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Agosto 2004. Archy si prende cura di un neonato non suo per allenarsi ad accudire il primo figlio in arrivo.

L’amico e socio
Nat rimugina sui presagi di sventura che aleggiano attorno al loro negozio di dischi, il Brokeland Records, tempio dei vinili
usati tra Berkeley e Oakland.
Le loro mogli Gwen e Aviva, ostetriche a cui si deve l’ingresso nel mondo di un migliaio di concittadini, raggiungono una
paziente per un parto difficile in una casa di legno affacciata sul canyon. Julie, figlio quindicenne di Nat e Aviva, si innamora
di Titus, venuto dal Texas e dal passato di Archy. Attorno a loro, una ragazza etiope con occhi da cerbiatta e dita che
odorano di spezie, un impresario di pompe funebri abituato a immaginare una lapide appropriata per ogni persona che
incontra, un campione di kung fu che negli anni Settanta era stato una gloria del cinema nero, un anziano musicista con un
pappagallo intelligente e sboccato appollaiato sulla spalla e perfino, in un cameo, il futuro senatore e presidente Obama.
Mentre l’ex campione di football Gibson Goode, quinto uomo di colore più ricco d’America, percorre sul suo dirigibile nero e
rosso i cieli della California settentrionale, pronto a sbarcare in Telegraph Avenue, a pochi isolati dal Brokeland, con uno dei
suoi giganteschi megastore… Il nuovo libro di Michael Chabon è il grande romanzo americano che restituisce la nostalgia di
un passato sognato e l’esuberante vitalitìà dei tempi nuovi: generoso, toccante, fantasioso, epico eppure profondamente
umano, con una prosa pirotecnica come il jazz venato di funk prediletto dai suoi protagonisti.
MICHAEL CHABON è nato a Washington nel 1963 e vive a Berkeley con la moglie e i quattro figli. Rizzoli ha pubblicato nel
2001 Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay (Premio Pulitzer 2001) e in seguito Wonder Boys (2002), I misteri di
Pittsburgh (2003), Soluzione finale (2005), Lupi mannari americani (2006), Il sindacato dei poliziotti yiddish (2007) e Uomini
si diventa (2010).
Michael Chabon

Telegraph Avenue

Traduzione di Matteo Colombo e Massimo Birattari


Proprietà letteraria riservata
© 2012 by Michael Chabon
All rights reserved
© 2013 RCS Libri S.p.A., Milano

ISBN 978-88-58-64873-5

Titolo originale dell’opera:


telegraph avenue

Prima edizione digitale 2013 da edizione giugno 2013

In copertina:
Art Director: Francesca Leoneschi
Grafica e illustrazione: Andrea Cavallini
per theWorldofDOT

www.rizzoli.eu

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Telegraph Avenue
Ad Ayelet, dal momento in cui cala la puntina
fino al solco più interno
«Chiamatemi Ismaele.»
– Ishmael Reid, probabilmente
I
Sogno di panna
Un ragazzo bianco, piedi piatti su uno skateboard, si faceva trainare, mano su una
spalla, da un ragazzo nero che pedalava su una bici a scatto fisso senza freni. Buio
mattino d’agosto, appena prima dell’alba, nel profondo delle Flatlands. Sibilo di gomme.
Disfacimento granulare di ruote di skateboard sull’asfalto. La Berkeley estiva che
sprigionava il suo odore di vecchia signora, nove diverse fragranze di gelsomino e uno
schizzetto di gatto maschio.
Il ragazzo nero si alzò sulle gambe, togliendo le mani dal manubrio. Il ragazzo bianco
sganciò i vagoni del loro minuscolo treno. Incrociando le braccia, il ragazzo nero si afferrò
il bordo della T-shirt e se la sfilò. Indugiò con la testa nella maglietta, senza fretta,
mentre avanzavano verso la successiva pozza di luce di lampione che andava sfumando.
Nel giro di un momento, forse, il ragazzo nero si sarebbe tolto del tutto la maglietta e
l’avrebbe fatta sventolare come una bandiera dalla tasca posteriore. Il ragazzo bianco
avrebbe scalciato e spinto col piede, allungandosi in cerca di un lampo di nuda pelle scura
contro il palmo. Ma per ora il ragazzo sullo skateboard si limitava a veleggiare dietro il
cieco scavezzacollo, facendosi tagliare il vento.

Morbido di lineamenti, montagnoso, moderatamente fumato, Archy Stallings presidiava


il bancone del Brokeland Records, reggendo in braccio un bambino non suo. Indossava un
vestito di velluto marrone chiaro sopra un maglione dolcevita arancio zucca che rafforzava
la somiglianza, ben nota ma non sfavorevole, con Gamera, la gigantesca tartaruga
mutante del cinema giapponese. Mentre con il braccio sinistro teneva stretto il bambino,
con la mano destra, libera, frugava nell’ottavo scatolone (su quindici) dell’eredità
Benezra: come Archy, i dischi dello scatolone numero 8 mostravano una preferenza per
un jazz grasso e saporito, con una generosa vena funk. Electric Byrd (Blue Note, 1970).
Johnny Hammond. I primi due album solisti di Melvin Sparks. Charles Kynard, Wa-Tu-Wa-
Zui (Prestige, 1970). Procedendo all’inventario del lotto, Archy ascoltava, talvolta
strizzando gli occhi, la pressoché intatta stampa quadrifonica di Fingers di Airto (CTI,
1973), suonata dal fedele Quadaptor del negozio, un meraviglioso aggeggio che Nat Jaffe
aveva ripescato da un cassonetto e Archy restaurato (nell’esercito, era stato elettricista di
elicotteri, e aveva accumulato – l’ultima volta che si era preoccupato di controllare – il
37,5 per cento dei crediti necessari per una laurea breve in elettrotecnica alla San
Francisco State University).
La scienza della catalogazione con una mano sola: estrarre un disco dallo scatolone,
poi la fodera di carta dalla copertina; infilare le dita nella fodera; scodellare il vinile con i
polpastrelli, senza toccare altro che l’etichetta; inclinare il disco verso la luce del mattino
che filtra dalla vetrina. Quella luce della East Bay, uniforme e rivelatrice, penetrante e
comprensiva, sempre pronta a dire tutta la verità sulle condizioni di un disco. (Nat Jaffe
sosteneva tuttavia che il merito non fosse della luce ma della vetrina, una grande, solida
lastra di vetro di Pittsburgh vaccinata contro ogni possibile stronzata durante il periodo in
cui il locale che adesso ospitava il Brokeland Records era stato la bottega di un barbiere,
Spencer.)
Archy ondeggiava, con gli occhi chiusi, assaporando il peso del bambino, l’odore di
brillantina emanato dalla linea di basso di Ringo Thielmann, il ricordo degli occhi puntati
verso l’alto di Elsabet Getachew mentre il giorno prima gli faceva un pompino nella sala
privata del ristorante etiopico Queen of Sheba. Ripensava alla curva catenaria del suo
labbro superiore, alla punta della sua lingua che gli faceva addis abeba sulla corda di mi
dell’uccello. Ondeggiava assaporando quel sabato mattina, appena prima che le scarpe
del vicinato superassero la porta del negozio lasciandosi dietro una scia di cattive notizie,
come se potesse andare avanti così per tutto il giorno, per sempre.
«Povero Bob Benezra» disse Archy al bambino non suo. «Non lo conoscevo, ma mi
dispiace per lui. Essere costretto a lasciare tutti questi bei dischi. Per questo non posso
che essere ateo, Rolando: guarda un po’ tutti i vinili che quel pover’uomo ha dovuto
abbandonare.» Il bambino non era troppo piccolo per cominciare ad apprendere la dura,
fredda verità, gli aspetti cruciali dell’intera faccenda. «Che razza di paradiso è, se uno non
può portarsi dietro i suoi dischi?»
Il bambino, rendendosi forse conto che era puramente retorica, non fece nessun
tentativo di rispondere alla domanda.

Nat Jaffe si presentò al lavoro con la luna storta, come gli capitava cinque volte su
undici o, per essere generosi, quattro su nove. Intrappolato nel casco da astronauta del
suo malumore, il povero Nat non aveva modo di sapere se l’atmosfera fosse respirabile, e
nessuna spia che potesse avvisarlo che la sua riserva d’ossigeno era esaurita. Fece
scattare la serratura, con le chiavi che sbattevano contro la porta, lavorando anche lui
con una mano sola, per via di uno scatolone di dischi infilato sotto il braccio sinistro. Entrò
veloce e a testa bassa, canticchiando piano fra sé; canticchiando i cambi di accordi
interessanti di una canzoncina pop per il resto insulsa; canticchiando una lettera di fuoco
allo sciatto proprietario del salone di manicure due isolati più indietro, o al direttore
dell’«Oakland Tribune», la cui pagina delle lettere adornava spesso con la sua ira;
canticchiando i primi frammenti di una nuova teoria sull’interrelazione fra la bossa nova e
l a nouvelle vague; canticchiando perfino quando non emetteva alcun suono, perfino
quando dormiva: dentro le ossa di Nathaniel Jaffe c’era sempre qualche corda che
vibrava.
Chiuse la porta, fece scattare il chiavistello, posò lo scatolone sul banco e appese il
cappello di feltro a righine grigie su nerofumo a uno dei nove doppi ganci risalenti
anch’essi all’epoca del barbiere. Si passò un dito sui capelli neri, più crespi di quelli di
Archy, con l’attaccatura che andava arretrando. Si voltò, raddrizzò il nodo della cravatta –
larga, alla moda, nera con puntini color argento – mentre prendeva nota dello stato della
scatola 8 e insieme faceva ruotare la testa sulle giunture del collo, come se in quello
scricchiolio di ossa e tensione risiedesse la speranza di liberarsi da ciò che lo costringeva
a canticchiare.
Andò verso il retro del negozio e scomparve oltre la tenda a perline, sulla quale suo
figlio, Julie, aveva minuziosamente dipinto l’immagine di Miles Davis in versione santo
messicano, san Miles col cuore sofferente a vista, avviluppato in un intrico di spine. La
somiglianza non era proprio perfetta, certo, ad Archy ricordava piuttosto Mookie Wilson,
ma non doveva essere facile dipingere un ritratto su un migliaio di perline da un
centimetro, e ben pochi a parte Julius Jaffe avrebbero potuto anche solo concepire l’idea,
figuriamoci provarci. Un minuto dopo Archy udì lo sciacquone del bagno, seguito da uno
spasmo di tosse furiosa, e poi il padre di Julie tornò in negozio, pronto a bruciare un’altra
giornata.
«Di chi è quel bambino?» chiese.
«Quale bambino?» disse Archy.
Nat aprì la serratura dell’entrata e girò il cartello per informare il mondo che il
Brokeland era aperto. Fece fare al cranio un altro giro sulla colonna vertebrale, canticchiò,
tossì di nuovo. Quasi raggiante di cattiveria, si voltò quindi verso il socio. «Siamo
completamente fottuti» disse.
«Statisticamente, è molto probabile» disse Archy. «Nello specifico, come mai?»
«Sono appena stato da Singletary.»
Il padrone dei locali, Garnet Singletary, il Re del Lusso, vendeva anelli d’oro e catenine
al metro, tre civici prima del Brokeland. Possedeva l’intero isolato, più una decina e passa
di proprietà sparse per West Oakland. Negozi, attività commerciali. Singletary era una
balena che, nella sua rotta migratoria attraverso il vicinato, raccoglieva informazioni,
inghiottiva tutti i pettegolezzi e filtrava i bocconi sostanziosi attraverso i suoi instancabili
fanoni. Non aveva mai scucito un dollaro dopo aver rovistato fra le casse di dischi del
Brokeland, ma era ugualmente un frequentatore abituale, e si fermava un giorno sì e uno
no soltanto per un’ispezione. Per monitorare i livelli di verità e di stronzate che
galleggiavano nella corrente locale.
«Allora?» disse Archy. «Cos’ha da dire Singletary?»
«Ha detto che siamo fottuti. Sul serio, perché hai un bambino in braccio?»
Archy abbassò gli occhi su Rolando English, un ometto color ruggine con una boccuccia
tenera e morbidi ricci castani tutti sudati e appiccicati alla testa, infilato in un body
azzurro e quindi avvolto in una coperta di cotone gialla. Archy soppesò Rolando English,
sentendo un appagante sciabordio provenire dall’interno. La madre di Rolando English,
Aisha, era figlia del Re del Lusso. Archy si era offerto di tenerle Rolando per la mattinata,
magari comprando quelle due o tre cose di cui il bambino aveva bisogno e così via. Sua
moglie era incinta del loro primo figlio, e l’idea di Archy era che, vista l’imminente
paternità, avrebbe potuto fare un po’ di pratica in attesa del primo ottobre, termine
previsto, e magari alleviare lo shock di trovarsi, all’età di trentasei anni, nella condizione
di apprendista padre. Così lui e Rolando si erano spinti fino alla farmacia Walgreens, e in
una così bella mattina d’agosto ad Archy la passeggiata non era affatto dispiaciuta. Aveva
investito trenta dollari di Aisha in pannolini, salviettine, latte in polvere, biberon e
tettarelle – Aisha gli aveva lasciato una lista – dopodiché si era seduto sulla panchina alla
fermata dell’autobus davanti al Walgreens, dove lui e Rolando si erano cambiati un
pannolino puzzolente e avevano fatto uno spuntino, Archy svuotando con metodo un
sacchetto di ciambelle glassate della United Federation of Donuts, Rolando English
costretto ad accontentarsi di un biberon di latte Gerber.
«Questo qui è Rolando» disse Archy. «Me lo sono fatto prestare da Aisha English. Non si
può dire che faccia granché, almeno per il momento, ma è carino. Allora, Nat, dalle tue
dichiarazioni mi par di capire che per qualche motivo siamo fottuti.»
«Ho incontrato Singletary.»
«E ti ha raccontato un po’ di retroscena.»
Nat fece ruotare lo scatolone di dischi che si era portato dietro, trentacinque, quaranta
dischi in un cartone di Chiquita, e si mise a scorrerli distrattamente. All’inizio Archy pensò
che venissero da casa di Nat, vinili della sua collezione che aveva deciso di vendere, o
dischi che si era portato a casa per esaminarli meglio, visto che il confine tra i beni privati
dei proprietari e l’inventario del negozio veniva osservato con disinvolta pignoleria. Poi
Archy si accorse che erano tutte erbacce. Un disco di Juice Newton, uno brutto, tardo dei
Commodores, canzoni di Natale degli Orsetti del cuore. Spazzatura, frutta cresciuta sul
ciglio della strada, l’amaro residuo di una svendita da cortile. C’era sempre qualche
raccolta di dischi orfana che chiamava i due soci, un segnale d’angoscia che solo Nat e
Archy riuscivano a udire. «Quest’uomo potrebbe andare in Antartide» aveva detto una
volta Aviva Roth-Jaffe del marito «e tornarsene con una scatola di 78 giri.» Adesso,
scoraggiato e speranzoso, Nat setacciava il suo ultimo ritrovamento: ogni disco era
potenzialmente qualcosa di grande, anche se le probabilità che si rivelasse davvero tale
diminuivano di un decimo man mano che il cattivo gusto di chi li aveva gettati si rivelava
un po’ meno casuale.
«“Andy Gibb”» disse Nat, senza nemmeno preoccuparsi di caricare le parole di
disprezzo, limitandosi a infilare due fantasmi di virgolette ai lati del nome come se si
trattasse di un noto pseudonimo. Estrasse una copia di After Dark (RSO, 1980) e lo
sottopose al vaglio di Rolando English. «A te Andy Gibb piace, Rolando?»
Rolando English parve considerare l’ultimo album pubblicato dal più giovane dei fratelli
Gibb con maggiore magnanimità del suo interlocutore.
«Comunque concordo, è carino» disse Nat, e il suo tono implicava che non si sarebbe
spinto oltre, come se lui e Archy avessero litigato, cosa che, a quanto Archy ricordava,
non corrispondeva alla realtà. «Da’ un po’ qui.»
Archy passò il bambino a Nat, e solo dopo essersi alleggerito del peso sentì un crampo
alla spalla. Nat lo afferrò sotto le ascelle con entrambe le mani e lo sollevò, mettendosi
faccia a faccia con Rolando English, che se la cavava molto bene a tenere su la testa, e
sosteneva lo sguardo di Nat con l’aria di voler fare un favore, ad Andy Gibb, a Nat Jaffe, a
chiunque. Il canto a bocca chiusa di Nat divenne dolce come una ninna nanna mentre i
due si studiavano a vicenda. Il piccolo Rolando aveva una consistenza gradevole,
compatta, da calzino riempito di altri calzini arrotolati, un peso denso e sonnacchioso, non
come certi neonati in cui ci si imbatte ogni tanto, simili a galline pelle e ossa con le ali
che sbattono.
«Una volta ce l’avevo anch’io, un neonato» disse Nat, con una nota malinconica nella
voce.
«Me lo ricordo.» Era più o meno l’epoca in cui Archy aveva conosciuto Nat, a un
matrimonio al Naturfreunde Club del Joaquin Miller Park. Archy era appena tornato dalla
Guerra del Golfo e si era presentato all’ultimo secondo per sostituire il bassista della band
di Nat. Adesso Julius, l’ex neonato, aveva quindici anni ed era, almeno per Archy, più o
meno lo stesso tenero schizoide di sempre. Quello che percepiva armonie segrete,
scriveva poesie in klingon, si dipingeva sulle unghie faccine di Jack Skeletron. Che da
piccolo andava all’asilo in calzamaglia e tutù, poi tornava a casa a guardare Color Me
Barbra. Già a tre, quattro anni era incline come suo padre alle tirate interminabili. Aveva
la stessa tendenza a restare impigliato nelle sottigliezze di una domanda. Ultimamente,
però, sembrava passasse la maggior parte del tempo a trasmettere messaggi in un
codice segreto adolescenziale, decifrabile solo dai genitori e progettato per farli uscire
pazzi.
«Così piccoli sono carini» disse Nat. «Sanno baciare come gli eschimesi.» Nat e Rolando
eseguirono, mettendosi naso contro naso, il bambino che se ne stava lì, tollerante. «Sì,
Rolando è un tipo a posto.»
«Anche secondo me.»
«Ha un buon controllo della testa.»
«Vero, eh?» fece Archy.
«Ecco perché lo chiamano Controllore Capo. Vero? Certo. Controllore Capo. Ti fa venir
voglia di mangiarlo.»
«Suppongo di sì. Anche se non mi capita spesso di mangiarli, i bambini.»
Nat studiò Archy come Archy aveva studiato il lato a della copia di Kulu Sé Mama
(Impulse!, 1967) del defunto Bob Benezra, in cerca di qualche ragione per abbassarne il
valore.
«Così stai facendo pratica, eh? L’idea è quella?»
«L’idea è quella.»
«E come sta andando?»
Archy scrollò le spalle, con la stessa aria di modesto eroismo con cui le scrolleresti se ti
chiedessero come hai fatto, in nome di Dio, a salvare cento orfani intrappolati in un aereo
in fiamme dopo la collisione con un asteroide. Mentre faceva il disinvolto con Nat, Archy
sapeva – sentiva, così come sentiva quel dolore a forma di bambino nel braccio sinistro –
che la sua predisposizione o la sua disponibilità a occuparsi di Rolando English – per
un’ora, un giorno, una settimana – non avevano assolutamente nulla a che fare con la
sua disponibilità o la sua predisposizione a fare da padre al bambino che in quel
momento stava apportando gli ultimi ritocchi al proprio sistema respiratorio e a quello
endocrino nel buio laboratorio del grembo di sua moglie.
Pulire un sedere, far schizzare un po’ di latte artificiale da una tettarella, asciugare il
vomito con uno strofinaccio non era altro che una serie di compiti e procedure, una
sequenza di passi, proprio come il resto della vita. Doveri da svolgere, parti noiose da
sopportare, turni da sobbarcarsi. Mettere all’opera i propri processi mentali per districare
una ritmica complicata di On the Corner (Columbia, 1972) o un oscuro passo dei Ricordi
(Archy stava rileggendo per la novantatreesima volta Marco Aurelio), farsi strada con una
mano sola in una scatola di dischi interessanti, e prima che te ne rendessi conto arrivava
l’ora del pisolino, la mamma tornava a casa e tu eri libero di riprendere le tue faccende.
Era come nell’esercito: stai all’erta, trovati un posto fresco e asciutto dove parcheggiare
la testa, e tieni duro finché non è finita. Con la differenza, naturalmente (si rese conto,
sperimentando il pressing a tutto campo di una paura che flirtava con lui da mesi, di
solito verso le tre del mattino, quando il continuo rigirarsi della moglie incinta gli
disturbava il sonno, un panico che le sessioni di pratica con Rolando English avrebbero
avuto lo scopo – ahimè mai raggiunto – di alleviare) che sarebbe durata per sempre. Alla
fine della condizione di padre non arrivavi mai: poco importava dove parcheggiavi la
mente o quanti passaggi della serie seguivi. O se morivi. Vivo o morto o lontano mille
miglia, saresti sempre stato immerso fino al collo in un lavoro che non era né una
procedura né una serie di sequenze, ma piuttosto qualcosa che pretendeva la tua piena e
costante attenzione senza necessariamente richiedere che tu facessi o portassi a termine
o dicessi qualcosa. Il padre di Archy aveva abbandonato lui e la madre quando Archy non
era molto più grande di Rolando English, e anche se per alcuni anni, mentre la sua stella
era brevemente in ascesa, Luther Stallings aveva continuato a farsi vedere, a pagare in
tempo gli alimenti per il figlio, a portare Archy alle partite degli Oakland Athletics o in
qualche parco dei divertimenti (come il Marriott’s Great America), c’era qualcosa d’altro
che competeva al vecchio Luther e che invece non si era mai materializzato, una parte di
lui che non si presentava all’appuntamento, neppure quando si trovava al fianco di Archy.
La paternità imponeva un impegno ben più gravoso dei tuoi soldi, del tuo corpo, del tuo
tempo, una presenza non fisica e non misurabile con gli orologi: senza fine, eterna e
invisibile, come il vincolo della gravità per le stelle.
«Eh, sì» fece Nat. Per un secondo, la corda sempre tesa dentro di lui si allentò. «Così
piccoli sono carini. Poi crescono, smettono di lavarsi e si fanno le seghe nei calzini.»
Un’ombra si stagliò sulla porta a vetri, e un attimo dopo entrò S.S. Mirchandani, con
un’aria afflitta. E lui aveva una faccia che pareva fatta apposta per il lutto, occhi cadenti,
guance cadenti, una lamentosità che ristagnava nella pozza d’inchiostro della barba.
«Signori miei» disse, e c’era sempre qualcosa di nostalgico e appropriato nella sua
pronuncia britannica, un ricordo di tempi migliori e più civili, «siete fottuti.»
«Me lo sento dire in continuazione» disse Archy. «Che cosa è successo?»
«Dogpile» disse Mirchandani.
«’Fanculo il Dogpile» confermò Nat, che aveva ripreso a canticchiare.
«Cominciano i lavori fra un mese.»
«Un mese?» chiese Archy.
«Il mese prossimo! Così ho sentito. Il nostro amico Singletary stava parlando con la
nonna di Gibson Goode.»
«E ’fanculo anche Gibson Goode» disse Nat.
Sei mesi prima, Gibson «G Bad» Goode, ex quarterback dei Pittsburgh Steelers, più
volte votato miglior quarterback della National Football League, oggi presidente e
amministratore delegato di Dogpile Recordings e Dogpile Films, direttore della Goode
Foundation e quinto uomo di colore più ricco d’America, era arrivato a Oakland a bordo di
un dirigibile personalizzato rosso e nero e, durante una conferenza stampa a fianco del
sindaco, aveva rovesciato sul tavolo tutta una serie di progetti per aprire un secondo
Dogpile «Thang» in Telegraph Avenue, a due isolati dal Brokeland Records, dove anni
prima si trovava il vecchio supermercato Golden State. Perfino più grande del suo
gigantesco predecessore vicino a Culver City, il Thang di Oakland avrebbe ospitato un
cinema con dieci sale, una serie di ristoranti, un’enorme sala giochi e una galleria da venti
negozi ancorata ai tre piani del Dogpile Mediastore, un piano per la musica, uno per i
video e uno per il resto (libri, più che altro). Come il Dogpile di Fox Hills, il punto vendita
di Oakland avrebbe offerto un’ampia selezione di interesse generale, più una sezione
specializzata dedicata alla cultura afroamericana, «in tutta» come si era espresso Goode
nella conferenza stampa «la sua variegata ricchezza». Le tasche di Goode erano
profonde, e le sue ambizioni imperiali si fondevano con un senso di responsabilità sociale:
l’idea di fondo dei Thang non era semplicemente far soldi, ma restaurare in un sol colpo il
cuore commerciale di un quartiere nero sorto durante l’epoca d’oro della costruzione delle
autostrade in California. Nella conferenza stampa non era venuto fuori, ma a giudicare da
come funzionavano le cose al Thang di Los Angeles era prevedibile che l’intenzione fosse
quella di vendere non solo novità e cd a prezzi scontatissimi, ma anche materiali usati e
rari, come vinili originali di jazz, funk, blues e soul.
«Non ha ancora i permessi e via dicendo» sottolineò Archy. «Il mio amico Chan Flowers
si è messo in mezzo con gli studi sull’impatto ambientale, il traffico, roba così.»
Il proprietario e direttore della ditta di pompe funebri Flowers & Figli, con sede in
Telegraph Avenue, esattamente di fronte al futuro Dogpile, era anche il loro consigliere
comunale. Al contrario di Singletary, il consigliere Chandler B. Flowers era un collezionista
di dischi e uno scialacquatore entusiasta, e i due soci, pur senza comprendere del tutto le
ragioni della sua dichiarata opposizione al progetto del Dogpile, confidavano in lui, e nella
sua promessa d’aiuto.
«Qualcosa deve aver fatto cambiare idea al nostro caro consigliere» disse S.S.
Mirchandani sfoderando il suo miglior tono alla James Mason: malizioso e annoiato, e
piano con quel vermouth.
«Oh» disse Archy.
A West Oakland non c’era nessuno più combattivo o più carico di Chandler Flowers, e il
qualcosa che doveva avergli fatto cambiare idea non potevano certo essere le
intimidazioni.
«Non lo so, signor Mirchandani. È un fratello che deve pensare alle elezioni» disse
Archy. «Alle primarie è passato per un soffio. Magari sta cercando di movimentare un po’
la base, darle una scossa. Una botta di energia alla comunità. O vuole approfittare
dell’aura di una star come Gibson Goode.»
«Di sicuro» rispose Mirchandani, con occhi che dicevano ma figuriamoci. «Ci sarà per
forza una spiegazione innocente.»
Tangenti, sottintendeva. Una bustarella. Chiunque riuscisse, come il signor
Mirchandani, a governare un flusso continuo di cugini e nipoti che dal Punjab venivano a
rifare i letti nei suoi motel e a lavare auto nelle sue stazioni di servizio senza incappare
nelle autorità di un Paese né dell’altro, tendeva naturalmente a far correre i pensieri su
quei binari. Per Archy era quasi impossibile immaginare Flowers – uomo molto formale,
affabile, perennemente corretto, un eroe del quartiere dai tempi di Lionel Wilson – che
prendeva tangenti da un ex quarterback con manie di grandezza, ma a onor del vero
Archy tendeva a compensare il suo atteggiamento ipercritico sulle condizioni dei vinili con
un’eccessiva indulgenza nei confronti degli esseri umani.
«Comunque, ormai è tardi, no?» chiese Archy. «La trattativa è fallita. La banca si è
tirata indietro. Goode ha perso i finanziamenti. Non era finita così?»
«Io di football americano non ne capisco molto» disse S.S. Mirchandani, «ma mi hanno
detto che, quando giocava, Gibson Goode era famoso per un numero chiamato
scramble.»
«Già. Superare la difesa con una finta e mettersi a correre» disse Nat. «Per un bel po’ di
anni, placcarlo è stato praticamente impossibile.»
Archy riprese in braccio il bambino. «Sgusciava come un’anguilla, il figlio di puttana»
confermò.

Mister Nostalgia – quarantaquattro anni, baffi da tricheco, occhiali da nonna, camicia


hawaiana XXL Reyn Spooner (palme, ciuffi d’erba, station wagon adorne di tavole da
surf), in piedi dietro il patchwork fluorescente del suo tavolo da espositore (costato
cinquecento dollari), sul lato opposto del corridoio di cemento lucidato e a tre stand di
distanza dallo spazio autografi, sotto uno striscione di due metri e mezzo con la scritta
L’ANGOLO DI MISTER NOSTALGIA – masticava una caramella gommosa a forma di pesce e non

riusciva a credere ai suoi occhi, cazzo.


«Ehi!» gridò mentre la banda di scagnozzi si avvicinava al suo tavolo: due bianchi
massicci con la giacca blu della sicurezza e un bestione nero, guardia del corpo di Gibson
Goode, la cui circonferenza delle braccia metteva a dura prova le maniche della T-shirt
nera. «Un po’ di rispetto, per piacere!»
«Parole sante» disse l’uomo che stavano scortando fuori del padiglione, e quando
furono ancora più vicini Mister Nostalgia vide che era proprio lui. Trent’anni più vecchio,
dieci chili più magro, quaranta watt meno brillante, forse: ma lui. Tuta da ginnastica
rossa di una taglia troppo stretta, che gli scopriva caviglie e polsi. Giacca con un logo
serigrafato in giallo, due pugni levati circondati dalla scritta bruce lee institute, oakland,
ca, che risaliva sulla schiena. Alto, con le spalle larghe e quell’andatura saltellante, come
una molla che si comprime e si allenta. Tentava uno sfoggio di dignità che a Mister
Nostalgia sembrò commovente, se non del tutto riuscito. Tutti lo fissavano, uomini con la
pancia e la schiena pelosa e la faccia pallida, calvizie incipiente, foglie d’autunno che
cadevano nel cuore. Alzarono lo sguardo da ceste piene di arretrati di «Inside Sports» o
da Terrible Towel incorniciati – gli asciugamani sventolati dai tifosi dei Pittsburgh Steelers
– con placche d’ottone per identificare le firme nodose – pennarello indelebile nero su
spugna gialla – di Rocky Bleier o Lynn Swann. Sollevarono la testa da tavoli pieni di
figurine che immortalavano gli esordi dei loro giovani idoli (Pete Maravich, Robin Yount,
Bobby Orr), assegni annullati di conti correnti da tempo estinti e appartenuti a Ted
Williams o Joe Namath; pacchetti ancora incellofanati di figurine del campionato di
baseball del ’71, con i fragili bordi neri intatti come i ricordi, e di quello di basket dell’86,
ognuno dei quali poteva contenere un Jordan dell’anno di esordio. Osservarono
quell’imponente nero con i capelli grigi, una faccia non nuova, una faccia della loro
giovinezza, mentre veniva trascinato fuori a forza. Era in fila per l’autografo. Stava
parlando a Gibson Goode, a un certo punto ha alzato la voce. Ma sì, dai, come si chiama.
Va detto, a suo credito, che il povero bastardo teneva puntato in alto il mento. Quel
mento – sì, era lui – con la fossetta alla Kirk Douglas. Gli occhi chiari. Le mani che, Gesù,
parevano due alberi sradicati.
«Consideratevi fortunati, signori» disse Mister Nostalgia mentre il gruppetto passava
davanti al suo tavolo. «Quest’uomo potrebbe ammazzarvi con un dito, se solo lo volesse.»
«Fantastico» disse il più giovane degli scagnozzi, la testa rasata come i testicoli di un
pornoattore. «Prima però deve comprare il biglietto.»
Mister Nostalgia non era un piantagrane. Amava fumare marijuana prescritta dal
medico, guardare in televisione i programmi sulla Seconda guerra mondiale, mangiare
caramelle gommose a forma di pesce e ascoltare i Grateful Dead, in qualunque ordine o
combinazione. Certo, qualche problema con le autorità lo aveva avuto: il padre superstite
di due campi di concentramento, la madre che aveva marciato su Washington, Mister
Nostalgia incapace di tenersi un posto di lavoro che richiedesse di rispondere a un
superiore. Per quanto ampia potesse essere la sua circonferenza, tuttavia, Mister
Nostalgia arrivava a stento al metro e sessantotto, sandali messicani compresi, e non era
esattamente in formissima. La sua unica mossa affidabile, volendo proprio sceglierne una
di kung fu, sarebbe probabilmente stata quella dell’armadillo. Mister Nostalgia evitava
discussioni, litigi, zuffe da bar e rese dei conti, a casa come fuori. Deplorava la violenza,
se non quella del 1944, in bianco e nero, alla televisione. Era un commerciante di solida
reputazione e lungo corso che aveva sganciato una quota di partecipazione non
indifferente agli organizzatori della Fiera dello sport e delle figurine della East Bay, quota
che in parte sarebbe servita a pagare proprio la protezione, la serenità mentale almeno in
teoria garantita dalla presenza di quegli scagnozzi in giacca blu. E «serenità mentale»,
diciamocelo, non era solo una bella frase: era una degna aspirazione, lo scopo di tutte le
religioni, la promessa degli assicuratori. Ma Mister Nostalgia, come in seguito avrebbe
spiegato alla moglie (che si sarebbe mangiata una terrina di ebola, piuttosto che
partecipare all’ennesima fiera di figurine), si sentiva profondamente offeso dal duro
trattamento riservato a un eroe della sua giovinezza, la cui unica colpa era quella di
essersi materializzato come un ninja e senza biglietto nel salone del centro conferenze. E
così, quel sabato mattina al Kaiser Center, Mister Nostalgia sorprese prima di tutto se
stesso.
Uscì da dietro i contrafforti della sua postazione, carichi come un buffet di Las Vegas di
selezionatissime rarità appartenenti a quelle serie non sportive divenute sua specialità e
suo mestiere, tra le quali un set completo di figurine della sitcom Getting Together (1971)
con Bobby Sherman, compresa la quasi introvabile numero 54. Planò tra gli astanti con
quel passo solenne che nel corso degli anni aveva spinto almeno uno spietato osservatore
a commentare, davanti a una delle sue tenute floreali, che alla Parata delle Rose di
Pasadena doveva mancare un carro.
«Aspettate, il biglietto al signore lo pago io» gridò alla scorta che si allontanava.
La guardia del corpo di Gibson Goode si voltò a lanciargli un’occhiata di mezzo secondo,
come per controllare di non aver pestato una merda di cane. Gli scagnozzi con la giacca
blu continuarono a camminare.
«Ehi, voi!» insistette Mister Nostalgia. «Su, ragazzi! Quello è Luther Stallings.»
Fu Stallings a fermarsi per primo, piantando i piedi, disarcionando i suoi aguzzini,
voltandosi verso l’artefice del suo riscatto. Quel sorriso familiare – bucherellato e
macchiato dalle droghe o dai dentisti delle carceri o magari solo dal genere di povertà
che ti spinge a non pagare gli otto dollari di un biglietto d’ingresso – depositò un dolore
dietro lo sterno di Mister Nostalgia.
«Grazie, brav’uomo» disse Stallings. Con ostentazione, per imbarazzare gli scagnozzi.
«Il mio caro amico…»
Mister Nostalgia fornì il suo vero cognome, che era lungo, ebreo e comico, un nome da
formaggio o da pane integrale. Stallings lo ripeté senza errori e senza l’accenno di ironia
che di solito suscitava.
«Il mio amico qui» spiegò Stallings, liberando le spalle dalla presa delle guardie come
un illusionista che si scrolli di dosso una camicia di forza «si è generosamente offerto di
coprire il costo del biglietto.»
Un lieve picco nell’intonazione alla fine della frase, quasi a voler piazzare lì un punto
interrogativo, per accertarsi di aver capito bene.
«Certamente» confermò Mister Nostalgia. Gli tornò in mente un sabato pomeriggio di
trent’anni prima, sprofondato in una poltrona ricoperta di un unto tessuto sintetico al
cinema Carson Twin, con un elefante di gioia seduto sul petto mentre guardava un film
dal cast quasi interamente nero – come nero, del resto, era anche il pubblico in sala –
intitolato L’uomo della notte . Aveva amato ogni dettaglio di quel film. La ragazza con la
afro argentata. I combattimenti corpo a corpo. La colonna sonora funky. L’inseguimento
che coinvolgeva una Saab Sonett verde del 1972 guidata a tutta velocità lungo strade che
erano chiaramente quelle di Carson, California. L’attrezzatura, i congegni e gli esplosivi di
cui erano equipaggiati i rapinatori della banca. Soprattutto il protagonista del film,
dinoccolato, tranquillo e taciturno, un eroe alla McQueen e con la sua stessa
determinazione ad apparire sciocco, che era poi un altro modo per esibire il proprio
fascino. Nonché – senza ombra di dubbio, nel 1973 – un Signore del kung fu. «È davvero
un onore.»
Gli scagnozzi zumarono su Mister Nostalgia, scorrendolo con lo sguardo, soffermandosi
sul pass verde da espositore, valido due giorni, appeso al collo con un nastro. I loro volti
si svuotarono, perdendo almeno in parte l’annoiata arroganza di un istante prima, mentre
cercavano di ricordare se sul manuale ufficiale degli scagnozzi fosse contemplata una
situazione paragonabile a quella.
«Stava dando fastidio al signor Goode» disse la guardia del corpo di Goode,
intromettendosi per pungolare il morale delle guardie. «Se lei gli compra il biglietto»
disse a Mister Nostalgia, «lui ricomincerà a dargli fastidio.»
«Fastidio?» esclamò Luther Stallings, fuori di sé per l’incredulità. Innocente di qualsiasi
reato del quale fosse o sarebbe mai stato accusato nei secoli dei secoli. «In che senso gli
darei fastidio? Voglio solo avvicinarmi, godermi i miei trenta secondi di adorazione, stare
in fila come tutti gli altri. Farmi fare l’autografo e poi andarmene per la mia strada.»
«L’autografo del signor Goode costa quarantacinque dollari» mise in chiaro la guardia
del corpo. Pur con la sua enorme circonferenza, il peso e la generale mostruosità, aveva
una voce gentile, paziente, e in fin dei conti lo pagavano per sopportare gli idioti. Per
mantenere una piccola area a prova di idioti tutto intorno a G Bad senza che il suo capo ci
facesse la figura dello stronzo. «E come pensa di pagarlo, se non ne ha nemmeno otto?»
«Amico, ehi, senti» disse Stallings, poi ripeté senza errori il suo nome, con un altro
doloroso balenare – doloroso in ogni caso per Mister Nostalgia – di quel sorriso d’avorio
consumato. Qualunque cosa avesse combinato quell’uomo, a parte il semplice
invecchiare, per essersi così brutalmente rattrappito, così svuotato rispetto ai suoi giorni
di gloria, non doveva avergli intaccato la memoria; o magari aveva semplicemente
smesso. «Pensavo, ehm, mi chiedevo» e questa volta il tono era apertamente quello di
una domanda, «se per caso fossi disposto ad aiutarmi.»
Mister Nostalgia fece un passo indietro, un movimento involontario innescato da anni di
familiarità con gli imbroglioni, i faccendieri, gli scrocconi e gli artisti della truffa che
infestavano il mondo delle fiere e delle figurine come le larve la farina. Pensò che c’era
una differenza di più di trentasette dollari tra offrirsi di pagare il prezzo dell’ingresso, un
gesto di rispetto, e farsi avanti per consentire all’uomo di comprarsi, fra tutto quel che
c’era da comprare, proprio un autografo di Gibson Goode. Mister Nostalgia tentò di
ricordare se aveva mai visto o anche solo sentito di una celebrità (per quanto ormai
dimenticata) disposta a mettersi in fila e a pagare in contanti per la firma di un’altra
celebrità. Perché Stallings voleva quell’autografo? E dove pensava di farselo fare? Non
sembrava avere con sé nessuno dei soliti supporti, un libro, una foto, una maglia, e
nemmeno un volantino, un fazzolettino, un Post-it. Voglio solo avvicinarmi. A che scopo?
Mister Nostalgia non sarebbe mai riuscito ad affermarsi nel suo campo se non avesse
avuto orecchio per il frasario scaltro di truffatori e cacciaballe, e Luther Stallings gli aveva
decisamente fatto scattare le sirene: aveva qualcosa in mente, un obiettivo di qualche
tipo. Ma non l’avrebbe mai raggiunto se Mister Nostalgia non avesse abbandonato la
sicurezza del suo angolo e ficcato il naso dove non doveva. A Mister Nostalgia sembrava
di sentire la voce di sua moglie che pronunciava la sentenza definitiva sull’episodio,
un’altra delle variazioni infinite sul suo tema preferito: Cosa diavolo ti è venuto in mente?
Ma il titolo di Mister Nostalgia non era onorifico; la sua ragione professionale era anche il
s u o DNA . Ricordando il peso di quell’elefante di felicità sopra di lui, in quel sabato
pomeriggio del 1974 al Carson Twin, decise di credere alla verità di Luther Stallings. Una
persona può desiderare cose ben più strane e improbabili della firma di un quarterback su
uno scontrino stropicciato o su un sacchetto di carta.
«Magari posso fare di meglio» disse Mister Nostalgia.
Infilò la mano nella tasca posteriore dei bermuda e ne estrasse una busta ripiegata,
umida di sudore. Dentro c’erano gli altri due pass verdi, con i nastri per metterli al collo, a
cui aveva diritto come espositore. Ne tirò fuori uno e si fece largo oltre la barriera degli
scagnozzi. Luther Stallings chinò la testa, rivelando un’incipiente chiazza di calvizie alla
Nelson Mandela, e Mister Nostalgia gli conferì il pass quasi fosse un’onorificenza, Oz che
infonde il coraggio al Leone.
«Oggi il signor Stallings lavora per me» annunciò.
«Proprio così» disse subito Stallings, con un tono che suonò non solo sincero ma
addirittura impaziente, come se da giorni non aspettasse altro che lavorare nello stand di
Mister Nostalgia. I suoi occhi avevano sfiorato per un attimo il pass mentre Mister
Nostalgia glielo porgeva; senza perdere un colpo concluse: «Nell’Angolo di Mister
Nostalgia».
«Lavora in che senso?» chiese il più vecchio degli scagnozzi.
«Firmerà autografi nel mio stand» rispose Mister Nostalgia. «Ho una serie completa e
una parziale, senza Bruce Lee, di Signori del kung fu, e altri oggetti che il signor Stallings
ha gentilmente acconsentito a firmare. Anche una locandina di Black Eye, mi pare.»
«Signori del kung fu» ripeté Stallings, dando l’impressione di ignorare nel modo più
assoluto ciò di cui Mister Nostalgia stava parlando.
«Donruss, 1976, è una serie molto rara.»
Quattro sguardi smarriti si appuntarono su Mister Nostalgia in cerca di illuminazione.
«Be’, ragazzi?» disse lui con un gesto circolare delle mani che abbracciò tutto il
rimbombante spazio attorno a loro. «Avete presente le figurine? Quei piccoli rettangoli di
cartoncino? Macchiati di gomma da masticare? Che si infilavano tra i raggi della bici per
farle fare un rumore da Harley-Davidson?»
«Ma dai, sul serio?» Stallings non riuscì a trattenersi. «Signori del kung fu. Davvero
c’era una figurina di Luther Stallings?»
«Naturalmente» rispose Mister Nostalgia.
«Luther Stallings» fece il più vecchio dei due tizi con la giacca blu, capelli scuri e flosci,
cranio a vaso di fiori e mento triangolare da russo o polacco, più o meno coetaneo di
Mister Nostalgia. Accartocciando un lato della faccia come per infilarsi un monocolo
nell’orbita. «Ah, sì. Come si chiamava? Strutter. Sul serio, è lei?»
«Il mio primo personaggio» disse Stallings, cogliendo l’insperata possibilità di
pavoneggiarsi. Assaporandola. Posando su Mister Nostalgia una di quelle mani
gigantesche, simili a corna di cervo, per fargli sapere che si divertiva a fare quello che
sentiva di essere nato per fare. Restituire gli scagnozzi al loro giusto ruolo, quello di
semplici membri del fan club degli Irregolari di Luther Stallings. «L’anno dopo aver vinto il
titolo.»
«Titolo di cosa? Kung fu?»
«Quello ancora non esisteva. Karate. A Manila. Campione del mondo.»
«Campione del mondo in stronzate» disse la guardia del corpo di Goode. «Quello sì.»
Stallings ignorò il bestione. Mister Nostalgia, che si sentiva particolarmente contento di
sé, cercò di fare lo stesso.
«Allora, signori, qui abbiamo finito?» chiese Stallings alle giacche blu.
I tizi della sicurezza si consultarono con la guardia del corpo di Goode, che scosse la
testa disgustato.
«Ti avverto, Luther» disse la guardia del corpo. «Fai un passo anche solo nelle
vicinanze del signor Goode, e io ti salto addosso, testa di cazzo. E non avrò pietà.»
L’uomo si voltò e, trascinando i piedi con un’aria di sopportazione, tornò verso il tavolo
dove il suo capo, capelli a spazzola, polo nera con un’impronta di zampa rossa stampata
al posto del coccodrillo, armato soltanto di un pennarello argentato e di un sorriso a caro
prezzo, stava seduto di fronte a una fila impressionante di cacciatori di autografi. Divise
originali, palloni da football usati in partita, figurine, cappellini: si sarebbe intascato nove
o diecimila dollari in un solo giorno.
«Ma sì, sì» disse Stallings, come se di Gibson Goode gli importasse meno di zero.
Racimolando un sorprendente quantitativo di boria, seguì Mister Nostalgia nello stand.
E dire che gli aveva appena evitato di farsi sbattere fuori dai bruti della sicurezza. Mister
Nostalgia riconobbe con obiettività che avrebbe dovuto sentirsi irritato, ma per qualche
ragione questo gli fece provare ancora più compassione nei confronti di Stallings.
«Guarda che roba!»
Stallings fece scorrere lo sguardo sul tavolo, osservando le bustine sigillate degli
Sgorbions e della Febbre del sabato sera, scatole ancora chiuse di figurine di Dune, i
giochi da tavolo di Daktari, L’orso Ben e Mork e Mindy, la sveglia parlante di Batman, i
modellini dell’astronave Spindrift e del sottomarino nucleare Seaview ancora nel cellofan
originale.
«Hanno fatto le figurine perfino di quel telefilm, Alf!» disse.
La voce con cui fece quel commento, così come l’espressione sul suo viso, a Mister
Nostalgia sembrarono infelici, quasi disperate. Non trasmettevano il disprezzo che la
moglie di Mister Nostalgia mostrava per le sue scorte di magazzino, ma qualcosa di simile
alla delusione.
«Era normale, per i programmi di successo» osservò Mister Nostalgia, domandandosi
quando Stallings sarebbe ripartito alla carica per ottenere i famosi quarantacinque dollari.
«Non c’è granché di interessante, in quella serie.»
Benché amasse le cose che vendeva, Mister Nostalgia non si illudeva che avessero un
valore intrinseco. Valevano solo quel che eri disposto a pagarle: il corrispettivo, nel
grande insieme delle cose perdute, del piccolo pezzo che ti avrebbero restituito; o almeno
così potevi finire per credere. Il loro valore era commisurato al senso di personale
completezza – di perfezione dell’anima – che ti avrebbe inondato nel momento in cui
finalmente avessi spuntato l’ultimo articolo dalla tua lista. Ma Mister Nostalgia non aveva
mai visto le sue figurine deludere così acutamente una persona.
«Alf, sì, me lo ricordo» disse Stallings. «Quello era carino. Genitori in blue jeans e Mork
e Mindy non tanto. Ma i Signori del kung fu dove ce li hai?»
Mister Nostalgia andò a recuperare uno scatolone che aveva infilato sotto il tavolo la
mattina, quando aveva allestito lo stand, e si mise a frugare. Dopo un minuto passato a
rovistare tirò fuori la serie parziale, quella da cui mancavano le figurine di Bruce Lee e
Chuck Norris. «La serie intera è da cinquantadue» disse. «Lei è la numero… non ricordo,
dodici, mi pare.»
Stallings fece scorrere le figurine, le cui immagini riproducevano – contornati di finto
bambù e con i nomi scritti in finte lettere cinesi da menu di take-away – un assortimento
alquanto indiscriminato di esponenti veri o immaginari (Takayuki Kubota, Shang-Chi) di
una decina di arti marziali oltre a quella che dava il nome alla serie, tra cui il bartitsu
(Sherlock Holmes) e la savate (Conte Baruzy). Alla fine Stallings trovò la sua figurina.
Fissò l’immagine, fece come uno sbuffo dal naso. Era un fotogramma a colori di un suo
film, stampato male. Un giovane Luther Stallings, in tenuta rossa da kung fu, volava
attraverso l’inquadratura – piedi avanti, quasi in orizzontale – verso una fila di cinesi
armati di spade.
«Cacchio» disse Stallings. «Nemmeno mi ricordo che film era.»
«La prenda» disse Mister Nostalgia. «Prenda tutta la serie. È un regalo da parte mia,
per tutto il piacere che il suo lavoro mi ha dato nel corso degli anni.»
«Quanto potresti ricavarci?»
«Be’, la serie, come dicevo, è piuttosto rara. La metto a cinque, ma probabilmente
arriverei a tre. Potrebbe arrivare a sette e cinquanta con le figurine di Bruce Lee e Chuck
Norris.»
«Chuck Norris? Sì, ci ho combattuto, con quello. Tre volte.»
«Sul serio?»
«L’ho preso a calci in culo per tutta Taipei.»
Mister Nostalgia pensò che avrebbe potuto controllare più tardi, se proprio avesse
voluto spezzare un qualche angolino finora intatto del suo cuore coperto di foglie. «La
prenda» riprese. «È sua.»
«Sì, no, grazie. È molto gentile. Ma, ehm, senza offesa, sono già, come dire, un po’
stracarico, non so se mi spiego, di roba del passato che continuo a trascinarmi in giro.»
«Ah, no, certo…»
«Proprio non sopporto l’idea di aggiungere altra zavorra al mucchio.»
«Capisco bene.»
«Devo potermi muovere facilmente.»
«Certo.»
«Viaggiare leggero.»
«Giustissimo.»
«E quanto…» disse Luther Stallings, abbassando la voce fino a ridurla a poco più di un
sussurro. Deglutì, ricominciò, questa volta più forte. «Quanto chiedi, per la mia figurina da
sola?»
«Oh, ah» disse Mister Nostalgia, rendendosi conto che avrebbe dovuto mentire con uno
o due nanosecondi di ritardo, così la bugia gli uscì fuori male. «Un centinaio. Novanta,
cento dollari.»
«Cazzo.»
«Diciamo sui novanta.»
«Ah, ecco. Allora ti faccio una proposta. Tu mi dai solo questa figurina, Luther Stallings
in… Tirando a indovinare, direi che era Panther.»
«Mi sa di sì.» Mister Nostalgia sentì che ricominciava la commedia, il gioco che Luther
Stallings stava provando a fare con lui, e anche con Gibson Goode.
«E io te la autografo, d’accordo?» Ecco qua. «Poi te la rivendo di nuovo per
quarantacinque dollari.»
«D’accordo» disse Mister Nostalgia, sentendosi incommensurabilmente triste,
schiacciato dal pachiderma di un dolore che abbracciava lui e Stallings e ognuno di quegli
uomini che vagavano in solitudine tra la muffa e la polvere degli scatoloni del padiglione.
A Mister Nostalgia il mondo delle fiere di figurine era sempre apparso come una specie di
vera e propria confraternita, una lega di gentiluomini solitari uniti nella ricerca delle
perdute glorie di un mondo scomparso. Adesso quella visione gli sembrava nella migliore
delle ipotesi un’illusione, e nella peggiore una menzogna. Il passato era irrecuperabile, la
lega dei gentiluomini solitari una finzione, la ricerca del passato un tentativo – destinato
al fallimento – di ingannare la mortalità.
«Se è quello che desidera» disse Mister Nostalgia. Non era contrario, in linea di
principio, ad aumentare di tre o quattro volte il valore (cinque dollari) della figurina di
Luther Stallings. Ma mentre gli porgeva la stilografica Cross placcata oro, dono di bar
mitzvah dei nonni che gli piaceva usare quando si faceva autografare qualcosa per la sua
collezione, desiderò non essersi mosso da dietro il tavolo, lasciando che le guardie della
sicurezza trascinassero Luther Stallings oltre l’Angolo di Mister Nostalgia e fuori dal Kaiser
Center.
Durante la mezz’ora seguente, lanciò un paio di occhiate verso Stallings, la prima
mentre si dirigeva verso la coda per l’autografo di Gibson Goode, e poi mentre avanzava
lento lungo la fila un uomo solitario alla volta. Nel mezzo della vendita, per 550 dollari, a
un dentista di Danville, di una figurina Wolverine del 1936 intitolata «La lotta contro lo
squalo», Mister Nostalgia guardò ancora dalla sua parte e vide che Luther Stallings aveva
riconquistato il primo posto nella fila. La guardia del corpo scattò in piedi, come
promesso, pronto a dimostrare che non avrebbe avuto pietà, ma dopo un momentaneo
oscuramento del suo sorriso Gibson Goode allungò gentilmente il braccio verso il suo
uomo, poggiandogli il palmo sui giganteschi pettorali, e quello, con una poderosa
scrollata di capo, fece un passo indietro. Goode e Stallings si scambiarono qualche parola,
sottovoce, senza agitazione. A Mister Nostalgia, che provò a leggere il labiale e i gesti
riuscendo qua e là a decifrare una parola, una frase, la conversazione parve ridursi a
Gibson Goode che rispondeva ripetutamente di no, con distaccata cortesia, mentre Luther
Stallings cercava di inventare nuovi modi per fargli dire sì. Cosa che la gente in fila dietro
Luther Stallings era disposta a tollerare solo fino a un certo punto. Cominciò a girare la
notizia della scenata di poco prima, che aveva quasi portato all’espulsione di Stallings.
Seguì una certa quantità di mugugni e lamentele. Qualcuno diede voce al desiderio
collettivo che Stallings «si desse una mossa!».
Stallings ignorò tutto quanto. «Gliel’hai chiesto?» disse, alzando la voce come aveva
fatto un’ora prima, quando le giacche blu erano venute a vedere se aveva proprio
intenzione di farsi sbattere fuori. «Gli hai chiesto di Popcorn?» Parlando abbastanza forte
perché Mister Nostalgia e tutti quelli intorno lo sentissero. «Sono io che ti ho fatto
arrivare a lui. L’ho inchiodato. E tu lo sai.»
Le manifestazioni di impazienza, già dilaganti per tutta la coda, lasciarono il posto allo
scherno esplicito. Stallings si voltò verso la folla, lanciò uno sguardo torvo per costringerla
al silenzio, si mise a gridare contro un tizio in camicia hawaiana tre posti dietro di lui.
«No, vaffanculo tu!» ribatté quello.
Nella zona degli autografi irruppero le due giacche blu, il Sovietico e Testicolo Depilato,
braccia che mulinavano verso Stallings in una sorta di aggressione a stile libero. Gli
bloccarono bruscamente le braccia, accartocciando le facce come per resistere a una
puzza, e gliele premettero dietro la schiena, contro la spina dorsale.
Due secondi dopo, non di più, il Sovietico e Testicolo Depilato erano pancia all’aria sul
pavimento di cemento lucidato del salone. Mister Nostalgia non avrebbe saputo dire con
certezza chi di loro avesse ricevuto il calcio in testa, chi il pugno nell’addome e neppure
se Luther Stallings avesse effettivamente mosso un muscolo. Mentre i due rotolavano
all’indietro, la coda dei cacciatori di autografi fu attraversata da un brivido, una specie di
onda. La perturbazione umana si propagò anche alle code circostanti, la gente in attesa
di Chris Mullin, di Shawn Green.
«Brutto stronzo» disse Stallings, voltandosi di nuovo verso Gibson Goode, con la sua
polo nera e i mocassini senza calze. «Voglio i miei venticinquemila!»
Gibson Goode, essendo Gibson Goode, pensò Mister Nostalgia, probabilmente non
aveva scelta: mantenne, come prevedeva la sua leggenda, il sangue freddo. La stessa
mano tranquilla contro il petto per trattenere la guardia del corpo. Per nulla intimidito.
Sempre sorridente. Tirò fuori il portafogli, lo aprì, e contò dieci banconote, velocissimo. Le
fece scivolare sul tavolo degli autografi. Luther Stallings le fissò, a testa bassa, col petto
che si alzava e si abbassava. I soldi erano lì, a suscitare i commenti della coda: dieci
copie della stessa figurina, appartenente alla richiestissima serie dei Presidenti morti.
Luther scosse la testa una volta. Poi allungò la mano e prese le banconote. Rassegnato –
rassegnato da molto tempo, pensò Mister Nostalgia – a fare cose di cui sapeva si sarebbe
pentito. Quando oltrepassò il tavolo di Mister Nostalgia, senza nemmeno un grazie, non
era ancora riuscito a risollevare il mento.
Solo più tardi, mentre la voce dell’altoparlante richiamava i ritardatari rimasti nel
salone e nello spazio autografi le luci si spegnevano, Mister Nostalgia si rese conto che
Luther Stallings se n’era andato con la sua stilografica d’oro.

Un sabato sera dell’agosto 1973, una Toronado verde coccodrillo del ’70 era ferma fuori
dal Bit o’ Honey Lounge a fare fusa da coccodrillo. Il suo sorriso cromato si stendeva largo
e seducente come l’orizzonte occidentale.
«Dammi la definizione di toronado» disse l’uomo seduto accanto al guidatore.
Dietro la spessa montatura degli occhiali aveva occhi assonnati, ma disprezzava il
sonno e disapprovava la sonnolenza altrui. Sfidava la moda politica ungendosi di
brillantina i capelli lunghi, e la loro ondeggiante lucentezza aveva lo spessore di una
mano di vernice. Si chiamava Chandler Bankwell Flowers iii. Il nonno, il padre, gli zii
erano tutti impresari di pompe funebri, esempi di sobrietà e decoro, e lui abitava in una
fluttuante ma durevole zona di ribellione nei loro confronti. Diciannove mesi a bordo del
Bon Homme Richard avevano fruttato a Chan Flowers una dipendenza dalle anfetamine e
un tatuaggio di Tuffy il fantasma sulla parte interna dell’avambraccio sinistro. Il fucile,
infilato in un sacco della spazzatura appoggiato lungo la sua gamba destra, era un
Mossberg 500 a pompa.
«La “definizione”?» disse il guidatore, Luther Stallings, senza concedere all’argomento
la totalità della sua attenzione. I suoi occhi, verdi screziati d’oro, continuavano a trovare
scuse per controllare lo specchietto retrovisore. «È il nome di una macchina.»
«Ma che cosa significa? Qual è la definizione della parola toronado? Dimmelo.»
«Dimmelo tu» ribatté Luther, stavolta più guardingo.
«Ti ho fatto una domanda.»
«Sì, ma cosa mi stai chiedendo davvero?»
«Toro-na-do» disse Chan facendo risuonare la r come una corda della chitarra di Ricky
Ricardo. «La guidi. Continui a parlare di lei. Ne sei innamorato. E non sai nemmeno cosa
vuol dire.»
Luther palpeggiò il volante ricoperto di pelle come in cerca di una cisti. Diede un’altra
occhiata allo specchietto, poi si chinò in avanti per osservare, oltre Chan, la porta del Bit
o’ Honey. Mentre Chan era scuro e tarchiato, Luther Stallings era alto, con la pelle più
chiara e un mento da astronauta. Aveva passato gran parte del suo servizio nell’esercito
degli Stati Uniti a spezzare travi con i piedi, in una squadra che insegnava combattimento
corpo a corpo. Era vestito come per andare a ballare, pantaloni scozzesi aderenti a zampa
d’elefante, pullover di spugna a maniche corte. I capelli formavano una monumentale afro
ravvivata di fresco.
«Credo sia spagnolo» disse Luther. «Un’espressione d’uso molto comune, che possiamo
liberamente tradurre con “succhiami il cazzo”.»
«La volgarità» disse Chan, frugando nel suo ricco patrimonio di massime educative.
Quella rigida grammatica da pompe funebri, inculcatagli a schiaffi dal padre, l’aveva
spesso fatto sentire in imbarazzo da ragazzino. Nella fase da teppista rivoluzionario che
stava attraversando, Chan sfoggiava la proprietà del suo vocabolario, come un giglio
all’occhiello di un giubbotto di pelle nera. «È da sempre il primo e l’ultimo rifugio
dell’uomo che non ha nulla da dire.»
Luther si staccò dallo specchietto per fissare Chan. «Toronado!» disse, usando
l’imperativo.
«Non lo sai, vero?» disse Chan. «Ammettilo. Ci vai in giro, l’hai pagata tremila dollari in
contanti, e per quello che ne sai toronado potrebbe essere, che ne so, lo spazzolino che
usano in Messico per pulire la tazza del water.»
«Chissenefrega di cosa…»
«Juanita, presto, prendi il toronado, ho la diarrea…»
«È quello che combatte coi tori!» disse Luther, abboccando nonostante la lunga
esperienza, nonostante dovesse tenere un occhio sullo specchietto e uno sulla porta di
plastica imbottita, malgrado il desiderio di trovarsi cent’anni e mille chilometri lontano da
quel posto e da quella serata. «Quello che uccide i tori nell’arena.»
«In spagnolo» suggerì Chan, con un tono fintamente premuroso.
Luther scrollò le spalle. Quando Chan era nervoso, si annoiava, e quando si annoiava,
cercava rogne, qualunque rogna, solo per spezzare il tedio. Ma c’era altro dietro quella
serie di domande. Chan era incazzato con Luther e cercava di non darlo a vedere. Erano
giorni che si sforzava di tenere nascosta la sua rabbia, come il ragazzo spartano con la
volpe sotto la tunica, che si era fatto mangiare l’intestino pur di non ammettere di averla
rubata.
«Quello che combatte coi tori» disse Chan con crudele precisione «è il torero.»
Si chinò per raccogliere una manciata di cartucce calibro 12 da una scatola che teneva
fra i piedi e se le infilò in una tasca della giacca di tweed. I suoi capelli impomatati
sprigionavano un odore nauseabondo di fiori lasciati troppo a lungo in un vaso, putrido
come l’invidia.
«Allora, be’, tornado» provò Luther.
Era una risposta così spregevole che Chan, cui di solito non mancavano i mezzi per
esprimere verbalmente il suo disprezzo, poté degnarla soltanto di un sorrisetto e di una
scrollata di testa. Luther stava per sottolineare che era lui, l’ignorante, ad aver scucito
tremiladuecento dollari per quella splendida macchina dal nome misterioso, mentre il
professor Flowers era costretto a frequentare regolarmente gli autobus.
«Chan, stronzo capzioso che non sei al…» cominciò, ma non finì la frase.
Da un’altra tasca della giacca di tweed, con le toppe ai gomiti, Chan estrasse un paio di
guanti di raso blu scuro, quasi viola. Stoffa scadente, cuciture strappate, piccole pinne da
pesce come decorazione. Ad Halloween, mentre girava per le case vestito da Batman, il
fratellino di Chan, Marcel, era stato investito e ucciso. Dei negri ubriachi su una Rambler
American, lui era sceso dal marciapiede, il viso troppo piccolo perché gli occhi arrivassero
ai buchi della maschera. Chan aveva mani minuscole, ma anche così i guanti gli erano
stretti, e infilandoseli li strappò ancor di più.
Quando vide Chan indossare i guanti viola del nemico del crimine, a Luther mancarono
le parole. Diede un’altra occhiata allo specchietto: esterno notte, Telegraph Avenue, un
tremolio subacqueo di luce e ombra. Chan infilò la mano nel sacco della spazzatura,
estrasse una maschera di plastica con le orecchie da pipistrello. Si fece scivolare l’elastico
dietro la nuca e parcheggiò la faccia in prestito sulla cima della fronte.
«Okay» disse infine Luther, eterno secondo della classe, per ogni ora della sua vita, dal
1955 fino al giorno del 1971 in cui Chan era partito per la sua prima missione. «Dimmi
cosa significa.»
Una ragazza, anche lei, come l’automobile, costruita nei punti chiave attorno a un
seducente asse delle x, uscì dal Bit o’ Honey Lounge. Portava jeans bianchi aderenti che
si gonfiavano in fondo come vele. I capelli lucidi, legati dietro la testa, emergevano a
poppa in una specie di fungo. I piedi cavalcavano zatteroni alti come palanchini. Mentre
ancheggiava oltre la macchina, sfilò dai jeans i lembi della camicetta di madras e se li
annodò sotto il seno.
«Ecco» disse Luther. Premette il pedale della frizione e preparò la mano sulla leva del
cambio. «Se devi andare, vai.»
Chan si abbassò la maschera sul viso, e Luther notò che era stata completamente
dipinta, vernice nera opaca spruzzata sull’eroica fossetta del mento, sull’affabile stampo
del sorriso. Dietro la maschera, gli occhi di Chan luccicavano come organi interni esposti
da due incisioni.
«All’attacco» disse Chan dietro lo schermo della maschera. «Ah, e comunque.» Aprendo
la portiera con una spallata, scattò fuori dalla macchina. Il fucile nel sacco della
spazzatura gli ciondolava al fianco come un attrezzo quotidiano. «Toronado non vuol dire
proprio un cazzo.»
Il suo braccio destro si infilò serpeggiando nella bocca del sacco, mentre la mano
sinistra afferrava la maniglia di ottone della porta imbottita del club. Chan spalancò la
porta e fece scattare il braccio destro di lato. Il sacco della spazzatura volò via, rivelando
il fucile antisommossa che Chan aveva recuperato nel pomeriggio dalla cantina-arsenale
di un covo delle Pantere a East Oakland. Si udì un’esplosione di strumenti a fiato, colpi di
batteria, chiacchiere, e subito la porta si richiuse alle spalle di Chan. Il sacco della
spazzatura si agganciò a una corrente ascensionale e prese a volteggiare in aria,
accarezzato e strattonato da mani invisibili.
Luther abbassò il volume dell’autoradio Stereo 8. Il silenzio della città, il sospiro di un
autobus in lontananza, il flusso dell’autostrada, Grover Washington Jr che accendeva
pallidi e intricati fuochi per tutta la durata di Trouble Man. Oltre ciò, nulla. Luther sentì
che la sua attenzione cominciava non tanto a vagare quanto a migrare, in cerca di
opportunità altrove. Giù, lungo l’autostrada costiera, al volante del suo splendido
macchinone verde, si dirigeva a Los Angeles, capitale del resto della sua vita. In una
ripresa da elicottero, si vide attraversare le arcate di un ponte, con l’oceano e l’alba e la
fine della notte che gli si allargavano intorno.
Udì il balbettante crepitio di varie armi da fuoco azionate tutte insieme. La porta del Bit
o’ Honey si spalancò di nuovo, spruzzando note di fiati e urla. Chan uscì a passo veloce.
Salì in macchina e sbatté la portiera. Sulla sua scarpa sinistra c’era una screziatura di
sangue, il disegno di una piuma lucente. Il fucile sprigionava il suo odore dolce e
infernale, elettricità e sfrigolio di bacon.
Luther ingranò la prima e montò sul pedale dell’acceleratore, issandocisi quasi in
equilibrio, simile là per là all’angelo trombettiere che si vedeva dalla Warren Freeway,
appollaiato sulla cima del tempio mormone a cavalcare il selvaggio roteare del mondo.
Tutto ciò di cui Detroit era capace sgorgò in un ringhio dagli otto cilindri del motore.
Infilarono una vertiginosa serie di semafori verdi fino a Claremont Avenue. Era stato
amore a prima vista tra Luther e la Toronado, due giorni prima, da un rivenditore di auto
usate sulla Broadway. Adesso, mentre sfrecciavano per Telegraph Avenue, qualcosa gli si
mosse serpeggiando nel ventre, più simile a un fremito di lussuria. Chan gettò dal
finestrino aperto la maschera di Halloween del fratello e ripose l’arma sotto il sedile. Si
sfilò i guanti e fece per buttar fuori anche quelli, ma alla fine sembrò volerli tenere ancora
un po’, il destro insanguinato e bruciacchiato dalla polvere da sparo. Rimase immobile,
stringendoli in un pugno come un duellante in cerca di qualcuno da schiaffeggiare.
All’incrocio con Claremont Avenue, senza nessuno che li inseguisse e senza traccia di
forze dell’ordine, Luther rallentò fino a fermarsi al rosso. Un automobilista come tanti, col
finestrino abbassato, il gomito appoggiato alla portiera, che si godeva lo scorrere di
un’altra sera d’estate. Da qualche parte nelle vicinanze, gli avevano raccontato, coperto
dal tempo e dal cemento, c’era il luogo da cui era partita l’avventura umana in
quell’angolo di mondo. Indiani miwok, grassi come orsi, che sognavano i loro sogni e
accumulavano gusci d’ostriche, del tutto ignari della storia e della sua incombente parata
di teste di cazzo.
«Cos’è successo?» chiese Luther, ostentando leggerezza. Solo allora, sulla scia di quella
terribile domanda, cominciò sul serio a provare qualcosa di simile alla paura. Chan si
limitò ad alzare il volume della musica. «Chan, l’hai fatto?»
Luther vide che Chan si sforzava di inquadrare la storia di ciò che era accaduto nel Bit
o’ Honey in un modo che non lo facesse infuriare. La cosa che Chandler Flowers odiava
ancor più del veder sottovalutata la sua intelligenza era fornire le prove di non
possederne affatto. Il semaforo passò al verde. Per ragioni misteriose, e in assenza di
istruzioni diverse da parte del compagno, Luther svoltò verso l’immagine che aveva in
mente: quell’angelo giù a ovest, intento a soffiare nella tromba dell’apocalisse. Trascorse
un minuto, che Joe Beck e la sua chitarra organizzarono secondo le loro nozioni del tempo
e del suo distorto passaggio. Alla fine Flowers emise, come attraverso una stretta
apertura, quattro parole.
«Fatto saltare la mano.»
«La sinistra o la destra?»
«La destra.»
«Lui è destro o mancino?»
«Perché?»
«Popcorn è destro o mancino?»
«Stai cercando di consolarmi? Di suggerire che, se alla fine salta fuori che Popcorn
Hughes è destro, allora significa che non ho mandato tutto a puttane, perché a Popcorn è
rimasta solo la mano che usa di meno?»
Luther rifletté mentre avanzavano rombando lungo Tunnel Road, verso il punto in cui,
senza alcun preavviso, come una decisione presa che si rivela di colpo sbagliata,
diventava la Warren Freeway. «No» ammise alla fine.
Da quel momento, non dissero più una parola. Luther continuò a riflettere. Alle sette
del mattino, lunedì, avrebbe dovuto presentarsi a Studio City, in un teatro di posa
affittato, per girare le sue prime scene di Strutter, un film d’azione a basso costo per il
quale era stato appena scelto come protagonista. Stava appunto guidando l’anticipo
ricevuto per quel lavoro. In arrivo c’erano altri diecimila dollari, e a seguire tutto il resto:
sequel, pubblicità, telefilm, i copioni che Jim Brown era troppo impegnato per accettare,
un ruolo di coprotagonista con Burt Reynolds. Adesso, per una maledetta combinazione di
spavalderia, lealtà e di quell’indifferenza esistenziale che nel 1972 l’aveva aiutato a
diventare campione del mondo di karate nei pesi medi, Luther aveva legato il suo
piacevolmente indistinto futuro alla pesante pietra di Chan Flowers, come un sacco pieno
di gattini.
La serata era finita male, ma anche se Popcorn, come da programma, si fosse preso
una dose fatale di piombo in pieno petto e la sua vita si fosse riversata in una pozza sotto
il tavolino accanto al palco, la situazione non sarebbe stata migliore. Vero, il seme della
leggenda da Pantera Nera che Chan Flowers sperava di coltivare trasformandosi in Chan
«Becchino» Flowers, killer di uomini – un killer vero, non il duro immaginario di un B-
movie a basso costo – sarebbe stato gettato. Vero, il crescente disagio mentale che il
prolungarsi dell’esistenza di Popcorn Hughes causava a Huey Newton avrebbe potuto
essere alleviato. Ma in ogni caso non ci sarebbero stati benefici di sorta per Luther
Stallings. Il successo della missione si sarebbe rivelato un altro genere di fallimento, una
merda ancora più profonda di quella in cui Luther si trovava in quel momento.
Luther non aveva una fede politica, non nutriva particolari sentimenti verso gli
spacciatori di droga come Popcorn, né verso le Pantere Nere che li avevano presi di mira.
Non gli importava chi controllasse la città di Oakland o le strade del suo ghetto. Aveva
visto Huey Newton una sola volta in vita sua, giubbotto di pelle nera, sorriso disinvolto,
intento a blaterare di disalienazione durante una festa privata a Berkeley, e l’aveva
classificato subito come l’ennesimo esponente di un narcisismo da bulletto. Luther
Stallings, futura star della blaxploitation e non solo, non era lì per vocazione, non gli
interessava l’esito finale, qualunque esso fosse. Chan gli aveva chiesto di fargli da autista,
e Luther gli aveva fatto da autista. Adesso, invece di un omicidio, vedeva nello
specchietto retrovisore le tracce insanguinate di un disastro. Nel frattempo, la visione
dell’angelo d’oro mormone intento al suo assolo dalla cima della guglia esercitava uno
strano fascino sull’immaginazione di Luther.
«Prendi a sinistra» disse Chan mentre lasciavano l’autostrada all’uscita di Park Avenue.
Luther fu lì lì per protestare che una svolta a sinistra li avrebbe condotti lontano dal
tempio, quando si rese conto che non aveva nessuna vera ragione per andare in quel
posto. Il vago desiderio di rendere una qualche testimonianza alla gloria dell’angelo dei
Mormoni balenò e si spense dentro di lui, sbriciolandosi come cenere. Luther puntò il
muso della Toronado verso Joaquin Miller Road.
«Dove stiamo andando?» chiese.
«Ho bisogno di pensare» disse il ragazzo più intelligente della classe. Fissò la notte che
grondava come un acquazzone sul parabrezza. Poi: «Sta’ zitto!».
«Io non ho detto niente» sussurrò Luther, benché tra sé e sé stesse decisamente
vagliando alcune combinazioni di parole sulla falsariga di per quello non è un po’ tardi,
adesso?

«Sì, al Dogpile ci sono stato, una volta» stava dicendo Moby. «Quello di L.A.,
presente?»
Moby era un cliente abituale dell’ora di pranzo. Faceva l’avvocato, scelta professionale
non insolita per uno con una dipendenza dal cloruro di polivinile da trecento dollari al
mese. Non fosse che i suoi clienti erano tutti cetacei. Il suo vero nome era Mike
Oberstein. Colpiva – dato il soprannome –che fosse anche bianco e taglia xxl. Portava i
capelli piuttosto lunghi con la riga in mezzo, lisciati all’indietro sopra le orecchie in due
code identiche. Moby lavorava per una fondazione nello stesso palazzo dove aveva lo
studio la moglie di Archy, portava avanti cause contro il SeaWorld per conto del cognato
dell’orca Shamu, citava in giudizio la marina per i danni all’udito delle megattere. Era un
appassionato accumulatore di dischi jazz anni Cinquanta e Sessanta, e non badava a
spese.
«Spacca di brutto» aggiunse.
«Davvero?» disse Nat. Stava dando il biberon a Rolando English, che sedeva ben legato
in un seggiolino appoggiato sul banco, accanto al registratore di cassa. Nat teneva lo
sguardo fisso sul bambino così da non essere, si rese conto Archy, costretto a uccidere
Mike Oberstein con i raggi gamma lanciati dai suoi bulbi oculari. «È strafigo?»
Archy sapeva – avendo assistito ai suoi sproloqui e alle sue dissertazioni sull’argomento
– quanto a Nat seccava che Moby si sforzasse così tanto (a essere onesti, ormai
probabilmente non doveva più nemmeno sforzarsi) di sembrare uno del quartiere, un
fratello, come avrebbe detto Moby, pur essendo un placido ragazzo bianco che proveniva
da qualche punto imprecisato dell’Indiana.
«Stra-strafigo» disse Moby, così corazzato dalla sua placidità e dalla sua immaginaria
pelliccia in stile Super Fly da essere impenetrabile ai fulmini che i bulbi oculari di Nat
scagliavano costantemente nella sua direzione, se non del tutto ignaro di essere il
bersaglio. «Sul serio. Ci ho trovato questo disco pazzesco, Nat, niente meno che Jimmy
Smith Live in Israel. Pensavo fosse una leggenda. Erano anni che lo cercavo, anni.»
Nat annuì, osservando il latte scomparire gradualmente dal biberon, mentre nella sua
immaginazione, come Archy poteva dedurre dal nodo delle sue spalle, estraeva dalla
custodia una copia intatta di Jimmy Smith Live in Israel (Isradisc, 1973) e se la spezzava
sul ginocchio. Due volte, riducendola in quarti. Poi la restituiva a Moby senza una parola,
senza nemmeno disturbarsi a dire ’Fanculo al Dogpile, bello. E anche al loro cazzo di
dirigibile.
«Una cosa che non capisco, con tutto il rispetto, è perché vi comportate tutti come se
fosse una specie di invasione» si intromise il Re del Lusso. «Questa cosa che il Dogpile
arriva nel quartiere.»
Garnet Singletary, nonno del piccolo Rolando, sedeva accanto a Moby, vicino al banco
espositore in vetro che occupava quasi metà della parete sud del negozio, all’estremità
opposta rispetto alla vetrina, per mantenere una certa distanza tra sé e il pappagallo.
Cinquantotto, il pappagallo cenerino, se ne stava appollaiato sulla spalla di Cochise
Jones, il quale sedeva sul suo abituale sgabello infilato nell’angolo accanto alla vetrina, il
signor Jones con la sua inveterata gobba frutto di cinquant’anni di esperimenti alla
tastiera di un Hammond B-3. Decenni di compagnia aviaria avevano sollevato una lanugine
provocata dai segni degli artigli sulle spalle del suo completo verde, ciuffi d’erba su un
prato di poliestere imbottito. Instancabile come un radiotelescopio, la testa del
pappagallo solcava l’universo con il suo occhio scrutatore, in cerca di segni e messaggi
invisibili. Ogni tanto, Cinquantotto, le cui esternazioni in pubblico tendevano a essere di
natura musicale, imitava il vibrato metallico del B-3 del suo proprietario, prorompeva in un
riff, un bridge volante, programmando le sue selezioni musicali con un’apparente
casualità in cui Singletary, che lo temeva e lo ammirava, era convinto di ravvisare tracce
di consapevolezza e intenti ironici.
«Gibson Goode è nato qui» continuò Singletary quando dai due soci non giunse alcuna
spiegazione.
Singletary aveva sui cinquantacinque anni ma ne dimostrava trenta. I capelli gli
spuntavano dal capo in microtreccine ordinate, non più spesse delle dita di suo nipote.
Aveva un sorriso rilassato e caldo, e gli occhi freddi quanto due monete in fondo a un
pozzo. Come quelli di Cinquantotto, anche i suoi occhi non si perdevano nulla,
dissimulando in una costante nebbia di conversazione il vuoto continuo di chi sta sempre
di guardia. Archy si chiedeva se il disagio di Singletary nei confronti dell’uccello nascesse
dal fatto che vi riconosceva un rivale o un suo simile.
Disse Singletary: «Lui è cresciuto a L.A., ma sua nonna vive ancora nelle case popolari
del Rumford Plaza. Uno è lì che fa il suo lavoro ad Atlanta, a New York, ed ecco che
spunta questo a bordo del suo dirigibile nero. Posso capire che susciti un certo
risentimento. Ma Gibson Goode è un prodotto semilocale. Un po’ come» e lì gli occhi si
associarono al sorriso per avvisare che ora se la sarebbe presa con Nat «se mettessimo
insieme te e Archy. Mezzo del posto, mezzo forestiero».
«Mezzo e mezzo» disse Nat, canticchiando tra sé, mentre continuava a versare latte
dentro Rolando English. Il bambino aveva senza dubbio appetito: spazzolati i biberon di
Gerber alle undici di mattina, erano quindi passati a una lattina di Enfamil in polvere
sciolta nell’acqua del lavandino del Brokeland, Enfamil che S.S. Mirchandani aveva
recuperato da uno scaffale profondo, remoto e pieno di ragnatele del Temescal Liquor, di
cui era proprietario. Il seggiolino era una gentile concessione del Re del Lusso.
«Ma guardatelo.» Cochise Jones osservava il latte del biberon scendere come il
mercurio lungo le tacche di un termometro quando la temperatura si abbassa.
Concentrato, compiaciuto, dubbioso, come se avesse puntato del denaro sul risultato,
strizzò l’occhio ad Archy. Il signor Jones e la sua defunta signora non avevano avuto figli.
«Questo bambino mi sta facendo venir sete.»
«Sì, anch’io ho parecchia sete» disse il signor Mirchandani, e Archy percepì un fremito di
paura. «Sa, Nat, dovrebbe davvero comprare una macchinetta per l’espresso o mettere a
disposizione qualche bevanda.»
Archy s’immerse più a fondo nei misteri dello scatolone numero 8. Quella teorica
macchinetta per l’espresso era un argomento delicato: l’ultima delle molte discussioni tra
i comproprietari del Brokeland era scaturita dalla questione se, come Archy suggeriva con
insistenza crescente da un paio d’anni a quella parte, non fosse arrivato il momento di
offrire al banco qualcosa in più di una scorta inesauribile di musica e stronzate alla spina.
Perché la verità era che loro erano già fottuti, con o senza Gibson Goode e il suo impero
Dogpile. Erano in arretrato con l’affitto. Le scorte di dischi erano in calo, dal momento che
la loro abilità nell’acquisire le collezioni migliori si scontrava con i problemi di liquidità.
Probabilmente, a voler osservare la questione con freddezza e raziocinio, qualità che
nessuno dei due soci possedeva in quantità apprezzabili, erano ormai alla frutta. Tanti
altri re dei dischi usati dell’East Bay erano già falliti, avevano cessato l’attività o l’avevano
spostata completamente su internet, chiudendo i battenti e la spina delle stronzate.
Brokeland Records era praticamente l’ultimo negozio del suo genere, Ishi, l’ultimo dei
Mohicani, Martha il piccione migratore.
Ogni volta che sfiorava l’argomento delle nuove prospettive, espandersi, potenziare il
sito web, e perfino, sì, vendere caffè e pasticcini e chai, Archy andava a sbattere contro le
poderose resistenze di Nat. Non erano semplici resistenze: lui chiudeva la conversazione,
si chiudeva in se stesso, con quell’aria virtuosa ed esasperante da patriarca Abramo che
assumeva a volte, come se lui e Archy non fossero due semplici rivenditori del mercato
secondario che tentavano di stare a galla, ma le vestali di una qualche antica grandezza
che non andava macchiata né alterata. Quando in realtà (lo stesso valeva per ogni
religione, supponeva Archy) il loro era un misto di sindrome ossessivo-compulsiva e
panico esistenziale, la proiezione di un terrore del cambiamento. Una deviazione per
lavori dal percorso abituale, nuove filigrane sulla valuta nazionale, piccole modifiche alle
norme sulla raccolta dei materiali riciclabili: tutto fumo negli occhi di Nat Jaffe. Ripartire
da zero, fare tabula rasa, riavviare: il peggio del peggio. Vi si opponeva come un’isola
nella corrente, come una diga fatta di rami.
«Vuoi un cazzo di macchiato?» aveva detto un paio di giorni prima, scagliando contro
Archy un album, niente che avesse valore, solo una copia di Stan Getz and J.J. Johnson at
the Opera House (Verve, 1957), in cui Getz suonava con Johnson, Oscar Peterson, Ray
Brown e Connie Kay. «Eccotelo, il tuo cazzo di macchiato!»
Intendendo: la schiuma dolce e leggera di un bianco sopra un denso fondo di nero. Il
colpo era andato lungo, però accidenti, era pur sempre un vinile volante: avrebbe potuto
tagliargli la testa. Archy si scoprì irritato al solo ripensarci. Lo irritava anche che il signor
Mirchandani avesse tirato in ballo la macchinetta per l’espresso, pur sapendo che lui
cercava solo di dare una mano, abbracciare la causa, unirsi al coro di quelli che non
volevano veder morire il Brokeland. Non c’era dubbio che Nat fosse in ebollizione, e che
giusto un paio di bollicine lo separassero da un’esondazione in grande stile.
«Signori.»
Era una voce gentile, la voce di una persona allenata a cavare il meglio da uomini e
donne che vedeva al loro peggio. Allenato al decoro, a mantenere delicatezza e basso
profilo sotto la cappa di commemorazione e cordoglio che da sempre aleggiava sulla
Flowers & Figli. Al suono di quella voce funerea, piegando la testa in direzione di
Singletary, il pappagallo cenerino cominciò a fischiare, senza sbagliare una nota, la
versione di Cochise Jones del vecchio spiritual di Mahalia Jackson Trouble of the World ,
contenuto nell’unico album inciso dal signor Jones come leader di una band, Redbonin’
(CTI, 1973).
«Attenzione» disse il signor Jones, ma come di consueto Cinquantotto l’aveva
preceduto.

All’ombra di un cappello nero a tesa larga che gli dava un’aria a metà strada fra il boss
malavitoso e Henry Fonda in C’era una volta il West, con un tre pezzi gessato grigio su
antracite, e un paio di mocassini neri traforati così tirati a lucido da emanare un alone
percettibile, Chan Flowers entrò nel negozio. Sgusciò dalla porta principale, ineluttabile
come una notifica di sfratto esecutivo. Schiena dritta, torace possente, gambe arcuate.
Modello di probità, mano ferma a rassicurare i dolenti, uomo sobrio – di una sobrietà
tombale – solido come una lapide. Una vena gangster sufficiente, in quel cappello, a
chiarire che in politica il consigliere si muoveva secondo i dettami della tradizione. Più
quel tocco alla Tombstone, da becchino di western gotico, come se qualche volta, quando
la luna era piena e la Flowers & Figli vuota, e buia, se non per qualche cero qua e là,
Chan Flowers potesse tranquillamente montare su una bara e cavalcarla come un
purosangue selvaggio.
«A quanto pare è stata indetta una riunione dello zoccolo duro» disse, annotando
rapidamente le facce al banco prima di posare lo sguardo su Archy, con una domanda
negli occhi, qualcosa che voleva sapere. «Voi aspettatemi qui fuori» disse ai nipoti.
I due nipoti Flowers rimasero sul marciapiede. Come tutti i nipoti della nidiata
precedente, più che indossare abiti neri della taglia sbagliata parevano occuparli
abusivamente, in attesa che saltasse fuori una sistemazione meno imbarazzante.
Avevano le facce solenni di due burloni in attesa di giocare qualche tiro. Uno di loro
estrasse un libro di rompicapi matematici giapponesi e li affrontò con un mozzicone di
matita.
«Signor Jones!» disse Flowers, cominciando, con risolutezza da politico, a riempire le
caselle del suo sudoku umano.
«Vostro onore» disse Cochise Jones.
Flowers tese la mano per stringere quella da un’ottava e mezzo di Jones, le unghie
simili a scaglie di avorio da pianoforte.
«È in realtà un onore per me» disse Flowers, «come sempre: l’onore di crogiolarmi alla
luce riflessa della tradizione che lei rappresenta. L’inventore dello stile musicale
conosciuto come Brokeland Creole.» Il signor Jones era anche, per quanto ne sapesse
Archy, la prima persona ad aver usato il termine Brokeland per descrivere quel quartiere,
la frastagliata faglia dove le placche urbane di Berkeley e Oakland scorrevano una sotto
l’altra. «Ciao, Cinquantotto.»
Silenzio. L’uccello fissò Flowers.
«Di’ ciao» lo esortò Jones.
«Di’ ciao, fetentissimo bastardo» disse Cinquantotto.
La voce era quella di Cochise Jones, il suo inconfondibile suono rauco da fumatore, solo
molto più stizzosa. Risero tutti eccetto Chan Flowers. I suoi occhi mantennero le distanze
dal sorriso sulle labbra.
«Avanti così» disse Flowers a Cinquantotto. «Lo sai che in magazzino ho una piccola
bara deluxe in ciliegio per animali, che aspetta solo di ospitare i tuoi resti.»
Era vero; con precisione egizia, Cochise Jones aveva dato disposizioni per il proprio
funerale e per quello del suo compagno di solitudine.
«Fratello Singletary» disse Flowers, indicandolo con un dito magro. «Il Re del Lusso.
Come andiamo?»
«Consigliere» disse Singletary, guardando Flowers nello stesso modo in cui guardava
Cinquantotto, con un misto di curiosità e disgusto, come saggiando con la lingua qualcosa
di amaro all’angolo della bocca.
Quei due, Singletary e Flowers, nel corso degli anni si erano scontrati spesso e a viso
aperto, sempre in modo civile. Azioni legali, questioni immobiliari, una lunga guerra
fredda combattuta a colpi di procuratori e avvocati, su uno sfondo di finanziamenti per il
risanamento urbanistico. Il chiacchiericcio di West Oakland faceva risalire l’origine della
contesa alla fine degli anni Settanta, e al sospetto che Singletary avesse sposato sua
moglie dopo che lei aveva scaricato Chan Flowers, a causa dell’inestirpabile odore di
putrefazione emanato dalle mani dell’impresario di pompe funebri. «Tutto bene, a meno
che lei non sia venuto qui a dirmi altrimenti.»
«Be’, sa» disse Flowers, in parte rivolgendosi all’intera stanza, con la voce modulata,
affabile ma non enfatica nonostante la retorica. Fredda e oggettiva, pronta a deludere
così come a lusingare. «Nella Bibbia, il lusso si addice soltanto a un re. Non viene
chiamato così, ovviamente, vero, signor Oberstein? Lei ricorda che espressione usa il re
Salomone, nel libro dell’Ecclesiaste, per riferirsi a quello che noi oggi definiamo “lusso”?»
Moby tirò a indovinare: «Incenso e mirra?».
«Lo chiama vanità» disse il Re del Lusso. «E io non ho niente da obiettare.»
«Be’, ottimo, perché io non sono venuto qui per litigare» disse Flowers. «Signor S.S.
Mirchandani, approdato tardi a questi lidi, ma ben deciso a non perdere tempo.»
«Consigliere Flowers.»
«Buon per lei, Mirchandani. E lei, signor Oberstein…»
Flowers guardò l’avvocato delle balene aggrottando la fronte, alla ricerca della sintesi
appropriata che amava dedicare alle persone, un epitaffio per ogni lapide.
«Uno coi piedi per terra» suggerì Nat.
«Senza dubbio» disse Moby raggiante. «Proprio così.»
«Signor Jaffe» concluse Flowers. Serrò le labbra molto strette.
«Consigliere.»
Seguì un silenzio, più profondo e imbarazzato di quanto avrebbe potuto essere perché
Archy si era scordato di girare il disco sul piatto. Era raro, molto raro, vedere Flowers a
corto di parole. Aveva un peso sulla coscienza per aver cambiato idea sull’affare Dogpile?
Era entrato, all’ora di pranzo, pronto ad annunciare di persona la cattiva notizia? O era
così assorto nella sua grande strategia, nell’approntare la sua linea difensiva in vista della
mischia, da aver scordato che al banco del Brokeland avrebbe potuto incontrare una certa
resistenza?
«Archy Stallings» disse Flowers, e Archy, confuso, sapendo che probabilmente avrebbe
dovuto mostrarsi freddo e ostile con Chan Flowers, ma abituato da una vita a guardarlo
con ammirazione, si abbandonò a un saluto pugno contro pugno e a un abbraccio con il
consigliere.
«Tuo padre è nei paraggi?» chiese Flowers, non proprio sussurrando, ma quasi.
Archy si tirò indietro, ma prima che potesse fare altro che socchiudere gli occhi e
mostrare un’espressione perplessa, Flowers sentì di aver ottenuto la sua risposta e
continuò.
«Mi sembra di ricordare» disse, allontanandosi da Archy «che lei mi avesse lasciato un
messaggio, signor Jaffe. In ufficio, non molto tempo fa. Ho pensato di fare un salto per
chiederle di cosa si trattava.»
«Possibile» disse Nat, sempre senza alzare lo sguardo. A volte il suo proteiforme
canticchiare a bocca chiusa assumeva la forma di una sfilza di improperi riversati nella
segreteria telefonica dell’ufficio del consigliere, oppure, quando possibile, direttamente
nell’orecchio di uno dei suoi nipoti, assistenti, responsabili d’ufficio, addetti stampa, Nat
che si lamentava di questo, quello o altro ancora, del mancato ritiro dell’immondizia, degli
accattoni, di qualcuno che se ne andava in giro a rapinare la gente in pieno giorno. «Ah.»
Finse lo sforzo di ricordarsi il motivo di quell’ultima telefonata, finse di arrendersi. «Non
sono in grado di aiutarla.»
«Ah» ripeté il consigliere, e ci fu un altro silenzio. Tartaruga in difficoltà , avrebbe
dichiarato Julie Jaffe se fosse stato presente, appoggiando una mano sull’altra a imitare il
suddetto animale ribaltato che si sbracciava con i pollici a mo’ di zampe.
«Ehi, un attimo! Ma guarda un po’!» Flowers si era accorto del bambino,
addormentatosi col biberon in bocca. I suoi occhi si posarono su Archy con genuino calore
ma imperfetta deduzione. «È il piccolo Stallings?»
Flowers gli tese una mano da stringere, e Archy la accettò con un senso di timore,
come se il bambino fosse veramente suo figlio e tutte le sue debolezze e inettitudini
dovessero apparire in assoluta evidenza.
«So che può sembrare impossibile» disse Flowers, continuando a stringere la mano di
Archy e nel contempo a sorvegliare gli altri presenti, «ma io mi ricordo quando tu eri
grande così.» Risero tutti, doverosamente ma con sincerità, all’idea che Archy potesse
essere stato così piccolo. «E ti somiglia tantissimo.»
«Oh, no» disse Archy. «No, è il figlio di Aisha English. Rolando, il nipote del signor
Singletary. A me e a mia moglie manca ancora un mese. Sto solo facendo da baby-
sitter.»
«Si allena» spiegò il signor Mirchandani.
«Non è mai troppo presto per cominciare» disse Flowers. Pur ben provvisto di nipoti,
maschi e femmine, in una gamma che andava da bimbetti minuscoli fino a uomini fatti e
finiti che avevano giocato a football con Archy alle superiori, Flowers era scapolo e, come
il signor Jones, non aveva figli. «Altrimenti ti prendono alla sprovvista.»
«Forse dovrei cominciare anch’io ad allenarmi a fare il morto» disse Nat a voce troppo
alta, sebbene Archy non avrebbe saputo dire se il volume eccessivo fosse intenzionale o
involontario. Prima che chiunque avesse l’opportunità di ponderare la portata di
quell’osservazione, Nat aggiunse: «Ah, sì. Ora ricordo perché l’ho chiamata, consigliere.
Volevo chiederle di passare a tagliarmi la gola».
Flowers si voltò, leggermente spiazzato. Sorrise, scosse la testa. «Fratello Nat, non mi
stancherò mai delle sue scoppiettanti battute» disse. «Sono un vero piacere.»
«Ah, e ho anche quel Sun Ra che stava cercando» disse Nat, accumulando rabbia su
rabbia, usando il sorriso a mo’ di valvola per alimentarla con tonificanti getti d’aria. «O
magari preferisce aspettare e prenderlo direttamente da quel vostro nuovo negozio
Dogpile. Ho sentito che avrà un reparto di vinile usato da paura.»
«Nat» disse Archy.
«Okay» ribatté Nat senza perdere un colpo. «Lascia che parli altri venti secondi, ti
spiace?»
«Posso certamente capire la sua ansia per il livello di concorrenza che vi troverete a
fronteggiare, fratello Nat» disse Flowers con perfetta partecipazione. «Però suvvia. Mostri
un po’ di fiducia nel suo socio e in se stesso! Che cos’è questo atteggiamento disfattista?
Fossi in lei valuterei l’ipotesi che tanta preoccupazione sia prematura.»
«A dire il vero non mi è mai successo che la mia preoccupazione si rivelasse
prematura» disse Nat, sempre felice di assestare un pugno nel momento della tregua. «Di
solito, anzi, si presenta proprio al momento giusto.»
«Solo per questa volta, allora» suggerì Flowers. Morendo dalla voglia di andarsene,
aggiustandosi i baveri della giacca. «La consideri prematura.»
«Sta dicendo che Gibson Goode, il quinto uomo di colore più… o cos’era?» Nat si voltò,
con un udibile schiocco delle ossa del collo, verso Garnet Singletary, il quale si ritrasse
stringendo i denti in un sorriso evasivo, in alcun modo, caso o circostanza interessato, dal
momento che non era uno sciocco, a mettersi apertamente in conflitto con quello che da
tempo immemorabile era il suo nemico d’elezione. «Quinto…?»
«Mi pare di aver letto su “Black Enterprise” che attualmente è il quinto afroamericano
più ricco d’America» disse con cautela Singletary. «Il mio nome, su quella lista, non l’ho
visto.»
Ancora una volta, gli uomini presenti nel negozio risero, felici di lasciare a Singletary il
compito di spezzare la tensione, e allo stesso tempo provando tutti, Archy ne era certo,
comprensione per Nat. Quel luogo faceva parte delle loro vite, inclusa quella di Chan
Flowers, che per anni era venuto ogni settimana a farsi tagliare i capelli da Eddie
Spencer, e in seguito non aveva mai perso l’abitudine di fermarsi quando passava.
«Sta dicendo, consigliere, che Gibson Goode non ha, grazie a lei, la strada spianata per
mettere in piedi questo Thang a due isolati da qui, di fatto tagliando la gola non solo a
me, ma anche a questo ex bambino grande e grosso al quale è tanto affezionato? Perché
quello che abbiamo sentito noi, credo addirittura dalle sue stesse labbra, era che il signor
Goode stava avendo guai seri con alcuni suoi amici alla commissione urbanistica, e che
per questo, con l’aria che tira – mi pare sia l’espressione che ha usato – le banche gli
stavano rendendo la vita difficile.»
«Se ho detto così» ribatté Flowers, «era solo per riferire ciò che sapevo.»
«E allora cos’è cambiato? O meglio, mi faccia riformulare: quanto gli è costato?»
«Nat, i venti secondi sono passati» disse Archy.
«Quanto ha dovuto scucire? Dico bene, Moby?»
«Io? Cosa? Che c’entro?»
«Gesù, Nat» fece Archy.
«È meglio che faccia attenzione a quello che dice, signor Jaffe» suggerì Flowers. Lo
disse guardando Archy. Nei suoi occhi non c’era una richiesta d’aiuto, né una minaccia. A
spalancarli era una domanda, qualcosa che avrebbe voluto sapere. Archy si chiese se non
fosse proprio quella domanda, che Flowers si sentiva a disagio a formulare davanti a tutte
quelle persone, e non la telefonata di Nat a proposito del disco di Sun Ra, la ragione della
visita del consigliere.
«Ci sono stato, al Dogpile» disse Nat. Sorrise a Moby. «L’estate scorsa io e Archy siamo
andati a suonare a un matrimonio a Fox Hills. È vero che è da paura. Avevano un’ottima
copia di Nubian Lady di Roy Meriwether. Prezzo più che competitivo. Ho anche avuto una
discussione molto interessante, quaranta, quarantacinque minuti, con il direttore del
reparto vinile usato. Un ragazzo giovane, studente universitario, nero, belloccio, molto
appassionato di Ornette Coleman. Sosteneva che Coleman, fondamentalmente, avesse
riscoperto il timbro originale dei cornettisti di New Orleans, arrivandoci con tutta una
riflessione a ritroso, un po’ come Einstein con l’esperimento del treno. E che così facendo
avesse chiuso il cerchio. Fine della storia. Fine del jazz così come lo conosciamo. Un po’
come l’uroboro, il serpente che si morde la coda. Non so se sono del tutto d’accordo, ma è
stata una discussione interessante. Ah, mi sono pure portato a casa un Out There in
ottime condizioni.»
«Io non ho il gusto per l’iperbole del mio socio, consigliere» disse Archy. «Lei lo sa. E mi
scuso a nome suo per la mancanza di rispetto, che non si ripeterà, altrimenti lo prendo a
calci in culo da qui al Carquinez Bridge. Giusto, Nat? Però vede, se lei è passato dalla
parte di Gibson Goode, dopo essere stato per tanto tempo un così buon cliente nostro,
per non parlare dell’esempio che ha dato venendo qui di tanto in tanto a permetterci di
soddisfare qualcuna delle sue esigenze musicali, allora, con tutto il rispetto, chiedo scusa
ma ci ha davvero voltato le spalle. O così sembrerebbe.»
Lo sguardo di Flowers scivolò verso il bambino addormentato. Sembrava che al suo
posto vedesse il piccolo Archy, in una sorta di riverbero wah-wah del 1968.
«Spero sinceramente che resterete in affari» disse, ritornando al presente. «Questo
posto mi mancherebbe. Mi mancherebbe davvero tanto. Ma un Dogpile Thang sarà una
vera manna per la comunità.»
«Per la comunità.»
Oh, merda, pensò Archy.
«Per la comunità!» ripeté Nat.
«Sta’ calmo, Nat» disse Archy.
«Certo che sto calmo. Starò veramente calmissimo, quando mi ritroverò su un cazzo di
marciapiede a dover vendere il mio stesso sangue.»
«Nat…»
Dover vendere il sangue, per Nat, era sempre l’ipotesi peggiore, la minaccia che
sbandierava di fronte a suo figlio, a sua moglie, al suo socio, a chiunque andasse
persuaso dei terribili espedienti e della rovina finanziaria che si profilavano all’orizzonte.
«Sa, consigliere, non so perché ma avevo l’impressione che questo negozio… questo
posto» e picchiò il pugno sul banco: Questo! Posto! «fosse una comunità! Ma
probabilmente mi sbagliavo.»
Allungò una mano sotto il banco, tirò fuori una copia di The Soul Vibrations of Man
(Saturn Research, 1976) e la scagliò dall’altra parte della stanza. La si udì spezzarsi, un
crepitio come di legna nel fuoco. Oltre ad agitarsi per la prospettiva di dover vendere il
suo sangue, Nat amava lanciare i dischi, di solito gli scarti. Quello, ahimè, era un album
raro e di valore.
«E allora lo chieda a Gibson Goode e alla sua comunità, di trovarle una copia mono,
originale e sigillata, di The Soul Vibrations of Man. Perché noi chiudiamo. Adesso. In
questo preciso istante. Perché rimandare? Perché prolungare la sofferenza? Questo
negozio chiude oggi. Potete andarvene, signori, e mille grazie per il sostegno che ci avete
dato in tutti questi anni. Addio.»
Flowers fece per dire qualcosa, protestare con Nat, rimproverarlo per aver distrutto un
così bel disco. Ci ripensò. Posò un’ultima volta i suoi occhi indagatori su Archy, e nella loro
espressione vuota gli parve di intravedere una specie di risposta.
«In tal caso.» Flowers si toccò con le dita la tesa del cappello, quindi fece un leggero
inchino agli uomini dietro il banco. Uscì dal negozio, e i nipoti presero posto uno alla sua
destra e l’altro alla sua sinistra. «Buona giornata. Signor Jones. Signor Singletary.»
«Addio, signori» disse Nat.
I clienti si voltarono sbalorditi, Mirchandani e Moby si appellarono ad Archy con lo
sguardo. Lui alzò le spalle. «Mi spiace» disse.
Archy sollevò Rolando, che sonnecchiava nel suo seggiolino, e ne trasferì formalmente
la custodia al nonno: l’Inghilterra che restituiva Hong Kong, meste trombe d’addio, uno
strano dolore nel cuore di Archy, simile a un presagio – o più probabilmente a un remoto
ricordo – di lacrime. Gli uomini scivolarono giù dai loro sgabelli e in fila uscirono dal
locale.
Il signor Jones si fermò sulla porta, e raddrizzando le spalle perennemente curve sulla
tastiera fantasma si voltò. Lanciò a Nat uno sguardo combattuto tra solidarietà e biasimo.
Tirò fuori la pipa e il tabacco dalla tasca della giacca. Poi, indicando Rolando con il
cannello della pipa mentre il Re lo portava fuori dal negozio, accennò con la testa ad
Archy. «Continua a far pratica, Tartaruga» disse. «Vedrai che ce la farai.»
«Lo spero tanto, signor Jones.»
«Tu hai un cuore buono. Sotto tutti gli altri strati. E nella vita avere il cuore buono è
l’ottantacinque per cento di qualsiasi cosa.»
Lacrime roventi si raccolsero nelle falde degli occhi di Archy. In genere, seguendo
l’esempio di Marco Aurelio, cercava di evitare l’autocommiserazione, ma in vita sua non
gli era mai capitato di ricevere apprezzamenti per le sue buone qualità, per il suo
potenziale umano. Sua madre era morta quando era piccolo, suo padre si era dileguato
presto. Le zie che l’avevano cresciuto erano morte nella più perfetta ignoranza delle sue
buone qualità. Sua moglie, pur amandolo senza ombra di dubbio, era solo l’ultima in una
lunga serie di esperti e conoscitori – che dall’esercito alle superiori risaliva a ritroso fino
alle zie – a sottovalutare la rarità e le condizioni di conservazione dell’anima di Archy.
Soltanto il signor Jones non mancava mai di abbassare la puntina nel lungo solco
spiraliforme che scorrendo verso l’interno codificava Archy, e di ascoltarne le vibrazioni.
Perfino ai tempi in cui la moglie del signor Jones era ancora in vita, e lui era molto
richiesto da locali notturni e studi di registrazione, a metà strada sulla via della fama,
aveva sempre trovato tempo da dedicare a Tartaruga Stallings.
«Grazie, signor Jones» disse Archy.
«E l’altro quindici per cento cos’è?» chiese Nat. «Giusto per curiosità.»
«Educazione» disse il signor Jones senza esitare. «E saper mantenere la calma.»
Nat, arrossendo, non riuscì a incrociare lo sguardo acquoso del signor Jones.
«Domani abbiamo quel concerto» disse il signor Jones. «Ho bisogno del mio Leslie,
ragazzo.»
«E l’avrà» disse Archy.
«Hai detto che sarebbe stato pronto per domenica.»
«Lo sarà.»
Dopo che il pappagallo ebbe pilotato il signor Jones fuori dal negozio, Nat chiuse la
porta. Abbassò il chiavistello, girò il cartello in modo che si leggesse chiuso. «La
comunità» borbottò. Rimase lì, con la mano sul chiavistello, canticchiando a bocca chiusa.
Poi lo fece scorrere all’indietro, aprì la porta e uscì di corsa sul marciapiede, urlando nella
direzione che aveva preso il consigliere Flowers: «La comunità non sforna un disco
decente dal 1989!».
Rientrò nel negozio – o meglio, precipitò al suo interno – e ripeté l’operazione con il
chiavistello. Tornò dietro il banco e restò lì, inspirando ed espirando, sforzandosi di
ritrovare la calma, con le pulsazioni del cuore ben visibili sulle tempie. Si fermò di fronte
ad Archy e lo fissò con sguardo tranquillo.
«Vedi, Archy? Ecco perché odio tutti e il mondo intero» disse, come se ci fosse un
qualche nesso tra quelle parole e ciò che era appena accaduto, una sequenza di eventi
simile a una teoria su Ornette Coleman e certi perduti cornettisti di Storyville. «Ecco
perché odio la mia sfigatissima vita.»
Strappò il cappello dal gancio, se lo calcò in testa e uscì. Archy cercò invano di decidere
se era il caso di prendere sul serio una qualsiasi delle cose che aveva detto Nat, o una
parte, o nessuna. Fece per tirare fuori i Ricordi in edizione Penguin che teneva pronti
all’uso nella tasca della giacca, ma capì, senza bisogno di aprire il libro, ciò che
difficilmente Marco Aurelio avrebbe potuto consigliargli: il genere di conforto che un uomo
poteva trovare nel calore e nelle spezie dell’Etiopia, una salsa dolce e pungente sulla
punta delle dita.

Gwen Shanks, diretta a nord lungo Telegraph Avenue, stava andando a seguire un
parto in casa sulle colline di Berkeley, quando una voglia irresistibile l’aveva sospinta fuori
rotta, e si era ritrovata immersa nella semioscurità profumata di cumino del Queen of
Sheba. Temprata da una vita di esercizi nelle arti della repressione, come Spock che
combatte l’irrefrenabile febbre da accoppiamento settennale del pon farr, Gwen aveva
resistito agli stimoli e alle ondate di estrogeni e progesterone per tutte le prime
trentaquattro settimane della gravidanza, negandosi ogni voglia, serrando i ranghi contro
le tempeste ormonali. Nelle sue pazienti, Gwen tollerava con costanza e tenerezza ogni
smania, impeto di rabbia e attacco di panico, ogni crisi di pianto e scorpacciata di dolci,
ma non aveva l’abitudine di essere indulgente con se stessa. Sebbene facesse l’ostetrica
di professione, il suo vero mestiere era l’autocontrollo. Due settimane prima, tuttavia,
senza alcuna spiegazione, suo marito era passato a trovarla alla Berkeley Birth Partners,
portando con sé, diabolicamente, un fatidico bicchiere di polistirolo colmo di una bevanda
chiamata suff. Da quel giorno, Gwen era perseguitata quasi quotidianamente dalla brama
di un po’ di quell’infuso ghiacciato a base di semi di sesamo, dolceamaro come il
rimpianto. Cintura nera di kung fu stile Wing Chun, Gwen aveva trascorso la mattinata nel
dojo del Bruce Lee Institute, allenandosi per oltre due ore con il suo maestro, Irene Jew,
in uno sforzo cosciente non solo di affilare il proprio senso pratico per ovviare alla perdita
di concentrazione, forza e velocità causata dalla gravidanza, ma anche, cosa ancor più
importante, per ritrovare un certo grado di autodisciplina. Tempo sprecato.
Parcheggiando sulle strisce gialle, rischiando di far tardi, Gwen si era abbandonata alla
sete.
Era in piedi accanto alla cassa, in attesa del resto, e aveva già bevuto il primo sorso,
doloroso e benedetto, quando intravide il suo caro marito seduto in un séparé a metà
della parete sud, dietro una tenda di perline marrone scuro e beige, così rada da lasciare
tutto e nulla all’immaginazione. Archy Stallings, cane dei cani, le grasse dita alla Mingus
immerse in un appiccicoso miscuglio di enjera e negli affari di una giovane cagna dalla
testa allungata, con la pelle color ruggine ed enormi, meravigliosi occhi da mammifero
notturno. Elsabet Getachew, la regina di Saba da cui il locale prendeva il nome, se ne
stava raggomitolata sul suo lato del tavolo come un intento languido e sinistro. Di fronte
a lei, Archy si tolse gli occhiali con la montatura di corno e cominciò a pulirne le lenti con
un panno morbido. Fu tutto quello che Gwen vide; pur non potendosi definire una scena
innocente, in tutta onestà non era niente di che. In seguito non avrebbe saputo dire come
o perché avesse concepito l’idea di avviarsi a passo di carica verso séparé e relativa
tenda, e rovesciare una bella tazza di schiumoso, ghiacciato rimpianto sulla testa del suo
caro marito. «Idea» non era nemmeno la parola giusta: ebbe l’impressione, sul momento,
che la sua intera essenza si riassumesse nella donna in procinto di compiere quel gesto,
la sensazione di essere un mare in cui quell’azione era l’unico pesce.
Durante tutta la gravidanza, gli attacchi di stanchezza si erano alternati ad accessi di
esaltazione fisica, ma mentre marciava, con il peso del bambino ben distribuito su tutta la
sua ossatura, verso il quinto séparé dal fondo, Gwen si sentì semplicemente indomabile.
Scaraventò di lato i fili di perline con una mano sinistra che poteva frantumare assi di
pino e ridurre mattoni di cemento in polvere grigia. I fili schioccarono. Centinaia di perline
marrone scuro e beige sbatacchiarono, guizzando, tintinnando e sparpagliandosi in
volute, disegnando, come particelle in una camera a nebbia, il percorso del flusso di qi
gong emanato dalla sua mano di cintura nera.
In realtà, Gwen non credeva nel qi, così come nel 97 per cento di quanto nel mondo del
kung fu si sosteneva al riguardo: storie di persone che riuscivano a sollevare un suv,
schivare proiettili e far saltare le teste di poderosi eserciti grazie alla loro capacità di
controllare il magico flusso. Novantasette per cento era suppergiù il grado di incredulità
riservato da Gwen a tutto ciò che la gente asseriva, giurava o cercava di darti a bere. E,
benché ultimamente le ostetriche casalinghe fossero considerate un branco di streghe
new age, armate di cristalli, cd di gong per raggiungere lo stato alfa e tinture di
Caulophyllum, la maggior parte di loro era scettica per formazione. E Gwen tra le più
scettiche in assoluto. E tuttavia sentì qualcosa fluire dentro e intorno a lei, visibile nel
tracciato delle perline volanti. Posò uno sguardo torvo sul bastardo che inspiegabilmente
era riuscito a nascondere la sua stazza dietro quel tre per cento di zona cieca,
intrufolandosi nella sua vita.
Non appena Gwen apparve accanto al séparé, Archy parve afferrare all’improvviso, con
l’intuito istantaneo tipico degli uomini infedeli, il quadro completo: moglie,
smascheramento, perline, suff extra-large. Nello spazio di quell’istante, i suoi occhi si
spalancarono, scusandosi, protestando, mentre le perline di legno gli piovevano intorno e
mezzo litro di bevanda etiopica ghiacciata gli veniva rovesciato in testa.
«Cazzo» disse, con il liquido latteo che gli grondava dagli occhiali e lungo il naso per
poi infilarsi nel colletto. Non perse la calma, né alzò la voce, né si scostò di scatto dalla
traiettoria, e neppure si scrollò da quel cane che era. Restò seduto, gocciolante, a subire
la punizione, quasi abbandonandosi a una forma di sottomissione matrimoniale, il prezzo
da pagare per il fatto di avere una moglie non solo incinta, ma, evidentemente, anche
fuori di testa. «Stavamo solo parlando.»
«Chiedo scusa» disse Elsabet Getachew con il suo accento aspro, cercando di scivolare
a testa bassa fuori dal séparé. I suoi capelli erano un trionfo di viticci per accalappiare i
mariti. Aveva addosso un feroce odore di cucina, di noci e oli e manciate di spezie e
scorza d’arancia. Gwen si interpose tra la ragazza e la libertà, felice di essere enorme e
insormontabile. Attese che Elsabet alzasse gli occhi, sfidandola a incontrare il suo sguardo
coniugale: un muro, una diga, il braccio di un governo. La ragazza eseguì. In quegli occhi
da stambecco, Gwen lesse colpa e scherno. Ma soprattutto disprezzo.
All’improvviso, in Gwen si accesero tutte le lampadine. Si guardò la pancia, il top
elasticizzato gonfio e coperto di pelucchi, le ginocchia sformate dei pantaloni cp Shades,
le consunte espadrilles nere che faticavano a contenere i suoi piedi. E sotto! Quel
reggiseno assurdo, quelle mutande geriatriche!
«Non sei scusata» disse flebilmente Gwen, per poi farsi da parte.
Elsabet Getachew le scivolò accanto e scomparve in cucina varcando un’altra frangia di
perline. Coppia felice a parte, in sala rimanevano ora altri nove esseri umani, e tutti
sembravano godersi lo spettacolo allestito da Gwen.
«Be’?» domandò Archy. «Adesso non posso più nemmeno interagire con gli altri
commercianti del quartiere? Mantenere un dialogo? Come si fa, dimmelo tu, ad arginare il
crimine se non possiamo scambiarci consigli e informazioni tra di noi?»
«“Consigli e informazioni”» citò Gwen. «Certo. Capisco.»
«Tu devi sempre pensar male.» Archy afferrò qualche tovagliolo di carta e si tamponò
delicatamente la zucca, i rivoli sulle guance. Scosse la testa.
«Mi baso sul calcolo delle probabilità, Archy» disse Gwen. «Guardo i numeri.»
Sì, convenne Gwen mentre lui la seguiva fuori dal ristorante e lungo Telegraph Avenue
verso la sua bmw nera cabrio del 1999, in effetti all’apparenza Archy ed Elsabet stavano
solo parlando, e se stavano solo parlando, allora era stato completamente e
indiscutibilmente irragionevole, da parte sua, dare in escandescenze in quel modo.
Considerata l’innocenza dell’incontro di cui era stata testimone, aveva sbagliato a
inzuppargli il bellissimo maglione color zucca e i pantaloni di tweed con una bevanda
originaria del Corno d’Africa. Sì, sapeva perfettamente che Archy pranzava di continuo al
Queen of Sheba. Sapeva che Elsabet Getachew lavorava al ristorante ed era la nipote del
proprietario, ottima persona. E no, non pretendeva che lui fosse scortese con un’amica
che come lui faceva parte dell’Associazione commercianti di Temescal.
«È l’umiliazione» si ascoltò dire mentre glielo spiegava, appellandosi a un concetto
chiave del codice morale di sua madre, e quella somiglianza così perfetta la fece
rabbrividire, sentì come dei ragni camminarle sulla nuca, e probabilmente sarebbe
bastato far ruotare la telecamera perché apparisse Rod Serling in coda a un episodio di Ai
confini della realtà, in piedi accanto a un banano in vaso e avvolto dal sinistro fumo di
una sigaretta.
Si piazzò dritto davanti a lui, faccia a faccia, per non dover alzare la voce. «Vado avanti
così da trentasei settimane» esordì. «Sono stanca, enorme, inondata di ormoni. E ho
caldo. Ho così caldo e sono così grossa che devo mettermi le culotte perché quando
cammino le cosce non sfreghino tra loro. Perciò, sì, lo ammetto, ho perso la testa. Forse
non dovevo versarti in testa il suff. Però non so» glielo suggerivano gli estrogeni o la
logica? Era ancora in grado di stabilire la differenza?, «forse invece dovevo. Perché anche
nel caso che tu, con una ragazza di straordinaria bellezza, “stessi solo parlando”, Archy, è
comunque umiliante. E io sono stufa. Giro per la mia città, il posto in cui abito, e devo in
continuazione chiedermi se alla prossima tappa, che ne so, in farmacia per prendere un
barattolo di salviettine medicate Tucks, beccherò mio marito a provarci con la
farmacista.» Non era un esempio arbitrario. «Ed è imbarazzante. Io ho una dignità da
difendere.» Si appoggiò una mano sullo sterno, quasi che le parole seguenti dovessero
uscirle in forma di poderoso rutto. Ridusse la voce a un sussurro, come se vedersi
costretta a rievocare il ricordo della sua dignitosissima madre, niente meno che la
seconda donna afroamericana a laurearsi in medicina ad Harvard, fosse l’umiliazione più
grande. «Ho troppo rispetto per me stessa.»
«Sì, troppo» convenne Archy.
«Giuramelo, Archy» disse. «Alza la mano destra e giurami sulla buonanima di tua
madre che fra te e quella ragazza, Chewbacca o come si chiama, non c’è niente.»
«Lo giuro» disse Archy, ma senza aggiungere nulla che potesse comportare la
dannazione eterna della sua defunta madre. E senza alzare la mano.
«Alzala!» disse Gwen.
Archy levò la mano destra, a mo’ di bandiera bianca.
«Giuralo sull’anima di tua madre, che ti ha cresciuto meglio di così.»
Prima di pronunciare le parole richieste, Archy esitò, e in quel mezzo secondo fu
perduto. Tutte le rivendicazioni di dignità e rispetto di sé declamate da Gwen si
dispersero come sdraio sul ponte di una nave in tempesta. Gwen diede un’occhiata alla
strada, da una parte e dall’altra, per verificare che non ci fossero testimoni, dopodiché
affondò la mano nei pantaloni di Archy. La grazia superiore della f di Ferragamo dorata
che costituiva la fibbia della cintura le graffiò il polso. Le dita trovarono il robusto
manicotto arrotolato nella coppa dei boxer. Per un attimo, i polpastrelli si invischiarono in
una patina di adesivo corporeo debole come la colla di un Post-it. Gwen liberò con uno
strattone le dita appiccicose, se le portò al naso e diede una rapida ma esperta annusata.
Bancarelle di mercato, bracieri fumanti, ceste di lenticchie. Tutte le spezie e i fetori
dell’Etiopia: curcuma, burro bruciato, sale del Mar Rosso.
«Figlio di puttana» disse Gwen, ribadendo, come una cellula che d’un tratto diventa
cancerosa, il giuramento che Archy non aveva voluto pronunciare. Era la terza volta in
vita sua che Gwen usava quell’espressione, la prima senza implicitamente metterla tra
pudiche virgolette, e dopo non ci fu più niente da dire. Girò intorno all’auto per
raggiungere il posto di guida, ignorando la multa, chiusa in una busta verde acido, che
durante la sua assenza era stata infilata sotto il tergicristallo sinistro. Si infilò nello spazio
tra il sedile e il volante. Poi lei e la sua dignità calpestata si allontanarono, insieme con la
multa che svolazzava contro il parabrezza, e con il desiderio di un bicchiere di suff – per
un altro di quei sorsi color caramello avrebbe sopportato qualsiasi affronto all’autostima,
qualunque macchia sull’orgoglio – destinato a bruciare dentro di lei, inappagato, per molti
giorni.

La casa in Stonewall Road era una di quelle che davano sul canyon, erette in California
alla fine degli anni Sessanta con uno sprezzo nei confronti della gravità degno della Nasa:
una serie di angoli posati su pali sottili, e protesi verso il vuoto verde. Dalla strada si
vedevano soltanto la cassetta della posta e la tettoia del parcheggio auto, mentre la casa
rimaneva nascosta in fondo al pendio, quasi l’avessero progettata per tendere agguati ai
passanti. In mezzo al vialetto d’ingresso, sopra una perenne pozzanghera d’olio di motore
sgocciolato, era ferma l’auto di Aviva Roth-Jaffe, una Volvo station wagon la cui età si
poteva calcolare in decenni. Aveva una targa personalizzata con la scritta HEK8 in oro su
blu, e in un momento imprecisato della sua storia era stata condannata da una
riverniciatura Earl Scheib da cento dollari ad avvicinarsi al colore di uno schizzo di
dentifricio al fluoro Crest.
Gwen si appoggiò al cofano della sua auto, fece un respiro lungo e lento. Si scosse di
dosso quanti più ricordi poteva della mezz’ora appena trascorsa e compresse tutto il
resto. Aveva del lavoro da fare, e una volta finito suo marito sarebbe stato ancora lì, e
sarebbe stato ancora il solito cane, e avrebbe ancora avuto addosso l’odore della figa di
un’altra. Si issò sulle spalle la borsa da palestra nera – contenente lenzuola pulite, guanti,
tamponi e siringhe, forcipe, un Doppler portatile – e trascinò quel peso e il proprio giù per
la tortuosa scalinata che dalla strada conduceva alla porta d’ingresso. Il pendio era
ricoperto di campanule. Viticci di gelsomino lambivano i gradini di legno. Un’enorme
campsis con le mille boccucce gialle imbronciate minacciava di inghiottire la casa di legno
fino alla sommità del tetto. In Stonewall Road l’aria odorava di corteccia di cedro,
eucalipto, ceppi di abete che ardono in una stufa a legna. Dal ramo più basso di un
limone Meyer, una campana a vento cercava senza fretta una melodia da suonare.
Un’etichetta adesiva appiccicata alla finestra accanto alla porta d’ingresso comunicava
agli eventuali pompieri per quanti gatti (tre) avrebbero dovuto rischiare la vita.
Dall’interno della casa proveniva il muggito disperato e penoso di un animale sofferente.
«Permesso?» domandò Gwen, entrando dalla porta principale. Un minuscolo Buddha
nero le diede il benvenuto da un tavolino basso accanto all’ingresso, dove teneva
compagnia a una foto di Lydia Frankenthaler, produttrice di un documentario premiato
con l’Oscar sulla dura e a lungo ignorata condizione delle lesbiche nella Germania nazista;
a un’altra foto del compagno di Lydia, Garth, e a una della figlia di Lydia e del primo
marito, nero, una bambina di cui Gwen aveva scordato il nome. Era un Buddha cinese, di
quelli che dovrebbero portare denaro e fortuna, giocondo, con il volto da bambino,
panciuto, che a Gwen ricordava il suo caro marito, fatta salva una sostanziale differenza:
accarezzando la distesa continentale dell’addome di Archy Stallings anche per molto,
molto tempo, nessun flusso di denaro sarebbe mai stato attratto nella tua direzione.
«Qualcuno sta per avere un bambino?»
«Qui dentro, Gwen» disse Aviva.
Lydia e Garth, avvocato dei poveri, stavano per avere una bambina in soggiorno. Era
una stanza ampia, con il soffitto a volta e nient’altro che una parete di vetro massiccio a
separarla dal canyon. La bambina – Arabia, o Alabama, comunque un nome geografico –
osservava stupita, con sguardo assente, lo spettacolo di sua madre, nuda e adagiata al
centro della stanza come una scultura astratta in marmo. Appoggiato alle gambe teneva
un cartoncino rettangolare su cui aveva attaccato le tre pagine del programma di parto
della madre, di cui aveva decorato i bordi con pennarelli di quattro colori diversi,
disegnando fiori e foglie di vite e un feto sorridente con la scritta BELLA . Due divani bassi
erano stati spinti ai lati della stanza per far spazio a un ampio e piatto sandwich
composto da un tatami, uno strato di gommapiuma e una tenda per doccia su cui
campeggiava un gigantesco autoritratto di Frida Kahlo. Garth, uomo dall’ossatura minuta,
con gambe sottili, barba e capelli rossi a spazzola, giaceva assopito su quel letto
improvvisato.
«Dilatazione nove!» disse Lydia a mo’ di saluto, esibendo l’ulteriore commento delle
sue natiche pelose divaricate e del retro delle cosce. Era china a quattro zampe, nella
posizione yoga del cane colla testa in giù, le mani aperte come ad afferrare il pavimento.
«Collo appianato del cento per cento.»
«Ho cercato di convincerla a spingere un pochino» disse Aviva. Scivolando all’indietro si
lasciò cadere accanto alla pallida secondipara attempata che adesso incombeva su lei.
Con un’aria di disapprovazione, di cui però solo Gwen avrebbe potuto accorgersi, le labbra
corrucciate a sinistra come a trattenere un bacio. A piedi nudi, con indosso un ampio
abito di cotone sopra un paio di pantaloni neri in nylon che le arrivavano al polpaccio;
l’onda inquieta dei capelli, neri con mulinelli argentei, tirata indietro e legata in uno
chignon informe. Un’ombra azzurrina di peli sugli stinchi chiarissimi. Le unghie dei piedi
dipinte di un cupo rosso cacao, simile alla pelle della regina etiope di Archy. «Solo che
questa mamma preferisce perdere tempo così.»
«Non voglio spingere» disse Lydia. Una corda di dolore le stringeva e assottigliava la
voce, una voce da yogin, capovolta e saldamente legata al ritmo del suo respiro. «Va
bene, Gwen? Posso rimanere così un altro po’? Mi sento molto meglio.»
Se Aviva diceva che era ora di provare a spingere un pochino, allora, dal punto di vista
di Gwen, era ora di provare a spingere un pochino. Una non diventa l’Alice Waters delle
ostetriche lasciando troppo a lungo nel forno i suoi gratin.
«Be’, la gravità lavora a tuo favore» tentò Gwen, meno incline della socia alla pazienza
e alla gentilezza, ma pur sempre disposta a concedere una possibilità a una donna che
affrontava il travaglio nuda e a testa in giù. «Ma se a qualcuna è mai riuscito di spingere
fuori un bambino in quella specie di carpiato in cui sei tu, Lydia, io non ne so nulla.»
«Potrebbe essere interessante» fece Aviva. «Ora che mi ci fai pensare. Forse dovresti
provare.» Le parole erano scherzose, ma il tono continuava a essere critico, perlomeno
all’orecchio di Gwen.
«Fatemi solo dare una lavata alle mani, così poi accendo il Doppler e vedo che succede
lì dentro» disse Gwen, lasciando cadere la borsa su una poltrona di pelle nera. «Ciao,
tesoro.» Arcadia. «Che te ne pare di tutto questo, signorina Arcadia?»
La bambina scrollò le spalle, con gli occhi spalancati e lucidi ma non disperati. Senza
scadere in banalità, riferimenti alla triplice dea della Luna o simili sciocchezze, quella a
cui si stavano accingendo era una faccenda profonda e solenne, e nessuno poteva
percepirlo in tutta la sua insondabilità meglio di un bambino. Certamente non il vecchio
Garth, che continuava a starsene sdraiato, con l’alluce che faceva capolino dalla calza
destra e il sonno che come un mantice gonfiava e sgonfiava la sua esile corporatura.
«Fa un po’ schifo» disse la bambina, alzando davanti a sé il programma di parto della
madre come a proteggersi da quella schifosità. Il punto numero sette prescriveva che il
cordone ombelicale non venisse tagliato finché la placenta non fosse sgusciata fuori.
L’articolo dodici era una follia sulle controindicazioni dell’uso della luce artificiale. Gwen
non era tipo da disprezzare un programma di parto ben fatto, ma quasi sempre c’erano di
mezzo pie illusioni e strane credenze, e quando le cose andavano nel modo in cui
dovevano andare, tutti quei piani, con il senno di poi, apparivano un po’ ridicoli. «Senza
offesa, mamma.»
«Non devi.» La corda si stringeva sempre più. «Per forza. Guardare, amore. Ti ho
detto…»
«Io voglio stare qui.»
«Le cose schifose possono essere interessanti» disse Gwen. «Vero?»
Arcadia annuì.
Lydia abbassò i fianchi e si lasciò cadere sulle ginocchia, cedendo come un castello di
sabbia, quindi rimase lì carponi, il capo penzolante, gli occhi chiusi, come imitando il
comportamento di qualche animale. «Adesso spingo» annunciò. Poi, con la stessa voce da
hostess, aggiunse: «Tutti zitti, per favore».
Il tono era sbagliato e allarmante, come quando picchietti un calice di cristallo con un
difetto nascosto, e Garth si svegliò di soprassalto e si mise seduto, guardando a bocca
aperta Gwen, sbatté le palpebre, si asciugò le labbra con la manica. «Qualcosa non va?»
chiese. Staccò gli occhi da quelli di Gwen e volse lo sguardo intorno, riemergendo dalla
fossa oceanica di un sogno, cercando la sua nuova bambina, trovando sua moglie, che
non vedeva niente di niente.
«Va tutto bene, caro» disse Aviva. «Solo che adesso ci serve Frida Kahlo.»
Gwen andò in cucina a bere un bicchiere d’acqua e cancellare dalle proprie mani, in
nome dell’asepsi se non della dignità, anche l’ultima traccia di Elsabet Getachew. Non sei
scusata: davvero una battuta brillante. Soffocò sul nascere il ricordo della sua vergogna
con un paio di guanti senza lattice. Tornando in soggiorno, vide che Frida Kahlo era stata
coperta con un asciugamano di spugna arancione. Lydia giaceva sulla schiena,
appoggiata su un vecchio cuscino scozzese, l’addome pallido pervaso di capillari come un
bulbo oculare. Emetteva un suono inedito e sommesso, una specie di ringhio che
lentamente crebbe fino a trasformarsi in un energico ululato, per poi sbocciare in un
accesso di volgarità che fece ridere tutti quanti.
«Buona, questa» disse Aviva. «Davvero ottima.»
Pur avendo Aviva fatto nascere un migliaio di bambini con le sue mani ferme ed
esperte, ora che il momento era giunto si affidò alla sua socia, alle mani da virtuosa di
Gwen Shanks, mostruosamente grandi, agili come creature marine, innervate di cavi tesi
come il Golden Gate Bridge.
Lasciando il posto a Gwen, Aviva cercò di comunicarle con la forza espressiva delle
sopracciglia che nella situazione percepiva qualcosa che non andava, qualcosa che il
programma di parto, ora accartocciato sotto la sedia della bambina, non contemplava. Le
apparenti doti medianiche di Aviva, la sua capacità di sapere in anticipo che qualcosa
sarebbe andato storto, specie durante un parto, non erano solo il frutto statistico di un
pessimismo perenne. Gwen, pur con tutto il suo scetticismo, l’aveva vista azzeccare
troppe previsioni di disastri tanto improbabili quanto imminenti per non tenerne conto.
Corrugò la fronte, cercando di vedere o percepire ciò che aveva avvertito Aviva, senza
riuscirci. Quando si voltò verso Lydia, la sua fronte era liscia e l’espressione serena.
«Allora» disse, «vediamo un po’ che combina questa signorina Bella.»
Centimetro dopo centimetro, preghiera dopo preghiera, Gwen si abbassò verso il
pavimento, e una volta arrivata a destinazione vide che le piccole labbra di Lydia
Frankenthaler avevano assunto la forma di un cerchio rosso acceso. Una chiazza di fluido
e peli presentava le sue credenziali al posto di blocco, avanguardia dell’ambasciatrice che
stava per giungere da lontano.
«Stai andando veloce» disse Gwen. «La testa già si vede. Ci siamo. Oddio.»
«Lydia, tesoro, ricordi quando prima dicevi di non voler spingere?» disse Aviva
accostandosi a Gwen. «Ecco, adesso vorrei proprio che smettessi. Smetti di spingere.
Lasciala…»
«È velocissima» disse Gwen. «Occhio.»
Ci fu un incresparsi di liquido e pelle, quindi, con un sospiro vaginale, la piccola schizzò
nelle grandi mani di Gwen. I minuscoli occhi erano aperti, nebulosi e opachi, ma un
attimo prima che la creatura scoppiasse a piangere si accesero, e la bambina sembrò
fissare Gwen Shanks. L’aria fu invasa da un odore caldo, un misto di sesso e di macelleria.
Il padre disse «Oh», dopodiché si strinse accanto a Gwen per prendere la piccola
appiccicosa che lei gli porgeva. Arcadia si tenne in disparte, spaventata e al tempo stesso
eccitata dal rossore della nascita e della piccola vita che si accendeva tra le mani di suo
padre. Avvolsero delicatamente la bambina in un lenzuolo a righine colorate, e mentre
Aviva accarezzava i capelli di Lydia e la aiutava a sollevare il capo, Garth e Arcadia fecero
le necessarie presentazioni tra madre, neonata e seno. Rimase dunque solo Gwen,
accovacciata sul lato opposto dell’ombelico argenteo, a osservare il denso flusso di
sangue che colava pulsando lentamente dalla vagina di Lydia, come acqua da una spugna
fradicia.
Ci vollero tutta l’esperienza di Gwen e il suo innato talento nel minimizzare i disastri per
non farle pronunciare le fatali sillabe «Oh, cazzo». Ma Aviva colse qualcosa, sul suo viso o
nella curva delle spalle, e quando Gwen alzò lo sguardo da quel sangue pulsante che
aveva cominciato a formare sulla tenda da doccia un rosso laghetto grande quanto una
grossa moneta, la sua socia si precipitò a dare un’occhiata. Aviva si accovacciò accanto a
Gwen, come l’arbitro di una partita di baseball che si protende sulla spalla del ricevitore
per avere una migliore visuale della palla in arrivo. Sapeva di scorza di limone e ascella:
un odore che Gwen quasi non avvertiva più, se non come segno di una presenza
rassicurante. Rimasero in attesa della placenta. Il delicato clic clic della bambina che
poppava scandì il trascorrere di diversi minuti. Aviva allungò la mano e diede un lieve
strattone al cordone ombelicale. Aggrottò la fronte. Dalla sua gola salì una vibrazione
profonda, che quindi divenne un: «Mmm».
Quel suono perforò la bolla di felicità famigliare che aleggiava intorno alla testa di
Lydia. Garth sollevò lo sguardo di scatto: «Tutto bene?».
«Benissimo.»
Gwen aprì le fasce di velcro a strappo del suo kit ipodermico, lo srotolò e tastò qua e là
con la mano sinistra alla ricerca della fiala di ossitocina.
«Ora come ora» disse Aviva, «la placenta sta facendo un po’ la ritrosa, per cui
aiuteremo l’utero a procurargli qualche altra contrazione. Lydia, tu continua ad allattarla,
è la cosa migliore che puoi fare. Come sta andando?»
«Ha cominciato subito!» strillò Lydia. Era tutto meraviglioso, nel mondo in cui aveva
appena preso residenza. «Si è attaccata alla grande. E ciuccia che è un piacere.»
«Bene» disse Gwen, manovrando siringa e fiala in un’attenta serie di procedure rituali:
calare la fiala sullo stelo dell’ago, leggere quella storia di liquido e tacche graduate. «Tu
va’ avanti. E per essere sicuri che lì dentro sia tutto a posto, bello teso e contratto, noi
adesso ti facciamo un po’ di ossitocina.»
«Come mai?» chiese Garth. Allungò il collo per vedere che stava succedendo tra le
gambe di sua moglie. Non c’era, per dire, un mare di sangue, ma comunque abbastanza
da scioccare un neopadre innocente, immerso in un bagno ormonale post parto di fiducia
nella bontà del mondo. «Oh, cazzo. Avete fatto qualche stronzata?»
Imprecò freddamente, ma con una furia autentica che colse Gwen di sorpresa. L’aveva
inquadrato come il tipico maschio bianco garbatamente inetto di Berkeley, pantaloni con
la coulisse e sandali Teva su calzettoni da montagna, votato a un’esistenza di supporto a
quella della moglie alla stessa maniera in cui certi monaci facevano voto di silenzio. Gwen
non sapeva che Garth e Lydia avevano litigato ripetutamente circa l’opportunità di
partorire in casa, né Garth giudicava l’insistenza di Lydia come l’ultima di una serie di
pose anticonformistiche avventate, tra le quali annoverava il rifiuto, fino a quel giorno
stesso, di ben tre diverse proposte di matrimonio da parte sua. Garth credeva negli
ospedali, nei vaccini e nella monogamia ratificata dallo Stato, e aveva assorbito, dai suoi
clienti poveri neri e ispanici, una profonda consapevolezza del potere incontrastabile della
sfortuna e della morte. Nel corso di una vita tranquilla, comoda e appagata non aveva
mai conosciuto sfortune, e dunque prevedeva da un momento all’altro – sentiva anzi di
meritarsi – il repentino rovescio perequativo della sventura universale.
«Va tutto bene, papà» disse Gwen. «Adesso si sistema tutto.»
«Ah, sì?»
«Eccome.» Esagerò, ma solo perché poteva farlo in buona fede. Quel genere di
emorragia non era insolito; da un momento all’altro, l’ossitocina avrebbe fatto effetto,
l’utero si sarebbe contratto, il misterioso involucro della placenta, quell’organo
condannato ed effimero, avrebbe concluso il suo breve soggiorno in loco, e sarebbe finita
lì.
«No, è solo che…» disse Garth. Sembrò riflettere e quindi decidere di non pronunciare
le parole che gli si erano affacciate alla mente, così da non causare allarme, ma poi le
disse lo stesso: «Così a occhio non mi sembra vada tanto bene».
Lo sguardo di Gwen scattò sulla ragazzina, ma Arcadia sembrava determinata a
concentrarsi esclusivamente sulla piccola che succhiava il seno sinistro di Lydia, e sul
contatto della mano della madre nella sua.
«Sono quasi solo lochi» disse Gwen. «Strati interni, muco, tutta roba buona. È
normale.»
«Quasi» ripeté Garth, con tono insieme piatto e accusatorio.
«Papà, perché non vai a prendere qualche asciugamano?» suggerì Aviva. «Diciamo
pure un bel po’.»
«Asciugamani» ripeté Garth, aggrappandosi alla fune del proprio desiderio di rendersi
utile.
«Esatto» disse Gwen. «Su, caro. Vai a prendere tutti gli asciugamani che trovi. Ah, e
anche qualche assorbente.»
Nella borsa, Gwen aveva una scorta di assorbenti più che sufficiente, ma voleva
fornirgli un mistero pratico in cui impigliarsi, sperando che la cosa lo tenesse occupato per
qualche minuto. Ogni volta che chiedeva ad Archy di portarle un tampax, il volto di suo
marito assumeva un’espressione a metà strada tra il timore reverenziale, come di fronte
a una nozione avanzata di teoria del cosmo, e il terrore puro, quasi che il semplice
contatto con un tampone potesse provocargli la crescita spontanea di una vagina.
Garth se ne andò ripetendo tra sé e sé: «Asciugamani e assorbenti».
Aviva telefonò ad Aryeh Bernstein. «Scusa se ti disturbo» disse. Gli diede le
informazioni essenziali, poi ascoltò ciò che il loro ginecologo ostetrico di riferimento aveva
da dire sulla placenta di Lydia Frankenthaler. «L’abbiamo fatto. Sì. Va bene, Aryeh,
grazie. Spero non sia necessario.»
«Che ha detto?»
«Ha detto ancora ossitocina e massaggio.»
«Pronti» disse Gwen.
Mentre Aviva preparava una seconda iniezione, Gwen posò le mani sul ventre di Lydia e
trovò l’utero duro e tremante. Affondò le dita nella carne crespa dell’addome di Lydia e
massaggiò con distacco e senza delicatezza, come un fornaio che prepara la pasta. In
virtù dei vincoli imposti dalla sua regola del 97 per cento, non credeva nel potere mistico
della visualizzazione, ma ciò non le impedì di immaginare, a ogni flessione delle dita,
l’utero di Lydia che si serrava, sigillandosi ermeticamente, condensandosi come un pezzo
di carbone nel pugno di Superman, fino a diventare un duro e luccicante diamante di
salute.
Sentirono gli armadietti di un qualche bagno sbattere con terrorizzata comicità, poi un
bicchiere che si rompeva. La ragazzina sobbalzò. Forse, ma è una possibilità remota,
sobbalzò anche Gwen. Aviva rimase immobile e infilò il secondo ago nella vena di Lydia.
«Ehi, Arcadia» disse Gwen. «Come andiamo?»
«Bene.»
«La tieni ben stretta, la mano della mamma?» La bambina annuì, lenta e guardinga.
Gwen constatò con disagio il timbro falsamente allegro che le si stava insinuando nella
voce. «Lo sai cosa sto facendo? Sto massaggiando l’utero della tua mamma. Cos’è un
utero di sicuro lo sai.»
«Sì.»
«Ma certo. Ovvio che lo sai, intelligente come sei.»
«Oh, ehm, Gwen, uhm» disse Lydia, sprofondando un poco nel cuscino scozzese, la
testa che ciondolava come un fiore su uno stelo spezzato. Poi il suo braccio sinistro,
quello con cui reggeva la bambina accoccolata nella piega del gomito, cedette, e con uno
schiocco netto la minuscola bocca si ritrovò a succhiare a vuoto. «Ehm, ragazze, come
dire.»
«Senti qualcosa?» disse Aviva.
«Un pochino.»
Gwen cercò di non guardare la socia che si avvicinava al suo borsone da viaggio, un
appariscente affare di plastica su cui campeggiava, a mo’ di stemma, la scritta
misteriosamente ironica sulaco, ed estraeva le sacche, gli aghi e i tubicini di un kit per
fleboclisi. Gwen rimase accovacciata, affondando fino ai gomiti nell’impasto della vita di
Lydia, sapendo che tutto sarebbe andato per il meglio, che era solo questione di ormoni e
di massaggi e di aver saggiamente spedito un marito a cercare assorbenti e asciugamani.
Sapeva anche di soffrire o avere il dono di una sorta di chiaroveggenza inversa,
contrappeso naturale al pessimismo premonitore della sua socia. Gwen era resistente,
anzi, invulnerabile ai segni evidenti di pericolo o fallimento. Non perché fosse un’ottimista
(non lo era affatto), ma perché prendeva il fallimento – ogni fallimento, suo o
dell’universo – come qualcosa di personale. Se in India crollava un ponte vicino a
Bangalore e in uno scuolabus precipitato morivano dei bambini, Gwen avvertiva una
punta, minuscola come un atomo ma nondimeno percepibile, di senso di colpa. Le
avevano inculcato che non ci si poteva prendere il merito del successo se non si era pronti
ad accettare la responsabilità dell’insuccesso, e un utile espediente da lei messo a punto
negli anni per evitare di dover affrontare la seconda evenienza era il rifiuto – non tanto
cosciente quanto originato da un’ostinazione riflessa – di ammettere anche la sola
possibilità di un insuccesso. Ovvero esattamente ciò che avrebbe dovuto accettare,
qualora alzando gli occhi dalle proprie mani impegnate in quell’impasto furioso, avesse
visto Aviva che con torvo sguardo indagatore reggeva la sacca di soluzione salina alla
luce del sole, la bocca serrata in una sottile linea di sconfitta.
«Non ti addormentare, mamma» disse Arcadia. «Adesso arriva papà con gli
asciugamani.»

Gwen correva lungo il corridoio, sanguinando da un taglio fresco sulla guancia sinistra,
reggendosi il pancione con un braccio, tentando di tenere il passo con Aviva, la quale a
sua volta tentava di tenere il passo con la barella a un solo albero su cui Lydia
Frankenthaler veleggiava verso una sala operatoria del pronto soccorso, sospinta da un
equipaggio di due infermiere e dal paramedico che aveva accidentalmente chiuso la
portiera in faccia a Gwen. Il paramedico spalancò le porte con un colpo di natica e
l’infermiera che non manovrava l’asta della flebo si voltò ad affrontare le ostetriche
mentre le porte si richiudevano alle sue spalle. Era più o meno dell’età di Gwen, sui
trentacinque, magra, bionda, occhi grigio cenere, coda di cavallo fermata con l’elastico e
un camice chirurgico decorato con il logo degli Oakland Athletics. «Mi dispiace tantissimo»
disse. Aveva un’aria molto poco dispiaciuta. «Dovete aspettare qui fuori.»
Era una sentenza emessa contro di loro, una condanna e un esilio, ma sulle prime Aviva
parve non rendersene conto, o piuttosto finse di non accorgersene. In qualità di Alice
Waters delle ostetriche, Aviva si batteva da molti anni con gli ospedali, tra successi e
frustrazioni, e benché per natura fosse una delle persone più franche e dirette che Gwen
avesse mai conosciuto, se la mandavi in battaglia contro un’infermiera, un impiegato
dell’accettazione, o meglio ancora un ginecologo ostetrico, si rivelava abilissima in ogni
genere di astuzie e lusinghe. Era un’abilità a cui, in una misura o nell’altra, era necessario
ricorrere ogni qual volta si scontravano con un ospedale o una compagnia di assicurazioni,
e Gwen faceva affidamento su Aviva per gli aspetti politici del loro lavoro, e le era grata
per l’efficienza con cui svolgeva il compito. La invidiava perché pareva non le costasse
nulla ingoiare rospi, leccare culi, fare buon viso a cattivo gioco. Far nascere i bambini era
l’unica cosa che le importasse, e Aviva avrebbe rinunciato a tutto tranne che al suo
curriculum intatto di bambini nati sani e salvi. Aveva, Gwen lo sentiva, quella fortuna.
«No, no, certo, aspettiamo qui» disse Aviva con voce tutta allegra. Fece scorrere con
fare teatrale lo sguardo su di sé, sulla camicia bianca segnata da una mappa di isole di
sangue, sullo smalto scrostato dell’unghia dell’alluce. Con la stessa aria di
disapprovazione in parte simulata, esaminò la guancia di Gwen, i suoi consunti cp Shades
con le ginocchia sformate. Poi scosse il capo, riconoscendo con un sorriso l’aria di
sporcizia e disordine che lei e la socia emanavano. «Ma se poi ci laviamo per bene e
mettiamo i camici? Allora possiamo entrare, vero…» chinandosi a leggere il badge
dell’infermiera «… Kirsten? Se magari chiede al dottor Bernstein, sono sicura che…»
Gwen vide benissimo che l’infermiera stava cercando di stabilire a chi spettasse, in
quella situazione, la responsabilità di recitare la parte dello Stronzo, il che era appunto lo
scopo della mossa di Aviva. In alcuni casi quella sgradevole responsabilità poteva essere
scaricata all’infinito, mentre in altri ti andava bene e finivi nelle mani di qualcuno troppo
stanco o troppo impegnato perché gliene fregasse qualcosa.
«Bernstein è imbottigliato nel traffico» disse Kirsten. «Il medico di turno è il dottor
Lazar. Chiedo a lui. Intanto, voi due potreste andarvi a sedere.» Si rivolse a Gwen: «Lei
avrà di sicuro voglia di sedersi».
Siediti tu, stronza. Lì dentro c’è la mia paziente, che magari sta morendo dissanguata.
«No, grazie» rispose Gwen. «Preferisco stare in piedi.»
I suoi rapporti con l’autorità, con i suoi depositari e i suoi strumenti, erano – per forza
di cose – più complicati di quelli della socia. Non riusciva a subordinare con altrettanta
noncuranza l’orgoglio e il rispetto di sé ai dettami della politica ospedaliera, a concepire,
alla maniera di Aviva, l’ambito della propria professionalità come limitato essenzialmente
al momento del parto. Ma Gwen, simile a un violinista che conosce il legno, sapeva
muoversi. Era cresciuta in una famiglia di medici, avvocati, insegnanti, poliziotti. Per molti
anni suo padre era stato viceprocuratore distrettuale a Washington, e poi legale del
Dipartimento di Giustizia. Entrambe le sorelle di sua madre erano infermiere. Suo zio
Louis era stato poliziotto nella capitale, in uniforme e in borghese, e adesso era capo
della sicurezza alla Howard University, mentre suo fratello Ernest dirigeva un laboratorio
alla George Mason. Con tutte le volte che, in vita sua, Gwen era stata importunata da
rappresentanti dell’establishment bianco, aveva fatto il callo a trarre il meglio dalle
situazioni senza compromettersi, a volte buttando lì un nome importante, altre esibendo
un rispetto che provava davvero o almeno era in grado di simulare. Nella maggior parte
dei casi, lasciando intendere al medico o al poliziotto che lei capiva cosa voleva dire fare
il loro mestiere.
«E comunque grazie davvero, Kirsten» aggiunse Gwen, sforzandosi di raggiungere un
tono allegro, come fosse una nota appena fuori dalla sua estensione vocale. «Le siamo
davvero grate per il tempo che ci sta dedicando, con tutto quello che ha da fare.» Sorrise.
«E magari sì, mi siedo un attimo.»
Come se stesse facendo un favore a Kirsten, Gwen si calò su una delle sedie di plastica
fissate alla parete più vicina.
«Le conviene farsi dare un’occhiata alla guancia» disse l’infermiera, con un tono freddo
che manifestava sollecitudine rivolta non tanto verso la guancia, pensò Gwen, quanto
verso se stessa, per lo sfiancante servizio reso alla popolazione cittadina.
«Oh, grazie dell’interessamento» disse Gwen. Sforzandosi ancor di più. E capendo, dal
modo in cui Aviva la guardava, che aveva cominciato, per usare l’espressione tipica della
sua socia, a sgocciolare. «Ma la prego, cara, vada a chiedere al dottore quando possiamo
vedere la nostra paziente.»
Dovette essere quel cara.
«Non è più la vostra paziente» disse Kirsten.
Tecnicamente non era vero. Dopo anni di duro lavoro, di pratica costante e accurata,
grazie alla lenta evoluzione culturale nell’atteggiamento dei medici, e agli sforzi ostinati
avviati dalla fondatrice e ostetrica veterana dello studio, in quella estate del 2004 la
Berkeley Birth Partners godeva di un accesso senza restrizioni alle strutture del Chimes
General Hospital, e aveva pieno diritto di assistere e prendersi cura di Lydia
Frankenthaler, che sarebbe rimasta una paziente della Berkeley Birth Partners fino a
quando lei stessa non avesse deciso diversamente. Quel pomeriggio, però, Aviva e Gwen
erano arrivate in ambulanza emanando puzza di guai, con l’inutile scorta di una pattuglia
di polizia aggregatasi lungo la strada. E come un paio di scarponi da lavoro sporchi di
merda, venivano ora lasciate fuori, in veranda.
«Aspettiamo qui» intervenne Aviva con una perfetta miscela di dolcezza untuosa e
scrupolo professionale, aggiungendoci, come un furtivo colpetto di gomito nelle costole,
un amichevole invito a Gwen affinché sigillasse seduta stante i suoi sgocciolii, oppure si
decidesse a chiudere quella maledetta bocca. «Appena riesce a parlare col medico di
turno ci dice qualcosa lei, d’accordo, Kirsten?»
Gwen seguì Aviva in bagno, lottando contro l’impulso di scusarsi, di sottolineare che, se
eri bianca, ingoiare rospi era una scelta che volendo potevi fare; per una donna nera,
l’unica scelta valida era non ingoiarli.
In silenzio davanti ai rispettivi lavandini, si lavarono le mani e la faccia, e deplorarono
la rovina delle loro camicette. Il riverbero dell’acqua sulla porcellana sembrava
intensificare il silenzio. Nello specchio, Gwen vide la sua socia fissare le gocce di sangue
con un’emozione sospesa tra l’orrore e il vuoto, e la faccia che dimostrava tutti i suoi
quarantasette anni. Poi i loro occhi si incontrarono nel riflesso, e lo sguardo sconfitto
scomparve in un istante, portato via, incappucciato e ammanettato, nel centro di
detenzione interiore dove Aviva Roth-Jaffe mandava simili sentimenti a morire.
«Lo so» disse Gwen. «Stavo sgocciolando.»
«Letteralmente» disse Aviva, avvicinandosi per dare un’occhiata al danno che la porta
dell’ambulanza aveva inflitto alla guancia di Gwen. Aveva smesso di sanguinare, ma
quando Aviva lo toccò, una rossa perla di sangue si formò sul lembo inferiore della ferita.
Il taglio, rosa e brutto, aveva le dimensioni di un chicco di melagrana. Avrebbe lasciato
una cicatrice, e in più Gwen era predisposta alle cheloidi, per cui da quel giorno in avanti,
pensò Aviva, avrebbe per sempre avuto qualcosa di speciale a ricordarle quella
meravigliosa giornata. Si fece scorrere di nuovo nella mente l’immagine di Gwen che
inciampava, nel momento in cui la sua faccia colpiva lo spigolo d’acciaio.
«Ci vuole un punto» disse Aviva. Si protese a guardare la ferita di Gwen. «Magari un
paio.»
Tornarono nell’atrio del pronto soccorso e, dopo alcuni minuti di cordiale
automortificazione da parte di Aviva, si ritrovarono in una sala da visita con ago, filo da
sutura ed emostatico. Quando venne il momento della novocaina, Gwen si issò sulle mani
e disse ad Aviva di cucire tranquillamente. «Un punto riesco a reggerlo» disse.
«Facciamo due.»
«Due, allora.»
«Quanto sei maschia.»
«Tanto mi metto a piangere lo stesso, così almeno lo faccio per un motivo.» Quando
l’ago la punse, Gwen trattenne il fiato. «Oh, Aviva, ahi.»
Aviva tirò il filo con severa delicatezza, mentre il respiro le sibilava nelle narici. Gwen
concentrò l’attenzione sul ciondolo appeso a una strisciolina di cuoio che circondava il
collo di Aviva. L’aveva fatto Julie durante un corso di vetro soffiato al Crucible: delizioso
ed enigmatico, un piccolo pianeta di vetro, una lacrima di azzurri mari alieni e continenti
verdi e calotte polari blu ghiaccio. Da quando Gwen lo conosceva, Julie era sempre stato
un cartografo di mondi, su fogli di giornale, su carta millimetrata e sul fosforo dei monitor.
Gli aveva chiesto dove avesse trovato l’ispirazione per il minuscolo mondo di vetro che le
aveva regalato l’ultimo Natale, e Gwen provò a cercare conforto, o almeno riparo dal
dolore dell’ago, nel ricordo della risposta che lui le aveva dato: Ci vivo. Poi Aviva affondò
la punta una seconda volta, e fu allora che Gwen cominciò a piangere. Senza tante scene:
erano entrambe tipe toste, le Berkeley Birth Partners. Niente singhiozzi. Niente urla di
dolore. Solo lacrime che si gonfiavano e traboccavano, bruciando nella sutura fresca della
ferita. In tutta sincerità, era proprio una bella sensazione.
Gwen permise alle lacrime di scorrere fino al momento in cui Aviva tagliò il filo del
secondo punto, posò l’emostatico, si tolse i guanti e le passò un fazzoletto di carta. Allora
asciugò gli occhi, e poi con lo stesso fazzolettino si soffiò il naso, un bel colpo di clacson.
«Non ci faranno entrare» disse con amarezza.
«Penso di no.»
«Ma Bernstein dov’è?»
«Era in città. Sta arrivando.»
«Dobbiamo entrare per forza. Quelli vorranno fare un’isterectomia. Lo so. Mentre
basterebbe aspettare un pochino. Lazar. Ma poi chi è questo Lazar?»
«Non lo conosco.»
«Dimmi che andrà tutto bene.»
«Per Lydia, di sicuro.»
«Avrei dovuto accorgermene prima.»
«Non c’era niente di cui accorgersi, prima che te ne accorgessi tu. E te ne sei accorta
subito.»
Gwen annuì, chinando la testa, e appallottolò il fazzoletto nel pugno. Si alzò e fece
qualche passo nella stanza, si fermò, si strinse le braccia intorno al corpo, incrociandole
nell’incavo tra il seno e la protuberanza dell’addome. Si sedette, si alzò, si soffiò di nuovo
il naso, camminò un altro po’. Sapeva perfettamente che nessuno avrebbe potuto fare di
meglio, ma per qualche ragione questo le rendeva ancora più necessario rimproverarsi.
Sentirsi in dovere di biasimare anche altri non implicava per lei nessun genere di
autoassoluzione.
«Non riesco a credere che non ci lascino entrare!»
«Stai calma» sussurrò Aviva, per farle capire che stava parlando troppo forte. Gwen
intuì che stava facendo innervosire la sua socia, e per qualche ragione ne fu contenta. Per
la seconda volta, quel giorno, ebbe l’impressione di aver violato una qualche quarantena
interna, di aver attraversato una zona proibita per sconfinare nel pon farr, il tempo del
caos. Non sarebbe stato giusto se Aviva l’avesse lasciata da sola ad affrontare tutto ciò.
«Non ne posso più» disse Gwen. «No, sul serio, Aviva. Ascoltami.»
«Ti sento forte e chiaro, Gwen.»
«Tu hai lavorato come una matta. Non ci meritiamo di essere trattate così.»
Si udì uno stridio di suole in gomma sulle piastrelle del pavimento. Trasalendo, le due
socie si voltarono verso la porta della sala visite, sulla quale apparve un giovane medico
con la faccia rosea, la testa rasata fin quasi allo scalpo a rivelare qua e là chiazze
irregolari di calvizie. Occhi vuoti, stanco di ascoltarle prima ancora che aprissero bocca.
«Sono il dottor Lazar» disse. «Siamo riusciti a rimuovere manualmente la placenta. La
signora Frankenthaler si è stabilizzata, la tonicità uterina sembra buona. L’emorragia
l’abbiamo fermata. Se la caverà.»
Le socie, in piedi e perfettamente immobili, assaporarono la notizia come due assetati
sorpresi dalla prima goccia di pioggia. Poi si gettarono una nelle braccia dell’altra,
stringendosi forte. Gwen mezzo intontita, ubriaca di sollievo, aggrappata ad Aviva come
per impedire alla stanza di girare.
Il dottor Lazar osservò i festeggiamenti con i suoi occhi da platessa e il sorriso maligno
di un baro che sa di avere in mano le carte vincenti. «Mi piacerebbe sapere» disse, dopo
un intervallo non abbastanza lungo da poter essere considerato cortese, «come diavolo
avete fatto a combinare un tale casino.»
«Prego?» disse Gwen, staccando le mani da Aviva mentre l’intontimento bruscamente
svaniva.
«Altri dieci minuti di salvia bruciata o non so quali vudù facciate voi, e questa madre…»
«Vudù?» disse Gwen.
Lazar aveva appena detto qualcosa di cui avrebbe fatto meglio a pentirsi, ma invece di
trasalire di fronte a quell’evidenza si fece gelido, immobile. Ma arrossì fino alla punta
delle orecchie. «Oh, sapete che vi dico?» disse. «Affari vostri.»
Si voltò e se ne andò, e in quel momento Gwen vide che aveva una caramellina viola
appiccicata ai calzoni dell’uniforme da chirurgo. Per qualche ragione, la vista del pezzo di
caramella attaccato al culo del medico le ispirò una minima traccia di compassione per
quel giovane stanco, con gli occhi da pesce e il fardello dell’alopecia, e fu proprio questo
che le fece perdere la testa.
«Gwen!» esclamò Aviva.
Ma ormai era troppo tardi, e in ogni caso al diavolo anche Aviva.

Un’ora prima, quando in una folata d’urgenza erano piombati al pronto soccorso
dall’ingresso delle ambulanze – il paramedico che gridava ordini e chiedeva una barella;
Garth che, con un’aria modestamente stralunata, saltellava qua e là come se dovesse far
pipì, tenendo in braccio la bambina a cui bisognava dar da mangiare; Aviva che tirava
fuori dallo zaino una bottiglia di Enfamil e la stappava con un sospiro, e quell’odore di
vitamine e formaggio, e quella meravigliosa bambina affamata che ne aveva bisogno fino
all’ultima goccia – Gwen non aveva notato quanto fosse affollato quel pomeriggio il
pronto soccorso del Chimes General Hospital.
Ogni sala visite era occupata. Mentre inseguiva il dottor Lazar, ai margini del suo
campo visivo apparvero un pallido stinco peloso squarciato di rosso; una sconsolata
ragazzina in divisa da pallavolo che si stringeva un braccio piegato a un angolo surreale;
un ragazzo con minuscoli dreadlock aggrappato ai due lati di un lavabo come se stesse
per vomitare. L’intera scena orchestrata su una dissonante colonna sonora di televisori e
dolore, il chiacchiericcio di SpongeBob, le espettorazioni orsine di un vecchio, un grazioso
donnino asiatico che bestemmiava come uno scaricatore mentre le estraevano qualcosa
di orrendo dalla carne di una mano, gli strilli agghiaccianti di un bambino sui due anni
tenuto fermo dal padre mentre un’infermiera gli cercava la vena per un prelievo. Fuori
dall’ultima sala visite prima della sala d’attesa, un giovane latinoamericano dondolava su
una sedia, premendosi sulla faccia un sacchetto di ghiaccio sporco di sangue, mentre
all’interno un medico urlava allegramente in faccia al suo accompagnatore sanguinante
come se fosse sordo o ritardato.
«Io sono un’infermiera» disse Gwen, riuscendo a sembrare più calma di quanto si
sentisse, non appena raggiunse Lazar. «Mi dica per favore che non l’ho appena sentita
usare il termine “vudù” per riferirsi alla mia professione di ostetrica certificata.»
Lazar si fermò sulla soglia della sala d’attesa, dove aveva in programma, immaginò
Gwen, di comunicare a Garth e Arcadia che Lydia stava bene, questione sicuramente più
urgente – come in qualche angolo fresco e tranquillo del suo cervello sapeva
perfettamente anche Gwen – di qualunque ragione lei sperasse di ottenere. Il medico si
voltò a guardarla con una rassegnata aria di disponibilità, come un soldato obbediente
pronto a sellare il cavallo per una galoppata nella valle della morte.
«So che stavate bruciando qualcosa» disse. «Ho sentito l’odore.»
«Era ylang-ylang» disse Aviva, arrivando di corsa dietro di loro e facendo un passo
verso Gwen, come per frapporre il proprio corpo tra lei e il dottore. «L’ha bruciato il
marito nella prima fase del travaglio. A lei piace l’odore.»
«Quella donna» disse Gwen. «Lydia. La placenta era ritenuta. C’era un’emorragia in
fase zero, quasi uno. L’utero era atonico. E lei è entrata in shock ipovolemico.»
«Esatto» disse il medico, impaziente.
«Anche se noi l’avevamo sottoposta a un ciclo di integratori, e abbiamo
immediatamente cominciato a somministrarle ossitocina e a praticarle il massaggio
uterino. Esattamente come avrebbe fatto lei o qualunque altro medico. Sbaglio?»
Il dottor Lazar sbatté le palpebre, intenzionato a non concederle nulla.
«Mi dica un po’, dottore, quante placente accrete, quante emorragie post parto avete
avuto qui questo mese? Tiro a indovinare: sei?»
«Non saprei.»
«Dieci?»
«Non so la risposta, signora Shanks, ma vede, il fatto è che, quando cose del genere
capitano qui, non so se ha presente. Quando capitano qui, se si verifica un’emorragia –
cosa che può capitare, certo – allora la paziente si trova già in un accidenti di ospedale.
Ovvero esattamente nel posto in cui dovrebbe essere.»
Gwen diede un’occhiata al giovane col sacchetto del ghiaccio, l’occhio visibile opaco e
impazzito, le nocche gonfie come bacche sul punto di marcire.
«Sa una cosa?» disse Aviva, sfoderando l’indice puntato tanto temuto da tutti coloro
che le volevano bene, Gwen inclusa, mentre il suo lato Berkeley svaniva e quello Brooklyn
prendeva il sopravvento. «In quindici anni di professione, non ho mai perso una sola
madre. E non un solo bambino. Questo posto può dire altrettanto? No, si dà il caso che
non possa e lei lo sa meglio di me.»
«Chi mai vorrebbe avere un bambino qui?» osservò Gwen, rivolgendosi in parte a se
stessa, una mano posata sul ventre a mo’ di amuleto o scudo.
«È un parto» disse il dottore. «Non il genere di cosa che chiunque può fare da sola a
casa propria. Non è come stirarsi i capelli.»
In sala d’attesa, qualcuno sobbalzò. Una voce femminile solidale e impaziente proruppe
in un Ohhhhhhhh cazzo.
«Brutto razzista…» cominciò Gwen, «… misogino…»
«Oh, su, non cominciamo con ’ste stronzate.»
Lazar le voltò la schiena e passò nella sala d’attesa. Alzando le mani, scuotendo la
testa: il genere di pantomima a cui la gente si abbandona nei momenti in cui è più
sincera. Gwen gli andò dietro. In sala, tutti alzarono la testa, le facce inespressive e
attente, pronti a un’ulteriore dose di intrattenimento, se non smaniosi di riceverla.
«Veda di non provocarmi» sibilò Gwen, sentendo una corda dentro di sé, dopo anni di
tensione, spezzarsi con un delizioso e tremendo suono metallico. «Perché io non mi faccio
certo provocare da un distributore automatico di cesarei, da un macellaio della sanità con
la testa pelata e la faccia da Pee-wee Herman.»
Oh! Così! Forza, mammina!
Gwen gli stava addosso, con il corpo, la pancia, la cupola sfacciata dell’ombelico
sporgente a sfiorare, attraverso il tessuto della camicetta, il vero e proprio contatto fisico.
Lazar arretrò, tradendo un minimo di paura.
Garth si alzò in piedi stringendo, rigido e desolato, la bambina come se fosse un raro
strumento musicale, un oscuro assemblaggio di canne e camere d’aria che ora sarebbe
stato chiamato a suonare. I suoi occhi azzurri sembravano spaventati, sgomenti, e
vedendoli Gwen si vergognò. Arcadia, raggomitolata su se stessa su una seggiolina di
plastica, si svegliò e si mise a piangere.
«Il signor Frankenthaler?» chiese il medico.
«Garth, Lydia sta bene» disse Aviva. Corse da lui, gli accarezzò una spalla. «Sta bene,
andrà tutto bene.»
«Venga con me, signor Frankenthaler. La porto da sua moglie» disse Lazar.
«Non è mia moglie» rispose Garth, confuso. «Il mio cognome è Newgrange.»
Lazar si accovacciò davanti ad Arcadia e le disse, con voce affettuosa, parole che solo
lei poté udire. La bambina annuì e tirò su col naso, poi si tolse dagli occhi una spessa
ciocca di capelli neri, con le punte umide di lacrime, disegnandosi una striscia lucente
sulla guancia. All’improvviso Lazar sembrava il dottore più gentile dell’universo. Si rimise
in piedi, e Arcadia afferrò l’orlo della giacca a vento di Garth, e insieme seguirono Lazar
all’interno del pronto soccorso. Due secondi più tardi, Lazar riapparve e puntò il dito verso
Gwen, in una parodia, forse inconscia, della recente esibizione di Aviva.
«Questa storia finisce tutta nero su bianco» disse mentre Gwen se ne stava lì, con le
spalle che si alzavano e abbassavano, svuotata dall’accesso di virtuosa indignazione di
poco prima, l’ultima riserva bruciata in quell’esplosione finale rivolta al cielo. «Può starne
sicura.»
«Sentito che mi ha detto?» disse Gwen rivolta ad Aviva, alla sala d’attesa, e nella
domanda c’era una nota d’incertezza, quasi cercasse conferma di non essersi immaginata
tutto. «“Vudù.” “Non è come stirarsi i capelli.” Lo hai sentito? Credo che qui dentro
l’abbiano sentito tutti.»
Aviva tornò ad abbassare la voce, e strinse con delicatezza il gomito di Gwen. «L’ho
sentito» disse. «Lo so.»
«Lo sai? Non credo proprio.»
«Oh, su» disse Aviva, con una spiacevole eco di Lazar nel tono della voce. «Per l’amor
del cielo, Gwen. Io sto dalla tua parte.»
«No, Aviva, dalla mia parte ci sto io. A te non mi sembra che abbia detto una sola
parola.»
Gwen liberò il braccio dalla presa di Aviva e si trascinò fuori dalla sala d’attesa, oltre
l’entrata coperta del pronto soccorso, fino al viale d’accesso, dove c’era ancora Ecate, la
Volvo, con le quattro frecce che lampeggiavano fedeli. La brezza del tardo pomeriggio
estivo portava l’odore dell’oceano. Gwen si mise a tremare, uno spasmo che cominciò
dalle braccia e dalle spalle e ben presto si propagò al corpo intero. Non aveva mangiato
quasi niente in tutto il giorno, una cosa terribile, riprovevole, mancava un mese al parto
ed era già una Pessima Madre. Di colpo si sentì morire di fame, e al tempo stesso sul
punto di vomitare. I punti sulla guancia le bruciavano. Fuori, oltre le porte, c’era puzza di
mozziconi e cenere, e un filo di fumo. Si voltò e vide due donne che aveva notato in sala
d’attesa, giovani, con gli occhi spalancati e la stessa pettinatura, riccioli color caramello,
cugine o forse sorelle, una delle due incinta, ancora più enorme di Gwen. Si dividevano
una sigaretta al mentolo con un’aria di esuberante impazienza, come se, una volta finito
di fumarla, qualcosa di buono e bello dovesse accadere a una delle due, o magari a
entrambe.
«Salve» le salutò Gwen, e le due ragazze scoppiarono a ridere, come se lei avesse
detto qualcosa di stupido, o fosse stupida a prescindere da ciò che poteva dire. Anche
loro avevano assistito con grande piacere al litigio tra Gwen e il dottor Lazar. La donna
incinta stringeva la sigaretta fra le dita, e inalava con quella strana impazienza, fissando
Gwen come se il suo aspetto fornisse conferma a una sua teoria concepita molto tempo
addietro.
«Lei fa l’ostetrica?» chiese.
Gwen annuì, cercando di avere un’aria fiera e competente, di fare onore alla sua
professione e alla sua gente. La ragazza incinta lasciò cadere la sigaretta accesa e la
calpestò, poi entrambe si voltarono e si diressero verso il pronto soccorso, con le infradito
che sfregavano e sbattacchiavano contro le piante dei piedi.
«Vedi» disse all’altra, «quella è roba da contadini, meglio non rischiare.»

Più o meno all’ora in cui la piccola Frankenthaler, rossa e a capofitto, piombava nel
mondo dal grembo di sua madre, Archy usciva ciondolando dalla porta di casa per la
seconda volta nella giornata, e si fermava sul gradino più alto della veranda, fresco di
doccia, ben asciugato, cosparso di acqua di colonia e con indosso una camicia di lino
verde acquamarina senza una grinza, e un abito, anch’esso di lino, color caramello. Solo
sulla dignità continuava forse ad aleggiare una minima traccia di sesamo. Allungò le
braccia verso l’alto e all’infuori per fare emergere i polsini, e per un attimo avrebbe
tranquillamente potuto essere l’illustrazione del capitolo centrale di un manuale sull’arte
d e l carpe diem. Quel giorno aveva già colto l’attimo una volta, ma era pronto, se
necessario, ad andarselo a prendere una seconda.
Era una bella giornata per farlo, senza dubbio: tra le migliori che Oakland, California,
potesse offrire. La nebbia si era dissolta, lasciandosi dietro solo una lieve sfocatura,
tenera come un ricordo d’infanzia, a offuscare la luce del sole che scaldava il rigoglio di
rosmarino e salvia rossa lungo il marciapiede fragrante, e ricadeva in raggi diffratti
attraverso i rami di un’araucaria. Il bizzarro sempreverde, gigantesco e puntuto,
dominava il prato davanti alla casetta di Archy e Gwen. Costruita nel 1918, con le travi
ora imbarcate, era appartenuta a un portoghese di nome Oliveira, vecchio e taccagno.
Quando Archy era bambino, girava voce che la casa contenesse un’ampia collezione di
teste mummificate raccolte dal signor Oliveira nel corso della sua carriera di marinaio sui
mercantili; e così quel posto era diventato un’inesauribile fonte di leggende per il
quartiere, specialmente ad Halloween. Ancora oggi, il ricordo mitico di quelle teste
occhieggianti faceva talvolta esitare Archy, mentre, nelle sere d’autunno, rincasava con
un brivido da «suono il campanello e scappo via». Non aveva ancora dimenticato lo
strano orrore che aveva provato intravedendo uno dei molti tatuaggi del signor Oliveira:
come un’immagine tratta da Nathaniel Hawthorne, consisteva in un rettangolo dai bordi
irregolari, una barra di inchiostro nero scarabocchiata sul cuoio del braccio a coprire,
come la penna di un censore, un nome o un’immagine il cui ricordo, per ragioni
misteriose, risultava odioso al vecchio marinaio.
Archy si diede un colpetto sulla tasca della giacca, per controllare che i Ricordi fossero
al loro posto, e scendendo gli scalini il suo senso di rassegnazione si solidificò, secondo la
migliore tradizione stoica, in una specie di risolutezza. Sapeva di essersi comportato
male, ed era pronto a fare ammenda, a sistemare tutto. Deciso a tornare al Brokeland e
spalancare le porte all’angelo sterminatore della vendita al dettaglio, pronto a distruggere
il negozio con le sue stesse mani, se necessario: a fallire, ma calma, con stile, e
soprattutto con quella dignità autentica, sconosciuta a sua moglie o al suo socio, che
consisteva nel non perdere mai il controllo, nel non mostrarsi mai offesi o feriti da coloro
che ti avevano offeso o ferito.
Sentì il brontolio di un motore d’epoca, inadeguatamente silenziato, e in preda a un
cupo presentimento vide una Oldsmobile Toronado del 1970, ricorrente come un brutto
sogno, svoltare nella Sessantunesima Strada. Il veicolo era in pessime condizioni: verde
in origine e ora sbiadito in un bianco glauco, presentava lunghe striature e chiazze di
ruggine, tanto che la fiancata ricordava una striscia di pancetta rancida.
Archy era un ammiratore compulsivo delle muscle car americane risalenti al decennio
successivo al suo anno di nascita, il 1968, periodo che, dal suo punto di vista – punto di
vista che aveva spesso esposto al bancone del Brokeland Records, corredandolo di
numerosi esempi, note a piè pagina orali e neologismi – corrispondeva precisamente al
periodo più muscolare nella storia della musica nera americana. La sua stessa auto,
parcheggiata nel vialetto d’accesso, era una El Camino del 1974, color zucchero di canna,
accudita con amore e sapienza da intenditore da lui e Sixto «Eddie» Cantor, titolare della
cattedra Stallings di Elcaminologia presso la Motor City autoriparazioni e modifiche. Archy
era l’autore della ancora non scritta Guida pratica alle auto dell’era funk, e così, se anche
non avesse conosciuto personalmente quella particolare Toronado, sarebbe stato
comunque in grado di identificare, dal distintivo gt sul cofano e dal doppio tubo di
scappamento, l’anno d’uscita del fatiscente esemplare che stava salendo verso casa sua.
Delle finiture cromate restavano solo le strisce di plastica bianca sottostanti, e il cofano
era tenuto chiuso da una consunta corda di nylon annodata alla mascherina, a cui erano
cadute diverse barre, lasciando la sfortunata automobile con un sorriso sdentato e
stupido alla Leon Spinks. Sul sedile posteriore gli parve di intravedere la valigia
Samsonite di plastica blu che sua nonna era solita portare con sé sul treno per Reno. Dal
finestrino posteriore destro sporgeva una lampada alogena da terra in stile art déco,
simili a quelle che bruciarono la casa a Lionel Hampton.
«Oh, no» disse Archy, pensando che era uno di quei giorni in cui conveniva ricordare,
secondo le sagge parole di Marco Aurelio, o forse di Willie Hutch, che tutto ciò che
riguarda il corpo è come un fiume, tutto ciò che riguarda l’anima è sogno e illusione; che
la vita è lotta e viaggio in terra straniera, e la fama dopo la morte nient’altro che oblio.
«Tutto ciò che puoi fare è andare avanti per la tua strada.»
Vide che al volante non c’era Luther. Al timone di quella devastata astronave anni
Settanta avrebbe potuto esserci uno qualunque di quei svariati cazzoni interstellari, ma il
pensiero di Archy corse immediatamente, con istinto amaro, al nome di Valletta Moore.
E infatti. Si udì il penoso lamento dei cardini della portiera, un suono simile all’aprirsi
del cancello di una cripta zeppa di morti vendicativi, e Valletta Moore scese dall’auto.
Ossatura robusta, formosa, ben oltre la fatale soglia dei cinquanta, vita alta, seno alto, la
faccia un triangolo felino. Occhi marrone bottiglia di birra, pelle luminosa color zucchero di
canna, come se fosse appena uscita anche lei dalla pistola a spruzzo di Sixto Cantor.
Minimo dieci, undici anni dall’ultima volta che l’aveva vista.
«Oh-oh. Occhio, ragazzi.»
«Lo so che ti ricordi di me» disse lei.
«Quel che ricordo è che una volta non eri così splendida.»
«“Occhio, ragazzi”» gli fece eco Valletta restituendogli la citazione, mentre scuoteva il
capo e si calava sugli occhi ambrati un paio di tondeggianti occhiali da sole con la
montatura di plastica bianca. «Credo di sapere dove hai imparato a dire così.»
Guardandola, sentendone ormai il profumo, la memoria di Archy gli servì una rapida
mano di immagini, il cui asso era indiscutibilmente il grandioso, morbido spettacolo di
Valletta Moore, anno 1978, che si depilava le gambe nell’appartamento di suo padre a El
Cerrito, cui aveva assistito attraverso i dieci centimetri di fessura della porta del bagno.
Un affusolato piede destro ben piantato sul pavimento, il sinistro inarcato sul bordo lucido
della vasca, Valletta era china, come un orologiaio sul suo lavoro, a dipingere col rasoio
una striscia marrone sul bianco schiumoso che copriva l’interno della sua lunga gamba
sinistra, i capelli avvolti in un asciugamano, il corpo robusto nudo e fiero come una
bandiera. L’architettura del suo culo era per Archy qualcosa di più profondo di un ricordo,
qualcosa che trascendeva la memoria, un archetipo, il modello di tutti i culi a venire,
collegato alla matrice stessa della realtà.
«Valletta» disse, pensando che era ancora bella, e abbassò la guardia abbastanza a
lungo perché lei lo prendesse tra le braccia, adagiando la pelle fresca della spalla,
lasciata scoperta dal top all’americana, contro la sua. La signora emanava senza ombra di
dubbio quell’intenso odore – Spencer 1978 – di candele a forma di cuore e incenso al
legno di sandalo, ma sovrastato dalla puzza di fumo e di purè istantaneo che può
emanare a volte l’abitacolo di una Toronado conciata da far schifo. «Accidenti.»
Fu solo quando lei lo lasciò andare che Archy notò la linea sottile delle sue labbra.
Valletta guardò a sinistra, poi a destra. Era preoccupata, si nascondeva, era in fuga:
cercava rifugio. Nella cavità sensibile della pancia di Archy, i neurotrasmettitori
registrarono, con un fremito di terrore, il guaio, qualunque esso fosse, in cui doveva
essersi cacciato suo padre. Probabilmente aveva a che fare con Chandler Flowers, un
tempo miglior amico di suo padre. Ripensò a Flowers che quella mattina entrava in
negozio chiedendo, fra le mille domande possibili, Tuo padre è nei paraggi? Luther che si
diceva fosse da qualche parte a West Hollywood, stando alle ultime notizie di cui
disponeva Archy, che pure non cercava mai informazioni su cosa Luther facesse, dove,
quando o perché.
«Be’, di certo è passato molto tempo, Valletta» disse allegro, fingendo di credere che
lei si trovasse semplicemente sulla Sessantunesima al volante dell’auto di Luther, che per
puro caso l’avesse visto sulla veranda davanti a casa e avesse deciso di fermarsi a
salutarlo. Come se davvero potesse oltrepassare con lo sguardo ottanta chili e trent’anni,
e riconoscere il bambino di cui, per un breve periodo ma intensamente, aveva abitato i
sogni. «Solo che adesso devo proprio scappare, sai, mi aspettano in negozio, però
davvero…»
«Archy, no, no, aspetta, frena…»
«Ti auguro una buona giornata, okay? No, sul serio, scusami. Anzi, ti auguro una
giornata positiva.»
Quando Archy era un ragazzino, c’era un signore di nome Joseph Charles che se ne
stava ogni giorno all’angolo tra la Oregon e la Grove, con un paio di abbaglianti guanti
gialli. Faceva un cenno con la mano a tutte le auto che gli passavano accanto, rivolgendo
un saluto sincero e cordiale (uno solo) a chi le guidava, senza distinzioni di razza, credo o
grado di ricettività. Il signor Charles aveva un fare baldanzoso e allegro, ma un po’
formale, che rasentava, pur non essendo mai scortese, l’impersonalità. Non voleva
salutare te in particolare. Si limitava a ricordarti che anche tu, come tutti gli esseri umani,
condividevi la nobile capacità umana di ricevere un saluto. Erano esattamente i modi del
signor Charles quelli che Archy tendeva ad adottare con le donne quando percepiva che
avrebbero potuto causargli qualche problema. Strinse affettuosamente la spalla di
Valletta e fece per andarsene. In cuor suo già sapeva che non sarebbe andato da nessuna
parte. Non ancora. Come molti figli abbandonati, era consapevole di avere un debito,
misterioso e insolvibile, nei confronti dell’uomo verso il quale, in verità, sarebbe sempre
stato creditore.
«Archy, si tratta di tuo padre» disse lei, porgendogli quella cambiale eternamente
scoperta. «Luther.»
Valletta alzò gli occhiali e lo colpì con due raffiche di fuoco giallo-marrone, con lo shock
del lavorio spietato compiuto dal tempo e dal vizio. Grumi di mascara le incollavano le
ciglia.
«Ah, sì?»
Valletta controllò ancora una volta le zone d’ombra e i fruscii su e giù lungo la via,
scorrendo con la scopa della sua paranoia quel laghetto tranquillo di via costruita intorno
a un campo giochi tascabile, che un ignoto amante dei bambini aveva nascosto, come un
uovo di Pasqua, su un’isoletta di prato in mezzo alla Sessantunesima. Archy si chiese se
per caso Valletta fosse fatta, se avesse preso qualcosa in grado di renderla così
pynchonesca. L’ultima volta che non aveva potuto evitare di ricevere notizie di Luther, al
centro di tutto c’era stato uno splendido ed edificante racconto di disintossicazione,
sobrietà e redenzione. A Luther era toccato un giudice, da qualche parte a sud, che si
ricordava di Strutter. Non essendo mai stato suo figlio, il giudice aveva acconsentito a
concedere a Luther Stallings una possibilità, dirottandolo su un programma di recupero
tossicodipendenti. Dopo, pareva che Luther fosse andato in giro a chiedere scusa a
17.512 persone in due continenti. Il tutto risaliva almeno a un anno prima, e le scuse che
all’epoca Archy aveva permesso al padre di porgergli erano consistite in un’unica, sobria e
lucida promessa telefonica di non rompergli mai più i coglioni per il resto dei suoi giorni.
«Possiamo entrare?» chiese Valletta sospirando impaziente, forse, pensò Archy al
colmo della disperazione, perché aveva semplicemente bisogno di fare pipì. «In casa?»
«No» disse Archy, senza più provare a incantarla o convincerla. Cominciava a trasudare
lo stesso profondo astio del 1978, di quell’appartamento a El Cerrito, al ricordo di Luther e
Valletta che lo lasciavano solo per tutta la notte, quando in televisione non c’era altro che
Wolfman Jack e un film nel quale una diabolica bambolina con denti da squalo mordeva
Karen Black alle caviglie. Una sola cosa voleva sapere adesso: in che cazzo di casino
stava cercando di tirarlo questa volta Luther Stallings, e quanto sangue e denaro gli
sarebbe costato uscirne. «Dimmi cosa sei venuta a dirmi. Non scherzo, Valletta, devo
proprio andare.»
«Eh, sì. Non sei cambiato» disse lei, accendendo due diodi di ghiaccio in fondo a quegli
occhi che, nell’estate del 1977, avevano scrutato nell’anima non solo di Archy, ma di tutta
la giovane America nera dalle copertine di «Jet» e «Sepia» dal trionfo di piume, pellicce,
pelle e kung fu della sua Candygirl Clark, in uno degli ultimi film del filone blaxploitation,
Strutter senza limiti, dove recitava accanto a un asciutto, muscoloso e bellissimo Luther
Stallings nel suo ruolo più famoso. «Sempre stressato e imbronciato, a trattare tutti con
distacco, specialmente tuo padre e la sua amica.»
«Siete ancora amici, quindi.»
«Ci siamo rimessi insieme. Per la terza volta, lo sai come si dice.»
Archy aveva fatto in modo di schivare la seconda e quasi fatale intersezione di Luther e
Valletta pianificando astutamente i tempi del servizio militare in modo che coincidessero
con quelli dell’erezione geopolitica di Saddam Hussein.
«Quindi è tornato in città?»
Lei lo fissò, sfidandolo, costringendolo ad abbassare lo sguardo, intenzionata a non
dirgli nulla finché lui l’avesse costretta a restare lì, su quel maledetto marciapiede.
«E adesso tu ti presenti qui. Dicendo che ti manda Luther, giusto? Ti presenti qui
sperando di trovare cosa, esattamente?»
«Luther non lo sa. Se sapesse che sono qui…» Mordicchiò la stanghetta degli occhiali da
sole, con l’aria di ripassare mentalmente l’ira di Luther. «Sa come la pensi, vuole
rispettare i tuoi sentimenti.»
«Per cui non cerchi soldi.»
«Sinceramente» disse, «sì. Accetterò tutto quello che puoi darmi. Dobbiamo andarcene
lontano da qui, e rimanerci.»
Archy non doveva sforzarsi troppo per indurire il cuore nei confronti di suo padre;
l’argilla era già bella dura, frutto di una cottura lunga e lenta. Rabbia, risentimento,
disprezzo, disgusto: il figlio di Luther teneva tutto quanto a portata di mano in una tasca
dell’anima, proprio come la copia dei Ricordi in quella della giacca. E dunque doveva
essere la prova di qualcosa, di una qualche persistente follia propria dei figli di padri
guasti, il fatto che un minimo sforzo dovesse farlo ugualmente. Trentasei anni di quella
merda, e ancora Archy era disposto a lasciarsi deludere da lui.
«Non ti chiederò come mai» disse Archy. «Perché se non me lo dici, almeno evito di
saperlo.»
«Archy, non posso parlarne qui fuori.»
«Ma a me va benissimo così, Valletta.»
«Tuo papà… Luther…» Cercò per un paio di secondi, increspando le labbra,
picchiettandosele pensosa con il pugno destro, di trovare le parole. Poi rinunciò. «Sono
tredici mesi che non si fa e non beve.»
«Okay. Buon per lui.»
«E come dire, in questo momento ha un po’ di carne al fuoco.»
«Non ne dubito» disse Archy, trovando che l’immagine descrivesse bene il rapporto di
Luther Stallings con il futuro: un bel mucchio di carne sfrigolante sulla griglia, che però
non potevi togliere dal fuoco senza bruciarti. «Qualche buona opportunità d’investimento,
giusto?»
Valletta ricorse nuovamente ai suoi raggi ottici, ma questa volta Archy era pronto, o
forse il loro effetto aveva cominciato a smorzarsi. Abbassò di nuovo gli occhiali.
«Tirerò a indovinare» disse Archy. «Perché ho come un presentimento.»
Chan e Luther sganciarono la pesante catena appesa tra i due pilastri e lasciarono la
Toronado nascosta da un lembo di mezzanotte in fondo a uno spiazzo di ghiaia. Risalirono
un pendio tra effluvi di eucalipto, facendo scricchiolare i sassolini, Chan con il fucile in
mano, fino a un belvedere dove un tempo avevano amato progettare le loro conquiste del
mondo. Raggiunto il loro angolo preferito, Chan si voltò, dondolò l’arma all’indietro e la
fece volare. Roteò nella notte come le pale di un elicottero, per poi schiantarsi con
rumore di ferraglia in un punto imprecisato del bosco alle loro spalle. Andarono a sedersi
sulla loro panchina, sospesi fianco a fianco sull’alta spalla di Oakland. Guardarono le vie, i
ponti e le autostrade, un ricamo di luci cucite a vista su scuri drappi d’acqua e cielo.
Per promuovere la propria leggenda di pistolero freddo come il marmo, nella quale la
purezza avrebbe avuto un ruolo fondamentale, il Becchino non beveva e fumava di rado.
Luther gli passò un pacchetto di Kool e il Becchino ne prese una e se l’accese. Luther
pescò dalla tasca della giacca una bottiglia di Rumple Minze. Il Becchino rinunciò
all’ultimo frammento della sua leggenda nata morta in cambio della consolazione offerta
dal liquore.
«Si è stretto il polso, è rimasto seduto a guardarlo» disse Chan, asciugandosi le labbra.
«Sangue e carne. Un moncherino. Calmo, freddo, con il polsino della giacca tutto
sfilacciato. Uno straccio al posto della mano, e lui che se lo guardava.»
«Popcorn Hughes» disse Luther con ammirazione.
«Devo nascondermi, Luther.»
«E dove?» La paura gonfiò un teso pallone nella gabbia toracica di Luther. Riuscì a
stento a trovare il fiato necessario a far uscire le successive due lettere: «L.A.?».
Perché era quella la soluzione più ovvia: fare un salto dalla madre di Luther e prendere
la valigia di tela e le tre cassette del latte, già riempite e pronte per la partenza.
Raggiungere L.A. la mattina, Chan poteva comprare là quello che gli serviva. Scovare una
casa, un cazzo di rifugio dove nascondersi. E poi salutarsi. Recitare la scena di chi prende
strade separate, va incontro al suo destino, fino al prossimo piano andato storto, la
prossima occasione in cui Chan si fosse trovato a fare i conti con l’amara verità che la sua
fiducia in se stesso era mal riposta, e la sua intelligenza destinata a non essere premiata,
perché non era un surrogato della fortuna, e non poteva smentire l’enorme, perfino ostile
indifferenza del mondo nei confronti dei frutti dell’intelletto di un nero. Come quel Partito
in cui era entrato troppo tardi, troppo giovane, Chan era una ricevuta smarrita, la ripresa
al rallentatore di una promessa che veniva tradita. Era un re dello spazio finito, rinchiuso
in un guscio di noce. E Luther non ne poteva più. Si pentì di tutto il tempo che aveva
sprecato da quando era arrivata la telefonata del suo agente, si sentì in colpa, provò
pena per Chan.
«Oppure» disse, cercando di rendersi utile, «non so, a Chicago ci sono un sacco di
pantere, giusto?»
Chan non rispose.
«Allora in Marocco. O in Spagna.»
«In Spagna» disse Chan. Luther percepì il sorrisetto sforzato che gli increspava il viso.
«Ottima idea. Vado in Spagna. Mi metto a fare il toronado.»
«E perché no? I negri rivoluzionari si rifugiano tutti in Marocco, in Spagna. A Parigi.
Stavi lavorando per loro. Sono tenuti a prendersi cura di te.»
«Loro chi?»
«Il Partito.»
«Luther, se io avessi tutto quel peso, se potessi farmi spedire tanto lontano, allora non
avrei avuto alcun bisogno di farmi notare facendo le cazzate che ho appena tentato di
fare.»
Da qualche parte lì intorno, ricordò Luther, proseguendo la salita lungo il sentiero e
superati i tavoli da picnic, ci si imbatteva in una piramide di pietre, lasciata lì da un
vecchio poeta pazzo e barbuto quando Oakland non era altro che una palude, una
scuderia e un albergo per cowboy. Ai tempi della scuola ci erano venuti in gita, per
visitare la piccola fattoria bianca del poeta e la statua bitorzoluta che lo ritraeva in sella a
un cavallo dalle fattezze mongoloidi. Una piramide di pietre e, più avanti, una piattaforma
di pietra che si era costruito perché ci bruciassero sopra la sua pira funeraria. Lassù, sotto
il sole cocente, giorno dopo giorno aveva ammonticchiato pietre come versi di una delle
sue noiose poesie. Sognando, mentre impilava pietre, che tutti i delinquenti della Oakland
di una volta, gli assassini di indiani che andavano a puttane e rubavano e arraffavano
terra, i fumatori d’oppio e i predoni delle pianure, una bella notte alzassero lo sguardo
verso quel pendio verde, e sbalordissero davanti allo spettacolo di un poeta che bruciava.
Il progetto non andò mai in porto, a quanto ricordava Luther. Ma quella, in fin dei conti,
era la tendenza dei progetti in genere.
«Se tu sei un idiota» disse Luther, «allora io cosa sono?»
Era una domanda che non avrebbe mai potuto ricevere risposta, e Luther passò rapido
alla seguente.
«Perché, proprio ora che le cose mi vanno bene, devo incasinare tutto accettando di
scarrozzarti per West Oakland tipo taxi della morte?» disse. «Me lo spieghi? Perché così i
criminali marxisti possono far fuori gli asserviti criminali capitalisti e portargli via la droga
e i soldi?»
«E vattene, allora» disse Chan. «Tu non c’entri. Vai pure e fai quel che devi.»
Prima che potesse cominciare a fingere di non essere disposto a prendere in
considerazione quel generoso suggerimento, Luther colse con la coda dell’occhio un
baluginio di madreperla. Chan stava soppesando una pistola. Senza dubbio presa, come il
fucile del resto, dall’arsenale del Partito, che Chan aveva il compito ufficiale di tenere
inventariato, segreto e pronto per l’uso. Una splendida calibro 45, probabilmente nuova di
zecca. Il cuore di Luther si incupì osservando il modo in cui Chan la reggeva sui palmi
delle mani, valutandola come fosse un pesante libro che conteneva una pesante risposta.
«Con quella che ci vuoi fare?» disse Luther.
«Riprovarci» disse infine Chan. «Scoprire in che ospedale hanno portato Popcorn.»
Strinse la pistola con forza. «E questa volta fare le cose per bene.»
«Forse prima dovresti parlare con qualcuno. Magari a Huey basta quello che hai già
fatto per fottere Popcorn.»
La nebbia cominciò a offuscare il panorama di Oakland sotto di loro. Il silenzio avvolse i
due amici fino a sembrare qualcosa di profondo. La brace delle loro sigarette si
accendeva e crepitava. La nebbia sibilava come anidride carbonica dentro una bibita.
«Ti ricordi cosa faceva tuo zio Oogie quando compivi gli anni, o a Natale?» disse alla
fine Chan. «Tutti quei “Sì, ecco, vedi, io volevo prenderti un fucile ad aria compressa”.»
La sua imitazione del borbottio strascicato di Oogie era impeccabile. «E a te toccava
essergli grato come se il fucile te l’avesse regalato davvero. Be’ adesso io dovrei andare
da Huey e dirgli: “Sì, ecco, vedi, io volevo ammazzare Popcorn Hughes per te, però,
ehm…”?»
«E perché no?»
«“Perché no?”» ripeté Chan, ma gli uscì una voce acuta e infantile. «La fai facile, tu. Ma
dimmi una cosa. Se in questo momento fossi sul set ti sogneresti di dire al regista: “Sì,
ecco, vedi, io volevo imparare a memoria quella roba, però, ehm…”?»
«No.»
«Sì o no?»
«No!»
«E allora come mai vuoi che lo faccia io?»
«Okay, allora» disse Luther. «Andiamo.»
«Andiamo dove?»
«Andiamo… be’, via da qui. Vieni con me. Ce ne andiamo a L.A. Ti nascondi lì. A San
Pedro. A Long Beach.» Cercò di racimolare o fingere un po’ di entusiasmo per la sua
stessa proposta. «Sì, dai, a Ensenada.»
Era troppo buio perché Chan vedesse quello che non c’era negli occhi di Luther, e
troppo buio perché Luther si accorgesse che Chan non se ne era accorto.
Chan si alzò in piedi e lasciò scivolare la calibro 45 nella tasca della giacca. Tintinnò
contro le cartucce di riserva. «Stamattina mi sono svegliato» disse, «ed ero pieno di
buone intenzioni. Dimostrare al Supremo Servitore del Popolo il mio valore, togliergli
dalle mani un grosso fastidio. Prendere l’iniziativa, far carriera, magari tra un anno finire a
dirigere la sezione di Oakland. A quel punto avrei potuto dare un’occhiata ai libri contabili.
Vedere se c’erano buchi, sprechi, cose così. Portare un po’ più di organizzazione, di
disciplina. Ma adesso no. No e no. Adesso devo solo rimediare. Tu vai pure, però.
Vattene, Luther, ora che le cose ti vanno bene.»
La sua voce si spezzò, e dall’incrinatura emerse la voce del bambino che era stato fino
a non molto tempo prima. Ferocemente timido e appassionato di libri, pronto ad assorbire
senza mai saturarsi, per conto delle sorelle e del fratello neonato, l’infinito stillicidio di
veleno dei Flowers più anziani. Al ricordo di quel bambino scomparso, Luther si pentì, pur
senza rinunciarvi del tutto, dei pensieri sleali di poco prima. Mise il braccio intorno alle
erudite spalle dell’amico. «Ormai è un casino troppo grosso, Chan» disse. «Non hai modo
di rimediare.»
«Probabilmente è vero.»
«Devi andartene. Su. Vieni a L.A., ti nascondi. Lasci passare un po’ di tempo.»
«Apprezzo il gesto, Luther» disse Chan. «Ma ti ho già incasinato la vita abbastanza.»
«Allora vattene da un’altra parte.»
«E dove?»
«Dovunque, basta che ci arrivi un autobus.»
«Magari sì» disse Chan, per troncare la conversazione.
Una volta terminato il brandy alla menta, si alzarono e si lasciarono alle spalle quel
luogo in cui un dimenticato sognatore del sogno californiano aveva progettato di
convalidare la sua gloria col fuoco. Si voltarono e ridiscesero, a tratti scivolando, fino
all’auto. Dopo aver guidato in silenzio fino in fondo alla città, videro la cupola blu della
stazione dei Greyhound stagliarsi dinnanzi a loro come una promessa di avventure.
Accostando, notarono un’auto della polizia parcheggiata lungo il marciapiede, ma prima
ancora che li sfiorasse l’idea di rinunciare al piano dell’autobus, un poliziotto uscì dalla
stazione camminando lentamente, risalì sulla sua macchina e se ne andò.
Luther aveva trecento dollari nel portafogli, tutto quel che gli rimaneva dell’anticipo. Li
porse a Chan. «Okay, allora» disse.
Si fermarono uno davanti all’altro, in piedi dietro la Toronado. I fanali di coda erano
fessure sottili quanto gli occhi della maschera di Batman, uno sguardo scettico che li
fissava. I due amici si scambiarono un paio di pacche sul palmo della mano. Ognuno si
strinse brevemente l’altro al petto. Chan sparò un paio di stronzate d’addio: magari
avrebbe preso un autobus per l’Alaska, o forse sarebbe andato a sud, a lavorare su uno di
quei pescherecci nel Golfo del Messico. Era tutto fumo. Chan non era mai stato il tipo da
lasciare il cibo nel piatto, un problema di matematica senza soluzione, una figa aperta
non scopata. Non sarebbe entrato in quella stazione, non avrebbe preso un autobus per
Chissà Dove. Non appena Luther se ne fosse andato, avrebbe fatto in modo di
concludere, per il semplice gusto di farlo, il casino che aveva cominciato.
«Sul serio» disse Luther. «Che pensi di fare?»
«Non c’è bisogno che tu lo sappia, Luther. Ma una cosa te la dico: comunque vada, una
volta finito potrò ancora andare in giro a testa alta.»
«Questo lo so.»
«Tu vedi di fare lo stesso. Comportati con dignità. Fai quello che devi fare.»
«Sì.»
«Promesso?»
«Sì.»
Luther cercò di non far trapelare la propria impazienza, il desiderio di sbarazzarsi di
Chandler Bankwell Flowers iii e della sua tazza di ambizioni rapprese. Sbarazzarsi di
Oakland e Berkeley e di tutti i pazzi che ci giravano. Delle promesse infrante, delle pire
mai accese.
«Ora hai la fortuna dalla tua parte» disse Chan. «E la fortuna è una bella cosa. Ma per
l’appunto è solo fortuna, capito? Anche con quella, uno deve comunque fare quel che
deve.»
Luther annuì. Disse: «Sicuro, sicuro», ripensando alle pubblicità che dalle pagine di
«Ebony» o «Esquire» volevano venderti la Toronado 1970, quel lungo, basso e sorridente
coccodrillo, con lo slogan che in alto diceva: SE HAI BISOGNO DI FUGA, SCEGLI LA MACCHINA GIUSTA .
«So cosa significa» disse Luther.
«Eh?» disse Chan. «In che senso sai…?»
«So darti la definizione di toronado.»
Chan corrugò la fronte, ricordò, quindi la corrugò ancor di più. «Sentiamo» disse.
Luther scosse la testa. «Non c’è bisogno che tu lo sappia» disse.
Poi allacciò la cintura della sua macchina da fuga e partì, verso la Nimitz Freeway,
verso San Jose, Los Angeles: verso il mondo e la fortuna che lo attendeva.
Popcorn Hughes, venne in seguito a sapere Luther, fu ucciso all’alba di quel giorno nel
suo letto al Summit Hospital. Unico sospettato, l’ignoto maschio di colore descritto dai
testimoni del primo attacco al Bit o’ Honey Lounge: aveva il volto coperto da una
maschera, che a detta di tutti voleva somigliare a quella indossata, in un fumetto della
Marvel, da Pantera Nera, il primo supereroe nero.
L’assassino non fu mai arrestato. La Toronado si surriscaldò nella Grapevine, appena a
nord di Lebec, e dovettero farla entrare nella contea di L.A. a rimorchio.

«Sta cercando degli investitori» tirò a indovinare Archy.


Valletta finse di studiare una scena o un dettaglio in lontananza, oltre il campo giochi,
oltre Berkeley, oltre il monte Lassen, senza dire nulla, scuotendo impercettibilmente il
capo, con la bocca piegata verso il basso, in un modo che avrebbe potuto significare
disapprovazione per Archy, per Luther, per se stessa o tutte e tre le cose insieme, le
braccia tenacemente incrociate sotto il seno: incapace di credere, dopotutto, di essersi
lasciata coinvolgere nell’ultima delle stronzate di Luther, o che Archy rifiutasse di fare lo
stesso, o forse che il mondo non avesse né avrebbe mai compreso il genio di Luther
Stallings.
«Ancora pensa a quel maledetto film?»
«Secondo te?»
Rovistò nella borsa ed estrasse quello che sembrava il cofanetto di una serie da tre dvd
intitolata La trilogia di Strutter. Sulla copertina campeggiava un bel primo piano di Luther
Stallings in versione vintage (1973), mascella lunga, naso romano, aureola afro, nei panni
di Willie Strutter, maestro del furto, e il sottotitolo prometteva la versione restaurata o
digitale di tre film: Strutter, Strutter senza limiti e Strutter colpisce ancora. Ma era una
confezione vuota, senza dischi all’interno, e a un esame più attento si rivelò essere il
prodotto di un’accurata opera di trasformazione del cofanetto di Ritorno al futuro – La
trilogia, sulle cui copertine erano state sovrapposte illustrazioni vivaci ma eseguite
rozzamente con il copia e incolla del computer; un piccolo imbroglio trascurabile ma
necessario, dal momento che per quanto ne sapeva Archy, e ne sapeva fin troppo, un film
intitolato Strutter colpisce ancora non esisteva.
«Strutter 3, giusto? Scritto, diretto e interpretato da lui! Tris d’assi! Una cosetta veloce,
economica e cazzuta, come si faceva una volta. Old School. E con te come
coprotagonista. È questa la storiella che ti ha mandato a raccontarmi, Valletta?»
Spinto dall’impulso a comportarsi da gentiluomo e, peggio, dispiaciuto per quella
donna, una delle tante a cui durante la sua infanzia aveva concesso un’audizione per il
ruolo di Nuova Mamma, Archy fece del suo meglio perché una nota di derisione non si
insinuasse nella sua voce mentre snocciolava le sue ragionevoli ipotesi sui piani di Luther
(espressioni come «tris d’assi» e «veloce, economica e cazzuta» facevano parte da anni
del prontuario di stronzate del padre). Non ci riuscì del tutto. L’unica cosa ancor più
penosa del piano del cazzo concepito da Luther per spillare denaro ad Archy (un film che
Luther non aveva la minima intenzione di fare) era l’idea che il vecchio sperasse ancora di
poter ottenere soldi da lui.
«Ci metterà dentro una bella parte per te. Giusto, Valletta? E magari salta fuori che
Candygirl non era morta?»
Notò un’increspatura lungo i muscoli della guancia di Valletta. Lei continuò a restare in
silenzio, osservando le bandiere tibetane che adornavano la veranda di casa Sanderson,
sull’altro lato del parco, garrire al vento le loro preghiere.
«Siamo in preproduzione» disse infine. Provocatoria, decisa a mentire sino in fondo.
«Per cui avete, che ne so, una sceneggiatura?»
«No, ma tuo padre la storia ce l’ha tutta in testa. Me l’ha raccontata dall’inizio alla fine,
ogni personaggio, ogni scena, ogni minuto di film, me l’avrà raccontata cinquecento volte
in dieci modi diversi. Archy, sarà un bel film.»
«Del tipo? Strutter che torna dalla pensione, fa un ultimo lavoretto, si vendica?»
«Vuoi che te la racconti?»
Archy chiuse gli occhi, pronto a incassare la noiosa follia dello scenario in cui stava per
essere scaraventato, uno sconclusionato miscuglio di Ocean’s Eleven, Matrix e Il
giustiziere della notte, il film preferito di suo padre, infarcito con la saga di chissà quale
puttanata Luther e signora avevano deciso di propinargli, a proposito delle esose pretese
del padrone di casa, del fisco o del dentista. Ma Valletta tacque di nuovo, e aprendo gli
occhi Archy scoprì un’unica lacrima che le indugiava sulla guancia, un minuscolo laghetto
solitario di sdegno o di vergogna. Sentì un tuffo al cuore ed emise un’altra cambiale sulla
sua infinita riserva di rimorso immotivato. Tirò fuori il portafogli e fece un penoso
inventario del suo contenuto.
«No» disse lei, allontanando da sé le banconote che ne uscirono, quattro da venti
nuove e lisce, una da cinque sbiadita, e due da uno, morbide e spiegazzate. «No, no, non
importa. Tieniti pure i tuoi soldi. Non sono venuta a disturbarti per i soldi. Lo so che non
ci credi…»
«Ma sì, io…»
«E non sono venuta fin qui a disturbarti per un cazzo di film che tutti e due sappiamo
non verrà girato mai.»
«D’accordo.»
«So che se ti avessi detto che tuo padre era nei guai per droga non avresti voluto
aiutarlo in nessun modo e per nessun motivo, e da quando seguo il programma,
quattordici mesi e nove giorni senza farmi né bere, è un punto di vista che rispetto, e
come me anche lui. Quello che voglio chiederti è: se però lui si trovasse in guai di altro
tipo, che non hanno niente a che vedere con la roba? Allora saresti disposto ad aiutarlo?»
«Cos’ha combinato?»
Un altro attento esame della strada, degli alberi e delle case del vicinato. «In realtà
non lo so» disse. «Ma nell’ipotesi.»
«Nell’ipotesi? Nell’ipotesi ti dico che, se a quell’uomo andassero a fuoco i capelli, io non
gli piscerei in testa per spegnerli.»
Valletta si rimise gli occhiali.
«Ma è solo una teoria» disse Archy. «Non c’è bisogno che la sperimentiamo.»
Valletta annuì, mordendosi un labbro, e lui vide che sotto il rossetto la carne era già
martoriata da molti altri morsi.
«Dai, Valletta» disse, allungando il denaro verso di lei. «Se mi prometti di non dirmi
dove abita, né cosa sta facendo, né com’è ridotto, e di non darmi nessun’altra
informazione su di lui, questo per me vale ottantasette dollari sull’unghia.»
Valletta rifletté. La lingua le spuntò dalle labbra e guizzò intorno alla bocca, una volta
sola, affamata. Poi afferrò i soldi tra le lunghe dita e li fece sparire così in fretta da farla
sembrare un’allusione al tempo che verosimilmente avrebbero trascorso nelle sue tasche.
Non si riprese il cofanetto vuoto dei dvd.
«No, tienilo tu. Ne ho altri cinque uguali.»
«Va bene.»
Archy prese il cofanetto, novello Jack con una manciata di fagioli magici, e maledisse la
propria stupidità.
«Magari torno la settimana prossima» disse Valletta, e un sorriso privo di un premolare
inferiore fece la sua coraggiosa comparsa nella zona meridionale del suo viso. «Ti porto
qualche altra cosa su di lui che non vuoi sapere, e vedo che ci ricavo.»
«Spiritosa» disse Archy.
«Non preoccuparti, non mi vedrai più.»
«Valletta…»
Lei cominciò ad avviarsi verso la Toronado, ma lui la richiamò.
«Su» le disse. «Devi dirlo.»
Durante l’estate del 1978, l’estate di Valletta, i negozi di magliette delle città
americane vendevano un trasferibile da applicare col ferro da stiro su cui campeggiava
Valletta Moore in completo pantalone zebrato, circondata da palloncini a forma di lettere
che componevano lo slogan cui sarebbe stata associata per sempre, pronunciato la prima
volta in Strutter senza limiti. Li produceva Roach, il re dei trasferibili gommati, che aveva
diviso tutti gli utili, presumibilmente cospicui, con i negozianti e i distributori del film.
«Davvero vuoi che lo dica?» chiese lei, dubbiosa, compiaciuta.
«Direi che con ottantasette dollari me lo sono guadagnato» rispose Archy.
Valletta sospirò, alzò il pugno chiuso come fosse la testa di un pesante martello, quindi
disse: «Fa’ quel che devi». Il pugno esplose al rallentatore, le dita sbocciarono. «E vola
come sai.»
Lottò con l’acciaio della portiera, rianimò il motore a forza di pazienza e piccole finezze,
quindi partì, facendo cigolare gli ammortizzatori.
«Vola come sai, Valletta» disse Archy.

Julius Jaffe rileggeva l’autobiografia a cui stava lavorando, titolo provvisorio Confessioni
di un maestro segreto del multiverso. L’aveva cominciata due mesi prima, su un taccuino
Moleskine, in una febbre di noia, durante una crisi d’astinenza da H.P. Lovecraft, con
l’intenzione di produrre un monumento epico alla propria solitudine e al terribile tedio che
questa gli procurava. Quella prima notte aveva riempito trentadue pagine senza righe. La
prima cominciava così:

Questo registro di dolore viene vergato con sangue umano su pergamena ricavata dalla pelle di marinai annegati. Il
suo infelice autore – abbi pietà di me, amico, ovunque tu giaccia tranquillo! – sta appollaiato accanto all’alta finestra
di una torre distrutta da un fulmine, su una roccia a forma di teschio protesa sulla rombante follia di un mare polare.
Incatenato per la caviglia a un letto di ferro, rosicchiare la coscia di un ratto arrostito. A scribacchiare con una
malridotta penna d’oca su una tinozza rovesciata, unico lume una fiamma oleosa che guizza in una lampada a
grasso di balena. Prigioniero della malasorte, giocattolo nelle mani del destino, sventurata marionetta per gli dei del
malanimo che si divertono a strappare le ali alla farfalla dorata dell’umana felicità! Privato della libertà e gravato
dall’ambiguo dono del tempo, mi propongo di alleviare le ore di piombo con la stesura di questo registro puntuale,
l’autobiografia di un re in rovina.

La sera dopo che Julie aveva scritto queste parole, Titus Joyner era apparso sul
terrapieno della sua solitudine, dondolando il rampino d’arrembaggio. Da allora, Julie non
aveva aggiunto una parola alla sua cronaca della noia. Chiuse la Moleskine e risistemò le
sue memorie al sicuro della piccola banda elastica, con il cuore stretto da una tenera
compassione per il loro autore bambino in quell’epoca remota.
La porta d’ingresso sbatté, e il maestro segreto del multiverso disse: «Merda».
«Titus» disse Julie. «È mio papà. Alzati.»
Titus Joyner era sdraiato sulla schiena con un cuscino schiacciato sulla faccia, tenuto
fermo dall’incavo del braccio. Era così che dormiva: protetto. Titus da Tyler, che
nell’immaginazione di Julie era un pezzetto di sconfinato Texas riarso dal sole e privo di
orizzonte, una negromantica città di prigionieri e rose da Dia de los Muertos, dove Titus
era stato allevato da una nonna arcigna conosciuta come Shy. Nell’immaginazione di
Julie, Shy era tutta vestita di nero, illuminata da un fulmine. Morta la nonna, Titus era
stato abbandonato al suo destino, reclamato come un cappello smarrito da una zia di
Oakland, estranea in una famiglia di estranei.
«Sveglia!» disse Julie in un sussurro. «T!»
Julie allungò la mano verso il mangiacassette Stereo 8 che Archy gli aveva preso al
mercatino dell’usato di Alameda. Era verde militare, a forma di radio da campo, e aveva
una cinghia di tela, così che i Soldati del Funk, supponeva Julie, potessero portarselo in
giro marciando al suo ritmo. Estrasse Innervisions (Motown, 1973), una delle poche, tra le
cassette Stereo 8 che aveva messo insieme, che Titus accettava di ascoltare, e infilò, con
uno schiocco robusto, Point of Know Return (Kirshner, 1977), consapevole di quanto
avrebbe irritato suo padre.
«Julie? Sei di sopra?»
Enigmatici bianchi del Midwest si misero a diffondere idee curiose sul ruolo del violino e
dell’organo in un contesto rock. Titus tirò via il cuscino dalla faccia e si mise a sedere.
Sveglio, guardandolo dritto negli occhi; poi, prima che Julie se ne rendesse del tutto
conto, si trascinò fuori dal letto. Nudo come un verme, come diceva lui. Titus appallottolò
i propri indumenti sotto il braccio, andò alla finestra, si voltò e vide davanti a sé a un
guardaroba art déco appartenuto alla bisnonna di Julie. Si aprì con cigolio bisnonnesco, e
Titus ci si infilò.
Julie accettò questa mossa senza stare a pensare se fosse necessaria o desiderabile.
He knew. He knew more than me or you. You can tell by the pictures he drew.
«Nascondi il narghilè» disse suo padre. «Sto salendo.»
Inspirando solenne, Julie attivò il training da maestro segreto. Avrebbe usato lo Scudo
di Silenzio, pensò, in combinazione con il Cipiglio di Assoluta Inamovibilità. La porta si
spalancò e suo padre fece capolino, occhi lucenti e incavati, guance graffiate dal rasoio,
vestito con uno dei suoi completi da vecchio jazzista. Aveva lo sguardo sfuggente di
quando aveva appena fatto qualcosa che probabilmente non avrebbe dovuto fare. Forse
non sarebbe stato un brutto momento, notò Julie, per confessare la sua più recente
esibizione di cattivo comportamento, o almeno per alludervi. Ma c’era qualcosa che gli
piaceva, nel modo in cui Titus aveva scelto la via del complotto entrando nel guardaroba.
Suo padre dissimulò l’impulso di annusare l’aria della stanza alla ricerca del residuo
molecolare di cannabis bruciata annusando in modo plateale l’aria della stanza. «Te ne
stavi qui a far niente?»
Julius Lovecraft Jaffe (anche se sul passaporto il suo secondo nome, per uno di quei
metafisici errori di trascrizione regolarmente commessi dalla realtà nei confronti della
vera natura del suo essere, era Lawrence) rispose calmo allo sguardo di suo padre.
Sedeva sul letto a gambe incrociate, con indosso la sua tutina psichedelica. Non la tutina
psichedelica con la scala infinita di Escher serigrafata sul torace, ma quella con la nave
spaziale che veleggiava verso Tau Ceti attraverso un mare di stelle, acquistata in
primavera nel reparto femminile di Shark, dove l’etichetta scritta a mano, con grafia da
architetto e parole destinate a toccare le corde più profonde del suo cuore, diceva KITSCH
SPAZIALE ANNI ’70 . Lo Scudo di Silenzio pulsava denso e uniforme come una corrente di

sciroppo neutralizzante. Il Cipiglio ardeva, aprendo sentieri incandescenti nell’aria tra


Julie e suo padre.
«Cos’è questa roba?»
La faccia di suo padre si irrigidì intorno agli occhi, le guance s’incavarono. Sembrava
una persona con problemi all’orecchio interno: un po’ disorientato, un po’ sul punto di
vomitare.
«Mio Dio» disse. «Per favore, dimmi che non stai ascoltando i Kansas.»
Al Brokeland c’era una piccola cesta dedicata al prog rock, che tuttavia rifiutava
sdegnosamente pinnacoli e scogliere in favore di fitti boschetti inglesi e sciami di Umlaut
tedesche. Se entravi al Brokeland sperando di vendere una copia di Point of Know Return
o, per dire, Brain Salad Surgery (Manticore, 1973), per raccogliere le tue ceneri sarebbe
occorso un bidone aspiratutto.
Julie prese il portafogli dalla tasca posteriore dei suoi calzoncini ricavati da un paio di
jeans. Era un portafogli di plastica gialla con l’immagine graffiata di Johnny Depp in un
taglio di capelli anni Ottanta e le parole 21 JUMP STREET in caratteri finto wildstyle. Aprì la
tasca delle monete, in cui avvicendava una selezione dei vari biglietti da visita che si era
fatto stampare da Kinko all’inizio dell’estate, poco prima di incontrare Titus. Da allora, un
biglietto ben scelto gli era servito in diverse occasioni come sostituto della conversazione,
in particolare con i suoi genitori. Questa volta ne scelse uno che diceva:
JULIUS L. JAFFE
curatore

«Devo confessartelo» disse suo padre, con un tono da cui si capiva che la confessione
non gli costava granché. «Comincio ad averne un po’ le palle piene di questi cazzo di
biglietti da visita.» Lo restituì a Julius, che lo infilò nel portafogli e rimise Johnny Depp
nella tasca dei calzoncini. «E queste scarpe enormi cosa diavolo sono?»
Erano Air Jordan misura 49,5, bianco su bianco su bianco. Sembravano modelli in scala
di due caccia stellari dell’Impero allineati su un ponte della Morte Nera. Julie considerò
l’ipotesi di dirglielo. Capì che avrebbe dovuto far rientrare lo Scudo di Silenzio, almeno
temporaneamente, e lanciare il Cappio della Menzogna. «È quel progetto per educazione
artistica» disse. «Te ne ho parlato.» Questa strategia – la madre di Julie la chiamava
«induzione di falsi ricordi» – poteva rivelarsi sorprendentemente efficace con il padre, che
passava così tanto tempo perso nel suo canticchiare da lasciarsi sfuggire molti degli
eventi del mondo reale.
«Ah» disse suo padre.
Non c’era una buona ragione per mentire; a un certo livello, Julie lo sapeva. I suoi
genitori dovevano immaginarsi-barra-aver capito che Julie era semibisessuale, o forse
perfino gay, o quello che era. Venticinque minuti alle gay in punto. Ma confessarlo
sembrava una fatica eccessiva; Titus era troppo difficile da spiegare. Tanto per
cominciare era etero, ma proprio etero al cento per cento, con tutte e due le lancette
sulle 12 eterosessuali spaccate, anche se questo non gli aveva impedito, nel corso delle
due settimane precedenti, di accettare ogni banconota, ogni singola monetina della
verginità di Julie. Ma di mezzo c’era molto più del sesso, del genere, della razza e di tutti
quegli stupidi dettagli. Julie sentiva che all’improvviso la sua vita, come gli aminoacidi nel
brodo primordiale, aveva iniziato a concatenarsi, a prendere forma e complicarsi. Come
confessare che ogni sera sgattaiolava fuori di nascosto con il suo skateboard per
raggiungere Titus e aggrapparsi con la mano alla sua spalla mentre percorrevano nella
notte estiva le strade di South Berkeley e West Oakland, nel multiverso della loro comune
immaginazione e delle sue selvagge diramazioni? Titus preferiva le strade al tetto e ai
muri entro i quali un duro destino e una zia novantenne pazza l’avevano costretto a
trovare rifugio, e non c’era niente che Julie preferisse alla sensazione dell’osso e del
muscolo della spalla di Titus sotto la sua mano, niente che preferisse al fruscio delle sue
ruote mentre ogni albero, ogni auto parcheggiata, ogni lampione era un sospiro al loro
passaggio.
«Sono per quella cosa al museo dei bambini» aggiunse Julie, per rendere l’insieme più
verosimile. «Devo decorarle.»
Suo padre annuì come se fosse al corrente. Era l’unico modo di annuire che conosceva.
«E insomma che facevi?» disse. «Giocavi a mto?»
In effetti, prima che Titus si appisolasse, si erano alternati al laptop di Julie sul sito di
Marvel Team-Up Online. Avevano portato a un livello superiore i loro ultimi personaggi,
Dezire e Black Answer, facendoli correre, avvolti nei mantelli e circondati da aurore
boreali di energia, per le strade di Hammer Bay, sull’isola di Genosha.
Julie disse: «Mi limavo i denti».
«Ah, ecco. Niente canne, quindi.»
«Solo crack. E un pochino d’oppio, ma proprio tanto così.» Strinse tra la punta delle dita
una pallina immaginaria. «Eddai, papà, cazzo.»
«Perché lo sai che se anche te le facessi a me andrebbe bene.»
«Sì, papà.»
«O meglio, non è che mi andrebbe bene, ma perlomeno se ti fai le canne voglio
saperlo, okay?»
«Okay.»
«Non devi sentirti costretto a nasconderlo.»
«Ho capito.»
«Perché è così che poi si finisce a fare cose stupide.»
Julie disse che intendeva proseguire la sua politica di sempre, evitando con cura ogni
occasione di stupidità.
«E insomma» disse suo padre, «te ne stavi qui a compatirti?»
«Non ho bisogno della compassione di nessuno» ribatté Julie, immaginando le parole
che si vergavano da sole sulla pagina della sua immaginazione, nell’elaborata calligrafia
di cui faceva sfoggio quando ancora scriveva sulla Moleskine con la stilografica. «Men che
meno della mia.»
Sulla faccia di suo padre affiorò un sorriso.
«Tu, piuttosto, come mai sei qui a metà giornata?» chiese Julie.
«Io, ehm, ho fatto un salto a casa» disse suo padre. «Ma adesso mi sa che devo
tornare.»
Più le spiegazioni di suo padre erano brevi, più sconsiderato o imbarazzante si rivelava
essere stato il suo comportamento. Gli occhi del padre sorvolarono ciechi per la
millesettecentesima volta le opere che Julie aveva disegnato e appeso sulle assicelle del
soffitto, ritratti di papponi killer cibernetici e spadaccini albini ciechi mezzi jötun, oltre a
un prezioso schizzo del Dottor Strange prodotto con pastelli Crayola e pennarello quando
Julie aveva cinque o sei anni. Un poster di Nausicaä, uno israeliano di Pulp Fiction.
L’interno della copertina a libro di un disco intitolato Close to the Edge (Atlantic, 1972),
con il suo mondo di fredde, enigmatiche cascate che riversavano il loro eterno
verdazzurro nell’infinito. Suo padre che non vedeva, non capiva, che cercava la battuta, il
segnale, il botta e risposta rivelatore. Di recente, senza preavviso, il cavo in fibra ottica
tra i continenti Padre e Figlio era stato tranciato da qualche misteriosa ancora che vi era
rimasta impigliata. Suo padre se ne stava in piedi sulla porta della mansarda, le mani
nelle tasche del doppiopetto, amando Julie con una cautela furtiva che il ragazzo riusciva
a percepire pur essendo certo della sua inutilità, dal momento che quell’amore occupava
solo una piccola zona improduttiva della Grande Inutilità che da un polo all’altro
sembrava pervadere la vita di suo padre.
«È successo qualcosa con Archy?» disse Julie.
«Con Archy?»
«Al negozio.»
«Al negozio?»
«Rispondi con una domanda?»
«Scusa.»
«Che hai combinato?»
«Niente, io non… diciamo che ho perso un po’ le staffe.»
«Papà.»
«Con Chan Flowers. Il consigliere Flowers.»
«Ah.»
«Eh.»
«Quel tizio non è un po’ inquietante?»
«L’ho sempre pensato anch’io.»
«Con quell’aria da maniaco.»
«A volte un pochino, sì.»
«Però compra un sacco di dischi.»
«Due cose che vanno fin troppo spesso a braccetto.»
«E tu gli hai urlato contro?»
«L’ho proprio cacciato» disse Nat. «Prima lui, poi tutti gli altri rompipalle presenti.»
«Cazzo, papà…»
«Dopodiché ho chiuso il negozio per sempre. Non male, eh?»
«Ma che…? Per sempre?»
«Cessata attività.»
«Hai chiuso il negozio?»
«Ho sentito di non avere scelta, davvero.»
«Per sempre?»
«Rispondi con una domanda?» disse suo padre. «Senti, va tutto bene. Mi sono calmato.
Adesso torno là e mi scuso con Archy. Mi scuso anche con Flowers, con Moby e con
chiunque abbia bisogno delle mie scuse. Le scuse costano poco, Julie, e hanno un effetto
sproporzionato al costo. Mio padre diceva sempre: “Portatele appresso come un rotolo di
soldi nella tasca dei pantaloni, distribuiscile a piene mani”. Ricordatelo.»
«Okay, lo farò.»
«Diceva sempre: “Fanno bene agli affari e rendono il mondo un posto migliore”.»
Quel giorno suo padre era chiaramente su di giri, e il suo modo di parlare aveva quel
non so che alla Groucho Marx. Da anni cominciava e interrompeva cicli di farmaci, le cui
etichette ricordavano i nomi in codice di streghe o ninja assassini. Disastrosi dalla prima
dose o deludenti sul lungo periodo, ognuno di essi abusava dell’ospitalità del sangue di
suo padre senza nemmeno riuscire a stendere uno strato isolante sul tungsteno
incandescente dentro di lui. Nei suoi stati d’animo era difficile riconoscere andamenti
precisi o rotazioni regolari, se non forse un certo intensificarsi intorno a settembre e
febbraio, ma se col tempo Julie aveva imparato a vivere senza lasciarsi scuotere da quei
terremoti maniacali e imprevedibili, si era anche abituato ai loro postumi assolutamente
prevedibili, per quanto sinceri, fatti di scuse e di rimorsi.
«Chiedo scusa» disse Nat. «Poi riapro il negozio, come se fossi andato in pausa pranzo
mentale, diciamo. Falso allarme. Tornate tutti alle vostre normali attività.»
«A parte Gibson Goode, giusto?»
«Amen» disse suo padre. «Ha il diritto di vendere quello che vuole, dove vuole. Si
accomodi. Tu, piuttosto. Su con la vita. Ti restano ancora due settimane d’estate.»
Con un lieve crepitio, lo Scudo di Silenzio si riattivò tra di loro.
And he tried. But before he could tell us he died.
Suo padre chiuse la porta. Julie tese l’orecchio per udire lo scricchiolio dei suoi passi
mentre scendeva la scala a chiocciola.
La stretta porta a specchio del vecchio guardaroba art déco si aprì, rivelando
l’estensione ripiegata, mezzo vestita e con i jeans perfettamente stirati, di Titus Joyner.
«Ehi ehi ehi» disse Titus. Un pezzetto alla volta, con cautela, si tirò fuori dall’armadio e
si riassemblò sul pavimento della camera di Julie, un sicario che rimette insieme i pezzi
del suo fucile. Aveva l’aria stanca. Puzzava come lo spogliatoio di una palestra. «Ancora
cinque minuti» disse.
Si srotolò sul pavimento della camera di Julie, sulle trecce a spirale di un tappetino, e si
stiracchiò. Chiuse gli occhi; il suo respiro si fece solenne, rallentando il saliscendi del
petto. Titus era un mago del sonno improvvisato e di straforo. Il letto notturno che il fato
gli aveva fornito era una zona di pericolo e di buia insonnia. Se chiudevi gli occhi in quella
casa tutt’altro che sicura, qualcuno avrebbe frugato nei tuoi incubi e violato i tuoi sogni.
«Titus» disse Julie. «Ehi, T.»
Niente. Andato. Julie prese la trapunta dal suo letto e gliela stese addosso. Era un
pezzo d’antiquariato anni Ottanta, Michael Jackson in una grottesca tutina spaziale con
una ciurma male assortita di robot e alieni. Julie fissò il ragazzo sul pavimento, un
ragazzo misterioso caduto dal cielo come il meteorite di Wold Newton, inerte
all’apparenza, ma al tempo stesso colmo di invisibili informazioni mutageniche
provenienti da supernove e galassie lontane.
Julie era innamorato.

Il titolo del corso serale, parte del programma estivo di arricchimento culturale
proposto dal Southside Senior Center della città di Berkeley, era «La citazione come
rivincita: fonti e allusioni in Kill Bill». Era in calendario il lunedì per dieci settimane, fino
ad agosto compreso, tra il mobilio pieghevole di una sala polifunzionale beige dove in
passato Julie aveva preso lezioni di costruzione di marionette, scultura in argilla e
ikebana. Come sempre, in sala era il più giovane di decenni, di mezzi secoli, e più felice lì,
tra gli anziani, di quanto gli sarebbe mai sembrato possibile in compagnia dei suoi
cosiddetti coetanei.
Il primo lunedì, a giugno, una settimana dopo essersi diplomato alla Willard, Julie
aveva preso posto nella prima fila, cinque sedie al centro esatto della sala, a metà tra il
videoproiettore e Peter Van Eder, che Julie aveva sempre immaginato, dal tono irritato
con cui scriveva sul «Berkeley Daily Bugle», essere un certo signore tracagnotto e calvo,
con gli occhiali da aviatore e la cravatta di maglia a punta quadra, che vedeva di tanto in
tanto al California sopportare afflitto la prima del Pianeta delle scimmie (forse la più
grande delusione nella vita cinematografica di Julie Jaffe, un fanatico di Tim Burton) o
Steamboy (altro tragico bidone). E invece Van Eder era un giovane ossuto poco più
vecchio di un universitario. Grosso pomo d’Adamo, grosse ossa dei polsi, un lembo della
camicia fuori dai pantaloni, capelli lunghi e radi, punteggiati di forfora o della cenere delle
sue sigarette, o di tutte e due. Sul mento, un frettoloso schizzo a matita di pizzetto.
Julie estrasse da una borsa a tracolla della Pan Am uno stick di colla e un notes
arancione brillante a quadretti. Ripiegò ordinatamente la copertina e incollò sul lato
interno il programma con i film che Peter Van Eder si riproponeva di proiettare e
discutere:

Lady Snowblood (1973) di Toshiya Fujita


The Doll Squad (1973) di Ted V. Mikels
Il buono, il brutto, il cattivo (1966) di Sergio Leone
Female Convict Scorpion: Jailhouse 41 (1972) di Shunya Itō
Ghetto Hitman (1974) di Larry Cohen
La storia di Zatoichi (1962) di Kenji Misumi
Spettacolo di varietà (1953) di Vincente Minnelli
Arancia meccanica (1971) di Stanley Kubrick
36a camera dello Shaolin (1978) di Liu Chia-Liang
Coffy (1973) di Jack Hill

Julie studiò il programma mentre Van Eder aspettava gli ultimi due nomi della sua lista,
uno dei quali, Julie apprese con interesse, era Randall Jones. Il signor Jones aveva tenuto
e seguito lezioni al Southside Senior Center, ed era attraverso di lui che Julie, qualche
anno prima, aveva saputo del corso di marionette. Il signor Jones, i cui gusti in materia di
film tendevano decisamente verso western violenti e gialli, frequentava regolarmente i
cineforum di Peter Van Eder al Southside.
Julie si sentì frastornato dalla sua ignoranza rispetto alle scelte di Van Eder: aveva visto
solo due film, quello di Sergio Leone e Spettacolo di varietà. A meno che, come sembrava
probabile, esistesse un altro film intitolato Spettacolo di varietà, perché lo Spettacolo di
varietà che aveva visto una volta a Natale con i suoi nonni materni a Coconut Creek, in
Florida, era un delizioso musical con Fred Astaire e Cyd Charisse, le cui cosce avevano
suscitato in nonno Roth brame antiche e vagamente dolorose. Un altro paio fra titoli e
registi gli erano familiari: Zatoichi, Kubrick, ovvio.
Qualcuno disse: «Guardate quell’uccello!».
Cochise Jones, in uno sbiadito abito pied-de-poule anni Settanta, entrò nella sala
polifunzionale con Cinquantotto a presidiargli il cassero di poppa della spalla sinistra,
seguito da un ragazzino, forse un nipote, all’incirca dell’età di Julie: pelle marrone chiaro,
occhi chiari, largo di spalle e stretto di fianchi. Anche se, per quanto ne sapeva Julie, il
signor Jones non aveva famiglia, a parte l’uccello. Vedendo Julie, corrugò la fronte con
aria pensierosa, esitante, quasi stesse cercando di decidere se portare il ragazzo a
conoscerlo.
«È un amico di Cinquantotto» spiegò il signor Jones col volto impassibile,
evidentemente convinto che non ci fosse niente di male a presentarli. «E anche un fan del
signor Tarantino.» Solo che pronunciò il nome come se facesse rima con Tipitina.
«Ciao» disse Julie, avvolgendo un dito nella frangia sbrindellata dei suoi jeans tagliati
corti finché nel polpastrello il sangue smise di circolare. Nel nodo scorsoio del filo di
cotone l’indice si gonfiò, pulsando e palpitando e in generale fungendo da simbolo o
sineddoche del suo proprietario e del suo cuore quattordicenne, di quel turbamento che
tutto abbracciava e tutto pervadeva nel suo piccolo petto magro e che era l’amore per
Tarantino, per il mondo intero, per il genere umano. «Anche a me piace.»
Titus Joyner annuì, lievemente divertito (a voler essere generosi) dallo spettacolo di
Julie con i suoi jeans tagliati, la T-shirt senza maniche, lo Stereo 8 portatile sul pavimento
accanto ai piedi nei sandali di plastica bianchi, la sua borsa da aereo azzurro brillante
simile a quelle delle hostess lunari di 2001. Non disse nulla. Era un ragazzo snello, con le
membra lunghe ed elastiche, e una pelle che aveva il colore del caffellatte da Peet’s.
Capigliatura afro ordinata e discreta, portata con un’aria studiatamente rétro. Occhi
circospetti, beffardi, freddi, eccetto quell’ombra di divertimento, o forse era un lampo di
riconoscimento, come se pensasse di sapere il modo migliore di etichettare Julie. Fossetta
sul mento. Abiti in ordine e immacolati: jeans scuri, camicia di tessuto oxford, button
down, a manica corta. Niente di stravagante, ma per qualche ragione la camicia bianca
senza grinze e la riga perfetta al centro dei jeans gli davano un’aria formale. Ai piedi
portava quei due caccia dell’Impero.
«Come va?» disse.
Julie prese dal portafogli un biglietto da visita, stampato da poco, e lo porse al ragazzo.
Era quello con su scritto:

JULIUS L. JAFFE
Ronin – Mercenario

Sulla faccia del ragazzo c’era ancora lo stesso sguardo di scherno mentre studiava il
biglietto, però lo studiò. Se lo fece scivolare in una tasca dei jeans. Poi si diresse verso il
fondo della sala a sparpagliare le sue membra su una poltrona imbottita infilata in un
angolo.
«MI SCUSI, SIGNORE.» Era uno degli altri partecipanti, un uomo su una sedia a rotelle, che
parlava attraverso un sintetizzatore vocale. Julius aveva visto quel tizio sfrecciare per
Temescal, nei paraggi del Brokeland, il corpo come un giocattolo stretto nelle grinfie di
qualche brutale malattia. La voce giungeva scintillante dalla sua macchina alla Hawking.
«SIGNORE? MI SCUSI, MA SONO ALLERGICO AGLI UCCELLI.»
«Allergico agli uccelli» disse il signor Jones, con lo sguardo assente, senza riuscire a
capire come quell’affermazione potesse riguardarlo. «Mi dispiace.»
«Magari potrebbe… Lui non può aspettare fuori?» disse Peter Van Eder. «Oppure…?»
Cinquantotto si esplorò educatamente la lanugine argentea del petto, senza dar
l’impressione di sentirsi offeso per come si stavano mettendo le cose, ma il signor Jones,
forse perché aveva atteso con ansia quella serie di film, o forse per conto di Cinquantotto,
sembrava disperato.
«È UN’ALLERGIA MOLTO FORTE » disse l’uomo sulla sedia a rotelle, a cui la torsione del collo dava,
senza dubbio ingiustamente, uno sguardo obliquo e falso mentre lo diceva, come se in
realtà avesse solo paura dei pappagalli o forse qualcosa di personale contro Cinquantotto.
«MI DISPIACE.»
Il signor Jones sospirò. Anche se lui e Cinquantotto non fossero stati inseparabili, era
inimmaginabile lasciare un uccello raro e costoso ad aspettare da solo in corridoio. Si
voltò verso il ragazzo in fondo alla sala e sollevò imbarazzato le sopracciglia. Il ragazzo
stava fissando il tizio sulla sedia a rotelle con evidente e ammirato orrore.
«Magari prendi l’autobus?» disse il signor Jones. Il ragazzo raccolse le sue membra e
rispose con un minimo cenno di assenso, mentre si preparava a essere lasciato solo in
quella sala piena di storpi e di anziani.
«Ciao, Cinquantotto» disse Julie. «Arrivederci, signor Jones.»
«MI SENTO MALISSIMO» disse l’uomo sulla sedia a rotelle, ma poiché la voce uscita dal
sintetizzatore era priva di espressione, era difficile stabilire se si riferisse al suo rimorso
per l’espulsione di Cinquantotto o ai prodromi dello shock anafilattico.
«Andiamo, scemo» disse il signor Jones all’uccello.
Van Eder porse un programma a Titus Joyner, che rispose con un «grazie» sommesso,
automatico. Poi gli occhi del ragazzo si concentrarono sull’elenco, lo scansionarono. Titus
aggrottò la fronte. Qualcosa di ciò che stava scritto sulla pagina lo sconcertò,
riempiendolo di sdegno e confusione. Si agitò sulla sedia, a disagio, finché fu costretto a
parlare.
«Spettacolo di varietà?» disse.
La sua sdegnosa pronuncia strascicata intonò il titolo del settimo film del programma
con un disprezzo così assoluto da indurre una delle vecchie, terrificanti maestre di piano
in pensione comuniste e lesbiche e con l’aria da ex suora che costituivano la maggioranza
degli iscritti a «La citazione come rivincita» ad alzarsi in piedi e cominciare a distribuire
maschere e bombole d’ossigeno, cosicché gli altri anziani e Julie potessero continuare a
respirare senza farsi risucchiare l’aria dai polmoni a causa del vuoto sibilante che aveva
seguito quella sortita dal fondo della sala.
Peter Van Eder ammiccò e parve vagamente divertito. «Hai qualcosa da obiettare a
proposito di Spettacolo di varietà?» disse.
«È un musical» disse Titus. «C’è tipo Sid Caesar.»
«Cyd Charisse» disse Peter Van Eder, duro e secco, un po’ come il vecchio maestro di
scherma di Julie, il signor Di Blasio, quando gli correggeva la postura con una fiorettata di
piatto sulle natiche.
Il ragazzo annuì come soddisfatto della correzione. Prese la sua copia del programma e
la tenne a distanza di braccio, esibendo una miopia che Julie considerò ironica. «Liu Chia-
Liang» disse piano, socchiudendo gli occhi scettico. «Stanley Kubrick. Cyd Charisse.»
Evidentemente le vecchie signore – ce n’erano sette, tutte bianche – e i tre uomini
anziani (uno dei quali di origini asiatiche, con un cappellino da baseball degli Oakland
Athletics) e il tizio sulla sedia a rotelle non trovavano nulla di ameno o di assurdo nella
presenza di un film con Fred Astaire e Cyd Charisse in quell’inventario di caos e azione e
arti marziali. Sembravano invece scioccati, perfino lievemente disgustati, dall’ostentata
mancanza di rispetto da parte del ragazzo, perché erano anziani o perché erano bianchi o
per entrambe le cose. Julie ne fu certamente scioccato.
«Lo stesso Tarantino ha spesso sostenuto che i suoi film dovrebbero essere collocati
nel contesto del musical cinematografico, con le esplosioni di violenza a ricoprire la stessa
funzione narrativa dei numeri musicali» disse Peter Van Eder. «Come molti film di
Minnelli, Spettacolo di varietà mette in scena un forte personaggio femminile del genere
che è venuto a trovarsi in primo piano nell’opera di Tarantino. Ancora più importante –
sto anticipando le conclusioni, ma non importa – il mondo di attori e ballerini che ritrae,
chiuso in se stesso e autoreferenziale, prefigura esattamente l’ermetico e vuoto universo
fatto di maestria fisica che troviamo in Kill Bill. Oltre a dimostrare il virtuosismo tecnico di
Minnelli, di cui è ben nota l’influenza non solo su Tarantino, ma anche su Martin Scorsese.
In altre parole…»
Van Eder fece un sorriso duro e sincero, reso in qualche modo ancor più orribile dalla
sua sincerità, nel quale si mescolavano un’insinuante confidenza e il desiderio di rimettere
quel ragazzino al suo posto.
«… Minnelli è roba che spacca, fratello.»
Julie avrebbe voluto morire per il fatto stesso di essere bianco, annegare nella marea
del proprio imbarazzo per conto di tutti i bianchi sfigati che si sforzavano di fare i fighi.
Titus Joyner rivolse a Van Eder un’occhiata di fuoco. Arricciò le labbra, spingendole
pensosamente avanti e indietro, senza saper decidere, forse, se riconoscere a Van Eder il
merito per la lezione impartita o offendersi per quell’orribile «fratello».
«Lady Snowblood» continuò Van Eder.
Parlò alla classe per dieci minuti: leggeva da una serie di schede dieci per quindici, con
una voce sommessa, inebetita e sempre più affannosa, come un astronauta che supplica
un supercomputer impazzito di aprire una camera di decompressione, la voce su cui, per
ragioni sconosciute, Van Eder faceva affidamento quando dispensava informazioni.
Accennò alla posizione ambivalente della donna nell’economia giapponese del
dopoguerra, alla storia feudale e ai valori occidentali, alla popolarità di cui godevano in
Giappone fumetti come l’originale Snowbird, alla letteratura giapponese della vendetta,
alla tensione tra i bisogni dell’individuo e le norme della comunità eccetera. Poi Van Eder
accese il proiettore, fece calare lo schermo e spense le luci.
Sfruttando l’improvvisa oscurità, Julie si voltò a guardare Titus Joyner. Il ragazzo si
infilò la mano nella tasca della camicia e ne estrasse un paio di enormi occhiali, squadrati
e arrotondati al tempo stesso, uno stile a metà tra il primo Spike Lee e il Miles Davis della
copertina di Get Up with It. Nella tremolante luce del proiettore, il ragazzo vide Julie che
lo guardava, e un sogghigno gli disegnò un amo all’angolo della bocca. Poi si voltò verso
lo schermo, e nel proiettore Panasonic il disco prese a girare, e la ventola a ronzare, e la
colonna sonora partì gracchiando, i piatti risuonarono, e per due ore Julie sognò con gli
occhi aperti.
Era un Kill Bill onirico, angelico e spaventoso, più bello, più semplicistico, più cupo. Più,
azzardò, esistenziale. Almeno la Sposa, Beatrix Kiddo, aveva conosciuto l’amore e la
felicità, la compagnia, la speranza per il futuro. Perfino nelle sue condizioni peggiori,
perfino in coma e stuprata da dei disgraziati, portava dentro di sé quel ricordo, nello
spazio lasciato vuoto dal bambino che aveva perduto. Nella sua vendetta riecheggiava il
fantasma della felicità. Fin dalla nascita, Yuki Kashima – Meiko Kaji, così delicata, così
cazzuta! – non aveva conosciuto altro che la maledizione della sua esistenza sanguinosa
e inutile. E i combattimenti di spade! Criminali e canaglie, maestri e allievi, tagli e
squarci, ombrelli fatali. E il sangue! Membra mozzate che volavano, sangue sulla neve
appena caduta, cortine e cataratte di sangue!
Quando alla fine si riaccesero le luci, il cervello rettiliano di Julie percepì
indistintamente Van Eder che si scusava per aver superato il tempo stabilito per la
lezione, il fruscio dei fogli, lo stridore delle gambe delle sedie. La biomassa che
rispondeva al nome di Julie Jaffe si alzò in piedi, e il suo sistema neurovegetativo,
prendendo il sopravvento, lo spinse verso un corridoio beige, su piastrelle di linoleum
beige, attraverso un mondo beige, mentre in un altro universo la sua anima errante
affilava la katana, mangiava riso con le bacchette seduta accanto al fuoco e si legava la
folta capigliatura nera in un grosso chignon. Julie aveva quasi raggiunto il cortile innevato
dove avrebbe avuto luogo l’assurdo (sul piano esistenziale) e meraviglioso
combattimento tra Yuki e il suo ultimo nemico – quasi raggiunto la porta a vetri del
Southside Senior Center, che si apriva su una piazza di cemento con una scultura al
centro di una fontana – quando udì dietro di sé uno strano ululato, sulle prime canino e
sommesso, poi sempre più forte, fino a trasformarsi in un finto grido giapponese di sfida.
Julie ruotò su se stesso, appena in tempo per vedere il ragazzo, Titus, avanzare verso
di lui, gli occhiali riposti nel taschino della camicia, gli occhi invasati di esultanza omicida,
scalciare l’aria e al tempo stesso far volteggiare sopra la testa una spada immaginaria.
«Hi-yah!» gridò, atterrando a pochi centimetri da Julie e abbassando la spada come per
squartarlo dal cranio al coccige. Julie si ritrasse e scansò il colpo con un unico rapido
movimento, poi fece un passo indietro in una pioggia di scintille e lasciò che il folle
impeto dell’altro ragazzo lo trascinasse avanti in una goffa sbandata. Mentre Titus gli
passava accanto, Julie abbassò di scatto il gomito sinistro (fermandosi appena prima di
colpirlo alle reni).
«Yah!»
L’altro riacquistò l’equilibrio e si voltò, e i due presero a scambiarsi una rapida serie di
attacchi e parate, simulando con la bocca il rumore metallico dell’acciaio sull’acciaio, il
tutto mentre Titus usciva indietreggiando dalla porta a vetri del Southside Senior Center
nella notte estiva.
Yah!
Hah!
Hah-YAH!
Mentre le signore e i vecchietti con i cappellini da baseball passavano accanto a loro
strascicando i piedi, Julie e il suo avversario menavano fendenti e si abbassavano,
colpivano, fintavano, affondavano. Schizzavano qua e là per l’ampia piazza illuminata, sui
rettangoli di cemento sparsi a caso, saltando su e giù, girando intorno alla fontana nel
centro. Julie, forte di due deludenti anni di lezioni di scherma nel suo recente passato,
aveva il vantaggio di sapere cosa fare con una spada casomai ne avesse avuta davvero in
mano una, mentre Titus aveva il vantaggio che avrebbe avuto sempre: l’intera faccenda
era stata un’idea sua. Era lui che faceva accadere le cose, lui che le pilotava, lui che le
prendeva sul serio abbastanza a lungo e con sufficiente passione – in pubblico, per giunta
– da farle in qualche modo esistere. Julie lo inseguiva e Titus correva, ridendo. Balzò
sull’ampio bordo della fontana e fece un profondo respiro. Sull’acqua, tre portalampade di
cemento conducevano, come pietre di una passatoia, alla scultura, una grande mano
mutante d’acciaio intitolata Gruppo danzante II, che dal centro della fontana tentava di
afferrare il cielo notturno. Con la punta della lingua che gli sbucava da un angolo della
bocca, Titus girò intorno alla scultura saltando da una luce all’altra. Si arrampicò sul
palmo d’acciaio della mano aperta e si fermò lì, in piedi, sorridendo radioso a Julie. Più
giù, lungo la Quarta Strada, il treno per Sacramento lamentava sommesso il proprio
passaggio. L’aria odorava del cloro della fontana, dell’erba tagliata del campo di calcio sul
lato opposto del Southside Senior Center.
«Senti, mi dici di nuovo come ti chiami?» gridò Julie, pur sapendo che così avrebbe
rotto l’incantesimo. «Tu sei… Il signor Jones è tipo tuo nonno o roba del genere?»
Per tutta risposta, Titus si lanciò dalla scultura, superando con un balzo l’acqua torbida
della vasca e i desideri sparpagliati in monete da un centesimo e dieci, roteando la spada
come un’elica di elicottero, una gamba tesa in avanti e l’altra all’indietro come un
ostacolista, coprendo uno spazio di quasi due metri in orizzontale e uno in verticale, per
poi atterrare con un aggraziato barcollio sul bordo della fontana. A Julie si fermò il
respiro.
«Titus Joyner da Tyler, Texas» disse. «E sono qui per smembrare te, con la tua
biciclettina rosa, le tue scarpe di plastica, i tuoi Jethro Tull e quel culetto da signor Spock
finocchio che ti ritrovi.»
Il cuore di Julie si bloccò, poi una strana effervescenza di meraviglia sembrò avvolgerlo,
quasi l’avessero gettato come un cubetto di ghiaccio in un bicchiere di acqua gassata. La
sera prima, lui e i suoi genitori erano andati da Archy e Gwen a mangiare i tacos col
pesce, una specialità della casa. Dopo un po’, insofferente di fronte alla piega presa dalla
conversazione, Julie era uscito all’aperto con il suo Stereo 8 per ammazzare un po’ il
tempo. Sull’isoletta d’erba dove i bambini del quartiere erano soliti abbandonare i loro
giocattoli, Julie – che indossava una maglia azzurra da ufficiale scientifico di Star Trek ,
con il colletto nero e la piccola a a sinistra sul petto, alla quale aveva tagliato le maniche
– aveva rinvenuto una bicicletta da bambina, rosa con le impugnature del manubrio e le
gomme bianche. Su quella bici rosa, Julie aveva più volte fatto avanti e indietro per il
vicolo cieco, cantando a squarciagola insieme con lo Stereo 8 «Well, let’s bungle in the
jungle, Well, that’s all right by me, yeah». Non si era accorto che, in quel preciso istante,
una fredda intelligenza aliena lo stava osservando. Guardò a bocca aperta Titus Joyner
calare con forza la sua spada. Julie, profondamente incuriosito e intensamente
imbarazzato, accettò di farsi ammazzare. Morì.

«Posso stare qui?»


Julie sobbalzò. Titus giaceva immobile sotto il riparo della trapunta, occhi chiusi,
sonniloquo.
«Uh… sì, okay» disse Julie. «Mio padre è tornato in negozio, quindi non rientrerà per un
bel po’. Mia madre credo sia andata a far partorire una, per cui anche lei starà fuori tutto
il giorno. Puoi farti una doccia. Io intanto potrei, o meglio, devo fare una lavatrice. Se
vuoi lavo anche la tua roba.»
Julie, con la scusa di un’improvvisa fioritura di autonomia e del desiderio di dare una
mano in casa, nelle ultime due settimane aveva lavato di nascosto, insieme ai suoi,
anche gli abiti di Titus. Titus possedeva soltanto tre paia di pantaloni, tre camicie, cinque
paia di calze e cinque di mutande, ma era ossessionato dall’ordine e dall’igiene personale.
Aveva un orrore dell’alito cattivo che rasentava il patologico, e ogni giorno dedicava
almeno un’ora alla manutenzione della sua piccola, modesta afro.
«No, no» disse Titus. «Intendo se posso stare qui.»
«Nel senso di… Cioè, se puoi trasferirti qui?»
Dal giorno del suo arrivo, a giugno, su un volo da Dallas, Titus era stato confinato,
come diceva lui, a West Oakland, presso un indirizzo sconosciuto, o che comunque era
rimasto sconosciuto a Julie. Il signor Jones e Cinquantotto erano suoi vicini, Julie non
sapeva altro. La casa ospitava nove persone in tre camere da letto, cugini e altri parenti
con cui Titus non era imparentato, tutti a vivere sotto la gestione feroce e indifferente
della vecchia zia di Titus, che in realtà era una prozia, o forse una pro-prozia. Nessuno, in
quella casa che – per come la immaginava Julie – pullulava a ogni finestra di pazzi e
psicotici come un manicomio da cartone animato, sapeva o si preoccupava se Titus
andava e veniva, se si vestiva, si nutriva o si lavava, se fosse vivo o fosse morto, se
fumasse crack o costruisse valigette-bomba nel seminterrato. Eppure ogni giorno, più o
meno, lui compariva davanti a Julie con i jeans ben stirati e una T-shirt bianca
immacolata, oppure la camicia bianca oxford, o una delle due scozzesi button down a
manica corta, una blu e nera e l’altra verde e nera, portate sbottonate sopra la maglietta.
E quelle scarpe-astronavi, accudite con cura meticolosa. Julie era misteriosamente
commosso da quella meticolosità, tanto che aiutare Titus a mantenerla gli sembrava non
un compito ingrato, ma un onore. Un’offerta d’amore.
Lo Stereo 8 scattò al pezzo successivo con uno schiocco sonoro, e Titus si mise a
sedere, gli occhi spiritati, spaventato. Infilò la mano nella tasca per prendere gli occhiali e
Julie notò per la prima volta il giro di nastro nero da elettricista intorno al ponte che
teneva unita la metà destra e quella sinistra dei suoi grandi Spike Lee. La sera prima,
quando si erano trovati al Frog Park, Titus aveva un’aria strana, ma era troppo buio
perché Julie notasse quell’indizio evidente del fatto che c’erano stati dei problemi.
«Che è successo?» gli disse. «Hai fatto a botte? Qualcuno ti ha… Ti hanno detto che te
ne devi andare?»
Titus sembrava sveglio, sbatteva le palpebre, deglutiva, si asciugava la bocca con il
dorso della mano, ma ci volle molto tempo prima che ne uscisse una risposta.
«Non mi va di parlarne» riuscì a dire infine, la voce poco più di un sussurro. Poi decise
di non pensarci. «Non pensarci» disse a se stesso.
Si alzò e si avvicinò al letto di Julie, guardandolo dall’alto attraverso le lenti, con
un’espressione che sembrava derisoria: nei confronti di se stesso, di Julie per la sua
sollecitudine.
«Ho visto cose» disse, incombendo su di lui, abbastanza vicino perché Julie sentisse il
profumo di arancia e chiodi di garofano del proprio deodorante, una traccia del quale era
rimasta sul corpo di Titus quando al mattino si erano avvinghiati nel buio. «Navi da
combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione.»
«Raggi-b balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. Non puoi trasferirti qui.»
«Digli che sono il tuo amico immaginario» suggerì Titus. «Sei figlio unico, dai, un amico
immaginario devi averlo per forza.»
«Da piccolo ce l’avevo.»
«Sì? Come si chiamava?»
«Si chiamava Cherokee.»
«Cherokee. Vive ancora qui?»
Prima di riuscire a liquidare la domanda per la battuta che voleva essere, Julie gettò
uno sguardo alla mansarda. Quando aveva quattro o cinque anni e dormiva nella stanza
accanto a quella dei suoi genitori, saliva sempre lì a nascondersi e complottare con il suo
immaginario compagno di giochi. Adesso di Cherokee non restava più nulla, eccetto un
fresco e asciutto pulsare di dita indiane nel palmo della sua mano.
«Seconda cosa, anzi, in realtà sarebbe la prima, ma comunque: seconda cosa, tu hai
fatto una promessa, T.»
«Che ho detto?» Titus diede alla domanda un tono incurante, quindi tornò a esaminare,
in un piatto sul cassettone, il modello meccanico del sistema solare con i piccoli pianeti di
vetro che Julie aveva realizzato nel corso degli anni al Crucible. Cercando di far finta di
niente, di convincere Julie che qualsiasi parola avventata avesse pronunciato era stata
una battuta, una cosa non vera, dimenticata. «L’unica promessa che ti ho fatto» continuò,
«è che quando finirò nella lista dei migliori registi di Hollywood tu mi darai una mano con
le sceneggiature. Questo mi ricordo di avertelo promesso. Altre promesse non credo di
averne fatte.»
«Hai detto che avresti… lo sai.» Julie sentì la propria voce farsi molto tenue. «Se io
venivo con te.»
Come Galactus, come un gigantesco, eterno abitante del cielo, più antico delle stelle
stesse, Titus raccolse una manciata di pianeti, se li fece rotolare tra le dita e li lasciò
ricadere tintinnando nel piatto. «È vero» disse. «E invece tu pensa.» Rise, una risata
amara, sprezzante. «A farmi paura è lei. L’ho sentita una volta, gli bisbigliava qualcosa
dalla veranda dopo che lui aveva fatto cadere un sacchetto della spazzatura sul
marciapiede, sparpagliandola dappertutto. Mi ha ricordato il preside della mia scuola in
Texas, anche lui si arrabbiava rimanendo tranquillo, ti parlava a bassa voce, tutto
ragionevole, dopodiché ti rifilava tre giorni di sospensione perché avevi tirato una
matita.»
«Sì» confermò Julie. «Le viene questa cosa alla Clint Eastwood.» Poi: «Quante volte ci
sei andato?».
«L’ho seguito fino a casa un paio di volte.»
«Solo per spiarlo o cosa?»
«Per guardare.»
Julie immaginò Titus che pedalava al crepuscolo davanti alla casa di Archy e Gwen, la
veranda imbarcata con il suo carico di buganvillee, la vita in cui a Titus non era concesso
di entrare – o in cui lui per primo non aveva il coraggio di entrare – che scorreva avanti e
indietro, come un film da memorizzare scena dopo scena sullo schermo del grande
bovindo. Poi Titus si voltò, e Julie vide, sconvolto, che aveva le lacrime agli occhi.
«Una cosa te la dico, io da mia zia non ci torno» riprese Titus, e nella sua voce s’insinuò
una decisa, autentica inflessione texana. Si tolse gli occhiali per asciugare le lacrime con
il braccio e le due metà si staccarono, l’adesivo nero che le teneva unite cedette, le due
parti della montatura spezzata caddero rumorosamente sul pavimento di compensato
della mansarda. «In quella casa non ci torno, escluso.»
Rimasero lì, con quindici centimetri e una membrana di multiverso dura come il
diamante a dividerli. Julie avrebbe voluto stringere Titus tra le sue braccia, per
consolarlo, ma non era del tutto certo che Titus avrebbe accettato quel contatto. In
realtà, sospettava che l’avrebbe rifiutato. Julie poteva solo fare ipotesi circa la natura
dell’ultimo trauma che Titus aveva subito, ipotesi basate, se non interamente plasmate,
dalla sovrabbondanza di discutibili e istrioneschi melodrammi da ghetto, telefilm
polizieschi e brutali testi di pezzi rap, che aveva assorbito nel corso della sua breve vita.
Julie si inginocchiò e raccolse i pezzi, poi li portò sul tavolo di pino grezzo, la cui
superficie era un’action painting di colori Testors, chiazzata di nero dalle strinature della
colla a caldo e dalle punte incandescenti dei saldatori, incisa da un’illeggibile testo
cuneiforme di scalfitture di taglierini X-ACTO, dove era solito, nelle estasi sconfinate della
sua solitudine, assemblare i suoi modellini di camminatori at-at e caccia di Gundam Wing,
e arricchire i suoi piccoli eserciti metallici di orchi e paladini, e investire la mai spesa e
continuamente rielaborata essenza della sua vita interiore, l’unica che avesse. C’erano tre
file ordinate di cassettini in plastica pieni di viti e chiodi, e Julie vi rovistò fino a trovare un
tubetto di attaccatutto, con la punta dell’ugello eternamente riaperta dalla punta del suo
stesso minuscolo tappo rosso, come una ferita allegorica in un racconto di Re Artù. Ne
spremette due gocce, poi fece combaciare le due metà degli occhiali di acrilonitrile con
tocco esperto da modellista, fino a quando tennero e non si vide più nemmeno una
fessura. Quindi li restituì a Titus, il quale saggiò con cautela la giuntura. Senza gli
occhiali, la sua faccia sembrava vulnerabile, scorticata.
«Comunque non sono vere lenti» disse.
«Davvero?»
«Ne avrò tipo trenta paia. Li metto solo, ehm, per sembrare intelligente.» Se li rimise, e
un che di blindato, isolato, inespugnabile tornò a dominare i tratti del suo viso.
«Puoi rimanere stanotte» gli disse Julie, e nel pronunciare quelle parole provò una fitta
di rimpianto, intuendo il commiato che contenevano. Se Titus avesse accettato i termini
che Julie stava per proporgli, il periodo della loro amicizia segreta si sarebbe concluso. Da
allora in poi, il mondo avrebbe saputo di Titus Joyner, e conoscendo lui, avrebbe
cominciato a conoscere, o almeno a credere di conoscere, anche Julius Jaffe. Il quale
tuttavia non si sentiva affatto pronto a conoscere se stesso, né a combattere con il
mondo e le sue definizioni. «Dopo non so, vediamo.»
«Figo» disse Titus. «Be’, grazie.»
«Sì, ma a un patto.»
«Il tempeh non lo mangio più. Fa veramente schifo.»
«In realtà non lo mangiamo quasi mai» disse Julie, sentendosi arrossire al pensiero
dell’irrecuperabile berkeleytudine di se stesso e della sua famiglia. «Non so nemmeno che
ci facesse in frigo. E comunque no, non intendevo quello.»
«Cosa, allora?»
«Lo sai.»
«No» disse Titus. «Non se ne parla. Io non…»
«Devi. Voglio dire, anche se i miei genitori ti danno il permesso di stare qui, e non
voglio nemmeno pensare a come gli spiegherò questa cosa, posso solo, come dire,
sperare che si entusiasmino all’idea che io abbia un amico afroamericano in difficoltà che
loro possono aiutare o non so cosa. Ma tu non puoi continuare a fare avanti e indietro in
bicicletta davanti a casa sua. È troppo triste.»
Julie scese di sotto a lavarsi i denti e, stranamente pudico, a vestirsi. Quando uscì dal
bagno, trovò Titus seduto sull’ultimo gradino della scala della mansarda, completamente
vestito, dritto, le mani sulle ginocchia, come se aspettasse di entrare in un’aula di
tribunale.
«E se poi a lui non sto simpatico?» disse.
Julie immaginò di infilarsi accanto a Titus, stretto fra lui e la parete della scala. Di
cingerlo con un braccio, appoggiare la testa sulla sua spalla, prendergli la mano. Fosse
stato la ragazza di Titus, sarebbe stata la cosa più facile del mondo.
«Vorrei essere la tua ragazza» disse.
«Piantala, finocchio» disse Titus con dolcezza.
«Omofobo» disse Julie. Si sedette accanto a Titus, ma dall’altra parte, dove c’era spazio
per stare in due sulla scala senza toccarsi. «Tu fai come ti ho detto. Vedrai che andrà
bene.»
Titus si asciugò la guancia con il dorso di una mano e tirò su col naso. Julie gli offrì un
Kleenex. Titus lo rifiutò.
«Lacrime nella fottutissima pioggia» disse.

Mentre tornava a spalancare le porte del Brokeland ai venti di un tragico destino, Archy
decise di fare una deviazione e passare accanto all’area, all’angolo tra la Quarantunesima
e Telegraph Avenue, dove un tempo sorgeva il Golden State, il supermercato dai cui
scaffali, quand’era ragazzino, aveva rubacchiato ogni genere di delizia. La catena dei
Golden State, piccola e diffusa solo nella Bay Area, aveva subito una specie di implosione
mentre Archy era nel Golfo. Su quel lotto lungo la Quarantunesima era stato cosparso il
sale del fallimento, e da allora, come in un luogo maledetto, nessuna attività aveva più
attecchito. Non il vivaio di piante in plastica. Non il negozio che vendeva bizzarri tappeti,
del genere che di solito si vede esposto sulle recinzioni lungo le strade: ritratti a pelo
lungo di Malcolm X o guerrieri aztechi che cullano defunte principesse azteche nel fitto
nylon delle proprie braccia.
Archy parcheggiò e uscì dalla El Camino. Con lo stesso spirito di ricerca che gli aveva
fatto prendere in prestito Rolando (non aveva avuto modo di dirlo a Gwen, per
dimostrarle che era capace, volenteroso, e ormai dirglielo sarebbe stato come infilare un
centesimo in un parchimetro), si applicò allo studio di quella specifica lastra di fallimento
ricavata dalla più vasta zona di tribolazioni che era la sua città natale. Cercò di vederla
con gli occhi di un Gibson Goode, un uomo d’affari di successo in cima alle liste dei più
ricchi d’America: come qualcosa che, diversamente da una piantina di plastica, si poteva
far crescere. Studiò le finestre sbarrate con assi di legno, la recinzione arrugginita intorno
ai box vuoti dei carrelli della spesa. Il cerchio di cemento bianco misteriosamente
virginale dove, nel punto d’incontro di ogni desiderio terreno, un tempo si ergeva una
giostra a monetine, con i cavalli di vetroresina che ruotavano cigolando lungo la loro
minuscola orbita. Mentre si dirigeva a passo lento verso il retro dell’edificio per
raggiungere l’area di carico e scarico, chiusa con saracinesche e catene, vide un uomo
tracagnotto, con una tuta da ginnastica turchese e delle scarpe da ginnastica che
parevano una coppia di uccelli tropicali, sussurrare dentro un cellulare. Grossi occhiali di
plastica turchese nascondevano la parte superiore del suo viso, ma quella inferiore era
contratta in un broncio preoccupato. Il tizio disse piano: «Ehilà».
«’Giorno» rispose Archy, fissando con attenzione da intenditore il retro in calcestruzzo
dell’edificio, completamente anonimo e privo di interesse. Si accarezzò il mento e annuì
come a confermare certe voci sulla costruzione dell’edificio, come se stesse constatando
che il rapporto fra la larghezza e l’altezza di quei blocchi di calcestruzzo riecheggiava
informazioni nascoste da Dio nelle opere di Pitagora, nelle onde radio emesse dalle stelle.
Lentamente continuò per la sua strada, senza degnare di una seconda occhiata l’uomo
con le scarpe colorate, dirigendosi giù per la Quarantunesima verso la Highway 24 come
se avesse qualche particolare faccenda da sbrigare.
La Quarantunesima era tutta cielo e cavi e linee spezzate di tetti, e come molte delle
strade tagliate in due dalla costruzione della Grove-Shafter Freeway, dopo tutti quegli
anni aveva ancora un’aria confusa, come una persona che dopo aver preso un colpo in
testa si fosse trovata a barcollare senza cappello lungo Telegraph Avenue, andando a
sbattere faccia a terra in prossimità del cavalcavia. Archy sentì un palloncino di fallimento
gonfiarglisi nella cassa toracica. Tra i giorni della giostra per bambini e delle merendine
rubate e quel pomeriggio nella terra desolata del parcheggio del Golden State, sembrava
esserci un abisso incolmabile. Come se la sua storia non fosse sua, ma di qualcuno che ne
era più degno, qualcuno che non l’aveva tradita. Sentì, non per la prima volta quel giorno,
che nella sua vita personale o professionale non aveva preso una decisione giusta dal
1989, quando aveva accettato un invito estemporaneo a suonare per una sera con i
Funkadelic al Warfield di San Francisco (all’epoca Archy faceva parte di una tribute band
di P-Funk chiamata Bop Gun) dopo che Boogie Mosson era stato costretto a letto da
un’intossicazione alimentare. Non era stata nemmeno una decisione, dal momento che
una richiesta da parte di George Clinton era come una voce incontrovertibile che
risuonava dalla vetta di un monte molto alto. Archy era stanco di Nat, ed era stanco di
Gwen e della sua gravidanza, che minacciava di rivelare tutte le insospettate profondità
della sua inadeguatezza. Era stanco del Brokeland, dei neri e dei bianchi, di tutti i loro
complotti e rancori, di doppiezze, maneggi e corruzione. Soprattutto era stanco di
resistere da solo, di essere l’unico sopravvissuto, l’ultima noce di cocco appesa all’ultima
palma dell’ultimo atollo sulla rotta della grande ondata del capitalismo tardomoderno, in
attesa di essere presa a martellate.
Seguì la Quarantunesima che curvava per immettersi nella Quarantaduesima, poi girò a
destra e si ritrovò, a proposito di unici sopravvissuti e di rotta fatale dello tsunami,
davanti alla pasticceria Neldam’s. Un vecchio con la barba simile a garza, di quelli che
durante l’infanzia di Archy venivano chiamati winos, ubriaconi, sedeva su una cassetta del
latte capovolta appena oltre l’entrata, facendosi strada con evidente soddisfazione in un
sacchetto di dolcetti svedesi.
«Sono buoni, quelli» ricordò Archy.
L’ubriacone smise di masticare e lo guardò con un’espressione stanca ma in qualche
modo astuta, tentando probabilmente di stabilire se Archy volesse minacciarlo o
scroccargli un dolcetto.
«È il mio pranzo» disse in tono di scusa. «E anche la mia colazione.»
«Non intendo disturbarti mentre pranzi, fratello» disse Archy. «Anch’io sono sempre
andato matto per la Sogno di panna.»
Quand’era bambino, per Archy una Sogno di panna di Neldam’s – strati di soffice pan di
Spagna al cioccolato come periodi interglaciali fra banchise e tundre di panna montata,
l’esterno corazzato da una frastagliata tettonica di larghe scaglie di cioccolato – era un
prodigio, cinque dollari che nessuno poteva permettersi, spesi ogni anno da signore avare
ma amanti delle torte per festeggiare la venuta al mondo di un ragazzino cicciotello
orfano di padre e di madre.
«Be’, allora entra e prenditene una» disse l’ubriacone. «Mi sa che ne hai bisogno.»
«Forse» ammise Archy.
Entrò nella pasticceria, con il suo banco arrotondato e la sua pallida tavolozza anni
Ottanta di grigi e rosa. Fece un respiro molto profondo, e l’odore del posto, i fantasmi
olfattivi di prodotti per le pulizie Pine-Sol e caramello e sogni di panna da lungo tempo
svaniti, lo riempirono di un senso di perdita talmente forte che per poco non lo mise al
tappeto. Le paste e i biscotti di Neldam’s non erano di prima qualità, ma avevano una
sincerità vecchio stampo, un umile marchio di favolosità da cui Archy – in un’epoca in cui
ogni cosa buona nella vita era o sintetizzata in contenitori cyborg transgenici o coltivata
di nascosto in piccoli orti da un collettivo buddhista di ex carmelitane cieche convertite
alla Wicca – si sentì commosso. E adesso correva voce che anche Neldam’s fosse
destinato a chiudere i battenti.
«Vorrei una Sogno di panna» disse alla commessa dietro il banco.
Era una piccola signora filippina dagli occhi duri, che non aveva tempo né pazienza per
il suo dolore. «Piccola o grande?» disse.
Archy disse: «Non ci sono altre possibilità?».
Mangiò metà dell’enorme torta in auto, usando un cucchiaio dentellato con macchie
gialle di curcuma proveniente dal Vik’s Chaat, il ristorante indiano, e riesumato dai recessi
più profondi del cruscotto. Spalettò liberamente, emettendo sospiri orsini ed
esclamazioni, e trovò che la Sogno di panna fosse, come poche altre cose a questo
mondo, quasi buona come ricordava. Quella scoperta, insieme ai previsti incanti dello
zucchero, del grasso e del cioccolato, gli risollevò lo spirito e lo temprò a sufficienza da
consentirgli di affrontare, con l’abituale sventatezza, il suo malinconico destino di piccolo
negoziante. Lasciò la metà della torta nel suo contenitore di cartoncino rosa, sotto una
pila di giornali ammonticchiati sul sedile del passeggero, e si pulì la bocca con il retro di
una multa per divieto di sosta, anch’essa, come il destino del Brokeland Records, caduta
vittima del codice morale di studiata negligenza degli Stallings.
«Bah» si disse.

Il cartello aperto-chiuso appeso alla porta del Brokeland fu girato per la terza volta quel
giorno. Archy prese posto dietro al bancone e si preparò a riprendere la sua solitaria
cernita dell’eredità Benezra da dove l’aveva lasciata. Era consapevole, mentre lo faceva,
della struggente aria di tragica dedizione di ogni suo gesto, la routine disciplinata di una
sentinella dal destino segnato che presidia il suo remoto posto di guardia mentre, oltre la
prima catena di colline, un’orda di barbari avanza a cavallo dei suoi vittoriosi pony. Poi la
porta del negozio si spalancò, e due Adidas color becco di tucano entrarono al Brokeland,
lasciando il loro occupante, come sempre, una frazione di secondo indietro, e piegato di
tre gradi verso destra.
«Accidenti, Tartaruga» disse l’uomo inclinato ostentando delusione. «Così mi ferisci.»
Archy c’era, alla fine degli anni Settanta, quando quella particolare andatura veniva
prima teorizzata e poi scrupolosamente messa a punto come equivalente pedonale del
gangster lean, la postura di guida tipica dei gangster, che rappresentava il prerequisito
necessario per «bazzicare la scena», come specificava William DeVaughn in Be Thankful
for What You Got (Roxbury, 1974). «Te ne sei rimasto lì, a grattarti quella specie di velcro
che hai appiccicato al mento, facendo finta di pensare “Cielo, che interessante esempio di
architettura commerciale urbana, devo proprio consultare i miei appunti”. Come se
nemmeno mi avessi visto.»
«Kung Fu!» esclamò Archy, girando intorno al banco per scambiare un colpo di pugno e
un abbraccio con Walter Bankwell, il suo miglior amico dall’asilo fino all’ultimo anno alla
Oakland Tech, cinque chili più grasso e venticinque centimetri quadrati più calvo
dell’ultima volta che l’aveva visto. Walter Bankwell, nipote di Chan Flowers, anni prima
aveva passato anche lui la sua buona dose di tempo circondato dai cadaveri. Girava a
tutta velocità sui carri funebri, con il cercapersone casomai capitasse una salma,
emanando quell’odore d’acqua in un vaso di fiori vecchi. In qualche modo era poi riuscito
a liberarsi dalle grinfie dello zio. Era entrato nell’industria musicale, come rappresentante
di una serie di etichette indipendenti di hip hop, tutte fallite. Era stato agente di alcuni
rapper di modesto talento, uno dei quali era quasi esploso, più o meno, nella zona di Los
Angeles. Sempre dentro e fuori dai guai con la polizia, il fisco, gli avvocati, i dirigenti delle
case discografiche, le madri delle ragazzine che i suoi clienti si divertivano a scopare.
Sempre, per tutta la vita a cavallo di quel rapporto 51 a 49 tra intelligenza e stupidità.
Qualche anno prima aveva combinato una qualche brutta cazzata che gli aveva procurato
un mucchio di botte da parte di qualche boss di Long Beach, con annessi ospedale,
riabilitazione, fisioterapia. Alla fine, quel 49 per cento di stupidità gli era costato la vista
da un occhio. «Come va, bimbo?»
«Mah.»
«Lavori?»
Walter fece un passo indietro, abbagliante nella sua tuta da ginnastica di un verde
malato e fluorescente, mentre un lungo, lento sorriso beffardo gli si disegnava sul volto.
«Che c’è?» disse Archy.
«Proprio come ai vecchi tempi. Tartaruga Stallings che si aggira furtivo al Golden State.
Come minimo avrai una bottiglia di aranciata ficcata nei pantaloni, più due pacchetti di
caramelle mou.»
«Mmm» disse Archy.
«Eri venuto a controllare la concorrenza, immagino. Tra poco arriva il Thang, che avrà
un reparto di vinili usati grande il doppio del vostro.»
«Questo non si sa. E comunque non ha senso fare paragoni, siamo due cose troppo
diverse.»
«E quando mi hai visto uscire avrai pensato: “Oh, cazzo”. Scappa, Tartaruga.»
«’Fanculo, Walter. L’ultima volta che sono scappato da qualcosa era il 1991, in Kuwait,
ed era un pipistrello con la rabbia.»
«Ti prendo in giro. Guarda qua.»
Walter infilò la mano in una delle tasche della giacca della tuta e la estrasse
nascondendo nel palmo un bell’astuccio d’ottone per biglietti da visita dall’aria antica, con
incastonata una grossa pietra bianca che voleva spacciarsi per diamante. Prese un
biglietto e lo porse ad Archy. Era stampato a inchiostro nero e rosso, e sullo sfondo era
impresso il familiare logo di una zampa a mezzatinta.
«“Relazioni con la comunità”» lesse Archy. «“Dogpile Entertainment Group.” Da
quando?»
Walter alzò le spalle.
« D a prima che tuo zio cambiasse idea…?» Archy capì di aver fatto una domanda
stupida prima ancora di vedere il sorrisetto che spingeva fuori il labbro inferiore di Walter.
«Ah, okay» disse. «Allora il punto è questo.»
«Do ut des» disse Walter. «Come si dice. Una mano lava l’altra.»
«Walter, il cocco di Chan» disse Archy. «Comincio a capire.»
Bimbo tracagnotto, dai lineamenti morbidi, asmatico, incline alle febbri, che veniva
spesso ricoverato in ospedale e si diceva somigliasse come una goccia d’acqua all’unico
fratello di Chan Flowers, morto da piccolo, Walter era sempre stato il preferito di Chan,
quello che puntualmente riusciva a sfilarsi da qualsiasi guaio in cui si cacciassero gli altri
nipoti. Con tutto il rispetto dovuto al cinismo in quanto tale e al signor Mirchandani in
qualità di suo profeta, Archy faticava a credere che Flowers potesse svendere il Brokeland
in cambio di una semplice mazzetta. Il consigliere non emanava l’odore di quel particolare
genere di corruzione. Ma se invece era per tendere una mano al nipote, il bambino non
più bambino che negli ultimi dieci anni non aveva combinato niente di buono, ed era
rimasto con un occhio solo… Be’, questo Archy poteva arrivare a capirlo.
«“Relazioni con la comunità”» disse Archy. «Così lavori per Gibson Goode.»
«Esatto. Lavoro per G Bad.»
«E G Bad lo sa che sei affetto da una malattia congenita che, ahimè, ti rende un
cialtrone del cazzo?»
«Vacanze pagate, meeting aziendale alle Hawaii, copertura sanitaria.»
Walter che cercava di far sembrare tutto pulito e regolare, Archy che lo conosceva
troppo bene per non notare la meraviglia quasi disperata che gli illuminava il viso.
Un’opportunità del genere arrivata così, per caso, una corda gettata da un elicottero a
strapparlo dalla tempesta, dai flutti e dal gelo. Stipendio fisso, copertura sanitaria. Archy
immaginò di presentarsi a casa da Gwen con un asso del genere nella manica, di
rispondere al suo sguardo di biasimo con una notizia come quella, il 50 per cento in più di
pace domestica che avrebbe guadagnato passando dall’essere un fedifrago inconcludente
all’essere un fedifrago e basta. Una pila di monetine da venticinque centesimi da infilare
nel parchimetro, per fare uscire la lancetta dal rosso e spingerla in fondo a destra.
«Sì, è tutto molto bello, Walter» disse Archy. «E ti auguro ogni fortuna. Adesso, però,
fuori dai coglioni.»
«Tartaruga…»
«Ma scherziamo? Questa è casa mia, e tu te ne vieni qui, dopo esserti fatto assumere
da quegli stronzi capitalisti espansionisti per…»
«Okay, okay, Tartaruga, stai calmo. So bene quanto sei affezionato a questa ex
bottega di barbiere, così piena di ragnatele e polvere che fanno tanto Roger Corman e via
dicendo.» Abbracciò con lo sguardo le copertine sbiadite imbullettate in cornici di
plexiglass, il vecchio iBook a conchiglia color sciroppo per il raffreddore che usavano per
l’inventario, le ceste che Archy e Nat avevano costruito con le loro mani, montandole su
rotelle così da poterle spostare di lato e ricavare lo spazio per i famosi concerti
organizzati al Brokeland per raccogliere i soldi dell’affitto, concerti che ormai non
organizzavano quasi più. Le arcologie dei ragni. «Ma ti dico una cosa. La Dogpile è
un’azienda al cento per cento di proprietà di neri. Cento per cento.»
Come uno spirito evocato da quell’ultima frase, Nat entrò nel negozio. Aveva con sé
una scatola di ciambelle dalla United Federation of Donuts, il negozio accanto, e sotto il
labbro un pizzetto di zucchero a velo. Contemplò lo spettacolo della tuta e delle scarpe di
Walter, quindi parve riconoscere il vecchio amico di Archy con un vago cenno del capo.
«Sì, ecco, ehm, Nat, lui è… ti ricordi Walter Bankwell? Il mio amico dei vecchi tempi?
Walter, lui è il mio socio, Nat Jaffe. Walter era… è in città per affari, e insomma…»
«Come andiamo?» disse Nat. Allungò la mano per stringergliela, ma Walter alzò le
braccia come un paio di folli antenne piazzate a formare angoli asimmetrici con il corpo.
Tenendo le mani piatte come due badili, si chinò verso il basso e disegnò un arco
all’indietro sfiorando il pavimento con la punta di un piede. Tipo mossa della gru, pensò
Archy.
Walter tornò in posizione eretta. «A più tardi» disse ad Archy, senza degnare di un altro
sguardo Nat. Le sue scarpe uscirono dal negozio, seguite subito dopo da Walter, stavolta
leggermente inclinato a sinistra.
«Lo chiamavamo Kung Fu» spiegò Archy.
«È solo passato a salutare?»
«Nient’altro.»
«In nome dei vecchi tempi.»
«Di cose da pazzi insieme ne abbiamo fatte, io e lui. Quando avevo più o meno l’età di
Julie.»
«Tu devi ancora arrivarci, all’età di Julie» disse Nat. «Julius Jaffe è nato più vecchio di
quanto tu sei adesso.»
«Di questo non sarei tanto sicuro, boss» disse Archy.
Fermo sull’altro lato della via, proprio davanti alle pompe funebri, c’era Lupus in Fabula,
a dare un colpo col piede al suo skateboard per farselo saltare in mano, e ad agitarsi
accanto a un ragazzo in bicicletta dal volto solenne che Archy non conosceva. Erano
venuti a fare un sopralluogo – Archy lo sentì dentro di sé, nel punto del cervello preposto
a subodorare le malefatte – in vista di una qualche rapina metafisica.
Nat si voltò per vedere cosa stava guardando Archy. «L’altro ragazzo lo conosci?»
chiese.
Sembrava preoccupato; di recente, stando a quanto aveva capito Archy, Julie aveva
cominciato a traballare sul proprio asse. Fino a quel momento, Archy avrebbe fatto fatica
a immaginare che quel ragazzo potesse cacciarsi in guai non risolvibili lanciando una
manciata di dadi a venti facce.
«No» disse. «Da qui assomiglia al mio cuginetto Trevor, ma no. Non è Trevor.»
«Lo sai invece a chi assomiglia, da qui?»
«Che fanno, fermi là fuori?»
«Forse progettano di rapinarci.»
«Oh» disse Archy, provando, davanti a quell’eco della sua reazione istintiva di poco
prima, una vaga preoccupazione nel vedere, sull’altro lato della strada, Sale e Pepe in
attesa di rovesciarsi tutto intorno. «Per questo sei tornato indietro?»
«No, Archy» disse Nat. «Non sono tornato per questo.»

Useless, inutile. Di James Joyce. Era una battuta del padre di Nat, la sentenza che
emetteva su se stesso ogni volta che si scordava di ritirare la roba in tintoria, che la
bolletta del telefono non veniva pagata in tempo e gli tagliavano i fili, ogni volta che non
riusciva ad accendere un fuoco o avviare un motore, o faceva fallire l’ennesimo negozio di
caramelle o giornali. Un uomo che non aveva talento per nulla, a parte dare mance a
cameriere stanche e allungare leccalecca ai bambini piccoli quando le madri guardavano
dall’altra parte. Gravato della particolare inutilità dei socialisti di terza generazione, uno
degli sparuti nipoti di Eugene V. Debs, tradito dall’Utopia, che l’aveva abbandonato alla
deriva solo di fronte alla necessità di far tornare i conti. La paternità, a casa Jaffe, era
una lunga storia di inutilità della quale Nat costituiva solo l’ultimo capitolo. Luftmenschen,
inettitudini, bancarotte che risalivano fino al governatorato di Minsk. Starsene sulla porta
della camera di Julie come uno stupido – come un inutile coglione! – a somministrare la
solita miscela di punzecchiature e smargiassate, una vecchia ricetta di famiglia. Vedere la
difficoltà, il dubbio, la confusione negli occhi di suo figlio e non avere la minima idea di
cosa fare. Sapere che, siccome il ragazzo continuava a crescere, ognuno di quei momenti
avrebbe potuto rivelarsi l’ultimo. Qualcosa da afferrare al volo e assaporare, non da
lasciar scivolare via tra vaghe allusioni e commenti pseudo-brillanti.
Carpe diem. Era mai esistito consiglio più inutile?
Nat si ricordò di quando, tornato a casa per il funerale di suo padre, poche settimane
dopo che lui e Aviva avevano cominciato ad andare a letto insieme, aveva trovato la sua
copia dell’Ulisse in una scatola di dischi da 10 pollici, principalmente di classica,
soprattutto Šostakovič. Quella brossura robusta dei tardi anni Cinquanta e primi Sessanta,
U grossa, l sottile, piegata dagli anni, con i bordi morbidi come pelle scamosciata, le

pagine gialle dello stesso colore del filtro di una sigaretta fumata. Infilato nel passo
preferito di suo padre – l’orazione mattutina della gatta affamata – Nat aveva trovato un
ritaglio del «Times-Dispatch». GIORNALAIO SVENTA RAPINA . Una domenica mattina del 1968 a
Shockoe Bottom. L’indiziato, maschio, negro, poco più di vent’anni, aveva chiesto una
copia del «Bird Fancier» collocata su uno scaffale dietro il banco, poi, mentre il
proprietario era voltato di spalle, aveva ripulito il registratore di cassa. Colpito col calcio
della pistola un cliente che aveva tentato d’intervenire. Allora il proprietario del negozio,
Julius Jaffe, quarant’anni, gli aveva scagliato contro un fermacarte (griffato «Times-
Dispatch»). Aveva prontamente attirato l’attenzione di un’auto della polizia in transito.
Quasi certamente evitando ulteriori violenze, visto che l’indiziato aveva scontato a
Powhatan una condanna per tentato omicidio e aggressione armata. Julius i non era tipo
da conservare ritagli di giornale, né mettersi in disparte ad ammirare se stesso: la storia,
vecchia di quindici anni, risultava nuova per Nat, il quale poté solo concludere che,
sebbene suo padre non ne avesse mai parlato, quell’episodio aveva avuto per lui un
significato importante. La vetta di una vita vissuta al livello del mare, vittima di frequenti
inondazioni.
All’epoca, nel pieno del lutto per suo padre, la scoperta del ritaglio lo aveva fatto
sorridere. Tre settimane prima, mentre tornava a casa a piedi dal Telegraph Repertory, il
cinema in cui lavorava come maschera, aveva bloccato un rapinatore nell’atto di rubare
un portafogli, un orologio e un fermacapelli tibetano in argento a una giovane donna, che
Nat aveva riconosciuto essere frequentatrice abituale del cinema, particolarmente
appassionata, sembrava, dell’opera di Elliott Gould, a cui Nat aveva sempre creduto di
assomigliare. Nat aveva agito senza riflettere, senza un piano e senza riserve, e il suo
coraggio era stato premiato con un pugno nello stomaco e una notte tra le braccia della
giovane donna, che di nome faceva Aviva Roth. Mentre leggeva il vecchio ritaglio di
giornale – con le lacrime agli occhi al pensiero che per Julius quell’episodio avesse
significato così tanto da indurlo a tenerne la documentazione tra le pagine preferite del
suo libro preferito – la mente di Nat non fu sfiorata, neppure per un attimo, dal sospetto
che lui stesso un giorno avrebbe potuto ripensare a un momento di eroismo avventato
risalente a quasi vent’anni prima come all’unica cosa utile che avesse mai fatto.
«Innanzitutto, sono venuto a scusarmi» disse ad Archy. «Mi spiace. Ho fatto una
cazzata.»
«Capisco.»
Archy avrebbe aspettato un momento prima di accettare le sue scuse, Nat lo sapeva.
Le scuse erano il lato b delle sue sfuriate e delle sue lamentele, e sgorgavano così
abbondanti dalle sue labbra che le persone a lui vicine avevano imparato a resistervi con
lo stesso sangue freddo con cui sopportavano le bizze che le rendevano necessarie. Se ne
stavano accucciati nella casa di mattoni, a vedere se Nat aveva davvero intenzione di
scendere fino in fondo al camino. E lui scendeva sempre.
«Ecco perché ho preso le ciambelle» disse.
«Sono molto gradite» disse Archy. Aprì la scatola, ne controllò il contenuto come se
stesse dando la prima occhiata a uno scatolone di dischi appena arrivato, poiché c’era,
ovviamente, come Archy ripeteva spesso, una profonda analogia spirituale, per via del
buco e tutto quanto, tra le ciambelle e i dischi in vinile.
«Per cui scusa. Sono stato un vero idiota. Tanto per cominciare. Scusa, scusa, scusa.
Chiederò scusa a tutti personalmente. Al signor Jones, a Moby. Tutti.»
Nell’ultimo paragrafo di quel ritaglio del «Times-Dispatch» compariva la notizia,
riportata con una una punta di perplessità editoriale, che dopo aver sventato la rapina
l’edicolante Jaffe si era, secondo alcune testimonianze, scusato con l’aspirante rapinatore
per avergli dato una botta in testa con un fermacarte.
«Okay, okay» disse Archy, agitando una mano con impazienza. «Capito. Scuse
accettate. La seconda cosa qual è?»
«La seconda cosa» disse Nat, e mentre si preparava a enunciare il secondo punto del
suo programma, esso gli fece il grande favore di venirgli in mente: una frase che suo
padre, pace all’anima sua, non era mai riuscito a pronunciare ad alta voce, almeno non a
portata d’orecchio di Nat: «Io non lo perdo, questo cazzo di negozio».
«Ah, bene.»
«Perché non so tu, Archy, ma io sento… Sento che senza questo posto non sarei
nemmeno sicuro di avere un posto al mondo.»
«Capisco perfettamente.»
«Ti sembro melodrammatico.»
«Tu? Mai e poi mai.»
«Perché guarda che sono serissimo» disse Nat. «Guardami. Cos’altro sarei in grado di
fare, secondo te? Se il ghiaccio si scioglie, dove li metti i pinguini?»
«Domanda legittima.»
«Dove altro potrei esistere?»
«Spiritualmente, intendi.»
«Esatto.»
«Se non» disse Archy, con le sopracciglia che annunciavano: preparati perché ora ti
prendo un po’ per il culo, «come dire, a casa tua. Con la tua famiglia.»
«Archy, io amo mia moglie, e amo mio figlio. Lo sai.»
«Sì.»
«Ne sei testimone.»
«Senz’altro.»
«Ma questo negozio è il mio mondo. Questi sono i miei dischi. Capisci?»
«Capisco eccome, Nat.» Nonostante l’atteggiamento canzonatorio di Archy, la sua
accondiscendenza semiseria, Nat aveva avuto la sensazione che le sue parole
attecchissero, si posassero sull’amico come neve su un campo. Se sceglievi di impegnare
la tua quota di lavoro e i tuoi beni terreni mettendoti in società con uno a cui piaceva
montare in cattedra, fare grandi discorsi, dare gas, probabilmente era perché sapevi che
qualcuno ogni tanto doveva farlo, e quel qualcuno non saresti stato tu. «Questo negozio è
il nostro mondo.»
«Allora te ne rendi conto.»
«Sì.»
«Ecco perché non intendo starmene qui con le mani in mano, completamente inutile»
disse Nat, ora che aveva elaborato tutto: la sensazione di essere stato travolto dal tir del
Dogpile provocata dalle notizie di Mirchandani. L’amarezza della conversazione con Julie.
Il ricordo della vita-segnalibro di suo padre. «Voglio combattere.»
«Con Gibson Goode?»
«Gibson Goode, Chan Flowers. Tutti quei figli di troia.»
Archy sorrise, né beffardo né compiaciuto, come si sorride davanti alle cose, buone o
cattive, che saltano fuori al momento giusto.
«Tu mi aiuterai, vero, Arch? Se ti prometto di non fare stupidaggini, di non perdere la
calma. Se mi sforzo di essere costruttivo e positivo. Mi aiuterai a combattere?»
Prima che potesse ottenere una risposta da Archy – non che, considerato il nocciolo
della questione, ce ne fosse davvero bisogno – un ritmo di percussioni s’intromise dalla
strada, aggrovigliandosi con quello che Jack DeJohnette stava producendo sull’impianto
del negozio. La porta si spalancò e i ragazzi, Julie e l’altro, entrarono, Julie emettendo a
grandi ondate qualcosa di pesantemente rivestito di moog e dalla ritmica complessa, che
ricordava i Return to Forever. Ormai non si muoveva di casa senza quel cazzo di Stereo 8.
Ciondolava per la città con la sua patetica afro da ebreo e i jeans a zampa d’elefante,
come una sorta di piccolo elfo giudaico del soul. Tutto il rammarico di Nat e il suo tardivo
desiderio di contatto con il figlio parvero di colpo trasformarsi in irritazione. Allungò la
mano sulla manopola dello Stereo 8, e il volume scese a zero.
«Lui chi è?» Nat si voltò verso l’altro ragazzo. «Chi sei?»
«Okay» disse Julie. «Allora, papà.»
Da quando aveva cominciato a parlare – all’età di due o tre anni – Julie aveva sempre
fatto in modo di presentarsi davanti alla corte con tutte le sue ragioni ripulite e limate e
organizzate a puntino. Piani imprenditoriali corredati di neretti, corsivi ed elenchi puntati.
Intricate strategie che architettava alla luce del sole, quasi che la tua consapevolezza
delle sue macchinazioni costituisse una parte, se non l’elemento chiave, del disegno
complessivo.
«Lui è Titus Joyner. Ci siamo conosciuti al corso di cinema, hai presente, “La citazione
come rivincita”, quello su Tarantino, che tra l’altro è pazzesco, questa settimana vediamo
Arancia meccanica, che non sarà ai livelli di 2001 o Shining ma secondo me si piazza
comunque al terzo posto, sarai d’accordo.»
Nat fece un cenno come a dire che su una cosa almeno era pronto a obiettare – non
era francamente interessato a nessuna Top 3 che non includesse Barry Lyndon – ma nel
frattempo ad Archy era successo qualcosa. Fissava Titus Joyner senza sbattere le
palpebre, respirando dalla bocca. Una specie di preallarme, avrebbe detto Nat, quasi si
fosse appena reso conto di aver dimenticato il portafogli sul taxi di una città lontana, e
ora cercasse di ricordare quanti soldi conteneva.
«Sì» disse Julie. «Allora, continuando: Titus. Saluta, Titus.»
«Ehilà.»
«Insomma, che dire? Titus si è appena trasferito a Oakland, neanche, vediamo,
neanche due mesi fa, dal Texas. Ha quattordici anni, è estremamente intelligente e ben
educato. Bravissimo a mto. Ottime abitudini in fatto di cura personale, come potete
vedere.»
In effetti, le pieghe, le cuciture e gli orli del ragazzo erano privi di grinze e impeccabili.
Le sue unghie erano conchiglie perfette.
«In Texas viveva con sua nonna Shy, solo che poi Shy è morta, e adesso lui sta a casa
di una vecchia zia pazza, tipo con la demenza senile, dove già prima vivevano quante,
quattordici persone?»
Si voltò verso l’amico, che stava fissando senza vederla la famosa foto di gruppo dei
jazzisti scattata da Art Kane a Harlem, con l’aria di uno che ha le orecchie piene di
calabroni e non vuole disturbarli né farli arrabbiare.
«Nove» disse piano.
«Nove!» gridò Julie, come se fosse un numero ancora più grande e incredibile di
quattordici. «Vive in condizioni precarie, malsane e antigieniche, e adesso non sgridarmi,
papà, ma io gli ho detto che, in attesa di un’intensa discussione famigliare fra te e
mamma, lui potrebbe, noi potremmo, considerare l’idea, trattandosi appunto di una
persona straordinaria, perbene, brillante e con così tante idee sorprendentemente
creative, nonché quella che sarei tentato di definire una visione cinematografica davvero
innovativa…»
«Resisti alla tentazione» disse Nat. «Ti supplico.»
«Speravo potesse venire a stare da noi. A meno che forse…»
Julie si voltò verso Archy. Fino a quel momento si era lasciato trasportare dalla raffica
del suo stesso entusiasmo, ma la sfrontatezza o le lusinghe sembrarono esaurirsi di colpo
quando vide lo sguardo negli occhi di Archy, che Nat immaginò di poter descrivere,
cercando di evitare esagerazioni, come panico allo stato puro. Il cognome Joyner aveva
fatto risuonare un accordo nella memoria di Nat, un mu maggiore, bello ma con un che di
dissonante. Jamila Joyner, una ragazza per la quale Archy era entrato in fissa, e con la
quale si era messo, l’estate in cui lui e Nat si erano conosciuti. Subito dopo il suo ritorno
dal Kuwait. Una ragazza rimasta con lui abbastanza a lungo da venirgli a noia, e che poi
se n’era tornata a casa in Oklahoma. O forse, ora che ci pensava, in Texas.
«Be’» disse Nat. «Direi che è il momento delle congratulazioni.»

Archy, in piedi nel bovindo di casa come uno sventurato capitano sul ponte della sua
nave spaziale, guardava avvicinarsi, quasi avesse davanti a sé un divoratore di pianeti, la
bmw nera di sua moglie. Si accarezzava il mento e ricorreva a complicate tavole mentali
di coseni e angoli per cercare di stabilire se l’intensità della reazione di Gwen alla
faccenda di Elsabet Getachew sarebbe aumentata al quadrato o al cubo alla notizia che
suo figlio era apparso dal nulla, o meglio, da un nulla noto soltanto, o almeno così
sembrava, a Julie Jaffe. I risultati dei calcoli di Archy furono una doccia fredda.
Avvicinandosi alla casa, la bmw rallentò e poi si fermò, con le luci accese, il calore del
motore a creare una turbolenza sopra il cofano, il parabrezza un lucente vuoto grigio-
azzurro di cielo riflesso. La luce del giorno indugiava sfumando nel crepuscolo, e la strada
all’ora di cena sembrava trattenere il respiro, lacerata in chiazze di ombra profonda e di
sole, immobile se non per le piccole falene bianche che disegnavano il loro sinuoso
ricamo nel caprifoglio. Nella buca di sabbia del minuscolo parco giochi, decine di
macchinine e di attrezzi giacevano sbiaditi e capovolti, rovine in plastica dai colori primari
di qualche cataclisma infantile.
La portiera si spalancò. Gwen afferrò il telaio con la mano sinistra e la portiera stessa
con la destra e, con le mascelle serrate e il capo chino come per accingersi a un compito
ingrato, si sollevò e si spinse, dando la precedenza alla pancia, fuori dall’auto. Per
qualche secondo indugiò lì, indecisa come la sera. Poi infilò la mano dietro il sedile ed
estrasse non il fucile d’assalto, il lanciarazzi o magari la ghigliottina volante che Archy
temeva, ma una bottiglia d’acqua in alluminio e la tracolla della borsa con l’occorrente per
il parto. Cercò di estrarre la borsa dallo spazio tra il sedile e il telaio della portiera tirando
con forza la tracolla, ma l’affare s’incastrò. Gwen diede un forte strattone, e barcollò
quando qualcosa – la tracolla, probabilmente – cedette. Quando fece per abbassare lo
schienale, le caddero per terra le chiavi, che rimbalzarono scivolando sotto l’auto. Con la
tracolla rotta che le dondolava dalla mano, Gwen si abbandonò all’indietro contro il fianco
dell’auto, in un gesto di calma disperazione.
Nel corso dell’ora precedente, Archy si era figurato il ritorno di Gwen secondo un certo
numero di scenari, incorporando nelle sue fantasie di rabbia, rimprovero e riconciliazione
elementi tratti da opere liriche italiane, film pornografici di metà anni Ottanta e riprese di
tornado che devastano il Kansas con fulmini e vento. Gwen perdeva la calma così di rado,
e con un senso così duraturo di tradimento di sé, che per Archy era difficile immaginare
cosa sarebbe seguito ai fatti senza precedenti di quella mattina. Ma non l’aveva neppure
sfiorato l’ipotesi che Gwen potesse tornare a casa da lui avvolta nella sconfitta.
Se ne stava lì, appoggiata all’auto, guardando la tracolla rotta della sua borsa come se
le estremità sfilacciate contenessero il codice segreto delle intenzioni dell’universo nei
suoi confronti. Archy percorse il vialetto di casa a passi lievi e cauti, sentendo coi piedi
nudi il calore delle piastrelle. Immaginò che il dolore e la stanchezza di spirito attestati
dalla curva delle spalle di Gwen, dal suo capo piegato, da quella posa nel complesso
identica a una versione «donna incinta» della scultura La fine della pista, che tutto ciò
esprimesse il costo che comportava per lei la decisione di fare ritorno al suo infedele
abbraccio.
«Scusami» disse, dimenticando tutti i discorsi e le formule che si era preparato. «Gwen,
volevo solo… Oh.» Girandole attorno per piazzarsi davanti a lei, vide il sangue che aveva
sulla camicetta. Le due minuscole antenne dei punti di sutura sulla guancia. «Ragazza
mia, ma che cazzo…?» Una barra d’acciaio, fredda come un’asta di bandiera in inverno, gli
affondò nel petto. «Ti sei…?»
«Non è mio, il sangue» disse Gwen in tono amaro, come a sottintendere che avrebbe
avuto tutte le ragioni di esserlo. Alzò la testa e cercò di guardarlo negli occhi, ma sembrò
non farcela. «Io…» Finalmente lo guardò. Aveva due begli occhi da seminole, misteriosi e
socchiusi, di un colore tra il tè e la melassa. Si riempirono di lacrime rapidamente, come
se all’improvviso dentro di lei si fosse rotta una diga. «Ho fatto un casino, Archy.»
Lasciò andare la tracolla rotta, si abbandonò contro di lui. Odore di ospedale tra i
capelli, di duro lavoro e fallimento sul corpo, e in mezzo, da qualche parte, una composita
nota d’incenso. Gwen sì lasciò andare come un sacco, aspettandosi di essere sorretta, con
tutti i suoi settantadue e passa chili, le macchie di sangue e il pancione, le braccia gettate
sulle sue spalle. Archy prese la decisione di farlo. La strinse a sé come se a Gwen non si
fosse aperto il paracadute, e ora stessero precipitando verso terra a centosessanta
chilometri all’ora, in balia di vento, corde e seta increspata. Decise in quel momento di
essere all’altezza della sfida, di resistere. Era un marito capace di autenticità. Era
Superman che afferrava la locomotiva del treno mentre precipitava dal ponte.
«Si sistemerà tutto» le disse.
Non appena quelle parole gli uscirono di bocca, se ne pentì. Capì che quel crollo
nervoso, o qualunque cosa fosse, non aveva niente a che fare con lui o con il loro
matrimonio. Gwen aveva sacrificato la sua dignità ed era tornata a casa non per lui,
Archy, ma per se stessa, perché aveva bisogno di crollare, ed era una cosa che si sarebbe
permessa di fare solo a casa. E dunque eccola lì, insanguinata, straziata, lacera, e come
cazzo faceva Archy a sapere se davvero le cose si sarebbero sistemate?
«È morto qualcuno?» disse. «Gwen. Tesoro. Il bambino?» Lei scosse il capo. «La
madre?»
«Nessuno» rispose lei. «Non è morto nessuno. Il bambino, la madre, stanno tutti
bene.»
«E tu?»
Gwen annuì. Lui le posò una mano sulla pancia, e come sempre il contatto lo eccitò.
Quella protuberanza era un frutto che chiedeva di essere aperto.
«Il bambino?»
Di colpo, Gwen smise di piangere, con un ultimo crepitio umido, come una pellicola che
si esaurisce sulla bobina. «Il bambino sta bene.»
«Ah, allora» disse, sforzandosi di reprimere l’erezione, ancor più inopportuna del solito,
che aveva cominciato a dispiegarglisi nei boxer.
«No, Archy, senti, non posso… Io non… Oh, Archy, ho fatto uh-uh-un casino davvero
grosso.»
Si lasciò scivolare a terra, e Archy scivolò insieme a lei, l’uomo d’acciaio trascinato giù
dal treno che precipita. Gli dolevano le braccia, gli tremavano le ginocchia. Di secondo in
secondo, Gwen sembrava accumulare peso e bambini e liquido nell’amnio.
«Vieni dentro. Su. Alzati. Va tutto bene.»
La sollevò e lei si alzò in piedi: le gambe di Gwen ripresero la loro funzione, ma fu tutto
quello che le riuscì di fare. Gli posò il capo sul petto e restò così. Archy pensò: Posso stare
qui anche tutta la notte, finché le braccia non mi si staccano e cadono a terra in un
milione di pezzi, e perciò non notò, all’inizio, con quanta forza Gwen premesse il volto
contro di lui, sulla pelle vicino al colletto, poi sulla cavità della gola, traendo profondi
respiri inquisitori.
«Perché odori di candele?» gli chiese.
Si ritrasse per osservarlo. Tirò fuori un pacchetto di fazzoletti dalla tasca della
camicetta macchiata di sangue e si soffiò il naso.
«È una lunga storia» disse. «Adesso raccontami cosa è successo.»
Gwen scosse il capo. «Non mi va di parlarne. Ho perso le staffe. Adesso il Chimes ci
revocherà l’accesso, e Aviva è incazzata con me, e probabilmente dovremo chiudere
l’attività, e… e…»
Titus Joyner, in sella alla sua bicicletta senza freni, svoltò l’angolo vicino all’Isola dei
Giochi Perduti, con la superficie del petto lucida come olio di motore. Indossava la
maglietta con l’apertura del collo infilata sulla testa e il resto penzolante all’indietro come
un burnus. Il cuore di Archy si ribaltò e cadde dal suo scaffale. Aveva convinto Nat e i
ragazzi a non fare altri passi, per il momento, a non dire nulla ad Aviva o ad altri, men
che meno a Gwen. Non aveva negato né messo seriamente in dubbio l’affermazione di
Titus che lui fosse suo padre. Ricordava di aver sentito che Jamila era rimasta incinta di
un bambino che aveva mezzo presunto essere suo, ma quella mezza supposizione non
l’aveva indotto a protestare né a prendere altre iniziative quando lei era partita per
andarlo a partorire in Arkansas o chissà dove. Quando sentiva una canzone famosa di
quell’epoca, che aveva fatto da colonna sonora, per così dire, al cieco scodinzolare dei
suoi spermatozoi nell’interno oscuro di Jamila Joyner, gli capitava magari, per un
nanosecondo, di dedicare un pensiero a quel bambino. Ma fino a quel pomeriggio Titus
era rimasto l’eterno bimbo grassoccio e impassibile, vestito con il più minuscolo smoking
del mondo, immortalato nella sola foto che Archy avesse visto di lui: gliela aveva
mandata anni prima la nonna del Texas, insieme alla notizia che Jamila era morta in un
incidente d’auto. Nessun ulteriore commento, nessuna richiesta di quell’assegno – del
valore di 375 dollari – che Archy le aveva spedito, quell’unica volta, in cambio della foto e
della tragica notizia. Qualche ora prima, in negozio, aveva mantenuto le distanze dal
ragazzo, stando però attento a non risultare freddo o scortese. L’abbraccio che si erano
scambiati era stato frettoloso e quasi impercettibile, per Archy, dietro il tumulto delle
emozioni. Il ragazzo passò accanto a loro pedalando, occhi fissi in avanti, espressione
vuota, senza guardare né Archy né Gwen, né a sinistra né a destra, con la maglietta-
bandana al vento. Come Gibson Goode e l’imminente neonato paffuto e imperturbabile
nella pancia di Gwen, anche lui stava per rovinare tutto.
«E quello chi è?» chiese Gwen guardando attentamente Archy che guardava il ragazzo
passare. Doveva esserglisi lievemente allentata la mascella, o forse aveva sgranato gli
occhi. «Archy, che succede?»
«Niente» rispose lui. Nell’ultimo istante possibile, il ragazzo cedette. I suoi occhi
guizzarono verso Archy, sfiorandolo per poi tornare a guardare avanti. «Sono… Niente.
No.»
Guardò il ragazzo allontanarsi, quindi si voltò a contemplare la devastazione di sua
moglie, cercando di pensare al da farsi. «Aspettami qui» disse. Raggiunse la El Camino
sul vialetto e aprì la portiera del passeggero, poi estrasse un’enorme portaerei rosa, la
confezione della torta di Neldam’s.
«Cos’è?» disse Gwen, con un profondo respiro tremante: la sua espressione cominciò a
illuminarsi visibilmente. «Dio santissimo, Archy. È una…»
«Sogno di panna» disse Archy.
II
La chiesa del vinile
«L’Hammond non ce lo suono, con i tuoi “scusi”» disse Randall «Cochise» Jones. «A
meno che “scusi” non sia il nome di un tipo di cavetto che non conosco.»
Era una battuta, voleva nascondere l’irritazione. Era stato sveglio tutta notte, con
cinque pensieri che gli giravano in testa: Domani concerto. Completo scozzese marrone e
oro. L’uccello ha bisogno delle gocce per l’artrite. Fare il pieno al furgone. Ritirare il Leslie.
Concerto, abito scozzese, uccello, furgone, Leslie: una puntina nel solco centrale che
ruotava all’infinito intorno al perno della sua mente. Il signor Jones si vergognò di quella
misera tracklist di mezzanotte. Quando era giovane, nella sua insonnia ci stava di tutto.
Sesso, razza, diritto, politica, Bach, Marx, Gurdjieff. Un pensiero sfrenato e anarchico, in
formato aperto, pesante, profondo e ampio. Adesso, un cazzo. Ci stava tutto in un
merdoso EP di cinque tracce che si ripeteva all’infinito.
«Mi avevi detto di venire sabato» disse il signor Jones.
«Lo so.»
«Una bella seccatura per un uomo nero della mia età.»
«Ma eccola qui» disse Archy.
«Eccomi qui.»
Eccolo lì. Sessantasei anni, e ancora asciutto e forte, in effetti. Il completo scozzese
marrone e oro emanava quel buon odore di salone di casinò che avevano gli abiti anni
Settanta appena ritirati dalla lavanderia. L’uccello sulla sua spalla aveva ricevuto la sua
dose di pastiglie di tarassaco schiacciate e mescolate ai fiocchi d’avena. Il furgone era
stato rifornito con la bellezza di cinquanta dollari e infilato a marcia indietro nel vialetto
del ragazzo. Era un Econoline bianco dell’83, contachilometri ripartito due volte da zero,
coperto da un velo di polvere grigia. Fermo lì, con le portiere posteriori aperte, vuoto
come una promessa. Il ragazzo gli aveva detto la settimana prima di aver finito il lavoro.
«Signor Jones, accidenti, le chiedo scusa, cos’altro posso dire?» fece Archy. «Sono
successe un sacco di cose.»
«Mi hai detto che avevi finito.»
«Sì, praticamente era così, ma poi, ehm, è saltato fuori che il suo diffusore degli acuti
funzionava male. Ho dovuto andare fino da quel tizio a Suisun a prenderne un altro.»
Archy compose la combinazione del lucchetto della porta del garage, sganciò il fermo.
Si chinò per afferrare la maniglia. Le nove di mattina e Archy Stallings era ancora in
pigiama. Dormiva con una specie di tenuta da kung fu in raso rosso con la scritta BRUCE LEE
INSTITUTE ricamata in seta bianca sulla schiena.

«È quasi finito, davvero. Due, tre ore al massimo. Pronto di sicuro per il concerto. Per
che ora ci aspettano?»
«Se non lo sai, come fai a sapere che farai in tempo?»
Archy lanciò un’occhiata all’uccello, una rotazione degli occhi per dire: ci credi che
questo mi sveglia alle 8 e 57 di mattina, maledizione, per spaccarmi le palle con la sua
logica irrefutabile? Archy Stallings fino ad allora era l’unica persona, a parte Fernanda,
che avesse cercato di impegnare l’uccello in una conversazione sul signor Jones. Il signor
Jones si ricordò il modo in cui lo faceva Fernanda: sbatteva un flacone di pastiglie sul
tavolo di cucina, si voltava verso l’uccello sul trespolo accanto alla finestra e diceva
qualcosa tipo: Controlla bene che prenda le sue medicine, Cinquantotto. Il giorno che
muore ti vendo a quelli del Kentucky Fried Chicken.
«No, ma sul serio, signor Jones. Devo solo rimetterlo insieme, poi lei è bell’e pronto.»
«Giovanotto» disse il signor Jones, «devo provarlo prima del concerto. Devo vedere
come funziona, come suona.»
La porta del garage si sollevò sui cardini con un tintinnio di molle. L’uccello, mezzo chilo
di calore e respirazione regolare sulla spalla del signor Jones, salutò l’amplificatore Leslie
riproducendo il ronzio del rotore degli acuti quando si avviava. Ma il Leslie, sventrato, non
disse nulla. Il suo cabinet era più vuoto del furgone, all’interno del quale c’erano almeno
qualche telo impilato, un groviglio di funi e corde elasticizzate, carrelli. Tutti i motori del
Leslie, le ruote, i diffusori, le trombe rotanti, e il tamburo, il suo amplificatore simile a un
Cremlino di valvole termoioniche, giacevano allineati in bell’ordine sul banco da lavoro in
fondo al garage. Il signor Jones vide che ogni cosa era stata pulita e oliata e sembrava a
posto.
Quell’attrazione gravitazionale per l’ordine era una caratteristica che il signor Jones
aveva sempre apprezzato in Archy Stallings. Perfino quando era un bambino di cinque o
sei anni, teneva le unghie delle mani pulite e ben tagliate, non aveva mai un lembo di
camicia fuori dai pantaloni. Ricopriva i libri di scuola ritagliando i sacchetti di carta della
drogheria. Da ragazzo, a quindici, sedici anni, aveva cominciato a portare quegli abiti da
hipster vecchio stile, cappello e cravatta, attestandosi su uno stile a metà strada fra
Malcolm e Mingus. Leggeva sempre un tascabile Penguin, tradotto dal latino, dal greco; il
pinguino, il più in ordine degli uccelli, uno che faceva sembrare un piumino per la polvere
perfino quello schizzinoso di Cinquantotto.
«Sono stato distratto» disse Archy «e non ce l’ho fatta. Tra questa faccenda del
Dogpile, sa? E certe altre cose…»
«Devi mantenere la concentrazione» disse il signor Jones, anche se il suono delle sue
parole lo fece sobbalzare. Si ricordava con perfetta chiarezza l’irrilevanza che avevano per
lui le massime degli anziani quando era giovane. Pioggia contro un ombrello, per un
giovane votato al compito di rimanere asciutto. Archy ormai non era più tanto giovane, e
il signor Jones faceva piovere su di lui quell’inutile consiglio da troppo tempo. Incapace di
trattenersi come una nube gravida. «Hai preso un impegno.»
«Oh, senza dubbio» disse Archy scuotendo il suo ombrello. «Senza dubbio. Le dico una
cosa. Non c’è bisogno che lei faccia un giro, posso rimettere tutto insieme adesso. Per lei
va bene? Mi ci vuole, vediamo, un’ora, sul serio. Poi possiamo andare da lei, collegarlo
all’Hammond, provare tutta l’attrezzatura. Se occorrono piccoli aggiustamenti, li faccio
direttamente lì. Dopo l’aiuto a caricare tutto sul furgone.» Si raddrizzò, strinse la cintura
della sua vestaglia da kung fu. «E così lei è a posto. Pronto per stasera. Okay? Siamo
d’accordo?»
Archy usò il tono pacato che usava sempre per calmare il signor Jones, perché capiva,
come nessun altro essere al mondo, a parte un certo sapiente pennuto, che Cochise
Jones, in segreto, era un uomo arrabbiato, incline all’impazienza, all’indignazione, a ferire
i sentimenti. Nelle note stampate sulla copertina di Redbonin’, Leonard Feather lo
chiamava «l’imperturbabile signor Jones», e all’epoca, nel cuore caotico degli anni
Settanta, era quella l’opinione che il mondo aveva di Cochise: tranquillo e taciturno come
certi indiani del cinema, Jeff Chandler in L’amante indiana . Adesso, molti lo prendevano
per un innocuo gentiluomo, sorridente, tranquillo e amante dei pappagalli, che di tanto in
tanto, alle tastiere di un Hammond, adottava la sorprendente identità di uno Zorro del
soul-jazz, con le punta delle dita a tirare di scherma con i tiranti e i tasti. In questo
vecchio gentiluomo, sorridente, ridacchiante, il signor Jones si sentiva intrappolato come
lo era stato, in gioventù, nella freddezza da indiano di legno.
«Il giorno che avrò bisogno di aiuto per spostare questa roba» disse il signor Jones
«sarà quello in cui rinuncerò per sempre a suonarla.»
L’Hammond B-3 era pesante come un diesel, difficile da maneggiare come una cassa da
morto, fragile come un orologio. Per esibirsi con uno di quegli strumenti, bisognava
essere nerboruti o pronti ad approfittare dei propri amici. Dal giorno in cui, nel 1971, lo
aveva acquistato da Rudy Van Gelder, il signor Jones aveva sempre seguito la prima
strada.
«Trovami una sedia, allora» disse. «E magari un posto dove posso mettere questo
maledetto uccello.»
Archy entrò in casa e ritornò con due tazze di caffè, una sedia per computer e un
manico di scopa che attrezzò con un morsetto a C perché Cinquantotto potesse
appollaiarvisi sopra. Stese un telo preso dal retro del furgone sul pavimento del garage.
Risultò che era l’anniversario della nascita di Count Basie: la KCSM trasmetteva la versione
di Lambert, Hendricks & Ross di Li’l Darlin, con il Conte che si faceva un giretto,
avvenimento raro, ai tasti di un B-3, tenendo fede a quel dolente tono da chiesa che lo
strumento aveva portato con sé al suo arrivo, proprio intorno a quell’epoca, nel mondo
del jazz.
Il signor Jones estrasse la pipa e la borsa del tabacco e si accomodò a osservare il
ragazzo al lavoro. Trovava appagante guardare le dita grassottelle di Archy, dita da
Jazzmaster, sollevare una per una le improbabili parti del Leslie, pezzi che avrebbero
potuto essere raccolti saccheggiando un cassetto di cucina, una scatola dei giochi e un
sommergibile e poi costretti, uno per uno, a coabitare dentro il cabinet. La sua pipa, un
modello in radica angoloso, modernista, regalo di Archie Shepp, quel giorno sembrava
tirare particolarmente bene. A fianco del vialetto d’accesso, le api oziavano fra le
campanelle del caprifoglio, e un colibrì suonava il suo misterioso din din. Cinquantotto
rovistava pigramente con il becco nero nel suo petto variopinto. Il Leslie sarebbe stato
riparato e quella sera avrebbero fatto il loro concerto sulle colline di Berkeley. Ogni cosa
era manifestamente a posto. Eppure qualcosa continuava a bruciare al signor Jones,
come una punta acre di acido nella trachea, un fallimento che incombeva su entrambi,
Archy e lui, o era giusto alle loro spalle.
«Quali “altre cose”?» chiese il signor Jones.
Cinquantotto fece din come un colibrì.
«Eh?» Archy aveva finito di montare gli elementi degli acuti nel più alto dei tre piani del
cabinet, e li allacciò con la cinghia al motore a corrente alternata. Si accovacciò scrutando
all’interno, ascoltando il silenzio ben oliato mentre il disco con le due trombe, quella vera
e la sua sorella finta, un semplice contrappeso, ruotava rapidamente sull’albero cavo.
Pale di un’elica su un berrettino da cartone animato. «Quali altre cose, cosa?»
«Che ti hanno distratto.»
Archy spense l’interruttore e il rotore degli acuti si fermò con un sospiro. Si girò per
guardare in faccia il signor Jones, solerte e determinato come un bus che svolta un
angolo stretto. Esitò, riflettendo. Respirando dal naso. Cercando di decidere se voleva o
no mettersi a parlare di quell’argomento.
«A quanto pare ho un figlio» disse. «Di quattordici anni. Si è presentato al negozio ieri,
comparso all’improvviso, cazzo. E salta fuori che abita proprio qui, a Oakland, da giugno.»
Trascorse abbastanza tempo perché Archy potesse ragionevolmente concludere che il
signor Jones non aveva niente da dire. Anche se il signor Jones aveva sospettato, perfino
sperato, che la «distrazione» potesse essere Titus, la parola «figlio» l’aveva colto con la
guardia abbassata, il che a sua volta lo lasciò smarrito a un livello più profondo, irritato
che quella parola dovesse, dopo tutti quegli anni, risuonare ancora in modo così doloroso.
C’era stata un’epoca in cui si poteva farla cadere come un vassoio carico di piatti sul
pavimento di piastrelle, e zittire ogni conversazione in corso dentro il signor Jones.
Adesso suonava solo con un lieve tremolo di rimpianto, più o meno qualsiasi altro
rimpianto percepibile dal cuore di un uomo di sessantasei anni. Il signor Jones rimase
seduto lì, disorientato dal dolore, a girare e rigirare l’informazione ricevuta da Archy,
quasi fosse un fermacarte, piccolo, pesante e sfaccettato. Voleva dire qualcosa a
quell’ottimo giovane di talento, qualcosa di durevole e utile sui figli, il senso di perdita e i
rimpianti. Più tra loro si protraeva il silenzio più il signor Jones si irritava. Archy ritornò al
Leslie. Staccò la spina, sollevò il rotore dei bassi e lo inserì al suo posto, stringendo i dadi.
«Da quanto tempo conosci tua moglie?»
«Dieci anni.»
«Oh-oh.»
La pipa si era spenta e il signor Jones la porse all’uccello. Cinquantotto afferrò il
cannello con un clic del becco, a mo’ di pinza, poi volò dal trespolo verso il mattino.
Picchiettò la pipa contro il marciapiede, facendo probabilmente là fuori anche i propri
bisogni, un uccello più pulito ed educato di un bambino di cinque anni. Pochi secondi
dopo, tornò indietro a posarsi sulla spalla del signor Jones. Gli restituì la pipa con il
fornello appena svuotato. Cinquantotto aveva imparato quel trucco da qualche
proprietario precedente al signor Jones, prima ancora di Marcus Stubbs, il quale aveva
perso l’uccello a poker e, tra l’altro, non fumava la pipa, e comunque non sarebbe stato
capace neppure di insegnare a uno squalo a mangiare carne. Il signor Jones prese la
pipa, e l’uccello tornò saltellando sul trespolo improvvisato.
«Non l’ho ancora detto a mia moglie, tra parentesi» disse Archy. «In caso se lo stesse
domandando.»
«Non sapevi di avere un figlio fino a ora?»
«Lo sapevo, ma non abbiamo mai avuto, come dire, contatti. Il ragazzo stava da
qualche parte in Texas, ehm, a Tyler, mi pare.»
«Ci sono stato.» A suonare in un bar rosticceria, una baracca col tetto di lamiera
ondulata a un incrocio, la notte densa e umida e intrisa di profumo di rose. Con Idris
Muhammad alla batteria quando era un ragazzo e si chiamava Leo Morris. Roba di mezzo
secolo prima.
«La nonna e sua mamma vivevano lì» disse Archy. «Una volta la nonna mi ha spedito
una foto.»
«Oh-oh.»
Il signor Jones mise un’altra presa del suo perique preferito nel fornello della pipa e lo
pigiò con un dito.
«Nessuno mi ha mai chiesto di fare da papà a quel ragazzo» disse Archy. «E io non mi
sono… Be’, sa, offerto spontaneamente.»
«Oh-oh.»
«Ieri il ragazzo si è presentato nel mio negozio, e io non capisco ancora perché,
davvero, ma. Sta con Julie, sa.»
«Julie?»
«Julie Jaffe.»
«Non sapevo che quel ragazzo avesse amici.»
«Julie si è preso una cotta bell’e buona per quello stronzetto.»
«Oh» disse il signor Jones. «Allora lui è così?»
«Credo proprio di sì» disse Archy.
Non che ciò disturbasse il signor Jones. In materia di stili di vita e comportamenti, la
sua regola era, rigorosamente, vivi e lascia vivere. Gay, seguaci della Wicca, gente che
voleva punzonarsi le orecchie con moschettoni di metallo. Ma, per qualche ragione,
apprendere che Julie Jaffe era venuto fuori omosessuale lo rendeva triste, anche se non
ne era sorpreso. Gli sembrava una cosa troppo complicata, troppo pesante da gestire per
un ragazzo così giovane. Non disapprovava, ma non riusciva a vederci nessun vantaggio.
«Un ragazzo di quell’età» disse scuotendo il capo. «Intelligente, anche.»
L’uccello fece bip come il forno a microonde del signor Jones, quattro volte. Popcorn,
pronto. Poi, seguendo la sua logica imperscrutabile, cominciò ad articolare la versione di
Groove Holmes del ritornello di American Pie. Un rotore spettrale che gli ronzava in gola.
«Ha detto che si sono incontrati a una lezione di cinema» disse Archy collocando il
tamburo rotante del woofer al suo posto sul ripiano inferiore. «Al Southside Senior
Center.»
«Davvero?» chiese il signor Jones fissando il pappagallo come per avvisarlo di tenere a
freno la lingua, su quella sera di giugno.
«È un corso su Quentin Tarantino. Non so, credo che stiano studiando Kill Bill o qualche
altra roba, guardando un mucchio di film di kung fu, film di serie B. Mi sorprende che non
si sia iscritto anche lei, visto che ama così tanto Pulp Fiction.»
«Infatti mi ero iscritto» disse il signor Jones. «Sembra che tu stia parlando del mio
ragazzo, Titus. Senza scherzi, è tuo figlio?»
Archy si sollevò piano, guardingo. Si voltò poco per volta a guardare il signor Jones,
come se si aspettasse di trovarsi davanti la canna di una pistola. «Lo conosce?»
Ogni volta che il signor Jones, di nuovo secondo il caratteristico stile dei vecchi inutili,
desiderava contemplare la frantumazione del mondo, o almeno di quella parte del mondo
delimitata dalla Grove-Shafter Freeway e dall’angolo fra Telegraph Avenue e la
Quarantaduesima, gli bastava guardare sull’altro lato della strada, due numeri più su
rispetto a casa sua, l’abitazione della sua vicina, la signora Wiggins. La donna sembrava
già vecchia quando lui e Fernanda si erano trasferiti lì con la madre di Fernanda nel 1967.
Ma la signora Wiggins allora era forte, feroce, andava in chiesa. Si compiaceva di essere
famigerata per il pugno di ferro con cui governava le tribù di bambini sbandati che
entravano e uscivano dalla sua porta – tra cui la defunta Jamila Joyner – prendendo
quello che lei poteva pagarli in amore e bastonate, abiti puliti, cibo sulla tavola. Per anni,
decenni, la signora Wiggins aveva continuato ad andare avanti, come uno di quei soldati
giapponesi sulle Isole Salomone o quello che era, senza che mai nessuno si presentasse a
darle rinforzo, a dire alla povera donna che era giunto il momento di arrendersi. Ma il
tempo, la criminalità e la miseria in tutte le sue molteplici morfologie alla fine avevano
avuto ragione della vecchia signora. La Wiggins era ancora in vita, ma ridotta al fantasma
farfugliante di se stessa. Bisognava compiangere ogni bambino che l’alta corte della
sventura affidava alle sue cure. Una volta, quando il signor Jones era ancora un bimbo e
viveva a Oklahoma City, l’avevano portato a un luna park dove, in un baraccone, c’era un
uomo che si diceva fosse John C. Frémont e avesse centoventi anni e passa. Mani ossute,
un groviglio di capelli e un paio di occhi velati che sbirciavano da sotto un cumulo di
coperte tremanti. Tutto attorno a quell’essere dagli occhi sbarrati, nell’ombra del
tendone, strisciavano e piroettavano disgraziati dai corpi deformi, furtivi e incattiviti. Era
così che il signor Jones pensava ora della vecchia signora Wiggins, nella casetta sull’altro
lato della strada.
«Potrei essere io la causa di questa particolare distrazione che ti è capitata» disse il
signor Jones. «Titus sta dalla signora Wiggins. Sai quella casa di fronte alla mia, sull’altro
lato della strada?»
«Sì, d’accordo. Era, cioè, la zia di Jamila.»
«Un giorno ho visto quel ragazzo uscire da lì, qualcosa in lui mi è sembrato familiare,
sai? Aveva un giubbottino di felpa. Capelli in ordine, jeans con la piega.»
«Ha un aspetto ordinato, glielo concedo.»
«Abbiamo incominciato a parlare.»
In quelle quattro parole, il signor Jones condensò la cronaca di due settimane di fugaci
cenni del capo. Il ragazzo andava e veniva sulla sua bicicletta a ogni ora del giorno e
della notte, il signor Jones cercava i segni della rovina che incombeva su di lui, ma giorno
dopo giorno non osservava nulla degno di nota eccetto un minuscolo repertorio,
conservato con fierezza, di camicie button down e magliette di un bianco smagliante. Poi,
all’improvviso, uno scoppio di conversazione, Titus attirato fin sotto la finestra della
cucina del signor Jones da un’esplosione di misteriosi cicalecci da parte del pappagallo,
avendo la KQED trasmesso Il terzo uomo la sera prima.
«Il ragazzo mi ha detto che vuole fare il regista» disse il signor Jones. «Parlava di
Walter Hill, Sam Peckinpah, Stanley Kubrick. Penso, bene, tutto a posto.»
«Ha gusto.»
«Poi accenna che gli piace Tarantino. Così gli ho detto del corso. Solo che quando
siamo arrivati là, c’era questo tizio su una sedia a rotelle.» Il signor Jones s’interruppe,
stringendo le labbra. Fece un respiro profondo, scosse il capo in un’espressione di dolore
furioso. «Dice che è allergico agli uccelli.»
Secondo il dottor Hanselius della Biblioteca Marxista Niebyl-Proctor, le allergie agli
uccelli erano, aperte virgolette, estremamente inusuali, chiuse virgolette, e qualcosa nella
persistente fitta di umiliazione che il signor Jones aveva provato quella sera, la
sensazione che lui e l’uccello fossero stati vittima di una forma esoterica di intolleranza,
alimentò la rabbia che covava in lui da quando aveva scoperto che il Leslie non era
pronto per il concerto di quella sera; da quando l’avevano buttato fuori dal corso su
Tarantino; dall’assassinio di Marcus Foster o di Martin Luther King; dal 1953, dal 1938.
«Quel figlio di puttana probabilmente dorme su un cuscino di piume tutte le cazzo di
sere» disse.
Guardò l’uccello, il cui piumaggio emanava quel debole odore di pappagallo, odore di
giornali bruciati: in lui erano distillate tutta la sua solitudine e la sua indignazione.
Cinquantotto strillò come un fischietto.
«Così ho dovuto andarmene» disse il signor Jones, consapevole che la spiegazione del
ruolo da lui ricoperto nel condurre Titus fino ad Archy era finita fuori strada. «Titus è
rimasto. E il figlio di Nat era, cioè, seduto proprio là.»
«In prima fila, proprio davanti all’insegnante?»
«Proprio là davanti e al centro. Immagino che loro due, be’, devono essere diventati
amici. Ho pensato che magari sarebbe potuto capitare, presto o tardi il ragazzo avrebbe
potuto trovare la strada per arrivare fino a te.»
«Vuol dire che lo sapeva?»
«Non ne ero certo.»
«Ma, voglio dire, signor Jones, come mai non l’ha semplicemente detto a me?»
A quella domanda il signor Jones si sentì a disagio. «Ho pensato di aver già fatto la mia
parte. Forse tocca a voi adesso, a te e a lui.»
«Però» disse Archy. «Be’. Certo che a volte lei è propriocriptico, signor Jones.»
«Non posso che essere d’accordo.»
«Lei segue vie misteriose. E a loro lo ha detto?»
Forse fu in quel momento che il signor Jones cominciò a rendersi conto di sentirsi
offeso. «Pensi che potrei mai dire qualcosa ai ragazzi e non a te?»
«Devono aver fatto un bel po’ di ragionamenti fra loro, per trovare la strada fino alla
porta di casa mia.»
«È lì che sta adesso Titus, sulla porta di casa tua?»
«Una porta metaforica.»
«Non abita con te?»
«Cioè, da un giorno all’altro? Oh, certo, “Ciao, sono tuo figlio.” “Ehi, grandioso, vieni a
stare da me”?»
Il signor Jones cercò di trovare un difetto in quello scenario. Amava Archy Stallings e
aveva sempre cercato di vedere il meglio in lui. Faceva fatica a capire cosa potesse
trattenere un uomo dal cogliere al volo l’inattesa benedizione di un ragazzo vivo, di
bell’aspetto e ben educato, con un gusto encomiabile in fatto di registi.
«Non vado così veloce, signor Jones, lo sa. E come le ho detto, non ne ho ancora
parlato con Gwen. Sono già al primo posto nella sua hit parade degli stronzi, per via di
certi errori di valutazione.»
«Ma non l’hai lasciato con la signora Wiggins, vero?»
«No, adesso sta da Nat. Julie è felice. Farà un piccolo pigiama party su in mansarda.»
«Ma non è per questo che l’hai mandato là» disse il signor Jones.
«No» ammise Archy. «No, ha ragione. Il fatto è che, con il bambino in arrivo, e quella
faccenda del Dogpile…»
«Distrazioni.»
«Già.»
«Ti impediscono di concentrarti sulla cosa principale.»
«Giusto.»
«Che è, dimmelo un’altra volta?»
«Be’» disse Archy. «Ehi, signor Jones? Cosa c’è che non va?»
Il signor Jones si era alzato dalla sedia. Allungò una mano verso Cinquantotto, e
l’uccello avanzò circospetto lungo il suo braccio fino a raggiungere il suo trespolo di
sempre.
«Signor Jones, cosa ho detto? Perché se ne va? Non ho ancora finito, ma manca poco.»
«Portalo al concerto» disse il signor Jones. «Se non funziona, ’fanculo.»
Si avviò verso il retro del furgone, volendo – o sentendo che, come minimo, avrebbe
dovuto – dire ad Archy di Lasalle, nato e morto il 14 aprile 1966. Dirgli di quelle due ore e
diciassette minuti di orgoglio e di gioia, la stessa gioia che Archy stava sperperando da
quattordici anni. Raggiunse l’Econoline, sbatté le portiere del vano merci vuoto. Il signor
Jones aiutò l’uccello a salire sul poggiatesta del sedile del conducente, dove gli piaceva
stare, stringendo la cintura di sicurezza con un artiglio per mantenersi in equilibrio.
«Faresti bene a concentrarti sulle distrazioni» disse il signor Jones. «Forse, allora,
smetterebbero di distrarti così tanto.»
«Signor Jones! Ehi, venga qui. Che cosa ho detto?»
Il signor Jones salì sul furgone, accese il motore. Perfino al di sopra dello sputacchiante
V8 Windsor da trecento cavalli riuscì a sentire Archy che ripeteva invano «Signor Jones, mi

dispiace».

«Come strappare un cerotto» disse Gwen.


«Nemmeno» disse Aviva.
«Promesso?»
«Promesso. Sii coraggiosa.»
Aviva sventolava la bandiera del coraggio. Piedi uno accanto all’altro, ben piantati sulla
moquette grigia. Sandali nuovi, con le cinghie incrociate fin sopra le caviglie, stile film
epico, unghie dei piedi appena dipinte, color prugna. Gambe abbronzate e depilate,
stinchi splendenti come cimbali in una sezione di strumenti a percussione. Gonna di lino
grigia e camicetta di lino bianca, non nuove ma di taglio severo e tenute con cura.
Camicetta abbottonata a un’altezza professionale, ma in modo da rivelare un cuneo
seducente e lentigginoso di clavicola e la fossa giugulare dello sterno. Sulle ginocchia, un
astruso tomo dal titolo Agopuntura: punti e meridiani.
«“Sii coraggiosa”» ripeté Gwen. Tirò l’orlo della gonna premaman, nera e ormai
sformata, che in mancanza di meglio era stata costretta a indossare per quell’esercizio di
umiliazione rituale. La sua camicetta, anche se non aveva una grinza ed era pulita, era
stata in origine di suo marito, e hawaiana per giunta. I capelli, però, andavano benissimo.
Puliti, elastici, riccioli di bimbo appena attorcigliati. I suoi capelli erano sicuramente
all’altezza della dura prova che le aspettava quella mattina, e in questo Gwen trovò un
pizzico di conforto, se non, forse pericolosamente, di sfrontatezza. Si schiarì la gola. «Se
fossi coraggiosa, Aviva, non sarei seduta qui.»
«Intendo coraggiosa a lungo termine» disse Aviva. «Coraggiosa in prospettiva.»
«Vigliaccamente coraggiosa.»
«Giusto» disse Aviva. «L’opposto di stupidamente coraggiosa.»
Questa distinzione trovava conferma nell’esperienza di Gwen e, fatto quasi altrettanto
importante, nelle sue convinzioni; eppure non la confortava affatto. «Me lo giuri» disse,
invocando questa garanzia per la terza volta quella mattina. «Aviva, giuramelo.»
«Non significa niente» disse Aviva.
«Perché, devo dirtelo, mi sembra così significativo che praticamente mi viene da
vomitare.»
«Le viene da rimettere?» chiese l’addetta al ricevimento del sabato, sollevando gli
occhi dallo schermo per studiare Gwen, in un tono che diceva Non azzardarti a vomitare
nel mio ufficio. Aveva una testa palpitante di riccioli afro, e Gwen riconobbe in lei una
condiscepola di Tyneece al Glama. Si erano incrociate un paio di volte, pellegrine al
tempio. C’era qualcosa, in quella donna, che l’aveva sempre disturbata, e adesso capì
cos’era: un invisibile, pervasivo miasma di Lazar.
«Sa che potrei?» disse Gwen. Abbassò la voce per raggiungere il peculiare sussurro,
appena percepibile, così tipico delle donne della sua famiglia; peculiare non in quanto
udibile, ma in virtù del fatto che si dava comunque la pena di essere un sussurro, un po’
come Dio che con solennità consegna i comandamenti a un branco di uomini pur sapendo
perfettamente che li infrangeranno tutti, ripetutamente, nei secoli dei secoli. Anni prima,
una Shanks aveva sviluppato una particolare tecnica di emissione grazie alla quale non
solo era in grado di modulare la dinamica del suo sussurro ma anche di spedirlo
attraverso porte chiuse, oltre gli angoli e perfino al di là del tempo per farlo echeggiare in
eterno, per esempio, nelle orecchie scellerate di una nipote sposata a un uomo di nessun
conto. «Dover mangiare sai-che-cosa fa quell’effetto.»
Aviva abbassò il volto sul suo manuale, non abbastanza in fretta da riuscire a
nascondere un sorriso. La ragazza del ricevimento, da parte sua, non sembrava trovare
divertenti le parole di Gwen. Le lunghe unghie delle sue mani ripresero a picchiare
furiosamente sui tasti del computer, un rumore che infastidiva Gwen (e Gwen se ne rese
conto in quel momento) da quando si erano sedute lì. Gwen cambiò posizione sulla sedia
d’acciaio ricoperta in finta pelle, spostando il peso prima sulla natica sinistra e poi sulla
destra. Da qualunque lato s’inclinasse, le cosce si staccavano l’una dall’altra con un
sospiro, come due amanti riluttanti all’idea di separarsi. I muscoli in fondo alla schiena si
stringevano in un pugno dolente, la testa del bambino premeva contro la parte sinistra
della cassa toracica, proprio sotto il cuore, nel punto esatto dove Gwen, di solito,
avvertiva i presentimenti di un disastro.
«Quello che mi serve» disse, con il tipico sussurro delle donne Shanks, percepibile
anche dal dermatologo dello studio accanto «è qualcosa con cui mandarlo giù». Pensava
a un bicchiere di suff bianco e cremoso, che non si sarebbe mai più permessa di gustare.
«Qualcosa per liberarmi del sapore di…»
«Ssst» disse Aviva. Allungò la mano per prendere la sua borsa, aprì la cerniera di una
tasca interna ed estrasse una bottiglietta mignon di tabasco. «Buttaci sopra qualche
goccia di questo.»
Gwen prese la bottiglietta e la agitò un po’, pensando, Versare qualche goccia nel
dosatore di sapone del bagno di Lazar. Con la miscela ottenuta, massaggiargli la rosea
testa rasata. Far assorbire bene attraverso i pori.
Mentre si immaginava, stranamente soddisfatta, nell’atto di compiere quella piccola
vendetta in forma di shampoo, la porta tra la sala d’attesa e l’area delle visite si aprì e ne
uscì il dottor A. Paul Lazar, specialista in ostetricia e ginecologia. Era in uno stato di
transizione tra la sala parto e il sellino della sua bicicletta, casacca verde sopra
pantaloncini di lycra neri lucidi, e un paio di Nike da ciclista. In quella tenuta ibrida era
perfettamente in tono con la sua sala d’attesa, che si uniformava ai canoni estetici degli
studi medici di Berkeley, mescolando liberamente pezzi provenienti da uno show room di
mobili di seconda mano, un’agenzia immobiliare e il Ministero della Verità di 1984. Lazar
aveva un aspetto migliore e non era poi tanto giovane come Gwen lo ricordava, non così
pallido e inespressivo. Ma nel suo viso c’era sempre qualcosa che lo faceva assomigliare a
un pesce.
«Signore» disse, non lasciando presagire niente di buono. Tese loro la mano con un’aria
di formidabile solennità ma anche con un pizzico di malizia, come se si fossero trovati lì
per firmare un trattato che gli avrebbe permesso di occupare il loro Paese con la scusa di
difenderlo. «Entrate.»
Aviva fece scivolare il suo atlante di agopuntura in una borsa di tela di radio KPFA e si
alzò. Gwen si appoggiò al braccio di Aviva per sollevarsi a sua volta dalla sedia. Lazar la
guardò con brillante occhio diagnostico. La paura o il cranio del bambino parvero
incunearsi ancor più in profondità tra le ossa della cassa toracica di Gwen mentre seguiva
Aviva all’interno dello studio. Era una scatola grigia e anonima – scaffali d’acciaio nero,
poster della Pfizer, vista sul parcheggio – rallegrata solo dal disordine dei testi di
medicina di Lazar, e da una foto incorniciata che lo ritraeva sulla vetta di una montagna
grigioverde a farsi accarezzare dal sole insieme a una giovane donna dal sorriso cavallino
e due biciclette italiane. Lazar e sua moglie, o forse la sua ragazza, sorridevano con
un’aria di doveroso rapimento, come si fa quando un perfetto sconosciuto accetta di farvi
una foto. Gwen si sforzò di attizzare il barlume di compassione che si era acceso in lei alla
vista dello studio di Lazar, sentendo che la luce della sua fiammella costituiva l’unica
speranza di riuscire a trovare una via d’uscita dal casino in cui aveva cacciato le Birth
Partners. La compassione, e soltanto la compassione, poteva mascherare il sapore amaro
della merda.
«Così» disse Lazar. «Eccovi qui.»
«Eccoci qui» confermò Gwen, cercando di far fronte ai suoi occhi blu che prendevano
appunti sul suo caso. Edema, melasma.
«Sapete bene che vi tengo in pugno» disse. «Ma apprezzo comunque lo sforzo.»
Sorrise ipocritamente per lasciar loro intendere che stava solo fingendo di scherzare. La
fiamma della compassione di Gwen si spense. Proiettò nella sua immaginazione una
breve sequenza di mosse letali, un centinaio di fotogrammi in tutto, che culminavano
nell’incontro tra il suo piede e il pomo della laringe di Lazar. Mantenne l’autocontrollo e
resisté all’impulso di condividere con lui quello scenario. Tuttavia, né lei né la socia
seppero trovare una risposta adeguata alla frase di Lazar.
«Io…» Gwen diede un’occhiata ad Aviva. «Ho parlato con Lydia questa mattina. Sembra
stia bene. Non so se lei…»
«Si riprenderà» disse Lazar. Non grazie a voi, dicevano i suoi occhi.
No, no, Gwen era solo paranoica. Il giorno prima aveva commesso un errore. Aveva
permesso alle proprie emozioni di sopraffare la sua razionalità, cosa che non era affatto
da lei, per natura e decreto, per abitudine e preferenza. Per quanto potessero essere forti
le sue emozioni, Gwen sapeva, fin da quando aveva sette anni che servivano a molto
poco, e che, al contrario, la sua razionalità era straordinariamente affidabile. Era stato il
lungo e sanguinoso svolgimento del parto, e poi i suoi ormoni che correvano rombando
come una nube temporalesca per la prateria del suo terzo trimestre, ad aver portato
Gwen a tradire i suoi principi. Da un punto di vista medico, il dottor Lazar era stato
inappuntabile. Gwen non aveva rimostranze professionali, niente per cui valesse la pena
di mettere a rischio i loro rapporti con l’ospedale, che, come quelli di tutte le ostetriche
accreditate presso il Chimes, erano sempre misteriosamente precari. Adesso, grazie a un
intervento di Aryeh Bernstein, tutto quello che Gwen doveva fare era dire a Paul Lazar le
tre parole più insignificanti della lingua inglese, e sarebbe stata perdonata. Chiedere
scusa, cosa diceva sempre Nat, citando presumibilmente suo padre? Era una cosa
bellissima, no, un miracolo della lingua. Non costava niente e in cambio ricevevi una
generosissima ricompensa. Facile dirlo, per Nat.
«Ieri è stata una giornata lunga e complicata» cominciò, sapendo che era già fuori
strada, che la conclusione logica della frase, se fosse andata sino in fondo, sarebbe stata
che l’errore non dipendeva da Gwen o dalla sfortuna, ma dal triste, lungo, complicato
pomeriggio del giorno prima. «Di solito, dottore, sono troppo orgogliosa per ridurmi nello
stato in cui ero ridotta ieri quando ho perso la calma.»
Aviva diede un’occhiata furtiva alla sua socia e, da qualche oscuro e profondo anfratto
dei suoi occhi infossati, le lanciò un bengala di avvertimento. Gwen non era venuta per
discutere con il dottor Paul Lazar la portata e i capricci del suo orgoglio o della sua calma.
«E così…» provò Gwen.
Avvertì un sapore stagnante, fetido, che si stava formando in fondo alla lingua.
Venendo lì, si rese conto, le era stato chiesto non solo di ingoiare il suo orgoglio, di
chiedere scusa a uno sporco razzista che l’aveva insultata, ma anche di sopportare la
stupida vanità di quell’uomo, e i suoi pantaloncini da ciclista e, peggio di tutto, il sorriso
equino della sua donna nella foto, che a Gwen non sembrava più esprimere una dolorosa
carenza di amici, quanto piuttosto autocompiacimento, presunzione, il sorriso di una
convinta che il suo posto fosse sulla vetta. O forse no, forse la cosa peggiore erano i
pantaloncini da ciclista.
«E così» riprese, «ripensando a mente lucida alla mia condotta. E desiderando
accogliere il caloroso consiglio della mia socia. Che ha trascorso la sua intera vita
professionale a resistere alle pressioni di medici, ospedali, contabili delle assicurazioni…»
«Gwen, tesoro» disse Aviva, sottolineando il proprio lato Brooklyn per caricare di ironia
quel termine affettuoso, o forse a mo’ di autentico avvertimento.
«… considerando che Aviva sa, come lo so io, che noi dobbiamo essere doppiamente
competenti, doppiamente attente, doppiamente preparate, doppiamente sensibili, e
doppiamente fredde davanti al fuoco nemico…»
«Stiamo parlando di ostetriche o di Jackie Robinson?»
«… di un Lance Armstrong diplomato alla – controllò la pergamena della facoltà di
medicina – “Loma Linda…”»
«Ehi» disse Lazar. «Scusi?»
«… poiché Aviva sa che non solo dobbiamo essere brave il doppio di voi in tutto…»
«Per l’amor di Dio, Gwen…»
«… ma che dobbiamo anche mangiare il doppio della merda.»
Aviva si abbandonò contro lo schienale della sedia.
«Insomma, ecco che cosa sono venuta a fare. In tre bocconi. Tre paroline. Non le tre
parole che sceglierei se avessi la possibilità di scegliere, ma non ce l’ho.»
Gwen si alzò in piedi con quella che le sembrò una notevole alacrità e perfino, per la
prima volta da molte settimane, una specie di grazia. La vista di Aviva furibonda,
sprofondata nella sedia, il luccichio negli occhi di Lazar – si sarebbe mosso affinché il loro
diritto d’accesso all’ospedale venisse revocato, non c’era alcun dubbio – non suscitarono
in lei alcuna reazione di rimorso o di rimpianto. Si diresse verso la porta, mise la mano
sulla maniglia e si voltò verso il dottor Lazar, e, non proprio come se gli stesse dicendo di
andare a farsi fottere, non proprio come se gli stesse suggerendo di condurre un
esperimento per vedere fin dove riusciva a ficcarsi il sellino della sua Pinarello da tremila
dollari, ma piuttosto con la forza della compassione nella quale poco prima aveva riposto
la speranza di scivolare attraverso quella dura prova senza rovinare tutto ciò che lei e
Aviva avevano realizzato in anni di duro lavoro, trovò le tre paroline che in teoria
avrebbero dovuto riassumere i suoi sentimenti nei confronti di quella brutta copia di
dottore dal culo stretto, macchina da cesarei, servo delle assicurazioni, e nei confronti
della sua intera cosiddetta professione, del mondo che considerava tutto ciò che era
umano e incasinato, incline in ugual misura al fallimento e al trionfo, come un processo
da snellire e standardizzare e controllare passo passo: «Le chiedo scusa».
Con la sensazione di avanzare scalciando in una piscina, senza massa, slancio, inerzia,
Gwen attraversò la sala d’attesa e raggiunse la porta. Aviva la raggiunse all’ascensore:
nella sua borsa le monete tintinnavano contro un portachiavi.
«Mi dispiace» proseguì Gwen, e questa volta non esprimeva il rimpianto per le cose che
aveva detto o fatto, ma piuttosto il contrario: le sue scuse erano, come spesso capita alle
scuse, un grido di battaglia. Le dispiaceva soltanto di non essere affatto dispiaciuta.

Si fermò lentamente di fronte a casa, i piedi indolenziti, bramosa di una doccia, ogni
singola parte molle del suo corpo appiccicata ad almeno un’altra da una spessa colla di
ormoni e sudore. Nauseata dalla marea di gelsomino che montava dalla veranda e
attraversava il prato per andare a sbattere contro lo steccato, in una schiuma di fiori il cui
colore e profumo le ricordava la polpa delle banane marce. Irritata dal ronzio d’insetto di
un clavicembalo sulla KDFC (la radio che si costringeva ad ascoltare per via delle presunte
proprietà rilassanti della musica barocca, nonostante la musica barocca le fosse sempre
sembrata l’equivalente acustico degli origami mentali). Tutta concentrata non sulla
strategia da adottare di fronte alla commissione che si sarebbero inevitabilmente trovate
ad affrontare, ma piuttosto sul tentativo di architettare una scusa plausibile per non
andare, quella sera, al corso di preparazione al parto. Spense il motore. La porta del
garage, irrimediabilmente ingombro, si spalancò oscillando sui cardini, irreparabilmente
cigolanti. Ed ecco comparire Archy con il suo completo funky – dieci metri di satin viola –
che trascinava un massiccio pezzo di lignea attrezzatura da concerto lungo il vialetto
verso il bagagliaio della sua El Camino: evidentemente, come al solito, lui non aveva
bisogno di alcuna scusa per dimenticarsi del corso preparto.
Il corso si teneva il sabato sera nel centro comunitario di una chiesa battista in
Telegraph Avenue. Gwen lo aveva scelto, tra le decine che ogni settimana insegnavano le
tecniche di respirazione e rilassamento ai futuri genitori di Berkeley e Oakland, perché
aveva sentito dire che attirava giovani coppie nere. Sperava così che lei e Archy
potessero (a tanto si spingeva a volte la sua fantasia) fare amicizia con i simpatici
mamma e papà – 60 per cento bohémien, 40 per cento solida classe media – di qualche
futuro compagno di giochi del loro piccolo. E in più si illudeva di ridurre la probabilità di
imbattersi in una delle sue pazienti in mezzo ai tappetini da yoga disposti a cerchio. In
realtà, gli unici altri neri che frequentavano il corso semideserto, sotto i ronzanti tubi
fluorescenti della sala, con il tanfo persistente di piedi e ascelle della lezione di capoeira
subito prima, erano due madri single che potevano contare solo sul supporto delle
rispettive madri, e la metà maschile di due coppie miste, i mariti di una donna asiatica e
di una bianca. L’insegnante, la signora Pease, insegnava anche catechismo, e aveva quei
modi da scuola domenicale, insieme sdolcinati e ipercritici. In ogni caso, Gwen non aveva
niente da imparare: a parte l’unità coniugale o genitoriale che avrebbe potuto
simboleggiare, la loro partecipazione era chiaramente, perfino sfacciatamente, a
beneficio di Archy. Eppure, ogni settimana, lui si dimenticava del corso finché Gwen non
glielo ricordava, poi tentava di fingere di non essersene scordato, quindi seguiva l’intera
lezione con un’aria così seria, così impegnata, così desiderosa di assorbire la sapienza
partorienziale di una vecchia trombona inacidita e sciropposa come Charmayne Pease,
che non era possibile – e Gwen ci aveva provato – considerarla sincera.
Quell’espressione facciale, troppo paziente, troppo tollerante, troppo autentica per
essere qualcosa di diverso dalla presa in giro, aveva cominciato a occupare lo spazio tra il
mento e la fronte di Archy poco dopo l’inizio della gravidanza. Era una specie di
compendio, per Gwen, del generale atteggiamento di suo marito nei confronti
dell’imminente paternità, e dei doveri e degli impegni che ne rappresentavano il
corollario. Poteva prendere sul serio la faccenda, si sarebbe detto, solo nella misura in cui
era abbastanza furbo da riuscire, quasi sempre, a fingere di prenderla sul serio. Anche
così, Gwen doveva costringerlo, prendendolo per la collottola, a mettere il naso in articoli
e siti web sulla spina bifida, sull’importanza di dormire supini e sulla sindrome della morte
improvvisa del lattante, sui pro e contro del succhiotto. Doveva leggergli ad alta voce libri
sulla gravidanza che lei comprava e fingeva di studiare, annoiata ed eternamente
polemica nei confronti degli autori, così che Archy fosse obbligato, sdraiato sul letto la
sera, ad ascoltarla. Era come uno di quegli esperimenti di Piaget sui bambini: la
prospettiva della paternità incombente, una volta rimossa dal suo campo visivo, cessava
praticamente di esistere. E il suo riapparire, ogni volta che Gwen glielo ricordava, era per
lei più doloroso della scomparsa.
Così, quella sera, dopo aver trascorso il pomeriggio ad ascoltare, come un apprendista
zen, il suono di Aviva che non diceva nulla sull’incontro con Lazar – un silenzio più
angoscioso di ogni rimprovero: l’ennesimo paradosso tra i molti che affollavano la sua vita
–, Gwen arrivò a casa con quel levigato cranio di terrore incuneato dentro, pronta, per il
momento, a perdonare il suo bugiardo, fedifrago, inutile Caro Marito – e guarda un po’
l’idiota! Eccolo tutto intento a gingillarsi con i suoi tiranti elastici e i teli da furgone dei
traslochi. Grosso e viola come la causa di tutti i problemi di Gwen, mentre il ridicolo
splendore delle sue scarpe bicolore con la zeppa misurava in pomposi centimetri la
distanza tra lui e ogni possibile mondo fatto di doveri e di impegni.
Solo pochi minuti prima, stava testando su se stessa svariati modi obliqui o lievemente
sarcastici di dire ad Archy che quella sera voleva trascorrerla abbracciata a lui sul divano,
a mangiare gelato al cioccolato svizzero da una confezione da due chili e a guardare
qualsiasi programma lui desiderasse; adesso si rese conto che avrebbe preferito che lui si
scopasse ogni donna di Etiopia e di Eritrea, anche a botte di due o tre alla volta, piuttosto
che consentirgli di schivare la compagnia della signora Pease.
Poi intravide il gioco dei muscoli della schiena attraverso la stoffa della giacca di Archy,
luccichii come di lame di coltello, mentre, in un singolo arco senza sforzo, sollevava il
grosso cubo di legno dell’amplificatore – il prezioso Leslie del vecchio signor Jones,
sull’altare della cui riparazione Archy aveva sacrificato le loro ultime settimane di libertà
senza bambini – e lo infilava nel bagagliaio della sua auto. Maneggiava quell’enorme coso
come se fosse un cartone pieno di pacchetti di noccioline. Gwen si lasciò scappare un
suono che involontariamente scivolò da quello che doveva essere un mmmm di
disapprovazione a un colpo di basso simile all’allentarsi di qualche corda interna.
«Oh-oh» disse Archy, voltandosi. «Hai la mano sul fianco, in quel tipico modo.»
«Sono certa che la macchina la stai scaricando» disse Gwen. «Anche se potrebbe
sembrare il contrario.»
«Sì, no, be’… stasera abbiamo un concerto. Uno come si deve. Una specie di raccolta
fondi politica, su dalle parti di Kensington, Cragmont, un posto di quelli, vicino alla
Arlington o…» Vide che non era interessata ai dettagli della geografia di North Berkeley.
«Oh, merda. È sabato.»
«Sei sicuro?»
«Okay» disse. «Le cose stanno così. Non è che hanno davvero bisogno di me. Ci sono
Nat e Boom e il signor Jones, e basterà che gli porti il Leslie, lui col suo piede sinistro può
fare tutto quello che farei io con il basso e due mani. Dico sul serio.» Consultò l’orologio.
«Ci facciamo un giretto in macchina, lo scarichiamo, ti prendo qualcosa da mangiare,
facciamo salire lo zucchero nel sangue a un livello utile, e riusciamo a tornare in tempo
per il corso preparto. Che ne dici?»
«Non male, come programma» disse Gwen. «Solo che non è il tuo programma. Il tuo
programma, fammi indovinare, è: sbattere lì sopra il resto di quella roba.» Indicò il basso
nella sua custodia, l’amplificatore e il preamplificatore del basso, impilati accanto al
parafango anteriore destro della El Camino. «Puntare verso North Berkeley, senza un solo
pensiero in direzione dell’unica cosa importante che sta capitando nella tua vita in questo
momento. Scommetto che non mi hai scritto nemmeno un cazzo di biglietto.»
Di fronte a questa grave accusa, Archy provò l’istinto di protestare, si preparò a
obiettare, procedendo a tentoni come uno che indietreggi al buio lungo un corridoio,
sperando, una volta raggiunta la fine, di scoprire, con un grido di discolpa e di trionfo, che
in effetti, au contraire, un biglietto l’aveva scritto, e semplicemente, nel frattempo, se
n’era dimenticato. Invece no; la speranza gli si spense negli occhi. Poi ebbe un’idea. Alzò
un dito. Si batté sulla tasca. Annuì. Esagerò ogni gesto con un’aria da pantomima, nella
speranza di riuscire a neutralizzare Gwen a forza di charme, una tattica che negli anni gli
aveva procurato un rispettabile curriculum di successi, anche se i fallimenti erano stati
innumerevoli e spettacolari. Infilò la mano nella tasca superiore della giacca del suo abito
funky, ne estrasse un pennarello nero e un pezzetto di carta che si rivelò essere una
multa per divieto di sosta, non pagata, della città di Emeryville, emessa due anni prima,
scarabocchiò qualche parola sul retro, e glielo porse con cerimoniosa mancanza di
cerimonie. Gwen lo piegò in due senza leggerlo, chiedendosi perché quel pomeriggio di
giugno di due anni prima la sua El Camino fosse stata parcheggiata davanti al 1133 della
Sessantaduesima Strada, concluse che doveva trattarsi di una donna o di un seminterrato
pieno dei dischi di qualche defunto, lo ripiegò una seconda volta, e glielo rimise in mano.
«Devo farmi una doccia» disse. «Tu adesso va’ a La Calaca Loca, subito, e portami un
elote, piano col chili, e un taco di pesce, due tacos di pesce, di quelli con la pastella. E
una bottiglia di tamarindo, portameli qui e aspettami.»
«Sì, signora» disse Archy.
Una buffa espressione gli attraversò il volto, come lo sfarfallio di un televisore quando
si abbassa l’elettricità, e i suoi occhi saettarono da destra a sinistra, seguendo il ronzio di
cicala di una bicicletta. Gwen si voltò e vide un ragazzo alto in bicicletta, forse uno del
quartiere, uno che però lei non conosceva, e quando riportò il suo sguardo su Archy, lui
stava caricando il resto delle attrezzature sulla El Camino, dicendo: «Elote, uh, sì, suona
bene. Potrei mangiare messicano tutti i giorni». Si voltò verso di lei. «Mi piace, il
Messico.» Si terse la fronte con una manica di satin. «Bimba, andiamo in Messico.
Stasera. Dai, andiamoci. Dai. Trasferiamoci direttamente.»
«Ah ah.»
«Dico sul serio.» Fece la faccia serissima, o forse per una volta gli era venuta davvero
così. «Sono totalmente sincero.»
«E io sono totalmente, sinceramente sul punto di avere un bambino, Archy. Come
faccio ad andare in Messico?»
Nel momento stesso in cui quelle parole le scapparono dalla bocca, si pentì di averle
dette, rendendosi conto, probabilmente un attimo prima di Archy, che qualora lui avesse
voluto andare in Messico, non avrebbe avuto bisogno di portare anche lei. Archy poteva
andare in Messico, trasferirsi direttamente in Messico, quando diavolo voleva. Poteva
andarsene quella sera stessa.
Archy si tolse gli occhiali da sole per pulire le lenti con la punta della cravatta. A volto
nudo, la guardò, con un’espressione ironica. Stava solo scherzando, almeno per ora.
«Tacos di pesce» disse. «Per sempre.»

Gli addetti al parcheggio, con indosso le tute marrone chiaro, stavano spalla a spalla
come detenuti incatenati alla caviglia, testa all’indietro, mento puntato verso il cielo.
Qualcosa lassù dava loro da pensare. Archy avanzava piano con la El Camino su per la
collina, verso di loro e il luogo del concerto: una torre rotonda di stucco color caramello
con un balconcino da Giulietta, un arco di piastrelle blu incastonato in un cancello color
caramello. Salì lentamente lungo la strada seguendo i tornanti di un vecchio arroyo, con
le auto del quartiere spalla contro spalla su entrambi i lati che lasciavano appena lo
spazio sufficiente al passaggio del suo ansimante reperto di antica Detroit. Archy si
sentiva già abbastanza soffocato dal silenzio coniugale che in quel momento riempiva
l’abitacolo, poiché sapeva perfettamente, con tutta la sagacia da almanacco che la parola
«marito» implicava, che il presente silenzio era più un presagio che uno strascico. Una
quiete preparatoria. Il tipico abbassamento di pressione, opprimente e privo di uccelli,
appena prima dell’impatto di un tornado.
Superarono la Saab di Nat e raggiunsero il gabbiotto dove i parcheggiatori nelle loro
tute Carhartt fissavano a bocca aperta il cielo, quattro ragazzi ispanici di altezza e girovita
diversi come i campioni delle porzioni di popcorn lungo il bancone del bar di un cinema.
Gwen sporse la testa dal finestrino sul suo lato della El Camino, vide quello che vedevano
loro, si lasciò ricadere pesantemente contro il sedile. Piegò le braccia e le posò tra il seno
e la pancia. Parlò per la prima volta da circa diciotto minuti a quella parte, o comunque
emise un suono, preoccupandosi di imbottirlo in anticipo, come un jihadista che prepara
un ordigno artigianale, con schegge di ironia, chiodi di amarezza, frammenti frastagliati di
cupo stupore.
«Oh» disse.
Archy scese dall’auto. Per un secondo o due, i suoi occhi furono distolti dal grandioso
quadro della città, della baia e dei ponti allungati attraverso la cornice di eucalipti oltre le
tegole di terracotta dell’edificio. Colori stesi con pennelli larghi e fini, strati di nebbia e
sprazzi luccicanti di sole sui riquadri delle finestre, il relitto naufragato di Alcatraz, il
gigante di ferro esultante lassù sui Twin Peaks. E poi eccolo là, contro la curva del cielo
d’agosto.
Lungo quanto il suo avambraccio, altrettanto spesso di circonferenza, canticchiando tra
sé come Nat Jaffe quando elaborava le sue teorie su come sarebbe cambiata la storia del
mondo se Hank Crawford non avesse dato buca a Creed Taylor in occasione della
registrazione di quello che sarebbe diventato il primo album di Grover Washington Jr, il
dirigibile della Dogpile scorreva sopra le loro teste. Tutto nero da prua a poppa, decorato
sul fianco con l’impronta rossa di una zampa e il nome Dogpile in carattere egizio,
grassetto rosso. Nell’indolenza del suo passaggio, pigro e premeditato, come una
Mercedes piena di teppisti che ti passa davanti alla porta con i finestrini abbassati, era
implicita una buona dose di sarcasmo.
«Non ci fermiamo» disse Archy ai parcheggiatori mentre girava attorno alla El Camino
per liberare il Leslie dalle sue fasce da neonato.
«Che ne dice di lasciare qui il suo vestito, allora?» disse un parcheggiatore. «La mia
torcia non funziona più.»
Ad Archy sarebbe piaciuto rispondere al giovanotto, se non con una frecciatina di
rimando al sacchetto marrone in cui se ne stava infilato come una furtiva bottiglia di
whisky, almeno con un suggerimento anatomico riguardo al luogo in cui riporre la
suddetta torcia. Ma come tutti i veri cultori dello stile, Archy aveva imparato da molto
tempo che, quando si ha a che fare con gente troppo rozza per capire, l’unica linea
possibile è continuare a confonderli. Light ’em up, blow ’em out like candles. Accendili e
spegnili come candele. L’effetto della sua occhiata fulminante fu enormemente diminuito
dallo sbuffo di risa che emise Gwen.
«Torcia» disse. «Mi piace.»
Ai musicisti era stato chiesto di sistemarsi all’aperto, accanto a una vasca per i pesci
rossi all’estremità di un cortile lastricato d’ardesia e illuminato da luci a forma di
peperoncino e lanterne di carta appese un po’ ovunque: fisarmoniche rosa, pagode verdi.
Archy passò sbuffando e ondeggiando attraverso la porta-finestra, camminando in fretta
sotto i cinquanta chili del Leslie, infastidito da una piccola ragazza asiatica
tranquillamente isterica che teneva la penna sospesa sul suo portablocco, pronta a
inventariare ogni ammaccatura o ogni graffio che Archy potesse aver voglia di infliggere
alla parete o alla porta d’ingresso.
«A proposito, grazie di essere venuti» disse. «Con così poco preav… oh. Oddio, attento,
per favore.»
«Sono famoso per la mia attenzione» le assicurò Archy. «Le direi grazie perché ci fa
suonare, ma la verità è che sto facendole un favore, perché siamo molto meglio di quegli
stronzi che hanno disdetto, tre dei quali sono dentisti.»
«Oh, bene, grazie» disse la ragazza della campagna elettorale.
Nat, con la Jazzmaster rossa appesa all’altezza dei fianchi stretti, alzò un indice e il
sopracciglio opposto per fare un segnale ad Archy. Avvertendolo di non interrompere o
sciupare l’effetto dell’esibizione di furibonde imprecazioni di Stanley «El Boom» Ellerbe,
piegato sulla gamba del suo timpano ad armeggiare con un coltello di plastica. El Boom
faceva l’autista di autobus, ed era famigerato sia per le sciagure che regolarmente si
abbattevano sulla sua attrezzatura, sia per le esplosioni, in lunghe ed entusiastiche
matasse, di tutte le parole che immagazzinava durante le giornate trascorse dietro il
volante del 51, al servizio del pubblico e dei capricci del traffico. Freddo alla batteria
come una tazza di ghiaccio tritato, però, El Boom teneva il tempo con la precisione di un
orologio atomico.
Ancora nessun segno del signor Jones e del suo Hammond, circostanza questa che,
garantito, avrebbe complicato il programma coniugale di Archy, dal momento che: A ) lui
non poteva, in coscienza, scaricare il Leslie senza verificare che funzionasse secondo le
aspettative del signor Jones; B) il vecchio, nonostante il suo orgoglio o la sua vanità,
avrebbe avuto bisogno di aiuto per trasportare l’Hammond giù per tutti quegli scalini; C)
Archy amava il modo in cui il signor Jones lo osservava armeggiare con il Leslie, con quel
particolare piacere che le persone anziane talvolta provano davanti agli sforzi dei più
giovani. In quei momenti, i piccoli Krugerrand che Jones teneva nascosti dentro la bocca
mandavano lampi mentre esclamava: «Attenti! Fatelo passare!», con tutta la passione di
cui era capace, come se stesse annusando l’effluvio che saliva da un bicchierino di
Hennessy, da un piatto di pesce gatto fritto o da qualunque altra cosa il medico gli avesse
proibito. Lacrime negli occhi del vecchio quando Archy si era offerto la prima volta di
riparare il Leslie; Archy avrebbe voluto che Gwen le vedesse. Non era il caso, ovviamente,
di rammentarle che il signor Jones aveva quegli occhi da ostrica, sempre coperti da una
pellicola di umidità. O di raccontarle di quella mattina, quando Jones si era
misteriosamente offeso nel bel mezzo della loro chiacchierata su Titus Joyner.
«Voi andate avanti, fate quello che dovete fare» disse Archy alla ragazza con il
portablocco che fissava la nuvola sempre più scura sopra El Boom, come sforzandosi di
decidere se rappresentasse una minaccia alla sicurezza. «Se avrò bisogno d’aiuto, la
chiamerò senz’altro.» I suoi occhi si abbassarono sulla targhetta con il nome per poter
dare la giusta enfasi a quel commiato, e con un sorriso lesse LESLIE.
El Boom finì di mettere in discussione la purezza materna della sua batteria e si alzò
per salutare l’amplificatore, venerabile e dotato di un invidiabile pedigree, un Modello 122
appartenuto a Rudy Van Gelder, nel cui studio di Englewood Cliffs era stato usato da
Johnny «Hammond» Smith e Charles Earland prima di finire tra le mani del signor Jones e
far sentire in eterno il suo glorioso effetto in Redbonin’. Pulito, oliato, restaurato e
provvisto di nuovi cavi elettrici. Archy era contento di aver avuto l’opportunità,
riparandolo, di arrampicarsi dentro quel pezzo di storia analogica foderata di pannelli di
noce, azionata da cinghie, completa di tutte le sue parti rotanti, nonostante il lavoro
avesse richiesto così tante ore del suo tempo libero. Quale persona dotata della
necessaria abilità tecnica sarebbe stata tanto insensibile, irrispettosa, superficiale, da
voltare le spalle a un’occasione del genere? Per non parlare della possibilità di aiutare un
vecchio signore solo che viveva esclusivamente della pensione sociale, di quella e dei
pochi diritti d’autore (divisi con un produttore discografico bianco la cui etichetta
deteneva i diritti di ogni altra canzone mai scritta da Cochise Jones) per Cold Cold
Sunday, un piccolo successo del 1969 portato nelle classifiche soul da Wilson Pickett, e
resuscitato poi usato verso la fine degli anni Ottanta nella pubblicità dei gelati Dreyer.
Argomentando in questo modo con la Gwen che viveva dentro la sua testa, Archy
appoggiò delicatamente il Leslie – quello di legno – sulle lastre di pietra e lo spinse,
solenne come un carro funebre, attraverso il patio.
«Deep purple!» disse El Boom, studiando Archy e il suo abito funky viola. Sulla
superficie del Leslie, tirata con la cera d’api, il batterista fece scorrere la noce smaltata
della sua poderosa mano destra.
«Ehi, Boom, allora? Come va?» Scontro di palmi, intreccio di dita, stretta di mano:
quella del più anziano era secca e fredda. «Ho qualche attrezzo in auto, se hai bisogno di
pinze, chiavi a tubo, roba del genere.» Archy represse con successo il 92 per cento circa
del sorriso che minacciava di scappargli. «Un saldatore.»
«Lei» disse El Boom, ridotto al monosillabo da una disperazione impotente. «È una
Ludwig di seconda mano nuova di pacca.»
Archy scosse il capo con simulata partecipazione e si voltò verso Nat, liberando il
sorriso. Nat suonò una frase sulla chitarra staccata dall’amplificatore, un frammento
comico da una colonna sonora di cartoni animati. Con il signor Jones all’organo, e il
titolare originario della serata steso a letto con qualche lettera di epatite cronica, Nat,
che era un chitarrista (soporifero, secondo Archy), era giunto armato della sua Jazzmaster
e di una vecchia pedante Epiphone a cui era attaccato per motivi sentimentali, essendo la
chitarra il suo secondo strumento dopo il piano. Chitarra, organo, batteria, sarebbero
andati benissimo senza Archy. Cercò di mettere un po’ di questa sicurezza nel suo
sguardo, poi indietreggiò di un passo e inclinò la testa per segnalare al suo socio che
aveva bisogno di parlare con lui in privato. Nat sistemò la Fender sul suo supporto e
avanzò con cautela tra i cavi per raggiungere Archy accanto a un cactus in vaso alto
quanto un uomo, in un punto dove solo i pesci rossi avrebbero potuto sentire quello che
dicevano. Brutte creature, tecnicamente koi, suppose Archy, strani stronzi mutanti tutti
chiazzati e con gli occhi fuori dalle orbite, un groviglio lucente di squame variopinte come
foulard.
«Il signor Jones è in ritardo?»
Sarebbe andato tutto bene, pensò Archy, almeno finché Nat non avesse alzato lo
sguardo verso il cielo e dato un’occhiata a quella nera caricatura di secoli d’ansia
anatomica del maschio bianco.
«Parlando in generale» disse Nat. «Gli hai telefonato?»
«L’ho visto stamattina. Era sul pezzo, mi ha spaccato le palle perché arrivassi in
orario.»
«Secondo me devi dirgli di trovarsi in un posto mezz’ora prima di quando hai bisogno
che arrivi. Adesso, non diversamente da te, è…» controllò il suo orologio, un modello
esclusivo delle ferrovie svizzere, che Nat teneva, per un’abitudine presa nei lontani giorni
in cui faceva il barista, avanti di sette minuti «… in ritardo di ventitré minuti.»
Qualcosa – l’ansia pre-esibizione, la natura dell’ingaggio, preso in subappalto all’ultimo
minuto, il ragguardevole profilo del luogo e del pubblico e, per quanto ne sapeva Archy, le
preoccupazioni politiche dietro l’evento stesso, dal momento che il candidato alla
presidenza per il quale era stata organizzata la serata non stava facendo bene come
aveva sperato in quel momento decisivo – aveva infilato una punta di tensione nella voce
di Nat. Indossava un abito nero di zigrino, volutamente corto di maniche e gambe, e
attillato sul petto. Camicia nera da cowboy abbottonata fino al collo. Cravatta di cuoio
con fermaglio adorno di un minuscolo ritratto in bianco e nero di Richard Nixon. Ognuno di
questi dettagli contribuiva probabilmente ad accrescere l’innata rigidità di Nat. Archy
preferì esitare per un secondo o due prima di confessare a Nat che, consegnato il Leslie,
aveva intenzione di bruciare l’opportunità di far conoscere la Wakanda Philharmonic a una
quantità di ricconi influenti della East Bay, su parecchi dei quali si sarebbe potuto contare,
nel prossimo futuro, per un matrimonio, un cinquantesimo compleanno, un bar mitzvah, e
trascorrere la serata seduto su un materassino di gomma, nella sala riunioni odorosa di
piedi di una chiesa, a imparare una serie di procedure e di tecniche senza le quali, per
cinquanta, sessantamila anni, i padri se l’erano cavata egregiamente. Anche se diventava
sempre più difficile immaginare che Gwen avrebbe gradito la sua inutile presenza al
parto. Archy che inciampava e faceva cazzate intorno al castello come Igor in
Frankenstein Junior, mentre Gwen si tuffava a due mani e a tutta forza nel tuono e nel
fulmine (vita! vita!) della faccenda, nel lavoro che conosceva meglio di chiunque altro,
con la possibile eccezione di Aviva Roth-Jaffe che, tra l’altro, sarebbe stata anche lei della
partita, rendendo Archy ancora più inutile di quanto già si sentiva.
«È così che ti regoli?» chiese. «Dici alla gente di arrivare mezz’ora prima perché pensi
che arriverà con mezz’ora di ritardo?»
«Esatto, specie se si tratta di neri» disse. «Trentasette minuti di anticipo di norma sono
sufficienti.»
«Così, anche con me, tu…»
«Con te faccio almeno tre quarti d’ora. E comunque, pensa un po’, tu riesci lo stesso ad
arrivare venti minuti dopo.» Si grattò perplesso la nuca. «Non pretendo di capire la
matematica che c’è dietro.»
«Già, senti una cosa» disse Archy, passandosi il dito lungo il naso in un gesto di
confidenza. «C’è Gwen in macchina, e… be’…»
«Sta bene?»
«Sì, no, sta bene. È solo che… be’, mi sono dimenticato che…»
«Ho sentito che è stata, non so…» Nat finse di cercare la parola giusta, anche se Archy
poteva vedergliela nella mente, spacchettata, collegata, pronta a partire «un po’
irrazionale negli ultimi giorni. Immagino abbia qualcosa a che fare con il parto e il…
l’incidente. Con il dottore. Sembra che sia uno stronzo imperiale, ma per come vanno le
cose in quel posto…»
«Sì, non so, è…»
«Le hai già detto di Titus?»
Udire quel nome era come cadere in un tombino. Ogni cazzo di volta. Eri lì che te ne
andavi per per la strada, con il sole sugli occhiali da sole, i bassi che rimbombano negli
auricolari, camminando sul marciapiede con il tuo solito passo, ed ecco che puff! Senza
neppure lo sbuffo di fumo o la chiazza di cenere che lascerebbe un fulmine. Gwen
accusava in continuazione Archy perché non pensava, non si preoccupava, non si
preparava all’arrivo del bambino. Cosa che dimostrava solo quanto poco lo conoscesse o,
per essere onesti, quanto lui potesse essere parsimonioso nel condividere con una donna,
qualsiasi donna, lo stato di ansia pressoché costante in cui viveva. Ansia che, per
esempio, il giorno prima l’aveva spinto a offrirsi di badare a Rolando, per vedere come se
la cavava con la routine dei pannolini e del latte in polvere. Ma questo ragazzo. Titus. Suo
figlio, già mezzo cresciuto, che lo fissava dalla sponda opposta di tutto quel risentimento,
quel senso di abbandono. Se Gwen avesse saputo di Titus Joyner – e presto o tardi
l’avrebbe scoperto – allora ci sarebbe stato del giusto nelle accuse di inconsapevolezza, di
mancanza di considerazione. Perché dal giorno prima Archy si sforzava di ritornare al suo
stato precedente di beata ignoranza, e di pensare il meno possibile al figlio che già
aveva.
«La rivelazione è ancora, be’… è imminente» disse.
«Forse dovresti provarci adesso» suggerì Nat. «Approccio olistico. Curare con il veleno.
Fuoco con il fuoco. Le dai una ragione totalmente diversa per uscire pazza, e con un po’ di
fortuna la somma sarà uguale a zero.»
«Già» disse Archy senza entusiasmo. «Però siamo alla trentaseiesima settimana, non
credo di poter avere grande influenza su quel che accade dentro la sua testa.» Nat inclinò
il capo, torse le labbra, annuì, non avendo più alcun argomento da offrire. «Come si sta
comportando a casa tua? Titus.»
«Oh, be’, bene. Non so. È okay. Un ragazzino divertente.»
«Divertente.»
«Un piccolo stronzo molto solenne.»
«Solenne nel senso?»
«Solenne nel senso di frenato nella gamma delle emozioni che manifesta, diciamo.»
«È finto? Fa il difficile?»
«Forse un po’. Ma sembra che lui e Julie…»
Prima che potesse finire la frase, Nat vide qualcosa che gli fece schizzare in alto le
sopracciglia. La sua faccia divenne vuota, come lo schermo di una lavagnetta magica, in
un colpo solo.
«Ehi, la mia signora» disse.

El Boom disse: «Attenti».


Attenti, ecco Gwen entrare dalla porta-finestra che collegava il patio al salone con le
volte ad arco e le madonne folk. Aveva scelto una camicia da bowling dalla collezione di
Archy, rosa su nero, originariamente sfoggiata, secondo le iscrizioni serigrafate e
ricamate, da un signore evidentemente corpulento di nome Stan, che giocava a bowling
per la Alameda Wire and Pipe. Puntava dritta su Archy, con quegli sbuffi da locomotiva di
cui la dotava la gravidanza. Nessuna possibilità che venisse a dirgli che era libero, che gli
perdonava i suoi peccati, piccoli o grandi che fossero. Mai, in vita sua, Gwen era arrivata
al perdono nell’assenza fisica del suo necessario oggetto. O almeno senza l’intervento di
qualche forza esterna: il consiglio di suo padre, per esempio, o del dottor Nickens, il
pastore della chiesa della sua infanzia, o, in determinate condizioni, qualche cattiva
notizia che spazzava via tutto il resto. Detta assenza le offriva un contenitore fin troppo
comodo ove deporre raffinate controargomentazioni, ulteriori prove a carico, casi appena
rievocati di passate infrazioni e così via.
«Ciao, Nat» disse. «Arch. Uhm. Okay. Senti.»
Ferma e fredda, guardò prima Nat, poi Archy, quindi di nuovo Nat e, con un sobbalzo
interiore, Archy concluse che Gwen era scesa dalla El Camino per consegnargli un
ultimatum alla presenza di Nat Jaffe e del mondo. E quale che fosse quell’ultimatum o
comunque scegliesse di formularlo, lui avrebbe dovuto dirle di Titus, e sarebbe stata la
fine, l’addio alla seconda grande relazione della sua vita, e non perché lui già avesse un
figlio – d’accordo, magari non era questa gran cosa – ma perché non ne aveva mai
parlato a Gwen, né en passant né nei dettagli. Perché, in dieci anni o più, Archy non
aveva mai pensato al ragazzo, nemmeno una volta, un’abitudine a dimenticare che
continuava perfino adesso, con quel ragazzo che sbatteva all’esterno della loro vita come
una falena contro un paralume. Nascosto nella mansarda dei Jaffe.
Archy visse un momento di panico puro. Niente gli causava più disgusto dei segni di
debolezza in un uomo, soprattutto in se stesso; e nessuno a questo mondo era più debole
di uno che cercava di tenere segreto qualcosa: a parte uno obbligato a confessare.
«Non posso restare, Nat» disse Archy, decidendo di liberarsi innanzitutto di quella
piccola confessione, per vedere dove l’avrebbe portato. «Mi spiace davvero. Stasera Gwen
e io abbiamo il corso preparto, e quando ho detto che potevo suonare me l’ero proprio
dimenticato, cazzo.»
«No» dissero contemporaneamente Nat e Gwen. Uno due tre, flic o floc? Poi Nat
aggiunse, misurando le parole, sempre felice di cogliere l’opportunità di educare il
prossimo: «No, ti prego, capisco perfettamente. Quella roba è importante, Arch, cazzo. Ci
hanno fatto un sacco di studi. Devi fare la tua parte, le cose saranno molto più facili per
Gwen e per il tizio che sta lì dentro». Puntò un dito peloso verso la pancia di Gwen. «Su,
adesso andate.»
«No» ripeté Gwen. «Ragazzi, io… Archy, è suonato il tuo telefono, in auto. Ho risposto.»
La molla del panico di Archy si tese ancora di più, mentre i suoi pensieri, come
l’orologio di Nat, schizzavano avanti di sette minuti rispetto a se stessi. Passarono al
setaccio tutti i file, per stabilire quale ragazza, troia o signora, quale fottuto casino poteva
aver lasciato in giro.
«Era Garnet Singletary» stava dicendo Gwen. «Archy, il signor Jones. È… oh, Archy, è
morto. Morto.»
«È… cosa?» disse Archy, registrando un improvviso affluso di sangue alle guance. «Ma
no, l’ho visto stamattina.»
«Credo… credo che la sua vicina, ehm, la signora Wiggins, che abita di fronte. È lei che
ha chiamato l’ambulanza.»
Anche se Archy non era del tutto presente a se stesso, conservava abbastanza lucidità
da notare che Gwen sembrava frastornata, scossa. È vero, pensò.
«Ma ci ho parlato due ore fa!» disse Nat, come se quelle parole potessero smentire,
screditare le cose prive di senso che Gwen stava dicendo. Si passò le dita su quella
paglietta per le pentole color acciaio che erano i suoi capelli. Pescò il cellulare dalla tasca
della giacca. «Sì, ehi, Garnet» disse. «Nat Jaffe. Che cazzo è successo?»
Attraversò il patio, dando le spalle a Gwen e Archy, scettico fino in fondo, deciso a
dubitare per principio di quello che aveva sentito finché non ne avesse ricevuto conferma
da una fonte indipendente: per Nat, tutte le cose straordinarie di cui la gente andava
cianciando erano «leggende metropolitane», «interpretazioni improprie», «illusioni
collettive», o «false etimologie». Di regola, uno dei suoi coglioni metteva in dubbio la
testimonianza dell’altro, e tutti e due diffidavano di quello che sosteneva l’uccello.
Probabilmente sperava che Garnet lo aiutasse a contattare la signora Wiggins, a ottenere
il rapporto della polizia, la dichiarazione del coroner.
Ignaro, El Boom risvegliò la grancassa, dividendo semicrome tra charleston e rullante,
poi cominciò a marcare il battere, tirando fuori un crab-step mezzo ubriaco che in qualche
modo rotolò nel break di Funky Drummer (King, 1970). Il signor Jones aveva sempre
sostenuto che James Brown fosse suo cugino da parte di madre (pur senza addurre
alcuna prova in grado di soddisfare Nat Jaffe, a parte una menzione non comprovata nelle
note di copertina di Redbonin’). Archy ripensò al modo in cui una volta il signor Jones era
sceso dal suo sgabello al Brokeland per eseguire una mashed potato sulle piastrelle del
pavimento, osservandosi i minuscoli piedi da uccello con un sorriso stupito, come se
fossero due prodigi.
«Oh, no» disse Gwen. «Per favore, Archy, non piangere.»
Gwen si asciugò la guancia con l’avambraccio. Andò da lui e fece del suo meglio per
abbracciarlo. Archy era troppo alto, lei troppo larga. Allora lo tirò verso una sedia, uno di
quegli affari messicani fatti di pelle di cinghiale e stecche di legno. Gli cadde sulle
ginocchia, gettando la sedia nel panico. Tra le sue braccia, Archy si lasciò andare per
qualche istante. Il profumo dei capelli di Gwen, fresco contro la sua guancia, pulito,
floreale.
«Tranquillo» gli disse. «So cosa si prova.»
All’improvviso – con quelle parole – Archy sentì che lei lo perdonava. Da qualche parte,
nel mezzo del continente di shock e dolore che era Archy Stallings, un principato minore
esultò.
«La cosa più simile a un padre che abbia mai avuto» disse.
«L’hai sempre detto.»
Parole che volevano suonare dolci, Archy lo sapeva, ma che le uscirono più simili a un
rimprovero che a un elogio funebre. Gwen andava d’accordo con il signor Jones: lo
considerava un tipo amabile, sfuggente sul piano emotivo, riservato, la cui peculiarità,
organo a parte, consisteva nell’attaccamento al proprio pappagallo e ai completi casual
anni Settanta; nulla, in fin dei conti, che autorizzasse Archy a considerarlo alla stregua di
un padre. Archy concordava con quella valutazione. Non gli dispiaceva venire al secondo
posto dopo Cinquantotto: quel pappagallo era una sorta di prodigio, un Mozart degli
uccelli.
«Stava caricando l’Hammond» disse Nat, infilando di nuovo il cellulare nella tasca.
«Penso che non l’avesse fissato bene con le cinghie sul carrello. Gli è caduto addosso.»
Il giorno che avrò bisogno di aiuto per spostare questa roba, sarà quello in cui
rinuncerò per sempre a suonarla. Archy l’aveva lasciato andare via, l’aveva lasciato uscire
dal garage. Arrabbiato, agitato per qualcosa che Archy non avrebbe mai capito. Assorto
nei suoi pensieri, distratto, senza nessuno che lo aiutasse a sollevare quell’aggeggio
pesante, così pesante.
«Oh, ah, salve» disse Leslie, la ragazza con il portablocco, spedita a punzecchiare l’orso
con un bastone, facendo capolino da dietro le spalle di Gwen. «Allora, la gente comincia
ad arrivare. Robin e David pensavano che magari potreste, be’, cominciare.»
«Siamo pronti» disse Nat. «Solo che, ecco, dovremo ridurci un po’ l’ingaggio, perché il
mio bassista ha un corso preparto, e abbiamo appena scoperto che… be’, è successa una
disgrazia, il mio organista, ecco… è appena morto.»
«Oh, no» disse Leslie battendo le palpebre. Diede uno sguardo al portablocco, per
vedere se nei materiali della campagna elettorale c’erano istruzioni su come procedere in
caso di musicista morto. «Mi dispiace tantissimo.»
«Per cui stasera saremo un duo. Chitarra e batteria. Ma possiamo…»
Due uomini del parcheggio uscirono sul patio. Uno portava il basso jazz di Archy nella
sua custodia morbida, l’altro lo seguiva con l’amplificatore e i cavi. Il capo parcheggiatore
tese a Gwen un biglietto per l’auto, e Gwen indicò loro Archy con un cenno del capo.
«Avete un trio» disse a Leslie. «Più una donna incinta con una camicia da bowling.»

Appena prima che la padrona di casa, detentrice del brevetto di un gene che codificava
una proteina in grado di prevenire il rigetto di un rene trapiantato, radunasse tutti gli
ospiti sotto le travi d’abete intagliate e decorate a stencil del salone, e mandasse la
ragazza della campagna elettorale a dire alla band di smettere di suonare per dieci
minuti, così che Obama, membro del Senato dell’Illinois, potesse fare agli altri convenuti,
ognuno dei quali aveva versato almeno mille dollari per partecipare a quell’evento, un
discorso in cui avrebbe cercato, con parole misurate e atteggiamento sereno, di
rassicurarli (invano ed erroneamente, come si sarebbe poi visto) circa il fatto che il loro
candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America a novembre non sarebbe andato
incontro a una ignominiosa sconfitta, Obama si fermò nel vano della porta che si apriva
sul patio ad ascoltare per un minuto la band reclutata per la serata. Stavano eseguendo
con evidente serietà di intenti una cover strumentale di Higher Ground.
La sezione ritmica era composta da un vecchio con i capelli grigi e un maglione
dolcevita bianco, che mostrava l’ingannevole calma del batterista saldo come una roccia,
e picchiava con violenza restando immobile come un geco su una pietra. Un tizio grande e
grosso con un completo assurdo, più giovane, suonava un basso collegato a un vecchio
amplificatore per organo, in legno, delle dimensioni di un forno. La sua acustica forniva
alla linea del basso una grandiosità grassa, melmosa, nero melassa. In disparte, un
bianco segaligno dall’espressione cupa avvolgeva spirali di note in alte meringhe jazzate
sopra il fondo pesante, pesantissimo della canzone, una delle preferite del senatore.
Obama indugiò nel vano della porta, mentre un filo di agitazione si insinuava nella
padrona di casa. Batteva il ritmo col piede, muovendo su e giù la testa con i capelli
tagliati cortissimi.
«Questi signori sono parecchio funky» commentò, rivolgendo la sua osservazione a una
donna bassa, straordinariamente incinta, con una camicia da bowling di taglio maschile,
in piedi oltre le porte aperte del patio, scura, carina, con un’acconciatura seducente, un
complicato anemone di piccoli dreadlock. Le dita della sua mano destra guizzavano sulla
pancia suonando note fantasma di basso. Alle sue parole, la donna incinta annuì senza
voltarsi a guardarlo – sembrava cercasse di nascondersi, in modo quasi punitivo, dietro le
spine affusolate di un cactus in vaso, la cui forma ricordava quella di un candelabro.
Quell’estate, Obama era in corsa per il Senato degli Stati Uniti e il mese precedente
aveva tenuto un meraviglioso discorso alla convention democratica a Boston. Quando si
voltò verso di lui, la donna spalancò gli occhi.
«Amici suoi?» le chiese.
Era una deduzione ragionevole, visto che, con quella camicia da bowling, Gwen si
distingueva dalle altre donne presenti, la maggior parte delle quali portava abiti da
cocktail. Era anche una delle pochissime donne di colore in sala. Annuì ancora,
rigidamente, senza più suonare il basso, lo sguardo vitreo. Si sentiva troppo grossa,
suppose Obama, non abbastanza elegante per l’occasione, e intrappolata dietro un cactus
da un famoso uomo di colore in una casa da sogno piena di bianchi. Lui si spinse oltre.
«Quello al basso è suo marito?»
La donna incinta lo guardò con la coda dell’occhio, uno sguardo divertito, e sembrò
riprendersi dall’imbarazzo. «Be’, ora come ora la domanda è proprio questa» disse con
un’asprezza nella voce che lo colse di sorpresa. «Non è vero?»
«Senatore?» disse la padrona di casa, molto bella nella sua mise elaborata, tutta
pieghe e angoli. «È pronto? Posso chiedere alla band di…»
«Lasciamogli finire questo pezzo» disse Obama.
La sua memoria riempì la melodia con le parole che mancavano, un testo che riusciva a
essere nel contempo ottimista e apocalittico, perfettamente in linea con l’umore politico
del momento, se solo qualcuno nella folla vi avesse prestato attenzione, cosa di cui, a
giudicare dall’inarrestabile chiacchiericcio e dal malinconico dilungarsi dell’esecuzione, il
senatore del tredicesimo distretto dell’Illinois francamente dubitava. Si fermò ancora un
po’ ad ascoltare.
«È un peccato che nessuno balli» disse.
«Credo che non sia quel tipo di party» disse la donna incinta.
«Non lo sono quasi mai» ammise Obama. «Quasi mai. Io adesso le chiederei di ballare,
ma non penso che mia moglie sarebbe contenta se venisse a sapere che mi hanno visto
ballare con una bellissima sorella nel suo stato.»
«Mi piace la sua filosofia» disse la donna incinta, fissando il bassista in un modo che
confermò, con soddisfazione del senatore, la sua deduzione iniziale. «È una filosofia che
mi sento di sposare completamente. Mi spiace solo che non sia più diffusa.»
Il senatore si sentì obbligato a sorridere. «Il fratello ci mette il cuore, però» osservò.
«Lo si vede benissimo. Molto cuore.»
Il bassista muoveva le dita su e giù per la tastiera come un cieco che legge qualcosa di
appassionato in Braille. Il senatore si ricordò di aver colto alcune parole all’altoparlante,
all’inizio della serata, sul fatto che la band voleva dedicare il concerto a qualcuno che era
morto, un certo Jones. Osservò l’uomo con il vestito viola suonare il suo kaddish.
«Quello sì che è un vestito» disse Obama. «Solo un tipo speciale può andare in giro con
un vestito così.»
«Sa che non se ne rende nemmeno conto?» disse la donna incinta. «Lui non si
imbarazza, nemmeno un po’, a girare con quella roba.» Disprezzo e ammirazione nella
sua voce, quasi in ugual misura. «L’esterno è intonato con quello che c’è dentro. È come…
Non riesco nemmeno a dirglielo. Non ostinato, voglio dire, sì, può essere maledettamente
ostinato, ostinato e pieno di orgoglio, ma per andarsene in giro così, voglio dire, con un
vestito viola che farebbe venire dei dubbi perfino a un magnaccia, e delle scarpe con la
zeppa… Cioè, uno deve avere…»
«Dignità.»
Al suono di quella parola, la donna incinta lo guardò. Sul suo viso passò un’espressione
strana, come se, pensò lui, avvertisse una contrazione.
«Ha appena avuto un lutto.»
«Sì, mi è giunta voce, un certo Jones.»
«Sì, sì, avrebbe dovuto essere qui, suonava l’organo. Cochise Jones.»
«Cochise Jones, ecco.»
Forse il nome l’aveva colpito, una debole impronta sulla sabbia della memoria del
senatore. Ma poteva darsi benissimo che a lasciare quell’impronta fossero stati Elvin o
Philly Joe.
«Avrebbe dovuto essere qui a suonare. È appena successo, è mancato oggi
pomeriggio.»
«È terribile, mi dispiace.»
«Per mio marito era come un padre.»
In qualche modo, senza soluzione di continuità, la band era passata a una cover di
Trespasser dei Bad Medicine.
«Grazie per avermelo detto» disse Obama. «Sa, l’ho sentito nel modo in cui suonava.
C’era una nota di dolore. Ma non sapevo cosa fosse.»
«Il signor Jones era anche lui un idiota inconcludente, a modo suo» disse lei con
dolcezza. «Un musicista. Aveva fatto, se non ricordo male, un sacco di piani elaborati per
il suo funerale, la banda, il carro funebre Cadillac.» Scosse il capo. «Le ultime due
settimane, quando avremmo potuto prepararci per il bambino, goderci il nostro ultimo
periodo da soli? Mio marito ha preferito passarle in garage, a riparare quel vecchio
dinosauro polveroso di un amplificatore, lo vede? Eccolo lì. E adesso che manca un mese?
Sarà tutto preso da questa follia del funerale. Invece che da quello su cui dovrebbe
concentrarsi.»
«Sa» disse il senatore, «io… capisco la sua frustrazione. Abbiamo sentito tutti,
sappiamo tutti come possono essere i musicisti. Ma viaggiando, facendo la campagna
elettorale, a casa, in giro per il Paese, ho visto un sacco di gente, ho incontrato molta
gente. I fortunati sono quelli come suo marito. Quelli che trovano un lavoro che per loro
significa qualcosa. In cui possono davvero metterci il cuore, per quanto assurdo possa
sembrare agli altri.»
Pronunciate queste parole, forse, il senatore avvertì una traccia di apprensione, una
lieve contrazione di Braxton-Hicks di paura, ricordando lo scopo per cui era stato portato
lì in volo il giorno prima, sul dirigibile privato di Gibson Goode, il Minnie Riperton. Goode
andava a una specie di fiera di memorabilia e il senatore aveva approfittato del
passaggio.
«E questo mi ricorda…»
Si voltò verso la padrona di casa, la cui evidente impazienza per il suo ritardo era
motivata non tanto dalla necessità di rispettare il programma quanto dal suo probabile
desiderio di ricevere rassicurazioni sull’esito delle prossime elezioni, rassicurazioni che lui
sperava di essere in grado di darle.
«Bene, Robin» le disse. «Sono pronto.»
Strinse la mano alla donna incinta, che adesso appariva distratta, persa nei suoi
pensieri, perfino sorprendentemente disinteressata – vista la sua prima reazione di forte
imbarazzo – alla nascente stella dell’Illinois.
«Ha ragione» disse lei, e per un secondo Obama non riuscì a riacchiappare il filo del
discorso che lei stava seguendo. «Ho buttato via la mia vita.»
«Oh, non sia troppo dura con lui, adesso» disse Obama, cercando, poco prima di
andarsene, di mantenere un tono leggero.
«Non parlavo di lui» disse. «Cioè, sì, ma anche no. Mi riferivo a quello che lei ha detto
sul lavoro. Sul mettere il cuore e l’anima in qualcosa che abbia un significato. Grazie per
averlo detto.»
Gli strinse la mano con sconcertante solennità.
Fecero smettere la band, furono radunati gli ospiti, e Barack Obama entrò ad ampie
falcate nel salone, disinvolto e sorridente. Si piazzò davanti a un’alta parete color
cannella, su cui campeggiavano alcuni retablos, malconci quadrati di stagno e acciaio su
cui credule anime messicane avevano dipinto, con una semplicità tecnica dolorosa e
toccante, le loro sventure, ed espresso con forza la loro gratitudine alla Vergine Maria
madre di Dio o a vari santos e santas per aver loro concesso la grazia. Agli occhi di
almeno un osservatore, era evidente che il senatore in quel momento avvertiva tutto il
peso dei desideri che gli gravavano adosso. Attese un paio di secondi prima di iniziare il
suo discorso.
«Era la cosa più simile a un padre che tu abbia mai avuto» disse la donna incinta
all’uomo con l’abito viola, riempiendo con il suo profondo sussurro il prolungato silenzio di
Obama. «È ovvio che va seppellito come si deve.»

Il ragazzo era seduto al tavolo della cucina di Aviva, con indosso i jeans color ghisa, il
giubbotto di felpa e la camicia scozzese con le maniche corte con cui le aveva augurato la
buonanotte la sera prima. Se Julie era sempre stato uno zayde prematuro, nato
nostalgico, bisbetico, vecchio di 103 anni, allora forse era quello il legame che sentiva con
Titus il vecchio, che se ne stava lì, curvo sopra una rivista, accanto alla scatola degli All-
Bran di Nat, nel suo giubbotto sintetico, con il palmo della mano affondato nella guancia.
Così perso in qualsiasi cosa stesse leggendo da non alzare nemmeno lo sguardo quando
Aviva si fermò nel vano della porta, allacciandosi più stretta la vestaglia attorno alla vita,
e disse: «Ehi, buongiorno».
Titus rimase dov’era, intento, apparentemente, a perfezionare la propria immobilità.
Aviva non si era ancora fatta un’opinione sul ragazzino – stava ancora raccogliendo prove
– ma ne apprezzava l’immobilità, la naturale parsimonia nei movimenti. Non era un
Batterista su Tutte le Superfici Risonanti come Julie, o un Perpetuo Canticchiatore di
Infinite Melodie come Nat. Almeno questo era disposta ad ammetterlo.
Nell’arco del giorno e delle due notti che Titus aveva trascorso dai Jaffe, Aviva si era
trovata costretta ad assegnargli qualche punto, a riconoscergli piccole dosi di
approvazione, non più grandi o di maggior valore di, diciamo, cinque centesimi o un
fagiolo. Per la sua pulizia, la sua familiarità con l’acqua e il sapone, i suoi modi educati, la
sua prontezza nello sparecchiarsi i piatti dopo mangiato senza che lei glielo chiedesse.
Dietro ognuna di queste qualità, Aviva percepiva la dura mano spettrale della defunta
nonna texana, ed era in onore di quella perduta donna di ferro che aveva deciso di tenere
aperto il file di Titus ancora per un po’, perché dall’istante in cui era entrato in casa,
zoppicando, con quella sua andatura da nonno costipato, con la sacca da marinaio
macchiata e una spilla da balia fissata all’anima con il divieto – simile a un appunto
frettolosamente scarabocchiato dal suo padre putativo – di rivelare la sua esistenza alla
sua socia e migliore amica, il giudizio istantaneo di Aviva sul ragazzino era stato: guai.
Guai per tutti, ma guai soprattutto, supponeva, per Julie, che si era innamorato, un
amore confuso e disordinato il suo, di Titus Joyner.
Nat conveniva (raro abbinamento delle due parole) che, con l’arrivo di Titus, tutti i
recenti episodi di apparente follia da parte di Julie sembravano di colpo aver acquistato
un senso. Solo la lunga abitudine a misurare la temperatura del proprio razzismo, dei suoi
pregiudizi e stereotipi riguardo ai giovani maschi neri (o al ferreo perdurare delle loro
nonne) aveva permesso ad Aviva di mettere da parte, per il momento, la sua reazione
istintiva – quel ragazzo era sinonimo di guai – e di ammirare la calma di Titus. Ecco
un’altra qualità che non condivideva con suo figlio, mal lavato, maleducato, trasandato e
iperattivo.
Poi udì lo stridore umido e lento del respiro di Titus: il ragazzo dormiva. I capelli, fino
ad allora tenuti con puntiglio da collezionista in una afro d’archivio del 1973, erano tutti a
grumi e batuffoli, un mappamondo in rilievo. Se ne stava lì, puntellato e sonnecchiante
nella tenue e grigia luce che irradiava la nebbia mattutina fuori della finestra, chino su
una copia di – lo raggiunse, allungò la mano e girò la copertina della rivista – «American
Cinematographer».
Dall’autonomo aggregarsi delle nanoparticelle del suo pessimismo, nell’immaginazione
di Aviva cominciò a prender forma una storia. I capelli crespi, gli indumenti del giorno
precedente ai quali era attaccato un inconfondibile seppur debole odore di Berkeley
notturna (salvia rossa, gelsomino, nebbia, urina di gatto), l’evidente profondità del sonno.
Oh, il subdolo stronzetto!
Uscì a ritroso dalla cucina per non svegliarlo prima che la sua teoria potesse trovare
conferma. Come gran parte delle persone sospettose per natura, lei stessa sapeva agire
subdolamente e tendeva a procedere in maniera furtiva nella ricerca di conferme delle
sue teorie. Salì senza far rumore fino alla camera di Julie e aprì con cautela la porta,
ignorando tre diversi cartelli appesi con le puntine che – in klingon, runico e
(presumibilmente) finto sangue – vietavano l’ingresso a una varietà di intrusi. Nella luce
fioca, Julie giaceva raggomitolato nel suo letto Ikea, così assurdamente minuscolo che lei
non osò guardarlo, per evitare che la nostalgia per il bambino, il vecchietto che un tempo
era stato, ostacolasse le sue indagini. Sul pavimento della mansarda, il futon srotolato
due sere prima per ospitare Titus presentava un leggero avvallamento oblungo, ma era
ancora fatto, le coperte rimboccate e tese, come i lembi e le pieghe della camicia del
ragazzo. Ad Aviva ciò suggerì, o piuttosto confermò, che Titus ci si era sdraiato sopra,
completamente vestito, finché non si era sentito sicuro di poter scivolare fuori attraverso
l’unica finestra della mansarda, il cui pannello inferiore era completmente aperto. Sotto la
finestra, le scarpe da ginnastica megalitiche di Titus giacevano a una strana angolazione,
come se se le fosse tolte un istante dopo essere rientrato rotolando dall’esterno.
Aviva attraversò la camera e si piazzò accanto al letto di Julie, cercando di stabilire
dalle prove visibili – le ossa arcuate della colonna vertebrale, un abbozzo aggrovigliato di
ginocchia e gomiti fra le lenzuola – se anche lui fosse sgattaiolato fuori di casa durante la
notte, e poi risgattaiolato dentro. Usò la perspicacia come scudo contro il panico. Niente
scarpe rivelatrici né calze lanciate lontano.
Aviva ridiscese in cucina e cominciò a cucinare furiosamente la colazione che Titus
aveva dichiarato di preferire, pancake e bacon. Ruppe le uova come se fossero le spurie
argomentazioni di avversari indegni. Con il disprezzo che riserviamo a chi non si rivela
all’altezza delle proprie ridicole vanterie, osservò il bacon ridursi nel suo stesso grasso.
Staccò dalla piastra i pancake e li girò come si tronca una discussione inutile. Nella
pastella, il latticello e il bicarbonato misero in scena un’allegoria del suo pH emotivo.
Quando si trovò di fronte i pancake come tanti dollari d’argento e una sfrigolante fetta del
miglior bacon affumicato al legno di melo del Berkeley Bowl, sentì di aver esaurito gran
parte dell’indignazione che la scoperta delle avventure notturne di Titus aveva suscitato
in lei. Questo ottemperava alla politica ufficiale di Aviva Roth-Jaffe in materia di
indignazione: anche quando era giustificata, era uno strumento inutile.
«Bene, mister» disse mettendogli davanti il piatto. «Sveglia.»
Titus sussultò, spalancò gli occhi, staccò la guancia dalla mano. Guardò Aviva, il piatto,
di nuovo lei. Mise a fuoco dov’era, e quello che Aviva aveva fatto per lui, e i suoi grandi
occhi bruni si inumidirono come quelli di un cucciolo. Proprio mentre Aviva sentiva
esaurirsi l’ultimo centimetro di irritazione, vide Titus ricordarsi di fare il duro che si
supponeva fosse. Il suo sguardo si ghiacciò. Le narici si dilatarono come se avessero
scoperto nel vapore che si alzava dai pancake una zaffata di qualcosa di ignobile.
«Grazie» disse, sterilizzando la voce contro ogni possibile traccia di gratitudine, mentre
affondava il coltello nella pila di pancake.
«Quando sei rientrato?»
Invece di rispondere, Titus sollevò forchettate di strati, una dopo l’altra, come se nella
sua bocca fosse in azione un nastro trasportatore in azione.
«Puoi anche evitare la scenetta dell’uomo-di-poche-parole, bellezza. Con Julie ti ho
sentito parlare a ruota libera. Lo so che per te è un modo di affermare l’inutilità di parlare
con gli adulti o con i bianchi o roba del genere, ma per me è solo mancanza di rispetto. Io
non ho fatto niente per meritarmela. E so che tua nonna non ti ha insegnato la
maleducazione.»
Titus masticò l’ultimo boccone, soppesando gli argomenti di Aviva, riflettendoci. Mandò
giù. Bevve un sorso di latte. «Mi ripeterebbe la domanda, per piacere?» disse.
«A che ora sei rientrato? So che sei stato fuori, Titus. Nel tuo letto non ci hai dormito.
Non provarci nemmeno a dirmi una bugia.»
«Oh, sì, be’, non ho l’orologio, così…»
La conferma della sua supposizione non la sorprese – le sue supposizioni, radicate nel
pessimismo, equivalevano alle leggi universali della fisica – ma nemmeno la consolò.
Sentì che il panico di prima la assaliva di nuovo. «Julie è venuto con te?»
«Sì.»
«Oddio.»
Aviva cadde su una sedia accanto al tavolo. A volte, nel caso di una distocia di spalla,
dopo il fallimento di ogni altro intervento, un medico può tentare la manovra di Zavanelli,
piantando la mano sul capo del bambino incastrato per le spalle per respingerlo indietro,
nel buio. Aviva eseguì una manovra simile sul senso di panico che si dibatteva per uscire
da lei, nella luce del mattino.
«Be’» disse. Si appoggiò allo schienale, cercando di farsi venire in mente qualcosa di
ragionevole e di autorevole da dire. «Dove siete andati?»
Titus sembrò considerare sul serio l’ipotesi di rispondere alla sua domanda. Poi prese
un pezzo di bacon e alzò le spalle. «Dappertutto» disse. «Siamo stati in giro.»
«In giro?»
«Io in bicicletta. Lui sullo skateboard. Non sa fare molto a parte andare sullo
skateboard, ma può attaccarsi a me, mi piace tirarlo con la bici.»
Aviva se li immaginò: Julie dietro Titus nell’oscurità estiva di Berkeley, che si teneva
alla spalla dell’amico, come aveva visto fare ad altri ragazzi con lo skateboard.
«Non voglio che lo facciate più» disse. «Non finché abiti in casa mia. Tu te ne vai a
letto, te ne stai a letto, ti svegli nel tuo letto la mattina. Capito?»
«Sì, signora.»
Doveva ammettere che gli piacevano molto i «signore» e «signora» che uscivano così
prontamente dalle sue labbra, strascicati come pezzetti di burro spalmati sugli scones. Si
ricordò di qualche estate prima, quando con Nat e Julie era andata a fare un’escursione
nel parco di Yosemite. Avevano percorso il Mist Trail, salendo per un’assurda scalinata di
pietre, progettata, tagliata, trasportata e fissata per sempre al suo posto, a prova del
tempo e dei terremoti, sotto il patronato della WPA . Ricordava di aver provato gratitudine
per quegli uomini da tempo defunti, i progettisti e gli operai, per la loro avvedutezza, la
loro fatica, l’insensatezza eroica di quella scala di granito. Era lo stesso sentimento che
provava nei confronti della nonna del ragazzo, ogni volta che lui la chiamava «signora».
«Quando fai così, Titus» disse, addolcendo la voce perché erano quasi faccia a faccia,
«quando esci di nascosto così da casa mia, tu mi manchi di rispetto.»
Il ragazzo scosse la testa, e sul volto c’era l’impronta digitale di un sorrisetto, mentre
gli occhi bassi indicavano che provava pietà per lei.
«Cosa?» disse Aviva. «Non sei d’accordo?»
«Non… non sto dicendo niente.»
Titus prese a esaminare le piastrelle dietro il lavandino, di un iridescente rosso ruggine
e panna. Un tempo Aviva aveva odiato quelle piastrelle, poi per un decennio le aveva
ignorate, e adesso provava per quei toni di terra lo stesso misto di tenerezza e derisione
che le suscitavano tutti i relitti degli anni Settanta. A giudicare dall’intensità dello
sguardo, il ragazzo avrebbe potuto fissare qualche cima innevata, desolata e solitaria.
«Non voglio nemmeno essere qui.» I suoi occhi abbandonarono l’esame dell’alta e
fredda dimora della sua anima per gettare uno sguardo beffardo nella direzione di Aviva.
«Con tutto il rispetto.»
«Davvero?» disse Aviva, sapendo di aver punto sul vivo, domandandosi che cosa
sperava di guadagnarci nel prolungare la conversazione, chiedendosi perché mai non
fosse disposta a concedere una tregua al ragazzo. «Julie l’ha raccontata diversa. Ha detto
che l’hai pregato di farti stare con noi.»
«Cosa? No, lui ha solo… io… no, no, signora.»
Adesso stavano diventando più spregevoli e automatici, quei «signora», e Aviva insisté,
quasi facesse da medium a una vecchia texana che non aveva mai conosciuto, infilando i
pollici nella scucitura che aveva trovato.
«Così ho sentito io. Stare con i Jaffe, mangiare tutto il tempeh che ti riesce.»
Titus guardò il piatto davanti a sé con la faccia di uno che è stato tradito. «Ha messo
del tempeh nei pancake?»
«Solo un po’» disse Aviva. «Scherzo. Nessuno ti costringerà a mangiare tempeh contro
la tua volontà. Allora, dov’è che siete andati?»
Titus allontanò da sé il piatto sospetto e fece per alzarsi.
«Non ti ho dato il permesso, signorino.»
Titus annuì; era vero. Si rimise a sedere e prese a leggere un articolo sull’«American
Cinematographer», un uomo con il vestito bianco fissava un battello che pareva una torta
di nozze incagliato su una montagna nella giungla, Aviva si era scordata il nome del film.
Una vecchia copia della rivista che Julie aveva preso chissà dove, al mercato delle pulci o
alla Fiera del Riciclo Creativo dell’East Bay. Si alzò, si strinse di nuovo la cintura della
vestaglia, si versò una tazza di caffè, e si sedette di fronte a lui dall’altra parte del tavolo.
Fitzcarraldo. L’aveva visto al terzo anno di college al Telegraph Repertory, più o meno
all’epoca in cui aveva incontrato Nat, che ci lavorava come maschera due volte alla
settimana. Nell’84, ’85, giusto verso la triste fine di quel vecchio soffocante scatolone
nero. Non molto prima della sera in cui lui si era precipitato in suo soccorso. Chissà che
cosa sarebbe successo, se non fosse arrivato Nat, con la sua afro da ebreo già passata di
moda e il suo improbabile accento sudista che ti scioglieva il cuore? Nat com’era allora, il
più presuntuoso scarto scolastico al mondo, con le sue complicate teorie su Peter Lorre, e
in mano un bicchiere gigante di popcorn gratis. Nat che lavorava contemporaneamente
alla Rather Ripped Records e alla Pellucidar Books, entrambi ormai chiusi da anni. Simile
a un Asburgo in esilio, cresciuto e addestrato per unire le corone di regni perduti. Una
volta Aviva era capace di trovare una certa consolazione nell’aria di eroica obsolescenza
che lui ostentava, una forma di compensazione per il fardello, materiale ed emotivo, che
il fatto di essere sposata con lui comportava. Adesso, era già tanto se riusciva a guardarlo
con aria più divertita che sprezzante.
«Quindi, d’accordo, qui non ci vuoi stare. E da chi è che vorresti stare? Da tuo padre?»
Il ragazzo sembrava trovare molto affascinante l’articolo su Fitzcarraldo, o forse si era
addormentato un’altra volta. Aviva non riusciva a vedergli gli occhi.
«Tu e Julie avete la vostra ultima lezione questa sera.»
«Sì, signora.»
«Julie dice che vuoi diventare regista.»
Nessuna risposta.
«Ha detto che hai scritto una sceneggiatura.»
Titus intinse la punta dell’indice sinistro – era mancino – nella pozza di sciroppo d’acero
rimasta nel piatto. Aviva resistette all’impulso di dargli uno schiaffo sulla mano, come
avrebbe fatto con Julie. Lui ci mise un momento per calcolare quello che voleva o poteva
permettersi di dire.
«Lui sa di una.»
«Ne hai scritte altre?»
«Cinque.»
«Dimmi almeno un titolo.»
«Adesso posso andare?»
«Ancora un minuto di tortura.»
«Un avvenimento sul ponte di Al-Qufa.»
«Ponte di Al-Qufa? È… è una storia di guerra?»
«È un… come dire, un adattamento di Un avvenimento sul ponte di Owl Creek. Ma
ambientato durante la Guerra del Golfo, non quella Civile» disse, cogliendo in fallo l’io
razzista di Aviva, sottoposto alla più stretta sorveglianza. «Di Ambrose Bierce, così è di
dominio pubblico, non devo pagare i diritti.»
«Sai, tuo padre, Archy, ha combattuto nella Guerra del Golfo. Nell’esercito.»
Nessuna risposta.
«Lo sapevi?»
«Posso andare?»
«Andare dove?» Aviva ebbe un’intuizione improvvisa. «Sai dove abita?»
«Dove abita chi?»
«Archy. Passi davanti a casa sua, vero? Di notte. In bicicletta.»
«Devo andare in bagno.»
La guardò, la guardò davvero per la prima volta in tutta la mattina. I suoi occhi erano
imploranti, la supplicavano di porre fine a quella sofferenza.
«Bene» disse Aviva, e mentre lui le girava intorno con un balzo per uscire dalla stanza
di Torquemada, lei gli toccò la spalla con la mano destra che aveva impedito a un
migliaio di bambini di andare troppo lontano, troppo veloce. «Ma ascoltami bene. Non
voglio che cacci mio figlio in qualche guaio, a forza di starvene fuori tutta la notte. E non
permetterti di raccontarmi altre bugie.»
«No, signora.»
«Non chiamarmi più così, per favore. Va bene Aviva.»
«Capito» disse il ragazzo. «Adesso, per favore, toglimi di dosso quella cazzo di mano,
Aviva.»
Lo lasciò andare. Titus si avviò fuori dalla cucina, poi si voltò.
«Tuo figlio è un finocchio succhiacazzi» disse. «Casomai te lo stessi chiedendo. E
questa non è una bugia.»
«È un buon inizio» disse Aviva. «Si comincia sempre a costruire dalle fondamenta.»
«Può chiamarmi Moby.»
Gwen correva tenendosi la pancia sul vialetto del Nefastis Building, uno sgorbio di
cemento a tre piani il cui ingresso rigurgitava turbini di menu take-away e foglie di
buganvillea. A chilometri dall’ascensore, forse il più lento dell’emisfero occidentale, se
l’avesse perso avrebbe dovuto aspettare almeno dieci minuti. Gridò: «Oh, signor
Oberstein, potrebbe per favore aspettarmi?».
La targhetta davanti alla quale Gwen passava ogni giorno lavorativo della sua vita
diceva OBERSTEIN, e lei non aveva mai incontrato nessuno che avesse un aspetto così
sfacciatamente da Oberstein, in particolare con indosso un tre pezzi. In più, aveva sempre
pensato che il soprannome preferito dell’avvocato sottintedesse un «Dick» inespresso. Ma
l’uomo aveva allungato un mocassino per evitare che la porta dell’ascensore le si
chiudesse in faccia, e ogni mese spendeva un sacco di soldi al Brokeland, contribuendo ad
assottigliarne le scorte di vinili, così lo chiamò come desiderava essere chiamato e lo
ringraziò per aver bloccato la porta.
«Grazie, Moby» disse.
Gwen osservò che, insieme all’abito blu e ai mocassini marroni, indossava calze tubolari
bianche con una riga blu. «Sei mattiniero» disse. Erano appena le sei e trenta: il lunedì la
Berkeley Birth Partners apriva prestissimo per andare incontro alle esigenze delle donne
che lavoravano. A quell’ora, Moby sarebbe stata l’unica forma di vita nell’edificio a parte
Gwen e le tartarughe nel terrario del dottor Mendelsohn.
«Devo essere alla corte federale alle nove, sorella» disse Moby, nella sua tipica parlata
da cantante bianco truccato da nero, un’affettazione della quale forse era rimasto
prigioniero suo malgrado, come una delicata falena bianca in una goccia d’ambra hip hop.
«E devo prepararmi. Sto cercando di ottenere la rappresentanza legale delle balene, e di
far causa alla Marina per conto loro.»
«Oh, giusto» disse Gwen, ricordandosi vagamente la storia, balene in rovina, confuse
dalle puzze dei sottomarini. Eppure quell’uomo aveva un vantaggio su di lei. Nel lavoro
seguiva il suo cuore, faceva quello che amava, amava quello che faceva. «Buon per te.»
Si mossero a piccoli passi verso il cielo. L’ascensore sbatté, mugghiò, stridette, simile a
Sun Ra e a tutta la tremenda Arkestra intrappolati in una macchina per la risonanza
magnetica.
«Hai presente i sonar a bassa frequenza? Quelli che sta testando la Marina? Ecco, sono
pessimi. Gli sputtanano i sistemi di orientamento interni, e quelle si spiaggiano, subiscono
danni cerebrali. Ogni volta che fanno un test, ci sono decine di balene morte che finiscono
a riva.»
«Devo essere sincera, Moby» disse Gwen indicando la sorprendente impresa che era la
sua pancia con un ta-dà! degno della valletta di un prestigiatore. «La parola “balena” non
mi fa impazzire, in questi giorni.»
«Ogni giorno è buono, eh?» disse Oberstein. «Il pupo è pronto a saltar fuori.»
«Tra quattro settimane.»
«Però.»
«Appunto. Sinceramente, mi stupisce che nell’ascensore ci stiamo tutti e due. La
settimana prossima potrei aver bisogno di un ascensore solo per me.»
«Massimo cinque settimane e tu non sarai più incinta. Io invece sarò ancora grasso.»
«Ehi, lascia che ti dica una cosa.» Gwen non aveva dormito bene, resa inquieta dal
groviglio che si agitava nella pancia, dal dolore pulsante alla schiena. Da flash neri e rossi
di Lydia Frankenthaler sanguinante, di Cochise Jones inchiodato e rantolante sotto il
catafalco del suo B-3. Dal pensiero di Archy e del suo furtivo approccio al dolore. Lui che si
teneva stretta la tristezza come se fosse un segreto, passando da una cosa di cui non
riusciva a parlare a un’altra, attraversando di soppiatto il campo delle sue emozioni, da
una tana all’altra, a testa bassa. Gwen sapeva che la causa della sua cupezza doveva
essere la perdita del signor Jones, anche se non riusciva a scuotersi di dosso la
sensazione che qualcos’altro lo preoccupasse. Si chiese se non avesse già qualche storia
parallela; se fosse innamorato di Elsabet Getachew; se avesse mentito nel sostenere che
il signor Jones aveva lasciato del denaro da parte per il suo funerale; se li stesse
condannando alla bancarotta pur di sotterrare il vecchio con quello che, con allarmante
pomposità, definiva uno stile adeguato. Ma il problema principale era il pulsare della sua
schiena. «Sarò incinta per sempre.»
«Vorrei aver già finito» concordò la prima paziente mattiniera di Gwen, Jenny Salzman-
House, che aveva lo stesso termine di Gwen ma era aumentata solo di dodici chili e
mezzo, contro i ventuno che era riuscita a mettere su Gwen. «E tu?»
Jenny aveva un colorito rosa pallido, lunghe membra, un viso da ragazzino e i capelli
biondi a caschetto, con quel taglio a forma di Volvo reso famoso dalle tenniste degli anni
Settanta. La pancia di trenta settimane non dava per nulla nell’occhio, neppure quando si
stese sul lettino e scoprì l’addome al cielo e al bagliore scialitico dei tubi fluorescenti sul
soffitto. Portava la sua gravidanza come un pallone incastrato nella piega del gomito di
un fullback, nascosta e con aplomb. La pancia di Gwen era invece una specie di forza
einsteiniana, che deformava il tessuto spaziotempo intanto che lei lo attraversava. E
quella mattina Gwen non era incline a simpatizzare con Jenny e i suoi otto chili e mezzo
di tristezza in meno.
«Io sono finita» disse Gwen. Spremette una spira lucente di gel sulla modesta cupola di
Jenny e vi appoggiò contro la sonda dell’ecografo. «Fatta e finita.»
«Dimmi di lui.»
Gwen accese l’ecografo, e un crepitio di elettricità statica inondò la stanza. Jenny
sorrise impavida durante il consueto momento di panico in attesa di informazioni. Poi dal
vuoto emerse quel fischio regolare: un segnale interstellare, il getto esalato dalla
branchia pulsante di un abitante degli abissi. La prova ritmica della vita proveniente dal
fondo del mare o dal margine estremo dell’universo. Una serie di valvole e pistoni che
parlava il semplice linguaggio di una macchina.
«Ciao, piccolo» disse Jenny.
Gwen aggiunse il battito cardiaco del bambino alle sue annotazioni sul peso, la
temperatura e la circonferenza addominale di Jenny. Tutti i valori erano nella norma, non
valeva quasi la pena di annotarli. Era sempre tutto nella norma finché all’improvviso non
lo era più. Finché il vuoto fruscio elettrico si spandeva indisturbato per lo studio. Finché la
misura dell’arco della pancia non risultava invariata rispetto al controllo precedente.
Finché la tipica placenta rimaneva bloccata in un utero di dimensioni normali, cominciava
un’emorragia, e ti ritrovavi in un’ambulanza a correre all’impazzata per le chicane di
Berkeley, appiccicaticcia di sudore e secrezioni uterine, a rispondere male ai dottori,
cercando di salvare due vite. Non che non avesse senso o fosse inutile annotare la
normalità della gravidanza di Jenny. Era che niente era normale, mai, nel lavoro di
ostetrica o nella vita; c’erano solo vari livelli di ignoranza o di rimozione, di
inconsapevolezza nei confronti del pachidermico incombere del disastro. Il suo
matrimonio era fondato sull’inganno e le bugie. Il lavoro che faceva non significava nulla
per la gente – la sua gente – per la quale soprattutto lei sperava e desiderava che quel
lavoro – e lei stessa – potessero significare qualcosa. Alla fine, tutto si riduceva a un
crepitio incessante di elettricità statica, non troppo diverso dal silenzio. Il rumore di fondo
della creazione. L’implacabile piena del tempo.
«Va tutto bene» disse Gwen a se stessa con un sussulto, spegnendo l’ecografo. «E tu ti
senti bene?»
«Solo enorme.»
«Oh. Non dirlo nemmeno.»
«Sì, no, l’unico problema che ho adesso è che mio marito trova le donne incinte
sessualmente molto eccitanti.»
«Mi dispiace.»
«Il tuo?»
«Forse, se lo lasciassi avvicinare.»
Nel quarto mese di gravidanza, per un certo periodo Gwen aveva permesso ad Archy di
godere di lei come un lupo dei cartoni animati con coltello, forchetta e tovagliolo al collo.
Distesa e apparecchiata come un buffet di Las Vagas, lasciava che lui si riempisse il
piatto. Dalla tredicesima alla diciassettesima settimana, una fitta messaggistica ormonale
si era messa a crepitare lungo la linea che li collegava, e il loro letto si era incendiato
come se fosse stato colpito da un fulmine. Gwen non riusciva a trarre vero piacere dalla
sua convenzionale presenza dentro il suo corpo, ma in compenso, per quelle strane
settimane, aveva scoperto un desiderio senza precedenti di farselo mettere nel culo, una
specie di inondazione peptidica che la apriva lì dove non era mai stata aperta prima.
Adesso era tutto passato; aveva chiuso anche con quello. A volte, di notte, una gamba di
Archy si accavallava sulla sua, e a quel contatto lei provava una sorta di rabbia, come se
la sua pelle fosse sfiorata dal fuoco, come se costituisse un insulto alla sua persona. Lui
chiaramente si era ribellato a quell’esilio dalle sue regioni interne. Aveva preso il piatto
vuoto e il tovagliolo ed era andato a farselo riempire in Etiopia. Leccandosi le labbra da
lupo.
«Vuoi che ti ordini di non avere più rapporti?» domandò Gwen.
«Oh, lo faresti?»
«Nessun problema.»
Gwen asciugò il gel sulla pancia di Jenny e sciacquò la sonda, mentre si perdeva nel
toccante ricordo di quelle settimane di fuoco ormai svanite. Mentre raccoglieva tailleur,
camicetta e valigetta, Jenny conversava passando dal resoconto della bolla del mercato
immobiliare a Rockridge alla descrizione di qualcosa di assurdo e bellissimo che avevano
fatto ai fichi a Oliveto.
«Posso anche dirgli che tu hai ordinato di prepararmi tutte le sere il gelato con la root
beer per il resto della gravidanza?» chiese Jenny mentre uscivano dalla sala visite.
Un desiderio impellente di root beer – scura, astringente, schiumosa e dolce – lacerò
l’anima di Gwen.
«Digli di chiamarmi» disse Gwen. Si sentì umiliata, irrisa dalla sua schiavitù agli ormoni
e ai venti del suo umore, impotente nella sua enormità come una balena senza avvocato,
vuota e stanca, e impegnata in un bluff continuo (come avrebbe detto l’egr. avv. Mike
Oberstein), 24 ore su 24 e 7 giorni su 7.
Queste sensazioni non fecero che aumentare quando uscì nella sala d’attesa, con le sue
poltroncine di quercia anni Ottanta foderate in lana color lampone e la sua casuale
galleria di poster di Gauguin montati su polistirolo, recuperati da un vecchio viaggio in
Danimarca di Aviva, fanciulle polinesiane dalla pelle bruna a seno nudo e cupi campi di
patate di Van Gogh, sotto l’arcana legenda NY CARLSBERG GLYPTOTEK , e vide le tre pazienti
successive allineate in attesa. Una strizzacervelli, un’agente immobiliare e una tizia
nuova, l’ennesima donna bianca, ventiquattrore di pelle ai piedi, con l’aria di essere, fra
tutte le professioni possibili, un avvocato.
«Arrivederci, Jenny» disse Gwen, reprimendo l’oscuro malcontento, dovuto all’ignoranza
del danese, che la rimescolava ogni volta che le parole NY CARLSBERG GLYPTOTEK si introducevano
a forza nella sua mente. Si rivolse alle signore nelle sedie color lampone. «Buongiorno,
Jenny. Buongiorno, Karen.» Esaminò la nuova paziente, una mamma più matura delle
altre, con un ampio abito pantalone nero, la classica signora di Berkeley amante dei gatti,
completo e proprietaria entrambi avvolti in un’aureola di peli. «Buongiorno…»
«Jenny.» L’amante dei gatti sorrise. «Che ci creda o no.»
«Tre Jenny» disse Gwen. «Però.»
«È la seconda volta, da quando lavoro qui» disse Kai, la segretaria della Birth Partners.
Nata femmina ma non troppo sicura di esserlo. Capelli corti lisciati, vestita di solito con T-
shirt bianche e jeans arrotolati, suonava il sassofono in una banda musicale alternativa.
Si esibivano alle fiere di quartiere, ai potlatch degli hipster, ai margini dei concerti
all’aperto, presentandosi all’improvviso in stile flash-mob, indossando cappelli da
nostromo e giacche militari con gli alamari come la banda cinese che accompagnava i
funerali in città, suonando marce di Sousa stravolte, musica sacra per ottoni e canzoni dei
Led Zeppelin. Si chiamavano Bomp and Circumstance. «Solo che l’altra volta erano tre
Carolyn.»
Gwen ricambiò il sorriso della terza Jenny e si voltò, in preda a una paura vergognosa
ma vasta e profonda, ad affrontare la seconda Jenny, che raccolse la borsetta e la cartella
e sollevò vacillando il peso del suo bambino, poi puntò l’intero carico nella direzione di
Gwen.
La porta dello studio si aprì con il caratteristico cigolio spettrale da film horror, un
suono, refrattario all’oliatore così come allo spray lubrificante, che aveva infestato,
nell’ordine, lo studio di un analista junghiano, quello di un terapeuta di coppia, quello di
una specialista in programmazione neurolinguistica, di un ipnoterapista, di un operatore
shiatsu e di un life coach, prima di dedicarsi a perseguitare le titolari della Birth Partners
nell’appartamento 202. Una donna molto giovane dal volto maya fece capolino all’interno
e disse piano: «Scusa».
Karen, le Jenny e Gwen si voltarono tutte insieme a guardare la giovane donna. Era
nello stesso tempo minuscola e voluminosa, non più di un metro e quarantacinque e, a
occhio, incinta di sette mesi, e nel corpo non c’era posto per il bambino che portava in
grembo, se non molto, molto avanti rispetto a lei. Lineamenti indiani, capelli neri e lucidi,
come una padella ben condita, tirati di lato sulla nuca e annodati con uno scintillante
elastico rosa. Sopra un paio di legging neri indossava una T-shirt extra-large che
casualmente pubblicizzava un negozio di liquori sul lago Hopatcong, nel New Jersey. La
maglietta era tesa sulla pancia e si spalancava al giromanica, da dove emergevano
braccia aguzze ai gomiti e sottili ai polsi. Mentre pronunciava la sua brevissima frase, le
guance arrossirono in due cerchi così precisi da sembrare dipinti. Poteva essere la
quindicesima estate della sua vita.
Fece mezzo passo dentro la sala d’attesa, passando con lo sguardo dal viso di una
donna a quello della successiva, unendo i puntini con un’espressione di crescente
rimpianto. Faticava a decifrare il testo estraneo di quella stanza smunta e logora che, per
quanto ne sapeva Gwen, poteva essere identica all’Ufficio di vivisezione umana di
Tegucigalpa, o della città da cui la ragazza proveniva.
«Ciao!» disse Gwen a voce così alta che la ragazza sobbalzò. Alla vista di quella
giovane donna con le braccia pelle e ossa, le occhiaie, l’aria smarrita, la maglietta su cui
una trota si lanciava allegramente incontro all’amo venuto per distruggerla, il cuore di
Gwen sembrò espandersi, si riempì di un’oscura nostalgia e, come quello del Grinch, andò
in frantumi con un fragore di vetri rotti. «Entra. È tutto a posto.»
«Mi sa che ha chiamato ieri» disse Kai. «Eri tu? Areceli?»
«Areceli» disse Gwen. La ragazza annuì una volta, poi smise, strizzò un occhio come se
l’avessero avvertita che doveva aspettarsi false lusinghe nella tetra sala d’attesa
dell’Ufficio di vivisezione. «Parli inglese?» Areceli scosse esitante la testa, indietreggiando
verso la porta. «Entre» la pregò Gwen. Il suo spagnolo imparato ai corsi per adulti della
UC Extension fece il suo dovere, pur presentando inesplicabili tracce di accento
bostoniano. «Por favor, entre, puedo verle enseguida.»
«Lo siento mucho, pero tengo un desayuno muy importante a las siete y media» disse
la successiva Jenny, «y no puedo esperar.»
Gwen si posò una mano sul petto, come per trattenere il cuore prima che potesse
volare via per sempre in direzione della giovane donna che avrebbe restituito un senso
alla sua vita. Con riluttanza, ma riconoscendo la necessità di dedicarsi a un minimo di
gestione del paziente – un’abilità, compito ingrato o arte che in genere preferiva lasciare
ad Aviva – Gwen si rivolse alla seconda Jenny.
«¡Usted habla muy bien español!» disse.
«He pasado dos años en Guatemala» disse Jenny II, «enseñando al Quiché como
manejar una cooperativa del tejer.»
Gwen strizzò gli occhi, cercò di non perdere il filo, si impigliò in Quiché per poi finire
faccia a terra su tejer. Si era appena resa conto del fatto che non gliene fregava un cazzo
di dove Jenny aveva imparato lo spagnolo, quando udì il cigolio da mausoleo dei cardini e
il sospiro della porta che si richiudeva.
Gwen fu paralizzata da un panico che era per metà indignazione, come se avesse
capito da uno scatto improvviso nella pancia di essere stata raggirata o ingannata, come
se la ragazzina incinta fosse una truffatrice che le aveva alleggerito il portafogli di una
somma dolorosamente irrecuperabile.
«Scusatemi» disse sottovoce mentre partiva all’inseguimento di Areceli, e di nuovo il
demone rinchiuso nei cardini della porta si prese gioco della terapia, della guarigione,
della ripresa e del life coaching. Fece di corsa il corridoio, oltrepassò gli uffici
dell’avvocato delle balene, raggiunse l’ascensore. Quando premette il dito sul pulsante, le
porte si aprirono subito. Areceli doveva aver preso le scale.
La scala era una nuda sequenza di lastre di cemento raccordate a una barra di rinforzo
come vertebre alla spina dorsale. Gwen arrivò fino al pianerottolo del secondo piano e si
fermò per ascoltare il raspare dei passi in discesa della ragazza, il basso rintocco
rivelatore della struttura d’acciaio della scala. Nulla, solo la brezza uniforme che saliva
fischiando incessantemente dalla tromba delle scale, con un fragore da Halloween perfino
nei giorni senza vento.
Scese gli scalini uno a uno, scuotendo l’intero edificio nella discesa, o così le parve,
gridando Areceli! E poi schizzò fuori nel mattino, Telegraph Avenue, lo scampanante
sferragliare di un treno di carrelli di supermercato spinti attraverso il parcheggio dell’
Andronico, l’eco di uno strillo acquoso proveniente dalla piscina Willard, il pressante
sospiro di un bus genuflesso sull’altro lato della strada – gente che avanzava strascicando
i piedi verso le porte del bus, tra loro uno sprazzo di coda di cavallo nera come il ferro.
«Aspetta! Areceli! Espera!» Gwen levò una mano quasi volesse chiamare il bus come
un taxi e, con una sconsideratezza notevole perfino per lei, si buttò in mezzo alla strada.
Una voce disse: «Attenta», e poi lei si perse nel metallo e nell’odore di metallo e nel
crudele suono metallico del suo osso sacro contro il cordolo del marciapiede.
«Scusi» disse il ciclista. Non l’aveva travolta, si rese conto; le aveva dato una spinta per
toglierla dalla traiettoria di un bus in arrivo. Era un adolescente magro che indossava un
paio di jeans in ordine, con un cappuccio calato sulla testa che gli lasciava in ombra la
faccia. «Si è fatta male?»
C’era uno squarcio in una gamba dei suoi pantaloni. Infilò un dito e scoprì una
sbucciatura; apparentemente nessun’altra ferita a parte quelle perpetue al suo orgoglio.
«Sto bene» rispose Gwen, cercando di riprendere fiato. «Ne sono sicura. Grazie.»
Fece un cenno di saluto al ragazzo, che annuì. Prima di risalire sulla bicicletta e
allontanarsi, sembrò considerare se metterla a parte, dalle profondità del suo cappuccio,
di un consiglio o di un’informazione utile.
«Tu semplicemente non sei una persona attenta» disse una voce, familiare,
carezzevole, di uomo. «Non è vero?»
Garth Newgrange, il neo-papà, al volante di una Prius verde lattuga. Procedeva
lentamente sul vialetto che conduceva al garge sotterraneo del palazzo di uffici che
recentemente avevano costruito accanto al Nefastis Building. Giacca, cravatta, vestito da
lavoro, anche se, stando a quello che Gwen ricordava, Garth lavorava nel centro di
Oakland. Doveva essere lì in tiro e di prima mattina per andare dal medico o dal dentista.
«Come sta Lydia?» chiese Gwen. Non aveva l’energia necessaria per capire come mai
Garth l’avesse attaccata, figuriamoci per rispondergli a tono. Ma c’era di certo qualcosa
che non andava, nelle sue parole, qualcosa di rotto nel suo sorriso serrato.
«Come sta Lydia? Lydia è sconvolta, ecco come sta. Siamo tutti sconvolti. La faccenda
è stata traumatica per tutti. È stato letteralmente un trauma. D’accordo?»
Era – e lei non credeva di aver mai visto una cosa simile prima, al di fuori delle pagine
di un romanzo – bianco di rabbia.
«Garth…»
«Lydia aveva un sogno, Gwen, e tu e Aviva, voi due, ecco… L’avete mandato a
puttane.»
«Un sogno?»
«Sì.»
«Garth, Lydia ha avuto una bambina.»
«Lo so benissimo» disse. «Sì, Lydia ha avuto una bambina. Ha una bambina, e io ho un
avvocato. Il suo ufficio è, to’, proprio nel palazzo accanto al vostro. Divertente, no?»
«Vuoi… vuoi farci causa?»
«Ne ho intenzione» disse Garth. «È proprio quello che ho intenzione di fare.»
«Ma… cosa? Perché? Lo so che è stata dura, le cose potevano andare meglio, ma lei e
la bambina stanno bene.»
«Chi lo sa se la bambina sta davvero bene?» disse. «Tu non lo sai. Io non lo so.»
«Garth, per favore.»
Avevano già abbastanza guai, voleva dirgli, senza che lui ci aggiungesse una causa
sconclusionata, una perdita di tempo e di denaro per tutti.
Ma se gliel’avesse detto, lui probabilmente sarebbe andato a riferirlo al suo avvocato
nel palazzo accanto, e la cosa avrebbe potuto ritorcersi contro di loro.
«Spero che il vostro avvocato sappia fare il suo mestiere meglio di voi» disse Garth
alzando il piede dal freno, punteggiando l’osservazione e il colloquio con un punto
esclamativo. A interpretare con aplomb la parte del punto esclamativo fu interpretata, il
dito medio di Garth.
«Gentile» disse Gwen alla coda della Prius di Garth mentre scendeva la rampa che
portava al garage. Poi, rendendosi conto che il gesto esprimeva tutto ciò che aveva
provato quella mattina – verso la sua professione, la vita, il mondo – mostrò anche lei il
medio a Garth, sollevando la mano in modo che la vedesse nello specchietto retrovisore
mentre si allontanava.
«Gentile» confermò Aviva, giungendo in quel momento a bordo della sua sferragliante
Ecate. «Come l’insegna di Bob’s Big Boy, solo ostile.»

«Ti conosco da dieci anni» disse Aviva, mentre accovacciata rovistava nell’armadietto
accanto al lavabo nella sala visite 2. Lo studio era chiuso per pranzo: le due socie
avevano l’appartamento 202 tutto per loro. «E mai una volta ho dovuto medicarti.
All’improvviso sembra sia diventato il nostro giochetto preferito.»
«Be’…»
«Come un appuntamento andato maluccio, che però tu insisti a voler replicare.»
«Sono stressata, Aviva» disse Gwen, con un tono che sembrò stizzoso perfino a lei.
Avanzava a fatica, immersa fino alla caviglia, tra le alghe del rimpianto, nella risacca
maleodorante del rimorso. Durante l’incontro con Garth Newgrange si era comportata
malissimo, e lo sapeva. Era ora di confessare, di riconoscere il fallimento, di sottomettersi
ancora una volta al rimprovero di Aviva, brusco ma a fin di bene. «Sono incinta.»
«Lo so, tesoro. Va bene. Non devi spiegarmi niente.»
Gwen ordinò a se stessa di darsi una calmata con Aviva, che non aveva fatto errori, non
aveva rovinato nulla. «Pensa se quel bus mi avesse investita» provò. «Come minimo
dovevo pagargliene uno nuovo.»
«Divertente» disse Aviva. «Ah ah.» Ruotò su se stessa e si alzò dal cassetto del pronto
soccorso tenendo in ciascuna mano una scatoletta di cartone contenente una benda
elastica. Indossava un vestito April Cornell a fiorellini, acquistato di seconda mano da
Crossroads, lungo fino al ginocchio, con il collo a V e le maniche corte chiuse da un
cordoncino. Chiunque avrebbe avuto un’aria matronale, ma non Aviva, con quelle sue
braccia filiformi e muscolose. Lei era tutta di fil di ferro, in tutti i suoi 47 chili.
Comprimibile e tesa come una specie di molla. L’abito a fiori cercava di stare al passo,
contenitore sgargiante ma inadeguato dei suoi movimenti. «Che look preferisci?
Caucasico o lebbroso?»
«Quella beige. Non so, credo… Ero così entusiasta di vedere una faccia non bianca.»
«Lo credo bene.»
«È una cosa patetica. Correre dietro a una bambina. Avresti dovuto vedermi mentre
caracollavo giù per le scale.» Si mise a ridere, a bassa voce, con malinconia. «Non
ridere.»
Aviva smise di ridere. «So perché le sei corsa dietro» disse.
Gwen tenne le gambe penzoloni oltre il bordo del tavolo, e il fruscio della carta fece da
radiocronaca a lei che arretrava per consentire ad Aviva di bendarle il piede destro
dall’arco alla caviglia. Non sembrava niente di grave, ma Gwen ci aveva camminato sopra
tutta la mattinata e ora, ogni volta che vi appoggiava il peso, le ossa pulsavano come
cavi elettrici. L’abrasione sullo stinco Aviva l’aveva già disinfettata e coperta con un
cerotto. Fasciò la caviglia di Gwen con la tenerezza implacabile di chi aveva imparato a
fasciare neonati. Aveva un modo tutto suo di non parlare, contro il quale Gwen era
impotente.
«Era Garth» disse Gwen. «Era a lui che stavo facendo il medio quando sei arrivata in
auto.»
«Eh? Garth Newgrange?»
«Subito dopo chel ragazzo in bicicletta mi è venuto addosso, Garth ha accostato.
Andava da un avvocato qui vicino.»
«Un avvocato.»
«Dice che pensa di farci causa. Andava a vedere se ci sono i presupposti.»
Aviva oscillò all’indietro, lasciando andare il piede di Gwen. «Oh, cazzo» disse. Si
premette la punta delle lunghe dita contro le orbite degli occhi. «Cosa?»
«Così mi ha detto.»
«E tu gli hai fatto il medio.»
«L’ha fatto prima lui a me.»
«Sì, ma vedi, Gwen, tu…» Si scosse di dosso quello che stava per dire, qualsiasi cosa
fosse. «Non importa.»
«Cosa?»
«Niente.»
«Tu pensi che è colpa mia se lui mi ha fatto il medio. Se ci farà causa. Pensi che ha
ragione. Perché abbiamo incasinato tutto così malamente.»
«Io… No. No, non lo penso. Sul serio. Ma non posso fare a meno di pensare che se noi,
be’, andassimo da lui.»
«No.»
«E… sì, insomma…»
«Non dirlo.»
«Ci scusassimo.»
«No, non ci andiamo, Aviva. Non dobbiamo scusarci di niente. Non abbiamo fatto niente
di sbagliato.»
«Sì, va bene, sono d’accordo con te, Gwen, ma cazzo, lui… sta andando per avvocati.»
La porta si aprì: era Kai, masticava qualcosa, foglie arrotolate in un lavash. «Vi faccio
presente che il vostro appuntamento dell’una è già in sala d’aspetto, e riesce a sentire voi
due che litigate chiuse qui dentro.»
«È tutto a posto» disse Aviva.
«Davvero?» Kai continuò a masticare, comportandosi come se la cosa non le
interessasse, tirandosi il colletto della camicia da cowboy ricamata.
«Certo, come no. Io sto bene. Gwen sta bene. Gwen starà bene per almeno altri…»
Aviva guardò l’orologio, un Timex da uomo portato sul polso destro, col quadrante voltato
verso il basso, come se avesse calcolato perfettamente i tempi, fino a questa rivelazione
ancora in sospeso, e fosse impegnata a rispettare la scaletta. Aggrottò la fronte,
apparentemente delusa da quanto le diceva l’orologio. «Diciamo cinque minuti.»
Kai aggrottò le sopracciglia alla Sal Mineo, e si chiuse piano la porta dietro le spalle,
come in segno di rimprovero.
«Che cosa succede tra cinque minuti?» chiese Gwen.
«Gwen» disse Aviva. Poi ci fu un’altra lunga pausa di Aviva, profonda e gravida. «Gwen,
hai parlato con Archy?»
Archy ha un cancro e lo sta nascondendo a te che sei sua moglie; ecco cosa implicava
l’espressione grave di Aviva.
Gwen strappò un pezzo del lenzuolo di carta sotto di lei. «Cosa c’è che non va?» chiese,
e per un’altra volta ebbe la sensazione di essere travolta da un ciclone di metallo e
marciapiede.
«Quindi non ti ha detto niente.»
«Cosa avrebbe dovuto dirmi? È malato?»
«Oddio, no. No, sta bene. Sta benissimo anche lui. Per il momento.»
«Per i prossimi cinque minuti.»
«Facciamo quattro, adesso.»
«Aviva, che c’è?»
«Merda. Okay. Sei seduta. È un bene.»
«Un attimo» disse Gwen. «Aspetta. Sento che forse voglio stare in piedi.»
«Gwen, no, penso che dovresti…»
«Lascia che ci appoggi un po’ di peso, Aviva.»
Aviva tastò la fasciatura, la trovò accettabile, poi lasciò andare la caviglia di Gwen.
«Molto meglio» disse Gwen. «Grazie mille. Adesso mi dici diavolo c’è?»
Qualcuno bussò piano alla porta della sala visite. Aviva guardò ancora l’orologio.
«Aviva, che succede?»
La porta si spalancò, e Gwen vide entrare Julie con il ragazzo che con una spinta
l’aveva allontanata dalla traiettoria del bus. Il ragazzo tirò indietro il cappuccio delle
felpa. Era come una copia più piccola, più magra del padre di Archy, un 45 giri dell’ LP che
era Luther. Le ci volle meno di un secondo per formulare quella prima ipotesi.
«Oh Signore» disse.
I ragazzi fissavano con la stessa concentrazione assoluta le proprie scarpe, la caviglia di
Gwen, il pavimento.
«Titus» disse Aviva. «Ti presento Gwen.»
«Salve» disse il ragazzo. Sembrava pressappoco della stessa età di Julie, quattordici,
quindici anni. Gwen effettuò il computo biografico, sillogizzò un paio di frasi isolate
sfuggite ad Archy nel corso degli anni, indovinò il resto.
«Di cognome fai Joyner?»
Il ragazzo alzò gli occhi, uno sguardo tagliente, ma appena prima d’incontrare quello di
Gwen sorrise, lo stesso sorriso allegro di Luther Stallings. «Sì, signora.»
«Okay» disse Gwen. E poi qualcuno girò il disco e l’album Archy mi fa le corna riprese a
suonare, e la prima canzone del lato B era intitolata Jamila. Gwen non aveva mai
incontrato Jamila Joyner, la qual cosa, come sempre accade, le rendeva molto più facile
raffigurarsela mentalmente fino all’ultimo dei suoi perfidi particolari. «È in città?»
Il sorriso svanì come una goccia d’acqua su una piastra arroventata. «No, signora.»
«Ehm, sua madre è morta» disse Julie. «Tanto tempo fa.»
Il palpito di gelosia si placò e il cuore di Gwen mosse i primi passi esitanti da quando
Aviva aveva aperto la porta dello studio, avvicinandosi a Titus, che improvvisamente
sembrava avere più dodici anni che quindici.
«Titus sta da noi» disse Aviva. «Al momento.»
«Cosa? Da quando?»
«Da venerdì, Gwen. Mi dispiace. Ho voluto rispettare i desideri di Archy. Dio solo sa
perché. Ha detto che te ne avrebbe parlato. Ha detto che gli serviva un po’ di tempo per
sistemare le cose.»
Così era questo, e non il dolore per la morte del signor Jones, o la vergogna per essere
stato colto sul fatto con la Regina di Saba, o un cancro, il segreto che Archy non le aveva
confidato, il vuoto al di sotto della sua presenza fisica, il lieve ritardo nel rispondere alle
sue domande. Non il fatto che aveva un figlio, ma che il suddetto frutto dei suoi lombi si
sarebbe trasferito da loro. E allora Gwen sarebbe stata responsabile di tre bambini,
invece dei due che aveva ordinato.
«Dovevi lasciare che quel bus mi investisse» disse Gwen. «Tirare dritto per la tua
strada.»

Un moscerino. Nel suo orecchio, congenito. Sentire la corrente del proprio sangue, il
crepitio neurale, il battito onnipresente del potere elettro-industriale di tutto il mondo, la
musica inascoltata. La sua testa un’antenna parabolica per captare la radiazione cosmica
di fondo, seni e segnali, settime diminuite giunte attraverso i cavi di tempo e spazio a far
vibrare membrane segrete. Sentire qualcosa. I suoi malumori (non medicati, al momento)
inclini a funzionare come filtri sull’input. Melodie nei giorni sì, strutture armoniche,
poliritmie, campioni e frammenti, frasi e ritornelli, idee musicali discrete. Nei giorni no, o
negli stati intermedi, solo quel ronzio ritmico, che secondo la teoria di uno dei suoi molti
ex psichiatri era – cos’altro, se no? – un’eco cupa e indistinta della madre, defunta
quando Nat non aveva ancora due anni. Una ninnananna nel buio, un continuo
picchiettare di conforto sul sedere avvolto nel pannolino. O simili, insomma. Ma sempre,
dentro, sotto, intrecciato con l’allucinazione uditiva du jour, quel suono costante,
invariabile, al tempo stesso basso e acuto, esasperante, prezioso, continuo come un
corrimano. Sul menu di quella mattina, in loop, un ripieno in stile Maceo, una gioiosa
coltellata di fiati, segno che quella era una giornata sì, oh, cazzo, sì, bi-da-li-dop ba-dida-
la-di!
Nel menu anche: pollo fritto alla maniera di Richmond. Gallette. Fagioli e riso. E,
assolutamente, foglie verdi. La verdura era l’arma segreta, la chiave magica per aprire
l’anima di un uomo dell’età e delle origini di Garnet Singletary. I cavoli erano l’esca con
cui prendere all’amo la coscienza del Re del Lusso.
Ma la cucina, oy, la cucina. Ba-dida-la-di-dop! Un’area disastrata, cazzo. Nat si ricordò
con una fitta della sua matrigna, Opal, contabile nel reparto fatturazione dei grandi
magazzini Thalhimer, che aveva sempre il disordine sotto controllo, puliva e riordinava a
intervalli regolari, e seguiva una logica ferrea nel pianificare le fasi delle sue preparazioni:
gettava le coste e le vene scartate dei cavoli nella pattumiera mentre le foglie
sobbollivano nella pentola con il brodo di cottura del lardo fresco; lavava la ciotola in cui i
fagioli erano stati messi ad ammollare la sera prima e la riponeva scintillante sullo
scolapiatti mentre bollivano; impastava i biscotti – la ricetta, che la madre di Opal aveva
imparato da una certa signora Portman, da cui aveva lavorato per una vita, richiedeva sia
il lievito sia il bicarbonato di sodio – poi lasciava l’impasto tutta notte a lievitare in
frigorifero, sotto uno strofinaccio umido, e non c’era nient’altro da fare che stenderlo,
ritagliare i biscotti e infornarli dieci minuti prima di suonare il campanello del pranzo. Opal
Starrett, aleha hasholem, con la sua spugnetta abrasiva Scotch Brite rendeva
progressivamente giustizia a ogni pentola, padella e piatto, restituendo a ogni superficie
uno splendore da laboratorio, e si riservava per il combattimento finale solo le teglie, la
grande padella di ghisa, e il raggio d’esplosione del grasso sfrigolante sul piano della
cucina economica.
Come per molte altre cose che la riguardavano, Nat ammirava l’ordinato procedere
della cucina della matrigna, ma non avrebbe mai potuto sperare di emularla. I suoi circuiti
interni, come quelli di Julius i, lo avevano predisposto a far tutto contemporaneamente.
Sbuffi di farina fuoriuscivano dal prescritto sacchetto di carta marrone in cui, insieme al
pepe nero pestato, a quello di cayenna e al sale, agitava i pezzi di pollo: cosce e
sottocosce, come richiedeva la clientela del giorno. Un intero sistema atmosferico,
perturbazioni di farina in transito da ovest a est attraverso la cucina. Una manciata di
fagioli secchi sparsi sotto i piedi, i loro compagni immersi per un’ora in acqua bollente in
sostituzione dell’ammollo notturno, reso impossibile dalla sua decisione impulsiva di
provare a ottenere il sostegno del Re del Lusso. Il lardo – altra arma segreta nella
battaglia per l’anima di Garnet Singletary – cominciava a borbottare e scoppiettare nella
padella. Era la padella di Opal, ereditata insieme alle teglie da forno in lamiera da carro
armato sulle quali era disposta a domino la metà delle previste tre dozzine di biscotti, e
la grande pentola in lega d’alluminio in cui sobbollivano i cavoli, mentre i loro scarti erano
impilati sul piano da lavoro accanto alle bucce delle cipolle, a una striscia di cotenna del
lardo, al paesaggio artico dell’impasto steso dei gallette. Meglio non pensare al riso,
Cristo, il riso: una parte era stata puntualmente risucchiata nella pancia dell’aspiratore
scarico che giaceva abbandonato sul pavimento in mezzo a tutto quello non ancora
aspirato. Tutto quel riso, piovuto per terra mentre lui estraeva con uno strattone il
sacchetto dallo scaffale della dispensa, visto che qualcuno, con tutta probabilità lo stesso
Nat, l’aveva messo via senza stringere per bene il laccetto che lo chiudeva. Anche se
doveva ammettere che era stato abbastanza straordinario il modo in cui il suono del riso
che cadeva a pioggia si era adagiato dolcemente sul riff di fiati nella mente di Nat, un
bagliore di spazzole d’acciaio su un charleston.
Alle 9 e 45, la prima padellata di pezzi di pollo affondò, con un suono di applausi, nel
grasso di maiale. Mentre il grasso incominciava la sua grande opera, generando con la
farina aromatizzata quella splendida reazione di Maillard, con il profumo della coloritura
bruno-dorata che si mescolava all’odore caldo, denso, venato di note d’alloro e altre,
vagamente corporee, di fagioli, e con l’acidità estiva delle foglie di cavolo come il ricordo
di scarpe da tennis bianche macchiate sulla punta di erba appena tagliata, Nat oltrepassò
il varco temporale che si apriva all’interno del tondo di ghisa ben oliata. Alla guida di una
macchina del tempo in forma di cucina. Mentre rigirava i pezzi di pollo con un paio di
pinze, il suo canto a bocca chiusa, che non si accorgeva nemmeno di emettere, simile alla
pressione continua di dita che gli massaggiavano la nuca, Nat si ricordò di Opal, in piedi
accanto alla vecchia cucina Hotpoint in East Broad Street, con i tacchi alti e un grembiule
Marimekko con grandi papaveri color corallo, che imprecava contro Julius i, furiosa a
causa di qualche fresco esempio di scarso giudizio, la bellezza di dieci cartoni di una
merendina immangiabile che gli erano rimasti sul gobbo al Monument Liquor and News,
un insignificante parente di Opal a cui il padre di Nat, nonostante le istruzioni categoriche
della moglie, aveva prestato trecentocinquanta dollari che potevano a malapena
permettersi, mentre nel pannello inferiore della finestra dietro la stufa due minuscole
ventole inscenavano un’evidente parodia del padre di Nat (e se è per quello,
anticipatamente, di Nat stesso) continuando a girare e girare e girare, con intenzioni
irreprensibili ma assolutamente senza alcun risultato. Alla fine, con i pezzi di pollo
ammonticchiati in bell’ordine e i biscotti gettati in un cestino foderato con un tovagliolo
pulito, Opal avrebbe percorso il corridoio sul retro battendo con i suoi tacchi alti sul
pavimento fino alla pazzesca scala di legno – doghe imbarcate e chiodi ricurvi, una cosa
da cartone animato di Braccio di Ferro, imbullonata al retro della loro casa a schiera –,
avrebbe spalancato la porta e, in piedi sul pianerottolo, facendo vento con le mani
marrone scuro fresche di manicure, liberando dal foulard i morbidi capelli neri e pettinati
ad ala di colomba, avrebbe detto, con quel suo selvatico yiddish da neri: «Questo è un
vero e proprio mechiah, un sollievo». Saranno stati trenta, quasi trentacinque anni prima,
e la competenza professionale di Nat avrebbe voluto addolcire il ricordo, magari con un
vinile intatto di Isaac Hayes messo sullo stereo in sala, o con il primo album di Minnie
Riperton, Come to My Garden. Opal aveva una passione per la povera, dolce Minnie.
Quando si trattava di affrontare il disordine in cucina – e in molti altri campi – Aviva si
atteneva ai principi opaliani, e avrebbe dato in escandescenze nel vedere quel che Nat
aveva combinato. Macchina del tempo ’sto cazzo, Nat, Cristo! Quella mattina anche lei
aveva messo insieme una specie di colazione semielaborata per i ragazzi, pancake,
bacon, eppure quando Nat si era alzato dal letto, gravido del suo progetto per
conquistare il cuore di Garnet Singletary, ed era entrato nella cucina silenziosa e
luccicante, a tradirla aveva trovato solo una traccia di bacon nell’aria. Aviva, la prima
donna bianca per la quale Nat aveva provato un interesse romantico, nonché l’unica delle
sue ragazze che avesse mai soddisfatto gli standard della sua matrigna, o ne avesse
ricevuto l’approvazione. Quest’ultima espressa, poco prima della morte di Opal, in un
breve discorso a Nat che avrebbe potuto essere stato pronunciato dalla stessa Aviva:
«Non fare cazzate».
Quaranta minuti dopo che la prima padellata di pollo era finita dentro il grasso – senza
che lui avesse ristabilito un minimo d’ordine in cucina – Nat era ancora alle prese con le
pinze e le cosce, memore dell’ordine perentorio di Opal: mai riempire troppo il tegame.
Quando tutti quei piccoli e combattivi fagioli rossi, spediti in fretta e furia nel loro bagno
di grasso di maiale, si furono rilassati abbastanza per saltare nella casseruola con il riso,
erano quasi le 10 e 40. Ora di sbrigarsi. Intorno a mezzogiorno, le dodici e trenta al
massimo, capitava di veder passare davanti alle vetrine del Brokeland il Re, o più spesso
uno del suo entourage, con un sacchetto del McDonald’s o un sandwich di pesce della
Your Black Muslim Bakery. Nat doveva essere lì quando Garnet Singletary avesse sentito
il richiamo della fame.
Come un cane dei cartoni animati, con le zampe trasformate in un turbinio indistinto
mentre in una nuvola di terra disseppellisce un osso, Nat scavò negli armadietti e passò
al setaccio i cassetti alla ricerca di vassoi e recipienti utilizzabili per trasportare il cibo.
Impilò dietro di sé montagne di coperchi scompagnati e contenitori senza coperchio,
sbatté rumorosamente stampi per dolci e tortiere. Souvenir di antiche riunioni della
Tupperware, vaschette per cubetti di ghiaccio, tazze di thermos senza thermos, stampi
per ghiaccioli senza bastoncini, griglie, spiedini di bambù, una bilancia da cucina! Nat
pensava di distribuire cibo a cinque o sei dei satelliti di Singletary, ai suoi ospiti, forse
perfino a qualche cliente del Re del Lusso. Sperava che almeno per alcuni di loro
l’invincibile retorica della cucina di Opal Starrett sortisse l’effetto di far apparire solide le
sue argomentazioni e persuasive le sue lusinghe. Per cominciare, però, bisognava
conquistare il Re.
E Garnet era conquistabilissimo. Anche se era nato e cresciuto a Oakland, le sue radici
affondavano nel suolo del Texas e dell’Oklahoma. Grazie a quel pranzo, che adesso
travasava con cura nelle vaschette, avvolgeva nei fogli di alluminio, impilava in una
cassetta di plastica del latte (il cui contenuto di vinili non classificati e per la maggior
parte invendibili, tra i quali molte opere di Jim Nabors, era andato ad aggiungersi al
disordine della cucina), e trasportava di sotto per poi caricarlo nel bagagliaio della sua
vecchia Saab 900, Nat avrebbe parlato a Singletary in un linguaggio più profondo. Come
un mago che si rivolge a un drago in un romanzo sul comodino di suo figlio, gli avrebbe
parlato nell’Antico Idioma.
«Oh-oh-oh» disse il Re del Lusso mentre Nat entrava camminando a ritroso, con la
cassetta del latte in mano, per la porta in rete metallica dell’omonima attività. Singletary
regnava seduto sullo sgabello dietro il bancone di vetro nella sua grotta d’oro, in cima alla
sua pila di collane e anelli. A parte il tesoro nelle vetrinette, nel negozio non c’era
nient’altro da guardare: pavimento di piastrelle bianche, pareti spoglie rivestite di
pannelli di masonite. Come sempre, anche Singletary era privo, per quanto concerneva i
confini della sua persona, del minimo barlume, di anche un solo grammo di lusso:
riempiva una guayabera e la sua permanente, una Jheri curl nei confronti della quale
manteveva un approccio studiatamente storicistico, gli dava un’aria sudaticcia e
accaldata. In una fondina assicurata sopra il braccio, come Bullitt, portava una calibro 44
che, come non si stancava di garantire ai curiosi, più di una volta era stata chiamata a
fare, al servizio del Re, ciò per cui era stata costruita. «Ho avuto un presentimento.
Quando ho visto che stavi distribuendo quel volantino.»
«Era giusto, allora» disse Nat, dubitandone.
Come richiedeva la sua attività, Garnet Singletary era un abile saggiatore delle leghe
umane, determinato, Nat lo sapeva, a far credere al grande pubblico, sia che acquistasse
sia che lasciasse in pegno, di essere persino più perspicace di così. Ma Nat non era
impegnato in qualche sottile forma di strategia politica, non puntava a nascondere le
proprie vere intenzioni, né si considerava un esperto di diplomazia di quartiere. La sua
era una mossa alla luce del sole.
«Mi leggi dentro come un libro aperto» disse.
Strizzò l’occhio a Ervis Watson, meglio conosciuto come Airbus, che faceva da guardia
del corpo al Re del Lusso, di un metro e novantacinque per centotrentacinque chili di
prima linea difensiva in tuta di ciniglia, senza armi a parte le braccia d’ordinanza e due
obici di gambe, oltre la cui mole gli eventi raramente osavano spingersi al punto da
rendere necessario l’intervento dell’arma appesa al fianco di Singletary. Il negozio era
grande la metà del Brokeland, e divideva con la United Federation of Donuts i locali un
tempo occupati da un macellaio italiano, e tra Singletary, Airbus e la merce, disposta in
due espositori lunghi e due corti e in una vetrina che occupava tutta la parete
settentrionale, non c’era molto spazio per girarsi.
Airbus non parve notare la sua strizzatina d’occhi, o né accennò al minimo movimento
dei muscoli facciali. Nat comprese che il tentativo di suscitare un superficiale cameratismo
facendo l’occhiolino era una mossa standard del bianco che si sentiva nervoso in un
ambiente di neri. Nervoso, Nat non lo era per niente, essendo cresciuto nella parte nera
di Richmond con una matrigna nera, amici neri, nemici neri, amanti nere, professori neri
ed eroi culturali che, salvo poche eccezioni ebraiche, erano quasi esclusivamente neri. Ma
provava un orrore così profondo per i bianchi che come Moby si atteggiavano a neri, da
costringersi, con un rigore quasi patologico, a evitare, nei modi di fare e di esprimersi, il
minimo sospetto che stesse cercando di mimetizzarsi. Era ora di lasciare la parola al suo
pollo.
«Vi ho portato qualcosa per pranzo» disse. Appoggiò la cassetta del latte sul bancone
dietro il quale Singletary era seduto sul suo sgabello. «Ho pensato che magari eravate un
po’ stufi dei Big Mac.»
Singletary diede una sbirciatina alla cassetta, poi guardò Nat, passando rapidamente in
rassegna i molteplici scenari nefasti che sarebbero potuti scaturire dai contenitori impilati
nella cassetta: tentativi di frode, di rapina, qualche disgustoso tipo di hummus o altra
merda che uno dovrebbe mangiare da una foglia. Poi il profumo che veniva dal cibo, una
brezza dalle rive del passato, si fece strada fin dentro le sue narici, pur ben difese dai
baffi alla Billy Dee Williams, e i gelidi contorni del suo viso si illuminarono d’aspettativa.
Nat sollevò il vassoio del pollo e, deciso a mungere l’attimo fino in fondo, fece una pausa,
prima di alzare il foglio d’alluminio. Aspettava solo un cenno da parte del Re del Lusso.
Singletary fissò Nat con una curiosa miscela di fiducia e sospetto. Lanciò un’occhiata ad
Airbus come chi non sa se chiedere un’altra carta o fermarsi al sei che ha di fronte. Poi
annuì: Carta. Nat strappò il foglio d’alluminio.
«Oh, cazzo» disse Airbus.
«Mi aspettavo ci fosse anche qualcun altro» disse Nat mentre disponeva sul bancone i
contenitori dei fagioli, del riso e dei cavoli e apriva con uno strappo il pacchetto dei
biscotti. Forchette, coltelli, piatti di carta. Una ottomana di burro soffice della contea di
Marin. «Magari un paio di clienti.»
«C’era qui Aisha, ma è andata all’Hilltop Mall a fare le fotografie al bambino» disse
Singletary. Sorrise. «Può darsi che io abbia fatto scappare un paio di tizi a cui piace
sprecare il loro tempo e il mio standosene a ciondolare qui tutto il maledetto giorno. Le
medicine che prendo per la pressione tendono a rendermi un po’ irritabile, mi dicono.»
Airbus sembrava sul punto di parlare, ma alla fine rinunciò a rilasciare dichiarazioni in
merito a quella diceria.
«Quanto ai clienti» continuò Singletary, «non so. Stamattina gli affari vanno un po’ a
rilento.»
«’Fanculo i clienti» disse Airbus. «Ce n’è di più per me.» E la sua mano calò ad
arpionare un piattone stracarico di ogni bendidio.
«Spero di averne portato abbastanza» disse Nat.
Singletary contemplò il piatto ben carico che Nat gli aveva preparato, ma aspettò ad
assaggiare il cibo. Allungò la mano dietro di sé, rovistò fra le carte, tirò fuori un volantino
stampato su carta blu.
Nat l’aveva battuto sul computer del negozio e fatto fotocopiare da Krishna. Singletary
inforcò le mezze lenti da lettura dalla semplice montatura nera che portava appese al
collo tramite una semplice collanina di gomma, un’altra opportunità sprecata di indossare
uno dei suoi prodotti. Studiò o fece finta di studiare il testo che Nat aveva composto la
sera prima in un impeto di sacrosanta ribellione.
«“COMITATO COCHISE”» disse. «È per il signor Jones.»
«Un altro piccolo tributo.»
«Il funerale è sabato?»
«Al negozio, alle due.»
«“Preservare il carattere di Oakland contro l’omogeneizzazione, l’impatto e lo stress
ambientale”.»
«Accetto suggerimenti.»
«Funziona.»
«Mi fa piacere.»
«Omogeneizzazione?»
«L’onnipresenza delle grandi aziende. Catene, franchising.»
«Capisco. Sì, è davvero brillante.»
«Molte grazie.»
Singletary posò il foglio di carta come se pesasse cinque chili, come se, nonostante
l’opinione appena espressa, il testo lo lasciasse, nel complesso, abbastanza indifferente.
Gli occhiali, assicurati alla cordicella di gomma, tornarono a lottare in cerca di un punto
d’approdo sulla vasta cupola della sua pancia. Gli occhi erano i piatti d’acciaio di una
bilancia di precisione.
«Vediamo se capisco bene» disse. «Secondo te, l’apertura di un Dogpile dove prima
c’era il supermercato Golden State, tra la Quarantunesima e Telegraph Avenue, pur
sponsorizzata da alcuni dei membri più rispettati della comunità, tra cui il Grande Chan, in
realtà sarebbe una cattiva notizia per il quartiere. E questo nonostante l’impresa in
questione sia nota per il suo impegno a elevare lo status economico e la dignità della
gente di colore.»
«Lo chiamano Thang» disse Airbus con la bocca piena di fagioli e riso. «È più come un
centro commerciale.»
«Circa seimila metri quadrati» disse Nat. «Parcheggio su due livelli. Alto come un
palazzo di cinque piani. Affacciato direttamente sul marciapiede. Farà sembrare
minuscolo tutto quello che c’è intorno.»
«In questo quartiere, spero tu non ti offenda, molte cose sembrerebbero minuscole
accanto a un nano. Non è che da queste parti ci siano poi molte ville coloniali, terrazzi
alla veneziana e cose del genere. Pietre miliari della nostra storia.»
«Vero» disse Nat. «Non abbiamo nemmeno problemi di traffico o di parcheggio, ma li
avremo se costruiranno quel Thang. E quanto all’innalzamento del livello economico della
comunità? Gibson Goode bada ai suoi interessi. Voglio dire, ammettiamolo, Re. Sono
venuto qui per due motivi e il primo è che di tutta la gente che bazzica questa strada, per
tre chilometri in entrambe le direzioni, bianchi, neri, asiatici o profughi del Tagikistan, lei
è l’unico disposto a dire pubblicamente che tutte quelle chiacchiere sulla valorizzazione
della comunità sono solo un mucchio di stronzate.»
Singletary soppesò quel complimento sui piatti d’acciaio della sua bilancia. «Il nemico
delle stronzate» disse infine, «saresti tu, eh? E vorresti farmi credere che questo»
sventolò il volantino «non ha niente a che vedere con il fatto che, se aprono un Dogpile
Thang a due isolati da qui, tu e Archy Stallings dovrete chiudere bottega così in fretta che
vi toccherà retrodatare la dichiarazione di fallimento allo scorso Natale?»
«Certo che ce l’ha» disse Nat. «Tanto vale ammetterlo. Ha ragione. Credo di essermi
un po’ stancato di andare in giro tutto il giorno a dire che “siamo fottuti”.» Si sfregò il
mento. «Ho intenzione di andare sino in fondo in questa faccenda, Garnet. Ho parlato con
un tizio dell’ufficio del consigliere Abreu.» Abreu era il membro del consiglio municipale di
Oakland eletto da tutta la città, anziché da un singolo distretto. Non nutriva un particolare
interesse per il Brokeland o per la musica in generale, a quanto Nat ne sapeva. Sulla base
di ciò che aveva fatto in passato, Abreu non sembrava avere ragioni di ordine ambientale
o filosofico per opporsi a un progetto come quello del Dogpile. Ma si diceva non gli
piacesse Chan Flowers, e i loro scontri alle riunioni consiliari erano cosa nota. «Mi ha
detto che Abreu potrebbe accettare di venire qui, a parlare con il Comitato Cochise e
ascoltare quel che abbiamo da dire. Ma non se…»
«Ma non se…» Singletary lesse dal volantino «alle dodici e mezzo o giù di lì avrai il
negozio pieno di vecchi bianchi con la puzza sotto il naso.»
«La presenza di qualche influente personalità di colore della zona potrebbe essere
d’aiuto» riconobbe Nat. «Certo. Ad esempio quella di un commerciante locale di primo
piano.»
Il Re del Lusso rifletté sulle parole che stava per pronunciare. «Io e Chan, spesso non la
vediamo allo stesso modo» disse. «E lui ha detto cose spiacevoli, direttamente a me o in
modo che mi venissero riportate, sul mio ramo di attività, paragonando la vendita di
catene d’oro eccetera a un cancro, a una pestilenza e così via. Ma se questo quartiere ha
un cuore e un’anima, il Grande Chan la rappresenta meglio di chiunque altro. E comunque
dovresti sapere, perché sei una persona brillante e intelligente con un sacco di esperienza
e credibilità, che solo perché uno stronzo disincantato e scettico come me va in giro a dire
che tutte quelle balle sulla valorizzazione della comunità sono un mucchio di stronzate,
questo non significa che tu possa permetterti di fare altrettanto.»
«Giusto anche questo» disse Nat. «Lo riconosco.»
«Il secondo motivo qual è?»
«Oh, be’, so quanto le piacciono i cavoli.»
Singletary annuì e impugnò la forchetta. Assaggiò un generoso boccone di cavoli e lo
masticò, dapprima riflettendo e poi, sembrò, con un’aria vagamente dubbiosa.
All’improvviso chiuse gli occhi e fece un lento, profondo respiro, come se si stesse
liberando del peso di molti lunghi anni. Quando li riaprì, traboccavano di un’emozione che
avrebbe senza dubbio stupito i perditempo che poco prima avevano dovuto abbandonare
il negozio a causa del suo malumore.
«A che ora hai bisogno di me?»

Con solennità, sorridendo vagamente disorientati, o con piglio da Glinda la strega


buona del Sud, tutti i convenuti annotarono a turno i propri dati alfanumerici su un
taccuino, servendosi della penna-souvenir del parco divertimenti Fairyland, ricoperta di
lamé rosa e viola per sembrare una bacchetta magica. Shoshana Zucker, che era stata la
direttrice della scuola materna di Julie, con uno shmatte in testa per via della
chemioterapia; Claude Rapf, l’urbanista che viveva sulla collina sopra il Caldecott Tunnel
in una casa a forma di disco volante, dove una volta aveva dato un party per festeggiare
l’apertura di una copia originale intonsa di In a Silent Way (Columbia, 1969), che in
seguito aveva catalizzato su un impianto analogico da cinquantamila dollari; un tizio
ossuto, con i capelli lisci e i baffi alla Fu Manchu, che di lì a poco avrebbe rivelato con un
inchino di essere il Professor Presto Digitation, il mago intervenuto alla festa per il quinto
compleanno di Julie; due degli anziani ebrei-buddhisti che avevano aperto da poco un
centro di meditazione chiamato Neshama, a un isolato dal vecchio Golden State: l’uomo
succhiava con veemente abbandono la tettarella di gomma di una bottiglietta d’acqua,
mentre la donna rovistava con malinconiche bacchette tra le strisce di pelle di tofu color
grigio carne della sua scatola da bento come se deplorasse l’eccidio di innocenti piantine
di soia causato dal suo appetito; Moby; l’inquietante signora dell’appartamento sopra la
lavanderia automatica, sosia perfetta di Emmett Kelly in versione Gloria Swanson, con il
suo Skye terrier; Amre White, figlioccio di Jim Jones, ora pastore di una missione per i
senzatetto adiacente al luogo in cui sorgeva il Golden State, con le orecchie, le narici e le
sopracciglia segnate da crateri di fantasmi di piercing ripudiati; un arboricoltrice della
città di Berkeley di nome Marge che Aviva aveva seguito in un doloroso caso di aborto
tardivo; quella specie di Stephen Hawking che non era Stephen Hawking; la proprietaria
del vicino negozio di maglieria new-wave, che dal caos primordiale della sua sacca di
gomitoli andava estraendo quella che sembrava una versione per bambole dei pantaloni
con calza portacazzo incorporata di Eldridge Cleaver, ma che a ben vedere avrebbe
potuto essere anche un pullover per il suo cucciolo di drago; stranamente, la contabile
che era stata beccata a sottrarre piccole somme di denaro a un certo numero di suoi
clienti, tra i quali il Brokeland Records, ed era stata obbligata (a causa di un antecedente
sassolino nella scarpa di Nat) a risolvere la questione davanti alla Corte per le
controversie di modesta entità; un celebre studioso di lingue altaiche dell’università di
Berkeley, collezionista di singoli soul di etichette indipendenti usciti dalla metà alla fine
degli anni Sessanta, che portava sulla spalla destra, facendo finta di nulla per ragioni
difficili da indovinare, una banana matura sulla cui punta lui stesso (o qualcun altro)
aveva disegnato con un pennarello nero una faccia da cartone animato sorridente; uno
degli undici psichiatri che Nat aveva visto negli ultimi dieci anni, un certo dottor Milne,
intento a far scorrere il suo inquieto occhio diagnostico sulle copertine degli album
incorniciate e appese alle pareti, sulle immobili pale grigio e fucsia del ventilatore, la cui
asta svaniva tra le ragnatele e le ombre incrostate dal tempo del soffitto di stagno, sulla
tenda di perline dipinta da Julie, più simile a Sammy che a Miles Davis, sui soldati di
plastica del battaglione di Shriner in miniatura, con i loro minuscoli smoking e i loro
minuscoli fez, allineati lungo il bordo superiore del rivestimento di legno in fondo al
negozio, relitto architettonico di qualche bottega pre-spenceriana che, secondo voci non
confermate, per un certo tempo era stata la sede della Mano Nera di Oakland; Sandy
l’addestratrice di cani, che da quasi un decennio premeva sulle autorità comunali perché
convertissero l’ex Golden State in un parco per cani e che aveva insegnato a Jasper,
l’incrocio tra un beagle e uno schnauzer dei Jaffe, poi stroncato dal cancro, a fingersi
morto; e S.S. Mirchandani, presente solo perché a quell’ora passava sempre di lì, stella
errante di un misterioso sistema galattico di motel, nipoti e negozi di alcolici. Ultimo a
firmare, brontolando che avrebbe preferito consultare prima il suo avvocato, fu il Re del
Lusso, che, appollaiato sul suo solito sgabello, era lì in ottemperanza ai requisiti razziali
minimi richiesti dall’anonimo funzionario del consigliere Rod. P. Abreu; sebbene in realtà
anche Airbus fosse presente, un po’ defilato e all’insaputa della bacchetta magica, a
cucire una seconda toppa di verosimiglianza sul mantello di solidarietà interrazziale sotto
il quale Abreu sperava di nascondere le vere ragioni della sua presenza e la sua rivalità
con il Grande Chan, nella lotta per il controllo del consiglio municipale di Oakland.
«Per cominciare, signori» disse Abreu, «lasciate che vi dica perché secondo me non
siamo qui.»
Rod Abreu era un avvocato con le spalle stanche e le guance cadenti, un tempo
rappresentante legale del sindacato dei lavoratori elettrici, più giovane e acuto di quanto
suggerisse il suo aspetto, meglio istruito di quanto immaginasse chi lo sentiva parlare,
profumato di bay rum e dotato, a suo vantaggio, di grandi occhi umidi e tristi, color caffè
acquoso, collocati sul volto in due cavità livide, impronte d’inchiostro lasciate dai pollici
criminali della vita. Eppure, nonostante la postura curva e l’espressione afflitta, i suoi
modi tendevano aggressivamente a un’irrefrenabile e uniforme vitalità, che distribuiva in
ampi spruzzi sinuosi su tutto ciò che diceva, come cemento su un’armatura d’acciaio.
«Probabilmente non dovremmo essere qui, oggi e a questa ora» disse ai presenti,
«coll’intenzione di provare a fermare o a riportare indietro l’orologio sul progetto Dogpile.
Giusto?»
In attesa che qualcuno dei presenti sollevasse un’obiezione che lui avrebbe
prontamente respinto, Abreu alzò il mento. Nessuno aveva un’obiezione a portata di
mano, sebbene la signora con lo skye terrier sembrasse delusa. Anche Nat era deluso, ma
pensò che doveva trattarsi di qualche mossa retorica alla Bruto-è-uomo-d’onore, e si
dispose ad ascoltare il seguito. Il mento fu debitamente abbassato.
«Sostenere una cosa del genere, sarebbe non solo prematuro, ma anche ingiusto. Forse
perfino un errore.» Parlava a una giuria, a un’assemblea sindacale, a persone convinte,
malgrado una cronica scarsità di prove, di non essere una manica di sempliciotti. «Sì, ho
visto il progetto iniziale, io e il mio staff abbiamo avuto occasione di esaminarlo, e direi
che la parola migliore per definirlo è “ambizioso”. È un progetto ambizioso, e il signor
Gibson Goode, un atleta fantastico, un repertorio vivente di azioni memorabili – voglio
dire, sul serio – è un tipo ambizioso, uno che ha fatto un uso stupefacente dei suoi doni e
del suo vantaggio competitivo, delle sue capacità di leadership. Se l’avete mai visto
giocare, sapete che mantiene le promesse. Può fare quello che vuole. È il tipo a cui
lasciar decidere la tattica, a cui affidarsi quando bisogna recuperare, quello che prende la
palla e corre, voglio dire, scegliete il cliché di football che preferite, anche se a essere
onesto io sono un fan del baseball. Forza, ehm, Athletics!»
Questo timido tentativo di ingraziarsi la platea suscitò sprazzi di sincero fervore tra gli
astanti, perché quell’agosto gli Oakland Athletics erano a una vittoria e mezzo dal primo
posto, in piena corsa per il titolo. Un attimo dopo, però, in netta controtendenza, la porta
d’ingresso si aprì con un sarcastico cigolio di cardini. Tutti si voltarono a guardare un
uomo grande e grosso immobile sulla soglia, con una felpa macchiata di Captain EO dalle
maniche tagliate e arrotolate all’altezza delle spalle, a mostrare due poderose braccia da
ala grande. Un paio di calzoncini della divisa della nazionale di basket, che quell’estate
non si era coperta di gloria alle Olimpiadi. Adidas bianche, segnate come cavalli da guerra
e rugose come elefanti. L’uomo sembrava disorientato, perso e, agli occhi del suo socio,
avvilito, come se il triste destino che aveva sempre temuto – un massiccio afflusso di
strana gente bianca nel suo negozio – si stesse compiendo in quel momento. Trasportava
una cornice nera quadrata presa da Blick, del tipo che usavano per esporre le copertine
degli album. Non disse nulla, rimase semplicemente lì in piedi, sudato, a respirare cauto
attraverso il naso.
«Il mio socio, signori, Archy Stallings» annunciò Nat, consapevole di un cambio di tono,
un calo, nella musica che sentiva in testa. Per la prima volta da quando aveva concepito il
volantino che riportava in vita Cochise, gli venne in mente, forse con un po’ di ritardo, che
avrebbe dovuto esporre le proprie intenzioni al suo socio, Archy Stallings, signori. Non
foss’altro che per evitargli l’imbarazzo di comparire in pubblico in uno stato di flagrante
violazione del proprio codice di eleganza personale. Ogni tanto, quando Archy andava
particolarmente di fretta, capitava che si fermasse al negozio tornando dai campi di
basket del Mosswood Park, senza prima passare da casa a farsi la doccia e a cambiarsi.
Ma in quei casi si sentiva sempre a disagio, e si scusava con chiunque lo vedesse così
conciato.
«Scusate» disse infatti ai presenti prima di stabilire che la probabile causa del suo
imbarazzo era Nat, e rivolgergli uno sguardo di viva disapprovazione. «Io… oh. Caspita,
Nat…»
«Archy, ecco il consigliere Abreu» disse Nat, cercando di dare l’impressione – per
salvare le apparenze – di rammentargli qualcosa che lui avrebbe dovuto ricordare
benissimo. «È stato così gentile da fermarsi qui oggi a parlare con noi, per farci sapere
cosa ne pensa della faccenda del Dogpile. Non solo» aggiunse, colto da una felice seppur
mendace ispirazione, «anche per ascoltare quello che noi abbiamo da dire. Il nostro
vicino, il signor Singletary, che è anche un caro amico…»
Garnet Singletary si premette le dita contro lo sterno come se stesse cercando il foro
del proiettile.
«Dobbiamo combattere!» ruggì la signora che abitava sopra la lavanderia automatica,
pungolando il suo cane mentre pronunciava la parola «combattere», come per spronarlo a
sottoscrivere la proposta. Il cane si astenne.
«ALL’INFERNO, SÌ» intonò il tizio che sembrava Stephen Hawking attraverso il sintetizzatore
vocale, spostando il suo veicolo marziano dalla traiettoria di Archy.
«Oh» disse Archy sottovoce. «Ehm, sì, combattere, ma certo.»
Nat vide l’angoscia impressa sul volto largo e dolce dell’amico. E augurandosi che non
dipendesse da quel raduno di bizzarri caucasici (da lui convocato in un impeto di
ipomania, senza consultarsi con nessuno, nel cuore di una città in gran parte nera e
povera e affamata di gesti capaci di infondere orgoglio e speranza alla comunità),
caucasici uniti, con ogni probabilità, solo dalla compulsione a rifiutare ogni genere di
novità, e in particolare quelle che si annunciavano grandi e brillanti e strafighe, ripensò al
disordine spaventoso lasciato nella sua cucina; un disordine che, così cominciò a
sussurrargli la sua instabile chimica cerebrale, probabilmente andava interpretato come
una metafora, una profezia di come sarebbe andata a finire l’intera faccenda. E nel
disperato tentativo di rimandare quella presa di coscienza, Nat cercò la spiegazione del
palese sconforto di Archy nella cornice. Archy l’aveva usata per montare la copertina della
sua adorata copia di Redbonin’, con la fotografia, un primissimo piano illuminato da una
luce violenta, di Cochise Jones, che in quello scatto sembrava asciutto e vigoroso, ma
molto più minaccioso di quanto fosse mai stato in vita, con la sua catastrofica storia di
lentiggini stampata sulle guance.
«Sono venuto solo per mettere su questa» disse Archy.

«Oh, condoglianze, amico» disse Moby, avviando un’assurda congerie di gesti di saluto
a cui, eccezionalmente, Archy rispose, palmo contro palmo, frullata di mano, nocca contro
nocca. Poi, come orsi in lotta, si abbandonarono a un abbraccio frastornato. «Cazzo,
fratello, mi spiace. Il signor Jones era una leggenda, oltre che un tipo davvero a posto.»
«Già, già» disse Archy, trascinandosi verso il bancone mentre tutti lo guardavano in
silenzio e con gli occhi spalancati, in un modo che a Nat ricordò Gesù tra i mercanti del
tempio. Archy vide quel che restava del pollo fritto, dei fagioli e del riso, delle gallette e
dei cavoli disposti sul bancone. Serrò le labbra come per manifestare un distacco ebreo-
buddhista da tali e mondane (per non dire impure) produzioni. Scambiò con il Re del
Lusso una stretta di dita dalla semplicità zen. Raggiunse uno scaffale sul muro dietro il
bancone, spostò un vecchio orologio digitale Seth Thomas, un pupazzo di James Brown
con la testa che ballonzolava e una pila di bollette del telefono che uno o l’altro dei soci
avrebbe da tempo dovuto scorrere con l’evidenziatore. Tolse dalla cornice la copertina del
disco, che aveva bordi di un nero funerario, e la appoggiò sulla mensola. Fece un passo
indietro per contemplarla e trasse un sospiro da vecchio grande uomo. Poi si voltò verso
l’inesplicabile congrega e afferrò una coscia di pollo. Le diede un morso, lo masticò e lo
ingoiò senza un’ombra di piacere, e da quel dettaglio Nat dedusse che il suo socio doveva
essere davvero infuriato.
«Arch…»
«Sono qui per ascoltare» gli disse Archy. «Ascolta anche tu.» Chomp. «Mi scusi,
consigliere. La prego, continui.»
«Okay» disse Rod Abreu. «Bene, come ho spiegato un minuto fa, signor Stallings, a
questo punto della partita, io in realtà non penso che possiamo sperare di opporci al
progetto Dogpile. Stavo appunto dicendo…» Sembrava impacciato. «Cos’è che stavo
dicendo?»
«Forza Athletics» disse il dottor Milne.
«Giusto. Football. Sì, signori, è fuori discussione, se non lo sapete ve lo dico io, che
Gibson Goode abbia fatto grandi cose per la comunità giù a L.A., una comunità che, fino a
quel punto, di grandi cose era stata dolorosamente priva. Io lo lodo e lo ammiro per
questo, così come lodo le persone, alcuni miei colleghi del consiglio municipale, che
guardando a quello che il signor Goode ha fatto a L.A. si sono detti, ehi, non sarebbe
fantastico se potessimo far succedere qualcosa del genere qui a Oakland? E poi Goode è
uno di queste parti, giusto? Uno di casa. Non sarebbe fantastico? Un’iniezione di fiducia
per la città. Bene, sì, forse sarebbe fantastico. Suona fantastico. Almeno sulla carta. Ma
se c’è una cosa che ho imparato – perché insomma, anch’io sono uno di qui, giusto? Nato
a East Oakland, all’Highland Hospital – è questa: nel corso degli anni, ho visto dozzine di
persone eccezionali passare per questa città con idee che sembravano fantastiche sulla
carta. Perché se avete una faccia come la mia, sulla carta è la vostra unica speranza.»
Scoppiò una risata, Shoshana annuì nel suo foulard da chemio, altri la imitarono. Abreu
usò quei suoi occhi tristi, quegli occhi da marrano. In portoghese, abreu significa «ebreo»,
avrebbe voluto dire Nat ad Archy, o forse in catalano.
«Ogni volta che capita un progetto ambizioso come questo, e signori, non c’è dubbio
questo sia un progetto molto ambizioso, bisogna andarci cauti. Un tipo carismatico come
Gibson Goode, insomma, una vera superstar, genera un sacco di eccitazione nelle
persone, la gente si sente coinvolta, giusto? E quando la gente si eccita, si lascia
trasportare, e allora fa le cose troppo in fretta. Ed è per questo che oggi noi siamo qui.
Perché ci vuole qualcuno che freni, che dica, d’accordo, rallentiamo. Prendiamoci un po’ di
tempo per riflettere su questa faccenda. Questo è il messaggio che vi porto oggi.»
Rallentiamo non era esattamente il messaggio in cui aveva sperato Nat quando aveva
cominciato a metter giù i suoi febbrili progetti, ma il suo naso sentì nelle parole di Abreu
odore di sotterfugio, e pensò che un semplice rallentamento non poteva essere l’unica
cosa che il consigliere aveva in mente.
«Ed è il messaggio che intendo riportare da parte vostra per condividerlo con i miei
colleghi del consiglio municipale.»
S.S. Mirchandani si piegò verso Archy. «Sono stato informato da persone affidabili»
disse in un tonante e del tutto inadeguato sussurro, con un cenno in direzione di Abreu,
«che è stato lui a far licenziare la sorella del Grande Chan dal porto di Oakland.»
Nat, che come Archy stava tristemente masticando una galletta che avrebbe reso felice
persino l’asinello Ih-Oh, finse di non aver sentito, ma gettò un’occhiata in direzione della
probabile fonte dell’informazione. Singletary inarcò un sopracciglio, poi, dopo aver fatto
ruotare lo sguardo sulla stanza, abbozzò un sorriso dubbioso ma incoraggiante, come
quello che si potrebbe rivolgere a una persona in procinto di premere il pulsante di
accensione di uno zaino-jet fatto in casa. Non sembrava particolarmente colpito dal
gruppo fondatore del Comitato Cochise, i cui membri di fatto erano stati reclutati, come
Nat sarebbe stato costretto ad ammettere, per mezzo di una frettolosa e-mail inviata a
tutti gli indirizzi della sua rubrica personale che condividevano il codice postale del
Brokeland, un numero relativamente modesto (Nat era un utente saltuario della posta
elettronica) accumulato nel corso degli anni da una gamma di disparati contesti sociali.
«Adesso voglio ringraziare coloro che ci hanno ospitato oggi, due colonne portanti di
questo quartiere, per aver organizzato questo incontro.»
«Ah» disse Archy.
A quel suono, Abreu si voltò e colse Nat nell’atto di rivolgere un’elaborata scrollata di
spalle al proprietario dei locali, con le labbra piegate asimmetricamente verso il basso in
un’espressione tesa a comunicare 1) che la sua disponibilità ad ammettere sia
l’improbabilità del successo del Comitato Cochise, sia la deplorevole preponderanza,
almeno per ora, di facce bianche tra i suoi membri faceva il paio con 2) il rispettoso
suggerimento che Singletary si astenesse dal formulare giudizi precipitosi a riguardo,
perché insomma, non si sa mai quello che può succedere, e da un secondo suggerimento,
ancora più rispettoso, ovvero che 3) Singletary andasse a farsi fottere; queste scrollate di
spalle, così elaborate e stratificate, erano una particolare specialità dei Jaffe risalente ai
tempi in cui non tutto poteva accadere lungo le rive della Vistola.
«No, sul serio» disse Abreu, fraintendendo la scrollata di spalle di Nat e scambiandola
per un’esibizione di modestia. «Il Brokeland Records, voglio dire, questo posto è molto più
di un negozio. È un’istituzione del quartiere. So che molti dei presenti, negli anni, qui ci
hanno speso un bel po’ di tempo e di soldi.»
«Molto più tempo che soldi» commentò Archy, e Moby, che nel corso degli anni aveva
scucito ai due soci migliaia di dollari, rise per lealtà.
«È uno di quei posti indipendenti, particolari, accoglienti…» continuò Abreu, esitando
come se stesse cominciando a cogliere il crepitio delle divergenze politiche che agitavano
l’aria tra Archy e Nat. La tristezza spinoziana nei suoi occhi sembrò gonfiarsi, e le
sottostanti impronte digitali si fecero più profonde: «… che conferisce a questa parte della
città quel suo carattere così speciale. Ed è questo carattere speciale che dovremo
davvero tenere a mente mentre osserviamo i progressi del progetto Dogpile. Forse ci
sono anche alcune questioni di impatto ambientale da prendere in considerazione. Ora,
mi è parso di capire, parlando con, ehm, la signora…».
«Sandy» disse l’ex luce degli occhi e brivido della coda del compianto Jasper. «È per
quello che mi hanno detto che lì non si poteva fare un parco per i cani. Una volta c’era
una fabbrica o qualcosa del genere. Ho sentito che nel terreno c’è del mercurio. Non si
può scavare senza fare prima una bonifica completa.»
Alcuni annuirono e mormorarono che avevano sentito parlare di un qualcosa del
genere, ma i più parvero udire l’informazione per la prima volta, e Nat si compiacque
della preoccupazione che ne scaturì, mentre nella sua immaginazione la notizia del
pericolo si diramava lungo una rete di pettegolezzi e post sui blog fino a raggiungere un
crescendo di indignazione che avrebbe segnato una volta per tutte la fine del progetto
Dogpile, mandandolo in frantumi con uno scricchiolio e una gran nuvola di polvere.
Avrebbe voluto voltarsi verso Archy, in piedi accanto a lui, irritato, voltarsi verso Aviva,
che immaginò nell’atto di fuggire urlando dalla cucina devastata di quella casa che,
dopotutto, era anch’essa minacciata dall’avvento del Thang, voltarsi verso il fantasma di
Opal Starrett, che da viva aveva spesso accusato Nat, non senza affetto, di non essere
capace di organizzare neppure un cassetto vuoto, e allargare le braccia gridando Da-dida-
la-di-dop!
Proprio mentre Nat si congratulava con se stesso e si vantava mentalmente con i vivi e
i morti per la propria notevole abilità nel maneggiare l’ancestrale fionda davidica, vide
Singletary raddrizzarsi sullo sgabello come colpito da una scarica elettrica, poi annuire
freddo e cauto a qualcuno oltre la cornice della vetrina, fuori dalla visuale di Nat.
«Così quelli del Dogpile si troveranno a dover rispondere ad alcune domande piuttosto
impegnative. E ovviamente, con questo chiudo, il consiglio municipale e la commissione
edilizia aspetteranno di ricevere molti input e molti commenti da parte vostra…»
E poi entrò il Grande Chan, con il cappello alla Sergio Leone e il vestito dei funerali,
passi misurati, occhio sveglio e rapido come quello di un gallo. Si fermò sulla soglia, con
due nipoti appaiati alle sue spalle. «Oh, santo cielo» disse. «Mi dispiace. Non mi ero reso
conto.»
Portò una mano alla bocca con aria imbarazzata. Era rimasto di sasso nello scoprire che
il suo negozio di dischi preferito, a metà giornata, era quasi se non del tutto pieno di
gente. Molta più gente, forse, di quanta avesse mai riempito quel posto in ogni epoca
della sua storia, compreso il periodo in cui era stato la bottega del barbiere Spencer. Per
un momento videoregistrato, Nat, nella sua immaginazione, staccò dalla scena in atto al
Brokeland su un pomeriggio di quarant’anni prima, uomini e ragazzi insieme, tra loro
forse anche Chan Flowers e Luther Stallings, che si spintonavano intorno a un televisore
portatile in bianco e nero per vedere Cassius Clay abbattere Sonny Liston. Nat avrebbe
voluto con tutte le sue forze che questa riunione potesse essere quella riunione, che
questa gente potesse essere quella gente, che tutti gli anni di fermento e innovazione
nella musica e nella vita dell’America nera fossero davanti a loro, ancora tutti da vivere.
Pieni di speranza inappagata, non ancora tradita.
Il vecchio stronzo che faceva il sorpreso. Era a stento plausibile che fosse rimasto
spiazzato dal numero tutt’altro che straordinario di persone che Nat era riuscito a
racimolare, ma Nat non credette nemmeno per un secondo che Flowers potesse essere
imbarazzato, che fosse arrivato lì per caso, nel bel mezzo della riunione organizzativa del
Comitato Cochise, cielo, mi dispiace interrompere, meglio che torni più tardi. Flowers fece
un esame rapido ma attento del contenuto umano del locale. Quando arrivò al Re del
Lusso, si fermò.
«Signor Singletary» disse con fredda affettuosità. «Bene, bene. Un’augusta presenza.»
Singletary fece: «Mm-hmm». Assaporando il momento, improvvisamente soddisfatto di
essere lì, il Re del Lusso si rilassò sullo sgabello. Sorrise lentamente. Il Grande Chan
ricambiò il sorriso.
«Così tante facce che non conosco» disse Flowers, come se la colpa di quell’ignoranza
fosse solo sua. «Oh, Elisheva, giusto?»
«Sì, salve» rispose la rabbina del Neshama, agitando tre dita nel tipico saluto scout.
«State facendo i preparativi per le feste?»
«Si avvicinano» disse Elisheva.
«Giusto! Rosh Hashanah!» Sulle labbra di Flowers, il nome della festività suonò molto
più imponente all’orecchio di Nat, roarsh hashanah!, una frase in klingon che alludeva a
combattimenti rituali e ululati alla luna. «E chi altro abbiamo? Oh, ecco, mi scusi,
fratello.»
Il tizio che sembrava Stephen Hawking spostò con un tocco di joystick la sua
carrozzella. Abreu fu costretto a fare un passo indietro, e per la prima volta si trovò nel
campo visivo di Chan. Fino ad allora era stato nascosto dal pannello di polistirolo con il
certificato su cui si annunciava a tutti i clienti che nel 2003 i lettori dell’«Express»
avevano eletto il Brokeland Records miglior negozio di dischi usati della East Bay,
risultato che nei dieci anni successivi era stato confermato per ben sette volte. Allora
Chandler Bankwell Flowers iii sembrò, rimanere di sasso sul serio.
«Consigliere Abreu» disse, «anche lei da queste parti?»
«È fantastico» disse Abreu, con quell’impareggiabile buonumore, così simile al tedio,
che nel suo campo doveva essergli molto utile. «Stavo proprio per dare il via libera alle
domande di questa brava gente. E lei sul progetto è molto più informato di me. Sono
sicuro che tutti voi sapete – lo sapete, vero? – che ultimamente il consigliere è diventato
un grande sostenitore del Dogpile e del signor Goode, dopo un periodo di iniziale
diffidenza in linea con le riserve di molti dei presenti. Così, signor Flowers, non so, forse
potrebbe metterci a parte di ciò che le ha fatto cambiare opinione su questo progetto.»
«Mi piacerebbe proprio» disse Flowers. «Niente mi renderebbe più felice. Purtroppo,
oggi non ne ho il tempo. Sono giusto di passaggio tra un appuntamento e l’altro. Non ho
nemmeno il tempo di fermarmi a dare un’occhiata alla cesta dei nuovi arrivi, e lasciare un
altro po’ di quel che guadagno col sudore della fronte in quel registratore di cassa là in
fondo.»
L’uscita fu salutata da una risata più forte di quelle che Abreu era riuscito a strappare al
difficile pubblico presente in sala, un pubblico il cui senso dell’umorismo era ridotto, come
la quantità di spermatozoi prodotta da un uomo che indossa mutande troppo strette, dal
calore di una ventina di cervelli sdegnati. In quel momento, Nat si rese conto che il
Grande Chan sembrava essere in forma smagliante, tanto che avrebbe potuto tenere un
discorso. Anzi, forse era addirittura venuto lì quel giorno con l’intenzione di farne uno. Un
discorso in grado di toccare il cuore dell’elettorato di Nat: i lamentosi del quartiere, i
puristi, gli amanti delle minuzie, gli inveterati ascoltatori di pulci nell’orecchio. Tutti riuniti
in una stanza, pronti per essere accolti nell’abbraccio severo e comprensivo di Flowers. In
un solo colpo, come le mosche del prode piccolo sarto. Per gentile concessione di
Nathaniel Jaffe, il suo epitaffio avrebbe potuto essere: Sul momento mi era parsa una
buona idea.
«A dire il vero io stavo cercando lei, signor Stallings» disse Flowers. «Ha un minuto?»
Era una domanda innocente e cordiale, e quando la riunione riprese, con una richiesta
di chiarimenti da parte del dottor Milne a proposito di una particolarità delle ordinanze di
lottizzazione di Oakland, nessuno a parte Nat prestò attenzione ad Archy, che cauto e
riluttante, rispondeva: «Sì, certo, altroché».

Nella fresca penombra dell’ufficio di Chan Flowers, Archy si lasciò cadere su una
poltrona dallo schienale alto e avvolgente. Era grande e morbida come una nonna, in
chintz beige col disegno di un graticcio sepolto di rose rosa. Una poltrona in cui venir
meno, in cui rinunciare alla propria dignità, protetti dalla riserva d’aria condizionata e
compassione in cui, da dietro la sua scrivania, Chan Flowers riceveva con magistrale
distacco la clientela della morte, simile a un guardacaccia accovacciato e vigile in un
capanno. Il sudore si raffreddava sulle braccia e sulla fronte di Archy in fili di ragnatela.
«Grazie di aver trovato un minuto per me, figliolo» disse Flowers. «Non ho avuto
l’impressione che fossi necessariamente coinvolto in quel casino là dentro.»
«Non necessariamente» ammise Archy. Lottava contro la poltrona, resistendo all’invito
ad adeguare la sua stazza a quell’armatura di dolore. Il dolore era in sé una sorta di
poltrona, ampia e indulgente, che avrebbe potuto avvolgerti nel dolce abbraccio delle sue
ali e poi divorarti, inghiottirti come un mucchietto di monetine. Finì per stravaccarcisi
dentro, in diagonale, con le gambe allungate di lato e le ginocchia nude divaricate, con
una mano a coprirsi la bocca per trattenere una battuta impertinente.
«Ho pensato fosse opportuno» disse Flowers «esaminare con te alcuni dettagli relativi
al funerale. Uno o due punti che sono saltati fuori come le righe piccole in fondo a un
contratto, per così dire.»
Archy annuì, intuendo un significato recondito tra le pieghe della conversazione, un
significato che non gli piaceva. Bankwell «Bank» e l’altro nipote, Feyd, stavano ai due lati
della porta dell’ufficio come una coppia di leoni cinesi da guardia, troppo minacciosi per i
gusti di Archy. Erano le guardie del corpo di Flowers, non c’era dubbio. A un funerale, se
l’atmosfera si faceva turbolenta, un nipote interveniva a ristabilire la pace. Se Flowers
stava seppellendo la vittima di un omicidio, uccisa dalla logica della ritorsione, se c’erano
di mezzo storie di sangue o di rancore, un nipote si intrufolava in mezzo al corteo funebre
con la pistola sotto la giacca. Bank e Feyd, con i loro abiti abbondanti, esibivano
l’espressione tranquilla di chi può contare su un’arma nascosta all’altezza del fianco. Archy
si ricordava di Bank a dodici anni, obeso, con la testa troppo piccola rispetto al resto del
corpo; dello scandalo quando nel quartiere si era scoperto che si faceva pagare cinque
dollari dalla nonna svanita per risolverle i crucipuzzle. Un modo per aiutarla a mantenere
la sua dignità, era stata la sua linea di difesa, così poteva lasciare in giro per casa le
riviste con tutte le soluzioni in bella vista. Archy si chiese perché Flowers valutasse che
quegli energumeni fossero un elemento necessario o desiderabile dei loro appuntamenti.
Allungò il collo per estendere ai nipoti, mediante uno sguardo lento e annoiato, un invito
ad andarsene affanculo, contemporaneamente sollevando il mento in segno di saluto a
Feyd. Feyd gli resituì il gesto con amabile freddezza. Si diceva che fosse un ballerino
sontuoso ed enciclopedico, abile in qualunque tipo di danza, dalla southside al turfing.
Con tutta probabilità era anche un ottimo picchiatore, praticava un po’ di capoeira, aveva
quell’aspetto asciutto e molleggiato da malandro. Bank, per parte sua, era diventato
indiscutibilmente enorme.
Archy si rivolse a Flowers, pronto a rispondergli. «Ho forse altra scelta che starti a
sentire?» disse.
«Certo» disse Flowers con dolcezza, una tale dolcezza che Archy subito si pentì delle
sue parole, e desiderò rimangiarsele. Paranoico, tutto preso a immaginare sottintesi,
grane e pistole. E lo aveva aggredito con quel tono superficiale e irrispettoso.
«Se è un brutto momento» disse Flowers, «sono felice di…»
«No, no» disse Archy, «stavo solo scherzando. Facciamo pure.»
«Ottimo.»
«Mi stava dicendo del signor Jones.»
«Sì. Sono sicuro che il fratello Singletary te l’avrà già detto, ma il signor Jones aveva
pensato a tutto, sul piano economico e anche in materia di scelte e preferenze.»
«Si sapeva.» Era saltato fuori che Singletary era l’esecutore testamentario del signor
Jones, con le mani in pasta ovunque non le avesse già messe Chandler Flowers. «Voglio
dire, cazzo, per un bel po’ si è portato in giro la foto della sua bara nel portafogli, e ogni
tanto la tirava fuori e le sorrideva come se guardasse il poster di una donna nuda o, per
dire, una foto di Tahiti.»
«Il signor Jones, che riposi in pace, aveva senza dubbio le sue peculiarità.»
«Voleva essere sepolto col completo azteco» disse Archy. «Ho sentito.»
«Un orrore da far spavento» disse Feyd.
«Il completo azteco è una creazione di Ron Postal di Beverly Hills» spiegò Archy, grato
dell’opportunità, dopo lo stravaccamento in poltrona e le risposte sgarbate da
adolescente, di salire in cattedra e impartire una lezione a quello stronzo con l’aria da
galletto. «Riconosciuto maestro dei completi da uomo anni Settanta. È davvero qualcosa
di unico. Roba che dovrebbe stare allo Smithsonian.»
«La gente spesso ha idee molto precise per quanto riguarda l’abbigliamento da
sepoltura» disse Flowers con tutta la sua ben allenata delicatezza. «No, la cosa strana di
cui parlo, ma forse strana non è il termine giusto… Stavo scorrendo le sue istruzioni, sai,
le ha battute a macchina, sei pagine a interlinea uno.» Aprì una cartelletta che aveva
sulla scrivania, verde bosco con i ganci di metallo bianco, per appenderla nell’archiviatore.
Con la punta del medio, appena più grande di quello di un bambino, cominciò a scorrere i
punti sul primo foglio. «Voleva il carro funebre Cadillac.»
«Naturalmente» disse Archy.
«Naturalmente. E ci sarà. Voleva la bara aperta…»
«Che aspetto ha?»
«Adesso? Adesso ha un aspetto sereno e dignitoso.»
«Niente, come dire, danni evidenti?»
«Questa è la nostra arte, signor Stallings» disse Flowers. «La nostra professione. Per
favore. Voleva la banda cinese, la Green Street Mortuary Band, quella di San Francisco.»
Sollevò lo sguardo dalla cartelletta. «Ci sarà?»
«Purtroppo sono già impegnati» disse Archy. «Mattina e pomeriggio.»
«Allora questo è un problema» disse Flowers.
«La prego» disse Archy. Aveva scambiato alcuni messaggi con la segretaria di Gwen,
Kai, per vedere se la sua banda, Bomp and Circumstance, era disponibile per il funerale.
Il signor Jones l’aveva sentita una volta alla fiera di Temescal. Un branco di lesbichette
tatuate con la faccia impassibile che brandivano gli ottoni suonando What a Friend We
Have in Jesus non avrebbe avuto difficoltà a strappare un sorriso al signor Jones. «Questa
è la mia, di arte e professione.»
«Mi sembra giusto.»
«Dunque sono in attesa di sentire cos’altro è saltato fuori» disse Archy. «In queste
righe piccole.»
«Be’» disse Flowers, «il nostro gentiluomo, pace all’anima sua, aveva un’avversione, si
potrebbe dire, per la religione. Sono sicuro che lo sai.»
«Però era un uomo profondo.»
«Sì, lo era. Ma ha messo bene in chiaro» continuò picchiettando il terzo foglio
dattiloscritto della cartelletta «di non volere un sacerdote o un ministro, né un funerale in
chiesa. Non voleva nemmeno che la funzione si tenesse qui, nella nostra agenzia. Non gli
piacevano le vetrate e, suppongo, le panche nelle cappelle e così via. Abbiamo bibbie,
raccolte di inni. Una certa atmosfera di, chiamiamola così, reverente solennità.
Personalmente, cerco di fare in modo che l’elemento religioso sia rispettoso, non invasivo.
A rigore, la nostra è un’impresa laica. Ma è anche vero che si chiamano cappelle
funerarie, e il signor Jones…»
«Era un ateo tutto d’un pezzo» disse Archy. «Ricordo che mio padre diceva che un
tempo il signor Jones era stato addirittura comunista.»
«Come sta Luther?» chiese Flowers, stanco, senza la minima curiosità, più dolce che
mai.
Una domanda pro forma. Ma il suo sguardo furtivo guizzò verso sinistra, a cercare Bank,
come per dirgli Adesso stai attento.
«Non saprei» rispose Archy.
«Non l’hai visto?»
«Non lo vedo da due anni, più o meno. Cos’ha fatto stavolta?»
«Non ha fatto niente» disse Chan Flowers. «Mai detto che avesse fatto qualcosa.»
«Però lo sta cercando» disse Archy. «Ho proprio quest’impressione.»
«Potrebbe essere.»
«Se lo sta cercando» disse Archy, «qualcosa deve aver fatto.»
In fondo al viso di Flowers si aprì un sorriso, sottile come un taglietto provocato da un
foglio di carta. Archy non conosceva la natura dell’antico rancore di Chan Flowers nei
confronti di Luther Stallings. Era una storia proibita e oscura. Le sue zie avevano svolto
indagini, tirato fuori le antenne. Per anni avevano continuato a sondare le loro fonti di
pettegolezzi, a rimestare le ceneri con le loro pinze. Ma perfino quelle leggendarie
esperte di scandali non avevano mai trovato nulla che spiegasse una volta per tutte la
rottura, a parte i mormorii sul legame con un leggendario omicidio degli anni delle
Pantere. Da ragazzi, Archy lo sapeva, Chan e Luther avevano fama di essere inseparabili,
cronici compagni di cospirazioni. Poi, quando lui aveva circa quattro o cinque anni, più o
meno all’epoca in cui Luther aveva cominciato a recitare nei film, l’amicizia era stata
abbandonata per sempre come una casa chiusa con i sigilli, destinata alla demolizione.
«Qualunque cosa abbia fatto, sono certo che sia tutta colpa di mio padre» disse Archy.
«Mi faccia dire almeno questo, per cominciare.»
«Potresti aver ragione» ammise Flowers. «Luther potrebbe aver fatto qualcosa, e
qualsiasi cosa abbia fatto è probabilmente, mi spiace dirlo, colpa sua. Ma questo non
conta. Ho solo bisogno di vederlo. Di parlargli.»
C’era una fotografia di cui Archy si ricordava, appesa al muro dei vari appartamenti di
suo padre. Era lucida, in bianco e nero, scattata da un fotografo del «Tribune» a un ballo
alla Oakland Tech, Luther Stallings e Chan Flowers con due splendide ragazze dell’epoca.
Tutti in ghingheri e sorridenti, con quella dignità precoce che è prerogativa dei tuoi
antenati da giovani.
«Se sapessi dov’è, consigliere, glielo direi subito» disse Archy. «Ma non lo so. Per
scelta. E non ho intenzione di scoprirlo.»
«E non conosci nessuno che sappia dove abita. Nemmeno una persona.»
Pareva un gentile rimprovero rivolto ad Archy per la sua ignoranza. Con il sottinteso che
da qualche parte, per qualcuno, Luther Stallings forse potesse ancora servire a qualcosa.
«No. Assolutamente.»
«Be’, ammettiamo che la situazione cambi, o che cambi il tuo modo di vederla. Per
dire, un giorno sei lì che guardi l’acqua qui intorno. E vedi spuntare quella pinna, un
vecchio squalo di tua conoscenza venuto a nuotare da queste parti. In quel caso, come
dire, fammelo sapere. Ho una cosa da dargli. Una cosa di cui ha un estremo bisogno.»
«Sì? E cosa, un leone marino?»
Flowers puntò gli occhi sonnacchiosi su Archy, li posò su di lui come fossero due mani.
Lentamente, con un’aria di scetticismo, le pesanti palpebre si sollevarono. «Adesso parlo
sul serio» disse. «Se incontri lui o uno dei suoi noti soci e compari. Uno della sua vecchia
combriccola che non è ancora morto, per pochi che siano. Fammelo sapere e basta.
Valletta Moore, per esempio. Ho sentito che è nei paraggi.»
Chan puntò dritto su Archy la torcia e il piede di porco del suo sguardo. Ma lui rimase
impassibile, inespugnato. Forse Flowers già sapeva che Archy aveva visto Valletta; forse
stava solo cercando informazioni. Archy non avrebbe saputo spiegare perché aveva deciso
di tacere.
«Se per caso si facesse vedere» insisté Flowers, «diciamo. Tu devi solo chiamarmi sul
mio cellulare personale. Feyd, dagli il numero. D’accordo? Farai questa cosa per me?»
Archy rispose: «Ci penserò su».
«Falla» disse Flowers. «E magari, chi lo sa, alla fine potrei mettere una buona parola
per te con G Bad.»
«Davvero?»
«Non è assolutamente da escludere.»
«“Relazioni con la comunità”, eh?»
«Il nuovo Dogpile, ho saputo da persone affidabili, avrà la sezione jazz più ampia e
completa d’America. E anche hip hop. r&b. Blues. Gospel. Soul. Funk. Qualcuno quel
reparto dovrà pur dirigerlo, caro signor Stallings.»
Archy doveva scegliere: lasciare che il significato di quelle parole penetrasse in lui, o
scrollarselo di dosso immediatamente, come un cane a cui piazzino in testa un cappello.
«Satana» disse sorridendo. «Vade retro.»
Dal retro venne solo il rumore di Feyd che sbuffava, o forse di Bank.
«Dipende da te, naturalmente. Con un bambino in arrivo» disse Flowers. «È ora che
cominci a guadagnare soldi veri. Che ti procuri quel bel pacchetto di benefit che offrono.»
«Potrebbero anche offrirmi un giro sul loro dirigibile» disse. «Io non sono in vendita.»
«Adoro le illusioni che un uomo si fa alla vigilia della nascita del suo primo figlio» disse
Flowers. «Sono come piccoli fiocchi di neve. Appena prima che il sole spunti dalle nubi e
tutti quei bei sogni li faccia squagliare.»
«Vivere nel mondo dei sogni» suggerì Bank.
«Certo» disse Flowers. «Ma l’affitto bisogna pagarlo.»
«Ehi, sì, no, io devo proprio ringraziarla» disse Archy, alzandosi in piedi. «Mi ha davvero
aiutato a schiarirmi le idee sul Brokeland, all’improvviso. Gliene sono grato.»
«Sì?» Adesso era Flowers a sembrare diffidente, non capendo la direzione che avevano
preso i pensieri di Archy. «E come mai?»
«Mi ha fatto capire che il funerale dobbiamo farlo al negozio. Spingendo in fondo le
ceste dei dischi, hanno tutte le rotelle, sa? Così ci entreranno un sacco di persone. Proprio
come alle serate danzanti che organizzavamo un tempo.» Non fu facile, vestito con degli
orribili calzoncini da basket e una felpa di Captain EO con le maniche tagliate, ma Archy
s’immerse in profondità e riportò in superficie tutta la dignità che riuscì a staccare dal
fondo marino della sua anima. «Consigliere, lei mi ha fatto capire, e la ringrazio, che io, il
signor Jones, Nat Jaffe e quelli come noi, una chiesa ce l’abbiamo già. E anche lei, una
volta, fino a non molto tempo fa, ne era membro a pieno titolo, se non ricordo male. E
quella chiesa è la chiesa del vinile.»
«La chiesa del vinile» disse Flowers, persuaso solo a metà. Ma scosse la testa e dal
naso emise un suono divertito, o forse di disgusto. «Bene, bene.»
Archy si voltò e lasciò l’ufficio senza uno sguardo nella direzione di Bank o di Feyd,
godendosi, mentre passava in mezzo a loro, l’eco della sua stessa frase sospesa nelle
proprie orecchie.
«Se vedi quella pinna nell’acqua, allora» gli gridò dietro Flowers. «Tu devi solo cacciare
un urlo, mi raccomando.»
Larga come un abisso e rombante come la rovina, la El Camino entrò nella strada dei
giochi abbandonati e si fermò di fronte alla casa. Sussulto, colpo di tosse, debole botto;
poi un silenzio imbarazzato calò sul pomeriggio. Tardo pomeriggio di fine agosto, il cielo
delimitato solo dalle colline e dall’imminente muro della notte. Palme, sicomori immersi
nell’ombra. Bungalow come cappelli dalle calotte incendiate dal sole. Archy osservava
tutto con l’ardore di un uomo destinato alla rovina. Non che credesse di essere in pericolo
o di stare per morire, se non nel modo più lento e convenzionale. La limpidezza e la
dolcezza della sera, la luce e il modo in cui gli provocava una fitta di dolore al petto erano
solo l’effetto di un lieve panico, un panico insieme morale e concreto.
Quando scese dall’auto, la sera gli posò il palmo freddo contro la ronte stremata, come
per sentire se scottava. Archy si fermò sul vialetto d’ingresso di fronte a casa sua. Il
motore della El Camino sospirò e borbottò fra sé, fermandosi. Un archeologo in erba
setacciava la cassetta della sabbia con una paletta rossa.
Probabilmente ne avrebbe cavato l’antico pezzo di un giocattolo leggendario, una testa
di Steve Austin, o magari di Oscar Goldman. Six million ways I used to run it. Avrebbe
detto a Gwen di Titus. Dopo, ci sarebbero state altre cose da dire, a varie altre persone.
Un certo numero di decisioni cruciali restavano ancora in sospeso. Ma almeno una andava
affrontata.
«Stai fermo lì» disse Gwen, e risultò che l’ordine era destinato al giovane signor Titus
Joyner, fermo sul gradino più in basso della veranda. In verità, a giudicare
dall’espressione di sua moglie mentre scendeva ansimando verso di lui sul vialetto
d’accesso, carica di una grossa sacca verde, Archy avrebbe fatto meglio a girare sui tacchi
e andare di corsa verso quelle cazzo di colline.
«L’ho portato da Trader Joe’s» disse. Gwen lasciò cadere la sacca a terra fra loro, con
un tonfo che Archy stimò equivalere a circa venti chili di averi ed effetti personali. «C’è del
chili di fagioli neri in scatola, e dei taquitos surgelati. Uova, bacon, miscela per pancake e
sciroppo.»
«Va bene» disse Archy. «Qualsiasi cosa tu… Va bene.» Si chinò e sollevò la sacca. Venti
chili. Le cose che servivano ad Archy Stallings per vivere liberamente, in pace e felice in
questo mondo, non potevano pesare meno di duecento-duecentocinquanta chili.
«Gli ho comprato calze e mutande nuove.» Ebbe un sussulto. «E stai tranquillo che le
vecchie le ho buttate.»
Archy guardò Titus, che studiava le sue Air Jordan con la testa fra le mani. Immaginò le
calze bianche nuove sui loro appendini di plastica, le Fruit of the Loom immacolate nel
pacchetto frusciante. Fu solo quando guardò suo figlio e s’immaginò le sue mutande e le
sue calze che per la prima volta provò davvero vergogna. Quel ragazzo non aveva
nessuno al mondo che si preoccupasse di controllare se la sua biancheria era pulita. E
Archy era così insufficiente, valeva così poco come uomo e come padre, che Gwen,
nemmeno una sua consanguinea, era stata costretta a farsi avanti e intervenire, come lo
Zio Sam con uno stato canaglia. Ad assumere il controllo della situazione.
«Ehi» disse Archy. «Dico a te, Titus. È questo che vuoi?»
Il ragazzo ci pensò su, prendendosi tutto il tempo. Nei suoi occhi, neppure un barlume
dei processi mentali in cui era impegnato. Poi scrollò le spalle.
«Va bene, allora» disse Archy. Si mise la cinghia della sacca a tracolla e guardò Gwen.
«Grazie.» Si voltò, sentendosi soffocare dalle lacrime, ma cercò di non darlo a vedere
affettando un colpo di tosse come la sua El Camino. La sua vecchia auto rovinata, il suo
negozio di barbiere rovinato pieno di vecchi dischi rovinati, e la doppia città bicolore del
Brokeland, ormai giunta quasi al capolinea. Ecco l’inventario della sua vita.
«Scusa. Dov’è che credi di andare?»
Si voltò, capì di non aver capito pur senza riuscire a capire del tutto. Gwen scese lungo
il vialetto, gli strappò la sacca di mano e si diresse barcollando verso il baule della sua
bmw. La sacca finì sul sedile del passeggero, e lei fece manovra sul vialetto. Abbassò il
finestrino e aspettò che Archy, dopo aver controllato le finestre dei vicini e avvistato una
faccia o due, la raggiungesse.
«Voglio darti un consiglio» disse Gwen, mantenendo il pieno controllo, come notò
Archy. «È molto semplice. È l’unica cosa che ti dirò, perché davvero non c’è altro da
aggiungere.»
«Bene» disse Archy. Pur vedendo Gwen seduta in auto, pronta ad andarsene con i suoi
venti chili di libertà, non aveva ancora capito del tutto che lei lo stava lasciando. «Ti
ascolto.»
«Prima voglio essere sicura che tu capisca. Hai un’aria confusa. Sei confuso?»
«Sì, ammetto che sono un po’ confuso.»
«Ho una paziente in travaglio. Amy. Vado a farla partorire. E poi vado a dormire da
qualche parte. Non ritornerò. Fin qui tutto chiaro?»
Archy annuì.
«Quel ragazzino lì è tuo figlio. Titus. Ci sta a malapena nel letto gonfiabile della stanza
sul retro. Mi assicurano che sa parlare, ma non posso dire di averne le prove. Taquitos.
Bacon.» Contò sulle dita della mano. «Capito?»
«Sì.»
«Bene. Ed ecco il consiglio: devi costringerli a fare cose che loro non vogliono fare,
anche se in realtà non t’importa niente se le fanno o no» disse. «Tutto il resto è… lo sai.»
Mentre contemplava tra sé il consiglio, contorto come un nastro di Möbius, che Gwen gli
aveva appena dato, e guardava l’elegante didietro dell’auto di lei allontanarsi, con
un’ultima scorreggina il cervello di Archy infine capì. I pacchetti di mutande, le lattine di
chili di Trader Joe’s. Non erano rimproveri scagliati contro di lui da una donna infuriata
che cercava di indurlo, con la vergogna, a prestare attenzione a suo figlio e alla portata
del sacrificio che le sarebbe toccato. Erano informazioni di cui avrebbe avuto bisogno.
«Ho fame» disse il ragazzo quando Archy si voltò verso la casa.

Nelle cucine dell’infanzia di Archy, ogni volta che sua madre e le sue sorelle si
trovavano per farsi i capelli e pronunciare sentenze, erano due i termini ricorrenti con cui
esprimevano la loro indignazione. Il primo fulmine che amavano scagliare, allungando un
braccio all’indietro come Zeus per prenderlo da un secchio nell’angolo, era shameless:
privo di vergogna, svergognato. Era una parola che si sentiva spesso. Aveva un ambiguo
scintillio. Shameless significava che eri affetto da una forma di pigrizia così grave da non
preoccuparti nemmeno di nascondere il tuo cattivo comportamento, ma al contempo
sembrava suggerire che non avevi niente da nascondere, nessun bisogno di provare
vergogna.
La seconda parola lanciata dalle sorelle dall’alto del loro insormontabile sdegno era
scandalous. Questo termine lo comprimevano, come un coltello a serramanico sul suo
perno, riducendolo a due sillabe, scanless, così che quando era un ragazzino, Archy lo
interpretava come un cugino grammaticale del primo, un’assenza di che era anche una
libertà da. Il sostantivo che ne derivava, scanlessness, indicava una magica invisibilità, un
dispositivo morale di occultamento usato dagli svergognati per difendersi dagli
onniveggenti scanner delle persone che agivano in modo corretto e sapevano come
comportarsi, gruppo quest’ultimo che le sorelle reputavano molto esiguo, coincidente più
o meno con loro stesse.
Scandalosamente privo di vergogna, Archy salì sull’auto di Walter Bankwell. Un tempo,
il veicolo in questione sarebbe stato una Datsun B210 del 1981, molto usata ma tenuta con
amore, di un blu da vasocongestione testicolare, il sedile posteriore rimpiazzato, come
nella DeLorean di Doc Brown, dal flusso canalizzatore di un paio di casse Alpine capaci di
allentare con le loro vibrazioni le viti del tempo e dello spazio. Quel giorno, alle dodici e
trenta, presso la curva segreta della Trentasettesima Strada, punto d’incontro scelto da
Archy secondo antiche abitudini di furtività, il veicolo in questione era una splendida Omni
GLH del 1986 turbocompressa in perfette condizioni. Giallo acceso con strisce nere da

cerotto, tubo di scappamento accordato su un rombo baritonale alla Gerry Mulligan. Nella
remota eventualità in cui Archy o qualunque altro attuale abitante della superficie di Sol
iii non avesse colto il fatto che la verniciatura costituiva un tributo alla tuta indossata
dall’antico concittadino Bruce Lee nel suo capolavoro finale rimasto incompiuto, L’ultimo
combattimento di Chen, Walter indossava una tuta da ginnastica Adidas vintage color
giallo ape, con una larga striscia nero ape lungo i fianchi, e le prescritte Onitsuka Tigers
color bombo.
«Oh, santo cielo» disse Archy, struggendosi per la bellezza della macchina mentre
infilava la propria mole nell’abitacolo e squadrava da capo a piedi il suo amico d’infanzia
con una lunga, lenta occhiata di finta ammirazione. «Uma Thurman! Che piacere vederla,
adoro i suoi film.»
Walter abbozzò un sorriso, ma lo ripose nella guancia sinistra come se volesse
conservarlo per il futuro. Aveva l’aria di essere irritato, di sentirsi sfruttato, di avere di
meglio da fare, faccende più inutili da sbrigare. Aveva inviato ad Archy una e-mail da un
dominio Dogpile, senza specificare dove volesse portarlo e con quali intenzioni,
limitandosi ad alludere, in modo quasi offensivo (benché tutt’altro che improprio) al fatto
che Archy non sapesse dire di no a un pasto gratis.
«“Uma Thurman”.» Walter Bankwell scosse il capo, deluso. «Non è nemmeno un
insulto.»
Archy rifletté. «Forse hai ragione.»
«Presente quando la punge la zanzara? E la mia Uma esce dal coma…?» Walter posò
due dita sul volante. «È come… tipo un semplice processo in due fasi. Prima fase,
riprendere conoscenza. Seconda fase, spaccare tutto.» Si stupì. «Quando stacca a morsi
la lingua del tizio…»
«Credi sia davvero possibile?»
«In realtà» continuò Walter ignorando la domanda, «io vorrei essere Uma Thurman.
Almeno non dovrei scarrozzare per la periferia di Temescal uno stronzo con il basco e il
pizzetto da de-vo-to della Negritudine, che pare Charles Mingus.»
Walter mise in moto la glh e si allontanarono dal marciapiede con il motore che
suonava note di baritono.
«Ma non saresti il ragazzone che sei, non ci fosse sempre qualcuno disposto a
sfamarti.»
C’era della verità, in quella frase che Archy non poteva contestare.
Così si tolse la giacca dell’abito di lino color caramello, a un bottone, con i revers stretti
del 1962 e se l’appoggiò, piegata, sulle ginocchia; trovò la leva per far arretrare il sedile,
fino in fondo; accavallò i piedi calzati in stivaletti di coccodrillo con la cerniera, color
zucchero di canna, numero 50; aggiustò l’angolo del suo basco autentico, anch’esso color
zucchero di canna; e chiuse quella cazzo di bocca. Aveva la sensazione che quella gita a
sorpresa fosse il seguito della sua conversazione del giorno prima con Chan Flowers, ma
la sua coscienza non permetteva alla sua immaginazione di spingersi più in là di così.
Mentre si allontanavano, si voltò e guardò oltre il lunotto per assicurarsi che sul
marciapiede non ci fosse Nat.
Il vecchio Kung Fu, guardalo un po’. Tutti quegli anni passati ad azzuffarsi e a far
cazzate giù a L.A., a presentarsi alla porta di chiunque si prendesse il disturbo di
sbattergliela in faccia, cercando di mantenere le distanze da uno zio che lo amava troppo.
E ora eccolo qui, di nuovo a Oakland, a lavorare per il quinto uomo di colore più ricco
d’America, al volante di un’auto impeccabilmente restaurata, sparando a tutto volume un
po’ di Zapp, o forse era un pezzo solista di Troutman, dall’autoradio di serie, e in
generale, come lui e Archy avrebbero detto da giovani, rimanendo in stretto contatto con
la surrealtà.
«Allora, dai, seriamente» disse Archy. «Dove stiamo andando?»
Ma la sola risposta di Walter fu di prendere la 24 in direzione ovest, e dopo non molto
furono sulla 880, con solo Hayward, San Jose e Los Angeles a dividerli dalla desolata
distesa priva di ristoranti dell’Antartide.
«Un posto vicino all’aeroporto?» ipotizzò Archy. Là c’erano ancora una o due bettole
vecchio stile, infilate fra sale da banchetti e fast food standardizzati lungo il tratto
rinnovato della Hegenberger, oscuri buchi subacquei in cui s’infilavano avvocati del
lavoro, motociclisti, addetti ai bagagli, hostess delle tratte brevi che tenevano il conto dei
loro crostini sui libretti della Weight Watchers. Niente di buono all’orizzonte, per quanto
Archy ne sapeva, per quanto lui vivesse nell’eterna speranza di imbattersi in un vassoio di
leccornie sconosciute, magari, perché no, al termine di un viaggio lungo il più improbabile
dei controviali, devastato dalle insegne delle catene commerciali.
«L’idea era farti una sorpresa» disse Walter. Aveva un voce roca per natura, ma adesso
sembrava che in fondo alla gola gli fosse rimasto attaccato qualcosa, una pillola di
esitazione. Archy fece scorrere un’altra volta il testo dell’e-mail nella sua mente, per
assicurarsi che contenesse un concetto parafrasabile con Ti pago il pranzo. «In caso fossi
troppo cieco, stupido e idiota per arrivarci da solo.»
«È un ristorante, però. Giusto?»
«Anche questa è una sorpresa» disse Walter. «Ancora per poco.»
L’immaginazione di Archy cominciò a galoppare. Ipotizzò qualche stronzata tipo
agriturismo, un posto dove dovevi macellarti il maiale da solo, un chiosco che vendeva
termiti fritte, roba del genere.
«Perché giuro davanti a Dio che se stai cercando di prendermi in giro…»
«Ehi, rilassati, Tartaruga. Fidati, sarai nelle mani di uno chef eccellente. Contento?»
Universale ed ecumenico negli appetiti, Archy si mise comodo e lasciò che la
prospettiva di un pranzo enigmatico – magari al pastor affettato dal girarrosto di qualche
oscuro genio su un camion che vendeva tacos – scacciasse dalla sua mente i pensieri
inquietanti suscitati dal ragazzino che ora, a causa di un loop nell’ingarbugliata matassa
della vita, era finito sotto la sua responsabilità. Viso di pietra, struttura e colore molto
simili a quelli di Luther Stallings: vedere Titus, per Archy, era come sentire il tocco di una
tenaglia al cuore, una fitta che colpiva il passato e il presente, un dolore che scavalcava i
decenni, saltava una generazione. O forse era come uno di quei barbecue coreani, dove
una signora accorreva a disporti sul tavolo tutta una serie di piatti minuscoli e ciotole di
kimchi, come se si preparasse a predirti il futuro, e tu a cuocere le costolette sottili come
affettati sulla tua griglia personale. Per un minuto, Archy permise alla fiamma di un
fornello coreano di bruciare nella sua mente l’amara consapevolezza, che lo opprimeva
senza sosta, della ferita e della delusione che aveva causato, e che avrebbe continuato a
causare, col suo essere scandalosamente svergognato, alla donna che amava. Poi
immaginò un camioncino dei waffel, un luccicante bus cromato che scodellava polli e
waffel, dove il destino del Brokeland Records, della sua lunga e complicata amicizia con
Nat Jaffe, potesse affogare in un fiume di sciroppo per pancake da riversare sulla
croccante griglia di un waffel immaginario, avvolto intorno a una coscia di pollo croccante.
Tutti quei problemi, e la perdita del signor Jones, le telefonate e i preparativi che Archy
doveva fare… Sarebbero svaniti come vapore risucchiato dalle ventole rombanti al di
sopra dello wok, delle pentole ribollenti di birria, delle griglie sibilanti di cipolle destinate
a un sandwich o a un trito di carne.
Poi Archy vide la sorpresa, e capì. Oscillava lento e maestoso, attaccato al suo filo in
cima a un alto palo d’acciaio a sua volta montato su un camion, nella parte più remota
dell’aeroporto di Oakland, lungo un tratto di terreno paludoso, spoglio e semiselvaggio.
«Il dirigibile» disse Archy. Riempiva il parabrezza della glh, nero e lucente, decorato sul
fianco con l’impronta rossa di una zampa e la scritta in carattere egizio, grassetto rosso.
«Il dirigibile della Dogpile.»
«Non è un dirigibile, è uno zeppelin.» La voce rasposa, da cotton fioc, di Walter a un
tratto si fece morbida, strozzata. Tradendo, così parve ad Archy, un leggerissimo accenno
di paura. «Ha la struttura rigida.»
«Oh, giusto.»
«Non è un pallone floscio.»
Si diressero a un posto di controllo presidiato da una guardia privata con il volto
butterato, dove Walter consegnò la patente e ricevette in cambio un lungo, duro sguardo
di minaccia, a cui, quando ebbe riavuto indietro il documento, replicò con fermezza. Poi
guidò l’auto fino all’ombra dell’aerostato, scesero, sbatterono le portiere. Lo zeppelin
sembrava lungo quanto un isolato di Telegraph Avenue, alto quanto il Kaiser Hospital.
Mentre era lì, a raddrizzarsi il basco, controllare che i lembi della camicia non gli
uscissero dai pantaloni, lisciarsi le grinze dell’abito color caramello, Archy osservò quella
nera caricatura di secoli d’ansia anatomica del maschio bianco, e sentì che, come il
melismatico monolito di Kubrick, stava cercando di incrociare le connessioni del suo
cervello. Il sole di fine agosto lo incoraggiava – nel modo in cui Walter lo aveva sempre
incoraggiato a sottrarsi all’influenza delle zie lanciatrici di fulmini che albergavano nella
sua anima – ad abbandonare la tetra caverna del Brokeland Records e l’altrettanto tetra
prospettiva di una vita trascorsa a rovistare nei cassonetti e nelle soffitte, ogni giorno
pronto a cadere sull’altro come dischi impilati su un alberino, ad azzerare lo scarno totale
del registratore di cassa, e rientrare a casa a fine giornata trascinando una scatola di
tesori marci e graffiati solo per sentirsi arringare dalla moglie che, citando brani di
qualche libro di auto-aiuto, lo esortava a spogliarsi di tutto ciò che non era essenziale per
vivere. Invece: liberarsi della zavorra e salire. Cominciando, diciamo, dalla propria
collezione di dischi, semplicemente disfarsi dell’intera pila, scaricare il suo gas nocivo
sparpagliando frisbee da 180 grammi e prender quota. La cortina blu del cielo, in alto, il
dolce fetore di palude di Alameda nella brezza che gli afferrava la cravatta, sembravano
contenere il premio di una promessa realizzata, la stessa che da sempre Archy portava,
sgualcita e lacera, nel portafogli della vita.
«Ecco il tuo pranzo, testa di cazzo» chiarì Walter.

Come un gruzzolo di diamanti di famiglia cucito negli orli e nelle tasche nascoste del
mantello di un esule, Oakland era cosparsa di meraviglie segrete, perfino qui, nel suo
angolo più malmesso, fetido, semiputrefatto.
La navicella dello zeppelin era una vettura ristorante affusolata, fabbricata in un
qualche polimero nero lucido come un disco di vinile. Si librava appena sopra il terreno,
un cuscino per un dio coricato. Due piloti perfettamente nella parte, con tanto di cappelli
da capitano, salutarono dagli oblò frontali i passeggeri in arrivo, poi ripresero i loro
preparativi per l’ascesa, giocherellando con le manopole, digitando qualcosa sulla grande,
vecchia console dello zeppelin. Tra i nuovi arrivati e la navicella, un nero in cappello da
cuoco e grembiule bianco, si ergeva davanti a un barbecue con le ruote, e armato di
pinze e pennello applicava la sua instancabile maestria a una ventina di grossi gamberi.
Sulla parte anteriore del barbecue c’era una scritta in caratteri wildstyle, il samoano
affamato.
«Non dirmi» cominciò Archy, poi si fermò, incapace di capire o accettare che avrebbe
dovuto pranzare in quota. Sbirciò il fumo che saliva dal barbecue, unendosi e separandosi
in dense matasse, impigliandosi lungo il fianco del dirigibile.
«È riempito di elio» disse Walter seguendo il corso preoccupato dello sguardo di Archy,
ma dando l’impressione di essere preoccupato lui stesso, nonostante il tranquillo tono
esplicativo. Un tentativo di autorassicurarsi. «È roba inerte. Non può bruciare. Non può
interagire con niente.»
Poi un portello nel lato della navicella emise un sospiro e si spalancò, rivelando il carico
segreto del dirigibile: un monolito di basalto, proprio quello che ci voleva per spingere le
mezze-scimmie a sognare le stelle. Polo nera di maglina, cranio lucido come la testa di un
Oscar. Occhiali da sole con la montatura dorata, anelli d’oro alle dita, Levi’s neri,
mocassini Timberland. Immobile in cima a una scaletta retraibile, per meglio esibire il
proprio coefficiente di minacciosità, quel fratello sembrava una celebrità del golf, o forse
uno che avesse appena mangiato una celebrità del golf. Spalle tirate all’indietro, petto in
fuori, si mosse con la fluidità a scatti di un film a passo uno, un negro di Harryhausen,
mitico ed enorme. Dietro di lui, alto e con le spalle larghe, ma rimpicciolito dal confronto
col quel tizio che pareva uscito dal Viaggio fantastico di Sinbad, c’era un bell’uomo dalla
carnagione color tè, agile e slanciato. Si fermò sul gradino più alto valutando gli ospiti,
poi discese la scaletta saltellando e si diresse lentamente verso Archy e Walter, oltre la
guardia del corpo, l’andatura appena claudicante a causa di un dolore alle giunture o di
un vecchio infortunio.
«Archy Stallings» disse Gibson Goode, come se ripetesse la maliziosa battuta finale di
una barzelletta che di recente l’aveva fatto ridere. «Grazie di essere venuto.»
«Sì, be’, grazie a lei per avere invitato me» disse Archy, e la voce si estinse sul
pronome e l’inadeguatezza che designava. Walter si portò le dita alle labbra, soffocando
una risata mentre Archy si impappinava tentando di non impappinarsi. «Gibson Goode!
Cioè!» Archy ora rideva di se stesso. «Accidenti.»
Ripensava alla sua effigie stampata sul retro della figurina Topps, un metro e
novantotto, 104 chilogrammi, imperatore dell’universo nel 1999, quando nella National
Football Conference era stato campione incontrastato per touchdown, passaggi
completati, passer rating, e in tre partite aveva lanciato per almeno quattrocento yarde.
Sempre alto e muscoloso, una struttura fisica più da esterno centro del baseball che
quarterback, tutto gambe, con quello sciolto senso equino del movimento, Gibson Goode,
detto anche G Bad. Testa rasata appena velata da una debole, uniforme spolverata di
carbone. Un paio di occhiali da sole dalla pesante montatura di tartaruga e lenti verde
scuro che consentivano ai suoi occhi di occuparsi inosservati dei freddi fatti dell’impero.
«Che cosa posso offrirle da bere?» chiese.
«Non bevo…» disse Archy, e si fermò. Odiava il suono di quelle parole ogni volta che si
vedeva costretto a pronunciarle. Dio solo sapeva quanto poco lui stesso avrebbe gradito
l’idea di dover passare del tempo con un idiota che faceva sventolare quel deprimente
motto dal suo pennone.
«… Alcol» aggiunse. Peggiorando solo le cose, da maniaco del dettaglio, pronto a
uscirsene fuori con l’elenco completo delle bevande che era disposto a consumare. Poi fu
la volta del pallido tentativo di redimersi, con un accenno all’indulgenza passata: «Non
più». Per scivolare, infine, in una superflua rivelazione di natura medica: «Problemi di
stomaco».
«Già» disse Goode, con un’aria opportunamente sobria, «anch’io ho smesso di bere.
Allora Coca? San Pellegrino? Tè dolce?»
«Il mio tè dolce le piacerà molto» disse con gravità il samoano affamato. Sembrava
quasi un ordine.
«D’accordo, T.» disse Goode al gigante con le Timberland, guardia del corpo,
maggiordomo. Muto e obbediente come un golem, il gigante ritornò alla navicella.
Quando Archy salì dietro a Goode nella cabina di quello che veniva impropriamente
chiamato dirigibile, il gigante aveva in mano un bicchiere di tè al frutto della passione per
Archy e per Goode, e una lattina di birra Tecate per Walter, sormontata da un
sopracciglio in forma di fettina di lime.
L’interno della navicella era fresco e accogliente, un’unica superficie di lucida plastica
nera, con finiture di alluminio satinato e ricoperto, nei punti destinati a entrare in contatto
con un paio di natiche umane, da inserti di pelle di cavallino pezzato. Nello spettro dei
rifugi segreti, si collocava a metà strada tra il genio folle determinato a dominare il
mondo e il rampollo di un emirato minore amante delle discoteche. L’arredamento
rivelava rimandi, atti a suscitare l’approvazione di Archy, a Diabolik e Dune di David
Lynch.
Goode arretrò perché Archy potesse ammirarli liberamente. «Benvenuto a bordo del
Minnie Riperton» disse.
Walter guardò di nascosto Archy, che ondeggiò all’indietro, colto con la guardia
abbassata.
«Accidenti» disse Archy.
«Eh già.» Goode era preparato a quella reazione, aveva la battuta pronta. «Come lei, è
nero. Bellissimo. E arriva davvero in alto.»
La voce di Minnie Riperton, cinque ottave di estensione fino al Fa sovracuto, morta di
cancro a trentun anni nel 1979, era nella memoria di Archy un avatar di sua madre; una
presenza sempre sul punto di svanire, un calore etereo. Le due donne, Minnie e Mauve, si
assomigliavano perfino: naso cherokee, occhi grandi, molto scure di pelle, e perseguitate
dal dolore. All’inaspettata evocazione di quel nome, Archy sentì il cuore fare un salto nel
petto, e si confuse, supponendo per un’istante trasognato che Goode avesse chiamato
così lo zeppelin in onore di sua madre.
«Grazie» disse. «Molto gentile da parte sua.»
Goode guardò Walter o, comunque, sembrò guardare il vecchio amico di Archy da
dietro il vetro antiproiettile dei suoi d&g.
Walter si strinse nelle spalle. «Gliel’ho detto» fece. «Deve dargli da mangiare.»
«Saltata la colazione?» fece Goode.
«Mai» rispose Archy.
Goode si sporse per metà dal portello, aggrappandosi alla struttura, e chiese allo chef
quanto mancava al pranzo. Lo chef alzò tre dita grassocce, poi cominciò a disporre il cibo
sui piatti con l’aplomb di un dj. Due minuti e quarantotto secondi dopo, seduto a un
tavolo di plastica ricoperto da un laminato a puntini grande abbastanza da ospitare un
reggimento, Archy fu chiamato a svolgere un’approfondita ricerca su un piatto colmo di
gamberi alla tex-thai-samoana serviti, con abbondanza di sriracha, su riso al cocco.
Fagioli con l’occhio in salsa di soia all’aglio. Un assaggio di tempura di gombo intrisa di
aceto dolce e piccante.
«Una specie di fusion soul-asiatica» commentò Archy.
«Ehi» disse Goode. «È il suo campo, giusto? Soul-jazz. Soul-funk. Walter mi dice che ci
dà dentro coi trattini. Walter… Ah, cazzo.»
Walter teneva gli occhi chiusi, immobile come una scodella piena d’acqua che teme di
rovesciarsi, mentre con un calcio impaziente alle tirelle il dirigibile sfidava la gravità e
prendeva la via del cielo. Goode sorrise e scosse lentamente la testa. «Questo ragazzo ha
passato la vita a tagliare a pezzi gente morta, a comunicare a bande di rapper assassini
che la loro etichetta li aveva mollati, ma ha paura di volare su un maledetto pallone.»
«Ohh» fece Walter.
Oakland svanì rapidamente sotto di loro. La Bay Area si scrollò di dosso il suo sgualcito
copriletto di folli saline grigie e verdi, squarciato, lacerato e ricucito dalle prodezze
dell’ingegneria. I Twin Peaks, il Tamalpais, poi il Mount Diablo si profilarono oltre le
colline. Archy era andato e venuto in aereo dalla sua città natale una decina di volte, ma
mai immerso in un tale silenzio mozzafiato, mai con quel senso di liberazione, come
sganciandosi da ogni vincolo. Un aeroplano usa la forza, il carburante e i trucchi della
fisica per conquistarsi la strada dell’aria, ma il Minnie Riperton stava semplicemente
ritornando alla sua legittima dimora. Apparteneva al cielo.
Quando raggiunsero i trecento metri, Walter deglutì e aprì gli occhi. «Oh, l’umanità»
disse.
Archy si alzò per fare il giro dei finestrini, salutare i capitani, dare una sbirciata
attraverso il telescopio di bordo a una lontana turbolenza nella foschia che gli dissero
essere il Lassen Peak. Esaminò una lunga serie di istantanee, appese con le puntine a un
pannello di sughero accanto allo strapuntino dove T., la guardia del corpo, sedeva dietro
gli occhiali da sole cerchiati d’oro che contenevano, come un pugno potrebbe contenere
un ciondolo, i suoi inimmaginabili pensieri. Foto di G Bad in posa su vari sfondi notturni, le
luci di una città o il buio squarciato dal flash, in compagnia di cantanti e attori famosi,
neri e bianchi, con in mano i Golden Globe che avevano vinto per aver diretto o recitato in
un film Dogpile, o i Grammy Awards ricevuti per un disco Dogpile. E ancora G Bad
circondato da diverse bande di amici, o forse era sempre la stessa banda, un’ontogenesi
plasmata dal tempo, dalla moda e dai capricci di Gibson Goode. Fratelli con berretti e
divise da gioco, sorridenti o impassibili, che facevano gesti da gang o reggevano bicchieri
e bottiglie. Donne del pianeta vestite in colori confetto, con scollature disposte ad
assumersi rischi pesanti, le ciglia splendenti come una verniciatura personalizzata di Sixto
Cantor. In ogni fotografia Gibson Goode era sempre identico: occhiali da sole, mezzo
sorriso enigmatico, anello del Super Bowl; avrebbe potuto benissimo essere una foto a
grandezza naturale di se stesso montata su un pannello.
«I miei amici» disse Goode, togliendo lo spillo da una delle foto sulla lavagnetta di
sughero. «Questa l’abbiamo fatta la settimana scorsa.»
Porse la foto ad Archy. Mostrava un gruppo di signore particolarmente indisciplinate,
sparse, come da un uragano di passaggio, sulle ginocchia di svariati gentiluomini, tra i
quali Walter Bankwell, che sbirciava da dietro quel muro di sorelle orizzontali con
un’espressione di panico evidente.
«Il primo volo del mio amico Walter.»
«Non sapevo che avesse paura dell’altezza» disse Archy.
«Ho sentito che voi due vi conoscete da molto tempo.»
«Sentito da lui o da qualcun altro?»
«Potrei averlo sentito da diverse fonti.»
Fa quel che ti chiedo. E magari, chi lo sa, alla fine potrei mettere una buona parola per
te con G Bad. Quello stronzo di un becchino lavorava alla svelta. Doveva avere davvero
una notevole urgenza di trovare Luther Stallings. E Archy che gli aveva risposto Ci
penserò su.
«Allora, gli altri dove sono?» chiese Archy, facendo un cenno in direzione della bacheca.
«Li ha lasciati a casa?»
«Sì, sono sempre pronti per un party ad alta quota, ma non apprezzano, be’, l’andatura
solenne del viaggio da Long Beach fino a qui» disse Goode. «E comunque mi fanno
perdere tempo. Con nessuno intorno, a parte Tak, posso sbrigare un sacco di lavoro.»
Cercava di dimostrare ad Archy che era un tipo serio, nonostante le fotografie: il tipo
che manda la sua controfigura a occuparsi delle cazzate, mentre il suo io reale continua a
pianificare conquiste, instancabile, un Signore del mondo in versione hip hop sul suo
dirigibile alla Vincent Price.
Quando raggiunsero l’indistinto mondo verdazzurro al di là del Golden Gate, il pilota
invertì la rotta e ripiombarono su Oakland, osservando dai finestrini del fianco sinistro la
loro città che chiamava a raccolta i suoi modesti splendori.
«L’Highland Hospital» disse Goode indicandolo. «Io sono nato lì.»
«Anch’io» disse Archy.
«Mi sono trasferito a L.A. quando avevo tre anni, ma ritornavo d’estate, a Natale. Ogni
volta che non c’era scuola. Vivevo con mia nonna nel distretto di Longfellow. Suo fratello
per un certo periodo ha avuto un negozio di dischi. Era all’angolo tra Market Street e la
Quarantaquattresima, vicino alla lavanderia automatica.»
«L’House of Wax» disse Archy. Era quasi una domanda. «Sul serio? Ci andavo sempre.
Suo nonno, era un uomo, come dire, robusto?»
«Mio zio. Prozio. Zio Reggie era praticamente sferico.»
«Me lo ricordo» disse Archy. E poi, come se la corda che tratteneva quel particolare
ricordo fosse rimasta impigliata per tutti quegli anni in un corallo, alla superficie della sua
memoria affiorò un pomeriggio. Un ragazzo, lo schizzo veloce di un ragazzo che leggeva
un fumetto, i lunghi piedi ancorati alle barre di uno sgabello di metallo, un paio di Top
Ten nuove di zecca. «Forse mi ricordo perfino di lei.»
Goode portò la mano a una guancia, come per saggiare la rasatura mattutina o
controllare un dente che gli faceva male.
«Leggeva fumetti?» chiese Archy.
«Sì, assolutamente.»
«Stava leggendo un fumetto.» Archy afferrò la corda con entrambe le mani e tirò in
secca quel pomeriggio, facendo scorrere gli anni come acqua. «Credo fosse della Marvel,
ma…»
«Era Luke Cage» disse Goode, strappando il ricordo ad Archy come un passaggio non
trattenuto. Troppo sicuro al riguardo, rubandogli il pallone.
«Davvero?»
«Sì, Luke Cage, Power Man. E ci siamo messi a parlare, una lunga discussione» disse,
rivolgendosi a Walter, che sollevò la testa dalle mani e fissò il vuoto senza aver toccato il
cibo nel piatto. «Non smettevamo più.»
Con quegli occhiali da sole era impossibile leggere i livelli di ironia o di nostalgia del
sorriso che piegava le labbra di Goode.
«Be’…» cominciò Archy.
«Questo signore si lanciava in una serie di interpretazioni sofisticate. Significati
profondi, uno strato dopo l’altro. In Luke Cage. Parlando del sistema penale americano
così come viene rappresentato nei fumetti della Marvel. Tirando fuori un sacco di cose
difficili che aveva letto. Avrà avuto undici, dodici anni, e veniva a spiegarmi, che so, cosa
aveva da dire Frantz Fanon sulla possibilità dell’esistenza di supereroi neri in una struttura
di superpotere bianco, cose così.»
«Oh» disse Walter, dubbioso, mentre la vita tornava a fluire dentro di lui sotto forma di
irritazione. Era un’affermazione quasi certamente falsa, al 90-97 per cento falsa. Il
barlume di ciò che Archy ricordava di quel pomeriggio alla House of Wax era solo lo
scambio impacciato di una serie di parole d’ordine, l’incontro casuale con un fratello nerd
in un luogo dove non se lo sarebbe aspettato. Archy non si era mai fatto una teoria sui
fumetti di supereroi neri, aveva tuttora solo una vaga idea di chi fosse Frantz Fanon e, a
parte il formidabile Black Panther, in particolare durante il periodo del melodrammatico
sodalizio di McGregor e Graham, non gli era mai interessato molto il colore della pelle dei
supereroi dei fumetti che amava, la maggior parte dei quali, adesso che ci pensava,
erano bianchi. Il mondo in cui vivevano e operavano quei personaggi semplicemente non
era il mondo in cui viveva lui, e nell’insieme preferiva così. In quel lontano pomeriggio
all’House of Wax non aveva esposto nessuna teoria, non aveva sfoggiato nessuna
particolare sapienza. Goode lo stava adulando, o perché era un adulatore di natura, o
perché voleva vedere se Archy era sensibile all’adulazione. Archy dovette ammettere che
c’era qualcosa di gratificante nel lampo d’invidia che era esploso negli occhi di Walter
mentre Goode ingigantiva, mentendo, il suo acume critico di undicenne.
«Lei ha una memoria migliore della mia» insinuò Archy, guardingo, sospettoso,
incapace di liberarsi della sensazione che non solo stava tradendo Nat Jaffe, con quel
pranzo volante a base di gamberi, lusinghe e salse piccanti di ogni tipo, ma che,
sopraffatto dalle circostanze, sarebbe stato spinto a fare qualcosa che non voleva fare, o
su cui non era d’accordo, qualcosa che come minimo non era in grado di capire, qualche
affare trattato da Goode e Flowers che sarebbe costato caro a Luther Stallings, e forse
anche ad altri. A giudicare da quello che Archy aveva letto su G Bad, o dai ricordi di
quando lo vedeva in televisione procedere, col pallone in mano e sotto pressione, ad
analisi istantanee delle dinamiche di gioco di profondità einsteiniana (per non parlare del
semplice fatto che era ospite di quell’uomo nella cabina del suo zeppelin personale che
volava bruciando dollari come fossero benzina), Gibson Goode era molto più intelligente
di Archy, e da molti punti di vista. «Ma mi ricordo di lei, e mi ricordo di suo zio.»
Goode si alzò e si avvicinò a un bel Thorens semiautomatico, appollaiato in cima a un
armadietto di plastica che formava parte della parete di plastica della cabina. Lo scaffale
lungo la base dell’armadietto, sotto il piatto, ospitava una fila di LP, appoggiati uno
sull’altro come ragazzi indolenti. Accanto agli album, una scatola di rete d’acciaio
conteneva una ventina di 45 giri. Goode li scorse col dito, ne scelse uno e fece quello che
doveva fare al piatto per regolarlo su quarantacinque rivoluzioni al minuto.
«Mi dica che cos’è» disse Goode.
Abbassò il braccio, e da una coppia di casse emerse il ritmo di una batteria che si
ripeté, b-bum bum CICK!, in un 4/4, smorzato, mixato molto secco e microfonato con
l’attenzione al dettaglio che caratterizzava la registrazione della batteria degli anni
Settanta, ma partecipava, a causa degli infiniti campionamenti da parte di successivi
musicisti hip hop, di un’eternità che andava oltre il periodo e lo stile.
«Manzel» disse Archy, sapendo di essere sotto esame, trovando che il tutto fosse un po’
ridicolo, eppure incapace di resistere alla sfida, che poi non era affatto una sfida.
«Midnight Theme. L’etichetta era, uhm, Fraternity. 1975.»
Il singolo continuò a suonare, aggiungendo trame, impilando strati su strati. Un cupo
schizzo di piano, un colpo di archi dal sintetizzatore. Il turbine e il rombo di un Hammond
B-3 suonato attraverso il planetario rotante di un Leslie. Stridio di corde della chitarra che
entrava sul 2, insieme alla doppia linea di funk spaziale di un Minimoog che si inseriva
furtivamente, ultima arrivata, per prendersi la melodia e la parte del basso, mentre quel
suono di Minimoog faceva scoppiare la bolla dell’eternità e riportava il pezzo a casa sua,
nella metà degli anni Settanta.
«Suona bene» disse Archy. «Bella stampa.»
«Sa dove l’ho comprato?» chiese Goode.

«Era sabato pomeriggio» disse Goode. «Walter mi aveva raccontato di lei, del suo
negozio. Ho pensato che era il caso di dargli un’occhiata. Tanto dovevo già andare da
quelle parti. Così sono entrato, c’era il suo socio, Nat, giusto? Mi ha detto che lei era a
casa, che per quel giorno non sarebbe più ritornato, aveva qualcosa in ballo.»
«Sì, dovevo vedere una persona.» Archy cercò di non pensare all’ultimo incontro con il
signor Jones, fece scorrere all’indietro il nastro di ogni conversazione che aveva avuto con
Nat da sabato a oggi che contenesse le parole «Gibson Goode», cercando tracce di una
colpevole conoscenza, di un segreto occultato. «Maledizione, un quarterback
pluripremiato e magnate dei media viene nel nostro negozio e quello stronzo sospettoso
e diffidente non mi dice una parola.»
Eppure non sembrava affatto il genere di cosa su cui Nat avrebbe potuto mantenere il
silenzio, ed era ancor meno plausibile che se ne fosse dimenticato.
«Non mi ha riconosciuto» continuò Goode. «Ero solo un cliente. Detto fra noi, quel tizio
non mi sembra abbia questa gran voglia di fare conversazione. Se ne stava vicino alla
cassa, a mormorare qualcosa, a fare dei cazzo di rumorini alla Keith Jarrett, tipo hnnh.
Solo che in giro non c’era nessun pianoforte.»
«Certi giorni è così» disse.
«Per essere onesto» disse Goode, «voglio dire, certo, avete un bel negozio e tutto
quanto. Molto bello. Molto fascinoso, con un bell’assortimento, ampio, approfondito. Ma a
parte il suo socio con quell’aria assente, anche gli affari, cazzo, andavano molto a
rilento.»
«Ce la caviamo bene.»
«Davvero? Sono rimasto ventidue minuti, e per tutto quel tempo non è entrato
nessuno. Quel posto era desolato. Di sabato pomeriggio.»
«Però, voglio dire, sabato era una bella giornata.» Ricordò il caprifoglio nel sole, il toc
toc della pipa del signor Jones contro il marciapiede. «Molta gente probabilmente era…»
«Il suo socio alla cassa, coi suoi grugniti e i suoi mugolii. Mi sembrava di essere in quel
cazzo di film, 1975: occhi bianchi sul pianeta terra. L’ultimo sopravvissuto, intrappolato
con uno zombie.»
Per la prima volta da quando erano giunti in vista del Minnie Riperton, Walter sorrise e
ruttò qualcosa che suonò come una risata. Archy si voltò, a guardare Berkeley che si
avvicinava mentre puntavano verso nord. La rabbia e la vergogna si intrecciarono come
fili nelle casse che aveva dentro di sé, e a far passare più corrente era la vergogna. Non
gli piaceva stare lì mentre G Bad o chiunque altro parlava male del Brokeland, cioè di
quello che, insieme a qualche nota che a volte aveva tirato fuori dal suo Fender Jazz
Bass, Archy aveva sempre considerato la sola cosa davvero bella che avesse mai fatto.
Sapeva che, finanziariamente, lui e Nat stavano precipitando, e le spirali erano sempre
più strette. Ed ecco che spuntava un tizio che poteva permettersi, perfino adesso che le
catene di negozi di dischi fallivano e chiunque poteva scaricarsi intere discoteche gratis e
infilarsele in tasca, di aprire un negozio di vinili usati strafigo, cinque volte più grande del
Brokeland e con un assortimento dieci volte più vasto, e, solo per la gloria e il piacere di
farlo, di vederlo fallire per sempre, foraggiato all’infinito dal suo impero mediatico, dalla
vendita dei suoi diritti d’immagine, dal suo tocco alchemico per gli affari immobiliari nei
ghetti. E un sabato pomeriggio quel tizio se ne era entrato tutto disinvolto al Brokeland,
come un re in borghese, a calare il suo sandalo sul collo dei vinti.
Archy si vergognò, anche, al ricordo del desiderio che si era destato in lui, neanche
mezz’ora prima, di liberarsi una volta per tutte del fardello del negozio. Al ricordo del
primo incontro con Nat Jaffe, dopo l’ingaggio all’ultimo minuto per quel matrimonio sulle
colline di Oakland: Archy fresco di deserto saudita, che trascinava il suo culo congedato
con onore per le strade dell’America di Bush I, disorientato, solo, incapace di stabilire un
legame con chiunque, bianco o nero che fosse. Lui e Nat erano rimasti seduti sul
pavimento del soggiorno dei Jaffe fino alle cinque del mattino, col piccolo Julie
addormentato, Aviva fuori alle prese con qualche nuovo essere umano da trascinare a
forza nel mondo. Nat che arrotolava grosse canne di quell’afgano filaccioso e striato che si
faceva allora e, fumati e a gambe incrociate, erano precipitati attraverso i portali circolari
della collezione di dischi di Nat, uno dopo l’altro, sprofondando intimoriti, a braccetto
come la squadra di nani crononauti nei Banditi del tempo, attraverso quei magici cunicoli
spaziotemporali nel tessuto della realtà. Archy era rimasto impressionato dalla portata e
dalla precisione, ma soprattutto dalla passione – irrefrenabile, irritante, estatica,
ispiratrice – della conoscenza di Nat in fatto di musica, «in tutte le sue molteplici
ricchezze», dal rag dei bordelli di Storyville alle battaglie a colpi di sound system per le
strade del South Bronx. Era molto che Archy non vedeva una persona così disposta a
tradire se stessa in nome della esuberanza, dell’entusiasmo nei confronti di cose che non
potevano essere uccise, scopate o mangiate. Nat sognava già di aprire il suo negozio di
dischi, gli mancava solo la metà del contante, la metà dei dischi e la metà della follia
necessaria all’impresa.
«Il mio socio è un grandissimo scassacazzo» disse Archy, ricordando la rapidità con cui
Nat aveva agguantato l’occasione di colmare quella santa trinità di mancanze. «Ed è
anche il mio migliore amico.»
Guardò il Golden Gate Fields scivolare sotto di loro, la tribuna principale piena di
perdenti, i cavalli portati dal vento come coriandoli lungo quell’inutile ovale. Passarono
sopra i giganteschi depositi di petrolio di Richmond, collocati lungo i pendii come
giradischi di seconda mano sullo scaffale di un banco dei pegni. Midnight giunse alla fine.
Il braccio si liberò dal bordo dell’etichetta e cercò il meritato riposo.
«Ora» disse Goode. «So che è già a conoscenza del nostro progetto di Temescal, e mi
pare di capire che il consigliere abbia già lasciato intendere cosa mi piacerebbe ottenere
da lei a riguardo.»
«Mi sta offrendo un lavoro» disse Archy.
«Può vederla in questo modo. O può vederla così: le sto offrendo una missione.»
«Giusto» disse Walter.
«Io sto costruendo un monastero, se preferisce» disse Goode, riscaldandosi, «dove
praticare il kung fu del vinile. E le sto chiedendo di diventare il mio abate. E in effetti sì»
con quel mezzo sorriso enigmatico «questo fa di me il Buddha, ma non vada troppo
lontano con l’analogia, perché mi creda, sto deformando un po’ la cosa. Quello che le sto
chiedendo di fare, di diventare – senta, ha mai letto questo libro, me l’ha fatto conoscere
Taku, Un cantico per Leibowitz?»
«Bello.»
«Lo conosce. Bene, allora la veda in questo modo. Da molti punti di vista, il mondo
della musica nera ha subito una specie di apocalisse, mi segue? Considerato adesso, il
panorama del linguaggio musicale nero è postapocalittico. Un incasinato insieme di pezzi
rotti. Frammenti e campionamenti. Tribù di gangster. Non è mancanza di rispetto per la
musica degli ultimi vent’anni, presa per quello che è. Io la amo. La amo. La vita senza
Nas, senza il primo album degli Slum Village, senza… cazzo, senza The Miseducation of
Lauryn Hill? Non riesco a immaginarla. Non la posso nemmeno concepire. E non sto
dicendo che, solo perché usiamo i campionamenti, non ci sia innovazione. La musica nera
è innovazione. E nello stesso tempo conserva una certa continuità con le tradizioni,
perfino nell’ultimo dei locali hip hop. È significativa, stimolante. La musica da chiesa,
perfino il blues, a voler guardare con attenzione. Ma ammettiamolo: si è perso molto.
Moltissimo. Ellington, Sly Stone, Stevie Wonder, Curtis Mayfield, nella musica nera di oggi
non c’è nessuno di quel calibro, nemmeno un accenno, e parlo di genio, di compositori,
capisce? Quincy Jones. Charles Stepney. Weldon Irvine. Cazzo, gente che dal suo
strumento sa tirar fuori tutto quello che vuole. Chitarra, sassofono, basso, batteria,
eravamo i padroni di quella roba. Tromba! Eravamo i proprietari, i musicisti bianchi quella
roba dovevano affittarla da noi. Adesso, arriva un ragazzino nero mezzo genio, tipo RZA .
Non sa nemmeno suonare una merda di kazoo. Sa solo “citare”. Come quegli indiani di
oggi giù in Messico, un povero stronzo mangiafagioli con le chiappe ossute che dorme con
la sua capra in cima a una roccia che una volta era un tempio dove si poteva predire
un’eclissi di sole.
«Non voglio dare la colpa a nessuno, e non so qual è la ragione per cui non l’ho
studiata, e come con tutte le disgrazie della vita scommetto che ci sono almeno dieci,
dodici motivi per i quali una civiltà musicale finisce spazzata via da una tempesta di fuoco
come quella che stiamo vivendo, com’è che la chiama quel libro…?»
Goode volse lo sguardo in direzione della guardia del corpo, Taku, che sedeva immerso
nella lettura di «Shonen Jump». «“Il diluvio di fiamme”» rispose Taku senza alzare gli
occhi.
«Le case discografiche. MTV . Le radio commerciali. Il crack. I tagli ai budget dei corsi di
musica, alle bande delle scuole. Tutto questo e niente. Non fa differenza. Dico che noi
stiamo vivendo il dopo. Tutto quello che abbiamo è un mucchio di pezzi rotti. E lei
raccoglie questi frammenti, li spolvera, li conserva ben puliti e in ordine, e questo è
encomiabile. Davvero. Quello che le sto offrendo io è la possibilità di fare di più che
appenderli ai muri del suo museo laggiù, e magari venderne uno ogni tanto a qualche
dentista o fiscalista bianco perché se li porti a casa e li appenda ai muri suoi. Ciò che le
sto offrendo, quello che sto cercando di dirle, è: avanti, mettiamoli là fuori dove ci sono i
ragazzini, dove il futuro spende i suoi soldi. Insegni a questi ragazzi. Gli spieghi che cosa
significano questi vecchi pezzi rotti, perché tutto ciò è importante. Allora, forse, uno di
quei ragazzi, riuscirà a imparare quello che lei ha da insegnargli, e comincerà a rimettere
insieme i pezzi. Capisce cosa intendo?»
«Oh» fece Archy. «Per cui vuole che io sia il San Leibowitz del Funk.»
«Più una specie di… T., chi era? In quel coso, come si chiama? Fondazione.»
«Hari Seldon» fece Taku.
«Una specie di Hari Seldon» disse Goode. «Preservare tutta la scienza fino alla rinascita
della civiltà, lui aveva un pianeta intero…»
«Terminus» disse Archy, appena prima che potesse farlo la guardia del corpo. Taku
annuì una volta, solenne.
«Il pianeta dei neri» disse Walter. «È così che dovreste chiamare la vostra band.
Suonate ancora, giusto? Tu e il tuo amico Nat?»
«Quando ci chiamano a fare qualche concerto.»
«Nat che strumento suona, il piano?»
«Anche un po’ di chitarra. Ma perlopiù il piano.»
«Come Bill Evans.»
«Un po’.»
«Elton John. Barry Manilow.»
«Lennie Tristano» suggerì Goode.
«In verità» disse Archy, «a Nat piace Tristano. Tristano ha cantato a un suo
compleanno, al suo bar mitzvah, roba del genere. E un nome ce l’abbiamo già, Walter:
Wakanda Philharmonic.» Guardò Goode, sfidandolo sui ricordi di quando erano ragazzini,
le segrete tradizioni dei fanatici di fumetti. «Sono sicuro, data la sua storia, che può
apprezzare il riferimento.»
«Mi piace» disse Goode. «E a proposito di nomi. Che ne dice di questo, Cochise Jones
Memorial Beats Department?»
«Bello. È un bell’omaggio. Dovrebbe farlo.»
«Venga da me, allora. Lo farò. So che non mi crede. Ma non lo faccio per i soldi. I
negozi di dischi, quelli tradizionali, stanno tutti morendo. Piccoli e grandi. Lo capisce
anche uno stupido.»
«E tutto quello che dovrei fare in cambio di questa generosità è presentarmi con
l’indirizzo di mio padre, giusto? Così Bank e Feyd possono fargli una visitina e dargli una
cosa di cui Luther ha assoluto bisogno.»
«Di questa storia non so molto» disse Goode. «E non lo voglio sapere. Meno ho a che
fare con Luther Stallings, meglio è.»
«Lo conosce?»
Da dietro il suo «Shonen Jump», Taku emise una specie di grugnito da rinoceronte.
«Ci siamo incontrati» disse G Bad. «È venuto a trovarmi, anzi per essere onesto, devo
dirlo, in questo affare del Golden State lui mi ha aiutato. Ma è stato un caso, un effetto
collaterale. Luther non voleva aiutare nessuno, solo se stesso.»
«Lo conosce davvero.»
«Le dico questo: ormai suo padre in questa faccenda si è già fatto coinvolgere. Niente
di ciò che lei farà può peggiorare la sua situazione.»
«Signor Goode» disse Archy. «Davvero, la ringrazio della sua generosa offerta, del giro
sullo zeppelin e dei gamberi, davvero deliziosi. Ragazzi! E quell’accenno di guacamole
nella marinata? Ma anche se, per dire, io seguissi la mia politica di sempre e continuassi a
comportarmi come se il vecchio fosse già morto, un negozio di dischi ce l’ho già. Un
negozio tutto mio, mio per metà, non solo un reparto nella catena di un altro, con i codici
a barre, e un software per l’inventario, e probabilmente un cartellino col mio nome scritto
sopra.» Cercò di guardare attraverso le lenti degli occhiali da sole di Goode, di inviargli
dei raggi gamma in stile Nat Jaffe attraverso la plastica polarizzata. «Capisce cosa
intendo?»
«L’anno prossimo, a quest’ora» disse Goode «un negozio non ce l’avrete più. Lo sa.
Siete con l’acqua alla gola. Io ho già tre magazzini a West Covina, e con un assortimento
più grande e più profondo, cazzo, di quanto lei e il suo socio potreste mai sperare di
offrire, e venderò i dischi a un prezzo inferiore di tre-cinque dollari rispetto al vostro, per
non parlare della musica nuova. Compilation, cofanetti, libri e video musicali. Appena
apro le porte, a quattro isolati da voi con tutta questa roba, siete finiti.»
«Non c’è dubbio» disse Archy, distogliendo la faccia da Goode e guardando l’ampia
serie di oblò sul davanti dell’apparecchio.
«Ah» disse Goode. «Adesso sta solo facendo il testardo. La testardaggine al servizio di
un’idea sbagliata è un atto di vanità, oltre che un peccato.»
«È un peccato che in vita mia ho commesso molte volte.»
Gibson Goode raggiunse Archy all’oblò. Avevano piegato verso nord-est, e sotto di loro
si stendeva un grande tratto di terra arida con biforcazioni argentee.
«La sotto c’era Port Chicago» disse Goode. «Sa cosa gli è successo?»
«Sì. Durante la Seconda guerra mondiale è esplosa una nave carica di munizioni. Sono
morti un sacco di marinai neri. Dovevano lavorare come scaricatori, nella marina
segregazionista. Mio nonno c’era, è diventato cieco, gli si sono bruciati i polmoni. È morto
tipo un anno dopo.»
«Lo zio di mia madre è diventato sordo da tutte e due le orecchie» disse G Bad. «Stava
fumando una sigaretta su un molo mercantile a un chilometro e mezzo di distanza.»
«Ho sentito dire che in realtà era una bomba atomica» disse Walter. «Mi hanno detto
così.»
L’aveva sentito anche Archy. Una bomba per un test, pre-Hiroshima, esplosa in anticipo
mentre la caricavano su una nave destinata a qualche atollo nel Pacifico. L’intera
faccenda era stata messa a tacere senza troppa fatica, dato che tutte le vittime
dell’esplosione erano nere, senza altra prospettiva a parte quella di continuare a essere
morti. Archy non era del tutto sicuro che fosse una leggenda, pensando al cancro al seno
che si era diffuso a grappoli nella contea di Marin, tra le donne della sua famiglia.
«La palla di fuoco si allargò per cinque chilometri» disse Goode. «L’aria era piena di
neri in fiamme che cadevano dal cielo. L’unica cosa sbagliata che avessero mai fatto era
stata impiegare tutte le loro forze e lavorare troppo in fretta per combattere la guerra di
qualcun altro.»
«Era anche la loro guerra» disse Archy.
«Forse. E Oakland era la loro città. La nostra città.»
«Prima mi dà una lezione di storia» osservò Archy. «E poi mi dice che anch’io ho la
possibilità di fare la storia come presidente a vita del Cochise Jones Department al
Dogpile Thang di Oakland. E mettere a segno un colpo per la nostra razza abbandonando
al suo destino il mio oppressore bianco, l’Uomo che ha costretto mio nonno a caricare
troppo in fretta tante di quelle bombe da farlo piovere dal cielo ridotto a pezzettini.»
«Forse era lì che volevo arrivare» disse Goode, strofinandosi il mento con un sorrisetto
sbilenco. «A essere onesti, procedevo un po’ a tentoni.»
«Mi fa venire fin quassù con il mio vecchio amico d’infanzia. Mette quel bel pezzo
classico su uno stereo eccellente, anche se forse l’equalizzatore aveva un po’ troppi bassi,
ma comunque. Rivanga i tempi di Luke Cage, la House of Wax. Mi dà da mangiare tutta
quella roba buona. Gioca con la mia nostalgia e con il mio stomaco. Be’, devo ammettere
che è un approccio molto efficace.»
«Allora lascia perdere le missioni, Tartaruga» disse Walter. «È un accidenti di lavoro.»
Si era sistemato su una panca esattamente al centro della navicella, equidistante da tutti
gli oblò per non vedere fuori. «Accettalo, oppure di’ di no. Prima gli dai una risposta,
prima possiamo scendere da questo cazzo di affare.»
«È un lavoro» disse Goode. «E da quello che ho sentito bisogna farle le congratulazioni,
giusto? Non sta per avere un bambino? In base alle mie osservazioni sull’andamento del
Brokeland Records, direi che siete perfettamente all’altezza del vostro nome, e molto
presto lei si troverà alla ricerca di un lavoro, un lavoro qualsiasi. E invece io le sto
offrendo l’opportunità di fare nella vita qualcosa di importante e significativo. Faccia in
modo che suo figlio possa essere fiero di lei.»
Suo figlio. Goode intendeva quello che ancora doveva nascere, forse una bambina, a
cui con tutta probabilità non sarebbe fregato un beato cazzo della transizione della band
di James Brown dall’epoca di Bernard Odum a quella di Bootsy Collins; ma Archy pensò
subito a Titus, la faccia come una finta anta, un’intelligenza sconosciuta e forse ostile che
scrutava suo padre e il mondo attraverso lo spioncino dei suoi occhi. Archy non doveva far
altro che consultare la mappa dei suoi sentimenti verso il padre che l’aveva abbandonato
per sapere che il sentimento dell’orgoglio filiale era il regno più remoto e irraggiungibile,
oltre i deserti, le calotte polari, i mari. Un lavoro. Un bambino. Figli, figlie, mogli e amanti.
Assegni da pagare e libri paga.
«Quanto si può andare lontano con quest’affare?» chiese Archy all’improvviso, mentre
veleggiavano oltre il vuoto di polvere e argento salmastro in cui erano precipitati
settecento neri. Diretti verso il Mount Lassen, lo Yukon, la luna.
«Eh?» disse Goode.
«Qual è il suo range effettivo?»
«Con un pieno? Ottocento chilometri. Tranne per il carburante e i rifornimenti, non deve
nemmeno scendere.»
«Niente male» disse Archy. «Direi proprio che mi piace.»
III
Un uccello di vasta esperienza
Se il dolore è la conseguenza di un ordine infranto, allora il pappagallo soffriva,
cercando conforto nello scalpiccio e nei colpetti delle scarpine sul parquet, mentre
Rolando pestava come un Billy Cobham forsennato sui talloni delle sue piccole Air Jordan
e, supino, si faceva scivolare per la stanza, uno spazzolone umano che percorreva con
mosse da cavallo la scacchiera del salotto, occhi castani, assenti, puntati sulle piume
rosse della coda e sull’occhio nero del pappagallo, per la cura, rimozione o collocazione
definitiva del quale la madre di Rolando non aveva ricevuto istruzioni, quando era stata
invitata a svuotare quel luogo dall’esecutore testamentario di Cochise Jones, la cui
modesta eredità, erosa da sessanta e più anni vissuti con sconsideratezza, consisteva per
la maggior parte in dischi di vinile, e per il resto in completi vintage anni Settanta (Aisha
ne aveva contati ventidue), nel fatale Hammond, in una tastiera Yamaha su supporto
metallico a gambe incrociate, in mobili buoni solo per il mercato delle pulci della stazione
Ashby, e nell’architettura antartica del cosiddetto archivio del signor Jones, torri e picchi e
cumuli di carta ovunque, che Aisha rovesciava in scatoloni di cartone – bollette del gas,
fatture del dottore, comunicazioni del sindacato dei musicisti locale, foto di gente che ad
Aisha non diceva nulla, una del signor Jones al banco del suo luogo di ritrovo prediletto
mentre diceva qualcosa che strappava ad Archy Stallings quel suo sorriso grande e lento,
menu da asporto, estratti conto risalenti alla metà degli anni Novanta, documenti sanitari
e assicurativi, l’ingiallita storia dell’eterna battaglia del signor Jones contro le case
discografiche e i loro uffici legali – prima di volgersi infine, con la morte nel cuore, al
pappagallo, Cinquantotto, che non aveva proferito parola da che Aisha aveva iniziato a
setacciare gli averi del vecchio, limitandosi a certe roche fusa musicali che le ricordavano
l’organo Wurlitzer della sua chiesa, canticchiando o suonicchiando la versione strumentale
di una canzone da radio di vecchi classici, but it’s too late, baby, now, it’s too late , con il
pappagallo che sembrava un organo da chiesa funky e rivelava, nella selezione musicale,
un’irritante appropriatezza alle circostanze, e l’infinito assolo d’organo che dopo un paio
d’ore cominciava diciamo a dare un pochettino sui nervi ad Aisha, i cui nervi, tra l’altro,
erano tristemente famosi tra i suoi famigliari e amici per la loro sottigliezza, ora resa
ancora più estrema dalla presenza del suo iperattivo figlioletto che sul pavimento agitava
i suoi iperattivi piedini, oltre che da una sinistra vibrazione, proveniente dal vecchio
defunto, che agitava l’aria della casa, un odore di decrepitezza e piante trascurate, gocce
d’acqua che con un ticchettio da orologio cadevano dal rubinetto della vasca da bagno,
anni su anni di debiti e depositi, vecchi dischi, l’odore elegiaco di quei vestiti anni
Settanta, e tutto l’insieme che cominciava a mettere i brividi ad Aisha anche se alla fine
riuscì comunque a etichettare e inscatolare e infilare in appositi sacchi ogni cosa, e dopo
aver rimesso Rolando nel seggiolino e aver allacciato per bene la cintura di sicurezza fece
cinque viaggi con le braccia cariche di roba esiliata da lasciare sul bordo del marciapiede
in attesa degli spazzini, cercando, mentre saliva e scendeva i gradini dell’ingresso, di
stabilire una volta per tutte quale fosse la cosa giusta da fare con il pappagallo, e
giungendo alla conclusione che avrebbe potuto essere 1) venduto, 2) soppresso, o 3)
lasciato libero di andare incontro al suo destino, ma quando rientrò per l’ultima volta nella
casa di Cochise Jones, pronta a delegare la decisione all’esecutore testamentario, che poi
era suo padre, Garnet Singletary, pur temendo che lui avrebbe scelto l’opzione 4), vale a
dire tenere il pappagallo grigio per sé, destino che lei collocava a metà strada tra
l’opzione 1) e la 2), almeno dal punto di vista del pappagallo, e valutava ancor più
negativamente dal proprio, soffrendo Aisha di un grave caso di ornitofobia e, cosa anche
peggiore, essendo convinta che la casa di suo padre puzzasse già abbastanza così
com’era, grazie tante, quando ritornò in salotto trovò suo figlio seduto nel seggiolino, che
succhiava dal biberon senza più scalciare, intento a osservare l’uccello mentre l’uccello,
muto, gli restituiva lo sguardo, e Aisha comprese che quella parte di Rolando che
assomigliava a un animale selvatico, tutta occhi e riflessi, era una parte che già
cominciava ad affievolirsi, e presto sarebbe scomparsa dal mondo, e comprese quanto
fosse fragile il suo bambino e quanto il mondo, per lei, dipendesse ormai da Rolando,
comprese il prezzo, in termini di batticuore, che suo figlio le avrebbe estorto in cambio
della transitoria gioia di averlo, e poi il pappagallo le rivolse una rapida occhiata, e c’era
qualcosa nella sua espressione, un’aria di riserbo solidale, di pietà educatamente
trattenuta, che la inquietò ancor di più, cosicché, nonostante fosse ora di chiamare suo
padre e consegnargli l’uccello, ora di dire al bimbo «Forza, signorino, in marcia», Aisha
guardò i due animaletti colti in quell’indefinibile momento, e sentì qualcosa a lungo
compresso dentro di sé liberarsi con uno schiocco, e infine il pappagallo parlò, dicendo
chiaramente, con la voce di Cochise Jones, «Sono quasi le tre del mattino, porca
miseria!» e fu allora che – per farla lunga – Aisha si avvicinò alla finestra della camera da
letto e la spalancò sul bel pomeriggio di agosto, cielo azzurro e alberi verdi e tutte le
care, vecchie cose che un pappagallo potrebbe desiderare, mentre nel suo cervello
affiorava un vago ricordo di certe colonie di pappagalli, ma forse erano parrocchetti, che
si diceva volassero liberi sopra San Francisco, e immaginandosi Cinquantotto che
bazzicava Trestle Glen, o Tilden Park, e tenendo fissa nella mente l’immagine
rassicurante di quegli uccelli socievoli che si affollavano liberi sui rami, Aisha si fece
coraggio e andò vicino all’uccello, paurosamente vicino, abbastanza vicino da afferrare
l’asta del trespolo, sentire l’odore come di carta di giornale calda delle sue piume, quindi
spostò trespolo e pappagallo davanti alla finestra aperta ed esortò bruscamente l’uccello
a volare via, invito che il pappagallo non esitò a raccogliere; il rapido agitarsi delle piume
del collo, un passo di lato, poi flap, flap, fuori verso il giorno, senza una parola d’addio, un
uccello di vasta esperienza e raro talento liberato nel cielo sopra Telegraph Avenue, che
con i suoi organi olfattivi coglieva una fragranza di eucalipto, quindi piegava a sinistra e
puntava verso nord, oltre la Quarantreesima, poi su per altri due isolati, passando sopra il
Bruce Lee Institute of Martial Arts, dalla cui stanza segreta, sul retro della scala che
conduceva al tetto, dove esiliati e profughi religiosi e per nove notti un Buddha vivente
delle montagne del Sichuan avevano conosciuto l’amarezza e la salvezza, Luther Stallings
e Valletta Moore si preparavano a fuggire, nessuno dei due completamente pulito ma
entrambi terribilmente sobri, infilando tutto quello che possedevano in valigie e borsoni
da ginnastica, Luther che spediva Valletta di sotto, nel minuscolo parcheggio sul retro a
caricare l’auto, e al suo colpo di clacson – non avrebbe dovuto suonarlo – la raggiungeva,
guardingo come un gatto, portando con sé quelli che chiamava «i gioielli della corona»,
anche se Valletta non avrebbe saputo dire se con quell’espressione si riferisse a se stesso
o al contenuto della gonfia cartella portadocumenti e del grosso contenitore di plastica
che si trascinava dietro: bozzetti, piani promozionali, appunti, scalette, varie stesure della
sceneggiatura e altri materiali creativi che, nel caso in cui lui fosse morto prima dell’inizio
della produzione, un giorno avrebbero potuto essere raccolti, come gli piaceva
immaginare, in una speciale edizione rilegata intitolata, con la dovuta modestia, Strutter
colpisce ancora. Il secondo più grande film mai realizzato, laddove il primo e più grande
film mai realizzato era ovviamente Napoleone di Stanley Kubrick, maneggiando
cartelletta e contenitore con una tenerezza che raramente, secondo Valletta, Luther
aveva mostrato nei suoi confronti, giù per le scale e fuori, su una veranda di listoni di
legno dipinto che la direttrice del Bruce Lee Institute, Irene Jew, stava spazzando con una
stramba scopa cinese di saggina, un mazzo di lunghi fuscelli magicamente annodati
attorno a una canna di bambù tramite un filo di paglia, un arnese per spazzare via i
demoni, essendo la sifu Irene una vera esperta in fatto di spiriti, tanto che i due ragazzi
neri in completi fuori misura, che, a bordo del carro funebre, si sforzavano di non dare
nell’occhio, non rappresentavano certo una sfida per le sue abilità nel kung fu dei
fantasmi, e infatti, a quell’apparizione, la signora Jew si era precipitata al piano di sopra
per comunicare a Luther che la sua copertura era saltata, e ora lasciò perdere le pulizie
giusto il tempo di dire a Luther che le passava accanto «Non preoccuparti», e questo
perché, lui comprese, era preoccupata, e Luther riuscì solo a rispondere «Dovevo
andarmene ieri», per poi lasciarla di nuovo alle sue pulizie mentre lui caricava gli
storyboard del suo sogno nel bagagliaio della Toronado, come una specie di deposto
dittatore di Haiti o delle Filippine in procinto di salire su un Sikorsky e volare verso un
paradiso fiscale, senza però il titolo, l’elicottero o il reddito da tassare, un re in rovina,
eppure a tutt’oggi il frutto più brillante del Bruce Lee Institute, nonché l’allievo più dotato
che la signora Jew avesse mai avuto, impegnato a caricare nel bagagliaio la collezione di
parrucche di Valletta accanto al suo bokken da allenamento, senza un posto dove andare,
né qualcuno a cui chiedere aiuto, dal momento che Archy non voleva saperne di
accantonare il rancore che provava nei suoi confronti, per quanto Luther avesse cercato di
farsi perdonare, di assumersi le proprie responsabilità, per quanto avesse seguito tutti e
dodici i passi prescritti, anzi alcuni li avesse addirittura ripetuti due o tre volte, fino a
guadagnarsi una laurea in pentimento e un dottorato in scuse, ma Archy con Luther non
voleva avere niente a che fare, non voleva ascoltare, non ascoltava nessuno, nemmeno
sua moglie, o chiunque altro gli dicesse di ascoltare, e nel frattempo Luther viveva, a
dispetto della sobrietà e dei vantaggi che questa avrebbe dovuto portare, in uno stato di
tale povertà e miseria da trovarsi costretto a chiedere rifugio a quella svitata di Irene
Jew, che Dio avesse in gloria la vecchia piccoletta cinese, disperato al punto da mettersi
in contatto con Gibson Goode, da intraprendere il lungamente contemplato tentativo di
estorsione ai danni di Chan Flowers, che fino a quel momento era stato troppo fatto per
tentare un lancio disperato dal bel mezzo di una mischia alla estremità opposta del
campo, al termine del cui maestoso arco giaceva una quantità di denaro sufficiente –
Goode l’aveva promesso – a finanziare il troppo a lungo rinviato sogno di Luther, quel film
di cui aveva già in mente ogni inquadratura, dalla classica, lenta carrellata per le vie di
Chinatown a Oakland durante un trafficato sabato mattina, sotto i titoli di testa, con
Cleon Strutter che balzava fuori dal pensionamento per mettere a segno un ultimo
sensazionale colpo, esplodendo dal passato in completo tre pezzi e Borsalino, come una
specie di Rip Van Winkle stracazzuto, fino all’ultimo fermo immagine, visto che Luther
ricavava sempre un intenso piacere dai film che si concludevano così, Butch Cassidy,
Dalla Cina con furore, un fotogramma di Luther e Valletta che si lanciavano da un
aeroplano in un oceano pieno di squali con una valigetta colma d’oro, ogni dettaglio
pensato e ripensato nel corso degli anni, dalla campagna pubblicitaria al casting, in modo
tale che all’uscita del film Luther sarebbe stato la star non solo del film, appunto, ma
anche della storia del suo stesso ritorno sulle scene, il salvatore di se stesso, non come
Pam Grier o John Travolta che si erano fatti salvare da qualcun altro, ’fanculo a quel
ragazzetto bianco di Tarantino, che si era lasciato sfuggire Luther per la parte di Winston
i n Jackie Brown solo perché aveva creduto alle voci (all’epoca assolutamente fondate)
sull’incontrollabile tossicodipendenza di Luther Stallings, che neanche a dirlo si
immaginava nel dettaglio anche ogni singola scena della storia del suo ritorno, fino al
punto in cui piazzava sotto gli occhi di Valletta una pila di offerte di lavoro da parte di
agenti e produttori, aprendo la strada all’altro sogno di Luther, cioè quello di lavorare con
Clint Eastwood, da lui considerato, come era noto a vivi e morti di mezza West Oakland, il
più grande in assoluto della storia di Hollywood, e sulla cui eloquente taciturnità aveva
modellato il suo stile reticente, uno stile in aspro contrasto, come avrebbero potuto
testimoniare altrettanti vivi e morti di West Oakland, con la sua parlantina a telecamere
spente, oppure, perché no, magari una volta messo a segno quel lancio disperato
avrebbe preso tutto il denaro spillato a Gibson Goode in cambio dei servizi resi nel far
cambiare idea a Chan Flowers a proposito del Dogpile Thang, e se lo sarebbe sniffato fino
all’ultimo dollaro, opzione che, mentre aiutava Valletta a caricare in macchina i suoi
bilancieri, gli sembrò forse preferibile alla storia del suo ritorno, impresa difficile, cazzo,
molto più dura di quanto fosse disposto ad ammettere nelle sue fantasie; e appena prima
che sgattaiolassero fuori dal vicolo, Luther vide stagliarsi contro il cielo del pomeriggio
l’estraneo profilo del pappagallo in fuga, che tentava di orientarsi lungo l’ipotenusa di
Telegraph Avenue, analizzando luci e odori e angoli in cerca di informazioni, calcolando la
rotta verso le colline di eucalipti, spinto a est dalla sensazione di orrore che aveva
provato nel rasentare la nuvola di morte che aleggiava sul chiosco di hamburger
Smokehouse, con una deviazione improvvisa che lo portò a sorvolare la strada dei giochi
dimenticati e la villetta marrone chiaro immersa nei fiori sopra la quale Cinquantotto
passò non visto da entrambi gli attuali occupanti della casa, un uomo e un ragazzo, seduti
uno accanto all’altro su un divano svedese giallo anni Cinquanta che l’uomo aveva
comprato perché gli ricordava un completo appariscente dell’età del jazz, a guardare
Oakland Athletics contro Baltimora, Rich Harden che sul monte preparava il suo subdolo
lancio fantasma, due paia di piedi in calzini taglia 43 e taglia 50 che si ergevano alle due
estremità del tavolino come i piloni del Bay Bridge, in mezzo a loro un cartone da asporto
con gli avanzi di una pessima, economica e già enorme pizza speciale formato XL, roba da
amanti della carne, farcita di salsiccia, salame, bacon, carne trita e prosciutto, tutto ormai
spazzolato tranne qualche parentesi di crosta lasciata dal ragazzo, parentesi per
contenere i vuoti della sua conversazione e, per quel che ne sapeva l’uomo, anche dei
suoi pensieri, dal momento che Titus, dopo la partenza di Gwen, non aveva più rivolto la
parola ad Archy se non per dispensare qualche monosillabo in risposta a domande dirette,
Ti piace il baseball? Ti piace la pizza? Mangi la carne? Il maiale?, limitandosi quando
possibile a un risicato cenno d’assenso, trincerato nella sua metà di divano, come se si
trovasse su un treno affollato con qualcosa di fragile sulle ginocchia, mentre nella stanza,
nella città o nel mondo nessuno parlava, eccetto Bill King e Ken Korach che
commentavano la partita, una partita piatta e ormai tragicamente lenta, sostituzioni e
conteggi dei lanci che divoravano zolle di tempo durante le quali nessuno era chiamato a
dire o a decidere alcunché, né a provare sentimenti che plausibilmente si sarebbero
potuti provare, o a temere ciò che si sarebbe potuto temere, la partita ferma sull’uno a
uno e potenzialmente in grado di restare su quel pareggio in eterno, o almeno finché non
ci fosse più stato un solo braccio vivo sulla panchina dei lanciatori, con il terzo ricevitore
spedito a lanciare al trentaduesimo inning, i battitori appisolati uno addosso all’altro sulla
panca, morti viventi in attesa di battere, le tribune vuote ed echeggianti, le cartacce degli
hot dog che rotolavano come matasse d’erba secca oltre gli ultimi irriducibili
addormentati sulle poltroncine, e avanti così un inning dopo l’altro, mentre il cielo
albeggiante riluceva blu come la fiamma di un fornello, e arrivavano bus colmi di
braccianti, chiamati, con provvedimento d’urgenza, a rimpolpare gli organici esausti, da
Sacramento e Stockton e Norfolk, Virginia, interi villaggi della Repubblica Dominicana
privati del fiore della gioventù, caricata nelle pance dei C-130 e trasportata fino a Oakland
per soddisfare l’insaziabile appetito di battitori ed esterni e lanciatori di rilievo di questa
singola partita, minaccia dopo minaccia fino al terzo out, battute alte e lente, terzi strike,
inning dopo inning, settimana dopo settimana, barbe sempre più lunghe, il Natale in
arrivo, l’estate che girava su se stessa e ricominciava da capo, guerre che finivano,
neonati che si laureavano, ed ecco il quarto ball a riempire le basi per la 3.211a volta,
seguito dal solito campanile facilmente arpionato dall’esterno sinistro, con il commissario
della lega che convocava le squadre universitarie e le star del softball femminile e i
ragazzi della Little League, mentre Archy e Titus resistevano nel loro silenzio ugualmente
infinito, senza che tra loro ci fosse niente, se non un metro di divano; e il pappagallo
continuò a volare, rilevando il forte brusio sensoriale del Chimes General Hospital,
frastornato dalla luminosa esplosione di umanità emessa dall’ospedale, dove proprio in
quel momento una delicata pulsazione elettronica veniva tracciata su uno schermo a
cristalli liquidi e sul nastro di un monitor fetale in una delle più belle sale travaglio del
quarto piano, atmosfera esclusiva tipo Marriott, tende bianche, pareti color prugna,
pavimento in laminato, la cardiotocografia come il filo di un fulmine, un veloce schizzo di
picchi montuosi, il ritmo di una batteria misurato su un mixer, il papà e la mamma a
tenersi per mano e a osservare il tutto attentamente, per quanto in effetti il termine
«tenersi» non sia adeguato, poiché erano impegnati piuttosto in una mossa di sumo, un
combattimento che li costringeva ad aggrapparsi l’uno all’altra, aspettando e guardando il
monitor mentre, al di là della porta, sottovoce, il ginecologo di turno, dottor Bernstein,
comunicava alle due ostetriche, con palese rincrescimento, che bisognava procedere a
tirar fuori la bambina, notizia che non sorprese particolarmente nessuna delle due,
avendo entrambe visto i tracciati, e sapendo quanto gli ospedali agissero con avventata
cautela, fino a confondere l’impazienza con l’efficienza, entrambe comunque stupite di
dover ritornare in sala travaglio e deludere profondamente la loro paziente, la mamma, il
cui primo figlio era nato anche lui con un cesareo d’urgenza, che si era esercitata e aveva
visualizzato e canticchiato e fatto gli esercizi di Kegel e meditato e subito sedute di
ipnosi, e ogni sera si era fatta ungere il perineo dal papà con l’olio di jojoba, per
predisporsi al Parto Vaginale Dopo Il Cesareo come Beatrix Kiddo si preparava alla
vendetta sulla Squadra Assassina Vipere Mortali, finché la sua identità, lo scopo stesso
della sua esistenza, non avevano cominciato a sembrarle del tutto subordinati, contro il
parere ma con la piena comprensione delle due ostetriche, al buon esito del passaggio
della sua bambina attraverso la sua cervice, mamma che scoppiò a piangere quando vide
Gwen e Aviva aprire la porta con gli angoli della bocca atteggiati in due non-sorrisi,
crollando di colpo nel bel mezzo di una contrazione, con il papà che si sforzava di non
guardare il monitor mentre Aviva spiegava che, avendo la bambina, nella sua infinita
saggezza, rifiutato di incastrare la testa nella pelvi della madre, dopo ben ventidue ore di
travaglio e ai primi evidenti segni di sofferenza fetale, occorreva abbandonare il piano
stabilito per concentrarsi su ciò di cui la bambina aveva immediato bisogno,
argomentazione, questa, che raramente si rivelava inefficace, persino nei casi di
maggiore ostinazione da parte della partoriente, e che anche questa volta produsse
l’effetto voluto, con la mamma che annuiva nell’attimo in cui la contrazione si
allontanava, e Gwen che annuiva a sua volta, ma senza dire nulla, e senza guardarla
negli occhi, cosa che aveva evitato di fare sin dal momento in cui, molte ore prima, nella
stanza da letto della villetta in Ada Street, si era accorta che la bambina era sospesa
troppo in alto nell’utero, bloccata in una fase di progressione meno tre, con un lieve
rischio di prolasso del cordone, rischio che normalmente le Berkeley Birth Partners
sarebbero state più che disposte a correre, aspettando, nel rispetto del desiderio materno
di partorire dalla vagina e a casa propria, che la piccola si decidesse a scendere, ma
perfino la madre, pur persa nel suo alone di dolore e rimpianto, non poté fare a meno di
accorgersi che Gwen si comportava in modo strano, al punto che le venne da domandarsi
se non si sentisse, forse, in qualche modo, responsabile per la piega sbagliata che
avevano preso gli eventi, se quel suo fare calmo e incoraggiante ma un tantino schivo
non fosse la spia di un senso di personale fallimento, come se Gwen, sotto sotto, fosse
convinta che il cesareo non era affatto necessario, e neppure il trasferimento in ospedale,
ma per qualche motivo avesse deciso di non dire la sua e di sottomettersi al volere della
socia e dei protocolli ospedalieri, benché i bambini sospesi troppo in alto nell’utero
nascessero in casa senza problemi e in tutto il mondo, e alla fine saltassero fuori sani e a
posto, ma prima che la mamma potesse chiedere a Gwen cosa diavolo stava succedendo,
e perché lei e Aviva non si parlavano più se non per scambiarsi informazioni
indispensabili, la stanza si riempì di strani medici mai visti prima, la cui aria di superiorità
apparve al papà grave e allarmante, e nello stesso momento una squadra di infermiere
cominciò ad armeggiare per trasformare magicamente il letto da parto in un tavolo
operatorio a rotelle e spingerlo oltre la porta, con dietro il papà, che stringeva la mano
della moglie con tanta forza da obbligare Gwen a separarli dicendogli «Okay, tesoro», e a
spiegare che era giunto il momento che la mamma sganciasse quella benedetta bambina,
aiutandolo poi a infilare camice e mascherina, a prepararsi in vista dei brevi e più che
altro simbolici doveri ai quali sarebbe stato chiamato: tagliare il cordone, scattare foto
con la digitale, fare il tifo per un buon indice di Apgar mentre sua figlia si contorceva sotto
la luce da patatine fritte della lampada radiante, intanto che lui, insieme a Gwen e Aviva
– le uniche tre persone nell’edificio, nella città o nel mondo, a parte la mamma, è chiaro,
a cui importasse se lei partoriva dalla vagina o da un taglio nella pancia – si vedevano
spogliare di ogni potere, in quella stanza dove un’aria di trasognata impotenza permeava
l’intrecciarsi degli eventi, e il papà, dopo che la bambina fu sollevata per le ascelle dal
buco aperto nella mamma, una bimba battezzata su due piedi Rebekah, con una K che le
sarebbe risultata ingombrante ogni giorno della sua vita, commetteva il grave errore,
nell’esatto momento in cui i medici rimontavano la moglie, di voltare la testa – quando
avrebbe dovuto essere intento a contemplare la figlia che per la prima volta percepiva la
luce, l’aria e l’acqua, il primo giorno della creazione – e di vedere, dall’altra parte della
sala operatoria, cose che nessun marito dovrebbe vedere, un ammasso arancio-sangue di
Betadine e placenta e grasso dorato e una membrana bianco-pollo, ma alla fine, a parte
la delusione che per anni si sarebbe sedimentata nel cuore della mamma come l’odore di
bruciato in una cucina in pieno inverno, tutto andò bene, e un’immagine sgranata del
papà sorridente con la piccola in fasce tra le braccia fu l’ultima cosa che la mamma vide
prima di chiudere gli occhi, esausta come se si fosse scolata una pinta di birra, stordita,
trasportata in sala postoperatoria accanto a un taglio di finestra affacciata su un
insensato bagliore pomeridiano di verde e di blu, dove la mamma crollò, ancora strafatta
di qualche cazzo di oppiaceo pazzesco, e dove Gwen la raggiunse, si fermò accanto al
letto, le strinse le mani, i palmi freddi di Gwen destinati ad aleggiare a lungo in qualche
anfratto della sua memoria, e poi, minuti o secoli dopo, quando la mamma riaprì gli occhi,
appena prima di distogliere lo sguardo dal bagliore pomeridiano della finestra per
accogliere sua figlia e vedere di procurarle alla svelta un po’ di latte, la mamma notò il
rosso scintillio tra i rami del leccio vicino al parcheggio, un rosso acceso, un uccello, un
pappagallo! che svolazzava impettito su un grosso ramo, quasi stesse parlando o
addirittura cantando tra sé, si rannicchiava un po’ schizzinoso per poi tornare a
conquistare il cielo, verso la mandria di colline dal manto variopinto, stabilendo la rotta
che lo portò sopra la villetta bifamiliare di Black Street, dove sul lettone matrimoniale un
altro padre e un altro figlio guardavano insieme anziché chiacchierare, sdraiati uno
accanto all’altro e adagiati su dei cuscini, i volti illuminati dallo schermo di un laptop che il
padre teneva in equilibrio sull’addome a un’angolazione tale da permettere a entrambi,
purché stessero molto vicini, di vedere bene il film, uno dei nove DVD che Julie aveva
scovato nella sezione blaxploitation di Reel Video e portato a casa come materiali di
ricerca per il corso su Tarantino al Senior Center, quello in particolare, Strutter (1973),
interpretato dagli attuali fuggiaschi del Bruce Lee Institute quand’erano ancora nel fiore
della giovinezza, una coppia meravigliosamente funky, tutta presa a sparare, spaccar culi
e accoppiarsi con frequenza, Luther Stallings nella parte di un ex marine reduce del
Vietnam, maestro nell’arte di nascondersi, infiltrarsi e combattere corpo a corpo, che,
dopo il deferimento alla corte marziale e il congedo con disonore per aver impedito a un
capitano (bianco) di stuprare una ragazza di campagna, aveva scatenato le sue abilità da
commando nel mondo delle banche, del mercato nero dell’arte, del traffico di lingotti e
gioielli, inseguito (il primo film della prevista trilogia era una dichiarata variazione
blaxploitation su Il caso Thomas Crown) da Candygirl Clark, coscialunga dal nomignolo
improbabile, nonché discinta investigatrice assicurativa il cui stipendio dipendeva dal fatto
di tradirlo, il tutto con il figlio esaltato dall’atmosfera di generale disinvolta dozzinalità del
film, e il padre quasi commosso dal modo in cui la pellicola ricostruiva un’epoca, anzi, un
anno, il 1973, incantato da quella sfilza di frammenti del passato (cassette delle lettere
rosse, lunghe file di cabine telefoniche alle stazioni degli autobus, vecchi tizi che giravano
in completo e cravatta) che, senza che lui se ne accorgesse, erano svaniti come i funghi
sotto gli scarponi di Super Mario, entrambi, padre e figlio, colpiti, e a vari livelli, da
Valletta Moore, per le sue doti nel kung fu, per quel suo completino arancione a pancia
scoperta con gli stivali alti, per quello sguardo da cerbiatta (o forse strabico) che lanciava
dardi di fuoco, colpiti soprattutto dall’ineluttabile stile di Luther Stallings al massimo del
suo rigoglio, dalla recitazione trattenuta che esibiva in ogni scena, come se fosse convinto
di poter ottenere tutto ciò che voleva senza fare ricorso alle parole, e infatti le note
informative sulla copertina della futura edizione in cofanetto dei DVD della trilogia (stipate
ora nel bagagliaio della Toronado) avrebbero raccontato che, il primo giorno delle riprese,
Stallings (autore delle suddette note) si era fatto prestare una penna dal regista (che
avrebbe in seguito diretto centinaia di episodi di Trapper John, Supercar e Walker Texas
Ranger) e aveva cancellato il 63 per cento delle sue battute, violando ogni codice e
regolamento professionale, poiché possedeva il dono, diffuso tra i geni falliti (anche se
non troverete questa osservazione nelle note informative), di una spiccata
consapevolezza dei propri limiti, unita a una padronanza del kung fu da vero campione, il
kung fu con i suoi scatti e le sue acrobazie, la sua affinità con alcuni passi alla James
Brown – per esempio il Popcorn – e il suo messaggio di emancipazione del corpo dalle
dure leggi della fisica, «davvero pazzesco», come il figlio ebbe a commentare più volte
riferendosi, con un trasporto che strinse di compassione il cuore del padre, alla
sbalorditiva somiglianza tra il giovane Luther Stallings e il signor Titus Joyner, tanto che,
finito il film, il padre chiuse il laptop e spiccò un metaforico balzo degno di Luther
Stallings, incalzando il figlio con domande molto più puntuali del solito a proposito della
sua amicizia con il giovane signor Joyner, e dalle risposte del figlio emerse il racconto di
un amore non corrisposto, come spesso capita tra adolescenti, in cui tutto il sentimento
proveniva dal lato Julie, con il padre che si scopriva impreparato di fronte all’intera
faccenda, non tanto a causa della componente gay, quella c’era e pazienza, quanto per
via del mondo di ferite e struggimenti (omo o etero che fossero) al quale suo figlio era
così rapidamente approdato, finché il padre non si sentì tutt’uno col figlio, e, rinunciando
a proseguire l’interrogatorio, gli offrì l’opportunità di capovolgere la situazione con la
domanda «Ma poi che fine ha fatto?», alla quale seguì una lunga e serrata inchiesta sulla
carriera post-Strutter di Luther Stallings, sull’esatta natura del suo rapporto con il figlio,
sulla sua attuale ubicazione geografica, se nota, con Nat che a ogni domanda prodigava
le scarne informazioni in suo possesso e riconosceva, non senza disapprovazione, e
’fanculo ai dolori del cuore, che suo figlio si trovava nelle prime fasi di una vera e propria
ossessione, motivo per cui, quando Aviva tornò a casa, emanando un odore di
condizionatore d’ospedale, e mollò la borsa sul pavimento della camera da letto, li trovò
intenti a setacciare l’interweb (termine di Julie) come due veri nerd a caccia di
informazioni sul padre di Archy Stallings, a studiarne la filmografia riassunta in clip di tre
minuti e a divertirsi in compagnia l’uno dell’altro molto più di quanto avessero fatto con
lei da parecchio tempo, e per un secondo sembrò offesa e arrabbiata, ma poi si lasciò
sopraffare da una sensazione dolceamara, e si adagiò sul letto in mezzo a loro con un’aria
insolitamente sconfitta, e attraverso quella modesta mischia privata i tre cercarono di
procurarsi conforto reciproco, mentre il pappagallo, stanco di volare, si posava su un
cedro del People’s Park, e stabiliva un punto di vedetta su una festicciola di adolescenti
allo stato brado che durò a lungo, fino a quando il buio non ricompensò la sua paziente
attesa con mezzo limone, le bucce e i noccioli di qualche avocado, e un pomodoro intero,
che il pappagallo consumò con misurata ferocia, per poi infilarsi a passare la notte in una
cavità dell’albero abbastanza profonda, dove trascorse i due giorni successivi prima di
mettersi alla ricerca di cibo più fresco e stabilirsi, al termine di ulteriori vagabondaggi,
nell’incustodito e paradisiaco giardino di una casa pignorata vicino a un Juan’s Mexican,
dove altri uccelli, molto tempo prima, avevano razziato un nespolo del Giappone per poi
sputare o cacare i noccioli, che il tempo e l’abbandono avevano coltivato fino a
trasformarli in una piccola riserva di nespoli frequentata con assiduità dal leggendario
stormo di pappagalli di North Berkeley, lontano dalle angosce e dalle pene di Telegraph
Avenue.
IV
Ritorno all’eterno
Un cambiamento di stato. Molecole in transizione, da liquido a gassoso. Una tazza
cinese da quattro soldi da cui, come un aquilone, si levava un drago di vapore.
«Basta dormire!» disse Irene Jew. Con un sibilo, la tendina abbandonò la sua
postazione, e dalla finestra fece irruzione la luce del sole. «È ora di alzarsi. Giorno
importante!»
Gwen aprì gli occhi. Il pulviscolo tracciava arabeschi nel bagliore: molecole in
transizione. E anche Gwen non era che una grassa, gigantesca molecola, sballottata qua
e là nello spazio.
«Giorno importante» rispose ironica. «Sai che roba.»
Ormai il suo mondo consisteva di quattro pareti e una finestra solitaria nel retro del
dojo, nascoste dietro una porta senza maniglia, a sua volta celata da una fotografia, a
grandezza naturale e a figura intera (pettorali e addominali lustri, pantofola sul piede
destro levato in aria, denti stretti in un sorriso rapace), del nume tutelare cui era
intitolato il Bruce Lee Institute of Martial Arts. La vita di Gwen era un sacco a pelo e un
borsone blu, un pasto incartato in un sacchetto, e ogni giorno aggiungeva un’altra penosa
pagina alla storia dei senzatetto.
Nella femmina gravida, la trentaseiesima settimana era terreno fertile per
l’autocommiserazione e i pensieri di Gwen al risveglio ne erano la prova definitiva.
La maestra Jew reggeva la tazza, col suo paesaggio di montagna dipinto, fra le mani
minuscole, allenate tanto a riparare e guarire quanto a sferrare colpi, secondo gli
insegnamenti di Lam Sai Wing, che a sua volta aveva studiato col grande medico e
raddrizzatore di torti Wong Fei Hung. Stava accovacciata accanto al materassino nei suoi
pantaloni di cotone neri e nella tunica bianca informe, in attesa che la sua ultima ospite
nascosta nonché fonte di irritazione si decidesse ad alzare almeno la schiena dal sacco a
pelo. Gwen prese la tazzina fra le mani smisurate che avevano sorretto i teneri crani di
mille neonati, mani la cui abilità era frutto di una formazione che si poteva far risalire fino
al diciannovesimo secolo, e a una levatrice di nome Juneteenth Jackson, originaria di
Tulsa, nell’Oklahoma, bis-bisavola di Gwen.
«Acqua del rubinetto calda» commentò Gwen con una smorfia. Il suo tono malediceva
non solo l’idea di bere acqua calda di rubinetto, ma anche la serie di eventi che l’aveva
condotta a un altro risveglio solitario in quello sgabuzzino fatto passare per stanza, il cui
unico ornamento era un vaso Ming da quattro soldi nel quale era infilata una gerbera di
plastica rossa che in realtà era una penna a sfera. A quel futon dozzinale che odorava di
waffel stantii. Al momento in cui una tazza di acqua calda di rubinetto doveva – lei non
osava dire di no alla maestra Jew – essere bevuta. «Quel che mi serve è una tazza di
caffè.»
«Caffè agita bambino» sentenziò la maestra Jew. «Poi un giorno lui scappa di casa.»
Era evidente, quindi, che insieme alla tazza d’acqua calda Gwen doveva accettare
un’implicita critica alla sua fuga da casa e dal focolare. D’altronde non ci si poteva
aspettare che un maestro di kung fu cinese e novantenne, benché di sesso femminile,
avesse una visione particolarmente progressista dei rapporti fra marito e moglie.
Gwen bevve e si stupì, come sempre, del sapore piacevole che aveva in realtà l’acqua
calda, del senso di benessere che procurava mentre scendeva nella gola e nell’esofago,
del modo in cui sembrava allentare una corda o sciogliere un gelo che nemmeno sapevi di
avere dentro di te. La maestra Jew sosteneva di poter curare ogni sorta di disturbo senza
nient’altro che un sigaro di artemisia e la regolare assunzione di acqua moderatamente
calda. Nel buio del ventre di Gwen, il figlio o la figlia del suo inetto marito diede un lieve
calcetto di gratitudine.
«Come va schiena?» domandò la maestra Jew.
Gwen si appoggiò le dita sul fondoschiena per palparne i muscoli. Negli ultimi giorni, la
gravidanza le aveva fatto scoprire nuove e dolorose funzioni dei maggiori gruppi
muscolari. Si svegliava in compagnia di crampi, acciacchi da nonnetta, rigidità articolari.
Si strinse nelle spalle. «Fa male.»
La maestra Jew s’inginocchiò dietro a Gwen e le affondò le dita alla base dei lombi
come un giardiniere in procinto di trapiantare un croco. Gwen inspirò bruscamente per il
dolore, ma il tocco ruvido e improvviso delle dita fresche, asciutte e morbide della vecchia
fu uno shock per il suo cuore in esilio. Gwen amava la maestra Jew nel modo in cui si
amano i maestri di kung fu: furiosamente, come i bambini.
«Meglio» disse la maestra Jew.
«Un po’» ammise Gwen.
Era quello il motivo che l’aveva spinta a intraprendere e a proseguire gli studi al Bruce
Lee Institute, allenandosi duramente per quasi quattro anni fino a guadagnarsi la cintura
nera: perché al qi gong, come alla maestra Jew, non importava affatto se ci credevi o no.
Gwen restituì la tazza vuota all’anziana donna, che riconobbe senza gesti né parole
l’espressione di gratitudine nei suoi occhi. La maestra Jew notò anche un che di
appesantito nei graziosi lineamenti di Gwen, un che di tremulo nel suo sguardo. Pareva
che nel giro di una notte avesse raggiunto il culmine della gravidanza. Mancava così poco
all’arrivo del bambino, e la vita di quella donna era tutta in disordine. Lavorava troppo. Si
prendeva cura delle altre future madri e intanto trascurava se stessa. Come se non
bastasse, aveva trascorso le ultime tre notti in quello stanzino, un mondo angusto e
crepitante di energia maschile. La maestra Jew espettorò una pillola di catarro e con
felina delicatezza la depositò in un fazzoletto di lino.
No, così non andava.
Quando Gwen si era presentata al corso lunedì sera, con il borsone nel cofano della BMW
decappottabile e tracce di lacrime sulle guance, qualche istinto radicato in profondità
aveva spinto la maestra Jew ad arrestarne la caduta. Ma ora l’insegnante capiva di non
aver gestito la faccenda come avrebbe dovuto. Irene Jew era una donna molto vecchia –
amava vantarsi, in modo improbabile, di essere la cinese più vecchia a ovest delle
Montagne Rocciose – e nei suoi lunghi anni di esilio e vagabondaggi, dal Guangdong a
Hong Kong a Los Angeles a Oakland, aveva conferito a innumerevoli studenti la fascia
nera che coronava lo studio più lungo e l’allenamento più faticoso, e il dolore, la
devozione, il tedio e l’impegno che essi comportavano. Alcuni di quegli studenti avevano
dato dimostrazione di abilità straordinaria, altri di vero e proprio genio, e pochi avevano
esibito entrambe le qualità insieme. Finora, però, nessuno era stato una donna di colore
incinta che guidava una BMW . Con Gwen Shanks, la maestra Jew non sapeva mai bene
come comportarsi.
«Questo posto molto male per te» disse. «Cattivo odore. E anche per occhi. Brutto.»
«Sì.» Gwen emise un suono, un respiro strozzato che avrebbe potuto preludere tanto
alle lacrime quanto a una delle sue grasse, fragorose sghignazzate. Si massaggiò il viso,
abbassò le mani e aprì gli occhi. «Cioè no, va bene. Però. Mi scusi.» Si sporse per
prendere la giacca da camera di seta buona, marrone metallico, che giaceva piegata
accanto al futon, e se la mise intorno alle spalle. Indossava un pigiama di seta abbinato,
con i bordini bianchi. «Ho solo bisogno di una notte di sonno decente.»
Il borsone era lì aperto, con tutti i vestiti, le scarpe e i flaconi di cosmetici racchiusi in
bustine di plastica. Era ora di alzarsi e vestirsi per quella giornata importante; alle tre di
pomeriggio, lei e Aviva dovevano comparire di fronte a una commissione incaricata di
confermare o revocare loro la licenza a operare dentro le mura dell’ospedale. Gwen
guardò i vestiti che aveva ficcato nel borsone tre sere prima, le canottiere elasticizzate
sformate e i pantaloni da yoga, i reggiseni assurdi e le mutandine geriatriche. «Solo una
notte di sonno decente.»
«A te serve cuscino.»
«Sì» disse Gwen, ripensando con nostalgia al lungo, fresco cuscino per il corpo della
Garnet Hill che per mesi, stretto fra le sue gambe, fra le braccia e sul ventre, era stato il
suo amante più fedele. «Eccome se mi serve il cuscino, da morire.»
«Tu va casa» disse la maestra Jew. «Prende.»
«Non posso.»
La maestra Jew le voltò le spalle. In fondo alla stanza, oltre il pavimento di bambù
della palestra, lucido e pieno di graffi, quattro alte finestre affacciavano sull’azzurro
smagliante di un cielo estivo di Oakland screpolato dai pali telefonici. Dietro la carcassa di
cemento del vecchio supermercato Golden State, una palma si sollevava le gonne verdi
da sgualdrina.
«Va bene, lo so che devo sloggiare. Le sono davvero grata per avermi permesso di
stare qui così a lungo. Superata la giornata di oggi andrò in un albergo, poi mi affitterò un
appartamento. Uno di quei posticini giù a Emeryville, vicino al cinema. C’è un’Ikea proprio
accanto. Mi compro una culla, un po’ di stoviglie. Tutto quel che può servirmi. So che me
ne sono stata qui a fare il muso e piangermi addosso. Mi fa male la schiena, e forse ero
un po’ sotto shock. Ci sono un sacco di cose che non so. Se sarò in grado di badare a un
bambino da sola. Se potrò continuare a fare il lavoro che ho fatto negli ultimi dieci anni.»
La maestra Jew continuava a darle le spalle, e Gwen capì che il suo discorso era stato
irrispettoso e sconsiderato, sia nella lunghezza, sia nel tono.
«Mi spiace» concluse Gwen. «Dico sul serio. Domani, o al più tardi dopodomani, mi levo
di torno.»
Gwen si ritrovò in faccia la tazza – più piccola della prima, rossa e dorata con un
intricato motivo geometrico e un pesce rosso – prima ancora di accorgersi che la maestra
Jew si era mossa, un brusco intoppo della visione, come un blackout o il flash di una
macchina fotografica, e quando si rese conto che la vecchia pazza le aveva davvero
lanciato contro una tazza mirando alla testa, il palmo della mano destra le doleva, e la
tazza intercettata posava fredda contro le sue dita, riversando alla base del pollice
un’ultima goccia del suo contenuto.
«Questo è giorno importante. Tu veste» disse la maestra Jew. «Poi va e prende
cuscino.»

Gwen era inquieta circa la propria posizione, il proprio status sotto il suo stesso tetto.
Così aveva in mente una sorta di Grenada coniugale, l’impiego di forze ingenti a sostegno
di un obiettivo modesto, persino risibile. Ma quando passò con l’auto davanti alla casa
addormentata, alle 6.51 (un orario con cui il marito non era mai entrato in intimità),
quella le sembrò tanto ordinaria, con le tegole di cedro dipinte di azzurro tutte scrostate,
il caprifoglio che strangolava le doghe dello steccato, i serbatoi vuoti del distributore
d’acqua allineati sulla veranda, da farle passare ogni voglia di combattere. Oltrepassò la
casa, e per un istante accarezzò l’idea di non fermarsi.
In effetti, come aveva detto alla maestra Jew, il cuscino per il corpo non si limitava ad
agevolarle il sonno: c’erano notti in cui le pareva fosse l’unica cosa al mondo in grado di
sentirla e comprenderla. Fedele al suo nome, il cuscino per il corpo dava corpo all’essere
sconosciuto dentro di lei, muto e informe, ma imbevuto di una qualche distinta essenza o
presenza del bambino che sarebbe venuto. Il cuscino era una bambola che lei di notte
cullava mentre, nei suoi bizzarri sogni di gravida, il bambino si trasformava in ogni specie
di bestia e vegetale e cose assai più strambe di un cuscino. Allo stesso tempo, Gwen lo
sapeva, era solo un cuscino per il corpo da quarantacinque dollari che aveva comprato su
internet. Si poteva facilmente sostituire.
«Un corno» disse ad alta voce, e parcheggiò davanti alla casa dei Lahidji. «Io voglio il
mio maledetto cuscino.»
Non scese dall’auto. Fece un po’ di respirazione qi. Tentò di afferrare la perlina
sfolgorante al centro del suo essere. Cercò di imbrigliare o quantomeno riordinare il
proprio qi. Per quel giorno aveva già abbastanza conflitti da gestire, si rammentò, per non
parlare dello stress, misurabile in rad, a cui lei e il bambino erano stati esposti. Eppure, il
senso di sdegno per tutto quel che Archy aveva fatto e trascurato di fare come marito,
come padre e come uomo, non diminuiva di fronte alla sua riluttanza ad affrontarlo, e
quello sdegno si fissava, sciamando come una nube d’api, intorno alla somma di
quarantacinque dollari. Quei soldi non aveva intenzione di buttarli. Aveva lasciato nella
casa molte cose di valore, quando aveva mollato Archy, e se non ne avesse riavuta
indietro nessuna, pazienza; almeno il cuscino doveva riprenderselo, per riscattare tutta la
vita e gli oggetti abbandonati. Scese dall’auto. Aveva solo una strada davanti a sé:
entrare non come un battaglione di marine che irrompe su una remota isoletta di palme
da cocco, ma come i corpi speciali: chirurgica. Furtiva. Toccata e fuga.
Decise di provare prima la porta sul retro. Scivolò – senza molto spazio libero sui lati –
lungo l’irregolare pelle di serpente del vialetto di mattoni che correva fra la casa e un
reticolato metallico, tutto intessuto d’ipomea come una sorta di cestino inselvatichito.
Sgattaiolò davanti alle finestre della cucina, i bidoni dell’immondizia e del riciclaggio,
lungo tutto il lato ombroso della casa, che negli anni di rado aveva affrontato, un
passaggio denso e frondoso, ospitale, o così aveva sempre immaginato, per i ratti. Il
pensiero le fece accelerare il passo.
Il cortile sul retro era messo peggio di quanto ricordasse. La zona barbecue di mattoni,
l’alberello di datura coi suoi cappelli da mago gialli, la rete metallica inghiottita in più
punti da verdi ondate di edera, gelsomino e ipomea. Il pennacchio sfrangiato di erba della
pampa. La desolata distesa di cemento che un inquilino precedente, per eccesso di
pigrizia o di ottimismo, aveva dipinto di verde prato. Era una giungla misera, incolta e
spelacchiata, in grado di deprezzare gli immobili nel raggio di molti isolati, fino a
Claremont Avenue. Era vergognosa. Ma Gwen se n’era andata soltanto da una settimana;
quella rovina era l’opera di anni. Un documento fedele della sua vita trascurata.
Distolse lo sguardo dai graticci rotti intorno alle fondamenta della casa, dalle
guarnizioni scollate che facevano capolino dalle giunture della porta sul retro come i
boxer del membro di una gang dai pantaloni. Quando lei e Archy l’avevano comprata, la
casa era fatiscente, a buon mercato ma tenuta malissimo. Avevano stilato un elenco delle
riparazioni e delle migliorie che avrebbero dovuto fare. L’elenco era diviso in
«necessarie», «facoltative» e «irrealistiche». Avevano installato nuovi gabinetti e
lavandini, consultando un manuale preso in biblioteca. Avevano rifatto i pavimenti,
riattaccato le finestre, aggiustato il tetto. Era stato il primo progetto comune del loro
matrimonio, e ripensando a quei tempi Gwen provò una fitta di nostalgia e rimpianto per
la loro felicità. A poco a poco avevano depennato tutte le voci necessarie, ma si erano
rifiutati di imbarcarsi negli interventi facoltativi. A un certo punto, ben prima di arrivare a
quelli irrealistici, l’elenco era andato perso.
Gwen girò la chiave nella toppa della porta sul retro e spinse, ma incontrò resistenza.
Era chiusa col catenaccio. Un catenaccio formidabile, installato dal proprietario
precedente e che, a memoria di Gwen, né lei né Archy avevano mai adoperato. C’era
qualcosa di snervante nel vigore con cui quel catenaccio respingeva l’ingresso in casa di
Gwen. Era come se Archy avesse cambiato le serrature a tradimento. Per Gwen era un
affronto. Stava per mettersi a picchiare sulla porta, pretendendo una spiegazione, ma si
ricordò del suo materno proposito di mantenere la calma. Le venne in mente che forse
Archy si sentiva meno al sicuro, in casa senza di lei, e il pensiero la commosse. Lasciò che
la porta si richiudesse con un lieve clic e tornò di soppiatto alla porta anteriore.
Entrando, si rese conto che il lieve ronzio pulsante che aveva scambiato, nel salire i
gradini della veranda, per le vibrazioni propagate attraverso le vecchie assi di abete dal
frigorifero, o forse dall’umidificatore nel seminterrato, se non addirittura da qualche
betoniera lontana, o dall’eliambulanza che atterrava sulla piattaforma dell’Ospedale
Pediatrico, era in realtà il russare congiunto di due ragazzini. Julie Jaffe sgusciava fuori
per metà dal vecchio sacco a pelo di Gwen, senza maglietta e bianco da far paura, con
due piccoli capezzoli rosa da porcellino d’india. Titus giaceva accuratamente sepolto sotto
il sacco a pelo di Il mio amico Arnold di Archy, da cui spuntavano soltanto le lunghe,
bizzarre dita dei piedi e la metà superiore del viso. Sul tavolino si estendeva un ghiacciaio
di custodie di DVD. Strutter, Ghetto Hitman, Soul Shaker, tutte quelle assurde cagate di
film che il padre di Archy aveva sfornato negli anni Settanta. Da sotto un contenitore di
polistirolo, accanto a due patatine fritte simili alle antenne di un grosso insetto guardingo,
faceva capolino un altro disco, sulla cui copertina Gwen riconobbe la sbalorditiva afro di
Valletta Moore, che accarezzava la canna e il silenziatore della calibro 357, nell’iconica
posa della locandina di Nefertiti, quaranta interminabili piani di gambe brune con un paio
di scarpe da zoccola a fare da pianterreno, e dei pantaloncini striminziti di raso giallo
come frontone. Nella stanza aleggiava un pesante tanfo di pubertà, popcorn al microonde
e qualcos’altro di indefinito ma orribile.
Julie, nella sua zuffa notturna con il sacco a pelo, era strisciato così vicino alla porta che
Gwen, entrando nella stanza, quasi lo calpestò. L’incavo del suo petto glabro, la fronte
pensosamente aggrottata, i capelli morbidi e lisci incollati dal sudore alle tempie ossute,
risvegliarono in lei antichi ricordi delle notti in cui gli aveva fatto da baby-sitter e aveva
cantato per lui le solenni nenie imparate da sua nonna. Le parve che l’innocenza di Julie,
ora che la ricordava, fosse coincisa con la sua: prima che Nat e Aviva le presentassero
Archy, prima di quell’incombente cumulo di delusioni che era la sua vita professionale.
Preferì non guardare Titus, che ronfava pesantemente sotto quello stupido, tragico
manto con l’effigie di Gary Coleman e Todd Bridges vestiti di due maglioni identici. Le
dispiaceva per lui ma, non volendo dispiacersi, preferiva abbandonarsi alla stizza nei
confronti del ragazzo. Nel frattempo, l’odore misterioso si era rivelato al suo naso di
donna incinta, evidente come la puzza di sangue dopo un massacro: hamburger stantii.
Gwen fece l’errore di guardare più da vicino il contenitore sul tavolo. Un roseo rivolo di
grasso, cosparso di goccioline grigie, scivolava fuori come la cera di una candela, e a
quella vista un razzo di bile calda le schizzò dal fondo dello stomaco fino in bocca.
Era pronta a scommettere quarantacinque dollari che le procedure operative di ninja e
berretti verdi non contemplassero, in linea di principio, il vomito. L’umiliazione sarebbe
stata intollerabile; all’inizio della gravidanza, Archy aveva trascorso, senza mai
lamentarsi, parecchio tempo a raccogliere le sue varie emissioni.
Le molecole di grasso ossidato parvero seguire Gwen nel corridoio come una scia di
folletti maleodoranti, finché non raggiunse la camera da letto e aprì la porta. Le
veneziane erano abbassate, ma quelle della finestra dietro l’antica specchiera in stile
Maria Antonietta della zia di Archy erano state tirate frettolosamente, e ora pendevano
sbilenche al di sopra del davanzale. Alla luce del giorno che filtrava da sotto quella
ipotenusa, Gwen scorse Archy riverso sul letto, supino. Era un letto rotondo, apporto di
Archy al loro matrimonio, lui lo chiamava «Il mio letto da agente segreto», e con le
gambe e le braccia allargate in quattro direzioni lui le ricordò l’uomo nudo di Leonardo da
Vinci, quello che faceva quadrare il cerchio o roba del genere. Solo che Archy non era
nudo; aveva indosso un paio di calzoncini da pallacanestro dei California Golden Bears.
L’obiettivo di Gwen gli stava proprio accanto, piegato in due, ignorato o forse nello sforzo
di divincolarsi. Tutti gli altri e più convenzionali cuscini erano stati gettati o scalciati giù
dal letto, e ora giacevano sul pavimento in pose affrante. Com’era suo solito, Archy
dormiva con la testa appoggiata sul materasso, ricorrendo al cuscino solo per coprirsi la
faccia quando nella stanza c’era troppa luce. Non avrebbe minimamente sentito la
mancanza del cuscino per il corpo.
Le molecole che aleggiavano nell’aria, emanate dal contenitore di hamburger in
salotto, parvero una volta per tutte rinunciare a inseguirla. Gwen poteva nuovamente
respirare dal naso, e l’odore che adesso sentiva era quello della sua camera da letto, di
suo marito, della sua vita. La fragranza di agrumi e chiodi di garofano del dopobarba di
Archy, un odore vagamente natalizio. Un odore di cui si era innamorata in fretta. Ora le
faceva l’effetto di un tonico, corroborante e rigenerante, e le dava la forza di protendersi
cauta verso il cuscino, muovendosi lenta, trattenendo il respiro. Gwen afferrò il cuscino,
due manciate di piume d’oca, e iniziò a staccarlo dal materasso con pazienza, un
millimetro alla volta.
Archy si girò sul fianco, inspirò bruscamente, e con le gambe si avvinghiò al cuscino per
il corpo. Vi premette contro i fianchi, lo prese fra le braccia e lo tirò verso di sé. Lo
abbracciò, lasciò andare il fiato con un fremito, fece un sospiro e cominciò a russare.
Gwen rimase immobile, atterrita, elettrizzata e punta da un senso di tradimento, ma non
avrebbe saputo dire se da parte del marito o del cuscino.
«No, non ti alzare» disse Archy senza aprire gli occhi. Supplicava nel sonno. Sorbì
un’altra appagante sorsata di incoscienza, saggiandone il gusto, schioccando le labbra
beato. «Non te ne andare.»
Gwen valutò una serie di possibili risposte, tra le quali «Troppo tardi, brutto stronzo»,
«Mi spiace», «Non lo faccio più» e «Stai parlando con un cuscino».
Mollò il cuscino da quarantacinque dollari senza dire una parola. Si voltò e scivolò fuori
dalla stanza. Con consumata abilità, richiuse silenziosamente la porta, alzò lo sguardo e
vide Titus ritto in fondo al corridoio, che la osservava con un sogghigno, non del tutto
sorpreso. Quegli occhi verdazzurri alla Luther Stallings, cerchiati dall’imperscrutabile,
luccicante campo di forza che vela gli occhi chiari nella gente di colore.
«Sono venuta solo a riprendermi il mio cuscino speciale» disse Gwen in un patetico
sussurro.
Titus annuì, e nello stesso istante parve accorgersi che lei era a mani vuote.
«Ma ho cambiato idea» aggiunse Gwen.
Avvertì una pressione pulsante al ventre che riconobbe come sintomo di disidratazione.
Il ragazzino si fece da parte, e lei entrò in cucina. La presenza di Titus alle spalle le
impedì di arretrare immediatamente, inorridita davanti a ciò che vi scoprì.
«Oddio» disse.
Il ragazzino assentì con una mesta risata.
«Che avete combinato?»
«Diceva che il caffè si può macinare nel frullatore.»
«Chi?»
«Julie.»
«Ti ha anche detto che il ragù si può sparare con una pistola ad acqua? A occhio e
croce, si direbbe di sì.»
Il ragazzino si strinse nelle spalle.
Gwen avanzò stoicamente, trattenendo il respiro come se stesse entrando in un
gabinetto chimico appena lasciato libero, e si versò un bicchiere d’acqua dal rubinetto del
lavandino. «Adesso capisco perché avete messo il catenaccio alla porta sul retro.» Scolò il
bicchiere in un’unica sorsata avida. «Motivi di sicurezza.»
«Un’altra idea di Julie» chiarì Titus. «È un tipo pauroso.» Di nuovo quel sorrisetto, e
quella nota di curiosità nello sguardo.
«Lo so bene» ribatté Gwen.
Qualcosa, una tenerezza come di routine nel tono di voce o un aspetto di Gwen che
Titus non aveva ancora considerato, lo spinsero a puntare su di lei l’apparato della
propria curiosità. Ne misurò l’ampia circonferenza. «Il cuscino speciale le serve per
quello» disse, indicandole l’addome.
«È un cuscino per il corpo.»
«Ci appoggia la pancia mentre dorme?»
«Magari dormissi» disse Gwen. «Senza, di sicuro no.»
«E insomma, quel bambino lì dentro. È tipo mio fratello.»
Gwen pensò di sciacquare il rossetto dall’orlo del bicchiere, ma nell’improbabile
eventualità che qualcuno lo notasse fra i Pollock alla marinara e i termitai di piatti e
pentole, l’impronta del suo rossetto poteva servire da biglietto da visita, pallottola
d’argento, settebello.
«O tua sorella.»
«Un’ecologia non l’ha fatta?»
«Ecografia. Gli abbiamo chiesto di non dirci il sesso.»
«Volevate la sorpresa.»
«È Archy che la vuole. A me le sorprese non piacciono.» La frase le uscì con un tono più
tagliente del previsto, che tuttavia non era fuori luogo.
«Perché non se lo fa dire e lascia la sorpresa a lui?»
«In effetti potrei» disse Gwen.
«Ah, l’ha già fatto» indovinò Titus. «Giusto?»
Gwen tolse il catenaccio alla porta sul retro. «È per metà tuo fratello» disse, prima di
uscire ad affrontare il resto della giornata. «E per metà, chissà cos’altro.»

«Chi era?» voleva sapere l’uomo.


Da parte di Archy arrivavano sempre e solo domande, le scuoteva nel palmo chiuso
come una manciata di dadi ogni volta che entrava in una stanza il cui arredamento
comprendeva suo figlio. Ti piacciono i Rice Krispies? I muffin? Guerre stellari? Le pesche?
Le donne? Mos Def? I gatti? I cani? Le Mentos? Le scimmie? Non ti hanno insegnato a
lavarti i denti al mattino? Quella camicia prima era bianca? Com’è che passi tanto tempo
a giocare a quell’accidenti di gioco? E se leggessi un cazzo di fumetto Marvel, per una
volta? Lavare i piatti mai, eh? Duke Ellington lo ascolti? Lo sai chi era Billy Strayhorn? Ah,
che cazzo, vuoi spezzarmi il cuore? Lanciava i dadi, lui. In quel senso, non era granché
originale; Titus sentiva di essere una specie di vortice intorno al quale le domande degli
adulti giravano instancabilmente, come quella ruota di plastica che aveva visto una sera
su Discovery Channel, da qualche parte alle Hawaii, un immenso, interminabile turbinio di
sacchetti di plastica e bottiglie di bibite. Ogni conversazione un quiz, una chiamata a
rapporto, un interrogatorio, un catechismo. Ogni frase finiva in un ricciolo insidioso, un
uncino fatto apposta per accalappiarlo. E ognuna di quelle domande, in fondo, non era
altro che retorica, non richiedeva né ammetteva risposta.
«Chi era chi?» disse Titus.
Afferrala e rispediscila indietro.
«Stavi parlando con qualcuno, dalla voce sembrava una donna. Era Gwen?»
«Gwen chi?»
«Lo sai Gwen chi. Mia moglie.»
Titus produsse un’elaborata alzata di spalle in tre parti, stratificata come una
scacchiera vulcaniana. «Mi pare.»
«Ti pare.»
«È passata.»
A quella notizia, gli occhi del padre si fecero stanchi e infossati, le sue vecchie guance
gonfie da Orso Yoghi cascarono. Proprio lì, sulla porta della camera da letto dove fino a
pochi minuti prima c’era stata sua moglie. Tentò più volte, senza riuscirci, di annodare la
cintura del suo accappatoio da playboy. Considerò i calzini disseminati nel corridoio, la
puzza di coabitazione maschile che aleggiava per casa. Chiuse gli occhi, attingendo a due,
tre ore scarse di sonno, le orbite arrossate dalla stanchezza. Immaginandosi la
devastazione in cucina, i cumuli d’immondizia nel salotto, il bianco e gracile ragazzino in
mutande avvoltolato in quel vecchio sacco a pelo lurido. Ricostruendo nella sua mente il
probabile itinerario della visita di Gwen. E il disgusto che doveva averle procurato quello
spettacolo. Ripercorrendo l’intera scena come il flashback alla fine di un giallo con la
ricostruzione dell’omicidio, tutti seduti nel salotto buono o nella veranda o chissà dove,
sotto le teche con le farfalle e le teste di tigri impagliate, mentre il detective illustra per
filo e per segno. Era proprio qui; doveva solo svegliarsi e l’avrebbe vista. E invece
figurarsi se si è svegliato, eh, signor Stallings? Si passò una mano sul viso, con deliberata
lentezza, quasi sperasse di cancellarsi i lineamenti. Aprì gli occhi.
«Porca puttana» sbottò. «Guarda che merdaio.»
Avanzò a passi pesanti nel corridoio, lasciandosi dietro quel suo odore di detersivo al
limone per piatti, quasi sfiorando Titus nel passargli accanto. Ciò che scoprì in salotto
parve non solo confermare, ma aggravare o far impallidire le sue peggiori paure.
«Chissà cosa diavolo le serviva, per venire qui oggi» disse, con voce appena udibile. Per
una volta il tono non era quello di una domanda.
Così Titus non rispose. Stavolta non perché fosse per lui un punto d’onore respingere o
schivare la domanda del padre e tutte le altre inutili domande del mondo adulto, ma
perché in fondo cos’avrebbe potuto dire? Si era parlato di un cuscino per il corpo, ma
Titus capiva perfettamente che quello non spiegava nulla, era soltanto ciò che Hitchcock
avrebbe chiamato un MacGuffin. Il ventre rigonfio della donna, la curva del fratello che lo
deformava, la serietà con cui si era rivolta a Titus, guardandolo non con l’aria di chi pensa
«Ragazzo, ti conviene rigare dritto», come la mamma di Julie, ma con serietà da
scienziato, scettica, affascinata da quello che vedeva. Come avrebbe potuto esprimere
tutto questo a parole?
Suo padre disse: «Alzati, Jaffe».
Julie scattò subito a sedere, con quei suoi capezzoli rosei da cucciolo di pitbull, non un
pelo in tutto il corpo se non sotto il braccio sinistro, sempre che ti accanissi a cercarlo, un
filo ispido simile a un sopracciglio, per il quale Titus non mancava di prenderlo in giro.
Julie sbatté le palpebre, mise a fuoco l’uomo, strabico e intontito dai vapori dell’ultimo
sogno della notte.
«È venuta Gwen» gli disse lui.
Julie annuì, poi capì che Archy si aspettava di più. Scosse la testa. «Non so» farfugliò
incerto.
«Non era una domanda. Titus dice che era qui. Poco fa.» Si girò verso Titus. «Proprio in
questa stanza?» Titus annuì di nuovo. «In cucina?»
«Ha bevuto un bicchiere d’acqua dal lavandino.»
«Dio santo» disse Archy. Guardò di nuovo Julie. «Per cui tu non l’hai vista, eh?»
«Dormivo» rispose Julie.
«Sì, dormivo pure io. L’unico che non dormiva era il nostro caro Titus, che però, come al
solito, non ha molto da dire sull’argomento.»
Titus intuì che quell’ultima osservazione conteneva una critica, sebbene lui la pensasse
diversamente. Potevi cacciarti nei guai restando zitto, ma parlare era un modo ben più
facile di scavarti la fossa. Rimase in disparte mentre il padre si avvicinava alle prove
disordinate e, a voler essere generosi, diseguali (per via della scarsa qualità della
pellicola originale, delle riprese amatoriali, del pessimo riversamento, delle trame banali
e assurde al tempo stesso e dei dialoghi legnosi) del fatto che un tempo Luther Stallings
aveva brillato dagli schermi cinematografici dei ghetti del Paese. Dapprima non sembrò
far caso ai DVD, preso com’era a inventariare i tovaglioli appallottolati, i bicchieroni di
polistirolo da mezzo litro, i contenitori unti di cibo avanzato. Con l’energia disperata di chi
prova a mettere in salvo dei ninnoli senza valore da un incendio imminente, raccolse le
confezioni incrostate di formaggio, le forchette usate, gli involucri delle cannucce e tutti
gli altri rifiuti che i ragazzi avevano disseminato in giro la notte prima, quando, alle tre e
mezzo del mattino, non essendo lui ancora rientrato da un concerto in città, avevano
spento la televisione ed erano andati a dormire. Si impilò tutto quanto precariamente
sulle braccia come se la moglie potesse tornare da un momento all’altro.
«Porca puttana» ripeté. Marciò fino alla cucina, dove emise un ringhio nel constatare la
reale portata del disastro. Frugò sotto il lavandino facendo un gran chiasso finché non
trovò un sacco per l’immondizia, e ci buttò dentro l’intero carico. Comprimendo dentro di
sé la rabbia come un uragano che accumula l’acqua del mare, fece il giro della cucina
raccogliendo spazzatura. Tornò furibondo in salotto, un grasso Babbo Natale del ghetto
con il pizzetto sotto il labbro e il sacco nero in spalla.
«Non ci posso credere che mi avete conciato la casa così, cazzo» disse, non a
sproposito ma ingenerosamente, dato che nel ridurla in quelle condizioni i due si erano
limitati a seguire i principi di manutenzione domestica da lui medesimo illustrati dopo la
partenza della moglie. La colpa delle spaventose condizioni in cui versava la cucina era
sua quanto di chiunque altro. «Non ci posso credere che è venuta proprio stamattina.»
Come se normalmente la casa fosse lustra e in ordine, e quel giorno rappresentasse
un’eccezione nel ferreo calendario delle pulizie. «Con la casa che sembra un garage pieno
di tossici. Avrebbe dovuto… uh. Aspetta un po’.»
La copertina di L’uomo della notte, uno dei DVD che Titus e Julie avevano noleggiato alla
videoteca di College Avenue la sera prima, attirò la sua attenzione come se soltanto ora
la riconoscesse. Archy prese la custodia, la rigirò, lesse le esagerazioni, le note erudite e
tutte le altre cazzate che c’erano scritte sopra.
«Quentin Tarantino presenta» disse. «Ah, però.»
Mentre studiava la custodia, la sua postura cambiò, le spalle si raddrizzarono. La rabbia
si posò al suolo e avanzò nell’entroterra. Si alimentava da sé, questa era l’impressione di
Titus; e lui di rabbia se ne intendeva. Archy passò in rassegna le altre custodie
sparpagliate sul tavolo. Tarantino aveva ragione: L’uomo della notte era la cosa migliore
della filmografia di Stallings, il classico colpo in banca, sbirri e rapinatori, pochi
sentimentalismi, colonna sonora di Charles Stepney, regia di Richard Kline, che aveva
fatto anche 2022: i sopravvissuti e qualche altro film figo dell’epoca, compreso un
episodio della saga del Pianeta delle scimmie. Dozzinale, grezzo e discontinuo, quel film
aveva esaltato e consacrato agli occhi del mondo l’assoluta grazia fisica di Luther
Stallings nel 1975, la bellezza delle sue narici ampie, il blues del suo sorriso, la fatale
architettura delle sue mani.
«Cos’è ’sta merda?» domandò Archy.
Titus fu lì lì per ribattere «Tuo padre», ma all’ultimo momento si rese conto che
sarebbe stato come dare a Luther Stallings, suo nonno, della merda. Mentre Luther
Stallings, almeno un tempo, era stato indiscutibilmente il più grande.
Prima di quell’estate, prima di quella settimana, per Titus il nome di Luther Stallings
non era stato neppure un ricordo, ma semmai il ricordo del ricordo di qualcun altro, come
una hit minore, o il vicepresidente negli anni della disco music. Una folata di immagini
impigliate come farfalle nell’inferriata della sua mente. La prima: un articolo su una copia
vecchia, vecchissima, una copia decrepita come Tutankhamon di «Ebony», in fondo a un
cassetto del comodino di sua nonna. Titus ricordava poco dell’articolo, eccetto il nome del
protagonista, il titolo Strutter e una foto di Luther Stallings seduto nel suo salotto di Los
Angeles, con i pantaloni neri attillati e gli stivaletti bianchi alla caviglia, che lanciava una
palla da baseball a un bambino sfocato. La seconda: un frammento sbiadito e sgranato di
un video dei Wu-Tang Clan, giusto qualche secondo, in cui un nero asciutto e agile
sgominava a suon di pugni e calci una gang di taoisti assassini. La terza e più
evanescente: il ricordo, anzi il residuo acre – e nulla più – della bassa opinione,
imbottigliata come fumo dentro il nome Stallings, che sua nonna aveva della sfilza di tutti
i padri dei quali Titus era l’erede.
Nessuno di quegli echi aveva preparato Titus alla verità della grandezza di Luther
Stallings, così come gli si era appunto rivelato, almeno a sprazzi, nei film, compresi quelli
che facevano cagare. Né allo strano calore che gli era piovuto sul cuore la notte prima,
mentre seduto sul divano accanto al migliore e unico amico che avesse mai avuto,
guardava l’assassino piroettante di L’uomo della notte , con quelle auto da paura e una
quantità pazzesca di belle donne, tra cui una con la afro argentata. Luther Stallings, l’idea
di Luther Stallings, rappresentava per Titus qualcosa che nessun individuo e nessun luogo
fino ad allora aveva mai rappresentato: un punto di origine. Un luogo di nascita
leggendario, smarrito fra le nebbie di Shaolin o nelle remote giungle tecnologiche del
Wakanda. Nel buio accanto a Julie, mentre guardava suo nonno, Titus aveva sentito che
la sua vita affondava le radici in un’epoca di miti e di eroi.
Per la prima volta da che aveva avuto coscienza di sé, piccolo e dimenticato come una
monetina in fondo all’ultimo cassetto del mondo, Titus Joyner aveva intravisto nella
propria storia un barlume di valore, e in se stesso gli ingredienti dello splendore.
Archy disse: «Cos’è, il Luther Stallings Film Festival?».
«Era un grande» disse Julie.
«No che non lo era, Julie.»
«Va be’, almeno nel kung fu.»
Archy non alzò gli occhi dalla custodia di plastica. Scandì le parole con furia trattenuta.
«Io questo stronzo in casa mia non ce lo voglio» disse. «In nessuna forma. Né in carne e
ossa, né in pixel, né in elettroni. E non voglio nemmeno sentirvi pronunciare il suo
stramaledetto nome, okay? Sono stato chiaro?»
Raccolse i film noleggiati per il festival di Luther Stallings, li impilò alla rinfusa e li porse
a Titus. Lui si limitò a guardarli. Allora li rifilò a Julie.
«Portali fuori da casa mia!» ordinò.
«Okay, okay» annuì Julie. «Madonna mia, Archy, e che è?»
Sbigottito dalla rapidità, dalla violenza con cui si era ritrovato in mano i DVD. Guardando
l’uomo davanti a sé come se fosse sul punto di piangere. «Scusa, Archy. Io non…»
«È tuo padre.» Titus sentì la propria voce pronunciare quelle parole, e ne restò
sorpreso se non inorridito. «È stato una cazzo di star del cinema! Dovresti esserne fiero.»
«Bah!»
«Era bravo davvero» disse Titus. «Sapeva recitare. Meglio di Fred Williamson,
comunque, ed era anche più bravo a combattere. Nei combattimenti era più bravo pure di
Jim Kelly, che come attore era uno zero. Meglio di tutti quei bianchi, Chuck Norris e anche
quello con le sopracciglia…»
«John Saxon» disse Julie.
«John Saxon. E anche meglio di tutti i cinesi classici. Sonny Chiba, Sammo Hung. Lo sai
che ti piace da matti quella roba, hai perfino un fotogramma di L’ultimo combattimento di
Chen come sfondo del desktop. Dove combatte con quel tizio grande e grosso, quello che
sembra una specie di emù gigante. Non ha proprio senso che tu non apprezzi Luther
Stallings. Sa suonare il piano. È tipo un esperto di barbecue e non so che altro.» Queste
informazioni le aveva prese dai contenuti speciali del DVD di L’uomo della notte . «Però,
insomma, anche se non ti piace, devi comunque rispettarlo.»
Titus si rese conto di avere fornito ad Archy un’ulteriore sorpresa in quella già insolita
mattinata.
«In due settimane avrai spiccicato dieci parole» disse l’uomo. «E adesso te ne esci con
tutto un discorso? Per insegnare a me cosa devo pensare?»
«È tuo padre.»
«Ah, ecco. Per cui immagino che, seguendo questa logica, anche tu debba rispettare
me, giusto?»
«No» disse Titus. «Tu sei soltanto un donatore di sperma.»
La replica scoccò dall’arco in uno scatto d’ispirazione, e colpì il bersaglio con un tonfo
quasi udibile. Archy vacillò prima di ricomporsi.
«Allora, innanzitutto» disse, «quella roba io non l’ho “donata”, chiaro?, l’ho elargita.
Secondo, quell’“emù” si chiama Kareem Abdul-Jabbar, cazzo. Terzo, e qui stammi bene a
sentire, io ho già abbastanza grane a cui pensare, okay? Dopodomani devo seppellire
quello che considero il mio vero padre, dar da mangiare e da bere a qualcosa come cento
persone. Mettere insieme una banda. Rintracciare un pappagallo. Nel mio garage c’è
l’organo Hammond che ha ucciso Cochise Jones, non so se mi spiego, ed è lì che aspetta
di essere aggiustato per poter dare a quell’uomo il tributo che si merita. Ho casini
personali a non finire, un bambino che sta per nascere, una cazzo di moglie fuori di testa.
Tre ore di sonno sulle spalle a dir tanto. Questo stronzetto pelle e ossa che mi gira per
casa in mutande, con un sacco a pelo arrotolato intorno ai piedi manco fosse un calzino
gigante. E voi due frocetti» sfilò gli ultimi due mattoncini portanti dalla traballante torre
della sua calma «venite qui, seminate DVD dappertutto, mi mancate di rispetto, calpestate
i miei desideri, mi riducete la stramaledetta casa un disastro…»
Julie gli alzò contro uno sguardo accusatorio. Deluso da lui, desideroso che lo sapesse.
«Espressioni omofobe. Incitamento all’odio» osservò.
«Oh, davvero?» disse Archy. «Perché queste, fratello mio, sono delle fottute carezze, in
confronto a quel che vi aspetta. Voi testoline di cazzo ora vi vestite, prendete le vostre
cose e vi levate dalle palle, tutti e due. Sloggiate. E vi portate dietro anche quei film di
merda. I cinefili del cazzo li andate a fare da un’altra parte.»
«Ma veramente?» disse Julie.
A quel punto Archy sembrò voler dimostrare a Julie che faceva sul serio. Prese il DVD di
Strutter, il primo film di Luther Stallings, girato quando lui aveva appena otto anni più di
Titus. Lo gettò a terra, ci pestò sopra il piede quattro volte.
«Andate. Fuori. Dalle. Palle.»
La plastica resistette ai primi due colpi, ma al terzo la custodia si spezzò in due. Al
quarto, il disco si ruppe. Tre lucenti pezzi d’arcobaleno sul tappeto.
«Che stronzo» disse Titus.
Sanguinario, pieno di speranza, caricò il braccio per colpire suo padre. Roteò
elegantemente su se stesso, perse l’equilibrio, cadde. La mano che arrestò la caduta
atterrò sui pezzi della custodia infranta. Una scheggia di arcobaleno lo tagliò: poco
sangue, un male cane.
«T i odio, cazzo» disse Titus, con una voce che risuonò, persino alle sue orecchie,
penosamente stridula, da ragazzina. «Quanto cazzo ti odio non lo puoi sapere!»
L’uomo lo guardò dall’alto, con le mani sui fianchi, inspirando grandi boccate affannose
dell’aria che tutti e tre insieme avevano reso irrespirabile.
«Ecco» disse, «questo è incitamento all’odio.»
A due isolati dal Brokeland, mentre, con una furiosa sterzata sul volante della El
Camino, si infilava in retromarcia nell’unico parcheggio libero su Apgar Street, e intanto
aspirava l’ultimo carbonizzato millimetro del suo cannone, al tempo stesso tentando di
confermare un ordine telefonico da sette chili di al pastor, dodici dozzine di tortillas e
quattro litri di pico de gallo al furgone messicano Sinaloa sulla Quattordicesima Est, Archy
Stallings inciampò in un qualche cavo d’innesco interiore collegato a segrete cariche di
rimorso. Rimorso per il vile e irresponsabile accesso d’ira che aveva sfogato contro i
ragazzi, per il dolore procurato a Gwen, per il fatto che Gwen avesse scoperto in che
razza di incontrastato squallore il suo abbandono l’aveva precipitato. Rimorso, finalmente,
per la propria avventura etiope. Mentre, con la lucidità piena di rimpianto della
marijuana, rivedeva l’inchiostro malinconico che inondava le pupille di Elsabet Getachew
ogni volta che, nello stringergli l’uccello in bocca, alzava gli occhi verso di lui. Rimorso per
la propria incapacità di tenere detto uccello nei pantaloni, per quell’ultimo diverbio con il
signor Jones, per aver abbinato dei mocassini marroni a un abito la cui fantasia scozzese
conteneva ben più blu di quanto ricordasse. Spense il motore e rimase immobile, un
charleston di rimorso a scandire un ritmo netto e sonoro.
Poco prima che la signora del furgone messicano tornasse in linea, e cogliendo Archy in
contropiede lo informasse, con fraseologia scaltra e centellinata, che il suo tentativo di
incassare l’anticipo era fallito e che la Visa di Archy era morta, la voce di Clifford Brown Jr
sulla KCSM annunciò il titolo della canzone trasmessa prima che Archy salisse in macchina,
la cover che nel 1970 Freddie Hubbard aveva inciso di Better Git It In Your Soul, «con
all’organo», per citare Junior, «il grande Cochise Jones da Oakland, recentemente
scomparso», e senza preavviso Archy si ritrovò sull’orlo delle lacrime, orlo che
rappresentava il punto più vicino alle lacrime al quale di solito si concedesse di
avvicinarsi. Rimorso, dolore, senso di perdita, lutto: permettere anche a una sola lacrima
di scorrere sull’onda di simili sentimenti significava mettere in pericolo apparati radicali e
mura di contenimento antichissimi. Le slavine di fango e le valanghe nere che ne
sarebbero scaturite l’avrebbero seppellito vivo.
Era stato qualcosa nel modo in cui Clifford Brown Jr aveva pronunciato le parole
grande, scomparso.
«Sapevo che la mia carta non era in salute» concesse Archy alla signora del furgone,
piangendo ormai senza freno. «Ma non immaginavo che potesse essere così grave.»
«Non importa» disse la donna, scambiando il tremito nella voce di Archy per semplice
dolore, dolore per la perdita del signor Jones, cliente fedele del Sinaloa quasi quanto lo
era stato del Brokeland Records, incline a scivolare in un rapimento quasi musicale
davanti allo spettacolo roteante di tutti quei lucidi e croccanti strati di maiale impilati su
uno spiedo come gustosi 45 giri. «Me li dai in contanti quando vieni a ritirare, okay?
Dopodomani alle undici, che dici?»
Archy disse che andava bene. Si sforzò di ritrovare la compostezza. Pensò a Tony Stark,
Iron Man, con quella scheggia conficcata nel tessuto cicatrizzato del cuore, condannato a
vivere in un’armatura e a sparare i suoi raggi respingenti. Il sospetto che l’abbandono di
Gwen potesse aver risvegliato un’eco della morte della madre di Archy: FOOM! Respinto. Il
pensiero di come lui stesso avrebbe reagito se, quando aveva quattordici anni, qualcuno
lo avesse informato che un giorno il suo futuro figlio avrebbe nutrito soltanto disappunto
e disprezzo per l’uomo privo di valore che, come Willy il Coyote, aveva lasciato nella sua
vita un buco a forma di padre: FOOM! Respinto anche quello.
«Dopodomani» disse Archy, asciugandosi una guancia con la manica troppo blu della
giacca.
Poi udì il bip di Nat Jaffe sull’altra linea.
«Sto arrivando» disse Archy a Nat.
Erano le undici e quarantasette minuti, appena dodici minuti dopo il limite del consueto
ritardo di Archy, il quale desiderò ardentemente, ma senza sperarci troppo, che il suo
socio non intendesse fargli il culo al riguardo. Non quel giorno.
«Ci sono visite per te» lo informò Nat, in tono freddo se non gelido.
La paura attanagliò Archy, e soprattutto il suo cuoio capelluto, come la fodera di un
cappello troppo stretto. Il numero di potenziali candidati al ruolo di Visitatore Temibile
era in sé sufficiente ad alimentare il presagio di sventura che lo colse, ma in fondo a
quella sensazione albergava il ricordo di una visita del preside durante l’ora di attualità, il
martedì mattina di terza elementare in cui la madre di Archy era mancata. A partire da
quel giorno, ogni visitatore era diventato un potenziale signor Ashenbach, ogni notizia
una potenziale catastrofe. Nemici, amanti, figli di cui si ignorava l’esistenza, poliziotti e
federales, messi di tribunale, debitori e creditori, padri o fratelli o anziani membri di clan
famigliari etiopi vendicativi, uno qualunque dei novemilaenove imbecilli da cui era stato
tormentato o influenzato nel corso degli anni, individui capaci di viaggiare nel tempo,
tornando a perseguitarlo da uno qualsiasi dei tanti periodi discutibili della sua vita, Bank,
Feyd, Titus o Gwen. Infine, come più probabile candidato a signor Ashenbach du jour,
scelse suo padre.
«Un certo Goode» disse Nat, facendo precipitare la temperatura vocale di un’altra
decina di gradi Kelvin. «Dice che è un tuo caro amico. Si è portato dietro un po’ di gente.»
Alla fine era solo Walter, che nella sua tuta da cinquecento dollari faceva capolino da
dietro una piccola luna. Non è una luna, è Taku : un auricolare infilato nell’orecchio
sinistro, un altro a penzolare sul petto come un ciondolo. Un pesante bottino appeso al
collo, alle orecchie e ai polsi, maglietta nera, jeans neri, scarpe da vela blu senza calzini.
«Stai mandando tutto a puttane» confidò Walter ad Archy in un sussurro. Archy che si
era premurato di indossare i suoi occhiali da sole rotondi con la montatura di tartaruga,
perché nessuno avrebbe mai potuto beccare Diz o Mingus a piangere su qualsiasi
stronzata avessero fatto o dimenticato di fare. «Non farlo.»
«Non lo farò» disse Archy.
«E non lasciare che lo faccia il tuo socio.»
«Nat?»
«Gesù, ma che problema ha?»
«Sta facendo il permaloso?»
«Un pochetto.»
«Ogni tanto gli capita» disse Archy.
Se quel mattino, arrivando in negozio, l’affabile Gibson «G Bad» Goode aveva, come
presumibile, tentato di scambiare qualche convenevole con Nat «Stracciacazzi» Jaffe,
quando Archy entrò al Brokeland i due sembravano aver troncato ogni rapporto. Si erano
piazzati ai lati opposti del negozio, Nat appollaiato sullo sgabello dietro il registratore di
cassa a fingere di condurre una scrupolosa revisione di certe matrici di assegni contenute
in un faldone nero ammaccato, Goode che in fondo alla stanza sfiorava un filo della tenda
di perline dipinte raffigurante Miles Davis, nel mentre scorrendo i dischi della cesta hip
hop. L’impianto del negozio diffondeva una copia di Melting Pot di Booker T. & The MG’s
(Stax, 1971) dal suono delizioso, e per uno di quei casi che si verificano a volte sul grande
giradischi del destino, il disco che Goode stava tirando fuori dalla cesta quando Archy
entrò era un singolo 12 pollici – Live On Stage di Roxanne Shanté (Breakout, 1989) –
costruito proprio su un sample di Booker T.
Quando Archy oltrepassò la porta, Goode si girò, mentre Nat rimase immobile,
ingobbito sul suo sgabello come un misero dickensiano, curvo come un dito su una corda
di chitarra, riverberando a mo’ di filo di metallo pizzicato.
«Salve a tutti» disse Archy. Benché il cappello di paura continuasse a stringergli la
fronte, scelse comunque di simulare leggerezza e innocenza, guadagnando tempo per
saggiare l’atmosfera nel negozio, controllare il termometro, esaminare la striscia di carta
del sismografo. Il pennino saltellava. Contatori e indicatori avevano tutti la lancetta sul
rosso.
«Signor Stallings» disse Gibson Goode.
Con Roxanne Shanté sotto un braccio e scivolando sulle ruote di un invisibile
skateboard, G Bad si portò verso il centro del negozio. Indosso, un migliaio di dollari tra
jeans e maglietta. Archy accarezzò l’idea di una manovra evasiva in extremis: fingere di
non averlo mai incontrato prima, di non aver volato sul suo dirigibile, di non avere la
minima idea di cosa potesse averlo condotto nel suo umile negozietto di dischi usati in
Telegraph Avenue in quel bel pomeriggio d’agosto. E invece no, il momento era arrivato.
Archy doveva tirar fuori le palle, riprendere il controllo di se stesso. Confessare di aver
avuto un momento di debolezza. Di essersi lasciato indurre in tentazione dall’offerta di
dirigere il reparto Beats, ricevere uno stipendio fisso, comandare un po’ di gente.
Poi, quando si decise a parlare, dalla sua bocca si srotolò il solito groviglio di bugie e
giri di parole.
«Oh, santo cielo!» esclamò. «Ma tu guarda! Nat, lo sai chi è questo signore?»
«Ti dirò: sì.»
Tra G Bad e Archy la tenda di una stretta di mano, che fu subito smontata, ripiegata e
messa via. Archy lanciò un’occhiata verso il suo socio. Nat aveva la classica espressione di
quando ascoltava per la prima volta un pezzo di cui non aveva mai sospettato l’esistenza.
Una specie di sogghigno analitico, pieno di stupore per aver ignorato una simile gemma,
considerato che, di tutto ciò che valeva la pena sapere, lui sapeva tutto.
«Ci credi, Nat? Gibson Goode. Nel nostro negozio.»
«Pazzesco.»
«Lo so che sei emozionato.»
«Eccome.»
«E gliel’hai fatto capire?»
«Oh, altroché se me l’ha fatto capire» disse Goode.
«Una volta veniva a tagliarsi i capelli qui anche lei, giusto?» Archy formulò la domanda
con il tono del giornalista televisivo, uno che non vuole mettere in difficoltà l’intervistato.
«Quando c’era Spencer.»
Nat alzò gli occhi dal libretto degli assegni, tradendo per la prima volta una vaghissima
curiosità nei confronti di Goode. «Ci veniva un sacco di gente, a tagliarsi i capelli qui»
osservò amabilmente.
«Anche lei?» volle sapere Goode.
Si cronometrarono, gli sguardi come due autovelox.
«Sono troppo giovane» rispose Nat.
«Togli i vinili e aggiungi qualche sedia da barbiere, ed ecco Spencer più o meno uguale
a com’era» disse Goode. Tirò fuori e aprì una scatoletta di caramelline per l’alito Flow,
marca di cui era testimonial da tanto tempo, e ne offrì una a Nat, che fece no con la
testa. «Più o meno.»
«Si fermi ancora un po’» disse Nat, «e potrà partecipare alla seconda riunione del
Comitato Cochise. È prevista per mezzogiorno.»
«A mezzogiorno? Ma che cazzo vi piglia?» replicò Goode. «Sembra che da queste parti
sembra facciate riunioni ogni cinque minuti.»
«A me piacerebbe farne una in questo preciso istante» disse Nat. «Eh, Archy? Una bella
riunione fra soci. Aperta al pubblico. Si fermi almeno per questa, G Bad.» Fece un cenno
verso Walter e Taku al di là della vetrina. «Possono partecipare anche loro.»
«Nat…»
«Allora, è venuto per offrire ad Archy un lavoro?»
Goode capì al volo: Nat non sapeva ancora niente, Archy non gli aveva parlato. «Sono
cose tra me e lui.» Sorrise. «Io sono la concorrenza. Cosa voglio fare non vengo certo a
raccontarlo a lei.»
«Cosa vuole fare o cosa ha già fatto?»
«Mi ha offerto un lavoro, Nat» disse Archy. «Dirigere il reparto musica.»
«Reparto Beats, mi pare che si chiami.»
«Esatto» disse Goode.
«Direttore di reparto» disse Nat. «Be’, ma è fantastico. Congratulazioni.»
«Non gli ho detto di sì.»
«No?»
«No.»
«Okay, ma gli hai detto di no?»
Goode contemplava la scena, scanner accesi a inviare informazioni verso l’elaboratore
di opzioni del suo cervello.
«A un certo punto l’ho fatto» rispose Archy. «Forse non proprio un no definitivo.»
Nat puntò un pollice verso Archy. «Meglio che ci si abitui» disse rivolto a Goode.
Archy sentì il sangue affluirgli alle guance, la vergogna dell’indeciso in un mondo che
impone di scegliere in fretta. La vergogna di chi, abituato a ponderare ogni passo, si
ritrova inseguito dai mastini dell’urgenza. E, intanto, in fondo al cuore, resta convinto che
le uniche decisioni di cui non ti penti sono quelle che non hai preso.
«E di suo padre che mi dice?» chiese Goode. «Il vecchio Strutter. Si è più fatto
rivedere?»
La domanda colse Archy alla sprovvista: Luther era un vaso su cui quella mattina aveva
sbattuto il coperchio già una volta. Cominciò a rendersi conto, pur senza ancora
accettarlo, che quella di suo padre – l’uomo che da qualche parte tramava, scuotendo
dadi come Julie Jaffe quando giocava a Dungeons & Dragons – era una questione che
prima o poi avrebbe dovuto affrontare e risolvere.
«Non che io sappia» rispose, cercando di capire dove Goode volesse andare a parare.
«Tuo padre?» disse Nat. «Cosa c’entra lui in tutto questo?»
«Lei sa bene che i nostri comuni amici, i fratelli Flowers, prima o poi lo troveranno»
continuò Goode. «Con o senza il suo aiuto. Tutta quella gente, tutti quei nipoti che lo
cercano ovunque. Di persone in debito con i fratelli Flowers ce ne sono tante, e qualcuno
potrebbe riuscire a cancellare una grossa pendenza in quattro e quattr’otto. Procurandosi
magari un numero di telefono fisso. L’indirizzo di un motel.»
«Amen» disse Archy. «Pazienza. Ora proprio non posso, mi spiego?»
«No?»
«No, in questo momento non posso pensare anche a questo.»
«Le conviene cominciare a pensarci al più presto.»
Il tono di Goode era freddo, pragmatico, disinteressato tanto al destino quanto alla
posizione geografica di Luther Stallings, e Archy capì, mettendosi finalmente in pari, che
l’avvertimento era diretto a lui. Goode stava cercando di ricordagli che l’offerta di lavoro
al Dogpile era, e rimaneva, subordinata alla sua volontà di aiutare i Flowers nelle ricerche
di Luther.
«Lo farò senz’altro» replicò. «Comincerò a pensarci, questo è poco ma sicuro. Ma
dopodomani.»
Splendida parola, per il ponderatore. Dopodomani. L’indirizzo di casa dell’utopia.
«Okay, adesso per un attimo proverò a far finta di capirci qualcosa» disse Nat. «Non
solo tu, Archy, non intendi aiutarmi nella mia crociata, sensibilizzando il quartiere,
facendo pressione sul comune, sulla commissione urbanistica, con la valutazione di
impatto ambientale e via dicendo, ma stai seriamente prendendo in considerazione l’idea
di andare a lavorare per questo signore al Dogpile. Dico bene?»
«Forse» rispose Archy. «O forse no.»
«Archy, ma che cazzo…?»
«Nat» disse Archy, «sono tanti, tanti anni che mi sforzo, sempre in buona fede, di
rispondere alle tue domande retoriche. Oggi, e solo per oggi, temo che questa particolare
domanda retorica dovrà comportarsi come tutte le altre domande retoriche e rinunciare a
pretendere una risposta, da me come da chiunque altro.»
«Arch» disse Nat, e per la prima volta i suoi occhi, la sua voce, tradirono una certa
disperazione, un sussulto di dolore autentico. «Io ho bisogno di te. Stavolta non puoi
stare a guardare e basta. Questo stronzo va combattuto attivamente.»
«Sul serio?» disse Goode, esprimendo dolore a sua volta, anche se in questo caso si
trattava del più generalizzato, universale dolore di chi si trova costretto a trattare con dei
cretini. «È davvero questo il tuo obiettivo, Stallings? Privare il quartiere in cui sei cresciuto
di quanti, duecentocinquanta, trecento posti di lavoro ben retribuiti? Di entrate per non so
quante centinaia di migliaia di dollari? Dell’occasione di una vera e propria rinascita? Di
un’iniezione di orgoglio?»
«Forse» rispose Archy, trovando sollievo nella sensazione che gli davano le parole, due
lati freschi di una pietra liscia e rotonda tra le dita. «O forse no. Per il momento, la mia
posizione è neutrale.»
«Ah, ecco» disse Goode. «Okay.»
«’Fanculo» disse Nat. Abbandonando infine la sua messinscena contabile, chiuse la
copertina del libretto degli assegni e sbatté la matita sul banco. Si lasciò calare dall’alto
sgabello come Snoopy quando si trasforma da avvoltoio in serpente. «Neutrale ’sto cazzo.
Sono serio, Archy. O me lo stai mettendo in culo, oppure devi darmi una mano. Quale
delle due?»
Archy e i suoi mocassini marroni fecero il giro intorno al bancone, mentre si avvicinava
a Nat fin quasi a sfiorarlo, ricavando una sorta di perversa soddisfazione nel vedere il
socio che indietreggiava. Pur sapendo che Nat era tutt’altro che timoroso dello scontro
fisico, e che nel corso degli anni si era cacciato in un numero di risse e liti pubbliche dieci
volte superiore al suo. Archy attivò tutti i campi di forza, calma e compostezza incorporati
nei circuiti della sua armatura da Iron Man. Non c’era nessun motivo di litigare, nessun
bisogno di allarmarsi. Staccò dal muro la copia incorniciata di Redbonin’ che aveva appeso
il giorno in cui il Comitato Cochise si era riunito per la prima volta. Appoggiò il bordo
inferiore della cornice sul bancone e aprì il piedino triangolare intagliato nel retro di
cartone, inclinandolo in modo tale che la fotografia del viso lentigginoso del signor Jones,
all’epoca giovane e combattivo, fissasse Gibson Goode con tutta la severità di cui era
capace. Il disco vero e proprio si trovava tra i pezzi messi da parte sulla mensola dietro il
registratore di cassa, nella sua brava custodia di carta. Archy lo prese, lo estrasse dalla
custodia, lo alzò verso la vetrina e guardò la luce del giorno inondare come acqua il
luccichio dei solchi. Un esemplare «Eccellente» di un’incisione rara, tra le tirature più
risicate – si diceva – mai fatte dalla CTI. Appoggiò il disco sul piatto del giradischi e piazzò
la puntina sulla prima traccia, una cover di I Don’t Know How to Love Him da Jesus Christ
Superstar.
Quando suonava una canzone, Cochise Jones amava andare contro le aspettative,
rischiarare il cuore buio di una ballata con un tempo latino e una patina luminosa di
vibrato, estrapolare la desolazione nascosta, il dolore della nostalgia, da un pezzo pop
up-tempo. I sei minuti di escursione che Cochise si concedeva nella traccia d’apertura di
Redbonin’ erano un classico esercizio di revisionismo B-3: prendere una canzone e
rivoltarla come un calzino. Si aprivano con Gary King che suonava un corposo, sostenuto
giro di basso, qualcosa di simile allo stacchetto funky di una sitcom anni Settanta
ambientata nel ghetto, dopodiché entrava Cochise, con i primi quattro tiranti
completamente aperti, riservando alla melodia di Lloyd Webber un trattamento che più
che allegro era nervoso, e dava pieno sfogo all’ansia insita nel titolo della canzone,
perché di modi per amarLo ne esistevano così tanti, e così poco tempo per sceglierne
uno. Le dita di Cochise saltellavano e saettavano come se i tasti dell’organo fossero
stoppini di candele, e lui stesse tentando di accenderle tutte con un unico fiammifero. Poi,
quando Idris Muhammad dava inizio al suo bump and grind da locale di burlesque, e King
si metteva al passo con lui, Cochise cominciava a fare il vandalo sul serio, spezzando
ramoscelli di linea melodica e sparpagliandoli a manciate, imbottendo la melodia di note
extra in sequenze da capogiro. Rovinava la canzone, la saccheggiava, se ne faceva beffe
con uno slancio di goliardica gioia. Veniva da pensare, sostenevano certi critici, che per
Cochise Jones il significato o lo spirito della canzone originale non avesse più importanza
di quanto poteva averne una poesia per lo squalo che stava divorando il poeta. Eppure a
un certo punto, intorno ai tre minuti, Cochise cominciava a costruire, per strati sfilacciati,
ripetendo poche note sopra un ciondolante blues della mano sinistra, un assolo insieme
complesso e rudimentale, dandoci dentro di brutto, con l’organo che acquisiva una
scorticata ruvidezza da vox humana, e la melodia che si faceva più cupa e più dura e più
cattiva. Dentro l’amplificatore Leslie perfettamente microfonato, la tromba degli alti
macinava, i diffusori sparavano, e tu percepivi la canzone come l’ammissione di colpa che
in realtà era, una piena confessione della propria ignoranza e impotenza. Poi, verso le
ultime battute, senza preavviso, ecco che arrivavano gli archi marchio di fabbrica di Creed
Taylor, manierati e trattenuti, eppure non esattamente di buon gusto. Una goccia di
sciroppo, un fremito di patetico, davanti al quale batteria e basso ammutolivano, tanto
che, alla fine, rimanevano soltanto Cochise Jones e un qualche violino a noleggio, cinque
o sei malinconici turnisti ebrei, dopodiché tacevano anche gli archi, e allora restava solo il
signor Jones che andava a sfumare, chiudendo con la sorprendente rivelazione che quel
pezzo era in realtà un modo per chiedere scusa, l’espressione, come soltanto il blues
sapeva veicolarne, di un rimpianto infinito.
Archy premette un tasto e alzò il braccio del Marantz 6300, che aveva personalmente
restituito all’antico splendore di piallaccio e acciaio dopo che Nat l’aveva recuperato da un
cumulo di rifiuti su un marciapiede di Montclair. Nel silenzio che seguì ripose il disco nella
custodia, la custodia nella copertina.
«Nat» disse Archy, «mi dispiace. So che sono il socio più inconcludente, indeciso e
inutile che si possa immaginare. E signor Goode, mi scuso anche con lei per quanto devo
esserle sembrato maleducato e irriconoscente davanti alla sua offerta così generosa. Ma
in questo momento, e per le prossime quarantott’ore, finché non avrò fatto in modo che
quest’uomo riposi in pace sotto terra…» Con entrambe le mani, come una ragazza segna-
round sul ring, alzò il disco rivolgendo la faccia del signor Jones prima verso Nat, poi
verso G Bad. «… potete andarvene tutti e due affanculo.»
Annuì rivolto a se stesso come ai suoi interlocutori, dopodiché, infilatosi il disco sotto un
braccio, si incamminò, sentendosi misteriosamente libero, per la prima volta dopo tanti
giorni, dai rimorsi, pronto per qualsiasi cosa potesse accadere, e proteso, come sempre,
verso il dopodomani.

Un’ultima bandiera mattutina d’estate, l’azzurro striato d’oro e pesca che si dispiegava
lentamente sulle strade mentre i due vagabondi, abitanti di quel mondo nascosto noto a
malviventi, giocatori d’azzardo e spadaccini come La frontiera del drago, avanzavano
lungo la via di Blake diretti all’avita roccaforte del Jew-Tang Clan, le cui mura corazzate di
listelli in cedro apparivano sbiadite come colline riarse d’agosto. Muniti soltanto delle
tenui armi della solitudine, si lasciavano dietro, come una scia di vittime, la delusione per
il loro periodo di permanenza presso la Scuola della Tartaruga. Erano poco più che
bambini, e tuttavia, pur diversi per razza, temperamento e concezione dell’amore, erano
accomunati da una cosa: quel che restava della loro infanzia era una zavorra di cui
volevano liberarsi. Ma ancora l’infanzia operava nelle loro menti, conservando tutto il suo
antico potere di confondere i desideri con i progetti.
«Non mi fermo. Sappilo. Non ci voglio stare.»
«Giusto un paio di giorni.»
«Nemmeno.»
«Dai, almeno finché troviamo un po’ di soldi.»
«Un po’ di soldi io li posso trovare anche oggi. Tu quanto hai?»
«Centosette dollari.»
«Ah.»
«Centootto. Cioè, probabilmente per l’autobus bastano, però…»
«L’autobus saranno tipo un centinaio.»
Il loro vero desiderio era andare a scovare un leggendario maestro nel suo rifugio
segreto tra i deserti del sud, e mettere al suo servizio le proprie spade. Sarebbe stato un
viaggio lungo e irto di pericoli, che una mente sobria avrebbe giudicato impossibile, ma
uno dei due padroneggiava il kung fu della disperazione, e l’altro il kung fu dell’amore, e
armati di tali antichissime tecniche parevano intoccabili, immuni dalla consapevolezza di
un sicuro fallimento. Era in ogni caso la fine dell’estate, stagione in cui i desideri dei
quattordicenni tendono a non curarsi della realtà dei fatti. E dunque facevano ritorno alla
casa dove uno dei due giovani era stato allevato, in un’epoca antecedente il suo
abbracciare l’esistenza romantica della Frontiera del drago, nella speranza di rinvenire,
mediante furto o saccheggio, provviste sufficienti ad affrontare il viaggio verso sud.
«Ne avrei anche più di centootto, se ad aprile, come un coglione, non avessi comprato
quello stupido elmo da vichingo al Solano Stroll.»
«Quanto ti è costato?»
«Duecentoventicinque. Dai, lasciamo stare.»
«Cazzo.»
«Lo so. Ma le corna sono vere. Proprio di toro.»
«Non è nemmeno della tua taglia.»
«È che ho un testone gigante.»
«E comunque gli elmi dei vichinghi non ce le avevano, le corna.»
«Lo so. Mi spiace. Non so cosa mi è preso. È che non ti conoscevo ancora.»
«Va be’. Io i soldi posso trovarli. Anche se devo fare, che so, tipo una rapina, o meglio,
conosco la combinazione della cassaforte dove mia zia tiene i soldi. Per cui sì.»
«Li tiene in una cassaforte?»
«Ne ha una enorme. Deve per forza, vivendo in quella casa. Mi pare abbia trecento,
trecentocinquanta dollari. Li risparmiava per comprarsi una parrucca nuova. Tipo di capelli
veri. Vengono dall’India, lì ci sono dei templi dove vai a farti rasare la testa, è come un
sacrificio. Mi basta aprire quella cassaforte…»
«E sai la combinazione?»
«Tutta meno l’ultimo numero. E la manopola arriva solo fino a cinquantanove, per cui.»
Si avvicinarono alla roccaforte del Jew-Tang con la felpata diffidenza dei gatti,
adoperando le tecniche del Silenzio e della Leggerezza. Malgrado le loro precauzioni e
l’intensa concentrazione che erano riusciti a raggiungere, mentre si aggiravano sul retro
dell’edificio si sentirono osservati.
«Ma che diavolo…?»
«Oh. Ciao, mamma.»
La matriarca del clan si stagliava in una finestra della cucina affacciata sul giardino
posteriore. Era noto che la donna fosse in grado di vedere nell’oscurità, quella del mondo
così come quella del cuore umano. Bastò il semplice suono della sua voce, allenata, come
i suoi occhi e il suo udito, da anni di impietoso studio della tendenza al fallimento di
uomini e progetti, perché la grandiosa impresa che i due compari si erano riproposti di
affrontare si infrangesse, nella mente del figlio, in mille frammenti di improbabilità. I due
giovani uomini levarono lo sguardo verso di lei, terrificante nella luce obliqua, vestita
d’abiti sobri quasi dovesse presentarsi davanti a un tribunale, intenta a scassinare le loro
anime con il grimaldello del suo sguardo. Con una mano reggeva una tazza, e con l’altra
la striscia di minuscoli scomparti trasparenti nella quale conservava la sua misteriosa
settimana di pillole, le pulviscolari e amare formulazioni dalle quali traeva molti degli
strani poteri che la rendevano leggendaria.
«Ehm, uh, ci ha sbattuto fuori» disse suo figlio.
«Ma va tutto bene» disse l’altro.
«Sbattuto fuori?»
«No, signora.»
«Sì» disse il figlio.
Le antiche discipline della menzogna, in tutta la loro montuosa inespugnabilità, e ogni
altra tecnica da loro appresa, erano perfettamente inutili davanti all’astuta matriarca e
all’imbattibile kung fu del suo Sguardo d’Acciaio dalle Nove Intensità. L’unica speranza di
fuga, il figlio lo sapeva, era raccontare una versione della verità, far scivolare la
menzogna tra le dita della sua attenzione avvolgendola in un manto di verosimiglianza, e
sperare che per un istante gli occhi della matriarca si facessero ciechi.
«Ma solo per oggi» disse il figlio. «Per pulire la moquette.»
«Archy che fa pulire la moquette.»
«Eh, sì.»
«Capisco. Abbassi?»
«Eh?»
«Puoi per favore abbassare? Ma poi cos’è, ’sta roba?»
«I Return to Forever.»
«Gesù. Ecco, grazie. E perché tutto quel bagaglio?»
«Si è rotta la lavatrice. Venivamo a lavare la roba di T.»
Il giovane designato per mezzo di quella mistica iniziale annuì, ma al figlio fu evidente
che la madre non aveva creduto a una sola parola della storia, e che probabilmente non
ci avrebbe creduto neppure se lui le avesse raccontato la verità.
«Hanno litigato» tentò il figlio, sollevando un altro poco il manto di verosimiglianza.
«Lui con Archy.»
«Lui e Archy.»
«Lui e Archy. Hanno litigato. Archy l’ha sbattuto fuori.»
«Cosa? Litigato in che senso?»
«Cioè, non in modo violento, ma comunque siamo venuti per… sì, insomma. Siamo
qui.»
La madre annuì convinta, chiaro indizio di scetticismo, quindi cessò di prestare
attenzione al figlio. «E tu non dici niente?» chiese all’altro giovane.
Per un paio di lunghissimi secondi, durante i quali furono avvelenati imperatori, distrutti
imperi, e catastroficamente ignorati moniti di profeti, non si udì risposta.
«Ho fame» disse infine l’altro giovane.
«Oh, davvero?» replicò la matriarca. «E allora perché non siete entrati dalla porta
davanti?»
Dovette trascorrere un prolungato intervallo di reciproca, silente consultazione, perché
uno dei due riuscisse a escogitare una risposta plausibile.
«Perché avevamo fame? E la cucina è sul retro della casa?» disse il figlio, e come una
nebbia, sugli occhi di lei, vide calare lo sfinimento.
«Entrate» disse la donna.
Stanchi e con i piedi indolenziti, i due risalirono gli scalini di una terrazza in legno
d’abete che si protendeva verso i sassolini rastrellati e i cipressi nani del giardino
posteriore. Calato dalle spalle il bagaglio, deposte le armi, varcarono l’antica soglia in
arenaria della cucina, nell’odore della quale aleggiava il ricordo di mille banchetti e
conviti, con il suo soffitto a volta e le spesse mura di pietra. Quando fecero il loro
ingresso, la matriarca aveva già acceso fuochi, liquefatto grassi in poderosi calderoni,
tirato il collo ad anatre e polli.
«In frigo sono rimasti dei pancake» disse. «Se volete ve li scaldo nel microonde. Non
c’è altro. Ho una riunione, mi aspetta una giornata tremenda. Devo scappare.»
«Non si preoccupi.»
«Sì, mamma. Davvero. Vai pure.»
Ma si sedettero a quella tavola intorno alla quale, nel corso degli anni, celebri farabutti
e assassini gentiluomini si erano radunati a lodare l’ospitalità della casa e svuotare le sue
cantine di vino di riso, le sue dispense di anatre appese a ganci simili a pieghe di lunghi
tendaggi.
E la matriarca del Jew-Tang depositò davanti a loro un tripudio di paste oleose, organi
arrostiti, piedini in salamoia, uova che per tre inverni avevano giaciuto, preziosamente
conservate, sotto terra.
«Metteteci lo sciroppo» disse lei, le braccia incrociate sul davanti della corta giacca di
seta grigia che indossava. «Per cui vuoi tornare a stare qui?»
«Lui… ops!»
«Julie, Dio santo! To’, tieni un tovagliolo. Pulisci.»
«A dire il vero, no» rispose l’altro giovane. «E comunque lei non vuole. Non le sto
simpatico.»
«Se non mi stessi simpatico» disse la matriarca del Jew-Tang, ricorrendo allo stile
epigrammatico che prediligeva, «non ti regalerei mai la soddisfazione di dirtelo.»
«Qui non ci resto.»
«D’accordo. E insomma che vuoi fare?»
I due ragazzi si consultarono senza consultarsi, parlarono senza parlarsi, cercarono lo
sguardo l’uno dell’altro mantenendo gli occhi risolutamente fissi sul rispettivo piatto.
«Prima o poi riuscirò a farti crollare, Julius.»
Il figlio posò sul tavolo gli utensili da pasto, intagliati in un dente di unicorno marino,
quindi sospirò. «È una sciocchezza» disse. «Dai, Titus, lo sai anche tu. Come se davvero
Quentin Tarantino dovesse… non so, “Ehi, ciao, vecchio bastardo, ho quattordici anni e ne
dimostro dodici! La mia roulotte dov’è?”»
E il suo compagno, celatosi il volto tra le mani, pianse.
«Hai litigato con tuo padre» disse la matriarca, trascorso un lasso di tempo rispettoso,
porgendogli un panno con cui asciugarsi gli occhi.
«Bah.»
«Puoi stare qui» disse la madre. «Puoi stare tutto il tempo che vuoi o che ti serve,
Titus.»
«Io qui non ci sto.»
«Senti, io sono certa che tu sei un genio del cinema in erba. No, dico sul serio, ho letto
la tua sceneggiatura, ed è vero che non me ne intendo, ma a me è sembrata molto bella.
Solo che Quentin Tarantino, prima di poterti prendere sotto la sua ala, deve aspettare
che tu compia diciott’anni. O quantomeno sono sicura che per queste cose esistano delle
regole sindacali. Ora scusami, ma devo andare. Sono già in ritardo. Ce la fai a dirmi in
venticinque secondi al massimo cos’è che ti rende triste?»
Il cavaliere dal segreto dolore parve ponderare la domanda per un tempo della cui
durata il suo valoroso compagno si stupì.
«Non ha preso il cuscino» disse infine.
«Eh? Chi?»
Rapido, il figlio della donna narrò, come meglio gli riuscì, la fallita incursione mattutina
compiuta dall’Imperatrice della Scuola della Tartaruga.
«Non riesce a dormire, senza» disse Titus. «Tipo che si agita, e probabilmente fa
agitare anche mio fratello.»
«Sono sicura che tuo fratello sta benissimo» disse la matriarca. «Ma sai che ti dico?»
Si allontanò, e un istante dopo fece ritorno portando con sé un cuscino, confezionato
nelle barbariche terre del nord con il più recondito piumaggio dell’oca delle nevi.
Con maestosa solennità, chinando il capo, affidò loro il Lungo Cuscino dell’Indisturbato
Riposo.
«Ciò di cui avete davvero bisogno» disse la matriarca «è qualcosa da fare.»

Gwen salì la stretta scala, aprì la porta con la chiave di riserva. Si sfilò le espadrilles per
attraversare il lucido pavimento in legno del dojo, con il suo tenue odore di piedi, simile a
parmigiano, e accanto alla rastrelliera delle armi, il suo scuro, acqueo specchio da parete.
Seguita, mentre camminava, dal lieve schiocco delle proprie piante dei piedi che si
appiccicavano e si staccavano dal freddo bambù del pavimento. Lo specchio sulla parete
sembrava ospitare tante ombre quante in teoria avrebbe dovuto allontanarne, quasi
serbasse il riflesso degli studenti passati, quarant’anni di giovani di West Oakland che
avevano cercato, a colpi di calci e pugni e stile, una via di fuga dalla propria vita.
Benché la inquietasse trovarsi sola con quello specchio infestato di ombre, Gwen fu
felice di entrare in un dojo deserto. Non aveva alcuna voglia di affrontare di nuovo la sua
insegnante. Voleva recuperare i suoi pochi effetti personali e andarsene prima che Irene
Jew tornasse dal suo appuntamento del giovedì mattina con il medico tradizionale cinese
che le risistemava il qi.
Quella mattina la maestra Jew l’aveva inviata, con i suoi consigli ben stretti nella
cintura nera, a compiere una missione chiara, semplice, perfino banale: recuperare un
cuscino, peraltro usato e di non grande valore. Ma come tutto ciò che Gwen faceva
ultimamente – cosa di cui si era resa conto parlando con il senatore dell’Illinois – quella
missione di recupero si era rivelata uno spreco di tempo.
Sembrava anzi assai probabile che avesse sprecato il suo tempo fin da quand’era
arrivata in California, nel 1994. Ripensò con imbarazzo alla Gwen Shanks che tanti anni
prima era sbarcata a Berkeley, forte del suo diploma da infermiera preso alla Hopkins, di
una lettera di raccomandazione da consegnare ad Aviva Roth-Jaffe e del grandioso
progetto di restituire, alla sua famiglia di ostetriche diplomate e alla comunità nera in
generale, la ricca e ancestrale saggezza della levatrice. Per lungo tempo, l’abilità delle
mani di Gwen, i suoi nervi saldi, e il modo in cui le pazienti tendevano a innamorarsi dello
scettico buonumore con cui affrontava le loro mattane, erano riusciti a camuffare l’eco
cavernosa, per chi tendeva l’orecchio alla ricerca di voci nere, della loro sala d’attesa. Ora
Gwen non riusciva a sentire altro che quel silenzio. Quanto al suo matrimonio, si era
innamorata di Archy Stallings senza farsi illusioni sui di lui trascorsi sessuali, né sulla sua
forza di carattere. Ma l’epidemia di perdono che seguiva ogni nuova trasgressione del
marito, come il tifo dopo un’alluvione, metteva in discussione la differenza, ammesso che
esistesse, tra l’illusione e la sua malinconica sorella, la delusione, con le sue assurde
teorie e il suo cappellino di stagnola.
Le cose non sarebbero dovute andare così, per Gwendolyn Ward Shanks. Dall’asilo della
signorina Hampt alla Georgetown Day School, dov’era arrivata già in grado di leggere
Piccole donne, fino alla Howard University, dove si era laureata con il punteggio più alto
della sua classe ed era stata eletta presidentessa della sezione Alpha, Gwen era stata
addestrata, equipaggiata – suo padre avrebbe detto allevata – a riuscire. A realizzare le
ambizioni dei suoi antenati e giustificare l’impegno che avevano speso nello sposarsi
bene, puntare in alto, arrampicarsi con fatica e unire le forze. Gwen ripensò alla lezione
che Julie, all’età di dieci o undici anni, una sera le aveva impartito sulla differenza tra
terraformazione e pantropia. Modificare l’atmosfera e l’ambiente di un pianeta per
adattarlo ai bisogni della fisiologia umana: quella era la terraformazione; pantropia
significava alterare la forma e la mente umana al fine di sopravvivere, e addirittura
prosperare, in un mondo ostile e spietato. Nella lotta per prosperare e realizzarsi sul
pianeta chiamato America, alcuni individui neri avevano optato per la tragedia epica,
maestosa e amara della terraformazione; altri, come i genitori di Gwen, e prima di loro i
rispettivi genitori e nonni, avevano intrapreso un lungo e selettivo programma di
pantropia. La pantropia nera aveva prodotto, in Gwen e nei suoi fratelli, una nidiata di
creature efficienti e capaci di respirare successo, di risalire e cavalcare calde correnti
ascensionali di opportunità, sfidando la gravità assassina del mondo colonizzato.
Ma poi era emerso che Gwen non era attrezzata per sopravvivere sulla superficie del
pianeta Brokeland. Nel corso dell’ultima settimana, si era vista costretta a soccombere
all’aria strana e alla gravità schiacciante che vi regnavano. A poco a poco aveva
rinunciato a ogni suo dono e ogni suo sudato attributo di dignità e ambizione, per perdere
infine, dopo l’incidente al Queen of Sheba e il sanguinoso disastro della nascita
Frankenthaler, anche l’ultimo vantaggio superstite che le era rimasto, il più prezioso,
quello per cui più duramente aveva lavorato: i nervi saldi. Come senza dubbio avrebbe
sentenziato Julie Jaffe: Fail!
E adesso c’era la commissione convocata per quel pomeriggio, che aveva il potere, e
anzi il dovere, di far rivivere a Gwen quel parto andato storto, minuto per minuto. Lei non
era in grado di affrontarla, e non era in grado di affrontare Aviva. Non voleva più fare
l’ostetrica, non più di quanto volesse rimanere sposata ad Archy, o fare da matrigna a suo
figlio. Detestava il kung fu, se stessa e anche Oakland. Non le era mai piaciuta, la Bay
Area, con quel suo clima irrisoluto e timido, la tendenza del suo cielo, in qualsiasi
stagione, a stillare grigiore, il modo in cui aveva disposto le sue colline e i suoi panorami,
come una diva che si sistemi delle sedie tutt’intorno per garantirsi l’ammirazione dei
visitatori. La gente, da quelle parti, era feticista, tendente al culto, incline a scismi e
manie, capace di riporre ogni speranza di accesso al paradiso nel gusto di un uovo
deposto in un vero cortile da una gallina con il pedigree. Gwen doveva portare via la sua
roba da quello stanzino in cima alle scale prima che Irene Jew tornasse dal suo
aggiusta-qi, caricare tutto quanto in macchina e tagliare la corda verso qualche altra
destinazione. Una città senza fissazioni, che i vinili li mandasse alla discarica e pronta a
mangiare qualsiasi uovo le mettessi davanti. Aveva issato tutte le vele per sfruttare il
vento del panico che andava alzandosi in lei; impossibile dire, per il momento, quale
desolato tropico fosse destinata a raggiungere.
Mentre attraversava di nuovo la sala diretta verso il poster di un Bruce Lee rampante,
un’altra porta si spalancò, quasi colpendola in faccia. Era la porta dietro la quale si apriva
il mezzo bagno con box doccia in PVC, che rumoreggiava come un tamburo ogni qualvolta
Gwen vi si rigirava dentro.
«Oh, mi scu… Ehi, ciao!»
Era Valletta Moore. Pur devastata dal tempo, dal fumo e da una mano che col pennello
da trucco ci andava pesante, rimaneva assolutamente inconfondibile. Una sua foto da pin-
up dei tempi d’oro, ritagliata da un vecchio numero di «Ebony», campeggiava su una
parete del laboratorio nel seminterrato del padre di Gwen a Mitchellville, e dal suo posto
d’onore tra gli attrezzi appesi ai ganci e le viti racchiuse in barattolini di omogeneizzato
aveva turbato l’adolescenza di Gwen a causa di tutti gli aspetti in cui Valletta Moore –
alta, pelle chiara, seni planetari – differiva da lei, nel contempo incarnando, con tutta
evidenza, l’ideale di donna nera del padre.
Anche senza gli stivaletti col tacco a spillo che, in quella foto sulla parete dello
scantinato, come razzi Saturn V proiettavano Valletta nella stratosfera della sua afro, la
donna era comunque alta, cinque o sei centimetri sotto l’uno e ottanta. Doveva avere
cinquant’anni almeno, eppure sfoggiava, complice uno striminzito giro di benda elastica
nera intorno ai fianchi, una quantità di gamba sufficiente ad appenderci qualche miglio di
filo telefonico, e a trasmettere così sorprendenti messaggi al resto del mondo. Capelli
tirati indietro e lucidi, un viola scintillante a dipingerle le labbra. Gli occhi, di un verde
folle, un istante prima di svanire dietro un paio di grandi D&G tradirono un inequivocabile,
quasi canino sguardo di colpevole sorpresa. Beccata, pensò Gwen, con le mani nel sacco.
Valletta Moore chinò la testa, si sistemò sulla spalla la tracolla di una grossa borsetta di
plastica rossa, e con un disinvolto cenno del capo scivolò oltre Gwen. Ticchettando sul suo
blasfemo paio di tacchi, attraversò il suolo sacrosanto del dojo. Il puntiglioso sussiego
della sua andatura poteva essere interpretato tanto come una qualche varietà di
autocontrollo, quanto come la fuga finto-indifferente di un taccheggiatore che si avvia alla
porta del negozio. In entrambi i casi, la scia di carta igienica che le penzolava dalla fascia
elastica della minuscola gonna, simile allo striscione pubblicitario trainato da un aereo,
guastava un po’ l’effetto d’insieme.
«Oh! Ehm. Signora… signora Moore.»
La donna si fermò, e in quell’istante di esitazione lo scalpiccio della sua uscita
riecheggiò nella palestra vuota. Fece per voltarsi verso Gwen, poi ci ripensò. Si risistemò
la tracolla della borsetta e se ne andò senza rispondere.
«E allora vai, Valletta. Sventola pure la tua bandiera» disse Gwen. «Un po’ di carta
igienica addosso può sempre tornare utile. Non si sa mai.»
La pelle tesa e le unghie come artigli di una mano tuttavia elegante emersero
dall’altezzosa facciata di Valletta come un tecnico teatrale spedito dietro le quinte a
recuperare la parrucca caduta alla protagonista. La mano tastò il retro del corpo con
un’impotenza frenetica che commosse Gwen al punto da spingerla ad avvicinarsi per
aiutarla. Valletta si girò di scatto e, vedendo ciò che Gwen stava per fare, fece un balzo
all’indietro.
«Salve» disse Gwen, facendo penzolare la striscia di carta igienica fra tre dita più o
meno all’altezza della spalla destra, quasi si trattasse di uno yo-yo.
«Ma pensa» disse Valletta Moore, con una nota di accusa e rimprovero nella voce.
Come due pugili o due galli che si girano intorno, le due donne si studiarono. I rispettivi
dispositivi di targeting crionico vennero attivati e allineati. Quando gli sguardi si
incrociarono, grandi banchi di neve si alzarono tra di loro. L’aria tintinnò di un crepitio
ghiacciato.
«Serve altro?» disse Gwen. «La signora Jew lo sa che lei è qui?»
Valletta Moore osservò lo spettacolo del pancione di Gwen, socchiudendo un occhio
come per valutare lo spessore di un’asse di legno. «E tu chi saresti?»
«Chi sarei? Come se fossi una maschera di Halloween?»
Gwen colse una zaffata del suo profumo, qualcosa di denso che in qualche modo
ricordava le caramelle alla frutta, forse Poison.
Ricordò di aver già sentito quel profumo, simile alla pressione di un’emicrania incipiente
dietro i bulbi oculari, la prima notte che aveva trascorso nella stanza segreta. Se Valletta
Moore non era un’ex allieva della signora Jew, allora, ragionò Gwen, forse il padre di
Archy era tornato al Bruce Lee Institute in cerca di rifugio e protezione tra le braccia della
sua insegnante di un tempo, per poi andarsene un attimo prima che Gwen arrivasse.
Perfetto. Era già stato abbastanza imbarazzante riparare in quel bugigattolo tetro,
dietro una porta segreta, quando Gwen poteva almeno fantasticare di star seguendo,
come le aveva dato a intendere la maestra Jew, le orme di lama fuggitivi e seguaci del
Falun Gong perseguitati. E invece, per tutto quel tempo, era rimasta nascosta accanto a
un inutile tossico svitato e al suo relitto di fidanzata, in un cassetto su cui campeggiava
l’imperitura etichetta FAIL!
«Come ha fatto a entrare?» chiese Gwen.
«Ho la chiave.»
«Che io sappia, di chiave in più ce n’è una sola.»
Quando Valletta fece scattare il fermaglio della borsa per estrarne e brandire la sua
personale chiave della porta dell’istituto, Gwen scorse, sullo sfondo della fodera interna di
raso rosso, un buco nell’universo esattamente a forma di grossa pistola, fermo lì ad
assorbire tutta la luce dello spettro visibile.
«E questa chiave dove l’ha presa?» domandò Gwen con fermezza, anche se il cuore le
sobbalzava nel petto, scalciando come il bambino che abitava in lei. «Viene a lezione
qui?»
Fece correre lo sguardo sulla palestra, verso la vetrinetta dentro la quale la signora Jew
aveva accumulato una conurbazione in oro e ottone di trofei disposti per skyline
polverose. Nelle sue strade necropolitane, generazioni di cittadini-insetti avevano
abbandonato i loro involucri vuoti e i loro arti. Appoggiate contro la parete di fondo del
ripiano più alto, cinque o sei foto in bianco e nero incorniciate ritraevano la signora Jew
con alcuni dei suoi colleghi e studenti di maggior successo, tra i quali il futuro Kato –
espressione solenne da micologo, gi bianco – e un bell’uomo nero con un’alta afro, deciso
a piazzare la propria faccia sorridente accanto a quella della sua minuscola sifu, un uomo
che Gwen aveva da molto tempo identificato come il padre di Archy, Luther Stallings.
Gwen aveva scoperto l’esistenza del Bruce Lee Institute proprio attraverso Archy, il quale
gliel’aveva suggerito sulla sola scorta dell’imbarazzata nostalgia che informava molti dei
suoi suggerimenti, nel lontano autunno del 2000, dopo che qualcuno le aveva detto che le
arti marziali avrebbero potuto aiutarla a risolvere la rigidità che le era rimasta nelle
ginocchia e all’altezza delle reni dopo che una Grand Wagon l’aveva tamponata.
«Ha studiato qui anche lei?»
Il suo «anche lei» rimase sospeso, privo di commento, una puntina a reggere i fili
mentali tesi da Gwen a mano a mano che, dalla donna in piedi davanti a lei, risaliva a
ritroso alla fotografia di Luther Stallings nella vetrinetta dei trofei, al figlio che lo aveva
rinnegato, a un ricordo di Archy che piangeva in bagno nel bel mezzo del loro matrimonio,
sollevato e affranto perché suo padre, perfettamente in linea con le aspettative di Archy,
ma non – ahimè – con le sue speranze, non si era presentato; a certe storie raccontate
da Archy, di stamberghe abitate da tossici e comparizioni in tribunale, e anche, molto
tempo prima, di una donna nuda che si depilava le gambe nel bagno di un
appartamentino da scapoli arredato con mobili danesi a El Cerrito.
«Ci conosciamo?» disse Valletta Moore, chiaramente dubitandone.
«Non ci siamo mai incontrate» rispose Gwen. «Mi chiamo Gwen Shanks. Io la conosco.»
Consapevole che potesse rivelarsi un errore, e tuttavia incapace di lasciare che quella
donna, per quanto patetica, si arrogasse la soddisfazione di pensare che Gwen doveva
aver riconosciuto il suo volto famoso per averlo visto nei film, o magari in un poster
patinato appeso vent’anni prima alla parete di un seminterrato, Gwen aggiunse: «Sono la
moglie di Archy Stallings».
«Cosa? Ma che cazzo dici!» Valletta Moore si spinse gli occhiali da sole sulla fronte e
abbagliò Gwen di verde. «Ma veramente? E tu e Archy state per avere un bambino?»
«No, è tutta ciccia.»
«Sul serio?»
«No» ammise Gwen. «Ho solo voglia di piangermi addosso.»
«Oh, tesoro.»
«Cioè, caspita. Valletta Moore. Come sta?»
«Come sto?» Parve vacillare sull’orlo di un qualche precipizio. «Be’, faccio quel che
devo, non so se mi spiego.»
«Altroché.»
«E cerco di volare come so.»
«Oh, ma certo. Io la trovo in gran forma.»
«Grazie, tesoro. Ma tu… Vivi qui, adesso?»
«Ero solo… No. Mi sto trasferendo.»
«Tu e Archy non state più insieme?»
«No, non in questo momento. Siamo un po’…»
«Non dire una parola. Se quel ragazzo ha preso anche solo, non so, il dieci, quindici per
cento della personalità da suo padre, allora hai tutta la mia solidarietà, e davvero non
devi aggiungere altro.»
«Lui sta bene? Dico, Luther. Ha… qualche problema?»
Valletta sembrò cercare di stabilire quale fosse la risposta migliore. «Guarda, mi
spiace» disse poi. «È stato davvero un piacere conoscerti, Gwen, ma adesso devo proprio
andare.» Fece un passo verso di lei. Si protese. Per tre secondi travolse Gwen in
un’esplosione di profumo e olio per capelli e chewing gum gusto piña colada. «Mi
raccomando, eh. In gamba.» Di nuovo si risistemò il pesante carico appeso alla spalla
destra, quindi fece per voltarsi e andare.
«O magari è lei ad avere qualche problema?» disse Gwen. «Posso aiutarla in qualche
modo?»
«Vola come sai» disse Valletta Moore, ribaltando frettolosamente i termini della loro
equazione. «E fa’ quel che devi.»
Poi se ne andò. Gwen rimase a meditare sulle sue parole di commiato, stupendosi del
vago tepore che le si era acceso nel petto nel sentirgliele pronunciare, quasi una fiamma
di nostalgia. Le ricordavano qualcosa: le parole di una canzone, il saluto alla folla con cui
si chiudeva un album dal vivo. Uno slogan. Ah. Doveva essere la battuta pronunciata dal
suo personaggio in uno di quegli orrendi film. Mentre afferrava i comandi di un aereo da
carico in caduta libera, un attimo prima di lanciarsi da una scala antincendio sul tetto di
un autobus in transito, preparandosi alla resa dei conti con una banda di spacciatori di
eroina. O con la commissione disciplinare di un ospedale. Gwen entrò nella stanza
segreta, e anziché raccogliere le sue cose e tagliare la corda, come aveva in mente di
fare, sottopose i suoi vestiti a una severa ispezione, cercando di trovare qualcosa che
andasse bene per la commissione. Niente. Le sarebbe toccato andare a far shopping;
rimaneva giusto il tempo per quello e per un salto al Glama. Nel frattempo, le parole di
Valletta continuavano a riecheggiare, e riecheggiare, e finalmente, a metà frase, Gwen
riuscì ad afferrarle: Fa’ quel che devi, e vola come sai. Era la formula di congedo di
Candygirl Clark, il personaggio interpretato da Valletta Moore nei film di Strutter. Mentre
si spogliava, Gwen si chiese se quella frase fosse farina del sacco dello sceneggiatore,
magari un ragazzotto ebreo che si sforzava di pensare come una sorella nera cazzuta,
oppure se era nata dall’improvvisazione, ed erano parole che Valletta usava davvero.
Entrò in bagno avvolta in un asciugamano che faticava a contenerla, i capelli raccolti
sotto una cuffia da doccia, e lì si accorse che il coperchio del serbatoio del gabinetto era
stato spostato. Guardando all’interno, vide attaccata con lo scotch una bustina di plastica
squarciata, vuota. Il coperchio del serbatoio, quando lo rimise al suo posto, rintoccò come
una campana.
Di cose che non andavano, nella sua vita, ce n’erano a bizzeffe, e mentre le
sciamavano addosso Gwen riuscì a identificarle e classificarle in modo ammirevole. Come
meteorologa del fallimento, aveva dimostrato la propria tenuta nel pieno di una tempesta
informativa. Perché era così che arrivavano i problemi, come partecipanti a una veglia
funebre che si fiondano al tavolo delle bevande. Pur giungendo a funeree frotte, li si
poteva congedare soltanto uno a uno, ed era così che lei doveva procedere. Aprì l’acqua
della doccia, e le lasciò il tempo di diventare bollente mentre guardava il proprio viso
riflesso nello specchio d’acciaio, fino a quando non svanì come San Francisco in una
nebbia estiva. Accolse l’acqua sui punti del suo corpo che reggevano i carichi maggiori,
alla temperatura più alta che poteva sopportare, sperando di sciogliere alcuni dei nodi
lasciati dall’ennesima notte senza cuscino per il corpo. Quando uscì dal bagno, sentendosi
luminosa, esalando vapore, scoprì che l’ultimo dei suoi problemi si era sentito in dovere di
trovare un modo per presentarsi, letteralmente, alla sua porta. O comunque a una porta.
Davanti al bordo inferiore del poster fotografico in bianco e nero di Bruce Lee, adagiato
contro lo strato di lucite che lo ricopriva, piegato nel mezzo come per abbassarsi e
permettere a Bruce, ai suoi piedi e ai suoi pugni in volo, di scavalcarlo in un unico,
interminabile, eternamente incompleto salto, giaceva un grande e soffice cuscino per il
corpo a righini. Di fianco, sul pavimento, c’era un foglietto giallo quadrato, una ricevuta,
sul dorso della quale Julie Jaffe aveva scritto, nella sua buffa calligrafia maiuscola, FA’ QUEL
CHE DEVI E VOLA COME SAI.
Sul sedile accanto alle porte dell’autobus numero 1, una giovane madre
latinoamericana con i capelli raccolti sopra la testa in una sorta di palma sedeva
aggiogata dal filo di una coppia di auricolari al bambino piccolo che teneva in braccio.
Ciascuno dei due aveva un auricolare infilato nell’orecchio sinistro. Il bambino reggeva
per l’unico braccio rimasto quello che sembrava un pupazzetto di Golia, il personaggio del
vecchio cartone animato Gargoyles. Molto tempo prima, erano state la voce tonante di
Golia, la sua muscolatura rocciosa e la chioma leonina a provocare nel piccolo Julie,
mentre guardava Gargoyles su Disney Channel, quella che lui, un po’ commosso,
ricordava oggi essere stata la sua prima erezione consapevole. Il programma nel
frattempo era finito per sempre, e quel bambino probabilmente non sapeva neppure chi
fosse, Golia, quali tragedie si nascondessero nel suo gargolliano passato, così come nelle
vite di tutta la razza gargoyle. Per lui, quel giocattolo non era altro che un enigma
imperfetto, affascinante e rovinato al tempo stesso. Probabilmente la madre, per
risparmiare soldi, gli comprava giocattoli di seconda mano vecchi e rotti su eBay oppure
in qualche negozio di beneficenza. O forse di mestiere puliva le case di donne che alla
servitù regalavano i giocattoli, puntualmente rotti, dei figli ormai grandi. Il bambino
doveva credere che Golia fosse soltanto un mostro giocattolo. Quei pregiudizi, quella
ignoranza, erano in fin dei conti il destino di tutti i mostri. Julie provò un moto di
solidarietà nei confronti dei mostri, e di se stesso, ma soprattutto provò pena per quel
bambino col suo giocattolo senza un braccio e il suo unico auricolare. Julie trovava
sempre abbondanti motivi di dolore, nei passeggeri che viaggiavano con lui sui mezzi
pubblici.
«Non è mia nonna» stava dicendo Titus.
«Lo so, ma comunque.»
«Cioè tu non vorresti sbatterglielo dentro.»
Immaginare di poterlo desiderare era dura, ma Julie non sentì il bisogno di confessarlo.
Né di sottolineare che, per esempio, una spadaccina in reggiseno d’acciaio e cotta di
maglia, soggetta a magici quanto estemporanei istinti sanguinari, era, almeno in teoria,
figa tanto quanto Valletta Moore, ma se sull’autobus della linea 1 fosse salita, mettiamo,
Red Sonja diretta in centro, la domanda se voleva, aperte le virgolette, sbatterglielo
dentro, chiuse le virgolette, o meno, non sarebbe stata la prima ad affacciarsi alla
coscienza di Julie. E questo senza neppure considerare l’eventualità che potesse essere la
nonna di qualcuno.
«Ma certo» disse invece Julie. «Assolutamente.»
«Finocchio.»
«Omofobo.»
A mo’ di risposta – una risposta formulata nel tacito e intricato linguaggio mediante il
quale conducevano i segreti affari su cui si reggeva la loro amicizia – Titus afferrò la
mano di Julie e se la premette sulla patta dei jeans. Sedevano in fondo a un lussuoso Van
Hool nuovo di zecca, snodato e capiente, e sui sedili dietro di loro e intorno non c’era
nessuno, ma l’autobus era tutt’altro che vuoto, tanto che in nessun modo la mossa di
Titus si sarebbe potuta definire discreta. Julie premette il palmo sulla tesa inarcatura dei
jeans, la mosse avanti e indietro, con le dita allargate. Titus continuava a fissare Valletta,
immaginando, si rese conto Julie, di sbatterglielo dentro. Nella scena di stupro con cui si
a pri va Mayflower Black, Valletta Moore denudava seni che avevano l’architettura
aggraziata di due melanzane, più chiari del resto del corpo, con capezzoli carnosi e areole
ampie. Quando poi accoltellava alla gola il suo stupratore bianco, improvvisando un
coltello con la scheggia di un LP rotto e riuscendo a sgusciare da sotto di lui, le si
intravedeva, grazie al fermo immagine, qui! e qui! l’ombra riccioluta del cespuglietto. Di
sicuro Titus stava sfruttando quel materiale come fonte d’ispirazione. Non immaginava,
Julie ne era certo, di avere davanti Julie nudo. E probabilmente non si ricordava neppure
che la persona che ora tentava di sbottonargli la patta era Julie.
Le dita di Julie inscenarono un breve sketch comico con i bottoni e la fascia elastica dei
boxer di Titus, nella quale il cazzo di Titus interpretava il ruolo del pupazzetto che salta
fuori dalla scatola, il serpente che sguscia dal finto barattolo di noccioline. Liscio e fresco
nel palmo della mano come la pietra di un gargoyle. Mentre giocherellava con Titus, Julie
cercò di pensare a Valletta Moore come immaginava ci stesse pensando Titus, riuscendo
però soltanto a visualizzare le proprie labbra al posto di quelle di Valletta, una vivida O
dipinta di rosso intorno al pene di Titus. La propria testa che faceva su e giù
meccanicamente nel grembo di Titus proprio come quella di Valletta nella scena d’amore
con Luther Stallings di Strutter senza limiti. L’idea che tra lui e Valletta potesse esistere
qualunque genere di somiglianza sembrò a Julie appena più probabile dell’eventualità di
riuscire a sbatterglielo dentro, e allora sorrise, contemplando il povero, piccolo gargoyle
di se stesso. La faccenda tra Titus e le dita di Julie si spinse fin dov’era possibile senza
che nessuno fosse costretto a ripulirsi. Titus scostò la mano di Julie, e continuando a
guardare Valletta si riabbottonò. Alle dita di Julie riservò una affettuosa strizzatina.
«Però davvero, dai» disse Julie. «“Finocchio” non lo devi dire.»
«Bah.»
«Dico sul serio. È come se io ti…»
E Titus: «Ma sì, dammi pure del “negro”».
«Ah, be’, certo.»
«Sai che m’importa.»
«Sì che t’importa.»
Titus aggrottò la fronte, socchiuse gli occhi e si figurò la scena. Era stravaccato accanto
a Julie, le gambe protese nello spazio riservato agli handicappati, le Nike inclinate come
due teste dell’Isola di Pasqua. Il suo corpo occupava un terzo del sedile di Julie. «Forse
hai ragione!» ammise.
«E comunque io a te non direi mai una cosa del genere.»
«Ma sì, okay, figlio dei fiori. Pace e amore a te.»
«Vuoi un po’ di tempeh?»
Dietro gli occhiali da Run-D.M.C., gli occhi di Titus rimasero fissi sulla nuca di Valletta,
mentre questa fissava il finestrino sul lato opposto dell’autobus, o, con minor probabilità,
qualsiasi cosa ci fosse da vedere al di là del vetro. Quasi a confermare l’irreversibile
fricchettonaggine, le megadosi di radiazioni arcobaleno alle quali Titus riteneva che Julie
fosse stato esposto nel corso della sua facile giovinezza in quel di Berkeley, passarono
accanto a quel che restava del bar Bit o’ Honey. Il Bit o’ Honey, proprietà di alcune
Pantere Nere, veniva citato due volte in un libro sulla storia delle Pantere che Peter Van
Eder aveva prestato ai due ragazzi. Huey Newton, il loro ministro della Difesa, era stato
aggredito e picchiato nel parcheggio del locale, e qualche sera dopo, forse per
rappresaglia, un certo Everett «Popcorn» Hughes era stato ferito con un’arma da fuoco
all’interno del locale. Adesso, affisso a una delle serrande antiesplosione tipo Baghdad
che blindavano la facciata del Bit o’ Honey, uno schietto cartello annunciava in agili
lettere prive di grazie che i locali avrebbero presto ospitato il Centro MindBridge per lo
studio dei consumi alimentari umani.
«Mi sa che ho capito da dove viene il tempeh» disse Julie.
«Okay» disse Titus alla nuca di Valletta Moore. «Dove stiamo andando?»
«La linea 1 va a East Oakland. Poi, ehm, tipo verso l’aeroporto, forse a Fruitvale.»
Julie sapeva che Titus non gli stava chiedendo dell’itinerario dell’autobus. Il succo della
sua domanda era: dov’è diretta lei? Erano letteralmente andati a sbatterle addosso,
mentre Valletta, con trasognata determinazione, usciva dal portone del Bruce Lee
Institute. Il cuscino per il corpo aveva assorbito, a mo’ di airbag, l’impatto di Julie con la
donna. A quel punto, avviluppato dallo spesso e fresco cuscino della fragranza che
emanava, Julie l’aveva quasi riconosciuta, pensando Questa tipa le assomiglia e ha
l’odore che immagino avrebbe lei ed è davvero bizzarro considerato che ho appena finito
di vedere tutti e sei i film attualmente disponibili in DVD o in videocassetta dei nove in cui
è apparsa tra il 1974 e il 1978 e mi chiedo quanti anni può avere se è nata tipo nel 1954,
e quando poi erano usciti, dopo aver lasciato il cuscino con il messaggio per Gwen, e
avevano visto la donna che aspettava accanto alla pensilina dell’autobus sul marciapiede
opposto di Telegraph Avenue, ne aveva avuto la certezza: Valletta Moore, in carne e
ossa. Alta, slanciata, felina, con quel tipico distacco alla Candygirl Clark, ma anche,
almeno agli occhi di un ragazzino della East Bay irradiato d’arcobaleno, un certo non so
che da trans.
Riconoscendola, Titus si era fatto silenziosissimo, di quel silenzio che riusciva solo a lui,
aveva disattivato i sistemi non essenziali e dirottato tutta l’energia sui propri sensori.
Eccola là, Valletta Moore, che aspettava un autobus della AC Transit tamburellandosi il
cellulare su un fianco, il volto imperscrutabile dietro gli occhiali scuri da dittatore
straniero, con la postura lievemente contratta, come per l’impazienza o la voglia di
pisciare. La testa come l’antenna di un radar, pronta a intercettare ogni auto che
passava. Diretta da qualche parte. In cerca di qualcuno.
La possibilità che si stesse recando a un appuntamento con Luther Stallings era
affiorata nelle menti di entrambi i ragazzi simultaneamente, poiché nell’intervallo di
tempo tra la collisione sulla soglia dell’istituto e quel momento, avevano non solo
depositato il cuscino per il corpo accanto alla porta dietro la quale (pensiero terrorizzante,
per Julie, quanto quello di congiungersi carnalmente con Valletta Moore o Red Sonja) la
vasta superficie nuda di Gwen Stallings veniva con tutta evidenza insaponata e
risciacquata. Avevano anche visto una foto incorniciata nella vetrina dei trofei: una foto di
Luther Stallings ai tempi d’oro, in posa accanto a quell’assurda, minuscola sifu cinese
all’epoca in cui di anni ne aveva solo cento, anziché centotrentacinque.
«Okay, sta’ a vedere» aveva detto Titus, fissando la donna davanti alla pensilina. Tutti i
sistemi di nuovo in funzione. Con il palmo splendente della mano si era dato
un’aggiustatina alla afro. Poi aveva attraversato la strada, incurante di un semaforo
pedonale rosso e dei veicoli che gli convergevano addosso, mentre Julie gli sgambettava
dietro come un vecchio nonno apprensivo. Quando l’autobus della signora era arrivato, i
due ragazzi erano saliti. Avevano tracciato una linea che, da quella foto persa nella
polvere di antiche gesta kung fu, era arrivata fino a Valletta Moore, e adesso avrebbero
continuato a seguirla, a bordo di un autobus, dopo che la stessa Valletta aveva
impugnato la matita e cominciato a tracciare la rotta per portarli, forse, al cospetto
dell’uomo magico.
Non sarebbe esatto affermare che Julie non nutriva illusioni circa le probabilità che
Luther Stallings si rivelasse degno dell’ammirazione, del rispetto e perfino dell’amore che
– con slancio ormai quasi puramente da fan – Titus e Julie (quest’ultimo in virtù
dell’amore che provava per Titus) sentivano nei suoi confronti. Vero è che Julie Jaffe era
una di quelle rare creature capaci di adottare una visione ottimistica anche del passato; e
che, guardando la filmografia di Luther Stallings, aveva sperimentato la stessa
eccitazione sessuale che tormentava Titus quando guardava Valletta Moore. Non perché
Stallings fosse particolarmente bello, anche se lo era, con quell’agilità che nelle scene di
combattimento e d’azione lo faceva sembrare un giocatore di baseball che si tuffa a
rubare una base, testa bassa e pronto a sporcarsi i pantaloni. No, a stregare Julie era il
modo in cui Luther Stallings pareva emettere una forza invisibile che si sarebbe potuta
chiamare equilibrio: imperturbabilità, sicurezza, capacità di improvvisare. Qualcosa di così
raro e fragile non poteva essere completamente simulato. Archy possedeva le stesse
qualità, benché attenuate, e così Titus: doveva pur esserci un fondo di genuinità, nel
celebre modello originale.
Alcune delle illusioni di Julie resistevano dunque intatte mentre, sceso dall’autobus,
seguiva Titus, il quale a sua volta seguiva Valletta Moore, lungo Franklin Street in
direzione est; Valletta che nel frattempo apriva il cellulare, faceva una breve telefonata,
quindi entrava in un ristorantino take-away che un’insegna dichiarava, con sciatteria
presumibilmente figlia di una men che perfetta conoscenza della lingua inglese, servire
INVOLTINI PRIMAVERA E DELIZIOSA CIAMBELLA . Ma se anche Julie non avesse sentito le parole

denigratorie e il tono sprezzante con cui suo padre e Archy parlavano di Luther Stallings,
aveva letto abbastanza libri e visto abbastanza film da sospettare che, se mai Titus
avesse davvero incontrato suo nonno, sarebbe andato incontro a una delusione. E quella
possibilità lo preoccupava al punto che era era tentato di sperare che Valletta non
vedesse Luther Stallings da vent’anni, e che le fosse semplicemente venuta voglia di una
ciambella mentre andava, per dire, a pagare la bolletta della luce. Nei confronti di Archy,
Titus non aveva mai mostrato altro che disprezzo, e mai, nel corso delle sue chiacchierate
con Julie, si era lasciato sfuggire qualcosa a proposito del buco a forma di padre dentro il
suo cuore. Ma come un astronomo con un esopianeta, Julie era in grado di inferire la
presenza di quel buco basandosi sulle distorsioni che provocava nel campo di forza
intorno all’amico. Era lì, nella sua ambizione e nel suo scorno. Era nell’audacia con cui
Titus tagliò la strada a Valletta Moore, sgusciando dentro il negozio di ciambelle, con i
suoi acciai spazzolati e le piastrelline bianche da obitorio della polizia, e si piazzò in fila
davanti a lei. Julie si ricordò di aver letto in un romanzo di spionaggio che il modo
migliore per pedinare qualcuno era precederlo, ma nella mossa di Titus c’era uno slancio
che trascendeva quello della spia.
Titus ordinò sei involtini primavera e due ciambelle con glassa. Julie pagò. Valletta
Moore, senza notare né l’uno né l’altro, ordinò spaghetti saltati con pollo e verdure e una
decina di involtini primavera da asporto.
Pagò il cibo in monete di piccolo taglio, lentamente, con una rabbia che sembrava
crescere ogni volta che ne sbatteva una sul banco, come se la signora asiatica dietro la
cassa le stesse mettendo fretta o stesse provando a fregarla. La signora asiatica non
apriva bocca, e la sua faccia tradiva ben poco, ma in quel silenzio e in quella pazienza
c’era qualcosa che poteva passare per disprezzo. Il saldo del conto richiese fino all’ultimo
dei centesimi che Valletta Moore riuscì a racimolare frugando in mezzo agli oggetti che
sbatacchiavano nella sua borsa. Quando la signora asiatica si offrì di darle quattro
centesimi di resto, Valletta guardò quella profferta di monetine con disgusto, come se
fosse una macchia da ripulire con la spugnetta. Poi prese il suo sacchetto di carta bianca
e lo portò fuori sul marciapiede, dove i ragazzi, astutamente, erano già pronti a pedinarla
precedendola. La loro copertura: due ragazzini che frequentavano il take-away Deliziosa
ciambella. Facile da ricordare, diabolico nella sua semplicità.
Julie si rifiutò anche solo di sfiorare il sacchetto di carta che Titus gli porse, figurarsi ciò
che conteneva, il cui fetore di cavolo e zucchero bruciato gli faceva rivoltare lo stomaco,
già strizzato dalla paura, dalla sega sull’autobus e dal brivido del pedinamento. «Ma lo hai
visto l’olio in cui li friggono?»
«Biodiesel» disse Titus. «Puoi farci il pieno a una Jetta.»
Se qualcuno avesse ripreso su pellicola Titus che mangiava i sei involtini primavera e le
due ciambelle, pensò Julie, e poi l’avesse proiettato al contrario, sarebbe sembrato che li
sparasse dalla bocca, pop, pop, come palle da un cannone. Trenta secondi dopo aver
cominciato il suo pasto, rientrò nel take-away per sciacquarlo con un bicchierone di latte,
anche quello a spese di Julie.
Titus uscì di nuovo dal ristorante giusto in tempo per assistere all’arrivo di una
Toronado ridotta malissimo. Tremava tutta, procedeva a strappi, litigando con antagonisti
invisibili come un barbone di Telegraph Avenue. La ruggine le aveva lasciato morsi
sanguinolenti sulla pancia e intorno alle ruote. Un tempo era stata forse grigia o verde,
ma da quell’epoca remota sembrava che il pittore più indeciso della storia avesse testato
sulla sua superficie ogni marca e ogni formulazione di vernice nota. Il conducente rallentò
senza fermarsi e si sporse verso il lato del passeggero per sganciare un cordino di nylon
giallo che collegava la maniglia alla sicura della portiera. La portiera si aprì con un
gemito. Con una specie di balzo, Valletta prese posto sul sedile del passeggero, quindi
sbatté la portiera e riagganciò il cordino di nylon alla sicura. Senza soluzione di continuità,
lei e il guidatore parvero ripiombare all’istante in una lite lasciata in sospeso, il fragore
della quale si mescolò, mentre l’auto si allontanava dal marciapiede, con i rantoli e gli
spasmi di quel veicolo affetto da enfisema, artrite, TBC.
Al volante, indiscutibilmente, inconfondibilmente: Luther Stallings.
«Cazzo» disse Titus, non senza un’aria di assai genuina meraviglia.
La caccia sarebbe terminata lì, con i ragazzi costretti a ritrovare la strada di casa da
Franklin Street, se Julie non avesse per caso avvistato un signore con il turbante che
usciva da un ufficio giusto accanto al take-away. Aveva in mano un pacchetto di
compresse antiacido e un piccolo flacone spray di Febreze.
«Sto per fare una cosa da razzisti» avvertì Julie rivolto a Titus, o a se stesso, o agli
ipercritici dei della città in cui viveva.
La patetica Toronado si fermò a un semaforo rosso all’angolo tra la Dodicesima e la
Broadway. Julie si avvicinò al signore col turbante e gli chiese se per caso era un tassista,
e se sì, non è che aveva il taxi nei paraggi?
Le fondamenta razziste su cui si reggeva la struttura della coscienza di Julie non furono
almeno per il momento smascherate, perché venne fuori che la porta dalla quale il
signore col turbante era appena uscito era quella del centralino nonché sede del servizio
taxi Berkeley-Oakland Yellow Cab of Oakland, Inc. E fu così che la scortese e offensiva
domanda di Julie si trasformò, per volere della fortuna o del caso, in una deduzione
legittima se non perfino logica.
L’uomo col turbante li squadrò da capo a piedi, reggendo il flacone di deodorante spray
a mo’ di avvertimento, quasi volesse lasciar intendere che, qualora avessero in mente di
prenderlo per il culo, si sarebbe visto costretto a deodorarli col Febreze. «Chi lo vuole
sapere?» disse.
Trovarono la Crown Victoria del signor Singh parcheggiata dietro l’angolo, e nella parte
inferiore della portiera, sotto il logo della Berkeley-Oakland Yellow Cab of Oakland, Inc.,
in lettere maiuscole inclinate, notarono la veemente DIO MALEDICA L’INDIA IMPERIALISTA DISTRUTTRICE DEL
PURISTAN! I ragazzi salirono sul sedile posteriore. Nel portafogli di Julie rimanevano ventun

dollari. Sperò che fossero sufficienti a portarli ovunque stessero andando.


«Segua quella macchina» disse Titus. C’erano un sacco di modi in cui si poteva
pronunciare quella battuta. Titus optò per un tocco alla BBC, e nella fattispecie alla John
Steed di The Avengers. Il che lasciò a Julie il compito di interpretare, almeno
mentalmente, il ruolo della signorina Peel o di Tara King. Non era una decisione facile:
entrambe avevano il loro fascino.
«No, no. Niente giochetti» disse il signor Singh. «No, no, no. Quando salite su un aereo,
mica dite al pilota “Segua quel Boeing”.»
«Lei che ne sa?» disse Titus.
«So solo una cosa, io: “Segua quella macchina”, per un tassista, significa finire
ammazzato. No, no. “Segua quella macchina” un bel niente. Quella macchina la lasciamo
in pace.»
«No, vede, è che quella signora ha perso il portafogli sull’autobus» improvvisò Julie,
brandendo il suo gadget di 21 Jump Street in plastica gialla. «Vogliamo solo
restituirglielo.»
«Questa è chiaramente una bugia.»
«Senti, bello» disse Titus, assumendo un accento da ghetto con la stessa libertà e
sincerità con cui aveva assunto il tono di Patrick Macnee. «Su quella macchina c’è mia
madre, okay? Ed è tutto il giorno che beve e che si fa. Quel tizio con cui è salita?
Nemmeno lo conosce. Ed è uno veramente pericoloso, mi spiego? Eddai. Vogliamo solo
proteggere mia madre, okay?»
Mentre snocciolava il suo discorsetto, un tremito gli si era insinuato nella voce,
abbastanza autentico da turbare Julie. La storia era affiorata sulle labbra di Titus con una
facilità, una nota di fedeltà all’esperienza vissuta, che a Julie provocò un dolore
altrettanto nitido di quello che aveva provato sull’autobus davanti al bambino col
gargoyle a un braccio solo.
«In questo caso dovresti rivolgerti alla polizia» disse il signor Singh.
«Ma va’. Si lamenterebbero che gli faccio perdere tempo. Mi spiego?»
Il signor Singh studiò il riflesso di Titus nello specchietto retrovisore. Gli occhi del signor
Singh nello specchietto, pensò Julie, erano di una bellezza malinconica.
«Cerco di raggiungerli, allora» disse il signor Singh, ingranando la marcia. «Ma il limite
di velocità non lo supero.»
«Sì, va bene» disse Titus. «Non gli stia troppo addosso.»
Il signor Singh parve disgustato. «Giochetti!» brontolò.
Ghost Town, Dogtown, Jingletown: c’erano grandi porzioni di Oakland che per Julie
erano praticamente sconosciute. Una di queste era la periferia mal ridotta e mal sfruttata
che stava tra la baia e l’intrico della 880 e della 980: basi militari e stazioni navali
abbandonate, interi isolati semideserti dove ogni cosa sembrava essere stata schiacciata
dall’impatto di un qualche meteorite economico, brandelli di zone acquitrinose bordate di
tarassaco. E naturalmente la fila di gru da carico ammassate lungo il limite più
occidentale della città, il primo reggimento di cavalleria di Oakland che si preparava a
dare l’assalto a San Francisco, e tutt’intorno pile di container, come balle di fieno ai piedi
di giganteschi quartiermastri, per alimentare l’attacco finale. I container del porto di
Oakland, visti dal Bay Bridge, erano per Julie da sempre motivo di fascino, colossali
cumuli di mattoni colorati come tentativi di un’ambiziosa costruzione in Lego rimasta
incompiuta, intercambiabili come fiches di casinò, eppure tutti, potenzialmente, pieni di
qualcosa di nuovo e sorprendente, palloni da calcio, riproduzioni di sushi in poliuretano,
laser blu, cappelli da Babbo Natale, sacchi di chicharrones da dieci chili. Erano, almeno in
teoria, perennemente in movimento, importazioni, esportazioni, trasbordi, e venivano
afferrati, sollevati ondeggiando e quindi calati su pianali di treni e tir, e sui ponti delle
lente navi che li consegnavano e se li portavano via. Julie non era mai riuscito a vedere
quelle gru in movimento, e le sparse ma ordinate pile di container sembravano sempre
immobili, come se le attività del porto fossero magiche quanto quelle dei giocattoli di Toy
Story, un lavorio segreto che, qualora visto, si sarebbe fermato di colpo.
«Vedete quelli?» disse il signor Singh, mentre seguivano la Toronado lungo un largo
viale che tagliava il sito dove un tempo, stando a un cartello storico affisso accanto al
vecchio cancello d’ingresso (e su cui un graffitaro aveva lasciato una specie di runa da
orco), era sorto l’Oakland Naval Depot. Sul lato est del viale, immensi edifici delle ferrovie
in cemento e stucco grigio attendevano la dannazione. Dalla parte del porto, una
recinzione d’acciaio scorreva in pannelli intrecciati, sormontati da filo spinato, e al di là di
essa la cavalleria d’acciaio si preparava all’attacco. «Quei bestioni di ferro che per alcuni
somigliano a dei cavalli?»
«George Lucas» predisse Julie sottovoce. «Gli AT-AT .»
«Avete presente Guerre Stellari?» continuò il signor Singh. «Quelle gigantesche
macchine che camminano. Tipo dei robot.»
«I camminatori AT-AT » disse Julie. «In mezzo alla neve.» Sapeva che suo padre, se fosse
stato presente, si sarebbe sentito in dovere di sottolineare che si trattava di una
leggenda metropolitana della East Bay, come quella secondo cui la regione stessa era
stata battezzata così da una congrega di pionieri satanisti che parlavano un latino
storpiato. Fu molto difficile per Julie, impegnato com’era a non assomigliare a suo padre
in nessun aspetto o dettaglio, resistere alla tentazione di correggere il signor Singh.
Titus non parlava. Continuava a tenere d’occhio il retro della Toronado, proprio come
sull’autobus aveva fissato la nuca di Valletta Moore.
«Esatto! Ecco! Guarda! Li vedi? Sai com’è, George Lucas faceva spesso avanti e indietro
per il Bay Bridge, o almeno così mi hanno detto, ed era originario di Stockton o Fresno.»
«Di Modesto» disse Julie.
«Modesto, peggio ancora. Da ragazzino veniva in macchina a San Francisco, a bere
l’espresso e a scoprire il cinema francese, dopodiché a notte fonda se ne tornava a
Modesto, che è davvero un postaccio, lo dico per esperienza. E l’ispirazione per quelle
macchine AT-AT di Guerre Stellari l’ha presa da qui.»
«Figo» disse Titus, staccando gli occhi dalla Toronado per un tempo sufficiente a
rivedere nel ricordo quelle gambe giganti sui ghiacci di Hoth, i caccia stellari che gli
avvolgevano il cavo posteriore intorno alle zampe. «Qui, si fermi qui.»
Avevano raggiunto una parte di scalo ferroviario dove gli edifici erano stati conservati e
addirittura ristrutturati. In quel vuoto di cemento senza binari, una serie di capannoni di
metallo e prefabbricati circondava un immenso hangar ferroviario come una roccaforte
feudale. Un totem di cartelli reclamizzava i servizi di saldatori, fabbricanti di mobili
speciali, utensili da taglio, produttori di vetroresina e, nel punto più basso del palo, della
Motor City autoriparazioni e modifiche. A mano a mano che la Toronado avanzava,
facendo scricchiolare la ghiaia nello spiazzo comune e rallentando, i suoi colpi e i suoi
spasmi aumentavano. Con una specie di rumba ubriaca, si diresse verso uno dei tre
garage della carrozzeria, arrancò per metà al suo interno e quindi, con un ultimo tremito
di nacchere, si spense. Il conducente della Toronado scese, e l’ombra di Valletta Moore
scivolò sul sedile del guidatore per mettersi al volante.
L’uomo indossava una maglia dei Raiders, con il numero 78 e il nome SHELL stampato
sulle spalle. Pantaloni da kung fu, e ai piedi dei sandali, o forse delle infradito di pelle.
Reggeva una specie di lungo manganello, un bo da kung fu – no, anzi, un bastone da
passeggio – e lo faceva roteare come un tempo si vedeva fare ai poliziotti dei quartieri
difficili.
«Okay, io ora me ne vado» annunciò il signor Singh mentre Stallings emergeva dalla
macchina brandendo il suo sfollagente. «E vi riporto indietro con me, gratis.»
Stallings non guardò nella loro direzione, né parve aver notato il taxi. Girò intorno alla
Toronado invalida e si fermò sul retro a osservarne il bagagliaio. Poi sollevò il bastone da
passeggio, indietreggiò sulle sue lunghe gambe da spaventapasseri e spinse
delicatamente il bastone nell’alloggiamento circolare della serratura sullo sportello del
bagagliaio. Piegò un ginocchio, fece ruotare leggermente il polso e, ricorrendo al qi o
semplicemente allo stile – ammesso che tra le due cose esista una qualche differenza –
diede una spintarella alla Toronado. La macchina rimbalzò indietro, quindi ripartì in avanti
e terminò il suo ingresso nella carrozzeria. Con blofeldiana alacrità, una serranda d’acciaio
si abbassò alle sue spalle. Luther Stallings rimase a fissare la porta d’acciaio chiusa come
se fosse l’allegoria di qualcosa. Poi si voltò di scatto e puntò il bastone verso la Crown
Victoria.
«Oh, cazzo» disse Titus.
Il signor Singh e Julie convenirono immediatamente che era giunto il momento di fare
marcia indietro e percorrere tutta la distanza che secondo il signor Singh si poteva
comprare con ventun dollari.
Prima che il signor Singh potesse ingranare la marcia, Titus scese. Dal taschino della
camicia tirò fuori un esiguo numero di banconote ripiegate con precisione da origami.
Avrebbe tranquillamente potuto essere un pacchetto di garze sterilizzate. Aprì un biglietto
da venti e lo porse al signor Singh che ancora ricordava la forma di un cigno. «Io ho
questi» disse.
Julie scese dal taxi. Era la prima volta che Titus pagava per qualcosa.
«Vi lascio il mio biglietto» disse il signor Singh, passandogli un rettangolino su cui erano
stampati nome, indirizzo, numero di telefono e la sorprendente qualifica di CHEF PUNJABI.
«Okay» disse Julie, troppo sbalordito o troppo imbarazzato per ammettere che, pur
avendo sempre appresso un mangiacassette Stereo 8, non possedeva un cellulare.
«Grazie.»
Aprì il portafogli di Johnny Depp pescando a caso uno dei suoi biglietti da visita, e
l’aveva già consegnato al signor Singh quando si rese conto che era quello con la dicitura:

JULIUS L. JAFFE
libertino

Era una parola che aveva incontrato nei romanzi vittoriani pornografici che sua madre
teneva in una scatola da scarpe nel suo armadio, tra le scatole da scarpe normali. Una
dichiarazione di vocazione forse meno pragmatica ma non per questo meno speranzosa di
quella del signor Singh. Lo chef punjabi buttò un occhio sul biglietto, poi alzò lo sguardo
verso Luther Stallings. Reggendosi al bastone, Stallings aveva cominciato a camminare
lentamente in una direzione che poteva essere quella di Titus, ma senza intenzioni
evidenti. I baffi del signor Singh fecero una lenta hula sopra le labbra arricciate mentre
contemplava il biglietto da visita di Julie. Poi, voltandosi diverse volte a guardare indietro,
il tassista fece inversione di marcia e se ne andò.
Il libertino senza curriculum raggiunse l’amico, che nel frattempo aveva intrapreso,
forse senza rendersene conto, una perfetta imitazione della celebre andatura di suo
nonno, intensificata da qualunque infortunio o infermità richiedesse l’uso di un bastone,
così precisa da rasentare la parodia. Stallings piegò la testa da un lato, squadrando Titus;
Titus regolò la sua alla stessa inclinazione indagatrice. Nessuno dei due sembrava
rendersi conto che Titus stava facendo a Stallings un numero alla Harpo Marx.
«Mmm» disse Stallings, e Titus gli fece scrupolosamente eco: «Mmm».
I capelli di Stallings erano fittamente intessuti di grigio cenere. Sul suo corpo, rispetto
ai tempi d’oro, c’era parecchia carne in meno. I denti non avevano avuto fortuna. Alcuni
erano andati dispersi. Per il resto sembrava a posto, non strafatto né ammalato in modo
evidente, e se il suo aspetto non era all’altezza di quello della sua ex coprotagonista,
perlomeno era molto più in forma della sua Oldsmobile. Nel complesso non era troppo
diverso dal se stesso originale, compreso il gelido luccichio da truffatore negli occhi. Le
calzature che indossava senza calzini non erano sandali, notò Julie, né infradito, ma
pantofole di stoffa cinesi, di quelle che vendevano nei cestoni di Chinatown a cinque
dollari il paio. I pantaloni da kung fu luccicavano come le braghe di un pigiama per
bambole, o come un costume di Halloween da quattro soldi. Senza staccare gli occhi da
Titus, alzò il bastone da passeggio. Lo puntò, spostandolo con un ampio gesto del
braccio, in direzione di Julie, e lo tenne immobile, bloccato come una bacchetta da
rabdomante in cerca dell’anima del ragazzo, una mossa che pareva presa di peso dal film
Il grande inquistore. Julie si sorprese ad arrossire violentemente, come se l’avessero
beccato con le tasche piene di giusquiamo e mandragola.
«Il bianco chi è?» chiese Stallings a Titus.
Julie non sentì la risposta, tanto bassa fu la voce di Titus nel pronunciarla.
«Chi?» disse Stallings. Non arrabbiato, né insofferente, né per il momento contrario a
tollerare gente stupida o ragazzini bofonchianti, eppure pronto, se necessario, a
imboccare ciascuna di quelle tre direzioni.
«Un mio amico» rispose Titus ad alta voce, vergognandosi.
Stallings abbassò il bastone e diede una lunga occhiata a Julie, prima in verticale, e poi
in orizzontale, procedura che lo lasciò poco convinto, per non dire totalmente scettico.
«Un tuo “amico”» ripeté, come se Titus avesse appena definito Julie la sua patata
invisibile o il suo anchilosauro parlante azzurro.
«Che vogliono?»
Valletta Moore era apparsa sulla soglia del secondo accesso all’autofficina. Aveva una
mano infilata nella borsetta rossa.
«Archy è mio padre» disse Titus.
«Archy Stallings?»
«Sì.»
«Veramente? Tu sei mio nipote?»
Titus annuì.
«Quello ha figli sparsi per tutta la città» disse Valletta.
Luther corse dritto alla meta. Titus si consegnò alle braccia del nonno. Rigidamente,
ma si lasciò abbracciare. Luther Stallings – che un tempo, molti, molti anni prima, era
stato un candidato credibile al titolo ferocemente conteso di Nero più Cazzuto del Mondo
– scacciò con il dorso della mano qualche lacrima poco appropriata.
«Ma Dio santo.»
Lasciò andare Titus, fece un passo indietro e si schiarì la voce. Afferrò l’impugnatura
argentata del bastone con entrambe le mani e lo piantò saldamente per terra davanti a
sé. Guardò lo stradone oltre la distesa nuda del vecchio scalo, poi dalla parte opposta,
dove non c’era molto da vedere, a un primo sguardo, se non filo spinato e rampicanti
stretti in una lotta selvaggia per la supremazia. E cielo. Tantissimo cielo, stracciato in
brandelli d’argento e d’azzurro. Autotreni come grani di un rosario infinito che scorreva sui
cavalcavia verso i docks. E pile di container ovunque ci si voltasse, con nomi dipinti che a
Julie sembravano quelli di avversari di Street Fighter: “K” Line, Yang Ming, Maersk, Star.
Al di là di quelli, le superfici grigie e le sfaccettature di San Francisco.
«È meglio se entriamo» disse Luther.
Titus si incamminò verso il garage. Stallings si voltò a guardare Julie, che esitava,
paralizzato dall’assurdo timore che nella borsetta Valletta Moore impugnasse una pistola.
Intimorito anche dall’uomo col bastone, da quella zona degradata di Oakland, da certe
ombre all’interno del garage che vide raccogliersi nella forma di un uomo, alto e
corpulento, con due spaventosi baffi a metà tra un re dei motociclisti e un generalissimo.
«Be’?» disse Luther Stallings a Julie. «Vuoi un abbraccio anche tu?»
«Okay…» disse Julie. Poi si rese conto che Luther Stallings l’aveva detto per scherzo, e
prima ancora che l’uomo si voltasse e sparisse dentro il garage della Motor City
autoriparazioni e modifiche, si sentì deprivato di qualcosa di fondamentale.

«Uh, ma che bel bambino» disse Aviva in tono astioso. Frog Park, ora di pranzo,
bambini e i loro custodi che pascolavano al sole. Il bambino in questione, con la salopette
sbottonata e svolazzante, era biondo-rossiccio come lo era stato Julie. Se ne stava
mollemente appoggiato alla madre e le infilava in bocca un cece. «Da mangiarselo!»
Il piccolo non ricordava affatto Julie alla sua età, tranne che per i capelli. Era il suo
ciondolare, il modo spensierato in cui si affidava alla madre perché lo sorreggesse, a
darle sui nervi. O forse era semplicemente la valanga degli anni trascorsi da quando Julie
era piccolo. Aviva distolse lo sguardo. Era quasi pentita di aver proposto a Nat di trovare
un posto carino dove sedersi per pranzare insieme, anziché mangiare al negozio. Un
sacchetto di panini del Genova Deli, qualche carciofo fritto, un paio di aranciate. La sua
ultima cena, l’aveva definita, con intento caustico ed effetto patetico. Era rimasta
sconcertata quando, di fronte a quella sua frase, Nat si era limitato ad assentire, chino sul
bancone del Brokeland, col mento fra le mani, vele nere a sventolare da ogni albero come
nella nave della mitologia greca. Come sempre veleggiava verso di lei, reduce
dall’ennesimo labirinto, a bordo della Lunatico. Di Archy nemmeno l’ombra. La
spiegazione di quell’assenza, di quale fosse il problema fra i due soci o intorno a loro,
attendeva soltanto una richiesta formale da parte di Aviva; ma lei si trattenne. Che fosse
Nat ad ascoltare, per una volta. Che fosse lui a cercare un appiglio, un posto in cui
rannicchiarsi e osservarla mentre dalla lampada evocava il genio del panico e faceva, in
mancanza di una definizione migliore, l’esatto contrario dell’esprimere un desiderio.
«Se vado in prigione» cominciò.
«Ah, ecco qua» fece Nat, sfilando dal suo panino nastri di Möbius di cipolla con sussiego
da gatto e ammucchiandoli sull’involucro bianco steso fra loro due sulla panchina. «Ci
risiamo.»
«Dovrai convincere Julie a farmi visita.»
«Aviva.»
«Lui non vorrà venirci» disse Aviva. «Ce l’avrà con me.»
«Tu non ci vai, in prigione.»
«Ah, no?»
Il bimbo, come il Dio di un affresco italiano sulla sua nuvola preferita, si adagiava nel
paradiso della madre e della sua spalla nuda e bronzea. Aveva un che di Julie, a ben
vedere anche sotto gli occhi, un gonfiore istaminico delle guance.
«Aviva, è un’udienza in ospedale. Non un processo in tribunale. Ed è per qualcosa che
ha fatto Gwen. Tu sei lì solo per fare presenza.»
«Gwen non ha fatto niente, Nat.»
«Certo che no. Dico solo che…»
«Appunto. Il vero errore di Gwen non è stato rispondere male a un medico. Cioè, è
stato sì un errore, ma era stanca. Stremata. Era stata una giornata lunghissima. E lui
l’aveva assolutamente, assolutamente provocata.»
«Doveva esserlo per forza» disse Nat. «Difficile immaginare Gwen Shanks che perde le
staffe.»
«È stata una cosa irreale. Impressionante.» Deliziosa, nauseante, come mangiare
un’intera torta di compleanno in due. Aviva si era ritrovata a gioire dello sfogo di Gwen
con tutto l’orrore di quindici anni trascorsi a tollerare la tirannia e lo sprezzo dei medici,
quindici anni spazzati via come forfora da una giacca. Quindici anni di valorosa
discrezione, di repliche sottaciute e di esprit de l’escalier. «Probabilmente un errore.»
«Perdere il controllo in quel modo è sempre un errore» disse Nat, senza tracce evidenti
di autoironia.
«Eh, già» disse Aviva.
«Piantala.»
«Comunque. Questa fottuta udienza che ci tocca subire oggi. Non è mica perché Gwen
ha dato di matto al pronto soccorso. E non sarà per la scenata di Gwen che finirò in
prigione.»
«Buono a sapersi.»
«Gwen pensa che Lazar le abbia mancato di rispetto perché è nera. E insomma, tu hai
presente qual è il mio atteggiamento a riguardo.»
«Il tuo atteggiamento è “Che ne so io di che cazzo vuol dire essere neri?”.»
«E infatti, che ne so io di che vuol dire essere neri? Sono sicura che quando lei gli è
corsa dietro dicendogliene di tutti i colori, puntandogli il dito contro, Lazar ha pensato che
fosse l’ennesimo stereotipo da pronto soccorso, hai presente, la Nera Incazzata. Ma
l’errore di Gwen non è stato nemmeno quello di essere nera. Il suo errore più grave è
quello di essere un’ostetrica. Un’ostetrica-infermiera che fa i parti sia in casa sia in
ospedale.»
«Non lo sopportano.»
«Non sopportano le ostetriche in generale, ma soprattutto non sopportano quelle che
fanno i parti in casa. Vorrebbero che sparissimo. È come se ci dicessero: “Decidetevi.
Potete fare i parti qui in ospedale, oppure in casa col patchouli e la placenta mangiata e i
mandala tatuati sul fondoschiena. Ma se scegliete di continuare a fare i parti in casa,
signore mie, allora qui non ci mettete più piede”.»
Aviva si rese conto che alcune delle donne intorno a loro, mamme, baby-sitter, si erano
girate per vedere chi stesse sproloquiando, in quel magnifico pomeriggio di agosto, rivolto
a un poveraccio vestito a festa curvo a sbocconcellare il suo panino. Almeno una delle
madri era una paziente della Birth Partners, Dina o Deanna, e li osservava fra
l’imbarazzato e il rapito, come chi vede il proprio rabbino falciare il prato con indosso solo
un paio di bermuda.
«Cioè» disse Aviva, abbassando la voce, «questo lo sappiamo. È un fatto. Tutti gli altri
ospedali della East Bay hanno già preso provvedimenti in questo senso. Il Chimes è
l’unico che ancora permette alle ostetriche di seguire i parti in casa e anche quelli in
ospedale. Cercano solo una scusa per allinearsi alla maggioranza. E ovviamente il coltello
dalla parte del manico ce l’hanno loro, no?»
«Già.»
«E intanto, quando capita a loro un parto come quello di Lydia, ti dicono “Ah, be’, sono
cose che succedono. La mamma sta bene, il bambino sta bene, andiamo avanti”. Non so,
magari se Gwen non avesse perso le staffe, forse ce la saremmo cavata così anche noi.
Ma Gwen le staffe le ha perse, eccome, e quando era il momento di chiedere scusa mica
l’ha fatto, mannaggia a lei. Per cui adesso? Oggi, a questa udienza?»
«Che succederà?»
«Penso che ci sospenderanno la licenza. Per un mese, due. Sei. Giusto per darci modo
di riflettere un po’. E poi fra due mesi o sei ci reintegreranno, a condizione che smettiamo
di seguire i parti in casa. E dopo aver pizzicato me, costringeranno anche tutte le altre
ostetriche a smettere. E sai che c’è, Nat?»
Mise giù il panino, si pulì le dita, prese una lunga sorsata acre di aranciata. Il bimbetto
si era allontanato dalla madre, e sbandava fra l’erba in direzione dell’area giochi. La
madre lo guardava, fiera, deliziata, senza sospettare che, ogni volta che si allontanavano
trotterellando, tornavano sempre un po’ diversi, un po’ più grandi, e dieci secondi più
vicini al giorno in cui ti avrebbero abbandonato per sempre. Si allenavano a diventare
pescatori di perle, rimanendo immersi ogni volta qualche secondo di più.
«C’è che io non smetterò affatto» disse Aviva. «Gli dico che smetto, e poi continuo a
fare i parti in casa di nascosto. Li faccio nelle iurte e nelle capanne sugli alberi, nelle case
popolari, in qualche palazzo di vetro da milioni di dollari in cima al Grizzly Peak con vista
sul Dumbarton Bridge. E poi un giorno, prima o poi, qualcosa andrà storto. Dovrò correre
in ospedale. E il mio segreto salterà fuori. Mi revocheranno la licenza. Ci sarà un’indagine,
e una commissione disciplinare, e dopo che la cosa si sarà trascinata fino a ridurci sul
lastrico e nei debiti per pagare le spese legali, l’ordine mi revocherà la licenza in via
definitiva.»
Provò uno strano senso di ilarità e lo vide riflesso sul volto del marito, una domanda
che si formava nei suoi occhi, probabilmente qualcosa del tipo Ma sono anch’io così?
«E quando mi avranno tolto la licenza, te lo prometto, Nat: io continuerò a fare i parti
in casa. Li farò per quelli che vivono senza elettricità né acqua. Gli emarginati. I
clandestini. Gente, non so, mamme nei guai con la giustizia. Mamme che appartengono a
sette, che vivono nelle comuni. Qualunque situazione folle, altamente sconsigliabile tu
riesca a immaginare, in cui qualcuno abbia bisogno di un’ostetrica fuorilegge. Perché i
bambini dovrebbero nascere in casa, con le ostetriche a tirarli fuori. È questa la sintesi del
mio sistema di valori, capito? Magari a te sembrerà banale, o antiquato o assurdo…»
«Quando mai ho…»
«… ma voglio che tu rifletta un minuto, anzi, dato che siamo sposati da diciassette
anni, che tu rifletta due secondi e mi dica se secondo te sarei disposta ad andare in
galera per difendere questa semplice convinzione.»
«Non ce n’è bisogno» disse Nat. «Comincerò subito a fare scorta di lime da nascondere
nelle torte.»
Aviva sorrise e gli diede un pugno sulla spalla, forte, non senza affetto.
«Ahia.»
«Stronzo.»
Il genio era rifluito, come un vortice di fumo nero, fin dentro la lampada. Lei vi
premette sopra il tappo e la gettò nell’abisso profondo e insondabile che le competeva.
«Scusa» disse. «Mi dovevo sfogare.»
«Mi rendo conto.»
«A qualcuno dovevo dirlo.»
«Son qui apposta» disse lui.
«È il tuo mestiere.»
«Ottimo» fece lui. «Presto potrò dedicarmici a tempo pieno.»
Per la prima volta lei colse la nota di rammarico nella sua voce, qualcosa che gli si era
impigliato in gola.
«Ehi» disse. «Tesoro, che c’è?»
«Niente» rispose lui. «È solo un cazzo di negozio di dischi.»

«Questa è terra consacrata» stava dicendo il vecchio, o qualcosa di equivalente. A


essere sinceri, Titus lo ascoltava solo a metà, oppure mettiamola così: stava ascoltando
più attentamente che poteva, ma un’altra storia. Una storia più grande, La storia di Titus
Joyner, che culminava, almeno provvisoriamente, in quel preciso luogo e momento. Lì,
nel gelo fluorescente di quella vecchia e bizzarra carrozzeria che sembrava una caverna
della perduta Atlantide, perché la Motor City autoriparazioni e modifiche si era rivelata
una stanza delle meraviglie, l’ultima dimora di sottomarini inca, dischi volanti nazisti e
cannoni laser dell’antico Egitto. Lì dov’erano appese, a ganci di metallo che occupavano
due delle pareti di calcestruzzo, le ossa, le pelli e gli organi di mezzi leggendari – griglie,
scocche, tortuosità cromate sottratte o salvate da dozzine di automobili mostruose. Lì
dove, sulla parete di fronte alle saracinesche d’acciaio, uno Smithsonian di attrezzi e
componenti era allineato ed etichettato in bidoni, cestini e cassettiere. Lì. In quell’esatto
momento. Nascosti all’ombra dei camminatori AT-AT o sul pianeta ghiacciato di Hoth. A
complottare nel covo segreto di Cleon Strutter e Candygirl Clark per dare l’assalto ai
forzieri della propria inespugnabile identità e scipparli del tesoro che custodivano da tanto
tempo. Con tutta la forza del suo cuore blindato e regolato da un’apertura a tempo,
dunque, Titus ascoltava. Non la scienza profusa da Luther Stallings, ma la storia
misteriosa della propria vita da quel momento in avanti, un racconto intricato nel
contesto del quale la prolissa lezione del vecchio era solo un episodio fra mille. «Terra
consacrata. Oakland, California. Fine del sogno. Fine della fottutissima corsa.»
«Ma non del sermone» disse Valletta Moore sottovoce, appena sopra la soglia
dell’udibile. «A quanto pare.»
Era appollaiata su uno sgabello da bar, curva come un gioielliere su un tamburo
d’acciaio rovesciato, rivestito con un foglio di plastica cosparso di brillantini, nell’«ufficio»
ricavato sul fondo di quel casermone in calcestruzzo pieno di echi per mezzo di due
divani, uno scrittoio di legno con alzata avvolgibile e uno schedario, sotto il poster di un
pick-up sportivo arancione incandescente che reclamizzava una cosa chiamata House of
Kolor. Valletta aveva un auricolare bianco infilato nell’orecchio più lontano da Luther, e
l’altro penzoloni mentre si chinava a esaminare gli strumenti e i flaconcini minuscoli sparsi
sulla tovaglietta luccicante: tutto l’occorrente per decorarsi le unghie. Di tanto in tanto
dalla fronte si calava fin sul naso un paio di occhiali a mezzaluna, ma rifiutava di tenerli al
loro posto per più di pochi secondi. Dall’auricolare negletto ronzava una voce d’uomo very
British, che leggeva l’Autobiografia di Miss Jane Marple o altre puttanate simili. La grotta
sottomarina della scollatura di Valletta Moore, intravista dal colletto aperto della camicia,
ulteriore e più piccola Atlantide smarrita fra le lentiggini e un’ombra di pizzo color mirtillo,
formava un altro garbuglio luminoso nella storia di Titus Joyner.
«Guarda come lo ascoltano» commentò un vecchio tracagnotto, messicano, spagnolo o
chissà cosa. Il titolare del posto, Sixto Cantor. Volto baffuto fatto di due pietre arancioni
saldate insieme come La Cosa dei Fantastici Quattro, stravaccato come le auto con cui si
guadagnava da vivere, i folti capelli bianchi raccolti all’indietro a formare un cigno, una
sorta di pinna sopra un ciuffo alla Fonzie. Sul taschino della tuta blu c’era scritto EDDIE a
caratteri rossi. Dietro le lenti da vista degli occhiali neri protettivi con le stanghette a
grattugia, gli occhi di Eddie pattugliavano come pesci combattenti in un acquario. Almeno
uno di quegli occhi era sempre puntato sulla squadra di sei meccanici nella prima
postazione, tre ispanici, due neri e un punkettino tutto tatuaggi e piercing, intenti a
sventrare una berlina grigia degli anni Ottanta, forse una Citation. Ci davano dentro come
un branco di piranha. «Passeremo tutta la notte qui.»
«È appunto di questo che sto parlando, della notte» ribatté il vecchio. «Per cui va bene
così. “La storia si scrive di notte”, lo diceva Henry Ford. È questo che intendono quando
parlano del Sogno Americano.»
Mentre predicava a quel modo, Luther Stallings se ne stava supino per terra, vestito dei
soli pantaloni bianchi da kung fu, con l’osso sacro in bilico su un materassino di gomma
piuma, e macinava addominali a centinaia. Addominali a pedalata, con torsione del busto,
le gambe alzate, un costante sforbiciare che scandiva il ritmo del suo sermone, interrotto
soltanto dall’occasionale smorfia in corrispondenza dello scrocchiare dell’anca o di uno
sbuffo impaziente da parte di Valletta Moore. Ogni volta che Titus lanciava un’occhiata a
Julie, lo trovava intento a osservare il contrarsi e incresparsi degli addominali del vecchio,
il gioco dei muscoli sotto quel cuoio teso come le cuciture di un sedile anatomico. Julie
aveva un’aria fra il nauseato e il rapito, come se guardasse una scarpa da tennis
sballottata in una centrifuga. «Per noi tutto è cominciato nel momento in cui l’uomo
bianco ha deciso di farsi una dormita in treno.»
La sproloquio procedeva su quel particolare binario da quindici, venti minuti buoni, La
storia segreta dei neri in California secondo Luther Stallings; il vecchio supportava le
proprie argomentazioni con citazioni e aforismi di autorità incontestabili i cui nomi
parevano sempre sul punto di essere divulgati, o che, una volta pronunciati, risultavano a
Titus del tutto oscuri. L’Argomento Numero Uno, quello centrale, era più o meno che,
scava e scava nelle miniere della conoscenza, come il vecchio aveva avuto modo di fare
nei lunghi anni del suo esilio, Oakland risultava essere letteralmente la Terra dei Sogni.
Dopodiché, a dirla tutta, fra il ringhio e il latrato del compressore, l’incessante blaterare
della squadra di meccanici, la vista di quella che sembrava la portiera destra (lato-Robin)
della Batmobile classica appesa a un gancio come un quarto di manzo in fondo al garage,
e il mondo sottomarino che spalancava i cancelli ogni volta che Valletta Moore si chinava
per dedicarsi a un’altra unghia, Titus non era riuscito a seguire con troppa attenzione,
sebbene capisse e fosse disposto a sottoscrivere l’idea che la storia segreta dei neri in
California fosse intimamente legata ai ritmi di sonno e di veglia, all’insonnia e ai sogni
dell’uomo bianco. Perché… perché… mmm, qualcosa sul fatto che all’epoca i bianchi,
dovendo pur schiacciare un pisolino durante i loro viaggi di conquista e assoggettamento
verso ovest, si erano rivolti a un tale Pullman. E questo tizio bianco, Joe, anzi George
Pullman, non certo per carità cristiana ma soltanto perché era tirchio e aveva urgente
bisogno di servitori capaci e a basso costo, aveva iniziato subito ad assumere i neri liberi
dell’epoca perché badassero ai sonnellini dei bianchi. Interrotto da grugniti che a volte
sembravano elidere o censurare le parti del discorso che gli avrebbero dato un’ombra di
senso, il vecchio evocava la scena buia, i neri che scrutavano vigili i sonori brontolii
notturni dei facoltosi dormienti nelle loro cuccette, sognatori scarrozzati nel buio fondo
dell’ovest verso la terra del tramonto, la sponda remota del Sogno Americano, e tutto
questo, per motivi di sicuro affidati a un grugnito eccezionalmente forte, solo perché la
parola «America» era in realtà una versione corrotta di «Amenthe-Ra», la Terra dell’Ovest
nell’antico Egitto, in cui si andava da morti, benché non in treno ma in barca, una barca
diretta a ovest come quelle che avevano trasportato le pene degli antenati africani dei
facchini di Pullman, anche se per gli antichi egizi il viaggio dei morti verso Amenthe-Ra
era solo una specie di sonno, anzi un sogno – non nel senso di «Ho un Sogno», più come
lo strano viaggio intrapreso ogni notte dal cervello umano addormentato, anche se, a ben
pensare, i collegamenti erano interessanti, veniva da chiedersi perché il dottor King, il cui
padre era un massone di Prince Hall, avesse scelto di veicolare il suo messaggio
attraverso un termine tanto centrale nella storia segreta dei neri in California, un termine
tratto dal linguaggio dei facchini di Pullman, allevati, ripuliti e liberati mentre l’uomo
bianco, appunto, dormiva.
«I neri più liberi che siano mai esistiti» diceva Luther Stallings ai ragazzi, «ma era una
specie di libertà segreta.»
Descrisse i facchini di Pullman in termini che evocavano giganteschi guerrieri della
notte dai capelli impomatati, armati di sorrisi, che vagavano di città in città, luoghi
sperduti e isolati, vedendo il mondo, recando come spie in incognito, nascoste sulla
propria persona, tutte le notizie del mondo clandestino dell’America nera, le ultime
canzoni, dicerie, riviste, acconciature, diffondendo in tutto il Paese le usanze e gli stili,
ovunque vivessero dei neri, e soprattutto tessendo le lodi della California, e per la
precisione di Oakland, dove i facchini di Pullman scendevano dai treni per riposarsi al
tramonto sui loro divani nelle case comprate col denaro strappato al signor George
Pullman, case in cui mettevano su famiglie che spedivano figli e nipoti al college,
all’istituto professionale e col tempo anche al Congresso degli Stati Uniti, poi al mattino
tornavano sui treni diretti a sud e a est, a spargere la voce della loro prosperità, tanto
che allo scoppio della Seconda guerra mondiale Oakland era ormai la Hollywood delle
aspirazioni borghesi dei neri, con la differenza che a Oakland, una volta arrivato, la
possibilità di fare fortuna ce l’avevi davvero.
«Hollywood» fece Titus, sospettando che il vecchio si attendesse un suo commento.
«Be’, mica male.»
La storia segreta risultava un po’ noiosa nei particolari, a dire la verità, basata com’era
su eventi e dettagli e fenomeni storici che per Titus diventavano sempre più nebulosi a
mano a mano che il nonno li inanellava: scioperi e sindacati dei neri, borghesia e locali
notturni sulla Settima Strada, cantieri navali, il Klan che sfilava per la Broadway in pieno
giorno mentre la Oakland bianca applaudiva ai bordi delle strade, eppure l’arco della
narrazione, il flusso nel tempo e nello spazio, suscitavano nella mente di Titus un
progressivo senso di rivelazione.
«Era quella la strada della salvezza, una ferrovia nascosta sotto la ferrovia. E il
capolinea era qui. Questo posto un tempo era una rimessa dei treni. Vedete quella riga lì
nel cemento, quella crepa che sembra un grande cerchio e fa tutto il giro? Quello è il
giradischi. Il vecchio giradischi di cemento, che suona la musica dei sogni.»
Il vecchio pareva aver concluso. Si alzò a sedere, sfiatato, luccicante dall’attaccatura
dei capelli agli stinchi.
«Peccato abbia smesso di girare» disse Eddie.
Luther Stallings guardò Titus, poi Julie, poi di nuovo Titus, curioso di sapere cosa stesse
passando nei loro cervellini sbalorditi.
Julie lanciò un’occhiata a Eddie. «Quella lì è la portiera della vera Batmobile?» chiese.
Valletta scosse la testa: «Luther, questi mica ti ascoltano». Si stava infilando dei piccoli
divaricatori di gomma fra le dita della mano sinistra. «Nessuno ti ascolta.»
«E pensare che faceva sempre la parte del silenzioso» disse Eddie. «Avrebbero dovuto
dargli un fottuto Oscar.»
Scoppiò a ridere insieme a Valletta.
«Io starei ascoltando» disse Titus, senza osare davvero contraddire, poiché per lui
contraddire Valletta Moore era penoso, e a volte, a giudicare dai film che aveva visto con
lei protagonista, poteva rivelarsi pericoloso.
«Va bene» disse Luther, scoccando un’occhiataccia prima alla sua signora, poi a Eddie,
e asciugandosi il viso con un pezzo sfilacciato ma pulito di panno di daino. «Questo è
quanto. Allora» disse a Titus, «ragazzo mio, il segreto, se vuoi assorbire conoscenza, è
fare delle domande. Quindi vai. Spara.»
Titus sapeva di dover chiedere chiarimenti sulle tradizioni funebri degli egizi o sui
massoni di Prince Hall, ma, con sua grande costernazione, non seppe reprimere la sua
vera curiosità: «Perché devi vivere in un garage?».
Un’altra risata scaturì dalla zona di Eddie Cantor, una specie di crepitio tossicchiante e
contrito. Stavolta Valletta Moore si accontentò di scrutare il proprio riflesso nella finitura
smagliante dell’unghia dell’indice sinistro, borbottando fra sé qualche parola in una specie
di soffiato teatrale, quasi indistinto, qualcosa come Uh, questa non me la voglio perdere.
Il vecchio sedeva stringendosi le ginocchia al petto con le lunghe braccia. Serrò le
labbra e scosse appena la testa, facendo sporgere il mento. Chiuse gli occhi, li riaprì.
Titus iniziò a pentirsi seriamente della domanda, specie quando vide gli occhi del vecchio
farsi lucidi per un istante, senza che a una sola lacrima fosse concesso di cadere. Titus fu
lì lì per rimangiarsi tutto, e già pensava a come cambiare discorso, quando suo nonno
disse: «Nella mia vita ho fatto un bel po’ di cazzate. Ecco la verità».
Titus lanciò un’occhiata a Julie, il cui volto si fece solenne e comprensivo, quasi devoto.
«Droga» disse Julie.
«Roba anche più stupida della droga» lo corresse il vecchio. «Il che è tutto dire,
credetemi. Ma ora sono pulito e sobrio, da tredici mesi, una settimana e due giorni. Mi
sono rimesso in sesto. Ho un film in fase di preproduzione…»
Valletta Moore pronunciò un altro commento le cui sillabe fluttuarono appena al di
sotto della soglia dell’udibile. Era come l’arpa fatata del film Taron e la pentola magica ,
alla quale saltava una corda ogni volta che il bardo se ne usciva con l’ennesima sparata a
proposito delle proprie imprese o abilità.
«Strutter 3?» chiese Titus.
«Indovinato. Ma vedi, per una cosa di questo tipo, una produzione indipendente, su
scala ridotta, non certo al livello degli studios, ci vuole… insomma, a volte bisogna essere
un po’ creativi, in fatto di finanziamenti. È per questo che, per rispondere alla tua
domanda, non era esattamente la domanda che mi aspettavo, ma, eh, ho escogitato un
modo per, come dire, fare una di quelle stupidaggini che facevo tanto tempo fa, e farla
girare per il verso giusto. Tirando in ballo una figura importante del settore.»
«Continua a sognare» disse Valletta Moore.
«Dio santo, Valletta…»
«Ti illudevi di poter scucire soldi a quel…»
Il vecchio scattò in piedi come un ombrello che si apre all’improvviso. Nel giro di mezzo
secondo, aveva organizzato braccia e gambe secondo una logica ben più ferrea di quella
che aveva guidato i suoi insegnamenti verbali. Ci fu un’impressione di vento, di
avvitamento in uno spazio ristretto, e poi, come la punta del bastone che toccava il
cofano della Toronado, tutto si concentrò sull’estremità del suo piede destro, un
centimetro quadrato di contatto. Il tamburo d’acciaio rovinò a terra sul cemento, col
rimbombo definitivo di un gong cinese. Tutti i flaconcini e gli strumenti di Valletta
volarono via. Poco più in là, la pompa idraulica si spense con un sussulto.
«Ehm» disse Julie a Valletta Moore. «Tutto a posto?»
Erano le prime parole che le rivolgeva dal momento in cui erano entrati nel garage.
«Sì, sì, tesoro» fece Valletta, come se niente fosse. Prese a girare carponi, tentando di
fare ordine, controllando che i flaconcini non fossero incrinati o svuotati. «Grazie.»
«Be’, io faccio un salto a controllare quei fessi» avvertì Eddie.
I pesci combattenti dardeggiarono dietro ai vetri del loro acquario mentre Eddie
contemplava il casino che aveva permesso ad altri di fare nella sua officina altrimenti
immacolata, come se i motivi per cui lo aveva permesso non gli fossero più tanto chiari. I
suoi occhi dovevano essere ormai allenati a scorgere le possibilità di recupero, di
salvezza, celate fra le rovine di una macchina un tempo eccellente. Titus scrutò quegli
occhi in cerca di un segno di speranza, ma Eddie guardò lui, poi Julie, poi lui.
«Vi serve un passaggio, ragazzi?»
«Uh, magari…»
Julie si alzò in piedi, cingendosi il corpo con le braccia, abituato com’era a stare in
mezzo a gente che le questioni le risolveva parlando, i sentimenti li esprimeva, e che poi
alla fine si scambiava un grande abbraccio collettivo come gli Orsetti del cuore, senza che
nessuno prendesse a calci la roba, imbrattando muri e pavimento di smalto per le unghie
color sangue.
Luther Stallings prese il bastone da passeggio e vi si appoggiò con entrambe le mani,
osservando il nipote ma senza lasciar intendere cosa si aspettava che Titus facesse o
dicesse.
«No, ma grazie» disse Titus.
Eddie annuì, e sbraitando in un miscuglio sprezzante di inglese e spagnolo andò a
esaminare l’opera dei meccanici. Picchiando il bastone sul suolo di cemento, Luther
avanzò felpato, con le sue pantofole alla Bruce Lee, sui mari e i continenti macchiati del
pavimento, diretto verso la Toronado nella postazione più vicina. Sporgendosi attraverso
il finestrino del conducente, sfilò le chiavi dal quadro, poi andò sul retro e aprì il cofano.
Ne estrasse un contenitore di plastica con due coperchi pieghevoli e andò a sistemarlo su
uno dei banchi di lavoro. Guardò Titus.
«Credevo fossi venuto per vedere il mio film» disse.

Quel che doveva fare l’avrebbe fatto. Quanto al volare come sapeva, ahimè, forse non
le sarebbe più stato possibile. Implicava la capacità di sostenere uno stato metafisico dal
quale Gwen, come una casa eretta su una collina gonfia di pioggia, era da molto tempo
smottata. Ma avrebbe comunque fatto del suo meglio, determinata com’era a porre fine a
tutto quel muoversi di soppiatto, quel nascondersi, quel vile ninjutsu coniugale e
professionale. Ad apparire schietta e forte e sfrontata come Candygirl Clark, per quanto
irraggiungibile potesse essere una simile aspirazione per una donna alla trentasettesima
settimana di gravidanza che aveva passato gli ultimi tre giorni con una valigia come
guardaroba e un materassino di gomma come letto.
Quando mancavano ancora tre ore alla resa dei conti con il Chimes, Gwen attraversò in
macchina la galleria che portava alla Terra dei Bianchi. A poco a poco la sua BMW sfumò
nell’autosfera locale, lungo la superstrada che si preparava alla corsa verso le colline ai
piedi della Sierra. Le ombre si fecero più nitide, e il pomeriggio acquisì un tremolio
luminoso da deserto. Gli spruzzatori ticchettavano. Le palline da golf Titleist tracciavano
arcobaleni bianchi nel cielo azzurro della contea di Contra Costa. Sugli avambracci di
donne in gonnellini da tennis, la luce del sole illuminava peluria dorata.
In un negozio per future mamme della catena Pea in the Pod, Gwen affidò la sua
cubiformità a un semplice vestitino a calice in jersey grigio elasticizzato, con blazer in
tinta. La giacca aveva due spalline imbottite che le regalavano un’imbarazzante
somiglianza con la pista di atterraggio di una portaerei. Poiché il pancione lo sollevava sul
davanti, il vestito sembrava più lungo dietro di un buon dieci, quindici centimetri, come
uno strascico estemporaneo. Gwen avrebbe passato il resto della giornata ad abbassarsi
il davanti del vestito come un’adolescente in microminigonna non del tutto convinta della
propria audacia.
Una volta alla cassa, chiese un paio di forbici per staccare le spalline imbottite, il che,
considerato lo shock sul viso della commessa, alla vista di Gwen che vandalizzava un
vestito da 175 dollari, le parve una cosa abbastanza cazzuta da fare. Poi fu la volta del
negozio Easy Spirit, dove Gwen, servendosi di un paio di tenaglie al vanadio e di uno
scudo antiesplosione portatile, consegnò le sue espadrilles esauste a un team
specializzato nello smaltimento di rifiuti tossici, per poi uscire calzando un flemmatico
paio di Mary Jane grigie modificate. Avevano il fascino del cemento e l’eleganza di un
blocco di calcestruzzo, ma le contenevano i piedi senza provocare dolori o cedimenti
strutturali, e a lei parve che l’allure da suora bibliotecaria che trasudavano non fosse del
tutto incompatibile con la cazzutaggine di cui sopra.
Così equipaggiata, tornò a Oakland attraverso il varco transdimensionale del Caldecott
Tunnel, per sottoporre i suoi capelli all’arte sottile se non propriamente silenziosa di
Tyneece Fuqua del Glama. Per venire incontro all’emergenza-capelli di Gwen, Tyneece
era stata costretta – come spiegò con irritata dovizia di dettagli – a rimandare una
consulenza telefonica con una medium di Makawao, alle Hawaii, medium che, durante la
loro precedente seduta telefonica, era arrivata molto vicina a individuare il nascondiglio
dei due lingotti d’oro che il bisnonno di Tyneece aveva sottratto al Reich e seppellito, al
termine della guerra, in uno a scelta dei tre giardinetti appartenuti alle tre diverse signore
di Oakland che avevano partorito i suoi diciannove figli. Mentre illustrava le complessità
del sistema di immatricolazione con cui i nazisti catalogavano l’oro e quelle del suo
abbondante parco-cugini, dove l’oro non era mai stato di casa, Tyneece provvedeva alla
manutenzione delle stanche ciocche di Gwen soffermandosi sulle più pigre, irregolari e
smarrite, per poi torcerle con forza, quasi stesse dando la carica alla molla della
determinazione di Gwen. Le massaggiò il cuoio capelluto, il collo e le spalle, e mise la
ragazza appena assunta al lavoro sui suoi piedi doloranti. Infine, sbrigato tutto quel che
poteva, lasciò il posto al signor Robert, che aveva fatto chiamare non appena scoperto
cosa Gwen doveva affrontare quel giorno.
Il signor Robert arrivò trascinandosi dietro una valigetta portaesche in plastica rosa
tutta rigata sopra un trolley da hostess. Era un signorotto azzimato in pantaloni scozzesi
verdi, dolcevita a maniche corte verde acido, stivaletti con cerniera bianchi alti fino alla
caviglia e capelli alla Sammy Davis. Ormai lo chiamavano quasi solo per i matrimoni e i
balli scolastici, più qualche quinceañera ogni tanto, ma un tempo era stato il truccatore
per neri più richiesto di Hollywood, a cui un’intera generazione scomparsa di attrici
televisive, da Diahann Carroll a Roxie Roker, si era affidata per combattere i pregiudizi
estetici e tecnici di operatori di ripresa e direttori della fotografia bianchi. Dopo alcuni
secondi di attenta osservazione, il signor Robert scrollò le spalle e parve perplesso.
«Mi avevano detto che era un’emergenza» disse. «Però amore, tu sei talmente hot che
ho paura mi prendano fuoco i batuffoli per struccare.»
«Niente bugie, signor Robert.»
«Sono serio! Sei radiosa! Quasi mi serve lo schermo solare! Anzi, ora prendo il cartone
argentato e mi piazzo qui ad abbronzarmi.»
Il signor Robert era un pettegolo salace benché datato, con un approccio sommario,
puntinista, e il vizio di fare domande senza aspettare le risposte. Quando ebbe finito,
prese il mento di Gwen tra le dita affusolate e asciutte e le girò il viso di qua e di là. Un
sopracciglio gli si alzò in un arco scettico. Poi lasciò che Gwen si desse una rimirata nella
parete a specchio del salone.
«Sembro quasi bella» disse lei al proprio riflesso.
«Quasi?» rispose il riflesso di lui con aria ferita. «Amore, col cazzo: il signor Robert non
fa niente che sia solo quasi.»
«No, ha ragione. Grazie, signor Robert» si corresse Gwen rapida, mentre lui cominciava
a riporre con ticchettio rabbioso pennelli e flaconcini nella sua scatola portaesche rosa.
«Sono uno schianto.»
Lui non aggiunse nulla, ma Gwen colse lo scatto del suo baffo sinistro, un mezzo sorriso
mezzo soddisfatto. Il signor Robert mise via le sue cose, interrompendosi di tanto in tanto
per massaggiare le lunghe dita delle mani eleganti. Tyneece aveva già riscosso i soldi per
quella seduta d’emergenza, ma quando il signor Robert alzò gli occhi dal suo kit, Gwen gli
stava porgendo venti dollari di mancia. Lui, scuotendo il capo, allontanò la mano che glieli
offriva.
«La prossima volta» disse.
«No, signor Robert…»
«Io sono nato nella cucina di mia madre» la interruppe lui. «A Rosedale, in Mississippi.
È stata una levatrice come te a portarmi in questo meraviglioso mondo.»
«Be’, ecco…» disse Gwen, commossa, imbarazzata, rimpiangendo, nonostante i
progressi che la sua fine sembrava sottintendere, quel mondo di levatrici nere che
facevano nascere bambini neri, afferrando il futuro e portandolo alla luce un paio di
umide e scivolose spallucce alla volta. «C’è il rischio che da domani io debba rinunciare a
fare questo mestiere.»
In linea con quella che sembrava essere una sua abitudine – forse era un po’ sordo – il
signor Robert la ignorò. «Prima di chiamare mio padre a vedermi per la prima volta»
proseguì, «questa signora, la levatrice, ha preso un rossetto dalla borsetta, okay? E l’ha
messo sulle labbra di mia madre. Poi l’ha pettinata. L’ha sistemata a puntino, capisci?
Perché fosse pronta. O almeno questo è quel che mi ha sempre raccontato mia madre. A
volte me lo chiedo, sai, se non sia stato quello a darmi l’ispirazione» mano sul fianco,
apparentemente rivolto a quel se stesso di tanto tempo prima, nella lontana Rosedale.
«“Signor Robert, tu da grande farai il truccatore!”»
Piazzò la sua scatola portaesche sul trolley e la assicurò distrattamente con una corda
elastica verde. «Ma un episodio del genere» disse poi, «accaduto mentre stavi finendo di
nascere, secondo te è possibile che ti rimanga dentro per tutta la vita?»
«Per me i neonati sono capaci di qualunque cosa» rispose Gwen.
Alle 14.55, con il ticket del parcheggio del Chimes General Hospital accuratamente
riposto in una tasca interna con cerniera della borsetta, Gwen si spinse oltre le alte,
ampie porte scorrevoli che aveva attraversato tante volte, a notte fonda, durante lunghi
pomeriggi, quando in ballo c’era molto di più del suo piccolo destino personale. Gli
affluenti e i ruscelli dell’umanità dell’East Bay scorrevano nell’atrio dell’ospedale come
attraverso un filtro, in tutta la varietà faunistica di quel particolare laghetto. Il membro di
qualche gang in sedia a rotelle che scivolava verso l’ascensore con un mazzo di gigli e
gerbere infilato sotto il braccio, un vecchio signore scottato con un ciuffo di capelli bianchi
da astrofisico e i calzoncini corti, un tizio barbuto, aria da motociclista, con una gamba e
tre sole dita che Gwen immaginò essere un diabetico negligente divorato da una
neuropatia, due fresche mamme – una asiatica, una velata e coperta come una tenda
secondo le leggi dell’Islam – che sedute insieme ai loro bambini su sedie a rotelle più
festose attendevano che i mariti le raggiungessero con la macchina. Camici ospedalieri,
tute da lavoro, abiti da sera, casacche da baseball e gonnelloni colorati da fanciulla hippy,
due monaci buddhisti in abito zafferano, probabilmente tailandesi venuti dal vicino tempio
di Russell Street. Vedendoli, Gwen fu rapita dal bisogno fisico di una di quelle frittelline al
cocco ed erba cipollina che servivano lì la domenica mattina, solo che era giovedì, e
comunque Candygirl Clark non avrebbe permesso a una voglia improvvisa, nemmeno di
frittelle del tempio tailandese, di distoglierla da una missione.
«Caspita» disse Aviva, osservando i frutti della determinazione di Gwen. Scarpe,
vestito, giacca, le esuberanti volute della sua acconciatura ripristinata. «Ti sei proprio
rimessa a nuovo.»
Gwen si tirò giù il davanti del vestito.
Aviva appariva seria, magra ed efficiente come non mai, in un tailleur grigio talpa con
la gonna appena sopra il ginocchio. I capelli, uniformemente – si sarebbe potuto dire
perfino meticolosamente – screziati di grigio, erano raccolti in un largo fermaglio
d’argento messicano cesellato. Non un filo di trucco, a parte un tocco di colore sulle
labbra, di una o due tonalità più vivido rispetto al suo rosa naturale. Riposata,
concentrata e trasudante, parve a Gwen, un’ombra di rassegnazione al proprio destino.
Effettuata un’approfondita ispezione dell’aspetto di Gwen, Aviva si soffermò sugli occhi,
come tentando di estrapolarne un indizio sui pensieri o sullo stato d’animo della sua
socia.
«Ti senti pronta?» chiese.
«Non pronta, prontissima» disse Gwen.
«Ah, sì?» All’erta, incuriosita. «Sai forse qualcosa che io non so?»
«Non ancora» disse Gwen, dolce come lo zucchero. «Ma lavoriamo insieme da appena
dieci anni.»
«Mmm» fece Aviva, con il rilevatore di stronzate tarato come sempre su un numero di
ppm bassissimo.
Gwen, tutta occhioni sgranati e innocenza, si sorprese a sentirsi davvero forte e
ottimista, nonché – pur nell’assenza di frittelline al latte di cocco fumanti, spruzzate
d’erba cipollina verde e adagiate nella loro culla di carta – quasi pronta.
«Sto solo cercando, come dire, di affrontare questa faccenda mantenendo la dignità»
spiegò. «Non voglio mai più farmi trovare con la guardia abbassata.»
«Mi sembra un’ottima idea» disse Aviva. «Okay, allora. non ci resta che salire.»
Gwen diede un’occhiata all’orologio. «Diamogli ancora cinque minuti.»
«A chi?»
«A Moby» disse Gwen, e in quel momento vide l’omone che, sbandando a sinistra, si
faceva da parte per non travolgere due anziani neri, marito e moglie, che uscivano
dall’ingresso principale sorreggendosi a vicenda, come spioventi di una capanna umana,
temporaneo riparo dal giorno là fuori.
Aveva chiamato Moby subito dopo la fatidica doccia, l’ultima al Bruce Lee Institute, nel
corso della quale, avvolta dalla brezza cerebrale di tutti quegli ioni negativi, Gwen si era
ritrovata infusa dello spirito di Candygirl Clark.
«Lasciando da parte le battute sulla tua stazza di donna incinta» le aveva detto Moby
al telefono, «io difendo solo balene.»
«Sì, questo io lo so» aveva risposto Gwen. «Ma quelli del Chimes non lo sanno.»
«Sono stati loro a consigliarvi di portare un avvocato?»
«No, anzi, in teoria è solo un’udienza informativa. Ma proprio per questo è un’ottima
idea. Senti, Moby, tu non devi nemmeno parlare. Basta che te ne stai lì, con la tua bella
cravatta e la ventiquattrore, grosso e minaccioso come sei.»
«Ma dai. Davvero secondo te ho l’aria minacciosa?»
«Potenzialmente tantissimo.»
«Cioè sembro un tipo cazzuto?»
«A modo tuo.»
«Ehi, stai dicendo che ho il cazzuto-factor?»
«Appunto.»
In verità, l’entusiasmo nella voce di Moby, insieme all’orribile accento da aspirante nero
di strada, stavano facendo venire a Gwen qualche dubbio, ma quel giorno non c’era
spazio per dubbi, ripensamenti, esitazioni. Quel giorno Gwen doveva fare quel che
doveva, e nel contempo tentare, al meglio delle sue capacità e di quelle del signor
Robert, di volare come sapeva.
E adesso Moby si presentava in sandali Birkenstock marroni, con il più sformato dei
completi blu indossato su un paio di calzini neri.
«Oh, signore» disse Aviva.
«Urca.»
«Che ci fa lui qui?»
«Volevo intimidirli un po’» disse Gwen. «Ma sinceramente non avevo previsto i
Birkenstock.»
«Gwen!»
«Tranquilla.»
«Tranquilla?»
«Deve soltanto fare presenza. Essere lì fisicamente, occupare lo spazio di un
avvocato.»
«Va bene» concesse Aviva, sottintendendo che non andava bene affatto. «Devo dire
che sono un po’ confusa. Quando Garth Newgrange minaccia di farci causa per svariati
milioni di dollari, col rischio non solo di farci chiudere bottega, ma di spedirci tutt’e due
sotto un cazzo di ponte, tu con un avvocato non vuoi nemmeno parlarci.»
«Garth non ha gli estremi per farci causa. Sua figlia sta bene, Lydia sta bene.»
«E invece per questa cosa» sorda, all’occorrenza, proprio come il signor Robert «chiami
uno che il suo ultimo processo l’ha fatto in un parco acquatico.»
«Signore» disse Moby, con il garbo più terribile che si possa immaginare. Gwen avvertì
un nuovo fremito d’incertezza. Mentre l’ascensore saliva, tuttavia, Moby assunse un
atteggiamento sorprendentemente professionale, parlando rapido e a bassa voce,
galleggiando, anzi nuotando disinvolto, nella propria competenza.
«Ho parlato con la loro responsabile legale» disse alle due socie. «Mi ha detto che, pur
essendo stato presentato un reclamo formale, non è che, come dire, non si possa
cancellare. Non è scritto nella pietra, insomma. È a discrezione della commissione, che ha
anche il potere di archiviarlo, se accontentiamo Lazar e diamo loro motivo di farlo. Magari
terranno te, Gwen, sotto osservazione per sei mesi, un anno. Poi tutto tornerà come
prima.»
«“Se diamo loro motivo”» ripeté Gwen. «E che genere di motivo aveva in mente, la
responsabile legale? Com’è che secondo lei dovrei “accontentare” Lazar?»
«Oh, Gwen, Dio santo, lo sai benissimo cosa devi fare» disse Aviva.
«Ovvero?»
Aviva non disse nulla, non sentì di dover aggiungere nulla, come sempre confidando
nelle proprietà telepatiche delle proprie sacrosante e incontrovertibili argomentazioni. Ma
stavolta Gwen si rifiutò di ascoltarle, sapendo che la parola segreta era «scusarsi», e
tuttavia decisa a sostenere lo sguardo di Aviva mentre l’ascensore si apriva al quarto
piano per lasciare entrare un fantasma, si richiudeva, proseguiva la corsa.
«Scusarti» disse infine Aviva, dando al verbo una lieve intonazione imperativa.
«Scusarmi?» Gwen simulò un certo shock di fronte alla rivelazione. «Con Lazar? E per
cosa?»
«Per niente. È una formula vuota, priva di significato: “Le chiedo scusa”. Letteralmente?
Letteralmente, significa che sei pentita, che ti dispiace. Ma questo nessuno lo sa, e
comunque nessuno lo dice mai con quell’intenzione. Sono solo parole, Gwen. Una cosa
simbolica, una casellina sulla lista di qualcun altro, tu prendi la matita e…» Spuntò una
voce da un invisibile elenco sospeso a mezz’aria. «Pronunci quelle tre parole, ingoi la
medicina e tutti quanti possiamo…»
«Ingoi la medicina» ripeté Gwen, aprendo una nuova confezione di virgolette ironiche,
presa da una scorta che non accennava a esaurirsi. «Ma sì, certo, perché in fin dei conti
stiamo parlando di medici, giusto? Basta che non tentino di somministrarmela per via
rettale…»
L’ascensore si aprì al sesto piano, e Gwen tacque. Seguì una fase di smarrimento
mentre cercavano la sala conferenze, vagando per un intrico di corridoi e atri secondari,
finché non incontrarono Lazar in persona, che si asciugava la bocca con una manica dopo
essersi abbeverato alla fontanella di un corridoio ricoperto di moquette azzurra vicino alla
sala infermiere. Indossava una camicia azzurro chiaro con una cravatta di maglia dalla
punta squadrata, e un paio di pantaloni blu in un tessuto dalla trama diagonale, così
stretti che le cosce da ciclista gli sollevavano gli orli a un’altezza da allagamento.
«Mi spiace che si sia dovuti arrivare a tanto» gli disse Aviva.
«Non ne dubito» ribatté lui, evitando accuratamente di incrociare lo sguardo di Gwen.
Aprì la porta della sala conferenze e si fece da parte per lasciarle entrare.
Durante le presentazioni, Gwen si rese conto che le era andata bene: la commissione
disciplinare di ostetricia attualmente era formata da tre ginecologi ospedalieri, tutti
maschi. Li conosceva, in passato aveva lavorato con tutti e tre, e sia lei sia Aviva
intrattenevano con loro rapporti cordiali, e nel caso del dottor Bernstein, che presiedeva
la sessione, addirittura affettuosi. Bernstein aveva inviato decine di pazienti alla Birth
Partners, e in diverse occasioni nel corso degli anni Gwen aveva avuto l’impressione che il
vecchio Aryeh Bernstein ci stesse provando, in quel modo un po’ annoiato che hanno i
medici, con Aviva. Ma nulla di tutto ciò aveva qualcosa a che fare con la fortuna di Gwen.
3 GINECOLOGI MASCHI BIANCHI, scrisse Aviva sul primo foglio di uno dei notes che la stenografa

dell’ospedale aveva distribuito alle socie. VS. 1 OSTETRICA NERA = VERAMENTE EQUILIBRATO.
«Veramente» rimarcò ad alta voce Gwen, che pure non avrebbe saputo dove collocare
il dottor Soleymanzadeh sulla scala della bianchitudine.
La stenografa, una formidabile signora filippina di una certa età che di quell’incontro
avrebbe registrato anche l’audio, aggrottò la fronte, quindi digitò nove lettere di verbale.
Bernstein trasalì, spiazzato dal ticchettio dei tasti, chiaramente preoccupato che avessero
cominciato senza di lui.
«Allora» disse, accennando con la testa a Soleymanzadeh e Leery, rispettivamente alla
sua sinistra e alla sua destra. «Signora Jaffe, signora Shanks. Gwen, Aviva. Come sapete,
oggi siamo qui per dare seguito a un reclamo sporto dal qui presente dottor Lazar, Paul
Lazar, dopo un episodio avvenuto presso il nostro pronto soccorso il giorno dodici. Questa
seduta ha il solo scopo di raccogliere informazioni, affinché io, il dottor Soleymanzadeh e
il dottor Leery possiamo farci un quadro più completo dell’accaduto, che ci permetta di
operare una valutazione circa il futuro della vostra collaborazione col Chimes General. Si
tratta di un reclamo serio, e in merito a una faccenda senza dubbio delicata. È forse
anche il caso di sottolineare che, qualunque sia la valutazione a cui alla fine perverremo,
con tutta probabilità essa coinciderà con i provvedimenti che verranno presi dall’ospedale.
Tuttavia…»
«O che non verranno presi» disse Moby, come per rendersi utile.
«Tuttavia» riprese Bernstein, «vorrei cominciare col ricordarvi, Gwen e Aviva, che
questa udienza rientra nell’ambito delle politiche ospedaliere e dipartimentali in merito
alla condotta e allo status delle infermiere-ostetriche tra queste mura. Mi preme
sottolineare che non si tratta di un’azione legale. Non vi serve un avvocato.»
«Dottor… Bernstein. Le spiego: un avvocato funziona un po’ come un ombrello» disse
Moby, che sembrava più rilassato e nel suo elemento di quanto Gwen l’avesse mai visto.
Nessuna aspirazione da nero di strada nei gesti o nella voce. «Il giorno in cui lo lasci a
casa, ecco che piove.»
«Mi rendo conto, dottore» disse Gwen. «Sono solo prudente. Spero lo sia anche lei.»
Vide l’effetto che sortirono le sue parole, il modo brusco in cui le sopracciglia di Joe
Leery decollarono verso l’alto, per poi paracadutarsi nuovamente sul crinale della fronte.
«D’accordo» disse Bernstein, «e, come dire, siete certamente libere di fare come
credete. Signor Oberstein.»
«Dottore.»
«Prima di passare a esaminare le accuse e le questioni assai serie che sono state
sollevate, credo sia il caso di soffermarci su un dettaglio molto importante: sia la madre
sia la bambina stanno bene. Non è di questo che siamo venuti a discutere.»
Sette diverse variazioni dello stesso doveroso cenno d’assenso: su quel punto, l’accordo
era assoluto.
«Veniamo a lei, dottor Lazar» disse Bernstein. «Abbiamo tutti ricevuto il suo reclamo, e
mi sembra piuttosto evidente che a suo avviso il comportamento della signora Shanks sia
stato non solo poco professionale, ma abbia addirittura nuociuto alla qualità
dell’assistenza forni…»
«Senta» interruppe Lazar, eternamente stronzo, stronzo fino al midollo di una
stronzaggine statisticamente frequente tra i medici, che in quanto tale non pareva
necessariamente smentire la buona fortuna di Gwen. «Io non voglio fare a gara a chi
piscia più lontano, va bene? Non mi interessa chi abbia fatto la cazzata, o che cazzata
abbia fatto, né se abbia senso o meno che la gente partorisca nella vasca da bagno di
casa. Per me tutta questa storia si riduce al fatto che la qui presente signora Shanks,
quando le ho chiesto spiegazioni, com’ero perfettamente in diritto di fare, ha reagito in
modo bellicoso, minaccioso e aggressivo. D’accordo? E se questo non costituisce un
comportamento inappropriato nei confronti dello staff ospedaliero da parte di chi in
questo ospedale gode di un accesso senza restrizioni, be’, allora non so proprio di cosa
cazzo stiamo parlando.»
Lanciò un’occhiata alla stenografa, come indeciso se chiederle il permesso di
riformulare.
«Magari bellicosa e aggressiva» disse il dottor Soleymanzadeh, un uomo attraente dal
viso aquilino e con due occhi marroni di insensata bellezza. Sfogliò la dichiarazione di
Lazar che aveva sul tavolo davanti a sé, due pagine a spaziatura doppia pressoché prive
di dettagli specifici, nonché di un qualsivoglia interesse per gli eventuali lettori. Tutto
pesantemente distorto, ma nella sostanza, immaginò Gwen, vero. «Minacciosa mi sembra
improbabile, Paul.»
«Perché in fin dei conti il punto è questo, no?» disse il dottor Leery, un uomo anziano, il
più amabile e il meno competente dei dottori presenti in sala. «Aggressività, bellicosità, è
difficile capire se…»
«Tu dici che la signora Shanks ti ha minacciato» riprese Bernstein, «ma nel tuo
resoconto, Paul, non mi pare di aver…»
«Non fisicamente, d’accordo.»
«Però ti ha minacciato.»
«Più in modo verbale, diciamo.»
Gwen sentiva che Aviva e Moby la stavano guardando, in attesa che lei interrompesse,
negasse, contestasse. Ma lei non era venuta per litigare con quelle teste di cazzo.
Attendeva, cercando l’occasione giusta.
«D’accordo» disse Bernstein. «Sfumature semantiche a parte, potresti, possiamo
chiederti di essere un pochino più specifico?»
Era strano: di colpo Lazar sembrava aver perso qualsiasi interesse per la situazione.
Seduto sotto i neon ronzanti, aveva l’aria più stanca e lo sguardo più spento che mai.
Scrollò le spalle, massimamente annoiato da se stesso e dagli altri. «Mi ha urlato in
faccia» disse nel tono di chi non ha altro da aggiungere.
Bernstein si voltò verso Gwen. «Signora Shanks, vuole replicare?»
Senza parlare Gwen si consultò con il suo avvocato, il quale si raddrizzò sulla sedia in
preda a un lieve panico. Si tastò le tasche della mente come se avesse lasciato il
portafogli sull’autobus. Ma il suo sguardo era un monito rivolto a Gwen: poche parole, e
cazzute. Poi, lentamente, visto che lei se lo aspettava, fece sì con la testa. Gwen si alzò
in piedi quasi obbediente.
Sapeva ciò che doveva fare e peggio ancora come doveva farlo. Era necessario.
«La ringrazio, dottor Bernstein» disse. «Sì, vorrei rispondere. Dottor Leery, dottor
Soleymanzadeh, sarò sincera. In quel momento ero molto arrabbiata. Di sicuro gli stavo
molto vicino, e forse gli ho perfino parlato “in faccia.” Ma guardatemi.»
In piedi, compì una lenta rotazione su se stessa, beandosi della propria mole. «Tanto
per cominciare, avrei certo potuto posizionare i miei piedi a una distanza appropriata dal
dottor Lazar, ma anche in quel caso buona parte del mio corpo sarebbe stata comunque
davanti alla sua faccia.» Una cordicella di risate cinse i medici. Perfino l’arcigna
stenografa si interruppe per un istante e sorrise. «Secondo» continuò Gwen, «a voi
sembro pericolosa? Minacciosa?» Non c’era bisogno, in quel momento, di citare la sua
cintura nera, il fatto che, se avesse voluto, pur essendo trenta centimetri più bassa di
Lazar e provvista dell’agilità di un sacco di sabbia, avrebbe potuto spezzargli ogni singolo
osso del corpo. Lanciò un’occhiata a Moby, il quale se la stava spassando, annuiva coi
guanciotti sobbalzanti, orgoglioso come se l’avesse istruita su ogni passaggio. «Detto
questo, d’accordo, concediamoglielo. Su questo punto può avere ragione.» Moby smise di
annuire. «Sono stata aggressiva. Bellicosa. Minacciosa.» Il vecchio Moby rimpianse di non
essere rimasto in compagnia delle sue orche. «Come ho già detto, ero arrabbiata. E
signori, avevo il diritto di esserlo. Quest’uomo, Paul Lazar, mi aveva appena riservato un
trattamento così ignobile, così sgradevole, che sono certa, anzi lo spero, avrebbe fatto
arrabbiare anche voi.» Teneva lo sguardo fisso sulle facce dei tre inquisitori, temendo, se
avesse guardato Aviva, di perdere il coraggio. «Quest’uomo, Paul Lazar. Mi spiace doverlo
dire. E non avrei voluto. Non avrei voluto dirlo a nessuno, nemmeno al mio avvocato,
perché sapevo che se l’avessi fatto, lui mi avrebbe consigliato di segnalare la cosa alla
commissione per le pari opportunità sul lavoro. Ma alla fine mi sono detta che non potevo
starmene a guardare, e permettergli di farla franca. Non quando si è comportato come un
razzista della peggior…»
«Oh!» disse Lazar. «Calma…»
«Non quando ha usato parole offensive della peggior specie.»
«Signora, ma per cortesia.»
«Ha fatto una battuta sui miei capelli. Sui capelli dei neri, sul fatto che ce li stiriamo.»
«Io…»
Poi la memoria. Una puntura di spillo, l’aria che gli usciva di bocca con un sibilo, mentre
un’improvvisa consapevolezza, accompagnata da un turbato guizzare di sguardi, si
instillava nei volti di Leery, Bernstein e Soleymanzadeh. E lì si espandeva come la
macchia di una bustina di tè in una tazza d’acqua calda. Gwen si girò verso Aviva,
sfidandola a darle man forte o a battere in ritirata. I medici – anche Lazar – si voltarono
per vedere ciò che avrebbe detto Aviva Roth-Jaffe, la Alice Waters delle ostetriche, la
pietra sulla quale si fondava la moderna ostetricia della East Bay.
«Mi ha dato della strega.»
«Ma non è vero!»
«Mi ha accusata di praticare il vudù.»
«Ary, non è assolutamente vero» disse Lazar a Bernstein. Ora vigile, animato, tutto
teso a imprimere alla propria voce un tono il più sincero possibile, addirittura più sincero
di quanto richiedesse il fatto di stare dicendo la verità. «Io non intendevo…»
«C’è un’intera sala d’attesa che può testimoniarlo» disse Gwen. «L’hanno sentita tutti.
Quella gente si sarà registrata all’accettazione, sono sicura che la si può rintracciare. E
tutti confermeranno. Lei ha detto: “Altri cinque minuti a bruciare incenso o non so quali
vudù, e quella madre non ce l’avrebbe fatta”.»
Lazar aprì la bocca per protestare, poi la richiuse.
Bernstein guardò Aviva, che lanciò un’occhiata a Gwen, sperando e dubitando e
soprattutto, pensò Gwen, temendo che la sua socia sapesse quel che faceva.
«Quello me lo ricordo anch’io» disse Aviva. «Non so se siano state le sue esatte parole,
ma la parte sul vudù è vera al cento per cento.»
Bernstein guardò Lazar. «Paul?»
«Ma cosa c’è di razzista nel dire “vudù”?» disse Lazar. «Io intendevo solo, sì, insomma,
tutte quelle stronzate new age tipo aromaterapia e quant’altro.»
«Se intendeva “aromaterapia”» disse Moby, scendendo in campo, pronto a dare man
forte a Gwen per aumentare il suo vantaggio, «perché allora ha detto “vudù?”»
«Esatto, perché?» lo incalzò Gwen.
«Forse è il caso di convocare la responsabile dell’ufficio legale» propose Moby.
«Io non credo che…» cominciò Bernstein.
«Mi spiace di aver perso il controllo» ammise Gwen. «Davvero. Ho dedicato tutta la mia
vita professionale, tutta la mia vita punto, a mantenere la calma. Ho sempre lottato per
rimanere al di sopra delle parti, e ci sono sempre riuscita. Ma quando qualcuno ricorre a
quel tipo di retorica, a certi discorsi che trasudano odio, mi spiace tanto… ma dal mio
punto di vista ho il dovere di reagire.»
«Come tutti» puntualizzò Moby.
«Certamente» disse Bernstein. «Gwen, nessuno pensa che tu debba tollerare un certo
tipo di linguaggio. Paul, devo dire che sono molto sorpreso.»
«Sono certo» intervenne Leery «che ci sia stato un grosso equivoco. Un errore di
valutazione.»
«Il collega era a fine turno» disse Soleymanzadeh. «Evidentemente era stanco.»
Gwen si accorse che Aviva si stava mordicchiando un’unghia, vizio che detestava e
tentava di sconfiggere da anni. Sembrava non sentirsi bene, come se fosse in procinto di
alzarsi e uscire di corsa dalla sala.
«D’accordo, ecco qual è la mia idea» riprese Bernstein. «Propongo di rivedere tutta la
questione alla luce di quello che abbiamo appena sentito. Ci prendiamo un momento per
riflettere e poi…»
«Mi dispiace» disse Lazar con il viso tra le mani. «D’accordo?» Abbassò le mani, e la
loro impronta nella carne giallastra delle guance rimase per un attimo accesa di rosso
come un residuo di rabbia, quindi sbiadì. «Ero stanco, distrutto, e pure incazzato. Va
bene, voi dite che sono stato stronzo, okay, per me non è certo una novità, mi spiego?
Magari non lo è per nessuno dei presenti. Ma io sono uno stronzo democratico. Sono
stronzo con tutti, neri, bianchi, azzurri e verdi.» In qualche modo, come basandosi su
informazioni di seconda mano e antiche tradizioni a lungo dimenticate, provò ad
atteggiare i propri lineamenti in un’espressione che aspirava a ricordare un sorriso. «Ary,
di’ qualcosa.»
«A volte sei un po’ irritabile» suggerì Bernstein.
«Appunto. Sono assolutamente irritabile. Ed è per questo che… senta, signora Shanks.
Gwen. Mi scusi per quello che le ho detto. Okay?»
Tutti si girarono verso Gwen, certi che avrebbe accettato le finte scuse di Lazar – il
vecchio e stantio ritornello del non sono razzista, odio tutti allo stesso modo – e,
soprattutto, certi che avrebbe finalmente mollato il colpo, che avrebbe ceduto e si
sarebbe scusata a sua volta, accettando, secondo i suggerimenti di Aviva, di gettare oltre
la rete quella pallina di parole vuote di ogni significato.
«Davvero credibile» disse invece Gwen. Raccolse il notes su cui non aveva scritto una
sola parola. «Aryeh, dottor Soleymanzadeh. Dottor Leery. Grazie della disponibilità.»
«Signora Shanks» disse Leery con voce addolorata.
«Gwen, Dio santissimo» disse Aviva, e poi, ai dottori, con una sincerità e un calore
notevoli nella voce: «Anche lei è dispiaciuta. Lo siamo entrambe. Per noi è importante
avere buoni rapporti con il Chimes. Sia a livello umano sia professionale».
E sottolineò l’ultima parola con altre tre scarabocchiate di furia sul notes: COSTI D’IMPRESA!
«No, Aviva» disse Gwen. «Avrò qualcosa che non va, ma io non sono dispiaciuta. Sarà
un caratteristica di noi neri, eh, Paul?»
«Non saprei proprio.»
«Signori, sono davvero ansiosa di conoscere le vostre conclusioni e quelle della
commissione per le pari opportunità, sulla faccenda. E adesso» aggiunse Gwen con un
cenno a Moby, cavalcando l’onda, parlando praticamente a se stessa, «se volete
scusarmi.»
Dopodiché, sentendo di avere più o meno volato come sapeva e fatto ciò che doveva,
Gwen passò a occuparsi della riconquista di casa sua.
«Luther Stallings» scriveva A.O. Scott nella sua recensione di Strutter colpisce ancora
sul «New York Times», «oltre a riscattare se stesso, ha riscattato anche il genere
cinematografico americano grossolanamente definito blaxploitation, e speriamo che
questo meraviglioso nuovo film possa seppellire una volta per tutte tale ignobile
etichetta.»
Era solo uno dei ritagli. C’erano recensioni positive su «Time», «Ebony» e
«Entertainment Weekly». Copertine su «People» ed «Esquire». Dagli articoli erano stati
ricavati strilli per i manifesti pubblicitari e le confezioni dei DVD, esclamazioni utili come
AUDACE!, SENSAZIONALE! e UN THRILLER PIENO DI AZIONE! Sulla locandina del film, sopra un’immagine a

figura intera di Candygirl Clark e Cleon Strutter stretti l’uno all’altra, la spalla sinistra di lei
contro la destra di lui, lettere giganti proclamavano APPROVATO! EBERT & ROEPER.
«Sembra proprio vero» disse Titus.
Non lo pensava affatto, ma il suo tono era convinto. Era un ovvio collage realizzato con
testi, disegni e grafiche ritagliati dalle pagine di giornali e riviste vere, e testi stampati dal
computer che tentavano con moderato successo di imitare i caratteri delle pubblicazioni
originali. Sfogliando quell’archivio casalingo, Julie provò una fitta al petto, ma non
avrebbe saputo dire se fosse per la sincerità approssimativa del finto archivio o per la
finta e genuina sincerità con cui Titus era pronto a giurare che sembrava vero.
«Assolutamente» convenne Julie.
Nel contenitore c’erano anche sette diverse stesure, di cui sei scritte a mano in una
grafia obliqua, su carta da lettere della prigione, della sceneggiatura del film; un fascio
sottile di vecchi primi piani di Luther Stallings quand’era ancora Luther Stallings, con
un’espressione indecifrabile, e quel luccichio da Strutter negli occhi, giovane e bellissimo.
Riassunti e schemi tracciati perlopiù a mano. Una cartellina rossa contrassegnata BUDGET
che conteneva fogli contabili dall’aria ufficiale, e una blu contrassegnata LOCATION
traboccante di decine di fotografie 10×15 di Chinatown, East Oakland, il museo e l’interno
di un ristorante che Julie riconobbe essere il Merritt.
Un portfolio in similpelle rivelò un mazzo di storyboard, strisce di vignette stilizzate,
incollate col nastro adesivo a tavole ricavate da cartoni per la pizza. Il vero tesoro e cuore
dell’archivio era di certo la locandina, talmente grande da dover essere ripiegata a metà.
Era stata realizzata coi pastelli, senza dubbio in un arco di tempo molto lungo, i colori
leggeri accuratamente sfumati per conferire a tutto l’insieme un’appropriata patina come
di sogno. Le figure in posa di Strutter e Candygirl erano goffe, tutte gambe (troppe
perfino per Valletta Moore), e dagli occhi e dai sorrisi spenti si capiva che i volti erano
stati copiati con accuratezza da delle fotografie.
«Artista galeotto» disse il papà di Archy quasi in tono di scusa, scrutando la locandina
con espressione critica. Sorrise; ecco il luccichio dell’antico primo piano. A Julie ricordò
Archy, e poi pensò a Titus, sul marciapiede fuori dal Bruce Lee Institute, che architettava
l’intera avventura. «E però, devo dire, secondo me non è niente male.»
«Dove li prenderai i soldi per il film?» chiese Titus. «Cioè per farlo davvero.»
«Qua e là.» Luther provò a buttarla sullo scherzoso, sul cospiratorio, poi preferì evitare
di fare la figura del pagliaccio. «Mai sentito parlare di Gibson Goode?»
Ovviamente sì: Titus ne aveva sentito parlare per via dei suoi record di sfondamento e
dei Grammy Awards, Julie aveva più o meno intuito che l’ex quarterback intendesse
dedicare la propria ricchezza, fama e magia alla distruzione di Nat Jaffe e del Brokeland
Records.
«Un po’ verranno da lui, come compenso per certi miei servizi. Un po’ farò affidamento
sugli introiti provenienti da un’altra fonte, un imprenditore di qui. Un vecchio socio
d’affari, diciamo, un mio conoscente, sempre stato affidabile. Fra quel che dovrebbe
scucire lui e quel che si è già impegnato a versare Goode, diciamo in tutto…» Luther
tamburellò col dito sulla cartellina rossa. «Penso di poter fare il film con… diciamo
centomila. Che è quanto spero di racimolare.»
Julie era affascinato dalle dita di Luther, dalle sue mani. I dorsi erano marrone-
rossiccio, che sbiadiva in oro in corrispondenza dei palmi. Le dita erano snelle, lunghe e
fluide, ma indiscutibilmente letali. Sembravano scolpite con strumenti di precisione da un
regale palco di corna.
«Hai un vecchio amico con un mucchio di soldi» disse Titus, «ma intanto tu dormi in un
garage.»
Valletta fece una lunga, amara risata e si alzò dal tavolo dov’era passata a pitturarsi le
unghie dei piedi. «Il ragazzo ha sale in zucca» disse. Infilò i piedi in un paio di sandali
azzurri del Dr. Scholl e ciabattando sul pavimento di cemento si avviò verso la porta del
bagno, sulla quale un maestro dell’aerografo aveva creato un’immagine fotorealistica di
un personaggio alla Conan il Barbaro in stile Frank Frazetta, seduto sul water con l’ascia e
la spada di fronte a sé, intento a cagare con un’espressione di barbarica gioia. «Avrà
preso dalla madre.» La porta del bagno sbatté alle sue spalle.
«Qui stiamo da dio, ragazzo» disse il nonno. «Dico davvero. Non che non speri di
trovare qualcosa di meglio, in futuro. Ma preferirei che tu la smettessi di battere su
questo tasto.»
Il compressore rintronò l’intero edificio come un unico, possente allarme antincendio
che riverberava nel cemento armato; l’aria vibrò come percossa. A Julie il fragore iniziava
a dare sui nervi. Qualcuno si era messo a cuocere un qualche intruglio venefico
necessario ai lavori della carrozzeria, che a Julie ricordava l’odore delle banane bruciate.
«Chiedo scusa» disse Titus. Era la prima volta che Julie lo sentiva adoperare quelle
parole in quella configurazione.
«Non è esattamente un amico, per rispondere alla tua domanda. Diciamo che, ecco,
abbiamo un passato comune. Tanto tempo fa, nell’era giurassica.» Indicò le rovine della
Toronado. «La terra pullulava di fottuti dinosauri.» S’interruppe per ridacchiare di quella
battuta autoironica, poi sembrò smarrire il filo, come perso in quei giorni mesozoici. «Io e
questo tizio abbiamo avuto qualche attrito, non so se mi spiego. Certo che ne è passata
di acqua, sotto quei cazzo di ponti. Ma si convincerà. In pratica, se vuole continuare a fare
affari con profitto, si deve convincere. Insomma, le cose stanno così.»
A Julie la cosa puzzava, e intuì, grazie a quel che sapeva sugli ultimi decenni della
storia di Luther Stallings, che forse c’era di mezzo la droga. Forse Luther si era preso
qualche colpa, di cui aveva subito le conseguenze, affinché il misterioso vecchio amico
dell’era giurassica potesse restare in libertà, e ora, secondo i patti, era venuto il momento
di ripagare Luther per essersi sobbarcato quel sacrificio. O forse, pensò Julie, pescando a
casaccio dal campionario di citazioni cinematografiche dell’ultima settimana, e
dimenticando che Luther non era un mago del furto, e che ne aveva solo interpretato il
ruolo in un film così così e in un altro disastroso, forse era come in Getaway!, e il
misterioso «compagno di corse» aveva organizzato il rilascio di Luther dal carcere perché
ne aveva bisogno per un lavoretto. Nell’immaginazione di Julie, il sinistro benefattore
aveva già assunto le sembianze dell’attore Ben Johnson, ragion per cui fu sconcertato nel
sentire il nonno di Titus che diceva: «Tuo padre lo conosce. Chan, Chandler Flowers,
quello delle pompe funebri».
«Lo conosco anch’io!» disse Julie, facendo trasalire sia se stesso sia Luther Stallings, il
quale pareva incline a dimenticarsi della sua presenza. «È nel consiglio comunale di
Oakland. Ed è anche un cliente del Brokeland. Gli piace King Curtis.»
«King Curtis, Earl Bostic, Illinois Jacquet» assentì Luther Stallings. «Va pazzo per tutti i
vecchi strombazzatori.»
«Il Grande Chan» disse Julie.
«Cosiddetto, cosiddetto» bofonchiò Luther. «Il vecchio Chan, sapete, non è mai stato
un tipo flessibile. È cocciuto, rigido. Ma prima o poi confido che si convincerà.»
«Faresti bene a sperare il contrario, vecchio scemo.»
Luther Stallings fu colto del tutto alla sprovvista, esattamente come Julie e Titus. Se a
parlare fosse stato un brutto ceffo, o magari un Ben Johnson con la sua calibro 45 in
pugno, Luther sarebbe stato bell’e spacciato. Altro che istinti affinati da anni di
addestramento in arcane arti marziali o dalla spietata realtà della vita in prigione. In quel
momento, Luther si ricordò di brandire il bastone da passeggio, ma era troppo tardi, e lo
sapeva. Proiettili fantasma gli crivellarono di buchi fantasma la testa e il tronco. Abbassò
il bastone con aria disgustata. «Cazzo, Eddie!» esclamò. «Che razza di rifugio segreto è
questo?»
Eddie replicò in tono spiccio, annoiato: «Ah sì, ci sono visite».
«Ehi, Ed, tutto okay?»
«Ciao, Archy. Il bolide come va?»
«Fila che è un piacere.»
«E il pupo?»
«Ah, no no, è ancora presto. Julie, Titus. Salite su quella cazzo di macchina.»
Julie conosceva Archy Stallings da quando aveva quattro anni. Cercò di ricordare se, in
tutto quel tempo, lo avesse mai visto arrabbiarsi due volte nella stessa giornata. Luther
sorrideva, o comunque mostrava i denti, un sorriso bizzarro, come se avesse perso dei
soldi scommettendo su un esito ben peggiore del semplice fatto di perdere. «Ma tu
guarda» disse. «Il grand’uomo.»
Una mentina apparve per un attimo nella bocca di Archy, scivolando sulla punta della
lingua. «Ragazzi» disse. «In macchina.»
«Senti, vaffanculo» disse Titus.
Nel poco tempo – un’ora, un’ora e mezzo – che avevano trascorso alla Motor City,
strapazzati dal compressore come ossa in un macinino, a guardare i pirati di Eddie Cantor
che armati di cannello massacravano la Citation per poterla ricostruire, in una magica
carneficina che sembrava uscita dal Libro dei miti del nord, nani carrozzieri intenti a
sostituire i fanali anteriori con diamanti, e gli pneumatici con cinghiali selvatici, e il
motore con un cuore di drago, Valletta Moore che passava dalle dita delle mani a quelle
dei piedi, accavallando una lunga gamba sul tamburo d’acciaio, chinandosi in avanti in
modo da concedere ai ragazzi una fuggevole visione della terra nebulosa fra le sue
gambe, che da quel momento in poi, nel retro dell’immaginazione di Julie, sarebbe
rimasta per sempre confusa con la visione della storia del Paese elaborata da Luther
Stallings mentre macinava addominali a decine, tutta quella tirata egizia su Oakland
come terra della rinascita dei neri per via dei facchini di Pullman – in tutto quel tempo,
seduto sul vecchio divano lercio, Titus sembrava essersi rilassato per la prima volta nella
sua vita. Gli spigoli si erano smussati, le corde allentate. Le sue parole suonavano
sincere, non racchiuse fra ironiche virgolette, o nell’imitazione di qualche celebrità o nella
parodia della parlata di un teppistello di quartiere. Ma ora il filo si era teso di scatto
ancora una volta, e Julie non avrebbe saputo dire se a esclamare «Senti, vaffanculo»
fosse stato davvero Titus o un immaginario negro di strada.
«Abbiamo deciso di stare un po’ insieme» disse Luther. «Io e mio nipote. E il mio amico
Julius. Non è così, ragazzi?»
«Sissignore.»
Il mio amico. Julie fu estasiato da quell’epiteto. «Sissignore» ripeté.
«Che c’è di male?» s’informò Luther. «Hai qualcosa in contrario?»
«Ah, ecco, di colpo è tuo nipote.»
«Altro che di colpo. Sono già, vediamo… quanti anni hai, ragazzo?»
«Quattordici.»
«Sono quattordici anni.»
«Quattordici anni in cui non hai mai saputo un cazzo o non te n’è mai fregato un
cazzo.»
«Senti chi parla.»
«Bel colpo!» fece Titus, come divertito da quella replica, sebbene Julie non riuscisse a
immaginare cosa potesse esserci di divertente nell’idea che, in quattordici anni di vita,
tuo padre se ne fosse fregato di te esattamente tanto quanto se n’era fregato tuo nonno.
Ma Julie aveva avuto modo di constatare che Titus, come altri ragazzi neri di sua
conoscenza, sembrava capace di vedere il lato spassoso di cose che a lui mettevano solo
tristezza.
«Come hai fatto a trovarci?» chiese Julie.
«Un cliente, il proprietario del servizio taxi, il signor Mirchandani. Hai dato il tuo
biglietto da visita al conducente?»
«Ah, già.»
«Il signor M. ha riconosciuto il nome e mi ha chiamato sul cellulare.»
«Carino da parte sua» disse Julie.
«Certo, certo» disse Archy. «Va bene, dai, sono venuto a salvarvi, ora dobbiamo
andare.»
Julie si mosse verso Archy, più che disposto ad andare a casa, ma quando si voltò a
guardare Titus, capì che sarebbero rimasti lì ad affrontare problemi generazionali ancora
per un po’.
«Muovetevi! Devo andare al Costco a incontrarmi con la banda. Alzate il culo e salite in
macchina.»
«E allora vai» disse Titus. Poi, in tono più mite: «Dai, Julie, tornatene pure a casa».
«E tu vuoi rimanere qui» disse Julie. «Cioè, in un garage.»
«Ciao, Archy.»
«Ehi, Valletta. Che si dice?»
«Mah, il solito. L’ennesima giornata del cazzo nella Terra della Rinascita degli antichi
egizi.»
«Come hai detto?»
Valletta si limitò a scuotere la testa lungo un arco infinitesimale, quasi un tremito,
come se ripetere quella frase le costasse troppa dignità.
«Allora, sei pronta a fare la matrigna, stavolta? Anzi, la nonnigna. A quanto sembra,
presto avrete un’altra bocca da sfamare.»
«Mica lo sapevo.»
«Restiamo così, Luther? Che Titus rimane qui da te?» Archy fece vagare lentamente lo
sguardo per i locali della Motor City autoriparazioni e modifiche, in modo teatrale ma
attento. «Come posto non sembra comodissimo. Davvero tu e Valletta dormite qui?»
Anche Julie se l’era chiesto. Esitava a considerare la possibilità che i due divani grigi,
con la tinta originaria sbiadita dal tempo, potessero convertirsi in giacigli per degli esseri
umani.
«Non ci lamentiamo» disse Luther.
«Mi fa piacere. Spazio per un altro ne avete?»
Luther non rispose, se ne stette lì con le braccia conserte e un’espressione offesa,
muovendo le labbra come se cercasse di farsi venire in mente un motivo per cui Archy
avrebbe dovuto mostrare maggior rispetto. Infine scrollò le spalle e si voltò verso Titus.
«Dai, fila» disse.
Titus crollò. Tutta la vivacità, tutta la ferocia gli svanì dal viso. Non si mosse, non disse
una parola. Vedendolo, Julie provò pena, non perché il suo amico ci fosse rimasto male,
quanto per il fatto che aveva potuto pensare che Luther gli permettesse di restare lì.
«Fila!» ripeté Luther. «Ora come ora, non mi risulta che Eddie Cantor voglia mettere su
una cooperativa sociale.»
Dalla sua postazione di lavoro, Eddie annuì con fermezza, e sembrò lì lì per far notare a
Luther che non aveva messo su neppure un albergo, né una comunità di recupero, né un
bed & breakfast.
Titus tentò un esperimento folle. «Nonno» azzardò. In bocca a lui quella parola suonò
esotica, improbabile, quasi si riferisse a una creatura mitica o estinta da tempo.
«Un passo alla volta» ammonì Luther.
«Un passo mi pare già troppo» fece Archy, e Valletta aggiunse «Appunto».
«Vai» disse ancora Luther. «Tanto ci rivediamo.»
In un ultimo, sgangherato accesso emotivo, Titus si afflosciò come un bambino e
sbuffò. Poi si raddrizzò e passò impettito davanti ad Archy, con la camminata di Strutter,
diretto verso la porta aperta della postazione di mezzo. «Ma come puoi permettere che
tuo padre viva così?» disse.
Julie, di fronte all’inaspettata sensazione che Archy, storicamente la sua persona
preferita al mondo, si stesse comportando da vero bastardo con Luther, che si era
rimesso in riga ed era tanto dispiaciuto di tutto, e aveva semplicemente bisogno di un po’
di aiuto, non ebbe il coraggio di esprimerla ad alta voce, ma si diresse verso il contenitore
sul banco da lavoro e lo indicò. «Non è che posso prendere uno di quei primi piani?»
disse. «I suoi film mi piacciono tantissimo.»
«Come?» disse Luther, osservando il nipote marciare fuori stizzito, nel vuoto gigantesco
dove un tempo i treni e le navi di una nazione possente erano venuti a scambiare carichi,
e Oakland era cresciuta grazie alla guerra e alla carne di San Francisco. Titus che senza
saperlo ripercorreva i passi fantasma del bisnonno, che lì sui moli aveva lavorato, e un
giorno era saltato in aria, durante la Seconda guerra mondiale, quando c’era stata
l’esplosione a Vallejo, o forse era Martinez. «Certo, come no. Fai pure.»
Julie si avvicinò al contenitore di plastica. Stava per prendere la foto quando notò, in un
angolo, le spoglie sbiadite e raggrinzite, come una crisalide vuota, di quello che poteva
essere solo un guanto di Batman. Le dita erano macchiate di scuro e le cuciture
sbrindellate. Aveva le classiche alette, e Julie immaginò che fosse della stessa epoca
della portiera appesa alla parete di Sixto Cantor, con lo stemma di un pipistrello rosso.
Nella sua immaginazione – mentre pattugliava le strade di Genosha o del Wakanda o i
corridoi della Zona Blu della Luna in MTO – Dezire indossava lunghi guanti bordeaux. A
Julie non era mai venuto in mente che dovessero avere le alette. Afferrò svelto il guanto
solitario e se lo cacciò nella tasca dei pantaloncini.
«Ce l’hai una penna?» chiese poi ad Archy, allontanandosi dal contenitore dopo aver
scelto la foto che voleva.
Archy assunse un tono ammonitore. «Julie.»
«Voglio farmi fare un autografo. Dai. Non rompere le palle.»
«“Non rompere le palle”. È così che mi parli, adesso.»
«Voglio. Un. Autografo.»
Archy estrasse dalla tasca una penna e fece scattare la punta con un clic. Poi la porse a
Julie.
«Spiegagli che è solo questione di tempo» disse Luther quasi sottovoce mentre
scarabocchiava l’angolo in basso a destra della foto. «Devo riunire i miei soci. Dopodiché
potrò discuterne con lui, vedere che si può fare.»
Fu allora che Julie seppe che l’impresa di Strutter 3 era destinata al fallimento, se non
del tutto immaginaria. Decise all’istante di fare in modo che il film vedesse la luce, che
Strutter risorgesse un’ultima volta e colpisse ancora, per il bene di Titus, di Luther, e
anche del mondo del cinema.
NON ABBANDONARE IL SOGNO , scrisse Luther. CON I MIGLIORI AUGURI, LUTHER STALLINGS.
Il defunto Randall «Cochise» Jones, o almeno le sue spoglie mortali. Lavate, incipriate,
pitturate. Condotti e camere inondati di aldeidi. Costole rotte aggiustate. Palpebre
sigillate, mascelle serrate col filo, unghie tagliate corte come in vita, dita intrecciate sul
ventre. Un residuo sorriso di perdono. Un abito d’epoca allucinogeno in stile Ron Postal
che costava trecento dollari nel 1975. Scarpe traforate Stacy Adams bicolori, bianche e
blu. Folto ciuffo di capelli rosso-grigiastri che sventolavano ostinatamente a sinistra, come
in vita. Deposto come un attrezzo o uno strumento di precisione nell’oscurità vellutata di
una bara prepagata dal 1997. Il vellutino di una specifica sfumatura di bordeaux chiamata
«zinfandel» come il vino californiano. Cuscino di raso a sorreggere i cinque chili della
testa. L’esterno della bara impreziosito da opulente rifiniture di quercia come il cabinet di
un amplificatore Leslie, poi ornato di fronzoli e piccole creature placcate in oro. Issato su
un carrello porta-feretro, pronto a raggiungere il garage sul retro delle pompe funebri
Flowers & Figli, dove una smagliante Oldsmobile 98 Cotner-Bevington del 1969, presa in
prestito per l’occasione da un impresario funebre di Richmond, era in attesa di
trasportarlo al Brokeland Records. Lì, la salma sarebbe stata esposta per una cerimonia
con veglia incorporata programmata per durare dalle undici alle tre, o fino a esaurimento
rinfreschi. Sbrigati gli addii dei vivi, il feretro sarebbe stato riportato nel capiente vano
posteriore del carro funebre. Mezz’ora dopo, al cimitero di Mountain View, sarebbe stato
interrato accanto a quel che restava di Fernanda, seconda moglie del defunto. E con ciò
sarebbe finito tutto. Secondo le volontà del signor Jones, le esequie avrebbero richiesto
l’uso della Cadillac del 1958 della Flowers & Figli, che però aveva accusato un dolorino
all’alternatore. Se anche il signor Jones avesse saputo della sostituzione, non avrebbe
certo avuto nulla da eccepire riguardo la magnifica Olds 98 dalla sagoma di pipistrello in
picchiata, pronta a sfrecciare anche attraverso la valle più tenebrosa.

«Serve un permesso o qualcosa del genere, per esporre una salma in un negozio di
dischi?»
«Non so. Se serve, c’avrà pensato Chan Flowers. Si è occupato lui di tutto.»
«Senz’altro» disse Singletary. «Senz’altro. Adesso sul serio, fa’ attenzione perché non
c’è luce, l’interruttore è rotto.»
Avendo tempo e badili a sufficienza, si sarebbe potuto scavare un tunnel dallo
scantinato della Flowers & Figli, dove la salma di Cochise Jones giaceva in un’oscurità
color vino, fino a quello della sua casa sulla Quarantaduesima Strada, benché
probabilmente l’accesso sarebbe risultato difficoltoso. Era uno scantinato degli anni
Novanta dell’Ottocento, risoluto e asciutto. La casa era stata costruita da un capitano di
battello fluviale in pensione di Sacramento, che aveva sposato una ragazza portoghese il
cui ricordo sopravviveva fra i vecchi più vecchi del vicinato, come ad esempio la signora
Wiggins. L’odore di migliaia di vinili che si abbandonavano alla devastazione di muffe e
batteri non era riuscito a cancellare del tutto l’odore dei formaggi col caglio di cardo che
l’anziana donna aveva prodotto per decenni, insieme ai prosciutti e ai pomodori
sott’aceto, in quello stesso scantinato.
«Spero non sia incazzato per la Cadillac» disse Singletary.
«Se è la stessa Olds che c’era al funerale di Ardis Robinson» disse Nat, riferendosi al
funerale di due anni prima, di un pilastro della scena funk anni Settanta e Ottanta della
Bay Area, «andrà benone.»
Seguendo a tentoni Singletary, Nat e Archy scesero i gradini che portavano allo
scantinato di Cochise. La parete della tromba delle scale era in arenaria di Oakland,
fredda e liscia.
«E hai preso i cinesi, giusto? Mi piace quella banda, la Green Street. Militaresca. Però di
quegli stronzi non ce n’è manco uno davvero cinese.»
«No, erano già impegnati. Ho dovuto cercare altrove. Ho ingaggiato queste Bomp and
Circumstance, le conosci?»
«Le lesbiche?»
«Hanno il repertorio pronto, sanno come lo eseguono i cinesi, con gli inni e tutto il
resto. Kai, Kai Fierro, quella che lavora per Gwen, presente? Ci suona il sax. Mi ha
promesso che accompagneranno il signor Jones come si deve.»
«Sì, però» osservò Singletary «neppure le lesbiche sono esattamente quel che voleva
lui.»
«Vero, vero.»
«Scommetto che ti dispiace.»
«Un po’.»
L’interruttore al piano di sotto scattò. Plafoniere attraversate da tubi morti flirtarono
con il buio. Poi, con un clic, presero a brillare costanti. Qualcosa come sette, ottomila
dischi, secondo il calcolo a occhio di Archy, accumulati con amore, ineluttabilmente.
«Non ne avevo idea» disse Nat. Il suo abito era una cosuccia italiana degli anni
Sessanta, baveri stretti, niente risvolto ai pantaloni, seta ruvida nera punteggiata di
grigio. Cravattino. Stretti mocassini neri a punta. Sembrava Peter Sellers che cerca di
riprendersi da una lunga nottata del 1964, bisognoso di un taglio di capelli. «Cioè, lo
sapevo, ma non mi rendevo conto.»
«Altro che vizio! L’uomo era completamente fuori controllo» disse Archy, ammirato. Il
suo, di abito, era il meno interessante tra quelli che possedeva, un banale Armani
comprato in saldo al Men’s Warehouse, giacca a due bottoni, spacco posteriore centrale.
L’aveva messo soltanto ai funerali, e una volta, molto tempo prima, quando lui e Nat
erano andati a una festa di Halloween vestiti da Men in Black. «Che Dio lo benedica.»
«’Fanculo a Dio» disse Nat. «Ci ha ammazzato il nostro cliente migliore, quel bastardo.»
«Avete quindici minuti. Dieci se continuate a bestemmiare.» Singletary estrasse il
cellulare e guardò lo schermo con aria torva. «Se non siete interessati, chiamo quelli di
Amoeba.»
L’unico figlio del capitano di Sacramento e della signora portoghese aveva un figlio che
era morto in Corea e una figlia, Fernanda, che nel lasciarlo vedovo aveva ceduto la casa a
Cochise Jones. I Jones non avevano mai avuto figli, e l’unica erede del signor Jones, figlia
della sua defunta sorella, viveva da qualche parte giù verso San Diego, e aveva dato
disposizione di vendere tutto. Così Garnet Singletary aveva fatto pulire, ridipingere e
aggiustare la casa, e in qualità di esecutore aveva incaricato se stesso di metterla in
vendita. Archy aveva la netta impressione che parallelamente Garnet Singletary si stesse
organizzando per fare in modo che uno dei tanti parenti spiantati e scrocconi, che
foraggiava in vista di simili opportunità, acquistasse la casa in sua vece, agendo da
prestanome per conto di una compagnia inesistente, poiché Garnet Singletary preferiva,
laddove possibile, trattare con se stesso. Ad Archy pareva un buon sistema. Il Re del
Lusso sapeva il fatto suo.
«Non siamo qui per fare affari?» Archy guardò Nat. «Non oggi, vero?»
Garnet e Nat tacquero, ma nessuno dei due sembrava particolarmente allarmato dalla
prospettiva di mercanteggiare per i vinili del vecchio nel giorno della sua sepoltura.
«Credevo fossimo venuti giusto ad ammirare, ecco» disse Archy.
«Ammirate quanto vi pare» disse Garnet. «I quindici minuti sono vostri, passateli come
volete. Poi io chiamo quelli di Amoeba.»
I dischi erano perlopiù in custodie di polietilene, e perlopiù conservati in posizione
verticale all’interno di casse, anche se qua e là, in mucchi pericolanti, altri giacevano
rovinati in orizzontale, e alcuni di quelli più scadenti erano senza plastica, o senza la
fodera di carta interna. Le casse erano impilate a formare un sistema di sentieri e curve
cui mancava solo un Minotauro.
Dopo un vagabondaggio di dieci minuti, Archy era pronto a dichiarare che si trattava di
una collezione di prim’ordine. Stimava che, prima di arrivare a quel bacino sotterraneo,
meno della metà di quei dischi fosse passata dal Brokeland. Su un altro venti per cento,
all’incirca, il cartellino del prezzo indicava come provenienza le ceste di altri commercianti
di dischi usati della Bay Area e del resto del Paese. Il dieci per cento era ciarpame,
porcherie a caso – gospel anni Cinquanta, vecchi dischi di Slappy White e Moms Mabley,
una quantità sorprendente di Conway Twitty, George Jones, Merle Haggard. Il resto –
circa il venticinque per cento – costituiva per così dire la collezione personale del signor
Jones: registrazioni di sessioni e serate in cui aveva suonato, opere di amici, colleghi e
rivali, qualcosa come un centinaio di rari 78 giri di stride e boogie-woogie, e un paio di
serie complete di dieci pollici degli anni Quaranta di opere classiche per organo, Bach,
Buxtehude, Widor. Questi erano appartenuti al padre del signor Jones, per molti anni
organista scelto delle pompe funebri Flowers, nonché di varie chiese dei dintorni. Non
c’era modo di saperlo con certezza dopo appena un’annusata fugace, ma Archy calcolava
che la collezione valesse svariate decine di migliaia di dollari. Forse di più.
«Che ne pensi?» disse Nat, a cui spettava, secondo quanto era emerso, il ruolo di
Minotauro che intrappolava Archy nel cuore del labirinto. «Diciamo quindici? E noi
offriamo dodici e cinque?»
Parlò piano, neppure un sussurro, anche se Singletary era impegnato ad aggredire
qualcuno al telefono, forse Airbus.
«Chi è che l’ha visto?» sbraitava. «Sì, ma dove l’hanno visto? Aha. E parlava? Porca
miseria, Airbus, cosa diceva?»
«Dodici e cinque» disse Archy. «Nat, senti un po’. Forse non è il momento giusto per…
Mi stai chiedendo di investire altri soldi nell’attività.»
«Esattamente.»
Archy studiò il viso di Nat, per capire se il socio lo stesse prendendo per il culo. Nat era
convinto di avere una faccia sommamente imperscrutabile, ma si sbagliava di grosso. Le
sopracciglia in particolare erano ribelli ed espressive. Credeva di poter celare il disprezzo
che provava per i suoi simili, ma il meglio che riusciva a ottenere era di immobilizzare
ogni parte del viso, a esclusione delle sopracciglia, in una maschera plumbea dai cui occhi
socchiusi emanava un disdegno incandescente. In quel momento, però, tutto quel che
Archy riusciva a scorgere sul viso di Nat era entusiasmo, un certo serrarsi compiaciuto
delle labbra che Nat esibiva ogni qualvolta credeva (a torto, come quasi sempre) di
essere sul punto di avere la meglio in una trattativa. Nat era sceso come Orfeo in quello
scantinato pieno di musica dimenticata, in abiti da funerale, sperando di riportare il
Brokeland Records nel mondo superno, nella terra dei vivi, con una vivace infusione di
pezzi da collezione, pezzi il cui odore si sarebbe sentito fino in Giappone.
«Mah… mmm… non… non saprei. Se anche avessi una somma del genere…»
«Ce l’ho io. O posso procurarmela. Se tu… ah.» La verità che Archy non era pronto a
confessare, non quel giorno almeno, aveva iniziato a filtrare attraverso quegli occhi
semichiusi. La maschera cedette, la mascella di Nat si allentò. «Archy, qui c’è roba che in
Giappone, in Francia, potremmo vendere tranquillamente per…»
«Sapeva il tedesco?» domandò a gran voce Singletary dalle scale. «Il pappagallo del
signor Jones. Parlava tedesco?»
Archy guardò Nat, che si strinse insofferente nelle spalle.
«A noi non risulta» disse Archy.
«Non è lui» disse Singletary ad Airbus. «Io quel pappagallo l’ho sempre e solo sentito
fare il suono dell’Hammond B-3.»
«Non possiamo escluderlo, però» gli gridò Archy. «Quell’uccello sapeva una quantità di
cose improbabili.»
«Forse avrei dovuto mettermi in affari con lui» disse Nat.
«Ah, bene, adesso sei arrabbiato con me.»
Nat non rispose. Fece scorrere un dito peloso sulle coste stampate dei dischi in una
cassa vicina. Archy vide che erano tutti compagni di etichetta del signor Jones quando
incideva per la CTI. Hank Crawford, Grover Washington Jr, Johnny Hammond. Erano per
buona parte dischi in cui il signor Jones aveva suonato. Era probabile che, in momenti
diversi, Archy fosse stato in possesso di quasi tutto il catalogo Creed Taylor, ma faceva
impressione vedere i vinili tutti riuniti in quella cassa, e quelli immediatamente sopra e
sotto, dischi prodotti da Taylor o Don Sebesky, roba di quando Archy era un giovanotto,
registrati da Rudy Van Gelder, stampati in qualche stabilimento del New Jersey, e poi
spediti a milioni fino ai negozi di dischi per famiglie ormai estinti di tutta l’America, alle
catene regionali degli anni Settanta che da un pezzo avevano chiuso i battenti, oppure
erano state assorbite da catene nazionali che a loro volta avevano chiuso, tutti quei ritmi
gustosi e quegli arrangiamenti d’archi (perlopiù) di buon gusto, mescolati insieme in un
estremo tentativo di imporre il jazz come musica popolare da ballo e non solo come
forma d’arte da conservare, tutti quei dischi magnifici con le fotografie austere in
copertina di bianchi e di neri mescolati con assoluta naturalezza, riuniti grazie agli sforzi
del signor Jones. Erano anni che Archy rilevava collezioni private per rivenderle pezzo per
pezzo, ma finora non aveva mai percepito il vandalismo intrinseco in quella pratica, la
barbarie che esercitava fra le casse di tanti imperi in rovina.
«Belli» ammise Archy, facendo scorrere anche lui il dito sulle coste dei dischi.
«Splendidi» disse Nat, dando alla parola il pieno beneficio del suo residuo accento
sudista.
«Nat» disse Archy, «niente mi farebbe più felice che vederti prendere i dodicimila e
cinquecento dollari che non hai e comprare questi dischi, per poi starci seduti sopra per
due o tre anni come due papà pinguini. Tutto il giorno ad ascoltare Idris Muhammad, tutti
quei pezzi stravecchi di Willie “the Lion” Smith che aveva lui, quel lato B che fece per la
Versatile insieme al fottuto Grant Green, e che non fu mai pubblicato, insomma…»
«Già, lo hai visto?» insistette Nat, soffiando sulla minuscola scintilla dell’apparente
entusiasmo dell’amico.
«Ma è da troppo tempo che me lo prendo in quel posto, che combino cazzate da
imbecille. Devo svegliarmi, altrimenti finirò ad abitare in un’autofficina. Ho bisogno di
avere un’assicurazione, uno stipendio, tutte quelle stronzate da adulto responsabile.
Gwen ora va in maternità, non lavorerà, dovrò pensare io a lei, al bambino. Devo
sistemare delle faccende con Titus, Nat. Quel ragazzo…»
«Siete tornati insieme?»
«Eh?»
«Tu e Gwen. È tornata a casa?»
«La notte scorsa.»
«Be’, buono.»
«Certo, è arrivata e ha buttato fuori me. Dice che quella è anche casa sua, eccetera
eccetera. È tornata, non… Chissà che le è preso. Aveva la valvola del lanciafiamme aperta
al massimo.»
«Sì, ho saputo che ieri era in gran forma. Che ha fatto un numero tipo rivolta dei mau-
mau davanti a quegli stronzi del Chimes.»
«È l’espressione che Aviva ha usato per descriverla, “rivolta dei mau-mau”?»
«È solo una mia interpretazione.»
«Un’ostetrica nera che fa valere i suoi diritti davanti a una cricca di medici bianchi per
te è un numero tipo rivolta dei mau-mau?»
«Io non ho mica problemi, coi mau-mau» disse Nat. «Il loro è uno stile efficace.»
«Meno male» disse Archy. «Ultimamente i neri ci andavano piano, con le rivolte tipo
mau-mau, in attesa della tua sentenza.»
«A che punto siamo?» disse Garnet Singletary, col tono di chi si aspetta una risposta
deludente. Occupava lo spazio in fondo allo stretto corridoio in cui sembravano essersi
stabiliti Archy e Nat.
«Siamo al punto in cui si fa sul serio» disse Nat.
«Non ha l’aria di un’offerta» disse Singletary.
«Nat, su, per piacere. Possiamo occuparcene domani. Non dobbiamo discuterne adesso.
Signor S., con tutto il rispetto, so che ha fretta, ma oggi devo pensare a seppellire
Cochise Jones nel modo che si aspettava e che merita. Non posso pensare a nient’altro.»
«Hai detto di sì a Gibson Goode?» Nat rise, un singolo latrato incredulo. «Oh, aspetta!
Lo stai facendo per questo? Hai già accettato il lavoro! Cristo, Arch, è per questo che sei
qui? Ti ha… il tuo amico Kung Fu ti ha dato il suo libretto degli assegni e ti ha detto fai
pure, entra lì dentro e inizia a rifornire il tuo reparto jazz?»
«Calmati, Nat. Stai sconfinando nella paranoia.»
«Tragitto breve» osservò Garnet Singletary.
«Dubito seriamente che l’offerta sia ancora valida» disse Archy. «Forse l’ho fatto
aspettare troppo.»
«Non riesco a credere di averti detto qual era la mia cifra.»
«Perché non la dite a me, la vostra cifra?» propose Singletary. «Sono io quello che
vende gli stramaledetti dischi. Anzi, sapete che c’è? Facciamo così: ve la dico io, una cifra.
Diciassettemila dollari.»
«Cioè io dovrei scucire diciassettemila per ricomprare un mucchio di dischi che ho già
comprato e venduto una volta?» disse Nat. «Alcuni di quei dischi per me sono come dei
figli, e adesso dovrei pagarli di nuovo.»
«Fatemi un’offerta, allora» disse Singletary, senza dar segno di accorgersi che Nat
iniziava a spazientirsi. «Così li potrete vendere di nuovo.»
«Col cazzo» disse Nat. «Oggi è in programma un funerale. Ne approfittiamo per
seppellire tutto. Qui, subito. Diamoci un taglio.» Oltrepassò Singletary senza guardarlo e
se ne tornò di sopra, facendo baccano coi suoi piccoli mocassini a punta.
«Mi sa che hai fatto aspettare troppo a lungo un sacco di gente» disse Singletary.
«Lo so» disse Archy. «Vorrei sapere cos’ho che non va.»
«Io una teoria ce l’avrei.»
«Sarebbe?»
«Forse sei stufo marcio di vecchi dischi in vinile che saltano, graffiati, impolverati e
puzzolenti di muffa.»
«Aveva detto “niente bestemmie”.»
«Forse sei stufo di Nat Jaffe. Quello ha iniziato a darmi sui nervi cinque minuti prima
che lo conoscessi.»
Archy provò la tentazione di concordare con quella teoria, ma sarebbe stato sleale, per
cui si limitò a dire senza entusiasmo: «Eh? No, ma scherza, Nat è un fratello, è negro
dentro».
Singletary parve soppesare l’affermazione. «Si trattasse solo di saper cuocere cosce di
pollo» disse, «sarei quasi disposto a darti ragione.»
«Va be’. Sarà meglio che chiami quelli di Amoeba, o chi le pare. Chiami Rick Ballard di
Groove Yard.»
«Un attimo» disse Singletary. «Aspetta. Devo prima chiederti una cosa. La sua cifra
quale sarebbe stata?»
«Ha detto più o meno undicimila. Cinquemilacinquecento a testa, ma io non ce li ho, e
a quanto so nemmeno lui.»
«E se ce li avesse? Se quei soldi li trovasse, e voi compraste la collezione del signor
Jones per… diciamo meno di quindici, ma più di undicimila, riuscireste a guadagnarci
qualcosa?»
«Difficile dirlo.»
«Be’, certo.»
«Qualcosa, forse. Magari un po’ più di qualcosa. Nat parlava di Francia e Giappone, ma
non è mica sicuro. Darebbe valore al nostro inventario. Cioè, qui c’è della roba da urlo.
Magari se espandessimo il nostro sito web, se facessimo più concerti. Ci concentrassimo
un po’ di più sul lato imprenditoriale e perdessimo meno tempo dietro a quel bancone.»
«Ah, no, non dire così» disse Singletary. «Potrei ritirare l’offerta da sciocco che ti sto
per proporre. Perché sai, la verità è che a me non frega un cazzo di un bootleg in vinile
tutto graffiato di chissà quale raro concerto del 1967 a Parigi con Rahsaan Kirk e Ornette
Coleman, che a sentirli si direbbe un’oca che tenta di scoparsi una bicicletta. Cinque
minuti di quella roba e mi viene voglia, non so, di prendere a sberle qualcuno.
Sinceramente a me non piace nessun tipo di jazz. Lo stile che suonava il signor Jones
aveva quasi sempre un bel groove, e va bene, ma quando torno a casa dal lavoro e viene
il momento di farmi una birra e mettere su un po’ di musica, sai a me cosa piace? Peabo
Bryson.»
«Peabo ha qualche pezzo niente male.»
«Ti dico qual è il mio interesse in questa faccenda. So che tu pensi che sto dando
manforte al tuo socio in quella cazzata di protesta che sta montando solo per dar noia a
Chan Flowers. Perché storicamente i rapporti fra me e il consigliere sono sempre stati
freddini. E in effetti questo è uno dei motivi. Ma il vero motivo è un altro. È che io mi
ricordo quando il negozio di dischi era la bottega di Eddie Spencer. E prima ancora,
quando mi ero appena congedato, subito dopo la guerra, il barbiere si chiamava Angelo,
e ci andavano i vecchi siciliani a farsi spuntare i baffi e quant’altro. Li ho conosciuti, i
siciliani, e ti posso dire che nel tuo negozio il viavai di maschi perditempo, bugiardi e
spacconi dura da almeno sessant’anni. Aveva ragione Abreu l’altro giorno alla riunione. È
un’istituzione. Se chiudete i battenti voi, poi non lo so come va a finire. Magari mi
toccherà affittarlo a qualche ragazzina new age che vende materassini da yoga. Gente
che organizza “giornate del silenzio”, mettendosi un cartellino appeso al collo con su
scritto OGGI NON PARLO. Per me sarebbe una sconfitta.»
«Garnet Singletary» fece Archy, con aperto stupore. «Non un semplice uomo, ma una
società per la tutela del patrimonio storico. All’improvviso fa il tenerone.»
«Con l’età capitano brutte cose.»
«E quindi che fa? Ce li regala, questi dischi?»
«Come potrei? Sono i dischi del signor Jones. Non spetta a me regalarli. Lo sai. Ma
forse gli eredi potrebbero affidarveli in conto vendita. E voi potreste ripagarli più in là.
Quando avrete finito di piazzarli in Francia e in Giappone.»
«Ah» fece Archy. «Che dire, grazie, Garnet.»
«Sarà il funerale che mi rende sentimentale.»
«Lei è un brav’uomo.»
«Non dirlo in giro, altrimenti poi mi tocca smentire.»
«Lo stesso vale per quello che le ho detto su Nat. Non lo dica a nessuno. Men che meno
a lui. Si monterebbe la testa.»
«Magari, quando si sarà guadagnato qualche altro distintivo, lo ammetteremo nel
club.»
«D’accordo.»
«Tu, intanto, devi capire cosa vuoi fare della tua vita, Archy Stallings. Devi deciderti.»
«Il solito ritornello» disse Archy.
Quando tornarono di sopra, passarono davanti al salotto del signor Jones, che aveva
un’aria spoglia ma con un tocco di leziosità, ricami all’uncinetto e frutta finta, come se
fosse stato arredato da signore di un’epoca passata, o addirittura dalla portoghese in
persona. Al centro della stanza erano allineati due stand appendiabiti d’acciaio, straripanti
di vistosi abiti del defunto. La gamma complessiva andava dall’audace, persino
sconsiderato, come usava negli anni Settanta, fino ai toni spenti della creta, con un che di
sovietico o addirittura maoista in certi beige-olivastri e nei grigi rosati. Le losanghe si
erano lasciate la Scozia alle spalle per avventurarsi in nuovi e sgargianti territori, e le
combinazioni di rosso, bianco, nero e celeste ricordavano le tovagliette dei ristoranti
economici.
«Ecco» disse Archy. «Guardi che roba. E io glieli ho visti indosso tutti.»
«Non ci crederai, ma c’è tutto un mercato davvero fiorente» disse Singletary. «Mi sono
informato.»
«Forse dovrei cambiare settore» disse Archy.
«Ecco Airbus.»
L’omone li raggiunse in cima alle scale, con indosso una magnifica tuta blu notte, i
capelli rasati quasi a zero sul cranio lucente. L’auto di Singletary, una Toyota Avalon
ultimo modello, era parcheggiata in doppia fila, con le frecce accese. Dal lato del
passeggero scese Kai Fierro, la receptionist di Gwen. Aveva i capelli tirati indietro,
impomatati alla Fabian Forte, e portava il sax in una custodia morbida. Come tutte le
altre componenti delle Bomp and Circumstance, indossava una giacca da banda musicale
del liceo, azzurra coi bottoni di bronzo, e un ridicolo berretto da nostromo, completo di
fregi dorati.
«Lei sarebbe, ehm, la capa di quella banda di cinesi» annunciò Airbus, come se stesse
assecondando i deliri di una pazza, per tenerla calma. «Era davanti al tuo negozio con
un’altra ragazza bianca che si chiama tipo Jerry o simili, e due più vecchie, tromba e sax.
Dice che hanno un appuntamento con Stallings. Vuole sapere come funziona, quale
percorso farà il funerale.»
«Ehilà, Arch» disse Kai. Diede a Garnet Singletary una stretta di mano franca e virile:
«Io sono Kai».
Il modo in cui Kai strinse la mano di Singletary ebbe un effetto vagamente eccitante su
Archy. «Grazie di essere venuta» disse.
«È un onore» rispose Kai. «Cochise Jones è un nome che, come dire, significa qualcosa
per molte di noi del gruppo.»
«Lo sai, era nato a New Orleans» disse Archy. «Per questo gli piaceva tanto l’idea del
funerale con la banda. Diceva sempre che i cinesi erano gli unici da queste parti a sapere
come si fa un funerale coi fiocchi.»
«Anche se, vi dirò, quei tizi giù in città non sono mica come a New Orleans. Non hanno
davvero lo swing» disse Kai. «I pezzi che abbiamo preparato per oggi, Archy, sono tutti
roba militare, punto. Va bene? Un sacco di inni, Avanti, Soldati di Cristo e roba del
genere.»
«Va be’» disse Airbus. Il gigante aveva l’aria decisamente offesa. «Avanti, Soldati di
Cristo cosa c’entra coi cinesi?»
«Ma abbiamo provato un bel po’. E abbiamo anche lavorato su un arrangiamento di
Redbonin’ con un tiro mica male. Ci piacerebbe farlo.»
«Per me va benissimo» disse Archy, ma osservando la giubba di Kai, pacchiana come
quella della banda della scuola, si fece scuro in viso. «Una domanda, però. Che taglia
porti?»
Lieve, sotto il rumore del traffico di Telegraph Avenue e il brusio dell’auto di Singletary
in folle, quasi al di sotto della soglia dell’udibile, una nota di basso risuonò e salì di un
tono. A sud, dalle parti di West Oakland, un dirigibile nero annusava il cielo col muso
appuntito.
«Oggi gli Athletics giocano contro i Tampa» disse Archy. «E allo stadio tutti i presenti
guarderanno in alto, vedranno il dirigibile e diranno tutti eccitati: “Ecco quei fighi della
Dogpile!”.»
«Ci sono stata, al Dogpile di Los Angeles» disse Kai. «Una vera figata.»
«Così mi uccidi» replicò Archy.

Dio disse: «Cazzo è, ’sta roba?».


Nella cabina del Minnie Riperton, Walter Bankwell non si sforzava di apparire a proprio
agio. Non gli piaceva volare su quel dirigibile, ed era troppo nervoso per bere qualcosa,
rilassarsi. Non gli piaceva nemmeno quando sul Riperton a rilassarsi erano gli altri, anche
se il principale, dichiarato scopo del velivolo (a parte la funzione di irresistibile calamita
per gli sguardi) era l’intrattenimento aziendale di clienti danarosi, attori e cantanti e
rapper, gente dei media, magnati delle scarpe sportive, più quel gruppetto di bibliotecari
dei quartieri poveri che aveva vinto non si sa quale concorso o roba del genere ed era
asceso al cielo con G Bad e la sua posse, perdendo completamente la testa.
Non era dell’altitudine in sé che Walter aveva paura. A preoccuparlo era il pallone
aerostatico. Capiva perfettamente la differenza tra elio e idrogeno, ma il Riperton, per
quanto inerte e gigantesco, aveva un che di fragile, di insufficiente. E il nome, con
quell’eco del verbo to rip a suggerire l’idea dello strappo, non migliorava certo la
situazione. I dirigibili ce l’avevano avuta, la loro occasione, e gli era andata male. Il
mondo aveva voltato pagina e se li era lasciati alle spalle, proprio come i nastri Stereo 8.
Con la differenza che un nastro Stereo 8 poteva incepparsi, divorarsi le viscere da solo,
una delle rotelle di plastica poteva sbriciolarsi in mille pezzi. Ma non sarebbe mai saltato
per aria portandoti con sé.
Walter si sentiva a disagio, e la verità era che era previsto che fosse così e così sarebbe
stato, anche se avesse avuto voglia di bere e rilassarsi.
Era quello, e non le relazioni pubbliche, né tanto meno quelle coi clienti, il punto di
possedere un dirigibile. Serviva ad affermare il carattere divino di Gibson Goode, dall’alto
della sua dimora celestiale. Quel giorno Walter era stato convocato dinnanzi al Suo trono
nei cieli per ascoltare le ragioni del Suo scontento.
Dio prese in mano la copia dell’«Oakland Tribune» che c’era sulla piccola protuberanza
in plastica spacciata per un tavolino. «Questo l’hai visto?» disse.
Accidenti ai titoli, pensò Walter amaramente. «NEGOZIO DI DISCHI USATI DICHIARA GUERRA A UNA CATENA
NAZIONALE» lesse. «Sì, l’ho visto. A me quello sembra un coglione. Quando stai sempre in

guerra con tutti, finisce che ci fai la figura di Paperino.»


«Il paragone mi sembra valido» disse Gibson Goode. «In quegli ambienti lì, collezionisti
di figurine, riviste rare, autografi, non so perché ma i coglioni trovano sempre dei seguaci.
Ma non è nemmeno quello, a preoccuparmi» disse Goode. «Sai che cazzo me ne frega se
uno stronzetto bianco squinternato cerca di fomentare altri ventisette bianchi con
l’intolleranza al lattosio.»
«Okay, e allora cos’è che la preoccupa?»
«Mi preoccupi tu.»
Quando Goode aveva sollevato il quotidiano, era rimasta scoperta una grande busta da
lettere bianca. Il capo aveva portato con sé tutti i materiali necessari alla presentazione,
compresa la guardia del corpo Taku, seduto nell’angolo-sala da pranzo a compromettere
seriamente la spinta verticale del velivolo. Se giri con una pistola su un dirigibile, ti può
partire un colpo accidentale in qualsiasi momento.
«Questa è arrivata nel mio ufficio di Fox Hills» disse Goode. «Si direbbe l’abbia spedita
un matto.»
Era una foto a colori stampata su carta da fotocopie, in tonalità al tempo stesso smorte
e vivide, una specie di stella marina blu violaceo su una marezzatura verdazzurro chiaro.
Una scansione, ripensandoci: un oggetto tridimensionale appoggiato sul vetro e
fotocopiato, che si stagliava scuro contro l’infinito e vuoto bagliore verdazzurro di
qualsiasi cosa finissi per fotografare quando non chiudevi il coperchio di una
fotocopiatrice. Il mondo che non si poteva scansionare.
«Sembra un guanto» disse Walter.
«La lettera che c’era dentro dice che è un guanto.»
«Scritta da chi?»
«Luther Stallings. Dice che quel guanto è la prova che lega tuo zio all’omicidio di
Popcorn Hughes, c’è sopra del sangue, DNA , roba che gli esami possono rilevare anche
dopo tanti anni.»
«Ah.»
«Che Chan Flowers potesse avere qualche scheletro nell’armadio andava benissimo
fintantoché io e lui eravamo da parti opposte della barricata, mi spiego? Adesso che
siamo dalla stessa parte, non mi sento tranquillo sapendo che in giro ci sono certi, come
dire, cimeli. E gente che li fotocopia.»
«Un guanto viola?» disse Walter.
Goode gli lanciò in faccia la fotografia. «E secondo te io che cazzo ne so?» sbottò. Si
alzò e andò alla finestra, guardò la grande scodella dello stadio giù in basso. «Tu lo sai
che tanto tempo fa sono stato selezionato dagli Athletics» disse. «Come lanciatore.»
«Gli ho visti giocare, una volta» disse Walter. « USC contro Cal, tipo nell’85. Correvo
dietro a una ragazza, Nyreesa, lavorava in uno dei bar dell’Evans Field. Tutti quanti
dicevano che in giro c’erano gli osservatori sia degli Athletics sia dei Giants.»
«Gli ho concesso solo due valide. Non avevo un gran sostegno dal mio attacco. Uno di
loro se la cava con uno sputacchio di battuta e arriva in prima base, e con quello dopo
provo un effetto ma la palla mi resta appesa all’angolo interno. Un doppio che fa entrare
un punto. Per loro era più che sufficiente.»
«Anch’io mi sono fatto scaricare» disse Walter. «Ma da Nyreesa.»
«Okay.» Goode si girò dalla finestra di scatto, prendendo alla sprovvista Walter, il quale
balzò all’indietro perdendo l’equilibrio e cadde sul sedere. Goode si piazzò sopra di lui,
fissandolo dall’alto in basso con uno sguardo non completamente privo di disprezzo.
«Dopo che avrà fatto presenza al funerale, il consigliere Abreu mi raggiungerà alla
partita. L’idea è stata sua. Pensavo gli facesse piacere sedere in una tribuna riservata, ma
dice che preferisce le gradinate. Ho trovato due posti dietro la panchina degli Athletics.»
«Abreu.»
«Non so perché, ma si è messo in testa che sia il caso di esaminare meglio la struttura
fiscale e altri aspetti dell’accordo che sto facendo con il comune, grazie al gran lavoro di
tuo zio, per rilanciare il sito dell’ex supermercato Golden State. Vuole sapere com’è stata
fatta la valutazione d’impatto ambientale, che contatti ho alla commissione urbanistica e
via dicendo.»
«Spera solo di ottenere una mazzetta anche lui.»
«Ma che cazzo hanno, qui a Oakland? Questa stupida città deve sempre combinare
qualche casino all’ultimo minuto, tipo Gilligan, trovare un modo per darsi la zappa sui
piedi. Okay, stavolta no. Stavolta Skipper farà quel che è necessario. E se a un certo
punto decidessi che tuo zio Chan si porta dietro troppa zavorra, be’… Quassù, sai, con il
peso in eccesso non si scherza.»
Kung Fu pensò che allora avrebbero fatto meglio a lasciare Taku all’aeroporto, ma
tenne quel pensiero per sé.
«Fa’ vedere a tuo zio questa foto, la lettera che c’era insieme, la storia di Popcorn
Hughes e via dicendo. Spiegagli tutto il casino. E vedi che vuole fare. Digli che io questa
cosa la vorrei sistemata. Che mi deve dare qualche rassicurazione. Altrimenti le
rassicurazioni me le vado a prendere dal consigliere Abreu. Mi sono spiegato?»
«Assolutamente» rispose Walter. «Ma quand’è che atterriamo?»

Dopo che i padri se ne furono andati per raggiungere Singletary nella cantina del
morto, i ragazzi si misero al lavoro. Tolsero di mezzo le grandi ceste, portando i vinili in
magazzino, immersi fino ai gomiti nell’odore, nella plumbea gravità dei dischi. Il
pavimento del Brokeland, un palinsesto di linoleum rosso e bianco qua e là consumato
fino a un sottostante strato verde e crema, si rivelò più ripugnante di quanto Archy
avesse lasciato intendere. Titus imbracciò la scopa e affidò a Julie il compito di
spolverare. Il loro tempo sarebbe stato retribuito, e questo aveva avuto l’interessante
effetto di rendere Titus felice. Titus aveva rintracciato una sorella di sua madre da
qualche parte a Los Angeles. Pur rifiutandosi di mandargli dei soldi, la donna aveva detto
che, se il ragazzo fosse riuscito ad arrivare da lei, se lo sarebbe preso in casa. Titus aveva
uno scopo nella vita, e quello scopo era spezzare il cuore al povero Julie Jaffe.
C’era un piumino per la polvere di quelli all’antica, una serie di ridicole piume azzurre
strappate dal cappello di una vecchietta o dallo struzzo di un cartone della Warner Bros.
Julie cominciò a spolverare con quello sentendosi Bugs Bunny, nel mentre tenendo
d’occhio Titus. Titus aveva preso sul serio il suo compito di spazzatore, e seguendo un
tracciato reticolare raccoglieva polvere e zampe d’insetto, accumulava tutto in
montagnole ordinate, per poi accovacciarsi e spingerle nella paletta. Canotta bianca sulla
pelle delle spalle, niente cintura, la fantasia scozzese dei boxer a fare capolino nel punto
in cui la sommità dei jeans si scostava dal corpo. Julie, passando il piumino qua e là,
provava la confusione che accompagna il desiderio, ricordando come da piccolo la vista di
Bugs Bunny lo eccitasse. Era qualcosa nei suoi fianchi, in quell’impertinente coda a
batuffolo di cotone, nel modo in cui le lunghe orecchie da coniglio si afflosciavano
all’indietro quando si fingeva femmina, con tanto di rossetto, vezzosa.
«Mi ripeti chi dovrebbe essere?» Titus, appoggiato alla scopa, stava guardando la tenda
di perline che Julie aveva dipinto l’estate prima, letteralmente per tutta l’estate, dalla fine
dell’anno scolastico all’inizio di quello successivo, un’esasperante perlina alla volta.
«Dovrebbe essere Miles, ma…»
«Miles Davis? Il trombettista? Vedi che sto imparando.» Voltandosi, Titus sorprese Julie
che gli fissava la lunga curva asciutta alla Bugs Bunny della vita e dei fianchi. Julie staccò
una piuma dal piumino senza averne l’intenzione. «Abbiamo finito, per il momento?»
Julie finse di guardarsi intorno. Si erano portati due belle camicie e due pantaloni puliti
per il funerale, accuratamente ripiegati da Aviva in un borsone dei supermercati Berkeley
Bowl che attendeva nel retrobottega.
«Torneranno tra poco» disse Julie. «Possiamo vestirci, oppure…»
Andarono nel retrobottega. Julie si calò i pantaloni e si aprì, e Titus si sputò nel palmo
di una mano e infilò l’uccello dentro di lui per un po’. Gli fece male, ma in un modo che
Julie trovò interessante. Quel dolore, ebbe la sensazione, meritava un’analisi più
approfondita. Gli sarebbe piaciuto studiarlo per un po’. Succedeva qualcosa, ogni volta
che Titus si ritraeva prima di affondare di nuovo, che somigliava più a un sollievo che al
dolore. Ma dopo un paio di minuti, Titus si sfilò. «Mi è sembrato di sentire la porta» disse.
Andò in bagno e si piazzò sopra il piccolo lavandino, quasi a cavalcioni. Julie si tolse i
jeans impolverati. Il sapone che schiumava, le dita di Titus, lo sgomento continuo del suo
pene.
«Io non sono gay» disse Titus uscendo dal bagno. «Fossi gay, te lo direi. Non lo direi a
nessun altro, ma a te sì.»
«Okay.»
«È che… non mi va di baciarti o cose così. Tipo essere il tuo fidanzato.» Scosse la testa
con decisione. «Però ti scopo.»
«Okay.»
«Tu invece sì. Sei gay.»
«Mmm.»
«Lo sai, vero?»
«Boh, sì.»
Indossarono i jeans puliti, due camicie a maniche corte coi bottoni, prese nuove da
Target per l’occasione. Avrebbero potuto, pensò Julie, essere fratelli. A Berkeley una cosa
del genere era tutt’altro che impossibile.
Titus allungò la mano destra verso Julie, lentamente, con le dita allargate, in un
movimento ad arco. Agganciarono le mani per i pollici e batterono il petto uno contro
l’altro. Titus cinse Julie con un braccio. In quell’abbraccio prolungato, Julie si sentì
protetto, pur sapendo che quando Titus l’avesse lasciato andare, si sarebbe sentito
soltanto abbandonato.

Nat uscì dallo scantinato della casa di Cochise Jones pronto a infliggere al suo ex socio
un ergastolo di silenzio. Quand’era veramente in forma, poteva rimanere in un mondo di
monosillabi rabbiosi per giorni e giorni.
Durante la prima oretta o giù di lì, si dimostrò capace di mantenere senza difficoltà un
bel silenzio corposo, mentre lui, Archy e i ragazzi finivano di spostare le ceste di dischi e
accumulavano pile di vinili rari in magazzino, sistemavano i tavoli per il cibo e le bevande
e appendevano foto di Cochise Jones. Sullo sgabello solitamente occupato dal signor
Jones misero una grande foto di lui in pantaloni di pelle, gilet e Stetson, in sella a un
cavallo pezzato durante la parata del Black Cowboy Day. Julie parve scambiare la
reticenza del padre per luttuosa solennità. Titus sembrò non notare nulla, o fottersene
altamente, o forse tutt’e due le cose. Quanto ad Archy, era abituato ad aspettare che i
silenzi di Nat passassero. Sarebbe occorsa più di un’ora prima che da quelle parti Nat
cominciasse a notare qualche effetto.
Poi però arrivò l’Oldsmobile 98, portando l’ospite d’onore. Due nipoti Flowers spinsero
nel negozio i resti di Cochise Jones, chiusi in una bara che sembrava Citty Citty Bang
Bang, mancavano solo le ali a righe e Dick Van Dyke. Archy disse a quelli della Flowers di
metterla dietro il banco-vetrina. Una volta sistemato tutto, i nipoti cominciarono a
maneggiare il coperchio, preparandosi a sollevarlo dalla bara, e fu allora che Nat si trovò
costretto a rovinare il perfetto inizio di mille anni di silenzio e conversare con il traditore.
«Davvero vogliamo farlo a bara aperta?» disse.
«È un problema?» disse uno dei nipoti.
«No, solo che… ho comprato dischi in un sacco di postacci» disse Nat. «Ma non c’era
mai un cadavere in bella vista.»
Archy parve valutare l’affermazione come cercando un esempio con cui controbattere,
un negozio di vinili usati nei bassifondi dell’Ade o di Philadelphia. Poi si rivolse ai nipoti.
«Allora» volle sapere. «Che aspetto ha, lì dentro?»
Dopo qualche secondo di reciproca consultazione, il più grosso dei due annuì
lentamente, una volta sola.
«Molto carino» disse l’altro.
«Su, allora» disse Archy. «Apritela che diamo un’occhiata.»
I Flowers sollevarono il coperchio, e Julie e Titus si avvicinarono per vedere ciò che
sarebbe apparso. Il primo cadavere di Julie: al pensiero, Nat provò un panico improvviso.
Non si era preparato una parola, nessun commento, nessun risvolto o formula protettiva
per contestualizzare il momento o ammortizzarne l’impatto su Julie, ma se è per questo
nemmeno su se stesso. Nel corso della sua vita, Nat aveva visto al massimo cinque o sei
morti, e ogni volta era stato come se quella vista ingiallisse la pagina della vita, ossidasse
l’argento del mondo e ne opacizzasse l’oro. Per nessuna valida ragione a parte la classica
paralisi da panico maschile, represse l’istinto di posare un braccio sulle spalle di Julie,
farlo girare dall’altra parte perché non vedesse.
«Cacchio» disse Titus con genuina ammirazione.
«Dai, Nat» disse Archy. «Come si fa a seppellirlo senza nemmeno dargli un’occhiata?»
Il completo con cui Cochise Jones aveva chiesto di essere sepolto non era né
sgargiante, né brutto, né in una fantasia scozzese estrema, nulla di così banale. Era il
gioiello della sua collezione, profondo e magico nei suoi eccessi. Bianco e con i bordi
arancione bruciato, aveva una certa aria finto-western, tranne sul carré e alle estremità
delle maniche e dei pantaloni, dove divampava in folli ricami pseudo-aztechi, motivi
astratti che ricordavano fiori rosa, succulente verdi, cuori rosso sangue. Nell’arco della sua
vita, Cochise aveva indossato quell’abito, che chiamava sempre «il mio completino
azteco», in altre tre occasioni: la prima, quando aveva suonato con Bill James all’Eden
Roc la sera dell’uragano Eloise; la seconda al Sahara di Las Vegas, dove aveva suscitato i
commenti positivi di Sammy Davis, Jr; e la terza, con conseguenze imprevedibili, davanti
a un pubblico di concittadini all’Eli’s Mile High. Dopo quella serata, rimasta negli annali
delle baraonde notturne di Oakland, Cochise aveva mandato il completo azteco in
pensione, convinto che quello fosse un abito del destino. Che un uomo non doveva
sprecare per un giorno qualunque, nemmeno se nei giorni qualunque l’uomo in questione
faceva fiamme su un B-3.
Nat guardò Julie. Il ragazzo si era stretto le braccia intorno al corpo. Si abbracciava da
solo. Ci vollero ancora alcuni secondi perché Nat si vergognasse abbastanza da offrirsi di
farlo in sua vece, e gli cingesse le spalle con un braccio. Julie indossava una camicia con
le maniche corte a minuscoli quadretti bianchi e neri che gli andava troppo stretta. L’osso
della sua spalla trovò nell’incavo del gomito di Nat una nicchia famigliare. Il suo braccio
lungo e stretto aveva ancora una cedevolezza infantile. Non appena Nat lo sfiorò, il
ragazzo si rilassò.
«È fighissimo» disse Julie.
«Sì?»
«Di brutto.»
«Okay» disse Nat ad Archy. «La teniamo aperta.»

Aviva arrivò alle undici meno un quarto, infilandosi in uno spazietto che si era appena
liberato davanti al carro funebre fermo di fronte al Brokeland Records.
Nat era fuori sul marciapiede, a fingersi non intento ad aspettarla. Ma lei conosceva
bene l’aria che aveva Nat quando aspettava in piedi alla fermata di un autobus sotto la
pioggia e l’autobus era in ritardo. La stava aspettando eccome.
Appena ebbe finito di parcheggiare, Nat salì in macchina e chiuse la portiera. Un po’
come un rapinatore di banche, pensò Aviva. Era un uomo che aveva fretta di andarsene.
«La fortuna che hai tu con i parcheggi» disse.
«Veramente. C’è già qualcuno?»
«Solo i padroni di casa. Più ovviamente il morto. Il cadavere.»
Con una nota stonata nella voce, un tonfo opaco di ironia. Arruffato e disincantato nel
suo vestito alla Belmondo. Nemmeno un’occhiata a controllare cosa sua moglie avesse
scelto di mettersi per la veglia per il signor Jones, o qualunque cosa fosse in programma
quel giorno. Per la cronaca, Aviva indossava un tailleur-pantalone Donna Karan, comprato
da Crossroads, su un top grigio perla e un paio di sobri sandali da passeggio. In perfetta
tenuta da donna d’affari per gli affari in programma quel giorno, se si escludeva il foulard,
che lei si era legata intorno alla testa a mo’ di fascia. Era un regalo di compleanno del
signor Jones, appartenuto alla scomparsa Fernanda, con una fantasia di pesche e rami di
pesco. Scelta ardita, per un funerale. Nat avrebbe proprio dovuto notarla.
«Sono passata al supermercato. È tutto nel bagagliaio.»
«Grazie.»
«Cos’hai?»
«Niente» disse lui. Poi si nascose la faccia tra le mani. Era il massimo del cedimento
che Nat si fosse mai concesso, l’eroico tentativo di confinare il proprio pianto alla regione
racchiusa tra i palmi delle mani. La uccideva ogni volta.
«Amore, che succede?» gli disse. «Vieni qua.»
Lo abbracciò, mentre lui si massaggiava la tristezza, spingendosela di nuovo tutta
quanta fin dentro il viso. Nei primi tempi del loro matrimonio, Aviva l’aveva sempre
incoraggiato a lasciarsi andare e piangere. Ma Nat, come infine aveva dovuto imparare,
non voleva o non poteva lasciarsi andare e piangere, e forse non era nemmeno giusto
tentare ogni volta di costringerlo a farlo. Forse era meglio lasciarlo in pace, quel
pover’uomo.
E dunque fu un vero shock quando Nat lasciò scivolare via le mani, come illusioni di
gioventù, rivelando un uomo in preda a una crisi di pianto in piena regola. Molle, umido,
quasi simile a una nonna nel suo dolore, pigolava mesto. Le spalle gli tremavano. E tutto
per il vecchio signor Jones. Chi l’avrebbe detto. Dopo tanti anni di speranze e
rassegnazione, Aviva vide suo marito sciogliersi in lacrime, e si rese conto che
quell’immagine, quel delicato sgretolarsi del castello di Nat, la irritava un pochino. Perché
non era Nat: un uomo che viveva agli antipodi, incline a slanci di rabbia e sfuriate di
gioia.
«So quanto lo apprezzavi» disse Aviva, tirando fuori dalla borsetta dei Kleenex. «E
anch’io.»
Nat si soffiò il naso, inspirò profondamente, espirò. «È vero» disse. «Mi piaceva molto.
Ma non… non è per quello che…»
«Ma allora cos’hai? Nat, cos’è successo?»
«Ho litigato con Archy. Abbiamo rotto.»
«Come?»
«Vuole che divorziamo. Perché? Perché non ne può più delle mie stronzate.» Sbruffò
un’altra volta nel Kleenex, muco e derisione in parti uguali. «Ma che cazzo di motivo è?»
«Ha accettato il lavoro al Dogpile?»
«Lo spero. Perché col cazzo che lo rivoglio tra i piedi.»
«Nat.» Non era il fatto che Archy voleva il divorzio. Nat, Aviva lo capì dal tono petulante
del marito, si sentiva scaricato. «Nat, è chiaro che lui e Gwen stanno attraversando un
momento un po’ particolare.»
«Sì, si chiama vita reale.»
«Cioè, secondo te Gwen Shanks e Archy Stallings fino a questo momento sono vissuti in
un mondo di fantasia.»
«Gwen è un’ostetrica nera in mezzo a un milione di mamme bianche. I neri ci passano
la vita, in un mondo di fantasia, solo che non è la loro fantasia.»
«Mmm» fece Aviva, presagendo con una fitta d’emicrania un’imminente sessione di
teorie jaffiane. «Allora parliamo di quel che intendi fare tu.»
«Quel che intendo fare io. Okay. Parliamone. Come prima cosa? Non voglio mai più
vendere un cazzo di vinile usato.»
«Nat.»
«Perché io, sai, la verità è che i dischi li odio. No. Mi correggo: odio la musica. Tutta la
musica. Ebbene sì, la ripudio. Vaffanculo, musica! La musica è Satana. E noi serviamo i
suoi scopi occulti. È come un virus venuto dallo spazio, come in Andromeda, e si propaga
da solo. Noi siamo solo portatori del contagio. La musica è il grande burattinaio occulto.»
«Nat.»
«Pensaci, Aviva. La musica ci ha ridotto al punto che andiamo in giro con dei cazzo di
cosi, con gli auricolari nelle orecchie. No, guarda, io mi chiamo fuori. Mi sa che mi dedico,
non so, a vendere formaggi. Ecco, mi metto a vendere formaggi. Tu puoi darmi una