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Titolo originale: The Victory ofReason.

How Christianity Led to Freedom, Capitalism, and


Western Success

Traduzione dall'inglese di Gabriella Tonoli

Copertina di Dada Effe ‫ ־‬Torino

In copertina: elaborazione del dipinto di Rogier van der Weyden, L'altare Bladelin,
1445-50 ca.

© 2005 by Rodney Stark


M ap copyright © 2005 by David Lindroth, Inc.
This translation published by arrangem ent w ith Random House,
an im print of thè Random House Ballantine Publishing Group,
a division of Random House, Inc.

© 2006 Lindau s.r.l.


corso Re Umberto 37 10128 ‫ ־‬Torino

Prima edizione: novembre 2006


ISBN-10 88-7180-599-2
ISBN-13 978-88-7180-599-3
Rodney Stark

LA VITTORIA
DELLA RAGIONE
Come il cristianesimo ha prodotto
libertà, progresso e ricchezza

LilDAU
Ringraziamenti

Com'è doveroso per chi scrive uno studio storico di am-


pio respiro, anch'io mi sono affidato a centinaia di specialisti
che mi hanno guidato e indirizzato nelle varie aree di com-
petenza. Spesso si sottolinea quanto sia prezioso il ruolo
svolto da chi desidera spaziare da un'area accademica all'al-
tra alla ricerca di costruzioni più ampie. Le mie intenzioni
sono queste, ma ho anche concepito quest'opera per il pub-
blico. E ciò non ha arrecato alcun danno all'accuratezza del-
10 studio; ha solo imposto di evitare il gergo e le inutili for-
malità accademiche.
Oltre che nei confronti di altri studiosi, sono in debito con
11 mio agente, Giles Anderson, per gli utili suggerimenti a
proposito del libro che mi accingevo a scrivere e, soprattut-
to, per aver scelto Random House come mia nuova casa edi-
trice. Questo mi ha permesso di lavorare con Will Murphy; il
suo buon gusto e il suo senso della struttura hanno trasfor-
mato il libro in qualcosa di molto diverso e migliore. In ori-
gine, il libro terminava con una breve conclusione dopo
quello che ora è il capitolo 5. È stato Will a suggerire di por-
tare la mia analisi al di là dell'Atlantico, per esaminarne gli
sviluppi del N uovo Mondo. Giusto! È stato sempre Will ha
proporre di aprire l'opera con il capitolo sulla teologia razio-
6 R. STARK

naie, inizialmente posto dopo una lunga analisi dei modi in


cui le tirannie distruggono il commercio. Aveva ragione, e il
capitolo sui tiranni è stato eliminato (se ne trovano diversi
frammenti nelle altre sezioni). È piacevole lavorare con un
vero professionista.
Inoltre, devo ringraziare per il loro contributo diversi
amici ed eccellenti studiosi: Daniel Chirot, Anthony Gill,
Laurence R. Iannaccone, David Lyle Jeffrey e A rthur Wu.

R.S.
Introduzione

Ragione e progresso

Q uando per prim i cominciarono a esplorare il mondo, la


sorpresa più grande per gli europei non fu l'esistenza dell'e-
misfero occidentale m a la scoperta del loro grado di supe-
riorità tecnologica rispetto alle altre società. A ritrovarsi im-
potenti di fronte agli invasori europei non furono solo le fie-
re popolazioni maya, azteche e inca, ma anche le leggenda-
rie civiltà orientali: Cina, India e persino il mondo islamico
erano arretrati in confronto all'Europa del XVI secolo.
Com'era accaduto? Perché, nonostante molte civiltà avesse-
ro approfondito l'alchimia, essa si era evoluta in chimica so-
lo in Europa? Perché per secoli gli europei rimasero gli unici
a possedere occhiali da vista, camini, orologi affidabili, ca-
valleria pesante o un sistema di notazione musicale? Come
avevano fatto nazioni sorte dalla barbarie e dalle rovine del-
la caduta di Roma a superare il resto del mondo?
Diversi autori hanno recentemente attribuito il segreto
del successo dell'Occidente alla sua geografia. Ma quella
stessa geografia aveva caratterizzato per molto tem po cui-
ture europee arretrate rispetto a quelle dell'Asia. Alcuni
hanno fatto risalire l'ascesa dell'Occidente all'acciaio, o al-
le armi da fuoco e alle navi a vela, mentre altri ancora han-
no dato il m erito del suo successo a un'agricoltura più prò-
8 R. STARK

duttiva. Il punto è che queste risposte fanno parte, in realtà,


di una questione che necessita un chiarimento: il perché gli
europei eccellevano nella metallurgia, nella costruzione di
navi o nell'agricoltura. La risposta più convincente a que-
ste dom ande individua il merito del predom inio occidenta-
le nell'ascesa del capitalismo, altro fenomeno che si verificò
solamente in Europa. Persino i nemici più acerrimi del ca-
pitalismo riconoscono come da esso sia scaturita una prò-
duttività e un progresso precedentem ente impensabili. Nel
Manifesto del partito comunista, Karl Marx e Friedrich Engels
sostenevano che prim a della nascita del capitalismo gli uo-
mini fossero dediti alla «più infingarda poltroneria» e che il
sistema capitalistico «per primfo] ha mostrato che cosa pos-
sa l'attività um ana. [...] Ha creato delle forze produttive il
cui num ero e la cui im portanza superano quanto mai aves-
sero fatto tutte insieme le generazioni passate» 1. Il capitali-
smo raggiunge il «miracolo» attraverso il regolare reinve-
stimento di capitale per aum entare la produttività - attra-
verso maggiore capacità produttiva o miglioram enti tecno-
logici - e m otivando sia i dirigenti sia la forza lavoro con
salari sempre più alti.
Supponendo, quindi, che sia stato il capitalismo a irtne-
scare il grande balzo in avanti compiuto dall'Europa, rimane
da spiegare il motivo per cui il fenomeno si è sviluppato so-
lamente qui. Alcuni ne hanno rintracciato le radici nella
Riforma protestante; altri le hanno fatte risalire a varie circo-
stanze politiche. Ma se si scava più a fondo, diviene eviden-
te che non solo la nascita del capitalismo ma anche quella
dell'Occidente stesso si basano in realtà su una straordinaria
fede nella ragione.
La vittoria della ragione esplora una serie di progressi, do-
vuti appunto alla ragione, che hanno contribuito a formare
RAGIONE E PROGRESSO 9

l'unicità della cultura occidentale e delle sue istituzioni. La


più im portante di queste vittorie avvenne nell'ambito del
cristianesimo. Infatti, mentre le altre religioni nel m ondo en-
fatizzavano il mistero e l'illuminazione, il cristianesimo fu la
sola religione ad accogliere l'utilizzo della ragione e della lo-
gica come guida principale verso la verità religiosa. In que-
sto fu influenzato dalla filosofia greca, la quale, però, non
esercitò forti influenze sulle religioni dell'antica Grecia. Que-
ste ultime, infatti, rimasero dei tipici culti misterici nei quali
l'am biguità e le contraddizioni logiche erano considerate se-
gni distintivi di origine sacra. Tutte le principali religioni del
mondo, poi, erano dominate da simili assunti riguardo l'es-
senziale inspiegabilità degli dèi e la superiorità intellettuale
della meditazione. Al contrario, sin dagli albori, i padri del-
la Chiesa insegnarono che la ragione era il dono più grande
che Dio aveva offerto agli uomini e lo strumento con cui ac-
crescere progressivamente la comprensione delle Sacre Scrittu-
re e della Rivelazione. Dunque, il cristianesimo era orientato
verso il futuro, mentre le altre grandi religioni asserivano la
superiorità del passato. Almeno in linea di principio, se non
nella pratica, le dottrine cristiane potevano essere sempre
modificate in nome del progresso dimostrato dalla ragione.
Incoraggiata dalla Scolastica e concretizzata nelle grandi
università medievali fondate dalla Chiesa, la fede nel potere
della ragione pervase la cultura occidentale, stimolando la
dedizione alla scienza e l'evoluzione della teoria e della pra-
tica democratica. Anche la nascita del capitalismo è da con-
siderarsi una vittoria della ragione ispirata dalla Chiesa, dal
momento che esso altro non è se non l'essenziale applicazio-
ne della ragione al commercio in modo sistematico e dura-
turo, il che si vide per la prim a volta all'interno delle grandi
proprietà monastiche.
10 R. STARK

Nel secolo scorso, gli intellettuali occidentali si sono ri-


velati più che disponibili a rintracciare nel cristianesimo le
origini deirim perialism o europeo, ma non a riconoscere che
esso avesse contribuito in qualche m odo (se non con Tintol-
leranza) alla capacità di dominio dellO ccidente. Piuttosto,
si diceva che l'Occidente fosse balzato in avanti proprio
quando aveva superato le barriere che la religione aveva op-
posto al progresso, in particolar m odo quelle che impediva-
no lo sviluppo della scienza. Sciocchezze. Il successo del-
l'Occidente, inclusa la nascita della scienza, si appoggiò in-
teram ente su fondam enta religiose e venne determ inato da
devoti cristiani. Sfortunatamente, anche molti degli storici
disposti ad assegnare al cristianesimo un ruolo nella deter-
minazione del progresso occidentale si sono limitati a deli-
neare gli effetti religiosi positivi provocati dalla Riforma
protestante. Così, è come se i precedenti 1500 anni di cri-
stianesimo risultassero poco rilevanti o addirittura dannosi.
Questo anticattolicesimo accademico ispirò il più noto libro
sulle origini del capitalismo.
All'inizio del XX secolo, il sociologo tedesco Max Weber
pubblicò uno studio che sarebbe presto divenuto molto in-
fluente, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo2, in cui so-
stenne che il capitalismo si fosse sviluppato unicamente in
Europa perché, fra tutte le religioni del mondo, solo il prote-
stantesimo aveva fornito una dottrina morale in grado di
spingere le persone a tenere sotto controllo il consumo mate-
riale pur cercando la ricchezza. Weber affermò che, prima
della Riforma, il controllo dei consumi era immancabilmente
legato all'ascetismo e quindi alla condanna del commercio.
Viceversa, la ricerca della ricchezza era correlata al consumo
smodato. Entrambi gli schemi culturali erano nemici del ca-
pitalismo. Secondo Weber, dunque, l'etica protestante infran­
RAGIONE E PROGRESSO 11

se questi legami tradizionali creando una cultura d'impren-


ditori parsimoniosi favorevoli al sistematico reinvestimento
dei propri profitti per ottenere una ricchezza anche maggio-
re. E, sempre secondo il sociologo tedesco, questa è la chiave
del capitalismo e della supremazia dellOccidente.
Fu forse grazie alla sua eccellenza che questa tesi venne
ampiamente accettata, nonostante fosse così palesemente
scorretta. Anche oggi L'etica protestante gode di uno status
quasi sacro tra i sociologi3, nonostante gli studiosi di storia
dell'economia abbiano respinto l'opera di Weber, sorpren-
dentem ente non docum entata 4, sulla base indiscutibile che
in Europa la nascita del capitalismo precedette di secoli la
Riforma. Come spiega H ugh Trevor-Roper: «L'idea che la
produzione industriale capitalistica su larga scala fosse
ideologicamente impossibile prim a della Riforma è smenti-
ta dal fatto stesso della sua esistenza» 5. Soli dieci anni dopo
la pubblicazione dell'opera di Weber, l'illustre Henri Piren-
n e 6 richiamò l'attenzione su una vasta letteratura che «sta-
bilisce il fatto che tutte le fondamentali caratteristiche del
capitalismo - impresa individuale, evoluzione nel credito,
profitti commerciali, speculazione ecc. - si troveranno dal
XII secolo in poi nelle città-stato italiane: Venezia, Genova o
Firenze». Una generazione più tardi, l'altrettanto illustre
Fernand Braudel lamentava:

Tutti gli storici si sono opposti a questa ingegnosa tesi [l'etica


protestante], senza riuscire comunque a liberarsene una volta
per tutte. [...] Eppure questa tesi è evidentemente falsa. I pae-
si del Nord non hanno fatto altro che occupare il posto che era
appartenuto a lungo e in forma splendida ai vecchi centri ca-
pitalistici del Mediterraneo. Non hanno certo inventato nulla
né nella tecnica né nella conduzione degli affari. 7
12 R. STARK

Per di più, nel periodo di maggiore sviluppo economico,


questi centri settentrionali del capitalismo erano cattolici,
non protestanti; la Riforma era ancora lontana.
Da u n altro punto di vista, John Gilchrist, uno dei più im-
portanti studiosi di storia dell'attività economica della Chie-
sa medievale, sottolineò il fatto che i prim i esempi di capita-
lismo apparvero presso i grandi monasteri cristiani8. Inoltre,
è stato dimostrato che anche nel XIX secolo le regioni e le na-
zioni protestanti del continente9non erano significativamen-
te più avanzate di molti paesi cattolici, malgrado r«arretra-
tezza» della Spagna 10.
Weber si sbagliava, dunque, ma aveva ragione nel soste-
nere che le idee religiose avessero giocato un ruolo vitale nel-
la nascita del capitalismo in Europa. Le condizioni materiali
necessarie al sorgere del capitalismo si presentarono in vari
momenti storici e in diverse civiltà, comprese Cina, mondo
islamico, India, Bisanzio e probabilmente anche antica Roma
e Grecia. N essuna di queste società, però, aprì un varco ver-
so lo sviluppo del capitalismo, né produsse visioni etiche
compatibili con questo sistema economico dinamico. Al con-
trario, le maggiori religioni non occidentali esigevano l'asce-
tismo e denunciavano i guadagni, mentre avide élite dedite
alla mostra di sé e al consumo estorcevano le ricchezze a
contadini e m ercanti11. Perché in Europa le cose si risolsero
in modo diverso? Per la dedizione cristiana alla teologia ra-
zionale, probabilmente uno dei fattori che maggiormente
hanno determinato la Riforma ma che di sicuro precedette il
protestantesimo di più di un millennio.
Nonostante ciò, il capitalismo si è sviluppato solo in alcuni
luoghi. Perché non in tutti? Perché in alcune società europee,
come nella maggior parte del resto del mondo, esso fu ostaco-
lato da avidi tiranni: la libertà fu un altro fattore essenziale per
RAGIONE E PROGRESSO 13

la nascita del capitalismo. Sorge allora un'altra domanda: per


quale ragione nella maggior parte del globo la libertà fu così rara
mentre venne perseguita in alcuni Stati medievali europei? Anche
in questo caso si tratta di una vittoria della ragione. Prima che
un qualunque Stato medievale europeo tentasse di governare
effettivamente attraverso un consiglio di persone elette, i teo-
logi cristiani avevano iniziato a formulare teorie sulla natura
dell'uguaglianza e sui diritti dell'individuo; anzi, si può affer-
mare che le opere di teorici politici «laici» del XVIII secolo, co-
me John Locke, si basano esplicitamente su assiomi d'eguali-
tarismo derivati da studiosi della Chiesa12.
In sintesi: l'ascesa dell'Occidente si regge su quattro prin-
cipali vittorie della ragione. La prim a fu lo svilupparsi al-
l'interno della teologia cristiana della fede nel progresso. La
seconda vittoria fu il modo in cui questa fede nel progresso
si tradusse in innovazioni di tipo tecnico e organizzativo,
molte delle quali promosse da istituzioni monastiche. La ter-
za fu che, grazie alla teologia cristiana, la ragione pervase la
filosofia e la pratica politica, al punto che nell'Europa me-
dievale apparvero Stati pronti ad ammettere un concreto
grado di libertà personale. L'ultima vittoria riguardò l'appli-
cazione della ragione al commercio, evidente nella nascita
del capitalismo all'interno del rifugio sicuro fornito da Stati
dinamici. Furono queste le vittorie con cui l'Occidente pre-
valse sul resto del mondo.

Piano dell'opera

La vittoria della ragione è divisa in due parti. La prim a si


concentra sulle fondamenta. In essa, si analizzerà il ruolo
svolto dalla ragione nel cristianesimo e nel preparare la stra­
14 R. STARK

da che porterà alla libertà politica e all'emergere sia della


scienza sia del capitalismo. La seconda parte esamina in mo-
do preciso i modi notevoli in cui gli europei portarono a com-
pimento queste fondamenta.
Il capitolo 1 è dedicato alla natura e alle conseguenze del-
l'im pegno cristiano verso la teologia razionale. Com'è potu-
to accadere? E perché ha avuto come risultato l'idea vera-
mente rivoluzionaria secondo la quale dall'applicazione
della ragione alle Sacre Scritture sarebbe derivato u n prò-‫ל‬
gresso teologico? Un assioma fondamentale della teologia cri-
stiana afferma che col tem po si può ottenere una maggiore
comprensione di Dio e che persino dottrine ben radicate
possono subire profonde revisioni. Dopo aver affrontato gli
aspetti razionali e progressisti della teologia cristiana, pren-
derò in esame gli esempi e le loro implicazioni. Innanzitut-
to, dimostrerò il ruolo assolutamente fondamentale svolto
dalla teologia razionale nella fioritura della scienza, mo-
strando i motivi religiosi per cui essa è nata in Europa ma
non in Cina, nell'antica Grecia o nell'Islam. L'attenzione si
sposterà poi alle im portanti innovazioni morali ottenute
dalla Chiesa medievale. Il cristianesimo, ad esempio, favorì
un concetto molto forte di individualismo, coerente con le
proprie dottrine riguardanti il libero arbitrio e la salvezza.
Inoltre, il monacheSimo medievale coltivò il rispetto per le
virtù del lavoro e della vita frugale, anticipando ampiamente
l'etica protestante di quasi un millennio. Il capitolo delinea
anche il ruolo avuto dal cristianesimo degli albori e del Me-
dioevo nel prom uovere nuove idee riguardanti i diritti del-
l'uomo. Infatti, affinché si sviluppasse il capitalismo, fu es-
senziale che l'Europa smettesse di essere un insieme di so-
cietà basate sulla schiavitù. Come già nell'antica Roma e
nelle civiltà a essa coeve, all'inizio del Medioevo la schia­
RAGIONE E PROGRESSO 15

vitù esisteva in ogni parte d'Europa. Tra i principali credi re-


ligiosi, però, il cristianesimo fu l'unico a sviluppare un'op-
posizione morale alla schiavitù e, nel VII secolo circa, co-
minciò un'im portante azione di opposizione religiosa nei
confronti di essa. Nel X secolo, nella maggior parte dell'Oc-
cidente la schiavitù era scomparsa e perdurava solo nelle
zone di confine con le altre culture 13. Questione diversa è la
sua reintroduzione, molti secoli dopo, nelle colonie europee
del N uovo Mondo, ma anche in questo caso fu il cristiane-
simo a generare e sostenere i movimenti abolizionistiu.
Il capitolo 2 esamina le fondamenta materiali e religiose del
capitalismo, gettate durante i cosiddetti Secoli Bui. Innanzi-
tutto, si dimostra come, invece di essere un periodo di igno-
ranza e arretratezza, l'epoca che va dalla caduta di Roma fino
alla fine del Medioevo fu caratterizzata da un notevole prò-
gresso tecnologico e intellettuale, favorito dalla fine della ti-
rannide romana. La dedizione cristiana al progresso giocò un
ruolo importante, appoggiando la ricerca di nuove tecnologie
e spingendo perché venissero adottate in modo rapido ed
esteso. Inoltre, i vertici della Chiesa e i suoi studiosi risposero
a tutte le innovazioni di cui erano circondati con l'introduzio-
ne di notevoli revisioni teologiche. Proprio come le altre reli-
gioni mondiali, infatti, il cristianesimo per secoli aveva prò-
clamato la superiorità morale e spirituale dell'ascetismo e ave-
va espresso il proprio antagonismo verso il commercio e la fi-
nanza. Nel XII e nel XIII secolo, però, questi stessi insegna-
menti furono clamorosamente rifiutati da teologi cattolici che
difendevano in modo fermo la proprietà privata e la ricerca
del guadagno. Ciò avvenne quando furono intraprese, nelle
grandi proprietà monastiche, nuove attività commerciali ap-
provate dai teologi, i quali conclusero che le precedenti proi-
bizioni si erano fondate su una scienza divina inadeguata.
16 R. STARK

Il capitolo 3 esordisce con una breve descrizione delle


economie dirigiste e delinea le ragioni per cui i regimi tiran-
nici soffocano sul nascere le innovazioni e il commercio: la
ricchezza viene accumulata, sprecata o estorta ma raramen-
te investita. Dal momento che la nascita del capitalismo ri-
chiedeva il superam ento degli Stati dispotici, il resto del ca-
pitolo è dedicato a illustrare l'apparizione della libertà in Eu-
ropa in piccole unità politiche spesso sorprendentemente de-
mocratiche. Per prim a cosa indagherò le radici cristiane del-
la teoria democratica occidentale: l'evoluzione delle dottrine
dell'uguaglianza morale individuale, dei diritti di proprietà
privata e della separazione tra Stato e Chiesa. In seguito,
passerò a illustrare ed esaminare l'emergere di governi rela-
tivamente democratici in alcune città-stato italiane e nell'Eu-
ropa settentrionale.
Il capitolo 4 rintraccia il perfezionamento del capitalismo
nelle città-stato italiane, illustrando come si svilupparono le
tecniche amministrative e finanziarie necessarie a sostenere
imprese industriali grandi e razionali. Il capitolo 5 delinea,
invece, la diffusione di imprese capitalistiche «coloniali» ita-
liane in città del N ord Europa, la maggior parte delle quali
si trovavano in ciò che oggi corrisponde al Belgio e ai Paesi
Bassi, e dim ostra come i popoli locali im pararono veloce-
mente a creare le proprie imprese capitalistiche. Il capitolo
term ina con una lunga sezione che analizza i motivi per cui
gli inglesi svilupparono l'economia capitalistica più potente
d'Europa.
Il capitolo 6 esam ina i principali casi negativi; infatti, per
spiegare in m odo adeguato le ragioni per cui in alcuni con-
testi europei si diffuse il capitalismo, si devono spiegare an-
che i motivi per cui in altri esso non apparve (o venne di-
strutto). Per quale ragione la Spagna, il paese più ricco e
RAGIONE E PROGRESSO 17

potente dell'Europa del XVI secolo, rimase uno Stato feu-


dale e precapitalista? Perché il governo spagnolo distrusse
la vitalità capitalista delle città-stato italiane e dei Paesi
Bassi sotto il suo dominio? E ancora, per quale motivo la
Spagna divenne velocemente una potenza di terz'ordine,
spogliata del suo impero? Perché anche in Francia languì-
rono capitalismo e libertà? Per rispondere a queste doman-
de farò nuovam ente riferim ento agli effetti economici
soffocanti del dispotismo.
Su questo scenario, il capitolo 7 si sposta nel Nuovo Mon-
do per esaminare le marcate differenze economiche tra Stati
Uniti e Canada da una parte, e America Latina dall'altra.
Quest'ultim a analisi fornirà anche un'am pia sintesi dell'in-
tera opera, dal momento che i fattori coinvolti furono essen-
zialmente una replica della storia economica dell'Europa.
Anche in questo caso, cristianesimo, libertà e capitalismo eb-
bero u n ruolo fondamentale. La conclusione s'interroga bre-
vemente se ciò sia ancora vero. La globalizzazione può crea-
re società moderne che siano non cristiane, non capitaliste e
persino non libere?

R.S.

1Karl Marx, Friedrich Engels, Il Manifesto del partito comunista, Editori Riu-
niti, Roma 1974, pp. 60, 63. [N.d.T.]
2Max Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, Firenze 1989.
3Vedi Gerhard Lenski, Jean Lenski, Patrick Nolan, Human Societies: A n in-
troduction to Macrosociology, McGraw Hill, N ew York 1995; N eil Smelser, La
sociologia, Laterza, Roma-Bari 1996; Richard F. Hamilton, The Social M i-
sconstruction ofReality, Yale University Press, N ew Haven 1996.
4Con una piccola eccezione, Weber dà per scontato che in Europa i prote-
stanti superassero di m olto i cattolici nelle conquiste nei campi dell'istru­
18 R. STARK

zione e del lavoro e che, nella Rivoluzione industriale, le aree protestanti


fossero, e fossero state, m olto più progredite. L'eccezione consiste nella ci-
fazione, piuttosto sbrigativa, di uno studio condotto dal suo studente
Martin Offenbacher sulla scolarizzazione a Baden, che pretendeva di di-
mostrare come fosse più probabile che gli studenti protestanti si iscrives-
sero a scuole che offrivano l'insegnamento della matematica e della scien-
za, rispetto a scuole specializzate negli studi classici. Una prova estrema-
mente debole per una tesi d'immensa portata storica, e persino scorretta:
i limiti delle «scoperte» di Offenbacher sono stati ampiamente dimostrati
(George Becker, Educational «Preference» ofGerman Protestante and Catholics:
The Politics Behind Educational Specialization, «Review of Religious Resear-
eh», n. 41, 2000, pp. 311-327; e Replication and Reanalysis of Offenbacher's
School Enrollment Study: Implication for thè Weber and Merton Theses, «Jour-
nal for thè Scientific Study of Religion», n. 36,1997, pp. 483-496; Hamilton,
The Social Misconstruction cit.). In ogni caso, sembra che da un punto di vi-
sta accademico l'assunto della tesi di Weber non rifletta niente più che il
compiaciuto anticattolicesimo della sua epoca e del suo paese. Daniel Chi-
rot mi ha fatto pensare che il profondo anticattolicesimo di Weber possa
spiegare anche il suo disinteresse per la cultura francese.
5Hugh Trevor-Roper, Protestantesimo e trasformazione sociale, Laterza, Bari
1969, p. 62.
6Pirenne non stava confutando l'opera di Weber, che probabilmente non
aveva ancora letto, ma quella di Werner Sombart (Il capitalismo moderno,
UTET, Torino 1967) e di altri marxisti che mettevano sullo stesso piano ca-
pitalismo e Rivoluzione industriale.
7Femand Braudel, La dinamica del capitalismo, Il Mulino, Bologna 1981, p. 78.
8John Gilchrist, The Church and Economie A ctivity in thè Middle Ages, St.
Martin's Press, N ew York 1969, p. 1.
, La Rivoluzione industriale fu naturalmente guidata dalla Gran Bretagna.
10Jacques Delacroix, Frangois Nielsen, The Beloved M yth: Protestantism and
thè Rise of Industriai Capitalism in Nineteenth-Century Europe, «Social For-
ces», n. 80, 2001, pp. 509-553; Kurt Samuelsson, Economia e religione, A. Ar-
mando, Roma 1973.
11Peter Charanis, Economie Factors in thè Decline of thè Byzantine Empire,
«The Journal of Economie History», n. 13, 1953, pp. 412-424; Daniel Chi-
rot, The Rise o f thè West, «American Sociologica! Review», n. 50, 1985, pp.
181-195; George Ostrogorsky, The History of thè Byzantine State, Rutgers
University Press, N ew Brunswick 1957; Wolfgang Schluchter, Lo sviluppo
del razionalismo occidentale: un'analisi della storia sociale di M ax Weber, Il Mu­
RAGIONE E PROGRESSO 19

lino, Bologna 1987; Max Weber, L'etica protestante cit.; L'etica economica del-
le religioni universali. Parte prima. Confucianesimo e taoismo, Edizioni di Co-
munità, Torino 2002; Sociologia della religione: l'antico giudaismo, N ew ton
Compton, Roma 1980.
12Jeremy Waldron, God, Locke, and Equality, Cambridge University Press,
Cambridge 2002.
13Rodney Stark, For thè Glory ofGod: How Monotheism Led to Reformations,
Science, Witch-Hunts, and thè End of Slavery, Princeton University Press,
Princeton 2003.
14Ivi.
LA VITTORIA
DELLA RAGIONE
Parte prima

LE FONDAMENTA
Capitolo 1

La fortuna della teologia razionale

La teologia gode di poco credito tra la maggior parte degli


intellettuali occidentali. Si ritiene che il significato della pa-
rola faccia riferimento a una forma antiquata di pensiero re-
ligioso che abbraccia l'irrazionalità e il dogmatismo. Lo stes-
so vale per la Scolastica. Nei dizionari, «scolastico» significa
«pedante e dogmatico», a indicare così la sterilità del sapere
della Chiesa medievale. John Locke, filosofo britannico del
XVIII secolo, sminuisce gli scolastici definendoli «i grandi
maestri che coniano» termini inutili atti a «nascondere la lo-
ro ignoranza» 1. N on è così! Gli scolastici erano studiosi ec-
celienti che fondarono le migliori università europee e die-
dero inizio alla scienza occidentale. La teologia, poi, ha poco
in comune con la maggior parte del pensiero religioso, es-
sendo una disciplina sofisticata e altamente razionale svilup-
patasi appieno solamente nel cristianesimo.
A volte descritta come la «scienza della fede» 2, la teologia
è u n ragionamento formale su Dio. L'attenzione è posta nello
scoprire la natura, le intenzioni e le richieste di Dio e nel ca-
pire come questi elementi definiscano la relazione tra esseri
umani e divinità. Gli dèi del politeismo non possono soste-
nere un discorso teologico perché sono troppo incoerenti. La
teologia necessita di un'im m agine in cui Dio appaia come un
26 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

essere cosciente, razionale e soprannaturale, dotato di potè-


re e libertà illimitati, che si cura degli esseri um ani e impone
loro responsabilità e codici morali, facendo così scaturire
questioni intellettuali serie come: perché Dio ci permette di
peccare? Il sesto comandamento proibisce la guerra? In qua-
le m omento un bambino acquisisce un'anim a?
Per apprezzare appieno la natura della teologia è utile
analizzare le ragioni per cui in Oriente non esistono teologi.
Nel taoismo, ad esempio, il Tao è concepito come un'essen-
za soprannaturale, una forza mistica che sta all'origine o un
principio che governa la vita, ma è distaccato, distante, sen-
za coscienza e senza dubbio non è un ente. È «il modo eter-
no», la forza cosmica che genera armonia ed equilibrio. Se-
condo Lao Tzu, il Tao è «sempre non-esistente» eppure
«sempre esistente», «innominabile» e «il nome che può esse-
re nominato». Esso è sia «privo di suono e di forma» e «sem-
pre senza pulsioni». Un'essenza di questo tipo offrirà conti-
nuam ente uno spunto di meditazione, ma poco su cui ragio-
nare. Lo stesso si può dire del buddhism o e del confuciane-
simo. Sebbene le versioni popolari di queste fedi siano poli-
teistiche e comprendano un'im m ensa schiera di divinità mi-
nori (come accade nella forma popolare del taoismo), le for-
me «pure» di queste religioni, perseguite dalle élite intellet-
tuali, sono «senza dio» e postulano solamente una vaga es-
senza divina. Buddha, ad esempio, negò chiaramente l'esi-
stenza di un Dio cosciente3. L'Oriente non ha teologi perché
coloro che potrebbero intraprendere tale ricerca intellettuale
rifiutano la prim a premessa della teologia: l'esistenza di un
Dio cosciente e onnipotente.
I teologi cristiani, al contrario, hanno dedicato secoli a ra-
gionare su cosa Dio abbia veramente inteso dire in vari pas-
saggi delle Sacre Scritture, e nel tempo le interpretazioni si
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 27

sono spesso evolute in m odo ampio e marcato. Per fare un


esempio, nella Bibbia non è presente un'esplicita condanna
dell'astrologia, anzi la storia dei re Magi che seguono la stei-
la sembra suggerire una sua validità. Eppure, nel V secolo,
sant'Agostino dedusse che l'astrologia fosse falsa perché ere-
dere che il fato fosse predestinato nelle stelle era contrario al
libero arbitrio che Dio aveva donato agli esseri um ani4. Allo
stesso modo, benché molti dei primi cristiani, compreso l'a-
postolo Paolo, accettassero il fatto che Gesù avesse fratelli5,
nati da Maria e Giuseppe, quest'opinione entrò sempre più
in conflitto con le crescenti considerazioni teologiche riguar-
danti Maria. La questione venne risolta nel XIII secolo, quan-
do san Tommaso d'A quino analizzò la dottrina secondo la
quale Cristo era nato da una vergine, per dedurne che Maria
non ebbe altri figli: «Dobbiamo quindi affermare in m odo as-
soluto che la M adre di Dio, come concepì da vergine e par-
tori da vergine, così anche dopo il parto rimase vergine per
sempre. [...] I fratelli del Signore non sono fratelli per natu-
ra come se fossero nati dalla stessa madre, ma fratelli per pa-
rentela come suoi consanguinei» 6.
Non si trattò di semplici aggiunte alle Sacre Scritture, eia-
scun esempio rappresentò un attento ragionamento dedutti-
vo che condusse a nuove dottrine: la Chiesa infatti proibì l'a-
strologia e l'eterna verginità di Maria rimase un insegnamen-
to cattolico ufficiale. Come dimostrano gli esempi, menti ec-
celse potevano, e spesso lo fecero, alterare di molto o persino
capovolgere le dottrine della Chiesa, solamente sulla base di
ragionamenti convincenti. E nessuno lo fece meglio o con
maggiore influenza di sant'Agostino e san Tommaso d'Aqui-
no. Naturalmente, anche migliaia di altri teologi provarono a
lasciare la loro impronta sulle dottrine del cattolicesimo. Al-
curii ci riuscirono, i più furono ignorati e altri furono allonta­
28 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

nati come eretici. Un resoconto preciso riguardante qualsiasi


aspetto della teologia cristiana doveva e deve quindi fondar-
si su figure di rilievo e autorevoli. Se prendessimo in consi-
derazione le opere delle migliaia di teologi cristiani minori
scritte nei due scorsi millenni, sarebbe semplice raccogliere
ima serie di citazioni che dimostrino ogni sorta di strana pre-
sa di posizione teologica. È un metodo sin troppo comune,
ma non mi appartiene. Citerò figure minori solamente se que-
ste espressero punti di vista ratificati poi dai teologi più im-
portanti, tenendo presente che la posizione ufficiale della
Chiesa spesso si è modificata su molti argomenti, a volte fino
ad annullare gli insegnamenti precedenti.
I principali teologi cristiani come sant'Agostino o san
Tommaso d'A quino non erano, come li chiameremmo oggi,
dei rigorosi costruttivisti. Glorificavano la ragione come
strum ento per ottenere una maggiore comprensione delle
intenzioni divine. Come affermò Q uinto Tertulliano nel II
secolo: «La ragione è cosa di Dio, poiché non c'è nulla che
Dio, creatore di tutte le cose, non abbia previsto, disposto,
ordinato secondo ragione, nulla che non voglia doversi trat-
tare e capire secondo ragione » 1. Nel medesimo spirito, nel
III secolo, Clemente di Alessandria avvertì: «Non pensiate
che affermiamo che queste cose si debbano ricevere sola-
mente attraverso la fede, ma devono essere anche asserite
dalla ragione. Infatti non è sicuro affidare queste cose alla
mera fede senza ragione, è certo che la verità non sussista
senza la ragione» 8.
Perciò, quando sant'Agostino affermò che la ragione era
indispensabile alla fede, esprimeva semplicemente il pensie-
ro all'epoca dominante: «Lontano da noi il pensiero che Dio
abbia in odio la facoltà della ragione, in virtù della quale ci
ha creati superiori agli altri esseri animati. Lontano da noi il
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 29

credere che la fede ci impedisca di trovare o cercare la spie-


gazione razionale di quanto crediamo, dal momento che non
potremmo neppure credere se non avessimo un'anim a ra-
zionale». Agostino riconobbe che «alla ragione deve prece-
dere la fede; essa purifica la mente e la rende capace di per-
cepire e sostenere la luce della suprema ragione divina». Poi
aggiunse che nonostante sia necessario, «quando si tratta di
supreme verità, le quali non possono conoscersi, [che] la fé-
de preceda la ragione, qualunque sia il ragionamento che ci
convince di ciò, anch'esso deve senza dubbio condurre alla
ragione»9. I teologi scolastici nutrivano molta più fiducia
nella ragione dei filosofi contemporanei 10.
Naturalmente, vi furono alcuni influenti ecclesiastici che
si opposero al prim ato dato alla ragione e che sostennero che
la fede si accordasse meglio al misticismo e alle esperienze
spirituali‫ ״‬. Ironicamente, colui che sostenne questa posizio-
ne in m odo più ispirato espresse le sue opinioni attraverso
un discorso teologico ragionato con chiarezza 12. Tra gli ordi-
ni religiosi, in particolar m odo tra i francescani e i cistercen-
si, era molto comune dissentire dalla priorità data alla ragio-
ne. Ma queste opinioni non prevalsero, se non altro perché
nelle molte università che fiorivano in quel periodo, e nelle
quali dominava la ragione, era radicata la teologia ufficiale
della C hiesa13.

La fede cristiana nel progresso

Anche l'ebraismo e l'Islam concepiscono un'im m agine di


Dio sufficiente a sostenere una teologia, ma la tendenza dei
loro studiosi è stata quella di non approfondire tali questio-
ni. Gli ebrei tradizionalisti14 e i musulm ani tendono al rigo­
30 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

roso costruttivismo e si accostano alle Sacre Scritture come a


una legge da capire e applicare, non come a una base per inda-
gare questioni di estrema importanza. Per questo motivo,
quando gli studiosi fanno riferimento all'ebraismo e all'I-
slam, le indicano come «ortoprassi», perché riguardano il
corretto (ortho) agire (praxis) e, di conseguenza, pongono il
loro «principale interesse nella legge e nelle norme che rego-
lano la vita della comunità». Al contrario, gli studiosi defini-
scono il cristianesimo una religione «ortodossa» perché pone
la sua attenzione sulla corretta (ortho) opinione (doxa), dando
«maggiore rilievo alla fede e alla strutturazione intellettuale
di credi, catechismi e teologie» 15. Le tipiche controversie in-
tellettuali tra i pensatori religiosi ebrei e musulm ani indaga-
no la coerenza di alcune attività o innovazioni - come la ri-
produzione dei testi sacri attraverso la stam pa - rispetto alla
legge stabilita. Le controversie cristiane, invece, sono di tipo
dottrinale, e riguardano argomenti come la Santa Trinità o
l'eterna verginità di Maria.
N aturalm ente, è accaduto che alcuni dei principali pen-
satori cristiani si siano concentrati sullo studio della legge, e
che alcuni studiosi ebrei e m usulm ani si siano dedicati alle
questioni teologiche. Ma, in merito a questo, nelle tre reli-
gioni è diversa la spinta prim aria e ciò ha avuto conseguen-
ze molto significative. Le leggi si interpretano fondandosi
sul precedente; rim angono perciò ancorate al passato, men-
tre gli sforzi per comprendere meglio la natura di Dio pre-
suppongono la possibilità del progresso. Ed è proprio questo
assunto di progresso a differenziare in m odo marcato il cri-
stianesimo da tutte le altre religioni. A eccezione dell'ebrai-
smo, gli altri grandi credi religiosi concepiscono la storia o
come u n ciclo che si ripete senza fine o come un inevitabile
declino; si dice che M aometto abbia affermato: «La miglior
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 31

generazione è la mia, poi la successiva, poi quelle ancora


successive» 16. Al contrario, ebraismo e cristianesimo pog-
giano su una concezione direzionale della storia che culmi-
na nel Millennio. Tuttavia, l'idea ebraica della storia non po-
ne in evidenza il progresso m a solo il procedere, mentre nel
cristianesimo l'idea di progresso è del tutto evidente. Come
afferma John Macmurray, «il fatto stesso che pensiamo al
progresso dim ostra in quale m isura siamo influenzati dal
cristianesimo» 17.
Probabilmente le cose sarebbero diverse se Gesù avesse
lasciato u n testo scritto. Ma, a differenza di Maometto o di
Mosè, i cui testi furono accettati come parola divina e favori-
rono, quindi, un'interpretazione letterale, Gesù non scrisse
nulla e, sin dal principio, i padri della Chiesa furono costret-
ti a ragionare sulle implicazioni di una raccolta delle sue pa-
role: il N uovo Testamento non è una scrittura unificata, ma
un'antologia 18. Dunque, l'idea di una teologia di deduzione e
inferenza e quella di progresso teologico cominciarono con
san Paolo: «La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la
nostra profezia» 19. All'opposto, il secondo verso del Corano
dichiara: «Questo è il Libro su cui non ci sono dubbi» 20.
Sin dal principio, i teologi cristiani ipotizzarono che l'uti-
lizzo della ragione potesse portare a una comprensione serti-
pre più precisa del volere di Dio. Sant'Agostino osservò, ad
esempio, che nonostante ci fossero «verità concernenti la
dottrina della salvezza che non possiamo ancora compren-
dere con la ragione, [...] lo potremo un giorno»21. Agostino
non celebrò solamente il progresso teologico, ma anche quel-
lo terreno, materiale. Scrivendo all'inizio del V secolo di-
chiaro: «Le grandiose e innumerevoli arti scoperte e utilizza-
te dall'ingegno umano, in parte per le sue necessità, in parte
per mero piacere [sono] tutte testimonianze della straordina­
32 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

ria capacità e della bontà naturale della mente fornita di ra-


gione. [...] Nei tessili e nelle costruzioni, a quali opere stu-
pende, a quali meraviglie non è giunta l'industria umana!
Quali progressi non ha compiuto nell'agricoltura e nella na-
vigazione!». E poi continuava ammirato: «Quale abilità non
ha esplicato nella misurazione e nel calcolo, quale acume nel
capire i corsi e sistemi stellari!» e tutto questo era dovuto al
«bene immenso» che Dio aveva conferito alla sua creazione,
«una natura razionale» 22.
L'ottimismo di sant'A gostino era comune; il progresso
era un richiamo. Come scrisse Gilbert de Tournai nel XIII se-
colo: «Mai troveremo la verità se ci accontenteremo di ciò
che è già stato trovato [...]. Coloro che scrissero prim a di noi
non erano padroni infallibili, ma guide. La verità è offerta a
tutti, essa non è stata ancora interam ente posseduta»23. Par-
ticolarmente caratteristico fu quanto predicato da frate
Giordano a Firenze nel 1306: «Non tutte le arti sono state
scoperte; mai finiremo di scoprirle. Ogni giorno qualcuno
può scoprire una nuova arte» 24. Si paragoni questo atteggia-
mento con la visione che predom inava in Cina nello stesso
periodo, ben espressa da Li Yen-chang: «Se si fa in modo che
gli studiosi concentrino la loro attenzione unicam ente sui
classici e si impedisce loro di scivolare nello studio delle
pratiche volgari delle più recenti generazioni, allora l'impe-
ro sarà davvero fortunato!»25.
La dedizione cristiana al progresso attraverso la raziona-
lità raggiunse l'apice con la Somma teologica di san Tomma-
so d'A quino, pubblicata alla fine del XIII secolo a Parigi.
Questo m onum ento alla teologia della ragione è costituito
da «prove» logiche della dottrina cristiana e stabilisce il mo-
dello per tutti i successivi teologi. San Tommaso sostiene
che sia necessario giungere alla conoscenza attraverso il ra­
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 33

gionamento, passo dopo passo, dal momento che l'intellet-


to dell'uom o non è in grado di capire direttamente l'essen-
za delle cose. Per questo, nonostante consideri la teologia
una scienza superiore perché affronta in m odo diretto le ri-
velazioni divine, egli difende l'utilizzo di strum enti filosofi-
ci, in particolare dei principi della logica, per cercare di co-
struire la teologia26. Quindi, utilizzando le potenzialità del-
la ragione, san Tommaso scoprì il profondo um anesimo in
ciò che Dio aveva creato27.
Tommaso d'A quino e i suoi numerosi eccellenti compagni
non si sarebbero distinti nella teologia razionale se avessero
concepito Geova come un'essenza inspiegabile. I loro sforzi
erano giustificabili solo perché ritenevano che Dio fosse l'as-
soluta personificazione della ragione28. Per di più, la loro de-
dizione alla comprensione progressiva del volere di Dio li
portava ad accettare il fatto che la Bibbia non dovesse essere
solo, o non sempre, intesa nel suo significato letterale. Anche
questo era un punto di vista convenzionale nel cristianesimo,
dal momento che, come osservò sant'Agostino, si possono
«dare di queste parole certamente vere interpretazioni diver-
se». Anzi, Agostino riconobbe chiaramente che per un lettore
più tardo sarebbe stato possibile, con l'aiuto di Dio, afferrare
un significato delle Sacre Scritture persino quando non era
stata «l'intenzione dell'autore». Per questa ragione, continua-
va, è necessario «ricerc[are] ciò che Mosè, egregio famiglio
della tua fede, volle far intendere in questo racconto al letto-
re [...]. Accostiamoci insieme alle parole del tuo libro e cer-
chiamo in esse la tua volontà attraverso la volontà del tuo ser-
vitore, per la cui penna le hai elargite»29. Inoltre, essendo Dio
incapace di errore o falsità, se la Bibbia sembra contraddire la
scienza, la causa è una mancanza di comprensione da parte
del «servitore» che ha registrato le parole di Dio.
34 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Queste opinioni sono del tutto coerenti con la fondamen-


tale premessa cristiana per cui le rivelazioni di Dio si limita-
no sempre alla capacità degli esseri um ani di comprenderle.
Nel IV secolo, san Giovanni Crisostomo fece notare che per-
sino i Serafini non vedono Dio nella sua vera essenza, ma
percepiscono «una condiscendenza conforme alla loro natu-
ra. In cosa consiste questa condiscendenza? Avviene quando
Dio appare e si rende manifesto, non com'è veramente, ma
adattandosi al m odo in cui può apparire a un essere incapa-
ce di contemplarne la vera natura. In questo modo Dio rive-
la se stesso in proporzione all'imperfezione di coloro che lo
contem plano»30. In linea con la stessa tradizione, dunque,
non ci fu nulla di nemmeno minimamente eretico nell'affer-
mazione di Giovanni Calvino [John Calvin] secondo la qua-
le Dio adatta le sue rivelazioni ai limiti della comprensione
umana, e che all'autore della Genesi, ad esempio, «fu ordi-
nato di essere l'insegnante degli ignoranti e dei primitivi ol-
tre che degli istruiti: quindi non poteva raggiungere il suo
scopo senza scendere a tali rudim entali strumenti d'istruzio-
ne». Il che significa che Dio «rivela se stesso a seconda della
nostra barbarie e debolezza»31.
Il cristiano im m agina Dio come un essere razionale che
crede nel progresso umano e che rivela se stesso più a fondo
quando gli uom ini acquistano la capacità di comprendere
meglio. Inoltre, dal m om ento che Dio è un essere razionale
e che l'universo è la sua personale creazione, esso possiede
necessariam ente una struttura razionale, legittim a e stabile
che attende maggiore comprensione umana. Q uesta fu la chia-
ve di molte im prese intellettuali, tra cui la nascita della
scienza.
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 35

Scienza e teologia

La cosiddetta Rivoluzione scientifica del XVI secolo è sta-


ta male interpretata da coloro che desideravano sostenere un
conflitto insito tra scienza e religione. In quell'epoca, infatti,
si ottennero conquiste straordinarie, che non vennero però
prodotte da un'esplosione di pensiero laico. Piuttosto, esse
furono il culmine di molti secoli di progressi sistematici por-
tati avanti dagli scolastici medievali e sorretti da un'inven-
zione del XII secolo prettam ente cristiana: l'università.
Scienza e religione non solo erano compatibili, ma addirittu-
ra inseparabili, e la scienza nacque grazie a studiosi cristiani
profondamente religiosi32.
È importante riconoscere che scienza non significa sempli-
cernente tecnologia. Una società non sviluppa un'evoluzione
scientifica solamente perché è in grado di costruire navi a ve-
la, di fondere il ferro e di mangiare in piatti di porcellana. La
scienza è u n metodo che viene utilizzato in tentativi organizza-
ti di formulare spiegazioni della natura, sempre soggette a mo-
difiche e correzioni attraverso osservazioni sistematiche.
In altre parole, la scienza è composta da due elementi: la
teoria e la ricerca. La parte esplicativa della scienza è costituì-
ta dalla formulazione di teorie. Le teorie scientifiche sono
enunciati astratti che riguardano il perché e il come una parte
della natura (compresa la vita sociale umana) si formi e fun-
zioni. Tuttavia, non tutti gli enunciati astratti, neanche tutti
quelli che offrono spiegazioni, possono essere definiti teorie
scientifiche, altrimenti la teologia sarebbe una scienza. Piut-
tosto, si può affermare che gli enunciati astratti sono scienti-
fici solamente se da essi è possibile dedurre precise previsio-
ni e divieti a proposito di quanto verrà osservato. Ed è allo-
ra che interviene la ricerca, che consiste nel compiere le os­
36 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

servazioni relative alle previsioni e ai divieti empirici. Quin-


di, risulta chiaro che la scienza è limitata agli enunciati ri-
guardanti la realtà naturale e materiale, ossia quella che, al-
meno in linea di principio, è osservabile. Ne consegue che
esistono interi domini del discorso a cui la scienza non può
rivolgersi, comprese questioni come l'esistenza di Dio.
Si osservi, inoltre, che la scienza è uno sforzo organizza-
to, nel senso che non è fatta di scoperte casuali e non si può
ottenere in solitudine. È vero che alcuni scienziati hanno la-
vorato da soli, ma non isolati; sin dagli inizi, infatti, gli scien-
ziati hanno costituito reti di contatti e sono sempre stati mol-
to comunicativi.
In accordo con l'opinione della maggior parte degli stori-
ci contemporanei e dei filosofi della scienza, questa defini-
zione esclude tutti gli sforzi che l'uom o ha compiuto nella
storia per spiegare e controllare il m ondo materiale, persino
quelli che non coinvolgono mezzi soprannaturali. La mag-
gior parte di questi sforzi non rientrano nella categoria della
scienza perché, fino a tempi recenti «la tecnica, p u r nei suoi
progressi, talvolta considerevoli, non era che empirismo»,
come osservato da Marc Bloch33. Ciò significa che il progres‫־‬
so fu il prodotto dell'osservazione, dell'esperimento e del-
l'errore, a cui mancavano però le spiegazioni, la teorizzazio-
ne. Quindi, le prim e innovazioni tecniche avvenute in epoca
greco-romana, nel m ondo islamico e in Cina, per non parla-
re di quelle ottenute nelle ere preistoriche, non costituiscono
una scienza ma possono essere meglio descritte come sape-
re, saggezza, arti, mestieri, tecniche, tecnologie, ingegneria,
apprendimento o semplicemente conoscenza. Anche senza
l'utilizzo di telescopi, gli antichi eccellevano nelle osserva-
zioni astronomiche, ma esse rimasero meri fa tti fino a quan-
do non furono collegate a teorie verificabili. Charles Darwin
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 37

espresse in maniera brillante questo punto: «Circa trent'anni


fa molti dicevano che i geologi dovessero osservare e non
formulare teorie; e ricordo bene che qualcuno disse che in tal
modo u n uom o poteva anche recarsi in una cava di ghiaia,
contare i sassi e descriverne i colori. Che strano che non si ca-
pisca che tutte le osservazioni devono essere a favore o con-
trarie ad alcuni punti di vista se si vuole che siano utili»34.
Per quanto concerne le conquiste intellettuali dei greci o
dei filosofi orientali, il loro empirismo era piuttosto a-teorico
e le loro teorizzazioni non erano empiriche. Si pensi ad Ari-
stotele. Sebbene elogiato per il suo empirismo, non permise
che questo aspetto interferisse con il suo teorizzare. Insegna-
va, ad esempio, che la velocità alla quale un oggetto cade a
terra è proporzionale al suo peso, e quindi che una pietra che
pesa il doppio di un'altra cadrà due volte più velocemente35.
Se si fosse recato a una delle vicine scogliere avrebbe consta-
tato la falsità della proposizione.
Del resto, degli altri greci illustri si può dire lo stesso: la lo-
ro opera o è interamente empirica o non può essere definita
scienza per mancanza di empirismo, essendo costituita da
una serie di asserzioni astratte che ignorano o non implicano
effetti osservabili. Perciò, quando Democrito suggerì che tut-
ta la materia fosse composta da atomi, non anticipò la teoria
atomica della scienza. La sua «teoria» era semplicemente ima
speculazione, non basata sull'osservazione e senza alcuna
implicazione empirica. Il fatto che sia risultata corretta è so-
lamente una coincidenza linguistica e l'ipotesi di Democrito
non ha più significato di quella del suo contemporaneo Em-
pedocle che affermava che tutta la materia era composta da
fuoco, aria, acqua e terra, o la successiva versione di Aristo-
tele, che u n secolo dopo affermò che la materia era costituita
da caldo, freddo, aridità, umidità e quintessenza. Anzi, no­
38 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

nostante tutta la sua ingegnosità e potenza analitica, nemme-


no Euclide era uno scienziato, perché la geometria di per sé
manca di sostanza, in quanto è in grado di descrivere solo al-
cuni aspetti della realtà, non di spiegarne qualunque parte.
La scienza vera si sviluppò solo una volta: in Europa36. La
Cina, il m ondo islamico, l'India, l'antica Grecia e l'antica Ro-
ma avevano un'alchim ia molto avanzata, ma in Europa l'al-
chimia si evolvette in chimica. Allo stesso modo, molte so-
cietà svilupparono elaborati sistemi di astrologia, ma solo in
Europa l'astrologia condusse all'astronomia. Perché? Ancora
una volta, la risposta ha a che fare con le immagini di Dio.
Come osservato dal grande teologo e scienziato medieva-
le, ormai dimenticato, Nicola d'Oresme, la creazione di Dio
«è più simile a quella di un uomo che costruisca un orologio
e gli perm etta di funzionare e continuare il suo movimento
autonomamente» 37. Contrariamente alle dottrine religiose e
filosofiche dominanti nel mondo non cristiano, i cristiani svi-
lupparono la scienza perché credevano che si potesse e si do-
vesse fare. Nel 1925, durante una delle sue Lowell Lectures a
Harvard, Alfred N orth W hitehead affermò che la scienza eb-
be origine in Europa a causa della diffusa fede nelle sue pos-
sibilità, e che essa è un «derivato [...] della teologia medie-
vale» 38. La dichiarazione di W hitehead scandalizzò la sua di-
stinta platea, e in generale gli intellettuali occidentali, quan-
do le sue Lectures vennero pubblicate. Come poteva u n filo-
sofo e matematico del suo calibro, co-autore insieme a Ber-
trand Russell della pietra miliare Principia Mathematica
(1910-1913), affermare una simile assurdità? Non sapeva che
la religione è il nemico mortale dell'indagine scientifica?
W hitehead sapeva bene quel che diceva. Aveva capito che
la teologia cristiana era stata un elemento di fondamentale
im portanza per lo sviluppo della scienza in Occidente e di
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 39

certo nel resto del m ondo le teologie non cristiane avevano


soffocato la ricerca scientifica. Come spiegò:

Il grande contributo dato dal Medioevo alla formazione del


movimento scientifico [fu] la fede inespugnabile che [...] v'è un
segreto, e questo segreto può essere svelato. Come si è insedia-
ta così saldamente nello spirito europeo questa convinzione?
[...]Non può provenire che dalla concezione medievale, che in-
sisteva sulla razionalità di Dio, al quale veniva attribuita l'e-
nergia personale di Yahwèh e la razionalità di un filosofo greco.
Ogni particolare era controllato e ordinato: le ricerche sulla na-
tura non potevano sfociare che nella giustificazione della fede
nella razionalità.39

Whitehead terminava osservando che le immagini di divi-


nità rintracciabili nelle altre religioni, in particolar modo in
Asia, sono troppo impersonali o irrazionali per poter incorag-
giare la scienza. Qualsiasi particolare «evento determinato po-
teva essere attribuito al fiat di un [...] irrazionale» e dispotico
dio, oppure scaturire da «qualche "origine delle cose" imper-
sonale e imperscrutabile. Mancava quella fiducia che proviene
dall'idea della razionalità intelligibile di un essere personale»40.
La maggior parte delle religioni non cristiane, anzi, non
presuppongono affatto una creazione: nella loro prospettiva,
l'universo è eterno e, per quanto possa seguire dei cicli, ciò
avviene senza principio o senza scopo; inoltre, cosa più im-
portante, non essendo mai stato creato non ha un creatore.
Di conseguenza, l'universo viene ritenuto un mistero supre-
mo, incoerente, imprevedibile e arbitrario. Coloro che parto-
no da questi presupposti religiosi, raggiungono la saggezza
attraverso u n percorso di meditazione e intuizioni mistiche,
senza alcuna occasione d'esercitare l'uso della ragione.
40 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Il problema da affrontare è di natura metodologica. Seco-


li di meditazione non produrranno una conoscenza di tipo
empirico. Ma, nella m isura in cui una religione ispira dei
tentativi di comprendere l'opera di Dio, la conoscenza di-
venta vicina e, dal momento che per capire appieno qualco-
sa è necessario fornirne una spiegazione, la scienza nasce co-
me «serva» della teologia. È esattamente così che percepiva-
no se stessi coloro che presero parte alle grandi conquiste del
XVI e del XVII secolo: come qualcuno che persegue i segreti
della creazione. Per Newton, Keplero e Galileo la creazione
era u n libro41 che andava letto e compreso. Nel XVI secolo
Cartesio, genio scientifico francese, giustificò la sua ricerca
delle «leggi» naturali sul fatto che tali leggi dovessero esiste-
re perché Dio era perfetto, e agiva «nel modo più costante e
immutabile possibile» - tranne che nelle rare eccezioni dei
m iracoli42. Al contrario, simili idee religiose e motivazioni
mancavano in quelle società che sembravano avere il poten-
ziale per sviluppare la scienza ma non lo fecero: la Cina, la
Grecia e il m ondo islamico.

La Cina
Solamente tre anni prim a dell'affermazione del suo co-
autore Alfred N orth Whitehead, secondo cui il cristianesimo
aveva costituito la base per lo sviluppo della scienza, Be-
trand Russell trovava piuttosto sconcertante la mancanza di
scienza in Cina. Dal suo punto di vista di ateo militante, la
Cina avrebbe dovuto sviluppare un discorso scientifico mol-
to prim a dell'Europa. Egli afferma: «Nonostante, sino a og-
gi, la civiltà cinese sia stata insufficiente nella scienza, non ha
mai nutrito sentimenti di ostilità verso di essa, quindi il
diffondersi del sapere scientifico non dovrebbe incontrare
ostacoli pari a quelli posti dalla Chiesa in Europa» 43.
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 41

Sebbene fosse certo del sorpasso dell'Occidente da parte


della Cina, non riusciva a capire che erano proprio impedi-
menti di tipo religioso ad aver ostacolato l'ascesa della
scienza in questo paese. Da secoli, i cinesi venerano una rie-
ca schiera di dèi, ciascuno con un limitato raggio d'azione e
spesso privi di caratteristiche. Gli intellettuali, tuttavia, si
vantano di seguire credi «senza dèi», per i quali il sopran-
naturale è concepito come un'essenza o un principio che go-
verna la vita, come il Tao: impersonale, distante e certamen-
te non u n essere vivente. Divinità di poca im portanza non
creano u n universo e non lo fanno neanche essenze o prin-
cipi indistinti; anzi, sembra che non siano in grado di fare
nulla.
Così come viene concepito dai filosofi cinesi, l'universo
semplicemente è ed è sempre stato. Non vi sono motivi per
supporre che funzioni secondo leggi razionali o che potrebbe
essere compreso in termini fisici piuttosto che mistici. Di con-
seguenza, nel corso dei millenni gli intellettuali cinesi sono
andati in cerca di «illuminazioni» e non di spiegazioni. Jo-
seph Needham - illustre storico della scienza dell'Università
di Oxford che dedicò la maggior parte della sua carriera e di-
verse opere alla storia della tecnologia cinese - giunse a que-
sta precisa conclusione. Dopo aver trascorso decenni nel ten-
tativo di trovare una spiegazione materialistica, Needham
concluse infatti che i cinesi non erano riusciti a sviluppare la
scienza a causa della loro religione, e per l'incapacità degli in-
tellettuali cinesi di credere all'esistenza di leggi della natura
dal momento che «non si era mai sviluppata la concezione di
un legislatore celestiale e divino che impone leggi sulla Na-
tura non umana».
Needham continuava:
42 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Non è che per i cinesi non vi fosse in natura ordine alcuno, ma


piuttosto era loro opinione che non si trattasse di un ordine
stabilito da un essere individuale razionale; pertanto mancava
totalmente la convinzione che esseri individuali razionali sa-
rebbero stati in grado di compitare nelle loro lingue terrestri
inferiori il codice divino delle leggi da lui precedentemente de-
creiate. I taoisti, certo, avrebbero disprezzato tale idea perché
troppo ingenua rispetto alla sottigliezza e alla complessità del-
l'universo così com'essi l'intuivano.45

Proprio così.
Diversi anni fa, Graeme Lang, stimato antropologo del-
l'Università di Hong Kong City, scartò l'idea che la scienza
non fosse riuscita a svilupparsi in Cina a causa dell'influen-
za del confucianesimo e del taoismo sugli intellettuali cinesi,
sostenendo che tutta la cultura fosse flessibile e che «se in Ci-
na gli studiosi avessero voluto sviluppare la scienza, la filo-
sofia da sola non sarebbe stata un serio impedim ento»46. For-
se. Ma Lang non pose la dom anda più importante: perché gli
studiosi cinesi non volevano occuparsi di scienza? Perché, co-
me hanno riconosciuto W hitehead, Needham e molti altri,
per i cinesi la scienza non era possibile. Sono dei fondamen-
tali presupposti teologici e filosofici a determinare la dedi-
zione alla scienza da parte di alcuni individui. La scienza oc-
cidentale nacque dalla entusiastica convinzione che l'intel-
letto um ano potesse penetrare i segreti della natura.

Grecia
Per secoli gli antichi greci sembrarono sul punto di otte-
nere la scienza. Erano interessati a spiegare il mondo natu-
rale attraverso principi generali astratti. Alcuni osservavano
la natura in modo attento e sistematico - nonostante Socrate
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 43

considerasse l'empirismo, come le osservazioni astronomi-


che, una «perdita di tempo» e Platone fosse d'accordo e con-
sigliasse ai suoi studenti di «lasciar stare i cieli stellati» 47. I
greci crearono reti accademiche coordinate, le famose «scuo-
le». Ma, alla fine, produssero solamente filosofie non empiri-
che, anzi antiempiriche e speculative, nonché raccolte di fat-
ti ateoretici; mestieri e tecnologie isolati, che non sfociarono
mai nella vera scienza.
Questo accadde per tre motivi. Innanzitutto, le concezio-
ni greche delle divinità non erano adatte a considerarle
creatori coscienti. In secondo luogo, per i greci l'universo
non era solo eterno e increato, ma vincolato in infiniti cicli
di progresso e decadenza. Infine, spinti a definire vari corpi
celesti come divinità vere e proprie, trasformarono oggetti
inanimati in creature viventi capaci di propositi, emozioni e
desideri, m andando così in cortocircuito la ricerca di teorie
fisiche48.
Nessuna delle numerose divinità del pantheon greco,
neanche Zeus, poteva essere il creatore di un universo razio-
naie. Infatti, anche gli dèi, come gli umani, erano soggetti
agli inesorabili meccanismi dei cicli naturali di ogni cosa. Al-
cuni studiosi greci, compreso Aristotele, presupponevano
un «dio» di infinita portata a guardia dell'universo, ma que-
sto dio era concepito fondamentalmente come un'essenza
molto simile al Tao. Una tale divinità conferiva una certa au-
ra spirituale a un universo ciclico e alle sue proprietà ideali
e astratte, ma, in quanto essenza, «dio» non faceva né mai
aveva fatto nulla. Platone immaginava come creatore del
mondo u n dio molto inferiore denominato Demiurgo, per-
ché il dio supremo era troppo remoto e spirituale per com-
piere tale impresa; questo spiegherebbe perché il m ondo è
stato creato così male.
44 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Molti studiosi dubitano che Platone volesse davvero che


il postulato del Demiurgo fosse inteso in senso letterale49.
Comunque, creatore effettivo o metafora, il Demiurgo di
Platone impallidisce di fronte a un Dio onnipotente che crea
l'universo dal nulla. Per di più, per Platone l'universo non
era stato creato in base a solidi principi operativi, ma in ar-
monia con ideali che consistevano principalmente in forme
perfette. Per questo motivo, l'universo deve essere una sfe-
ra, forma compiuta e simmetrica, e i corpi celesti devono
ruotare seguendo una traiettoria circolare: il tipo di moto
perfetto 50. L'idealismo platonico, fondato su ipotesi a priori,
fu a lungo di notevole intralcio alla scoperta scientifica; nel-
la fede incrollabile in queste forme ideali, molti secoli dopo,
Copernico non fu nemmeno sfiorato dall'idea che le orbite
planetarie potessero essere ellittiche e non circolari.
Sotto molti aspetti appare strano che i greci, avendo rifiu-
tato l'idea di progresso per un infinito ripetersi di un ciclo,
abbiano poi ricercato la conoscenza e la tecnologia. Platone,
almeno, aveva proposto che l'universo fosse stato creato, ma
la maggior parte degli studiosi greci ritenevano che esso fos-
se increato ed eterno. Aristotele condannò «come impensabi-
le» l'idea «che l'universo iniziò a esistere da un certo punto
nel tem po»51. Nonostante considerassero l'universo eterno e
immutabile, i greci riconoscevano come evidente il fatto che
storia e cultura mutassero sempre, ma solo all'interno dei ri-
gidi confini della ripetizione infinita. In II cielo, Aristotele os-
servò che «[si ripetono] non una volta sola, né due, bensì un
numero infinito di volte le stesse opinioni» e nella Politica fe-
ce notare che tutto è «stato inventato diverse volte nel corso
dei secoli, o piuttosto un numero di volte imprecisato» e, dal
momento che egli viveva in un'età dell'oro, il livello tecnoio-
gico della sua epoca aveva raggiunto il massimo che si po­
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 45

tesse ottenere, impedendo un ulteriore progresso. Gli indivi-


dui funzionavano allo stesso m odo delle invenzioni: le stesse
persone nascevano continuamente nel cieco scorrere dei cicli
deiruniverso. Secondo Crisippo, gli stoici insegnavano che
«le precedenti esistenze delle stesse persone sono diverse dal-
le attuali solo estrinsecamente e accidentalmente; tali diffe-
renze non producono un uomo diverso rispetto al suo equi-
valente di un'altra epoca»52. Nell'universo stesso, poi, secon-
do Parmenide tutte le percezioni di cambiamento sono illu-
sione, perché l'universo è in un equilibrio statico di perfezio-
ne, «increato e indistruttibile; perché è completo, immobile e
infinito»53. Altri influenti filosofi greci di rilievo inoltre, come
gli appartenenti alla scuola ionica, insegnavano che, nono-
stante l'universo fosse infinito ed eterno, esso era anche sog-
getto a cicli di successione senza fine. Platone vedeva le cose
un po' diversamente, ma anch'egli credeva nella ciclicità e
nelle leggi eterne secondo le quali ciascuna età dell'oro era se-
guita da caos e tracollo.
Infine, si può dire che i greci insistettero nel tram utare il
cosmo, e più in generale gli oggetti inanimati, in esseri viveri-
ti. Per Platone, il Demiurgo aveva creato il cosmo come «una
sola visibile creatura vivente». Quindi, il m ondo possedeva
un'anim a e per quanto «solitario» era «per virtù sua capace
di stare con se stesso, ed esso stesso conoscitore e amatore di
se medesimo in modo adeguato»54.
Allora, se gli oggetti minerali sono animati, si sbaglia a ten-
tare di spiegare i fenomeni naturali; le cause del moto degli
oggetti, ad esempio, saranno ascrivibili a motori, non a forze
naturali. È possibile che siano stati gli stoici, in modo partico-
lare Zenone, a sviluppare la visione che spiega il funziona-
mento del cosmo sulla base dei suoi scopi consci, ma questa
divenne presto il punto di vista generale. Perciò, secondo Ari­
46 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

stotele, i corpi celesti si muovevano circolarmente per la loro


affezione nei confronti di quell'azione e gli oggetti cadevano
a terra «per il loro innato amore verso il centro della terra»55.
Alla fine il sapere greco ristagnò nella propria logica in-
terna. A parte alcuni ulteriori sviluppi della geometria, ac-
cadde molto poco dopo Platone e Aristotele. Q uando Roma
assorbì il m ondo greco, ne abbracciò anche gli insegnamen-
ti; studiosi greci prosperarono nel periodo della repubblica e
durante il regno dei Cesari. Ma l'apporto della cultura greca
non fece progredire intellettualmente il m ondo romano in
m odo significativo 56. E in Oriente accadde lo stesso. A Bi-
sanzio il sapere greco continuò a diffondersi, ma non contri-
bui all'innovazione57. Il declino di Roma non interruppe lo
sviluppo della conoscenza umana, proprio come il «recupe-
ro» del sapere greco non permise che il processo ricomin-
ciasse. Il sapere greco fu una barriera per l'ascesa della scien-
za: non permise il progresso del m ondo greco e di quello ro-
mano, e nel mondo islamico, dove si preservarono e studia-
rono con attenzione gli insegnamenti greci, soffocò lo svi-
luppo intellettuale.

Islam
Potrebbe sembrare che il m ondo islamico abbia un con-
cetto di Dio adatto a favorire l'ascesa della scienza. Non è co-
s ì58. Allah non viene presentato come un creatore giusto, ma
è concepito come un Dio estremamente attivo che si impone
al mondo come ritiene opportuno. Di conseguenza, all'inter-
no del m ondo islamico si è formato un nucleo teologico che
condanna come blasfemia ogni tentativo di formulare leggi
naturali, perché esse negano la libertà di azione di Allah. Per
questo il mondo islamico non accolse completamente il con-
cetto secondo il quale l'universo possiede principi fonda­
ΙΑ FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 47

mentali stabiliti da Dio nella creazione, ma sostenne che il


mondo fosse retto in modo continuo dal suo volere. Se ne
trova giustificazione nel Corano: «Dio travia chi vuole e di-
rige chi vuole». Benché il versetto si riferisca al m odo in cui
Dio determina il destino degli individui, venne inteso in mo-
do ampio e applicato a tutte le cose.
Ogni volta che si solleva la questione della scienza e del sa-
pere islamico, la maggior parte degli storici sottolinea che nel-
l'Islam, attraverso i secoli, la cultura greca è rimasta viva e
molto apprezzata quando, di fatto, nell'Europa cristiana non
se ne sapeva nulla. Certamente è un'affermazione vera, com'è
vero che alcuni manoscritti classici giunsero nell'Europa cri-
stiana attraverso il mondo islamico. Ma il possedere tutte que-
ste illuminazioni non portò a uno sviluppo intellettuale, per
non parlare della nascita della scienza. Al contrario, gli intei-
lettuali musulmani in pratica consideravano il sapere greco, in
particolare l'opera di Aristotele, come un testo sacro59 a cui
credere, piuttosto che da studiare.
Il sapere greco soffocò qualsiasi possibilità di dare origine
a una scienza islamica per gli stessi motivi per i quali rista-
gnava in se stesso: dei presupposti fondamentali antitetici al-
la scienza. Il Rasa'il, la grande enciclopedia del sapere prò-
dotto dai prim i studiosi musulmani, fece propria la conce-
zione greca del m ondo come u n enorme, conscio, organismo
vivente che possiede sia intelletto che anim a60. Nel XII seco-
lo, nemmeno l'illustre filosofo m usulmano Averroè - nono-
stante i tentativi di escludere tutte le dottrine musulmane
entrando in diretto conflitto con coloro che appoggiavano il
Rasa'il - riuscì a contribuire in maniera significativa alla
scienza. Al contrario, Averroè e i suoi seguaci divennero de-
gli aristotelici intransigenti e dottrinari; proclamavano, infat-
ti, che la teoria della fisica del filosofo greco fosse completa
48 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

e infallibile e che se un'osservazione fosse risultata incoeren-


te con una delle visioni aristoteliche, allora tale osservazione
era sicuramente scorretta o illusoria.
Da tutto questo risultò che gli studiosi islamici fecero si-
gnificativi progressi solamente in conoscenze specifiche, co-
me accadde per alcuni aspetti dell'astronom ia e della medi-
cina, discipline che non richiedevano nessuna base teoreti-
ca generale. Col passare del tem po poi, persino questo tipo
di progresso cessò.
È chiaro quindi che, nonostante la saggezza ricevuta, il «re-
cupero» del sapere greco non mise l'Europa sulla strada dello
sviluppo della scienza. Anzi, a giudicare dall'impatto che que-
sto tipo di conoscenza ha avuto su greci, romani e musulma-
ni, sembra sia stato di capitale importanza il fatto che questo
sapere non fosse risultato fruibile prima che gli studiosi cri-
stiani stabilissero una propria struttura intellettuale indipen-
dente. Infatti, quando gli studiosi medievali si imbatterono
per la prima volta nelle opere di Aristotele, Platone e degli al-
tri filosofi dell'antichità, volevano ed erano in grado di conte-
starli. Gli scolastici progredirono verso la scienza proprio in
esplicita opposizione ad Aristotele e agli altri autori classici.
Gli intellettuali che nel Medioevo non si occupavano di mate-
rie scientifiche (soprattutto coloro che svilupparono le arti e la
filosofia speculativa) divennero ammiratori dei classici greco-
romani in modo talmente appassionato che molti dei grandi
scienziati del XVI e XVII secolo spesso affermarono formai-
mente di essere «debitori» nei confronti di Aristotele e degli
altri filosofi dell'antichità, nonostante la loro opera in realtà
negasse quasi tutto quello che i greci avevano detto a propo-
sito del funzionamento del mondo.
Con questo non s'intende m inim izzare l'im patto che la
cultura greca ha esercitato sulla teologia cristiana e in ge­
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 49

nerale sulla vita intellettuale dell'Europa. Sant'A gostino


ereditò l'intero patrim onio della filosofia greca e san Tom-
maso d'A quino e i suoi pari riconobbero di essere profon-
dam ente debitori nei confronti degli studi ellenici. Ma gli
elementi antiscientifici del pensiero greco vennero rifiuta-
ti da sant'A gostino e dagli scolastici e, molto prim a di es-
sere confinato nei dipartim enti di studi classici, il sapere
greco-romano non fu la filosofia degli scienziati. Ed è vero
(e viene costantem ente citato dai classicisti) che, in una let-
tera del 1675 a Robert Hooke, N ew ton scrisse: «Se ho visto
oltre (rispetto a te e a Cartesio) l'ho fatto stando in piedi
sulle spalle dei giganti», m a una così alta considerazione
degli antichi non si esprim e né si riflette nella sua opera o
nel m odo in cui si presenta solitamente. Al contrario, New-
ton e i suoi colleghi ottennero le loro conquiste scientifiche
in ovvia opposizione ai «giganti» greci. Le prem inenti fi-
gure coinvolte nel fiorire della scienza nel XVI e XVII se-
colo, compresi Cartesio, Galileo, N ew ton e Keplero, con-
fessarono la loro fede assoluta in un Dio creatore, il cui
creato am m etteva regole razionali che attendevano di es-
sere scoperte.
Lo sviluppo della scienza non risultò come il prolunga-
mento del sapere classico. Fu la naturale conseguenza della
dottrina cristiana: la natura esiste perché è stata creata da
Dio. Per amare e onorare Dio, è necessario apprezzare a fon-
do le meraviglie del suo operato. Essendo Dio perfetto, il
suo creato funziona secondo principi immutabili, principi che
dovrebbe essere possibile scoprire utilizzando appieno i po-
teri della ragione e dell'osservazione che Dio ci ha donato.
Queste furono le idee fondam entali che spiegano il mo-
tivo per cui la scienza nacque nell'Europa cristiana e in
nessun altro luogo.
50 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Innovazioni morali

I meriti di una teologia razionale non furono confinati al-


le scienze. Sin dagli albori, infatti, il cristianesimo fu inventi-
vo anche nel concepire la natura um ana e nell'affrontare le
questioni di morale. Tra queste spiccano proposizioni ri-
guardanti diritti fondamentali dell'uomo, come la libertà.
Alla radice di tali idee c'era persino qualcosa di più profon-
do: la «scoperta» dell'individualismo, del singolo.
L'idea che l'individualism o sia stato scoperto sembra as-
surda alla mente moderna, e in certa misura lo è. Normal-
mente, tutti gli uom ini si conoscono come creature distinte
che necessariamente guardano al m ondo da un punto di vi-
sta unico e le cui terminazioni nervose sono assolutamente
singolari. Tuttavia, vi sono culture che pongono in rilievo i
sentimenti di singole individualità, mentre altre sottolineano
la collettività, sopprimendo il concetto di individuo. In cui-
ture di quest'ultim o tipo, che sembra siano la maggioranza,
il significato dell'«essere» di una persona è collettivo: tutti i
diritti che gli individui possiedono non sono quelli loro ac-
cordati come singoli, ma come gruppo, e vengono, a loro voi-
ta, conferiti dal gruppo stesso. In tali circostanze nessuno pen-
sa «sono padrone del mio destino». Al contrario, è l'idea di
fatalismo a sembrare più vera: il destino di ciascuno va oltre
il proprio controllo, perché del tutto determinato da forze
esterne più grandi.
Nemmeno i filosofi greci possedevano un concetto che
equivalesse alla nostra nozione di «individuo» 61. Perciò,
quando Platone scrisse la Repubblica, la sua attenzione andò
alla polis, alla città, non ai cittadini che ne facevano parte,
anzi arrivò a denunciare persino la proprietà privata. Il fui-
ero del pensiero politico cristiano è, invece, il singolo citta­
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 51

dino: u n concetto che a sua volta diede vita, in m odo espli-


cito, alle visioni di filosofi politici europei successivi, come
Hobbes e Locke. Si trattava, letteralmente, di qualcosa di ri-
voluzionario, perché l'accento che il cristianesimo pone sul-
l'individualism o lo rende «una cultura eccentrica rispetto
alle altre» 62. La libertà poi, è un altro concetto che semplice-
mente non esiste in molte - forse nella maggior parte - del-
le culture umane; in quasi tutte le lingue non europee non
esiste neanche la parola «libertà»
N on sorprende nem m eno il fatto che le più avanzate fra
queste culture accolsero la schiavitù e sostennero stati di-
spotici nei quali l'espressione «diritti individuali dell'uo-
mo» sarebbe risultata incomprensibile. Fino a quando rima-
se questo lo stato delle cose, mancò quella libertà fonda-
mentale per la nascita del capitalismo. Per questa ragione,
per trovare una spiegazione all'emergere della libertà e al-
l'ascesa del capitalismo in Europa, è necessario innanzitut-
to com prendere in che m odo e in quale momento gli euro-
pei svilupparono e accolsero concetti come individualismo,
libertà e diritti umani.

L'ascesa dell'individualismo

Si confrontino le tragedie di Shakespeare con quelle del-


l'antica Grecia. Come osservato da Colin Morris, Edipo non
fece nulla per meritarsi la sua triste fine. Il suo «carattere [...]
è realmente irrilevante rispetto alla possibilità di determina-
re le sue sventure che furono invece decise dal fato, incuran-
te dei suoi desideri» M. Questo non significa che Edipo fosse
senza colpe, ma il suo crimine mancava di qualsiasi intento
colpevole; semplicemente, egli cade vittima del suo fato. Al
52 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

contrario, Otello, Bruto e Macbeth non furono prigionieri di


un cieco destino. Come fece notare Cassio a Bruto: «La col-
pa, caro Bruto, non è delle nostre stelle, ma di noi stessi»65.
Sull'origine dell'individualism o si è scritto m olto66. Tutti
questi libri e articoli sono dotti e persino troppo eruditi, ma
sono anche eccessivamente imprecisi e allusivi, forse a causa
di una riluttanza nell'esprimere apertamente la loro tesi fon-
damentale: l'idea occidentale d'individualism o fu sostan-
zialmente una creazione cristiana.
Sin dagli albori, il cristianesimo ha insegnato che il pecca-
to è una questione personale che non appartiene in modo
principale al gruppo, ma ciascun individuo deve occuparsi
della propria salvezza. Probabilmente, riguardo all'enfasi che
il cristianesimo pone sull'individualismo, nulla è più signifi-
cativo della dottrina del libero arbitrio. Se, come scrisse
Shakespeare, la colpa è «di noi stessi», ciò avviene perché ere-
diamo di avere la possibilità di scegliere, e la responsabilità di
scegliere bene. A differenza dei greci e dei romani, le cui di-
vinità mancavano notevolmente di virtù e non si preoccupa-
vano della cattiva condotta degli um ani (se non quando que-
sti non li propiziavano in un m odo appropriato), il Dio cri-
stiano è un giudice che premia la «virtù» e punisce il «pecca-
to». Una tale concezione di Dio è incompatibile con il fatali-
smo. Insinuare il contrario significherebbe incolpare Dio dei
propri peccati: sostenere, cioè, che Dio punisca i peccati ma
ne sia anche la causa, il che è incoerente con l'intera prospet-
tiva cristiana. L'ammonizione «va e non peccare più» diven-
ta assurda se siamo meri prigionieri del nostro fato. Il cristia-
nesimo si fonda piuttosto sulla dottrina secondo la quale gli
uomini sono dotati della capacità e, di conseguenza, della re-
sponsabilità di determinare le loro azioni. Sant'Agostino
scrisse molto spesso che noi «possediamo un arbitrio», e che
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 53

«da ciò consegue che chiunque desideri vivere in modo retto


e degno di onore può riuscirci»67. E questo concetto non è in-
coerente rispetto alla dottrina secondo la quale Dio conosce
in anticipo quali scelte faremo. Per confutare i filosofi greci e
romani, sant'Agostino scrisse «affermiamo la conoscenza in
Dio d'ogni cosa prim a che accada, e la libera volontà delle no-
stre azioni; di esse abbiamo coscienza e consapevolezza che
non accadrebbero senza la nostra volontà. Certo non affer-
miamo che ogni cosa avviene fatalmente; anzi neghiamo che
avvenga qualcosa fatalmente» 68. Dio sa come decideremo di
agire liberamente, ma Egli non interferisce! Per questa ragio-
ne rimane a noi la scelta tra virtù e peccato.
Il pensiero di sant'Agostino echeggiò attraverso le genera-
zioni del pensiero cristiano. San Tommaso d'Aquino ribadì i
suoi insegnamenti quando affermò che la dottrina secondo la
quale gli uomini sono liberi di fare scelte morali è del tutto
compatibile con quella per cui Dio è onnipotente: «[L'uomo]
può anche dirigere e governare i propri atti. Dunque la crea-
tura ragionevole partecipa alla divina provvidenza non solo
in quanto ne è governata, ma anche in quanto governa»69. Per
la verità, Agostino anticipò di molto il famoso motto di Car-
tesio «Cogito ergo sum» in diversi punti della sua o p era70,
compreso questo: «Però della mia esistenza, della sua consa-
pevolezza e dell'amore per la mia esistenza e per la sua con-
sapevolezza ho una certezza assoluta, estranea al gioco infi-
do delle rappresentazioni e dei fantasmi dell'immaginazione.
Per queste tre verità non temo affatto gli argomenti degli ac-
cademici, quando chiedono: E se ti sbagli? Infatti se mi sba-
glio esisto. Chi non esiste non può nemmeno sbagliare, quin-
di esisto se mi sbaglio. [...] Ne consegue che anche nel sape-
re che so non mi sbaglio. Infatti, come so di esistere, così so
anche questo, di sapere»71.
54 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Il concetto di libero arbitrio non ebbe origine con i cristia-


ni (Cicerone espresse opinioni in qualche misura simili a
quelle di sant'Agostino) 72, ma per loro non si trattava di
un'oscura questione filosofica, anzi, divenne il principio fon-
dementale della loro fede. Così, mentre i pagani greci e ro-
mani abbracciavano il fatalismo nonostante le riserve che al-
cuni loro antichi filosofi avevano espresso a questo proposi-
to, Gesù insegnava che ciascun individuo doveva espiare i
propri sbagli morali proprio in quanto scelte errate. Non esi-
ste enfasi intellettuale posta sul singolo e sull'individualità
più convincente di questa.

L'abolizione della schiavitù medievale

L'ascesa dell'individualism o non spinse solamente all'in-


trospezione, ma sollevò anche questioni concernenti i limiti
della libertà personale. Se siamo esseri unici e tutti saremo
giudicati per le azioni da noi liberamente intraprese, qual è
il dovere dei cristiani nei confronti della libertà d'azione al-
trui? Q uando i padri della Chiesa analizzarono le implica-
zioni del libero arbitrio, in particolare dopo la caduta di Ro-
ma, si sentirono sempre più a disagio davanti all'istituzione
della schiavitù.
Il greco e il latino, diversamente dalle lingue dell'Asia,
hanno delle parole per esprimere il concetto di libertà e mol-
ti greci e romani si consideravano uomini liberi. La loro li-
bertà però, era contrapposta a una massa di schiavi, perché
nell'epoca classica la libertà era un privilegio, non un diritto.
Platone era contrario al porre in schiavitù i suoi compagni
«elleni» (greci), ma nella sua repubblica ideale gli schiavi
«barbari» (stranieri) avevano un ruolo essenziale, cioè com­
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 55

pivano tutto il lavoro produttivo73. Le regole stilate da Plato-


ne a proposito dell'adeguato trattamento degli schiavi erano
di fatto insolitamente brutali 74, perché egli non credeva che
divenire schiavi fosse semplicemente una questione di sfor-
tuna: per lui la natura creava «persone servili» che non pos-
sedevano le capacità mentali per far proprie la virtù o la cui-
tura, ed erano adatte solo a servire. Platone sostenne poi che,
sebbene gli schiavi dovessero essere disciplinati in modo se-
vero per prevenirne inutili agitazioni, in generale non do-
vesserò essere trattati con eccessiva crudeltà75. Come si evin-
ce dal suo testamento, il filosofo possedeva cinque schiavi.
Per quanto riguarda Aristotele, poi, egli rifiutò la posizio-
ne avanzata dai sofisti secondo la quale ogni autorità si ba-
sava sulla violenza e quindi giustificava se stessa, perché
cercò di condannare la tirannia politica. Ma allora, come mo-
tivare la schiavitù? Se non ci fossero schiavi che lavorano, os-
servò Aristotele, agli uom ini illuminati mancherebbero tem-
po ed energia per inseguire virtù e saggezza. Inoltre attinse
alle affermazioni biologiche addotte da Platone; la schiavitù
è giustificata perché gli schiavi sono più simili alle bestie che
agli uomini liberi: «Fin dalla nascita alcuni sono destinati a
obbedire, altri a comandare» 76. Alla sua morte, le proprietà
personali di Aristotele comprendevano quattordici schiavi.
La schiavitù cominciò il suo declino negli ultim i giorni
dell'Im pero Romano, come diretta conseguenza della de-
bolezza militare. Infatti, non vi erano più com andanti vit-
toriosi che spedivano folle di prigionieri ai mercati di
schiavi. Dal m om ento che la fertilità era molto bassa fra gli
schiavi rom ani a causa degli stenti e della penuria di don-
ne, il loro num ero dim inuì rapidam ente e, di conseguenza,
l'agricoltura e la m anifattura furono presto affidate a lavo-
ratori liberi.
56 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Dopo la caduta di Roma, le spedizioni militari dei nuovi


regni germanici conferirono nuovamente alla schiavitù un
ruolo importante nella produzione. Sebbene nessuno sappia
veramente quanti schiavi fossero presenti in Europa, per
esempio, nel VI secolo, sembra che ce ne fossero molti e che
il trattamento a loro riservato fosse, se possibile, più duro che
in epoca classica. Nei codici di leggi dei vari gruppi germani-
ci che governavano al posto dei romani, gli schiavi non erano
messi sullo stesso piano degli altri esseri umani, ma erano
esplicitamente considerati alla stregua del bestiame. Tuttavia,
diversi secoli dopo, la schiavitù vide il suo tramonto.
Alcuni storici negano che la schiavitù fosse terminata nel
Medioevo e ritengono che si trattò solamente di uno slitta-
mento linguistico per il quale la parola «schiavo» fu sostituì-
ta dalla parola «servo»77. Ma, in questo caso, sono gli storici e
non la storia a giocare con le parole. I servi infatti non erano
beni; avevano dei diritti e un sostanziale grado di discrezio-
nalità. Sposavano chi volevano e le loro famiglie non erano
soggette a vendita o dispersione. Pagavano degli affitti che
permettevano loro di poter controllare tempi e ritmi del la-
voro 78. Se, come avveniva in alcuni luoghi, i servi dovevano
ai padroni u n certo numero di giornate di lavoro all'anno, i
loro obblighi erano comunque limitati e più simili al lavoro
dipendente che alla schiavitù. I servi erano certamente legati
al padrone da molti vincoli, ma allo stesso modo il padrone
aveva obblighi non solo nei loro confronti ma anche verso
un'autorità superiore e così via, perché la natura del feudale-
simo si fondava su reciproci accordi d'obbligo79.
N on si può certo affermare che i contadini medievali
fossero liberi nel senso m oderno del termine, ma non erano
nem m eno schiavi e, per la fine del X secolo, la brutale isti-
tuzione era fondam entalm ente sparita dall'Europa. Sebbe­
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 57

ne la m aggior parte degli storici recenti concordi su ciò, si


continua ad affermare che il cristianesimo non ebbe nulla a
che fare con la scomparsa della schiavitù. Come osservò
Robert Fossier: «La progressiva eliminazione della schia-
vitù non fu in alcun m odo opera di cristiani. La Chiesa pre-
dicava rassegnazione, prom etteva uguaglianza nell· aldilà
[e] non provava alcun senso di colpa nel possedere grandi
m andrie di animali con volti umani» 80. Neanche per Geor-
ges Duby la Chiesa ebbe alcun ruolo nel declino della
schiavitù: «Il cristianesimo non condannava la schiavitù; le
inferse appena un labile colpo»81. Piuttosto, è opinione co-
m une che questa sia scomparsa perché divenuta un mezzo
di pro d u zio ne82 poco vantaggioso e antiquato. Persino Ro-
bert Lopez accettò questo punto di vista, affermando che la
schiavitù dim inuì solamente quando il progresso tecnoio-
gico portato, ad esempio, dall'introduzione della turbina
idraulica «rese gli schiavi inutili o im produttivi» “ . Da ciò
l'asserzione che la fine della schiavitù non venne decretata
da una decisione morale, ma da puro interesse personale
da parte di un'élite. La stessa affermazione è stata fatta a
proposito della sua abolizione nell'emisfero Occidentale.
N aturalm ente, entram be le ipotesi sono coerenti con la dot-
trina marxista, m a in contraddizione con le realtà economi-
che. Persino al tem po della guerra civile americana, la
schiavitù continuava a esistere nel Sud, ed era vista come
un «mezzo di produzione» 84 abbastanza vantaggioso. Lo
stesso era avvenuto nell'Europa d'inizio medioevo.
Ma ora basta! Nell'Europa medievale la schiavitù finì solo
perché la Chiesa estese i suoi sacramenti a tutti gli schiavi e
poi riuscì a proibire la schiavitù per i cristiani (e gli ebrei).
Nel contesto dell'Europa medievale, quella proibizione di-
venne effettivamente un'abolizione universale.
58 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

All'inizio, la Chiesa sostenne la legittimità della schiavitù,


ma lo fece mantenendo una certa ambiguità. Si pensi al più ci-
tato passaggio sulla schiavitù del Nuovo Testamento. Nella
lettera scritta agli Efesini (6,5-9), Paolo li ammoniva: «Voi, ser-
vi, ubbidite ai vostri padroni secondo la carne con timore e
tremore, in semplicità del vostro cuore come a Cristo, [...] poi-
ché sapete che ciascuno, sia egli schiavo o libero, se fa del be-
ne, lo riceve dal Signore». Molto raramente chi cita questo
passaggio con entusiasmo continua citando anche il versetto
che segue: «Voi, padroni, poi, fate lo stesso verso di loro, ces-
sando minacce, perché sapete che nei cieli c'è il Signore loro e
vostro, e con lui non c'è riguardo per l'aspetto esterno». Nel
messaggio cristiano è fondamentale il concetto secondo il qua-
le Dio tratta tutti allo stesso modo: ciascuno può essere salva-
to. Per questo la Chiesa degli albori fu spinta a convertire gli
schiavi e, quando possibile, ad acquistare la loro libertà. Lo
stesso papa Callisto (morto nel 236) era stato imo schiavo.
Finché ci fu l'Impero Romano, la Chiesa continuò ad af-
fermare la legittimità della schiavitù. Nel 324, il Concilio cri-
stiano di Granges condannò tutti coloro che incoraggiavano
il malcontento tra gli schiavi85, il che implica, ovviamente, che
tali attività avessero luogo. Tuttavia, le tensioni tra difesa del-
la schiavitù ed enfasi posta sull'uguaglianza di tutti agli oc-
chi di Dio continuarono ad aumentare e, quando l'Impero
crollò, divennero persino più intense, perché la Chiesa conti-
nuò a estendere il suo abbraccio a coloro che si trovavano in
schiavitù, negando loro solo la possibilità di essere ordinati
sacerdoti. Come altri, anche Pierre Bonnassie affronta la que-
stione: «Uno schiavo [...] veniva battezzato [e] possedeva
un'anim a. Era, quindi, inequivocabilmente un uom o»86.
Quando gli schiavi vennero riconosciuti appieno come
uomini e cristiani, i sacerdoti cominciarono a spronare i prò-
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 59

prietari a liberarli come «atto infinitamente raccomandabile»


che li avrebbe aiutati a garantirsi la salvezza87. Nei testa-
menti giunti sino a noi si registrarono molte manomissioni.
La dottrina che vedeva gli schiavi come esseri um ani e non
come bestiame ebbe poi un'altra conseguenza importante: il
matrimonio fra schiavi e liberi. Nonostante fosse contrario
alla legge in quasi tutta Europa, dal VII secolo si registraro-
no numerosi casi di unioni miste, che di solito coinvolgeva-
no uomini liberi e donne schiave. La più famosa di queste
unioni avvenne nel 649, quando Clodoveo II, re dei Franchi,
sposò la schiava britanna Batilde. Nel 657 Clodoveo morì, e
Batilde divenne reggente fino a quando il loro figlio mag-
giore raggiunse l'età per governare. Batilde sfruttò la sua po-
sizione per organizzare una campagna che ponesse fine alla
tratta degli schiavi e per riscattare coloro che si trovavano in
schiavitù. Alla sua morte, la Chiesa la proclamò santa.
Alla fine dell'VIII secolo, Carlo Magno si oppose alla
schiavitù e il papa e molte altre potenti voci ecclesiastiche fe-
cero eco a santa Batilde. Al termine del IX secolo, il vescovo
Agobardo di Lione tuonò: «Tutti gli uomini sono fratelli, tut-
ti invocano un unico padre, Dio: gli schiavi e i padroni, i po-
veri e i ricchi, gli ignoranti e gli istruiti, i deboli e i forti [...]
nessuno è superiore agli altri [...]; non esiste [...] schiavo o
uomo libero, ma c'è sempre in tutte le cose u n solo Cristo»88.
Nello stesso periodo l'abate di Saint-Michel, Smaragdo,
scrisse in un'opera dedicata a Carlo Magno: «Re molto mise-
ricordioso, proibisci nel tuo Impero nuove schiavitù» 89. Pre-
sto, nessuno «dubitava che la schiavitù in sé fosse contraria
alla legge divina» 90. Anzi, nell'XI secolo san Vulstano e
sant'Anseimo condussero una campagna per eliminare le ul-
time vestigia della schiavitù rimaste nella cristianità e fu pre-
sto possibile dire che «nessun uomo, nessun vero cristiano
60 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

potesse, in ogni caso, essere più legittimamente considerato


come la cosa di un altro»91. Ma rimasero delle eccezioni, tut-
te caratterizzate da ampi contatti con il mondo islamico. In
Spagna, ad esempio, gli eserciti cristiani e musulmani conti-
nuarono a rendere schiavi i reciproci prigionieri catturati in
battaglia e, a dispetto di quanto predicava la Chiesa, la trat-
ta degli schiavi tra esportatori dell'Italia settentrionale e ac-
quirenti musulm ani continuò fino al XV secolo. Si tratta co-
m unque di piccole cifre. Questi schiavi venivano acquistati
dalle tribù slave del Caucaso (la parola slave, che significa
schiavo in inglese è una corruzione della parola slav, slavo).
Italiani molto ricchi, come i Medici, ne possedevano alcuni
come beni di lusso, m a la maggior parte venivano esportati
nel m ondo islamico: gli schiavi bianchi «nel commercio con
l'Egitto, erano più preziosi dell'oro»92. Il clero locale condan-
nava periodicamente questi residui di tratta degli schiavi,
che scomparvero progressivamente per riapparire in abbon-
danza nel Nuovo Mondo. La Chiesa reagì energicamente e i
papi del XVI secolo emisero una serie di bolle severe contro
la schiavitù imperante nel Nuovo Mondo. Ma, in quelle re-
gioni i papi non avevano alcun potere temporale e la loro
energica opposizione non fu di alcuna utilità93.
La conclusione teologica secondo la quale la schiavitù è
peccato è presente unicamente nel cristianesimo (per quanto
anche diverse sette ebraiche rifiutassero la schiavitù)94. Anche
in questo si può vedere all'opera il principio del progresso
teologico, che permette ai teologi di proporre nuove interpre-
tazioni senza essere accusati d'eresia. Come già osservato, le
altre grandi religioni sono fortemente orientate al passato, e
al principio che la storia è regressiva e le generazioni più gio-
vani sono inclini all'errore. Perciò i buddhisti, i seguaci del
confucianesimo, gli induisti e persino i musulmani si rifiuta­
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 61

no di concepire che saggi e santi delle epoche passate possa-


no aver avuto una comprensione imperfetta o limitata delle
verità della loro religione. Mentre i teologi cristiani potevano
plausibilmente correggere la conoscenza di san Paolo sul vo-
lere di Dio a proposito della schiavitù, negli altri credi reli-
giosi, tranne che nelle eresie, tali interventi erano (e sono)
fondamentalmente impossibili. Un secondo fattore da pren-
dere in considerazione è il fatto che tra le maggiori religioni
del mondo solamente il cristianesimo ha dedicato un'atten-
zione seria e intensa ai diritti um ani invece che ai doveri. In
altre parole, le altre grandi fedi minimizzano l'individuali-
smo e pongono l'accento sugli obblighi collettivi. Sono, come
ha osservato Ruth Benedici, culture della vergogna piuttosto
che culture della colpa.95Si ricordi che nelle lingue in cui i te-
sti sacri di queste religioni sono scritte, compreso l'ebraico,
non esiste nemmeno una parola per libertà96.
Per quanto riguarda il m ondo islamico poi, è presente
una barriera invalicabile alla condanna teologica della
schiavitù: M aometto comprava, vendeva, catturava e pos-
sedeva schiavi97. Il profeta raccomandò di trattarli bene:
«Nutriteli di ciò che m angiate voi stessi e vestiteli di ciò che
indossate voi [...]. Sono gente del Signore come voi e siate
gentili con loro» 98. M aometto liberò diversi suoi schiavi, ne
adottò uno come figlio, e ne sposò un'altra. Inoltre, il Cora-
no insegna che è sbagliato «costringere] a prostituirsi le
vostre schiave» (sura XXIV, 33) e che liberando uno schiavo
si può ottenere il perdono per aver ucciso un credente (su-
ra IV, 92). Probabilmente nel m ondo islamico l'am monizio-
ne e l'esem pio di M aometto favorirono, in molti casi, con-
dizioni migliori per gli schiavi rispetto alla situazione in
Grecia e a Roma. Ma non venne messa in dubbio la mora-
lità dell'istituzione della schiavitù. I teologi cristiani riusci­
62 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

rono ad aggirare l'ostacolo dell'accettazione della schiavitù


presente nella Bibbia, ma probabilm ente non avrebbero po-
tuto farlo se Gesù avesse posseduto degli schiavi ". Il fatto
che M aometto ne avesse avuti era, agli occhi dei teologi
musulm ani, un fatto che rendeva impossibile il destreg-
giarsi con sforzi intellettuali, anche qualora avessero desi-
derato farlo.

Se il successo dell'Occidente si fonda sulle vittorie della


ragione, allora l'ascesa del cristianesimo fu senza dubbio l'e-
vento più im portante della storia europea. Fu infatti la Chie-
sa a dare costante testimonianza del potere della ragione e
della possibilità di progresso, secondo il principio che «po-
tremo un giorno». E infatti fu così. La realizzazione di que-
sta speranza non venne ritardata da secoli d'ignoranza e su-
perstizione, come sostengono falsi racconti a proposito dei
Secoli Bui. Il progresso intellettuale e materiale si sviluppò
rapidam ente non appena gli europei sfuggirono dalla morsa
invalidante della repressione romana e dal frainteso ideali-
smo greco.

1John Locke, Saggio sull'intelletto umano, Bompiani, Milano 2004, libro 3,


cap. 10.
2Karl Rahner (a cura di), Sacramentum mundi: enciclopedia teologica, Morcel-
liana, Brescia 1947-1977.
3Bradley S. Clough, Buddhism, in Jacob Neusner (a cura di), God, Pilgrim
Press, Cleveland 1997, p. 57.
4Agostino, La città di Dio, Einaudi-Gallimard, Torino 1992, libro 5, cap. 1.
5Richard Bauckham, Jude and thè Relatives of Jesus in thè Early Church, T &
T Clark, Edinburgh 1990.
6Tommaso d'Aquino, La somma teologica, traduzione e commento a cura
dei domenicani italiani, testo latino dell'edizione leonina, A. Salani, Mila-
no 1957, voi. Ili, questione 28, art. 3.
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 63

7Quinto Tertulliano, De Paenitentia, in Tre opere parenetiche: A d Martyras, De


Patientia, De Paenitentia, Centro di studi sull'antico cristianesimo, Catania
1961, p. 73.
6Recognitions o f Clement, libro 2, cap. 69.
9David Lindberg, Ronald L. Numbers (a cura di), Dio e natura. Saggi storici
sul rapporto tra cristianesimo e scienza, La N uova Italia, Scandicci 1994, p. 16.
10Richard W. Southern, Medieval Humanism and Other Studies, Harper Tor-
chbooks, N ew York 1970, p. 49.
11Steven Ozment, The Age ofReform, 1250-1550: A n Intellectual and Religious
History ofLate Medieval and Reformation Europe, Yale University Press, N ew
Haven 1980.
12San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153).
13Marica L. Colish, Medieval Foundations ofthe Western Intellectual Tradition,
400-1400, Yale University Press, N ew Haven 1997.
14Il giudaism o riformato rifiutò l'autorità delle Sacre Scritture, per acco-
gliere un'imm agine di Dio m olto vaga, troppo impersonale e remota per
sostenere un discorso teologico.
15Frederick M. Denny, Islam and thè M uslim Community, in Earhart H. By-
ron (a cura di), Religious Traditions of thè World, HarperSanFrancisco, San
Francisco 1993, p. 612.
16Mahmoud M. Ayoub, The Islamic Tradition in Willard G. Oxtoby, World
Religions, Oxford University Press, Oxford 1996, p. 414.
17John Macmurray, The Clue to History, Student Christian Movement Press,
London 1938, p. 113.
18David Lyle Jeffrey, People ofthe Book: Christian Identity and Literary Cultu-
re, W. B. Eerdmans, Grand Rapids (MI) 1996, p. 12.
19La Sacra Bibbia, testo ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana, SEI,
Torino, 1993,1 Corinzi 13,9.
20II Corano, revisione e controllo dottrinale dell'Unione delle Comunità e
Organizzazioni Islamiche in Italia, N ew ton & Compton, Roma 2004, sura
II. Al-Baqara (La Giovenca), 2.
21Lindberg, Numbers, Dio e natura cit., p. 16.
22Agostino, La città di Dio cit., libro 22, cap. 24.
23Jean Gimpel, Costruttori di cattedrali, Jaca Book, Milano 1982, p. 109.
24Jean Gimpel, The Medieval Machine: The Industriai Revolution ofthe Middle
Ages, Penguin Book, N ew York 1976, p. 149.
25Robert Hartwell, Historical Analogism, Public Policy, and Social Science in
Eleventh- and Twelfth- Century China, «The American Historical Review», n.
76, 1971, p. 691.
64 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

26Edward Grant, Le origini medievali della scienza moderna: il contesto religio-


so, istituzionale e intellettuale, Einaudi, Torino 2001; Hans Meyer, The Philo-
sophy o fS t. Thomas Aquinas, B. Herder, St. Louis 1944.
27Southern, Medieval Humanism cit., p. 50.
28Lindberg, Numbers, Dio e natura cit., pp. 16-17.
29Agostino, Le confessioni, Einaudi, Torino 1984, libro 12, pp. 365-369.
30Stephen D. Benin, The Footprints ofGod: Divine Accomodation in Jewish and
Christian Thought, State University of N ew York Press, Albany 1993, p. 68.
31 John Calvin, John Calvin's Sermons on thè Ten Commandments, Baker
Bookhouse, Grand Rapids (MI) 1980, pp. 52-53.
32Per una sintesi vedi Rodney Stark, For thè Glory ofGod: How Monotheism
Led to Reformations, Science, Witch-Hunts, and thè End of Slavery, Princeton
University Press, Princeton 2003.
33Marc Bloch, La società feudale, Einaudi, Torino 1999, p. 102.
34Francis Darwin, Albert C. Seward (a cura di), More Letters o f Charles
Darwin, voi. I, A ppleton and Co., N ew York 1903, p. 95.
35Aristotele, Il Cielo, Rusconi Libri, Santarcangelo di Romagna 1999.
361. Bernard Cohen, La rivoluzione nella scienza, Longanesi, M ilano 1988;
Randall Collins, The Sociologi/ of Philosophies: A Global Theory oflntellec-
tual Change, Cambridge U niversity Press, Cambridge 1998; Harold
Dorn, The Geography of Science, Johns H opkins U niversity Press, Baiti-
more 1991; Grant, Le origini medievali della scienza moderna cit.; e Planets,
Stars and Orbs: The Medieval Cosmos, 1200-1687, Cambridge U niversity
Press, Cambridge 1994; Toby Huff, The Rise of Early M odem Science:
Islam, China, and thè West, Cambridge U niversity Press, Cambridge
1993; Stanley Jaki, Science and Creation, Scottish Academ ic Press, Edin-
burgh 1986; Thomas Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Ei-
naudi, Torino 1978; D avid C. Lindberg, The Beginning o f Western Science,
U niversity of Chicago Press, Chicago 1992; e La scienza e la chiesa delle
origini, in Lindberg, N um bers (a cura di), Dio e natura cit., pp. 1-37;
Stephen F. Mason, Storia delle scienze della natura, Feltrinelli, Milano
1971; Otto Neugebauer, A H istory of A ncient Mathematical Astronomy,
Springer-Verlag, N ew York 1975.
37In Alfred W. Crosby, La misura della realtà: nascita di un nuovo modello di
pensiero in Occidente, Dedalo, Bari 1998, p. 96.
36Alfred North Whitehead, La scienza e il mondo moderno, Bollati Borin-
ghieri, Torino 2001, p. 31.
39Ivi, p. 30.
40Ivi, p. 31.
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 65

41David Lyle Jeffrey, By Things Seen: Reference and Recognition in Medieval


Thought, University of Ottawa Press, Ottawa 1979, p. 14.
42Cartesio, CEuvres, libro 8, cap. 61.
43Bertrand Russell, The Problem of China, George Alien & Unwin, London
1922, p. 193.
44Il passo citato dall'opera di Russell continua così: «Senza dubbio se i ci-
nesi riuscissero a instaurare un governo stabile e a impiegare fondi suffi-
denti, comincerebbero, nell'arco dei prossimi trent'anni, a produrre opere
notevoli nella scienza. Anzi, è m olto probabile che ci superino».
45Joseph Needham, Scienza e civiltà in Cina, Einaudi, Torino 1981, p. 704.
46Graeme Lang, State Systems and thè Origins of M odem Science: A Compari-
son o f Europe and China, «East-West Dialogue», n. 2,1997, pp. 16-31.
47In Mason, Storia delle scienze cit., p. 104.
4*Oltre ai testi originali citati, Grant, Le origini medievali della scienza moder-
na cit.; e Planets, Stars and Orbs cit.; Jaki, Science and Creation cit.; Lindberg,
The Beginning of Western Science cit.; Mason, Storia delle scienze cit.
49Lindberg, The Beginning of Western Science cit.
50Mason, Storia delle scienze cit.
51Lindberg, The Beginning of Western Science cit., p. 54.
52Jaki, Science and Creation cit., p. 114.
53Il testo completo si trova in Dennis Richard Danielson, The Book ofthe Co-
smos: Imagining thè Universe from Heraclitus to Hawking, Perseus Publi-
shing, Cambridge (MA) 2000, pp. 14-15.
54Platone, Timeo, Rusconi Libri, Milano 1994, p. 99.
55Jaki, Science and Creation cit., p. 105.
56Lindberg, The Beginning of Western Science cit.; Mason, Storia delle scienze cit.
57Richard W. Southern, The M aking of thè Middle Ages, Yale University
Press, N ew Haven 1953, p. 64.
58Caesar E. Farah, Islam: Beliefs and Observances, Barron's Hauppauge, N ew
York 1994; Marshall G. S. Hodgson, The Venture of Islam, University of Chi-
cago Press, Chicago 1974; Jaki, Science and Creation cit.; Seyyed Hossein
Nasr, A n Introduction to Islamic Cosmological Doctrines, State University of
N ew York Press, Albany 1993.
59Farah, Islam cit., p. 199.
60Nasr, A n Introduction to Islamic Cosmological Doctrines cit.
6' Colin Morris, La scoperta dell'individuo (1050-1200), Liguori, Napoli 1985, p. 22.
,'1Ivi, p. 22.
63Moses I. Finley, L'economia degli antichi e dei moderni, Mondadori, Milano 1995,
P· 21·
66 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

64Morris, La scoperta cit., p. 24.


65William Shakespeare, Giulio Cesare, Garzanti, Milano, 1993, atto I, scena 2.
66 Ad esem pio Aaron Gurevich, The Origins of European Individualism,
Blackwell, Oxford 1995; Morris, La scoperta cit., Walter Ullman, The Individuai
and Society in thè Middle Ages, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1966.
67Agostino, Il De Libero Arbitrio, Vita e Pensiero, Milano 1994.
68In Agostino, La città di Dio cit., libro 5, cap. 9.
69Tommaso d'Aquino, Somma contro i gentili, UTET, Torino 1975, libro 3,
cap. CXIV.
70Robert Nisbet, The M yth of thè Renaissance, «Comparative Studies in Hi-
story of Society», n. 15, 1973, p. 482.
71Agostino, La città di Dio cit., libro 11, cap. 26.
72Margaret Y. Henry, Cicero's Treatment of thè Free Will Problem, «Transac-
tions and Proceedings of thè American Philological Association», n. 58,
1927, pp. 32-42.
73Robert Schlaifer, Greek Theories of Slavery from Homer to Aristotle, «Har-
vard Studies in Classical Philology», n. 47, 1936, pp. 165-204.
74David Brion Davis, Il problema della schiavitù nella cultura occidentale, So-
cietà Editrice Intemazionale, Torino 1975, p. 96.
75Schlaifer, Greek Theories cit.
76Aristotele, Politica, Rizzoli, Milano 2002, libro I, p. 85.
77Stephen P. Bensch, Historiography: Medieval European and Mediterranean
Slavery, in Seymour Drescher, Stanley L. Engerman (a cura di), A Histori-
cal Guide to World Slavery, Oxford University Press, N ew York 1998, p. 231.
78Robert William Fogel, Without Consent or Contract: The Rise and Fall of
American Slavery, W. W. Norton, N ew York 1989, p. 25.
79Bloch, La società feudale cit.; e La servitù nella società medievale, La N uova
Italia, Scandicci 1993; Davis, Il problema della schiavitù cit.
80In Pierre Bonnassie, From Slavery to Feudalism in South-Western Europe,
Cambridge University Press, Cambridge 1991, p. 6.
81Georges Duby, Le origini dell'economia europea: guerrieri e contadini nel Me-
dioevo, Editori Laterza, Roma-Bari 1992, p. 41.
82Per una sintesi a proposito di questi punti di vista si veda Bonnassie,
From Slavery cit., Pierre Dockès, Medieval Slavery and Liberation, University
of Chicago Press, Chicago 1982.
83Robert S. Lopez, The Practical Transmission of Medieval Culture, in David
Lyle Jeffrey (a cura di), By Things Seen: Reference and Recognition in Medie-
vai Thought, University of Ottawa Press, Ottawa 1979, p. 138.
84Alfred H. Conrad, John R. Meyer, The Economics of Slavery and Other Stu-
LA FORTUNA DELLA TEOLOGIA RAZIONALE 67

dies in Econometrie History, Aldine, Chicago 1958; Richard A. Easterlin, Re-


giorni Incoine Trends, 1840-1850, in Harris Seymour (a cura di), American
Economie History, McGraw-Hill, N ew York 1961, pp. 525-547; Robert Wil-
liam Fogel, Stanley L. Engerman, Time on thè Cross: The Economics of Ameri-
can Negro Slavery, Little Brown, Boston 1974; Stark, For thè Glory ofGod cit.
85Bloch, La servitù nella società medievale cit., p. 104.
86Bonnassie, From Slavery to Feudalism cit., p. 30.
87Bloch, La servitù nella società medievale cit., p. 107.
88Bonnassie, From Slavery to Feudalism cit., p. 54.
89Via Regia.
90Bloch, La servitù nella società medievale cit., p. 101.
91Ivi, p. 132.
92Robert S. Lopez, Il commercio dell'Europa medievale: il Sud, in Storia econo-
mica di Cambridge, voi. 2 (Commercio e industria nel Medioevo), Einaudi, To-
rino 1982, p. 395.
93Stark, For thè Glory ofGod cit.
94/ ‫!מ‬.
95Ruth Benedict, Il crisantemo e la spada, Dedalo, Bari 1968.
96Finley, L'economia degli antichi cit., p. 21.
97Bernard Lewis, Race and Slavery in thè Middle East, Oxford University
Press, Oxford 1990; William M ontgomery Watt, Muhammad: Prophet and
Statesman, Oxford University Press, London 1961; Muhammad at Medina,
Oxford University Press, London 1965.
98Murray Gordon, Slavery in thè Arab World, N ew Amsterdam Books, N ew
York 1989, p. 19.
99Dovrei legittimare questa affermazione osservando anche l'abilità di
molti teologi protestanti nell'omettere il fatto che Gesù bevesse vino.
Capitolo 2

Il progresso nel Medioevo:


tecnico, culturale e religioso

Q uando si parla di come il cristianesimo abbia contribui-


to allo sviluppo della ragione e del progresso non si tratta so-
lamente di chiacchiere; la caduta dell'Impero Romano favorì
un'era di invenzioni e innovazioni straordinarie. Per ap-
prezzarne la portata è però necessario affrontare un'incredi-
bile menzogna che per lungo tempo ha deformato la nostra
conoscenza della storia.
Negli ultim i due o tre secoli, le persone istruite sapevano
che nel periodo storico che va dalla caduta di Roma fino al-
l'incirca al XV secolo, l'Europa era sprofondata nei cosiddet-
ti Secoli Bui: secoli d'ignoranza, superstizione e miseria da
cui, all'improvviso e quasi per miracolo, ci salvò prim a l'av-
vento del Rinascimento e, successivamente, deH'Illumini-
sm o1. Questo non è vero, anzi la tecnologia e la scienza eu-
ropee sorpresero e superarono il resto del m ondo proprio
durante questo periodo considerato oscuro2!
L'idea che l'Europa fosse precipitata in secoli bui venne
creata ad arte da intellettuali antireligiosi e accaniti anticat-
tolici del XVIII secolo che, determinati ad affermare la supe-
riorità culturale della loro epoca, la magnificavano deni-
grando i secoli precedenti. Voltaire, ad esempio, disse che
un'epoca di «barbarie, superstizione, [e] ignoranza coprì la
70 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

faccia della Terra» 3. Opinioni di questo tipo furono così fre-


quenti e unanim i che, fino a poco tempo fa, persino i dizio-
nari e le enciclopedie presentavano i Secoli Bui come u n fat-
to storico4. Alcuni studiosi parvero persino implicare che le
stesse persone vissute, ad esempio, nel IX secolo, descrives-
sero la loro epoca come sottosviluppata e superstiziosa.
Per fortuna, negli ultimi anni queste opinioni sono state
completamente screditate, al punto che anche alcuni dizio-
nari ed enciclopedie hanno cominciato a considerare i Secoli
Bui solamente un'invenzione5. Sfortunatamente, però, il mi-
to ha pervaso la nostra cultura così a fondo che la maggior
parte degli studiosi continuano a dare per scontato che, co-
me afferma Edward Gibbon, dopo la caduta di Roma ci fu «il
trionfo della barbarie e della religione» 6. In parte, questo
succede perché nessuno ha dato una descrizione adeguata di
ciò che veramente avvenne in quell'epoca storica.
In questo capitolo si cercherà di colmare tale vuoto di-
m ostrando che quando la caduta dell'Im pero Romano «li-
berò milioni di persone che pagavano le tasse [...]d a un'op-
pressione paralizzante » 1, cominciarono ad apparire nuove
tecnologie che vennero rapidam ente adottate. Le condizioni
di vita delle persone migliorarono e, dopo secoli di diminu-
zione sotto il dominio romano, la popolazione cominciò
nuovam ente ad aumentare. Infatti, le classi produttive non
erano più obbligate a provvedere agli sbalorditivi eccessi
dell'élite romana, o a erigere im ponenti edifici per l'ego del-
l'imperatore, o a far parte dei grandi eserciti con cui Roma
teneva sotto schiavitù le sue molte colonie. Al contrario, gli
sforzi e l'ingegnosità dell'uom o si rivolsero a cercare modi
migliori di coltivare, navigare, trasportare le merci, costruì-
re le chiese, muovere guerra, istruire e persino fare musica.
Ma, dal momento che le rovine di alcuni esempi della m a­
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 72

gnificenza pubblica greca e rom ana sono sopravvissute nei


secoli, tanti intellettuali sono stati indotti a piangere la per-
dita di queste «grandi civiltà». Molti sono pienam ente con-
sapevoli che u n tale splendore è il frutto di una grande sof-
ferenza um ana, ma continuano a considerare la schiavitù
come uno «tra i sacrifici che [...] dovettero essere offerti su
questo cam m ino»e.
Per molti aspetti la caduta di Roma fu la fine di una città
e non di una civiltà. Nel II secolo la sua popolazione si avvi-
cinava al milione; neH'VIII i romani erano meno di 50.000 e
nel 1377, quando il papa vi riportò la sua corte dopo la catti-
vità avignonese, la città contava solamente circa 15.000 abi-
tanti. Anche in altre parti d'Europa la popolazione urbana
diminuì, ma nella maggior parte delle città italiane il calo fu
modesto e presto recuperato 9; si ricordi che nemmeno quan-
do il potere imperiale era al suo massimo splendore, l'Italia
possedeva grandi città oltre a Roma; solamente Milano e Ca-
pua avevano più di 30.000 abitanti 10. Naturalmente, è vero
che quando la città di Roma andò in declino, l'im pero stesso
si dissolse. Ma questo può essere considerato un evento tra-
gico solo se si è ammiratori di sovrani dissoluti, letterati lati-
ni e occupazioni di ricchi oziosi.
Parlando francamente, per troppo tempo troppi storici si
sono comportati come turisti incantati davanti a monumen-
ti, palazzi e alle meravigliose rovine di Roma (o Atene, o
Istanbul), per poi tracciare ingiusti paragoni tra tali luoghi
«cosmopoliti» e comunità «provinciali» come quelle dei cen-
tri mercantili medievali. È come se, nonostante le origini mo-
deste, questi studiosi avessero sempre ritenuto che, in quel-
le epoche, avrebbero fatto parte dell'élite e non delle masse
ignoranti e impoverite. Sarebbe stato molto meglio essere
cittadini di un noioso borgo medievale.
72 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

E forse neanche poi così noioso. Liberati dalla morsa dei ti-
ranni, i cosiddetti Secoli Bui videro imo straordinario fiorire di
innovazioni tecnologiche e culturali. Alcune furono vere in-
venzioni, altre giunsero dall'Asia. Ma l'aspetto più straordi-
nario del Medioevo fu il modo in cui vennero rapidamente e
ampiamente adottate le grandi potenzialità della tecnologia,
proprio come ci si aspetta da una cultura dominata dalla fede
nel progresso; si pensi al modo in cui sant7Agostino celebrava
!'«invenzione fertile». L'innovazione non si limitò solamente
alla tecnologia; si fecero notevoli progressi anche nelle forme
più alte della cultura, della letteratura, dell'arte e della musi-
ca. Inoltre, l'utilizzo di tecnologie innovative ispirò nuove for-
me organizzative e amministrative, che culminarono nella na-
scita del capitalismo all'interno delle grandi proprietà mona-
stiche. Esso, a sua volta, indusse a riesaminare completamen-
te i precetti teologici sulle implicazioni morali dell'attività del
commercio; i principali teologi rifiutarono le precedenti obie-
zioni dottrinali nei confronti di profitti e interessi, legittiman-
do così gli elementi primari del capitalismo. Nonostante la
sua immensa portata storica, questo sviluppo rimase per mol-
ti aspetti una «rivoluzione segreta», come afferma Richard W.
Southern11: segreta nel senso che non siamo a conoscenza de-
gli artefici delle scoperte e, nella maggior parte dei casi, nem-
meno del luogo o del momento esatto in cui le innovazioni
vennero prodotte. Sappiamo però che presto, grazie a esse,
l'Occidente avrebbe superato il resto del mondo.

Progresso nella tecnica

Il fiorire d'invenzioni nel periodo che segue la caduta di


Roma è una dimostrazione del principio secondo il quale gli
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 73

stati dispotici scoraggiano e ostacolano il progresso. Per qua-


le motivo i contadini dovrebbero cercare nuove e migliori
tecnologie agricole e poi adottarle se tutta la produzione vie-
ne loro sottratta? Chi reinvestirebbe i profitti per espandere
un'attività industriale se questa rischiasse d'essere espro-
priata dalla nobiltà? Invenzioni e innovazioni vengono in-
trodotte solo dove la proprietà è al sicuro dalla confisca per-
ché lo stato si è disorganizzato o perché si è ridotto il suo po-
tere. La straordinaria epoca innovativa che coincide con il
periodo di disunità politica che seguì la caduta di Roma an-
ticipò ciò che sarebbe accaduto in futuro e fornì l'opportu-
nità di rapide innovazioni e della successiva apparizione del
capitalismo. Quindi, è opportuno delineare l'im portanza
delle prime innovazioni tecnologiche medievali, che posso-
no essere suddivise in tre gruppi principali: quelle che au-
mentarono le capacità produttive, quelle utilizzate princi-
palmente in guerra e quelle che migliorarono i trasporti.

Innovazioni nella produzione


Forse, la maggiore conquista dei Secoli Bui fu la creazio-
ne delle prim e economie che dipendevano essenzialmente
da forza non umana.
I romani avevano capito le potenzialità dell'acqua, ma non
avevano motivi per sfruttarla, poiché non mancavano loro
schiavi che svolgessero le mansioni richieste. Per quale ragio-
ne u n nobile romano avrebbe dovuto spendere del denaro per
costruire uno sfioratore e una turbina idraulica per macinare
il grano e farlo diventare farina, se possedeva schiavi a vo-
lontà che avevano il tempo e l'energia per far girare il mulino
a mano? Al contrario, in un inventario del IX secolo, si registrò
che un terzo delle tenute lungo la Senna nell'area intorno a Pa-
rigi possedeva mulini ad acqua e che la maggior parte di que­
74 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

sti erano di proprietà religiose12. Quando, nel 1086, Guglielmo


il Conquistatore fece compilare il Domesday Book, antenato del
moderno censimento, in Inghilterra esistevano almeno 5624
mulini ad acqua già in uso, all'incirca uno ogni cinquanta fa-
miglie13. Oltremanica, all'inizio del XII secolo fu fondata, a To-
Iosa, ima compagnia nota come la Société du Bazacle, che
commerciava le quote di ima serie di mulini ad acqua lungo il
fiume Garonna. Le quote erano vendute liberamente, cosa che
indusse Jean Gimpel a ritenere che la Société «può essere con-
siderata la più antica società capitalistica del mondo» 14. Un se-
colo dopo, i mulini ad acqua erano diventati così importanti
che nel centro di Parigi, lungo la Senna, ve n'erano sessantot-
to in un tratto lungo meno di due chilometri, con una media
di un mulino ogni venti metri di fium e15!
I mulini sulla Senna e sulla Garonna, anzi quasi tutti i pri-
mi m ulini ad acqua, erano del tipo azionato dal basso: l'ac-
qua passava sotto la ruota e la forza, o energia, veniva forni-
ta interamente dalla corrente del fiume o del torrente. Inve-
ce, una ruota alimentata dall'alto può imbrigliare molta più
energia: l'acqua scende attraverso uno sfioratore per formare
una cascata che colpisce la cima della ruota e l'energia è ge-
nerata da velocità e peso. Ovviamente, tranne che in rari ca-
si, le ruote alimentate dall'alto richiedono la presenza di una
diga. Nessuno sa esattamente quando si cominciarono a uti-
lizzare queste ruote. In documenti risalenti al XIV secolo si
trovano numerosi riferimenti a esse, ma considerando il fat-
to che le dighe furono costruite molto prim a di allora, anche
le ruote alimentate dall'alto devono esser apparse preceden-
temente. Spesso le dighe vengono costruite per controllare i
flussi, ma anche oggi il loro scopo principale è quello di trat-
tenere l'acqua per poi sfruttarne peso e pressione, grazie alle
quali viene generata energia. Già nel XII secolo si costruirò-
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 75

no alcune dighe molto grandi. A Tolosa ve n'era una larga


più di quattrocento metri e composta da migliaia di tronchi
di quercia gigante fatti calare nel fiume a formare una paliz-
zata anteriore e una posteriore, poi riempite di pietre e detri‫־‬
ti 16. Alle ruote ad acqua venivano applicate manovelle e in-
granaggi di vario tipo, sia per aumentare la potenza sia per
convertire il moto rotatorio in moto alternativo. In poco tem-
po l'energia idrica venne utilizzata per segare il legname e la
pietra, far girare il tornio, affilare coltelli e spade, follare il
tessuto, battere e trafilare il metallo e impastare gli stracci per
fare la carta17. A questo proposito, Jean Gimpel osservò che la
carta «che per circa un migliaio di anni era stata fabbricata
con le mani e i piedi seguendo l'invenzione cinese adottata
dagli Arabi, nell'Europa medievale del XIII secolo si fabbri-
cava meccanicamente. [...] La carta aveva girato il mondo
ma nessuna cultura o civiltà incontrata nel suo viaggio ave-
va provato a rendere meccanica la sua fabbricazione»18fino a
quando non lo fecero gli europei del Medioevo.
Ma i Secoli Bui non si contraddistinsero solamente per la
rapidità di diffusione, miglioramento e adattamento dell'e-
nergia idrica. Gli europei riuscirono presto a imbrigliare anche
l'energia eolica. I grandi imperi idraulici del Medio Oriente e
dell'Asia avevano sfruttato la possibilità di portare l'acqua ai
loro campi; al contrario, l'Europa medievale aumentò moltis-
simo la sua produzione agricola pom pando via l'acqua da po-
tenziali terreni da coltivare: in epoca romana grandi aree che
corrispondono agli odierni Belgio e Paesi Bassi erano som-
merse dall'acqua e durante i Secoli Bui furono bonificate da
mulini a vento che la espellevano giorno e notte.
I mulini a vento si diffusero anche più rapidam ente delle
turbine ad acqua, perché il vento era disponibile ovunque.
Per riuscire a sfruttarlo al meglio anche quando cambiava di­
76 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

rezione, gli ingegneri medievali inventarono il mulino su ba-


se girevole, in cui le vele erano montate su un'enorm e base
che permetteva loro di girare insieme al vento. Alla fine del
XII secolo, l'Europa era così affollata di mulini a vento che i
proprietari cominciarono a farsi causa l'un l'altro perché il
vento che spettava loro veniva bloccato 19.
N on soddisfatti di ciò, nel Medioevo gli europei compiro-
no studi per potenziare lo sfruttamento dell'energia dei ca-
valli. Né i romani né altre civiltà classiche sapevano imbri-
gliarli in m odo efficace. Prima delle migliorie introdotte da-
gli europei nei Secoli Bui, i cavalli venivano imbrigliati come
i bovini. In tale bardatura, per evitare di strangolarsi, il ca-
vallo doveva tenere il muso buttato all'indietro e poteva tra-
sportare solo pesi leggeri. Consci del problema, i romani ri-
sposero attraverso la legislazione. Il codice di Teodosio asse-
gnava severe punizioni a chi agganciava a un cavallo u n pe-
so superiore a 500 chilogrammi (espressi nel sistema metrico
m oderno)20. Durante i Secoli Bui, invece, si cominciò a uti-
lizzare un collare rigido e ben imbottito che faceva gravare il
peso sul dorso del cavallo e non sul collo, rendendo in que-
sto m odo l'animale in grado di tirare alla pari di un bue, ma
in m odo molto più rapido. Con l'adozione di questo collare,
i contadini europei passarono presto dai buoi ai cavalli nei
campi, con un immenso miglioramento della produttività;
infatti, in u n giorno u n cavallo arava più del doppio di un
b u e 21.
Solo successivamente alla caduta di Roma, poi, gli euro-
pei crearono i ferri da applicare con chiodi agli zoccoli dei
cavalli, e ciò per proteggerli dall'usura. I romani avevano
sperimentato vari tipi di sandali per cavalli (Nerone ne pos-
sedeva in argento), che però si sfilavano anche solo con il
trotto. Con calzature di ferro applicate in m odo saldo, era
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 77

più difficile che i cavalli diventassero zoppi e, inoltre, ciò


consentiva loro di affondare nel terreno in maniera più effi-
cace, così da poter aum entare la trazione.
Trovato u n animale che lavorasse con più rendimento dei
buoi, l'uom o europeo del Medioevo inventò presto l'aratro
pesante, dotato di ruote, per migliorare la produttività dei
terreni fertili ma molto pesanti. Fino a un certo momento del
VI secolo, la coltivazione dipendeva dall'aratro leggero a
graffiatura, formato solo che da bastoni da scavo disposti in
file22. L'aratro leggero non dissodava la terra ma veniva sem-
plicemente trascinato sulla superficie, lasciando immutato il
terreno tra i solchi leggeri e rendendo spesso necessaria
un'aratura incrociata. Questo tipo di aratro poteva funziona-
re su un terreno fine e secco come quello italiano, ma non era
molto efficace sulla terra pesante e spesso bagnata che si tro-
vava nella maggior parte dell'Europa settentrionale. Per
questo tipo di suolo era necessario un aratro molto pesante,
con u n vomere (lama) in grado di scavare un solco profon-
do. Obliquamente rispetto a questo fu aggiunto un secondo
vomere che tagliava la fetta di terreno rovesciato dal primo.
Poi venne aggiunto un versoio per rovesciare completamen-
te la porzione di terreno tagliata. Infine, furono applicate le
ruote, per facilitarne gli spostamenti da un campo all'altro e
per fare in m odo che il vomere potesse essere regolato a di-
verse profondità. Rapido! Improvvisamente, campi che i ro-
mani non erano riusciti a lavorare divennero molto produt-
tivi e, sui terreni più fini, addirittura si raddoppiarono i rac-
colti di grano grazie alle migliorie introdotte nell'aratura23.
Queste incredibili conquiste nella produttività agricola ri-
dussero il bisogno di lavoro e ne aumentarono i raccolti così
tanto che contribuirono moltissimo a espandere e a nutrire
città di piccola e media grandezza 24.
78 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Oltre a coltivare grano e altri tipi di colture, i contadini


del Medioevo allevavano pesci. Anche i romani avevano
sperimentato dei vivai di pesci, ma l'attività produttiva
esplose nell'VIII secolo, quando la Chiesa proibì di mangia-
re carne di venerdì e negli altri giorni di digiuno (che all'e-
poca ammontavano a 150). Dal momento che il pesce non ve-
niva classificato come carne, in tutta l'Europa occidentale si
costruirono laghi e bacini artificiali, molti dei quali erano
specializzati per alcune particolari specie di pesce o per so-
stenere il ciclo vitale di una particolare specie. Col tempo,
persino i fossati che circondavano i castelli vennero utilizza-
ti a questo scopo.
Le proprietà monastiche, in particolar modo quelle dei ci-
stercensi, erano molto attive nell'allevamento dei pesci, per-
ché a molti monaci non era permesso mangiare carne. Alcuni
monasteri costruirono talmente tanti bacini artificiali e va-
sche per l'allevamento della carpa e della trota da poter ven-
dere pesce fresco a tutte le genti del luogo25. Anche la nobiltà
era molto attiva in questo ambito: nel 1086 Guglielmo il Con-
quistatore fece costruire a York un grande ed elaborato siste-
ma di bacini artificiali, che per secoli rifornì la corte inglese.
Con il passare del tempo, degli allevatori ingegnosi scoprirò-
no che le secrezioni dei pesci rendevano estremamente fertili
i fondali dei bacini, per cui ogni due o tre anni li prosciuga-
vano, vi seminavano una coltura e poi li ripopolavano di pe-
sci dopo un abbondante raccolto26. I vivai rimasero la fonte
principale di pesce in tutta Europa fino a quando, nel XII se-
colo circa, non vennero organizzate flotte commerciali per la
pesca nel Mare del N ord e nel Mar Baltico.
Inoltre, l'agricoltura medievale migliorò in grande misu-
ra la capacità di produrre eccedenze con l'adozione del siste-
ma di rotazione a tre campi, in cui il terreno da coltivare veni­
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 79

va diviso in tre lotti, uno seminato a coltura invernale, come


il grano, uno a coltura primaverile, come l'avena (particolar-
mente im portante quando si cominciarono a utilizzare i ca-
valli), i legumi (ad esempio piselli e fagioli) o gli ortaggi, e il
terzo lasciato a maggese (incolto). L'anno successivo, l'ap-
pezzamento lasciato a maggese veniva seminato con la col-
tura invernale, il secondo con una coltura primaverile e
quello che l'anno precedente aveva dato un raccolto prima-
verile veniva lasciato incolto. (Prima dell'avvento dei ferti-
lizzanti chimici il terreno aveva bisogno spesso di rimanere
a maggese per recuperare le proprietà fertili.)
Il sistema di rotazione a tre campi apparve per la prim a
volta nel IX secolo e fu adottato così diffusamente e rapida-
mente che, nel XIX secolo, gli storici credettero erroneamen-
te che risalisse all'epoca romana. L'agricoltura romana cono-
sceva solo un sistema a due campi, perché non si sapeva an-
cora che i legumi aiutavano a ristabilire le proprietà del suo-
lo e che con essi il terreno poteva rimanere incolto meno fre-
quentemente. Così, ogni anno la metà delle terre erano a
maggese, contro il terzo del sistema medievale a tre cam pi27.
Nei Secoli Bui, quindi, le persone mangiavano molto meglio
che in epoca romana e, di conseguenza, erano più sane, for-
ti e probabilmente più intelligenti.
Anche l'uso del terreno a maggese come pascolo cambiò
in modo marcato l'economia medievale e successivamente i
prim i sistemi economici capitalistici. «Il concime aveva mol-
to valore, perché era un prodotto raro e prezioso, che non
doveva andare sprecato. Per questo tra gli animali le pecore
erano sacre» 28. La pecora dava latte, burro, formaggio e car-
ne. La sua pelle forniva la pergamena su cui gli scrivani co-
piavano i libri. E, soprattutto, la pecora produceva lana. Nel
Medioevo il panno di lana era molto richiesto, per cui i velli
80 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

delle pecore divennero la maggiore materia prim a industria-


le. Industrie laniere dominarono gli albori del capitalismo e
i produttori di panno in Italia e nelle Fiandre utilizzavano
«ogni anno milioni di velli»29.
Naturalmente questo ci porta a esplorare un'altra delle
più importanti aree d'innovazione medievale: la produzione
del panno. Fino a quando, nel Medioevo, gli europei non in-
ventarono telai azionati a pedali, macchine ad acqua per la
follatura, filatoi e cardatrici a denti di metallo, la produzione
di panno rimase molto faticosa, su piccola scala ed effettua-
ta interamente a mano. Solo la meccanizzazione della prò-
duzione consentì la nascita di im portanti centri e industrie
del panno, che, a loro volta, costituirono il motore principa-
le del commercio e, quindi, della finanza.
Oltre alla tecnologia applicata direttamente e in modo
specifico alla produzione, l'uom o dell'Europa medievale be-
neficiò di altre tre invenzioni che ebbero indirettamente
un'im portanza enorme: il camino, gli occhiali e l'orologio.
Gli edifici romani non erano riscaldati. Non esistevano
focolari, stufe o fornaci, perché nessuno era riuscito a trova-
re un m odo efficace per ventilare il fumo. Nelle loro barac-
che e capanne, i contadini romani si riunivano intorno a un
fuoco e il fumo saliva attraverso un grande buco centrale ri-
cavato nel tetto, che però faceva entrare anche pioggia, ne-
ve, vento e freddo30.1 romani di città non avevano nemme-
no questo buco nel tetto; quando cucinavano su bracieri di
legno o di carbone, il fumo circolava all'interno dell'abita-
zione. Si evitava l'asfissia solamente perché gli edifici erano
pieni di correnti d'aria non possedendo infissi ed essendo
chiusi semplicemente da tele in panno o pelle31. Ma se i Ce-
sari si stringevano insieme per proteggersi dal freddo e sop-
portavano il fumo proveniente dalle loro cucine, gli europei
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 81

medievali - sia contadini sia nobili - im pararono presto a vi-


vere molto meglio. Inventarono camini e focolari grazie ai
quali neanche fiamme crepitanti riempivano di fumo la
stanza. E non era più necessario avere case piene di correnti
d'aria. Dal momento che il fumo saliva lungo il camino sen-
za dare disturbo, nei Secoli Bui si mangiava cibo preparato
meglio, si respirava aria migliore e si stava molto più al cal-
do durante l'inverno.
Il fatto che tante persone abbiano sin dall'infanzia vari
difetti della vista e che per molte altre la vista cominci a di-
minuire dalla mezza età in poi è un fattore biologico. Prima
dell'invenzione degli occhiali, un gran num ero di lavorato-
ri adulti era limitato nei compiti che poteva svolgere, spe-
cialmente se im pegnato in attività artigianali. Per questa ra-
gione, l'invenzione degli occhiali da vista, avvenuta all'in-
circa nel 1284 nell'Italia settentrionale, cambiò radicalmente
la produttività. Senza occhiali, molti artigiani del Medioevo
a quarant'anni non potevano più lavorare. Con la loro in-
troduzione, non solo la m aggioranza di queste persone fu in
grado di continuare a svolgere la propria attività, ma si ri-
trovò addirittura ad avere davanti a sé gli anni più produt-
ti vi, grazie all'acquisizione di maggiore esperienza32. Non
solo; molti compiti vennero enormemente facilitati dall'uso
di lenti d'ingrandim ento anche da parte di persone che ave-
vano un'ottim a vista. Queste attività erano spesso più im-
pegnative di quelle degli antichi artigiani. N on c'è da stu-
pirsi se gli occhiali si diffusero con una rapidità incredibile.
A un secolo dalla loro invenzione, venivano prodotte in se-
rie ogni anno decine di migliaia di paia di occhiali in stabi-
limenti a Firenze e a Venezia. N onostante ciò, quando nel
1492 Colombo spiegò le sue vele, gli occhiali erano cono-
sciuti solo in Europa 33.
82 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Nel XIII secolo, poi, qualcuno, in un imprecisato luogo


d'Europa, inventò il prim o orologio meccanico attendibile.
Presto, la società europea divenne l'unica in cui si sapeva
davvero che ora fosse. Come osservò Lewis Mumford, «l'o-
rologio, e non la macchina a vapore, è lo strumento basilare
della m oderna era industriale»34 perché rese possibile una
programmazione precisa e coordinata delle attività. I primi
orologi meccanici erano molto grandi, per cui spesso una zo-
na o città ne possedeva solamente uno (su una chiesa o una
torre dell'orologio pubblica) e vennero adottati dei sistemi di
campane che segnalavano con i loro rintocchi l'ora precisa
all'intera comunità.
Come gli occhiali, anche gli orologi meccanici esistevano
solo in Occidente. Sembra che all'inizio del XII secolo si co-
struissero molti orologi anche in Cina, ma i mandarini erano
talmente ostili verso i congegni meccanici che li fecero presto
distruggere. Fino all'epoca moderna la Cina non possedette
più orologi35. Si dice poi che, nel 1560, l'impero ottomano aves-
se rifiutato gli orologi pubblici perché colpevoli di laicizzare il
tempo (avvenne anche in altre società islamiche)36. L'Islam
non fu l'unica religione a opporre resistenza all'orologio: fino
al XX secolo, la gerarchia ortodossa orientale non ammise oro-
logi meccanici nelle proprie chiese37. Fortunatamente per l'Eu-
ropa occidentale, la gerarchia romana cattolica non aveva ri-
serve sulla conoscenza dell'ora e installò grandi orologi mec-
canici sui campanili di migliaia di chiese.
Queste sono solamente alcune delle innovazioni e delle
invenzioni con cui gli europei dei presunti Secoli Bui getta-
rono le fondamenta per l'ascesa del capitalismo. Se ne po-
trebberò elencare molte altre, come le migliorie apportate a
gru e argani, i miglioramenti tecnologici nell'estrazione, fu-
sione e forgiatura dei metalli, i notevoli progressi nella semi­
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 83

na e persino l'invenzione della carriola. Tuttavia, il successo


dell'Europa richiese molto più che metodi di produzione
perfezionati e un migliore livello di vita. Gli europei supera-
rono il resto del m ondo anche per quanto riguardava i mez-
zi con cui fare la guerra.

Innovazioni nella guerra


Prima dei Secoli Bui non esisteva la cavalleria pesante. Le
truppe a cavallo non caricavano al galoppo, concentrando su
una lunga lancia l'intero peso di cavallo e cavaliere38. Questo
avveniva perché mancavano staffe e selle appropriate. Senza
staffe su cui puntarsi, quando il cavaliere tentava di gettare
una lancia veniva buttato giù da cavallo. Inoltre, con una sei-
la dotata di pomo molto alto e arcione posteriore, curvato co-
sì da cingerne i fianchi, il cavaliere migliorava la sua capacità
di resistere a colpi im provvisi39. N on fu l'antica Roma né
nessun altro impero guerriero a inventare la cavalleria pe-
sante: le loro truppe montavano su leggere selle imbottite,
quasi piatte, o addirittura senza, e non possedevano staffe.
Furono i «barbari» Franchi, nel 732, i prim i a introdurre in un
campo di battaglia la cavalleria pesante: cavalieri in armatu-
ra sul dorso di enormi cavalli caricavano da dietro lunghe
lance, sicuri sulle loro selle normanne, alte posteriormente, e
puntati sulle loro staffe.
In guerra, i cavalieri con l'arm atura risultarono d'im por-
tanza capitale fino a molto tempo dopo l'introduzione del-
l'artiglieria. I cinesi furono i prim i a usare la polvere da spa-
ro, ma si accontentarono di usarla solamente per i fuochi
d'artificio e come bomba incendiaria. Col tempo svilupparo-
no anche u n cannone rudim entale40, probabilmente nella
stessa epoca in cui in Europa si venne a conoscenza dell'e-
splosivo cinese, tra il 1300 e il 1310. Ma, mentre i cinesi svi­
84 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

lupparono molto lentamente i cannoni, ne fecero poco uso e


non riuscirono ad applicare quella tecnologia ad armi da
fuoco individuali, in Europa l'applicazione all'artiglieria fu
immediata; probabilmente i cannoni si usarono per la prim a
volta in battaglia nel 1324, durante l'assedio di M etz41. È co-
m unque accertato che nel 1325 venivano utilizzati in tutta
l'Europa occidentale 42. In mano europea, il cannone rivolu-
zionò il m odo di fare la guerra. La nobiltà non poteva più ri-
tirarsi nei propri castelli, al sicuro da tutti i nemici non di-
sposti a intraprendere u n lungo assedio, e sul campo di bat-
taglia persino le arm ature costose non riuscivano a proteg-
gere dal fuoco dell'artiglieria. Il cannone potè diffondersi co-
sì rapidam ente perché in tutta Europa si era già in grado di
fabbricarlo, e ciò grazie all'industria della produzione di
campane per le chiese.
L'Europa del Medioevo migliorò moltissimo anche la sua
potenza navale. A lungo andare probabilmente il valore
commerciale di queste innovazioni ne superò il significato
militare, ma senza quest'ultim o il prim o sarebbe potuto re-
stare irrilevante; solamente grazie al controllo esercitato dal-
le loro navi da guerra sulle rotte marine del mondo, gli eu-
ropei riuscirono ad avere il monopolio dei commerci a lunga
distanza e a costruire imperi oltrem are43.
Una delle prim e innovazioni in campo navale fu il timo-
ne del dritto di poppa. Greci e romani governavano i loro va-
scelli per mezzo di remi, solitamente due, uno a ciascun lato
della poppa. AH'inizio dell'XI secolo gli europei introdusse-
ro u n timone attaccato al dritto di poppa, che rendeva le na-
vi molto più manovrabili. Per facilitare l'utilizzo di questo ti-
mone anche su grandi vascelli venne sviluppato un sistema
meccanico ad anelli per fare in m odo che la nave potesse es-
sere condotta da un solo timoniere anche con il mare agita­
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 85

to, una forma prim itiva di servosterzo44. Poi, una seconda in-
novazione fu introdotta nella costruzione delle navi. I co-
struttori navali greci e romani fabbricavano gli scafi attac-
cando un'asse all'altra con un sistema a incastro di mortase
e tenoni, per poi inserire uno scheletro di sostegno o inte-
laiatura in u n secondo momento. Gli europei del Medioevo,
invece, costruirono prim a l'intelaiatura e successivamente vi
applicarono le assi dello scafo sovrapponendole e fissandole
per poi passare alla calafatura dei comenti invece di utilizza-
re incastri complicati. Con questa tecnica si ottenevano scafi
non altrettanto resistenti, ma l'enorme risparmio di lavoro
specializzato significò molte più navi allo stesso costo45. La
terza innovazione fu il riconoscimento della superiorità della
potenza di fuoco nelle battaglie navali. Sin dagli albori, la
guerra fra galee consisteva in battaglie di fanteria combattu-
te da ponte a ponte. Di conseguenza, durante le battaglie, le
galee erano piene di soldati, al limite dell'affondamento.
Q uando il cannone divenne un'arm a molto precisa, gli euro-
pei capirono, a ragione, che era molto meglio affondare le
navi nemiche da lontano. Questo approccio portò alla straor-
dinaria vittoria sui Turchi nel 1571 a Lepanto, la quale pose
definitivamente fine alla potenza marittima dei musulmani.
Non solo le galee europee avevano cannoni in numero mag-
giore e di qualità migliore di quelle turche, ma avevano an-
che eliminato il rostro dalla zona di fuoco anteriore. Infatti,
lo scopo era di sbalzare i Turchi in acqua, non speronarli.
Sparando potenti raffiche dal davanti, gli europei annichili-
rono le galee ottomane mentre stavano ancora remando ver-
so di loro; i Turchi dovettero fermarsi e girarsi sul fianco per
aprire il fuoco, offrendo così u n bersaglio più esteso46.
Ma l'innovazione navale forse più importante del Me-
dioevo fu la nave a fondo tondo (le galee avevano il fondo
86 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

relativamente piatto), un alto vascello con castelli sia a prua


che a poppa, più alberi e una serie complessa di vele, alcune
quadrate e altre latine (triangolari). Le prime navi tonde si
chiamavano «cocche» e fecero la loro apparizione nel XIII se-
colo47. La cocca non aveva remi ma era una vera nave a vela
in grado di affrontare lunghi viaggi con grossi carichi. At-
trezzate come navi da guerra, queste navi tonde e le loro di-
scendenti potevano sostenere u n gran numero di cannoni e
col tempo arrivarono a possederne fino a tre livelli, uno so-
pra l'altro. Così, i Secoli Bui si guadagnarono il mare aperto
dal momento che le navi non dovevano più restare vicino al-
la costa o rimanere in acque protette come quelle del Medi-
terraneo. Anzi, queste grandi navi si arrischiavano a uscire
in mare anche in inverno, cosa che i capitani di galee erano
poco inclini a fare, e le navigazioni invernali aumentarono
molto i profitti di ciascun vascello.
Anche se le navi a fondo tondo non avevano più bisogno
di navigare lungo la costa per sicurezza, necessitavano anco-
ra di punti di riferimento. Allora arrivò la bussola. La con-
vinzione che la bussola magnetica sia giunta in Europa dalla
Cina attraverso il m ondo musulmano è falsa. Essa fu inven-
tata all'incirca nell'XI secolo, indipendentemente, sia in Cina
sia in Europa. I cinesi si accontentarono di un tipo di busso-
la molto rudim entale con un ago calamitato che galleggiava
su un liquido e che era in grado di determinare l'asse Nord-
Sud, d'interesse prim ario nello svolgimento di riti magici;
anzi, è probabile che i cinesi non abbiano utilizzato lo stru-
mento a bordo delle navi fino a molto tempo dopo degli eu-
ropei. Quest'ultimi, invece, poco dopo aver scoperto la bus-
sola con ago galleggiante, vi aggiunsero il quadrante e il mi-
rino con cui i marinai furono in grado non solamente di in-
dividuare il Nord, ma anche di determinare con precisione la
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 87

loro rotta. Diventò quindi possibile tracciare percorsi precisi


in tutte le direzioni. I documenti dell'epoca che parlano di
questa nuova invenzione testimoniano che, in pochi anni, es-
sa si diffuse fra i marinai dall'Italia alla N orvegia48. Con l'in-
traduzione della bussola i navigatori europei cominciarono a
creare carte nautiche che mostravano l'orientamento dello
strumento fra un porto e l'altro. Questo permise loro di viag-
giare sicuri anche quando il cielo era troppo coperto perché
potessero usare le stelle per determinare la loro posizione49.
Senza la bussola, Colombo non avrebbe potuto navigare, né
altri avrebbero potuto ripercorrere la sua rotta.
Tutti questi importanti miglioramenti risalgono alla con-
vinzione, presente unicamente nel cristianesimo, che il prò-
gresso fosse un obbligo dato da Dio, implicito nel dono della
ragione. Condizione fondamentale della fede cristiana era
che ci sarebbero sempre state nuove tecnologie e tecniche. Per
questa ragione, nessun vescovo o teologo denunciò gli oroio-
gi o le navi a vela, mentre in società non occidentali entram-
be le invenzioni furono condannate per motivi religiosi. An-
zi, probabilmente molte delle più importanti innovazioni tee-
niche furono introdotte dai monaci e furono adottate con en-
tusiasmo dalle grandi proprietà monastiche. Le innovazioni
si diffusero molto rapidamente da un luogo all'altro perché,
contrariamente ai racconti che dipingono l'Europa dei Secoli
Bui come provinciale e immobile, i mezzi di trasporto del
Medioevo superarono presto quelli dell'epoca romana.

Innovazioni nel trasporto via terra


Una delle affermazioni più fuorvianti a proposito del de-
clino dell'Europa durante i Secoli Bui riguarda l'incuria del-
le strade romane, perché in molti luoghi le pietre lastricate
vennero rimosse e riutilizzate in costruzioni locali. La storia
88 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

dice poi che con il deterioramento delle strade finì anche il


commercio a lunga distanza e l'Europa divenne u n arcipela-
go di comunità isolate e chiuse. Quello che viene tralasciato
è il fatto che, oltre a portare a Roma grano per nutrire la gras-
sa e pigra popolazione, le attività commerciali romane a lun-
ga distanza riguardavano principalmente beni di lusso e non
erano produttive. Infatti nella vita economica delle città ro-
mane, il commercio aveva un ruolo poco importante, visto
che la ricchezza delle élite urbane proveniva soprattutto dal-
le loro proprietà rurali50, integrata dalla corruzione politica e
dai bottini di guerra. In parte, il declino del commercio con
luoghi distanti rifletté la mancanza di dom anda di molti be-
ni di lusso, causata dal crollo di enormi ricchezze personali.
Ma è ancora più rilevante notare che nell'antica Roma il co-
siddetto commercio a lunga distanza non era veramente
commercio, ma estorsione. Si trattava di un «traffico in ca-
noni e tributi» che non generava utili come un vero com-
mercio, ma «semplicemente impoveriva coloro a cui ciò ve-
ni va estorto»51. Inoltre, viene tralasciato anche il fatto che le
attività commerciali che sopravvissero avevano un valore
sostanziale sia per gli esportatori sia per gli im portatori52. E
per quanto riguarda l'incuria delle strade romane, essa era
dovuta al fatto che fossero in gran parte inutili.
L'affermazione secondo cui gli europei nel Medioevo non
ebbero discernimento o mezzi per sostenere il «maestoso» si-
stema stradale romano derivò da classicisti che, in realtà,
non verificarono mai uno dei molti esempi sopravvissuti o
mancavano talmente in esperienza pratica che non riuscirò-
no a notare limiti evidenti, come il fatto che le strade roma-
ne erano troppo strette per carri gran d i53 e, in molti punti,
troppo ripide e adatte solamente a un traffico pedonale. Inol-
tre, i romani non costruivano ponti, ma si affidavano a gua­
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 89

di che si potevano attraversare a piedi, spesso troppo


profondi e scoscesi per carri e carrozze54. Queste inadegua‫־‬
tezze esistevano perché runico scopo delle strade romane
era permettere ai soldati di marciare velocemente da una
parte all'altra dell'impero. Naturalmente, anche i civili le
percorrevano a piedi, così come gli animali e gli uomini in
carovane. Persino i soldati, però, preferivano, quando possi-
bile, camminare a lato della strada, dove procedevano o con-
ducevano le loro bestie anche coloro che si mettevano in
viaggio. Perché? Perché le strade romane erano spesso la-
stricate e, di conseguenza, dure per gambe e piedi quand'e-
rano asciutte e molto scivolose quand'erano bagnate. Strade
di quel tipo erano scomode per gli zoccoli di cavallo non fer-
rati e molto poco adatte a cavalli ferrati.
Si rammenti che, fino ai Secoli Bui, nessuno sapeva come
imbrigliare i cavalli in modo che potessero tirare carichi pe-
santi. L'introduzione del collare da cavallo non rivoluzionò
solamente l'agricoltura ma, associato a fondamentali innova-
zioni nella costruzione di carri, riuscì a rivoluzionare anche il
trasporto. Per lo spostamento di pesi i romani si limitavano a
usare buoi molto lenti, e, peggio ancora, i loro carri e carrozze
erano così rudimentali che raramente oggetti dal peso consi-
stente percorrevano lunghe distanze via terra. Si tenga poi in
considerazione che i carri dell'epoca romana non possedeva-
no freni, per cui erano estremamente pericolosi, tranne che su
superfici piane. E, ancora peggio, l'asse anteriore dei loro car-
ri a quattro ruote non girava: non riuscivano quindi a ruotare
i veicoli, ma nelle curve potevano solamente trascinarli55. An-
che in questo caso i classicisti ci hanno a lungo tratto in erro-
re, e forse nessuno più dello studioso tedesco dell'inizio del
XIX secolo, Johann Ginzrot, le cui precise «illustrazioni» sono
apparse in innumerevoli libri, dizionari dell'epoca classica ed
90 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

enciclopedie 56. Nella sua illustre opera Die Wagen und


Fahrwerke der Griechen und Romer (1817), Ginzrot pubblicò ta-
vole molto dettagliate dei carri di greci e romani e dei loro pia-
nali, disegnando anche una piattaforma girevole sorprenden-
temente moderna in grado di far girare l'asse anteriore, e un
eccellente sistema di freni. Sfortunatamente, i colti lettori di
Ginzrot ignoravano che l'autore avesse ammesso che si tratta-
va di disegni «come li ho immaginati, perché non ho trovato
da nessuna parte su antichi monumenti una raffigurazione
adatta»57. In effetti, la stragrande maggioranza degli artisti
dell'antichità non possedeva alcun senso della meccanica e i
loro disegni mostravano spesso ruote senz'assi o altri attacchi
al corpo del carro, buoi e cavalli che trainavano senza alcun fi-
nimento e altri errori evidenti. Quindi, le illustrazioni di Ginz-
rot non sono utili. Ci sono voluti un'attenta analisi testuale e
ritrovamenti archeologici per scoprire la verità a proposito di
carri e carrozze dell'antica Roma.
È chiaro, comunque, che solo nei Secoli Bui gli europei
svilupparono mezzi in grado di trasportare via terra a gran-
di distanze merci pesanti e ingombranti. Strade e ponti ven-
nero allora costruiti non solo da governanti e consigli muni-
cipali, ma anche da ordini religiosi, corporazioni di mercan-
ti e, letteralmente, da centinaia di benefattori privati58. Furo-
no anonimi inventori medievali a progettare carri con freni e
asse anteriore in grado di ruotare, e a creare finimenti con cui
impiegare numerosi cavalli da tiro per muovere i carri. Con
le loro grandi navi a fondo tondo, poi, gli europei divennero
in grado di affrontare l'Atlantico, percorrendo rotte di scam-
bio commerciale nuove e più economiche tra le città-stato
italiane e l'Inghilterra e l'Olanda.
Infine, fu l'uom o europeo del Medioevo a inventare fini-
menti e redini che permisero di allineare coppie di cavalli o
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 91

di buoi in lunghe colonne. Precedentemente, gli animali ve-


nivano solo affiancati, cosa che limitava molto il numero uti-
lizzabile. È, ad esempio, impensabile affiancare cinquanta-
due buoi, ma nell'XI secolo, per muovere grandi blocchi di
marmo durante la costruzione dell'alta cattedrale del villag-
gio francese di Conques, gli «ignoranti» europei dei Secoli
Bui riuscirono nell'impresa, imbrigliando gli animali in una
colonna di ventisei coppie59.

Progresso culturale

Se possiamo scusare Voltaire, Gibbon e altri illuministi


per non essere stati a conoscenza delle conquiste ingegneri-
stiche e delle innovazioni agricole o commerciali, di certo li
dobbiamo giudicare severamente per aver ignorato o smi-
nuito le notevoli conquiste culturali dell'Europa medievale.

Musica: I greci e i romani suonavano e cantavano musica


monodica, cioè un singolo rigo musicale cantato e suonato da
tutte le voci e gli strumenti. Furono i musicisti medievali a in-
ventare la polifonia, il suono simultaneo di due o più righi
musicali, e quindi le armonie. N on si sa esattamente quando
avvenne, ma era già cosa ben nota al momento della pubbli-
cazione di u n manuale intorno al 900 60. Per di più, fu duran-
te i Secoli Bui che furono perfezionati quegli strumenti che
avevano bisogno di sfruttare appieno l'armonia, tra cui orga-
no, clavicordo, clavicembalo, violino e contrabbasso. Infine,
nel X secolo circa, fu inventato e reso popolare un sistema di
notazione adeguato che permise ai suonatori di eseguire ac-
curatamente musiche che non avevano mai sentito prima.
92 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Arte : La notevole epoca artistica che emerse nell'Europa


dell'XI secolo viene infelicemente denominata romanica, no-
nostante differisse abbastanza da tutta la produzione artisti-
ca dei romani. Il nome fu imposto da professori del XIX se-
colo, i quali insegnavano che l'Europa si era ripresa dai Se-
coli Bui solo facendo ritorno alla cultura romana. Quindi, que-
sta non poteva che essere un'epoca di cattive imitazioni di
cose romane. Oggi, però, gli storici dell'arte riconoscono co-
me l'architettura, la scultura e la pittura romanica fossero
originali e potenti in modi che nulla avevano in comune con
l'arte dell'antica R om a61. Nel XII secolo, poi, al periodo ro-
manico seguì quello gotico, ancora più originale e straordi-
nario. Sembra incredibile, ma i critici deH'Illuminismo di-
sprezzarono l'architettura e la pittura gotica perché non era
conforme ai «canoni della Grecia e della Roma classiche: "Sia
maledetto chi l'inventò"»62. Gli stessi critici ritennero, erro-
neamente, che lo stile derivasse dai «barbari» Goti, da cui il
nome. Come è noto a tutti coloro che hanno visitato una del-
le grandi cattedrali gotiche d'Europa, il loro giudizio artisti-
co non fu migliore della loro conoscenza storica, per non
parlare della noncuranza per le invenzioni architettoniche,
compreso l'arco ram pante con cui, per la prim a volta, si po-
terono costruire edifici molto alti con m uri sottili e finestre
grandi che portarono a notevoli conquiste nella realizzazio-
ne delle vetrate. Infine, gli artisti dell'Europa settentrionale
del XIII secolo furono i prim i a utilizzare la pittura a olio e a
eseguire le loro opere su tela invece che su legno o gesso. Ciò
«permise al pittore di avere più tempo a disposizione, di
usare pennelli dalla delicatezza straordinaria, [e] di ottenere
effetti [...] che sembravano vicini al miracolo»63. Chi crede
che la grande pittura abbia avuto inizio nel Rinascimento
italiano, dovrebbe esaminare l'opera dei Van Eyck. Lo stesso
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 93

vale per chi pensa che il millennio successivo alla caduta di


Roma sia stato un vuoto artistico, o peggio.

Letteratura: Gibbon scrisse Declino e caduta dell'Impero Ro-


mano in inglese, non in latino. Voltaire scrisse esclusivamen-
te in francese, Cervantes in spagnolo, Machiavelli e Leonar-
do in italiano. Questo fu possibile solamente perché giganti
del Medioevo come Dante o Chaucer, gli anonimi autori del-
le chansons de geste e i monaci che, a partire dal IX secolo si
dedicarono a scrivere le vite dei santi in francese, diedero a
queste lingue una forma letteraria64. In questo modo, venne
norm ata e divulgata la prosa in lingua volgare. Ecco quanto
riuscirono a fare l'analfabetismo e l'ignoranza dei Secoli Bui.

Istruzione: Quando, nel XII secolo, venne fondata dalla


Chiesa, l'università era qualcosa di completamente nuovo,
un'istituzione dedicata esclusivamente all'istruzione superio-
re. Quest'invenzione cristiana era abbastanza diversa dalle
accademie cinesi per l'addestramento dei mandarini o dalle
scuole dei maestri Zen. Innanzitutto, le nuove università non
si occupavano di insegnare la saggezza ricevuta. Piuttosto,
come accade oggi, la facoltà acquistava fama attraverso le in-
novazioni che introduceva. Quindi, i professori delle univer-
sità medievali rivolgevano la loro attenzione principalmente
alla ricerca della conoscenza. Le università non furono istitu-
zioni fondate per ripetere le conoscenze ricevute dai greci, ma
assolutamente pronte a criticare e correggere gli antichi65.
Le prim e due università sorsero a Parigi e Bologna alla
metà del XII secolo. Poi, intorno al 1200, furono fondate
quelle di Oxford e Cambridge, seguite da una marea di nuo-
ve istituzioni nel XIII secolo: Tolosa, Orléans, Napoli, Sala-
manca, Siviglia, Lisbona, Grenoble, Padova, Roma, Perugia,
94 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Pisa, Modena, Firenze, Praga, Cracovia, Vienna, Heidelberg,


Colonia, Ofen, Erfurt, Lipsia e Rostock. È diffusa l'erronea
credenza che queste non fossero vere università, m a solo
gruppi di tre o quattro insegnanti e qualche decina di stu-
denti. Invece, all'inizio del XIII secolo, Parigi, Bologna,
Oxford e Tolosa vantavano dai 1000 ai 1500 studenti ciascu-
na; l'Università di Parigi immatricolava ogni anno approssi-
mativamente 500 studenti. Per quanto riguarda poi la loro
qualità, la scienza nacque proprio in queste prime univer-
sità. Si tenga presente che si trattava di istituzioni profonda-
mente cristiane: tutti gli appartenenti alle facoltà facevano
parte di ordini religiosi e, di conseguenza, si può dire lo stes-
so per la maggior parte dei prim i scienziati.

Scienza: Per generazioni, gli storici sostennero che nel XVI


secolo Niccolò Copernico diede inizio alla rivoluzione scien-
tifica quando propose un sistema solare eliocentrico. Si trat-
tava però di un'evoluzione, non di una rivoluzione66. Coper-
nico fece semplicemente il successivo, implicito, passo nella
cosmologia del suo tem po e, come il fiorire stesso della
scienza in quell'epoca, non fu altro che il culmine del gra-
duale progresso innescato nei secoli precedenti. Per ricapito-
lare brevemente questa progressione che ha condotto al si-
stema solare eliocentrico, è meglio partire dai greci, i quali
credevano che il vuoto fosse impossibile e che, quindi, lo
spazio fosse pieno di m ateria trasparente. In questo contesto,
i corpi celesti dovevano superare l'attrito per poter restare in
movimento, cosa che, a sua volta, richiedeva la continua ap-
plicazione di una forza. Alcuni spiegavano questa forza con-
cependo i corpi celesti come divinità in movimento. Altri po-
stulavano l'esistenza di esseri soprannaturali con il compito
di spingere in avanti ciascuna sfera celeste.
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 95

Questa spinta non fu però più necessaria quando Gio-


vanni Buridano (1290 ca.-1358), rettore dell'Università di Pa-
rigi, anticipò la prim a legge del moto di Newton, sostenen-
do che lo spazio fosse un vuoto e che quando Dio mise in
moto i corpi celesti («impresse a ciascuno un impetus») i lo-
ro impeti «non s'indebolivano né si corrompevano, non es-
sendo nei corpi celesti inclinazione ad altri moti, né essendo
in essi una resistenza corruttiva o repressive di quell'impe-
to»67. Buridano suggerì inoltre un ulteriore passaggio verso
il modello di Copernico: la rotazione della Terra sul proprio
asse. Il concetto fu poi completato da un successivo rettore
dell'Università di Parigi: Nicola d'Oresme (1325 ca.-1382), il
più brillante scienziato della Scolastica. Il suo fu un contri-
buto eminentemente matematico e fornì un elevato modello
per i successivi studi sulla meccanica e l'astronomia. Nel cor-
so dei secoli, a molte persone era venuto il dubbio che fosse
la Terra a girare intorno al Sole e non il contrario. Venivano
però sempre opposte due obiezioni. Perché non c'era un
vento forte e costante proveniente da est causato dalla rota-
zione della Terra in quella direzione? E perché una freccia
scoccata diritta verso il cielo non cadeva molto dietro (o da-
vanti) a colui che la scoccava? Dal momento che questo non
si verificava e le frecce ricadevano diritte, se ne dedusse che
la Terra non girava. Oresme superò entrambe le obiezioni.
Non soffia vento da est perché il movimento della Terra è
impartito a tutti gli oggetti sulla Terra o prossimi a essa, in-
elusa l'atmosfera. Ciò offre una risposta anche alla seconda
obiezione: frecce scoccate in aria non possiedono solamente
una spinta verticale imposta loro dall'arco; hanno anche un
moto orizzontale conferito loro dalla Terra che gira. Poi fu la
volta del vescovo Nicola Cusano (1401-1464), il quale so-
stenne «che un uom o che si trovi sulla Terra, o sul Sole, o su
96 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

qualche altra stella, crederà sempre che la posizione che oc-


cupa è il centro immoto, e che tutte le altre cose sono in mo-
vimento». Ne conseguiva che gli uomini non dovessero fi-
darsi del fatto che percepivano la Terra come ferma; forse
non lo era. Su queste basi non fu certo un salto nel buio so-
stenere che la Terra ruotava intorno al Sole.
Tutto queste teorie formulate durante i Secoli Bui erano ben
note a Copernico, che non era un canonico della Chiesa isola-
to in una zona remota della Polonia, come spesso viene de-
scritto, ma uno degli uomini più colti della sua generazione,
formatosi presso le Università di Cracovia, Bologna (probabil-
mente la migliore università d'Europa), Padova e Ferrara.
Nei cosiddetti Secoli Bui il progresso fu tale che, non più
tardi del XIII secolo, l'Europa si era spinta ben oltre Roma, la
Grecia e il resto del m ondo68. Perché? Principalmente perché
il cristianesimo insegnava che il progresso era «normale» e
che «nuove invenzioni sarebbero sempre state prossim e»69.
Questa era l'idea rivoluzionaria. E la fiducia nel progresso
non si limitava solamente alla tecnologia e alla cultura più
elevata. L'uomo medievale europeo era altrettanto incline a
sviluppare modi migliori per fare le cose.

L'invenzione del capitalismo

Il capitalismo non fu inventato in un ufficio commerciale


veneziano e neanche in una banca protestante olandese. Si
evolvette a partire dal IX secolo grazie a monaci cristiani che,
nonostante avessero abbandonato le cose di questo mondo,
cercarono ugualmente di salvaguardare la sicurezza econo-
mica delle loro proprietà monastiche. Persino più rilevante è
il fatto che, insieme allo sviluppo del capitalismo, questi pii
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 97

cristiani ritennero necessario riformulare i fondamenti della


dottrina per far sì che la loro fede fosse compatibile con il prò-
gresso economico. Prima di affrontare queste questioni, però,
bisogna definire in modo preciso cosa sia il capitalismo.

Il capitalismo
Sul capitalismo si sono scritte diverse migliaia di libri, ma
pochissimi autori spiegano il significato del termine. Questo
non vuol dire che non sia necessario definirlo70, ma che è
molto difficile farlo perché il capitalismo non ha avuto origi-
ne in riferimento a un concetto economico. Infatti, il nome
nasce come termine peggiorativo usato per la prim a volta
nel XIX secolo dalla sinistra per condannare ricchezza e pri-
vilegi. Adattare il termine a un'analisi seria è un po' come
cercare di estrapolare un concetto sociale scientifico dall'e-
spressione «maiale reazionario»71. Nessuno meglio di Fer-
nand B raudel72 si è occupato dello sviluppo del concetto di
capitalismo e dei suoi significati inafferrabili. Il termine «ca-
pitale» apparve nel XIV secolo per indicare fondi che potevano
portare reddito, invece di avere semplicemente valore di con-
sumo. Quindi, all'inizio il termine «capitalismo» si riferiva
all'uso della ricchezza (o del denaro) per guadagnare ricchez-
za (o denaro). In altre parole, la parola «capitalismo» impli-
cava l'utilizzo della ricchezza per procurarsi del reddito, con
l'intenzione di non ridurne il valore iniziale, come nel caso
del denaro prestato a interesse. Si tratta di un investimento,
ossia di mettere sistematicamente a rischio la ricchezza alla
ricerca di guadagno, il che differenzia il capitalista da coloro
che estorcono la propria ricchezza solo attraverso i canoni
d'affitto, le tasse, le conquiste o il brigantaggio. Ma, oltre a
investire il loro denaro, di solito i capitalisti hanno u n ruolo
più attivo nelle loro imprese rispetto ai puri investitori come
98 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

quelli che prestano denaro. Questo significa che i capitalisti


tendono a investire in attività produttive per mezzo delle qua-
li si crea nuova ricchezza. Per di più, il capitale (o la ricchez-
za) non si riferisce solamente al denaro e questo è il motivo
per cui alcuni preferiscono usare il termine «beni capitali».
Fabbriche, terreni, navi, miniere, magazzini sono tutti evi-
denti beni capitali. Allo stesso modo, per un contadino costi-
tuiscono beni capitali un appezzamento di terra, gli stru-
menti agricoli e un bue, perché possono essere utilizzati per
creare nuova ricchezza (ad esempio il cibo). Lo stesso si può
dire della spada o della clava del cacciatore dell'Età della
Pietra o del cestino di sua moglie quando andava a racco-
gliere cibo. Per cui, se non si vuole considerare capitalismo
qualsiasi attività economica svolta dall'uomo, la definizione
va ristretta. Il termine «capitalismo» implica un certo grado
di gestione, di supervisione delle attività (contrariamente al
semplice svolgimento); queste attività implicano complessità,
durata e pianificazione commerciale, oltre a un certo grado di
autonomia nella selezione delle opportunità e nella direzione
delle attività. Persino dopo aver evidenziato questi diversi
aspetti del capitalismo, Braudel sceglie di non vincolarsi a
un'esplicita definizione del termine.
Anche se sono ben conscio del fatto che forse sarebbe
una buona strategia lasciare che fosse il lettore a dare il prò-
prio significato di capitalismo, mi sembra irresponsabile
basare un'analisi estesa su un term ine privo di definizione.
Perciò: Capitalismo è un sistema economico in cui società di prò-
prietà privata, relativamente ben organizzate e stabili svolgono
attività commerciali complesse all'interno di un mercato relati-
vamente libero (non regolato), con un approccio sistematico e a
lungo termine all'investimento e al reinvestimento della ricchez-
za (direttamente 0 indirettamente) in attività produttive che
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 99

coinvolgono l'assunzione di forza lavoro e sono guidate da rendi-


menti anticipati e reali. L'espressione «attività commerciali
complesse» presuppone l'utilizzo del credito, un certo gra-
do di diversificazione e scarso interesse nelle transazioni
dirette tra produttore e consumatore. Il term ine «sistemati-
co» implica, invece, adeguate pratiche di contabilità. Gli in-
vestim enti «indiretti» estendono la definizione anche a
banchieri e azionisti passivi. La definizione esclude però
quelle im prese a rischio in cerca di guadagno, create per at-
tività a breve termine, come ad esempio viaggi di navi cor-
sare commissionati da un nobile, o singoli convogli com-
merciali. Esclude, inoltre, le attività commerciali intraprese
direttam ente dallo Stato o da esso am piam ente controllate,
come il commercio estero nella Cina antica o le tasse agri-
cole nell'Europa medievale. Restano fuori dalla definizione
anche le im prese che si fondano su m anodopera costretta a
lavorare, come le attività dell'antica Roma in cui lavorava-
no schiavi. Più di ogni altra cosa poi, non sono incluse le
transazioni commerciali semplici, cioè quegli scambi fatti
di acquisto e vendita di prodotti che hanno continuato a
esistere tra mercanti, commercianti e produttori di beni nei
secoli e nel m ondo intero.
Coerentemente a questa definizione, tutti coloro che seri-
vono di capitalismo (che definiscano il termine oppure no)
riconoscono che esso dipende da mercati liberi, solidi diritti
di proprietà e una m anodopera libera (non costretta a lavo-
rare)73. Il mercato libero è necessario perché le imprese pos-
sano avere accesso a nuove opportunità, cosa invece preclu-
sa nei mercati chiusi o ampiamente regolati dallo stato. Solo
se i diritti di proprietà vengono assicurati, le persone inve-
stono per ottenere maggiori guadagni, invece di nascondere,
conservare o consumare la propria ricchezza. La m anodope­
100 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

ra non forzata è necessaria perché in tal modo le imprese


possono attrarre lavoratori motivati o licenziarli a seconda
delle condizioni del mercato. La m anodopera coatta non so-
lo manca di motivazione, ma può anche essere difficile da
trovare o da licenziare. La capacità di stimolare il lavoro e il
sistematico reinvestimento dei profitti spiegano l'immensa
produttività del capitalismo, proprio come avevano osserva-
to più di un secolo fa Weber e Marx.

L'ascesa del capitalismo religioso


La Bibbia condanna spesso l'avidità e la ricchezza - «L'at-
taccamento al denaro è infatti la radice di tutti i mali»74- ma
non condanna direttamente il commercio o i mercanti. Tut-
tavia, molti dei primissimi padri della Chiesa condividevano
l'opinione prevalente nel m ondo greco-romano secondo la
quale il commercio era un'attività degradante che comporta-
va un grande rischio morale: è difficile evitare di peccare nel
corso dell'attività di com pravendita75. Poco dopo la conver-
sione di Costantino (312 d.C.), però, la Chiesa smise di esse-
re dom inata dagli asceti e l'atteggiamento nei confronti del
commercio cominciò ad ammorbidirsi, portando sant'Ago-
stino a insegnare che il male non era insito in esso, ma, come
per ogni altra occupazione, era l'individuo a doverlo prati-
care in modo retto76.
Sant'Agostino consigliò, inoltre, che il prezzo non fosse
semplicemente determinato in funzione dei costi del vendi-
tore, ma anche del desiderio di chi compra l'articolo vendu-
to. In questo modo, Agostino legittimò non solo i mercanti,
ma anche il futuro profondo coinvolgimento della Chiesa
nella nascita del capitalismo77, quando, nel IX secolo circa, ne
apparvero le prime forme nelle grandi proprietà apparte-
nenti agli ordini monastici. Grazie a importanti innovazioni,
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 101

come il passaggio dai buoi ai cavalli, l'introduzione dell'ara-


tro pesante con versoio e il sistema di rotazione a tre campi,
la produttività agricola era aumentata enormemente, per cui
le proprietà monastiche non si limitarono più a un'agricoltu-
ra di sussistenza. Al contrario, cominciarono a specializzarsi
in particolari colture o prodotti e a venderli traendone un
profitto che perm etteva loro d'acquistare beni per altri biso-
gni. Un sistema che diede inizio a un'economia fondata sul
denaro contante. Inoltre, iniziarono a reinvestire i propri
guadagni per aumentare la capacità produttiva e, dal mo-
mento che il loro patrimonio continuava a crescere, molti
monasteri divennero banche che concedevano prestiti alla
nobiltà. Come osservò Randall Collins, non si trattava sem-
plicemente di una sorta di proto-capitalismo con solo le
«precondizioni istituzionali per il capitalismo, [...] ma una
versione delle caratteristiche sviluppate dal capitalismo stes-
so» 78. Collins lo definisce «capitalismo religioso» 79, aggiun-
gendo che «il dinamismo dell'economia medievale era prin-
cipalmente quello della Chiesa» 80.
Nel Medioevo, la Chiesa era di gran lunga la maggiore
proprietaria terriera in Europa; le sue disponibilità liquide e
le rendite annuali non superavano solo quelle del re più rie-
co, ma probabilmente anche quelle di tutta la nobiltà messa
insiem e81. Una parte sostanziosa di questa ricchezza fluiva
nelle casse degli ordini religiosi, per lo più come pagamenti
e donazioni in cambio di servizi liturgici; Enrico VII d'In-
ghilterra pagò perché venissero celebrate 10.000 messe per la
sua anim a82. Oltre a ricevere molte donazioni di terreni, la
maggior parte degli ordini reinvestiva la ricchezza nell'ac-
quisto o nel recupero di altra terra, dando così inizio a un'e-
ra di rapida crescita che spesso ebbe come risultato un in-
gente patrimonio fondiario sparso su aree estese. Anche se
102 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

l'enorme centro monastico di Cluny, che probabilmente nel-


l'XI secolo possedeva un migliaio di priorie, li rendeva pie-
coli al suo confronto, molti monasteri avevano fondato cin-
quanta o più distaccam enti83. Nel XII secolo, sotto la guida di
san Bernardo di Chiaravalle, i cistercensi protestarono con-
tro l'eccessiva ricchezza di Cluny ma, essendo ben organiz-
zati e parsimoniosi, anche loro accumularono alcune delle
maggiori proprietà in Europa; molte tenute cistercensi colti-
vavano 40.000 ettari di terreni e ve n'era una in Ungheria che
ne possedeva per un totale di 100.000 ettari 84. Oltre che gra-
zie a donazioni, la maggior parte di questa crescita venne ot-
tenuta tramite l'aggiunta di terreni precedentemente incolti,
il disboscamento delle foreste e la bonifica di aree sommer-
se. I monaci del monastero di Les Dunes, ad esempio, recu-
perarono circa 10.000 ettari di campi fertili dalle paludi lun-
go la costa delle Fiandre85.
Questo periodo di grande espansione era motivato in par-
te dall'aum ento della popolazione86 e, ancora di più, dalla
crescita della produttività. Fino a questo momento storico, le
tenute erano per lo più autosufficienti: vi venivano prodotti
cibo, bevande e combustibile, si fabbricava il panno e si con-
ciavano le pelli, vi si trovava anche un'officina per il fabbro
e spesso persino un laboratorio di terraglie. Ma, con il gran-
de aumento di produttività, arrivarono anche la specializza-
zione e il commercio. In questo modo, alcune proprietà co-
minciarono a produrre solamente vino, altre si specializza-
rono nella semina di diversi tipi di colture, altre ancora nel-
l'allevamento dei bovini e ovini. I cistercensi di Fossanova,
ad esempio, si specializzarono nell'allevamento dei cavalli87.
Nel frattempo, il rapido incremento di eccedenze agricole in-
coraggio la fondazione e lo sviluppo di cittadine e città. An-
zi, molti degli stessi centri m onastici divennero città.
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 103

Nell'820, scrivendo a proposito del grande monastero di San


Gallo in Svizzera, Christopher Dawson osservava: «Non si
tratta più della semplice comunità religiosa, prevista dal-
l'antica regola monastica, ma di un vasto complesso di edifi-
ci: chiese, officine, magazzini, uffici, scuole, ospizi destinati
ad alloggiare un'intera popolazione di dipendenti, di operai
e di servi, alla stregua delle città-tempio dell'antichità» m.
Q uando le tenute si trasformarono in piccole città che so-
stenevano diversi distaccamenti sparsi, e quando si specializ-
zarono e divennero dipendenti dal commercio, allora furono
introdotti tre importanti fattori di progresso. Per prim a cosa
si sviluppò un 'amministrazione più sofisticata e lungimirante.
Nelle proprietà monastiche la cosa venne facilitata dal fatto
che, a differenza di quanto accadeva per la nobiltà, le loro at-
tività non erano soggette ai capricci di chi ne aveva ereditato
il comando. L'essenziale meritocrazia su cui si basavano gli
ordini assicurava il susseguirsi di amministratori scrupolosi e
di talento, in grado di seguire piani a lungo termine. Come
scrisse Georges Duby, la nuova era obbligò gli «amministra-
tori dell'abbazia a volgere la loro attenzione aH'economia do-
mestica, a contare, a maneggiare cifre, a calcolare profitti e
perdite, a riflettere su come espandere la produzione» 89.
Un secondo fattore di sviluppo era connesso alla specia-
lizzazione, che comportò uno spostamento da un'economia
di baratto all'economia del denaro. Era semplicemente troppo
complicato e scomodo che una tenuta in cui si produceva vi-
no, ad esempio, lo barattasse con altri beni, dovendo così tra-
sportare le merci continuamente. Si rivelò molto più effi-
ciente vendere il proprio vino in cambio di denaro, per poi
acquistare ciò di cui si aveva bisogno da fonti più conve-
nienti ed economiche. A cominciare dalla fine del IX secolo
si diffuse rapidam ente l'uso del denaro. Forse, furono i mo­
104 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

naci di Lucca i prim i ad adottare un'economia di questo ti-


po; comunque, essa era già consolidata in tutta Europa
quando, nel 1247, un cronista francescano scrisse a proposi-
to della tenuta del suo ordine in Borgogna che i monaci «non
seminano né mietono, e non conservano nulla nei granai, ma
spediscono vino a Parigi, perché sono vicini a un fiume che
giunge fino a lì, e lo vendono a un buon prezzo con cui ac-
quistano tutto il cibo e tutti gli abiti che indossano» 90. Le te-
nute dell'epoca greco-romana (o di altre zone del mondo)
avevano una produzione completamente o principalm ente
di sussistenza, ben lontana dal poter fornire ai loro ricchi
proprietari terrieri rendite in forma di sovrapproduzione
agricola. Per di più, erano talmente poco produttive che per
vivere nel lusso una famiglia ricca aveva bisogno di grandi
tenute. Al contrario, il capitalismo sin dagli albori portò rie-
chezze immense agli ordini che avevano terreni e greggi
modesti.
Il terzo fattore di progresso introdotto fu il credito. Il ba-
ratto non si presta al credito - nel concludere un affare con-
cordando un futuro pagamento di 300 polli, si può facilmen-
te discutere sul valore del pollame dovuto: devono essere
galline vecchie, galli o pollastre? Invece, il significato preciso
del dovere a qualcuno 50 grammi d'oro è indubbio. In que-
sto modo, le grandi proprietà ecclesiastiche, sempre più rie-
che, oltre a trasmettersi l'u n l'altra crediti monetari iniziaro-
no a prestare soldi con interessi, come fecero anche alcuni ve-
scovi. Nell'XI e nel XII secolo, Cluny prestò a vari nobili bor-
gognoni ingenti somme di denaro con interessi91. Nel 1071, il
vescovo di Liegi prestò alla contessa delle Fiandre l'incredi-
bile somma di 100 sterline d'oro e 175 marchi d'argento, e
successivamente, di 1300 marchi d'argento e 3 marchi d'oro
al duca della Bassa Lorena. Nel 1044, il vescovo di Worms
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 105

prestò all'imperatore Enrico III 20 sterline d'oro e una gran-


de (non specificata) quantità d'argento. Si trovano poi nu-
merosi esempi simili a quelli appena citati; dai documenti
giunti sino a noi risulta che in quell'epoca storica vescovi e
monasteri erano le normali fonti di prestito alla nobiltà92. Nel
XII secolo i prestiti monastici presero la forma di ipoteche o
mort-gage (dal francese medievale, «garanzia sulla morte»): il
debitore impegnava la terra come garanzia e il creditore rac-
coglieva, nel periodo del prestito, tutte le rendite provenien-
ti da quel terreno senza dedurle dalla cifra dovuta. Spesso
con questa pratica si finiva per aggiungere terreni alle prò-
prietà del monastero, perché i monaci non esitavano troppo
a pignorarli93.
Ma, i monaci non si fermarono all'investimento fondiario
e al prestito dei loro traboccanti tesori. Cominciarono ad ab-
bandonare i campi, le vigne e i granai per ritirarsi e dedicar-
si al «lavoro» liturgico, celebrando infinite messe a paga-
mento per le anime in purgatorio e per i benefattori viventi
che desideravano migliorare la loro condizione nell'aldilà.
Ormai godevano di agi e lussi. I monaci di Cluny «riceveva-
no cibo abbondante e scelto. Il loro guardaroba era rinnova-
to ogni anno. Il lavoro manuale prescritto dalla regola [di san
Benedetto] era ridotto a compiti di cucina del tutto simboli-
ci. I monaci vivevano come signori» 94. Lo stesso avveniva in
altri conventi. Ed era possibile perché i grandi monasteri co-
minciarono a utilizzare una forza lavoro assunta, certamente
più produttiva dei monaci stessi95, ma anche più degli affit-
tuari ai quali venivano richiesti periodi di lavoro obbligato-
rio. Anzi, da molto tem po questi affittuari assolvevano ai lo-
ro obblighi lavorativi tramite pagam enti in denaro96. Così,
con lo sviluppo del capitalismo religioso, i monaci conti-
nuavano a svolgere il proprio dovere devotam ente ma, tran­
106 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

ne quelli che erano impegnati nella liturgia, ora lavoravano


come responsabili e sovrintendenti. I monasteri medievali
divennero simili a imprese straordinariam ente moderne:
ben amm inistrate e pronte ad adottare gli ultimi ritrovati
tecnologici 97.

Le virtù del lavoro e della frugalità


Nelle società tradizionali, non solo le élite, ma anche co-
loro che trascorrevano i propri giorni a lavorare duramente
celebravano il consumo e condannavano il lavoro. Nella Ro-
ma antica, come in qualsiasi altra società precapitalistica,
erano inconcepibili concetti come la dignità e la virtù del la-
voro. Piuttosto, visto che lo scopo della ricchezza è spendere
denaro, l'approccio preferito al lavoro era quello di avere
qualcuno che lo svolgesse al proprio posto oppure, se questo
non era possibile, di fare il minimo indispensabile. In Cina,
ad esempio, i m andarini si facevano crescere le unghie delle
mani fin quanto potevano (indossando persino protezioni
d'argento per evitare che si rompessero) perché fosse chiaro
che non lavoravano. Al contrario, il capitalismo sembra ri-
chiedere e incoraggiare u n atteggiamento notevolmente di-
verso verso il lavoro, ne vede l'intrinseco valore e riconosce
la virtù insita nella limitazione dei consumi. Naturalmente,
secondo Max Weber questa è l'etica protestante, così defini-
ta perché la credeva assente nella cultura cattolica. Ma We-
ber si sbagliava.
La nascita del capitalismo fu accompagnata dalla fede nel-
le virtù del lavoro e della vita frugale, ma accadde secoli pri-
ma della nascita di M artin Lutero98. Nonostante il fatto che
molti (forse persino la maggior parte) dei monaci e delle suo-
re provenissero dalla nobiltà e dalle famiglie più ricche99, es-
si onorarono il lavoro non solo in termini teologici, m a svol­
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 107

gendolo realmente. Stando alle parole di Randall Collins,


«possedevano l'etica protestante senza il protestantesimo» 100.
Fu san Benedetto nel VI secolo a rendere manifesto il va-
lore del lavoro con il suo famoso precetto: «L'ozio è nemico
dell'anima, e perciò i fratelli in determinate ore devono esse-
re occupati in lavori manuali, in altre nella lettura divina. [...]
Perché è proprio allora che essi sono veramente monaci,
quando vivono del lavoro delle proprie mani, come fecero i
nostri padri e gli apostoli»101. Nel XIV secolo poi, Walter Hil-
ton, agostiniano inglese, affermò: «La disciplina nella vita
terrena ci prepara all'esercizio spirituale» 102. Quindi, l'impe-
gno in lavori manuali distinse l'ascetismo cristiano da quello
delle altre grandi culture religiose, nelle quali la devozione è
associata al rifiuto del mondo e delle sue attività. Diversa-
mente dai religiosi orientali, ad esempio, che si specializzano
nella meditazione e vivono di elemosina, i monaci cristiani
del Medioevo vivevano del proprio lavoro, gestendo prò-
prietà altamente produttive. Così, non solo si evitò che «lo
zelo ascetico si cristallizzasse in una fuga dal m ondo»103 ma
fu alimentato un sano interesse per gli affari economici. An-
che se è sbagliata la tesi sull'etica protestante, è assoluta-
mente legittimo collegare il capitalismo a un'etica cristiana.
A cominciare dal IX secolo circa, accadde quindi che le
proprietà monastiche in espansione cominciarono ad asso-
migliare a «società [...] ben organizzate e stabili» che «svol-
gono attività commerciali complesse all'interno di u n mer-
cato relativamente libero (non regolato) [...] con l'investi-
mento [...] in attività produttive che coinvolgono l'assun-
zione di forza lavoro e sono guidate da rendim enti antici-
pati e reali». Se questo non era capitalismo in tutto e per tut-
to, certamente gli si avvicinava abbastanza. Inoltre, le atti-
vità economiche dei grandi ordini religiosi spinsero i teoio-
108 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

gi cristiani a ripensare alle loro dottrine su profitto e inte-


resse. Certo, sant'Agostino aveva approvato il profitto, ma
esistevano dei limiti morali ai margini di guadagno? La Bib-
bia condannava l'usura e, se l'interesse era proibito, com'e-
ra possibile comprare a credito o prendere in prestito il de-
naro di cui si aveva bisogno?

Capitalismo e progresso teologico

La teologia cristiana non si è mai cristallizzata. Se Dio


aveva voluto che l'uom o potesse comprendere le Sacre Scrit-
ture in m odo sempre più adeguato m an mano che acquisiva
conoscenza ed esperienza, allora la continua rivalutazione di
dottrine e interpretazioni era autorizzata. Ed è andata così.

Iniziale opposizione cristiana agli interessi e ai profitti


Nei secoli XII e XIII, i teologi cattolici, compreso san Tom-
maso d'Aquino, dichiararono la legittimità morale dei prò-
fitti e, pur aderendo formalmente alla lunga tradizione di
opposizione all'usura, gli stessi teologi giustificarono il pa-
gamento di interessi. In questo modo, molti secoli prim a del-
l'avvento del protestantesimo la Chiesa cattolica si riconciliò
con il prim o capitalismo.
Il cristianesimo aveva ereditato l'opposizione al prestito
con interessi (usura) dagli ebrei. Il Deuteronomio 23,20-21
mette in guardia: «Non farai al tuo fratello prestiti a interes-
se, né di denaro, né di viveri, né di qualunque cosa che si
presta a interesse. Allo straniero potrai prestare a interesse,
ma non al tuo fratello».
Il fatto che si potessero far pagare interessi agli stranieri
spiega il ruolo di prestatori di denaro svolto dagli ebrei nel­
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 109

le società cristiane, a volte imposto loro da cristiani che ne-


cessitavano di denaro. (Ne conseguì anche che, cosa solita-
mente ignorata dagli storici, i cristiani medievali che aveva-
no denaro da prestare spesso si fingessero ebrei.)104
Naturalmente, la proibizione presente nel Deuteronomio
non necessariamente vietava ai cristiani di far pagare inte-
ressi, dal momento che non erano fratelli israeliti. Le parole
di Gesù in Luca 6,34-35 furono però interpretate come una
proibizione: «E se prestate a coloro da cui sperate ricevere,
che merito avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai
peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri ne-
mici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla».
L'interesse applicato al denaro dato in prestito venne così
definito peccato d'usura e in linea di principio fu ampia-
mente condannato, anche se nella pratica venne per lo più
ignorato. Di fatto, come già osservato, dalla fine del IX seco-
lo alcune delle grandi case religiose si avventurarono in atti-
vità bancarie, e i vescovi divennero secondi solo alla nobiltà
nel far affidamento sul denaro preso in prestito. Oltre a ri-
correre al denaro messo a disposizione da ordini monastici,
molti vescovi, infatti, si garantivano crediti da banche priva-
te italiane che godevano della piena approvazione del Vati-
cano. Per questo quando, nel 1229, il vescovo di Limerick
non riuscì a ripagare completamente un prestito a una ban-
ca romana, venne scomunicato dal papa finché non raggiun-
se un nuovo accordo per il quale pagò un interesse del 50%
in ottant'anni105. Il bisogno di prestiti era spesso così grande
e diffuso che le banche italiane aprirono filiali in tutto il con-
finente. Nel 1231 esistevano 69 banche italiane con sedi in In-
ghilterra e quasi lo stesso num ero in Irlanda. Per quanto
molti vescovi, ordini monastici e persino le gerarchie di Ro-
ma ignorassero la proibizione, l'opposizione teologica verso
110 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

l'usura persisteva. Durante il Concilio Laterano II, nel 1139,


la Chiesa «dichiarò l'usuraio non pentito condannato secon-
do l'Antico e il Nuovo Testamento e, per ciò stesso, indegno
dei conforti ecclesiastici e di funerali cristiani» 106. Tuttavia, vi
sono documenti che dimostrano «che nel 1215 presso la cor-
te papale c'erano usurai dai quali prelati bisognosi potevano
ottenere un prestito» 107.
Molti dei maggiori ordini monastici cristiani continuaro-
no a massimizzare i profitti e a prestare denaro a qualsiasi
tasso d'interesse sostenibile dal mercato, divenendo così og-
getto di una serie continua di condanne da parte del clero
più tradizionale che li accusava di peccare d'avarizia. Che
cosa si poteva fare?

La teologia del giusto prezzo e dell'interesse legittimo


Ovviamente, non ci si può aspettare che la gente regali i
frutti del proprio lavoro, ma esiste un limite a quanto si do-
vrebbero far pagare? Come si può essere certi che il prezzo
che si chiede non sia peccaminosamente alto?
Nel XIII secolo, in un suo scritto, Alberto Magno suggerì
che il «giusto prezzo» fosse semplicemente ciò che «la merce
vale secondo la stima del mercato nel momento della vendi-
ta» 106. Ciò significa che u n prezzo è giusto se corrisponde a
quanto sono disposti a pagare gli acquirenti senza esservi co-
stretti. Persino Adam Smith non avrebbe trovato errori nella
definizione. Riprendendo il suo maestro, ma ampliando il
discorso, san Tommaso d'A quino formulò la sua analisi del
giusto prezzo chiedendosi «se sia possibile che un uomo
possa legalmente vendere qualcosa per un prezzo maggiore
di ciò che vale» 109. Rispose innanzitutto citando sant'Agosti-
no, secondo cui è naturale e legale «desiderare di comprare
per poco e vendere a caro prezzo». Poi, san Tommaso distin­
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO Ili

gue la frode dalle transazioni legittime e infine riconosce che


il valore di un oggetto non è in realtà un concetto oggettivo
- «il giusto prezzo delle cose non è definito in modo assolu-
to» - m a è in funzione di quanto desideri l'oggetto chi ac-
quista e di quanto chi lo vende sia disposto o riluttante a far-
lo, purché l'acquirente non venga ingannato o costretto. Un
prezzo, perché sia giusto, doveva essere lo stesso per tutti i
potenziali acquirenti in un dato momento, evitando in tal
modo discriminazioni. Il rispetto nutrito da san Tommaso
d'A quino nei confronti delle forze che agiscono nel mercato
è svelato al meglio dal suo racconto del mercante che porta
grano in u n paese in carestia e che sa che presto altri mer-
canti arriveranno nella zona con molto più grano. Commet-
te peccato se lo vende all'alto prezzo di mercato? Dovrebbe
forse informare gli acquirenti che presto arriverà più grano e
il prezzo scenderà? San Tommaso concluse che il mercante
poteva, in tutta coscienza, non dire nulla e vendere il grano
al prezzo corrente.
Invece, per quanto riguardava gli interessi sui prestiti il
teologo era insolitamente ambiguo. In alcuni scritti, condan-
nava ogni interesse come peccato di usura, ma in altri pas-
saggi riconosceva il fatto che i prestatori meritassero un
compenso, anche se non sapeva delineare con precisione la
sua entità e le ragioni0‫״‬. Tuttavia, spinti dalle realtà di un'e-
conomia commerciale in rapida espansione, molti suoi con-
temporanei, in particolar m odo i canonisti, non furono così
cauti, ma cominciarono a delineare molte eccezioni per cui il
pagam ento d'interessi non era da considerarsi usura m. Se,
ad esempio, una proprietà produttiva come una tenuta era
garanzia del prestito, allora colui che prestava il denaro po-
teva impossessarsi di tutta la produzione durante il periodo
del credito senza detrarla dalla cifra d o v u ta112. Le numerose
112 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

altre eccezioni riguardavano i costi che doveva sostenere chi


prestava il denaro per la mancanza di disponibilità finan-
ziaria per altre opportunità commerciali, come comprare
merce per rivenderla o acquisire nuovi terreni. Dal momen-
to che queste opportunità di profitto alternative erano asso-
lutam ente lecite, era altrettanto lecito risarcire il prestatore
per avervi rinunciato113. Nello stesso spirito veniva conside-
rato corretto far pagare gli interessi per merce comprata a
credito 114. Le banche, quindi, in aggiunta alle eccezioni ora
esaminate, non avviavano prestiti fiduciari a un tasso d'in-
teresse fisso poiché ciò sarebbe stato considerato usura, non
essendovi il «rischio del capitale». Vigeva l'idea che l'inte-
resse fosse legittimo solo se la cifra prodotta era incerta in
partenza, essendo soggetta a «rischio». Ai banchieri bastò
un po' d'astuzia per sottrarsi a questa proibizione, utiliz-
zando annotazioni commerciali, lettere di cambio o persino
denaro in m odi che sembravano rischiosi ma i cui ritorni
erano del tutto prevedibili. Erano, quindi, prestiti che prò-
ducevano l'equivalente di interessi115. Di conseguenza, sui li-
bri rim aneva come peccato, ma nella pratica il termine «usu-
ra» era divenuto privo di senso.
Alla fine del XIII secolo, i principali teologi cristiani ave-
vano am piam ente dibattuto gli aspetti fondam entali del
nascente capitalismo: profitti, diritti di proprietà, credito,
prestiti e simili. Come sintetizzò Lester K. Little: «In ogni
caso emersero opinioni generalm ente favorevoli e d'appro-
vazione, in netto contrasto con gli atteggiam enti che ave-
vano prevalso per sei o sette secoli fino alla precedente ge-
nerazione» 116. Il capitalismo si era così liberato del tutto dal-
le catene della fede 117.
Il cam biam ento fu notevole. D opotutto si trattava di
teologi che si erano allontanati dalle cose di questo mondo.
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 113

La m aggior parte di loro aveva fatto voto di povertà e i lo-


ro predecessori avevano disprezzato i mercanti e le attività
commerciali. Se fosse veram ente prevalso l'ascetism o al-
l'interno degli ordini religiosi, probabilm ente l'odio e l'op-
posizione cristiani per il commercio non si sarebbero atte-
nuati, né tantom eno si sarebbero potuti trasform are radi-
calmente. La rivoluzione teologica invece fu il risultato di
un'esperienza diretta delle necessità terrene. N onostante i
loro genuini atti di carità, gli am m inistratori m onastici non
intendevano certo dare tutta la loro ricchezza ai poveri né
vendere i loro prodotti a prezzo di costo. Le grandi comu-
nità religiose prendevano parte ai liberi mercati e questo
fece sì che i teologi dei m onasteri riconsiderassero la mo-
ralità del commercio incoraggiato dalla m arcata m onda-
nità della gerarchia ecclesiastica.
Diversamente dagli appartenenti agli ordini religiosi, po-
chi di coloro che occupavano le cariche più alte della Chiesa
avevano fatto voto di povertà, e molti di loro mostravano
una netta inclinazione per una vita agiata. Vescovi e cardi-
nali erano fra i migliori clienti degli usurai, il che non sor-
prende dal momento che quasi tutti coloro che occupavano
una posizione ecclesiastica di rilievo avevano acquistato la
propria carica come investimento, anticipando un sostanzio-
so guadagno proveniente dalle rendite della Chiesa. Anzi,
spesso accadeva che uomini potessero acquistare cariche di
vescovo e persino di cardinale senza aver avuto precedente-
mente nessun ruolo aH'interno della comunità ecclesiastica,
a volte addirittura prim a di essere consacrati o battezzati 118!
Questo aspetto della Chiesa medievale fu un'infinita fonte di
scandalo e di conflitti e portò al formarsi di diversi movi-
menti e sette eretiche popolari che culminarono nella Rifor-
ma. Ma questo stesso aspetto m ondano giovò molto allo svi­
114 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

luppo del capitalismo. La Chiesa non si oppose alla trasfor-


mazione, piuttosto la giustificò e svolse un ruolo attivo nella
Rivoluzione commerciale dei secoli XII e XIII 119. Se ciò non
fosse avvenuto, l'Occidente avrebbe avuto una sorte molto
simile a quella delle nazioni islamiche.

L'Islam e l'interesse

Il Corano condanna ogni interesse (riha) su denaro pre-


stato. È lecito il profitto nello scambio di merci e servizi, ma
lo scambio di denaro, che avviene ad esempio attraverso il
prestito e la sua restituzione, è legale solamente quando la
somma prestata e quella ripagata sono uguali. Il Corano
Sura II, 275 ammonisce: «Allah ha perm esso il commercio e
ha proibito l'usura».
Come avvenne nel cristianesimo, nel Medioevo anche i
m usulmani spesso ignorarono il divieto di prestare denaro a
interesse, ma lo fecero quasi esclusivamente per finanziare le
proprie spese e non gli investim enti120. Ciò forse spiega il
motivo per cui le operazioni di prestito non portarono a una
reinterpretazione teologica e la riha rimase ufficialmente un
peccato. Maxime Rodinson sostiene che il mondo islamico
non riesaminò le proprie regole economiche perché il com-
mercio era disprezzato dalle élite e perché l'interferenza del-
lo stato limitava e distorceva l'economia a tal punto che non
si riuscì mai ad alimentare nulla di simile alle pressioni per
un'evoluzione teologica nate invece in Europa. Al contrario,
è indubbio che l'élite preferisse che i propri creditori fossero
condannabili dalla religione cosicché fosse lecito liberarsi dei
propri debiti denunciandoli. In ogni caso, anche oggi nelle
società islamiche le banche esistono solo grazie alla possibi­
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 115

lità di aggirare121 in modi scomodi il divieto assoluto di usu-


ra, attribuibile a qualunque tipo di compenso a seguito di un
prestito. Una soluzione moderna frequentemente adottata è
quella di formare una società tra la banca e coloro ai quali
vengono anticipati i soldi. In questo modo, i prestiti non so-
no ripagati con una cifra superiore a quella data e il guada-
gno di chi ha fatto il prestito (l'interesse) deriva dai profitti
condivisi. Un altro trucco è quello di far pagare forti tasse
per il servizio prestiti. Anche con questi accorgimenti però,
le enormi fortune prodotte dal petrolio hanno per lo più tro-
vato rifugio in investimenti in Occidente, invece di finanzia-
re lo sviluppo dell'economia interna. L'opposizione della re-
ligione verso l'interesse, accompagnata dall'avarizia dei re-
gimi autoritari, im pedì il sorgere del capitalismo nel mondo
islamico e lo stesso avviene ancora oggi. La ragione deve an-
cora riportare le sue vittorie.

La strada che condusse all'epoca m oderna non si aprì im-


provvisamente nel Rinascimento e non scaturì dalla testa di
Zeus. La civiltà occidentale si sviluppò in modo progressivo
nei molti secoli che seguirono la caduta di Roma: i cosiddet-
ti Secoli Bui furono un periodo di totale illuminazione, sia
nella sfera materiale sia in quella intellettuale, che, insieme
alle dottrine cristiane dell'uguaglianza morale, diede luce a
un m ondo interamente nuovo fondato sulla libertà politica,
economica e personale.

1Per un'analisi delle ragioni per le quali venne inventato il concetto di Se-
coli Bui, si veda il capitolo riguardante la nascita della scienza in Rodney
Stark, For thè Glory ofGod: How Monotheism Led to Reformations, Science, Wit-
ch-Hunts, and thè End of Slavery, Princeton University Press, Princeton 2003.
116 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

2Jean Gimpel, The Medieval Machine: The Industriai Revolution ofthe Middle
Ages, Penguin Book, N ew York 1976.
3Voltaire, Opere, Sansoni, Milano 1993.
4La seconda edizione del Webster's Unabridged Dictionary (1934) definisce i
Secoli Bui come la «prima parte del [Medioevo] a causa del ristagno intei-
lettuale» e l'edizione scolastica del Webster's New World Dictionary del 1958
ne dà questa definizione: «1) Il periodo compreso tra la caduta dell'Impe-
ro Romano d'Occidente (476 d.C.) e l'inizio dell'era moderna (1450 circa).
2) La prima parte del M edioevo, fino alla fine del X secolo circa [...]il pe-
riodo m edievale europeo [che] era caratterizzato da diffusa ignoranza so-
prattutto nella sua prima parte».
5The New Columbia Enciclopedia (1975) dice che l'espressione «Secoli Bui»
non è più in uso tra gli storici perché l'epoca «non è più ritenuta così oscu-
ra». La quindicesima edizione dell'Enciclopedia Britannica (1981) alla voce
«Secoli Bui» riporta che l'espressione «è ora usata solo raramente dagli
storici a causa dell'implicito inaccettabile giudizio di valore», essendo un
«peggiorativo» con cui in m odo erroneo lo si ritiene «un periodo di buio
intellettuale e di barbarie».
6Edward Gibbon, Declino e caduta dell'Impero Romano, Mondadori, Milano 1987.
7Anthony R. Bridbury, The Dark Ages, «The Economie History Review», n.
22, 1969, p. 533.
8Joseph Vogt, L'uomo e lo schiavo nel mondo antico, Silva, Roma 1969, p. 40.
Nonostante la sua preoccupazione per le «masse», Friedrich Engels prese
la stessa posizione; si veda M oses I. Finley, Schiavitù antica e ideologie mo-
derne, Editori Laterza, Roma-Bari 1981, pp. 4-5.
9Paul Bairoch, Storia della città: dalla proto-urbanizzazione all'esplosione urba-
na del terzo mondo, Jaca Book, Milano 1992; David Nicholas, The Growth of
thè Medieval City: From Late A ntiquity to thè Early Fourteenth Century, Long-
man, London 1997.
10Tertius Chandler, Gerald Fox, 3000 Years of Urban Growth, Academic
Press, N ew York 1974.
11 Richard W. Southern, The M aking of thè Middle Ages, Yale University
Press, N ew Haven 1953, pp. 12-13.
12Robert S. Lopez, La rivoluzione commerciale del Medioevo, Einaudi, Torino
1975, p. 57.
Si tratta di un'enumerazione parziale essendo nota la non completezza del
libro. Frances Gies, Joseph Gies, Cathedral, Forge and Waterwheel: Technology
and Invention in thè Middle Ages, HarperCollins, N ew York 1994, p. 113.
14Gimpel, The Medieval Machine cit., p. 13.
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 117

15Ivi, p. 16.
16F. Gies, J. Gies, Cathedral, Forge and Waterwheel cit., p. 117.
17David Landes, La ricchezza e la povertà delle nazioni, Garzanti, Milano
2000, p. 57.
18Gimpel, The Medieval Machine cit., p. 14.
'9Ivi, pp. 25-27.
*,Ivi, p. 32.
21W hite Lynn, Tecnica e società nel Medioevo, Il Saggiatore, Milano 1970.
22Lopez, La rivoluzione commerciale cit., p. 58.
23Bairoch, Storia della città cit.; Gimpel, The Medieval Machine cit., p. 43.
24Lynn White, Tecnica e società cit.
25Stephen Tobin, The Cistercians: Monks and Monasteries o f Europe, Overlook
Press, Woodstock (NY) 1996, p. 128.
26Edwin S. Hunt, James M. Murray, A History of Business in Medieval Euro-
pe, 1200-1550, Cambridge University Press, Cambridge 1999, p. 17.
27F. Gies, J. Gies, Cathedral, Forge and Waterwheel cit.; Gimpel, The Medieval
Machine cit.; White, Tecnica e società cit.
28Gimpel, The Medieval Machine cit., pp. 44-45.
29Ivi, p. 46.
30Jerome Carcopino, La vita quotidiana a Roma all'apogeo dell'impero, Laterza
Editori, Bari 1967, p. 46.
31Ivi.
32Landes, La ricchezza e la povertà cit., p. 58.
33Alan Macfarlane, Gerry Martin, Glass: A World History, University of Chi-
cago Press, Chicago 2002.
34Lewis Mumford, Tecnica e cultura, Il Saggiatore, Milano 1968, p. 30.
35Eric L. Jones, Il miracolo europeo: ambiente, economia e geopolitica nella storia
europea asiatica, Il Mulino, Bologna 2005; Gimpel, The Medieval Machine cit.
36Bernard Lewis, Il suicidio dell'Islam: in che cosa ha sbagliato la civiltà medio-
rientale, Mondadori, Milano 2002, p. 128.
37Gimpel, The Medieval Machine cit., p. 169.
38Bernard Law Montgomery, Storia delle guerre, Rizzoli, Milano 1970; Whi-
te, Tecnica e società cit.
39Ann Hyland, The Medieval Warhorse: From Byzantium to thè Crusades,
Grange Books, London 1994.
40Joseph Needham, The Guns of Khaifengfu, «Times Literary Supplement»,
gennaio 1980.
41Henry W. L. Hime, Origin of Artillery, Longmans Green, London 1915;
Albert C. Manucy, Artillery Through thè Ages, U.S. Government Printing
118 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Office, Washington DC 1949; J. R. Partington, A History of Greek Fire and


Gunpowder, Johns Hopkins University Press, Baltimore, 1999.
42Barclay Cycil Nelson, Brian Betham Schofield, Gunnery in Enciclopedia Bri-
tannica, University of Chicago Press, Chicago 1981, p. 488.
43In particolar m odo Carlo M. Cipolla, Vele e cannoni, Il Mulino, Bologna
1999; Howarth David, Sovereign ofthe Sea: The Story ofBritain and thè Sea,
Atheneum, N ew York 1974; William H. McNeill, Caccia al potere: tecnologia,
armi, realtà sociale dall'anno Mille, Feltrinelli, Milano 1984.
44William H. McNeill, Venezia, il cardine dell'Europa: 1081-1797, Il Veltro,
Roma 1984, p. 85.
45Cipolla, Vele e cannoni cit.; F. Gies, J. Gies, Cathedral, Forge and Waterwheel cit.
46Jack Beeching, La battaglia di Lepanto, Bompiani, Milano 2002; Victor Da-
vis Hanson, Massacri e cultura: le battaglie che hanno portato la civiltà occi-
dentale a dominare il mondo, Garzanti, Milano 2002.
47Frederic Chapin Lane, Le navi di Venezia: fra i secoli 13° e 16°, Einaudi, To-
rino 1983, pp. 3-44.
48Henry L. Hitchins, William E. May, From Lodestone to Gyro-Compass, Hut-
chinson's Scientific and Technical Publications, London 1951; William E.
May, John L. Howard, Compass in Encyclopedia Britannica, University of
Chicago Press, Chicago 1981; Joseph Needham , Scienza e civiltà in Cina, Ei-
naudi, Torino 1981-1986.
45McNeill, Venezia, il cardine dell'Europa cit., p. 86.
50Nicholas, The Growth ofthe Medieval City cit., p. 3.
51Bridbury, The Dark Ages cit., p. 532.
52Robert S. Lopez, Il commercio dell'Europa medievale: il Sud, in Storia econo-
mica di Cambridge, voi. 2 (Commercio e industria nel Medioevo), Einaudi, To-
rino 1982, pp. 291-396, e La rivoluzione commerciale cit.
53Lopez, La rivoluzione commerciale cit., p. 12.
54Albert C. Leighton, Transport and Communication in Early Medieval Euro-
pe, A.D. 500-1100, David & Charles, N ew ton Abbot (UK) 1972, p. 59.
55Ivi, pp. 74-75.
5,·Ivi, p. 71.
57Ivi, p. 121.
58Michael Postan, Il commercio dell'Europa medievale in Storia economica di
Cambridge, voi. 2 (Commercio e industria nel Medioevo) cit., p. 172.
59Abbott Payson Usher, A History of Mechanical Inventions, Harvard Uni-
versity Press, Cambridge 1966, p. 184.
“ Ralph Thomas Daniel, M usic, Western in Encyclopaedia Britannica cit., voi.
12, p. 705.
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 119

61H elen Gardner, Sumner McK. Crosby, Helen Gardner's A rt Through thè
Ages, Brace&World, Harcourt, N ew York 1959, p. 236.
62Horst D e la Croix, Richard G. Tansey, Gardner's A rt Through thè Ages,
Harcourt Brace Jovanovich, N ew York 1975, p. 353.
63Paul Johnson, Art: A New History, HarperCollins, N ew York 2003, p. 190.
64Roberto S. Lopez, Nascita dell'Europa: storia dell'età medievale, Il Saggiato-
re, Milano 2004, p. 225.
65Marica L. Colish, Medieval Foundations ofthe Western Intellectual Tradition,
400-1400, Yale University Press, N ew Haven 1997, p. 266.
661. Bernard Cohen, La rivoluzione nella scienza, Longanesi, Milano 1988;
O w en Gingerich, «Crisis» versus Aesthetic in Copernican Revolution», «Vi-
stas in Astronomy», n. 17, 1975, pp. 85-93; Stanley Jaky, Il Salvatore della
scienza, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1991; Edward Rosen,
Three Copernican Treatises, Octagon Books, N ew York 1971.
67In Marshall Clagett, La scienza della meccanica nel Medioevo, Feltrinelli, Mi-
lano 1981, p. 566.
68Lynn Jr. White, The Historical Roots of Our Ecologie Crisis, «Science», n.
155, 1967, pp. 1203-1207.
65Gimpel, The Medieval Machine cit., p. 148.
70Sebbene alcuni autori osservino che «tutti sanno» cos'è il capitalismo. Ve-
di Nathan Rosenberg, Luther E. Birdzell Jr., Come l'Occidente è diventato rie-
co: le trasformazioni economiche del mondo industriale II Mulino, Bologna 1988,
p.7.
71La classica definizione marxista è chiara e semplice: il capitalismo esiste
dove coloro che effettivamente producono sono operai stipendiati che non
possiedono i loro strumenti, i quali, insiem e alle materie prime e ai prò-
dotti finiti, sono di proprietà del loro datore di lavoro (vedi Werner Som-
bart, Il capitalismo moderno, UTET, Torino 1967, oltre a Rodney H. Hilton,
Capitalism - What's in a Name?, «Past and Present», η. 1,1952, pp. 32-43). Se
presa alla lettera, questa definizione delinea com e capitalisti tutti i prò-
prietari di piccole botteghe artigianali dell'antichità, ad esem pio i labora-
tori per la lavorazione della ceramica e del metallo. Ciò sembra m olto stra-
no dal m omento che i marxisti credono fermamente che il capitalismo sia
apparso per la prima volta con la Rivoluzione industriale (da esso causa-
ta). È un presupposto necessario per chi accetta la teoria di Marx del cam-
biamento sociale, per la quale tutta la storia si fonda su cambiamenti dei
m ezzi di produzione. Perciò, secondo i marxisiti «non esiste capitalismo
prima della fine del secolo XVIII» (Fernand Braudel, Civiltà materiale, eco-
nomia e capitalismo (secoli XV-XVIII), voi. 2 [7 giochi dello scambio], Einaudi,
120 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Torino 1977, p. 236) uguagliando così il capitalismo al «sistema industria-


le moderno» (Alexander Gerschenkron, Lo sviluppo industriale in Europa e
in Russia, Laterza, Bari 1971, p. 12). Ma la definizione marxista non è utile
per chi collega il capitalismo a particolari tipi di aziende e mercati.
72Braudel, I giochi dello scambio cit., pp. 228-246.
73Nonostante tutte le sue imprecazioni a proposito della «schiavitù sala-
riata», lo studio di Marx intitolato Pre-Capitalist Economie Formation esor-
disce affermando che «una delle condizioni storiche per il capitale è la for-
za lavoro libera».
74La Sacra Bibbia, testo ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana, SEI,
Torino, 1993,1 Timoteo 6,10.
75Lester K. Little, Religious Poverty and thè Profit Economy in Medieval Euro-
pe, Cornell University Press, Ithaca 1978, p. 38.
76John W. Baldwin, The Medieval Theories of thè Just Price, The American
Philosophical Society, Philadelphia 1959, p. 15.
77Lewis Mumford, Il mito della macchina, Il Saggiatore, Milano 1969, p. 367.
78 Randall Collins, Weberian Sociological Theory, Cambridge University
Press, Cambridge 1986, p. 47.
79Ivi, p. 55.
10Ivi, p. 52.
81Carlton J. H. Hayes, Politicai and Social History of M odem Europe, Macmil-
lan, N ew York 1917; David Herlihy, Church Property on thè European Conti-
nent, 701-1200, «Speculum», n. 18, 1957, pp. 89-113; Steven Ozment, The
Reformation in thè Cities, Yale University Press, N ew Haven 1975.
82Arthur G. Dickens, The English Reformation, Pennsylvania State Univer-
sity Press, University Park 1991.
83Little, Religious Poverty cit., p. 62.
84Johnson, Art: A N ew History cit., p. 144.
85Gimpel, The Medieval Machine cit., p. 47.
86John Gilchrist, The Church and Economie A ctivity in thè Middle Ages, St.
Martin's Press, N ew York 1969; Josiah Cox Russell, Late Ancient and Me-
dieval Population, Transactions of thè American Philosophical Society, 1958,
pp. 3-152; e Medieval Regions and Their Cities, David&Charles, N ew ton Ab-
bott (UK) 1972.
87Little, Religious Poverty cit., p. 93.
88Christopher Dawson, Il cristianesimo e la formazione della civiltà occidenta-
le, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1997, p. 83.
89Georges Duby, Le origini dell’economia europea: guerrieri e contadini nel Me-
dioevo, Editori Laterza, Roma-Bari 1992, p. 275.
IL PROGRESSO NEL MEDIOEVO 121

90Little, Religious Poverty cit., p. 65.


91Ivi.
92Edmund B. Fryde, II credito pubblico, con particolare riferimento all'Europa
nordoccidentale, in Storia Economica di Cambridge, voi. 3 (Le città e la politica
economica nel Medioevo), Einaudi, Torino 1977, pp. 512-513.
93Raymond D e Roover, Money, Banking and Credit in Bruges, The M edieval
Academy of America, Cambridge (MA) 1948, p. 9.
91Duby, Le origini dell'economia cit., p. 273.
95Ivi.
96Ivi.
,7Gimpel, The Medieval Machine cit., p. 47.
96Mumford, Il mito della macchina cit., p. 374.
99Dawson, Il cristianesimo e la formazione cit.; Arme Ewing Hickey, Women of
thè Roman Aristocracy as Christian Monastics, UMI Research Press, A nn Ar-
bor (MI) 1987; Peter King, Western Monasticism: A History of thè Monastic
Movement in thè Latin Church, Cistercian Publications, Kalamazoo (MI)
1999; Henry Mayr-Harting, The West: The Age of Conversion (700-1050), in
John Mcmanners (a cura di), The Oxford History ofChristianity, Oxford Uni-
versity Press, Oxford 1993, pp. 101-129; Rodney Stark, Upperclass Ascetici-
sm: Social Origins ofAscetic Movements and Medieval Saints, «Review of Re-
ligious Research», n. 45, 2003, pp. 5-19.
100Collins, Weberian Sociological Theory cit., p. 54.
101San Benedetto, «Il lavoro manuale quotidiano», in La regola, San Paolo,
Cinisello Balsamo 1996, cap. 48, p. 147.
102Walter Hilton, Toward a Perfect Love, Multnomah Press, Portland (OR)
1985, p. 3.
103Friedrich Prinz, tradotto in Lutz Kaelber, Schools of Asceticism: Ideology
and Organization in Medieval Religious Communities, Pennsylvania State
University Press, University Park 1998, p. 66.
104Benjamin N elson, Usura e cristianesimo: per una storia della genesi dell'eti-
ca moderna, Sansoni, Firenze 1967, p. 32; inoltre, Little, Religious Poverty cit.,
pp. 56-57.
105Gilchrist, The Church and Economie A ctivity cit., p. 107.
106Nelson, Usura e cristianesimo cit., p. 34.
107Glenn Olsen, Italian Merchants and thè Performance ofPapal Banking Fune-
tions in thè Early Thirteenth Century in David Herlihy, Robert S. Lopez, Vse-
vold Slessarev (a cura di), Economy, Society, and Government in Medieval
Italy: Essays in M emory of Robert L. Reynolds, Kent State University Press,
Kent 1969, p. 53.
122 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

108N el suo Commentary on thè Sentences of Peter Lombard, riportato in Ray-


m ond De Roover, The Concepì of thè Just Price: Theory and Economie Policy,
«The Journal of Economie History», n. 18, 1958, pp. 418-434.
105Tommaso d'Aquino, La somma teologica, traduzione e commento a cura dei
domenicani italiani, testo latino dell'edizione leonina, A. Salani, Milano 1957.
110Little, Religious Poverty cit. p. 181.
111Gilchrist, The Church and Economie A ctivity cit.; Little, Religious Poverty
cit.; James A. Raftis, The Concepì of Just Price: Theory and Economie Policy.
Discussion, «The Journal of Economie History», n. 18,1958, pp. 435-437.
112Gilchrist, The Church and Economie A ctivity cit., p. 67.
113Hunt, Murray, A History of Business cit., p. 73.
114Bernard W. Dempsey, Interest and Usury, American Council on Public
Affairs, Washington DC 1943, pp. 155, 160.
115Raymond D e Roover, The Medici Bank Financial and Commercial Opera-
tion, «The Journal of Economie History», n. 6,1946, p. 154.
116Little, Religious Poverty cit., p. 181.
117Richard W. Southern, Western Society and thè Church o fth e Middle Ages,
Penguin Books, London 1970, p. 40.
118Per una sintesi, vedi Stark, For thè Glory o f God cit.
119Lopez, The Trade ofMedieual Europe dt., p. 289; e La rivoluzione commerciale dt.
120Maxime Rodinson, Islam e capitalismo, Einaudi, Torino 1968, p. 137.
121John L. Esposito (a cura di), Islam and Development: Religion and Sociopo-
liticai Change, Syracuse University Press, Syracuse 1980; Paul S. Mills, John
R. Presley, Islamic Finance: Theory and Practice, Macmillan, London 1999;
Abdullah Saeed, Islamic Banking and Interest, E. J. Brill, Leiden 1996;
Abraham L. Udovitch, Partnership and Profit in Medieval Islam, Princeton
University Press, Princeton 1970.
Capitolo 3

La tirannide e la «rinascita» della libertà

Il successo dell'Occidente dipese dal sorgere di società li-


bere che costituirono rifugi sicuri per il capitalismo degli al-
bori. Anche in questo, il cristianesimo giocò un ruolo fonda-
mentale, gettando le basi morali per la democrazia, ben oltre
tutto ciò che i filosofi classici avevano immaginato.
Nella prim a parte di questo capitolo analizzeremo le ra-
gioni per cui le tirannidi soffocano lo sviluppo economico,
per poi passare a esaminare le principali dottrine cristiane
che proclamano l'uguaglianza morale degli uomini e denun-
ciano i despoti. Tali dottrine prenderanno poi vita quando il
capitolo esaminerà la comparsa, in varie parti d'Europa, di
comunità relativamente indipendenti e dimostrerà come l'i-
niziale grado di libertà permise a emergenti gruppi mercan-
tili, commerciali, lavorativi e religiosi di guadagnare u n ruo-
lo autorevole nel governo.

Economie dirigiste

Gli Stati tirannici generano un'universale avarizia. Quan-


do chi governa pensa solamente a estorcere il massimo da
chi controlla, allora anche i sudditi divengono sensibilmente
124 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

avari e reagiscono sperperando, accumulando o nasconden-


do i frutti del proprio lavoro, senza riuscire a produrre quan-
to potrebbero. E, anche quando alcuni riescono a essere prò-
duttivi, è probabile che alla fine i loro sforzi arricchiscano so-
10 i loro signori. Ne risulta un tenore di vita al di sotto delle
potenziali capacità produttive della società.
Verso la fine del X secolo, in alcune regioni della Cina set-
tentrionale cominciò a svilupparsi un industria del ferro1. È
stato stimato che nel 1018 le fonderie ne producessero più di
35.000 tonnellate all'anno, un risultato straordinario per l'e-
poca, e sessantanni dopo probabilmente se ne producevano
più di 100.000 tonnellate. N on si trattava di un'iniziativa del
governo, ma furono dei privati che colsero l'occasione che si
presentava, fatta di una forte dom anda di ferro e di scorte di
minerali e carbone che si estraevano facilmente. Le fonderie
erano posizionate lungo una rete di canali e fiumi navigabi-
li, per cui il ferro poteva essere facilmente trasportato verso
mercati distanti. Presto questi nuovi industriali del ferro ci-
nesi iniziarono a raccogliere enormi guadagni e a reinvestir-
11 ampiamente per espandere i loro stabilimenti e le loro fon-
derie. La produzione continuò ad aumentare. La disponibi-
lità di grandi scorte di ferro portò all'introduzione di attrez-
zi agricoli fatti di questo materiale, i quali a loro volta per-
misero di aumentare in poco tempo la produzione di cibo. In
breve, in Cina cominciò a svilupparsi il capitalismo e iniziò
una rivoluzione industriale. Successivamente, però, tutto si
fermò, con una fine improvvisa quanto l'inizio. Alla fine del-
l'XI secolo erano prodotte solo piccole quantità di ferro e po-
co tempo dopo gli stabilimenti e le fonderie erano rovine ab-
bandonate. Che cos'era avvenuto?
Col tempo, i m andarini alla corte imperiale avevano nota-
to che alcuni comuni cittadini si stavano arricchendo con la
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA» DELLA LIBERTÀ 125

produzione industriale e inoltre offrivano salari alti ai conta-


dini che lavoravano per loro. I funzionari ritennero che tali
attività fossero una minaccia per i valori del confucianesimo
e per la tranquillità sociale. I cittadini non nobili dovevano
sapere quale fosse il loro posto; solamente l'élite doveva es-
sere ricca. Quindi, dichiararono il ferro un monopolio di Sta-
to e se ne impossessarono. Così tutto finì. Come osservato da
Winwood Reade, il motivo che portò la Cina a secoli di rista-
gno economico e sociale è chiaro: «La proprietà non è sicura. In
questa espressione è contenuta tutta la storia dell'Asia» 2.
Un esempio altrettanto sorprendente si verificò nel perio-
do immediatamente successivo alla battaglia di Lepanto
(1571), in cui gli europei annientarono la flotta ottom ana3.
Nel saccheggio delle navi turche ancora a galla e di quelle
che si erano arenate, i vittoriosi marinai cristiani scoprirono
un'enorm e fortuna in monete d'oro sulla Sultana, la nave am-
miraglia di Alì Pascià, il capitano ottomano. Nelle galee di di-
versi altri ammiragli musulmani, poi, si trovarono fortune al-
trettanto immense. Come spiegò Victor David Hanson: «Sen-
za u n sistema bancario, temendo la confisca dei beni qualora
avesse deluso le aspettative del sultano e sempre attento a
nascondere i suoi averi agli esattori, Alì Pascià portò con sé a
Lepanto la sua enorme fortuna personale» “. Alì Pascià non
era u n contadino che nascondeva il raccolto in eccedenza, ma
un membro dell'élite aristocratica, marito della sorella del
sultano. Se una persona del suo rango non riusciva a trovare
investimenti sicuri e non osava neanche lasciare il suo dena-
ro a casa, come poteva chiunque altro sperare di meglio?
N on sorprende, allora, che all'interno di Stati tirannici il
progresso sia lento e discontinuo. Infatti, non rischiano di es-
sere confiscati dallo Stato solamente i beni come quelli di Alì
Pascià, ma tutto ciò che ha un valore - terra, colture, bestia­
126 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

me, edifici, persino bambini - può essere sequestrato in mo-


do arbitrario e, come impararono in Cina i magnati dell'in-
dustria del ferro, la cosa si verifica spesso. Un aspetto anche
peggiore, poi, è che lo Stato autocratico investe pochissima
della ricchezza che confisca per aumentare la produzione e,
al contrario, la spreca, di solito in varie forme di esibizione.
Le piram idi egiziane, le Tuileries e il Taj Mahal furono tutti
costruiti come stupendi m onumenti di governi repressivi;
non avevano alcun valore produttivo ed erano stati pagati
con stenti e miseria. Per questo motivo il sistema economico
degli Stati autocratici è divenuto noto come «economia diri-
gista» 5: al suo interno sia il mercato sia il lavoro sono con-
trollati e costretti invece di essere lasciati liberi di funziona-
re, e lo scopo principale dello Stato è quello di estorcere e
sperperare ricchezza.
Le economie dirigiste ebbero inizio con i prim i Stati e per-
durano in molte parti del m ondo moderno, con appassiona-
ti sostenitori che ne sono ancora attratti6. Esse, però, negano
l'aspetto economico più fondamentale alla vita: ogni ricchez-
za deriva dalla produzione. Dev'essere aumentata, scoperta, ta-
gliata, ricercata, ammassata, inventata o altrimenti creata.
L'entità della ricchezza prodotta in qualsiasi società non di-
pende solamente dal num ero di persone coinvolte nella prò-
duzione, m a dalla loro motivazione e dall'efficienza della lo-
ro tecnologia di produzione. Quando, invece, i beni sono
soggetti a tasse devastanti e alla costante minaccia d'usurpa-
zione, la sfida è quella di riuscire a mantenere la propria rie-
chezza, non di renderla produttiva. Il principio non è appli-
cabile solamente ai ricchi, ma, e con forza ancora maggiore,
anche a coloro che possiedono molto poco, cosa che giustifi-
ca la sostanziale sottoproduzione delle economie dirigiste.
Di fronte a tasse esorbitanti che arricchiscono pochi eletti,
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTÀ 127

persino i contadini liberi, invece di pensare a come aumen-


tare i loro raccolti, si preoccupano di come nasconderne par-
te, mentre chi è impegnato in lavoro forzato - sia schiavo o
contadino richiesto per un periodo annuale di lavoro gratui-
to - può avvantaggiarsi solo nella misura in cui riesce a fare
il meno possibile. È poi caratteristica dei ricchi e dei potenti
schernire coloro che tengono a galla l'economia, nonostante
i rischi e gli ostacoli.
Nell'829, l'im peratore Teofilo di Bisanzio vide una bellis-
sima nave mercantile entrare nel porto di Costantinopoli.
Quando chiese chi fosse il proprietario della nave, scoprì con
rabbia che apparteneva alla moglie. Urlò alla donna: «Dio mi
ha fatto imperatore, e tu vorresti fare di me un capitano di
marina!» e ordinò che la nave venisse immediatamente bru-
ciata. Per secoli, gli storici bizantini lodarono Teofilo per l'at-
to com piuto7.1 filosofi classici avrebbero fatto lo stesso.
Aristotele bollava lo scambio commerciale come innatu-
rale, non necessario e in contrasto con la «virtù umana» 8. Per
questa ragione propose che l'agorà fosse sostanzialmente un
luogo d'incontro e non un mercato; «non vi doveva essere al-
cuna merce e ai lavoratori, contadini, e altri simili non dove-
va essere permesso entrare se non convocati dai giudici»9.
Aristotele riteneva, inoltre, che gli scambi dovessero avveni-
re tra persone con un legame sociale e che dovessero sempre
essere il risultato di un valore reciproco, come se il prezzo di
una merce fosse una caratteristica intrinseca alla pari di pe-
so o colore. Aristotele non era una voce isolata; il suo era il
comune pensiero in Grecia. Il lavoro era riservato agli schia-
vi e il commercio ai non cittadini. Persino quando i cittadini
investivano in terreni, secondo Moses I. Finley erano spinti
da «considerazioni di status, non da massimizzazione dei
profitti». Finley riferì che in nessuna fonte greca originale si
128 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

faceva alcuna menzione di investimenti (inclusi prestiti) per


miglioramenti agricoli o manifatturieri e che, al contrario,
esistevano «diverse prove che dimostravano prestiti su larga
scala per consumi vistosi e costosi obblighi politici» 10.
Sebbene l'élite romana si dilettasse spesso nel commercio
e nel reciproco prestito con interessiu, il suo atteggiamento
era per lo più simile a quello di Aristotele. Una legge prò-
m ulgata da Costanzo dichiarava: «Nessuno aspiri a una con-
dizione o a u n rango che sia quello dei mercanti più bassi, dei
cambiavalute, degli uffici umili o di sporchi agenti di qualche
servizio, tutti rifiuti di uffici e retti su diversi profitti disono-
revoli» 12. Per Plutarco, il punto non era la moralità del com-
mercio, ma che ogni attività votata alle necessità e alle que-
stioni pratiche era «ignobile e servile» 13. E Cicerone scrisse
sprezzantemente, «un opificio non ha nulla di nobile» 14.
Di conseguenza, la caduta di Roma non fu una tragica
battuta d'arresto; se l'im pero avesse avuto la meglio non esi-
sterebbe quella che oggi chiamiamo Civiltà Occidentale. Se
Roma avesse continuato a governare, l'Europa sarebbe
affondata in una feroce economia dirigista, le innovazioni in
tutti i campi sarebbero risultate molto ridotte e il resto del
mondo sarebbe probabilmente stato più o meno come lo tro-
varono gli europei nei secoli XV e XVI. Gli imperi sono ne-
mici del progresso!
Friedrich A. Hayek chiarisce: «Non c'è nulla di più fuor-
viante [...] della tradizionale formula storiografica che pre-
senta il conseguimento di uno Stato potente come il culmine
dell'evoluzione culturale: spesso ne segna la fine». Lo storico
osserva poi in m odo specifico che «lo sviluppo del capitali-
smo - e della civiltà europea - deve la sua origine e raison d'è-
tre all'anarchia politica» 15. In Europa, dove non vinsero strut-
ture imperiali autocratiche, emersero piccole unità politiche
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTÀ 129

che spesso tendevano a essere sensibili ai vari gruppi d'inte-


resse interni, compresi mercanti, produttori e corporazioni di
lavoratori. La geografia ebbe un ruolo di fondamentale im-
portanza nella disunità dell'Europa, naturalmente senza con-
seguenze dirette sull'evoluzione di teorie politiche o sullo
stabilirsi di regimi democratici. Come accadde in molti altri
casi della storia medievale, fu la teologia cristiana a fornire la
base intellettuale per sperimentare la libertà politica.

Le basi teologiche dell'uguaglianza morale

Nella nostra epoca si è scritto moltissimo a proposito


dell'uguaglianza, ma quasi senza eccezione gli scritti ri-
guardano interam ente l'uguaglianza nei fatti. È opportuno
un program m a contro le discriminazioni? Le politiche fi-
scali dovrebbero perseguire obiettivi di giustizia distributi-
va? È passato molto tem po da quando si è indagato a fon-
do sull'esistenza di basi per affermare che in qualche m odo
gli esseri um ani sono o meritano di essere u g u a li16. «Quasi
sempre si suppone che l'affermazione sia ovvia. Q uando si
tenta di fornirne una dimostrazione, non viene aggiunto
nulla di fondamentale» 17. Eppure, nel corso della storia del-
l'uom o e ancora oggi in alcune parti del mondo, l'afferma-
zione non fu e non è scontata! Anzi, al contrario, nella mag-
gior parte delle epoche e dei luoghi, esprim ersi a favore
dell'uguaglianza avrebbe provocato derisione. Persino in
Occidente nessuna persona ragionevole sosterrebbe che
tutti siamo uguali in term ini di competenza, impegno o na-
tura; l'assunto è che esista un 'uguaglianza morale che è più
im portante. È questa convinzione morale che ha pervaso le
pratiche politiche e legali dell'Occidente, garantendo l'u ­
130 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

guaglianza degli uom ini davanti alla legge e molte altre


forme di parità di diritti.
Nella m isura in cui coloro che prendono parte alla con-
troversia sull'uguaglianza nei fatti s'interessano alle origini
dell'assunto di parità morale, lo fanno prevalentem ente ri-
salire a teorici politici «laici» che scrissero durante l'Illumi-
nismo del XVIII secolo o persino più tardi; molti si accon-
tentano semplicemente di attribuirle al «liberalismo» 18. Tan-
ti esprimono anche amm irazione per le opere del XVII se-
colo di John Locke, ritenendole una delle principali fonti
del m oderno concetto di democrazia, senza avere, a quanto
pare, la minima consapevolezza del fatto che Locke fondò
in m odo esplicito la sua intera tesi sulle dottrine cristiane
concernenti l'uguaglianza morale 19. Oggi, la maggior parte
dei libri di testo che raccontano la nascita degli Stati Uniti,
ne evitano con cura l'aspetto religioso, come se fosse stato
u n gruppo di scettici a scrivere queste famose parole della
Dichiarazione d'indipendenza: «Noi riteniamo che queste
verità siano di per sé evidenti, che tutti gli uom ini sono
creati eguali e che sono dotati dal loro Creatore di certi ina-
lienabili diritti, fra i quali quelli alla vita, alla libertà e al
perseguim ento della felicità».
E non basterà attribuire la «rinascita» della democrazia
in alcuni Stati medievali all'influenza esercitata dalla filoso-
fia greca appena riscoperta. Se è vero, infatti, che nel mon-
do classico erano esistiti esempi di democrazia, questi non
erano radicati in alcuna affermazione di parità che andasse
oltre all'uguaglianza dell'élite. Persino quando vennero go-
vernate da organi elettivi, le varie città-stato della Grecia e
di Roma si fondavano su un num ero smisurato di schiavi. E
fu proprio il cristianesimo a eliminare l'istituzione della
schiavitù ereditata dalla Grecia e dalla Roma antiche. Allo
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTÀ 131

stesso modo, la democrazia occidentale deve le sue origini


intellettuali e la sua legittimità essenzialmente a ideali cri-
stiani, e non a una eredità greco-romana. Tutto ebbe inizio
con il Nuovo Testamento.
Gesù proclamò il rivoluzionario concetto dell'uguaglian-
za morale non solo a parole, ma anche con i fatti. Egli ignorò
ripetutam ente le principali differenze tra le classi sociali e
frequentò persone stigmatizzate, come samaritani, pubblica-
ni, donne immorali, mendicanti e vari altri emarginati, dan-
do così u n sigillo divino all'uguaglianza spirituale. Fu esat-
tamente in questo spirito che san Paolo ammonì: «Non c'è
più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è
più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Ge-
sù»20. Come era possibile ciò? È difficile credere che san Pao-
lo intendesse che non esistevano schiavi cristiani o che le
donne avevano gli stessi diritti degli uomini. Ciò che inten-
deva dire era che, nonostante le disuguaglianze terrene, non
esiste disuguaglianza sul piano più importante: agli occhi di
Dio e nell'aldilà. Anzi, proprio a proposito di questa que-
stione, san Paolo mise in guardia i padroni di schiavi quan-
do li esortò a trattarli bene dal momento che «c'è un solo Si-
gnore nel cielo, e che non v'è preferenza di persone presso di
lui»21. L'affermazione di san Paolo, assieme a molte altre pre-
senti nel Nuovo Testamento, chiarisce che l'uguaglianza agli
occhi di Dio è in relazione al modo in cui le persone dovreb-
bero essere trattate in questo mondo, cioè come mostrò Gesù.
Il modello venne così stabilito. Nel m ondo romano estre-
mamente consapevole dell'esistenza di diverse condizioni
sociali, il cristianesimo delle origini lottò per abbracciare un
concetto universalistico d'um anità, che poi venne elaborato
appieno dal teologo cristiano del III secolo Lucio Celio Fir-
miano Lattanzio nella sua famosa opera Divinae Institutiones:
132 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Il secondo elemento della giustizia è l'equità. L'equità, dico, [...]


nel considerarsi uguali a tutti gli altri Dio infatti, che crea
gli uomini e infonde in essi l'anima, volle che tutti fossero
uguali [...] Qualcuno dirà: ma in mezzo a voi alcuni non sono
forse poveri, altri ricchi, alcuni servi, altri padroni? Non vi è
forse qualche differenza tra i cristiani singolarmente presi?
Nessuna; e noi appunto ci chiamiamo vicendevolmente fratelli,
perché riteniamo di essere uguali. Infatti, siccome giudichiamo
tutte le cose umane non secondo il corpo, ma secondo lo spiri-
to, benché diverso sia il modo di essere dei corpi, tuttavia tra di
noi non esistono servi; ma i servi noi li consideriamo e li deno-
miniamo fratelli rispetto allo spirito, compagni di servizio ri-
spetto alla religione. Anche le ricchezze non rendono insigni, se
non in quanto possono rendere più illustri mediante le buone
opere. I ricchi infatti sono ricchi non già perché posseggono rie-
chezze, ma perché se ne servono per opere di giustizia. [...] Per-
tanto, benché in mezzo a noi, i liberi siano uguali agli schiavi, i
poveri ai ricchi per l'umiltà, tuttavia di fronte a Dio siamo dif-
ferenti in relazione alla virtù: ciascuno sta tanto più in alto
quanto più è giusto. Se infatti, la giustizia consiste nel rendersi
uguali anche agli inferiori, benché chi si è reso uguale agli infe-
riori, proprio per questo eccella, tuttavia se non solo si compor-
terà da uguale, ma anche quasi da inferiore, certamente conse-
guirà, quando sarà giudicato da Dio, un grado di dignità mol-
to più elevato. [...] Se Dio allora ci ha dato una vita dell'anima e
dello spirito, che cosa siamo noi se non fratelli, anzi, più vicini
come fratelli nell'anima che nel corpo?22

Da qui a sostenere che ognuno ha dei diritti che non devo-


no essere usurpati senza validi motivi, il passo è breve: consi-
ste nelle dottrine dell'uguaglianza davanti alla legge e della
certezza della propria casa e proprietà, anatemi per i tiranni.
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTÀ 233

Diritti di proprietà

La Bibbia dà per scontati i diritti di proprietà e spesso ne


condanna le violazioni, come il furto o la frode. Cionono-
stante, alcuni dei prim i padri della Chiesa, compreso
sant'Ambrogio, riconobbero il diritto alla proprietà privata
solo con riluttanza, sostenendo che, in origine, Dio avesse in-
teso che tutto fosse in comune e che la proprietà privata
avesse cominciato a esistere solamente in seguito alla cadu-
ta in disgrazia dell'uomo, e che quindi fosse un prodotto del
peccato. Tuttavia, sant'Agostino la considerava una condi-
zione naturale, opinione che nei secoli successivi divenne
predominante. Alla fine dell'XI secolo, lo scrittore noto come
Anonimo Normanno, in uno dei suoi 34 influenti trattati
scrisse che la proprietà privata era un diritto umano: «Dio ha
creato i ricchi e i poveri dall'unica e stessa argilla; i ricchi e i
poveri si sostentano con l'unica e stessa terra. È un diritto
um ano affermare "Il mio terreno, la m ia casa, il mio ser-
v o "» 23. Un secolo dopo, Egidio Romano conferì ai gover-
nanti l'incarico di difendere la proprietà privata: «Sarà
compito del potere terreno fare giustizia a questo proposi-
to, cosicché nessuno possa ferire il corpo o danneggiare la
proprietà di qualcun altro, ma tutti i cittadini e uom ini di
fede possano godere dei propri beni» 24. Per Giovanni da Pa-
rigi, contemporaneo di Egidio, la proprietà privata è neces-
saria al mantenimento dell'ordine civile: «Poiché se le cose
fossero tenute incondizionatamente in comune, non sarebbe
semplice mantenere la pace tra gli uomini. Per questa ragio-
ne fu istituita la proprietà privata»
Nello stesso periodo circa, sant'Alberto Magno disse che
la proprietà privata esisteva «a vantaggio e utilità dell'uo-
mo»26. San Tommaso d'A quino aggiunse la sua immensa au­
134 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

torità a questa posizione, affermando che «è lecito all'uomo


possedere beni propri ed [è] necessario». San Tommaso giù-
stificò l'affermazione osservando che la proprietà privata
contribuiva al bene comune.

Primo, perché ciascuno è più sollecito nel procurare ciò che ap-
partiene a lui esclusivamente, che quanto appartiene a tutti, o a
più persone: poiché ognuno, per sfuggire alla fatica, tende a la-
sciare ad altri quanto spetta al bene comune [...]. Secondo, per-
ché le cose umane si svolgono con più ordine, se ciascuno ha il
compito di provvedere qualche cosa mediante la propria indù-
stria. [...] Terzo, perché così è più garantita la pace tra gli uo-
mini, contentandosi ciascuno delle sue cose.27

Infine, Tommaso osservò che nonostante la proprietà pri-


vata non fosse consacrata dalla legge divina, essa si accorda-
va a quella naturale, essendo intrinseca alla natura um ana
perché derivata dalla ragione.
Naturalmente, dal momento che alcuni ordini religiosi ce-
lebravano la povertà, nemmeno san Tommaso d'A quino
potè soffocare del tutto l'idea che la proprietà privata non
dovesse esistere. Nel 1323, tuttavia, papa Giovanni XXII con-
dannò come eretica l'affermazione francescana secondo la
quale Gesù avrebbe sostenuto che tutto doveva essere in co-
m une e che solamente abbracciando la povertà si poteva ve-
ram ente imitare Cristo 28. E la questione finì, almeno per
quanto riguarda il cattolicesimo ufficiale, anche se l'ideale
comunitario continua a essere vivo nelle dottrine radicali, sia
laiche sia religiose.
I teologi cristiani non si accontentarono semplicemente di
rendere legittima la proprietà. Nel ricercare le implicazioni
logiche del diritto di proprietà privata, Guglielmo di Occam
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTÀ 135

e altri teologi giunsero alla conclusione che dal momento che


si trattava di un diritto che precedeva le leggi imposte da qua-
lunque sovrano, i governanti non potevano usurpare o im-
padronirsi arbitrariamente della proprietà di coloro che go-
vernavano. Un sovrano poteva usurpare la proprietà priva-
ta solamente quando «vedeva favorito l'interesse privato e
non il benessere comune». Tuttavia «non poteva farlo a prò-
pria arbitraria discrezione»29.
Occam scrisse queste parole pochi anni dopo il 1215,
quando una coalizione di nobili inglesi e di funzionari del-
la Chiesa, compresi tutti i vescovi e il maestro dei cavalieri
templari, imposero a re Giovanni la M agna Charta. Il prim o
articolo di fatto «conferma [...]in perpetuo che la Chiesa in-
glese sia libera, e abbia i suoi diritti integri e le sue libertà in-
tatte». Seguono poi diversi articoli che costituiscono u n lun-
go e dettagliato elenco dei diritti di proprietà e che proibi-
scono ogni forma di usurpazione reale. L'articolo 13 garan-
tisce che «la città di Londra abbia tutte le antiche libertà e li-
bere consuetudini [e] che tutte le altre città, borghi, villaggi
e porti m antengano le loro libertà e consuetudini». In que-
sto caso «consuetudini» non fa riferimento alle convenzioni
sociali m a ai dazi d'im portazione e alle tasse. L'articolo 41
afferma: «Tutti i mercanti siano salvi e sicuri nell'uscire dal-
l'Inghilterra e nell'entrarvi, nel dim orarvi e nel viaggiare
per essa [...] liberi da ogni ingiusta tassa [...] eccetto in tem-
po di guerra». Nell'articolo 61 il re accetta che i baroni
«eleggano quei venticinque baroni del regno che essi desi-
derano, i quali con tutte le loro forze devono preservare,
mantenere e far osservare la pace e le libertà concesse loro
con questa nostra carta». In questo m odo venne creata la
Camera dei Lord. Infine poi, nell'articolo 62, il re concede il
perdono a tutti i «religiosi e laici» che hanno avuto u n ruo-
136 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

10 nell'im porgli tali concessioni. La croce e la spada si uni-


rono così per cominciare a dom inare lo Stato e per dare agli
inglesi libertà individuali e diritti di proprietà privata sicu-
ri, in termini ben diversi da quanto fosse allora conosciuto
nel continente europeo.

Limitare gli Stati e i sovrani

Maometto non era solamente il Profeta, ma era anche un


capo di Stato. Di conseguenza, l'Islam ha sempre idealizzato
la fusione tra religione e norme politiche e i sultani solita-
mente portano anche il titolo di califfi. Come osservato da
Bernard Lewis, «[Maometto e i suoi successori] non crearo-
no mai un'istituzione analoga, o anche solo vagamente simi-
le, alla Chiesa nel m ondo cristiano»30, cioè una religione isla-
mica separata dallo Stato. Lewis afferma inoltre, e a ragione,
che l'idea della separazione tra Chiesa e Stato «è, in un sen-
so profondo, [...] cristiana»31. Nella maggior parte delle altre
civiltà, infatti, la religione era un aspetto dello Stato, al pun-
to che spesso si guardava ai governanti come a esseri divini:
molti imperatori romani, così come i faraoni, sostenevano di
essere dèi senza la cui intercessione si pensava che neppure
11 sole potesse sorgere.
La separazione tra Stato e Chiesa fu sancita da Gesù:
«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio
quello che è di Dio» 32. Forse, se il cristianesimo avesse avuto
origine come credo religioso della classe senatoriale romana,
avrebbe avuto un'altra linea di condotta in seguito. Ma per
diversi secoli la Chiesa fu un gruppo tenuto ai margini e
spesso perseguitato, per cui non si legò mai completamente
allo Stato. È certo che alcuni padri della Chiesa godettero vo­
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA» DELLA LIBERTÀ 237

lentieri della condizione sociale privilegiata garantita loro


dalla repressione statale di tutti i concorrenti religiosi e che
all'unisono proclamarono la superiore autorità della Chiesa
rispetto sullo Stato, ma furono in genere contenti di lasciare
il potere politico a governanti laici - anche se, quando intor-
no al palazzo di un vescovo sorgeva una città, a volte egli as-
sumeva il ruolo di principe-vescovo.
In ogni caso, anche se, secondo san Paolo, i cristiani dove-
vano obbedire ai loro governanti laici, seppur malvagi - a me-
no che venisse loro ordinato di violare un comandamento -
quando la minaccia della persecuzione non gravò più su di lo-
ro i teologi divennero assai critici a proposito dell'autorità mo-
rale dello Stato. In La Città di Dio, sant7Agostino scrisse che,
per quanto lo Stato fosse essenziale per una società ordinata,
mancava ancora di fondamentale legittimità:

Cosa sono i regni, se non grandi brigantaggi? Perché, anche le


bande dei briganti cosa sono se non piccoli regni? Sono mani-
poli di uomini comandati da un capo, legati da un patto socia-
le, con la ripartizione del bottino secondo una legge accettata
da tutti. Basta che questa calamità si espanda con l'affluenza di
numerosi malfattori, al punto da occupare un territorio e stabi-
lire una base, occupar città e sottomettere popoli, perché assu-
ma più chiaramente il titolo di regno, che le viene apertamente
riconosciuto non per l'abolizione delle razzie ma per il conse-
guimento deH'impunità. Fu davvero una risposta brillante e ve-
ritiera quella data da un pirata fatto prigioniero dal famoso
Alessandro Magno. Il re gli chiese qual era il suo pensiero, per
cui infestava i mari; e l'altro con franca impertinenza rispose:
«Lo stesso per cui tu infesti il mondo. Solo che io, con la mia mi-
sera nave, vengo chiamato ladro, mentre tu, con la tua grande
flotta, imperatore».33
138 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Questo «sconcertante realismo» ha spesso sorpreso e per-


sino turbato i lettori di sant'Agostino. Considerata, però, la
sua immensa influenza, quest'opinione ha da quel momento
plasmato le sensibilità politiche cristiane: gli autori cristiani
non poterono condannare le proposte per migliorare lo stato
né per eliminare le monarchie. Il netto rifiuto dell'idea di «di-
ritto divino» dei re costituì un passo estremamente impor-
tante in quella direzione; la Chiesa non ratificò mai le affer-
mazioni in questo senso pronunciate talvolta dai sovrani, no-
nostante mediocri libri di testo affermino il contrario35. Inol-
tre, con l'affermazione della secolarità del regno, la Chiesa re-
se possibile l'indagine del fondamento del potere terreno e
dell'interazione di diritti e governo. Alla fine del XIV secolo,
John Wycliffe sottolineò che se i re fossero stati scelti da Dio
e avessero governato per diritto divino, allora voleva dire che
Dio favoriva e approvava i peccati dei tiranni, «conclusione
blasfema»36! Perciò, deporre i tiranni non era peccato.
Anche se con riluttanza, san Tommaso d'Aquino aveva già
ammesso questa possibilità un secolo prima. Nell'ammonire
riguardo ai molti pericoli che s'incontravano quando si vole-
va destituire un tiranno, compreso il fatto che sin troppo spes-
so si andava incontro a una tirannia anche peggiore, scrisse
nel De regimine principum : «E invero se di diritto appartiene ad
u n popolo di eleggersi un re, non si può dire che da lui un re
sia ingiustamente deposto; o che ingiustamente sia raffrenata
la sua autorità, quando tirannicamente egli ne abusi». Ma con-
sigliava: «Occorre alla moltitudine con diligente studio prov-
vedersi di tale re che non possa diventare un tiranno»37. Esat-
tamente ciò che cominciarono a fare le moltitudini di varie
parti d'Europa: piani per prevenire la tirannia. Oltre che della
giustificazione teologica alla resistenza ai tiranni, poi, gli eu-
ropei beneficiarono anche delle loro divisioni intrinseche.
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA» DELLA LIBERTÀ 139

Disunita europea

Roma era essenzialmente un im pero sul mare M editer-


raneo. È vero che Cesare attraversò la M anica per coloniz-
zare la Britannia, ma in quel caso A driano dovette costruì-
re u n vallo per isolare le violente popolazioni nordiche. Sul
continente avvenne più o meno lo stesso. I rom ani attra-
versarono il Reno solo raram ente e non si avventurarono
spesso o lontano oltre il Danubio. N on si sa, poi, se la Spa-
gna e il Levante avrebbero fatto parte dell'im pero nel caso
in cui alle legioni fosse stato richiesto di invaderli e mante-
nerne il dom inio unicam ente via terra. In ogni caso, la
maggior parte dell'Europa occidentale non fu mai gover-
nata da Roma. Ostacoli di tipo geografico e culturale limi-
tarono l'estensione dell'im pero.
Si è scritto molto a proposito della frammentazione poli-
tica dell'Europa, ma di rado si è presa in considerazione la
geografia, anche se sedendosi a osservare una cartina dei ri-
lievi d'Europa, si potrebbero tracciare abbastanza chiara-
mente le aree con un «nazionalismo» consapevole. In effetti,
la cartina degli «Stati» europei medievali assomiglia incredi-
bilmente a una m appa degli insediamenti delle culture no-
m adi che vivevano di caccia cinquemila anni fa 38. Diversa-
mente dalla Cina o dall'India, ad esempio, l'Europa non è
una vasta pianura ma una moltitudine di valli fertili circon-
date da montagne e fitte foreste, e ognuna di queste valli
spesso rappresentava il nucleo centrale di uno Stato indi-
pendente39. Sorgono sempre diversità culturali nelle aree in
cui le barriere geografiche limitano le comunicazioni. La di-
versità culturale europea venne accresciuta anche dalle di-
verse ondate migratorie di «barbari». In questo senso, quin-
di, la disunità dell'Europa è sia culturale sia naturale.
140 LA VITTORIA DELLA RAGIONE
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTÀ 141

Il risultato di questa disomogeneità furono tante unità po-


litiche molto piccole: il termine appropriato potrebbe essere
«staterelli». Solamente le poche vaste pianure esistenti, come
quelle che circondano Parigi o Londra, accolsero entità poli-
tiche un po' più grandi; la maggior parte delle restanti varia-
vano dalle piccole alle minuscole dimensioni. Nel XIV seco-
lo, l'Europa contava circa un migliaio di staterelli indipen-
denti40. Questa proliferazione ebbe diverse conseguenze mol-
to importanti. Innanzitutto, tendeva a favorire governanti de-
boli. In secondo luogo, creava una competizione creativa. In-
fine, offriva alle persone una certa possibilità di partire verso
luoghi più favorevoli in termini di libertà e opportunità41. Di
conseguenza, alcuni di questi staterelli cominciarono a svi-
luppare governi molto dinamici e disponibili. È una storia
che ha inizio nel IX secolo circa nell'Italia settentrionale.

Il commercio e l'istituzione di governi dinamici in Italia

Nei giorni della repubblica Roma non era governata da


tiranni. Perciò è naturale che, al momento della loro riappa-
rizione in Europa, le forme di governo dinamico si siano
manifestate in Italia. Benché la teologia cristiana offrisse la
base morale perché simili regimi venissero instaurati, tali
ideali si realizzarono solamente in alcune parti del m ondo
cristiano. Per quale motivo proprio in queste specifiche
città-stato medievali italiane? Per due fattori principali. In-
nanzitutto, per la loro abilità nell'opporsi a ambizioni impe-
riali, papali e bizantine, tale da stabilire e m antenere la prò-
pria indipendenza. In secondo luogo, la loro egemonia risie-
deva in u n commercio con l'estero in rapida espansione; da
esso derivò la frammentazione del potere politico in una serie di
142 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

gruppi d'interesse ben assortiti: non solo aristocrazia, mili-


tari e il clero, ma anche mercanti, banchieri, produttori e
corporazioni di lavoratori. Il m odo più significativo e inte-
ressante per esaminare queste evoluzioni è analizzando ca-
so per caso le quattro grandi città-stato dell'Italia settentrio-
naie: Venezia, Genova, Firenze e Milano (vedi cartina 3-1 )42.
Nella loro zona si ebbero simili sviluppi anche in decine di
città-stato più piccole.
Quanto segue non è un racconto della nascita del capita-
lismo in Italia, ma di come queste città-stato giunsero ad ave-
re governi relativamente democratici, condizione indispen-
sabile allo sviluppo del capitalismo. Si faranno poi dei cenni
alla situazione industriale e commerciale, di vitale impor-
tanza per il raggiungimento della libertà politica.

Venezia
In origine Venezia era un villaggio sul mare, situato in
u n dedalo paludoso di decine di isole, fondato da u n grup-
po di marinai; un luogo facilmente difendibile. Nel 568,
l'invasione longobarda dell'Italia diede inizio a una rapida
migrazione dalla terraferm a, e «uomini facoltosi trasferirò-
no la propria residenza nelle lagune, portando con sé fami-
liari e dipendenti e quanto più potevano delle loro sostan-
ze» 43. Da lì, protetti dalle notevoli barriere naturali e con li-
bero accesso al mare, la città in espansione riuscì a evitare
la sottomissione al potere longobardo. Avendo accesso al
mare, poi, i veneziani poterono sostenere di essere una prò-
vincia dell'Im pero Romano d'O riente o Bizantino, il che
diede loro num erosi vantaggi commerciali, come l'esonero
da dazi e dogane nelle attività commerciali che intrapren-
devano con l'Oriente. La distanza e la crescente potenza na-
vale di Venezia resero soltanto nominale il dominio bizan­
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTÀ 143

tino sulla città. Anche i Franchi, quando, nell'810, suben-


trarono ai Longobardi nel dom inio di buona parte d'Italia,
tentarono di conquistare la zona costiera che comprendeva
Venezia. Ma paludi e lagune furono troppo per loro. Inol-
tre, l'im peratore bizantino aveva inviato una flotta in aiuto
della sua provincia. Venezia era ormai diventata smisurata-
m ente im portante per Bisanzio; era il principale sbocco
commerciale occidentale dell'Im pero, divenuto ancora più
im portante dopo che il m ondo islamico sviluppò una rete
commerciale che com prendeva Spagna, Sicilia, punta meri-
dionale dell'Italia e N ord Africa. Ciononostante, il dominio
bizantino su Venezia fu solo una finzione opportunistica,
ed ebbe presto fine.
Sorse così una città popolata da numerose famiglie che ri-
vendicavano legittimamente la condizione di nobili - anche
se prive di possedimenti rurali che garantissero loro delle
rendite - e che avevano colto l'opportunità di impegnarsi nel
commercio, facendo di Venezia forse la prim a società a vive-
re esclusivamente di esso44. Airinizio, si trattò di puro e sem-
plice scambio, dal momento che Venezia non produceva nes-
suna delle merci e dei prodotti che commerciava, ma tra-
sportava carichi di sale, grano, panno di lana e metalli prò-
venienti da altri luoghi e diretti nel Nord Africa e nel Vicino
Oriente, da dove riportava sete e spezie che per lo più veni-
vano nuovam ente esportate in altre città italiane e nell'Euro-
pa settentrionale. Col tempo, però, i commercianti Venezia-
ni, analizzando le loro opportunità di concludere affari, ca-
pirono che avrebbero guadagnato più denaro se non avesse-
ro agito solamente da intermediari ma da veri e propri prò-
duttori di ciò che esportavano. Perché, ad esempio, vendere
solamente il panno di lana proveniente dal Nord Europa?
Perché non importare la lana e confezionare i propri artico­
144 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

li? E poi, perché solo la lana? In m odo incredibilmente velo-


ce, Venezia avviò un'industria tessile forte e proficua che
produceva panni di lana, cotone e seta. Una volta intrapreso
questo cammino, divenne rapidam ente un'im portante prò-
duttrice di occhiali, tinture, lastre di vetro, vetro soffiato, cri-
stallo, piatti, ferro, ottone, gioielli, scarpe, armi, corde di ca-
napa e articoli di pelle. E l'industrializzazione ebbe profon‫־‬
de conseguenze politiche, che accrebbero i centri di potere
indipendenti in una comunità che godeva già di una sostan-
ziale democrazia.
Sin dai tempi di Carlo Magno, Venezia era stata ricono-
sciuta ducato e amministrata da un duca, noto con il nome di
doge. Per diversi aspetti, però, era diversa dalla maggior par-
te degli altri ducati. Per prim a cosa, il doge non incamerava
tasse o rendite, ma doveva la sua ricchezza all'attiva parteci-
pazione nel commercio. La più antica e nota testimonianza
medievale di un investimento monetario è registrata nel te-
stamento del doge Giustiniano Partecipazio. Quando questi
morì, nell'829, le sue proprietà comprendevano 1200 libbre
[34 chilogrammi] di «solidi liquidi, se non vanno perduti lun-
go il viaggio per m are»45. In secondo luogo la carica del do-
ge non era ereditaria (anche se a volte i figli seguivano la
strada dei padri). Secondo la tradizione veneziana, persino il
primo doge fu eletto dal «popolo» e sin dalla nascita della
città i veneziani avevano goduto di notevole libertà politica.
Non si sa se ciò sia vero, ma stando a documenti attendibili
il doge era eletto e, nonostante nel popolo non fossero inclu-
si tutti gli abitanti di Venezia, il loro numero era comunque
sostanzioso: tutti coloro che avevano ricchezze, responsabi-
lità militari, stabilimenti commerciali e gli appartenenti al
clero potevano dare il loro voto. Col passare del tempo, poi,
il popolo divenne un gruppo sempre più inclusivo, in cui en­
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTÀ 145

trarono a far parte i rappresentanti delle diverse corporazio-


ni artigianali e commerciali, divenute sempre più grandi e
potenti grazie alla rapida crescita industriale della città. Nel
frattempo, m an mano che i consigli eletti acquistavano mag-
giore autorità, venne gradualmente ridimensionato il potere
del doge, portando a una forma di governo in seguito nota
come «comune», costituita dai cittadini che avevano diritto
al voto e dai funzionari e legislatori da loro eletti.
N on fu Venezia la prim a città-stato italiana in cui s'istituì
un comune; probabilmente l'onore spetta a Pisa46. Alla metà
del XII secolo, però, il comune di Venezia era in piena attività
con cinque organi di governo47. In cima alla piramide si tro-
vava il doge, amministratore eletto a vita ma senza regi di-
ritti, con poteri prudentem ente limitati dal giuramento d'ac-
cettazione della carica. Sotto il doge vi era il Consiglio Du-
cale, composto da sei membri, che rappresentavano ciascu-
no un'area geografica di Venezia. I consiglieri eletti rimane-
vano in carica per un anno e potevano essere rieletti sola-
mente dopo due anni di pausa. I consiglieri lavoravano a
stretto contatto con il doge, che per le decisioni più impor-
tanti doveva ottenere il loro consenso. Sotto il consiglio vi
erano la Quarantia e il Senato. La Quarantia, il consiglio dei
quaranta, era simile a una corte d'appello, mentre il Senato
era formato da sessanta uomini che si occupavano specifica-
mente di questioni commerciali e di politica estera. Quaran-
tia e Senato venivano scelti dal Maggior Consiglio (a volte
per elezione, a volte estratti a sorte), che eleggeva anche i co-
m andanti della flotta. I membri del Maggior Consiglio, che
spesso ammontavano a più di un migliaio, erano selezionati
dall'Assemblea Generale, cioè dall'intera popolazione vene-
ziana avente diritto al voto. L'Assemblea Generale si riuniva
saltuariamente: veniva convocata per ratificare la legislazio­
146 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

ne fondamentale e per la scelta di un nuovo doge. Nel 1071,


alla morte del doge, «innumerevoli imbarcazioni cariche di
veneziani provenienti da tutto il territorio lagunare si adu-
narono»48e decisero il nome del successore senza che nessu-
no mettesse piede a terra.
Airinizio, la partecipazione alla vita politica veneziana
era limitata alle varie élite, ma con il passare del tempo, e in
modo particolare quando Venezia divenne un centro mani-
fatturiero di rilievo oltre che un im portante porto commer-
ciale, i diritti furono estesi. Il meccanismo principale attra-
verso il quale avvenne quest'evoluzione fu l'organizzazione
di corporazioni, associazioni o unioni di persone impiegate in
una particolare attività artigianale o commerciale. In tutta
l'Europa medievale apparvero corporazioni, spesso con la
funzione di imporre tariffe e salari uniformi e di controllare
l'inserimento in un particolare campo lavorativo. Alcune di
esse raggruppavano avvocati o medici; anche le prostitute a
volte avevano la loro. A Venezia, come nel resto dell'Europa
occidentale, le corporazioni rappresentavano artigiani alta-
mente specializzati, come soffiatori di vetro, farmacisti,
gioiellieri, sarti, pellicciai e costruttori di organi, ma anche
attività commerciali più comuni, compresi macellai, fornai,
barbieri e costruttori di vele. Le corporazioni riunivano inol-
tre vari gruppi di calzolai. Essendo ben organizzate e in pos-
sesso di risorse finanziarie, divennero una forza politica di
tale rilievo che fu loro assegnata una rappresentanza nei
consigli. In questo modo, nel governo veniva data una voce
significativa alle masse. A essa si aggiunse l'influenza delle
confraternite religiose, associazioni laiche che si dedicavano
alla devozione, m a che fornivano anche m utuo soccorso, un
po' come le confraternite moderne. Alcune di queste erano
limitate a persone che esercitavano i vari mestieri, ma sem­
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTÀ 247

bra che altre fossero aperte a tutti coloro che godevano di


buona considerazione, sia ricchi che poveri. In ogni caso,
corporazioni e confraternite mobilitarono ampie fette della
popolazione urbana e, airinterno di Stati democratici, otten-
nero una notevole influenza politica.
Secondo i canoni moderni, Venezia e le altre principali
città-stato italiane medievali erano cittadine di media gran-
dezza; nell'anno 1000, Venezia contava circa 30.000 abitanti,
mentre le altre tre fra le quattro città principali erano consi-
derevolmente più piccole 49. Tutti si conoscevano tra di loro,
l'opinione pubblica era piuttosto trasparente e spesso si ot-
teneva facilmente il consenso. Grazie a ciò e a istituzioni po-
litiche relativamente aperte, Venezia potè mantenere u n no-
tevole grado di libertà e un governo dinamico. Il segreto fu
un'economia in rapida espansione che non si tram utò in po-
che grandi fortune, ma fece sì che molte famiglie entrassero
in possesso di notevoli risorse e portò a quasi tutti un benes-
sere precedentemente impensabile.

Genova
Situata sul versante occidentale dell'Italia, e affacciata sul
Mar Ligure, Genova rivaleggiò con Venezia per il ruolo di
maggiore potenza navale europea. Come Venezia, non era
un'antica città romana e doveva la sua esistenza al bellissimo
porto posizionato su una striscia di terra molto sottile, isola-
ta a nord e a est da aspre montagne ma di facile accesso via
terra da ovest e da sud, oltre che dal mare. Di conseguenza,
mentre la geografia aveva reso Venezia essenzialmente indi-
pendente sin dall'inizio, Genova venne dominata dai Longo-
bardi e poi saccheggiata da predoni musulmani nel 934-935 50.
Dal momento che la rotta migliore che collega Roma alla
Francia e alla Spagna passa lungo questa stretta striscia di ter­
148 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

ra costiera, la posizione centrale di Genova ebbe un ruolo im-


portante nel far diventare la città il principale porto del Me-
diterraneo occidentale (vedi cartina 3-1). Altrettanto impor-
tante fu il fatto che le città potenzialmente rivali sulla costa
francese e su quella spagnola erano svantaggiate dalla pre-
senza di tiranni locali, «un signore feudale o [...] un re, che li
gravava di pesanti tributi e spesso li coinvolgeva nelle sue
contese» 51, condizione che presto riguardò anche i porti del-
l'Italia meridionale e della Sicilia. Genova invece, come Vene-
zia, aveva il proprio comune ma, diversamente da Venezia,
non era direttamente appoggiata da Bisanzio e a volte i ge-
novesi dovevano respingere i vari imperatori del Sacro Ro-
mano Impero che cercavano di imporre su di loro il dominio
germanico. Quindi, Genova si alleò spesso con Roma, con
l'effetto di mettere l'imperatore contro il papa. Alla fine, do-
po più di un secolo di conflitti e competizione, la città ligure
divenne la potenza incontestata del Mediterraneo occidenta-
le, dopo aver sconfitto Pisa in una grande battaglia navale.
All'inizio, la città era governata da un consiglio di nobi-
li nella tradizione del senato rom ano ma, come accadde a
Roma, in seguito una coalizione autocratica ne prese il con-
frollo. Si scatenarono allora due guerre civili, una dal 1164
al 1169 e l'altra dal 1189 al 1194. N essuno ne uscì vincitore,
perché entram be le parti possedevano castelli quasi ine-
spugnabili. I costi esorbitanti dei conflitti, dovuti soprattut-
to al fatto che provocarono l'interruzione delle attività
commerciali e la perdita delle colonie oltremare, convinse-
ro presto i belligeranti che solo una soluzione politica du-
ratura e stabile avrebbe potuto risolvere la situazione52. An-
che se il sistema di governo adottato da Genova può sem-
brare strano, era perfettam ente in linea con quel modello di
società e funzionò.
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTÀ 149

La podesteria era una sorta di ufficio dell'amministratore


della città. Ogni anno la città-stato sceglieva un podestà non
genovese come proprio comandante militare, giudice capo e
amministratore politico53. Nonostante fosse un consiglio di
nobili a scegliere il podestà e a stabilire obiettivi e politiche,
nel periodo in cui era in carica egli aveva autorità suprema e
guidava una compagnia militare e un gruppo di giudici. Du-
rante l'anno in cui governava la città, né il podestà né le sue
truppe o i suoi giudici potevano sposare genovesi, comprare
proprietà locali o intraprendere alcuna transazione commer-
ciale, e alla fine dell'anno dovevano andarsene dalla città e
non tornarvi per diversi anni. Il sistema funzionava perché il
podestà aveva abbastanza truppe che, unite a quelle di una
delle due fazioni genovesi, erano in grado di sconfiggere Tal-
tra parte rimasta sola. Il sistema funzionò talmente bene che
fu adottato da molti altri comuni italiani54.
Con u n governo onesto libero da interessi o obblighi loca-
li, Genova entrò in un'età dell'oro. Dal 1191 al 1214, l'attività
commerciale della città crebbe con un tasso del 6% annuo, tan-
to che, a fine secolo, era diventata la città-stato più ricca del-
l'Italia settentrionale, seguita da Milano e Venezia55. Nel 1293,
il solo commercio via mare produsse un profitto di quasi quat-
tro milioni di ducati genovesi. La cifra corrispondeva a dieci
volte il guadagno annuale della tesoreria reale francese56!
Il sistema governativo genovese venne modificato nel
1257, quando una rivolta di corporazioni e confraternite
portò a una maggiore democrazia. Il consiglio fu esteso a
trentadue membri, quattro per ciascuno dei quartieri cittadi-
ni; ciascuno dei gruppi da quattro era diviso in modo ugua-
le tra nobiltà e «popolo». Al posto di un podestà esterno in ca-
rica per un anno, il comune venne amministrato da u n «ca-
pitano» eletto dal consiglio per un periodo di dieci anni. In
150 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

questo modo, Genova divenne uno Stato ancora più dinami-


co in cui i cittadini avevano una maggiore influenza politica,
come dimostra il fatto che il prim o a essere eletto capitano fu
Guglielmo Boccanegra, un ricco cittadino. Questa scelta fa
capire che la reale base per la creazione di un regime più de-
mocratico era la prospera economia commerciale della città.
Genova, che airinizio del XII secolo era probabilmente una
piccola città con 10.000 residenti, nel 1250 aveva una popo-
lazione di circa 50.000 abitanti ed era una delle più grandi
città in Europa57. E, come per Venezia, non fu semplicemen-
te lo scambio commerciale a generare ricchezza e crescita;
anche Genova s'industrializzò al punto di produrre la mag-
gior parte delle merci che esportava58.

Firenze
Su Firenze è stato scritto un enorme cumulo di sciocchez-
ze snobistiche. N on accontentandosi di lodare la città per es-
sere stata la culla di Leonardo da Vinci e Michelangelo, mol-
ti avanzarono la falsa pretesa che fosse stata Firenze a mo-
strare il cammino per uscire dai Secoli Bui. L'opera di Jacob
Burckhardt è stata a lungo celebrata proprio perché divulga-
va questa tesi. In La civiltà del Rinascimento in Italia,
Burckhardt si spinse sino a lodare Firenze per aver prodotto
«la più elevata coscienza politica» e un governo che «merita
il nome di prim o fra gli Stati del m ondo m oderno»59. Per
quando riguarda i pensatori, Burckhard potè, ovviamente,
invocare nomi illustri come Dante, Machiavelli, Petrarca e
Boccaccio. Ma proprio come confuse arte con civiltà,
Burckhardt scrisse un capitolo intitolato «Lo Stato come ope-
ra d'arte» in cui sostenne che la filosofia politica era più au-
tentica della realtà politica. E la realtà, come l'autore ben sa-
peva, comprendeva spesso agitazioni aspre e cruente. Ciò-
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTÀ 151

nonostante, Firenze divenne un monum ento alle capacità


produttive del capitalismo, uno dei principali centri della
produzione di lana e seta e, nel XII secolo, le sue banche ave-
vano sedi in tutta l'Europa occidentale.
Originariamente, Firenze era una repubblica. Il comune
era costituito da un parlam ento composto da quasi mille
membri che si riunivano ogni anno per stabilire la politica da
seguire, imporre le tasse e (di solito) nominare un podestà
per l'anno successivo. Il metodo fu spesso interrotto o alte-
rato dalla presa di potere da parte dei Guelfi (sostenitori del
papa) o dei Ghibellini (sostenitori del Sacro Romano Impe-
ro). Nel 1282, in collaborazione con il cardinale di Firenze,
venne approvata una nuova costituzione che apriva il go-
verno a u n notevole numero di rappresentanti delle corpo-
razioni60. Otto anni dopo, quest'allargam ento di potere die-
de i suoi utili ai cittadini non nobili grazie all'emissione di
ordinanze che li proteggevano dagli abusi della nobiltà, pri-
vando di fatto diverse centinaia di nobili e di loro parenti del
diritto di ricoprire cariche pubbliche. Per fare rispettare que-
ste nuove disposizioni venne istituito un nuovo ufficio go-
vernativo, spalleggiato da una milizia di un migliaio di uo-
m ini61. Scoppiarono rivolte, la residenza del podestà fu sac-
cheggiata e il principale fautore delle ordinanze venne con-
dannato a morte, ma riuscì a fuggire in Francia. Ancora una
volta, la realtà della vita politica di Firenze divenne la lotta
civile, non solo tra le fazioni nobili dei Guelfi e dei Ghibelli-
ni, ma anche tra le due fazioni e i cittadini comuni. Ne Isto-
rie fiorentine, Machiavelli sosteneva che «le gravi e naturali
nimicizie che sono intra gli uom ini popolari e i nobili, cau-
sate da il volere questi comandare e quelli non ubbidire, so-
no cagione di tutti i mali che nascano nelle città»62. Ci si chie-
de se Machiavelli avrebbe scritto opere politiche così straor­
152 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

dinarie se fosse vissuto in una città priva del fermento e del-


le continue cospirazioni politiche di Firenze.
Indifferentemente da quale fosse la fazione al comando,
venne riconosciuto il diritto delle corporazioni ad avere
maggiore voce nel governo. Di fatto, alla fine del XIV secolo,
le corporazioni presero il potere e introdussero una struttu-
ra governativa composta da nove uomini, chiamata Signo-
ria: sei di loro rappresentavano le corporazioni principali,
due le corporazioni minori e poi c'era il gonfaloniere, colui
che portava il vessillo della città e che presiedeva il consiglio.
I membri della Signoria venivano eletti da un gruppo di cit-
tadini noti con il nome di Priori, i quali erano selezionati a
caso tramite estrazione. Per tutta la sua durata, persino le fa-
zioni più accanitamente divise si unirono nel comune inte-
resse di non uccidere quella gallina dalle uova d'oro: il com-
mercio era incoraggiato, poco tassato e godeva di grande li-
bertà, anche per quanto riguardava l'importazione di lavo-
ratori necessari da altri luoghi.
Nel corso del XV secolo, i veri governanti di Firenze fu-
rono i membri della famiglia Medici, anche se mantenevano
scrupolosamente u n profilo politico molto basso e rispetta-
vano tutte le formalità dem ocratiche63. Dovettero però af-
frontare diverse ribellioni e tentativi di colpi di Stato da cui
si salvarono a stento. Va inoltre ricordato che i Medici non
avevano ereditato proprietà fondiarie ma dovevano la loro
ricchezza al commercio, avendo fondato e amministrato
una delle prim e banche dell'Europa medievale, con molte
sedi in Italia e all'estero64. Alla guida di Firenze, protessero
in m odo particolare la proprietà privata e le libertà com-
merciali e industriali, oltre a favorire gli interessi dei citta-
dini comuni. Naturalmente, questa condizione non poteva
durare per u n tempo indefinito, così, nel XVI secolo i Medi­
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTÀ 153

ci divennero quei tiranni che condussero Firenze verso il de-


clino economico.

Milano
Milano è situata nel mezzo della grande pianura padana,
protetta dalle montagne. Lontana dal mare, sin dall'epoca
dei romani è stata un im portante centro di comunicazione
perché vi convergevano i principali valichi che attraversa-
vano le Alpi. Questa posizione fu il principale motivo per
cui divenne la seconda città dell'Im pero Romano. L'ascesa
verso la grandezza del Medioevo non fu però semplice. Nel
452, la città rom ana di Milano venne devastata da Attila re
degli Unni e quasi un secolo dopo rasa al suolo dai Goti.
NeH'VIII secolo, Milano faceva parte dei territori sotto il do-
minio di Carlo Magno, il che per secoli implicò numerosi
tentativi, da parte di presunti eredi carolingi del Sacro Ro-
mano Impero, di rivendicarne il dominio tedesco.
La città, tuttavia, restava profondamente cristiana. All'in-
terno delle m ura sorgevano decine di chiese e il mercato si
svolgeva «nell'area circostante la cattedrale, davanti alla
chiesa» 65. Era proibito vendere di domenica, ma la Chiesa si
mostrava per altri aspetti favorevole al commercio. Per di
più, verso la fine del X secolo, il potere politico si consolidò
nella figura dell'arcivescovo, che divenne l'ecclesiastico più
potente in Italia, secondo solamente al papa. Col tempo que-
sta situazione diede origine a due accanite fazioni, quella del
Guelfi e quella dei Ghibellini, che tante spaccature crearono
nella vita politica della maggior parte dell'Italia settentrio-
naie. Come Firenze, anche Milano dovette sopportare aspre
e croniche lotte civili.
Il potere politico dell'arcivescovo si poggiava su capitani,
«che possedevano castelli nel feudo del vescovo e costituiva­
154 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

no la sua corte»66. Nel 1045 scoppiò u n conflitto e uno dei ca-


pitani più importanti guidò il popolo a sostegno di un regime
più democratico; la città si organizzò in comune ed esso rapi-
damente divenne una repubblica. Quindi, a partire dal 1186,
Milano fu amministrata da un podestà, sebbene l'arcivescovo
continuasse a godere di una notevole autorità che spesso uti-
lizzava a favore di proposte democratiche. Nel 1225 il diritto
di voto venne esteso fino a includere mercanti minori e cor-
porazioni m aggiori67. Tuttavia, la città dovette combattere di-
verse volte contro le forze imperiali per sopravvivere. Per di
più, le minacce esterne, unite a fazioni interne composte da
una nobiltà che si fondava su estese proprietà rurali più che
su attività commerciali, resero Milano vulnerabile davanti ad
autocrati in grado di imporre l'ordine civile, in particolar mo-
do i membri della famiglia Sforza, che divennero famosi co-
me soldati mercenari. Fortunatamente per l'economia della
città, gli Sforza erano uomini realisti che s'intendevano di fi-
nanza e durante il periodo in cui furono al potere incoraggia-
rono gli investimenti nella produzione manifatturiera e favo-
rirono gli interessi commerciali.
Va sottolineato che nell'Italia settentrionale la Chiesa
giocò spesso un ruolo forte a sostegno e protezione della de-
mocrazia. Infatti, non solo sostenne spesso, e in modo ine-
quivocabile, l'uguaglianza morale, ma altrettanto frequente-
mente scese nell'arena politica a favore dell'allargamento dei
diritti. Come già osservato, sia l'arcivescovo di Milano che il
cardinale di Firenze fecero causa comune con le corporazio-
ni. Nessuno dei due era eccezionalmente liberale; anzi, le lo-
ro opinioni religiose e politiche erano piuttosto tipiche.

In sintesi: per queste città-stato italiane suona vero il mo-


derno motto libertario che vuole menti libere e mercati libe­
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTÀ 255

ri. La loro rivoluzione commerciale richiese libertà e quella


politica si fondò sul commercio. Questa conclusione è soste-
nuta in maggiore misura anche dall'esempio in negativo del-
l'Italia meridionale.

Repressione nell'Italia meridionale: il caso di Amalfi

L'assenza di centri commerciali in espansione nell'Italia


meridionale è dovuta principalmente a un fattore: la repres-
sione. Diversamente dalle quattro grandi città settentrionali
e delle loro numerose città satellite, le città dell'Italia meri-
dionale non furono in grado di mantenere la loro indipen-
denza e di conseguenza soccombettero al dominio di despo-
ti esterni che le sfruttarono in m odo spietato. Particolarmen-
te amaro e significativo è il caso di Amalfi.
È probabile che nell'anno 1000 Amalfi fosse la città più
grande d'Italia, con una popolazione stimata intorno ai
35.000 abitanti68. Situata sulle rive del Mediterraneo, molto a
sud di Roma, in quell'epoca era un im portante centro di
scambio via mare. Dalla sua fondazione, avvenuta probabil-
mente nell'VIII secolo, la città unì navigazione e commercio
in uno schema triangolare che includeva il N ord Africa mu-
sulmano e Bisanzio. Prima venivano raccolti i carichi locali:
grano, vino, frutta e legnam e69. Nei porti tunisini questi prò-
dotti erano scambiati con altra merce e con oro, e in Egitto
con spezie e ancora con oro. Il carico raggiungeva poi Bi-
sanzio, dove il metallo prezioso veniva usato per ottenere
prodotti orientali di lusso e soprattutto articoli religiosi co-
me paramenti, abiti talari e incenso70. Di ritorno ad Amalfi, i
mercanti vendevano queste merci per poter comprare altri
prodotti locali e intraprendere nuovi viaggi. Nel sistema
156 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

commerciale nulla avveniva per caso. Sin dall'inizio esso


mostrò «organizzazione e un'abitudine allo scambio soste-
nuto da costante attività politica e diplom atica»71.
Sorge una domanda: perché non Napoli? Perché l'illustre
e antica città romana, situata poco a nord di Amalfi e in pos-
sesso di un porto molto migliore e di una solida flotta da
guerra, non oscurò la nuova città sorta dal nulla? Dopo tut-
to, Napoli era il luogo dove avevano soggiornato Cicerone e
Virgilio, dove Nerone aveva fatto il suo debutto, ed è proba-
bile che anche nel IX secolo fosse significativamente più
grande di Amalfi. La risposta alla dom anda «Perché non Na-
poli?» è piuttosto semplice. Napoli si trovava al margine di
un entroterra molto grande e fertile, che manteneva parec-
chie proprietà nobiliari. Ne risultò quindi una società alta-
mente stratificata che lasciava pochissima libertà per avven-
ture commerciali72. Amalfi, invece, non aveva entroterra o
nobili che interferissero. Era stata, sin dalla sua fondazione,
una repubblica basata sul commercio. Alla fine del XII seco-
lo, i mercanti di Amalfi erano tra gli attori principali del
commercio estero italiano. E poi tutto finì.
Gli storici che si occupano dell'Europa medievale pongo-
no la loro attenzione sugli incursori vichinghi ma, oltre a ri-
conoscere incidentalmente che Guglielmo il Conquistatore
era u n normanno, si occupano poco dell'im patto che ebbero
sulla società europea questi vichinghi che arrivarono al Sud
per insediarsi. Uno di loro era Ruggero Guiscardo che, con
una minuscola compagnia di normanni, nel 1060 invase la
Sicilia, sconfisse le resistenze m usulm ane e prese il potere.
Successivamente eresse una base sulla punta meridionale
dell'Italia, a soli ottanta chilometri dalla Sicilia oltre lo Stret-
to di Messina. Il figlio di Ruggero si autonominò Ruggero II,
re del Regno norm anno di Sicilia. Intelligente e straordinario
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTÀ 157

come il padre, nel 1131, dopo aver potenziato le sue forze ol-
tre lo stretto, organizzò l'invasione dell'Italia meridionale.
Presto i N orm anni ebbero il dominio dell'intero territorio
compreso tra la punta dello stivale italiano e le zone a nord
di Napoli (vedi cartina 3-1).
Sembra che, per l'epoca, Ruggero sia stato un sovrano il-
luminato. Incoraggiò lo sviluppo commerciale e avviò persi-
no un'industria della seta in Sicilia. Suo figlio, invece, si gua-
dagnò l'appellativo di Guglielmo il Malo. Ebbe una vita di
lussi sfrenati che pagava nel modo a lungo utilizzato dai de-
spoti: usurpando e im ponendo tasse, il che pose fine all'im-
portanza commerciale di Amalfi.
Alcuni storici moderni hanno giustificato la repressione
dell'Italia meridionale per mano del regno normanno soste-
nendo che questa portò pace tra comunità litigiose: «Se per ca-
so il regno si fosse disintegrato nei suoi elementi costitutivi ciò
non avrebbe significato l'inizio di un'età dell'oro delle libere
comunità ma avrebbe generato invece incessanti conflitti loca-
li»73. Forse. Ma i costanti conflitti tra le città-stato indipenden-
ti dell'Italia settentrionale non ostacolarono la loro età dell'oro
nel commercio. In realtà, in queste comunità libere e indipen-
denti si sviluppò a tal punto la mentalità commerciale che tut-
te le battaglie furono combattute da truppe assoldate allo sco-
po, mentre gli altri si occupavano di affari come sempre.

Libertà nel Nord Europa

Sebbene fosse fiorito per la prim a volta nelle città-stato


italiane, presto il capitalismo si diffuse verso nord, m a solo
dove vi era libertà sufficiente. A eccezione dell'Inghilterra,
non si trattava neanche di staterelli ma semplicemente di
158 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

piccole città che erano riuscite a liberarsi dal dominio di si-


gnori locali e a instaurare governi dinamici. Considerato il
fatto che col tempo sostituirono le città-stato italiane come
maggiori centri del capitalismo europeo in espansione, è im-
portante osservare in che m odo si guadagnarono la libertà.
Non esistevano leggi apposite per le città all'interno del si-
stema feudale, costituito da ima serie di obblighi reciproci che
organizzavano la vita rurale in una piramide di proprietà, a
partire dai piccoli feudi di singoli cavalieri fino agli enormi
possedimenti di duchi, re e imperatori. Nel primissimo Me-
dioevo, la maggior parte dei luoghi urbani (villaggi, cittadine
e città in espansione) erano «proprietà» del signore locale, di
un vescovo (se la comunità era sorta intorno al suo palazzo) o
di un ordine monastico, e gli abitanti pagavano l'affitto del
terreno dove risiedevano le loro comunità. La proprietà degli
edifici era, di conseguenza, ambigua. Per di più, il possesso
della terra sottostante un luogo urbano era sempre condivisa
tra il signore locale e un lontano principe o re nel cui regno si
trovava la comunità. Grazie a questo dualismo le città ebbero
l'occasione di guadagnarsi l'indipendenza74.
Dal momento che il commercio era un'attività urbana, col
crescere delle città emersero comunità di ricchi mercanti, ine-
vitabilmente infastiditi dal fatto di essere tassati e comandati
da un estraneo che contribuiva solo in minima parte, o per
nulla, al benessere della loro città. Come risposta istituirono
solide corporazioni mercantili in grado di opporsi al signore
locale. Inoltre, molti di questi mercanti non avevano origini
comuni, ma facevano parte della piccola nobiltà che si era
adattata velocemente alle nuove opportunità e aveva un ruo-
lo importante nell'ascesa del commercio75. Il fatto che i mer-
canti non fossero solo un gruppo di cittadini comuni può aiu-
tare a spiegare le astute tattiche con cui le città, spesso con sue-
ΙΑ TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTA 159

cesso, scavalcarono il signore locale per fare appello a quello


più potente e lontano, offrendogli interessanti incentivi in
cambio di una sostanziale indipendenza.
Innanzitutto furono eliminati gli affitti del terreno. In al-
cune città questo venne ottenuto attraverso negoziazioni con
il signore locale; in molti casi, i terreni urbani furono acqui-
stati da cittadini ricchi. In molti altri casi, invece, le città for-
marono o assoldarono truppe che sostenessero il nobile lon-
tano contro i suoi rivali, specialmente contro i signori locali
subordinati, tra i quali molti erano principi-vescovi. Visto
che molte città erano sorte intorno a quello che in origine era
l'insediamento di un vescovo (spesso sulle rovine di u n pre-
sidio romano), anche il potere temporale era finito nelle sue
mani. Molto presto i re tedeschi trasformarono molti vesco-
vati in sedi di principati, sperando così di avere il pieno con-
trollo delle città che li sfidavano. Le contraddizioni su cui si
fondava il ruolo del principe-vescovo avevano presto gene-
rato discordia tra Chiesa e monarchia e fatto emergere una
naturale affinità tra monarca lontano e capi delle città 76. Nel
1073, ad esempio, quando alcuni dei vescovi lungo il Reno
sfidarono Enrico IV, imperatore del Sacro Romano Impero, i
cittadini di Worms si rivoltarono contro il loro vescovo, lo
scacciarono dalla città e sostennero Enrico. Per dimostrare la
sua gratitudine, Enrico concesse l'autorità locale a u n consi‫־‬
glio cittadino, rendendo così Worms una città indipendente
che doveva fedeltà esclusivamente alla corona. Worms fu so-
lo la prim a di quelle che saranno poi note come libere città
imperiali, altre città del Nord che siglarono simili accordi con
l'imperatore; alla fine, si arrivò a 85 città di questo tipo77. Dal
momento che avevano il controllo dei propri affari, l'espres-
sione «l'aria di città porta libertà» divenne norma legale e non
solo u n motto popolare 78.
160 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

In queste città la libertà fu attuata tramite consigli eletti e,


successivamente, grazie alla progressiva espansione del di-
ritto al voto; in ogni caso sempre con una giustificazione re-
ligiosa esplicita. Lo stesso concetto di comunità aveva una
certa sacralità per coloro che risiedevano nelle città di quel-
l'epoca. All'inizio del XV secolo, quindi, il consiglio cittadi-
no di Basilea, spiegò «che il governo di tutte le città è stabi-
lito principalmente per aumentare e sostenere l'onore di Dio
e per impedire tutte le ingiustizie»79. In questo spirito, i con-
sigli cittadini non si limitarono a occuparsi di aspetti mon-
dani, come scuole e strade, ma spesso furono coinvolti in
questioni religiose, comprese la riforma dei monasteri locali
o la costruzione di luoghi sacri per conservare le reliquie.
L'idea che città di piccola e media grandezza dovessero
essere governate da consigli eletti venne probabilmente im-
portata dall'Italia, come lo stesso termine che li designava
(1concilium ). In ogni caso la democrazia della città nordica
non portò mai alle elaborate strutture tipiche dell'Italia. Es-
sa arrivò prim a per le classi più alte, le quali selezionarono
un gruppo di loro appartenenti che formò il governo; e pre-
sto altri gruppi sociali im portanti si guadagnarono una rap-
presentanza, fino al raggiungim ento di un governo vera-
mente popolare. Essendo di vitale im portanza per l'indi-
pendenza di una città che signori esterni non potessero so-
stenere di avere diritti sugli abitanti, si stabilì la legge se-
condo cui qualunque servo fosse libero da ogni obbligo feu-
dale nei confronti del suo feudatario o feudataria dopo un
anno e un giorno di residenza nel luogo, evidenziando così
che il feudalesimo non esisteva più all'interno delle città set-
tentrionali di piccola o m edia grandezza. Inoltre, non ci fu-
rono solo i casi di città commerciali che sfuggirono alla mor-
sa dei potenti locali; molte di esse furono fondate come co­
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTÀ 161

m unità libere da mercanti che si assicurarono statuti da par-


te di sovrani e principi lontani, superiori agli aristocratici
del luogo.
La lealtà cittadina a un monarca distante era desiderabile
da entrambe le parti. Le città erano delle preziose alleate nel-
l'opporsi a tutti i complotti che vedevano coinvolti i nobili
subordinati al monarca e quest'ultim o in cambio le proteg-
geva da interferenze locali. I signori del luogo non potevano
tassare o usurpare le ricchezze di queste città e nemmeno
istituire barriere doganali per il commercio a lunga distanza
(si pensi alla M agna Charta). In cambio della loro autono-
mia, le città pagavano una modesta tassa fissa al re, il quale
non interferiva in alcun modo con il sistema di tassazione
che si erano dati i cittadini. Le tasse locali servivano princi-
palmente per coprire le spese della sicurezza (ad esempio,
per la costruzione e la manutenzione delle m ura cittadine) e
per facilitare gli scambi e il commercio fornendo luoghi pub-
blici per il mercato, migliorando le condizioni di strade e zo-
ne portuali e, in alcuni luoghi, organizzando annualmente
grandi fiere commerciali.

La «rinascita» della libertà in alcune parti dell'Europa fu


il risultato di tre elementi necessari: gli ideali cristiani, unità
politiche piccole e, al loro interno, l'apparizione di una va-
rietà diversificata di gruppi d'interesse. Nel resto del mondo
non esistevano società come queste.
Ora, avendo fissato l'ultim a delle condizioni necessarie, è
tempo di analizzare la nascita del capitalismo e il successo
dell'Occidente.
162 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

1Robert Hartwell, Markets, Technology, and thè Structure of Enterprise in thè


Development o f thè Eleventh-Century Chinese Iron and Steel Industry, «The
Journal of Economie History», n. 26, 1966, pp. 29-58, e Historical Analogi-
sm, Public Policy, and Social Science in Eleventh- and Twelfth- Century China,
«The American Historical Review», n. 76, 1971, pp. 690-727; William H.
McNeill, Caccia al potere: tecnologia, armi, realtà sociale dall'anno Mille, Feltri-
nelli, Milano 1984.
2W inwood Reade, The Martyrdom ofM an, Watts, London 1925, p. 108.
3Jack Beeching, La battaglia di Lepanto, Bompiani, Milano 2002; Victor Da-
vis Hanson, Massacri e cultura: le battaglie che hanno portato la civiltà occi-
dentale a dominare il mondo, Garzanti, Milano 2002.
4Hanson, Massacri e cultura cit., p. 310.
5Gregory Grossman, Notes for a Theory of thè Command Economy, «Soviet
Studies», n. 15, 1963, pp. 101-123.
6Alcuni marxisti impenitenti proclamano ancora lo slogan «Non una so-
cietà dal mercato libero, ma una società libera dal mercato».
7Robert S. Lopez, La rivoluzione commerciale del Medioevo, Einaudi, Torino
1975, p. 85.
"Bernard Lewis, Il suicidio dell'Islam: in che cosa ha sbagliato la civiltà medio-
rientale, Mondadori, Milano 2002.
9Moses I. Finley, Aristotle and Economie Analysis, «Past and Present», n. 47,
1970, pp. 21-22.
10Ivi, p. 23.
11Jean Andreau, Banking and Business in thè Roman World, Cambridge Uni-
versity Press, Cambridge 1999.
12Ramsay MacMullen, La corruzione e il declino di Roma, Il Mulino, Bologna
1991, p. 131.
13Plutarco, Marcello, in Vite, UTET, Torino 1996, voi. 4, p. 265.
14William Frank Walbank, Commercio e industria nel tardo Impero Romano
d'Occidente in Storia Economica Cambridge, voi. 2 (Commercio e industria nel
Medioevo), Einaudi, Torino 1982, p. 64.
15Friedrich A. Hayek, The Fatai Conceit: The Errors of Socialism, University
of Chicago Press, Chicago 1988, p. 33.
16Per un eccellente approfondimento a proposito di questo argomento, si
veda Jeremy Waldron, God, Locke, and Equality, Cambridge University
Press, Cambridge 2002.
,7J. Roland Pennock, Reason, Value Theory, and thè Theory ofDemocracy, «The
American Politicai Science Review», n. 39,1944, p. 859.
18Ronald Dworkin, I diritti presi sul serio, Il Mulino, Bologna 1982; Rhoda
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA» DELLA LIBERTÀ 163

E. Howard, Jack Donnelly, Human Dignity, Human Rights, and Politicai Re-
gimes, «The American Politicai Science Review», n. 80, 1986, pp. 801-817.
19Waldron, God, Locke, and Equality cit.
20La Sacra Bibbia, testo ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana, SEI,
Torino, 1993, Lettera ai Galati 3,28.
21La Sacra Bibbia cit., Lettera agli Efesini 6,9.
22Lucius Caecilius Firmianus Lactantius, Divinae Institutiones, in Divinae
Institutiones. De Opificio dei. De ira dei, Sansoni, Firenze 1973, p. 425 sgg.
23Citato in Oliver O'Donovan, John Lockwood O'Donovan (a cura di), A
Sourcebook in Christian Politicai Thought, W.B. Eerdmans, Grand Rapids
(MI) 1999, p. 256.
2*Ivi, p. 368.
25Ivi, p. 408.
26Lester K. Little, Religious Poverty and thè Profit Economy in Medieval Euro-
pe, Cornell University Press, Ithaca 1978, p. 176.
27Tommaso d'Aquino, La somma teologica, traduzione e commento a cura
dei domenicani italiani testo latino dell'edizione leonina, A. Salani, Mila-
no, 1957, voi. II, questione 66, art. 2.
28John Moorman, The Franciscan Order from Its Origins to 1517, Claredon
Press, Oxford 1968, pp. 307-319; Richard W. Southern, Medieval Humanism
and Other Studies, Harper Torchbooks, N ew York 1970, pp. 54-55.
29Max Shepard, William of Occam and thè Higher Lavo, II, «The American Po-
liticai Science Review», n. 27,1933, pp. 25-26.
30Lewis, Il suicidio dell'Islam cit., p. 106.
31Ivi, p. 103.
32La Sacra Bibbia cit., Matteo 22,21; vedi anche Marco 12,17 e Luca 20,25.
33Agostino, La città di Dio, Einaudi, Torino 1992, libro 4, cap. 4.
34 Herbert A. Deane, Classical and Christian Politicai Thought, «Politicai
Theory», η. 1,1973, p. 423.
35Richard W. Southern, Western Society and thè Church of thè Middle Ages,
Penguin Books, London 1970, p. 37.
*Citato in O'Donovan, A Sourcebook in Christian cit., p. 492.
37Tommaso d'Aquino, De Regimine principum, traduzione e introduzione
di Antera M eozzi, Rocco Carabba Editore, Lanciano 1930, libro I, cap. 6.
38Harm T. Waterbolk, Food Production in Prehistoric Europe, «Science», n.
162,1968, pp. 1093-1102.
39Eric L. Jones, Il miracolo europeo: ambiente, economia e geopolitica nella storia
europea asiatica, Il Mulino, Bologna 2005, p. 154.
mIvi, pp. 154-155.
164 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

41Daniel Chirot, The Rise of thè West, «American Sociological Review», n.


50,1985, pp. 181-195.
42Lopez, La rivoluzione commerciale cit., p. 126.
43Frederic Chapin Lane, Storia di Venezia, Einaudi, Torino 1991, p. 7.
44Roberto S. Lopez, Nascita dell'Europa: storia dell'età medievale, Il Saggiato-
re, Milano 2004, p. 144.
45Chris Wickham, L'Italia nel primo Medioevo: potere centrale e società locale,
400-1000, Jaca Book, Milano 1983, p. 121.
46Daniel Waley, Le città-repubblica dell'Italia medievale, Einaudi, Torino 1980,
p. 44.
47Lane, Storia di Venezia cit., pp. 115-121; David Nicholas, The Growth ofthe
Medieval City: From Late A ntiquity to thè Early Fourteenth Century, Long-
man, London 1997, pp. 248-255.
4®Lane, Storia di Venezia cit., p. 107.
49Steven A. Epstein, Genoa and thè Genoese, 958-1528, University of North
Carolina Press, Chapel Hill 1996, p. 14.
50Paul Bairoch, Storia della città: dalla proto-urbanizzazione all'esplosione urba-
na del terzo mondo, Jaca Book, Milano 1992.
51Lopez, La rivoluzione commerciale cit., p. 130.
52Avner Greif, Ori thè Politicai Foundations of thè Late Medieval Commercial
Revolution: Genoa During thè Twelfth and Thirteenth Centuries, «The Journal
of Economie History», n. 54,1994, p. 280.
53Ivi, p. 282.
54Waley, Le città-repubblica cit.
55Greif, On thè Politicai cit., p. 284.
56Robert S. Lopez, Market Expansion: The Case of Genoa, «The Journal of Eco-
nomic History», n. 24,1964, pp. 445-464.
57Josiah Cox Russell, Medieval Regions and Their Cities, David&Charles,
N ew ton Abbott (UK) 1972; Tertius Chandler, Gerald Fox, 3000 Years of Ur-
ban Growth, Academic Press, N ew York 1974.
58Epstein, Genoa and thè Genoese cit.
5,Jacob Burckhardt, La civiltà del Rinascimento in Italia, Sansoni, Firenze
1968, p. 73.
60Gene Adam Brucker, Firenze: 1138-1737: L'impero del fiorino, Mondadori,
Milano 1983, p. 248s; Nicholas, The Growth ofthe Medieval City cit.
61Nicholas, The Growth ofthe Medieval City cit., pp. 308-310.
62Niccolò Machiavelli, Istorie Fiorentine, in Tutte le opere, Sansoni, Firenze
1971, p. 690.
63Christopher Hibbert, Ascesa e caduta di casa Medici, Mondadori, Milano 1990.
LA TIRANNIDE E LA «RINASCITA » DELLA LIBERTA 165

64John R. Hale, Florence and thè Medici, Thames & Hudson, London 1977;
Hibbert, Ascesa e caduta cit.
65Nicholas, The Growth ofthe Medieval City cit., p. 46.
66Ivi, p. 118.
67Waley, Le città-repubblica cit.
68Chandler, Fox, 3000 Years cit., p. 11.
69Armand O. Citarella, Patterns in Medieval Trade: The Commerce o f Amalfi
Before thè Crusades, «The Journal of Economie History», n. 28,1968, p. 533.
70Lincoln Hutchinson, Orientai Trade and thè Rise ofthe Lombard Communes,
«The Quarterly Journal of Economics», n. 16,1902, p. 416.
71Citarella, Patterns in Medieval cit., p. 534.
72Barbara M. Kreutz, Before thè Normans: Southern Italy in thè N inth and
Tenth Centuries, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1991, p. 87.
73Donald Matthew, I normanni in Italia, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 477.
74Hans van Werveke, La nascita delle città in Storia economica di Cambridge, voi.
3 (Le città e la politica economica nel Medioevo), Einaudi, Torino 1977, pp. 14-21.
75Ronald G. Witt, The Landlord and thè Economie Revival o f thè Middle Ages in
Northern Europe, 1000-1250, «The American Historical Review», n. 76,
1971, pp. 965-988.
76Nicholas, The Growth ofthe Medieval City cit.
77Bernd Moeller, Imperiai Cities and thè Reformation: Three Essays, Fortress
Press, Philadelphia 1972, p. 41.
78Fritz Rórig, The Medieval Town, University of California Press, Berkeley
1962, p. 27.
79Moeller, Imperiai Cities cit., p. 46.
Parte seconda

IL COMPIMENTO
Capitolo 4

Il perfezionamento del capitalismo italiano

La caratteristica più significativa della civiltà occidentale è


la fede nella ragione. Questa semplice affermazione è la chiave
per comprendere come le attività commerciali si siano svilup-
paté e siano divenute quel fenomeno noto come capitalismo.
Tutto cominciò airinterno delle grandi proprietà monasti-
che, quando i monaci m utarono le loro economie di sussi-
stenza rendendole altamente produttive, e loro stessi diven-
nero protagonisti specializzati di reti di scambio commercia-
le in rapida espansione, dando così origine al capitalismo. In
effetti, la prim a forma di capitalismo religioso sviluppatosi
nei monasteri si fondava principalmente sulla produzione
agricola e, in una certa misura, sul prestito di denaro; i mo-
naci non giunsero a creare società interamente dedicate al
commercio o alla finanza, e non fondarono neanche indù-
strie manifatturiere. Contribuirono però a fornire il modello
commerciale che portò alla nascita di imprese capitalistiche
private, le quali videro la loro evoluzione naturale nelle
città-stato relativamente libere e ben posizionate dell'Italia
settentrionale. Presto, le imprese italiane monopolizzarono il
commercio, l'attività bancaria e, in m inor misura, il settore
manifatturiero di tutta l'Europa occidentale. La potenza
commerciale italiana, al suo apice tra la fine del XIII secolo e
170 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

il XIV secolo, «si stendeva fino all'Inghilterra, alla Russia


meridionale, alle oasi del Sahara, all'India e alla Cina. Si trat-
fava del maggiore impero economico che il mondo avesse
mai conosciuto» Di conseguenza, questo capitolo esplora in
quale modo gli italiani perfezionarono il capitalismo e, nel
farlo, come costruirono questo vasto impero finanziario e in-
dustriale.
Nel secondo capitolo si è definito in modo preciso il si-
gnificato di capitalismo, ma bisogna ora aggiungere come
esso sia in grado di trasformare la ricchezza delle nazioni.
Naturalmente, dal momento che ogni ricchezza deve essere
prodotta, più le persone che compongono una società sono
produttive, più questa società sarà ricca. Un'economia capi-
talista massimizza la produttività nei seguenti modi. Quan-
do la proprietà privata è tutelata e il lavoro non forzato, la
gente beneficia direttamente dei propri sforzi produttivi ed è
quindi spronata a produrre di più. Siccome i proprietari (o
investitori) traggono benefici da un aumento di produzione,
sacrificheranno i loro consumi per far fruttare i profitti così
da aumentare la produzione futura, reivenstendo in mag-
giore capacità produttiva, migliore tecnologia e forza lavoro
più motivata o più qualificata. La concorrenza tra i datori di
lavoro genera aumenti di salario o indennità che motivano i
lavoratori, facendo aumentare i loro consumi. Questo, a sua
volta, aiuta l'espansione del mercato dal momento che colo-
ro che fabbricano automobili o televisioni, ad esempio, le
vendono. Se consideriamo poi i mercati relativamente non
regolati, nuove opportunità commerciali attireranno nuovi
produttori, creando concorrenza tra le società e garantendo
una migliore qualità dei prodotti a prezzi più bassi. Perciò, il
«miracolo» del capitalismo è semplicemente questo: con il
passare del tempo, tutti possiedono di più.
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 171

La causa diretta dell'ascesa del capitalismo italiano fu la li-


bertà da sovrani avidi che nella maggior parte del mondo e
dell'Europa reprimevano e sprecavano il progresso economi-
co. Nonostante la vita politica fosse spesso tumultuosa, que-
ste città-stato erano vere e proprie repubbliche in grado di ap-
poggiare la libertà che il capitalismo richiedeva. In secondo
luogo, secoli di progresso tecnologico avevano posto le basi
necessarie all'ascesa del capitalismo, e questo grazie, soprat-
tutto, all'esistenza delle eccedenze agricole necessarie per
mantenere le città e permettere la specializzazione. Inoltre, la
teologia cristiana incoraggiò opinioni estremamente ottimi-
stiche sul futuro, giustificando strategie d'investimento a lun-
go termine; in quell'epoca, la teologia fornì anche le giustifi-
cazioni morali per le pratiche commerciali fondamentali al
capitalismo. Per arrivare realmente alla grande «rivoluzione
commerciale del M edioevo»2 era necessario perfezionare un
nuovo tipo di impresa e nuovi modi di svolgere l'attività
commerciale.

Imprese razionali

Il commercio non fu inventato nell'Europa medievale:


c'erano commercianti anche nell'Età della Pietra e probabil-
mente persino prima. Ciò che inventarono gli europei fu un
particolare approccio agli affari in cui il commercio «aveva
smesso di essere un'avventura»3e divenne ordinario, ripeti-
tivo e libero da rischi quanto possibile. Si arrivò a questo gra-
zie a uno speciale tipo di organizzazione: l'impresa razionale,
creata e amministrata secondo regole calcolabili4. La forma-
zione e l'applicazione di tali regole è facilitata se si limita
un'im presa ad attività regolari sostenute e definite in modo
172 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

preciso, soggette a costante monitoraggio e da cui si posso-


no ricavare risultati utilizzabili per migliorare azioni future.
Questo esige una documentazione scritta di tutte le opera-
zioni significative e la compilazione di scritture contabili. Il
calcolo dei risultati, la supervisione e il coordinamento delle
attività richiedono livelli e differenziazione di autorità chia-
ramente definiti5. Coloro che occupano le posizioni più alte
avranno ricevuto un'elevata formazione professionale, spe-
cializzata in settori come la contabilità, e le loro prestazioni
saranno valutate periodicamente. Di conseguenza, si assu-
m eranno e prom uoveranno i dirigenti soprattutto in base al
merito. Questi non potranno essere dilettanti part-time, ma
si dedicheranno al lavoro così intensamente da poter essere
tenuti a rispondere anche di aspetti della loro vita privata.
Così, nel contesto dell'im presa razionale, il perfezionamento
del capitalismo implicò un approccio «oggettivo» al perso-
naie oltre che alla gestione e alle pratiche finanziarie.

Il personale
Per comprendere appieno come si sia sviluppato il capi-
talismo privato, bisogna cominciare dalle persone. Come
formavano, selezionavano, promuovevano e supervisiona-
vano il loro personale le imprese capitalistiche dell'Italia set-
tentrionale? Una statistica rivela molto al riguardo: nel 1338,
a Firenze, quasi la metà della popolazione in età scolare fre-
quentava la scuola6, in un'epoca in cui nella maggior parte
dell'Europa non esistevano scuole e persino molti re erano
analfabeti. Simili livelli d'istruzione si registravano anche a
Venezia, Genova, Milano e altre città commerciali dell'Italia
del Nord. Ne consegue che non solo «coloro che erano dedi-
ti ai commerci fossero alfabetizzati e molto abili nel fare i
conti», ma che ciò riguardasse anche la maggior parte degli
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 173

artigiani e degli artisti7. L'efficacia delle scuole è provata dal


fatto che molti libri contabili, diari, lettere e altri documenti
dell'epoca risultano molto simili in termini di grafia, effetto
di un'istruzione standardizzata.
Ma anche così, le imprese commerciali non erano appaga-
te. Nella maggior parte dei casi assumevano ragazzi che ave-
vano continuato gli studi in una «scuola d'abaco», dove mi-
glioravano le capacità di calcolo attraverso l'uso di tavole per
contare, imparavano a calcolare l'interesse composto e ap-
profondivano i principi della contabilità semplice. Scuole co-
me queste apparvero probabilmente per la prim a volta nel
XIII secolo, stimolate dalla pubblicazione e dall'ampia diffu-
sione di u n testo scritto da Leonardo Fibonacci. Noto anche
come Leonardo Pisano, fu uno dei maggiori studiosi di nu-
meri nella storia della matematica. Ma l'influenza da lui eser-
citata sul capitalismo degli albori fu anche maggiore. Quan-
do nel 1202 apparve il suo Liber Abaci (Libro dell'abaco), per
la prim a volta i num eri arabi e il concetto di zero divennero
accessibili fuori dalla cerchia dei matematici. Il volume fu ac-
colto con entusiasmo in tutta l'Italia settentrionale perché for-
niva nuove ed efficienti tecniche di moltiplicazione e divisio-
ne, operazioni estremamente complesse se si usano i numeri
romani; per i romani, persino le addizioni e le sottrazioni era-
no operazioni scoraggianti. Forse, la cosa più indicativa del
vero genio di Fibonacci è il fatto che non presentò l'aritmeti-
ca in forma astratta, ma la rese accessibile e pertinente in mo-
do meticoloso, applicando le fondamentali tecniche aritmeti-
che ai principali argomenti d'interesse commerciale, come il
calcolo dei margini di profitto e degli interessi, la conversio-
ne di pesi e misure, la divisione di costi e profitti tra i soci e
così via 8. Per quanto riguarda l'efficacia dell'istruzione, poi,
l'italiano Armando Sapori, illustre storico dell'economia, si è
174 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

preso la briga di controllare tutti i calcoli nei registri soprav-


vissuti di molti contabili medievali, e non vi ha trovato un so-
lo errore. Inoltre, diversamente dai loro colleghi moderni, i
contabili medievali «evitarono costantemente quegli stessi
arrotondamenti dei denari, in operazioni importanti migliaia
e centinaia di migliaia di lire» 9. Una volta, ad esempio, i Bar-
di di Firenze registrarono un grosso bilancio che ammontava
a 1.266.775 lire e 11 soldi10.
Queste scuole per contabili si diffusero rapidamente in tut-
to il Nord Italia e quasi la metà dei ragazzi vi s'iscriveva do-
po aver completato la scuola elementare. Nel 1340, solamen-
te nella città di Firenze, esistevano almeno sei scuole d'abaco
e ne fiorirono di simili in tutti i principali centri capitalistici
italiani. Va ricordato, poi, che queste scuole non formavano
semplici impiegati e contabili11. Coloro che completavano gli
studi divenivano dirigenti di alto livello e anche quelli che
avevano minore successo potevano aspettarsi salari piuttosto
alti: nel 1335, la metà degli uomini impiegati al Banco Peruz-
zi di Firenze «guadagnava almeno settanta fiorini d'oro al-
l'anno, un reddito decisamente considerevole» 12. Dal 1400, gli
impiegati presso il Banco Medici di norma guadagnavano
cento fiorini d'oro, sufficienti a permettere loro di vivere in
una bella casa e avere dei servitori 13. Per le imprese, l'istru-
zione data dalle scuole d'abaco era così importante che non
solo andavano alla ricerca di diplomati, ma spesso vi forma-
vano i nuovi impiegati. La documentazione di due scuole di
questo tipo, una a Pisa e una a Firenze, rivela che gli studen-
ti erano ragazzi tra gli undici e i quattordici anni che frequen-
tavano i corsi sia la mattina sia il pomeriggio, sei giorni alla
settimana per due anni 14. Un commerciante italiano in uno
scritto in memoria del figlio morto all'età di ventidue anni, of-
fri il seguente scorcio sulla formazione di un mercante:
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 175

Avendo apparato a leggere e avendo bonissimo ingegno, me-


moria e intelletto, e buono e saldo parlare, che iacea ciaschedu-
no maravigliare, apparava e apprendeva bene; di chè, in poco
tempo, fu buono gramatico. Puosilo a l'abaco, e diventò in po-
diissimo tempo buono abachista. [All'età di quattordici anni]
nel levai [...] avendogli fatta una bottega d'arte di lana. [...]
Avendogli messo in mano il libro del dare e dell'avere, il tenea
guidava e governava come avesse quarant'anni. [...] Sarebbe
stato de' sufficienti artieri e mercatanti di questa terra.15

E persino nel XV secolo, quando un mercante tedesco si ri-


volse a un insigne professore universitario di matematica per
chiedere dove far studiare il figlio, gli venne indicato che in
Germania si potevano imparare addizioni e sottrazioni, ma
che per imparare le divisioni e le moltiplicazioni sarebbe do-
vuto andare in Italia. Poco tempo dopo, sorsero scuole d'aba-
co in tutti i centri capitalistici dell'Olanda e della Germania
settentrionale, dove venivano indicate come scuole italiane;
presto Norimberga ne ospitò quarantotto16.
Le opportunità a disposizione dei diplom ati di queste
scuole d'abaco suggeriscono chiaramente che nell'Italia set-
tentrionale le società erano di grandi dimensioni e che le
persone che vi lavoravano erano principalmente impiegati
esterni e non parenti. Gli impiegati «erano scelti fra i mi-
gliori e i più intelligenti [...] e sorprendentem ente solo po-
chi provenivano dalle famiglie dei soci». Ad esempio, tra i
133 agenti (impiegati assegnati a una filiale) che lavoravano
per il Banco Peruzzi a metà del 1300, «solo 23 [...] erano pa-
renti dei proprietari della società [...]. La scarsità di ram-
polli della famiglia indica una gradevole mancanza di ne-
potismo; il commercio era un'attività troppo im portante
perché fosse messa nelle m ani di incompetenti, vicini o cari
176 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

che fossero » 17. Per di più, molte di queste imprese razionali


erano grandi società con num erose filiali. N on più tardi del
1250, il Banco Riccardi di Lucca possedeva undici filiali e
una era addirittura a Dublino. C inquantanni dopo, il Ban-
co Peruzzi di Firenze aveva quindici filiali, compresa una a
Londra e un'altra a Tunisi.
Bisogna tener presente che a quell'epoca le «banche» non
erano semplici istituti finanziari, ma erano coinvolte sia in at-
tività commerciali e manifatturiere sia in attività finanziarie.
Se la Banca d'America si fondesse con la General Motors, ne
risulterebbe un'azienda moderna paragonabile, in termini di
funzioni e di relativa influenza, al Banco Riccardi.
Molte delle filiali bancarie sorsero in corrispondenza delle
famose fiere commerciali che si tenevano nella regione fran-
cese della Champagne in cicli di sei incontri, ciascuno della
durata di sei settimane circa. Infatti, inizialmente questo era
il luogo dove mercanti del Nord Europa e italiani si incontra-
vano per la compravendita di vari manufatti, in particolar
modo della lana. Le fiere della regione della Champagne do-
minarono gli scambi commerciali tra il Nord e il Sud dell'Eu-
ropa per la maggior parte del XIII secolo, per poi andare in
declino quando la portata degli scambi si estese al punto che
gli italiani decisero che, invece di inviare rappresentanti di
fiera in fiera, fosse più conveniente fondare delle filiali per-
manenti per comprare direttamente e con regolarità dai prò-
duttori nordeuropei1e. Il successo delle filiali nelle Fiandre e
di quelle fondate a Roma per gli affari con la Chiesa, portò a
una proliferazione di succursali delle principali imprese.
Anche se molte di queste società potevano essere descrit-
te come imprese collettive, in realtà erano molto più simili a
società per azioni di quanto l'espressione «imprese colletti-
ve» possa far pensare a u n lettore moderno. La tipica impre­
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 177

sa commerciale medievale era una società collettiva nel sen-


so che u n gruppo di proprietari era responsabile di tutti i de-
biti dell'azienda in caso di bancarotta. La maggior parte di
queste imprese però, e tutte quelle più grandi, si fondavano
su «una proprietà condivisa, in cui ciascun proprietario con-
tribuiva con una cifra precisa e divideva profitti e perdite» in
proporzione al proprio investimento (spesso vi prendevano
parte anche donne). Le società «avevano statuti aziendali, un
timbro della società e un sistema contabile» 19.
Inoltre, c'era una netta distinzione fra proprietà e gestio-
ne. Specialmente dalla seconda generazione in poi, molti
proprietari erano solo azionisti passivi e la società veniva
amministrata da una persona ritenuta più qualificata, spesso
non im parentata con i proprietari, ma che aveva fatto carrie-
ra all'interno della stessa società o che, in tipico stile moder-
no, proveniva da un'altra im presa20. I dirigenti medievali
non tracciavano organigrammi, ma la maggior parte di loro
avrebbe potuto tranquillamente farli. Le aziende erano orga-
nizzate gerarchicamente e i confini di autorità e responsabi-
lità risultavano abbastanza chiari.
Infine, i capitalisti medievali si preoccupavano spesso del-
la moralità personale di coloro che assumevano, specialmen-
te di chi aveva incarichi di rilievo. L'accordo societario che
Cosimo de' Medici aveva redatto per fondare la filiale del
Banco Medici a Bruges, specificava che Angelo Tani, il giova-
ne socio che doveva amministrare l'impresa, non poteva in-
trattenersi con donne nel suo quartiere, giocare d'azzardo o
accettare qualsiasi regalo di valore superiore a una sterlina21.

Pratiche finanziarie e di gestione


Lo strumento principale di gestione delle prime imprese
italiane era la registrazione molto dettagliata di documenti e
178 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

conti. Alla fine del XIII secolo fu inventata e adottata rapida-


mente la contabilità in partita doppia. Con essa, si facilitava
il coinvolgimento di più contabili e si offriva accesso facile e
costante alla situazione finanziaria aggiornata dell'impresa e
a precise valutazioni a proposito di iniziative specifiche. Le
società, comunque, erano amministrate quasi altrettanto be-
ne anche con sistemi in partita semplice e con l'osservanza
delle numerose massime che consigliavano di mettere tutto
per iscritto; come, ad esempio, queste:

Non si vorrebbe mai risparmiare la penna.

Chi è peigro fazeor e lento in so faiti scrive, senza dano e senza


errar no po' longamente vive22.

Naturalmente, il capitalismo è molto più che la registra-


zione dei documenti. Infatti, si resero necessarie molte altre
im portanti innovazioni finanziarie.
Q uando lo scambio non si fondò più sul baratto sorse il
problema del pagamento, che divenne una questione parti-
colarmente seria per gli scambi a lunga distanza. Il problema
non era il denaro in sé, m a il fatto che in epoca medievale es-
so consistesse in metalli preziosi, conati per la maggior par-
te in monete. Con l'aum ento del volume degli scambi, si re-
gistrava spesso una carenza di queste ultime. Un altro prò-
blema era dato dal fatto che coloro che coniavano le monete
le falsificavano di continuo. Le monete d'argento perdettero
il loro valore in m odo costante e progressivo «quando la tin-
ta scura del rame e del piombo nascose lo scintillio del me-
tallo prezioso»23. Il problema non si risolse neppure quando
Firenze e Genova produssero una moneta in puro oro venti-
quattro carati dal peso di 3,5 grammi (presto nominata fiori­
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 179

no) in sostituzione di molte monete d'argento svalutate, e


questo perché non furono eliminate le intrinseche difficoltà
del trasporto di monete dall'acquirente al venditore sulla
lunga distanza. Innanzitutto, le monete erano molto pesanti
e, quando si trattava di cifre notevoli, ponevano un serio
problema di trasporto. In secondo luogo, poi, una moneta
non aveva provenienza e apparteneva a chiunque la posse-
desse, motivo per cui era e rimane estremamente rischioso
trasportare denaro contante. Un esempio interessante: nel-
l'estate del 1328, papa Giovanni XXII doveva pagare il suo
esercito mercenario in servizio in Lombardia. Fece mettere
60.000 fiorini d'oro in sacchi caricati su bestie da soma e or-
dinò che una scorta di 150 cavalieri seguisse il convoglio da
Avignone fino in Italia. Giunti vicino a Pavia caddero in un
agguato di briganti che depredarono più della metà dell'oro
e fecero prigionieri molti cavalieri. Oltre ad aver perso la
maggior parte del suo tesoro, il papa fu costretto a riscattare
i prigionieri e a pagare nuovamente il suo esercito24. 1 mer-
canti conoscevano bene questo lato negativo del denaro con-
tante, per cui, da tempo, avevano sviluppato un m etodo per
trasferire fondi su carta, anche a distanza. Le imprese che re-
sero possibili questi trasferimenti divennero note come ban-
chi e apparvero per la prim a volta in Italia; per secoli, centi-
naia di banchi italiani e le loro filiali rappresentarono l'ani-
ma del capitalismo, sia in patria sia all'estero. La Storia eco-
nemica di Cambridge elenca 173 grandi banchi italiani opera-
tivi nel XIV secolo, senza contarne le filiali: 38 si trovavano a
Firenze, 34 a Pisa, 27 a Genova, 21 a Lucca, 18 a Venezia e 10
a Milano. Va ricordato, poi, che si trattava di comunità mol-
to piccole.
La banca medievale, il banco, evolvette dal mero scambio
di denaro; la stessa parola «banco» inizialmente faceva rife­
180 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

rimento al tavolo di chi cambiava i soldi. Per secoli, la gran-


de varietà di monete in circolazione e i differenti gradi di
svalutazione o di tagli delle stesse richiesero una conoscen-
za specializzata quando si trattava di uguagliare le cifre per
la liquidazione dei debiti. I cambiavalute agivano da inter‫־‬
mediari, determ inando il valore relativo delle monete: «Que-
sti venti scellini equivalgono a un fiorino d'oro, o per un
cambio equo ne servono ventitré?». I cambiavalute facevano
pagare i servizi che offrivano e per questo furono a lungo
condannati come usurai; ma non si poteva fare a meno dei
loro servigi. Col tempo, gli uffici di cambio cominciarono a
tenere dei conti di deposito per i loro clienti e a prestare de-
naro oltre che a cambiarlo, divenendo quindi banche di de-
posito. Il breve passo successivo fu saldare il conto tra due
clienti tramite una nota con la quale si accreditava la cifra
esatta su un conto sottraendola dall'altro.
In seguito, banchieri locali iniziarono ad accreditare e ad-
debitare denaro dai conti dei reciproci depositanti, come av-
viene per i moderni conti correnti. In questo modo, diventa-
va possibile trasferire enormi somme senza ricorrere alle
monete. Q uando un trasferimento di questo tipo avveniva a
distanze considerevoli, si prevedeva una lettera di cambio, do-
cumento certificato da un notaio che autorizzava il paga-
mento a uno specifico individuo o azienda. Ad esempio, una
banca genovese per regolare il pagamento di panni di lana
trasportati via nave da Bruges a Genova, spediva una lettera
di cambio a una banca di Bruges, quest'ultim a accreditava la
cifra sul conto dell'azienda della lana, registrandola come
credito vantato nei confronti della banca genovese. La lette-
ra di cambio, un semplice pezzo di carta con valore soltanto
per la banca di Bruges, poteva essere trasportata rapidam en-
te e in modo sicuro. Alla Chiesa non sfuggì la lezione. Per
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 181

non ripetere il grosso sbaglio fatto da papa Giovanni, i ve-


scovi cominciarono ad acquistare lettere di cambio per in-
viare il denaro a Roma. Nel 1410, la Camera dei Comuni in-
glese, già sdegnata per la ricchezza che fluiva annualmente
al Vaticano, condannò i banchieri italiani che a Londra ven-
devano lettere di cambio al clero e, nel 1449, impose una for-
te tassa sulle banche straniere25.
La costante trasmissione di pagamenti aveva permesso
alle banche di bilanciare debiti e crediti, ma il processo si sa-
rebbe molto semplificato e accelerato se la banca di Bruges e
quella di Genova fossero state filiali della stessa banca. Per
questo motivo, le banche italiane si diffusero ovunque i mer-
canti italiani avessero attività commerciali. Allo stesso mo-
do, spesso le banche prestavano denaro in forma di transa-
zioni cartacee di accredito e addebito sui vari conti; in effet-
ti, le lettere di cambio erano di frequente prestiti bancari al
pagatore. Non si sa esattamente quando siano state inventa-
te e, diversamente da quanto affermano alcune ricostruzioni,
non vennero imitate dal m ondo islamico. I prim i esempi di
lettera di cambio giunti sino a noi provengono da Genova e
risalgono al XII secolo “, ma è probabile che fossero in uso
anche in precedenza. Quindi, è verosimile che le banche di
deposito fossero sorte un po' p rim a27.
Nel Medioevo, gli scambi commerciali a lunga distanza
comportavano molti rischi, soprattutto a causa dei naufragi
o della pirateria. I prim i capitalisti capirono presto quale fos-
se la percentuale approssimativa del carico che avrebbero
perduto, e in questa prospettiva minimizzavano i rischi di-
stribuendo in m odo appropriato la loro esposizione al ri-
schio28. Un mercante, ad esempio, separava il suo carico tra
diverse navi, secondo il principio che una o due perdite sa-
rebbero state compensate dai profitti derivanti dagli altri ca­
182 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

richi giunti a destinazione indenni. Come spiegava Antonio


nel Mercante di Venezia di Shakespeare: «Ne ringrazio la sor-
te - i miei beni non sono / affidati a una sola stiva» 29. Col
tempo si arrivò a una soluzione migliore: invece di fraziona-
re il carico su diverse navi, un gruppo di investitori garanti-
va il valore di una spedizione per una certa quota, o premio,
e ciascuno di loro rischiava una piccola cifra su molte navi
diverse: nacque così Γassicurazione. Anche in questo caso,
non si sa per certo quando avvenne ma, già all'inizio del XIV
secolo, libri contabili di Firenze e di Venezia contenevano vo-
ci che sembrano pagam enti di prem i assicurativi. Prima del-
la fine dello stesso secolo, poi, è documentata la creazione di
associazioni di «assicuratori» 30. Nel 1396, ad esempio, 14 in-
vestitori si assunsero il rischio di pagare 1250 fiorini nel caso
in cui un carico di lana grezza spedita via mare da Maiorca
a Venezia non fosse riuscito ad arrivare a destinazione. Il sin-
golo assicuratore contribuiva rischiando una somma che va-
riava da 50 a 200 fiorini; raramente coloro che facevano par-
te di associazioni di assicuratori accettavano una responsa-
bilità per più di 200 fiorini31. Inoltre, alcune delle principali
aziende evitarono di affidarsi ad associazioni assicurative,
dal momento che possedevano risorse sufficienti per riparti-
re i rischi su così tante spedizioni da poter fare affidamento
sulla legge delle probabilità. Così, già nel 1319, la società
Bardi aggiunse una quota assicurativa dell'8,75% a una par-
tita di panni acquistata alle fiere che si tenevano nella regio-
ne della Champagne, e che doveva essere consegnata a Pisa
per conto di una ditta di Firenze32.
Dovrebbe essere chiaro, ormai, che la principale istituzio-
ne del capitalismo medievale non era semplicemente la ban-
ca, ma la banca internazionale. Tre fattori resero necessarie le
banche intemazionali. Innanzitutto, nel Medioevo l'attività
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 183

di scambio commerciale era internazionale. Il commercio


della lana è un esempio importante. All'inizio, infatti, la lana
veniva prodotta in Inghilterra, spedita nelle Fiandre e lavo-
rata in panno, in seguito venduta a commercianti italiani al-
la fiera nella Champagne e poi trasportata in Italia, da dove
veniva m andata ai mercati del Mediterraneo, in particolare a
quelli del Medio Oriente e fino alla costa settentrionale del-
l'Africa. In secondo luogo, c'era il fatto che la maggiore im-
presa finanziaria dell'epoca era di gran lunga la Chiesa, an-
eh'essa u n corpo internazionale che richiedeva il frequente e
regolare trasferimento di ingenti somme di denaro. In terzo
luogo, anche gli affari geopolitici europei erano internazio-
nali. I regni erano in espansione e le spese di guerra aumen-
tavano, per cui la nobiltà aveva spesso bisogno di grandi pre-
stiti e poteva offrire molti privilegi commerciali e monopoli a
coloro che possedevano le risorse finanziarie per prestare ta-
li cifre.
Di conseguenza, le circostanze favorirono la formazione
di grandi banche che possedevano le risorse per trasferire
enormi ricchezze e finanziare i regni. Queste banche diven-
nero intemazionali aprendo filiali nei centri politici ed eco-
nomici più importanti, mossa che permise loro di minimiz-
zare il rischio del trasferimento dei fondi. A questo proposi-
to le banche italiane mantennero un vantaggio schiacciante,
perché furono le prim e a offrire tutti i servizi e, grazie al do-
minio italiano degli scambi internazionali, le prime a istituì-
re filiali e a sfruttare una consolidata posizione sul mercato
per escludere i concorrenti non italiani. Aiutò anche il fatto
che per la maggior parte di quel periodo il papa visse in Ita-
lia. Grazie alle reti internazionali di filiali sostenute dalle
maggiori banche italiane, e considerato anche il fatto che una
banca italiana di solito era al sicuro nel fare credito a un'al­
184 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

tra banca connazionale (visti i complessi legami familiari e


finanziari tra gli azionisti), divenne possibile gestire via cor-
rispondenza la finanza internazionale. Come già osservato
precedentemente, lettere di cambio che indicavano che a un
dato venditore dovesse essere accreditata una cifra dal con-
to di u n dato compratore furono la linfa vitale del commer-
ciò medievale e la base del monopolio delle banche italiane.
Benché a volte si permettesse a gente illustre del luogo di di-
ventare azionisti minori delle filiali, i non italiani vi lavora-
vano solo come servitori. Persino nelle filiali più distanti il
personale veniva assunto e formato interamente in Italia, e
tutto il lavoro era svolto in lingua italiana. Di conseguenza,
per quanto è noto, fino a XV secolo inoltrato erano italiane
persino tutte le banche di piccole dimensioni presenti in Eu-
ropa occidentale, e di certo non esistevano banche interna-
zionali che non lo fossero. Si sa che tutte le banche presenti
in Inghilterra e Irlanda in quest'epoca erano filiali italiane,
come quelle delle Fiandre; anche nella Francia e nella Spa-
gna medievali è nota solo l'esistenza di banche italiane33.
Diventando internazionali, però, queste dovettero af-
frontare molti dei rischi che ostacolarono l'ascesa del capi-
talismo in diverse epoche e luoghi. In patria, nelle loro città-
stato relativamente democratiche, erano di solito al sicuro
da tiranni e non rischiavano soprusi, ma lo stesso non si po-
teva dire per molti dei luoghi in cui aprirono filiali. Si tro-
varono così di fronte a un bivio pericoloso. Da un lato, i so-
vrani del luogo potevano arrecare danni irreparabili ai ban-
chieri che si fossero rifiutati di prestar loro denaro, ma an-
che premiarli con straordinarie opportunità di guadagno se
invece l'avessero fatto. Dall'altro, però, era noto a tutti che
l'im m ensa disparità di potere tra sovrani e banchieri rende-
va i prestiti molto rischiosi. Come scrisse il direttore di una
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 185

banca italiana di Bruges al collega di una filiale di Barcello-


na: «Nessuno ha a che fare con grandi signori senza alla fi-
ne lasciarci le penne»34. E a volte le banche ci lasciarono dav-
vero «le penne» perché grandi signori decisero di non paga-
re. L'esempio più famoso riguarda il fallimento del Banco
Peruzzi, nel 1343, e del Banco Bardi, nel 1346. Si trattava si-
curamente delle due maggiori banche dell'epoca, che ave-
vano prestato enormi somme di denaro a re Edoardo III
d'Inghilterra per aiutarlo a pagare le fasi iniziali della guer-
ra dei Cent'anni. Le due potenti banche italiane riuscirono a
resistere per diversi anni ma vennero letteralmente spazza-
te via quando Edoardo si rifiutò di pagare i suoi enormi de-
biti: 600.000 fiorini al Banco Peruzzi e 900.000 fiorini al Ban-
co Bardi. La successiva bancarotta del Banco Medici dimo-
strò il pericolo che si correva nel prestare denaro a quei rea-
li che risultavano sconfitti nelle guerre dell'epoca. Ma, come
scoprirono gli amministratori del Banco Riccardi, le banche
potevano essere distrutte persino quando si legavano trop-
po a u n re vincitore, onesto e degno di onore. Delineare un
profilo di questa banca, considerata la prim a delle tre «gran-
di com pagnie»35 italiane fondate nel XIII secolo, aiuterà a
dare l'idea di quanto m oderni e sofisticati fossero diventati
i sistemi bancari medievali.

Ascesa e declino della prima grande compagnia italiana

La Compagnia Riccardi venne fondata intorno al 1230 a


Lucca, ricca città commerciale da sempre nel mirino di Fi-
renze. Poco si conosce a proposito degli inizi della banca, ma
già verso la metà del secolo aveva aperto filiali a Roma, Ni-
mes, Bordeaux, Parigi, Fiandre, Londra, York, Dublino e nel­
186 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

le quattro città della Champagne in cui si tenevano le grandi


fiere commerciali. Nella sua straordinaria ricostruzione del-
la storia della compagnia, Richard Kaeuper scrisse: «Non era
un'im presa da poco coordinare un'attività commerciale ra-
zionale lungo più di 1600 chilometri di strade in cattive con-
dizioni, rapidi corsi d'acqua, valichi di montagna e giurisdi-
zioni politiche in lotta tra loro». I Riccardi vi riuscirono at-
traverso «un costante flusso di lettere» consegnate dai «loro
corrieri: Stefano, Rubino e Bocco [...]. Vediamo questi uomi-
ni con borse ingombranti piene di rotoli di conti, lettere di
cambio, copie di epistole a clienti importanti, e le lettere stes-
se della compagnia»36.
In una di queste, la sede di Lucca riferiva che la filiale nel-
la Champagne aveva prestato «una grande somma di dena-
ro» alla filiale parigina del Banco Bonsignori di Siena, e che
la stessa aveva promesso di restituire il prestito presso le fi-
liali Riccardi di Londra o Dublino. Interpellati, i vari rappre-
sentanti del Banco Bonsignori «si scusarono e dissero di non
sapere se il denaro fosse stato restituito lì [a Londra] o in Ir-
landa, né quanto fosse stato pagato». La lettera continuava:
«Perciò vi chiediamo di renderci noto quanto, e quando, ave-
te ricevuto sia voi, sia la filiale in Irlanda». Lucca, Champa-
gne, Parigi, Siena, Londra e Dublino! L'attività bancaria po-
teva essere più intemazionale?
Il Banco Riccardi non era grande solo in senso geografico,
ma anche finanziariamente. In una lettera precedente, l'a-
genzia di Lucca stimava di avere un castelletto alle fiere nel-
la Cham pagne che ammontava alla straordinaria cifra di
320.000 fiorini. Come si vedrà, era una cifra in linea con la
portata delle altre loro operazioni.
Nel 1272, la filiale di Londra fece un grande affare dive-
nendo la banca di re Edoardo 1.1 Riccardi offrirono al sovra­
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 187

no una soluzione molto elaborata a un problema fiscale ero-


nico. Come accadeva alla maggior parte dei governi, le en-
trate di Edoardo provenivano, in un flusso regolare e piutto-
sto continuo, da canoni, tasse e dazi. Però, oltre alle normali
spese di mantenimento del governo e della famiglia reale,
egli doveva spesso affrontare bisogni finanziari improvvisi e
ingenti, per lo più legati alle guerre in atto con Galles e Sco-
zia e per difendere le sue proprietà sul suolo francese. I Rie-
cardi accordarono dei prestiti al sovrano inglese per affron-
tare queste improvvise spese finanziarie e razionalizzarono
le sue finanze assorbendo una parte del regolare flusso di en-
trate. Tutti i diritti doganali raccolti a Bordeaux e Marmande,
ad esempio, venivano assegnati a loro e, col tempo, acquisi-
rono anche i dazi su tutta la lana e il pellame esportato dal-
l'Inghilterra e dall'Irlanda, oltre alle tasse su tutti i «beni mo-
bili». Il Banco Riccardi utilizzava il denaro che fluiva nelle
sue casse per ridurre il debito del re o lo accumulava per fu-
turi improvvisi bisogni.
D urante il periodo in cui furono i banchieri del re (1272-
1294), i Riccardi prestarono a Edoardo una media di 112.000
fiorini annuali. Non è chiaro quanto e in che m odo il Banco
guadagnasse direttamente dall'accordo, anche se alcuni sto-
rici ritengono che facessero pagare al re circa il 17% del suo
debito all'anno, trattenendo la cifra dal flusso delle entrate in
corso. È, comunque, del tutto evidente che il Banco guada-
gnasse una cifra immensa in m odo indiretto, grazie al lega-
me con il sovrano. Il governo si sforzava di raccogliere debi-
ti non riscossi dai sudditi di Edoardo. Nel 1277, questi or-
dinò ai funzionari del tesoro di «convocare tutti i debitori dei
Riccardi per dar loro aiuti e consigli nel recupero delle som-
me dovute»37. Successivamente, il compito di raccogliere i
debiti dovuti al Banco venne assegnato agli sceriffi del re. Il
188 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

ruolo esercitato come banchieri del sovrano diede loro anche


una grande credibilità nel regno, e i Riccardi la sfruttarono
divenendo i principali prestatori di denaro e concludendo
accordi commerciali, come contratti a lungo termine per ac-
quietare la lana inglese direttamente dagli allevatori.
Oltre a essere i banchieri del re, i Riccardi avevano un rap-
porto particolare anche con il papa, per il quale spesso rac-
coglievano denaro che poi trasferivano a Roma. Cominciò,
allora, u n rapporto triangolare legato a una tassa speciale
che il papa aveva imposto a sostegno dei crociati. Il denaro
raccolto era destinato a sovrani o grandi nobili al comando
di una compagnia di soldati. Edoardo si era di fatto unito al-
la nona crociata nel 1270, ma aveva poi fatto ritorno in patria
nel 1274, alla morte del padre, per essere incoronato re. Per
diversi motivi, il papa non riteneva che Edoardo fosse quali-
ficato per ricevere la tassa delle crociate e i due passarono
anni a discutere la questione. Nel frattempo, questo denaro
venne accumulato nelle casse del Banco Riccardi e raggiun-
se una cifra superiore ai 500.000 fiorini.
Nel 1291, il re di Francia arrestò gli italiani presenti nel
suo regno, e i Riccardi furono costretti a pagare multe sala-
te. Nello stesso tempo, poi, il papa cambiò idea e accordò a
Edoardo il denaro della tassa per le crociate. Ovviamente,
essendo bravi uom ini d'affari, i Riccardi non avevano sem-
plicemente tenuto in deposito il denaro del papa, ma l'ave-
vano investito in lungo e in largo. Colti completamente alla
sprovvista, dovettero affrettarsi a presentare il denaro, met-
tendosi così in una posizione molto vulnerabile. Nel 1294,
poi, Edoardo I e Filippo il Bello, re di Francia, cominciarono
una guerra per il dominio della Guascogna, «una prova ge-
nerale della guerra dei Cent'anni combattuta dai loro di-
scendenti» 38. La guerra colse di sorpresa anche il Banco che,
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 189

essendosi in precedenza im pegnato al massimo con Edoar-


do per restituirgli il denaro del papa, non era in quel mo-
mento in grado di fornire i nuovi im ponenti prestiti di cui il
sovrano aveva bisogno per il mantenim ento di un esercito
oltremanica. Infuriato, il re fece arrestare i banchieri Riccar-
di presenti a Londra, s'im padronì di tutti i possedimenti e i
beni del Banco e li m andò via. Molti altri sovrani li avreb-
bero fatti decapitare.
Alle loro sventure si aggiunse il fatto che il re di Francia
arrestò nuovam ente i banchieri Riccardi residenti nel suo
paese, accusandoli questa volta di essere agenti stranieri in
quanto banchieri di Edoardo. Si scatenò un assalto alle fi-
liali di Parigi e di Bordeaux. Nel 1301, infine, il Banco chiù-
se e le conseguenze del disastro finanziario si protrassero a
lungo nel tempo.
Sarebbe ingiusto concludere quest'analisi degli affari fi-
nanziari delle prim e aziende capitalistiche italiane senza ri-
cordare il loro impegno nelle opere di carità.

A ogni costituzione e ogni ricostituzione successiva al bilancio,


disponevano un fondo «per i poveri», [...] nel capitale sociale.
Il fondo figurava nei libri contabili al nome di «Messer Dome-
neddio», il rappresentante in terra dei derelitti, e si rileva subi-
to che era tenuto esattamente come tutti gli altri conti dei soci:
vi si registravano a ogni saldamento gli utili e [...] si teneva
conto anche di questi.39

Di fatto, quando si liquidava una compagnia, i poveri ve-


nivano sempre inclusi tra i creditori in proporzione alla loro
partecipazione al capitale. Inoltre, la maggior parte delle
compagnie possedeva una piccola cassa con denaro contan-
te da cui gli apprendisti dovevano attingere, a favore di tu t­
190 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

ti i mendicanti che si presentavano chiedendo l'elemosina.


Tutto ciò si accordava alle frequenti offerte di ringraziamen-
to a Dio fatte separatamente nei partitari e nei libri contabili
di queste compagnie40. Naturalmente, non tutte le azioni era-
no caritatevoli: «Speriamo in Dio e nella Vergine di essere
presto nella posizione di dare a tutti nello stesso modo in cui
hanno dato a noi. Per il momento è più conveniente tenere la
bocca chiusa»41 scrisse, intorno al 1291, un contabile del Ban-
co Riccardi di Londra.

Capitalismo italiano, «puritanesimo» e frugalità

Evidentemente, il capitalismo non ebbe origine dall'etica


protestante, ma sbocciò nelle città-stato italiane secoli prim a
della Riforma. In effetti, molti storici dell'economia hanno
sostenuto il contrario, cioè che sia stata l'etica protestante a
nascere dal capitalism o 42. Sfortunatamente, però, questi sto-
rici si concentrarono sul XVI secolo nel tentativo di dimo-
strare che la Riforma aveva avuto luogo perché le classi
commerciali in rapida espansione (la borghesia) erano a fa-
vore di un'alternativa religiosa più individualista e meno
istituzionalizzata; l'idea era che il cristianesimo avesse reso
possibile il capitalismo, ma che quest'ultim o, a sua volta,
avesse modellato preferenze e sensibilità religiose. Se il ca-
pitalismo ha implicazioni religiose, forse è meglio non ri-
cercarle nel caos del XVI secolo, ma nelle prim e società ca-
pitaliste. Nelle città-stato dell'Italia settentrionale è apparso
qualcosa di simile al puritanesim o e all'etica protestante? Sì.
Infatti, l'ascesa del capitalismo industriale nell'Italia del
N ord si accompagnò al diffondersi di un movimento reli-
gioso profondam ente ascetico e proto-puritano, quello degli
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 191

Umiliati, parola latina per «umili». In queste città-stato,


inoltre, la vita frugale divenne così popolare da essere spes-
so sancita a norm a di legge.

Puritani italiani
Sebbene gli Umiliati fossero devoti alla Chiesa Cattolica di
Roma, il loro non era un altro ordine religioso. Come i puri-
tani in seguito, infatti, erano essenzialmente un movimento
formato da persone che seguivano modelli religiosi ascetici
pur rim anendo laici43. Col tempo, si distinsero tre livelli di
appartenenza. Il primo livello consisteva nel clero che si oc-
cupava di una tipica comunità monastica. Al secondo livello
vi erano uomini e donne che sceglievano di unirsi in gruppi
di vita comunitaria e di osservare regole come quelle delle or-
ganizzazioni monastiche vere e proprie, senza però prendere
formalmente i voti. I due livelli ora descritti nascevano da un
terzo, che non era solo il m odo in cui gli Umiliati avevano
avuto origine, ma che rimaneva senza dubbio l'elemento por-
tante e più influente del movimento: laici, per lo più sposati,
che praticavano «una forma limitata di povertà volontaria»44.
Con il passare del tempo, gli Umiliati presenti nell'Italia set-
tentrionale divennero migliaia, forse decine di migliaia.
Come suggerisce il nome, i membri degli Umiliati aspira-
vano a una vita umile, promettevano solennemente di non
mangiare più di due volte al giorno, di non indossare bei ve-
stiti e di dedicarsi ad «austerità, preghiera, comunità e lavo-
ro manuale nella vita con le loro famiglie»45. Per mantenere
il loro impegno verso il lavoro manuale, molti Umiliati era-
no tessitori. Altri si dedicarono a diverse attività artigianali e
sembra che alcuni abbiano continuato a essere mercanti. Tut-
ti loro, però, s'im pegnavano a dare ai poveri «quello che ec-
cedeva il normale fabbisogno» 46.
192 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Gli Umiliati si formarono nel corso del XII secolo, a Mi-


lano o nei suoi dintorni, e da lì si diffusero in altre città ca-
pitaliste settentrionali, come Genova, anche se il loro centro
rimase la Lombardia. Sembra probabile che la ricchezza
senza precedenti di queste città sia stata un elemento fon-
damentale per la nascita del movimento, essendo esso una
reazione al privilegio e non alla povertà. Diverse generazio-
ni di storici marxisti procedettero a ritroso e identificarono
la nascita degli Umiliati come una protesta proletaria contro
lo sfruttam ento dei borghesi capitalisti47. Più recentemente,
studiosi meno dogmatici confermarono che il capitalismo
ebbe u n ruolo centrale nella nascita del movimento, ma che
esso fu una reazione al materialismo da parte di persone be-
nestanti. I documenti, infatti, provano che ne facevano par-
te «ricchi cittadini, nobili, religiosi» e altre persone privile-
giate, ma «non abbiamo notizia circa l'appartenenza a esse
di gruppi "proletari"»48.
Gli Umiliati non accettarono l'austerità, la scelsero. La
maggior parte di loro era «istruita [...], compresi molti no-
bili [che] obbligavano se stessi a "essere poveri e a vivere
con i poveri", adottando una regola per loro non meno rea-
le [solo] perché ridicola agli occhi delle persone che essi de-
sideravano emulare» 49. Tutto ciò era caratteristico degli
asceti medievali. Chi ha sofferto la fame non inizia a digiu-
nare; i culti religiosi austeri sono di particolare interesse so-
lo per coloro che non sono riusciti a trovare soddisfazione in
ricchezze (solitamente ereditate) e materialismo 50. Gli Umi-
liati, però, invece di ritirarsi in santuari monastici, tentaro-
no di stabilire un nuovo stile di vita per tutti i cristiani, co-
me fecero i puritani secoli dopo.
Naturalmente, la maggior parte dei capitalisti italiani e
dei loro eredi non divennero membri del movimento. Tutta­
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 193

via, l'esempio giocò un ruolo significativo nello stabilire dei


modelli di vita quotidiana nuovi e più restrittivi nelle città
capitaliste d'Italia, modelli che anticiparono ampiamente il
più severo puritanesim o e l'etica protestante.

Frugalità
Si prenda ora in considerazione la massima: «Il denaro
[...] muore [quando viene] tram utato in futilità»51. Si consi-
deri anche che non è un semplice detto popolare ma è tratta
dal preambolo a una legge che a Venezia proibiva diversi ti-
pi di spese di lusso. Leggi di questo tipo erano note con il no-
me di leggi suntuarie. Vennero introdotte come mezzo per
evitare che cittadini comuni si vestissero come chi era loro
superiore: in alcuni luoghi, solamente l'alta nobiltà poteva
indossare abiti scarlatti o pellicce di zibellino su maniche o
bordature. Con questi statuti si intendeva contenere la mi-
naccia alle istituzioni rappresentata da ricchi cittadini comu-
ni. Era la frugalità e non la casta che dava forma alle leggi
suntuarie dell'Italia capitalista.
A partire dal 1300 circa, in tutte le città-stato dell'Italia
settentrionale vennero adottate molte leggi suntuarie che
proibivano il lusso ostentato e gli stili di vita fastosi. Tra il
1299 e il 1499, a Venezia si adottarono 42 diversi statuti
suntuari, 61 a Firenze (tra il 1281 e il 1497), 19 a Genova
(tra il 1157 e il 1484) e 5 a M ilano (tra il 1343 e il 1498). I se-
guenti passi tratti dai loro pream boli ne rivelano chiara-
m ente l'in tento:52

Per annullare le gravose e ingenti spese fatte inutilmente da tut-


ti gli uomini della città [...] per l'abbigliamento e altri vari or-
namenti da uomo e da donna. (1334)
194 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Per evitare le inutili spese che i cittadini sostengono conti-


nuamente. (1342)

Decretiamo con questa sacra legge di porre un freno alla vana


ambizione delle donne e di bloccare le spese per gli inutili e co-
stosi ornamenti dei loro abiti. (1333)

Come sembra esplicito in quest7ultima citazione, si ammi-


se più volte che uno dei fattori principali nell'adozione di que-
ste leggi fu il desiderio da parte di uomini ricchi di reinvestì-
re le loro rendite invece che lasciarle spendere in modo frivo-
lo alle mogli. Infatti, dov'era illegale indossare fronzoli vari,
mariti parsimoniosi non potevano essere accusati di essere tir-
chi o non riconoscenti. Quando, poi, queste leggi si estesero a
elementi d'arredo domestico, i mariti riuscirono a risparmiare
e reinvestire ancora di più. Va inoltre detto che la legge non ri-
flette solamente i concetti popolari di proprietà, ma spesso li
modella. In questo caso, ad esempio, la frugalità poteva far
guadagnare a una persona il rispetto pubblico. Scrivendo a
proposito delle abitazioni di ricchi fiorentini, Christopher
Hibbert riporta che «persino quelle delle famiglie più ricche
erano arredate con semplici tavoli di legno e letti dall'aria as-
sai poco invitante. Di solito le pareti erano dipinte a calce [...];
i pavimenti erano di pietra grezza ricoperti solo raramente da
stuoie di paglia; le finestre munite di scuri di solito erano ri-
parate da una tela di cotone oleato», non da vetro53.
Con il passare del tempo, il conflitto tra i sessi cui face-
vano riferimento le leggi suntuarie divenne sempre più evi-
dente. Il preambolo di uno statuto adottato nel 1380 a Lue-
ca esprim eva la preoccupazione che tali leggi fossero neces-
sarie perché si celebravano pochissimi matrimoni, dal mo-
mento che uom ini giovani non potevano spendere, o non
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 195

avevano intenzione di farlo, le grandi somme di denaro ne-


cessane a procurare a una moglie «l'eccessivo numero di
pellicce, ornamenti, perle, serti, cinture e altre spese che esi-
gono le usanze». Due secoli dopo, i notabili di Padova furo-
no meno diplomatici: «La natura e la condizione del sesso
femminile, pieno di vanità generata dall'accidia [...] e le
spese controproducenti per nuove mode e superflui orna-
menti, hanno ridotto questa povera città di Padova in gran
miseria». Il testo prosegue con la condanna di «questi lussi
sfrenati e smodati, che scontentano Dio e il m ondo e sono
un cattivo esempio».
Tuttavia, il fatto stesso che nelle città-stato italiane si con-
tinuassero a decretare leggi suntuarie indica che non fossero
del tutto efficaci; per quale motivo continuare a dichiarare il-
legale ciò che solo pochi fanno? Risulta chiaro, quindi, che
molte persone, specialmente a Venezia e Firenze, continua-
rono a ricercare il lusso e probabilmente non si comportava-
no in m odo cauto neanche in pubblico. Di certo, le donne dei
Medici non si vestivano di cenci o di abiti grigi e ampi. Non
c'era nulla di così strano a proposito della relativa inefficacia
delle leggi suntuarie emanate nelle città-stato italiane. Stori-
camente, le società ispirate a modelli morigerati e rigorosi
hanno sempre conosciuto una certa dose di inosservanza ai
precetti. Come si vedrà, la maggior parte degli uomini che
vivevano nella puritana Amsterdam non vestivano di sobrio
nero, nonostante fossero dipinti così da Rembrandt e la città
fosse governata da puritani. A Boston, poi, nel 1740, George
Whitefield annotò nel suo diario che persino tra i dichiarati
puritani «il sesso femminile indossava comunemente gioiel-
li, nèi finti e abiti vivaci».
Il fatto che le leggi suntuarie fossero adottate così di fre-
quente indica che esse riflettevano la cultura comune, così
196 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

come il fatto che venissero solo raram ente osservate sugge-


risce che molte persone erano favorevoli alla vita frugale de-
gli altri, anche se poi loro se ne astenevano. Capita spesso
quando si parla di «etica». Gli americani, per esempio, so-
stengono con vigore la necessità di guida sicura e pretendo-
no una buona educazione a essa nelle scuole superiori. Ep-
pure, la maggior parte dei guidatori infrange il codice della
strada. Allo stesso modo, nonostante tutta l'im portanza che
diede alla frugalità e al risparmio, Benjamin Franklin non
era avaro, se non con la moglie.
A ogni modo, sarebbe errato supporre che in queste città
italiane fu la cultura della frugalità a causare, o a contribuire
a farlo, il sorgere del capitalismo. Tale affermazione richiede
almeno che la cultura preceda il commercio, e non è così. Il
capitalismo esisteva già prim a dell'apparizione degli Umi-
liati o dell'adozione di qualsiasi legge suntuaria. Se i due fe-
nomeni sono collegati, può solamente essere successo che il
prim o capitalismo abbia stimolato una forma di puritanesi-
mo e un'etica della frugalità. Ma l'aspetto più importante,
quand'anche fossero state reazioni al capitalismo, è che non
erano risposte favorevoli, ma contrarie alla ricchezza capitali-
stica. Come si vedrà più avanti, persino quando Amsterdam
divenne il centro capitalista del continente, i suoi predicato-
ri puritani inveivano contro avidità e materialismo. Quindi,
non fu grazie alle dottrine puritane o protestanti che il cri-
stianesimo contribuì alla nascita del capitalismo, ma lo fece
direttamente dichiarandosi favorevole al commercio, e indi-
rettamente incoraggiando l'individualism o e la libertà.
A questo punto è opportuno prendere in esame la grande
tragedia um ana che colpì l'Europa nel XIV secolo e il modo
in cui questa influenzò la nascita del capitalismo.
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 197

La peste

Nel 1347 alcune galee di ritorno dal Vicino Oriente porta-


rono la peste bubbonica nei principali porti italiani. Quando
Genova fu avvertita del pericolo, le prim e navi infette in prò-
cinto di attraccare «furono allontanate dal porto da frecce in-
fuocate e da numerose macchine da guerra » 54. Era comun-
que troppo tardi. Nel giro di un anno la peste si era diffusa
lungo le rotte commerciali di tutta Europa55. Q uando final-
mente, nel 1350, la malattia fu debellata, un terzo della po-
polazione, circa 30 milioni di persone, era morto. Fu una ter-
ribile tragedia umana, ma, ironicamente, ebbe un impatto
ampiamente positivo dal punto di vista economico e politi-
co, e grazie a essa coloro che scamparono e i loro figli visse-
ro m eglio56.
Il risultato iniziale della pestilenza fu la scarsità di forza
lavoro. Prevedibilmente, in poco tempo crebbero i salari,
spingendo vari sovrani e consigli a inutili sforzi nel tentati-
vo di limitarli. Nel 1349, il Parlamento inglese emise uno sta-
tuto dei lavoratori che fissava i salari al livello in cui erano
nel 1346. I proprietari terrieri, però, in concorrenza tra loro
per aggiudicarsi i lavoratori, aggirarono la legge aggiungen-
do alle loro offerte molti incentivi non costituiti da denaro
contante. Tra questi, ben più importanti degli alti salari vi
erano gli atti di libertà e facoltà di scelta, dai quali risultò che
un grande num ero di servi divenne libero affittuario. La prò-
duzione agricola, forse perché i fittavoli erano più motivati,
diminuì meno della dom anda (data dal calo della popola-
zione) e, per un certo periodo, una considerevole sovrappro-
duzione fece abbassare i prezzi del cibo. Questa situazione
provocò a sua volta una crescita delle città e, per la fine del
XIV secolo, l'Europa occidentale era sostanzialmente più u r­
198 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

banizzata di quanto fosse prim a della peste, nonostante il


tasso di mortalità fosse risultato più alto nei centri cittadini
rispetto alle campagne. L'aspetto più rilevante per il nascen-
te capitalismo fu un considerevole aumento del potere d'ac-
quisto per l'europeo medio: la popolazione era molto meno
numerosa, ma c'era un mercato migliore per le merci. Le sta-
tistiche relative ai manufatti di lana sono illuminanti a prò-
posito. Come conseguenza della pestilenza, il numero di
panni inglesi esportati nel continente europeo scese quasi di
due terzi nel 1349 e nel 1350 e rimase a quel livello fino al
1353. Nel 1354, però, si raggiunse nuovam ente il livello d'e-
sportazione precedente alla peste «e nei quattro anni succes-
sivi [il commercio dell'esportazione dei manufatti di lana]
divenne più fiorente di quanto non fosse stato prim a della
pestilenza [e] raddoppiò dopo dieci anni»57. In un breve ar-
co di tempo successivo alla tragedia, quindi, le industrie di
tutta Europa cominciarono a lavorare come mai prima, il si-
stema dei trasporti funzionava al massimo delle sue possibi-
lità, i libri mastri delle banche registravano rendite notevoli
e, in molti luoghi, la gente comune godeva di un tenore di vi-
ta che andava oltre i migliori sogni dei loro genitori. Il capi-
talismo era in ascesa e si stava diffondendo.

I miracoli economici prodotti dal capitalismo italiano fu-


rono troppo evidenti per rimanere inosservati. I viaggiatori
giunti in Italia dal N ord Europa riportarono in patria rac-
conti di ricchezze e produttività incredibili. Dopo poco tem-
po, gli abitanti delle Fiandre, dell'Inghilterra e delle varie
città lungo il Reno dovettero solo guardarsi intorno per ve-
dere gli stessi miracoli: le aziende «coloniali» italiane, infat-
ti, avevano preso il controllo e riorganizzato le loro industrie
locali e attività commerciali, creando aziende molto efficien-
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 199

ti e redditizie. Presto la gente del luogo fondò le proprie im-


prese capitaliste, per cui la ricchezza diffusa non fu più con-
finata all'Italia e alle enclave italiane del Nord Europa. In se-
guito, per molti secoli, il capitalismo rimase il segreto più
prezioso dellOccidente.

1Robert S. Lopez, Il commercio dell'Europa medievale: il Sud, in Storia econo-


mica di Cambridge, voi. 2 (Commercio e industria nel Medioevo), Einaudi, To-
rino 1982, p. 326.
2Robert S. Lopez, La rivoluzione commerciale del Medioevo, Einaudi, Torino 1975.
3Lopez, Il commercio dell'Europa medievale cit., p. 373.
4Max Weber, The Religion of India: The Sociologi/ ofH induism and Buddhism,
Free Press, Glencoe (IL) 1958.
5Ivi.
6Peter Spufford, Il mercante nel Medioevo: potere e profitto, Istituto Poligrafi-
co e Zecca dello Stato, Roma 2005, p. 30.
7Ivi, p. 29.
0Joseph Gies, Frances Gies, Léonard ofPisa and thè New Mathematics ofthe
Middle Ages, Crowell, N ew York 1969.
9Armando Sapori, La cultura del mercante medievale italiano, «Rivista di sto-
ria economica», Einaudi, Torino 1937, anno 2, p. 12.
10Ivi, p. 20.
11Edwin S. Hunt, James M. Murray, A History o f Business in Medieval Euro-
pe, 1200-1550, Cambridge University Press, Cambridge 1999, pp. 108-109.
'2Ivi, p. 108.
13Raymond D e Roover, Il Banco Medici dalle origini al declino: 1397-1494, La
N uova Italia, Firenze 1970, p. 66.
14Frank J. Swetz, Capitalism and Arithmetic: The New M ath ofthe 15'1' Century,
Open Courts, La Salle (IL) 1987, pp. 21-23.
15Sapori, La cultura del mercante cit., p. 18.
16Swetz, Capitalism and Arithmetic cit., p. 17.
17Hunt, Murray, A History of Business cit., p. 109.
19Raymond De Roover, The Commercial Revolution of thè Thirteenth Century, in
Frederic C. Lane e Jelle C. Riemersma (a cura di), Enterprise and Secular Change:
Readings in Economie History, Richard D. Irwin, Homewood (IL) 1953, pp. 80-85.
200 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

19Hunt, Murray, A History of Business cit., p. 62.


20Sapori, La cultura del mercante cit., p. 16.
21Raymond De Roover, The Medici Bank Organization and Management, «The
Journal of Economie History», n. 6,1946, p. 39.
22In Sapori, La cultura del mercante cit., p. 5.
23Robert S. Lopez, Back to Gold, 1252, «The Economie History Review»
(N ew series), n. 9,1956, p. 219.
24Spufford, Il mercante nel Medioevo cit., p. 37.
25George A. Holmes, Fiorentine Merchants in England, 1346-1436, «The Eco-
nomic History Review», (N ew series), n. 13,1960, p. 193.
26Hunt, Murray, A History of Business cit., p. 65.
27Abbott Payson Usher, The Origins of Banking: The Primitive Bank ofDeposit, in
Lane, Riemersma (a cura di), Entrerprise and Secular Change dt., pp. 262-291.
28Florence Edler de Roover, Early Examples of Marine Insurance, «The Jour-
nal of Economie History», n. 5,1945, pp. 172-200.
29William Shakespeare, Il mercante di Venezia, Feltrinelli, Milano 1992, atto
I, scena I.
30Spufford, Il mercante nel Medioevo cit., p. 32.
31Edler de Roover, Early Example cit., p. 188.
32Ivi, p. 181.
33Raymond De Roover, Money, Banking and Credit in Bruges, The Medieval
A cadem y of America, Cambridge (MA) 1948; Edwin S. Hunt, The Medie-
vai Super-Companies: A Study ofthe Peruzzi Company o f Florence, Cambridge
University Press, Cambridge 1994; Richard Kaeuper, Bankers to thè Crown:
The Riccardi o f Lucca and Edward I, Princeton University Press, Princeton
1973; Thomas H. Lloyd, Alien Merchants in England in thè High Middle Ages,
St. Martin's Press, N ew York 1982.
34D e Roover, Money, Banking cit., p. 88.
35Insieme al Banco Bardi e al Banco Peruzzi.
36Kaeuper, Bankers to thè Cronrn cit.; e The Societas Riccardorum and Economie
Change, in Jeffrey David Lyle (a cura di), By Things Seen: Reference and Reco-
gnition in Medieval Thought, University of Ottawa Press, Ottawa 1979, p. 164.
37Kaeuper, Bankers to thè Crown cit., p. 121.
38Kaeuper, The Societas Riccardorum cit., p. 170.
39Armando Sapori, Il mercante italiano nel Medioevo, Jaca Book, Milano
1990, p. 21.
40Ivi, pp. 19-26.
41Kaeuper, The Societas Riccardorum cit., p. 169.
42Lujo Brentano, Le origini del capitalismo, Sansoni, Firenze 1968; Amintore
IL PERFEZIONAMENTO DEL CAPITALISMO ITALIANO 2 01

Fanfani, Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitali-


smo, Vita e Pensiero, Milano 1934; Hector M. Robertson, Aspects o f thè Rise
of Economie Individualism: A Criticism of M ax Weber and His School, Cam-
bridge University Press, Cambridge 1933; Kurt Samuelsson, Economia e re-
ligione, A. Armando, Roma 1973; Richard H. Tawney, La religione e la gene-
si del capitalismo, Feltrinelli, Milano 1967.
43 Frances Andrews, The Early Humiliati, Cambridge University Press,
Cambridge 1999; Brenda Bolton, Lo spirito della riforma nel Medioevo, Li-
guori, N apoli 1988; Herbert Grundmann, M ovimenti religiosi nel Medioevo:
ricerche tra i nessi storici tra l'eresia, gli ordini mendicanti e il movimento reli-
gioso femminile nel X II e XIII secolo e sulle origini storiche della mistica tedesca,
Il Mulino, Bologna 1974; R. I. Moore, The Origins ofEuropean Dissent, Uni-
versity of Toronto Press, Toronto 1994.
44Bolton, Lo spirito della riforma cit., p. 76.
45Moore, The Origins ofEuropean cit., p. 227.
46Grundman, M ovimenti religiosi cit., p. 137.
47Per quanto ne so, tutta questa letteratura marxista è in lingua italiana.
L'opera classica è quella scritta da Luigi Zanoni, Gli umiliati nei loro rapporti
con l'eresia, l'industria della lana e i comuni nel secoli X II e XIII, sulla scorta di
documenti inediti, Hoepli, Milano 1911.
48Grundmann, M ovimenti religiosi cit., p. 137.
4,Moore, The Origins ofEuropean cit., p. 227.
50Rodney Stark, Upperclass Asceticism: Social Origins of Ascetic Movements
and Medieval Saints, «Review of Religious Research», n. 45, 2003, pp. 5-19.
51 Catherine Kovesi Killerby, Sumptuary Law in Italy, 1200-1500, Oxford
University Press, Oxford 2002, p. 41.
52Ivi, pp. 28-29, 36.
53Christopher Hibbert, Ascesa e caduta di casa Medici, Mondadori, Milano
1990, p. 5.
54Philip Ziegler, The Black Death, Harper Torchbooks, N ew York, 1971, p. 17.
55David Nicholas, The Transformation of Europe, 1300-1600, Arnold, London 1999.
56Hunt, Murray, A History of Business cit.; Edward Miller, La politica economi-
ca dei governi: Francia e Inghilterra, in Storia Economica di Cambridge, voi. 3 (La
città e la politica economica nel Medievo), Einaudi, Torino 1977, pp. 340-398.
57Howard L. Gray, The Production and Exportation ofEnglish Wollens in thè
Fourteenth Century, «The English Historical Review», n. 39,1924, pp. 17-18.
Capitolo 5

Il capitalismo si sposta verso nord

Fu il panno di lana il prodotto che per prim o portò il ca-


pitalismo nell'Europa settentrionale. Già in epoca romana, le
città delle Fiandre erano famose come le migliori produttrici
di manufatti di lana, che nel X secolo probabilmente genera-
vano più reddito di qualsiasi altro prodotto fabbricato in Eu-
ropa. Il panno delle Fiandre era l'articolo principale delle
grandi fiere che, a partire dall'XI secolo, si tenevano nella re-
gione della Champagne, dove i maggiori acquirenti erano
mercanti italiani in cerca di merce da rivendere in tutto il
Mediterraneo. Col passare del tempo, gli italiani fondarono
filiali delle loro banche in queste città del Nord, e invece di
continuare a dipendere dalle fiere, organizzarono regolari
acquisti di manufatti di lana direttamente dai produttori lo-
cali. Questi banchieri, dopo aver familiarizzato con le dina-
miche del luogo, capirono presto la notevole opportunità of-
ferta loro dal fatto che l'«industria» laniera delle Fiandre non
fosse altro che un dedalo disorganizzato di minuscole botte-
ghe per la tessitura e di lavoratori a domicilio. Gli italiani su-
bappaltarono centinaia di questi piccoli produttori per po-
che grandi aziende con gestione, pianificazione e distribu-
zione efficienti, ottenendo così immensi progressi nella prò-
duttività e nell'efficienza.
204 LA VITTORIA DELLA RAGIONE
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 205

Dopo aver portato il capitalismo nelle Fiandre, lo espor-


tarono presto al Nord, in Olanda, estendendo il loro raggio
d'azione dalla m anifattura della lana a molti altri prodotti e
industrie. Nel frattempo, le banche italiane esportarono la
loro abilità capitalistica anche in Inghilterra, sempre nel
campo deH'industria laniera. Il rapido diffondersi del capi-
talismo in questo paese diede inizio a secoli di notevole ere-
scita industriale, ponendo le basi economiche e militari per
ciò che in seguito divenne un impero globale. Ovviamente,
non sarebbe avvenuto nulla di tutto ciò se queste aree non
avessero già goduto di un certo grado di libertà.

Le città laniere delle Fiandre

Le Fiandre medievali (il nome significa «terra allagata»)


erano un potente principato situato nella regione sudocci-
dentale dei Paesi Bassi, corrispondente più o meno al mo-
derno Belgio e a parte dell'Olanda meridionale (vedi cartina
5-1). Prima dell'arrivo delle banche italiane, le «aziende» per
la produzione del panno erano fondamentalmente piccole
botteghe composte di tre o quattro telai di proprietà di un
mastro tessitore1. Non esistevano investitori, i profitti veni-
vano per lo più spesi e non fatti fruttare e le aziende rima-
nevano molto piccole. I tessitori si associavano tra loro sola-
mente per specifiche imprese a termine e non erano comun-
que attivi nella commercializzazione dei loro prodotti. Infat-
ti, vendevano solamente il panno che fabbricavano, di solito
presso il mercato più vicino, ad acquirenti che lo rivendeva-
no subito a una delle fiere regionali. Le attività degli opifici
per la tessitura erano coordinate e organizzate attraverso la
corporazione dei mercanti tessitori locali, a cui apparteneva­
206 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

no tutti i proprietari-operatori. E questo era il problema. Per


generazioni, il capitalismo non potè nascere nell'industria
laniera proprio per mancanza di libertà.
Sostenuti appieno dall'autorità locale in cambio di rego-
lari tasse per le licenze, le corporazioni di mercanti tessitori
delle varie città e cittadine operavano in modo autoritario, li-
m itando molto l'intera industria e riuscendo a infliggere pu-
nizioni molto severe a chi agiva autonomamente. Ad esem-
pio, chi veniva scovato ad aver variato la formula di una fa-
mosa tinta scarlatta poteva essere «condannato al pagamen-
to dell'ingente m ulta di 105 sterline o, in caso di mancato
esborso, alla perdita della mano destra» 2. A causa degli sta-
tuti delle corporazioni, le imprese individuali potevano es-
sere solo molto piccole e potevano possedere un limitato nu-
mero di telai: solitamente meno di cinque. I prezzi erano
controllati e non era permesso alcun atto di compravendita,
limitando così anche qualsiasi beneficio generato da un'au-
mentata produttività. La corporazione dei tessitori fissò an-
che la lunghezza della giornata lavorativa che tutti gli opifi-
ci dovevano osservare3.
Essa, inoltre, stabiliva e controllava i salari, non solo per i
tessitori impiegati nell'attività, ma per tutti quelli (tranne i
proprietari) che avevano un compito neH'industria: tutti co-
loro che lavavano la lana, i cardatori, i filatori, i tintori, i fol-
latori, i tosatori e gli altri. Benché i salari aumentassero e di-
minuissero a seconda delle variazioni del costo della vita, ciò
avveniva con tassi completamente controllati daH'ammini-
strazione, dal momento che solo i tessitori in possesso di una
bottega potevano appartenere alla corporazione. N on erano
permesse variazioni salariali da un opificio a un altro, com'e-
ra proibita qualsiasi forma di contrattazione collettiva per ot-
tenere salari più alti sia dai regolamenti corporativi che, so-
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 207

Irtamente, dalla legge locale. N on sorprende che ciò abbia


portato spesso ad aspri e cruenti conflitti civili, che a volte
misero in pericolo persino la libertà politica e l'indipenden-
za della comunità.
Nell'XI secolo, l'industria laniera del N ord cominciò rapi-
damente a espandersi. Questo processo fu in parte dovuto a
un aum ento della popolazione. Un altro fattore che concorse
al suo sviluppo fu la rapida espansione degli scambi inter-
nazionali, i quali passavano attraverso la Champagne ed
erano sorretti dai mercanti italiani che alle fiere acquistava-
no prodotti di lana per poi esportarli a sud. Però, un fattore
almeno altrettanto im portante fu la libertà ottenuta in forma
di autonom ia locale. Con ciò non si vuole sostenere che que-
ste città fossero democratiche; anche se governate da consi-
gli, solo l'élite, costituita principalmente da ricchi mercanti,
vi era rappresentata. Tuttavia, allo sviluppo economico di
queste comunità bastò il fatto di essere sfuggite al controllo
della nobiltà locale, pagando tasse a governanti lontani come
il conte delle Fiandre o l'imperatore del Sacro Romano Im-
pero, che, come analizzato nel precedente capitolo, non in-
terferivano nei loro affari interni. Sfortunatamente quando le
questioni interne di queste comunità si trasformavano in
cruente agitazioni civili, un governante lontano era a volte
spinto a intervenire, causando così la perdita dell'indipen-
denza, e con essa il successo economico, di alcune città.
È im portante notare che fu proprio la ricchezza a distrug-
gere alcuni dei centri lanieri e a mettere a repentaglio l'esi-
stenza dei rimanenti. Con l'aum ento della produzione e dei
profitti, tra la classe dei mercanti molto ricchi e gli artigiani
specializzati che essi impiegavano si svilupparono tensioni
sociali sempre più aspre. In un primo momento, questi con-
trasti portarono al formarsi di altre corporazioni: tessitori,
208 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

tintori, follatori e così via. Ciascuna di queste nuove corpo-


razioni tentò di delineare e far rispettare un regolamento di
lavoro, di limitare l'accesso all'attività artigianale e stabilire
salari e condizioni d'impiego. Con le corporazioni arrivaro-
no anche le rivendicazioni. Città dopo città, gli artigiani sol-
levarono violente rivolte, a volte saccheggiando le case e le
proprietà dei ricchi, nel tentativo di organizzare delle comu-
ni «senza classi sociali». I regimi ribelli ebbero spesso vita
breve, sfasciandosi a causa di conflitti interni scoppiati quan-
do l'uguaglianza si dimostrava irraggiungibile. In alcuni ca-
si le rivolte vennero soffocate con successo, ma le perdite, in
vite um ane e proprietà, furono quasi sempre molto alte4. Di
conseguenza, la parola «fiammingo» era per gli stranieri
spesso sinonimo di «rivoluzionario» 5. Dopo quasi un secolo
di rivolte discontinue, nel 1280 scoppiò una rivoluzione ge-
nerale. In molti centri e città, i mercanti minori e le loro cor-
porazioni si allearono con le corporazioni degli artigiani e in-
sieme chiesero aiuto al conte delle Fiandre, che lo concesse.
Divenne presto chiaro, però, che il vero motivo per cui il con-
te si era messo dalla parte dei ribelli era quello di riottenere
il dominio assoluto sulle città interessate. Di fronte alla pos-
sibilità di perdere l'autonom ia locale, i mercanti minori si
opposero agli artigiani6e le rivolte cessarono. Tuttavia, l'éli-
te di alcuni centri e città chiese aiuto al re di Francia. An-
ch'egli rispose positivamente, ma solo perché a sua volta vo-
leva il dominio della regione. In poco tempo riuscì ad annet-
tere le Fiandre meridionali, ma un'invasione di truppe fran-
cesi spinse le Fiandre settentrionali a difendersi in u n fronte
unito. Si prepararono rapidam ente alla guerra e, nel 1302, in-
flissero alle truppe francesi una clamorosa sconfitta nella
battaglia di Courtrai. La vittoria non solo salvò le Fiandre
settentrionali dal dominio francese, ma rese molto più de­
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 209

mocratici i governi delle città del Nord. Da quel momento, in


città come Bruges, Gand e Anversa, le corporazioni artigiane
esercitarono una concreta influenza nelle questioni politiche.
E tornò la prosperità.
Al contrario, nella parte meridionale delle Fiandre le atti-
vità commerciali stagnarono a causa di tasse alte, di dazi per
l'im portazione e per l'esportazione, e di altre forme di sfrut-
tamento e repressione politica introdotte dalla corte france-
se. Presto scomparvero le importanti industrie laniere di Lil-
le, Douai, Orchies, Béthune e Cambrai. In realtà, la combina-
zione tra la repressione e il peggioramento dell'economia
della parte meridionale della regione nocque in misura an-
che maggiore all'industria settentrionale poiché costrinse
numerosi fabbricanti di panno a emigrare in Italia, dove fu-
rono accolti calorosamente e vennero loro concessi privilegi
speciali affinché lanciassero un'industria laniera. Uno statu-
to emesso a Padova nel 1265, ad esempio, esentava «gli stra-
nieri che venivano in città per fabbricare panno [...] da tutti
i pedaggi e i dazi e, in seguito, anche dalle tasse personali» 7.
Mentre la repressione francese spinse molti produttori di
panno fiamminghi a portare le loro arti a sud, verso l'Italia,
le nuove libertà godute nelle Fiandre settentrionali costrin-
sero all'emigrazione verso nord molti imprenditori meridio-
nali, i quali portarono con sé il capitalismo.

Il capitalismo giunge nelle Fiandre settentrionali

A seguito dell'annessione francese dei distretti valloni del


Sud, le Fiandre settentrionali divennero il fulcro dell'indù-
stria laniera europea, concentrata soprattutto nelle città di
Bruges, Gand e Anversa. L'importazione della lana dall'In-
210 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

ghilterra e lo scambio di merci per panno di lana con l'Italia


le resero u n gigante finanziario oltre che manifatturiero. Su-
perati gli effetti più limitanti delle corporazioni indigene, le
imprese cominciarono a crescere e a presentare le principali
caratteristiche del capitalismo. Tuttavia, il capitalismo non
era nativo delle Fiandre, ma venne importato da imprendi-
tori che soppiantarono la corporazione di mercanti e tessito-
ri con imprese ben organizzate che integravano l'intera in-
dustria laniera: l'im portazione della lana, il coordinamento
di tutti i passaggi, l'impiego di tutti i mestieri necessari a tra-
sformarla in panno e l'esportazione del prodotto finito in ba-
se delle condizioni di mercato. Una prim a innovazione
«spinta dal mercato» fu l'introduzione della produzione, ac-
canto al più caro panno di lusso, di varietà economiche, che
valse alla regione un immenso aumento delle vendite.
Gli imprenditori «fiamminghi» a cui si fa riferimento in
realtà erano italiani e le loro ditte erano filiali di banche ita-
liane. Si ricordi che, non accontentandosi più di continuare
ad acquistare panno nelle fiere nordiche, le banche italiane
avevano aperto sedi permanenti nei centri lanieri principali
per poter acquistare direttamente e con continuità. I banchie-
ri presenti nel luogo individuarono in poco tempo le ineffi-
cienze del sistema corporativo e videro la possibilità di au-
mentare molto i propri profitti e di coordinare meglio produ-
zione e domanda, gestendo direttamente l'industria. Oltre a
dedicarsi all'organizzazione della produzione laniera e alla
vendita del panno all'estero, le banche italiane importavano
e vendevano ogni sorta di prodotto commerciale provenien-
te da altrove. Naturalmente, svolgevano anche il ruolo di pre-
statori di denaro e si occupavano dell'emissione di lettere di
cambio. Presto «furono solo le attività commerciali e crediti-
zie dei mercanti italiani a far continuare a lavorare i telai» 8.
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 211

Bruges
È vero che gli italiani continuarono a far lavorare i telai
delle Fiandre, ma è altrettanto esatto dire che i telai delle
Fiandre erano d'im portanza talmente vitale per il sistema
bancario italiano che nessuna banca che non avesse una se-
de a Bruges contava molto. A Bruges, tutte e tre le «grandi
compagnie» facevano affari quanti ne facevano in patria e
lo stesso valeva un secolo dopo per il Banco Medici. In ef-
fetti, la sede del Banco Medici di Bruges era la filiale con la
maggiore capitalizzazione, più alta persino della sede cen-
trale a Firenze9.
Per quale motivo si scelse la produzione della lana? Per-
ché il suolo povero delle Fiandre era molto più adatto al pa-
scolo delle pecore che alla coltivazione. Inoltre, le pecore del-
la regione producevano una lana di buona qualità e, dal mo-
mento che le fattorie per l'allevamento ovino erano sparpa-
gliate, l'industria laniera degli albori era disseminata in ogni
piccolo villaggio. Col tempo, tuttavia, i tessitori delle Fian-
dre divennero sempre più dipendenti dalla lana inglese, di
qualità decisamente superiore alla loro. Di conseguenza,
l'industria laniera si concentrò in centri più grandi, dove si
trovavano imprese con capitale sufficiente a sostenere il
commercio con l'estero. La più importante di queste città fu
Bruges, soprattutto dopo l'arrivo dei banchieri italiani.
Bruges non divenne mai un centro m anifatturiero, ma vi-
veva di commercio e trasporti. Quasi tutta la lana prove-
niente dall'Inghilterra arrivava a Bruges per poi venir invia-
ta ai centri tessili dell'entroterra, come G a n d 10, da dove il
prodotto finito tornava a Bruges, pronto per l'esportazione.
Oltre a ciò, prim a della comparsa delle navi italiane erano
quelle fiamminghe (per lo più di base a Bruges) a dominare
i trasporti commerciali sulla Manica. Le navi genovesi e ve­
212 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

neziane entrarono a far parte della rete di scambio scarican-


do a Bruges le loro spezie, sete e altri prodotti provenienti
dal Sud in cambio di carichi di panno di lana. Grazie alla sua
posizione strategica, Bruges (il nome significa «pontile di
sbarco») divenne il principale centro commerciale e finan-
ziario del N ord Europa. È impossibile stabilire esattamente
quando ciò accadde, ma pochi anni dopo la vittoria di Ge-
nova sulla flotta m usulm ana che nel 1291 sorvegliava lo
stretto di Gilbilterra, cominciarono viaggi regolari tra Bru-
ges e la città ligure, per lo più con navi a fondo tondo, anche
se durante l'estate vi era un certo traffico di galee. L'attività
commerciale vivace rese Bruges una grande città, con una
popolazione di circa 40.000 abitanti nel 1340, la quale crebbe
forse fino a 90.000 nel 1500 u.
Come già osservato, l'iniziale sviluppo commerciale delle
Fiandre fu dovuto fondamentalmente agli italiani, perché so-
10 loro conoscevano a fondo i metodi da applicare al com-
m ercio12. Dopo aver stabilito sedi delle loro banche non solo
a Bruges, ma anche in altri centri strategici delle Fiandre, gli
italiani negoziarono im portanti patti per proteggere e favo-
rire i loro interessi, ottenendo notevoli vantaggi commercia-
11 e diritti extraterritoriali che li resero legalmente separati
dalla comunità locale. Le tipiche affermazioni di questi pat-
ti, ripetutam ente confermati da ogni nuovo conte delle Fian-
dre, erano 1) la proibizione per il conte di usurpare una qual-
siasi proprietà della banca; 2) nessun banchiere italiano po-
teva essere arrestato per debiti; 3) le autorità locali non potè-
vano in alcun m odo interferire con il diritto del capitano di
una nave italiana di punire il suo equipaggio nel porto; 4) se
gli ufficiali avessero voluto cacciare un banchiere italiano
dalle Fiandre, questo doveva avvenire con un preavviso di
nove mesi per permettergli di disporre delle sue proprietà; 5)
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 213

non doveva esser loro imposto nessun dazio locale aggiunti-


vo oltre a quelli pattuiti con il conte. N on era, comunque,
uno scambio unilaterale. Nel 1395, gli italiani accettarono
che tutte le loro navi si fermassero a Bruges e mettessero in
vendita la loro merce prim a di procedere verso l'Inghilterra,
dando ai mercanti di Bruges il diritto di prelazione. La città
di Bruges rese più interessante l'offerta pagando ai mercanti
italiani 9500 franchi d 'o ro 13.
Benché gli italiani dipendessero da quanto pattuito con
il conte delle Fiandre, le principali città della regione gode-
vano di una notevole indipendenza e, per l'epoca, di un
considerevole grado di democrazia, in particolare dopo che
il fronte unito contro gli invasori francesi aveva prodotto
un grande allargam ento delle concessioni. Perciò, il com-
mercio e l'industria m anifatturiera possedevano quella li-
bertà e sicurezza nei confronti delle confische che erano ne-
cessarle a farli prosperare e a perm ettere lo sviluppo del ca-
pitalismo. Per quanto il prim o capitalismo fiammingo ab-
bia m antenuto aspetti coloniali fino a quando rimase domi-
nato dagli italiani, si trattò com unque di vero capitalismo.
Inoltre, nel XV secolo, quando i locali im pararono le arti
commerciali essenziali per am m inistrare le proprie impre-
se, l'egem onia commerciale italiana declinò. Di fatto, la pri-
ma borsa, che precedette la m oderna borsa finanziaria, fu
creata a Bruges da mercanti fiamminghi nel 1453. In essa
non si vendevano azioni di aziende, ma era una piazza do-
ve gli investitori s'incontravano per la com pravendita di
carte commerciali come lettere di cambio e ipoteche.
Per diversi secoli, gli italiani raccolsero i frutti delle atti-
vità commerciali fiamminghe, e questo perché gli abitanti
della regione non avevano sufficiente conoscenza delle tee-
niche commerciali. In quel periodo, se non fosse stato per le
214 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

navi italiane, il porto di Bruges sarebbe rimasto piuttosto


tranquillo. I fiamminghi, d'altro canto, impararono presto a
essere autonomi negli affari e a capitalizzare ciò che da seco-
li sapevano fare: tessere panni di lana.

Gand
L'egemonia commerciale e finanziaria di Bruges era pari
a quella di Gand nella manifattura. Gli esportatori prove-
nienti da Bruges frequentavano il mercato del panno che
aveva luogo presso il municipio di Gand e gli importatori di
Gand acquistavano carichi di lana, vino, grano e pellame
dalle navi che arrivavano a Bruges. Lo scambio era facilitato
dal fatto che Gand era (ed è) collegata a Bruges tramite il ca-
naie Lieve. Le banche italiane permettevano ai mercanti di
Bruges di commerciare tramite corrispondenza con luoghi
molto distanti, ma non vi erano sedi bancarie a Gand, per cui
gli atti di compravendita erano difficili senza un contatto di-
retto e personale. L'impedimento era tollerabile perché Bru-
ges e Gand distavano solamente dodici ore di viaggio 14, per
cui spesso imprenditori della prim a città usufruivano di una
regolare sistemazione presso una locanda della seconda. An-
che così, però, le corti di giustizia locali erano gravate da
cause di venditori non pagati e acquirenti scontenti.
Può darsi che la fabbricazione del panno a Gand risalga
all'epoca romana, ma è attestata per la prim a volta alla fine
del X secolo. Probabilmente avveniva ancora su scala mode-
sta dal momento che nel 1100 la popolazione ammontava a
meno di 5000 abitanti. Poi giunse il prospero mercato dell'e-
sportazione. Nel 1340, Gand aveva una popolazione di circa
56.000 abitanti15 e più dei due terzi era impiegata nell'indù-
stria laniera. Più tardi, nello stesso decennio, sembra che
Gand sia stata risparm iata dalla Peste che uccise gran parte
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 215

della popolazione di quasi tutte le città europee, ma, nello


stesso periodo, subì una rivoluzione politica che causò mol-
te vittime e sottrasse privilegi ai tessitori, molti dei quali
emigrarono altrove. Questa situazione, oltre a diversi scoppi
di pestilenza nel decennio successivo al 1360, dimezzarono
la popolazione della città. Come tutti i settori industriali eu-
ropei, anche l'industria laniera di Gand soffrì l'immediato
declino della dom anda causato dalla Peste, e non fu in gra-
do di reclutare tessitori quando la dom anda tornò a crescere
grazie al netto aum ento del potere d'acquisto individuale
(dovuto a salari più alti per la carenza di forza lavoro) che re-
se possibile vendere di più a meno persone. Perciò molti
«clienti abituali cominciarono a rivolgersi altrove per l'ac-
quisto di panno» 16, stimolando ulteriormente la nascita del-
l'industria tessile nelle città-stato italiane.
La popolazione di Gand continuò comunque a filare, tesse-
re, follare e tingere. Lentamente, gli interessi commerciali s'im-
posero nuovamente e l'industria laniera si rianimò. Ma Gand
non fu mai più ima città dall'unica attività industriale, né le
mancarono imprese capitalistiche domestiche. Infatti, la città
sviluppò presto prospere ditte di lavorazione del ferro, di fab-
bricazione di campane, di produzione di pentolame, di lavora-
zione dell'oro e dell'argento, di concia di pelli e pellicce, di prò-
duzione di scarpe e di sartoria. Le corporazioni svolgevano an-
cora un ruolo importante nel controllo di queste attività, ma
solamente al livello delle botteghe. Le finanze, gli obiettivi di
produzione e la distribuzione dei prodotti erano invece sotto il
controllo di grandi imprese, gestite da capitalisti preparati. Co-
me Bruges continuò a prosperare con gli scambi commerciali e
le spedizioni marittime, così Gand espanse il suo ruolo di cen-
tro commerciale regionale a quello di distribuzione delle mer-
ci che produceva e di quelle che faceva arrivare via nave da al­
216 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

trove. Per farlo, la città sfruttò la sua posizione sul fiume Schei-
da, che scorre a nord verso Anversa.

Anversa
Per trovare una forma avanzata di capitalismo nel Nord
Europa basta analizzare Anversa, che alla fine del XV seco-
10 «era la città più ricca e forse la più famosa d'Europa» 17,
descritta dal viaggiatore e scrittore italiano medievale Lu-
do vico Guicciardini come «non meno di Venezia». Il volume
degli scambi che passavano attraverso il porto di Anversa
superava di molto qualsiasi altro precedente storico. «Mai
prim a di allora ci fu un mercato che concentrava in simile
m isura gli scambi di tutte le im portanti nazioni commercia-
11 del mondo» 18.
Nel 1493, la scoperta portoghese di una rotta marina in-
torno all'Africa verso le Indie Orientali, rese Anversa un
centro di scambi anche più im portante, perché il re del Por-
togallo vi spediva quasi tutto ciò che giungeva a Lisbona
dall'Asia (per lo più spezie, e in particolare pepe), in parte
perché ad Anversa erano presenti associazioni d'im prese
pronte ad acquistare interi carichi, spesso quando le navi
erano ancora in viaggio. In questo modo, un'associazione
poteva ottenere un monopolio a breve termine sulle spezie
e tenerne alti i prezzi. Gli inglesi utilizzavano strategie si-
mili nella gestione dei prodotti di lana d'esportazione, in-
viando tutti i loro panni ad Anversa e distribuendoli da lì
per massimizzare i profitti. Lo stesso avveniva con la gran
quantità di metalli, in particolare il rame, proveniente dal-
l'Europa orientale. Un tempo, era Venezia il principale sboc-
co commerciale, m a dall'inizio del XVI secolo le spedizioni
arrivavano principalmente ad Anversa e da lì partivano per
il resto del m ondo 19.
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 227

Nonostante questo, e la presenza all'interno della città di


un notevole settore industriale, la vera specializzazione di
Anversa era la finanza. «Per quasi un secolo [...] questa città
cosmopolita fu l'unica ad avere il controllo del mercato mo-
netario del m ondo conosciuto [...]; si negoziavano qui tutti i
prestiti im portanti in Europa»20. Nel 1519, ad esempio, la se-
de locale della compagnia Fugger prestò più di mezzo mi-
lione di fiorini d'oro a Carlo V (da poco incoronato re di Spa-
gna, ma nato e cresciuto a Gand) per finanziare la sua eie-
zione come Imperatore del Sacro Romano Impero.
L'ascesa al potere e la gloria di Anversa non solo furono
rapide, ma, per molti aspetti, furono anche un atto della na-
tura. Infatti, negli anni 1375-76 e successivamente nel 1406,
violente tempeste colpirono la costa delle Fiandre, scatenan-
do onde altissime e maree che scavarono una profonda inse-
natura, «permettendo per la prim a volta di raggiungere il
porto di Anversa a molti bastimenti per la navigazione d'ai-
tura» 21. Nel frattempo, poi, la natura stava interferendo an-
che con l'accesso al mare di Bruges. Secoli prim a le tempeste
avevano donato a questa città un porto attraverso il fiume
Zwin. Sfortunatamente, il fiume aveva cominciato a insab-
biarsi e, nonostante i dragaggi, col passare del tempo le navi
dovettero scaricare le merci a una distanza sempre maggio-
re dalla città. Nel 1450, in realtà, le navi d'altura attraccava-
no a Sluis e scaricavano le merci su piccole chiatte che riu-
scivano a risalire il fiume per altri undici chilometri verso
Bruges. Comprensibilmente, questo nuovo ostacolo incorag-
giò lo spostamento degli scambi verso la città di Anversa,
che aveva migliorato il porto naturale da poco guadagnato
facendovi costruire enormi strutture portuali dotate di gru
per accelerare lo scarico delle merci. Inoltre, Anversa aveva
il vantaggio di essere situata alla foce della Schelda, che ha la
218 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

sorgente in Francia (come l'Escaut), scorre attraverso Lille,


Tournai e Gand prim a di sfociare nell'oceano e che per lun-
go tempo è stata l'arteria principale per i trasporti fluviali.
Anche la politica svolse un ruolo cruciale nell'ascesa di
Anversa. Infatti, quando Bruges e altre città fiamminghe del
Nord furono sottoposte prim a a decenni di cruenti conflitti
civili e successivamente a una guerra per evitare l'annessio-
ne alla Francia, Anversa mantenne la pace e molti mercanti,
specialmente stranieri, abbandonarono Bruges e Gand per
mettersi al sicuro lì. Di conseguenza, quello che nel XIII se-
colo era stato un piccolo paese tranquillo, divenne, all'inizio
del XVI secolo, una città di forse 100.000 abitanti, molti dei
quali stranieri22.1 nuovi arrivati trovarono una città pervasa
di libertà e tolleranza. Bruges era «libera rispetto alle restri-
zioni presenti nella [maggior parte] delle altre città del Me-
dioevo, ma in confronto alla libertà assoluta che i mercanti
stranieri godevano ad Anversa, Bruges era una città medie-
vale » 23. Ad esempio, come in quasi tutte le cittadine e città
medievali, locande e pensioni erano soggette a «molte nor-
me severe» che le autorità facevano rispettare con attenzio-
ne, mentre ad Anversa non esistevano simili regole e chiun-
que poteva prendere una stanza in affitto purché pagasse.
Per quanto riguarda il commercio, poi, praticamente non esi-
stevano restrizioni. In un rapporto dei commercianti stranie-
ri di Anversa a Filippo II si registra: «Nessuno contesta, di-
cono, che la libertà concessa ai mercanti sia la causa della
prosperità di questa città»24.
Come in tutte le città nordiche indipendenti (fino alla re-
pressione spagnola), il reggente nominale era un nobile lon-
tano, un duca o un margravio, rappresentato ad Anversa dal-
lo schout (o sceriffo), che nelle cause penali compariva per
conto della corona. «In realtà, Anversa era ima comunità libe­
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 219

ra» governata da una struttura rappresentativa a tre livelli25.


Al posto più alto si trovavano due borgomastri a cui era affi-
data l'amministrazione cittadina; venivano scelti da un colle-
gio di giudici composto da diciotto skepyns (consiglieri comu-
nali), un tesoriere, un segretario e un avvocato, oltre agli altri
borgomastri. I membri del collegio venivano selezionati e rac-
comandati dal Gran Consiglio, composto da tutti i passati
skepyns, due wijickmasters da ciascuna delle dodici circoscri-
zioni cittadine e due rappresentanti di ciascuna delle dodici
maggiori corporazioni. Lo schout era al comando di u n corpo
militare, ma ciascuna delle dodici circoscrizioni aveva i prò-
pri soldati. Queste disposizioni garantivano un alto livello di
libertà individuale e diritti di proprietà sicuri.
Ad Anversa il capitalismo raggiunse nuove vette di svi-
luppo, ma questo è vero in termini di dimensioni più che
d'innovazione. Tutte le tecniche finanziarie e commerciali
applicate nella città erano già note 26. Quello di Anversa fu
solo un capitalismo su scala maggiore e internazionale. Co-
sì, anche se la prim a borsa era apparsa a Bruges, ad Anver-
sa quest'istituzione capitalista raggiunse presto nuove vet-
te. Di fatto, la città possedeva due borse. Una era diretta da-
gli inglesi e specializzata in materie prime. Mercanti di tut-
te le nazionalità «si recavano a una certa ora della m attina o
della sera alla borsa degli inglesi. Lì portavano a termine af-
fari con l'aiuto di interm ediari di ogni lingua, presenti in
gran numero, principalmente per la com pravendita di mer-
ci di qualsiasi tipo»27. Col tempo, la maggior parte dell'atti-
vità della borsa inglese fu consacrata ai futures e si speculò
sulle variazioni di prezzo nell'arco di un ora come di di ver-
si mesi. Come oggi, il mercato dei futures era estremamen-
te rischioso e generava un incredibile assortimento di tatti-
che: molte delle più popolari si basavano sull'astrologia. Ol­
220 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

tre alla borsa inglese, vi era la borsa di Anversa, specializ-


zata in documenti finanziari: lettere di cambio, m utui e ob-
bligazioni a breve scadenza emesse da governi e governan-
ti, compresi gli Asburgo. La tendenza dei commercianti di
entrambe le borse era quella di riunirsi secondo la propria
nazionalità e «la borsa di Anversa sembrava un piccolo
m ondo in cui si riunivano tutte le parti del m ondo più gran-
de» 28. Infatti, i prim i capitalisti di Anversa erano stranieri e
tra essi c'erano molti italiani che avevano lasciato Bruges
per sfuggire alle violente insurrezioni. La comunità com-
merciale divenne sempre più cosmopolita quando il raggio
d'azione della rete commerciale della città attrasse impren-
ditori dall'Europa settentrionale e orientale, oltre che da
Spagna e Portogallo.
Tutto ciò accadde molto prim a della Riforma, quando
Anversa era una comunità profondam ente cattolica, «una
città di chiese e di fondazioni religiose ampiamente sovven-
zionate dalla ricca popolazione»29. Q uando giunse in città, il
protestantesimo reclutò i lavoratori meno specializzati e gli
agricoltori delle vicinanze, mentre le «famiglie capitaliste ri-
masero per lo più leali alla Chiesa» 30. Con ciò si chiude l'ar-
gomento relativo all'etica protestante. Ironicamente, fu la
Riforma a distruggere il capitalismo ad Anversa e nella
m aggior parte delle Fiandre, come vedremo nel prossimo
capitolo.

Verso Amsterdam

Alla fine del XVI secolo, Amsterdam subentrò ad Anver-


sa come principale porto e centro finanziario europeo. Ciò
avvenne per lo più per abbandono, dal momento che l'eco­
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 22 1

nomia di Anversa fu rovinata dalla guerra e dagli occupanti


spagnoli, che distrussero le sue pratiche democratiche e ne
logorarono le istituzioni finanziarie e commerciali.
Il fatto che Amsterdam fosse in grado di funzionare come
porto commerciale è sorprendente se si pensa che per ap-
prodarvi era necessario passare su un esteso banco di mel-
ma. Nel XV secolo, si adottò la soluzione di utilizzare navi
piccole e dal fondo relativamente piatto. Gli olandesi conti-
nuarono a preferire navi di poca immersione rispetto a quel-
le inglesi, ma dal XVI secolo persino le loro imbarcazioni di-
vennero troppo grandi e profonde per superare la melma. La
tecnologia di dragaggio dell'epoca non era in grado di ri-
muovere una barriera così vasta, per cui il porto rimase ope-
rante con l'utilizzo di «zattere a cassoni: enormi fusti riem-
piti d'acqua e legati sotto le navi. Q uando venivano svuota-
ti, alzavano le navi che in tal modo potevano scivolare lun-
go il banco. Questo espediente durò per 135 anni»31.
È vero che quando A m sterdam prese il posto di Anver-
sa come principale porto e centro finanziario dell'Europa
occidentale era già una città protestante, ma se si porta que-
sto argom ento a sostegno della tesi dell'etica protestante
non si ignorano solamente secoli di precedente capitalismo
cattolico, m a anche il fatto che il capitalismo fosse giunto
ad A m sterdam attraverso un'im m ensa immigrazione di ri-
fugiati, la maggior parte cattolici, che fuggivano da Anver-
sa e dalle Fiandre e che portarono in dote le loro imprese e
tecniche sofisticate32. D urante il periodo tra il 1585 e il 1587,
giunsero al N ord forse fino a 150.000 rifugiati, visto che gli
abitanti di Anversa, Gand e Bruges si dimezzarono. N on
tutte queste persone scelsero Am sterdam . Alcuni si stabili-
rono in altre città olandesi, mentre molti si fermarono an-
cora u n po' per poi partire per Germania e Inghilterra. Al­
222 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

l'inizio del XVII secolo, però, u n terzo della popolazione di


A m sterdam , che am m ontava a 100.000 abitanti, era com-
posta da stranieri giunti da poco. N on sorprende, quindi,
che in poco tem po si sia sviluppata una nuova industria
tessile olandese, per lo più gestita dai nuovi arrivati. Al-
trettanto velocemente, poi, anche i m ercanti di spezie por-
toghesi spostarono il loro centro di distribuzione da An-
versa ad A m sterdam che, avendo accesso al Reno, comin-
ciò a dom inare anche le im portazioni e le esportazioni dal-
la Germania.
Le merci ingom branti continuarono, cionondimeno, ad
avere notevole im portanza. Gli olandesi avevano a lungo
dom inato il trasporto di grano, legname, sale, m inerali e
vino nella regione baltica. Q uando A m sterdam emerse co-
me nuovo centro del commercio, questi scambi prospera-
rono. Tra il 1590 e il 1600, ad esempio, gli spedizionieri
olandesi sostituirono gli inglesi come corrieri degli scam-
bi commerciali con la Moscova, viaggiando stagionalm en-
te intorno alla Scandinavia fino al porto russo di Arcange-
lo 33. Il quasi m onopolio olandese dei carichi ingom branti
era dovuto al basso costo di trasporto. Infatti, venivano
costruite navi molto larghe con un pescaggio lim itato sul-
le quali si potevano sistem are grandi carichi. Inoltre, si
trattava di navi che richiedevano un equipaggio relativa-
m ente ridotto e a bordo non si sacrificava spazio per gli ar-
m am enti. Gli olandesi, in più, avevano costi relativam en-
te bassi per i m ateriali di costruzione delle navi. Perciò, ri-
spetto agli inglesi, ogni loro nave trasportava più merci,
aveva costi di m anodopera m inori e com portava u n inve-
stim ento considerevolm ente più basso. Gli inglesi davano
la precedenza alle capacità m ilitari delle loro navi, anche
di quelle mercantili, aspetto che ne riduceva di molto la
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 223

capacità di carico, rendendole però molto adatte agli


«scambi di preziosi», cioè al trasporto di beni di lusso leg-
gerì e piccoli, che attiravano i pirati. Q uesti non erano in-
teressati a carichi di tronchi di pino, farina, o aringhe sot-
to sale, per cui gli olandesi non avevano bisogno, al con-
trario delle navi m ercantili inglesi, della velocità, di un
equipaggio num eroso o dell'aggiunta di cannoni a bordo.
Per gli olandesi, poi, la costruzione delle navi era molto
più economica; gli inglesi avevano una certa abbondanza
di legnam e locale adatto allo scafo, m a avevano carenza di
pini, alti e diritti, necessari per gli alberi e per m olte altre
com ponenti im portanti della nave. Come spiegato dall'e-
sperta di storia navale del Vassar College Violet Barbour:

In Inghilterra i prezzi del legname, del legno di pino o abete,


delle bordature, della canapa, delle tele di lino, della pece e del
bitume erano molto più alti che in Olanda. Tali prezzi si riflet-
tevano sul costo della costruzione di navi, che a sua volta si ri-
fletteva sulle tariffe dei trasporti. Il mercante inglese non era in
grado di costruire navi in modo poco dispendioso perché non
poteva importare il legname e il resto dei materiali in modo
economico, ma allo stesso tempo non poteva importare in mo-
do economico perché non era in grado di costruire le sue navi
in modo economico.34

Per il trasporto di merci ingombranti, molto semplice-


mente, le navi inglesi costavano troppo e trasportavano trop-
po poco.
Molti studiosi hanno collegato il calvinismo olandese e il
capitalismo come uno degli esempi principali dell'etica prò-
testante. Secondo Richard H. Tawney:
224 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Una generazione attiva, zelante, timorata, schiva di piaceri,


puntuale alla fatica, costante nella preghiera, economa e affac-
cendata, piena di un modesto orgoglio di sé e della sua voca-
zione, sicura che il lavoro indefesso è bene accetto in cielo, una
gente simile a quei calvinisti olandesi i cui successi economici
erano altrettanto famosi del ferreo protestantesimo.35

Se si avessero dubbi a riguardo, basterebbe osservare la


sobrietà delle espressioni e l'austerità degli abiti indossati dai
membri della borghesia olandese dipinta da Rembrandt. Ma
quella non era la realtà! Anche per l'epoca, Amsterdam era
una città piuttosto disordinata e aperta. «Lo stile sobrio del-
l'aristocrazia cittadina e del clero era in netto contrasto con i
costumi colorati delle classi inferiori e con l'eleganza dei cor-
teggiatori pium ati sia locali sia stranieri» 36. In effetti, i predi-
catori calvinisti non riuscivano neanche a far tenere chiusi
esercizi e locande per la festa della domenica. Quando giun-
se al suo culmine economico, molti dei principali capitalisti
di Amsterdam erano rimasti cattolici, mentre molti altri di-
chiaravano piuttosto apertamente di essere «libertini»37irre-
ligiosi. Naturalmente, alcuni nuovi arrivati stranieri abbrac-
ciarono il calvinismo, dal momento che era la fede ufficiale e
che per un certo periodo il regime olandese impose alcune
interdizioni a coloro che non si conformavano dal punto di
vista religioso: in alcune parti della repubblica olandese Iute-
rani, mennoniti e cattolici non potevano celebrare le loro fun-
zioni e in alcuni posti erano banditi i sacerdoti cattolici. Ciò-
nonostante, vi erano molti cattolici nella maggior parte del
paese e ad Amsterdam «una sostanziosa parte dei cittadini il-
lustri» 38 rimase tale. In certa misura, «l'espansione degli
scambi olandesi e lo sviluppo dello spirito commerciale prò-
seguirono nonostante la chiesa calvinista, piuttosto che gra­
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 225

zie a essa. [...] Il capitalismo olandese si opponeva all'opera


dello spirito capitalista, e [...] l'O landa calvinista era piutto-
sto distinta dall'Olanda commerciale»39.
L'importanza commerciale e l'indipendenza di Amster-
dam furono messe alla prova sin dall'inizio. Per parecchie
generazioni, la repubblica olandese dovette respingere di-
versi assalti da parte degli spagnoli - che tentavano di an-
netterla alla loro porzione di Paesi Bassi - nonché sfuggire
alle avide tram e dei francesi. In seguito, si trovò a combatte-
re contro gli inglesi per mantenere l'attività commerciale e le
colonie. Ovviamente, alla fine la minuscola repubblica olan-
dese capitolò; ma è notevole il fatto che abbia avuto tanto a
lungo un ruolo così importante. Per secoli, infatti, gli olan-
desi si opposero con successo alle offensive spagnole e fran-
cesi e alla fine combatterono persino gli inglesi costringen-
doli a un lungo stallo. Infine, la potenza olandese scompar-
ve nei tre decenni di repressione in cui fu parte dell'Impero
napoleonico e durante i quali gli inglesi si impadronirono di
quasi tutte le colonie olandesi40. Fino ad allora, però, il capi-
talismo modellò completamente il panoram a commerciale
olandese, quanto i mulini a vento e le dighe modellarono la
sua conformazione geografica.

Il capitalismo inglese

Mentre le economie delle Fiandre e dell'Olanda prospera-


vano, il capitalismo prendeva saldamente piede anche in In-
ghilterra. Come nelle Fiandre, arrivò in forma di semi-colo-
nialismo italiano. Nel XIII secolo in Inghilterra (e in Irlanda)
si moltiplicarono le banche italiane ‫ ״‬, fatto riconosciuto dal-
la Magna Charta firmata nel 1215, che garantiva ai mercanti
226 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

stranieri il diritto di entrare nel paese e condurre le proprie


attività senza ostacoli. All'inizio del XIII secolo, infatti, Lon-
dra aveva enclave di mercanti stranieri piuttosto simili a
quelle create qualche secolo dopo in Asia dai colonialisti oc-
cidentali. Ma nel caso inglese è opportuno usare la parola
«semi-colonialismo» perché i mercanti stranieri operavano in
Inghilterra sotto il rigido controllo della corona e non erano
in grado di esercitare una pressione militare. Al sicuro oltre
la Manica, gli inglesi erano divenuti una delle maggiori po-
tenze occidentali e presto avrebbero condotto la guerra dei
Trent'anni a difesa dei loro possedimenti in Francia.
Gli inglesi avevano anche la fortuna di possedere un'a-
gricoltura eccezionalmente produttiva e immense risorse
minerarie, oltre a energia idrica in abbondanza. Perciò, fu so-
lo una questione di tempo prim a che cominciassero a svol-
gere attività commerciali da soli, im ponendo tasse sfavore-
voli e dazi alle imprese e ai prodotti stranieri, che nel frat-
tempo si trovarono di fronte alla concorrenza sempre più
concreta delle società inglesi. Comunque, fu il declino del
feudalesimo e la considerevole crescita della libertà politica
a dare al capitalismo inglese l'im peto maggiore. Come risul-
ta esplicito dalla M agna Charta, in Inghilterra i mercanti go-
devano di diritti di proprietà e di mercati liberi, a differenza
dei prim i capitalisti dell'Italia meridionale e di quelli dell'a-
rea vallona delle Fiandre, schiacciati da tiranni. Per di più,
diversamente da quanto avveniva nel continente, non era
necessario che le industrie inglesi si ammassassero nelle po-
che, affollate e care città indipendenti dato che nelle aree ru-
rali e nelle piccole cittadine vi era la stessa libertà politica di
Londra. Ne risultò un notevole decentramento. Forse, un fat-
tore d'im portanza anche più grande fu che la libertà e la prò-
prietà stimolarono invenzioni e innovazioni, per cui le indù­
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 227

strie inglesi svilupparono e sfruttarono tecnologie molto su-


periori a quelle utilizzate dai loro concorrenti europei. La Ri-
voluzione industriale non fu affatto una rivoluzione ma un
processo di evoluzione di invenzioni e innovazioni avviato in
Inghilterra forse già dall'XI secolo.
Come nelle Fiandre, il capitalismo approdò in Inghilterra
in risposta al commercio della lana e inizialmente si svi-
luppò quasi interamente in quest'unico settore. Perciò, un'a-
nalisi accurata di come esso trasformò l'industria laniera in-
glese offre la prospettiva più significativa sull'ascesa del ca-
pitalismo industriale in Inghilterra. Seguirà una breve de-
scrizione del modo in cui queste iniziali lezioni di capitali-
smo vennero utilizzate ed elaborate quando l'Inghilterra
passò dall'energia del legno a quella del carbone.

Dalla lana ai manufatti di lana


Le coordinate generali di questa vicenda sono espresse
nella Tabella 5-1 (tutte le cifre sono state arrotondate). Nel
XIII secolo, l'Inghilterra era, a tutti gli effetti, un'im m ensa
fattoria di pecore che riforniva l'industria laniera continen-
tale, sia nelle Fiandre sia in Italia. Le esportazioni di panno
inglese erano così irrilevanti che non è documentata l'esi-
stenza di tasse. Tuttavia, le esportazioni di lana crescevano
rapidamente, da una media annuale di 17.700 sacchi nel pe-
riodo 1278-1280 a 34.500 sacchi all'anno nel primo decennio
del XIV secolo: vale a dire quasi 9 milioni di velli (un sacco
conteneva mediamente circa 260 velli)42. Le prime statistiche
sulle esportazioni di panno di lana furono disponibili a metà
dello stesso secolo. La media annuale nel periodo 1347-1348
era di 4400 panni (un rotolo di panno era lungo circa 25 me-
tri). In quegli anni, la riscossione dei dazi per i velli di lana
era stata appaltata e non è giunta alcuna documentazione
228 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

sulla loro esportazione, ma la m edia nel decennio successivo


fu di 33.700 sacchi all'anno, e poco sotto questo livello sul fi-
nire del secolo. Da allora, le esportazioni di panni crebbero
rapidamente, in m odo proporzionale a quanto diminuivano
quelle di velli. Alla fine del secolo, gli inglesi esportavano
31.700 panni e solamente 13.900 sacchi di lana. Nel 1543-44
l'esportazione annuale inglese di manufatti di lana ammon-
tava a 137.300 panni, mentre l'esportazione di velli era scesa
alla cifra irrilevante di 1200 sacchi.

Tabella 5-1. Esportazione della lana in Inghilterra, 1279-1540.

Media annuale Media annuale


Armi d'esportazione di d'esportazione di
panni (in rotoli) velli (in sacchi)
1278-80 - 17.700
1281-90 - 23.600
1301-10 - 34.500
1347-48 4400 -
1351-60 6400 33.700
1401-10 31.700 13.900
1441-50 49.400 9400
1501-10 81.600 7500
1531-40 106.100 3500
1543-44 137.300 1200

Ricavato da Eleanora Carus-Wilson, Olive Coleman, England's Export Tra-


de, 1275-1547, Clarendon Press, Oxford 1963.
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 229

La tabella riflette due delle tre principali caratteristiche


che contrassegnarono l'ascesa dell'industria laniera inglese.
La prim a fu lo sviluppo di imprese inglesi per la fabbrica-
zione del panno. La seconda fu l'imposizione di tasse e da-
zi per l'esportazione, chiaramente pensata per tenere la pre-
ziosa lana inglese lontana dai tessitori stranieri. L'ultima,
non evidenziata dalla tabella, ma che non sorprende, è data
dal fatto che quando gli inglesi esportavano quasi tutta la
loro lana, im portavano quasi tutti i panni. Negli anni fra il
1333 e il 1336, le im portazioni ammontavano in media a
10.000 panni all'anno. N aturalm ente, quando l'industria la-
niera inglese cominciò a crescere, s'im portò di meno, tanto
che già nel periodo 1355-57 il num ero di panni im portati era
sceso a circa 6000 all'anno43. Grazie a queste tre tendenze col
tem po gli inglesi riuscirono a dominare completamente il
mercato m ondiale della lana.
In Inghilterra, la fabbricazione della lana cominciò su sca-
la molto ridotta, ma si approfittò appieno della superiorità
qualitativa della lana locale per specializzarsi in un prodotto
di lusso: all'inizio del XIII secolo gli europei ricchi compra-
vano solamente panni inglesi44, fra i quali il migliore era spes-
so tinto di scarlatto e molto apprezzato dai reali d'Europa.
Nonostante il volume delle esportazioni dei prodotti di la-
na inglesi non destasse ancora preoccupazioni, i veneziani
presero delle contromisure e, nel 1265, imposero ima speciale
tariffa d'importazione sui manufatti provenienti dall'Inghil-
terra. Questo causò un aumento dei prezzi che spinse i mer-
canti di Venezia a privilegiare i panni fabbricati in Italia per il
loro commerci con l'Oriente e con il mondo islamico. La coro-
na inglese imparò la lezione e, dieci anni dopo, il re impose un
dazio sull'esportazione dei velli. Ciò significò, naturalmente,
che la preziosa lana locale divenne molto più economica per i
230 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

produttori inglesi di panno di quanto non lo fosse per quelli


delle Fiandre e dell'Italia; in tal modo, i primi poterono ven-
dere all'estero il prodotto finito per un prezzo inferiore. Sui
prodotti finiti era sempre esistito un dazio d'esportazione
molto basso, limitato inizialmente ai mercanti stranieri. Anche
quando il dazio per l'esportazione venne applicato ai mercan-
ti inglesi, fu mantenuto modesto. Al riparo dalla concorrenza
straniera e con un accesso sempre più esclusivo alla lana mi-
gliore, l'industria laniera inglese raggiunse alla fine quella su-
premazia che poi mantenne per secoli.
Ma non si trattò solo della lana migliore e di politiche fi-
scali governative favorevoli. Proprio come l'industria laniera
italiana aveva beneficiato della sostanziosa immigrazione di
artigiani specializzati in fuga dalle Fiandre a causa delle
aspre agitazioni civili che soffocavano la regione, così avven-
ne anche per l'Inghilterra. Nel 1271, Enrico III «decretò che
"tutti i lavoratori addetti alla fabbricazione di panni di lana,
maschi e femmine, delle Fiandre come di altri paesi, possono
tranquillamente venire nel nostro regno, per fabbricarvi pan-
ni" e accordò loro l'esenzione dalle tasse per cinque anni » 45.
Nel 1337, Edoardo III estese ulteriormente questi privilegi ai
fabbricanti di panno fiamminghi e inviò persino dei recluta-
tori. Ma non giunsero solo tessitori, follatori e tintori. Alcuni
imprenditori portarono con sé in Inghilterra intere imprese,
compresi i lavoratori e tutto il resto. N on si trattava sempli-
cernente di persone propense ad andarsene dalle Fiandre, ma
di gente attirata in Inghilterra da maggiori libertà, stabilità
politica, costi più bassi e materie prime più pregiate. Soprat-
tutto, poi, queste persone furono attratte da salari e profitti
molto più alti dovuti a una tecnologia migliore.
Forse la caratteristica maggiormente degna di nota del-
l'industria laniera inglese, in seguito imitata da molte altre
l i CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 231

attività del paese, fu la dispersione geografica. In Inghilterra,


infatti, non vi fu mai una città «laniera» simile a quelle delle
Fiandre o dell'Italia. Sebbene le imprese laniere inglesi fosse-
ro grandi quanto quelle del continente, erano sparse nella
campagna rurale. Le ragioni erano tecnologiche e politiche.

La Rivoluzione industriale del XIII secolo


Nel 1941, Eleanora Carus-Wilson sottolineò che, sin dagli
albori, l'industria laniera inglese migrò rapidamente da aree
urbane verso paesi e aree rurali. Perché? Vi fu il concorso di
diversi fattori, ma il mulino ad acqua per follare ebbe un ruo-
lo così importante che la Carus-Wilson intitolò il suo famoso
studio sull'argomento A n Industriai Revolution of thè Thir-
teenth Century [La Rivoluzione industriale del XIII secolo].
Il processo della follatura era un passo essenziale nella
produzione di panno di buona qualità. Con il telaio si produ-
ceva un panno a maglia piuttosto larga. La follatura preve-
deva l'immersione di questo panno in acqua (che solitamen-
te conteneva un detergente naturale di creta chiamato creta
fullonica) dove veniva pestato energicamente. Quando la fol-
latura era fatta bene, il panno si riduceva a metà delle sue di-
mensioni iniziali, e il tessuto era più solido e compatto; il prò-
cesso serviva inoltre a depurare il panno dal grasso e a «fel-
trarlo» perché la superficie diventasse più liscia e m orbida46.
Vi erano tre metodi tradizionali di follatura: il panno immer-
so veniva pestato con i piedi, con le mani o con mazze. U n af-
fresco di Pompei mostra un follatore quasi nudo, in piedi in
una tinozza, che si tiene con le marii ai bordi mentre pesta un
panno. Questi metodi erano ancora in uso nelle Fiandre, in
Italia e, per un periodo, anche in Inghilterra. Poi, a u n certo
momento, fu introdotto un nuovo sistema: due magli di le-
gno, attaccati a un tamburo che ruotava grazie a una mano-
232 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

velia, si alzavano e si abbassavano alternativamente sul pan-


no nella vasca; il processo però continuava a dipendere dalla
potenza muscolare. Ci fu una svolta straordinaria quando si
agganciò tale sistema a un mulino ad acqua (probabilmente
usato per macinare il grano), con il risultato che un'operazio-
ne molto faticosa dal punto di vista fisico e per la quale spes-
so era richiesto l'impiego di un gruppo di follatori, da quel
momento potè essere svolta meccanicamente da un solo ope-
ratore che sorvegliava una serie di magli in grado di follare
velocemente una grande quantità di panno. Un'importante
variante del mulino per follare fu il mulino per la canapa, che
sfruttava lo stesso meccanismo a magli per pestare i fusti di
lino e liberare le fibre per il tessuto.
La Carus-Wilson fece notare come l'invenzione del muli-
no per follare «fu un evento tanto decisivo [per l'industria la-
niera] quanto la meccanizzazione della filatura e della tessi-
tura nel secolo XVIII, ma non sappiamo né quando né dove
né tanto meno da chi fu inventato [questo tipo] di mulino» 47.
Alcuni storici sostengono che i mulini per follare siano ap-
parsi nell'XI secolo, mentre altri ritengono che non sia acca-
duto prim a del XII secolo. Tuttavia, i mulini per follare erano
talmente diffusi nel XIII secolo che rivoluzionarono l'indù-
stria inglese e le permisero di lasciarsi il resto dell'Europa al-
le spalle. E fu lo stesso mulino, poi, a condizionare la netta
preferenza dell'industria laniera per villaggi e aree rurali
adiacenti a corsi d'acqua utilizzabili48. Tali posizioni avevano
diversi vantaggi ulteriori. L'acqua corrente era molto utile an-
che ai tintori, che avevano bisogno di lavare via la tinta in ec-
cesso dai panni. Inoltre, stabilirsi in un'area rurale permette-
va alle imprese di sfuggire ai restrittivi regolamenti corpora-
tivi e di pagare non solo tasse molto inferiori a quelle impo-
ste nelle città e nei centri urbani ma anche salari più bassi, vi­
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 233

sto che il costo della vita era minore. Perciò, i capitalisti che
possedevano un'im presa laniera preferivano stabilire la loro
attività in piccole città o villaggi piuttosto che in città49.
Per quale ragione non accadde in Europa? Perché in Eu-
ropa solo nelle città vi erano libertà e diritti di proprietà suf-
ficienti a sostenere l'industria. Nella campagna europea, il
feudalesimo era ancora la realtà prevalente e tutti dovevano
temere la bram a di ricchezze del signore locale. In Inghilter-
ra, invece, libertà e sicurezza erano diffuse su tutto il territo-
rio del regno e il «proverbio "l'aria di città rende liberi"
avrebbe avuto poco senso per un inglese [...] e ancor meno
per un aspirante capitano d'industria» 50. Perciò, nel Medioe-
vo gli industriali inglesi non si ammassavano in città affolla-
te, care, disordinate e sporche, molte delle quali prive d'ac-
qua, come i loro pari nelle Fiandre, in Olanda, lungo il Reno
e anche in Italia. Il proverbio inglese analogo avrebbe potu-
to essere «l'aria di campagna rende soldi». Le imprese ingle-
si che fabbricavano il panno non erano piccole e arretrate an-
che se rurali. Al contrario, il mulino per follare richiedeva un
investimento di capitale molto consistente e le imprese do-
vevano m antenere una forza lavoro piuttosto grande, dal
momento che la loro collocazione riduceva la disponibilità
di subappaltatori.
Bisogna notare che la follatura diede al panno inglese un
significativo vantaggio sul mercato internazionale. Naturai-
mente, anche i produttori continentali follavano - come ave-
vano fatto per molti secoli i loro avi - ma solo alcuni dei loro
panni, anche se ciò comportava un grande sacrificio nella
qualità51 perché i tessuti non follati si rovinavano e restrin-
gevano se esposti alla pioggia. La presenza di panni non fol-
lati rispecchiava la mancanza di mulini preposti a questa at-
tività: infatti, follare con le mani o con i piedi era un'opera­
234 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

zione molto impegnativa, faticosa e che richiedeva parecchio


tempo. È stato stimato che, in mancanza di mulini, il nume-
ro di follatori necessari era la metà di quello dei tessitori,
«mentre un follatore che lavora con il mulino era in grado di
finire il prodotto di 40 a 60 tessitori» 52.
Gli inglesi non trassero vantaggi solo sfruttando al massi-
mo il mulino per follare, anzi, questo non fu che il primo
passo nella meccanizzazione deH'industria tessile. Poco do-
po arrivò la garzatrice meccanica per sollevare il pelo del tes-
suto. Poi, arrivarono la macchina da maglieria (1589), la na-
vetta volante (1733), la giannetta o filatoio multiplo (1770), il
filatoio intermittente (1779) e il telaio meccanico (1785). Tut-
te queste invenzioni incontrarono resistenza da parte di la-
voratori preoccupati, ma quando James Watt costruì, nel
1776, la prim a macchina a vapore utilizzabile, esse erano lì,
insieme a molti altri congegni meccanici, pronte a essere col-
legate! L'innovazione tecnologica fu l'im pronta caratteristica
del capitalismo inglese.
Infine, la dispersione geografica e un capitalismo relati-
vamente senza restrizioni hanno contribuito in m odo impre-
visto alla supremazia internazionale deH'industria tessile in-
glese, consentendo la produzione di prodotti di qualità e al-
la moda. Come ha osservato Anthony R. Bridbury, la lana
migliore e i prezzi più bassi non bastano a spiegare il sue-
cesso dei prodotti inglesi; ciò che si dovrebbe sottolineare è
sia «l'arte e la maestria [nonché] la tintura esotica di questi
panni e [...] la delicata fusione di modelli e colori nelle loro
creazioni [...]: la ricerca, dunque, di un panno che fosse in-
ternazionalmente alla moda» 53. Nei centri tessili europei,
spesso le corporazioni imposero la negativa influenza della
tradizione su colori e modelli; inoltre, l'originalità soffre
quasi sempre quando le persone creative sono ammassate
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 235

nello stesso luogo e a conoscenza del lavoro altrui. L'indù-


stria laniera inglese, con disegnatori che non potevano co-
piarsi l'u n l'altro, prometteva invece maggiori variazioni di
stile e qualità. Per di più, la libertà in cui operavano gli am-
m inistratori capitalisti, che regolavano la produzione con
poche interferenze, significava che le risposte favorevoli alle
varie offerte potevano riflettersi rapidam ente sulla produ-
zione. Nella terminologia moderna, l'industria laniera ingle-
se era «guidata dal marketing».
L'industria della lana fu certamente la base da cui l'Inghil-
terra ascese a un'im portanza commerciale internazionale.
Applicando le lezioni imparate in questo ambito ad altri prò-
dotti divenne la prim a nazione veramente industriale al mon-
do. Il seguente decisivo passo fu la nascita di industrie ali-
mentate a carbone, un'evoluzione che contribuisce a rivelare
il legame dinamico tra capitalismo e innovazione tecnologica.

Il carbone
Il legno è un combustibile inefficiente per quasi tutti gli
scopi. Ma nell'antichità era relativamente abbondante e a
portata di mano nella maggior parte delle zone abitate del
globo. Il carbone, al contrario, è un combustibile molto più
efficace ma meno disponibile, e una volta esaurito lo strato
presente in superficie, divenne sempre più difficile da estrar-
re e molto caro da trasportare. Perciò, gli antichi dipendeva-
no quasi interamente da legno e carbone di legno non solo
per riscaldare gli edifici e cucinare, ma anche per tutte le
operazioni che richiedevano calore, come la metallurgia e la
produzione di mattoni, vetro, sapone, sale, terraglie e persi-
no della birra. Le basse tem perature generate da fuochi a le-
gna imposero grandi limiti alla qualità di questi prodotti.
Quasi tutte le armi e le armature, ad esempio, erano forgiate
2 36 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

in bronzo od ottone, leghe di metalli teneri che fondevano a


una tem peratura relativamente bassa. Si sapeva bene che il
ferro era migliore per quello scopo, ma richiedeva tempera-
ture molto più alte: con il calore della carbonella poteva es-
sere lavorato, ma non fuso fino a farlo colare.
Nel XII secolo, Londra cominciò a crescere abbastanza ra-
pidamente, e il prezzo della legna iniziò a salire quando si
esaurirono le fonti vicine. Un secolo dopo, il prezzo della le-
gna cresceva così incessantemente che molte famiglie londi-
nesi si trovarono in difficoltà. Tra il 1270 e il 1280, a Ham-
pstead, a otto chilometri circa da Londra, l'unità di legna no-
ta come fascina si vendeva a circa 20 pence ogni cento pezzi.
Dieci anni dopo il prezzo era salito a 38 pence. Nel Surrey, a
una trentina di chilometri da Londra, il prezzo aumentò «al-
l'incirca del 50% tra il 1280 e il 1340» 54. Nel frattempo, più o
meno sin dal 1180, molte industrie londinesi avevano comin-
ciato a importare carbone da Newcastle via mare. Il suo prez-
zo aumentava molto poco, mentre la legna diveniva sempre
più cara. Per di più, la qualità del carbone inglese era ottima
e alla libbra produceva molto più calore di quanto non faces-
se la legna. Q uando la differenza di prezzo tra i due combu-
stibili diminuì, parecchie imprese che avevano bisogno di
produrre calore passarono al carbone. In Inghilterra, il prez-
zo concorrenziale di questa sostanza era in parte dovuto ai
miglioramenti tecnici nella sua estrazione e nel trasporto, ma,
in grado ancora maggiore, fu proprio il suo crescente merca-
to a ispirare l'invenzione e l'adozione di tale tecnologia. Inol-
tre, proprio come l'energia idraulica spinse l'industria lanie-
ra a spostarsi vicino ai corsi d'acqua, il passaggio dalla legna
al carbone comportò l'avvicinamento di molte industrie alle
miniere; la conseguenza di ciò fu un forte aumento «dell'atti-
vità imprenditoriale in diverse industrie»55.
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 237

Persino in Inghilterra, dove vi era abbondanza di carbone


di buona qualità, divenne presto necessario seguire i giaci-
menti molto in profondità, e a questo scopo furono inventa-
te aste di sondaggio per localizzarli. Sottoterra, era indi-
spensabile non tanto procedere con l'estrazione a sbanca-
mento, quanto rimuovere l'acqua che spesso allagava i poz-
zi delle miniere. I romani avevano affrontato il problema del-
le infiltrazioni con squadre di persone che aggottavano a
mano con dei secchi. Gli inglesi risolsero il problema con una
serie di pom pe azionate dall'energia idraulica o tramite ca-
valli che facevano girare una ruota. Lo stesso sistema, poi, fu
utilizzato per azionare delle pale di ventilazione che per-
mettessero all'aria fresca di entrare nei pozzi delle m iniere56.
Queste tecniche venivano adottate anche nel continente eu-
ropeo, anzi, è probabile che alcune siano state inventate lì,
ma gli inglesi le sfruttarono in modo più estensivo, perché le
loro miniere erano gestite su scala più ampia.
Un altro problema che l'industria mineraria dovette af-
frontare fu quello del trasporto di carichi pesanti di carbone
o minerali. Verso la fine del regno di Elisabetta I, nella parte
meridionale della contea di Nottingham, inventori di cui
non conosciamo l'identità escogitarono una soluzione instai-
landò binari di metallo a sostegno di carri trainati da cavalli,
in seguito noti come vagoncini o carrelli. Due erano le tecni-
che adottate. Una era simile alla m oderna strada ferrata, per-
ché le ruote della carrozza possedevano una bordatura che le
manteneva in pista. La seconda era nota come plateway e pre-
vedeva una flangia collegata a binari che guidava le ruote
della carrozza. All'inizio, il metodo preferito fu quest'ultim o
perché, quando la carrozza raggiungeva la fine delle rotaie,
poteva procedere lungo la strada con ruote normali. Tutta-
via, il prim o metodo era più economico, perché costava mol­
238 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

to meno attaccare bordature alle ruote di una carrozza piut-


tosto che metterne lungo tutta la pista. Perciò, per agevolare
l'utilizzo di ruote bordate si allungarono le strade ferrate
dalla miniera a un'industria vicina, come una fonderia, o fi-
no a u n corso d'acqua dove attendevano delle chiatte. Il
grande merito delle rotaie fu quello di ridurre la frizione, co-
sicché per muovere un carico era necessaria molta meno
energia. Sottraendole l'energia che la spinge, una carrozza in
moto su rotaie procederà cinque volte più lontano di quanto
non faccia su una strada lastricata57. Di conseguenza, u n ca-
vallo riesce a trainare un carico molto più pesante lungo del-
le rotaie rispetto a quanto farebbe lungo una strada. Quindi,
nella maggior parte delle aree industriali inglesi si faceva un
uso estensivo delle rotaie molto tempo prim a dell'introdu-
zione della macchina a vapore. N on sorprende il fatto che la
locomotiva sia stata inventata in Inghilterra e che questo
paese abbia portato il resto del m ondo allo sviluppo delle
ferrovie. In verità, l'estensivo sistema di rotaie per il traino
con cavalli richiedeva proprio il perfezionamento dato dalla
locomotiva, il quale giunse quando il motore fisso di Watt si
dimostrò pratico e affidabile.
Come già menzionato, ci volle il carbone per lavorare il
ferro in m odo adeguato, sia per fondere il minerale sia per
produrre ferro fuso. Ciò venne molto facilitato daH'invenzio-
ne dell'altoforno, che utilizzava soffietti azionati con l'ener-
già idrica per ottenere un calore intenso. Le fornaci stesse era-
no molto grandi, con muri spessi da un metro e mezzo ai due
metri. Nel XV secolo, in Europa erano in uso solamente pochi
altifomi, ma già a metà del XVI secolo erano ampiamente uti-
lizzati in Inghilterra. Gli inglesi, poi, optarono per varianti di
questa tecnologia allo scopo di creare fornaci per la produ-
zione di mattoni. D 'importanza ancora maggiore fu la sco­
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 239

perta di come chiudere i crogiuoli di argilla in cui veniva prò-


dotto il vetro a partire da potassa e sabbia. Il risultato fu la
possibilità di produrre una grande quantità di vetro in modo
così economico che in poco tempo la maggior parte delle ca-
se inglesi possedeva vetri alle finestre. Per quanto riguarda
quest'aspetto, la produzione del vetro divenne tipica; merca-
to dopo mercato i prodotti inglesi si guadagnarono questo
dominio grazie ai progressi nella produzione che portarono
alta qualità e bassi costi. All'inizio del XVI secolo, gli inglesi
producevano i migliori cannoni d'Europa, fatti con calchi in
ferro e con maggiori gittata e affidabilità, pur essendo molto
più economici rispetto alle armi in ottone e bronzo prodotte
nel continente. Q uando giunse il momento della battaglia
contro l'Invencible Armada spagnola, le navi inglesi erano in-
feriori di numero, ma quelle spagnole avevano meno armi.
Il capitalismo fu fondamentale per l'industrializzazione
inglese. Miniere ben ventilate, tenute asciutte da pompe
azionate dall'acqua e servite da strade ferrate richiedevano
u n investimento cospicuo e un'am m inistrazione sofisticata.
Fonderie con elaborati altiforni dotati di soffietti meccanici
non erano attività dilettantesche, ma imprese che utilizzava-
no il capitale in m odo intensivo e necessitavano di forza la-
voro num erosa e affidabile. Perciò, a partire dai prim i tempi
in cui si sviluppò l'industria laniera, le aziende inglesi di-
ventarono sempre più grandi e complesse, tendenza che,
sorprendentemente, non fu scossa da epidemie, guerre o di-
sordini politici. Tuttavia, si deve riconoscere che il capitali-
smo inglese potè svilupparsi così come fece solamente per-
ché nel paese si godeva di livelli di libertà senza pari. Non fu
una coincidenza che la nazione con la più lunga tradizione
di libertà individuale fosse anche quella in cui prosperarono
invenzioni e industria.
2 40 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Furono le invenzioni a costituire il successo dell'Occi-


dente. N avi grandi, affidabili, ben arm ate e veloci permi-
sero agli europei di viaggiare per il m ondo. Bussole, tee-
nologia applicata alla m appatura, orologi precisi e telesco-
pi garantirono loro di trovare la via. Armi da fuoco effica-
ci li aiutarono a dom inare in ogni luogo in cui scelsero di
sbarcare.
Comunque, non furono solamente le invenzioni materia-
li a sostenere il successo dell'Occidente; le invenzioni cultura-
li furono d'im portanza anche maggiore, in particolar modo
gli ideali e i metodi per organizzare e motivare azioni collet-
tive efficaci. I metodi e gli ideali sono gli aspetti fondamen-
tali del capitalismo: tecniche commerciali razionali fondate
sulla fede nel progresso e la ragione. E anche la libertà non è
un'aura fluttuante sulle società: esiste solamente dove la
gente crede in essa e sviluppa i modi per sostenerla.
Allo stesso modo, la potenza militare non è soltanto una
questione di armi e numeri. Pur essendo apparentemente
delle imprese impossibili, avventure azzardate nel Nuovo
M ondo come quelle di Cortés e Pizarro andarono a buon fi-
ne non perché essi possedevano armi da fuoco, ma solo per-
ché le loro truppe erano molto disciplinate e gli ufficiali ben
addestrati, e per il fatto che anche quando poche dozzine di
conquistadores si trovarono circondati da migliaia di aztechi o
inca credettero che Dio avrebbe dato loro la vittoria.
Infine, diversamente da molte religioni del mondo, il cri-
stianesimo non è un'insiem e di credenze popolari offerte da
sacerdoti itineranti e di templi indipendenti e sparsi. Sin da-
gli albori, si è distinto per le sue congregazioni ben organiz-
zate e con credi caratteristici. Se ciò ha condotto spesso a
sgradevoli conflitti, ha anche generato energiche opere mis-
sionarie e un impegno individuale ad alti livelli che ha gio­
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 241

cato u n ruolo fondamentale nel successo dell'Occidente, sia


in patria sia all'estero.
Sfortunatamente, anche le rivoluzioni culturali profonde
sono fragili, per cui, durante il XVI secolo, guerre, repressio-
ni, conflitti religiosi e avidi despoti ridefinirono la m appa
della libertà e del capitalismo europei.

1Edwin S. Hunt, James M. Murray, A History of Business in Medieval Euro-


pe, 1200-1550, Cambridge University Press, Cambridge 1999, p. 39.
2Eleanora Carus-Wilson, L'industria laniera, in Storia Economica di Cambrid-
ge, voi. 2 (Commercio e industria nel Medioevo), Einaudi, Torino 1982, p. 437.
3Ivi, pp. 432-433.
4David Nicholas, The Metamorphosis ofa Medieval City: Ghent in thè Age ofthe
Artevelds, 1302-1390, University of Nebraska Press, Lincoln 1987; William
H. Tebrake, A Plague of Insurrection: Popular Politics and Peasant Revolt in
Flanders, 1323-1328, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1993.
5John J. Murray, Antwerp in thè Age ofPlantin and Brueghel, University of
Oklahoma Press, Norman 1970, p. 29.
6Carus-Wilson, L'industria laniera cit., p. 449.
7Ivi, p. 440.
“Raymond D e Roover, Money, Banking and Credit in Bruges, The Medieval
Academ y of America, Cambridge (MA) 1948, p. 9.
, Raymond D e Roover, L'organizzazione del commercio, in Storia Economica di
Cambridge, voi. 3 (Le città e la politica economica nel Medioevo), Einaudi, Tori-
no 1977, p. 97.
10Jan A. Van Houtte, The Rise and Decline ofthe Market and Bruges, «The Eco-
nomic History Review», n. 19, 1966, p. 30.
11Josiah Cox Russell, Medieval Regions and Their Cities, David&Charles,
N ew ton Abbott (UK) 1972; D e Roover, Money, Banking cit.
12D e Roover, Money, Banking cit., p. 12.
13Ivi, pp. 14-16.
14Nicholas, The Metamorphosis ofa Medieval City cit., p. 183.
15Russell, Medieval Regions cit., p. 117.
16Nicholas, The Metamorphosis ofa Medieval City cit., p. 291.
17Murray, Antwerp in thè Age ofPlantin cit., p. 3.
242 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

18Richard Ehrenberg, Capital and Finance in thè Age of Renaissance: A Study ofthe
Fuggers and Their Connections, Augustus M. Kelly, Fairfield (NJ) 1985, p. 234.
19Ivi, pp. 233-235.
20Cicely V. Wedgewood, The Thirty Years War, Doubleday, N ew York 1961, p. 142.
21Hunt, Murray, A History of Business cit., p. 233.
22Tertius Chandler, Gerald Fox, 3000 Years of Urban Growth, Academic
Press, N ew York 1974.
23Ehrenberg, Capital and Finance cit., p. 236.
24Ivi.
25Murray, Antwerp in thè Age ofPlantin cit., p. 32.
26Michael Limberger, «No Town in thè World Provides More Advantages': Econo-
mies of Agglomeratim and thè Golden Age of Antwerp, in Patrick O'Brien, Derek
Keen, Maijolein't Hart, Herman Van Der Wee (a cura di), Urban Achievement in
Early Modem Europe, Cambridge University Press, Cambridge 2001, pp. 39-80.
27Ehrenberg, Capital and Finance cit., p. 238.
2»Ivi.
29Murray, Antwerp in thè Age o f Plantin cit., p. 34.
30Ivi.
31Ivi, p. 6.
32Jonathan L. Israel, The Dutch Republic: Its Rise, Greatness and Fall, 14:77-
1806, Clarendon Press, Oxford 1998, p. 308.
33Ivi, p. 312.
34Violet Barbour, Dutch and English Merchant Shipping in thè Seventeenth
Century, «The Economie History Review», n. 2,1930, p. 267.
35Richard H. Tawney, La religione e la genesi del capitalismo, Feltrinelli, Mila-
no 1967, p. 178.
36Murray, Antwerp in thè Age ofPlantin cit., p. 7.
37Judith Pollman, Religious Choice in thè Dutch Republic, Manchester Uni-
versity Press, Manchester 1999; Israel, The Dutch Republic cit.; Murray,
Antwerp in thè Age ofPlantin cit.; Hector M. Robertson, Aspects ofthe Rise of
Economie Individualism: A Criticism o fM ax Weber and His School, Cambrid-
ge University Press, Cambridge 1933.
38Israel, The Dutch Republic cit., p. 381.
39Robertson, Aspects ofthe Rise of Economie cit., p. 173.
40Patrick O'Brien, Reflection and Meditations on Antwerp, Amsterdam and
London in Their Golden Ages, in O'Brien, Keen, Hart, Van Der Wee (a cura
di), Urban Achievement in Early Modern Europe cit., p. 15.
41Thomas H. Lloyd, Alien Merchants in England in thè High Middle Ages, St.
Martin's Press, N ew York 1982.
IL CAPITALISMO SI SPOSTA VERSO NORD 243

42Eleanora Carus-Wilson, Olive Coleman, England's Export Trade, 1275-


1547, Clarendon Press, Oxford 1963, p. 13.
43Howard L. Gray, The Production and Exportation ofEnglish Wollens in thè
Fourteenth Century, «The English Historical Review», n. 39,1924, pp. 17-18.
44Carus-Wilson, L'industria laniera cit., p. 419.
45Ivi, p. 465.
46Eleanora Carus-Wilson, A n Industriai Revolution ofthe Thirteenth Century,
«The Economie History Review», n. 11,1941, p. 40.
47Carus-Wilson, L'industria laniera cit., p. 459.
48Anthony R. Bridbury, Medieval English Clothmaking: A n Economie Survey,
Heinemann Educational Books, London 1982; Gray, The Production and Ex-
portation cit.; Edward Miller, The Fortunes of thè English Textile Industry Du-
ring thè Thirteenth Century, «The Economie History Review», n. 18,1965, pp.
64-82.
49Carus-Wilson, L'industria laniera cit., p. 474.
50Ivi, p. 473.
51Abbott Payson Usher, A History of Mechanical Inventions, Harvard Uni-
versity Press, Cambridge 1966, p. 270.
52Ivi, p. 269.
53Bridbury, Medieval English Clothmaking cit., p. 103.
54James Galloway, Derek Keene, Margaret Murphy, Fuelling thè City: Pro-
duction and Distribution ofFirewood and Fuel in London's Region, 1290-1400,
«Economie History Review», n. 3,1996, pp. 447-472.
55John U. Nef, The Progress of Technology and thè Growth ofLarge-Scale Industry
in Great Britain, 1540-1640, «Economie History Review», n. 5,1934, p. 102.
56Terry S. Reynolds, Stronger Than a Hundred Men: A History ofth e Vertical
Water Wheel, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1983, pp. 77-78.
57Thomas Clark Shedd, Railroads and Locomotives, in Encyclopaedia Britanni-
ca, University of Chicago Press, Chicago 1981, p. 477.
Capitolo 6

Anticapitalismo «cattolico»:
dispotismo spagnolo e francese

Abbiamo visto come il capitalismo sia nato in Italia per


poi diffondersi nelle Fiandre, in O landa e in Inghilterra.
A ll'alba del XVII secolo, però, il capitalismo era quasi
scom parso in Italia e nelle Fiandre, m entre i governanti dei
due territori più estesi d'Europa, la Spagna e la Francia,
non erano favorevoli al suo sviluppo più di quanto lo fos-
sero alla dem ocrazia o al protestantesim o. N ulla m utava in
queste società saldam ente cattoliche, rette da despoti che
tassavano, depredavano e regolavano il commercio fino a
un'effettiva immobilità. Nel frattem po, in Inghilterra e
O landa, entram bi paesi protestanti, il capitalismo conti-
nuava a prosperare.
Quindi, non sorprende che alcuni, ignorando il fatto che
il fenomeno aveva avuto origine in società profondamente
cattoliche, saltarono alla conclusione che il capitalismo po-
tesse fiorire solo in contesti protestanti. Tuttavia, è di inte-
resse considerevole osservare che il capitalismo languì sia in
Francia sia in Spagna, e che la Spagna distrusse il capitali-
smo nelle Fiandre e nelle città-stato italiane. Qualsiasi anali-
si adeguata sull'ascesa del capitalismo in alcune parti d'Eu-
ropa deve anche spiegare perché in altre zone il fenomeno
fosse assente o stesse tramontando. Complessivamente, è la
246 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Spagna a porre forse le questioni più significative, a causa


delle immense ricchezze accumulate nel Nuovo Mondo, per
la potenza militare e per l'aggressività verso l'esterno. Ma
anche il ruolo svolto dalla Francia merita attenzione.
Il tema che affrontiamo ora è stato anticipato nel capitolo
3: gli Stati dispotici sono avari e divorano la maggior parte
della ricchezza che potrebbe essere utilizzata per lo sviluppo
economico. Tuttavia, sarebbe sbagliato supporre che gli Sta-
ti tirannici siano deboli. Spesso, infatti, le economie dirigiste
indirizzano una consistente parte delle proprie risorse al
mantenimento di forze militari molto potenti, come dimo-
stra la presenza nella Spagna imperiale di forze militari nu-
merose ed efficaci, che imposero il regime spagnolo in di-
verse parti d'Europa. Anche i sovrani francesi misero in
campo imponenti eserciti, avendo un bacino di forza lavoro
da cui attingere molto più ampio di qualsiasi altra nazione
europea. Alla fine, questa superiorità numerica permise a
Napoleone di imporre temporaneamente il dominio france-
se su quasi tutta l'Europa, compresa la Spagna, nonostante il
fatto che i contadini francesi vivessero in totale povertà ri-
spetto agli agricoltori inglesi e olandesi.
Allora ci si chiede: se il capitalismo era davvero così fon-
damentale per il successo dell'Europa, in che modo Francia e
Spagna riuscirono a competere? Non fu certo una questione
di estensione territoriale, altrimenti la Cina e l'India avrebbe-
ro dominato il mondo. Un fattore importante fu che entram-
be erano società cristiane, con il loro giusto grado di fede nel
progresso e nella ragione, e al loro interno molte persone in-
dividuarono presto nuove tecnologie e importarono i frutti
del progresso economico, anche se furono incapaci o poco
propensi a produrli da sé. Perciò, quando spiegò le vele con-
tro l'Inghilterra, l'Invencible Armada spagnola possedeva
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO» 247

una flotta straordinaria, anche se, forse, l'unica cosa a bordo


proveniente dalla Spagna era l'equipaggio: tutte le attrezza-
ture, le armi e le navi stesse erano importate da altrove, per la
maggior parte da fornitori capitalisti. Inoltre, molti impren-
ditori francesi e spagnoli emularono il capitalismo con i mez-
zi che avevano a disposizione entro i severi limiti imposti dai
loro Stati avidi, riuscendo spesso a essere sorprendentemen-
te produttivi. Ciononostante, come vedremo, se le ambizioni
territoriali spagnole o francesi avessero avuto la meglio, l'Eu-
ropa si sarebbe trovata in una condizione di ristagno. Fortu-
natamente, il capitalismo sopravvisse e il progresso europeo
continuò grazie alla minuscola Olanda che ostacolò le ambi-
zioni imperiali spagnole, e grazie alla m arina inglese che pri-
ma resistette all'Invencible Armada, e poi condusse Napoleo-
ne alla rovina. Fu merito del capitalismo? Forse.

1492: una Spagna arretrata

Dall'inizio del XVII secolo, gli storici occidentali si sono


dedicati con grande impegno a spiegare il «declino della
Spagna». Nel 1673, il viaggiatore inglese Francis Willughby
scrisse che la Spagna stava attraversando un periodo diffici-
le a causa di: «1) Una cattiva religione. 2) L'inquisizione ti-
rannica. 3) La m oltitudine di prostitute. 4) L'aridità del suo-
lo. 5) La pessima pigrizia della gente, simile a quella di gal-
lesi e irlandesi. 6) L'espulsione degli ebrei e dei mori. 7) Le
guerre e le piantagioni» 1. Q uarant'anni dopo, l'ambasciatore
fiorentino in Spagna osservava che «la povertà vi è grande,
e credo proceda non tanto per la qualità del paese, quanto
per la natura loro di non volere dare agli esercizi; e non che
vadino fuori di Spagna, più tosto m andano in altre nazioni
248 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

la materia che nasce nel loro regno per comperarla poi da al-
tri formata» 2.
Persino i prim i scrittori spagnoli si lamentavano del de-
clino della loro nazione rispetto all'età dell'oro di cui aveva
goduto durante il regno di Ferdinando e Isabella. Come
scrisse Pedro Fernàndez N avarrete nel 1600: «Questi mo-
narchi gloriosi innalzarono la Spagna a un grado di felicità
e grandezza che mai avevano conosciuto, [...] fino a quan-
do cominciò il declino». Tali giudizi perdurarono nel tempo.
Come sintetizzò l'illustre John H. Elliot nel 1961, «In qual-
siasi m odo si narri il declino della Spagna, sembra impro-
babile che si possa alterare in m odo sostanziale la versione
diffusamente accettata della storia spagnola del XVII secolo,
perché le carte sono sempre le stesse, comunque le si mi-
schi» 3. Poi, però, H enry Kamen tirò fuori un m azzo di carte
completamente nuovo: la Spagna non andò mai in declino per-
ché non si elevò m ai4!
La brillante correzione che Kamen apporta al giudizio pre-
valente ruota intorno alla cruciale distinzione tra Spagna e
impero spagnolo. L'impero nacque quando Carlo V, un
Asburgo cresciuto a Gand, succedette al trono di Spagna gra-
zie a matrimoni dinastici strategici, e in seguito si fece pre-
stare una fortuna da Jacob Fugger per finanziare la sua eie-
zione a Imperatore del Sacro Romano Impero, portando così
sotto il suo dominio parte dei Paesi Bassi e quasi tutta la Ger-
mania, oltre alla Spagna e alle sue colonie emergenti nel Nuo-
vo Mondo. Si trattava di un impero dinastico che non era sta-
to costruito grazie all'espansione e alle conquiste spagnole,
eccezion fatta per i punti d'appoggio nel Nuovo Mondo. I
successivi contributi spagnoli all'impero consistettero princi-
palmente in oro e argento portati dal Nuovo Continente.
Queste enormi quantità di monete causarono l'inflazione in
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO » 249

tutta l'Europa occidentale e finanziarono il mantenimento di


grandi eserciti ben armati che combattevano i francesi, i prin-
cipi protestanti tedeschi, gli italiani, gli olandesi e gli inglesi.
Le ricchezze del Nuovo Mondo, tuttavia, non portarono be-
nefici significativi alla Spagna, che rimase una nazione sotto-
sviluppata e feudale. Q uando l'arretratezza della Spagna non
fu più nascosta dalla grandiosità dell'impero venne erronea-
mente vista come un declino rispetto a tempi migliori.
N on fu la Spagna, ma l'impero spagnolo a distruggere il
capitalismo in Italia e nei Paesi Bassi. Per capire in che grado
l'im pero operò questa rovina è utile delineare la situazione
economica, sociale e politica della Spagna nell'età dell'oro
del regno di Ferdinando e Isabella.
Nel 1492, quando Colombo spiegò le sue vele, la «Spa-
gna» quasi non esisteva, essendo nata dall'unione più che al-
tro nominale e molto recente di due regni indipendenti,
quello di Castiglia e quello di Aragona. Persino oggi, molti
individui si considerano castigliani o aragonesi, piuttosto
che spagnoli, e probabilmente ciò valeva per tutti coloro che
nel 1492 abitavano i due regni, compresa la coppia reale. La
Castiglia di Isabella era senza dubbio il regno più importan-
te, con circa 6,2 milioni di abitanti e due terzi dell'estensione
territoriale. Sposandosi con Ferdinando, che possedeva la re-
lativamente debole Aragona, i due sovrani «unificarono» i
loro regni per formare la Spagna. La nuova nazione contava
una popolazione di circa 7,2 milioni di abitanti, quasi la metà
di quella francese5. Sin dall'inizio la coppia reale fu molto
popolare e talmente amata che dopo il 1480, le Cortes di Ca-
stiglia - assemblee legislative nobiliari - si riunirono rara-
mente e non imposero limiti alla corona. Successivamente,
però, le Cortes non riuscirono a opporsi all'enorme aumento
delle tasse imposto da Carlo V, e la Castiglia regredì a Stato
250 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

assolutista. Al contrario, le Cortes aragonesi continuarono a


esercitare una certa influenza sulle tasse locali, ma l'Arago-
na era solamente l'ultim a ruota del carro 6.
Nel 1482, Ferdinando e Isabella attaccarono la città di
Alhama, al confine con Granada, la nazione moresca (mu-
sulmana), situata sulla costa meridionale della Penisola ibe-
rica, circondata su tre lati dalla Castiglia. La città soccombet-
te e, dopo una lunga serie di attacchi simili, il 2 gennaio del
1492 Granada si arrese alle forze spagnole. La cosiddetta Ri-
conquista della Spagna moresca aggiunse parecchie centi-
naia di migliaia di Mori alla popolazione spagnola, portò
una ricchezza trascurabile alla corona7e, dal momento che la
guerra era stata molto dispendiosa, la vittoria impose perdi-
te sostanziose. Vi era un grande bisogno di trovare nuove
fonti di rendita, per cui, alcune settimane dopo il ritorno del-
la coppia reale dalla loro visita trionfale a Granada, si decise
di finanziare il viaggio di Colombo.
Il prezzo pagato per Granada fu un infausto presagio per
il futuro. Nel secolo successivo, le spese per l'impero fecero
perdere immense ricchezze alla Spagna, che continuò a esse-
re una nazione di contadini impoveriti dipendenti dalle im-
portazioni non solo per i prodotti manifatturieri, ma anche
per il cibo.
La produzione agricola spagnola era ostacolata dalla po-
vertà del suolo e da un'istituzione molto strana, nota come la
Mesta. Le pecore spagnole producevano una lana di alta qua-
lità, non buona come quella inglese ma migliore di quella
prodotta altrove. Di conseguenza, la lana era il principale
prodotto d'esportazione del paese e la Spagna aveva prò-
gressivamente sostituito l'Inghilterra come fonte di approv-
vigionamento per le industrie del panno di Fiandre e Italia.
La Mesta era un'organizzazione di proprietari di pecore che
ANTICAPITAL1SMO «CATTOLICO » 251

godevano di privilegi reali per la transumanza di greggi com-


poste da milioni di ovini, con cui attraversavano la Spagna
«dai pascoli estivi al Nord ai pascoli invernali al Sud, e poi in-
dietro»8. In prim avera tornavano a Nord, pascolando lungo il
tragitto e rendendo così impossibile la coltivazione sui loro
percorsi, che coprivano aree molto estese. Quando nascevano
conflitti con i proprietari terrieri, la corona appoggiava sem-
pre la Mesta, perché per l'economia del paese nulla era più
importante dell'esportazione della lana. Quindi, la protezio-
ne di cui la Mesta godeva da parte del governo scoraggiò
molto gli investimenti nell'agricoltura 9. E questo costrinse la
Spagna a importare grandi carichi di grano e altri alimenti.
Anche la geografia rese difficile l'unione della nazione
spagnola e addirittura il commercio interno. Le aspre catene
montuose creavano enclave facilmente difendibili (come
avrebbe dimostrato Wellington durante le guerre napoleoni-
che), ma quelle stesse barriere naturali ostacolavano molto i
trasporti commerciali e «alzavano i prezzi in modo impres-
sionante» 10. Costava di più, ad esempio, trasportare le spezie
da Lisbona a Toledo di quanto non costasse l'acquisto delle
spezie nella stessa Lisbona.
Il settore m anifatturiero della Spagna, poi, era povero e la
maggior parte di quello esistente scomparve in poco tempo,
quando il flusso di oro e argento dalle Americhe permise di
fare maggiore affidamento sulle importazioni. Inoltre, il pae-
se non riuscì a sviluppare una classe mercantile indigena e la
vita commerciale rimase nelle mani degli stranieri, molti dei
quali italiani. I cittadini spagnoli di alto rango, noti come hi-
dolgo, ne facevano motivo d'orgoglio. La manifattura e il
commercio erano riservati a persone e nazioni inferiori, per
cui che si lasciassero faticare altri per la Spagna, dicevano11.
Quindi, mentre l'im pero dominava l'Europa settentrionale,
252 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

la Spagna rimaneva congelata nel feudalesimo e il suo prò-


dotto principale erano uomini giovani, molti dei quali ap-
partenenti alla nobiltà, che non potevano fuggire dalla po-
vertà se non arruolandosi come soldati professionisti. Questi
combattenti spagnoli ben addestrati, ben equipaggiati e con
un certo numero di anni di servizio erano la forza militare
più tem uta e straordinaria d'Europa, ma combattevano per
l'impero, non per la Spagna. Le loro vittorie erano lontane da
casa, nei Paesi Bassi, in Italia e lungo il Reno e i mezzi per pa-
garli provenivano da migliaia di miglia oltre l'oceano.

Ricchezza e impero

Al culmine della sua supremazia, nel XVI secolo, la Spa-


gna dominava un impero immenso che si sviluppava dalle
Filippine all'Austria e comprendeva le Americhe, i Paesi Bas-
si, molte regioni della Germania, Tunisi, la Sardegna, la Sici-
lia, la maggior parte dell'Italia e tutta la penisola iberica, a cui
erano stati annessi Portogallo, Navarra e la regione francese
di Rossiglione. L'impero affidava il controllo e la protezione
di questa estensione a eserciti permanenti per un totale di cir-
ca 200.000 uomini, arruolati in tutta Europa; molti di loro, ol-
tre che dalla Spagna, provenivano da Irlanda, Fiandre, Italia
e Germania. Queste forze imperiali furono tra i primi eserciti
permanenti presenti in Europa dal declino di Roma.
Tuttavia, la Spagna non era in grado di armare i suoi ec-
celienti soldati. N on possedeva fabbriche di armi, non prò-
duceva polvere da sparo, non forgiava cannoni e neanche
munizioni. Quando, nel 1572, ci fu un'im provvisa penuria di
quest'ultime, Filippo II scrisse in Italia chiedendo che gli fos-
sero subito inviati a M adrid due italiani esperti nella forgia­
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO » 253

tura delle palle di cannone perché «qui non c'è nessuno in


grado di farlo » 12. Ma ciò non servì e quando, nel 1588, l'im-
ponente flotta spagnola spiegò le proprie vele alla volta del-
l'Inghilterra, tutti i cannoni e le palle di cannone risultavano
importati, come quasi tutto il resto di ciò che era a bordo,
compresa la scorta di biscotti della nave. Tuttavia, una cosa
mancava: le carte nautiche; in Spagna non vi erano cartogra-
fi (la prim a cartina stradale di M adrid fu pubblicata nei Pae-
si Bassi). Quindi, le rotte erano nelle mani di nocchieri che
conoscevano i canali costieri. In Spagna non se ne trovavano
e l'ammiraglio M edina Sidona dovette affidarsi a nocchieri
francesi per guidare la sua flotta13. Naturalmente, nemmeno
le navi venivano costruite in Spagna.
L'impero possedeva, o almeno sembrava possedere, rie-
chezze provenienti da tre fonti. Innanzitutto, l'im peratore
imponeva tasse pesantissime. Nella regione della Castiglia,
per fare un esempio, erano più alte che in qualsiasi altro luo-
go d'Europa: «Verso il 1590 un terzo della rendita media
[lorda] di u n anno veniva consumato dalle tasse» 14. La pres-
sione fiscale im posta in tutte le altre parti dell'im pero era
poco più bassa. La seconda fonte di denaro erano le enormi
somme ricavate dalle rendite della Chiesa. I governanti prò-
testanti avevano guadagnato ricchezze immense sottraen-
dole alle proprietà della Chiesa e dal m omento che l'im pero
spagnolo stava combattendo per sconfiggere questi «avidi
eretici», il papa non poteva opporsi alle pressioni per la con-
divisione delle proprie entrate. Perciò, a Carlo V venne as-
segnato u n terzo di tutte le decime pagate alla Chiesa entro
i domini dell'impero, gli fu permesso di tassare le proprietà
ecclesiastiche e gli vennero date fette della ricchezza del eie-
ro 15. Le decime erano particolarmente preziose poiché nes-
suno ne era esente, mentre molti grandi gruppi sociali, co­
254 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

me l'intera classe degli hidalgo spagnoli, venivano esentati


dalle tasse imperiali.
La fonte più importante di finanziamento, infine, erano le
smisurate importazioni d'oro e argento dal Perù e dal Messi-
co e i convogli di navi preziose che trasportavano spezie e se-
ta dall'Asia. Tra il 1500 e il 1650, giunsero a Siviglia dal Nuo-
vo Mondo più di 180 tonnellate d'oro e 16.000 d'argento 16.
Tali importazioni triplicarono l'offerta europea d'argento e
aumentarono quella d'oro di circa il 20% 17. Ma, solo una pie-
cola parte di questa fortuna rimase in Spagna, vista la sua
grande dipendenza dalle importazioni. Come osservò l'am-
basciatore veneziano: «Quest'oro che dalle Indie se ne viene
in Spagna che faccia su di loro quell'effetto appunto che fa la
pioggia sopra i tetti delle case, la quale se ben vi cade, di-
scende poi tutta» 18. Cifre consistenti fluivano verso Genova,
perché i numerosi mercanti della città ligure che risiedevano
in Spagna avevano il controllo di molta (forse della maggior
parte) della sua attività commerciale19. Una grande parte del-
la fortuna veniva disseminata nell'impero per pagare gli
eserciti, finanziare le amministrazioni locali e sostenere gli al-
leati. Ingenti somme erano poi riservate a imprese speciali; i
costi diretti per la spedizione dell'Arm ada contro l'Inghilter-
ra ammontarono a più di 10 milioni di ducati, circa il doppio
del bilancio totale annuale dell'impero e cifra molte volte su-
periore alle rendite della regina Elisabetta.
Ciononostante, la ricchezza dell'impero risulta in gran
parte illusoria se si prendono in considerazione i debiti, vera-
mente sbalorditivi. Iniziarono con Isabella e Ferdinando, che
non riuscirono mai a pareggiare i loro bilanci, cosicché Carlo
V, quando venne incoronato, si fece carico dei loro consisten-
ti debiti. Anzi, a sua volta li aumentò in maniera considere-
vole, a cominciare dalla somma di più di mezzo milione di
ANT1CAPITALISMO «CATTOLICO » 255

fiorini d'oro presi in prestito da Jacob Fugger per comprarsi la


carica di imperatore del Sacro Romano Impero. Ma anche
questo non fu che una goccia nel mare. Durante il suo regno,
Carlo ottenne più di 500 prestiti da banchieri europei, per un
ammontare di circa 29 milioni di ducati20. La maggior parte di
questa cifra non era ancora stata ripagata nel 1556, quando il
figlio, Filippo II, salì al trono tanto che questi, un anno dopo,
dichiarò bancarotta. Tuttavia, solo cinque anni dopo, il debito
imperiale era nuovamente così alto che gli interessi pagati sui
prestiti in corso ammontavano a 1,4 milioni di ducati, più del
25% del bilancio totale annuale dell'im pero 21. La situazione
peggiorò e, nel 1565, il debito imperiale, solamente nei Paesi
Bassi, era di 5 milioni di ducati e il pagamento di interessi e
spese fisse d'amministrazione produssero un ulteriore deficit
di 250.000 ducati all'anno22. Lo stesso avveniva nell'impero
considerato nel suo complesso e i debiti dominavano tutto.
Nei cinque anni dal 1570 al 1575, le rendite di Filippo II am-
montavano, in media, a 5, 5 milioni di ducati all'anno, mentre
le sue spese totali erano spesso il doppio; i soli interessi sui
debiti superavano i 2 milioni all'anno23. Nel 1575, non sorpre-
se nessuno il fatto che, ancora una volta, Filippo rinnegasse
tutti i suoi debiti, circa 36 milioni di ducati. Così facendo,
però, lasciò il suo apparato amministrativo nei Paesi Bassi
senza un centesimo. Come lamentato dal suo governatore ge-
nerale, «Se anche il re si trovasse tra le mani dieci milioni in
oro e volesse spedirli qui, non riuscirebbe a evitare la banca-
rotta»24. Le spedizioni di denaro via mare erano troppo ri-
schiose. Solo pochi anni prima, nel 1568, gli spagnoli avevano
provato a trasportare di nascosto ad Anversa 155 casse di du-
cati su quattro navi cabotiere, per pagare l'esercito del duca di
Alba. Le navi però erano state intercettate dagli inglesi e la
maggior parte del denaro era finita nelle casse della regina
256 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Elisabetta25. Inoltre, non era più possibile spedire il denaro at-


traverso una lettera o nota di cambio, perché nei Paesi Bassi
non vi erano più banchieri spagnoli in grado di pagare tale
somma, e altri banchieri non avrebbero concesso loro credito.
Alla fine, il controllo sui Paesi Bassi settentrionali cessò per la
mancanza di denaro con cui pagare a tempo debito le truppe,
mentre l'impero lottava con numerose bancarotte successive,
a partire da quella del 1596.
Era dai tempi di Ferdinando e Isabella che l'im pero sof-
friva per una costante emorragia di denaro. Alla fine, dopo
aver trascorso quasi ogni giorno della lunga perm anenza al
trono seduto alla sua scrivania dell'Escorial a leggere e seri-
vere lettere ai funzionari del suo regno nel vano tentativo di
pareggiare i conti, e nell'infinita ricerca di nuovi prestiti e
proroghe ai pagamenti, dom andandosi per quale ragione
Dio ignorasse i suoi appelli, Filippo II affrontò la dura realtà.
Nel 1598, poco prim a di morire, firmò un trattato di pace con
la Francia e cominciò a tagliare i legami con i Paesi Bassi.
In seguito a queste vicende, inglesi e olandesi emersero
come le principali forze economiche europee, entrambe con
avanzati livelli di capitalismo e avviate alla formazione di
imperi coloniali. A quell'epoca, l'Italia e le Fiandre non rap-
presentavano una concorrenza seria.

L'Italia spagnola

N onostante il loro ruolo di capitalismo avanzato, alla fi-


ne del XVI secolo le città-stato italiane non erano più poten-
ze economiche molto importanti. Che cosa era accaduto?
Molte cose: innanzitutto una concorrenza estremamente
forte da parte dell'Inghilterra e del N ord Europa nel merca­
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO » 257

to m editerraneo, oltre alla perdita di alcune attività com-


merciali con il Medio Oriente, dovuta all'attacco musulma-
no; e in secondo luogo un orientamento verso l'oligarchia
che portò meno libertà e diritti di proprietà più instabili. Il
colpo finale fu comunque inferto dall'espansione dell'impe-
ro spagnolo.
Tutto iniziò nel 1295, anno in cui la Sicilia e la Sardegna fu-
rono annesse al regno d'Aragona. Due secoli dopo, quando
Ferdinando e Isabella unirono Castiglia e Aragona, anch'esse
divennero parte della Spagna. Nel 1504, poi, dopo un decen-
nio di battaglie tra le truppe francesi e quelle castigliane, an-
che il regno di Napoli che comprendeva tutta l'Italia a sud del-
lo Stato Pontificio venne annesso all'Aragona. Quando Carlo
V salì al trono di Spagna nel 1516, queste estese parti d'Italia
gli appartenevano. Ma egli voleva di più. Nel 1526, la Francia,
Venezia, Milano e il Vaticano formarono la Lega di Cognac per
affrontare la potenziale minaccia e opporsi all'espansione spa-
gnola. La coalizione si rivelò una tigre di carta quando, nel
1527, Carlo mosse un esercito di veterani spagnoli e di merce-
nari tedeschi contro il papa. Sfortunatamente, essendo a corto
di fondi come al solito, Carlo da tempo non pagava le sue
truppe, per cui, quando queste giunsero a Roma senza osta-
coli, ruppero le fila e si scatenarono in «saccheggi, uccisioni e
incendi»26. Carlo V espresse il suo sincero dispiacere per quan-
to avvenuto durante il Sacco di Roma, e né lui né il figlio Fi-
lippo furono oggetto d'ostilità da parte del papa, anzi, al con-
trario, il Vaticano divenne una fonte di finanziamenti impe-
riali disponibile e consistente.
Naturalmente, anche i francesi avevano progetti sulle
città-stato dell'Italia settentrionale. Nel 1499, Luigi XII oc-
cupo Milano. Quattordici anni dopo, il dominio francese su
Milano ebbe fine e salirono al potere gli Sforza, che i france­
258 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

si avrebbero spodestato nel 1515 vincendo la battaglia di Ma-


rignano. Nel 1529, i francesi firmarono un'altra pace che ri-
portava gli Sforza al potere della città, ma nel 1535 Milano
divenne parte dell'im pero spagnolo. Cinque anni dopo, Car-
lo V nominò il figlio Filippo duca di Milano. Sotto la domi-
nazione spagnola, durata fino al 1706, l'economia ristagnò e,
in poco tempo, Milano non fu che un'altra sonnolenta co-
m unità dal passato straordinario.
Per quanto riguarda Genova, nel 1396 si piegò al dominio
francese che continuò a intermittenza, intervallato da diver-
se epoche di dominazione milanese, fino al 1528, quando il
famoso ammiraglio genovese Andrea Doria pose fine ai ser-
vigi verso la Francia e si alleò con Carlo V. La Francia smise
di influenzare gli affari genovesi e in Spagna si rafforzò
grandem ente la posizione dei banchieri e dei mercanti della
città. Allo stesso tempo però, si impose sulla città ligure un
governo oligarchico, dedito a forte pressione fiscale, favori-
tismi, monopoli, saltuarie usurpazioni del potere e soggetto
al controllo della Spagna.
Firenze ottenne l'indipendenza solamente riconoscendo
un Medici come granduca e attraverso una rete di ottimi ma-
trimoni che imparentarono questa famiglia alle principali di-
nastie europee. Diversamente dai loro illustri avi però, i Me-
dici dell'epoca non si accontentarono di governare attraverso
un corpo di persone elette su cui esercitavano solamente una
leggera pressione, ma, al contrario, agivano da monarchi. Col
tempo nacque un'opposizione repubblicana e nel 1529 la città
si ribellò ai propri padroni. I Medici chiesero aiuto, al che le
forze armate spagnole, alleate alle truppe papali, assediarono
la città. I difensori di questa (tra cui Michelangelo) si arrese-
ro dopo undici mesi. Un anno dopo Carlo combinò il matri-
monio della sorellastra Margherita con il duca, da poco tor­
ANTICAPITAL1SMO «CATTOLICO» 259

nato al potere. Da quel momento in poi, Firenze, per quanto


tecnicamente un ducato indipendente, rimase sotto il con-
trollo dell'impero. La libertà non era che un ricordo e il capi-
talismo languì.
Venezia fu l'unica delle quattro principali città-stato ita-
liane a non soccombere alla Spagna. Tuttavia, essendo cir-
condata su tre lati da possedimenti spagnoli, anche la città
lagunare scivolò nell'oligarchia e successivamente, sovratas-
sata e sovraregolamentata, non fu più in grado di competere
con gli inglesi, né in misura minore con gli olandesi, persino
nel suo mercato sul Mediterraneo. Vale la pena di racconta-
re la sua storia.
All'inizio del XVI secolo, i veneziani mantenevano il do-
minio della raffinata industria del vetro. I loro tessuti, poi,
erano ancora prodotti di lusso, perché la lana spagnola si era
rivelata u n sostituto adeguato di quella inglese, all'epoca
non più disponibile. I loro specchi erano più unici che rari,
come il sapone, i merletti e la porcellana. Gli stam patori ve-
neziani utilizzavano tecniche segrete per forgiare caratteri
per la stam pa a piombo; erano i migliori e i più ricchi del
mondo. Le cose non erano mai andate meglio. Eppure, cin-
quant'anni dopo, l'economia veneziana era a pezzi e in rapi-
do declino.
La prim a fase del declino di Venezia cominciò con l'emi-
grazione, per lo più in Inghilterra, di alcuni dei più preziosi
mastri artigiani e dei loro segreti commerciali27. Alcuni mastri
vetrai, ad esempio, guadagnavano di più in un giorno di la-
voro in Inghilterra di quanto non facessero in una settimana
in patria. In questo modo, permisero agli inglesi di divenire
competitivi nel mercato del vetro raffinato e d'incrementare il
loro dominio sulla manifattura di quello economico, già in ra-
pida ascesa.
260 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Ci si dom anda allora in che modo gli inglesi potessero


avere prezzi concorrenziali rispetto a Venezia, dal momento
che corrompevano i loro mastri artigiani per farli immigrare
e dovevano spedire le loro merci lungo distanze maggiori se
volevano competere sul mercato del Mediterraneo. La do-
m anda diventa ancora più interessante quando si ammette
che gli inglesi schiacciarono Venezia e altri concorrenti ven-
dendo articoli di qualità uguale o superiore a prezzi molto più
bassil Per secoli, tutti i capitalisti europei avevano abbraccia-
to il principio di «vendere caro», applicando i prezzi più alti
possibili. I capitalisti inglesi invece, «allontanandosi in modo
fondamentale dal pensiero economico [adottarono] un nuo-
vo modo di pensare a proposito della concorrenza e dei prez-
zi [per vendere] al miglior prezzo possibile» 28. Questo vuol
dire che, nel calcolare i potenziali ritorni economici, presero
in considerazione anche il volume degli scambi. E quando lo
fecero, compresero di avere vantaggi di costi insuperabili, so-
prattutto rispetto a Venezia e ad altre industrie italiane.
Uno di questi vantaggi era la produzione a basso costo, in
parte derivante da m anodopera più economica, maggiore
meccanizzazione e industrie meglio organizzate e ammini-
strate, molto ricettive nei confronti delle innovazioni tecni-
che. Lo Stato veneziano invece, sosteneva in m odo deciso le
varie corporazioni commerciali e artigianali, le quali, a loro
volta, mantenevano molto alti i costi della manodopera e
bloccavano ogni sforzo verso rinnovazione. Per fare un
esempio, quando gli inglesi scoprirono la tecnica della tintu-
ra Bow-dyeing per i tessuti [metodo di tintura scarlatta rica-
vato dalle cocciniglie, N.d.T.], con la quale tagliarono di due
terzi i costi per tale processo, fu proibito alle imprese vene-
ziane di adottarla. «L'episodio è assolutamente caratteristico
di decine di altri tentativi di tagliare i costi che furono rifiu­
ANT1CAP1TALISMO «CATTOLICO » 261

tati [dal] governo» 29. Gli inglesi, inoltre, avevano scoperto


mercati di massa per articoli di minor qualità, come manu-
fatti di lana economici che alla fine rendevano più di quelli
di lusso. Ma i veneziani non potevano prendere parte a tali
mercati; per il governo era molto più importante mantenere
la reputazione d'eccellenza della città.
Inoltre, la pressione fiscale svolse un ruolo fondamentale
nel costringere a vendere le merci veneziane a prezzi non
competitivi: il governo imponeva tasse e dazi eccessivi e
sempre in crescita. Nel periodo compreso tra il 1588 e il 1630
le tasse sull'industria laniera veneziana ammontavano in
media al 40% del prezzo di vendita del panno. Vi era il da-
zio d'im portazione delle materie prime, varie tasse applica-
te a tutti i prodotti manifatturieri e i dazi per l'esportazione.
Il solo dazio per l'im portazione permetteva agli inglesi di
applicare u n prezzo del 15% inferiore a quello veneziano per
i propri prodotti lanieri30. Se si considera, poi, che le tasse in-
glesi sulle attività industriali erano molto basse, i dazi per
l'esportazione minimi e i costi di produzione minori, è chia-
ro come i mercanti inglesi potessero spesso avere profitti ec-
celienti facendo pagare le loro merci la metà dei veneziani.
Ovviamente, i mercanti veneziani tentarono più volte di con-
vincere il governo a ridurre le tasse e a permettere l'adozio-
ne di tecnologie con cui diminuire i costi. Sfortunatamente,
quando i despoti cominciano a impadronirsi delle uova d'o-
ro, finiscono per uccidere la gallina che le produce.
Nel 1635, l'am ministratore veneziano a Costantinopoli
scrisse: «Gli inglesi si dedicano a privare la nostra gente di
quel poco commercio che le rimane nel mercato di Costanti-
nopoli»31. Ma non furono gli inglesi a sopraffare il capitali-
smo veneziano, bensì lo Stato veneziano stesso.
Così ebbero fine le glorie dell'Italia medievale.
262 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

I Paesi Bassi spagnoli

Dal momento che il capitalismo nei Paesi Bassi ha prece-


duto di molto la Riforma, è un'assurdità invocare il calvini-
smo come sua origine. Sarebbe più esatto dire che, nelle re-
gioni dei Paesi Bassi che rimasero sotto il dominio spagnolo,
il calvinismo causò la distruzione del capitalismo, ma solo
perché Filippo II non concesse alcun tipo di tolleranza reli-
giosa e fece naufragare diversi accordi che dovevano porre
fine a ciò che alcuni storici chiamano la guerra degli Ot-
tant'anni e altri la Rivoluzione olandese. Comunque, non si
trattò tanto di una guerra di religione, quanto piuttosto di
una guerra per la libertà politica ed economica, come dimo-
stra il fatto che spesso calvinisti e cattolici olandesi si alleas-
sero per contrastare la Spagna, e che i calvinisti non furono
mai una maggioranza nemmeno in Olanda. Tuttavia, la
guerra interessa al nostro studio principalmente perché di-
strusse il capitalismo nei Paesi Bassi spagnoli. Il caso di An-
versa è adatto alla nostra analisi.

La distruzione di Anversa
Nel 1555, Carlo V nominò il figlio Filippo a capo dei Pae-
si Bassi. A quell'epoca, Anversa era il fulcro del capitalismo
internazionale, il centro commerciale e finanziario del mon-
do. Trentaquattro anni dopo, la città aveva perso più di metà
della sua popolazione e il porto era vuoto a causa dell'asse-
dio olandese; inoltre le truppe spagnole l'avevano depreda-
ta e saccheggiata e le società commerciali e finanziarie erano
fuggite, la maggior parte ad Amsterdam.
Ad Anversa la Riforma giunse molto presto. Persino pri-
ma che Lutero affiggesse le sue 95 tesi, in città era stata stam-
pata una copia della Bibbia in fiammingo e la fiorente indù­
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO » 263

stria della stampa faceva circolare racconti sulla cattiva con-


dotta della Curia di Roma. Anversa aprì la strada alla crea-
zione di martiri luterani. Nel 1522, gli agostiniani furono cac-
ciati dalla città e il loro priore scappò in Germania, dove rag-
giunse il compagno ex agostiniano M artin Lutero. L'anno se-
guente a Bruxelles furono mandati al rogo due monaci ago-
stiniani di Anversa per aver promosso idee luterane. Nel
1525, poi, ad Anversa venne annegato un monaco perché lu-
terano. Senza dubbio, tutto ciò servì come deterrente per
qualsiasi pensiero di eresia, anche se il luteranesimo, l'ana-
battismo e il calvinismo continuarono a guadagnare fedeli. E,
cosa anche peggiore, la dura intolleranza religiosa provocò il
biasimo di cattolici, in particolare della nobiltà. Tali senti-
menti erano rafforzati dal fatto che i persecutori, sia religiosi
sia civili, erano spagnoli e le vittime fiamminghe od olande-
si. Queste divisioni s'inasprirono nel 1566, quando i radicali
calvinisti risposero all'attacco.
La Beeldenstorm, o furia iconoclasta, vide bande itineranti
di calvinisti radicali opporsi completamente a tutte le imma-
gini religiose e decorazioni presenti nelle chiese: le prende-
vano d'assalto e distruggevano tutte le opere d'arte e gli or-
namenti. Si è cercato a lungo di spiegare questo delirio ico-
noclasta diffusosi nei Paesi Bassi meridionali con i disordini
di molti operai tessili e un improvviso aumento del prezzo
del cibo. Se fosse vero, come si giustifica il fatto che vennero
attaccate solamente le chiese? Perché non attaccare gli uffi-
ciali governativi o i municipi? Perché non saccheggiare i ne-
gozi e i magazzini alimentari 32?
La Beeldenstorm raggiunse Anversa il 21 agosto. Gli icono-
clasti procedevano attirando a sé una folla numerosa ed en-
tusiasta, e non vi fu opposizione. «Furono svaligiate tutte le
quarantadue chiese della città, e le immagini, i dipinti e gli
264 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

altri oggetti furono trascinati in strada e fatti a pezzi; venne-


ro rubati gli arredi sacri e il saccheggio proseguì anche di
notte, alla luce delle torce» 33, Ma all'Escorial non ne furono
affatto entusiasti. Filippo II decise che era giunto il momento
di imporre una seria autorità sui Paesi Bassi, al modo di Don
Alvarez di Toledo, terzo duca d'Alba. A capo di un esercito
di diecimila uomini (e centinaia di attraenti «cortigiane» a ca-
vallo)34, il duca d'Alba marciò da Milano (divenuta provincia
spagnola) attraverso i passi alpini e nella valle del Reno, lun-
go la via allora nota come «via spagnola», arrivando a
Bruxelles il 22 agosto, un anno e un giorno dopo che la Beel-
denstorm aveva colpito Anversa. Fu un bagno di sangue. Non
si sa esattamente quanti iconoclasti, se mai ve ne furono, il
conte d'Alba abbia effettivamente colpito, perché la sua ira
era diretta verso il tradim ento molto più che verso l'eresia.
Per lui tradimento significava aver favorito la sovranità loca-
le in qualsiasi modo. Perciò nessuno era al sicuro, nemmeno
la nobiltà saldamente cattolica, e molti dei suoi appartenenti
vennero decapitati per tradim ento35. L'effetto principale ge-
nerato dalla brutalità del duca fu quello d'incitare alla rivol-
ta l'aristocrazia, compreso Guglielmo d'Orange.
Nel frattempo, i radicali calvinisti avevano cominciato un
feroce attacco dal mare. I «Pezzenti del mare» (noti anche co-
me Gueux) erano un gruppo formatosi nel 1568 che deside-
rava l'indipendenza dei Paesi Bassi, del quale faceva parte
Hendrik, Conte di Brederode, e un certo numero di nobili
protestanti. Vennero ridicolizzati come pezzenti quando pre-
sentarono una petizione al governatore generale dei Paesi
Bassi chiedendo tolleranza religiosa, e quando la petizione
fu respinta) adottarono quel nomignolo come simbolo d'o-
nore. In poco tempo, radunarono una flotta di navi da guer-
ra piccole, veloci e con poco pescaggio, in grado di affronta­
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO » 265

re quasi senza danni le difficili acque delle coste olandesi e


delle Fiandre. A causa di queste incursioni, il duca d'Alba
stanziò grandi presidi di truppe presso i porti principali,
compreso quello di Anversa, dove aveva anche fatto erigere
una fortezza molto grande. Le truppe spagnole potevano
proteggere in qualche m odo le aree intorno al porto, ma era-
no impotenti di fronte ad attacchi dal mare, per cui i «Pez-
zenti» riuscirono a imporre un blocco navale ad Anversa e
ad altri porti dei Paesi Bassi meridionali. Cominciò allora l'e-
sodo delle società d'im portazione ed esportazione.
Sulla scia dell'ira che si diffuse rapidam ente nel 1572,
quando il duca d'Alba impose una nuova e gravosa tassa, i
«Pezzenti» cominciarono non solo ad attaccare i porti, ma
anche a prenderne possesso e occuparli. Brill fu il primo, ma
nel giro di settimane ne vennero presi altri, e la gente del luo-
go diede il suo contributo con truppe ribelli giunte via bar-
ca. Naturalmente, ci fu una guerra. Il duca d'Alba diede il
via a una serie di assedi e nel 1573 si impossessò di Haarlem.
Successivamente, quello stesso anno, venne sostituito da
Don Luis de Requesens, che si recò a nord con l'ordine dato-
gli da Filippo II di tentare di negoziare un accordo. Le trat-
tative si trascinarono. I partecipanti trovarono spesso un
punto di partenza per un accordo, ma ogni volta i loro sfor-
zi venivano rifiutati da Filippo sulla base del fatto che non ci
potesse essere tolleranza verso i protestanti.
Nel frattempo, Filippo trascurò di pagare le truppe. Nel
mese di novembre, l'esercito imperiale si ribellò e, dopo aver
saccheggiato diverse piccole città, un'orda di soldati giunse
ad Anversa, allora ancora leale avamposto dell'impero.
Quanto seguì divenne noto come la «furia spagnola». Mori-
rono migliaia di persone, di rado senza grandi sofferenze.
«Gli spagnoli appendevano gli uomini per le gambe e le
266 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

braccia e le donne per i capelli; le persone venivano flagella-


te e si bruciavano loro le piante dei piedi perché rivelassero
i nascondigli dei loro tesori» 36. Le donne giovani venivano
trascinate urlanti dentro la fortezza da poco costruita. Nes-
suno era al sicuro. Non lo erano i poveri (che spesso veniva-
no uccisi perché non avevano denaro da offrire) e neanche i
membri del clero, anch'essi costretti (e persino torturati) a ri-
velare dove fossero nascosti i loro oggetti di valore, compre-
si i calici dell'altare e gli arredi sacri37. L'amministratore del-
la compagnia Fugger stimò che la comunità mercantile di
Anversa perse almeno due milioni di corone in monete d'o-
ro e d'argento.
Q uando le truppe ripartirono, Anversa cambiò fronte e si
associò all'Unione Protestante di Utrecht, divenendo così il
principale centro di resistenza dei Paesi Bassi meridionali. A
quel punto, i «Pezzenti» costituivano una protezione invece
che una minaccia per i trasporti marittimi. La vita commer-
ciale della città era comunque pesantemente ridimensionata.
Nel 1578, Don Alessandro Farnese, duca di Parma, sosti-
tuì Requesens come governatore generale dei Paesi Bassi.
Farnese era un eccellente generale e riprese la campagna per
reprimere la rivolta olandese. Anversa fu attaccata diverse
volte senza successo, ma, nel 1584, il duca di Parma riuscì a
porre sotto assediò la città. Un anno dopo Anversa cadde e
tornò nelle mani degli spagnoli. Ma non era più un premio.
Ancora una volta un assedio la escluse dagli sbocchi sul ma-
re e, ancora una volta, i protestanti furono messi al bando,
ma vennero dati loro quattro anni per andarsene. La mag-
gior parte non rischiò e non rimase così a lungo, per cui, con
la popolazione già molto ridotta, Anversa andò rapidam en-
te in declino, come si può osservare nella tabella 6-1. Gli emi-
grati si portarono con loro ciò che rim aneva del capitalismo.
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO » 267

Tabella 6-1. Popolazione di Anversa dall'ascesa alla caduta della città.

1437 20.000

1480 33.000

1526 55.000

1555 100.000

1584 La città passa al duca di Parma

1585 80.000
1589 42.000

Ricavato da Michael Limberger, «No Town in thè World Provides More Ad-
vantages»: Economies of Agglomeration and thè Golden Age of Antw erp, in Pa-
trick O'Brien, Derek Keen, Marjolein't Hart, Herman van der Wee (a cura
di), Urban Achievement in Early M odem Europe, Cambridge University
Press, Cambridge 2001, pp. 39-80; Jan L. R. Van Roey, Antwerp, in Encyclo-
paedia Britannica, Chicago University Press, Chicago 1981.

Olandesi combattenti
I più spostarono le loro imprese capitalistiche ad Amster-
dam. Gli storici dell'economia fanrio risalire l'inizio della ra-
pida l'espansione della città al 1585, anno in cui Anversa
cadde nelle mani del duca di Parma. Amsterdam era libera e
tollerante, le tasse dovevano essere approvate dai cittadini e
l'accesso al Reno e alla Mosa permise agli olandesi di domi-
nare le attività di scambio commerciale sul Baltico, molto rie-
co e attivo. I mercanti e commercianti stranieri, specialmen-
te inglesi, che una volta si riunivano ad Anversa, ora si ra-
dunavano ad Amsterdam.
Se un tempo l'Olanda era stata minacciata dall'Atlantico,
in quel momento l'oceano metteva in salvo gli olandesi for­
268 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

nendo loro eccezionali barriere difensive d'acqua. Combat-


tendo in e per le loro case, con armi forgiate da loro stessi, fi-
nanziati da un'economia commerciale in espansione, con libe-
ro accesso al mare e con gli inglesi come fedeli alleati, gli olan-
desi potevano permettersi di continuare a combattere. Per
contrastarli, l'impero spagnolo dipendeva da truppe straniere
molto costose, utilizzava armi di fabbricazione straniera e per
lo più cercava i rifornimenti all'estero. La Spagna non aveva il
controllo del mare, per cui tutti i rifornimenti dovevano arri-
vare via terra lungo lo stesso percorso spagnolo che avevano
seguito i battaglioni del duca d'Alba. I costi erano esorbitanti.

La sconfitta

All'inizio del decennio del 1580, le cose non andavano bene


per Filippo II. I ripetuti attacchi non avevano piegato gli olan-
desi. Nel 1585, poi, la regina Elisabetta I inviò in Olanda il suo
esercito piccolo ma efficiente, composto da 6350 fanti e 1000 ca-
valieri guidati dal conte di Leicester, a sostegno della causa
olandese. Inoltre, la regina comprò le azioni di compagnie or-
ganizzate per finanziare incursioni contro le spedizioni spa-
gnole, soprattutto contro le navi piene di tesori provenienti
dall'Oriente e dalle Americhe. A peggiorare la situazione, i
francesi continuarono a cospirare contro gli spagnoli, restando
pronti per un attacco di sorpresa. Si doveva fare qualcosa. Per
affrontare prima le cose essenziali, Filippo II e i suoi consiglie-
ri decisero di eliminare dallo scacchiere l'Inghilterra. Avrebbe-
ro trasferito i loro invincibili battaglioni dai Paesi Bassi al di là
della Manica, sbaragliato le forze irregolari che Elisabetta
avrebbe potuto raccogliere contro di loro, per poi sostituirla
con una monarchia cattolica, ponendo fine alle ostilità.
a n t ic a p it a l is m o «CATTOLICO» 269

Era un grande piano. Avrebbe potuto anche funzionare se


l'Inghilterra fosse stata governata da un despota, ma Filippo
era destinato a scontrarsi con una nazione di «bottegai» libe-
ra, dove fioriva la tecnologia, le imprese prosperavano e do-
ve la regina era votata al capitalismo.

L'Armada
Nel 1587, gli spagnoli cominciarono ad adunare la grande
flotta necessaria all'invasione dell'Inghilterra. Il loro piano
era quello di navigare a nord lungo il canale della Manica e
infliggere alle navi inglesi nemiche una sconfitta tale da po-
ter poi proteggere una num erosa flottiglia di chiatte e picco-
le navi che avrebbe convogliato i veterani del duca di Parma
giunti sulla costa inglese da Bruges e da altri porti. Si erano
già predisposti degli accorgimenti speciali perché le chiatte
fossero in grado di trasportare unità di cavalleria con i ca-
valli, pronte a scendere e attaccare tutti gli sfidanti. I princi-
pali porti d'adunata dell'Arm ada dovevano essere Cadice (a
ovest dello Stretto di Gibilterra) e Lisbona (il Portogallo era
stato annesso alla Spagna nel 1581).
Ben consapevoli delle intenzioni spagnole, gli inglesi op-
tarono per un'incursione dirom pente, un piano che reca
«l'im pronta dell'intervento personale di Elisabetta» 38. Le
forze inglesi erano guidate da sir Francis Drake, famoso per
i suoi audaci e devastanti attacchi alle navi spedizioniere
spagnole. Sebbene fosse uno dei favoriti di Elisabetta,
Drake non era un ufficiale della m arina reale. Infatti, in li-
nea con l'affinità inglese per la libera impresa, anche priva-
ti cittadini potevano essere al comando delle navi della re-
gina e le flotte da guerra inglesi erano composte sia da na-
vi reali sia private. Come altri lupi di mare inglesi, Drake si
guadagnò la sua fama attraverso spedizioni corsare in so­
270 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

cietà con la regina. Nel continente, i lupi di mare erano con-


siderati pirati.
Drake progettò di attaccare sia Cadice sia Lisbona, nella
speranza di trovare i loro porti pieni di navi non ancora pron-
te a combattere. La composizione della sua flotta ne rivela
l'approccio capitalistico alla guerra e la natura unica della
flotta mercantile inglese. Drake partì con quattro potenti na-
vi di sua proprietà a cui la regina aggiunse quattro dei mi-
gliori galeoni reali, autorizzando a completare la flotta reclu-
tando tutte le navi mercantili che i mercanti londinesi fossero
stati disposti a schierare. Che utilità potevano avere delle na-
vi mercantili in una flotta da guerra? Nessuna, se fossero sta-
te le navi larghe, profonde, ingombranti e poco armate che
navigavano per i mercanti continentali. Ma gli inglesi co-
struivano navi da guerra e, per ovviare ai limiti di questi va-
scelli, preferivano trasportare merci leggere e preziose e non
carichi ingombranti. Inoltre, avevano il vantaggio di non do-
ver navigare in convogli per essere sicuri, né di dover acqui-
stare assicurazioni contro i pirati. Perciò, mentre i vascelli
mercantili continentali potevano essere utili a ima flotta da
guerra solo per il trasporto dei rifornimenti o come navi in-
cendiarie, la maggior parte delle navi mercantili inglesi costi-
tuiva un'eccellente riserva, costruita per prendere posto in
battaglia. Possedevano un fondo stretto che le rendeva più
veloci e lo scafo si sviluppava nella sua massima ampiezza
sopra l'acqua perché avessero lo spazio per ponti armati di
cannoni. Come osservato da Violet Barbour, l'unico modo per
distinguere una grande nave mercantile inglese da una nave
da guerra reale erano «le decorazioni di cui [le seconde] era-
no colme»39e non la forma, il numero di bocche da fuoco o le
attrezzature. Le navi della regina, infatti, avevano moltissimi
ornamenti e incisioni e portavano sempre un'im ponente po­
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO» 271

lena, mentre i mercanti avevano un approccio più sobrio. Le


navi mercantili avevano un grande valore militare per Drake,
il quale convinse i mercanti londinesi associati alla Compa-
gnia del Levante a concedergliene nove, oltre a un certo nu-
mero di fregate e scialuppe da utilizzare per perlustrazioni,
comunicazioni e servizi vicino alla costa. I mercanti non par-
teciparono esclusivamente per motivi patriottici. La flotta di
Drake era di fatto organizzata come una società per azioni e i
partecipanti (compresa la regina) avrebbero ricevuto delle
quote delle prede e dei bottini guadagnati durante la spedi-
zione, cosicché «sotto un certo aspetto la spedizione era
un'im presa commerciale privata» 40.
Quando, il 29 aprile del 1587, la flotta arrivò a Cadice, tut-
to andò come Drake aveva sperato. Il porto era affollato. Le
navi spagnole erano per lo più senza equipaggio, e a molte
mancavano ancora cannoni e vele. Drake entrò in porto,
affondò circa trenta navi e ripartì con un cospicuo bottino de-
predato sui vascelli che spedì in Inghilterra. Drake poi salpò
per Capo Saint Vincent, dove sistemò la sua flotta per ostaco-
lare il commercio sulla costa e intercettare gli squadroni che
cercavano di raggiungere Lisbona (che giudicava rischioso
attaccare non potendo più contare sull'effetto sorpresa). Riu-
sci ancora una volta a seminare il caos tra gli spagnoli, por-
tandosi via bottino e rifornim enti41. Nonostante si trattasse
solamente di colpi di poca importanza rispetto alla portata
immensa dell'Invencible Armada, bastarono a far posporre di
un anno la sua partenza. Drake manteneva le cose nella giù-
sta prospettiva e scrisse al capo delle spie di Elisabetta, Fran-
cis Walsingham, «Si prepari energicamente l'Inghilterra e so-
prattutto per mare!»42.
Q uando l'Invencible Arm ada salpò, l'anno seguente, ap-
parvero evidenti le molte falle del piano spagnolo. La flotta
272 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

inglese, infatti, non poteva essere sconfitta perché si rifiuta-


va di combattere nel m odo tradizionale. Invece di avvicinar-
si per affrontare una battaglia di fanteria da ponte a ponte,
gli agili vascelli inglesi rim anevano al largo affidandosi a po-
tenti bordate. Le navi spagnole erano colme di soldati impa-
zienti di passare a fil di spada gli inglesi, ma in un certo sen-
so i loro cannoni mancavano di efficienza e numero e presto
scarseggiarono polvere da sparo e colpi. Combattendo vici-
no alle proprie coste (al punto che spesso la folla sulla riva
riusciva a vedere le battaglie), gli inglesi erano costantemen-
te riforniti di munizioni trasportate da chiatte.
Ciononostante, l'A rm ada reagì abbastanza bene e p ur con
qualche difficoltà riuscì a risalire la Manica restando quasi
intatta e mantenendo una notevole potenza navale al mo-
mento di passare la costa delle Fiandre, dove l'attendeva il
duca di Parma. Lì si palesò un secondo errore tattico fonda-
mentale. L'Armada era in grado di scortare la flottiglia di
chiatte se esse si fossero allontanate dalla costa, anzi, forse
questo avrebbe costretto gli inglesi ad avvicinarsi per una
battaglia da ponte a ponte. Ma allora, perché i veterani del
duca di Parma non lo fecero? Perché i «Pezzenti» olandesi
stavano assediando le Fiandre e le loro navi potevano navi-
gare nelle basse acque della costa, lontano dalla portata del-
l'Armada. Se le chiatte si fossero spinte al largo, di fronte al-
l'opposizione olandese, il mare si sarebbe presto riempito di
soldati spagnoli che annegavano e cavalli senza cavalieri.
Perciò, le truppe rimasero sulla spiaggia e l'A rm ada con-
tinuò verso nord, colpita lungo il percorso dai cannoni in-
glesi a lungo raggio. Alla fine, passata a nord della Scozia,
l'A rm ada decise di virare a ovest per girare intorno all'Irlan-
da e da lì tornare a Lisbona. Ma si scatenarono delle terribili
tempeste e decine di navi spagnole naufragarono lungo la
ANTICAPITAL1SMO «CATTOLICO » 273

costa irlandese; per molte settimane, il mare restituì i corpi


alle spiagge d'Irlanda.
Il fatto che siano state le tempeste ad arrecare il danno
maggiore all'Armada, fa comprendere molto a proposito
delle due flotte da guerra. Le costruzioni navali inglesi era-
no così straordinarie e i marinai inglesi così esperti che du-
rante l'intero regno di Elisabetta I, durato quarantacinque
anni, neanche una nave da guerra «venne persa per naufra-
gio; mentre nello stesso periodo, interi squadroni di spagno-
li furono sopraffatti dal m are»43.

Un impero fatiscente
Nonostante la sconfitta dell'Arm ada fosse stato u n terri-
bile colpo per l'orgoglio spagnolo, nessuno a Siviglia o chiù-
so nell'Escorial la ritenne decisiva. Al contrario, Filippo e i
suoi consiglieri progettarono di riprendere la battaglia, per
cui, nove anni dopo, gli spagnoli inviarono una seconda Ar-
m ada contro gli inglesi. In ottobre, periodo dell'anno carat-
terizzato da tempeste frequenti, salpò una flotta di circa un
centinaio di navi. Questa volta gli inglesi non erano stati av-
vertiti in anticipo e la maggior parte della loro flotta era in
porto per manutenzioni. Dopo solo quattro giorni di mare
però, questa seconda Armada finì in una tempesta di vento.
Anche in questo caso le navi spagnole si dimostrarono meno
che idonee alla navigazione e gli equipaggi sembrarono
«principianti e inesperti». Q uando la tempesta si placò, si
seppe che «circa un terzo dei vascelli, comprese alcune delle
migliori navi da guerra, erano naufragate o erano andate in
pezzi sulle spiagge vicine; erano inoltre morti migliaia di
spagnoli» 44, Comunque, nel 1602, gli spagnoli riuscirono a
fare approdare le loro truppe in Irlanda. Inferiori in numero
e senza molto sostegno, capitolarono presto.
274 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Nel frattempo, si consumavano ben più im portanti scon-


fitte dell'im perialism o spagnolo in altri luoghi. Nel 1594, gli
olandesi cominciarono a penetrare nei Caraibi e nel 1595 a
colonizzare le Indie Orientali. Gli inglesi li seguirono e nel
1605 rivendicarono i loro diritti sulle Barbados nelle Indie
Occidentali. Il N uovo M ondo non era più incontestabil-
mente spagnolo. E la Spagna non era più una fonte illimita-
ta di argento. Da quando si era reso necessario seguire ve-
ne più profonde, i costi dell'estrazione erano aum entati in
m odo sostanzioso. Inoltre, nelle Americhe la dom anda di
prodotti d'im portazione spagnoli subì un brusco crollo. Il
problem a era che i colonizzatori spagnoli avevano essen-
zialmente ricreato l'economia della m adrepatria. Ormai
producevano il proprio grano, vino, olio e panno ruvido
che avevano a lungo im portato da casa. I mercanti spagno-
li, che avevano prosperato grazie agli scambi commerciali
con le Americhe, si trovarono presto con eccedenze di scor-
te. «Le merci prodotte in Spagna non erano richieste in
America; le merci che l'America richiedeva non erano prò-
dotte in Spagna». A partire dal 1590 circa, la Spagna diven-
ne sempre meno im portante per l'economia delle sue colo-
nie americane, mentre gli intrusi olandesi e inglesi erano
più attivi45.
Naturalmente, l'im pero spagnolo non morì improvvisa-
mente né smise di combattere. Nel 1590, e l'anno successivo,
le truppe imperiali nei Paesi Bassi si volsero a sud e combat-
terono campagne senza successo contro i francesi. Presto,
questi stessi eserciti settentrionali restarono immischiati nel-
la guerra dei Trent'anni. Ma le notizie, sia economiche sia
militari, continuarono a essere per lo più cattive. Nel 1596,
l'impero dichiarò nuovam ente bancarotta e lo fece ancora
nel 1607, 1627, 1647 e nel 1653. Nel 1638, i francesi conqui-
ANTICAP1TALISMO «CATTOLICO. 275

starano la fortezza di Breisach sul Reno, chiudendo in tal


modo il passaggio spagnolo dall'Italia ai Paesi Bassi. Da quel
momento, le truppe e i rifornimenti spagnoli poterono rag-
giungere i Paesi Bassi solamente via mare, esposti all'attacco
della flotta inglese e di quella olandese.
All'epoca, la corrente era cambiata in m odo così irreversi-
bile che cominciarono ad apparire trattati sul «declino della
Spagna». Ma fu l'impero ad andare in declino; la Spagna non
era mai ascesa. Come spiega Douglas C. N orth in un'opera
che contribuì a fargli vincere il premio Nobel per l'economia,
in Spagna 1'«economia rimase medievale finché durò la can-
didatura all'egemonia politica; e là dove m antenne il potere
assoluto, come nei Paesi Bassi spagnoli, l'economia locale
appassì e decadde» 46.

Francia: pressione fiscale, controllo e ristagno

Anche la Francia era una nazione relativam ente sotto-


sviluppata. Dopo il traum a scissionistico della guerra dei
C ent'anni, si sviluppò un regime centralizzato e assoluti-
sta. Q uesto regime, che gli storici preferiscono chiamare
Ancien Régime, in poco tem po si appoggiò su una buro-
crazia straordinariam ente vasta e priva di principi. Il re
aveva l'incontestato potere di im porre le tasse e non era in
nessun m odo controllato da un corpo legislativo. Come
previsto, sia nell'agricoltura sia nel commercio le tasse sa-
lirono a livelli invalidanti. Inoltre, lo Stato collaborava con
le corporazioni per sovraccaricare di vincoli l'ind u stria e
le invenzioni, a un livello tale che il capitalism o esisteva
appena.
276 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

La creazione di uno stato assolutista


Anche la Francia, come la Spagna, era una creazione ab-
bastanza recente. Per secoli, larga parte del suo territorio era
appartenuta alla corona inglese e il resto era rimasto diviso
in diverse unità relativamente sovrane. Nel 1453, al termine
della guerra dei Cent'anni, faceva parte del dominio reale
non più di metà dell'area che poi divenne la Francia. I prin-
cipali ducati come la Borgogna, la Bretagna, la Provenza e
l'enorm e Bourbonnais al centro del territorio francese, insie-
me ad altre regioni più piccole, non facevano parte del re-
gno. Ci vollero tre re, a partire dal 1461 - Luigi XI, Carlo Vili
e Luigi XII - e più di cinquantanni per riunirle tutte. Natu-
ralmente, però, continuavano a prevalere localismi piuttosto
marcati, come dialetti locali e persino lingue diverse, cosa
che, se da una parte pose sempre problemi politici, dall'altra
aumentò grandemente il potere dello Stato centrale propa-
gando quello dei corpi rappresentativi.
Già a partire dal X secolo, vi era un'assemblea nazionale
che spesso aveva un ruolo significativo nelle questioni del
paese. Nel 987, fu proprio questa istituzione, rappresentante
la nobiltà, il clero e le città, a eleggere re Ugo C apeto47. L'as-
semblea prese il nome di Stati Generali durante un incontro
avvenuto a Parigi nel 1302. Nonostante gli Stati Generali
avessero avuto un «ruolo im portante [...] nel far terminare
con successo la guerra dei C ent'anni»48, poco tempo dopo
persero il loro potere. Luigi XI li convocò una volta sola, nel
1468. Si riunirono poi un'altra volta nel 1483 per salutare il re
bambino Carlo Vili e non essere più convocati fino al 1560.
U n'altra assemblea ebbe luogo nel 1614 ma successivamente
gli Stati Generali furono «vergognosamente ignorati, e non si
sarebbero riuniti fino al 1789» 49, in un tentativo in extremis
di sventare la Rivoluzione francese.
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO» 277

Gli Stati Generali si riunirono di rado non solo a causa del


potere reale. I tentativi di sostenere un'assemblea nazionale
per l'intera Francia non vennero osteggiati esclusivamente
dalla corona, ma anche, e persino in modo più energico, da
coloro che avevano i requisiti per prendervi parte. La Francia
aveva un'estensione territoriale di gran lunga superiore agli
altri Stati dell'Europa occidentale, per cui molti obiettavano
che recarsi all'assemblea era troppo lungo e costoso, soprat-
tutto se poi le loro preoccupazioni locali venivano regolar-
mente ignorate dalla maggioranza di quegli estranei con cui
avevano poco in comune. In risposta, i re francesi comincia-
rono a trattare direttamente con le piccole proprietà provin-
ciali e smisero di cercare un corpo di rappresentanza a livel-
lo nazionale. Naturalmente, però, ciascuna proprietà locale
era in una posizione molto debole rispetto al re e l'autorità
statale era di fatto incontrastata. Per di più, dichiarò franca-
mente Luigi XIV, il re era lo Stato («L'État c'est moi»). Ma l'a-
spetto più significativo di questo stato assolutista era il potè-
re del re di imporre tasse senza bisogno di alcun consenso50.

Pressione fiscale
Delineato lo Stato assolutista, in Francia le tasse divennero,
in poco tempo, esorbitanti, come accade sempre quando chi le
impone ne è anche il principale beneficiario. Ciononostante, la
corona francese gradualmente accumulò enormi debiti. An-
che quando le tasse si spinsero a un livello massimo di 200 mi-
lioni di franchi all'anno, il re aveva debiti per 2 miliardi51. In
parte, ciò era dovuto al fatto che la Francia spendeva una som-
ma ingente per i suoi eserciti, spese che avrebbero potuto es-
sere ridotte in modo sostanzioso se la corona non avesse con-
tinuato a inseguire politiche espansionistiche fallimentari.
Inevitabilmente, però, trattandosi di un regime dispotico,
2 78 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

un'enorm e somma di denaro finanziava ogni anno la vita di


corte. Si stima che nel regno di Luigi XVI, almeno il 6% di tut-
te le rendite dello Stato venissero spese dalla scintillante e
stravagante corte di Versailles52. Una parte anche maggiore
delle tasse era utilizzata per mantenere una gerarchia nume-
rosissima e improduttiva, composta da parenti e amici ed è
probabile che per corrompere gli ufficiali venisse speso anche
di più. Il cardinale Richelieu è noto per essere stato de facto il
reggente di Francia durante il regno di Luigi XIII e per essere
sopravvissuto a ripetuti complotti per assassinarlo. Forse,
però, avrebbe dovuto diventare ugualmente famoso per il suo
straordinario talento per la corruzione, che lo rese addirittura
molto più ricco del re. Il suo successore, il cardinale Mazzari-
no, lo divenne ancora di p iù 53.
La principale tassa francese, nota come taille, si applicava
alla proprietà. Era un miscuglio di contraddizioni ed esen-
zioni. Il clero e la nobiltà non pagavano tasse per le loro prò-
prietà terriere. I villaggi pagavano come una sola entità e
spesso il contributo era «un retaggio del passato», basato sul
presupposto che non vi fossero stati aumenti o cali della po-
polazione54. Inoltre, i francesi imponevano tasse su una serie
di derrate: sale, vino, liquori, tabacco, candele e sapone era-
no quelle che portavano le maggiori entrate. Infine, veniva
raccolta una tassa personale nota come capitation, il cui am-
montare dipendeva dall'appartenenza a uno dei 22 gruppi
sociali. Inizialmente, come per la taille, il clero e la nobiltà
erano esonerati dalla capitation. La situazione m utò il 28
gennaio del 1695, con questo proclama: «Nessuno dei nostri
sudditi, di qualsiasi stato o condizione, sarà esonerato dalla
capitation». Da quel momento, «membri del clero, nobili,
funzionari e residenti in città con privilegi [...] si sarebbero
aggiunti alle masse di contadini nel pagamento delle im po­
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO » 279

ste dirette». Dal punto di vista moderno sembra assoluta-


mente giusto, ma all'epoca le élite interessate lo videro come
un grandissimo torto, che le portò ad appoggiare sfide poli-
tiche contro lo Stato, contribuendo inconsapevolmente a sca-
tenare la Rivoluzione.
La schiacciante pressione fiscale arrecò alla vita francese
intralci terribili ed espedienti controproducenti, in particolar
modo tra i contadini. Infatti, non solo si accontentavano di
bassi livelli di produttività perché le tasse non li incentiva-
vano, ma fingevano anche di essere molto più poveri di
quanto in realtà non fossero; per sostenere questa finzione i
contadini francesi non facevano investimenti in strumenti
visibili che aumentassero la produttività. Adam Smith sotto-
lineò che, a causa delle tasse, l'agricoltore francese aveva
«paura di possedere una buona m uta di cavalli o buoi e si
sforzava di coltivare con gli strum enti più mediocri e di cat-
tiva qualità che gli offriva l'agricoltura». In contrasto con ciò,
in una lettera scritta durante un soggiorno in Inghilterra,
Voltaire si sorprese nel constatare che il contadino inglese
«non ha paura di aumentare il numero dei suoi capi di be-
stiame o di ricoprire il tetto di tegole nel timore che l'anno
successivo gli aumentino le tasse»55.
Per quanto quasi tutti i francesi fossero notevolmente so-
vratassati, gli effetti più devastanti sul commercio e sull'in-
dustria non derivarono dalle tasse in sé, ma dalla vendita dei
«privilegi». Senza l'autorizzazione reale, ogni attività era pra-
ticamente proibita. Qualcuno voleva avviare una miniera? Il
re reclamava tutti i diritti sui minerali sotto la superficie del
terreno, indipendentemente da chi fosse il proprietario della
terra soprastante. Per questo motivo, per estrarre qualsiasi
minerale in qualsiasi luogo della Francia era necessario ac-
quistare una licenza reale. L'aspetto ancora più sorprendente
280 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

è che, dopo aver acquistato tale licenza, l'impresa mineraria


poteva cercare minerali nella proprietà di chiunque e, trova-
ta una vena, poteva scavare senza pagare nulla al proprietà-
rio della terra e senza alcuna restrizione nell'accesso 56. È
quindi evidente che in Francia la proprietà privata fosse ima
questione molto problematica. S'immagini, ad esempio, che
qualcuno volesse importare una spezia; era necessario acqui-
stare dal sovrano una specifica licenza e usare solo navi au-
torizzate a questo dal sovrano. Sebbene a volte la corona ven-
desse diverse licenze per alcune particolari attività commer-
ciali, i monopoli acquistati dai reali erano la base principale
del commercio francese.
Dopo aver acquistato una licenza, erano ancora da af-
frontare tutte le spese di avviamento e di gestione richieste
dalla specifica impresa e, naturalmente, quelli che avevano
stretti legami con lo Stato erano in considerevole vantaggio
nell'ottenere la licenza desiderata. Ne conseguì che l'indù-
stria francese venne dom inata dall'aristocrazia. Nel 1771, dei
601 investitori nell'industria del metallo, 305 appartenevano
alla nobiltà e 55 al clero57. A causa delle restrizioni sulle li-
cenze reali che spesso creavano dei monopoli, all'intem o
della nazione la concorrenza commerciale o industriale era
molto ridotta, e ancor minore era la concorrenza dall'estero,
dal momento che quasi tutti i prodotti francesi erano vendu-
ti nel mercato domestico e gli alti dazi d'im portazione prò-
teggevano i produttori dalle merci straniere58. La corona pre-
feriva i monopoli perché era semplice vendere una licenza
esclusiva per un'attività e poi raccogliere le tasse per il suo
rinnovo; era molto più difficile determinare quali aspetti del-
l'attività di una società, o quali beni, tassare e poi raccoglie-
re tali tasse da una schiera di società diverse. Per lo stesso
motivo, la corona prese sempre le difese delle corporazioni
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO» 281

nelle dispute; esse costituivano una fonte redditizia e regola-


re di entrate grazie ai rinnovi delle licenze e alla vendita di
cariche corporative, ed era molto più facile far pagare a eia-
scuna corporazione una quota annuale sull'appartenenza
piuttosto che cercare di tassare ciascuna bottega o ciascun
membro su qualche altra base.
Allo stesso modo, invece di tentare di imporre una tassa
a funzionari e burocrati, che si trovavano inevitabilmente in
una buona posizione per evaderle, la corona optò per la ven-
dita della stessa carica.

Burocrazia
La Francia prerivoluzionaria possedeva un'enorm e appa-
rato burocratico. Alcune cariche burocratiche rappresentava-
no posizioni di grande potere e importanza. Altri invece era-
no «uffici inutili cui non erano annessi doveri specifici» 59. Gli
storici li indicano come «uffici venali» perché erano tutti in
vendita, nel senso che coloro che ricoprivano queste cariche
le avevano acquistate dai loro predecessori. Inoltre, tutti i
funzionari dovevano pagare alla corona una cifra annuale
fissa (droit annuel) che si fondava sulla rendita annuale di-
chiarata dall'ufficio (e per lo più risultante dalle tasse chieste
al pubblico). Le dichiarazioni erano «notoriamente sottosti-
mate» 60. Comunque, alla vigilia della Rivoluzione, in Francia
vi erano decine di migliaia di funzionari venali, che proba-
bilm ente raggiungevano il 2 o il 3% della popolazione ma-
schile a d u lta 61. La maggior parte di loro non faceva nulla. Il
resto, invece, contribuiva a intralciare e mal indirizzare l'or-
ganizzazione dello Stato.
C onsiderati i loro costi, i guadagni legittimi degli uffici
venali eran o piuttosto ridotti. Alcune delle cariche più red-
ditizie potevano fruttare fino al 5% annuo sull'investimento,
282 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

ma molte altre guadagnavano una media dell'1-2% e molte


persone compravano le cariche ben consapevoli del fatto che
avrebbero perso denaro nell'affare. Allora perché ne erano
attratti? Per la condizione socialel La società francese era «af-
flitta da una mania di prestigio». Per il prestigio di essere
funzionario, molti «si accontentavano di un guadagno basso
e persino di una perdita di capitale»62. Ne conseguì u n catti-
vo governo, in cui molti trascuravano i loro doveri, altri agi-
vano solamente a beneficio di amici o potenti. Erano in ven-
dita proprio come le loro cariche.

Corporazioni intransigenti
Per generazioni si riconobbe che, in alcune parti dell'Euro-
pa e soprattutto in Francia, delle rigide corporazioni avevano
soffocato il capitalismo. Poi però, alla metà del XX secolo, si
reinterpretarono positivamente gli effetti nocivi che le corpo-
razioni avevano avuto sul di esso63. Studiosi marxisti e i loro
numerosi simpatizzanti evidenziarono che le corporazioni
erano una primitiva forma di sindacato che proteggeva i prò-
pri membri dallo sfruttamento da parte di avidi capitalisti, sia
contro salari inadeguati sia dal rischio di essere soppiantati a
causa dell'introduzione di nuovi metodi lavorativi. Inoltre, di-
venne opinione comune che i regolamenti corporativi proteg-
gesserò la società dalla diffusione di merci di qualità inferiore;
tutti pensavano che il tradizionale metodo di produzione ma-
nuale offrisse prodotti migliori di quanto potessero fare le
macchine o le catene di montaggio. Se poi, così continuava
l'argomentazione, questo aveva ostacolato l'ascesa d'indu-
strie capitaliste, tanto meglio, dato che tutti sapevano che il ca-
pitalismo era nemico della giustizia sociale.
In qualche modo, il fatto che sindacati liberi e indipen-
denti esistessero solamente nelle società capitaliste sembra­
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO» 283

va non contare. Né veniva menzionato spesso il fatto che


una delle prim e azioni dei rivoluzionari francesi fu quella di
distruggere tutte le corporazioni, o che neirU nione Sovieti-
ca i sindacati fossero illegali. Questi studiosi, inoltre, non ca-
pivano che i prodotti realizzati a mano con m etodi antiqua-
ti di solito erano di qualità inferiore, e che i regolamenti cor-
porativi truffavano tutti i cittadini, con l'imposizione di
prezzi artificialmente alti e di un'econom ia im produttiva.
Fortunatamente, la realtà è stata ristabilita e le fantasie che
vedevano nelle corporazioni i motori di giustizia sociale
hanno per lo più fatto il loro tempo. Certo, le corporazioni
spesso fecero gli interessi dei lavoratori e a volte contribui-
rono a contrastare despoti e oligarchi, ma, almeno altrettan-
to frequentemente, andavano mano nella mano con uno sta-
to dispotico e fungevano da barriera alla libertà e al com-
mercio. Sicuramente questo fu il caso della Francia prim a
della Rivoluzione.
Appoggiate da funzionari industriali (che acquistavano le
loro cariche dallo Stato come i capi delle corporazioni), le as-
sociazioni corporative francesi imponevano restrizioni estre-
mamente dettagliate in ogni minima fase del processo mani-
fatturiero e amministrativo. In Francia, ad esempio, la tintu-
ra del panno era soggetta a 317 norme. Nella pratica, duran-
te il processo manifatturiero, i funzionari delle corporazioni
ispezionavano continuamente ogni singolo p anno64. Inoltre,
le regolamentazioni corporative, convalidate da editti reali,
scoraggiavano invenzioni e innovazioni: «Il processo d'inno-
vazione era ovunque frenato o proibito dalla minuziosa re-
golamentazione del ciclo produttivo, che non consentiva di
scostarsi dall'uso» 65. Anche in Francia, come era avvenuto a
Venezia, le corporazioni tessili avevano proibito l'adozione
della tecnica inglese Bow-dyeing per la tintura dei tessuti.
284 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Le norme corporative imponevano alle ditte anche di-


mensioni ridotte. Per fare un esempio, un'im presa per la tes-
situra poteva avere «non più di sei telai, m isura destinata a
impedire che fabbricanti intraprendenti guadagnassero trop-
po potere nella produzione» “, visto che imprese piccole di
solito non erano in grado di cercare innovazioni che sfrut-
tasserò il capitale in m odo intensivo. Per di più, dove le cor-
porazioni erano potenti, come in Francia, gli operai erano as-
sunti o impiegati dalla corporazione stessa e non dalla sin-
gola impresa. Nel 1751, quando un imprenditore di Lille
tentò di assumere direttamente gli operai, il consiglio citta-
dino glielo proibì, decretando che «a Lille non è mai stato
permesso che [i produttori] abbiano lavoratori impiegati di-
rettamente sotto di loro e per loro. Questo è un diritto che è
sempre appartenuto ai maestri della corporazione»67. Allora
come oggi, una tale norm a rendeva difficile, se non impossi-
bile, licenziare i lavoratori inaffidabili o inefficienti, od offri-
re premi alle persone che lavoravano bene. Infine, in collu-
sione con la burocrazia statale, spesso le corporazioni fissa-
vano i prezzi a cui vendere i prodotti, mantenendoli alti per
agevolare salari e tasse elevati, senza prendere in alcuna con-
siderazione le regole del m ercato68.
Norme come queste contribuirono a distruggere il capita-
lismo veneziano e impedirono che in Francia se ne svilup-
passe una qualsiasi forma, se non rudimentale.

Il «capitalismo» francese
Il capitalismo ruota intorno a tre fattori: proprietà privata
certa, mercati liberi e m anodopera libera. Alla Francia man-
cavano tutti e tre. Lo Stato considerava la proprietà privata
come un privilegio da vendere o ignorare. I mercati erano
così tanto vincolati da regolamenti reali e licenze che le
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO » 285

aziende non potevano muoversi liberamente nei settori in


espansione. La vendita dei monopoli chiuse molti mercati e
tolse ogni incentivo all'efficienza e all'impegno. Il potere cor-
porativo, poi, limitava ampiamente il lavoro libero: era mol-
to difficile per il singolo perseguire nuove opportunità e per
le imprese offrirle. Per lo più, l'attività commerciale e indù-
striale francese veniva svolta da aziende autorizzate e limi-
tate a dati mercati, soggette a espropri e che non impiegava-
no singoli lavoratori ma una corporazione intera. In queste
condizioni, sorprende che in Francia ci siano state anche so-
10 delle tracce di capitalismo.
Di fatto, sebbene esistessero alcune parvenze di imprese
razionali, specialmente nel settore minerario e metallurgico,
11 commercio francese era bloccato dalla classica debolezza
economica di tutti i regimi dispotici: la ricchezza non era vi-
sta come uno strumento ma come il segno di una condizio-
ne sociale superiore. Così come molti investitori francesi era-
no ansiosi di acquistare una carica che non comportava ren-
dite o responsabilità, allo stesso modo erano riluttanti a in-
vestire in imprese commerciali o industriali, perché reputate
degradanti; la maggior parte di coloro che investivano in ta-
li attività, non vedeva l'ora di recuperare il proprio capitale
e impiegarlo in qualcosa di rispettabile, come la terra, la prò-
prietà urbana, uffici venali, o rendite annuali, sebbene il gua-
dagno di questo tipo d'investimento fosse estremamente
basso (spesso intorno all'1%, raram ente verso il 5%). Tutta-
via, investimenti di questo genere non comportavano alcun
rischio.
In Francia, era l'aristocrazia a determinare quali investi-
m enti fossero rispettabili. Gli altri accettavano le loro regole,
perché inseguivano avidamente lo status sociale e non ave-
vano scelta se non quella di partecipare al gioco con le rego­
286 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

le di coloro che già possedevano un'elevata condizione so-


ciale. Di conseguenza, erano ben disposti ad acquistare terra
che fruttava loro un guadagno minore al 2%, piuttosto di
guadagnare il 5% o più in investimenti commerciali 69. Oltre
a pagare meno tasse, chi aveva proprietà terriere o urbane
era anche qualificato come qualcuno, pur non appartenendo
alla nobiltà. L'abate Coyer spiegò mestamente nel 1756: «Il
mercante non riceve lustro dalla sua carriera e se vuole riu-
scire a essere ciò che in Francia si dice essere qualcuno, deve
smettere. Questo [...] produce molti danni. Per essere qual-
cuno, una grande parte della nobiltà rimane nulla».
La situazione auspicabile era quella di vivere grazie ai ca-
noni d'affitto pagati da agricoltori affittuari. E quando si ren-
deva necessaria o desiderabile una rendita maggiore, la prò-
spettiva non era quella di aumentare la produttività agrico-
la, ma gli affitti. N on sorprende, quindi, che un'accurata sti-
ma condotta nel 1788 dal padre della chimica moderna, An-
toine-Laurent Lavoisier, dimostrasse che le fattorie inglesi
erano quasi tre volte più produttive di quelle francesi, per-
ché i Francesi solo raramente reinvestivano nel migliora-
mento del capitale 70.
La stessa carenza di reinvestimento ostacolava l'industria
francese. Dal momento che il principale motivo per accumu-
lare ricchezza era quello di vivere come un signore, ingenti
somme, che in qualsiasi vera economia capitalistica sarebbe-
ro state destinate al reinvestimento, venivano sprecate o di-
rottate verso una forma di ricchezza propriam ente aristocra-
tica71. Weber aveva ragione nell'affermare che alla Francia
mancava lo «spirito del capitalismo». Anzi, la conversione di
capitale commerciale in qualcosa che conferisse una condi-
zione sociale superiore era così comune che, alla vigilia del-
la Rivoluzione, più dell'80% della ricchezza del paese era in­
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO » 287

vestita in proprietà fondiarie, edifici e cariche venali, e non


nel commercio e nell'industria72.
C'erano, naturalmente, alcune industrie in Francia, anche
se così poche che George Taylor potè a ragione affermare che
quando gli studiosi ne offrono esempi «fanno sempre gli
stessi nom i»73. La maggior parte di questi esempi, poi, non
era molto significativa. Si cita sempre la metallurgia come
una delle principali attività industriali dell'epoca, ma in
realtà la sua produzione era «debole, molto decentrata, e of-
fre prodotti di cattiva qualità e costosissimi. [Nessuno di
questi prodotti era] acciaio degno di questo nome». Una ra-
gione di ciò può essere il fatto che a quell'epoca la Francia
estraeva molto poco74. Le industrie francesi erano piccole, ar-
retrate e poco apprezzate rispetto a quelle inglesi, olandesi o
persino a quelle delle ormai sofferenti città-stato italiane. Del
suo capitalismo si può dire lo stesso e con gli stessi motivi.
Ma allora, da dove è nata la Francia moderna? Non dalla
Rivoluzione, che sostituì una tirannide con un'altra. Non da
Napoleone, un altro tiranno che m utò una generazione di
francesi in vittime di guerra. Ironicamente la Francia moder-
na nacque dai governi deboli e instabili dell'era post-napo-
leonica e dal fatto di essere quasi circondata da economie ca-
pitaliste in rapida espansione, specialmente a nord, dove si
stava formando una nuova e spaventosa Grande Potenza co-
stituita da u n arcipelago di principati tedeschi. Alla fine, de-
gli ambiziosi imprenditori francesi guadagnarono la libertà
necessaria a divenire veri capitalisti.

Fu la tirannide, e non il cattolicesimo, a impedire lo svi-


lupparsi del capitalismo in Francia e Spagna e a soffocarlo in
Italia e nei Paesi Bassi meridionali. Ironicamente, forse nella
storia non vi furono monarchi più scrupolosi, onesti e in­
288 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

stancabili di Carlo V e del figlio Filippo II. Furono loro a co-


struire l'impero spagnolo e a governarlo per più di ot-
tant'anni. Si svegliavano quasi ogni giorno all'alba e lavora-
vano in m odo diligente all'amministrazione dei loro immen-
si territori. Se fossero stati fannulloni o donnaioli avrebbero
arrecato meno danni alle economie di cui erano responsabi-
li. Invece, i sovrani francesi erano abbastanza pigri e molto
meno onesti, eppure, in termini di progresso economico, sot-
to il loro dominio la Francia andò meglio della Spagna. Que-
sta è la più grande ironia: dato un dominio tirannico, una di-
lagante corruzione governativa procura gradi di libertà che
non esistono sotto tiranni onesti e scrupolosi.

1In Henry Kamen, The Decline of Spain: A Historical M yth, «Past and Pre-
sent», voi. 8, 1978, p. 26.
2Carlo M. Cipolla, Storia economica dell'Europa preindustriale, Il Mulino, Bo-
logna 1990, p. 269.
3Citazioni tratte da Kamen, The Decline o f Spain cit., pp. 24-28.
4Kamen, The Decline of Spain cit., Spain's Road to Empire: The Making of a
World Power, 1492-1763, Alien Kane, London 2002.
5Josiah Cox Russell, Late Ancient and Medieval Population, Transactions of
thè American Philosophical Society 48:3,1958.
6John H. Elliot, Imperiai Spain 1469-1716, Mentor Books, N ew York 1966;
Douglass C. North, Robert Paul Thomas, L'evoluzione economica del mondo
occidentale, Mondadori, Milano 1976.
7Elliot, Imperiai Spain cit., p. 49.
8Ivi, p. 33.
9North, Thomas, L'evoluzione economica cit., p. 160.
10Elliot, Imperiai Spain cit., p. 120.
11Cipolla, Storia economica cit., p. 271.
12Kamen, Spain's Road to Empire cit., p. 169.
13Ivi, pp. 160,171.
14Geoffrey Parker, Spain, Her Enemies and thè Revolt ofthe Netherlands, 1559-
1648, «Past and Present», n. 49, 1970, p. 88.
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO » 289

15Elliot, Imperiai Spain cit., pp. 197-198.


16Kamen, Spain's Road to Empire cit., p. 287.
17Elliot, Imperiai Spain cit., p. 180.
18Carlo M. Cipolla, Vele e cannoni, Il Mulino, Bologna 1999, p. 29.
19Ruth Pike, The Genoese in Seville and thè Opening of thè New World, «The
Journal of Economie History», n. 22,1962, pp. 348-378.
20Kamen, Spain's Road to Empire cit., p. 89.
21North, Thomas, L'evoluzione economica cit., p. 160.
22Parker, Spain, Her Enemies cit., p. 75.
23Ivi, p. 85.
24Ivi, p. 86.
25Conyers Read, Queen Elisabeth's Seizure of thè Duke of Alva's Pay-Ship,
«The Journal of Modern History», n. 5,1933, pp. 443-464.
26Kamen, Spain's Road to Empire cit., p. 61.
27Richard T. Rapp, The Unmaking of thè Mediterranean Trade Hegemony: In-
ternational Trade Rivalry and thè Commercial Revolution, «The Journal of Eco-
nomic History», n. 35, 1975, p. 506.
2®Barry Supple, Commercial Crisis and Change in England, 1600-1642, Cam-
bridge University Press, Cambridge 1959, p. 147.
29Rapp, The Unmaking ofthe Mediterranean Trade cit., p. 518.
30Ivi, p. 510.
31Ivi.
32Jonathan L. Israel, The Dutch Republic: Its Rise, Greatness and Fall, 1477-
1806, Clarendon Press, Oxford 1998, p. 148.
33Ivi.
34Kamen, Spain's Road to Empire cit., p. 178.
35Israel, The Dutch Republic cit., pp. 156-157.
36Jervis Wegg, The Decline ofAntwerp Under Philip of Spain, Methuen, London
1924, pp. 202-203.
37Ivi.
38Garrett Mattingly, L'invincibile Armada, Einaudi, Torino 1967, p. 69.
35Violet Barbour, Dutch and English Merchant Shipping in thè Seventeenth
Century, «The Economie History Review», n. 2, 1930, p. 263.
40Mattingly, L'invincibile Armada cit., p. 69.
41Geoffrey J. Marcus, A Naval History of England I: The Formative Centuries,
Little Brown, Boston 1961, p. 89.
42Mattingly, L'invincibile Armada cit., p. 86.
43Marcus, A Naval History cit., p. 84.
44Ivi, p. 121.
290 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

45Elliot, Imperiai Spain cit., p. 289.


46North, Thomas, L'evoluzione economica cit., p. 163.
47Alee R. Myers, Parliaments and Estates in Europe to 1789, Thames&Hud-
son, London 1975.
48Thomas Ertman, Birth ofthe Leviathan: Building States and Regimes in Me-
dieval and Early Modern Europe, Cambridge University Press, Cambridge
1997, p. 91.
49Robert G. Wesson, State Systems: International Pluralism, Politics, and Cui-
ture, Free Press, N ew York 1978, p. 138.
50North, Thomas, L'evoluzione economica cit.; Wesson, State Systems cit.
51Jan D e Vries, The Economy of Europe in thè Age ofCrisis, 1600-1750, Cam-
bridge University Press, Cambridge 1976, p. 203.
52Hilton L. Root, The Fountain ofPrivilege: Politicai Foundations ofMarkets in
Old Regime France and England, University of California Press, Berkeley
1994, p. 39.
53Ivi.
54D e Vries, The Economy of Europe cit., p. 200.
55Citazioni tratte da Root, The Fountain ofPrivilege cit., p. 62.
56Harry A. Miskimin, M oney and Power in Fifteenth Century France, Yale
University Press, N ew Haven 1984, p. 108.
57George V. Taylor, Types of Capitalism in Eighteenth Century France, «The
English Historical Review», n. 79,1964, p. 496.
58North, Thomas, L'evoluzione economica cit., pp. 152-153.
59Ivi, p. 152
60George V. Taylor, Noncapitalist Wealth and thè Origins ofthe French Revolu-
tion, «The American Historical Review», n. 72,1967, p. 477.
61Ivi.
62Citazioni tratte da Taylor, Noncapitalist Wealth cit., p. 479.
63Per un esem pio m olto convincente e sintetico, vedi L. Sylvia Thrupp, Le
corporazioni, in Storia economica di Cambridge, voi. 3 (Le città e la politica eco-
nomica nel Medioevo), Einaudi, Torino 1977, pp. 265-329.
“ North, Thomas, L'evoluzione economica cit., p. 157.
65Ivi, p. 157.
66Gail Bossenga, Protecting Merchants: Guilds and Commercial Capitalism in
Eighteenth-Century France, «French Historical Studies», n. 15, 1988, p. 695.
67Ivi.
68North, Thomas, L'evoluzione economica cit., pp. 157-158.
69Taylor, Noncapitalist Wealth cit., p. 473.
70Ivi, p. 476.
ANTICAPITALISMO «CATTOLICO»

71Ivi, p. 485.
71Ivi.
73Taylor, Types ofCapitalism cit., p. 493.
74Pierre Goubert, Vancien regime, Jaca Book, Milano 1990, p. 74.
Capitolo 7

Feudalesimo e capitalismo nel Nuovo Mondo

Non ci vuole molto intuito per spiegare perché ogni anno


un numero enorme di immigranti abusivi entri negli Stati Uni-
ti dal Messico. Chi non vorrebbe fuggire da una povertà estre-
ma con la prospettiva di prendere parte alla ricchezza nortea-
mericana? E non è necessario un gran discernimento neanche
per spiegare il motivo che ha permesso al Nuovo Mondo a
nord del Rio Grande di offuscare, in termini di potenza econo-
mica, persino l'Europa; a differenza dei territori a sud in cui
tutto langue. Il Nord America, infatti, fu plasmato daU'Inghil-
terra, mentre l'America Latina ricalcò la società spagnola.
Il fatto che i prim i insediam enti britannici si chiamasse-
ro N ew England e le prim e colonie spagnole N uova Spa-
gna è più che simbolico. I colonizzatori inglesi, infatti, con-
cessero am pie libertà e svilupparono un'econom ia capitali-
sta. Al contrario, i colonizzatori spagnoli dell'Am erica La-
tina im posero u n feudalesim o autoritario e im produttivo.
Entram bi i continenti erano colonizzati da cristiani, cattoli-
ci al sud e per la m aggior parte protestanti al nord. N on fu
quella, però, l'im portante differenza religiosa. Ciò che
contò fu che la Chiesa cattolica in America Latina era mol-
to debole, sia politicam ente sia in term ini di sostegno po-
polare, aspetto a lungo oscurato dalla condizione di chiesa
294 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

ufficiale. L'ampio pluralism o che si sviluppò nel N ord


America, al contrario, e la concorrenza che esso incoraggiò
tra le confessioni, produsse un alto e ineguagliato livello di
im pegno religioso individuale e di influenze culturali. In-
vece di affidarsi al sostegno del governo, tutte le confes-
sioni del N ord America im pararono a m antenere le distan-
ze dallo Stato; ciascuna di esse fece enorm i investim enti in
istituzioni per l'istruzione indipendenti, predicando le
virtù dell'onestà, del lavoro duro, della parsim onia e del-
l'indipendenza.
Stranam ente, nell'enorm e letteratura esistente sulle dif-
ferenze nello sviluppo economico dell'A m erica settentrio-
naie e m eridionale, la religione e il retaggio del coloniali-
smo spagnolo sono stati trattati con meno attenzione di
quanto potrebbe sem brare opportuno. Di fatto, gli storici
latinoam ericani hanno troppo spesso incolpato soprattut-
to il colonialismo norteamericano della loro situazione,
ignorando l'im patto profondo dell'eredità religiosa e poli-
tica, oltre che economica, spagnola '. Rimangono da rac-
contare aspetti im portanti di questa storia. Affrontarli per-
m etterà di am pliare e riapplicare le tesi sviluppate nei pre-
cedenti capitoli: la fede cristiana nel progresso e nella ra-
gione, in com binazione con la libertà politica e l'energia
produttiva del capitalismo, trasform ò le colonie nordam e-
ricane in u n gigante economico.
Naturalmente, il Brasile non era una colonia spagnola, es-
sendo stata concessa al Portogallo nel Trattato di Tordesillas
(1494). Tuttavia, il Portogallo rimase sotto il dominio spagno-
lo per quasi un secolo dopo l'invasione del duca d'Alba, nel
1580, che permise a Filippo II di Spagna di divenire (in modo
ambiguo) Filippo I di Portogallo. È vero che nel 1688 fu rista-
bilita una corona portoghese indipendente, ma il Portogallo
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 295

somigliava molto alla Spagna. Erano entrambi regni cattolici


ed entrambi fondarono colonie cattoliche feudali. Perciò, non
c'è bisogno di trattare il Brasile come un caso a parte.

Il cristianesimo: due economie religiose

La religione non è solam ente una questione di im pegno


individuale, e non può essere compresa appieno sulla base
dei singoli e della loro appartenenza a diversi gruppi reli‫־‬
giosi. La religione è sem pre radicata nella società ed è in
larga m isura m odellata dalle condizioni che lo Stato impo-
ne all'espressione e all'organizzazione religiosa. Per rac-
chiudere appieno questa realtà, fu introdotto il termine
«economia religiosa» 2. U n'econom ia religiosa consiste in
tutte le attività religiose che si svolgono in qualsiasi so-
cietà: u n «mercato» di attuali e potenziali seguaci, u n in-
sieme di una o più organizzazioni che cercano di attirare o
trattenere coloro che vi aderiscono e la cultura religiosa of-
ferta da tali organizzazioni.
AH'interno di qualsiasi società le preferenze religiose in-
dividuali variano e nessuna singola «impresa» è in grado di
offrire u n «prodotto» che sia profondo e nel contempo per-
missivo, per cui, se lasciata libera, la condizione normale di
qualsiasi economia religiosa sarebbe il pluralismo, in cui una
serie di imprese religiose diverse si rivolgono, in modi ca-
ratteristici, a vari segmenti del mercato. Questo richiede,
però, u n grande livello di libertà religiosa, per cui la nor-
male economia religiosa non è mai stata quella tipica, alme-
no non entro i confini del monoteismo. Al contrario, le eco-
nomie religiose solitamente sono state distorte da ingerenze
statali che o im ponevano un saldo monopolio o comprime­
296 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

vano il mercato sovvenzionando una chiesa di Stato e ren-


dendo difficile la competizione ad altri gruppi religiosi3. In
una situazione monopolizzata però, la religione langue, non
solo perché tanti vedono soddisfatta la loro scelta religiosa,
ma anche perché, come accade nel commercio, chi detiene il
monopolio diventa pigro e inefficiente. Al contrario, in un
mercato libero la religione prospera, molti gruppi religiosi
gareggiano per avere seguaci e quelle imprese a cui manca
energia o attrattiva restano ai margini. Ora, esiste una vasta
letteratura accademica a sostegno di queste conclusioni4e in
nessun caso i docum enti storici trovano un riscontro mi-
gliore di quello dato dalla comparazione tra le due Ameri-
che. Dal momento che gli insediam enti europei cominciaro-
no molto prim a nell'America centrale e meridionale che nel
Nord, la storia comincia con la Chiesa latina.

Un monopolio asservito
Di solito, prendendo in esame il rapporto tra Stato e Chie-
sa nei paesi cattolici, si sottolinea il potere di quest'ultima. Le
figure politiche vengono dipinte nell'atto di piegarsi al vole-
re dei vescovi, i quali favoriscono sempre forme di governo
autoritarie e strutture sociali feudali. È un'idea sbagliata, dif-
fusa da storici protestanti. Il papa non invase la Spagna, né
saccheggiò M adrid. Fu Carlo V di Spagna, nel XVI secolo, a
invadere l'Italia e a saccheggiare Roma.
Analizzando i legami tra la Riforma e il tornaconto delle
corone (i vantaggi che i vari sovrani e principi ebbero per ri-
manere cattolici o per abbracciare il protestantesimo) si giun-
ge a una prospettiva molto più precisa sui poteri relativi del-
lo Stato e della Chiesa. Enrico Vili raccolse enormi profitti e
potere destituendo i vescovi cattolici inglesi e gli ordini reli-
giosi. Lo stesso valse per i re di Norvegia e Danimarca, oltre
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 297

che per diversi principi tedeschi. Diventando protestanti, re


e principi potevano pretendere le decime ed espandere le lo-
ro proprietà, e quelle dei loro sostenitori nobili, con la confi-
sca delle terre della Chiesa, invece di continuare ad avere ve-
scovi locali che inviavano ingenti somme di denaro al papa
e di permettere alla Chiesa di possedere vaste parti non tas-
sate del loro regno5.
Tuttavia, altri re e principi avrebbero avuto ben poco da
guadagnare se avessero abbracciato la Riforma, perché ave-
vano già imposto al papa delle condizioni a loro molto favo-
revoli. Ad esempio, nel 1516 (un anno prim a che Martin Lu-
tero affiggesse le sue 95 tesi) il Concordato di Bologna, firma-
to da papa Leone X e dal re francese Francesco I, concedeva
al re il diritto di designare in Francia tutte le alte cariche del-
la Chiesa: 10 arcivescovi, 82 vescovi e tutti i priori, abati e ba-
desse delle molte centinaia di monasteri, abbazie e conventi.
Attraverso queste nomine, il re ottenne il completo controllo
delle proprietà e delle rendite della Chiesa. Come osservato
da Owen Chadwick: «Quando desiderava il denaro ecclesia-
stico, non doveva neppure utilizzare mezzi indiretti»6. La co-
rona spagnola aveva con il Vaticano un accordo addirittura
migliore. Alla fine del XV secolo, Ferdinando e Isabella ave-
vano ottenuto non solo il diritto di nomina delle cariche più
importanti, ma anche quello di imporre tasse al clero e alle
proprietà della chiesa. Inoltre, riuscirono a far concordare il
papa sull'illegalità della pubblicazione delle sue bolle e dei
suoi decreti senza il previo consenso reale in Spagna o nei
possedimenti del regno. Durante il regno di Carlo V, la su-
bordinazione della Chiesa alla corona spagnola crebbe ancor
di più; tra le altre cose, il papa acconsentì a cedergli u n terzo
delle decime pagate alla Chiesa (da cui nessuno era escluso,
diversamente da quanto avveniva per le tasse reali).
298 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Questi accordi svolsero un ruolo fondamentale nel far ri-


manere cattoliche Spagna e Francia, ma resero la Chiesa di-
pendente dallo Stato. Ciò ebbe disastrose conseguenze quan-
do il papa cercò di prevenire l'introduzione della schiavitù
nel Nuovo Mondo.
Si rammenti che già dal VI secolo la Chiesa aveva comin-
ciato a opporsi alla schiavitù e che, per la fine del X secolo,
era riuscita a eliminarla in gran parte dell'Europa. Successi-
vamente, però, intorno al 1430, gli spagnoli colonizzarono le
isole Canarie e cominciarono ad asservire la popolazione lo-
cale. Q uando la notizia giunse a papa Eugenio IV, egli emise
immediatamente una bolla, Sicut dudum. Il papa non tergi-
versò: con la minaccia di scomunica, concesse a chi era coin-
volto quindici giorni dal ricevimento della bolla «per ripor-
tare alla precedente condizione di libertà tutte le persone di
entrambi i sessi una volta residenti delle dette isole Canarie.
[...] Queste persone devono essere libere completamente e
perpetuam ente e devono essere lasciate andare senza estor-
sione o ricezione di denaro» 7. La bolla papale fu però igno-
rata, come anche le altre bolle di uguale tenore emesse dai
suoi due successori.
La schiavitù dei nativi continuò quando Spagna e Porto-
gallo invasero il N uovo M ondo e aum entò con spedizioni
sempre più grandi di schiavi dall'Africa. Alcuni di coloro
che erano coinvolti nella schiavitù sostennero che non si
trattava di violazione degli insegnam enti della Chiesa, per-
ché costoro non erano «creature razionali» m a una specie di
«animali». La Chiesa non ne volle sentir parlare. Nel 1537,
papa Paolo III emise tre decreti contro la schiavitù nel Nuo-
vo M ondo (ignorati dagli storici fino a pochi anni fa). Nel-
la sua prim a bolla, dichiarò che «gli stessi indiani in verità
sono uom ini autentici», perciò «secondo la nostra A utorità
FEUDALESIMO E CAPHALISMO NEL NUOVO MONDO 2 99

Apostolica decretiamo e dichiariamo [...] che gli stessi in-


diani e tutti gli altri popoli, anche se non appartenenti alla
nostra religione, [...] non dovrebbero essere privati della
loro libertà o delle loro proprietà [...] e non devono essere
ridotti in schiavitù, e qualsiasi cosa accada in contrario de-
ve considerarsi nullo e non valido». Nella seconda bolla, il
papa invocò la pena di scomunica per chiunque fosse coin-
volto nella schiavitù, a prescindere da «dignità, stato, con-
dizione o rango»e.
L'opposizione della Chiesa pose fine all'im pudente schia-
vitù dei nativi, anche se sopravvissero molte pratiche di
sfruttamento. Però, le bolle papali non ebbero impatto sul
flusso di schiavi dall'Africa. Effettivamente, nell'utilizzo di
schiavi africani le colonie spagnole rimasero a lungo indietro
rispetto agli inglesi o ai francesi: le isole colonizzate da que-
ste due potenze furono presto trasformate in economie fon-
date sulla tratta degli schiavi. Ma ciò era dovuto a u n diver-
so approccio economico, non certo a considerazioni di tipo
religioso, anche se, con l'aum entare del volume della schia-
vitù nel N uovo Mondo, la Chiesa continuò a ribadire la sua
opposizione. Nel 1639, su richiesta dei gesuiti del Paraguay,
papa Urbano Vili emise una bolla riaffermando la scomuni-
ca che papa Paolo III aveva imposto a coloro che erano coin-
volti nella tratta degli schiavi.
Com'era avvenuto per la bolla di Paolo III, nemmeno
l'opposizione di Urbano alla schiavitù ebbe effetto e rimase
per lo più inosservata. Molti vescovi locali, tutti designati
dal re di Spagna, non appoggiavano la posizione di Roma. Si
rammenti, inoltre, che in Spagna o nelle colonie del Nuovo
M ondo era illegale pubblicare queste bolle antischiaviste, co-
me qualsiasi altra dichiarazione papale, senza il consenso
del re, che non fu mai concesso. Quando i gesuiti lessero il­
300 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

legalmente in pubblico la bolla di Urbano Vili, a Rio de Ja-


neiro si scatenò una rivolta che provocò il saccheggio del lo-
ro collegio locale e il ferimento di diversi sacerdoti. A Santos,
la folla travolse il vicario generale gesuita quando tentò di
pubblicare la bolla. Nel 1767, i gesuiti vennero brutalmente
espulsi dal N uovo M ondo per aver continuato a opporsi al-
la schiavitù e per aver dato vita, con successo, a comunità di
nativi notevolmente avanzate9.
Tuttavia, i vescovi dell'A m erica spagnola non furono
del tutto ininfluenti. A ppellandosi alle corti spagnole per-
ché la schiavitù degli indigeni interferiva con gli sforzi per
convertirli al cristianesimo, nel 1542 i vescovi ottennero
«Nuove Leggi» che la proibivano e che, come menzionato,
furono generalm ente osservate. Q ualche tem po dopo,
quando sostanziosi num eri di schiavi africani vennero in-
trodotti nelle regioni spagnole del N uovo M ondo, i vesco-
vi riuscirono a far accettare alla corte spagnola il Código
Negro Espafiol (Codice Nero Spagnolo) che mitigò in gran
parte le effettive condizioni di schiavitù10. Entram be que-
ste azioni provocarono «intensi conflitti tra le autorità ci-
vili e religiose» ‫ ״‬. Bisogna tener presente che per quanto
fosse il re a scegliere i vescovi, egli aveva u n bacino di pos-
sibili candidati, uom ini form ati e selezionati dal Vaticano,
da cui attingere. E dal m om ento poi che le nom ine erano a
vita, solitamente accadeva che i vescovi sopravvivevano ai
loro oppositori nobili. Ma non furono mai potenti come i
governanti laici. Sfortunatam ente, poi, in reazione alla
Riforma, la Chiesa cattolica attraversò dei cam biam enti so-
stanziali che la resero m olto meno aperta al progresso e al
commercio.
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 301

Il cattolicesimo della Controriforma


Dalla conversione dell'imperatore romano Costantino,
avvenuta nel 312, nacquero essenzialmente due chiese catto-
liche. Prima di Costantino, la Chiesa era condotta da un eie-
ro impegnato, pagato poco e ascetico, che a volte rischiava
deliberatamente il martirio. Questo gruppo e i suoi eredi co-
stituivano la Chiesa della pietà. Q uando però Costantino co-
minciò a ricoprire la Chiesa di privilegi e sussidi, «generò
una fuga verso il sacerdozio»12 da parte dei figli delle classi
superiori, dal momento che le cariche ecclesiastiche davano
rendite alte e avevano una notevole influenza politica. In po-
co tempo, queste cariche, persino quelle di umili pastori par-
rocchiali, iniziarono a essere comprate e vendute come inve-
stimenti; le cariche più prestigiose avevano solitamente dei
prezzi altissimi. La nuova gerarchia ecclesiastica formò la
Chiesa di potere. Come osservato nel secondo capitolo, era im-
probabile che un clero di «investitori» fosse ostile al com-
mercio e, durante la formazione e l'ascesa del capitalismo, la
Chiesa di potere segnò la strada che adattò le tradizionali
preferenze ascetiche della religione alle realtà economiche.
In altre parole, se avesse avuto la meglio la chiesa della pietà,
il cristianesimo avrebbe probabilmente continuato a denun-
ciare l'usura e, in generale, a opporsi al profitto e al materia-
lismo proprio come fa ancora il mondo islamico.
La forte scossa data dal rapido diffondersi della Riforma
disorganizzò la Chiesa, al punto che, durante il Concilio di
Trento (1545-1563), la Chiesa della pietà fu in grado di ri-
prendere il potere. Fu posta fine alla com pravendita delle
cariche ecclesiastiche e si procedette all'introduzione di
molte valide riforme, compresa l'istituzione di una vasta
rete di seminari per formare correttamente il clero. Vi era
però anche u n lato negativo. La Chiesa della Controriforma
302 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

m ostrò una linea anti-intellettuale che la Chiesa di potere


aveva a lungo controllato. Nuovi allarmi di eresia spinge-
vano a soffocare la cultura, così da incoraggiare fraintendi-
menti a proposito dell'opposizione alla scienza. Inoltre, co-
me le loro controparti puritane protestanti, il clero della
Chiesa della pietà era molto indeciso sulla posizione da
prendere rispetto alla ricchezza e vedeva con molto sospet-
to le attività commerciali. Allo stesso m odo in cui gli eccle-
siastici puritani esprim evano il loro disprezzo per l'«ambi-
zione» e denigravano la «cupidigia», la fazione ascetica, al-
l'epoca al com ando della Chiesa cattolica, nutriva un
profondo sdegno per «progresso» e «modernità». Era mol-
to meglio che la gente rim anesse nelle fattorie e nei villag-
gi a condurre una vita semplice, um ile e devota.
L'aspetto ironico di tutta la situazione, naturalm ente, fu
che nel recupero delle perdute virtù della Chiesa, i capi del-
la Controriforma ristabilirono anche una fede che si adatta-
va meglio a un'epoca precedente, una fede compatibile con
le economie dirigiste m a completamente estranea alla de-
mocrazia e, ancor più, al capitalismo. Fu questo tipo di
Chiesa a prevalere nell'Europa m eridionale e nelle colonie
del N uovo Mondo. E da qui provengono sia le recenti af-
fermazioni di alcuni capi religiosi dell'Am erica Latina sul-
l'incauto anticapitalismo, sia le chimere della sinistra sulla
«teologia della liberazione».

Indolenti chiese di Stato


In linea con gli accordi in vigore in Spagna e in Francia
la Chiesa cedette una buona parte del controllo dei propri
affari nel N uovo M ondo. Per quanto riguarda le colonie
spagnole, il re di Spagna non nom inava solamente tutti i
vescovi, ma la corona e i suoi am m inistratori determ inava­
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 303

no persino la formazione di nuove diocesi e ne stabilivano


i confini. In cambio, la corona bandì tutte le altre religioni
al di fuori della Chiesa cattolica romana. Lo Stato aveva an-
che l'incarico di raccogliere le diezmo (o decime), tasse reli-
giose pari al 10% del reddito. Da un lato, i vescovi favori-
vano questo accordo perché lo Stato aveva la capacità di
raccogliere le tasse in m odo molto più efficiente rispetto al
clero. D all'altro lato, però, il fatto che fosse lo Stato a racco-
gliere le decime obbligava i vescovi a fare costantemente
pressione perché venisse data loro l'intera quota, dal mo-
mento che inevitabilm ente «gli am m inistratori coloniali
scremavano» le entrate 13.
Ciononostante, le condizioni della Chiesa nel Nuovo
Mondo erano estremamente agiate. Si arricchì grazie alle de-
cime, ai frequenti lasciti, alle enormi concessioni terriere e al-
le rendite delle sue proprietà agricole. Come nell'Europa me-
dievale, anche qui eccelleva nella pianificazione a lungo ter-
mine e in una gestione attenta. Perciò «alla fine del XVII se-
colo era divenuta la forza economica dominante della società
coloniale» 14. Alla fine del XVIII secolo, in Perù «non vi era
quasi proprietà di qualunque dimensione che non apparte-
nesse interamente o in parte alla Chiesa. A Lima, su 2806 ca-
se, 1135 appartenevano a comunità religiose, ecclesiastici lai-
ci o a pii istituti» 15. Nella stessa epoca, nell'estesa colonia di
N uova Spagna, la Chiesa possedeva metà di tutti gli immo-
bili produttivi, sia rurali sia urbani, e quasi i due terzi delle
case di Città del Messico 16.
N onostante la sua im m ensa ricchezza materiale, la
Chiesa dell'Am erica Latina era povera in term ini di soste-
gno popolare. Infatti, come affermò in m odo chiaro Adam
Smith, le organizzazioni religiose non sono im m uni dai di-
fetti che presto assalgono tutti i monopoli. Piuttosto, quan­
304 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

do com pletam ente sostenuto dal potere statale, «il clero, ri-
posandosi sui suoi benefici», si lascia «andare all'indolen-
za» e trascura «di m antenere il fervore della fede e la de-
vozione presso la m assa del popolo» 17. Questo fu certa-
m ente ciò che avvenne in America Latina. Come Chiesa
esclusiva im posta dallo Stato, la gerarchia cattolica si ac-
contentava che tutti ne facessero parte nom inalm ente, sen-
za in realtà fare alcuno sforzo per creare una partecipazio-
ne a ttiv a ]8. N onostante secoli di vane speranze, l'Am erica
Latina non divenne mai un «continente cattolico». Molte
sue parti non furono neanche convertite al cristianesimo:
rim asero in auge le religioni indigene e i viaggiatori riferi-
vano spesso che molte aree estese sem bravano del tutto
prive di sacerdoti 19.
La situazione si è protratta fino ai giorni nostri, nonostan-
te la recente apparizione di una forma più decisa di cattoli-
cesimo. Nel 1995, ad esempio, pare che ogni sacerdote dio-
cesano cattolico si occupasse di 29.753 fedeli in Guatemala,
20.552 in Bolivia e 17.835 in Brasile (rispetto ai 1822 degli Sta-
ti Uniti e i 1956 del Canada). Queste cifre ovviamente non
hanno senso. Infatti, se conosciamo in m aniera precisa il nu-
mero dei sacerdoti, quello dei cattolici presenti in ciascuna
nazione latinoamericana è chiaramente esagerato. Nel calco-
lare il loro numero, la prassi dei funzionari locali è stata
quella di non prestare attenzione alle presenze in chiesa, né
ai dati statistici sui battesimi. Semplicemente, sottraggono
una piccola porzione dalla popolazione totale e dichiarano
che tutti gli altri fanno parte della Chiesa. Fino a poco tem-
po fa, pubblicazioni ufficiali come l'Almanacco cattolico, ri-
portavano il dato secondo cui risultava appartenere alla reli-
gione cattolica più del 95% della popolazione complessiva
della maggior parte dei paesi dell'America Latina.
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 305

La carenza di sacerdoti però, attesta in modo forte il contra-


rio. Prima di tutto, il livello generale dell'impegno cattolico
non è bastato a spingere molte persone a prendere gli ordini.
Anche oggi, un numero cospicuo dei sacerdoti dell'America
Latina è straniero: l'87% di quelli che officiano in Messico e in
Guatemala, il 75% in Venezuela, e il 55% in Cile. In contrasto,
solo il 12% dei sacerdoti cattolici che officiano in India sono na-
ti all'estero20. In secondo luogo, sembra che questo numero ri-
dotto di sacerdoti sia sufficiente alla richiesta di funzioni. La
presenza alla messa è stata sempre molto bassa e anche il bat-
tesimo è ben lontano dall'essere prassi comune, per quanto
molte persone facciano battezzare i propri figli solo per garan-
tire loro «buona fortuna». Come osservato daH'emerito David
Martin: «La cultura della gente è stata piuttosto resistente agli
insegnamenti cattolici. [...] Forse meno del 20% dei latino-
americani frequentano regolarmente la chiesa [cattolica]»21.
L'irreligiosità latino-americana, tuttavia, non scaturisce
da alcuna sorta di m odernità laica; prospera piuttosto la fe-
de nella magia e nella superstizione. I sudamericani riman-
gono esclusi dalla comunità cattolica perché un clero sov-
venzionato si è accontentato, come osservato da Adam
Smith, di adagiarsi sui propri privilegi, affidando allo Stato
la soppressione di tutti i potenziali concorrenti. Il fatto ap-
pare evidente, visto quanto è successo dal momento in cui,
qualche decennio fa, la maggior parte dei paesi latini ha ri-
nunciato alle leggi contro le religioni non cattoliche: si stan-
no diffondendo in tutto il continente forti gruppi protestan-
ti! In molti paesi sudamericani la maggioranza di coloro che
vanno in chiesa la domenica mattina è protestante, e in mol-
te di queste stesse nazioni i missionari stranieri superano in
m odo sostanzioso il num ero dei sacerdoti cattolici. Come poi
preannunciato dalle recenti teorie fondate sull'idea delle
306 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

economie religiose22, la concorrenza ha rapidam ente rinvi-


gorito il cattolicesimo latino. Infatti, dov'è maggiore il nu-
mero dei protestanti è più alta anche la percentuale di parte-
cipazione dei cattolici alla m essa23! Per la prim a volta nella
storia, in molti paesi dell'America Latina stanno aumentan-
do le iscrizioni a seminari cattolici24 e cresce molto rapida-
mente il Movimento Carismatico Cattolico25, ulteriore prova
che in un'economia religiosa pluralista la Chiesa prospera.

La religione nel libero mercato


Non è facile raggiungere la libertà religiosa. Sebbene fos-
sero fuggiti dall'Europa per evitare la persecuzione, dalla lo-
ro esperienza i padri pellegrini non impararono nulla sulla
tolleranza; appresero solo a sfruttare il potere. Sin dall'inizio,
la colonia della baia del M assachusetts istituì una chiesa di
Stato e perseguitò ogni accenno di dissenso. Ad esempio,
ogni volta che si accorgevano della presenza di quaccheri,
anche solo a bordo di navi ancorate nel porto, i congregazio-
nalisti li sottoponevano a pubbliche frustate e all'espulsione.
Tra il 1659 e il 1661, quattro quaccheri vennero impiccati per-
ché tornati nel Massachusetts, dove precedentemente erano
stati frustati e cacciati. Vi erano colonie più tolleranti, ma la
maggior parte di esse aveva costituito chiese ufficiali nazio-
nali: la Chiesa d'Inghilterra a New York, in Virginia, nel
Maryland, nel North e South Carolina e in Georgia, e la
Chiesa congregazionalista nelle colonie del New England.
Sorprendentemente, gli osservatori locali riconobbero sin
dall'inizio che la religione aveva più vigore nelle colonie in
cui non vi era una chiesa sovvenzionata dallo Stato. Come
scrisse da New York il colonnello Lewis Morris - già gover-
natore coloniale del New Jersey, ormai in pensione - in una
lettera a u n amico:
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 307

Attingere a forza dal salario [delle persone] per pagare i mini-


stri della Chiesa può essere un modo per sostentarli, ma loro
non convertiranno molte persone. [Ritengo che senza sostegno
ufficiale] la Chiesa in tutta probabilità prospererà e ritengo che
al giorno d'oggi si troverebbe in una posizione migliore se non
vi fosse stato nessun atto [di instaurazione legale da parte del-
l'assemblea di New York] a suo favore; infatti, nel Jersey e in
Pennsylvania, dove non vi sono tali atti, il numero di persone
che frequentano la chiesa è quattro volte superiore a quello de-
la provincia di New York; e la maggior parte di loro sono [reli-
giosi] per principio, mentre nove su dieci dei nostri non ag-
giungeranno alcun onore a qualunque religione appartengano,
né ci si può aspettare altrimenti26.

Tuttavia, la tolleranza religiosa americana e la messa al


bando di imposizioni religiose ufficiali non scaturirono da
intuizioni di questo tipo, né furono radicate nel pensiero li-
berale. La libertà di religione fu una questione di necessità. Il
pluralism o esisteva, che piacesse o meno. Talmente tanti co-
lonizzatori si erano portati con sé le loro religioni che, nel
1776, alla vigilia della Rivoluzione, la composizione delle co-
Ionie era quella indicata nella tabella 7-1: persino i congrega-
zionalisti possedevano solo il 20% delle congregazioni. Ov-
viamente, le chiese di Stato non svanirono all'improvviso,
dal momento che nella costituzione federale il divieto di so-
stenere religioni nazionali non venne interpretato dai singo-
li Stati come qualcosa di obbligatorio: il Connecticut privò la
Chiesa congregazionale del sostegno ufficiale nel 1818, se-
guito dal New Hampshire nel 1819; ma il Massachusetts non
smise di raccogliere le tasse destinate al sostentamento del
congregazionalismo di Stato fino al 1833.
308 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Tabella 7-1. Numero delle congregazioni religiose nelle tredici colonie di-
vise per confessioni nel 1776.

Confessione n. congregazioni
Congregazionali 668
Presbiteriani (tutti i gruppi) 558
Battisti (tutte le divisioni) 497
Episcopali (chiesa d'Inghilterra) 495
Quaccheri 310
Tedeschi riformati 159
Luterani (tutti i sinodi) 150
Olandesi riformati 120
Metodisti 65
Romani cattolici 56
Moravi 31
Separatisti e indipendenti 27
Dunkard 24
Mennoniti 16
Ugonotti 7
Sandemaniani 6
Ebrei 5
Totale 3228
Fonti: Charles O. PauUin, Atlas of Historical Geography ofthe United States, Car-
negie Institution, Washington DC 1932; Roger Finke, Rodney Stark, The Chur-
ching of America, 1776-1990, Rutgers University Press, Brunswick 1992; The
Churching of America, 1776-2000, Rutgers University Press, Brunswick 2005.

Sebbene nel 1776 vi fosse una congregazione religiosa ogni


650 abitanti, l'effettiva appartenenza a esse in America era più
bassa rispetto ai parametri odierni. Tutti dichiaravano di esse-
re cristiani ma, in realtà, coloro che appartenevano a una spe-
cifica congregazione erano un po' meno del 20%. Persino nel­
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 309

la Boston puritana c'erano probabilmente più persone nelle


osterie il sabato sera di quante ve ne fossero in chiesa la do-
menica mattina. Era, ovviamente, un retaggio proveniente
dall'Europa, dove il prevalere delle chiese ufficiali aveva sem-
pre soffocato la partecipazione. Quando, però, tutte le chiese
si trovarono nella stessa posizione e dovettero competere per
guadagnare sostenitori, cominciarono a manifestarsi i «mira-
coli» del pluralismo. Quasi un secolo dopo, nel 1860, più di un
terzo (37%) degli americani apparteneva davvero a una con-
gregazione. All'inizio del XX secolo, si superò la soglia del
50%. E durante gli ultimi trent'anni si è raggiunta una quota
leggermente superiore al 60%, probabilmente il massimo che
possa essere raggiunto (il 90% degli americani dichiara un'af-
filiazione confessionale, ma molti non sono effettivamente le-
gati a una congregazione locale)27. Un fenomeno molto simile
si è verificato in Canada.
Comunque, persino all'inizio del XIX secolo, quando non
era che un americano su quattro ad appartenere a una chiesa
locale, i viaggiatori europei si meravigliavano della religiosità
americana. Nel 1818, l'intellettuale inglese William Cobbett de-
scriveva agli amici in patria, nella cittadina di Botley, la sua
meraviglia a proposito di come fossero popolate e popolari le
chiese in America: «Ci sono molte chiese [...] e, queste, non so-
no squallide; ma ciascuna è più grande e meglio costruita di
[quelle di] Botley» 28. Scrivendo a proposito dei suoi viaggi ne-
gli Stati Uniti nel 1830-31, Alexis de Tocqueville sottolineò che
«l'America è tuttavia ancora il paese del mondo in cui la reli-
gione cristiana ha conservato maggior potere sulle anime » 29.
Alla metà del secolo, il teologo svizzero Philip Schaff osservò
che a New York l'affluenza alle chiese luterane era maggiore
che a Berlino30. E tutti questi osservatori stranieri sapevano che
la ragione di tutto era il pluralismo. Come spiegò Cobbett,
310 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

È la c o n d iz io n e d i ch ie sa istitu ita d a lla le g g e a ren d erla p o co


u tile alla vera re lig io n e [...]. La ch ie sa d i Stato im p o n e a lle p er-
so n e p a stori ch e n o n p o s s o n o rispettare e che, an zi, d e v o n o di-
sp rezzare. [...] Q u a n d o i n ostri p asto ri [...] p arlan o d i re lig io n e
o d ella C h iesa in p erico lo [sen za d ecim e ], in te n d o n o d ire ch e te-
m o n o d i essere o b b lig a ti a g u a d a g n a rsi d a v iv e r e .31

Nel 1837, il giornalista austriaco Frances G rund scrisse


che la Chiesa ufficiale rende il clero «pigro e indolente»,
mentre in America, grazie alla concorrenza, non c'è «un solo
pigro tra [il clero]; sono tutti obbligati a impegnarsi per il be-
nessere spirituale delle loro rispettive congregazioni» 32.
Ma non tutto il clero si è im pegnato allo stesso modo, con
il risultato che l'odierno profilo della diffusione delle reli-
gioni in America è estremamente diverso da quello del 1776.
Q uattro delle cinque confessioni religiose allora più diffuse
sono diventate minoritarie e continuano a diminuire: i con-
gregazionalisti (oggi denom inati Chiesa di Cristo Unita), i
presbiteriani, i membri della chiesa episcopale e i Quacche-
ri. I Metodisti, nell'800, crebbero fino a diventare la maggio-
re confessione americana, con un terzo di tutti gli apparte-
nenti a una chiesa, nel 1850, seguiti dai Battisti con il 21%.
Nel secolo seguente, poi, i Metodisti divennero una confes-
sione arrendevole, il che condusse a un serio declino della
partecipazione, soprattutto negli ultimi 40 anni. I Battisti in-
vece, hanno continuato a crescere e oggi la Convenzione
Battista del Sud è il maggiore gruppo protestante del paese.
Uno dei motivi per cui i Battisti hanno superato i Metodisti
è che sempre più m embri del clero metodista hanno comin-
ciato ad abbracciare la teologia «moderna», protetti da po-
tenti vescovi che condividevano le loro opinioni, non molto
popolari tra i fedeli. Il clero battista, al contrario, è sempre
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 311

rimasto agli ordini delle congregazioni e coloro che trasgre-


discono o non riescono a interessare i fedeli vengono licen-
ziati. Come si può osservare nella tabella 7-2, si riscontra
una rapida crescita anche di altri gruppi protestanti evan-
gelici, come i Mormoni. Senza dubbio, un'econom ia religio-
sa ove vige il libero mercato favorisce le organizzazioni più
energiche e incisive.

Tabella 7-2. Alcune confessioni americane in ascesa e in declino.

Fedeli/1000 statunitensi
Confessione 1960 2000 %
Chiesa di Cristo Unita 12,4 5,0 -71
Chiesa Episcopale 18,1 8,2 -55
Chiesa Metodista Unita 58,9 29,8 ‫־‬49
Chiesa Presbiteriana (USA) 23,0 12,7 -45
Chiesa Evangelica Luterana Americana 29,3 18,2 -39
Chiesa Universalista Unitaria 1,0 0,8 -20
Quaccheri (tutte le assemblee) 0,7 0,6 -14
Chiesa Romana Cattolica 233,0 221,7 -5
Convenzione Battista del Sud 53,8 56,3 +5
Chiesa del Nazareno 1,7 2,2 +35
Avventisti del Settimo Giorno 1,8 3,1 +72
Foursquare Gospel 0,5 0,9 +80
Santi degli Ultimi Giorni (Mormoni) 8,2 18,2 +122
Assemblee di Dio 2,8 9,1 +225
Chiesa di Dio (Cleveland, Tenn.) 0,9 3,1 +244
Chiesa di Dio in Cristo 2,2 19,5 +786
Fonti: Yearbook o f American Churches, 1962, e Yearbook o f American and Cana-
dian Churches, 2001.
312 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Anche se chiese competitive e clero attivo si accordano ai


fondamentali principi del capitalismo, nel Nord America è
stata la libertà a far fiorire sia la religione sia il commercio.

Libertà: modelli di governo

All'inizio del XIX secolo, Alexis de Tocqueville descrisse


gli abitanti degli Stati Uniti come «uno dei popoli più liberi
e più civili del m ondo»33. Nessuno scrisse nulla del genere a
proposito di nazioni a sud del Rio Grande.
Un paragone basato sul 1770 ne rivela le molte ragioni.
A quell'epoca le colonie nordam ericane stavano per essere
rapidam ente popolate da ondate di piccoli proprietari ter-
rieri e venivano am m inistrate da governatori in collabora-
zione con assemblee coloniali attive ed elettive. Il potere po-
litico ultim o apparteneva al Parlamento inglese, eletto, dal
momento che il potere regio era ormai piuttosto limitato.
Nelle colonie spagnole, invece, si erano stanziati in modo
sparso aristocratici hidalgo, o aspiranti tali, in enormi prò-
prietà terriere concesse da decreti reali. Queste estancias
funzionavano principalm ente con l'utilizzo di forza lavoro
indigena e quasi forzata e di europei assunti come respon-
sabili e supervisori. Esistevano pochissimi piccoli proprie-
tari terrieri europei.
Le colonie spagnole erano governate da un viceré, insie-
me a una massima struttura am m inistrativa denom inata
Audiencia, di cui facevano parte alti funzionari inviati dalla
Spagna. Per di più, nelle Americhe spagnole nessuno ave-
va potere legislativo e tutte le leggi im poste alle colonie
erano stabilite in S pagna34. Neanche qui vi era un regime
democratico; il paese era ancora un regno feudale. Di fatto,
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 313

tutte le cariche am m inistrative coloniali erano vendute dal


re di Spagna! Si prestava una certa attenzione alle qualifi-
che dei candidati ma l'origine familiare e la possibilità di
pagare avevano un peso maggiore. Il num ero di cariche uf-
ficiali vendute nelle colonie aum entò grandem ente duran-
te il regno di Filippo II, infatti con esse il monarca tentava,
senza riuscirci, di evitare ripetute bancarotte. Chi era in cer-
ca di prestigio sociale com prava cariche in gran parte ono-
rifiche, m a la m aggior parte di queste venivano acquistate
come investim enti in vista delle molte opportunità di ven-
dere poi protezione e servigi. Dal mom ento che fino al
XVIII secolo quasi tutte le persone designate alla carica era-
no residenti in Spagna, che non avevano precedentem ente
familiarizzato con le colonie e che alla fine dell'incarico fa-
cevano ritorno in m adrepatria, spesso le loro decisioni non
erano molto sagge35.
In sintesi, mentre quasi tutti i colonizzatori inglesi erano
giunti nel Nuovo M ondo per rimanerci, gli spagnoli erano
solamente ospiti di passaggio. Le colonie inglesi si fondava-
no sulla produzione, mentre quelle spagnole sull'estorsione.

Colonizzazione
L'aspetto forse più insolito degli insediamenti spagnoli
nel N uovo Mondo, in particolare dall'inizio del XVI secolo
fino al XIX, è l'esiguo num ero di persone che vi giunsero. Gli
spagnoli che emigravano nel Nuovo M ondo dovevano regi-
strarsi presso la Camera del commercio di Siviglia e, in tutto
il XVI secolo, lo fecero solamente 56.000 persone. In u n pri-
mo momento, gli storici pensarono che gli emigranti clande-
stini superassero di molto la cifra, ma è stato ormai appura-
to che il num ero fu in ogni caso esiguo36. Allo stesso modo,
la stima secondo cui tra il 1500 e il 164037 si recarono nel
314 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Nuovo Mondo un po' più di 300.000 spagnoli, al giorno


d'oggi è ritenuta troppo a lta 38. Persino queste cifre, però,
avrebbero lasciato la maggior parte dell'America Latina di-
sabitata da europei.
Erano molti i motivi per cui gli spagnoli non si mossero
numerosi verso Occidente. Per prim a cosa, la Spagna, diver-
samente dall'Inghilterra, non aveva abbondanza di «nego-
zianti» o di persone che avessero l'ambizione di divenire pie-
coli proprietari terrieri di successo; la stessa Spagna era un
paese di estese proprietà terriere e di contadini la cui condi-
zione era leggermente superiore a quella di servi. Inoltre, non
vi erano grandi speranze di diventare negoziante di successo
o piccolo proprietario terriero in un Nuovo Mondo anch'esso
dominato da proprietari terrieri feudali, nonostante le prò-
spettive per gli emigranti molto poveri fossero comunque più
promettenti di quanto non credesse chi restava in Spagna.
Il viaggio estremamente pericoloso era un secondo moti-
vo per non andare nel Nuovo Mondo. Molti morivano a bor-
do delle navi a causa di diverse malattie o per la sete, e un
gran numero d'imbarcazioni andò perduto. L'Atlantico era
grande e tempestoso, e gli spagnoli possedevano navi di
qualità inferiore, ridotta manutenzione e marinai abbastanza
inesperti: si ricordino le vicende di entrambe le Armada.
Molti diari e lettere giunti sino a noi testimoniano gli orrori
della traversata. Inoltre, l'attrattiva dell'emigrazione era mi-
nimizzata dal fatto che la maggior parte dei pochi che parti-
vano non program m avano di fermarsi, ma semplicemente di
soggiornare alla ricerca di una ricchezza improvvisa. Molti,
forse i più, di quelli che riuscirono a diventare ricchi fecero
poi ritorno in Spagna, dove espressero l'immenso sollievo di
essere tornati. Ci sono poi lettere scritte ai parenti a casa, in
cui i meno fortunati si pentono di essere partiti.
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 315

Infine, le autorità, sia spagnole sia delle colonie, impone-


vano restrizioni all'immigrazione per mantenerne basso il
num ero di nuovi abitanti. In quell'epoca, infatti, le economie
coloniali spagnole erano alimentate dall'estrazione ed espor-
tazione dell'oro e dell'argento, per cui i nuovi abitanti erano
considerati un'eccedenza costosa che si sarebbe sommata ai
costi per il sovvenzionamento della vita coloniale. Così, per
limitare il num ero dei nuovi arrivi, quando possibile, le au-
torità rifiutavano il permesso di entrata, a meno che non si
avessero parenti già insediati in una colonia. Tutti coloro che
non erano cattolici o spagnoli erano esclusi. In un prim o mo-
mento, poterono emigrare solo uomini soli, poi anche gli uo-
mini sposati ottennero il permesso di portarsi la famiglia nel
N uovo Mondo; donne sole non furono mai accettate, il che
portò all'aum ento della popolazione creola e meticcia.
Gli emigranti inglesi, invece, approdarono alle colonie del
Nord America molto più numerosi degli spagnoli: si stima
che tra il 1640 e il 176039, sia emigrato dall'Inghilterra u n to-
tale di più di 600.000 persone, e molti altri partirono da Olan-
da, Francia, Germania e da altre parti d'Europa. Molti dei co-
lonizzatori erano intere famiglie o coppie sposate. Ma arri-
varono anche persone sole: donne così come uomini. Non
giunsero alla ricerca di proprietà feudali o di miniere di oro
e argento. I più arrivarono spinti dai salari alti diffusi nelle
colonie e dalle straordinarie opportunità di ottenere terre
fertili o di aprire un'officina o un negozio. Non avevano al-
cun interesse a tornare. Inoltre, dal momento che viaggiava-
no su navi inglesi e cominciarono a emigrare un secolo do-
po, queste persone affrontarono traversate più sicure, molto
meno stancanti e più brevi. Sebbene tra le folle di immigran-
ti nelle colonie del N ord molti divennero proprietari di pie-
cole fattorie, non tutti praticarono un'agricoltura di sussi­
316 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

stenza40. Rispetto ai lotti dei contadini europei, possedevano


enormi fattorie a gestione familiare e partecipavano ai so-
stanziosi e regolari profitti dati dall'esportazione dei raccol-
ti e del pellame in Inghilterra, e dal sostentamento dei colo-
ni che non avevano attività agricole. Gli spagnoli, al contra-
rio, non im portavano solo prodotti manifatturieri, ma anche
grandi quantità di cibo, pagato principalmente con i m etalli
preziosi delle miniere, molte delle quali interamente di prò-
prietà della corona. Un'ulteriore ragione di rapida coloniz-
zazione nel Nord fu l'effetto delle politiche inglesi, che per-
misero un'im m igrazione abbastanza libera proveniente dal-
la maggior parte delle nazioni europee, oltre che di dissi-
denti religiosi e persino cattolici romani. Nel 1776, nelle 13
colonie esistevano già 56 parrocchie cattoliche e 5 sinagoghe.

Governo coloniale e autorità


Le colonie spagnole erano, in linea di principio, governa-
te da regimi autoritari imposti dalla corte. Nella pratica,
però, la Spagna era lontana - spesso per uno scambio di
messaggi occorreva un anno o più - per cui solitamente le
élite locali agivano come volevano. Le «Nuove Leggi», ad
esempio, imposte nel 1542 dalla Spagna per proteggere i na-
tivi dalla schiavitù e dallo sfruttamento disumano, furono
ignorate; in Messico, il viceré le sospese ufficialmente per
evitare un'insurrezione. Il fatto che le colonie non potessero
essere governate senza l'aiuto dei colonizzatori non portò al-
la democrazia, ma semplicemente aggiunse oligarchie locali
a quelle nominate dalla corona.
Le colonie inglesi garantivano una maggiore libertà indi-
viduale e u n notevole grado di democrazia. Sin dagli albori,
avevano eletto assemblee popolari per consultarsi «e spesso
ostacolare i loro governatori inglesi»41. Naturalmente, solo
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 317

chi aveva proprietà poteva votare alle elezioni delle assem-


blee, ma il bacino era piuttosto ampio, dal momento che un
gran num ero di colonizzatori possedeva fattorie o negozi.
Oltre al governo in sé, forse il principale aspetto di control-
lo imposto dai paesi europei alle loro colonie fu una serie di
politiche economiche che Adam Smith chiamò mercantilismo.
La principale caratteristica di questo sistema era quella di ten-
tare di approfittarsi delle colonie. Il meccanismo consisteva
nel richiedere a una di queste di commerciare solamente con
la potenza coloniale, scambiando materie prime per manufat-
ti, con la bilancia commerciale a favore della madrepatria.
In linea con le politiche mercantiliste, gli inglesi importa-
vano dal N ord America prodotti agricoli, pellicce e pelli, mi-
lioni di libbre di pesce essiccato, grasso di balena e materie
prim e in cambio di prodotti manifatturieri, e fissavano i
prezzi da pagare e da far pagare per assicurarsi una bilancia
commerciale favorevole. Questo fu sempre fonte di attriti e
incoraggiò gli Americani del N ord a dedicarsi al contrab-
bando e al commercio illegale, e a fondare molte piccole
aziende manifatturiere locali, sul modello del capitalismo in-
glese. Col passare del tempo, le esportazioni americane ver-
so l'Inghilterra divennero sempre meno di «materie prime»,
riflettendo lo sviluppo economico locale. Nel 1770, ad esem-
pio, le colonie americane esportavano più farina che grano
non macinato, grandi quantità di sapone e candele, molte
più doghe per botti, aste e tavole finite che non tronchi d'ai-
bero, un'im m ensa quantità di rum (invece di melasse non di-
stillate), e persino 3149 paia di scarpe42. Per il Nord America
fu poi uno stimolo economico il fatto che, nonostante sfrut-
tasserò la loro superiorità navale per evitare che navi con al-
tre bandiere (specialmente olandesi) trasportassero carichi
verso le loro colonie, gli inglesi lasciassero operare libera­
318 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

mente i vascelli coloniali. Nel New England si potevano co-


struire navi in m odo molto più economico che in Inghilterra
(grandi quantità di materiali fondamentali per la costruzio-
ne delle navi e per la fornitura navale erano trasportate dal
Nuovo M ondo verso la madrepatria), e questo fu uno stimo-
10 enorme per lo sviluppo dell'industria coloniale navale e
della marina mercantile americana: nel 1773, i cantieri nava-
11 americani costruirono 638 vascelli oceanici43. La disponibi-
lità di una marina mercantile così numerosa facilitò a tal
punto il contrabbando e il commercio abusivo che, nel 1770,
le esportazioni coloniali americane in Europa e nelle Indie
Occidentali fruttarono quanto quelle inglesi44.
Ciononostante, se si osservano le statistiche degli scambi,
l'Inghilterra sembrò approfittare delle politiche mercantili
con le colonie. Nel 1772, la stima delle esportazioni dai pos-
sedimenti americani all'Inghilterra era di 1,3 milioni di ster-
line, mentre le importazioni dall'Inghilterra ammontavano a
3 milioni 45. Tuttavia, le spese di mantenimento delle colonie
superavano di molto il prezzo che la potenza coloniale pa-
gava per le sue importazioni. I governi dovevano inoltre af-
frontare spese per amministrare, difendere e a volte domina-
re le proprie colonie. Nel caso dell'America settentrionale,
l'Inghilterra dovette difendere i suoi possedimenti, soprat-
tutto nel corso di tre costose guerre con la Francia. Vista la
notevole ricchezza delle colonie (il reddito prò capite era
molto più alto di quello inglese), il Parlamento decise di im-
porre tasse che contribuissero a fronteggiare le ingenti spese
militari. Questa mossa del Parlamento incontrò un'accanita
resistenza e contribuì a scatenare la Rivoluzione, imponendo
all'Inghilterra nuove spese ingenti.
All'inizio, la Spagna sembrò approfittare immensamente
delle sue colonie nel N uovo Mondo. Navi piene di tesori sai-
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 319

pavano verso Oriente, mentre altre navi cariche di cibo e ma-


nufatti veleggiavano verso Occidente. A causa dei pericoli
provenienti da incursori e pirati inglesi e olandesi, e per ren-
dere minimo il contrabbando, gli spagnoli organizzavano la
loro attività commerciale in due convogli annuali tra Siviglia
e i porti dei Caraibi: la flotta in uscita trasportava prodotti
d'esportazione spagnoli e il convoglio tornava con prodotti
d'importazione, compresi carichi d'oro e argento dalle mi-
niere del Nuovo Mondo e merci trasferite attraverso Panama
da navi tesoriere del Pacifico. Come già osservato nel capi-
tolo 6, però, i tesori asiatici e l'oro e l'argento coloniale non
fecero altro che far vivere la Spagna ben al di sopra dei prò-
pri mezzi e contribuirono a ostacolare lo sviluppo economi-
co, sia nella m adrepatria sia nelle colonie oltreoceano. Di fat-
to, diversamente da quanto avveniva in Inghilterra, la Spa-
gna non era in grado di fornire i suoi prodotti manifatturie-
ri alle colonie, ma doveva acquistarli da altri paesi europei
(spesso dall'Inghilterra) per poi rivenderli alle colonie con
un sovrapprezzo. Questo aspetto rese il contrabbando molto
vantaggioso e largamente praticato. Tuttavia, non stimolò la
produzione manifatturiera nelle colonie, cosa a cui la corona
si sarebbe opposta e che, comunque, sarebbe stata incompa-
tibile con il feudalesimo rurale su cui si fondavano le colonie
stesse. Queste non erano in grado di esportare molte materie
prim e in Spagna poiché le loro proprietà erano per lo più im-
prese di sussistenza, né tali materie prim e sarebbero servite
nell'economia spagnola non industrializzata.
In sintesi: le colonie inglesi godevano di un grado molto
alto di autonomia politica locale che si fondava su istituzio-
ni piuttosto democratiche. Le colonie spagnole erano gover-
nate da oligarchie, spagnole o interne. Entrambi i domini co-
lordali furono sfruttati e le loro economie vennero in u n cer­
320 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

to senso falsate e dominate dal mercantilismo. Al N ord ciò


stimolò lo sviluppo di un'econom ia interna, mentre al Sud
rafforzò il feudalesimo.

Indipendenza
Non è questa la sede dove fare una sintesi della Rivoluzio-
ne americana o delle varie campagne che liberarono l'Ameri-
ca Latina. L'attenzione si concentrerà su molte differenze cru-
ciali tra il Nord e il Sud che ebbero conseguenze permanenti.
La guerra rivoluzionaria non fu così im pari come alle
volte viene presentata. Le colonie erano popolate abbastan-
za densam ente e in grado di provvedere a forze militari
considerevoli; nel 1776, le 13 colonie avevano una popola-
zione totale che am m ontava a 2,5 milioni di abitanti, contro
gli 8,3 milioni che vivevano in Gran Bretagna (Irlanda esclu-
sa). Le colonie erano contigue e unite da cultura, commer-
ciò, visione del mondo, circostanze e rapporti personali. Il
legame si strinse per le esigenze della guerra e successiva-
mente per la partenza di molti colonizzatori che avevano
sostenuto gli inglesi. È vero, però, che i coloni americani
avevano contro di loro la principale potenza economica del
mondo, u n paese in grado di impiegare e sostentare grandi
eserciti oltreoceano e di conquistare e m antenere alcune del-
le maggiori città. Ma la loro linea di rifornimento era lunga
più di 5000 chilometri e gli inglesi vennero contrastati nei
loro sforzi di assediare le colonie non solo dalla flotta mer-
cantile coloniale, m a anche da interferenze francesi e olan-
desi. Alla fine, agli inglesi mancarono le truppe e il sostegno
popolare per avere la meglio in una campagna contro u n ne-
mico sfuggente e, inoltre, le spese di guerra non potevano
più essere giustificate, soprattutto da un Parlamento eletto.
Dopo la guerra, la nuova nazione si unificò facilmente e la
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 321

lunga eredità della cultura politica inglese sorresse il for-


marsi di istituzioni democratiche permanenti.
In America Latina, i movimenti di liberazione non coin-
volsero le colonie in una battaglia lunga, ardua e aggregante
contro una potente nazione europea. Quando, nel 1808, la
Spagna venne conquistata da Napoleone, le sue debolezze
erano evidenti a tutti e la liberazione delle colonie spagnole
del Nuovo Mondo non fu contrastata dall'estero. L'opposi-
zione era dovuta a interessi locali e giunse da parte di chi
preferì rimanere colonizzatore invece che abbracciare la re-
torica «rivoluzionaria» dei «liberatori». Neanche la sconfitta
di Napoleone, nel 1815, mise in alcun modo la Spagna nella
posizione di imporre nuovamente i suoi diritti sulla parte
meridionale del continente. All'inizio del 1820, gli unici pos-
sedimenti spagnoli nel N uovo Mondo rimanevano Cuba e
Porto Rico; il resto era stato «liberato». Il Brasile divenne re-
gno indipendente nel 1822.
L'indipendenza portò alla Chiesa sia guadagni sia perdi-
te. In primo luogo, non era più subordinata alla corona spa-
gnola (e portoghese). Da allora in poi il Vaticano scelse i suoi
vescovi e i pronunciamenti papali non furono più soggetti a
censura. In secondo luogo, i liberatori ritennero vantaggioso
conservare l'appoggio della Chiesa e per ottenerlo estesero
molti privilegi46. In seguito, tuttavia, in alcuni paesi le prò-
prietà terriere ecclesiastiche vennero confiscate (nel nome
della liberación) e la proibizione legale delle fedi non cattoli-
che molto allentata. Ma nelle questioni laiche la Chiesa ri-
mase u n interlocutore fondamentale.
Una volta guadagnata la libertà, tra i latinoamericani sor-
se un grande ottimismo. La maggior parte dei cittadini in-
fluenti credettero che ci fosse solo bisogno di capitale suffi-
ciente e ulteriore m anodopera specializzata per sfruttare le
322 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

molte risorse naturali del continente, dal momento che la


Spagna non li ostacolava più e che avrebbero potuto accede-
re ai mercati europei47.
Naturalmente, come vedremo, la m anodopera specializ-
zata rimase carente. Ma vi era una mancanza più seria, qual-
cosa che troppi davano per scontata: la libertà.
Le colonie da poco liberate non costituivano un gruppo di
insediamenti solidi, abbastanza integrati e contigui, ma era-
no sparpagliate e isolate a causa di grandi barriere geografi-
che, e il dominio locale era nelle m ani di cricche isolate e op-
portunisti. Scoppiarono molte guerre. Le unità politiche più
estese furono smembrate in molte più piccole. Nel 1823, ΓΑ-
merica Centrale si era separata dal Messico. «Alla fine, la
Gran Colombia - l'unione tra Venezuela, Colombia e Ecua-
dor creata da Simón Bolivar - fu disgregata nel 1830, dopo la
morte del Liberatore, e l'unione dalla vita breve tra Perù e
Bolivia crollò nel decennio a partire dal 1830, a seguito di
un'invasione cilena» 48, Da tutto questo scompiglio nacquero
regimi autoritari e avidi. Erano comuni i governi militari o le
repubbliche monopartitiche e, a prescindere dalla forma di
governo, rimase relativamente intatto il vecchio sistema di-
viso in caste, dim ostrando quanto fossero infondati i timori
nei confronti della retorica rivoluzionaria dei liberatori. Per-
sino in nazioni in cui si svolgevano le elezioni, pochissimi
cittadini avevano il diritto di votare49.

Fine della schiavitù


Comunque, il rovesciamento del dominio coloniale spa-
gnolo pose fine alla schiavitù. Vi concorsero diversi fattori. In-
nanzitutto, fatta eccezione per il Brasile e le isole, la maggior
parte dell'America Latina non sviluppò mai economie fonda-
te sulle piantagioni, per cui l'utilizzo di schiavi africani av­
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 323

venne sempre su scala ridotta. In secondo luogo, i proprietari


di schiavi di solito si opponevano ai movimenti indipendenti-
sti, i quali appoggiavano l'emancipazione in modo da poter
enumerare gli schiavi tra coloro che sostenevano la causa -
per quanto è probabile che i leader rivoluzionari fossero sin-
ceri nel contrastare la schiavitù. A ogni modo, nella maggior
parte dell'America Latina si ottenne l'emancipazione molto
tempo prim a della Guerra Civile Americana: nel 1813 in Ar-
gentina, nel 1814 in Colombia, nel 1823 in Cile, nel 1829 in
Messico e, a partire dal 1850, in Ecuador, Perù, e Venezuela.
Rimasero Brasile, Cuba e Porto Rico. Il loro destino fu se-
gnato dalla sconfitta della Confederazione: all'inizio della
guerra civile alcuni avevano previsto un'unione degli Stati
Uniti del Sud con Cuba, Porto Rico e forse addirittura con il
Brasile. A guerra finita, la m arina inglese intercettò quasi
tutti i tentativi d'inviare nuovi schiavi dall'Africa a queste
ultim e società schiaviste, e sotto l'intensa pressione econo-
mica e diplomatica dell'Europa e degli Stati Uniti, gli schia-
vi vennero emancipati a Porto Rico nel 1873, a Cuba nel
1886 e in Brasile nel 1888.
N on è chiaro in che m isura la schiavitù ostacolò lo svi-
luppo economico dell'America Latina; dall'emancipazione
non scaturì alcuna accelerazione dello sviluppo. Si sa, tutta-
via, che la schiavitù influenzò molto lo sviluppo economico
dell'Am erica settentrionale. Nel 1860, gli Stati Uniti nordo-
rientali erano divenuti una delle principali potenze indù-
striali mondiali, mentre il Sud rimaneva una regione al-
quanto feudale e agricola, dove mancavano città e industrie.
N on è dunque vero che l'economia basata sulle piantagioni
dove lavoravano schiavi non generasse profitto e fosse pros-
sima al crollo perché non produttiva, anche se generazioni
di storici hanno sottoscritto quest'invenzione50. Le pianta­
32 4 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

gioni producevano molti profitti e funzionavano in armonia


con i principi capitalistici essenziali. Però non finanziavano
lo sviluppo, ma, al contrario, favorivano élite politiche che
insistevano nella difesa di «uno stile di vita sudista», ostile
aH'industria e al cambiamento.

Capitalismo

Nel 1620, quando la Mayflower salpò, l'Inghilterra era la


prim a potenza economica mondiale, denigrata da europei ri-
vali e invidiosi che la indicavano come «una nazione di bot-
tegai». Il capitalismo inglese in espansione stava surclassan-
do qualsiasi economia precedentemente apparsa nella storia,
favorendo una crescita industriale e innovazioni apparente-
mente infinite e rapide, a cui si fece presto riferimento come
Rivoluzione industriale. Queste stesse pratiche e prospettive
economiche capitalistiche fondamentali approdarono nel
Nuovo Mondo inglese, perché le colonie ebbero origine e si
popolarono di emigranti che non erano spinti dalla ricerca di
città d'oro, ma dalle opportunità di fatto illimitate, offerte da
una «inesauribile» distesa di terreno fertile da coltivare e di
risorse naturali da sfruttare. Questa nuova ricca civiltà in ra-
pido sviluppo aveva bisogno, oltre che di agricoltori, di nu-
merosi mercanti, mastri artigiani e artigiani specializzati. Dal
momento, poi, che questi gruppi professionali arrivarono
molto numerosi, specialmente nelle colonie settentrionali51,
l'America inglese divenne una terra di ambiziosi piccoli prò-
prietari terrieri, pervasi dallo spirito del capitalismo, i quali
naturalm ente si riconoscevano negli aforismi a favore del la-
voro e della frugalità così ben espressi da Benjamin Franklin
(e sopravvalutati da Max Weber). Persino all'interno delle
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 325

prim e comunità puritane, presumibilmente fondate su prin-


cipi comunitari, gli imprenditori prosperavano, la specula-
zione terriera era diffusa e la maggior parte delle nuove città
venivano fondate ed espanse anticipando il nascente merca-
to im mobiliare52.

Industria e lavoro
Nel 1776, nell'America settentrionale il settore manifattu-
riero non era molto sviluppato. Esistevano diverse piccole
officine che producevano articoli necessari come scarpe, bri-
glie, bollitori, chiodi, secchi e strumenti manuali semplici,
prodotti che venivano però venduti al mercato locale. La
produzione su scala più ampia si limitava per lo più alla raf-
finatura di cibo e bevande per l'esportazione (ad esempio
macinare fiori e distillare rum). Gli stabilimenti per la prò-
duzione delle candele e del sapone o per la concia delle pel-
licce e delle pelli da esportare erano un po' più sofisticati. Vi
erano poi numerosi piccoli negozi che producevano fucili (in
contrasto con i moschetti in uso in Europa) e, come già os-
servato, alcuni cantieri navali molto attivi. In ogni caso, qua-
si tutti gli articoli manifatturieri venduti nell'America colo-
niale erano importati dalla Gran Bretagna: nel 1770 gli ame-
ricani im portarono 5928 falci e 5603 accette53.
Un secolo dopo, però, nel 1870, gli Stati Uniti erano già un
gigante del settore manifatturiero, secondi solo alla Gran
Bretagna e ben sopra a Germania e Francia in termini di prò-
duzione. In Spagna o in America Latina, invece, essenzial-
mente non si svolgevano attività manifatturiere (vedi tabel-
la 7-3). Nel giro di altri trent'anni (1900), gli Stati Uniti supe-
rarono largamente l'Inghilterra producendo più di un terzo
dei prodotti industriali del mondo, più del doppio degli in-
glesi. Nel 1929, la potenza industriale degli Stati Uniti aveva
326 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

oscurato il mondo, con la produzione del 42,2% di tutte le


merci, rispetto all'11,6 della Germania e il 9,4 dell'Inghilter-
ra. La Spagna non poteva neppure essere elencata singoiar-
mente, ma per la prim a volta l'intera America Latina, consi-
derata nel suo complesso, fu abbastanza produttiva da poter
essere inclusa, anche se la sua produzione corrispondeva a
solo l'80% di quella dello Stato canadese.

Tabella 7-3. Percentuali di produttività manifatturiera mondiale.

Nazione 1870 1900 1929

Gran Bretagna 31,8 14,7 9,4


Stati Uniti 23,3 35,3 42,2
Germania 13,2 15,9 11,6
Francia 10,3 6,4 6,6
Russia 3,7 5,0 4,3
Belgio 2,9 2,2 1,9
Italia 2,4 3,1 3,3
Canada 1,0 2,0 2,4
Svezia 0,4 1,1 1,0
India - 1,1 1,2
Giappone - 0,6 2,5
Finlandia - 0,3 0,4
America Latina - - 2,0
Cina - - 0,5
Altri 11,0 12,3 10,7

Fonte: League of Nations, 1945.


FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 327

Le abbondanti risorse naturali, soprattutto i vasti giaci-


menti di ferro e carbone facilmente estraibili, furono uno dei
motivi che resero possibile lo straordinario progresso degli
Stati Uniti. Inoltre, vi era energia idrica in abbondanza e si-
tuata in luoghi utili. Un altro aspetto positivo fu un'agrieoi-
tura estremamente produttiva, che rese possibile una rapida
urbanizzazione e che fornì grandi quantità di cotone per i
mulini tessili nordorientali. L'industrializzazione beneficiò
anche di un mercato interno vasto e in rapida crescita. Tutta-
via, forse la principale ragione della rapida industrializzazio-
ne degli Stati Uniti furono i costi di manodopera molto alti.
Si potrebbe pensare che una manodopera molto costosa
ostacolasse la crescita delle fabbriche, dal momento che era
necessario competere nel mercato internazionale. Di fatto,
gli alti costi della forza lavoro costrinsero i capitalisti ameri-
cani a investire nella tecnologia per rendere i loro operai tal-
mente produttivi da compensare gli alti salari, di cui tutti be-
neficiavano. Questo sistema funzionò.
I salari americani erano alti perché i datori di lavoro do-
vevano cercare di attirare un num ero adeguato di operai
qualificati, allettati dalle ottime opportunità di lavorare in
proprio. Come spiegò Alexander Ham ilton poco dopo la Ri-
voluzione americana: «La facilità con cui la condizione me-
no indipendente dell'artigiano può essere scambiata con la
condizione più indipendente dell'agricoltore [...], comporta
una scarsità di m ani disponibili per occupazioni manifattu-
riere nonché il caro prezzo della forza lavoro in generale» 54.
I terreni fertili per la coltivazione erano così abbondanti ed
economici che persino chi arrivava in America senza dena-
ro riusciva, in pochi anni, a risparm iarne abbastanza per
comprare e far fruttare una buona fattoria. Si consideri che,
nel decennio a partire dal 1820, il governo federale vendeva
328 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

terreni buoni a 2,50 dollari all'ettaro, mentre il salario della


m anodopera specializzata andava da 1,25 a 20 dollari al
giorno55. Quindi, non ci voleva molto tempo per risparmia-
re abbastanza per perm ettersi una fattoria grande a suffi-
cienza da fruttare guadagni cospicui, che spesso permette-
vano al proprietario di acquistare nuovi terreni. Si conside-
ri anche che in America non vi erano decime obbligatorie e
le tasse erano molto basse.
La situazione in cui si trovavano gli industriali inglesi era
drammaticamente diversa. Il lavoratore medio non aveva in
media altra scelta che quella di lavorare come salariato, sia
come contadino sia come operaio industriale. La terra da col-
tivare costava molto e veniva messa in vendita solamente di
rado. Non vi erano poi che poche opportunità di diventare
mercante o al limite lavoratore specializzato. La popolazione
era in aumento, per cui vi era un largo bacino da cui attin-
gere forza lavoro num erosa e sempre disponibile, nonostan-
te le persone più ambiziose emigrassero costantemente in
America. Perciò, i datori di lavoro inglesi poterono fissare sa-
lari molto bassi e continuare ad attirare gli operai di cui ave-
vano bisogno. Ma come facevano allora gli industriali ame-
ricani a competere sul prezzo, visti i maggiori costi che do-
vevano sostenere per la loro forza lavoro? Grazie a una mi-
gliore tecnologia.
Gli industriali inglesi erano piuttosto riluttanti a investire
in nuove macchine, perché questo avrebbe aumentato le lo-
ro spese e diminuito i profitti se non avessero aum entato i
prezzi. Gli americani, invece, accoglievano con entusiasmo
tecnologie nuove e promettenti, se queste prevedevano un
sufficiente incremento della produttività degli operai. Infat-
ti, se operai che lavoravano con una nuova tecnologia potè-
vano produrre più di quanto fossero in grado di fare gli ope­
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 329

rai inglesi ed europei meno meccanizzati, questo avrebbe ri-


dotto il costo relativo della m anodopera americana per arti-
colo. In questo modo, l'apporto tecnologico rendeva irrile-
vante il fatto che gli operai americani fossero pagati, per di-
re, tre volte più all'ora degli operai inglesi ed europei (come
di fatto avveniva), dal momento che i lavoratori americani
producevano all'ora cinque o sei volte di più, compensando
così sia i loro salari più alti sia gli investimenti di capitale in
nuove tecnologie fatti dai datori di lavoro. Per tutto il XIX se-
colo, gli americani guidarono il cammino verso lo sviluppo e
l'introduzione di nuove tecniche e tecnologie. Inoltre, questo
avvenne senza provocare l'opposizione reazionaria all'inno-
vazione da parte della forza lavoro, così spesso affrontata dai
capitalisti inglesi del XIX secolo: negli Stati Uniti non ci fu-
rono luddisti che ruppero le macchine. E per quale motivo?
Perché, data la costante carenza di manodopera, gli industria-
li americani continuarono a competere tra di loro per assicu-
rarsi operai e a utilizzare una parte significativa della loro au-
mentata produttività per alzare i salari e offrire condizioni di
lavoro più allettanti. Al contrario, «persino quando vennero in-
tradotti macchinari che risparmiavano lavoro, molti datori in-
glesi erano talmente abituati all'idea di salari bassi che non fu-
rono pronti a concedere alla loro manodopera il maggiore gua-
dagno garantito dai nuovi macchinari, cosa che peraltro avreb-
be riconciliato gli operai con la loro introduzione»56.
La maggiore produttività della manodopera è quindi la
base dell'incredibile crescita del settore manifatturiero ame-
ricano mostrato nella tabella 7-3, e il motivo per cui avvenne
largamente a spese dell'Inghilterra. Gli americani non erano
datori di lavoro più umani. Erano solamente capitalisti più
fini che avevano compreso che il maggiore bene possibile
erano lavoratori soddisfatti e produttivi. Quest'atteggiam en­
330 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

to nei confronti della forza lavoro svolse un ruolo fonda-


mentale nel continuare ad attirare verso l'America lavorato-
ri inglesi ed europei più specializzati e motivati, fino ad au-
mentare la forza lavoro in modo sufficiente a sostenere per-
sino una crescita industriale maggiore. Sfortunatamente,
troppe analisi pubblicate che esaminano l'ascesa dell'indù-
stria americana (specialmente in libri di testo) denunciano
«signorotti» e «plutocrati» per il loro «maligno sfruttamen-
to» della forza lavoro e soprattutto per aver abusato di im-
migrati «ignoranti». Sono considerazioni anacronistiche, che
paragonano le abitudini di lavoro di allora con quelle di og-
gi, quasi come se nel 1850 le latrine delle fabbriche dovesse-
ro essere dotate di bagni con lo sciacquone. È invece giusto
paragonare le condizioni della manodopera americana e
quelle negli altri paesi industrializzati nella stessa epoca.
Oltre a essere ben pagati ed equipaggiati con tecnologia
all'avanguardia, gli operai americani erano degni di nota an-
che sotto un altro aspetto. Erano meglio istruiti di tutti gli al-
tri operai del m ondo (escluso il Canada).

Investire in capitale umano


Lo stesso William Cobbett che nel 1818 scrisse in madre-
patria, in Inghilterra, circa l'alto livello di attività religiosa
presente negli Stati Uniti, raccontò anche: «In America esi-
stono pochissimi uom ini veramente ignoranti [...], sin dalla
giovinezza sono tutti in grado di leggere» (corsivo suo)57. Sin
dai loro prim i insediamenti, i coloni americani investirono in
m odo massiccio in «capitale umano», come direbbero gli
economisti moderni, un fatto in cui la religione ebbe u n ruo-
lo fondamentale.
Durante la Riforma, uno dei principali punti di contesa ri-
guardava la lettura della Bibbia. Per secoli, la Chiesa aveva
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 332

ritenuto che il miglior modo per evitare infiniti alterchi e di-


saccordi a proposito della parola di Dio fosse quello di fare
in modo che solamente colti teologi leggessero la Bibbia. A
questo proposito, l'istituzione ecclesiastica si oppose a tutte
le traduzioni della Bibbia in lingue contemporanee, limitan-
do così il num ero di lettori a chi era competente in latino e
greco antico, cosa che non si poteva neanche dire della mag-
gior parte del clero. Per di più, prim a dell'invenzione della
stampa, esistevano talmente poche copie della Bibbia che
persino molti vescovi non ne possedevano una. Perciò, il eie-
ro imparava la Bibbia da fonti secondarie, scritte per educarli
e per offrire citazioni adatte ai loro sermoni. La gente sapeva
della Bibbia solamente ciò che le veniva detto dai sacerdoti.
Poi arrivò la stampa. La Bibbia fu il prim o libro pubblica-
to da Gutenberg, in latino, ma in poco tempo cominciarono
a essere stam pate Bibbie in tutte le principali lingue «volga-
ri» (da cui le «vulgate»), facendone il primo best seller della
storia. Come temuto, presto si generarono numerosi disac-
cordi e conflitti, e i riformatori cominciarono, uno dopo l'al-
tro, a denunciare vari insegnamenti e attività della Chiesa
non in accordo con la Bibbia. La dottrina più diffusa tra i di-
versi movimenti protestanti dissidenti era che tutti doveva-
no consultare le scritture da sé. Perciò, quando nel 1620 i Pel-
legrini approdarono in America, una delle prime cose che fe-
cero fu quella di preoccuparsi dell'istruzione dei propri figli.
Nel 1647, la colonia del Massachusetts emise una legge
che dichiarava che la scuola era obbligatoria per tutti i barn-
bini 58. In ogni cittadina di 50 famiglie era richiesto che una
persona fosse scelta per insegnare a leggere e a scrivere ai
bambini e l'insegnante doveva essere pagata o dai genitori o
dagli abitanti nel complesso. Inoltre, in tutte le cittadine di
100 o più famiglie doveva essere istituita una scuola, «cosic-
332 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

che il maestro fosse in grado di istruire i giovani fino a quan-


do fossero pronti per l'università». Tutte le comunità che non
fossero riuscite a fornire tali servizi d'istruzione, sarebbero
state multate «fino a quando non avessero eseguito l'ordi-
ne». La legge fu presto adottata da altri Stati, e scuole libere
e pubbliche entrarono in m odo definitivo nella vita america-
na. Nell'emigrazione verso l'Ovest, l'edificio scolastico a una
sola stanza era una delle prime cose costruite da chi si inse-
diava (insieme a un saloon, un carcere e diverse chiese). In
Canada avvenne più o meno lo stesso e, alla fine del XVIII
secolo, il Nord America possedeva di gran lunga «la popola-
zione più alfabetizzata del m ondo»59.
Si noti che la legge scolastica del M assachusetts esigeva
maestri qualificati per preparare gli studenti all'università.
N on è così irragionevole come può sembrare. Un decennio
prim a di questa legge e sedici anni dopo essere arrivati a
Plym outh Rock, i puritani fondarono Harvard: si aprì allora
un periodo di tre secoli di profonda rivalità tra le confessio-
ni religiose nel fondare i propri college e università. Come si
può osservare dalla tabella 7-4, nelle colonie americane
prim a della Rivoluzione avevano già cominciato a funzio-
nare dieci istituzioni per l'istruzione superiore (rispetto al-
le due in Inghilterra). Di queste, solam ente la U niversity of
Pennsylvania, istituita da Benjamin Franklin per la forma-
zione di uom ini d'affari, non era affiliata a una confessio-
ne religiosa. Dopo la Rivoluzione, poi, almeno venti altri
istituti universitari furono fondati prim a del 1800, compre-
sa la Georgetown University, istituita nel 1789 da studiosi
gesuiti. Nel secolo successivo nacquero, negli Stati Uniti,
centinaia di istituti universitari, molti dei quali con un'origi-
ne confessionale (per quanto, nel corso del XX secolo, tanti
abbandonarono i loro legami religiosi).
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 333

Tabella 7-4. Istituti universitari statunitensi fondati prima del 1776.

Istituto A nno C onfessione

Harvard 1636 Congregazionalista


William and Mary 1693 Episcopale
Yale 1701 Congregazionalista
Moravian 1742 Morava
Princeton 1746 Presbiteriana
Pennsylvania 1751 Non confessionale
Columbia 1754 Episcopale
Brown 1764 Battista
Rutgers 1766 Olandese riformata
Dartmouth 1769 Congregazionalista

Nel frattempo, a sud del Rio Grande, l'im patto della reli-
gione sull'istruzione era piuttosto negativo. Come avveniva
nell'Europa medievale, la Chiesa era responsabile dell'istru-
zione di tutta l'America Latina, ma le mancavano le risorse
per offrire delle scuole alle classi meno ricche. I governi era-
no contenti di lasciare l'istruzione alla Chiesa perché in tal
m odo risparmiavano denaro, e comunque non vedevano la
necessità di alfabetizzare i contadini. Coerentemente a que-
sta posizione, fino al XX secolo, nella maggior parte delle na-
zioni dell'America Latina era proibita per legge la vendita
delle Bibbie60. Di conseguenza, nel 1860, alla vigilia della
Guerra Civile, gli afroamericani avevano un tasso di alfabe-
tizzazione (21%) quasi pari a quello della popolazione ar-
gentina (24%) e più alto delle persone che vivevano in Brasi-
le (16%), Cile (18%), Guatemala (11%), H onduras (15%) e
334 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Porto Rico (12%). I tassi d'alfabetizzazione della Spagna e


del Portogallo non erano d'altronde maggiori, viste le per-
centuali molto basse d'iscrizione scolastica. Al contrario, nel
1860, l'89% degli americani bianchi erano alfabetizzati, e
l'83% dei canadesi61, e la maggior parte degli analfabeti era-
no immigrati di prim a generazione.
Quasi centocinquant'anni dopo, persistono le stesse enor-
mi differenze d'istruzione. Prendendo in considerazione so-
lamente le persone dai 25 anni in su, nel 2000 l'americano
medio ha portato a termine 12,3 anni scolastici e il canadese
medio 12,1. In Argentina gli anni scolastici completati in me-
dia sono 8,8, in Cile e Perù 7,6, in Messico 7,2, in Venezuela
6,6, nell'Ecuador 6,4, in Colombia 5,3, in Brasile 4,9, in Nica-
ragua 4,5 e in Guatemala 3,5. Le cifre sudamericane sono si-
mili a quelle della Spagna, dove in media una persona pos-
siede 7,3 anni di istruzione, mentre il tasso medio del Porto-
gallo ammonta a 5,9 anni62.
Q uest'arretratezza nell'istruzione è stata di rilevanza cru-
ciale nella mancanza di progresso economico dell'America
Latina. Di recente, diversi accurati studi hanno mostrato che
il fattore di gran lunga più im portante nello sviluppo econo-
mico è l'istruzione63. Per di più è un fattore di controllo loca-
le. Come già hanno dimostrato nazioni molto povere, note-
voli conquiste nel campo dell'apprendim ento possono esse-
re ottenute a livello locale senza assistenza. Infatti, va tenuto
presente che tra la prim a generazione di puritani probabil-
mente vi erano diversi analfabeti, ma non nella seconda; è
una questione di prospettiva e impegno.
L'aspetto triste è che oggi molte nazioni latinoamericane
spendono molto nell'istruzione, senza ottenerne nulla in
cambio. Come delineato in una relazione del Banco di Svi-
luppo interamericano, «nonostante una spesa pubblica ade­
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 335

guata [...] la distribuzione dell'istruzione non è quasi mi-


gliorata nel tempo» M. Il denaro viene assorbito dalla buro-
crazia del sistema dell'istruzione, con «poca attenzione alle
priorità e registrando una diffusa corruzione e manipolazio-
ne politica del sistema» 65.

Protestantesimo latinoamericano: oppio 0 etica

In America Latina il protestantesimo sta aumentando in


modo estremamente rapido. I promotori del risveglio religio-
so riempiono abitualmente stadi di calcio e in molte nazioni
la maggioranza di chi frequenta ima Chiesa è protestante e
appartenente a vari gruppi pentecostali66. Molti sociologi, sia
nordamericani sia sudamericani, denunciano questo fatto co-
me u n nuovo, più potente «oppio dei popoli». Rowan Ireland
si chiede se sia vero che questi protestanti da poco convertiti
«sono conservatori apolitici che lasciano le ingiustizie del
m ondo alla cura del Signore, privatizzando questioni pubbli-
che e dando implicito sostegno a progetti politici autoritari».
Dopo aver intervistato due convertiti la sua risposta è stata
«sì». Ireland infatti spiega che la visione morale della loro re-
ligione non va oltre gli sforzi di «riparare in anticipo alle pie-
cole ingiustizie per Dio, che è il solo a ottenere giustizia»67. Al-
lo stesso modo, Pablo Deiros bolla i protestanti latinoameri-
cani come «fondamentalisti» la cui «coscienza sociale è sog-
giogata e le loro organizzazioni consolidano questa coscienza
tormentata, fornendo una struttura socioculturale che attri-
buisce un carattere sacro all'oppressione dello Stato»68.
Molti di questi stessi sociologi non scherniscono solo i prò-
testanti latinoamericani, ma allo stesso tempo inneggiano al-
la «teologia della liberazione» di cattolici convinti e ai loro
336 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

tentativi di organizzare i poveri in «comunità base» da cui in-


traprendere azioni politiche radicali. A partire dalla metà de-
gli anni '60, alla vigilia del Concilio Vaticano II, autori attivi-
sti cattolici, in particolare padre Gustavo Gutiérrez, resero la
parola liberación uno slogan talmente di moda tra gli intellet-
tuali di sinistra che persino alcuni impegnati gruppi marxisti,
compresi i sandinisti, dichiararono di essere stati ispirati dal-
le loro visioni religiose. Si tennero diversi convegni e molte
discussioni tra marxisti e cattolici. Non è successo molto al-
tro, a parte il fatto che le «masse» hanno abbracciato il pente-
costalismo. La teologia della liberazione è ormai riconosciuta
come un'ingenua illusione clericale, per quanto molti accade-
mici si siano rifiutati di am m etterlo69. Nel frattempo, naturai-
mente, molte voci continuano a condannare tutte le religioni,
cattolici e protestanti, come oppio. Tuttavia, altri sostengono
che il protestantesimo latino sia più uno stimolo al progresso
che un oppiaceo. Citando la tesi dell'etica protestante di Max
Weber e osservando che i protestanti dell'America Latina ten-
dono a predicare la frugalità e la responsabilità personale,
questi sociologi affermano che il diffondersi del protestante-
simo nel continente potrebbe spronare lo sviluppo del capi-
talismo o, almeno, aumentare il numero di persone disposte
a comportarsi da cittadini responsabili alla ricerca della de-
mocrazia70. Qual è l'opinione corretta, se ce n'è una?
Diversi studi condotti su piccole comunità latinoamerica-
ne hanno rivelato che, effettivamente, la conversione al prò-
testantesimo è in relazione all'atteggiamento economico del
singolo: chi si è convertito tende ad associare parsimonia e
responsabilità finanziaria e a m ostrare un certo grado di im-
prenditorialità71. Tuttavia, alcuni studi indicano anche che
questi atteggiamenti economici hanno tendenzialmente pre-
ceduto la conversione: il protestantesimo ha attirato chi già
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 337

praticava la cosiddetta etica protestante. Sfortunatamente,


nessuno degli studi si fondava su casi reali o utilizzava me-
todi statistici adeguati.
Di recente, è apparso imo studio statisticamente avanzato
di Anthony Gill, basato su numerosi campioni nazionali in
Messico, Argentina, Brasile e C ile72. I risultati sono affasci-
nanti. Gill ha scoperto che cattolici e protestanti molto devo-
ti non sono diversi negli atteggiamenti o nelle attività eco-
nomiche o politiche. Entrambi i gruppi hanno visioni econo-
miche più liberali, atteggiamenti politici più conservatori, un
maggiore livello di partecipazione civica e più fiducia nel
governo di persone meno religiose. A proposito della man-
canza di differenze tra protestanti e cattolici, Gill ha scritto:
«È chiaro che in America Latina Weber non funziona». Ma
neanche Marx: la religione non causa infatti apatia politica o
alienazione.

Alla fine, forse, l'America Latina sta seguendo la ricetta


nordamericana del successo. Nuovi livelli di libertà hanno
stimolato il pluralismo religioso e l'emergere di partiti poli-
tiri indipendenti. Invece, i governi a un solo partito sembra-
no andare di pari passo con le chiese di Stato. Alla fine, for-
se, i latinoamericani stanno sviluppando quella base neces-
saria al sorgere di reali economie capitaliste. Ma ciò può ac-
cadere solo se non tornano alle vecchie economie dirigiste,
magari con nuove etichette dalla parvenza democratica, co-
me spesso è avvenuto in passato.

1Vedi Samir Amin, Lo sviluppo ineguale: saggio sulle formazioni sociali del ca-
pitalismo periferico, Einaudi, Torino 1977; Fernando Henrique Cardoso, En-
zo Faletto, Dipendenza e sviluppo in America Latina: saggio di interpretazione
338 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

sociologica, Feltrinelli, Milano 1971. Vedi inoltre Frank Andre Gunder, Ca-
pitalismo e sottosviluppo in America Latina, Einaudi, Torino 1969; e Lumpen-
borghesia e lumpensviluppo: dipendenza economica, struttura sociale e sottosvi-
luppo in America Latina, Mazzotta, Milano 1971.
2R odney Stark, Religious Economies: A N ew Perspective, Conference on
N ew Directions in R eligious Research, U niversity of Lethbridge 1983;
From Church-Sect to Religious Economies, in Phillip E. H am m ond (a cura
di), The Sacred in a Post-Secular Age, U niversity of California Press,
Berkeley 1985, pp. 139-149; Rodney Stark, Roger Finke, A cts o f Faith:
Explaining thè H um an Side of Religion, U niversity of California Press,
Berkeley-Los A ngeles 2002.
3Rodney, Finke, Acts of Faith cit.; Rodney Stark, One True God: Historical
Consequences of Monotheism, Princeton University Press, Princeton 2001.
4Per una sintesi vedi Stark, Finke, Acts of Faith cit.
5Rodney Stark, For thè Glory of God: How Monotheism Led to Reformations,
Science, Witch-Hunts, and thè End of Slavery, Princeton University Press,
Princeton 2003, cap. 1.
6O w en Chadwick, The Reformation, Penguin, London 1972, p. 26.
7Joel S. Panzer, The Popes and Slavery, Alba House, N ew York 1996, p. 8.
8Corsivo dell'autore. In Panzer, The Popes and Slavery cit., pp. 19-21.
9Per un resoconto completo si veda Stark, For thè Glory ofGod cit., cap. 4.
10Stark, For thè Glory ofGod cit.
11León Rodriguez, citato in Anthony Gill, Rendering unto Caesar: The Catho-
lic Church and thè State in Latin America, University of Chicago Press, Chi-
cago 1998, p. 22.
12Richard Fletcher, The Barbarian Conversion: From Paganism to Christianity,
Henry Holt, N ew York 1997, p. 38.
13R. Andrew Chesnut, Competitive Spirits: Latin America's New Religious Eco-
nomy, Oxford University Press, Oxford 2003, p. 19.
1*Ivi, p. 22.
15J. Lloyd Mecham, Church and State in Latin America, University of North
Carolina Press, Chapel Hill 1966, p. 38.
'6Ivi, p. 39.
17Adam Smith, Ricerca sopra la natura e la causa della ricchezza delle nazioni,
UTET, Torino 1945, libro V, art. Ili, p. 710.
18Gill, Rendering unto Caesar cit., p. 68.
19Charles Henry Robinson, History of Christian Missione, Charles Scribner's
Sons, N ew York 1923.
20Gill, Rendering unto Caesar cit., p. 86.
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 339

21David Martin, Tongues ofFire: The Explosion of Protestantism in Latin Ame-


rica, Blackwell, Oxford 1990, pp. 57-58.
22Stark, Finke, Acts ofFaith cit.
23Anthony Gill, Weber in Latin America: Is Protestant Growth Enabling thè
Consolidation o f Democratic Capitalism?, «Democratization», voi. 2, n. 4,
2004, pp. 1-25.
24Anthony Gill, The Struggle to Be Soul Provider: Catholic Responses to Pro-
testant Growth in Latin America, in Latin American Religion in Motion, Chri-
stian Smith, Joshua Prokopy (a cura di), Routledge, N ew York 1999, pp.
14-42.
25Chesnut, Competitive Spirits cit., cap. 4.
26In E. B. O'Callaghan, Documents Relative to thè Colonial History o f New
York, voi. 5, Weed-Parsons, Albany (NY) 1855, pp. 322-323.
27Roger Finke, Rodney Stark, The Churching o f America, 1776-1990, Rutgers
University Press, Brunswick 1992; e The Churching of America, 1776-2000,
Rutgers University Press, Brunswick 2005.
28 William Cobbett, A Year's Residence in thè United States o f America,
Southern Illinois University Press, Carbondale (IL) 1964, p. 229.
25Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, Biblioteca Universale
Rizzoli, Milano 1999, p. 293.
30Philip Schaff, America: A Sketch o flts Politicai, Social, and Religious Charac-
ter, Belknap Press, Cambridge (MA) 1961, p. 91.
31Cobbett, A Year’s Residence cit., pp. 229-232.
32In Milton B. Powell (a cura di), The Voluntary Church: Religious Life, 1740-1860
Seen through thè Eyes ofEuropean Visitors, Macmillan, N ew York 1967, p. 80.
33Tocqueville, La democrazia in America cit., p. 297.
34Henry Kamen, Spain's Road to Empire: The M aking ofa World Power, 1492-
1763, Alien Kane, London 2002, p. 142.
35Mark A. Burkholder, Lyman L. Johnson, Colonial Latin America, Oxford
University Press, N ew York 2001.
36Kamen, Spain's Road to Empire cit., p. 142.
37Stanley L. Engerman, Kenneth L. Sokoloff, Factor Endowments, lnstitu-
tions, and Differential Paths of Growth Am ong thè New World Economies, in
Stephen Haber (a cura di), How Latin America Fell Behind, Stanford Uni-
versity Press, Stanford 1997, p. 264.
38Jacobs, in Kamen, Spain's Road to Empire cit., p. 130.
39Engerman, Sokoloff, Factor Endowments cit., p. 264.
40Timothy H. Breen, A n Empire ofGoods: thè Anglicization of Colonial Ameri-
ca, 1690-1776, «Journal of British Studies», n. 25,1986, pp. 467-499.
340 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

41Richard A. Webster, Colonialism, in Encyclopedia Britannica, University of


Chicago Press, Chicago 1981, p. 888.
42Historical Statistics ofthe United States, voi. 2, tab. Z 294.
43Ivi, Z 510-515.
44Ivi, Z 294.
45Ivi, Z 213-226.
46Mecham, Church and State cit., p. 96.
47Victor Bulmer-Thomas, The Economie History of Latin America Since Inde-
pendence, Cambridge University Press, Cambridge 1995, p. 2.
48Ivi, p. 20.
49Elisa Mariscal, Kenneth L. Sokoloff, Schooling, Suffrage, and thè Persisten-
ce oflnequality in thè Americas, 1800-1945, in Stephen Haber (a cura di), Po-
liticai Institutions and Economie Growth in Latin America, Hoover Institution
Press, Stanford 2000, p. 206.
50Si veda Stark, For thè Glory ofG od cit., cap. 4.
51Virginia Dejohn Anderson, M igrants and Motives: Religion and Settlement
ofN ew England, «N ew England Quaterly», n. 58, 1985, pp. 339-383.
52John Frederick Martin, Profits in thè Wilderness: Entrepreneurship and thè
Founding of New England Towns in thè Seventeenth Century, University of
North Carolina Press, Chapel Hill 1991.
53Historical Statistics ofthe United States, voi. 2, tab. Z 406-417.
54In Hrothgar J. Habakkuk, American and British technology in thè Nineteenth
Century, Cambridge University Press, Cambridge 1967, pp. 11-12.
55Habakkuk, American and British technology cit., 12-13.
56Ivi, p. 199.
57Cobbett, A Year's Residence cit., pp. 195-196.
58Rodney Stark, Sociology, Wadsworth, Belmont (CA) 2003.
59Mariscal, Sokoloff, Schooling, Suffrage cit., p. 161.
60Gill, Rendering unto Caesar cit., p. 22. Fino al 1880 la polizia italiana con-
frollava i bagagli di tutti i turisti per evitare che portassero a Roma Bibbie
«protestanti» (William E. Bainbridge, Along thè Lines at thè Front: A General
Survey of Baptist Home and Foreign Missions, American Baptists Publication
Society, Philadelphia 1882).
61Mariscal, Sokoloff, Schooling, Suffrage cit.
62Nations ofthe Globe, database elettronico, Wadsworth-Thomson Leaming 2002.
63Jacques Delacroix, The Export ofRaw Materials and Economie Growth: A Cross-
National Study, «American Sociological Review», n. 42, 1977, pp. 795-808;
Glenn Firebaugh, Frank D. Beck, Does Economie Growth Benefit thè Masses?
Growth, Dependence, and Welfare in thè Third World, «American Sociological
FEUDALESIMO E CAPITALISMO NEL NUOVO MONDO 341

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ler, TheActive State, Investment in Human Capital, and Economie Growth, «Arae-
rican Sociological Review», n. 53,1988, pp. 824-837.
64In William Ratliff, Doing It Wrong and Doing It Right: Education in Latin
America and Asia, Hoover Institution Press, Stanford (CA) 2003, p. 8.
65Ratliff, Doing It Wrong cit., p. 9.
66Chesnut, Competitive Spirits cit.; e Pragmatic Consumers and Practical Pro-
ducts: The Success of Pneumacentric Religion Am ong Women in Latin America's
New Religious Economy, «Review of Religious Research», n. 45, 2004, pp.
20-31; Martin, Tongues of Pire cit.; e Pentecostalism: The World Their Parish,
Blackwell, Oxford 2002; David Stoll, Is Latin America Turning Protestant?,
University of California Press, Berkeley-Los A ngeles 1990.
67Rowan Ireland, The Crentes cf Campo Aiegre and thè religious Construction ofBra-
zilian Politics, in Virginia Garrard-Bumett, David Stoll, Rethinking Protestantism
in Latin America, Tempie University Press, Philadelphia 1993, pp. 45, 64.
68Pablo A. Deiros, Protestant Fundamentalism in Latin America, in Martin E.
Marty e R. Scott Appleby (a cura di), Fundamentalisms Observed, University
of Chicago Press, Chicago 1991, p. 175.
69Si veda Christian Smith, «Las Casas» as Theological Counteroffensive: A n In-
terpretation o f Gustavo Gutierrez's «Las Casas: In Search ofthe Poorfor Jesus Ch-
rist», «Journal for thè Scientific Study of Religion», n. 41, 2002, pp. 69-73.
70Elisabeth Brusco, The Reformation of Machismo: Evangelical Conversion and
Gender in Colombia, University of Texas Press, Austin 1995; Henri Gooren,
Catholic and Non Catholic Theologies of Liberation: Poverty, Self-Improvement,
and Ethics Am ong Small-Scale Entrepreneurs in Guatemala City, «Journal for
thè Scientific Study of Religion», n. 41, 2002, pp. 29-45.
71Per un'ampia sintesi si veda Martin, Tongues ofFire cit., cap. 11; inoltre
Mary O'Connor, Two Kinds of Religious Movements Among thè Maya Indians
of Sonora, Mexico, «Journal for thè Scientific Study of Religion», n. 18,1979,
pp. 260-268; Paul R. Turner, Religious Conversion and Community Develop-
ment, «Journal for thè Scientific Study of Religion», n. 18,1979, pp. 252-260.
72Gill, Weber in Latin America cit.
Conclusione

Globalizzazione e modernità

È stato il cristianesimo a creare la civiltà occidentale. Se i


seguaci di Gesù fossero rimasti un'oscura setta ebraica, la
maggior parte di voi non avrebbe imparato a leggere e gli al-
tri leggerebbero papiri scritti a mano. Senza una teologia af-
fidata alla ragione, al progresso e all'uguaglianza morale, il
m ondo intero sarebbe oggi più o meno dove le società non
europee erano, diciamo, nel 1800: un mondo pieno di astro-
logi e alchimisti, ma non di scienziati. Un m ondo di despoti,
senza università, banche, fabbriche, occhiali, camini e pia-
noforti. Un m ondo dove la maggior parte dei bambini non
raggiungono i cinque anni di vita e molte donne muoiono
dando alla luce u n figlio, un m ondo che vive veramente in
«secoli bui».
Il m ondo m oderno è arrivato solamente nelle società cri-
stiane. N on nel m ondo islamico. N on in Asia. N on in una so-
cietà «laica», perché non ne sono esistite. Inoltre, tutti i prò-
cessi di m odernizzazione finora introdotti al di fuori del cri-
stianesimo sono stati importati dall'Occidente, spesso attra-
verso colonizzatori e missionari. Ciononostante, molti apo-
stoli della m odernizzazione ritengono che, dato l'esempio
occidentale, oggi simili progressi possano essere conquistati
non solo senza cristianesimo, ma persino senza libertà o ca­
344 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

pitalismo: la globalizzazione diffonderà appieno le cono-


scenze scientifiche, tecniche e commerciali senza il bisogno
di ricreare le condizioni sociali o culturali che le produssero.
La Vittoria della ragione si concluderà con una breve valuta-
zione di queste questioni.
Sembra dubbio che si possa creare un'efficiente economia
m oderna senza l'adozione del capitalismo, come dimostrato
dal fallimento delle economie dirigiste dell'Unione Sovietica
e della Cina. I sovietici riuscirono a lanciare razzi in orbita,
ma non a portare cipolle a Mosca in modo affidabile. Per
quanto riguarda la Cina, poi, milioni di persone sono morte,
a dimostrazione che l'agricoltura collettivizzata non è prò-
duttiva. Oggi, con il capitalismo che sta fiorendo in molte na-
zioni recentemente liberate dalla dominazione sovietica, e
con i cinesi che si sono accorti di essere stati a lungo superati
nella produzione da Taiwan, sia la Russia sia la Cina stanno
cercando di costruire economie capitaliste. Bisogna ancora
vedere però, se i due paesi possono offrire quella libertà sen-
za la quale un vero capitalismo è impossibile. Infatti, per
mancanza sia di libertà sia di capitalismo i paesi islamici ri-
mangono regimi semifeudali, incapaci di produrre la mag-
gior parte dei beni che utilizzano quotidianamente. I loro mo-
delli di vita richiedono cospicue importazioni, che pagano
con il denaro guadagnato dal petrolio, proprio come la Spa-
gna aveva a lungo goduto dei frutti dell'industria di altri pae-
si tenendosi a galla con l'oro e l'argento del Nuovo Mondo.
Non possono emergere appieno delle società moderne senza
diritti di proprietà sicuri e solida libertà individuale.
Ma se la modernizzazione necessita ancora di capitalismo
e di libertà, che ne è del cristianesimo? Da un lato ci sono
buoni motivi per affermare che sebbene il cristianesimo sia
stato necessario alla nascita della scienza, ora essa è così isti­
GLOBALIZZAZIONE E MODERNITÀ 345

tuzionalizzata che non ha più bisogno della protezione cri-


stiana. Della fede nel progresso si può forse affermare lo
stesso. Forse, la convinzione che i segreti della natura possa-
no essere penetrati a fondo e che si possa raggiungere una
tecnologia avanzata non ha bisogno di basi religiose, dal mo-
mento che basta solo guardarsi attorno.
D'altro canto però, se il cristianesimo è ora così irrilevan-
te alla modernizzazione, perché si va ancora rapidam ente
diffondendo? La verità è che il cristianesimo si sta globaliz-
zando molto più velocemente di quanto non facciano demo-
crazia, capitalismo o modernità. La rivoluzione religiosa in
atto in America Latina è cristianizzazione più che mera prò-
testantizzazione; la maggior parte dei nuovi protestanti su-
damericani non sono mai stati cattolici. L'Africa si sta cri-
stianizzando così velocemente che esistono più anglicani a
sud del Sahara di quanti ce ne siano in Inghilterra o in Nord
America, per non parlare delle decine di milioni di nuovi
battisti, pentecostali, cattolici romani e appartenenti a sette
protestanti di origine locale: circa metà della popolazione
sub-sahariana è ora cristiana1. Tuttavia, il processo di cristia-
nizzazione dell'emisfero meridionale potrebbe essere presto
schiacciato da quanto sta succedendo in Cina.
In questo paese esistevano circa due milioni di cristiani
quando, nel 1949, i comunisti presero il potere. All'epoca,
non solamente i marxisti, ma anche capi ecclesiastici liberali
del N ord America li bollavano principalmente come cristia-
ni del «riso», persone che sopportavano i tentativi missiona-
ri solo in cambio di cibo e vestiario. C inquantanni dopo, ab-
biamo scoperto che questi cristiani cinesi del riso erano così
«falsi» che hanno resistito a decenni di repressione draconia-
na, durante la quale il loro numero ha continuato a raddop-
piare; ci potrebbero essere 100 milioni di cristiani oggi in Ci­
346 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

n a 2! Per di più, la conversione al cristianesimo non interessa


i contadini e i poveri, ma i cinesi più istruiti e moderni.
Molte sono le ragioni per cui la gente abbraccia il cristia-
nesimo, compresa la sua capacità di sostenere una fede
profondamente emozionante ed esistenzialmente soddisfa-
cente. Un fattore im portante è però il suo richiamo alla ra-
gione e il legame così stretto con l'ascesa della civiltà occi-
dentale. Per molti non europei diventare cristiani significa
implicitamente diventare moderni. È quindi piuttosto plau-
sibile che il cristianesimo rimanga un elemento essenziale
nella globalizzazione della modernità. Si pensi a una recente
dichiarazione di uno dei più prestigiosi intellettuali cinesi:

Una delle cose che ci è stato chiesto di indagare è che cosa ha


permesso il successo, o meglio, il primato dell'Occidente su
tutto il resto del mondo. Abbiamo studiato tutte le possibilità
da un punto di vista storico, politico, economico e culturale.
All'inizio abbiamo pensato che fosse perché voi avevate armi
più potenti delle nostre. Poi abbiamo ritenuto che voi aveste
un sistema politico migliore. Poi ci siamo concentrati sul vo-
stro sistema economico. Ma negli ultimi vent'anni abbiamo
compreso che il cuore della vostra cultura è la vostra religione:
il cristianesimo. Ecco perché l'Occidente è così potente. Le ba-
si morali cristiane della vita sociale e culturale sono state ciò
che ha permesso l'emergere del capitalismo e poi la riuscita
transizione verso politiche democratiche. Non abbiamo alcun
dubbio in proposito.3

Neanch'io.
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54, 72, 100, 108,110,133,137-138 Capeto, Ugo, 276
Alba, duca di, 255,264-265,268,294 Carlo Magno, 59,144,153
Alberto Magno, sant', 110,133 Carlo V, re di Spagna, 217,248,250,
A lì Pascià, 125 253-254, 257-258, 262, 288, 296, 297
Alvarez de Toledo, D on Fernando, Carlo V ili, re di Francia, 276
vedi Alba, duca di Cartesio, 40, 49, 53
Ambrogio, sant133 ,‫״‬ Carus-Wilson, Eleanora, 231-232
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Benedetto, san, 105,107 Collins, Randall, 101,107
Benedici, Ruth, 61 Colombo, Cristoforo, 81,87,249,250
Bernardo di Chiaravalle, san, 102 Copernico, Niccolò, 44, 94, 95, 96
Bloch, Marc, 36 Cortés, Hernàn, 240
Boccaccio, Giovanni, 150 Costantino, imperatore romano, 100,
Boccanegra, Guglielmo, 150 261, 301
Bolivar, Simón, 322 Coyer, abate, 286
Bonnassie, Pierre, 58 Crisippo, 45
Braudel, Femand, 97-98
Bridbury, Anthony R., 234 Dante, 93,150
Burckhardt, Jakob, 150 Darwin, Charles, 36
Buridano, Giovanni, 95 Dawson, Christopher, 103
374 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Deiros, Pablo, 335 Franklin, Benjamin, 196, 325, 332


Democrito, 37 Fugger, Jakob, 248, 255
d'Oresme, Nicola, 38, 95
Doria, Andrea, 258 Galileo, 40, 49
Drake, sir Francis, 269-271 Gesù, 27, 31, 54, 62, 109, 131, 134,
Duby, Georges, 57,103 136, 343
Gibbon, Edward, 70, 91, 93
Edoardo I, re d'Inghilterra, 186-189 Gill, Anthony, 337
Edoardo III, re d'Inghilterra, 185, Gimpel, Jean, 74, 75
230 Ginzrot, Johann, 89-90
Egidio Romano, 133 Giordano, frate, 32
Elisabetta I, regina d'Inghiterra, 237, Giovanni, re d'Inghilterra, 135
254, 256, 268-269, 271, 273 Giovanni, Crisostomo san, 34
Elliot, John H., 248 Giovanni da Parigi, 133
Empedocle, 37 Giovanni XXII, papa, 134,179,181
Enrico III, re d'Inghilterra, 105, 230 Grund, Frances, 310
Enrico IV, imperatore del Sacro Ro- Guglielmo d'Orange, 264
m ano Impero, 159 Guglielmo il Conquistatore, 74, 78,
Enrico VII, re d'Inghilterra, 101 156
Enrico Vili, re d'Inghilterra, 296 Guglielmo il Malo, 157
Euclide, 38 Guicciardini, Ludovico, 216
Eugenio IV, papa, 298 Guiscardo, Ruggero, 156
Gutiérrez, Gustavo, 336
Farnese, don Alessandro, duca di
Parma, 266 Hamilton, Alexander, 327
Ferdinando, re di Spagna, 248-250, Hanson, Victor David, 115
254, 256-257, 297 Hayek, Friedrich A., 128
Fiandre, conte delle, 207-208, 212- Hendrik, conte di Brederode, 264
213 Hibbert, Christopher, 194
Fiandre, contessa delle, 104 Hilton, Walter, 107
Fibonacci, Leonardo, 173 Hobbes, Thomas, 51
Filippo I, re del Portogallo, 294 Hooke, Robert, 49
Filippo II, re di Spagna, 218, 252,
255-258, 262, 264-265, 268-269, 273, Ireland, Rowan, 335
288, 294, 313 Isabella, regina di Spagna, 248-250,
Filippo il Bello, 188 254, 256-257, 297
Finley, M oses L., 127
Fossier, Robert, 57 Kaeuper, Richard, 186
Francesco I, re di Francia, 297 Kamen, Henry, 248
INDICE DEI NOMI 375

Keplero, Giovanni, 40, 49 Morris, Lewis, 306, 309


Mosè, 31, 33
Lang, Greame, 41 Mumford, Lewis, 82
Lao Tzu, 26
Lattanzio, L. Cecilio Firmianus, Napoleone, 246, 247, 287, 311
131 Navarrete, Pedro Fernàndez, 248
Lavoisier, Antoine-Laurent, 286 Needham, Joseph, 41-42
Leicester, conte di, 268 N ew ton, Isaac, 40, 49, 95
Leone X, papa, 297 Nicola Cusano, vescovo, 95-96
Leonardo da Vinci, 93,150 North, Douglas C., 275
Leonardo Pisano, vedi Fibonacci,
Leonardo Occam, Guglielmo di, 134
Lewis, Bernard, 136
Li Yen-chang, 32 Parmenide, 45
Liegi, vescovo di, 104 Partecipazio, G iustiniano, doge,
Limerick, vescovo di, 109 144
Little, Lester, Κ., 112 Paolo, san, 27, 31, 58, 61, 131,137
Locke, John, 25, 51,130 Paolo III, papa, 298-299
Lopez, Robert, 57 Petrarca, 150
Luigi XI, re di Francia, 276 Pizarro, Francisco, 240
Luigi XII, re di Francia, 257, 276 Platone, 43-44, 45, 46, 48, 50, 54-55
Luigi XIII, re di Francia, 278 Plutarco, 128
Luigi XIV, re di Francia, 277
Luigi XVI, re di Francia, 278 Reade, W inwood, 125
Lutero, Martino, 106, 262-263, 297 Rembrandt, van Rijn, 195, 224
Requesens, D on Luis de, 265-266
Machiavelli, Niccolò, 93,150,151 Richelieu, cardinale, 278
Macmurray, John, 31 Rodinson, Maxime, 114
Maometto, 30-31, 61-62,136 Ruggero II, re del Regno di Sicilia
Maria, madre di Gesù, 27, 30 normanno, 156-157
Martin, David, 305 Russell, Bertrand, 38, 40
Marx, Karl, 100, 337 Sapori, Armando, 173
Mazzarino, cardinale, 278 Schaff, Philip, 309
Medici, famiglia, 60, 152, 177, 195, Sforza, 154, 258
258 Shakespeare, William, 51-52,182
Michelangelo, 150, 258 Smaragdo, abate di Saint-Michel, 59
Milano, arcivescovo di, 153-154 Smith, Adam, 110, 279, 303, 305,
Milano, duca di, 258 317
Morris, Colin, 51 Socrate, 42
376 LA VITTORIA DELLA RAGIONE

Southern, Richard W., 72 Voltaire, 69, 91, 93, 279


Vulstano, san, 59
Tawney, R. H., 223
Taylor, George, 287 Watt, James, 234, 238
Teofilo, imperatore di Bisanzio, 127 Weber, Max, 100, 106, 286, 325, 336,
Tertulliano, 28 337
Tocqueville, Alexis de, 309, 312 Whitefield, George, 195
Tournai, Gilbert de, 32 W hitehead, Alfred North, 38-39,
Tommaso d‫ ׳‬Aquino, san, 27, 28, 40,42
32-33, 49, 53, 108, 110-111, 133-134, Willughby, Francis, 247
138 Worms, vescovo di, 104-105

Urbano V ili, papa, 299-300 Zenone, 45


Indice

5 Ringraziamenti
7 Introduzione. Ragione e progresso

P a r t e p rim a . L e f o n d a m e n t a

25 1. La fortuna della teologia razionale


69 2. Il progresso nel Medioevo: tecnico, culturale e religioso
123 3. La tirannide e la «rinascita» della libertà

P a r t e s e c o n d a . I l c o m p im e n to

169 4. Il perfezionamento del capitalismo italiano


203 5. Il capitalismo si sposta verso nord
245 6. Anticapitalismo «cattolico»:
dispotismo spagnolo e francese
293 7. Feudalesimo e capitalismo nel Nuovo Mondo
343 Conclusione. Globalizzazione e modernità

349 Bibliografia
373 Indice dei nomi