tempo per passare da Burke. Mi fermai
per strada, per prendere qualche ciambella e due tazze di caffè scadente.
«Non hai una casa, Saxon?»
«È così che accogli i tuoi clienti?»
«Per la maggior parte, sì.»
«Non mi meraviglia che tu non riesca a vendere niente.»
Gli passai il caffè, a cui lanciò un'occhiataccia, quasi fosse avvelenato.
In effetti, dopo averlo assaggiato, mi resi conto che non si era allontanato
molto dalla verità. Alle ciambelle riservò un'accoglienza migliore: ne prese
una e la divorò in due bocconi. Poi ne prese una seconda, mentre con l'altra
mano cercava di spazzare via lo zucchero dai pantaloni.
«Sai una cosa? Queste non sono niente male», commentò con la bocca
piena. «Sono gratis o vuoi qualcosa in cambio?»
«Un libro, tutto qui.»
«Allora sei nel posto giusto. Autore?»
«Paddy Nye.»
«Mai sentito nominare.»
«Nemmeno io, prima di stamattina. È un fotografo. Un amico di Felix.
Qualche anno fa ha pubblicato un libro su Ireland's Eye. È un'isola», ag-
giunsi, notando la sua espressione vuota.
«So benissimo che cos'è. Ma non credo di avere nulla del genere. Credi
forse che tenga una copia di tutte le opere in circolazione? Non ho abba-
stanza spazio. Di questi tempi, qualsiasi nullità pubblica dei libri. Non pos-
so stare dietro a tutti, la vita è troppo breve.»
«Era una raccolta di fotografie.»
«Ok, dimmi il titolo, faccio una ricerca al computer. È tutto catalogato lì
dentro, da qualche parte. Libri ancora in circolazione, esauriti, richiesti o
non richiesti. Se esiste, lo troverò. Lascia fare a queste magiche dita.»
Prese la terza ciambella e si diresse verso la sua scrivania.
«Eye», gli dissi. «Si intitola così.»
«Eye, di Nye... Orecchiabile», commentò, premendo qualche tasto. «Ec-
colo qua», esclamò, qualche istante dopo. «Pubblicato dieci anni fa, auto-
finanziato, esaurito da un sacco di tempo. Se vuoi, posso provare a recupe-
rartene una copia, ma potrebbero volerci settimane. Ed è anche piuttosto
caro. Sai cosa ti dico? Proprio perché sei tu, non ti addebiterò il costo della
ricerca.»
«La tua generosità mi commuove.»
«Aspetta un momento», aggiunse. «Qui ho un altro titolo... di un certo
P.F. Nye. Sarà la stessa persona? Forse questo ce l'ho.»
Si alzò e si diresse verso una parete dall'altra parte del negozio; abbassò
gli occhiali a lenti bifocali che teneva sulla testa, per esaminare meglio gli
scaffali.
«Questa è la sezione dedicata a Dublino: guide della città, mappe, quel
genere di cose, insomma», disse, mentre dava un'occhiata. «C'è anche u-
n'intera serie di volumi di storia locale, pubblicata da una compagnia da
due soldi, che ha sede qui in città. Secondo il catalogo, uno di essi dovreb-
be essere stato scritto da questo P.F. Nye. Dovrei averlo... Ah, eccolo.»
Afferrò un libriccino sottile e me lo lanciò. Aveva più l'aria di un pam-
phlet, in effetti.
«Il delitto di Ireland's Eye. Un riesame», lessi ad alta voce. «A che cosa
si riferisce?»
«Mi dimentico sempre che ci sono molte cose che non sai. A volte mi
chiedo perché vivi qui, visto che non hai alcun interesse per questa città.»
«La gente di Dublino mi ama tanto da supplicarmi di restare.»
«Allora è per questo», disse. Poi indicò il libro. «Si riferisce a un famoso
omicidio commesso sull'isola, il secolo scorso. Anzi, dovrei dire due secoli
fa, non mi entra proprio in testa. D'altra parte, non posso ricordarmi di tutti
i dettagli. Un tizio uccise la moglie; no, forse la polizia lo arrestò, ma lui
era innocente. E poi venne impiccato... o rilasciato, non ne sono sicuro.»
«Come testimone saresti perfetto.»
«Non ho mai detto di essere un esperto», ribatté Burke. «Senti, perché
non gli dai un'occhiata e vedi se può esserti di qualche utilità?»
Spostai lo sguardo sul libro: una pubblicazione economica, senza prete-
se. In copertina c'era una stampa a nero di seppia del Diciannovesimo se-
colo: Ireland's Eye vista da Howth Harbour. Il nome dell'autore era proprio
P.F. Nye, ma di lui non si diceva molto. C'era solo una brevissima nota
biografica. «L'autore vive a Howth ed è un noto studioso di storia locale.»
Davvero?
Lo aprii e cominciai a leggere, mentre fuori il traffico scorreva lento, e i
clienti entravano e uscivano dal negozio; parlavano sottovoce, come spes-
so accade nelle librerie.
Il pamphlet riportava la storia di una giovane donna trovata morta in u-
n'area di Ireland's Eye, nota come Long Hole. Era il 1857. Il cadavere era
adagiato su un lenzuolo: il petto era squarciato da un taglio, un rivolo di
sangue fuoriusciva dalle orecchie. Inizialmente, si pensò che fosse annega-
ta; in tutta onestà, mi riusciva difficile capire come potessero essere giunti
a un simile verdetto, dal momento che il decesso per annegamento è molto
difficile da individuare, persino ai giorni nostri. Soltanto in un secondo
momento il marito era stato arrestato con l'accusa di averla strangolata. Fu
riconosciuto colpevole e condannato all'ergastolo. Uscì vent'anni dopo.
Succede spesso agli assassini, in questa parte del mondo.
Da allora, l'omicidio era diventato una sorta di caso celebre tra gli storici
locali, la maggior parte dei quali sembrava pensare che la donna fosse
semplicemente annegata, e che il marito fosse stato vittima di un errore
giudiziario. Nye era dello stesso parere, anche se, dal mio punto di vista,
una simile teoria non spiegava in che modo il cadavere fosse finito su un
lenzuolo, adagiato con cura. Il mare non ha l'abitudine di ricomporre le sue
vittime.
In ogni caso, ormai non aveva più alcuna importanza. Quello che m'in-
curiosiva, piuttosto, era l'interesse di Nye nei confronti degli errori giudi-
ziari. Forse era legato in qualche modo alla condanna di Isaac Little?
Mentre ero lì, seduta, mi resi conto che volevo parlare con questo tizio; e
per farlo avrei dovuto tirare di nuovo in ballo Boland, sopprimendo il sen-
so di colpa che provavo per un simile sfruttamento. Forse, muovendo
qualche filo, sarebbe riuscito a farmi ottenere un pass per Mountjoy. E io
avrei incontrato uno dei figli di Howth... di certo non il prediletto.
Stavo per infilare una mano in tasca per prendere il cellulare, quando
provai quella sensazione indefinita e inspiegabile che avverti quando sai di
essere osservata.
Probabilmente era solo quel dannatissimo gatto, pensai, alzando gli oc-
chi. Invece, il mio sguardo incrociò quello di un uomo, fermo in un angolo
in fondo al negozio.
Il corpo era rivolto verso uno scaffale di libri, uno dei quali era aperto,
nelle sue mani. Le dita erano sospese, e una pagina era rimasta sollevata,
come se avesse iniziato a voltarla e se ne fosse dimenticato. Il viso era gi-
rato nella mia direzione. Rimase alquanto sorpreso quando sollevai lo
sguardo, facendogli capire che l'avevo notato. Per un istante, non riuscì
nemmeno a guardare altrove; e, quando lo fece, fu solo per lanciarmi u-
n'occhiata furtiva subito dopo. Mi chiesi da quanto tempo mi stesse osser-
vando.
Era alto e indossava un abito elegante, gessato, e un paio di scarpe luci-
de. Teneva un soprabito ripiegato sul braccio. Aveva i capelli corti. E ai
suoi piedi c'era una valigetta. Al collo, una cravatta perfettamente annoda-
ta. Se mi fossi avvicinata abbastanza da vedergli le mani, probabilmente
avrei notato anche le unghie ben tenute e curate. Non mi sembrava il tipo
che veniva a curiosare in una libreria dalle pretese rivoluzionarie come
quella di Burke, e forse questo contribuiva a giustificare il suo imbarazzo
mentre se ne stava lì, in piedi. Oppure, si era semplicemente accorto che
adesso ero io a fissarlo. Il viso era immobile, l'espressione non era cambia-
ta, sembrava quasi che stesse disperatamente cercando di non far trapelare
nulla... come se stesse contando i secondi che lo separavano dal momento
in cui avrebbe potuto chiudere il libro, riporlo sullo scaffale e andarsene.
Com'era prevedibile, un momento dopo richiuse il volume; ma non lo
rimise al suo posto. Si chinò per prendere la ventiquattrore e si avviò al
bancone, dove Burke stava cercando di mettere un po' d'ordine tra le fattu-
re mensili con l'aiuto di una minuscola calcolatrice; era ridicolo, mentre
con quelle dita grassocce cercava di pigiare un solo tasto alla volta.
Prese il libro dalle mani del tizio con il completo gessato e sollevò la co-
pertina per controllare il prezzo. Quindi lo infilò in un sacchetto di carta,
prese la banconota dell'uomo e gli diede il resto. Per tutto il tempo, rimasi
in attesa dell'occhiata successiva.
Allora?
Niente. L'estraneo evitò di sollevare lo sguardo, anche quando passò ac-
canto alla mia sedia. Aprì la porta e se ne andò.
Mi alzai in piedi e attraversai la stanza, diretta verso la vetrina. Guardai
la sua schiena, mentre si allontanava lungo il molo: andava in città. Se a-
desso si volta a guardarmi, pensai, significa che avevo ragione.
Sì.
Proprio quando stava per scomparire tra la folla, si girò: fissò la vetrina
della libreria. E me.
I nostri occhi si incontrarono.
Poi sparì.
Dunque, avevo visto giusto.
Già... ma a che proposito?
Forse, dopotutto, quello che era accaduto lì dentro significava qualcosa.
«Cos'è, adesso ti sei messa a spiare i miei clienti?» fece Burke, alle mie
spalle.
«Mi stava osservando», risposi, continuando a tenere d'occhio la strada,
nel caso fosse tornato indietro.
«Osservare non è un crimine. E tu offri una bella visuale. Adesso un
uomo non può nemmeno guardare una donna, senza essere considerato un
possibile stupratore? Lui non può sapere che sei dell'altra sponda.»
«Non mi riferivo a una comune occhiata.»
«E a cosa, allora?»
«Non lo so.» Per una volta, dicevo sul serio, non era un semplice tentati-
vo di scoraggiare ulteriori domande. Forse non avrei reagito in quel modo,
se la sera prima qualcuno non mi avesse messo a soqquadro l'appartamen-
to.
Però era successo. Ed era un fatto che non potevo cambiare e che, per un
po', avrebbe influenzato il mio modo di vedere le cose, rendendomi più che
mai sospettosa.
«Hai idea di chi sia quell'uomo?» chiesi a Burke, mentre tornavo verso il
bancone, pensierosa, e vi appoggiavo il pamphlet di Nye.
«Mai visto prima. Ma ha acquistato un libro, così, in nome della fratel-
lanza internazionale, sono disposto a concedergli il beneficio del dubbio.»
«E questa da dove ti è uscita? Fratellanza internazionale?...»
«Ha preso una copia del Grundrisse.»
«Puoi ripetere?»
«Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica.»
«Dacci un taglio e spiegami di che cosa diavolo stai parlando.»
«Karl Marx, sorella. Ha comprato un libro di Karl Marx.»
«E capita spesso che un tizio in completo gessato venga qui a comprare
un testo di Marx?»
«Più spesso di quanto potresti pensare. Grazie alla posizione che occu-
pano, riescono a vedere il sistema dall'interno. E sanno che puzza.»
«Qualcosa che puzza c'è di sicuro.»

29

Miranda Gray. Era come me l'ero aspettata? Difficile a dirsi. In effetti,


non mi ero fatta nessuna idea, al riguardo. Alta, distinta, i capelli lunghi e
rossi. Indossava vestiti costosi, ma non lo dava a vedere; la classica donna
che sa sempre che cosa mettersi per essere perfetta, dando l'impressione di
non preoccuparsene affatto. La classica donna accanto alla quale mi senti-
vo sempre vagamente inadeguata, come se fosse a conoscenza di un segre-
to che nessuno mi aveva rivelato.
Io, invece, mi mettevo la prima cosa che trovavo nell'armadio. E si ve-
deva. Grace me lo faceva notare spesso, per prendermi in giro.
«Dov'è Grace?» mi chiese Fisher, quando ci incontrammo davanti all'in-
gresso.
«Qualcuno si è introdotto in obitorio.»
Un'altra effrazione.
Ero paranoica a pensare che i vari episodi fossero collegati?
«Probabilmente è stato solo un gruppo di ragazzini», gli spiegai. «Forse
cercavano qualche sostanza stupefacente. Ma il posto è un disastro, sembra
che abbiano messo tutto sottosopra. I risultati delle autopsie sono sparsi
ovunque. Il medico legale è agitatissimo. Grace è dovuta andare là, per as-
sicurarsi che non manchi niente di importante.»
«Quanto le ci vorrà?»
«Forse anche tutta la notte, a giudicare da quello che ho sentito.»
«Un tavolo per tre, allora», concluse Lawrence.
Niente Fitzgerald, dunque; e, come se non bastasse, Miranda sembrava
uscita da una commedia sofisticata alla Noel Coward. Ero alquanto diffi-
dente, riguardo all'andamento della serata. Mi ci volle un po', prima di riu-
scire a parlare senza problemi con la dottoressa. Inizialmente, lasciai fare a
Fisher: era molto bravo a mettere le persone a proprio agio, forse per meri-
to delle ore trascorse in compagnia di qualche psicopatico.
Era una qualità di cui non potevi fare a meno, quando avevi a che fare
con certa gente... se non volevi correre il rischio di essere portato via in
una sacca per cadaveri.
Mentre parlavano, studiai attentamente il menu.
Pesce, pesce e ancora pesce. Oh, e cos'era questo? Non mi dire... pesce!
Dovevo ammetterlo, denotava una certa coerenza.
Una volta fatte le ordinazioni, l'imbarazzo cessò. Miranda si rivelò una
donna molto gradevole. La mia preoccupazione maggiore era stata quella
di dovermi sorbire interminabili discorsi di lavoro fra psicologi, o, peggio,
una conversazione tra amici che parlavano di persone che per me non si-
gnificavano nulla.
Ma Miranda sembrava voler discutere soltanto di Alice.
«Fisher mi ha detto che le ha chiesto di indagare sulla morte del fratel-
lo», esordì.
«Non la metterei proprio così. Ho le mie ragioni per interessarmi a que-
sta faccenda.»
«Così mi incuriosisce.»
«Forse anche la mia è soltanto curiosità.» Di certo non avevo nessuna
intenzione di parlarle di Sydney. Fisher non poteva averle raccontato nul-
la... o forse sì? «A quanto pare, non ho niente di meglio da fare, per impie-
gare il mio tempo.»
«La sua vita è diventata monotona, dopo che ha lasciato l'FBI?»
«Era l'unica cosa in cui fossi davvero brava. Ma a un certo punto non ce
la feci più, e dovetti mollare. Mi sarei dovuta prendere sei mesi, un anno, e
poi tornare. Invece scrissi un libro e tagliai tutti i ponti, per essere sicura
che non potessero riprendermi.»
«È un'abitudine, per lei?»
«Intende quella di distruggere ciò che mi lascio alle spalle? Può scom-
metterci. Ma non è una cosa a cui penso spesso. E, di sicuro, non mi va di
parlarne con una psicologa.»
«Saxon è contraria alla terapia», le spiegò Fisher.
«Già», ammisi. «Forse è per indulgenza verso me stessa. Voglio dire,
non le capita mai di annoiarsi, ascoltando in continuazione i problemi degli
altri? La mancanza di affetto da parte della madre, il senso di fallimento...
Per non parlare dell'interpretazione dei sogni.»
«Non è così male», disse ridendo. «Non sempre sono così prevedibili.
Le persone e i sogni, intendo. E poi, ci sono anche un paio di benefici ad-
dizionali.»
«Come la paga, per esempio», borbottò Fisher. «Se ripenso a tutti quegli
anni passati in carcere, a lavorare sedici ore al giorno come uno schiavo,
per uno stipendio da fame quando, invece, mi sarei potuto rimpinzare oc-
cupandomi delle fissazioni freudiane di qualche ricco narcisista che ha bi-
sogno di fingere di vivere un dramma personale... Certa gente dovrebbe
trovarsi un lavoro, così non avrebbe tempo per queste cose.»
«Fisher, inizi a parlare come me», gli feci notare.
«Non si preoccupi per lui», intervenne Miranda, in un tono dolce e
scherzoso. «È una disgrazia, per la sua professione. E credo che ne vada
fiero, ogni tanto. Comunque, non credo che in quegli anni tu abbia sofferto
la fame, Lawrence. Almeno a giudicare dal tuo giro vita.»
Gli sorrise, benevola. Poi allungò un braccio e gli strinse la mano.
Si scambiarono una breve occhiata, e io non potei fare a meno di chie-
dermi se tra loro fosse davvero finita, come sosteneva Fisher.
Era già abbastanza strano sentirlo chiamare per nome...
«Le dispiace se le faccio una domanda?» le chiesi.
«Spari.»
«Chi dei due fratelli venne da lei per primo?»
«Alice. La conobbi anni fa, quando vivevo a Howth.»
«Anche lei è di Howth?»
«Non sono nata lì. I miei sono di Londra, ci trasferimmo qui quando ero
ancora una ragazzina. Abitavamo a Howth, vicino alla casa dei Berg, pro-
prio dietro l'angolo. Ma me n'ero già andata da diversi anni, quando iniziai
a vederla in qualità di terapista. E Felix si rivolse a me soltanto un anno
più tardi. Ci volle diverso tempo, prima che cominciasse a rilassarsi e ad
aprirsi, e a ricavare qualche beneficio dalle sedute.»
«Fu la sorella a persuaderlo?»
«L'impressione era quella. Alice crede profondamente nella psicanalisi.
Legge tutti i libri giusti, fa le domande giuste... Direi che mi dà un bel da
fare.»
«Un lavoro duro.»
«Sì, più che con altri pazienti. È davvero intelligente. Molto più di Felix,
penso. Ma, forse, non dovrei dirlo. Lui era intuitivo, creativo, abile nel
pensiero laterale. Alice, invece, ha una visione più chiusa, e profondamen-
te intellettuale. È una donna formidabile.»
«Avevano una relazione sessuale?» Andai dritta al punto.
«Vuoi sapere se andavano a letto insieme?» intervenne Fisher. La mia
domanda l'aveva scioccato, povero caro.
«Non fare l'ingenuo», gli dissi. «Succede più spesso di quanto tu non
creda.»
«Non nella mia famiglia», rispose. «Del resto, non hai visto mia sorella.
Piuttosto, divento gay. Senza offesa», si affrettò ad aggiungere.
«Tranquillo. Allora?» invitai Miranda.
«Mi dispiace. Non credo che sarebbe corretto affrontare tale argomen-
to.»
«L'etica professionale è un concetto nuovo, per Saxon», le spiegò Fisher.
«Devi darle il tempo di abituarsi alla novità. Ma, anche ammesso che an-
dassero a letto insieme», proseguì, fingendo di rabbrividire al solo pensie-
ro, «che cos'ha a che fare questo 'dettaglio' con i dubbi intorno alla morte
di Berg?»
«È solo una riflessione. Poniamo che i due avessero una relazione. For-
se, per Alice sarebbe più difficile accettare l'idea del suicidio. La rabbia,
l'amarezza e la gelosia potrebbero spingerla a cercare un altro responsabi-
le, per alleviare il suo senso di colpa per non essersi resa conto della situa-
zione.»
«Niente male», osservò Fisher. «Dovresti fare la psicanalista.»
«La prenderò come un'offesa, anche se immagino che per te non lo sia.»
«Riesco a vedere dove vuole arrivare», disse Miranda. «Una teoria affa-
scinante. Ma...»
«...non può divulgare i dettagli relativi ai suoi clienti, giusto? Capisco.»
No, in realtà non capivo affatto. Risolvere il mistero della morte di Felix
era più importante del rispetto del segreto professionale, no? D'altra parte,
poteva essere sconveniente, per una terapista, parlare delle complicazioni
sessuali dei suoi pazienti a cena. Avrebbe potuto nuocere alla sua attività.
«Crede che Alice potrebbe arrivare a uccidersi?»
«No, non direi. Non mostra i caratteristici segni premonitori. È una don-
na dura. Ma non si può mai sapere. Felix aveva una personalità fragile, non
era stato difficile capirlo. Era sull'orlo di una crisi. Comunque non mi sarei
comunque aspettata che arrivasse a togliersi la vita. È sempre uno choc,
quando un tuo paziente si suicida. È un po' come prendere uno schiaffo, è
come se ti dicesse che non sei in grado di aiutarlo.»
«Per questo è andata da Gina? Per trovare delle risposte?»
Bevve un sorso di vino, prima di rispondermi. Sembrava pensierosa.
«Tenga presente una cosa: Felix faceva due sedute la settimana, della
durata di un'ora ciascuna. Che cosa sapevo, veramente, di lui? Se volevo
capire che cos'era successo, dovevo parlare con le persone che gli erano
state vicine. Scoprire che libri leggeva, quali film guardava, conoscere le
sue storielle preferite. E avevo bisogno di sapere con chi andava a letto.»
«Il che ci riporta alla sorella...»
Sorrise.
«Ci risiamo: sta di nuovo provando a farmi rivelare qualche indiscrezio-
ne, vero?»
«Voi psicanalisti non spiattellate mai qualche aneddoto sui vostri pa-
zienti?»
«Solo tra colleghi. Così teniamo la follia in famiglia.» Scoppiarono a ri-
dere tutti e due, da buoni amici. Mi sentii esclusa. La stessa sensazione che
provavo nei confronti dei colleghi di Grace. Ti sembra sempre di essere
fuori posto; proprio come mi aveva detto Felix quella sera, al telefono. Lo
spettro che disturba la festa.
Decisi di provare una tattica diversa, per evitare di annegare nell'auto-
commiserazione.
«Disse ad Alice che il fratello le aveva confidato di essere l'Uomo di
Marx?» le chiesi.
«Fisher! Gliel'hai detto?»
«Mi dispiace.»
Era imbarazzato quanto un ragazzino sorpreso a rubare le caramelle.
«E tu che facevi la predica a Saxon, riguardo all'etica professionale. ..
Dovresti ripassarti qualche principio. E non disturbarti a fornirmi una giu-
stificazione.»
«Non avevo alcuna intenzione di farlo. Lasciami soltanto aggiungere che
l'ho detto a lei e al sovrintendente capo Fitzgerald, in buona fede. Anche
loro vogliono sapere che cosa è successo.»
«Oh, be'. Comunque non m'importa», disse Miranda, tranquilla. «I se-
greti possono consumarti, e io non ho alcuna voglia di custodire il suo. E
poi, Saxon, se Lawrence le ha raccontato quell'episodio, le avrà anche det-
to che io, all'epoca, condussi una piccola indagine per conto mio, e scoprii
che non poteva trattarsi di lui.»
«E lo disse a Felix?»
«No. Non potevo. Doveva aver avuto le sue buone ragioni, per confi-
darmi una cosa tanto bizzarra. Pressarlo poteva essere controproducente.
Decisi di aspettare che fosse lui a parlarne, quando si fosse sentito pronto.
Ma non tornò più sull'argomento.»
«Non le confessò nient'altro?»
«Qualche altro omicidio, intende? Assolutamente no. Perché avrebbe
dovuto?»
«Una persona incline ad autoaccusarsi di crimini che non ha commesso,
probabilmente fabbricherà anche confessioni fasulle.»
«Capisco quello che intende. Nel caso di Felix, però, lo escludo.»
«Una serie di delitti è sufficiente per chiunque», commentò Fisher.
«E non disse nulla ad Alice?»
«Certo che no. Una volta mi trovavo in centro a fare spese, e la vidi se-
duta al tavolo di un caffè. Andai a salutarla. Stava leggendo un articolo
sull'Uomo di Marx, e scambiammo quattro chiacchiere sul caso. Le solite
cose, sapete: quanto fosse orribile quello che stava accadendo, come nes-
suno potesse ritenersi al sicuro... Io cercai di adottare un tono casuale, co-
me se a spingermi fosse soltanto la curiosità. Le dissi che Felix me ne ave-
va parlato, e lei mi confermò che ne era ossessionato.»
«Ma tu continuasti a credere che non fosse coinvolto», intervenne Fi-
sher.
«Te l'ho detto. Sapevo che aveva un alibi per almeno uno degli omicidi.
Fu la stessa Alice a dirmi che il fratello si trovava all'estero, all'epoca del
primo delitto. Alla fine, decisi che la sua ossessione non era provocata dal
senso di colpa, ma da qualcos'altro. Avete visto le sue opere. La disloca-
zione, la percezione delle persone come appartenenti a una massa in-
differenziata, l'orrore davanti alla mancanza di individualità nella società
moderna. Un cacciatore come l'Uomo di Marx -perdonatemi il gergo, ma
ho fatto qualche lettura di approfondimento, nel mio tempo libero - ha la
stessa visione degli esseri umani. Conclusi che, probabilmente, Felix aveva
percepito una sorta di affinità filosofica, voleva esplorarla, voleva sapere
come mai, mentre lui aveva scelto di esprimere artisticamente tale aliena-
zione, un'altra persona si era trasformata in un serial killer. Ma le mie sono
solo speculazioni. Gli psicanalisti sono spesso accusati di perdersi nei det-
tagli, di voler vedere significati anche dietro le cose più semplici... e di
pensare che queste ultime rimandino sempre a qualcos'altro. È possibile
che l'interesse di Felix derivasse soltanto dall'enorme spazio che televisio-
ne e giornali dedicarono, e continuano a dedicare, all'Uomo di Marx. È un
bombardamento continuo di notizie.»
«Dunque è questo che pensa, adesso?»
«No. Non più. Credo che sapesse davvero qualcosa, e che stesse cercan-
do di condividere con me quelle informazioni. Voleva che andassi più a
fondo, ma io non lo feci. Probabilmente, scambiò il mio distacco profes-
sionale per disinteresse. Ho tradito la sua fiducia.»
«Alice si accusa della stessa cosa», le dissi.
Miranda tacque. Riprendemmo a mangiare.
Poco dopo, si alzò per andare alla toilette.
«Che ne pensi?» mi chiese Fisher, mentre la guardavamo serpeggiare fra
i tavoli, diretta verso la porta.
«Penso che insieme facciate una bella coppia.»
«Per una volta sii seria, Saxon.»
«Ma lo sono. Se Laura vi vedesse in questo momento, inizierebbe a pre-
occuparsi.»
Non obiettò. Tutto quello che disse fu: «Devo continuare a rammentarti
che la nostra è una relazione puramente platonica?»
«Devo essere franca? Ho paura di sì, Fisher.»

30

Mentre raggiungevo la mia auto, dopo essere uscita dal ristorante, chia-
mai Grace al Dublin Castle. Non l'avevo più sentita dopo la sua telefonata
per avvertirmi che non si sarebbe unita a noi.
Sei squilli. Poi, qualcuno sollevò la cornetta.
«Non hai ancora finito?» dissi.
Ma a rispondermi fu Boland.
«Saxon, è lei? Ho provato a contattarla. Ho pensato che avrebbe voluto
sapere...»
C'era qualcosa nella sua voce... una punta di panico. Il sangue mi si
ghiacciò nelle vene.
«Boland, cosa c'è? Cos'è successo?»
«Non lo sa? L'Uomo di Marx ha colpito ancora.»
«Cosa? Dov'è Grace?»
«In ospedale.»
Forse il mio cervello aveva qualche problema: quello che mi stava di-
cendo sembrava non avere alcun senso. Avevano sparato a Grace? Riuscii
a strappargli che si trovava al St. James's, prima di dirgli che mi sarei pre-
cipitata sul posto.
«Ma, Saxon...»
Impaziente, riattaccai.
Non avevo tempo da perdere.
Dovevo andare da lei, e in fretta.
Feci di corsa i pochi passi che mi separavano dalla jeep, saltai al volante
e, in retromarcia, mi immisi sulla strada, ignorando le furiose proteste de-
gli altri automobilisti. Passai con il rosso il primo semaforo e mi diressi a
tutta birra verso l'ospedale.
Il St. James's era un enorme edificio vittoriano vicino al fiume, e ospita-
va il pronto soccorso più grande di Dublino. Non c'ero mai stata prima, ma
sapevo che davanti c'era un ampio parcheggio, e che la strada per arrivarci
era costeggiata da una lunga fila di auto posteggiate una dietro l'altra, quasi
fossero incollate. Dovevo andare piano, per evitare di mettere sotto qual-
cuno. E la cosa mi rese ancora più ansiosa.
Se le fosse successo qualcosa...
Tutto quello a cui riuscivo a pensare era la frase che le avevo detto quel-
la mattina: che stava incominciando a parlare come Draker. L'intenzione
era stata quella di ferirla, e c'ero riuscita. Adesso, mi sembrava una cosa
talmente infantile...
Alla fine, abbandonai la jeep in una strada laterale e corsi verso l'entrata
principale. Con la coda dell'occhio, vidi le radiomobili della polizia, schie-
rate nel parcheggio. Le luci lampeggiavano, imitando un rassicurante batti-
to cardiaco. Ma il mio unico pensiero era arrivare alla porta.
Entrare.
Ero già a metà scala, quando mi sentii afferrare per una manica. Mi vol-
tai, furiosa, per liberarmi della persona che stava rallentando la mia corsa,
chiunque essa fosse, e mi trovai davanti Patrick Walsh.
«Ehi, dolcezza. Avevo ragione, sei tu. Perché tanta fretta?»
«Devo vedere Grace.»
«Il capo è di sopra», mi disse piuttosto confuso.
«Lo so», gli risposi secca. «È per questo che sono qui. Boland mi ha det-
to che cosa è successo.»
«Allora non ti ha spiegato come stanno le cose. Tu credevi che?...» Non
finì la frase. Evidentemente, la mia espressione non lasciava dubbi, in pro-
posito.
«Vuoi dire che... Grace sta bene?»
«Sta parlando con un tizio, tutto qui. Cristo, adesso capisco perché eri
così scioccata. Pensavi che fosse successo qualcosa a lei?»
«Boland ha accennato all'Uomo di Marx, credo di non avergli dato la
possibilità di...»
Mi vennero in mente le sue ultime parole: Ma, Saxon...
Tipico della sottoscritta: salto sempre alle conclusioni.
«Andiamo», fece Walsh, «troviamo un posto dove sederci. Ti spiegherò
tutto.»
Mi guidò fino alla sua macchina; mi sedetti dal lato del passeggero con
le gambe fuori, mentre lui rimase in piedi, appoggiato alla portiera: teneva
d'occhio l'entrata dell'ospedale, nel caso ci fosse stato bisogno del suo in-
tervento. Mi sentivo abbastanza sollevata. Per un attimo, provai quasi l'im-
pulso di farmi una risatina.
«Il capo è di sopra, insieme a Healy. Hanno portato qui quel tizio all'in-
circa mezz'ora fa. Gli hanno sparato giù al fiume, questa sera. Aveva ap-
pena finito di lavorare. È una specie di mago, a quanto pare, fa giochi di
prestigio alle feste per bambini; tira fuori conigli dal cilindro... le solite co-
se, insomma. Andava verso la stazione; lungo la strada, si è infilato in un
bar, il Louis IX o qualcosa del genere. Secondo i testimoni, quando è uscito
gli si è avvicinata una figura vestita di nero; era dietro di lui, gli ha messo
una mano sulla spalla e ha fatto fuoco.»
«L'Uomo di Marx?»
«Anche in questo caso, non ne siamo del tutto sicuri. Ma tutto sembra
portare a lui.»
«Ma... che cosa fate qui?Perché non siete sulla scena del crimine?»
«Perché quell'uomo non è morto.»
«Vuoi dire che è ancora vivo?»
«A meno che non l'abbia ucciso il cibo dell'ospedale, dopo il ricovero.
Battuta pessima, scusa. Comunque, si rimetterà.»
«Chi è? Vi ha detto qualcosa?»
«Ai paramedici ha detto di chiamarsi Brook; ha dato il suo indirizzo e ha
chiesto di avvisare la moglie che non sarebbe tornato per cena. Le solite
frasi che si dicono quando ti becchi una pallottola. Ma quello che ha detto
dopo è decisamente più interessante: a quanto pare l'aggressore, chiunque
fosse, prima di premere il grilletto gli avrebbe sussurrato qualcosa al-
l'orecchio.»
«E cioè?»
«Io sono la mano morta.»
«E poi gli ha sparato? Come ha fatto quel tizio ad arrivare in ospedale e
a sopravvivere fino a questo momento, se il killer l'ha preso alle spalle e ha
fatto fuoco da una distanza praticamente nulla?»
«Gli ha sparato soltanto a una spalla.»
«Allora non aveva intenzione di ucciderlo. Non poteva fallire, gli era
praticamente addosso. Anche ammesso che uno non abbia mai preso in
mano una pistola, in simili condizioni non mancherebbe di certo il bersa-
glio. Quindi, voleva che la sua vittima sopravvivesse.»
«Lo so. Per questo il capo sta parlando con il mago, adesso. Vuole sco-
prire il più possibile sull'aggressione. Lui soffre molto. O, almeno, così di-
ce. I medici gli hanno somministrato dei sedativi. Forse è solo un po' scon-
volto. Traumatizzato: è questa l'espressione che si usa di solito, no? Non
capita tutti i giorni di beccarsi una pallottola, rincasando dal lavoro.»
Guardai di nuovo l'ospedale. Le finestre erano tutte illuminate. Dietro
una di esse c'era Grace, chiusa in una stanza insieme alla possibile solu-
zione di quel mistero.
Dieci minuti prima, avevo temuto che fosse morta. Adesso provavo in-
vidia per lei: era là dentro, a condurre la sua inchiesta, mentre io me ne
stavo lì, seduta nella macchina di Walsh, costretta ad ascoltare un resocon-
to di seconda mano. Non c'era davvero paragone.
Mi alzai in piedi, e mi voltai dall'altra parte. Non volevo più essere co-
stretta a vedere l'ospedale.
«Che cosa vi fa credere che si tratti dell'Uomo di Marx, questa volta?»
chiesi a Walsh.
«L'aggressore ha esploso un solo colpo, prendendo alle spalle la sua vit-
tima che, oltretutto, si trovava davanti all'ingresso di quel bar. Dopo aver
fatto fuoco, con assoluta freddezza, ha raccolto il bossolo. Il modus ope-
randi è lo stesso. Non solo, la pallottola sembra corrispondere a quelle ri-
trovate sulle scene precedenti.»
«I chirurghi sono riusciti a estrargliela?»
«Non ne hanno avuto bisogno. È entrata dalla spalla ed è uscita dall'altra
parte. Colpendo il muro si è scalfita, ma è stato ugualmente possibile ese-
guire un confronto.»
«Se si tratta davvero del serial killer, questa sarebbe la prima volta in cui
arriva a toccare la sua vittima», osservai pensierosa. «Potrebbe esserci
qualcosa, sulla giacca di Brook. Perché portava una giacca, no?»
«Era in maniche di camicia. Aveva passato l'ultima ora a intrattenere un
piccolo esercito di bambini di cinque anni, non gli serviva una giacca per
stare al caldo. La Scientifica ha infilato la camicia in una busta di plastica e
se l'è portata via, ma, dopo l'intervento di paramedici e dottori, alle im-
pronte già presenti si sono aggiunte quelle di altre dodici persone. Glie-
l'hanno dovuta tagliare, per arrivare alla ferita e arrestare l'emorragia. Se
vuoi il mio parere, gli esami non daranno alcun risultato.»
«È già qualcosa», dissi.
Ma Walsh non mi stava ascoltando. Guardava i gradini dell'ospedale;
improvvisamente, il tono di voce dei presenti si era fatto più alto. Girai la
testa per dare un'occhiata. Un gruppetto di agenti stava impedendo l'acces-
so a un giovane con una giacca bianca che cercava di raggiungere la porta.
Teneva le mani alzate, come se volesse mostrare che veniva in pace.
Voci arrabbiate.
«Sono un medico, ve l'ho già detto. Ho ricevuto una chiamata.»
«Di solito, quando viene al lavoro, porta con sé una macchina fotografi-
ca, dottore?»
«L'ho portata solo perché... perché una delle infermiere dà una piccola
festa di compleanno, più tardi. Mi ha chiesto di fare qualche foto.»
«A quanto pare, la stampa ha già saputo dell'ultima aggressione», osser-
vò Walsh disgustato. «Sarà meglio che vada a risolvere questa faccenda.
Tu starai bene, dolcezza, fino al mio ritorno?»
«Sì.»
Purché la smettesse di chiamarmi dolcezza.
Lo guardai correre verso la mischia, poi mi voltai, disinteressata.
Il circo si stava impadronendo della scena. Come sempre.
Ma ciò non significava che avrei dovuto assistere allo spettacolo.
Invece, mi accesi un sigaro e mi lasciai avvolgere da quel profumo fami-
liare. D'un tratto, mi sentii esausta, tutto quello che volevo era prendermi
un paio di pillole e tornare nell'oscurità. .. sperando, questa volta, di scivo-
lare in un oblio privo di sogni, e non nello stato febbrile e ansioso che ave-
vo dovuto sopportare in quell'ultimo periodo. Mi svegliavo sempre più
stanca di quando mi ero coricata.
Qual era il sogno ricorrente di quelle notti?
Acqua scura.
Senso di annegamento.
Un faro.
Il raggio di luce che si tinge di rosso. Rosso sangue.
Non ci voleva Miranda Gray per capirne l'origine.
Una cosa era certa: quella sera, avrei impiegato un po' di tempo a pren-
dere sonno. Il mio cervello stava cercando di assimilare i nuovi frammenti
di informazione. E di riordinarli.
Dovevo riuscire a dare una forma a quanto stava accadendo.
Un'altra aggressione, una vittima sopravvissuta... Se l'Uomo di Marx a-
veva lasciato vivere quel tizio, l'aveva fatto per una ragione ben precisa. E
l'unica ragione, dal mio punto di vista, era la seguente: voleva che quel-
l'uomo riferisse il suo messaggio.
Io sono la mano morta.
La mano morta.
Apparentemente, sembrava un'affermazione del tutto priva di senso. Ma
doveva pur esserci un significato. Forse l'Uomo di Marx aveva ripetuto la
stessa frase a tutte le sue vittime, prima di ucciderle? No... alcune erano
state colpite da una distanza che avrebbe impedito loro di sentirlo sussurra-
re.
Dunque, soltanto il mago era stato scelto come portatore del suo mes-
saggio.
Già, un messaggio il cui significato restava un mistero.
Mi sentivo frustrata. Tutta l'ansia che avevo provato prima, dopo aver
parlato al telefono con Boland, si era incanalata nei miei ragionamenti sul-
l'Uomo di Marx... Stavo disperatamente cercando di capire come tutto
questo potesse ricollegarsi alla morte di Felix Berg. Avevo passato tanto
tempo a cercare di unire in un solo filo due diverse sequenze di avveni-
menti... e adesso tornavano a dividersi, sfuggendomi tra le dita.
Non riuscivo a trovare un legame tra Felix e il mago.
Io sono la mano morta.
Mi alzai e guardai le ambulanze che andavano e venivano, andavano e
venivano... Il mondo non si ferma, per una sola vittima. Mi correggo, non
si ferma nemmeno davanti a un migliaio di vittime. I miei pensieri inizia-
vano a evaporare.
Cercare di ragionare su quanto stava accadendo era un po' come provare
a realizzare una scultura con l'acqua. Fui davvero sollevata quando, alla fi-
ne, la porta dell'ospedale si aprì e Grace apparve sulla soglia. Healy dove-
va essere rimasto dentro.
Si fermò un istante in cima ai gradini, assaporando l'aria; ogni tanto lo
faceva anche sul mio terrazzo, dopo una lunga giornata. Si ricompose.
Fu già abbastanza difficile non mettermi a ridere dalla gioia, quando la
vidi davanti a me, viva. Non poterle correre incontro, poi, fu una vera tor-
tura. Riuscivo ancora ad avvertire l'orrenda sensazione di panico di poco
prima, quando avevo temuto che fosse morta. Era un'eventualità a cui non
potevo e non volevo pensare, non volevo correre il rischio che l'immagine
di lei, ormai senza vita, rimanesse impressa nella mia mente, nascosta da
qualche parte, come quando salvi un file sull'hard disk di un computer e
quello rimane lì per sempre, anche quando pensi di averlo cancellato.
Invece, pensavo sempre alla mia morte.
Il mondo, senza di me, non sarebbe stato poi così diverso.
Non sarebbe stata una grave perdita.
Ma un mondo senza Grace...
Scese i gradini e si fermò ad ascoltare un giovane agente, accorso a rife-
rirle un messaggio. Annuì. Poi sollevò la testa e mi vide, accanto all'auto di
Walsh. Ero rimasta lì, in attesa che si accorgesse della mia presenza. Mi
sorrise: un sorriso sincero. Poi mi venne incontro, allontanandosi dal resto
della squadra.
«Ehi», mi salutò a bassa voce. Il che diceva tutto.
«Hai avuto fortuna, là dentro?»
«Non ricorda molto. È sempre rimasto di spalle. Stiamo cercando di
scoprire se è in grado di fornirci qualche particolare in più riguardo alla
voce. Potrebbe essere la prima, vera prova sul nostro assassino. Ma che
cosa può venirgli in mente, ancora? Dopotutto, è stato solo un sussurro.
Non ricorda nemmeno se fosse un uomo o una donna. Non ci ha saputo di-
re nulla sull'età, su un eventuale accento...»
«Sempre meglio di niente», cercai di rincuorarla.
«Di sicuro è meglio che starsene in obitorio a mettere a posto i risultati
delle autopsie insieme ad Alastair Butler. Sembra una mamma chioccia
con i suoi pulcini», disse. «Sfortunatamente, però, ci sono anche cattive
notizie. Healy crede di sapere a che cosa si riferisce quella frase sulla ma-
no morta. Dice che viene da una citazione di Marx, e non parlo di Grou-
cho.»
«Tremendo», dissi in tono casuale. Mi venne in mente il tizio nella libre-
ria di Burke; ma cercai di non coaere. Il fatto che un uomo che aveva ac-
quistato un testo di Marx si fosse messo a fissarmi non nascondeva neces-
sariamente un significato particolare. Soprattutto se, in quell'occasione, ci
trovavamo in un negozio specializzato in libri scritti da e su Marx, o che si
ispirano al suo pensiero.
Dopotutto, se entri in un negozio che vende formaggi, presumibilmente
comprerai latticini...
«Già, tremendo. Proprio quando pensavo di essermi tolta dai piedi Swe-
eney, e questa volta definitivamente.»
«Ha già saputo?»
«Ha già telefonato al commissario, dicendo che questa nuova aggressio-
ne conferma la sua teoria riguardo alla motivazione politica degli omicidi,
e che la sua unità dovrebbe assumere il controllo operativo delle indagini il
prima possibile.»
«Cosa c'è di politico nello sparare a un tizio che tira a campare estraendo
conigli da un cilindro, e sfilandosi nastri dalle orecchie?»
«Saxon, predichi a una convertita... Prova a spiegarlo a loro.»
«Il killer sta solo cercando di fornirci un'altra falsa pista. Gli basta legge-
re i giornali, o guardare la TV, per sapere che tra la Squadra omicidi e l'U-
nità antiterrorismo non corre buon sangue. Così, butta nel miscuglio un al-
tro pezzetto del suo manifesto comunista, tanto per creare un po' di agita-
zione, e...»
«Et voilà, come direbbe il nostro amico Brook.»
«Draker riassegnerà il caso a Sweeney, che darà inizio a un'altra caccia
ai rossi.»
«Il che non dispiacerà all'Uomo di Marx. Anzi, al cosiddetto Uomo di
Marx, dal momento che non è interessato alla teoria del vecchio Karl più
di quanto non lo sia io.»
Grace s'interruppe bruscamente, e aggrottò le sopracciglia.
«Che c'è?»
«Niente... non...» Aveva lo sguardo fisso sull'altro lato della strada, dove
si era radunata la solita folla di curiosi, non appena erano apparse le prime
auto della polizia.
Le voci si spargono in fretta.
Mi voltai anch'io. Ma ormai si era fatto buio, si intravedeva solo qualche
volto.
«Hai notato qualcuno?»
«Forse», disse. «Per un attimo mi è sembrato di vedere Alice.»

31

Il sovrintendente capo Fitzgerald indisse una conferenza stampa, tra-


smessa dal notiziario del mattino.
Stiamo seguendo una linea d'indagine ben definita... abbiamo raccolto
un certo numero di indizi che fanno sperare in una pronta risoluzione del
caso... siamo molto ottimisti, e presto vi aggiorneremo riguardo agli svi-
luppi dell'inchiesta...
Era davvero brava a mentire.
Il fatto che l'assassino si fosse servito di Brook per far avere un suo mes-
saggio era sicuramente positivo. Al contrario, bisognava preoccuparsi
quando spariva, nel silenzio. Forse ciò indicava la volontà, da parte sua, di
stabilire un contatto, per essere sicuro che il suo intento fosse chiaro a tutti.
E questo poteva aiutarci a scovarlo. Ma la strada era ancora lunga. In as-
senza di un movente preciso, la cattura di un serial killer diventa ancora
più difficile.
Se non addirittura impossibile.
E io avevo altri progetti, per la giornata. Ero al volante della mia jeep,
diretta verso nord. Destinazione: Mountjoy Prison. In ospedale, appena
prima che me ne andassi, Healy mi aveva preso da parte, e mi aveva passa-
to un pezzo di carta su cui erano scarabocchiati un nome e un numero. A-
veva saputo da Boland che stavo cercando di ottenere un colloquio con
Little; e lui conosceva le persone giuste. Mi avrebbero concesso soltanto
mezz'ora; ma, per come la vedevo, era sempre meglio di niente.
L'avevo detto a Grace, ma lei si era limitata a sollevare le mani, invitan-
domi a tacere.
«Non c'è bisogno che io lo sappia. In effetti, preferisco restarne fuori.
Dico davvero, preferisco non sentire quello che hai da dirmi. Fai quello
che devi fare. Solo, promettimi di stare attenta, ok?»
«Perché, non è quello che faccio sempre?»
«Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.»
Little sembrava ansioso di incontrarmi. Healy mi aveva detto che non ri-
ceveva molte visite. Correzione: non ne riceveva nessuna.
Mi avvicinai ai cancelli con quel vago senso di paura che avvertivo
sempre nei pressi di una prigione; c'era qualcosa di particolarmente triste,
nel carcere di Mountjoy. Bastavano tre parole per descriverla: disperazio-
ne, miseria, depressione. Le pietre erano così nere che nemmeno la pioggia
avrebbe potuto renderle più scure. Diedi il mio nome alle guardie, che mi
perquisirono per assicurarsi che non stessi introducendo merce di contrab-
bando, anche se l'unica droga che avrei voluto procurare a uno come Isaac
Little era il cianuro. E solo se avessi avuto la possibilità di somministrar-
gliela personalmente. Quindi mi fecero passare sotto il metal detector, per
essere sicuri che non avessi armi con me, e mi guardarono con quell'aria
sospettosa, per capire se... non lo so.
Forse credevano di scorgere un'intenzione maligna semplicemente con
lo sguardo?
Alla fine, decisero che ero abbastanza inoffensiva e si affrettarono a
farmi entrare nell'edificio. Percorsi un corridoio; poi un altro e così via, fi-
no a ritrovarmi in uno stanzino privo di finestre.
Sicuramente non ero nella normale sala destinata ai colloqui, ma d'al-
tronde, non era orario di visite. L'arredamento consisteva soltanto in un ta-
volo e due sedie. Non c'era nemmeno l'acqua. Alla parete era attaccato un
foglio, con l'orario dei turni. Sopra la porta, un cartello verde con la scritta
VIETATO FUMARE.
In un angolo, un ragno morto era rimasto appeso alla sua stessa ragnate-
la.
«Se avesse bisogno di qualsiasi cosa», mi disse il secondino, «prema
questo.» Mi mostrò il bottone sotto il tavolo, che attivava l'allarme. «Cer-
chi di farlo solo in caso di reale necessità. Lei non dovrebbe trovarsi qui.
Vi terrò d'occhio attraverso la griglia.»
Se ne andò.
Mi accesi un sigaro; poi notai nuovamente il cartello di divieto. Proba-
bilmente temevano che i detenuti si ammalassero di cancro e facessero
causa all'amministrazione per averli esposti al fumo passivo. Povere, fragi-
li e delicate creature.
Del resto, non avevo alcuna voglia di far scattare un allarme.
A malincuore, spensi il sigaro.
E aspettai.
Passò un secolo prima che la porta si aprisse, e Isaac Little facesse il suo
ingresso.
La guardia lo fece sedere.
«Bene, Isaac. Adesso, niente stupidaggini.»
«Con queste?» fece lui, sollevando i polsi ammanettati. «Averne la pos-
sibilità sarebbe già qualcosa.»
Era sorprendentemente magro, raggrinzito; i suoi movimenti sembrava-
no furtivi, con quelle mani sottili e ossute e le dita scarne, simili a sonde
mediche. I denti in gran parte guasti, il mento grigio ricoperto da chiazze
sporgenti di barba corta e ispida, che si grattava in continuazione, quasi
sapesse di avere compagnia. I capelli, Usci e flosci, ricordavano un ciuffo
di erbaccia paludosa. Da quando si era seduto, non aveva smesso un attimo
di tirare su con il naso. Gli occhi non stavano mai fermi. La pelle, opaca e
secca, appariva macchiata. Continuava a passarsi la lingua sulle labbra, era
disgustoso, sembrava una lucertola.
Quell'uomo mi ripugnava. Sapevo che avrei dovuto fare uno sforzo per
controllarmi. Avevo incontrato gente anche peggiore, ma nell'essere che
avevo davanti c'era qualcosa di rivoltante, di marcio.
La sua anima emanava un fetore; e non era il classico tanfo delle persone
malvagie. No. Isaac Little aspirava ancora alla vera cattiveria, nel frattem-
po doveva accontentarsi di aver raggiunto una malignità di serie C. È un
luogo comune, nel corso delle indagini poliziesche, ritenere che i pedofili
siano del tutto simili alle persone normali, quanto all'aspetto. Nel caso di
Little, non era così. C'era qualcosa di malsano, nel suo sguardo, che mi fa-
ceva sentire infetta e sporca. Il classico tipo da cui avresti cercato istinti-
vamente di proteggere il tuo bambino, se l'avessi incontrato per la strada.
Era difficile credere che gli avessero permesso anche solo di avvicinare
un piccolo innocente: la sua malvagità, che lo avvolgeva come un'aura, era
palpabile.
Mi chiesi se fosse sempre stato così. Magari aveva aspettato di finire
dietro le sbarre, prima di dare libero sfogo alla sua vera personalità. Qui
dentro non aveva più motivo di fingere. Una volta uscito, si sarebbe potuto
rimettere la maschera.
Mi squadrò, più di una volta. Ma le sue occhiate lascive erano prive di
entusiasmo. Dovevo essere troppo vecchia, per lui. A giudicare dal suo
dossier, avrei dovuto avere trent'anni di meno per suscitare dell'interesse in
lui.
Ripetei mentalmente l'elenco delle generalità e delle imputazioni che
Boland mi aveva letto quella mattina, al telefono.
Violenza su minore. Istigazione di minore a intrattenere attività sessuali.
Procura o favoreggiamento di violenza su minore. E questo era solo l'ini-
zio. Aveva costretto una bambina ad assistere a un atto sessuale; con un'al-
tra aveva avuto un rapporto carnale, dietro il pagamento di una somma di
denaro. Era stato accusato di esibizionismo e di voyeurismo. Aveva avuto
rapporti con una ragazzina di quindici anni. Ed era noto alle autorità per
aver prodotto, distribuito, stampato e pubblicato materiale pornografico:
protagonisti, ovviamente, i bambini. Una grande quantità dello stesso ma-
teriale era stato ritrovato anche nella sua abitazione.
Viviamo davvero in un mondo meraviglioso.
E non era tutto: per due anni aveva lavorato in un istituto di cura per ma-
lati mentali, e anche lì i reati si erano accumulati. Istigazione all'attività
sessuale nei confronti di una persona con disturbi mentali o con gravi pro-
blemi di apprendimento. Violenza su una persona con i medesimi proble-
mi. Favoreggiamento dello stesso reato, attraverso istigazione, minaccia e
truffa.
Prima dell'omicidio di Lucy Toner, però, non sembrava aver commesso
nessun atto violento su minore anche se, in effetti, ogni sua azione poteva
essere considerata tale. In ogni caso, ciò non significava che non ne fosse
capace.
«Che cosa vuole?» mi chiese improvvisamente.
Niente chiacchiere inutili, quindi. Fantastico. Non mi attirava l'idea di
dover trovare qualche argomento per rompere il ghiaccio con quell'uomo.
E poi, di che cosa avremmo potuto parlare? Della questione mediorientale,
della Borsa, dei metodi più efficaci per educare un bambino perché diventi
un depravato?
Le solite cose di cui parlano le persone educate a cena.
«Voglio farle qualche domanda su Lucy. Se la ricorda?»
«Ma certo che me la ricordo. L'ho uccisa io, no?» Il sarcasmo gli goccio-
lava dalla punta della lingua, come veleno da una siringa. «Ho fatto sdraia-
re quel delizioso bocconcino in mezzo alla sabbia e l'ho soffocata, mentre
le infilavo l'altra mano nelle mutandine... sì... era così soffice e calda...
Davvero una mattinata stupenda.»
Ghignò, guardandomi negli occhi. Stava cercando di impressionarmi.
Mi sforzai di rimanere impassibile.
Questa era la parte che avevo sempre trovato più difficile. Fisher riusci-
va a fare quel genere di cose senza alcun problema: incontrava killer e per-
vertiti, e conversava con loro come se stesse parlando del tempo con un e-
straneo alla fermata dell'autobus. Al primo cenno di disapprovazione, si
chiudono a riccio, e mostrano gli aculei. Devi farteli amici; devi superare i
loro meccanismi di difesa, se vuoi scoprire davvero qualcosa.
Io, invece, non ero mai stata molto brava, a stento riuscivo a nascondere
quello che sentivo. Il mio interlocutore lo percepiva e tra noi si formava un
muro. In quel momento la mia ostilità nei suoi confronti era palese, e sa-
pevo che anche lui se n'era accorto. Ma Little non si chiuse a riccio. Pro-
babilmente, era passato molto tempo dall'ultima volta in cui aveva ricevuto
una visita, e voleva capire dove poteva portare tutto questo. Era curioso,
voleva sapere che cosa ne avrebbe ricavato. Non era disposto a correre il
rischio di rinunciare a tutto, subito.
Quindi, non era completamente privo di autocontrollo.
Peccato che non l'avesse mai usato in presenza dei bambini.
«Non credo che sia stato lei a ucciderla», gli dissi con la dovuta cautela.
«Lo so. Me l'hanno detto. È l'unico motivo per cui ho accettato di veder-
la.»
«Allora, perché non comincia a dirmi che cosa fece quel giorno?»
«Rimasi a letto, per lo più. Stavo prendendo delle medicine, dormivo
sempre, mi alzavo solo per mangiare o per farmi una pisciata. Mi alzai alle
quattro e scesi in cucina per farmi un boccone; non vidi anima viva. Me ne
tornai a letto. Il giorno dopo, la polizia venne a bussare alla mia porta; fui
trascinato via da un ispettore in cerca di promozione che, per qualche ra-
gione, non mi aveva preso in simpatia. Mi accusò di aver ammazzato una
ragazzina che viveva in fondo alla strada.»
«Ed è assolutamente sicuro di non essere stato lei?»
«Me ne ricorderei, se l'avessi fatto. Ho una buona memoria per i piccoli
dettagli come questo. Facce. Numeri di telefono. Omicidi commessi.»
«Ha detto che stava prendendo delle medicine...»
«Sì. Ma, che io ricordi, non ho mai fatto del male a un bambino in tutta
la mia vita.»
«Violenze carnali escluse.»
Esitò.
«Queste sono parole sue», disse.
«Perché, lei quali userebbe?»
Fece una lunga pausa, prima di rispondere.
«Io amavo quei bambini. E loro amavano me. Non può capire.»
«Perché non sono una pervertita, intende?»
Si raddrizzò. «Anche un pervertito può essere orgoglioso di sé, lo sape-
va?»
«Pervertiti del mondo, unitevi! Non avete nulla da perdere, a parte le vo-
stre catene.»
«Sì, qualcosa del genere.»
Ghignò, mostrandomi tutti i suoi denti guasti.
«Senta, così non va, stiamo solo perdendo tempo. Sono venuta qui per-
ché mi interessa scoprire qualcosa riguardo alla morte di Lucy. Lei si di-
chiara innocente, e io le credo. Adesso voglio che mi dica chi sarebbe, se-
condo lei, il vero colpevole.»
«Io so chi l'ha uccisa.»
«Davvero?»
«È stato uno di quei tipi che vivevano nella casa in cima alla strada.
Giovani hippy, pieni di soldi. Stavano in una specie di comune.» Fece an-
che una battuta: «Libero amore, fratello».
«E che cosa le fa pensare che sia stato uno di loro?»
«Perché fu lui a dirmelo. Felix.Il fotografo.»
«Felix?»
«Già. Mi scrisse una lettera, subito dopo la condanna. Me la spedì qui, in
carcere. Voleva venire a trovarmi, aveva qualcosa da dirmi. Sapeva che
non c'entravo affatto con quell'omicidio.»
«Proprio come me.»
«Sì, ma lui non era così sexy.»
Lo ignorai.
«Gli permise di venire?» incalzai.
«E perché non avrei dovuto? Conoscevo sua sorella. Avevo avuto qual-
che problema, subito dopo il trasferimento a Howth. Ero appena uscito di
prigione. Avevo scontato qualche annetto per furto, avevo rapinato un
farmacista, non ricordo più dove...» Non mi guardava negli occhi, forse
non immaginava che avessi letto il suo dossier, e che sapessi esattamente il
morivo per cui era stato dentro. «Quando la gente del posto venne a saper-
lo, per me cominciarono le scocciature.» Non mi riusciva difficile crederlo.
«A loro non andava giù la mia presenza; dicevano che abbassavo il tono
del quartiere, e facevo crollare i prezzi degli immobili.»
«Alice, invece, non si unì al coro. Dico bene?»
«Mi portava della roba. Cibo. Vino fatto da lei. Libri. Passava di lì e me
li lasciava.»
«E perché lo faceva? Non gliel'ha mai detto?»
«Era convinta che ciascuno di noi avesse diritto a una seconda possibili-
tà. Diceva che avevo pagato per i miei errori e avevo bisogno di un po'
d'incoraggiamento per tornare a condurre una vita virtuosa.»
Adesso vomito, pensai.
«Non le ha mai raccontato della collezione di fotografie di bambini nudi
che teneva nella stanzetta al piano di sopra? E della stupenda vista sul par-
co giochi?»
«Che le devo dire? L'argomento non è mai venuto fuori.»
Già, sarei pronta a scommetterci, pensai. Ancora una volta rimasi stupita
davanti alla facilità con cui persone intelligenti e colte come Alice erano
disposte a bersi tutte quelle stronzate sulla redenzione e le seconde possibi-
lità. Offrire un'altra chance a un mostro come Isaac significava soltanto
permettergli di rovinare la vita di qualche altro bambino.
«Mi sorprende che non sia venuta a trovarla lei stessa. Per una tazza di
caffè, magari con qualche biscotto.»
«Credevo che fosse dalla mia parte», fu la sua risposta, sgradevole e
piagnucolosa.
«Le ho detto che non penso che sia stato lei a uccidere quella ragazzina;
ma questo non significa che la consideri una specie di eroe, o che debba
fingere che non abbia commesso tutte le altre nefandezze di cui è stato ac-
cusato. Non può negarlo: per la polizia rappresentava un bersaglio perfetto.
Era naturale che il suo nome saltasse fuori e, a quel punto, le prove erano
tutte lì, pronte a inchiodarla. Non aveva un alibi, e il suo malsano interesse
sessuale nei confronti dei bambini era già piuttosto noto. Non può aspettar-
si che siano tutti comprensivi come Alice. A proposito, non mi ha ancora
detto come mai non è venuta a trovarla di persona.»
«Felix mi disse che era sconvolta», mi spiegò imbronciato, «e che se n'e-
ra andata. Sarebbe venuto lui, al suo posto. Ma mi assicurò di avere il pie-
no appoggio della sorella. Sì, testuali parole. Me lo disse la prima volta che
venne qui.»
«E anche lui le portò vino fatto in casa e biscottini?»
Evidentemente, no.
«Mi confidò che sapeva per certo che a uccidere la ragazzina era stato
qualcuno che viveva sotto il suo stesso tetto; voleva aiutarmi a provare la
mia innocenza. Stava raccogliendo informazioni. Aspettava di averne ab-
bastanza, prima di presentarle alle autorità. Mi disse che aveva già parlato
dei suoi sospetti con la polizia, ma loro non ne avevano voluto sapere. Pe-
rò lui aveva del denaro, una montagna di denaro, e avrebbe pagato qualcu-
no per scoprire quello che era successo veramente. Avvocati, investigatori
privati... tutto quello che poteva servire, insomma.»
«Non gli importava che lei rappresentasse una minaccia per i bambini?»
«Gli importava la mia innocenza.»
«Sì, questo l'ha già detto. E poi? Che cosa accadde?»
«Si fece sentire ancora un paio di volte, per dirmi che ormai era vicino
alla soluzione. Poi, più niente. Gli scrissi due lettere, chiedendogli di met-
tersi in contatto con me. Ma non ricevetti alcuna risposta.»
«Che cosa pensa che sia successo?»
«Forse aveva ricevuto un avvertimento dalla polizia. A volte lo fanno,
sa? Oppure gli avevano dato dei soldi. La stessa polizia, magari, per te-
nermi dentro; o il vero assassino. Pensai che avesse individuato il colpevo-
le, e che avesse deciso di coprirlo per ragioni di convenienza. Piuttosto che
mettersi contro di lui, era meglio lasciarmi qui dentro a marcire.» Il tono di
voce incominciava ad alzarsi. «Poi iniziai a credere che fosse stata tutta
una presa in giro, che avesse provato piacere nell'alimentare le mie false
speranze.»
«E adesso? Adesso che cosa pensa?»
Si soffermò a considerare la domanda.
«Penso che sapesse perfettamente chi aveva ucciso quella puttanella, e
che avesse smesso di aiutarmi per un motivo ben preciso.»
«Immagino che sappia che Berg è morto.»
«Sì, l'ho sentito», rispose, come se volesse mettere fine alla questione.
«Immagino che per lei non sia stata una grande perdita.»
«Quando una persona ti promette il suo aiuto e poi ti ignora per anni,
perdi qualsiasi attaccamento nei suoi confronti. Si è sparato. Bella roba.
Vuole sapere qual è l'unica cosa che mi dispiace? Il fatto di non essere sta-
to io a premere il grilletto. Probabilmente aveva di nuovo ficcato il naso in
affari che non lo riguardavano, e qualcuno è stato pagato per farlo fuori.
'Fanculo, Berg.»
C'era qualcosa, in quello che mi aveva detto Little. Felix aveva indagato
sulla morte di Lucy, e, quando era ormai vicino alla verità, aveva ricevuto
delle minacce. Poi si era messo sulle tracce dell'Uomo di Marx... ed era
morto.
Forse si era lasciato spingere dalla curiosità una volta di troppo.
Aveva esaurito le vite, come i gatti.
«Vuole sapere come la vedo io?» riprese Little. «C'è il karma: tutto quel-
lo che fai torna a perseguitarti. Se non dai il tuo aiuto a chi ne ha bisogno,
non ci sarà nessuno a darti una mano, quando sarai tu a trovarti in difficol-
tà. Quello che fai, ti torna indietro moltiplicato per sette. Già, ti arriva drit-
to dritto su per il culo.»
«E, secondo lei, a Felix sarebbe successo questo?»
«Cazzo, io lo spero, signora. Lo spero proprio.»
32

Finalmente lasciai Isaac Little e tornai alla luce del mondo esterno. Quel
breve incontro mi sarebbe bastato per tutta la vita. Non ero sicura di poter
sopportare l'ipotesi di una seconda visita.
D'altra parte, ero abbastanza convinta che non sarei riuscita a tirargli
fuori nulla di più, e questo nonostante l'esiguità delle informazioni che a-
vevo ricavato da quel colloquio. Ero pronta ad affrontare la durissima pro-
va di altre sei, dieci, cento sedute, respirando la stessa aria che respirava
lui, nella speranza che prima o poi mi rivelasse un particolare che servisse
a ripagare i miei sforzi?
Little, manco a dirlo, era ansioso di rivedermi. Avevo fatto di tutto per
reprimere il mio disprezzo, imponendomi di usare le parole giuste... senza
arrivare a provare disgusto per me stessa.
Conosceva l'opinione che avevo di lui, e sapeva che non avrei fatto una
piega se fosse morto per combustione spontanea davanti ai miei occhi. Ma
voleva ugualmente la mia attenzione. Il che me lo rendeva ancora più o-
dioso, ammesso che ce ne fosse stato bisogno. La mia unica speranza era
che credesse davvero che l'avrei aiutato, e che rimanesse amaramente de-
luso. Non c'è niente di più efficace, se si vuole abbattere il morale di un
detenuto che deve scontare una lunga condanna. Con un po' di fortuna, a-
vrei sconvolto il suo equilibrio mentale, e quel piccolo e tenace bastardo
avrebbe finito con l'impiccarsi alle sbarre della finestra.
La mia paura, però, era di trovare qualche elemento che provasse davve-
ro la sua innocenza. E, a quel punto, che cosa avrei fatto? Quell'uomo rap-
presentava un pericolo troppo grande per i bambini; non mi sarei goduta
nemmeno il mio piccolo trionfo per aver riparato a un errore giudiziario.
Era sufficiente ripensare all'elenco delle imputazioni, per sapere che razza
di mostro avrei rimesso in libertà. E la lista si sarebbe sicuramente allunga-
ta, se Little fosse tornato in circolazione; quelli come lui non si fermano,
non possono fare a meno della propria depravazione, è come una droga. E
non ero sicura di poter sopportare un simile peso sulla coscienza.
Di certo non avrei perso il sonno, se avessi lasciato che restasse in carce-
re per qualcosa che non aveva commesso: tenerlo dietro le sbarre era l'uni-
ca cosa che contava. Ma ciò, forse, significava lasciare a piede libero il ve-
ro assassino di Lucy Toner.
Un'ipotesi altrettanto temibile.
I miei pensieri si fecero progressivamente più cupi, mentre tornavo in
città; presi una scorciatoia tagliando per Bridge Street, ma non feci un
grande affare, quella parte della città era intasata dal traffico, e la situazio-
ne non accennava a migliorare.
Per passare il tempo, chiamai Boland dal mio cellulare, e lo misi in vi-
vavoce.
«Pronto?»
Telefonavi a una persona e ti rispondeva sempre qualcun altro. Questa
volta si trattava di una donna.
E non sembrava esattamente felice di sentirmi.
«Chi?» ripeté quando le dissi chi ero.
«Voglio solo parlare un momento con Boland.»
Un sospiro.
«Resti in linea.»
Passò la cornetta al sergente. «È una donna», gli disse fredda.
«Boland», fece lui, piuttosto confuso.
«Sergente, sono io... Saxon.»
Sentii il tono smorzato della sua voce mentre, coprendo il microfono con
la mano, mormorava: «Non è una donna, è solo Saxon».
Grazie, davvero carino.
Avevo proprio bisogno di una simile dimostrazione di fiducia.
«Chi è che mi ha risposto?» gli chiesi.
«Cassie. Chi pensava che fosse?»
«Vivete insieme, adesso?»
«Non per molto, ora che ha sentito la sua voce al telefono.»
«Le dica che non ha niente da temere, da parte mia. Non sono nemmeno
una donna.»
«L'ha sentito?»
«Ogni singola parola, una bella iniezione di autostima.»
«Be', lei sa che cosa intendevo. E poi, considerando l'orario inopportu-
no...»
«Ben mi sta, allora.» Controllai l'orologio sul cruscotto. «Anche se, in
effetti, è la prima volta che mi sento dire che mezzogiorno è un orario i-
nopportuno.»
«È riuscita a vedere Isaac Little?» mi domandò cambiando discorso.
«È appunto per questo che la chiamo. Ho bisogno di chiederle una co-
sa.»
Gli raccontai ciò che avevo sentito da Little, riguardo all'amicizia con i
fratelli Berg.
«Di Alice non sono in grado di dirle nulla», rispose, «ma riguardo a Fe-
lix si sbaglia. Non ha mai presentato nessuna rimostranza, in difesa di Lit-
tle. Venne interrogato durante le indagini, ma non disse nulla a proposito
dei suoi sospetti. E non lo fece nemmeno in seguito.»
Perché a questo mondo niente è mai come sembra?
«È andato a cercare in archivio?»
«Sì, non appena ho saputo che aveva intenzione di recarsi alla Mountjoy
Prison. Nessuna dichiarazione da parte di Berg, né fra gli appunti sul caso,
né all'interno dei dossier relativi ai vari interrogatori. Non si è mai pronun-
ciato riguardo all'innocenza o alla colpevolezza di Little. Anzi, a quanto mi
risulta, dichiarò di non conoscerlo affatto.»
«Alice, però, doveva conoscerlo bene, se quello che mi ha detto lui è ve-
ro.»
«Appunto, se», sottolineò Boland. «Quel tizio ha abusato di bambini in-
nocenti. Quelli come lui sono dei bugiardi provetti. Sono peggio dei politi-
ci. Non puoi credere a una sola parola di quello che dicono.»
«Ma perché mai avrebbe dovuto inventarsi quella storia su Felix?»
«Lo sta chiedendo a me? Non lo so proprio. Forse vuole dare più credi-
bilità alla sua causa. Vuole che provi dispiacere per la sua ingiusta con-
danna.»
«Rimarrà scioccato, se pensa davvero che ciò sia possibile.»
Già, ma allora perché non mi aveva chiesto il motivo del mio interesse,
dal momento che non avevo cercato di nascondergli il disprezzo che pro-
vavo nei suoi confronti? Non lo stavo circondando di premure, a differenza
di Alice e Felix; e a spingermi non era certo l'ansia di difendere i suoi dirit-
ti civili.
Forse stava giocando anche con me?
«E che mi dice delle persone che vivevano dai Berg? Paul Vaughan?
Paddy Nye? Che cosa dichiararono? Conoscevano Isaac Little?»
«Paul Vaughan non fu mai interrogato. All'inizio non era disponibile,
poi le accuse vennero convalidate, e la sua dichiarazione sarebbe stata una
pura formalità. Nye, invece, si limitò a confermare le parole di Berg: erano
insieme, quando la ragazzina venne uccisa.»
«Quindi, ammettendo che il colpevole sia Nye, Felix l'avrebbe coperto?»
Nessuna risposta.
«Boland? È ancora lì?»
Ma da qualche parte, a Dublino, il segnale si era interrotto.
Probabilmente, era rimasto bloccato nel traffico.
Mi chinai sul clacson, unendomi al coro degli automobilisti.

Mi ci volle un'altra ora per arrivare al mio appartamento, dove, natural-


mente, non c'era nessuno ad aspettarmi.
Per prima cosa, ascoltai i messaggi in segreteria; in effetti, quella fu la
seconda. Istintivamente, appena varcata la soglia, controllai che qualcun
altro non avesse approfittato della mia assenza per mettere di nuovo a soq-
quadro la casa.
Il primo era di Grace che mi chiedeva del colloquio con Little. Il secon-
do, di Fisher che mi comunicava il nome dell'albergo in cui avrebbe allog-
giato, dal momento che aveva accettato di trattenersi ancora qualche gior-
no per aiutare la polizia a decifrare il misterioso messaggio dell'assassino;
il terzo, della dottoressa Gray che mi ringraziava per la piacevolissima se-
rata, aggiungendo che avremmo dovuto rifarlo, prima o poi. E l'ultimo...
Mi ci volle un secondo per riconoscere la voce.
Gina.
L'ex ragazza di Felix.
In lacrime.

«Mi sento così stupida, adesso», disse tirandosi indietro per farmi entra-
re. La stanza era buia. Da una finestra socchiusa arrivava una ventata d'aria
fredda, e le pagine di un libro fluttuavano come le piume di un uccello mo-
rente. «Probabilmente non è niente. Davvero. Non c'era bisogno che venis-
se fin qui, io sto bene.»
«È per questo che ha chiuso tutte le imposte? Perché sta bene?»
Fece un sorriso stentato.
«È solo che... ho avuto l'impressione che qualcuno mi stesse osservan-
do.»
«Posso vederla?»
Attraversò la stanza e, da un cassettone, tirò fuori la busta che aveva ri-
cevuto quella mattina.
«Non sapevo chi altri chiamare», si scusò. «Poi mi sono ricordata che lei
era stata qui, e mi aveva lasciato il suo numero di telefono. Allora sono
andata a cercarlo e...»
«È tutto ok», dissi, temendo che ricominciasse a piangere. Mi sentivo
sempre a disagio, davanti a una persona in lacrime. «Coraggio, mi faccia
dare un'occhiata.»
Mi passò la busta.
Gina.
Non c'era scritto nient'altro.
«Quindi non è stata spedita.»
«Qualcuno l'ha infilata nella buca delle lettere mentre ero fuori. Il posti-
no era già passato. Io sono uscita per andare a comprare il latte e, quando
sono tornata...» Non riuscì a finire la frase. Le tremavano le mani. «Chiun-
que l'abbia scattata, mi stava tenendo d'occhio», concluse in un sussurro.
La busta era spiegazzata, ed era stata strappata lungo il lato superiore;
scostai i due lembi e vi infilai l'indice. Dentro c'era una foto: un'istantanea,
come quella che era scivolata fuori dai ritagli di Felix. E come quella che
avevo trovato attaccata alla parete del mio soggiorno.
Questa, però, ritraeva Gina, con gli stessi vestiti che indossava adesso;
stava uscendo dal cancello e portava una borsa a tracolla e un paio di oc-
chiali da sole appoggiati sul capo. L'immagine era parzialmente oscurata
da una motocicletta parcheggiata davanti all'ingresso, ma era lei, non c'e-
rano dubbi. Chiunque l'avesse scattata, doveva trovarsi dall'altra parte della
strada, accanto alla cabina del telefono.
«Deve aver atteso che mi allontanassi, ha fatto la foto, ha aspettato che si
sviluppasse, l'ha infilata nella busta, ha attraversato la strada e l'ha messa
nella buca delle lettere, perché la trovassi al mio ritorno.»
Si era fermato soltanto per squarciare la fotografia con la punta di un
coltello. Un pensiero che preferii tenere per me.
E il taglio era esattamente sul viso di Gina.
«Quanto tempo è rimasta fuori?»
«Non saranno stati più di cinque minuti. Dieci al massimo. Il negozio è
in fondo alla strada.»
Tutto il tempo necessario.
«E, tornando indietro, non ha notato niente?»
«Non ci ho fatto caso... ma no, nulla di strano.»
«Un estraneo? Un'auto che non conosceva?»
«Questa è una strada trafficata, lo vede anche lei. La gente va e viene. Ci
sono sempre parcheggiate macchine e bici sconosciute. I posteggi dovreb-
bero essere riservati ai residenti, ma nessuno fa caso ai cartelli. Per me sa-
rebbe impossibile notare qualcuno. Un estraneo, intendo.»
Rimisi la fotografia nella busta e feci per restituirgliela.
Ma Gina la allontanò con una mano.
«Non la voglio», disse. «La tenga lei. La bruci, ne faccia quello che vuo-
le. Non m'interessa.» Improvvisamente, sollevò lo sguardo e fece un passo
indietro; un camion in transito aveva fatto tremare violentemente i vetri
della finestra.
Aveva ragione. Era una strada molto trafficata.
«Se vuole, posso consegnarla alla polizia.»
«È proprio necessario?»
«Lettere di minaccia, fotografie... Sicuro, le autorità devono essere mes-
se al corrente.»
Avrei potuto dirle che raramente un episodio del genere restava isolato,
ma a che scopo? Era già abbastanza spaventata. E poi, nemmeno io davo
retta ai miei consigli.
In ogni caso, non mi stava ascoltando.
«Chi è che mi sta facendo questo?» esclamò supplichevole, lo sguardo
sempre fisso sulla finestra. «Che cosa vogliono?»
«Non lo so. Ma ho sentito che a Strange è successa la stessa cosa.»
«Anche la sua fotografia aveva uno squarcio?»
«Non l'ho vista. Me l'hanno riferito. Mi hanno detto che l'immagine era
stata deturpata, quindi suppongo di sì. Credeva che fossi stata io a mandar-
gliela.»
«Lei? E perché mai avrebbe dovuto fare una cosa simile?»
«E un altro? Che motivi avrebbe?»
Si fermò a riflettere, per un momento.
«Lo sa, sono quasi sollevata, è confortante sapere di non essere l'unica.»
Avrebbe detto così, se avesse immaginato che quella poteva essere solo
la prima di una serie? Secondo il legale di Strange, l'uomo le riceveva re-
golarmente.
E la cosa riguardava anche me. Felix, Strange, Gina e la sottoscritta: c'e-
ra uno schema, dunque. All'inizio avevo pensato che avesse qualcosa a che
vedere con l'Uomo di Marx, per via dell'ossessione di Berg. E se, invece, il
legame fosse stato un altro? Forse la spiegazione era molto più vicina a
noi.
Poi mi venne in mente Alice, che non rispondeva alle mie telefonate.
E che non si faceva trovare quando passavo da lei.
Anche lei aveva paura? Anche lei stava ricevendo quelle fotografie?
«Dovrei provare di nuovo a parlare con Alice», dissi senza pensare. E
Gina si irrigidì immediatamente.
«Alice», ripeté sprezzante.
«Lo so che voi due non andate d'accordo, ma questa storia potrebbe ri-
guardare anche lei, è giusto che sappia...»
«Forse sa anche troppo.»
«Che cosa sta cercando di dirmi?»
«Niente. Niente. Oh, al diavolo! Lo sa che cosa voglio dire. Non posso
negare di aver pensato che dietro tutto questo ci fosse lei. È l'unica persona
che mi odi abbastanza da farmi una cosa del genere. L'unica che vorrebbe
vedermi soffrire. E poi...»
«Cosa?»
«Be', non crede anche lei che solo una donna potrebbe arrivare a tanto?»
Aveva ragione.
Messaggi malevoli.
Lettere minatorie anonime.
Un'arte in cui le donne sono maestre.
Non potei fare a meno di pensare a Grace, che aveva creduto di ricono-
scere Alice in mezzo alla folla di curiosi radunatisi davanti al St. James's
Hospital, la sera prima.
E poi c'era anche un'altra cosa.
Una cosa che mi tormentava.
Frugai nella tasca in cerca del cellulare, prima di ricordarmi che l'avevo
lasciato a casa.
«Posso usare il telefono?» le chiesi.
Se la domanda l'aveva colta di sorpresa, non lo diede a vedere.
«Ma certo. È laggiù.»
«Sì, l'ho visto.»
Si ritirò in un'altra stanza, mentre sollevavo la cornetta e componevo il
numero.
«Mi tolga una curiosità, Strange», dissi, quando alzò il ricevitore. «Chi
ha scattato quelle deliziose foto sadomaso esposte nella sua galleria?»
«Chi parla?»
«Non mi avrà già dimenticata, spero! Dopo avermi fatto recapitare una
lettera così carina dal suo avvocato.»
«Saxon, immagino.»
«Sono commossa, si è ricordato di me. Dunque esiste ancora qualche
speranza, per la nostra relazione.»
«Sta commettendo un grave errore», disse. «L'avevo avvertita di starmi
alla larga.»
«No, lei mi aveva intimato di smettere di importunarla, se la memoria
non m'inganna. Da quando una telefonata amichevole costituisce una for-
ma di molestia?»
«Sto riattaccando.»
«No, non lo farà. Invece, mi dirà chi è l'autrice delle immagini appese
nel suo negozio.»
«È una galleria. E, come credo di averle già detto, la persona in questio-
ne desidera rimanere anonima. E io non discuto con nessuno degli affari
privati dei miei artisti. Di certo non ho intenzione di farlo con lei. Come
osa chiamarmi e...»
«È Alice, non è vero?»
Silenzio.
«Quegli scatti sono di Alice Berg.»
«Lei è pazza. Adesso metto giù.»
«Sicuro, così può telefonarle per avvertirla che la sua identità segreta
non è più così segreta.»
Nessuna risposta. Ma questa volta non si era trattato di un problema di
linea. Vincent Strange aveva riattaccato.

33

Possibile che Alice fosse realmente coinvolta in tutto questo? Era stata
davvero lei a inviare quelle fotografie minatorie a Strange e a Gina? E a-
veva avuto un ruolo anche nella morte del fratello?
Di sicuro, stava nascondendo qualcosa: a me, a Strange, a tutti.
Cambiava continuamente la sua versione.
A Grace aveva chiesto che il corpo del fratello le fosse consegnato il
prima possibile; a me aveva confidato i suoi sospetti riguardo alle circo-
stanze del decesso. Aveva taciuto riguardo all'esistenza di un'ex fidanzata.
E aveva ostacolato i tentativi di Boland di scoprire qualcosa di più su Fe-
lix. E poi c'era quell'apparizione fuori dall'ospedale, la sera prima, quando
era stata ricoverata l'ultima vittima dell'Uomo di Marx.
Perché era lì?
Quanto alla cartelletta che mi aveva mostrato, quella contenente gli arti-
coli dedicati al serial killer... Come facevo a essere sicura che fosse opera
di Felix? Non avevo nessuna prova. E se fosse stata lei a mettere insieme
quella raccolta? Se fosse stato un catalogo della sua ossessione? Le foto-
grafie inviate a Strange e a Gina mi fecero pensare ai pacchi denigratori
che Nye diceva di ricevere da anni: Paddy aveva sempre pensato che il
mittente fosse Felix. Ma non poteva esserci lui, dietro le foto squarciate:
Berg era morto.
Non poteva essersi introdotto nel mio appartamento.
E se fosse stata Alice a fare tutto questo?
Non era diventata amica di Isaac Little? E Miranda Gray non aveva ac-
cennato al fatto che leggesse tutti i «libri giusti» di psicologia? Chi, meglio
di lei, sarebbe stata in grado di giocare con la mente degli altri?
E quel giorno si era presentata a casa mia senza che io le avessi dato
l'indirizzo.
Mi ricordai del tono aspro di Nye, quando mi aveva raccontato di Alice.
Aveva detto che non si sarebbe affatto meravigliato, se fosse emerso che i
fratelli Berg avevano ucciso la zia per entrare in possesso della casa e del-
l'eredità.
E più ci pensavo, più il mio inconscio mi sussurrava una domanda.
È possibile che l'Uomo di Marx sia lei?
Era un'idea talmente incredibile... Mi ci volle parecchio tempo per riu-
scire ad articolarla. Ma, in fondo, era follemente sensata. Se ci fosse stata
Alice, dietro gli omicidi del serial killer, l'ossessione di Felix sarebbe stata
più che giustificata.
E non sarebbe stato difficile capire perché avesse tentato di coprirla.
Fino a quell'ultima sera, quando lui, probabilmente, aveva deciso di met-
tere fine al gioco, rivelandomi quanto stava accadendo. E lei lo aveva sco-
perto. Dove si trovava Alice? Non aveva mai fornito una spiegazione esau-
riente alle autorità. E forse la polizia non si era nemmeno preoccupata di
controllare la veridicità del suo racconto.
Del resto, perché avrebbe dovuto? Felix non era stato assassinato, se-
condo il risultato dell'autopsia eseguita da Butler. Si era tolto la vita. E lei
non aveva dovuto fornire nessuna spiegazione riguardo ai suoi movimenti.
E, comunque, su che cosa si basava la mia teoria? Solo sulla sua condot-
ta sospetta?
Agire in modo sospetto non costituisce reato.
Agire in modo sospetto non significa essere un'assassina.
Eppure, non potei fare a meno di chiedermi se a farmi desistere non fos-
se il fatto che Alice era una donna. Mi tornò in mente un caso a cui Grace
aveva lavorato l'anno prima. Un farabutto ubriaco per anni aveva picchiato
la moglie. Le aveva fatto saltare i denti, l'aveva marchiata con un attizza-
toio incandescente e una volta l'aveva presa addirittura a calci fino a farle
perdere il bambino che portava in grembo. Una sera prese un bicchiere di
birra e glielo scaraventò sul viso. Quando la donna arrivò in ospedale, do-
vettero darle ottantatré punti: aveva perso la vista da un occhio. Prima di
correre al pronto soccorso, però, la donna aveva risposto all'aggressione af-
ferrando il coltello da cucina più vicino e conficcandolo nella gola del ma-
rito. Aveva usato una forza tale da far uscire la lama dall'altra parte, in-
chiodandolo allo sportello di un pensile.
Era stata dichiarata innocente perché, secondo la giuria, aveva agito per
legittima difesa. Non solo, le era stata riconosciuta una diminuita capacità
di intendere e di volere, provocata da anni di violenze domestiche. Io e
Grace avevamo festeggiato bevendo una bottiglia di champagne.
È facile accettare tali rapporti di causa-effetto, tra donne e violenza. Ma
dev'esserci un blocco, nel nostro cervello, che ci impedisce di credere che
le donne possano essere capaci di altri tipi di violenze - come pedinamenti,
rapimenti, assassini - e che provino addirittura piacere nel metterle in atto.
È più semplice considerarle soltanto delle vittime innocenti. In realtà, esi-
stono numerosi esempi che dimostrano il contrario.
Il problema è che, davanti a una cosa orribile o inspiegabile, ci sentiamo
persi. Siamo condizionati dalla nostra cultura: agli omicidi perpetrati dalle
donne non prestiamo la stessa attenzione accordata a quelli perpetrati dagli
uomini. E il motivo è che queste donne non si adattano all'idea che abbia-
mo del killer. E anche quando abbiamo le prove che una donna può avere
gli stessi istinti e le stesse predilezioni di un uomo... be', le respingiamo,
sforzandoci di trovare delle scuse. Cerchiamo di dare la colpa alla presenza
di un marito-padrone, a un attacco di follia, a uno squilibrio ormonale, a
quello che ha dovuto subire nella vita... Qualsiasi cosa, piuttosto che af-
frontare la realtà di quello che ha commesso.
Qualsiasi cosa, pur di non ammettere che le ragioni che spingono una
donna a fare una cosa simile sono le stesse che spingono un uomo.
Sono annoiate.
La vita non sembra reale, e la realtà non riesce a soddisfarle.
Dentro di loro arde un desiderio. Uccidere acuisce i loro sensi intorpidi-
ti, le scuote; in questo modo, sconvolgono il mondo e lo costringono a
prendere coscienza della situazione.
Uccidere è un piacere.
Ovunque, gli psicologi studiano il comportamento dei killer, nel tentati-
vo di comprenderli più a fondo, di scoprire la formula di quel disturbo che
si è insinuato nel loro cervello; e, statisticamente, tale interesse è compren-
sibile, dal momento che sono sempre gli uomini a rappresentare la minac-
cia più grave.
Ma ciò non significa che le donne killer possano essere ignorate.
Una vittima è sempre una vittima.
Un morto è sempre un morto.
Anzi, qualcuno potrebbe sostenere che le donne andrebbero studiate più
dei loro colleghi, proprio per il fatto di essere c.osì elusive alla compren-
sione, così complesse. I killer uomini sono creature semplici, in linea di
massima. Non si fanno prendere facilmente, ma sono spinti da moventi e-
lementari, per quanto depravati.
Le donne sono più difficili da scandagliare.
Sono più fredde.
E più calme.
Fui particolarmente colpita dalla mia riflessione. Era sera ed ero tornata
nel mio appartamento; avevo tirato fuori un mucchio di libri, sperando di
trovare una soluzione ai miei guai. Ce n'era anche uno di Fisher. Esisteva
forse un argomento a cui quell'uomo non avesse dedicato un volume? A
colpirmi fu soprattutto il fatto che la descrizione della donna killer si adat-
tava perfettamente ad Alice.
Tutto corrispondeva.
Normalmente, le assassine sono donne caute. Precise. Metodiche.
Elaborano con calma le proprie strategie.
La Berg rientrava anche nella fascia d'età corretta. Nella maggior parte
dei casi, una donna killer non inizia a uccidere prima dei venticinque anni,
e continua a farlo per un arco di tempo più lungo rispetto alla controparte
maschile.
Ovviamente c'erano anche delle differenze, che rendevano assurda l'idea
che dietro l'Uomo di Marx potesse nascondersi proprio lei.
Le donne, per esempio, tendono a colpire persone appartenenti a un
gruppo specifico. Amanti. Bambini. Anziani. È improbabile che attacchino
adulti sconosciuti, il target preferito degli assassini maschi... e quello scel-
to dal nostro uomo.
Inoltre, normalmente, le donne scelgono le proprie vittime nella sfera
delle proprie conoscenze, quando non addirittura all'interno della propria
famiglia.
Mentre l'Uomo di Marx vagabondava per le strade, come un predatore.
Per le assassine, poi, la fase di raffreddamento tra i vari omicidi è molto
più lunga rispetto a quella di un killer. E ciò contribuisce a rendere più dif-
ficoltosa la cattura.
L'Uomo di Marx era veloce.
Le donne corrono meno rischi.
Lui, invece, rischiava. E molto.
Inoltre, è poco probabile che una donna uccida servendosi di un'arma.
Nell'elenco dei metodi più frequentemente impiegati da un'omicida, la
morte in seguito a ferite da arma da fuoco si trova solo al quarto posto,
preceduta da iniezione letale, soffocamento e avvelenamento: la tecnica
preferita in assoluto. E i dati su cui mi basavo erano relativi agli Stati Uni-
ti, dove la disponibilità di armi era decisamente maggiore. Era più facile
trovare un'auto con l'adesivo della bandiera confederata a New York, che
una pistola a Dublino.
Ma queste erano solo statistiche. Solo numeri. Avrei potuto elencare un
centinaio di ragioni per cui era assurdo che la luna rimanesse sospesa nel
cielo, eppure era sempre lì, ed era questa l'unica cosa importante.
E ogni volta che provavo a smettere di pensare male di Alice, mi torna-
vano in mente le parole di Paddy Nye, giù a Howth: Non si sarà lasciata
ingannare dall'atteggiamento compassato e decoroso che ha assunto ades-
so, vero?
Era così? Mi ero lasciata ingannare?

34

Quando, il mattino successivo, mi svegliai sul mio divano circondata da


libri, quasi mi vergognai delle considerazioni della sera prima.
Come avevo potuto pensare che Alice fosse coinvolta in una faccenda
simile? Era assurdo, ridicolo... eppure era innegabile che in quella donna ci
fosse qualcosa di strano. Forse avrei dovuto farle una visita.
Mezz'ora più tardi, stavo bussando alla porta della sua abitazione, nella
stretta viuzza di ciottoli.
Non sapevo esattamente che cosa le avrei detto, soprattutto dopo la con-
versazione con Strange a proposito delle fotografie esposte nella sua galle-
ria. In effetti, non avevo nessuna prova contro di lei.
Anche ammesso che gli scatti fossero davvero suoi - e che quelle imma-
gini ritraessero lei - che cosa speravo di ricavarne? Era una donna che ave-
va subito un lutto. Chi poteva sapere quale significato si celasse dietro il
suo comportamento?
La verità era che non sapevo quasi niente di lei.
Ma i dubbi tornarono ad assalirmi, quando non venne nessuno ad aprir-
mi.
Era fuggita? Ripensai a quella mattina, quando ero passata da lei e l'ave-
vo vista fare i bagagli. Mi aveva detto di essere tornata a casa, però forse
era stata un'altra delle sue bugie. Ma perché scappare? La rete non si stava
stringendo intorno a lei. In effetti, non ero nemmeno sicura che ci fosse
una rete.
A chi potevo rivolgermi per avere delle risposte? A nessuno, apparente-
mente. Le altre amicizie di Alice erano solo una vaga nozione nella mia te-
sta, non sembravano persone reali. Mi tornarono in mente alcuni nomi che
avevo sentito da lei; Isobel, Maud. Se avessi avuto un po' di tempo a di-
sposizione, forse avrei potuto provare a rintracciarle, ma non ne avevo.
D'altronde, che scusa avrei potuto usare per rivolgere loro qualche doman-
da? E, cosa più importante, mi avrebbero detto quello che volevo sapere?
Probabilmente, Alice le aveva messe in guardia.
Come aveva fatto con Strange.
L'unica persona che avrebbe potuto aiutarmi, pensai, era Miranda Gray.
Composi il numero che mi aveva lasciato in segreteria.
Mi aspettavo già che non fosse disponibile. Chissà, forse stavo imparan-
do a sviluppare una sensibilità più elevata. Invece, rispose all'istante: sa-
rebbe stata felice di prendere un caffè con me. Alle undici andava bene?
Il suo studio era in Merrion Square, quindi non aveva molta strada da fa-
re per raggiungere la caffetteria che scegliemmo.
In ogni caso, arrivò in ritardo. Entrò agitata, accampando una serie di e-
laborate giustificazioni, come fanno spesso i professionisti superimpegnati.
«Non c'è bisogno che mi spieghi, davvero. Non c'è nessun problema», le
risposi. In realtà, non mi interessavano affatto le sue difficoltà a giostrarsi
tra i vari appuntamenti. «Niente Fisher, oggi?»
«Sta perdendo tempo con la Polizia Metropolitana di Dublino. È ovvio
che preferisce la loro compagnia. Non serve che glielo dica io, conosce Fi-
sher. Appena ha la possibilità di lavorare a un omicidio... Comunque, im-
magino che lei non sia qui per parlare di me», aggiunse. «Allora? Di che si
tratta? Mi è sembrata preoccupata, al telefono.»
«Spero che non abbia intenzione di psicanalizzarmi.»
«Era una semplice osservazione. Quindi, avevo visto giusto?»
«Alice. È lei il mio problema.»
«Se è così, meglio ordinare i caffè, prima.»
Prese un espresso nero, doppio. E lo accompagnò con una ciambella ap-
piccicosa, in cui affondò avidamente i denti. Non la facevo tipo da dolci, la
sera prima, a cena, aveva saltato il dessert. Anche se, ripensandoci, forse il
dessert era Fisher. Ecco, c'ero caduta un'altra volta: le mie solite specula-
zioni impiccione. Non erano affari miei, dovevo ficcarmelo in testa.
«L'ha vista di recente?» le chiesi non appena ci fummo sedute a un tavo-
lino.
«Vista? No.»
«Sto cercando di mettermi in contatto con lei dal giorno del funerale. Ho
bisogno di chiarire alcune cose. Ma non risponde alle mie chiamate, e a ca-
sa sua sembra non ci sia nessuno.»
«È strano. Mi ha telefonato, mi lasci pensare... ah sì, due giorni fa, per
cancellare la nostra abituale seduta.»
«È già tornata al lavoro?»
«Alice è fatta così. Ci si butta a capofitto. È difficile capire quello che le
passa per la testa. Io ho pensato che non ci fosse nulla di strano. Era già
capitato altre volte che annullasse un appuntamento. Anche se...»
«Sì?»
«No, niente. È solo che, di solito, fissava subito una nuova seduta. Que-
sta volta, invece, ha detto che avrebbe richiamato lei, quando si fosse sen-
tita pronta.»
«E lei che cosa ha pensato?»
«Subito? Niente», disse. «Adesso... be', mi domando se per caso non ab-
bia deciso di interrompere la terapia.»
«E questo la preoccuperebbe?»
«Adesso è lei che sta cercando di psicanalizzare me. Dovrebbe saperlo,
Saxon, gli psicanalisti fanno imbarazzanti domande personali, ma, se ven-
gono rivolte a loro, non rispondono. Mai.»
«Come i poliziotti.»
«Non ci avevo mai pensato, ma, in effetti, c'è una certa somiglianza.»
«Come le è sembrata?»
«Alice? Io non ci ho parlato. Ha preso Elaine la telefonata; è la mia se-
gretaria.»
«Le ha riferito qualcosa?»
«In tutta onestà, non credo nemmeno che sappia che giorno è oggi. È
nuova. E non è molto sveglia. Non le ho chiesto nulla, mi ha semplicemen-
te detto che Alice aveva rimandato la seduta, e che l'aveva annotato sull'a-
genda degli appuntamenti. Temo che la sua competenza si fermi qui.»
«Perché l'ha assunta?»
«Mi faceva compassione. Entrambi i genitori si sono tolti la vita quando
era ancora una ragazzina, è nuova in città, non ha altri parenti. Credo di es-
sere una patita delle storie tristi e sfortunate. Le ho dato il lavoro: in fondo,
non si tratta di un compito molto impegnativo.»
«Mi chiedo se stia bene.»
«Chi, Elaine? Ma sì, è solo che, ogni tanto, ha la testa tra le nuvole.»
«No, mi riferivo ad Alice.»
«Oh. Be', posso fare qualche telefonata, se vuole.»
E io volevo.
Prese immediatamente il cellulare e iniziò a chiamare alcuni amici di A-
lice, mentre io ordinavo altri due caffè e cercavo di cogliere qualche paro-
la. Come mai conosceva quelle persone? Forse le aveva incontrate mentre
indagava sulla vita segreta di Felix, prima per avere la conferma che non
era lui l'Uomo di Marx, e poi per convincersi che il suo era stato realmente
un suicidio.
O, magari, erano anche amici suoi. Dublino è una piccola città: all'inter-
no dei circoli frequentati dalle due donne, tutti conoscevano tutti. Alla gen-
te piaceva tenersi d'occhio, per assicurarsi che ognuno rimanesse al suo
posto.
Qualunque fosse il motivo, presto riuscimmo ad avere le informazioni
che cercavamo. Dopo la quinta o la sesta telefonata - ormai avevo perso il
conto - sembrò piuttosto ovvio che nessuno la sentiva da almeno un paio di
giorni. A qualcuno aveva detto che sarebbe stata via per un po', aggiun-
gendo che sarebbe andata da amici comuni, e a questi ultimi aveva raccon-
tato un'altra storia ancora, e così via, come un serpente che si morde la co-
da.
«Forse dovremmo avvisare la polizia», suggerii, una volta esaurito l'e-
lenco delle amicizie.
«A cosa servirebbe? Alice è una donna adulta. Non deve rendere conto
agli amici dei suoi movimenti.»
«Ma se nella sua scomparsa ci fosse qualcosa di strano...»
«Ma non è così. Capita spesso che lasci la città per qualche giorno, adora
viaggiare. Potrebbe essere andata ovunque, per starsene tranquilla: Londra,
Parigi, Stoccolma. Lo fa in continuazione. E conosce i metodi della poli-
zia: come prima cosa, mi chiederanno se è già successo altre volte e quan-
do io avrò detto di sì...»
«Si rifiuteranno di prendere qualsiasi provvedimento», sospirai amara-
mente, ammettendo che aveva ragione. A volte, i poliziotti hanno un'im-
maginazione davvero scarsa. «Comunque, deve pur esserci qualcosa che
possiamo fare. Potrebbe essere caduta dalle scale, o chissà cos'altro.»
Non ero ancora pronta a rivelarle i miei veri timori, continuavo a pensare
che Alice ci stesse nascondendo molto di più, riguardo all'Uomo di Marx.
Da una parte, non sarebbe stato corretto alimentare dei sospetti quando non
potevo basarmi che sulla mia sovraeccitata immaginazione; dall'altra, cosa
forse più importante, non volevo correre il rischio di sembrarle una com-
pleta idiota. Non ero ancora sicura, non volevo condividere con qualcun al-
tro i miei dubbi riguardo al ruolo che Alice poteva avere avuto in questa
storia.
Prima di tutto, dovevo convincermi che i miei ragionamenti non erano
poi così stupidi.
Ma, a giudicare dall'espressione di Miranda, non avrei avuto bisogno di
comunicarle le mie paure per farle capire che dovevamo assolutamente
trovare quella donna.
Il suggerimento che potesse essere caduta dalle scale era stato sufficien-
te.
«Lo pensa davvero?» mi chiese.
Non risposi. Non era necessario.
«So come scoprirlo», disse poi risoluta. «Ho una chiave della sua abita-
zione.»
Questa proprio non me l'aspettavo.
«E perché?» La domanda mi uscì prima che riuscissi a trattenermi.
«Alice me la diede lo scorso anno, quando lei e il fratello partirono per
gli Stati Uniti. Mi chiese di dare un'occhiata alla casa, per assicurarmi che
non fossero entrati i ladri, o che non fosse scoppiata qualche tubatura, per
inoltrarle la posta. Quel genere di cose, insomma.»
Evidentemente, Miranda era favorevole allo sviluppo di un rapporto con
i propri pazienti anche al di fuori dell'ambulatorio.
«Ce l'ha ancora?»
«Non ho mai trovato il tempo di restituirgliela.»
«E ce l'ha qui con sé?»
«Penso di sì. Ma», continuò, lievemente preoccupata, «crede davvero
che dovremmo farlo? E se fosse in casa? Se avesse semplicemente deciso
di non aprire a nessuno? Che cosa penserebbe, vedendoci entrare?»
«Capirebbe, senz'altro.» In realtà, non sapevo più se Alice fosse o meno
una persona comprensiva. «Si renderà conto che era in pensiero per lei.»
«Ma... e se...»
«È un rischio che dobbiamo correre, Miranda. Come si sentirebbe se a-
desso decidesse di lasciar perdere, e in seguito scoprisse che avrebbe potu-
to fare qualcosa?»
Pensava. Rifletteva.
«Ha ragione», disse infine. Afferrò la borsa appesa al bracciolo della se-
dia, e iniziò a frugare, maledicendo il disordine che regnava là dentro.
«Non la trovo.»
Alla fine, in preda alla frustrazione, la capovolse, e il tavolo fu invaso da
tutte quelle cianfrusaglie che le donne sembrano portare sempre con sé.
Un'abitudine che la sottoscritta non aveva mai avuto. C'era di tutto, lì den-
tro.
Tranne la chiave.
«Non capisco. Dev'essere qui, da qualche parte», mormorò passando in
rassegna quel mucchio disordinato di oggetti.
Stavo iniziando a perdere la pazienza, quando finalmente fece un grido-
lino di trionfo e mi mostrò una chiave, piuttosto imbarazzata.
Velocemente, rimise tutto nella borsa; poi ci alzammo, senza aver tocca-
to gli ultimi caffè, e ci tuffammo in mezzo al traffico e ai lavori stradali.
Per la seconda volta, quella mattina, tornai a Temple Bar.
La stradina era deserta, alle finestre non si vedeva nessuno.
Bussammo di nuovo: niente. Allora sbirciai nella buca delle lettere,
mentre Miranda puliva un vetro al piano terra e guardava all'interno. Mi
sembrò abbastanza evidente che, anche se fossimo rimaste lì tutto il gior-
no, non ci avrebbe aperto nessuno.
«Miranda.»
«Ecco. Faccia lei.»
Mi passò la chiave, che infilai nella serratura. Un giro, un clic e la porta
si aprì. Entrando, spinsi il mucchietto di lettere cadute sul pavimento.
L'ingresso era immerso nell'oscurità.
Silenzio.
«Alice?» dissi.
Sentii l'eco della mia voce, poi più niente.
«Alice? Sono qui con Miranda Gray. È in casa?»
Si capisce subito quando una casa è vuota: le parole risuonano in manie-
ra inconfondibile.
«Non c'è», dissi alla dottoressa, sottovoce.
Ma sentii comunque il bisogno di continuare a chiamarla, mentre con-
trollavamo velocemente le stanze al piano terra, fino alla lunga cucina sul
retro, dal soffitto a volta di vetro trasparente. La luce accecante le conferi-
va un aspetto strano, quasi fosse congelata. Notammo un coltello appog-
giato su un tagliere e una mela tagliata a metà, ormai avvizzita. Una bot-
tiglia di vino. E una radio accesa, il volume al minimo.
La spensi.
Salimmo le scale che portavano al primo piano, ed entrammo diretta-
mente nel soggiorno, proprio come ricordavo; il tavolo, però, era vuoto, le
fotografie dovevano essere state riposte.
«Che cosa c'è, di sopra?» chiesi.
«Una camera da letto.»
«Una sola?»
Le lanciai un'occhiata, che capì al volo.
«Non ho mai chiesto ai Berg che sistemazione avessero adottato per la
notte.»
«Vado a dare un'occhiata.»
«Vengo con lei. Non voglio restare qui sotto da sola.»
Sapevo perfettamente che cosa intendeva. C'era qualcosa di inquietante
nella casa dei Berg, adesso che era vuota. Qualcosa di lugubre. Sembrava
quasi che fosse infestata dagli spettri. Mi sentivo osservata; e, al tempo
stesso, percepivo che io e Miranda eravamo gli unici esseri viventi, fra
quelle pareti.
Una spoglia rampa di scale portava a un pavimento di assi di legno e a
un pianerottolo, con una porta e un'altra fila di gradini che a sua volta con-
duceva a un nuovo pianerottolo e a un'altra porta.
Ci scambiammo un'occhiata e continuammo a salire. Ci sentivamo due
intruse e avevamo il terrore di essere colte in flagrante. Anche se, in un
certo senso, quasi speravamo di essere scoperte, per eliminare quel senso
di paura che, improvvisamente, era sceso su di noi.
Arrivata in cima, girai la maniglia e, insieme a Miranda, entrai in un'al-
tra stanza, anche questa enorme: una camera. Al centro c'era un letto, un
futon basso su cui era appoggiato soltanto un lenzuolo. Le assi del pavi-
mento erano dipinte di nero e al soffitto era appeso un lampadario giappo-
nese, che ricordava una lanterna. C'era una notevole attrezzatura: macchine
fotografiche, riflettori... tutti puntati sul letto.
Di Alice, però, nessuna traccia.
«Se n'è andata», osservò Miranda.
Non sembrava nemmeno aver notato il contenuto della stanza. O, forse,
per lei non era esattamente una sorpresa. In effetti, la cosa non aveva stupi-
to neanche me.
Si guardava intorno, disorientata, come se avesse dimenticato il motivo
per cui ci trovavamo lì.
«Avanti, andiamocene. Non ha alcun senso restare», la invitai.
Fu solo scendendo che mi ricordai di quell'altra porta, al piano inferiore.
C'era una chiave infilata nella serratura.
Fermai Miranda, afferrandola per una manica, e gliela indicai. Le dissi
di aspettare, mentre provavo a girare la maniglia.
La porta era aperta.
Entrai.
Ero finita in un bagno. Naturale, doveva essercene almeno uno. Era mol-
to ampio: il pavimento era di pietra, le pareti erano dipinte di bianco, come
in tutto il resto della casa. Davanti a me, notai un cerchio disegnato per ter-
ra, rivestito di piastrelle. Era più basso del resto del pavimento e al centro
c'era un foro di scarico: il piatto della doccia, evidentemente. Infatti, dal
soffitto scendeva il bocchettone. Più in fondo c'era una vasca da bagno
bianca, con i piedini in ferro battuto e, sopra, una finestra a ghigliottina
semiaperta, da cui entrava una brezza leggera. La luce si rifletteva sulla
superficie dell'acqua?
Passai in mezzo alla doccia, dirigendomi verso l'estremità opposta della
stanza. Guardai la vasca: era piena quasi fino all'orlo, c'era da meravigliar-
si che l'acqua non fosse finita sul pavimento.
L'unico movimento era provocato dal vento che faceva tremare la super-
ficie, e una tale immobilità era quasi inspiegabile, dal momento che sul
fondo era sdraiata Alice, completamente nuda, gli occhi spalancati.

35

Per la seconda volta in poco più di una settimana mi ritrovai ad aspettare


la polizia, a cui avrei dovuto rilasciare la mia dichiarazione riguardo al ri-
trovamento di un nuovo cadavere.
Io e Miranda eravamo tornate al piano di sotto, nella spoglia stanza sul
davanti dell'abitazione. Ero in piedi accanto alla finestra, e guardavo l'andi-
rivieni degli agenti; Miranda era seduta in un angolo e continuava a parla-
re, sconvolta. In un accesso di crudeltà, fui tentata di parafrasare un afori-
sma di Oscar Wilde e di farle notare che perdere un paziente era sfortuna,
perderne due poteva sembrare un segno di trascuratezza.
La cosa che più di tutte mi premeva sapere era se Vincent Strange avesse
chiamato Alice la sera prima. Le aveva riferito quanto gli avevo detto a
proposito delle fotografie appese nella sua galleria? E lei come aveva rea-
gito? Forse la paura di essere smascherata l'aveva indotta a togliersi la vi-
ta? E, soprattutto, si trattava davvero di suicidio?
La storia si ripeteva.
Alla fine arrivò anche Grace, insieme a Sean Healy. Con loro c'era anche
Alastair Butler, il patologo della città. Andarono di sopra, conversando
tranquillamente. Passò più di mezz'ora; poi ricomparve il medico legale,
che uscì sulla strada.
Mi affrettai a seguirlo.
«Butler?»
Si voltò. Aveva un'espressione stupita e offesa.
«Saxon, giusto?» disse inflessibile.
Sapeva perfettamente come mi chiamavo; ma io non gli ero mai piaciu-
ta. Le rare volte che ci eravamo incontrati, in precedenza, mi aveva rivolto
a malapena un'occhiata. In parte, per la mia relazione con Grace: aveva i-
dee abbastanza tradizionali, in proposito. In parte, per lo stretto rapporto
che avevo avuto con il suo predecessore. Butler credeva nella necessità di
rispettare le distanze. Se aveva una moglie, probabilmente a colazione la
chiamava con il nome completo.
«Ebbene?» gli chiesi.
Mi rispose, come suo solito, inarcando un sopracciglio.
«Ebbene?» ripeté come se gli avessi parlato in un'altra lingua.
«Come è morta?»
«Non credo davvero che dovrei discuterne con lei.»
«E perché diavolo non dovrebbe farlo?»
«Non è autorizzata ad accedere a questo tipo di informazioni.»
Lo interruppi brusca.
«Andiamo, Butler, non sia così rigido. Non le sto chiedendo di tradire il
suo Paese. Conoscevo Alice. Sono stata io a trovare il corpo. Voglio sol-
tanto sapere come è morta.»
«E io le ho già detto che non posso accontentarla.»
«Si può sapere qual è il problema?»
«Non intendo procedere oltre con questa sconveniente conversazione»,
insisté. «E adesso, se vuole scusarmi.» E si girò un'altra volta, pronto ad
andarsene.
Stavo per afferrarlo per un braccio per impedirgli di allontanarsi, quando
sentii qualcuno pronunciare il mio nome, dietro di me. Suonò un po' come
un avvertimento.
Si voltò anche Butler, sentendo quella voce, e notò la mia mano; poi
guardammo entrambi Fitzgerald, sulla soglia.
«Ci sentiamo più tardi, sovrintendente capo.» Il patologo la salutò con
un cenno e si diresse verso Temple Bar; i suoi passi, mentre attraversava il
passaggio ad arco, ricordavano una marcia militare.
«Grace...»
Non mi diede nemmeno la possibilità di iniziare.
«Che cosa stai cercando di fare, Saxon? Butler non è come noi, lo sai. È
un accanito sostenitore delle regole e, per giunta, non ti conosce. Non ha
ancora avuto il tempo di abituarsi alle tue maniere poco delicate. Lui non
tollera certe cose. Se dovesse lamentarsi...»
«Volevo solo sapere...»
«Come è morta Alice. Me ne rendo conto. Ma non c'è bisogno di ag-
guantare il medico legale per un braccio nei pressi di una potenziale scena
del crimine, con la pretesa che ti riveli un'informazione che, come sai, non
ti darà mai. Cristo, non hai più ventidue anni. Non hai ancora imparato che
ci sono un tempo e un luogo per ogni cosa? E che ci sono strade diverse
per arrivare a quello che vuoi?»
«Mi dispiace. Lo chiamerò per fargli le mie scuse.»
«No. Hai già fatto abbastanza guai, stamattina. Dimenticatene. Piuttosto,
vuoi dirmi che cosa facevate lì dentro tu e Miranda?»
Le raccontai brevemente di come non fossi riuscita a contattare Alice, e
di come la donna avesse consegnato una chiave di scorta alla dottoressa
Gray.
«Sembra proprio che tu abbia l'abitudine di trovarti sempre nel posto
sbagliato al momento sbagliato», osservò ironica, al termine del mio reso-
conto.
«Avanti, dimmelo. Come è morta?»
«Secondo Butler, si tratta di suicidio.»
«Un altro. Questa frase inizia a stancarmi.»
«Hai forse un suggerimento migliore?»
«Miranda era la sua psicanalista. Secondo lei, Alice non si sarebbe mai
tolta la vita.»
«Allora, chiedile di spiegarci come mai non ci sono segni di lotta, o e-
scoriazioni.» Suonava tutto così tristemente familiare. «A quanto pare, A-
lice ha ingoiato quante più pastiglie è riuscita, cercando di restare in piedi -
abbiamo rinvenuto sei boccette vuote, sul davanzale della finestra del ba-
gno - e si è infilata nella vasca. Una morte tranquilla, serena, secondo But-
ler. Fossimo tutti così fortunati. Ah, e c'è anche un'altra cosa.»
«Cioè?»
«Era incinta.»
«Stai scherzando.»
«No. Ovviamente, per avere la conferma dovremo aspettare il referto
dell'autopsia, ma nel cestino c'era uno di quei kit per eseguire un test di
gravidanza domestico, e il risultato è positivo.»
«Al funerale mi aveva detto di non sentirsi bene», ricordai.
Non capisco... c'è qualcosa che non va, in me.
«E non è tutto. Avanti, seguimi.»
Rientrai e salii con lei al piano di sopra, dove la polizia stava ancora i-
spezionando il soggiorno. Sul tavolo c'era una pila di fotografie, che due
agenti stavano facendo passare; sembrarono piuttosto imbarazzati, quando
si accorsero che il capo era tornato.
«Non avete niente di più costruttivo da fare, ragazzi?» disse lei secca. I
due mormorarono qualche scusa e lasciarono la stanza con gli occhi fissi
sul pavimento. Grace li seguì con un'occhiata; poi prese una delle foto che
avevano tanto attirato la loro attenzione e me la passò.
E compresi il motivo di tale interesse.
Era una foto di Alice. Nuda. Era sdraiata sul letto che avevo visto all'ul-
timo piano della casa. La testa gettata indietro, gli occhi chiusi. E ce n'era-
no delle altre: Alice nuda sotto la doccia, distesa a faccia in giù sul divano
in quella stessa stanza, adagiata in modo scomposto sul pavimento. E poi
scatti che la ritraevano insieme a Felix. Erano nudi. E facevano l'amore.
Non era certo il genere di fotografie che avresti mostrato alle zie il gior-
no del Ringraziamento. Mettiamola così.
«Quindi andavano davvero a letto insieme», commentai.
«Credi che fosse lui il padre? Ammesso che fosse davvero incinta.»
«Ho fatto qualche domanda in giro», risposi. «Alice era una persona
molto discreta, ma non ho trovato niente che suggerisse la presenza di altri
partner sessuali, a parte il fratello. In passato doveva essere stata una don-
na piuttosto 'allegra', ma di recente non aveva avuto altre relazioni.»
Non occorreva essere un genio per capire che cosa fosse successo.
Alice aveva scoperto di aspettare un bambino.
Il bambino di Felix, forse.
E non aveva retto.
Si era imbottita di pastiglie.
Si era immersa nella vasca.
Il caso è chiuso, come si dice.
Ecco a che cosa si riducevano i miei sospetti della sera precedente.
«Butler ha detto qualcosa riguardo all'ora del decesso?» chiesi.
«Così, a prima vista, è riuscito a stabilire che non devono essere passate
più di dodici ore.»
«Merda.»
«Perché, c'è qualche problema?»
Non le dissi dei miei ragionamenti della sera prima, ma le confidai di
aver chiamato Strange per chiedergli se fosse stata Alice a scattare le foto-
grafie sadomaso esposte nella sua galleria. Forse lui l'aveva avvertita del
rischio di essere smascherata, e lei si era spaventata e...
«Hai telefonato a Strange?» mi domandò senza darmi il tempo di finire.
«Dopo la lettera ricevuta dall'ufficio di Buckley? Tu non ti saresti dovuta
avvicinare a quell'uomo.»
«È quello che mi ha detto anche lui. Buffo, no?»
«Non c'è niente di buffo, Saxon. E se ti facesse appioppare un ordine di
restrizione da un giudice? Sarebbe davvero fantastico, la stampa avrebbe
un boccone succulento!»
Che cosa le avrei potuto rispondere?
«Ok, senti, gli parlerò io. Qualcuno dovrà comunque dirgli di Alice.
Proverò a prendere due piccioni con una fava. Cercherò di scoprire quand'è
stata l'ultima volta che l'ha sentita. E, adesso che ci penso, se ha intenzione
di reclamare, per me si può anche fottere. E lo stesso vale per Butler.»
«Ma se hai appena detto che...»
«Lo so che cosa ho detto. Ma non sai che quella di cambiare idea è una
prerogativa femminile? Del resto, ho cose più importanti a cui pensare. Il
problema non è Butler, sono perfettamente in grado di gestirlo. No, si trat-
ta di te, Saxon. Non puoi andartene in giro per la città, muovendoti goffa-
mente come un elefante in una cristalleria. Tengo troppo a te, non posso
lasciare che tu finisca sempre con il metterti in queste situazioni.»
«E continuerai a pensarla così, anche se dovesse presentare un recla-
mo?»
«Un reclamo formale, intendi? Non lo farà. Fidati. Devo lavorare con lui
ogni giorno. Non credo che darà troppa importanza al fatto che tu gli abbia
rivolto una domanda inopportuna sulla scena di un suicidio, sapendo che il
giorno successivo ci ritroveremo a dover conversare civilmente davanti a
un cadavere. È un professionista, non lascerà che gli avvenimenti di questa
mattina interferiscano con il suo lavoro. Anzi, probabilmente se ne è già
dimenticato, penserà di non poter pretendere di più, da una rozza america-
na.»
«Capo?»
Grace si voltò. Healy era in piedi, in fondo alle scale.
Le fece cenno di avvicinarsi.
Scambiarono qualche parola, tenendo le teste molto vicine, mentre io fi-
nivo di guardare le fotografie di Alice e Felix, sforzandomi di non ascolta-
re.
«Saxon, devo andare», disse Grace. «Ci sentiamo più tardi.»
E uscì.
«Allora?» chiesi a Healy.
«È successa una cosa», rispose vago.
«Sì, l'avevo immaginato. Di che si tratta, questa volta?»
Sembrava a disagio.
«Non sono autorizzato a dirglielo.»
«Oh, no, non ci si metta anche lei!»
Diede una rapida occhiata in giro, per essere sicuro che non ci sentisse
nessuno.
«Ok, ma non dica che l'ha saputo da me, intesi?»
«Intesi.»
Abbassò la voce.
«Mark Brook è morto.»
«Che cosa? Credevo si trattasse di una ferita superficiale.»
«Infatti. Ma questa mattina ha firmato per essere dimesso, dicendo che
non ce la faceva più a starsene chiuso in ospedale, ed è tornato a casa. Cir-
ca un'ora fa, la moglie è uscita in macchina per andare in farmacia a pren-
dergli degli antidolorifici e, quando è tornata, l'ha trovato sulla soglia.»
Sulla soglia. «Qualcuno gli ha sparato, e la pallottola sembra corrispondere
a quella che gli aveva attraversato la spalla, solo che, questa volta, l'assas-
sino ha mirato alla fronte.» Si lamentò, in preda alla frustrazione. «Per
Dio, ma come abbiamo fatto a non prevedere una cosa simile? Perché non
abbiamo pensato che l'Uomo di Marx sarebbe tornato per finire il suo lavo-
ro?»
Che cosa avrei potuto dirgli? Perché nessuno di noi aveva realizzato che
Brook era ancora in pericolo? E che, una volta consegnato il messaggio af-
fidatogli dal killer, L'Uomo di Marx l'avrebbe voluto morto come tutte le
altre vittime? E, cosa più importante, com'era riuscito ad avvicinarsi tanto
al suo bersaglio?
«Sicuramente sarà stato pieno di giornalisti, davanti alla casa di Brook.»
«Era appena uscito dall'ospedale, non avevano ancora scoperto dove vi-
veva. Secondo i testimoni, è arrivato un tizio in motocicletta; è sceso e ha
bussato alla porta. Brook gli ha aperto e bang...»
Come aveva fatto a trovarlo così in fretta?
Una soffiata dall'interno?
«Avete già rintracciato la moto?»
Annuì.
«È stata rubata questo pomeriggio, insieme al casco, davanti a una casa
sulla South Circular Road. Quel genio del proprietario l'aveva lasciata di
fronte all'ingresso, con le chiavi ancora inserite nel quadro. Certa gente
merita davvero che le capitino cose del genere.»
«Niente sospetti, su di lui?»
«No. A quanto pare, al momento dell'omicidio aveva già denunciato il
furto. Quando Brook è stato ucciso, davanti a casa sua c'era una pattuglia
della polizia, e lui stava rilasciando una dichiarazione agli agenti di turno.»
«Se non altro, qualcuno l'ha visto. Sarebbe la prima volta... Evidente-
mente, l'Uomo di Marx sta diventando sempre più sicuro delle sue possibi-
lità, visto che è arrivato a colpire in pieno giorno in un quartiere residen-
ziale.»
«Però è riuscito ancora a farla franca. Indossava il casco ed è piuttosto
improbabile che qualcuno riesca a riconoscerlo durante un confronto, no?
Oh... ma c'è anche una buona notizia.»
«E cioè?»
«Ha perso la pistola.»
«E me lo dice solo ora?»
«Mi dia una chance, Saxon. Sembra che, subito dopo aver sparato a
Brook, sia saltato in sella alla moto e sia ripartito a tutta birra verso la città.
Ma probabilmente correva troppo, e ha calcolato male la curva in fondo al-
la strada. Ha rischiato di cadere e l'arma gli è scivolata dalla tasca. Un paio
di testimoni hanno detto che si è fermato e che stava per tornare a pren-
derla; ma dev'essersi accorto che c'era troppa gente, lì intorno. Se ne stan-
no occupando gli esperti di balistica. Ci vorrà un po', prima che riescano
ad affermarlo con certezza, ma sono abbastanza sicuri che si tratti della pi-
stola che ha usato fino a questo momento.»
La notizia era davvero scioccante, ma per la prima volta nell'arco di al-
cune settimane fui felice per Grace. Finalmente uno sprazzo di sereno,
qualcosa su cui lavorare. Finalmente una possibilità di mettere fine a quel
ciclo, e di scrollarsi di dosso Draker, Sweeney, la stampa. Negli ultimi me-
si, la Squadra omicidi non aveva fatto molti progressi, e non era riuscita a
scoprire da chi l'Uomo di Marx avesse recuperato la sua pistola. Ma se
davvero aveva perso il suo giocattolo preferito, forse presto sarebbe stato
costretto a procurarsene uno nuovo.
«Spargeremo immediatamente la voce», concordò Healy. «Ci assicure-
remo che ogni criminale in città tenga gli occhi aperti, nel caso qualcuno
cerchi di comprare un'arma. E faremo in modo che ci segnalino qualsiasi
persona sospetta, o sconosciuta. Ovviamente, in cambio di una ricompensa
adeguata.»
«Ne sarà valso ogni centesimo, se ci farà arrivare all'Uomo di Marx.»
A meno che lui non avesse una pistola di riserva, pensai, o non cono-
scesse una fonte alternativa per procurarsi ciò di cui aveva bisogno.
Ma non dissi nulla.
A che scopo essere tanto negativi?
C'è sempre una prima volta. Per tutto.

PARTE TERZA

36

Sognai che il mare invadeva Dublino, sollevandosi sulla baia e rove-


sciandosi sul porto e lungo il fiume che si snodava attraverso la città, ol-
trepassando North Wall, Custom House Quay e Bachelor's Walk, fino a I-
slandbridge; i muri, che fino a quel momento avevano tenuto a bada l'im-
mensa distesa d'acqua, si rompevano, liberando la forza di quello spettro; e
l'acqua salata entrava nelle strade, spandendosi rapidamente. La osservavo
invadere Abbey Street e Mary's Lane, College Green e Temple Bar, Wine-
tavern e Fishamble e Sycamore, ricoprendo i gradini davanti alle porte
d'ingresso e allagando le case; la marea entrava dentro senza bussare e sa-
liva le scale fino a raggiungere i tetti, che si trasformavano in barche e in
sottomarini, con i comignoli che fungevano da periscopio. E continuava a
salire, fino a isolare il Dublin Castle, sommergendo Cornmarket e il Co-
ombe. St Stephen's Green adesso era una baia, e l'acqua salata si infrange-
va contro le spiagge di pietra, e io ero in piedi sul mio terrazzo, e guardavo
quella calma distesa marina, formatasi all'improvviso; a nord, il carcere di
Mountjoy si era trasformato in un'altra Alcatraz, abbandonata su uno sco-
glio desolato. E, prima di rendermi conto di quello che stavo facendo, mi
tuffavo dal balcone... ed era piuttosto strano, perché io non so nuotare. E
l'acqua era talmente fredda da togliermi il fiato... e, d'un tratto, mi ac-
corgevo che invece sapevo nuotare, e mi spingevo verso il fondo, flessibile
come un pesce, attraverso le strade sommerse. Ero sola. Baggot Street era
una fossa oceanica, le luci delle finestre ancora accese; il plancton scintil-
lante galleggiava sulla superficie, simile a una distesa di fiori, e l'acqua
strappava le foglie dagli alberi riversandole in mare, quasi fosse autunno e
fosse stato il vento, e non la marea, a portarle via con sé. Sempre nuotan-
do, entravo e uscivo dalle finestre delle case, salivo rampe di scale e giravo
attorno alle guglie delle chiese coperte dall'acqua, come se stessi volando.
Percorrevo i vicoli sbirciando dentro luoghi segreti, come un fantasma,
come il frammento del sogno di un bambino dimenticato lì, dopo che tutti
erano fuggiti per mettersi in salvo. E più nuotavo, più le case iniziavano a
somigliare a degli scogli ricoperti di alghe e cirripedi, cavi come grotte.
All'improvviso, mi rendevo conto che avevo bisogno di respirare; e inizia-
vo a risalire, sempre più su, con il petto che mi scoppiava per lo sforzo, fi-
no a quando sentivo i polmoni riempirsi d'aria e urlavo per il sollievo. Mi
voltavo e vedevo che la città era scomparsa e io ero lontana, in mezzo al
mare, ed era buio, e l'unica cosa che riuscivo a vedere davanti a me era la
luce del faro di Howth, che si accendeva e si spegneva... si accendeva e si
spegneva; e anche se nuotavo affannosamente per guadagnare la riva, mi
rendevo conto che la distanza era eccessiva.
Le mie membra erano rigide come pietra.
A quel punto mi svegliai, con un sussulto. Ero spaventata... e sapevo che
nel mio appartamento c'era qualcuno. Sentivo il suo respiro. O era il mio?
Ascolta, mi dissi.
Ascolta.
Sì... adesso riuscivo a sentirli, mentre si muovevano al buio, in un'altra
stanza.
Scivolai fuori dal letto e attraversai il pavimento in punta di piedi; ap-
poggiai l'orecchio alla porta e ascoltai... di nuovo silenzio. Quindi girai la
maniglia e aprii, sgattaiolando fuori come un'ombra; scesi nel soggiorno, la
luce era spenta, nessun movimento. La luce della luna entrava dall'ampia
finestra creando sulle pareti delle figure sinistre, simili a onde ghiacciate...
Le onde... il mio sogno...
Dietro l'angolo vidi la stanza vuota, com'era normale che fosse, e iniziai
a pensare di aver immaginato tutto; probabilmente temevo che il mio anti-
patico visitatore fosse tornato. Ma poi vidi un piccolissimo movimento fur-
tivo, e vidi il contorno di una figura che si profilava contro la luce della lu-
na.
«Non muoverti», intimai calma. «Ho una pistola.»
«È meglio per te che non sia vero», mi rispose una voce familiare, «o
potrei essere costretta ad arrestarti.»
«Fitzgerald? Che cosa fai qui?»
La luce si accese, accecandomi per un attimo, e lei era lì, seduta su una
sedia dall'altra parte della stanza, con ancora indosso la giacca, le braccia
conserte.
«Me ne sto seduta su una sedia con le braccia conserte, e ho ancora in-
dosso la giacca.»
«Sì, questo lo vedo.»
«E allora perché me l'hai chiesto?» Sorrise. «Hai del gelato?»
«Che ore sono?»
«La mia risposta influenzerà la tua riguardo al gelato?»
«Certo che no.»
«Ottimo... sono le due passate. Allora? Ce l'hai o no?»
«Stracciatella... mi sembra di ricordare dall'ultima volta che ho aperto il
freezer.»
«Slurp. Non dimenticarti il cucchiaio.»
«Devo prendertelo io?»
«Sei più vicina al frigorifero. E sei già in piedi.»
Andai a prenderle barattolo e cucchiaio, e mi appollaiai sul bracciolo
della sedia accanto alla sua, mentre lei sollevava il coperchio e iniziava a
servirsi.
«Stavo sognando», dissi.
«Succede, quando vai a dormire.»
«Ho sognato che l'intera città era allagata. Il mare era dappertutto. E io
nuotavo.»
«Tu?»
«Sì... be', adesso non ricordo.»
«È sempre così con i sogni... non sono affidabili, non rimangono.»
«Sei strana», le dissi. «Non lo so... leggera...»
«È una lamentela la tua?»
«Solo una semplice osservazione.»
«È la mancanza di sonno; mi fa delirare. Tutto qui», mi spiegò, mentre
mi allungava un cucchiaio di gelato e io chinavo la testa per assaggiarlo.
«Niente che dieci ore di sonno e un lavoro diverso non risolverebbero. Ho
passato la serata con Fisher nella sua stanza d'albergo, razziando il minibar
e cercando, per l'ennesima volta, di trovare un legame fra le vittime. C'è
sempre una connessione, no? Non è così che dicono gli esperti?»
«È solo un cliché», ribattei.
Grace scoppiò a ridere.
«Che ho detto di tanto divertente?»
«La tua frase, quella sui cliché... Io ho detto la stessa cosa a Fisher, e sai
lui che cosa mi ha risposto? Sì, l'ho letto da qualche parie; probabilmente
in un libro di Saxon.»
«Affascinante. E siete riusciti anche a combinare qualcosa, o avete solo
parlato male di me?»
«Non molto. Cioè, abbiamo lavorato parecchio, ma non siamo giunti ad
alcun risultato. Sarebbe stato meglio il contrario. Abbiamo passato la mag-
gior parte del tempo a chiederci che significato possa avere il nome del bar
davanti al quale Brook si è beccato la prima pallottola: Louis IX.»
«Non sapevo che fossi un'esperta di re francesi.»
«Non sottovalutarmi. Tu non sai di che cosa posso essere esperta. Avan-
ti, chiedimi qualcosa su Luigi IX. Qualsiasi cosa.»
«È tardi, Grace. Vieni a letto.»
«Qualsiasi cosa», insisté.
«Davvero?»
«Sì.»
«Ok. Anno di nascita?»
«Milleduecentoquattordici», fu la sua risposta immediata.
«Morte?»
«Milleduecentosettanta. Salì al trono all'età di dodici anni, dopo la morte
del padre. Ebbe undici figli e prese parte a due crociate. Passava ore a pre-
gare, a digiunare e a fare penitenza. Era un patrono dell'architettura, ed era
noto per il suo atteggiamento caritatevole. Dava da mangiare ai mendicanti
e gli lavava i piedi. St. Louis in Missouri e San Luis Rey in California
hanno preso il nome da lui.»
«Ok, uno a zero per te. Dove hai imparato tutta questa roba?»
«Da Fisher. Ha fatto i compiti, da profiler coscienzioso qual è. O... co-
m'è che li chiamano adesso? Analisti investigativi comportamentali?»
«E lui pensa che il nome del bar abbia davvero qualche significato?»
«No, in effetti. Ma, nonostante stia lavorando a questo caso da pochi
giorni, è riuscito ad arrivare alla fase che molti di noi hanno raggiunto solo
dopo parecchie settimane: quella che, tecnicamente, viene definita 'ra-
schiamento del fondo del barile'. Ha considerato ogni possibile connessio-
ne fra le vittime. Nomi. Segni zodiacali. Condizioni atmosferiche al mo-
mento della morte. Persino il colore dei calzini che indossavano, e il luogo
in cui le loro bisnonne hanno perso la verginità.»
«Non mi ero mai resa conto che potesse essere un elemento caratteriz-
zante degli psicopatici.»
Grace prese un altro cucchiaio di gelato dal barattolo, senza accorgersi
di una goccia che le cadeva sulla giacca.
«Abbiamo sentito la tua mancanza», mi disse. «Il tuo contributo sarebbe
stato gradito. Non hai ricevuto i miei messaggi?»
«Sì, ma ho pensato che non vi sarei stata molto utile, questa sera.»
«Alice... è per lei?»
Non riuscivo a pensare ad altro.
Al suo corpo nella vasca.
Quanto tempo era passato, ormai?
Quattro giorni?
Cinque?
Avevo perso il conto.
Tutto quello che sapevo era che non sarei riuscita a togliermi dalla testa
quell'ultima immagine. Mi ricordava un dipinto che avevo visto in passato,
una ragazzina trasportata da un fiume, morta, circondata da fiori, l'acqua
scintillante. E, non so come, quel quadro aveva finito con il mescolarsi al
ricordo, che potevo soltanto immaginare, di Lucy Toner, sdraiata in fondo
al giardino della sua casa di Howth, la lingua appesantita dal terriccio... e a
quello di Sydney, che dormiva con il capo appoggiato sul binario. Dormi-
va... In momenti come quello, sentivo il bisogno di immaginarla così.
E il fatto che Alice al momento della morte fosse incinta, di dieci setti-
mane, secondo il referto dell'autopsia eseguita da Alastair Butler, contri-
buiva soltanto a peggiorare la situazione.
Avevo la sensazione di rivivere la tragedia di Felix. No, ripensandoci era
diverso. Non ero mai riuscita ad accettare che lui si fosse tolto la vita, no-
nostante la sua depressione, e i suoi crolli nervosi. Alice, invece, non ave-
va mostrato nessun segnale. Eppure, il fatto che si fosse suicidata sembra-
va avere un senso.
Non sembrava un'ipotesi così assurda.
«Mi avevi avvertita, non mi sarei dovuta lasciare coinvolgere emotiva-
mente», dissi.
«Più facile a dirsi che a farsi. Non ti biasimo. Oh, aspetta...» aggiunse
notando infine la macchia di gelato. «Tieni questo, vado a prendere uno
strofinaccio.»
Mi passò il barattolo e si alzò per andare in cucina.
Aveva fatto solo due passi, quando si fermò di colpo.
«Ehi... che cos'abbiamo qui?»
Si chinò e raccolse qualcosa dal pavimento, proprio dietro la porta d'in-
gresso.
Sembrava una carta da gioco formato gigante, con un disegno su un lato.
Qualcuno doveva averla fatta passare sotto la porta prima dell'arrivo di
Grace, e lei, al buio, non l'aveva notata. L'immagine raffigurava un giova-
ne che camminava sotto il sole, con indosso una tunica dall'aria un po' an-
tiquata e un paio di stivali gialli; teneva un fiore in una mano, e sulla spalla
portava un bastone con uno zaino. Un cane gli trotterellava fra i piedi. Sta-
va scendendo da una collina, e un arcobaleno era pronto ad acchiapparlo.
In calce, due parole: Lo sciocco.
«So che cos'è», disse. «È una carta dei tarocchi. Guarda, dietro ci sono
delle cifre, si direbbe un numero di telefono.»
Gliela presi dalle mani e la guardai.
«È il numero di Gina...»

37

«E poi ha cominciato a disporre le carte sul tavolo, a faccia in su, molto


lentamente», raccontò Grace a Fisher il mattino successivo, mentre erava-
mo seduti nella sua auto nel parcheggio della centrale. Lawrence era al po-
sto del passeggero, mentre io mi ero infilata sul sedile posteriore, insieme a
Patrick Walsh. «La Luna. La Stella. L'Impiccato. Il Diavolo. La Ruota del-
la Fortuna.»
«Dio, ho sempre odiato quella roba», dissi.
«E alla fine, ancora più lentamente, ci ha spiegato che i tarocchi sono la
più antica forma di profezia. In origine, le carte corrispondevano ai capitoli
del Libro dei Morti. Vennero copiate su tavolette di pietra, fino ad assume-
re l'aspetto odierno: ogni carta rappresenta un aspetto della vita, della per-
sonalità o del destino di noi umani. Era stato Felix a regalarle quel mazzo
di tarocchi. Secondo Gina, non era raro che il nostro fotografo si affidasse
alle carte, per prendere le sue decisioni. La ragazza ha una sua teoria...»
«Che sarebbe?»
«L'Uomo di Marx ucciderebbe le sue vittime basandosi sui tarocchi.»
«Non esiste», ribatté Fisher.
«Era venuta a cercarmi a casa per parlarmene», gli spiegai.
«E, dopo aver suonato invano il campanello, ha infilato sotto la porta la
carta con il suo numero di telefono... non aveva nient'altro su cui scriver-
lo.» Evitai accuratamente di incrociare lo sguardo di Grace attraverso lo
specchietto, sicuramente avrebbe voluto sapere se avessi preso un'altra vol-
ta le mie pillole per dormire.
«Secondo lei», proseguì il sovrintendente capo Fitzgerald, «ciascuna
delle vittime rappresenterebbe una carta: Mark Brook il Mago; il giudice
Prior la Giustizia; Jane Knox l'Eremita; Charlie Knight, noto anche come
lo Spietato Mietitore, la Morte; Finlay Hart... merda, non riesco proprio a
ricordarmelo, a che cosa corrisponde Hart, Saxon?»
«All'Imperatore.»
«Giusto», confermò. «A quanto pare, simboleggerebbe l'autorità.»
«E Tim Enright? La prima vittima?» intervenne Walsh.
«Gina ha dovuto ammettere di non averne la minima idea», risposi. «Se-
condo lei, potrebbe essere il Mondo, cioè la ricchezza materiale. Non lavo-
rava nell'ambiente della finanza?»
«Non solo. È convinta che la frase sussurrata all'orecchio di Brook si ri-
ferisse ai tarocchi, e non avesse niente a che vedere con il pensiero di Karl
Marx. Il killer ha voluto dirci che è lui a distribuire le carte con cui ci gio-
cheremo la mano della morte. La mano morta significa questo.»
«E voi, alla fine, che cosa le avete detto?» volle sapere Fisher.
«Detto? È stata già abbastanza dura mantenere un'espressione seria, fi-
guriamoci se avessimo anche dovuto esprimere un'opinione», rispose Gra-
ce. «I tarocchi... ma fammi il piacere! Come idea non è nemmeno molto
originale. Avevo paura che, una volta finito con le carte, tirasse fuori una
tavoletta ouija e ci proponesse di fare una seduta spiritica, per contattare le
anime delle vittime.»
«Così», proseguii io, «ci siamo limitate a ringraziarla e...»
«Ce la siamo filata», concluse Grace.
Questa volta i nostri sguardi si incrociarono nello specchietto, e scop-
piammo a ridere di nuovo, proprio come avevamo fatto la notte prima nel-
la mia auto, dopo essere uscite di corsa dall'appartamento di Gina. Una ve-
ra e propria fuga.
«Non capisco che cosa ci troviate di tanto divertente», disse Walsh, se-
rissimo, lo sguardo fisso tra me e Grace e un'espressione vuota. «Io credo
che sia tutto piuttosto chiaro.»
«Chiaro?»
«Sì. Perché, hai qualcosa in contrario, dolcezza?»
«In effetti tesoro», risposi, cercando di evitare lo sguardo di Grace per
non scoppiare a ridere un'altra volta, «secondo me sono tutte stronzate.
Ah... e smettila di chiamarmi dolcezza.»
«Bambini», ci ammonì Fisher, «non litigate, là dietro. D'altronde, la vo-
stra amica Gina potrebbe aver intuito qualcosa.»
«Non sarai anche tu uno di quelli che credono a certe stupidaggini misti-
che, vero?»
«Crederci? No, questo no. Ma non le definirei stupidaggini. I tarocchi
possono essere utili. Li ho persino studiati al college. Corso di psicologia.»
«Al college studiano queste stronzate?»
«Serviva come punto di partenza per l'investigazione di Jung nell'ambito
dell'inconscio collettivo», spiegò lui, pazientemente. «I simboli dovrebbero
rappresentare delle qualità o degli stati attraverso cui passiamo nel corso
della nostra vita. Miranda usa ancora le carte, durante le sue sedute. A vol-
te un paziente si sente incoraggiato e prova a leggervi un significato e que-
sto lo aiuta a comprendere che cosa sta accadendo nella sua testa, e a dare
un senso alla realtà. È un po' come interpretare i simboli che ci appaiono in
sogno: è un modo per indagare la psiche umana, e per scoprire come essa
si adatta ai colpi e agli urti della vita.»
«Forse i suoi pazienti avrebbero meno problemi se non avessero in testa
tutte queste convinzioni junghiane, freudiane e chi più ne ha più ne metta.»
«Non torniamo di nuovo su questo argomento. Sono note a tutti le tue
vedute intransigenti nei confronti della terapia psicanalitica, Saxon. E, co-
munque, ho detto di aver studiato i tarocchi al college, ma questo non si-
gnifica che, nelle notti di luna piena, mi mettessi a danzare nudo intorno ai
menhir, sacrificando delle vergini.»
Che immagine allettante...
«Sono solo sorpresa che tu ti sia occupato di certe cose... tutto qui.»
«Be', si è giovani una volta sola», fece lui.
«Ok», dissi, «ammettiamo, tanto per il gusto di discutere, e per quanto la
teoria di Gina sia piuttosto debole, che l'Uomo di Marx sia una persona
mentalmente confusa, al punto da scegliere le sue vittime basandosi sui ta-
rocchi. Ebbene, che differenza farebbe? Dovreste controllare ogni alcoliz-
zato New Age che vive in città, e parlare con chiunque venda candele pro-
fumate, incensi e libri di incantesimi. Dovreste interrogare gli astrologi e
tutti coloro che offrono consulenze feng shui nel retro dei negozi, o tengo-
no corsi serali sulle proiezioni astrali. Sarebbe un incubo, e comunque non
vi porterebbe a nulla, non vi direbbe che tipo di persona state cercando, né
chi sarà la sua prossima vittima.»
«Sai una cosa Saxon?» mi interruppe Fisher. «Il tuo cervello non lavora
più come una volta. Dovresti darlo indietro in cambio di un modello più
aggiornato.»
«Vuoi dire che per te c'è qualcosa di plausibile, in tutto questo?»
«Non nel senso che intende la ragazza di Felix, probabilmente. Ma per-
sino una rossa eccentrica può imbattersi nella verità, per caso o inavverti-
tamente. E non saltarmi di nuovo alla gola, non parlo dei tarocchi. Mi rife-
risco a Tim Enright. Gina ha ragione a indicarlo come un caso anomalo, ri-
spetto agli altri.»
«Ma Enright non era nessuno», osservai.
«È proprio questo il punto. Considera tutte le altre vittime: ciascuna a-
veva una sua importanza. Erano conosciute... erano delle figure pubbliche,
insomma. Terence Prior. Finlay Hart. Charlie Knight. Mark Brook. Perfino
la donna che viveva per strada era stata qualcuno, ai suoi tempi. Ma Tim
Enright no, non era mai stato importante. Allora perché ucciderlo? E, so-
prattutto, perché farlo fuori per primo? L'Uomo di Marx avrebbe potuto i-
niziare da una qualsiasi delle altre vittime: il giudice, il politico... Ciò gli
avrebbe consentito di dichiarare il suo intento fin dall'inizio, guadagnando-
si l'attenzione dei media. Invece non l'ha fatto. Ha cominciato con l'omici-
dio di uno sconosciuto, di un personaggio del tutto anonimo. Non ha esor-
dito con uno schianto, ma con una lagna. Almeno in questo. Gina ha visto
giusto. Tim Enright non c'entra nulla con le altre vittime.»
«Quindi, secondo te», dissi, cercando di seguire la sua logica, «il killer
sarebbe stato mosso da un interesse privato, dal momento che Enright non
apparteneva alla sfera pubblica. Chissà, forse il poveretto conosceva addi-
rittura il suo assassino...»
«È una possibilità, sì.»
«Magari stava solo facendo pratica», suggerì Walsh.
«È quello che ho pensato anch'io, quando il sovrintendente capo Fitzge-
rald mi ha chiesto di esaminare il caso», ammise Fisher. «L'omicidio di
Enright era stato puramente opportunistico, soltanto in seguito l'Uomo di
Marx avrebbe realizzato che la sua attività non doveva necessariamente
fermarsi lì. Poteva continuare a uccidere. Ancora e ancora... Ma adesso
non ne sono più così sicuro. Poniamo che l'assassino conoscesse Enright, e
che avesse pianificato gli omicidi in anticipo, allora è probabile che temes-
se di essere smascherato, e che avesse deciso fin dall'inizio di sistemare la
faccenda. Ha dovuto sbarazzarsi di un testimone scomodo per rendere pos-
sibile tutto il resto, perché l'Uomo di Marx avesse la possibilità di espri-
mersi.»
«Allora dobbiamo scoprire qualcosa di più sulla prima vittima», osservò
Grace.
Abbassò il finestrino e chiamò Boland, che fino a quel momento era ri-
masto di guardia accanto al muro. E lui trotterellò fino alla macchina, con
una pila di dossier che il capo gli aveva chiesto di portare nel caso ne aves-
se avuto bisogno.
«Che cosa abbiamo su Enright?»
Boland si accovacciò e iniziò a far passare le cartellette, una per una.
Giunto alla fine, senza fortuna, ricominciò dall'inizio.
«Mi dia un minuto, capo. È qui in mezzo da qualche parte...»
«Finché rimane lì in mezzo, non mi sarà di molto aiuto.»
«Dannazione... avrei giurato che... Ah, eccolo.»
Tirò fuori il rapporto e lo passò a Grace; restammo tutti in silenzio, men-
tre lei girava le pagine lentamente, leggendo.
«È più o meno come mi ricordavo. Qui dentro c'è tutta la sua maledetta
storia. Scuola, college, lavoro, qualifiche professionali... In altre parole,
non abbiamo granché.»
Mi chinai in avanti e sollevai una pagina strappata da una rivista, che si
intravedeva tra gli altri fogli.
Era una fotografia su carta patinata. Tre uomini seduti dietro una scriva-
nia, Enright al centro; tutti con un sorriso forzato, e chiaramente imbaraz-
zati per aver smesso il solito completo a tre pezzi in cambio di un maglio-
ne casual, dai disegni vivaci. Sotto, la didascalia: I tre festeggiano dieci
anni di successo.
«Che cos'è?» chiesi, dando un'occhiata veloce alla foto, prima di passar-
la a Walsh.
«Proviene da una rivista locale di economia, che sette o otto mesi fa ha
dedicato un servizio alla compagnia di Enright», mi spiegò lui, senza darvi
troppa importanza. «La solita roba: dei PR associati che celebrano le loro
schiaccianti vittorie. Boland l'ha inserita nel dossier perché avessimo u-
n'immagine abbastanza chiara della vittima.»
«Oltre a quella scattata durante l'autopsia, intendi?»
«Non era esattamente il suo profilo migliore.»
Enright sorrideva con l'innocenza malinconica di chi ignora il proprio
tragico destino.
«Non dimenticate che lavorava nella city», ci fece notare Fisher, «il che
significa che doveva avere diversi clienti, nei suoi registri. E credo che
valga la pena fare qualche controllo.»
«Già fatto», rispose Walsh. «Nessun dissidio. Nessun disaccordo, nessu-
na rivalità. Apparentemente, non c'era una sola persona che avesse un
buon motivo per volerlo morto.»
«Una c'è, invece», sottolineò Fisher, in tono gentile. «Ma non deve trat-
tarsi per forza di un contrasto... In effetti, dovremmo considerare anche la
situazione opposta.»
«Qualcosa di più di una normale relazione professionale, intende?» chie-
se Grace. «Sì, è possibile. Walsh, mettiti al lavoro. Procurami la lista di
tutti i clienti di Enright... diciamo degli ultimi tre anni. Scopri eventuali di-
screpanze, o qualsiasi stranezza nella condotta dei suoi affari. Controlla la
sua agenda, i conti. E parla di nuovo con i suoi colleglli. Dev'esserci sen-
z'altro qualcosa che possano ricordare. Boland, verifica che tutte le infor-
mazioni contenute nel dossier siano state prese in considerazione.»
«Ok, capo.»
«Tu puoi venire con me», mi disse Fisher, girandosi a guardarmi, mentre
Walsh e Grace scendevano dall'auto. Evidentemente, si era reso conto che
la mia presenza non era più necessaria, ora che la macchina della Polizia
Metropolitana di Dublino si era rimessa in moto. «Vorrei riuscire a vedere
alcune persone, questo pomeriggio. E, prima che tu me lo chieda, no, non
si tratta di stregoni.»
«Lo apprezzo davvero, Fisher, ma devo andare in un posto.»
«Hai intenzione di dirmi dove?»
«No.»
«Grazie al cielo. In caso contrario, sarei rimasto deluso. Non saresti più
la Saxon che conosciamo e che amiamo, se all'improvviso iniziassi a mo-
strarti comunicativa.»
«Sono qui per soddisfarvi.»
«Già. Credo che sia anche il motto dell'Uomo di Marx.»

38

«Le consiglio di fare più attenzione», dissi. «L'ultima persona che ho ac-
cettato di incontrare in segreto è finita a faccia in giù sugli scogli, con un
foro di pallottola nel cranio.»
«Non è divertente», mi rispose Vincent Strange.
«E chi ride?»
Si era fatto trovare dove mi aveva detto, quando inaspettatamente mi a-
veva raggiunta al telefono. Era a St. Stephen's Green, accanto alla malcon-
cia statua in bronzo di uno dei tanti ribelli della storia di cui non sapevo
nulla, e per cui non nutrivo il minimo interesse. Indossava la sua giacca di
pelliccia preferita, e come al solito non passava inosservato.
«Immagino che si stia chiedendo perché l'ho chiamata.»
«Non sono ancora arrivata alla fase degli interrogativi. Sono solo felice
che non si tratti di un'altra lettera», gli risposi. «Comunque, è decisamente
meglio che nascondersi dietro i propri legali, no? Un comportamento più
civile.»
«Non mi stavo nascondendo dietro Conor Buckley», obiettò. Aveva u-
n'espressione ferita. «Sono stati dei giorni difficili. Volevo che la smettesse
di importunarmi, tutto qui.»
«Importunarla? Io volevo soltanto farle qualche domanda su Felix.»
«Io ho avuto un'impressione diversa.»
«Sì, Buckley è stato abbastanza chiaro, al riguardo.»
Evitava di guardarmi negli occhi. Era palesemente nervoso, forse non
era sicuro di aver fatto la cosa giusta. E non occorreva essere un genio per
capire il motivo, probabilmente voleva qualcosa da me, ma la nostra rela-
zione gli impediva di chiedermi un favore senza farsi troppo problemi.
In effetti, non ero neppure certa che tra di noi ci fosse un qualsiasi tipo
di rapporto.
«Camminiamo», suggerì. «Non mi va di starmene qui fermo come un i-
diota.»
Perché cambiare proprio adesso? avrei voluto chiedergli.
Ma tenni la bocca chiusa.
Ero decisa a sfoggiare il mio comportamento migliore.
Qualunque fosse la ragione che l'aveva spinto a chiamarmi, dopotutto,
doveva essere piuttosto importante, se l'aveva indotto a superare la sua na-
turale inclinazione nei miei confronti. Normalmente, mi trattava come se
fossi un ricordino poco piacevole rimastogli sotto una scarpa.
Cominciammo a camminare.
Passeggiammo nel parco, come una qualsiasi coppia di innamorati. La
più strana che si fosse mai vista... ma, com'è che dicono? L'amore è cieco.
Mi piaceva quel posto. D'estate, quando faceva più caldo, spesso lascia-
vo il mio appartamento a poche centinaia di metri e mi sedevo a pranzare
su una delle panchine che costeggiavano i laghetti. Gli alberi erano coperti
di foglie, gli uccellini cantavano in mezzo all'implacabile urlo del traffico,
e il vento trasportava le risate dei bambini nel vicino parco giochi.
Oggi era più tranquillo, l'estate stentava a iniziare. Si stava prendendo il
suo tempo, e l'aria conservava quella temperatura pungente che invitava le
persone a restarsene in casa. I sentieri erano bagnati... non mi ero nemme-
no accorta che quella mattina avesse piovuto. Gli alberi erano ancora spo-
gli, quasi non avessero intenzione di mettere le foglie, per quell'anno: si sa-
rebbero risparmiati lo sforzo.
Riuscivo a capirli perfettamente.
«È per Alice?» gli chiesi.
«No. O forse sì. Oh... non lo so. Lei crede che si sia suicidata?»
«In effetti, sì.»
«Ma riguardo a Felix non era della stessa idea.»
«Era una situazione diversa.»
«In che senso?»
«Felix non aveva alcun motivo per uccidersi, dal mio punto di vista. E
continuo a pensarla così. L'unico problema è che nessuno ha voluto darmi
retta, quando sono andata in cerca di risposte.»
«Se si sta riferendo a me...» cominciò lui.
«Lei è uno dei tanti.»
«Avevo le mie ragioni.»
«Per mentirmi?»
«Non le ho mentito. O meglio, sì, devo ammettere di averlo fatto. Quan-
do le ho detto che Alice si era lamentata della sua intrusione, per esempio.
E che non credeva affatto che il fratello fosse stato ucciso. Lei lo credeva,
eccome. Mi chiese persino di aiutarla a trovare il colpevole.»
«E perché non l'ha sostenuta?»
«Perché ero convinto che fosse la cosa meno saggia. Ero preoccupato,
questa ossessione nei confronti di Felix non poteva portare a nulla di buo-
no. Lui si era tolto la vita. Temevo che, incoraggiandola, l'avrei resa anco-
ra più fragile. E a che pro? Suo fratello si era suicidato e la polizia lo sape-
va: ho visto il referto dell'autopsia. Erano fatti che non potevano essere i-
gnorati. E io non potevo incoraggiarla a inseguire quella che mi sembrava
soltanto una fantasia.»
«E la pensa ancora così? Crede ancora che si trattasse di una fantasia?»
Strange si fermò. Eravamo arrivati davanti a un ponticello che attraver-
sava un laghetto al centro del parco. Si appoggiò al parapetto e abbassò lo
sguardo, che tenne fisso sull'acqua. Un cigno di passaggio sollevò gli occhi
speranzosi, aspettando le nostre briciole. Poi affondò il becco nell'acqua, in
cerca del cibo che non c'era, e per un breve istante restò senza testa.
«Non lo so più. Ma c'è qualcosa che non quadra. Per questo avevo biso-
gno di parlarle. Per questo sono venuto a chiedere il suo aiuto.»
«Sto ancora aspettando.»
All'inizio ebbe qualche difficoltà.
Non gli uscivano le parole; mi ero trovata nella stessa situazione, quando
avevo raccontato ad Alice della telefonata del fratello.
Quando finalmente, con un immenso sforzo, riuscì a parlare, compresi i
suoi problemi.
«Sono stato contattato da un uomo, due notti fa. Voleva che gli procu-
rassi una pistola.»
«Non sapevo che i suoi affari comprendessero anche il traffico d'armi.
Forse il mercato delle opere d'arte è un po' in crisi, ultimamente?»
«Immagino che questo sia un altro dei suoi tentativi umoristici», disse
lui sollevando i gomiti dal parapetto e ricominciando a camminare. «Fran-
camente, trovo offensivo che qualcuno possa pensare che sarei disposto a
vendere una delle mie pistole. Sono un collezionista, non un criminale.»
«Chi era?» gli chiesi, seguendolo.
«So che stenterà a crederci, ma non mi ha detto il suo nome.»
«Ha detto che l'ha contattata. Intende dire che...»
«Mi ha telefonato. Alla galleria. Non l'ho mai visto in faccia.»
«Ha riconosciuto la voce?»
«Sono abbastanza sicuro di non averla mai sentita prima.»
«Allora credo di doverle fare le mie congratulazioni. È entrato a far parte
di un ristretto gruppo di prescelti: soltanto due persone, finora, hanno avu-
to l'onore di sentire la voce dell'Uomo di Marx... e l'altra è morta subito
dopo.»
La sua risposta giunse come un grido.
«Chi ha mai parlato dell'Uomo di Marx?»
«Andiamo, è questo che pensa, no?» osservai. «E, dopo quello che è
successo a Felix, non la biasimo. Chi altri verrebbe da lei a cercare una pi-
stola? I criminali comuni, di solito, non telefonano a un mercante d'arte
quando hanno bisogno di un'arma. Hanno delle fonti alternative. Al contra-
rio del nostro uomo: sarebbe un grosso rischio rivolgersi ai normali canali,
quando metà mondo della malavita è in attesa della sua prossima mossa,
per poter incassare la ricompensa. Non crederà che si tratti di una coinci-
denza, vero? L'assassino ha appena perso la sua Glock preferita, e lei, a di-
stanza di pochi giorni, riceve quella telefonata. Le era già capitato?»
«Certo che no.»
«Appunto.» Improvvisamente, gli alberi muggirono sopra di noi, mossi
da un vento levatosi dal nulla, che per un momento coprì i rumori della cit-
tà. Riuscivo quasi a immaginare che fossimo sperduti nel cuore di una fo-
resta. «Che tipo di pistola voleva?»
«Non una Glock, se è a questo che sta pensando.» Pronunciata da lui, la
parola Glock riusciva addirittura ad assumere una sfumatura comica. «Ha
detto soltanto che voleva un'arma. Non aveva particolari pretese, purché
funzionasse e non fosse rintracciabile. E mi ha chiesto anche le munizio-
ni.»
«E lei che cosa gli ha risposto?»
«Mi sono rifiutato. Gliel'ho detto, non sono un commerciante d'armi.»
«Che bravo ragazzo. Non mi sarei aspettata niente di meno, da un citta-
dino rispettoso della legge come lei. Quindi, esattamente, perché ne sta-
remmo parlando, adesso? Perché non è andato subito alla polizia?»
«Be', adesso arriva la parte difficile. Quando gli ho detto di no, mi ha
minacciato: se non gli avessi procurato una pistola, ovviamente mantenen-
do il segreto, o avessi informato le autorità, avrebbe rivelato certe informa-
zioni sul mio conto che preferirei tenere per me.»
«E cioè?»
«Non crederà davvero che...»
«Che abbia intenzione di parlarmene? Sicuro. A meno che non voglia
offrire lo spunto per l'articolo principale in prima pagina sui giornali scan-
dalistici di domani.»
«Cazzo!» Era la prima volta che lo sentivo imprecare. «Non sta scher-
zando, immagino...»
«No. E sto ancora aspettando la sua risposta.»
Le parole gli uscirono controvoglia, quasi lo stessi torturando. Me lo
disse a denti stretti.
«Io ho un certo tenore di vita da mantenere e a volte può diventare... co-
stoso», cominciò, evitando di guardarmi negli occhi. «Devo ammettere
che, in alcune occasioni, ho tenuto un comportamento non proprio rispet-
toso degli standard professionali che gli altri si aspettano da me, e di cui io
stesso sono un convinto sostenitore.»
«Adesso inizia a parlare come un avvocato. Farò meglio a prestarle at-
tenzione, o inizierà a declamare frasi in latino e a pronunciare discorsi in-
comprensibili. Perché, invece, non mi fa un esempio?»
«Mi sarà capitato di fare qualche copia extra di alcune stampe fotografi-
che particolarmente ricercate, senza che l'artista lo sapesse, e di passarle ad
alcuni clienti interessati. E, per sbarcare il lunario, di tanto in tanto potrei
aver ritoccato la percentuale delle mie commissioni.»
«Gesù, che stupida...» dissi scuotendo la testa. «E io che, per tutto que-
sto tempo, ho pensato che stesse per dirmi che era il padre del bambino di
Alice.»
«Io?» disse in un soffio. «Tra me e lei non c'è mai stato niente del gene-
re. Anche se l'avessi voluto, Felix era sempre in mezzo. Era l'unico uomo,
per lei. Non c'è motivo di fingere, ormai, no? La morte non ha segreti. Può
anche darsi che si fosse divertita, quando era più giovane, ma aveva perso
l'abitudine di folleggiare. Immagino che si fosse resa conto che tutto quello
che voleva era Felix; non aveva altri amanti da almeno una decina d'anni.
E nemmeno lui era stato con nessun'altra, prima della comparsa di quella
donna, Gina Fox. Il figlio di Alice poteva essere solo suo.»
«Dunque i suoi crimini sono finanziari, più che carnali.»
«La prego, eviti di prendermi in giro. La situazione è già abbastanza de-
licata.»
Delicata?
Quell'uomo aveva un talento naturale per gli eufemismi.
«Soprattutto dal momento che non ho nulla di cui vergognarmi», ag-
giunse.
«Sono un po' confusa. Se non ha niente di cui vergognarsi, allora perché
ha così paura che quello che potrebbe aver commesso diventi di dominio
pubblico? Non è nemmeno andato alla polizia, quando Dio solo sa chi la
sta ricattando, e sta cercando di trasformarla in un trafficante d'armi.»
«Come le ho già detto, le vicende degli ultimi giorni hanno portato una
pubblicità piuttosto negativa. Sa, le foto ritrovate nell'abitazione dei Berg...
Io ho una reputazione da difendere. Non voglio che qualcuno pensi che
fossi coinvolto in qualche giro poco pulito.»
«Il cielo non voglia.»
«È solo che la gente...»
«Non capirebbe», continuai. «Disse qualcosa di simile anche durante il
nostro primo incontro.»
«Rida pure», continuò, «ma riesco già a sentire una profonda disappro-
vazione nei miei confronti... è così dal giorno della morte di Alice. È come
un ghiacciaio che si muove, lentamente ma inesorabilmente, verso sud. I
clienti hanno cancellato appuntamenti, i compratori hanno rimandato visite
alla galleria e soggiorni in città per incontrarmi. Se, dopo le attività eroti-
che dei due fratelli, venissero alla luce anche le mie truffe contabili, la mia
attività ne sarebbe gravemente compromessa.»
«Perché non si è rivolto al suo caro amico, il vicecommissario Draker?
L'aveva già fatto, in passato, no?»
«Anche l'amicizia ha dei limiti», rispose lui con un sorriso ironico, «e io
credo di averli già raggiunti. Si sono verificati un paio di incidenti...»
«Farsi fotografare a un party organizzato da un gangster è il primo. L'ho
saputo anch'io.»
«Ma ancora una volta devo sottolineare la mia estraneità ai fatti. All'e-
poca non avevo idea che Frederick Sheehy fosse coinvolto in affari del ge-
nere. Ma la gente tende sempre a trarre le conclusioni sbagliate. E a espri-
mere giudizi. E poi c'è stata quell'altra faccenda... di cui adesso non è pro-
prio il caso di parlare.»
«Si riferisce al fatto di aver dato a Felix la pistola con cui poi si è tolto la
vita?»
«Lei lo sa?»
Il suo stupore infantile riuscì quasi a commuovermi.
«Non si faccia prendere dal panico. Non ho intenzione di fare nomi du-
rante una seduta del Senato.»
«Bene, visto che ne è già al corrente, è inutile sorvolare. Ho commesso
un terribile errore, che mi ha causato un'enorme sofferenza. Ho perso un
buon amico. E l'unico motivo che mi spinse ad accontentarlo fu che anche
lui minacciò di rivelare i miei peccatucci. Discutemmo per diversi mesi,
fino a quando mi chiese spiegazioni riguardo ad alcune... irregolarità nei
suoi pagamenti. Fu così che ci allontanammo. E adesso questa storia è tor-
nata a tormentarmi. Ho paura di perdere tutto. 'Tre strike e sei fuori'... di
solito funziona così, no? Viviamo in un mondo crudele.»
«Forse anche il tizio che l'ha chiamata, chiunque sia, sa di poter contare
sui suoi timori.» Sollevai lo sguardo e notai che ci stavamo avvicinando al-
la statua di bronzo da cui eravamo partiti. «Ma ancora non capisco che co-
s'abbia a che fare tutto questo con me: perché, fra tutte le persone, ha deci-
so di venire a raccontarlo proprio alla sottoscritta?»
«Speravo che potesse dirmelo lei.»
«Io? E perché diavolo dovrei avere una risposta?» esclamai.
«Perché», mi spiegò Strange, «l'uomo con cui ho parlato al telefono ha
chiesto specificamente di lei. Dovrà essere lei, Saxon, a fare la consegna.
A portargli la pistola. È l'unica condizione che ha posto.»
Attraverso gli alberi, guardai gli edifici che circondavano St. Stephen's
Green, cercando di individuare la mia finestra e di immaginarmi lassù,
mentre osservavo quest'altra me stessa.
Dovevo farmi un cenno di saluto?
E immaginai che al mio posto ci fosse un'altra persona, con lo sguardo
puntato nella stessa direzione. Aspettava. E osservava. Attendeva che u-
scissi di casa, per salire le scale e introdursi nelle mie stanze.
Perché proprio io?
L'unico motivo poteva essere Felix, pensai. Se era stato davvero l'Uomo
di Marx a chiamare Strange, e non avevo dubbi in proposito, allora doveva
sapere che stavo indagando sulla morte di Berg. Non avevo certo mantenu-
to il segreto, riguardo alle mie intenzioni. Non lo faccio mai, la mia lingua
conduce una vita propria.
Forse pensava che stessi seguendo le sue impronte nella neve, come a-
veva fatto Felix? E, in questo caso, che cosa avrebbe fatto se avessi seguito
le sue indicazioni e mi fossi presentata con la pistola?
C'è bisogno di chiederselo?
«Quindi», gli dissi, «che cosa vuole da me, esattamente?»
«Voglio che faccia quello che mi ha chiesto quell'uomo.» Parlò come se
la sua risposta fosse talmente ovvia da risultare chiara anche a un bambino.
«Voglio che prenda una pistola e gliela porti... sono disposto a cedergli
qualsiasi arma, non m'importa.»
«Lei è pazzo.»
«No, non lo dica. Ci pensi, almeno.»
«E a che cosa dovrei pensare? Mi sta dicendo che vorrebbe che io por-
tassi una pistola all'Uomo di Marx?»
«La pagherò. Diecimila vanno bene? Facciamo venti. Non ha alcuna im-
portanza.»
«Il denaro non c'entra», dissi. «Quell'uomo è un assassino, Strange. Lei è
fuori di testa, se ha pensato anche per un solo secondo di accogliere la sua
richiesta. E perché io dovrei aiutarla? Mi stupisce persino che abbia avuto
il coraggio di venire a chiedermelo. Fin dal nostro primo incontro, non ha
fatto altro che vanificare i miei sforzi. Mi ha ostacolata in tutti i modi. E
adesso vorrebbe il mio aiuto?»
«Dunque si tratta di questo? Vuole prendersi una piccola rivincita? Sic-
come nessuno era disposto ad ascoltarla riguardo alla morte di Felix, ades-
so ha intenzione di voltarmi le spalle?»
«Le cose non stanno affatto così.»
«E come stanno, allora? Io voglio solo che quel tizio sparisca. Non lo
capisce? Sono disperato. Riesce a immaginare quanto mi sia costato trova-
re il coraggio di venire a raccontarle una cosa simile, senza sapere che cosa
avrebbe detto o fatto, o come avrebbe reagito? Ma era necessario. Sono in
trappola e voglio venirne fuori... e l'unica soluzione che conosca è fare
quello che mi è stato chiesto. Desidero solo essere lasciato in pace. Non so
che altro fare. Se lei non mi aiuta...»
In quel momento provai quasi dispiacere per lui, ma non mi intenerii al
punto da sottovalutare i rischi a cui avrebbe esposto l'intera popolazione di
Dublino per salvarsi la pelle.
«La sua disperazione le impedisce di pensare con lucidità. Non riesce a
capire che per lei le cose si metteranno davvero male, se si venisse a sapere
che ha consapevolmente aiutato un pluriomicida? Al contrario, se aiutasse
la polizia ad arrivare a lui, nessuno farebbe caso a quei pochi soldi finiti
per sbaglio nelle sue tasche. Cominci a ragionare, Strange. Dico sul serio.
Non le interessa sapere che altre persone moriranno, se farà come le ha
detto?»
«Certo che mi interessa», ribatté tenace. «Mi sento un verme, soltanto
per aver pensato di aiutarlo, ma mi ha messo con le spalle al muro, non lo
vede? Non voglio assumermi da solo la responsabilità di fare l'eroe. Devo
pensare a me stesso. Al mio futuro.»
«Ok, allora pensi a se stesso. Crede davvero che quell'uomo svanirà, una
volta che avrà obbedito alla sua richiesta? Non pensa che tornerà per chie-
derle qualcos'altro? E poi ancora? C'è sempre qualcosa da chiedere, e di
solito ci si rivolge alle persone che la prima volta si sono mostrate più di-
sponibili.»
«Che altro posso fare?»
Cercai di riordinare le varie possibilità nella mia testa.
«A quando il prossimo contatto?»
«Intorno a mezzanotte. Mi dirà ora e luogo della consegna.»
«Bene, lei prenderà la chiamata», dissi. «Si comporti come se fosse tutto
ok, accetti ogni sua richiesta e si limiti a definire i dettagli. Poi mi telefo-
ni.»
«Che cosa ha intenzione di fare?»
«Deve fidarsi di me. Si è rivolto alla sottoscritta per avere aiuto, e io
glielo sto offrendo. Ma deve lasciarmi fare a modo mio. Mi assicurerò che
il suo nome resti fuori da tutta questa faccenda... farò del mio meglio.»
«Non andrà alla polizia, vero?»
«Strange, mi ascolti: deve fidarsi di me.»
Vidi il panico nei suoi occhi, mentre mi fissava.
Non riusciva a distogliere lo sguardo.
Poi, annuì.
«Non ho altra scelta.»
«In cambio, voglio una cosa da lei.»
«Qualsiasi cosa. Mi dica il suo prezzo.»
«Voglio vedere le foto chiuse nell'armadietto alla Central Station.»
Evidentemente, non era la risposta che si aspettava.
«Sa anche questo?»
«Volevo sapere dove si trovavano, così l'ho seguita.»
Mi mostrò tutta la sua disapprovazione: una reazione che giudicai ecces-
siva, considerando che veniva da un uomo che, appena qualche minuto
prima, aveva suggerito di procurare una pistola a uno sconosciuto per co-
prire i suoi imbrogli.
«Sono sorpreso, perché non le ha rubate, semplicemente?»
«Ci ho pensato, in effetti. Che posso dirle? Sono una donna piuttosto cu-
riosa. Ma c'era troppa gente, lì in giro. E non sapevo se ne valesse la pena.
Allora? Me lo dice lei?»
«Non saprei. Io non le ho mai guardate.»
«Andiamo...»
«È libera di non credermi. Ma, come le ho già detto, Felix mi aveva
chiesto semplicemente di custodirle per lui, ed è quello che ho fatto. Avrò
anche i miei difetti, ma non sono un ficcanaso. Immagino che avesse le sue
buone ragioni, se voleva che rimanessero nascoste.»
«Di che cosa pensa che si tratti?»
«All'inizio», ammise, «pensavo che fossero foto dei due fratelli insieme.
Forse il furto l'aveva preoccupato, facendogli realizzare quanto fossero
vulnerabili, e aveva preferito affidarle a me. Ma poi, quando è morta Alice
e la polizia ha rinvenuto quelle immagini... Be', i miei sospetti non aveva-
no più alcun senso. Vuole la verità? Non sapevo che cosa fossero, e non
volevo guardarle. Avevo paura di quello che avrei potuto trovare.»
«Io non ho paura. E voglio vederle. Devo sapere se hanno qualcosa a che
fare con la morte di Felix.»
«Oh, no... non vorrà ricominciare con quella storia. Come potrebbero es-
sere legate alla sua scomparsa?»
«Non lo saprò finché non le avrò viste.»
39

Eravamo nell'ufficio di Grace e Draker stava sbraitando. Mi stavo go-


dendo ogni secondo del suo disagio. La sua voce scuoteva i vetri delle fi-
nestre come un camion in transito. E le parole erano variazioni su un unico
tema, sembrava un maestro impazzito che pestava sulle corde di un piano-
forte scordato.
Chi diavolo crede di essere?
Chi le dà il diritto di comportarsi così?
Purtroppo, devo ammettere che i suoi discorsi farneticanti erano davvero
poco originali.
Cercai di non sentire la sua voce, sforzandomi di assimilarla ai rumori in
sottofondo come il ronzio di una mosca che sbatteva contro una finestra
chiusa, incapace di uscire. Vedevo le sue labbra muoversi, ma le parole si
separavano, disintegrandosi prima di arrivare alle mie orecchie.
«Il tempo passa, Draker», gli dissi, quando la sua bocca si fermò per
qualche istante.
«Scommetto che non ha ascoltato nemmeno una parola di quello che ho
detto.»
«Mi faccia pensare... No, ha ragione.»
La mia risposta lo mandò di nuovo su tutte le furie.
L'accordo che avevo proposto al vicecommissario era molto semplice:
avrei passato una soffiata alla Squadra omicidi, riguardo alla consegna di
una pistola che sarebbe dovuta avvenire quella notte, purché mi si conce-
desse di prendere parte all'azione. Volevo essere lì. E, non dimentichiamo
la parte più importante, volevo essere la prima persona a parlare con il so-
spetto.
Non era esattamente quello che aveva avuto in mente Strange, quando
aveva chiesto il mio aiuto; ma ero sicura che, alla fine, mi avrebbe ringra-
ziata. Anche se non ero in grado di garantirgli che il suo nome sarebbe ri-
masto fuori dalla vicenda. Qualunque piccola rovina sarebbe stata preferi-
bile alla prospettiva di essere tenuto sotto scacco dall'Uomo di Marx.
Ma Draker aveva un piccolo problema, con il mio piano.
Due problemi, in effetti.
Primo, e questo potevo anche concederglielo, ero una comune cittadina;
l'aveva già sottolineato un centinaio di volte da quando, mezz'ora prima,
ero entrata in centrale insieme al sovrintendente capo Fitzgerald. Se quella
sera mi fosse successo qualcosa, sarebbe toccato a lui inventarsi una scioc-
ca storiella da propinare al pubblico per contenere i danni. E c'era da augu-
rarsi che la stampa non scoprisse quella piccola bugia... In tal caso, infatti,
non solo avrebbe dovuto dire addio alle speranze di diventare commissa-
rio, ma con buona probabilità sarebbe stato costretto a lasciare anche il po-
sto che occupava.
Secondo, io non gli piacevo.
Non gli ero mai piaciuta.
Comunque, questo non era un mio problema. Quanto al primo, non esi-
steva possibilità alcuna di negoziare, dal momento che non avevo la ben-
ché minima intenzione di passare le mie informazioni ai suoi uomini, la-
sciando che assumessero il controllo delle operazioni.
E poi, fatto non trascurabile, l'uomo che aveva contattato Strange voleva
che fossi presente.
Ma avevo tralasciato di dirlo a Draker.
«Comunque, da chi avrebbe avuto questa soffiata?» mi chiese lui, ancora
alterato.
«Questo è un particolare che temo di non poterle rivelare», risposi sfor-
zandomi di rendere il più irritante possibile ogni singola parola. «Il mio in-
formatore desidera mantenere l'anonimato. Tutto quello che sono disposta
a dire è che ho saputo che questa sera dovrebbe essere consegnata una pi-
stola in una zona a nord della città, e che io intendo essere presente. Se i
suoi agenti saranno con me dipende soltanto da lei.»
«E se rifiutassi?»
«Allora non saprà mai se quest'uomo è chi lei spera che sia.»
«E lo lascerebbe andare, piuttosto che tirarsi indietro?»
«Non c'è bisogno che nessuno si faccia da parte», sottolineai paziente.
«Deve soltanto accettare le mie condizioni, così ciascuno di noi avrà quel-
lo che vuole.»
«Là fuori stanno morendo delle persone», ricominciò tornando ad alzare
la voce. «Lei ha la responsabilità di passarci qualsiasi informazione che
possa condurre alla cattura di quell'uomo.»
Mi chiesi se anche a casa si esprimesse in modo così pedante.
In tal caso, la moglie aveva tutta la mia compassione.
«E lei», ribattei, «dovrà spiegare al commissario perché si è lasciato
sfuggire delle informazioni preziose a causa dei problemi personali che ha
con la sottoscritta.»
«Io avrei dei problemi personali con lei? Nel caso non l'avesse notato,
sto cercando di impedirle di farsi ammazzare. Sa che cosa dovrei fare?»
disse poi, mosso da un'intuizione spontanea. «Dovrei metterla agli arresti.
Forse, dopo qualche ora in cella, adotterebbe un atteggiamento meno arro-
gante.»
«Allora perché non la smette con le minacce e non fa sul serio?»
Draker si voltò verso Grace, esasperato.
«Sovrintendente capo», le disse supplichevole, «non c'è niente che possa
fare al riguardo?»
A giudicare dalla sua espressione, lei stava facendo di tutto per non far-
gli capire quanto la divertisse vederlo lacerato da quel dilemma. E ci stava
riuscendo piuttosto bene; ma non poteva certo ingannare me.
«Signore», disse fredda, «siamo nella stessa barca. Ne so quanto lei. E
Saxon è stata assolutamente chiara, riguardo alle sue condizioni.»
La guardò dritto in volto, come se percepisse il piacere di Grace davanti
al suo imbarazzo, e come se volesse sfidarla a mostrarlo senza riserve; ma
lei rimase impassibile, e lui fu costretto a distogliere lo sguardo, che ripor-
tò su di me. La sua energia combattiva iniziava a scemare.
«Quindi mi conferma che lo lascerebbe andare, piuttosto che tirarsi in-
dietro?»
Annuii, secca. E per un attimo provai a crederci anch'io... solo così, in-
fatti, sarei riuscita a convincerlo.
«E gli permetterebbe di uccidere altre persone?»
«Non c'è ragione per cui altri debbano morire. Senta, se proprio ci tiene,
può riattaccare un'altra volta con il suo discorso sulla mia arroganza. Io me
ne starò seduta qui tutto il giorno ad ascoltarla. Le darò anche un voto, se
vuole. Ma questo non ci porterà da nessuna parte. È vero, potrebbe andare
male e lei ci rimetterebbe la faccia. Ci sono sempre dei rischi. In alternati-
va, entro domani mattina potrebbe chiudere il caso. È troppo importante,
per me. Non voglio lasciarmi sfuggire questa opportunità. Allora? Che co-
s'ha deciso?»
Anziché rispondermi direttamente, mi fece a sua volta una domanda.
«Perché quest'ansia di riuscire a parlare con quello svitato?»
«Perché, se è davvero l'Uomo di Marx, voglio chiedergli che cosa sa sul-
la scomparsa di Felix Berg. Voglio sapere perché è morto.»
«Oh, no... non vorrà ricominciare con questa storia», ribatté Draker stan-
camente. Le stesse parole che aveva usato Strange meno di un'ora prima,
quando gli avevo chiesto di vedere le fotografie. Apparentemente, l'intera
città era concorde nel disapprovare il mio operato. «Mi era giunta voce che
si stesse rendendo ridicola seguendo questa pista assurda, ma non avrei
mai pensato che avrebbe permesso a tale ossessione di interferire con la
sua capacità di giudizio. Che cosa c'è da sapere, ancora? Berg si è suicida-
to.»
«Voglio che sia l'Uomo di Marx a dirmelo.»
Draker si voltò verso la finestra e guardò le nubi grigie. La luce era scre-
ziata di ombre scure e minacciose, come se la pioggia si preparasse a tor-
nare. Un uccello solitario volava giù, verso il fiume.
«Molto bene, disse il vicecommissario, alla fine. «Accetto le sue condi-
zioni. Ci dica dove avverrà la consegna della pistola. Ha il mio permesso,
potrà essere presente. E lascerò che sia lei ad avvicinare per prima il so-
spetto. Avrà due, tre minuti per parlargli. Anche di più, se crede. In cam-
bio, però...»
Sul volto gli era comparso un sorriso sottile.
«Sì?»
«Accetterà che Seamus Dalton questa sera le faccia da baby-sitter.»
«Dalton?» gli feci eco sbalordita. E Grace iniziò a protestare.
«Seamus Dalton», ripeté lui, alzando la voce per coprire le obiezioni di
entrambe. «È un detective della Squadra omicidi con molta esperienza.
Conosce bene la parte settentrionale della città. E credo anche che sia già
stato punito a sufficienza per qualsiasi atteggiamento gli sia stato imputa-
to.»
«Dalton non è stato punito», intervenne Grace. «L'ho solo assegnato
temporaneamente ad altri incarichi, visto che i suoi problemi personali gli
impedivano di lavorare insieme agli uomini della squadra.»
«La mia osservazione non voleva essere un preludio a un ulteriore dibat-
tito», tagliò corto Draker. «Questo è quello che ho deciso. Prendere o la-
sciare.»
Stava imparando alla svelta.
«Saxon?» disse il sovrintendente capo.
«Ok, vada per Dalton.»

«Sei sicura che la cosa non ti crei dei problemi?» mi chiese Grace per la
nona volta. Sapevo che era la nona perché avevo iniziato a contarle quando
era entrata dalla porta. «Hai una voce strana.»
«Perché devo urlare per farmi sentire.»
«Che cosa? Parla più forte, non capisco.»
«Appunto.»
Era sotto la doccia e io la stavo osservando, seduta sul bordo della vasca.
Era arrivata dieci minuti prima per darsi una rinfrescata e prepararsi a
quella che si prospettava una lunga notte; aveva preferito fermarsi da me
per risparmiare tempo. Il solo fatto di vederla mi fece sentire in colpa. Le
avevo detto subito che le mie informazioni venivano da Vincent Strange, e
le avevo anche riferito il contenuto della telefonata... ma avevo tralasciato
di dirle che l'uomo misterioso aveva insistito affinché fossi io a effettuare
la consegna. Se l'avessi fatto, le avrei offerto lo spunto per farmi delle do-
mande troppo complicate; sicuramente, mi avrebbe chiesto che interesse
potesse avere quel tizio nei miei confronti. E forse sarei stata costretta a
raccontarle che cosa era successo nel mio appartamento la sera del funerale
di Felix. Non le avevo ancora detto nulla.
E non ero nemmeno sicura di aver trovato una connessione.
Inoltre, la mia insistenza riguardo al fatto di essere presente la preoccu-
pava già abbastanza. Aveva persino tentato di dissuadermi... Ed ero stata
così male, vedendola tanto in ansia, che avrei anche potuto darle retta, se la
mia partecipazione non fosse stata assolutamente necessaria. Ma non pote-
vo mancare, o il presunto assassino sarebbe venuto meno all'accordo. Una
mossa sbagliata, e avremmo visto sfumare qualsiasi possibilità di giungere
alla soluzione del mistero.
E io non ero pronta a permettere una cosa simile.
Non adesso, quando iniziavo a intravedere la fine. Quando stavo per a-
vere delle risposte sulla morte di Felix. Quelle risposte che non avevo mai
trovato su Sydney. Non avevo scelta. Dovevo esserci anch'io.
«Ehi, passami un asciugamano», disse facendomi sussultare.
Non mi ero accorta che avesse chiuso l'acqua.
Stavo diventando un'esperta, nel sognare a occhi aperti.
Presi un asciugamano e glielo passai attraverso la porta del box, e la os-
servai mentre usciva avvolgendosi nel telo, lasciando le sue impronte ba-
gnate sulle piastrelle.
Mentre si asciugava continuò a parlare, cercando di distrarre entrambe
dall'ansia che ci stava divorando. Rapidamente, ripercorse gli avvenimenti
di quella giornata.
Una volta tanto, Fitzgerald sembrava aver avuto fortuna. A poche ore
dall'incontro in auto con Fisher e Walsh, fuori dalla centrale, la polizia era
riuscita ad avere un quadro più chiaro delle attività di Tim Enright, rispetto
a quanto emerso all'inizio delle indagini.
«Walsh ha portato uno scatolone di roba che ha prelevato dall'ufficio
della vittima. Lettere, e-mail, ricevute, qualsiasi cosa. E c'è un nome che
spicca fra gli altri: quello di Charles Mason, titolare della Mason & Vine,
una società che importa vini e che ha sede giù al molo. Enright aveva cura-
to gli investimenti di Mason per anni, ma, a quanto risulta dai documenti,
erano almeno dodici mesi che da quest'ultimo non percepiva un centesi-
mo.»
«E Mason è stato in grado di dare una spiegazione?»
«Sì, in effetti, anche se dopo notevoli pressioni. A quanto pare, lo scorso
anno Enright gli chiese di far arrivare per lui un pacco dagli Stati Uniti,
Mason avrebbe usato le sue conoscenze perché passasse la dogana senza
problemi, e in cambio la vittima avrebbe offerto i suoi servizi gratis per un
anno. Un bel risparmio, per Mason. Era uno dei suoi maggiori clienti.»
«Enright gli rivelò il contenuto del pacco?»
«Disse che si trattava di un pregiato vino d'annata.»
«Vino? E lui gli credette?»
«Che motivo aveva di mettere in dubbio la sua parola? Lo conosceva da
anni, era un tipo pulito. E collezionava vini d'annata; sembra che avesse
accumulato una fortuna, nella sua cantina. Gli spiegò semplicemente che
non voleva pagare tasse sull'acquisto, cosa che avrebbe dovuto fare se l'a-
vesse dichiarato. A sentire lui, il fisco l'aveva già pelato abbastanza.»
«E Mason non si fece scrupoli, quando gli chiese di aiutarlo a frodare gli
ispettori fiscali?»
«No. Anzi, probabilmente apprezzò l'iniziativa. Chi mai vorrebbe un
broker che non è disposto a prendere qualche scorciatoia? È come una pro-
stituta che non fa niente al primo appuntamento...»
«Già, immagino che tu abbia ragione. E, secondo te, che cosa c'era in
quel pacco?»
«Lo sai benissimo», rispose, riappendendo l'asciugamano e allungando
una mano per prendere i vestiti. «Una Glock .36 con un passato pulito,
sconosciuta alla sezione Indagini Balistiche... la stessa che adesso si trova
nel nostro deposito, dopo essersi guadagnata una cospicua serie di prece-
denti. È così che l'Uomo di Marx è riuscito a far entrare la pistola nel Pae-
se: servendosi di Tim Enright.»
«Per questo Enright sarebbe morto? Sì, devo ammettere che ha senso»,
dissi. «Se non fosse stato ucciso, l'intera sequenza si sarebbe potuta bloc-
care fin dall'inizio. Sapeva troppe cose. Ma perché Mason non si è rivolto
alla polizia, dopo l'omicidio? Non ha pensato che potesse esserci un lega-
me tra il pacco misterioso e la morte di Enright?»
«A quanto dice, no. Secondo lui, la polizia avrebbe imbeccato i media
suggerendo che i delitti erano assolutamente casuali e privi di qualsiasi
movente, e che non esisteva alcun legame con la criminalità organizzata. Il
che è del tutto vero. Non credo che avesse la minima idea riguardo al con-
tenuto del pacco, ammesso che la nostra intuizione sia corretta. Ha detto
soltanto di essersi sentito sollevato, la nostra convinzione riguardo alla ca-
sualità degli omicidi lo aveva liberato da un peso, evitandogli di farsi a-
vanti per confessare l'accordo stipulato con la vittima. Se la cosa fosse tra-
pelata, la sua immagine ne avrebbe risentito.»
«E adesso, con due nuove vittime, ne risentirà ancora di più», riflettei.
«Ma se è stato Enright a fornire la Glock all'Uomo di Marx... che cosa ha
avuto in cambio? È l'unica parte che ancora non riesco a capire.»
«Già, nemmeno io», ammise Grace. «Non del denaro, visto che dai mo-
vimenti bancari non è emersa alcuna irregolarità... avevamo già eseguito
dei controlli subito dopo l'omicidio. A meno che, ovviamente, il pagamen-
to non fosse avvenuto in contanti. Ma non mi sembra una spiegazione
plausibile. Enright aveva una montagna di soldi, non avrebbe ceduto a un
banale tentativo di corruzione.»
«Quindi deve trattarsi di qualcos'altro, qualcosa che l'ha persuaso a in-
trodurre una pistola nel Paese a nome suo... ammesso che nel pacco ci fos-
se davvero un'arma», dissi.
«Per esempio?»
«Qualsiasi cosa. Un ricatto. Una storia di sesso. Delle minacce. Un debi-
to di gioco. Magari voleva proteggere un membro della sua famiglia. Le
solite ragioni che spingono un uomo a commettere una fesseria, nonostante
il cervello gli suggerisca il contrario. Pensa alle fotografie di Strange. For-
se la specialità dell'Uomo di Marx è proprio quella di scoprire e sfruttare il
punto debole delle persone che incrociano il suo cammino.»
«Non abbiamo trovato niente nel passato di Enright che faccia pensare
alla possibilità di un ricatto. Niente amanti segrete. Non aveva una vita gay
clandestina, o abitudini che meritassero di essere tenute nascoste alla mo-
glie.»
«Forse la pistola era per lui, forse aveva sentito il bisogno di procurarse-
ne una, come Felix. L'Uomo di Marx ha intercettato il pacco e ha eliminato
Enright, prima che rivelasse alla polizia che fine avesse fatto l'arma.»
«Ok... e quale fra queste ipotesi ti sembra la più verosimile?» mi chiese
Grace.
«È questo il bello di essere una comune cittadina. Puoi suggerire un sac-
co di teorie allettanti, senza doverne per forza scegliere una.»
40

Dalton continuò a fissare tristemente il bicchiere vuoto, e non sprecò


nemmeno uno sguardo per la sottoscritta, quando scostai rumorosamente
uno sgabello e mi sedetti di fronte a lui, accendendomi un sigaro.
Mezzanotte e dieci: fumare mi avrebbe fatto bene.
«Beve in servizio, detective?» esordii.
Finalmente, mi concesse un'occhiata.
«La smetta con certe stronzate. Sta cercando di rovinarmi la reputazio-
ne? Detective... merda! E poi, ufficialmente è la mia serata libera. Non so-
no di turno. Sono tutto per lei.»
«Quale inaspettata fortuna.»
«Prende qualcosa?»
L'orario di apertura doveva essere un concetto piuttosto flessibile, in
quel locale.
«Se offre lei...»
«Offro io. E considerato che da qualche parte, sotto quella giacca, pro-
babilmente si nasconde la forma di una donna, immagino che prenderà un
vino bianco non troppo secco.»
«Un whiskey, grazie», dissi al barman che era venuto a prendere l'ordi-
nazione.
«Due», fece Dalton. «E un'altra Guinness, già che ci siamo.»
Diedi una rapida occhiata al bar, in attesa dei drink.
«Ha scelto un bel posticino», commentai.
Il locale era scuro e squallido come la sala di un cinema prima che si ac-
cendano le luci. Il luogo adatto per chi preferisce rimanere nell'ombra. Se
non altro, gli avventori non vedevano quanto fossero sporchi i bicchieri.
Occhio non vede, cuore non duole.
«È tranquillo. E a me va bene così. Nessuno ci noterà, qui dentro.» Si
scolò il suo whiskey e ruttò sommessamente, prima di prendere una lunga
sorsata dalla Guinness appena arrivata. Staccò le labbra per riprendere fia-
to e ricominciò. Grace mi aveva detto che aveva iniziato a bere in seguito
ai problemi all'interno della squadra, ma non mi ero certo aspettata una co-
sa del genere.
Comunque mentirei, se dicessi di essere rimasta scioccata. L'energia di
quest'uomo sembrava essere sfumata: aveva fatto fiasco, come un petardo
con la miccia bagnata.
«Non dice niente?» saltò su, interrompendo i miei pensieri.
«Nel caso se ne fosse dimenticato, non sono qui per mia scelta. È stato
Draker a combinare questa specie di appuntamento, e sappiamo bene tutti
e due che l'ha fatto soltanto per farmi incazzare. Non sono venuta per fare
conversazione.»
«Il suo comportamento non lascia dubbi, in proposito. Non credo che
possa aspirare al titolo di Miss Simpatia. Non parla mai di sé. Nasconde
tutto ciò che la riguarda, come se la sua vita fosse un grande mistero. Non
c'è da meravigliarsi, se non piace a nessuno.»
«Un sacco di gente mi ha descritto allo stesso modo, in passato, ma sen-
tirlo da lei fa tutto un altro effetto. Nemmeno lei si merita il premio Cary
Grant per l'uomo più affascinante, Dalton. E che cavolo di differenza fa-
rebbe se mi mettessi a raccontare la storia della mia vita a tutti quelli che
incontro? Vuole sapere dove ho fatto l'asilo, che voti avevo in matematica,
con chi ho avuto il mio primo appuntamento, qual è stata la mia prima
macchina? La gente si illude, se in questo modo crede di conoscermi me-
glio. O piaci o non piaci. I dettagli non contano.»
«Qual è stata la sua prima macchina, visto che ha sollevato l'argomen-
to?»
«Una Plymouth del '71. La trovai in un deposito di rottami in un quartie-
re meridionale di Boston, la pagai con il mio primo stipendio. E ci lavorai
per un anno, giorno e notte, per riportarla in vita.»
«Bella», disse. Per la prima volta sembrava approvare una frase uscita
dalla mia bocca.
«Può dirlo forte. Mi si spezzò il cuore quando andai al college e dovetti
venderla per pagarmi la retta. Ecco, adesso si sente meglio? Le sembra che
tra noi si stia sviluppando una sorta di empatia?»
«Tutto serve.»
«Sicuro, peccato che, per quanto ne sa, potrei essermi inventata tutto sul
momento, perché era quello che voleva sentirsi dire. E quindi? Che fine fa
la sua teoria?»
Sembrava disgustato.
«Lei ha davvero un pessimo carattere, lo sa?»
«Comunque, sono solo affari miei», ribattei. «Non voglio diventare ami-
ca sua, Dalton. Non vedo l'ora di mettere la parola fine a tutto questo. Per
lei non è così?»
«Sono qui, no?»
«È vero. Ma perché è venuto? Ho l'impressione che non gliene freghi un
cazzo di tutta questa faccenda. Non si è nemmeno preoccupato di rimanere
lucido, evitando di prendersi una sbornia. Se è qui solo per bere e per bron-
tolare, perché ha accettato l'incarico?»
«Perché? E me lo chiede? Perché sono stato messo da parte per... quan-
to? Un anno, direi. Forse anche di più. E intanto mi sono fatto scavalcare
dai novellini. Ho dei problemi disciplinari? Bene, avrebbero potuto citarmi
in giudizio. Ma non credo sia stato giusto tagliarmi fuori dall'indagine sul-
l'Uomo di Marx, quando uno come Patrick Walsh, che passa il suo tempo a
giocare con un fottuto Game Boy invece di costruirsi dei contatti o di im-
parare il mestiere, viene trattato come il Cristo del Secondo Avvento. Ne
ho abbastanza di sbattere la testa contro il muro. Fare il poliziotto, oggi, è
come raccogliere dei granelli di polvere con un carrello elevatore. Io non
ho la pazienza necessaria, non ho l'acutezza di chi si mette a setacciare i
vari pezzettini fino a trovarne qualcuno che combaci. Ho bisogno di qual-
cosa di più definito. Ho bisogno di azione. Ecco perché sono qui, non sono
più disposto a sentirmi superfluo. E voglio portare a termine il compito che
mi è stato affidato.»
Credo che fosse il discorso più lungo che avessi mai udito dalle sue lab-
bra.
Ed era anche sensato.
Quelle parole riuscivano a riassumerlo piuttosto bene.
«Mi faccia capire... qual è la sua idea? Arrestare l'Uomo di Marx, fare la
figura dell'eroe, mostrare il dito medio a Grace, Healy, Walsh e al resto
della squadra e farsi baciare il culo?»
«A me non sembra niente male. Qualcosa in contrario?»
«Sì. Non mi va giù che voglia rubare il campo al sovrintendente capo Fi-
tzgerald, questo è il suo caso, ci sta lavorando da tre mesi, senza tregua. E
l'ha difesa un centinaio di volte, quando ha passato il segno, mentre avreb-
be potuto metterla alla porta. Non dovrei avere obiezioni? Del resto, sape-
vo a che cosa sarei andata incontro, quando Draker mi ha fatto il suo no-
me. Sapevo che non sarebbe stata una serata piacevole.»
«Bene. Allora stabiliamo subito alcune regole, ok? Regola numero uno:
il capo sono io. E si fa a modo mio. Conosco la zona settentrionale della
città, e non per averla vista dal finestrino di un treno in transito. Riuscirei a
girarla anche bendato. Sono cresciuto lì; alcuni ragazzi che conosco vivono
ancora nel quartiere... Non sono tutti rispettosi della legge, ma per me ci
sono sempre stati... mi hanno aiutato molto più di almeno la metà dei miei
colleghi.»
Lavoratori del mondo, unitevi. Non avete niente da perdere, a parte le
azioni salite alle stelle, che poggiano sulle vostre spalle di operai. In quel
momento, mi ricordai di mordermi la lingua.
E lo feci.
«Regola numero due: le darò un paio di minuti, ma se in quel lasso di
tempo dovessi avere l'impressione che le cose si stanno mettendo male, in-
terverrò. Non mi interessa se lei e il vicecommissario vi siete accordati al-
trimenti. Intesi?»
«Intesi. Ma credo che questo fosse già incluso nella regola numero uno.»
«Non faccia la furba, Saxon. Si ricordi soltanto di farsi indietro quando
glielo dico io... per il resto lasci fare ai ragazzi più grandi. E se la situazio-
ne dovesse diventare troppo pesante per la sua delicata natura femminile,
me lo faccia sapere. La lascerò da qualche parte, al sicuro e al calduccio. E
verremo a recuperarla più tardi.»
«E perdermi così l'eccezionale opportunità di imparare qualcosa da una
leggenda come Seamus Dalton?» commentai. «E dopo come potrei convi-
vere con me stessa?»
«Bene. Andiamo, allora.»
Vuotò il bicchiere e afferrò le chiavi della macchina che aveva appog-
giato sul tavolo. Lo seguii nel posteggio, fino all'auto civetta che aveva
preso al deposito.
«Ok. Dove dovrebbe avvenire la consegna?» mi chiese mentre salivamo
in auto.
Esitai. «E chi mi assicura che, una volta avuta l'informazione, non mi
getterà fuori, piantandomi ai bordi della strada?»
«Nessuno», rispose lui schietto. «Ma un patto è un patto. Mi dia pure
dell'antiquato, ma normalmente io tengo fede alla parola data.»
Così, gli diedi l'indirizzo che Strange mi aveva comunicato per telefono,
a mezzanotte. Inserì la prima e uscì dal parcheggio, immettendosi nel flus-
so del traffico.
Cercai di fare attenzione ai luoghi che attraversavamo, ma presto la-
sciammo le zone a me conosciute, dirigendoci verso la parte settentrionale
di Dublino.
Enormi distese uniformi, simili alla tundra o a un'immensa area selvag-
gia, dove non c'erano che il crimine e la droga per far passare il tempo, fi-
no alla fine del mondo. Accanto all'apparente prosperità di una ristretta
cerchia di fortunati, c'era una grossa fetta di popolazione rimasta indietro,
distante dalla Dublino delle luci e dell'abbondanza quanto le persone che
un secolo prima erano vissute in quei bassifondi in rovina. Appoggiai la
schiena al sedile e lo lasciai guidare.
Durante il tragitto, Dalton chiamò il sovrintendente capo Fitzgerald alla
radio, comunicandole la nostra destinazione perché pensasse a inviare dei
rinforzi. Dalla voce sembrava ansiosa, ma lo sarei stata anch'io, se al mio
posto ci fosse stata lei. Gli accordi erano che la squadra si sarebbe tenuta a
distanza per non insospettire il nostro uomo, senza però allontanarsi trop-
po, nel caso si fosse reso necessario un intervento. Un margine che lascia-
va ampio spazio agli errori.
«Eccoci», disse Dalton.
Dal finestrino vidi l'ombra di un edificio semidistrutto, e una porta sotto
un lampione rotto: il punto esatto in cui avrei dovuto incontrare il mio uo-
mo, all'una precisa.
«Non ci fermiamo?»
«È troppo presto. Attirerebbe inutilmente l'attenzione su di sé.»
Invece, compimmo altri due giri dell'isolato. Non riuscendo a scorgere i
rinforzi, non sapevo se sentirmi rincuorata o se preoccuparmi, nel caso si
fossero portati sul posto sbagliato. I miei nervi si facevano sempre più tesi,
con il passare dei minuti. L'unica cosa che mi impediva di confessarlo era
la prevedibile reazione di Dalton.
Riuscivo a immaginare perfettamente quello che mi avrebbe detto: Co-
s'è, la situazione si sta facendo troppo rovente, agente speciale? Si è ram-
mollita?
Alla fine, con cinque minuti di anticipo, parcheggiò in una via laterale.
Scendemmo dall'auto e proseguimmo a piedi. Su un lato della strada c'era
un bidone dell'immondizia, dietro il quale aveva deciso di nascondersi, in
attesa. Di fronte, c'era la mia porta.
Tutt'intorno si levavano muri piuttosto alti; sembrava quasi che la strada
attraversasse il fondo di una valle oscura.
Anche se cammino nella valle delle ombre della morte...
«Ok, adesso ci separiamo», mi comunicò Dalton.
Attraversai da sola, fermandomi nel punto prestabilito sotto il lampione.
Il vetro si era frantumato, e le schegge erano sparse sull'asfalto.
Mi sembrava di essere tornata a quella prima sera, a Howth. Era mezza-
notte...
Immediatamente, sentii un rumore di passi. Mi voltai, era soltanto un
vagabondo nottambulo, che mormorava qualche parola appesantito dall'al-
col, mentre attraversava in fondo alla via. Scese di nuovo il silenzio, inter-
rotto un istante più tardi dallo stridore dei pneumatici di un'auto, probabil-
mente rubata, che sfrecciava in una strada adiacente. Il rumore mi fece in-
dietreggiare, ma servì anche a risvegliare la mia attenzione; iniziai a notare
altri rumori, come la cantilena delle macchine in azione in uno dei palazzi
vicini. Dunque non erano tutti abbandonati...
Controllai l'orologio. L'una passata.
L'amico di Strange aveva avuto paura?
Aveva visto Dalton? O gli altri, forse?
Oppure...
Mi irrigidii.
Ancora dei passi. Questa volta venivano verso di me e... sì, riuscivo a
vedere una figura, illuminata dai lampioni ancora funzionanti. Si avvicina-
va lentamente.
Era lui?
Si fermò a un paio di metri da me, ma tutto quello che riuscivo a vedere,
sotto quella debole luce, era una sagoma, un'ombra. Provai a fare un passo
verso di lui: «Resta dove sei», mi intimò bruscamente. Obbedii. Lui rimase
al buio.
«Hai portato quello che ho chiesto?»
Com'era già accaduto a Strange, non riuscii a riconoscere la voce.
«Sì.»
«Dammela.»
«E come, se non mi lasci avvicinare?»
«Gettala a terra, verso di me.»
A questo punto, la cosa rischiava di farsi complicata.
Infilai una mano nella tasca interna della giacca e tirai fuori il sacchetto
di cartone che Dalton aveva preso dal cassetto portaoggetti nel cruscotto.
Dentro c'era una perfetta imitazione di una pistola automatica. La stessa
impugnatura di una vera, lo stesso peso. Nell'oscurità, probabilmente non
se ne sarebbe accorto. Io, almeno, ci speravo.
Posai l'involucro a terra e glielo lanciai con un calcio.
Lui si chinò a raccoglierlo.
Estrasse l'arma.
E annuì, soddisfatto.
«È carica, come avevo chiesto?»
«Naturalmente.»
A salve... ma perché soffermarsi sui dettagli? Doveva essere malato di
mente, se pensava davvero che gli avrei consegnato una pistola con le mu-
nizioni già inserite.
Mi aveva preso per un'idiota?
«Bene. Direi che abbiamo finito.»
«Aspetta un momento. Dimmi una cosa, prima di andartene», mi affret-
tai a chiedergli, temendo che sparisse senza darmi il tempo di rivolgergli la
domanda. «Hai ucciso tu Felix?»
Non ebbe la minima esitazione.
«Sì. La cosa migliore che abbia mai fatto.»
E puntò la pistola verso di me.
«Mi dispiace, credimi», disse.
In quel momento, accaddero due cose.
Prima udimmo un urlo, Dalton balzò fuori dal suo nascondiglio, gridan-
do: «Polizia! Getta la pistola!»
Poi, improvvisamente, la scena fu illuminata a giorno, come sotto un ri-
flettore; l'uomo misterioso restò pietrificato, mentre la macchina che avevo
sentito sfrecciare nella strada adiacente girava l'angolo sgommando e si di-
rigeva a tutta birra verso il centro della via, ondeggiando da una parte al-
l'altra. Dai finestrini aperti giungevano le fragorose risate dei passeggeri
della vettura rubata. Normalmente, avrei augurato a quei piccoli punk ni-
chilisti di andare a sbattere contro un muro e di farla finita una volta per
tutte; ma adesso ero lieta di quella luce, che illuminava il punto in cui mi
trovavo. E, un istante prima che sollevasse la mano per proteggere gli oc-
chi da quel bagliore accecante, riuscii a vederlo in viso per la prima volta.
Lo conoscevo.
Sì, lo conoscevo.
Ma dove l'avevo visto?
Poi mi ricordai. Era il tizio con il completo gessato che avevo sorpreso a
fissarmi nella libreria di Burke, il giorno dopo che il mio appartamento era
stato messo a soqquadro. E realizzai che l'avevo visto anche da un'altra
parte. Era uno dei due uomini ritratti insieme a Enright, nella fotografia
che Boland aveva strappato da una rivista e inserito nel dossier della vitti-
ma.
Perché non avevo riconosciuto subito quel volto, guardando la foto?
Semplice: non avevo dato alcun peso ai due colleghi, soffermandomi sol-
tanto su Enright. E, senza l'abito gessato, il mio uomo aveva tutto un altro
aspetto.
Forse era davvero un'altra persona.
La sua espressione parlava chiaro, era in preda al panico. Spostava lo
sguardo da me a Dalton, quasi stesse cercando di capire chi dei due rappre-
sentasse la minaccia maggiore. Poi, incredibilmente puntò l'arma su di me,
nonostante Dalton continuasse ad avvicinarsi.
Non avevo paura. Perché avrei dovuto? La pistola non era carica. Ma il
sangue mi si ghiacciò ugualmente nelle vene, mentre lo sconosciuto pren-
deva la mira e faceva fuoco.

41

Le orecchie mi ronzavano. Gli occhi mi bruciavano per il bagliore dell'e-


splosione. Ma ero ancora lì, in piedi, e fissavo lo sconosciuto che conti-
nuava a tenere il braccio disteso, la pistola stretta fra le dita.
«Alza le mani e mettiti in ginocchio», disse Dalton. «Non provare a
scappare, sei circondato.» Poi, alla radio gridò: «L'abbiamo preso».
L'uomo guardò la strada, da un'estremità all'altra, come se il fatto di ve-
derla vuota lo confondesse; poi gettò la pistola, e non oppose resistenza
quando il detective lo raggiunse e gli disse di voltarsi. Mentre si girava,
però, lo vidi infilare una mano in tasca ed estrarre qualcosa che luccicava,
quasi fosse argento... e, prima che avessi il tempo di urlare, si mosse di
scatto e l'oggetto misterioso sparì all'interno della giacca di Dalton, il qua-
le, senza fiato, cadde in ginocchio.
L'altro si voltò e cominciò a correre.
Mi affrettai a raggiungere Dalton, e mi inginocchiai accanto a lui. Strin-
geva la giacca in prossimità della vita, nel punto in cui era stato pugnalato:
le dita erano nere, coperte di sangue.
«Vado a cercare aiuto», dissi.
«'Fanculo... Ormai stanno arrivando.»
«Ma dovrebbero già essere qui!»
«Arriveranno. Piuttosto, pensi a non farlo scappare. Vada!»
Esitai.
«Lo sta perdendo, cazzo. Le ho detto di andare! Io starò bene. Chiederò
aiuto via radio.»
Così, mi lanciai all'inseguimento dello sconosciuto in fuga; mi sentivo
terribilmente vulnerabile, senza un'arma, senza alcuna protezione. Non sa-
pevo nemmeno quello che stavo facendo, o che cos'avrei fatto se fossi riu-
scita a prenderlo.
Lo avrei tenuto in ostaggio minacciandolo con un sigaro acceso, in atte-
sa dei rinforzi?
Sentivo i suoi passi in una strada laterale, e girai l'angolo appena in tem-
po per vederlo infilarsi in un vicolo, sul lato opposto. Lo seguii alla cieca,
mentre un taxi strombazzava furiosamente dopo avermi mancato per un
pelo; ma non si fermò, non rallentò nemmeno per assicurarsi che stessi be-
ne. Si limitò a suonare il clacson, in segno di protesta, e filò via: un solo
secondo di choc è sufficiente per comprendere l'atteggiamento cordiale e
premuroso degli abitanti di una città...
Dietro di me udii le sirene delle radiomobili: finalmente erano arrivati i
rinforzi.
Dov'erano stati fino a quel momento?
Ma ormai avevo lasciato quella strada, allontanandomi dalla scena del-
l'aggressione; lo sconosciuto con il coltello era davanti a me, e sfrecciava
attraverso i vicoli di mattoni scuri, trasformando la città in un labirinto nel-
la speranza che la sua inseguitrice finisse con il perdersi. Adesso, però, riu-
scivo a vederlo più chiaramente, grazie alla luce dei lampioni. Correvo più
veloce che potevo... era in momenti come quello che rimpiangevo di non
aver seguito i consigli di Grace, e di non aver fatto più esercizio: il cuore
mi stava scoppiando per lo sforzo, mentre oltrepassavo strade, angoli... i
miei passi furiosi risuonavano amplificati dall'eco che rimbalzava sui muri.
Mi fermai.
Ero finita in una piazzetta circondata da edifici abbandonati e in rovina,
dove un tempo vivevano delle persone, in mezzo alle fabbriche e ai ma-
gazzini, dove gli alberi crescevano terrorizzati, chiusi fra le recinzioni di
un giardino pubblico ormai morto. Ero circondata da finestre, ombre e
frammenti; le porte sbarrate si erano trasformate in tele per graffiti osceni.
Da qui non poteva andarsene, a meno che non decidesse di entrare in
uno dei palazzi.
A meno che non vivesse qui.
Abbandonai subito quell'idea assurda, era alquanto improbabile che mi
avesse condotto nella sua tana. E poi, chi poteva vivere in un posto del ge-
nere? Di certo non un uomo che normalmente indossava completi gessati.
Forse stava solo aspettando un'opportunità per tornare indietro e darsela
a gambe.
O aveva deciso di attirarmi in una trappola?
Ripensai a Dalton e fui percorsa da un brivido. L'idea di venire qui da
sola non era stata molto intelligente, ma ormai era fatta. Sforzandomi di ri-
portare il respiro a un ritmo normale, percorsi lentamente il perimetro della
piazza, sbirciando attraverso le fessure delle porte inchiodate, e le finestre
al piano terra. Non vedevo altro che cumuli di calcinacci, punteggiati qua e
là dal luccichio di una siringa.
Speravo di cogliere un minimo movimento.
Ma non notai nulla.
Niente.
Zero assol...
Feci un salto indietro, mentre un uccello sudicio disturbato nel sonno vo-
lava fuori dalla finestra rotta di un edificio che avevo appena oltrepassato;
lo osservai compiere dei cerchi, sullo sfondo del cielo stellato, per poi sva-
nire. Scese di nuovo il silenzio, che ricoprì tutto come un manto di neve.
Mi voltai a guardare la casa da cui era scappato il pennuto. Adesso sapevo:
lui era lì dentro.
Chiamatelo sesto senso.
Tornai sui miei passi, e questa volta notai che una delle assi che sbarra-
vano l'ingresso era allentata. La spostai da un lato e vidi una fessura, abba-
stanza grande da permettere a una persona di passarci attraverso.
Avrei dato qualsiasi cosa per avere con me una torcia.
L'interno era buio.
Forse c'erano dei ratti.
Forse?
C'era anche bisogno di chiederselo?
Fu soltanto quando mi fermai sulla soglia, per spazzolarmi la polvere e
lo sporco dalla giacca, che mi resi conto che sulle scale c'era un uomo, se-
duto, con la schiena incurvata.
Ero finita dritta nella sua trappola.

Ma anche adesso rimaneva immobile... eppure doveva avermi sentita en-


trare.
Era piegato in avanti, la testa appoggiata sulle braccia conserte. Il coltel-
lo pendeva mollemente dalle sue dita.
La lama era sporca del sangue di Dalton.
«Non preoccuparti», disse lui senza sollevare lo sguardo, «non ho inten-
zione di ucciderti.»
«Perché no? Credevo ti piacesse ammazzare le persone.»
«Ne ho già uccise abbastanza.»
Curiosamente, iniziò a ridere, come se avesse appena raccontato la bar-
zelletta più divertente del mondo.
Alzò la testa e mi guardò dritto negli occhi.
Non aveva l'aspetto di un killer.
Del resto, quale assassino ce l'ha?
Non sapevo che cosa fare. Se fossi riuscita a distrarlo... e a coprire quella
distanza prima che se ne rendesse conto... Ma no, non ero in grado di fare
un calcolo del genere.
Una mossa sbagliata e...
Sentivo i rumori della città, attutiti e distanti, al di là dei muri. Avevo
l'impressione di trovarmi sotto una campana di vetro, come un insetto in
trappola. Iniziava a mancarmi l'aria.
Le sirene della polizia erano lontane, troppo lontane.
Stentavo quasi a credere di essere lì dentro.
Con... l'Uomo di Marx?
Osservandolo, notai la stessa incertezza nei suoi occhi, quasi si stesse
chiedendo che cosa fare. Ma fu solo un istante: subito, infatti, si alzò in
piedi e scese deciso i gradini. Veniva verso di me, e io non avevo nessun
posto in cui rifugiarmi.
E poi, non gli avrei mai dato quella soddisfazione.
Si fermò a tre passi di distanza.
E sollevò il coltello, tenendolo fra noi due.
«È stato un piacere conoscerti», disse. «E mi dispiace sinceramente di
aver provato a spararti.»
Rivolse la lama verso di sé e se la passò sulla gola.
La sentii stridere, mentre raschiava contro l'osso.
Quando, poco dopo, gli agenti entrarono nell'edificio abbandonato, io
ero ancora nella stessa posizione. Non mi ero mossa. Non potevo. Guarda-
vo il cadavere dell'uomo che mezz'ora prima aveva cercato di uccidermi,
riverso in una pozza di sangue.

«Non riesco a crederci», disse Boland, mentre mi riaccompagnava a ca-


sa. «A volte ho l'impressione di non essere più in grado di capire quello
che succede.»
Avevamo trovato tutti i semafori rossi.
Un presagio, forse?
«Non mi è mai piaciuto Seamus Dalton», riprese, «ma non è facile ac-
cettare il fatto che stasera è quasi rimasto ucciso. Ci pensa? Entrare in cen-
trale e non trovarlo lì, a rendere la vita impossibile a tutti, come suo solito.
Ho rischiato di non rivedere più la sua faccia. Sa che cosa mi ha detto,
quando ci siamo incrociati l'ultima volta, ieri? Ero in piedi accanto alla
macchinetta del caffè, e lui si è avvicinato e mi ha chiesto: 'Perché, tanto
per cambiare, non ti metti a lavorare, fottuto grassone, invece di startene lì
a bere caffè tutto il giorno?'» Tipico di Dalton. «S'immagini se quelle fos-
sero state le sue ultime parole, se mi avesse lasciato questo, come ricordo.
Non sarebbe stato molto carino, vero?»
Ma Dalton si sarebbe ripreso. Aveva perso molto sangue, ed era passato
diverso tempo prima che i paramedici riuscissero a stabilizzarlo perché
fosse trasportato in ospedale. Ma non aveva subito danni permanenti, la fe-
rita era piuttosto grave, ma il coltello non aveva colpito organi vitali. Se-
condo i dottori, sarebbe uscito in pochi giorni, purché fosse rimasto tran-
quillo e avesse seguito tutte le indicazioni.
Di certo, non lo conoscevano.
Probabilmente, si stava già lamentando del fatto di dover restare a letto.
Ma capivo perfettamente la reazione di Boland. Non avevo mai cono-
sciuto nessuno che fosse caduto in servizio, ma mi era capitato diverse vol-
te di parlare con agenti che avevano perso un collega, e sapevo quanto fos-
se dura. Stasera, gli uomini della Squadra omicidi c'erano andati molto vi-
cino. Era stato uno choc. Le probabilità che un poliziotto venisse ucciso, a
Dublino, erano decisamente remote, rispetto ad altre città. Ma quella pos-
sibilità esisteva. E gli avvenimenti di quella notte l'avevano resa ancora più
reale.
«Eppure», continuò Boland, «non aveva tutti i torti. In effetti, ultima-
mente sembra che io non faccia altro. Ci sono giorni in cui penso che ci sia
più caffè nelle mie vene che nella macchinetta. Ne ho abbastanza.»
Fino a quel momento, non avevo dato molta retta al sergente. I miei pen-
sieri erano ancora là, in quel palazzo abbandonato, dove George Dyer - fi-
nalmente avevo scoperto il nome dell'ex collega di Enright - si era tolto la
vita. E continuava a tornarmi in mente quella scena in strada, quando gli
avevo chiesto se fosse stato lui a uccidere Felix. E lui mi aveva risposto di
sì.
Adesso aveva la mia piena attenzione.
«Ne ha abbastanza di cosa?»
«Di tutto questo. Della vita da detective. Di ogni cosa. Me ne sono reso
conto solo ora. Non sto andando da nessuna parte.»
«Ma può sempre cambiare. Come Healy, che nell'ultimo anno ha fatto
un bel salto di qualità.»
«Non si tratta di questo. Healy sa quello che sta facendo. È un buon de-
tective. Io, invece... sono solo un fottuto grassone che passa le sue giornate
alla macchinetta del caffè, cercando di non essere d'impiccio e chiedendosi
come ha fatto a finire qui. Sperando ogni minuto di non essere colto in fal-
lo.»
Non potevo dirgli niente per rassicurarlo. Non si sbagliava, la sua pre-
senza nella Squadra omicidi stonava come quella di una suora in un bor-
dello.
«Quindi che cosa intende fare? Cambiare di nuovo dipartimento? Per fi-
nire dietro a una scrivania?»
In verità, la situazione attuale non era molto diversa.
«Voglio mollare. Tutto. Me ne vado. Sono stufo di sentirmi un perdi-
tempo solo perché non sono uno dei migliori. Per molto tempo ho sentito
la necessità di crescere professionalmente e di impressionare le persone
giuste, per non essere considerato una nullità. E, non riuscendoci, ogni vol-
ta è stata una sconfitta. Ma adesso non m'importa più. In effetti, non credo
che mi sia mai importato. Quello che è successo questa sera mi ha aperto
gli occhi: voglio un lavoro diverso. Voglio timbrare il cartellino al mattino,
lavorare le mie otto ore e timbrare di nuovo all'uscita; voglio prendere il
mio stipendio e poter tornare a casa la sera, per mettermi davanti alla TV.
Ho bisogno di una vita normale. Voglio trascorrere i weekend in campa-
gna, a pescare.
«È difficile staccare la spina, per un poliziotto», concordai.
«Cassie me lo ripete in continuazione. Se è destino che la nostra storia
funzioni, voglio esserle vicino. Con Mary, la mia ex moglie, non l'ho fat-
to... e ho mandato tutto a puttane. Cassie già odia il mio lavoro. E, dopo
quanto è successo a Dalton...»
Che cosa avrei potuto dirgli? Il mestiere del detective non facilitava le
relazioni. Il rischio corso da Dalton avrebbe reso tutti più nervosi, ogni a-
gente avrebbe cominciato a interrogarsi, a chiedersi se fosse davvero que-
sta la vita che voleva. E Cassie non sarebbe stata l'unica a supplicare il
proprio partner di togliersi il distintivo, quando si fosse diffusa la notizia
dell'accaduto.
Comunque, l'alternativa presentata da Boland suonava come un incubo.
Ma se poteva renderlo felice, e probabilmente era così, era giusto che lo
facesse. In fondo, era la sua vita.
E lui, almeno, ne aveva ancora una. Dalton aveva rischiato grosso.
E credo che anche lui sarebbe stato d'accordo con me. Forse eravamo
più simili di quanto non volessi ammettere. Assillanti. Irritabili. Irascibili.
Convinti che le persone intorno a noi fossero incompetenti, inadeguate.
E questo atteggiamento dove l'aveva portato?
E dove mi aveva portato?
«Spero che vada tutto bene», augurai al sergente. Ed ero sincera. Ma
provai un enorme piacere quando il mio palazzo apparve attraverso il pa-
rabrezza; non vedevo l'ora di scendere dall'auto, per restare finalmente so-
la.

42

Se non fosse stato per il nastro della polizia che sbarrava l'ingresso, dove
un agente era stato posto di guardia, la si sarebbe potuta scambiare per u-
n'insignificante casa di mattoni, fiancheggiata da una schiera di edifici al-
trettanto anonimi, tutti abbastanza distanti dalla strada, ciascuno fornito di
una scaletta che conduceva alla porta principale.
I ragazzini passavano in bici, cercando invano di sbirciare all'interno.
Era il mattino successivo all'aggressione di Dalton, e io e Grace eravamo
appena arrivate davanti al palazzo, a bordo della sua Rover. «Che cosa di-
ce Draker riguardo alla mia presenza?»
«Quello che non sa non può fargli male, no? E poi, hai contribuito anche
tu alla cattura di quel tizio. Anzi, il tuo ruolo è stato determinante. Hai tut-
to il diritto di vedere dove viveva.»
Il tizio di cui parlava, ovviamente, era George Dyer.
Era davvero lui l'Uomo di Marx? Era quello che avremmo dovuto sco-
prire.
«E poi, voglio sentire la tua opinione», aggiunse.
Capii perfettamente che cosa intendeva, una volta entrata nell'abitazione.
Era completamente anonima, quasi avesse avuto come unico scopo quel-
lo di mostrare una facciata di normalità, permettendo al suo inquilino di
nascondere il suo vero io dietro quelle pareti. Le stanze erano spoglie come
la cella di un monaco; in effetti, mi chiesi che cosa fossero riusciti a racco-
gliere i periti, che avevano trascorso la mattinata passando al setaccio la
casa. Avevano trovato qualcosa da mandare in laboratorio per le analisi?
La stanza anteriore era vuota, a parte una singola sedia.
Sul retro, un altro locale era arredato con alcune librerie, su cui però non
c'era alcun volume. Di certo non c'era nessuna copia dei Fondamenti della
critica dell'economia politica, o qualunque fosse il titolo del libro acquista-
to da Dyer nel negozio di Burke.
Niente TV, niente radio, niente CD.
In cucina, c'era solo l'indispensabile.
Una tazza.
Un piatto.
Una manciata di coltelli, forchette e cucchiai.
Era tutto pulito e in ordine, eccetto una piccola finestra che dava sul re-
tro, percorsa da una crepa.
«Mi piacciono gli uomini che sanno come divertirsi», osservai sardoni-
ca.
Salimmo la nuda scala di legno che portava al primo piano.
La stessa scena: una serie di locali vuoti.
Il bagno era asettico come una camera mortuaria.
La stanza che dava sulla strada odorava di pittura.
Gli unici mobili si trovavano nella camera di Dyer, sul retro.
Le veneziane erano abbassate. Ebbi l'impressione che il padrone di casa
le avesse sempre tenute così. Grace tirò il cordoncino, e la stanza sembrò
ritirarsi su se stessa, colpita dalla luce improvvisa. C'era un letto singolo
dall'aspetto austero: gli angoli delle coperte erano stati accuratamente ri-
piegati e sistemati; e un appendiabiti, a cui erano appesi sei camicie, sei
cravatte e sei vestiti identici fra loro. Calzini e biancheria erano divisi in
mucchietti distinti.
Assolutamente niente di personale, niente di intimo.
«A parte questo», disse Fitzgerald.
Mi passò una fotografia. Era piuttosto vecchia, gli angoli erano lieve-
mente incurvati e i colori erano sbiaditi, come se la scena fosse stata illu-
minata da un sole accecante. Una donna guardava verso l'obiettivo, e sor-
rideva. Sopra la sua testa si leggeva la scritta ONE a caratteri cubitali; pro-
babilmente, l'insegna di un negozio.
«La madre?» suggerii.
«È quello che ho pensato anch'io. A parte la foto, l'unica cosa che finora
siamo riusciti a trovare è una piccola valigia nel sottoscala; nella fodera e-
rano nascosti un passaporto e del denaro.»
«Nel caso fosse stato costretto a partire in tutta fretta?»
«La teoria è questa. Che ne pensi?»
«Riguardo alla casa? È pressoché perfetta. Secondo Fisher, l'Uomo di
Marx è una persona estremamente ordinata, e non credo ci possa essere un
esempio migliore di questo. C'è soltanto una cosa che non quadra...»
«So che cosa stai per dire: che non ci sono ritagli di giornale, ricordi,
niente che possa connetterlo agli omicidi, insomma. Forse è stato solo
molto cauto», suggerì giocando all'avvocato del diavolo. «Attento al punto
da far sparire ogni traccia, voglio dire. Ha voluto essere sicuro di non la-
sciare alcun indizio che potesse collegarlo a quei delitti, nel caso si fosse
fatto beccare. O, magari, ha semplicemente nascosto i suoi ricordi da qual-
che altra parte, in un luogo sicuro.»
In un armadietto nei sobborghi della città, per esempio. O in una stanza
presa in affitto.
Così da mantenere la sua dimora incontaminata.
Pura.
Sì, era possibile.
«Forse invece temeva che, cercando di procurarsi una pistola, avrebbe
attirato l'attenzione su di sé, e ha pensato di distruggere in anticipo qualsia-
si prova potesse inchiodarlo», continuò Grace. «Oppure le ha distrutte
strada facendo. Sul retro c'è un braciere, e i vicini hanno confermato di a-
verlo visto spesso bruciare della roba, ma non sono in grado di dire se i fa-
lò avvenissero in corrispondenza degli omicidi. Almeno, così affermano
alcuni di essi. Anche se io non mi fido. Sai come succede, i testimoni ri-
cordano solo quello che vogliono ricordare. Comunque, è possibile che
abbia dato fuoco alle prove e quindi tutto il materiale che è stato rinvenuto
in mezzo alle ceneri è stato portato via per essere analizzato. Ma devo con-
fessarti che non nutro molte speranze, al riguardo.»
«Se ho capito bene», insistei, «stai dicendo che non c'è niente che ricon-
duca George Dyer agli omicidi dell'Uomo di Marx?»
«Esatto.»
«Niente che dimostri che avesse manifestato già in passato un interesse
per le armi? Nessuna traccia di polvere da sparo? Bossoli usati nel prato?
Niente di gustoso per la Scientifica?»
«Stiamo ancora cercando», rispose; ma dal suo tono intuii che non si a-
spettava di trovare granché. E, a giudicare da quello che vedevo intorno a
me, il suo era un ragionevole dubbio. «Del resto, non mi fido nemmeno
della metà di loro. A volte ho l'impressione di essere rimasta l'unica a pra-
ticare quel rito oscuro chiamato indagine della scena del crimine. Non toc-
care questo. Non spostare quello. Analizza quest'altro. Healy e Walsh san-
no il fatto loro; quanto agli altri... sono goffi, si muovono con la delicatez-
za di un branco di rinoceronti.»
«I vicini che cosa dicono di lui?» le chiesi mentre tornavamo di sotto e
uscivamo all'aperto. Finalmente un po' d'aria fresca, dopo la soffocante
atmosfera che permeava la casa.
Un gatto bianco, seduto sul vialetto, sbadigliava.
«Era un tipo riservato. È così che lo descrivono tutti. Niente amici, nien-
te visite, niente donne. Non parlava con nessuno.»
«Non era molto popolare, insomma.»
«No, non particolarmente. Era un eccentrico. E piuttosto innocuo, a
quanto pare. Non dava mai problemi; semplicemente, non voleva parlare
con nessuno.»
«Non si sa nulla della sua famiglia?»
«Niente biglietti di compleanno, niente fotografie, niente rubrica telefo-
nica, niente indirizzi», confermò. «Nella memoria del cellulare non aveva
registrato alcun nominativo. E sui mobili non c'è traccia di fibre o capelli,
a parte quelli che si è lasciato dietro lui. Per il resto, abbiamo trovato solo
qualche pelo di gatto.»
Il gatto bianco sul vialetto, presumibilmente.
Ma la bestiola non sembrava preoccuparsi troppo per la scomparsa del
suo padrone, e non sembrava per nulla intimorita da quell'invasione di e-
stranei. Che cosa avrei dato per essere al suo posto, e per potermene infi-
schiare del folle trambusto del mondo.
«Escludendo il gatto», disse Grace, «era un solitario. Ed era del tutto au-
tosufficiente.»
«Nessun uomo è un'isola.»
«Dyer sì. O, almeno, una penisola molto remota. E i suoi colleghi hanno
detto più o meno le stesse cose. Non era tipo da impressionare le persone
che gli stavano intorno. Era distaccato, ma non scontroso. Tranquillo, ma
non astioso. In ufficio non andava a trovarlo nessuno. Non faceva e non ri-
ceveva telefonate personali. Non esprimeva mai convinzioni o opinioni
particolarmente forti. E accadeva di rado che chiedesse qualche ora di
permesso.»
«E a nessuno è venuto il dubbio che un comportamento del genere fosse
piuttosto sospetto?»
«E perché mai? Nessuno è mai venuto qui a controllare come vivesse.
Per loro, era semplicemente quello che appariva: un tipo un po' imbroncia-
to, che non aveva il senso dell'umorismo. Così lo hanno descritto. Ma la
gente, di solito, non chiama la polizia per segnalare qualcuno che non ride
alle sue barzellette. Mi correggo: tu lo faresti.» Finalmente fece un mezzo
sorriso, il primo dell'intera mattinata. «Ma saresti l'unica. George Dyer a-
veva un talento impareggiabile per lasciare un vuoto nella mente delle per-
sone. Quando provano a ricordare qualcosa di luì, scoprono di non esserne
capaci. Il che, probabilmente, spiega come mai non riusciamo a scoprire su
di lui più di quanto non abbia voluto far sapere.»
«Ma questo George Dyer... era reale?»
«Era solo un nome», mi spiegò Grace. «Ufficialmente, quell'uomo non è
mai esistito. Perfino le credenziali che ha presentato a Enright prima di es-
sere assunto sono risultate false.»
«Ha cancellato ogni traccia della sua vera identità. Si è rifugiato in un'al-
tra esistenza. Sarebbe tutto molto più semplice, se si trattasse davvero di
un killer professionista. Di certo, viveva come uno di loro. Ma questa»,
sottolineai indicando la casa, «non assomiglia all'abitazione dell'Uomo di
Marx.»
«Per questo ti ho portata qui. Volevo che la vedessi con i tuoi occhi. Vo-
levo essere sicura che non fosse la mia paranoia a dirmi che non può essere
tutto finito.»
«Forse siamo paranoiche tutte e due.»
«Be', almeno avremo un po' di compagnia.» Fece una pausa. «E c'è u-
n'altra cosa. Non ho voluto dirtela, prima che tu vedessi questo posto con i
tuoi occhi. Non ho voluto influenzarti in un modo o nell'altro.»
«Di che si tratta?»
«L'impronta sulla pistola, ricordi? Quella che l'Uomo di Marx ha lascia-
to cadere all'angolo della strada in cui viveva Brook... be', non appartiene a
Dyer. Healy mi ha consegnato i risultati questa mattina. Ora, non è detto
che ciò debba per forza voler dire qualcosa. È possibile che Dyer abbia
maneggiato l'arma indossando sempre un paio di guanti, e che l'impronta
appartenga a un proprietario precedente. Chissà, magari a qualcuno che vi-
ve negli Stati Uniti. Gli uomini della Scientifica stanno eseguendo un con-
fronto. Presto sapremo qualcosa. E poi, parliamoci chiaro, questa non ha
l'aria di essere la casa di un uomo che non aveva niente da nascondere. C'è
qualcosa di innaturale in questo posto. Ma ho ancora l'impressione che
manchi qualche pezzo, per completare il puzzle. Non credo che sia finita.»
«Dyer era invischiato in questa faccenda, in qualche modo», dissi. «Per
forza. Non può trattarsi di una mera coincidenza: il suo capo muore e, im-
provvisamente, l'Uomo di Marx perde la sua pistola. Lui cerca di procurar-
sene una e accoltella il primo poliziotto che gli capita a tiro. Era coinvolto,
non c'è dubbio.»
«Draker non la pensa così.»
«Ovviamente. E che cos'ha detto a proposito della confessione dell'omi-
cidio di Felix?»
«L'ha liquidata con due semplici osservazioni. Punto primo: anche am-
messo che l'abbia davvero ucciso lui, ciò non significa che sia l'Uomo di
Marx. L'unico legame tra Felix e il serial killer è l'interesse del fotografo
nei confronti di quest'ultimo. Nient'altro. Punto secondo: Draker insiste nel
sostenere che non ci sia niente di misterioso nella morte di Berg.»
«Nonostante l'ammissione di Dyer?»
«Secondo lui, potresti aver sentito male. Forse hai frainteso. Aspetta,
Saxon. Ti sto riferendo quello che mi ha detto il vicecommissario, non
quello che penso io. È probabile che anche Dyer abbia capito male. Draker
ha chiamato personalmente Alastair Butler, e insieme hanno riletto riga per
riga il risultato dell'autopsia: Felix si è suicidato, non esistono altre possi-
bilità.»
«Non potresti far riesumare la salma, e far eseguire una seconda autop-
sia, indipendente dalla prima?»
«Sarebbe una bella attestazione di fiducia, nei confronti del medico lega-
le. Andrebbe su tutte le furie, e avrebbe ragione. Comunque, anche se ac-
cettassi, Draker non mi darebbe mai il permesso.»
«Quindi lasciamo perdere? Molliamo tutto così?»
«No», rispose Grace. «Dobbiamo soltanto aspettare un'occasione miglio-
re. Ci vorranno settimane, prima che le indagini sulle attività passate di
Dyer ci rivelino se fosse o meno l'Uomo di Marx. Tutto quello che dob-
biamo fare è lasciare alcune questioni insolute. Draker si accorgerà di non
poter liquidare l'intera faccenda, senza prima tentare di risolverle. A quel
punto, saremo in grado di prendere in considerazione la tua teoria sul caso
Berg.»
«Hai cercato di dissuadermi dal seguire il mio istinto fin dalla notte della
sua morte», commentai. «E adesso mi stai dicendo che sei d'accordo con
me?»
«Sto dicendo che, a mio parere, occorre riconsiderare le circostanze in
cui è avvenuto il decesso. Ed è tutto quello che otterrai da me, quindi non
forzare la mano alla fortuna.» Fece un respiro profondo, prima di pronun-
ciare la frase successiva. «Del resto, non puoi biasimarmi per non aver
compreso il tuo atteggiamento... non mi avevi mai raccontato di Sydney.
Si chiamava così tua sorella, no?»
«Giuro che un giorno o l'altro ucciderò Fisher con le mie stesse mani.»
«Lawrence ti vuole bene. E, visto che so che per te è lo stesso, sono si-
cura che non te la prenderai con lui per avermelo raccontato. Voleva sol-
tanto farmi capire quello che stavi passando, voleva che mi rendessi conto
di quanto fosse importante per te tutto questo.»
«Non ce l'ho con lui», dissi, e rimasi alquanto sorpresa quando realizzai
che era davvero così. «In effetti, sono felice che tu l'abbia saputo, alla fine.
Non ho mai voluto nascondertelo. Soltanto, era una cosa che volevo tenere
per me, se riesci a capire la differenza.»
«Ti tieni dentro troppe cose. Non ti fa bene.»
«Come le pillole per dormire e la mia pessima alimentazione. Lo so.»
«Immagino che sia piuttosto sciocco chiederti se hai voglia di parlarne.»
«Non voglio nemmeno pensarci.»
«Capo?»
Ci girammo entrambe.
«Che c'è, sergente?»
«Abbiamo trovato qualcosa che credo vorrà vedere.»
«Arrivo subito.» Poi si rivolse a me: «Vieni anche tu?»
«Sarà meglio che vada. Non preoccuparti per me, posso tornare in città a
piedi. C'è un mercante d'arte che è in debito con me. Mi sta aspettando, e
sono già in ritardo.»
«A dopo, allora.»
«Sì, a dopo.»

43

Strange aveva il naso premuto contro il vetro, quando giunsi davanti alla
sua galleria. Vedendomi arrivare, si tirò indietro e mi aprì senza dire una
parola.
«Chiuda la porta dietro di sé», disse quando entrai.
Attraversò la stanza e tornò a mettersi al suo posto, dietro la scrivania.
Sembrava ansioso. Indossava un abito di velluto con una cravatta scarlatta.
Forse voleva festeggiare: con la morte di Dyer, il suo segreto sarebbe ri-
masto tale. Per lui non sarebbe potuta andare meglio. L'uomo non avrebbe
lanciato accuse riguardo ai suoi affari poco puliti, e lui non sarebbe stato
costretto a comprare il suo silenzio cedendogli la collezione di pistole.
Ma non era certo grazie a lui se le cose erano andate per il verso giusto.
Se avesse fatto di testa sua, gli avrebbe consegnato una pistola vera, e
carica.
E io sarei morta.
Ma i miei programmi per la mattinata non sarebbero cambiati, sarei co-
munque andata alla galleria, come prestabilito. E, nella mia nuova condi-
zione di spettro, l'avrei perseguitato. Lui, con la sua bella cravatta rossa e
tutto il resto.
Lanciai di nuovo un'occhiata alle pareti, mentre lo seguivo, e notai che le
fotografie della donna con catene e pugnali non c'erano più.
Non potevo certo dire di sentirne la mancanza.
Strange mi fece segno di sedermi di fronte a lui; mi accomodai, mentre
lui batteva con entrambe le mani sui lati della sua sedia: due colpi, come se
stesse cercando di decidere come procedere.
«È lui?» mi chiese alla fine.
«Intende dire l'Uomo di Marx?»
«Al telegiornale hanno detto di sì.»
«Allora dev'essere così, se l'ha sentito al notiziario.»
«Ma sono sicuri che sia quello vero?»
«Ci vorrà del tempo per stabilirlo.»
«Tempo», ripeté senza tentare di nascondere il suo disappunto. «Io ho
soltanto bisogno di sapere che è finita. Una volta per tutte. Voglio essere
sicuro di non ricevere più telefonate.»
«Se vuole che le dica che il suo nome rimarrà fuori da tutto questo, cre-
do di poterla rassicurare. Ho mantenuto la promessa. Ho fatto in modo che
lei non venisse coinvolto.» Anche se, in tutta onestà, non ero così sicura
che sarebbe stato tanto semplice. Grace aveva già iniziato a fare pressioni
affinché Strange venisse interrogato riguardo a quello che sapeva. Pro-
babilmente sarei riuscita a dissuaderla, almeno fino a quando la fonte delle
mie informazioni fosse rimasta un segreto tra noi due. Ma non potevo co-
munque affermare con sicurezza che i guai per Strange fossero finiti. Gli
stavo dicendo quello che sperava di sentirsi dire, perché mi desse quello
che volevo in cambio. Perché cambiare linea di condotta, a questo punto?
«Ok. Adesso voglio vedere le fotografie», gli dissi. «E saremo tutti soddi-
sfatti.»
«Le vuole ancora?»
«Naturalmente. Ieri sera, il suo amico mi ha confessato di aver ucciso
Felix. E voleva far fuori anche me. Proprio così, era questo il suo piano. È
scioccato? Be', non posso biasimarla. Per contro, non posso dire che la co-
sa mi abbia stupita. Ma mi sono chiesta il perché, e l'unico motivo per cui
poteva volerci morti era che ci stavamo avvicinando troppo alla verità, for-
se senza nemmeno sapere di che cosa si trattasse. E uccidere una persona è
il modo migliore per costringerla al silenzio. Non posso più chiedere a Fe-
lix che cosa avesse scoperto. Ma posso ancora vedere quello che aveva vi-
sto...»
Strange sospirò.
«A volte penso che avrei dovuto prendere quelle foto e bruciarle. Sono
stanco di pensarci. E di dovermi preoccupare della loro esistenza. Sono
stufo delle domande della gente, che vuole sapere di quegli scatti. Ma, do-
po ieri sera, inizio a sentirmi libero. Ho finito di nascondermi dalle ombre.
Non sarò più costretto a finire nella rete gettata dalle ossessioni di Felix.
Le foto sono sue. Se le è meritate.»
Si alzò e si diresse all'appendiabiti. Il cappotto di pelliccia sembrava un
orso in cattività. Infilò la mano in una tasca e tirò fuori la chiave dell'ar-
madietto.
Me la gettò, e io l'afferrai al volo.
«Mi dica un'ultima cosa, prima che me ne vada», dissi. «Chi è l'autore di
quelle immagini sadomaso che erano appese alle pareti la prima volta che
venni qui?»
Spostò lo sguardo sul muro, come se riuscisse ancora a vederle.
«Felix», disse quasi addolorato. L'ultima risposta che mi sarei aspettata.
Ero quasi arrivata a credere che le avesse scattate lui. «Gli piaceva fare fo-
tografie erotiche. Era la sua liberazione, diceva. Ma non ha mai voluto che
nessuno lo sapesse. Erano il suo segreto.»
«Già. Al suo posto avrei fatto lo stesso», commentai. E mi chiesi se sarei
più riuscita a guardare gli altri lavori di Berg con gli stessi occhi. «Co-
munque, grazie di avermelo detto.»
Aspettò che fossi arrivata alla porta, prima di pronunciare il mio nome.
Mi voltai.
«Spero che riesca a trovare quello che sta cercando.»

Mi tremavano le mani, mentre sollevavo la chiave e la infilavo nella ser-


ratura dell'armadietto.
Clic.
A volte è così facile arrivare alla verità.
Aprii lo sportello e, per un momento, mi lasciai prendere dal panico: e se
non ci fosse stato niente, lì dentro? Se Vincent Strange avesse fatto il dop-
pio gioco, per qualche ragione a me sconosciuta? Chissà, forse non aveva
mai nascosto nulla, in quell'armadietto.
Ma mi sbagliavo. Trovai una borsa di tela marrone ripiegata su se stessa,
come un animale addormentato, la tracolla attorcigliata accuratamente co-
me una coda. La afferrai tirandomela al petto, e mi diressi verso la panchi-
na più vicina. Mi misi a sedere, slacciai la fibbia e vi infilai una mano. Pre-
si la prima fotografia che mi capitò fra le dita.
Un'altra istantanea, come quella scivolata fuori dalle carte di Felix.
Come quella infilata nella buca delle lettere di Gina.
Come quella appesa alla parete del mio soggiorno.
Ma questa non era una foto comune.
Ritraeva Terence Prior, il giudice, accasciato contro la porta della sua
abitazione, i capelli unti e sporchi di sangue. Ne tirai fuori una seconda.
Finlay Hart, il viso in una pozza di sangue, i denti spazzati via dall'impatto
della pallottola.
Sollevai gli occhi di scatto. Seduto all'altra estremità della panchina c'era
un ragazzino che doveva avere all'incirca dieci anni; indossava una maglia
da calcio e mi osservava mentre facevo scorrere quelle fotografie oscene.
Aveva visto qualcosa?
Non avevo modo di saperlo, ma mi sentii in colpa per aver corso un ri-
schio del genere. Rapidamente, riposi le foto, chiusi le cinghie e mi misi la
borsa a tracolla. Raggiunsi le scale e tornai svelta in strada, sollevata dalla
sensazione di essere stata di nuovo inglobata dal traffico.
Il piano era tornare nel mio appartamento per avere un po' di privacy, ma
ero così agitata quando attraversai il fiume che mi sorpresi a cercare una
caffetteria che sapevo avere dei tavolini al piano superiore. Presi un caffè e
salii i gradini quasi di corsa, fermandomi solo dopo aver trovato un ango-
lino tranquillo.
Diedi un'occhiata in giro, per assicurarmi che non ci fossero ficcanaso;
poi capovolsi la borsa. Le fotografie caddero a pioggia sul tavolo. Erano
davvero tante, e io iniziai a farle passare, una per una.
Soltanto quattro o cinque erano dello stesso tipo di quelle che avevo vi-
sto nella Central Station.
La maggior parte ritraeva delle persone ancora vive.
Ce n'era una di Strange, immortalato mentre afferrava la maniglia della
porta di una libreria; stava per entrare, avvolto come al solito nel suo cap-
potto di pelliccia. In un'altra c'era Gina che usciva di casa. E poi Paddy
Nye che si affacciava dal suo negozio... e la moglie, vista attraverso la fi-
nestra. Si stava allontanando dal bancone, per imboccare il breve corridoio
che portava al giardino sul retro. Era del tutto ignara di essere osservata.
Un'altra ancora ritraeva Miranda Gray davanti all'ingresso dell'Abbey The-
atre, intenta a chiudersi il collo della giacca. Sembrava accigliata, aveva
un'espressione irritata e, insieme, perplessa. L'immagine era lievemente of-
fuscata, resa confusa dal passaggio di un'automobile. Ma non c'era alcun
dubbio che si trattasse della dottoressa.
Presto, persi il conto.
Ogni foto immortalava una persona, ed era stata scattata all'esterno. Nes-
suno guardava direttamente l'obiettivo; nessuno si era messo in posa... op-
pure l'aveva fatto, mostrandosi deliberatamente indifferente alla macchina
fotografica. La maggior parte di loro sembrava essere stata colta in un
momento di attesa.
Alcuni guardavano l'orologio, impazienti.
Altri si sporgevano in avanti, scrutando la strada.
Altri ancora parlavano al cellulare.
Leggevano il giornale.
Per la maggior parte si trattava di persone sconosciute, ma alcuni visi mi
erano familiari.
Uno, per esempio, era il proprietario di un ristorantino italiano sul mare,
che non si ricordava mai il mio nome, ma in compenso adorava Grace e la
circondava di premure. Un altro era un poeta ceco emigrato, che recente-
mente aveva pubblicato la sua autobiografia, in cui descriveva gli anni di
silenzio sotto il comunismo. La donna imbronciata seduta fuori da un caf-
fè, che stringeva fra le mani una tazza di qualcosa che probabilmente si
stava raffreddando, era la corrispondente di una rivista di moda francese.
Questo era un giornalista specializzato in servizi lunghissimi e illeggibili
sui traffici aziendali e la corruzione politica. Quest'altra era un'attrice che
avevo intravisto in TV.
Tutte le fotografie avevano due cose in comune.
A ogni persona era stato dedicato un solo scatto.
Ed erano tutte riprese su una soglia; oppure, la foto era stata scattata in
modo tale che sullo sfondo ci fosse una porta, a fare da cornice.
Ero sconcertata.
Erano di Felix? Erano la sua risposta artistica agli omicidi dell'Uomo di
Marx? La sua ossessione l'aveva consumato al punto da indurlo a riprodur-
re nelle sue opere ciò che il killer aveva fatto nella realtà? Uno scatto per
ogni pallottola?
Oppure l'autore era lo stesso assassino? Forse Felix era stato ucciso per
questo, perché aveva trovato quelle immagini e ne aveva compreso il si-
gnificato.
Ma questo ancora non spiegava come mai non si fosse rivolto alla poli-
zia. Certo, è probabile che volesse essere assolutamente sicuro, prima di
muovere delle accuse, ma quale prova migliore delle foto delle vittime
scattate subito dopo il decesso? Chi altri poteva essere l'autore?
Infilai la mano negli angoli della borsa, controllando che non mi fosse
sfuggita qualche foto, e... un momento, questo che cos'era? Sembrava una
specie di libro, chiuso in una tasca interna con la cerniera.
Ma certo, il diario! Come avevo fatto a dimenticarmene?
Riposi le foto al riparo da sguardi indiscreti; aprii il diario e cominciai a
leggere. Non mi ci volle molto tempo per capire che Felix non era osses-
sionato soltanto dagli omicidi dell'Uomo di Marx, ma anche dall'assassinio
di Lucy Toner, avvenuto alcuni anni prima a Howth.
Le pagine erano sommerse da un'intensa fioritura di appunti scaraboc-
chiati e da articoli di giornale, accuratamente ritagliati e incollati; erano
così tanti che a volte finivano con il sovrapporsi, ed ero costretta a solle-
varne alcuni, per riuscire a leggere quelli sottostanti. Evidentemente, all'e-
poca dell'omicidio aveva letto attentamente ogni giornale e ogni rivista,
raccogliendo qualsiasi riferimento a quanto era accaduto alla piccola Lucy.
E aveva continuato a farlo nel tempo: nel diario aveva incluso commemo-
razioni pubblicate negli anni successivi, in occasione dell'anniversario del-
la morte. Lucy, sei sempre nei nostri cuori; con amore, tuo fratello Bren-
dan. Lucy, sei sempre nei nostri cuori; con amore, tua sorella Katie.
Lucy, non sei più tra noi, ma non ti dimenticheremo. Patricia.
Una pagina dopo l'altra, aveva ricostruito l'intera vicenda della ragazzi-
na.
La polizia ha rivolto un appello ai cittadini per avere informazioni ri-
guardo alla scomparsa di una ragazzina, avvenuta due giorni fa in un
quartiere a nord della città... La polizia di Dublino ha confermato che il
cadavere scoperto la scorsa notte a Howth appartiene a Lucy Toner, la
ragazzina di quindici anni recentemente scomparsa da casa... Un uomo è
stato fermato, ed è in attesa di giudizio per l'omicidio della piccola Lucy...
Alcune fonti hanno confermato che l'uomo arrestato dalla polizia la setti-
mana scorsa, in relazione all'omicidio di una ragazzina, è un pedofilo
pregiudicato, tale Isaac Little... Un uomo di trentasette anni è comparso
davanti al Tribunale Criminale Centrale, per l'omicidio di una studentessa
di Dublino, avvenuto nel luglio dello scorso anno... Per Isaac Little ha og-
gi inizio la condanna all'ergastolo per l'assassinio della piccola Lucy To-
ner di Howth, che sconterà nella Mountjoy Prison di Dublino... Mazzi di
fiori sono stati deposti nel punto in cui venne uccisa una ragazzina di Du-
blino, nel giorno del secondo anniversario della morte... I giudici oggi re-
spingeranno il ricorso in appello di un uomo arrestato cinque anni fa per
l'omicidio di una studentessa... Isaac Little, pedofilo e assassino, si sta ri-
prendendo in ospedale in seguito a un tentativo di suicidio consumatosi
nella sua cella nel carcere di Mountjoy...
E così via, inesorabilmente. Ogni riferimento anche superficiale alla
morte di Lucy e al periodo immediatamente successivo era stato isolato,
archiviato, confrontato con altri... La vera vita di quella ragazzina era finita
sotto una tormenta di nomi e di dettagli, la sua sofferenza si era trasforma-
ta in una lunga lista di appelli della polizia, arresti e comparizioni in tribu-
nale. Quant'è facile ridurre un'esistenza ai suoi elementi costitutivi...
Ma, mi chiesi, perché Felix era stato così ossessionato dalla morte di
Lucy?
C'era una sola risposta possibile. Che cos'aveva detto Alice, a proposito
del fratello? Che, secondo lui, per capire veramente una città occorre stu-
diare le modalità degli omicidi che vi vengono commessi. Non ero sicura
di poter accettare il suo punto di vista. Basta passare un'ora in qualsiasi cit-
tà del mondo, per vedere gli stessi orrori. Le vie dei delitti sono finite, do-
potutto. Ma Felix ci aveva creduto davvero. Forse questo diario rappresen-
tava il materiale grezzo per il suo studio?
Ma questa non era un'indagine sul lato oscuro della città. No davvero.
Riguardava soltanto una piccola macchia scura, appartenente a un passato
ormai dimenticato. Forse il suo interesse era stato suscitato dalla consape-
volezza, o dal sospetto, che quella non fosse tutta la storia?
Forse conosceva l'identità del vero assassino di Lucy Toner?
E, ammesso che fosse così, che cosa aveva a che fare con l'Uomo di
Marx?
Tirai fuori il cellulare e chiamai Grace. Stava andando in centrale, dopo
aver lasciato l'abitazione di George Dyer. C'era in programma una nuova
conferenza stampa, in cui avrebbe diffuso una fotografia dell'uomo perché
fosse trasmessa dai telegiornali della sera, nella speranza che qualcuno riu-
scisse a identificarlo. Le dissi delle fotografie, e la sentii fischiare, piano.
«Ammettiamo che Dyer fosse davvero l'Uomo di Marx: ciò spieghereb-
be l'assenza, in casa sua, di foto e di souvenir che potessero collegarlo agli
omicidi. In qualche modo, Felix se ne era impossessato, e li aveva nasco-
sti», osservai.
«Non così in fretta», mi interruppe Grace. «Non hai ancora sentito quel-
lo che ho da dirti. Hai presente quando il sergente mi ha detto di rientrare
in casa, perché voleva mostrarmi qualcosa? Bene, ricordami di proporre il
suo nome per una promozione: ha studiato un po' più attentamente il pas-
saporto di Dyer e ha notato che c'era un timbro corrispondente alla data
dell'omicidio di Enright, prova che in quel periodo era fuori città per affa-
ri.»
«Non può essere!»
«Stando al passaporto», riprese, «quella sera si trovava a Vienna. Il che
non significa necessariamente che sia vero, lo so. Ma se non possiamo im-
putargli quell'assassinio...»
«Allora l'Uomo di Marx potrebbe ancora essere là fuori», conclusi al suo
posto. «Ma perché uccidersi, se il colpevole non era lui? E perché provare
a uccidere Dalton? Non ha senso.»
Ma mi tornò in mente quello che mi aveva detto la sera prima, quando
l'avevo raggiunto in quell'edificio semidistrutto, e gli avevo rinfacciato di
provare un certo piacere nell'ammazzare le persone. Ne ho già uccise ab-
bastanza, aveva commentato lui. E si era messo a ridere. Forse lo trovava
divertente... dal momento che si era macchiato soltanto di un omicidio:
quello di Felix.
O forse non era affatto un assassino. Possibile?
Ma perché si era tolto la vita, se era innocente?
Stava coprendo qualcun altro?
«Quello che dobbiamo fare è rintracciare le persone che compaiono in
quelle fotografie», disse Grace; aveva percepito il mio sconforto attraverso
il telefono, e sapeva che avevo bisogno di qualcosa di positivo per allonta-
narlo. «Dobbiamo scoprire perché quelle immagini erano insieme a quelle
delle vittime dell'Uomo di Marx. E tu puoi essermi d'aiuto.»
«Qualsiasi cosa.»
«Allora puoi cominciare lasciando le altre foto in centrale. C'è Healy a
difendere il forte. Gli farò uno squillo per spiegargli che cosa hai trovato.
E farò in modo che inizino a identificare le persone, perché siano interro-
gate. E poi potresti confrontarti con Miranda Gray, magari riuscirà a dirti
qualcosa di più sull'autore di quegli scatti, chiunque lui sia.»
Solo dopo aver messo giù mi resi conto di non averle detto del diario di
Felix.
Distrattamente, lo aprii di nuovo e notai che le prime due pagine erano
incollate. Vi passai in mezzo un'unghia per separarle.
All'interno c'era un'iscrizione scarabocchiata in una grafia quasi illeggi-
bile. Aveva tutta l'aria di essere una poesia. Iniziai a leggere. Cristo, che
cosa mai poteva significare?
44

Provai a chiamare l'ufficio di Miranda, ma Elaine, la segretaria incompe-


tente, mi disse che era fuori e che non sapeva quando sarebbe tornata.
Tentai di raggiungerla sul cellulare, ma doveva essere spento.
Nemmeno Fisher aveva idea di dove fosse.
Alla fine, richiamai la segretaria sperando in un suo aiuto, e lei mi sug-
gerì di provare al Forty Foot.
«Il bar?»
«Ma no! Quel posto dove la gente va a nuotare, ha presente? Ci va spes-
so, quando ha un momento libero.»
E me lo diceva solo adesso?
Conoscevo il Forty Foot. Mi ricordai di aver letto qualcosa al riguardo,
una volta. Era un cumulo di scogli, a circa tre chilometri dall'abitazione di
Grace, lungo la stessa strada.
Nato come Gentlemen's Bathing Place, adesso era aperto a tutti. La gen-
te vi si recava in ogni periodo dell'anno per nuotare nel mare, rischiando
annegamento e ipotermia, nel rispetto della tradizione. Qualcuno lo faceva
addirittura nudo, mi aveva detto Grace. Il mondo è bello perché è vario.
Ci andai in macchina. Parcheggiai accanto a un cartello di divieto di so-
sta. E sperai di avere doppiamente fortuna: non volevo beccarmi una con-
travvenzione, considerato che non ero nemmeno sicura che la dottoressa
fosse li.
Nel muro si apriva un cancello sormontato da un arco e da una scritta in
ferro battuto: FORTY FOOT. Un sentiero di pietra conduceva alla spiag-
gia, dove alcuni uomini dalla pelle avvizzita si tamponavano i capelli con
un asciugamano.
Accanto all'entrata c'era un cartello: È OBBLIGATORIO INDOSSARE
IL COSTUME.
Un bel sollievo.
Aprii il cancello e percorsi la stradina che conduceva verso gli scogli. Da
una parte c'era una scalinata scavata nella pietra con una ringhiera gialla,
su cui i bagnanti si arrampicavano per uscire dall'acqua; in quel momento,
un vecchio gocciolante stava salendo i gradini con passo incerto, diretto al-
la spiaggia.
Dal mare soffiava un vento sferzante, troppo freddo per una brezza pri-
maverile e troppo mite per una bufera invernale. L'acqua era cupa e opaca,
presto si sarebbe messo a piovere. Le nuvole si radunavano sulla baia co-
me una folla pronta al linciaggio a Howth Head.
Qualcuno sollevò il capo, al mio arrivo. Io mi guardavo intorno con u-
n'espressione perduta: non sapevo da dove cominciare. Gli scogli orlavano
il mare come una frangia; la gente stava seduta a parlare, ma non riuscivo a
sentire i loro discorsi. C'era un silenzio pesante, che avvolgeva ogni cosa
come una preghiera. Ogni senso era dominato dal mare.
Alla fine, mi decisi a chiedere informazioni al vecchio che avevo visto
salire sulla spiaggia.
«Sto cercando una persona. Conosce Miranda Gray?»
«Sì. È laggiù.»
Indicò il mare. Io riuscivo appena a distinguere una testa che ondeggiava
come una boa, o come una foca, forse. Sollevava il muso e scrutava la ter-
raferma, come fosse un elemento alieno.
Era lei?
Probabilmente sì. Era l'unica persona in quell'angolo di mare desolato.
Pensai di urlare, per farle sapere che ero lì, ma non lo feci. Mi sarei sentita
stupida e, del resto, il vento si sarebbe portato via le mie parole, sbattendo-
le contro gli scogli; così, mi sedetti con la schiena appoggiata a un masso e
aspettai, continuando a guardarla.
Doveva essere una nuotatrice esperta, se era arrivata così lontana; a vol-
te, le onde si sollevavano avvolgendola completamente e lei spariva... e
rimaneva sott'acqua troppo a lungo... troppo a lungo... E poi ricompariva.
«Piuttosto agitato, vero?» dissi all'anziano; ma lui mi rispose con una ri-
satina.
«Agitato? Non avrebbe potuto sperare in una giornata più mite.»
Cosa? Aveva detto «mite»?
Passarono solo pochi minuti, prima che la testolina ondeggiante iniziasse
a tornare verso riva. Poco dopo, dall'acqua emerse una figura sorridente,
con indosso un costume nero. Sul capo portava una cuffia, che la rendeva
difficilmente riconoscibile. Si arrampicò su per la scala barcollando, come
il vecchio che l'aveva preceduta, e reggendosi alla ringhiera gialla.
Mi alzai in piedi, vedendola avvicinarsi.
Il sorriso svanì, quando mi vide.
«Saxon? Che cosa fa qui? Va tutto bene? Non si tratta di Fisher, vero?»
«Fisher?»
«Non gli è successo niente, spero.»
«No. No. Niente del genere.»
Mi superò in punta di piedi, diretta verso un altro scoglio, dove aveva
appoggiato il suo asciugamano. Si avvolse nel telo e si levò la cuffia, libe-
rando una cascata di capelli.
«Volevo solo scambiare due parole con lei», le dissi. «Devo chiederle
qualcosa.»
«Mi dia un secondo per rivestirmi.»
«La aspetto fuori, d'accordo? La mia jeep è laggiù.»
«Faccio in un attimo.»
Riattraversai il cancello di ferro e mi sedetti in auto, senza perdere d'oc-
chio il sentiero.
Aspettai. Passò qualche minuto, ma di lei nessun segno.
Alla fine scesi dalla macchina e tornai indietro, con passo svelto. Arriva-
ta al cancello, feci per aprirlo, ma prima che avessi il tempo di toccarlo si
spalancò, e mi trovai davanti Miranda.
Entrambe facemmo un salto.
Alle sue spalle, vedevo il mare nerissimo.
Niente più nuotate per quel giorno.
«Mi dispiace averla fatta aspettare. Non riuscivo a trovare le scarpe... e
poi ho rovesciato la borsa e c'erano monete dappertutto, e mi sono dovuta
mettere a carponi per raccoglierle.»
«Non mi deve spiegare.»
«Scusi. Forza dell'abitudine. Lo faccio sempre.»
«Già. E si scusa in continuazione.»
«È vero, mi scusi.» Sorrise nervosamente. «Sono solo un po' sconvolta
per la sua presenza qui. Quando l'ho vista, ho pensato che fosse successo
qualcosa di orribile.»
«Dopo essere entrato in quell'acqua, chiunque sarebbe sconvolto.»
«Ci si fa l'abitudine. La prima volta è uno choc, ma poi diventa più faci-
le. Mi aiuta a non pensare. Ultimamente, la mia mente è stata interamente
occupata da Alice.»
Annuii. Sapevo bene a che cosa si riferisse.
«Venga, saliamo in auto.»
Giusto il tempo di sederci e le chiesi quello che volevo sapere.
«Felix le aveva mai fatto una fotografia?»
«Felix? Assolutamente no. Non l'avrei mai permesso, ero la sua terapi-
sta, e lui era un mio paziente. Non sarebbe stato professionale posare per
lui.»
«Non parlo di pose. Parlo di istantanee scattate per strada.»
«No.» Ma il suo tono si era fatto più esitante. «Sono certa che me ne ri-
corderei. Perché me lo chiede?»
«Probabilmente non è niente. Voglio solo sapere se qualcuno le ha mai
scattato una foto davanti all'ingresso dell'Abbey Theatre.»
«Come... come lo sa?»
«L'ho vista. Felix ne aveva una copia.»
«Felix? No, non è possibile. Non si tratta di lui. All'incirca un anno fa,
ricevetti una telefonata da un tizio. Mi disse che stava realizzando una se-
rie di fotografie di persone che vivevano a Dublino, ma che non apparte-
nevano davvero a questa città perché venivano da fuori. L'avrebbe intitola-
ta Stranieri. Ci sarebbe stata anche una mostra. Mi fece alcuni nomi di chi
si era già lasciato fotografare. E io mi sentii lusingata.»
«E così accettò?»
«Non subito. Quel tizio si rifiutò di dirmi chi fosse e non volle fornirmi
alcun dettaglio, apparentemente per creare un alone di mistero. Si limitò ad
assicurarmi che ci sarebbe voluto soltanto un secondo. Non dovevo fare al-
tro che presentarmi all'Abbey Theatre. Un'istantanea e stop: fine della sto-
ria.»
Un solo scatto. Un solo sparo.
«Alla fine dissi di sì. Forse non avrei dovuto, ma sono una patita delle
fotografie. L'idea mi intrigava. Mi presentai all'ora stabilita, ma lui non si
fece vedere. Aspettai all'incirca mezz'ora, forse anche meno, e poi me ne
andai. Ero piuttosto seccata, come può ben immaginare. Ma non avevo
nessun numero di telefono, nessun nome, non avrei saputo con chi la-
mentarmi.»
«E quel tizio non si è più fatto sentire?»
«No.» D'un tratto, mi sembrò alquanto confusa. «E adesso lei mi dice
che qualcuno mi scattò realmente una fotografia?»
«Un'istantanea, proprio come ha detto lei. Faceva parte di una collezione
di foto che Felix aveva nascosto in un armadietto, alla Central Station.»
«Com'è finita in mano sua?»
«Lei esclude che possa essere stato lo stesso Berg a scattarla?»
«Assolutamente», rispose decisa. «Avrei riconosciuto la voce, se fosse
stato lui a chiamarmi. Ma era tutto diverso: accento, cadenza... No, è im-
possibile.»
«Forse aveva chiesto a qualcuno di farlo al suo posto.»
«E perché mai?»
«Lei non è stata l'unica. C'erano un sacco di istantanee del tutto simili al-
la sua. Tutte quelle persone devono aver ricevuto la stessa telefonata: ve-
nivano invitate a presentarsi in un dato posto a un'ora precisa, e quando si
recavano all'appuntamento non trovavano nessuno. Naturalmente, non si
accorgevano di essere immortalate da un obiettivo nascosto.»
Ed erano tutti stranieri.
Gente che veniva da fuori.
Ecco qual era l'elemento che li univa.
Forse anche Felix era uno di loro? Nemmeno lui era nato a Dublino.
Forse l'uomo del mistero gli aveva detto di recarsi al faro di Howth; lui l'a-
veva fatto, e l'altro gli aveva scattato quella foto. E poi? Che cos'era suc-
cesso?»
L'aveva ricevuta per posta? Era stato l'Uomo di Marx a mettersi in con-
tatto con lui? Fino a questo momento mi ero basata sul presupposto che
fosse stato Felix a scoprire per caso l'identità del killer. Forse, invece, era
stato quest'ultimo a sceglierlo, assegnandogli un ruolo preciso.
«Be'», ripresi, «se non è stato Berg a scattarle quella foto, allora doveva
conoscere l'autore. Per questo è di vitale importanza che lei riesca a ricor-
dare qualcosa riguardo all'uomo che le ha telefonato.»
«Mi dispiace. Non ha voluto dirmi il suo nome. Lo so, le sembrerà stu-
pido, mi sono presentata a un appuntamento con una persona che non co-
noscevo... ma all'epoca l'idea mi aveva fatto scattare qualcosa dentro. Non
ho mai sentito di appartenere davvero a questa città, mi piaceva pensare di
fare parte di un gruppo di 'stranieri'. Penserà che sia stata una sciocca.»
«Anch'io sono andata giù al molo, a Howth, per incontrare Felix», le feci
notare. «Non ho alcun diritto di dirle che cosa avrebbe dovuto fare o non
fare.»
«Vorrei riuscire ad aiutarla.»
«Ci rifletta, quando torna a casa. Intesi?»
«Non riuscirò a pensare a nient'altro.»

45

«È passato un uomo, cercava lei», mi disse Hugh, il portinaio, quando


rincasai.
«Ha lasciato un nome?»
«No.»
«Un numero?»
«No.»
«Un messaggio?»
«No.»
Era di poche parole.
E quelle che pronunciava erano quasi sempre incomprensibili.
«È riuscito a notare almeno un particolare?»
Si soffermò a considerare la mia domanda.
«Aveva la barba», rispose dopo un po'.
«Bene, è già qualcosa», gli dissi, in segno di incoraggiamento. «Adesso
cerchi di seguirmi, Hugh... e vedrà che insieme ce la faremo. Mi dica: era
una di quelle barbette corte e brizzolate, screziate di grigio?»
La mia abilità di chiaroveggente doveva averlo impressionato.
«Sì.»
«E per caso questo signore barbuto aveva un giro vita che lo faceva as-
somigliare a un grosso pianeta tragicamente caduto sulla Terra, costretto a
vagare per le vie di Dublino in cerca di una nuova orbita?»
Troppe parole perché Hugh riuscisse a recepirle in un colpo solo. Ma le
studiò attentamente, masticandole una per una. Sembrava un topo alle pre-
se con una porzione di formaggio troppo grossa, forte della consapevolez-
za che prima o poi i suoi denti avrebbero avuto la meglio.
«Non credo che fosse tanto grasso», osservò alla fine.
«Io dico di sì.»
Fisher. Doveva essere lui.
Lo chiamai dall'atrio: era al Brown Thomas, un grande magazzino piut-
tosto antiquato che si trovava in Grafton Street, di fronte a St. Stephen's
Green.
E così non riuscii nemmeno a salire nel mio appartamento.
«Stavo cercando qualcosa per Laura e per i bambini», mi spiegò, quando
ci incontrammo al quarto piano.
«Torni a Londra?»
«Presto», rispose. «Non posso restare a Dublino per sempre.»
«Mi mancherai.» Ed ero sincera. «Ma non credo che qui riuscirai a tro-
vare dei regali per la tua famiglia. Questo è il reparto uomo.»
«Lo so. Mi servono anche delle camicie nuove, sono quasi rimasto sen-
za. Non pensavo di trattenermi tanto. E una scorta di biancheria intima pu-
lita non sarebbe affatto male.»
«Ti prego, risparmiami i dettagli.»
Finii con l'aggirarmi tra gli scaffali insieme a lui, aiutandolo a scegliere
qualche vestito. Grace sarebbe rimasta di sasso, davanti a una scena del
genere. Non ero mai stata una fanatica dello shopping, per me era suffi-
ciente trovare qualcosa della mia taglia, che mi tenesse al caldo.
Un paio di jeans vale l'altro, mi dicevo.
Ma la cosa più strana fu il mio eccesso di pignoleria. Mi sorpresi a riap-
pendere irritata delle camicie scelte da lui, commentando il mio gesto con
un secco: «Non è il tuo colore».
Che cosa mi stava succedendo? Mi stavo trasformando in una ragazza...
Mentre ci dirigevamo verso la cassa, Fisher mi aggiornò sui progressi
delle ultime ore. La Squadra omicidi, apparentemente, era riuscita a identi-
ficare più della metà delle persone ritratte nelle istantanee, gran parte delle
quali erano già state sentite.
Ciascuno di loro aveva ripetuto la storia di Miranda Gray.
Nessuno aveva la minima idea di chi potesse essere quel tizio misterio-
so.
Poteva trattarsi davvero di George Dyer?
«Senza dubbio, siamo di fronte a due modi di pensare affini», osservò
Fisher. «Chiunque abbia scattato quelle foto, voleva conservare un trofeo
delle persone immortalate. Nel suo caso, l'arma era una pellicola, ma le
somiglianze metodologiche sono piuttosto inquietanti. Voleva catturare
quella gente inserendola in una specie di collezione. La sua linea di pen-
siero corrisponde perfettamente a quella dell'Uomo di Marx. Da una parte,
una sola istantanea per ogni soggetto, dall'altra, una sola pallottola per ogni
vittima. Non può essere una coincidenza.»
«Mi riesce difficile accostare una macchina fotografica a una Glock ca-
libro 36.»
«Abbi un po' di fiducia, Saxon. Quello che intendo dire è che, fotogra-
fando una persona, le porti via qualcosa. È un concetto difficile da spiega-
re, ma è come se da quel momento fosse in tuo potere. Alla tua mercé. Per-
sino quella fotografa americana, Diane Arbus, sostiene che ogni foto com-
porta una certa sofferenza.»
Pensai alle persone ritratte nelle istantanee che avevo trovato nell'arma-
dietto alla stazione.
Sembravano così vulnerabili...
In effetti, l'autore di quegli scatti era riuscito davvero a rubare qualcosa,
anche solo privandole momentaneamente della loro tranquillità mentale. E
aveva registrato il loro disagio, immortalandolo in un'immagine che avreb-
be conservato per sempre.
Un ricordo di cui godere.
Esattamente come aveva goduto guardando le foto delle altre vittime,
scattate subito dopo il decesso.
«L'unico problema», gli feci notare, «è che Dyer non possedeva nemme-
no una macchina fotografica. In ogni caso, noi non siamo riusciti a trovar-
la. Quindi, se quegli scatti non sono opera sua, chi li ha realizzati?» Mi
sentivo frustrata. «Se solo non si fosse ucciso...»
«Non credo avrebbe fatto una grande differenza», disse Fisher. «Non a-
vrebbe comunque parlato. Togliendosi la vita, è riuscito a imporsi il silen-
zio, ma avrebbe fatto lo stesso se fosse stato arrestato. Mi sono trovato di-
verse volte davanti a una situazione del genere. Vi sono assassini che non
vedono l'ora di vuotare il sacco, e il problema sorge quando vuoi farli tace-
re. Altri, invece, non dicono una parola su quanto hanno fatto. E sono certo
che Dyer appartenesse alia seconda categoria. La decisione di tagliarsi la
gola ne è la prova. Forse è per questo che si è scelto quel cognome: Dyer...
colui che muore. La morte era la sua ultima vocazione.»
«Non è così per tutti?»
Pagammo, e io mi offrii di preparargli la cena; si stava facendo buio e i
negozi stavano chiudendo, e lui non era riuscito a comprare nulla per Lau-
ra e per i ragazzi.
«Farò un altro giro domani», disse mentre ci dirigevamo a piedi verso il
mio appartamento. «Perché non mi accompagni? Ho scoperto in te uno
straordinario talento per lo shopping, che finora non hai sfruttato in modo
appropriato...»
«Non contarci. L'overdose di oggi mi basterà fino alla fine dei miei
giorni.»
«Saxon! Fisher!»
«Fitzgerald?»
Grace, sbucata dal nulla, accostò la sua Rover al marciapiede e abbassò
il finestrino.
«Che c'è? È successo qualcosa?» chiese Fisher.
«Gina Fox è morta. Avanti, salite.»
Tornò a immettersi nel traffico, senza nemmeno darmi il tempo di allac-
ciare la cintura di sicurezza.
«L'hanno trovata venti minuti fa», ci spiegò. «Non sappiamo ancora a
quando risale la morte. Ho ricevuto una chiamata da Walsh, che è già sul
posto. Sembra che l'assassino, chiunque esso sia le abbia sparato una deci-
na di colpi alla testa, da una distanza ravvicinata. Della faccia è rimasto
ben poco.»
«Dov'è successo?»
«Alla galleria di Strange. Era sdraiata dietro la scrivania del titolare; il
killer ha fotografato il cadavere e ha appeso l'istantanea al vetro della por-
ta, dall'interno. Un passante l'ha notata e si è avvicinato per dare un'occhia-
ta: quando ha realizzato di che cosa si trattava ha chiamato la polizia.»
«Non la seguo», la interruppe Lawrence. «Se l'omicidio è avvenuto a
Temple Bar, non stiamo andando nella direzione sbagliata?»
«Non andiamo sulla scena del crimine. Sto andando da Strange. Proba-
bilmente Gina si fidava del suo aggressore al punto da entrare nella galle-
ria da sola con lui. Non ci sono segni di effrazione. L'assassino, quando se
n'è andato, ha chiuso la porta a chiave... dove può essersela procurata?»
«Stai forse insinuando che a ucciderla sia stato Strange?» le chiesi.
«Sto dicendo che non credo che sappia davvero così poco come vorreb-
be farci credere. Ci ha detto di non aver mai guardato quelle fotografie, ma
abbiamo soltanto la sua parola. Voglio parlare con lui prima che abbia la
possibilità di confezionare una bella storiella.»

Strange viveva in una strada privata in un'enorme casa affacciata sul ma-
re, all'ombra di Dalkey Hill. La proprietà era circondata da cancellate im-
ponenti e da muri coperti d'edera.
Quando arrivammo a destinazione, ormai si era fatto buio. Ma, no, non
era proprio buio... svoltando per imboccare la sua via, notammo che nel
cielo stava accadendo qualcosa di strano.
Una luce. Sembrava quasi il bagliore di una cometa.
Ci misi un istante per capire che cosa stesse accadendo.
All'entrata della villa era parcheggiata un'autopompa, e delle figure in
uniforme con indosso maschere a ossigeno entravano e uscivano dalla pro-
prietà. Riuscivo a vedere le fiamme attraverso il cancello.
L'oscurità era squarciata da vampate di colore.
Grace si fermò e saltò giù dall'auto. I pompieri all'ingresso cercarono di
fermarla, ma quando mostrò il distintivo si fecero indietro per lasciarla
passare, indirizzandola verso l'ufficiale superiore che si trovava proprio
sotto le fiamme.
Io e Fisher la seguimmo. In mezzo al rumore e a quella confusione deli-
rante doveva essersi dimenticata di noi.
Sembrava quasi che anche gli alberi che costeggiavano il vialetto stesse-
ro bruciando, ma era solo un'illusione ottica provocata dal bagliore del
fuoco alle loro spalle e dalle lampade ad arco, la cui luce potente era pun-
tata sulla casa per permettere ai vigili del fuoco di lavorare. L'aria era den-
sa di fumo nero. Gli occhi mi bruciavano da impazzire, quasi fossero lace-
rati da quella nebbia infuocata.
La casa era gigantesca, un edificio in stile gotico, con una torretta latera-
le che si innalzava come un albero pietrificato. Le finestre lungo tutta la
facciata erano esplose per la pressione creatasi all'interno; le fiamme ave-
vano divorato tutta l'aria, esaurendo lo spazio a loro disposizione. I locali
sembravano il teatro di una battaglia; i vestiti restavano appesi agli appen-
diabiti solo grazie alle lingue di fuoco. Si udivano piccole esplosioni qua e
là, provenienti dalle profondità del guscio che ancora rimaneva in piedi; le
fiamme ruggivano contro chiunque tentasse di avvicinarsi, come se l'in-
cendio volesse ricordare a tutti chi comandava. L'acqua degli idranti com-
piva una traiettoria ad arco prima di penetrare nella villa semidistrutta, cre-
ando giochi di luce quasi gradevoli grazie all'illuminazione artificiale. Era
evidente che ormai era troppo tardi.
Riuscivo a sentire il sapore delle fiamme in gola.

46

«Ecco, quello è il punto in cui hanno ritrovato il corpo», disse Grace, in-
dicando il camino.
Era di nuovo mattina. Una giornata piovigginosa.
Eravamo in quella che una volta era stata la casa di Vincent Strange, ora
ridotta a un involucro annerito, contorto e semi-distrutto. Il puzzo di fumo
era così forte che sembrava impossibile che prima o poi la pioggia sarebbe
riuscita a cancellarlo, lavandolo via.
Ci trovavamo nel soggiorno, o in quello che ne rimaneva. Il locale ri-
suonava dello scricchiolio stridente del vetro e della cenere calpestati dai
pompieri che andavano e venivano. Le pareti erano ricoperte da uno spesso
strato di qualcosa che somigliava al catrame.
L'incendio aveva esposto alcuni cavi elettrici, che adesso penzolavano
qua e là piegati in forme assurde, simili a serpenti in agonia. Su un lato, il
muro era crollato completamente, collassando verso l'esterno. Da fuori,
sembrava che qualche enorme creatura si fosse mangiata l'intera facciata
della casa. Gli alberi parevano piegarsi sopra le macerie, per sbirciare den-
tro quelle rovine. La pioggia maligna si insinuava tra le fessure. Le poz-
zanghere nere erano punteggiate, laddove le gocce cadevano sull'acqua
spruzzata dagli idranti la sera prima. Le sedie erano ridotte a scheletri.
Sentivo ancora le fiamme intorno a me, nonostante fossero passate ore da
quando il fuoco era stato spento.
Grace mi passò una fotografia.
Un'altra... Sarebbero mai finite?
L'immagine ritraeva un camino di pietra arenaria, sormontato da un
grande specchio ad arco. Potevo vederne i resti davanti a me, era distrutto,
deformato e fuso alla parete dal calore rovente. Nella foto, Strange era lì
accanto, in piedi, e sorrideva.
«Dove l'hai presa?»
«L'ha scattata il fotografo di una di quelle riviste in cui i personaggi ric-
chi e famosi mettono in mostra le loro dimore, per soddisfare il piacere
delle masse. Lo scorso luglio avevano dedicato alla sua abitazione un ser-
vizio di otto pagine. Ce n'è un'intera serie, oltre a questa.»
Me le mostrò tutte, una alla volta.
L'ingresso, con una maestosa scala in legno di quercia che, incurvandosi,
saliva al piano superiore.
Sparita, divorata dalle fiamme.
La cucina rivestita di piastrelle provenienti da un'abbazia italiana del XII
secolo.
Annientata.
C'era persino un'immagine di Strange sdraiato sul suo letto a baldacchi-
no, con l'immancabile giacca di pelliccia.
E le pareti erano interamente ricoperte di quadri.
«Dicono che avesse accumulato una fortuna, in dipinti», osservò Grace.
In effetti, mi aveva detto di dover mantenere un certo tenore di vita.
«Se ne è salvato qualcuno?»
«No, che io sappia. Non era esattamente una priorità.»
«E adesso che ne sarà della casa?»
«Non c'è più nulla che possa essere recuperato. L'intera struttura è stata
dichiarata pericolante dagli ispettori dei vigili del fuoco, durante il sopral-
luogo di questa mattina. Probabilmente verrà abbattuta, e al suo posto ver-
ranno costruiti degli appartamenti. Questa è una zona eccellente, dal punto
di vista immobiliare. Immagino che i costruttori debbano essere grati al-
l'incendio, per loro è un bel risultato.»
«Si sa già che cosa è successo a Strange?»
«Quando il fuoco è stato domato, di lui non restava molto. Ho visto il
suo cadavere all'obitorio, sembrava un pezzo di carne bruciata. Il viso as-
somigliava a uno di quei cosi da cui escono le castagne d'India... com'è che
si chiamano? Ah, sì, ippocastani. Aveva le labbra ripiegate indietro: la pel-
le si era coperta di vesciche che poi sono scoppiate. Ho avuto l'impressione
che sul suo volto fosse dipinto un ghigno. È assolutamente irriconoscibile,
eccezion fatta per alcuni gioielli che indossava al momento della morte.
Stiamo mandando dei campioni a Londra, perché vengano sottoposti al test
del DNA. Qui non abbiamo le attrezzature necessarie. Secondo la ricostru-
zione dei primi pompieri arrivati sulla scena, avrebbe perso i sensi, intossi-
cato dal fumo, e sarebbe morto nel punto in cui si è accasciato al suolo.
Questo fino a quando non arrivò la squadra d'ispezione; gli esperti non
impiegarono molto a capire come si fosse sviluppato l'incendio. Il punto di
partenza era stato lo stesso Strange: il suo corpo era stato cosparso di ben-
zina, perché prendesse fuoco più rapidamente. Il carburante era stato getta-
to anche nell'ingresso, sulle scale, in ogni stanza, e l'allarme antincendio
era stato deliberatamente disinserito.
Non c'era da meravigliarsi, quindi, che la casa fosse bruciata così in fret-
ta.
E credo sia già sufficiente dire che non si era trattato di un incidente.
La conferma venne dal risultato dell'autopsia che il medico legale aveva
eseguito su quello che restava del corpo di Strange; l'assenza di fuliggine
nelle vie respiratorie indicava che, quando l'incendio era divampato, l'uo-
mo era già deceduto.
Tale sospetto venne alimentato anche dalla presenza di escoriazioni in-
flitte ante mortem sulla pelle intorno al cranio. Secondo Butler, con ogni
probabilità il titolare della galleria era stato colpito con un oggetto appunti-
to, forse un attizzatoio, ma, come sempre, il patologo non voleva sbilan-
ciarsi.
Capita spesso che la pelle delle vittime di un incendio si laceri in seguito
a una contrazione dei tessuti, o durante la rimozione della salma dalla sce-
na del crimine.
«Era già morto, quando gli hanno dato fuoco?»
«È quello che speriamo», disse Grace cupa.
Grazie a Dio, non c'era nessun altro in casa al momento dell'incendio.
Strange aveva una governante, Amy, che però aveva lasciato la villa alcu-
ne ore prima.
«La Citroën qui di fronte appartiene a lei. L'hai notata?» mi chiese. «La
donna era qui, quando lui è rientrato nel primo pomeriggio. Deve aver
chiuso la galleria poco dopo aver parlato con te. A quanto dice Amy, è an-
dato direttamente nel suo studio, ed è sceso soltanto all'ora del tè. Gli ave-
va preparato qualcosa da mangiare. Si è seduta con lui e hanno bevuto un
bicchiere di vino insieme. Poi le ha detto di andare. E lei è tornata in città
in taxi.»
«Perché non ha preso la sua auto?»
«Aveva un problema al motore. Strange le aveva promesso di darci u-
n'occhiata.»
«Era anche un meccanico?»
«Non l'avresti mai detto, vero?» ammise. «Le auto erano la sua grande
passione, insieme alle pistole. Soprattutto quelle d'epoca. Ne possedeva u-
n'intera collezione. Una ventina, più o meno. Dietro la casa c'è una scude-
ria adibita a garage: due Rolls-Royce, un'Alfa Romeo... Sembra che pas-
sasse diverso tempo ad armeggiare con i motori. Ah, e ci sono anche un
paio di motociclette.»
«Così ha mandato via la governante», riflettei. «E le ha detto perché vo-
leva che se ne andasse?»
«Sembra che aspettasse una visita.»
«Un uomo? Una donna?»
«Lei non gliel'ha chiesto e lui non l'ha specificato. Ma, a quanto pare, era
risaputo che fosse bisessuale... quindi non possiamo escludere nessuna del-
le due ipotesi. Secondo Amy, accadeva in continuazione, quando aveva vi-
site, la congedava. Visite speciali, intendo. Ma la donna non aveva molta
voglia di parlarne.»
«Un argomento delicato?»
«Sai come sono queste governanti vecchio stile. Stava con Strange da
vent'anni. Probabilmente non le andava giù il fatto che ricevesse visite di
questo tipo... Non so se riesci a capirmi.»
«Dev'essere sconvolta.»
«Credo che il termine 'inconsolabile' renda meglio l'idea.»
«Ha una vaga idea di chi possa averlo ucciso?»
«A sentire lei, Strange non aveva un solo nemico al mondo, anche se
non sono sicura che sapesse molto riguardo alla sua vita fuori dalle mura
domestiche.»
«Quindi nessuno ha visto arrivare questa persona speciale?»
«No.»
«Il che significa che non potete affermare con certezza che ci sia stato
davvero un visitatore. O, per lo meno, che Strange aspettasse realmente
qualcuno... perché mi sembra ovvio che non è rimasto solo a lungo. Forse
ha detto così ad Amy per sbarazzarsi di lei, e per avere la serata libera.»
«Esatto.» Grace, sbatté impaziente la punta della scarpa contro un cumu-
lo di cenere. «Io non riesco proprio a capire. Strange è morto. Gina è mor-
ta. L'unico a sapere qualcosa riguardo a quest'ultima è Boland... che ha
chiamato questa mattina per dare le dimissioni. Ho provato a rintracciarlo,
ma non c'è stato verso. Forse è andato fuori città per qualche giorno, in-
sieme alla sua nuova compagna.»
«Ha già lasciato il posto? Mi aveva detto che ci stava pensando.»
«Non ho ancora avuto il tempo di recarmi in obitorio per parlare con
Butler a proposito della pistola che ha ucciso Gina. Gli ho parlato breve-
mente al telefono: dice che si tratta di un pezzo d'antiquariato, simile a
quello che Felix Berg si è procurato da Strange. È possibile che anche que-
sta provenisse da qui? Credo di sì. E, come se non bastasse, in questo mo-
mento dovrei essere in ospedale da Dalton, per incontrare la madre e una
schiera di fratelli e sorelle. Devo rassicurarli che il loro caro non si è bec-
cato una pugnalata invano.»
«Perché, Dalton ha una famiglia? Non mi ero resa conto del pericolo che
il suo DNA si fosse diffuso. Anche i suoi parenti vanno in giro a criticare e
a tormentare chiunque?»
«Perché non ci vai e non lo scopri da sola?»
«No, grazie, passo. Dubito che abbia voglia di vedermi. Probabilmente
ne approfitterebbe per iniziare di nuovo a irritarmi. E non ho nessuna in-
tenzione di sorbirmi anche le lamentele di tutto il clan. Quasi sicuramente
mi ritengono responsabile dell'accaduto.»
«Di loro non ti devi preoccupare. Non credo si siano mai illusi riguardo
alla bontà del nostro detective. E poi, credo che lui si senta alquanto avvili-
to. Sa che si beccherà una bella sgridata per il comportamento della notte
scorsa. A quanto pare, mentre era nascosto dietro al bidone in attesa del
nostro amico, ha dato ordine alla squadra di supporto di tenersi lontana dal
luogo dell'incontro, così da prendersi tutto il merito della cattura dell'Uo-
mo di Marx. Per questo non sono riusciti ad arrivare prima che provasse a
scappare.»
«Quindi non sbaglio, se mi azzardo ad affermare che Draker non è esat-
tamente di buon umore.»
«Tu che cosa dici? E questo, poi, non aiuta», aggiunse, muovendo il
braccio a indicare la villa distrutta dalle fiamme. «Se ne va in giro a strilla-
re come una vecchia zitella. Vuole sapere che cosa è successo di preciso.
Vuole i rapporti sulla sua scrivania entro cinque minuti, o saranno guai per
tutti. Rapporti dettagliati e minuziosi. È incazzato. Credeva che il caso del-
l'Uomo di Marx fosse chiuso... e poi accade questo. Si sta chiedendo co-
s'altro potrà succedere. E pretende delle risposte.»
«Uno sviluppo alquanto preoccupante: sta imparando come si fa il poli-
ziotto.»
«Io non mi spingerei tanto in là. Strange era un suo amico, tutto qui.
Non gli sarebbe dispiaciuto chiudere le indagini e offrire da bere a tutti al
golf club, insieme al commissario. Ma adesso è diverso, Strange è morto.
È il solito, vecchio cliché: questa volta è una questione personale. Strange
era uno del suo circolo. E Draker vuole il sangue di qualcuno.»
«Il mio, probabilmente.»
«Non ne sarei sorpresa», disse. E io fui quasi sul punto di mettermi a ri-
dere, in quella stanza cupa e annerita dall'incendio. Ma lei non scherzava
affatto.
«Cristo... e che motivo avrei avuto per volerlo morto?»
«Draker ti odia, non gli serve un altro movente. E non ha dimenticato
che Strange aveva minacciato di far emettere un ordine restrittivo nei tuoi
confronti, quando lo molestavi.»
«Oddio, ancora con questa storia. Ho già ripetuto un milione di volte che
non l'ho mai mole...»
«Inoltre», continuò sollevando un dito, senza darmi il tempo di ribattere,
«parlando con Healy ha affermato che, una volta partita da Forty Foot, a-
vresti avuto tutto il tempo di venire qui e appiccare l'incendio. Gliel'ha det-
to in confidenza... e naturalmente Healy è venuto immediatamente da me.»
«Come fa a sapere che sono stata laggiù?»
Scrollò le spalle.
«Qualcuno ti avrà notata. È un luogo pubblico.»
«Ok. Ma quando la casa ha preso fuoco io stavo aiutando Fisher a sce-
gliere delle camicie. Sei stata tu a caricarci in auto, in città.»
«Mi stai fornendo un alibi?»
«Tanto vale che lo faccia, se Draker ha intenzione di proseguire su que-
sta linea.»
«Allora negozieremo, quando verrà il momento. Ma ti avverto, sarò un
osso duro.»
«Molto divertente.»
Tornammo in quello che rimaneva dell'atrio della dimora di Strange, e
attraverso la porta danneggiata dalle fiamme intravedemmo Sean Healy e
Patrick Walsh, che parlavano con l'ispettore capo dei vigili del fuoco. Pro-
babilmente gli stavano chiedendo dove fosse il sovrintendente capo Fitzge-
rald, perché lui sollevò una mano a indicare la casa.
Healy accelerò il passo, quando ci vide uscire.
«Che cos'hai scoperto?» gli chiese Grace, quando fu abbastanza vicino.
«Sono arrivate diverse identificazioni per George Dyer. Sette donne af-
fermano che si tratta del marito... anche se nessuno dei coniugi in questio-
ne risulta essere morto, il che rende alquanto improbabile che possa davve-
ro essere lui. Un'altra persona ha riconosciuto il presidente degli Stati Uni-
ti. Un'altra ancora sostiene che sia la donna che le cura il giardino. Figurar-
si! Ma secondo le ultime tre - si tenga forte, capo - l'uomo della foto sareb-
be un certo Brendan George Toner, un tempo residente a Howth. E queste
persone sembrano non avere dubbi in proposito.»
«Il fratello di Lucy», dissi.
«La ragazzina assassinata tanti anni fa?» chiese Grace.
«Esattamente. Venne uccisa proprio nel periodo in cui Felix e Alice vi-
vevano nella casa dietro l'angolo», spiegai. «Boland ha provato a rintrac-
ciare la famiglia, ma non ha avuto fortuna. Entrambi i genitori sono dece-
duti, la sorella risultava ricoverata in una clinica di cura. Quanto al fratello,
sembrava essere scomparso nel nulla, o così mi ha detto il sergente.»
«Be', a quanto pare si è rifatto vivo.»
Mi tornò alla mente la fotografia sbiadita ritrovata nella casa dell'uomo
che si faceva chiamare George Dyer: la donna con le lettere ONE sopra la
testa... Probabilmente l'insegna del negozio dei Toner, di fronte al mare, a
Howth. Doveva essere sua madre.
«Proprio quello di cui avevo bisogno», disse Grace. «L'ennesima com-
plicazione.»
«Chi è stato a identificarlo?» chiesi.
Healy consultò il taccuino che teneva in mano.
«Un tizio che viveva nella stessa strada dei Toner e che, a quanto dice,
l'avrebbe riconosciuto ovunque. Un'anziana che si recava nel negozio della
famiglia una volta la settimana, che non ha fatto che ripetere quanto Bren-
dan fosse educato e gentile...»
«Evidentemente, crescendo è cambiato.»
«Può dirlo forte. La terza, infine, è una donna che afferma di essere usci-
ta con lui per un certo periodo.»
«Questa mi sembra più promettente», intervenne Grace. «Se voglio sco-
prire qualcosa su un uomo, preferisco parlare con tutte le donne con cui è
andato a letto, piuttosto che con la nonnetta che andava una volta la setti-
mana nel negozio in cui lui lavorava vent'anni fa.»
«Be', non so dirle se andassero davvero a letto insieme», precisò Healy.
«Erano poco più che ragazzini, all'epoca.»
«E da quando questo è diventato un ostacolo?» osservò Walsh.
«Come ha detto di chiamarsi?» chiesi.
«Nye.»
«Nye?»
Healy consultò nuovamente il taccuino.
«Sì, Nye. Tricia Nye. La conosce?»
«Diciamo che ci siamo scambiate un'occhiata, per la verità non troppo
amichevole. Ammesso che sia la stessa persona, e credo che sia così. Nye
non è esattamente il nome più comune sul pianeta. È sposata con Paddy
Nye, l'uomo che per un periodo visse in casa dei Berg... fino a quando non
litigò con Felix. Fu lui a fornire un alibi a quest'ultimo, all'epoca dell'omi-
cidio di Lucy. Non solo, per un po' uscì anche con Alice.»
«Piccolo il mondo... Comunque, questa Tricia non frequentò a lungo il
nostro uomo. Quando la loro storia finì, Toner non aveva più di diciott'an-
ni. Poi lasciò il quartiere, e lei non ne sentì più parlare. Fino a stamattina,
quando il suo viso è apparso su tutti i giornali, presentato come quello del-
l'Uomo di Marx.»
«Penso di dover andare a farle una visitina», commentò il sovrintendente
capo Fitzgerald.

47

Burke non era in negozio. Il cartello appeso alla porta diceva CHIUSO.
Hare sollevò la testa indifferente, quando bussai alla finestra, e mi guardò
ammiccando. Ma, dal momento che non potevo essergli di alcuna utilità,
tornò frettolosamente a posare il mento sulle zampe, e si addormentò.
O, forse, fingeva di dormire.
Provai invidia per lui.
L'unica luce era quella della lampada sulla scrivania di Burke, che trac-
ciava un cerchio pallido sul ripiano sottostante.
Feci una passeggiata lungo il fiume, senza pensare a niente; era la cosa
migliore, quando mi sentivo giù di corda. Ma non riuscivo a togliermi dal-
la mente l'immagine della casa di Strange distrutta dall'incendio.
George Dyer era morto; Strange mi aveva consegnato le fotografie di
Felix, e poi era morto anche lui: non poteva trattarsi di una coincidenza. I
tre fatti dovevano per forza essere legati tra loro. Ma quale fosse la con-
nessione... be', era tutta un'altra faccenda.
Quando tornai al negozio, il cartello era ancora lì e la porta era ancora
chiusa, nonostante fosse pomeriggio presto. Ma notai un'altra luce proveni-
re dalla stanza sul retro; Hare aveva abbandonato l'angolo in cui poco pri-
ma sonnecchiava.
Bussai di nuovo, questa volta con maggior vigore. E poi ancora. La luce
si spense e Burke comparve davanti alla porta che conduceva nella stanza
posteriore.
In mano aveva un libro aperto. Il gatto gli camminava tra le gambe, e lui
teneva la testa china sulle pagine. Non sollevò lo sguardo fino a quando
non bussai un'altra volta, più forte che mai. Solo allora mi resi conto che
indossava un paio di cuffie, perché le tirò indietro facendole scivolare in-
torno alla gola; sorrise e venne ad aprirmi.
«Iniziavo a pensare che mi stessi ignorando», dissi.
«Rischiando così di perdere la mia migliore cliente?» Si diresse verso la
scrivania, su cui appoggiò il libro a faccia in giù. La fioca luce della lam-
pada illuminò il titolo: Friedrich Engels: gli scritti essenziali sulla politica
e l'economia.
Burke colse il mio sguardo.
«Se vuoi, quando l'ho finito te lo presto.»
«Tranquillo. Aspetto che esca il film.» Mi sedetti pesantemente sulla so-
lita sedia, realizzando solo in quel momento quanto mi dolesse ogni parte
del corpo. Intanto, quel dannatissimo gatto mi saltò in grembo, mettendosi
comodo.
Burke si tolse le cuffie e posò il Walkman sulla scrivania, accanto al li-
bro. «Che cosa posso fare per te?» disse.
«È così facile leggermi nella mente?»
«Di sicuro è più semplice che leggere Engels. Dal modo in cui ti siedi,
riesco sempre a capire se sei venuta per un caffè, per un whiskey o per
qualcosa di più complicato. Allora, di che si tratta?»
Gli dissi che Strange era morto.
Che era stato assassinato.
E gli raccontai delle fotografie.
Gli parlai della serie dedicata agli Stranieri, e per tutto il tempo lui rima-
se in silenzio. Non si chiese nemmeno ad alta voce perché mai non fosse
stato invitato a partecipare all'iniziativa, come faceva ogni tanto. Si limitò
ad ascoltare le lamentele, che scivolavano dalla mia bocca come l'acqua
dai bordi di una vasca piena fino all'orlo. Non volle disturbare in-
terrompendomi, o offrendo soluzioni non richieste.
Alla fine, gli dissi di come la moglie di Paddy Nye avesse riconosciuto
la foto di Dyer... Toner... o come diavolo si faceva chiamare.
«Questa sì che è una coincidenza», osservò.
Il suo intervento mi fece capire che doveva trattarsi di qualcosa di im-
portante.
Lo guardai mentre si alzava e tornava dietro la sua scrivania.
«Hai qualcosa?»
«È il mio lavoro. Ho voluto rimediare, visto che l'ultima volta mi hai
preso in giro per la mia ignoranza in materia.»
«Io non ricordo nemmeno di averti parlato della moglie di Nye.»
«Infatti. Abbiamo parlato del libro dedicato all'omicidio di Ireland's E-
ye.»
«E lei che cosa c'entra?»
«È l'autrice.»
Stavo per obiettare, quando mi resi conto del banale errore che avevo
commesso.
P.F. Nye.
La moglie si chiamava Tricia: il diminutivo di Patricia. Perché avevo da-
to per scontato che la P. stesse per Paddy, quando esistevano altrettante
possibilità che si trattasse dell'iniziale del nome della donna?
«È un'esperta di storia locale molto conosciuta», mi spiegò Burke. «Per
questo è finita insieme a Nye, per il comune interesse per quell'isola.»
«Chi ti ha detto tutte queste cose?»
«Lei.»
«Sei andato a Howth?»
«Ho pensato che ne valesse la pena.»
«Evidentemente ti è andata meglio che alla sottoscritta. Con me è stata
glaciale. Ho avuto l'impressione che non avrebbe sprecato uno sputo
nemmeno se fossi andata a fuoco.»
Poi realizzai quello che avevo detto: avrei voluto che la terra mi inghiot-
tisse.
Un paragone infelice.
Che Burke ebbe la decenza di non sottolineare.
«Come sei riuscito a farla parlare?» ripresi.
«Alcune persone hanno questa capacità, a differenza di altre. Tu appar-
tieni al secondo gruppo: sei troppo pungente, troppo permalosa. Sei sem-
pre pronta a litigare. Io, invece, preferisco un approccio più tranquillo. Ho
fatto appello alla sua vanità, le ho detto che avevo letto il suo libro, e che
l'avevo trovato molto interessante. Di solito funziona. Pochi minuti e si è
messa a cantare come il proverbiale canarino. Adesso so tutto degli omici-
di commessi in quel vecchio quartiere. Sono diventato un esperto. Io stesso
potrei scrivere un libro, forse.»
«Ma hai scoperto anche qualcosa di utile?»
«Imparare qualcosa di nuovo è di per sé utile», ribatté. «Non te l'hanno
insegnato, a scuola? Comunque, se quello che vuoi è un approccio mate-
rialistico al tema della saggezza, sì, credo di aver scoperto qualcosa di uti-
le. Per prima cosa, sono venuto a sapere che Tricia Peel, la signora Nye, e
Lucy Toner da bambine giocavano insieme, e che Felix e Brendan erano
come fratelli: inseparabili. E mi ha rivelato di essere sempre stata convinta
che fosse stato Berg a uccidere la sua amichetta, forse viene proprio da qui
il suo interesse per gli errori giudiziari ormai da tempo dimenticati. Ora,
come mai ho l'impressione che la notizia non ti colga affatto di sorpresa?
Hai sentito quello che ti ho detto?»
Sì, avevo sentito.
Ma a lasciarmi ammutolita non erano le sue parole, bensì quello che sta-
vo vedendo. Davanti agli occhi, infatti, avevo ancora quei versi che avevo
letto il giorno prima nel diario di Felix.
Perché non l'avevo portato con me?
«Ti ricordi di che cosa parlavano?» mi chiese Burke, dopo che gli ebbi
spiegato che cosa mi tormentava.
«Dicevano qualcosa a proposito di un cadavere sepolto in un giardino,
che poteva fiorire o non fiorire... e poi a disturbare tutto c'era la brina...
No, forse si trattava di un cane. Non ricordo. So solo che mi è sembrata
spazzatura.»
«Sono le persone come te che rovinano la reputazione degli americani.
Si dà il caso che quella spazzatura sia tratta da uno dei più grandi poemi
del Ventesimo secolo.»
«E chi lo dice?»
«Lo dicono tutti.»
«Be', sai che il mio cervello e la poesia sono su due frequenze diverse.
Allora? Hai intenzione di dirmi di che cosa stiamo parlando?»
«Farò di meglio. Te lo mostrerò. Aspetta qui.»
Accese di nuovo la luce nella stanza sul retro, la sua voce mi giungeva
come un'eco, mentre leggeva tutti i titoli sul dorso dei libri. Poi, finalmen-
te: «Eccolo», esclamò.
La sua ombra tornò alla scrivania e mi consegnò un libriccino tanto sot-
tile da sembrare più inconsistente di una foglia, stretto fra quelle mani e-
normi.
Poesie scelte di T. S. Eliot.
«Quei versi che ricordi solo vagamente... Ecco, mi sembrava appartenes-
sero a La terra desolata. Ti avevo detto di leggerlo.» Aprì il volumetto e,
trionfante, indicò una pagina. «Infatti, non mi ero sbagliato. Parte Prima,
'La sepoltura dei morti', dal verso settanta in poi.»
Seguii il suo dito e iniziai a leggere: immediatamente, riconobbi le paro-
le che avevo trovato nel diario di Felix.
E, poco più in basso, trovai un'altra cosa che mi sembrò alquanto fami-
liare. Felix non aveva tratto il titolo del suo libro, La città irreale, da una
parte qualsiasi dell'opera di Eliot. No, l'aveva preso da qui, da questa stessa
sezione, dedicata ai corpi seppelliti nei giardini e disturbati nel sonno eter-
no...
D'un tratto sentii freddo, come se fosse tornato l'inverno.

48

Grace non sembrò minimamente impressionata dalla mia teoria.


«Tu credi che Felix Berg abbia ucciso Lucy Toner?»
«Non saltarmi subito alla gola», le dissi. «Lascia almeno che ti spieghi.»
Prese il suo drink e lo ripose con ostentazione sul tavolo.
Era pomeriggio inoltrato, ed eravamo sedute in un bar. Ci stavamo ag-
giornando.
Un juke-box sparava la sua musica a un volume assordante, ma per una
volta ne fui lieta: nessuno avrebbe sentito la nostra conversazione.
Era già abbastanza brutto doverne parlare con Grace, senza bisogno di
un pubblico.
«Così si spiega il significato della citazione all'inizio del diario», dissi.
«Tutta quella storia del cadavere sepolto in un giardino, disturbato nel suo
riposo eterno... Si riferisce al corpo di Lucy. A cos'altro, altrimenti? Perché
mai Felix avrebbe dovuto riempire quel quaderno di ritagli di giornale, se
non per soddisfare il desiderio di rivivere quello che aveva compiuto? E
per quale motivo avrebbe intitolato il suo libro La città irreale?»
«Perché Eliot aveva preso quell'espressione da Baudelaire, e quel verso
di Baudelaire a proposito degli spettri che afferrano i passanti alla luce del
giorno descriveva perfettamente quello che voleva mostrare nei suoi lavo-
ri.»
«Questo è quello che voleva farci credere. Non pensi che abbia più sen-
so collocare quel titolo in un contesto più ampio? Una confessione in fieri,
per esempio. Felix una volta disse a Vincent Strange di aver vissuto con un
assassino. Secondo Paddy Nye, ai tempi della loro convivenza ripeteva in
continuazione che in quella casa abitava un killer. Si spinse persino a far
visita a Isaac Little, in carcere; gli disse di essere convinto della sua inno-
cenza. Non so per quale ragione l'abbia fatto, forse era divorato dai sensi di
colpa o, più semplicemente, gli piaceva giocare con la mente delle perso-
ne: gli piaceva scherzare con il fuoco, rischiare di essere scoperto. In ogni
caso, non puoi negare che l'abbia fatto.»
«Fisher sostiene che gli artisti non si trasformano in assassini», ribatté
lei decisa.
«Non è vero. Ha detto soltanto che non ci sono stati molti esempi, in
passato. Ma ha ammesso che, in determinate circostanze, hanno le stesse
probabilità di diventarlo di qualsiasi altra persona.»
«Ok, poniamo che Felix abbia ucciso Lucy Toner. Ho letto il dossier re-
lativo a quell'omicidio. Ho visto che cos'hanno fatto a quella poverina. La
bocca piena di terra. Lo stupro. Secondo te, dopo aver commesso un simile
abominio, si sarebbe alzato, spolverandosi i vestiti, e sarebbe tornato alla
sua vita normale, come se nulla fosse successo? Perché, sai, generalmente
quelli che violentano le ragazzine di quindici anni, e premono i loro visetti
contro il terreno fino a farle soffocare, non riescono a nascondere per sem-
pre la loro vera natura.»
«Ovviamente non sto dicendo questo.»
«Allora come ci sarebbe riuscito Felix Berg?»
«Credo che lui fosse in grado di sublimare quegli impulsi nella sua ope-
ra. Nei suoi scatti. Ricordi che cosa diceva l'introduzione al suo libro? Che
i suoi primi lavori vennero considerati violenti, altamente erotici, e in al-
cuni casi addirittura semipornografici. La mia opinione è che lui si rendes-
se conto di ciò che quelle foto rivelavano... per questo, in seguito, cercò di
rientrarne in possesso. Era come se al posto delle ossa del cranio avesse
una lastra di vetro: chiunque si fosse soffermato a osservare quelle imma-
gini, sarebbe stato in grado di leggergli nella mente. E lui non voleva che
si sapesse che cosa celava lì dentro. Io non penso che gli autori di immagi-
ni estreme come quelle vogliano semplicemente esplorare i temi del sesso
e della violenza in relazione alla cultura contemporanea. Questo è quello
che vogliono farci credere. In realtà, esse innescano qualcosa, mettono in
moto il loro lato oscuro.»
«Su questo sono d'accordo con te. Ma Felix aveva smesso con quella ro-
ba, no?»
«No, invece. Realizzava ancora scatti sadomaso, quelli appesi nella gal-
leria di Strange erano suoi. Io li ho visti e ho provato un enorme fastidio. E
hai sentito che cos'ha detto Fisher, anche a proposito delle sue opere prin-
cipali: i sentimenti umani non sembravano toccarlo. Aveva un comporta-
mento dissociativo. Lo stesso Strange ha parlato della rabbia all'interno
della sua opera. Era come un drogato che ricorre al metadone, un killer
che, pur di soddisfare i propri istinti e i propri desideri, si accontenta di un
surrogato... che nel suo caso altro non è che l'immaginazione. Non è raro
che gli assassini si servano di una pornografia insana e violenta come di
un'automedicazione. Felix si procurava da solo la sua scorta.»
«I killer spesso sfruttano le immagini di crudeltà e di dolore altrui,
quando non sono in grado di crearsi le proprie», disse Grace, «ma ciò non
riesce a soffocare quello che provano: al contrario, serve ad alimentare le
loro fantasie. Perché per Felix Berg avrebbe dovuto essere diverso? È
troppo rischiosa, come strategia. Flirtando con i suoi impulsi, non avrebbe
rischiato di accentuarli, al punto da non riuscire più a controllarli? Se hai
ragione riguardo a Lucy, e non sto dicendo che sia così, allora aveva già
ucciso una volta. Sapeva di essere capace di azioni terribili. Non stava cor-
rendo il rischio di essere indotto a uccidere una seconda volta?»
«Forse, segretamente, era quello che voleva. Forse cercava di alimentare
le sue fantasie, fingendo di averle sotto controllo. Così, qualora avessero
avuto il sopravvento, avrebbe potuto dire che aveva fatto del suo meglio e
che non era colpa sua... e che non era riuscito a fermarsi, anche se aveva
fatto il possibile. O magari i suoi impulsi erano tanto forti da costringerlo a
tentare qualsiasi strada per controllarli, per evitare che si impossessassero
della sua esistenza.»
«Ma non è successo, dico bene?»
«No?»
«Non lo so», disse piuttosto confusa. «Infatti, lo sto chiedendo a te. Sei
tu quella con un sacco di teorie.»
«Non sono teorie», obiettai.
«Ok, allora dove sono le prove?»
«Circa un anno fa, mentre stava scattando qualche foto per strada, nel
cuore della notte, Felix venne aggredito: un colpo alla testa, cadde a terra e
rimase privo di sensi. Tutti pensarono che fosse morto.»
«Sì, ricordo di aver visto il suo nome nei necrologi.»
«Il punto in cui venne colpito è il più delicato della testa, il cranio è sot-
tile e non ci sono fluidi a proteggere il cervello da eventuali danni. Questo
pomeriggio ho parlato ancora con il suo medico che mi ha confermato che
Felix aveva riportato una lesione significativa alla regione del lobo tempo-
rale. Non era tanto grave da impedirgli di condurre un'esistenza normale,
ma lo era abbastanza da causargli serie difficoltà nell'autocontrollo. Una
cosa del genere sarebbe un problema per chiunque, figuriamoci per uno
come lui! Un uomo dotato di quelle che tu definisci estreme e violente fan-
tasie sessuali... Un'anomalia simile poteva rivelarsi disastrosa! Uno studio
ha dimostrato che gli individui violenti, che uccidono ripetutamente, spes-
so presentano un danno a quella stessa parte del cervello dove Felix era
stato colpito.»
«L'essersi beccato una botta in testa non fa di lui un assassino», obiettò
Grace. «O forse pretendi che vada ad arrestare chiunque si sia recato in o-
spedale per una ferita alla testa negli ultimi cinque anni, con l'accusa di es-
sere un potenziale omicida?»
«Non sto parlando di tutti. Sto parlando di Felix. Il medico mi ha detto
che, in seguito all'aggressione, aveva cominciato a soffrire di attacchi lan-
cinanti di emicrania. Aveva delle perdite temporanee di coscienza, periodi
in cui non riusciva a ricordare chi fosse, o dove si trovasse. Era molto più
del semplice esaurimento nervoso descrittoci da Alice. Berg delirava; mi-
nacciava di suicidarsi. E aggrediva persino lei. Per questo, insieme a
Strange, la sorella decise che la cosa migliore da fare era portarlo via, negli
Stati Uniti, perché fosse curato in una clinica privata raccomandata dal
dottore. È lì che sono stati la scorsa estate. Ma...»
«Perché sapevo che, prima o poi, sarebbe arrivato un ma?»
«Non andò come avevano sperato. Felix usciva dall'istituto, apparente-
mente senza alcun motivo, e andava a bere. Di lì a breve, Alice scoprì che
frequentava un poligono. Ricordi? Lo raccontò anche a Miranda. E adesso
salta fuori che anche i proprietari pensavano che fosse un tipo un po' biz-
zarro e stravagante; parlava da solo, sparava a casaccio...»
«Come sai tutte queste cose?»
«Ho chiesto a Burke di chiamare lo sceriffo della contea, e di raccontar-
gli una bella storiella. Ha un talento innato. Riesce a far parlare persino le
persone che da anni non parlano nemmeno con se stesse. Lo fanno senza
rendersene conto. A quanto pare, Felix era diventato una specie di leggen-
da. Non ha dovuto faticare molto per indurlo a raccontargli i vari aneddoti
sul suo conto.»
«E così, Alice e Strange lo riportarono a casa. Giusto?»
«Esatto. Lei stessa mi disse che il fratello stava bene, che stava prenden-
do dei nuovi farmaci che sembravano funzionare. Ma, poco dopo il suo ri-
torno a Dublino, la gente inizia a morire. E l'Uomo di Marx entra in azio-
ne.»
«Non riesco ancora a capire dove vuoi arrivare. È stato Felix Berg a uc-
cidere Lucy Toner? Be', tu dici che è così. Secondo te, dopo la botta in te-
sta, si sarebbe trasformato in un assassino? Perfetto, accetto anche questa.
Ho sempre sostenuto che quel tipo era strano, ecco perché non avrei voluto
che ti fossi lasciata coinvolgere. Ma non vedo l'urgenza di una simile di-
scussione. Perché parlarne adesso, proprio quando il mondo intero sta crol-
lando intorno a noi? Felix è morto!»
Adesso arrivava la parte difficile.
Quella che temevo.
E a cui il mio cervello aveva lavorato durante tutto quel tempo.
«E se non fosse così?» le chiesi.
«Se non fosse... morto?»
Sembrava quasi che le avessi detto che sospettavo che Berg fosse un e-
xtraterrestre.
«Quella notte, giù al porto, io non l'ho visto in viso», insistei, prima che
iniziasse a sollevare le sue obiezioni. «Poteva essere chiunque. Butler ha
idea di che aspetto avesse Berg da vivo? Nessuno avrebbe potuto afferma-
re con certezza che l'uomo che è stato ripescato dall'acqua fosse davvero
lui. Metà del volto era stata disintegrata dal colpo di pistola, la pallottola è
entrata attraverso l'occhio.»
«Ma che motivo avrebbe avuto di fingersi morto?»
«Doveva sparire.»
«E perché?»
Ecco. Era giunto il momento.
Un respiro profondo.
«Perché Felix Berg è l'Uomo di Marx.»
Le urla del juke-box colmarono il lungo silenzio di Grace.
«Saxon», riprese alla fine, «questa volta penso davvero di averti persa.»
«Che cosa c'è di così incredibile? Ha ucciso Lucy Toner. Aveva un
comportamento strano e violento già prima di recarsi negli Stati Uniti.
Mentre era là, ha frequentato poligoni di tiro. Gli omicidi del nostro uomo
sono iniziati proprio quando lui è rientrato a Dublino. E forse Gina aveva
ragione, a proposito dei tarocchi... non lo so. È stato lui a regalarle quel
mazzo di carte, ci sono persino dei riferimenti ne La terra desolata.»
«Sei stata tu a dire che quella dei tarocchi era una stronzata.»
«Lo è, infatti. Ma se Felix ci credeva, varrebbe la pena riconsiderare la
questione. Pensaci, abbiamo la testimonianza della sorella, secondo cui
Berg era ossessionato dai delitti. Durante la sua ultima mostra, alle pareti
della galleria erano esposte le fotografie di alcune scene del crimine. Si
spinse addirittura a confessare a Miranda Gray di essere lui l'Uomo di
Marx.»
Stavo cercando di abbattere ogni potenziale obiezione con le parole, e la
cosa sembrava funzionare. Grace non era del tutto persuasa, ma non dava
l'impressione di voler litigare.
«Ma Alice ha identificato il corpo», si limitò a dire.
«Lo so. E, se vuoi sapere come la penso, c'era dentro anche lei.»
«E perché avrebbe fatto una cosa simile?»
«Perché era stato lui a chiederglielo. Perché lo amava e voleva proteg-
gerlo. E perché sospettava di portare il suo bambino in grembo. Chi può
saperlo? Inoltre, credeva in tutte quelle idee sentimentali e strappalacrime
riguardo alla redenzione e alle seconde possibilità. Qualunque cosa abbia
commesso, avrà pensato, Felix è una brava persona. Si rimetterà. Gli ser-
vono soltanto un po' di tempo, una cura efficace e l'amore di una sorella
devota.»
«E il fatto che altre persone rischiassero di morire?»
«Evidentemente, proteggere Felix era più importante. Lui non ne aveva
colpa, ricordi? Era malato, non si sentiva bene, era un genio torturato, e
con quella botta in testa si era fottuto l'ipotalamo. Ci sono un'infinità di
scuse, basta cercarle. Ma, dietro a tutto questo, si nasconde la ragione fon-
damentale: Alice aveva bisogno di lui; senza il fratello, si sentiva incom-
pleta e imperfetta. Una volta mi disse che erano due parti della stessa per-
sona.»
«Quindi, secondo te, che cos'avrebbe fatto?»
«D'accordo con Felix, ha accettato di identificare il corpo ripescato giù a
Howth. Lui avrebbe fatto in modo che io mi trovassi lì, cosicché, quando
avessi notato il cadavere in acqua, avrei pensato immediatamente che si
trattasse dell'uomo da cui avevo ricevuto la telefonata. All'arrivo della po-
lizia, avrei dichiarato che il cadavere apparteneva al fotografo, e gli agenti
sarebbero andati a prendere Alice. Nessuno avrebbe messo in dubbio la pa-
rola di una sorella disperata. Felix sarebbe stato libero di nascondersi, ma-
gari all'estero, dove lei avrebbe potuto raggiungerlo in seguito, quando le
acque si fossero calmate. Peccato che lui avesse altri piani: non aveva al-
cuna intenzione di smettere i panni dell'Uomo di Marx, gli piaceva troppo.
Ed è anche possibile che non avesse mai pensato di ricongiungersi con la
sorella. Forse è per questo che lei si è tolta la vita. Si è resa conto della si-
tuazione. E ha preferito la morte, a una vita senza di lui.»
«Una teoria brillante, te lo concedo», disse Fitzgerald. «Ma se il piano
consisteva nel fare credere che Felix fosse morto, perché mai lei avrebbe
insistito affinché tu investigassi sul decesso? Per noi il caso era chiuso: si
trattava di suicidio. E se era davvero quello che volevano, perché avrebbe
corso il rischio di svelare la verità?»
«Per la stessa ragione per cui Berg ha intitolato il suo libro La città irre-
ale.»
«Credi che anche Alice provasse l'urgenza di confessare? Voleva gioca-
re con il fuoco?»
«E perché no?»
«Perché no? Perché ci sono troppe questioni insolute. Numero uno: se
quello ritrovato giù a Howth non è il corpo di Felix, allora di chi è? Nume-
ro due: come sono riusciti a far passare l'omicidio giù al porto, ammesso
che si tratti di questo, per un suicidio? Numero tre: come ti spieghi che,
quando Miranda Gray decise di svolgere qualche indagine personale sulle
attività del suo paziente, scoprì che al momento del primo delitto si trova-
va fuori città?»
«In che modo la dottoressa venne in possesso di quell'informazione? Ti
rinfresco la memoria: fu Alice a dirglielo. Ricordi?»
«Già... allora dimmi: come si ricollega tutto questo a Brendan Toner? Se
Felix Berg era l'Uomo di Marx, perché l'altro avrebbe confessato al suo
posto? Perché avrebbe dovuto uccidersi? E, soprattutto, perché avrebbe
dovuto coprire la persona che, secondo te, aveva violentato e ucciso sua
sorella? Il fatto che da ragazzini fossero amici per la pelle non significa
che sarebbe stato disposto a nascondere un fatto del genere.»
«Non mi sto vantando di avere tutte le risposte. Sto solo dicendo che al-
cune questioni meritano di essere considerate più a fondo. Come l'irruzio-
ne in obitorio, la notte in cui Mark Brook è stato ucciso. Secondo te si trat-
tava di un gruppo di ragazzini a caccia di qualche sostanza stupefacente,
ma nemmeno i tossici sono tanto idioti da sperare di poter trovare qualcosa
nello schedario del medico legale. E se, invece, fosse stato Felix? Forse
voleva recuperare il risultato della sua autopsia, per poi distruggerlo nel
caso fossero sorti dei sospetti intorno al suo presunto decesso.»
«Basta! Ti prego, fermati. È troppo... Non riesco... non riesco a crederci.
Non capisco nemmeno che cosa vuoi che faccia.»
«Fai riesumare il cadavere, come ti avevo già chiesto. Fallo esaminare,
per verificare che si tratti davvero del fotografo. In questo modo, saremo in
grado di chiarire immediatamente la faccenda. E non dobbiamo nemmeno
preoccuparci che qualcuno della famiglia pianti delle grane, dal momento
che non è rimasto nessuno.»
«E secondo te come faccio a ottenere un ordine di riesumazione? Non
posso certo imporre a un giudice di concedermi di dissotterrare tutti i ca-
daveri della città, sulla base dei sospetti di un'americana schizzata.»
«Per prima cosa, fatti consegnare la radiografia eseguita da Butler duran-
te l'autopsia. Come ti ho detto, Felix si era beccato una bella botta in testa,
riportando danni piuttosto seri al cranio. Se la frattura non dovesse risulta-
re, non dovresti avere problemi a ottenere l'ordine.»
«Ok, lo farò.» Ripose il bicchiere. «Chiamerò Walsh e gli dirò di passare
nell'ufficio del medico legale. Bada, questo non significa che creda alla tua
teoria. In effetti, penso che tutto questo sia folle... e io lo sono ancora di
più, visto che ti sto a sentire. Ma farò come dici, tanto per calmarti. E alla
fine vedrai che quello che affermi è impossibile. Nel frattempo, io e te an-
diamo a fare una chiacchierata con Paddy Nye.»
«Perché?»
«Perché se è davvero come dici, se Felix Berg ha realmente ucciso quel-
la ragazzina dieci anni fa, voglio sapere per quale motivo Nye gli fornì un
alibi per la notte dell'omicidio.»
«Ma oggi non sei già stata a parlare con la moglie, a proposito della sua
relazione con Brendan Toner?»
«Non ce l'ho fatta. Te l'avrei detto, se mi avessi dato la possibilità di in-
serirmi nel discorso. Secondo i vicini, hanno preso la barca, diretti verso
Ireland's Eye. Si sono voluti allontanare per qualche giorno, per dimentica-
re tutta questa storia; il figlio sta con i nonni.»
«Quindi li chiamerai sul cellulare?»
«Non lo portano mai sull'isola. Niente legami con il mondo moderno.»
«E allora come faremo a parlare con loro?»
«Ti concedo tre tentativi.»

49
Essere il sovrintendente capo aveva i suoi vantaggi. Grace impiegò ap-
pena cinque minuti a requisire una barca, una volta arrivate a Howth. An-
che se adesso che ero salita a bordo, e solcavo le acque scure in direzione
di Ireland's Eye, non ero più tanto sicura che fosse un bene.
Soprattutto dal momento che aveva ricominciato a piovigginare.
Ero seduta al centro dell'imbarcazione. I miei capelli si stavano inzup-
pando. Ma perché non mi ero portata una giacca? Grace, invece, era appol-
laiata a poppa con la schiena ben diritta, e si occupava del motore fuori-
bordo.
Sembrava nata per questo.
La bagnarola su cui viaggiavamo emetteva dei rumori allarmanti, scric-
chiolava e si lamentava, quasi non avesse apprezzato quell'ultimo viaggio,
quando ormai credeva che il lavoro per quel giorno si fosse concluso. Cer-
cai di distogliere la mente da quel frastuono, osservando l'isola che si face-
va sempre più vicina. Pian piano, quella massa confusa che si stagliava
contro la pioggia, del tutto simile a un nuvolone caduto dal cielo, iniziava
ad assumere una forma definita.
Di lì a poco, cominciai a notare i singoli scogli ai margini dell'isola.
E a distinguere i contorni di quest'ultima.
Il viaggio non dovette durare più di mezz'ora, ma quando attraccammo
ebbi l'impressione di aver dimenticato quello che si prova a camminare
sulla terraferma.
Non sono mai stata una grande viaggiatrice.
Davanti a noi si stendeva una piccola spiaggia sabbiosa a forma di mez-
zaluna, sopra la quale si stagliavano le rovine di una torre con una portici-
na che si apriva a metà della facciata, da cui penzolava una corda per ar-
rampicarsi.
Legammo la barca accanto a quella che pensammo fosse l'imbarcazione
dei Nye, e rimanemmo ferme un istante, in ascolto. Calava l'oscurità. Gli
uccelli sembravano agitati. Il nostro arrivo doveva averli disturbati. Il bac-
cano del motore si era fatto beffe della nostra idea di arrivare in silenzio. I
pennuti giravano e urlavano intorno a un grande faraglione.
Grace notò l'oggetto del mio interesse. «Quello è lo Scoglio del Diavo-
letto.»
«Del diavoletto?»
«Secondo una leggenda locale, sarebbe stato scolpito da un demone.»
Ormai niente sarebbe più riuscito a sorprendermi.
«Di sicuro ci avranno sentito arrivare», dissi.
Ma non udimmo alcuna voce, nessuno venne a vedere chi fosse sbarcato
sull'isola.
«Dove avevano detto che si sarebbero accampati?»
«Nei pressi di un luogo chiamato Long Hole», mi ricordò lei.
«Long Hole... cioè dove morì quella giovane, tanti anni fa.»
Non so se mi avrebbe allettato l'idea di dormire in un posto del genere.
«Andiamo», mi incitò.
«Sai come arrivarci?»
«Ho controllato la mappa al porto, prima di partire. C'è un sentiero che
conduce direttamente alla spiaggia principale, sul lato opposto. Non do-
vremmo metterci molto; l'isola, nel suo complesso, non supera gli ottocen-
to metri quadrati. Bada a dove metti i piedi, è pieno di trappole per coni-
gli», mi avvertì. E, per l'ennesima volta, mi chiesi che cosa ci facessi in un
posto simile.
Se fosse dipeso da me, avrei lasciato l'isola per tornarci un paio di secoli
dopo. Allora, forse, avrei trovato dei comodi marciapiedi, anziché trappo-
le, e magari degli edifici e un posticino caldo in cui mi sarei potuta rifugia-
re per bere qualcosa di forte. Invece, avanzavo a fatica dietro a Grace, lun-
go un sentiero buio; a impedirmi di inciampare e di rompermi l'osso del
collo c'era solo la luce irregolare della sua torcia, che danzava fra l'erba al-
ta illuminando il percorso.
Adesso incominciavo a capire che cosa intendesse Paddy Nye, quando
parlava di Ireland's Eye come di un luogo selvaggio. Essendo così vicina
alla terraferma, offriva l'opportunità di fuggire in breve tempo dalla città.
Ma tale opinione non mi trovava d'accordo: era da posti come questo, in-
fatti, che io sentivo il bisogno di scappare. Mi comunicavano un senso di
oppressione. E avrei giurato che Grace non la pensava affatto come me; da
quando eravamo sbarcate, il suo umore era nettamente migliorato, quasi
provasse lo stesso sollievo descritto da Nye. Ma ciò andava al di là della
mia comprensione; se fossi rimasta troppo a lungo in un posto come quel-
lo, avrei finito con l'impazzire.
Guardai avanti e vidi che si era fermata.
«Che c'è?»
«Eccoli. Li vedo.»
Eravamo giunte in cima a una specie di vetta. Ai nostri piedi, l'isola di-
gradava verso la spiaggia, dove fiocchi di schiuma lambivano la costa e...
che cos'era quello?
Fuoco.
Per un attimo rividi la casa di Strange, e fui quasi sul punto di farmi
prendere dal panico. Poi riuscii a vedere meglio, era solo un falò in riva al
mare.
«Andiamo», disse Grace; notai che stava sussurrando, il che mi sembrò
alquanto strano. Era come se temesse che il cielo ci stesse ascoltando. Re-
gnava una tale tranquillità, si udiva soltanto il lontano scoppiettio di un'al-
tra barca che costeggiava l'isola, invisibile sull'acqua scura.
Iniziammo a scendere e presto i dettagli si fecero più chiari. C'era una
tenda piantata sulla sabbia, tra le rocce; due zaini appoggiati lì accanto; le
fiamme basse del falò.
Nessun segno di Nye e della moglie.
«Saranno in tenda a dormire?» suggerii.
«Senza aver spento prima il fuoco? Non hai mai fatto campeggio, da ra-
gazzina?»
«Ero troppo occupata a rubacchiare nei negozi e a fumare erba.»
«Già, non faccio fatica a crederti.»
La sabbia era fredda, sotto la suola degli stivali, mentre ci avvicinavamo
alla tenda. E lo divenne ancora di più, quando scorgemmo una figura im-
mobile sdraiata accanto al fuoco.
Nye.
«Grace...»
Ma l'aveva già visto. Indirizzò la luce della torcia sul viso pallido del-
l'uomo... e a quel punto sussultammo entrambe: avevamo temuto che fosse
morto, e invece emise un mormorio confuso e si portò le mani alla faccia,
per ripararsi da quel bagliore. «Ma che diav...»
«Tranquillo, Paddy», lo rassicurò il sovrintendente capo Fitzgerald. «È
la polizia.»
Si tirò su a sedere, strofinandosi rudemente il volto.
«Merda, devo essermi addormentato.» Si guardò intorno, strizzando gli
occhi per vedere nel buio, sempre facendosi schermo con una mano. «Ehi,
spenga quell'affare. Il fuoco fa già abbastanza luce.»
Grace rifletté un istante e decise di seguire il consiglio anche perché a-
vremmo avuto bisogno della torcia per tornare alla barca. La spiaggia, il-
luminata soltanto dalle fiamme, cambiò aspetto, mentre sul mare brillava-
no centinaia di luci: le luci della città che da poco avevamo lasciato.
«Sua moglie dov'è?» gli chiese Grace.
«È andata a prendere dell'altra legna. Ma a lei che cosa importa?»
«Sono qui per parlarle di Felix.»
«Di nuovo! Quante volte dovremo ancora tornare sull'argomento? Felix
è morto.»
«Già. Anche Lucy Toner.»
«E lei cosa c'entra? Anche quella donna», disse indicandomi con un bru-
sco gesto della mano, «è venuta a chiedermi di lei. E le ho risposto la stes-
sa cosa.»
«Non mi aveva detto di aver fornito un alibi a Berg, per la notte dell'o-
micidio», intervenni.
«L'ho fatto?»
«Non finga di non saperlo», ribatté Grace. «E la smetta con questi gio-
chini. Per il momento non intendiamo accusarla di niente. Abbiamo soltan-
to bisogno di sapere se Berg era davvero con lei.»
Nye si alzò in piedi e fece un paio di passi, sollevò qualcosa da terra - e-
rica, forse, o muschio - e ne gettò una manciata sul fuoco, che sembrò ap-
prezzare. Quindi, ripeté il gesto più volte.
«Non capisco», disse osservando le fiamme. «Credevo che a interessarvi
fosse Brendan Toner. Mia moglie, al telefono, ha già riferito tutto quello
che sa sul suo conto. Felix che cosa c'entra? Lui è morto.»
«Sì, l'ha già detto», commentai. «È davvero sicuro che sia così?»
Mi guardò per un attimo, confuso, prima di riuscire a trovare la voce.
«L'hanno seppellito, di solito è un motivo sufficiente per ritenere che
una persona sia deceduta.»
«Non questa volta, forse», obiettai. «Noi pensiamo... Be', io penso che il
corpo rinvenuto a Howth quella sera potrebbe non essere quello di Felix.
Può darsi che lui sia ancora vivo.»
Lanciò un'occhiata a Grace.
«Sta dicendo la verità?»
Doveva costarle moltissimo accettare un'idea simile, ma si limitò a dire:
«Stiamo controllando di nuovo i referti dell'autopsia, per assicurarci che si
trattasse davvero del suo cadavere. Mi chiameranno non appena avranno
una risposta». C'era paura nei suoi occhi, una paura di cui bisognava ap-
profittare. «Non è tutto», continuò Grace. «Esiste anche il sospetto che sia
stato lui a uccidere la piccola Lucy.»
«Chi, Felix?» Scosse il capo deciso. «Impossibile.»
«Perché quella notte eravate realmente insieme?»
Nye socchiuse le labbra per pronunciare un'altra menzogna, ma non riu-
scì ad articolare le parole.
Invece, si lasciò cadere sulla sabbia e prese a fissare il fuoco.
«Come l'avete scoperto?»
«Che cosa? Che l'alibi che aveva fornito a Berg era falso? Diciamo pure
che è stata fortuna», dissi. «Il comportamento di Felix induceva a credere
che fosse stato lui, ma se le cose erano andate così, non poteva essere con
lei, quella notte. A meno che, ovviamente, non l'abbiate fatto insieme.»
«Non crederà davvero che sarei capace di fare una cosa del genere?»
«E Felix, invece?»
«Oh, be'... lui sì che non avrebbe avuto problemi», rispose perentorio.
«È sempre stato duro... spietato, quasi. Non per niente li chiamavano gli
Ice Berg. Ma questo non significa che l'abbia fatto. Non avrei mai accetta-
to di fornirgli un alibi, se avessi avuto anche il minimo sospetto che avesse
assassinato quella ragazzina.»
«Perché mentì per coprirlo?»
«Aveva passato la notte con un'altra donna, e non voleva che Alice lo
scoprisse. Mi disse che l'avrebbe ucciso. Sapeva essere molto... protettiva,
nei suoi confronti.»
«Andavano a letto insieme già allora?»
«Alice andava a letto con chiunque, gliel'ho già detto», spiegò rivolgen-
dosi a me. «Felix la amava alla follia. Non usciva con nessun'altra, nono-
stante lei andasse con qualsiasi cosa camminasse su due gambe. Poi, un
giorno mi disse che un paio di sere prima aveva incontrato qualcuno... era
proprio la sera in cui venne uccisa Lucy Toner; aveva passato la notte da
quella donna. Era disperato, Alice non doveva assolutamente venirlo a sa-
pere. E lui temeva che, se avesse detto la verità alla polizia, sarebbe giunta
all'orecchio della sorella.»
«E così ha accettato di coprirlo?»
«Sì, ma all'epoca non sembrò un particolare rilevante. Isaac Little era già
stato arrestato, e nessuno aveva dubbi riguardo alla sua colpevolezza. Fu
una piccola bugia innocente. Non mi era mai passato per la testa che Felix
avesse... potesse aver fatto una cosa simile. Non riesco ancora a crederci.
Anche se...»
«Cosa?» lo incalzò Grace.
«Ricordo che aveva un graffio sul viso. Il prezzo di una notte di passio-
ne, mi disse. Ci ridemmo sopra.»
E questo contribuiva a rendere la situazione ancora più odiosa, se possi-
bile. Se solo, all'epoca, avessero pensato a raschiare sotto le unghie di
Lucy... se solo avessero eseguito un confronto con campioni prelevati da-
gli uomini che vivevano nei dintorni... se solo qualcuno avesse notato il
volto di Felix...
Quanti se. Ma i rimpianti, ormai, non servivano a nulla. Le indagini po-
liziesche, al momento dell'omicidio, erano ferme all'Età della Pietra. L'im-
portante era cercare di migliorarsi. Andare avanti.
«Perché non si è mai fatto avanti per rivelare quello che sapeva? Felix si
è preso gioco di lei per anni, inviandole tutti quegli articoli...»
«Ve l'ho già detto. Ero convinto che il colpevole fosse Isaac Little. An-
che quando Berg ha iniziato a tormentarmi, non ho mai pensato nemmeno
per un attimo che dietro quel delitto ci fosse lui.»
«Sua moglie sì, però.»
«Non capite? Era proprio questo il problema. Non faceva che ripeterme-
lo. Diceva che Felix aveva ucciso Lucy. Che l'aveva fatta franca. E che,
per questo, lo odiava con tutta se stessa. Come avrei potuto ammettere che
ero stato proprio io a fornirgli un alibi, per giunta mentendo? Riuscite a
immaginare come si sarebbe sentita?»
«Adesso, comunque, lo verrà a sapere, qualunque cosa accada», disse
Grace.
«Non mi ci faccia pensare», rispose lui.
Guardò verso la collina che si innalzava dalla spiaggia, nel caso la mo-
glie stesse arrivando.
Mi chiesi fino a dove si fosse spinta.
«Non capisco, però, perché siate venute fin qui, a quest'ora», riprese.
«Anche ammesso che sia stato Felix a uccidere Lucy, e che sia ancora vi-
vo, come pensate... Che cos'ha a che fare con me, tutto questo?»
«Tutto», feci io. «Per quanto ne sa Berg, lei è l'unica persona ancora in
vita a sapere che il suo alibi per quella notte non conta niente. Probabil-
mente ne era al corrente anche Alice, che adesso è morta. Come Brendan
Toner. Persino Felix è stato dichiarato tale. E se riuscisse a trovare il modo
di farla tacere...»
All'improvviso, fui interrotta da un suono inaspettato.
«Dev'essere Walsh», disse Grace; realizzai che doveva trattarsi del suo
cellulare, nascosto nella tasca interna della giacca. Ma era un rumore tanto
alieno, in un posto come quello, che il mio cervello non l'aveva registrato
come reale.
Lo tirò fuori e premette il tasto per rispondere.
«Walsh? Che cos'hai scoperto?»
Osservai il suo viso, mentre ascoltava le parole del detective.
«Puoi ripetere?» la sentii dire. «La ricezione non è perfetta.»
Poi aggiunse: «Merda. No, Walsh... hai fatto un ottimo lavoro. Ti ri-
chiamo più tardi».
«Che c'è?» chiesi, impaziente, non appena ebbe riattaccato.
«Walsh è stato nell'ufficio del medico legale; gli ha chiesto di mostrargli
di nuovo i risultati dell'autopsia.»
«E?»
«Si tratta di Felix. È morto, Saxon, il cadavere è il suo. Le fratture corri-
spondono. Ogni cosa combacia alla perfezione. Walsh è persino andato a
casa del dottore di Berg, per mostrargli le fotografie degli esami post mor-
tem. È lui. Non ci sono dubbi.»
Non riuscivo a crederci.
«Io non capisco», dissi. «Se non c'è lui dietro a tutto questo... allora chi
c'è?»
«Credo che alla fine arriverebbe a me», disse una voce oltre il falò.

50

Ci voltammo entrambe verso il fuoco, e vedemmo Paddy Nye. Ma no,


non poteva trattarsi di lui. La voce non sembrava la sua. E poi proveniva
da un punto più distante. E anche l'uomo si era voltato, per vedere chi ci
fosse alle sue spalle. E...
Una figura si profilò sulla piccola altura.
E aveva una voce femminile.
«Tricia?» fece Nye.
Ma quella che stava scendendo verso di noi, entrando nel cerchio di luce
proiettato dal falò, non era sua moglie.
No. Era Gina.
E sembrava piuttosto in forma, considerando che era morta da circa ven-
tiquattr'ore.
Era sua la barca che avevo sentito scoppiettare quando eravamo ancora
in cima alla collina, poco prima? Probabilmente sì. Non ero arrivata a pen-
sare che un'altra imbarcazione sarebbe potuta approdare sull'isola.
Chi poteva venire in un posto simile?
Solo una stupida... come me.
Chissà perché, il fatto di trovarmela davanti con una pistola in mano non
mi scioccò.
«È una Derringer», disse notando la direzione del mio sguardo. «Un bel
gingillo, non crede? L'ho rubata dalla casa di Strange, pensando che potes-
se essermi utile. È vecchia, ma servirà allo scopo. Purtroppo, non posso di-
re lo stesso del suo proprietario. Che schifo, ci sono andata a letto un sacco
di volte, sperando che prima o poi mi desse la chiave dell'armadietto di Fe-
lix... e lui alla fine l'ha data a lei. Che razza di ingrato. Eppure, credo che
abbia imparato la lezione. Cos'altro avrei potuto fare? Avevo cercato di
ammorbidirlo mandandogli lettere minatorie e simulando un'effrazione, ma
lui continuava a dire che era un suo dovere tenere al sicuro i beni materiali
di Felix.»
«Scusi, tanto per sapere... a chi apparterrebbe il cadavere rinvenuto nella
galleria di Strange?»
«Non ne ho la minima idea», rispose, come se quel pensiero non le aves-
se mai sfiorato la mente. «Ma sono certa che presto qualcuno ne denuncerà
la scomparsa. Semplicemente, ho aspettato in strada che passasse una don-
na che, all'occorrenza, potesse essere scambiata per la sottoscritta, e ho fin-
to di essere stata aggredita. Una messinscena notevole. Piangevo. Sin-
ghiozzavo. Devo ammettere che sono stata piuttosto brava. Le ho detto che
avevo paura e che non volevo restare da sola, e l'ho supplicata di accom-
pagnarmi alla galleria, perché avevo bisogno di bere un bicchiere d'acqua.
Le ho fatto credere che lavoravo lì. In realtà avevo rubato la chiave a Vin-
cent. Siamo entrate, e lei mi ha aiutata ad arrivare fino alla scrivania; e
poi... bang, bang: ho improvvisato una bella ricostruzione facciale.»
«Si può sapere di che diavolo state parlando?» intervenne Nye. «Chi è
questa?»
«Non ti ricordi di me, Paddy?» fece Gina.
Lui la fissò con un'espressione vuota.
«Perché dovrei? Non l'ho mai vista in vita mia.»
«È Katie Toner», gli spiegai. «La sorella di Lucy.»
«Complimenti», mi disse lei. «Come ci è arrivata?»
«Avrei dovuto capirlo non appena abbiamo scoperto che l'uomo che cre-
devamo essere il nostro serial killer era, in realtà, Brendan Toner. Chi altri
avrebbe potuto proteggere? Per chi avrebbe sacrificato la propria vita se
non per la sua sorellina?»
Nye continuava a fissarla, adesso con maggiore insistenza.
«Katie?» disse infine intontito. «Io credevo che fossi morta.»
«Tutti sembrano pensare che me ne sia andata. Sia come Katie sia come
Gina. L'idea generale era quella: io volevo essere morta. Volevo rendermi
invisibile. È tutto più facile, in questo modo.»
Ma Paddy scosse la testa, come se non volesse credere a una cosa simile.
«E adesso che cosa intende fare?» le chiesi. «Ucciderci tutti, come ha
fatto con Felix?»
«Io non ho ucciso Felix», disse ridendo. «È stato Brendan a farlo. Pove-
ro, stupido fratellino... ha cercato di proteggermi da me stessa. E guardate
com'è finito. Ha pensato che fossi impazzita, quando ha realizzato che ero
io l'Uomo di Marx, ma non voleva consegnarmi alla polizia. Si ricordava
di quello che era successo a nostra madre, che aveva passato metà della
sua vita rinchiusa in istituti di cura.»
«Quella di impazzire dev'essere un'abitudine di famiglia», osservai.
«Immagino di sì, agente speciale. Lei, invece, dai suoi genitori deve aver
ereditato una notevole dose di stupidità. Se ripenso alla sua faccia, quel
giorno che l'ho chiamata, in lacrime, dicendole che avevo ricevuto una fo-
tografia inquietante. E lei si è precipitata da me, così premurosa e preoccu-
pata...»
«E invece era stata lei a scattare quelle foto. Già, è sempre stata lei.»
«Esatto. Fu mia l'idea di realizzare una raccolta intitolata Stranieri: mi
era sembrata una buona idea. Io non mi ero mai integrata veramente in
questa città. Chiesi a Brendan di fare quelle telefonate per me, di organiz-
zare gli incontri; poi, quando la persona in questione si presentava nel luo-
go convenuto, scattavo la mia foto. Provavo un tale piacere nel controllare
quella gente. Bastava dire un posto, e loro ci andavano. E non capivano di
che cosa si trattasse. Fu così che conobbi Felix. Lo chiamai di persona,
suggerendogli di incontrarci giù al faro. Sapevo che quel posto significava
molto, per lui; da ragazzino ci passava ore intere. Pensai che il mio invito
l'avrebbe intrigato. E avevo ragione. A sua insaputa, gli scattai quella foto-
grafia Il giorno dopo gliela spedii a casa insieme a un biglietto, in cui lo
invitavo a pranzo. Il nostro primo appuntamento... esattamente come le a-
vevo detto in occasione del nostro primo incontro, Saxon.»
«Quando lei lo sedusse.»
«Nessun uomo sarebbe riuscito a resistermi. Mi guardi. Felix era mio. E
io l'ho sempre saputo. Non erano lui e Alice a rappresentare due metà di
un'unica persona... No. Eravamo io e lui.»
«Come può parlare di Berg in questi termini?» le chiesi. «È l'uomo che
ha ucciso sua sorella.»
«Sì, era mia sorella. Ma per me non significava niente.»
«L'ha violentata.»
«Lo so. L'ho visto.»
«Tu eri là?» intervenne Nye.
«Immagino che si possa dire che quella fu la mia prima esperienza ses-
suale. Ero nascosta nel giardino, e vidi tutta la scena. La penetrò. Le riempì
la bocca di terra fino a farla soffocare. La seppellì. E io vidi tutto. Non lo
dissi mai a nessuno, ma pensai che fosse una cosa davvero incredibile. E-
lettrizzante... è l'unico termine che riesce a descrivere la mia sensazione di
allora. Sapevo anche che ciò di cui ero stata testimone aveva creato un le-
game sacro tra di noi. Sacro e indistruttibile. Ma le cose non andarono co-
me avevo sperato. Mamma si suicidò e io fui spedita da alcuni parenti; non
funzionò, e fui affidata a vari istituti di cura, passando di mano in mano
come un pezzo di carne. A me, però, non importava. Sapevo che io e Felix
saremmo stati insieme, un giorno. E questo mi faceva andare avanti. Tene-
vo degli articoli dedicati a luì, sul comodino. Il fatto di condividere il se-
greto della morte di Lucy - anche se lui non lo sapeva - faceva di noi una
persona sola. Si trattava solo di resistere. Di aspettare.»
«Aspettare cosa?» chiese Fitzgerald.
«Il momento in cui saremmo stati insieme. Ve l'ho detto, tutto quello che
ho fatto, l'ho fatto per lui. A sedici anni, non appena fui dimessa dall'ulti-
ma clinica, andai a Londra. Sapevo che Katie doveva morire, scomparire.
Per questo chiesi a Brendan di dire a tutti che ero morta. Da quel momen-
to, diventai Gina Fox. Scelsi quel cognome perché mi faceva pensare a Fe-
lix. E lavorai, non sapete quanto, per potermi permettere l'intervento di
chirurgia plastica di cui avevo bisogno, se davvero volevo lasciarmi Katie
alle spalle. Non solo, la sera frequentavo un corso di fotografia, per prepa-
rarmi al giorno in cui finalmente sarei tornata con Felix. Volevo che mi
considerasse degna di entrare a far parte della sua vita. Un paio di volte mi
spinsi fino a Dublino, per sondare il terreno. E, un poco alla volta, mi resi
conto che tutti si erano dimenticati di Katie Toner. E di Lucy, anche; che
cos'era, in fondo, un piccolo omicidio come quello? Il mondo pullula di
delitti. Così, fui libera di tornare.»
«E questo quando avvenne?»
«Poco più di un anno fa», disse. «Mi trovai un posto dove stare. Riuscii
a ottenere un incontro con Felix mandandogli quella fotografia. E diven-
tammo amanti. E, sì, prima che siate voi a chiedermelo, era esattamente
quello che volevo. E credo che fosse così anche per lui.»
«Aveva riconosciuto in lei un'altra anima nera, un'anima gemella.»
Rise. «Sì, forse. Si diede a me completamente, come non era mai riusci-
to a fare con nessun'altra. Nemmeno con la piccola Alice. Iniziammo a
passare sempre più tempo insieme. Ero riuscita a tirargli fuori qualcosa.
Fui io a persuaderlo a scattare le foto che avete visto nella galleria di
Strange. Posavo per lui, e lo incoraggiavo a farmi del male. E notai che i-
niziava a piacergli il fatto di abbandonarsi al suo lato oscuro, quel lato che
troppo a lungo aveva represso.»
«Felix conosceva la sua vera identità?»
«No, allora no. Perché avrebbe dovuto? Era passato tanto tempo, e io ero
diversa. E volevo essere sicura di averlo in mio potere, prima di rivelargli
la verità.»
«Ma non aveva considerato Alice...» intervenni.
«Alice voleva dividerci», disse amara. «Voleva Felix tutto per sé, e alla
fine riuscì nel suo intento. Lui smise di rispondere alle mie telefonate. Le
lettere che gli scrivevo tornavano indietro, non lette. Poi, Alice e Strange
lo portarono via. Lo spedirono dall'altra parte del mondo. Come se io aves-
si passato tutto questo, sopportando le pene dell'inferno, per farmelo sof-
fiare così.»
«Quindi, che cosa decise di fare?»
«Decisi di ucciderli tutti. Felix. Alice. Strange. Riuscivo quasi a imma-
ginarmeli, mentre ridevano alle mie spalle. Non potevo sopportare l'idea
che tre persone, vive, fossero testimoni della mia umiliazione. Tutto quello
che mi serviva era una pistola. Doveva essere quella l'arma. Non so per-
ché, ma credo di sapere che cosa direbbero gli psicologi. E, fortunata-
mente, in quel momento entrò in scena Brendan. O forse dovrei dire Geor-
ge Dyer. Lo rintracciai subito dopo il mio ritorno a Dublino. Lavorava per
Tim Enright e sapeva che avevo bisogno di denaro, così trovò il modo di
farmi ottenere l'incarico di scattare qualche fotografia ai suoi soci per al-
cune riviste. Fu così che conobbi Tim. Non sapeva che fossi la sorella di
Brendan. Tra noi iniziò una storia... Nessuno ne era al corrente.»
«E lo convinse con un ricatto a procurarle la pistola eludendo i controlli
della dogana?» chiese Grace.
«Non ci fu bisogno di alcun ricatto», rispose sprezzante. «Crede forse
che avrei corso un rischio del genere?»
«E allora come lo convinse?»
«Gli chiesi di farlo, semplicemente. E lui mi accontentò.»
«Tutto qui?»
«Tutto qui.» Scrollò le spalle.
«Aveva perso la testa per lei, è evidente.»
«A quanto pare è un'abitudine», concordò allegramente. «Una volta re-
cuperata la pistola, aspettai che Felix tornasse in città; ma anche allora non
mi fu facile avvicinarmi a lui. Alice lo teneva sotto controllo, quasi fosse
un bambino. E io sentivo la tensione crescere dentro di me: dovevo trovare
il modo di sfogarla, o presto sarei esplosa. Proprio mentre mi trovavo in
quella condizione, venni a sapere che a Kilmainham era stata inaugurata la
nuova mostra di Felix. Ci sono andata... e le ho viste. Ho visto le fotografie
che aveva scattato l'inverno precedente, quando era mio. Avevamo pas-
seggiato per le vie della città ogni notte, sotto la neve e sotto la pioggia, e
adesso quelle foto erano lì. Le mani, i piedi, le ombre che si intravedono...
sono sempre io. Anche il riflesso nell'acqua. Capii subito che quello era un
messaggio indirizzato a me. Voleva che tornassimo insieme, stava solo a-
spettando un segnale da parte mia. Così decisi di non ucciderlo, e gli diedi
quello che voleva.»
«Tim Enright», dissi.
«Sono stata costretta a farlo. Non volevo che iniziasse a sospettare di
me. Sapeva che avevo una pistola, dal momento che era stato lui a procu-
rarmela; sapeva di che arma si trattava. Così, l'ho attirato nel parcheggio
dell'O'Neill's Place, promettendogli qualcosa di adeguatamente sudicio per
festeggiare il mio compleanno, e l'ho ucciso. Poi ho sparato a quel giudice,
nella piazza. Non sapevo chi fosse, allora. Scelsi quel posto perché era raf-
figurato in una delle fotografie... e lui era lì. Ma i giornalisti hanno fatto
due più due uguale a cinque, e hanno deciso che dietro quegli omicidi sì
nascondeva una motivazione politica. Mi hanno dato il soprannome di
Uomo di Marx. Perché no, in fondo? Un nome vale l'altro. E poi, avete mai
letto l'iscrizione sulla tomba di Marx, a Londra? I filosofi si sono limitati a
dare diverse interpretazioni al mondo. Quello che conta è cambiarlo.
Niente male, come motto. Ho pensato che io e Felix, insieme, ci saremmo
riusciti, se fossimo rimasti fedeli a noi stessi. Avremmo cambiato il mon-
do. Così, dopo ogni omicidio, gli inviavo articoli di giornale dedicati al-
l'accaduto, dopo aver sottolineato i nomi dei luoghi in cui quelle persone
erano state uccise. Speravo, in tal modo, che capisse che dietro tutta quella
faccenda c'ero io: quelli erano i posti che avevamo visitato insieme, l'in-
verno precedente... i posti immortalati nei suoi scatti.»
«E lui decise di affrontarla.»
«Venne a casa mia, e pretese di sapere se io fossi il serial killer. Era la
prima volta che lo rivedevo, dal ritorno dagli Stati Uniti. Fu così bello, eb-
bi la conferma che volevo stare con lui, che era l'uomo giusto per me. Con-
fessai, felice di farlo. Gli mostrai persino le foto che avevo scattato alle vit-
time dopo il decesso.»
«Perché?»
«Speravo che l'avrebbero entusiasmato. Che quello che stavo facendo
l'avrebbe ispirato, e l'avrebbe spinto tra le mie braccia. Ve l'ho già detto,
avevo visto quello che aveva fatto a mia sorella, conoscevo i suoi impulsi,
i suoi appetiti. Sapevo che, dentro di lui, desiderava ancora essere l'uomo
che io volevo che fosse. Attraverso quelle fotografie, aveva cercato di
chiamarmi. Speravo che avremmo condiviso anche quest'esperienza, come
avevamo fatto con la serie Autoritratti.»
«E la sua reazione non fu quella che lei si era aspettata?»
«Mi prende in giro?» fece lei sprezzante. «Disse che non provava più
nulla per me. Mi confessò che dentro di lui albergavano realmente simili
impulsi negativi, per usare le sue parole; era una situazione che andava a-
vanti da sempre, e che lui si sforzava di controllare. Aveva deciso di espor-
re quelle fotografie perché erano le uniche che aveva; era come se le medi-
cine avessero soppresso la sua parte creativa. Ma a lui non interessava più,
e si vergognava di tutto ciò che era stato. Non mi avrebbe permesso di di-
struggergli la vita. Voleva stare con Alice. Si mise a piagnucolare... Riu-
scite a immaginare la scena? E, come se non bastasse, aggiunse che avreb-
be raccontato alla polizia che il famoso Uomo di Marx ero io.»
«E lei che cosa fece?»
«Usai la mia arma di riserva. Gli svelai la mia identità. Gli dissi che l'a-
vevo visto uccidere Lucy, fornendogli dettagli che lui non ricordava nem-
meno. Negare sarebbe stato inutile. Alla fine, minacciai di raccontare tutto
alla polizia, se lui mi avesse denunciato.»
«E Felix come reagì?» le chiese Grace.
«Divenne molto tranquillo. Disse che aveva bisogno di un po' di tempo
per pensarci... Ma non mi resi conto che la sua era solo una finta. Mi fece
credere di avere un capogiro, e mi chiese un bicchiere d'acqua. Poi, mentre
mi trovavo in cucina, afferrò tutte le mie fotografie, quelle della raccolta
Stranieri e quelle delle vittime, le mise in una borsa e scappò. Mi chiamò
da casa sua, dicendomi che avrebbe taciuto riguardo agli omicidi; e ag-
giunse che, se fosse successo qualcosa a lui o alla sorella, quel materiale
sarebbe finito immediatamente nelle mani della polizia.»
«Quindi», intervenni, «chiese a Strange di procurargli una pistola, per
proteggere se stesso e Alice.»
«La cosa non m'interessava minimamente; tutto quello che volevo era
rientrare in possesso di quelle fotografie. Erano mie, ne avevo bisogno. Le
volevo. Così, convinsi Brendan a introdursi nell'abitazione dei Berg, per
recuperarle. Ovviamente, a quel punto aveva scoperto che ero io l'Uomo di
Marx, ma non sapeva come comportarsi. Mi pregò di smettere, ma, quando
rifiutai, si rese conto di non potermi minacciare. Ero tutto quello che gli
era rimasto, non poteva consegnarmi alla polizia. Mi avrebbe persa. Così,
accettò di aiutarmi a ritrovare le foto.»
«Dunque fu lui a introdursi in casa Berg.»
«Esatto. Ma delle foto non c'era traccia. Invece, trovò il diario di Felix.
Mi raccontò che era pieno zeppo di deliziosi ritagli di giornale dedicati alla
morte della nostra cara sorellina; realizzò che a ucciderla era stato lui. Non
aveva mai avuto dubbi riguardo alla colpevolezza di Isaac Little, e adesso,
per puro caso, era venuto a conoscenza della verità. La cosa lo scioccò al
punto che, uscendo dalla casa, dimenticò di prendere il diario. Non che ne
avesse bisogno, comunque, aveva tutte le prove che gli servivano. Tutto
ciò che era andato storto nella nostra vita, dal suo punto di vista, era inizia-
to con l'omicidio di Lucy. Adesso, finalmente, aveva la possibilità di si-
stemare le cose.»
«E, dopo l'effrazione, Felix decise di affidare le foto e il diario a Stran-
ge», dissi. «Sapeva che lì non erano al sicuro.»
«Soprattutto quando Brendan cominciò a pedinarlo e a chiamarlo nel
cuore della notte. Gli ripeteva che l'avrebbe ucciso, per quello che aveva
fatto a Lucy. Io provai a fargli capire che non sarebbe servito a nulla, e che
forse si stava sbagliando. Ma ormai sapeva.»
«Ma non riesco ancora a capire come sia riuscito ad ammazzare Felix.»
«Be', posso dirvi solo quello che mi ha raccontato mio fratello. Quella
sera prese la Glock, a mia insaputa, e seguì Felix giù al porto. Ma questi
fece qualcosa di inaspettato: a sua volta, gli puntò contro una pistola. Era
quel pezzo da museo procuratogli da Strange, più o meno simile a quello
con cui adesso vi tengo sotto tiro. Erano lì, in piedi, uno di fronte all'altro,
pronti a fare fuoco. Fu allora che a Brendan venne un'illuminazione, un
piano perfetto per sbarazzarsi di Felix. Disse a quest'ultimo che avrebbero
potuto spararsi a vicenda, facendola finita una volta per tutte, ma lui aveva
una Glock, mentre l'altro aveva un vecchio gingillo che non sparava da
cinquant'anni. Lasciava a lui la scelta: ma se ad avere la peggio fosse stato
Berg, gli giurò che avrebbe trovato Alice, l'avrebbe violentata e strangola-
ta, riempiendole la bocca di terra fino a soffocarla. Esattamente come lui
aveva fatto con Lucy. Oppure...»
«Oppure», continuai, intuendo quello che era successo, «Felix poteva
decidere di togliersi di mezzo da solo.»
«Esattamente. Poteva appoggiare la canna della pistola sull'occhio, pre-
mere il grilletto e morire lì, nel punto in cui si era suicidata nostra madre.
Se l'avesse fatto, Brendan non avrebbe torto un solo capello ad Alice.»
«Ma come poteva Felix essere sicuro che suo fratello avrebbe tenuto fe-
de alla parola data?»
«Non poteva. Ma aveva forse un'alternativa? Aveva una Glock puntata
alla testa e sapeva che, in un modo o nell'altro, sarebbe morto. L'unica pos-
sibilità che aveva di proteggere la sorella era fare quello che Brendan gli
aveva suggerito. Fece la sua scelta. E si sparò.»
«E lei non andò su tutte le furie, sapendo che suo fratello aveva ucciso
l'uomo che lei diceva di amare?»
«No davvero. Lucy non significava niente, per me; ma capivo perfetta-
mente la sete di vendetta di Brendan. Più tardi, mi descrisse il piacere che
aveva provato standosene lì in piedi, a osservarlo mentre appoggiava la
canna della pistola contro l'occhio, tremante. Lo guardò premere il grillet-
to. La pallottola gli fece saltare metà del viso. Be', riuscivo a capire che
cosa volesse dire, conoscevo quel tipo di piacere. E, se non altro, Brendan
aveva fatto qualcosa. Aveva agito. Felix parlava e basta. L'unica cosa che
sapeva fare era scattare fotografie. Ve l'ho detto, non si era rivelato l'uomo
che credevo. Aveva fallito. Il fatto che si fosse sacrificato per lei, per quel-
la puttana piagnucolosa, dimostrava quanto fosse patetico. Come poteva
preferirla a me? Come poteva pensare che valesse la pena togliersi la vita
per quella vacca rinsecchita?»
Sollevò lo sguardo, sentendo un rumore improvviso, ma era soltanto il
legno che scoppiettava tra le fiamme, emanando brevi lampi di luce che
facevano scintillare la canna della pistola.
«Comunque, ormai era fatta. Non avevo intenzione di trascorrere la mia
vita a rimuginarci sopra. Ormai ero l'Uomo di Marx, avevo superato il
problema. Il lavoro mi spingeva ad andare avanti. Non avevo più bisogno
di basarmi sulle foto di Felix, ero libera. Alla chiesa sono stata un po' in-
cauta, ma ero così furiosa con i giornali! Avevano scritto che a ucciderlo
era stato il serial killer... Io! Come si può essere tanto stupidi? Dovevo di-
mostrare che si sbagliavano. Non avevo ancora realizzato che voi sapevate
già che si era trattato di un suicidio, altrimenti avrei aspettato, mi sarei
preparata meglio. Devo ammetterlo, ho combinato un bel guaio. Ecco per-
ché, in seguito, ho scelto il mago e gli ho sussurrato all'orecchio quel mes-
saggio senza senso. E poi ho infilato la carta sotto la sua porta di casa, Sa-
xon, e vi ho propinato quell'idiozia sui tarocchi. Avevo bisogno di tempo;
avrei approfittato dei vostri errori, sapendo che vi sareste infilate in un vi-
colo cieco dopo l'altro, prima di capire che si trattava di una montagna di
sciocchezze.»
«Non ci abbiamo creduto nemmeno per un secondo», ribatté Grace. Gi-
na sembrò palesemente seccata. «L'unica cosa che ci ha spiazzato è il non
riuscire a capire come facesse l'assassino a conoscere l'indirizzo di Brook.»
«Quello è stato facile. Avevo scattato una fotografia anche a lui. Si tra-
sferì dalla Germania quando era ancora un ragazzino, non lo sapevate? Il
cognome dei genitori, in origine, era Bruch, come il compositore. Era un
altro dei miei Stranieri. Sarebbe andato tutto alla perfezione, se solo non
avessi perso quella dannata pistola.»
«Ma il fratellone è venuto in suo aiuto.»
«Come ho detto, Brendan credeva che fossi malata. Si sentiva responsa-
bile per me. Soprattutto quando insistei riguardo alla necessità di procu-
rarmi un'altra pistola. Sapevo di potermi rivolgere a Strange, Felix mi ave-
va detto che derubava i suoi artisti. Ma mio fratello non mi permise di an-
darci da sola, quella zona della città era troppo pericolosa, diceva. Ve lo
immaginate? L'avrebbe fatto lui, al mio posto. E io accettai... a una condi-
zione: che uccidesse la donna che gli avrebbe consegnato l'arma... cioè
lei», aggiunse, rivolgendosi a me. «Sapevo che stava indagando sulla mor-
te di Felix, che voleva scoprire la verità. E non volevo correre rischi. Per
questo mi sono introdotta nel suo appartamento e ho attaccato quella foto
sulla parete. Per cercare di spaventarla, nella speranza che rinunciasse.»
«Ha fatto... cosa? Saxon, è vero quello che dice?» chiese Grace.
«Non volevo farti preoccupare», risposi, evitando di guardarla negli oc-
chi. «È stato la sera dopo il funerale di Felix. Sono rientrata, e il mio ap-
partamento era un disastro. Non volevo farne un dramma.»
«Un dramma?» mi fece eco, incredula.
«Comunque, non ha funzionato», riprese Gina. «Non sono riuscita a far-
la desistere. Allora ho capito: dovevo eliminarla. Brendan era contrario,
ma voleva proteggermi a tutti i costi. E io gli ho fatto credere che quella
fosse l'unica via d'uscita. Ma lei era in vantaggio, e lui dev'essersi fatto
prendere dal panico.»
«Quindi a lui teneva di più che alla piccola Lucy?»
«Tenevo al suo gatto bianco. Una creatura magnifica. L'avete incontra-
to? Sono sorpresa che non l'abbia riconosciuto, Saxon. Una volta gli ho
scattato un sacco di foto. Non si ricorda? Le ha viste sul tavolo la prima
volta che è venuta da me, per chiedermi di Felix.»
Il gatto bianco.
Sì, adesso ricordavo. Troppo tardi, forse. Ma sapevo a che cosa si riferi-
va. Avevo provato un grande sollievo, per il fatto che del micio esistessero
soltanto le foto, e che non ci fosse un felino in carne e ossa a girarmi intor-
no, e a saltarmi in grembo come Hare.
Perché non mi era venuto in mente al momento giusto? Per esempio
quando mi trovavo nel giardino di George Dyer/Brendan, e avevo notato la
bestiola seduta in mezzo al vialetto...
Non solo. Ricordai anche qualche altro particolare.
Una scala di legno.
Una finestra con una crepa che ricordava una ragnatela.
Perché non le avevo riconosciute?
«Non si vergogna, pensando al sacrificio di suo fratello per salvarla?»
«Perché dovrei? È stata sua la decisione, è stato lui a tagliarsi la gola.
Non fraintendetemi, so benissimo che cosa intendete. Ovviamente, pensa-
va che se l'Uomo di Marx fosse stato dichiarato morto, la polizia mi avreb-
be lasciata in pace. Da questo punto di vista sembra un gesto carino, no?
Ma io continuo a pensare che mio fratello fosse un povero pazzo.»
«Lui un povero pazzo?» intervenne Nye. «Per me lo siete tutti!»
«Forse», riconobbe Gina, «ma io sono l'unica fuori di testa ad avere una
pistola.»
«E che cosa intende farci?» incalzò Grace.
«C'è bisogno di chiederlo? Voglio proteggere me stessa.»
«Venendo qui a cercare Nye? E perché? Non ha niente su di lei.»
«Non sono qui per Paddy», disse, liquidando sbrigativamente l'argomen-
to. «Di lui mi posso occupare più tardi. Sono qui per voi due.»
Sollevò la pistola, puntandola alla testa di Grace.
«No!»
D'istinto, mi sfuggì un urlo. Feci un passo avanti, senza riflettere.
Gina sorrise, notando la reazione che era riuscita a scatenare. Ma il sor-
riso non durò a lungo. Proprio in quell'istante, un'ombra si levò alle sue
spalle. Contro luce, riuscii a intravedere un oggetto dalla superficie ruvida
che si abbassava sulla testa di Gina. Lei si accasciò sulla sabbia e lasciò
andare la pistola. Grace fu svelta ad allontanarla con un calcio, prima che
avesse la possibilità di recuperarla. L'altra emise un lamento e si portò una
mano al capo, nel punto in cui aveva ricevuto la botta. Alla luce del fuoco
si guardò le dita, sporche di sangue.
«Accidenti», disse sarcastica. «Che botta.»
«Fottiti», esclamò la moglie di Nye, lasciando cadere a terra il pezzo di
legno.
Mi stavo giusto chiedendo quanto tempo ci avrebbe messo a tornare.

51

Era tardi. Il cielo, rosso all'orizzonte, era puntellato di stelle. Io ero usci-
ta un momento sul mio terrazzo, quando vidi arrivare Lawrence Fisher.
Il taxi si fermò sull'altro lato della strada, e lui uscì a fatica. Aspettò che
l'auto ripartisse, prima di attraversare. Non sollevò lo sguardo. Non mi vi-
de.
Aprii la porta a vetri e tornai dentro.
Grace stava parlando con Miranda Gray, sul divano, Healy ascoltava.
Thaddeus Burke versava da bere, felice di attingere liberamente alla mia
riserva di whiskey, una volta tanto.
Walsh aveva declinato l'invito. Doveva uscire con una donna. «Che ci
posso fare, se le donne mi trovano irresistibile, dolcezza?» mi aveva detto,
quando gli avevo parlato del party.
Ammesso che quello che si stava tenendo a casa mia potesse essere con-
siderato tale.
«È arrivato», dissi, e all'istante tutti smisero di parlare e si alzarono in
piedi. Io attraversai la stanza e andai ad aprirgli.
Fisher fece il suo ingresso qualche istante dopo. Aveva l'aria stanca e
preoccupata.
«Non ha voluto vederti?» chiesi.
«No, ha accettato», rispose con una scrollata di spalle. «È proprio questo
il problema.»
«Le preparo un drink», saltò su Burke, mentre Fisher si toglieva la giac-
ca e si accomodava pesantemente in poltrona.
«Sedetevi», ci invitò. «Così mi innervosite.»
Obbedimmo.
Aveva trascorso buona parte della giornata insieme a Gina. La polizia
aveva chiesto il suo aiuto perché lei, dal momento dell'arresto, non aveva
più parlato con nessuno, nemmeno con il suo avvocato.
D'altronde, che cosa avrebbe dovuto dire? Le sue impronte corrisponde-
vano a quelle rinvenute sulla pistola utilizzata dall'Uomo di Marx, oltre
che sulle fotografie nascoste nell'armadietto della Central Station. La
Scientifica era abbastanza sicura di trovare una connessione con l'incendio
della villa di Strange. Sotto gli abiti, che presentavano residui di propellen-
te, le avevano trovato addirittura una collana in cui aveva infilato i bossoli
usati della Glock. Non restava che unire i puntini per giungere alla solu-
zione.
Grace continuava a pensare che Gina nascondesse molte altre cose. Non
era tanto stupida da credere di poter trovare una spiegazione plausibile a
ciò che aveva fatto. Era soltanto curiosa di conoscere l'impressione di Fi-
sher.
Questi sollevò lo sguardo, mentre Burke si avvicinava con il whiskey.
«Meglio di no», disse, «o non riuscirò a chiudere occhio.»
Ma non sarebbe comunque riuscito a dormire, quella notte. Così, prese il
bicchiere e buttò giù un sorso, perso nei suoi pensieri.
«Se preferisci rimandare...» gli dissi.
«No. Togliamoci questo peso. Non che Gina abbia trovato il nostro in-
contro particolarmente stressante, vi dirò. Ha passato la maggior parte del
tempo a prendermi in giro per la mia camicia nuova.»
«È solo una troietta suonata e del tutto priva di gusto.»
«L'esperienza mi ha insegnato che le due cose spesso si accompagnano»,
osservò.
«Ha parlato?» gli chiese Grace.
«Sì.»
Aveva parlato. Anche troppo, secondo Fisher.
«Forse era impressionata dal sottoscritto. La intrigava il fatto che io fossi
intrigato. Ha detto di avermi visto in televisione. Probabilmente ha creduto
di ottenere un pizzico di celebrità, grazie al nostro colloquio.»
«La sua fan numero uno», borbottò Burke.
«Già. La razza peggiore. Francamente, il problema non è stato convin-
cerla a parlare, ma farla stare zitta.»
«Anche sull'isola ha parlato un sacco», dissi.
«Sono riuscito a inserirmi nella conversazione soltanto quando ha voluto
sapere che cosa pensassi di lei, di quello che aveva fatto.»
«Ebbene?»
«Qui arriva la parte difficile. Le ho detto che, dal punto di vista psicolo-
gico, il suo è un caso piuttosto comune. E non credo che l'abbia presa be-
ne; non le va giù il fatto di non rappresentare nulla di straordinario. Non è
piacevole, per il suo ego.»
«A tutti i killer piace pensare di essere unici», puntualizzai.
«Un caso comune?» fece Healy. «Provare piacere davanti all'assassinio
della propria sorella? Dal mio punto di vista è abbastanza singolare...»
«In realtà, non è così insolito», spiegò Fisher. «Tutto si ricollega all'in-
fanzia. Secondo alcune ricerche, molti criminali violenti incominciano ad
alimentare certe fantasie intorno ai sette anni di età, a volte anche prima.
Alcuni bambini si spingono oltre, arrivando persino a uccidere. Quindi,
perché dovrebbe sorprenderci quello che ha fatto Gina? Vi sono persone
che commettono azioni malvagie perché si portano dietro determinate ca-
ratteristiche sin dalla nascita, e in questo caso si tratta di psicopatici prima-
ri. A volte, invece, ciò dipende da qualcosa che hanno subito durante l'in-
fanzia, da una confluenza di eventi che fa di loro ciò che sono.»
«Innocenza perduta», osservò Healy.
«Esattamente. Prendete un classico esempio di infanzia normale e felice,
e capirete fino a che punto può essere piegata e deviata. Se qualcosa va
storto durante il percorso, ciò che consideriamo normale diventa distorto, e
chissà dove può condurre tutto questo. Di certo, il risultato non sarà un a-
dolescente sano e felice. E Gina aveva già subito dei traumi, quando assi-
stette all'omicidio della sorella. Ogni cosa, nella sua infanzia, sembrava
condurre in questa direzione: un ambiente familiare disfunzionale. Due
genitori psicologicamente dannosi...»
«Che cosa c'era che non andava, nei suoi?»
«Stando a quello che mi ha raccontato, sia lei che Lucy erano costrette a
guardare il padre mentre si scopava la moglie. Il suo comportamento, nei
loro confronti, era decisamente sessuale. Non arrivò mai a stuprarle, ma le
toccava... e le costringeva a ricambiare, o a toccarsi tra di loro. Non solo,
le picchiava, e le obbligava ad assistere alle violenze nei confronti della
madre. Pertanto, vedere Felix che violentava la sorella non dovette essere
un'esperienza del tutto nuova.»
«E all'epoca non trapelò nulla di tutto questo?» chiese Healy.
«A quanto mi ha riferito il sovrintendente capo Fitzgerald riguardo ai
rapporti sul caso, no.»
«Gina sta dicendo la verità?»
«Non lo sapremo mai con certezza. Possiamo solo cercare di ricostruire
il suo passato osservando quanto è accaduto in seguito. E quello che ha fat-
to si accorda perfettamente con la storia della sua infanzia. L'abbandono,
l'abuso emozionale e fisico. Quando la sua sessualità iniziò a sbocciare, le
probabilità che rimanesse insensibile a ciò che aveva dovuto subire erano
poche. Ignorava che tipo di comportamento potesse essere considerato
normale. Non capiva nulla dell'affetto. Così, quando fu testimone dell'as-
sassinio di Lucy, non le suonò nessun campanello d'allarme, niente la in-
dusse a pensare che quanto stava avvenendo fosse sbagliato. L'unica do-
manda è: in circostanze del genere, in che modo si sarebbe sviluppata la
sua sessualità? E la risposta l'abbiamo già: l'azione di Felix la eccitò. La
stimolò sessualmente.»
È sempre la solita storia. I killer trasformano qualità naturali e sane in
qualità malate. Il desiderio carnale cede il posto a una lussuria depravata. Il
bisogno di denaro diventa avidità corrosiva. L'ansia di affermazione susci-
ta l'impulso sfrenato a distruggere ogni eventuale ostacolo. La disciplina
diventa ossessione. I killer prendono i normali appetiti, li intensificano e li
distorcono.
«E quel che è peggio», proseguì Fisher, «è che Gina provava già ammi-
razione per lui. I Berg erano molto conosciuti, a Howth. Ricchi. Educati.
Colti. Rappresentavano ciò che molta gente avrebbe voluto essere. Di sicu-
ro per lei era così, apparteneva alla classe medio-bassa, la sua vita gravita-
va intorno al negozio di famiglia. Li adorava. Non pensò neppure per un
istante di riconsiderare ciò che era accaduto alla sorella, dal momento che
rispecchiava esattamente quello che aveva imparato a casa. Così, iniziò ad
attribuire una certa sacralità all'omicidio di Lucy, era una cosa che lei e Fe-
lix condividevano. E per tutta la vita avrebbe tentato di riunirsi a lui, nella
speranza di ricreare quell'attimo, di godere di quel potere.»
«E magari ci sarebbe riuscita, se Alice non si fosse messa in mezzo»,
dissi. «Credi sapesse che Gina e il fratello lavoravano insieme?»
«Chi può dirlo? Forse si era resa conto che c'era qualcosa di malato nella
loro relazione. Forse le capitò di vedere le foto che le aveva scattato Felix,
e aveva realizzato che quella donna stava risvegliando in lui qualcosa che
era meglio non disturbare.»
«E non ci vuole un genio per capire che Gina non accettava facilmente
di essere ostacolata.»
«La decisione di uccidere tutta quella gente fu la sua reazione all'abban-
dono da parte di Felix. Una reazione assolutamente eccessiva», fece Burke.
«Sì, ma non così insolita», commentò Fisher. «Mi capita spessissimo di
parlare con detenuti che hanno ucciso il partner, e magari qualche altro
membro della famiglia di quest'ultimo, perché non volevano essere scari-
cati. Uomini, soprattutto. Ma anche donne. Sforzatevi di ricordare la se-
quenza degli eventi: il padre inizia a sconvolgerle la mente quando è anco-
ra una bambina; assiste all'omicidio della sorella e si accorge di provare
piacere; la sua famiglia va in pezzi e lei passa da una casa di cura all'altra,
e in alcuni di questi istituti forse è costretta a vedere gli stessi abusi; mal-
trattamenti ed episodi sessuali inappropriati si susseguono. Ciò alimenta in
Gina una sorta di eccitazione per ciò che è distorto, oltre a un senso di in-
giustizia: la vita le ha regalato solo dolori. Unite il tutto e... be' otterrete
una combinazione letale. Mi ha detto di aver sognato molte volte di 'vendi-
carsi': nel sogno, lei cammina lungo la strada e spara a tutti quelli che in-
contra. Vuole cancellare tutti quei sorrisetti idioti e compiaciuti, vuole far
capire a quelle persone com'è realmente la vita. Spesso ha immaginato di
distruggere l'intera città. Anche questo è abbastanza comune, costruirsi u-
n'esistenza parallela, in cui ci si vendica del mondo. Beveva parecchio;
credo che sia alcolizzata, come i genitori, e questo contribuisce a renderla
più disinibita. Tu stessa, Saxon, mi hai raccontato che quel pomeriggio, a
casa sua, ha bevuto molto. E aveva tendenze suicide. Depressione, instabi-
lità, violenza... tutte cose che aveva ereditato dalla famiglia. Soffriva d'in-
sonnia. Si sentiva perseguitata, rifiutata. Uccidere è diventato un modo per
rovesciare quello che aveva vìssuto durante l'infanzia, per trasformare il
senso di impotenza nella consapevolezza di godere di un potere assoluto.»
«E il fratello? Anche Brendan manifestava gli stessi disturbi?»
«Fate vivere a due persone le stesse esperienze, ed esse avranno comun-
que reazioni diverse. C'è sempre un misterioso fattore X che fa la differen-
za, e dubito che riusciremo mai a scoprire di che cosa si tratti. Ma, nel caso
specifico, Brendan Toner non ha dovuto subire quello che ha subito Gina;
il padre non lo iniziò ai suoi giochetti sessuali. La sua infanzia fu trau-
matizzata dall'omicidio di Lucy, a cui reagì tagliandosi fuori dal mondo. Si
chiuse nel suo guscio, perché il dolore fosse più sopportabile. Naturalmen-
te, anche lui dovette inventarsi una nuova esistenza, come la sorella. Di-
venne George Dyer. Ma, fatto questo, per superare il trauma che aveva
dentro dovette imparare a controllare la propria mente. Pensate alla sua ca-
sa: ogni cosa era impersonale, priva di emozioni, segreta.»
«Quello che non capisco», intervenne Grace, «è perché Felix non abboc-
cò ai tentativi di Gina di attirarlo verso il suo modo di pensare. Voglio di-
re, dopo quello che aveva fatto a quella ragazzina...»
«Lei è convinta che, avendo già ucciso una volta, avrebbe potuto farlo di
nuovo? Non è così. Credo che lui sapesse di che cosa era capace, era con-
sapevole dell'oscurità che regnava dentro di lui, la vedeva tutti i giorni, ma
era in grado di controllarla, di sublimare i suoi istinti. Voleva migliorare.
Perse il controllo per un po', quando subì quell'aggressione e rischiò di mo-
rire, e si lasciò trascinare nel mondo di Gina... nel mondo delle sue fanta-
sie, che per tutti quegli anni aveva cercato di tenere a freno. Ma fu salvato
da Alice e lentamente, come confidò quest'ultima a Saxon, superò la crisi e
iniziò a riprendersi.»
«Sicuramente fu uno choc, per lui, scoprire la vera identità di Gina.»
«Sì», disse Fisher. «E non sapremo mai come reagì, interiormente, alla
notizia di avere avuto una testimone, la notte dell'omicidio della piccola
Lucy. Forse, dal punto di vista artistico, apprezzò l'idea delle rivelazioni
disseminate nel suo passato: i riferimenti a T.S. Eliot, la storiella riguardo
alla convivenza con un assassino, il rapporto con Isaac Little, che si divertì
a illudere soltanto per vederlo sulle spine. Nelle sue prime fotografie si era
quasi spinto a mostrare la verità. Ma questo era diverso, la sua relazione
con Gina non era una specie di gioco basato sui riferimenti personali. Era
la guerra. Probabilmente sapeva che, qualsiasi cosa succedesse, lei lo a-
vrebbe ucciso. Aveva i giorni contati. Rubando le prove dei crimini da lei
commessi aveva guadagnato un po' di tempo, ma non abbastanza. Prima
che se ne rendesse conto, anche Toner iniziò a tormentarlo, pedinandolo e
chiamandolo nel cuore della notte per dirgli che l'avrebbe ammazzato. Per
questo decise di contattare la nostra Saxon.»
«Perché proprio lei?» intervenne Burke. «Io ancora non riesco a capire.»
«Ancora una volta sono costretto a ripetere che, probabilmente, non sa-
premo mai che cosa gli passasse per la testa. Credo che, a un certo punto,
non riuscì più a sopportare la situazione. Chiamò lei per lo stesso motivo
per cui Gina ha chiesto di vedere me: conoscevano i nostri nomi, ci aveva-
no visto in TV. Berg le diede appuntamento al faro. Voleva dirle ogni cosa
di Lucy, di Gina, dell'Uomo di Marx. Avrebbe confessato tutto, non gli
importava che cosa sarebbe accaduto.»
«Come fa a sapere tutte queste cose?» chiese Burke.
«Non le so. Se crede, può anche considerarle delle stronzate, io non ho
uno straccio di prova. Ma credo che tutto questo si leghi perfettamente alle
informazioni in nostro possesso. Sono pagato per studiare i comportamen-
ti; non so leggere nella mente, e non sono un sensitivo. Semplicemente, ho
tentato di ricostruire i fatti. Probabilmente, Felix sapeva di non poter fug-
gire per sempre. Così, decise di mettere fine alla caccia. Ma Brendan To-
ner - o George Dyer, chiamatelo come volete - si mise in mezzo, e Berg si
rese conto che, se voleva proteggere Alice, doveva fare una scelta. Forse,
ormai era venuto a sapere del bambino. Sapeva che stava per morire. La
domanda è: che cosa accadde a quel punto? Per difendere la sorella, non
gli restava che fare esattamente quello che Brendan gli aveva ordinato.»
«Gli ci sarà voluto molto coraggio», commentai, notando per la prima
volta un aspetto di Felix completamente diverso da quello che aveva do-
minato i miei pensieri, da quando avevo scoperto il suo ruolo nell'assassi-
nio di Lucy.
«Anche un killer può trovare un po' di nobiltà dentro di sé, quando ne ha
bisogno», concordò Fisher. «E ricordate che a volte un suicidio può rap-
presentare una scelta estremamente coraggiosa.»
Capii immediatamente che cosa stava cercando di dirmi. Tipico di Fi-
sher.
«Lawrence, credi che Toner avrebbe davvero fatto ad Alice quello che
Felix aveva fatto a Lucy?» chiese Miranda, mentre Burke tornava con dei
bei bicchierini colmi di whiskey.
«Ne dubito. Non era un uomo malvagio, dal mio punto di vista. Era infe-
lice, e non era in grado di affrontare la vita comune, per questo si fece
prendere dal panico, quella sera, e accoltellò Dalton, quando questi provò a
catturarlo. Ma è una cosa diversa, rispetto a quanto aveva minacciato di fa-
re ad Alice. Non credo che la incolpasse di ciò che aveva fatto il fratello. È
vero, forse l'aveva coperto, ma anche lui stava coprendo Gina. Erano due
facce della stessa medaglia. Entrambi comprendevano il valore della lealtà.
L'unica cosa che voleva era vederlo soffrire per quello che aveva fatto a
Lucy. E fu accontentato. Ma non sapeva che la fedeltà nei confronti di Gi-
na gli sarebbe costata la vita.»
«Sono davvero felice che l'abbiate presa», commentò Miranda.
«Be', in effetti il merito va alla moglie di Nye», disse Grace. «L'ha colpi-
ta alla testa con un pezzo di legno.»
«Già. Peccato che la botta non sia stata abbastanza forte», commentai.

52

Se n'erano andati tutti, e io ero rimasta di nuovo sola con Grace.


«Immagino che ora Isaac Little tornerà in libertà», osservai.
«Non è colpa tua.»
«E forse si beccherà anche un bel risarcimento per tutti quegli anni tra-
scorsi ingiustamente dietro le sbarre. Una somma che gli permetterà di ri-
farsi una vita da un'altra parte. Magari si comprerà una bella casa, vicino a
un parco giochi...»
«Smettila di torturarti. Stai forse dicendo che avresti preferito non sco-
prire la verità sull'omicidio della piccola Lucy?»
«La verità non è poi così attraente, se va a beneficio di un mostro come
Little.»
«Ogni singola azione ha delle conseguenze impreviste», disse lei pratica.
«Alcune sono destinate a essere negative. Ma se ti lasci bloccare da questa
prospettiva, allora non farai mai nulla.»
«E che mi dici di Alice? Non è mai stata menzionata, in questa faccen-
da.»
«Alice si è suicidata, semplicemente.»
«Semplicemente?» ripetei. Pensavo a Sydney.
«Sai che cosa voglio dire. Non c'è nessun mistero, riguardo alla sua mor-
te. Stava per avere un bambino, il padre era morto, ed era suo fratello. E
poi...»
«Cosa?»
«Abbiamo trovato un nastro, in casa sua.»
«Che tipo di nastro?»
«Un video girato da lei stessa, la sera in cui morì. Non sapevo se dirtelo
o meno, non ero sicura che volessi vedere una cosa del genere. Poi, ho
pensato che alla fine saresti venuta a saperlo. Tutto, presto o tardi, salta
fuori.»
«Quando è stato ritrovato?»
«Me ne hanno parlato per la prima volta ieri mattina, dopo l'incendio a
casa di Strange. Un'amica di Alice era passata a casa della donna per porta-
re via le sue ultime cose. Ha trovato la cassetta nel videoregistratore. È sta-
to un caso, l'apparecchio era rivolto verso la parete; quando gli agenti han-
no setacciato l'abitazione in cerca di un biglietto, non hanno pensato che,
invece, potesse aver lasciato una videocassetta.»
«Che cosa c'è registrato?»
Esitò. Quindi camminò fino alla borsa che aveva appoggiato sul tavolo e
ci infilò una mano. Prese il video e me lo passò.
«Ecco, ho fatto fare una copia per te.»
Rimasi a fissare la cassetta per diverso tempo, quasi avessi paura di toc-
carla.
Poi allungai una mano e la presi.
Non mi morse.
«Tu l'hai già guardata?» le chiesi.
Scosse la testa.
«Mi hanno raccontato che cosa contiene. E ho preferito evitare.»
E io, invece?
Mi domandai che cos'avrei fatto se qualcuno mi avesse detto che esiste-
va un filmato degli ultimi istanti di vita di Sydney. Sarei stata abbastanza
forte da osservarla mentre usciva da casa e si dirigeva verso la ferrovia?
L'avrei guardato?
Sì. Capii che l'avrei fatto. Non sarei riuscita a fermarmi. Volevo sapere.
Era questa la mia debolezza.
Grace non mi chiese che cosa avessi intenzione di fare. Aveva il dono
straordinario di capire sempre quando era meglio parlare, e quando tacere.
Quando era meglio lasciare tutto come stava. Dal giorno in cui ne aveva-
mo parlato, non mi aveva più chiesto niente riguardo a Sydney. Sapeva
che, se me la fossi sentita, ne avrei discusso con lei. Ma se pensavo che
non fosse il momento giusto, era del tutto mutile provare a farmi cambiare
idea. Mi piacerebbe possedere quel dono. Al contrario, io di solito insisto e
faccio pressione, e non capisco mai quando è meglio lasciar perdere.
«Grazie», le dissi posando il video sulla scrivania.
Ci facemmo un altro drink, e parlammo di Gina. Il giorno dopo sarebbe
comparsa in tribunale, dove sarebbe stata formalmente accusata e dove sa-
rebbe stata fissata una data per l'udienza. Era quella la cosa peggiore della
giustizia, l'indagine finiva, ma le scartoffie si susseguivano all'infinito.
Grace non mancò di fare un apprezzamento sardonico riguardo allo
splendido aspetto che aveva assunto il mio appartamento, grazie alle puli-
zie cui avevo dovuto sottoporlo dopo la visita inaspettata di Gina.
«Sarà meglio che vada», disse infine, quando le offrii un altro drink.
«Ho delle cose da fare.»
Il suo solito tatto.
Vederla andare via mi riempì di tristezza, ma sapevo di avere una cosa
che dovevo affrontare da sola. Comunque, mi ci volle un po' di tempo pri-
ma di riuscire a estrarre la cassetta dalla custodia, per poi infilarla nel vi-
deoregistratore. E non so dire quanto passò, prima che mi decidessi a pre-
mere PLAY.
Sullo schermo apparve Alice.
Mi era già capitato, in passato, di vedere filmati di gente che moriva.
Uomini. Donne. Una volta persino un bambino. All'FBI ce li mostravano
durante l'addestramento, e io avevo imparato a guardarli senza battere ci-
glio, fingendo che si trattasse di una lezione di scienze... anche se le vitti-
me urlavano, supplicavano.
Questo, però, era diverso.
Alice non aveva nessuno da implorare. Era sola in casa, e la videocame-
ra era puntata su di lei. La guardava rapita mentre afferrava le boccette e
rovesciava le pillole sul tavolo, dove rimbalzavano rumorosamente, e le
faceva passare attraverso le dita, separandole secondo uno schema che solo
lei riusciva a capire.
Iniziò a inghiottirle, una per una: prima la bianca, poi la blu, la gialla, la
rosa... le portava alle labbra, facendole sciogliere sulla lingua e poi le but-
tava giù con dell'acqua. Ogni tanto si alzava in piedi e ballava, saltando in
giro per la stanza, separandosi lentamente dal suo vero io, fino a quando
ebbi l'impressione che sul nastro ci fossero due persone: Alice e un'altra
donna, che le assomigliava ma non era lei. Si giravano intorno, caute, cal-
me e misteriose, sospettose come due gatte che non si sono mai incontrate.
Poi le pillole fecero effetto, e lei sembrò diventare una micia che vede per
la prima volta la sua immagine riflessa nello specchio, e all'inizio è al-
larmata e decisa a ignorare l'altra presenza. Quindi, prese a ingoiare le pil-
lole a due, tre alla volta... e aumentò, fino a quando sul tavolo non ne rima-
sero più. Restò solo il bicchiere, incollato al piano dagli schizzi d'acqua.
Alice si sedette e guardò nella videocamera... no, attraverso la videoca-
mera come se stesse fissando me o, più semplicemente, chiunque ci fosse
dall'altra parte. Aveva un'espressione confusa, come se noi spettatori rap-
presentassimo un mistero incomprensibile almeno quanto il suo. Come se
fosse lei a provare dispiacere per le persone che la stavano guardando, e
non il contrario.
Poi si avvicinò. E spense.
Al suo posto, lo schermo grigio e un ronzio di sottofondo.
Un sibilo, simile a quello della pioggia.
Fissai quell'immagine per un po', notando dei motivi che prima non c'e-
rano... Poi premetti STOP, e consegnai all'oblio il muto testamento di Ali-
ce. Proprio com'era successo a lei.
A Sydney.
Spensi l'apparecchio e camminai fino alla finestra; aprii la porta a vetri e
uscii sul terrazzo. Guardai il cielo stellato. Ormai la bella stagione era alle
porte. L'aria si sarebbe fatta più tiepida, piena di profumi. I nomi delle
piante mi vagavano per la testa, privi di significato: non avevo mai impara-
to a riconoscerle, erano solo dei nomi che mi ricordavano che la primavera
finalmente era arrivata, e che quello che sentivo nell'aria era il suo profu-
mo, qualunque esso fosse. Anche se preferivo il freddo, ero felice che pre-
sto ci avrebbe dato una tregua. Quella appena passata era stata una stagio-
ne cupa, e non volevo si prolungasse oltre. Abbassai lo sguardo sulla città,
ed ebbi quasi l'impressione di comprendere la rassegnazione di Alice, la
sua decisione di arrendersi. Morire, dormire.
Ma morte e sonno non sono la stessa cosa, è solo una sciocca bugia. Mo-
rire non significa dormire in una stanza accanto, non c'è nessun'altra stan-
za, la morte è il nulla. Troppe volte ne ero stata testimone, per fingere che
non fosse così, non c'era modo di rendere meno amaro quel concetto. Ma
perché scegliere la morte, quando avevi un'alternativa? Le luci della città
che vedevo davanti a me, la sirena di un'auto della polizia che girava l'an-
golo di St. Stephen's Green e si dirigeva verso ovest, scomparendo... Men-
tre ero lì in piedi e pensavo ad Alice, sentii un forte ardore dentro di me, e
a provocarlo erano proprio quel caos, quel rumore. Tutto questo non sareb-
be mai finito... mai. E non doveva finire, o non sarebbe rimasto più nulla.
Al suo posto, sarebbe scesa l'oscurità.
Ma ero stanca. Ed era tardi.
Chiusi le porte e andai nel bagno. Aprii l'armadietto e trovai le pillole
per dormire, quelle che Grace mi aveva detto di gettare nello scarico diver-
si giorni prima.
Ne tirai fuori un paio e le appoggiai sul bordo del lavandino. Le altre le
gettai nel gabinetto, osservandole galleggiare per qualche istante. Poi tirai
l'acqua.
Non ne avevo più bisogno.
Cioè, non ne avrei più avuto bisogno dal giorno successivo. Quella sera,
però, mi sarei goduta le ultime due. Avrei puntato la sveglia, non troppo
presto, e le avrei fatte sciogliere sulla lingua, sdraiata sul mio letto. E non
avrei pensato a nulla; non avrei sognato nulla... perché questa, a volte, è la
cosa migliore. Talvolta la luce è troppo forte.
Mi sarei abbandonata al buio.
Soltanto per un po'.
Per l'ultima notte.
E l'oscurità sarebbe stata la benvenuta.

FINE