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Accademia Editoriale

Il "Fiume" eracliteo secondo Seneca


Author(s): Antonio Capizzi
Source: Quaderni Urbinati di Cultura Classica, New Series, Vol. 35, No. 2 (1990), pp. 71-76
Published by: Fabrizio Serra Editore
Stable URL: http://www.jstor.org/stable/20547049
Accessed: 16-06-2016 05:33 UTC

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Il "fiume" eracliteo secondo Seneca

Antonio Capizzi

Nonostante il par?re contrario di Marcovich \ che fa risalire tanto


Sen. Ad Lucil. VI 58,22 quanto Heraclit. Quaest. Horn. 24 a una proba
bile interpretazione scettica delPEfesio, ritengo che avesse ragione Ca
logero2 asserendo che "in questo caso Seneca si dimostra particular
mente accurato nel riprodurre le parole di Eraclito": che lo stoico ro
mano avesse sottomano testi eraclitei lo dimostra la citazione testuale
di parte del fr. 106 nella stessa raccolta di lettere3. Assai precisi sono
i ragguagli di Seneca su altri sapienti presocratici arcaici, e altrove4 ho
cercato di mettere in evidenza quanto illuminante sia la sua testimonianza
sulPidea della terra galleggiante sulPacqua cara a T?lete5. Che nel pas
so sulla met?fora eraclitea del fiume egli avesse presenti parole autenti
che di Eraclito non mi sembra si possa dubitare; da parte mia aggiungerei
che ancora una volta la comprensione del testo greco ?, come per le no
tizie su T?lete, assai profonda, anche se (come la maggior parte delle
testimonianze) i problemi esegetici non mancano. Riportiamo dunque
il testo latino nella parte che ritengo riferita alio Skotein?s i?nico:

1 M. Marcovich, Heraclitus. Greek Text with a Short Commentary. Editio Maior, Me


rida 1967, p. 211; cfr. G.S. Kirk, Heraclitus, the Cosmic Fragments, Cambridge 1954, p. 372.
2 G. Calogero, Storia della l?gica antica I. Veta arcaica, Bari 1967, p. 86.
3 Ad Lucil. I 12,7, su cui si veda G. Stegen, 'Unus dies par omni est (Heraclite, fr.
1063, Diels dans S?n., Epist., 12,7)', Latomus 31, 1972, pp. 829-832.
4 A. Capizzi, La repubblica c?smica, Roma 1982, p. 302 e n. 212.
5 Nat. quaest. III 14.

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Hoc est, quod ait Heraclitus: "in idem flumen bis descendimus et non
descendimus". Manet enim fluminis nomen, aqua transmissa est. Hoc
in amne manifestius est quam in homine: sed nos quoque non minus
velox cursus praetervehit, et ideo admiror dementiam nostram, quod
tantopere amamus rem fugacissimam, corpus, timemusque, ne quando
moriamur, cum omne momentum mors prioris habitus sit: vis tu non
timere, ne semel fiat, quod cotidie fit!

II primo problema nasce da un confronto tra Seneca e il gi? menzio


nato mitografo Eraclito, la cui versione ? stata da Diels e Kranz consi
derata frammento (49 a) e da Marcovich semplice testimonianza (40 c2):
si tratta di quel bis che manca nel testo greco (noT:<x\idi<; xo?? auxot?
e[x?atvo(xev te xai oux i(x?atvo[jLev) e che ha spinto gli interpreti moderni
a chiedersi se fosse stato Pomerista di lingua greca a omettere un St?6
o il filosofo di lingua latina ad aggiungere il bis7. Poco rilevante mi
sembra Pargomentazione di Diano e Serra8 che vogliono inutile il bis
proprio perch? nel passo di Seneca ? centrale Popposizione, la coesistenza
dei contrari (descendimus et non descendimus) in un'unica azione, quella
dello scendere nel fiume: anche se tale centralita fosse vera (ma vedre
mo che le parole successive ne fanno dubitare), il principio della coinci
dentia oppositorum sarebbe valido sia che nel fiume si scenda una volta
sola, sia due volte. Ci? che ci consente di scegliere il "due volte" ? Pi
noppugnabile osservazione di Calogero9: se Eraclito avesse fatto rife
rimento all? scendere una sola volta nel fiume, e tale discesa fosse, oltre
che affermata, anche negata, non si capirebbe pi? la correzione di Cra
tilo attestata da Aristotele10, quella secondo cui nel fiume non si scen
de neanche una volta; Cratilo, cio?, non avrebbe corretto Eraclito, ma

6 Schleiermacher, Walzer, Kirk, Marcovich integrano il passo nelle rispettive edi


zioni; la stessa integrazione ? sostenuta da Calogero, op. cit. p. 86.
7 Cos? pensano: O. Gigon, Untersuchungen zu Heraklit, Basel 1945, p. 107; C. Maz
zantini, Eraclito, Torino 1945, pp. 82-83; R. Mondolfo, T frammenti del fiume e il flus
so universale in Eraclito', in E. Zeller - R. Mondolfo, La filosof?a dei Greci nel suo sviluppo
storico I 4, Eraclito, Firenze 1961, p. 39 sgg., alle pp. 42-43; R. Laurenti, Eraclito, Bari
1974, pp. 134-136; C. Diano - G. Serra, in Eraclito, Iframmenti e le testimonianze, Mila
no 1980, pp. 122-123.
8 Loc. cit.
9 Op. cit. p. 104 n. 32.
10 Metaph. 1010 a 11-15.

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lo avrebbe confermato. Di nuovo, Seneca si dimostra lettore pi? atten


to di altri.
Un secondo problema, dopo il bis, ? presentato dal nomen: manet il
nome del fiume (lo Scamandro resta sempre lo Scamandro e il Meandro
sempre il Meandro); transmissa est la realt?, e cio? Pacqua nella quale
si scende di fatto. Marcovich n ha osservato che Y idem di Seneca tra
duce esattamente (sia pure nella versione al singolare ehe caratterizza
Pintera traduzione latina) sia il fr. 12 sia il 49 a nella comune espressio
ne ToT?(tv) auToT?(tv) riferita a ^oxafjLo??(t): e che aqua transmissa est corri
sponde alPexepoc xai exepa SSoctoc emppel del fr. 12; il che ancora una volta
restituisce autenticit? alia lettura senecana, lasciandoci intendere che ef
fettivamente Eraclito parlava di identit? del nome e di perenne modifi
ca del contenuto. Gi? prima Calogero, lo studioso che imperni? la sua
lettura dei presocratici sulPidentit? tra realt? e linguaggio, diede un for
te rilievo al nomen evidenziato da Seneca, osservando:

Se Pidentit? nominale fosse distinta dalPidentit? reale, quelPantitesi non


avrebbe luogo, perch? i suoi termini non si troverebbero sullo stesso
piano: il fiume starebbe di nome e muterebbe di fatto, altro sarebbe
il punto di vista delPidentit? e altro quello della non identit?. Anche
qui, dunque, la concezione eraclitea presupporrebbe che la determina
zione verbale valga come determinazione reale: la fermezza di quel che
sta ? la fermezza della cosa nominata12.

? chiaro che uno storico del livello di Calogero non poteva nascon
dersi a lungo il fatto che Eraclito, e soprattutto PEraclito che Seneca
ci rivela, contraddice al postulato della sua storia della l?gica arcaica:
Serra e Diano13 sono del par?re che *'Eraclito ignorava questa opposi
zione di ovo(xa ed epyov"; Calogero la ritrova invece nel fr. 32 (Ztjvo?
?vojxa contrapposto all? Zeus reale)14, nel 48 ("Parco ha nome vita ma
la sua opera ? morte")15, nel 56 (Omero messo in imbarazzo dai ragaz
zi con un gioco di parole)16, ecc. Nel 1936, quando usc? il saggio su Era

11 Op. cit. p. 213; per aqua transmissa est gi? prima Calogero, loc. cit. n. 34.
12 Op. cit. pp. 86-87.
13 Op. cit. p. 123.
14 Op. cit. pp. 87-88.
15 Ivi, p. 74.
16 Ivi, p. 92.

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clito17, egli si sforzava di far rientrare questi passi nella "coalescenza


arcaica" tra linguaggio e realt?, dichiarando che "questo ?vojx?CeaOat era
cliteo corrisponde con ci? esattamente alP?vojx?CeaOai parmenideo, ca
ratterizzando al pari di esso il mondo delle cose sing?le, nelPunit? arcaica
della determinazione per cui ciascuna di esse ? ad un tempo esistente,
pensata ed espressa"; e riduceva la differenza alPessere assoluto della cosa
nome in Parmenide e al suo essere e non essere insieme in Eraclito18:
ma il fossato tra i due sapienti ? assai pi? ampio, perch?, l? dove Parme
nide ribadisce con estrema costanza Paccoppiamento di parlare e pensa
re 19 che sembra quasi il suo sigillo personale e che conferma in pieno
Pintuizione di Calogero, Eraclito insiste invece sul conflitto tra fare e
nominare in Zeus, nelParco e certamente anche nel fiume, il che ? esat
tamente Popposto; cosicch? Calogero, il quale gi? negli anni trenta ave
va riconosciuto che la pretesa di Cratilo di "indicare col dito" anziehe
nominare20 era coerente con la sua lettura di Eraclito in chiave di 7c<xvtoc
XoopeT21, una volta che nominare ? fissare22, raccogliendo e annotando
i suoi articoli nella Storia della l?gica antica (1967)23 fini per riconosce
re che Panalogia tra Y onomazesthai eracliteo e Y onomazesthai parmeni
deo non ? cosi stretta corne Diels24 pretendeva.
Non ? stata, invece, molto approfondita la parte seguente del raggua
glio di Seneca, forse perch? la prima persona (admiror) ha fatto pensare
che il pensiero eracliteo fosse stato sostituito da riflessioni personali
dell'autore latino, evidentemente non presocratiche ma stoiche. E
tuttavia Pintervento personale del testimone non implica che egli abbia
desistito dal testimoniare: anzi, la coerenza del discorso resta intatta e

17 G. Calogero, 'Eraclito', Giorn. crit. filos, it. 17, 1936, pp. 195-224.
18 Storia della l?gica, cit. p. 89.
19 Ouxe y?p av yvotrj?... ouxe ?paaat? (2,7-8); XP'H ^?yetv xe voe?v (6,1); ou8\. ?aaaco
?aaGat a'ou&? voetv ou -f?p ?orc?v ouS? vot)t?v (8,7-8); <xv?7]tov ?va>vu[xov (8,17); rcta-c?v
X?yov rjB? v?Yj(xa (8,50).
20 Aristot. /oc. cit.
21 Plat. CW. 402 A.
22 Calogero, Storia, cit. p. 87.
23 Ivi, pp. 63-95 (ristampa dell'articolo del 1936) e 96-107 (note aggiuntive). La nota
citata ? la 41 aile pp. 105-106.
24 H. Diels, Parmenides' Lehrgedicht, Berlin 1897, p. 85.

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consequenziale.
Seneca non ignora la lettura cratilea della met?fora del fiume, notissi
ma attraverso il Cratilo e il Teeteto di Platone; voglio dire Papplicazione
dello "scorrere" alie cose sensibili, e cio? la pi? diffusa e anche la pi?
volgare interpretazione di Eraclito (?pdnta re? ormai tristemente famo
so). In effetti Paccenno senecano a Eraclito si inserisce in un articolato
discorso su Platone che comincia spiegando a Lucilio le "sei cat?gorie"
attribuite al maestro ateniese, prosegue delucidando la dottrina delle idee
con relativa definizione, mette poi in luce come appunto per Platone
(e non per Eraclito) le cose visibili e tzngib'?i fluunt corne le acque dei
fiumi, cosicch? quicquid vides, currit cum tempore; e, a questo punto,
si aggancia ad Eraclito: Ego ipse, dum loquor mutari ista, mutatus sum:
hoc est, quod ait Heraclitus etc. Nessun dubbio che lo "scorrere delle
cose" per Seneca, che non pu? sapere molto di Cratilo, ? dottrina di
Platone, mentre di Eraclito ?, in rapporto preciso con la met?fora del
fiume, il continuo mutamento interiore delPessere umano25. Dopo i
due passi discussi, quello dello scendere uno o due volte nel fiume e Pal
tro esplicativo secondo il quale del fiume resta il nome e le acque scor
rono via, Seneca riprende Pattacco delYexcursus extra-platonico: e cio?
Pidea che, se Platone fa "scorrere" tutte le cose percettibili ai sensi, Era
clito ha compreso il mutamento incessante del sing?lo uomo, ed ? que
sto che ha voluto intendere con Pimmagine del fiume che rimane taie
solo di nome. L'idea si precisa ulteriormente: dopo un istante un deter
minato individuo, pur avendo lo stesso nome di prima, ? diventato un
altro; Puomo che era prima ? morto, un altro uomo ? nato al suo posto;
e allora temer? la morte, temer? che avvenga in un dato momento ci?
che in noi avviene in ogni momento, ? pura pazzia (dementia).
Seneca ha forse distorto in senso stoico (e stoico ? indubbiamente lo
stile) il punto di partenza eracliteo? Non sembra proprio, se confron
tiamo il senso delle sue parole con quello di altri frammenti eraclitei.
Per Eraclito gli esseri umani "appena nati gi? desiderano di vivere e avere
i loro destini di morte" (fr. 20); un uomo "mentre dorme, pur essendo
vivo, ? vicino a un morto" (fr. 26), e morte ? anche "ci? che vediamo
da svegli" (fr. 21); "la stessa cosa ? in noi ci? che ? vivo e ci? che ? morto"

25 "Pu? darsi che Eraclito pensasse anche che noi stessi cambiamo continuamente"
(Mondolfo, op. cit. p. 44).

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(fr. 88). La presenza della morte nella vita di tutti i giorni ? tema ricor
rente in Eraclito, e si riallaccia (come appunto lo "scendere e non scen
dere nel fiume,,) al tema pi? fondamentale delPunit? tra i contrari.
La testimonianza di Seneca, se attentamente letta, conferma dunque
ci? che sostenni parecchi anni fa26: che il "tema del fiume" (come an
che il "tema del fuoco") ? una met?fora, un paradigma f?sico che illu
mina non i temi fisici del divenire delle cose e delPinstabilit? dei fenomeni,
ma il tema etico delPinevitabilit? della morte e delPinvito a non temer
la. Se il consenso di Seneca si muoveva sul piano gen?rale della mortali
t? stoica, il punto di partenza eracliteo era molto pi? concreto e
storicizzato: la morte da non temer? era quella in guerra, alla vigilia del
la battaglia di Lade; la spiegazione delPinsistenza su questo punto va cer
cata nei frammenti che esaltano il sacrificio dei caduti in battaglia (24,
25, 62, 63), che proclamano Pinevitabilit? della guerra (53, 80), che an
tepongono la gloria al piacere (29). Seneca non viveva in una citt? asse
diata da nemici, non era immerso in una guerra alP ultimo sangue, non
aveva il compito di spronare soldati al coraggio e alPolocausto: del mes
saggio eracliteo colse dunque il significato etico universale, essendo ma
terialmente impossibile per lui coglierne le implicazioni storiche. Il m?rito
della sua testimonianza ? dunque di distogliere Pinterprete dalla lettura
"f?sica" di Cratilo e di Platone, avviandolo sulla strada della lettura eti
ca. Non ? tutto, ma (se teniamo presente la distorsione diffusa dei con
cetti eraclitei)27 ? comunque una svolta fondamentale.

Universit? di Roma ? "La Sapienza"

26 A. Capizzi, Eraclito e la sua leggenda. Proposta di una diversa lettura dei frammen%
Roma 1979, p. 62; La repubblica c?smica, cit. p. 327.
27 Capizzi, Eraclito, cit. pp. 79-124.

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