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Bussole • 458

Studi linguistico-letterari

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2a edizione, maggio 2012
1a edizione, ottobre 2006
© copyright 2012 by Carocci editore S.p.A., Roma

Editing e impaginazione
Fregi e Majuscole, Torino

Finito di stampare nel maggio 2012


da Eurolit, Roma

isbn 978-88-430-6581-3

Riproduzione vietata ai sensi di legge


(art. 171 della legge 22 aprile 1941, n. 633)

Senza regolare autorizzazione, è vietato riprodurre questo volume


anche parzialmente e con qualsiasi mezzo, compresa la fotocopia,
anche per uso interno o didattico.

I lettori che desiderano informazioni sui volumi


pubblicati dalla casa editrice possono rivolgersi direttamente a:
Carocci editore
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http://www.carocci.it

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Grazia Basile
Anna Rosa Guerriero
Sergio Lubello

Competenze linguistiche
per l’accesso all’università

Carocci editore Bussole

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Avvertenze
Il simbolo rimanda agli esercizi consultabili sul sito dell’editore
Carocci (http://www.carocci.it). Le soluzioni in alcuni casi sono solo
indicative (ad es. negli esercizi sui sinonimi si fornisce solo qualche
possibilità), in pochissimi casi ci sono apparse non necessarie o troppo
lunghe e perciò si è preferito lasciare all’insegnante la libertà di orientare gli
studenti verso la soluzione ritenuta più opportuna. In particolare, alcuni
esercizi del terzo capitolo, anche quando non espressamente indicato,
richiedono la consultazione di un dizionario. La lettura approfondita di
alcune soluzioni consente peraltro di continuare a riflettere sulle parole
e sul loro uso e quindi di ampliare un vocabolario molto spesso limitato
quantitativamente e qualitativamente nello scritto e nel parlato.

Attribuzioni
Questo libro è il frutto di una stretta collaborazione tra i tre autori che
dura da alcuni anni presso la facoltà di Lingue e letterature straniere
dell’Università di Salerno. I singoli capitoli e gli esercizi sono stati pensati
e discussi insieme, tuttavia Grazia Basile è responsabile del capitolo 1,
dei paragrafi 2.1-2.3 e del capitolo 4, Sergio Lubello dei paragrafi 2.4-2.5
e del capitolo 3, Anna Rosa Guerriero del capitolo 5.

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Indice

Premessa 7

1. Lingua, dialetto e varietà di lingua 11


1.1. Lingua: una nozione sociosemiotica 11
1.2. Lingua e varietà di lingua 13
1.3. Lingua e dialetto 18
1.4. Le altre varietà dell’italiano contemporaneo 26

2. Le varietà dell’italiano contemporaneo 30


2.1. Introduzione 30
2.2. Le varietà diatopiche 31
2.3. Le varietà diastratiche 36
2.4. Le varietà diafasiche 39
2.5. Le varietà diamesiche 44

3. Le parole dell’italiano 49
3.1. Il lessico: le parole e il loro uso 49
3.2. La formazione delle parole 56
3.3. Il significato delle parole 64
3.4. La ricerca delle parole: i dizionari 70

4. Il testo 75
4.1. Che cos’è un testo 75
4.2. Le proprietà di un testo 78
4.3. Tipi testuali 89

5. L’elaborazione scritta del testo 97


5.1. La punteggiatura 97

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5.2. Segmentazione del testo 107
5.3. Organizzazione sintattica del testo 119
5.4. Elaborazione del testo 144

Bibliografia 152

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Premessa

Questo testo è un aggiornamento dell’edizione del 2006 ed è frutto


di diverse esperienze: il progetto promosso dalla facoltà di Lingue e
letterature straniere dell’Università di Salerno (elica – Educazione
linguistica e conoscenze per l’accesso) incentrato sull’individuazio-
ne dei requisiti per l’accesso a un corso di laurea in Lingue, i corsi di
educazione linguistica organizzati per il recupero dei debiti formati-
vi in entrata e, infine, l’attività didattica ordinaria, che ha consentito
un monitoraggio, sia pure non sistematico, delle competenze lingui-
stiche degli studenti.
Il successo della Bussola dedicata alle competenze linguistiche ci ha
spinto a riproporla in un’edizione aggiornata con parti nuove (rifles-
sioni sulla lingua e i suoi usi, sulle varietà dell’italiano ecc.) e con
alcuni ampliamenti dei capitoli originari; per tale motivo in questa
nuova edizione gli esercizi si trovano nella pagina web dell’editore
(http://www.carocci.it).
Ribadiamo ciò che avevamo osservato nella prima edizione. La con-
statazione – già prima della riforma universitaria – delle sempre più
deboli competenze linguistiche degli studenti ha indotto le facoltà
umanistiche (e non solo) di molti atenei a somministrare test di ac-
cesso, attivare corsi di recupero e istituire laboratori di scrittura; in
altre parole le università hanno esteso il loro ambito di intervento
proprio per rinforzare e sviluppare competenze tradizionalmente
considerate come traguardi in uscita dalla scuola secondaria di se-
condo grado. L’insegnamento dell’italiano e della scrittura nelle uni-
versità è ancora considerato il parente povero di insegnamenti più
prestigiosi; d’altro canto l’uso corretto, scritto e parlato, della lingua
è sempre più peculiarità di pochi studenti e non più, come dovrebbe
essere, conditio sine qua non. I dati dimostrano che vari insegnamenti
universitari tradizionali rischiano di diventare autoreferenziali pro-
prio perché sono in crisi le fondamenta che li sorreggono.
Siamo convinti che nel mancato raccordo curricolare tra scuola se-

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condaria di secondo grado e università risieda una delle ragioni che
provocano la deriva dei saperi linguistici e metalinguistici di base.
La cesura del curricolo didattico esiste ed è forte, e si rispecchia pe-
raltro nella cesura altrettanto netta nella didattica tra quella scola-
stica che, pur prevedendo non solo grammatica tradizionale di rado
o comunque non sistematicamente affronta temi come la variazione
linguistica, la testualità e l’uso del lessico, e quella universitaria che,
dando per scontate e acquisite le competenze di base, guarda oltre,
come sarebbe giusto, ma non sempre verifica, come sarebbe opportu-
no, le condizioni di partenza degli studenti né prende atto dei vuoti
da colmare.
Piacciano o non piacciano, la laurea triennale e le riforme in fase
di attuazione della scuola e dell’università (per la valutazione delle
quali occorre ancora attendere i primi risultati, compresa la nuova
organizzazione prevista per la formazione degli insegnanti) impon-
gono di salvaguardare un percorso formativo che assicuri una stretta
contiguità, oltre che collaborazione, tra scuola e università, produ-
cendo il potenziamento e il progresso delle competenze linguistiche,
non il loro indebolimento e la loro dispersione. I dati recenti degli
anni 2008-11 provenienti dai test di accesso alle facoltà umanistiche,
dal monitoraggio delle competenze scolastiche, dalle prove invalsi
(Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istru-
zione e di formazione), dalle indagini pisa (Programme for Interna-
tional Student Assessment) ecc. sono tutt’altro che confortanti.
Da queste riflessioni nasce il bisogno di interventi terapeutici imme-
diati e concreti come questo libro, che non ha intenzione di sostitui-
re un manuale di linguistica né di costituire un testo per le scuole, ma
di fungere proprio da raccordo nella continuità, si è detto, dei saperi
linguistici e metalinguistici: invita infatti alla riflessione sulle parole,
sui testi, sulla scrittura, ambiti nei quali i test di ingresso all’universi-
tà rivelano forti disagi e larghe incompetenze tra gli studenti.
Il volume si rivolge a un pubblico ampio, perché presenta materiale
didattico adatto in più momenti del percorso formativo: è pensato
per studenti del primo anno universitario di facoltà umanistiche (e
non solo) che seguono corsi di recupero di debiti formativi, come
supporto di insegnamenti linguistici di base, come vademecum utile

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anche per chi frequenta laboratori di scrittura, ma è sicuramente uti-
lizzabile anche da maturandi che debbano prepararsi per l’esame di
Stato e neodiplomati che si accingono ad affrontare un test di accesso
all’università; è infine un rapido ma efficace banco di prova per chi
durante il triennio universitario, consapevole delle proprie lacune o
dimenticanze, voglia riappropriarsi di nozioni perdute: lo studio e la
riflessione sulla propria lingua – ne siamo convinti – sono, oggi più
che mai, il vero elemento professionalizzante.

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1. Lingua, dialetto e varietà di lingua

1.1. Lingua: una nozione sociosemiotica


Ferdinand de Saussure (1857-1913), unanimemente considerato il pa-
dre della linguistica moderna, nell’Introduzione al Corso di linguisti-
ca generale (1916) si preoccupa di definire l’oggetto della linguistica
e di mettere ordine nell’insieme, da lui definito eteroclito, dei fatti di
linguaggio (Saussure, 1996). A questo proposito Saussure sostiene la
necessità di considerare i fatti linguistici in tutta la loro estensione e
in tutta la loro complessità, studiando sia la storia di ciascuna lingua
(in francese langue) storico-naturale, sia le manifestazioni concrete
di ciascuna langue nelle singole espressioni individuali (gli atti di pa-
role), sia il modo in cui le lingue storico-naturali si costituiscono e
si caratterizzano in virtù del loro imprescindibile legame con il lin-
guaggio, inteso come faculté du langage, come facoltà posseduta in
potenza da tutti gli esseri umani (in questo senso alcuni la definisco-
no universale, altri innata). Per Saussure (ivi, p. 19) la lingua:

Non si confonde con il linguaggio; essa non ne è che una determinata parte,
quantunque, è vero, essenziale. Essa è al tempo stesso un prodotto sociale del-
la facoltà del linguaggio e un insieme di convenzioni necessarie adottate dal
corpo sociale per consentire l’esercizio di quella facoltà negli individui. Preso
nella sua totalità, il linguaggio è multiforme ed eteroclito; a cavallo di parecchi
campi, nello stesso tempo fisico, fisiologico, psichico, esso appartiene anche al
dominio individuale e al dominio sociale […]. La lingua, al contrario, è in sé una
totalità e un principio di classificazione.

La lingua, inoltre, «non è completa in nessun singolo individuo, ma


esiste perfettamente soltanto nella massa» (ivi, p. 23). La lingua ap-
partiene alla società più che all’individuo: essa è il sistema che consen-
te di produrre singole strutture fonologiche, morfologiche, lessicali e
sintattiche e, proprio in quanto sistema, essa può essere vista come un
codice, ossia come un insieme di segni – intendendo per segno l’unio-
ne di un significante e di un significato che tra loro contraggono un

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legame arbitrario – che esprimono idee e, in quanto tale, essa «è con-
frontabile con la scrittura, l’alfabeto dei sordomuti, i riti simbolici, le
forme di cortesia, i segnali militari ecc. ecc.» (ivi, p. 25).
La lingua costituisce dunque un sistema ma, a differenza di altre isti-
tuzioni (le prescrizioni di un codice, i riti di una religione, i segnali
marittimi ecc.), essa è in ogni momento un qualcosa che riguarda tut-
ti gli individui, «sparsa in una massa che la maneggia, è una cosa di
cui tutti gli individui si servono tutto il giorno. […] La lingua è, tra
tutte le istituzioni sociali, quella che offre minor presa alle iniziative.
Essa fa corpo con la vita della massa sociale» (ivi, p. 92).
L’idea della natura sociale del linguaggio emerge di continuo nelle
pagine saussuriane: essa, proprio per la sua natura semiologica, non
può esistere in alcun momento e in alcun luogo al di fuori del fatto
sociale e prevede come suoi elementi interni e costitutivi sia la massa
parlante che il tempo (ivi, pp. 95-6):

Occorre una massa parlante perché vi sia una lingua. Contrariamente all’appa-
renza, in nessun momento la lingua esiste fuori del fatto sociale, perché essa è
un fenomeno semiologico. La sua natura sociale è uno dei suoi caratteri interni.
[…] E, tuttavia, ciò che ci vieta di guardare alla lingua come a una semplice con-
venzione, modificabile a piacere dagli interessati, non è questo; è invece l’azio-
ne del tempo, che si combina con l’azione della forza sociale: fuori della durata,
la realtà linguistica non è completa e nessuna conclusione è possibile.

Possiamo dunque definire la lingua come una nozione sociosemioti-


ca, in quanto è una semiotica che si regge necessariamente sull’esisten-
za di una massa parlante, di un insieme di individui socialmente coesi.
Dopo Saussure, nella letteratura linguistica e sociolinguistica del
Novecento, la nozione di massa parlante si è andata definendo e ca-
ratterizzando nel senso di comunità linguistica. Una prima definizio-
ne di comunità linguistica è quella che prevede un insieme di indivi-
dui capaci di intendere e farsi intendere (De Mauro, 1998, p. 16). Se
guardiamo da vicino gli aspetti che definiscono più compiutamente
una comunità linguistica possiamo individuare, seguendo la propo-
sta di Gaetano Berruto (2001, pp. 67-9), tre criteri:

• il primo criterio, basato solamente sulla lingua, prevede che una co-

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munità linguistica sia l’insieme di tutte le persone che usano una deter-
minata lingua;
• il secondo criterio, su base sociogeografica, implica che oltre alla con-
divisione di una stessa lingua vi sia pure una comunanza di stanziamen-
to, e dunque una comunità linguistica sarà costituita da un gruppo di
persone che fanno parte di una determinata entità geografico-politica e
che condividono una stessa lingua;
• il terzo criterio è stato sviluppato in particolare da William Labov
(1973, p. 341) e si basa sulla comunanza degli atteggiamenti sociali nei
confronti di una lingua, e dunque la comunità linguistica si configura
come un gruppo di parlanti che condivide un insieme di atteggiamenti
sociali nei confronti della lingua.
Berruto, dopo aver preso in esame le implicazioni legate allo sviluppo del
terzo criterio e le sue ricadute nell’ambito della psicologia sociale, propo-
ne una definizione di comunità linguistica non tecnica ma più operativa,
ossia «un insieme di persone, di estensione indeterminata, che condivi-
dano l’accesso a un insieme di varietà di lingua e che siano unite da una
qualche forma di aggregazione sociopolitica» (Berruto, 2001, p. 72).

Una comunità linguistica non coincide necessariamente con un’enti-


tà politica ben definita, come accade ad esempio in Italia, dove sulla
base della legge 15 dicembre 1999, n. 482, che riconosce ufficialmente
all’interno dei confini della nostra penisola una quindicina di lingue,
possiamo parlare di «lingue d’Italia» (Lorenzetti, 2005, p. 8). Oltre
all’italiano, infatti, che è la lingua nazionale e ufficiale del nostro paese
ed è parlato da circa 61 milioni di cittadini, abbiamo molte minoranze
linguistiche, come il tedesco parlato in Alto Adige, il francese parlato in
Valle d’Aosta, l’albanese parlato in una serie di comuni fra Campania,
Molise, Abruzzo, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, il catalano parlato
ad Alghero ecc. (cfr. la tabella riassuntiva delle lingue ufficiali e delle
minoranze riconosciute e tutelate in Italia riportata in ivi, pp. 9-10).

1.2. Lingua e varietà di lingua


Esercizi
4-5
Una lingua, insomma, non esiste al di fuori del tempo e della mas-
sa parlante e dunque è soggetta a diversi tipi di mutamento, legati
appunto allo scorrere del tempo (si parla di evoluzione diacronica)

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e alla massa parlante (si parla di variazioni diatopiche, diastratiche,
diafasiche e diamesiche, a seconda che il cambiamento avvenga rispet-
tivamente attraverso lo spazio, in base agli strati sociali dei parlanti,
alle situazioni comunicative e al mezzo utilizzato; cfr. par. 2.1). La
variazione è dunque una caratteristica intrinseca alle lingue storico-
naturali, è un fenomeno fisiologico e costantemente all’opera nel
loro funzionamento ed è all’origine delle cosiddette varietà di lin-
gua. La domanda teorica che a questo punto ci si pone è come nasce
la nozione di varietà linguistica e in virtù di quali condizioni si può
parlare di tale nozione.
A questo proposito dobbiamo rifarci alla distinzione tra langue e
parole introdotta da Saussure nel Corso di linguistica generale e alle
discussioni a cui ha dato seguito. Mentre la langue è il sistema (ad es.
la lingua italiana) condiviso dalla comunità linguistica dei parlanti,
i quali se ne servono per comunicare tra loro, e – come abbiamo vi-
sto nel paragrafo 1.1 – appartiene alla società più che all’individuo,
la parole riguarda le effettive realizzazioni linguistiche prodotte dai
singoli individui, la “messa in atto” concreta, nel discorso, delle pos-
sibilità che sono offerte in potenza dalla langue. La langue riguar-
derebbe dunque il piano astratto e intersoggettivo, mentre la parole
il piano del concreto, del soggettivo, del continuamente variabile.
Questa dicotomia saussuriana viene poi discussa e reimpostata, sem-
pre nell’ambito della linguistica strutturalista, soprattutto da Louis
Hjelmslev (1899-1965) e Eugenio Coseriu (1921-2002).
Hjelmslev affronta il problema in particolare in Lingua e “parole”
(1943) e nella Stratificazione del linguaggio (1954): in entrambi i saggi
Hjelmslev (1981a e 1981b) va oltre la dicotomia saussuriana di langue
e parole e propone una tripartizione che prevede come suoi momenti
costitutivi lo schema, la norma e l’uso. Tra lo schema, ossia la lingua
intesa come forma pura, definita indipendentemente dalla sua realiz-
zazione sociale e materiale, e l’uso, inteso come l’insieme di abitudini
linguistiche adottate da una determinata comunità, come ciò che vi è
di stabile nella parole, Hjelmslev introduce una terza nozione, quella
di norma.
Per esemplificare questa tripartizione Hjelmslev discute il caso della
r francese che, dal punto di vista dello schema, è definibile come en-

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tità relativa, oppositiva e negativa; dal punto di vista della norma po-
trebbe essere definita come una vibrante (riconoscendola quindi non
solo come un’entità oppositiva e relativa, ma anche come un’entità
dotata di una qualità positiva: è infatti per le sue vibrazioni che si op-
pone alle non vibranti); infine, dal punto di vista dell’uso, potrebbe
essere definita come una vibrante sonora roulée uvulare, includendo
quindi tutte le qualità che si ritrovano nella pronuncia abituale della
r francese (Hjelmslev, 1981a, pp. 94-6).
La norma non ha nulla di normativo in senso puristico e prescrittivo
(nel senso del come si deve dire), ma starebbe a indicare ciò che rientra
nel comune sistema valutativo (nel senso del come si dice) dei soggetti
parlanti di un determinato gruppo sociale.
I criteri in base ai quali certe realizzazioni linguistiche, attraverso la
norma, passano nello schema dipendono da quello che Hjelmslev
definisce l’apprezzamento collettivo. È quest’ultimo che definisce
regole e modalità socialmente condivise, che stabilisce criteri di
pertinenza o di valutazione accolti dalla massa parlante. In sostan-
za, l’apprezzamento collettivo è la norma (ivi, pp. 110-1). Mentre
nell’uso non sembrerebbe contemplato il momento della valutazio-
ne e dell’apprezzamento, nella norma questi due elementi agiscono
in sinergia, così che la norma giunge a configurarsi come il sapere
dei parlanti, come quell’elemento di passaggio essenziale verso la
langue come schema in cui sono previste la presenza e la capacità di
emettere giudizi che sono proprie degli utenti di una lingua storico-
naturale.
Anche Coseriu, più o meno negli stessi anni, in Sistema, norma e “pa-
role” (1952) muove dall’insufficienza della dicotomia saussuriana di
langue e parole, sottolineando il fatto che in ogni particolare atto lin-
guistico coesistono sia «fatti di lingua» che «fatti di parole» (Co-
seriu, 1971, p. 28). Nell’effettiva realizzazione della parole possiamo
trovare elementi che non sono unici e occasionali, ma “normali”, nel
senso di acquisiti e ripetuti grazie all’abitudine, pur non appartenen-
do al sistema funzionale delle forme linguistiche. Secondo Coseriu
(ivi, p. 50) «ciò vuol dire che già sulla base del cosiddetto “prodotto
linguistico” è possibile stabilire un sistema normale, diverso dal siste-
ma funzionale, quello delle “forme linguistiche”».

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La nozione di norma così intesa ci consente una maggiore compren-
sione di come funziona il mutamento linguistico. In latino classico,
ad esempio, era normale la declinazione desinenziale, ma erano mol-
ti i casi in cui si adoperavano anche le preposizioni, che già da sole
bastavano a indicare la funzione: la norma si spostò gradualmente
verso l’uso delle preposizioni fino a che fu ribaltato l’equilibrio com-
plessivo del sistema, e nelle attuali lingue romanze possiamo trovare
ancora qualche traccia dell’antica declinazione, ad esempio nell’op-
posizione tra singolare e plurale.
Oltre a contenere in sé i germi, le origini del mutamento, il livello
della norma, dell’apprezzamento collettivo, è anche il luogo in cui
hanno origine le cosiddette varietà della lingua. Tra il livello del si-
stema astratto (della langue) e quello delle concrete realizzazioni di
parole abbiamo insomma il livello della norma, in cui il piano della
lingua e quello dei saperi dei parlanti si intersecano e danno origine
alle cosiddette varietà linguistiche. La nozione di varietà linguistica
ha origine dunque a partire dalla norma, dalla convergenza di aspetti
relativi al sistema e aspetti relativi ai contesti d’uso di una lingua, in-
somma è il risultato di realizzazioni linguistiche attestate sì nell’uso,
ma che non sono ancora tutte effettivamente registrate e assimilate
nel sistema astratto della langue.
Per descrivere questa situazione di fluidità e queste continue inter-
connessioni tra i vari livelli, vale a dire per descrivere il carattere con-
tinuo che è presente nella realtà linguistica, in sociolinguistica si fa
solitamente uso della nozione di continuum: in primo luogo proprio
per mettere in evidenza la continuità dei fenomeni, la difficoltà, se
non l’impossibilità, di separare nettamente le categorie le une dal-
le altre e, in secondo luogo, per opporsi alla concezione categoriale
classica di stampo aristotelico che prevedeva l’esistenza di condizio-
ni necessarie e sufficienti per distinguere le categorie. Questi aspetti
sono stati approfonditi in particolare dal sociolinguista William La-
bov, il quale, proprio a partire dalla natura sfuggente e mutevole della
realtà – famosa la sua dimostrazione di quanto sia difficile dire con
esattezza che cosa siano molti oggetti di uso quotidiano a partire dal
modo in cui i parlanti usano parole quali bowls, cups, mugs e dishes
(Labov, 1977, p. 160) –, opera una distinzione tra alcune posizioni

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teoriche della linguistica tradizionale del Novecento, in cui veniva
dato per scontato che «la categorizzazione della sostanza linguistica
fosse completa, invariabile, discreta e non problematica» (ivi, p. 23),
e quelle proprie della sociolinguistica, la quale non dà per scontata
l’esistenza delle categorie, ma «studia […] il processo di formazione
dei confini e considera fino a che punto la struttura linguistica riesce
a imporre distinzioni categoriali alla sostanza interessata» (ibid.).
All’interno del continuum possiamo individuare punti focali o pro-
totipici, insomma – per riprendere una definizione, ormai divenuta
famosa, di Berruto – «addensamenti» (Berruto, 1987a, p. 29), che
stanno appunto a indicare convergenze di tratti che definiscono va-
rietà differenti.
Oltre alla nozione di continuum vogliamo richiamare l’attenzione su
un’altra importante nozione, quella di spazio linguistico, che è omo-
geneo allo spazio culturale (De Mauro, 1995, p. 154) e che costituisce
lo sfondo a partire dal quale prendono forma le oscillazioni indivi-
duali e collettive delle nostre realizzazioni linguistiche.
Ogni volta che un parlante decide di comunicare con i suoi simili
si trova a operare scelte che riguardano una serie composita di cir-
costanze. Come sostiene Tullio De Mauro, parole e frasi sono per
gli esseri umani un grande strumento di libertà, tuttavia «lo spazio
in cui ci muoviamo con frasi e parole, lo spazio linguistico non è il
caos» (De Mauro, 1980, p. 102), e le dimensioni fondamentali che
caratterizzano lo spazio linguistico sono le seguenti:

• l’ambito locale, geografico e il livello più o meno standard delle pa-


role;
• il legame delle frasi con il loro contesto e dunque i loro vari livelli di
informalità vs formalità;
• il canale che le parole percorrono e il mezzo usato per dar loro espres-
sione (il parlato a voce, lo scritto a mano, dattiloscritto ecc., la radio, la
televisione, la stampa ecc.) (cfr. lo schema dello spazio linguistico pro-
posto da De Mauro; ivi, p. 107).

Possiamo parlare di varietà nel momento in cui all’interno di uno


spazio linguistico, di uno spazio enunciativo e comunicativo, le re-
alizzazioni linguistiche presentano tratti maggiori o minori di simi-

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larità e/o diversità. Per riprendere un’efficace definizione di Berru-
to, possiamo parlare di varietà linguistica (Berruto, 1987b, p. 264,
trad. it. p. 206):

Quando abbiamo un certo numero di valori, reciprocamente congruenti, di


determinate variabili linguistiche (ossia certe realizzazioni di certe forme, che
consentono più realizzazioni nell’insieme della lingua), che operano in con-
giunzione con un certo numero di caratteristiche che contraddistinguono i
parlanti e/o le situazioni d’uso.

1.3. Lingua e dialetto


Esercizi
6-7 Quali sono i criteri che ci consentono di dire se siamo in presenza di
due lingue diverse o di due varietà di una stessa lingua? La questione
è piuttosto complessa e, come afferma Berruto (2001, p. 77), può dar-
si il caso di due varietà con un certo grado di distanza strutturale che
possono essere ritenute varietà di una stessa lingua oppure due lingue
diverse. A dirimere la questione intervengono fatti e considerazioni
di natura non linguistica, quali il sentimento dei parlanti, le conven-
zioni socioculturali, le attribuzioni politico-ideologiche, l’impor-
tanza sociale ecc., al punto che «non esiste una soglia al di qua o al
di là della quale due varietà diverse vadano considerate varietà della
stessa lingua o due lingue diverse» (ibid.).
Osserviamo che cosa accade a livello di variazione diatopica, ossia
in quei casi in cui esiste un contatto fra lingue o meglio la coesi-
stenza di più sistemi linguistici in una stessa area geografica, come
accade in Italia, dove, oltre alla lingua nazionale, l’italiano appun-
to, esistono parecchi dialetti diversi (il siciliano, il veneziano, il na-
poletano ecc.).
Da un punto di vista semiotico più generale lingue nazionali e dialet-
ti non differiscono in nulla, in quanto sia le une che gli altri presen-
tano le caratteristiche essenziali di qualsiasi sistema semiotico defini-
bile come lingua, ossia sono sistemi di segni, «repertori di parole»
(De Mauro, 1998, p. 17) che garantiscono la comprensione reciproca
tra i membri di una medesima comunità linguistica. Lo stesso termi-
ne dialetto deriva dal latino tardo dialectos, che a sua volta deriva dal

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greco diálektos (che significa “lingua”), derivato di dialégomai (che
significa “parlare, conversare”). Come ci suggerisce la stessa etimolo-
gia, dunque, il dialetto è una vera e propria lingua e serve a stabilire
e mantenere il dialogo, la comunicazione tra gli esseri umani. Il dia-
letto, insomma, è uno strumento di comunicazione che ha le stesse
proprietà e le stesse potenzialità di una lingua. È questa la ragione per
cui Antonio Gramsci (1891-1937) in una lettera del 26 marzo 1927
esorta la sorella Teresina a lasciar parlare liberamente in sardo il ni-
potino Franco, in quanto «il sardo […] è una lingua a sé, quantunque
non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino
più lingue», oltre al fatto che è buona cosa «che i tuoi bambini suc-
chino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente
nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per
il loro avvenire, tutt’altro» (Gramsci, 1971, p. 38).
Generalmente si parla di dialetto per indicare una lingua, propria
di un numero limitato di parlanti, che convive con un’altra lingua
di uso più esteso. Se vogliamo rintracciare una distinzione tra lin-
gua e dialetto, questa sarà da ricercare a livello sociolinguistico, in
quanto lingua e dialetto divergono dal punto di vista funzionale,
sociale e comunicativo: a questo proposito Max Weinreich (1894-
1969) ha sostenuto che una lingua è un dialetto con un esercito e
una marina (Weinreich, 1945), mentre Einar Haugen (1906-1994) ha
definito una lingua un dialetto che ha fatto carriera (Haugen, 1966).
Come sottolinea Corrado Grassi, lingua e dialetto sono in una si-
tuazione di complementarità funzionale, ossia svolgono funzioni
complementari e si sovrappongono solo in parte in quanto sono
utilizzati in situazioni, con interlocutori e per fini diversi (Grassi,
2000, p. 280).
Tra i caratteri spesso attribuiti al dialetto possiamo menzionare, ad
esempio, «l’oralità […], la sua limitazione ai soli usi parlati; la sfera
[di impiego] prevalentemente o esclusivamente familiare, confiden-
ziale, locale, quotidiana» (Berruto, 2001, p. 225). A questo proposi-
to, però, è opportuno fare un paio di osservazioni: la prima è che non
è vero che i dialetti, pur essendo utilizzati nella stragrande maggio-
ranza dei casi nel parlato, non abbiano un uso scritto, tant’è vero che
molti hanno anche una loro tradizione letteraria scritta (cfr. i testi

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poetici di Giuseppe Gioacchino Belli, di Carlo Porta o di Ignazio
Buttitta); la seconda osservazione riguarda l’uso del dialetto in con-
testi per lo più informali: è in questi casi che emerge il carattere di
maggiore espressività del dialetto, in particolare quando i parlanti,
nei momenti di forte coinvolgimento emotivo e in situazioni in cui
vogliono marcare con particolare enfasi espressiva il contenuto di un
messaggio, vi fanno spesso ricorso.
In questa sede preferiamo usare una definizione “neutra” del termine
dialetto, per indicare l’uso di una varietà, per lo più di tipo diatopi-
co, all’interno di un’area geografica e nazionale più vasta. I dialetti,
proprio per la loro collocazione diatopica, fanno sempre e comunque
riferimento a una lingua cum dialectis, a una lingua di estensione più
vasta e, in questo senso (ma solo in questo), possiamo dire che sono
“subordinati” ad essa, tuttavia ciò non vuol dire che siano parlati dai
membri degli strati sociali più bassi.
Le lingue nazionali, d’altro canto, sono sorte accanto alle parlate
locali e come “sostituti”, per così dire, dei volgari sia per consentire
gli scambi economici e culturali tra comunità sociali distanti geo-
graficamente, sia come strumenti indispensabili all’organizzazione
burocratica e sociale di quelli che in età moderna si sono costituiti
come Stati nazionali (Grassi, 2000, p. 280). Non è un caso che il
termine dialetto sia entrato nella cultura europea moderna e rina-
scimentale aggiungendo al suo significato originario e neutro di “lin-
gua, parlata” quella connotazione valutativa di varietà subordinata
o inferiore che sarebbe poi prevalsa nei secoli seguenti (Lepschy,
1999, p. 150).
Di solito, quindi, si sostiene che in Italia, almeno a partire dal Rina-
scimento, sia prevalsa una situazione di diglossia piuttosto che di bi-
linguismo, ossia che ci sia stato l’emergere di una varietà “alta” (usata
quasi esclusivamente nello scritto e forte di una prestigiosa tradizio-
ne letteraria) a scapito di più varietà “basse” (usate prevalentemente
nel parlato) piuttosto che la compresenza di lingue pari grado.

1.3.1. Lingua e dialetti in Italia. Un po’ di storia L’italiano di


Esercizi
8-9
oggi, in realtà, non è che un dialetto (il volgare toscano nella varie-
tà fiorentina) che, in seguito a varie vicende storiche, politiche, so-

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ciali, economiche e letterarie, ha svolto il ruolo di lingua nazionale.
Come aveva ben messo in evidenza il linguista e glottologo Gra-
ziadio Isaia Ascoli (1829-1907) nel 1872 nel Proemio (pubblicato
poi nel 1873) all’“Archivio Glottologico Italiano” (la rivista da lui
fondata), in Italia, nel periodo compreso fra la conquista romana
del iv e iii secolo a.C. e l’unificazione politica nel 1861, non c’era-
no state forze capaci di accrescere o di salvaguardare l’omogeneità
linguistica delle varie regioni (De Mauro, 1986, p. 16). A differenza
di quanto era accaduto in nazioni quali la Francia, la Spagna o l’In-
ghilterra, in Italia erano mancate quelle forze centripete in grado
di operare un accentramento demografico, economico, politico e
intellettuale proprio di uno Stato unitario. Non si era verificato
nemmeno un fenomeno simile alla Riforma protestante, che, nei
paesi di lingua tedesca, in assenza di un’unità politica, aveva sia dif-
fuso ampiamente l’istruzione elementare e la lettura dei testi sacri,
sia favorito quella circolazione di idee, esperienze e tradizioni in
grado di creare un alto livello di omogeneità linguistica e culturale
(ivi, p. 17).
La frammentazione politica italiana ha avuto come conseguenza,
sul piano linguistico, la proliferazione di una “selva” di idiomi molto
diversi gli uni dagli altri (ivi, p. 21). In virtù del frazionamento ter-
ritoriale e politico della penisola italiana, i dialetti così costituitisi,
in particolare in seguito alla dissoluzione del latino classico (dopo
la caduta dell’impero romano d’Occidente, nel 476 d.C.) verso il
latino volgare (da vulgus, “popolo”, ossia il latino comunemente par-
lato nelle regioni soggette alla dominazione romana, la cosiddetta
Romània), si sono sviluppati per secoli in direzioni diverse e «la
loro varietà fu limitata soltanto dal fatto che in tutte le regioni venne
adottato il latino nell’uso giuridico fino al Quattrocento o Cinque-
cento, e nell’uso ecclesiastico ancor più a lungo» (ivi, p. 22). Oltre a
ciò, i ceti più colti (ibid.):

Cominciarono ad usare sempre più spesso nelle scritture pubbliche e private


un idioma panitaliano, il fiorentino, nelle forme fissate da Dante, Petrarca e
Boccaccio, arricchite poi, in ambiente cancelleresco e umanistico, di elementi
lessicali e strutture sintattiche di diretta derivazione latina.

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Mentre in paesi quali la Francia, la Germania, la Spagna e l’Inghil-
terra si possono ravvisare varie ragioni di tipo politico, economico,
sociale e culturale che già prima del Cinquecento erano state decisive
perché al latino medievale si sostituisse un idioma cosiddetto volgare
e perché l’idioma prescelto, una volta diventato lingua nazionale, si
diffondesse il più possibile in tutto il territorio e presso tutti i ceti so-
ciali, in Italia la questione era differente: tra il Trecento e il Cinque-
cento si afferma sì una lingua nazionale, il toscano o, più esattamente,
il fiorentino, ma «all’origine della fortuna del toscano vi furono sol-
tanto il prestigio letterario conferito ad esso dai tre grandi trecentisti
e la conferma di tale prestigio avutasi nel Cinquecento grazie al pe-
trarchismo e all’opera dei grammatici» (ivi, p. 24).
La lingua toscana nella sua variante fiorentina letteraria trecentesca
diventa così non solo il punto di riferimento di gran parte della pro-
duzione letteraria, ma anche ciò che, in assenza di un’unità politica,
caratterizza e consente di identificare la nazione italiana. L’afferma-
zione del fiorentino letterario del Trecento è legata anche alla ben
nota questione della lingua, che dagli inizi del Cinquecento vede
confrontarsi tre posizioni e quindi tre modelli diversi: quale tipo di
fiorentino deve essere scelto come modello, quello dei grandi scritto-
ri del Trecento oppure il fiorentino contemporaneo oppure un mo-
dello eclettico? I tre modelli sono i seguenti.

• Il modello trecentesco. È quello legato al nome del veneziano Pietro


Bembo (1470-1547), il quale nel 1525 nelle Prose della volgar lingua so-
stiene l’opportunità di imitare Petrarca per la poesia e Boccaccio per la
prosa (fatta eccezione per le parti del Decameron di registro più “basso”)
e, così facendo, diviene il fautore della necessità di escludere la lingua
dell’uso, nell’intento di fornire ai dotti uno strumento raffinato, elitario
e prestigioso (Bembo, 2001). Per Bembo il modello di lingua a cui rifarsi
è la lingua scritta e letteraria, che, proprio perché intesa come strumento
universale destinato ai posteri, deve, per mezzo di una rigida codifica-
zione, svincolarsi dalla variabilità tipica delle lingue dell’uso.
• Il modello di lingua cortigiana. È quello legato ai nomi di Vincenzo
Colli (1460-1508), detto il Calmeta, di Baldassarre Castiglione (1478-
1529) e di Giangiorgio Trissino (1478-1550). Secondo tale modello
viene sì riconosciuta la centralità del toscano, ma al tempo stesso an-

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che il valore degli altri volgari, esclusivamente però di quelli parlati
nelle corti, e dunque si tratta di un modello di tipo aristocratico che
concepisce la lingua come un prodotto esclusivo dell’intelletto e non
dell’uso.
• Il modello del fiorentino parlato. È quello legato a Claudio Tolomei
(1492-1556) ma soprattutto a Niccolò Machiavelli (1469-1527). Si tratta
di un modello che parte sì dal presupposto che il fiorentino abbia, ri-
spetto agli altri volgari, una sua naturale bellezza e superiorità, ma, pur
riconoscendo la grande importanza degli scritti di autori quali Dante,
Petrarca e Boccaccio, mette in rilievo – in particolare con Machiavelli –
l’importanza del parlato, anche di quello “popolare”.

Il modello che prevale è quello proposto da Bembo, ossia quello


ispirato a una concezione decisamente classicista e aristocratica del-
la lingua, così che viene sancita la distinzione (anzi spesso la con-
trapposizione) tra la lingua letteraria dei dotti, dei colti, degli intel-
lettuali, basata sull’imitazione dei classici e perciò tendenzialmente
immobile, e la lingua dell’uso, parlata dagli strati meno colti della
popolazione e in continua evoluzione. La scelta del fiorentino aulico
e letterario e non, ad esempio, del fiorentino quattro-cinquecentesco
ha avuto come conseguenza che per un lungo periodo di tempo gli
unici a utilizzare la lingua italiana fossero i letterati, mentre tutti gli
altri, nella comunicazione quotidiana, usavano i vari dialetti diffu-
si e radicati nella nostra penisola. Un’altra conseguenza del crescere
d’importanza del fiorentino letterario è la sottovalutazione di tutte
le altre forme così che, mentre fino alla fine del Cinquecento tutte
le varietà sentite come diverse erano comunque chiamate lingue (si
parlava di lingua milanese, lingua veneziana, lingua bolognese ecc.),
a partire dal Rinascimento – come già detto nel paragrafo 1.3 – si
afferma l’opposizione asimmetrica tra lingua e dialetti. Questi ulti-
mi vengono intesi come parlate impiegate in aree geograficamente
circoscritte, in ambiti limitati e per lo più nella varietà orale, mentre
la lingua italiana che si afferma presenta, in termini sociolinguistici,
tratti di prestigio.
L’affermazione della lingua italiana deve dunque la sua fortuna a
fattori essenzialmente extralinguistici, per cui una lingua è (Berruto,
2001, p. 215):

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Ogni sistema linguistico socialmente sviluppato, che sia lingua ufficiale o na-
zionale in qualche paese, che svolga un’ampia gamma di funzioni nella società,
che sia standardizzato e sia sovraordinato ad altri sistemi linguistici subordinati
eventualmente presenti nell’uso della comunità (che se sono imparentati con
essa saranno i suoi dialetti).

1.3.2. Varietà standard e non standard Inteso in questo senso, il


Esercizi rapporto tra lingua e dialetti consente di cogliere un’altra importante
10-11
distinzione sociolinguistica, ossia quella tra lingua standard e varietà
non standard, dove i dialetti non sono mai varietà standard (pur go-
dendo, talvolta, di certi livelli di standardizzazione e codificazione),
ma sono ad essa subordinati. Il termine standard in sociolinguistica
è un termine polisemico, ossia ha significati diversi. In primo luogo
può essere inteso nel senso di normativo, prescrittivo, codificato dai
manuali e dalla tradizione, accettato come corretto e come “buona
lingua”, in secondo luogo può indicare in maniera più neutra un
«insieme di tratti non socialmente marcati della lingua», che rap-
presentano l’uso medio dei parlanti colti (Berruto, 2000b, p. 84, e
2001, p. 221). In questo secondo senso il valore di standard, semplifi-
cando molto, si avvicina a quello di normale (nel senso di Hjelmslev
e Coseriu visto nel paragrafo 1.2), ossia di statisticamente più diffuso
e accettato, sempre però relativamente ai parlanti colti.
Una delle caratterizzazioni più classiche di lingua standard è quella
elaborata da Paul L. Garvin e Madeleine Mathiot nel 1956 e poi ripre-
sa, tra gli altri, da Berruto (1987a, p. 56, e 2001, pp. 221-2). Una lingua
standard si definisce quindi per il possesso delle seguenti caratteristi-
che (Berruto, 1987a, p. 56):

• stabilità flessibile, dovuta a istituzioni codificanti (ad es. grammatiche


e dizionari);
• intellettualizzazione, vale a dire l’adattamento a rendere possibile la
produzione di testi astratti;
• funzione unificatrice, dato che una lingua standard serve come lega-
me fra parlanti varietà sociogeografiche diverse della stessa lingua e con-
tribuisce così a farli sentire membri di un’unica comunità parlante;
• funzione separatrice verso l’esterno, dato che uno standard si oppone
ad altri standard nazionali e che quindi serve da simbolo di un’identità
nazionale distinta;

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• funzione di prestigio, dato che lo standard è modello ammirato (negli
usi ufficiali, letterari ecc.);
• funzione di modello di riferimento (frame-of-reference function), che
fornisce ai parlanti una norma codificata costituente una pietra di para-
gone per i giudizi di correttezza.

Di fatto le lingue nazionali vengono a coincidere con le lingue stan-


dard, in quanto la funzione sovraregionale e nazionale implica un
certo grado di standardizzazione e, al tempo stesso, quest’ultimo fa-
vorisce l’assunzione a lingua nazionale (Berruto, 2001, p. 222). Inol-
tre la lingua standard riceve sostegno sia dall’esistenza di manuali e
repertori (dizionari, grammatiche, dizionari di pronuncia e altre ope-
re di carattere normativo) sui quali sono codificate le norme per un
uso corretto della lingua, sia dall’esistenza di testi esemplari a cui tali
manuali e repertori fanno riferimento. Di grande rilievo, inoltre, è
l’azione svolta dalle istituzioni scolastiche, culturali e amministrati-
ve, dai mass media, dagli apparati ideologici ecc. per la diffusione e il
consolidamento della varietà standard.
Tutti quegli aspetti della variazione (sia diatopica che diastratica che
diafasica) che si collocano al di sotto della lingua standard vanno sot-
to la denominazione generica di varietà sub-standard (cfr. fig. 1 nel
par. 1.4), per cui (Berruto, 2000b, p. 85):

Varietà sub-standard e tratti sub-standard saranno le varietà, o i singoli ele-


menti linguistici, che in un modello delle varietà pluridimensionale orientato
stanno al di sotto dello standard, vale a dire verso l’estremo basso di ogni asse
di variazione […]. I tratti sub-standard compaiono quindi in molte varietà e nel
comportamento linguistico di tutti i parlanti.

I tratti sub-standard, inoltre, correlano fortemente anche con i giu-


dizi e gli atteggiamenti linguistici dei parlanti, in quanto, mentre
– nel caso dell’italiano – la varietà standard gode di una funzione
di prestigio e, dunque, di valutazioni positive – legate all’uso scrit-
to oltre a quello solo orale, all’esistenza di una tradizione lettera-
ria, all’essere parlata nelle aree urbanizzate anziché in quelle rurali,
all’essere usata dalle classi sociali di livello sociale più elevato –, di
converso (ibid.)

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una crescente marcatezza sub-standard è sanzionata via via sempre più negati-
vamente, sino a dare luogo a stereotipi valutativi in base ai quali il modo in cui
una persona parla diventa un forte indicatore della sua estrazione sociale e ad-
dirittura dei suoi caratteri personali, ricavati, per così dire, secondo la quantità
e qualità di elementi sub-standard presenti, soprattutto, nella sua pronuncia.

1.4. Le altre varietà dell’italiano contemporaneo


Esercizio
12 Per descrivere e dare conto delle varietà presenti nel repertorio lin-
guistico dell’italiano contemporaneo ci rifacciamo alla figura 1, sche-
ma proposto da Berruto in Sociolinguistica dell’italiano contempora-
neo (1987a, p. 21) e poi ripreso nel saggio Le varietà del repertorio
(2000a, p. 12).
Questo schema è un tentativo di descrivere l’“architettura” dell’i-
taliano contemporaneo, ossia costituisce una sintesi delle varietà
presenti nell’italiano e della loro collocazione reciproca, di modo
che la “somma”, per dir così, di tali varietà costituisce la lingua con-
temporanea (Berruto, 1987a, p. 20). In questo schema la dimensione
diatopica è stata messa sullo sfondo e l’attenzione è focalizzata sulla
diastratia, sulla diafasia e sulla diamesia.
I tre assi di variazione che costituiscono lo schema sono: l’asse dia-
mesico, che va dal polo “scritto scritto”, a sinistra, a quello “parlato
parlato”, a destra (Nencioni, 1976); l’asse diastratico, che va dal polo
“alto”, in alto, al polo “basso”, in basso; l’asse diafasico, che va dal polo
“formale-formalizzato”, in alto a sinistra, al polo “informale”, in basso
a destra. L’asse diamesico rappresenta una variazione di tipo partico-
lare che taglia trasversalmente le altre varietà, proprio perché sia a li-
vello diacronico, diatopico, diastratico e diafasico è possibile trovare
realizzazioni sia scritte che parlate.
Al centro dello schema sono raccolti i fenomeni che caratterizzano
l’italiano unitario, standard e normativo e che costituiscono, per così
dire, «il nocciolo unitario della lingua» (Berruto, 1987a, p. 20). Man
mano che si procede dal centro alla periferia dello schema incontriamo
i fenomeni linguistici che si discostano sempre di più dallo standard,
dalla norma dell’italiano unitario e che costituiscono la sezione non
standard e sub-standard dell’italiano di oggi. Nel quadrante in alto a

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figura 1
L’architettura dell’italiano contemporaneo

Polo “formale-formalizzato” Polo “alto”


7. It. formale aulico

8. It. tecnico-scientifico periferia

9. It. burocratico

… …

centro

1. It. standard
letterario

2. It. neo-standard
(= it. regionale colto medio) Asse diamesico

Polo 3. It. parlato Polo


“scritto scritto” colloquiale “parlato parlato”

Sub-standardità
4. It. regionale
popolare …

Asse diafasico
(Sottocodici Registro)
periferia

5. It. informale
trascurato
Asse 6. It. gergale
diastratico
Polo “basso” Polo “informale”

Fonte: Berruto (1987a, p. 21).

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sinistra sono contenute le varietà che presentano i maggiori tratti di
formalità, che sono per lo più varietà scritte e si collocano a un livello
socialmente alto; nel quadrante in basso a destra troviamo le varietà
che vanno verso l’estremo parlato, presentano tratti di informalità e
sono proprie di strati sociali più bassi. Se poi prendiamo come punto
di riferimento la metà dello schema e procediamo verso il basso vedia-
mo che c’è un aumento graduale di tratti e fenomeni sub-standard.
Le nove entità rappresentate nello schema indicano, a scopo di sem-
plificazione, i punti di maggiore rilevanza all’interno del continuum
pluridimensionale delle varietà dell’italiano (Berruto, 2000a, p. 14):

1. l’italiano standard letterario rappresenta la varietà scritta della tradi-


zione letteraria;
2. l’italiano neo-standard rappresenta grosso modo la varietà di lingua
solitamente usata dalle persone colte, che però ammette come corrette
alcune espressioni che fino a qualche decennio fa non erano ritenute
pienamente corrispondenti allo standard;
3. l’italiano parlato colloquiale è la varietà, di solito orale, usata nella
normale conversazione quotidiana;
4. l’italiano regionale popolare è la varietà, sia parlata che scritta, tipica
degli strati socioculturali con un basso livello di istruzione;
5. l’italiano informale trascurato è la varietà parlata tipica delle situazio-
ni molto informali, spontanee e confidenziali;
6. l’italiano gergale è la varietà parlata e marcatamente espressiva che
è propria di parlanti che condividono attività, abitudini e stili di vita;
di solito è usata per sottolineare l’appartenenza a un gruppo o ad una
cerchia ristretta di persone che vogliono distinguersi dalle altre;
7. l’italiano formale aulico è la varietà delle situazioni pubbliche formali
e solenni; è una varietà sia scritta che parlata ma con un parlato che ha
come proprio modello lo scritto;
8. l’italiano tecnico-scientifico è la varietà, sia scritta che parlata, usata di
solito in contesti tecnici e scientifici;
9. l’italiano burocratico è la varietà, scritta ma anche parlata, usata per
usi ufficiali, di tipo burocratico e amministrativo.

A scopo esemplificativo ipotizziamo di voler comunicare un deter-


minato messaggio, ad esempio “informare qualcuno di aver subito

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il furto del portafoglio”. Se procediamo dall’alto al basso degli assi
diastratici e diafasici, possiamo incontrare le seguenti espressioni che
esemplificano le nove entità appena descritte (cfr. anche Berruto,
2000a, p. 14, a proposito dei possibili modi di trasmissione del con-
tenuto “dire a qualcuno che non si può andare da lui”):

• La informo con rammarico di essere stato vittima di ignoti borsaioli


i quali con dolo hanno sottratto il portafoglio dalla mia tasca (italiano
formale aulico).
• Le trasmetto l’informazione che chi sta parlando è stato vittima di fur-
to del proprio portafoglio da parte di ignoti (italiano tecnico-scientifico).
• Vogliate prendere atto che individui ignoti hanno perpetrato un fur-
to sottraendo il portafoglio al sottoscritto (italiano burocratico).
• La informo di essere stato derubato del portafoglio (italiano formale
letterario).
• Le dico che mi hanno rubato il portafoglio (italiano neo-standard).
• Ma lo sai che mi hanno scippato il portafoglio? (italiano parlato col-
loquiale).
• Ci dico che mi hanno frecato il portafoglio (italiano popolare).
• Che lo sai che mi hanno acchiappato e mi hanno fregato il portafo-
glio, eh? (italiano informale trascurato).
• Ehi, ma ce lo sai che dei bastardi fregaroli mi hanno infinocchiato e
mi hanno solato il portafoglio? (italiano gergale con tratti di dialetto
romanesco).

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2. Le varietà dell’italiano contemporaneo

2.1. Introduzione
Quando parliamo di variabilità o variazione della lingua intendiamo
mettere l’accento sul fatto che la lingua del tutto naturalmente e, per
così dire, fisiologicamente al proprio interno varia, dunque sull’a-
spetto dinamico che caratterizza la variabilità o variazione linguisti-
ca. Quando parliamo di varietà, invece, ci riferiamo al risultato o alla
dimensione statica del processo di variazione, così che possiamo in-
dividuare, all’interno di un continuum, categorie di natura discreta.
Le lingue cambiano dunque costantemente e possiamo distinguere
quattro principali assi di variazione:

• una lingua varia attraverso il tempo (variazione diacronica);


• una lingua varia attraverso lo spazio; ci riferiamo alla variazione re-
lativa all’origine e alla distribuzione geografica dei parlanti (variazione
diatopica);
• una lingua varia relativamente ai diversi strati socioculturali di ap-
partenenza dei parlanti (variazione diastratica);
• una lingua varia attraverso le situazioni comunicative, ossia riguardo
alle funzioni e alle situazioni d’uso della lingua (variazione diafasica).

A livello trasversale bisogna poi considerare che una lingua varia a


seconda del mezzo espressivo usato per comunicare (il parlato, lo
scritto ecc.) (variazione diamesica).
In questa sede ci occuperemo delle variazioni che caratterizzano la
lingua italiana contemporanea, la quale, come ogni altra lingua, non
è un’entità monolitica, rigida, che aderisce a una norma unitaria, ma
è uno strumento flessibile, adattabile a esigenze, circostanze e norme
diverse. Escluderemo la variazione diacronica e ci soffermeremo sui
fenomeni a livello sincronico, prendendo dunque in considerazione
le varietà diatopiche, diastratiche, diafasiche e diamesiche, tenendo
presente che una separazione rigida non sempre è possibile. Ad esem-

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pio, nel caso del linguaggio giovanile siamo di fronte a una varietà di
tipo sia diastratico (in quanto legata al fattore età dei parlanti) sia
diafasico (in quanto legata a contesti informali, di comunicazione
tra coetanei su argomenti riguardanti la condizione giovanile, quali
l’amore, la scuola, la musica ecc.) (D’Agostino, 2010, p. 1543).

2.2. Le varietà diatopiche


Esercizio
1 Per varietà diatopiche (dal greco diá, “attraverso”, e tópos, “luogo”) si
intende una classe relativa alle diversificazioni a cui una lingua va in-
contro in considerazione dell’origine e della distribuzione geografica
dei parlanti. Parleremo a questo proposito di particolarità e differen-
ziazioni regionali e locali e, su scala più ampia, di vere e proprie varie-
tà a carattere nazionale. Come esempi di varietà geografiche di lingua
possiamo citare il tedesco bavarese, l’inglese australiano, l’italiano
regionale siciliano ecc. Di solito per desegnare le varietà geografiche
si usa il termine dialetti, ma nella terminologia italiana e francese si
incontra anche l’espressione lingua regionale. C’è poi da notare che
le parole che corrispondono all’italiano dialetto nelle lingue europee
(ingl. dialect, ted. Dialekt o Mundart, fr. dialecte o patois, sp. dialecto
ecc.) non si riferiscono esattamente alla stessa nozione: ad esempio,
l’inglese dialect è spesso usato per designare varietà di tipo sociale
(dette per l’appunto social dialects), mentre in Italia ci si riferisce uni-
camente a varietà di tipo geografico.
La classificazione dei dialetti italiani a cui si fa oggi maggiore riferi-
mento è quella proposta dal dialettologo Giovan Battista Pellegrini
(1921-2007) (Pellegrini, 1977) – sulla base di quella già suggerita da
Clemente Merlo (1925) – che prevede una suddivisione della peniso-
la nelle seguenti aree dialettali:

1. dialetti settentrionali (o alto-italiani), delimitati a sud dalla linea tra-


dizionalmente denominata La Spezia-Rimini; questi sono ulteriormen-
te suddivisi in:
• dialetti gallo-italici (piemontesi, lombardi, liguri, romagnoli con
l’appendice del pesarese, nelle Marche settentrionali);

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• dialetti veneti (estesi tra il lago di Garda e l’Adige a ovest e i fiumi
Piave e Livenza a est);
2. dialetti friulani (le diverse varietà diffuse nel Friuli-Venezia Giulia e,
fuori dell’Italia, nell’istroveneto, ossia il Veneto dell’Istria);
3. dialetti toscani;
4. dialetti centro-meridionali, ulteriormente suddivisi in:
• dialetti dell’area mediana (parlati in una zona che abbraccia Marche,
Umbria e Lazio);
• dialetti alto-meridionali (o meridionali intermedi) (dialetti laziale-
umbro-marchigiano meridionali, abruzzese, molisano, campano, pu-
gliese, lucano e calabrese settentrionale);
• dialetti meridionali estremi (calabrese centro-meridionale, salentino,
siciliano).

Il quinto raggruppamento è formato dai dialetti sardi, i quali, secon-


do altre classificazioni, costituiscono un ramo a parte della famiglia
romanza (Loporcaro, 2009, p. 70).
Nell’ambito delle varietà diatopiche bisogna poi considerare le varie-
tà regionali. Quando si parla di varietà regionali o italiani regionali si
fa solitamente riferimento a varietà intermedie del repertorio collo-
cate fra italiano standard e dialetto locale e derivanti dalla sovrappo-
sizione di quello a questo (ivi, p. 5), insomma si tratta di varietà nate
da un “incontro”, per così dire, della tradizione linguistica italiana
con le molteplici tradizioni linguistiche dialettali.
Tali varietà regionali si sono andate formando in maniera gradua-
le, man mano che gli ambienti abituati al monolinguismo dialettale
(specie per quanto riguardava l’uso parlato) si sforzavano di usare la
lingua comune. I dialettofoni, nel momento in cui tentavano di adot-
tare la lingua comune – ovviamente in misura variabile da un luogo a
un altro e da uno strato sociale all’altro –, vi hanno inserito elementi
lessicali del loro dialetto d’origine, “piegandola” alle consuetudini fo-
nologiche e sintattiche di tale dialetto (De Mauro, 1986, p. 142).
Lo sviluppo e la diffusione nell’uso delle varietà regionali hanno fat-
to sì che si venisse a creare una situazione di estrema fluidità lingui-
stica. Da un lato, le varietà regionali hanno favorito il trasferimento
e la diffusione di elementi linguistici locali all’interno della lingua
comune: se consideriamo ad esempio il lessico, possiamo notare

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che in tali varietà i vocaboli di origine dialettale hanno subito una
trasformazione, una sorta di “depurazione” fonologica, acquisendo
non solo una facies fonologica italiana, ma anche un più ampio di-
ritto di cittadinanza, ossia la loro diffusione non più in una zona
dialettale ristretta, ma in una delle grandi regioni geografiche in cui
si è soliti suddividere la nostra penisola, ossia il Nord, il Centro e il
Meridione.
D’altro canto, all’inverso, attraverso le varietà regionali parole e co-
strutti della lingua comune, proprio perché largamente utilizzati dai
parlanti di una determinata zona, si sono diffusi con una certa facilità
nei dialetti tradizionali, contribuendo così a una più ampia diffusio-
ne della lingua italiana. Il dato linguisticamente più rilevante, insom-
ma, è che, grazie all’uso e alla crescente diffusione delle varietà regio-
nali, dialetti e lingua comune nazionale, che nell’Ottocento erano
due entità contrapposte, si sono avvicinati sempre più, diventando
quasi varianti di una stessa tradizione (ivi, pp. 142-3).
Nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, almeno nelle aree
più progredite della penisola, la distinzione tra lingua e dialetto non
ha più il carattere di una opposizione tra due realtà diverse e mal con-
ciliabili, ma si determina una situazione sociolinguisticamente nuo-
va: da quel momento, infatti, un numero crescente di parlanti può
disporre di una pluralità di registri linguistici (l’italiano comune, l’i-
taliano regionale, il dialetto italianizzante, il dialetto nelle sue forme
più arcaiche e lontane dall’italiano). Le varietà regionali di italiano
hanno insomma creato una sorta di “ponte mobile” tra lingua e dia-
letti, contribuendo in tal modo anche alla nascita e all’adozione di
nuove possibilità stilistiche non solo negli usi parlati quotidiani, ma
anche negli usi letterari (ivi, p. 144).
Nell’attuale sistema linguistico italiano si possono distinguere alme-
no quattro varietà regionali:

• la varietà settentrionale, che ha i suoi centri di irradiazione nei princi-


pali centri urbani dell’Italia settentrionale;
• la varietà toscana, che ha il suo centro a Firenze;
• la varietà romana;
• la varietà meridionale, il cui principale centro di irradiazione è Napoli.

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Accanto a queste vi sono alcune varietà minori, come quella sarda e
quella umbro-marchigiana (ivi, p. 159).
Riportiamo di seguito alcuni fenomeni tipici delle varietà diatopiche
dell’italiano (Telmon, 2000, pp. 105-28). A livello fonologico possia-
mo notare quanto segue:

• realizzazione sempre sonora della [s] intervocalica: [ˈkaːza], [ˈviːzo]


(tratto settentrionale, in espansione anche altrove);
• riduzione delle consonanti doppie, o scempiamento: [ˈbεːlo] al posto
di [ˈbεl.lo], [ˈnɔːno] al posto di [ˈnɔn.no] (tratto settentrionale);
• gorgia, o aspirazione, nella realizzazione delle consonanti occlusive
sorde in posizione intervocalica: [la ˈhaːsa] al posto di [la ˈkaːsa] (tratto
toscano);
• perdita dell’elemento occlusivo nelle affricate [tʃ], [ʤ], così che [ˈkaːtʃo] >
[ˈkaːʃo], [ˈaːʤile] > [ˈaːʒile] (tratto toscano e dell’Umbria sudorientale);
• pertinenza della realizzazione, aperta e chiusa, delle vocali intermedie
[ε]/[e] e [ɔ]/[o]: [ˈpεs.ka], pronuncia aperta, “frutto”, vs [ˈpes.ka], pronun-
cia chiusa, “attività del pescare” (tratto toscano e romano); in altre regioni
italiane questa distinzione non è generalmente avvertita;
• rafforzamento sintattico della consonante iniziale di parole: [la ˈffaːme],
[sa ˈttut.to] (tratto centro-meridionale e sardo);
• affricamento di [s] preceduto da consonanti laterali o nasali, così che
[ˈpεnso]  >  [ˈpεntso], [ˈpolso]  >  [ˈpoltso] (tratto toscano, umbro, laziale,
abruzzese e campano);
• pronuncia sonora delle occlusive sorde dopo [n], [m]: [ˈtren.ta]  >
[ˈtrεn.da], [ˈkam.po] > [ˈkam.bo] (tratto centro-meridionale).

A livello morfosintattico possiamo notare le seguenti varietà.

1. Varietà settentrionali:
• uso quasi esclusivo del passato prossimo, rispetto alla forma concor-
rente del passato remoto;
• mancanza dell’articolo determinativo davanti a pronomi possessivi
con nomi di parentela: mia mamma, mio papà;
• costrutti particolari per rendere l’aspetto verbale: sono dietro a pensa-
re (= “sto pensando”), non stare a pensarci (= “non pensarci”);
• uso pleonastico dei pronomi e delle particelle pronominali: a me mi
piace tanto viaggiare;

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• nomi propri di persona femminili preceduti dall’articolo determi-
nativo: la Lucia; in certe zone (ad es. in Lombardia e in Trentino) il
fenomeno è diffuso anche con i nomi maschili: il Carlo;
• rafforzamento di alcune congiunzioni o pronomi per mezzo di che
(tratto veneto): quando che vai via, chiudi la porta per favore; il paese che
sono stato in vacanza ecc.
2. Varietà centrali:
• che enfatico con funzione interrogativa (tratto originariamente ro-
mano): che, vieni al cinema con noi?;
• sistema tripartito dei dimostrativi (tratto toscano) che comprende
forme riferite all’ascoltatore, poco o niente affatto rappresentate nella
lingua comune: codesto, costì, costà, costassù ecc.;
• uso della prima persona plurale in forma impersonale (uso toscano):
noi quest’estate si va al mare;
• uso di alcune particolarità nella flessione verbale: dicano per “dico-
no” e dichino per “dicano” (tratto tipicamente toscano, se non solo fio-
rentino).
3. Varietà meridionali:
• uso generalizzato del passato remoto al posto del passato prossimo:
questa mattina ascoltai una lunga relazione (tratto diffuso soprattutto in
Sicilia);
• alta frequenza dei verbi pronominali intensivi: mi sono mangiato un
bel piatto di spaghetti; mi sono visto il film, e poi sono andato a letto;
• uso del cosiddetto accusativo preposizionale, vale a dire dell’oggetto
introdotto dalla preposizione a: hai visto a tuo cugino?;
• scambi di modi di protasi e apodosi nel periodo ipotetico: se direi…
farei, se dicessi… facessi, al posto di se dicessi… farei…;
• allocuzione inversa, soprattutto con i nomi di parentela: vieni qua
presto, mammina! (detto dalla madre al proprio figlio);
• frequenza di costruzioni ellittiche del tipo voglio spiegata la lezione
“voglio che mi sia spiegata la lezione” (tratto diffuso in particolare dalla
linea Napoli-Bari in giù);
• sostituzione della congiunzione interrogativa perché con che + ver-
bo + a fare: ad esempio che ridi a fare?;
• collocazione del verbo in fondo alla frase, in particolare posiziona-
mento della copula dopo il nome del predicato: Salvatore molto bravo
è (tratto tipicamente siciliano e, specie nelle proposizioni interrogative,
sardo).

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Ecco alcuni esempi di testi rappresentativi di alcune varietà diatopi-
che dell’italiano.

• Testo 1. Dialogo tratto dalla commedia del 1945 di Eduardo De Filip-


po (1900-1984) Napoli milionaria! (De Filippo, 1995, pp. 48-9):

teresa Buongiorno, donn’Ama’.


amalia Buongiorno.
margherita Maria Rosaria è pronta?
amalia L’aggio vista ca se steva vestenno. Ma addó iate a chest’ora?
teresa Ci andiamo a fare una passeggiata.
amalia Statevene attiente, cu’ sti passeggiate, piccere’… Io ce l’aggio ditto
tanta vote a ffigliema… Per esempio: stu sergente inglese ca tene appriesso, chi
è? pecché nun se fa cunoscere? pecché nun se presenta addu me?

• Testo 2. Tratto da una poesia del poeta milanese Carlo Porta (1776-
1821), riportata in Simone (1975, p. 113):

El sarà vera fors quell ch’el dis lu


che Milàn l’è on paes che mett ingossa,
che l’aria l’è malsana, umeda, grossa,
e che nun Milanes semm turlurù.

• Testo 3. Tratto da un romanzo di Andrea Camilleri, Il ladro di meren-


dine (Camilleri, 1996, p. 175):

Livia stava assittata sulla panca della verandina, assolutamente immobile, e pa-
reva taliasse il mare. Non chiangìva, ma gli occhi gonfi e rossi dicevano che s’era
spesa tutte le lacrime che aveva in dotazione. Il commissario le si assittò allato,
le pigliò la mano, gliela strinse. […] La lasciò, s’addrumò una sigaretta. Di tutta
la facenna voleva mettere a parte Livia il meno possibile.

2.3. Le varietà diastratiche


Esercizio
2 Lavariazione diastratica (dal greco diá, “attraverso”, e la radice stra-
to), detta anche variazione sociale, è quella che riguarda non solo
lo strato o classe sociale dei parlanti, il loro livello di istruzione, la
loro provenienza contadina vs urbana ecc., ma anche variabili qua-

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li la classe generazionale (per cui si parla di linguaggio dei giovani
vs degli anziani) e il sesso (per cui si parla di una varietà linguistica
peculiare delle donne, più o meno divergente dal modo in cui sono
soliti parlare gli esseri umani di sesso maschile). Un esempio partico-
lare di varietà diastratiche (e al tempo stesso funzional-contestuali)
sono i gerghi, usati da particolari gruppi sociali o socioprofessionali
a fini criptici, cioè allo scopo di escludere dalla comunicazione i non
appartenenti al gruppo (come nel gergo della malavita), o a fini fatici
(come nel gergo giovanile, in cui parole ed espressioni tipiche, paro-
lacce ecc. funzionano come segni distintivi dell’appartenenza a uno
stesso gruppo).
All’interno delle varietà diastratiche rientrano i diversi aspetti d’uso
che una lingua assume a seconda della provenienza dei parlanti, della
loro collocazione sociale e culturale ecc. La stratificazione sociale è
un aspetto tangibile e costituisce parte integrante delle società com-
plesse quali quelle in cui viviamo, all’interno delle quali possiamo
individuare, a vari livelli, fasce o strati di membri con una loro collo-
cazione più o meno precisa. Tale stratificazione sociale ha dei risvolti
linguistici per quanto riguarda le abitudini e le competenze dei par-
lanti che in essa si collocano.
Per cogliere appieno le particolarità delle varietà diastratiche il socio-
linguista Labov ha “inaugurato”, per così dire, un metodo che consi-
ste nella preliminare suddivisione dei soggetti in gruppi sulla base di
criteri sociometrici e nell’analisi successiva dei loro comportamenti
linguistici. Nella situazione italiana, ad esempio, per stabilire l’ap-
partenenza degli individui a determinate classi sociali sono molto
importanti sia il livello di istruzione che i modelli culturali e com-
portamentali di riferimento.
Come esempi di varietà sociali di lingua vanno menzionati i già ci-
tati dialetti sociali (social dialects; cfr. par. 2.2) o socioletti, tra i quali
ricordiamo le lingue “popolari” (come l’italiano popolare, il français
populaire ecc.), il cockney (ossia l’inglese parlato dai ceti popolari di
Londra), il Black English ecc.
Soffermiamoci a questo proposito sull’italiano popolare, ossia su quel-
la particolare varietà individuata da De Mauro (1986, pp. 108-9) come
una nuova entità linguistica sorta durante la prima guerra mondiale

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in seguito all’incontro, sul fronte di guerra, di soldati di varia pro-
venienza geografica e dialettale che si trovarono “obbligati” a comu-
nicare tra loro usando, spesso per la prima volta, la lingua italiana. Il
risultato è stato il delinearsi di una particolare varietà sociale (dun-
que situabile in diastratia) tipica di strati sociali bassi (incolti e semi-
colti), contraddistinta da tratti non standard e da forti interferenze
con la base dialettale. Le testimonianze di italiano popolare sono co-
stituite dai canti di protesta, dai diari di popolani, dalle lettere note
attraverso le raccolte di Leo Spitzer (1887-1960) e Adolfo Omodeo
(1889-1946), dai frammenti di discorsi e di lettere dei condannati al
plotone d’esecuzione che i tribunali speciali hanno conservato e re-
stituito alla nostra memoria. Fra le caratteristiche principali di questa
varietà ricordiamo:

• la presenza di un lessico per lo più concreto ed espressivo;


• una grafia incerta e orientata sulla pronuncia;
• una tendenza alla semplificazione morfosintattica;
• una riduzione dei paradigmi, ossia l’uso di forme e costrutti non
“corretti” (secondo la norma dell’italiano letterario) da parte delle fasce
non istruite della popolazione italiana.

Ecco un paio di esempi di testi tipici dell’italiano popolare.

• Testo 1. Scritto da Anna, una contadina del Salento di cui ci riman-


gono alcune significative testimonianze scritte, ossia le Lettere da una
tarantata, inviate negli anni sessanta del Novecento ad Annabella Rossi,
un’antropologa divenuta sua amica (cit. in Simone, 1975, p. 131):

Mia Buona Signorina, miai mandato a dire che voi il contenuto della mia vita
che bisogna dire della vostra cara Anna? che io sono nata sportonata è devo
morire sì. mentre mi sono posta a scrivere la vostra lettera mie venuto a cadere
un grosso scarpione sopra alla lettera e lo uciso dunque mia Buona Signorina
ti scrivo un fatto: da sono stata colla mia Cara Mamma che mio padre aveva
una grossa propietà e io ero la più piccola di tutte e io andava spesso alla chiesa
e io siccome non voleva stato di matrimonio li diceva al mio Padre di com-
prare una casetta ma mio Padre faceva lorecchio di mercante e io lo suceriva
alla mamma e mi diceva la Mamma: se non ti lascia la Casa sono guai per tuo
Padre.

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• Testo 2. Tratto da una serie di elaborati d’esame svolti presso la pretu-
ra di Borgocollefegato (oggi Borgorose) nel 1899 da contadini, artigia-
ni, commercianti, aspiranti all’iscrizione nelle liste elettorali politiche
(cit. in Serianni, 1990, p. 195):

Carissimo a mico o ricevuta:


la vostra lettera del 10 febbraio con la quale miticevi che fosse venuto ha pranzo
convoi ma sicchome ò mio padre malato e non e decenza che lo lasci solo.
Intanto Viringrazio del vostro invito, e di vertiti con i vo stri a mici è viringrazio
caramente e sono il vostro affezionalissimo amico.

2.4. Le varietà diafasiche


Esercizi
3-7 La lingua varia, si è detto, anche per via delle diverse situazioni
comunicative. Le varietà diafasiche (dal greco diá, “attraverso”, e
phēmí, “dire”) sono determinate da fattori differenti e variabili che
influenzano le scelte linguistiche del parlante, quali ad esempio il
contesto, il ruolo dell’interlocutore, lo scopo, il tema ecc. Esse sono
dette anche varietà situazionali o registri linguistici, e vanno distin-
te dalle varietà legate all’argomento note più comunemente come
lingue speciali.
Il registro linguistico è legato al grado relativo di formalità o infor-
malità della situazione comunicativa e al grado di controllo e di at-
tenzione che il parlante pone nella comunicazione linguistica. Pos-
siamo avere, quindi, un registro formale, aulico, solenne oppure, al
contrario, un registro informale, familiare, colloquiale, con una mol-
teplicità di gradi intermedi (e di commistioni).
I registri fondamentalmente cambiano in base:

• all’ambiente sociale in cui avviene la comunicazione (uno stesso par-


lante si esprime diversamente a casa, a scuola, in ufficio, in un convegno
ecc.);
• al tipo di relazione tra emittente e destinatario che varia a seconda
del ruolo sociale e professionale dell’uno o dell’altro, del grado di cono-
scenza (superficiale, intima, formale), dell’età;
• all’oggetto della comunicazione; il tema di cui si parla può essere un
tema noto a entrambi, della vita quotidiana o professionale, può essere

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un tema complesso o specialistico o un tema completamente oscuro per
uno dei due soggetti.

In italiano il registro più formale tende a coincidere con lo scritto e


con le varietà standard o dell’italiano dell’uso medio, mentre il regi-
stro informale è prevalentemente orale. Dardano (1991, p. 126) ripor-
ta una scala di otto diversi tipi di registro:

a. aulico o ricercato
b. colto
c. formale o ufficiale
d. medio
e. colloquiale
f. informale
g. popolare
h. familiare

Aiuta bene a capire i diversi registri un esempio lessicale che Berruto


(2000b, p. 72) fornisce per rappresentare la variazione diafasica: i
diversi modi di esprimere il concetto di morire, in relazione ai tre
assi che definiscono il registro. L’asse orizzontale, relativo alle carat-
teristiche della situazione, ha come poli “formale-informale”; quello
trasversale, relativo alle connotazioni della parola nelle diverse situa-
zioni, ha come poli “solenne-volgare”; infine l’asse verticale, relati-
vo all’uso di attenuazioni o giri di parole al posto di un’espressione
cruda o volgare, ha come poli “eufemistico-disfemistico”. Nel punto
di intersezione dei tre assi si collocano i termini morire e mancare,
che sono neutri, indicano il concetto senza particolari sfumature o
significati secondari o figurati, sono cioè non marcati. Ai poli dei tre
assi troviamo da una parte, come espressioni più solenni, formali ed
eufemistiche, parole o locuzioni come rendere l’anima a Dio, essere
tolto ai propri cari ed esalare l’ultimo respiro, dall’altra invece, sui poli
opposti, troviamo: crepare e tirare le cuoia.
La lista delle varianti lessicali ovviamente non è chiusa; inoltre la po-
sizione di ogni termine/espressione nel diagramma non è fissa: ciò
significa che una parola “bassa” usata in una conversazione tra due
amici può essere sentita come colloquiale, mentre la stessa parola in

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un contesto ufficiale e in una sede solenne, ad esempio nell’omelia
di una messa domenicale, può risultare volgare, e rappresentare una
caduta di stile, uno scivolamento nel turpiloquio.
Nell’esempio riportato sono sottolineate forme, espressioni e usi dell’i-
taliano colloquiale presenti in un romanzo di Rossana Campo del 1995,
Mai sentita così bene (cit. in Coveri, Benucci, Diadori, 1998, pp. 205-6):

che cosa!!?? Fa la Ale, molli quel bisteccone di Hervé?


A te ti ha dato di volta il cervello! Fa la Valeria anche se non ha mai visto nem-
meno in fotografia l’Hervé.
Io dico che fai bene, faccio io che conosco la mia polla, e anche il fidanzato
della polla.
Ou, ma che vi è preso? Vi ha dato di volta il cervello a tutte? Fa la Monica.
[…]
C’è un altro bisteccone, sento odore di un altro bisteccone nei pressi. Secondo
me ci dev’essere.

Per ciò che riguarda i sottocodici o lingue speciali, senza addentrar-


ci nelle diverse classificazioni e terminologie usate, possiamo grosso
modo distinguere i linguaggi specialistici o tecnico-speciali (dell’infor-
matica, dell’economia, della medicina, della fisica ecc.), che presup-
pongono un alto livello di specializzazione, dai linguaggi settoriali,
che sono varietà di lingua utilizzate nell’ambito di alcuni settori par-
ticolari, senza essere fortemente specialistici (ad es. la lingua dei gior-
nali, della televisione, della pubblicità): insieme i due gruppi costitui-
scono le lingue speciali. I primi hanno un lessico specialistico, spesso
ostico e difficile e comprensibile solo agli addetti ai lavori, creato e
organizzato secondo norme ben precise; i secondi, invece, attingono
spesso alla lingua comune o ai linguaggi specialistici. I primi hanno
prevalentemente una circolazione limitata, rivolta solo ai tecnici, alla
cerchia dei professionisti (è difficile che un convegno di fisica possa
essere seguito e compreso da chi conosce appena i rudimenti della
materia), mentre i secondi hanno una diffusione maggiore e quindi
un maggiore numero di utenti e fruitori.
I linguaggi specialistici hanno a disposizione un proprio lessico: le
parole tecniche usate si chiamano tecnicismi, che non di rado sono
attinti dalla lingua comune ma ridefiniti nel loro significato speciale,

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tecnico; inoltre hanno una caratteristica comune, quella di avere un
solo significato (monosemia), che è necessaria per evitare ambiguità
e oscurità e per fornire la maggiore precisione possibile.
Vediamone, attraverso alcuni esempi, le varie tipologie:

• sintonia, è una parola della lingua comune rideterminata nel suo si-
gnificato e passata, in ambito radiofonico, a significare “accordo di fre-
quenza tra trasmettitore e ricevitore”;
• emorragia (di voti, ad es.), è il caso di un termine di un linguaggio
scientifico, quello della medicina, che viene impiegato in un altro lin-
guaggio speciale, quello politico;
• iperteso, si tratta di una neoformazione del linguaggio specialistico
(con procedimenti tipici come la derivazione o la composizione neo-
classica);
• tac (tomografia assiale computerizzata), è il caso molto frequen-
te nei linguaggi tecnici di un fenomeno di riduzione (di una sigla, di
un’abbreviazione, di un acronimo);
• screening o “indagine di massa” (biol.), è uno dei molti prestiti stra-
nieri, nella fattispecie dall’inglese;
• allergia, è un termine del linguaggio medico e che è passato anche
nella lingua d’uso comune a indicare “avversione per qualcosa” (è il pas-
saggio inverso a quello visto sopra per sintonia).

È ovvio che anche un linguaggio specialistico può avere variazioni


di registro e d’uso a seconda dei destinatari: un testo medico scritto
e rivolto a specialisti è molto diverso rispetto a un testo medico
divulgativo, come ad esempio quello presente nelle rubriche “Salu-
te” di alcuni quotidiani o negli speciali di alcuni telegiornali; nelle
stesse istruzioni che accompagnano i medicinali si trova una com-
mistione di termini tecnici e spiegazioni per utenti non sempre in
grado di comprendere tutti i termini. Come si può vedere nel testo
riportato di seguito (bugiardino contenuto in una confezione di
aspirine), i tecnicismi analgesici e antipiretici sono accompagnati,
tra parentesi, da sinonimi di uso comune che facilitano la com-
prensione delle istruzioni, essenziale nel caso dei medicinali, visto
il rischio che può comportare una cattiva o parziale comprensione
delle modalità d’uso:

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Quando non deve essere usato:
• ipersensibilità al principio attivo (acido acetilsalicilico), ad altri analgesici
(antidolorifici)/antipiretici (antifebbrili/farmaci antinfiammatori non steroi-
dei – fans) o ad uno qualsiasi degli eccipienti.

Vediamo da vicino un linguaggio settoriale, il cosiddetto burocrate-


se, che è quel linguaggio usato negli ambiti pubblici e istituzionali,
anche da parte dei singoli cittadini, nel disbrigo di pratiche ammi-
nistrative, nella compilazione di moduli, nelle richieste di certificati
ecc., e che non sempre è un linguaggio chiaro e trasparente, come do-
vrebbe essere, risultando invece molto spesso ellittico, oscuro, talvol-
ta ambiguo. Una frase come Credo che si addivenga alla realizzazione
di una soluzione concordata, in perfetto stile burocratico, dovrebbe
preferibilmente essere riscritta così: Credo che si arrivi a un accordo.
Pur trattandosi di una parodia del burocratese (detto anche antilin-
gua), il brano che segue, scritto da Italo Calvino nel 1965, è significativo
della differenza tra un testo semplice, chiaro, che cerca di descrivere
l’accaduto con esattezza e senza ricorrere a termini tecnici, e la trascri-
zione burocratica: un brigadiere si trova davanti alla macchina da scri-
vere e, seduto davanti a lui, l’interrogato risponde alle domande un po’
balbettando, ma attento a riferire tutto quello che ha da dire nel modo
più preciso e senza una parola di troppo; il brano in stile burocratico
risulta invece molto meno chiaro e ambiguo (Calvino, 1980, pp. 122-3):

Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei


fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena.
Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata.

La trascrizione: «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridia-


ne nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico,
dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di
prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al con-
tenimento del combustibile, di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti
articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo
a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante».

Il secondo brano è quindi una verbalizzazione, cioè la trasposizione


ufficiale per iscritto della ricostruzione dei fatti esposta oralmente

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dall’interrogato. I contenuti sono gli stessi, ma le differenze linguisti-
che e testuali sono notevoli.
Vediamole in breve per capire meglio la parodia di Calvino: il primo
testo è in prima persona, è più breve e organizzato in una struttura
sintattica semplice, contiene parole d’uso comune e della vita quo-
tidiana (cantina, stufa, fiaschi di vino, cassa del carbone); il discorso
parlato ovviamente fa ricorso a strutture di tipo colloquiale (non ne
sapevo niente che), mentre l’impiego del pronome personale in ne ho
preso uno per bermelo e dell’aggettivo dimostrativo in tutti quei fiaschi
crea un rapporto ravvicinato tra discorso e realtà, tra chi parla e le
cose di cui parla.
Nella traduzione in burocratese fatta dal brigadiere, il discorso viene
trascritto in terza persona (il sottoscritto), il testo è molto più lungo e
costituito da un solo periodo (con sette frasi subordinate e un largo
ricorso a gerundi e a participi); alle parole concrete, comprensibili e
semplici, vengono sostituite parole o perifrasi complesse: ad esem-
pio la locuzione temporale stamattina presto diventa un inusuale
nelle prime ore antimeridiane. In qualche caso la sostituzione di una
parola semplice con un sintagma complesso genera ambiguità: se in-
fatti parliamo di stufa identifichiamo un oggetto con caratteristiche
tecniche ben precise; se invece parliamo di impianto termico, non
solo usiamo due parole al posto di una, ma indichiamo una classe di
dispositivi nel cui ambito sono presenti termosifoni, stufette elet-
triche e altri apparecchi (e lo stesso vale per fiaschi di vino > quanti-
tativo di prodotti vinicoli; bottiglieria di sopra > esercizio soprastante
ecc.). Inoltre, dove nel primo testo c’erano verbi comuni e concreti,
nel secondo si trovano perifrasi con verbi più ricercati e astratti ac-
compagnati da sostantivi (accendere la > eseguire l’avviamento del;
trovare > incorrere nel rinvenimento; prenderne uno > effettuare l’a-
sportazione di uno ecc.).
Tirando le somme, anche se il significato non cambia, il primo testo
risulta chiaro ed efficace, il secondo contorto, difficile, dall’espres-
sione non sempre appropriata: se parliamo di fiaschi di vino sappia-
mo a che cosa ci si riferisce, mentre la forma pseudoelegante, quan-
titativo di prodotti vinicoli, non usuale, risulta vaga e generica, e crea
ambiguità.

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2.5. Le varietà diamesiche
Esercizi
8-15 La lingua varia anche a seconda del mezzo usato per comunicare, cioè
il canale scritto o parlato, che condiziona non soltanto il contenuto
del messaggio, ma anche la struttura della lingua impiegata nell’even-
to comunicativo attraverso quel mezzo. Si parla a questo proposito di
variazione diamesica (dal greco diá, “attraverso”, e mésos, “mezzo”): il
mezzo, infatti, impone alcune scelte obbligate; ad esempio la possibi-
lità di pianificare un discorso, di organizzarlo in modo preciso, coe-
rente, coeso è massima nello scritto, minima nel parlato; al contrario
il parlato consente di autocorreggersi, di ritornare indietro e integra-
re, emendare, modificare, ma è anche ricco di esitazioni, interruzioni,
cambi di progetto: il parlato è nel complesso, quindi, meno elaborato
a tutti i livelli di lingua. Esiste per la verità un canale intermedio, il
trasmesso, come ha proposto Sabatini (1984), che ha caratteristiche
tipiche del parlato e altre proprie dello scritto, come ad esempio av-
viene nello scritto trasmesso attraverso sms, chat, e-mail, e nel parla-
to trasmesso attraverso la radio, la tv ecc.
Ovviamente scritto e parlato possono essere visti come gli estremi di
un’ipotetica scala in cui sono rappresentate molteplici varietà inter-
medie, ciascuna attraversata da altri fattori di variazione: lo scritto, ad
esempio, di una persona scarsamente scolarizzata (il cosiddetto ita-
liano dei semicolti o popolare; cfr. par. 2.3) sarà meno corretto del
parlato di una persona fortemente scolarizzata, che è in grado, anche in
un discorso parlato non pianificato, di costruire in modo corretto un
discorso a livello di sintassi e di testualità. Nel parlato, inoltre, esiste il
supporto di una serie di elementi extralinguistici che integrano e com-
pletano il messaggio: i mezzi paralinguistici (come il tono e il volume
della voce, la velocità di parola, l’enfasi), i mezzi cinesici (mimica del
volto, gestualità ecc.), la prossemica (la distanza tra gli interlocutori,
la gestione dello spazio). Neppure il parlato, come del resto lo scrit-
to, è omogeneo: ci sono cioè tanti tipi di scritto e tanti tipi di parla-
to. Come ha ben illustrato Nencioni (1976), si va dal parlato-parlato,
quello spontaneo, faccia a faccia, non controllato, fatto anche di vuoti,
omissioni, strutture ellittiche, rinvii al contesto, compensazioni con
mezzi non linguistici, al parlato-scritto, quello ad esempio tipico di

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una conferenza o di una lezione accademica, ovvero testi “orali” basati
su testi completamente o parzialmente scritti o quantomeno imposta-
ti su canovacci schematici, fino al parlato-recitato, ad esempio quello
della rappresentazione teatrale e dei notiziari radiotelevisivi.
Vediamo qualche caratteristica del parlato nella fonetica e nella mor-
fosintassi:

• il ritmo sostenuto tipico del parlato produce spesso fenomeni di “al-


legro”, di velocità, come ad esempio l’aferesi (caduta a inizio di parola di
un fono o di una sillaba: ’sto per questo, ’nvece per invece) o l’apocope
(caduta a fine parola di un fono o di una sillaba), tipica negli infiniti
tronchi di origine centro-meridionale (mangià per mangiare);
• alcuni gruppi di consonanti più difficili da pronunciare producono
metatesi (spostamenti di uno o più suoni) che agevolano la pronuncia
della parola (interpetrare per interpretare, areoporto per aeroporto);
• economia e semplificazione di paradigmi complessi, ad esempio la
riduzione di pronomi (gli usato come pronome dativo al maschile, al
femminile e al plurale), di tempi e modi verbali (il congiuntivo cede il
posto all’indicativo, il passato prossimo occupa tutto lo spazio del pas-
sato ecc.);
• abbondante presenza di frasi con struttura non normale, ma marcata
(ad es. le cosiddette dislocazioni: compro il pane > il pane, lo compro; lo
compro, il pane ecc.);
• la predominanza della struttura semplice, con una o poche proposi-
zioni, in genere con paratassi (la subordinazione è rara).

Non si può dire che lo scritto e il parlato dispongano di parole di-


verse, ma si può senz’altro sostenere che nel parlato usiamo meno
parole (a livello di varietà di lessemi), tendiamo a ripeterle, a usarne
in numero inferiore rispetto al nostro vocabolario passivo: quando
si parla si comunica spesso in modo rapido e non programmato e si
utilizzano gli stessi termini.
Nel parlato inseriamo molto spesso parole vuote, che non useremmo
nello scritto, per indicare, ad esempio, l’inizio e la fine del discorso, i
cosiddetti demarcativi (come allora, dunque, cioè, niente, ecco, chiaro,
no?, basta, insomma), così come molti segnali fatici, cioè espressioni
che servono a tenere viva l’attenzione in chi ascolta o a sottolineare

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un determinato atteggiamento (ah!, eh!, hai capito?, ho reso l’idea?).
Usiamo, inoltre, con maggiore frequenza parole generiche, vaghe o
iperonimi (fatto, roba, cosa, tizio, fare), parole inutilmente alterate
(diminutivi come momentino, attimino), superlativi e formule di en-
fasi spesso del linguaggio giovanile (tantissimo, pazzesco, allucinan-
te), locuzioni fisse (un sacco di…).
Anche le parole dello scritto cambiano in base al tipo di scritto: si
va da quello più formale di un tema a scuola o di una domanda per
un posto di lavoro (burocratico) a quello giornalistico, che a volte
ricorre a formule stereotipate, a quello veloce, stenografico, cosid-
detto volatile, perché di vita breve e sul confine con il parlato, degli
sms, delle e-mail e delle chat (lo scritto trasmesso, si è detto, dalle
tecnologie informatiche, che realizzano messaggi attraverso canali
telematici ibridi, cioè che hanno caratteristiche sia del parlato che
dello scritto).
I testi trasmessi hanno due caratteristiche comuni: la trasmissione,
che avviene in uno spazio fisico diverso da quello in cui si trova l’in-
terlocutore, e la pluralità dei destinatari di uno stesso messaggio.
Come osserva Sabatini (1984, p. 5) attraverso il trasmesso «il par-
lato, che tuttavia subisce delle trasformazioni, sta acquistando una
posizione di “pubblicità” e “ufficialità” che non aveva mai avuto».
Vediamo, per concludere, due esempi di testi, uno scritto (un artico-
lo di fondo di un giornale) e l’altro parlato-parlato, in cui si possono
notare le caratteristiche di cui abbiamo discusso: controllato, pia-
nificato, coerente il primo; sgrammaticato e “mutevole” il secondo.

• Testo 1. Estratto da un articolo (E viva Monti) di Rossana Rossanda


da “il manifesto” del 20 gennaio 2012:

Dev’essere «il vecchio che è in noi», in questo caso in me, a farmi sussul-
tare alla lettura dell’articolo del mio assai stimato amico Alberto Asor Rosa
sul manifesto di ieri. Egli vede nel formarsi extra o postparlamentare del go-
verno Monti, voluto dal Presidente della Repubblica e accettato più o meno
obtorto collo dalle intere Camere, esclusa la Lega, un passaggio salvifico che
ci ha estratti dalla palude del berlusconismo. E in questa ammirazione non
è certo il solo. Ma, rispetto agli altri estimatori, sottolinea nell’emergere di
Monti una superiore saggezza e oggettività, le cui radici attribuisce all’Europa

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di Bruxelles, esclusion fatta degli ineleganti Sarkozy e Merkel, augurabilmente
sulla via d’uscita. Qui la sua argomentazione fa un salto, perché è impervio
trovare nelle misure prese da Monti farina diversa da quella che sta nel sacco
franco-tedesco.

• Testo 2. Estratto da una telefonata tra conoscenti (cit. in Coveri, Be-


nucci, Diadori, 1998, p. 283):

E. Pronto?
A. Oh, E., sono A. Buongiorno.
E. Buongiorno.
A. Come va questa Borsa oggi?
E. Mah, non c’è male.
A. Raccontami, che succede?
E. Bah, per me sarebbe quasi da comprarsi…
A. Da comprare, che cosa?
E. Eh… Generali, non so…
[…]
E. M-ma, si sono comportate abbastanza bene, oddio, poteva andare meglio,
ma insomma non c’è stato male.
A. So’ aumentate?

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3. Le parole dell’italiano

3.1. Il lessico: le parole e il loro uso


Esercizi
1-10 3.1.1. Che cos’è il lessico? I termini lessico, dizionario e vocabola-
rio si usano comunemente senza distinzione, come se fossero sino-
nimi. Facciamo subito, con De Mauro (2005, p. 11), qualche precisa-
zione:

• lessico, insieme delle parole (lessemi) di una lingua;


• dizionario, opera che fornisce una rappresentazione più o meno am-
pia del lessico;
• vocabolario, sezione particolare, piccola o grande, del lessico (ad es. di
un autore, di un linguaggio tecnico, di un periodo storico).

Anche la nozione di parola, intuitiva per il parlante, non è univoca


e priva di problemi ( Ježek, 2005, p. 32), motivo per cui, per evitare
confusione, si preferisce indicare come unità minima del lessico il les-
sema (di seguito si continuerà tuttavia a usare il termine parola con
questo significato): le forme verbali studiando / studiaste / studieremo
costituiscono un solo lessema (nei dizionari la forma di citazione per
i verbi è l’infinito), così come le forme declinate rossi / rosse / rossa /
rosso (nei dizionari la forma di citazione per gli aggettivi è il maschile
singolare). Esistono non pochi casi di lessemi costituiti da più parole,
come nelle cosiddette unità lessicali superiori (dette anche polirema-
tiche; cfr. par. 3.2.2), formate da due o più elementi: ora locale, ferro
da stiro, mulino a vento, in via di sviluppo (rispettivamente 2, 3, 3, 4
parole) di fatto costituiscono ciascuna un solo lessema il cui significa-
to è diverso da quelli dei singoli costituenti; per lo stesso motivo due
parole composte come portacenere e bagnoschiuma sono due lessemi.
Le parole possono distinguersi in:

• parole semanticamente piene (verbi, nomi, aggettivi ecc.);


• parole semanticamente vuote (parole grammaticali come articoli,
pronomi, preposizioni ecc.).

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Come si può facilmente intuire, il lessico è in continua evoluzione
dal momento che la creatività lessicale è potenzialmente infinita:
esso si arricchisce continuamente per apporti esogeni (da altre lin-
gue) o endogeni (per processi di formazione di nuove parole da altre
già esistenti) e costituisce perciò un sistema aperto. Alle parole nuo-
ve, che entrano o si formano per motivi e processi e in contesti diver-
si, si affiancano quelle che nel tempo o cadono in disuso o vengono
usate sempre meno; distinguiamo così:

• neologismi (tra le parole nuove entrate nell’italiano di recente: velina


1993, inciucio 1996, home theater 1998, messaggino 1999, e-learning 2000);
• arcaismi, che in molti dizionari sono preceduti da una crocetta o
dall’abbreviazione “arc.” (osteggiamento “azione guerresca”, verseggia-
mento “tecnica del poetare”; può anche diventare disusata solo un’acce-
zione del termine: convento è arcaismo solo nel significato di “assemblea,
adunanza”).

3.1.2. Da dove deriva il lessico dell’italiano? Tre sono i serbatoi


principali da cui derivano le parole dell’italiano:

• latino;
• prestiti da altre lingue;
• neoformazioni.

La maggior parte delle parole italiane deriva dal latino come lingua
matrice: questo strato è definito nativo per distinguerlo dallo strato
non nativo costituito dagli apporti da altre lingue (prestiti); ad essi
si affiancano le numerose parole che si formano da basi già esisten-
ti (neoformazioni), basi che possono essere di origine latina (scrit-
tura  >  scritturare) o provenire da altre lingue (by-pass  >  bypassare,
click > cliccare).
Le parole che provengono dal latino sono entrate nell’italiano:

• per via diretta, ininterrotta, e sono la maggioranza (tradizione popo-


lare);
• per via indiretta, introdotte successivamente, e costituiscono i latini-
smi veri e propri (tradizione dotta).

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Ad esempio, la parola pianto deriva dalle trasformazioni che nel tem-
po ha subito il latino plănctus, mentre il verbo italiano appropinquare,
-rsi “avvicinarsi” compare insieme a molti altri latinismi per la prima
volta, tale e quale come era nel latino classico (appropinquāre), nel
Convivio di Dante. Ci sono inoltre non pochi casi di parole che han-
no conosciuto una doppia trafila (gli allotropi): la parola occhio de-
riva dalle successive trasformazioni del latino classico oculus, mentre
la parola oculare è stata introdotta in un secondo momento, alla fine
del Quattrocento (1499), nella terminologia medica e coniata attin-
gendola direttamente dal suo serbatoio originario. Sono latinismi:
sapienza, benevolo, pagina, canoro; latinismi crudi (tali e quali): ex li-
bris, referendum, gratis, de facto. Viste in questa prospettiva, le parole
italiane che derivano dal latino non per via diretta ma che sono create,
formate, riprese ex novo (i latinismi o cultismi) costituiscono una sorta
di prestito linguistico (si attinge al latino come da una lingua stranie-
ra, anche se in questo caso si tratta di una lingua morta).
Con prestito si intende l’accoglimento in una lingua di una parola pro-
veniente da un’altra lingua. Esistono varie tipologie di classificazione
dei prestiti: per forma linguistica, per funzionalità all’interno del si-
stema della lingua ricevente, per lingue di provenienza. In base al loro
aspetto fonetico e morfologico i prestiti linguistici possono essere:

• prestiti non integrati, assunti dalla lingua di partenza tali e quali;


• prestiti integrati o adattati al sistema della lingua d’arrivo (l’italiano
in questo caso).

L’adattamento può essere solo grafico-fonetico, per cui ad esempio


un forestierismo (o prestito), pur conservando la grafia originaria, è
scritto o pronunciato con le regole della lingua che lo importa (ad
es. l’italiano sci al posto del più antico ski, che riproduceva la for-
ma scritta originaria norvegese ski). L’adattamento può anche esse-
re morfologico e riguardare la desinenza, il genere, il numero di una
parola; tuttavia un morfema di una parola straniera può anche essere
non identificato o frainteso, facendo nascere fenomeni di ipercarat-
terizzazione. Sono esempi del primo gruppo parole come lager, film,
bar, sono esempi del secondo gruppo balcone (dal germanico *balko),
bistecca (dall’inglese beefsteak), ingaggiare (dal francese engager).

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In base alla loro funzionalità possiamo distinguere i prestiti a secon-
da che essi siano:

• di necessità, ovvero sono legati all’introduzione di un nuovo oggetto


o concetto per il quale la lingua ricevente non ha immediatamente a
disposizione un corrispettivo linguistico (patata, caffè, yogurt ecc.);
• di lusso, ovvero hanno corrispondenti nella lingua d’arrivo ma sono
scelti per qualche connotazione di registro, codice o stile o preferiti in
particolari contesti o testi rispetto ai corrispettivi italiani (leader al po-
sto di capo, devolution per devoluzione, lover per amante, week-end per
fine settimana).

Un tipo particolare di prestito è rappresentato dal calco, «che ripro-


ducendo il modello (straniero) con materiale indigeno verrebbe in-
contro all’esigenza […] di evitare l’immissione di elementi allogeni»
(Gusmani, 2004, p. 16). Il calco non si costruisce quindi con mate-
riale linguistico di un’altra lingua ma viene, per così dire, “tradotto”
mediante parole già esistenti nella lingua nazionale. Distinguiamo:

• calco semantico, quando una parola italiana prende da una parola


straniera un nuovo significato, come è accaduto ad esempio al verbo ita-
liano realizzare, che, per influsso dell’inglese to realize, si usa oggi anche
nel senso di “comprendere esattamente”, o al verbo autorizzare, che da
“rendere autorevole” è passato a significare “permettere” per influsso del
francese autoriser;
• calco strutturale o calco traduzione, quando si forma una parola con
materiali italiani mantenendo la struttura della parola straniera: gratta-
cielo riproduce l’inglese skyscraper, autogoverno l’inglese self-government,
i termini italiani lotta di classe o datore di lavoro ricalcano le parole tede-
sche Klassenkampf e Arbeitsgeber.

Va però fatta attenzione: non sempre le parole straniere nell’italiano


sono prestiti veri e propri, perché possono costituire semplici citazio-
ni (molto frequenti nella lingua dei media).
Da quali lingue derivano i prestiti dell’italiano? Nella tabella fornita
da Lorenzetti (2005, p. 49) l’elenco si apre con il greco (8.355) e seguo-
no l’inglese (6.292), il francese (4.982), lo spagnolo (1.055), il tedesco

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(648), l’arabo (633) e poi via via decrescendo le altre lingue. Giusto
per esemplificare (raggruppiamo per area geografica alcune lingue):

• grecismi; alcuni sono entrati in italiano per via indiretta, attraverso il


latino, altri sono derivati dai contatti con il mondo bizantino (gondola,
sartia, anguria, molo, catasto, arcipelago, polizza);
• anglicismi; fino all’Ottocento l’apporto inglese è stato mediato dal
francese, diventando consistente soprattutto nel Novecento. In realtà,
per l’invasione recente di prodotti e quindi di parole americane, si do-
vrebbe parlare di angloamericano (baby-sitter, camping, check-up, club,
cocktail, handicap, golf, rock, sandwich, sport, tunnel ecc.);
• lingue della Francia; per molti prestiti antichi vanno distinte pa-
role che derivano dal provenzale e altre dal francese (anche se non
sono sempre facilmente distinguibili e pertanto si usa il termine più
comprensivo di gallicismi). Molti sono gli ambiti lessicali: dalla vita
cavalleresca all’abbigliamento, alla moda, alle arti. Soprattutto nel Set-
tecento, con il diffondersi dell’Illuminismo prima, con la Rivoluzione
e il periodo napoleonico dopo, passa all’italiano il maggior numero
di francesismi della vita politica, militare, amministrativa ecc. (esempi
moderni: ovatta, gilet, abat-jour, cravatta, menu, fusò, italianizzazione
grafica di fuseaux);
• lingue della penisola iberica; la maggior parte degli ispanismi risale al
periodo tra Cinque e Seicento, segnato dal predominio della Spagna in
Italia (baciamano, sfarzo, flotta, complimento, più recenti rumba, sigaro).
Il portoghese ha svolto soprattutto il ruolo di lingua tramite di lingue
esotiche (banana, ananas, zebra, mandarino; tra i portoghesismi più
noti: marmellata, caravella, albino, telenovela);
• lingue germaniche; varie sono quelle che hanno lasciato traccia nel
lessico italiano (gotico, longobardo, francone) prima ancora del tedesco
moderno; tra i prestiti più antichi ci sono le parole sapone, vanga, tasso
(paleogermanismi); dal longobardo guancia, spiedo, scherzare, dal fran-
cone bosco, schiera, giardino, dal gotico elmo, fiasco, nastro; tra i germani-
smi moderni troviamo dicastero, valzer, lager, leitmotiv, Sachertorte;
• arabismi; il dominio arabo nel Mediterraneo durante il Medioevo ha
dato apporti consistenti (numeri, termini matematici e scientifici, pian-
te e prodotti della terra, colori ecc.: limone, zucchero, arsenale, algebra,
algoritmo, zero, elisir);
• altre lingue; hanno fornito in percentuale un contributo meno rile-
vante. Giusto per citare qualche esempio, troviamo scialuppa dall’olan-

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dese, pasqua dall’ebraico, crucco dal serbo-croato, fiordo dal norvegese,
bolscevico dal russo, nickel dallo svedese, bazar e azzurro dal persiano,
mazurca dal polacco, calesse dal ceco, gulasch dall’ungherese, caffè dal
turco;
• prestiti interni; sono quei prestiti derivanti dal contributo che i vari
dialetti italiani (più propriamente volgari fino al Cinquecento) hanno
dato alla lingua italiana nel corso dei secoli. Molti di questi termini,
dialettalismi, sono stati adattati al sistema toscano-italiano e si sono
acclimatati nella lingua, tanto da non essere più sentiti o riconosciuti
come originari di un particolare dialetto, se non per conoscenze storico-
linguistiche del parlante, ad esempio l’arzanà dei veneziani è diventato
l’arsenale. Si tratta spesso di termini tecnico-pratici, legati alla cultura
materiale, alla vita quotidiana; non a caso uno degli ambiti più ricchi
è quello della cultura alimentare. Tra i dialettalismi più noti troviamo
lavagna (Liguria), grissino (Piemonte), balera (Lombardia), tortellini
(Emilia), pennichella (Roma), pizza (Napoli), cannolo (Sicilia).

3.1.3. Quante parole usiamo? Si pensa che una lingua di cultu-


ra come la nostra possa arrivare a un’estensione del lessico intorno
alle 200.000 unità, ma il numero potrebbe addirittura triplicare se
si aggiungono tutti i termini tecnico-specialistici. Il gradit di De
Mauro (cfr. par. 3.4.2) conta ben 260.000 parole.
Non tutte sono usate nello stesso modo. Ogni individuo impiega un
certo numero di parole (vocabolario attivo) ma ne comprende, anche
se non le usa, molte di più (vocabolario passivo o latente). Se si utilizza
un’immagine efficace proposta da Lorenzetti (2005, p. 39), quella del
bersaglio sezionato a fasce concentriche, si può immaginare di trova-
re al centro i lessemi più frequenti, mentre tutti gli altri si dispongo-
no nelle fasce periferiche, sempre più lontani dal centro man mano
che la frequenza d’uso diminuisce.
Il vocabolario di base sarebbe quindi il centro del bersaglio, il nucleo
centrale, ed è costituito da circa 7.000 lessemi (De Mauro, 1980,
pp. 161-3); il vocabolario di base e quello comune formano il vocabo-
lario corrente. Il vocabolario di base si può suddividere in tre fasce:

• il lessico fondamentale, che consta di circa 2.000 lessemi, quelli che


appartengono al 90% di qualunque testo italiano, dal 95% delle produ-

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zioni più semplici all’80% delle produzioni di ambito tecnico o specia-
listico (Lorenzetti, 2002, p. 39); vi fanno parte, oltre ovviamente alle
parole vuote (preposizioni, articoli, pronomi ecc.), parole di altra fre-
quenza d’uso (tenere, parlare, dire, giorno ecc.);
• il lessico di alto uso o alta frequenza, che comprende circa 2.500-
3.000 lessemi di uso poco inferiore al gruppo precedente, compresi da
chi in Italia ha un livello di istruzione media (alimento, zappa, venezia-
no ecc.);
• il lessico di alta disponibilità, che include circa 2.300 lessemi che po-
tremmo non dire o usare mai, ma legati a oggetti, esperienze, fatti noti
a tutti gli adulti nella vita di ogni giorno (accavallare, zampogna, acco-
gliente ecc.).

I dizionari di oggi (cfr. par. 3.4.1) sono sempre più sensibili nel se-
gnalare l’uso delle parole: nel gradit di De Mauro alcune marche
d’uso come ad, bu, au (alta disponibilità, basso uso, alto uso ecc.)
etichettano ogni lemma.

3.1.4. Le parole e le varietà dell’italiano Le varietà di una lingua


si riflettono anche nel lessico. Per ricapitolare (cfr. cap. 2), possiamo
distinguere:

• parole legate al luogo (variazione diatopica);


• parole legate allo status sociale del parlante (variazione diastratica);
• parole legate alle varietà funzional-contestuali (variazione diafasica).

Per quanto riguarda, invece, la variazione diamesica, legata al mezzo


della comunicazione (scritto/orale/trasmesso), non si distinguono
parole diverse, ma si osserva una differente frequenza nell’uso e un
vocabolario più limitato: nel parlato si usano meno parole che nel-
lo scritto e si tende a utilizzare e ripetere con maggiore frequenza le
stesse parole fondamentali.
In base ai tre tipi di variazione nel lessico possiamo distinguere:

• regionalismi, parole che hanno origine e circolazione in ambiti


regionali ma non sempre conservano traccia della loro provenienza
perché assorbite e stabilizzate nella lingua comune. Ecco alcuni esem-

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pi. Varietà lombarda: prender su, sberla, mica (negazione posposta);
varietà toscana: acquaio, figliola “giovane donna nubile”; varietà ro-
mana: abbacchio, caldarroste, fattaccio; varietà meridionale: scorno, pit-
tare, ciecato. Nel caso di uno degli esempi più conosciuti, anguria al
Nord, cocomero nell’Italia centrale e melone al Sud, in realtà bisogna
parlare più propriamente di geosinonimi, trattandosi sempre della stes-
sa cosa;
• parole legate a varietà sociali, in base a età (la lingua dei giovani è mu-
tevole di generazione in generazione e ibrida per le diverse componen-
ti), classe sociale ed economica, istruzione, ambiente di provenienza,
sesso. Una varietà importante è l’italiano popolare, che annovera parole
o locuzioni come fare fesso, tribolare ecc.;
• parole legate a varietà funzional-contestuali, connesse ai registri e ai
codici linguistici, al contesto comunicativo dei linguaggi tecnico-spe-
ciali (settori del lessico specifici, relativi ad ambiti particolari: il linguag-
gio dell’economia, della medicina, della matematica, dell’informatica,
della pubblicità, della politica). Questi linguaggi condividono natu-
ralmente molte parole con la lingua comune ma sono caratterizzati da
molte parole tecniche peculiari e distintive chiamate tecnicismi (esempi
del linguaggio medico: flebite, cardiopatico, trombolitico).

3.2. La formazione delle parole


Esercizi
11-20 3.2.1. La derivazione Abbiamo visto che uno dei serbatoi dell’i-
taliano è rappresentato dalle neoformazioni (cfr. par. 3.1.2). In gran
parte si tratta di formazioni endogene, cioè di parole che si formano
a partire da altre già esistenti nell’italiano (basi) attraverso elementi,
gli affissi, che si aggiungono all’inizio della base (prefissi; ad es. scam-
biare, inutile, disilluso) o alla fine della base (suffissi; ad es. parolaio,
muretto, giornalista): i due processi sono chiamati rispettivamen-
te prefissazione e suffissazione. Le basi italiane sono in genere nomi,
verbi e aggettivi, più raramente avverbi (indietro > indietreggiare) e
locuzioni (me ne frego > menefreghismo).
La produttività è la capacità di un suffisso o prefisso di formare nuove
parole: in italiano non tutti i prefissi e suffissi sono ugualmente pro-
duttivi; può succedere anche che un suffisso improduttivo come -ile

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sia recuperato per una neoformazione (gattile; cfr. D’Achille, 2003,
p. 127).
La suffissazione consiste nell’aggiunta di un suffisso alla base e deter-
mina, molto spesso, un cambio di categoria grammaticale (tra le ec-
cezioni i nomi che derivano da altri nomi con suffissi come -aio, -iere,
-ista ecc.). Le parole derivate da nomi si chiamano denominali, da
verbi deverbali, da aggettivi deaggettivali. A seconda della categoria
formata i suffissati si qualificano poi come nominali, aggettivali e ver-
bali: verdastro è un aggettivale deagettivale (cioè un aggettivo che de-
riva da un altro aggettivo, verde), operazione è un nominale deverbale
(< operare), ideare è un verbale denominale. Naturalmente si posso-
no avere più suffissi in una stessa parola, come in nazionalizzazione
(da nazione > nazionale > nazionalizzare > nazionalizzazione). Per
quest’ultimo esempio si parla di paradigma a cumulo, in cui si ha una
serie di trasformazioni successive, a differenza di quello detto a ven-
taglio, in cui ogni trasformazione dipende direttamente dalla stessa
base: operare / operatore / operazione / operativo / operabile / operoso
si riconducono tutti alla base opera, mentre nella suffissazione a cu-
mulo si ha, ad esempio, idea > ideale > idealizzare > idealizzazione.
Tra i suffissi più diffusi in italiano, all’interno di quelli che produco-
no suffissati nominali, ci sono:

• per nomi di azione, -aggio, -mento, -zione, -(t)ura (medicazione, collo-


camento, lavaggio, investitura);
• per nomi di agente e di mestiere, i più frequenti con base verbale sono:
-ante / -ente, -tore / -trice, -ino / -ina (insegnante, esattore, imbianchino);
con base nominale: -ista (barista, stilista), -aio / -aro, -iere (calzolaio, pa-
rolaio, cameriere).

Nei linguaggi tecnico-speciali le neoformazioni tramite suffissi sono


numerose: occorre dire che il più delle volte i suffissi assumono anche
significati speciali, ad esempio -oso / -ico in chimica per distinguere le
valenze degli elementi (anidride solforosa e solforica); in medicina -ite
indica “infiammazione acuta” (artrite), -osi “infiammazione cronica”
(cirrosi), -oma “formazione tumorale” (carcinoma).
I suffissati mantengono la stessa categoria grammaticale della base

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quando si ha un processo di alterazione: muro > muretto, casa > ca-
sina, libro > libraccio. In tale processo si usa individuare i suffissi con
categorie comunemente note come:

• diminutivo (capretta, con cumulo di suffissi: cas-ett-ina);


• accrescitivo (mangione, librone);
• peggiorativo o dispregiativo (ventaccio, poetastro);
• vezzeggiativo (caruccio, cosuccia);
• attenuativo (rossastro, che non indica un “brutto rosso, un rosso fasti-
dioso” ma una “specie di rosso, un quasi rosso”).

L’italiano è la lingua romanza più ricca di suffissi alterativi, dal pun-


to di vista sia della loro varietà sia della loro frequenza d’uso (Ma-
rello, 1996, p. 17). Esistono tuttavia non poche parole modificate
con suffissi alterativi che non hanno il valore di alterato, ma ten-
dono a lessicalizzarsi, cioè ad assumere un significato nuovo o più
specifico rispetto a quello della parola da cui derivano: telefonino
non è un piccolo telefono, ma un telefono cellulare; occhiello indica
l’asola, ombrellone è l’ombrello per proteggersi dal sole, messaggino
non indica semplicemente un piccolo messaggio, ma il messaggio
via cellulare (sms). Nei casi in cui si è avuta la lessicalizzazione di
un alterato, si ha il blocco dell’alterazione: alla parola fiore non si
possono aggiungere suffissi diminutivi come -etto o -ino, perché en-
trambi hanno prodotto significati propri – fioretto “tipo di arma” e
fiorino “moneta d’oro” – diversi da “piccolo fiore”, pertanto si dirà
fiorellino.
La prefissazione consiste nell’aggiunta di un elemento all’inizio della
base; a differenza della suffissazione in genere non comporta il cam-
bio di categoria grammaticale: un’eccezione è data dal prefisso anti-,
che può formare derivati che fungono da aggettivi (scala antincendio,
squadra anticrimine).
I prefissi conferiscono al prefissato un significato preciso, ad esem-
pio temporale e spaziale come post- e sotto-, oppure indicano unione
(con-), opposizione (anti-), esprimono valore negativo o privativo
– a- (acefalo, amorale, apolitico), de- (decaffeinare, detronizzare), dis-
(diseducativo, dispiacere), in- (insospettabile), s- (sfiducia) – o valore

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intensivo come s- (sbattere). Come si vede dagli ultimi due esempi,
uno stesso prefisso (s-) può avere valori diversi. I prefissi più produt-
tivi nell’italiano sono: a-, di-, de-, in-, con-, per-, ri-, re-, s-.
Se si aggiungono contemporaneamente un suffisso e un prefisso (s-,
ad-, in- sono i più frequenti), si hanno i parasintetici: da bandiera con
prefisso s- e suffisso verbale -are si ottiene il verbo sbandierare; altri
esempi sono incenerire, abbellire, spolverare, imbottigliare, abbraccia-
re, accasarsi (Grossmann, Rainer, 2004, pp. 167-88).

3.2.2. La composizione La composizione consiste nell’unione di


due parole per formarne una terza (spesso un sostantivo, più rara-
mente un aggettivo o un verbo, ancora più raramente un avverbio
come in malvolentieri, sottosopra) con significato proprio e autono-
mo: scaldare + bagno > scaldabagno, portare + cenere > portacenere,
aprire + bottiglia > apribottiglia.
I composti possono essere (Grossmann, Rainer, 2004, p. 33):

• stretti, se hanno subito qualche alterazione nella loro forma fonologi-


ca (quintessenza);
• larghi, se i costituenti hanno mantenuto inalterata la loro forma (pe-
scespada).

La composizione può essere ottenuta con varie combinazioni di ca-


tegorie grammaticali. Vediamone alcune tra le più frequenti (usiamo
n per nome, a per aggettivo, v per verbo, p per preposizione, av per
avverbio):

• v + n: salvavita, asciugacapelli, portafogli, asciugamano;


• n + n: pescespada, capostazione, crocevia, pescecane;
• a + n: bassorilievo, gentiluomo, biancospino;
• n + a: cassaforte, pastasciutta, camposanto;
• p + n: fuorimisura, sottocosto, dopocena, senzatetto;
• v + v: saliscendi, giravolta, dormiveglia;
• v + av: buttafuori;
• n + v: crocifiggere, manomettere;
• av + v (participio presente spesso aggettivato): altoparlante, benpen-
sante, maledire.

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Tra i composti aggettivali segnaliamo:

• a + a: bianconeri, dolceamaro, sordomuto;


• n + a: videodipendente;
• a + n: giallo canarino;
• av + a: sempreverde.

Per i composti v + v (definiti conglomerati da Dardano, 1996, p. 343)


esistono esempi con congiunzione, che in alcuni casi è caduta: tira
e molla, mangia e bevi, saliscendi; lo stesso nel caso di n + n, come
pomodoro, in cui si può presumere che si trattasse in origine di una
struttura n + p + n con successiva caduta della preposizione (visibile
invece in ficodindia).
Quando il primo elemento è una preposizione, va fatta distinzione
tra un composto come dopopranzo “qualcosa che viene dopo il pran-
zo” e un derivato come sottotitolo, in cui sotto vale come prefisso e
quindi indica semplicemente un “titolo messo sotto”.
Si chiama testa il costituente che fornisce al composto il significato
e la categoria grammaticale: in capostazione la testa è costituita da
capo. I composti con testa si chiamano endocentrici, quelli senza testa
esocentrici: in questo secondo tipo nessuno dei due costituenti fa da
centro al composto (come in senza tetto, pellerossa o nei composti
formati da v + n: portaborse, lavapiatti, stuzzicadenti). Nei composti
con testa o endocentrici si distinguono quelli:

• subordinativi, in cui il secondo elemento fa da complemento al pri-


mo o ne precisa il significato (caposquadra);
• coordinativi, formati da due parole della stessa categoria grammatica-
le e coordinate (cassapanca).

Esistono inoltre elementi di origine classica, latina o greca, combina-


ti tra loro o uniti ad altre parole, che pur non essendo propriamen-
te suffissi o prefissi né parole vere e proprie assolvono la medesima
funzione; per distinguerli sono chiamati comunemente prefissoidi e
suffissoidi, o semiparole, o meglio ancora confissi: auto-, euro-, tele-,
disco-, mini-, maxi-, -scopio, -forme, -metro, -gramma, -mania, -teca.
Il procedimento è chiamato composizione neoclassica e caratterizza,

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ma non solo, i linguaggi tecnico-specialistici. Gli elementi di compo-
sizione possono stare prima e dopo una base (cinofilo e filoamerica-
no), o soltanto prima (neoassunto) oppure soltanto dopo (esterofilia).
Fino ad alcuni anni fa i composti neoclassici contraddistinguevano
i linguaggi tecnico-specialistici, di recente invece si è assistito a una
loro significativa diffusione nella lingua comune, basti pensare ai più
diffusi: video-, tele-, eco-, foto-, auto-. Molti di questi confissi hanno
assunto un significato diverso da quello che avevano in origine: tele-
“a distanza” (telegramma, telecomando) è diventato abbreviazione di
televisione e usato con questo significato in altri composti (telequiz,
teledipendente) o abbreviazione di telefono (videotel, telecom ecc.).
Oltre ai composti tradizionali si diffondono nell’italiano di oggi al-
tre forme che si manifestano graficamente in forma separata:

• notizia bomba, legge truffa, dove il secondo sostantivo funge quasi da


aggettivo del primo;
• treno merci, dove tra i due elementi è soppressa la preposizione;
• unione camere penali, dove si ha successione di tre o più elementi sen-
za preposizione.

Esiste inoltre un tipo di composizione che vede l’accostamento di


due sostantivi o aggettivi come una sintesi di funzioni (ibid.), resa
graficamente con o senza trattino: casalbergo, agrodolce, gonna pan-
talone, divano letto. Si tratta del resto di formazioni note e collaudate
nel linguaggio della politica, anche se con troncamento del primo
elemento: socialista + democratico > socialdemocratico.
Abbiamo visto a proposito della definizione di lessema come esso
possa essere costituito da due o più parole che assumono un significa-
to unico e nuovo: camera da letto, vasca da bagno, ferro da stiro, lenti a
contatto; si parla in tal caso di unità lessicali superiori o polirematiche.
La distinzione tra composti e polirematiche non è sempre facile da
determinare e spesso persino gli esperti si trovano a discuterne. Di
seguito alcune tra le polirematiche più frequenti:

• n + a: servizio pubblico (anche al contrario: pubblico impiego);


• n + di + n: vigili del fuoco;

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• n + a + n: occhi a mandorla;
• n + da + n: marca da bollo.

3.2.3. Processi di conversione e riduzione Un’altra possibilità di


formare nuove parole è la derivazione da altre preesistenti cambiando
semplicemente la categoria grammaticale, senza bisogno di suffisso o
prefisso: il processo si chiama conversione; l’aggettivo bianco diventa
sostantivato i bianchi, così la finanziaria, la metropolitana. Casi fre-
quenti sono quelli dell’infinito sostantivato (il bere, il dovere, gli averi),
del participio presente che diventa sostantivo (il cantante, la badante,
gli abbaglianti), della formazione di sostantivi dal participio passato
(l’udito), dal gerundio (crescendo), da locuzioni (viavai, nullaosta).
Sono considerati processi di conversione anche quelli che producono
formazioni senza un vero e proprio suffisso ma con l’aggiunta di de-
sinenze/morfemi verbali (tali formazioni sono anche dette a suffisso
zero): capitano > capitanare, soppalco > soppalcare, martello > martel-
lare, cestino > cestinare (Grossmann, Rainer, 2004, pp. 534-6).
Per formare nuove parole si utilizzano anche procedimenti di ridu-
zione, come ad esempio l’ellissi, in cui si omettono uno o più ele-
menti: disco per disco-music, finanza per guardia di finanza, lampo
per chiusura lampo, portatile per computer portatile, sdraio per sedia a
sdraio nascono di fatto da un processo di abbreviazione.
L’uso di ridurre, accorciare le parole è sempre più frequente sulla scia
dell’inglese ed è agevolato probabilmente dalle nuove forme di ita-
liano scritto trasmesso, come sms, e-mail, chat ecc. (D’Achille, 2003,
p. 209):

• uso di confissi come parole autonome, ad esempio auto per automobile,


aereo per aeroplano, zoo per giardino zoologico, foto per fotografia. Molti di
questi confissi sono recenti e già ben stabilizzati, come meteo, tele, disco;
alcuni sono diffusi soprattutto nel parlato (biblio per biblioteca);
• accorciamenti, dove non sempre viene eliminata la base dopo il con-
fisso, come nel caso di bicicletta, in cui bici deriva dal prefisso bi + una
sillaba della base. Così tossico < tossicodipendente, cinema < cinematogra-
fo ecc.; fenomeno analogo è la riduzione che subiscono alcune parole
straniere (night per night-club);

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• abbreviazioni, ad esempio, tra le più comuni, prof.  <  professore,
dott. < dottore, p. / pag. < pagina (la prima è molto frequente anche nel
parlato);
• sigle, che, sempre più diffuse, non si limitano a nomi di enti, istitu-
zioni, marchi (tac “tomografia assiale computerizzata”, pil “prodotto
interno lordo”); è diffusa anche la derivazione da sigle (diessino  <  ds
“Democratici di Sinistra”);
• acronimi, simili a sigle ma con la differenza che comprendono non
solo le iniziali ma parti più ampie della parola, anche da troncamenti:
colf “collaboratrice domestica”, cococò “contratto di collaborazione coor-
dinata e continuativa”;
• parole macedonia, che coinvolgono due o più parole o pezzi di esse,
come ad esempio autosole per autostrada del sole, Polstrada per Polizia
di strada, Federcalcio per Federazione del calcio, Confindustria per Confe-
derazione dell’industria.

3.2.4. Altre parole Finora abbiamo trattato di parole che si for-


mano da altre parole esistenti per processi di derivazione, compo-
sizione, conversione e riduzione; abbiamo visto nel paragrafo 3.1.4
parole che derivano dal latino o da altre lingue. Per completare il qua-
dro sulle componenti del lessico italiano, restano ancora da trattare
alcune categorie:

• onomatopee, ovvero quelle parole che riproducono un rumore, un


suono, un verso di un animale (chicchirichì, din don); un caso partico-
lare sono gli ideofoni (sigh, zac, sob), «che evocano in modo espressivo
significati anche astratti» (Casadei, 2011, p. 93);
• nomi propri diventati nomi comuni, ovvero toponimi (nomi di luogo)
come gorgonzola per formaggio di Gorgonzola, antroponimi (nomi di
persona) come cicerone “guida” e mecenate “protettore”;
• derivati da nomi di persona e da nomi geografici, ad esempio leninia-
no, marxista, piemontese, europeo;
• occasionalismi, ovvero neologismi che hanno vita effimera, perché
legati a persone o fatti del momento; sono di solito concentrati nel lin-
guaggio giornalistico e non fanno in tempo a essere registrati nei dizio-
nari dell’uso che già scompaiono;
• stravolgimenti di parole, ovvero giochi di parole (nei gerghi, nello
slang giovanile), glossolalie;

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• parole nate per errore (in genere per lettura erronea), come, tra gli
esempi citati in Aprile (2005, p. 52), quello classico di lastrico dal latino
medievale astracum (o astricum nel latino parlato) “asfalto”, percepito
molto probabilmente dai parlanti come tutt’uno con l’articolo e da qui
la forma lastracum/lastrico.

3.3. Il significato delle parole


Esercizi
21-30 3.3.1. I rapporti di significato tra le parole Consideriamo la pa-
rola organo. Essa ha almeno due significati: 1. ogni parte del corpo
con una particolare funzione; 2. strumento musicale (la parola de-
riva attraverso il latino dal greco órganon, che significa “strumento
che compie un certo lavoro”, il che spiega anche il doppio significato
della parola italiana). Se una parola ha più significati, si dice che è po-
lisemica (dal greco “molti significati”). Pertanto si può sostenere che
l’arricchimento del lessico di una lingua può avvenire anche attraver-
so i nuovi significati assunti da parole già esistenti, in sostituzione o
aggiunta a quelli precedenti: una parola può avere un suo significato
originario, etimologico (dalla parola da cui deriva) e con il tempo
acquisirne uno nuovo o modificarlo o sostituirlo.
L’omonimia è il fenomeno per cui parole di diverso significato (due,
a volte anche più parole) hanno forma coincidente: la parola sale può
essere sostantivo o voce del verbo salire. Normalmente l’origine de-
gli omonimi è diversa: la parola riso come “atto del ridere” viene dal
latino rīsu(m)  <  verbo ridēre, mentre l’alimento, il riso, deriva per
tramite del latino dalla parola greca óryza. Nell’italiano gli omonimi
sono in genere anche omografi (si scrivono nello stesso modo; un’ec-
cezione è la coppia hanno / anno) e omofoni (si pronunciano nello
stesso modo). In inglese molti omografi non sono omofoni e molti
omofoni non sono omografi; in italiano l’omofonia può essere impe-
dita dall’accento (prìncipi e princìpi, àncora e ancòra: sono coppie di
omografi e omonimi, non omofoni) e, almeno nell’italiano standard
e in alcuni italiani regionali, dall’apertura delle vocali toniche (pèsca
e pésca, con la e rispettivamente aperta e chiusa).
I termini denotazione e connotazione distinguono tra significato pri-
mario e significato aggiunto, ottenuto per allargamenti e spostamen-

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ti del significato originario (Marello, 1996, p. 104). I significati con-
notativi sono quelli che i dizionari spesso indicano con abbreviazioni
del tipo fig. “figurato”, per est. “per estensione”, trasl. “traslato”. Nelle
due frasi si è operato di cuore / è un uomo di cuore la parola cuore ha
rispettivamente il suo significato denotativo e connotativo.
Il rapporto semantico per cui due parole hanno lo stesso significato
o un significato molto simile si chiama sinonimia. Esistono sinonimi
totali, quelli che esprimono una perfetta somiglianza di significato e
sono intercambiabili in tutti i contesti senza che il senso della frase
venga modificato (la preposizione tra / fra), ma sono molto rari; il si-
gnificato infatti non è sempre coincidente perché esiste quasi sempre
una sfumatura o una connotazione che permette di distinguere una
parola da un suo sinonimo. Quando il significato è perfettamente
sovrapponibile, le due parole non hanno la stessa frequenza d’uso:
nelle coppie matita  / lapis, divano  / sofà, termosifone  / calorifero la
prima parola è quella più usata. Se prendiamo la coppia bosco / fore-
sta, per entrambi i termini vale la definizione “insieme di alberi”, ma
il secondo è più precisamente “un insieme più ampio e più folto” del
primo. Altre volte le differenze sono sfumature d’uso, connotative e
possono riguardare:

• differenze di registro linguistico / codice, ad esempio le parole alma e


anima hanno la stessa etimologia, ma la prima è di uso scritto letterario
e quindi considerata parola più alta (oggi in disuso); altri esempi sono
i prestiti di lusso (cfr. par. 3.1.2) (boxe per pugilato, match per incontro,
ring per quadrato, équipe per gruppo);
• differenze di uso sociale e comunicativo, ad esempio la parola papà è
più colloquiale rispetto a padre; in privato si usano parole familiari di-
verse da quelle che si usano a scuola, al lavoro, in contesto ufficiale. In
alcuni casi si utilizzano versioni più attenuate o più neutre (eufemismi)
per evitare parole o espressioni crude, dispregiative: operatore ecologico
per spazzino; serva è quasi offensivo rispetto a cameriera (più recente-
mente si usa collaboratrice domestica); improbabile l’utilizzo di micio per
gatto in uno scritto ufficiale;
• differenze di intensità, ad esempio nella serie sporco / sudicio / lurido
il terzo termine è quello che ha un significato più intenso; lo stesso vale
per spilorcio rispetto ad avaro, anche con un tono dispregativo;

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• differenze nel tempo, ad esempio alcune parole invecchiano e vanno
in disuso; nessuno userebbe più verone per balcone; fanciullo è sempre
più raro rispetto a bambino;
• in italiano abbiamo inoltre alcuni geosinonimi, cioè parole sinonimi
in alcune realtà regionali; si è visto l’esempio di anguria / melone / coco-
mero (cfr. par. 3.1.4); lo stesso vale per la coppia ciabatte / pantofole.

Due parole che hanno significato contrario si dicono antonimi: bello/


brutto, mai/sempre, divertente/noioso. La formazione di un opposto
si può ottenere anche premettendo la negazione (per le parole come
vivo/non vivo; cfr. infra) o alcuni prefissi (dis-, in-, s-, de-, a-, an-: di-
sordinato, scortesia, denutrito, apolitico, analcolico, amorale). Distin-
guiamo casi diversi:

• le due parole si escludono a vicenda (vivo / morto, pari / dispari);


• tra le due parole sono ammissibili gradi intermedi, ad esempio tra le
parole freddo e caldo possiamo inserire aggettivi di significato più atte-
nuato come fresco e tiepido;
• in alcune coppie si ha a che fare non con veri e propri antonimi ma
con termini simmetrici o inversi, ad esempio in vendere / comprare, mae-
stro / discepolo, moglie / marito c’è un interscambio, un reciproco rinvio,
un definirsi l’uno rispetto all’altro (ivi, p. 112);
• esistono casi in cui una parola può avere un significato e il suo oppo-
sto, ad esempio cacciare significa “inseguire per raggiungere e mandare
via”; si parla in questo caso di enantiosemia;
• non tutte le parole hanno un opposto, ad esempio non esiste l’op-
posto di un colore o di un deonomastico (se scriviamo non italiano, ne-
ghiamo la nazionalità, ma non indichiamo l’opposto di italiano perché
potrebbe essere inglese, francese ecc.).

Esistono poi altri rapporti di significato. Parole come rosa, giglio,


tulipano hanno qualcosa in comune, sono fiori: in tal caso si può
dire che fiore è l’iperonimo, il termine cioè sovraordinato che li
include, mentre gli altri sono iponimi rispetto a fiore. Gli iponimi
che appartengono allo stesso iperonimo sono coiponimi tra loro
(forchetta è coiponimo di coltello, tigre è coiponimo di pantera).
Un rapporto simile è quello parte-tutto: stanza da letto, corridoio,

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sgabuzzino sono parti di un tutto che è la casa; in tal caso si parla
allora di meronimo-olonimo. Il rapporto di inclusione rende possi-
bile, sul piano linguistico, l’operazione di generalizzazione attra-
verso gli iperonimi, e di degeneralizzazione attraverso gli iponimi,
operazioni importanti entrambe nella costruzione del testo (cfr. le
proforme nel par. 4.2.1).
La famiglia lessicale è l’insieme di parole che hanno in comune la for-
ma e una parte del significato, in quanto derivanti da una stessa base:
canna, canneto, canniccio, cannula.
Si dice campo semantico un insieme di lessemi uniti da una parte di
significato (tratto semantico) in comune; esso rappresenta uno dei
modi in cui le parole possono essere messe in relazione tra loro. Il
campo semantico di scuola comprende le strutture e l’arredamento
(aula, edificio, banchi), chi vi svolge un’attività (insegnanti, alunni,
bidelli, segretari), le attività (insegnare, leggere, recitare, disegnare), i
supporti (libri, quaderni, lavagna) ecc. Una parola può appartenere
a più campi semantici.

3.3.2. Il trasferimento di significato Molte parole possono su-


bire uno spostamento dal proprio significato originario a un altro
figurato, traslato. Tali spostamenti possono avvenire su relazione
di somiglianza (metafora), di contiguità (metonimia, sineddoche), di
comparatività (antonomasia) ecc.
Dire che qualcuno è un ghiro o un’aquila fa riferimento al fatto che
il ghiro dorme molto e l’aquila è nota per la sua vista acuta, usiamo
insomma metafore. Luigi è veloce come un fulmine costituisce una si-
militudine, Luigi è un fulmine una metafora. La metafora (dal gre-
co metaphorá “trasferimento”) può comprendere anche più parole
(espressioni metaforiche). In espressioni comuni come collo della bot-
tiglia, dorso di una montagna, piede del tavolo i termini collo, dorso, pie-
de sono in realtà metafore, ma non sono più percepite in quanto tali
perché vanno a colmare quasi dei vuoti lessicali della lingua per l’as-
senza di una parola specifica. Due parole “insospettabili” come gla-
diolo e cratere sono originariamente metafore: gladiolo significa “pic-
cola spada” (in latino glădius, “spada”) in riferimento alla forma delle
foglie; il cratere di un vulcano si chiama così perché la sua forma fa

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pensare a un grosso vaso in cui si mescolavano acqua e vino (in greco
cratér). Questa forma particolare di metafora si chiama catacrèsi: det-
to altrimenti, la morte di una metafora segna la nascita di una parola.
Due altre figure retoriche che come la metafora prevedono lo spo-
stamento di significato e consentono nelle parole di ridefinire e am-
pliare i significati per sostituzione sono la sineddoche e la metonimia.
Esempi di sineddoche sono:

• la parte per il tutto (tetto per casa, vela per barca, ciglia per occhi);
• il tutto per la parte (occhi verdi, in realtà solo l’iride è verde);
• il genere per la specie (i mortali per gli uomini);
• la specie per il genere (mi guadagno il pane “cibo”);
• singolare per plurale e viceversa (il cane è un animale fedele);
• la materia per l’oggetto (i bronzi di Riace per statua).

Esempi di metonimia sono:

• il contenente per il contenuto (bere un bicchierino);


• la causa per l’effetto e viceversa (si guadagna da vivere con il sudore
della fronte);
• l’autore al posto dell’opera (leggo Dante);
• l’astratto per il concreto (la storia dell’umanità “degli uomini”);
• il concreto per l’astratto (pieno di bile “pieno di rabbia”).

Usiamo figure retoriche anche quando sostituiamo un’espressione


realistica, cruda, rozza con un’altra più attenuata: scomparire per mo-
rire, brutta malattia per cancro; si tratta di eufemismi. Oppure dicia-
mo: è un cicerone, un casanova adoperando l’antonomasia (riduzione
del significato di un nome proprio di un personaggio o di un luogo a
nome comune); infine nell’espressione ti aspetto da un secolo usiamo
un’esagerazione (iperbole).

3.3.3. Dalla parola al sintagma: nuovi significati Il lessico di una


lingua è composto non solo dalle parole attestate, da quelle poten-
zialmente formabili e da quelle che in ogni momento possono entra-
re da altre lingue, ma anche dalle collocazioni, cioè «le giunture più
stabilizzate nell’uso. Così fa parte del lessico di una lingua non solo

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il singolo vocabolo, come aprire o chiudere, porta o discussione, ma
ne fanno parte anche giunture privilegiate come aprire una porta,
aprire un discorso, chiudere la discussione ecc.» (De Mauro, 2005,
p. 31); inoltre proprio nelle giunture si distingue il valore delle singo-
le parole, che si trasvaluta e appare come nuovo. Abbiamo già visto
le cosiddette polirematiche (cfr. par. 3.2.2), unità lessicali superiori,
formate cioè da più parole che insieme hanno un significato: carta
carbone si comporta come una singola parola, ma il suo significato è
diverso da quelli dei due componenti (carta e carbone). Il gradit re-
gistra oltre 130.000 polirematiche sotto i lemmi semplici dei lessemi
costitutivi. La terminologia usata è molto variabile ma fa riferimento
quasi sempre alla stessa struttura: polirematiche, unità lessicali supe-
riori, sintagmi lessicalizzati, lessemi complessi, locuzioni, espressio-
ni idiomatiche (con queste ultime si individuano in particolare le
polirematiche verbali con significato figurato, come vuotare il sacco,
ingoiare il rospo, piantare in asso, tagliare la corda, dette corrente-
mente modi di dire o frasi fatte; cfr. Casadei, 2011, p. 101). Nella tradi-
zione inglese è invece più frequente un termine unico più pregnan-
te: multiword expressions ( Ježek, 2005, p. 35). In genere la fraseologia
indica il complesso di tutte queste espressioni convenzionali e cri-
stallizzate: polirematiche, espressioni idiomatiche, modi di dire, frasi
fatte, proverbi e detti, formule (buon appetito), collocazioni.
Per completare il quadro, si riassume di seguito lo schema delle unità
fraseologiche fornito da Ottavio Lurati e riportato in Aprile (2005,
pp. 40-1). Possiamo distinguere:

• serie verbali obbligate (ingannare l’attesa, erigersi a giudice);


• formazioni modellate (né carne né pesce, né bello né brutto);
• paragoni fraseologici (furbo come una volpe, secco come un’aringa);
• forme geminate (prendere fischi per fiaschi, volere o volare);
• frasi fisse (si salvi chi può);
• fraseologismi conversazionali (cambiamo pagina, in altri termini);
• proverbi (chi fa da sé fa per tre);
• luoghi comuni (non esistono più le mezze stagioni);
• tautologie (si vive una volta sola);
• modi di dire (avere grilli per la testa).

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3.4. La ricerca delle parole: i dizionari
Esercizi
31-40 3.4.1. Il dizionario: struttura e uso Si è già spiegata la differenza
tra lessico, vocabolario e dizionario usati comunemente come sino-
nimi (cfr. par. 3.1.1). Schematizziamo le esigenze principali che i va-
ri tipi di dizionario tentano di soddisfare, riprendendo Massariello
Merzagora (1982, p. 74):

• necessità di dominare i mezzi di espressione (non solo lessicali, ma an-


che fonetici, morfologici e sintattici) di una lingua (dizionari dell’uso);
• necessità di informare il lettore a livello di nozioni (dizionari enciclo-
pedici);
• necessità di traduzione di messaggi di comunità linguistiche stranie-
re con cui si viene in contatto (dizionari bi-, plurilingui);
• necessità di transcodificare in una norma comune all’interno di una
stessa comunità linguistica i diversi codici tecnici o speciali di gruppi
sociali o culturali distinti (dizionari tecnici e scientifici).

Passiamo a osservare come è costruito un dizionario e il tipo di infor-


mazioni che può fornire.
La macrostruttura di un dizionario è costituita dall’ordinamento ge-
nerale del materiale, che può essere in ordine:

• alfabetico, che è quello più diffuso;


• concettuale, che tenta di descrivere per concetti l’immagine del mon-
do che è alla base della lingua; sotto ogni concetto vengono collocate
le parole ad esso pertinenti. Fanno parte inoltre della macrostruttura
tutti gli apparati di presentazione e sussidio (avvertenze, premessa degli
autori, guida alla consultazione, tavola delle abbreviazioni, scioglimenti
bibliografici).

La microstruttura di un dizionario riguarda la costruzione di una


voce o lemma. Il lemma (o entrata lessicale o esponente o articolo) è
l’unità grafica che costituisce l’intestazione con cui una parola entra
in un dizionario: di un nome plurale sarà il singolare, di un verbo
coniugato sarà l’infinito ecc. In genere i lemmi sono stampati in ca-
rattere grassetto per essere visualizzati più facilmente; altri espedienti

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come colori diversi o simboli che precedono il lemma possono avere
significati differenti che vengono chiariti nelle avvertenze del dizio-
nario (ad es. un lemma in colore azzurro nel Devoto-Oli del 2004
rende visibili le parole appartenenti al lessico di base; cfr. Della Valle,
2005, p. 61). Lemmatizzare un testo, una frase, un lessema significa
fare un’operazione di riduzione delle diverse forme di un paradigma
a un unico esponente; la frase era una casa come sono molte case nella
prateria lemmatizzata diventa: casa come essere in molto prateria un.
La microstruttura varia da dizionario a dizionario e può essere più o
meno ricca di informazioni, più o meno estesa. Possiamo raggruppa-
re come segue le diverse informazioni che si possono ottenere dalla
consultazione di un dizionario, fermo restando che non tutti i dizio-
nari forniscono tutte le informazioni.

• Informazioni grafiche, fonetiche e fonologiche: la forma della parola e


di eventuali varianti, la sillabazione, la pronuncia secondo l’alfabeto fo-
netico internazionale (ipa – International Phonetic Alphabet) (quindi
con indicazione di accento, apertura delle vocali, sonorità o meno di
consonanti ecc.). Le indicazioni fonetiche sono molto utili nel caso di
termini stranieri poco noti o per conoscere correttamente la pronuncia
standard di parole pronunciate di solito nel sistema regionale. A volte si
trova anche la separazione in sillabe.
• Informazioni grammaticali: categoria grammaticale, genere, numero,
eventualmente femminile, plurale e paradigma verbale se irregolari; co-
struzioni e valenze dei verbi.
• Informazioni storico-etimologiche: la data della prima attestazione,
l’etimologia della parola.
• Marche d’uso o marche diasistematiche o indicatori: per segnalare ad
esempio la frequenza di una parola, per indicare se si tratta di arcaismi,
di regionalismi, di parole dei linguaggi tecnico-specialistici, se la pa-
rola è familiare, colloquiale, popolare, letteraria, se è un gergalismo, se
ha valore figurato ecc. Nel gradit sono presenti le marche d’uso: fo
(fondamentale), au (alto uso), ad (alta disponibilità), co (comuni), ts
(uso tecnico-specialistico), le (letterario), re (regionale), di (dialetta-
le), es (esotismo), bu (basso uso) e ob (obsoleto).
• Definizione: è il corpo del lemma. È importante scrivere definizioni
chiare e precise, libere da posizioni ideologiche, giudizi e pregiudi-

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zi dell’autore (che traspaiono, invece, nei dizionari almeno fino alla
metà del Novecento) e che non rischino di cadere nella circolarità
(riprendendo cioè il lemma stesso o un suo derivato). Le diverse acce-
zioni di solito vengono separate con numeri in neretto o con lettere
dell’alfabeto.
• Fraseologia, modi di dire ed esempi (letterari e dell’uso).
• Indicazioni supplementari: sinonimi, contrari, sottolemmi sono in
genere disposti alla fine (sono elementi che pur se autonomi si riferisco-
no alla voce di base per derivazione, alterazione ecc.).

3.4.2. Tipi di dizionari Una presentazione tipologica dei dizio-


nari dipende dal tipo di prospettiva che si assume per l’analisi; si ag-
giunga che alcuni dizionari sono complessi, sono cioè etichettabili
sotto diverse categorie. In una tipologia molto ampia possono essere
presi in considerazione parametri diversi:

• estensione, ovvero densità delle entrate, numero di lingue, concentra-


zione sui dati lessicali;
• prospettiva, che può essere diacronica o sincronica; ordine delle en-
trate (alfabetico, semantico ecc.);
• presentazione, ovvero definizione, esemplificazione, illustrazioni,
tratti speciali.

In una tipologia più descrittiva, possiamo distinguere i dizionari in


enciclopedici e non enciclopedici; questi ultimi in generali e specia-
li; quelli generali in monocronici (ad es. di un autore) e pancronici,
questi ultimi in storici e dell’uso.
Vediamo concretamente per la lingua italiana qualche strumento im-
portante di riferimento nelle varie categorie.

• Dizionari storici. Descrivono in prospettiva diacronica il lessico


dell’italiano, facendo riferimento alla tradizione letteraria. Il primo e
più importante è il Vocabolario dell’Accademia della Crusca, pubblicato
nella prima edizione monovolume nel 1612 e da allora in altre quattro
edizioni successive (la quinta fu interrotta nel 1929 alla lettera O); nel
secondo Ottocento fu stampato un altro dizionario storico (ma con
ricche indicazioni e confronti sulla lingua d’uso) di particolare pregio,
il Tommaseo-Bellini (Torino 1861-79). L’opera moderna più affidabile

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e da poco completata è il monumentale gdli o Grande dizionario della
lingua italiana iniziato a Torino sotto la guida di Salvatore Battaglia
nel 1961 e completato in 21 volumi nel 2002 (con un’appendice di pa-
role nuove nel 2003). Rispetto agli altri due, il gdli ha ampliato le
proprie fonti, tesaurizzando molti testi non letterari. Va segnalato per i
primi secoli dell’italiano (per i quali è più opportuno parlare di volgari
antichi) il gavi o Glossario degli antichi volgari italiani, pubblicato nel
1983 ma rimasto incompleto per la morte del suo autore Giorgio Co-
lussi (2006), e il tlio o Tesoro della lingua italiana delle origini, fon-
dato e diretto a Firenze da Pietro Beltrami (dal 1997), che si pubblica a
stampa e on line da alcuni anni ed è peraltro basato su una banca dati
consultabile in rete.
• Dizionari dell’uso. Si tratta dei dizionari che «registrano la lingua
contemporanea in una dimensione sincronica, cioè nel funzionamen-
to e nei caratteri attuali, ma prendendo in considerazione anche voci
del passato, arcaiche o antiquate, varietà regionali, voci letterarie»
(Della Valle, 2005, p. 57). Sono in genere i dizionari di consultazione
più frequenti; alcuni si pubblicano annualmente con aggiornamenti
più o meno importanti: è il caso dello Zingarelli, pubblicato per la
prima volta nel 1922 e da alcuni anni stampato con scadenza annuale
in una nuova edizione arricchita di qualche centinaio di nuove parole.
Tra i più importanti, non solo per la mole, si distinguono il Vocabola-
rio della lingua italiana diretto da Aldo Duro (5 voll., Roma 1986-94)
e il gradit o Grande dizionario italiano dell’uso diretto da Tullio De
Mauro (6 voll., Torino 1999, più un settimo volume di Parole nuove,
Torino 2003; nuova ed. 2007, 8 voll., con docking station), che com-
prende 260.000 lemmi e merita di essere consultato per la ricchezza
di notizie e informazioni supplementari su ogni lemma, compresa, si
è detto, una precisa etichettatura di ogni voce e di singole accezioni
con marche di frequenza e d’uso. I molti dizionari monovolume degli
ultimi anni tendono a fornire sempre più indicazioni sussidiarie o a vi-
sualizzare con espedienti tipografici alcune caratteristiche: il disc di
Francesco Sabatini e Vittorio Coletti si contraddistingue per l’indica-
zione degli argomenti dei verbi, il Garzanti 2009 diretto da Giuseppe
Patota riserva alla fine del lemma un piccolo spazio per dubbi di tipo
ortografico.
• Dizionari etimologici. Sono i dizionari che descrivono la derivazione
delle parole da lingue più antiche o anche moderne, indicandone quindi
l’etimologia. All’importante dei o Dizionario etimologico italiano, pub-

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blicato nel 1955-59 da Carlo Battisti e Giovanni Alessio, si è affiancato a
fine anni settanta il deli o Dizionario etimologico della lingua italiana,
di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, oggi ripubblicato e rivisto in edi-
zione monovolume con cd-rom (1999). Dal 1979 si pubblica un’opera
monumentale, il lei, Lessico etimologico italiano, fondato e diretto da
Max Pfister, da poco condiretto da Wolfgang Schweickard, che è giunto
al tredicesimo volume ed è arrivato alle lettere C-D-E e a una parte dei
germanismi: la conclusione dei previsti 20 volumi si calcola per il 2032.
Più che un dizionario etimologico, è un vero e proprio lessico dell’ita-
liano scritto e di tutte le sue varietà, dal latino medievale fino ai gerghi
moderni (dal 2000 si pubblica anche la sezione dei germanismi nell’ita-
liano, a cura di Elda Morlicchio).
• Dizionari settoriali, tecnici e speciali. Raggruppiamo qui dizionari
molto diversi e prodotti con scopi diversi: dizionari di sinonimi (Di-
zionario dei sinonimi e dei contrari, curato da R. Simone, Roma 2003),
dizionari di neologismi (G. Adamo, V. Della Valle, Neologismi quoti-
diani. Un dizionario a cavallo del millennio, Firenze 2003), dizionari di
ortografia e pronuncia, vocabolari dialettali (molto importanti quelli
pubblicati nell’Ottocento), di proverbi e modi di dire, dei linguaggi
speciali, delle concordanze d’autore (ad es. quelle dei Promessi sposi a
cura di G. De Rienzo, E. Del Boca, S. Orlando, Milano 1985), dei lessi-
ci di frequenza (U. Bortolini, C. Tagliavini, A. Zampolli, lif o Lessico
di frequenza della lingua italiana contemporanea, Milano 1972), rimari,
dizionari per famiglie di parole (A. Gianni e L. Satta, dir o Dizionario
italiano ragionato, Firenze 1988). Il primo dizionario di italiano parlato
è il Lessico di frequenza dell’italiano parlato (lip), di T. De Mauro, F.
Mancini, M. Vedovelli e M. Voghera (Milano 1993).
• Dizionari elettronici. Quasi tutti i dizionari degli ultimi anni (gradit
compreso) sono forniti di supporto elettronico (cd-rom) che consente
non solo una consultazione rapida ma anche ricerche mirate e incro-
ciate (quantitative, per marche d’uso, per etimi ecc.). Si stanno inoltre
realizzando versioni elettroniche di dizionari del passato: il Tommaseo-
Bellini è ormai consultabile su cd-rom; le cinque edizioni della Crusca
sono consultabili dal sito dell’Accademia della Crusca; l’ovi (Opera
del vocabolario italiano) mette a disposizione degli utenti registrati la
propria banca dati per la ricerca e pubblica in rete le voci già redatte del
tlio.

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4. Il testo

4.1. Che cos’è un testo


In questo capitolo ci occuperemo della nozione di testo partendo da
due concetti più generali che ne costituiscono, per dir così, le pre-
messe teoriche, ossia dal concetto di testualità e da quello di compe-
tenza testuale.
Cominciamo dal concetto di testualità. Con il termine testualità in-
tendiamo − riprendendo la definizione di Siegfried J. Schmidt (1982,
p. 172) − «il modo di manifestazione universale, sociale e obbligato-
rio in tutte le lingue per l’esecuzione della comunicazione». Questo
vuol dire che noi non comunichiamo quasi mai enunciando lemmi
isolati o enunciati “staccati” l’uno dall’altro, ma per mezzo di enun-
ciati collegati insieme in un discorso o testo (De Mauro, 1998, p. 103).
Ogni nostra forma di comunicazione, quindi, che si realizzi attraver-
so l’uso parlato o l’uso scritto di una lingua, implica l’esercizio della
testualità.
Vediamo in che modo nasce e si configura la nozione di testualità. A
tal fine partiremo da una prospettiva che vede il linguaggio come una
forma di interazione continua e necessaria tra gli esseri umani, nel-
la quale – per riprendere le parole di Michael Alexander Kirkwood
Halliday (1983, p. 33) – il linguaggio viene a essere così com’è «a mo-
tivo di quello che deve fare».
Secondo Halliday, per comprendere e spiegare ciò che è il linguaggio
dobbiamo porci in una prospettiva “sociale”, ossia dobbiamo consi-
derare le concrete ed effettive situazioni d’uso di una lingua, tenendo
conto degli elementi sia linguistici sia non linguistici che interven-
gono ogni volta che usiamo una lingua per comunicare qualcosa a
qualcuno. A questo proposito Halliday prende in prestito dall’an-
tropologo Bronislaw Kaspar Malinowski (1884-1942) la nozione di
contesto di situazione, per spiegare il fatto che noi non utilizziamo
il linguaggio in isolamento, ma sempre in relazione a un contesto

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definibile, per l’appunto, attraverso il riferimento necessario a una
situazione, ossia dobbiamo far riferimento a un qualche scenario co-
stituito da persone, luoghi, azioni ed eventi, ed è in relazione a que-
sto scenario che ciò che diciamo acquista significato. Questa sorta di
scenario è ciò che Halliday chiama situazione e il linguaggio funziona
solo ed esclusivamente in contesti di situazione. Il linguaggio, secon-
do Halliday, è inoltre regolato da tre funzioni cosiddette maggiori o
macrofunzioni:

• la funzione ideazionale, che riguarda la trasmissione dell’informazione;


• la funzione interpersonale, che riguarda e specifica le relazioni e i con-
tatti tra i membri di una comunità linguistica;
• la funzione testuale, che è specifica del linguaggio e che riguarda, da
un lato, la capacità del linguaggio di creare testi (sia orali sia scritti) e,
dall’altro, la caratteristica del linguaggio di porsi in relazione sia al con-
testo situazionale in cui produciamo degli enunciati di volta in volta
diversi, sia a ciò che è già stato detto precedentemente.

Quando parliamo di testualità facciamo dunque riferimento alla


funzione testuale di Halliday, intesa sia come la funzione che con-
sente di creare testi, sia come la capacità del linguaggio di ancorarsi a
specifici contesti situazionali.
Alla nozione di testualità intesa come capacità di creare testi inseriti
in determinati contesti situazionali va poi affiancata la nozione di
competenza testuale, da intendersi come una sottoparte della nozione
più generale di competenza comunicativa, ossia – secondo la defini-
zione di Dell Hymes (1979) – la capacità del parlante di:

• usare in maniera appropriata la sua competenza linguistica, tenendo


conto non solo della sua capacità di formulare frasi ben formate da un
punto di vista grammaticale, ma anche di saper usare tali frasi in modo
appropriato alla situazione comunicativa, il che vuol dire che devono
essere presi in considerazione anche tutti gli elementi che fanno parte
di una determinata situazione comunicativa, quali l’argomento del mes-
saggio, l’intenzione comunicativa, l’interlocutore ecc.;
• usare in maniera appropriata anche i canali non linguistici di cui di-
sponiamo, quali i gesti, lo sguardo, la posizione del corpo ecc.

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La competenza testuale è alla base dei meccanismi sia di produzione
sia di comprensione di un testo: è infatti grazie alla nostra competen-
za testuale che siamo in grado di distinguere un testo, ossia un insie-
me di frasi “intessute” l’una con l’altra in maniera organica e struttu-
rata e che “parlano” delle stesse cose o di cose che sono in relazione le
une con le altre, da un agglomerato qualsiasi di frasi.
Parlando sia di testualità sia di competenza testuale abbiamo neces-
sariamente cominciato a introdurre la nozione di testo, in quanto i
tre concetti sono intrinsecamente correlati tra loro al punto che non
si può parlare dell’uno senza parlare al tempo stesso degli altri due.
Consideriamo a questo proposito quanto afferma Schmidt (1982,
p. 172), che sottolinea l’opportunità di distinguere: 1. da un lato, la
testualità, in quanto aspetto intrinseco e strutturale delle azioni so-
ciocomunicative (e quindi pure linguistiche) di/tra partecipanti alla
comunicazione; 2. dall’altro, i testi, in quanto realizzazioni concrete
della più generale nozione di testualità attraverso un determinato
mezzo di comunicazione.
Un testo è da intendersi quindi come un prodotto o una realizzazio-
ne della testualità, la quale è strettamente dipendente dalla nostra
competenza testuale: quando produciamo un testo siamo quindi in
grado non solo di produrre un insieme organico di frasi relative a uno
stesso argomento, ma anche di valutare se ciò che andiamo dicendo
o scrivendo è qualcosa di organico oppure no e, analogamente, siamo
in grado di applicare lo stesso tipo di valutazione ai testi prodotti da
altri.
Passiamo ora alla definizione del termine testo: etimologicamente de-
riva dal latino textŭs, participio perfetto del verbo texĕre, il cui signi-
ficato generale è “unire o mettere insieme qualsiasi cosa; intrecciare,
tessere, fabbricare, costruire ecc.”, per cui textŭs nella sua prima acce-
zione generale ha il significato di “consistenza, tessuto, struttura” e,
in quella più specificamente linguistica, significa “costruzione, com-
binazione, connessione, contesto” (Lewis, Short, 1984). Il concetto
di testo richiama dunque quello di tessuto, di struttura in cui le parti
si intersecano l’una con l’altra e, come un tessuto è costituito da fili
intrecciati tra loro in modo da percepire un tutto unitario, così in un
testo le frasi che lo compongono sono legate, “intessute” l’una con

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l’altra in maniera particolare, a differenza di un altro e ben diverso
tipo di discorso che già la retorica antica aveva definito cŭmŭlus (os-
sia “ammasso di cose”).
Un testo è quindi un segmento comunicativo con una sua autono-
mia, che può essere prodotto sia oralmente sia per iscritto, e può ave-
re una lunghezza variabile che può andare da una singola frase (ad es.
E quindi uscimmo a riveder le stelle) a un’intera opera letteraria (ad
es. La Divina Commedia, il Decameron ecc.). Inoltre, un testo per
essere tale deve, in primo luogo, “parlare delle stesse cose”, ossia di
argomenti che hanno a che fare l’uno con l’altro e, in secondo luogo,
deve avere mezzi linguistici che assicurino la compattezza di tutto
l’insieme.

4.2. Le proprietà di un testo


Nel paragrafo precedente abbiamo visto che un testo è definibile
come tale se e solo se le parti o gli argomenti che lo compongono
hanno a che fare gli uni con gli altri e se tutto l’insieme si presenta
linguisticamente compatto. Si tratta di due proprietà essenziali di un
testo: la prima riguarda i legami logico-sematici che stanno alla base
di un testo ed è detta coerenza, la seconda invece riguarda i legami
che si realizzano sulla superficie ed è detta coesione.
Vediamo ora in maniera analitica nei sottoparagrafi che seguono tut-
te le proprietà che definiscono un testo e che Robert-Alain de Beau-
grande e Wolfgang Ulrich Dressler hanno definito le sette condi-
zioni di testualità che caratterizzano un testo come una “occorrenza
comunicativa” (Beaugrande, Dressler, 1984).

4.2.1. La coesione La prima proprietà costitutiva di un testo, e


Esercizio anche la prima delle sette condizioni di testualità stabilite da Beau-
1
grande e Dressler, è la coesione (dal latino cohaerēre, “essere unito”) e
riguarda il modo in cui i segmenti che compongono un testo a livello
di superficie, ossia le parole che effettivamente udiamo o vediamo
scritte, sono collegate fra loro. Tali componenti di superficie sono
strettamente dipendenti l’una dall’altra, per cui possiamo dire che

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la coesione si basa su una serie di dipendenze grammaticali (Beau-
grande, Dressler, 1984, p. 17). Consideriamo innanzi tutto i rapporti
fra i periodi che costituiscono un testo, prendendo in esame un paio
di esempi.
Il primo esempio è il seguente:

Richiudere il coperchio. Regolarne la lunghezza, quindi ricollegarla al coper-


chio. Aprire il coperchio della maniglia per estrarla. È molto importante rego-
lare la maniglia correttamente prima di iniziare le riprese. La maniglia consen-
te di: premere i pulsanti Zoom e Start/Stop senza spostare la mano; tenere la
videocamera in modo stabile e confortevole.

Si tratta di un brano tratto dal libretto di istruzioni di una video-


camera digitale, ma le singole frasi sono messe insieme alla rinfusa,
senza che ci sia alcun collegamento tra loro, e dunque siamo di fronte
a un esempio di testo non coeso. Il secondo esempio è il seguente:

Gran parte dell’acqua a disposizione dell’uomo è inquinata e ciò che rimane è


appena sufficiente alla popolazione mondiale attuale. Si prevede però che nel
corso del terzo millennio la popolazione mondiale subirà un ulteriore aumento,
mentre l’acqua dolce a disposizione sarà sempre la stessa. Occorre perciò rispar-
miarla e preservarla dall’inquinamento prima che sia troppo tardi.

Si tratta di un testo sull’inquinamento dell’acqua tratto da un li-


bro di scienze adottato nelle scuole secondarie di primo grado e, a
differenza del primo, è un testo coeso. Abbiamo di fronte un testo
costituito da tre periodi: i primi due sono collegati fra loro dalla con-
giunzione però, che dà un valore avversativo-limitativo alla frase in
cui si trova rispetto a quanto detto in precedenza; nel terzo periodo
si giunge a una qualche conclusione rispetto a quanto già detto nei
primi due e ciò si può evincere dalla presenza della congiunzione per-
ciò, che ha valore deduttivo-conclusivo e che, per l’appunto, serve a
tirare le somme di quanto affermato precedentemente.

Meccanismi di coesione all’interno della frase e tra frasi diverse Pas-


Esercizi
2-7
siamo ora a considerare i principali meccanismi di coesione che si
instaurano all’interno di ogni singola frase e tra frasi diverse.

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1. Anafora: parliamo di anafora quando un’espressione (di solito un
pronome o una particella pronominale) rinvia a un’altra già presente
nel discorso, come ad esempio nel caso di Ho incontrato Gianni e gli
ho parlato dei miei progetti di vacanza, in cui il pronome gli si riferi-
sce a Gianni ed è interpretabile solo in riferimento a Gianni; un altro
esempio può essere Giuseppe e Sandro sono andati a cavallo per tre ore,
ma, non avendolo mai fatto prima, ne hanno subito le conseguenze: hanno
avuto infatti dolori muscolari per i quattro giorni successivi, dove sia la
particella pronominale -lo nella forma verbale avendolo (in questo caso
si dice che -lo è un clitico, ossia una particella priva di accento proprio e
che “si appoggia” alla parola che la precede, e per questo è detta encliti-
ca), sia la particella pronominale con valore avverbiale ne si riferiscono e
sono interpretabili solo se facciamo riferimento all’evento dell’andare a
cavallo per tre ore.
2. Catafora: parliamo di catafora quando un’espressione (di solito un
pronome) rinvia a un’altra che deve ancora comparire nel discorso, co-
me ad esempio nel caso di L’ho visto ieri sera il film che mi avevi con-
sigliato, in cui il pronome apostrofato l’ (in questo caso si dice che lo,
apostrofato l’, è – come abbiamo già visto nel caso di -lo riportato al
punto precedente a proposito dell’anafora – un clitico, ossia una parti-
cella priva di accento proprio e che “si appoggia” alla parola che segue, e
per questo è detta proclitica) si riferisce ed è interpretabile solo in riferi-
mento a il film che mi avevi consigliato.
3. Ellissi: parliamo di ellissi quando, all’interno di una frase, viene
omesso un elemento che si suppone sia presente in una versione più
estesa di essa, come ad esempio nel caso di Ogni domenica mattina vado
prima a comprare il giornale e poi a fare colazione al bar, in cui siamo in
presenza di un’ellissi perché tra poi e a è sottintesa la forma verbale vado,
che però si può facilmente ricavare dalla proposizione immediatamente
precedente.
4. Proforme: parliamo di proforme per riferirci a quegli elementi lessi-
cali che hanno la funzione di sostituirne altri, come ad esempio nel caso
di I miei amici sono andati in vacanza in Messico ma io dovevo lavorare e
non ho potuto farlo, in cui il sintagma verbale andare in vacanza è ripreso
da un verbo di significato più generale come fare e dalla particella pro-
nominale (o clitico) lo, che segnala il posto che avrebbe dovuto essere
occupato da una nuova occorrenza di andare in vacanza.
5. Forme lessicali costituite da sintagmi pieni che hanno la funzione di

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sostituire altre forme lessicali o parti di testo già prodotto o da produr-
re; possiamo avere:
• coesione per copia, come ad esempio nel caso di Fumare le sigarette
fa male alla salute e tutti dovrebbero evitare di fumare sigarette, dove le
parole fumare e sigarette sono entrambe ripetute due volte, assicurando
così la forma più elementare di coesione;
• coesione per quasi copia, come ad esempio nel caso di Andrea ha la-
vorato otto anni in una fonderia ma poi ha smesso perché era un lavoro
troppo pesante, in cui lavorare e lavoro possono essere considerati l’uno
quasi copia dell’altro, in quanto sono legati morfologicamente tra loro
e dunque sono strettamente coesi;
• coesione per sinonimia, come ad esempio nel testo seguente:

Il problema ambientale è, negli ultimi anni, sempre all’ordine del giorno. La


questione, però, non sta solo nello scegliere e attuare le giuste politiche, ma an-
che nell’educare le persone e socializzarle alle tecniche di riciclo, recupero e
conversione dei materiali.

In questo caso il significato del vocabolo problema è ripreso poco dopo


dal suo sinonimo questione, creando così una situazione di coesione;
• coesione per incapsulamento, come ad esempio nel testo seguente:

Nel maggio 1991 nel corso degli scavi per la costruzione di un grattacielo a
Manhattan vengono alla luce 419 casse di legno che contenevano pochi mi-
seri resti umani. Tale ritrovamento non è stato però senza conseguenze perché,
dopo mesi di esami si scoprì che si trattava dei resti degli schiavi neri di New
York, catturati in Africa nel xvii secolo e portati a Manhattan per lavorare alla
costruzione e allo sviluppo della Nuova Amsterdam, la prima colonia olandese
in America.

In questo caso il sintagma tale ritrovamento riprende e riassume quanto


esposto nel periodo precedente;
• coesione per meronimia, per cui si ha una relazione di tipo gerarchico
tra il nome di un tutto e il nome di una o più delle sue parti, come ad
esempio nel caso di Devo portare al più presto la mia automobile dal mec-
canico: le ruote sono consumate, gli ammortizzatori non funzionano più,
il radiatore fa fumo, in cui le parole ruote, ammortizzatori e radiatore ci
fanno capire che stiamo parlando di parti dell’automobile e l’occorrenza
di uno di questi elementi rende probabile anche l’occorrenza degli altri;

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• coesione per iponimia, per cui si ha una relazione di tipo gerarchico
in cui il significato di una parola, detta iponimo, è riconducibile al signi-
ficato più ampio e generico di un’altra parola, detta iperonimo, come ad
esempio nel caso di Michela ha un fidanzato che ogni settimana le regala
rose, orchidee, gladioli, gerbere ecc. Deve aver capito che a Michela piaccio-
no molto i fiori!, in cui rose, orchidee, gladioli e gerbere sono tutti iponimi
(o meglio coiponimi) dell’iperonimo fiore e ne condividono le proprietà
generali;
• coesione realizzata per mezzo di collocazioni, come ad esempio nel
caso di Ho saputo che fra un mese al comune sarà bandito un concorso
per 20 posti da giardiniere, in cui le parole bandire e concorso tendono a
presentarsi insieme così da costituire una combinazione stabile e privi-
legiata.
6. Connettivi: si tratta di quegli elementi che hanno la funzione di col-
legare diverse porzioni del testo, come le congiunzioni, ad esempio nel
caso di Domani sera non posso venire con voi al cinema perché ho già preso
un altro appuntamento, dove la congiunzione perché crea un legame di
tipo causale tra la prima proposizione e la seconda, così che quest’ulti-
ma costituisce la spiegazione di quanto affermato nella prima; o come
le locuzioni, tipo come è stato già detto, come abbiamo già visto e simili
riferite a eventi e argomenti di cui si è già parlato nel passato, come ad
esempio nel testo seguente:

Nel 2020 quasi la metà degli italiani non farà più parte della “popolazione at-
tiva”. Significa che sarà troppo giovane o troppo anziana per lavorare. Questo
fenomeno, come è stato già detto da molti esperti di demografia, è da imputarsi
al calo delle nascite.

In questo caso la locuzione come è stato già detto si riallaccia a discor-


si ben noti che gli studiosi di demografia vanno facendo da parecchio
tempo. Una funzione analoga è svolta anche da locuzioni che invece
fanno riferimento a eventi e argomenti che si collocano nel futuro, quali
come vedremo, come approfondiremo e simili, come ad esempio nel se-
guente testo:

Viaggiare nelle profondità oceaniche senza meta e senza orari. Fermarsi per
qualche giorno vicino a un galeone del Settecento o a una barriera corallina
particolarmente ricca di vita e poi riemergere e fare il pieno d’aria. Come ve-
dremo fra poco non si tratta di fantascienza, ma di alcune delle possibilità che

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saranno offerte dall’avveniristico sottomarino da “crociera” Phoenix 1000 che
la us Submarine ha in cantiere.

In questo caso la locuzione come vedremo serve ad anticipare un discorso


che sarà fatto di lì a poco.

Altri meccanismi di coesione Altri meccanismi che servono ad as-


Esercizi sicurare la coesione di un testo sono legati ad aspetti morfosintattici,
8-11
ossia al saper stabilire correttamente legami linguistici tra le parole e
tra gruppi di parole. In questa sede prenderemo in esame l’accordo (o
concordanza), la reggenza e l’uso dei modi e tempi verbali.

1. Accordo: parliamo di accordo o concordanza per riferirci a quella


particolare relazione morfologica e sintattica per cui alcuni elementi di
una frase hanno desinenze (o genericamente “marche”) che segnalano la
stessa o le stesse categorie grammaticali; ad esempio, nella frase Ho fatto
uno strano sogno, le parole uno, strano e sogno contengono una desinenza
-o che segnala che abbiamo a che fare con un’entità di genere maschile e
di numero singolare. Possiamo avere diversi tipi di accordo:
• accordo tra gli elementi del sintagma nominale, ossia tra gli elemen-
ti di un particolare raggruppamento di parole che ruota intorno a un
nome; ad esempio, in Ho comprato una bella macchina rossa, l’articolo
una e gli aggettivi bella e rossa concordano con la parola macchina, che
costituisce l’elemento intorno al quale è costruito tutto il sintagma;
• accordo tra soggetto e predicato; ad esempio, nella frase Sofia legge
un libro di avventura, il verbo legge concorda con il nome Sofia e dunque
è alla terza persona singolare, mentre nel caso di Livia e Sofia guardano
un cartone animato il verbo guardano concorda con entrambi i nomi
Livia e Sofia e quindi è alla terza persona plurale;
• accordo tra elementi che appartengono a frasi diverse, ad esempio tra
un pronome e ciò a cui si riferisce, come nel caso di Ho chiamato Gianni
e gli ho ricordato di chiamare il tecnico della lavatrice, dove il pronome
gli si riferisce a Gianni; quest’ultimo caso è detto accordo anaforico (cfr.
supra la nozione di anafora);
• accordo cosiddetto semantico quando le parole concordano tra loro
non grammaticalmente, ma “a senso”, come nel caso di Una folla di per-
sone hanno riempito la piazza anziché, in una formulazione più corretta
in italiano standard, Una folla di persone ha riempito la piazza.

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2. Reggenza: parliamo di reggenza per riferirci a quella relazione mor-
fologica e sintattica per cui una parola richiede, per dir così, che le paro-
le che la precedono o che la seguono abbiano una determinata forma; ad
esempio, in italiano il verbo fidarsi regge la preposizione di, il verbo
contare (nel senso di “fare assegnamento su qualcuno”) la preposizio-
ne su, in inglese essere innamorato di qualcuno si dice to be in love with
somebody e dunque la locuzione to be in love regge, determina l’occor-
renza della preposizione with e non di altre preposizioni (of, at, to ecc.);
anche nomi, aggettivi e preposizioni, oltre ai verbi, reggono determinate
parole, come nel caso di sensibilità (nel senso di “capacità di apprezzare
le bellezze artistiche e naturali; interesse e partecipazione nei confronti
di problemi e fenomeni”), che regge la preposizione per, di sensibile (nel
senso di “incline a recepire stimoli di carattere intellettuale, emotivo,
etico o estetico”), che regge la preposizione a, della preposizione latina
in, che regge l’accusativo o l’ablativo ecc.
3. Uso dei tempi e dei modi verbali: con uso dei tempi e dei modi ver-
bali intendiamo la capacità di scegliere, a seconda del contesto, i mo-
di e i tempi verbali appropriati affinché il testo prodotto sia coeso. Ad
esempio la frase Penso che è meglio non è molto corretta dal punto di
vista della scelta del modo verbale (anche se nel linguaggio parlato può
essere percepita come accettabile), perché nel caso dei verba putandi, os-
sia di verbi come pensare, credere, ritenere, supporre ecc., che esprimono
un’opinione anziché una certezza, va usato non l’indicativo ma il con-
giuntivo, per cui è più corretto dire Penso che sia meglio. Analogamente
nel periodo ipotetico, in cui una proposizione esprime la condizione
necessaria perché si avveri quanto è affermato nell’altra, va rispettata
la correlazione tra i modi verbali della proposizione subordinata con-
dizionale (quella che esprime la condizione e che è chiamata protasi) e
della proposizione reggente (che esprime la “conseguenza” e che è chia-
mata apodosi). Così, usiamo l’indicativo quando intendiamo esprimere
un’ipotesi reale (periodo ipotetico del i tipo), come nel caso di Se domani
continuerà a piovere, non andremo al mare; usiamo invece il congiunti-
vo quando intendiamo esprimere un’ipotesi possibile (periodo ipotetico
del ii tipo), come nel caso di Se mangiassi meno dolci, saresti più magro,
o un’ipotesi irreale (periodo ipotetico del iii tipo), come nel caso di Se
avessi sei anni, frequenterei la prima elementare. Quindi una frase come
Se sarei più giovane, andrei in giro per il mondo non è corretta, perché
nella proposizione subordinata condizionale al posto del condizionale
presente sarei bisogna usare il congiuntivo imperfetto fossi.

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4.2.2. La coerenza La seconda delle proprietà costitutive di un
Esercizi testo secondo la proposta di Beaugrande e Dressler è la coerenza (dal
12-14
latino cohaerĕntiam, derivato di cohaērens, “coerente”, della stessa fa-
miglia semantica del latino cohaerēre, “essere unito”), la quale – per
parafrasare le parole dei due autori − riguarda le funzioni in base alle
quali gli elementi del mondo testuale, cioè il modo in cui sono confi-
gurati i concetti e le relazioni che soggiacciono al testo di superficie,
sono reciprocamente accessibili e rilevanti (Beaugrande, Dressler,
1984, p. 18).
Più semplicemente, diciamo che un testo è coerente se “parla delle
stesse cose”, per cui un testo come il seguente sarà percepito come
coerente perché parla di che cosa accade di solito quando si intra-
prende un viaggio in automobile con bambini piccoli:

Viaggiare con i bambini… che fatica! Soprattutto se il trasferimento è lungo,


nervi e pazienza dei genitori vengono messi a dura prova: dopo la prima ora,
carica di emozione per ogni novità dentro e fuori il mezzo di trasporto, comin-
ciano i malumori, la noia, i litigi, la fatidica domanda “quanto manca”? Allora
bisogna giocare d’astuzia e prepararsi in anticipo attività, giochi e passatempi
che torneranno utili nei momenti più critici. Sì, perché ogni genitore d’espe-
rienza conosce le tattiche per cambiare discorso quando i figli litigano e come
raccontare una bella storia quando loro si annoiano da morire. Ma non basta.
Ecco qualche suggerimento in più, magari da mettere in pratica durante il pros-
simo week-end.

Il testo successivo, invece, sarà percepito come non coerente (e dun-


que, a rigore, non propriamente come un testo), in quanto si passa
da un argomento all’altro (dalla somministrazione di farmaci nelle
scuole alla regolamentazione dell’omeopatia negli Stati Uniti d’A-
merica e, per finire, ai sintomi dell’influenza), e non c’è alcun legame
o nesso logico tra le tre frasi:

Somministrare i farmaci a scuola: ora si può, e in tutte le scuole italiane. Negli


usa i medicinali omeopatici sono regolamentati fin dal 1938 dalla Food and
Drug Administration (fda) come farmaci da banco e possono essere acqui-
stati senza prescrizione medica. Anche quest’anno non si potrà fare a meno
dell’ondata di influenzati: febbre elevata, dolori muscolari e almeno un sinto-
mo respiratorio.

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A volte diciamo che un testo è coerente quando fa riferimento a com-
plessi (o “pacchetti”) di conoscenze sul mondo che sono condivisi
sia dall’emittente sia dal ricevente. Non sempre un testo coerente è
necessariamente coeso, come accade nell’esempio seguente:

La prossima domenica e il prossimo lunedì nella mia città ci saranno le ele-


zioni per l’elezione del sindaco e del consiglio comunale. Le scuole riaprono
mercoledì.

In questo caso abbiamo due frasi separate da un punto senza alcun


elemento che le connetta e che consenta di passare dall’una all’altra,
quindi possiamo affermare che è un testo privo di coesione. Tutta-
via è un testo coerente, ma il nesso tra le due frasi, che fa sì che il
testo risulti coerente e comprensibile, va rintracciato nelle nostre co-
noscenze extralinguistiche, per cui sappiamo che le elezioni si svol-
gono sempre la domenica o la domenica e il lunedì successivo, che
si svolgono nelle scuole pubbliche (che quindi restano chiuse), che
dopo lo svolgimento delle elezioni le scuole restano chiuse un altro
giorno per smantellare i seggi elettorali e per fare le pulizie necessarie
di modo che il giorno dopo ancora i bambini e i ragazzi possano tor-
nare a scuola e riprendere le normali attività didattiche.
La ricerca della coerenza va dunque a intrecciarsi con le conoscenze
condivise tra i membri di una comunità linguistica e, a questo propo-
sito, vogliamo fare riferimento a un paio di termini presi in prestito
dall’intelligenza artificiale che illustrano bene questo fatto: si tratta
dei termini frame (che letteralmente significa “cornice, inquadratu-
ra”) e script (che letteralmente significa “copione, sceneggiatura”).
Nel caso di frame facciamo riferimento a conoscenze condivise tra gli
appartenenti a una medesima comunità linguistica a proposito di un
determinato evento o a «pattern globali che racchiudono conoscen-
ze comuni su un certo concetto centrale quale, ad esempio, “festa di
compleanno”» (Beaugrande, Dressler, 1984, p. 129). Così, nel caso
di Luciana è stata invitata alla festa di compleanno di una sua collega
molto simpatica. Dopo la pausa pranzo è uscita, è entrata in un negozio
di accessori e le ha comprato una borsa di velluto colorato, abbiamo a
che fare con un testo coerente facilmente interpretabile facendo rife-

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rimento al frame delle feste di compleanno, per cui – per limitarci ai
costumi delle società occidentali a noi più note − è abitudine che si
faccia un regalo a un nostro amico o conoscente che compie gli anni
e che ci invita alla sua festa di compleanno.
Quando parliamo di script, invece, ci riferiamo a una nozione, per
dir così, più “dinamica”, che prevede l’esistenza di una successione
temporale tra gli eventi, come pure di relazioni di causa ed effetto tra
gli stati e gli eventi che li costituiscono, così che gli script – talvolta
denominati anche schemi – possono essere intesi come (ivi, p. 130):

pattern globali di avvenimenti e situazioni in sequenze ordinate fondate sulla


prossimità temporale o sulla causalità […]. A differenza della “cornice”, lo sche-
ma ha sempre una disposizione sequenziale tale che permette di sviluppare ipo-
tesi su che cosa verrà successivamente fatto o detto in un dato mondo testuale.

Ad esempio, nel caso dello script dell’andare al ristorante i parteci-


panti sono i clienti e i camerieri; è previsto che i clienti entrino nel ri-
storante, ordinino qualcosa da mangiare e da bere, mangino, bevano
e alla fine paghino; altri elementi che fanno parte dello script dell’an-
dare al ristorante sono la presenza di un menu, il cibo, le bevande ecc.
In questo script alcuni elementi – l’esistenza di un locale, i clienti,
i camerieri, l’ordinare qualcosa e il pagare – sono obbligatori, altri
invece facoltativi, come sedersi e aspettare che qualcuno ci mostri il
tavolo da occupare (ci sono molti ristoranti in cui ci si accomoda da
soli), o il dare o meno la mancia al cameriere che ci ha serviti.
Per concludere, la coerenza di un testo è da collegarsi anche al modo
in cui, nella sequenza degli enunciati, viene realizzato il passaggio da
un’informazione all’altra, e a questo proposito la linguistica testuale
parla di progressione tematica.
Abbiamo parlato di passaggio da un’informazione all’altra, ma forse
è meglio parlare di passaggio da un tema all’altro. Vediamo di chiarire
meglio questo punto, prendendo in considerazione il modo in cui
ciascuno di noi organizza il proprio discorso in blocchi comunica-
tivi e, quindi, il modo in cui le frasi del discorso prendono forma. A
questo proposito possiamo dire che ogni frase è scomponibile in due
parti: 1. il tema, ossia ciò di cui si parla, ciò che risulta messo a fuoco

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e che di solito occupa la prima posizione nella frase; 2. il rema, ossia
tutto ciò che si dice a proposito del tema.
Spesso il tema coincide con il soggetto grammaticale, come nel caso
di Marco studia malvolentieri la matematica, dove Marco è il tema e
studia malvolentieri la matematica il rema, ma non mancano i casi
in cui questo non accade, come ad esempio in Il latte, mio figlio è
intollerante al latte, dove Il latte è il tema e mio figlio è intollerante al
latte il rema, e dunque il tema (il latte) non coincide con il sogget-
to grammaticale (mio figlio), o ancora in Viaggiare, Luigi ama molto
andarsene in giro per il mondo, dove il tema (Viaggiare) non coincide
con il soggetto grammaticale (Luigi).
Nell’ambito degli scambi comunicativi tema e rema possono strut-
turarsi in vari modi e dunque la progressione tematica può assumere
forme diverse: può darsi il caso in cui il tema rimane sempre lo stesso
anche nel passaggio da una frase all’altra, o anche il caso in cui si ve-
rifica un passaggio continuo da un tema a un rema che poi a sua volta
diventa tema ecc.

4.2.3. Le altre condizioni di testualità La terza condizione di


testualità è l’intenzionalità, che si pone dal punto di vista dell’e-
mittente e si riferisce all’atteggiamento di chi produce un testo con
l’intento di renderlo coeso e coerente e in grado di soddisfare le sue
intenzioni (Beaugrande, Dressler, 1984, p. 22).
La quarta condizione è l’accettabilità, che si pone dal punto di vi-
sta del ricevente e si riferisce all’atteggiamento di quest’ultimo, che
tende ad aspettarsi un testo coerente e coeso che sia utile o rilevante
per acquisire conoscenze o per avviare la cooperazione a un progetto
(ivi, p. 23).
La quinta condizione è l’informatività, che riguarda la misura in cui
gli elementi testuali proposti sono attesi o inattesi, oppure noti o in-
certi (ivi, p. 25). In generale, ogni testo è un testo informativo: anche
nel caso di elevata predicibilità della sua forma e del suo contenuto, ci
sarà sempre una parte, anche minima, in cui sono presenti informa-
zioni variabili e non del tutto predicibili.
La sesta condizione è la situazionalità, che si riferisce a quei fattori
che rendono un testo rilevante o pertinente per una determinata si-

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tuazione comunicativa (ivi, p. 26). Ad esempio, se lungo una strada di
montagna percorsa sia da automobilisti sia da pedoni c’è un cartello
con la scritta Obbligo di catene a bordo, i pedoni considereranno tale
scritta per loro irrilevante perché di solito non fanno uso di catene e
quindi, nella loro situazione comunicativa, il testo scritto sul cartello
non è rilevante né pertinente.
La settima condizione è l’intertestualità, che riguarda quei fattori che
fanno dipendere l’utilizzazione di un testo dalla conoscenza di uno o
più testi già accettati in precedenza (ivi, p. 27). Ad esempio, se lungo
una strada statale vediamo un cartello che indica Fine tratto con curve
pericolose, è molto probabile che prima ci sia stato un altro cartello a
segnalare Inizio tratto con curve pericolose.

4.3. Tipi testuali


Esercizi
15-17
Nel paragrafo 4.2 abbiamo visto quali sono le condizioni da con-
siderarsi imprescindibili affinché un insieme di frasi costituisca un
testo. Siamo però consapevoli che esistono tipi di testi assai diversi
per quanto riguarda l’argomento, l’estensione, lo scopo comunicati-
vo ecc., così che si può parlare di testo nel caso di un romanzo, di un
racconto, di una fiaba, di una ricetta di cucina, di un testo di legge, di
un articolo scientifico, di una telecronaca sportiva, di un’omelia, di
un’arringa giudiziaria, di una conversazione telefonica ecc.
Gli studiosi hanno proposto varie tipologie testuali a seconda del cri-
terio di volta in volta scelto per individuare e classificare i vari tipi di
testo.
Una prima distinzione che sorge spontanea è quella relativa al mez-
zo usato (il parlato o lo scritto) per produrre un testo, quindi alla
dimensione diamesica. Sono molti gli aspetti che distinguono i testi
orali da quelli scritti: solitamente lo scritto viene concepito e defi-
nito come un “prodotto” e non come un processo, mentre il parla-
to sarebbe totalmente immerso, per dir così, nel fluire degli eventi.
A differenza del parlato, lo scritto pone il discorso davanti ai nostri
occhi e noi abbiamo la possibilità di tornarci sopra ogni volta che
lo desideriamo o ne sentiamo la necessità, mentre il discorso parlato

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si esaurisce nel momento stesso in cui è pronunciato (come dice un
celebre proverbio latino verba volant, scripta manent).
Tutte le nostre esigenze di comunicazione possono trovare espressio-
ne attraverso lo scritto o il parlato, tuttavia le due forme espressive
non sono utilizzabili in maniera intercambiabile: a seconda delle di-
verse situazioni comunicative, infatti, scegliamo una delle due mo-
dalità. Possiamo dire allora che il parlato e lo scritto sono funzional-
mente diversi, nel senso che “significano” in modi diversi.
La diversità più macroscopica consiste nel fatto che il parlato e la
scrittura impongono griglie diverse all’esperienza e quindi, in un
certo senso, creano realtà diverse: per riprendere schematicamente
le parole del linguista Halliday (1992, p. 167), la scrittura creerebbe
un mondo di cose, di prodotti e il parlato un mondo di avvenimenti,
di eventi. La lingua scritta, come abbiamo detto, tende a presentare
gli eventi come prodotti, come qualcosa di già compiuto, la lingua
parlata invece presenta una visione più dinamica della realtà, in cui le
cose sono viste come processi: questo è possibile perché nella lingua
parlata i fenomeni, per dir così, non esistono, ma “accadono”, sono
colti nel loro nascere, nel loro svilupparsi ecc. Inoltre, quando parlia-
mo è necessario mantenere continuamente vivo il contatto con chi
ci sta ad ascoltare, ricordandogli più volte l’argomento di cui si sta
parlando.
È diverso anche il punto di vista di colui che parla rispetto a quello
di colui che scrive: nel caso del parlato, il parlante (o emittente) e
l’ascoltatore (o ricevente) sono immersi nel processo comunicativo
e hanno una funzione intercambiabile, in quanto il parlante/emit-
tente può diventare, in un turno successivo, l’ascoltatore/ricevente e
viceversa; nel caso dello scritto, invece, chi scrive è distante non solo
dal/dai destinatario/i del messaggio che scrive o che ha scritto, ma
anche dal prodotto della propria attività, ossia dal foglio di carta, di
sughero ecc., dalla pergamena, dal muro, dalla videata di un compu-
ter ecc., insomma da tutti i supporti materiali usati per tracciare le
nostre parole scritte.
Inoltre, i testi parlati, a differenza di quelli scritti, si presentano costi-
tutivamente discontinui, nel senso che sono ricchi di interruzioni o

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di cambi di progetto, soprattutto nel caso dei testi parlati più tipici,
ossia le conversazioni spontanee faccia a faccia o quelle telefoniche.
In un testo parlato la coerenza, infine, è il risultato di un processo
di formazione che si costruisce per approssimazioni successive a cui
partecipano tanto il produttore quanto il ricevente, invece nel caso
di un testo scritto la coerenza è già presente nella fase progettuale
che precede la sua effettiva stesura, a prescindere dal fatto che que-
sta possa essere molto semplice (pensiamo, ad esempio, a un elen-
co di cose da comprare quando dobbiamo andare a fare la spesa)
o anche molto complessa (pensiamo, ad esempio, al testo di una
conferenza, di una lezione universitaria, di un’omelia, di un’arringa
giudiziaria ecc.).
Per quanto riguarda la tipologia dei testi, dobbiamo dire subito che
non ne esiste una sola ma diverse, messe a punto da studiosi di pro-
venienza e orientamento differenti. Tutte però sembrano partire, più
o meno esplicitamente, dalla ripartizione in quattro tipi essenziali
fatta dalla retorica classica, la quale infatti – come possiamo vedere in
un buon manuale di retorica quale quello di Bice Mortara Garavelli
(1988) – distingue essenzialmente fra descrizione, narrazione, espo-
sizione e argomentazione (ivi, pp. 68 ss.).
A queste quattro classi della retorica classica è stata aggiunta in tempi
più recenti (Werlich, 1976), una quinta classe, relativa ai testi di tipo
regolativo.
Possiamo quindi ripartire i testi in cinque tipi principali associando-
li a cinque diverse matrici cognitive, ossia a cinque diversi modi di
esercitare particolari modalità percettive e cognitive da parte degli
esseri umani.

1. Testi descrittivi. Sono testi che hanno l’obiettivo di cogliere, rappre-


sentare oggetti, persone, relazioni, stati di cose in un contesto spaziale.
Sono associati alla matrice cognitiva che permette di comprendere dif-
ferenze e interrelazioni di percezioni relative allo spazio e all’organiz-
zazione, nello spazio, di oggetti forniti in genere di una propria fisicità
(Lavinio, 2004, p. 151). Possiamo distinguere tra:
• testi descrittivi di tipo informativo, che hanno lo scopo di illustrare le
caratteristiche di un oggetto;

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• testi descrittivi di tipo persuasivo, tipici, ad esempio, della pubblicità
quando descrive le caratteristiche positive di un prodotto in modo da
indurre il consumatore a comprarlo;
• testi descrittivi di tipo espressivo, che hanno lo scopo di trasmettere
al lettore un’emozione o uno stato d’animo particolare provato dall’au-
tore nel vedere o ricordare un luogo, un fatto, una persona ecc.
Sezioni di tipo descrittivo sono presenti in quasi tutti gli altri tipi di
testi, proprio perché anche gli altri contengono parti che hanno la fun-
zione di informare, di evocare ricordi o emozioni (come accade nelle
descrizioni poetico-letterarie) ecc. Tipici esempi di testi descrittivi sono
le voci di enciclopedia, le voci di dizionario, le guide turistiche, i testi
tecnico-scientifici ecc.
2. Testi narrativi. Sono testi orientati prevalentemente verso azioni (e
trasformazioni) di persone, oggetti, relazioni e concetti considerati nel
contesto temporale. Sono associati alla matrice cognitiva che permet-
te di cogliere le interrelazioni e le differenze di percezione attraverso il
tempo (ibid.). Si tratta dunque di testi in cui il fattore temporale è cen-
trale: le vicende sono presentate secondo una precisa sequenza cronolo-
gica, e quindi i connettivi sono spesso avverbi di tempo quali poi, dopo,
infine o locuzioni temporali quali in seguito, alla fine ecc.; i tempi verbali
sono per lo più al passato (in particolare l’imperfetto, il passato remoto
e il trapassato remoto) o al presente “storico”, ossia al presente usato per
parlare di fatti collocati nel passato (ad es. Ieri percorrevamo tranquilla-
mente l’autostrada quando all’improvviso ci sorpassa un camion a velocità
elevata). I testi narrativi possono essere suddivisi in due sottotipi:
• testi narrativi di tipo letterario (come i romanzi, i racconti, la poesia
epica, le fiabe, le novelle), composti non per fini pratici immediati ma
per esercitare la propria capacità di raccontare servendosi delle risorse
espressive del sistema linguistico;
• testi narrativi di tipo non letterario (come le cronache giornalistiche,
le corrispondenze di inviati speciali, le cronache storiche, le biografie e
le autobiografie, i resoconti di viaggio, i diari).
3. Testi espositivi o informativo-espositivi. Sono testi orientati verso la
scomposizione (nell’analisi) o la ricomposizione (nella sintesi) degli
elementi costitutivi dei concetti e hanno lo scopo di arricchire le nostre
conoscenze su un determinato argomento, fornendoci elementi di cui
prima non disponevamo. Sono associati alla matrice cognitiva che per-
mette di comprendere sia concetti generali che poi sono scomposti nel

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processo di analisi, sia concetti particolari che, nel momento della sin-
tesi, sono riconducibili a concetti più generali che li includono e di cui
essi sono parte integrante (ivi, p. 152). Tipici esempi di testi espositivi o
informativo-espositivi sono i manuali scolastici, gli articoli scientifici e
giornalistici, gli orari ferroviari ecc.
4. Testi argomentativi. Sono testi orientati verso le relazioni tra i con-
cetti. Sono associati alla matrice cognitiva legata al giudizio, alla capa-
cità di stabilire legami tra i concetti attraverso la messa in evidenza di
similarità, contrasti e trasformazioni (ibid.). Si tratta di testi in cui si
affronta un problema, un’idea o una teoria e vi si esprime un’opinione
a proposito, facendo ricorso ad argomenti il più possibile convincenti.
Lo schema argomentativo è il seguente: si enuncia il problema che
si vuole trattare, si passa poi a esporre la propria tesi a riguardo e gli
argomenti a favore, si illustrano quindi gli eventuali argomenti con-
trari e si passa alla loro confutazione, si conclude infine mostrando la
validità della propria tesi. Tipici esempi di testi argomentativi sono
le arringhe degli avvocati, i discorsi dei politici, i saggi di carattere
tecnico-scientifico in cui l’autore espone e motiva una propria ipotesi
interpretativa su un determinato fenomeno o argomento, le recensio-
ni critiche di libri o spettacoli, gli articoli di fondo di un quotidiano,
in cui il direttore o un opinionista autorevole esprime un proprio pun-
to di vista, i testi pubblicitari quando mirano a motivare l’acquisto di
un prodotto, il tema scolastico ecc.
5. Testi regolativi. Sono testi orientati a regolare (cioè a orientare o a
determinare) il comportamento del destinatario o anche dello stesso
produttore del testo. Sono associati alla matrice cognitiva relativa alla
capacità di pianificare-prevedere il comportamento (ibid.). Come i testi
argomentativi, anche i testi regolativi hanno l’obiettivo di esercitare una
certa influenza sul ricevente spingendolo a comportarsi in un determi-
nato modo, ma, mentre i testi argomentativi possono essere sottoposti
a critica in quanto sono l’espressione di un punto di vista particolare,
i testi regolativi si propongono come obiettivi. Tipici esempi di testi
regolativi sono i testi giuridici, i regolamenti, i manuali relativi allo svol-
gimento di particolari attività, le istruzioni per l’uso, le regole di giochi,
le ricette di cucina ecc.

Questi sono dunque i principali tipi di testi e per ciascuno di essi


abbiamo elencato gli esempi più tipici e più frequenti; bisogna tenere

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presente, tuttavia, che i testi che abitualmente incontriamo non sono
sempre facilmente riconducibili a un unico tipo testuale, ma spesso
all’interno di uno stesso testo possiamo incontrare sequenze che si
riferiscono ora a una tipologia ora a un’altra. Consideriamo ad esem-
pio il seguente articolo di giornale (rielaborato da “la Repubblica”,
28 aprile 2006):

Sono tre miliardi e mezzo. Sono più giovani di noi, lavorano più di noi, studia-
no più di noi. Hanno più risparmi e più capitali da investire. Hanno schiere di
premi Nobel della scienza. Guadagnano stipendi con uno zero in meno dei no-
stri. Hanno arsenali militari ed eserciti di poveri. Sono Cina, India e dintorni.
Cindia non indica solo l’aggregato delle due nazioni più popolose del pianeta:
è il nuovo centro del mondo, dove si decide il futuro dell’umanità. Tutto il
meglio e tutto il peggio dipende da loro.
Le speranze di progresso così come i rischi di catastrofi, il riscatto dalla miseria
e la guerra all’inquinamento, la libertà o la repressione, la salvezza o l’orrore: la
partita del xxi secolo si gioca qui.
Tra il 2005 e il 2006, mentre ancora molti occidentali si ostinano a vedere la
Cina solo come la patria della contraffazione e dello sfruttamento, la Cina ha
superato Inghilterra, Francia e Italia nella classifica delle nazioni industrializ-
zate. Ha scavalcato l’America come prima esportatrice mondiale di prodotti
tecnologici. Ha accumulato riserve valutarie che sfiorano i mille miliardi di
dollari, diventando il vero banchiere degli americani, con un credito in grado
di ricattare Washington. La Cina ha mandato un astronauta in orbita e prepa-
ra lo sbarco sulla luna. Il re dell’Arabia Saudita si è recato a Pechino per omag-
giare la nuova superpotenza che si sta accaparrando giacimenti petroliferi su
tutti i continenti.

Le tre sequenze marcate ciascuna dall’inizio di un capoverso sono


riconducibili a due tipi testuali diversi: al tipo espositivo o infor-
mativo-espositivo la prima («Sono tre miliardi e mezzo. Sono più
giovani di noi […]») e la terza («Tra il 2005 e il 2006 […]»), al
tipo argomentativo la seconda («Le speranze di progresso […]»).
La prima sequenza e la terza sono di tipo espositivo o informati-
vo-espositivo in quanto non solo ci forniscono informazioni (che
magari prima non avevamo) sul progresso della Cina e su quello
dell’India, ma espongono in maniera analitica gli elementi che ci
consentono di affermare che la Cina e l’India possono a buon dirit-

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to qualificarsi come superpotenze mondiali. La seconda sequenza
invece, sia pur brevemente, contiene il punto di vista del giornalista,
un esperto autorevole di questioni politiche relative alla Cina e al
Sud-Est asiatico, che vede Cina e India (non a caso riunite insieme
nel nome Cindia) come le nazioni che determineranno i destini del
xxi secolo (il giornalista afferma infatti «la partita del xxi secolo
si gioca qui»).
Facciamo ancora un esempio (rielaborato da “il Venerdì di Repubbli-
ca” della primavera del 2006):

Fino a qualche tempo fa era normale per un disoccupato andare all’ufficio


di collocamento almeno una volta l’anno. Timbrare il libretto di lavoro (per
confermare di non avere un impiego) e, di tanto in tanto, informarsi se, per
caso, non fosse in arrivo una “chiamata”. A “chiamare” poteva essere un’am-
ministrazione pubblica come i privati. Alla fine degli anni novanta, col dif-
fondersi delle prime agenzie di lavoro interinale, le “chiamate” iniziarono a
diminuire. Anche nel settore pubblico, le amministrazioni cominciarono a
provvedere da sole al reclutamento del personale, affidandosi alle prime agen-
zie private. Lentamente la fiducia negli uffici di collocamento crollò. Poi, nel
2003, il libretto di lavoro fu soppresso e le liste di disoccupazione sostituite
da banche dati.
Ma l’immagine di un paese liberato dagli uffici di collocamento inefficienti o
inutili è smentita dai dati di affluenza ai centri per l’impiego, che ne hanno
raccolto il testimone. L’isfol, l’istituto per la formazione professionale dei
lavoratori, calcola che negli ultimi due anni 3 milioni e 200.000 persone siano
entrate in contatto con uno dei 1.400 sportelli dei centri provinciali. Più della
metà sono giovani di meno di 30 anni, il 56% donne, il 60% diplomati, e il 20%
con laurea.

Qui abbiamo due sequenze.


La prima («Fino a qualche tempo fa […]») è riconducibile ai testi
narrativi di tipo non letterario, in quanto viene raccontato come si
è evoluto negli ultimi decenni l’iter necessario per trovare un lavo-
ro, da quando ci si iscriveva agli uffici di collocamento al sorgere
delle prime agenzie di lavoro interinale, fino alla soppressione (nel
2003) del libretto di lavoro (che prima veniva rilasciato appena ci si
iscriveva in qualità di “disoccupato” all’ufficio di collocamento) e
all’istituzione di banche dati: i tempi verbali sono infatti al passato

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(caratteristica tipica dei testi narrativi) come nel caso di era, poteva
essere, iniziarono, cominciarono, crollò ecc., e avverbi ed espressioni
temporali sono riferiti al passato come nel caso di fino a qualche tem-
po fa, poi ecc.
La seconda sequenza («Ma l’immagine di un paese […]») è invece
di tipo espositivo o informativo-espositivo, in quanto ci dà informa-
zioni e dati sul numero e sulla tipologia dei disoccupati.

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5. L’elaborazione scritta del testo

5.1. La punteggiatura
Esercizi
1-11 L’esigenza di articolare la struttura tematica di un testo in segmen-
ti e di segnalare in vario modo questa segmentazione è connaturata
all’atto stesso della codificazione di un messaggio scritto: sia da parte
dell’emittente (l’autore del testo, lo scrivente), sia da parte del rice-
vente si avverte in modo speculare la necessità di modulare in qual-
che modo il flusso delle informazioni.
La punteggiatura è una delle forme più evidenti di segmentazione di
un testo scritto. I segni di interpunzione – virgole, punti, punti e vir-
gola, due punti ecc. – servono, fra l’altro, a scandire opportunamente
la sintassi del discorso; segnalano l’articolazione dei periodi, delle re-
lazioni intra- e interfrasali, cioè l’organizzazione interna di una frase
e delle relazioni tra gruppi di frasi. Un esempio:

Parto domani alle sette se non piove vieni a svegliarmi.

Che cosa significa esattamente questo enunciato? La mancanza di


punteggiatura non permette di chiarire sino in fondo:

• se l’ora si riferisca alla partenza o al risveglio;


• se l’eventualità della pioggia condizioni la decisione di partire oppu-
re la richiesta di essere svegliati.

Tutto diventa chiaro se inseriamo la punteggiatura, ad esempio così:

Parto domani alle sette, se non piove. Vieni a svegliarmi.

Un testo è fatto di parole, frasi, ed è scandito in periodi, capoversi;


è articolato cioè in unità di lunghezza e funzione diverse. Questa ar-
ticolazione ha bisogno di essere segnalata: i segni di interpunzione
rispondono a questa esigenza, perché modulano opportunamente la

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sintassi del discorso. Esattamente come sta succedendo nelle righe di
testo che state leggendo.
Questa “segnaletica” testuale permette a chi scrive di orientare la
comprensione del testo da parte di chi legge. Con i segni di inter-
punzione indichiamo le pause di un testo, i suoi rallentamenti, le sue
accelerazioni, il suo ritmo, insomma.
Senza un’adeguata scansione in virgole, punti, punti e virgola, due
punti e così via, il significato stesso di un testo è ambiguo e poco
chiaro. La posizione di una virgola o di un punto può, infatti, dare
esiti diversi di significato:

a) Parto domani alle sette, se non piove. Vieni a svegliarmi.


b) Parto domani. Alle sette, se non piove, vieni a svegliarmi.

La diversa dislocazione del punto determina la certezza o meno della


partenza – incerta in a perché subordinata alla pioggia – e la precisa-
zione o meno dell’ora della partenza in a, mentre in b l’ora è riferita
al risveglio.
L’utilizzazione di una virgola o di un punto, di un punto e virgola o di
due punti richiede dunque ragionamento. Esistono regole di applica-
zione della punteggiatura, ma possiedono relativi margini di flessibili-
tà; vanno quindi utilizzate con criterio, a seconda dei diversi significa-
ti che vogliamo esprimere (cfr. riquadro di approfondimento).

5.1.1. Il punto Il punto (o punto fermo) marca una separazione


netta tra due enunciati. Questa divisione può avvenire solo quando
l’enunciato a sinistra del punto è concluso, ha una sua autonomia
sintattica e di significato. Anche se le frasi che seguono il punto
esprimono idee e concetti legati a quelli precedenti, il punto serve
comunque a marcare una pausa, una sosta nello sviluppo tematico
del testo.
In generale, periodi troppo lunghi disturbano la leggibilità e com-
prensibilità di un testo. L’uso più o meno frequente di questo segno
di interpunzione, e dunque la lunghezza o la brevità dei periodi sud-
divisi dai punti, dipende da vari fattori: ad esempio la particolare for-
ma testuale (lettera, relazione tecnica, racconto, articolo di cronaca,

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I principali segni di interpunzione
Nell’elenco seguente si propone una sintesi dei principali segni di in-
terpunzione da consultare in caso di dubbio o incertezza.
. Il punto marca una divisione netta tra due enunciati di
un testo.
, La virgola rappresenta una divisione debole tra segmenti
testuali e può svolgere diverse funzioni.
; Il punto e virgola indica una divisione meno netta rispet-
to al punto, quasi una via di mezzo tra la virgola e il punto.
: I due punti segnano una divisione piuttosto debole, ma
servono a segnalare la funzione particolare delle parole
che seguono.
? Il punto interrogativo indica una divisione netta e con-
clude una frase e, soprattutto, serve a rappresentare l’in-
tonazione interrogativa.
! Il punto esclamativo indica una divisione netta e conclude
una frase e, soprattutto, serve a rappresentare il tono escla-
mativo (stupore, augurio, gioia, dolore, un comando ecc.).
… I puntini sospensivi indicano appunto la sospensione del-
la frase, lasciando sottintendere altro.
« » o “ ” Le virgolette segnalano parole o frasi particolari per scopi
(doppie) diversi.
‘ ’ (singole)
–– I trattini lunghi si usano spesso per isolare le battute di un
dialogo oppure per isolare un inciso.
() Le parentesi tonde si usano per marcare in modo molto
netto un inciso o informazioni aggiuntive, di dettaglio.
- Il trattino breve serve a congiungere due parole che devo-
no restare accostate tra loro, ma che non formano un vero
e proprio composto (ad es. vagone-letto).
/ La barra diagonale o obliqua può avere vari usi: separare
due parole, due lettere che sono abbreviazione di qualco-
sa, indicare una frazione ecc.

verbale, testo legislativo, regolamento, foglio di istruzioni, nota o


appunto ecc.) oppure lo stile di chi scrive. Nei testi letterari, infatti,

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l’uso del punto e della punteggiatura in generale è funzione dello stile
particolare dell’autore.

5.1.2. La virgola La virgola, in generale, indica la pausa più breve. È


anche il segno di punteggiatura più elastico: separa ma unisce anche,
segue il senso della frase, lo determina, segnala incisi, mette in evidenza
parole. Il suo uso è molto vario. Sarebbe comunque fuorviante ritenere
appropriata la collocazione di una virgola “dovunque vogliamo marca-
re una qualsivoglia pausa”: è un criterio troppo generico che, talvolta,
può indurci ad esempio a sovrapporre l’intonazione e il ritmo del di-
scorso parlato alle esigenze di segmentazione di un testo scritto.
Quando si parla si tende a dare particolare enfasi agli elementi con i
quali un enunciato inizia; se cerchiamo di riprodurre con la punteg-
giatura questa particolare caratteristica del parlato nello scritto, può
capitare qualcosa del genere:

La cuoca, preparò una cena veramente memorabile.

In questa frase la virgola separa il soggetto (la cuoca) dal predicato


(preparò), perché cerca di riprodurre il modo in cui l’enunciato è det-
to, rivelando così un’interferenza del parlato con lo scritto. In realtà,
in un testo scritto la virgola non può mai separare il soggetto dal suo
predicato (così come non può separare il predicato dal complemento
oggetto o diretto), quindi la frase corretta è:

La cuoca preparò una cena veramente memorabile.

La virgola può servire per separare i vari elementi di un elenco, per


staccare più frasi, per marcare un’ellissi, per delimitare un inciso o
ancora per evidenziare unità autonome all’interno di una frase o iso-
lare la vocazione. Vediamo i vari casi.
La virgola può staccare parole o gruppi di parole che formano un
elenco (ad es. in una descrizione):

Gli ingredienti principali della torta caprese sono farina, uova, zucchero, noci,
mandorle, cacao.

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La virgola per elencare è usata anche per formare una lista di aggettivi
o modificatori che, presi tutti insieme, si riferiscono e modificano
uno stesso elemento del discorso. Ad esempio:

Preferisco i vini rossi, forti, corposi, ben stagionati.

La virgola sostituisce di fatto la congiunzione e, che può essere pre-


sente o meno per agganciare l’ultimo elemento della lista. Vediamo
invece un altro caso:

Preferisco i vini rossi piemontesi, forti, corposi, ben stagionati.

L’aggettivo piemontesi non modifica solo vini, ma tutta l’espressione


vini rossi, quindi non si riferisce allo stesso elemento di forti, corposi,
ben stagionati, cioè vini. Per questo motivo la virgola non può essere
collocata tra rossi e piemontesi.
La virgola può staccare tra loro due o più frasi, tra loro coordinante
o subordinate, che formano un unico periodo (o frase complessa), ad
esempio:

Ho bussato ripetutamente, ma nessuno mi ha risposto.


Se partite prima delle otto, non troverete traffico.

La virgola può segnalare un’ellissi, cioè l’omissione di una o più pa-


role che avrebbero rappresentato la semplice ripetizione di altre pre-
cedentemente usate, ad esempio:

Alcune specie animali sono dotate di un udito molto più sviluppato di quello
umano, altre, di un olfatto molto più sensibile.

Mentre la prima virgola (dopo “umano”) ha una tipica funzione


elenco, la seconda mostra che il gruppo di parole specie animali sono
dotate viene omesso per economia (La frase più lunga sarebbe stata:
Alcune specie animali sono dotate di un udito molto più sviluppato di
quello umano, altre sono dotate di un olfatto molto più sensibile). Non
sempre le virgole che segnalano un’ellissi sono necessarie, si possono
omettere a patto che il senso della frase resti chiaro.

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Una coppia di virgole può delimitare alcune espressioni o parole o
intere frasi che sono incassate all’interno di una frase più ampia e che
formano parti a sé stanti, dette incisi o frasi incidentali; questa inter-
ruzione debole della frase di fatto non interferisce con la struttura
sintattica complessiva, tutto l’inciso potrebbe infatti essere eliminato
senza alterare la completezza di significato della frase:

Il giardino, curato fin nei minimi particolari, era pieno di aiuole variopinte e
vialetti di ghiaia.
Il progetto di un viaggio in Cina, che aveva entusiasmato tutti, si arenò di fron-
te ai costi.

Con le frasi relative occorre prestare particolare attenzione:

I giapponesi, che amano molto il pesce, non accettano facilmente le limitazioni


alla pesca adottate dai trattati internazionali.

Anche in questo caso si può rimuovere tutta la frase compresa tra


virgole e il senso globale non viene alterato. Se però ci limitiamo a
eliminare solo le due virgole, lasciando la frase, il senso cambia:

I giapponesi che amano molto il pesce non accettano facilmente le limitazioni


alla pesca adottate dai trattati internazionali.

La prima relativa chiusa tra virgole, infatti, è una relativa esplicativa o


aggiuntiva (dotata in questo caso anche di una funzione causale), che
fornisce un’informazione aggiuntiva, non necessaria alla compiutezza
semantica dell’antecedente; la seconda è invece una relativa limitativa
o restrittiva, che individua un sottoinsieme specifico rispetto alla classe
di tutti i giapponesi (dalla totalità dei giapponesi solo quelli che amano
molto il pesce). Dunque tra i due enunciati il significato cambia.
La virgola può essere collocata dopo avverbi o locuzioni avverbiali o
altre espressioni che formano unità autonome:

Stranamente, nessuno sta guardando la televisione.

In questo caso, con la sua particolare collocazione marcata dalla vir-


gola, l’avverbio non modifica un singolo elemento frasale ma tutta

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la frase, il cui senso potrebbe essere così parafrasato: “È strano che
nessuno stia guardando la televisione”.
La virgola può separare la vocazione dal resto del messaggio:

Giovanni, è ora di andare a dormire.

5.1.3. Il punto e virgola Il punto e virgola segna una divisione un


po’ meno netta del punto. Divide frasi che non hanno forti legami
grammaticali, ma che, a garanzia di una certa compattezza del signi-
ficato complessivo dell’enunciato, non devono essere separate trop-
po radicalmente, perché hanno una qualche connessione. Talvolta il
punto e virgola può comunque sostituire il punto:

Tolkien pubblicò The Hobbit nel 1937; il primo volume di The Lord of the Rings
seguì nel 1954.

Il punto e virgola può anche essere usato per separare espressioni o


frasi ordinate in fila a formare un elenco (oppure in colonna). La pre-
senza di un connettivo come ma, sebbene, perché tra due frasi esclude
l’uso del punto e virgola (e richiede semmai quello della virgola).

5.1.4. I due punti I due punti hanno una funzione abbastanza


precisa, indicano che le parole che seguono sono un’aggiunta neces-
saria a quanto precede (cfr. riquadro di approfondimento a p. 104).
Vediamo i vari casi.

• Annunciano un elenco:

Per riparare il mobile sono indispensabili: stucco, vernice, spatole, pennelli.

• Introducono il discorso diretto:

Ugo gli ha detto: «Smettila di usare sempre il mio cellulare!».

• Annunciano una sorta di spiegazione o rielaborazione analitica di


quanto appena detto:

Abbiamo commesso un errore madornale: non abbiamo inviato il fax di conferma.

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Un confronto: i due punti e il punto e virgola
La scelta tra un segno di interpunzione e un altro può lasciare talvolta
nell’incertezza; non sempre, infatti, si tratta di soluzioni obbligate; tal-
volta abbiamo di fronte opzioni diverse, che non hanno, tuttavia, nulla
di casuale, corrispondono anzi alle particolari intenzioni comunicative
di chi scrive.
La scelta tra i due punti e il punto e virgola, ad esempio, può presentare
qualche margine di incertezza; qualche confronto diventa quindi utile.
Si considerino le due frasi seguenti:

Eva è irritata. Ugo è sull’orlo di una crisi di nervi.

L’uso di due frasi separate suggerisce che non c’è alcun particolare rap-
porto tra questi due fatti: vengono semplicemente registrati nello stes-
so momento. Nessuna particolare inferenza è suggerita, eccetto forse il
fatto che le cose vanno male sia per Eva che per Ugo.
Che cosa succede, invece, se usiamo il punto e virgola?

Eva è irritata; Ugo è sull’orlo di una crisi di nervi.

L’uso del punto e virgola suggerisce ora che le due affermazioni sono
in qualche modo collegate. L’inferenza più probabile è che la causa del
malumore di Eva sia la stessa di quella alla base della crisi di nervi di
Ugo. Forse sono entrambi disturbati, ad esempio, dal baccano che stan-
no facendo quelli della porta accanto (ricordiamo che il punto e vir-
gola connette due frasi che hanno comunque una qualche relazione).
Che cosa succede se ora mettiamo i due punti?

Eva è irritata: Ugo è sull’orlo di una crisi di nervi.

In questo caso i due punti indicano esplicitamente che la crisi di nervi


di Ugo è la causa della tensione di Eva: Eva è irritata perché Guido sta
per avere una crisi di nervi (ricordiamo che i due punti servono anche
a introdurre una spiegazione o rielaborazione di quanto si è detto pre-
cedentemente).

In altri termini, avendo presentato un argomento in termini generali,


si può introdurre con i due punti una trattazione più specifica, secon-
do lo schema:

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più generale : più specifico

Solo occasionalmente questa costruzione è invertita in modo da inserire


gli elementi più specifici prima dei due punti e quelli più generali dopo:

Saussure, Bloomfield, Sapir, Chomsky: tutti questi studiosi hanno rivoluziona-


to in modi diversi la linguistica.

I due punti sono quasi sempre preceduti da una frase completa, men-
tre ciò che segue può anche non esserlo.

5.1.5. Le virgolette Le virgolette possono essere doppie “ ” o sem-


plici ‘ ’, e possono essere scritte nel modo precedente (dette virgolette
alte) oppure a caporale, cioè così: « ». Le virgolette racchiudono una
o più parole di uno scritto, con le seguenti funzioni.

• Indicano una citazione (cfr. riquadro di approfondimento a p. 106):

Secondo l’art. 39 della Costituzione “L’organizzazione sindacale è libera”.

• Indicano un discorso diretto:

Il proprietario, rivolto all’intruso, esclamò: “Vattene!”.

• Delimitano la traduzione di un termine straniero o una parola che ri-


chiede una particolare spiegazione (si possono usare anche le virgolette
semplici):

L’espressione inglese coffee-break può essere tradotta con “pausa caffè”.

• Attribuiscono a una parola o a una frase una connotazione particolare:

La politica estera americana registra una netta prevalenza dei “falchi” sulle “co-
lombe”.

• Segnalano la propria posizione rispetto a ciò che si va riferendo:

Alcuni contratti di lavoro si riferiscono alle specifiche competenze del “perso-


nale orizzontale” per richiamare i limiti di attività degli interessati.

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Come citare in maniera appropriata
Le due regole principali per una corretta citazione sono:

• tutto ciò che è compreso tra virgolette deve contenere le precise parole
pronunciate o scritte; qualunque cosa che non faccia parte delle esatte parole
deve essere collocato al di fuori delle virgolette, anche se ciò significa usare due
coppie di virgolette, dal momento che la citazione è interrotta e poi ripresa;
• la citazione è marcata solo dalle virgolette e da nessun altro segno; la
punteggiatura interna alla citazione va mantenuta, ma non va inserito al-
cun altro segno aggiuntivo.
In genere la citazione all’interno delle virgolette comincia con la lettera
maiuscola, se è una frase completa. Ad esempio:

Il presidente Kennedy pronunciò a Berlino la celebre frase: “Ich bin ein Berliner!”.
“Addio, monti sorgenti dall’acque” – scriveva Manzoni in un famoso passo dei
Promessi Sposi – “ed elevati al cielo”.

L’esempio seguente, invece, propone un uso scorretto della citazione:

Thomas Edison dichiarò che “Il genio era per l’1% ispirazione e per il 99% sudore”.

Il passo compreso tra le virgolette non riproduce infatti le esatte parole


di Edison. Per correggere l’errore si possono:

• eliminare le virgolette (e anche la lettera maiuscola dell’articolo);


• riscrivere la frase in modo da usare le parole esatte dell’autore (Secondo
Thomas Edison: “Il genio è per l’1% ispirazione e per il 99% sudore”);
• spostare le virgolette in modo che comprendano solo le esatte parole
dell’autore (Thomas Edison dichiarò che il genio era “per l’1% ispirazione e
per il 99% sudore”);
• utilizzare le parentesi quadre per segnalare l’adattamento sintattico
alla frase principale e quindi la modifica della citazione (Thomas Edison
dichiarò che: “Il genio [era] per l’1% ispirazione e per il 99% sudore”).

D’altro canto, la presenza delle virgolette di una citazione non elimina


l’esigenza di usare altri segni di interpunzione richiesti per altre ragio-
ni. Nel secondo dei primi due esempi vengono usati i trattini per mar-
care la frase incidentale, indipendentemente dall’esistenza delle coppie
di virgolette, che delimitano appunto la citazione.
I puntini di sospensione collocati tra due parentesi quadre segnalano che
all’interno della citazione una parte del testo riportato è stato tagliato.

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In questo caso l’espressione tra virgolette serve a delimitare un uso
tipico del linguaggio burocratico presente in alcuni contratti di lavo-
ro. Si allude, in questo caso, alla distribuzione per piani di un edificio
delle competenze del personale ausiliario. Chi scrive sta così pren-
dendo le distanze da quell’espressione; è come se dicesse: “È così che
dicono loro, non sono responsabile io per quell’espressione”. Spesso
le virgolette segnalano vera e propria ironia.

5.2. Segmentazione del testo


Alle scansioni di tipo sintattico, segnalate dalla punteggiatura, si in-
trecciano e si sovrappongono scansioni di altro genere che “tagliano”
segmenti di ampiezza e funzione diverse. Via via che il testo si svilup-
pa e si articola, si moltiplicano e si diversificano anche i “nodi” delle
sue articolazioni.
Il punto e a capo, ad esempio, indica quasi sempre la fine e l’inizio
di un capoverso, che spesso segnaliamo rientrando di qualche battu-
ta, rispetto al margine del testo, la prima lettera della parola iniziale;
questa segnalazione non implica soltanto l’operazione sintattica di
delimitazione di un periodo, ma indica anche la delimitazione di un
nucleo concettuale minimo, sviluppato in quel segmento testuale.

5.2.1. Strutture gerarchiche Il capoverso è il “mattone” basilare di


Esercizi
12-15
ogni costruzione testuale, di qualsivoglia tipo o funzione. È un bloc-
co di testo compatto, compreso tra un “a capo” e l’altro, e indica un’u-
nità di informazione completa e autonoma. La sua funzione è quella
di contenere una serie di dati o concetti che si desidera raggruppare
insieme in modo esplicito, per distinguerli dalle informazioni pre-
cedenti e seguenti. È un capoverso anche il blocco di testo che state
leggendo in questo momento e che termina con questo punto.
La lunghezza e la struttura interna di un capoverso sono mutevoli,
variano in rapporto al tipo di testo, ai suoi destinatari, ai suoi scopi
comunicativi. Il criterio per segmentare i capoversi è dettato quin-
di dal tipo di contenuto e dal particolare contesto comunicativo. È
comunque assai raro che, fatta eccezione per gli usi stilistici di certi

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autori di romanzi o di racconti, un capoverso abbia un’estensione su-
periore ai limiti di una pagina.
Non esistono regole precise per “tagliare” i capoversi; possiamo co-
munque ricavare alcuni criteri generali dall’osservazione empirica di
diversi tipi di testi concreti. Nei testi rigorosamente scientifici o giu-
ridici ogni capoverso deve necessariamente coincidere con un tema
ben preciso, nettamente distinguibile dal precedente e dal seguente;
la logica rigorosa dei concetti esposti impone una precisa corrispon-
denza tra successione dei capoversi e successione del ragionamento.
Facciamo qualche esempio.

a) Si dice che una trasformazione è reversibile quando gli stati attraverso i quali
il sistema passa durante la trasformazione differiscono per quantità infinitesi-
ma da stati di equilibrio. Una trasformazione reversibile può perciò connettere
solamente stati di equilibrio.
Se trasformiamo un sistema reversibilmente da uno stato iniziale A a uno stato
finale B, possiamo poi riportare il sistema per mezzo della trasformazione inver-
sa da B ad A attraverso la stessa successione di stati percorsi in ordine inverso.
(E. Fermi, Termodinamica, Boringhieri, Torino, 1958)

b) Art. 87 – Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta


l’unità nazionale.
Può inviare messaggi alle Camere.
Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione.
Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Go-
verno.
[…]

Art. 90 – Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti


nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per l’alto tradimento o per attenta-
to alla Costituzione.

In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a mag-
gioranza assoluta dei suoi membri. (Costituzione della Repubblica italiana)

In questi due esempi la successione dei capoversi segue un eviden-


te schema logico; nel caso a si passa da una definizione generale a
una conseguenza esemplificativa; nel caso b, trattandosi di un testo
giuridico, il capoverso acquista un valore preciso in quanto serve a

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enumerare funzioni o competenze precise oppure a specificare con-
dizioni e casi richiamati nel capoverso precedente. In tutti i tipi di
testi analoghi al testo b, cioè in tutti i regolamenti, i testi di leggi, gli
statuti ecc., il capoverso assume una designazione tecnica, viene in-
fatti definito comma. Il comma in tutti i testi giuridici deve contenere
un concetto ben distinto dagli altri; nel far riferimento a un qualsiasi
testo di legge vengono infatti citati l’articolo e il comma.
Anche in testi comuni di informazione, divulgazione, spiegazione,
come, ad esempio, nei manuali scolastici, la divisione in capoversi
serve a creare raggruppamenti di informazioni in modo che il lettore
possa focalizzarli e individuarli con maggiore facilità. Anche questi
testi contengono ragionamenti, sebbene sviluppati in modo più fles-
sibile e meno vincolante rispetto ai testi scientifici e giuridici. Ca-
poversi troppo lunghi, che contengono troppe informazioni, fanno
perdere il filo del discorso.
Una trattazione a parte meritano invece i testi letterari – romanzi,
racconti, novelle ecc. – perché i loro scopi comunicativi, il ruolo e
il peso della soggettività dello scrittore/autore sono profondamente
diversi. In questi casi la segmentazione dei capoversi secondo tagli
lunghi o brevi può servire a creare “effetti speciali”, ritmi o movimen-
ti narrativi più o meno concitati, più o meno distesi.
Spesso i termini capoverso e paragrafo sono usati come sinonimi, an-
che per l’influenza della lingua inglese, che chiama paragraph ciò che,
grosso modo, in italiano si chiama capoverso. Tuttavia, nel caso di
unità di informazione piuttosto complesse, a un paragrafo possono
corrispondere vari capoversi.
Ciascun capoverso o paragrafo può comprendere un certo numero di
frasi o interi periodi. Ogni capoverso o paragrafo ben scritto:

• contiene un’idea principale, espressa generalmente da una frase nu-


cleo o frase pilota o frase organizzatrice;
• si può generalizzare in una frase;
• è collegato con gli altri da un filo logico (coerenza; cfr. par. 4.2.2) e
da legami grammaticali (coesione; cfr. par. 4.2.1).

La frase nucleo esprime l’idea centrale e orienta l’organizzazione di


senso delle frasi di cui è composto il capoverso o paragrafo. Fornisce

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inoltre unità al discorso generale e favorisce la comprensione del si-
gnificato complessivo del capoverso o paragrafo. La frase nucleo può
trovarsi all’inizio, ma può anche essere collocata nel corpo o nella
parte conclusiva. Saper generalizzare in una sola frase il contenuto di
un capoverso o paragrafo aiuta a padroneggiare e a manipolare i temi
su cui si vuol far convergere l’attenzione del lettore.
Esistono vari tipi di capoversi o paragrafi:

• per enumerazione: presenta un elenco di informazioni tra loro colle-


gate; la frase nucleo introduce un argomento, che viene poi sviluppato
analiticamente con una lista; gli elementi sono legati con indicazioni
simili a una numerazione (in primo luogo, in secondo luogo, inoltre,
infine ecc.);
• per sintesi: coincide generalmente con la conclusione di un testo;
sono ricapitolati brevemente i suoi punti salienti, in modo che risulti
chiara l’intenzione comunicativa dello scrivente;
• per esemplificazione: la tesi sostenuta nella frase nucleo è sviluppata
con alcuni esempi;
• per confronto o contrasto: indica le somiglianze e le differenze tra due
o più oggetti, persone o concetti;
• per enunciazione e soluzione di un problema: presenta nella sua prima
parte un problema ed espone la soluzione nella seconda parte;
• per causa ed effetto: presenta un evento o un fenomeno, seguito dalle
ragioni che lo hanno determinato.

Il paragrafo, come si diceva, può tuttavia essere formato anche da


più capoversi, esso è dunque, in genere, una struttura più complessa
e articolata rispetto alla semplice porzione di testo compresa tra un
punto e a capo e un altro.
La segmentazione del testo in paragrafi (o eventualmente anche in
sottoparagrafi) è importante soprattutto in relazione ai destinatari e
alle loro modalità di ricezione e fruizione del messaggio. Il paragrafo
prevede un tema di fondo ben definito, annunciato talvolta anche
da un titolo. Inoltre “spezzetta” il contenuto di un testo in unità te-
matiche compiute e autonome, per facilitarne la comprensione e la
rielaborazione concettuale.
Esistono ulteriori scansioni dell’unità paragrafo che definiamo sot-

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toparagrafi. Il sottoparagrafo permette di chiarire e di analizzare più
esplicitamente alcuni temi particolari già contenuti nel paragrafo.
Tale scansione è spesso indicata con una numerazione progressiva su
base decimale: ogni unità o blocco di testo è indicato con un numero
(1. per il primo capitolo, ad esempio; 2. per il secondo e così via); a
questo si fanno seguire altri numeri, ricominciando da 1. per ogni
blocco sottostante, fino al sottoparagrafo. Qualche esempio:

• la combinazione 1.1.2. indicherà che siamo nel primo capitolo, primo


paragrafo, secondo sottoparagrafo;
• la combinazione 2.3. indicherà che siamo nel terzo paragrafo del se-
condo capitolo;
• la combinazione 3.1.3.2. indicherà che siamo nel terzo capitolo, pri-
mo paragrafo, terzo sottoparagrafo, secondo sottosottoparagrafo.

5.2.2. Altri sistemi di segmentazione Le relazioni gerarchiche


Esercizi
16-17
tra le varie unità testuali corrispondono in qualche modo alla ma-
crostruttura tematica su cui ogni testo è fondato, cioè al/i tema/i
principale/i dal/i quale/i si sviluppano tutte le altre informazioni di
supporto.
Una siffatta strutturazione tematica con le relative delimitazioni e
articolazioni in unità di rango via via inferiori soddisfa l’esigenza
dell’emittente di esplicitare per il ricevente l’organizzazione dei si-
gnificati, delle informazioni contenute nel messaggio. La convergen-
za tra strutturazione dei contenuti e facilitazione all’accesso delle
informazioni è realizzata non solo attraverso usi strategici delle unità
gerarchiche, ma anche attraverso altri tipi di segmenti testuali che
stabiliscono con le prime relazioni trasversali, nel senso che integra-
no, esplicano, ampliano, supportano la struttura informativa centra-
le del testo.

Strutture in parallelo: indici Un indice è, nell’uso più generale e


comune, l’elenco dei titoli di capitoli, paragrafi, brani o altri parti-
colari segmenti testuali, ordinati in successione secondo l’ordine di
occorrenza nel testo, con l’indicazione delle pagine corrispondenti.
Esistono, comunque, altri tipi di indici e anche vari modi di orga-

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nizzarli. In alcuni casi l’indicazione a cui collegare il numero della
pagina corrispondente è espressa unicamente dal titolo del capitolo
e da quello di altre unità inferiori. In altri è fornita soltanto l’indi-
cazione della pagina del capitolo e sono poi elencati, senza ulteriori
riferimenti, gli argomenti che vi si troveranno trattati, come nel se-
guente esempio:

iv. coesione p. 73
La funzione della sintassi. Il testo di superficie nella memoria attiva.
Ripetizioni: ricorrenza, parallelismo, parafrasi…

Questi indici generali possono essere collocati sia all’inizio del testo
sia alla fine; essi costituiscono, infatti, un riepilogo generale di un’o-
pera e funzionano dunque in entrambe le posizioni.
Esistono poi gli indici analitici, che fotografano, in un certo senso,
non tanto la struttura tematica, l’organizzazione gerarchica del libro,
quanto piuttosto determinati nuclei trasversali che attraversano la
trattazione; questi indici forniscono cioè informazioni che altrimen-
ti sarebbe lungo, faticoso o difficile raccogliere passando in rassegna
il testo. Sono sempre posizionati a fine volume.
Un primo caso di indice analitico è offerto dagli indici tematici. Un
indice tematico elenca in ordine alfabetico tutte le nozioni, i concetti,
i termini rilevanti affrontati durante l’esposizione di un certo argo-
mento; questi nuclei tematici essenziali sono accompagnati dall’in-
dicazione di tutte le pagine in cui ricorrono e, in alcuni casi, viene
anche specificato ed evidenziato, per mezzo ad esempio di caratteri
diversi, il numero della pagina in cui l’argomento è affrontato più
analiticamente o per la prima volta. Si potrebbe infatti aver bisogno
di trovare la pagina dove viene sviluppato uno specifico concetto e
questa informazione risulterebbe nascosta in un indice generale. Un
esempio:

aggiunta morfologica, 153 ss. (da leggersi “e pagine seguenti”)


aggiunti, 360
albero, diagrammi ad (da leggersi “diagrammi ad albero”), 191 ss.
alfabeti semantici, 462, 492

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Il medesimo problema potrebbe nascere per la ricerca di un autore
o di un’opera particolari; dov’è che si parla o si fa cenno a Balzac,
poniamo, in un certo saggio di letteratura? Per questi scopi esistono
anche indici analitici per nomi di autori o delle opere:

Balzac, Honoré de, 8, 10, 31, 35, 44, 47, 83, 90, 94, 95, 120-3, 127-9, 147, 167,
171…
Barthes, Roland, 13, 139, 169, 307, 314, 319, 338, 341, 346, 352, 362, 411, 414,
441…

Bibliografie Un indice particolare è infine quello bibliografico. Le


bibliografie o riferimenti bibliografici, usati soprattutto nelle opere
a carattere scientifico, contengono l’elenco sistematico delle opere
citate nel testo e delle opere di carattere più generale pubblicate re-
centemente o, anche se non recenti, particolarmente significative e
rilevanti.
I riferimenti bibliografici sono generalmente collocati alla fine del
libro; in certi casi, però, sono raggruppati alla fine di ogni capitolo,
in modo da facilitare il collegamento tra una particolare tematica e
gli autori che se ne sono specificamente occupati. Esistono anche bi-
bliografie ragionate, che forniscono indicazioni specifiche argomento
per argomento, segnalando i testi più significativi, più recenti o più
adatti all’approfondimento di un tema particolare. La confezione di
un indice bibliografico è governata da precise regole; esaminiamo le
principali. Bisogna indicare:

• prima di tutto il cognome e il nome dell’autore (o degli autori, o del


curatore, cioè di colui che ha raccolto i contributi di più persone intor-
no a un argomento);
• il titolo completo (anche un eventuale sottotitolo) dell’opera;
• il luogo di edizione;
• l’editore;
• la data di edizione.

Ecco un esempio:

De Mauro, Tullio, Storia linguistica dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza 1979.

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Non è detto che questo sia l’unico sistema o l’unico ordine seguito;
possono verificarsi anche segnalazioni del tipo:

De Mauro, Tullio (1979), Storia linguistica dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza.

oppure:

De Mauro, Tullio
(1979) Storia linguistica dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza.

o ancora:

De Mauro T. (1979), Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza, Roma-Bari.

L’ordine e la disposizione grafica delle informazioni possono cioè


mutare secondo convenzioni differenti adottate dai diversi editori,
ma l’importante è che siano presenti tutti i dati necessari alla ricerca
e alla consultazione del testo.
Se si tratta di articoli di riviste, va segnalato il nome dell’autore, il tito-
lo dell’articolo, il titolo della rivista (può essere in corsivo o tra virgo-
lette), il numero del fascicolo, eventualmente anche il mese e l’anno di
pubblicazione e le pagine in cui appare l’articolo. Ad esempio:

Renzi, Lorenzo, Il dolente momento della grammatica, in Italiano & Oltre,


2/1991, p. 65.

Se invece si tratta di saggi di opere collettive o di atti di convegni o


congressi si devono indicare: il nome dell’autore (se si tratta di vari au-
tori si può indicare la sigla aa.vv.), il titolo del capitolo o del saggio;
il nome del curatore (o dei curatori) dell’opera e la relativa dicitura (a
cura di), il titolo dell’opera collettiva, l’eventuale numero del volume
dell’opera in cui si trova il saggio citato, infine il luogo, l’editore, la
data, il numero delle pagine come nei casi precedenti. Ad esempio:

Lumbelli, Lucia, Capire e non capire ad alta voce, in De Mauro T., Gensini S.,
Piemontese M. E. (a cura di), Dalla parte del ricevente. Percezione, comprensio-
ne, interpretazione, Roma, Bulzoni 1988, pp. 23-51.

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Strutture a innesto: note Una nota è un supplemento di informa-
zione o di spiegazione relativo a una parte del testo, ma collocato “al
di fuori” di esso per non complicarne o appesantirne l’esposizione.
La nota viene aggiunta, infatti, in carattere più piccolo, nella parte
bassa della pagina oppure anche in fondo al capitolo o al libro. È col-
legata al testo principale mediante numeri di richiamo in apice alla
parola particolare o a conclusione del segmento da annotare. La nota
è una tipica struttura a innesto, in quanto è in qualche modo appun-
tata, inserita nel testo principale.
Questa particolare unità testuale ha una lunga tradizione: antica-
mente, nel Medioevo, era chiamata con il termine classico di glossa,
per cui l’operazione dell’annotare un testo era definita appunto glos-
sare. In epoca medievale il testo, disposto in mezzo alla pagina, era
infatti spesso circondato di chiarimenti, interpretazioni particolari,
commenti scritti in caratteri più piccoli. Nel corso del Cinquecento
le note vennero progressivamente annesse a segmenti più determina-
ti di testo, diventando vere e proprie “note a margine”, fino a essere
trasferite nell’uso dominante del Settecento a piè di pagina.
Le note svolgono funzioni diverse e sono collocate in luoghi diversi.
Facciamo qualche esempio.

Segmento del testo principale: Utterson, il legale1, era un uomo dall’aspetto bur-
bero.
Testo della nota: 1. Il legale: si è preferito tradurre in italiano la parola lawyer del
testo originale inglese con il termine “legale”, piuttosto che con il più facile ma
meno preciso “avvocato” […]. [N.d.T.]

Questo è un esempio di nota metatestuale: si tratta cioè di una nota


che spiega un’operazione, una scelta del traduttore, più che un signi-
ficato specifico del testo.

Segmento del testo principale: Un liquido di color rosso sangue, dall’odore mol-
to pungente, che doveva probabilmente contenere del fosforo e qualche etere
volatile4.
Testo della nota: 4. etere volatile: gli “eteri” sono sostanze chimiche dotate di
particolari proprietà tra le quali è compresa la capacità di passare facilmente
dallo stato liquido allo stato di vapore (volatilità).

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Si tratta di una nota esplicativa a carattere enciclopedico, in quanto
non si limita a una spiegazione semantica, ma fornisce ulteriori in-
formazioni scientifiche sul sintagma (nome + aggettivo) annotato.

Segmento del testo principale: Meriggiare pallido e assorto1.


Testo della nota: 1. Meriggiare… assorto: trascorrere il pomeriggio pallido per la
calura e immerso nella meditazione.

Questa nota invece è una parafrasi di un verso poetico di Montale,


tipica nei manuali scolastici di letteratura; troviamo infatti una ri-
formulazione esplicativa e “normalizzante” del linguaggio poetico
montaliano.

Segmento del testo principale: I due arrivarono davanti all’alto specchio inclina-
bile a cavalletto, nelle cui profondità essi guardarono con un istintivo orrore9.
Testo della nota: 9. nelle cui profondità… orrore: lo specchio è un oggetto forte-
mente simbolico. Esso restituisce l’immagine riflessa quasi come se si trattasse
di un’altra entità, produce perciò un effetto, per quanto immaginario, di sdop-
piamento.

La nota in questo caso offre un’interpretazione di un segmento te-


stuale i cui significati denotati risultano peraltro del tutto evidenti; la
nota infatti si concentra unicamente a esplicitare le possibili conno-
tazioni dello specchio.

Segmento del testo principale: Solo un insegnamento delle scienze che privile-
giasse la dimensione del metodo e della ricerca critica potrebbe essere utile per
ridurre il peso dell’inevitabile iato esistente tra lo stato della ricerca scientifica e
l’insieme delle nozioni inerenti la stessa “materia” trasmesse a scuola e “passate”
nei manuali […]7.
Testo della nota: 7. Cfr., ad esempio, tra i molti che fanno considerazioni analo-
ghe, A. Oliverio, 1983, e, per la particolare attenzione verso le implicazioni lin-
guistiche connesse alla centralità del metodo nell’insegnamento della chimica,
A. Borsese, V. Dolcetto, 1980.

Questo esempio ci mostra invece un tipo di nota assai frequente nei


testi scientifici, nella saggistica, nei testi universitari. Essa rappresen-
ta sostanzialmente un rinvio bibliografico e presuppone una biblio-

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grafia in fondo al testo dove la citazione sarà corredata di tutti i dati
necessari.
Se si eccede nell’uso delle note, si rischia di disturbare la fruizione del
testo principale, interrompendo continuamente la lettura. In alcu-
ni casi, perciò, si preferisce il raggruppamento delle note alla fine di
ogni capitolo oppure alla fine del libro, suddivise secondo i capitoli
in cui sono richiamate.
Esistono naturalmente anche sistemi “misti” di annotazione: l’uso
scientifico comporta spesso una modalità di riferimento a due livelli,
in cui le note a piè di pagina rinviano sommariamente, con un nome
e una data (cfr. l’ultimo esempio), a una bibliografia finale.

Il rinvio Durante la trattazione di un argomento può risultare uti-


le rinviare il lettore ad altre parti del testo, in avanti o all’indietro,
oppure ad altri testi sul medesimo o su analoghi argomenti. Que-
sta operazione, il rinvio, avviene usualmente attraverso una specifica
convenzione: nel punto specifico del testo in cui si desidera inter-
rompere l’esposizione per attirare l’attenzione del lettore su altre
informazioni dislocate altrove si mette tra parentesi la sigla cfr. – ab-
breviazione di confronta – e l’indicazione o del titolo di capitoli,
paragrafi ecc. con le relative pagine o del numero. Questa risorsa è
molto importante perché l’innesto di un breve segmento permette
di superare i limiti e i condizionamenti imposti dalla linearità di un
testo verbale, cioè dalla sua possibilità di essere letto normalmente da
sinistra verso destra, da pagina 1 a pagina 2, in un’unica direzione di
scorrimento, mentre in alcuni casi sarebbe utile tenere presente “si-
multaneamente” varie informazioni che invece si trovano dislocate
prima e dopo.
L’utilità di questa risorsa viene oggi sfruttata, oltre che con i rinvii
tra parentesi, anche con risorse grafiche come, ad esempio, forme di
incorniciatura all’interno del testo principale di segmenti flash, che
forniscono sinteticamente i possibili collegamenti tra l’argomento
principale trattato e i vari possibili suoi collegamenti con altre in-
formazioni. L’utilizzazione del computer nel trattamento dei testi
permette oggi di sfruttare appieno questa esigenza di collegamenti
simultanei con tecniche molto sofisticate.

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Il rinvio bibliografico, cioè il riferimento ad autori e titoli di opere,
può essere inserito all’interno del testo mediante la sintetica indica-
zione del lavoro in questione: ad esempio (De Mauro, 1980). Questo
rinvio presuppone evidentemente, in fondo al capitolo o al libro, l’e-
lenco dei riferimenti bibliografici organizzati con il medesimo siste-
ma (autore, data, titolo ecc.).
Potrebbe verificarsi il caso che nel medesimo anno un determinato
autore abbia pubblicato più testi; in tal caso l’indicazione dell’anno
sarà accompagnata da lettere minuscole dell’alfabeto (a, b, c ecc.) per
specificare la singola opera, ad esempio:

De Mauro, Tullio (1965a), Il nome del dativo e la teoria dei casi greci, «Accade-
mia Nazionale dei Lincei, Rendiconto della Classe di Scienze Morali, Storiche
e Filologiche», serie viii, 2, pp. 1-61.
De Mauro, Tullio (1965b), Storia linguistica dell’Italia unita, 2a edizione, La-
terza, Bari.
De Mauro, Tullio (1965c), Introduzione alla semantica, Laterza, Bari.

La citazione Citare significa riportare nel testo le parole precise


o un brano, un passo tratto dall’opera di un altro autore. La citazio-
ne, altro esempio di struttura a innesto, può servire per esemplificare
una tesi, un’idea importante, oppure per confrontare due opinioni
diverse, o ancora per confermare, per avvalorare un argomento. La
citazione è propositiva quando offre al discorso una serie di dati, un
argomento, un giudizio sui quali si applicano poi il ragionamento e
l’interpretazione, e in questo caso il passo citato dovrà essere suffi-
cientemente ampio; è invece conclusiva quando serve a confermare
una tesi o una valutazione con l’autorevolezza dell’autore citato.
Le convenzioni grafiche per segnalare la citazione variano in dipen-
denza dell’estensione del segmento citato. Per poche parole si ricorre
solitamente alle tradizionali virgolette, ad esempio: «Essere o non
essere, questo è il problema». Per passi più ampi ed estesi si ricorre a
mezzi tipografici quali il corsivo oppure a una diversa giustificazione
dei margini del brano rispetto al testo principale; le righe del testo
citato, cioè, rientrano lungo tutto il margine sinistro (come accade
in questo volume) oppure terminano prima sia a sinistra sia a destra
rispetto a quelle del testo principale.

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5.3. Organizzazione sintattica del testo
Esercizi
18-21 La struttura comunicativa di un testo scritto si articola e si organizza
attraverso le connessioni tra le proposizioni che compongono i pe-
riodi; ciascun periodo è scandito da un punto fermo. Si tratta di un
confine convenzionale perché spesso la scelta tra il punto o il punto
e virgola, ad esempio, è legata allo stile individuale di chi scrive; in
ogni caso possiamo definire periodo o frase complessa l’insieme delle
strutture frasali comprese tra due segni interpuntivi forti. La frase
complessa o periodo è una struttura sintattica che comprende un cer-
to numero di frasi semplici tra loro collegate. Possiamo esemplificare
graficamente questa struttura e i collegamenti tra le singole frasi nella
figura 2.
La sintassi studia i rapporti che si stabiliscono tra i vari tipi di propo-
sizioni che compongono un periodo. Si possono distinguere tre tipi
di relazioni.
La coordinazione (o paratassi) collega le proposizioni con una congiun-
zione coordinativa; le proposizioni coordinate principali (come a e b
nella figura 2) conservano «la propria autonomia sintattica e semanti-

figura 2
Tipi di relazioni sintattiche

a b

Marco si allena e gioca ogni pomeriggio


a tennis con Luca

coordinazione

che
subordinazione

c
lo prepara al torneo
nazionale

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ca, ossia individuano ciascuna una frase grammaticalmente compiuta e
dotata di senso» (Serianni, 2005, p. 529). La coordinazione può esiste-
re anche tra frasi subordinate, come nell’esempio seguente:

Ugo non viene al cinema


perché
ha un esame fra qualche giorno ed è molto indietro con lo studio.
(coordinazione tra dipendenti causali)

La giustapposizione (o asindeto) non prevede alcun legame formale


tra le proposizioni, il confine tra una frase e l’altra è indicato in ge-
nere da un segno di interpunzione; ad esempio: «Le nostre mogli
non possono più farne a meno; sono nelle sue mani, felici di starci;
la seguono come affascinate; non sanno più né parlare, né vestirsi,
né muoversi senza di lei» (Pirandello, L’amica delle mogli, vol. vi,
p. 182, cit. in ivi, p. 532).
La subordinazione (o ipotassi) collega le proposizioni mediante vari
tipi di congiunzioni subordinative o con preposizioni. Le proposi-

figura 3
Livelli di subordinazione

Ho regalato a mia zia i biscotti allo zenzero principale

i livello perché
di subordinazione
Frase complessa
so secondaria costituita da 3
strutture frasali
ii livello
di subordinazione che

le piacciono molto secondaria

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zioni che compongono un periodo sono in relazione gerarchica, la
secondaria o subordinata dipende, grammaticalmente e semantica-
mente, da una principale o reggente. La frase principale è infatti l’ele-
mento fondamentale per sostenere la struttura sintattica e dare signi-
ficato a tutta la frase complessa o periodo; ha il verbo di modo finito;
non dipende da alcuna frase, non è cioè introdotta da congiunzioni
o da pronomi relativi.
Il termine reggente (o sovraordinata) può riferirsi anche a una secon-
daria o subordinata che regga a sua volta un’altra proposizione. In ge-
nerale una frase complessa è costituita da tante proposizioni quante
sono le forme verbali che in essa compaiono (cfr. fig. 3).

5.3.1. Coordinazione La coordinazione è dunque una costruzio-


Esercizio nesintattica formata da due o più frasi collegate tra loro e disposte a
22

tabella 1
La coordinazione
Tipo di coordinazione Congiunzioni Esempi
principali
Copulativa e, né Il vento soffia da sud-ovest e il mare
(a + b) si sta ingrossando con onde alte fino
a tre metri.
Avversativa ma, però, tuttavia Sono molto stanco ma devo finire
(a però b; non a bensì b) questo lavoro.
Disgiuntiva o, oppure, ovvero Puoi lasciare i bagagli nell’ingresso
(a o b) oppure li sistemi nello studio dietro
la porta.
Conclusiva dunque, quindi, perciò, Abbiamo già finito di cenare perciò
(a quindi b) pertanto non ci disturbi affatto.
Esplicativa cioè, ossia, ovvero, infatti La Terra compie un moto di rota-
(a cioè b) zione periodico, cioè ruota intorno
al proprio asse in un intervallo di
tempo chiamato giorno.
Correlativa sia… sia, sia… che, non Non solo ho perso il treno, ma mi
(sia a sia b) solo… ma anche, né… né hanno anche rubato i bagagli.

121

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un medesimo livello della gerarchia strutturale. Possiamo distinguere
vari tipi di coordinazione, così come mostrato nella tabella 1.

5.3.2. Subordinazione Una proposizione subordinata dipende


Esercizi
23-31
da una proposizione reggente, che può essere la principale o, a sua
volta, un’altra subordinata, come nell’esempio indicato nella figura 3
(cfr. par. 5.3). Una frase subordinata non è autonoma, non è cioè
comprensibile se non come sviluppo logico di una frase reggente alla
quale è agganciata.
In base alla loro funzione, le subordinate possono essere suddivise in
differenti tipi e vari sono i criteri di classificazione. Il metodo più dif-
fuso consiste nel rapportare la struttura della frase complessa a quella
della frase semplice, riconoscendo negli elementi costitutivi di que-
sta – soggetto, oggetto, complementi indiretti, attributi – altrettanti
schemi utilizzabili per rappresentare la funzione di una determinata
frase subordinata nel periodo (cfr. tab. 2).
Alla tabella 2 si possono ricondurre grosso modo le principali ripar-
tizioni elaborate dagli studiosi per individuare categorie generali di
subordinate. Citiamo, ad esempio, la seguente ripartizione (Salvi,
Vanelli, 2004, pp. 215-8):

tabella 2
La subordinazione
Frase semplice Frase complessa
È indispensabile il tuo ritorno. È indispensabile che tu ritorni.
soggetto soggettiva
Silvia ha annunciato il suo matrimonio. Silvia ha annunciato che si sposerà.
oggetto oggettiva
All’arrivo di Ugo in stazione, il treno era Quando Ugo arrivò in stazione, il treno era
già partito. già partito.
complemento di tempo frase temporale
L’inglese Charlie Chaplin divenne celebre Charlie Chaplin, che era inglese, divenne
con il personaggio di Charlot. celebre con il personaggio di Charlot.
attributo relativa esplicativa, attributiva o
appositiva

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Quanto alla funzione, suddivideremo le proposizioni in tre tipi:
1. proposizioni che fungono da argomento della frase matrice come le propo-
sizioni Soggetto od Oggetto diretto;
2. proposizioni che fungono da elemento extranucleare della frase matrice
come proposizioni temporali, causali ecc.
3. proposizioni che modificano elementi nominali in funzione attributiva,
come le proposizioni relative.

Ricordiamo che con il termine argomenti si designano quelle funzio-


ni logico-sematiche (dette anche valenze) che completano il predica-
to di una frase semplice e che sono indispensabili per darle senso
compiuto, come negli esempi seguenti:

Predicati a un solo argomento: Marco sbadiglia

Predicati a due argomenti La mamma bacia il bambino


(sogg. + ogg.):

Predicati a tre argomenti Eva ha regalato un libro


(sogg. + ogg. + compl. ind.): a suo padre

Nella Grande grammatica italiana di consultazione (Acquaviva, 1991,


p. 633) troviamo la seguente classificazione:

Distinguiamo le frasi subordinate in argomentali e avverbiali. Le prime fungono


da complemento del verbo della frase principale in quanto soddisfano le valenze o
argomenti del predicato. Al pari dei sn, possono trovarsi o in posizione di sogget-
to e sono dette soggettive o in posizione di complemento e sono dette completive.
Queste ultime si distinguono a loro volta in oggettive e oblique. Si hanno inoltre
delle frasi argomentali che corrispondono a una frase interrogativa, le cosiddette
interrogative indirette. Le frasi avverbiali, invece, non sono richieste dal verbo
principale e sono aggiunte alla frase principale sulla base di criteri semantici.

Il termine argomentali indica quindi le frasi dipendenti soggettive e le


completive oggettive e oblique (o proposizioni completive indirette), in
riferimento al fatto che tali proposizioni – come si è visto – comple-
tano il predicato della frase reggente, stanno cioè al posto del sogget-
to (1° argomento), dell’oggetto diretto (2° argomento) e del comple-
mento indiretto (3° argomento).

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Un altro tipo di subordinate, definite nella citazione precedente avver-
biali, comprende frasi come le temporali, le causali, le finali, cioè frasi che
non sono argomento di alcun predicato e che vengono definite perciò
non argomentali (o extranucleari, cioè esterne al nucleo fondamentale
della frase semplice): «Le subordinate non argomentali – introdotte
da congiunzioni o preposizioni – hanno una funzione simile a un altro
complemento, extranucleare, della frase» (Tavoni, 1999, p. 822).
Il tipo di subordinata condiziona anche la definizione di frase princi-
pale. Con subordinate argomentali sarà opportuno definire la prin-
cipale come reggente completata da altre frasi; con subordinate non
argomentali si potrà parlare della principale come frase autonoma
dotata di significato compiuto.
Qualsiasi tipo di subordinata può essere in forma esplicita o im-
plicita. Le subordinate esplicite sono espresse da un modo verbale
finito (indicativo, congiuntivo o condizionale) e sono introdotte
da congiunzioni subordinanti, da pronomi relativi o congiunzioni
avverbiali di valore relativo. Le subordinate implicite hanno il predi-
cato verbale costituito da un modo indefinito (infinito, participio,
gerundio), in generale sono introdotte da preposizioni (per, a, di,
da...) + infinito (Ada nuota in piscina per rilassarsi), ma possono es-
sere collegate direttamente alla reggente (Essendo arrivato in ritardo,
non posso entrare nel merito della vostra discussione).

Frasi subordinate argomentali o completive Le subordinate argo-


mentali, come abbiamo visto, completano il significato, saturano una
delle valenze del predicato della frase sovraordinata. Analizziamole
più in dettaglio.

La subordinata soggettiva

A Ugo piace il nuoto. A Ugo piace nuotare.


soggetto soggettiva

Le subordinate soggettive svolgono la funzione di soggetto del predi-


cato verbale della frase reggente. Osserviamo il seguente enunciato:

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a) A Ugo piace nuotare nelle prime ore del mattino, secondo lui è più utile
esercitare uno sport appena svegli.

Proviamo a modificare questo enunciato trasformando alcuni verbi


in nomi:

b) A Ugo piace il nuoto nelle prime ore del mattino, secondo lui è più utile
l’esercizio di uno sport appena svegli.

In b i nomi nuoto e esercizio svolgono la funzione di soggetto rispetti-


vamente per la prima e la seconda frase; le frasi dell’esempio a hanno
dunque funzione logica analoga, svolgono cioè la funzione di un sog-
getto e vengono pertanto definite frasi soggettive.
Le frasi soggettive sono rette da:

• verbi o locuzioni impersonali come piace, stupisce, sembra, risulta, pa-


re, accade, capita ecc. (Sembra che Ugo abbia venduto la sua barca; Capita
di non ricordare il nome qualcuno);
• locuzioni impersonali formate dal verbo essere (o parere, sembrare)
alla 3a persona singolare + un nome, un aggettivo o un avverbio sostanti-
vato del tipo è bello, è facile, è giusto, sembra opportuno ecc. (Non è giusto
lasciarlo da solo);
• alcuni verbi impersonali passivi indicanti un permesso o un divieto
come è vietato, è concesso, è permesso, è proibito (È vietato utilizzare le
aiuole del parco come spazi di gioco);
• verbi come credere, pensare, raccontare, sapere, capire, sperare, temere
ecc., usati con il si passivante (Si spera che domani il tempo migliori; Si
rischia di perdere il senso della festa).

Le soggettive hanno il modo congiuntivo quando dipendono da ver-


bi impersonali dell’apparenza (sembra, pare) e da quelli che indicano
necessità o convenienza (occorre, bisogna) o un moto dell’animo (pia-
ce, stupisce). Hanno invece il modo indicativo quando dipendono da
verbi che esprimono una certezza, una constatazione (si sa, si afferma,
risulta) o dalle corrispondenti locuzioni aggettivali o sostantivali (è
chiaro, è certo, è innegabile).
La forma implicita delle soggettive è resa con il modo infinito; l’infi-

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nito può essere preceduto dalla preposizione di o essere giustapposto
al verbo reggente (A Eva sembrava di aver sbagliato tutto il compito di
matematica; È meglio invitare anche Ugo e Luca).

La subordinata oggettiva

Elena ha annunciato il suo matrimonio. Elena ha annunciato che si sposerà.


oggetto oggettiva

Le subordinate oggettive svolgono la funzione di complemento og-


getto del predicato verbale della frase reggente. Osserviamo ancora i
due enunciati:

a) Elena ha annunciato che si sposerà fra un mese.

Proviamo a modificare questo enunciato trasformando il verbo della


frase subordinata in un nome:

b) Elena ha annunciato il suo matrimonio fra un mese.

Il nome matrimonio svolge la funzione di complemento oggetto; la


subordinata dell’esempio a ha dunque funzione logica analoga, svol-
ge cioè la funzione di un complemento oggetto e viene pertanto de-
finita frase oggettiva.
Le oggettive esplicite sono in genere introdotte dalla congiunzione che
e ammettono sia l’indicativo sia il congiuntivo. L’alternanza tra que-
sti due modi – come osserva Serianni (2005, p. 554) – non riproduce
necessariamente solo l’opposizione tra certezza e incertezza, oggetti-
vità e soggettività (Ada pensa che i cuccioli sono ancora troppo piccoli
per le vaccinazioni; Ugo pensa che Eva sia troppo insistente), talvolta
è invece la conseguenza di una scelta di registro tra un uso formale
e uno più colloquiale. Tra i verbi reggenti che in genere richiedono
l’indicativo troviamo quelli di giudizio o di percezione (accorgersi,
affermare, dimostrare, percepire, vedere, sentire, sapere, scoprire ecc.),
ma se la frase ha forma negativa o assume senso eventuale, specie in

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riferimento a un soggetto indeterminato, allora si ricorre al congiun-
tivo (Eva non crede che i tuoi amici siano contenti; Alcuni ritengono che
Ugo sia un po’ narcisista).
Le oggettive implicite sono introdotte dalla preposizione di e hanno il
verbo al modo infinito (Eva credeva di avere sbagliato tutto il compito
di matematica); la costruzione implicita si verifica quando il soggetto
della reggente è il medesimo della subordinata.
In sintesi, dunque, le frasi oggettive sono rette da verbi o locuzioni
che esprimono:

• opinioni, giudizi, dubbi, come pensare, credere, supporre, dubitare,


rendersi conto ecc. (Credo che i genitori di Eva arriveranno nel pomerig-
gio);
• dichiarazioni, affermazioni, come affermare, dichiarare, dire, negare,
annunciare, comunicare, raccontare ecc. (Luca ha detto che sua sorella è
già andata a scuola);
• ricordi, percezioni, come ricordare, dimenticare, accorgersi, sentire,
avvertire, percepire, vedere ecc. (Si è ricordato che oggi è il compleanno di
Luca);
• desideri, timori, speranze, ordini, divieti, volontà, sentimenti, co-
me desiderare, sperare, temere, promettere, vietare, impedire, rallegrarsi,
dispiacersi ecc. (Temo che Ugo non abbia letto le istruzioni per l’uso del
videoregistratore; Spero sia giunta l’ora di fare chiarezza su questa fac-
cenda).

La frase interrogativa indiretta

«Dove hai conservato gli sci?», chiese Ada a Guido.


interrogativa diretta

Ada chiese a Guido dove avesse conservato gli sci.


interrogativa indiretta

La frase subordinata introdotta dalla congiunzione dove pone una


domanda in forma indiretta, in dipendenza dalla frase reggente. Que-
sto tipo di frase subordinata si chiama infatti interrogativa indiretta
ed esprime appunto una domanda, un dubbio, un quesito contenuti

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nella frase reggente. Il passaggio dal modo indicativo dell’interroga-
tiva diretta (espressa da un unico enunciato e dal punto interrogativo
finale) al modo congiuntivo della frase interrogativa indiretta non è
obbligatorio; si potrebbe cioè anche mantenere il modo indicativo:
Ada chiese a Guido dove aveva conservato gli sci. La differenza, in que-
sto caso, sta nel grado di formalità del discorso. L’oscillazione tra i
due modi rimanda insomma a una scelta di registro. L’alternativa tra
congiuntivo e indicativo può essere anche connessa al diverso grado
di certezza  / oggettività («Ognuno lo sa perché fa il partigiano»,
Calvino, cit. in Serianni, 2005, p. 572) o incertezza  / soggettività
(«Costui sapeva perfino chi fosse», Pavese, cit. in ibid.). Esistono
alcuni fattori che inducono comunque l’uso del congiuntivo, il più
tipico è la presenza di una reggente negativa (Non so come abbia fatto
a superare l’esame). Si può trovare anche il modo condizionale (Mi
chiedo se saresti così tranquillo se fossi tu l’interrogato) quando l’in-
terrogativa indiretta coincide con l’apodosi di un periodo ipotetico
(cfr. infra).
Le interrogative indirette sono considerate affini alle completive (se
non addirittura una loro sottospecie) e comunque sono incluse nel
gruppo delle subordinate argomentali.
Possono dipendere sia dal verbo della reggente – verbi o locuzioni
che esprimono domanda, dubbio o incertezza come chiedere, doman-
dare, sapere, non sapere, pensare, spiegare ecc. – sia da un elemento
nominale (ad es. Alla domanda se conoscesse quell’autore non sep-
pe rispondere; Lo tormentava il dubbio se avesse fatto la cosa giusta);
possono essere introdotte da se (Era incerto se fosse necessario ripetere
la domanda) oppure da pronomi o aggettivi interrogativi come chi,
che cosa, quale, quanto o da avverbi interrogativi quali dove, quan-
do, come, quanto, perché (Mi domando che cosa vuoi fare; Gli chiesi
da dove venisse). Possono anche prevedere due possibilità di scelta
(interrogative disgiuntive): il primo membro è sempre introdotto da
se, il secondo da o, oppure (ad es. È difficile capire se sia una questione
di orgoglio oppure di totale mancanza di dialogo).
La costruzione implicita dell’interrogativa indiretta, che si verifica
quando il soggetto della subordinata è il medesimo della frase reg-
gente, è generalmente introdotta dagli stessi elementi che figurano

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nella costruzione esplicita e accentua la connotazione dubitativa (Mi
chiedo dove andare a quest’ora).

La subordinata dichiarativa
Questo dovete capire, che la squadra deve essere unita e compatta.

La frase subordinata introdotta dalla congiunzione che serve a spie-


gare e completare ciò che viene anticipato dal pronome dimostrativo
questo. Questo tipo di subordinata, affine alle subordinate completi-
ve, prende il nome di frase dichiarativa e serve a chiarire e a precisare
meglio un elemento nominale anticipato nella frase reggente, e quin-
di illustra e completa il senso del periodo.
L’elemento che viene anticipato nella frase reggente può essere:

• un pronome dimostrativo come questo, quello, ciò (Questo solo conta:


che tutti siano veramente convinti della giusta decisione; Che tu stia con le
mani in mano tutto il giorno, questo non lo sopporto);
• un aggettivo dimostrativo unito a un sostantivo, come questo fatto,
quel punto, quella circostanza ecc. (Questo fatto li meravigliò, che i bam-
bini giocassero da soli, buoni e tranquilli; Su questo punto hai ragione, che
Eva è troppo viziata);
• un nome come dubbio, notizia, sospetto, certezza, desiderio, convinzio-
ne, speranza, impressione ecc. (La notizia che Ugo era ammalato ci lasciò
senza parole).

Il confine tra reggente e dichiarativa è di solito segnalato dai due


punti (Una cosa era certa: che il libro non era più nel suo scaffale) op-
pure dalla virgola (Di questo non dubito, che Ugo sia un vero amico).
La forma implicita è introdotta dalla preposizione di con il verbo al
modo infinito. Ciò accade quando il soggetto della reggente è lo stes-
so della subordinata (Ada coltiva il grande sogno di andare in India).

Frasi subordinate non argomentali Le frasi subordinate non ar-


gomentali, dette anche avverbiali, hanno in una frase complessa il
ruolo che in una frase semplice ha un elemento aggiunto rispetto al
verbo, cioè un altro complemento, extranucleare, esterno al nucleo

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della frase semplice. Esse infatti – per riprendere la citazione da Ac-
quaviva (1991, p. 633) – «non sono richieste dal verbo principale e
sono aggiunte alla frase principale sulla base di criteri semantici».
Appartengono a questo tipo di subordinate, tra le altre, le temporali,
le causali, le finali, le concessive. Esamineremo qui di seguito alcune
di queste subordinate.

La frase temporale

Quando Marco arrivò in stazione, l’Eurostar stava già partendo.

Una frase temporale stabilisce una relazione temporale tra l’evento


che esprime e l’azione espressa nella frase reggente, può quindi indi-

tabella 3
Tipi di relazioni temporali
Rapporto Tipo di relazione Congiunzioni/ Esempi
locuzioni principali
Contemporaneità Relazioni simulta- quando, mentre, al- Quando Mara arrivò
nee (avvengono nel- lorché, nel momen- a casa, trovò tutto il
lo stesso momento) to in cui ecc. bagno allagato.
Relazioni incoative (a da quando, dal mo- Da quando Ugo è
partire da un dato mento in cui, dacché caduto non va più
punto di riferimento) in bicicletta.
Relazioni terminati- finché, fino a quan- Eva rimase sveglia
ve (in relazione a un do, fino al momento finché suo figlio non
certo punto di arri- in cui fu tornato a casa.
vo nel tempo)
Anteriorità Rapporto di ante- dopo che Dopo che Ugo ebbe
riorità della tem- salutato gli amici, si
porale rispetto alla avviò rapidamente
principale verso il pullman.
Posteriorità Rapporto di poste- prima che Prima che tu me lo
riorità della tem- dicessi, avevo già in-
porale rispetto alla vitato Marta e Luca.
principale

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care un rapporto di contemporaneità, di anteriorità o di posteriorità
(cfr. tab. 3).
La costruzione esplicita delle temporali ammette tutti i tempi del
modo indicativo, solo l’introduttore prima che seleziona una frase al
congiuntivo (Prima che il gallo canti, mi avrai rinnegato tre volte); in
altri casi l’uso del modo congiuntivo conferisce alla frase temporale
una connotazione di eventualità, contrassegna il carattere ipotetico,
incerto della circostanza temporale (Il nonno è solito leggere fiabe al
nipotino finché il piccolo non si sia addormentato; Appena Ugo decides-
se di partire, Ada dovrebbe seguirlo).
La costruzione implicita prevede l’uso dell’infinito preceduto da
preposizioni, quasi sempre articolate (al, nel, col), del gerundio (pre-
sente o passato) o del participio passato. In genere si può usare la
forma implicita quando il soggetto della reggente è lo stesso di quello
della frase subordinata. Alcuni esempi: Nel chinarsi perse l’equilibrio;
Con l’avvicinarsi della primavera tutto sembra risvegliarsi; Prima di
venire ti telefonerò; Guardando la televisione, sgranocchiava popcorn;
Cessata la pioggia, tutti uscirono per una passeggiata.

La frase causale

Luca ha rimproverato Eva perché parla male degli amici.

La frase causale serve a spiegare la causa, il motivo dell’azione espres-


sa nella frase reggente, stabilisce quindi un rapporto causale con l’e-
vento della principale; è introdotta da perché, poiché, giacché, siccome,
per il fatto che, dal momento che, visto che o tanto più che (Luca è stato
in gamba perché ha mantenuto la calma anche in quella situazione
difficile; Eva non ha tempo per il tennis, dal momento che deve prepa-
rare un esame difficile; Siccome Giulia aveva già fatto i compiti, accettò
l’invito al cinema con gli amici; Mara non era preoccupata per l’esito
dell’esame, tanto più che aveva già ricevuto qualche telefonata di con-
gratulazioni).
La costruzione esplicita delle causali prevede l’uso del modo indi-
cativo e, in casi particolari, l’uso del congiuntivo o del condizio-
nale. Le causali ammettono il congiuntivo quando – in una frase

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negativa o dipendente da una reggente negativa – introducono una
causa fittizia, a cui normalmente segue la causa reale in una coordi-
nata con il verbo all’indicativo (Eva non aveva telefonato a Guido,
non perché temesse la sua reazione ma perché voleva parlargli da vici-
no) oppure quando, in una correlazione, indicano due cause ugual-
mente probabili (O perché sia triste o perché sia stanca, Ada non ha
una bella cera).
Si trova invece il condizionale in causali con intento attenuativo, con
valore eventuale, potenziale, per esprimere un punto di vista sogget-
tivo nell’affermazione che si fa (Laura frequenta le lezioni di ceramica
perché vorrebbe imparare a creare vasi artistici per le piante; La distur-
bo perché avrei da chiederle un favore).
La forma implicita, utilizzata quando il soggetto della frase reggente
è lo stesso di quello della frase subordinata, è introdotta dalla prepo-
sizione per (o di, a) con il verbo all’infinito, al gerundio o al partici-
pio passato (Luca si è rovinato la vista per aver letto sempre con scarsa
illuminazione; Ugo è stato uno sciocco ad aver trascurato la cura dei
denti; Avendo portato solo vestiti di cotone, Eva rabbrividì per tutto il
viaggio; Fatti tutti i compiti, Ugo uscì con gli amici).

La frase finale

Eva aveva comprato etichette e pennarelli colorati per catalogare i suoi fiori
secchi.

La frase finale serve a spiegare lo scopo, il fine dell’azione espressa


nella frase reggente. Può essere introdotta da affinché, perché, in modo
che, per far sì che ecc. (Marta scandiva bene le parole affinché il suo
amico inglese capisse la domanda; Il giardiniere scavò un lungo solco
intorno alle piante, in modo che l’acqua scendesse in profondità; Per far
sì che la crema risultasse più densa, Eva aggiunse dell’altra farina) e ha
il verbo sempre al modo congiuntivo.
Le finali possono essere esplicite se contengono il congiuntivo, pre-
sente se in dipendenza da un presente o da un futuro della reggente,
o imperfetto se in dipendenza da un passato.
La forma implicita è introdotta dalle preposizioni per, di, a o dalle

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locuzioni allo scopo di, in modo da, al fine di con il verbo al modo
infinito (Ho chiamato Anna per spiegarle il malinteso; Ada ha aperto
tutte le finestre in modo da far circolare aria fresca). Si usa la forma
implicita quando il soggetto della frase reggente è lo stesso di quello
della frase subordinata.

La frase concessiva

Anche se Eva non amava l’opera lirica, accettò l’invito a teatro di Ugo.

Ci troviamo di fronte a una circostanza – Eva non ama l’opera – che


è un buon motivo per produrre un effetto prevedibile: rifiutare l’in-
vito a teatro di Ugo. Ci aspetteremmo cioè una causale del tipo Poi-
ché Eva non ama l’opera, rifiuta l’invito di Ugo a teatro. La frase su-
bordinata concessiva rappresenta perciò, da un punto di vista logico, il
mancato verificarsi di un effetto che potrebbe o dovrebbe seguire una
determinata causa, è insomma una specie di causale negata che po-
tremmo rappresentare così:
Poiché Eva non amava l’opera lirica non accettò l’invito di Ugo a teatro.
concessiva
Anche se

Dunque la frase concessiva indica una circostanza che dovrebbe esse-


re di impedimento all’azione espressa nella frase reggente, ma che in
realtà non la impedisce.
La frase concessiva può essere introdotta da sebbene, benché, per
quanto, nonostante che, quantunque, malgrado ecc. (Benché abbia per-
so la finale di tennis, Luca ha trascorso una bella serata con gli amici; È
uscito nonostante (che) piovesse; Per quanto Eva avesse raccomandato
a tutti la puntualità, la cena cominciò con un’ora di ritardo; Resterò a
casa a studiare, malgrado abbia voglia di una bella passeggiata) e ha il
verbo al modo congiuntivo. La locuzione anche se, invece, è seguita
dal verbo all’indicativo (Anche se costa molto, regalerò quella borsa ad
Ada per il suo compleanno).
La forma implicita è introdotta dalla preposizione per con il verbo
all’infinito (Per essere ricchi, conducono una vita veramente misera)

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oppure dalla congiunzione pure con il verbo al gerundio (Pur veden-
dolo, non lo salutò).

La frase consecutiva

Eva è talmente golosa che nasconde cioccolata, caramelle e dolcini nei posti più
impensati.

La frase subordinata introdotta dalla congiunzione che serve a in-


dicare la conseguenza della situazione espressa nella frase reggente
(Eva è talmente golosa). La frase reggente contiene un elemento – tal-
mente – che serve ad anticipare la subordinata. Questo tipo di subor-
dinata, definito frase consecutiva, indica la conseguenza dell’azione o
del fatto espresso nella frase reggente.
La frase consecutiva è anticipata da avverbi come tanto, talmente,
così… che, oppure da aggettivi come tale, simile… che ecc., o da locuzio-
ni come a tal punto, in modo tale… che (Ada parla a voce così bassa che
le sue parole si sentono appena; Eva è dimagrita a tal punto che sembra
uno spaventapasseri; Ugo ha riso tanto da avere le lacrime agli occhi).
In alcuni casi possono essere anche prive di antecedente: Mara non
ha mai frequentato il corso di tedesco, cosicché dovrà iscriversi di nuovo
l’anno prossimo.
In fondo la frase subordinata consecutiva ha una certa affinità con la
frase causale, entrambe sottolineano il nesso causa-effetto, solo che la
frase consecutiva mette in evidenza la conseguenza, l’effetto, mentre
la causale pone l’accento sulla causa.

Luca è così grasso che indossa solo abiti fatti su misura dal suo sarto.
Antecedente Conseguenza
frase reggente frase consecutiva

Luca indossa solo abiti fatti su misura dal suo sarto perché è grasso.
frase reggente frase causale

Le consecutive esplicite contengono un modo finito (indicativo,


congiuntivo, condizionale). Il modo più frequente è l’indicativo.

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Quando la consecutiva assume una connotazione di eventualità,
quando indica una conseguenza possibile, ricorre al modo congiun-
tivo (Ugo ha organizzato tutto in anticipo, in modo che il viaggio fosse
più interessante); il modo condizionale indica che la conseguenza è
subordinata al realizzarsi di una condizione (Ada è così affamata che
potrebbe divorare tutto il frigorifero).

La frase ipotetica

a) Se si allena con maggiore impegno, Lia vincerà quella gara.


protasi apodosi
Periodo ipotetico

La frase subordinata, detta protasi, introdotta dalla congiunzione se,


indica la condizione da cui dipende, o potrebbe dipendere, ciò che
viene espresso nella frase reggente, detta apodosi. Le due frasi – pro-
tasi e apodosi – formano un insieme strettamente legato, chiamato
periodo ipotetico.
La frase subordinata condizionale o protasi è introdotta quasi sem-
pre dalla congiunzione se.
Oltre al modo indicativo, il periodo ipotetico ammette anche l’uso
del congiuntivo nella protasi e del condizionale nell’apodosi:

b) Se si allenasse con maggiore impegno, Lia vincerebbe quella gara.


c) Se si fosse allenata con maggiore impegno, Lia avrebbe vinto quella gara.

Mentre nel periodo ipotetico all’indicativo a la conseguenza espres-


sa nella reggente è data come fortemente probabile, una volta che si
verifichi la condizione espressa nella subordinata, nell’esempio b del
periodo ipotetico al congiuntivo imperfetto e condizionale presen-
te, invece, la conseguenza è presentata come una possibilità, con un
certo margine di incertezza e con un minore grado di probabilità.
Nell’esempio c si indica infine che la condizione espressa dalla protasi
al congiuntivo trapassato o piuccheperfetto è ormai superata e quin-
di la conseguenza (al condizionale passato o composto) è irrealizza-
bile, non potrà mai verificarsi effettivamente.

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Questi tre tipi di periodo ipotetico rappresentano le tre combinazio-
ni fondamentali per presentare il rapporto tra condizione e conse-
guenza nell’italiano standard.
Tuttavia, «la variante colloquiale del sistema standard, presente ta-
lora anche in livelli più alti, prevede la possibilità che l’indicativo im-
perfetto sostituisca il congiuntivo piuccherpefetto nella protasi e/o
il condizionale composto nell’apodosi» (Mazzoleni, 1991b, p. 754).
Possiamo così avere i seguenti enunciati come scelta di registro collo-
quiale in alternativa all’esempio b:

d) Se si allenava con maggiore impegno, Lia avrebbe vinto quella gara.


e) Se si allenava con maggiore impegno, Lia vinceva quella gara.

Le tre combinazioni fondamentali di presentare il rapporto tra con-


dizione e conseguenza utilizzano dunque l’opposizione tra la con-
cordanza all’indicativo e quella al congiuntivo-condizionale per in-
dicare diversi gradi di probabilità di quanto affermato nella protasi e
nell’apodosi, in particolare (ivi, pp. 756-7):

• l’uso dell’indicativo segnala la “possibile verità” dei contenuti;


• l’uso del congiuntivo-condizionale ne segnala la “possibile falsità”.

Infine il costrutto esemplificato nell’esempio c non comunica la “pos-


sibile falsità” dei contenuti di protasi e apodosi, quanto piuttosto la
loro “sicura falsità”: sono infatti «i costrutti tradizionalmente chia-
mati “controfattuali” o “periodi ipotetici dell’irrealtà”» (ibid.).
La controfattualità non è necessariamente connessa alla concordanza
congiuntivo trapassato-condizionale composto, ma può dipendere
anche dal confronto tra contenuto proposizionale e contesto extralin-
guistico (Se i topi volassero, somiglierebbero ai pipistrelli; Se fossi Dante,
scriverei una Divina Commedia riferita ai nostri tempi; Se i cani cantas-
sero, sarebbero più intonati di te).

La frase relativa La frase relativa svolge nel periodo una funzione


analoga a quella dell’apposizione e dell’attributo nella frase semplice,
in quanto presenta una certa proprietà o qualità di un elemento della
frase reggente, detto antecedente.

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a) Ada raccontò a Ugo, suo caro amico, la sua disavventura in una foresta
tropicale.

b) Ada raccontò a Ugo, che è suo caro amico, la sua disavventura in una fo-
resta tropicale.

Il sintagma suo caro amico nell’esempio a svolge la funzione di appo-


sizione composta (formata dal nome amico e dai due attributi suo
caro); la frase subordinata nell’esempio b è introdotta dal pronome
relativo che riferito a Ugo e serve appunto ad aggiungere un’altra in-
formazione su Ugo; ha dunque la stessa funzione logica di un’appo-
sizione o di un attributo. Questo tipo di subordinata è definita frase
relativa e attribuisce una certa qualità a un elemento della frase reg-
gente, detto antecedente; quest’ultimo può essere un nome, un pro-
nome o anche un’intera frase.
La frase relativa è introdotta da pronomi come che, il/la quale, cui,
con cui, di cui, chi, chiunque ecc. (Eva mi indicò la ragazza con la quale
aveva giocato a tennis; Questo è il libro di cui ti ha parlato ieri Ada;
Cerco di aiutare chiunque sia in difficoltà) o avverbi come dove, do-
vunque, ovunque ecc. (Il cucciolo segue Ugo dovunque vada).
Confrontiamo i seguenti esempi di frasi relative:

c) Gli atleti della squadra di nuoto, che sono stati selezionati per le Olimpiadi
di Londra, parteciperanno alle gare solo con costumi omologati.
d) Gli atleti della squadra di nuoto che sono stati selezionati per le Olimpiadi
di Londra parteciperanno alle gare solo con costumi omologati.

Nell’esempio c la relativa compresa tra le due virgole fornisce un’in-


formazione aggiuntiva, non necessaria alla compiutezza semantica
dell’antecedente, è dunque una relativa esplicativa o aggiuntiva; nel
secondo esempio d la frase relativa non è chiusa dalle due virgole e
individua un sottoinsieme specifico rispetto alla classe di tutti gli at-
leti della squadra di nuoto (dalla totalità degli atleti del nuoto solo
quelli che sono stati selezionati per le Olimpiadi), si tratta cioè di una
relativa limitativa o restrittiva.
Le relative dunque si distinguono in limitative (o restrittive) e in espli-
cative (o aggiuntive o appositive): «Le relative limitative introduco-

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no una determinazione indispensabile per individuare il significato
dell’antecedente che, senza la relativa, resterebbe sospeso: “scegli i li-
bri che ti servono”» (Serianni, 2005, p. 622).
La relativa esplicativa, invece, procura un’informazione aggiuntiva,
non necessaria alla completezza semantica dell’antecedente.
Le frasi relative, inoltre, possono anche svolgere la funzione di altri
tipi di subordinate:

e) Ada ha visto Ugo che usciva dalla palestra (= mentre usciva dalla palestra
[temporale]).
f ) Ida vuole un’amica che l’aiuti nell’organizzazione della festa (= tale che l’a-
iuti [finale-consecutiva]).
g) La colpa principale è di Luca, che non ha voglia di studiare (= perché non ha
voglia [causale]).
h) Troverò qualcuno che vi accompagni in pizzeria (= affinché vi accompagni
[finale]).

Gran parte delle relative esplicite, sia esplicative sia limitative, ha il


modo indicativo. Il modo congiuntivo è usato invece nelle relative
che hanno una funzione finale o consecutiva o anche condizionale
(Chi volesse rinnovare [se qualcuno vuole rinnovare…] l’abbonamento
alla palestra, deve andare in segreteria). Il modo condizionale pre-
senta il fatto come eventuale, desiderato o temuto (L’allenatore ha
formato una squadra che avrebbe tutti i requisiti per vincere).
Le relative implicite hanno il modo infinito introdotto da a o da in
dipendenza di un numerale ordinale, di un sostantivo o aggettivo che
indichi la posizione in una certa serie (primo, ultimo ecc.) o l’esclusi-
vità (unico, solo), di un pronome o aggettivo indefinito (Ida fu la pri-
ma a tentare la riappacificazione; Ugo è stato l’unico a difendere Ada
dalle critiche; Pochi sono rimasti a collaborare alla raccolta delle firme
per il referendum). Possiamo trovare una relativa implicita anche in
presenza di un pronome relativo in complemento indiretto quando
l’infinito assume un valore potenziale-eventuale (Luca non dispone
di una sua stanza in cui studiare con calma).
Riassumiamo brevemente nella figura 4 quanto esposto nel paragra-
fo 5.3.2.

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figura 4
Tipi di relazioni sintattiche

proposizioni

Coordinate Subordinate

• Copulative Argomentali Non argomentali Relative


• Disgiuntive • Soggettive • Causali • Limitative
• Avversative • Completive • Finali o restrittive
• Conclusive oggettive e oblique • Temporali • Esplicative
• Esplicative • Dichiarative • Concessive o appositive
• Correlative • Interrogative • Consecutive
indirette • Ipotetiche

5.3.3. Connettere frasi (sentence combining) I periodi o frasi


Esercizi
32-33
complesse consistono in un certo numero di frasi semplici tra loro
collegate secondo una pluralità di relazioni, come abbiamo visto, ma
anche secondo una pluralità di strategie.
Immaginiamo di disporre di un certo numero di frasi sciolte, per or-
ganizzarle in una frase complessa potremmo ricorrere all’aggiunta di
connettivi appropriati o alla trasformazione di frasi esplicite in impli-
cite, alla pronominalizzazione e all’eliminazione di ripetizioni. Saper
connettere frasi (sentence combining) significa insomma controllare
una sorta di mobilità sintattica, una dimensione della competenza
di scrittura, che consente di costruire segmenti testuali secondo un
repertorio di possibili soluzioni sintattiche, con un atteggiamento di
ricerca e di sperimentalismo verso la sintassi. Questo tipo di esercizio
può essere utile per riflettere sul progressivo montaggio di un testo,
sui principali meccanismi della testualità.
Consideriamo i seguenti gruppi di frasi e la loro combinazione in
frasi complesse:

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a) Francesco preparava la ricerca di scienze.
L’insegnante aveva assegnato a Francesco una ricerca di scienze.
Francesco preparava la ricerca di scienze che l’insegnante gli aveva assegnato.
b) Anna si sentiva troppo stanca.
Anna rinunciò alla pizza con gli amici.
Poiché Anna si sentiva troppo stanca, rinunciò alla pizza con gli amici.

Per connettere le frasi sono state eliminate le ripetizioni: mediante l’uso


dei pronomi che, gli in a oppure mediante l’ellissi del nome Anna in b,
dove è stato inserito anche il connettivo subordinante causale poiché.
Consideriamo la connessione di un maggior numero di frasi:

c) La bambina si alzò sulla punta dei piedi.


La bambina premette il naso contro la finestra.
La finestra era ghiacciata.
La bambina ridacchiò con piacere.
La bambina non aveva mai visto la neve prima.
Quando la bambina si alzò sulla punta dei piedi e premette il naso contro la
finestra ghiacciata, ridacchiò con piacere perché non aveva mai visto la neve prima.

Ma anche:

Alzandosi sulla punta dei piedi e premendo il naso contro la finestra ghiacciata, la
bambina ridacchiò con piacere perché non aveva mai visto la neve prima.

Oppure:

La bambina si alzò in punta di piedi, premette il naso contro la finestra ghiacciata


e ridacchiò con piacere: non aveva mai visto la neve prima.

Non esiste insomma un’unica combinazione corretta, esistono piut-


tosto modi più o meno efficaci di organizzare singole frasi in una
struttura complessa: il periodo. E, poiché diverse sono le strategie
per organizzare sintatticamente una pluralità di singole frasi, è op-
portuno rivolgere l’attenzione non tanto a cercare la combinazione
corretta, quanto piuttosto a considerare le differenti possibili arti-
colazioni del periodo, prima di decidere quale sia la soluzione più
efficace rispetto ai propri scopi comunicativi.

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Naturalmente possono esserci anche soluzioni scorrette, ad esempio
formulazioni incoerenti o controfattuali, come in d e in e, o frasi pri-
ve di coesione come in f, o poco fluide:

d) L’uranio comincerà a scarseggiare dal 2025-35.


I prezzi aumenteranno.
*
L’uranio comincerà a scarseggiare dal 2025-2035 anche se i prezzi aumenteranno.
Formulazione corretta: I prezzi aumenteranno perché l’uranio comincerà a
scarseggiare dal 2025-20.
e) Ida invitò a casa i suoi amici per una festa.
Ida era affaticata da una giornata di lavoro infernale.
*
Ida invitò a casa tutti i suoi amici per una festa perché era affaticata da una
giornata di lavoro infernale.
Formulazione corretta: Sebbene fosse affaticata da una giornata di lavoro
infernale, Ida invitò a casa tutti i suoi amici per una festa.
f ) Ho prestato il manuale di fisica a una tua amica.
Ieri ti ho visto in discoteca con una tua amica.
*
Ho prestato il manuale di fisica a una tua amica che ti ho visto ieri in discoteca.
Formulazione corretta: Ho prestato il manuale di fisica a una tua amica con
cui ti ho visto ieri in discoteca.

Per valutare la combinazione di frasi più efficace bisogna considerare


principalmente la coerenza logico-sintattica tra le singole frasi e la
chiarezza con cui l’insieme della frase complessa comunica un deter-
minato contenuto a chi riceve l’informazione.

5.3.4. Mobilità sintattica: trasformazioni e parafrasi La mobi-


lità sintattica si esplica anche nel saper trasformare un testo dato per
una molteplicità di scopi. Rielaborare e riscrivere significano trasfor-
mare un testo a (o parte di esso) attraverso una serie di procedure
cognitive e linguistiche e produrre un nuovo testo b.
Consideriamo il seguente testo e due sue diverse riformulazioni:

L’Assemblea del Senato ha dato il via libera definitivo alla legge che vieta siga-
rette, sigari e pipe nei locali pubblici e aperti al pubblico. Per gli amanti delle
“bionde” saranno predisposti nei locali pubblici – bar e ristoranti – spazi sepa-
rati con impianti per il ricambio dell’aria. Stesso discorso anche per le carceri
dove dovranno essere predisposti appositi locali riservati ai soli fumatori. (62
parole)

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Parafrasi
Il Senato ha varato definitivamente la legge che proibisce sigarette, sigari e pipe
nei locali pubblici o frequentati dal pubblico. Per i fumatori saranno allestiti
nei bar e nei ristoranti o in altri locali pubblici spazi appositi nei quali si prov-
vederà al ricambio dell’aria. Le stesse misure saranno adottate nelle carceri dove
dovranno essere riservati locali idonei per i fumatori. (60 parole)

Riassunto
Il Senato ha approvato la legge che vieta il fumo nei locali pubblici e nelle carce-
ri, dove dovranno essere predisposti spazi riservati ai fumatori con impianti per
il ricambio dell’aria. (31 parole)

Si tratta di due forme di riscrittura del testo originale. Se confrontia-


mo i due tipi di rielaborazione noteremo immediatamente un dato
quantitativo: il primo ha sostanzialmente la stessa estensione del te-
sto originale, mentre il secondo è pari alla metà. Nel primo caso si
tratta di una parafrasi, nel secondo di un riassunto.
La parafrasi riformula con parole diverse gli stessi concetti di un testo
di partenza. Un suo aspetto caratteristico è il processo intertestuale
che si stabilisce tra i due testi, quello di partenza e quello di arrivo.
Afferma in proposito Rosanna Sornicola (1999, p. 29):

La funzione parafrastica si diversifica in maniera interessante da altre funzioni


di discorso come quella narrativa o quella argomentativa, fondamentalmente
perché, a differenza che in queste, la dimensione testuale non riguarda soltanto
le manifestazioni strutturali, ma è caratteristica intrinseca e costitutiva. Ogni
parafrasi è infatti una relazione prioritariamente definita tra testo e testo, o tra
porzione di testo e porzione di testo, mentre ciò non vale per le altre funzioni
di discorso, per le quali è prioritario il rapporto tra testo e contesto extralingui-
stico. La funzione parafrastica, in altri termini, è per eccellenza intralinguistica,
essa trasforma strutture linguistiche in altre strutture linguistiche.

Sornicola riconduce la funzione parafrastica a una vera e propria


“competenza di parafrasi” (ivi, p. 30):

Si tratta di una capacità di riformulare, che richiede non solo una certa am-
piezza dell’inventario lessicale e di strutture sintattiche (il che costituisce una
condizione necessaria ma non sufficiente), ma anche una specifica abilità a “tra-
sformare” il testo.

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Anche in un discorso orale ricorriamo frequentemente alla parafrasi
quando, ad esempio, cerchiamo di spiegare meglio quanto abbiamo
appena detto, cercando un modo più chiaro di esprimere gli stessi si-
gnificati. In simili casi ci troviamo di fronte a parafrasi intratestuali.
Per parafrasare un testo si possono modificare singole parole oppure
si può trasformare più radicalmente l’organizzazione sintattica della
frase. Consideriamo un esempio:

La temperatura sta gradualmente aumentando in molte parti del globo ter-


restre.

Possiamo parafrasarlo con sostituzioni lessicali (a) oppure con tra-


sformazioni sintattiche (b):

a) La temperatura sta salendo lentamente in molti luoghi della Terra.


b) La maggior parte della Terra sta diventando progressivamente più calda.

Troviamo simili operazioni anche nei testi esemplificati:

L’Assemblea del Senato ha dato il Il Senato ha varato definitivamen-


via libera definitivo alla legge te la legge

che vieta che proibisce

Per gli amanti delle “bionde” sa- Per i fumatori saranno allestiti
ranno predisposti
Le stesse misure saranno adottate
Stesso discorso anche per le carceri nelle carceri

Anche il riassunto può essere inteso come una forma di parafrasi, una
parafrasi sintetica, perché riduce il numero di parole e dunque l’esten-
sione del testo originale. Si tratta di trasformare il testo di partenza
in uno più breve, rinunciando a una parte di ciò che viene detto nel
testo originario, senza modificarne il senso complessivo.
Per questa attività linguistico-cognitiva, il modello di Kintsch e van
Dijk (1978) postula l’elaborazione di una sintesi mentale del testo
attraverso tre operazioni principali: cancellazione dell’informazione
ridondante; generalizzazione di sequenze di proposizioni con alcune

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più generali; (ri-)costruzione di una macroproposizione che integri
eventuali informazioni non dette.

5.4. Elaborazione del testo


Da un punto di vista semiotico, cioè mettendoci nella prospettiva del-
la comunicazione e dei suoi strumenti in generale, lo scrivere implica
l’interazione di quattro dimensioni che possono essere così schema-
tizzate a partire dalla descrizione che ne dà De Mauro (1980, p. 35):

• la dimensione semantica, che è quella del rapporto tra il significato di un se-


gno e i suoi possibili sensi;
• la dimensione espressiva, che è quella del rapporto tra il significante e le diver-
se espressioni che possono realizzarlo;
• la dimensione sintattica, che è quella del rapporto tra un segno e gli altri segni
dello stesso codice;
• la dimensione pragmatica, che è quella dell’utilizzazione che di un segno fan-
no gli utenti (emittenti e riceventi) per informarsi, minacciarsi, corteggiarsi,
interrogarsi ecc.

Imparare a scrivere significa dunque imparare a padroneggiare il


complesso intreccio di queste quattro dimensioni che, nei messaggi
verbali, non sono indipendenti tra loro ma co-variano.
Controllare la propria scrittura significa acquisire la consapevolez-
za delle diverse scale di costruzione del testo e di come ogni livello
abbia una sua specificità di esecuzione ma – al tempo stesso – condi-
vida tratti pertinenti con altri livelli: il livello sintattico, ad esempio,
interagisce con quello lessicale, perché le virtualità sintattiche di un
lemma orientano le scelte di organizzazione delle frasi, e il livello les-
sicale interagisce con quello sociolinguistico: ad esempio l’opzione
tra in ottemperanza agli obblighi contrattuali e nel rispetto degli impe-
gni previsti dal contratto è una variabile diafasica relativa alla specifica
forma testuale adottata e alla situazione comunicativa.

5.4.1. Pianificazione del testo La scrittura è un processo flessi-


bile e circolare, con continui ritorni e intersezioni tra i vari sotto-
processi. Modelli come quelli di Hayes e Flower (1980), ad esempio,

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o di Bereiter e Scardamalia (1995) implicano infatti l’interazione a
più livelli delle diverse fasi procedurali. Ad esempio la fase di idea-
zione non si esaurisce tutta prima della stesura, ma la accompagna
con continue nuove focalizzazioni delle cose da dire, così come il
rapporto tra i materiali approntati prima della stesura e le idee e i
dati messi a punto nel corso dell’elaborazione è di natura dinamica e
flessibile; se in una prima fase di lavoro è stata definita, ad esempio,
una trama sommaria di dati e di idee per avere il quadro complessivo
delle cose da dire, si può poi provvedere ad articolarla gradualmente
nei dettagli e a completarla nel corso stesso dell’elaborazione scritta
del testo.
Per Hayes e Flower la scrittura è un processo caratterizzato dalla ri-
corsività che comporta alcune fasi specifiche:

• prescrittura (o pianificazione del testo);


• scrittura e riscrittura (controllo dei singoli paragrafi/capoversi ed
eventuale riscrittura di ciò che non funziona o funziona poco);
• revisione o postscrittura (controllo finale del testo per cambiare e/o
potenziare la sua efficacia comunicativa).

Quando si affronta un compito di scrittura, secondo Bereiter e Scar-


damalia, si può optare per due strategie:

• dire tutto ciò che si sa (utilizzando una strategia associativa tipica


della conoscenza inerte per cui si “dicono le conoscenze”);
• pianificare, porsi domande e cercare risposte; avviene allora una ri-
cerca che porta chi scrive a una trasformazione delle conoscenze.

Perché la strategia del knowledge telling, cioè lo scrivere “ciò-che-si-sa”,


cambi in knowledge transforming, cioè lo scrivere per “trasformare-
ciò-che-si-sa”, è necessario acquisire una prospettiva della scrittura
come “soluzione di problemi”.

Allontanamento dall’oralità La formazione di una competenza


di scrittura passa attraverso lo sviluppo della pianificazione testuale,
anche per testi di limitata estensione, e richiede il progressivo allon-
tanamento dall’oralità. Può accadere, infatti, di scrivere le cose così

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come vengono in mente, secondo quel flusso indeterminato tipico
del parlato spontaneo. Pianificare un testo significa invece allonta-
narsi dall’oralità, non solo come presa di coscienza della radicale di-
scontinuità fisiologica, cognitiva tra scritto e parlato, della profonda
differenza di elaborazione concettuale e di scansione sintattica pro-
pria delle due varietà diamesiche, ma anche come controllo e limita-
zione del coinvolgimento personale proprio dell’oralità, a vantaggio
dell’informatività della comunicazione e della sua strutturazione sul
piano logico-concettuale.
La fase di prescrittura o pianificazione del testo prevede la generazio-
ne, la raccolta e l’organizzazione delle idee; queste operazioni posso-
no essere condotte con diversi tipi di tecniche: una lista di idee, una
mappa concettuale (che evidenzia le relazioni tra le idee e, eventual-
mente, esplicita anche le relazioni gerarchiche) fino alla scaletta, che
organizza le idee secondo un ordine e una gerarchia. La scaletta è
articolata in brevi enunciati che fungono da titoli, anche provvisori,
dei futuri paragrafi del testo; in alcuni casi è utile anche esplicitare le
operazioni comunicative destinate a sviluppare ogni singolo punto
della scaletta (ad es. spiegare i motivi…, analizzare…, confrontare…,
esemplificare… ecc.).

Una mappa di idee Pianificare un testo significa sostanzialmente


raccogliere le idee, selezionarle e organizzarle in base a una serie di
scelte: lo scopo comunicativo, il destinatario del proprio testo, la sua
forma ed estensione. Raccogliere le idee prima di stendere un testo
non è un’operazione ovvia. Si dovrà dedicare un’attenzione appro-
fondita a questo aspetto, se non si vuole che a testo ormai quasi con-
cluso vengano in mente nuove idee, magari importanti, che difficil-
mente potranno essere recuperate nel proprio discorso.
Una prima fase importante per produrre testi è quella in cui si va
“a caccia di idee”. Come? Leggendo, consultando o studiando docu-
menti di vario genere, oppure riflettendo e provando a elaborare una
lista di idee su un determinato argomento, liberamente, così come
vengono in mente, secondo la tecnica del brainstorming (letteral-
mente “tempesta del cervello”). Il brainstorming permette di fare un
primo inventario di concetti, riflessioni, problemi, aspetti particolari

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figura 5
Sull’attività di un’entità X

A scuola scrivono
soprattutto temi Alcuni (soprattutto
ragazze) scrivono
I ragazzi diari personali
scrivono poco
Le ragazze
scrivono di più

Scrivono messaggi
brevi come gli sms Chattare è un po’
come parlare per
iscritto
Preferiscono
Non usano molto chattare
la posta elettronica

di un certo argomento per poi trovare possibili collegamenti oppure


per sviluppare nuovi concetti.
Si prende nota e si trascrive questa importante fase iniziale di idea-
zione con una mappa concettuale che rappresenta le idee secondo le
loro possibili e molteplici interconnessioni reciproche.
Ad esempio, supponiamo di dover focalizzare la riflessione su un ipo-
tetico argomento del tipo: Quali occasioni concrete di scrittura esistono
oggi per gli adolescenti? Come e quando scrivono i ragazzi nella realtà
quotidiana? Si potrebbe rappresentare una parziale sintesi dell’ipoteti-
co brainstorming con la mappa concettuale rappresentata nella figura 5
(l’esempio è rielaborato a partire dai materiali prodotti da Fabio Risolo
per il progetto CampusOne 2003, Università Federico ii di Napoli).

La scaletta Si tratta insomma di strutturare un primo embrione


Esercizio di
temi da sviluppare, mettendone anche in evidenza i vari possibili
34
collegamenti. Da questa fase si può poi passare a una successiva rior-
ganizzazione dei concetti in funzione del futuro progetto testuale.

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La scaletta è appunto questo “piano di lavoro” per elaborare il futuro
testo: è un indice più o meno organizzato e strutturato delle idee che
si desidera sviluppare. La scaletta rappresenta dunque una fase già
più o meno avanzata di progettazione delle cose da dire e dell’ordine
possibile in cui dirle.
La scaletta a lista, ad esempio, consiste in un elenco di idee o di titoli,
scritti andando a capo quando si cambia argomento, via via che gli
argomenti vengono in mente, senza particolari articolazioni. È utile
quando bisogna annotare in fretta i temi che si conta poi di appro-
fondire in un secondo momento. La scaletta per argomenti o per frasi
organizza invece i contenuti secondo un criterio di maggiore o mino-
re importanza, distinguendo le idee più generali da quelle più speci-
fiche, e collocandole in una successione ordinata. In essa quindi è già
presente una pianificazione strutturata del testo in quanto emerge
con chiarezza l’importanza dei temi e di un loro ordine. Si tratta in
realtà di un modo per “fotografare” la struttura tematica essenziale,
l’“intelaiatura” dei concetti.
Sull’argomento Le scritture degli adolescenti, ecco un’ipotetica scalet-
ta che, attraverso la numerazione di due livelli di articolazione, pro-
pone la gerarchia dei temi generali e dei sottotemi particolari.
Gli adolescenti scrivono:

1. A scuola in base a precise consegne dei professori:


1.1. testi per i quali occorre saper sintetizzare (riassunti e questionari);
1.2. testi per i quali occorre saper argomentare e analizzare (relazioni e
temi).
2. Tutti i giorni per esigenze comunicative personali:
2.1. gli sms, che costituiscono la forma di scrittura giovanile più diffusa;
2.2. le lettere, generalmente inviate ad amici o parenti.
3. Al computer:
3.1. la posta elettronica;
3.2. le chat, talora scritte con lo scopo di instaurare veri e propri rapporti
di amicizia.
4. Per sé stessi:
4.1. diari, in cui prevale l’elemento della libera espressione emotiva;
4.2. gli appunti di studio, per uso personale;
4.3. liste, relative a promemoria di attività da svolgere.

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5.4.2. La revisione del testo La pianificazione di un testo è co-
munque un progetto dinamico: lo scrittore esperto confronta conti-
nuamente in itinere la congruenza dell’elaborazione del proprio testo
con il suo progetto e l’efficacia e pregnanza di questo rispetto al pro-
gressivo sviluppo testuale. Effetti di questo controllo sono le even-
tuali modifiche e correzioni ora dell’uno ora dell’altro. Si potrebbe
dire che il grado di rigidità o di flessibilità con cui chi scrive gestisce
il proprio progetto testuale sono funzione del particolare livello di
padronanza che egli ha della scrittura.

Leggibilità e comprensibilità La bussola che governa il controllo


dell’efficacia comunicativa di un testo scritto è sintetizzabile nei due
parametri di leggibilità e comprensibilità. Si tratta cioè di dislocarsi
dalla parte del ricevente per valutare la chiarezza di quanto si è scrit-
to: è comprensibile? poteva essere detto meglio? Si tratta di domande
che mettono in diretto contatto produttore e destinatario di un testo.
Questo aspetto particolare dell’inscindibilità dei processi produttivi
da quelli ricettivi va considerato anche nel suo generale aspetto etico:
il rispetto del proprio destinatario e del suo diritto a capire.
La revisione è un momento cruciale del processo di scrittura. Il grado
di maggiore o minore manipolazione della propria minuta è la spia
di quanto consapevolmente siano controllate le strategie di monito-
raggio e autocorrezione.
Le strategie di revisione non sono da collocare solo alla fine della ste-
sura, ma vanno attivate più volte in itinere, durante il processo di scrit-
tura. In tale prospettiva può essere utile progettare griglie di verifica
con le quali abituarsi gradualmente a controllare il proprio scritto.
La revisione non è solo dunque l’adeguamento della propria scrittu-
ra alle regole del codice linguistico, ma è anche una strategia volta a
dire meglio le cose e a chiarire quanto si vuole dire, ristrutturando la
sostanza stessa del proprio pensiero. Ecco una griglia di domande per
affrontare in modo consapevole e sistematico il lavoro di revisione.

1. Efficacia comunicativa
• Il testo che ho prodotto risponde alle caratteristiche proprie di una
relazione o di una tesina (o di un’altra forma testuale specifica: articolo,
recensione, saggio documentato ecc.)?

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• Riesce a ottenere lo scopo di informare/convincere/suscitare interes-
se/dar voce a opinioni personali?
2. Struttura tematica (il contenuto)
• Quello che ho scritto rispecchia il mio pensiero?
• Ho espresso giudizi senza documentarli o argomentarli in modo
convincente?
• Gli argomenti sono stati affrontati in modo esaustivo?
• Ci sono affermazioni approssimative, generiche, poco pertinenti o
poco significative?
3. Struttura espositiva/argomentativa
• Il testo presenta un inizio, uno svolgimento e una conclusione?
• Risulta evidente quali sono le idee centrali e quelle secondarie?
• Ci sono sproporzioni tra un argomento e l’altro?
• L’esposizione è coerente o presenta salti logici e contraddizioni?
• È sempre chiaro il collegamento tra un’affermazione e la successiva?
4. Lessico e sintassi:
• Il lessico è adeguato alla situazione comunicativa? È troppo sciatto,
generico? Ci sono ripetizioni, termini impropri o poco significativi?
• I legami morfologici fra le parole sono corretti (concordanze ma-
schile/femminile, singolare/plurale, persona/verbo, pronomi ecc.)?
• La punteggiatura è appropriata?
• Le frasi sono collegate attraverso connettivi appropriati?
• I connettivi sono usati in modo corretto, secondo la loro funzione
(per esprimere rapporti di tempo, fine, causa-effetto, conseguenza, pre-
messe, ipotesi ecc.)?
• Ci sono periodi troppo lunghi da spezzare? O troppo brevi da unire
fra loro?

Ecco alcuni degli interventi più comuni e frequenti in fase di revisio-


ne, a livello strutturale, lessicale e sintattico.

• A livello strutturale:
1. taglio/spostamento/aggiunta di periodi o paragrafi;
2. suddivisione/accorpamento di paragrafi;
3. eliminazione/creazione di sottoparagrafi;
4. modifica dei titoli dei paragrafi o sottoparagrafi.
• A livello lessicale e sintattico:
1. taglio/spostamento/aggiunta di singole parole o espressioni;

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2. sostituzione di parole o espressioni con sinonimi e perifrasi;
3. passaggio dalla forma attiva alla forma passiva e viceversa;
4. taglio/spostamento/aggiunta di intere proposizioni;
5. suddivisione/accorpamento di frasi troppo lunghe/brevi;
6. modifica dei legami sintattici tra una frase e l’altra;
7. passaggio dalla forma implicita alla forma esplicita e viceversa;
8. passaggio dalla forma affermativa a quella interrogativa/esclamativa/
dubitativa e viceversa.

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