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Galeno

L’ANIMA
E IL DOLORE
DE INDOLENTIA
DE PROPRIIS PLACITIS
a cura di Ivan Garofalo e Alessandro Lami
testo greco a fronte

C L A S S I C I G R E C I E L AT I N I
Galeno

L’ANIMA E IL DOLORE
DE INDOLENTIA
DE PROPRIIS PLACITIS

A cura di Ivan Garofalo e Alessandro Lami

Testo greco a fronte

C L A S SIC I GR E C I E L AT I N I
Proprietà letteraria riservata
© 2012 RCS Libri S.p.A., Milano

ISBN 978-88-58-62524-8

Titoli originali delle opere:


3(5,$/83,$d
3(5,7:1($87:,'2.2817:1

Prima edizione digitale 2012 da:


Prima edizione BUR Classici greci e latini maggio 2012

Per conoscere il mondo BUR visita il sito www.bur.rcslibri.eu


INTRODUZIONE

Due scritti del medico di Pergamo, in varia misura perduti


in lingua greca, sono stati ritrovati nel corso di quest’ultimi
anni; essi costituiscono il «nuovo Galeno». Si tratta di due
operette, Del non affliggersi (de indolentia) e Sulle proprie
dottrine (de propriis placitis), che sono riemerse in un mano-
scritto del Monastero dei Vlatades di Salonicco riscoperto nel
gennaio 2005 da Antoine Pietrobelli.1 Questa riscoperta del
Thessalonicensis Vlatadon 14 è stato un evento veramente
straordinario per gli studi classici.2 Sulla sua base si è potuta
avere già nel 2005 l’editio princeps del testo greco dell’opu-
scolo de propriis placitis, noto solo, a parte brevi estratti,
attraverso una cattiva traduzione arabo-latina (e però gli

1
Al «nuovo Galeno» si deve aggiungere Sull’esame del miglior
medico (de optimo medico cognoscendo), del quale si aveva notizia
solo da fonti arabe e si conservavano pochi frammenti; ebbene, in due
manoscritti arabi (ms. Alexandria 3813 jı̄m e Bursa 1120) è custodito
il testo della traduzione di Hunain ibn Ishāq (che lo tradusse due
˙ arabo), e nel
volte, prima in siriaco e poi in ˙ 1988 A.Z. Iskandar ne
ha approntato un’edizione con traduzione inglese e commento per
il «Corpus Medicorum Graecorum», Suppl. Orientale IV. Inoltre
va ricordato il secondo libro della traduzione araba della Sinossi
della methodus medendi, contenuta nel ms. Princeton Garret 1075.
Vedi Garofalo 1999.
2
Per la descrizione del manoscritto v. Boudon-Millot e Pietrobelli
2005a. Sulla storia del manoscritto Pietrobelli 2010 (con bibliografia
dei lavori precedenti).
ultimi due capitoli e buona parte del terzultimo erano noti
in lingua greca);3 e nel 2007 quella di de indolentia che, se si
escludono la menzione che ne aveva fatto Galeno nel de libris
propriis e poche citazioni in autori arabi e ebraici, era andato
completamente perduto.4 Di questi due scritti, de indolentia
ha già avuto tre edizioni, di cui l’ultima nel 2010 nella «Col-
lection des Universités de France», Les Belles Lettres. Del
de propriis placitis è finora disponibile solo l’editio princeps,
che presenta evidenti aspetti di provvisorietà.5

GALENO FILOSOFO

Galeno6 nacque a Pergamo, importante città della provincia


romana d’Asia, nel 129, figlio di un architetto (Nikōn, secondo
la Suda)7 discendente da una dinastia di cultori della scienza.
Dal padre ebbe una solida formazione matematica e com-
petenze di architettura.8 Ricevette, sempre per impulso del

3
V. Boudon-Millot e Pietrobelli 2005b (d’ora in poi BM-P).
4
V. Boudon-Millot 2007a (d’ora in poi BM) con la bibliografia.
5
«Ci è parso indispensabile di mettere questa nuova testimonianza
a disposizione di tutti i galenisti nel più breve tempo possibile ...
Chiediamo dunque tutta l’indulgenza dei nostri lettori per le imper-
fezioni inevitabili di questo lavoro condotto in un tempo molto breve
e in condizioni difficili», BM-P, p. 169. A. Pietrobelli è incaricato di
fornire un’edizione critica per la «CUF», Les Belles Lettres.
6
Per la vita di Galeno vedi Boudon-Millot 2007b, che utilizza
anche l’esaustiva opera di Schlange-Schöningen 2003. Si vedano
anche Moraux 1985 e Hankinson 2006b.
7
«Galeno, l’eminentissimo medico, di Pergamo, vissuto sotto gli
imperatori romani Marco (Aurelio), Commodo e Pertinace, figlio di
Nikōn, geometra e architetto, che ha composto molte opere di medicina
e filosofia, e anche di grammatica e retorica; opere di cui, per il fatto
di essere note a tutti, ho ritenuto inopportuno dare al presente la
lista. Visse settant’anni. Il nome “Galeno” significa anche “il calmo”».
8
de libr. propr. 14.4. Le scienze matematiche (aritmetica, geome-
tria, astronomia, come i mestieri di matematica applicata, musica e
architettura, ragioneria) sono per Galeno un modello di scientificità
padre, anche una solida formazione filosofica nelle quattro
scuole, platonica, aristotelica, epicurea, stoica. Fu solo quan-
do ebbe sedici anni che il padre, spinto da «chiari sogni», lo
fece introdurre a studi di medicina della durata eccezionale
di dieci anni. Dopo la morte del padre, nel 148/49 Galeno
poté intraprendere una serie di viaggi di studio (a Smirne,
Corinto, Alessandria). Di ritorno a Pergamo, dal 157 al 161
fu medico dei gladiatori. Altri viaggi di studio lo portarono
in Siria, Palestina, a Cipro, a Lemno, in Licia. E poi venne il
primo soggiorno al centro dell’impero, a Roma (162-166).
Qui tenne conferenze, si conquistò una propria clientela e,
in particolare attraverso il peripatetico Eudemo, entrò in
una cerchia di importanti personaggi imperiali come Flavio
Boeto; ma l’invidia di colleghi, e anche la paura di un possibile
avvelenamento, nonché il disgusto per le pratiche romane, lo
fecero risolvere a una partenza abbastanza precipitosa. Ma
a Roma ritornò tre anni dopo su richiesta degli imperatori
Marco Aurelio e Lucio Vero, che lo avevano convocato ad
Aquileia dove preparavano la guerra contro i Germani.
Lucio morì e Galeno, in nome del dio Asclepio, ottenne di
non partire con Marco Aurelio e le sue truppe, impegnan-
dosi a vegliare a Roma sulla salute del figlio Commodo.9
Il secondo periodo romano (dal 169 alla morte, intorno al
210),10 interrotto probabilmente da un secondo ritorno a

in tutta la sua opera, in particolare nel de animi (libro II cap. 5),


dove presenta la costruzione di un orologio solare come modello
di analitica (in de libr. propr. 14.5 cita orologi solari, clessidre e
previsioni delle eclissi come i grandi successi delle dimostrazioni
geometriche in opposizione ai dissensi tra i filosofi).
9
de libr. propr. 3.3-6.
10
Nutton 1987 argomenta il prolungamento della vita di Galeno
rispetto alla Suda (v. n. 7) su una notizia di fonte araba nella quale
Alessandro di Afrodisia attribuisce a Galeno ottant’anni (il che
porterebbe la sua morte al 209). Se si considera autentica la The-
riaca ad Pisonem la data di morte è posteriore al 211. La data 216
si ottiene se si presta fede alla notizia della storia della medicina
Pergamo, fu un lungo e proficuo soggiorno dedicato a una
intensa attività di studio e di scrittura, pur funestato dalle
grandi perdite dovute all’incendio del 192, evento che portò
Galeno a scrivere appunto il de indolentia.

La produzione di Galeno (pur essendo solo parzialmente


conservata) è immensa: il suo è il più imponente corpus
dell’antichità e abbraccia diversi campi: non solo medicina e
filosofia, ma anche linguistica, grammatica, critica letteraria
e retorica.11 Un’idea della produzione medica (e medico-
filosofica) si può avere dai libri che vengono richiamati in de
propriis placitis; ma una panoramica generale, peraltro non
esauriente, è data dai due suoi scritti bio-bibliografici composti
in tarda età: de libris propriis e de ordine librorum suorum.12
Per quanto riguarda la filosofia, a esclusione dell’epicurea,
Galeno accolse aspetti dottrinali delle altre tre filosofie idea-
liste, rimanendo fondamentalmente un platonico dissenziente
rispetto al platonismo contemporaneo (egli esalta Posidonio,
lo stoico del I sec. a.C., a suo giudizio più fedele a Platone
sul piano scientifico) e assimilando la scienza peripatetica e
la logica peripatetico-stoica che egli ritiene di trovare già in
Platone. Anche nel campo etico pare avvicinarsi a Posidonio,
stoico che accoglie elementi etici del platonismo.13 Nel de
indolentia (come nell’altra opera filosofica conservata, de
animi uniuscuiusque dignotione et medela, La diagnosi e la

di Ishāq figlio di Hunain (spesso inattendibile), che gli assegna 87


anni ˙(17 come apprendista,
˙ 70 come maestro). V. Rosenthal 1954,
p. 66, 8-9 (arabo), p. 76 (trad. inglese).
11
Una sezione in cui si incontrano gli interessi per la medicina e
la sua storia, la filologia, linguistica e critica letteraria è rappresen-
tata dai commenti ai trattati ippocratici; cfr. Manetti e Roselli 1994.
12
Editi per la «CUF» da Véronique Boudon-Millot (2007b); una
traduzione italiana del de libr. propr. è in Garofalo e Vegetti 1978;
per il de ord. libr. suor. vi è una traduzione inedita di L. Mareri (lau-
rea specialistica, Siena 2011) condotta sul testo di Boudon-Millot.
13
Per la filosofia di Galeno cfr. Hankinson 2006a.
cura delle passioni dell’anima), Galeno si pone su un piano di
stoicismo moderato, rifuggendo dall’estremismo dello stoico
Musonio Rufo ma valorizzando aneddoti della tradizione
socratica di disprezzo della fama e delle ricchezze – posizioni
della diatriba cinica.
Quando Galeno giunse a Roma la prima volta (nel 162), la
sua fama era legata più alla filosofia che alla medicina. Aveva
pubblicato i quindici libri del trattato Sulla dimostrazione,
di cui conserviamo pochi frammenti. Gli anni che seguiro-
no videro un’imponente produzione filosofica e medico-
filosofica, per la maggior parte perduta.14 Rimane l’opera in
due libri La diagnosi e la cura delle passioni dell’anima, che
ha molti punti in comune con de indolentia, e il compendio
arabo dell’opera in quattro libri, perduta, Sui caratteri.15 Oltre
al celebre Il miglior medico è anche filosofo16 conserviamo
i nove libri Sulle dottrine di Ippocrate e di Platone17 e Le
facoltà dell’anima seguono il temperamento dei corpi.18 Del-
la vastissima produzione logica di Galeno rimangono solo
l’opuscolo sui Sofismi e l’Institutio logica (Manuale di logica).19
Un compendio (molto parziale) delle opinioni filosofiche e
scientifiche di Galeno è per l’appunto il de propriis placitis.

14
L’elenco incompleto è nell’operetta de libr. propr. cap. XII.
15
V. Galeno, de moribus. La traduzione araba fu utilizzata dal
medico ebreo Falaquera, e Zonta 1995 ne ha studiato le testimo-
nianze ebraiche, come delle altre opere filosofiche di Galeno. Zonta
ha anche aggiunto frammenti non altrimenti noti e stampato una
buona traduzione italiana del testo edito da P. Kraus nel 1937, con
discussione di emendamenti.
16
V. Galeno, quod optimus medicus sit quoque philosophus.
17
V. Galeno, de placitis Hippocratis et Platonis.
18
V. Galeno, quod animi mores corporis temperamenta sequantur.
19
Trad. it. del Manuale di logica in Garofalo e Vegetti 1978, pp.
1081-1130. Dell’opera maggiore Sulla dimostrazione in quindici
libri ci rimangono pochi estratti, principalmente in autori arabi
(l’opera era già quasi introvabile nel IX secolo, quando Hunain
˙
cercò i manoscritti per tradurla). Sulla logica di Galeno si vedano
gli articoli di Hankinson in Hankinson 2006a.
IL DE INDOLENTIA

Il trattatello de indolentia era, fino a pochissimi anni fa, noto


solo per il titolo e per pochi excerpta in arabo e in ebraico,
ma, come si è detto, è stato riscoperto pochi anni orsono da
A. Pietrobelli nel monastero dei Vlatades di Salonicco.20 Il
manoscritto è opera di molti copisti della cerchia dei discepoli
di Argyropoulos. In particolare il copista di de indolentia è
stato identificato con Andreiomenos.21 La parte inferiore è
danneggiata da macchie d’umidità. Il manoscritto è stato
utilizzato nella buona riproduzione digitale messa in vendita
dal monastero.22
Negli studi in onore di Jacques Jouanna del 2007, Véro-
nique Boudon-Millot ha fornito la prima edizione del de
indolentia,23 e il suo contributo ha stimolato fin da subito
lo studio di questo difficile testo,24 anche con varie nuove
proposte di interpretazione e di emendamenti.25 Nel 2010 è

20
Il catalogo di Eustratiades 1918 non menziona il 3HULDMOXSLYDo.
La lista delle opere contenute è in BM p. 74, n. 7 (ma bisogna aggiun-
gere anche l’inizio del de experientia medica, v. Garofalo 2008). Cfr.
anche Pietrobelli 2010.
21
V. Pietrobelli 2010; Boudon-Millot e Jouanna 2010, p. LXVI
(citata d’ora in avanti come BM-J).
22
Solo gli editori greci, P. Kotzia e P. Sotiroudis, e uno studioso
greco operante negli Stati Uniti, S. Alexandru, hanno avuto accesso
diretto al manoscritto. Un brutto esempio di nazionalismo filologico.
23
Accettiamo anche noi il titolo latinizzato che circola nelle
conversazioni filologiche e ora nelle due edizioni francesi; esso è un
neologismo latino creato da Cicerone in de fin. 2.4.11, 2.6 e ripreso
da Seneca nell’epistola 66, e non è esatto, poiché nei latini il termine
indolentia designa la tolleranza del dolore fisico.
24
Come osserva BM, non si tratta di difficoltà grafiche (che
pure lasciano adito a differenti letture) ma dello stato di severa
corruzione del testo, guastato da errori e da lacune.
25
V. «Galenos» 2, 2008. Oltre alle due traduzioni in francese,
quella di BM che accompagnava l’editio princeps e quella di Jouanna
in BM-J, e a quella in neogreco di Kotzia, vi è la traduzione inglese
di Rotschild e Thompson 2011. Per cortesia dell’autore ho anche
poi comparsa l’edizione critica di Boudon-Millot e Jouanna
per la «CUF» Les Belles Lettres,26 e contemporaneamente e
indipendentemente, quella di Paraskevi Kotzia e Panagiotis
Sotiroudis.27
Il titolo dello scritto 3HULDMOXSLYDo, menzionato nell’opera
autobibliografica de libris propriis di Galeno,28 è corrotto in
tutti quattro i luoghi in cui compare: nel titolo DMOXJLoLYDo, al
§ 69 DMOXSHLoLYDo, al § 79 DMOXSLoLYDQ, nell’explicit DMORJLoLYDo.
Boudon-Millot aveva corretto ovunque in DMOXSLYD, ma Jou-
anna ha scelto di emendare in DMOXSKoLYD. Contro questa deci-
sione ha scritto efficacemente Kotzia, editrice con Sotiroudis
dell’operetta. Gli argomenti della studiosa sono così riassu-
mibili: 1) la testimonianza del de libris propriis; 2) DMOXSKoLYD
è termine non attestato altrove; 3) il sostantivo rimanda a
un aggettivo verbale esistente DMOXYSKWRo, ma non usato da
Galeno, che presenta sempre D>OXSRo e l’avverbio DMOXYSZo; 4)
l’esistenza di parecchie opere (non conservate, tra cui una
di Plutarco) intitolate 3HULDMOXSLYDo.29 L’errore DMOXJLoLYDo di
Vlat nasce da iotacismo nel titolo in maiuscola ($/83,$d
> $/83dl,$d > $/8*,d,$d), DMOXS H LoLYDoè adattamento
dell’errore precedente al tema DMOXS-, mentreDMORJLoLYDo
nell’explicit è un tentativo di connettere la parola corrotta
DMOXJLoLYDo col temaDMORJ-.30 Il titolo, di non facile resa, è stato

potuto conoscere in bozze la traduzione inglese di V. Nutton [2012]


che apparirà nella serie completa delle opere di Galeno diretta da
Ph. van der Eijk (I.G.).
26
BM-J.
27
Kotzia e Sotiroudis 2011, citata d’ora in avanti come KS.
28
Cfr. n. 12 e Nota ai testi.
29
In aggiunta a quanto scrive BM, Roselli 2011 nota che il titolo
SDMOXSLYDo è anche in PRoss. Georg I 2 (III sec. in.) col. I linea 16
come opera di [Diog]enes. Si tratterebbe di Diogene di Babilonia;
in PMilVogliano 11 il nome è conservato per intero e il contesto
lascia pensare a un Diogene stoico (v. CPF I).
30
Si potrebbe anche leggere DMOXJLoLYDo, come nel titolo. Galeno
usa DMORJLoWLYD in de plac. Hipp. et Plat. IV 6.46.
variamente tradotto: Sull’allontanamento dell’afflizione, Sul
rifiuto dell’afflizione (Hunain, Hubaiš), Sur l’inutilité de se
˙ ˙
chagriner (Boudon-Millot), Ne pas se chagriner (Jouanna),
Sull’immunità dal dolore (Roselli), On the avoidance of
grief (Nutton, Rothschild e Thompson). Kotzia non traduce
il titolo in neogreco.31

L’operetta viene ad aggiungersi a La diagnosi e cura delle


passioni dell’anima (d’ora in avanti de animi) e al compendio
del Sui caratteri 32 nel novero delle ventiquattro opere di
filosofia etica citate nel cap. 15 del de libris propriis.33
Scritta in forma epistolare (il destinatario non ha un nome,
ma è descritto come condiscepolo virtuoso di Galeno, di cui
conosceva bene il padre),34 può essere accostata al genere
della consolatio, assai ricco (Galeno stesso aveva composto
un 3HULSDUDPXTLYDo di cui conserviamo esempi di Cicerone,
di Seneca, di Plutarco e di altri. Ma Boudon-Millot e Jouanna
hanno segnalato le somiglianze con un trattato di Plutarco
di diversa natura, il de tranquillitate animi.35 In effetti l’ori-
ginalità dell’operetta di Galeno risiede nel suo essere una
consolazione per la perdita non di persone care, ma di beni

31
Cfr. anche Kotzia 2012, p. 77.
32
Frammenti greci di quest’opera perduta sono stati annunciati da
S. Alexandru nel corso di una conferenza tenutasi a Berlino nel 2010.
33
Tre titoli sono conservati solo nella traduzione araba del de
libris: Sur la paresse, Sur les Epicuriens, Sur les discours prononcés
d’après un livre. Vedi Boudon-Millot 2007b, p. 169 e nn. a pp. 228 ss.
La traduzione italiana in Garofalo e Vegetti 1978, pp. 63-90, è
basata sull’edizione di Müller, ormai obsoleta dopo la scoperta del
Vlatadon 14 che conserva una versione più completa dell’opuscolo,
e della traduzione araba, testimoni utilizzati da Boudon-Millot. In
arabo abbiamo frammenti di alcune altre opere (Mayerhof 1929).
34
BM, p. 80 e n. 22, pensa che si tratti dello stesso a cui Galeno
allude in de animi 5. 37 K, ma il destinatario di de indol. è un coe-
taneo di Galeno, mentre il personaggio di de animi è un QHDQLYoNRo.
Cfr. BM-J, Notice, cap. II, pp. XII-XVI.
35
BM, p. 75.
materiali, anche se molto ingenti, e rivolta non tanto a chi
ha subito la perdita (a se stesso), ma paradossalmente al
suo interlocutore («ti potrai affliggere» è detto più volte).
Quanto a Galeno, egli non si affligge per queste perdite
(ma lo farebbe per altre considerate veramente gravi, cfr.
§ 70 ss.), ed è questa la ragione per la quale l’interlocutore
gli ha inviato una lettera a cui Galeno risponde in perfetto
stile epistolare.36
Per il contenuto i paralleli sono in Galeno stesso, in par-
ticolare, come hanno osservato Boudon-Millot per prima e
poi Jouanna e Kotzia, con molti passi del de animi,37 un’opera
scritta da Galeno qualche anno prima del 193, data della
nostra operetta.38 Per i riscontri in altri autori già Ilberg39
suggeriva Epitteto. In arabo – e in versione ebraica dall’ara-
bo – si conservano il sommario e numerosi frammenti del de
moribus/3HULKMTZCQ, Sui caratteri,40 scritto tra il 185 e il 192,
che presenta molti punti in comune con de animi e con de
indolentia, che saranno segnalati nel commento.
Lo scritto fu composto41 poco dopo l’incendio della pri-
mavera del 192, all’inizio del 193 dopo la morte di Commodo
(BM, p. 76).42 L’incendio è descritto da Dione Cassio43 e dallo

36
Diverso lo stile di Plutarco nel de tranquillitate animi, come
nota Jouanna in BM-J, Notice, p. X.
37
Come aveva sospettato Ilberg 1897, p. 606, n. 6. L’edizione di
riferimento del de animi è ora Magnaldi 1999.
38
Ilberg 1897, p. 611, indica l’inizio del secondo soggiorno romano,
almeno come data della conversazione che è alla base dell’opera.
Al destinatario dell’opera de animi Galeno allude in de indol. § 83
(v. commento).
39
Ilberg 1897, p. 606.
40
Ed. Kraus 1937, trad. ingl. e note in Mattock 1972. Zonta 1995
ha raccolto i frammenti certi o probabili in Falaquera (v. sopra) e
tradotto in italiano il Compendio dell’opera.
41
Cfr. BM-J, Notice, pp. XXII ss.
42
Su questa fase della vita di Galeno v. Roselli 2012.
43
LXXII 24 III, 305 Boissevain SXCUWHQXYNWZUDMUTHQHM[RLMNLYDo
WLQRoNDL HMoWR (LMUKQDLCRQHMPSHoRQWDoDMSRTKYNDoWZCQWH$LMJXSWLYZQ
storico Erodiano, e Galeno stesso ne parla in molte sue opere;
il racconto più esteso è nel de compositione medicamentorum
secundum genera (Sulla composizione dei farmaci secondo i
generi)44 e nei Procedimenti anatomici conservati in arabo45
(Galeno perdette i libri depositati nella Via Sacra, e non
ritrovò copie dei libri XII-XV), e ancora in de antidotis46 e
in de libris propriis.47 Dione Cassio (155, morto dopo il 229)
menziona l’incendio tra i presagi della fine di Commodo:

Il fuoco alzatosi di notte da una casa piombò sul tempio della


Pace e invase i depositi delle merci egiziane e degli arabi e
sollevatosi raggiunse il Palatino e bruciò moltissimo di esso,
sicché i documenti dell’archivio andarono quasi tutti distrutti.

NDLWZCQ¨$UDELYZQIRUWLYZQHMSHQHLYPDWRH>oWHWRSDODYWLRQPHWHZULoTHQ
HMoKCOTHNDLSROODSDYQXDXMWRXCNDWHYNDXoHQZ^oWHNDLWDJUDYPPDWDWD
WKCDMUFKCSURoKYNRQWDRMOLYJRXGHLCQSDYQWDITDUKCQDL.
44
13.362 K ´+GKPRLNDLSURYoTHQHMJHYJUDSWRSUDJPDWHLYDGXRLCQPHQ
HM[DXMWKCoWZCQSUZYWZQELEOLYZQHMNGRTHYQWZQHMJNDWDOHLITHYQWZQGHHMQWKC
NDWDWKQL-HUDQR-GRQDMSRTKYNKPHWDWZCQD>OOZQK-QLYNDWRWKCo(LMUKYQKo
WHYPHQRoR^ORQHMNDXYTKNDLNDWDWR3DODYWLRQDL-PHJDYODLELEOLRTKCNDL
WKQLNDXCWDJDUH-WHYUZQWHSROOZCQDMSZYORQWRELEOLYDNDLWZCQHMPZCQR^oD
NDWDWKQDMSRTKYNKQHMNHLYQKQH>NHLWRPKGHQRoWZCQHMQÑ5ZYPKILYOZQH>FHLQ
R-PRORJRXCQWRoDMQWLYJUDIDWZCQSUZYWZQGXRLCQHMJNHLPHYQZQRX?QWZCQ
H-WDLYUZQDX?TLYoPHJUDY\DLWKQDXMWKQSUDJPDWHLYDQDMQDJNDLCRQH>GR[HY
PRLGKOZCoDLSHULWZCQSURHNGRTHYQWZQR^SZoPKYWLoSURHQWXFZQDXMWRLCo
SRWH]KWRLYKWKQDLMWLYDQWRXCGLYoPHSHULWZCQDXMWZCQSUDJPDWHXYoDoTDL.
45
Simon 1906, p. 984. Si veda la traduzione italiana in anat.
admin., pp. 948 ss.: «Accade che scoppiò quel grande incendio in
cui bruciò il tempio di Eirene e molte delle case della reggia e le
case dei magazzini della via grande in cui erano depositati quei libri
dei Procedimenti anatomici assieme a tutti gli altri miei libri, sicché
dei miei libri non ne rimase nessuno tranne quelli che avevo resi
pubblici per la gente precedentemente e questa li aveva copiati».
46
14.66.1 ODEZQG¨R^oRQHMERXORYPKQHM[DXMWRXCNDTDYSHUHLMZYTHLQ
DMSHTHYPKQRMOLYJDSDU¨HMPDXWZCNOZYQLDNDWDWKQDMSRTKYNKQHMQK_SDYQWD
PRXWD WLPDOIHYoWDWDNWKYPDWDSHULHLYFHWRNDWDNDXTHLYoKoG¨DXMWKCo
R-SRYWHNDL WR WKCo(LMUKYQKoWHYPHQRoHMNDXYTKNDL WZCQD>OOZQSHYQWH
GLDIRUZCQWRXCNLQQDPZYPRXSDCQR^oRQHMNHNWKYPKQDMSZYOHWR.
47
de libr. propr. 3.7.
E lo storico Erodiano (ca. 170-240):48

Tutto il tempio della Pace fu distrutto dal fuoco, il più grande


e bell’edificio di Roma e il più ricco di tutti i templi, arricchito
di offerte d’oro e d’argento per la sua sicurezza, e ciascuno
vi depositava i suoi tesori, ma il fuoco in quella notte rese
molti da ricchi poveri, e tutti si lamentavano in comune per
la perdita delle cose pubbliche, e ciascuno delle proprie.

Il passo di Erodiano sembra riecheggiare Galeno.

Struttura dell’opera 49
L’opuscolo si può dividere in due parti (dopo il prologo
con la domanda: quale siano l’esercizio e quali i discorsi
e le dottrine che mi hanno predisposto a non provare mai
afflizione, §§ 1-3): Galeno non risponde immediatamente
ma racconta le circostanze sfortunate che hanno causato
la perdita di tanti beni (§§ 4-37), libri rari, edizioni proprie,
ricette preziosissime; e poi viene la risposta ritardata alla
domanda perché Galeno non si affligge (§§ 38-84 fine).
Galeno inizia con aneddoti volti a mostrare l’importanza del
disprezzo della ricchezza, rievocando (§§ 40-45) due episodi
della vita di Aristippo, il filosofo gaudente che disprezzava
il denaro e il possesso dei poderi, e uno (§ 48) dello stoico
Zenone, che sopporta facilmente la perdita di tutti i propri
averi in un naufragio. Galeno (§§ 49-51) non si cura della
vita di corte, che non considera gran cosa, ma di più dell’aver

48
I, 14, 2-6 StevenhagenSDCQWRWKCo(LMUKYQKoWHYPHQRoNDWHIOHYFTK
PHYJLoWRQNDLNDYOOLoWRQJHQRYPHQRQWZCQHMQWKC SRYOHLH>UJZQSORXoLZYWD
WRQGHK?QSDYQWZQL-HUZCQGL¨DMoIDYOHLDQDMQDTKYPDoLNHNRoPKPHYQRQFUXoRXC
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SXCUHMNHLYQKoQXNWRoSROORXoHMNSORXoLYZQSHYQKWDoHMSRLYKoHQR^THQ
ZMORIXYURQWRNRLQKCPHQSDYQWHoWDGKPRYoLDH^NDoWRoGHWDL>GLDDX-WRXC
49
Cfr. BM-J, Notice, pp. XVII ss.
perduto tutti quei beni che ha elencato nella prima parte
della lettera: questo è un esempio di vera magnanimità, che
Galeno deve alla sua educazione e all’esperienza della vita
romana. E qui viene la risposta a «quale esercizio» (§ 52 ss.).
L’esercizio50 consiste, come fa il Teseo di Euripide, nell’imma-
ginare continuamente che capiteranno gravi disgrazie, quali
quelle avvenute durante il regno di Commodo (assassinato
alla fine del 192, pochi mesi prima che Galeno scrivesse il de
indolentia), la perdita di tutti i beni, l’esilio in un’isola deserta;
chi riesce a non affliggersi a questi pensieri non si affliggerà
per disgrazie minori. Per far ciò ci vuole una buona natura
e una buona educazione. La buona educazione (ricevuta dal
padre) può essere una risposta ai «discorsi» menzionati nel
prologo, ma la natura incline al coraggio ereditata dai padri,
a cominciare dal bisnonno, non era stata menzionata prima
(per modestia). L’esempio del padre non filosofo, che univa
serietà scientifica e virtù, hanno fortificato l’indole di Galeno
portandola al coraggio. Il padre (§§ 61-62) disprezzava non
solo i gaudenti, paragonati ad animali da monta, ma anche gli
epicurei, che ponevano il bene nell’assenza di turbamenti. Il
bene è qualcosa di più, e con questa idea Galeno può come
il padre considerare di poco conto le cose umane e impor-
tante la filosofia (conoscenza delle cose umane e divine §§
63-66). Galeno ha dimostrato con i fatti questa sua convin-
zione filosofica (§ 67); l’imperturbabilità epicurea non gli
pare possibile. A questo punto (§ 68) Galeno crede di aver
risposto a sufficienza alle domande dell’interlocutore, ma
vuole aggiungere una precisazione. Non vuole che l’amico
creda che egli si reputa un saggio stoico che addirittura prega
Zeus di inviargli disgrazie. Il suo disprezzo del dolore fisico
si ferma prima della tortura (il toro di Falaride § 71), e lo
affliggerebbero la distruzione della patria e la persecuzione

50
In ambito greco si può comparare la sesta Diatriba di Musonio
Rufo.
d’un amico da parte del tiranno.51 La sua dottrina filosofica
è ugualmente lontana dall’assoluta indifferenza al dolore
del saggio stoico (come Musonio Rufo § 73). Galeno non
disprezza la buona salute, e prega che non gli accada nulla
che possa affliggerlo. Si prepara però a questa eventualità,
e cita di nuovo (§ 77) i versi di Euripide già ricordati al § 52.
Galeno non è al di sopra di tutto e dichiara che i beni mate-
riali gli bastano per non aver fame, freddo e sete; disprezza
il dolore fisico purché possa ascoltare la lettura d’un libro, e
non vuole far vanto di resistenza al dolore con la testa rotta.
Sul lusso e sul sesso Galeno non dà consigli all’amico,
che sa sobrio e continente (§ 79). Coloro che hanno mol-
ti desideri vogliono molto denaro per soddisfare le loro
brame, e sono infelici. Non lo sono coloro che tengono in
poco conto l’aspirazione a onore, ricchezza, fama, potenza
politica (§ 81). Dei desideri più grandi non ci si deve fidare,
come insegna l’esperienza (§§ 82-83). L’opera si chiude col
paradossale racconto di un avaro che non dava agli altri
nulla della sua ricchezza e che non ne godeva egli stesso, e
considerava le ricchezze come un’appendice del corpo, di
cui non ci si deve privare. Galeno ne ricavò un libro, come
tanti altri, perduto (§ 84).
L’opera contiene le pagine più importanti e commoventi
su Galeno bibliofilo e filologo. Egli aveva copiato dalle
biblioteche di Roma le copie personali di Aristarco, Kallinos,
Attico e Pedoukinos.52 Nuove informazioni si ottengono sulle
biblioteche romane (del Palatino e della domus Tiberiana)
e di Anzio, §§ 16-18.53 Ulteriori informazioni sulla famiglia
di Galeno (padre, nonno, bisnonno) ai §§ 58-62.

51
L’affetto di Galeno fu riservato al padre e, apprendiamo
meglio dal de indol., agli amici. Non ebbe né moglie né figli per i
quali potersi affliggere.
52
V. comm. a §13.
53
«Anzio» risulta da emendamenti che non sono stati accolti né
da BM-J né da KS. Vedi comm. a §§ 16-18.
Fonti, stile e fortuna
Compilazioni di aneddoti sui filosofi, Aristippo §§ 39-43,
Cratete di Pergamo § 46, Zenone di Cizio § 48, note anche
da altre fonti (Diogene Laerzio, Plutarco), rinviano a opere
ellenistiche perdute. Ma almeno una delle fonti di Galeno,
che egli cita, Musonio Rufo (§ 73), ci è nota dalle ventuno
Diatribe raccolte da un suo allievo, Lukios.54 Galeno critica
l’estremismo stoico di Musonio (la totale indifferenza alle
disgrazie esplicitamente, la sottovalutazione cosmopolita
dell’esilio implicitamente), ma concorda con lui su parecchi
punti, segnalati nel commento. Ma i maggiori termini di
confronto sono con l’opera dello stesso Galeno de animi,
scritta poco prima del de indolentia (dopo il 185 e proba-
bilmente prima dell’incendio del 192) come aveva notato
Boudon-Millot e come ha poi precisato Jouanna. Le due
opere si illuminano ora a vicenda fino a suggerire interventi
testuali in entrambe.
Lo stile appare poco accurato (anche al confronto col de
animi di poco anteriore) con ripetizioni e frequenti incisi.55
Galeno trascura di evitare lo iato, come accade anche nel
de animi e nel de propriis placitis. Il lessico è fortemente
platonizzante, con allusioni frequenti alla Repubblica.
Hunain ibn Ishāq (807-873), il grande traduttore e interpre-
˙ ˙
te arabo di Galeno, tradusse in siriaco l’operetta e suo nipote
Hubaiš la tradusse in arabo: così ne parla nella Risāla n° 120:
˙
.
Il suo libro sull’allontanare l’afflizione (fi s. arf al-igtimām).
Questo libro è una sola maqāla e la scrisse per un uomo che
chiese perché non lo avesse mai visto afflitto, e gli spiegò la
causa di questo e gli chiarì per che cosa bisogna affliggersi
e per che cosa non bisogna. Ayyub tradusse questo libro in

54
V. il comm. ad loc. e la Bibliografia.
55
Analizzati e messi in evidenza da BM-J.
siriaco e io lo tradussi in siriaco per Da’ūd il gran medico,
e Hubaiš lo tradusse in arabo per Muh. ammad ibn Mūsā.56
˙
La traduzione di Hubaiš fu utilizzata da Yusuf ibn ‘Aqnı̄n
˙
(Aknı̄n) (fine XII-metà XIII sec.),57 nel suo libro Sull’igiene
58
dell’anima, in cui cita i §§ 41-42 con un altro titolo («rifiuto
.
dell’afflizione», nafy al-gamm). Anche Us. aybi‘a, il bibliografo
arabo (floruit c. 1270), nel suo Libro delle fonti delle infor-
mazioni sulle generazioni dei medici59 menziona l’opera (con
lo stesso titolo di ‘Aqnı̄n) riportando il brano della Risāla
e aggiungendo all’estratto da Hunain un racconto sui libri
˙
posseduti da Galeno che viene solo parzialmente confer-
mato dall’operetta ritrovata: Anassagora e Andromachos,
che il bibliografo cita, non vi vengono menzionati. Lo stesso
bibliografo cita un passo da Abū-l-Wafa’ al-Mubassir ibn
Fātik (XI sec.) che menziona oggetti posseduti da Galeno
i quali non compaiono in de indolentia e dovevano essere
menzionati in un’altra opera, perduta (BM, p. 85 n. 37). Infine
l’operetta è citata, senza titolo, in un’opera del filosofo ebreo
spagnolo, Shem-Tov ben Yosef ibn Falaquera (1225-c.1290),
egregiamente studiato da Zonta (1995). Dal confronto con
il de indolentia BM (pp. 85-86) ha circoscritto a tre (nn. 16,
17, 18) il numero di citazioni in Falaquera (gli stessi citati da
‘Aqnı̄n), mentre le altre più numerose, attribuite a un «saggio»,
non provengono, come Zonta supponeva, dall’opera galenica.
Non sono confermate le relazioni, supposte da Zonta, col

56
Bergsträsser 1925, pp. 49, 15 ss. V. anche Sezgin 1970, p. 69. Su
questo e gli altri destinatari delle traduzioni v. in ultimo Micheau
1997.
57
Us. aybi‘a, Kitāb ‘yūn al-anbā’ fi Taba‘āt al-At. ibbā’. BM lo quali-
fica come allievo di Maimonide. Una ˙parte della critica distingue que-
sto personaggio dall’omonimo dedicatario di opere di Maimonide.
58
Halkin 1944 (arabo in lettere ebraiche con traduzione inglese
a fronte).
59
Us. aybi‘a, Kitāb ‘yūn al-anbā’ fi Taba‘āt al-At. ibbā’.
˙
cap. 12 Sul respingere il dolore della Medicina spirituale di
Razes, né quelle con il Regime della salute di Maimonide.60
Alla fine (forse mutila)61 dell’opuscolo sono aggiunti rin-
graziamenti rivolti a Galeno in versi dodecasillabi (trimetri
accentuativi bizantini) in molti punti assai corrotti.

IL DE PROPRIIS PLACITIS

Alla fine della sua vita, Galeno sentì il bisogno di passare


in rassegna i propri contributi scientifici, da una parte per
garantirne la genuinità (de libris propriis) e dall’altra a fini
didattici per assicurarne piena fruibilità (de ordine librorum
suorum). Entrambi questi scritti sono da collocare dopo il
195, con il de ordine librorum suorum che precede imme-
diatamente il de libris propriis.62 Ultimo della serie, e forse
ultimo scritto tout court e per questo non registrato nei due
contributi autobibliografici, il de propriis placitis intende dar
conto di alcuni punti dottrinali controversi riguardo ai quali
Galeno ribadisce le proprie convinzioni.63
Mentre il de indolentia costituisce un recupero in senso
assoluto («un traité de Galien miraculeusement retrouvé»,
BM), per il de propriis placitis, le cose stanno, come si è

60
Cfr. Zonta 1995, p. 20.
61
L’opuscolo sembra finire bruscamente, ma siamo forse in
presenza di uno stile senile di Galeno.
62
V. gli annunci in de ord. libr. suor. 2.23 («per cui mi bisognerà,
oltre a questo, redigere un altro libello che contenga l’esposizione
delle nostre trattazioni e insieme < > e l’indicazione dei punti prin-
cipali»); e, per le opere filosofiche, 4.4 («quali sono i loro soggetti
e quanti, è scritto per ciascuna di esse e sarà mostrato in quello
scritto, in cui farò la lista di tutti quanti i miei libri»); cfr. Boudon-
Millot 2007b, pp. 9 s.
63
In qualche modo l’operazione di Galeno è confrontabile con
quella delle Massime capitali di Epicuro; ma anche per le sostanziali
differenze cfr. Nutton 1999, pp. 47 s.
accennato, in termini alquanto diversi. Nel 1999 Vivian Nut-
ton aveva finalmente approntato per il «Corpus Medicorum
Graecorum» l’edizione della versione latina quasi completa
dell’operetta64 eseguita su una traduzione araba, raccogliendo,
per il testo greco, scoli ed estratti di breve estensione (ma la
gran parte del terzultimo capitolo e per intero gli ultimi due,
che avevano avuto una circolazione autonoma sotto il titolo
di 3HULWKCoRXMoLYDoWZCQIXoLNZCQGXQDYPHZQ, Sulla sostanza delle
facoltà naturali). La versione arabo-latina («poor performance
of the translator») aveva duramente impegnato l’ingegno di
Nutton, teso a rintracciare il senso spesso assai poco perspi-
cuo; e per la sua comprensione, lo studioso aveva largamente
profuso la sua erudizione in un commento esemplare. Il risul-
tato è stato che nonostante i molti miglioramenti lo scritto di
Galeno era reso certamente fruibile nelle sue linee generali,
ma in non pochi casi restavano delle oscurità e, ovviamente,
dopo il passaggio dal greco all’arabo e dall’arabo al latino
medievale sfuggiva del tutto il tenore letterale dell’operetta.
Ma ecco che non molto tempo dopo, appunto sulla base del
manoscritto del monastero dei Vlatades,65 Véronique Boudon-
Millot e Antoine Pietrobelli hanno potuto pubblicare l’editio
princeps del testo greco; e così si tratta in questo caso, e non
è certo poca cosa, di un «Galien ressuscité», come suona la
presentazione dell’edizione da parte di BM-P.

Datazione e struttura dell’opera


Per quanto riguarda la datazione, uno dei punti su cui si
basava Nutton per la tarda redazione dello scritto non ha

64
Per una perdita meccanica nell’archetipo, manca la sezione
finale del cap. 15.
65
Vlatadōn è il gen. plur.; il monastero era stato fondato intor-
no al 1350 dai fratelli monaci Dorotheos e Markos Vlat(t)is. Cfr.
Mavropoulou-Tsioumi 1987.
retto alla prova della formulazione originale in greco; se
la traduzione arabo-latina poteva far sospettare un rinvio
al de libris propriis in 1.4 (sed ego convoco in testimonium
illud quod composui de meis libris),66 il greco mostra invece
che si tratta di un’affermazione di carattere generale, rela-
tiva all’intera produzione di Galeno (HMJZGHWDJHJUDPPHYQD
PDUWXURXCQWDY PRLSDUHYFRPDL).67 Quel che è certo, però, è
che sono citate esplicitamente nell’operetta opere tarde
come il commento in Hippocratis de natura hominis (a
4.1 e 12.1) e il de foetuum formatione (a 3.5). E gli altri
elementi raccolti da Nutton dalla tradizione araba, che
collocano la composizione dello scritto alla fine della vita
di Galeno, mantengono la loro validità. Rhazes afferma
che «questo fu l’ultimo dei suoi libri e composizioni»; e
in particolare viene ricordata, da al-Sijistānı̄ , una critica
di Alessandro di Afrodisia alla posizione di Galeno, quale
trova espressione in questo scritto, secondo cui il medico
di Pergamo aveva speso ottant’anni della sua vita per
arrivare a tali conclusioni agnostiche.68 La composizione
del de propriis placitis intorno al 210 sembra così un dato
affidabile.
Il de propriis placitis è trasmesso integralmente in greco,
come detto, da un solo manoscritto, il Vlatadon 14, ai ff. 59r-62v
(Vlat), che è vergato in questa zona dal copista principale

66
«Questo richiamo al de libris propriis ... non solo è d’aiuto a
stabilire l’autenticità del presente trattato, ma anche spiega per-
ché esso non è menzionato in nessuno degli scritti bibliografici di
Galeno: esso è stato scritto proprio alla fine della vita di Galeno»,
Nutton 1999, p. 131.
67
Cfr. Raiola 2007 e Boudon-Millot 2007b, p. 5.
68
Per tutte le notizie di fonte orientale, e per la fortuna dello
scritto nel mondo arabo (Hunain testimonia di una traduzione di
Ayyūb in siriaco, di una sua ˙ propria sempre in siriaco, di una tra-
duzione in arabo da parte di Tābit ibn Qurra e di un’altra da parte
di ‘Īsā ibn Yahyā, rivista da Ishāq e corretta dallo stesso Hunain), si
veda Nutton ˙1999, pp. 37-40. ˙ ˙
del codice, Costantino Lascaris.69 Sempre in greco, alcuni
estratti sono offerti dal Parisinus gr. 2332 (P, XV sec.) e due
scoli nel Parisinus suppl. gr. 634 (Q, tardo XII sec.) riportano
limitati segmenti di testo; gli ultimi due capitoli (già in circo-
lazione sotto il titolo di de substantia facultatum naturalium)
sono tràditi anche dal Laurentianus gr. 74, 5 (L, II metà del
XII) e dall’Ambrosianus gr. 659 (A, scritto intorno al 1400);
l’Ambrosianus è testimone anche di gran parte del terzul-
timo capitolo. La traduzione arabo-latina (priva per caduta
meccanica della parte finale dell’ultimo cap.) è conservata in
cinque manoscritti (e si ha anche un breve estratto col cap. 2
e l’inizio del cap. 3 in traduzione arabo-ebraica).70
Non si può dire che il breve scritto possa rappresentare
la summa dottrinaria sia per quanto riguarda la scienza
medica sia per quanto è della visione filosofica di Galeno. È
anche possibile che l’operetta, che si rivolge a un anonimo
interlocutore, abbia un intento polemico piuttosto circoscrit-
to, con particolare riferimento alla concezione dell’anima;
e tuttavia Galeno ha modo di richiamare alcuni concetti
fondamentali rinviando a un buon numero di suoi scritti.71

69
Cfr. Pietrobelli 2010. Costantino Lascaris (Costantinopoli
1434-Messina 1501), in esilio dopo la caduta di Costantinopoli, fu
come è noto uno dei promotori della rinascita della lingua greca
in Italia; v. ivi, p. 118.
70
Questa traduzione, ripresa dall’edizione di Nutton con poche
correzioni, è riportata in Appendice. Su tutta quanta la tradizione
(ovviamente a eccezione di Vlat), cfr. Nutton 1999, pp. 14-37.
71
Non un «testamento filosofico» (Nutton), ma «si direbbe uno
scritto d’occasione ... un definitivo quanto polemico “reassessment”
di posizioni poste in dubbio dai contemporanei, una ribadita estra-
neità rispetto a concezioni impropriamente a lui attribuite, un inter-
vento nel dibattito corrente, condotto con asserzioni recise (quanto,
in genere, sommarie) e con richiami ai propri scritti, ma solo su
quegli aspetti specifici, evidentemente messi in discussione», Perilli
2004, p. 489 (Perilli non disponeva ancora del testo greco integrale,
ma il giudizio, basato sull’edizione di Nutton, è sostanzialmente
giusto). Echi polemici si ritrovano per tutto lo scritto, a cominciare
Per quel che riguarda l’interlocutore, va detto che la sua
figura è talmente sfuggente che difficilmente può essere un
personaggio diverso dal lettore stesso dell’operetta. A 2.2
si ha oRLGLYHLPL, a 6.2 NDLY oRLWRXCWRPDTHLCQH>oWLQ, a 12. 5 oH
FUKY, ma questo «tu» esplicitato nel pronome personale non
sembra avere maggiore personalità del «tu» generalizzante
che si manifesta più discretamente nelle desinenze verbali
di seconda persona (cfr. 5.4 oNRSRLCR ... HX-UKYoHLo [in integra-
zione]; 6.2 HMTHOKYYoKLo ... DMNRXYoKL, 6.3 GLDWHYPRLo, 7.D>NRXH, 8.1
HX^URLo [in integrazione]).
Dopo un breve prologo, in cui Galeno dichiara che dalle
sue opere si possono desumere quali sono le sue concezioni
fondate su un saldo sapere, quali altre poggiano su ciò che
è solo plausibile, e quali infine non ha potuto ammettere
perché di esse non è data una conoscenza scientifica (1),
trova espressione la sua posizione agnostica riguardo alla
costituzione dell’universo mondo e agli dèi (la sua è una
posizione moderata, esplicitamente contrapposta all’agno-
sticismo radicale di Protagora): quale sia la realtà ultima del
mondo e degli dèi, non gli è dato sapere; e però Galeno ha
prova, anche personale, della potenza e della provvidenza
degli dèi (di Asclepio e, significativamente per uno che molto
ha navigato nei suoi viaggi, dei Dioscuri Castore e Polluce);

dal prologo in cui Galeno dice del fraintendimento a cui vanno


incontro i suoi scritti (1.3: e per il motivo della SDUDNRKY v. anche 4.4;
5.7; 10.4; 12.8; 15.7 [con riferimento a Platone, ma probabilmente
anche all’esegesi di Galeno]); fraintendimento o anche non corretto
intendimento (1.2; 5.7); e si parla di contestazioni (DMQWLORJLYD, 8.1;
12.3; 12.8; 13.2), contraddizioni (HMQDQWLRORJLYD, 5.7), di discussione e
disaccordo (DMPILoEKYWKoLo, 5.6; 12.5; GLDIZQLYD, 5.6; 13.3; 13.4 [anche
qui in riferimento a Platone]; 13.7). Quello che colpisce però è
l’atteggiamento conciliante di Galeno (che rivendica infine anche
una sua posizione «mediana», a 14.4) interessato alla ricerca di un
accordo (R-PRORJRXYPHQRQ, 7.1; 12.6), a parte un paio di tirate un po’
più aspre, di carattere metodologico (8.1; 12.8). Per le opere citate
in questo scritto, v. Appendice.
pur nell’ignoranza di tale realtà, cosa che peraltro egli non
crede possa comportare danni per gli uomini, Galeno è ben
deciso a onorare gli dèi seguendo la tradizione (2). Anche
riguardo all’anima, non trova argomenti validi circa la sua
sostanza e immortalità, ma in quanto essa rappresenta l’istan-
za cui si riconduce il movimento e la sensazione degli esseri
viventi, egli sa che vi sono tre sedi deputate al movimento:
il cervello, principio del movimento intenzionale e della
sensazione; il cuore, di quello delle pulsazioni; e il fegato,
centro delle facoltà naturali. Solo sulla facoltà plasmatrice,
all’origine della vita, egli non sa esprimersi (3). Ma sui corpi,
così come sono costituiti, ci si può affidare alla concezione
di Ippocrate e alla teoria dei quattro elementi; e così per
quanto è del caldo innato negli esseri viventi; il che porta
a prendere in considerazione la dottrina dei temperamenti
(4). Ci sono discrasie nei corpi come nelle stagioni dovute
alla prevalenza di una singola qualità o di una coppia di
qualità primarie (connesse agli elementi). Ma il gioco di
queste qualità va bene inteso; in particolar modo, riguardo
al caldo e ai nervi (5: il caldo richiama il cap. 4 e i nervi
riprendono il discorso del cap. 3). Risultanze anatomiche in
riferimento ai nervi, la loro relativa freddezza e l’apparente
contraddizione col fatto che sono le parti più calde a essere
più sensibili (6). Anima e sensibilità dei corpi; corpo sensitivo
e pneuma psichico; ventricoli cerebrali e cervello (7). Tirata
metodologica contro chi contesta sbrigativamente le con-
clusioni di lunghe e articolate dimostrazioni: la concezione
dei tre principi di movimento (uno è appunto quello che ha
sede principale nel cervello) è valida e utile (8). Così come
è utile distinguere i generi di alterazione che si produco-
no nei corpi; ci sono in particolare alterazioni dovute alla
peculiarità di un’intera sostanza in gioco, così per i farmaci
più energici, come per le funzioni principali del corpo. Ogni
organo di esso sviluppa le facoltà naturali (9). Facoltà che
sono connesse al fegato, mentre la facoltà che discende dal
cervello e quella che viene dal cuore è di carattere diverso.
Il discorso sui tre principi di movimento non ha a che fare
con la facoltà plasmatrice, di cui Galeno non ha conoscenza
(10: cfr. 3). A questo proposito, Galeno ricorda l’errore di
gioventù in relazione all’indagine su quale organo si forma
per primo nel concepito: non può essere il cuore, come aveva
allora creduto seguendo l’opinione di uomini autorevoli;
l’anatomia offre decisivi argomenti contro questa teoria, e
però anch’essa si deve arrestare davanti all’individuazione
della facoltà plasmatrice (11). La lunga discussione su sangue
e cuore, sull’aporia riguardo alla facoltà plasmatrice, riporta
il discorso al tema dei quattro umori costitutivi (dell’orga-
nismo già formato; cfr. il passaggio da 3 a 4): il loro ruolo è
confermato dalla farmacologia. Un umore specifico, la bile
nera, dà luogo a una nuova tirata metodologica. Non solo
il sangue è in gioco in un corpo, come dimostra il fatto che
esistono animali non sanguigni (12). C’è infatti un altro calore
oltre a quello del cuore e del sangue: quello del fegato, ciò che
permette collegamenti con la dimensione vegetale. Platone
e le piante. Piante e facoltà naturali. Opposizione animali/
piante in base al principio di sensazione e movimento volon-
tario. Le facoltà naturali non sono appannaggio dell’anima
(13). L’anima si riconosce dal movimento volontario e dalla
sensazione. Ci sono varie posizioni sul principio agente: o
un’anima incorporea o un’anima corporea (pneuma), ma
anche nessun’anima realmente esistente, perché si può ben
pensare a un corpo che per propria natura è in grado di agire.
E questo è sufficiente per la medicina e la filosofia morale
(14). Dal temperamento dei quattro elementi discendono i
corpi e quel che si può dire è che l’anima segue il tempera-
mento dei corpi. La questione relativa alla sostanza dell’anima
non appare rilevante. Ma c’è un ma. Proprio alla fine dello
scritto, si presenta una questione irrisolta: le facoltà naturali
sembrano infatti essere connesse a una facoltà ricognitiva (e
quindi alla percezione/sensazione, e quindi a una delle due
caratteristiche dell’anima). E allora come collocare i vegetali
in questo contesto (dato che neppure sono sprovvisti dell’al-
tra caratteristica, il movimento [per le piante un movimento
intrinseco])? Posizione di Platone, cui Galeno assente: ci
sono indubbie problematicità, ma una «conoscenza precisa»
della questione non è comunque rilevante per la medicina e
la filosofia morale (15).
Nel riassunto si è cercato di sottolineare i momenti di
continuità nell’esposizione che, al di là della varietà dei
contenuti, permettono a Galeno di condurre un discorso
fluido e coerente, anche se non serratissimo. Ma ci sono anche
richiami a lunga distanza che assicurano una coesione e una
strutturazione compiuta dello scritto: all’inizio c’è una presa
di posizione fondamentale sulla distinzione tra tesi sostenute
sulla base di un saldo intendimento delle questioni ovvero
di solo un convincimento (non ulteriormente dimostrabile)
e questioni delle quali egli semplicemente non può avere
intendimento perché non è data per esse nessuna conoscenza
scientifica (1.4). Questa tripartizione ritorna, in una chiusura
ad anello, alla fine (14.4: ma ora si può mostrare che di molte
questioni per le quali si può solo invocare la plausibilità, la
conoscenza salda non è neppure necessaria per l’esercizio
dell’arte medica e della filosofia morale). E se gli uomini non
possono essere danneggiati dall’ignoranza della sostanza degli
dèi (2.3), così nessuno in medicina può essere danneggiato,
in relazione all’anima, dall’ignoranza dell’empsicosi o della
metempsicosi (15.2). I corpi, nel nostro mondo, vengono, come
dimostrato da Ippocrate, da una temperanza dei quattro ele-
menti (4.1) e questo punto è ribadito alla fine con maggiore
enfasi e coinvolgimento personale: «affermo di conoscerlo
saldamente» (15.1). Anche singole voci fungono da raccordo
nell’esposizione: c’è la proclamazione (HMSDJJHYOOHoTDL) di chi
intende dare dimostrazioni (8.1) e la proclamazione, di per
sé infondata perché priva di conoscenza esatta, di chi rico-
nosce un elemento divino nel fattore plasmante all’origine
della vita (11.5: ma era così anche per Galeno, cfr. nota di
commento ad loc.); e c’è l’impossibilità per Galeno stesso
di proclamare una conoscenza salda in rapporto all’anima
e alla sua unione con il corpo (15.2).
Per tutta una serie di nozioni e concezioni circoscritte
(ma anche di carattere più generale: i tre principi di movi-
mento, le quattro facoltà naturali) si ripetono i verbi posi-
tivi di «affermare» (IKPLY), «essere convinto» (SHYSHLoPDL),
«mostrare, dimostrare» (GHLYNQXPLDMSRGHLYQXPL), «dichiarare,
osar dichiarare» (DMSRIDLYQRPDLDMSRIDLYQHoTDLWROPZC a 3.3).
E però in tutto lo scritto affiorano, in contrappunto e sulle
questioni di fondo (gli dèi, l’anima, la formazione della vita),
i verbi negativi di «ignorare» (DMJQRHLCQ), «non conoscere» (PK
JLQZYoNHLQ), «non sapere» (RXMNHLMGHYQDLHMSLYoWDoTDL), «non
poter dichiarare» (RXMNDMSRIDLYQHoTDL), «guardarsi dal dire»
(OHYJHLQ ... IXODYWWRPDL a 13.6), «non poter sostenere con forza»
(RXMGLDWHLYQHoTDL).

Anima e vegetali
In particolare, la negazione è usata in rapporto alla questione
dell’anima: ci sono tre prese di posizione molto esplicite,
distribuite sapientemente all’inizio, al mezzo e alla fine dello
scritto (a 3.1-2, in tutto il cap. 7, a 15.2), sull’impossibilità di
avere conoscenza della sostanza dell’anima.72 È questa la
grossa questione che rimane irrisolta, che Galeno non sa e

72
In un paio di occasioni Galeno, nell’ignoranza della sostanza
dell’anima, sembra rifugiarsi nell’evidenza lapalissiana: 7.3 «fin tanto
risulta che (l’anima) resta a disposizione del corpo, fin quanto è in
grado attraverso esso di esercitare quelle che sono le sue attività
secondo natura, sicché finché salvaguardiamo il corpo che mantiene
una temperanza sensitiva, non saremo morti»; e 15.4 «col mantenersi
dunque della buona temperanza naturale nel corpo, che l’anima se
ne distacchi mi pare di dover riconoscere che è impossibile». Per la
verità, l’argomentazione è altrove molto più articolata e stringente
(contro i platonici, cfr. quod animi mor. 3-4).
non vuole approfondire in mancanza di argomenti e prove
scientifiche (e di cui tende infine a sminuire la portata, non
giudicandola necessaria né per la cura delle malattie e per
la salvaguardia della salute, né per la filosofia morale). È
una questione irrisolta come (e connessa con) quella dello
statuto dei vegetali.
La questione dell’anima si pone ovviamente per gli ani-
mali, e per avere una base di partenza occorrerebbe poter
operare una rigida distinzione tra gli animali (]ZCLD, «viventi»
in greco) da una parte e gli esseri inanimati dall’altra. Ora,
finché si parla di «pietre e cocci, di sabbia e cadaveri bruciati
e in putrefazione», la distinzione appare chiara (13.5); ma
essa è tendenziosamente preceduta da una serie incongrua
di «pietre ed erbe e legni e per dirla in generale tutte le
piante» (13.4). Le piante non possono essere liquidate così;
si dimostrano estremamente riottose a essere confinate nella
dimensione «dei corpi inanimati».
L’anima si definisce secondo il parere comune degli uomini
come l’istanza per la quale si ha il movimento volontario e
la percezione/sensazione attraverso gli organi di senso (3.1;
14.1). A un livello inferiore, si direbbe irrelato, si colloca la
disponibilità delle facoltà naturali, naturali appunto e non
psichiche (cioè riferibili all’anima,13.7). Eppure in qualche
modo hanno a che fare con l’anima, se di questo termine,
«anima», a questo livello si servono i platonici (3.6) e con Pla-
tone anche Aristotele (13.1) contro gli Stoici e generalmente
gli uomini, che parlano di «natura». Ma non è un problema
di mera terminologia. Le quattro facoltà naturali vedono ai
loro estremi una facoltà attrattiva di ciò che è appropriato
e una escretiva di ciò che è estraneo (mentre la ritentiva
trattiene l’attratto e l’alterativa lo trasforma, destinandone
una parte alla crescita e quella inutile all’espulsione). Queste
due facoltà estreme pongono il problema dell’individuazione
(ricognitiva, JQZULY]HLQ) dell’appropriato e dell’estraneo:
ebbene, questa individuazione presuppone una specie di
conoscere, che per parte sua non è più una facoltà naturale,
ma è funzione della facoltà percettiva/sensitiva (15.6 WR GH
JQZULY]HLQDLMoTKWLNKCoGXQDYPHZoH>UJRQHL?QDLIDLYQHWDL), e cioè
di una delle due caratteristiche che concorrono a definire
l’anima (anche dell’uomo, fino alle elaborazioni più astratte
della logica, 3.3). In tal modo, anche le facoltà naturali, per
questo aspetto, sembrano rientrare, nonostante l’affermazione
in senso contrario di 13.7, tra quelle psichiche. Con il rischio
di un animismo molto esteso: non è investito, come è ovvio,
solo l’animale (e l’uomo in prima battuta: l’uomo sta al vertice
degli zôia, molto lontano dai phutá 11.1), ma ogni singolo
organo che compone l’animale (9.3). Come si fa incerto il
limite tra facoltà naturali e facoltà psichiche, così si fa incerto
il confine tra animato e inanimato. Non c’è dubbio che le
pietre e i legni, le pietre i cocci e la sabbia, oppure i cada-
veri degli animali (e per prendersi un margine di sicurezza
maggiore si precisa che vengono bruciati o vanno in putre-
fazione) sono corpi apsukha, inanimati. Ma le piante? Alle
piante sono riconosciute le facoltà naturali (3.5), ma anche
un principio di movimento (molto ambiguo, sembrerebbe di
primo acchito: solo quello inerente alle facoltà naturali; ma
si noti qui il brusco passaggio, non segnalato da opportuni
nomi o pronomi, da piante ad animali: il § inizia infatti con
le piante, ma in riferimento alla facoltà alterativa si dice
che è sua «opera anche il nutrire così come il far crescere il
frutto del grembo», cosa che ovviamente non può riguardare
più le piante). Sotto questo aspetto si può parlare di anima
anche per le piante (e quindi non avevano torto Platone e
Aristotele, 3.6; 13.1). E se il singolo organo è come un ani-
male, lo è anche la pianta allo stesso titolo (9.3). Le piante
hanno un analogo del fegato, là dove le radici convergono nel
ceppo (10.1). E la facoltà plasmatrice (di origine sovrumana)
si è interessata anche delle piante, seppure con impegno
inferiore rispetto (agli animali e) all’uomo. Nelle piante c’è
calore, di diverso genere rispetto a quello d’origine cardiaca
e sanguigna, un calore analogo a quello del fegato (13.1-2).
Chiamarle fredde, quindi, è vero solo grosso modo e solo
in base a un giudizio fondato su una sensazione ordinaria e
non sull’esattezza scientifica; esse sono solo relativamente
fredde (5.3; 13.2-3). Quello basato sul calore cardiaco e
sanguigno non è d’altronde un criterio affidabile: ci sono
anche animali non sanguigni (12.3, 12.10). Ebbene, le piante
posseggono anche movimento (in sé) oltre che percezione/
sensazione (13.6; 15.7-8, una GLDYJQZoLo in relazione «a piacere
e a pena», una sensazione GLDJQZoWLNKY «delle cose piacevoli
e non piacevoli»); e con ciò esse soddisfano, anche se a un
livello rudimentale, alla condizione in cui si parla di anima
a 3.1. E quando a 13.7 Galeno risponde alla domanda in
che consista la pleonexia, la superiorità degli animali sulle
piante, la sua risposta (che riprende la definizione di 3.1) può
essere intesa non come lo stabilimento di un’opposizione tra
animali e vegetali, ma come il riconoscimento di una mera
differenza di grado. Nonostante tutto, le piante sono animali,
come voleva Platone.

Un passo controverso
Il 14 è un capitolo particolarmente complicato, per vari
motivi. Intanto i codici greci (oltre al Vlatadon, per questo
capitolo e il successivo, si dispone della testimonianza di altri
due manoscritti, cfr. Datazione e struttura dell’opera) hanno
preso la prima frase come titolo di un diverso scritto, dando
così luogo a una sconnessione sintattica cui si è cercato di
ovviare con soluzioni diverse; e ci sono poi errori minori,
anch’essi diversamente corretti.
Nella prima parte del capitolo (14.1-3) è questione dell’ani-
ma, cioè della causa postulata dagli uomini per dar conto dei
movimenti intenzionali e delle varie sensazioni provate. A
14.2 c’è anche una sintetica dossografia delle varie posizio-
ni. Orbene, l’oscurità maggiore, a parte la menzione delle
«facoltà» (GXQDYPHLo) in contesti diversi e con diverso statuto
(a 14.2 si tratta di facoltà incorporee ma dotate di una loro
sostanzialità e a 14.3, due volte, di facoltà insostanziali come
proprietà dei corpi fisici), l’oscurità maggiore è data dal fatto
che alla fine di 14.3 si contrastano due genitivi assoluti (RXMN ...
/ DMOODY ...) i cui soggetti sono, in entrambi, «sostanze», RXMoLYDL:
nel primo al plurale (RXMNRXMoLZCQWLQZQHMNHLYQZQ), nel secondo
al singolare (DMOODWKCo ... RXMoLYDo). In gioco c’erano più sopra,
si diceva, delle facoltà incorporee (DMoZPDYWRXoWLQDo ... GXQDY
PHLo) insediate in «sostanze sensibili» (WDLCoDLMoTKWDLCoRXMoLYDLo,
14.2); e in contrapposizione al postulato di queste «facoltà
incorporee» si diceva che sono le «sostanze sensibili di per sé»
a essere attive (DXMWDoHMQHUJHLCQWDoRXMoLYDo), e questo per una
loro natura, peculiare di ognuna di esse (NDW¨LMGLYDQH-NDYoWKo
IXYoLQ). Questa natura peculiare discende dalla mescolanza
(NUDYoHZo, temperamento, temperanza) dei quattro elementi
o, come vogliono altri, da una certa qual composizione dei
corpi primi (SRLDCooXQTHYoHZoWZCQSUZYWZQoZPDYWZQ: che in
quanto «corpi» avranno pure una loro sostanza e in quanto
«primi» difficilmente saranno sensibili). Con il § successivo,
14.3, si passa a parlare specificamente dell’anima: per alcu-
ni è una sostanza incorporea (strettamente connessa alle
«facoltà incorporee» di 14.2), per altri corporea (pneuma:
che sia corporeo non è qui detto esplicitamente, ma come
RXMoLYDoZPDWRHLGKYo è qualificato a 7.4, in opposizione all’RXMoLYD
incorporea dell’anima di Platone) e per altri ancora non ha
semplicemente realtà alcuna.
Secondo la concezione di questi ultimi (che è anche di
Galeno), è la peculiarità (dove LMGLRYWKWD richiama NDW¨LMGLYDQ
H-NDYoWKoIXYoLQ) della sostanza del corpo ad avere le «facoltà»
per le cose che per natura fa; e cioè è la sostanza (del corpo
sensibile) che agisce di per sé, avente per natura le facoltà
per realizzare le operazioni che si hanno attraverso di essa
e per suo impulso (si noti il singolare WKCoHMQHUJRXYoKoRXMoLYDo
+ SHYIXNH, che riprende il plurale DXMWDoHMQHUJHLCQWDoRXMoLYDo
+ IXYoLQ di 14.2). E allora, cosa sono le RXMoLZCQWLQZQHMNHLYQZQ,
alle quali si nega ora in 14.3 la «natura peculiare» (RXMNRXMoLZCQ
WLQZQHMNHLYQZQ LMGLYDQIXYoLQHMFRXoZCQ)? La traduzione arabo-
latina non dà soccorso, anche perché corrotta (et non quod
habeat [sogg. è a quanto sembra «il corpo»] eam naturam
appropriatam ei † ratione respectum †). Quanto al greco,
Nutton intende: «they [le facoltà della sostanza del corpo]
do not have the specific nature of various substances», e nel
commento ad loc. parafrasa «faculties do not take on the
specific nature of various (WLQZQ) substances». BM-P ripren-
dono questa traduzione: «car ces facultés ne possèdent pas
la nature particulière de quelconques substances».
Prima la notizia, poi il commento. Il genitivo plurale
femminile HMFRXoZCQ non può grammaticalmente riferirsi alle
facoltà, GXQDYPHLo, che precede con valore di accusativo plurale;
e WLQZQ non vuol dire «various» (meglio «quelconques»); stac-
care poi il genitivo plurale femminile HMFRXoZCQ dal sostantivo
femminile plurale immediatamente precedente RXMoLZCQ, per
fare invece di questo sostantivo femminile plurale (+ WLQZQ
HMNHLYQZQ) un complemento di specificazione di (LMGLYDQ) IXYoLQ,
non è operazione impeccabile e nemmeno raccomandabile (e
in realtà è linguisticamente assai dubbia: HMFRXoZCQ resterebbe
appeso senza referente).
E ora il commento: a cosa ci si riferisce con «quelle certe
sostanze» che non hanno una natura peculiare? A me pare
che non restino che le sostanze postulate dai materialisti di
14.2, e cioè i loro «corpi primi» (che in quanto tali, come
detto, non sono sensibili). Galeno certamente non individua
l’anima (le dunameis) nei quattro elementi, ma tanto meno
può concedere che venga individuata nei corpi primi: non
sono gli elementi e (per chi li postula) non sono i corpi primi
ad avere una peculiare natura per agire, ma è solo la mesco-
lanza (o, per i materialisti, la composizione) che porta a una
sostanza sensibile che ha, essa, una sua natura e le facoltà
per attuare ciò che si compie attraverso di essa e per essa.
Con HMNHLYQZQ sono richiamati i lontani «corpi primi» (che
sono delle sostanze, dei corpi, ma non sensibili) e con WLQZQ
si riprende la SRLDCo (di oXQTHYoHZo) in riferimento a questi
corpi primi, indicati nella sfilza di denominazioni improbabili
causticamente snocciolata più sopra. Il rifiuto di riconoscere
ai corpi primi una peculiare natura per «agire» (HMQHUJHLCQ)
non vuol dire che Galeno voglia attribuire a quei materialisti
una tesi del genere, solo ribadire che non sono gli elementi
di per sé (per quello che lo riguarda), come non possono
esserlo i corpi primi escogitati da altri, ad avere le dunameis.
E tuttavia si noti che nel fr. 60 Usener (12, 3 Arrighetti, che
sarà richiamato nella nota a 13.2 in fine) Epicuro parla a
proposito del vino di «atomi che producono il caldo» (DL-
SRLRXCoDLWRTHUPRQD>WRPRL), di atomi «realizzatori di caldezza
e altri, a lor volta, di freddezza» (THUPDoLYDoDMSRWHOHoWLNDYo
H-WHYUDoG¨DX?\XFURYWKWRo).73

IVAN GAROFALO e ALESSANDRO LAMI

73
L’edizione di Nutton offre una traduzione inglese distinta della
traduzione arabo-latina e, in colonna parallela, del testo greco quando
disponibile. Una traduzione integrale del testo greco in francese è
quella che accompagna l’editio princeps di BM-P.
BIBLIOGRAFIA

OPERE DI GALENO

L’edizione di riferimento, e l’unica in età moderna per quasi


la metà del corpus galenico, è ancora quella di Karl Gottlob
Kühn (Galeni opera omnia, 20 voll., Knobloch, Leipzig 1821-
1833 [rist. Olms, Hildesheim 1964]).
Sul sito delle Bibliothèques Interuniversitaires de méde-
cine (BIUM, ora Bibliothèque Interuniversitaire Santé) si
trovano l’edizione kühniana e altre edizioni antiche, e su
http://cmg.bbaw.de/ le edizioni del «Corpus Medicorum
Graecorum» (sul sito anche gli Scripta Minora, singole
edizioni nella «Bibliotheca Teubneriana» e in dissertazioni
tedesche di difficile reperibilità, nonché un indice biblio-
grafico aggiornato del corpus galenico a cura di Gerhard
Fichtner).

Edizioni del «de indolentia»


BM Sur l’inutilité de se chagriner, a cura di V. Boudon-Millot,
in V. Boudon-Millot, A. Guardasole e C. Magdelaine (a
cura di), La science médicale antique. Nouveaux regards,
Beauchesne, Paris 2007, pp. 72-123.
BM-J Ne pas se chagriner, in Galien, t. IV, a cura di V.
Boudon-Millot e J. Jouanna, con A. Pietrobelli, «CUF»
Les Belles Lettres, Paris 2010.
KS P. Kotzia e P. Sotiroudis, *DOKQRXY3HULDMOXSLYDo«Hel-
lenica» 60.1, 2010, pp. 63-150.
Nutton [2012] traduzione inglese e commento per Cam-
bridge University Press, in corso di stampa.

Edizioni del «de propriis placitis»


Nutton 1999 Galen, On my own opinions. Edition, Tran-
slation and Commentary, a cura di V. Nutton, CMG V 3,
2, Akademie, Berlin 1999.
BM-P Galien ressuscité: édition «princeps» du texte grec
du «De propriis placitis», a cura di V. Boudon-Millot e
A. Pietrobelli, «Revue des études grecques» 118, 2005,
pp. 168-213.

Edizioni di altre opere


adversus Iulianum, a cura di E Wenkebach, CMG V 10, 3,
Akademie, Berlin 1951.
adversus Lycum, a cura di E. Wenkebach, CMG V 10, 3,
Akademie, Berlin 1951.
de anatomicis administrationibus (arabo), a cura di M. Simon,
in Anatomie des Galen, 7 voll., Hinrichs, Leipzig 1906;
trad. it. Procedimenti anatomici, a cura di I. Garofalo, 3
voll., BUR, Milano 1991.
de animi uniuscuiusque dignotione et medela, a cura di W. De
Boer, CMG V 4, 1, 1, B.G. Teubner, Leipzig-Berlin 1937;
a cura di G. Magnaldi, Ist. Poligr. e Zecca dello Stato,
Roma 1999; trad. it. Le passioni e gli errori dell’anima, in
Galeno. Opere morali, a cura di M. Menghi e M. Vegetti,
Marsilio, Venezia 1984.
de atra bile, a cura di W. De Boer, CMG V 4, 1, 1, B.G. Teubner,
Leipzig-Berlin 1937.
de differentiis febrium, a cura di K.G. Kühn, vol. VII, pp.
273-405; trad. araba di Hunain De differentiis febrium
˙
libri duo arabice conversi, a cura di C. De Stefani, Serra,
Pisa-Roma 2011.
de elementis secundum Hippocratem, a cura di Ph. De Lacy,
CMG V 1, 2, Akademie, Berlin 1996.
de foetuum formatione, a cura di D. Nickel, CMG V 3, 3,
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de libris propriis, in Boudon-Millot 2007b; trad. it. I miei libri,
in Garofalo e Vegetti 1978, pp. 63-90.
de moribus, Compendio del «de moribus», a cura di P. Kraus,
Kitāb al-ahlāq li-Ǧālı̄ nūs, «Bull. Fac. Arts Egypt Univ.»
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de motu musculorum, a cura di P. Rosa, Biblioteca di «Gale-
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de naturalibus facultatibus, a cura di G. Helmreich, SM III,
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de optimo medico cognoscendo libelli versio arabica, CMG
Suppl. Or. IV, a cura di A.Z. Iskandar, Akademie, Berlin
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de ordine librorum suorum, in Boudon-Millot 2007b.
de placitis Hippocratis et Platonis, a cura di Ph. De Lacy, CMG
V 4, 1, 2, 3 voll., Akademie, Berlin 1978-1984.
de praecognitione ad Epigenem, a cura di V. Nutton, CMG
V 8, 1, Akademie, Berlin 1979.
de purgantium medicamentorum facultate, a cura di K.G.
Kühn, vol. XI, pp. 323-342; J. Ehlert, diss. phil., Göttingen
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de semine, a cura di Ph. De Lacy, CMG V 3, 1, Akadamie,
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de simplicium medicamentorum facultatibus, a cura di K.G.
Kühn, vol. XI, pp. 379-892, vol. XII, pp. 1-377.
de sophismatis seu captionibus penes dictionem, a cura di K.
Gabler, diss. phil. Rostock 1903; R.B. Edlow, On Language
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(On Fallacies), with Introd., Text, and Comm., «Philosophia
Antiqua», Brill, Leiden 1977.
de temperamentis, a cura di G. Helmreich, B.G. Teubner,
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de usu pulsuum, a cura di D.J. Furley e J.S. Wilkie, On respira-
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de usu respirationis, a cura di R. Noll, diss. phil. Marburg 1915;
D.J. Furley e J. S. Wilkie, On respiration and the Arteries. An
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De usu pulsuum, and De causis respirationis, Princeton
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de usu partium, a cura di G. Helmreich, 2 voll., G.B. Teubner,
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Helmreich, CMG V 9, 1, B.G. Teubner, Leipzig-Berlin
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di E. Wenkebach, CMG V 10, 2, 1, B.G. Teubner, Leipzig-
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in Hippocratis epidemiarum librum VI commentaria, a cura
di E. Wenkebach e F. Pfaff, CMG V 10, 2, 2, Akademie
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in Hippocratis prognosticum commentaria, a cura di J. Heeg,
CMG V 9, 2, B.G. Teubner, Leipzig-Berlin 1915.
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OPERE DI ALTRI AUTORI

Aqnı̄ n, Aknin, v. Halkin 1944


Dione Cassio, a cura di U.P. Boissevain, Weidmann, Berlin
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G.B. Teubner, Leipzig-Berlin 1922 (rist. Stuttgart 1967).
Hunain, Risāla, in Hunain ibn Ishāq, Über die syrischen und
˙ ˙
arabischen Galen-Übersetzungen, a cura di G. Bergsträsser,
«Abh. f. d. Kunde d. Morgenlandes» 17, 2, Leipzig, 1925.
Ippocrate, aphorismi, a cura di W.H.S. Jones, Hippocrates, vol.
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d’Hippocrate, hist. du texte et éd. crit., trad. et comm., thèse
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vol. I, G.B. Teubner, Leipzig 1894; W.H.S. Jones, Hippocra-
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Cambridge (Mass.)-London 1923; epidemiarum II, a cura di
W.D. Smith, Hippocrates, vol. VII, «Loeb Class. Libr.» Har-
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– de natura hominis, a cura di W.H.S. Jones, Hippocrates,
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Us. aybi‘a, Kitāb ‘yūn al-anbā’ fi Taba‘āt al-At. ibbā’, a cura
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STUDI

Per la medicina di Galeno e più in generale per la scienza


in età imperiale si rimanda ai volumi di «Aufstieg und
Niedergang der Römischen Welt» II 37.1-3 (si segnala-
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1351-1420, indice 2063-2070; e per il Galeno arabo, G.
Strohmaier, Der syrische und der arabische Galen, pp.
1987-2017; v. ora I. Garofalo, voce Galen Arabic, in Henrick
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Springer, New York, in corso di stampa).

Anastassiou A. e Irmer D. 1997-2001 Testimonien zum


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Becchi F. 2012 La psicopatologia di Galeno: il 3HULDMOXSLYDo,
in Manetti 2012, pp. 23-31.
Becchi F. [2012] Dalla WHYFQKDMOXSLYD di Antifonte al SHUL
DMOXSLYDo di Plutarco e di Galeno: evoluzione storica di un
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Bergsträsser 1925 v. Hunain, Risāla.
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Boudon-Millot V. 2007b (a cura di) Galien. Introduction
générale; Sur l’ordre de ses propres livres; Sur ses propres
livres; Que l’excellent médecin est aussi philosophe, t. I,
«CUF» Les Belles Lettres, Paris 2007.
Boudon-Millot V. 2011 L’ecdotique des textes médicaux
grecs et l’apport des traductions orientales, in Entre Orient
et Occident: la philosophie et la science gréco-romaines dans
le monde arabe, «Entretiens sur l’Antiquité classique de
la Fondation Hardt» 57, p. 321-387.
Boudon-Millot V. e Jouanna J. 2010 v. BM-J, Ne pas se
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Boudon-Millot V. e Pietrobelli A. 2005a De l’arabe au
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Boudon-Millot V. e Pietrobelli A. 2005b v. BM-P, Galien
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Corbinelli S. 2008 Amicorum colloquia absentium, D’Auria,
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NOTA AI TESTI

Questi due scritti sono qui presentati col testo greco (rivi-
sto su una copia digitale del manoscritto), traduzione
italiana e note di commento; per la traduzione italiana
del de propriis placitis ci si è anche avvalsi del lavoro di
un’allieva senese di Ivan Garofalo, Eleonora Acerra, che
ha condotto su questo scritto galenico la sua tesi di laurea
specialistica, discussa nella primavera del 2011. Entrambi
i testi sono stati discussi assieme (e con Amneris Roselli),
e il presente libro è opera comune: ma Ivan Garofalo è
responsabile della costituzione del testo, della traduzione
e del commento di de indolentia; Alessandro Lami della
costituzione del testo, della traduzione e del commento di
de propriis placitis.
I testi non presentano apparato critico, ma per de indolentia
il lettore troverà in Appendice una lista delle varianti adottate,
mentre per questioni di testo relative a de propriis placitis è
rimandato all’editio princeps di Véronique Boudon-Millot e
Antoine Pietrobelli (BM-P), all’edizione di Nutton (1999) e
all’articolo di Alessandro Lami in «Galenos», 4 (Lami 2010).
Dal commento potrà comunque constatare che il lavoro,
rivolto a un pubblico non di soli specialisti, non intende tradire
le attese dei lettori filologi. A motivo della loro successione
cronologica (de indolentia fu composto nel 193, de propriis
placitis alla fine della vita di Galeno, verso il 210), conviene
invertire l’ordine di presentazione dei due scritti rispetto a
quello della comparsa delle edizioni, e cominciare così dal
3HULDMOXSLYDo.
Per quanto riguarda il de indolentia, prima e dopo le edi-
zioni una grande quantità di studi filologici, storici, archeolo-
gici, ha arricchito la nostra comprensione dell’opera.1 Questo
lavoro utilizza ampiamente e con riconoscenza le edizioni BM,
BM-J e KS. Le differenze con le altre edizioni sono indicate
in Appendice nella tabella delle varianti. Per il commento
l’essenziale era stato fatto da Véronique Boudon-Millot e
Antoine Pietrobelli, e Vivian Nutton ha messo a disposizione
di molti studiosi la sua traduzione commentata non ancora
pubblicata. Molto si trova anche nel commento di KS; ma
a tutto questo si è aggiunto il lavoro ricchissimo e acuto
di Jouanna (in BM-J), che ha dedicato oltre 160 pagine di
commento all’operetta.2
Il commento che accompagna questa edizione può dunque
spesso rinviare a quanto scritto dagli studiosi menzionati.
Una parte del tutto originale è tuttavia quella che si riferisce
alle numerose scelte testuali che divergono da quelle degli
altri studiosi, in particolare quando si utilizzano i testimoni
arabi.3 E altro ancora nasce dalla lunga frequentazione con
l’opera di Galeno.
Per il de propriis placitis, come detto, un dottissimo com-
mento è stato fornito nella sua edizione da Nutton; e di esso
ci si è avvalsi per la redazione delle note che accompagnano
la traduzione italiana. Quanto al testo greco, si è potuta
utilizzare, così come per de indolentia, una copia digitale del

1
Sul titolo greco v. sopra. BM ha corretto sulla base del de libris
propriis 15.1, p. 169, 17 BM, 3HULDMOXSLYDoH^Q
2
Jouanna tuttavia non ritiene esaustivo il suo lavoro: Jouanna in
BM-J Notice, p. LXXV. Il commento ha note filologiche, storiche,
filosofiche, linguistiche, e rivela la profonda empatia di Jouanna
per Galeno.
3
Jouanna, in BM-J Notice p. LXXIV, ritiene le citazioni arabe
troppo lontane dal testo per poter essere utilizzate.
manoscritto. In molti punti la lettura è incerta o impossibile
per macchie di umidità o per evanescenza dell’inchiostro; i
supplementi, così come le correzioni, qui dati generalmente
senza specifica attribuzione, sono dei primi editori (BM-P)
o sono quelli già comunicati in Lami 2010; residuali diverse
lezioni o integrazioni sono di questa edizione.

NOTE EDITORIALI

Per de indolentia si mantiene l’indicazione della divisio-


ne in paragrafi dell’edizione «CUF», che riprende quella
dell’editio princeps, con alcune suddivisioni di paragrafi.
Una tabella finale riporta le numerose varianti testuali
rispetto all’edizione francese e quella greca. Per de propri-
is placitis si adotta la divisione in capitoli e paragrafi, con
minime modifiche, dell’edizione di Nutton; in Appendice
si riporta, con poche correzioni, la versione latina nel testo
stabilito da Nutton.

Ortografia
Il manoscritto per de indolentia presenta sempre le forme
JL- per JLJ-, incoerenza si riscontra invece per de propriis
placitis (che ha anche una tradizione diversa dal Vlatadon):
abbiamo normalizzato JL-.
Quanto all’alternanza -oo- / -WW- (a parte in numerali nei
quali è all’arbitrio dei copisti sciogliere la cifra alfabetica),
de indolentia presenta un solo caso di doppio sigma in HMIX
ODYooRQWR (§ 63), in tutti gli altri casi esibisce l’attico doppio
tau; de propriis placitis ha il doppio sigma in SXUHooRYQWZQ
(4.4); il doppio -WW- atticizzante è anche prevalente nel resto
della tradizione di Galeno. Abbiamo generalizzato ovunque,
anche nei numerali, il doppio tau. Per de propriis placitis si
ricorda anche che è stata in linea generale evitata la scriptio
plena (in particolare del connettivo GHY davanti a vocale) in
modo desultorio affiorante nel manoscritto.

Sigle
<...> parole aggiunte
[perdita] in tondo tra parentesi quadre: parole espunte
[perdita] in corsivo tra parentesi quadre: parole aggiunte
dal traduttore a chiarimento
(perdita) parole evanide ma ricostruibili
(....) parole evanide illeggibili

Abbreviazioni
de indolentia
BM = V. Boudon-Millot nell’editio princeps 2007
Jouanna1 = Jouanna nell’editio princeps 2007 (BM)
Jouanna = Jouanna nell’edizione CUF 2010 (BM-J)
CUF = edizione CUF 2010
KS = Kotzia e Sotiroudis nell’edizione 2011
Vlat = manoscritto Vlatadon 14

Lami = congetture inedite di A. Lami


Nutton = traduzione e commento inediti [2012]
Roselli = congetture inedite di A. Roselli

de propriis placitis
Le abbreviazioni dei titoli delle opere di Galeno, di per sé
abbastanza perspicue, sono in sostanza quelle utilizzate da
Fichtner. Per le indicazioni complete v. la Bibliografia.
DEL NON AFFLIGGERSI
3(5,$/83,$d

f. 10vVlat ´(ODERYQoRXWKQHMSLoWROKYQHMQK_ SDUHNDYOHLo


PH GKOZ
o DLY  oRL WLY o  D> o NKoLo K@  ORY J RL WLY Q Ho K@  GRY J PDWD
SDUHoNHXYDoDYQPHPKGHYSRWHOXSHL
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H-ZUDNHYQDL NDWDY WLQD WRX
 SROXFURQLYRX ORLPRX
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PRLJHJRQHYQDLWLWRLRX
WRQHLMoFUKYPDWDWHžWULYoSRXNDL

3HULDMOXSLYDo, Del non affliggersi; sulla forma del titolo e sulle


interpretazioni di esso v. Introduzione.

1 l’esercizio o quali ... i discorsi o le dottrine: come ha osservato


Jouanna, la distinzione tra precetti morali (dogmata) ed esercizi
(askēseis) si trova anche nel de animi (5.37 K = p. 44 Magnaldi),
dove l’interlocutore pone a Galeno una domanda simile a propo-
sito del controllo delle passioni, ma aggiunge, tra i fattori del buon
comportamento, la natura: R^SZoPRLWRX
WRSHULHJHYQHWRSRYWHURQHM[
DMoNKYoHZoK>WLQZQGRJPDYWZQK@IXYQWLWRLRXYWZ«come io sia riuscito in
questo (non affliggermi), per esercizio, dottrine o perché nato co-
sì»). Galeno non menziona qui (modestamente) la natura ma lo
farà più avanti, a § 57 e ss. Le dottrine filosofiche sono la riflessio-
ne sulle cause – come dirà più avanti, appunto l’insaziabilità. Ga-
leno parla nel de animi 5.52 K del dogma dell’autosufficienza (au-
tarkeia) opposta all’insaziabilità (aplēstia). Ancora associati dog-
mata e askēseis nel de plac. Hipp. et Plat. 9.7.8. Ma quali sono i di-
scorsi? Probabilmente Galeno allude alla letteratura non filosofi-
ca, come i drammi di Euripide, ma forse anche agli aneddoti su
Aristippo §§ 39-46 o Musonio § 73. | Quando tu eri qui: il corri-
spondente, il cui nome rimane sconosciuto, è un compatriota coe-
taneo di Galeno, cresciuto e educato assieme a lui (v. infra § 51) a
DEL NON AFFLIGGERSI

1 Ho ricevuto la tua lettera, nella quale mi inviti a darti


chiarimenti su quale sia l’esercizio o quali siano i discorsi
o le dottrine che mi hanno disposto a non provare mai af-
flizione. Quando tu eri qui – mi dici nella lettera – mi hai
tu stesso visto perdere in un grande attacco della lunga
peste quasi tutti i servi che avevo a Roma, e poi hai sentito
dire che anche in precedenza una perdita del genere mi
era già successa relativamente ai miei averi, essendo anda-
to per tre o quattro volte incontro a grosse disgrazie.

Pergamo che scrive presumibilmente da Pergamo. | Emendo HMP


EROKY in HLMoEROKY, con KS, poiché il primo termine non è mai usato
da Galeno per attacco di malattia o di febbre, mentre lo è più vol-
te HLMoEROKY e troviamo ORLPZYGKoHLMoEROKY a 9.358.16 K. | la lunga
peste: la peste antonina, dal nome dell’imperatore Marco Aurelio
Antonino, scoppiata nel 165 e durata almeno fino al 180, di cui
Galeno parla più volte senza che si possa identificarla con certez-
za (vaiolo?). V. Gilliam 1961. | una perdita del genere: dovuta for-
se ai disordini avvenuti a Pergamo: «Galeno non ne fa cenno al-
trove, ma è possibile che una di queste occasioni sia da collegare
alla stasis, i disordini civili ai quali Galeno stesso allude come uno
dei motivi per cui aveva lasciato Pergamo nel 162». V. de prae-
cogn. 14. 622 K e nota di Nutton ad loc. Tuttavia allusioni a occa-
sioni in cui Galeno ha esercitato l’alypia vi sono nel de animi
5.43.7 ss. K. | servi: Galeno attribuisce scarsa importanza alla per-
dita di un servo, equiparato a una bestia, anche in de animi 5.44 K,
p. 52 Magnaldi, «se muore un bue o un cavallo o un servo non ba-
sta ad affliggermi». Aveva dubbi anche sulla moralità di alcuni lo-
ro accusati di rubare i suoi libri (de libris suis p. 166, 6 Boudon-
Millot).
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2 Sul grande incendio v. Introduzione. | La Via Sacra si esten-


deva ai piedi del Palatino che collegava col Campidoglio; su di es-
sa sorgeva il Tempio della Pace, che andò distrutto nell’incendio.
3 Per DMJJHYOZQWZCQoZCQ di Lami si veda Corbinello 2008 pp. 15-
21; Galeno non menziona altrove i messaggeri. | sereno, IDLGURYQ
Galeno si attribuisce l’aspetto sereno anche nel de animi 5.58.6 K
(Jouanna). È l’ideale divino rappresentato da Hermes: cfr. Protret-
tico III, 2. 4.
4 ricevute: symbolaia, di prestiti fatti da Galeno (per B-M1 p.
102, nota 230 di schiavi emancipati, Jouanna «contracts»). Egli si
vanta di rimettere i debiti, de animi 5.48.10 K, p. 55 Magnaldi.
2 E mi dici d’aver visto tu stesso che non m’ero turbato
nemmeno un poco, ma che quanto mi è or ora accaduto è
andato oltre tutti i casi precedenti, visto che sono andate
distrutte nel grande incendio tutte le mie cose depositate
nei magazzini della Via Sacra.
3 Dici di sapere anche tu quante e quanto fossero im-
portanti, ma di avere anche appreso da uno dei tuoi mes-
saggeri che neppure ora mi sono afflitto, rimanendo sere-
no e continuando a fare le mie solite cose come prima; 4
e dici di meravigliarti non del fatto che, pur essendovi là
collocati in quantità argento e oro e argenteria varia e ri-
cevute, che sono andati perduti nell’incendio, si è visto
che lo sopportavo senza affliggermi, ma [quanto all’]l’al-
tra quantità delle cose lì ammassate: farmaci d’ogni gene-
re e in gran quantità, gli uni semplici, gli altri composti, e
strumenti svariati, 5 quelli idonei agli usi medici: dicevo
che, anche se li ho perduti, speravo di acquisirne altri, ma
gli strumenti che erano un mio ritrovato, i cui modelli, pla-
smati in cera, consegnavo ai fabbri, non c’era possibilità di
riaverli se non con molto tempo e gran daffare; 6 e que-
sto vale anche per i libri, sia gli scritti emendati e copiati
di mia mano di antichi autori sia quelli da me composti; e
inoltre anche per i cosiddetti antidoti, di cui mi dici di sa-
per bene che ne ho in gran quantità – e in particolare la
cosiddetta teriaca, che assomma a ottanta libbre, e cannel-
la quanta non se ne può trovare neanche presso tutti

5 La lunga frase anche con gli interventi testuali non è ancora


soddisfacente. | usi medici: per la correzione di A. Roselli FUKYPD
WD> FUHLY D ocfr. Gal. 4.29 K HLM oSROX GLDIHURXY oDoHMSLWKY GHLRQ
FUHLYDo. | modelli per i fabbri. Galeno parla altrove della colle-
zione di strumenti anatomico-chirurgici posseduti (v. Proc. anat.
libro IX, p. 53) di vario materiale, ma solo qui di modelli.
6 Sulla cannella o cinnamomo, cfr. de antidotis 4. 66 K, dove
Galeno accenna alla perdita delle molte varietà di cannella nell’in-
cendio. Sull’uso medico frequentissimo in Galeno v. ad es. de anti-
dot. passim: entrava nella composizione della teriaca.
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7 Il grammatico triste compare, come ha segnalato Nutton,


anche nel Commento a epid. VI, CMG V 10, 2, 2 p. 486, 20, con-
servato in arabo (ms. Scorialense arabo 805 f. 185v), dove Pfaff
legge erroneamente «Kallistos», lezione adottata da KS. BM-J
lasciano Philides. V. Roselli 2010. «E ho visto a Roma poco tem-
po fa un grammatico chiamato FLSTDYS [probabilmente Phili-
stides] a cui erano andati bruciati i libri in un grande incendio
che accadde a Roma in cui si bruciò il tempio detto della Pace, e
l’uomo perciò si afflisse ed ebbe l’insonnia e gli cominciarono
prima le febbri e poi alla fine dopo non molto tempo si consumò
(cfr. WDNHLo) dal dolore finché morì». Un Philistides è menziona-
to da Eustathios (in Iliad. I 134, 14) come autore di un’opera sui
nomi di parentela (Lami). Jouanna cita opportunamente
13.861.13-14 K de comp. med. per gen. (Composizione dei medi-
quanti i rivenditori – come anche che le altre rare specia-
lità sono in abbondanza in mio possesso. 7 E poi dici
d’aver saputo che anche il grammatico Phili<sti>des,
quando perse i suoi libri in quell’incendio, per la depres-
sione e l’afflizione si è consumato ed è morto. Molti altri
in nere vesti uscivano di casa per lungo tempo smunti e
giallastri come persone in lutto.
8 Confidando infatti del fatto che i magazzini della Via
Sacra non avrebbero subito alcun danno dal fuoco, quelle
persone depositarono in essi i loro averi più preziosi, e se
ne fidavano perché i depositi non avevano legno se non
nelle finestre, né alcuna casa privata in vicinanza, e inoltre
perché erano guardati da una guardia militare, essendo de-
positati in quel luogo i documenti di quattro segretari
dell’Imperatore. 9 È per questo che noi che avevamo af-
fittato quelle stanze nei magazzini pagavamo un affitto
maggiore e là avevamo depositato fiduciosi gli averi di
maggior valore.
10 A me accadde oltre alla disgrazia generale anche una
mia privata. In partenza per la Campania avevo depositato

camenti ordinati per classe) in cui il nostro medico è certamente


evocato anonimamente. | smunti e giallastri, aggettivi accoppiati
anche in san. tuen. 6. 444.5 K.
8 i documenti di quattro segretari: Dione Cassio (LXXII 24)
parla di «quasi tutti gli archivi».
10 Da questo passo apprendiamo che Galeno passava lunghi
periodi nella sua casa in Campania, dove conservava le doppie co-
pie dei suoi libri (un’allusione in de praecogn., p. 118, 11 Nutton,
potrebbe suggerire che Galeno vi possedeva già una casa nel 166).
Galeno mostra di conoscere bene il territorio di Sorrento, in parti-
colare i suoi pascoli; v. Garofalo 2009. | con più sicurezza,DMoID
OHYoWHURQdetto di conoscenza è comparabile con 9.659.5 K DMoID
OHYoWHURQGLRULYoDoTDL.
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11 =HXC o Zeus. L’interiezione, sfuggita agli editori (Lami), è


hapax in Galeno in questa forma senza Z?, con Z? ricorre altre volte,
e in questa stessa opera nell’esclamazione di Musonio § 73. Soti-
roudis legge e integra HMSDQKCOTRQGXoFHUHLYDo Anastassiou (apud
Jouanna p. 46) HMSDQLZYQ, ma la lettura è difficilissima.
13 Esemplari di Aristarco: v. Jouanna p. 52 e bibliografia. Kalli-
nos e Attikos (probabilmente l’amico di Cicerone: Jouanna pp. 50-
51) sono conosciuti come bibliomani: v. Gourinat 2008 e Jouanna
p. 51. | 3HGRXNLYQHLD: il nome da cui deriva l’aggettivo non è noto,
a meno che l’aggettivo non si riferisca a un Peducaeus amico di
Cicerone con interessi letterari (Jones 2009, Jouanna p. 52), ma la
formazione dell’aggettivo sarebbe anomala (Jouanna Notice
LXIII emenda tacitamente in Pedoukiana). Per Didimo Calcente-
ro, il celebre filologo, editore tra l’altro di Omero, v. più sotto. I
due Omeri possono essere le due diverse edizioni dell’Iliade op-
nel magazzino tutti gli strumenti, tutti i farmaci, tutti i libri
e parecchio vasellame d’argento, affinché fossero conser-
vati al sicuro durante la mia assenza. È dunque accaduto
che anche tutti quelli assieme agli oggetti preziosi lì accu-
mulati andassero distrutti. Che queste cose siano avvenute
così tu stesso dici d’averlo saputo da altri, ma vuoi appren-
derlo con più sicurezza da me.
11 Che io non mi sia afflitto neppure per la perdita di
tutte queste cose pare a te ancor più ammirevole, e, per
Zeus, quel che scrivi mi par proprio vero. Infatti, venuto a
sapere in Campania che anche queste cose erano andate
distrutte, ho sopportato molto agevolemente l’avveni-
mento senza turbarmi neppure un poco, (tanto che) non
andai neppure a Roma (.........) 12a Eppure mi mancava
tutto quello senza il quale non è possibile allestire alcun
preparato (......) ; mi son reso conto col tempo della gravi-
tà della cosa, come ancora adesso me ne accorgo ogni
giorno di più quando mi trovo ad aver bisogno ora di un
libro ora d’un altro, ora d’uno strumento, ora d’un altro,
ora d’un farmaco, ora d’un altro. 12b Ma la cosa più ter-
ribile nella perdita dei libri ti è sfuggita, perché non c’è
più speranza di recuperarli, perché tutte le biblioteche del
Palatino in quel giorno andarono bruciate. 13 Non è
possibile trovare né i libri rari e che non sono depositati

pure le edizioni dell’Iliade e dell’Odissea. L’emendamento di Jou-


anna ¨$WWLNLDQD per ¨$WWLYNLDPHQ si basa sulla menzione di questi
manoscritti in Galeno (Comm. al Tim. 2.117 Schröder: ma anche lì
si tratta di un emendamento di Daremberg); v. Roselli 2010 p.
136. | Sul Platone di Panezio e le altre copie v. sopra. Jouanna
emenda DXMWRYJUDUD in DMQWLYYJUDUD, «autografi» in «copie», ma il nes-
so DMQWLYJUDIDELEOLYD non si trova in Galeno che usa l’aggettivo so-
stantivato (DMQWLJUDYIZQELEOLYD 17b.825.16 K). Libri vecchi di tre-
cento anni esistevano per testimonianza dello stesso Galeno (in
off. 18b.630.13 K).
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14 FžUKCPDWD: il giusto emendamento di Jouanna va emendato


ulteriormente in FžU-KCPDWDž poiché il WLdi relazione non sarebbe
perspicuo. Su questo paragrafo si veda Roselli 2010 per gli altri
luoghi in cui Galeno parla di punteggiatura. | Con Lami sposto
WZ
QDMoDIZ
QK-PDUWKPHYQZQGH NDWD WDoJUDIDYoche in Vlat se-
gue a ELEOLYD, dopo HMSDQZYUTZoLQ | non chiare: si potrebbe scrive-
re PHQoDIZ
Q «bensì chiare» in luogo di DMoDIZ
Q. Su questi segni v.
BM nota 247, Roselli 2010 p. 143 (con bibliografia). Paragraphe (o
paragraphos) al margine indica cambio di personaggio nel dialogo
o nei commenti; coronide è un segno conclusivo di solito in fine di
libro, ma talvolta in margine di un testo continuo (Roselli ib.) non
come segno di fine libro. HMQPHYoZ ELEOLYZQ è espressione oscura.
altrove, né quelli bensì di medio valore ma ricercati per
l’esattezza della scrittura, gli esemplari di Kallinos e quel-
li di Attico e quelli di Pedoukinos e quelli di Aristarco,
che sono due Omeri, e il Platone di Panezio e molti altri
del genere, perché nei margini di quegli scritti si conser-
vano le note che in ogni libro o scrissero o riportarono
coloro di cui quei libri portavano il nome. Infatti erano
depositati là libri autografi di molti grammatici, di retori e
di filosofi.
14 Oltre questi libri, di tale qualità e quantità, in quel
giorno perdetti i libri che erano stati scritti in bella copia
dopo la correzione delle parole non chiare che erano state
sbagliate nella copiatura, perché io avevo deciso di fare
una mia edizione, con le lezioni studiate con precisione in
modo che non ci fossero cose in più o in meno, e neppure
una paragraphe semplice o doppia o una coronide posta
appropriatamente nel mezzo dei libri. Che dire poi del
punto o della virgola, che, come sai, hanno una tale impor-
tanza nei libri poco chiari che chi sta attento a essi non ha
bisogno di commentatore?
15 Tali erano i libri di Teofrasto, soprattutto quelli dei trat-
tati scientifici, e di Aristotele, di Eudemo, di Kleito<macho>s,

Jouanna intende «dans l’intervalle des tomes» (dove la coronide


non sarebbe di grande aiuto). Sulla punteggiatura antica v. Gey-
monat 2010 p. 40 ss. La coronide in 1.643.14 K come segno di fine
di libro, e in Filodemo Antologia greca 11.41.7.
15 Secondo Rached 2011 i nomi qui menzionati formerebbero
una lista di autori peripatetici contenuti nella biblioteca di Apelli-
cone. Il NOLYWRX del manoscritto sarebbe da emendare in .OXYWRX e
si tratterebbe dell’oscuro filosofo peripatetico menzionato dalla
Vita di Aristotele marciana 9. Jouanna, Kotzia e Lami emendano, a
mio parere giustamente, in Kleit<omach>os. Clitomaco, accade-
mico, è menzionato da Galeno nel de libris 19.41.6 K. Galeno
scrisse un commento (perduto) sulla sua opera SHUL DMSRGHLY[HZo
NDL .OHLWmRPDYF®RXNDL )DLQLYRXELEOLYDNDL &UXoLYSSRXWD
SOHLCoWDNDLWZCQSDODLZCQLMDWUZCQSDYQWZQ OXSKYoHLGHYoH
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ELEOLRTKY N DLo HX_ U RQ WD  G¨ HM Q  ¨$QWLY Z   NDWHoNHXY D oD

La dimostrazione. Phanias o Phainias di Eresos, nell’isola di Le-


sbo (Wehrli 9), era invece peripatetico. Galeno commentò i libri di
Teofrasto, di Eudemo, di Crisippo, di Ippocrate, di Erasistrato (de
libris cap. 17, p. 171, 6 Boudon-Millot). Da questo passo si ricava
che egli aveva anche copiato e corretto (forse contestualmente) i
libri di molti medici antichi e di molti filosofi.
16 WDoHMQ¨$QWLYZ, quelli di Anzio, è correzione di Jones 2009, di
WDG¨HMQDQWLYZo di Vlat; Jouanna propone l’emendamento WLYQ¨HMQDQ
WLYZo (ma il senso è debole: «certains à l’opposé»). L’emendamento
di Jones, qui e nelle due occorrenze infra, che introduce la menzio-
ne di Anzio, con riferimento alla biblioteca menzionata da Philo-
str. vita Apoll. 8, 20 e in iscrizioni, combattuto da Tucci 2008, è sta-
to sostenuto anche da Stramaglia 2011, e accettato da Puglia 2011,
Rothschild 2012, Rashed 2011, Manetti 2012. Commodo, di cui
Galeno fu medico (v. Galeno de praecogn. CMG 118, 30 Nutton =
14.650.12 K), visse ad Anzio alcuni mesi della sua vita. I rotoli im-
putriditi sono dunque quelli di Anzio, non quelli della domus Ti-
beriana, né quelli dei depositi della Via Sacra carbonizzati e inu-
miditi (come pensa Jouanna p. 74). Accolgo la lettura di Rached
che propone di sciogliere in ¨$ULoWRWHYORXo l’abbreviazione ¨$ULoWR
di Phanias e la maggior parte dei libri di Crisippo, e
quelli di tutti i medici antichi. 16 Ti affliggerà soprat-
tutto [apprendere] che io avevo trovato alcuni dei libri
fuori di quelli descritti nei cosiddetti cataloghi, nelle bi-
blioteche del Palatino e in quelle di Anzio, che manife-
stamente non erano dell’autore a cui erano attribuiti
per lo stile e per il pensiero. 17 Altri sono i libri Sulle
piante sviluppati in due estesi trattati che hanno tutti; il
trattato di Aristotele esattamente affine a quelli l’avevo
trovato io e copiato, ora anch’esso è perduto, e allo stes-
so modo libri di Teofrasto e di Aristotele e di altri anti-
chi non riportati nei cataloghi e altri menzionati bensì in
quelli, ma non presenti. Di questi molti io trovai nelle
biblioteche del Palatino, e sistemai quelli di Anzio.

WHYO del codice che gli editori sciolgono in ¨$ULoWRWHYOHL – ritenendo


che il libro a cui si allude sia uno perduto di Teofrasto, e pensa in-
vece che il libro sulle piante sia quello perduto di Aristotele già ai
tempi del contemporaneo di Galeno Alessandro di Afrodisia. I
manoscritti sarebbero tutti discendenti della biblioteca aristoteli-
ca portata a Roma da Silla (compresi i libri di Klytos, v. sopra), e
propone di emendareoXYQDUPRo in oXQDUPRY]RXoD («il trattato di
Aristotele che si adatta a quello di lui (Teofrasto)» il che non mi
pare necessario. Manetti 2012 concorda con Rashed nel conside-
rare il libro perduto quello di Aristotele, ma propone un testo di-
versamente emendato. Manetti traduce: «Ti addolorerà anche
questo in sommo grado, che al di fuori dei libri compresi nei cosid-
detti Pinakes, ne trovai alcuni sia nelle biblioteche del Palatino sia
in quella di Anzio, che erano evidentemente dell’autore di cui
portavano il titolo, simili sia per dottrina sia per linguaggio [cioè
erano chiaramente autentici]. Fra essi si trovano le opere di Teo-
frasto, soprattutto le trattazioni scientifiche, ma le opere Sulle
piante, esposte in modo esteso in due trattati, le possiedono tutti,
mentre quella di Aristotele fu da me scoperta immediatamente
contigua [scil. a quelle di Teofrasto] e ricopiata e ora è perduta.»
17 Galeno allude alla historia plantarum e al de causis planta-
rum, i due trattati di Teofrasto giunti fino a noi, e da lui citati altro-
ve più volte. | sistemai NDWHoNHXYDoD: il verbo indica il lavoro di
impaginazione e punteggiatura. Cfr. il termine NDWDoNHXKY in de
GLHITDYUKGH QXCQWD PHQHMQWZC 3DODWLYZ NDWD WKQDXMWKQ
K-PHYUDQWRLCoK-PHWHYURLoWKCoSXUNDL!DCoRXMPRYQRQWDLCoNDWDWKQ
L-HUDQR-GRQDMSRTKYNDLoOXPKQDPHYQKoDMOOD NDL SUR DXMWZ
Q
PHQWDLCoNDWD WR WK
o(LMUKYQKoWHYPHQRoPHWD WDXCWDGH WDLCo
NDWDWR3DODYWLRQWHNDLWKQ7LEHULDQKQNDORXPHYQKQRLMNLYDQ
HMQK_ NDL DXMWKC ELEOLRTKYNKWLoK?QSROOZCQPHQNDL D>OOZQ
ELEOLYZQPHoWKYWDGHHMQ¨$QWLYZGLDWKQDMPHYOHLDQWZCQH-NDYoWRW¨
HMPSLoWHXRPHYQZQHMNGLDGRFKCoDXMWD(lac. 13 fere litt.)NDT¨R`Q
FURYQRQHMJZ DMQHYEKQHLMoÑ5ZYPKQSUZCWRQHMJJXoK?Q[11v] WRXC
GLHITDYUTDL WRXCW¨D>UDNDL NDYPDWRQK-PLCQSDUHYoFHQRXM
PLNURQHMNJUDIRPHYQRLoDXMWDYQXQLGHWHOHYZoHMoWLQD>FUKoWD
PKGHDMQHOLFTKCQDLGXQDYPHQDGLDWRNHNROOKCoTDLWRXoFDYUWDo
X-SRWKCooKSHGRYQRoH>oWLJDUH-OZCGHYoWHNDLNRLCORQWRFZULYRQ
HMoWDPDYOLoWDNDLGLDTHYURXoSQLJKURYQ
L>oZoGHYmo®HOXYSmKYo®HLNDLK-WZQ¨$WWLNZCQRMQRPDYWZQNDL
R^oDSROLWLNDSUDJPDWHLYDGLWWKPHQRX?oDNDTDYSHURL?oTDPLYD
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WDNDWDWKQÑ5ZYPKQH>ITDQHD@QRX?QHLMo.DPSDQLYDQSDoZCQWZCQ
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animi 5.44.5 K in cui si parla dell’acquisto del libro e della sua


preparazione NDWDoNHXKY.
18 DMQHYEKQ: letter. «salii» per designare l’arrivare a Roma, v. infra
§ 35 D>QRGRo come DMQKCOTRQ in Procedimenti anatomici 2.215.2,
2.218.4 K e de loc. aff. 8.362.12 K. La biblioteca della domus Tibe-
riana era nota da Gellio 13.20.1, cfr. Piacente 2011 p. 40, nota 16, e
sopravvisse all’incendio (Hist. Aug. vita Probi 2.1. | coloro che si
son succeduti nell’affidamento,H-NDYoWRW¨HMPSLoWHXRPHYQZQ, è emen-
damento di Garofalo perfezionato da Roselli e accolto da molti
studiosi: il manoscritto ha H-NDYoWRWHOKoWHXRPHYQZQ, lezione difesa
da Jouanna («victime de leur dépeçage») e da KS, e in ultimo da
Piacente 2011. | rosicchiati dai topi, PXoLEHEUZPHYQD, è la proposta
18 I libri del Palatino sono ora andati distrutti come i miei
nello stesso giorno, perché l’incendio non danneggiò sol-
tanto i depositi della Via Sacra, ma prima di essi quelli del
tempio della Pace e, dopo, quelli del Palatino e del palazzo
cosiddetto Tiberiano, nel quale c’era una biblioteca piena
di molti altri libri, mentre i libri di Anzio per l’incuria di
coloro che si son succeduti nell’affidamento di essi (... ro-
sicchiati dai topi...) al tempo che venni a Roma la prima
volta erano vicini a essere distrutti. 19 Perciò mi costò
gran fatica copiarli, e ora sono del tutto inutilizzabili e non
si possono srotolare perché i fogli sono incollati a causa
dell’imputridimento, essendo il luogo paludoso al massimo
e avvallato e d’estate soffocante.
20 Forse ti affliggerà [la perdita de]l trattato delle parole
attiche e di quelle d’uso corrente, che come sai era doppio,
uno preso dalla commedia antica, l’altro dagli autori in
prosa; ma per fortuna copie del primo erano state portate
in Campania, e se i libri romani fossero andati bruciati due
mesi dopo le copie di tutti i miei trattati si sarebbero già
trovate in Campania. 21 I libri destinati alla diffusione
erano stati scritti in doppi esemplari, a parte quelli destina-

di lettura che accolgo con riserva (il manoscritto è quasi illegibile)


di Rached 2011 (dubbi esprime Puglia 2011). Stramaglia 2011, pp.
140-142, propone di leggere nelle tracce evanide il termine
μHoLWHLYDLo «a fronte di pegni lasciati in garanzia» con riferimento
al prestito dei libri dalla biblioteca di Anzio: v. Piacente 2011 p. 46.
19 HMNJUDIRPHYQRLo: ristabilisco la grafia normale per quella assi-
milata del codice HMJJUDIRPHYQRLo (come nell’iscrizione: vedi LSJ
s.v.); cfr. la grafia H>JJRQRo per H>NJRQRo, HMJJLYJQRPDL per HMNJLYJQRPDL.
20 Il trattato sulle parole attiche dei prosatori è menzionato
nel de libris, cap. XX p. 173 Boudon, come i lessici dai poeti elen-
cati nello stesso capitolo: v. commento nella nota 258. Jouanna ri-
costruisce brillantemente la sorte dei lessici fino al de libris. La
fortuna (buona o cattiva) torna spesso nell’operetta (a § 52 per
congettura), e il topos è di derivazione aristotelica, Etica Nicoma-
chea 1100b 30 (Kotzia ad loc. e Roselli 2012 p. 98).
D- S DY o Do DX- W RLC o  SHPITKC Q DL WD o  X- S ¨ HM P RXC  JHJRQXLY D o
SUDJPDWHLYDoR^SZoHMQELEOLRTKYNKGKPRoLYDWHTZCoLNDTDYSHU
NDLD>OORLožWLQHoK>GKSROODWZCQK-PHWHYUZQHMQD>OODLoSROHoLQ
H>TKNDQHMQQRRXCQWRoGHNDMPRXCSDYQWZQH>FHLQDMQWLYJUDIDNDWD
WKQ.DPSDQLYDQ K?QRX?QGLDWRXCWRGLSODCSDYQWDWDK-PHYWHUD
FZULoWZCQHMQÑ5ZYPKPHOORYQWZQPHYQHLQZ-oH>IKQ 23aK-PHQ
RX?QSXUNDL!D WHOHXWZCQWRoHM[HJHYQHWRWRXC FHLPZCQRoHMJZ GH
HMQmHQ®RYRXQHMQDMUFKC WRXCTHYURXoHLMoWKQ.DPSDQLYDQNRPLYoDLWDY
WHDXMWRYTLPHYOORQWDNHLCoTDLNDL WD SHPImT®KoRYPHQDWZCQ
HMQžWKoLYZQSQHRYQWZQHLMo¨$oLYDQ 23bHMQKYGUHXoHQRX?QK-PDCo
K-WXYFKSROODPHQNDLD>OODWZCQK-PHWHYUZQDMIHORPHYQKELEOLYZQ
RXMFK^NLoWDGHNDLWKQWZCQRMQRPDYWZQSUDJPDWHLYDQK`QHM[HYOH[D
HMNWKCoSDODLD
oNZPZGLYDoR^OKo 24aWZCQG¨Z-oRL?oTDNDLWD
SROLWLND  H> I TDQ¨ R-  'LY G XPRo WDY  WH JOZWWKPDWLND  SDY Q WD
HM[KJKYoDoTDLGLDSHQWKYNRQWDELEOLYZQZ_QNDLDXMWZCQHMSLWRPKQ
HMSHSRLKYPKQHMQH-[DNLoFLOLYRLooWLYFRLo 24b HMGRYNHLPHQRX?QK-
WRLDXY W K NDWDoNHXK  U- K Y W RUoLY  WH NDL  JUDPPDWLNRLC o  HL? Q DL
FUKYoLPRoK@HL>WLQHoD>OOZoDMWWLNLY]HLQERXYORLQWRY [25]WLQD
NDL WZCQHL-oWD SUDYJPDWDFUKYoLPDGLDIHURYQWZQR-SRLCRYQHMoWL
NDL  WR  SDUDWHTH Q  H> Q DJFRo X- S RY  WLQRo HM Q  Ñ5ZY P K  WZC Q
HXMGRNLPRXYQWZQLMDWUZCQRX>SZWKQFUKCoLQHL?QDLWRXCFRYQGURX
NDWmDW®RXo’,SSRNUDYWRXoFURYQRXoGLDWRXCWRSWLoDYQKQDXMWRQ
SURNULYQHLQSDYQWZQWZCQoLWKUZCQHMGHoPDYWZQHMQWKCGLDLYWKWZCQ

21 L’emendamento oTZ
oL>WHTZ
oL piuttosto che oWZCoLdi Bou-
don-Millot è suggerito da H>TKNDQ del rigo di sotto.
23a L’incendio, come precisa Jouanna, Notice p. XXII ss., avven-
ne alla fine dell’inverno del 191-192, non poco prima dell’assassi-
nio di Commodo. V. Introduzione. HM[HJHYQHWRnel senso di «accad-
de» non è attestato altrove; forse bisognerà scrivere HM[žHMJHYQHWR
24a parole di uso corrente ... parole rare: cfr. 18a.414.16-415.4 K
(Jouanna).
24b usare alcune parole attiche, DMWWLNLY]HLQWLQD. Sul rapporto
con l’atticismo di Galeno vale sempre la dissertazione di Herbst
1914. Galeno è fautore di un atticismo moderato che non rifugge
da termini della koinē quando gli antichi autori attici manchino di
esso e critica gli eccessi (v. Jouanna p. 52).
ti a rimanere a Roma, perché i miei amici in patria chiede-
vano che fossero loro inviati i trattati da me composti, af-
finché fossero depositati nella biblioteca pubblica, come
molti altri avevano depositato in altre città molti dei miei
libri, e io stesso pensavo di tenere copie di tutti in Campa-
nia. 22 I miei libri erano dunque tutti in doppia copia, a
parte quelli destinati a restare a Roma, come dicevo. 23a
L’incendio avvenne al finire dell’inverno e io pensavo di
portare all’inizio dell’estate in Campania i libri destinati a
stare là e quelli che sarebbero stati inviati in Asia quando
soffiassero i venti etesi. 23b La fortuna mi tese dunque un
agguato portandomi via altri miei libri, specialmente il trat-
tato delle parole che avevo estratto da tutta la commedia
antica. 24a Di queste Didymos aveva già spiegato quelle
di uso corrente e tutte le parole rare, in cinquanta libri, dei
quali io feci un’epitome in seimila righi. 24b Mi parve che
un tale lavoro fosse utile ai retori e ai grammatici e a chi
altrimenti voglia usare alcune parole attiche [25] impor-
tanti per l’utilità pratica, ad esempio la questione posta, a
Roma, da uno dei medici famosi, che ai tempi di Ippocrate
non ci fosse l’uso del chondros, e che perciò egli aveva pre-
ferito la tisana d’orzo a tutti i farinacei nella dieta delle ma-

[25] Jouanna integra K@ «o» davanti aWLQD ma la sua interpreta-


zione «tous qui veulent connaître les mots attiques ou certains»
non convince. Lami propone di integrare K?QGH («c’erano»). Accet-
to da Jouanna di considerare le due frasi una sola (il numero di §
25 deve essere soppresso) senza l’aggiunta di K@.
25 uno dei medici famosi: nel Regime delle malattie acute se-
condo Ippocrate, conservato in arabo, CMG, Supp. Or. II, p. 108, 2,
(l’opera greca pubblicata nel CMG V 9, 1 è un falso bizantino),
Galeno scrive (traduzione mia): «Tuttavia il tuo amico argomenta
e dice che questo grano [il chondros] non era conosciuto ancora
al tempo di Ippocrate, e se fosse stato conosciuto Ippocrate
l’avrebbe comunque usato, e sembra che questi medici dicano che
questo grano non è menzionato dai poeti antichi né da Ippocra-
te». Propongo di emendare HLMSRYQWRo in X-SRY WLQRo invece di inte-
RM[HYZQQRoKPDYWZQZ-oHL>JHFRYQGURoHMJLQZYoNHWRWRLCoµ(OOKoLQ
RXMND@QDXMWRQH^WHURQSURHOHYoTDLWRXCGH PDYOLoWDPHQRX?Q
NDLNDMQWZC SHULGLDLYWKoX-JLHLQZC R^WLQHoPHYQIDoLQDXMWRXCHL?QDL
H> Q LRL GH  )LOLoWLY Z QRo H^ W HURL GH  $ULY o WZQRo DM Q GUZC Q
SDODLRWDYWZQHX-ULYoNHWDLJHJUDPPHYQRoR- FRYQGURoDMOOD NDL
SDUDWRLCoSDODLRLCoNZPLNRLCoÈDMEXGRPK
QK@DMEXoWDNLQHLCQÈ 
DMOO¨R^oDPKoDIKCWRLCoDMNRXYRXoLQK?QZ^ULoWRNDWDWKQK-PHWHYUDQ
SUDJPDWHLYDQD`'LYGXPRoH>ITDoHQHM[KJKYoDoTDLNDOZCoRX-WZoLY
R>OXUDL NDL ODYTXURL NDL R>URERL NDL FRYQGURo WDY WH D>OOD
'KPKYWULDoSHYUPDWDNDLODYFDQDNDLRMSZCUDLNDLTDYPQDLžNDL
GHYQGUDNDLTDYPQRLNDLNDUSRLNDLERWDYQDLNDL]ZCD  NDLD>UPHQD
NDL oNHXYKNDL R>UJDQDNDL WD?OODSROLWLND SUDYJPDWDNDL
RMQRYPDWD SDYQWD  WD PHQ RX?Q ORLSDž HMN WKCo SDODLDCo
NZPZGLYDoHM[HLOHJPHYQDWZCQWRLRXYWZQRMQRPDYWZQRXMNH>ITDoHQ
HLMo.DPSDQLYDQ[12r]PHWHQHFTKCQDLWDG¨HmNWZCQ®D>QHXPHYWURX

grare WLQRo con BM. Il chondros secondo Dioscoride 2.96 è la zea


dikokkos, ma Galeno distingue i due cereali, alim. fac. (Le facoltà
degli alimenti) 6.517.13 K. Il chondros è dunque un cereale, non
un modo di confezionare i cereali (Jouanna invece: gruau, v. più
avanti § 30).
26 Sull’attribuzione del SHULGLDLYWKo a medici diversi da Ippo-
crate v. la nota 264 in BM e Jouanna p. 88: Commento al regime
delle malattie acute, CMG V 9, 1 p. 134 Helmreich WRXoJDURLMRPHY
QRXoPKGHYSZFRYQGURQHL?QDLNDWD WRXoÑ,SSRNUDYWRXoFURYQRXoDM
JQRRX
QWDoHMOHYJ[HLoHMNWRX
 WZ
QSDODLZ
QNZPLNZ
QHMQLYRXoHMPQKPR
QHXNHYQDLFRYQGURXNDLDXMWRQGHWRQÑ,SSRNUDYWKQHMQWZ
3HULGLDLYWKo
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HLM JDUNDL PK Ñ,SSRNUDYWRXoHMoWLQHMNHL
QRWR ELEOLYRQDMOO¨
(XMUXIZ
QWRoK@ )DZ
QWRoK@ )LOLoWLYZQRoK@ ¨$ULYoWZQRoK> WLQRoD>OORX
WZ
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QRL
WZ
QSDODLZ
QDMQGUZ
QHLMoLQH>QLRLPHQÑ,SSRNUDYWRXoSUHoEXYWHURL
WLQHoGHoXQKNPDNRYWHoDXMWZ
. Nell’opera conservata in arabo Gale-
no nomina Ariston, Philistion, Phaon. | DMEXGRPKCQK@DMEXoWDNLQHLCQ:
il testo è qui corrotto e i tentativi di recuperare nomi di comme-
diografi sono arbitrari (Boudon-Millot: Chionides e Aristophanes;
Jouanna: Aristomenes e Aristophanes; Nutton: Kratinos; Christi-
dis apud Kotzia: Antiphanes e Anaxandrides).
27 L’esemplificazione che Galeno fa del suo metodo lessico-
lattie acute, perché se il chondros fosse stato noto ai Greci
non ne avrebbe preferito a esso nessun altro. 26 Soprat-
tutto nel libro Igiene, sulla dieta, che alcuni dicono esser
suo, altri di Philistion, altri di Ariston, personaggi antichis-
simi, si trova scritto chondros, ma anche presso gli antichi
comici È abudomen o È abustakinein. 27 Ma le cose che
non erano chiare ai lettori – e che Didymos aveva ben spie-
gato, nel mio trattato erano distinte così: «piccoli farri e ci-
cerchie e vecce e chondros e gli altri semi di cereali, e ver-
dure e frutta autunnale [e cespugli] e alberi e cespugli e
frutti ed erbe e animali e strumenti e vasellame e utensili e
tutte le altre cose e parole di uso corrente». 28 Le parole
[rimanenti] estratte dalla commedia antica non erano state
ancora portate in Campania, ma quelle estratte da scrittori

grafico (un miglioramento rispetto a Didymos) nelle definizioni


delle parole non mi pare chiaro. Didimo (Didymos) è il grammati-
co vissuto tra il II e il I sec. a.C. di cui Esichio fa grande uso.
Dell’opera epitomata da Galeno (probabilmente la OHY[LoNZPLNKY)
restano poche citazioni. Dei lessici di Galeno dei prosatori attici
rimangono tracce nelle citazioni da Kritias, Antifonte ecc. V. Ma-
netti in Manetti-Roselli 1994, La biblioteca di Galeno: 2. L’erudi-
zione. Questi passi eliminano tutti i dubbi sull’utilizzazione diretta
degli scrittori attici che la studiosa esprime a p. 1572. L’epitome di
Galeno non è menzionata altrove. | La distinzione tra i due quasi
sinonimi armena e organa è fatta da Galeno nel commento all’ip-
pocratico Officina del medico 2.2. Armenon designa, oltre che gli
strumenti (organa), anche l’equipaggiamento (di una nave, ad es.
le vele). | R>OXUDL è emendamento convincente di BM per DMOO¨
HL?UDL. Il cereale compare in effetti associato agli altri in alcuni pas-
si di Galeno (de bon. mal. suc. 6.765.5 K al.). | TDYPQDLžNDL GHYQ
GUDNDLTDYPQRL: Jouanna scrive TDYPQDL(«vins de marc pressé»)NDL
GHXWHULYDL(«vins de marc imbibé»)NDLTDYPQRL. La proposta (lun-
gamente argomentata nel commento p. 90 ss.) è affascinante ma si
basa sull’errata lettura GHXYWHUD per GHYQGUD (corr. ex GHYQWUD) di
BM1 (la lettura corretta è di KS).
28 Le parole [rimanenti]: con Jouanna espungo rimanenti (ORL
SD). Si potrebbe anche emendare in SROLWLND Sulla sticometria v.
JUD\DYQWZQK>GKPHWHQKYQHNWRNDWDY WLQDWXYFKQHMQELEOLYRLo
R>QWDWHWWDUDYNRQWDRMNWZ PHJDYORLoZ_QH>QLDGLHOHLCQL>oZo
GHKYoHLGLYFDSOHLRYQZQK@ WHWUDNLoFLOLYZQHMSZCQHM[DYULTPRQ
H>FRQWD WRXYWZQRX?QRXMGHQKMQLYDoHYPHNDLYWRLSROOZCQWH
NDL  FUKoLY P ZQ NDL  GXoSRULY o WZQ R> Q WZQ Z- o  RXM G H  K-  WZC Q
K-PHWHYUZQX-SRPQKPDYWZQDMSZYOHLDGLWWZCQNDW¨HL?GRoR>QWZQ
H>QLDPHQJDURX^WZoHMJHJRYQHLoXYPPHWUDZ-oNDL WRLCoD>OORLo
HL?QDLFUKYoLPDWLQD G¨HMPRL PRYQZ NDLY WRLWKQDXMWKQH>FRQWD
SDUDoNHXKQHLMoDMQDYPQKoLQ H>SHLWDDL- NHIDODLZYGHLo
SOHLCoWDLoXQRY\HLoSROOZCQSDYQXELEOLYZQLMDWULNZCQWHNDL
ILORoRYIZQDMOO¨RXMGH WDXCWDHMOXYSKoHQ WLY SRWHRX?Q
IKYoHLoH>WLPHLC]RQD-SDYQWZQWZCQHLMUKPHYQZQHMoWLQR` OXSHLCQ
mD@Q® GXYQDLWR«NDL GKY oRLIUDYoZWRXCWRJUDIDoIDUPDYNZQ
TDXPDoLZWDYWDoHMSHSHLYoPKQH>FHLQRL^DoRXMGHLoD>OORoHMQ
D-SDYoKWKCSURoÑ5ZPDLYZQRLMNRXPHYQKWRPHYQWLNDLWXYFKoHLMo
WRXCWRoXOODPEDQRXYoKoWRGHYWLNDMPRXCoXPSURTXPKTHYQWRo
GLWWKGHWXYFKSURXM[HYQKoHYPRLH^NDoWDNDWDWKQR-GRYQZ_QK-
PHQSURWHYUDWRLDYGHWLYoHMoWLQDMQKYUWLoSORXYoLRoWZCQSDU¨K-PLCQ
HMoSRXYGDoHQH>FHLQWKQWZCQDM[LRORYJZQIDUPDYNZQJQZCoLQZ-o
H-NDWRQFUXoLYZQHMQLYDoJUDIDoZMQHLCoTDLSOHYRQR`mo®NDL

BM nota 262 e Del Mastro 2012 pp. 37 ss. | di cui ... alcuni: la frase
presenta difficoltà non risolte in HM[DYULTPRQe nel genitivo HMFRYQ
WZQ | HM[DPHYWUZQR>QWD: accolgo dubitativamente la correzione
proposta da KS di HM[DYULTPRQ (con DPHWURQ sulla linea) HMFRYQWZQdi
Vlat. Jouanna corregge lo spirito e legge H-[DYULTPRQHMFRYQWZQ, tra-
ducendo «ayant un nombre de six pieds». Stramaglia 2011 e Puglia
2011 propongono H-[DPHYWUZQHMQRYQWZQ.
29 Hypomnema è qui abbozzo come promemoria, ma ha uno
spettro molto ampio di significati: v. la nota di Jouanna, pp. 96 s.
Galeno usa SDUDoNHXKY come sinonimo di X-SRWXYSZoLo, «trattazione
sommaria», nel commento a Epidemie VI, 17b.13 K. Nel commen-
to al Regime delle malattie acute, 15.901.8 K, bisogna forse leggere
X-SRPQKYPDWRo<K@>SDUDoNHXKCo.
in prosa erano state già portate per buona fortuna in qua-
rantotto grossi rotoli, di cui bisognerà forse dividere in due
alcuni che sono di oltre quattromila righi.
29 Tutto questo non mi afflisse affatto benché fossero
molti, utili e difficilmente procurabili, come neppure la
perdita dei miei commentari che sono di due tipi: alcuni
furono veramente fatti di misura tale da essere utili agli al-
tri, altri a me solo, anche se hanno la stessa forma d’abboz-
zo come promemoria. 30 Poi le sinossi compendiarie, nu-
merosissime, di moltissimi libri medici e filosofici. Ma ne-
anche queste cose mi afflissero. 31 Cosa mai dunque – di-
rai – è ancora più importante delle cose dette, che potrebbe
affliggere? Te lo dirò. Ero sicuro di possedere ricette stra-
ordinarie di farmaci come non ne possedeva nessun altro
nell’impero romano, in parte, per merito della fortuna e in
parte per mio contributo.
32 Una doppia fortuna mi regalò casualmente tutte que-
ste ricette, la prima è questa: un uomo ricco delle mie parti
volle così ardentemente acquistare conoscenza dei farmaci
famosi da comprare alcune ricette per più di cento pezzi
d’oro. Questi si dette tanto da fare che non solo comprò i

30 Delle sinossi di Galeno sono conservate quella del Trattato


dei polsi (9.431-549 K, parzialmente in greco, interamente in tra-
duzione latina), e, in traduzione araba, il secondo libro della Si-
nossi del de methodo medendi; v. Garofalo 1999. | La correzione
di Boudon Millot, ILORoRYIZQ> ILORoRILNZCQnon è necessaria (così
ritengono anche anche KS). Galeno adopera ILORYoRIRo come ag-
gettivo altrove, de libris suis 19.60.5 K; ILORoRILNRYo non è attestato
in Galeno.
31 Impero, in Galeno oLMNRXPHYQK«terra abitata». SURoÑ5ZPDLYZQ
è emendamento di BM. La difesa di Jouanna del tràdito SURoÑ5Z
PDLYRXo non pare convincente.
32 La fortuna che offre per strada, NDWDWKQR-GRYQ,non compare
altrove.
WRLRXCWRQH>UJRQHMSHWKGHXYoDWRZ-oPK PRYQRQR^oDNDWD WKQ
¨$oLYDQK?QHXMGRNLPRXCQWDSDU¨H-NDYoWZWZCQmQXCQ®LMDWUZCQDMOOD
NDL WZCQSDODLZCQHM[ZQKYoDoTDL WRXYWZQWZCQIDUPDYNZQ
SDYQWZQDL-JUDIDLNDWDGXYRGLITHYUDoSmW®XNWDoHMIXODYWWRQWR
PHWD SDYoKoDMoIDOHLYDoD^oWLQDoWZCQNOKURQRPKoDYQWZQWLo
DXMWRoILYOWDWRoZ@QHMPRLPKGHDLMWKTHLoDXMWRPDYWZoH>GZNHQ 
DX^WKPHQK-SURWHYUDWXYFKWKCoWZCQIDUPDYNZQHXMSRULYDoWKQGH
GHžGHXWHYUDQHMImH[®KCoD>NRXoRQZ-oHMJHQRYPKQHMQÑ5ZYPK WR
SUZCWRQH>WRoD>JZQWULYWRQSURoWRLCoWULDYNRQWDSROLYWKQWHNDL
oXPIRLWKWKQHMPRQRMQRYPDWL7HXYTUDQWDGLDWULYERQWDNDWDWKQ
SRY O LQ HX_ U RQ R` o  GLHGHY G HNWR WD o  (XM P HQRX
o  WRXC  LM D WURXC
GLITHYUDoR>QWRoPHQNDLDXMWRXC3HUJDPKQRXCILORIDUPDYNRX
GHNDLSROXIDUPDYNRXSDYQWZQWZCQLMDWUZCQPDYOLoWD NDL
DX_WDLGHDL-GLITHYUDLHMQH-QLoFHGRQHM[R^OKoWKCoRLMNRXPHYQKo
K?oDQoXQKTURLoPHYQDLGLDWDoHMSLJLQRPHYQDoDMSRGKPLYDoDXMWZC
PHT¨D`oHMQÑ5ZYPKGLHWHYOHoHQPHYFULTDQDYWRXWDXYWDoRX?QWDo
GLITHYUDo R 7HXYTUDo DMSRTDQZQ HMQ WKC SUZYWK WRXC ORLPRXC
NDWDEROKC NDWHYOLSHY PRLPHW¨RMOLYJRQFURYQRQWKCoK_oHL?SRQ
DMQRYGRXWRSUZCWRQHLMoÑ5ZYPKQHMPRLJHJRQHYQDL HMNWRXYWZQ
RX?QWZ
QSDUDoNHXZ
QHL>WLoWLWZ
QTDXPDoLYZQHL?FHIDUPDYNZQ

33 Le pergamene GLITHY U DL si tratta del codice: Jouanna)


compaiono spesso in Galeno, v. 12.423.14 K (dove bisogna legge-
reHMQSWXNWKC GLITHYUD in luogo di HMQSXNWLYGLGLITHYUD 17a.922;
17b.249.10 K.
34 Il medico Eumenes non è altrimenti noto. Sotiroudis accen-
ta (XMPHYQRXo, ma v. Herod. de pros. cath. 82.2. | Questa indicazio-
ne, trentatreesimo anno, porterebbe l’arrivo di Galeno a Roma nel
162; altri indizi lo collocano invece nel 161. V. la nota di Jouanna p.
106. A Theutras (Teutrante), pergameno come lui e compagno di
studi (11.197.3 K), Galeno dedicò il suo opuscolo per principianti
Sui polsi e il Glossario ippocratico, il de venae sectione adversus
Erasistratum (Sul salasso, contro Erasistrato) fu dettato a uno ste-
nografo da lui inviato (11.194.10 K). La morte di Teuthras all’ini-
zio della peste, circa 166, pone anche il Glossario a lui dedicato tra
le opere del primo soggiorno romano (161/2-166).
35 NDWDEROKY, attacco, è detto solitamente di febbre; per l’attac-
farmaci più apprezzati presso ciascuno dei moderni medici
in Asia, ma anche dei più antichi. 33 Le ricette di tutti
questi farmaci erano conservate in tutta sicurezza in due
pergamene ripiegate che uno degli eredi, mio grande ami-
co, mi diede di sua iniziativa, senza che glielo avessi chiesto.
34 Questo fu il primo colpo di fortuna che mise a mia
disposizione i farmaci, e sta’ a sentire il secondo. Quando
giunsi a Roma la prima volta nel mio trentatreesimo anno
trovai un mio concittadino e condiscepolo, Teuthras, che vi-
veva in città, e che aveva ricevuto le pergamene del medico
Eumenes, anch’egli di Pergamo, amante di farmaci e ricco
di farmaci più di tutti i medici. 35 Queste pergamene era-
no raccolte per così dire da tutto il mondo a causa dei viag-
gi che si susseguivano, e dopo questi visse a Roma fino alla
morte. Teuthras morì al primo attacco della peste e mi la-
sciò queste pergamene poco tempo dopo la mia prima ve-
nuta a Roma, di cui ho detto. 36 Basandomi su questi ab-
bozzi di ricette, se uno aveva un farmaco straordinario, lo

co di peste ORLPRYo, Galeno usa HLMoEROKYin de praecog. 9.358.6 K. V.


sopra § 1. | Degli emedamenti di BM HMSLJHQRPHYQDo e DMSRGKPLYDo
(HMSLJLQRPHYQDo HMSLGKPLYDo Vlat) mi pare necessario quello di DMSRGK
PLYDo; ritengo invece difendibile il participio presente («i viaggi che
si susseguivano», cfr. 7.472.7 K). A. Lami ritiene difendibile la le-
zione del ms. e intende: «queste ricette, (raccolte in vari momenti)
da quasi tutta la terra, erano state raccolte in un unico corpo per
via dei soggiorni che egli faceva regolarmente (a Pergamo), cessa-
ti i quali visse a Roma fino alla morte. Eumenes andava in giro,
raccoglieva ricette, tornava a Pergamo e le inseriva in un unico
corpo; poi smise di andare in giro, finì evidentemente la sua rac-
colta e andò da ultimo a Roma dove visse il resto della vita e morì.
Il GLDY spiega perché Eumenes avesse avuto agio di radunare le ri-
cette che di volta in volta recuperava a giro per il mondo (con rife-
rimento più stretto a oXQKTURLoPHYQDL)».
36 Il testo è qui diverso da quelli di BM-J e KS: v. Appendice.
Qui Galeno baratta le sue ricette. Ma un frammento in traduzione
araba dell’opera perduta in greco Gli uomini migliori ricavano un
HM O DY P EDQRQ RXM  FDOHSZC o  DM Q WLGLGRX o  GXY R  NDL  WULY D  WZ
Q
R-PRLYZQ RXM PRYQRQRX?QDMSZYORQWRNDWD WKQSXUNDL!DQDL-
GLITHYUDLSD
oDL–NDL JDUNDL WRX
WRH>WLPLNURQHMQRYPL]RQ–
DMOODSUDJPDWHLYDPRLJHJRQXL
DPHWDSROOK
oDMNULEHLYDoK-SHUL
oXQTHYoHZo IDUPDYNZQ HMQ K_ SZ
o D>Q WLo DX?TLo oXQTHLYKQž
IDUPDYNZQHMPKYQXRQWD GRNLPZYWDWDNDL PRYQDLIDUPDYNZQ
oZ]Y RQWDLRMOLYJZQJUDIDLITDYQRXoDLGLYGRoTDLWRL
oH-WDLYURLo
L>oZoRX?QIKYoHLoX-SRWDYWWHoTDLY oRXWKQHMSLTXPLYDQNDL
ERXYOHoTDLPD
OORQJQZ
QDLSZ
oDMSROHYoDoWRoDXYWKQSRLNLOLYDQ
NWKPDYWZQZ_QH^NDoWRQDXMWRNDT¨H-DXWRPRYQRQOXSKURYWDWRQD@Q
HMJHYQHWR[12v] WRL
oD>OORLoDMQTUZYSRLoRXMNKMQLDYTKQZ-oH^WHURLY
WLQHoDMOOD SDCQK>QHJNDWR oXPEDYQ HMJZ GHY oRLGLWWKQ
DMSRYNULoLQSURoWRXCWRSRLKYoRPDLWKQPHQH-WHYUDQX--SHUK_o
DMQDPQKoTKCQDLYoHFUKSROODYNLoDMNKNRHYQDLGLHUFRPHYQRXPRX
WRXoORYJRXoZ_QNDLQXCQD>U[RPDLWKCoDMQDPQKYoHZo
mR-®ILORYWLPRo¨$ULYoWLSSRoRXMNDMUNRXYPHQRoGLDLYWKHXMWHOHLC
DMOODNDLSROXWHOZ
oRM\ZQZCQH-NDYoWKoK-PHYUDoGLGRXoDMUJXYULRQ
H-NDYoWRWHGD\LOHoWDLCoTHUPRWHYUDLoWZCQNDW¨DXMWRQH-WDLUZCQ

vantaggio dai nemici scrive: «Io solevo donare volentieri ad alcuni


di loro [medici colleghi] alcuni strumenti e farmaci di cui bisogna-
vano, e per alcuni non mi sono limitato a questo ma ho dato inol-
tre denaro necessario per la loro carriera» (Meyerhof 1929, da
Us. aibi‘a pp. 86-87).
37 Sugli H-WDLCURL, amici/assistenti, v. Garofalo 2005 pp. 64-65. Il
trattato Sulla composizione dei farmaci fu riscritto da Galeno,
13.362 K: v. Jouanna p. 110.
38 Emendo HMSLWDYWWHoTDL di Vlat in X-SRWDYWWHoTDL col significato
di «posporre» (cfr. Gal. 9.816.6 K); il senso «passer en second
rang» (Jouanna) assegnato a HMSLWDYWWHoTDL mi pare difficile.
39 Su questi esempi di scuola si veda l’esaustiva nota di Jouan-
na p. 114 ss. | Aristippo, di Cirene (c. 435- c. 360), forse discepolo
di Socrate e coetaneo di Platone. Iniziatore della scuola cirenaica:
v. Giannantoni 1958 e Adorno 1961, II, pp. 167 ss. | ILORYWLPRo,
amante della notorietà,del codice può essere conservato (ILORYoR
IRo di Nutton è paleograficamente impossibile e debole per il sen-
so, ILOKYGRQRodi KS eccellente per il senso e adattissimo al perso-
naggio è improbabile paleograficamente) ma ha bisogno almeno
ottenevo senza difficoltà dando in cambio due o tre di quelli
simili. 37 Non solo dunque perirono nell’incendio tutte le
pergamene – e questo lo stimavo ancora di poco conto – ma
anche un trattato da me composto con gran cura, quello Sul-
la composizione dei farmaci, in cui mostravo come si possono
ricomporre i farmaci più celebri, e si conservano solo le ricet-
te di pochi farmaci che erano state già date ai miei compagni.
38 Forse dunque dirai che il tuo desiderio viene posposto
e vuoi piuttosto sapere come dopo aver perduto una tale
varietà di ricchezze di cui ciascuna presa a sé sarebbe stata
dolorosissima per gli altri uomini, non mi sono afflitto come
altri, ma ho ben sopportato l’accaduto. 39 Io darò due ri-
sposte a questa domanda, e devi ricordare, riguardo alla pri-
ma questione, d’avermi spesso udito esporre i discorsi che
comincio anche adesso a richiamare alla tua memoria.
Aristippo, quell’amante della notorietà, che non si con-
tentava d’una vita modesta, ma ogni giorno spendeva lar-
gamente per i banchetti e dava sempre abbondante dena-
ro alle etere più calde del suo tempo, e tuttavia egli stesso

dell’articolo. Il senso «prodigo» (Jouanna) è estraneo a Galeno,


che adopera l’aggettivo (e l’avverbio) col significato di «ambizio-
so» o «amante della notorietà» in senso fortemente negativo: in de
san. tuen. 6.415.15 è sinonimo di NHQRYGR[Ro, vanaglorioso. | WDLCo
THUPRWHYUDLoWZCCQH-WDLUZCQ,le più calde etere: il manoscritto ha
WRLCoTHUPRWHYURLoWZCCQH-WDLYUZQ«i più caldi dei compagni». KS
emendano in WDLCoHXMPRUIRUWHYUDLo, «le più belle delle etere», ma
l’aggettivo (usato altrove da Galeno) è troppo distante paleografi-
camente. La correzione dell’accentazione H-WDLUZCQ (fatta indipen-
dentemente anche da KS) è resa necessaria dalla precisazione NDW¨
DXMWRYQ, «del suo tempo», insensata se riferita agli amici H-WDLYUZQ, ma
comprensibile se riferita alle prostitute. Jouanna conserva il testo
tràdito («aux plus ardents de ses disciples»). Il passo più vicino è
«donne calde» in Aristofane, Tesmoforiazuse 735, in cui l’aggettivo
non ha connotazione erotica (piuttosto vale «febbrili». Il senso qui
richiesto sarebbe «esigenti», «spendaccione»). I rapporti di Ari-
stippo con le etere sono ripetutamente narrati in Diogene Laerzio,
2.67, 69, 74, 76: il filosofo conviveva con Laide, celebre etera.
R^PZoNDLY WRLSROOZCQGHRPHYQRo– R- RX?QDMQKUHMNHLCQRo
DMQLZYQSRWHHMNWRXC3HLUDLZCo HLMZYTHLDMHLEDGLY]HLQRXMPRYQRQ
WDoRX^WZEUDFHLYDoR-GRXYoDMOOD NDL WDoPDNUDYo HMSHLGK
HMTHDYoDWRWRQRLMNHYWKQPK GXQDYPHQRQH^SHoTDLWZC IRUWLYZ
IDoNZYOLRQGHK?QWRXCWRFUXoLYZQPHoWRYQ HMNHYOHXoHQDMSRFHYDL
WRoRXCWRQZ-oWRORLSRQHX>IRURQDXMWZCJHQHYoTDL
NDWDWKQDXMWKQRX?QJQZYPKQH>SUD[HNDLWRYGHWHYWWDUDo
H>FZQDMJURXoHMQWKC SDWULYGLH^QDNDWDY WLQDSHULYoWDoLQWZCQ
SUDJPDYWZQDXMWZCQDMSZYOHoHQZ-oORLSRXoH>FHLQWUHLCo 
DMSDQWKYoDoRX?QWLoWZCQSROLWZCQRL_RoK?QWKC]KPLYDoXOOXSHLCoTDL
JHODYoDoRX?QR- ¨$ULYoWLSSRoH>IKWLY PDCOORQHMPRL oXOOXSKYoK
WUHLCoDMJURXoH>FRQWLWRLRXYWRXoRL_RQPRYQRQDXMWRomRXMN®H>FHLo
K@  HM J ZY  oRL oXOOXSKY o RPDL« SDY Q X NDOZC o  HM Q GHLNQXY P HQRo R`
SROODYNLoSDU¨HMPRXC K>NRXoDoOHJRYPHQRQZ-oRXM FUK SURYoWL
WZCQDMSROOXPHYQZQHMSLEOHYSHLQNDL ORJLY]HoTDLSZCoRL- WUHLCo
DMJURXoGH[DYPHQRLWRXC SDWURoRXMNDMQHY[RQWRžEOHYSHLQRXMN
DMQHY[RQWDLH-WHYURXoH>FRQWDoWULDYNRQWD NDL JDUHMDQ
WULDYNRQWDH>FZoLQH-WHYURXoR>\RQWDLSHQWKYNRQWDH>FRQWDoHMDQ 
mNDWD®WDXMWD SDYOLQDXMWRL NWKYoZQWDLWRoRXYWRXoH>FRQWDo

40 salendo dal Pireo verso Atene, la distanza è di circa dieci


km. Questo paradossale episodio di Aristippo è riportato (assie-
me ad altri) anche da Diogene Laerzio 2.77 (dalle Diatribe di Bio-
ne di Boristene, discepolo di Zenone). Galeno cita un altro aned-
doto su Aristippo, nel Protrettico V 5 (p. 90 Boudon) sul naufragio
e le figure geometriche | monete d’oro, all’epoca di Aristippo
probabilmente stateri.
41-42 Anche Plutarco riporta in breve la storia in de tranquil.
animi 469C-D. L’episodio del de indolentia è riportato in arabo e
in ebraico rispettivamente da Haqnı̄n (Haknin, in Halkin 1944) e
da Falaquera (testo arabo e versione ebraica in Zonta 1995, pp.
117-118). Questa la mia traduzione italiana del testo arabo (quello
ebraico è un po’ diverso): «E si racconta di Aristippos che egli
aveva quattro villaggi [traduzione impropria del greco FZCUDL, po-
deri] e gli accadde un infortunio per cui andò perduto uno di quel-
li e gliene rimasero tre, e lo incontrò un uomo della gente della sua
aveva bisogno di molto – 40 quell’uomo, salendo dal Pi-
reo (soleva infatti fare sempre a piedi non solo viaggi co-
sì brevi ma anche quelli lunghi), poiché vide il servitore
che non era in grado di stargli dietro per via del carico
(era questo un sacco pieno di monete d’oro) gli ordinò di
buttarne via tanto che il rimanente diventasse facile a
portarsi.
41 Secondo lo stesso pensiero si comportò così: aveva
quattro poderi in patria, e uno lo perdette per una disgra-
zia, e gliene rimasero tre. 42 Un suo concittadino dunque
lo incontrò e stava per fargli le condoglianze per la disgra-
zia. Ma Aristippo rise e disse: «Perché devi farmi le condo-
glianze tu a me che ho tre poderi e tu non ne hai neanche
uno come quelli? O non devo piuttosto farti io le condo-
glianze?», mostrando molto bene quel che mi hai spesso
sentito dire, che non bisogna prendere in gran considera-
zione nessuna perdita, e valutare il fatto che quelli che han-
no ereditato tre poderi dal padre non sopporteranno di
vedere altri che ne hanno trenta. 43 Infatti se ne hanno
trenta vedranno altri che ne hanno cinquanta, e se acqui-
stano anche questi guarderanno ad altri che ne hanno set-

città e iniziò a mostragli che egli si affliggeva per lui per la perdita
che lo aveva colpito, ed egli rise di lui e gli disse: “Che ti importa di
dolerti per me che ho tre villaggi quali tu non ne hai uno, mentre
io non mi affliggo per te?”. Coloro che hanno ereditato dai loro
padri tre villaggi non resistono e non sopportano di vedere quelli
che ne hanno trenta (imprecisa la traduzione di Zonta p.
119)». | in patria: Cirene; l’episodio avviene ad Atene, come il
precedente. | stava per fargli le condoglianze: la traduzione di Jou-
anna di RL_RoK?QoXOOXSHLCoTDL «était homme à se chagriner» non
tiene conto dell’uso LSJ IIIb «intendere». | L’aggiunta di oXY da
parte di Jouanna è elegante e paleograficamente impeccabile, ma
non inevitabile.
43 <NDWD> WDXMWD: è buona integrazione di Jouanna, KS espun-
gono WDXMWD.
R>\RQWDLY WLQDoD>OORXoH-EGRPKYNRQWDND@QHMNHLYQRXoH>FZoLQ
D>OORXoTHDYoRQWDLSOHLYRXoWZCQH-NDWRQH>FRQWDoZ^oWHNDWD
EUDFXSURL!RQY WHoD-SDYQWZQHMSLTXPKYoRXoLQNDLNDWDWRXCWRDMHL
SHYQKWHoH>oRQWDLPKSOKURXPHYQKoDXMWZCQWKCoHMSLTXPLYDo 
HMDQGHYWLoPKR-SRYoRXoDMJURXoD>OORoH>FHLGLDWHYORXooNRSK

DMOO¨HLMWRXoLMGLYRLoDMQDOZYPDoLQHM[DUNRXCQWDoDXMWRYoWKQWZCQ
SHULWWZCQDMSZYOHLDQDMOXYSZoRL>oHL HMDQPHQJDYUWLoH^QD
PRYQRQH>FZQDMJURQDMSROHYoKWRXCWRQD>SRURoH>oWDLSDQWDYSDoLQ
Z^oWHHLMNRYWZoDMQLDTKYoHWDLH^QDG¨DMSROHYoDoHMNWZCQWHWWDYUZQ
HMQL>oZNDWDoWKYoHWDLWRLCoWUHLCoDMJURXoX-SRORLYSRXoH>FRXoLQ
HM[DMUFKCoZ^oWHWRXCWRPHQPHYJDRXMGHQPK OXSHLCoTDLWUHLCo
DMJURXoH>FRQWLPHYJDGH WRQPKGH H^QDNHNWKPHYQRQDMJURQ
DMOXYSZoIHYUHLQSHQLYDQZ-oR .UDYWKoH>IHUHNDL GK WRXCWR
PDCOORQHLM PKGH RLMNLYDQH>FHLQžNDTDYSHUR- 'LRJHYQKo 
RX> N RXQ HM P RLY  WL SUDC J PD PHY J D PKG¨ R^ O Zo DM Q LDTHY Q WL GLD
FUKPDYWZQDMSZYOHLDQK?QJDUDMHL WD OHLSRYPHQDSROX SOHYZ
WZCQ L-NDQZCQ   DMOOD PDCOORQ D>[LRYQ HMoWLQ HMOHKCoDL WRQ
DMQDOLYoNRQWDPHQmHMQ® HMQLDXWZCPXULYDoGUDFPDoHMNSURoRYGRX
PXULDYGZQGHYNDOXSRXYPHQRQGH HMSL WULoPXULYZQDMSZOHLYD
NDWD IXYoLQJDUK?QPKGH HLM WDoX-SRORLYSRXoHMQQHYDPXULDYGDo
DMSRYOOXoLQH-NDYoWRWHPKGH RX^WZoDMQLDCoTDLWZCQJHPXULYZQ
L-NDQZCoDXMWRQWUHIRXoZCQ
 DM O OD  NDL  K-  WZC Q  WRLRXY W ZQ DM Q TUZY S ZQ DM S OKoWLY D

44 L’emendamento di Jouanna DMOO¨KC >DMOO¨K>mGK®non convince


perché non vi è klimax tra la frase precedente e la seguente, come
negli esempi da lui riportati p. 123; non comprendo DMOO¨K@ di Soti-
roudis. | agevolmente HXMNRYOZodi Sotiroudis (cfr. 12.592.17 K) per
il tràditoDMNLYOZoappare emendamento migliore di quello di Jou-
anna, DMNKGZCo. BM correggeva in DMOXYSZo.
45 Cratete: la difesa della lettura .UDYWKo di Jouanna e di KS con-
tro la correzione dell’editio princeps mi pare convincente: si veda-
no i paralleli apportati da Jouanna pp. 126 ss. e da KS p. 75. Secon-
do Musonio Diatriba 14 neanche Cratete aveva una casa (D>RLNRo).
46 L’aggiunta di WLo fatta da Jouanna non è necessaria, il soggetto
sottinteso è colui che sopporta senza afflizione.
47 Il personaggio da commiserare è il dedicatario del de animi
tanta, e se hanno anche quelli guarderanno ad altri che ne
posseggono più di cento, cosicché, procedendo a poco a po-
co, avranno voglia di tutti e perciò saranno sempre poveri,
perché la loro voglia non verrà soddisfatta. 44 Se invece
uno non sta sempre a guardare quanti poderi ha un altro,
ma se ha lui quelli che gli bastano per le proprie spese, sop-
porterà agevolmente la perdita dei possedimenti in sovrap-
più. 45 Infatti se uno che ha un solo podere lo perde sarà
completamente privo di mezzi, e avrà ragione ad affligger-
si, ma uno che ne perde uno solo di quattro si troverà nella
stessa situazione di quelli che hanno fin dall’inizio i restan-
ti tre. Sicché per chi ha ancora tre poderi non è gran cosa
non affliggersi, ma è gran cosa che chi non possiede neppu-
re un podere sopporti senza affliggersi la povertà come la
sopportava Cratete, e ancor più se non ha neppure una ca-
sa come Diogene. 46 Non è dunque gran cosa per me non
affliggermi affatto per la perdita di ricchezze; quello che mi
restava era sempre più del sufficiente. 47 Ma è più giusto
commiserare chi talvolta spende diecimila dracme della
sua rendita di centomila, e si affligge per la perdita di tren-
tamila. Infatti sarebbe naturale che non si affliggesse nep-
pure se perdesse le restanti novantamila, visto che le dieci-
mila bastano a mantenerlo.
48 Ma l’insaziabilità di costoro ha fatto sì che fossi am-

p. 55 Magnaldi = 5.48.1 K oHG¨Z-oDXYWZoR-PRLYZoHMPRLGLDLWZYPHQRQ


THZ
PDLOXSRXYPHQRQG¨DMQRPRLYZoHMPRLYNDLYWRLWK
oRXMoLYDooRXmNDT¨®
H^NDoWRQH>WRoDXM[DQRPHYQKoHMSHLWZ
QHM[DXMWK
oSURoRYGZQDMQDOLYoNH
WDLPHYQoRLWR GHYNDWRQL>oZoPHYURoDL- ORLSDL G¨HMQQHYDPRL
UDLWRL
o
X-SDYUFRXoLSURoWLYTHQWDL. | Emendo in X-SRORLYSRXo La parziale di-
fesa della lezione del Vlat DMSRORLYSRXo (DMSROXYSRXo Vlat) di Jouanna
non convince: sarebbe hapax in Galeno.
48 Diversa la traduzione di Jouanna e di Boudon-Millot che
intendono «qui fait que nous admirons ceux qui n’accomplissent
rien d’admirable...» e così anche Kotzia, e danno a TDXPDY]HoTDL
senso mediale invece che passivo: il significato è che Galeno mo-
destamente, come prima e dopo, afferma che i vizi di quelle perso-
TDXPDY ] HoTDL SHSRLY K NHQ K- P DC o  WRX o  PKGH Q  TDXPDoWR Q
HMUJD]RPHYQRXoHMNHLYQRXoG¨HL>SHUD>UDTDXPDY]HoTDLSURoKYNHL
R^oRLSDYQWDDMSROHYoDQWHoRXMG¨R^OZoDMQLZCQWDLNDTDYSHUR-
.LWLHX o  =KY Q ZQ R^ o  IDoLQ [13 r] DM S DJJHOTHLY o Ko DXM W ZC 
QDXDJLYDoHMQK_SDYQWDDMSZYOHoHQHX?JHSRLHLCoHL?SHQZ?WXYFK
oXQHODXmQRX®oDK-PDCoSURoWRQWULYEZQDNDL WKQoWRDYQ 
Z^ o WH RXM G ¨ HM P RL  PHY J D WL SHY S UDNWDL NDWDIURQKY o DQWL
SDQWRGDSKC o  DM S ZOHLY D o NWKPDY W ZQ Z^ o SHU WKC o  HM Q  DXM O KC 
PRQDUFLNKC GLDWULEKCoK`QRXMPRYQRQRXMNHMSHTXYPKoDYSRW¨H>FHLQ
DMOODNDLWKCoWXYFKoELDLYZoHLMoDXMWKQH-ONRXYoKoDMQWHYoFRQRXMF
D^SD[RXMGHGLoDMOODNDLSDYQXSROODYNLo 50a RXMGHJDURXMGH
WRXC W R PHY J D PK  PDQKC Q DL WK Q  DXM W K Q  PDQLY D Q SROORLC o  WZC Q
HMQDXMOKC EDoLOLNKC NDWDJKUDYoDQWZQ 50bDMOODWRSDYQWDPHQ
DMSROHYoDQWDmWD®IDYUPDNDSDYQWDGHmWD®ELEOLYDNDLSURoHYWL
WDoJUDIDoWZCQDM[LRORYJZQIDUPDYNZQH>WLWHWDoSHULDXMWZCQ
HMNGRYoHLoJHJRQXLYDoD^PDSUDJPDWHLYDLoSROODLCoD>OODLoNDLZ_Q
H- N DY o WK PRY Q K JHJRQXLC D  WK Q  NDT¨ R^ O RQ WR Q  ELY R Q L- N DQK Q
ILORSRQLYDQmD@Q®HMSHGHLYNQXWRPK OXSKTKCQDLJHQQDLCRQK>GK

ne fanno risaltare lui che non fa nulla di straordinario. | L’aned-


doto su Zenone di Kition (Cizio nell’isola di Cipro), il fondatore
dello stoicismo (333-263 a.C.), è anche in Plutarco, de tranq. 467c =
Zenone, SVF I fr. 277 Arnim =KYQZQLWZ
 .LWLHL
PLYDQDX
SHULK
QIRU
WKJRYoSXTRYPHQRoGHWDXYWKQDXMWRYIRUWRQDMSROZOHYQDLoXJNOXoTHL
oDQ
HX?  JH HL? S HQ Z?  WXY F K SRLHL
o  HLM o  WR Q  WULY E ZQD NDL  WK Q  oWRD Q
oXQHODXYQRXoDK-PD
. id. de exilio 11 p. 603d., e, semplificato, in
Diogene Laerzio VII 5.1 (che riporta molti altri detti di Zenone).
49 Parole simili nel de animi 5.44 K, p. 52 Magnaldi: «Mi sem-
bra dunque, dicevo, e forse sembrerà anche a te, di non aver fatto
finora nulla di grande non affliggendoni mai: infatti non sono sta-
to privato di tutte le ricchezze né privato dell’onore». Galeno
esprime altrove il suo desiderio di indipendenza dal monarca (in
quel caso Marco Aurelio), ad es. nel de praecogn., p. 116 Nutton
(14.648 K). V. anche Garofalo 2007 pp. 276 ss. Nel Compendio del
de moribus Galeno consiglia di evitare di mettersi al servizio dei
re, perché si è portati a imitarli (p. 50 Kraus, p. 144 Zonta).
mirato io che non faccio nulla di straordinario, mentre do-
vrebbero essere semmai ammirati quelli che avendo per-
duto tutto non si affliggono affatto, come Zenone di Kition
che – dicono – essendogli stata data notizia di un naufragio
in cui aveva perduto tutto, disse: «fai bene, Fortuna, a spin-
germi a ritornare al logoro mantello e al portico». 49 Per-
ciò non ho fatto nulla di grande nel disprezzare la svariata
perdita di ricchezze, come [nel disprezzare] il vivere alla
corte del re, cosa che non solo non ho mai desiderato avere,
ma quando anche la sorte mi ci tirava a forza mi sono op-
posto non una o due, ma moltissime volte. 50a Non è in-
fatti gran cosa non soffrire della stessa pazzia di coloro che
invecchiano alla corte d’un re, 50b ma, dopo aver perduto
tutti i farmaci, tutti i libri, e ancora le ricette di farmaci im-
portanti, e in più le edizioni di essi da me fatte, assieme a
molti altri trattati di cui uno solo avrebbe mostrato la fatica
di tutta una vita, è nobile non affliggersi e sarà esempio

50a invecchiano: accolgo l’emendamento di KS NDWDJKUDoDYQ


WZQ. Jouanna emenda in SROOZCQNDWKJRUKoDYQWZQ e ottiene la
traduzione «Car c’est n’est pas non plus une grande affaire de
n’être pas tombé dans la folie malgré le nombre des accusateurs à
la cour impériale» rinviando a de praecogn. 14.625 K, in cui Gale-
no parla dell’ostilità (non delle accuse) dei medici di corte nei suoi
confronti. Il senso pare essere invece che Galeno non ha condiviso
la pazzia di molti invecchiati alla corte imperiale. Galeno stesso
cita in Facoltà naturali 2.57.1 K il proverbio PDLQRPHY Q RLo DM 
QDJNDoTHYQWHooXPPDQKCQDL «costretti a fare i pazzi coi pazzi». Cfr.
Suda s.v. oXPPDLYQRPDL. Per l’accusativo interno cfr. Luciano, adv.
ind. 22. Per gli altri emendamenti proposti v. Jouanna p. 16 e nota
ad loc. p. 133.
50b PHJDOR\XFLYDoHMFRYPHQRQHMSLYGHLJPD non dà senso accettabi-
le: propongo di emendare HMFRYPHQRQ in HMoRYPHQRQ. Cfr. 18b.639.15 K
SDUDGHLYJPDWDHMoRYPHQD.
WRXCWRNDLPHJDOR\XFLYDoHMoRYPHQRQHMSLYGHLJPDSUZCWRQ HLMo
GHWKQWRLDXYWKQPHJDOR\XFLYDQK>JDJHYPHSUZWRQPHQD`NDLoX
JLQZYoNHLoDXMWRYoZ-oD@QHM[DMUFKCooXQDQDožWUDIHLoNDL
oXPSDLGHXTHLoK-PLCQH>IKožGHXYWHURQmGH®WD SURoJLQRYPHQD
NDWD WKQÑ5ZYPKQHM[HMPSHLULYDoSUDJPDYWZQ HX? JDUL>oTL
SDLGHXYHLNDLTHYDSUDJPDYWZQSROLWLNZCQDMQDPLPQKoY NRXoDWZCQ
WKCoWXYFKoH>UJZQR` JDUHMSRLYKoHQ(XMULSLYGKoOHYJRQWDY SZoWRQ
4KoHYDSDQWRoPDCOORQDMOKTHYoHMoWLQDMNRXYoDoGHWZCQHMSZCQHL>oK

HMJZGHSDUDoRIRXCWLQRoPDTZQ
HLMoIURQWLYGDoNDLoXPIRUDoHMEDOORYPKQ
IXJDYoW¨HMPDXWZ
SURoWLTHLoSDYWUDoHMPKCo
TDQDYWRXoW¨DMZYURXoNDLNDNZCQD>OODoR-GRXYo
L^Q¨HL>WLSDYoFRLP¨Z_QHMGRY[D]RYQSRWH
PKYPRLQHZUZCoSURoSHoRQ\XFKQGDYNK

R-PHQRX?QoRIRoDMQKUH-DXWRQDMQDPLPQKYoNHLGLDSDQWRoZ_Q
HMQGHYFHWDLSDTHLCQR-GHPKoRIRoPHYQRXMPKQZ^oSHUERYoNKPD
]ZCQHMNWZCQR-oKPHYUDLJLQRPHYQZQHMSHJHLYUHWDLYSZoNDLDXMWRo
HLMoWKQWZCQDMQTUZSLYQZQSUDJPDYWZQJQZCoLQ

51 L’emendamento oXQDQDožWUDIHLo «allevato assieme» in


luogo di «vissuto assieme» suggerito anche da Jouanna in appara-
to mi pare necessario.
52 Per l’emendamento da me propostoWHYFQKo> WXYFKo v. anche
Roselli 2012, p. 99. Si veda il commento di BM nota 287 p. 116. Sul
frammento euripideo (fr. 964 Jouan-Van Looy), si veda Lami 2009
e il commento di Jouanna p. 139. I versi (che Galeno citerà di nuo-
vo più avanti) vengono richiamati da Galeno (con qualche varian-
te) anche nel de plac. Hipp. et Plat., IV 7, 2, compaiono già in tra-
duzione latina in Cicerone (Tusc. III 32) e sono citati da Plutarco
primario di grandezza d’animo. 51 A tale grandezza d’ani-
mo m’han portato in primo luogo le cose che conosci tu
stesso, per essere stato allevato e educato dall’inizio assie-
me a me [dicevi], e in secondo luogo le vicende che mi sono
capitate poi a Roma, per esperienza vissuta. 52 Sappilo
bene, la vista di vicende politiche educa facendoci ricordare
le opere della Fortuna; quel che Euripide fa dire a Teseo è
vero più d’ogni altra cosa; lo saprai leggendo questi versi:

Avendolo appreso da un saggio


ho pensato a tutte le disgrazie
infliggendomi esili dalla mia patria
e morti immature e altre vie della sventura,
affinché, se dovessi patire le cose che avrò immaginato,
ciò non mi morda l’animo cogliendomi all’improvviso.

53 L’uomo saggio ricorda a se stesso continuamente le di-


sgrazie che possono accadere; l’uomo bensì non saggio, ma
che comunque non vive come una bestia, da ciò che accade
quotidianamente viene anche lui incitato alla conoscenza
delle cose umane.

(cons. ad Apoll. 112D). Sull’utilizzo dei poeti da parte di Galeno si


veda De Lacy 1966. Euripide è certamente il poeta più citato per
le sue sentenze morali, ad es. in Plutarco e Musonio.
53 La frase ricorda il concetto espresso nel Protrettico 1.39 K, p.
117 Boudon-Millot WRQQHYRQR^WZPKSDQWDYSDoLQK-\XFKERoNKPD
WZYGKoHMoWLY, «il giovane che non abbia un’anima perfettamente ani-
malesca». La gerarchia è quella di Aristotele Etica Nicomachea
(1095b 20 - 1096a 5; Roselli 2012 p. 99).
SHYSHLoDLG¨RL?PDLNDL DXMWRoSDU¨R^ORQWRQFURYQRQRX_
WDoL-oWRULYDoH>JUD\DQRL-WRXCW¨H>UJRQH>FRQWHoK^WWZJHJRQHYQDL
NDND WRLCoDMQTUZYSRLoZ_QQXCQH>SUD[H.RYPPRGRoHMQRMOLYJRLo
H>WHoLQZ`oWHNDT¨H-NDYoWKQK-PHYUDQNDMJZ THZYPHQRoH^NDoWRQ
DXMWZCQHMJXYPQDoDY PRXWDoIDQWDoLYDoSURoDMSZYOHLDQSDYQWZQ
Z_QH>FZ PHWD WRXC NDL DXMWRoHMSLNODoTKCQDLSURoGRNZCQ
Z^ o SHU D> O ORL PKGH m Q® DM G LNKY o DQWHo HLM o  QKC o RQ SHPITKC Q DL
H> U KPRQ R^ S RX G¨ HLM o  QKC o RQ WRLDXY W KQ WLo SURoGRNKY o Do
SHPITKC Q DL D^ P D WKC   SDY Q WZQ DM S ZOHLY D   WZC Q ž Z_ Q  HL_ F H
SDUHoNHXYDoHQH-DXWRQDMQDoFHYoTDLK? SRXNDLY WLDMSROHYoDo
PKGHQR o  WZC Q  D> O OZQ NWKPDY W ZQ DM I DLUHTHL o  H> P HOOH
OXSKTKYoHoTDL;
HM J Z  WRLY Q XQSHSHLUDPHY Q RoWZC Q D> O OZQDM O KTHY o WDWRQ
HL? Q DLWR Q (XM U LSLY G RXORY J RQDM o NHLC Q SDUDNHOHXY R PDLWD o
IDQWDoLYDooRXWKCo\XFKCoPRYQRQRXM NDT¨H-NDYoWKQNDLURXC
U- R SKY Q   WRXC W R G¨ RXM  GXY Q DWDL SURoJHQHY o TDL WRLC o  PK
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WKQ\XFKQDLMoTDYQRPDLJLQRYPHQRoRXM JDUD>OORoDMQTUZYSZQ
[13 v] WLo DM N ULEZC o  Z- o DXY W Zo HM W LY P KoH GLNDLRoXY Q KQ WH NDL

54 KS difendono il testo di Vlat traducendo «(i mali) che hai


vissuti nei tempi di Commodo», ma un tal senso di SUDYooZ non pa-
re possibile, e non dà senso il rivolgersi al destinatario della lettera
per mali che hanno colpito tutti. Sulle atrocità del regno di Com-
modo si veda la vita di Lampridio nella Historia Augusta. L’esilio
(già nei versi di Euripide) è precisato «nell’isola deserta», sorte
toccata a molti durante il regno di Commodo (Lampridio cap. 4).
55 e al contempo soffrendo io stesso: ossia soffrendo nella per-
sona oltre che negli averi. Diversa l’interpretazione di Jouanna,
che riferisce la frase a quello che segue.
56 PRYQRQRXMNDT¨H-NDYoWKQNDLURXCU-RSKYQ anche in Facoltà natura-
li, nat. fac. SM 3.243.23 Helmreich (BM).
57 Correggo R-SRLCRQ del Vlat in R-SRLCRo (R-SRLYDQ KS), riferito al
padre di Galeno. L’espunzione di WRXCWR rende il discorso perspi-
54 Penso che anche tu sia convinto che in tutto il tempo
di cui han scritto le storie coloro che si occupano di questo
ci siano stati meno mali di quelli che ha fatto Commodo in
pochi anni, sicché anche vedendo ogni giorno ciascuno di
quei mali mi sono esercitato l’immaginazione alla perdita
di tutto quello che ho, [55] e al contempo soffrendo io
stesso, aspettando come altri, che non han fatto nulla di
male, di essere mandato in un’isola deserta. Se aspettando-
si d’essere inviato in una tal isola con la perdita di tutto ciò
che si aveva, ci si prepara a sopportarlo, ci si dovrebbe af-
fliggere se se ne perde una parte, ma delle altre non si viene
privati?
56 Io dunque, che ho sperimentato che è il più vero di
tutti ciò che dice Euripide, ti esorto a esercitare le immagi-
nazioni della tua anima in ogni momento o quasi. 57
Questo non può accadere a quelli che non hanno buona
disposizione naturale al coraggio e che non hanno goduto
dell’ottima educazione che mi ha regalata una buona sorte,
come sai tu, che sei stato educato assieme a me, quale uo-
mo fosse [58] mio padre, al cui solo ricordo ogni volta
sento di diventare migliore nell’animo. Nessun altro uomo
ha onorato così perfettamente la giustizia e l’autocontrollo;
egli aveva queste virtù per natura, senza bisogno di discorsi

cuo; Jouanna traduce «il posséda naturellement cette conduite


(morale)».
58 mio padre: nel de animi cap. VIII (5.40 ss. K, p. 47 Magnaldi),
Galeno tributa le massime lodi al padre, paragonato a Socrate, e
grande biasimo alla madre, paragonata a Santippe. Il padre gli ha
insegnato a non affliggersi per le perdite materiali finché resta il
sufficiente per vivere (ib. 5.43 K). Anche nell’opera de bonis mali-
sque sucis, Sulla bontà e la cattiveria degli umori, 6.755.11 K, scrive:
HMPRL PHQJDUSDWKUHMJHYQHWRJHZPHWULYDoPHQNDL DMUFLWHNWRQLNK
o
NDL ORJLoWLNK
oDMULTPKWLNK
oWHNDL DMoWURQRPLYDoHLMoD>NURQK^NZQ
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QJQRYQWZQDXMWRQHMSL GLNDLRoXYQK NDL FUKoWRYWKWL
NDL oZIURoXYQK TDXPDoTHLoZ-oRXMGHLoWZ
QILORoRYIZQ «Io ebbi un
padre sommamente colto in geometria e architettura, in calcolo,
oZIURoXYQKQNDL GK DXMWRoNDMNHLYQDoH>oFHIXYoHLWRXCWRž
FZUL o  WZC Q  HM N  ILORoRILY D o ORY J ZQ  RXM  JD U  Z- P LY O KoH
ILORoRYIRLoHMQQHRYWKWLSDUD WZC SDWUL PHQH-DXWRXCSDYSSZ G¨
HMPZCWR PHQNDWD WKQDMUHWKYQWR GH NDW¨DMUFLWHNWRQLYDQHMN
SDLGRoDMoNKTHLYoHMQDL_oNDLDXMWRoHMNHLCQRoK?QSUZCWRoH>OHJH
GHDXMWRQR-SDWKUWRLRXCWRQEHELZNHYQDLELYRQR-SRLCRQNDLDXMWRo
DMOOD NDL WRQHMNHLYQRXSDWHYUDNDL WRQSDYSSRQR-PRLYZoH>IK
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WRLC o  SURJRY Q RLo R> Q WD JHQHY o TDL WRLRXC W RQ NDL  PHY Q WRL NDL
SDLGHXTHYQWDWKQDXMWKQDXMWRLCoSDLGHLYDQR-PRLYDQHMNHLYQRLo
oFHLCQGLDYTHoLQWKCo\XFKCo
RL?GDGHYPRXWRQSDWHYUDNDWDIURQRXCQWDWZCQDMQTUZSLYQZQ
SUDJPDYWZQZ-oPLNUZCQR^SHUNDMPRL PDYOLoWDQXCQJHYJRQHQHMQ
JKYUD NDLPKQRX?QWRXoK^GLoWDmEH®ELZNRYWDoRXMGHQH>FHLQ
SOHYRQWZCQR>QZQWRXYWZQRX`oNDWD WKQWZCQÑ5ZPDLYZQSRYOLQ
R-UZCPHQX-SR WZCQGHoSRWZCQSHULDJRPHYQRXoH>QHNDWRXC WDo
TKOHLY D o RM F HXY H LQ HM S L  PLoTZ C   WRX o  GH  WZC Q  WRLRXY W ZQ
NDWDIURQRXC Q WDo DM U NRXPHY Q RXo GH  WZ C  PKY W H DM O JHLC Q  PKY W H
OXSHLCoTDLWKQ\XFKYQRXMGHYSRWHHMSKYQHoHQDMSRPDQWHXRYPHQRo
PHLC]RYQWLNDL NUHLCWWRQWR DMJDTRQLMGLYDQH>FHLQIXYoLQRXMNHMQ
PRYQZWZC PKYWHDMOJHLCQPKYWHOXSHLCoTDLSHULJUDIRYPHQRQ

aritmetica e astronomia, e che più di qualsiasi filosofo fu ammira-


to da quanti lo conobbero per la sua rettitudine, onestà e saggez-
za» (traduzione Ieraci Bio 1987, p. 18).
59 Sulla famiglia di Galeno v. BM nota 292, p. 117. Rispetto al
passo del de libris 164, 25-165, 2 BM Galeno ci fa sapere che il suo
bisnonno era geometra. Il padre di Galeno, non filosofo, diede tut-
tavia a suo figlio una ampia formazione filosofica differenziata (v.
Introduzione). | Il manoscritto ha DMUHWKQHMQRL_oNDLDXMWRoHMNHLYQZ
K?QSUZCWRQ, che Jouanna traduce «domaines dans les quels la con-
duite morale était aussi, aux yeux de ses hommes là, primordiale»;
il testo dev’essere emendato. KS emendano in HMQDL_oNDLDXMWRHM
filosofici. 59 Infatti non frequentò filosofi, in gioventù,
ma si esercitò con suo padre, cioè mio nonno, sia nella virtù
che nell’architettura fin da ragazzo, nelle quali anche
quell’altro primeggiava. Mio padre diceva che suo padre
aveva vissuto una vita come la sua, e anche il padre di lui e
il nonno, l’uno architetto, l’altro geometra. 60 Credi pure
che anch’io, essendo simile ai miei padri per natura, sono
divenuto quello che sono e educato alla loro stessa manie-
ra ho preso una disposizione d’animo simile alla loro.
61 So che mio padre disprezzava le cose umane come
piccine, cosa che è capitata anche a me soprattutto ora, in
vecchiaia. 62 Diceva che i gran gaudenti non valgono più
di quegli asini che vediamo portati in giro a Roma dai pa-
droni per montare le femmine a pagamento; quelli che di-
sprezzano questi piaceri e si contentano di non avere né
dolore fisico né dolore mentale non li approvò mai, intuen-
do che il bene è qualcosa di più grande e importante e che
ha una natura propria, non essendo circoscritto al non pro-
vare dolore fisico e mentale.

NHLYQZ K?QSUZCWRQ, «virtù ... architettura, nelle quali la stessa cosa


aveva la priorità».
61 in vecchiaia: Galeno ha sessantatré anni. Cicerone scrisse il
de senectute a sessantadue anni, nel 44 a.C.
62 DMSRPDQWHXRYPHQRo «indovinare» (questo il senso negli altri
passi in cui Galeno usa il verbo) indica qui il carattere intuitivo e
non filosofico dell’opinione del padre di Galeno (Lami, Jouan-
na). | asini: Raiola 2011, seguendo Handley (apud Nutton) pro-
pone convincentemente R>QZQ«asini». Il passo che più si avvicina a
questo è quello di Musonio (Diatribe 17.8, v. infra) a proposito
della monta dei cavalli e dei cani. Io avevo pensato a emendare in
NXQZ
Q, «cani». Il verbo qui attestato SHULDYJRPDL rafforza la propo-
sta di Cobet di emendare SDUDIHURPHYQZQ in SHULIHURPHYQZQ in de
animi 5.38 K, p. 44 Magnaldi.
DMOO¨HMDQNDLWRXYWZQWLoDMSRFZUKYoDoHMSLoWKYPKQTHLYZQ
WHNDLDMQTUZSLYQZQSUDJPDYWZQK-JKYoKWDLWRDMJDTRQX-SDYUFHLQ
HMODFLYoWRXPRULYRXWRXYWRXR-UZC WRXoDMQTUZYSRXoPHWHYFRQWDo
HLMGHWRXCWRHMODYFLoWRQGKCORQR^WLNDLD>OOZQD-SDYQWZQDMNULEKC
JQZCoLQRXMNH>FRPHQ R- JDUHMQWZC NDTRYORXPK JLQZYoNZQ
R-SRLCDWDYWHTHLCDNDLWDDMQTUZYSLQDSUDYJPDWDYHMoWLQRXMG¨HMQ
WZC NDWD PHYURo RXMG¨ HMSLoWKPRQLNZCo WL H-OHYoTDL K@ IXJHLCQ
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DMQTUZYSZQX-SHYODERQFDOHSRQD^PDWZCPKG¨ZMIHORXPHYQRXoWL
WRXoSROORXoR-UZCQX-SRWKCoWZCQNDOZCQNDLDMJDTZCQoSRXGKCo
HMQWRXYWZ GH WUHIRYPHQRoDMHL WZC ORJLoPZC PLNUD SDYQWD
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GLHOTZQ HX-UKYoHLo DMOOD PD WRXo THRXo RXMGH DXMWD  PHWD
oSRXGKCoRXMGH Z-oPHYJDWLSUDYWWZQDMOO¨HMQSDLGLDCoPRLYUD
oXQHYTKND WKQJDUDMRFOKoLYDQWLQHoDMJDTRQQRPLY]RXoLQR`

63 la conoscenza delle cose divine e umane, anche in meth. med.


(Il metodo della cura) 10.2.6 K: è la definizione della filosofia atte-
stata per la prima volta in Cicerone, Tusc. 4, 26, 27; de off. 2, 2, 5. La
fonte non è nota.
64 uomini bravi e onesti: la coppia NDORoNDL DMJDTRYo così fre-
quente in Platone, compare raramente in Galeno: un’altra volta in
de atra bile (La bile nera) 5.130.14 e una nel quod animi mores,
4.411.2 K. Nel Compendio del de moribus Galeno era più ottimi-
sta e riteneva che il buon governo fosse possibile (p. 51 Kraus =
145 Zonta).
65-66 figurarsi se: per l’emendamento oFROKCJ¨D>Q cfr. tra i molti
casi 18a.197.7 K 69 e Garofalo 2012. | La frase è citata da ’Aqnı̄n
(= p. 117 Zonta): «E dice anche che a colui che pensa di aver per-
63 Ma se uno allontanandosi da queste cose ritiene che
il bene sia la conoscenza delle cose divine e umane, vedo
che gli uomini hanno di ciò piccolissima parte, e se questa è
piccolissima ovviamente non abbiamo esatta conoscenza di
tutte le altre cose. 64 Infatti chi non conosce in generale
quali sono le cose divine e umane neppure nelle particolari
può scegliere o evitare scientificamente qualcosa. Per que-
sto ho creduto che fosse difficile far politica e occuparsi del
bene degli altri, e nel contempo vedevo che la maggior par-
te degli uomini non si giovano della cura offerta loro dagli
uomini bravi e onesti.
65 Nutrito sempre in questa teoria, credo che tutte le
cose siano di poco conto: figurarsi se potrei ritenere impor-
tanti gli apparecchi, i farmaci, i libri, la notorietà, la ricchez-
za. E chi ritiene tutto piccola cosa che preoccupazione avrà
con queste cose e a causa di queste cose? 66 È logico che
chi pensa d’essere stato privato di grandi cose si affligga e
ci pensi sempre, mentre chi pensa di essere stato privato di
piccole cose [è logico che] le disprezzi sempre. 67 Che di
ciascuna delle cose che ho detto esser di poco conto non
l’ho dichiarato semplicemente, ma con la dimostrazione, lo
troverai leggendo quel che ho scritto su ciascuna di esse,
scritti che ho composto, per gli dèi, neppure essi con gran
serietà né convinto di far qualcosa d’importante, ma come
per scherzo. 68 Alcuni infatti considerano il bene l’assen-

duto cose importanti e corpose (leggendo jası̄ma in luogo di ji-


smiyya) inerisce l’afflizione e il pensiero continui, e che colui che
pensa di aver perduto solo cose vili e basse rimane non afflitto».
Sulla base dell’arabo Jouanna integra PKGHYSRWHOXSHLCoTDLma mi
pare più economico emendare GLD  WHOZC o del manoscritto in
GLDWHOHLCQ «disprezzare sempre».
67 ma come per scherzo: probabile allusione al metodo socrati-
co, di presentare le cose serie in modo non serio, UP 3.25.15 K, e a
Platone, Fedro 276d.
68 Il libro Contro Epicuro non era altrimenti noto e va aggiun-
to alle opere di Galeno, se non lo identifichiamo con il titolo, con-
RX>WHH-PDXWRQRX>WHD>OORQDMQTUZYSZQRX>WH]ZCRYQWLIHYURQRL?GD
SDYQWDJDUHMQHUJHLCQR-UZCERXORYPHQDNDLNDWDoZCPDNDLNDWD
\XFKYQDMOODWRXCW¨DXMWRGLDSROOZCQX-SRPQKPDYWZQHMSHoWKYoDPHQ
HMQD>OORLoWHYWLoLQNDMQWZCNDW¨¨(SLNRXYURX
WHOHLYZoPHQRX?QDMSRNULYQDoTDLYoRLSURoWKQHMUZYWKoLQ
K^QHMSRLKYoZSHULWKCoDMOXSLYDoDXMWDURX?QK-JRXCPDLGLRULoPRYQ
WLQDSURoTHLCQDL WDYFDJDURL>HLPHNDTDYSHUH>QLRLWZCQ
ILORoRYIZQX-SHYoFRQWRPKGHYSRWHPKGHYQD[14r]OXSKTKYoHoTDL
WZCQILORžoRIZCQRX^WZoNDLDXMWRQDMSRIDLYQHoTDLNDLPDYOLoWD
HMSHLGKIKoH-ZUDNHYQDLPHPKGHYSRWHOXSRXYPHQRQ HMJZGH
HLM PHYQWLYoHMoWLWRLRXCWRooRIRoZ-oDMSDTKoHL?QDLWR SDCQRXMN
H>FZOHYJHLQWRXCG¨DXMWRomPK®HL?QDLWRLRXCWRoDMNULEKCJQZCoLQ
H>FZFUKPDYWZQPHQJDUDMSZOHLYDoNDWDIURQZC PHYFULWRXC PK
SDYQWZQDMSRoWHUKTHLoHLMoQKCoRQHMUKYPKQSHPITKCQDLSRYQRXGH
oZPDWLNRXC PHYFULWRXC PK NDWDIURQHLCQHMSDJJHYOOHoTDLWRXC
)DODYULGRoWDXYURX OXSKYoHLGHYPHNDLSDWULoDMQDYoWDWRo
JHQRPHYQKNDLILYORoX-SRWXUDYQQRXNROD]RYPHQRoR^oDW¨D>OOD
WRLDXCWDNDLmWRLCo®THRLCoHX>FRPDLPKGHYQPRLWRXYWZQoXPEKCQDLY
SRWHNDL GLRYWLPHYFULWRXC GHXCURY PRLPKGHQWRLRXCWRQoXQHYEK
GLDWRXCWRD>OXSRYQPHWHTHYDoDL

servato nella traduzione araba del de libris propriis, I propri libri,


«Su Epicuro» 172, 14 ss. Boudon. | Jouanna emenda NDW¨HMSLNRXYUZ
del codice in NDW¨¨(SLYNRXURQ, ma un titolo «selon Épicure» è im-
possibile. L’assenza di turbamento, DMRFOKoLYDè termine tecnico
epicureo (Epicuro, 4.127.11 Arrighetti, v. Becchi 2012); di argo-
mento simile sembra essere l’opera perduta di Galeno menziona-
ta nello stesso capitolo, SHULDMRFOKoLYDo. | X-SRPQKYoHZQ (Vlat) non
è difendibile; credo che sia uno scioglimento errato dell’abbrevia-
zione X-SRPQper X-SRPQKPDYWZQ.
70 Per l’integrazione (proposta da Jouanna2 e da Kotzia, mRL?
PDL® cfr. de placitis Hipp. et Plat. 6.1.1 K. Parole simili nel de animi,
dove Galeno scrive 5.44 K, p. 51 Magnaldi: «Perciò dicevo che non
mi hai mai visto affliggermi né mai mi è capitata finora una perdi-
ta di tale grandezza che io non abbia col rimanente più da curare
sanamente il mio corpo, né una perdita di onore come vedo molti
privati dell’onore del senato (il testo è qui incerto)».
71 L’aggiunta della negazione («di non essere così»), proposta
za di turbamento, stato che io so di non tollerare e che non
tollera nessun altro, né uomo né animale. Vedo infatti che
tutti vogliono essere in attività, col corpo e con l’anima, e
questo stesso ho provato in molti scritti, tra gli altri in quel-
lo Contro Epicuro.
69 <Credo> d’aver risposto compiutamente alla doman-
da che mi hai fatto circa il non affliggersi, ma voglio ag-
giungere una precisazione. 70 Forse credi che, come alcu-
ni filosofi han sostenuto, dichiari anch’io che nessun saggio
si affliggerà mai, specie se dici di non avermi mai visto af-
fliggermi. 71 Io non so dire se esiste un saggio tale che sia
del tutto impassibile, ma ho conoscenza certa che io <non>
sono uno così. Infatti io disprezzo la ricchezza solo fino a
che non sia inviato in un’isola deserta privato di tutto, e la
sofferenza fisica fino al punto da non pretendere di non
curarmi del toro di Falaride; 72 ma mi affliggerà se la mia
patria viene devastata e un amico perseguitato da un tiran-
no e simili cose, e prego gli dèi che mai mi accada, e non mi
hai visto afflitto proprio perché finora non mi è capitato
mai qualcosa di simile.

indipendentemente anche da KS, è necessaria perché Galeno non


è un saggio perfetto del tutto impssibile (se mai esiste). | Sul toro
di Falaride (emendamento di Jouanna1) v. Jouanna p. 169. Il tiran-
no agrigentino (morto nel 554 a.C.) uccideva le sue vittime intro-
ducendole in un toro di bronzo che veniva poi posto sulle fiamme,
come ricorda Dante, Inferno XXVII, 7-12. L’autore che fornisce
più particolari della storia/leggenda è Luciano nel Primo e Secon-
do Falaride.
72 la patria ... saccheggiata (Jouanna p. 170 ricorda che Carnea-
de si dichiarava indifferente alla cosa e che contro di lui scrisse
Kleitomachos) è evocata da Galeno (Jouanna ib.) anche nella
scheda sull’afflizione del commento al Prognostico 18b.19.4 (v. In-
troduzione). | prego gli dèi WRLCoTHRLCoHX>FRPDLcfr. meth. med.
10.172.10 K. Sulla religiosità di Galeno (preghiere) v. Kudlien
1991. | finora: espressione simile nel de animi 5.44.7 K «ti sem-
brerò privo d’afflizione (alypos) fin qui perché non ho finora pati-
to nulla di grande».
TDXPDY]ZGH0RXoZYQLRQH-NDYoWRWHOHYJHLQHLMTLoPHYQRQZ^o
IDoLQZ?=HXSHYPSHSHULYoWDoLQHMJZGHWRXMQDQWLYRQHX>FRPDL
GLDSDQWRYoZ?=HXCPKGHPLYDQPRLSHYP\KoSHULYoWDoLQDMQLDCoDLY
PHGXQDPHYQKQ RX^WZGHNDLSHULWKCoWRXCoZYPDWRoX-JHLYDo
HX>FRPDLGLDSDQWRoX-JLDLYQHLQDXMWRERXORYPHQRoRXMNDWDJHLYoKo
WKCoNHIDOKCoHMSLGHLY[DoTDLNDUWHULYDQDMoNHLCQG¨DM[LZYoDoWDo
IDQWDoLY D o HLM o  D^ S DQ GHLQR Q  Z- o  PHWULY Z o HM Q HJNHLC Q  DXM W RY 
SHULSHoHLCQGHžRXMND@QHXM[DLYPKQRXMGHQL WZCQOXSKCoDLY PH
GXQDPHYQZQ DLMoTDYQRPDLJDUDMNULEZCoHMJZSDUDNRORXTZCQ
WKC SRLRYWKWLWKCoHMPKCoH^[HZoK`QH>FZNDWD WR oZCPDNDL WKQ
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JHQHYoTDLERXORLYPKQD@QZ-oGLDITHLCUDLY PRXWKQX-JHLYDQRX>WH
SHULYoWDoLQLMoFXURWHYUDQWKCoNDWDWKQHMPKQ\XFKQH^[HZo. 
RXM PKQDMPHOZC JHWKCoHXMH[LYDoDXMWZCQDMOOD GLD SDQWRoR^oK
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PKYWHWR oZCPDWKQÑ+UDNOHYRXoU-ZYPKQH^[HLQHMOSLY]ZPKYWHWKQ
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QRPLY]ZPKGHPLYDQD>oNKoLQH-NRYQWDSDUDOLSHLCQ HMSDLQZCJDU
SDYQXWR4KoHYZoR^SHUSDU¨(XMULSLYGHLNDWDWDYGHWDH>SKIKoLYQ

HMJZGHSDUDoRIRXCWLQRoPDTZQ
HLMoIURQWLYGDoNDLoXPIRUDoHMEDOORYPKQ

73 Musonio Rufo (c. 30- c. 100 d.C.), filosofo stoico romano,


maestro di Epitteto, attento piuttosto alla pratica che alla teoria
filosofica, non è menzionato altrove da Galeno. I resti delle Diatri-
be, raccolti dal discepolo Lukios, sono editi da Lutz 1947, (un
frammento della 15a diatriba è conservato in un papiro, Harr. I, 1).
Si veda anche Ramelli 2001. Il termine SHULYoWDoLo ricorre in que-
sto senso («avversità, disgrazia»: LSJ SHULYoWDoLo II b difficult posi-
tion) oltre che a §75, nelle Facoltà naturali, 2.27.2 K («l’événe-
ment», traduzione di Jouanna, è troppo generico, bene invece a §
75 «malheur»). Galeno doveva apprezzare il largo spazio dato da
Musonio al paragone con la medicina (1.1, 2.10, 3.60 etc.). Sul di-
sprezzo del dolore v. Diatribe, passim. Musonio non dava impor-
tanza all’esilio (Diatr. 9), diversamente da Galeno.
76 La forza di Eracle, topica, era già menzionata nel de animi I
73 Mi meraviglio che Musonio solesse dire sempre, a quan-
to dicono, «O Zeus, mandami un’avversità». Io al contrario
prego sempre: «O Zeus, non mandarmi nessuna avversità che
sia capace di affliggermi». 74 Così anche a proposito della
salute del corpo prego di esser sempre sano e non voglio di-
mostrare forza d’animo con la testa rotta, ma pur ritenendo
giusto esercitare l’immaginazione verso ogni evento spaven-
toso in modo da sopportarlo con moderazione, non mi augu-
rerei di incappare in nulla che sia capace di affliggermi. 75
Io sento di conoscere perfettamente la qualità della capa-
cità del mio corpo e della mia anima; non vorrei dunque
che alcuna delle cause esterne fosse tale da distruggere la
mia salute, né una disgrazia più forte delle capacità della
mia anima. 76 Non trascuro ovviamente il buono stato di
essi [anima e corpo], ma sempre per quanto posso cerco di
immettere in entrambi tanta forza da poter resistere a ciò
che li affligge. Infatti non mi aspetto che il corpo abbia la
forza di Eracle né l’anima abbia la forza che alcuni dicono
che posseggano i saggi. Ritengo meglio non trascurare per
mia volontà alcun esercizio, 77 – infatti molto lodo la
massima di Teseo che egli in Euripide dice in questi versi:

Avendolo appreso da un saggio


ho pensato a tutte le disgrazie

p. 15 K. | L’emendamento di HMPRLY in H>QLRL (errore da maiuscola


(1,2,<(02,) e di RL-oRIRL in WRL
ooRIRLCo (come già propone Jou-
anna) restituisce senso alla frase che Jouanna (p. 176) ritiene oscu-
ra e meritevole di emendamento (v. Garofalo 2012). | R^oKGXYQD
PLoHMPRLYHMoWL: l’emendamento di K? (errore nato dal compendio di
HMoWL il congiuntivo è difeso da Jouanna, che cita Kühner-Gerth
Teil II, p. 426; KS aggiungono D@Q) in HMoWLsi basa sul confronto con
anat. admin. 2.581.5 K, p. 397, 13 Garofalo. Scrivo HMQWLTHYQDL in luo-
go di HMQWHTK
QDL di Vlat perché l’aoristo passivo è doppiamente
arduo con SHLUZ
P DL; per l’attivo si confronti in Hipp. frac.
18b.340.17.
77 Su questi versi (ripetuti) di Euripide v. sopra § 52; KS consi-
derano i versi interpolati. Jouanna conserva l’impossibile PDYWKQ,
IXJDYoW¨HMPDXWZ
SURoWLTHLoSDYWUDoHMPKCo
TDQDYWRXoWHDMZYURXoNDLNDNZCQD>OODoR-GRXYo
L^Q¨HL>WLSDYoFRLP¨Z_QHMGRY[D]RYQSRWH
PKYPRLmQHZUZCo®SURoSHoRQ\XFKQGDYNK

78a NDL  PRY Q KQ JH WDXY W KQ HX- U LY o NZ SUR o  WD o  DM Q LDUD o
SHULoWDYoHLo 78bRXMPKQX-SHUDYQZSDoZCQHLMPLNDLGLDWRXCWR
WRLCooXQKYTHoLQH-NDYoWRWHOHYJHLQHLMZYTDPHQZ-oRXMGHYSRWH
HMSKJJHLODYPKQL-NDQRoHL?QDLSRLHLCQR` NDL PK GLD WZCQH>UJZQ
HMSHGHL[DYPKQR^WLFUKPDYWZQPHQDMSZOHLYDoD-SDYoKoNDWDIURQZC
PHYFULoD@QX-SROHLYSKWDLWRoDXYWKNWKCoLoDXMWZCQZ-oPKYWHSHLQKCQ
PKYWHU-LJRXCQ[14v]WZCJDUGL\KCQX-SDYUFHLNDLDXMWZCWRXYWRLo
H^SHoTDLDMOJKPDYWZQGHPHYFULoDMQHMSLWUHYSKPHQNDLWRXCWR
GXYQDoTDLGLDOHFTKCQDLILYOZ NDLY WLQRoDMQDJLQZYoNRQWRYoPRL
ELEOLYRQH^SHoTDLWRLCoOHJRPHYQRLo RL-JDULMoFXURLSRYQRL
WRXYWZQK-PDCooWHULYoNRXoLDMJDSZCGHHMQDXMWRLCoHLMNDUWHULYDQ
HMSLGHLY[DoTDLGXQKTHLYKQ
D``G¨D>OORLoJUDYIZQHLMoDMOXSLYDQoXQHERXYOHXoDSHULWWDYoRL
OHYJHLQR`QHM[DMUFKCoRL?GDNDLIXYoHLNDLSDLGHLYDWRLCoHXMWHOHYoLQ
HM G HY o PDoL NDL  L- P DWLY R Lo DM H L  FUZY P HQRQ DM I URGLoLY Z Q WH
HMJNUDWHYoWDWRQRL_oRL- GRXOHXYRQWHoDMQDJNDY]RQWDLGHLCoTDL
FUKPDYWZQSOHLRYQZQHLM WHžGH PK SORXWRXCoLSUZCWRQ
RLMPZY]RXoLNDL oWHYQRXoLPHT¨K-PHYUDQNDL QXYNWDHL?W¨HM[Z_Q

che correggo, con KS, in PKYPRLsecondo la prima citazione da Eu-


ripide § 52.
78a L’aggiunta di R-GRYQ dopo SHULoWDYoHLo (KS: Lami propone
D>oNKoLQ) non pare necessaria: il dimostrativo si riferisce a D>oNKoLQ
di qualche riga sopra. Per l’emendamento HLMZYTDPHQ del tradito
SHLUZYPHQRo v. ad es. anat. adm. 2.710.7 K, Thras. 5.826.4 K (SM 47,
16, Helmreich); per il costrutto H-NDYoWRWHOHYJHLQHLMZYTDPHQ cfr. de
animi 5.34.13 K HL>ZTDOHYJHLQH-NDYoWRWH. V. Garofalo 2012.
78b Jouanna e Boudon-Millot aggiungono a «freddo» e «fame»
anche la sete e espungono come glossa WRJDUGL\KCQX-SDYUFHLQNDL
WRX
WRH^SHoTDL. KS espungono H^SHoTDL. Ma il testo può essere dife-
so: «appartiene anche all’aver sete accompagnare questi (fame e
freddo)». La posizione accessoria della sete può essere un’allusio-
infliggendomi esili dalla mia patria
e morti immature e altre vie della sventura
affinché, se dovessi patire le cose che avrò immaginato,
ciò non mi morda l’animo cogliendomi all’improvviso.

78 e trovo questo solo [esercizio] contro le disgrazie do-


lorose. Ma non sono al di sopra di tutte e per questo so-
glio sempre dire ai miei intimi che mai mi sono vantato
di saper fare cose che non ho dimostrato coi fatti, che
disprezzo la perdita delle ricchezze purché me ne resti
un tal possesso da non aver fame né freddo – a questi
suole accompagnarsi l’aver sete – e le sofferenze finché
mi permettano di poter parlare con un amico e di segui-
re le parole di chi mi legge un libro. 79 I dolori forti
infatti ci privano di queste cose, e mi contento di poter
mostrare in essi la mia forza di resistere.
Quel che ho consigliato al fine del non affliggersi scri-
vendo ad altri è inutile dirlo a te, che so che fin dall’inizio
per natura e educazione sei abituato a cibi e abiti poco co-
stosi e sesso controllatissimo, mentre quelli che ne sono
schiavi sono forzati ad aver bisogno di più denaro, 80 e se
non sono ricchi, prima piangono e gemono giorno e notte,
poi, considerando i mezzi con i quali poter soddisfare i loro

ne a Platone Repubblica 439e-440a, che nomina fame e freddo


soltanto (v. Jouanna p. 180 e Boudon-Millot 2011, p. 5). La struttu-
ra della frase è simile a quella del de animi 5.8.13 K (WDL
oJDUWR
LDXYWDLoNRODNHLYDLoH^SHWDLNDLWR\HXYGHoTDL). Il pensiero è espres-
so più volte da Galeno, nella maniera più vicina nel de animi 5.44
K, p. 52 Magnaldi: «[Mio padre] poneva come primo limite delle
ricchezze “così da non aver fame freddo sete”».
79 abiti poco costosi che valgono come quelli lussuosi per la
salute (Thras. 5.388 K).
80-81 Il testo di questi capitoli da me stabilito è molto diverso
da quello di Boudon-Millot-Jouanna e da quello di KS: si veda la
tabella comparativa in Appendice. Gli emendamenti (miei e degli
altri editori) si basano sull’excerpto dell’opera galenica nell’auto-
HXMSRUKYoRXoLQZ-oHMPSLSODYQDLWDoHMSLTXPLYDooNRSRXYPHQRLGL¨
R^OZQWZCQQXNWZCQDMJUXSQHLCQDMQDJNDY]RQWDLNDLPKWXFRYQWHo
PH Q  DXM W ZC Q  ZM U XY  UžRQWDL WXFRY Q WHo GH  RXM N  HM P SLY S ODQWDL
WRXYWRXG¨H>WLPRFTKURWHYUZ ELYZ SHULSLYSWRXoLQRL_oD>SOKoWRL
HMSLTXPLYDLSURoJLYQRQWDLWLYQHoRX?QRXMFZ-oRL- SROORL
OXSRXCQWDL«RL`PHWULYZoD^SWRQWDLWLPKCoNDLSORXYWRXNDLGRY[Ko
NDL GXQDYPHZoSROLWLNKCoR`oJDUD@QWRXYWZQHMUDoTKC WLQRo
DMPHYWUZoNDNRGDLPRQHYoWDWDELRXCQDMQDJNDY]HWDL\XFKCoPHQ
DMUHWKQPKGHWKQDMUFKQR^OZoWLYoHMoWLQHMSLoWDYPHQRoDXM[KYoHLGH
WDoHMQDXMWKC NDNLYDoD^PDWZC OXSHLCoTDLGLD SDQWRoZ-oD@QRX_
SURX>THWRWXFHLCQRXM GXQDYPHQRoDL- JDYUWRLPHYJLoWDLWZCQ
HMSLTXPLZCCQDMSOKYUZWRQH>FRXoLWRQoNRSRYQZ^oWHRXMGHLoD@Q
SLoWHXYoHLHNDWD IXYoLQGLDNHLYPHQRoZ^oSHURXMG¨HMJZY SRW¨
HMSLYoWHXRYQWLDMOO¨K-SHLCUDNDLWZCQDMSURoGRNKYWZQGLGDYoNDORo
JLYQHWDL NDLY WLQRo HMWRYOPKoD SXTHYoTDL WRXC PXULDYGDo PHQ
H>FRQWRoH-SWDNLoFLOLYRXoK@SOHLYRQDoRXMGHQGHNRLQZQRXCQWRo
Z_Q HL?FHQ H-WHYURLo RX>WH DMSRODXYRQWRo R- GH DMSHNULYQDWR
NDTDYSHUWDWRXCoZYPDWRoPRYULDGLDIXODYWWRPHQRX^WZFUKCQDL

re arabo al-’Aqnı̄n, p. 115 Halkin (traduzione mia): «e disse che il


guardare al buon cibo e alla bevanda e al buon abito e al sesso
costringe coloro che sono dediti a essi alla necessità di raccogliere
molta ricchezza, e se non riescono, cominciano in primo luogo a
lamentarsi e a gemere notte e giorno e poi, quando pensano come
sazieranno i loro desideri con ciò che cade nelle loro mani, questo
li costringe all’insonnia tutta la notte, e se non giungono a ciò ge-
mono e piangono, e anche se vi giungono, non si saziano; e la cosa
è anche più dura che per costoro per colui il cui desiderio non è
realizzato; infatti molti degli uomini si preoccupano dell’onore e
della lode e della ricchezza e della potenza e del comando in ma-
niera immoderata, e se uno ama una di queste cose eccessivamen-
te, ciò lo costringe a non aver felicità nella vita, e non sa inoltre
che l’anima ha una virtù, e accresce i mali che sono in essa, e inol-
tre si affligge fortemente sempre, e non raggiunge ciò che intende-
va poiché dei desideri difficili e eccessivi non si realizza lo scopo
nel loro desiderio». V. anche Garofalo 2012. Sulla forza del deside-
rio sessuale Galeno scrive nel Compendio del de moribus (tradu-
zione mia, p. 27 Kraus, cfr. p. 145 Zonta): «se al sesso non fosse
desideri, son costretti a non prender sonno le notti intere, e
se non li ottengono si disperano, e se li ottengono non si
saziano, e coloro che hanno desideri inappagabili incorro-
no in una vita ancora più infelice. 81 Chi sono quelli che
non si affliggono come i più? Quelli che moderatamente
aspirano a onore, ricchezza, fama e potenza politica. Infatti
chi si innamora immoderatamente di uno di questi è co-
stretto a vivere una vita infelicissima, non sapendo neppu-
re cosa sia la virtù dell’animo, e ne aumenterà i vizi afflig-
gendosi sempre, non potendo ottenere quel che si era pro-
posto. 82 I desideri più grandi infatti hanno un obiettivo
irraggiungibile, cosicché nessuno in stato normale se ne
può fidare, come neppure io me ne sono mai fidato. 83 Ma
l’esperienza diviene anche maestra degli imprevisti, e ho
osato chiedere [spiegazioni] a uno che aveva decine di mi-
gliaia, settantamila o più dracme, ma non metteva in comu-
ne quel che aveva con gli altri, né se lo godeva, e quello ri-
spose: «come conserviamo le parti del corpo, così ciascuno

congiunto il piacere nessuno ne userebbe, ma esso è in condizione


di supremazia e l’anima razionale non può in esso comprendere
né scoprire nulla». Galeno considera onori ricchezza e potenza so-
lo come strumenti per governare la gente: «Egli (chi governa)
vuole giovare agli uomini, ma non può farlo se non ne ottiene la
sottomissione e il volgo si sottomette a chi dispone di queste cose»
(Comp. de moribus p. 50 Kraus, cfr. p. 126 Zonta), e del problema
doveva occuparsi nel perduto Fino a che punto bisogna curarsi
dell’onore presso i molti (I propri libri cap. 12).
82 come neppure io me ne sono mai fidato: la traduzione si basa
su un emendamento e la diversa divisione di parole: Z^oSHURXMG¨
HMJZY SRW¨HMSLYoWHXRYQWL (errore da maiuscola T/*). Il testo tràdito è
privo di senso.
83 Ma l’esperienza diviene anche maestra degli imprevisti: così
intendono Boudon-Millot, Nutton, KS. Il senso: «avere esperienza
degli imprevisti permette di comprendere i nuovi». Jouanna 2010,
p. 189, intende (ma la differenza d’interpretazione non è grande)
«Mais l’expérience même des choses inattendues est un maître» e
così Rothschild-Thompson.
NDLWDFUKYPDWDGLDIXODYWWHLQH-NDYoWZDMJDoTHLoHMSLWZC ORYJZ
WRXCDMQGURYoX-SKJRYUHXoDFZULoTHLoZ^oSHUHL>ZTDELEOLYRQSHUL
WZCQILORFUKPDYWZQSORXoLYZQR`NDLDXMWRYoRLSHYSRPID

84 Stupito: il participio DMJDoTHLYorichiama lo stupore di Socrate


per il discorso di Cefalo all’inizio della Repubblica, 329d. | come
soglio fare: la dettatura (X-SDJRUHXYZ il senso già in Senofonte,
Economico 15.7) all’amanuense tachigrafo è spesso citata nel de
libris suis e nel de ordine librorum suorum, e nel de praecogn.
14.630 K. | Sui ricchi avari: di questo libro, da aggiungere alle
opere perdute di Galeno, non abbiamo altra notizia.

Seguono versi dodecasillabi bizantini (trimetri giambi accen-


tuativi) indirizzati a Galeno:
[85] dRLPHYQ*DOKQHYWZCQORYJZQH>oWZFDYULo, / RL_oSHUGLGDYoNHLo
WR Q  SDOLY Q GURPRQ ELY R Q / EURWRX o  DM O XSRY W DWD oXY P SDQWDo
IHYUHLQ / PKGHNORQHLCoTDLWRLCoÈDMQX-SORYNWRLoR^OZo / RXMGHWRSDCQ
JDUNDMQWRoRXYWZQžHMoWLWZ / WR GRYJPDG¨DXMWRoDMOO¨HMS¨DMOOKYORX
WXYFKo / HLMNZQWHoDIKoX-SDYUFHLoHMQWZCELYZ / SOKQRXMG¨R^OZooXIL
ORFUKYPDWRoOHYJZ / WRPKSODQDCoTDLWRLCoHMSLNDLYURLoOLYDQ / NDOZCo
GLGDY[HLoND@QGLGDYoNKooXQELYD, «A te Galeno, siano grazie di questi
discorsi / con cui insegni la vita che corre all’indietro / ai mortali
tutti a sopportare con minimo dolore, / né ad agitarsi affatto per le
cose immodificabili (?); / ? / e sei immagine chiara nella vita / ma
non dico affatto <che (R^OZomZ-o®) > sei amante del denaro / il non
errare troppo per le cose favorevoli / bene tu insegnerai anche se
lo insegni con violenza (? )». Questi dieci dodecasillabi sono pessi-
mamente trasmessi. I primi cinque veicolano comunque espres-
sioni abbastanza chiare, che costituiscono un ringraziamento a
Galeno per l’insegnamento dato, con questo suo scritto, in grado
di far sopportare a «tutti quanti» con una condotta di alupia
(DMOXSWRYWDWD di Vlat è corrotto) i flussi e riflussi della vita dei mor-
tali esortandoli a non agitarsi per ? (WRLCoDMSURoGRNKYWRLo di BM
appare lontano dal corrotto WRLCoDQX-SORNWRLo di Vlat; DMQXSRYSWRLo,
«gli eventi insospettati», emenda Nutton; si potrebbe pensare a
DMQXSDNWRLCo, da X-SDYJZ, col valore di «fattori incontrollabili», ma
l’agg. verbale non risulta attestato; e un’immagine medica, PKGH
NORQHLCoTDLWRLCoDMQXSDNWLNRL
oR^OZo, «e a non lasciarsi smuovere
[come si smuove il ventre] da fattori che non sono per niente in
grado di stimolar sommovimenti», non sembra molto credibile; si
potrebbe forse proporre anche DMQXSRoWDYWRLo, «fattori inconsisten-
ti», più distante paleograficamente). Intenderemmo il v. 5 come
espressione del passaggio a un altro aspetto che lo scritto di Gale-
deve conservare le ricchezze». 84 Stupito per le parole di
quell’uomo mi allontanai e come soglio fare dettai un libro
«Sui ricchi avari», che ti ho inviato.

no non ha toccato, quasi un’esortazione a completare il quadro


con un altro scritto (e, di fatto, essendo Galeno da tempo morto e
sepolto, una critica): Galeno ha insegnato a non agitarsi per i fat-
tori negativi presenti nella vita degli uomini (ma questo è solo un
aspetto), «né infatti è ancora (SZ per WZ di Vlat) questa la comple-
tezza, per quanto così estesa sia (la trattazione svolta da Galeno:
ND@QWRoRX
WRQ o «anche in tale estensione», NDMQWRoRXYWZ)». Seguo-
no tre trimetri di lezione incertissima nei quali solo le clausole ap-
paiono ben conservate. Ma il penultimo trimetro, ben conservato
nel suo insieme, offre forse la chiave di lettura: l’imperturbabilità
non è data solo dall’allontanamento da sé dell’afflizione che in-
sorge a seguito di eventi negativi, ma anche dall’evitare la destabi-
lizzazione causata da eventi positivi (forse HMSLNDLUmLY®RLo, e OLYDQ
può stare col predicato, «non destabilizzarsi eccessivamente» o/e
con l’agg. sostantivato, «per eventi eccessivamente favorevoli»).
Galeno nel suo scritto non ha trattato questo aspetto, ma il suo, se
lo facesse (avesse fatto), sarebbe (stato) anch’esso un «bell’inse-
gnamento», anche se dato facendo violenza al comune sentire
(oXQ ELYDL appare sano, cfr. ELDLYZo al § 49). Al v. 6 WR GRYJPD (o WRX

GRYJPDWRo, se così fosse da emendare WR GRYJPDG¨DXMWRYo) è questo
secondo principio dottrinale che viene preso in considerazione
(DMOO¨potrebbe essere anche D>OO R da accordare con WRGRYJPD o da
emendare in D>Q), mentre quasi sicuramente HMS¨DMOOKYORX è parola
unica, HMSDOOKYORX, il dato «parallelo conseguente», da accordare
con WRX
GRYJPDWRo ovvero con WXYFKo, «la sorte parallela che conse-
gue» a quella che comporta eventi negativi, e ovviamenteWXYFKo
può essere WXYFKo (WRX
 GRYJPDWRoD@QHMSDOOKYORXWXYFKo, «in caso tu
abbia successo nella dottrina che parallelamente consegue»). Al v.
7, il WH, se sano, fa pensare a una precedente lacuna, altrimenti si
potrebbe scrivere JH; mentre X-SDYUFKo, se predicato in apodosi e se
in parallelo a GLGDY[HLo dell’ultimo verso, andrebbe emendato in
X-SDYU[HLo. Il v. 8 risulta irrimediabilmente corrotto, epperò l’attac-
co è ineccepibile (forse è da leggere SOKQRXMFR^OZo, e alla fine
ORYJZ per OHYJZ, «tranne che tu non sia avaro col discorso»?). Un
autore bizantino, Teofilatto (XI sec.: v. Théophylacte d’Achrida,
Discours, traités, poésies, a cura di P. Gautier, «Association de re-
cherches byzantines», Thessalonique 1980, pp. 350-351), inizia i
suoi versi a Galeno allo stesso modo: dRLPHYQ*DOKQHYWZCQGHWZCQ
SRYQZQFDYULo, come ha notato Chiara Meccariello, che ringrazio.
SULLE PROPRIE DOTTRINE
3(5,7:1($87:,'2.2817:1

[59r] 1. 1 3DUDSOKYoLRYQWLY PRLoXPEHEKNHYQDLGRNHL


 WZ
L
JHQRPHYQZLSRT¨Z^oIDoL3DUTHQLYZLWZ
LSRLKWK
L]Z
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H>WLWDMQGU Ro HM[HYSHoHQHLMoSROOD WZ
QHMTQZ
QWD SRLKYPDWD
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WRG¨R- PHQH^WHURoDXMWZ
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RMUTZ
o  WKQ NDW¨ DXMWR OHY[LQ Z-o R- 3DUTHYQLRo HMQQRKYoDo

1.1 3DUTHQLYZLWZ
LSRLKWK
L: Partenio di Nicea (o della sua colo-
nia, Mirlea) in Bitinia fu poeta di elegie, ma anche di epilli ed epi-
cedi. Fatto prigioniero nella guerra mitridatica, fu da Cinna con-
dotto a Roma nel 73 a.C. e liberato «per motivo dell’istruzione»
(GLDWKQSDLYGHXoLQ Suda; e cioè o perché era molto istruito o per-
ché poteva istruire altri: secondo Macrobio insegnò il greco a Vir-
gilio). Fu intermediario della poesia ellenistica del III sec. per i
«poeti nuovi» latini. Solo frammenti rimangono della sua opera
poetica, mentre sono conservate le Passioni erotiche, 36 brevi e
infelici storie d’amore dedicate a Cornelio Gallo. Visse fino al
tempo di Tiberio. Cfr. Jane L. Lightfoot, Parthenius of Nicaea. The
Poetical Fragments and the «Erotika pathemata», Clarendon Press,
Oxford 1999; e per le Passioni, Partenio di Nicea, Erotika Pathe-
mata, introd., testo critico, trad. e comm. a cura di G. Spatafora,
«London Stud. in Class. Philol.» 27, 1995, e Id., Pene d’amore, a
cura di G. Paduano, ETS, Pisa 1992. | HM[HYSHoHQ: l’inconveniente
degli scritti che vanno a finire in mano a molti a Galeno succedeva
anche troppo spesso, cfr. de anat. adm. I 217; adv. Erasistrateos
11.194, 15; de comp. med. per gen. 13.562, 7 K; in Hipp. epid. III
comment. II prooem. inizio (bis); in Hipp. nat. hom. comment. I
prooem. (p. 3, 9-10; 9, 13-14); in Hipp. progn. comment. III 6 inizio;
de libr. propr. 2.4; de ord. libr. suor. 1.11; d’altronde è il destino di
SULLE PROPRIE DOTTRINE

1. 1 A un dipresso m’è accaduto, mi pare, quel che avvenne


una volta, come dicono, al poeta Partenio. Ancora durante
la sua vita i poemi dell’uomo finirono nelle mani di molte
genti; e una volta passando egli per una città si imbatté in
due grammatici che a scuola litigavano disputando su uno
dei versi da lui scritti. L’interpretazione che dava uno di
loro all’enunciato del verso era corretta, come Partenio
aveva inteso quando l’aveva composto, contrariamente a

ogni scritto, RXMJDUH>oWLQWDJUDIHYQWDPKRXMNHMNSHoHL


Q, [Plat.] epist.
II 314 c. | R-G¨H^WHURoHMQDQWLYZo: un episodio paragonabile, con pro-
tagonista lo stesso Galeno, è narrato in de libr. propr., prol. 1-2:
«nel Sandaliario, dove c’è il più gran numero di librerie a Roma,
vidi alcuni che discutevano se fosse mio il libro che là veniva ven-
duto o di un altro … E mentre uno lo stava acquistando come se
fosse mio, un uomo di buona educazione letteraria, mosso dalla
stranezza del titolo, volle conoscerne il soggetto, e appena letti i
due primi righi, subito rigettò lo scritto, con la sola aggiunta di
queste parole, che “non è quello lo stile di Galeno e che l’intesta-
zione del libro a lui è falsa”». L’incidente qui narrato può derivare
dalla astrusità dei miti richiamati da Partenio e da una sua pere-
grina dizione (cfr. Artemidoro di Daldi IV 63, dove il nome di Par-
tenio è accostato a quelli di Licofrone e di Eraclide Pontico, peral-
tro solo in rapporto a «storie strane e inusitate» e non anche a uno
stile involuto e criptico). Ma forse esso si può ben spiegare in base
alla sua collocazione in un’area linguisticamente e culturalmente
marginale (v. HLMoSROOD WZ
QHMTQZ
Q). In queste zone, lontane dai
centri di cultura e di competenza linguistica, anche gli scritti di
Galeno avevano subito danni di appropriazione indebita o di fal-
sificazioni varie (de libr. propr., prol. 5: D>OORLNDW¨D>OODWZ
QHMTQZ

Q
HMSRLYKoHQR-G¨H^WHURoHMQDQWLYZo 2R`QGKNDLSHLYTHLmQ®DXMWRo
R- 3 DUTHYQLR oHMQHFHLYUHLNDT¨H-WHYUDQGLDYQRLDQHMSLGHLNQXo
HLMUK
oTDLWR H>SRoRXMFZ-oHMNHL
QRoZ>LHWRR- GH SDYQWD K?Q
PD
OORQ K@ SHLoTK
QDLERXORYPHQRoNDL PKYQH>IKSDU¨DXMWRX

WRX
3DUTHQLYRXNDWDWDXYWKQWKQH>QQRLDQDMNKYNRmDHMNWHT®HYQWD
WRQoWLYF RQK`QHMJZ GLKJRX
PDLZ-oG¨RXMGH WRX
WRHLMSRYQWRo
HM S HLY T HWR NLQGXQHXY Z  WRLY Q XQ H> I K SDUDSDLY H LQ QRPLY ] Z Q
H^WHURQD XMWRQHL?QDLWRQWDX
WDJUD\DYQWDZ^oW¨HMPRLPDUWXYUZQ
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QRLMNHWZ
QR^SZoSLoWH XY 
KLoDXMWRQHMNHL
QRQHL?QDLYPHWRQ3DUTHYQLRQR`oWDX
WDH>JUD\H
3 WRLRX
WRQ GKY WL NDMPRL QX
Q H>RLNH oXPEDLYQHLQ GLD WKQ
NDWHYFRXoDQ DMWXFLYDQ mNDW¨® LMDWULNKYQ WH NDL ILORoRILYDQ
HMI¨ DmL_®o RL- PKYWH SDUD JUDPPDWLNZ
L PKYWH U-KYWRULNZ
Lž
GLGDoNDOLYDQ SDLGHXTHYQWHo DMOO¨ HM[DLYIQKo DMILNQRXYPHQRL
SURo WHYFQDo SDUDNRXYRXoL WZ
Q JHJUDPPHYQZQ RXM PRYQRQ
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oHMFžRX?oLQR>QWZom®DMoDIHYoLWHSROODYNLo
DMOOD NDL WZ
Q X-I¨ K-PZ
Q DXMWZ
Q D` GRNHL
 oDIHYoWDWD SD
oLQ

DM Q DJLJQZY o NRQWHo Z- o  L> G LD PHWD  WRX


 WD  PH Q  DM I DLUHL
Q  WD  GH
SURoWLTHYQDLWDGHX-SDOODYWWHLQ, «dando lettura, chi in un paese chi
in un altro, dei miei libri come fossero loro, oltre a soppressioni,
aggiunte e variazioni»; v. anche 7). Galeno, per parte sua, si è sem-
pre fatto un vanto della propria approfondita conoscenza della
lingua greca, un amore inculcatogli dal padre (cfr. de puls. differ.
8.586, 16-587, 8 K).
1.2 DMNKYNRmDHMNWHT®HYQWD: il ms. ha DMNKNRHYQDL, impossibile nel
contesto; la proposta di emendamento si base sulla trad. ar.-lat.
ego audivi ... exponere ipsos versus secundum sententiam quam [da
cui K^Q di Garofalo pro R^Q di Vlat] modo narro.
1.3 WKQNDWHYFRXoDQDMWXFLYDQ: «La gran parte di coloro che oggi
perseguono studi di medicina o filosofia, senza nemmeno essere in
grado di leggere correttamente, frequentano maestri che dovran-
no insegnare loro le concezioni più grandi e più belle che vi siano
tra gli uomini, quelli che sono gli insegnamenti della filosofia e
della medicina. Tale faciloneria dunque ha avuto inizio molti anni
fa, quand’io ero ancora un ragazzo, ma non si era data a quel tem-
po una sua avanzata di tanta estensione, quanto è il punto fino a
cui ora è cresciuta», de libr. propr., prol. 4; cfr. anche de ord. libr.
suor. 4.5-6. | WRL
oSDODLRL
o–DMoDIHYoLWHSROODYNLo: cfr. de plac.
quella dell’altro. 2 E quello, fu lo stesso Partenio a cerca-
re di convincerlo, mostrandogli che il dettato del verso era
secondo l’altro intendimento, non come lui credeva. Ma lui
tutto voleva piuttosto che lasciarsi convincere; «ma guarda»
gli diceva «che è dallo stesso Partenio che io ho sentito
<esporre> il verso secondo questa intenzione che io ti sto
qui riferendo». Siccome però neppure a questo dire quello
si lasciava convincere, «e allora» diceva «ecco che rischio di
farneticare col ritenere che sia un altro quello che ha scritto
queste parole, sicché mi ci vorranno dei testimoni qui da-
vanti a te, questi miei servitori, di modo che tu possa pre-
star fede al fatto che quello son proprio io, Partenio, colui
che le ha scritte».
3 Qualcosa del genere per l’appunto accade ora, a quan-
to sembra, anche a me per via della dominante sventura
<che colpisce> medicina e filosofia, nelle quali coloro che
sono stati educati senza avere avuto istruzione né gram-
maticale né retorica, ma arrivano alle arti di punto in bian-
co, fraintendono gli scritti non solo di autori antichi, che
sono realmente <stringati?> e molte volte non chiari, ma
anche i miei stessi scritti, che paiono estremamente chiari a

Hipp. et Plat. II 3.1 «nelle asserzioni fatte … dagli antichi in modo


piuttosto oscuro e conciso e da noi nelle spiegazioni di quelle as-
serzioni in modo chiaro e diffuso» (HMQWRL
oX-SRYWHWZ
QSDODLZ
Q
HLMUKPHYQRLoDMoDIHYoWHURYQWHNDLoXQWRPZYWHURQX-SRYWHK-PZ
QHM[KJRX
PHY Q ZQ HM N HL
Q D oDIZ
o  WH D^ P D NDL  GLD  SROOZ
Q ). | WK Q  SUZY W KQ
SDLGHLYDQ: sull’educazione «primaria», cfr. de libr. propr., prol. 3-4
«educazione primaria, quella che i ragazzi presso i Greci hanno fin
da sempre ricevuto da parte di grammatici e retori», mentre oggi
la gran parte di quanti aspirano alla medicina o alla filosofia non
sono capaci nemmeno di una lettura corretta (e v. la n. 5, p. 177
nell’ediz. di V. Boudon-Millot). È menzionata più volte dal solo
Galeno (ma v. anche Eunapio, Vite di filosofi e sofisti 4 [Porfirio]
1.6), che non la considera però il massimo livello di istruzione e di
cultura (v. in Hipp. fract. comment. 17b.343, 16-17 K); diversa, ma
non irrelata, è «la prima educazione», a opera delle Muse e di
Apollo, di cui parla Platone, leg. 654 a5.
HL?QDLWRL
oWKQSUZYWKQSDLGHLYDQSDLGHXTHL
oLQ 4GLDIHYUHL
GH WRXMPRQWRX
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WR PKGHPLYDQ H>FHLQ DXMWZ
Q HMSLoWKPRQLNKQ JQZ
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QGLHOTHL
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2. 1 3RYWHURQ DMJHYQQKWRYo HMoWLQ R- NRYoPRo K@ JHQQKWRYo
HL>WH WL PHW¨ DXMWRQ H>[ZTHQ HL>WH PKGHYQ H>WL GH WD WRLDX
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Q
NDWDWRQNRYoPRQR-SRL
RoY WLYmo®HMoWLQHL>W¨DMoZYPDWRoHL>WHNDL

1.4 SHUL Z_QDMSHIKQDYPKQ … H>JQZND: su questi tre livelli episte-


mologici (di un «sapere saldo», di un «sapere probabile» e di
«nessun sapere»), cfr. oltre 14.4, e de foet. form. 6.24 (HLMoDMSRULYDQ
H>UFRPDLPKG¨D>FULGXQDWK
oHMSLQRLYDoPKYWLJHEHEDLYDoJQZYoHZo
HX-ULYoNZQWL); cfr. Debru 1991, pp. 31-40. Per prime Galeno espor-
rà (al cap. 2) le questioni relative allo statuto dell’universo mondo
e del divino, questioni su cui non possiede un sapere saldo (cfr.
anche l’inizio del cap. 4: ma qualcosa egli può dire tuttavia, della
potenza e provvidenza divine, prerogative che almeno presup-
pongono l’esistenza degli dèi); passerà poi a «questo mondo qui»,
sulla terra, e al dominio umano (cap. 3), riguardo cui si possono
invece avere conoscenze scientifiche (anche se le questioni ultime
sono destinate a restare senza risposta: sostanza dell’anima, facol-
tà plasmatrice all’origine della nuova vita). È assai suggestivo il
parallelo indicato da Nutton in riferimento al titolo dello scritto
di Galeno e alla sua triplice divisione della prestazione conosciti-
va con quanto è detto in Diogene Laerzio III 51-52 a proposito
del fatto se Platone possa definirsi o no dogmatico: Platone fa di-
chiarazioni riguardo a ciò di cui ha comprensione, altre cose egli
le confuta in quanto false e, di fronte alle questioni oscure, so-
spende il giudizio; nei dialoghi poi è attraverso i personaggi di
Socrate, di Timeo, dello Straniero ateniese e dello Straniero elea-
te che egli fa dichiarazioni «riguardo alle proprie opinioni» (SHUL
PH Q  WZ
Q  DXM W Z
L  GRNRXY Q WZQ, e cfr. anche 55 HLM o  WK Q  WZ
Q  H- D XWZ
L
GRNRXYQWZQNDWDoNHXKYQ).
quanti hanno avuto l’educazione primaria. 4 C’è però, tra
questo fatto che mi riguarda e quello relativo a Partenio,
una differenza: in materia di testimoni. Per lui ci fu infatti
bisogno dei suoi schiavi come testimoni del fatto che re-
almente egli era Partenio; io invece posso produrre i miei
scritti a testimoniare per me delle questioni su cui ho fatto
dichiarazioni in quanto ne avevo salda comprensione o in
quanto ne avevo una solo plausibile, così come <anche> di
questioni su cui affermo di non avere assolutamente [salda]
comprensione per via del fatto di non avere, di esse, alcuna
conoscenza scientifica. Sono appunto [queste qui] questioni
del genere; esse per prime ho infatti deciso di esporre.
2. 1 Se sia ingenerato il mondo o generato, se vi sia al di
là d’esso qualcosa all’esterno o se non vi sia niente, e ancora
questioni del genere, io affermo di ignorarle, chiaramente
anche per quanto è dell’artefice di tutte le cose del mondo:
di qual natura egli sia, se incorporeo o se anche dotato di

2.13RYWHURQDMJHYQQKWRYoHMoWLQR-NRYoPRo: cfr. de plac. Hipp. et Plat.


IX 6.21 HMQPHQJDUILORoRILYDLPKSHSDX
oTDLWDoSOHLYoWDoWZ
QGLDIZ
QLZ
QRXMGHQTDXPDoWRYQZ-oD@QPKGXQDPHYQZQWZ
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HLMoD>SHLURQHMNWHWDYoTDLSOK
TRoDLMoTKYoHLJDUHMQDUJHL
WKQWRLDXYWKQ
GLDIZQLYDQDMGXYQDWRQNULTK
QDL («In filosofia, che non siano cessati la
massima parte dei dissensi non fa meraviglia, in quanto le questioni
non possono essere giudicate con evidenza per esperienza, e per
questo hanno gli uni dichiarato che il mondo è ingenerato, altri che
è generato, così come anche gli uni dicono che non v’è nulla all’ester-
no che lo attorni, gli altri che c’è e, di questi qui, gli uni hanno dichia-
rato che è questo un vuoto che non ha in sé sostanza alcuna, gli altri
che ci sono invece altri mondi inafferrabili di numero talché arriva-
no a una quantità infinita; in effetti, è impossibile che un dissenso
del genere possa essere giudicato in base a una percezione sensibile
evidente»; anche 7.9 e de loc. aff. 8.159, 2-7 K; de peccat. dign. 7.8-9;
in Hipp. acut. comment. I 12, 125, 9-16); e Luciano, Icarom. 8.
oZPDWRHLGKYoNDLSROXPD
OORQHMQWLYQLWRYSZLGLDWULYEZQ 2
D?U¨RX?QNDLSHULTHZ
QDMSRUHL
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SROOZ
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H>FZSHL
UDQRXMPRYQRQWK
oSURQRLYDoDMOODNDLWK
oGXQDYPHZo

2.2 NDTDYSHUR-3UZWDJRYUDo: cfr. Protagora, VS 80 B 4 DK SHUL


PHQTHZ
QRXMNH>FZHLMGHYQDLRX>T¨Z-oHLMoLQRX>T¨Z-oRXMNHLMoLQRX>T¨
R-SRL
RLY WLQHoLMGHYDQSROOD JDUWD NZOXYRQWDY PH H^NDoWRQWRXYWZQ 
HLMGHYQDLK^ W¨DMGKORYWKoNDL EUDFXoZ@QR- ELYRoWRX
 DMQTUZYSRX («sugli
dèi non posso sapere né che sono né che non sono né quali siano
mai di forma; molti sono infatti gli ostacoli che mi impediscono di
sapere [ciascuno di questi dati]: l’oscurità della cosa e la vita, che è
breve, dell’uomo» – PH è stato recuperato da Di Benedetto sulla
base di Eusebio, praep. ev. XIV 19.10 (dove è anche H^NDoWRQ
WRXYWZQ, forse da accogliere). Al radicale agnosticismo di Protagora
(tale da farlo talora annoverare tra gli atei) si contrappone un at-
teggiamento molto più disponibile di Galeno, che riconosce l’esi-
stenza degli dèi e il loro intervento non solo nella costituzione del
nostro mondo, ma anche in episodi più specifici e anche in fatti
che lo riguardano personalmente. Su presagi di parole, segni e so-
gni, cfr. Senofonte, mem. I 1.2-9 (con riferimento a Socrate); i so-
gni in particolare hanno avuto una parte rilevante nella vita di
Galeno, dai «sogni chiari» del padre cui egli dovette il suo avvia-
mento allo studio della medicina (de ord. libr. suor. 4.4) a quelli,
inviatigli da Asclepio, che gli consentirono di non accompagnare
Marco Aurelio nella campagna contro i Germani (de libr. propr.
3.5); cfr. V. Boudon, Galien et le sacré, in «Bulletin de l’Association
Budé» 47, 1988, pp. 327-337. | HMPHYWHTHUDSHXYoDoSRWHY: sulla cura
ricevuta da Asclepio, cfr. de libr. propr. 3.5: «Asclepio, del quale mi
dichiaravo servitore (THUDSHXWKYQ), fin da quando mi salvò in una
condizione mortale d’ascesso». | 'LRoNRXYUZQ: i Dioscuri rappre-
sentano i fuochi di sant’Elmo (Erasmo, patrono dei marinai), ef-
fluvio elettrico che si manifesta talora di notte come velo incande-
scente all’estremità degli alberi delle navi o di aste metalliche e
corpo, e ancor più in qual luogo dimorante. 2 Forse che
così anche sugli dèi io affermo di essere in incertezza insu-
perabile, come diceva Protagora? Ovvero anche su di essi,
di quale sia la loro sostanza, [affermo] sì di ignorarlo, ma
che essi sono, di riconoscerlo in base alle loro opere: perché
d’essi è opera l’assetto che hanno gli esseri viventi e d’es-
si sono tutti quei segni premonitori che inviano attraverso
presagi di parole o segnali o sogni. Il dio venerato nel mio
paese, a Pergamo, in molti casi già ha dato dimostrazione
della sua potenza e provvidenza, e anche con la cura che
mi ha procurato una volta; per mare poi, dei Dioscuri io ho
prova provata non solo della loro provvidenza ma anche

considerato segno salvifico; cfr. Inno omerico XXXIII; Alceo, fr.


34 («Castore e Polluce, … facilmente gli uomini dalla morte ag-
ghiacciante liberate, alla sommità balzando delle navi bei banchi,
correndo da lungi brillanti su per le corde, e nella notte dolorosa
luce portando alla nera nave»); v. anche Plinio, nat. hist. II 101. In
età cristiana non solo sant’Elmo entra in gioco, ma anche san Ni-
cola, pure lui protettore dei marinai: all’inizio del XV sec. l’arcive-
scovo Giovanni testimonia dell’intervento salvifico di san Nicola
contro le stregonerie delle donne dei Circassi, capaci di evocare la
sollevazione dei venti e del mare e di causare naufragi (et faciunt
excitare ventos et mare et sic franguntur naves); ma nel caso che lo
coinvolse le preghiere e l’aiuto dei santi ebbero il sopravvento e le
streghe dovettero ammettere: «Non possiamo prevalere contro di
voi, perché i santi combattono per voi, e visibilmente abbiamo vi-
sto nella notte il beato Nicola con grandi luci soccorrervi al culmi-
ne della tempesta e della vostra necessità» (visibiliter vidimus in
nocte beatum Nicolaum cum magnis luminaribus succurrere vobis
in maxima tempestate et necessitate). Molto presto però presso i
Greci si erano avanzate teorie razionalistiche del fenomeno, cfr.
Senofane, VS 21 A 39 DK. Diagora di Melo, detto l’Ateo, a un
amico che obiettava alla sua opinione secondo cui gli dèi trascura-
no le cose umane e gli mostrava le tavole votive di quanti erano
sfuggiti alla violenza delle tempeste arrivando sani e salvi in porto,
rispose: «Proprio così, infatti non ci sono in nessun luogo tavole
dipinte di quelli che fecero naufragio e perirono in mare» (nus-
quam picti sunt qui naufragia fecerunt in marique perierunt), Cice-
rone, de nat. deorum III 89.
3 RXM PKQ RXMGH EODYSWHoTDLY WL QRPLY]Z WRXo DMQTUZYSRXo
DMJQRRX
QWDo WKQ RXMoLYDQ WZ
Q THZ
Q WLPD
Q G¨ DXMWRXo
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L H-SRYPHQRo dZNUDYWRXo SHLYTHoTDL
oXPERXOHXYRQWRo WRL
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 3XT LYRX  SURoWDYJPDoLQ RX^WZ
PHQH>FZSHUL WZ
QNDWD WRXoTHRXYoR^SZoGH NDL SHUL WZ
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DMQTUZYSZQK>GKoRLGLYHLPL
3. 1 <XFKQ PHQ H>FHLQ K- PD
o SHYSHLoPDL NDTDYSHU
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QR-PRORJZ
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HMoWLQK@TQKWKY
23HULJRX
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QÑ,SSRNUDYWRXoNDL3ODYWZQRoGRJPDYWZQ
X-SRPQKYPDWD SRLKoDYPHQRo HMPDXWZ
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NRLQZQKYoDoDXMWZ
QRXMGDPRYTLSHULWRX
TQKWKQK@DMTDYQDWRQ
HL?QDL WKQ \XFKQ DMSHIKQDYPKQ Z^oSHU JH mNDL® SHUL WRX


2.3 dZNUDYWRXo: a che cosa si riferisca qui Galeno non è chiaro;


dato che poco sopra sono richiamati i vari «segni» inviati agli uo-
mini dagli dèi, si può pensare al Socrate dei Memorabili di Seno-
fonte (I 1.2-4), dove è ribattuta l’accusa di empietà col ricondurre
il suo atteggiamento nei confronti del divino alla più stretta ade-
renza alle comuni pratiche religiose (sacrifici privati e in pubblico,
ricorso alla divinazione); e anche la caratteristica «voce demoni-
ca» dal filosofo avvertita in varie occasioni è là interpretata in ter-
mini tradizionali (e questa «voce» gli faceva predire a quanti lo
frequentavano ciò che dovevano e ciò che non dovevano fare, Z-o
WRX
GDLPRQLYRXSURoKPDLYQRQWRoNDLWRL
oPHQSHLTRPHYQRLoDXMWZ
LoX
QHYIHUHWRL
oGHPKSHLTRPHYQRLoPHWHYPHOH, cfr. anche apol. 13). Ma si
può pensare anche, dato lo specifico richiamo ad Apollo, che Ga-
leno abbia piuttosto qui in mente il Socrate di Platone e la missio-
ne filosofica in qualche modo affidatagli dall’oracolo di Delfi
(mostrare cioè di essere il più sapiente degli uomini, in quanto, a
differenza degli altri, consapevole di non sapere), una missione cui
il filosofo tenne fede fino al processo e alla morte non volendo
assolutamente «disobbedire al dio» (WZ
LTHZ
LDMSHLTHL
Q, cfr. apol.
28 e, 30 a, 37 e).
della loro potenza. 3 Eppure non ritengo affatto che sia-
no danneggiati gli uomini se ignorano la sostanza degli dèi,
e però sono fermamente deciso a onorarli seguendo l’antica
usanza di Socrate che consigliava di obbedire ai comanda-
menti di Apollo Pizio. Questa è la mia posizione per quanto
riguarda le cose degli dèi; quale è essa invece riguardo agli
uomini, ecco che vengo a spiegartela.
3. 1 Che noi abbiamo un’anima, sono convinto come
tutti quanti gli uomini: e infatti il fattore causale del muo-
versi con intenzionalità e dell’avvertire sensazione attra-
verso gli organi sensibili, tutti quanti vedo che lo chiamano
anima. Quale sia però la sostanza dell’anima, ammetto di
ignorarlo, e ancor di più se essa è immortale o mortale.
2 E così nei commentari Sulle dottrine di Ippocrate e Pla-
tone che ho composto in primo luogo per me stesso, «per la
vecchiaia e il suo oblio», come afferma Platone, e poi anche
mettendone a parte gli amici che me ne avevano pregato,
in nessun punto mi sono dichiarato circa il fatto se l’ani-
ma sia mortale o immortale, come neppure circa il fatto se

3.1 «Ma, come ho detto, non trovando nessun parere basato su


una dimostrazione scientifica, ammetto di essere nell’assoluta in-
certezza riguardo alla sostanza dell’anima, senza poter neppure
arrivare a un livello di plausibilità» (DMOO¨R^SHUH>IKQRXMGHPLYDQ
HX-ULYoNZQGRY[DQDMSRGHGHLJPHYQKQHMSLoWKPRQLNZ
oDMSRUHL
QR-PRORJZ

SHUL\XFK
oRXMoLYDoRXMG¨D>FULWRX
SLTDQRX
SURHOTHL
QGXQDYPHQRo), de
foet. form. 6.30.
3.2 Cfr. in Bibliografia Galeno, de plac. Hipp. et Plat. Platone,
Phaedr. 276 d3-4: è solo per divertimento (SDLGLD
oFDYULQ) che il fi-
losofo acconsentirà a impegnarsi in produzioni scritte, per potere
avere un tesoretto di annotazioni a uso personale, «per la vecchia-
ia e il suo oblio, quand’essa giunga»; parole che con grande proba-
bilità sono riprese da un testo poetico (a noi sconosciuto); cfr. an-
che Isocrate, panath. 88: «non mi resta che chiedere indulgenza per
la mia vecchiaia, per il suo oblio e la sua prolissità» (DLMWKoDYPHQRQ
WZ
LJKYUDLoXJJQZYPKQX-SHUWK
oOKYTKoNDLWK
oPDNURORJLYDo). La cita-
zione platonica è ripresa da Galeno anche in de meth. med. 10.456,
5-9 K e in de puls. diff. 8.657, 9-12 K (R^PZoJUDYIZD^PDPHQSDLGLDQ
SRYWHURQ DMoZYPDWRYo HMoWLQ K@ oZ
PD 3 SHUL PHYQWRL mWRX
® WK
o
NLQKYoHZo DMUFKQ PHQ H-WHYUDQ HL?QDL NDWD WRQ HMJNHYIDORQ
H-WHYUDQ GH NDWD WKQ NDUGLYDQ D>OOKQ GH NDWD WR K_SDU
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 NDL SROXY JH WRXYWRX
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Q 4 DMSHIKQDYPKQ GH NDL
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NDWDSDYoDoWDoDMUWKULYDoR^WLWHWR RL_RQ ]HYRQWK
oHMPIXYWRX

RXMND>PRXoRQSDLY]ZQD^PDGH HLMoWR WK
oOKYTKoJK
UDoZ-oR- 3ODYWZQ
IKoLQX-SRPQKYPDWDH-DXWZ
LSDUDoNHXD]RYPHQRoD^PDGH NDLY WLoLWZ
Q
H-WDLYUZQGHKTHL
oLFDUL]RYPHQRo).
3.3 «Per contro, che le forme dell’anima sono una pluralità e
che hanno sede in tre luoghi e che una di queste forme è divina,
quella per cui ragioniamo, mentre le altre due sono passionali,
l’una quella per la quale ci adiriamo, l’altra quella per la quale
desideriamo i piaceri che si hanno attraverso il corpo, forma che è
anche nelle piante, io affermo di averne delle prove, e inoltre an-
che del fatto che l’una ha sede nel cervello, l’altra nel cuore, la
terza nel fegato; e in effetti di tutto ciò vi sono prove scientifiche, e
al riguardo abbiamo argomentato nei primi sei commentari di
questa trattazione senza dire nulla sulla sostanza delle tre forme
dell’anima né sulla sua immortalità» (NDWD GH WRXMQDQWLYRQR^WL
SOHLYZWDWK
o\XFK
oHMoWLQHL>GKNDLR^WLWULFK
LNDWZYLNLoWDLNDLR^WLWR
PHQDXMWZ
QTHL
RYQHMoWLQZ_LORJL]RYPHTDWDGHORLSDGXYRSDTKWLNDYWR
PHYQZ_LTXPRXYPHTDWR GHYZ_LWZ
QGLD WRX
 oZYPDWRoK-GRQZ
QHMSLTX
PRX
PHQR` NDMQWRL
oIXWRL
oHMoWLQDMSRGHLY[HLoH>FHLQIKPL NDL PHYQWRL
NDLR^WLWRPHQHMQHMJNHIDYOZLNDWZYLNLoWDLWRG¨HMQNDUGLYDLWRG¨HMQ
essa sia incorporea o sia un corpo. 3 E però, circa il fatto
che, del movimento, un principio è nel cervello, un altro nel
cuore e un altro ancora nel fegato, ho scritto le dimostra-
zioni, sulla base delle quali me ne sono convinto, in quella
trattazione il cui argomento è Sulle dottrine di Ippocrate
e Platone. Che inoltre nel cervello si producano per noi i
ricordi e i pensieri, in rapporto ai quali <si riconoscono>
da parte degli uomini consequenzialità e contraddizione e
tutti le altre modalità della teoria logica, oso dichiararlo,
e ancor di più che ciascuna delle parti del corpo abbia, in
quanto provvedutane da esso, il movimento intenzionale e
volontario o come lo si voglia denominare, come pure il
riconoscimento distintivo attraverso gli organi di senso di
tutte quante le realtà esterne a noi. 4 Mi sono dichiarato
anche circa il fatto che il cuore è principio dell’attività delle
pulsazioni che si dà non in esso solo ma anche in tutte le
arterie; e che quel come un «bollire» del calore innato da
esso come a partire da un focolare ebbe origine – perché

K^SDWLNDL JDUWRXYWZQHLMoLQDMSRGHLY[HLoHMSLoWKPRQLNDL NDL SHUL


DXMWZ
QKMJZQLoDYPKQHMQWRL
oSUZYWRLoH`[X-SRPQKYPDoLWK
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SHULWK
oDMTDQDoLYDo), de plac. Hipp. et Plat. IX 9.7-8. | DL^WHPQK
PDL
NDL DL- GLDQRKYoHLo: R^WDQHL>SZPHQ K- HMQHMJNHIDYOZLNDTLGUXPHYQKOR
JLoWLNK\XFKGXYQDWDLPHQDLMoTDYQHoTDLGLDWZ
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D>OORWLGKORX
PHQK@HLMSHULODERYQWHoHL>SRLPHQ K-ORJLoWLNK\XFKGX
QDYPHLoH>FHLSOHLYRXoDL>oTKoLQNDL PQKYPKQNDL oXYQTHoLQH-NDYoWKQ
mWH®WZ
QD>OOZQ, quod animi mor. 2, SM II p. 34, 17-25.
3.4 DMI¨H-oWLYDo: DMI¨ sembra fare difficoltà subito di seguito a HM[
DXMWK
o, ma Z^oSHUDMI¨H-oWLYDo(D>UFHoTDL) è locuzione fissa, proverbia-
le, cfr. Pausania, D 175 DMI¨H-oWLYDoDMUFRYPHQRoHMNWZ
QNUHLWWRYQZQK@NDL
HMNWZ
QRLMNHLYZQ (e Plat., Eutiphr. 3 a7); per il supplemento Z-UPKY TK
cfr. de plac. Hipp. et Plat. VI 3.12-13. | ]HYoLQ: è dottrina più volte ri-
chiamata, cfr. solo de plac. Hipp. et Plat. III 1.30 «sembra concorda-
re Crisippo con l’antico discorso che suppone che un qualche bollo-
re del calore innato avvenga nel cuore negli attacchi d’ira, al qual
THUPDo LYDoHM[DXMWK
oZ^oSHUDMI¨H-oWLYDo Z-UPKY TKPHWHL
QDL
PHQ JDU NDL WZ
L K^SDWL THUPDoLYDo Z^ oSHU  [59v] NDL WRL
o
IX WRL
o D^ SDoLQ DMOO¨ RMOLYJKo WH WDXYWKo HMSLNRXULYDo 
WH GHRPHYQKo HMQLYRWH mSDUD® WK
o NDUGLYDo WRoRX
WRQ JDU
X-SDYUFHLQHMQ DL>PDWLWK
o THUPDoLYDoZ-oNDL ]HYoLQDXMWRX

JLYQHoTDLNDWDWRXoTXPRXYo
5 DMUFKQGH NLQKYoHZoHL?QDLNDMQWRL
oIXWRL
oI KPLNDL 
GXQDYPHLo H>FHLQ DXMWDY NDT¨ D`o GLRLNHL
WDL SHUL Z_Q HMoWLQ
X-SRPQKYPDWD WULYD GHLNQXYQWRo PRX WKYQ WH WZ
Q RLMNHLYZQ 
H-ONWLNKQ X-SDYUFHLQ Z^oSHU JH NDL WKQ WZ
Q DMOORWULYZQ
DMSRNULWLNKYQ H>WL WH WKQ DMOORLZWLNKQ WK
o WUR IK
o  WH
NDL  WRX
 SQHXYPDWRož NDT¨ K`Q H-DXWRL
o R-PRLRL
 NDL SURo
WDXYWDLoWKQNDTHNWLNKQWZ
QRLMNHLYZQWK
oG¨DMOORLZWLN K
o 
HL?QDL NDL WR W UHYIHLQ H>UJRQ Z^oSHU JH NDL WR DXM[DYQHLQ
WR DMSRNXKTHYQ RXM PKQ SHULY JH WK
o GLDSODoWLNK
o WZ
Q
NXRXP HYQZQ  GXQ DYPHZo  DMSHIKQDYPKQ SRX SRYWHURQ X-SR
WK
oDXMWK
oRXMoLYDoJLYQHoTDLSHYIXNHQK_oWDoWHYWWDUDoH>IKQ
HL?QDL GXQDY PHLo  H-ONWL NKYQ DMOOR LZWLNKYQ DMSRNULWLNKYQ
NDTHNWLNKYQ K> WLo D>OOK oRIZWHYUD WH NDL GXQDWZWHYUD
WRXYWZQ HMoWLYQ HL>U KWDL  GH NDL SHUL WRXYWZQ HMQ WZ
L 3HUL

bollore consegue il gonfiarsi del volto e l’arrossarsi e lo scaldarsi di


tutto il corpo e il palpitare del cuore con tutte quante le arterie
nell’essere vivente» (oXJFZUHL
QH>RLNHQR- &UXYoLSSRoWZ
LSDODLZ
L
ORYJZL]HYoLQWLQDWK
oHMPIXYWRXTHUPRYWKWRoX-SRODPEDYQRQWLJLYJQHoTDL
NDWD WKQNDUGLYDQHMQWRL
oTXPRL
oK_L]HYoHLWRY WHGLDIXoD
oTDLWR
SURYoZSRQH^SHWDLNDLoXYPSDQHMUHXYTHLQWHNDLTHUPDLYQHoTDLWRoZ
PD
NDL oIRGUZ
oSKGD
QWKQNDUGLYDQoXQWDL
oNDWD WR ]Z
LRQD-SDYoDLo
DMUWKULYDLo); l’«antico discorso» è quello di Platone, Tim.70 c-d.
3.5 X-SRPQKYPDWDWULYD: sono i tre libri de naturalibus facultatibus,
citati poi alla fine del § 6, v. Bibliografia: cfr. l’inizio I 1. | WRX

SQHXYPDWRo: è a dir poco strana la menzione del pneuma in questo
contesto e soprattutto in riferimento alle piante; a giudicare dalla
trad. ar.-lat. deve trattarsi di interpolazione (invenitur in plantis
virtus qua attrahit ei convenientia et virtus qua expellit sibi contra-
ria et virtus digestiva qua digerit illud quod attrahit de nutrimento
et virtus retentiva qua retinet sibi similia). Il discorso poi si sposta e
c’è partecipazione anche per il fegato del calore, come an-
che per le piante tutte quante; ma ridotto, esso, e bisognoso
talora d’aiuto <da parte> del cuore. Tanto è in effetti nel
sangue di calore, che si ha un suo bollire negli attacchi d’ira.
5 Principio di movimento si ha però anche nelle pian-
te, io affermo, e che esse hanno facoltà per cui si regolano,
intorno alle quali ci sono tre commentari, con la mia di-
mostrazione che c’è una facoltà attrattiva dei fattori appro-
priati, come anche una escretiva di quelli estranei, e ancora
una alterativa del nutrimento [nonché del pneuma], in base
a cui esse lo assimilano a sé, e oltre a queste la facoltà riten-
tiva dei fattori appropriati. Della alterativa è opera anche
il nutrire, come anche il far crescere l’individuo una volta
partorito. E però non mi sono mai dichiarato riguardo alla
facoltà plasmativa degli individui ancora in gestazione, se
cioè la sua natura è di venire dalla medesima sostanza da
cui vengono le quattro facoltà: attrattiva, alterativa, escre-
tiva, ritentiva, o se essa sia un’altra facoltà, più sapiente e
più potente di queste. Si è detto anche su questi punti nel-

riguarda più precisamente gli esseri viventi/animali (]Z


LD) per i
quali soli si può parlare di «far crescere l’individuo una volta par-
torito»; e qui avrebbe forse potuto trovar posto il pneuma, ma
nemmeno qui è testimoniato dalla trad. ar.-lat. (operatio autem
virtutis digestive facit augmentum in puero postquam ortus
est). | NDLSURoWDXYWDLo: SURoWRXYWRLo Vlat, ma nell’enumerazione
della serie delle quattro facoltà naturali (il numero è esplicitato
poco più sotto) è atteso, dopo la menzione delle prime tre, il fem-
minile (I. Garofalo): v. de diff. febr. 7.381, 11-12 K NDL WULYWKSURo
WDXYWDLoK-DMOORLZWLNKNDLWHWDYUWKJHSURoDXMWDL
oK-WZ
QDMOORWULYZQ
DMSRNULWLNKY. | oRIZWHYUDWHNDLGXQDWZWHYUD: cfr. 11.5; e de temp. I 9
(p. 36, 22-24); II 6 (p. 79, 21-26); de nat. fac. I 6, SM III (pp. 111, 25-
112, 4); e la fine di de foet. form. 6.31-34 («Questo solo dunque, ri-
guardo alla causa plasmatrice degli esseri viventi, ritengo di poter
dichiarare, che l’arte, e la sapienza sua, risulta grandissima [WHYFQKQ
WHNDLoRILYDQDXMWK
oPHJLYoWKQX-SDYUFHLQ]); per il de foetuum forma-
tione cfr. Bibliografia.
GLDSODYoHZo HMPEUXYZQ JUDYPPDWL 6 WKYQ JH PKQ WD IXWD
GLRLNRX
oDQRXMoLYDQR^WDQPHQWRL
o3ODWZQLNRL
oILORoRYIRLo
GLDOHYJZPDL \XFKQ RMQRPDY]Z NDTDYSHU HMNHL
QRo R^WDQ
GH dWZL!N RL
o  IXYoLQ Z^oSHU JH NDL R^WDQ WRL
o SROORL
o
DMQTUZYSRLo NDL WDXYWKo GH WK
o \XFK
o WDo GXQDYPHLo
ZMQRYPDoD IXoLNDo HMQ WRL
o WU LoLQ  X-SRPQKYPDoL WRL
o 3HUL
WZ
QIXoLNZ
QGXQDYPHZQHMQRL_oGK NRLQRoK?QR- NDW¨DXMWDo
ORYJRo D^SDoLž WRL
o LMDWURL
o W H NDL  WRL
o D>OORLo D^SDoLQ
DMQTUZYSRLo
4. 1 7R PHYQWRL WD oZYPDWD SDYQWD WD WK
LGH SHUL JDU
WZ
Q NDWD WRQ RXMUDQRQ RXMGHQ HLMmGHY®QDL I KPL  EHYEDLRQ
HMN SXURo NDL JK
o X-GDWRYo WH NDL DMHYURo NHUDQQXPHYQZQ
JHQQD
oTDL SUZ
WRQ PHQ Ñ,SSRNUDYWKQ DMSRIKQDY PHQRQ 
H>GHL[D GHXYWHURQ G¨ R^WL NDOZ
o DMSHIKYQDWR NDL SURo
WRXYWRLo JH R^WL WDo GRY[Do WZ
Q DMSDTK
 NDL DMPHWDYE OKWD
NDWD  SRLRYWKWD WD oWRLFHL
D WZ
Q oZPDYWZQ HL?QDL THPHYQZQ
HM[KYOHJ[HQ DXMWRYo HMSLGHYGHLNWDL GKY PRL SHUL WRXYWZQ RXM
PRYQRQ HMQ WZ
L 3HUL WZ
Q NDT¨ Ñ,SS RNUDYWKQ oWRLFHLYZQ
DMOOD NDL GL¨ Z_Q HM[KJKoDYPKQ WR 3HUL IXYoHZo DMQTUZYSRX
oXYJJUDPPD NDLY WLQZQ D>OOZQž WULZ
Q X-SRP QKPDYWZQ H>WL
G¨ H>>G HL[D NDL NDW¨ D>OOD oXJJUDYPPDWD WKQ DXMWKQ GRY[DQ

3.6 Cfr. 13.1. Sull’anima di Platone (e Aristotele) e la natura


degli Stoici, v. de plac. Hipp. et Plat. VI 3.7; de foet. form. 6.13; in
Hipp. epid. VI comment. V 5 (pp. 272, 25-273, 4).

4.1 Cfr. 15.1: che tutti i corpi in questo mondo siano dovuti alla
mescolanza dei quattro elementi è un «saldo conoscimento» per
Galeno. SUZ
WRQ è da considerarsi usato in senso avverbiale, «in
primo luogo» (segue GHXYWHURQG HY ... NDLSURoWRXYWRLoJH), e tutta-
via sta anche a segnalare la rivendicazione dell’assoluta priorità
cronologica di Ippocrate (nella prima parte dello scritto Sulla na-
tura dell’uomo) per questa affermazione, «Ippocrate per primo»
(come più volte ripetuto, cfr. ad es. in Hipp. nat. hom. comment. I
13 SUZ
W Ro Z_ Q  L> o PHQ Ñ,SSRNUDY W Ko DM S HIKY Q DWR NHUDY Q QXoTDL WD
oWRLFHL
D e de elem. sec. Hipp. 9.25 SUZ
WRoÑ,SSRNUDYWKo, de nat. fac. I
2, SM III, p. 104, 2-11). Questo punto è un caposaldo dell’ippocra-
lo scritto Sulla formazione dei feti. 6 Ora, la sostanza che
regola le piante, quando io ne parlo con i filosofi platonici,
anima la chiamo come faceva lui, quando con gli Stoici, na-
tura, così come anche quando è con la gran parte degli uo-
mini; e di quest’anima le facoltà le ho denominate naturali
nei tre commentari Sulle facoltà naturali, in cui il discorso
su di esse era destinato alla comunicazione con [tutti] i me-
dici e con tutti quanti gli altri uomini.
4. 1 Il fatto che i corpi tutti qui da noi – ché riguardo
a quelli del cielo io affermo di non sapere niente di saldo –
abbiano una generazione da fuoco e terra e da acqua e aria
in mescolamento tra loro, in primo luogo ho mostrato che
fu Ippocrate ad averlo dichiarato, in secondo luogo che la
sua fu dichiarazione benfatta, e inoltre proprio che i pareri
di quanti han posto gli elementi dei corpi come immuni da
affezione e cambiamento nella loro qualità, fu lui a confu-
tarli. Una dimostrazione è stata appunto da me data riguar-
do a questi punti non solo in Sugli elementi secondo Ippo-
crate, ma anche nei tre commentari [e degli altri] con cui ho
spiegato il suo scritto Sulla natura dell’uomo; e ancora ho
mostrato che anche in altri scritti Ippocrate aveva lo stesso

tismo galenico, ma, a parte il fatto che Sulla natura dell’uomo è


interamente opera di Polibo, discepolo di Ippocrate, è da rilevare
che la lettura che ne dà Galeno è tendenziosa. | WZ
QDMSDTK
 NDL
DMPHWDYEOKWDNDWDSRLRYWKWDWDoWRLFHL
D: in prima battuta è preso di
mira Empedocle (7.4; 15.1; cfr. in Hipp. nat. hom. comment. I 3, in
fine; de elem. sec. Hipp. 9.11), ma ovviamente anche atomisti di
vari indirizzi. Per il de elementis secundum Hippocratem e il com-
mento in Hippocratis de natura hominis cfr. Bibliografia. | NDLY
WLQZQD>OOZQž: i «tre commentari» sono quelli dedicati all’esegesi
dell’operetta ippocratica, come è giustamente detto nella trad. ar.-
lat. et in commento libri sui De humana natura in tribus dictioni-
bus; l’interpolazione in Vlat è dovuta a fraintendimento causato
da una movenza sintattica non banale (DMOOD NDL GL¨Z_Q ... WULZ
Q
X-SRQKPDYWZQ = DMOODNDLHMQWULoLQX-SRQKYPDoLQGL¨Z_Q ...); c’è però un
problema in relazione al numero dei commentari di Galeno a Sul-
H>FRQWD WRQ Ñ,SSRNUDYWKQ 2 NDL PHYQWRL NDL SHUL WRX
 WR
THUPRQ R>QRPDWRY o WL  DMNULEZ
o THUPRQ oZ
PD GKORX
QmWRo®
DMQRYTHXWRQ HMQDQWLYDo SRLRYWKWRo R^SHU H^Q WL WZ
Q WHWWDYUZQ
oWRLFHLYZQ HL?QDLY IDPHQ H^WHURQ GH WR NDW¨ HMSLNU DYWHLDQ 
DXMWRX
 THUPRQ RMQRPD]RYPHQRQ 3 D>OOR G¨ DMPIRL
Q WRXYWRLQ
GLDIHYURQR`NDOHL
QHL>ZTHQÑ,SSRNUDYWKooXYPIXWRQTHUPRYQ
LMGLYDQ H>FRQ oX PPHWULYDQ HMQ H-NDYoWZL JHYQHL WZ
Q ]ZYLZQ
HMQRYmQ® GHYGHLNWDLY PRL GL¨ D>OOZQ WH NDL WRX
 3URo /XYNRQ
JUDIHYQWRo mELEOLYRX® X-SHU Z_Q HMQHNDYOHoHQ Ñ,S SRNUDYWHL 
NDWD WRXo¨$IRULoPRXoHLMSRYQWLWD DXM[DQRYPHQDSOHL
oWRQ
H>FHL WR H>PIXWRQ THUPRYQ K-JRXYPHQRo X-S¨ DXMWRX
 SOHL
oWRQ
HLMUK
oTDL  WR oIRGURYWDWRQ RXM NDWD WKQ RLMNHLYDQ RXMoLYDQ
KXM[KPHYQRQ RLMNHLYD G¨ HMoWLQ RXMoLYD WRX
 HMPIXYWRX THUPRX

oSHYUPD NDL DL_PD GLD WRXYWZQ JDU NDL  HMN WRXYWZQ K-
JHYQHoLoK-PL
Q

la natura dell’uomo, dati come due in de libr. propr. (v. sotto) e qui
in de propr. plac. come tre (così come in H . unain, Risāla 102);
l’oscillazione, se non è da correggere la notizia in de libr. propr.,
risale evidentemente allo stesso Galeno, che in precedenza aveva
considerato come due commentari presumibilmente uno quello
relativo ai capp. 1-8, genuini, e l’altro quello relativo ai capp. 16-22,
che con l’intestazione 3HUL GLDLYWKoX-JLHLQK
o era da attribuirsi a
Polibo (con il commento ai capp. 9-15, WDSURoNHLYPHQDNDNZ
o, inte-
grato all’uno o all’altro, cfr. III prooem. NDLGLDWRX
WRWZ
QPHWD[X
WZ
QGXYRELEOLYZQWRXYWZQHM[DLUHTHYQWZQ [e più sotto WDSDUHJJHJUDP
PHYQDPHWD[XWZ
QGXYRELEOLYZQ] SURoKNRXYoKoHMSLJUDIK
oLMGLYDoH>WXFH
WRoXYPSDQK`QHMSHYJUD\DYQWLQHoDXMWZ
L3HULIXYoHZoDMQTUZYSRXNDL
GLDLYWKo); e invece in de propr. plac. aveva infine ritenuto di dover
suddividere in tre l’intero commentario. | NDW¨D>OODoXJJUDYPPDWD:
cfr. de libr. propr. 9.12 HLMoGHWR3HULIXYoLRoDMQTUZYSRXGXYRZ_QK>GK
JHJRQRYWZQ DMNRXY oDo X-S RY WLQZQ GLDEDYOOHoTDL WR ELEOLYRQ Z-o RXM
JQKYoLRQH>JUD\DWULYDWKQHMSLJUDIKQH>FRQWDWKYQGHµ2WLNDL NDW¨
D>OODoXJJUDYPPDWDWKQDXMWKQGRY[DQH>FZQR- Ñ,SSRNUDYWKoIDLYQHWDL
WK
LNDWDWRm3HUL®IXYoLRoDMQTUZYSRX, «(si son fatti da parte mia…)
due commentari a Sulla natura dell’uomo, fatti i quali, sentito che
ebbi che da alcuni veniva denigrata l’operetta come non genuina,
ne ho scritti [altri] tre con questo titolo: Del fatto che anche in altri
scritti Ippocrate risulta avere lo stesso parere che in “Sulla natura
parere. 2 E poi anche [è stata data dimostrazione] riguar-
do alla denominazione «il caldo»: che esso indica un corpo
precisamente caldo, incontaminato dalla qualità contraria,
il quale affermiamo essere uno dei quattro elementi; che
diverso da esso invece è il caldo che si denomina così per
la prevalenza di esso [in un corpo]. 3 E poi, che è altro ri-
spetto a entrambi questi e differente, quello che Ippocrate
è solito chiamare caldo connaturato, e ha una sua specifica
misuratezza insito in ciascun genere di esseri viventi, è stata
da me data dimostrazione in altri luoghi e in particolare
<nel libello> che ho scritto Contro Lico, per le accuse che
egli aveva mosso a Ippocrate il quale negli Aforismi aveva
detto: «Gli esseri che sono in crescita tantissimo hanno il
caldo innato», ritenendo egli che con questa parola «tan-
tissimo» fosse stato espresso il grado più forte, non ciò che
risulta aumentato secondo la sua propria sostanza. Ed è
sostanza propria del caldo innato seme e sangue: ché attra-
verso questi e da questi vi è la genesi per noi.

dell’uomo”» (v. anche in Hipp. nat. hom. comment. I prooem. 10,


10-12; I 44 in fine; quod animi mor. 8, SM II, p. 58, 11-14).
4.2 Per to thermon come designazione da un lato di un corpo
caratterizzato dal grado estremo di caldo, non misto ad altra quali-
tà (l’elemento fuoco), e dall’altro di un corpo caratterizzato dalla
sola predominanza di caldo, cfr. il dialogo tra il maestro seguace di
Ateneo e il diciottenne Galeno in de elem. sec. Hipp. 6.17-27. | HM
QDQWLYDoSRLRYWKWRo: il ms. si legge male, le parole sono abbreviate, ma
anche in Vlat sembra di poter leggere il singolare come è in ogni
caso nella trad. ar.-lat. non commixtam sui contrarii de qualitatibus.
4.3 HMQRYmQ®: si è corretto HMQZ_ del ms. che non dà senso. Un peana
al caldo innato, quanto di più vicino a rappresentare la sostanza
dell’anima per Galeno, è in de trem. 7.616, 11-15 K (NDLK^JHIXYoLo
NDLK-\XFKRXMGHQD>OORK@WRX
W¨H>oWLQZ^oW¨RXMoLYDQDXMWRNLYQKWRYQWHNDL
DMHLNLYQKWRQDXMWRQRZ
QRXMND@QD-PDYUWRLo). | 3URo/XYNRQ: per l’ope-
retta, menzionata in de libr. propr. 9.13, cfr. Bibliografia; Lico di
Macedonia, allievo di Quinto, fu un contemporaneo più anziano
di Galeno, commentatore di Ippocrate e anatomista; Galeno com-
pose un’epitome in due libri di tutti i suoi scritti anatomici (de libr.
4 HMGHLYFTKGHNDL R^SZoOHYJHWDLWRSOHL
oWRQRX>oKoWLQRo
NDLSDUDWRX
WRSDUDNRK
oRXMJDUNDWDWKQWK
oSRLRYWKWRo
HMSLYWDoLQ, DMOOD WZ
L PHYWUZL SOHYRQ DMNRXYHLQ FUK OHOHYFTDL
SURo Ñ,SSRNUDYWRXo WR SOHL
oWRQ. HMGHLYFTK G¨ HMQ WRL
o 3HUL
NUDYoHZQX-SRPQKYPDoLQD`WZ
L3HULmWZ
Q®NDT¨Ñ,SSRNUDYWKQ
oWRLFHLYZQ H^SHWDL WZ
L PHQ HMPIXYWZL THUPZ
L THUPRWHYURXo
HL?QDLWRXoSDL
GDoWZ
QDMNPD]RYQWZQ, WZ
LG¨ HMSLNWKYWZLWRXo
DMNPDY]RQWDoWZ
QSDLYGZQ, Z^oSHUJHNDL WRXoX-JLDLYQRQWDo
WZ
Q SXUHWWRYQWZQ SOHYRQ H>FHLQ WR H>PIXWRQ THUPRYQ NDL
WRoRXYWZL FHLYURQD WRQ SXUHWRQ X-SDYUFHLQ, R^oZLSHU D@Q
H>ODWWRQ K?L NDWD WR WRX
 ]ZYLRX oZ
PD WR H>PIXWRQ THUPRYQ
HL?QDL JDU WR PHQ HMSLYNWKWRQ DMKGHYo WH NDL GDNQZ
GHo,
D>GKNWRQ GH NDL D>OXSRQ WR H>PIXWRQ THUPRYQ· 5 NDL
NDWDY JHWRžNDWDY JHWKQWURSKQWK
oHMPIXYWRXTHUPDoLYDo
JHQQD
oTDL WRXo SXUHWRXYo, Z_Q H>GHL[D WULYD JHYQK HL?QDL WD

propr. 4.9, .34-37). Cfr. de temp. I 7, p. 28, 19-25; de simpl. med. fac.
11.730, 14-15 K; in Hipp. epid. VI comment. IV 18 in fine, 26 inizio;
de caus. puls. 9.129, 14-17 K. Per il commento dell’aforismo ippo-
cratico, cfr. 17b.404 K ss. (a conclusione è menzionato in un ag-
giornamento il libello contro Lico, scritto successivamente alla
composizione del commentario, 414, 14-415, 6). | NDWDWRXo¨$IR
ULoPRXYo: Hipp. aphor. I 14: WDDXM[DQRYPHQDSOHL
oWRQH>FHLWRH>PIXWRQ
THUPRYQSOHLYoWKoRX?QGHL
WDLWURIK
oHLMGHPKYWRoZ
PDDMQDOLYoNHWDL
JHYURXoLGHRMOLYJRQWRTHUPRYQGLDWRX
WRD>UDRMOLYJZQX-SHNNDXPDYWZQ
GHYRQWDLX-SRSROOZ
QJDUDMSRoEHYQQXQWDLGLDWRX
WRNDLRL-SXUHWRL
WRL
oLJHYURXoLQRXMFR-PRLYZoRM[HL
o\XFURQJDUWRoZ
PD («gli esseri in
crescita tantissimo hanno il caldo innato, tantissimo è dunque il
nutrimento di cui abbisognano; sennò il corpo si consuma. Per i
vecchi invece è poco il caldo, per questo allora di pochi combusti-
bili abbisognano, ché per effetto di una loro grande quantità essi si
spengono; per questo anche le febbri per i vecchi non sono allo
stesso modo acute, ché il loro corpo è freddo» – troppo combusti-
bile per poco fuoco causa lo spegnimento, così come troppo olio
versato a profusione nelle lucerne, Galeno ad loc.); per il «caldo
innato» in Ippocrate v. anche aphor. I 15; e vict. II 62.2 con nota di
Joly a p. 280. | oSHYUPDNDLDL_PD: si intende il sangue mestruale, cfr.
adv. Lyc. 7.4; de san. tuenda I 2; de temp. II 2 in fine.
4.4 Da HMGHLYFTK a 4.5 FXPZ
Q si ha un estratto in P (dove sono
4 Vi è stato mostrato anche in che senso si dice «tantis-
simo», essendovi anche in ciò la possibilità di un frainten-
dimento. Non infatti secondo l’intensità della qualità, ma
piuttosto per la sua misura occorre intendere che da parte
di Ippocrate sia stato detto «tantissimo». Ed è stato mo-
strato nei commentari Sulle temperanze, che fanno seguito
a Sugli elementi secondo Ippocrate, che è per il caldo innato
che sono più caldi i bambini degli adulti, mentre per quello
acquisito lo sono gli adulti più dei bambini, come appunto
anche i sani più degli infebbrati hanno il caldo innato, e tan-
to peggiore risulta la febbre quanto minore sia nel corpo
dell’essere vivente il caldo innato. Perché il caldo acquisito
è sgradevole e mordente, mentre senza morsi e senza do-
lore è il caldo innato; 5 ed è in rapporto alla mutazione
del calore innato che si generano le febbri, delle quali ho
mostrato che tre generi sono i principali, e i loro nomi sono

omessi i richiami a Ippocrate e ai libri di Galeno). Per il de tempe-


ramentis cfr. Bibliografia; v. II 2. | WRoRXYWZLFHLYURQD: nel commen-
to all’aforismo ippocratico Galeno osserva che i vecchi, dotati di
ridotto caldo innato, non vengono colpiti dalle malattie acute co-
me i giovani, ma se ne vengono colpiti l’esito è spesso fatale
(17b.413, 17-414, 11 K). | DMKGHYoWHNDLGDNQZ
GHo: cfr. in Hipp. epid.
VI comment. IV 16 WRGULPXNDLGDNQZ
GHoR^SHUHMSLYNWKWRYQWHNDL
RXMNDWDIXYoLQQRPLY]HL(scil. Ippocrate); la dittologia D>GKNWRQGHNDL
D>OXSRQ è più volte impiegata da Galeno a proposito di farmaci.
4.5 WULYDJHYQKHL?QDLWDSUZ
WD: la dottrina risale con modificazio-
ni ad Ateneo; cfr. de diff. febr. 7.295, 25-296, 10; de marc. 7.691, 1-4;
de cris. 9.695, 11-15 K; in Hipp. epid. III comment. I 6 (WZ
QHMQ
H-WHYURLoDMSRGHGHLJPHYQZQZ_QNDLWRYG¨HMoWLYWULYDJHYQKWDSUZ
WDWZ
Q
SXUHWZ
QHL?QDLWRPHYQWLWZ
QHMIKPHYUZQRMQRPD]RPHYQZQWRGHYWLWZ
Q
H-NWLNZ
QWR GH WULYWRQRX`oRMQRPDY]RXoLQRM[HL
oHMSL FXPRL
ooKSRPHY
QRLoJLQRPHYQRXo). Le febbri ettiche, ma prevalentemente dette «eti-
che» nel vocabolario medico del passato (quali si hanno per es.
nella tisi), così si chiamano HL>T¨R^WLPRYQLPRLY W¨HLMoLNDL GXYoOXWRL
NDTDYSHUDL-H^[HLoHL>T¨R^WLWKQH^[LQWRX
oZYPDWRoDXMWKQNDWHLOKYIDoLQ
(de diff. febr. 7.304, 8-10). | HMQQHYDGLDIRUDYo: cfr. de temp. I 8 in fine;
II 1 inizio (GHYGHLNWDLGHNDLZ-oHMQQHYDGLDIRUDLWZ
QNUDYoHZYQHLMoL
PLYDPHQK-oXYPPHWURYoWHNDLHX>NUDWRoDL-ORLSDLGHSD
oDLGXYoNUDWRL
SUZ
WD, RMQRYPDWD G¨ DXMWZ
Q H`Q PHQ WZ
Q HMIKPHYUZQ, H^WHURQ
GH WZ
QH-NWLNZ
QNDL WULYWRQWZ
QHMSL oKY\HLFXPZ
QHL>UKWDL
GHY PRL SHUL WRXYWZQ HMQ WRL
o 3HUL GLDIRUD
o WZ
Q SXUHWZ
Q
X-SRPQKYPDoLQZ^oSHUJHNDMQWRL
o3HULNUDYoHZQHMQQHYD GLD 
IRUDoHL?QDLWZ
QNUDYoHZQD-SOD
oPHQWHYWWDUDooXQTHYWRXo
GHWHYWWDUDoH>[ZTHQGHWRXYWZQWKQDMULYoWKQNDLD>PHPSWRQ
5. 1 (L? QDL  GH WDo PHQ D-SOD
o GXoNUDoLYDo NDW¨
HMSLNUDYWHLDQ H-QRo WZ
Q oWRLFHLYZQ K>WRL WRX
 THUPRX
 K@ WRX

\XFURX
 K@ WRX
 X-JURX
 K@ WRX
 [KU RX
 WDo oXQTHYWRXo GHY
SRWH PHQ D^PD WRX
 X-JURX
 NDL \XFURX
 NUDWRXYQWZQ K@ WRX

THUPRX
 NDL [KURX
SRWH GH WRX
 THUPRX
 PHT¨X- JURYWKWRo
K@ WRX
 \XFURX
 PHWD [KURYWKWRo DMOOD WDXYWDo PHQ RXMN
DMPHYPSWRXoHL?QDLWKQG¨DMULYoWKQRXMGHQH>FHLQHMSL NUDWRX
Q 
WZ
QWHWWDYUZQoWRLFHLYZQDMOODNDWDoXPPHWULYDQD>PHPSWRQ
DXMWKQNHNUD
oTDL
2 OHYOHNWDLG¨HMSLSOHYRQHMQDXMWRL
oNDLSHU LWK
o X-JUD
o
WH NDL THUPK
o NUDYoHZo K`Q DMULYoWKQ DMSHIKYQDQWR SROORL
WZ
QLMDWUZ
QWHNDL ILORoRYIZQ, RXMNRX?oDQDMULYoW KQDMOOD 
NDW¨HMSLNUDYWKoLQQRHL
WDLWRTHUPRQNDLWRX-JURYQZ-oDXMWRL
NHOHXYRXoLQ K-PD
o DMNRXYHLQ WZ
Q RMQRPDYWZQ R^WDQ THUPKQ
K@ [KUDQ  K@ \XFUDQ K@ X-JUDQ OHYJZoLQ HL?QDL NUD
oLQ Z-o
JDUHMQWDXYWDLoWKQX-SHUWR oXYPPHWURQRMQRPDY]RXoLQK>WRL
THUPKQ K@ \XFUD Q K@  X-JUDQ K@ [KUDYQ RX^WZ GK NDMQTDYGH
WKQ THUPKQ D^PD K-PD
o NDL WKQ X-JUDQ DMNRYORXTRQ QRHL
Q
HMNHLYQKQ X-SDYUFHLQ K^WLo HXMUZ oWRYWHURQ H>FHL WR THUPRQ

WHYWWDUHoPHQD-SODL
PLD
oHMQH-NDYoWKLSOHRQHNWRXYoKoSRLRYWKWRoK>WRL
THUPRYWKWRoK@\XFURYWKWRoK@[KURYWKWRoK@X-JURYWKWRoH^WHUDLGHWHYWWD
UHoHMSHLGDQHM[H-NDWHYUDoDMQWLTHYoHZoK- H-WHYUDNUDWKYoKLGXYQDPLo
OHYJZG¨DMQWLTHYoHLoGXYRPLYDQPHQWKQNDWDWRTHUPRYQWHNDL\XFURYQ
H-WHYUDQGH WKQNDWD WR [KURYQWHNDL X-JURYQ [per quest’ultimo seg-
mento cfr. de sanit. tuenda VI 2.13; 3.2, e sotto, nota a 5.4]).

5.1 Per la qualificazione D>PHPSWRo, «non biasimevole», cfr. de


sanit. tuenda I 5.53-58, dove è esplicitata l’antica opposizione dei
sofisti «lodare/biasimare».
5.2 Da WK
oX-JUD
o a RX?oDQDMULYoWKQ si ha un breve estratto (con
uno quello delle febbri effimere, un altro delle febbri con-
tinue e terzo di quelle per putrescenza degli umori. Se ne è
parlato da parte mia nei commentari Sulla differenza delle
febbri, come anche nei libri Sulle temperanze, [sostenendo]
che vi sono nove differenze di temperanze, quattro semplici
e quattro composte, e al di fuori di queste la temperanza
ottima e impeccabile.
5. 1 Le cattive temperanze semplici sono in rapporto alla
predominanza di uno degli elementi, ossia del caldo o del
freddo o dell’umido o del secco; le cattive temperanze com-
poste si hanno ora quando predominano insieme l’umido e
freddo o il caldo e secco, ora il caldo con umidità o il freddo
con secchezza. Ma queste non sono temperanze impecca-
bili, mentre quella ottima non ha nessuno dei quattro ele-
menti che predomini, ma essa è invece dovuta a una misu-
ratezza impeccabile.
2 In questi libri si è detto con maggiore ampiezza anche
riguardo alla temperanza umida e calda, la quale hanno di-
chiarato ottima molti dei medici e filosofi, senza che sia però
ottima. Ma il caldo e l’umido si intendono per predominanza,
come essi stessi ci invitano a intendere questi nomi, quando
parlino di una temperanza che sia calda o secca o fredda o
umida. Come infatti in queste temperanze quella che va oltre
la misura la denominano o calda o fredda o umida o secca,
così anche qui consegue che noi, per la temperanza insieme
calda e umida, pensiamo che sia quella che abbia più robusto

riformulazione) in P, e un altro da 5.6 SHULWK


oWZ
QJHURYQWZQ a 5.7
WRX
 \XFURWHYURX. | OHYOHNWDLG¨HMSL SOHYRQ: a lungo la questione è
trattata in de temp. I 3-4 in polemica con Ateneo di Attalea e i suoi
seguaci, e sono ampiamente discussi i due passi ippocratici delle
Epidemie (v. 5.5). | WRY T¨X-JURQWRX
 [KURX
: dato il parallelo «più
robusto il caldo del caldo misurato», è atteso «l’umido dell’umido
(misurato)»; eppure, un umido che nella krasis ecceda l’umido mi-
surato eccede evidentemente anche il secco (che è in equilibrio
con l’umido misurato); Galeno più avere variato.
WRX
oXPPHYWURXTHUPRX
WRYT¨X-JURQWRX
[KURX
 3OHOHYFTDL
G¨X-SRYWLQZQH>IKQRXMP RYQRQ LMDWUZ
QDMOODNDLILORoRYIZQ
DMULYoWKQHL?QDLWKQX-JUDQNDLTHUPKYQHMSHLGKN DWDIXY oLQ
K-PD
oH>FRQWDoX-JURWHY URXo NDL THUPRWHYURXoH-ZYUZQWZ
Q
WHTQHZYWZQ NDL WZ
Q IXWZ
Q NDWD JDU WKQ SURo WD X
WD WD
oZYP DWD SDUDE ROKQ  DMSHIKY QDQWR  WRXo NDWD IXYoLQ
H>FRQWDoDMQTUZYSRXoX-JURXoHL?QDLNDL THU PRXYo
4 RX^WZGHNDLWZ
QZ-UZ
QWRH> DUTHUPRQ HL?QDLNDL X-JURQ 
H>I KoDQ  HMSHLGK WZ
L PHQ THYUHL SDUDEDOORYPHQRQ X-JURYQ
HMoWLQ WZ
L GH FHLP Z
QL THUPRYQ HLM PHYQWRL WKQ WRX
 H>DURo
NUD
oLQNDT¨DX-WKQoNRSRL
R[60r] WR oXYPPHWURQHX-UKYoHL o
NDW¨ DMPIR WHYUDo WDo DMQWL THYoHLo OHYJZ G¨ DMQWLTHYoHLo
DMPIRWHYUDoWKYQWHNDWDWRTHUPRQNDLWR \ XFURQNDLWKQ
NDWD WR [KURQ NDL X-JURYQ 5 HMQ DL_o G¨ HMSLNUDWHL
 WR PHQ
THUPRQ WRX
 \XFURX
 WR G¨ X-JURQ WRX
 [KUR X
 PR FTKUDo
DMQDJNDL
RQ HL?QDL WDo WRLDXYWDo NDWDoWDYoHLo SDUDYGHLJPD
G¨DXMWZ
QX-I¨Ñ,SSRNUDYWRXoHMGHLYNQXRQJHJUDYITDLNDWDPHQ
WR GHXYWHURQ WZ
Q ¨(SLGKPLZ
Q PLD
o Z^UDo THULQK
o HLMo WKQ
WRLDXYWKQ NDWDYoWDoLQ HMNWUDSHLYoKo NDWD GH WR WU LYW RQ
R^ ORXWRX
H>WRXoHMQPHQRX?QWZ
LGHXWHYUZLWZ
Q¨(SLGKPLZ
Q
HXMTXo HMQ DMUFK
L WKYQGH WKQ NDWDYoWDoLQ H>JUD\HQ HMQ RL_o
I KoLQX_HQmHMQ®NDXYPDWLX^GDWLODYEUZLGL¨R^ORXNDWD GH
WR WULYWRQ HMQ RL_o RX^WZo H>WRo QRYWLRQ H>SRPEU RQ  D>SQRLD

5.3 Cfr. de temp. I 5 (p. 18, 5-8) NDLPKQRX^WZWD]Z


LDTHUPDNDL
X-JUD OHYJHWDLSURoWZ
QSDODLZ
QRXM NDWD WKQLMGLYDQNUD
oLQD-SOZ
o
DMOODWRL
oWHIXWRL
oNDLWRL
oWHTQHZ
oLSDUDEDOORYPHQD.
5.4 Cfr. de temp. I 4 (pp. 11, 10-12, 7); per il supplemento oNR
SRL
R v. oNRSHL
oTDL (p. 11, 13) e oNRSRXPHYQZLoRL (p. 11, 24); e in
Hipp. nat. hom. comment. I 34 dove si parla non di «molti», ma di
«alcuni dei medici e dei filosofi».
5.5 HMGHLYNQXRQ: in Vlat sembra di leggere HMGHLYNQXQ, ma è forma
non usata da Galeno, cfr. 9.2. | Hipp. epid. II 1 (inizio): D>QTUDNHo
HMQ.UDQZ
QLTHULQRLYX_HQHMQNDXYPDoLQX^GDWLODYEUZLGL¨R^ORX, epid.
III 2 (inizio della katastasis, dopo i casi clinici): H> W Ro QRY W LRQ
H>SRPEURQD>SQRLDGLD WHYOHRo. I «morbi pestiferi» (se anche si vo-
il caldo del caldo misurato e l’umido del secco. 3 Afferma-
vo che è stato detto da parte di alcuni, non solo medici ma
anche filosofi, che ottima sarebbe la temperanza umida e
calda, dal momento che quando noi siamo in una condizio-
ne conforme a natura essi vedevano che siamo più umidi e
più caldi dei morti e delle piante; e infatti, in base al parago-
ne con questi corpi, essi hanno dichiarato che gli uomini in
condizione conforme a natura sono umidi e caldi.
4 E così anche, tra le stagioni, la primavera sarebbe cal-
da e umida, hanno affermato, dal momento che paragonata
all’estate è umida, all’inverno è calda. Se però tu conside-
rassi la temperanza della primavera in sé, ne troveresti la
misuratezza in rapporto a entrambe le opposizioni – dico
entrambe le opposizioni sia quella in rapporto al caldo e
al freddo sia quella in rapporto al secco e l’umido. 5 Ma
nelle condizioni in cui predominano il caldo sul freddo e
l’umido sul secco, è necessario che costituzioni del genere
siano cattive. E un esempio di esse io mostravo che da parte
di Ippocrate era stato scritto, nel secondo libro delle Epide-
mie, per la singola stagione estiva voltasi in direzione di una
costituzione del genere, nel terzo, per l’anno nel suo com-
plesso. Nel secondo libro delle Epidemie, dunque, subito
all’inizio egli ha descritto questa costituzione con le parole
in cui afferma: «Pioveva nella calura con violenta acquata
in continuazione»; nel terzo, con queste parole qui: «anno
umido con acquazzoni, afa soffocante per tutto il tempo».

glia intendere col senso più attenuato di «nefasti») rappresenta-


no da parte di Galeno un’esagerazione tendenziosa. Per i com-
menti di Galeno, cfr. CMG V 10, 1, pp. 155-158 (in tedesco
dall’arabo di H . unain) e CMG V 10, 2, 1, III 1; cfr. anche in Hipp.
epid. I comment. I 1 (pp. 18, 17-24; 23, 15-23) e I 2; in Hipp. aphor.
comment. 17b.579, 14-16 K (ad aphor. 3.11); cfr. Anastassiou e
Irmer 1997-2001, rispettivamente II 1, pp. 200-202, II 2, pp. 153-
155; e II 1, p. 234, II 2, pp. 183-184.
GLDSDQWRYoHMQDMPIRWHYUDLoGHWDL
oNDWDoWDYoHoLGLKJKYoDWR
ORLPZYGKJHJRQHYQDLQRoKYPDWD
6 NDTDYSHU RX?Q HMQ WRXYWRLo GLD WKQ R-PZQXPLYDQ H>GR[HY
WLo DMPILoEKYWKoLYo WH NDL GLDIZQLYD JHJRQHYQDL PRL SURo
WRXo DMSRIKQDPHYQRXo DMULYoWKQ HL? QDL NUD
oLQ HMQ WRL
o WZ
Q
]YZYLZQoZYPDoLWKQX-JUDQNDLTHUPKYQHMQGHWDL
oZ^UDLoWKQ
HMDULQKYQRX^WZNDL SHUL WK
oWZ
QJHURYQWZQK-OLNLYDoH>oWDL
WLoIDQWDoLYDGLDIZQLYDo, HMDQR- PHYQWLoX-JUDYQDXMWKYQ, R- GH
[KUDQHL?QDLOHYJKL· NDWD PHQJDUWKQDXMWZ
QWZ
QoWHUHZ
Q
oZPDYWZQ NUD
oLQ RMUTZ
o D@Q OHYJRLWR [KUDY, NDWD GH WKQ
WZ
Q X-JUZ
Q SHULWWZPDYWZQ X-JUDY SOHL
oWRQ JDU HM Q DXMWK
L
WR IOHYJPD\XFURoNDL X-JURoZ@QFXPRYo 7 Z^oSHUG¨HMSL
WRXYWRLo HMQDQWLRORJLYD WLo HL?QDL GRY[HL WRL
o DMPHOHYoWHURQ
DM NRXYRXoLWZ
QRMUTZ
oHLMUKPHYQZQRX^WZNDMQWZ
LIDYoNHLQ
K-PD
o WD PHQ QHX
UD WK
o \XFURWHYUDo HL?QDL NUDYoHZo,
HXMDLoTKWRYWHURQ GH WR THUPRQ oZ
PD WRX
 \XFURWHYURX
JLQZYoNHLQRX?QFUKNDLSHULWZ
QWRLRXYWZQFZULoSDUDNRK
o
H-NDYoWRXWZ
QHLMUKPHYQZQ DM NRXYRQWDoK_LOHYOHNWDL
6. 1 3UZ
WRQ PHQ JDU DLMoTKWLNRQ HMGHLY[DPHQ HL?QDL
WR PRYULRQ, Z-o NDL WRL
o SDODLRL
o H>GR[HQ HL?QDL mHMQ® Z_L
WR WK
o \XFK
o K-JHPRQLNRYQ HMoWLQ· HMSLUUHL
Q JRX
Q DMS¨
HMNHLYQRXGLD WZ
QQHXYUZQHMSL SDYQWDWRX
 oZYPDWRoWD PRYULD
GXYQDPLQ DLMoTKYoHZYo WH NDL WK
o NDT¨ R-UPKQ NLQKYoHZo
HMUUKYTK GH NDLY R^WL NDT¨ R-UPKQ K@ SURDLYUHoLQ OHYJHLQ RXM

5.6 L’omonimia è fonte di inganno e fraintendimento (e quindi


disaccordo); compito anche del medico, non solo del filosofo, è
quello di definire e distinguere gli omonimi (GLDoWHYOOHoTDLWDo
R-PZQXPLYDo); Galeno se ne è occupato anche teoricamente nell’ope-
retta de sophismatis seu captionibus penes dictionem (cfr. Biblio-
grafia). Sulla krasis dei vecchi, cfr. de marc. 7.680, 9-681, 4 K; de
temp. II 2 (p. 45, 9-47, 2); in Hipp. nat. hom. comment. III 7 (pp. 95,
18-96, 13).
5.7 Otto delle altre quindici occorrenze di enantiologia in Gale-
no sono in de plac. Hipp. et Plat. in riferimento a Crisippo; per
diaphōnia (5.6 bis), v. sotto 13.3; .4; .7 (WZ
QGLDIZQRXPHYQZQ); per
parakoē 1.3 (SDUDNRXYRXoL); 4.4; 10.4; 12.8 (SDUDNRXYRXoLQ); 15.7.
In entrambe queste costituzioni egli riferì che si erano de-
terminati morbi pestiferi.
6 Come dunque in questi casi per via dell’omonimia mi
è parso che si siano determinati controversia e disaccordo
nei confronti di quanti hanno dichiarato che l’ottima tem-
peranza nei corpi degli esseri viventi è quella umida e cal-
da, e nelle stagioni quella primaverile, così anche sull’età
dei vecchi potrà apparire un disaccordo, se uno la dica esse-
re umida e un altro secca: in effetti, in rapporto alla tempe-
ranza dei corpi solidi presi a sé la si direbbe correttamente
secca, in rapporto però a quella dei residui umorali, umida;
in grandissima quantità infatti è in essa il flegma, umore che
è freddo e umido. 7 Come poi in questi casi parrà esservi
contraddizione a quanti intendono con troppa trascura-
tezza le affermazioni [di per sé] corrette, così è anche per
il fatto che noi asseriamo che i nervi sono di temperanza
piuttosto fredda, e però che il corpo caldo è più sensibile
di quello freddo. Occorre dunque anche riguardo alle que-
stioni del genere che la conoscenza si dia intendendo senza
fraintendimenti ciascuna della affermazioni fatte nel senso
in cui sono state dette.
6. 1 In prima istanza sensitiva, infatti, abbiamo mostra-
to che è, come anche fu il parere degli antichi, la parte in cui
è il principio direttivo dell’anima; a partire da essa dunque
fluisce attraverso i nervi fino a tutte le parti del corpo una
facoltà di sensazione e del movimento intenzionale – s’è
detto anche che dirlo intenzionale o volontario non farà
differenza. Questa facoltà, poi, nel pervenire appunto a

6.1 Da SUZ
WRQPHYQ a 6.2 HMUJDY]HWDL si ha un estratto in P, e un
altro da 6.3 QRPLY]HWDL a 6.5 DL>oTKoLQ (il segmento in 6.4 R^WLGHY –
H^SHWDL è riformulato e abbreviato). | mHMQ®: l’integrazione proposta
dubitativamente da Kalbfleisch va senz’altro accolta, cfr. de meth.
med. 10.929, 16 K HMQZ_L (scil. WZ
LHMJNHIDYOZL) WK
o\XFK
oHMoWLWRK-JH
PRQLNRYQ. | HMUUKYTK: cfr. sopra 3.3; in realtà è stato detto più volte, v.
de motu musc. I 1 (p. 3, 15-21 RXMGHQGLRLYoHL anche detto H-NRXoLYZo o
GLRLYoHL WDXYWKQ GH WKQ GXYQDPLQ HL>o JH H^NDoWRQ PRYULRQ
DMILNQRXPHYQKQ DLMoTKWLNRQ DMSRWHOHL
Q DXMWRY WKQ G¨ HMN WK
o
GXQDYPHZoDMOORLYZoLQH-WRLPRYWHUDGHYFHoTDLWD THUPRYWHUD
PRYULD NDL GLD WRX
WR DLMoTKWLNZYWHUD JLYQHoTDL WZ
Q IXYoHL
\XFURWHYUZQ. 2 K-GHGLDWZ
QQHXYUZQLMRX
oDGXYQDPLoRL-RQHL
GL¨ RMFHWZ
QDLMoTDQRYPHQDPHQSRLHL
 NDL WD QHX
UD, PD
OORQ
G¨ DLMoTDQRYPHQD WK
o oDUNZYGRXo RXMoLYDo RXMN HMUJDY]HWDL
NDLY oRL WRX
WR PDTHL
Q H>oWLQ HMI¨ RX_SHU D@Q HMTHOKYoKLo
]ZYLRX JXPQZYoDQWL QHX
URQ HL?WD QXYWWRQWL EHORYQDLo K@
JUDIHLYRLoDMNRXYoKLJDUDXMWRX
 PHL]RYQZoHMSLY WHWK
LoDUNL
NDLWZ
LGHYUPDWLmK@WZ
LQHXYUZL®NHNUDJRYWRoZ-oD@QPD
OORQ
RMGXQZPHYQRX
3 QRPLY]HWDL G¨ X-SR WZ
Q SROOZ
Q LMDWUZ
Q DLMoTKWLNZYWHUD
WZ
QoDUNZ
QHL?QDLWDQHX
UDGLDWRXoH-SRPHYQRXoNLQGXYQRXo
WDL
oIOHJPRQDL
oDXMWZ
QRX`oHMSLIHYUHLGLRYWLWRX
SUZYWRXWZ
Q
DLMoTKWLNZ
QPRULYZQDMSREODoWKYPDWDYHMoWLQ Z-oHL>JHGLDWHYPRLo
R^ORQWRQHX
URQ, RXMGHLoNLYQGXQRoH^SHWDL PKNHYWLWK
LNDW¨ DXMWR
IOHJPRQK
LWK
oDMUFK
ooXPSDoFRXYoKoNDLPHYQWRLNDLSROORL
WZ
Q LMDWUZ
Q IRERXYPHQRL WRXo DMNRORXTRX
QWDo NLQGXYQRXo
WDL
o IOHJPRQDL
o WZ
Q QHXYUZQ R^ORQ HMQLYRWH GLDNRY\DQWHo WR
QHQXJPHYQRQQHX
URQNDL IOHJPDL
QRQH>ODTRQWRQNDYPQRQWD,
PKGXQDYPHQRLODTHL
Q, HMDQ oDUNZ
GHYoWLPRYULRQGLDNRY\ZoLQ
4 RX^WZGHNDMQWDL
oIOHERWRPLYDLoD>NRQWHoHMQLYRWHGLDNRY\DQ
WHoQHX
URQWULFRHLGHoHMSLWHWDPHYQRQWK
LWHPQRPHYQKLIOHELY
NDWDPHQDXMWKQWKQWRPKQRXMGHQPD
OORQRMGXYQKQHLMUJDYoDQWR

PHWD ERXOKYoHZo); de plac. Hipp. et Plat. VIII 1.1; de trem. 7.585,


9-10 K; in Hipp. epid. III comment. I 4 (p. 18, 21-22); in Hipp. progn.
comment. II 6 (p. 266, 22-24).
6.2 GL¨ RMFHWZ
Q: l’immagine dei canali, di uso molto limitato in
letteratura medica, dove però è perduta in gran parte la fisiologia,
ricorre di frequente in Galeno (in riferimento ai nervi, cfr. de motu
musc. I 1 [p. 3, 3-4 Rosa]; de meth. med. 10.636, 4-7 K, e soprattutto
de usu part. XII 11 con la celebrazione ricca di similitudini e meta-
fore del ruolo della spina dorsale); l’immagine, se non è una glos-
sa, è anche in [Ippocr.] epid. VI 3, 1 (in fine); ma trova un partico-
ciascuna parte finisce per renderla sensitiva; e l’alterazione
che si determina in base a questa facoltà sono più pronte
ad accoglierla le parti che sono più calde e per questo esse
divengono più sensitive di quelle che per natura sono più
fredde. 2 La facoltà che procede attraverso i nervi, quasi
come per dei canali, rende sensibili sì anche i nervi, ma non
produce una loro maggiore sensibilità rispetto alla sostanza
carnosa. E ti è dato di apprendere ciò mettendo a nudo, su
un qualsiasi animale che tu voglia, un nervo e poi pungen-
dolo con aghi o stiletti: tu udrai infatti che le sue grida sono
maggiori in caso di [puntura alla] carne e alla pelle <rispet-
to al nervo>, in quanto di più ne proverebbe dolore.
3 L’opinione diffusa dei medici in gran numero è che i
nervi siano più sensitivi delle carni per via dei pericoli con-
seguenti alle loro infiammazioni, pericoli che essi compor-
tano per il fatto di essere diramazioni della principale delle
parti sensitive; sicché se tu appunto tagliassi per intero il
nervo, nessun pericolo consegue per non essere ancora il
suo principio affetto per simpatia dall’infiammazione che
lo colpisce. E di certo molti medici, nel timore dei pericoli
associati alle infiammazioni dei nervi, han reciso talora per
intero il nervo punto e infiammato senza che il paziente
se ne accorgesse, non potendo non farsene accorgere nel
caso avessero reciso una parte carnosa. 4 Così anche nel-
le flebotomie, reciso che essi abbiano senza volerlo delle
volte un nervo capillare disteso accanto alla vena che ve-
niva tagliata, all’atto del taglio non han prodotto dolore

lare sviluppo nel Timeo di Platone (77 c-79 a), e come indica la
menzione del «demiurgo» in de usu part. è da parte di Galeno un
chiaro richiamo a Platone. Per l’integrazione, v. la trad. ar.-lat. in-
venies quod magis clamabit propter puncturam carnis quam prop-
ter puncturam nervi.
6.3-5 Cfr. le storie «non da Erodoto», con anche esperimenti
sulle scimmie, riferite in de anat. adm. III 9 (la grande opera anato-
mica è edita, con traduzione italiana dal greco e dall’arabo, da I.
WZ
Q PK WHPQRPHYQZQ X^oWHURQ GH QDUNZYGRXo DLMoTKYoHZo
HMSLJHQRPHYQKo ORJLY]RQWDL GLKLUKNHYQDL QHX
URQ R^WL GH
NDL DXMWR WR QDUNZ
GHo R^SHU H^SHWDL WDL
o WZ
Q QHXYUZQ
IOHJPRQDL
o RMGXYQKo HMoWLQ DMPXGUD
o JQZY UL oPD SURYGKORQ
SDQWLYJQZYULPRQG¨RXMGHQK_WWRQD^SDoLYQHMoWLNDL Z-oWK
LWZ
Q
QHXYUZQ IOHJPRQK
L WR WRLRX
WRQ HL?GRo DMOJKYPDWRo H^ SHWDL
5 NDL SROORL PKGHPLD
o RMGXYQKo DM[LRORYJRX NDWD WDo
WZ
Q QHXYUZQ IOHJPRQDo DLMoTDQRYPHQRL PLNURQ X^oWHURQ
HMoSDYoTKoDQ, HMNPHQWRX
 oSDoTK
QDLGKOZYoDQWHoRXM PLNUDQ
HL?QDL WKQ IOHJPRQKYQ, HMN GH WRX
 PHWULYZo H>PSURoTHQ
ZMGXQK
oTDLGKORX
QWHoRXMNHL?QDLoIRGUDQRMGXYQKQHMSLWK
LWZ
Q
QHXYUZQIOHJPRQK
L, GLRYWLPKG¨ LMoFXUDQDL>oTKoLQ 6 Z^oSHU
RX?Q H>QLRL GL D  WRXo DMNRORXTRX
QWDo NLQGXYQRXo WDL
o WZ
Q
QHXYUZQIOHJPRQDL
oZMLKYTKoDQDLMoTKWLNZYWHUDWZ
QoDUNZGZ
Q
PRULYZQX-SDYUFHLQ DXM WDYSOHYRQK@ NDW¨DMOKYTHLDQQHLYPDQWHo
DLMoTKYoHZo DXMWRL
o RX^WZo ¨$oNOKSLDYGKo HMSL SOHYRQ K@ FUKY
SURK
OTHQHLMoWRXM QD QWLYRQGRYJPDPKGHPLYDQDL>oTKoLQDXMWRL
o
K-JRXYPHQRo X-SDYUFHLQ HLM JDU WRL
o HMQDUJZ
o IDLQRPHYQRLo
GLD WZ
QDLMoTKY oH ZQHMTHYORLWLoSURoHYFHLQDLMoTDQmRYPHQD®
PHQmHX-UKYoHLWD QHX
UD®RXM PKQZ^oSHUWD oDUNZYGY KPRYULD
OHYJRPHQG¨HMQLYRWHWD QHX
UDWZ
QD>OOZQPRULYZQ X-S DYUFHLQ
DLMoTKWLNZYWHUDGLDWDoH-SRPHYQDoEODYEDo

Garofalo; cfr. vol. I, pp. 336 ss. trad. it.); e v. anche de motu musc. I
1 (p. 2, 17-3-6).
6.6 Per il dogma di Asclepiade di Bitinia, cfr. [Rufo di Efeso],
de dissect. part. corp. hum. 71-72 «Il nervo è un corpo semplice e
compatto, responsabile del movimento volontario, insensibile
nella dissezione; orbene, secondo Erasistrato ed Erofilo ci sono
nervi sensitivi, secondo Asclepiade proprio per niente»; e Gal. de
loc. aff. 8.90. 7-11 K: un biasimo fatto da Archigene ad Asclepiade
WRPHQSHSRQTRoQHX
URQHMQWDL
oDMUTULYWLoLQDMQZYGXQRQHL?QDLOHYJRQ
WLGLRYWLPKG¨R^OZo[RXMGHR^OZo in ps. Rufo] DLMoTDYQHWDLWKQG¨DMSD
TK
oDYUNDWK
LJHLWQLDYoHLTOLERPHYQKQRMGXQD
oTDL. Nutton, che dispo-
neva solo della trad. ar.-lat., aveva bene intuito sotto il nome Fi-
sedis quello di Asclepiade. | WRL
oHMQDUJZ
oIDLQRPHYQRLoGLD WZ
Q
DLMoTKYoHZQ: è formula tipica di Galeno, che ricorre variata con e
affatto di più che per le zone non tagliate, e però succes-
sivamente, sopravvenuta una sensazione d’intorpidimento,
fanno conto di avere inciso un nervo. Che proprio questo
fatto dell’intorpidimento, che consegue alle infiammazioni
dei nervi, sia segno di riconoscimento di un dolore fievole,
è assolutamente chiaro a ognuno, ma è riconosciuto non
meno da tutti quanti che un tipo del genere di sofferenza
consegue all’infiammazione dei nervi. 5 E molti che non
hanno avuto sensazione di alcun dolore notevole in corri-
spondenza alle infiammazioni dei nervi, poco dopo hanno
avuto spasmi, mettendo bene in chiaro, in base agli spasmi
avuti, che non piccola era l’infiammazione, ma anche chia-
rendo in base al dolore modico provato in precedenza che
il dolore a seguito dell’infiammazione dei nervi non era
intenso, perché neppure ne avevano avuto forte sensazio-
ne. 6 Come dunque alcuni per via dei pericoli conseguenti
alle infiammazioni dei nervi sono arrivati a pensare che essi
siano più sensitivi delle parti carnose attribuendo loro più
sensibilità di quanto corrisponda a verità, così Asclepiade,
più di quel che si deve, procedette alla dottrina contraria,
ritenendo che per essi non si desse nessuna sensibilità. Se
in effetti si volesse porre attenzione ai dati che emergono
con evidenza alle nostre sensazioni, <si troverà che i nervi>
hanno sì sensibilità, ma non come le parti carnose, e noi
però talvolta diciamo che i nervi risultano più sensitivi del-
le altre parti per via dei danni conseguenti.

senza HM Q DUJZ
o : cfr. solo de opt. doct. 4 (per es. affidarsi WRL
o
RMITDOPRL
oHMQDUJZ
oR-UZ
oLNDL WK
LJOZYWWKLJHXRPHYQKLWRXWL PHQ
PK
ORQHL?QDLWRXWL GH oX
NRQ, «agli occhi che in modo lampante
vedono, e la lingua gusta, che questa qui è una mela e quest’altro
qui un fico»). | DLMoTDQmRYPHQD®PHYQ: Vlat ha DLMoTDYQHWDLPHYQ che
crea problemi in apodosi dopo HMTHYORLWLo, quasi che ad avere sen-
sibilità sia il tis e non i nervi; le integrazioni si basano sulla trad.
ar.-lat. et si quis vult hoc perscrutari, inveniet nervum habere sen-
sibilitatem.
7. 1¨(SHLGK WKQWK
o\XFK
oRXMoLYDQDMJQRHL
QR-PRORJZ

PK JLQZYoNZQ P KG¨ HLM TQKWKY WLYo HMoWLQ K@ DMTDYQDWRo R-UZ

PHYQWmR®L NDW¨ DMPIRWHYUDo WDo DL-UHYoHLo R-PRORJRXPHYQZo
RXMž GXQDPHYQKQ HLMo SD
Q oZ
PD WKQ \XFKQ HMQRLNLY]HoTDL
ND@Q DMTDYQDWRo K?L NDL DMoZYPDWRo HX>ORJRQ HL?QDL QRPLY]Z
WR GHFRYPHQRQDXMWKQoZ
PD ND L NDWHYFRQD>FULSHUD@QK?L
WRLR X
WRQ RL?RQ HL?QDL SURoKYNHL NDO HL
Q DLM oTKWLNRYQ
Z-o RMSWLNRQ WRQ RMITDOPRYQ DMNRXoWLNRQ G H WR  RX?o
GLDOHNWLNKQGHWK QJOZY WWDQ 2HL?QDLYWHWRXYWZQJHYQH oLQ
HMN WK
oSRLD
oNUDYoHZoWZ
QWHWWDYUZQoWRLFHLYZQNDLHL>SHU
K- \XFK D^PD WZ
L  GLDSODWW RPHYQZL  oZYPDWL WKQ JHYQHoLQ
H>FHL GLD GK W KQWZ
QWHWWDYUZQoWRLFHLYZQNUD
oLQDXMWKQ
JLYQHoTDL RXMN D>OO Ko  [60v] PHQ  RX>oKo WK
L \X FK
L
JHQHYoHZoD>OOKoGHWZ
LDLMoTKWLNZ
LoZYPDWLP KJDU HL?QDLY
SRX \XFK
o RXMoLYDQ NDT¨ H-DXWKYQ DMOO¨ RL_ RQ HL?GRYo WL WRX

oZYPDWRo X-SDYUFHLQ DXMWKYQ D>NRXH GHY PRX OHYJRQWRo HL?GRo
Z-oSURoWKQWK
oX^OKoDMQWLYTHoLQK`QD> SRLRQ HL?QDLQRRX
PHQ
R^oRQWRHMI¨H-DXWK
L
3 GHYGHLNWDL GHY PRL NDL Z-o WRX
WR JLQZYoNHLQ LMDWUZ
L
FUKYoLPRQHLM NDL SDQ WDYSDoLQDMJQRRX
PHQWKQRXMoLYDQWK
o
\XFK
o HLM JDU NDL DMTDYQDWRYo HMoWLQ NDL DMoZYPDWRo DMOOD
PHYFUL JH WRoRXYWRX IDLYQHWDL SDU DPHYQRXoD WZ
L oZYPDWL
PHYFULSHUD@QRL^DW¨K?LGL¨DXMWRX
WDoNDWDIXYoLQHMQHUJHLYDo
HMQHUJHL
QZ^oWHH^ZoD@QIXODYWWZPHQWRoZ
PDWKQDLMoTKWLNKQ

7.1 WDoDL-UHYoHLo: le due opzioni sono, naturalmente, una che


l’anima sia immortale e anche incorporea (così subito sotto e a
7.3, .4 e poi a 14.3, e già prima a 3.2), l’altra che sia mortale e anche
corporea (oZPDWRHLGKYo è a 7.4, e già prima a 3.2). | WRGHFRYPHQRQ
DXMWKQoZ
PD: questo corpo, «tale, quale conviene che sia» è il corpo
«idoneo destinato a ricevere l’anima» di 15.3. «Corpo sensitivo»
(cioè provvisto di una temperanza sensitiva, .3, anche sotto .5),
«occhio visivo», «orecchio uditivo» ecc.: sono così detti i corpi do-
tati della relativa dunamis, un modo per descrivere e circoscrivere,
e quindi indagare, i fenomeni pure nell’incapacità di risolvere il
problema della causa a monte; cfr. nota a 14.1.
7.2 D>NRXHGHY PRXOHYJRQWRo: variante amplificata in forma allo-
7. 1 Poiché ammetto di ignorare la sostanza dell’anima,
non avendo neppur conoscenza del fatto se essa è mortale
o immortale – vedo tuttavia che è da ammettere in entram-
be le opzioni che essa è capace di dimorare in ogni corpo,
anche se sia immortale e incorporea –, ritengo essere ragio-
nevole, quanto al corpo che l’accoglie e la contiene, finché
sia esso tale quale conviene che sia, di chiamarlo sensitivo,
come visivo l’occhio, uditivo l’orecchio, discorsiva la lin-
gua. 2 La genesi di questi organi è da una data certa qual
temperanza dei quattro elementi e, se l’anima ha la sua ge-
nesi insieme al plasmarsi del corpo, ecco che essa vien fuori
attraverso la temperanza dei quattro elementi, non poten-
do essere altra la genesi per l’anima e altra quella per il cor-
po sensitivo; perché non c’è forse una sostanza dell’anima
di per sé, ma essa risulta essere come una forma del corpo:
intendimi dire «forma» in quanto in opposizione alla mate-
ria, che noi pensiamo senza qualità quanto a se stessa.
3 Si è da parte mia mostrato anche che è utile al me-
dico avere questa conoscenza, anche se ignoriamo com-
pletamente la sostanza dell’anima; infatti, se anche essa è
immortale e incorporea, ebbene fin tanto risulta che resta
a disposizione del corpo, fin quanto è in grado attraverso
esso di esercitare quelle che sono le sue attività secondo
natura, sicché finché salvaguardiamo il corpo che mantiene

cutoria di OHYJZGHY di 5.4 (formula d’uso frequente, cfr. anche nota


a 4.5 in fine); cfr. in Hipp. acut. comment. IV 43; in Hipp. artic. com-
ment. (de humero) 18a.419, 7-9 K. | D>SRLRQ: cfr. quod animi mor. 3
inizio X^OKoPHQDMSRLYRXNDW¨HMSLYQRLDQ [e v. tutto il brano per l’anima
come eidos del corpo]; de plac. Hipp. et Plat. IX 9.44. | R^oRQWRHMI¨
H-DXWK
L: notevole è l’impiego dell’articolo in questa locuzione, assai
frequente in Galeno, mai usato altrove, e di rado presente in altri
autori.
7.3 Ñ8JLHLQZ
Q: per il de sanitate tuenda cfr. I 2.10-11; V 3.2 (e
tutto il libro quinto, dedicato al JKURNRPLNRQPHYURo, alla parte rela-
tiva all’assistenza in età senile); de temp. II 2 (45, 4-8, v. anche nota
a 5.2). | m ®: è assai probabile che la fine del paragrafo sia lacuno-
NUD
oLQH>FRQRXMWHTQK[RYPHTDGHYGHLNWDLGHYPRLNDLGLDWRX

SUZYWRXWZ
QÑ8JLHLQZ
QHM[DMQDYJNKoK- NUD
oLoWRX
 oZYPDWRo
DMHLPHWDEDYOORXoDSURoWR\XFURYWHURYQWHNDL[KURYWHURQ
Z^oW¨ DMSR[KUDLYQHoTDL WHOHLY Zo  NDL DMSR\XYF HoTDL  NDWD
WR JK
UDo NDMSHLGDQ HMSL SROX SURHYOTKL [KURYWKWRYo WH
NDL \XFURYWKWRo RXMNHYWL GXYQDoTDL WKQ \X FKQ  HMQHUJHL
Q
WD o RLMMNHLYDo  HMQHUJHLYDo DMOOD NDL ]ZYQWZQ K-PZ
Q
oXQDSRPDUDLQRPHYQDo DXMWDo H^SHoTDL WZ
L oZYPDWL m  ® 4
NDTDYSHURX?QLMDWUZ
LSHU LW WRQWRJLQZYoNHLQHL>W¨DMTDYQDWRYo
HMoWLQK-\XFKHL>W¨RXMNDMTDYQDWRoSURoWDoLMDYoHLoRX^WZNDL
SHUL WK
o RXMoLYDo DXMWK
o HL>W¨ DMoZYPDWRYo HMoWL SDQWDYSDoLQ
Z-o R- 3ODYWZQ X-SHODYPEDQHQ HL>WH oZPDWRHLGKYo Z-o R-
&UXYoLSSRo RL>HWDL SQHX
PD PHQ DMSRIKQDYPHQRo X-SDYUFHLQ
DXMWKYQ RXM GLRULoDYPHQRo GH oDIZ
o Z-o ¨(UDoLYoWUDWRo
GLZULYoDWRSRYWHURQDXMWRNDT¨DX-WRNDWDYWLQRoNRLYO RX HMQ
WZ
L WRX
 ]ZYLRX oZYPDWL SHULHYFHWDL WR SQHX
PD WR \XFLNRQ
K@ GL¨R^OZQGLHOKYOXTHWZ
QoWHUHZ
QoZPDYWZQNDL SRYWHURQ
NDmWD®WHTU DX oPHYQRQ Z-o ¨(PSHGRNOK
o X-SRWLYTHWDL WKQ
HMN WZ
Q oWRLFHLYZQ X-SDYUFHLQ K-PL
Q JHYQHoLQ K@ GLD SDQWRo
PRULYRX WZ
Q oWHUHZ
Q oZP DYWZQ  WHWDPHYQRQ Z-o PKGHQ
DXMWZ
QHL?QDL\XFK
oD>PRLURQ R^WLG¨RXMGDPRYTmLP®HQoDIZ
o

sa; nella trad. ar.-lat. si ha et cum pervenit ad ultimitatem frigiditatis


et siccitatis, tunc non potest anima suas proprias operationes <ope-
rari [Kollesch, Nickel]>, sed ipsa etiam deficit prout deficit corpus,
et vita post hoc extinguitur propter extinctionem suam; qualcosa
come HL?W¨DMSHoEHoPHYQKoWK
o\XFK
oDMSRoEHYQQXWDLNDL]ZKY. Cfr. an-
che de temp. II 2, p. 46, 15-47, 2 (HL>SHUR- TDYQDWRooEHYoLoHMoWL WK
o
HMPIXYWRXTHUPDoLYDoHL>KQD@QNDLWRJK
UDoRL_RQPDUDoPRYoWLoDXMWK
o, e
sullo stretto rapporto tra caldo innato e anima v. nota a 4.3).
7.4 ¨(UDoLYoWUDWRo: Erasistrato di Ceo diffenziava due tipi di
pneuma, uno vitale (]ZWLNRYQ) con sede nel cuore e uno psichico
(\XFLNRYQ) con sede nel cervello (frr. 203, 112-113 Garofalo), il se-
condo essendo un raffinamento del primo, secondo Galeno; Cri-
sippo di Soli, come gli Stoici in generale, distingueva diverse spe-
cie di pneuma, e in particolare collocava l’anima in quanto pneu-
ma psichico nel cuore, SVF II 897 (le notizie su entrambi sono da
Galeno); per Empedocle, v. nota a 15.1. | \XFK
oD>PRLURQ: c’è forse
una temperanza sensitiva, non saremo morti. Si è anche da
parte mia mostrato nel primo libro dell’Igiene che di neces-
sità la temperanza del corpo ha un continuo cambiamento
in direzione di una maggiore freddezza e secchezza, sicché
esso viene totalmente a disseccarsi e raffreddarsi nella
vecchiaia e quando abbia proceduto a un grado elevato di
secchezza e di freddezza, l’anima non è più capace di eser-
citare le attività sue proprie, ma, anche quando siamo an-
cora in vita, queste attività si deteriorano seguendo il [de-
terioramento del] corpo, <e dopo di ciò si estingue la vita
per via dell’estinzione dell’anima>. 4 Come dunque è per
il medico in vista dei suoi trattamenti superfluo conoscere
se è immortale l’anima o non immortale, così è anche ri-
guardo alla sua sostanza, se essa è affatto incorporea, come
supponeva Platone, o corporea, come pensa Crisippo, che
ha sì dichiarato che essa consiste in pneuma, ma senza poi
precisare chiaramente, come fece Erasistrato, se il pneuma
psichico sta a sé per conto suo, contenuto in una cavità nel
corpo dell’essere animato, ovvero trapassa per tutti i corpi
solidi, e se lo fa in frammenti minuti, come suppone Empe-
docle che venga per noi la genesi dagli elementi, o è invece
disposto attraverso ogni parte dei corpi solidi, così che nes-
suno di essi è impartecipe dell’anima. Il fatto che in nessun
punto con chiarezza, ma dappertutto risulta che egli dice le

una ripresa delle parole di Crisippo, cfr. SVF II 473, p. 155, 25-28
WKQ\XFKYQLMGLYDQX-SRYoWDoLQH>FRXoDQZ^oSHUNDLWRGHFRYPHQRQDXMWKQ
oZ
PDGL¨R^ORXWRX
oZYPDWRoGLKYNHLQHMQWK
LPLY[HLWK
LSURoDXMWRoZYL
]RXoDQWKQRLMNHLYDQRXMoLYDQRXMGHQJDU\XFK
oD>PRLURQWRX
WKQ\XFKQ
H>FRQWRooZYPDWRo, «l’anima, con la sua sostanzialità, come l’ha il
corpo che l’accoglie, trapassa per tutto il complesso del corpo, sal-
vaguardando nella mescolanza con esso la propria sostanza: nien-
te infatti, del corpo che contiene l’anima, è impartecipe dell’ani-
ma» (da Alessandro di Afrodisia, de mixt.). | RXMGDPRYTLPHYQ: Vlat
ha RXMGDPRYTHQ, stesso errore che a 3.2, ma forse dal morfema sba-
gliato si può qui ricavare un mén correlativo di dé. | IDLYQHWDL
OHYJZQWDXMWDY: si può capire: in nessun punto dei suoi pronuncia-
SRX GLD SDQWRo GH IDLYQHWDL OHYJZQ WDXMWDY GHYGHLNWDL GL¨
H-QRo X-SRPQKYPDWRo R` 3HUL \XFK
o DXMWRmo® SHSRLYKPDL 5
HMJZ G¨, Z-o H>IKQ RXM GXYQDPDL GLDWHLYQDoTDL SHUL \XFK
o
RXMoLYDoR^PZoZ^oS HU DLMoTKWLNRYQWLoZ
PDNDOZ
NDWD WR
SURHLUKPHYQRQ oKPDLQRYPHQRQ RX^WZ NDL \XFLNRQ SQHX
PD
NDLGHYGHLNWDLYPRLNDLNDW¨D>OODWLQDNDLPHYQWRLNDLNDWD
WR H^EGRPRQ X-SRYPQKPD WZ
Q Ñ,SSRNUDYWRXo NDL 3ODYWZQRo
GRJPDYWZQ HL?QDL WRX
WR WR SQHX
PD NDWD WDo NRLOLYDo WRX

HMJN HIDYORX mZ-oR>UJDQRQSUZ
WRQWRX
 ORJLNRX
 WK
o\XFK
o
HMQWZ
LoZYPDWLWRX
HMJNHIDYORX®NDWZLNLoPHYQRXRXMNHMQ}WDL
o
NRLOLYDLo¯DXMWRX

8. 1 2L- PHQ RX?Q SROORL WZ
Q LMDWUZ
Q Z^oSHU JH NDL
WZ
Q ILORoRYIZQ H-WRLYPZo DMQWLOHYJRXoL WDL
o DMS RIDYoHoL Q

menti Crisippo è chiaro, e ripete sempre le stesse cose (ovviamen-


te non chiare); ma si attenderebbe uno spunto polemico ulteriore,
non solo mancanza di chiarezza, ma anche affermazioni contrad-
dittorie, GLD SDQWRoG¨mRXM®IDLYQHWDLOHYJZQWDXMWDY, «e dappertutto
non risulta che dica [mai] le medesime cose». | 3HUL\XFK
o: il li-
bro, non conservato, è forse da identificare con quello menzionato
in de foet. form. 6.30 NDLYPRLSHULWRXYWZQLMGLYDLJHYJUDSWDLNDWDYWHWR
ELEOLYRQHMQZ_LSHUL WZ
QX-SR &UXoLYSSRXOHOHJPHYQZQHMQWRL
o3HUL
\XFK
oDXMWRX
JUDYPPDoLQHMSLoNHYSWRPDLNDLSURoHYWLNDT¨H^WHURQHMQ
Z_LoNRSRX
PDLSHUL Z_QH-DXWZ
LGLDIHYUHoTDLGRNHL
 3ODYWZQHMQWRL
o
SHUL \XFK
oORYJRLo (quest’ultimo biblion difficilmente può essere
l’opera in tre libri menzionata in de libr. propr. 16.3 3HULWZ
QWK
o
\XFK
oPHUZ
QNDLGXQDYPHZQ,WULYD).
7.5 La fine del capitolo è problematica in Vlat, che legge HL?QDL
WRX
WRWRSQHX
PDNDWDWDoNRLOLYDoWRX
HMJN HIDYORX NDWZLNLoPHYQRQ
RXMNHMQ | | DXMWRX
. Siccome qui, come risulta proprio dal ri-
chiamo al settimo libro di de plac. Hipp. et Plat., può essere solo
questione tra cavità (ventricoli) e corpo del cervello, la lacuna si
supplisce quasi da sé con WZ
LoZYPDWL, e però il punto non può esse-
re quello della localizzazione (NDWZLNLoPHYQRQ) del pneuma psichi-
co, ma della sede dell’anima. Galeno sosteneva sì l’opinione erasi-
stratea della sede del pneuma psichico nei ventricoli del cervello,
ma si differenziava riguardo alla localizzazione dell’anima, posta
nel suo corpo. Non ha senso dire che «questo pneuma (psichico)
sta insediato nelle cavità del cervello, non nel <corpo> di esso»;
l’opposizione ha senso solo in riguardo all’anima. La trad. ar.-lat.
medesime cose, si è mostrato in uno specifico commentario
che per parte mia ho composto Sull’anima. 5 Io poi, come
affermavo, non son capace di una risoluta asserzione sulla
sostanza dell’anima; e tuttavia, come un corpo lo chiamo
sensitivo, secondo il significato suddetto, così è anche per il
pneuma psichico; e si è da parte mia mostrato altrove e in
particolare nel settimo commentario Delle dottrine di Ippo-
crate e Platone che questo pneuma è nei ventricoli del cer-
vello <come organo principale della componente razionale
dell’anima, la quale è nel corpo del cervello che> risiede,
non nei suoi ventricoli.
8. 1 La gran parte dei medici dunque, proprio come
dei filosofi, sono [troppo] pronti a contestare le dichiara-

permette di ricostruire il senso del segmento: quod iste spiritus


anime sit in ventriculis cerebri et quod sit primum instrumentorum
anime rationalis, que anima habitat in corpore cerebri, non in ven-
triculis; e de plac. Hipp. et Plat. VII 3 il suo tenore letterale: Z-o
R>UJDQRQSUZ
WRQDXMWK
oRLMNRXYoKoNDWDWRQHMJNHYIDORQ (3.27), X-SROD
EHL
QHMQDXMWZ
LPHQWZ
LoZYPDWLWRX
HMJNHIDYORXWKQ\XFKQRLMNHL
Q … WR
SUZ
WRQG¨DXMWK
oR>UJDQRQ … WRX
W¨HL?QDLWRSQHX
PD (3.21), WRORJLNRQ
WK
o\XFK
o (VII 1.15, IV 6.37). In Vlat è evidentemente caduto un
segmento per salto du même au même, HMJNHIDYORX … HMJNHIDYORX, e
la lacuna sarà dovuta all’imbarazzo della patente contraddizione
che ne risultava: «nelle cavità del cervello avente sede, non nelle
cavità sue». Per tutta la questione (sede del pneuma psichico, sua
non identificazione con l’anima, esperimenti anatomici e discus-
sione dei risultati raggiunti da Erasistrato), v. tutto il capitolo di de
plac. Hipp. et Plat. VII 3.

8.1 Brusco passaggio dalla discussione sull’anima (sua sostanza


e sede) a una dichiarazione di principio metodologica (v. anche
sotto, 12.10), nel cui contesto si fa anche un eccentrico riferimento
a un problema astronomico: Nutton ha giustamente richiamato
l’inizio del libro ottavo di de plac. Hipp. et Plat.; là si oppongono
alle argomentazioni di Galeno (date nei libri precedenti) relative
all’individuazione di tre istanze psichiche connesse a cervello,
cuore e fegato, e messe sullo stesso piano di quelle condotte dagli
scienziati, le dichiarazioni svergognate e le contestazioni inconsi-
stenti dei filosofi (e si richiama in proposito un teorema di Euclide
Z^oSHU RL- WRQ K^OLRQ DMSLoWRX
QWHo WK
o JK
o SDYoKo PHLY]RQD
WRL
oDMSRGHLY[DoLQDMOKTHoHL?QDLWRX
WRWRXoG¨DMOKYTHLDmQ®
WLPZ
QWDoHX^U RLo D@Q RXM NDMQWLORJLYDooNRSRQH>FRQWDoRXMG¨
HMSLTXPRX
QWDoHX-UHL
QR`GLDEDORX
oLQDMOO¨R^WDQDMNRXYoZoLQ
HMSDJJHOORPHYQRXWL QRo DMSRGHLY[HLQR-WLRX
QDMNRXYHLQDXMWRX

WDoDMSRGHLY[HLoSRTRX
oLQNDL NULYQDQWHoDXMWDoHMQFURYQZL
SOHLYRQLGXRL
QTDYWHURQSUDYWWRX oLQ K@ DMQWLOHYJRXoLQZ_Q
NDWHYJQZoDQK@WRXoDMQWLOHYJRQWDoHMOHYJFRXoLQRXMPKQSURYo
JHWDoDMSRIDYoHLoD-SOZ
oSRLRX
QWDLWDoDMQWLORJLYDoND@QR^WL
PDYOLoWDSDUDYGR[RLWXYF Y ZoLQRX?oDL 2WRL
oWRLRXYWRLoRX?Q
R- ORYJRo R^GH JHYJUDSWDL SURWUHYSZQ HMSL WDo JHJUDPPHYQDo
K-PL
Q DMSRGHLY[HLo X-SHU H-NDYoWRX WZ
Q HLMUKPHYQZQ GRJPDYWZQ
HMOTRYQWDo HMNHLYQDmo® oNRSHL
oTDL PK WD oXPSHUDYoPDWD
DXMWZ
Q  DXMWD NDT¨ DX-WD NULYQHLQ HMSLFHLUHL
Q HXMTXo JRX
Q
R^WL WUHL
o DMUFDL NLQKYoHZQ H-WHURJHQZ
Q HLMoLQ HMQ K-PL
Q
DMQDJNDL
RQHMJQZ
oTDL SURYoWHWR HM[HXUHL
QWDoWK
o\XFK
o
DMUHWDo SURYo WH WRQ H`[ DMULTPRQ HX-UHL
Q WZ
Q WK
o \XFK
o

che dimostra la centralità della terra nel cosmo [Fenomeni 1, cfr.


Euclide, Tutte le opere, a cura di F. Acerbi, Bompiani, Milano 2007,
p. 2252]). | H-WRLYPZo: cfr. in Hipp. nat. hom. comment. I 7 in fine, RL-
SROORL GH WDoPHQDMSRGHLY[HLoRMNQRX
oLPDQTDYQHLQDMQWLOHYJRXoLGH
RL_ o  RXM N  L> o DoLQ H- W RLY P Zo RX_  WRXM Q DQWLY R Q RL-  ILORPDTHL
o  WH NDL
DMOKTHLYDoHMUDoWDL[v. subito sotto] SUDYWWRXoLILORSRYQZoPHQHMNPDQ
TDYQRQWHoWDoDMSRGHLY[HLoRMNQKUZ
oGH DMQWLOHYJRQWHo – l’avverbio si
pone sulla stessa linea di SURSHWZ
o a 12.10. | WRQK^OLRQ: che il sole
fosse più grande della terra è dottrina già acquisita fin dal IV sec.
a. C.; cfr. Platone, Epin. 983 a SUZ
WRQWR PHYJHTRoDXMWZ
QGLDQR
KTZ
PHQRXMJDYUZ-ooPLNUDIDQWDY]HWDLWKOLNDX
WDR>QWZoHMoWLYQDMOO¨
DMPKYFDQRQH^NDoWRQDXMWZ
QWRQR>JNRQSLoWHX
oDLG¨D>[LRQDMSRGHLY
[HoLQJDUL-NDQDL
oODPEDYQHWDLWRQJDUK^OLRQR^ORQWK
oJK
oR^OKo
PHLY]ZGLDQRKTK
QDLGXQDWRQRMUTZ
o (ma diversamente Epicuro, ad
Pyth. 91; v. Aet. plac. II 21; e J. Barnes, The Size of the Sun in Anti-
quity, «Acta Class. Univ. Scient. Debrecen.» 25, 1989, 29-41). | DMOKY
THLDQWLPZ
QWDo: cfr. de an. aff. dign. et cur. 8.8 GRY[KoWHNDLWLPK
oR-
SDWKUHL>TLoHY PHNDWDIURQHL
QDMOKYTHLDQPRYQKQWLPZ
QWD (e de plac.
Hipp. et Plat. VI 5.18; VII 1.17; de purg. med. fac. 11.323, 8-324,
4 K). | Z_QNDWHYJQZoDQ: nonostante l’incisivo e prezioso chiasmo
con anafora e omoteleuto (antilégousin : katégnōsan / antilégontes:
zioni [che vengono fatte], come [è per] quanti non vogliono
prestar fede, riguardo al sole più grande di tutta quanta la
terra, a coloro che hanno dato dimostrazione del fatto che
ciò è vero; ma quelli che onorano la verità, tu potrai trova-
re che non hanno l’obiettivo di una contestazione, né che
hanno voglia di trovare un punto [in una dichiarazione] che
riusciranno a screditare, ma in caso sentano uno proclama-
re di poter dimostrare alcunché, hanno desiderio di sentire
le sue dimostrazioni; e datone un giudizio preso dopo un
tempo prolungato, fanno una delle due cose: o contestano i
punti che hanno disapprovato ovvero confutano quelli che
li contestano; di certo non fanno contestazioni pure e sem-
plici delle loro dichiarazioni, per quanto si trovino a essere
paradossali. 2 Per uomini del genere dunque si è scritto
questo discorso qui, che li esorta, giunti che essi siano alle
dimostrazioni da noi scritte riguardo ciascuno dei punti
dottrinari detti, a passare quelle dimostrazioni in esame,
non metter mano a giudicare le conclusioni in sé e per sé.
Per esempio, il fatto che ci siano in noi tre principi di mo-
vimenti eterogenei è un dato di conoscenza necessario in
vista del ritrovamento delle virtù dell’anima [e in vista del
numero sei da ritrovare delle virtù dell’anima] e di come sia

elénkhousin), Z_Q è un neutro (riferito in maniera più generica alle


dimostrazioni: «contestano quei punti delle dimostrazioni che
hanno condannato»; cioè Z_QNDWHYJQZoDQ non è omologo a WRL
o
NDWDJQZoTHL
oL masch.); così anche nella trad. ar.-lat. vel expellit a
se sententias falsas que erant formate in ipsam.
8.2 WUHL
oDMUFDLNLQKYoHZQ: si ritorna al tema; per questi tre prin-
cipi, v. sopra 3.3-5 e sotto, 8.4, 10.4; l’intermezzo metodologico è
inteso a sottolineare l’importanza di questo conoscimento (HXMTXo
JRX
Q è formula che marca la transizione «immediata» da un’affer-
mazione di carattere generale al caso specifico), e, a differenza di
Crisippo (sotto, .4), non solo in campo strettamente scientifico, ma
anche etico e medico-etico. In questo scritto Galeno può solo ri-
chiamare i sumperasmata, rilevandone l’importanza, ma altrove
(de plac. Hipp. et Plat.) ha saputo dare dimostrazioni esaurienti e a
esse vuole rimandare con enfasi. | H`[DMULTPRYQ: il numero sei con le
DMUHWZ
QžR^SZoWHNWKWHYR Q DXMWDYoHMoWLQDMQDJNDL
RQGHNDL
SURoWKQWZ
Q\XFLNZ
QSDTZ
QL>DoLQ
3RXMPKQR^WLJHWRPHQmHMQ®HMJNHIDYOZLNDWZYLNLoWDLWRG¨
HMQ NDUGLYDL WRG¨HMQK^SDWLWZ
QDMQDJNDLYZQHMoWLQHLMoWDX
WD
NDLWRX
W¨H>UJZL3ODYWZQH>GHL[HQHMQPHQWK
L3ROLWHLYDLWULYD
WK
o\XFK
oHL>GKOHYJZQHL? QDL FZULoWRX
 SHUL WZ
QWRYSZQ
WRX
oZYPDWRoHMQRL_oH^NDoWRQRLMNHL
PQKPRQHX
oDLNDWDGH
WRQ7LYPDLRQHMQZ_LWKQIXoLNKQTHZULYDQH> THWR RXM WULYD
PRYQRQ HL>GK WKQ R^OKQ H>FHLQ K-PZ
Q \XFKQ DMSRIKQDYPHQRo
DMOOD NDL WULFK
L NDWZLNLoPHYQD WR PHQ HMQ HMJNHIDYOZL
WR G¨ HMQ K^ SDWL WR G¨ HMQ NDUGLYDL 4 &UXYoLSSRo GH NDL
RL- PHW¨ DXMWRQ SHUL PHQ K-JHPRQLNRX
 \XFK
o HMQ Z_L PRULYZL
oZYPDWRo NDWZYLNLoWDL JHJUDYIDoLQ RXMN H> GHL[DQ GHY HLMo
R^ WL FUKYoLPRQ HMJQZ
oTDL WRX
WR WRL
o WKQ SROLWLNKQ NDL
SUDNWLNKQ ILORoRILYDQ PHWDFHLUL]RPHYQRLo Z^oSHU RXMGH
WD WZ
QEURQWZ
QNDLNHUDXQZ
QNDLoHLoPZ
QNDLFDODY]Ko
WH NDL FLRYQRo NDL L>UHZYQ WH NDL DMQTKOLYRX NDL GRNLYGZQ
NDL WK
o JLQR PHYQKo  SROODYNLo D^OZ SHUL WRQ K^OLRQ K@ WKQ
oHOKYQKQ D-SOK
o K@ GLSOK
o K@ WULSOK
o HMQLYRWH IDLQRPHYQKo

virtù dell’anima non c’entra niente e l’intero segmento, originatosi


da falsa distinctio (HM[HXUHL
Q > H`[HX-UHL
Q), va solo secluso; cfr. Lami
2011.
8.4 Apparente riconoscimento nei confronti di Crisippo e dei
suoi seguaci, che si sono pur pronunciati sull’hēgemonikón
dell’anima (ma con una tesi, del cuore come sua sede, duramente
contestata da Galeno; su questa tesi cfr. SVF II 834-849); e però
non sono stati capaci di collegare questa indagine scientifico-teo-
rica con le esigenze della vita pratica e dell’etica, come non sono
riusciti a collegare a esse le loro ricerche «meteorologiche» (ivi,
697-707). «Questo era un tema comune di alcuni medio-platonici,
che, come Galeno, ponevano la loro filosofia in contrasto con
quella del saggio stoico assai lontano dalle preoccupazioni prati-
che del mondo», Nutton, p. 169, con rimando a P.L. Donini, Le
scuole, l’anima, l’impero. La filosofia antica da Antioco a Plotino,
Paravia, Torino 1982, pp. 43-45; per questa serie di fenomeni cele-
sti, cfr. de plac. Hipp. et Plat. VII 7.11. | SURoILYORQ¨(SLNRXYUHLRQ: a
differenza dello scritto indirizzato all’ignoto Stoico, questo prece-
possibile acquisirle; ed è anche una conoscenza necessaria
per la cura delle patologie psichiche.
3 Di certo, il fatto che un principio risieda nel cervello,
un altro nel cuore e un altro ancora nel fegato, non è una
delle conoscenze necessarie a questi fini. Questo punto l’ha
di fatto mostrato Platone, che nella Repubblica dice che tre
sono le forme dell’anima senza far menzione dei luoghi del
corpo in cui ciascuna risiede; ma nel Timeo, in cui ha posto
la sua teoria naturalistica, ha dichiarato non solo che tre
forme ha la nostra anima nel suo complesso, ma anche che
ha un triplice insediamento: l’una nel cervello, un’altra nel
fegato e un’altra ancora nel cuore. 4 Crisippo però e i suoi
seguaci, riguardo al principio direttivo dell’anima, in quale
parte del corpo risiede, l’hanno sì scritto, ma non hanno mo-
strato per che cosa è utile tale conoscenza a quanti hanno a
che fare con la filosofia politica e pratica, così come neppure
per quanto è dei tuoni, dei fulmini, dei sismi, della grandine
e della neve, di iridi e parelio e di meteore, e dell’alone che
si ha molte volte attorno al sole e alla luna, che alle volte
appare semplice o duplice o triplice, e di tutti gli altri feno-
meni che sono propri della teoria cosiddetta meteorologica.
In effetti, questi fenomeni sono a buona ragione oggetto di

dente commentario è con molta probabilità da identificare con


quello menzionato, tra i libri concernenti la filosofia epicurea, in
de libr. propr. 19.2 (LMK-IXoLRORJLYDFUKYoLPRoHLMoWKQKMTLNKQILORoR
ILYDQH^Q. | WLYWK
oIXoLNK
oTHZULYDo: l’indagine naturalistica e mete-
orologica non è del tutto estranea agli interessi del medico (v. in
Hipp. epid. VI comment. IV 20), anche se le questioni ultime, inuti-
li per il medico e per la vita pratica, sono riservate ai filosofi spe-
culativi (de plac. Hipp. et Plat. VIII 3.2; IX 7.9-10 [per cui v. sopra
il cap. , e cfr. l’attacco: PRYQRLoRX?QHMNHLYQRLoWRL
oILORoRYIRLoNDLWR
PKGHQ HLMo K?TRYo WH NDL WDo SROLWLNDo SUDY[HLo FUKYoLPRQ ]KWHL
Q
DMNRYORXTRYQHMoWLQR^oRLWKQTHZUKWLNKQILORoRILYDQHL^ORQWR]; 9.9-12
[sui tre principi]). | JQZ
oLQ: è emendamento di I. Garofalo di
IXY o LQ di Vlat (lo scambio indotto probabilmente da IXoLNK
o
THZULYDo).
R^oDW¨D>OODWK
oPHWHZU ROR JLNK
oRMQRPD]RPHYQKoTHZULYDo
HMoWLYQ NDL JDU NDL WDX
WD PRYQRLo WRL
o WKQ THZUKWLNKQ
ILORoRILYDQ PHWDFHLUL]RPHYQRLo HXM ORYJZo  HM]KYWKWDL NDLY
PRL DXMWR WRX
WR GHYGHLNWDL GL¨ H-QRo PHQ X-SRPQKYPDWRo
H>PSURoTHYQ SRWH SURo ILYORQ ¨(SLNRXYUHLRQ JUDIHYQW Ro 
DX?TLoGH GL¨H-WHYURXSURodWZL!NRYQLMDWURL
oPHYQWRLWRYQWH
SHUL WZ
QWULZ
QDMUFZ
QORYJRQH>GHL[DFUKYoLPRQX-SDYUFRQWD
NDL W LY WK
o  IXoLNK
o THZULYDo HLMo WKQ WRX
 oZYPDWRo K-PZ
Q
JQZ
oLQDMQDJNDL
RQK@FUKYoLPRYQSZYoHMoWLQ
9. 1 ¨(SHGHLYFTK GHY PRL FUKYoLPRQ L-NDQZ
o X-SDYU FRQ,
NDLYWRL J¨ KMPHOKPHYQRQ X-SR WZ
Q SOHLYoWZQ GLHOHYoTDL WDo
JLQRPHYQDoHMQWRL
ooZYPDoLQDMOORLZYoHLoGLWWDoJDUHL?QDL
NDWD JHYQRoDXMWDYoH-WHYUDoPHQNDWD PLYDQSRLRYWKWDWZ
Q
GUDoWLNZ
QDMSRWHORXPHYQDoTHUPRYWKWDNDL \XFURYWKWDNDL
X-JURY WKWD  NDL [KURYWKWD GLDIHURXYoDo G¨ H-WHYUDo DXMWZ
Q
WDoNDT¨R^OKQWKQLMGLRYWKWDWK
oGUZYoKoRXMoLYDo
2HMGHLYFTKG¨H>QLDHMQWRL
o3HU LWK
o WZ
QD-SOZ
QIDUPDYNZQ
GXQDYPHZo NDWD WR THUPDLYQHLQ K@ \XYFHLQ K@ X-JUDLYQHLQ K@
[KUDLYQHLQHQ> LDGHNDWDoX]XJLYDQHQM HUJRX
QWDWRTHUPDLYQHLQ
D^PDNDLX-JUDLYQHLQK@WR\XYFHLQD^PDNDL[KUDLYQHLQ H^WHURQ
GHJHYQRoHL?QDLIDUPDYNZQNDWDWKQLMGLRYWKWDWK
oR^OKoRXMoLYDo
HMQHUJRXYQWZQ WRLDX
WDG¨ HMGHLYNQXRQR>QWDWDYWHNDTDLYURQWD
NDL WD GKOKWKYULD NDORXYPHQD, GLDIHYURQWD WZ
Q D-SOZ
o
TDQDoLYPZQRMQRPD]RPHYQZQWZ
LWD PHQGKOKWKYULDPKGHYSRW¨

9.1 Questa prima frase parla dei cambiamenti nel corpo in ge-
nerale; si entra poi più nel merito con i cambiamenti che si hanno
in relazione ai farmaci (2); ma il dato «nuovo» che viene in questo
modo preparato è quello relativo ai cambiamenti che avvengono
nel corpo NDT¨ R^OKQWKQRXMoLYDQ (3) e che sono prerogativa di cia-
scuna delle parti del corpo, con un parallelismo che si stabilisce tra
l’azione dei farmaci purgativi e letali e l’azione «naturale» che av-
viene nella digestione, nell’ematopoiesi e nei processi di accresci-
mento e nutrimento.
9.2 Da HMGHLYFTK fino a 10.3 JUDYPPDWL si ha un estratto in P; anco-
ra per 9.2 da H^WHURQGHJHYQRo a SROODYNLoFUZYPHTD si aggiunge una
indagine solo da parte di quanti hanno a che fare con la
filosofia teorica; ed è proprio questo un punto che è stato
da me mostrato in uno specifico commentario, scritto una
volta dapprima all’indirizzo di un amico epicureo e poi in
seguito, in un altro, all’indirizzo di uno stoico. Eppure ho
mostrato che ai medici risulta utile questo discorso riguar-
do i tre principi e che cosa della teoria naturalistica è neces-
sario per la conoscenza del nostro corpo o comunque utile.
9. 1 È stato poi anche da me mostrato che è cosa assai
utile, anche se trascurata dalla grandissima parte, fare una
distinzione delle alterazioni che si hanno nei corpi, perché
esse sono di due tipi; le une che si compiono secondo una
delle qualità attive: caldezza, freddezza, umidità e secchez-
za; le altre, diverse da esse, sono quelle che si hanno secon-
do la peculiarità nel suo complesso della sostanza agente.
2 Ed è stato mostrato, nei libri Sulla facoltà dei rimedi
semplici, che alcuni [di essi] agiscono nel senso di riscaldare
o di raffreddare o di inumidire o di disseccare, alcuni altri
in congiunzione determinando il riscaldare e l’inumidire
insieme o il raffreddare e il disseccare insieme; altro è in-
vece il genere di rimedi che agiscono secondo la peculiarità
della loro sostanza nel suo complesso. Di tal genere mo-
stravo che sono i rimedi purganti e quelli cosiddetti letali,
che differiscono da quelli detti semplicemente mortali per
il fatto che i rimedi letali mai ci possono essere di giova-

citazione in uno scolio a de temp. III 3 in Q. La citazione del titolo


di de simplicium medicamentorum facultate in questa forma (sen-
za NUDYoHZoNDLY, senza temperamentis ac, come è invece nei mss.
recenti e nelle edizioni) è quella costante in Galeno ed è da rite-
nersi originale, cfr. anche de ord. libr. suor. 2.10. | NDWDoX]XJLYDQ:
queste azioni in base a una sola qualità o a una coppia di qualità
sono anche dei cibi e delle bevande, o anche dei fattori esterni, cfr.
de sanit. tuenda I 13.7. La costruzione normale è HMQHUJHL
QNDWDY,
ma qui si è voluto evitare il bisticcio NDWD oX]XJLYDQHMQHUJRX
QWD
NDWD WR THUPDLYQHLQ: per l’uso transitivo in casi come questi, cfr.
ZMIHOHL
QK-PD
o, WD GH TDQDYoLPDIHYUHLQZMIHYOHLDQH>oT¨ R^WH
EUDFHYD ODPEDQRYPHQD NDL PHWD PLY[HZo HMQLYRWH FUKoLYPZQ
WLQZ
Q RX^WZ JRX
Q NDL WZ
L WK
o PKYNZQRo RMSZ
L SROODYNLo
FUZYPHTD 3WZ
QG¨ ZMIHORXYQWZQK-PD
oIDUPDYNZQH>QLDPHQ
NDWD PLYDQ K@ GXYR SRLRYWKWDo HMQHUJRX
QWD, WLQD G¨ R^OKL WK
L
WK
oRXMoLYDoLMGLRYWKWL NDLPHYQWRLNDLWZ
QWK
oIXYoHZoH>UJZQ
H>QLDPHQX-SRPLD
oK@GXYRJLYQHoTDLSRLRWKYWZQ, H>QLDGHNDT¨
R^OKQWKQRXMoLYDQ, Z-oWDoHMQWK
LJDoWUL SHY\HLoDL-PDWZYoHLo
WHNDT¨ K_SDUH>WLWHWDoNDT¨ H^NDoWRQPRYULRQDXM[KYoHLoWH
NDL TUHY\HLo X-SDYUFHLQ WH WDo HMQHUJHLYDo WDXYWDo D^SDQWL
PRULYZLWRX
]ZYLRX [61r] GLRLNHL
mQ®JDUH^NDoWRQH-DXWRNDWD
WDoIXoLNDoRMQRPD]RPHYQDoGXQDYPHLo, D`oNRLQDoH>FHLSURo
WD IXWDY, NDTDYSHUWL]Z
LRQH-DXWR GLDoZ
L]RQ, HL> JHWR PHQ
RLMNHL
RQH^ONHL, WR G¨ DMOORYWULRQDMSRNULYQHLPHWDEDYOOHLWH
NDL DMOORLRL
 NDL HM[RPRLRL
 SURoWKQH-DXWRX
 IXYoLQH^NDoWRQ
WZ
QH-OFTHYQWZQ.

12.245, 7-246 K. | NDWDWKQLMGLRYWKWD: cfr. de simpl. med. fac. 11.705,


11-17 K. | WDGKOKWKYULD: cfr. de simpl. med. fac. 11.767, 3-13, dove
ND@QHMODYFLoWDOKITK
L conferma la trad. ar.-lat. cum in parva quanti-
tate sumitur (nel sintagma EUDFHYDODPEDQRYPHQD PQ hanno EUD
FHL
DQ, accettato dagli editori, e Vlat non si legge: v. anche de temp.
III 3 p. 99, 5-9 EUDFHYDGLGRYPHQD). | WZ
LWK
oPKYNZQRoRMSZ
L: per l’op-
pio, oltre ai passi richiamati qui sopra cfr. anche in Hipp. acut.
comment. II 12 (dove si noti EUDFX GKY WLPHYURoODPEDYQRQWHoDMSR
ODXYRPHQ...PHJDYOKoZMIHOHLYDo); v. J. Scarborough, The Opium Pop-
py in Hellenistic and Roman Medicine, in R. Porter, M. Teich (a
cura di), Drugs and Narcotics in History, Cambridge University
Press, Cambridge 1994, pp. 4-23.
9.3 R^OKLWK
LWK
oRXMoLYDoLMGLRYWKWL: si veda in Hipp. epid. VI com-
ment. VI 6; Galeno aveva trattato l’argomento in specifici com-
mentari (cfr. PKPRYQRQZMIHYOHLDLNDLEODYEDLWRL
ooZYPDoLQK-PZ
QJLY
QRQWDLNDWD WDoWZ
QR-PLORXYQWZQD-SOD
oSRLRYWKWDoDMOOD NDL NDT¨
R^OKQWKQRXMoLYDQHMPDYTHWHJDUNDLWRX
WRGL¨H-WHYUZQX-SRPQKPDYWZQ, e
alla fine SHULZ_QHMQWRL
oNDWD WKQLMGLRYWKWDWK
oR^OKoRXMoLYDoZMIH
ORX
oLYWHNDLEODYSWRXoLHL>UKWDL [qui anche si torna sulla distinzio-
ne tra farmaci mortali e letali: nonostante il commento in appara-
to di Wenkebach, il riferimento deve essere a de simpl. med. fac.]).
Quel che va notato è che nel giro di pochi righi due volte holē è
mento, mentre quelli mortali possono apportare talora un
giovamento se assunti in modica quantità e in mescolanza
talvolta con alcuni rimedi utili; è così dunque che spesse
volte facciamo ricorso al succo di papavero. 3 Dei rimedi
che ci sono di giovamento, alcuni sono quelli che agisco-
no secondo una sola o due qualità, altri con la peculiarità
nel suo complesso della loro sostanza. Ebbene, anche delle
operazioni della natura, alcune si hanno a opera di una sola
o due qualità, alcune altre secondo la loro sostanza nel suo
complesso, come le cozioni nel ventre, le produzioni di san-
gue nel fegato e ancora, in ciascuna parte [del corpo], gli
accrescimenti e i nutrimenti; e queste attività si hanno per
ciascuna parte dell’essere vivente; in effetti, ciascuna parte
regola se stessa secondo le cosiddette facoltà naturali, che
ha in comune con le piante, quasi fosse un essere vivente
[autonomo] che salvaguarda se stesso, se è vero che tira a
sé ciò che a essa è appropriato, espelle ciò che è estraneo e
cambia e altera e assimila alla propria natura ciascuno degli
elementi che sono stati attirati.

attribuito all’idiotēs, la peculiarità, due volte invece all’ousia, la


sostanza; non è il caso di intervenire, solo di segnalare che tutte le
occorrenze in de simpl. med. fac. (una decina, più una in de comp.
med. sec. loc. 12.955, 5-6 K) esibiscono il nesso K-LMGLRYWKoWK
oR^OKo
RXMoLYDo (e così in Hipp. nat. hom. comment. II 4, in Hipp. epid. VI
comment. VI 6 [p. 344, 19 e 345, 11]); invece il nesso K-R^OKLMGLRYWKo
WK
oRXMoLYDo si ritrova solo in de loc. aff. 8.115, 10 e in de comp. med.
per gen. 13.435, 17 K. «[Galeno] afferma che la cozione nel ventre,
la produzione di sangue nel fegato e la nutrizione e l’accrescimen-
to in ogni parte del corpo sono attività basate sulla sostanza nella
sua interezza. In altre parole, le funzioni centrali dell’essere vi-
vente non sono determinate da una o due delle qualità primarie
aristoteliche soltanto, ma dalla loro commistione, che non può es-
sere descritta con precisione in termini quantitativi ... In questo
contesto, [l’ipotesi di Galeno] stabilisce un nesso con la teoria
dell’azione dei farmaci che egli ha appena delineato. Proprio co-
me i farmaci più letali sono quelli che agiscono tramite la peculia-
rità della loro sostanza nel suo complesso, così le parti del corpo
10. 1 ¨(SLNRXULYDoG¨DXMWD GHL
oTDLSURoWR GLDPHYQHLQ
HMQWZ
LNDWD IXYoLQ, K^SDWRoHMSLSHYPSRQWRoPHQD^PDWURIKQ
HMSLWKYGHLRQ DXM[DYQRQWRoGHWDoGXQDYPHLo, HL>SRWHNDYPQRLHQ
HL?QDL JDU RL_RYQ WLQD H-oWLYDQ NDL SKJKQ DXMWR WZ
Q IXoLNZ
Q
GXQDYPHZQ, Z^oSHUHMQWRL
oIXWRL
oWRPHYURoHMNHL
QR, NDT¨ RX_
oXPEDYOORXoLQDL- U-LY]DLWZ
LSUHYPQZL PHYFULJDUD@QWRX
WR
GLDoZYL]KL WKQ H-DXWRX
 GXYQDPLQ, D@Q NDL WZ
Q U-L]Z
Q WL NDL
WZ
QNODYGZQDXMDQTK
L, oZYL]HWDLWRIXWRYQ 2 RXMPKQR-PRLYZo
JH WDXYWKL WKQ HM[ HMJNHIDYORX FRUKJRXPHYQKQ GXYQDPLQ
DLMoTKYoHZYoWHNDLNLQKYoHZoH-NDYoWZLWZ
QPRULYZQX-SDYUFHLQ
HMQJDUWZ
LJLYQHoTDLWKQX^SDU[LQH>FHLQWDXYWKQ, RXMNHMQWZ
L
GLDPHYQHLQ, HMSLY WH WZ
Q DMQTUZSLYQZQ oZPDYWZQ R^oD WH WZ
Q

più importanti funzionano nello stesso identico modo», Nutton, p.


173. | NDTDYSHUWL]Z
LRQ: il paragone è notevole: che ogni parte
(organo) del corpo sia dotata delle quattro facoltà naturali è cosa
che Galeno ripete spesso (cfr. de nat. fac. I 12 in fine; III 12; de usu
part. IV 13), impressiona invece che un organo sia equiparato a un
individuo autonomo. In de semine I 2.12 (v. anche de loc. aff. 8.425,
4 K) si riprende l’immagine platonica dell’utero come animale
bramoso di mettere al mondo figli; in de foet. form. 6.8 si dice di
un medico non nominato che riferendosi ai muscoli della lingua
aveva paragonato l’atteggiarsi di ciascuno di essi nell’articolare
un suono a un animale che si rende conto della nostra volontà
(NDLY WLoH>IKNDTDYSHUWL]Z
LRQH^NDoWRQPX
QWK
oERXOKYoHZoK-PZ
Q
DLMoTDQRYPHQRQHMSLoSD
oTDLY WHNDL SHULDYJHLQWKQJOZ
WWDQHLMoWR
SURoK
NRQoFK
PDWK
LU-XTPL]RPHYQKLIZQK
L). Qui però il paragone
stabilisce una più profonda analogia tra il singolo organo e l’indi-
viduo. Sulle facoltà naturali (che hanno anche le piante), cfr. so-
pra 3.5 e qui sotto 15.6-9.

10.1 NDYPQRLHQ: l’essere «fiacco» (ma anche «malato») è detto


spesso in riferimento alle facoltà (naturali), e anche che possono
essere «spossate, deboli» (DMoTHQHL
o), «senza forza» (D>UUZoWRL,
l’agg. vale anche per «infermo»), così come di contro possono es-
sere «robuste» (HX>UZoWRL, cfr. 5.2 in riferimento alla qualità «cal-
do»). | H-oWLYDQNDLSKJKYQ: per entrambi i termini della similitudine
in relazione al fegato, cfr. in Hipp. progn. comment. II 37 in fine (in
de usu part. VI 7, p. 318, 15-20, sono in relazione al cuore); per il
10. 1 D’aiuto, esse parti, abbisognano per permanere in
una condizione conforme a natura, col fegato che al con-
tempo invia il nutrimento conveniente e accresce le loro
facoltà, se mai si debilitassero; in effetti esso è come una
specie di focolare e di sorgente delle facoltà naturali, come
nelle piante quella parte in cui convergono le radici col
ceppo: finché questa parte mantenga salva la sua facoltà,
anche se una radice o un ramo arrivino a seccarsi, la pianta
si salva. 2 Di certo non negli stessi termini di essa risulta
la facoltà di sensazione e movimento che dal cervello vie-
ne provveduta a ciascuna delle parti [del corpo], perché sta
nel suo divenire la sua realtà, non nel suo permanere, per i
corpi umani e per quanti degli animali non sono di natura

fegato come SKJKY, cfr. de meth. med. 10.635, 12 K, e come H-oWLYD de


nat. fac. III 7, p. 219, 13-15 (ma insieme ad altri «focolari»; in riferi-
mento al cuore è detto sopra a 3.4). | WZ
LSUHYPQZL: anche l’imma-
gine del premnon è ricorrente (per es. riguardo alle diramazioni
delle arterie e quelle dei nervi); in relazione al fegato, l’immagine
(anzi qualcosa di più: si tratta di studiare in corpore vili se le vene
hanno la loro origine nel fegato, D>JHGKY PRLWKQHLMNRYQDNDMSL WD
]Z
LD) è molto prolungata in de plac. Hipp. et Plat. VI 3.10-15: «e
col passare del tempo, se il seme dovesse essere il seme di un gran-
de albero, la sua porzione che si dirige verso l’aria diventa ceppo,
quella che affonda in terra radice, e si scindono in molte scissioni
entrambe le porzioni, se dovesse essere il seme di un albero che si
scinde in molte diramazioni. Solo un principio dunque vi è della
generazione e della crescita per tutte le parti della pianta, quel
luogo da dove va in alto il ceppo e il principio della radicazione in
basso, e risulta che la facoltà che regola l’albero è da là che prende
le mosse come da un focolare (NDTDYSHUH>NWLQRoH-oWLYDoK- GLRL
NRX
oDWRGHYQGURQGXYQDPLoHMNHL
THQR-UPZPHYQK)»; cfr. sotto 13.2.
10.2 X^SDU[LQ: cfr. de diff. puls. 8.742, 2 K R- oIXJPRoHMQWZ
LJLY
QHoTDLWKQX^SDU[LQH>FZQZ^oSHUNDLSD
oDNLYQKoLo, syn. libr. de puls.
9.459, 4 K; per l’opposizione v. anche in Hipp. epid. III comment. I
4 (p. 18, 9-14). | RXMSRYUUZ: la relativa con R^oRQ è di frequente ellit-
tica, ma non in luoghi similari, cfr. 2.423, 1; 4.105, 15; 665, 16 K; ci si
chiede se non sia da integrare HMoWLY, per es. R^oDW¨HMmoWL®WZ
Q oppure
IXYoLQmHMoWL®WRX
.
]ZYLZQRXMSRYUUZWKQIXYoLQWRX
DMQTUZYSRX 3 RX^WZGHNDL
WK
oWZ
QDMUWKULZ
QNLQKYoHZoWKQGXYQDPLQHMSLUUHL
QDMSRWK
o
NDUGLYDo, RXM PKQGLDPHYQHLQJ¨HMQDXMWDL
o, WDoGH IXoLNDo
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QPRULYZQ· HLMoGHWRGLDPHYQHLQWKQHXMNUDoLYDQWK
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QRXMoPLNUDQJLYQHoTDLERKYTHLDQHMNWZ
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Q, Z-o
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L3HULFUHLYDooIXJPZ
QGHYGHLNWDLJUDYPPDWL
4 SDUDNRKGHYWLoDMNRORXTKYoHLWRL
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Q WHOHLYZQ
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LD
SHYSHLoTDLYIKPLWLYoG¨HMoWLQK-GLDSODYWWRXoDWDNXRXYPHQD
GXYQDPLoK@WLYoRXMoLYDPKJLQZYoNHLQ
11. 1 µ2oRL JDU RL>RQWDL WKQ DXMWKQ HL?QDL WK
L WD
IXWD WHž JHQQZYoKL NDL GLDSODWWRXYoKL GRNRX
oLY PRL
PK SDUDNRORXTHL
Q WK
L WHž WK
L WHYFQKL WK
o NDWDoNHXK
o

10.3 De usu pulsuum in quattro libri (5.149-180 K); cfr. de libr.


propr. 8.1.
10.4 GLDSODYWWRXoD: v. sopra 3.5 e sotto 11.5. | WHFTHYQWD: Vlat ha
OHFTHYQWD, corretto da I. Garofalo in base alla trad. ar.-lat. regimen
animalium postquam sunt generata. | SHYSHLoTDLYIKPL: la radice è la
stessa (SHLT-, SLT-, lat. fido, fides), ma SHYSHLoTDL si colloca a un li-
vello gnoseologico superiore rispetto a SLTDQRYQ (anche in 3.1 la
«convinzione» di Galeno che ci sia un’anima per gli uomini è soli-
damente fondata, ma il punto è quello relativo all’essenza dell’ani-
ma, alla sua mortalità o immortalità); e in effetti a proposito dei
tre principi a 3.3 si parla di «dimostrazioni» date, di apodeixeis, e
così anche in 8.2; il pithanon è invece solo il «plausibile» (cfr. 1.4;
in 11.4 è posto sullo stesso piano di eulogon; 12.5; a 13.6 è ben di-
stinto da ciò che «vero» e così a 14.4; v. ancora 13.7; 15.1; 15.8; e il
plausibile a 11.2 è detto «non vero», e così anche a 12.1).

11.1 WK
LWHYFQKL: lo statuto dei vegetali nel mondo vivente è un
punto molto delicato in Galeno; in de sem. 9.13 muove un rimpro-
vero ad Aristotele per le spiegazioni differenziate, in relazione al-
lontani dall’uomo. 3 Così anche la facoltà del movimento
delle arterie fluisce a partire dal cuore, e però non permane
in esse, mentre le facoltà cosiddette naturali rimangono, in-
nate, nelle sostanze delle parti [del corpo]; e per il permane-
re della buona temperanza della loro sostanza non piccolo
è il soccorso che hanno dalle pulsazioni, come è mostrato
nello scritto Sull’utilità delle pulsazioni.
4 Conseguirà un possibile fraintendimento per quanti
non porranno mente con precisione alle cose che ho det-
to mostrando che noi siamo regolati da tre principi: perché
penseranno forse che si sia detto dei principi, non del modo
di regolarsi degli esseri viventi compiuti, ma dei principi del-
la formazione e generazione delle creature nel grembo ma-
terno. Ma io, come affermavo, del fatto che gli esseri viventi,
una volta partoriti, siano regolati da tre principi, affermo
di essere convinto, e però quale sia la facoltà che forma gli
esseri nel grembo o che sostanza essa sia, di non conoscere.
11. 1 In effetti, quanti credono che essa sia la stessa
facoltà che presiede alla generazione e formazione delle
piante, mi pare che non riescano a tener dietro al disegno

le «opere della natura», riservate a vegetali e animali (NDLWDWK


o
IXYoHZoH>UJDGLDIRYUZoHM[KJHL
WDLNDWDYWHWDIXWDNDLWD]Z
LD); e, in
particolare nei suoi scritti embriologici, sono frequenti le similitu-
dini e le analogie con le piante per illustrare lo sviluppo del feto.
Vi è una lunga tradizione alle spalle (si può ricordare in primo
luogo l’autore ippocratico di Sulla generazione/Sulla natura del
bambino). Le piante secondo Empedocle sono i nostri progenito-
ri, e anche migliori di noi (perché più vicini alla condizione dello
Sfero, presenti già nella prima fase di disarticolazione sopravve-
nuta a opera di Neikos, ancora immersi all’inizio nel buio della
notte precosmica: cfr. VS 31 A 70; B 62 DK); e il pitagorico Filolao,
peraltro influenzato da Empedocle, ritrovava nell’uomo stesso le
tappe filogenetiche dell’evoluzione della vita che dai vegetali ave-
va preso le mosse (quattro sono i principi dell’«animale ragione-
vole ... la testa della mente, il cuore dell’anima e della sensazione,
l’ombelico del radicamento e accrescimento primitivo, le vergo-
WRX
 oZYPDWRo K-PZ
Q K`Q HMQ WRL
o 3HUL FUHLYDo PRULYZQ
HM[KJKoDYPKQ 2 RXM PKQRXMGH WLY SUZ
WRQD-SDYQWZQPRULYZQ
HMQ WK
L NXKYoHL GLDSODYWWHWDL EHEDLYZo HLMGHYQDL IKPLY QHYRo
PHQ JDU Z@Q HL-SRYPKQ DMQGUDYoLQ DM[LRORYJRLo K-JRXPHYQRLo
WKQ NDUGLYDQ D-SDYQWZQ SUZYWKQ GLDSODYWWHoTDL· SURL!ZQ GH
NDWD WKQ K-OLNLYDQ X-SZYSWHXoD WRQ ORYJRQ Z-o SLTDQRQ PHYQ,
RXM PKQDMOKTHYoJH FZULoPHQJDUDL^PDWRoDMGXYQDWRYQHMoWL

gne poi della gettata del seme e così della generazione. E il cervel-
lo <significa> il principio dell’uomo, il cuore quello dell’animale,
l’ombelico quello della pianta, le vergogne poi quello dell’insieme
di tutte le cose, perché tutte a partir dal seme e germogliano e
spuntano», VS 44 B 13 DK). Galeno riconosce alle piante le facol-
tà naturali (v. sopra 3.5; 9.3 e sotto 15.6-9), ma anche, sulla linea
del Timeo di Platone, qualcosa di più: un rudimento del principio
di movimento e di sensazione (13.6; 15.7). Ma non più di un rudi-
mento: è su questi due principi che si gioca infatti la pleonexia de-
gli animali (e ancor più dell’uomo) sulle piante (13.7). Ed è l’uo-
mo l’animale che esprime il massimo di potenziale sotto il duplice
aspetto del movimento volontario (non solo cammina e corre, ma
anche si dedica a esercizi di lotta per lui opzionali, 14.1) e della
sensazione (elaborata fino ai criteri della logica, 3.3). Ora, la facol-
tà plasmatrice non rientra assolutamente tra le facoltà naturali,
rimane sconosciuta e forse è espressione di un’istanza più potente
e sapiente (3.5; 10.4), più divina (11.5); certo, essa sta dietro anche
alla generazione delle piante, ma nello scritto di Galeno, a parte
qui, la dunamis diaplattousa è, non a caso, associata solo agli ani-
mali e all’uomo. Per l’espressione WK
LWHYFQKLWK
oNDWDoNHXK
oWRX

oZYPDWRoK-PZ
Q, cfr. de plac. Hipp. et Plat. IX 8.22-24: «Come dunque
facciamo i nostri giudizi per i modellatori umani, così anche occor-
re farli per quelli divini e ammirare l’artefice del nostro corpo,
chiunque sia degli dèi. Se per via del non riuscire a scorgerlo affer-
meremo che neppure esiste, non manterremo più la conformità
del giudizio che si ha per le arti (WK
oSURoWHYFQDoNULYoHZo), nelle
quali non facevamo riporre il nostro giudizio dell’arte sua nel fat-
to di avere davanti agli occhi chi aveva messo insieme la nave o la
branda, tralasciando di prendere in esame l’uso finalizzato di cia-
scuna delle parti componenti, ma proprio in questo riponevamo
l’elemento decisivo di esso giudizio. Ridicolo sarebbe infatti se
uno, nell’avere davanti agli occhi chi riesce ad approntare una di
queste realizzazioni, lo ritenesse un maestro artigiano, se anche
artistico della strutturazione del nostro corpo, che io ho
spiegato nei libri Sull’utilità delle parti. 2 Ma nemmeno di
quale parte [dell’embrione] prima di tutte quante si formi
nella gravidanza, io posso affermare di avere saldo sapere.
In effetti, giovane che ero, seguivo uomini degni di nota che
ritenevano fosse il cuore a formarsi per primo tra tutti gli
organi; ma col procedere dell’età m’è venuto in sospetto
questo discorso in quanto sì plausibile, e però di certo non
vero. Prescindendo infatti dal sangue è impossibile che si

dovesse scoprire che alcune delle parti sono state male appronta-
te; e però ridicolo anche, per la nave ottimamente approntata, o la
casa o il letto, ma con l’approntatore che resta ignoto, ritenere che
realizzazioni del genere siano state fatte senz’arte o per pura sor-
te, sapendo tutti quanti discernere il fatto che l’una rare volte sba-
glia il suo proposito e che l’altra, la sorte, poche volte va a segno; e
considerare che sia inutile e non a regola d’arte (PK WHFQLNKYQ) la
causa dell’approntamento del nostro corpo (WKQWK
oWRX
 oZYPDWRo
K-PZ
QNDWDoNHXK
oDLMWLYDQ) continuando a mantenere la conformità
del giudizio per gli artigiani visibili rispetto a quelli che non si ve-
dono»; cfr. 9.3 D>NUDoHMoWLoRILYDoNDLGXQDYPHZoK-WRXCoZYPDWRoK-PZCQ
NDWDoNHXKY, «la strutturazione del nostro corpo implica una sa-
pienza, e una potenza, altissima».
11.2 Da QHYRoPHQJDYU a HMPIXRPHYQKo si ha un estratto in P e anco-
ra un altro a 11.4 da RXMPKQRXMGHY a .5 QRPLY]RXoLQ. | DMQGUDYoLQDM[LR
ORYJRLo: Aristotele in primo luogo (de part. anim. 666a 11 [SUZYWK
JLQRPHYQKWZ
QPRULYZQD-SDYQWZQ], e i Peripatetici in genere e gli Stoi-
ci, opinione comune presso i medici secondo Aetio V 17); questa
confessione di Galeno di aver seguito l’opinione erronea relativa
al cuore come primo organo a formarsi, è un dato del tutto nuovo
del de propr. plac. | FZULoPHQJDYU: come a , e anzi con più
dettagli, all’argomento logico si connettono le risultanze anatomi-
che: il cuore non può essere il primo organo a formarsi, perché è
preliminare l’apporto del sangue; e questo sangue è veicolato al
feto da parte della madre dalla vena ombelicale che si impianta
dapprima nel fegato (e da lì nella vena cava fino al ventricolo de-
stro); il percorso attraverso le arterie invece (6.3: dalle due arterie
ombelicali fino all’innesto con l’aorta e su fino al ventricolo sini-
stro) sarebbe assai più lungo (cfr. de usu part. XV 4, e per l’ecce-
zionale consistenza del fegato nel feto, XV 6 inizio; in de sem. 3.6
Galeno identifica nel fegato la massa rossa e arrotondata del seme
JHQQKTK
QDL WR oSODYJFQRQ WRX
WR SDUDJLYQHWDL G¨ DL_PD
GLD WZ
Q NDWD WKQ PKYWUDQ DMJJHLYZQ HM[ RX_ WKQ JHYQHoLQ
H>FHL WR NXRXYPHQRQ DMOOD WRX
WR WR DL_PD IDLYQHWDL GLD
IOHERoHMSLWKQNDUGLYDQDMILNQRXYPHQRQHLMoK_SDUSURYWHURQ
HMPIXRPHYQKo 3HLM GH NDL GLD WZ
QDMUWKULZ
QHL>WHSQHX
PD
PRYQRQ HL>K IHURYPHQRQ HMN WK
o NXRXYoKo HMSL WKQ NDUGLYDQ
HL>WHoXQDXMWZ
LWLNDL DL^PDmWRo®PDNURWHYUDQmD@Q®L>oFHLQ
WKQ R-GRLSRULYDQ WK
o GLD WZ
Q IOHEZ
Q DL- JDU DMSR WK
o
PKYWUDo HMSL WKQ NDUGLYDQ DMUWKULYDL IHURYPHQDL GLHOTRX
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WRFRYULRQHL?WDSHULODERX
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SUZ
WRQRMoWZ
LWLQLNDWD WR NDYWZSHYUDoR^OKoWK
oU-DYFHZo
WHWDJPHYQZL WRXMQWHX
THQ GH NDWDY WH WZ
Q WK
o RMoIXYRo
oSRQGXYOZQ NDL WRX
 TZYUDNRo NDL GLD WK
o HMSLWHWDPHYQKo
WRXYWRLoDMUWKULYDoDMQDIHYURXoLQHMSLWKQDMULoWHUDQNRLOLYDQ
WK
oNDUGLYDoWKQSDUD WK
oPKYWUDoHMSLSHPSRPHYQKQRXMoLYDQ
HL>WH SQHX
PD PRYQRQ HMoWLYQ Z-o H>IKQ HL>WH oXQ DXMWZ
L NDL
WR DL_PD 4 RX>NRXQ HX>ORJRQ RXMGH SLTDQRQ H>WL IDLYQHWDL
WR WKQ NDUGLYDQ SURWHYUDQ JHQQD
oTDL FRULYRX WH NDL WZ
Q
DM S¨DXMWRX
NRPL]RYQWZQDMJJHLYZQDL_PDNDLSQHX
PDRXMPKQ
RXMGH WRX
 K^SDWRo HLMNRo DXMWKQ GLDSODYWWHoTDL SURWHYUDQ
IDLQRPHYQKoJHoDIZ
oWK
oHMNWZ
QNDWD WR FRYULRQD-SDoZ
Q
IOHEZ
Q JHQRPHYQKo IOHERo HLMo WR K_SDU DMILNQRXPHYQKo
SURYWHURQK>SHUHLMoWKQNDUGLYDQ

di sei giorni di [Hipp.] nat. puer. 13.3). Per tutta la discussione ana-
tomica, cfr. de plac. Hipp. et Plat. VI 6.48-52.
11.3 WLNDLDL^PDmWRo®: alla fine del § il segmento è ripetuto, HL>WH
oXQDXMWZ
LNDL WR DL_PD e a 11.4 si ha di nuovo la coppia DL_PDNDL
SQHX
PD. Si può quindi proporre di leggere anche qui WLžNDLDL_PD
(nella trad. ar.-lat. spiritus tantum aut spiritus et sanguis agitur),
ovvero presupponendo uno scambio con un piccolo errore NDLWR
DL_PD, proprio come nella seconda occorrenza (in greco, ma là è la
trad. ar.-lat. che ha vel est spiritus tantum vel cum eo aliquid san-
guinis, cioè WLNDL DL^PDWRo). | RMoWZ
LWLQL: l’osso sacro; per tutta la
descrizione cfr. de foet. form. 3.4. | NDLGLDWK
oHMSLWHWDPHYQKo: Vlat
ha K-GLDWK
oHMSLWHWDPHYQKo, mentre la trad. ar.-lat. offre un testo più
articolato (per cui avevo a suo tempo pensato ad una lacuna: K_L
generi questo viscere; e il sangue è disponibile [per il feto]
venendo attraverso i vasi che sono nella matrice, fin da
quando ha la sua genesi la creatura nel grembo; ma que-
sto sangue ben risulta che arriva al suo cuore attraverso
una vena che si impianta precedentemente nel fegato. 3
Se poi anche fosse attraverso le arterie che viene dalla don-
na gravida veicolato sia quel che è solo pneuma sia anche
con esso un po’ di sangue, avrebbe più lungo il percorso di
quello attraverso le vene; le arterie infatti che si portano
dalla matrice al cuore [del feto], attraversata la placenta e
attorniata poi la vescica, fanno capo in primo luogo a un
osso disposto all’estremità inferiore della colonna spinale, e
di là verso le vertebre lombari e del tronco e attraverso l’ar-
teria distesa accanto a esse apportano al ventricolo sinistro
del cuore la sostanza che viene trasmessa dalla matrice, sia
che essa sia solo pneuma, come affermavo, sia anche, con
esso, il sangue. 4 Non risulta quindi più cosa ragionevo-
le e neppure plausibile che il cuore [del feto] si generi per
primo rispetto alla placenta e ai vasi che a partire da essa
forniscono sangue e pneuma; e nemmeno rispetto al fegato
è sensato che esso si formi per primo, ben risultando con
chiarezza che la vena che si è costituita da tutte quante le
vene che sono nella placenta arriva al fegato precedente-
mente rispetto al cuore.

GLD … DMUWKULYDom ®DMQDIHYURXoLQNWO); ma I. Garofalo vi vede


solo un’espansione perifrastica dell’arabo e, senza dover postulare
nessuna lacuna corregge elegantemente K-in NDLY (scambio paleo-
graficamente facile). | RXM o LY D Q: Vlat ha WK
o … HM S LSHPSRPHY Q Ko
RXMoLYDo, la correzione all’acc. sing. è di I. Garofalo (illam substan-
tiam quam recipit a matre embrionis, trad. ar.-lat.); ma «salvando»
RXMoLYDo di Vlat si potrebbe anche leggere un acc. plur. WDo … -PHYQDo
RXMoLYDo.
11.4 Chiusura ad anello dell’inserto anatomico con RX>NRXQ
HX>ORJRQRXMGH SLTDQRYQ che riprende e più energicamente nega il
logos peripatetico-stoico di 11.2 Z-oSLTDQRQPHYQ, RXMPKQDMOKTHYoJH.
5 H>WL G¨ DMWRSZYWHURo R- ORYJRo HL?QDLY PRL IDLYQHWDL WZ
Q
RLMRPHYQZQ X-SR WK
o NDUGLYDo GLDSODYWWHoTDL WD NXRXYPHQD
PRYULD WR JDU DXMWKYQ WH WKQ NDUGLYDQ GLDSODYoDQ H>WL GH
SUR DXMWK
oWDYoW¨DMUWKULYDoNDL WDoIOHYEDoHX>ORJRYQHMoWLQ,
Z^oSHUWDX
WDY WHNDL oXQDXMWRL
oWR K_SDU, RX^WZNDL WD>OOD
GLDSODYWWHLQ, R^SHUH>QLRLPHQK-JRX
QWDLWRNDWDEDOORYPHQRQ
HLMoWDoPKYWUDoHL?QDLoSHYUPDWLQHoGHWRX
WRPHQR>UJDQRQ
H^WHURQ GHY WL THLRYWHURQ X-SDYUFHLQ WR GLDSODYWWRQ WD
NXRXYPHQD QRPLY]RXoLQ RXMGHPLYDQ DMNULEK
 JQZ
oLQ H>FHLQ
HMSDJJHOORYPHQRL
12. 1 .DL SHUL WZ
Q NDORXPHYQZQ FXPZ
Q DL^PDWRYo WH
NDL IOHYJPDWRo NDL FROK
o PHODLYQKo NDL [DQTK
o K`Q H>FZ
JQZYPKQHMGKYOZoDGLDYWHWZ
QHLMoWR3HULIXYoHZoDMQTUZYSRX
Ñ,SSRNUDYWRXo X-SRPQKPDYWZQ N DL GLD mWRX
 3HUL® WZ
Q
NDT¨ Ñ,SSRNUDYWKQ oWRLFHLYZQ Ñ,SSRNUDYWRXo PHQ HLMSRYQWRo
HMQ D^SDoL WRL
o oZYPDoL ND@Q X-JLDLYQZoL JHQQD
oTDL WRXo
WHYWWDUDo F XPRXYo D>OOZQ GHY WLQZQ WR PHQ DL_PD PRYQRQ
HL?QDLWK
oIXYoHZoK-PZ
QRLMNHL
RQFXPRYQWRXoG¨D>OORXoSDUD

11.5 Per NDWDEDOORYPHQRQ cfr. sopra oSHYUPDWRoNDWDERODY di Filo-


lao; NDWDEDYOOHLQ, «buttar giù, a terra», è termine sportivo della lot-
ta, e con Protagora, VS 80 B 1 DK, anche della lotta oratoria (con
uso mitigato rispetto al senso di «abbattimento» delle vittime sa-
crificali, v. Euripide, Oreste 1603); ma il verbo si diceva anche
dell’azione del contadino nella semina, e da qui l’uso tecnico per
«eiaculare». | WLTHLRYWHURQ: «Nessuno è dunque così stolto da non
capire che c’è una data causa della genesi dell’individuo nel grem-
bo, che noi tutti denominiamo natura ignorandone la sostanza. Per
parte mia, come io ho mostrato che la strutturazione (WK Q
NDWDoNHXKYQ) del nostro corpo somma rivela la sapienza, e la po-
tenza insieme, di chi l’ha prodotto, così prego che i filosofi possano
mostrarmi chi è che l’ha plasmato, se è un dio, sapiente e potente sì
da pensare dapprima quale è il corpo a cui per ogni essere vivente
conviene che sia data struttura, e sì che in secondo luogo la sua
potenza lo sappia strutturare, così come si era proposto, ovvero è
un’anima, un’altra a parte di quella del dio», de foet. form. 6.1-2.

12.1 «Questo è un passare ad altro argomento insolitamente


brusco», Nutton. Vero. Ma il giro dei pensieri si può capire. Gale-
5 Ma ancora più fuori luogo è il discorso, così mi sembra,
di quanti credono che sia a opera del cuore che si forma-
no le parti dell’essere nel grembo: il fattore infatti che ha
portato alla formazione del cuore stesso, e ancora, prima
di esso, delle arterie e delle vene, è ragionevole che, come
ha fatto per questi organi e insieme con essi per il fegato,
così anche formi tutte le altre parti, fattore che alcuni riten-
gono essere il seme che viene gettato nella matrice, certi
altri invece reputano che esso sia sì l’organo, ma che si dia
un altro fattore, più divino, che forma le parti dell’essere
nel grembo senza poter proclamare di avere nessuna esatta
conoscenza.
12. 1 E riguardo ai cosiddetti umori, sangue e flegma e
bile nera e gialla, quale è il mio avviso l’ho mostrato attra-
verso i commentari al Sulla natura dell’uomo di Ippocrate e
quello Sugli elementi secondo Ippocrate, con Ippocrate che
ha detto che in tutti i corpi, anche quando sono in salute,
si generano i quattro umori, mentre per altri è solo il san-
gue che è l’umore appropriato alla nostra natura, e tutti gli
altri invece sono contro natura. È dunque, anche questa,

no non sa, ma neanche altri sono in grado di far professione di sa-


pere con precisione, qual è l’istanza che presiede alla formazione
dell’embrione (11.5 fine); quello che si può dire di conoscere sal-
damente (15.1) è che tutti i corpi su questa terra risultano dalla
temperanza dei quattro elementi, e cioè, tradotto in termini di fi-
siologia umana, dei quattro umori (detti oWRLFHLZYGHLo a 12.6). Og-
getto di ricerca e discussione nel merito non può essere così la
causa della formazione dell’embrione, ma lo può ben essere il pro-
blema della costituzione e della regolazione dell’individuo una
volta nato (10.4); e l’uomo, come insegna Ippocrate, risulta, dalla
fisiologia (ND@QX-JLDLYQZoL) e dalla patologia, costituito dai quattro
umori. | D>OOZQGHY WLQZQ: sono gli stessi avversari di  (HLMoL G¨
RL^), 12.5 (SLTDQRXoORYJRXoOHJRYQWZQ ~ K- GRY[DSLTDQKY) e di 12.10
(WLQHo, H>QLRL); cfr. in Hipp. nat. hom. comment. I 28; de purg. med.
fac. 11.325, 12-326, 3 K; i nomi vanno da Erasistrato ad Asclepiade
(cfr. de elem. sec. Hipp. 12.1), da Tessalo a Giuliano alessandrino
(attaccato in adv. Iulian.); di fatto, si tratta più in generale dei
IXYoLQ H> oWLPHQRX?QNDLK^GHK-GRY[DSLTDQKYSROXG¨DXMWK
o
DMOKTHoWHYUD K- Ñ,SSRNUDYWRXo 2 K- G¨ DMSRYGHL[Lo DXMWK
o HM[
H-QRo NDWDoNHXDY]HWDL S URDSRGHLFTHYQWRo GRYJPDWRo
Z-o H^NDoWRQ WZ
Q NDTDLURYQWZQ IDUPDYNZQ HMSLoSD
WDL SURo
H-DXWR WZ
Q HLMUKPHYQZQ WLQD FXPZ
Q H^QD WR PHQ IOHYJPD
WR GH FROKQ K>WRL [DQTKQ K@ PHYODLQDQ H>QLD GH NDL
oXQHSLoSD
WDLEUDFXYWLNDLWZ
QH-WHYUZQ G XRL
QK@TDWHYURX
PRYQRQK@DMPIRL
QHLMoLG¨RL`ERXYORQWDLWKQWRX
NDTDUWKULYRX
IXYoLQRXMWRQHMQWZ
LoZYPDWLSHULHFRYPHQRQ H^O NHLQFXPRYQ
DMOO¨ HMSLoSZPHYQKQ R-PRLYZo D^SDQWDo WRXo HMQ WDL
o IOH\LQ
DMOORLRX
QHL>oWLQDPLYDQRLMNHL
DQLMGHYDQH-DXWK
o OHY OHNWDL
PHQRX?QSHULWRXYWZQRXMFD^SD[RXMGHGLYoDMOODSOHLoWDYNLo
X^oWHURQ GHY SRWH NDL ELEOLYRQ HMJUDYIK PRL 3 HUL WK
o WZ
Q
NDTDLURYQWZQIDUPDYNZQGXQDYPHZoHMQZ_LGHLYNQXWDLIXYoLQ
H>FRQH^NDoWRQDXMWZ
QH^ONHLQWLQDFXPRYQ

neōteroi, che si danno nome di Erasistratei, Asclepiadei, di meto-


dici, i quali cercano di dimostrare che il discorso sugli umori è inu-
tile per la pratica della medicina (HMSLGHLNQXYQDLSHLUZYPHQRLWRQ
SHULWZ
QFXPZ
QORYJRQD>FUKoWRQHL?QDLSURoWDWK
oLMDWULNK
oWHYFQKo
H>UJD, de atra bile 1.3, v. 8.2-4). Il loro discorso ha immediati riflessi
sulle opzioni terapeutiche, in quanto verrebbe a mancare una dif-
ferenziazione essenziale tra flebotomia ed evacuazione farmaco-
logica (cfr. de atra bile 6.9; de purg. med. fac. 11.327, 6-15 K). Ma
forse è vero il contrario: dato che per molti famosi medici poste-
riori a Ippocrate fino al tempo di Galeno, non interessati agli
umori, gli evacuanti agivano non per una loro specifica capacità
attrattiva, ma in base al comune principio di evacuazione, WZ
L
NRLQZ
LORYJZLWK
oNHQZYoHZo, Galeno è pronto ad attribuire loro
una posizione teorica, polemica nei confronti di Ippocrate, di ca-
rattere generale, secondo cui per loro c’è solo il sangue e per il
resto una realtà umorale patologica indeterminata che nelle infer-
mità si tratta semplicemente di evacuare, purificando il sangue o
con la flebotomia o con evacuanti quali che siano.
12.2 SURDSRGHLFTHYQWRoGRYJPDWRo: cfr. 12.5 NDWDWRQSURKJRXYPH
QRQORYJRQ. Nella trad. ar.-lat. c’è fraintendimento (et probatio
huius procedit ab una sententiarum quas monstravi in alio libro
quam in isto libro); la dimostrazione preliminare non è stata data
dottrina convincente, ma molto più vera di essa quella di
Ippocrate. 2 La sua dimostrazione si appronta sulla base
di un singolo punto dottrinario preliminarmente dimostra-
to, secondo cui ciascuno dei rimedi purganti attira a sé un
umore, singolo, di quelli predetti, l’uno il flegma, l’altro la
bile, o gialla o nera; taluni poi anche attirano insieme anco-
ra una piccola quantità degli altri due umori, o solo d’uno
di essi o d’entrambi. Ci sono poi di quelli che vogliono che
la natura del purgante tiri a sé non l’umore contenuto nel
corpo, ma, attirando ugualmente tutti quanti gli umori che
son nelle vene, li alteri facendoli divenire di un unico tipo
appropriato a essa. Di tutto ciò si è dunque detto non una
sola volta o due, ma moltissime volte, e da ultimo è stato
da me scritto un libro, Sulla facoltà dei rimedi purganti, in
cui si mostra che ciascuno d’essi ha natura di tirare a sé un
qualche umore.

da Galeno (le ipotesi di Nutton, pp. 183 ss. [che solo della trad. ar.-
lat. disponeva] ovviamente cadono), ma da Ippocrate (Polibo) in
de nat. hom. 5.3. L’attrazione si attua poi sulla base di tre, non di
quattro umori; lo statuto del sangue è in effetti particolare (cfr. in
Hipp. epid. VI comment. II 40, IV 30), e così già in Polibo: dopo gli
esempi con i tre evacuanti specifici, flegmagogo, colagogo, eva-
cuante di bile nera, per il sangue egli era ricorso a un esempio di-
somologo, K@QWUZYoKLoDXMWRX
WRX
oZYPDWRYoWLZ^oWHH^ONRoJHQHYoTDL, e
v. anche 6.1 dove si parla di vomiti di bile, vomiti di flegma ma vi-
sta di uomini che vengono sgozzati, e 6.3 fine. | H^ONHLQWLQDFXPRYQ:
la fine del § è un po’ maldestra. Il punto non è se ognuno dei rime-
di purganti attira «un certo umore», ma se attira sempre lo stesso
e unico umore appropriato, WRWRQRLMNHL
RQFXPRQH^NDoWRQWZ
QIDU
PDYNZQH^ONHLQ: cfr. de elem. sec. Hipp. 13.8: H^NDoWRQWZ
QNDTDLURYQ
WZQIDUPDYNZQH^ONHLWLQDFXPRQNDLFURYQRoRXMGHLYoHMoWLQHMQZ_LGRXo
DXMWZ
QR-WLRX
QDMSRUKYoHLoHMNNHQZ
oDLWRQRLMNHL
RQFXPRYQ. Si sarebbe
tentati di scrivere H^ONHLQmH^QD®WLQD FXPRYQ, ma si noti che la trad.
ar.-lat. ha attrahit aliquem humorem. Solo per le «sovrapurgazio-
ni» Polibo si era richiamato all’evacuazione di sangue (de nat.
hom. 6.2), argomento abilmente sfruttato da Galeno per inserire il
sangue nella serie degli umori (de elem. sec. Hipp. 8.13.22-23; de
3 HLM GH NDL PHWDEROKYQWLQDEUDFHL
DQDXMWRX
 JLYQHoTDL
ERXYORQWDLNDWD WRQWK
oR-ONK
oFURYQRQRXMNDMQWLOHY[RPHQ
HX> GKORQ G¨ Z-o HMODFLYoWK WLo H>oWDL NDTDYSHU NDL DXMWRo
R- FURYQRo EUDFXYWDWRo HMGHLYFTK GH NDLY Z-o RLMNHL RY WDWRQ
PRYQRQ HL>K WR DL_PD WRL
o HMQDLYPRLo ]ZYLRLo D^SDoL WZ
Q G¨
D>OOZQFXPZ
QDMQDJNDLYDPHQK- JHYQHoLoRMOLYJKG¨DM UGH LYD
HL?QDLGH NDL WZ
QDMQDLYPZQ]ZYLZQH-NDYoWRXFXPRQRLMNHL
RYQ
WLQDNDTDYSHUK-PZ
QWRDL_PD 4WRPHQRX?Q H^ONHoTDL WRQ
SHULHFRYPHQ RQ HMQWDL
oIOH\LFXPRQX-SRWZ
QNDTDLURYQWZQ
IDUPDYNZQH-NDYoWRXIDQHUZYWDWRYQ[61v] HMoWLQHMN WRX
WRL
o
PHQ X-GHULNRL
o X-GUDJZJRX
 GRTHYQWRo IDUPDYNRX SOHL
oWRYQ
WH NHQRX
oTDL WR X-GDWZ
GHo DMQDYORJRYQ WH WK
L  WRXYWRX
NHQZYoHL SURooWHYOOHoTDL WRQ R>JNRQ WRX
 oZYPDWRo HMSL GH
WZ
QLMNWHULZYQWZQDMSRNDTDLYUHoTDLWKQLMNWHUL ZYGK FURLDQ
DMQDYORJRQ WK
L NHQZYoHL WK
o [DQTK
o FROK
o WZ
L FRODJZJZ
L
IDUPDYNZLHLM G¨H>PSDOLYQWLoSUDY[HLHWR PHQX-GUD JZ JRQ
IDYUPDNRQ LMNWHULZ
QWL GRXYo WR GH FRODJZJRQ X-GHULZ
QWL
HMODYFLoWRYQ WH NDL PHWD ELYDo H^ONHoTDL WRQ RLMNHL
RQ WZ
L
IDU PDYNZL  FXPRQ ZMIHYOHLDYQ WH PKGHPLYDQ DMOOD NDL
EODYEKQPD
OORQH^SHoTDLWK
LNHQZYoHL

simpl. med. fac. III 27,11.615 ss. K); e in Sulla facoltà dei rimedi
purganti ricorda (ma è questione quanto mai interdetta) che an-
che il sangue di per sé può essere evacuato con specifici farmaci,
letali (11.336, 1 ss. K [dove in R^WLoIDY[DLWRX
W¨D@QHL>KWRQD>QTUZSRQ
RXM NDTK
UDL, il verbo in senso traslato risponde in qualche modo
all’DMSRoIDY]HoTDL usato in senso proprio, ma in modo incongruo,
da Polibo]).
12.3 DMUGHLYD: si attenderebbe piuttosto FUHLYD (cfr. de uteri dis-
sect. 10.16 R^THQGH NDL WRL
oX-JURL
oWRXYWRLoK- JHYQHoLoNDL WLYoK- DMS¨
DXMWZ
QFUHLYD), ma le tracce di scrittura in Vlat, veramente sfuggen-
ti almeno nell’immagine digitale, non sembrano andare in questa
direzione. Non vi è corrispettivo nella trad. ar.-lat.; compatibile è
però DMUGHLYD, con metafora ardita, ma non impossibile: l’immagine
di questi umori che fluiscono all’interno del corpo come acqua di
irrigazione nei canali dei giardini potrebbe infatti venire da Plato-
3 Ma se anche [questi tali] vogliono che si produca un
qualche suo piccolo cambiamento al momento dell’attra-
zione, non opporremo contestazione: è ben chiaro che que-
sto cambiamento sarà in misura estremamente ridotta così
come ridottissimo è il tempo stesso [dell’attrazione]; ed è
stato mostrato anche che il più appropriato umore è solo il
sangue per tutti quanti gli animali sanguigni, mentre degli
altri umori è necessario il loro prodursi, ma l’irrigazione ne
è scarsa. E vi è anche per ciascuno degli esseri viventi non
saguigni un umore appropriato, come per noi il sangue. 4
Il fatto che dunque venga tirato a sé l’umore contenuto nel-
le vene da ciascuno dei rimedi purganti è assolutamente
evidente, in base al fatto che, dato un rimedio idragogo agli
idropici, in grandissima quantità viene evacuato l’umore
acquoso e in misura analoga alla sua evacuazione si restrin-
ge il volume del corpo; e che nel caso degli itterici si purga
il colorito itterico in misura analoga all’evacuazione della
bile gialla per effetto del rimedio colagogo. Ma se si proce-
desse al contrario dando un rimedio idragogo all’itterico e
un colagogo all’idropico, in misura ridottissima e a forza si
tira via l’umore appropriato al rimedio, e all’evacuazione
non consegue giovamento alcuno, ma piuttosto un danno.

ne, Tim. 77 c (passo commentato da Galeno in fr. 3), e il Platone


del Timeo è al centro della discussione in questa parte finale dello
scritto. | DMQDLYPZQ]ZYLZQ: cfr. 12.10; v. Aristotele, hist. anim. IV 1 e
ss., gen. anim. I 14 e ss.: sono i cefalopodi, i crostacei, i testacei e gli
insetti (e ad Aristotele rimanda Galeno in de usu part. III 2).
12.4 WRL
oPHQX-GHULNRL
o: passi paralleli sono in de simpl. med.
fac. 2; de atra bile 8.6-7 (dove la frase sostantivata all’infinito che
dimostra l’attrazione dell’umore, acqua negli idropici bile gialla
negli itterici, a opera del farmaco specifico è con HMNWRX
, da cui il
supplemento); adv. Iulian. 8.4; .14; in Hipp. nat. hom. comment. I
28. | ZMIHYOHLDQ... EODYEKQ: l’opposizione, anche in Galeno, ricorre
spessissimo, direttamente dal precetto ippocratico di epid. I 11
DMoNHL
QSHULWDQRoKYPDWDGXYRZMIHOHL
QK@PKEODYSWHLQ.
5 NDL PHYQWRL WR NDWD IXYoLQ HMFRYQWZQ K-PZ
Q  RXMF DL_PD
PRYQRQ HMN WZ
Q oLWLYZQ NDL SRWZ
Q DMOOD NDL IOHYJPD NDL
FROKQ[DQTKYQWHNDLPHYODLQDQJLYQHoTDLGHYGHLNWDL SURo 
Ñ,SSRNUDYWRXo HMQ WZ
L 3HUL IXYoHZo DMQTUZYSRX SRYWHURQ
GH NDWD WRQ SURKJRXYPHQRQ ORYJRQ K- JHYQHoLYo HMoWL WRL
o
FXPRL
o WRXYWRLo K@ NDW¨  DMNRORXTLYDQ DMQDJNDLYDQ H^SHWDL
SURoKNRYQWZo KMPILoEKYWKWDL SLTDQRXo ORYJRXo OHJRYQWZQ
WZ
QWR DL_PDPRYQRQRLMNHL
RQHL?QDLFXPRQK-JRXPHYQZQDMOO¨
HL>WH PRYQRo RLMNHL
RYo HMoWLQ HL>WH WZ
Q D>OOZQ RLMNHLRYWHURo
R^WL oH FUK WR SHULWWRQ WZ
Q WH FROZ
Q NDL WRX
 IOHYJPDWRo
HMNNULYQHoTDL SURQRHL
oTDL NDWD WKQ X-JLHLQKQ GLYDLWDQ
R^SZo PK SOHRQDYoDQWHo HMQ IOHJPDWLNRL
o K@ FRORSRLRL
o
HMGHYoPDoLQ DXM[KYoZPHQ WRXo FXPRXo WRXYWRXo HX>GKORYQ
HMoWL 6 WRX
W¨ RX?Q R-PRORJRXYPHQRQ H>FRQWHo RXMGHQ HLMo WD
WK
oWHYFQKoH>UJDEODEKoRYPHTDNDW¨RXMGHWHYUDQGRY[DQHMDYQ
WHoWRLFHLZYGHLoHL?QDLWRXoWHYWWDUDoFXPRXoOHYJZPHQHMDYQ
WHWRPHQDL_PDPRYQRQX-SRWK
oIXYoHZoJLYQHoTDLNDWDSUZ
WRQ
ORYJRQ H^SHoTDL G¨ HM[ DMQDYJNKo DXMWRX
 WK
L JHQHYoHL WRXo
D>OORXo WUHL
o FXPRXYo 7 H>WL GH NDL WRXYWRX IDLQRPHYQRX
oDIZ
oZ-oHMI¨Z_QR-oSOKQK>WRLIOHJPDLYQZQK@oNLURXYPHQRo
K> SZo D>OOZo NDNRSUDJZ
Q DMFURLYDo HMUJDY]HWDL SURo WR

12.5-6 Si aggiunge qui una citazione in uno scolio di Q (a de elem.


sec. Hipp. 11.2), da R^WLoH(JDYU Q) FUKY a WUHL
oFXPRXYo. | NDW¨DMNRORX
TLY D Q DM Q DJNDLY D Q H^ S HWDL: cfr. alla fine di 12.6 H^ S HoTDL G¨ HM [
DMQDYJNKo. | EODEKoRYPHTD: il nesso è ricorrente in Galeno, v. qui subito
sotto al § 7, e 13.7 e 15.2 e cfr. anche, per questione certo più rilevante,
2.3. Va notato che la posizione di Galeno nei confronti di questi suoi
avversari si è molto «ammorbidita» rispetto alla polemica aspra degli
altri suoi scritti di cui sopra alla nota a 12.1 (cfr. il riconoscimento SL
TDQKGRY[D a 12.1 e SLTDQRXoORYJRXo a 12.5); una piccola concessione
era stata fatta a 12.3, e ora in conclusione si ammette l’irrilevanza ai
fini della pratica medica della divergenza teorica; ma in realtà quello
che ha guadagnato Galeno è di grande portata: i quattro umori esi-
stono (anche se a tre di essi non si voglia riconoscere una pari dignità
col sangue) e si può e si deve intervenire sull’eccesso di essi con far-
maci specifici, colagoghi, flegmagoghi, idragoghi, evacuanti di bile
nera, cose che difficilmente però gli avversari avrebbero accordato.
5 E dunque che quando siamo in condizione conforme a
natura non solo sangue dai cibi e dalle bevande, ma anche
si producano flegma e bile gialla e nera, è stato mostrato
da parte di Ippocrate in Sulla natura dell’uomo. Se però sia
secondo il discorso precedente la genesi per questi umo-
ri ovvero essa tenga dietro per conseguenza necessaria, è
questione su cui c’è doveroso dibattito, facendo discorsi
convincenti quanti ritengono che solo il sangue sia l’umore
appropriato. Ma sia che esso solo sia appropriato, sia che
sia più appropriato degli altri, il fatto che ti occorra prov-
vedere a che venga espulso l’eccesso delle bili e del flegma
secondo il regime salutare, di modo che per l’abuso di ali-
menti flegmatici o biliosi non aumentiamo questi umori, è
ben chiaro. 6 Attenendoci a questo punto convenuto, in
niente avremo danni per le opere dell’arte secondo nessu-
na delle due dottrine, sia [cioè] che diciamo che i quattro
umori hanno carattere elementale, sia che diciamo che è
solo il sangue che per opera della natura si produce in pri-
ma istanza, mentre è per necessità che conseguono alla sua
produzione gli altri tre umori; 7 e con ancora questo fatto
che risulta chiaramente, che, nei casi in cui la milza o in-
fiammandosi o indurendosi o stando male in qualche altro
modo produce sbiancamenti volgentisi verso un colorito
più fosco, non avremo nessun danno per le opere dell’arte,

12.6-7 Per i danni che si possono o non soffrire nella pratica


dell’arte, v. anche in riferimento ai commentari ippocratici del pri-
mo periodo, quando, anche per mancanza dei libri, non erano di
regola discusse da Galeno le opinioni dei predecessori, de libr.
propr. 9.5 «se dunque in un punto ricordavo una cosa da uno di
loro detta proprio così male, che grandemente potevano esserne
danneggiati, per quel che è delle opere dell’arte, coloro che aves-
sero accordato loro credito, questo l’ho segnalato, ma tutte le altre
cose le ho dette secondo il mio proprio avviso senza fare menzio-
ne di quanti davano spiegazioni diverse» (HL>SRXWRLYQXQHMPHPQKYPKQ
X-SRY WLQRoDXMWZ
QSDYQXWLPRFTKUZ
oHLMUKPHYQRQZ-oPHJDYOZoEODYS
WHoTDLSHULWDWK
oWHYFQKoH>UJDWRXoSLoWHXYoDQWDoDXMWRL
oHMSHoKPK
PHODYQWHURQ HMNWUHSRPHYQDo RXMGHQ HLMo WD WK
o WHYFQKo
H>UJD EODEKoRYPHTD ND@Q PK oXJFZUK
L WLo X-S¨ DXMWRX
 WRQ
PHODJFROLNRQ H^ONHoTDL FXPRYQ DMOOD JHQQD
oTDL IDYoNKL
R^WL JDU DMQDJNDL
RYQ HMoWLQ GXRL
Q TDYWHURQ HLMSHL
Q K>GK WH
IDLYQHWDL ND@Q WZ
L 3HUL PHODLYQKo FROK
o HMSLGHYGHLNWDL
JUDYPPDWL PHWD WZ
Q D>OOZQ R^oD SHUL WK
o FROK
o WDXYWKo
DMQDJNDL
RQHM[KWDYoTDL
8 DMOO¨ HMNHL
QR GHLQRQ HMUJDY]RQWDLY WLQHo DMQWLOHYJRQWHo
WRL
o oXPSHUDYoPDoL WZ
Q DMSRGHLY[HZQ RXMN DXMWRXo
WRXo KMUZWKPHYQRXo ORYJRXo HMOHYJFRQWHo H>QLRL G¨ RXMG¨
X-SRPHYQRQWHo DMQD JLQZYoNHLQ K@ NDL NDW¨ HMSLGURPKQ
PHQ D^SD[ DMQDJLQZYoNRQWHo RXM PKQ HMSLoNHY\DoTDLY J¨ HMQ
FURYQZL SOHLYRQL ERXOKTHYQWHo R XMN  RMOLYJRL GH NDL WZ
Q
oXPSHUDoPDYWZQ DXMWZ
Q SDUDNRXYRXoLQ NDL PDYOLoT¨, R^WDQ
R-PZQXPLYD WLo K?L NDTDYSHU HMSL WRX
 PHODJFROLNRX
 FXPRX

GXYR JDU HMN WK
o IZQK
o oKPDLYQHWDL WDXYWKo RXMF H`Q Z^oSHU
HMN WRX
 WK
o PHODLYQKo FROK
o moKPDLQRPHYQRX® NDL JDU WRQ
HMQ K^SDWL JHQQZYPHQRQ FXPRYQ RX>SZ PHQ R>QWD PHYODLQDQ
FROKYQ JHQHYoTDL GH GXQDYPHQRQ HMDQ  K>WRL FURYQZL SOHLYRQL
GLDPHLYQKLNDWDWDoIOHYEDoK>WLoTHUPKNDL[KUDGXoNUDoLYD
NDWDODYEKL WR ]Z
LRQ RMQRPDY]RXoLQ R-PRLYZo WK
L OHY[HL WK
o
PHODLYQKoFROK
oPHODJFROLNRQFXPRYQ 9 Z-oGXYRoKPDLYQHLQ
WKQ WRX
 PHODJFROLNRX
 SURoKJRULYDQ WR PHQ H^WHURQ R^SHU

QDYPKQWRX
WRWDG¨D>OODSDYQWDNDWDWKQHMPDXWRX
JQZYPKQHL?SRQD>QHX
WRX
PQKPRQHX
oDLWZ
QD>OOZoHM[KJRXPHYQZQ).
12.7 3HULPHODLYQKoFROK
o: il passo parallelo è in de atra bile 6.4
(dove HMNWUHSRYPHQRo, scil. R-oSOKYQ, è da correggere, su questa base,
in HMNWUHSRPHYQDo, scil. DMFURLYDo, cfr. «Galenos» 4, pp. 272 s.); per la
milza che attira dal fegato l’umore atrabiliare cfr. de atra bile 6.6
(RL- D>ULoWRLWZ
QSDODLZ
QLMDWUZ
QWHNDL ILORoRYIZQDMSHIKYQDQWR
NDTDLYUHoTDLWR K_SDUX-SR WRX
 oSOKQRYoH^ONRQWRoHLMoH-DXWRQR^oRQ
LMOXZ
GHoHMQDL^PDWLWRLRX
WRQGHWRX
WRYHMoWLQZ-oH>IKQ[3.5, e poi 7.12]
R-SRL
RQHMQRL>QZLPHQK- WUXY[HMQHMODLYZLGH DMPRYUJK); de nat. fac. II 9
(pp. 197, 6-198, 8); de usu part. IV 4; 15.
12.8 Ripresa della tirata metodologica di 8.1-2, qui dovuta
all’esigenza di sottolineare la necessità di distinguere al di là
se anche non si convenga che sia per opera sua che viene
tirato a sé l’umore atrabiliare, ma si voglia affermare che
esso vi viene generato. Che in effetti sia necessario fare o
l’una o l’altra asserzione è quel che già risulta ed è stato di-
mostrato nello scritto Sulla bile nera, insieme agli altri punti
che necessariamente riguardo a questo [tipo di] bile sono
stati sottoposti a indagine.
8 Ma quella è la cosa tremenda che compiono alcuni,
contraddicendo alle conclusioni delle dimostrazioni e non
confutando i ragionamenti in sé posti in questione, con ta-
luni che neppure si fermano a leggere o che fanno un’unica
frettolosa lettura, di certo senza voler fare un attento esame
in un più lungo lasso di tempo. Non sono poi pochi quelli
che addirittura fraintendono le stesse conclusioni e in par-
ticolare quando sia in gioco una qualche omonimia, come è
per l’umore atrabiliare: due sono in effetti i significati che
risultano da questa voce, non uno solo come è per il <si-
gnificato> di «atrabile» o bile nera. E infatti l’umore che
si genera nel fegato, che non è ancora bile nera, ma che lo
può diventare, in caso che per più tempo resti nelle vene o
che una cattiva temperanza, calda e secca, s’impadronisca
dell’essere vivente, lo denominano, ugualmente alla locuzio-
ne per la bile nera, «umore atrabiliare»; 9 sicché due sono i
significati dell’appellativo «atrabiliare»: uno che vale «atra-

dell’omonimia l’umore «bile nera» dall’umore «atrabiliare, nero-


bilioso», distinzione su cui ci si dilunga in de atra bile perché estre-
mamente rilevante ai fini diagnostici, prognostici e terapeutici. In
de atra bile 7.15 c’è uno sfogo analogo, ma di carattere più genera-
le ancorché connesso al ruolo della milza (NDLFUKWRQDMQWLOHYJRQWD
[la polemica è con Erasistrato e seguaci] PKSURoWDoXPSHUDYoPDWD
WZ
QDMSRGHLY[HZQHMUZWD
QORYJRXoNWO.). | moKPDLQRPHYQRX®: l’integra-
zione è necessaria dato HMNWRX
è in cerca di un sostantivo, cfr. trad.
ar.-lat. quia de †sanguine† [de sono?] intelliguntur duo, non sicut
intelligitur de significatione colere nigre una res.
12.9 mHMQ®: per l’integrazione v. sopra de atra bile 6.6 (per il para-
gone anche 3.5) e de meth. med. 10.957, 5-6 K; trad. ar.-lat. sicut fex
NDLK-PHYODLQDFROKYPHODJFROLNRoJDYUWRLNDLDX^WKFXPRo
RMQRPDY]HWDLWRG¨H^WHURQR^SHULMOXYoWLYoHMoWLQDL^PDWRoR-SRL
RQ
DMPRYUJKPHQmHMQ®HMODLYZLWUX[G¨HMQRL>QZLNDLJDUNDLWRX
WR
PHODJFROLNRoNDOHL
WDLFXPRYoHMSHLGKIXYoLQH>FHLEUDFHLYDo
SURIDYoHZo HMSLWXFRQ DMNULEK
 WKQ PHYODLQDQ HMUJDY]HoTDL
FROKYQRX^WZJDUNDLWZ
QHMGHoPDYWZQWHNDLSRPDYWZQWDPHQ
IOHJPDWLNDYWDGHPHODJFROLNDSURoDJRUHXYRPHQ
10 DMSRGHGHLJPHYQRXG¨K-PL
QH>QWHWRL
o3HULmWZ
Q®IXoLNZ
Q
GXQDYPHZQ X-SRPQKYPDoL NDL SURoHYWL WK
o WZ
Q NDTDLURYQWZQ
IDUPDYNZQGXQDYPHZoGLDWZ
QDXMWZ
QDMJJHLYZQDMQDIHYUHoTDLY
WHWKQWURIKQHMNWK
oNRLOLYDoHLMoR^ORQWRoZ
PDNDWDIHYUHoTDLY
WHSDYOLQHM[DXMWRX
SRWHPHQWRQSLNURYFRORQK@PHODJFROLNRQ
FXPRYQHMQLYRWHGHNDLDXMWRWRDL_PDSURSHWZ
oDMSRIDLYQRQWDLY
WLQHo DMGXQDWZYWDWRQ HL?QDL GLD WK
o DMSR WZ
Q SXOZ
Q WRX

K^SDWRo HMSL WRQ oSOK
QD WHWDPHYQKo IOHERo H^ONHoTDL WR
PHODJFROLNRQ DL_PD WURIKQ HMoRYPHQRQ WZ
L oSOKQLY K@@ WRL
o
PHQ NDTDUWLNRL
o IDUPDYNRLo WRQ RLMNHL
RQ H^ONHLQ FXPRQ
RXMN DMGXYQDWRYQ HMoWLQ H-NDYoWZL GH WZ
Q WUHIRPHYQZQ PRULYZQ
DMGXYQDWRQ« K@ SD
oLQ DXMWRL
o HL_o HMNHL
QRo RLMNHL
RoY  HMoWL
FXPRYo«Z^oSHUH>QLRLWR DL_PDY IDoLQRXMG¨R^WLSDYPSROODWZ
Q
]ZYLZQ D>QDLPD SDQWDYSDoLYQ HMoWLQ HMQQRRX
QWHo D` WUHYIHWDL
SDYQWZoX-SR H-QRoRLMNHLYRXFXPRX
\XFURX
 PHQZ-oSURoWR
DL_PDSDUDEDYOOHLQH>FRQWRoG¨RLMNHL
RQY WLNDL oXYPIXWRQK@
H>PIXWRQK@ R^SZoD>QWLoRMQRPDY]HLQHMTHYOKLTHUPRYQR-SRL
RQY 
WL NDL WR WRX
 K^SDWRYo HMoWLQ H-NDYoW RX  WH WZ
Q D>OOZQ WRX

oZYPDWRoPRULYZQ

in vino et in oleo; variazioni si hanno in de loc. aff. 8.372, 17-18 (HMQ


RL>QRLo / NDWDGHWRX>ODLRQ) e de simpl. med. fac. 11.414, 13-14 K (HMSL
WZ
QRL>QZQ / HMS¨HMODLYRX, e v. anche 582, 4). | SRPDYWZQ: la forma attica
con la lunga (SZCPD) è nettamente minoritaria in Galeno.
12.10 mWZ
Q®IXoLNZ
Q: Sulle facoltà naturali è citato con l’articolo
a 3.6; caso un po’ diverso è quello del libello Sulla facoltà dei rime-
di purganti citato qui sopra a 12.2 con precisione; è dubbio se si
debba intervenire con un’integrazione mHMQWZ
L3HUL® o lasciarla
sottintesa, cosa ben possibile dato lo stretto nesso creato H>QWH…
bile» o bile nera – perché anch’essa si denomina «umore
atrabiliare» – e l’altro che vale per una specie di sedimen-
to del sangue, quale è la morchia <nel>l’olio e la feccia nel
vino; e in effetti anche questo si chiama «umore atrabiliare»,
poiché ha natura di elaborare, incontrando una minima oc-
casione, l’atrabile o bile nera. È così infatti che, di vivande e
di bevande, une le designiamo flegmatiche, altre atrabiliari.
10 Essendo stata da noi data dimostrazione sia nei com-
mentari Sulle facoltà naturali sia ancora nella facoltà dei
rimedi purganti, che per i medesimi vasi affluisce il nutri-
mento dal ventre a tutto il complesso del corpo e che poi da
esso rifluisce all’inverso ora l’umore bilioso, di bile amara, o
atrabiliare, di bile nera, e talvolta poi anche il sangue stesso,
sbrigativamente dichiarano alcuni che sarebbe assoluta-
mente impossibile che per la vena distesa dalle porte del
fegato alla milza venga tirato a sé il sangue atrabiliare per
essere di nutrimento alla milza. O che per i farmaci purgati-
vi tirare a sé l’umore appropriato non è impossibile, e inve-
ce è impossibile per ciascuna delle parti [del corpo] che ne
vengono nutrite? O che per tutte queste parti c’è quello e
solo quell’umore appropriato? come alcuni affermano del
sangue, non ponendo nemmeno mente al fatto che molti
davvero degli esseri viventi sono del tutto privi di sangue, i
quali si nutrono in ogni caso a opera di un unico umore ap-
propriato, freddo a paragone del sangue, ma comportante
un caldo proprio e connaturato o innato o come lo si voglia
denominare, un caldo quale è quello del fegato e di ciascu-
na delle altre parti del corpo.

NDLSURoHYWL. | DMQDIHYUHoTDLYWH … NDWDIHYUHoTDLYWH: cfr. de atra bile


7.13. | WZ
QSXOZ
Q: le «porte del fegato» (da cui la denominazione
di «vena porta»), o «la porta del fegato, è la vena per cui entra il
suo nutrimento», Rufo, Sulla denominazione delle parti del corpo
umano179; cfr. de plac. Hipp et Plat. VI 5.16, e soprattutto in Hipp.
nat. hom. comment. II 6 (pp. 74, 24-75, 1) con l’immagine del fega-
to come città o casa, alle cui porte arrivano i carichi di vettovaglie.
13. 1.DLGLDWRX
WRWKQNDUGLYDQRL_RQH-oWLYDQWK
oHMQWRL
o
]ZYLRLoTHUPDoLYDoHL?QDLYIKPLJHYQRoWLTHUPRYWKWRoH^WHURQ
HMQ WRL
o IXWRL
o K-JRXYPHQRo X-SDYUFHLQ RX_ NDL WR K-PHYWHURQ
oZYPDPHWHYFHLQžNDT¨R`QORYJRQNDLIXoLNK
oNDLTUHSWLNK
o
mGXQDYPHZo® RMQRPD]RPHYQKo HL>WH IXYoLQ HMTHYOKL WLo NDOHL
Q
HL>WHNDL\XFKYQZ-o¨$ULoWRWHYOKoNDL3ODYWZQ 2HL?QDLYWH
NDWDWRK_SDUWRLDXYWKQPHQDMUFKQWK
oIXoLNK
oTHUPDoLYDo
RL^DQ H>FHL NDL WD IXWD NDWD WKQ NDORXPHYQKQ U-LY]ZoLQ
RLMNHL
DQ WK
o RXMoLYDo H-žDXMWZ
Q H-WHYUDQ GH WDXYWKo WKQ HMN
NDUGLYDo DXMžWZ
LQž mSDQWL oZYPDWL® FRUKJRXPHYQKQ GL¨ K`Q
NDL SURo WKQ K-PHWHYUDQ D-IKQ THUPDLYQHWDL WK
o IXoLNK
o
RX^WZo RMOLYJKo RX>oKo Z-o PK SLYSWHLQ X-SR WKQ K-PHWHYUDQ
DL>oTKoLQ GLR NDL WKQ DMUFKQ RXMG¨ HL?QDL THYUPKQ WRL
o
IXWRL
oDXMWRWHOZ
oOHYJRPHQHMSHLGDQWRL
oWH]ZYLRLoDXMWRL
o
SDUDEDYOOZPHQ DLMoTKYoHL WH NULYQZPHQ WKQ GLDYJQZoLQ
WRXW HYoWL WRL
oW¨DMSRIDLQRPHYQRLoRX^WZNDLGR[DY]RXoLQRXMN

13.1 RL_RQH-oWLYDQ: per l’immagine del cuore come focolare, cfr.


sopra 3.4 e de simpl. med. fac. 11.600, 13 K; in Hipp. epid. VI com-
ment. IV 25 inizio; de foet. form. 3.25. | PHWHYFHLQž: in astratto si
potrebbe mantenere l’infinito obliquo nella relativa, ma le relati-
ve successive sono al modo finito (RL^DQH>FHL, GL¨K`Q… THUPDLYQH
WDL). | mGXQDYPHZo®: l’integrazione è sulla base della trad. ar.-lat. et
secundum hunc modum communicant cum eo in virtute que nomi-
natur naturalis. Per la «facoltà naturale e nutritiva» (cioè le facoltà
naturali, di cui la funzione nutritiva è una specificazione, più preci-
samente della facoltà alterativa, v. de sympt. caus. 7.225,4 K), cfr.
de praesag. ex puls. 9.424, 14-18; de meth. med. 10.635, 10-15 K; in
Hipp. epid. VI comment. I 3 (p. 18, 12-13 NDL WKQIXoLNKYQWHNDL
TUHSWLNKYQK`QHM[K^SDWRoH>PDTHoHMSLUUHL
QWDL
oIOH\LYQ); c’è anzi da
chiedersi se in de plac. Hipp. et Plat. VI 4.3 e VIII 1.28 la dunamis
IXWLNKY (in prossimità di WDIXWDY) non sia errore per IXoLNKY (cfr. VI
4.3 il fegato, «quell’organo che provvede alla materia adatta al nu-
trimento per tutto quanto il corpo, questo è con buona ragione da
considerare il principio della facoltà nutritiva e vegetativa [IXWL
NK
o, o naturale? IXoLNK
o], come io penso anche nelle piante è
quella parte che chiamavamo radicazione [U-LY]ZoLQ]: infatti attira a
sé attraverso una gran moltitudine di radici dalla terra il nutri-
13. 1 E per questo, quanto al cuore, io affermo che è
come una specie di focolare del calore che è negli esseri
viventi, ritenendo che un diverso genere di caldezza sia
quello presente nelle piante, di cui anche il corpo nostro
partecipa, secondo la ragione per cui partecipa anche del-
la <facoltà> denominata naturale e nutritiva, sia che la si
voglia chiamare natura sia anche anima, come Aristotele
e Platone; 2 e che sia nel fegato una tale facoltà, princi-
pio sì del calore naturale, quale hanno anche le piante nella
cosiddetta radicazione, appropriata alla sostanza loro; ma
che diverso da questo sia quello che viene provveduto dal
cuore a <tutto> il <corpo>, per via del quale esso si fa caldo
anche al nostro tatto, mentre il calore naturale è così ridot-
to, che non ricade sotto la nostra capacità percettiva. Per
cui anche diciamo che nelle piante proprio per niente v’è
caldo in modo indipendente, quando le paragoniamo con
gli esseri viventi in senso stretto e procediamo a un giudizio
differenziale con la [sola] percezione; e cioè non facciamo
obiezione a quanti fanno dichiarazioni in questo senso e

mento e lo invia dopo una preliminare elaborazione a tutta quan-


ta la pianta attraverso il fusto»). Per la designazione alternativa
phusis/psukhē v. sopra 3.6.
13.2 mSDQWL oZYPDWL®: oppure mD^SDQWL®DXMžWZ
LmoZYPDWL®. L’inter-
vento sul testo è pesante, e tuttavia DXM W Z
Q del cod. è lezione
senz’altro errata; la trad. ar.-lat. ha calor qui portatur a corde in
totum corpus; ed è difficile credere che il traduttore arabo abbia
osato impegnarsi in una sua interpretazione di un DXMWZ
L dell’origi-
nale (per di più con accentuazione: totum corpus); è più facile pen-
sare che sia stato invece uno scriba greco a sintetizzare per sciatte-
ria un’espressione più ampia nel banale pronome anaforico DXMWZ
L
(poco sopra si ha WRK-PHYWHURQoZ
PD), corrottosi peraltro successi-
vamente in DXMWZ
Q (per l’espressione cfr. de praesag. ex puls. 9.355,
19-356,1 K R^oRQRX?QDMSRWK
oNDUGLYDoHMSLUUHL
WZ
LSDQWLoZYPDWLTHU
PDoLYDo, de plac. Hipp. et Plat. VI 6.17 HMSLSHYPSHoTDL … WZ
LSDQWL
oZYPDWLSDUDWK
oNDUGLYDoDL_PDNDLSQHX
PD, II 6.14 WKQSUZYWKQDMUFKQ
DLMoTKYoHZYoWHNDLNLQKYoHZoK`QDXMWRoHMJNHYIDORožD^SDQWLWZ
LoZYPD
DMQWLOHYJRPHQ mHLM® PKYSRWH WKQ HMSLoWKPRQLNKQ DMNULYEHLDQ
HMQoWKoRYPHTD
3 NDLY WLo L>oZo GRY[HL GLDIZQLYDQ DM[LRYORJRQ HL?QDL WZ
Q
OHJRYQWZQ THUPD PHQHL?QDLWD ]Z
LD, \XFUD GH WD IXWDY, PK
JLQZYoNZQ Z-o, R^WDQPHQDMNULERORJK
WDLYWLoHMSH[HYUFHWDL SD
Q
WRNDW¨DMNRORXTLYDQ]KWRXYPHQRQD>FULWK
oHMoFDYWKoHMSLoWKYPKo,
R^WDQ GH SHULY WLQRo D>OORX SUDYJPDWRo oNRSRXYPHQRo HMQ
SDUHYUJZL SHULWRXYWZQDMSRIDLYQKWDLWRSURoWKQSURYFHLURQ
DL>oTKoLQTHUPRQK@\XFURQOHYJZQDMUNHL
WDL.
4 3ODYWZQJRX
QDXMWRoH>P\XFDPHQDMHLOHYJHLWD]Z
LD, WRXo
OLYTRXoGHNDLWDoSRYDoNDLWD[XYOD NDLNDTRYORXIDYQDLWD

WLFRUKJHL
). | THYUPKQ: non c’è nessun «principio caldo» (WKQ
DMUFKQ… THUPKYQ) e WKQDMUFKQRXMG HY è un’energica negazione (fre-
quente in Galeno): l’emendamento THYUPKQ è di I. Garofalo, cfr.
trad. ar.-lat. et propter hoc idem dicimus in plantis in comparatione
ad corpora animalium quod ibi non sit caliditas. Per la diversa in-
tensità tra caldo cardiaco e «tiepido» (FOLDURYo) caldo connaturato
cfr. de foet. form. 3.24-25. | DXMWRWHOZCo: Vlat ha DXMWRLCoWHOHYZo, as-
sai problematico; intanto si dovrebbe secludere DXMWRLCo che non dà
senso (anticipazione indebita dal successivo ]ZYLRLoDXMWRLCo). Ma
cosa vorrebbe dire WHOHYZoOHYJRPHQ? «diciamo senz’altro», nel pie-
no senso dell’affermazione, o «alla fin fine diciamo», cioè tenuto
conto dei dati disponibili (con WHOHYZo nel senso in cui si usa avver-
bialmente WHYORo)? Per DXMWRWHOZCo (DXMWRWHOKC aveva già proposto I.
Garofalo), cfr. Plutarco, quaest. conv. 652 A, in riferimento all’af-
fermazione di Epicuro nel Simposio (fr. 60 Usener) secondo cui
RXMNHL?QDLTHUPRQDXMWRWHOZCoWRQRL?QRQ, «il vino non è caldo in mo-
do indipendente», di per sé. Molto poco probabile è connettere
l’avv. a OHYJRPHQ, «diciamo sbrigativamente»; in un fr. di Lisia infat-
ti (L 38) si dice NDLWRXCWRHMSRLKYoDPHQRXMNDXMWRWHOZCo, DMOO¨DMNULEZCo,
«e questo l’abbiamo fatto non ad arbitrio, ma con precisione», con
l’avv. nel senso di Z-oH>WXFHQ (cfr. Fozio, lex. D 3257).
13.3-7 Il brano da NDLY WLoL>oZo a SLTDQZYWHURQ è testimoniato
anche da A; a esso A2 (forse Demetrios Angelos) premette il titolo
*DOKQRX
SHULWZ
QH-DXWZ
GRNRXYQWZQ. Il ms. A poi, come L e V, testi-
monia successivamente dei capp. 14 e 15 sotto il titolo di prima
mano *DOKQRX
SHULWK
oRXMoLYDoWZ
QIXoLNZ
QGXQDYPHZQ.
13.3 WK
oHMoFDYWKoHMSLoWKYPKo: il sintagma, testimoniato ora da V,
così la pensano, se non vorremo opporre loro l’esattezza
scientifica.
3 E forse parrà che vi sia un disaccordo notevole di quan-
ti dicono che sono caldi gli esseri viventi e fredde le piante,
non riconoscendo il fatto che, quando si voglia essere preci-
si, si procede esaminando tutto l’argomento di ricerca con
consequenzialità fino all’estrema [possibilità del] sapere,
quando invece nell’indagine riguardo a qualche altro fatto
ci si dichiara incidentalmente su queste cose, è sufficiente
dire del caldo o del freddo che risulta alla sensazione or-
dinaria.
4 Platone dunque, per parte sua, animati dice sempre gli
esseri viventi, e le pietre invece, le erbe, i legni e per dirla in

era omesso in A (e da dove l’abbiano tratto gli editori dell’Aldina


è un mistero: di certo non è una congettura, e che non abbia avuto
successo [Nutton] come congettura non lo rende inattendibile);
esso rappresenta un hapax in Galeno (e in greco), ma espressioni
simili sono in relazione ad DMNULYEHLD in de temp. III 4 (p. 104, 25-26
SOKQHL>SRWHPHYFULWK
oHMoFDYWKoDMNULEHLYDoDMQDYJRLPHQWRQORYJRQ); de
nerv. dissect. 2.843, 12-13 K (HLMoHMoFDYWKQDMNULYEHLDQHM[KJKYoDoTDL); e
de foet. form. 3.14 (R-QX
QK-PL
QSURNHLYPHQRoORYJRoRXMNDWDWRSDYUHU
JRQZ^oSHUR^WDQD>OORWLSURKJRXPHYQZo [lege mRXM®SURKJ, cfr. in
Hipp. epid. III comment. II 4 in fine RXMSURKJRXPHYQZoDMOODNDWD
WR SDYUHUJRQ] oNRSZ
PHQDMOO¨HLMoHMoFDYWKQDMNULYEHLDQHMNSRQHL
WDL);
ma v. l’esempio più vicino in de simpl. med. fac. 11.513, 4 K PHYFUL
WK
oHMoFDYWKoILORORJLYDoDMQLRYQWHoWZ
LORYJZL. | WKQSURYFHLURQ
DL>oTKoLQ: cfr. ars 28.7 «chiamo secondo potenza la cosa che real-
mente e veramente è quale si dice che sia; secondo apparenza la
cosa che appare essere tale alla sensazione ordinaria, ma che, real-
mente, non è tale» (NDOZ
 GHNDWDGXYQDPLQPHYQR^SHUR>QWZoWHNDL
DMOKTZ
oHMoWLQRL_RQOHYJHWDLNDWDIDQWDoLYDQGHYWRWK
LSURFHLYUZLPHQ
DLMoTKYoHLWRLRX
WRQHL?QDLIDQWD]RYPHQRQR>QWZoGH RXMNR@QWRLRX
WRQ,
ancora parlando di caldo e di freddo, e delle altre qualità, in un
contesto più ampio).
13.4 IKoLQ: la serie è sconnessa, e le «erbe» inserite tra pietre e
legni rappresentano un elemento tendenzioso in modo da trarre
una conclusione riassuntiva con riferimento a «tutte le piante» (v.
sotto a 13.5 la serie che inizia ancora con le pietre, ma non com-
prende vegetali). In Platone non ricorrono serie analoghe, e l’unica
IXWD SDYQWDWZ
QDM\XYFZQoZPDYWZQHL?QDLY IKoLQ DMOO¨ R^WDQ
HMQ 7LPDLYZL WKQ IXoLNKQ THZULYDQ RMOLJLYoWRLo DMNURDWDL
o
NDWDNRORXTHL
Q HMSLoWKPRQLNRL
o ORYJRLo GXQDPHYQRLo
DMSRFZULYoDoWZ
QWRL
oSROORL
oGRNRXYQWZQ, [62r] HLMoR^ORQ
WRQNRYoPRQHMNWHWDYoTDLOHYJKLWKQ\XFKQDXMWRX
, GLDIZQLYDQ
RXM FUK WRX
WR QRPLY]HLQ HL?QDL, WDMQGURo H-DXWZ
L WDMQDQWLYD
OHYJRQWRo, Z^oSHU RXMG¨ ¨$ULoWRWHYORXo K@ 4HRIUDYoWRX, WD
PHQ WRL
o SROORL
o JHJUDIRYWZQ, WDo G¨ DMNURDYoHLo WRL
o
H-WDLYURLo R^WDQJDYUWLWZ
QHMNIHXJRYQWZQD^SDoDQDL>oTKoLQ
GRYJPD SROOZ
Q ORYJZQ GHRYPHQRQ HLMo DMSRYGHL[LQ DMNDLYUZo
OHYJKWDL, SURoNURXYHL WRL
o DMNRXYRXoLQ 5 RX>NRXQ FUK
SHUL WZ
Q WRLRXYWZQ DMSRIDLYQHoTDL SULQ WRX
 NDWD EUDFX
GLD PDNUD
o DMSRGHLY[HZo HMSL WR oXPSHYUDoPD WRX
 ORYJRX
SDQWRoDMILNHYoTDL, RXMGHGLDWZ
QOLYTZQ NDLWZ
QRMoWUDYNZQ
NDL WK
o \DYPPRX NDL WZ
Q NDWDNDLRPHYQZQ K@ oKSRPHYQZQ
QHNUZ
Q ]ZYLZQ WKQ WRX
 NRYoPRX GLKYNHLQ \XFKYQ HLM JDU
D-SOZ
o RX^WZo DMQDIDQGRQ DMNRXRYQWZQ WZ
Q SROOZ
Q R-
3ODYWZQHL?SHY WLWRLRX
WRQ, NDWHJLYQZoNRQD@QRL- SDURYQWHo

che può essere richiamata («pieni di pietre e terra e di molti altri


corpi inanimati», leg. 967c) si riferisce, in un contesto probabilmen-
te antianassagoreo, e comunque antimaterialistico, ai corpi celesti
animati; in soph. 265c c’è una tripartizione che lascia in una posi-
zione ambigua le piante, in quanto si parla di «tutti gli animali mor-
tali e poi anche delle piante, quante crescono sulla terra spuntando
da semi e radici, e tutti i corpi inanimati che si costituiscono nella
terra, fusibili e non fusibili». La definizione in Phaedr. 245e secon-
do cui «ogni corpo il cui movimento venga dall’esterno, è inanima-
to, ogni corpo che ha il movimento all’interno da se stesso, è ani-
mato» non fa rientrare senz’altro le piante tra i corpi inanimati, se
esse non sono prive del movimento che viene da se stesse (15.7 fi-
ne). | HLMoR^ORQWRQNRYoPRQ: cfr. Plat. Tim. 34a-40d (si noti che, per
l’anima, si dice qui che essa fu costituita «anteriore e più vecchia
[SUHoEXWHYUDQ, in greco col senso anche di dotato di importanza e
autorità] per genesi e virtù del corpo, in quanto padrona e destina-
ta a essere un superiore di esso che sarebbe stato suo sottoposto
[\XFKQoZYPDWRoZ-oGHoSRYWLQNDL D>U[RXoDQDMU[RPHYQRX]»: v. invece
sotto 15.2). | WDoG¨DMNURDYoHLo: come è noto, Platone, che deve la
generale tutte le piante afferma che sono tra i corpi inani-
mati; ma quando nel Timeo per il ristrettissimo numero di
uditori in grado di seguire ragionamenti scientifici, avendo
distaccato la teoria naturalistica dai pareri comuni ai più,
dice che per l’universo mondo si estende l’anima di esso,
non si deve ritenere che sia, questo, disaccordo di quest’uo-
mo che fa affermazioni contraddittorie, come non è nep-
pure per Aristotele o Teofrasto, che hanno lasciato opere
scritte per i più, ma anche dato delle letture per i propri
intimi; quando infatti una dottrina di quelle che sfuggono e
travalicano ogni [possibilità di] sensazione, la quale neces-
sita di molte argomentazioni per la sua dimostrazione, ven-
ga esposta in modo intempestivo, non può che urtare chi
sta a sentire. 5 Non si deve dunque fare dichiarazioni su
punti del genere prima di giungere gradualmente attraver-
so una lunga dimostrazione alla conclusione di tutto quan-
to il ragionamento, né [dichiarare] che l’anima del mondo
trapassi per le pietre, i cocci, la sabbia e i cadaveri degli
esseri viventi che vengono bruciati o vanno in putrefazione:
se infatti così apertamente Platone avesse detto una cosa
del genere davanti a una folla di ascoltatori, tutti i presenti

sua fortuna ai dialoghi scritti, non attribuiva valore alla comunica-


zione scritta (v. Phaedr. 276a ss. e più particolarmente epist. VII
341b7 ss.); per lui si dovrebbe stabilire un’opposizione tra insegna-
menti essoterici scritti e insegnamenti acroamatici (esoterici) non
scritti (oggi è apertissima e molto discussa la questione intorno agli
agrapha dogmata); diverso è il caso per Aristotele (e Teofrasto):
circolavano ed erano apprezzati i suoi scritti (essoterici) rivolti alla
comunicazione pubblica, e poi c’erano le sue trattazioni rivolte alla
scuola, in forma scritta anch’esse (opere acroamatiche o esoteri-
che: eventi fortunosi [narrati da Strabone, XIII 1.54] hanno poi
fatto sì che a noi siano giunti proprio questi scritti, i quali hanno
talmente oscurato per densità e originalità del pensiero le opere
pubblicate alla maniera platonica, che nel corso del tempo
quest’ultime si sono perdute e solo frammenti sono pervenuti).
13.5 Per questo ammonimento metodologico cfr. 8.1-2, 12.8.
DXMWRX
 SDYQWHo 6 HMJZ G¨ RX?Q, DMI¨ Z_Q PHQ NLQRXYPHQRo
HMSL WKQGRY[DQ WDXYWKQDMILYNHWR, GL¨ H-WHYUZQX-SRPQKPDYWZQ
HMGKYOZoD, PK oXQDSRIKQDYPHQRo DXMWZ
L K@ GLDWHLQDYPHQRo
RXMGH JDU DXMWRo HMNHL
QRo RX^WZo DMSRIDLYQHWDL WD WK
o
IXoLNK
o THZULYDo, DMOO¨ D>FUL WRX
 SLTDQRX
 NDL HLMNRYWRo
DXMWKQ SURHYUFHoTDLY IKoLQ R^WL PHYQWRL WD IXWD NLQKYoHZo
DMUFKQ HMQ DX-WRL
o H>FHL NDL WKQ WZ
Q RLMNHLYZQ WH NDL
DMOORWULYZQ DL>oTKoLQ, DMOKTHo HL?QDL QRPLY]Z, OHYJHLQ G¨
DMNDLYUZoWDWRLDX
WDIXODYWWRPDLPD
OORQK@DXMWRoHMNHL
QRo.
7 DMOO¨ HMDQ
 H>UKWDLYPHYWLo, WLYSOHRQHNWHL
WZ
QIXWZ
QWD]Z
LD,
WKYQW¨DL>oTKoLQOHYJZNDLWKQNDT¨ R-UPKQNLYQKoLQNDLWDYoJH
GXQDYPHLo, D`oHL?SRQD>UWL, WKQH-ONWLNKYQ WHNDLWKQDMSRNULWLNKQ
NDLWKQNDTHNWLNKYQWHNDLDMOORLZWLNKYQ, RXM\XFLNDYo, DMOOD
IXoLNDo RMQRPDY]ZQž, PKGHQ HMN WRXYWRX PKYWH WKQ LMDWULNKQ
WHYFQKQ PKYWH WKQ KMTLNKQ ILORoRILYDQ EODSWRPHYQKQ R-UZ
Q
R^WDQGHWK
oKMTLNK
oILORoRILYDoWRIXoLNRQPHYURo, R-SRL
RQY WL

13.6 GL¨ H-WHYUZQX-SRPQKPDYWZQ: quali sono questi commentari?


Quelli relativi al Timeo platonico (i frammenti del commento so-
no editi in CMG Suppl. I, cfr. Bibliografia), che a giudicare dai
frammenti conservati poco trattano dell’anima del mondo (ma la
situazione è ben diversa se si prendono in considerazione i nuovi
frammenti pubblicati da C.J. Larrain, di discussa genuinità); ov-
vero potrebbe essere fatto qui riferimento allo scritto de partibus
et facultatibus animae (perduto) menzionato in de libr. propr.
16.3 (3HUL WZ
QWK
o\XFK
oPHUZ
QNDL GXQDYPHZQWULYD). | D>FULWRX

SLTDQRX
NDLHLMNRYWRo: l’espressione, qui riferita a Platone, più vol-
te attestata in Galeno, è alla fine dello scritto usata con insistenza
(v. sotto 13.7; 14.4; 15.8); con uguale insistenza, in riferimento a
Platone, al Platone del Timeo, alle sue posizioni in particolare
sulla sostanza dell’anima (e sugli dèi e l’assetto del nostro cor-
po), è usata alla fine di de plac. Hipp. et Plat. IX 9.2; .7; .12. | DXMWKYQ:
per il soggetto dell’infinitiva con SURHYUFHoTDL è attesa una perso-
na, cioè Platone e non la sua «teoria naturalistica»; è così più sot-
to a 13.7 e così a 14.4 (e cfr. anche de praesag. ex puls. 9.275, 3 K);
Lucarini 2010, p. 334 ha quindi proposto di leggere DXMWK
o, «Plato-
ne afferma di procedere fino al limite plausibile e verosimile di
essa teoria»; la correzione è minima e il senso è ottimo, e però si
lo avrebbero mal giudicato. 6 Orbene, muovendo da quali
premesse egli sia giunto a un parere del genere, io l’ho mo-
strato in altri commentari, senza essermi voluto dichiarare
d’accordo con lui o senza aver preso decisa posizione; per-
ché neppure lui fa dichiarazioni in questo modo riguardo
ai punti della sua teoria naturalistica, ma afferma che essa
procede solo fin dove è plausibile e verosimile; e tuttavia
che le piante abbiano in sé un principio di movimento e la
sensazione delle cose loro appropriate ed estranee, lo riten-
go vero, ma dal dire in modo intempestivo di tali punti mi
guardo più che non ha fatto lui.
7 Ma se mi si chieda in che cosa si avvantaggiano rispetto
alle piante gli esseri viventi, dico che è la sensazione e il
movimento volontario e per quel che è delle facoltà, che
ho detto poco fa, l’attrattiva e la repulsiva e la ritentiva e
alterativa, non le denomino psichiche, ma naturali, veden-
do che in niente da ciò si ha un danno né per l’arte medica
né per la filosofia morale. Quando però divenga necessario
per me parlare della parte naturalistica della filosofia mo-
rale quale è ritenuta da Platone, alcuni punti li lodo senza

deve notare che in de simpl. med. fac. 11.431, 17 K il soggetto è R-


ORYJRo, la ragione; a in Hipp. off. med. comment. 18b. 898, 14 K il
soggetto è K- HM[KYJKoLo, la spiegazione; e in de plac. Hipp. et Plat.
IX 9.12 il soggetto sono WDJHJUDPPHYQD, le cose scritte da Platone
nella Repubblica che non si limitano a procedere fino alla plausi-
bilità.
13.7 WLYSOHRQHNWHL
: e cioè la superiorità degli animali sulle pian-
te è data dall’anima, cfr. 3.1; 6.1; ma il verbo è ambiguo, vale «ave-
re di più» di qualcuno (SOHYRQH>FHLQ) o «avere in più» rispetto a
qualcuno? In apertura al III libro di de nat. fac. sembrava prevale-
re questo secondo aspetto: «poiché l’avere sensazione e il muover-
si volontariamente sono prerogative peculiari degli animali, e in-
vece l’accrescersi e il nutrirsi sono comuni anche ai vegetali, do-
vrebbero essere, le prime, opere dell’anima, le seconde, opere
della natura», ma v. la fine di 13.6 e di 15.7: il rispettivo appannag-
gio di anima/natura sembra risolversi in una mera alternativa de-
nominazione (13.1), che non si direbbe legata solo a diversa op-
3ODYWZQK-JHL
WDL, OHYJHLQDMQDJNDL
RQY PRLJHYQKWDL, WLQD PHQ
D>QWLNUXoHMSDLQZ
NDLoXQDSRIDLYQRPDLWDMQGULY, SHULYWLQZQG¨
D>FULWRX
SLTDQRX
SURHYUFRPDL, NDTDYSHUHMS¨ HMQLYZQDMSRUZ
Qž
SDQWDYSDoLQ RXMGHPLYDQH>FZQU-RSKQHMSLWZ
QGLDIZQRXPHYQZQ,
Z-omD@Q®HL>KWRH^WHURQDXMWZ
QSLTDQZYWHURQ.
14. 1 3HUL mGH® WK
o RXMoLYDo WZ
Q \XFLNZ
Q GXQDYPHZQ,
R^WL \XFKQ H>FRPHQ, HMSLYoWDPDL Z^oSHU SDYQWHo D>QTUZSRL
THZYPHQRLPHQHMQDUJZ
oWDGLDWRX
oZYPDWRoHMQHUJRXYPHQD
EDGL]RYQWZQNDLWUHFRYQWZQmNDL®H>oT¨R^WHNDLSDODLRYQWZQ
DLMoTDQRPHYQZQ WH SROXHLGZ
o HMQQRRX
QWHo GH WZ
Q H>UJZQ
WRXYWZQ DLMWLYDo WLQDo X-SDYUFHLQ H>N WLQRo DM[LZYPDWRo
IXoLNRX
 SD
oLQ K-PL
Q SLoWRX
, NDT¨ R` PKGHQ DMQDLWLYZo
JLYQHoTDLQRRX
PHQ DMOODGLDWRPKJLQZYoNHLQ, K^WLoHMoWLQK-
DLMWLYDWZ
QH>UJZQWRXYWZQ, R>QRPDTHYPHQRLDMSRWRX
GXYQDoTDL
SRLHL
Q D` SRLHL
, GXYQDPLQ HL?QDLž WZ
Q JLQRPHYQZQ H-NDYoWRX
SRLKWLNKYQ RX^WZ JRX
Q NDL WKQ oNDPPZQLYDQ D^SDQWHYo
IDoL GXYQDPLQ H>FHLQ NDTDUWLNKYQ, Z^oSHU WR PHYoSLORQ

zione filosofica (stoici vs. platonici-peripatetici, v. anche 3.6), bensì


a una sostanziale affinità in relazione alle piante tra le due istan-
ze. | D>UWL: a 9.3 (e all’inizio 3.5, e qui sotto a 15.6; .9).
14.1 I codd. greci LAV esibiscono i due ultimi capitoli come
l’inizio di uno scritto autonomo (*DOKQRX
 SHUL WK
oRXMoLYDoWZ
Q
IXoLNZ
QGXQDYPHZQ); il cap. 14 ha così in greco un inizio difettoso
(Z^oSHUR^WL\XFKQH>FRPHQ, HMSLYoWDQWDLSDYQWHo RL- D>QTUZSRL), cosa
che ha portato a postulare una lacuna iniziale. Ma non sembra
mancare nulla, a quanto mostra la traduzione ar.-lat. (che dà i due
capitoli in proseguimento: capitulum quartumdecimum ... capitu-
lum quintumdecimum ...); e sulla sua base (de substantia autem
uirtutum sentio prout allii senserunt scilicet quod habeant animam,
eo quod uident etc.) si è proceduto a riformulare il testo greco,
modificando anche IXoLNZ
Q dello pseudo-titolo (di sicuro un erro-
re) in \XFLNZ
Q (l’attributo è omesso nella trad. ar.-lat.; cfr. sopra
13.7 NDL WDYoJHGXQDYPHLo, D`oHL?SRQD>UWL, RXM \XFLNDYo, DMOOD
IXoLNDoRMQRPDY]Z). | WUHFRYQWZQmNDL®H>oT¨R^WH Per EDGL]RYQWZQ/
DLMoTDQRPHYQZQ cfr. sopra 13.7. Nella sequenza l’elemento H>oT¨R^WH
pare inteso a marcare il progresso dallo spettacolo normale di at-
tività quotidiane a dati meno ovvi (con klimax ascendente a tre
riserve e concordo con l’avviso dell’uomo, riguardo ad altri
procedo solo fin dove è plausibile, così come su alcuni pun-
ti sono in un’incertezza del tutto insuperabile, non avendo
nessun elemento per decidere in caso di avvisi discordi, nel
senso che di essi uno sarebbe più convincente [degli altri].
14. 1 Sulla sostanza delle facoltà dell’anima, del fatto
che noi abbiamo un’anima, ne ho intendimento al pari di
tutti gli uomini, che per un verso hanno davanti a sé l’evi-
dente spettacolo delle attività che si compiono con il cor-
po, quelle di chi cammina e corre e anche talora si esercita
nella lotta e ancora di chi ha sensazioni varie e molteplici;
e per altro verso capiscono che debbono esservi delle cau-
se di queste operazioni in base a un postulato naturalistico
che per noi tutti è dato per assicurato, secondo cui noi ca-
piamo che niente può darsi senza causa; ma per il fatto di
non conoscere quale sia la causa di queste operazioni, han
posto il nome, derivante dall’avere facoltà di fare quel che
fa, di «facoltà», fattiva di ciascuna delle cose che si danno.
Così dunque anche la scamonea, tutti quanti affermano che
ha una facoltà purgativa, così come della nespola che ne

membri): così come è collocato in A e V (omesso in L) esso si rife-


risce a «correre» (cosa non impossibile, dato che il correre è un’at-
tività meno abituale del camminare), ma si vorrebbe meglio con-
netterlo con il dato, questo sì veramente inatteso, del «lottare»,
con SDODLRYQWZQ (da qui la proposta di integrazione di un NDLY); si
può far notare che se l’intenzione fosse stata quella di distinguere
solo tra attività normali e attività inconsuete (in un’opposizione a
due membri, il secondo dei quali costituito da due esempi) forse si
sarebbe detto EDGL]RYQWZQNDLH>oT¨R^WHWUHFRYQWZQ WH NDLSDODLRYQ
WZQ (v. in contesto simile, di attività normali, EDGL]RYQWZQWHNDL
WUHFRYQWZQ in opposizione a H-oWZYWZQWHNDLNDTKPHYQZQ in de plac.
Hipp. et Plat. VIII 1, 2; e anche de anat. adm. I 222; de usu part. III
9, 156, 4; de meth. med. 10.153, 11-12 K). | H>NWLQRoDM[LZYPDWRo
IXoLNRX
 Cfr. de loc. aff. 8.23, 14-16 K; su questo postulato del-
l’indagine naturalistica, v. de plac. Hipp. et Plat. IV 4, 36 PKGHQ
DMQDLWLYZoJLYJQHWDLNDLWRX
W¨H>oWLQD-SDYQWZQoFHGRYQWLWZ
QILORoRYIZQ
HMIHNWLNKQ JDoWURYo. 2 RL- GH WKQ IXoLNKQ RMQRPD]RPHYQKQ
HMNSRQKYoDQWHo THZULYDQ, D>OORo D>OOR SHLYoDQWHo H-DXWRXYo,
RL- PHQ DMoZPDYWRXo WLQDo DMSHIKYQDQWR GXQDYPHLo HMQRLNHL
Q
WDL
oDLMoTKWDL
oRXMoLYDLo, RL- G¨DXMWDoHMQHUJHL
QWDoRXMoLYDo
NDW¨ LMGLYDQ H-NDYoWKo IXYoLQ, K>WRL J¨ HMN WK
o WZ
Q WHWWDYUZQ
oWRLFHLYZQ NUDYoHZo JHQRPHYQKQ K@ SRLD
o oXQTHYoHZo WZ
Q
SUZYWZQ oZPDYWZQ, D` WLQHo PHQ D>WRPD, WLQHo G¨ D>QDUPD
WLQHoG¨DMPHUK
, WLQHoG¨R-PRLRPHUK
mWLQHoG¨DMQRPRLRPHUK
®

R-PRORYJKPDNRLQRYQ, e VI 5, 24; meth. med. 10.36, 18-19 K. | R>QRPD


THYPHQRLDMSR WRX
 GXYQDoTDLSRLHL
QD` SRLHL
, GXYQDPLQ Cfr. de caus.
puls. 9.4, 17-5, 7 K.: varie posizioni si hanno relativamente alla cau-
sa delle pulsazioni del cuore e delle arterie; «questa causa dunque
che realizza le pulsazioni, quale che sia, anche se ignoriamo la sua
sostanza, è dal fatto di aver facoltà di produrre pulsazioni che l’ab-
biamo chiamata facoltà; come, io credo, è nostra abitudine, anche
per ogni altra, di chiamarla facoltà, dal fatto di aver essa facoltà di
fare quello di cui ha facoltà; è infatti la facoltà di qualcosa e la sua
nozione noi la possediamo nella sua relazione a qualcosa e per
questo così la denominiamo, quando ne ignoriamo la sostanza»
(WDXYWKQRX?QWKQDLMWLYDQWKQGKPLRXUJRX
oDQWRXooIXJPRXYoK^WLoD@Q
K?LND@QWKQRXMoLYDQDXMWK
oDMJQRZ
PHQDMSRWRX
GXYQDoTDLoIXJPRXoHMU
JDY]HoTDLGXYQDPLQDXMWKQHMNDOHYoDPHQZ^oSHURL?PDLNDL SD
oDQ
H-WHYUDQGXYQDPLQDMSRWRX
GXYQDoTDLSRLHL
QR^SHUD@QGXYQKWDLNDOHL
Q
HLMTLYoPHTDWLQRoJDUK- GXYQDPLYoHMoWLNDL WKQQRYKoLQDXMWK
oHMQWZ
L
SURYoWLNHNWKYPHTDNDLGLDWRX
WRRX^WZoDXMWKQRMQRPDY]RPHQR^WDQWKQ
RXMoLYDQDMJQRRX
PHQ); v. anche de fac. natur. I 4, SM III 107, 14-
16. | WR PHYoSLORQ: della scammonea (Convolvulus scammonia),
spontanea nell’Europa sudorientale e nell’Anatolia, si utilizza(va)
il succo resinoso come drastico purgante. Su nespole (Mespilus
germanica) e sorbe (RX?D), cfr. de alim. facult. 6.606, 1-11 K., sono
frutti costipanti (di più la nespola), da ingerire con cautela, RXMGH
JDUZ-oWURIK
oDXMWZ
QDMOO¨Z-oIDUPDYNZQPD
OORQGHRYPHTD («perché
non ci abbisognano come nutrimento, ma piuttosto come rimedi»;
con notazione finale, tipica dell’interesse di Galeno per la lingua,
secondo cui in luogo di WD RX?D gli antichi Ateniesi scrivevano e
dicevano WDR>D, v. anche de simpl. med. fac. 12.87, 18 K. e gloss. R 1).
Un argomento analogo, sull’insostanzialità della dunamis e il suo
carattere di nozione relativa e descrittiva, è sviluppato in quod
animi mor. 2, SM II, pp. 33, 17-34, 16 (con l’esempio portato, per
una pluralità di dunameis, dell’aloe: cfr. oXJNHFXPHYQRLG¨HLMoLQ
ha una costipante per il ventre. 2 Quanti hanno elaborato
quella che viene denominata teoria naturalistica, arrivati a
convinzioni diverse l’uno dall’altro, hanno gli uni dichiara-
to che facoltà incorporee risiedono nelle sostanze sensibili,
altri che sono queste sostanze stesse ad agire secondo una
natura peculiare di ognuna, risultante o dalla mescolanza
dei quattro elementi o da una certa qual composizione dei
corpi primi, i quali alcuni affermano essere elementi indi-
visi, altri disconnessi, altri ancora irriducibili in parti, altri
di particellarità omogenea <e altri infine di particellarità

HXM T X o  HM Q  WRXY W ZL SROORL  WZ


Q  ILORoRY I ZQ DM G LDY U TUZWRQ H> Q QRLDQ
H>FRQWHoWK
oGXQDYPHZoZ-oJDUHMQRLNRX
QWRYoWLQRoSUDYJPDWRoWDL
o
RXMoLYDLoZ-oK-PHL
oWDL
oRLMNLYDLoRX^WZPRLGRNRX
oLSHULWZ
QGXQDYPHZQ
IDQWDY]HoTDL).
14.2 mWLQHoG¨DMQRPRLRPHUK
® Tutta la sequenza nella trad. ar.-lat.
suona: ex compositione primorum, de quibus vident aliqui quod
sint indivisibilia, et quidam vident quod possint [lege non possint]
continuari, et quidam vident quod non possint dividi, et quidam vi-
dent quod non possint similium partium esse. Manca l’elemento
WLQHoG¨R-PRLRPHUK
in luogo del quale si ha la traduzione di WLQHoG¨
DMQRPRLRPHUK
. Naturalmente, si può pensare all’intrusione di un
non nell’ultimo dato (mentre all’inverso subito prima un non si è
certamente perduto). E tuttavia c’è uno stretto parallelo in de sa-
nit. tuenda I 5, 11: la salute, si dice, consiste secondo tutti gli indiriz-
zi medico-filosofici nella misuratezza, però secondo Galeno di
umido e secco e di caldo e freddo, secondo altri invece di masse
corpuscolari e condotti di passaggio (R>JNRLNDLSRYURL , e secondo
altri ancora di elementi indivisi o disconnessi o irriducibili in parti
o di particellarità omogenea o disomogenea o di uno qualsiasi dei
primi elementi (DMWRYPZQK@DMQDYUPZQK@DMPHUZ
QK@R-PRLRPHUZ
QK@DMQR
PRLRPHUZ
QK@R^WRXGKWZ
QSUZYWZQoWRLFHLYZQ). Nella trad.ar.-lat. non
possint similium partium esse può essere un mero errore o un dato
interpolato sull’onda del suo contrario (si noti che DMQRPRLRPHUK
in
de sanit. tuenda è omesso, ma dai codd. meno autorevoli V e R),
ma è molto probabile invece che per omoteleuto sia caduto nei
testimoni greci il secondo membro e all’inverso il primo nella trad.
ar.-lat.; la chiusa irridente in de sanit. tuenda «o di uno qualsiasi
dei primi elementi» sembra garantire la presenza di entrambi i da-
ti ultimi e fa preferire l’ipotesi di una caduta accidentale (comple-
mentare nei testimoni greci e nella trad. ar.-lat.). Più problematico
IDoLQ HL?QDL 3 NDL JDYU WRL NDL WKQ \XFKQ K-PZ
Q DXMWKQ
RL- PHQ DMoZYPDWRYQ WLQD QRPLY]RXoLQ RXMoLYDQ HL?QDL, WLQHo GH
SQHX
PD, NDTDYSHU D>OORL PKG¨ HL?QDLY WLQD X^SDU[LQ DXMWK
o
LMGLYDQ, DMOODWKQLMGLRYWKWDWK
oWRX
oZYPDWRoRXMoLYDo, Z_QSRLHL
Q
SHYIXNH, WRXYWZQ H>FHLQ OHYJHoTDL GXQDYPHLo, RXMN RXMomL®Z
Q
WLQZQHMNHLYQZQLMGLYDQIXYoLQHMFRXoZ
Q, DMOODWK
oHMQHUJRXYoKo
RXMoLYDo NDL DXMWK
o SURo WD JLQRYPHQD GL¨ DXMWK
o WH NDL X-S¨
DXMWK
oGXQDYPHLoH>FHLQOHJRPHYQKo, Z_QSHYIXNHGUD
Q.

è individuare i sostenitori delle diverse opinioni: per gli atomi è


ovvio pensare a Democrito (ed Epicuro), per gli anharma il riferi-
mento è ad Asclepiade di Prusa (o/e a Eraclide Pontico); per gli
amerê si può pensare ad atomisti vari d’età ellenistica (per es. Dio-
doro Crono; cfr. de elem. sec. Hipp. 2. 7: «dello stesso coro di costo-
ro [Democrito ed Epicuro] sono anche quanti han posto gli ele-
menti minimi, disconnessi e irriducibili in parti», RL- WD HMODYFLoWD
NDL D>QDUPDNDL DMPHUK
 WLTHYPHQRLoWRLFHL
D). «Omeomeri» e «ano-
meomeri» (terminologia aristotelica) dovrebbero in prima istanza
riferirsi non ai corpi primi, ma ai successivi livelli di strutturazione
della materia: gli omeomeri alle componenti omogenee (noi di-
remmo cellule) dei diversi tessuti del corpo, gli anomeomeri al li-
vello ancora posteriore delle componenti disomogenee (i vari tes-
suti) che si combinano in un organo (cfr. G. Strohmaier, in CMG
Suppl. Or. III, pp. 87-94; e Galeno, in Hipp. nat. hom. comment. I
prooem., 6, 11-20; v. Aristotele, de part. anim. II 1, 646 a 12 ss. WULZ
Q
G¨ RXM o Z
Q  WZ
Q  oXQTHY o HZQ SUZY W KQ PH Q  D> Q  WLo THLY K  WK Q  HM N  WZ
Q
NDORXPHYQZQX-SRYWLQZQoWRLFHLYZQRL_RQJK
oDMHYURoX^GDWRoSXURYo ...
GHXWHYUDGHoXYoWDoLoHMNWZ
QSUZYWZQK-WZ
QR-PRLRPHUZ
QIXYoLoHMQWRL
o
]ZYLRLoHMoWLYQRL_RQRMoWRX
 NDL oDUNRoNDL WZ
QD>OOZQWZ
QWRLRXYWZQ
WULYWKGH NDL WHOHXWDLYDNDW¨DMULTPRQK- WZ
QDMQRPRLRPHUZ
QRL_RQ
SURoZYSRXNDLFHLURoNDLWZ
QWRXYWZQPRULYZQ, «tre essendo le com-
posizioni, per prima sarebbe da porre quella risultante da quelli
che da alcuni sono chiamati elementi, quali terra, aria, acqua, fuo-
co …; la seconda, strutturazione risultante dai primi elementi, è
negli esseri viventi la natura delle parti omogenee, quali dell’osso,
della carne e delle altre parti del genere; la terza poi e ultima per
numero è quella delle parti disomogenee, quali del viso, del brac-
cio e di parti come queste»). E tuttavia, «omeomerie», come è no-
to, è usato (anche da Galeno) in riferimento alla struttura primor-
diale della materia secondo Anassagora; gli «anomeomeri, di par-
ticellarità disomogenea» in riferimento ai corpi primi sono invece
disomogenea>. 3 E in effetti, quanto all’anima nostra di
per sé, gli uni ritengono che sia una sostanza incorporea,
altri pneuma, così come altri che neppure si dia una realtà
propria di essa, ma che è la peculiarità della sostanza del
corpo che si dice avere le facoltà di quanto è naturalmente
in grado di fare, senza che siano quelle certe sostanze ad
avere una peculiare natura, ma essendo la sostanza agente
che, in quanto tale, è detta avere, per le cose che si deter-
minano attraverso essa e per effetto d’essa, le facoltà delle
cose che naturalmente attua.

enigmatici: è probabile che rappresentino solo uno spunto pole-


mico (cfr. sopra de sanit. tuenda).
14.2-5 Nutton pensa che il § 2 si riferisca ancora alla discussio-
ne intorno alle due piante medicinali (scammonea e nespolo).
Credo invece che l’esempio botanico sia stato richiamato solo co-
me illustrazione del senso e del (circoscritto) valore epistemologi-
co del concetto di dunamis, e si limita a concludere il § 1 (v. anche
sopra a 9.2 l’esempio del papavero da oppio). Certo l’argomenta-
zione è un po’ involuta. La probabile articolazione dovrebbe esse-
re questa. Ci sono, in linea generale (14.2), sostanzialmente due
posizioni: a) quella di chi ritiene esservi delle facoltà incorporee
insediate nelle sostanze sensibili [ma si pensa già all’anima: si noti
che HMQ-, HLMo-, NDW- RLMNHYZ, RLMNLY]HoTDL sono detti più specificamente
dell’anima, cfr. 7.2; .5; 8.3; 15.2]; e b) quella di chi ritiene invece che
queste sostanze possano di per sé (DXMWDYo) agire, secondo la natura
propria di ciascuna. A questo punto b) si biforca in b’) nella posi-
zione di chi fa risalire questa peculiarità delle sostanze sensibili
alla temperanza dei quattro umori (Galeno); e b’’) in quanti la fan-
no risalire a un qualche tipo di composizione dei corpi primi. Ma il
discorso (14.3) si focalizza poi sull’anima, che per alcuni è incorpo-
rea (~ a): DMoZPDYWRXoWLQDoGXQDYPHLo~DMoZYPDWRYQWLQDRXMoLYDQ),
per altri corporea («pneuma», tesi anche di Crisippo, v. sopra 7.4:
non si prosegue nell’opposizione incorporea/corporea, perché an-
che la tesi della corporeità dell’anima è assorbita in a) data l’oppo-
sizione, che ora viene valorizzata, di realtà/irrealtà dell’anima [PKG¨
HL?QDLYWLQDX^SDU[LQDXMWK
oLMGLYDQ, cfr. anche 15.2]); ma altri ne rifiuta-
no la realtà e ritengono il corpo (sensibile) in grado di sviluppare
le facoltà sue proprie (~ b, b’), non perché siano i corpi primi (b’’
RXMNRXMomL®Z
QWLQZQHMNHLYQZQ) ad avere nella loro natura di possede-
4 HMJZ WRLYQXQ HMQ WRXYWRLo PHYoKQ WLQD WDY[LQ HMPDXWRQ
H>WD[D SHULJDUD>OOZQGRJPDYWZQDMSHIDLQRYPKQD-SOZ
o WZ
Q
PHQ Z-o HLMGHLYKQ WKQ HMQ DXMWRL
o DMOKYTHLDQ WZ
Q G¨ Z-o R^OZo
RXMGHQ DXMWK
o HLMGHLYKQ HMQ RL_o mG¨® D>UWL GLK
OTRQ D>FUL WRX

SLTDQRX
 SURHYUFRPDL EHYOWLRQ PHQ HL?QDL QRPLY]ZQ HL>SHU
HMJQZYNHLQRX^WZSHULDXMWZ
Q, Z-oDMSRIDLYQHoTDL NDTDYSHUHMS¨
D>OOZQ, RXMPKQDMQDSHLYTZQHMPDXWRYQ, Z^oSHUH^WHURL EHEDLYDQ
H>FHLQJQZ
oLQ Z_QRXMNH>oFRQDMSRYGHL[LQEHEDLYDQ. 5 HLMSHL
Q
RX?Q ERXYORPDL NDL SHUL WZ
Q WRLRXYWZQ D-SDYQWZQ Z-o WKQ
PHQ JQZ
oLQ RXMN DMQDJNDLYDQ H>FHL SURo X-JHLYDQ oZYPDWRo K@
WDo WK
o \XFK
o KMTLNDo DMUHWDYo HMSHNRYoPKoH G¨ D>Q HL>SHU
HMJQZYoTK EHEDLYZo WD GLD WZ
Q JLQZoNRPHYQZQ DMNULEZ
o
DMSRWHORXYPHQDNDW¨LMDWULNKYQWHNDLWKQKMTLNKQILORoRILYDQ,
K`QHMJZYIKPLFUKoLYPKQWHD^PDNDLGXQDWKQHL?QDLSD
oLWRL
o
ERXORPHYQRLo DMoNK
oDL· NDL JHYJUDSWDLY PRL SHUL WRXYWZQ
GXYR ELEOLYD QXQL G¨ R^SHU X-SHoFRYPKQ SURDY[Z WKQ DMUFKQ
HMQTHYQGHSRLKoDYPHQRo.

re queste facoltà, ma perché la sostanza agente, anche di per sé


[NDL DXMWK
o è emendamento di Garofalo per NDW¨ DXMWKYQ di L e NDWDY
WL di AV] si può dire che abbia la facoltà di fare ciò che si fa attra-
verso di essa e per opera sua (di certo è errata la traduzione di
Nutton e BM-P del segmento RXMNRXMomL®Z
QWLQZQHMNHLYQZQLMGLYDQ
IXYoLQHMFRXoZ
Q). Cioè, sembra di capire, quest’anima ontologica-
mente nulla non è una proprietà dei quattro umori o dei corpi pri-
mi, ma delle sostanze sensibili, dei corpi sensibili. Ma Galeno
(14.4) non vuole entrare nel merito della questione; è invece inte-
ressato, a prescindere dallo statuto ontologico dell’anima, a quan-
to può risultare dalle conoscenze precise che si hanno nel campo
della medicina e della filosofia morale. A 14.5 sembra necessario
correggere HLMSHL
Q … o^oD dei mss. in HLMSHL
QZ-o (cfr. trad. ar.-lat. et
ego monstrabo ea non esse necessaria). Per quanto riguarda infine
i «due libri» di Galeno, essi possono ben essere de an. aff. dign. et
cur. e de pecc. dign., cfr. de libr. propr. 15.1: in prima posizione nella
sezione SHULWZ
QWK
oKMTLNK
oILORoRILYDoHM]KWKPHYQZQ stanno proprio
3HUL WZ
QLMGLYZQH-NDYoWZLSDTZ
QNDL D-PDUWKPDYWZQWK
oGLDJQZYoHZo,
GXYR. | WKQDMUFKQHMQTHYQGHSRLKoDYPHQRo: la frase, ricorrente in Gale-
no, non ha necessariamente carattere introduttivo a un’intera trat-
tazione (per cui sarebbe qui una spia della non integrità dello
4 Ebbene io in queste questioni mi sono messo in una
posizione mediana: per quanto riguarda tutta una serie
di punti dottrinari mi sono espresso dichiarando sempli-
cemente che degli uni sapevo la verità in essi contenuta,
degli altri che non sapevo affatto alcun dato di verità; ma
nelle questioni che poco fa ho trattato, procedo fino al dato
di plausibilità, ritenendo che meglio sarebbe se possedessi
tale conoscenza riguardo a essi, così da potermi esprime-
re come su altri punti, non riuscendo però a persuadermi,
come fanno altri, ad avere salda conoscenza di cose di cui
non ho avuto una salda dimostrazione. 5 Voglio dunque
dire anche riguardo a tutte quante le questioni del gene-
re, che esse non comportano una conoscenza necessaria in
vista della salute del corpo o delle virtù morali dell’anima,
ma [solo] sarebbero d’ornamento, se fossero saldamente
conosciute, ai risultati che si ottengono con quanto è con
esattezza conosciuto nella medicina e nella filosofia morale,
la quale io affermo che è utile e comporta per tutti quelli
che lo vogliono la capacità di esercitarla; e sono stati da me
scritti su tutto ciò due libri. Ora però porterò avanti quel
che ho promesso prendendo l’inizio da qui.

scritto che termina per l’appunto col capitolo successivo), ma ha


spesso la funzione di riorganizzare il discorso dopo una digressio-
ne. E qui introduce proprio la conclusione dello scritto con la riaf-
fermazione di alcune tesi fondamentali, fondate o solo plausibili o
aporetiche (e questo è ciò che è stato promesso): la genesi dei cor-
pi nel mondo terreno dai quattro elementi; l’aporia riguardo allo
statuto dell’anima, ma al contempo lo stretto nesso che la unisce al
corpo (in posizione peraltro subordinata); il ruolo delle quattro
facoltà naturali e l’aspetto problematico per cui a esse si collega la
facoltà sensitiva, e quindi l’incertezza della collocazione dei vege-
tali nel regno della vita. È da osservare che per le tesi fondate si
sottolinea il dato della «salda conoscenza» (15.1; .6 HMSLGHGHLJPHYQZQ),
per quelle plausibili e per quelle aporetiche ci si rifiuta di fare
aperte dichiarazioni, mettendo in evidenza comunque la loro non
rilevanza per la medicina o la filosofia morale (15.5; .8; .9).
15. 1 µ2WLPHQHMNWK
oWZ
QWHWWDYUZQ oWRLFHLYZQNUDYoHZo
D^SDQWDWD SDU¨ K-PL
QoZYPDWDJLYQHWDL, EHEDLYZoJLQZYoNHLQ
IKPLY, NDLSURoHYWLGL¨ R^OZQDXMWZ
QNHUDQQXPHYQZQ, RXMF Z-oR-
¨(PSHGRNOK
oK-JHL
WR, NDWDoPLNUDPRYULDNDWDTUDXRPHYQZQ
HL>WHGH WZ
QoZPDWLNZ
QRXMoLZ
QR^OZQGL¨ DMOOKYOZQLMRXoZ
Q
HL>WH WZ
Q SRLRWKYWZQ PRYQZQ, RX>W¨ DMQDJNDL
RQ HL?QDLY IKPL
JLJZYoNHLQRX>W¨DMSRIDLYQRPDL SLTDQZYWHURQG¨HL?QDLQRPLY]Z
NDWD WDoSRLRYWKWDoJLYQHoTDLWDoNUDYoHLo 2 WKYQJHPKQ
\XFKYQ, HLM PHQ DMTDYQDWRo RX?oD WDL
o oZPDWLNDL
o RXMoLYDLo

15.1 WDSDU¨ K-PL


QoZYPDWD: cfr. sopra 4.1. | R-¨(PSHGRNOK
o: cfr. 7.4;
v. in Hipp. nat. hom. comment. I 13 SUZ
WRoZ_QL>oPHQÑ,SSRNUDYWKo
DMSHIKYQDWRNHUDYQQXoTDLWDoWRLFHL
D … NDLWDXYWKLGLKYQHJNHQ¨(PSH
GRNOHYRXoNDMNHL
QRoJDUHMNPHQWZ
QDXMWZ
QoWRLFHLYZQZ_QNDLÑ,SSR
NUDYWKoJHJRQHYQDLIKoLQK-PD
oWHNDLWDD>OODoZYPDWDSDQWDWDSHUL
JK
QRXM PKQNHNUDPHYQZQJHGL¨DMOOKYOZQDMOOD NDWD oPLNUD PRYULD
SDUDNHLPHYQZQWHNDL\DXRYQWZQ, «per primo di quelli che sappiamo
Ippocrate dichiarò che gli elementi si mescolano … e qui sta la sua
differenza rispetto a Empedocle; anche lui infatti afferma che è
dai medesimi elementi di Ippocrate che si ha la generazione nostra
e degli altri corpi tutti che sono nell’ambito della terra, e però non
in un’effettiva mescolanza che li faccia compenetrare a vicenda,
ma in adiacenza e contiguità». Così già Aristotele, de gen. et corr. II
7, 334a 26 ss.: la composizione, per Empedocle e chi la pensa come
lui, sarà necessariamente NDTDYSHUHMNSOLYQTZQNDL OLYTZQWRL
FRo
NDLWRPLYJPDGKWRX
WRHMNoZL]RPHYQZQPHQH>oWDLWZ
QoWRLFHLYZQNDWD
PLNUDGHSDU¨D>OOKODoXJNHLPHYQZQ, «come un muro che risulta da
mattoni e pietre; e questa mescolanza appunto riuscirà da elemen-
ti che si conservano, solo giacenti in misura ridotta uno accanto
all’altro». | NDWDWDoSRLRYWKWDo: cfr. de elem. sec. Hipp. 9.33 NDLPHQ
GKNDLR^SZoGL¨R^OZQNHUDYQQXWDLWDNHUDQQXYPHQDSRYWHUDWZ
QSRLR
WKYWZQPRYQZQZ-o¨$ULoWRWHYOKoX-SHYODEHQK@ NDL WZ
QoZPDWLNZ
Q
RXMoLZ
QGL¨DMOOKYOZQLMRXoZ
QRXMNDMQDJNDL
RQHMSLYoWDoTDLWRL
oLMDWURL
o
R^THQRXMGH Ñ,SSRNUDYWKoDMSHIKYQDWRY WLSHUL WRXYWZQDMOO¨KMUNHYoTK
PRYQZLWZ
LGL¨R^OZQNHNUD
oTDLWDoWRLFHL
D, «e appunto, come si ven-
gano a mescolare totalmente le cose che si mescolano, o con solo
le qualità che si compenetrano l’una con l’altra, come suppose Ari-
stotele, o anche con le sostanze corporee, non è necessario ai me-
dici saperlo; per cui neppure Ippocrate ebbe a far dichiarazioni su
questi punti, ma gli bastò il solo fatto che gli elementi fossero to-
talmente mescolati»; e v. anche quod animi mor. 3, 36, 21-37, 5. Alla
15. 1 Del fatto per cui è dalla mescolanza dei quattro
elementi che provengono tutti quanti i corpi qui da noi, io
affermo di averne salda conoscenza, con l’ulteriore preci-
sazione che gli elementi si mescolano nella loro interezza
e non, come riteneva Empedocle, con una frantumazione
in piccole particelle. Che ciò si dia con le sostanze corporee
che si compenetrano l’una nell’altra nella loro interezza, o
che lo facciano le sole qualità, affermo che non è necessario
conoscerlo né mi voglio dichiarare in proposito; e tuttavia
ritengo più convincente l’avviso che le mescolanze si pro-
ducano secondo le qualità. 2 Quanto all’anima, allora, se
essa, nel suo essere immortale, al suo mescolarsi alle so-

dottrina peripatetica si oppone quella stoica (cfr. in Hipp. nat.


hom. comment. I 3, in fine; e Alessandro d’Afrodisia, de mixtione,
CGA Suppl. 2, 2 e R.B. Todd in «Philosophia antiqua» 28). Nel
passo citato sopra del de part. anim., Aristotele dice della prima
composizione che è quella costituita HMNWZ
QNDORXPHYQZQX-SRYWLQZQ
oWRLFHLYZQ, ma aggiunge che «sarebbe ancor meglio, forse, dire che
è costituita dalle potenze/qualità» (H>WLGHEHYOWLRQL>oZoHMNWZ
QGX
QDYPHZQOHYJHLQ), cioè dalle quattro qualità elementari; cfr. de gen. et
corr. II 3, 330a 30-b 3: «dacché quattro sono gli elementi, e dei
quattro sei le coppie, e gli elementi contrari non hanno natura
d’abbinarsi – che la stessa cosa sia calda e fredda e a turno secca e
umida, è impossibile –, è evidente che saranno quattro le coppie
degli elementi, caldo/secco e caldo/umido e a turno freddo/umido
e freddo/secco; e ne consegue la corrispondenza di queste quattro
coppie con i corpi apparentemente semplici, fuoco, aria, acqua e
terra» (HMSHL GH WHYWWDUDWD oWRLFHL
DWZ
QGH WHWWDYUZQH`[DL- oX]HXY
[HLoWDG¨HMQDQWLYDRXMSHYIXNHoXQGXDY]HoTDLTHUPRQJDUNDL\XFURQ
HL?QDLWRDXMWRNDLSDYOLQ[KURQNDLX-JURQDMGXYQDWRQIDQHURQR^WLWHYW
WDUHoH>oRQWDLDL- WZ
QoWRLFHLYZQoX]HXY[HLoTHUPRX
 NDL [KURX
 NDL
THUPRX
 NDL X-JURX
 NDL SDYOLQ\XFURX
 NDL X-JURX
 NDL \XFURX
 NDL
[KURX
NDLKMNRORXYTKNHNDWDORYJRQWRL
oD-SORL
oIDLQRPHYQRLooZYPDoL
SXUL NDL DMHYULNDL X^GDWLNDL JK
L). Primordiali sono le quattro po-
tenze/qualità, che combinandosi danno luogo ai quattro elementi
«materiali», che non sono semplici, ma misti (330b 21-22).
15.2 Cfr. sopra 3.1. | GRXOHXYHL: che l’anima sia serva del(la na-
tura del) corpo è affermazione quanto mai ardita e rappresenta
un completo rovesciamento rispetto a quanto è stabilito nel Fedo-
NHUDQQXPHYQK WD ]Z
LD GLRLNHL
 JLQZYoNHLQ EHEDLYZo RXMN
HMSDJJHYOORPDL NDTDYSHURXMG¨HLMPKGHPLYDNDT¨ H-DXWKQH>oWLQ
RXMoLYD\XFK
o HMNHL
QRPHYQWRLIDLYQHWDLYPRLoDIZ
o R^WL, NDTR
HLMoRLNLY]HWDL WRL
o oZYPDoL GRXOHXYHL WDL
o IXYoHoLQ DXMWZ
Q
DL^SHUHLMoLYQ Z-oH>IKQ HMNWK
oWZ
QWHWWDYUZQ oWRLFHLYZQSRLD
o
NUDYoHZoJLQRYPHQDL NDLNDWDYJHWRX
WRSURoWKQLMDWULNKQ
WHYFQKQRXMGHQK-JRX
PDLEODEKYoHoTDLY WLQDGLD WKQD>JQRLDQ
WK
oNDORXPHYQKoHMP\XFZYoHZYoWHNDL PHWHP\XFZYoHZo 3
HMSLWKYGHLRYQ WH JDU HL?QDL FUK WR oZ
PD WR GH[RYPHQRQ WKQ
\XFKQ DMOORLZTHYQWRo W¨ DXMWRX
 PHJDYOKQ DMOORLYZoLQ HMQ
WK
L NUDYoHL SDUDFUK
PD WKQ \XFKQ HM[LHYQDL \XFRPHYQRX
PHQWRLž oIRGUZ
o HMQ WDL
o NHQZYoHoL WRX
 DL^PDWRo NDL HMQ
WDL
o SRYoHoL WZ
Q \XFRYQWZQ IDUPDYNZQ R^WDQ WH oIRGUZ
o
K?LWR SHULHYFRQ\XFURYQDMPHYWUZoGH THUPDLQRPHYQRXNDWDY
WH WRXo SXUHWRXo NDL WDo HLMoSQRDo WK
o IORJRo K@ WZ
Q
X-SHUTHUPDLQRYQWZQIDUPDYNZQSRYoHLo.
4 RXM PRYQRQ G¨ RX^WZo DMOORLZTHLYoKo WK
o NUDYoHZo WRX

oZYPDWRo WKQ \XFKQ R-UZ
PHQ DXMWRX
 FZUL]RPHYQKQ, DMOOD
NDMSHLGDQWK
oDMQDSQRK
ooWHUKTK
LSDYQWZoWLQRoNDMQWDX
TD
JLQRPHYQKo DMOORLZYoHZo NDWD WR oZ
PD WKURXPHYQKo RX?Q
WK
o IXoLNK
o HXMNUDoLYDo HMQ WZ
L oZYPDWL WKQ \XFKQ DXMWRX


ne (80 a: «quando stiano insieme l’anima e il corpo, all’uno impo-


ne la natura di servire e farsi comandare [WZ
LPHQGRXOHXYHLQNDL
D> U FHoTDL], all’altra di comandare e farla da padrona [WK
L  GH
D>UFHLQNDL GHoSRY]HLQ]»; cfr. quod animi mor. 3, 41, 15-18 e 5, 48,
5-12 (dove è chiamato a concordare perfino Platone su questo
fatto del GHoSRY]HoTDLNDL GRXOHXYHLQ dell’anima, e GXQDoWHXYHoTDL
è addirittura detto a p. 49, 2); affermazione ardita, ma valida entro
ben precisi limiti, cfr. 4, 44, 5-8 (K@ GK
ORQR^WLSDYQWKGRXOHXYHLWZ
L
oZYPDWL«D>PHLQRQGHIDYQDLPKGRXOHXYHLQDMOO¨DXMWRGKWRX
W¨HL?QDLWR
TQKWR Q  WK
o  \XFK
o  WK Q  NUDC o LQ WRX
 oZY P DWRo). | RXM G H Q  K- J RX
P DL
EODEKYoHoTDLY WLQDGLD WKQD>JQRLDQ: per questo essere «indenni»,
cfr. 2.3 (riguardo agli dèi), e anche per un’«indennità» più circo-
scritta 12.6 (sul carattere elementale dei quattro umori) e .7 (sulla
bile nera); per l’uso dell’espressione ancora in riferimento all’ani-
ma, v. in Tim. Plat. comment. II, 2, p. 12, 15-21. | HMP\XFZYoHZYoWH
stanze corporee venga a essere il momento regolatore degli
esseri viventi, non proclamo di averne salda conoscenza, e
neppure se non si dia nessuna sostanza dell’anima di per
sé; ma questo mi appare in tutta chiarezza, che, nella misu-
ra in cui essa si insedia nei corpi, soggiace alle loro nature,
le quali sono, come affermavo, derivanti da una certa qual
mescolanza dei quattro elementi. E sotto questo aspetto, ri-
tengo che in riferimento all’arte medica non vi sarà nessun
danno per alcuno per via della sua ignoranza del cosiddetto
«inserimento» e «trasferimento» dell’anima. 3 E in effetti
quel che occorre è che per un verso sia idoneo il corpo de-
stinato a ricevere l’anima, per altro verso poi che, andato
esso incontro a una grande alterazione nella sua mescolan-
za, subito l’anima ne fuoriesca: da una parte per il suo raf-
freddarsi intensamente nelle evacuazioni di sangue e nelle
pozioni di farmaci refrigeranti e quando sia intensamente
freddo l’ambiente esterno; dall’altra per il suo riscaldarsi
oltre misura nelle febbri e nelle inspirazioni della fiamma o
nelle pozioni di farmaci surriscaldanti.
4 Non solo datasi tale alterazione della mescolanza del
corpo noi vediamo che l’anima se ne distacca, ma anche
allorquando esso sia stato privato del tutto del respiro,
avvenendo anche in questo caso un’alterazione nel corpo.
Col mantenersi dunque della buona temperanza naturale
nel corpo, che l’anima se ne distacchi mi pare di dover ri-

NDL PHWHP\XFZYoHZo: come nota Nutton, questa è forse la prima


attestazione del termine HMP\XYFZoLo, peraltro con rimando a un
uso tecnico (NDORXPHYQKo) proprio probabilmente dell’ambiente
del platonismo contemporaneo (cfr. anche Alessandro d’Afrodi-
sia, in Arist. top. comm., CAG II 2, 137-28 WR ]Z
LRQHMP\XFZ
oTDL);
PHWHP\XYFZoLo è termine e concetto proprio della tradizione (neo)
pitagorica.
15.3 WDoHLMoSQRDoWK
oIORJRYo: cfr. adv. Lyc. 2.13 HMJJXWDYWZJRX
Q
IORJRoPHJLYoWKoDMNDYSQRXoWDYQWHoTHUPDLQRYPHTDPHQRX^WZSROODYNLo
Z-oHMJJXoPHQK^NHLQWRX
NDLYHoTDL
FZULoTK
QDLGRNZ
PRLJLQZYoNHLQDMGXYQDWRQHL?QDL 5NDLGLD
WRX
WRWKQRXMoLYDQDXMWK
o, K^WLoHMoWLYQ, RXMNDMQDJNDL
RQRX>W¨HLMo
WDoLMDoY HLoWZ
QQRoKPDYWZQRX>W¨HLMoWKQIXODNKQWK
oX-JHLYDo
HMSLYoWDoTDL, NDTDYSHURXMG¨HLMoWKQKMTLNKYQ WHNDLSUDNWLNKQ
NDLSROLWLNKQILORoRILYDQ RMQRPD]HYWZJDUDXMWKQH^NDoWRo
Z-oD@QHMTHYOKL, FZULY]ZQWK
oTHZUKWLNK
oHMSLSOHYRQGHSHUL
WRXYWZQHMQH-WHYURLoX-SRPQKYPDoLJHYJUDSWDLY PRL 6WZ
QGH
IXoLNZ
Q GXQDYPHZQ HMSLGHGHLJPHYQZQ, R-SRYoDL W¨ HLMoL NDL
R-SRL
DL, ]KYWKoLYo WLo JLYQHWDL [62v] NDW¨ DMNRORXTLYDQ R^SZo
IDPHQ DXMWDo H^ONHLQ PHQ WR RLMNHL
RQ, DMSRNULYQHLQ GH WR
DMOORYWULRQ DMGXYQDWRQ JDU HL?QDL IDLYQHWDL SULQ JQZULYoDL
oDIZ
o R-SRL
RQ PHYQ WL WR RLMNHL
RQY  HMoWLQ, R-SRL
RQ GHY WL WR
DMOORYWULRQ, K@ WKQ R-ONKQ WZ
Q RLMNHLYZQ K@ WKQ DMSRYNULoLQ
WZ
Q DMOORWULYZQ SRLHL
oTDL WR GH JQZULY]HLQ DLMoTKWLNK
o
GXQDYPHZoH>UJRQHL?QDLIDLYQHWDL.

15.5 HMQH-WHYURLoX-SRPQKYPDoL: uno scritto di Galeno (perduto) era


dedicato al tema Se l’indagine naturalistica è utile alla filosofia mo-
rale, cfr. de libr. propr. 19.2 (v. sopra 8.4); e più in generale sono lì
al cap. 15 passati in rassegna i libri che trattavano di questioni di
filosofia morale. Cfr. de plac. Hipp. et Plat. IX 9, 9-10 WR JDUR^WL
WULFK
LNDWZYLNLoWDLWD \XFK
oHL>GKNDL R^WLWRoDYoGHWDoGXQDYPHLo
H^NDoWRQDXMWZ
QH>FHLNDLR^WLWRLDYoGHWLQDYoHL>oWHWKQLMDWULNKQWHYF
QKQFUKYoLPRQX-SDYUFRQHL>oWHWKQKMTKLNKYQWHNDLSROLWLNKQRMQRPD]R
PHYQKQILORoRILYDQHXMORYJZoÑ,SSRNUDYWHLWHNDLK-PL
Q]KWHL
WDL, «in ef-
fetti, il punto che le forme dell’anima hanno tre insediamenti, e
che ciascuna di esse ha tante e tali facoltà, in quanto risulta utile
per l’arte medica e la filosofia cosidetta morale o politica, a buon
diritto diviene oggetto di ricerca per Ippocrate e per noi»; ma il
lato «metafisico» della problematica è da tralasciarsi ed è stato
con buona ragione tralasciato dai medici e da gran parte dei filo-
sofi, RXM SDYQXWLFUKYoLPRQRX>W¨HLMoLMDWULNKQRX>WHWKQKMTLNKYQWHNDL
SROLWLNKQILORoRILYDQRMQRPD]RPHYQKQX-SDYUFRQ, ed è un lato che per-
tiene più alla filosofia teorica che a quella pratica (WK
oTHZUKWLNK
o
ILORoRILYDoHMoWLPD
OORQK@WK
oSUDNWLNK
o).
15.6-9 Sulle piante come esseri viventi, animali a pieno titolo,
cfr. Platone, Timeo 77 a-c: gli dèi fecero nascere (IXWHXYRXoL) le
piante (IXWDY) come una natura congenere della natura umana
conoscere che è impossibile. 5 E per questo, quanto alla
sostanza dell’anima, quale mai sia, non è necessario né in
vista delle cure delle malattie saperlo né per la salvaguar-
dia della salute, come neppure ai fini della filosofia o mora-
le o pratica o politica – ciascuno la denomini come vuole,
distaccandola dalla filosofia teorica. Più distesamente su
questi punti è stato da me scritto in altri commentari. 6
Mostrate che si sono le facoltà naturali, quante esse sono
e quali, si dà una ricerca di conseguenza: come è che affer-
miamo che esse attirano ciò che è appropriato ed espellano
ciò che è estraneo. Perché sembra impossibile, prima di una
chiara cognizione di che cosa sia ciò che è appropriato e di
che cosa sia ciò che è estraneo, che si possa fare l’attrazione
delle cose appropriate o l’espulsione delle cose estranee; e
però questa ricognizione sembra proprio l’attività di una
facoltà sensitiva.

(WK
oDMQTUZSLYQKooXJJHQK
IXYoHZoIXYoLQ) con una mescolanza d’al-
tre forme e sensazioni, così da essere un altro genere di essere
vivente/animale (Z^oT¨H^WHURQ]Z
LRQHL?QDL); un genere che parte-
cipa della terza forma di anima, che non possiede né opinione,
né ragionamento, né intelletto, e però sensazione piacevole e do-
lorosa insieme ad appetiti (connessi, GRY[KoPHQORJLoPRX
 WHNDL
QRX
 PHYWHoWLQWR PKGHYQDLMoTKYoHZoGH K-GHLYDoNDL DMOJHLQK
oPHWD
HMSLTXPLZ
Q); perciò il genere vegetale vive e non è diverso da un
essere vivente/animale, ma immobile e radicato a terra sta fisso
privato del movimento che gli venga per proprio impulso (GLRGK
]K
LPHQH>oWLQWHRXMFH^WHURQ]ZYLRXPRYQLPRQGH NDL NDWHUUL]ZPHY
QRQSHYSKJHQGLD WR WK
oX-I¨H-DXWRX
 NLQKYoHZoHMoWHUK
oTDL). Il moto
per proprio impulso è quello locale, PHWDEDWLNK NLYQKoLo, diverso
dalla RLMNHLYDNLYQKoLo, cioè il moto HM[DX-WZ
Q del § 7 (e cfr. 13.6
moto HMQDX-WRL
o), per cui partendo dal seme la pianta si muove
sviluppandosi in alto con la parte aerea e in basso con le radici, si
nutre portando il nutrimento fino alle ramificazioni estreme e
cresce, cfr. in Plat. Tim. comm. III 2, pp. 10, 4-13, 7 (con discussio-
ne e proposta di emendamento della lezione HM[DX- W RX
in H>[Z
H-DXWRX
 prima che Galeno avesse ritrovato X-I¨H-DXWRX
nei mano-
scritti atticèi).
7 GLD WRX
WRRX?QHMQWZ
LORYJZLWRXYWZLSDUDNRKY WLYoHMoWL
NDLYWRLoDIZ
oHLMUKNRYWRoWRX
3ODYWZQRoH^WHURQHL?QDLJHYQRo
DLMoTKYoHZo WR HMQ WRL
o IXWRL
o RLMRPHYQZQ WZ
Q DMNRXRYQWZQ
HL?QDLY WLQD JQZULoWLNKQ GXYQDPLQ HMQ DXMWRL
o WZ
Q RLMNHLYZQ
WH NDL DMOORWULYZQ WRXYWZQ JDU PRYQZQ HMoWLQ K- GLDYJQZoLo
DXMWRL
o HL>WHNDT¨ K-GRQKQ HL>WHNDW¨ DMQLYDQHL>WHNDLNDWDYWLQD
SDUDSOKYoLDWRXYWRLoK@ DMQDYORJDR>QWDSDTKYPDWDJLQRPHYQK,
WZ
Q D>OOZQ DLMoTKWLNZ
Q GLDJQZYoHZQ RXM PHWHFRXYoKo WK
o
IXWLNK
o\XFK
o. RX>WHJDUWZ
QR-UDWZ
QRX>WHWZ
QDMNRXoWZ
Q
RX>WH WZ
Q RMoIUDQWZ
Q RX>WH WZ
Q JHXoWZ
Q RX>WH WZ
Q D-SWZ
Q
SRLRWKYWZQ H>FHL GLDYJQZoLQ, DMOOD PRYQRQ WZ
Q WUHYIHLQ K@
PK WUHYIHLQ GXQDPHYQZQ WD PHQ JDU WUHYIHLQ GXQDYPHQD
SURo H-DXWKQ H^ONRXoD NDL NDWHYFRXoD NDL SHYWWRXoD NDL
PHWDEDYOORXoDSURoWDoRLMNHLYDoWRL
oWUHIRPHYQRLoRXMoLYDo
mSURoLYHWDL® WDGHPKGXQDYPHQDWUHYIHLQRXMSURoLYHWDL Z^oWH
PRL3ODYWZQRMUTZ
oGRNHL
 OHYJHLQ DL>oTKoLQH>FHLQWD IXWDY,
WZ
QRLMNHLYZQWHNDL DMOORWULYZQGKORQRYWL NDL NDWD WRX
WR
]Z
LD SURoKNRYQWZo D@Q OHFTK
QDL, PHWD WRX
 PKGH WK
o HM[
DX-WZ
Q NLQKYoHZo HMoWHUK
oTDL 8 DMOOD PKGH WK
o WRLDXYWKo
JQZYoHZo DMQDJNDLYDo RX>oKo HLMo WKQ LMDWULNKYQ mWH NDL WKQ
KMTLNKQ®ILORoRILYDQDMUNRX
PDLGLDWKQDMNRORXTLYDQPRYQRQ
D>FUL WRX
 SLTDQRX
 SURHUFRYPHQRo HMSDLQHL
Q WRQ 3ODYWZQD
NDL ]Z
LD NDORX
QWD WD IXWD NDL PHWHYFHLQ DLMoTKYoHZo
PRYQKo IDYoNRQWD WK
o WZ
Q RLMNHLYZQ WH NDL DMOORWULYZQ
GLDJQZoWLNK
o, K^WLo D@Q DMNULEZ
o WLo oNRSK
L WRX
 JHYQRXo
WZ
QK-GHYZQWHNDLRXMFK-GHYZQRX?oDIDQHL
WDLGL¨ RXMGHQJDU
D>OORGXQDWRQHLMSHL
Q H^ONHLQDXMWDWRRLMNHL
RQ K@HM[RPRLRX
Q
H-DXWRL
o, K@ GLD WKQDMSRYODXoLYQWHNDL WKQHMJJLQRPHYQKQHMQ

15.7 SDUDSOKYoLDWRXYWRLo: i codd. hanno SDUDSOKoLYDQ, un errore


che si spiega bene dopo NDW¨ DMQLYDQ … NDWDYWLQD (inteso come acc.
sing.), debitamente corretto da Nutton; ma si potrebbe pensare
anche a SDUDSOKYoLDmHM®QWRXYWRLo, conmHM®QWRXYWRLo … JLQRPHYQK che
riprenderebbe HL?QDLHMQDXMWRL
o di poco sopra.
7 Per questo motivo dunque v’è in questo punto del di-
scorso [la possibilità di] un fraintendimento – per quanto
abbia chiaramente detto Platone che diverso è il genere
di sensazione che si ha nelle piante –, in quanto che chi
lo sente può pensare che vi sia in esse una qualche facol-
tà cognitiva delle cose appropriate e di quelle estranee. In
effetti, solo di queste cose è dato a esse il riconoscimento
distintivo, sia che esso si abbia in rapporto a piacere, sia a
pena, sia anche ad affezioni che siano a un dipresso simili
a queste o analoghe, mentre non partecipa degli altri rico-
noscimenti distintivi dei sensi l’anima vegetale. Non infatti
delle qualità visibili né di quelle udibili, né delle olfattive,
né delle gustative, né delle tangibili essa ha riconoscimento
distintivo, ma solo di quante sono in grado di nutrire o di
non nutrire. Le cose infatti che sono in grado di nutrire, essa
attirandole a sé, ritenendole, concuocendole e converten-
dole in sostanze appropriate ai vegetali che se ne nutrono,
<le accoglie>, e invece non accoglie quelle che non sono in
grado di nutrire, sicché a me pare che correttamente Pla-
tone dica che le piante hanno sensazione, beninteso delle
cose loro appropriate e di quelle loro estranee, e che sotto
questo aspetto si potrebbe dire convenientemente di esse
che sono «animali» in quanto esseri viventi, insieme al fat-
to che non sono prive della capacità di moto intrinseco. 8
Ma non essendo neppur questa una conoscenza necessa-
ria per la medicina <e per la> filosofia <morale>, mi basta,
procedendo solo per la consequenzialità [del discorso] fin
dove lo consente la plausibilità, elogiare Platone sia quan-
do chiamava le piante «animali» in quanto esseri viventi sia
quando affermava che esse partecipano della sensazione,
di quella sola che può riconoscere e distinguere le cose ap-
propriate e quelle estranee, la quale, a un preciso esame,
apparirà pertinente al genere delle cose piacevoli e non
piacevoli. Perché per niente altro è possibile dire che esse
attirano ciò che è appropriato o lo assimilano a sé se non
DXMWRL
o K-GRQKYQ 9 DMOO¨, Z-o H>IKQ, DMUNHL
 SURo LMDWULNKQ
HMSLYoWDoTDLWRX
WRPRYQRQ Z-oH^ONHLPHQWR RLMNHL
RQ Z_LSHU
NDLWUHYIHoTDLSHYIXNHQ DMSRNULYQHLGHWRDMOORYWULRQH>WLGH
PD
OORQ HLMo ILORoRILYDQ KMTLNKQ D>FUKoWRo K- WZ
Q WRLRXYWZQ
DMNULEKoJQZ
oLo, R^THQRXMG¨R-3ODYWZQDXMWK
oHMPQKPRYQHXoHQ.
per il proprio profitto e per il piacere che in loro si produ-
ce. 9 Ma, come affermavo, basta per la medicina sapere
solo questo, che esse attirano ciò che è loro appropriato,
di cui per natura si nutrono, ed espellono ciò che è loro
estraneo. E ancor di più, è inutile per la filosofia morale la
conoscenza precisa di questioni del genere, per cui neppure
Platone ne ha fatto menzione.
APPENDICE
VARIANTI DEL DE INDOLENTIA

La tabella contiene le corrispondenze tra le lezioni di Bou-


don-Millot e Jouanna, il presente testo e l’edizione di Kot-
zia e Sotiroudis. Il numero di pagina e quello di riga si rife-
riscono all’edizione di Boudon-Millot e Jouanna.

%RXGRQ0LOORW *DURIDOR .RW]LDH6RWLURXGLV


H-RXDQQD
GRYJPDWDmWLYQD® GRYJPDWD GRYJPDWD
HMPEROKQ HLMoEROKQ HLMoEROKQ
WHWULo WHžWULo WHWULo
SHULSHoRYQWD SHULSHoRYQWL SHULSHoRYQWD
H>IKo H>IKomG¨® mH>IKo®
DMSROmO®XPHYQZQ DMSRORPHYQZQ DMSRORPHYQZQ
NDLYULD mK?Q®NDLSRL
D NDLYULD
(Lami)
DMJJHOORYQWZQoRL DMJJHYOZQWZCQoZCQ DMJJHLYODQWRYooRL
PKGHQ PKGH PKGH
IDLGURQ IDLGURQ IDLGURQmR>QWD®
 oHoZUHXPHYQZQ oXJJHJUDPPHYQZQ
oXmJJH®JUDPPHYQZQ
WZ
QDMUPHYQZQž WZ
QDMUPHYQZQ WZ
QDMUPHYQZQ
NDLGLD NDLžGLD NDLžGLD
)LOLYGKo )LOmLoW®LYGKo .DYOOLoWRo
NDWD NDWDmWKQ® NDWDmWKQ®
SURKYHoDQ SURKYHoDQ SURLYYHoDQ
TDUUHLCQGH TDUUHLCQGHDXMWRXo TDUUHLCQGHDXMWDL
o
DXMWDL
o
%RXGRQ0LOORW *DURIDOR .RW]LDH6RWLURXGLV
H-RXDQQD
RL-PHPLoTZPHYQRL RL`HMPHPLoTZYPHTD RL`HMPLoTRXYYPHTD
HMNHL
QD HMNHL
QDo HMNHL
QDo
D-SWRPHYQZQ DMSRORPHYQZQ D-SWRPHYQZQ
D XMWD D XMWD D^ SDQWD
NLQKTHLYo NLQKTHLYo DMQLDTHLYo %0
H  HMS DQK
OTRQ HMS DQK
OTRQ 
HMOSLYGD HMOSLYGRo HMOSLYGD
X-SROHLSRPHYQKQ X-SROHLSRPHYQKo X-SROHLSRPHYQKQ
HMMoWLQž H>WL HMMoWLQž
WZ
QPHYoZQ WZ
QPHYoZQ WLQDWZ
QPHYoZQ
.DOOLYQLD .DOOLYQHLD .DOOLYQHLD
3HGRXNLYQLD 3HGRXNLYQHLD 3HGRXNLYQHLD
HMQWRo HMQWRo H>QWLoL
DMQmW®HJUDY\DQWR DMQHJUDY\DQWR DMQHJUDY\DQWR
DMQWLYYJUDID DXMWRYJUDID DXMWRYJUDID
HMJHYJUDSWRYmPRL® HMJHYJUDSWR HMJHYJUDSWR
RL_RQHMPRX
SURK NRLQKQ RL_RQWZ
Q
UKPHYQRX SURKUKPHYQRX SURKUKPHYQZQ
H>NGRoLQHMPKQ H>NGRoLQHMPRXC Z-oH>NGRoLQHMPKQ
WDX
WD WRX
WR WDX
WD
WmLQ®Dož WDGHHMQ¨$QWLYZ WDG¨HQDQWLYD
G¨HQDQWLYZo
RXMNK?QRX_SHU RX>W¨K?QRX_SHUHMmSH® RXMNK?QRX_SHU
HMJHYJUDSWR JHYJUDSWR 5RVHOOL HMJHYJUDSWR
NDWDWKQGLDYQRLDQ NDWDGLDYQRLDQR^PRLD NDWDGLDYQRLDQR^PRLD
R-PRLRXYPHQD PHQž PHQž
L>oZomo®H L>oZomo®HOXSmKYo®HL L>oZoG¨mD@Qo¨®
OXSmKYo®HL HMOXYSHL
SUDYJPDWDmNDL SUDJPDWHLYD SUDJPDWHLYD
RMQRYPDWD®
SUDJPDWHLYD
H>ITDQRQmD@®Q H>ITDQHQD@Q H>ITDQHQD@Q
RX?Q
DXMWRLCo DX-WRLCo DXMWRLCo
oWZ
oL oTZ
oL9ODW mW®HTZ
oL oWZ
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HMQRYRXQ HMQmHQ®RYRXQ HMQHQRYRXQ
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TRADUZIONE ARABO-LATINA
LIBER GALIENI DE SENTENTIIS

1. 1 (Ait Galienus quia) michi accidit prout dicitur quod


accidit Bertheni uersificatori, quod dicitur quod uersus sui
peruenerunt in uita sua ad aliquos. et cum transiret per ter-
ram illorum, inuenit duos gramaticos in loco scolarum al-
tercantes de sententia suorum uersuum; unus quorum ex-
ponebat uersus secundum quod Berthenis uersificator in-
tellexit cum eos composuit, alter uero exponebat contrario
modo. 2 Berthenis autem incepit reprobare expositionem
illius qui exponebat non secundum quod ipse uoluit, dicen-
do ipsum errare et sententiam illorum uersuum contrariam
sententie sue expositionis; qui cum noluisset recipere dic-
tum eius, respondit eidem: «ego audiui Berthenem uersifi-
catorem exponere ipsos uersus secundum sententiam quam
modo narro». et cum ille noluisset recipere uerba sua se-
cundum quod ipse dixit, ait: «timeo quod ymaginatio mea
sit infecta siue destructa, cum indigeam inducere istos fami-
liares meos in testimonium secundum quod sim Berthenis».
3 et uidetur quod accidit michi simile huius propter de-
fectum studentium in arte medicine et philosophie, quia
nos uidemus multos non esse exercitatos in arte gramatice;
et non sunt sic exercitati quod uenirent ad complementum,
sed ipsi potuerunt addiscere artem cum difficultate propter
defectum intellectus in libris quod composuimus, quamuis
sint in ultimo declarati uel manifesti illis qui sunt exercitati
in primo exercitio super libros quos composuerunt antiqui.
4 e<s>t differentia inter sermonem meum et sermonem
Berthenis, quia Berthenis indiguit conuocare in testimo-
nium familiares suos, sed ego conuoco in testimonium illud
quod composui de meis libris, et probaui quod sciui de
scientia uirtuosa et [de] hoc quod probaui quod sciui se-
cundum uiam sufficientie et illud quod est † in ipso † [in
obscuro <de quo> Nutton] non habeo notitiam cum dixe-
rim quod non sum firmus scientie sue. et ego uideo quod
ego debeam ante exponere narrationem istarum rerum
quas narrauimus in fine.
2. 1 Igitur dico quod non habeo scientiam utrum mun-
dus sit generatus et utrum aliquid sit extra uel non aliquid
sit extra; et cum dicam quod non habeam scientiam istarum
rerum, igitur manifestum est quod non habeam scientiam
de creatore omnium istarum rerum que sunt in mundo,
utrum sit corporeum aut incorporeum et in quo loco sit lo-
catum, scilicet deitas, id est uirtus deitatis. [et illa est uirtu-
tes quarum operationes reperiuntur in hoc mundo opera-
tionibus que non possunt esse nisi a creatore: ergo ipse
deum significant.] 2 et non dicam sicut dixit Pictagoras re-
cusando se de ipsis scire; sed ego dico quod nulla scientia
est in me de substantia earum; sed quod ipse sunt, scio per
operationes earum, quoniam ab ipsis est regimen anima-
lium, et inueniuntur in diuinationibus et in sompniis. sed de
operationibus dei in nobis in contraria briga † misi magis
quam † [missis quanto magis Kollesch/Nickel] apparuerunt
per uirtutem suam, quod curauerit me semel de una infir-
mitate quam habui et quod uidetur in mari <in> liberatione
illorum qui sunt propinqui pati naufragium, per signa que
uident et firmiter credunt liberari; et significat significatio-
ne manifesta uirtutem mirabilem, et hoc expertus sum egoi-
pse. 3 et non uideo quod noceat hominibus si nesciant sub-
stantiam deitatis, et uideo quod debeam predicare et sequi
in hoc legem et accipere illud quod precepit Socrates qui de
hoc precepit firmius. et istud est quod habeo de deitate.
3. 1 Sed de anima uideo quod est: de ipsa scio quod
habemus animam secundum quod scit uniuersaliter popu-
lus; nam uideo quod omnes homines denominant occasio-
nem que est motus uoluntarii et sensus animam; substan-
tiam autem anime renuncio scire, et quanto magis ego non
debeo scire utrum sit mortalis <aut immortalis Hebr>. 2
et ego composui in Sententiis Ypocratis et Platonis librum
uolens quod esset michi defensio et memoria in senectute,
que est domina obliuionis, sicut ait Plato; et non iudicaui in
aliquo ipsorum de anima, utrum sit mortalis aut immortalis
et utrum sit corporea aut incorporea. 3 principium autem
trium motuum, unum a cerebro, secundum a corde, tertium
ab epate, et demonstraui in hac re demonstrationibus meis
in libro Ypocratis et Platonis; et demonstraui in isto eodem
libro quod debeam proponere demonstrationes manerie-
rum rationis et memorie quibus percipiuntur ea que sunt in
scientia loyce; et motus uoluntarius uadit unicuique mem-
brorum istorum ab hoc membro, et ita perceptio que est
omnium sensibilium procedit quod hec percipiantur sensi-
bilia extra posita. 4 probaui etiam quod cor sit principium
operationis pulsus, quod est in ipso et in arteriis et quod
superhabundat a calore naturali < ... > et in omnibus plan-
tis; tamen <de> hoc est parua quantitas et aliquo indiget
iuuamine caloris delati a corde, quod accenditur in hora ire.
5 et ego dico quod in plantis est principium motus et uirtu-
tes regitiue in ipsis regentes eas; et narraui hoc in tribus dic-
tionibus in quibus probaui quod inuenitur in plantis uirtus
qua attrahit ei conuenentia et uirtus qua expellit sibi contra-
ria et uirtus digestiua qua digerit illud quod attrahit de nutri-
mento et uirtus retentiua qua retinet sibi similia. operatio
autem uirtutis digestiue facit augmentum in puero postquam
ortus est; sed uirtutem que format embrionem in matrice non
determinaui in aliquo loco utrum substantia sua sit substan-
tia istarum quatuor uirtutum, id est uirtutis appetitiue, uirtu-
tis retentiue, uirtutis digestiue et uirtutis expulsiue, uel sub-
stantia alia magis subtilis; et narraui hoc in dictione quam
scripsi De formatione embrionis. 6 sed de substantia regen-
te plantas dico quod cum sumitur secundum socios Platonis
philosophi, nomino eam animam prout nominauit eam Plato,
et cum sumitur secundum Reuac [i.e. Stoicos], nomino eam
naturam. ego nominaui etiam uirtutes que sunt in hac anima
naturam in libro De uirtutibus naturalibus, quia in hoc libro
communicaui cum medicis <et omnibus> popularibus.
4. 1 Corpora uero que sunt super terram, quia de cor-
poribus celestibus recuso me habere scientiam, demon-
straui quod Ypocras fuit primus qui iudicauit quod hec sint
creata ex temperamento ignis terre aque et aeris; et ipse
ueraciter iudicauit de hoc quod iudicauit de hiis rebus et
reprobauit similiter illos qui dicebant quod elementa cor-
porum non recipiebant alterationem in qualitatibus eorum.
ego uero posui probationem de hiis rebus in meo libro De
elementis secundum sententiam Ypocratis et in commento
libri sui De humana natura in tribus dictionibus, et demon-
straui in ipso quod in omnibus libris sit eadem sententia.
2 et demonstraui quod nomen caliditatis significat rem
simplicem, non commixtam sui contrarii de qualitatibus, se-
cundum quod est unum elementorum, et significat illud
quod superhabundat secundum istud elementum, et signi-
ficat similiter aliud diuersum ab hiis duabus rebus et est il-
lud quod de consuetudine est nominare calorem natura-
lem, et temperantia sua in omni genere animalium est pri-
ma temperantia. 3 et demonstraui in uno librorum et in
dictione in qua reprobaui Boelium de hoc quod fuit contra-
rius Ypocrati in libro Aphorismorum dicenti: «que crescunt
plurimum habent innatum calorem et cetera», cum oppina-
tus est quod diceret «plurimum calorem innatum habent»
quod calor sit magis fortis quam possit esse, non superha-
bundans in propria substantia caloris naturalis, que est
sperma et sanguis, quia generatio nostra non est nisi ab hiis
duobus et ab hiis etiam procedit.
4 et demonstraui etiam quot modis aliquid dicitur esse
«plurimum» quoniam erratur in significatione istius; quia
non debemus intelligere in dictis suis «plurimum» hoc est
fortis in qualitate sua, sed quod sit superhabundans in sub-
stantia; et demonstraui in libro meo De generibus comple-
xionum et De elementis secundum sententiam Ypocratis
quod calor innatus est plus in pueris quam in consistenti-
bus, licet calor acquisitus sit in consistentibus plus quam in
pueris; secundum quod in sanis est calor naturalis plus
quam in febricitantibus, et febris quanto magis minus est
calor naturalis in corpore, tanto deterior, quia calor acqui-
situs est nocitiuus et mordicatiuus <...> 5 quia generatio
febrium est de alteratione caloris naturalis. et demonstraui
quod genera prima febrium sunt tria, et nominaui primum
effimeram, secundum ethicam, tertium quod accidit ex pu-
tredine humorum, et locutus sum in meo libro Febrium de
generibus febrium, et demonstraui in meo libro Comple-
xionum quod modi complexionum sunt nouem, quatuor
simplices et quatuor composite et una equalis et ipsa est
dignior.
5. 1 Quia modi simplicium complexionum accidunt ex
dominio unius elementi, aut calidi aut frigidi aut sicci aut
humidi, sed compositi accidunt ex dominio aut frigidi et
humidi simul aut calidi et sicci uel calidi et humidi uel ex
dominio frigiditatis cum siccitate. uerumptamen omnes isti
modi complexionum sunt illaudabiles; sed dignior modus
complexionum omnibus hiis est in quo non est dominium
alicuius quatuor elementorum, uerumptamen omnia sunt
mixta cum temperamento et nullum superat alterum.
2 et locutus sum multum in eodem libro de complexione
calida et humida. et illa est complexio de qua iudicauerunt
multi philosophorum et medicorum quod sit dignior omni-
bus aliis modis complexionum. uerumptamen non est di-
gnior modis complexionum, cum intellexerimus quid signi-
ficant calidum et humidum cum superant. nam secundum
quod uolunt quod intelligatur ab eis cum dicitur «comple-
xio calida», «complexio frigida», «complexio sicca», «com-
plexio humida», hoc est quod uincit unum istorum, eodem
modo contingit ut intelligatur ab ipsis cum dicunt comple-
xionem calidam et humidam, quia illa est complexio in qua
caliditas et humiditas excedunt temperamentum. 3 et dixi
quod non ob aliud dixerunt medici et philosophi quod com-
plexio calida et humida est dignior modis complexionum
nisi quia inuenerunt corpora nostra quando sunt in existen-
tia eorum naturali <quod> sunt magis humida et magis ca-
lida corporibus mortuorum et plantarum; iudicauerunt er-
go de corporibus cum sint in eorum habitudine naturali
<quod> est calida et humida natura istorum corporum.
4 eodem modo dixerunt uer inter tempora anni quoniam
facta comparatione ad estatem inuenitur humidius ea, facta
autem comparatione ad hyemem inuenitur calidius ea; ue-
rumptamen si consideretur complexio ueris in seipsa, inue-
nietur temperata inter caliditatem et frigiditatem et siccita-
tem et humiditatem. 5 et oportet quod complexio in qua
superat caliditas frigiditatem et humiditas siccitatem sit
complexio pessima secundum quod dicit Ypocras in secun-
da dictione libri sui Epidimiarum quod cum narrauit con-
uersionem hore unius horarum anni que est estas in calidi-
tatem et humiditatem, sed in tertia dictione eiusdem libri
quod cum narrauit conuersionem totius anni in caliditatem
et humiditatem, dicens in principio secunde dictionis eius-
dem libri sui Elguefete [i. e. Epidimiarum] in hac disposi-
tione dispositionum aeris hoc dictum: «fuerunt multe plu-
uie cum forti caliditate in tota estate»; et dixit in tertia dic-
tione hoc dictum: «et fuit constitutio anni australis et plu-
uiosa sine uentis». post hoc narrauit quod acciderunt in hiis
duabus dispositionibus dispositionum anni egritudines
mortales.
6 secundum autem quod oppina<n>tur per equiuocatio-
nem nominum quod inter ipsum sum et illos qui uolunt
quod sit dignior modus modis complexionum in corporibus
animalium calidum et humidum et in temporibus anni
complexio ueris, eodem modo potest percipi diuersitas in
temporibus [anni] senectutis, cum aliquis dicet quod hec
complexio etatis est humida, et alius quod sit complexio
sicca; quod non est ita, quoniam cum dicitur quod comple-
xio membrorum radicalium senum sit complexio sicca ue-
rum dicitur, sed ratione complexionis humorum in corpori-
bus eorum membra eorum sunt humida, quoniam fleuma
in ipsis superhabundat multum et est humor frigidus et hu-
midus. 7 eodem modo cum dicimus quod complexio
membri sit complexio frigida et quod magis sit sensus in
corporibus calidis quam in corporibus frigidis, oportet
quod tu intelligas in hoc postquam bene intellexeris et fue-
ris bene perscrutatus quod demonstraui <quod> in hiis
duabus complexionibus sunt ea dicta que dixi.
6. 1 Et hoc est quod nos manifestauimus quod primum
membrum sensibilium secundum sententiam antiquorum
sit membrum in quo est pars regitiua partium anime et quia
fluit ab isto membro per neruos ad remota membra corpo-
ris uirtus sensitiua et uirtus motiua uoluntaria. et cum hec
uirtus expergitur ad unumquodque membrum, efficitur
sensibile. et receptio que est particularis corporis est cali-
dior propter alterationem istius uirtutis. et ideo sunt iste
partes magis sensibiles partibus que habent complexionem
naturaliter frigidam. 2 et uirtus influens in membris est
sicut aqua que currit in cursu et ministrat neruis sensum.
uerumptamen non ministrat magis neruis quam carni. et tu
potes istud probare super quodcumque membrum anima-
lis: ut <si Nutton> discooperias neruos alicuius partis cor-
poris et pungas cum aliquo corpore acuto uel cum acu,
inuenies quod magis clamabit propter puncturam carnis
quam propter puncturam nerui; plus enim recipit sensum
doloris.
3 et multi medicorum oppinati sunt quod nerui sunt ma-
gis sensibiles carne propter apostemata que accidunt mem-
bris elchatir. et hec apostemata nascuntur illis qui habent
predictam infirmitatem, quia nerui sunt in cerebro sicut
sunt rami in arbore. et quando mouetur membrum quod
pungitur, non accidit ex apostemate quod accidit membro.
et aliquando inciditur totus neruus qui est punctus, quem
pupugerunt multi medicorum cum timuerunt de egritudine
elchadir, que accidit ex apostemate nerui; infirmus non sen-
tit incisionem, et si illa incisio facta fuisset in aliquo mem-
bro carnoso sentiret infirmus. et secundum hoc exemplum
inueni aliquos medicorum qui in hora fleubothomie incide-
runt unam partem nerui subtilem ad modum capilli qui est
in latere uene fleubothomate. et non accidit de hoc maior
dolor ac si illa incisio facta non esset. uerum in fine sequi-
tur elchadir et propter hoc credunt medici quod neruus sit
incisus. et manifestum est apud omnes homines quod el-
chadir est illa egritudo que facit nasci apostemata que acci-
dunt neruis et sit similis isti speciei doloris. 5 et accidit
multis occasione apostematum que accidunt neruis et sine
sensu doloris perceptibili et post consumitur membrum,
scilicet accidit illud quod accidit ex arefactione membri
cum sint in eo multa apostemata. et significat paucitas do-
loris quod dolor qui accidit occasione apostematis existen-
tis in neruo sit paruus, eo quod sensibilitas nerui non est
multa. 6 et secundum quod oppinati sunt occasione elcha-
tir que accidit ex apostemate nerui quod neruus sit magis
sensibilis carne cum sit in se, ita reprobauit Fisedis isto iu-
dicio dicens neruum esse minime sensibilem. et si quis uult
hoc perscrutari, inueniet neruum habere sensibilitatem; ue-
rumptamen neruus non habet tantum de sensibilitate
quantum habet membrum carnosum. et aliquando dicimus
quod neruus sit magis sensibilis omnibus membris in infir-
mitate apostematum que accidit ipsis.
7. 1 Et quia excusaui me non habere scientiam sub-
stantie anime que sit et utrum sit mortalis aut immortalis,
et uidetur michi possibile esse secundum hec duo dicta ani-
mam habitare in corpore, etsi sit immortalis et incorporea,
tamen uidetur michi conuenibile quod corpus, recipiens
eam, rectum ab eadem in dispositionibus suis in quibus co-
nuenienter debet esse, sit sensibile; et secundum quod dici-
mus oculum esse uidentem, aurem esse audientem et lin-
guam esse loquentem. 2 et dico quod generatio corporis
sit ex aliqua commixtione eadem commixtionibus elemen-
torum; et si aduentus anime est cum aduentu corporis, ergo
generatio eius est ex quatuor elementis. impossibile autem
est quod aduentus anime sit ab uno et aduentus corporis
sensibilis ab alio, quia substantia anime non est existens per
se, sed inuenitur secundum speciem, dico autem formam
corporis. intelligas a me cum dico secundum speciem, quia
materia quam oppinantur sine qualitatibus aliquo modo sit
materia.
3 et egoipse monstraui quod hoc sit necessarium s<c>ire
medi<c>o, cum non sciat substantiam anime. et hoc est
quod anima quamuis sit immortalis et incorporea, tamen
nos inuenimus eam manentem cum corpore, et possibile
est quod ipsa operetur mediantibus operationibus naturali-
bus. igitur oportet de hoc quod corpus donec est custodiens
complexionem sensibilem non moriatur. et egoipse mon-
straui in prima dictione mei libri De regimento sanitatis
quod complexio corporis alteratur semper in frigiditatem
et siccitatem quousque desiccatur et infrigidatur in senii fi-
ne. et cum peruenit ad ultimitatem frigiditatis et siccitatis,
tunc non potest anima suas proprias operationes <opera-
ri>, sed ipsa etiam deficit prout deficit corpus; et uita post
hoc extinguitur propter extinctionem suam. 4 et sicut non
refert apud medicum in medicando egritudines utrum ani-
ma sit mortalis aut immortalis, ita etiam non refert utrum
substantia sua sit incorporea prout uult <Plato> aut sit cor-
porea, prout uult <Chrosis>, cum iudicauit quod substantia
anime sit spiritus et non manifestauit, prout manifestauit
Erasistratus, utrum spiritus anime contineatur in corpori-
bus animalium in concauitatibus uel expandatur per omnia
membra radicalia uel diuidatur in minutas partes prout uo-
luit Elumerephilis, dicens quod sit in unaquaque parte par-
tium membri radicalis, ita quod nulla pars partium sit quod
non sit in ipsa. et demonstraui in dictione per quam repro-
baui dictionem libri Chrosis quod ipse in aliqua parte sui
libri non declarauit hoc. 5 ego autem non possum indaga-
re prout dixi de substantia anime quid sit, sed secundum
quod nomino corpus sensibile secundum [corporis] signifi-
cationem quam dixi paulo ante, ita nomino spiritum anima-
lem. et demonstraui in septima dictione libri De sententiis
Ypocratis et Platonis et in aliis libris quod iste spiritus ani-
me sit in uentriculis cerebri et quod sit primum instrumen-
torum anime rationalis, que anima habitat in corpore cere-
bri, non in uentriculis.
8. 1 Sed multos medicorum et philosophorum inueni-
mus paratos ad multa iudicia per que iudicantur res secun-
dum illos qui non credunt eis qui probant quod sol sit in
ueritate maior tota terra. sed amatoris ueritatis non est uo-
luntas reprobare nec diligere inuentionem rei quod affirmet
eam. uerumptamen cum audit aliquem affirmantem super
aliquam rem, iudi<ca>t illam probationem post longum
tempus; et postquam inuenit ueritatem uel ille expellit a se
sententias falsas que erant formate in ipsam uel discooperit
turpitudinem eorum contradicentium, et nullam sententiam
reprobat multum, et si esset in turpitudine. 2 et propter
hos uiros composui hunc meum librum ad exercitandum
eos in probationibus quas posui super unamquamque sen-
tentiarum quas nominaui in hoc, et prohibeo eos de inuen-
tione sillogismorum istarum prepositionum, quia oportet in
inuentionibus bonitatum anime quod debeat scire quod in
nobis sunt tria principia per motus tres diuersos in genere;
et oportet perscrutari hoc in curationibus egritudinum acci-
dentium anime.
3 et non oportet scire quod principium istorum trium
motuum sit in cerebro unius, alterius in corde, tertii in epa-
te. et hoc demonstrauit Plato per operationem in libro suo
<De republica> quod anima habet tres species, et omisit
nominare locum corporis in quo habitat unaqueque ista-
rum trium specierum; in libro autem suo qui nominatur
Thimeus, in quo locutus fuit de scientia naturali, non suffi-
cit ei iudicare quod anima sit tres species, sed quod sit in
tribus locis, quorum unus est in cerebro, alter in epate, ter-
tius in corde. 4 sed Chrosis et alii post ipsum narrauerunt
membrum corporis in quo est pars regitiua partium anime,
et omiserunt illud in quo est iuuamen illis qui uolunt addi-
scere philosophiam scientie et philosophiam pratice, prout
omiserunt † mutant † illud quod prestat iuuamen scire di-
spositionem tronitrui et coruscationis et fulgoris et terre
motus et grandinis et niuis et yridis et signi quod apparet
cum sole et cum luna aliquando mire diuisi et aliquando
mire congregati et causas rerum que sunt in scientia methe-
ororum. et hec omnia sunt necessaria illi perscrutari qui
uult scire partem † pratice † philosophie tantum; et probaui
in una dictione in qua reprobaui quendam philosophum de
secta reubach. sed probaui medicis prodesse scire tria prin-
cipia que sunt in nobis.
9. 1 Et probaui etiam quod multum prodest scire illud
quod multi medicorum neglexerunt, id est alterationem
que accidit corpori. et hec in genere est duplex: una est
unius qualitatis qualitatum actiuarum uel duarum qualita-
tum, id est caliditatis et frigiditatis et humiditatis et siccita-
tis; secunda est diuerso modo cum totalitate substantie
actiue.
2 et ego demonstraui in libro meo De simplici medicina
quia medicinarum que dicte sunt quedam alterant corpus
uel caliditate uel frigiditate uel humiditate uel siccitate; et
quedam alterant cum duabus qualitatibus uel cum calidita-
te et humiditate simul uel cum frigiditate et siccitate simul.
et aliud genus istarum medicinarum alterant corpus pro-
prietate totalitatis substantie sue, uerbi gratia sicut medici-
ne laxatiue et medicine que nominantur in Greca lingua
guibentirie, id est uenena. et differentia est inter istas et
medecinas mortiferas quia de istis nullum habetur iuua-
men, sed de medicinis mortiferis aliquando habetur iuua-
men cum in parua quantitate sumitur cum commixtione
aliarum medicinarum iuuantium. et hoc est quod utimur
multotiens lac papaueris, id est opium, et prodest. 3 sed
medicinarum que nobis prosunt quedam alterant corpus
cum una qualitate uel cum duabus et quedam alterant cum
proprietate totalitatis substantie sue. et demonstraui etiam
quod operationes naturales diuiduntur per unam qualita-
tem uel per duas qualitates, et quedam adimplentur cum
totalite substantie, sicut digestio que fit in stomacho et ge-
neratio sanguinis que est in epate et nutritio uniuscuiusque
membri animalium. et hoc est quod unumquodque mem-
brorum † currit † uirtute naturali, in qua uirtute conueniunt
plantis, quia etiam plante custodiunt substantiam earum et
uiuunt sicut animalia, cum attrahunt illud quod est simile
sibi et expellunt illud quod est contrarium et diuidunt
unumquodque istorum quod attrahunt et alterant quous-
que unumquodque istorum assimiletur nature sue.
10. 1 Et membra indigent ad hoc quod remaneant in
natura eorum adiutorio epatis, ut ipsis mittat nutrimentum
simile ipsis; epar enim in uirtutibus naturalibus est
tamquam radix plante; quia arbor, si radix eius conseruat
uirtutem suam remanet magis intacta, licet desiccentur ra-
mi ipsius uel brance diuise ipsius radicis. 2 et dispositio
uirtutis que uenit a cerebro et dat unicuique membro sen-
sum et motum non est sicut dispositio istius uirtutis, quia de
natura uirtutis fluentis a cerebro est currere si renouat se
continue. ista uero est fixa in corpore humano permanens
et in illis animalibus quorum natura non mutatur a natura
hominis [et natura eorum non mutatur a natura eorum]. 3
et similiter uirtus mouens uenas pulsatiles transmittitur
semper a corde et non est fixa in uenis; natura autem uirtu-
tis naturalis est in substantia membrorum. uerumptamen
ad hoc quod remaneat temperamentum complexionis sub-
stantie membri indiget adiutorio epatis et pulsus uenarum
<quod> non est modicum secundum quod demonstraui in
Iuuamento pulsuum.
4 et errat in hoc loco ille qui non intelligit dictum ueraci-
ter cum dico quod regimen nostrorum corporum complea-
tur tribus pincipiis, quia possibile est quod oppinatur quod
uolui intelligere cum dixi principia a quibus est regimen
animalium, scilicet principia a quibus est generatio embrio-
nis in matrice. ego autem scio secundum quod dixi quod
regimen animalium postquam sunt generata completur a
tribus principiis. et ego nescio que est illa uirtus inter cete-
ras uirtutes que format embrionem in matrice et que sub-
stantia sit.
11. 1 Illud autem quod oppinantur de hoc [est] quod
hec uirtus sit illa que generat plantas et informat eas, non
figitur intentio mea [non sequitur intentionem ?] † in motu
† qui apparet in compositione corporis nostri; et hoc decla-
raui in libro meo De iuuamento membrorum 2 < ... >; quia
in iuuentute mea secutus sum multos antiquorum famosos
qui oppinabantur quod informatio cordis precedit informa-
tionem aliorum membrorum et dixi secundum quod illi di-
cebant; et cum perueni ad perfectam etatem ego percepi
quod istud dictum est uerisimile, non tamen certum. impos-
sibile enim est quod istum membrum sit generatum sine
sanguine; et sanguis peruenit ad embrionem per uenas con-
tinuatas cum matrice, et ex ipso est generatio embrionis. et
uideo quod iste sanguis in primis uenit per uenas continua-
tas cum epate. 3 licet <et> ueniat a matrice sua ad cor per
uenas pulsatiles – spiritus tantum aut spiritus et sanguis
agitur –, uia sua est longior satis uenarum non pulsatilium,
quia uene pulsatiles que ueniunt ad cor embrionis a matri-
ce sua cum transierint diafragma, reuoluuntur circa uesi-
cam et componuntur in primis super os positum in extremi-
tate radicis, id est in cauda, spine; et postea transeunt se-
cundum longitudinem spine usque infra duas spatulas in
directo pectoris et postea coniunguntur cum uena pulsatili
expansa super dorsum quousque reuertuntur usque ad
uentrem sinistrum duorum uentrum cordis; et ministrant ei
illam substantiam quam receperunt a matre embrionis –
uel est spiritus tantum uel cum eo aliquid sanguinis. 4 et
non dicitur ueraciter quod cor sit prius generatum diafrag-
mate et uenis pulsatilibus que ministrant ei spiritum et san-
guinem, quos recipiunt a muliere. et non est uerisimile
quod generatio cordis sit prior generatione epatis, eo quod
nos uidemus uenam generatam ex congregatione uenarum
que sunt in diafragmate uenire prius ad epar et postmo-
dum extenditur ad cor.
5 et turpe est dicere quod a corde generantur omnia
membra et <ueraciter est dictum> quod prius debet esse
<illud> generans cor et uenas pulsatiles et epar similiter
cum ipsis quam illud, prout creat omnia alia membra; et
quidam dicunt quod ille qui est faciens hoc est sperma
quod proicitur in matrice<m>, et quidam dicunt quod sper-
ma est loco instrumenti et quod formator embrionis in ma-
trice sit aliquid nobilius spermate; et propinquius est dicere
quod sit deus omnipotens.
12. 1 Sed compositiones que sunt sanguis, fleuma, cole-
ra <nigra, colera> citrina ego demonstraui sententiam me-
am de ipsis in commento meo quod feci super librum Ypo-
cratis De humana natura et in libro meo De elementis se-
cundum sententiam Ypocratis. et monstraui quod ipse ui-
deat quod quatuor compositiones generantur in omnibus
corporibus sanis uel non sanis. et quidam uident quod san-
guis tantum sit similis nature <et> appropriatus ei, sed ge-
neratio omnium aliarum compositionum extra naturam, et
hoc est sententia uerisimilis, uerum sententia Ypocratis est
uerior. 2 et probatio huius procedit ab una sententiarum
quas monstraui in alio libro quam in isto libro: et hoc est
quod unaqueque medicinarum laxatiuarum et uomicarum
attrahit unam de compositionibus; et quedam earum at-
trahunt cum compositione sibi simili aliquid de aliis duabus
compositionibus uel de una tantum. et quidam uident quod
natura medicine non solum attrahit unum humorum cor-
poris, sed attrahit omnes humores a uenis equaliter et po-
stea conuertit eos in naturam aut in ipsam. et ego locutus
sum super hiis non <semel uel> bis, sed pluries; et scripsi
post hoc unam dictionem De medicinis purgatiuis et mon-
straui quod unaqueque istarum medicinarum purgatiua-
rum habet uirtutem per quam attrahit aliquem humorem.
3 et qui uult quod secum consentiam quod medicina pur-
gatiua in hora attractionis humoris alterat illud quod attra-
hit alteratione debili, non redarguo ipsum in hoc. sed quod
manifestius est, illa alteratio fit debilis [propter coleram
quam attrahit in ipsa illud quod attrahit inter omnes]. et pro-
baui quod plus magis proprius et magis similis inter omnes
humores animalibus habentibus sanguinem sit sanguis so-
lum, et unumquodque genus aliorum animalium non haben-
tium sanguinem habent humorem similem nature eorum in
loco sanguinis. 4 igitur demonstratum est demonstratione
manifesta quod unumquemque humorum existentium intra
uenas attrahit natura istarum medicinarum purgatiuarum,
uerbi gratia, si patienti stillea [i.e. hydropico] detur medicina
euacuatiua que euacuet magnam quantitatem aquose humi-
ditatis, erit diminutio inflationis secundum quod euacuatur
de ipsa aqua; et si detur patienti iarcan [i.e. arquato] <medi-
cina purgatiua colere>, erit diminutio infirmitatis secundum
euacuationem colere citrine; et si contrario modo, per con-
trarium, ut si detur medicina purgatiua aque patienti iarcan
et patienti listilia medicina <purgatiua colere citrine, ...> de
humore simili sibi in parua quantitate cum magna uiolentia,
et <in> illa euacuatione iuuamentum <non> est.
5 et demonstrauit Ypocras in libro De humana natura
quod illud quod generatur in corpore existente in firmitate
sua, non solum est sanguis, sed fleuma et colera citrina et
colera nigra. et est causa in corpore que ex necessitate ge-
nerat sanguinem et merito si diuersificatur cum dictum sit
quod solum sanguis approprietur corpori et assimiletur, et
sit uerisimile quod si iste sanguis esset similis corpori uel
esset fortior humoribus in similitudine, igitur sufficeret no-
bis euacuare superhabundantiam duarum colerarum et
fleumatis et inquirere regimentum conseruans sanitatem
non utendo cibariis fleumaticis et generantibus coleram, ne
superhabundent isti humores in corpore. 6 et non nocet in
speculatione operis medicine quod nos debeamus accipere
quamcumque duarum rationum uolumus, id est quod nos
dicamus quod quatuor humores generantur in corpore se-
cundum prius et sunt in loco quatuor elementorum, et
quod omnium aliorum humorum generatio sequitur gene-
rationem sua necessario.
7 et dico etiam quod si apparet color <niger> in ipsis
spleneticis, uel sit in ipso splene eruptio uel aliqua alia di-
spositio mala declinans in corruptionem suam, non nocet in
opere medicine quod dicamus quod <non> attrahat humo-
rem nigrum, sed dicimus quod sit generatus in ipso. et hoc
est quod demonstraui in libro meo De colera nigra, quod
oportet manifestare unum de duobus dictis cum manife-
stum sit. et demonstraui etiam in hoc libro omnem rem
quam oportet querere necessario de ista colera. 8 sed
quod peius est quod hunc debeat inquirere reprobationem
sillogismi probatione et dimittit reprobare propositiones
sillogismi ex quibus contexitur sillogismus. et quidam sunt
qui numquam prouident in hoc, et si prouident, numquam
prouident nisi raro, et in hoc nolunt continuare studium. et
multi etiam sunt qui desiderant [lasciano a desiderare nel,
non riescono a] intelligere sillogismum, et maxime quo-
niam reperiuntur in eo aliqua conuenentia in nomine, sicut
in significatione humoris melancholici: quia de sono intelli-
guntur duo, non sicut intelligitur de significatione colere
nigre una res. ratio est quia humor generatur in epate ante-
quam fiat colera nigra; sed possibile est quod fiet, si diu
permanet in uenis aut superat in corpore animalium mala
complexio calida et sicca. 9 et colera nigra nominatur se-
cundum quod nominatur colera nigra humor niger; et erit
illud quod significa[n]t hec [dicitur] nominatio, hoc est hu-
mor niger, conturbatio sanguinis et fex [ypostasma] quod
est sicut fex in uino et in oleo; et istud etiam denominatur
humor niger, eo quod natura sua est ut conuertatur in pu-
rum nigrum modica occasione. et secundum istam signifi-
cationem dicimus de aliquibus potibus quod sint fleumatici
et de aliquibus quod sint melancolici.
10 et demonstraui in libro meo De uirtutibus naturalibus
et in alio meo libro De medicinis purgantibus quod uene
que tribuunt cibum per totum corpus < ... > in illis currit co-
lera nigra et aliquando sanguis. ergo festinauit in iudicio di-
cens quod impossibile est quod uena que extenditur usque
ad splenem attrahat de uena que est in epate, que uocatur
portanaria, sanguinem nigrum et nutriatur inde splen. sed
et fortasse oppinaberis quod non sit impossibile quod
unumquodque medicamentum purgatiuum attrahat humo-
rem sibi similem, et non sit possibile secundum
unamquamque uenarum que nutriuntur ex ipso. et certe res
ita non se habet. sed et fortasse oppina<be>ris quod humor
similis omnibus membris sit unus humor, et quod ille est
sanguis, sicut oppinati fuerunt antequam ratiocinati fuerunt
quod multa animalia <sint> sine sanguine et quod de ani-
malibus que sunt sine sanguine [quod] nutrimentum eorum
sit ex humore simili qui est proportionatus sanguini, uerum-
ptamen habeant caliditatem naturalem in loco caliditatis
innate que est in epate et in unoquoque membro corporis.
13. 1 Sed propter hoc dico de corde quod est loco illius
quod accendit caliditatem que est in corporibus animalium;
et in plantis est aliud genus caliditatis in quo communicat
corpus nostrum, et secundum hunc modum communicant
cum eo in uirtute que nominatur naturalis. et secundum
hoc tu potes nominare uirtutem que est in epate uirtutem
naturalem, et potes eam nominare animam sicut nomina-
uerunt eam Plato et Aristotiles. 2 sed dico quod epar est
principium caloris naturalis et est in animalibus loco rei si-
milis radici plantarum, et quod calor qui portatur a corde in
totum corpus et dat sensum [sentis corpus] calidum tactu
[qui] est alter a calore isto; et accidit a paucitate caloris na-
turalis quod non percipiatur sensu. et propter hoc idem di-
cimus in plantis in comparatione ad corpora animalium
quod ibi non sit caliditas.
3 et propter hoc oppinatur quod sit diuersitas inter anti-
quos medicos et philosophos cum dixerunt quod animal sit
calidum et planta sit frigida. et nescit quod debet inquirere
res quousque deueniat ad firmam notitiam ipsarum; et cum
inquisierit aliqua de hiis et uoluerit iudicare de hiis, suffi-
ciet dicere calidum et frigidum secundum sensum manife-
stum et hoc sufficit ei.
4 et hoc est quod inuenies Platonem dicentem in omni
loco de animalibus quod sint animata et dicit de lapidibus
et lignis et omnibus plantis quod sint corpora non habentia
animam. uerumptamen cum in libro suo Thimeo de scientia
naturali ad opus aliquorum qui sunt potentes ad intelligen-
dum uera dicta dissentiebat in illis in quibus multi conue-
niebant, et dixit quod anima mundi expansa est per totum
mundum, [et] non est iustum quod dicatur quod sermones
sui non conueniunt adinuicem et quod unumquodque dicat
contrarium secundum quod sermones Aristotilis et Theo-
pha contradicunt eis adinuicem, qui composuerunt libros
ad opus multorum in aliquibus rebus et libros ad opus di-
scipulorum suorum. eo quod sententie que exeunt extra
diffinitionem illius rei que percipitur sensibus indigent in
eis multis sermonibus ad earum probationem, et si
na<r>ratur in aliis locis quam in propriis na<r>ratio eorum
arguat [agitat ?] audientes. 5 igitur non conuenit quod iu-
dicetur in similibus sine probatione paulatiua quousque
colligitur inde sillogismus totius sermonis, et non debet dici
quod anima mundi sit in lapidibus et in testis et in arenis et
in cadaueribus combustis uel putrefactis. et hoc est quod si
Plato dixisset hunc sermonem, admirarentur omnes et di-
cerent quod esset insanus. 6 sed ego demonstraui in aliis
libris quid coegit Platonem dicere hunc sermonem, et non
quod ego iudicarem cum eodem in hiis in quibus iudicauit,
et non sum ausus dicere super hoc iudicium, quia Plato
non ponit iudicium suum hoc quod dicit de scientia natura-
li, immo dicit quod finis istius scientie ducit hominem ad
sufficientiam. et quod dictum est quod in plantis sit princi-
pium motus et sensus in hiis que assimilantur et sunt con-
traria eis, uidetur michi quod sit uerum. sed ego timeo hec
narrare non in proprio suo loco plus quam timuit Plato.
7 sed si fuero interrogatus quid sit illud in quo differant
animalia plantis, dicam quod est motus uoluntarius; et no-
minabo uirtutem quam paulo ante narraui, scilicet uirtu-
tem appetitiuam, expulsiuam, retentiuam et digestiuam,
uirtutem crescitiuam [IXWLNKYQ pro IXoLNKYQ?], non anima-
lem, et ego non uideo quod hoc noceat arti medicine et
parti philosophie moralis. et cum erit michi necessarium
quod narrem sententiam Platonis in parte naturali philoso-
phie, ego laudabo partem dicti sui et iudicabo secum prout
ipse iudicauit; et dicam quod in parte est sufficiens et in hiis
in quibus cadit diuersitas est magis sufficiens.
14. 1 De substantia autem uirtutum sentio prout alii
senserunt scilicet quod habeant animam, eo quod uident
manifeste operationes quas operatur corpus in dispositione
eundi et redeundi et in dispositione surgendi et luctandi et
in sensu nostro diuersarum rerum. ergo sentiunt quod in
istis operationibus sint certe occasiones et nichil de hiis ac-
cidit sine occasione. uerumptamen nesciunt occasionem
operatiuam istarum operationum et nominauerunt secun-
dum quod dicunt quod homo est potens ad faciendum, hoc
est quod in ipso est potentia unaqueque actiua istarum
operationum. et tu inuenies omnes dicentes quod in scamo-
nea sit potentia laxatiua et in zarolis sit potentia constipa-
tiua. 2 sed illos qui sunt exercitati in scientia naturali
inuenio diuersos, et unusquisque dicit secundum mensu-
ram sue potentie: quidam iudicauerunt quod in substantiis
sensibilibus sint uirtutes incorporee, et quidam eorum iudi-
cauerunt quod unaqueque substantiarum id quod operatur
non operatur nisi per naturam propriam generatam in ipsa
ex commixtione quatuor elementorum aut ex compositio-
ne primorum, de quibus uident aliqui quod sint indiuisibi-
lia; et quidam uident quod <non> possint continuari; et
quidam uident quod non possint diuidi; et quidam quod
<possint similium partium esse; et quidam quod> non pos-
sint similium partium esse. 3 et dixerunt etiam de anima
dictum simile huic, et hoc est quod aliqui uident quod sit
substantia incorporea; et quidam quod sit spiritus; et qui-
dam alii dicunt quod anima non sit ens existens per se et
diuisum ab alio; sed de proprietate corporis dicitur quod
habeat operari ea que sibi pertinent operari et non quod
habeat eam naturam appropriatam ei †ratione respectum†.
uerumptamen substantia operatiua est dicta rerum proce-
dentium ab ipsa et mediante ipsa, quod habeat uirtutes qui-
bus illud quod pertinet ei operatur.
4 et de hiis sententiis est gradus <meus> mediocris. et
hoc est quod iudicaui in aliquibus sententiis iudicio natura-
li quod sentio de certitudine ipsarum et in aliquibus ex ipsis
quod non habeo aliquam notitiam. sed de hiis que ante nar-
raui habeo notitiam secundum modum sufficientie, et mee
expositiones essent nobiliores si scirem eas firmiter et iudi-
carem de hiis prout iudicaui de aliis. uerumptamen anima
mea non sentit scire ea ueraciter, eo quod sunt res in qui-
bus non inuenitur uera probatio secundum quod alii sense-
runt. 5 et ego monstrabo modo ea non esse necessaria ad
sanitatem corporis neque ad nobilitatem anime; si darentur
cum uera notitia esset additio in hiis quorum notitia est in
medicina et in morali philosophia quod iuuat et est possibi-
le scire omnibus uolentibus hoc. et ego compilaui de hiis
duas dictiones. sed in hoc tempore nostro narrabo illud
quod promisi dicere, faciens principium huius ab hoc loco.
15. 1 Igitur dico quod sum sciens uera notitia quod ge-
neratio omnium istorum corporum existentium ante nos
que narrauimus sit ex commixtione quatuor elementorum.
et ego scio etiam quod commixtio quatuor elementorum in
generatione istorum corporum sit cum sua totalitate, non
secundum quod oppinatus fuit Empedocles, qui ea diuisit
in minimas particulas. sed utrum hoc sit quod substantie
corporee incorporent se adinuicem, uel hoc non accidit nisi
in earum qualitatibus tantum, igitur dico quod scientia ista-
rum rerum non est necessaria et non habeo iudicium de
ipsa; sed ego uideo quod magis conueniens est sumere dic-
tum dicentis quod commixtio sit in qualitatibus. 2 se de
anima, utrum sit immortalis eo quod ipsa regit animalia
commixtione sua cum substantiis corporeis, ego non sum
certus de hac scientia, nec utrum sit substantia existens per
se. uerumptamen illud quidem manifestum est nobis, quod
cum sit disposita in corporibus, nos inuenimus naturas que
sunt generate secundum quod dixi ex commixtione qua-
tuor elementorum. et ego non uideo quod alicui noceat in
arte medicine nescire modum quo currit dispositio uite. 3
et nos scimus quod conuenit quod corpus quod est prepa-
ratum ad recipiendum animam sit conuenies ad receptio-
nem eius. quod quando alteratur in complexione sua uehe-
menti alteratione, anima dimittit illud; et alteratio eius est
uel frigiditate secundum quod accidit quando euacuatur
multum a sanguine et quando repletur medicinis < > et
quando aer continens nos est multum frigidus; sed [uel ?]
propter caliditatem secundum quod accidit in febribus et
secundum quod accidit in attractione flamme ignis et in po-
tatione medicinarum calidarum in ultimitate.
4 et non solum propter istam causam recedit anima a
corpore, sed propter defectum anhelitus. et impossibile est
quod anima recedat a corpore quousque corpus consistit in
sua complexione naturali. 5 et propter hoc non est neces-
sarium scire quid sit substantia anime in curatione morbo-
rum neque in conseruatione sanitatis neque in aptatione
morum; et si placet nominare hanc particulam moralem
siue consuetudinem siue que docet bene operari, hoc est
licitum unicuique nominare eam sicut uult, dummodo po-
nat differentiam inter ipsam et † opus pratice †; et ego lo-
cutus sum in aliis libris euidentius quam modo loquor. 6
et cum demonstratum sit quot sint uirtutes naturales et
quid sint, modo restat perscrutari quot modis dicitur quod
uirtus attractiua attrahat illud quod est conueniens sibi, ex-
pulsiua expellat illud quod est contrarium sibi. et impossi-
bile est quod una istarum attrahat rem conuenientem sibi
et <altera expellat Nutton> rem contrariam sibi naturaliter
<sine notitia?>; et notitia non est nisi a uirtute sensitiua.
7 et propter hoc accidit de hoc quod dico error cum Pla-
to dixerit manifeste quod in plantis est aliud genus sensus
propter quod < la fine è perduta >.
OPERE CITATE IN DE PROPRIIS PLACITIS

Di Galeno:

(LMoWR3HULIXYoHZoDMQTUZYSRXÑ,SSRNUDYWRXo 4.1; 12.1.


3HULGLDSODYoHZoHMPEUXYZQ 3.5.
3HULGLDIRUD
oSXUHWZ
Q 4.5.
3HULNUDYoHZQ 4.4; 4.5; 5.2 (HMQDXMWRL
o).
3HULPHODLYQKoFROK
o 12.7.
3HULWK
oWZ
QD-SOZ
QIDUPDYNZQGXQDYPHZo 9.2.
3HULWK
oWZ
QNDTDLURYQWZQIDUPDYNZQGXQDYPHZo12.3; 12.10.
3HULWZ
QNDT¨Ñ,SSRNUDYWKQNDL3ODYWZQRoGRJPDYWZQ 3.2; 3.3;
7.5 (H^EGRPRQX-SRYPQKPD).
3HULWZ
QNDT¨Ñ,SSRNUDYWKQoWRLFHLYZQ4.1; 4.4; 12.1.
3HUL WZ
QIXoLNZ
QGXQDYPHZQ 3.5 (X-SRPQKYPDWDWULYD); 3.6;
12.10.
3HULFUHLYDoPRULYZQ 11.1.
3HULFUHLYDooIXJPZ
Q 10.3.
3HUL\XFK
o 7.4.
3URo/XYNRQ 4.3.
3URoILYORQ¨(SLNRXYUHLRQ 8.4.
3URodWZL!NRYQ 8.4.
Ñ8JLHLQDY 7.3 (WRSUZ
WRQ).
GL¨D>OOZQ 4.3; 7.5; GXYRELEOLYD 14.5; HMQH-WHYURLoX-SRPQKYPDoL
15.5.
Di Ippocrate:

¨$IRULoPRLY4.3
¨(SLGKPLYDL5.5 (WRGHXYWHURQ bis; WRWULYWRQ bis).
3HULIXYoHZoDMQTUZYSRX 4.1; 12.5.
D>OODoXJJUDYPPDWD 4.1.
SOMMARIO

Introduzione
Bibliografia
Nota ai testi

DEL NON AFFLIGGERSI

SULLE PROPRIE DOTTRINE

Appendice
Varianti del de indolentia
Traduzione arabo-latina
Liber Galieni de sententiis
Opere citate in de propriis placitis
Indice dei nomi
ISBN 978-88-17-05498-0