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in edizione Mondadori
Raffaele Morelli
CIASCUNO
È PERFETTO
L'arte di star bene con se stessi
MONDADORI
www.librìmondadori. it
ISBN 880454953X
© 2004 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
I edizione Ingrandimenti novembre 2004
1 edizione I Miti ottobre 2005
Indice
Introduzione
1 È tutto qui
2 In noi abita una forza sconosciuta
3 Solo la passione ci libera
4 Torniamo a essere protagonisti
della nostra vita
5 Troviamo un posto
anche ai pensieri più terribili
6 Accogliamo il dolore
e torniamo a vivere
7 Affidiamoci al buio
8 IL vuoto ci rigenera
9 Cervello: usiamolo di meno
165
Conclusioni
Ciascuno è perfetto
Introduzione
Mai come nella nostra epoca il disagio psichico ha
preso il sopravvento sull'esistenza dell'uomo. L'Occidente ha prodotto ricchezze e tecnologie senza
precedenti, garantendoci una vita di gran lunga più comoda di quella che è toccata ai nostri
progenitori,
eppure mai come ai giorni nostri la sofferenza è di
ventata un leitmotiv delle nostre esistenze.
Dodici milioni di italiani assumono abitualmente
psicofarmaci, quattrocinquecentomila adolescenti
sono dipendenti dall'alcol, e altri duetrecentomila
ricorrono alle pasticche del sabato sera, a cocktail di
anfetamine e psicofarmaci, e alla cocaina. Ma non è
finita, vi è un incremento senza precedenti delle malattie psicosomatiche: secondo VISTAI tre italiani
su
quattro si rivolgono al medico per un disturbo psicosomatico o per lo stress. E che dire di
sovrappeso
e obesità? Secondo le stime meno pessimistiche,
quindici milioni di italiani sono in sovrappeso e di
questi seisette milioni sono obesi.
In questo libro non ho preso in considerazione le
cause sociali di questa allarmante situazione: è un
compito che spetta giustamente ai sociologi. Piuttosto
10
Ciascuno è perfetto ho
cercato di soffermarmi sullo spazio interno,
sulla nostra interiorità, sull'uso che ne facciamo.
Un dato è certo: secondo i sondaggi non sappiamo più stare da soli, temiamo la nostra interiorità
come un nemico, arriviamo la sera a casa e ci buttiamo davanti alla TV oppure, se abitiamo da soli,
prendiamo il telefono per parlare con qualcuno.
Siamo diventati troppo artificiali, troppo proiettati
all'esterno. Non sappiamo nemmeno di possedere
risorse interiori capaci di modificare radicalmente
la nostra esistenza, in grado di farci uscire da una
vita piatta, stereotipata, governata dalle abitudini,
da relazioni che sono diventate statiche, innaturali,
aride. Siamo diventati persone insoddisfatte, scontente, proprio nell'epoca in cui abbiamo quello che i
nostri avi nemmeno si sognavano di possedere.
Che cosa ci è accaduto?
Forse non siamo più in grado di capire che dentro
di noi abitano delle forze misteriose, le vere guide del
la nostra esistenza, alle quali non ci affidiamo più.
Solo i bambini sono capaci di ascoltare le fiabe: i
loro occhi si incantano quando gliele raccontiamo,
perché loro, che usano il cervello meglio di noi, non
credono che il mondo sia tutto qui. Non credono che
possedere oggetti, vestirsi bene, seguire la moda, sia
il compito che la vita ci ha dato. No, i nostri bambini
vivono nel Senza Tempo. Basta osservarli quando
giocano: sono silenziosi, presi e stupiti dal gioco, capaci di essere uno, nessuno e centomila. E,
soprattutto, i bambini sono presenti a ciò che fanno, amano le sorprese, si stupiscono di tutto, mentre noi
ci
adattiamo continuamente, subiamo la vita, le sue vicissitudini, andiamo avanti dominati dai luoghi
comuni
Introduzione
11
, non sappiamo più che cosa significhi essere
semplici, naturali, presenti a ciò che facciamo.
Noi adulti pensiamo, pensiamo, pensiamo, dimenticandoci quello che ci hanno insegnato i Saggi
di Oriente e Occidente e i Mistici di tutte le religioni.
E cioè che pensare è l'attività più insignificante del
cervello, quella energeticamente più scadente, quel
la che ci illude di essere unici e irripetibili.
Varrà la pena di fare un esempio, caro a Dorneus,
il grande alchimista. Nessuno di noi è stato creato
una volta per tutte, ognuno di noi viene creato in
questo istante. Anche se non ce ne accorgiamo, an
che se il nostro piccolo Io è preso dagli avvenimenti
del passato, dai progetti, dai ricordi, in noi avvengono innumerevoli trasformazioni che hanno portato
quella cellula fecondata che eravamo a diventare ciò
che siamo oggi. Mentre cerchiamo di capire, di spiegare, di ragionare, il nostro cervello si sta
modificando radicalmente e così il nostro corpo: dentro di
noi sta avendo luogo un processo di continuo cambiamento e rinnovamento, al punto che la sera non
siamo più gli stessi del mattino. Però siamo talmente centrati sul nostro personaggio dominante che
non possiamo far altro che recitare, con noi stessi e
con gli altri. Ecco perché le cose non cambiano mai.
Abbiamo in mente soltanto quello che crediamo di
essere e che con noi non c'entra quasi nulla, perché
è legato alla nostra storia, alle nostre vicissitudini, a
ciò che è stato. Non ci accorgiamo che la vita, mentre pensiamo a noi stessi, al nostro misero Io, è già
andata avanti, è ormai oltre.
Chi direbbe mai che una ghianda, un piccolo seme, partorisce una quercia? E lo stesso vale per una
12
Ciascuno è perfetto
noce, una mandorla, un seme di girasole. C'è qual
cosa, in ogni momento di noi viventi, che porta a
compimento ciò che siamo. È una consapevolezza
profonda che sa esattamente cosa fare, che non appartiene al mondo dei pensieri, dei ragionamenti,
degli schemi, dei giudizi. Se la ghianda non fa sforzi
per diventare una quercia, perché noi dovremmo faticare per vivere?
La ghianda non ha nessun modello di perfezione,
non vuole migliorarsi, segue la sua natura. Noi, invece, ci riempiamo di parole inutili, ci sforziamo di
realizzare il progetto di esistenza che abbiamo in
mente, abbiamo un'infinità di modelli da imitare, di
eroi a cui assomigliare e quasi sempre scambiarne
la nostra pianta per quella dei nostri vicini, dimenticandoci che ciascuno di noi è perfetto così com’è.
Secondo Sri Nisargadatta Maharaj, il grande Mistico indiano, non dobbiamo far altro che liberarci
dall'inutile, dai pensieri, dell'idea che ci siamo fatti
di noi stessi per essere solo una consapevolezza presente, in modo che tutto ciò che si è depositato nel
nostro terreno si allontani e rimanga il percorso che
il nostro seme, come quello della ghianda, sa fare
perfettamente e senza alcuna fatica. Insomma la
perfezione è già presente: ciò che ci allontana da lei
è più di tutto la nostra ambizione di raggiungerla.
"La mente ci inganna", scrive Maharaj, e per questo dobbiamo imparare a stare con noi stessi senza
dirci nulla, senza combatterci, accogliendo i disagi e
i dolori dell'anima senza alcun commento, senza il
desiderio di capirli, di spiegarli, di definirli.
Quando un rapporto non funziona, quando si
presenta un problema, dobbiamo considerarlo nel
Introduzione
momento esatto in cui si manifesta e mai, assolutamente mai, paragonarlo a qualcosa che è accaduto
nel passato. Solo così lo sguardo interiore inonderà
il cervello di consapevolezza, vale a dire della sostanza più potente, intelligente, creativa che
possiede.
Sarà proprio la consapevolezza a produrre i cambiamenti che servono alla nostra ghianda, al nostro
albero. Non certo i pensieri.
Questo libro è dedicato al vuoto e al nulla, che sono le due colonne su cui ho costruito i miei ultimi
anni di vita. Grazie a questi due signori senza volto
ho imparato a vivere in un modo che gli anni di psicoanalisi, i Maestri che ho avuto, le letture che
mi
hanno formato e che sono state al mio fianco non
erano riusciti a suggerirmi.
Un po' di tempo fa mi avevano colpito le parole di
Lucrezio, il quale ricordava che il nulla, per il solo
fatto di esistere, deve essere una sostanza dell'Essere.
Anche Giuliano Kremmerz, un autore cui devo tantissimo, ricordava che l'Universo è tutto ciò che
è, e
che il nulla è quindi uno stato dell'Essere, una creazione dell'Universo. Perciò in questi anni ho
ripetuto
a me stesso, ogni volta che un pensiero o uno stato
d'animo si affacciava alla mia coscienza: "Scendi
dentro di te in uno spazio meno affollato, scendi verso il punto più buio della tua interiorità". In
questo
modo, proprio io, che ero abituato ad avere la mente
affollata di pensieri, di emozioni, di sentimenti, sono
approdato in paesaggi spopolati, in luoghi inaccessibili. Mi sono affidato sempre meno alla ragione
e sempre più alla disidentifìcazione. Ho imparato a ripetere in ogni circostanza: "Tu non sei
quello...". Non si
ha idea della gioia che si prova a ripetersi, qualsiasi
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Ciascuno è perfetto
pensiero venga ad affacciarsi nel nostro spazio interno: "Io non sono questo pensiero". Io non sono
quello
che si è appena arrabbiato, io non sono il papà dolce
e amoroso, io non sono la mia aridità.
Insomma "Io non sono..." sono le parole che hanno guidato il mio cammino. E così, dopo ogni
successo, dopo ogni delusione, io ero pronto a dirmi:
"Tu non sei niente di tutto quello che appare dentro
di te, tu non sei niente di quello che riconosci". Via
via si è formato al mio interno un senso di non appartenenza, quanto più questo sentire si affacciava
in me, tanto più il vuoto interiore diventava il mio
vero signore, il mio compagno fedele, l'unica realtà
di cui potermi fidare e a cui affidarmi.
Ciò di cui parlo non è teorico, è estremamente
pratico. Tutt'oggi, quando cammino in mezzo ad altre persone per strada, mi ripeto spesso
dolcemente:
"Non sono niente, non sono nessuno".
All'inizio la sensazione di vuoto spaventa, soprattutto in un'epoca in cui la coscienza è sempre
piena
di ricordi, di pensieri, di progetti, di vite future da
realizzare, di riflessioni, di teorie, di spiegazioni, di
conflitti, di problemi, di ansie, di stress. Non siamo
abituati a considerare questi abitanti del nostro intimo come scarti del cervello, come passeggeri
insignificanti della nostra anima, tanto che chiamiamo
"me stesso" quel personaggio illusorio che ci siamo
messi in testa di essere. Dobbiamo evitare, come dice il poeta portoghese Fernando Pessoa, di
scambiare le maschere che indossiamo con la nostra essenza. Dobbiamo essere nessuno e voltarci
non più
verso il pieno della coscienza, ma al contrario verso
lo stato interiore del nulla, del buio, del vuoto.
Introduzione
15
Vi è un'analogia, una somiglianza che dovremmo
tenere ben presente quando osserviamo il corpo del
l'uomo, il punto più alto di tutta l'evoluzione: non
esistono al suo interno organi così simili, così vicini
nella loro funzione, come il cervello e l'intestino.
Tutta la medicina della tradizione riconosce questa
somiglianza e le conferisce un valore fortemente significativo.
Grazie al canale alimentare noi mangiamo il mondo: le cose del mondo vengono disintegrate,
trasformate in energia, in essenza, pronte a diventare "carne della nostra carne, sangue del nostro
sangue". Di
tutti i processi vitali non abbiamo la benché minima
coscienza, eppure dentro di noi avvengono trasformazioni, alchimie, che portano le sostanze
digerite a
trasformarsi in sangue, vale a dire in energia vitale.
Quindi mangiando, senza saperlo, trasformiamo il
mondo nel corpo dell'essere più evoluto: l'uomo.
Il canale intestinale fa qualcosa in più: elimina
con le feci il materiale non assorbito: lo scarto. Le
feci sono, per così dire, cibi che hanno perduto l'essenza, che l'hanno ceduta al nostro corpo.
E il cervello? Incessantemente trasforma il sangue in coscienza e, come l'intestino, scarta tutto ciò
che non è funzionale, tutto ciò che non è stato assorbito e che va allontanato dalla nostra essenza.
Gli scarti del cervello sono i pensieri, i ricordi, i giudizi, le emozioni, i sentimenti, i progetti, il
passato,
l'idea del futuro.
Ogni essere vivente svolge una funzione o una serie di funzioni. Il bue trasforma l'erba in carne,
l'ape
prende il polline dai fiori e ne fa miele. L'uomo mangia il mondo e lo traduce in consapevolezza, in
coscienza.
16
Ciascuno è perfetto
. Tutto ciò che non è presenza e consapevolezza è artificiale e frutto del passato, cioè di ciò che
è già morto.
A mano a mano che la coscienza si libera da ciò
che crediamo di essere, ci avviciniamo sempre più
alla nostra essenza, che è perfetta così com'è.
Se qualcuno, dopo tanti anni che svolgo il mio lavoro di psicoterapeuta, mi chiedesse qual è lo stato
naturale del cervello, risponderei che è quello di pace, tranquillità e felicità. Via via che i pensieri non
dominano più il palcoscenico della nostra interiorità, via via che il nulla esercita la sua funzione di
annullare la nostra idea di "me stesso", l'energia del
presente scorre nel nostro intimo, nella nostra essenza portando a compimento la pianta che siamo. Tutto
il resto è illusione che noi stessi ci siamo creati.
L'unico compito che la Vita ci ha assegnato è
quello di realizzare la pianta che siamo. Se non lo
facciamo abbiamo sprecato l'esistenza.
La nostra pianta fiorisce, tanto più quanto meno
le diamo indicazioni e quanto più siamo capaci di
diventare puro sguardo. C'è un occhio profondo,
quello della ghianda, che sta portando a compimento il capolavoro che siamo.
1
È tutto qui
Vi sono autori dimenticati, rimossi, oppure letti soltanto perché suscita clamore quel che
superficialmente si dice del loro pensiero, pur restando di fatto
autori che nella nostra cultura hanno un ruolo di
comparsa.
Uno di questi è Alan Watts, a cui si deve la diffusione del pensiero zen nel mondo occidentale.
Di questo pensiero ci piace ricordare le storielle,
i paradossi, la figura emblematica del Maestro o
del Saggio, sempre pronti a lasciare stupefatto l'allievo. Ma in effetti ne abbiamo compreso ben
poco,
benché poi ci piaccia citarlo in qualche salotto elegante, e nemmeno ci sfiora l'idea che quel signore
di nome Watts volesse invece regalarci una possibilità diversa di stare al mondo e di vivere la
nostra
vita.
Sempre più spesso, al giorno d'oggi, quando ci capita di venire in contatto con un modo di pensare
diverso dal nostro, lo orecchiamo appena e poi disinvoltamente concludiamo che è troppo
complicato
o che quanto proposto non è realizzabile nella nostra cultura o, ancora, tiriamo in ballo la nostra
esistenza
18
Ciascuno è perfetto
stressante, incompatibile con questa o quel
l'altra filosofia di vita.
In realtà ho la sensazione, e me ne accorgo durante la psicoterapia, che noi non ascoltiamo mai
veramente ciò che l'altro dice o scrìve. Se si tratta di
nostri amici o persone a noi vicine la scusa è che
tanto sappiamo già dove vanno a parare; se si tratta
invece di libri o pensieri lontani dai nostri, li approfondiamo o meno, adattandoli però ai nostri schemi
mentali. Anche per quel che concerne la filosofia
zen, la leggiamo per ritrovarci il nostro modo di
pensare. Il risultato è che ci priviamo della possibilità di aprirci al suo vero messaggio: imparare a fare
ciò che è in realtà semplicissimo.
Watts scrive che lo Zen "è una medicina per i sinistri effetti" di tutti i condizionamenti e gli atteggiamenti del
mondo occidentale, "per la paralisi mentale e per l'ansietà che provengono da un'eccessiva
coscienza di sé". Egli mette in luce l'ipertrofia del
l'Io, il suo eccessivo sviluppo, tipico della nostra cultura.1
Ma quale sarebbe in realtà l'essenza dello Zen?
Essa si può racchiudere in quattro parole: mai nessun secondo pensiero: una visione del mondo che
non potrebbe insegnare nulla di più semplice.
Si può tradurre così: qualsiasi cosa tu stia facendo sì, proprio qualsiasi è perfetta così com'è.
Non c'è un gesto migliore di un altro; in ogni azione
che compi non c'è un secondo fine. Vado a trovare
Michele, non perché mi deve dare dei soldi o per
1
Alan W. Watts, La via dello zen, Feltrinelli, Milano 2000, p. 154.
È tutto qui
19
parlargli di qualcosa. Vado a trovare Michele e basta! Se in ogni cosa che faccio non ci deve essere
mai un secondo pensiero, ogni azione è tutto e io
non sono nient'altro che l'azione che sto compiendo.
'"Nel camminare, camminate. Sedendo, sedete.
Soprattutto non tentennate.' Poiché la qualità essenziale della naturalezza è la sincerità della mente in
divisa che non oscilla fra alternative."2
Insomma, il senso profondo dello Zen è che il
mondo è tutto qui, che non c'è alcun fine da perseguire, alcuna meta da raggiungere e che non occorre
fare alcuno sforzo per migliorarci, perché non c'è
niente di noi che non vada bene.
Non c'è niente di svalutativo nello Zen, non è una
visione del mondo basata sul giudizio, ma semplicemente sull'essere presenti a ciò che facciamo.
È tutto qui sintetizza in modo perfetto che tutto
l'Universo è presente in ogni nostra azione.
Scrive Sheldon B. Kopp: "IL giovane monaco chiede: 'Che cos'è lo Zen?'. Il Maestro risponde: 'Far
friggere dell'olio sul fuoco ardente. Il giovane monaco
chiede: 'Come posso fare a vedere la verità?'. Il Maestro risponde: 'Con i tuoi occhi di tutti i giorni". 3
È tutto qui significa che il tutto è qui, in ogni
istante, e che il mondo si sta creando adesso. Mentre ogni religione si fonda sul passato, sulla ricorrenza,
sulla memoria, lo Zen si abbandona alla vita
ora, così com'è, senza schemi, pregiudizi, certezze,
.,. 147.
3
Sheldon B. Kopp, Guru. Metafore di uno psicoterapeuta, Astrolabio, Roma 1980, p. 83. 20
Ciascuno è perfetto
senza alcuna teoria, senza credere in nulla. È tutto
qui. Non c'è nello Zen alcun riferimento alla crescita
spirituale: la ricerca di perfezione è anzi ritenuta la
causa principale del nostro malessere e dei nostri
disagi.
In una psicoterapia che si ispira al pensiero zen è
fondamentale non cercare di migliorare, non man
dare via quelli che noi chiamiamo disagi. Un grande
terapeuta impara l'arte di lasciare tutto così com'è,
dentro se stesso e dentro gli altri. Solo così cessa la
guerra inferiore.
Ecco in proposito un'antica poesia zen:
La perfetta Via (Tao) è priva di difficoltà,
Salvo che evita di preferire e di scegliere.
Solo quando siate liberi da odio e da amore
Essa si svela in tutta la sua chiarezza.
Una distinzione sottile come un capello
E cielo e terra sono separati!
Se volete raggiungere la perfetta verità.
Non preoccupatevi del giusto e dell'ingiusto.
Il dissidio fra giusto ed ingiusto
È la malattia della mente.4
Perciò il Maestro zen non è buono, non è dolce,
spesso ha un brutto carattere, si arrabbia senza motivo. Ha imparato a non castigarsi, a non lottare con
se stesso, a guardare ogni cosa che gli accade senza
alcun secondo pensiero, senza chiedersi se sia giusta o sbagliata e, soprattutto, ha imparato a guardarla
nel momento esatto in cui capita. Il mondo è
4
A.W. Watts, op. cit., p. 127.
È tutto qui 21
creato adesso e quindi tutto ciò che capita, capita
adesso.
Tutto il contrario di quello che facciamo noi, figli
dell'Occidente, che continuiamo a collegare, e a paragonare, il presente con il passato, a credere in
qualcosa o in qualcuno, a valutarci, a giudicarci, a
stimarci o a disistimarci. Secondo lo Zen invece io
vengo creato in questo momento e ogni cosa che mi
succede è come un'onda del mare che si frange sui
miei piedi. Se passiamo il tempo a "spiegare" l'onda
che è appena arrivata, non ci accorgiamo della nuova che sta già per incalzarci. Se non stiamo immersi
nel presente, ci ritroveremo sempre a cavalcioni del
l'onda sbagliata o di quella che ormai non c'è più o
di quella che non arriverà mai, come succede a
quelli di noi che pensano sempre al futuro. In questa metafora l'unico vero protagonista è il mare, in
cui la vita di ogni uomo è come un'onda, dove la prima non è uguale alla seconda, né alla terza, pur
essendo onde dello stesso mare. E visto che il protagonista è proprio il mare, tanto vale che impariamo il
più in fretta possibile a lasciare fare all'acqua. Lo
Zen insegna che il vero grande segreto della vita è
essere sempre lì dove sei, completamente abbandonato a ciò che sta accadendo.
Chuang Tzu sostiene che: '"L'uomo perfetto usa la
propria mente come uno specchio, che non s'impadronisce di nulla, che non rifiuta nulla: riceve ma
non trattiene".5
Insomma bisogna imparare a considerare anche
5
Ibid.,p.36.
22
Ciascuno è perfetto
gli eventi della vita come immagini che vengono e
vanno su una superficie riflettente.
Mai nessun secondo pensiero significa che non c'è
qualcosa o un momento più importante di altri né vi
sono situazioni decisive. Basta stare dove si è, veramente seduti su ciò che sta accadendo, senza cercare
di cambiare le cose, imparando "dai bambini,
dalle bestie, dalle piante l'arte semplice e gioiosa di
non vivere che in vista della vita",6 come dice Marcel Granet.
Ma l'essenza dello Zen si spinge oltre. Questa filosofia raccomanda di non lasciare spazio a nessun,
secondo pensiero perché la nostra presenza nelle cose è determinante, decisiva.
Perché? Che potenza avrà mai questo nostro essere veramente e soltanto in quello che ci accade? Cosa
potrebbe succederci di così profondo, di così significativo, se quando amiamo non abbiamo alcun
secondo pensiero, se quando siamo in bagno siamo
presenti alla secrezione dei nostri escrementi, se
quando siamo in auto guidiamo e basta, senza avere
in mente la meta né il fine del viaggio?
Semplicemente, cominceremo a utilizzare altre
funzioni del cervello, che secondo Schwaller de
Lubicz, grande egittologo e simbolista, "è il laboratorio di Seth, potenza che contrae, questo Satana
che imita, cioè 'scimmiotta in un quadro limitato
ciò che si realizza nell'illimitato. [...] Elimina la
presenza cerebrale o incanta il cervello, e il tuo potere diventa immenso: le tue membra non si
affaticano 6 Marcel Granet, Il pensiero cinese, Adelphi, Milano 1971, p. 384.
È tutto qui 23
più, il peso non ha più gioco, non provi più
vertigini" .7
È un invito a non usare più alcuno degli strumenti conosciuti: quando stiamo con noi stessi non ha
più senso che pensiamo, che ci chiediamo il perché
delle cose, che cerchiamo di riflettere su ciò che ci è
capitato. Perde di consistenza, di significato tutto il
colore della Storia e più che mai quello della nostra
storia. Tutti i commenti, tutte le spiegazioni che diamo di continuo ai fatti che ci accadono non
hanno,
insomma, niente a che vedere con lo Zen.
Qualche giorno fa un mio conoscente mi ha raccontato di aver risposto al proprio figlio che lo
rimproverava per avergli detto una cosa sgradevole:
Sai, parlavo tanto per parlare». Eppure, spiega il
grande pensatore russo Pavel Florenskij, la parola è
come un seme e rappresenta, istante per istante, "il
momento fisicochimico che corrisponde al corpo,
[...]. Ma noi siamo inclini a stimare poco il corpo
della parola e a ritenere che sia qualche cosa di insignificante. Spesso diciamo 'è solo parola, è
soltanto
una parola".8
Anche a me capita spesso di pensare che diciamo
il novantanove per cento delle cose "tanto per parlare" o per avere qualcosa da dire o, ancora, per
allontanarci da ciò che sta accadendo.
I condizionali, le ipotesi, gli obiettivi non hanno
7
R.A. Schwaller de Lubicz, Verbo Natura, Tre Editori, Roma
1998, p. 61.
8
Pavel A. Florenskij, II valore magico della parola, a cura di Graziano Lingua, Medusa, Milano 2001, pp. 73 e 82.
24
Ciascuno è perfetto
più significato di fronte alla consapevolezza dell'uomo zen. Che senso ha parlare di ciò che non c'è, che
senso ha parlare d'altro, se tutto ciò che sta accadendo è qui, se le forze del mondo stanno danzando
dentro e intorno a me, adesso?
Eppure, comunemente, siamo abituati a parlare
con Roberta e a pensare ad altro, oppure a fare l'amore con Francesco e a godere pensando a Marco,
come abitualmente mi raccontava Michela durante
la psicoterapia. "Che cosa mi accadrà mai di terribile se si affacciano questi famosi secondi pensieri?"
mi chiedevo un tempo, "Perché non posso fare una
cosa e pensarne un'altra?"
Nella nostra tradizione i peccati e i precetti sono
ben altri, per lo Zen, invece, ciò che conta è non
pensare a nient'altro se non a ciò che stiamo facendo. Allo Zen non sembra interessare il valore morale
che diamo alla nostra vita, se facciamo o meno beneficenza, se abbiamo successo, se siamo felici, se
abbiamo un buon rapporto con i nostri figli, se siamo contenti dei nostri comportamenti, se il lavoro
va bene. Allo Zen non interessa neppure se crediamo o meno in un'entità superiore, se siamo piccoli o
grandi peccatori, se abbiamo letto i libri giusti. E
nemmeno se stiamo mettendo in ordine la nostra vita o se stiamo ricominciando daccapo, come ognuno
di noi ama ripetere a se stesso, lasciando poi alla
fine tutto così com'è. Per lo Zen non è neppure importante se lasciamo le cose a metà, se non portiamo
mai a termine i progetti che ci siamo messi in
testa di realizzare.
"Ma il maestro" scrive Watts "sorveglia come il
giardiniere osserva la crescita di un albero, e desidera
È tutto qui 25
che il suo allievo si comporti come l'albero: un atteggiamento di crescita senza scopo, in cui non vi
siano
scorciatoie poiché ogni tappa del cammino è tanto
un principio quanto una fine. [...] Per quanto sembri
paradossale, la vita piena di scopi non ha contenuto,
non ha senso. [...] la mentalità taoista non produce o
non forza nulla ma 'fa crescere tutto."9
Per il Saggio, secondo Granet, tutto è puro. Se
non c'è nessun secondo pensiero noi siamo in ogni
cosa una presenza incontaminata.
"I Maestri mistici" scrive ancora Granet "affermano che questo stato di grazia magica è lo stato di
natura, quello del vitello appena nato. Le più belle imprese sono compiute dagli esseri che si sono
conservati
più semplici."10
In fondo, tutte le tradizioni culturalireligiose ci
invitano a guardare in noi stessi, a essere presenti a
ciò che accade dentro di noi. La religione cattolica,
per esempio, ci fa fare l'esame di coscienza, come
tutti noi abbiamo imparato da bambini in chiesa.
Questo ci porta a giudicare i nostri atti, a stabilire se
siamo bravi o cattivi, proprio l'opposto di quello che
insegna lo Zen. La presenza a se stessi di tradizione
zen è solo uno sguardo verso la nostra interiorità,
nient'altro; è la percezione che siamo lì, nelle cose
che stiamo facendo; significa lasciare tutto dentro
di noi, così com'è, osservandolo semplicemente.
Non c'è niente, ma proprio niente, da rimettere a
posto, da migliorare. Anzi, sarebbe veramente pericoloso
9
A.W. Watts, op. cit., p. 188.
10
M. Granet, op. cit., p. 386.
26
Ciascuno è perfetto
realizzare qualsivoglia forma di miglioramento, perché finiremmo per assomigliare all'ideale
che ci siamo messi in testa. Finiremmo per diventare caricature di noi stessi.
Lavoro da molti anni con Vittorio Caprioglio, il
direttore dell'Istituto Riza, e tutti i giorni ci ritroviamo a parlare di cervello, di Universo, di spazio in
terno. Vittorio pensa al cervello come a un organo
creato per produrre coscienza, non pensieri, non
emozioni, non abitudini, non certezze, non teorie.
Solo coscienza. Come un ciclista si allena per rinforzare i muscoli, noi dobbiamo produrre, fare
coscienza. E poi? Più coscienza svilupperemo, più consapevolezza imploderà nel cervello e tutto
verrà da sé.
Sarà la presenza incontaminata, libera da giudizi,
da pensieri e dal passato, a fare tutto il lavoro che
serve. Le cose andranno a posto da sole.
In noi abita una forza sconosciuta
Quello che conosciamo di noi stessi è solo l'apparenza, la superficie, quasi sempre inondata dai
pensieri altrui, dal costume, dal codice morale dell'epoca, dal senso comune. Sotto questa apparenza
c'è
però qualcosa che ci chiama a un'altra vita, a un altro destino. A volte questa voce si materializza in
un
incontro che cambia le regole che ci siamo imposti
per anni, altre volte in un libro, che troviamo in una
libreria dove siamo entrati nell'attesa di un autobus,
oppure in un programma televisivo seguito per caso, dove si affrontano argomenti che fino a un'ora
prima non sapevamo potessero riguardarci o interessarci. Questa voce può presentarsi anche sotto
forme di sintomi, disturbi, malattie che Schwaller
de Lubicz chiamava "confessioni dell'anima".
Improvvisamente stiamo male senza sapere perché, senza alcuna ragione, come se qualcosa dentro
di noi fosse disposta a tutto pur di farci trovare
nuove energie, nuovi percorsi, nuovi interessi. Ci
trasformiamo così in interpreti di personaggi che
entrano con prepotenza nella scena del nostro immaginario.
Vivere non è indispensabile, navigare si
Pietro, quarantun anni, viene da me in psicoterapia
perché non riesce a smettere di mentire: è più forte
di lui, non può farne a meno. Si inventa storie inverosimili, finge di essere un personaggio diverso
con
ogni donna che incontra: di volta in volta è uno
scrittore, un poeta, un attore, un commediografo,
anche se legge pochissimo e non ha mai scritto nulla, e nella vita lavora come aiuto del padre nel
negozìo di utensileria di famiglia. Ogni volta, con ogni
nuovo amore, ricomincia da capo.
Annamaria, trentotto anni, quando la sera torna a
casa dal marito, racconta dì essere stata a cena con
le amiche, mentre in realtà è andata in un piccolo
piedàterre che ha affittato e si è travestita da prostituta. Il resto lo si può immaginare. Prima
accadeva ogni tanto, ora almeno due volte la settimana.
Antonia, ventotto anni, fa la commessa in una
boutique, ma si sente attratta dall'astrologia. Negli
ultimi due anni ha contattato almeno un centinaio
di cartomanti, restando ogni volta delusa, ma avvertendo una spinta irrefrenabile a consultarne
altre, alla ricerca di risposte, quasi sempre insoddisfacenti,
sul proprio destino.
Chi fa un lavoro come il mio sarebbe tentato di
collocare questi esempi dentro qualche definizione
psicopatologica o qualche sindrome psichiatrica.
Invece sono convinto che i nostri comportamenti
più strani sono determinati da una voce che ci
chiama, che non vuole lasciarci seduti al nostro
posto, che ci detesta come persone regolari o normali. Questa voce che ci chiede di navigare nella
vita
In noi abita una forza sconosciuta
29non ama che ci fermiamo nel porto sicuro delle
abitudini, dove dimorano i luoghi comuni e dove
magari ci piacerebbe soggiornare. Alcuni di noi
vengono trascinati in nuove esperienze, in nuove
vite da una forza interiore che li costringe a interpretare personaggi che mai sospetterebbero di
essere e che quasi sempre il senso comune condannerebbe. Dobbiamo invece imparare quanto
sia
importante dire di sì al nostro destino, perché, come scrive Cari Gustav Jung: "In tal modo
forgiamo
un io che non si spezza quando accadono cose incomprensibili; un io che regge, che sopporta la
verità, e che è capace di far fronte al mondo e al destino. [...] Nulla è turbato sia dentro che
fuori
perché la propria continuità ha resistito alla corrente della vita e del tempo".1
Roberto, trentotto anni, è un impiegato di banca,
vive una vita normale e tranquilla. Fa con i colleghi
una gita a Firenze, al museo degli Uffizi. La Primavera di Botticelli lo incanta, lo trascina in
uno stato
di commozione, di paura, di desiderio erotico. Da
allora scatta l'ossessione di dedicarsi allo studio delle opere del pittore: si accorge di essere
trasportato
in un altro tempo, in un'altra vita. Frequenta corsi
di pittura, segue lezioni all'università sul grande artista, inizia a scrivere racconti, firmati con
uno
pseudonimo, sulla vita degli artisti dell'epoca di
Botticelli. Una forza sconosciuta lo trascina lontano
dalla routine, lo porta a creare e a percorrere rotte
1
Cari Gustav Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, Rizzoli, Milano
1978, p. 353.
30
Ciascuno è perfetto
impensabili. I familiari gli consigliano visite psichiatriche, ma lui è felice, tranquillo: Nel silenzio
delle mie serate, quando contemplo i dipinti dell'artista, sento di essere diventato un'altra persona,
avverto forze nuove, mi sento come se il tempo non
esistesse più».
Le storie di questi pazienti ricordano Fernando
Pessoa, il geniale scrittorepoeta portoghese che nel
le sue opere si è inventato personaggi che scrivevano
con identità, storie, nomi differenti. A questo proposito racconta: "Mi sento multiplo. Sono come
una
stanza dagli innumerevoli specchi fantastici che distorcono in riflessi falsi un'unica anteriore realtà
che non è in nessuno ed è in tutti".2
Cercare, cercare, cercare sempre
I bambini nei loro giochi interpretano tanti personaggi, cambiano nome, assumono personalità
diverse, vivono nel regno delle fiabe. Non credono, come noi adulti, che il mondo sia tutto qui.
Navigano
alla ricerca di mondi sconosciuti, fanno della magia
il loro modo di essere nel mondo. Noi ci siamo appiattiti, non crediamo agli asini che volano e ce ne
facciamo un vanto. Risultato: siamo diventati aridi,
dei piccoli calcolatori, non ci fidiamo di nessuno. E
così vengono a trovarci la depressione, l'ansia, l'insonnia.
Spiega con chiarezza James Hillman: "Se l'ideologo2 Fernando Pessoa, Poesie esoteriche, a cura di Francesco Zambon,
TEA, Milano 2002, p. 7.
In noi abita una forza sconosciuta
già di una cultura non lascia spazio all'altro, non da
credito all'invisibile, allora l'altro deve infilarsi nel
nostro sistema psichico in forma distorta. Questo
dovrebbe farci riflettere sul fatto che, in realtà, certe
disfunzioni psichiche andrebbero localizzate nella
disfunzionale visione del mondo che pretende di
giudicarle".3
Francesca, trentacinque anni, soffriva di una forma di insonnia indomabile anche con gli
psicofarmaci. Come ne è uscita? Fantasticando tutte le notti
di essere una principessa che vagava alla ricerca
dell'erba magica che le avrebbe dato la forza di
sconfiggere un animale preistorico che, nelle poche
ore in cui riusciva a dormire, spesso le compariva in
sogno, cercando di aggredirla. Viene dentro di me,
nel buio del silenzio, tutte le notti, fino a quando divento la principessa e allora arrivano il
benessere, la
pace, la serenità. Quando mi affido a lei, il sonno arriva dolcemente.» Anche Francesca ha
compreso
che la vita di tutti i giorni ci spegne, che dobbiamo
andare alla ricerca di simboli sconosciuti che ci
chiamano in ogni momento e che la nostra mente,
assordata dalle sirene quotidiane, annienta, facendoci diventare i fantocci che siamo. Solo
navigando
dentro di noi e creando ci possiamo salvare. Così ne
parla Pessoa: "I navigatori di un tempo avevano un
motto glorioso: 'Navigare è indispensabile; vivere
non è indispensabile. Rivendico per me lo spirito di
questa frase, di cui trasformo la lettera per sposarla
3
James Hillman, Il codice dell'anima, Adelphi, Milano 1997,
p. 233.
32
Ciascuno è perfetto
a quello che sono: 'Vivere non è necessario; necessario è creare
Ogni personaggio che si affaccia dentro di noi arriva dalle regioni più oscure e remote della nostra
anima per farci ritrovare la nostra diversità, la nostra unicità e per ricordarci che, al di là di quel che
appaiamo, esiste un re nascosto, il nostro Sé, il nostro nucleo originario. Pessoa dice che dobbiamo
fare crescere questo re nascosto nella nostra anima
attraverso un anelito quotidiano, una volontà costante, "per poi proiettarlo nel [...] cosiddetto 'mondo
esteriore".5
A quel punto le finzioni, i personaggi immaginali
che si affacciano dentro di noi apriranno la porta a
quell'unica anteriore realtà da cui dipende il senso
della nostra vita.
Il personaggio nascosto
Sono un uomo in difficoltà. Da tre anni mi sono
venute paure, soprattutto degli spazi chiusi. Avevo
progettato di partire in auto con mia moglie e di attraversare il tunnel della Manica per andare in
Inghilterra; solo all'idea sono stato male tutta la notte.
Il giorno dopo ho rinunciato, per il panico, a prendere anche il traghetto.»
Per Marcello , un manager di cinquantanni, negli
ultimi tempi le paure sono andate peggiorando: non
prende più l'aereo, nei ristoranti può rimanere solo
4
F. Pessoa, op. cit., p. 24.
a. 20.
In noi abita una forza sconosciuta
33
se sono ambienti grandi e areati, altrimenti è costretto a uscire.
Non riesco più nemmeno a stare alle riunioni di
lavoro: mi viene una specie di tremore che mi costringe a uscire dalla stanza e a ricorrere agli ansiolitici.»
Marcello mi descrive la sua vita, quasi tutta incentrata sul lavoro: la sua mente, "molto razionale,
come quella di un computer", è tutta presa da pensieri lavorativi, dalle aspettative che teme di non potere
realizzare. Nel suo racconto Marcello ammette
di essere "un tipo piuttosto palloso", interessato
quasi esclusivamente agli obiettivi lavorativi. L'unica persona che accende Marcello è la moglie, che
soffre di crisi di gelosia del tutto immotivate, e per
di più peggiorate negli ultimi tempi. Mi racconta
sconsolato: Non ho mai avuto una storia. Forse
mia moglie si mette in testa certe cose perché sessualmente la trascuro, preso come sono dal mio lavoro».
Quando qualcuno mi parla di un disagio, di uno
stato di infelicità, io mi pongo sempre la stessa domanda: "Dov'è finito il suo personaggio nascosto?".
Come psicoterapeuta ho imparato che noi soffriamo, ci ammaliamo, quanto più reprimiamo la nostra
tendenza interiore, il nostro talento: è infelice
chi soffoca se stesso.
Come illuminandosi, a un certo punto, Marcello
comincia a raccontare che tanto tempo fa era un
giocherellone e, mentre me lo racconta, mi chiedo
cosa se ne faccia ora dei suoi successi se è scomparso quel giocherellone. Capisco che Marcello aveva
dentro di sé la tendenza a giocherellare, a prendere
34
Ciascuno è perfetto
in giro se stesso e gli altri. Forse sua moglie era gelosa di quel Marcello , non del musone degli
ultimi
anni. Ciò che suscitava gelosia nella sua consorte
era il talento nascosto, ripudiato da Marcello, che
lei continuava a desiderare. Era gelosa di quel mondo leggero che Marcello non tirava più fuori,
che
aveva escluso dalla sua vita. Come puoi non avere
paura e non sentirti soffocare, se allontani da te il
bambino giocherellone che rappresenta la tua vera
tendenza, la tua più autentica presenza interiore ?
E poi Marina. Com'è brava: fa la bancaria da tanti anni. Per tutti è una grande professionista,
affidabile, capace, seria. Eppure a un certo punto entra in
crisi. La sua angoscia è arrivata a minare alle fondamenta quel personaggio efficiente, sicuro e
perfetto
lasciando sbigottiti i suoi capi, il marito, i colleghi.
Incredibilmente il problema si risolve due anni dopo, quando inizia a ricamare e a vincere concorsi
di
ricamo. Dov'era questo talento quando faceva la
bancaria? Perché non riusciva a dare spazio a una
capacità che si trovava dentro di lei e che poi è
esplosa all'improvviso? Nessuno le aveva mai insegnato a ricamare. Oggi che ha scoperto il ricamo,
Marina non fa più la bancaria.
Marina e Marcello avevano una cosa in comune:
erano troppo prigionieri della loro storia e della loro
mentalità. Entrambi non si affidavano alla propria
virtù nascosta: il gioco di Marcello e il ricamo di
Marina. Eppure qualcosa dentro di loro voleva, anche a costo della malattia e del disagio, emergere,
uscire. Era il loro talento.
Scrive Hillman: "Ciascuna vita è formata dalla
propria immagine, unica e irripetibile, un'immagine
In noi abita una forza sconosciuta
35
che è l'essenza di quella vita e che la chiama a un
destino. In quanto forza del fato, l'immagine ci fa da
nostro genio personale, da compagno e da guida
memore della nostra vocazione.
"Il daimon svolge la sua funzione di 'promemoria in molti modi. Ci motiva. Ci protegge. Inventa
e insiste con ostinata fedeltà. Si oppone alla ragionevolezza facile, ai compromessi e spesso obbliga
il suo padrone alla devianza e alla bizzarria, specialmente quando si sente trascurato o contrastato.
Offre conforto e può attirarci nel suo guscio,
ma non sopporta l'innocenza. Può far ammalare il
corpo. È incapace di adattarsi al tempo, nel flusso
della vita trova errori, salti e nodi ed è lì che preferisce stare".6
Qualcuno potrebbe obiettare: "Queste storie non
mi riguardano, io non ho una mia tendenza interiore". E si sbaglierebbe. Come precisa
Schopenhauer:
"In verità tuttavia quella forza nascosta, dominante
persino gli influssi esterni, può avere alla fine la sua
radice soltanto nella nostra vera e segreta intimità,
dal momento che l'alfa e l'omega di ogni esistenza
sono racchiusi in estrema analisi in noi stessi".7
Ognuno di noi ha un corpo con una forma unica
e irripetibile, così come unica e irripetibile è la tendenza dentro di noi. A volte questa tendenza,
questo talento, è coperto dalle vicissitudini di tutti i
giorni, come per Marina e per Marcello, eppure c'è.
6
J. Hillman, II codice dell'anima, cit., pp. 6061.
7
Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena, a cura di Giorgio
Colli, Adelphi, Milano 1981, tomo I, p. 294.
36
Ciascuno è perfetto
Senza saperlo, quando meno ce l'aspettiamo, ci troviamo a fare o pensare cose insospettabili. A tutti
succede. Quando capita è importante avere pazienza, svuotare la mente dai pensieri, dai giudizi,
dagli
obiettivi, dagli sforzi. La nostra vera natura emerge
tanto più facilmente quando giochiamo, come fa il
bambino e come vorrebbe tanto fare il nostro bambino interiore se non lo castrassimo di continuo
con parole del tipo: "Fai così", "Tu devi essere così",
"Non pensare in questo modo", "Non...", "Non...",
"Non...".
Come nel gioco, ogni tanto dovremmo fare delle
cose senza porci un obiettivo, uno scopo, osservando se in questi momenti stiamo facendo fatica o
se
invece tutto scorre in modo fluido; se siamo fuori
tempo, se pensiamo ad altro, a quello che faremo
dopo. Poi torniamo nel presente, lasciando che il gesto che stiamo facendo sgorghi in modo fluido,
come l'acqua dalla sorgente. Allora sarà possibile scoprire la felicità che non viene dall'esterno, ma
dal
nostro mondo interiore.
La volontà intelligente
Alcuni autori la chiamano "volontà intelligente", altri "principio guida interiore", altri ancora la
riconducono al concetto di "centroSe" o di L"intelligenza
innata e onnipotente". Per molte culture era il demone o il genio ispiratore, per le religioni è lo
spirito,
l'anima o l'angelo custode. Si tratta di una capacità
autotrasformatrice in grado di rigenerarci e di guidarci attimo per attimo. Già ne parlava Plutarco
quando affermava che oltre alla parte dell'anima
In noi abita una forza sconosciuta
37
immersa nel corpo terreno esiste un'altra parte più
pura, ondeggiante sopra il capo dell'uomo, dall'a
spetto di una stella e chiamata giustamente il suo
demone, il Genius, che guida l'uomo.8
È qualcosa presente in ciascuno di noi che da
l'impronta, che fa venire a galla un'indole ben precisa, che plasma il corpo e il carattere, che ci fa
compiere un certo tipo di scelte. Si tratta del talento, una sostanza che circola dentro ognuno di noi
e
che troppe volte ignoriamo di possedere o, peggio
ancora, ostacoliamo, un po come se decidessimo di
impedire al sangue di circolare o a una pianta di
fiorire.
Molti autori si riferiscono al talento come a una
candido sine qua non della vita. La moderna neurofisiologia tende a identificare nel cervello antico
la
zona in cui viene secreta la sostanza del talento. Si
tratta dell'area limbica definita "zona solare", dove
una scintilla si accende quando la creatività trova
spazio. Questo rapporto tra creatività ed energia luminosa era così chiaro ad alcune culture del
passato che chiamavano "uomoluce" colui il quale era in
grado di coltivare il talento e portare la propria
energia a risplendere nella mente. Il copricapo del
faraone e dei saggi dervisci, l'aureola del santo o la
tiara papale sottolineano da un punto di vista simbolico l'importanza del cervello e dei meccanismi
segreti capaci di esaltarne le funzioni. Come a indicare tra le righe che esiste una strada da seguire
af Plutarco, // genio di Sacrate. Novella storica, I Quaderni di Stasi
mon, Tortona 1968, cap. XXII.
38
Ciascuno è perfetto
finché il proprio talento assurga al massimo della
luminosità.
Anche dal nostro punto di vista non si può fare a
meno di questa luce della mente. A essa, nella nostra
vita, sono inscindibilmente legati benessere, felicità
e salute. È il succo, l'essenza, il concentrato di noi
stessi. È un'immagine che ci definisce e con cui siamo venuti al mondo. Non la si vede al
microscopio,
ma è il perno attorno a cui ruotiamo. Anche Schopenhauer ne parlava in termini simili, nell'ambito
delle sue speculazioni sulle trame del destino: '"Osservando bene, noi scopriamo che nella vita della
maggior parte degli uomini si ritrova un certo disegno, per così dire tracciato dalla loro propria
natura, oppure dalle circostanze che li guidano. Per
quanto alterne e mutevoli possano essere le circostanze della vita, alla fine si rivela pur sempre una
totalità, che lascia scorgere in sé un. certo accordo e
una certa coerenza [...]. La mano di un destino de
terminato, per quanto nascostamente possa agire, si
rivela con precisione, sia poi mossa da un'azione
esterna, oppure da un intimo impulso: persino dei
moventi e delle ragioni contrastanti si volgono spesso in tale direzione. Per quanto intricato sia il
corso
della vita, vi si rivela sempre una ragione e una direzione".9
Negli anni bui del materialismo si è perduta l'idea
di questa scintilla interiore: tornare ad aprirle la
porta è il modo ottimale per far pace con se stessi e
fiorire secondo natura.
9
A. Schopenhauer, Parerga e paralipomena, cit., p. 285.
La felicità interiore
Mi racconta Giuliano: Esco da una seduta di psico
terapia. Mi viene in mente che devo fare in fretta
per arrivare a casa, perché ho un appuntamento.
Penso che in mattinata ho litigato con mia moglie.
Che forse ho sbagliato a sposarla, che sarei stato
meglio con Francesca, la mia amante, con cui è finita. Penso al mio lavoro che non mi piace più.
Penso.
A trenta metri da casa mia mi fermo. Non ce la faccio più. Mi dico: "Giuliano, stai nel presente, stai
in
questo istante. Non sforzarti di mandare via i pensieri. Stai qui dove ti trovi". Dentro l'auto,
lentamente, mi abbandono. Non faccio più sforzi. Capisco cosa intende Morelli quando afferma:
"C'è solo questo
istante". La mia mente si allarga, conosco una serenità che basta a se stessa. Mi dico: "Io sono qua".
Il
benessere sale. Arriva una gioia che viene, credo, dal
fatto che i miei pensieri se ne sono andati, che non
ho più scopi. Non ho fini da raggiungere. Smetto di
giudicarmi, il passato se ne va». Quella sera Giuliano è andato a riprendere l'album delle fotografie
della sua infanzia. Si è ricordato della felicità che
provava quando giocava con gli altri bambini.
Ora quando sono triste rievoco quei giochi e ritorna la gioia. Non si creda sia un esercizio banale, è
solo questione di mentalità. Ero infelice perché attribuivo sempre agli altri la colpa e la causa di
tutto. Oggi
so che dipende tutto da me. E che non devo sforzarmi. Si tratta di lasciare riposare la mente: prima
o poi
il mio giocare viene fuori e mi porta la felicità».
Condivido in pieno il pensiero di Giuliano. Il talento si manifesta più facilmente quando giochiamo.
Ciascuno è perfetto
Giuliano, oltre a far andare avanti il suo negozio di tessuti, nel tempo libero si è rimesso a giocare
con il Meccano che aveva da bambino.
Che ce ne facciamo di una vita sempre uguale, se
perdiamo il nostro talento? La fatica, l'angoscia sono il segno che abbiamo rinunciato a ciò che
davvero vorremmo essere. Perché la felicità si raggiunge
senza sforzi.
Solo la passione ci libera
Ne abbiamo già parlato: non c'è niente da cercare,
nulla da trovare. Dovremmo utilizzare fino in fondo
tutte le forze che abbiamo a disposizione e che abitano in noi, perché ciò che più di tutto ci
impedisce
di stare bene è la repressione che costantemente
operiamo nei confronti di noi stessi. Siamo stati
abituati a trattare il nostro intimo, la nostra interiorità come un cane al guinzaglio, ripetendoci in
ogni
momento frasi del tipo: "Non fare questo", "Non è
giusto desiderare", "Non va bene come ti sei comportato l'altra sera"; o "Frenati", "Non esagerare",
"Ti stai lasciando andare troppo". Veniamo abituati
fin dall'infanzia a credere che dentro di noi esista il
male e che sia nostro compito combatterlo, sconfiggerlo, dominarlo e dominare noi stessi.
Diffidiamo di tutti coloro che inneggiano al bene
Friedrich Nietzsche scrive una grande verità: "La condizione di esistenza dei buoni è la menzogna:
in altri
termini il non voler vedere a ogni costo come in fondo
è fatta la realtà, che non è certo fatta per suscitare
42 Ciascuno è perfetto
continuamente istinti benevoli, e ancor meno per consentire a un continuo intervento di mani miopi
e bonarie. [...] nel concetto dell'uomo buono si è preso il
partito di tutto ciò che è debole, malato, malriuscito,
sofferente di se stesso, di tutto ciò che deve perire"
Francamente ci sono troppi moralisti che danno
consigli: insegnano a tutti noi, ai bambini, al mondo,
che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato. Di conseguenza, il piacere ci fa paura, non accettiamo
di viverlo e ci convinciamo che il desiderio è un nemico
da relegare sullo sfondo, quasi che le fonti del nostro
piacere, prime fra tutte i genitali, la bocca, il tatto,
fossero state costruite da un Dio infantile e capriccioso che vuole che le si reprima e le si domini.
Sarà
forse per questo che le veline, le attrici, gli attori,
quando fanno i calendari in cui esibiscono le proprie
nudità, devono subito specificare che devolveranno
almeno una parte dei loro introiti in beneficenza.
Nessuno ha il coraggio di ammettere: "Lo faccio perché sono bella, perché voglio apparire, voglio
erotizzare, voglio essere desiderata". Come tutti i domatori, vogliamo trattare noi stessi come
animali da
circo, finti, artificiali, falsi, menzogneri.
Detesto i moralisti perché quello che in loro stessi
considerano il male, cioè il desiderio, va a trovarli
incessantemente e, poiché non lo sopportano, cercano di trasformare tutti in bigotti in modo che
diventino puri, santi, privi di desideri, proprio come loro
stessi vorrebbero essere.
1
Friedrich Nietzsche, Ecce homo. Come si diventa ciò che si è,
Adelphi, Milano 2004, pp. 130 e 137.
Solo la passione ci libera
43
I] piacere represso, però, ci porta verso la porno
grafia, verso l'avidità, verso un'idea di purezza del
tutto perversa e malata, verso la rabbia, la distrutti
vità, i rancori. Osho, proprio su questo tema, afferma: "Se a un ragazzo fosse permesso di vivere
liberamente la sua sessualità, tra i quattordici e i ventun
anni, in completa e assoluta libertà, non si preoccuperebbe più del sesso, poiché se ne sarebbe
liberato.
Non leggerebbe più Playboy o Playgirl; non nasconderebbe più quelle orribili fotografie
pornografiche
in un libro o nell'armadio".2
Insomma, i desideri che reprimiamo diventano il
male, come aveva segnalato magistralmente cento
anni fa Wilhelm Reich, uno tra i più brillanti allievi
di Freud: "'La morale è dittatura quando considera
gli uomini dotati di un naturale senso della vita alla
stessa stregua della pornografìa. Che lo voglia o no,
permette in tal modo alla pornografia di sopravvivere e distrugge la naturale gioia di amare degli
uomini. [...] La legge interiore e non quella esteriore è il
metro della vera libertà. L'ipocrisia moralistica è il
nemico più pericoloso della morale naturale".3
L'estasi, l'orgasmo, il Divino
Solo gli imbecilli o i frustrati pensano che il sesso
serva unicamente a procreare. Tutto ciò che esiste
2
Osho, La maturità. La responsabilità di essere se stessi, Edizioni
Riza, Milano 2004, pp. 6970.
1
WilheJm Reich, La funzione dell'orgasmo. Problemi sessuoeconomici di energia biologica, SugarCo, Milano 1977, p. 32.
\
44
Ciascuno è perfetto
nel corpo umano, ogni funzione, realizza il capolavoro della materializzazione dell'energia
intelligente
dell'Universo. A proposito della sessualità, molti autori della tradizione ebraica mettono in luce
come
l'eros svolga una vera e propria funzione di collegamento tra l'uomo e il Divino. In particolare
Moshe
Idei, allievo di Gershom Scholem, docente di Kabbalah presso l'Università ebraica di
Gerusalemme,
scrive: "'[•••] quando lo sposo si accoppia con la propria sposa e il suo pensiero si unisce con le
entità
superiori, questo pensiero attira la luce superiore in
giù e quest'ultima si colloca sulla goccia (del seme),
dirige la propria intenzione su di essa e pensa ad essa [...] questa stessa goccia è legata in modo
permanente con la luce risplendente [...] poiché a sua volta
il pensiero è legato alle entità superiori e attira la luce risplendente in basso'".4
Quella dell'eros, dunque, è la funzione più vicina
all'estasi, che altro non è che un orgasmo allargato
all'infinito. Ah, se ce lo ricordassimo, quando facciamo l'amore, che siamo a un passo dal Signore
del
mondo! Se anziché perderci dietro alle autoreggenti, a un bel volto o a parole scontate, ci
soffermassimo sul piacere che dai genitali sale in alto, fino a
impregnare tutta la nostra coscienza, ci accorgeremmo che siamo nel centro di un mistero.
Se non intervenisse la mente con i suoi condizionamenti, con i suoi luoghi comuni, potremmo fare
l'amore per ore e ore, fino a trascendere la maschera
4
Moshe Idei, Cabala ed erotismo. Metafore e pratiche sessuali nella cabala, Mimesis, Milano 1993, p. 23.
Solo la passione ci libera
45
che indossiamo ogni giorno per noi stessi e per gli altri. Occorre diffidare di coloro che hanno rinunciato
al piacere: alla fine la loro idea del bene e del male diventa un guscio vuoto, sono dei repressi e vogliono
essere circondati da un mondo pieno di repressi come loro.
Per Reich, poi "Le malattie mentali sono il risultato
del disordine sessuale esistente nella nostra società.
[...] Il comportamento antisociale nasce da pulsioni
secondarie sorte in seguito alla repressione della vita naturale, che contraddicono la sessualità naturale".5
Chi non fa l'amore, chi non gode, chi non cerca il
piacere, chi lo reprime ha perduto il senso della vita,
è diventato inutile, non serve all'Universo che lo ha
creato e lo crea. Ha perduto lo Spirito, il Divino che
risiede in lui. Insomma, chi non gode sta sprecando
la propria vita.
Quando arriva l'amore giusto
Solo chi conosce il piacere può aprire le porte all'amore, altrimenti ne farà una parola vuota. Quasi
sempre, infatti, chiamiamo "amore" quello che in
realtà è solo il nostro attaccamento. Quando il desiderio, l'eros, il piacere se ne vanno dalla nostra interiorità,
anche il Sacro che è in noi muore. E subentrano i bigotti che parlano di purezza o ci dettano le
regole dell'amore per gli altri. Come può essere altruista colui che ha rinunciato a conoscere e ad ac
cogliere dentro di sé l'eros?
5
W. Reich, op. cit., p. 21.
46
Ciascuno è perfetto
Occorre comprendere che il nostro cervello vive
differenti livelli di energia: quello erotico è quello
più vicino all'eternità, all'infinito, alla forza creativa
dell'esistenza. Ecco perché quando facciamo l'amore dobbiamo ricordarci che stiamo abbracciando
tutto l'Universo, non solo la persona che è accanto a
noi, e che stiamo salendo verso i cieli più alti del nostro Essere. Per questo il grande Baal Shem
Tov,
fondatore del chassìdismo, invitava i suoi allievi a
pregare durante il rapporto sessuale, in modo da
unirsi con la Shekhinah (l'emanazione femminile di
Dio). E indicava ai suoi allievi, i chassidim, di cercare l'estasi durante il raccoglimento della
preghiera.
David Biale, studioso di ebraismo, a proposito del
legame tra sacralità ed erotismo riporta appunto
che i chassidim "sì procurano deliberatamente delle
erezioni durante la preghiera, secondo il precetto di
Rabbi Israel Baal Shem Tov [...], che diceva loro
che, come colui che s'impegna nel rapporto sessuale
con un organo impotente non può generare, così si
dovrebbe essere potenti nel momento della preghiera e, nella preghiera, è necessario unirsi
(sessualmente) con la Shekhinah [.,.]. È pertanto necessario
muoversi avanti e indietro come nell'atto del rapporto" .6
I Saggi quindi ben sapevano che l'eros è la porta
aperta all'estasi, la sostanza più gradita alla sacralità della vita. Tutto il contrario di quello che
ancora
oggi ci viene insegnato.
6
David Biale, L'eros nell'ebraismo. Dai tempi biblici ai giorni nostri, Giuntina, Firenze 2003, p. 171.
L'amore ci difende dalle malattie
Non siamo abituati ad accogliere il desiderio senza
commentarlo, senza dirci se sia giusto o ingiusto e
quindi senza colpevolizzarlo. Molti ritengono il piacere erotico di serie B rispetto al vero amore. Si
sbagliano: solo dall'eros può sbocciare l'amore e non viceversa. Oggi le moderne ricerche di psicologia e
di
neurofisiologia hanno messo in luce che l'eros è la
più potente sostanza antidepressiva, antiansiogena
e antinsonnia.
Dean Ornish, cardiologo e ricercatore americano
di fama internazionale, dopo lunghi e documentati
studi clinici, ha perentoriamente affermato: "Io, tuttavia, non conosco altri fattori medici capaci di
influenzare maggiormente la qualità detta vita, l'incidenza delle malattie e la morte prematura per
cause
diverse: dieta, fumo, esercizio fisico, stress, genetica,
farmaci e chirurgia hanno, infatti, un effetto meno
potente dell'amore"."1
Dì più: chi fa l'amore con gioia, chi vive il piacere
senza colpevolizzarlo innalza le difese immunitarie
e non si ammala.
Quando diciamo: A me non capita il grande amore», Non incontro mai la persona giusta» è per
ché abbiamo in mente un modello di uomo o di
donna troppo rigido, che ci impedisce di incontrare
le persone che invece sarebbero adatte a noi. Insomma, non troviamo l'amore giusto perché diamo
troppa importanza a dettagli insignificanti (per esem pio 7 Dean Ornish, L'amore che fa vivere, Sonzogno, Milano
1999, p. 10.
48
Ciascuno è perfetto:
come si veste, come la pensa ecc.). Se invece ci
affidassimo all'eros, all'eccitazione, al desiderio, ci
basterebbe chiudere gli occhi e vedremmo arrivare
la persona che ci attrae. L'eros può veramente farci
da bussola nelle nostre scelte affettive e più di uno
studio ha messo in luce che esso è presente incessantemente nel nostro cervello. Siamo noi che non
10 vediamo, perché prigionieri di troppi pensieri, e
che lo ostacoliamo.
Anche Qohélet, Grande Saggio del III secolo a.C.,
scriveva:
E io lodo il piacere
L'unico bene che ha l'uomo sotto il sole
È mangiare bere godere 8
In modo diametralmente opposto a ciò che ci in
tima la morale odierna, ci indicava di mettere sempre il piacere al primo posto.
Quando l'eros fa miracoli
Il nostro benessere non dipende, come comunemente si crede, dal lavoro, dai soldi, dal prestigio che
abbiamo conquistato o dal successo che ci viene tributato, e neppure dalla salute.
Quando qualcuno viene da me in psicoterapia,
non presto molta attenzione ai suoi miglioramenti.
Non do nemmeno molta importanza ai suoi successi lavorativi o al buon andamento delle sue
relazioni
8
Qohélet, a cura di Guido Ceronetti, Adelphi, Milano 2001, p. 61.
è*,:

Solo la passione ci libera


49
interpersonali con il coniuge, i figli, i colleghi di lavoro. Tutto questo riguarda la vita vista da
vicino,
osservata da un occhio sdraiato sulle cose contingenti, sulla nostra voglia di mettere le cose a posto,
di stare alle regole, insomma, di funzionare bene.
Negli occhi delle persone che mi chiedono un parere sulla loro vita c'è sempre, in fondo, il desiderio
di
essere il più normale, il più regolare possibile. Ma a
me tutto questo non interessa.
Non attribuisco alcuna importanza alla storia individuale delle persone che vengono da me una
storia vale l'altra , mentre di ognuna di loro mi interessa il rapporto che ha con l'eros, lo spazio che
ha la sessualità nella sua vita, l'importanza che gli
attribuisce. E poi vado a cercare le caratteristiche
insolite del mìo interlocutore, le sue stranezze e il
suo aspetto straordinario, ciò che lo rende non comune, che non lo fa assomigliare a nessun altro.
Insomma, quando a un mio paziente capita qualcosa
di inspiegabile, io sono soddisfatto!
La luce dell'eros non ha confini
Tullia, trentasette anni, è a cena con il suo compagno in una serata di metà giugno. Una cena
intensa, appassionata, carica di sensualità e di desiderio.
Come sale in auto per ritornare a casa prova un bisogno irrefrenabile di fare l'amore. Qualcosa di
forte, di appassionato, di travolgente, di così intenso da chiedere a Mauro di fermarsi da qualche
parte.» Tra i due vi è un silenzio carico di eros, mentre
le loro mani si cercano frettolosamente. Come
portati da una forza misteriosa ci fermiamo in un
50
Ciascuno è perfetto
piccolo paese alle porte della città e noncuranti di
quello che succede intorno a noi, senza preoccuparci di alcun pericolo, facciamo l'amore con
un'intensità, una passione che ci ha fatto perdere del tutto la testa.»
Tullia si sente "persa", totalmente vuota, libera,
senza alcun pudore, sente che è parte del tutto, che i
confini della propria individualità sono in realtà solo illusioni tracciate dalla mente. Il piacere che
provavo era talmente intenso che mi sembrava di vivere in una dimensione luminosa. Avevo un
orgasmo dopo l'altro e mi sentivo immersa in un alone
di luce, come se la mia testa si fosse completamente
illuminata.»
Come smettono di fare l'amore, Mauro, sbigottito, richiama l'attenzione di Tullia. Intorno all'auto la
notte si era popolata di lucciole che danzavano intorno a loro, a pochissima distanza dai finestrini
aperti della loro macchina. Siamo rimasti sbalorditi e in silenzio a guardare le lucciole che
danzavano
tra le nostre mani. Questi piccoli insetti producevano nei loro corpi la medesima luce che avevo
visto
dentro di me. Mi sono sentita estasiata, come immersa in un miracolo.»
Il giorno dopo Tullia è sconcertata, perplessa, si
pone domande. Erano anni che non vedevo più le
lucciole in campagna, figurarsi in città, alle porte di
Milano. Con tutto l'inquinamento che c'è.»
Va a sfogliare i libri e scopre che la luminosità
delle lucciole dipende dal loro stato di eccitazione
sessuale. Questi piccoli insetti sono davvero capaci
di trasformare l'energia sessuale in luce, sono il
simbolo dell'illuminazione dei Saggi, dei Santi, de
Solo la passione ci libera 51
gli Asceti. Per la prima volta non avevo fatto l'amore dentro i miei soliti schemi cerebrali, ero andata
oltre.»
Un filo tra eros e luce
La magica luminescenza delle lucciole è, come sappiamo oggi, un richiamo sessuale. In questo senso
possiamo leggerla simbolicamente come la capacità
di sintetizzare l'energia erotica e trasformarla in pura energia, in luce: sintesi di materia e coscienza al
livello più alto. Segno della capacità dell'eros di portarci al livello della nostra essenza più profonda,
nell'unione con l'altro e il cosmo.
Quando noi usciamo dai confini del nostro Io ristretto, la luce dell'eros che dimora in noi partecipa
di tutto l'Universo. Tullia, Mauro e le lucciole erano
una sola cosa, partecipavano allo stesso evento sincronico che, scrive Jung, va inteso come "la
simultaneità di un certo stato psichico con uno o più eventi
esterni che paiono paralleli significativi".9
Questa è la magia: scoprire il nostro legame con il
tutto, sapere che in certi stati d'animo, quando la
nostra mente si assenta, la luce dell'eros è presente
in ogni angolo della natura.
Come terapeuta ho scoperto che le persone a cui
capitano episodi come questi vedono scomparire in
poco tempo i disagi e le sofferenze esistenziali. Così
è accaduto a Tullia.
!
9
Cari Gustav Jung, La sincronicità. 1952, Boringhieri, Torino
1980,p. 39.
Fare spazio alla magia
Tra noi e le cose, gli oggetti del mondo, i fiori, gli
animali c'è una profonda affinità. Quando la mente
è completamente vuota, come nei momenti in cui ci
abbandoniamo all'eros, al desiderio, questi legami si
possono misteriosamente rivelare.
Sempre Jung, citando Alberto Magno, specifica
che tra noi e il mondo che ci circonda si può venire a
creare una sorta di magica attrazione: '"[...] è insita
nell'anima umana una certa proprietà (virtus) di
cambiare le cose, e che le altre cose le sono soggette;
e precisamente quando essa è trascinata a un grande
eccesso di amore o di odio o qualcosa di analogo [...].
Se quindi l'anima di un uomo cade in preda a un
grande eccesso di una qualche passione, si può stabilire sperimentalmente che esso (l'eccesso)
costringe (magicamente) le cose e le cambia nella direzione
verso cui tende l'eccesso'". 10
È quello che è accaduto a Tullia. Si è creata una
simpatìa tra la luce che avvertiva dentro di sé durante l'estasi del piacere e gli animali che più di
tutti incarnano e realizzano la luminosità dell'eccitazione
sessuale: le lucciole.
Come dicono i Saggi, l'Universo risuona con noi.
In certi stati della coscienza, quando cessa di esistere il nostro Io, avviene l'incontro misterioso e
insospettabile con qualcosa che ci riguarda. In certi
momenti noi siamo lucciole e le lucciole sono il condensato della nostra anima. Proprio l'amore,
come
10
/bùi., p. 46.
Solo la passione ci libera
53
scrive in un passo suggestivo Giuliano Kremmerz,
simbolista di fine Ottocento, è la chiave di volta di
questi processi: "Annoto che nella sola coscienza integrata, fuori da ogni influenza di ambiente, di
superstizione e di passione, il Potere Volitivo si manifesta spontaneamente senza sforzo col solo
atto
immaginativo; che l'immaginazione è strumento di
creazione nelle coscienze integrate; che basta la
creazione di una forma pensata in tale condizione
interiore perché la forma si realizzi; che tale successo non è il risultato di uno sforzo, ma di uno
stato di
essere indipendente e interiore che non conosce
ostacoli; che la realizzazione in alto come in basso,
cioè nella mentalità interiore come nella creazione,
è un atto di amore".11
Cosa occorre allora per produrre simili stati magici? Semplice. È necessario non pensare, non avere
obiettivi, non lottare con se stessi, lasciare scorrere
il desiderio e perdersi in esso. Al resto pensa l'eros.
Giuliano Kremmerz, Commentarium per le accademie ermetiche (S.P.H.C.L), Nardini, Firenze 1982, anno II (1911), p. 156.
Torniamo a essere protagonisti
della nostra vita
Sono pienamente convinto che la vita non vada rimandata a domani. Bisogna viverla adesso. Senza
modelli esterni che ci inducano a colpevolizzarci,
senza rancori e senza rimpianti. Se viviamo nel presente possiamo essere felici perché il nostro Essere
è più grande di qualsiasi dolore.
Caro Morelli,
ho cinquantanni compiuti l'altro ieri e il bilancio
della mia vita è totalmente negativo. Mi guardo indietro e vedo un matrimonio fallito credo più per
colpa
mia e due figli, un maschio di venticinque anni e una
femmina di ventidue, con i quali ho rapporti scostanti.
Dicono che non li capisco, ma nemmeno loro capiscono me. Abitiamo insieme, ma in pratica è come se
vivessimo in un albergo.
L'uomo con cui sto ciascuno a casa propria non
ha rapporti sessuali con me da più di sei mesi. Di volta in
volta adduce scuse diverse come la stanchezza, lo stress, i
problemi della sua ex famiglia. Eppure come donna sono
ancora piacente. Tre mesi fa mi è capitata un'avventura
entusiasmante, ahimè, durata solo una settimana.
Torniamo a essere protagonisti della nostra vita
55
Negli ultimi tempi con la mente vado indietro negli
anni, rivedo la mia infanzia. Bei tempi. Chi lo avrebbe
detto allora che sarebbe finita così? Anche sul lavoro
sono insoddisfatta, forse perché per la famiglia ho rinunciato alla mia carriera.
Sono tutta un rimpianto. Non vedo un futuro. Con
gli altri sono sempre contratta, innaturale, ho paura
che scoprano facilmente la mia fragilità, la mia insicurezza, per cui non mi lascio andare. Dopo una serata
con gli amici che dovrebbe essere spensierata, torno a
casa più triste ancora e mi colpevolizzo per non essere
stata all'altezza della situazione. Di fatto non ho alcuna
stima di me stessa. Sono stata persino in psicoterapia
per alcuni mesi, ma non ho raggiunto alcun risultato.
Mi chiedo come, saranno gli anni che mi aspettano.
Rossana B. (Piacenza)

i
Riappropriamoci subito della nostra vita
Da più di vent'anni lavoro come psicoterapeuta e
molte cose che prima davo per scontate ora non lo
sono più. Una volta pensavo che se una persona
avesse capito cosa la faceva stare male, poi sarebbe
guarita. Quindi il mio modo di fare psicoterapìa era
per lo più improntato alla comprensione, e quindi
alla interpretazione, del materiale (gesti, parole, sogni ecc.) che il cosiddetto "paziente" portava da me.
Francamente allora pensavo che lo sforzo cosciente servisse a qualcosa. Alla lettera di Rossana avrei
risposto che bisognava indagare da dove arrivassero
il suo disagio (dall'infanzia, dai modelli genitoriali
ecc.) e il suo senso di colpa. Che il miglioramento
Ciascuno è perfetto
del suo malessere esistenziale sarebbe dipeso dal
portare in luce l'inconscio.
Oggi non la penso più così. Non credo che valga la
pena di passare interi anni della propria vita per capire se stessi. Chi lo ha fatto (alludo agli anni di
analisi) in genere ne è uscito con una razionalità molto
più forte e con l'illusione di avere raggiunto una nuova condizione: di uomo capace di vivere una
mirabile sintesi tra istinti, sentimenti e ragione. In realtà
tutti noi psicoterapeuti sappiamo che l'uomo che si
sogna di diventare dopo il training analitico corrisponde in gran parte al modello teorico di
riferimento (Freud, Jung ecc.). Risultato? L'appiattimento di
tutto il nostro Essere ai canoni di un modello.
Sono convinto che la domanda che varrebbe veramente la pena di fare ad alta voce è questa: "Al di

della via psicoterapeutica e del ricorso alle nozioni di
inconscio (e come tale sconosciuto alla coscienza),
può ciascuno di noi fare qualcosa per essere o tornare
protagonista della propria vita, vale a dire per autostimarsi? Si può raggiungere l'autostima
attraverso regole alle quali la volontà non sia estranea? E se la risposta è sì, di quale tipo di volontà
si sta parlando?".
Coloro che vengono ai gruppi di autostima che l'Istituto Riza organizza ciclicamente appaiono in
genere sorpresi dal mio invito a entrare in un'altra dimensione del tempo. Smettiamo di parlare del
passato» dico loro, non programmiamo il futuro,
entriamo nel regno dell'Adesso.»
È un piccolo sforzo che la mente può fare, quello
di concentrarsi su quanto sta accadendo in questo
momento, in questo istante. Subito. Non fra cinque
minuti. Subito!
Torniamo a essere protagonisti della nostra vita
57
Se riusciremo a stare nell'Adesso, presenti a noi
stessi, e non lasceremo spazio a emozioni negative incalzanti e ai rancori, entreremo in una specie di
stato
di estraneità. Ogni giorno faremo lo sforzo, sempre
più piccolo a mano a mano che ci abitueremo, di stare
per qualche minuto da soli, fuori dal tempo. E capiremo che non c'è niente per cui valga veramente la
pena
di essere felici. È alla vita che dobbiamo affidarci, separandoci per qualche istante dalle cose comuni.
Liberiamoci dai modelli
L'autostima non è rimandabile a domani. La maggior
parte di noi passa la vita ad aspettare di essere felice
perché convinta che ciò accadrà soltanto quando avrà
avuto successo, incontrato il partner o la partner giusta, guadagnato più soldi, comprato l'auto, la casa o
il
vestito più bello. A volte sprechiamo tutta un'esistenza
in attesa che accadano cose che poi non capitano.
Scriveva Blaise Pascal, già nel Seicento: "Ognuno
esamini i propri pensieri e li troverà occupati nel
passato e nell'avvenire. Non pensiamo quasi mai al
presente; e, se ci pensiamo, è soltanto per prenderne
lume a disporre dell'avvenire. Il presente non è mai
il nostro scopo; il passato e il presente sono i nostri
mezzi; soltanto l'avvenire è il nostro scopo. Per questo, non viviamo mai, ma speriamo di vivere; e,
disponendoci sempre a essere felici, è inevitabile che
non lo diverremo giammai".1
1
Blaise Pascal, Pensieri e altri scritti, a cura di Gennaro Auletta,
Mondadori, Milano 1994, p. 180.
Ciascuno è perfetto
Siamo prigionieri del nostro Io e dei modelli che
la realtà ci somministra: "Ah, se fossi bello, ricco,
intelligente come quell'altro...". Finiamo per passare, come Rossana, gran parte del tempo a ragionare
sul passato che non è più. E il passato libera i rimpianti, i rancori, i sensi di colpa.
Di fronte a qualsiasi situazione, invece, dovremmo ricordarci che lo spazio del nostro Essere è più
ampio del dolore emotivo, del disagio che stiamo
provando.
In Africa ho imparato che con l'anima è possibile
fare due cose allo stesso tempo: rinchiudere la sofferenza in un puntino giallo che si allontana nel
tramonto e contemporaneamente, rivolgendo lo sguardo nella direzione opposta, veder sorgere la luce
della gioia. Questa esperienza, più facile da realizzare a occhi chiusi, non significa che il dolore
scompare dalla nostra vita, ma che lo collochiamo nella
giusta prospettiva.
Come dice Roberto Assagioli, fondatore della psicosintesi, le nostre emozioni, i nostri disagi possono
anche toccare il nostro Io, ma non mettere in discussione tutto il nostro Essere: "Noi siamo dominati da
tutto
quello con cui il nostro io si identifica. Noi possiamo
dominare, dirigere e utilizzare tutto quello da cui ci disidentifichiamo. In questo principio sta il segreto
della
nostra schiavitù o della nostra libertà. Ogniqualvolta
ci identifichiamo con una debolezza, con un difetto,
con un impulso, ci limitiamo e paralizziamo da noi
stessi. Per esempio, ogniqualvolta ammettiamo: 'Io
sono scoraggiato, oppure lo sono irritato, diventiamo, perciò stesso, scoraggiati; siamo dominati e
travolti dalla depressione o dall'ira. Abbiamo accettato
Torniamo a essere protagonisti della nostra vita
59
quelle limitazioni, vi abbiamo aderito; ci siamo messi
noi stessi in catene. Se invece, nelle identiche condizioni, diciamo: 'Un'onda di scoraggiamento tenta di
invadermi, o 'un impulso d'ira tenta di travolgermi, il
rapporto è diverso; vi sono due forze l'una di fronte all'altra: da un lato il nostro Io vigile e dall'altro lo
scoraggiamento o l'ira. E l'Io vigile non si lascia invadere
o travolgere; può osservare obbiettivamente ed esaminare criticamente quei moti di scoraggiamento o di
ira; ricercare l'origine, scorgerne l'infondatezza, prevederne gli effetti dannosi, le conseguenze
pericolose.
Spesso basta questo per respingere l'attacco di quelle
forze, per disperderle e vincere la battaglia".2
Secondo il rabbino Shlomo Bekhor, autostima è
una brutta parola, perché l'uomo non ha il diritto di
stimare se stesso. Semmai questo è un compito che
spetta a Dio. E non posso che essere d'accordo con
quest'opinione.
Che noi siamo consenzienti o meno, il nostro corpo continua a vivere. Le nostre cellule, numerose
come gli astri, vivono in un insieme armonico. Scrive Ervin Laszlo: "Il corpo umano consiste di
qualcosa come un milione di miliardi di cellule, molte più
delle stelle nella Via Lattea. Di questa popolazione
di cellule, 600 miliardi stanno morendo e lo stesso
numero si sta rigenerando ogni giorno: qualcosa come più di 10 milioni di cellule al secondo".3
2
Roberto Assagioli, Prìncipi e metodi della psicosintesi terapeutica, Astrolabio, Roma 1973, pp. 2829.
3
Ervin Laszlo, OLOS. 77 nuovo mondo della scienza, Edizioni Riza,
Milano 2002, p. 76.
60
Ciascuno è perfetto

E ancora: "Tutte le sue parti sono multidimensionalmente, dinamicamente e quasi istantaneamente


correlate con tutte le altre parti".4
Quindi esiste un codice globale che fa battere il
nostro cuore, respirare i nostri polmoni e che permette a tutto il nostro organismo di comportarsi come
un'unità. Il nostro corpo vive e ci conduce, che
noi ci stimiamo o no, che ci colpevolizziamo o meno. Da qui forse possiamo partire. Non è la testa che
deve decidere se siamo o non siamo a posto. Non
esistono valori assoluti.
Finora abbiamo preteso, con grande presunzione,
di conoscere e spiegare il mondo usando una griglia
di riferimento assai riduttiva, che alla lunga si dimostra ridicola. Scrive in merito Schwaller de Lubicz:
"L'Occidente ha creduto alla realtà definitiva di
valori che non sono che gettoni del gioco della Vita
[...]. L'Occidente ha voluto costruire qualcosa di durevole in un mondo che non è che un'altalena, e
cercando il durevole nel perituro, ha dimenticato il reale, l'indistruttibile".5
Occorre affidarsi o, meglio, arrendersi di più, al
Sé, vale a dire alla parte infinita di noi stessi che il
predominio della vita razionale ha relegato sullo
sfondo. Il Sé è per definizione il centro della nostra
vita creativa.
Ha ragione Alain Bauer, l'antropologo della foresta, quando dice che bisogna essere impersonali, come
. 74.
5
R.A. Schwaller de Lubicz, Verbo Natura, Tre Editori, Rom
1998, p. 63.
Torniamo a essere protagonisti della nostra vita
61
assenti da se stessi. L'autostima non corrisponde
a uno sforzo della mente, ma sicuramente ha a che
vedere con un diverso atteggiamento della coscienza.
"Faccio quello che posso" dice Bauer, "senza rimpianti per gli sforzi che non ho fatto in passato,
nessuna impotenza nei confronti di obiettivi che non potrò mai raggiungere, nessuna frustrazione
per ciò che
non sono diventato. Oggi sono l'albero più bello che il
mio Sé ha generato e ha continuato a generare."6
Paolo C. mi scrìve qualche riga a tale proposito:
"Vede Morelli, ho provato ad applicare alcune cose
emerse ai suoi gruppi sull'autostima, anche se ero
scettico. Ho provato ad abbandonarmi. Mi sono detto: 'Vabbe, ho litigato con mia moglie, ma ora
basta.
Basta ripensarci. Devo uscire dal rancore, dal dolore.
E di colpo la mia coscienza si è svuotata. Il giorno dopo mi telefona un mio cliente. Mi dice che
deve spostare il pagamento di una mia fattura dì tre mesi. Mi
sono arrabbiato da pazzi. Mi ha rovinato la giornata.
Poi mi sono detto: 'Posso fare qualcosa? No!'. E allora
ho capito che uno deve fare lo sforzo che gli compete,
poi tornare protagonista di se stesso. Ho svuotato la
coscienza dal rancore. È tornata la pace. Sono d'accordo con lei, l'autostima si conquista subito.
Niente
deve mettere in discussione il giudizio che hai di te."
Impariamo a contraddirci
Tra le regole per l'autostima, una colpisce particolarmente chi ne sente parlare per la prima volta: è
6
Alain Bauer, Saggezza, africana, raccolta di frammenti sparsi.
I
62
Ciascuno è perfetto

quella della contraddizione. Prigionieri come siamo


del razionale, è difficile accettare che in noi esistano
spinte contraddittorie, come per esempio pensare
una cosa e fare l'esatto contrario. Scrive Eraclito
proprio su questo tema:
L'armonia nascosta
è migliore di quella apparente.
L'opposizione porta l'accordo.
Dalla discordia nasce
l'armonia più bella.
È nel mutamento
che le cose trovano quiete.
La gente non capisce
come ciò che è in disaccordo con se stesso
porti in sé armonia.
Esiste un'armonia nell'attrito
come nel caso dell'archetto e della lira.
L'archetto si chiama vita
ma lavora per la morte.7
Eppure, quando accade che in noi si manifestino
atteggiamenti contraddittori, in genere ci colpevolizziamo.
Faccio di tutto» mi dice Roberta per non cascarci più. Invece lui mi telefona e, nonostante non
abbia voglia di vederlo, come una scema non posso
fare altro che dirgli di sì. Andiamo a cena e poi la serata si conclude puntualmente a letto e,
altrettanto
puntualmente, lui scappa, sino alla prossima volta.
7
Osho, L'Armonia nascosta. Discorsi sui Frammenti di Eraclito,
ECIG, Genova 2003, p. 15.
Torniamo a essere protagonisti della nostra vita
63
Lui non mi piace, non lo sopporto, lo detesto, eppure ci casco. Torno a casa e comincio a
colpevolizzarmi. Non sopporto le mie contraddizioni.»
Comportamenti come questi, presenti o passati,
contribuiscono a creare stati di disistima. Niente di
più sbagliato. La contraddizione rivela la presenza
di due mondi interiori di segno opposto. È l'unilateralità della coscienza che vorrebbe farci essere
una
cosa senza l'altra. In questa realtà, quando scopriamo la presenza di due desideri di segno opposto,
significa che il nostro piccolo mondo cosciente si sta
allargando. Bisogna diffidare di chi pensa e agisce
sempre nello stesso modo. L'autostima aumenta a
mano a mano che impariamo ad arrenderci alla
contraddizione.
Ogni tanto cambiamo nome
Una recente ricerca americana ha messo in luce un
dato su cui riflettere. Riguarda il nostro nome: i ricercatori si sono accorti che le persone che amano
il
proprio nome, che se lo sentono calzato addosso,
non solo sono più felici, ma vivono più a lungo. Per
questo può essere utile darsi dei soprannomi e chiamare i figli nel modo giusto. Coloro a cui piace il
proprio nome non conoscono la depressione grave,
escono dalle difficoltà della vita con maggiore facilità e si ammalano in percentuale assai minore di
malattie gravi.
Se il nome che abbiamo è il suono di riferimento
della nostra vita, tutte le volte che veniamo chiamati o che ci chiamiamo come accade spesso
quando parliamo da soli con noi stessi L attiviamo

Ciascuno è perfetto

inconsapevolmente le nostre onde cerebrali,jec in moto stimoli bioelettrici, mediatori chimici alla base del
funzionamento di tutto il nostro
organismo.
Durante la mia permanenza in Africa mi sono meravigliato del fatto che il Maestro desse agli iniziati della foresta un
nuovo nome (che aveva un suono diverso dal precedente) quando si allontanavano dal
nucleo familiare per andare a cercare la via della verità. Anche in molte religioni, compresa quella cattolica, può
accadere che, nel momento in cui il sacerdote si allontana dal mondo pagano per entrare in
quello sacro, cambi nome.
Insomma, sia la ricerca appena citata sia la storia
delle religioni ci insegnano che il suono che ci rappresenta crea un'atmosfera che impregna le nostre
cellule, il nostro Essere, la nostra vita affettiva.

Un nome, un suono
Annamaria torna a trovarmi in studio alcuni anni dopo la conclusione della terapia. Talvolta in persone che hanno
seguito un percorso psicoterapeutico
emergono sensibilità particolari. Ecco che cosa rende perplessa la mia ex paziente: aspetta un bambino
e la gravidanza si sta avvicinando al termine. Il marito vorrebbe chiamare il bambino Jacopo, come
nonno. Annamaria ritiene che Jacopo sia un suono infelice, triste. Mi viene in mente come un'ossessione il libro di
Foscolo Le ultime lettere di Jacopo
Ortis e la fine tragica del protagonista. Non vorrei!
trasferire a mio figlio quell'atmosfera di morte e di
dolore. »
Torniamo a essere protagonisti della nostra vita. 65

Io condivido la perplessità di Annamaria, perché


anche per me la scelta dei nomi dei figli va fatta con
attenzione. La cosa peggiore è scegliere in base alle
tradizioni familiari: chiamare i neonati con i nomi
dei nostri genitori, dei nonni, degli avi vuol dire in-serire nel nome dei piccoli immagini ereditate. Il
nome andrebbe scelto, piuttosto, in base alla gioia,
alla vitalità che suscita quel suono all'interno del
mondo materno e paterno. Così, alla fine, fa Anna-
maria.
Guai se ogni volta che chiamiamo i nostri bambini impregniamo il loro nome di un'atmosfera spiacevole o negativa.
Un nome sbagliato è più deleterio
di un farmaco ed è un farmaco che agisce nel nostro
cervello per sempre. È Pavel Florenskij a scrivere
che ogni nome è pieno di un'energia capace di condizionare fortemente chi lo porta: "Se per esempio a
un bambino viene dato il nome Napoleone, fin da
bambino ci si aspetteranno azioni napoleoniche, o
per lo meno si cercherà di eliminare tutto ciò che
potrebbe rappresentare una negazione degli atti napoleonici nella sua personalità. [... ] il nome come tale, ogni nome, ha
involontariamente un effetto, non
può cioè restare senza effetto su colui che lo porta, e
ciò risulta, come detto, un imperativo". 8
Nei gruppi di autostima invito spesso i partecipanti a cambiare nome, a darsene, nella vita di tutti i giorni, uno
diverso da quello depositato all'anagrafe. All'inizio tutti sono perplessi; poi però si
8 Pavel A. Florenskij, valore magico della parola, a cura di Gradano Lingua, Medusa, Milano 2001, p. 68-69.
66 Ciascuno è perfetto

accorgono che questa tecnica può dare risultati in-sospettabili. Uno di loro mi racconta: Quando sul
lavoro mi sforzo di fare cose che non mi vengono,
mi do un altro nome. Parlo con me stesso, chiamandomi Roberto, anziché Michele. Pensi che lo
faccio anche quando ho degli attacchi di ulcera. In
un baleno, cambiandomi il nome, mi passano anche i dolori».
Christy Huldon, una psichiatra studiosa del linguaggio, si era accorta che nei soggetti affetti da
personalità multipla, che passano frequentemente e
inconsciamente da un tipo di personalità a un'altra,
spesso la voce cambia. Ma la cosa sorprendente è
che in quei momenti spesso scompaiono anche sintomi di tipo fisico come l'allergia, l'ipertensione, l'iperglicemia. "Una
donna affetta da questo disturbo,
ricoverata in un ospedale per diabetici, " scrive Mi-chael Talbot "sconcertò i suoi dottori non mostrando alcun sintomo
perché una delle sue personalità
non diabetiche aveva preso il sopravvento [... ] e lo
psicologo Robert A. Phillips Jr riferisce che perfino i
tumori possono apparire e scomparire [... ]. "9
Insomma i suoni che abitano dentro di noi, il no-me con cui ci chiamano e chiamiamo noi stessi può
influenzare profondamente la nostra salute e il nostro modo di essere.
Dopo aver preso parte a un gruppo di autostima,
Simona, trentatré anni, mi riferisce: Quando mi
sento bloccata nel fare qualcosa a cui tengo molto,
9 MichaelTalbot, Tutto è uno. L'ipotesi della scienza olografica, Urrà, Milano 1997, p. 122.
Torniamo a essere protagonisti della nostra vita 67

provo a farlo con un altro nome. È un'altra me


stessa che entra in gioco e i blocchi mentali svaniscono».
Vinciamo l'orgoglio con le lacrime
Anni fa ho incontrato un vecchio Maestro taoista.
Non mi capacitavo del fatto che si commuovesse con
estrema facilità. Per un po' di tempo, figlio com'ero
della mia generazione e della mia cultura, credevo
che la sua commozione dipendesse dall'età, dalla labilità emotiva che colpisce gli anziani, o forse dal-
l'arteriosclerosi.
In realtà aveva imparato con esercizio costante e
ripetuto a tradurre ogni emozione in lacrime. Essere
umili fa bene all'anima» mi diceva, ma non deve essere uno sforzo. In chi si ammala c'è troppo orgoglio
e l'orgoglio è come il fuoco: devi spegnerlo con le lacrime. » Solo il Saggio va al di là del mito della virilità
che ci è stato insegnato e sa piangere, liberando così
la propria natura più profonda. Le lacrime, dicono
tutti i Saggi, purificano il cervello, lo liberano dall'inutile, dalle scorie che tutti i giorni vi si accumulano.
Le lacrime sono una panacea e commuoversi è determinante per il benessere e la stima di noi stessi.
Per uno strano mistero che collega le cose della
vita, gli stessi concetti cinesi si ritrovano nell'essenza del pensiero ebraico. Secondo il Talmud, l'intelligenza del cuore si
libera con il pianto e la visione
della vita cambia nell'uomo che sa ritrovare la pro-pria commozione. Ogni secrezione del nostro corpo
è preziosa e capace di miracoli, e contiene le forze
sopite dell'Universo. Le lacrime sono vicine agli oc »
Ciascuno è perfetto

chi, alla consapevolezza, al dolore, alla gioia, all'abbandono, all'amore. Quante parole si racchiudono i
in poche gocce! In Africa Jahmed mi ha insegnato
piangere senza collegare le lacrime a nessun motivo
apparente: "Se non ci sono immagini, le lacrime diventano l'oceano della purezza, liberano il sangue
dalle tossine e purificano il cuore". Così ho imparato che quando in psicoterapia un paziente mi confessa che gli viene
da piangere senza motivo, spontaneamente, non devo interpretarlo come un evento
negativo; anzi può rappresentare un notevole passo ]
in avanti. Mai e poi mai in questi casi vanno usati psicofarmaci. Va sempre tenuto presente che le lacrime sono
collegate alle nostre energie più sottili.
Credo che la cosa più utile che possiamo fare per
la nostra autostima sia quella di non giudicarci e di
non esprimere giudizi sugli altri. La causa fondamentale del nostro non piacerci è il giudizio, spesso assai duro, che
esprimiamo su noi stessi.
Molte persone mi hanno raccontato che per tanti
anni hanno vissuto nella convinzione di non essere
all'altezza della situazione, di non aver raggiunto gli
obiettivi che si proponevano.
Ho lottato duro tutta la vita» mi dice Roberto,
cinquantotto anni, per arrivare in alto. Mi accorgevo che più mi realizzavo sul lavoro, più ero insoddisfatto. Qualsiasi
obiettivo raggiungessi, mi dicevo
che era troppo poco, che non avevo fatto niente di
veramente notevole. » Questa continua autosvalutazione, questo continuo correre per migliorarci, questo trascurare la
nostra affettività è forse la causa
più significativa della disistima che avvertiamo nei
confronti di noi stessi.
Basta progetti
Francesco e Claudia sono venuti da me per raccontarmi le loro storie, che mi hanno colpito tanto si
somigliavano.
Francesco esordisce così:
Non riesco a stare minimamente bene con me stesso, ad avere rapporti
duraturi con le donne. Sono nauseato di come sono.
Sono insoddisfatto tanto del lavoro quanto della
mia vita sentimentale»..
Si avverte il suo disagio, parla in modo concitato,
alterna parole che escono rapide dalle labbra a lunghi silenzi. Ha lo sguardo intelligente. È agitato e ir-requieto.
Mi sento sempre in colpa. Con gli altri mi maschero e tutto sembra essere a posto, ma quando sono da solo mi sento
depresso, piango. Io credo nella
famiglia. Ho alle spalle un divorzio e ho una figlia
che vedo troppo poco. Non riesco a legarmi in modo
stabile a nessuna donna. In ognuna vedo subito i difetti, i limiti; finisce che faccio di tutto perché il rapporto si
interrompa. »
Che cosa ci porta ad avere nausea di noi stessi?
Perché nascono in noi progetti in cui vogliamo iden-tificarci, come quello di Francesco, che vuole a tutti
i costi un rapporto duraturo, ma qualcosa nel nostro interno, più forte di noi, si oppone?
Non sono molto diverse le parole di Claudia: Sto
per andare in vacanza, avevo bisogno di parlare con
qualcuno: sono nauseata di me stessa, non ce la faccio più. So già come saranno le mie vacanze, piene
di progetti di lavoro; andrò in albergo con mio marito, faremo le solite cose e mi aumenterà il senso di
angoscia. Vorrei capire se posso fare qualcosa per
uscire dalla routine, per ritrovare la spensieratezza
che avevo venticinque anni fa. Dovrei avere un'altra
mentalità, forse il problema è che non riesco a stare
senza far niente».

Facciamo qualcosa di nostro

Alain Bauer un giorno mi domanda: C'è qualcosa


di veramente tuo che hai fatto almeno una volta nella vita?». La sua domanda non viene posta a caso:
poco prima gli avevo parlato di un mio disagio, dì
un periodo di scontentezza, del mio non sentirmi i si
sintonia con le cose che facevo. Se non fosse per il
silenzio che domina la scena nella psicoterapia,
avrei voluto rivolgere la stessa domanda a Francesco e a Claudia. Che cosa può nausearci se non un
rapporto sbagliato con noi stessi? Se non la constatazione che abbiamo fatto indigestione di tutte le
cose inutili con cui riempiamo la nostra mente?
Bauer sostiene che se neghiamo la nostra natura, se
non scopriamo la nostra tendenza più intima, allora
non c'è libertà, non c'è salute, non c'è gioia di vivere,
Dopo un po' avremo nausea di noi stessi e ci sentiremo in qualche modo stranieri. Ripasso con la mente
le volte in cui sono stato veramente me stesso, gli atti compiuti che non dipendevano dalla mia storia,
dalla mia famiglia, dalle circostanze, dalle cose che
avevo imparato: qualcosa scaturito liberamente dalla mia mente, che ho fatto senza condizionamenti
quasi a occhi chiusi.
In anni di lavoro come psicoterapeuta ho imparato che le crisi sono salutari, sono l'unica vera via d:
Torniamo a essere protagonisti della nostra vita 71

salvezza. Non è un luogo comune o un modo di dire


e neppure un inno alla sofferenza. Al contrario, le
crisi di Francesco e Claudia sono il segno di qualcosa che si oppone, che reagisce ai luoghi comuni, ai
progetti di vita che abitano dentro di loro.
Scrive in una famosa massima Schopenhauer:
"Ciò che nei nostri progetti di vita trascuriamo più
spesso, quasi di necessità, sono le trasformazioni
che il tempo produce in noi stessi; ne deriva che
molto spesso miriamo a cose che, quando alla fine
le raggiungiamo, non ci si adattano più, oppure passiamo gli anni con i lavori preparatori a un'opera, i
quali, senza che ce ne accorgiamo, ci sottraggono
nel contempo le forze per l'opera in quanto tale". 10
Nonostante Francesco ci abbia provato, l'idea di
farsi una famiglia, l'idea di un rapporto duraturo
continua a fallire. Segno che qualcosa o qualcuno
nel suo intimo resiste a diventare quel modello,
quell'immagine di sé.
Risuonano forti le parole di Bauer: "Fai una cosa,
almeno una volta, che sia tua". Tua, che ti sorprenda, ti distragga la mente dai progetti che fai ogni
giorno, in cui sei sempre uguale e più o meno prigioniero della gabbia in cui ti sei infilato. Sento racconti di vite che
sono già tracciate, già scontate, già
realizzate.
Francesco mi dice: Vorrei tanto incontrare la
persona che fa per me». Anche Claudia insiste sull'incontro che potrebbe cambiare la sua vita: Vorrei
10 Arthur Schopenhauer, L'arte di essere felici esposta in 50 massi-
me, a cura di Franco Volpi, Adelphi, Milano 1997, p. 77.
72 Ciascuno è perfetto

un uomo con cui essere me stessa». Entrambi non si


accorgono che la loro mente è catturata da un'idea,
da un pregiudizio: che qualcun altro possa dare un qualcosa che non hanno, qualcosa che non appartiene loro.
In realtà il migliore innamoramento che possiamo vivere è quello con noi stessi: solo allora potremo conoscere la
libertà, e il nostro genio nascosto potrà sorprenderci conducendoci là dove vogliamo
veramente andare e non dove ci portano le mode.
Per Bauer è importante che riusciamo a sorprenderci: siamo veramente noi stessi quando facciamo
qualcosa che ci viene dagli abissi più profondi della
mente, quando ci chiediamo: "Ma ero veramente
io?". A una mente occupata da progetti o pensieri
tutto questo non può accadere: il genio nascosto
non può esprimere i desideri, le tendenze e la voglia
di giocare che si manifestava da bambini, quando
tutti noi eravamo più disposti a lasciarlo fare e a lasciarci guidare da lui (per questo da piccoli eravamo
così attratti dal mistero e dalla fiaba). Una vita così
concepita, centrata sul mistero e sullo stupore, è veramente unica: è indice di libertà, di apertura verso spazi
incommensurabili. Quando il cervello è libero,
allora la gioia di vivere lo impregna, gli fa secernere
sostanze, ormoni, e apre la porta alla chimica della felicità. Se la novità, lo stupore, la sorpresa e il mistero sono in
agguato tutto è possibile. Allora possiamo incontrare in ogni cosa l'eco dell'Universo.
Troviamo un posto
anche ai pensieri più terribili
Stavo leggendo un libro. Erano le sei del pomeriggio. Non avevo voglia di proseguire la lettura. Eppure ho sentito una
voce interiore che mi diceva: "Ti
mancano appena quindici pagine, finisci! Così avrai
terminato, conoscerai la fine, ti servirà per il tuo lavoro". La domanda che mi sono posto è stata: "A chi
appartiene questa voce silenziosa? È dell'anima?".
Sono andato indietro nel tempo e l'ho associata
alle parole che sovente mi diceva mio padre: Prima
il dovere e poi il piacere», Prima finisci e poi ti svaghi», Prima finisci e meglio è, così poi sei libero di
giocare e di divertirti».
Credo che neppure mio padre dicesse quelle cose
spontaneamente. Forse se le era sentite ripetere da
mio nonno. Io che scrivo libri sul talento, che faccio
il lavoro di psicoterapeuta, mi trovo sovente a ricordare ai miei figli che, prima di divertirsi, bisogna
aver finito di studiare.

/ pensieri terribili
Oggi che sono diventato più esperto, non lotto più
contro simili pensieri. Anzi, li lascio venire, li guardo
74 Ciascuno è perfètto

con dolcezza. Come guardo con dolcezza tutte le cose stupide che mi passano per la mente. Anche le
idee che non vorrei mai avere, che non vorrei mai si
addentrassero nel mio Io.
Ho fatto questa scelta nella terapia con Giuliana,
quando mi ha raccontato che pensieri più forti di lei,
terribili, l'assalivano e le dicevano di aggredire il suo
piccolo bambino, di cacciargli un coltello nel ventre.
Bauer mi ha insegnato a guardare senza giudicare, senza dire che una cosa è buona o cattiva, senza
pareri, senza spiegazioni.
"Guarda e basta, guarda [... ]; quando guardi l'albero con l'occhio libero non c'è bene o male, non c’è
giustizia o ingiustizia, l'abete non è meglio della
quercia. Se guardi senza giudizi, la consapevolezza
brucia i pensieri, la mente si svuota e la dimensione
della coscienza cambia radicalmente. I pensieri diventano il nulla che sono e la realtà non è più l'illusione che
credevamo.
Da dove arrivano i pensieri terribili che ci assalgono? Da noi, semplicemente da noi, e poiché ci sono milioni di
ragioni misteriose che tengono in vita
il nostro corpo, anche i pensieri più cruenti hanno
un senso.
' Giuliana andava in cucina, guardava il cassetto dove aveva riposto i coltelli, prendeva, in preda al
panico, il più lungo, lo maneggiava. Percorreva l'anticamera sino ad arrivare alla stanza del piccolo
poi, in preda a un'ansia e a un senso di colpa sempre più grandi, ritornava in cucina e lo riponeva.
1 Alain Bauer, Saggezza africana, raccolta di frammenti sparsi.
Troviamo un posto anche ai pensieri più terribili 75

Mi sono abituato a guardare le cose, gli eventi, le


persone come se ogni volta accadesse qualcosa di
nuovo. Scriveva Marco Aurelio: "[...] la natura universale nulla ama tanto, come il mutare le cose per
alterna vicenda e farne poi altre uguali ma nuove.
Vedi bene che ogni cosa è in un certo qual modo seme
all'un'altra cosa che da quella dovrà provenire".2
Noi crediamo che i sintomi delle malattie siano
sLempre uguali, ma non è vero. Ogni attacco di panico è diverso, ogni ansia, ogni paura non sono mai
uguali alla precedente. Ogni volta è tutto diverso,
come ogni mattina dell'Universo non è mai uguale
all'altra. Bisogna cominciare, dice Vimala Thakar,
allieva di Krishnamurti, "dalla condizione di non sapere". Ogni volta, in ogni circostanza, in ogni momento. "Resto
nello stato del non sapere; comincio
Scendo: 'Non so. Non so che cosa è Dio, che cosa è
la realtà, che cos'è la morte, che cos'è la meditazione, che cos'è la libertà, l'armonia'. Cosa c'è al di là
delll’ignoto io non lo so."3
"Ciò che accade nell'universo è perché poteva accadere, perché era nel seme del cosmo."4
Non è certo con un atteggiamento bigotto che potremo cacciare via ciò che non vogliamo abiti dentro di noi. I
pensieri di Giuliana non sono spariti dopo l'incontro con il confessore e neppure con gli
psicofarmaci. La verità è che ci siamo e ci hanno
sempre riempito la bocca di frasi tipo: "Io so quello
4
' Marco Aurelio, Ricordi, Rizzoli, Milano 2000, p. 169.
' Vimala Thakar, Il mistero del silenzio, Ubaldini, Roma 1988, p. 90.
A. Bauer, op. cit.
76 Ciascuno è perfetto

che voglio, quel che è giusto, cosa devo o non devo


fare". Così sappiamo sempre cosa va bene e cosa
non va bene, quello che vorremmo pensare e quello
che invece vorremmo cancellare.
Tutto è nuovo

"Nessuno insegna come la vita, lanciando sfide sempre nuove, sempre diverse. Ogni alba porta una nuova sfida sulla
soglia di casa. Ogni rapporto porta una
nuova sfida sulla soglia di casa. Ogni rapporto por tauna nuova sfumatura dell'incresparsi della vita. Perciò la vita è
sempre ansiosa di insegnare a chi è disposto a imparare da sé."5
Così scrive Vimala Thakar e io aggiungerei che
ogni pensiero porta con sé una nuova sfida, se ci avviciniamo a questo con la voglia del nuovo, di imparare, con la
mente vuota, senza giudicare.
Da dove si sono originati i pensieri di Giuliana? Dal fatto che ogni tanto gli animali uccidono i loro cuccioli e se li
mangiano? Da una madre che non accettava
che lei avesse voluto e cercato un bambino senza essere sposata e senza nemmeno convivere? Da un padre
rigoroso e moralista che mai avrebbe tollerato un nipote che non fosse nato da un matrimonio? No, non mi piace
ragionare ricorrendo alle spiegazioni. Se le
cose le spieghi, le rimandi al passato. Occorre, sostiene
Bauer, che ogni istante sia nuovo, perché se è nuovo tutte le incertezze e le insicurezze vengono meno.6
5 V. Thakar, op. cit., p. 90.
6 A. Bauer, op. cit.
Troviamo un posto anche ai pensieri più terrìbili 77

Dobbiamo imparare e metterci davanti ai fatti così come sono, senza il desiderio di difenderci, di giustificarci o di
proteggerci dalle nostre intenzioni.
C'è un'intelligenza innata in ogni essere umano,
così come in ogni atomo, in ogni elettrone. È l'intelligenza che ci fa capire dov'è la disarmonia, dov'è il
disordine. E che può parlare.
Il Rebbe, il Grande Saggio di Lubavitch, aveva insegnato ai suoi allievi che, quando una persona è assorta nelle cose
che fa, si trova in uno stato di grazia.
E cita l'episodio di suo suocero, Grande Maestro: è il
1925 e i comunisti stanno per deportarlo. Soltanto
mezz'ora di strada lo separa dal treno che lo porterebbe verso la libertà. Gli amici più intimi sono impauriti, perché non
riescono a trovarlo. Alla fine scoprono che è nel suo studio, immerso nella lettura di
un libro, completamente dimentico del pericolo imminente. Quando gli chiedono come possa essere così tranquillo un
uomo vicino alla morte, la risposta è
esemplare: "Poiché è impossibile allungare la giornata aggiungendovi delle ore, bisogna sfruttare al meglio il tempo che
si ha e, quando ci si occupa di qualcosa, bisogna esservi totalmente immersi, come se
null'altro esistesse".7
Giuliana è guarita dai suoi pensieri quando è riuscita a guardarli in modo sempre più assorto, quando ha smesso di
cacciarli via e quando finalmente li
ha lasciati entrare nel suo Io. Durante una seduta
ho chiesto a Giuliana di descrivere i suoi pensieri
7 Simon Jacobson, // significato profondo della vita, OLI, Milano
1999, pp. 196-97.

1
Ciascuno è perfetto

aggressivi verso il bambino in modo dettagliato,]


presente a se stessa, come se tutta la sua anima, la
sua energia fossero veramente assorti in quei pen-sieri.
Non so se ce la faccio, è difficile per me...» Per tutta la seduta abbiamo provato e riprovato insieme a far rimanere i
pensieri nella sua coscienza,
guardarli senza esprimere giudizi. Giuliana ha ripetuto da sola questo esercizio di consapevolezza,)
finché un giorno è accaduta una cosa sorprendente. Aveva il coltello fra le mani e aveva cominciato
a essere sempre più presente all'evento. Rispetto
alle altre volte non lottava più, non si diceva: "Che
razza di persona sei?". Non si giudicava, non aveva
quasi più paura. Lentamente aveva posato il coltello in cucina, era andata nella stanza del piccolo
aveva cominciato a coccolarlo dolcemente. Dal suo
viso scendevano lacrime a fiotti, avvertiva un amore immenso, infinito per il figlio. Lei, che aveva
scelto di averlo a qualunque costo contro tutto e
tutti, ora si appropriava della sua gioia di madre.
Giuliana voleva essere madre, non come le avevano insegnato i suoi genitori, pieni di pregiudizi e
convenzioni. Non riusciva a esprimere il suo amore perché i modelli familiari ai quali faceva riferimento non
concepivano una ragazza madre di
trentadue anni.
Spesso nei pensieri più terribili c'è soltanto una
quantità di amore inespresso che cerca di prorompere. Perché accada, occorre ragionare come se
ogni pensiero fosse il nuovo che arriva e che fa
emergere strati più profondi della vita che abbiamo
sepolto.
Ogni mattina cerchiamo il nostro dolore
Lei cosa fa tutti i giorni per essere felice?» mi ha
chiesto un giorno una giornalista. Le ho risposto, così, senza pensarci: Ogni mattina, quando mi sveglio, cerco il mio
dolore. Sì, il dolore e la tristezza».
Come? Cerca il dolore?»
Sì, evoco la sofferenza, la chiamo, le faccio posto
nella mia interiorità, la accolgo. Non una sofferenza legata a qualcosa o a qualcuno. Non un lamento. Un dolore e basta.
Ripetendo questo esercizio più e più volte
sono diventato un vero ricercatore di sofferenza.»
Apro le porte e il vento arriva, si posa tra le pieghe
della mia carne.
Il rabbino Shlomo Bekhor mi raccontava che il
vecchio Rebbe, il Grande Saggio chassidico, ammoniva di chiamare il dolore ogni giorno affinchè
purificasse l'anima dalle vicende della vita che le si
erano attaccate addosso. Ogni volta che soffriamo
stiamo raffinando la coscienza, la separiamo dalle
incrostazioni che la nostra storia ha fissato su di
essa.
La seconda cosa che faccio molto spesso è salutarmi: "Addio Raffaele" mi ripeto, "dai, muori dolcemente". Ma non
lo faccio per una vena romantica
inespressa che di tanto in tanto mi assale. Né cerco il
dolore per masochismo. Semplicemente dico addio
alle pareti della mia interiorità, a quel luogo per me
abituale dove il Raffaele che conosco ogni giorno mi
si racconta. Gli dico e mi dico addio in modo da vedermi tramontare. È il modo migliore per ricordarmi che noi siamo
acqua che passa.
Così scriveva Seneca, commentando un frammento

80 Ciascuno è perfetto

to di Eraclito: "I nostri corpi vengono trascinati come le acque di un fiume dovunque tu guardi, tutto
scorre col tempo. Nessuna delle cose che noi abbiamo davanti sta ferma: io stesso sono mutato nell'istante in cui dico
che esse mutano".8
Allo stesso modo insegnava Jiddu Krishnamurti.
Non serve essere bigotti, santi, non è il caso di
ostentare la superbia di chi si sottrae a tutto. Io
guardo i miei difetti, li guardo senza giudicarli, li lascio venire, li riconosco insieme al personaggio
sciocco e futile che a volte sono e che spesso mi sorprende. Non mando via la vanità e non rifiuto il mio
narcisismo, non cerco di espellerli dal mio Essere.,
Li guardo accomodarsi dolcemente nella mia coscienza. Solo dopo che si sono ben assestati li saluto, dicendo loro
addio. In questo modo, negli anni
ho imparato a veder convivere i diversi mondi che
abitano dentro di me.
Questo esercizio è sacro, perché non punta a migliorarmi, a farmi diventare il modello che io vorrei.
abbiamo in mente. Semplicemente, contemplando i
miei limiti, la mia vanità, rimango in silenzio, aspetto che tramontino, che mi abbandonino così come]
sono venuti. Quando accade ha vinto la legge del nulla, l'Havèl del Saggio ebreo, la legge che azzera,
se la lasciamo fare, tutte le nostre inutilità. Incontrando un difetto e guardandolo negli occhi lo innalzo, lo porto alla
consapevolezza.
8 Eraclito, / frammenti e le testimonianze, a cura di Carlo DianoJ
e Giuseppe Serra, Milano, Fondazione Valla-Mondadori 1994,
p. 73.
Non combattiamo mai le nostre debolezze
I nostri peccati sono forze, le forze dell'Universo: non
dobbiamo reprimerli. Si rintanerebbero nelle caverne
più buie del nostro Essere, in grotte così profonde e
nascoste da diventare inaccessibili; da lì ci indurrebbero continuamente in tentazione oppure, peggio ancora, scomparirebbero
dalla nostra vista, lasciandoci
aridi, spenti, ciechi, bigotti, sempre pronti a giudicare
gli altri, pieni di pregiudizi. La vita ci chiede coraggio
non per diventare più bravi, più belli, più buoni (secondo quali modelli, poi?), ma per guardare la nostra
banalità, il nostro Essere effimero, e per riconoscerli:
solo così siamo in grado di raffinare l'Universo, di trasformare la Terra (i difetti) in Cielo (coscienza).
Dopo aver accettato più e più volte la mia stupidità,
il mio narcisismo, scopro in genere l'intelligenza, la
profondità. Subito dopo sento allargarsi le pareti della
mia piccola casa ulteriore, sento che nel mio intimo si
fanno spazio immagini, pensieri che appartengono all'Impronunciabile, come direbbe Rilke. Sì, quando ci
sentiamo effimeri fino in fondo, subito dopo percepiamo l'Immenso. Non dobbiamo diventare più bravi,
più colti, non dobbiamo neppure rientrare negli schemi in cui gli altri ci collocano. Dobbiamo sentirci stupidi, vanesi,
effimeri e percepire il dolore che tutto ciò
arreca al nostro Essere per poi dirci addio!

I sogni fanno più danni dei peccati

Penso che i nostri sogni, quelli che ci piace raccontare a voce bassa per paura che non si avverino, vadano dolcemente dissolti.
E poi, in fondo, quali 82
Ciascuno è perfetto
Troviamo un posto anche ai pensieri più terribili
83

sogni avevamo? Di fare il calciatore, l'attore, il regista, il medico? Mi fanno ridere quelli che dicono: Io
nella vita ho realizzato il sogno che avevo fin da bambino». Quante occasioni sprecate. Del resto, le
nostre idee cambiano spesso, perché i sogni non dovrebbero farlo? E poi, solo quando smetti di sognare e di
dirti che cosa devi diventare, solo allora, il tuo Sé si mette in moto.
Da tanto tempo non faccio più bilanci: farli interrompe il fluire della coscienza, della consapevoleza. Un
tempo, tutte le estati, riflettevo su come ero andato nei mesi precedenti. Pensavo anche alle correzioni degli
sbagli che credevo d'aver commesso e mi riempivo la testa di buoni propositi. Oggi non faccio bilanci e non
ho sogni da realizzare: la consapevolezza è sufficiente a condurci. Ma che cosa è esattamente questa
consapevolezza? È la possibilità di dire dentro di me: Io sono. Non: Io sono questo o quello, non Che cosa
voglio essere o diventare, ma Io sono. Dopo qualche istante cambio l'enunciato, che diventa semplicemente:
Sono (sparisce l'Io, e con esso tutto il personalismo che è la causa principale dei nostri dolori). Sono. Non
c'è altro da aggiungere. Mi sento depresso e mi ripeto: Sono. Ho l'ansia, mi abbandono e mi dico: Sono.
Sento dolore e mi ripeto: Sono, sono nella banalità, sono nella gioia, sono in ogni cosa. Non c'è più il peggio
e il meglio, c'è la mia presenza. Io sono.
Le persone che vengono in psicoterapia sono quasi tutte motivate dal dolore che provano. Il primo errore
che commettono è quello di cercare di eliminarlo. Il secondo consiste nel voler eliminare la loro
ombra, la loro parte peccatrice. Ma questo ancora non è sufficiente, vorrebbero che lo psicoterapeuta
portasse via loro anche i cattivi pensieri e, spingendosi ancora più in là, vorrebbero che li aiutasse a
eliminare i desideri malvagi una volta per tutte.

Solo il peccato ci innalza


Il Grande Saggio Baal Shem Tov, quando l'allievo gli diceva di voler essere aiutato a estirpare il male da se
stesso una volta per tutte, si adirava, perché con i nostri peccati dovremo confrontarci fino all'ultimo istante
della vita. Se una persona poteva dare un consiglio del genere, allora come maestro non era davvero un
gran che.9
Questo ci chiede l'Universo: di essere coscienti di tutte le componenti che abitano in noi, di guardarci
semplicemente in faccia e di ripeterci: Io sono. Sono di fronte alla malvagità che mi abita.
Un vecchio monaco tibetano mi aveva insegnato tanti anni fa a trattare la malvagità come una sorella.
Abbracciala» mi diceva. Oggi ho imparato a guardare in faccia i miei peccati con dolcezza. Ho imparato
che, così facendo, svaniscono da soli. Non faccio niente per mandarli via, proprio niente. Anzi, spesso li vado
a cercare come un cercatore d'oro va nella miniera. Senza di loro, senza la loro pesante densità, che pietre
preziose potrei mai trovare? Mai e poi mai cerco di allontanare i miei disagi una volta

'' Sheldon B. Kopp, Guru. Metafore di uno psicoterapeuta, Astrolabio, Roma 1980, p. 53.
84
Ciascuno è perfetto

per tutte, mai e poi mai voglio star bene per sempre Ogni tanto cerco qua e là un posto quieto per poter dire a
me stesso: Sono. È a questo Essere che demando tutte le soluzioni. Se c'è un viaggio che vale davvero la
pena di fare è quello dentro noi stessi. Io sono. Quando la consapevolezza si allarga, il nostro Io comincia a
svanire. Allora sentiamo un pieno di energia, perché non la intralciamo più, non la ostacoliamo con i
nostri pensieri. Ci accorgiamo che a ogni domanda ci sono milioni di risposte non la solita, unica,
banale e preconfezionata. Che! in ogni istante siamo nuovi, ci stiamo generando,] stiamo crescendo.
Mi viene da sorridere quando un paziente mi dice: Dottore, mi è tornata l'ansia...». L'ansia non torna e non
assomiglia mai a quella del giorno prima,! di un'ora prima. Il cattivo pensiero che arriva in questo istante non
c'entra niente con quello di ieri o un anno fa. Arriva adesso, perché vuol essere conosciuto e affrontato
adesso. Se non lo fuggiamo, se lo rendiamo consapevole, se lo guardiamo in faccia, se lo abbracciamo come
un fratello, allora potrà trasformarsi in vitalità e avrà svolto la sua funzione. Il desiderio malvagio viene per
avere udienza, per rompere lo schema del personaggio inutile che stiamo diventando. Per questo l'ansia e la
depressione arrivano per mutarci. Se ce ne facciamo carico, è un gran giorno.
Accogliamo il dolore e torniamo a vivere

Spesso mi scrivono per chiedermi un consiglio su come allontanare il dolore, la sofferenza della vita. Qual è
il mostro che ci fa stare così male, che non ci fa essere contenti di quello che abbiamo, che ci appesta la
vita? mi scrive Giacinto, trentasette anni. Lei è riuscito a essere felice? Lei ce la fa a tenere lontana la
sofferenza?
Rossana, quarantotto anni, mi parla di una vita spenta, tormentata, dolorosa, dopo che ha perduto
l'unico figlio di diciannove anni, Matteo: Come si fa a continuare a vivere dopo che ti è capitata una
disgrazia del genere? Da allora io vegeto, trovo consolazione solo al cimitero, quando sono davanti alla
tomba del mio ragazzo. Per il resto, per me, è tutto finito. Anche il rapporto con mio marito è stato
sconquassato dalla nostra tragedia».
Ma anche il dolore più grande dipende da un modo sbagliato di guardare la vita. Ce lo spiega con
essenzialità Osho Rajneesh: Di solito, si pensa che la morte arrivi al termine della vita, che la morte sia
nemica della vita; non lo è; ma se la ritenete tale, significa che non siete riusciti a conoscere la vita. La.
86
Ciascuno è perfetto
Accogliamo il dolore e torniamo a vivere
87

la

morte e la vita sono due polarità della stessa energia, dello stesso fenomeno: l'alta e la bassa marea, il]
giorno e la notte, l'estate e l'inverno. Non sono opposte, non sono separate e neppure contrarie, bensì]
complementari. La morte non è la fine della vita: è il completamento di una esistenza, il 'crescendo' una
vita, l'apice, il finale. Quando avrete conosciuto la vita e il suo processo, allora capirete cos'è la morte. La
morte è parte integrante e organica della vita, e ne è profondamente amica. Senza la morte, la vita non può
esistere. La vita esiste grazie alla morte che ne crea lo sfondo. Difatti, la morte è un processo di
rinnovamento e accade in ogni istante.1
Piaccia o no, qualsiasi cosa ci sia accaduta, anche se è morta la persona a noi più cara, una sola cosa ci
spetta: vivere. Attribuire alla morte di una persona amata la nostra vita dolorosa è un alibi, un grande
errore. Ci è morto un figlio? Accogliamo il dolore immenso che ci annienta e poi torniamo a vivere.!
Nella nostra felicità, attraverso di noi, il suo ricordo,! che è energia intelligente, che è immagine e quindi)
seme, tornerà a vivere. Diventeremo il suo utero! mentale ridandogli vita e calore. Al contrario noi!
trasformiamo il dolore in un'occasione per non vivere più, per ammalarci, per distruggere tutte le altre
relazioni.
È morto mio figlio, che senso ha vivere? Quanto orgoglio c'è in tutto questo! Come se qualcuno avesse
scritto che siamo immortali e che i nostri cari sono eternamente legati a noi. Sono illusioni, queste,
con cui abbiamo stordito il nostro cervello, che invece vorrebbe vivere, gioire, giocare, creare.
Dobbiamo essere grati all'esistenza così com'è, perché come dice Vimala Thakar: Anche se può esserci
dolore fisico, essere vivi è una benedizione [...]. L'offesa viene notata, la ferita è registrata, il dolore viene
sperimentato, e forse si versano lacrime, ma subito dopo avete finito con quel dolore, la mente non se ne
crea un precedente, non lo converte in rancore contro la vita e non lo porta con sé.2
Non c'è bisogno di credere in nessun Dio per proteggerci dalla paura del dolore e della morte: dobbiamo
soltanto stare con noi stessi, accogliendo tutto ciò che arriva, abbandonando ogni lamento, ogni definizione
dì sé, ogni fuga dalla vita.
Scrive ancora Osho: Crediamo di doverci proteggere, in qualche modo, dalla morte. Questa idea assurda
crea molta angoscia nelle nostre vite, poiché una persona che si protegge dalla morte è incapace di vivere.
Quella persona ha paura di espirare, quindi ha paura di inspirare, e di conseguenza è bloccata. Vive la sua
vita trascinandosi; la sua vita non è un fluire, non è più un fiume. Se desiderate veramente vivere, dovete
essere pronti a morire.3
Diffidiamo dunque dei lamentosi che non capiscono che basterebbe saper accogliere i disagi che
arrivano per poi vederli andare via e rinascere davvero. Evitiamo anche i buonisti, quelli che credono
1
Osho, L'arte di morire, Giuntina, Firenze 1992, p. 5.
2
Vimala Thakar, // mistero del silenzio, Ubaldini, Roma 1988,
p. 167.
3
Osho, op. cit., p. 6.
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Gli incontri con figure senza volto


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92 Ciascuno è perfetto
, e ne è sorpreso. Sta eccitandosi e vede al suo fianco
una donna senza volto, sconosciuta. Anche durante il
giorno si sente eccitato, scattano fantasìeerotiche con
donne mai viste, senza percepirne il volto. Nei sogni
a occhi aperti fantastico di perdere la mia identità, di
essere lucido, ma senza il mio solito volto. Provo una
sensazione di estraniamento molto piacevole, un
sentimento di oblio dolcissimo!
come l'estasi.»
Luca mi chiarisce che non sente di fuggire dal dolore,
che l'oblio non è un rifugio, ma un nuovo modo di
essere. Via via nascono nuovi interessi nella sua
vita, il rapporto con i figli non è più conflittuale, il
suo lavoro raggiunge successi ancora più
significativi e incontra una donna con cui nasce una
relazione intensa: Un'intesa che non pensavo
potesse esistere, sìa sul piano erotico sia su quello
delle affinità, mentre con mia moglie il desiderio via
via era andato scemando e la nostra relazione era
più che altro abitudine e attaccamento». Queste
parole sono tanto più sorprendenti se si pensa che
Luca era venuto da me per cercare di recuperare la
sua vita matrimoniale. *
Ora sta bene. Luca ha fatto la sua parte: ha
accettato la trasformazione che la vita gli ha
portato * l'abbandono. Ora sta camminando verso
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94
Ciascuno è perfetto

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riamente, quando la psiche stessa ne erode le fondamenta e da spazio alla fantasia".8
Troppe volte ci sentiamo insoddisfatti, le nostre esistenze scorrono senza la pienezza, la voglia di vivere, la gioia, lo
stare bene con se stessi, a cui forse | saremmo destinati, se non sbagliassimo continuamente le regole del gioco.
C'è qualcosa di prezioso in ognuno di noi? Dovunque andiamo a parare per dare una risposta, se peschiamo dalla
saggezza di Oriente e di Occidente,! il Maestro invita sempre il discepolo a trovare la sua vera natura. Allora esiste davvero
in ciascuno di noi qualcosa di unico, di irripetibile?
Secondo Baal Shem Tov la vita vale la pena di essere vissuta solo se realizziamo la nostra diversità. In questa chiave
ognuno di noi ha una missione, e soltanto quella: realizzare se stesso.
A questo proposito il Grande Saggio raccontava spesso un aneddoto nel quale i seguaci del Rabbi j Zusya
domandavano al Maestro: "Rabbi, potresti! spiegarci perché tu insegni in questo modo, mentre! Mosè insegnava in un
altro?". "Quando andrò nell'altro mondo", risponde il Rabbi Zusya, "non mi verrà chiesto: 'Perché non hai fatto come
Mosè?', ma piuttosto mi verrà chiesto: 'Perché non hai fatto come Zusya?"'.9

8
James Hillman, IL linguaggio della vita. Conversazioni con Laura [
Pozzo, RIzzoli, Milano 2003, p. 24.
9
Sheldon B. Kopp, Guru. Metafore di uno psicoterapeuta, Astrola1
bio, Roma 1980, p. 50.
Affidiamoci al buio

Se chiudiamo gli occhi, se abbandoniamo le palpebre, scopriamo la presenza del buio, un vero e proprio compagno di
viaggio, il vero signore della mia interiorità. Guardare dentro di noi, avvicinarci al nostro mondo interno è prima di
tutto un incontro con l'oscurità.
C'è qualcosa che è incessantemente in noi più del buio? Credo di no. Percepiamo altre cose dentro di noi: una presenza,
una consapevolezza, una certezza di esistere che ci accompagnano in ogni momento della vita, ma non hanno il sapore
della continuità perché sono interrotte da pensieri, emozioni, sentimenti, ragionamenti, ricordi, impulsi meccanici,
desideri.
Solo il buio è sempre uguale a se stesso. Solo il buio ha il sapore della resa totale, dell'annullamento, solo in lui il
nostro Io, i personaggi che interpreti amo con noi stessi e con gli altri, svaniscono in un solo colpo. Possiamo illuderci di
essere ciò che vogliamo, fingere in ogni istante, recitare, vincere il premio Nobel, avere riconoscimenti e successi, ma il
buio, quella terra sterminata e senza confini che
Affidiamoci al buio 97

sta dentro i nostri occhi, ci ricorda inesorabilmente che viviamo sulla superficie di un abisso.
Come se, ogni volta che chiudiamo gli occhi, ci riaffacciassimo sul mondo delle origini, quando la luce e il firmamento non erano
ancora apparsi: '"La terra era deserta e vuota e la tenebra era sulla superficie dell'abisso e il vento di Elohim aleggiava sulla superficie
delle acque'. Siamo al principio, anzi prima del principio".1
Sì, è così. Il buio e la notte abitano il nostro mondo interno e in noi "vi sono delle profondità in cui ci sotterriamo [...]. In queste
profondità, intimamente, sfioriamo il nulla, il nostro nulla".2
Ma che cos'è quel buio? Al convegno di Riza, mentre tutti si aspettavano il mio intervento sulla rinascita interiore , sono andato tra
i partecipanti con il microfono e ho girato loro questa domanda. Qualcuno rispondeva: IL luogo dove si formano le immagini»; altri: IL
luogo della rigenerazione e della rinascita»; altri ancora: IL luogo dove si formano i sogni». Quasi per tutti niente richiamava la morte
come l'oscurità.
Mi chiedo come si possa indagare il buio senza dare spiegazioni, senza ragionarci sopra, senza aggiungere qualcosa di personale,
anche se Castori Bachelard ammonisce che chi prova a spiegarlo, chi tenta di capirlo cancella dentro di sé il senso dell'abisso, poiché
vuole spiegare il profondo senso del proprio Essere con dei residui che la vita del giorno deposita in superficie.3
Chiudiamo gli occhi e il buio è sempre lì, ci piaccia o no, ci incalza: è un elemento costitutivo della nostra essenza. Possiamo fare di
tutto per sfuggirlo, per allontanarlo, ma quando le palpebre si abbassano esso si riprende il potere con cui annienta le infinite maschere
che indossiamo, le illusioni che ci travolgono, la percezione che abbiamo di noi e della nostra storia. Esso rompe senza indugio la
certezza del nostro passato, del nostro modo di ordinare le cose e la vita. Ogni schema, ogni certezza, ogni abitudine sprofondano
dentro questo signore degli abissi. Il buio ci rimanda all'idea del nulla, dell'azzeramento, all'immagine del vuoto che secondo Cioran
"consente di mandare in rovina l'idea di essere; [...] è la liquidazione dell'avventura dell’"ego', è l'essere senza alcuna traccia d'essere".4
Nulla. Vuoto. Buio. È come se il nostro cervello lo avesse sequestrato alla notte, lo avesse fatto suo e non fosse più capace di
liberarsene. È proprio così? O mentre si formava il cervello il buio aveva una parte essenziale, costruttiva dell'Essere che siamo ora?
Penso al fatto che la fecondazione avviene in quello spazio misterioso, chiuso, oscuro che è l'utero della donna e che tutto lo
sviluppo dell'embrione percorre la via dell'isolamento confinato, della notte
1
1
Pietro Citati, Israele e l'Isiam. Le scintille di Dio, Mondadori, Milano 2003, p. 11.
2
Gaston Bachelard, La poetica della réverìe, Edizioni Dedalo, Ba j
ri 1984, p. 158.
*Ibid.,p. 161.
4
E.M. Cioran, // funesto demiurgo, Adelphi, Milano 1986, pp.
W100.

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100 Ciascuno è perfetto

cosa può mai servirmi scrutare nel buio della mia notte interna?
Eppure il Mistico lo cerca, il buio, lo chiama, lo I invoca. Il salmista, nel suo de profundis te clamavi i domine, cerca il
Signore del mondo nelle profondità! del nero della notte, come se la voce del Sacro (sa1 ero oscuro) avesse lì un suo
spazio privilegiato,! come se il riconoscimento di sé fosse un ostacolo insormontabile per trovare la luce del numinosum.
All'incontro di Riza citato in precedenza, una signora del pubblico aveva definito il buio come una lavagna su cui in
ogni istante vengono scritti, seminati, incisi le parole e i suoni che abbiamo assorbito attraverso le orecchie, oppure le
immagini che sono entrate nei nostri occhi. In questa chiave, il buio è come la terra che viene incessantemente fecondata 1
dalle identificazioni che subiamo. Quella illusione j che chiamiamo "me stesso" non è nient'altro che un 1 terreno fecondato
incessantemente dall'ambiente,! dai genitori, dai luoghi comuni, dagli schemi, dalle incertezze che si sono fissati dentro di
noi. Piacciano, di nostro, di veramente nostro, non c'è proprio! nulla.
Non siamo nient'altro che le cose che ci sono state dette, le immagini, i gesti che sono penetrati in noi attraverso
l'occhio e l'orecchio.
Il buio è l'essenza: tutto il resto, tutto ciò che crediamo di essere, è solo illusione. Il buio è una lavagna nera. È il principio
femminile, una terra sottile e infinita, molto più estesa di quella che vediamo intorno a noi, dove i semi delle piante
germogliano, | ma pur sempre una terra.
Il buio è anche l'oscurità del Creatore che solo la
Affidiamoci al buio 101

coscienza di noi uomini può illuminare o, quando si perde nei meandri del nulla, spegnere definitivamente. "È per questa
ragione" racconta Jung, "che ho tentato di trovare la migliore verità e la luce più chiara che potessi ottenere, e poiché ho
raggiunto il mio punto più alto e non posso trascendere ulteriormente, rimango a guardia della mia luce e del mio tesoro,
perché nessuno se ne impossessi ed io stesso, avendolo perduto, non sia malamente, e forse irrimediabilmente, ferito.
Esso è estremamente prezioso non soltanto per me, ma sopra tutto per l'oscurità del creatore, che ha bisogno dell'Uomo per
illuminare la sua creazione."6
In Amore e Psiche, di Apuleio, la giovane protagonista della favola non può vedere il volto di Eros: "È mezza notte inoltrata
quando un dolce suono arriva alle sue orecchie. [...] Ed ecco che già le si accosta l'invisibile marito, sale sul letto, ha fatto di
Psiche sua moglie" .7
Perché Psiche non può vedere in volto il suo amato? Perché il patto che Eros le chiede di mantenere è di non guardare mai il
suo viso? Perché la più bella di tutte le donne, la più corteggiata, può conoscere l’estasi suprema dell'amore solo
nell'oscurità? Psiche tradisce il patto come una ragazza qualsiasi, come una donna che si innamora e lo racconta alle
amiche. Così le sorelle brutte e invidiose, quando

11
Miguel Serrano, IL cerchio ermetico. Cari Gustav Jung e Hermann Messe, Astrolabio, Roma 1976, p. 85. ' Erich Neumann, Amore e Psiche.
Un'interpretazione nella psicologia del profondo, Astrolabio, Roma 1989, p. 14.
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affidiamoci al buio
103

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1996, P15'
di ripulirsi
104 Ciascuno è perfetto

co e il Saggio cercano il buio per liberarlo da ciò che vi si è depositato nel tempo. Anni fa Bauer mi
aveva insegnato a non cercare di risolvere i problemi che mi si sarebbero presentati, perché la mia
mente avrebbe cercato di farlo secondo schemi del passato che li avrebbero complicati ancora di più.
Diceva che ogni conflitto va affidato al buio.10
Oggi faccio così. Quando sento dentro di me un disagio, un dolore, un conflitto socchiudo gli occhi e
dico al buio: "Fai tu". Con questo semplice esercizio ho imparato la psicologia della resa, della non oppo-
sizione. Quando provo un disagio mi dico: "Cosa posso farci, io non sono nessuno, sono il buio che
copre l'isola del mio Io". Mi arrendo e basta. Subito dopo arriva la pace. Significa che il buio ha fatto
cessare la lotta con me stesso, la "voglia di rimettere le cose a posto", che è la causa principale del perdu-
rare del conflitto, ciò che cronicizza il disagio. Perciò quando arriva il dolore mi accuccio in posizione
fetale come un animale, lo accolgo, socchiudo gli occhi, non resisto, non lotto. So che il buio farà la
sua parte.
"Noi siamo solo le api dell'invisibile. Noi raccogliamo appassionatamente il miele del visibile per
riporlo nel grande aureo alveare dell'invisibile."11

10
Alain Bauer, Saggezza africana, raccolta di frammenti sparsi.
11
Rainer Maria Rilke, Lettere da Muzot (19211926), Cederna,
Milano 1947, p. 324.
8 IL vuoto ci rigenera

Vi è un'analogia sottile e profonda fra il tempio e il corpo umano. Nel tempio si prega e si riconosce alla
lingua e alla parola, e quindi a chi parla, un potere fecondante e trasformatore. Nel tempio si mangia e
anche alla bocca si riconosce la straordinaria capacità di trasformare e trasmutare: si pensi alla messa
dei cattolici o ai rituali centrati su sostanze fermentanti come il vino, capace di dare l'ebrezza e l'estasi.
Nel tempio si bruciano gli incensi, perché gli antichi sapevano che tra la psiche (il soffio) e la materia vi-
vente esistono legami indissolubili. È respirando che ci accorgiamo dei nostri sottili legami con il
mondo. Ancor di più il tempio è il luogo degli occhi i Illusi, delle immagini, dei mandala. La psicologia
del tempio rimanda a qualcosa di sconosciuto, di inafferrabile, a qualcosa che si affida al vuoto, all'i-
nesprimibile.
Scrive Pietro Citati: "Nel primo secolo dopo Cristo esisteva il Tempio di Gerusalemme [...]. Aveva la
porta ricoperta d'oro da cui pendevano grappoli d'oro alti come un uomo: gli ori risplendevano sotto i
raggi del sole, facendo chiudere gli occhi a chi cercava
106
Ciascuno è perfetto

di fissare il tempio da lontano. All'aperto stava l'altare dei sacrifici, dove il fuoco non si spegneva mai.
All'interno, dietro una tenda, il Santo dei Santi, inaccessibile, invisibile, dove aleggiavano lo spirito e il
nome segreto di Dio. Sino alla fine, [fu distrutto nel 70 dopo Cristo dai Romani] il Tempio fu circondato
da un immenso prestigio nel mondo pagano: quasi tutti i popoli del Mediterraneo vi portavano doni
votivi. Nel 63 avanti Cristo avvenne uno scandalo. Pompeo il grande violò il Tempio di Gerusalemme,
penetrando nel Santo dei Santi. Non scorse nulla. La stanza era vuota. Molti pagani si presero gioco di
Israele. Alcuni (ne sono certo) compresero che il Santo dei Santi era vuoto perché solo il vuoto può
alludere all'essenza inafferrabile e incomprensibile di Dio. Non dimentichiamo mai quella stanza. Tutti i
templi cristiani e le moschee islamiche e le sinagoghe della diaspora vengono da lì. Non badiamo allo
splendore delle architetture, delle pitture, delle sculture, dei pulpiti, delle lampade, dei nIl hrab, di-i
colori nelle chiese e nelle moschee. In ognuna di esse, nascosta sotto i colori, c'è sempre quella stanza
vuota, dove aleggia lo spirito di Dio. Senza quel vuoto profondissimo, nessun tempio può esistere.1
Si deve arrivare al proprio spazio interno, dopo e non c'è il noi, il personaggio che siamo, ciò che
conosciamo: nel nostro spazio interno ognuno di noi si rigenera continuamente perché quello è il
territorio della creazione.
1
Pietro Citati, Il nome segreto di Dio, la Repubblica, 26 fcb-j braio 2004, p. 46.
1
Il vuoto ci rigenera 107
Un uomo è grande quando può sdraiarsi dentro se stesso, nel proprio spazio interno, che non è pieno,
affollato di pensieri, ricordi, sentimenti, emozioni e parole, granelli di sabbia capitati lì, magari anche
chiamati da noi inavvertitamente, ma è un luogo dove tutto va lasciato andare, in modo che possa sgorgare la
felicità del nulla, dello spazio vuoto.
Scrive Henri Borei: [...] tu sarai davvero solo il giorno in cui [...] non sarai più. In primo luogo liberati dalle
illusioni, dai desideri, dalle aspirazioni. Allora, senza sapere come, senza essere spinto da una causa di cui tu
abbia coscienza, ti sarai messo in cammino.2
Quando il nulla si affaccia e io lo ascolto, accade in genere qualcosa di straordinario, qualcosa che esce dal
tempo.
Un té alla marocchina
Sono in auto con Michela, e lei mi dice della menta che ha appena piantato nel suo giardino: A parlarne, mi
viene voglia di un té alla menta, ma con le foglie fresche, come fanno in Marocco».
Mi accorgo che siamo capitati davanti a un ristorante africano che non avevo mai notato malgrado si trovasse
lungo una strada per la quale passavo regolarmente. Fermo l'auto. Michela capisce le mie intenzioni e me le
smonta, dicendomi scettica che a quell'ora, ammesso che il ristorante sia aperto, non mi faranno mai un té
alla menta.
2
Henri Borei, Wu-Wei. Fantasia ispirata dalla filosofia di Lao TZU, a cura di Francesco Fonte Basso, Neri Pozza, Vicenza 1999, p.
28.
108 Ciascuno è perfetto
Chissà. Ho imparato che le cose si realizzano più facilmente se il tuo spazio vuoto è veramente un
totale stato di assenza, quasi di lontananza e di indifferenza rispetto a ciò che desideri. E così è: non
solo ci preparano il té alla menta con le foglioline fresche, ma neppure ce lo fanno pagare: potenza
dello sguardo che, guidato da una forza ulteriore, scorge ciò che era* stato sempre lì. Sarà così che
si avverano i desideri?
A Roberto, un manager di quarantatré anni, succede la stessa cosa. Mi chiamano per dirmi che ho
vinto un premio importante sognato da anni. Scopro in quel mio spazio interno che dovrebbe essere
vuoto il mio attaccamento a questo accadimento, quella sorta di gioia misera che ci danno i
successi. Sono soddisfatto, hanno riconosciuto il mìo valore. Subito però vengo assalito da un
pensiero di morte riguardo ai miei bambini, ho il rimpianto per mia madre che non c'è più e che
sarebbe stata fiera di me: sto male. Mi stanno tornando le crisi di panico. Mi ricordo gli
insegnamenti che ho ricevuto e mi dico: Cedi, non resistere, abbandonati. Smetto di cercare
spiegazioni, di capire da dove vengono tutti questi pensieri, d dare risposte. Non ci casco più, non
parlo più con me. Guardo tutto con dolcezza. Tutto svanisce e finalmente lo spazio vuoto mi cura.
La smania di successo dentro di me svanisce. Ora sono libero. Sto bene.» Roberto va a ritirare il
premio serenamente.
Anche la sabbia delle miserie che la mia stori; mi ha lasciato se ne sta andando. Resto nitido con me
stesso. Non c'è più dolore, non c'è più pensiero. Faccio anch'io come Roberto: di fronte ai pensieri
che arrivano non cerco di capire, ma apro loro la porta.Sono come il vento che entra nella mia
interiorità
H vuoto et rigenera 109
Non c'è che il deserto: so che già questo è una terapia. I Mistici facevano così e anche la fisica
moderna da tempo sostiene che il concetto di vuoto vada totalmente rivisitato, che non ci sia niente
di più pieno di energia del cosiddetto spazio vuoto. Il vuoto in sé scrive Danah Zohar, psicologa e
studiosa di fisica, può essere concepito come un 'Campo di campi' o, più poeticamente, come un
mare di potenzialità. Esso non contiene particelle e tuttavia tutte le particel-le sorgono come
eccitazioni [...] al suo interno. [...] Il vuoto è il substrato di tutto ciò che è.3
Guardo consapevolmente l'uomo, il povero Rafaele, prigioniero di immagini caotiche, di cose che
l',li sono accadute, e aspetto. Con fiducia attendo che il vuoto faccia la propria parte. In genere con-
duce alla libertà, alla gioia. Così ho imparato a spegnere ogni obiettivo e guardarlo tramontare,
perché so che se faccio al mio interno il deserto, gli dèi, le forze interiori che mi abitano, gradiscono
e allora mi trattano da compagno di viaggio.
In questo stato sento tramontare il mio Essere effimero, il nulla che sono e sento aprirsi la porta del
Nulla Supremo, il luogo in cui si genera in ogni istante lo Spazio Eterno.
Afidiamoci a noi stessi
Tanti lettori mi scrivono per chiedermi se ci siano strumenti per vincere la paura di stare soli e il
senso di vuoto e di isolamento che ne deriva, così caratte ristico
1
Danah Zohar, L'Io ritrovato, Sperling & Kupfer, Milano 1990, p. 263.
dei nostri tempi. Paura e senso di vuoto: perché abbiamo così paura di stare soli? Perché ci assale
l'inquietudine del vuoto? Prendo, tra le tante del genere, la lettera di Giuliana: Le devo proprio dire,
caro dottore, che a trentasette anni non ho ancora imparato a stare da sola. Quando i miei familiari
escono di casa faccio di tutto per essere occupata, telefono alle amiche, mi invento hobby e cerco
altre cose pur di essere impegnata, pur di non pensare.] La solitudine è la peggiore malattia che
esista. A Francesca quando sta sola viene un groppo in gola, Dario sente un vuoto nello stomaco e
ad Alio nasce un grido strozzato.
Dalle lettere che ricevo e dai miei incontri in psi coterapia ho maturato la consapevolezza che il
senso di vuoto e di solitudine che in certi frangenti ci assale rappresenta il male oscuro di
quest'epoca Forse più della depressione, forse più dell'ansia.
Anche Anna Maria, in una lettera davvero emozionante, mi chiede una ricetta per vincere il senso di
vuoto che spesso l'assale. Mi chiede se anch'io ne soffra e se abbia mai fatto qualcosa per farlo
passare. E allora io, come risposta, racconto una storia che viene da lontano, misteriosa, come sa
essere misteriosa la vita.
È incentrata sulla figura dell'Imperatore Giallo, un sovrano leggendario, che forse ha regnato nel
2700 a.C. in Cina: L'Imperatore Giallo, viaggiando una volta a nord del Fiume Rosso, raggiunse le
vette dei monti Kun-lun. Mentre tornava verso sud perso la sua perla meravigliosa. Ordinò alla
Ragione di trovarla, e non ottenne niente. Comandò alla Magia di ritrovarla, ma invano. Si rivolse
allora alla Poten za
Il vuoto ci rigenera 111
Suprema, ma con il medesimo esito. Infine inntimò il suo ordine al Nulla, e il Nulla gliela rese. 'Che
strano esclamò l'Imperatore Giallo. 'Il Nulla l'ha ritrovata!'.4
Chi fa un lavoro come il mio ed è sincero ha provato più di un disagio. Ha conosciuto la sofferenza,
ha temuto la solitudine, si è affacciato sul nulla che abita dentro di lui. Anche io, lo confesso, ne ho
avuto paura.
Borei, il grande scrittore, pensa e racconta al suo Maestro taoista che la perla è l'equivalente dell'a-
nima. Com'è accaduto all'Imperatore, ci capita di perderla più spesso di quanto crediamo. Non
capiamo che la perla viene quasi sempre oscurata dal mondo esterno, dal suo clamore, dalle sue
sirene. La scienza (la ragione), la vista (le immagini) e le parole (le idee che ci si attaccano addosso,
le nostre convinzioni, tutte le credenze indistintamente) tendono a oscurare l'anima, più che a
illuminarla. Persino l'idea del bene e del male che ci inculcano fin da bambini ci porta all'oscurità.
Abbiamo paura di stare soli perché pensiamo di dover incontrare chissà quali mostri, chissà quali
nemici interiori o, peggio ancora, pensiamo di essere vuoti, inutili. Pensiamo che non ci sia niente
da trovare e così, infine, non troviamo nulla.
Crediamo allora che l'esterno sia la salvezza, che gli altri ci possano dare qualcosa che la nostra
intimità non possiede. Anch'io, come Anna Maria e gli altri, come Borei, temevo la solitudine e per
molto
4
H. Borei, op. cit., p. 17.
112 Ciascuno è perfetto
tempo l'ho fuggita. Anch'io mi sono aggrappato all'esterno. Oggi invece la cerco; sento che, facendolo] mi
porta qualcosa di incomparabile. Oggi ho imparato che non c'è nulla come l'essere soli per sentirsi' vivi, a
patto però di rispettare alcune regole.
Il vuoto ci fa rinascere
Le prime volte che mi sforzavo di stare da solo, facevo una grande fatica. Finivo immediatamente per
riempirmi di pensieri. Credevo che la solitudine fosse il luogo dove inevitabilmente comparivano i sensi di
colpa, i progetti, le cose da fare, gli affetti, la mia storia, i mìei ricordi. C'è voluto del tempo per comprendere
che la solitudine, quella che porta benessere e salute, è tutt'altra cosa. Non si deve stare soli per diventare più
buoni; la solitudine non serve se le facciamo domande o vi cerchiamo risposte.
'Se un uomo ricerca il Budda, quest'uomo perde il Budda' scrive Watts citando Lìn-chi. Infatti tutte le idee di
auto-miglioramento e di divenire o di conseguire qualcosa nel futuro si riferiscono solamente} alla nostra
immagine astratta di noi stessi. Inseguirle significa dare ulteriore realtà a quest'immagine. D'altro lato il
nostro io vero, non concettuale, è già il Budda, e non ha bisogno di migliorare. Nel corso del tempo esso può
evolversi, ma non si critica un uovo perché non è un pollo.5
Ho imparato a stare solo lasciando arrivare il vero Signore del mondo, il nulla, custodendolo,-
5
Alan W. Watts, La via dello zen, Feltrinelli, Milano 2000, p. 137.
Il vuoto ci rigenera 113
/talmente, al suo arrivo, il vuoto mi faceva paura, allora mi fermavo. Lentamente, ogni giorno per qualche
istante, facevo entrare il vuoto e lasciavo fare a lui. Per il resto della giornata, la solita vita. Pian piano mi
accorgevo che la solitudine mi chiamava, mi cercava. Via via che siamo diventati amici, ho smesso di
riempirla con qualcosa. Così sono entrato in uno spazio dove non c'erano domande da fare o risposte da dare.
Bastava stare lì, in silenzio, consapevoli, nella penombra all'inizio, al buio successivamente. Senza pensieri,
senza parole, senza immagini, senza giudizi. Forse la più grande conquista è imparare a non giudicarsi e a
non condannarsi. Tutto il contrario di quello che avevo imparato con la psicanalisi.
Mi vengono in mente oggi le parole di un grande Maestro taoista: Il Silenzio, il vero silenzio senza pensieri,
da solo guarisce tutti i mali dell'anima e del corpo. Così oggi so che la solitudine è il luogo dove possiamo
rigenerarci, senza avere più paura, dove c'è pace. E soprattutto è un'amica che non ci tradisce mai.
A me non manca nulla
La parola Wu-Wei, propria del pensiero cinese, ciò che trasforma il mondo, viene tradotta come Nulla. Ma
non ha lo stesso valore di annichilimento che noi occidentali attribuiamo al termine. Generalmente al nulla
contrapponiamo la vita. Per noi occidentali il nulla è terribile perché ci da l'idea della fine di tutto, di un
mondo destinato a morire e a distruggersi. A causa del nulla ci sembra che l'Uni verso
114 Ciascuno è perfetto
non abbia senso. Non è così per il pensiero cinese e in particolare per il taoìsmo. Il Wu-Wet è il non
agire assoluto, è lo stato di quiete che permette la coscienza del sottile, del Tao, del principio immuta-
bile, di ciò che è innominabile, senza tempo, incomprensibile per l'uomo. È singolare che il pensiero ci-
nese veda nel nulla la porta d'ingresso verso il Tao, verso il senso della vita.
È scritto nel Tao Te Ching di Lao Tzu:
IL Tao è un vuoto che l'azione non riempie1, è profondo come un baratro, è l'Origine di tutte le cose.6
Il nulla diventa la creazione del Tao, che const va grazie a lui la propria eternità.
Come il taoista la pensa il buddhista, il monaco zen, il rabbi ebraico. Così il Grande Vecchio degli
Ebrei, il Rebbe di Lubavìtch, insegnava ai suoi allievi l'arte di stare con se stessi invitandoli a pronun-
ciare nel silenzio interiore queste parole: A me non manca nulla.
No, non è la solita frase trita e ritrita che diciamo ai nostri figli: Perché non ti accontenti di quelle che
hai?». In genere incalziamo così i nostri piccoli quando ci chiedono qualcosa che ci sembra troppo,
oppure quando sprecano le cose o lasciano i piatti a metà. Guarda quanti poveri ci sono intorno a noi,
IL vuoto ci rigenera 115
mentre tu avanzi il cibo; ti lamenti e invece a te non manca nulla.» In realtà ci piace suscitare in loro il
senso di colpa che abbiamo sperimentato quando i nostri genitori lo dicevano a noi. Ma non a questo
.illudeva il Grande Vecchio, non si riferiva alla psicologia dell'accontentarsi o del farsi bastare gli
oggetti con cui riempiamo banalmente la nostra vita. Il Rebbe non attaccava il materialismo, non era
questo il suo messaggio. Non c'era nulla di etico e neppure c'era l'esortazione a controllarsi di più, a di-
ventare più buoni. Nessuno migliora perché se lo impone e il vecchio Saggio lo aveva sempre saputo. Il
Rebbe, come il taoista, si soffermava più sul nulla che sulla mancanza di qualcosa. Dire: Non mi manca
niente sta a indicare che lo sguardo interiore deve rìorientarsi; se invece ci affidiamo alla cultura delle
cose da conquistare non ci sentiremo mai appagati, come accade alla maggioranza di noi.
Insegnava Baal Shem Tov che 'la gioia è nel mondo come, nella vita com'è, in ogni ora di vita in questo
mondo così com'è' .7
Ma se guardiamo in un'altra direzione, se dirigiamo lo sguardo verso l'interno, nel buio, nell'abisso di
noi stessi, il vuoto diventa la regola suprema, così cara al grande Maestro indiano Nagarjuna, che ve-
deva l'illuminazione come il luogo, la patria della di-sidentità, dove la storia e le certezze di ciascuno si
frantumano. Se non sappiamo chi siamo, se non siamo pieni di noi, se non parliamo più di noi, allo ra
6
Lao Tzu, Tao Te Ching. Il libro della Via e della Virtù, a cxira di Virginio Gracci, IL Sagittario rosso, Milano 1976, p. 25.
' SheldonB. Kopp, Cura. Metafore di uno psicoterapeuta, Astrolabio, Roma 1980, p. 55.
116 Ciascuno è perfetto
il cervello sembra poter funzionare al meglio, perché si è liberato delle sostanze con cui il falso orgoglio di
noi stessi lo opprime. È questo che fa dire a Watts Si arriva al punto, allora, in cui risulta chiaro che tutti i
propri atti intenzionali - desideri, ideali, stratagemmi - sono vani. In tutto l'universo, dentro e fuori, non c'è
nulla di cui prendere possesso, e nessuno che prenda possesso di qualcosa ,8
Sì, se la smettiamo di avere in mente gli scop i o fini dell'esistenza, se mettiamo da parte i nostri ideali, gli
inutili giudizi, se scendiamo in un abisso dove non c'è niente, lì il Tao ci rivelerà la sua eterna presenza.
E allora veramente non ci mancherà nulla, perché il Sé, il Signore del mondo, avrà trovato l'acqua dove fare
agire le proprie onde.
Non mi manca nulla significa uscire dagli oggetti, non sprecare le risorse per conquistare ciò che ci toglie
energia anziché darcela. Stiamo con noi stessi o l'energia vitale comincerà a fluire: sarà lei a portarci là dove
dobbiamo andare e ci farà ottenere nella vita risultati migliori con il minimo sforzo. Se non ci manca nulla
allora conosciamo la pace del silenziu,| ci siamo centrati e siamo finalmente nella casa mondo, come
annunciavano i Mistici cristiani.
Attenzione, però: non è una via di privazioni, non significa sottrarci agli oggetti, ma semplicemente ascoltare
la nostra interiorità, il nostro silenzio in ogni cosa che facciamo. Così anche le più piccole cose, le più banali,
saranno immense. Se non ci

IL vuoto ci rigenera
manca nulla, ogni cosa che ci arriverà è un regalo, il nostro regalo.
Ripetiamo allora dentro di noi: Non mi manca nulla. Inizialmente possiamo pronunciare questa frase cinque
minuti tutti i giorni, meglio in uno spazio tranquillo, silenzioso e nella penombra . Via via possiamo ripetere
queste parole mentre lavoriamo, quando mangiamo, anche mentre facciamo l'amore. A maggior ragione
quando facciamo degli sforzi per raggiungere degli obiettivi. Automaticamente il nostro sguardo si volgerà
verso l'interiorità e non verso il fine da raggiungere.
Avvertiremo la nostra presenza ulteriore, un leggero stato di vuoto che ci farà sentire consapevoli e ci
permetterà di vedere che le azioni che compiamo diventano faticose perché siamo totalmente identificati
nell'obiettivo da raggiungere e abbiamo così perduto la semplice consapevolezza di essere vivi. Via via che il
vuoto si allarga nella nostra interiorità, otterremo le- cose che cerchiamo con facilità, senza sforzo. Questo è
l'insegnamento di tutti i Saggi, perché dire: Non mi manca nulla significa sapere che in ognuno di noi
riposano le forze dell'Universo, significa abbandonare lo sforzo di voler conquistare qualcosa, ma vuol dire
ancora di più essere totalmente immersi in quello che si fa. Significa che ogni azione è immensa e che, come
ricordava Baal Shem Tov, le scintille divine sono presenti in qualsiasi cosa si stia facendo: [...] per
recuperare le scintille divine, che si trovano ovun-que, dobbiamo santificare la vita quotidiana.9
8
A.W. Watts, op. cit., p. 80.
1
S.B. Kopp, op. cit., p. 55.
// vuoto ci rigenera 117
manca nulla, ogni cosa che ci arriverà è un regalo, il nostro regalo.
Ripetiamo allora dentro di noi: "Non mi manca nulla". Inizialmente possiamo pronunciare questa I rase
cinque minuti tutti i giorni, meglio in uno spa-/io tranquillo, silenzioso e nella penembra. Via via possiamo
ripetere queste parole mentre lavoriamo, iiuando mangiamo, anche mentre facciamo l'amore. A maggior
ragione quando facciamo degli sforzi per i aggiungere degli obiettivi. Automaticamente il no-Mro sguardo si
volgerà verso l'interiorità e non verso il fine da raggiungere.
Avvertiremo la nostra presenza intcriore, un leggero stato di vuoto che ci farà sentire consapevoli e ci
permetterà di vedere che le azioni che compiamo diventano faticose perché siamo totalmente identificati
nell'obiettivo da raggiungere e abbiamo così perduto la semplice consapevolezza di essere vivi. Via via che
il vuoto si allarga nella nostra interiorità, otterremo le cose che cerchiamo con facilità, senza sforzo. Questo
è l'insegnamento di tutti i Saggi, perché dire: "Non mi manca nulla" significa sapere che in ognuno di noi
riposano le forze dell'Universo, significa abbandonare lo sforzo di voler conquistare qualcosa, ma vuoi dire
ancora di più essere totalmente immersi in quello che si fa. Significa che ogni azione è immensa e che, come
ricordava Baal Shem Tov, le scintille divine sono presenti in qualsiasi cosa si stia facendo: "[...] per
recuperare le scintille divine, che si trovano ovun-c|ue, dobbiamo santificare la vita quotidiana".9
g
S.B. Kopp, op. cit,, p. 55.
118 Ciascuno è perfetto
Noi non le percepiamo perché siamo prigionieri delle nostre intenzioni, degli obiettivi, degli scopi
che abbiamo in mente. Se non ci manca nulla, non abbiamo bisogno di spiegare, di capire. Se
impariamo a non darci più risposte, queste verranno da sole, proprio perché la nostra energia
spirituale non sarà più inquinata dai pensieri e troverà la soluzione più adatta a ciascuno di noi. Ci
accorgeremo così che la nostra essenza sa agire, sa fare cose impensabili, sa dare risposte che
ignoravamo fino a un attimo prima.
Ripetendo: "Non mi manca nulla" liberiamo l'intelligenza embrionale, quella che incessantemente
continua a crearci, quella grazie alla quale viviamo. Più ci avviciniamo a essa più ci rendiamo
conto che non ci manca nulla e comprendiamo che il novanta per cento della nostra sofferenza
dipende dal fatto che riempiamo la nostra vita di cose mutili.
Diventiamo nessuno
Purtroppo in Occidente vi sono alcuni miti che si insinuano tra le pieghe della mente e lì riposano
per anni diventando certezze in grado di dominare la nostra vita. Uno di questi è quello secondo il
quale noi ci conosciamo. Ognuno di noi pensa di sapere chi è: Io, sa dottore, so come sono fatta,
conosco bene i miei pregi e i miei difetti» mi dice Francesca in un colloquio.
Flavia, giunta a quarantanni, vorrebbe finalmente realizzarsi e realizzare tutte le cose che ha in
mente, concretizzare i suoi progetti: II problema è che so cosa voglio, ma non ho abbastanza
volontà
p
// vuoto ci rigenera
119
per riuscirci...». Sorge un dubbio: siamo proprio sicuri che quello che vogliamo ci interessi
veramente? Sotto sotto siamo pienamente convinti di essere persone speciali: anche se dichiariamo
a destra e a manca di essere degli insicuri, di non credere in noi stessi, dentro di noi, da qualche
parte, abita contemporaneamente la certezza di essere unici. È così vero che per assecondare
questa sensazione gli uomini dicono quasi sempre alle donne che corteggiano: Sei speciale, sei
diversa, sei unica, come te non c'è nessuno», proprio come dice la nota canzone. E loro ci credono.
Ognuno si sente unico con la propria storia, con il proprio passato. Si è formata dentro di noi
questa maledetta convinzione che la nostra storia sia la causa di ciò che siamo, che sia la
protagonista della nostra fortuna o sfortuna. E così pensiamo di essere il personaggio che abbiamo
in mente. Niente di più falso!
Nei gruppi di psicoterapia che gestisco abitualmente ho sempre chiaro un intento: distruggere ogni
forma di certezza, ogni sicurezza che abita all'interno della nostra mente. Poiché la caratteristica
di questi incontri è l'essere aperti a tutti coloro che vogliono prendervi parte, capita spesso che vi
sia un nucleo di persone fisse, che vengono in modo continuativo per un certo periodo, e di nuove.
La loro interazione è quanto di più interessante si possa creare nei nostri incontri. I nuovi
incominciano subito a raccontare la propria storia, a parlare dei propri malesseri, che pensano
nascano da un padre, da una madre, da un'educazione sbagliata.
Invece chi ci conosce già smonta subito questa
120 Ciascuno è perfetto
tesi perché sa che nei nostri incontri c'è una regola: si può parlare di disagi, ma mai della propria storia.
Si parla una mezz'ora e poi si comincia a distruggere.
L'ultima volta mi sono ricordato del vecchio Bauer, che mi aveva invitato a liberarmi del mio nome. Quando
l'ho comunicato al gruppo erano tutti! perplessi. Come sempre, nella seconda parte dell'in-1 contro abbiamo
spento la luce e tentato di diventa-] re nessuno.
La tecnica è semplice: pronunciamo a voce bassa J il nostro nome e lo ascoltiamo andare via fino a che I ci
allontaniamo da noi, dalla nostra consapevolezza. I "Forse allora nell'atto di ascoltare possiamo arrivare i
a quel centro misterioso" scrive Miguel Serrano ) "che [...] sembra non essere dotato di esistenza e appare
come qualcosa inventato da noi stessi, ma che, nondimeno, in realtà ci circonda e ci domina; nel senso che
senza di esso noi non siamo nulla. Senza di esso, noi siamo morti che seppelliscono morti."10
Il cervello è l'organo che trasforma incessantemente l'energia animale in energia intelligente. Lo sa fare
perfettamente da solo: basta che glielo lasciamo fare. Più energia intelligente libera e più ci crea per ciò che
siamo veramente. Che cosa inibisce questa sua capacità? Le nostre identificazioni, vale a dire quello che
crediamo di essere, le nostre convinzioni, i nostri schemi, le nostre certezze: più si
10
Miguel Serrano, // cerchio ermetico. Cari Gustav Jung e Her-mann Messe, Astrolabio, Roma 1976, p. 80.
Il vuoto ci rigenera 121
accumulano e più il cervello viene inseminato di cose inutili. È come se ciascuno di noi fosse al volante di
una Ferrari e fosse convinto di guidare un carretto a cavallo.
Come comportarsi, allora? Perché il cervello possa fare la propria parte serve una cosa: osservare se stessi,
sentirsi diventare niente e nessuno. Per questo motivo, durante il lavoro cjj gruppo, io invito tutti a cercare
dentro di sé uno spazio buio, dove non c'è niente, dove ognuno di noi scopre uno spazio vuoto. Tutte le volte
che entriamo coscientemente nel buio, il cervello si svuota e trova la propria vera identità facendoci fiorire
per il fiore che siamo. In tal modo non assomiglieremo a nessuno stereotipo.
Tutto questo serve a purificare il cervello e a togliere ogni idea di noi stessi che ci siamo costruiti. Sembrerà
strano, ma è proprio quell'idea che crea disagi, disturbi, dolori.
Non si tratta tanto di diventare se stessi: tutti noi già lo siamo, ma compiamo continui e inutili sforzi per
mantenere in vita quello che crediamo di essere. Per questo motivo ci muoviarno in un continuo, deleterio
riferimento al passato, un mondo morto che ormai non c'è più.
Ogni giorno il cervello mi crea, in ogni istante si crea Raffaele: se gli faccio posto, se mi tolgo di torno, se
divento nessuno, al!0ra veramente l'energia intelligente, che non è personale, che non appartiene a nessuno
di noi, ma è l'intelligenza stessa dell'Universo, si allarga, circola liberamente e risolve i problemi. Quando
avvertiamo un conflitto, lasciamolo lì, diventiamo nessuno; se il nostro Io smette di cercare, la soluzione
verrà da sé. Questo vuoi dire
122 Ciascuno è perfetto
abbandonarsi alla vita: essere nessuno, conoscere la felicità del nulla, liberarsi dalle definizioni,
smettere di tormentarsi. I problemi si risolveranno da soli e ognuno troverà la propria strada. Tutto
questo è presente negli insegnamenti taoisti.
Il Tao, che letteralmente significa la Via, viene anche rappresentato come il Senza Nome. Insomma: noi
cominciamo a esistere per davvero quando smettiamo di credere di essere il personaggio che abbiamo in
niente. Il taoismo afferma la via della mente vuota, il luogo dove si forma incessantemente ciò che
siamo in verità, mentre il personaggio che abbiamo in mente noi è in genere solo artificiale. Anche
Ulisse, figlio dell'Occidente, è nessuno. Colui che arriva a Itaca, alla terra promessa, deve liberarsi
dall'identità. "[...] in lui" scrive Pietro Citati in un mirabile commento all'Odissea, "c'è una forza che lo
porta a nascondersi e a cancellarsi, forza che l'Odissea condivide e porta alla luce, rinviando
continuamente la rivelazione del suo nome. Proprio perché ha tante figure e metamorfosi e si volge
sempre in tutti i sen- ; si, Ulisse porta nella profondità dell'anima il viso di ' Nessuno."11
Solo a chi sa essere nessuno l'Universo concede di arrivare al centro di se stesso.
Cervello: usiamolo di meno

Ragioniamo troppo e la nostra razionalità procede per lo più attraverso vie lineari. Questo ci porta a
pensare in un solo modo, anche se il nostro cervello, per natura, sarebbe portato a indagare ogni volta in
mille direzioni differenti. Il ragionamento e la logica sono utili per rispondere a esigenze pratiche, ma si
rivelano totalmente inadatti a cogliere l'aspetto complesso e globale di quanto accade dentro di noi.
Del cervello sfruttiamo solo poche potenzialità che ci ancorano per di più a un rapporto di superfìcie con
la vita, impedendoci di percepirne il reale spessore. Alla lunga questo crea danni incalcolabili e induce
un aumento delle malattie che riguardano proprio il cervello, che in tal modo sembra volerci comunicare
di non avere abbastanza spazio per esprimersi, di soffrire e di volersi liberare dai lacci e lacciuoli che lo
condizionano.
Pseudovalori, false mete, convinzioni intoccabili, rimuginazioni continue, idee fisse creano tragitti
contorti e a fondo cieco che intasano la nostra materia grigia. Sono l'emblema di quel pensare inutile
che affolla la nostra testa, che in tal modo si stanca o non riesce a produrre più nulla di buono, ma solo
124 Ciascuno è perfetto complicazioni, lucidi deliri, ossessioni, forme de-
pressive, panico, ansia, quando non addirittura forme gravi di deterioramento mentale come per
esempio l'Alzheimer, malattia in preoccupante aumento,, nel mondo occidentale.
Quale errore madornale ci trascina in questo disastro? Cosa ci spinge a pagare un prezzo così
alto?
La malattia di un 'epoca
Sabato sera. A uno speciale del Tgl, realizzato da Giuliana Lombardi e condotto da Bruno Mobrici,
si parla di Alzheimer: il cervello degenera verso l'atrofia e la perdita di memoria è solo il subdolo
inizio. Con grande maestria il regista mostra il volto di questi vecchi, la loro assenza da se stessi,
la corsa, segnata sui tratti del viso, verso qualcosa di ignoto. Alla trasmissione è presente un
ricercatore; Mobrici lo incalza: Se lei si accorgesse di avere i primi sintomi della malattia, come
reagirebbe? Se scoprisse a cinquant'anni di avere una perdita sempre più significativa della
memoria, che cosa farebbe?».
Lo scienziato è in difficoltà, non sa rispondere. Lo si può comprendere: siamo di fronte a un morbo
dalle molte sfumature. Mobrici insiste: Se le dicessi'! che la memoria mi viene meno, che mi capita
di fare-fatica a concentrarmi, che a volte perdo il senso del-l'orientamento, che cosa mi
consiglierebbe?». L'imbarazzo è grande. Il ricercatore dice di getto: Non so, farei di tutto.
Eserciterei la memoria continuamente, farei e rifarei "La Settimana Enigmistica", mi sottoporrei a
continui esercizi mnemonici...».
Rimango sbalordito. Se la degenerazione della
Cervello: usiamolo di meno
125
corteccia cerebrale e la sua atrofia fossero il rifiuto del cervello di continuare a immagazzinare nozioni
inutili e pensieri lontani dalla vita, stimolare ulteriormente la memoria con esercizi faticosi come i
cruciverba non sarebbe estremamente dannoso, olire che senza senso?
Non ce trasmissione di successo che dalle sei del pomeriggio in poi non proponga almeno un quiz. Non
c'è qualcosa di demenziale nel fatto che continuiamo a correre al telefono per rispondere alla Carrà, a
Magalli? Ci deve essere qualcosa di perverso nella scuola se, a distanza di anni, abbiamo ancora il
desiderio di ritornare a farci interrogare. Quella del-I1"indivìduo scolaro è un'espressione
dell'inconscio collettivo fissata all'interno della nostra corteccia: l'encefalo cerca di liberarsene, non
vuole tramandarla geneticamente alle generazioni successive. Il cervello .si rivela molto più saggio di
noi.
Non c'è mai stata un'epoca in cui gli uomini abbiano pensato così tanto come nella nostra. Nelle epoche
precedenti l'uomo era più a contatto con la vita, agiva di più, aveva una mente legata all'azione. Non se
ne .stava ore e ore a pensare. Lo stress ci riempie di idee ossessive, pensiamo e ripensiamo sempre alle
stesse cose, ci giudichiamo incessantemente. La nostra corteccia cerebrale è inondata di autocritica.
L'Alzhei-iner non potrebbe essere la reazione dell'intelligenza dell'Universo ai pensieri che hanno
ingorgato il cervello? Dobbiamo ricordarci che ogni epoca ha partorito la propria malattia, come ci ha
magistralmente insegnato Tolstoj, descrivendo la società russa di fine Ottocento. In quel contesto
l'uomo confinava il piacere nel bordello, dove era in agguato la sifilide. Essa
126 Ciascuno è perfetto
ben rappresentava da un punto di vista simbolico la doppia morale che si era venuta a creare:
l'immagine sociale immacolata era tenuta ben distinta dal mondo del vizio che, di nascosto, proliferava.
In un passo significativo Tolstoj descrive l'atmosfera sociale di quell'epoca: "Ebbene, ecco come vissi
fino ai trent'anni, senza abbandonare neppure per un momento l'intenzione di ammogliarmi e di
organizzarmi la più elevata, la più pura vita familiare; [...] M'insudiciavo nel marciume della
depravazione e nello stesso tempo mi guardavo in giro per trovare delle ragazze che per la loro purezza
fossero degne di me".1 a
L'autore ci rammenta che l'immagine che abbiamo del mondo non è estranea ai nostri malanni, anzi li
rispecchia, li alimenta e, allo stesso modo, la guarigione dipende molto poco dai medici e dalle
medicine e molto dal nostro modo di pensare e dal nostro stile di vita. Questo concetto è ripreso anche
da un altro grande studioso scomodo e controcorrente, Ivan Illich, che si dichiara decisamente critico
nei confronti dei trionfi della medicina scientifica del Novecento: "Ma due cose sono certe: non si può
attribuire a merito dell'attività professionale dei medici l'eliminazione delle vecchie forme di mortalità o
di morbosità [...]. L'analisi delle tendenze della morbosità ha dimostrato, per più di un secolo, che è
l'ambiente il primo determinante dello stato di salute generale di qualunque popolazione".2
' Lev Tolstoj, La sonata a Kreutzer, Einaudi, Torino 1991, p. 25. 2 Ivan Illich, Nemesi medica. L'espropriazione della salute, Monda-
dori, Milano 1977, p. 23.
Cervello: usiamolo di meno
127
E ancora, a proposito delle malattie infettive dominanti all'inizio dell'era industriale la cui remissione
fu attribuita unanimemente all'avvento della terapia antibiotica, Illich sostiene in modo dissacrante:
"La tubercolosi, per esempio, raggiunse una punta massima nel corso di due generazioni. A New York,
nel 1812, il tasso di mortalità era stimato superiore a 700 su 10.000; entro il 1882, quando Koch
cominciava a isolare e coltivare il bacillo, era già calato a 370 su 10.000. Si era ridotto a 180 quando
nel 1910 venne inaugurato il primo sanatorio, benché il 'male sottile' figurasse ancora al secondo posto
fra le cause di decesso. Subito dopo la seconda guerra mondiale, quando cioè gli antibiotici non erano
ancora diventati d'uso comune, la mortalità per tubercolosi era scesa all'undicesimo posto con un tasso
di 48. Il colera, la dissenteria e il tifo hanno avuto una curva analoga, indipendente dall'azione medica:
quando si arrivò a comprenderne l'eziologia e ad applicare loro una terapia specifica, avevano già
perso gran parte della loro virulenza".3
Queste considerazioni ci fanno riflettere su quanto la malattia sia indissolubilmente legata a noi, al
nostro modo di vivere e di pensare. È il riflesso di un modo di essere, dell'atteggiamento esistenziale di
un'epoca.
Allo stesso modo la guarigione dipende moltissimo dall'ambiente in cui siamo calati, dalle condizioni di
vita che ci toccano, dal nostro modo di concepire e affrontare l'esistenza, dal rapporto che abbiamo
*lbid.,pp. 21-22. 128 Ciascuno è perfetto
con noi stessi: la mente, in questo senso, ha un potere determinante. Ne sono una testimonianza gli
uomini che, per esempio, riuscivano a non ammalarsi durante le epidemie. Ma è vero anche il
contrario. Più di un ricercatore ha messo in luce che chi pensa in modo fobico a una malattia, chi
teme di ammalarsi di un determinato morbo, spesso rischia di contrario. Maria Visentin, una collega
che lavora in oncologia, mi segnala che nella storia di molti malati di tumore esiste una vera e
propria fobia del cancro che riappare a più riprese nell'arco della loro vita.
È tutta una questione di testa
L'atteggiamento mentale è determinante sia nel creare i presupposti della malattia, sia nel favorirne
la guarigione. I
Scrive Michael Talbot, studioso della complessità applicata all'ambito medico: "[...] la nostra
capacità di controllare il corpo [...] è modellata da ciò che crediamo. Le nostre menti hanno il potere
di eliminare verruche, liberare le nostre vie bronchiali e imitare la capacità antidolorifica della
morfina, ma poiché siamo inconsapevoli di possedere questo potere, abbiamo bisogno di essere
ingannati per poterlo usare. Questo potrebbe essere quasi comico, se non fosse per le tragedie che
spesso risultano dalla nostra ignoranza rispetto al nostro stesso potere" .4 Tornando quindi
all'Alzheimer e al notevole au-
;'
4
Michael Talbot, Tutto è uno. L'ipotesi della scienza olografica, Urrà, Milano 1997, p. 114.
Cervello: usiamolo di meno
129
mento dei casi di demenza della nostra epoca, dobbiamo riflettere sui dati che accomunano queste
due patologie. Le persone che si ammalano di Alzheimer hanno per lo più avuto una vita molto
monotona, estremamente ordinata, con pochi interessi, scarse sollecitazioni. Spesso è proprio questa
ripetitività a impedire alla nostra vera natura di emergere. Talvolta succedono cose curiose. Come il
caso di una donna, raccontatomi dallo psichiatra Gianlorenzo Masaraki, che l'Alzheimer e la
demenza avevano trasformato in una persona allegra e sorridente, mentre per tutta la vita era stata
oppressa dalle preoccupazioni e chiusa in se stessa. Molti malati diventano, al contrario, aggressivi,
fobici, da ipercontrollati che erano. La demenza sembra portare alla luce aspetti inespressi delle
varie personalità e l'Alzheimer sembra quasi suggerirci di ritrovare da soli la nostra innocenza,
intesa come nostra vera natura, prima che sia la malattia a consegnarcela.
Rallentiamo i nostri gesti
\ pensieri concitati che affollano la nostra mente ci conducono a un invecchiamento precoce.
Recentemente è stato dimostrato, almeno per i moscerini, che c'è un gene dell'invecchiamento, detto
di "Matusalemme", che abbassa il livello dello stress: è come se la Natura avesse sempre saputo che
invecchiamo bene solo se non siamo stressati. Recentemente David Warbourton, uno
psicofarmacologò, si è accorto che un anticorpo presente nella saliva, e che protegge dalle infezioni
respiratorie, aumenta del cinquan-la per cento in coloro che si soffermano su immagi-
130 Ciascuno è perfetto
ni di piacere o di felicità anche solo per qualche istante. La gioia di vivere cambia la materia
vivente, la rende più plastica, la porta ad autocurarsi.
La tecnica più facile per svuotare la corteccia dai troppi pensieri è quella del rallentamento. Si tratta
di imparare a rallentare le varie azioni che compiamo nel corso della giornata: camminare,
telefonare, parlare, mangiare ecc.
È una tecnica antica, insegnata anche dai vecchi africani nel corso delle pratiche di iniziazione dei
giovani. Con l'allenamento porta a dosare le funzioni organiche, a conservare l'energia e a metterla
completamente a disposizione del nostro corpo. Se per esempio, camminando, rallentiamo il passo,
ci accorgiamo che i nostri pensieri perdono di forza. Tutto ciò mi sembra più utile della "Settimana
Enigmistica" per ringiovanire la mente, che così non diventa più la spazzatura di tutti i ricordi
inutili.
|t
// cervello è l'Universo
Un altro segreto mediato dalla mentalità taoista per non far invecchiare precocemente il nostro
cervello è mantenere il contatto con l'energia dell'Universo, di cui noi siamo una sorta di
ramificazione. Tra cervello e Universo infatti, sostengono alcuni scienziati, esisterebbe un legame
molto stretto, tale da farceli apparire come due facce della stessa medaglia. In poche parole il nostro
cervello sarebbe il riassunto dell'Universo. Scrive a questo proposito Ervin Laszlo, studioso di
filosofia dei sistemi, che sollecitando il nostro cervello con specifici stimoli si evidenzierebbe un af-
fascinante collegamento tra il nostro tessuto cerebra-
Cervello: usiamolo di meno
131
le e il tessuto dell'Universo: "Gli esperimenti di Pri-bram dimostrano che l'eccitazione elettrica delle
strutture frontali e limbiche allenta i limiti gaussiani. Mentre a livelli normali di eccitazione del
sistema fronto-limbico l'elaborazione determina la normale coscienza narrativa, quando
l'eccitazione frontolim-bica supera una certa soglia l'esperienza conscia è dominata da processi
olografici illimitati. Il risultato è una sensazione 'oceanica' atemporale, aspaziale, acausale. Secondo
Pribram, in questi stati il sistema nervoso 'si mette in sintonia con gli aspetti olografici - l'ordine
simil-olografico - dell'universo'".5
Il paradosso che ne consegue è che spesso fatichiamo a stare dietro alla plasticità innata del tessuto
cerebrale e a rimanere in contatto con quel caos intelligente che è il procedere della vita. In pratica
per tenere sotto controllo la nostra esistenza finiamo per utilizzare in maniera eccessiva le funzioni
cerebrali di controllo a discapito di quelle più profonde, in grado di mantenerci in contatto con il
fluire della vita. Molti studiosi oggi hanno messo in luce come l'esistenza debba essere concepita
come un evento dinamico, fluido, caratterizzato da una miriade di attività autorganizzate e
spontanee. È tramontato il concetto che nel nostro organismo esistono parti che controllano e parti
controllate: quindi è anacronistica e sbagliata una concezione che ponga l'Io e la razionalità al
vertice della piramide a controllare la nostra esistenza.
"> Ervin Laszlo, Alle radici dell'universo. Introduzione alla dinamica subquantistica, Sperling & Kupfer, Milano 1993, p. 140.
132 Ciascuno è perfetto ;
ili
Oggi sappiamo che gli organismi viventi non funzionano seguendo precise scale gerarchiche e pro-
grammi prefissati. A ispirarli c'è un processo caotico intelligente, ovvero l'energia creativa della vita:
quanto più tentiamo di capire e di mettere in riga questo processo, tanto più l'organo di controllo, il
cervello, ne farà le spese. Alzheimer e demenze rischiano solo di essere agli inizi.
La vita è come una jazz band
Gli organismi viventi, o se preferiamo la vita stessa, si comportano, spiega sempre Laszlo "come una
buona jazz band nella quale ogni suonatore reagisce immediatamente e spontaneamente a qualsiasi cosa
che gli altri improvvisano. La banda di superjazz dell'organismo non cessa mai di suonare nel corso di
una vita, esprimendo armonie e melodie dell'organismo individuale con un ritmo e un beat ricorrente,
ma con innumerevoli variazioni. C'è sempre qualcosa di nuovo, qualcosa d'inventato, mentre procede.
Può cambiare la chiave, cambiare il tempo, cambiare l'aria perfettamente, come si sente, o come la
situazione richiede, spontaneamente e senza esitazione. Esiste una certa struttura, ma la vera arte
consiste nelle improvvisazioni senza fine, laddove ciascuno dei suonatori, per quanto minore, gode della
massima libertà di espressione, pur rimanendo in armonia e in tono con il tutto".6
6
E. Laszlo, OLOS. Il nuovo mondo della scienza, Edizioni Riza, Milano 2002, pp. 80-81.
Cervello: usiamolo di meno
133
Se questa è la musica che suona il nostro organismo, o il cervello è in grado di sintonizzarsi o ne verrà
puntualmente sopraffatto. Lo stress di non riuscire a trovare una chiave di comprensione di noi stessi
porta a uno stile di vita estraneo alla nostra vera natura ed è alla radice del decadimento delle funzioni
cerebrali. Al contrario, lasciar fluire in noi senza resistenze l'energia dell'Universo ci consentirebbe di
tutelare il nostro sistema limbico, la zona profonda del sistema nervoso centrale. Il segreto della
longevità cerebrale sta proprio qui, nell'abban-donarsi al caos intelligente con cui il cosmo nutre il
nostro cervello e lo libera dalle scorie quotidiane.
Hermann Keyserling, filosofo estone dei primi del Novecento, scriveva: "[...] l'uomo plastico, che viene
trasformato da ogni nuovo ambiente in sintonia con il suo carattere peculiare, non è mai sazio delle sue
esperienze, poiché da ogni metamorfosi egli esce più profondo".7
Per lui saggezza e longevità si sovrappongono e vanno intesi come capacità di trasformazione intenore,
la via maestra per sintonizzarci con la mutevolezza della realtà, la sola scelta di vita in grado di
mantenere veramente giovane il nostro cervello.
Come un feto in gestazione
11 cervello, adeguatamente stimolato, può continuare i\ funzionare in modo perfetto anche in tarda età.
Le
7
Hermann Keyserling, Diario di viaggio di un filosofo. L'India, a cura di Giovanni Giurisatti, Neri Pozza, Vìcenza 1997, p. 36.
iti
134 Ciascuno è perfetto
più recenti acquisizioni della neurobiologia dimostrano come le capacità intellettive non declinino af-
fatto con gli anni. Grazie alla plasticità del sistema nervoso, evidenziata dalla scoperta del "fattore di
crescita" da parte di Rita Levi Montalcini, il cervello è in grado, in quanto struttura duttile, di adeguarsi
al continuo variare degli stimoli interni ed esterni, non solo nel periodo giovanile, ma anche in quello
senile. È grazie alle sue proprietà plastiche che il nostro cervello compensa la perdita delle cellule
nervose che muoiono potenziando i circuiti cerebrali a livello delle sinapsi, creandone di nuovi e
aumentando le ramificazioni dendritiche. Ed è l'attività cerebrale che rende possibile questo continuo
rimodellamento delle connessioni tra neuroni anche in tarda età. Ciò significa che il nostro cervello si
sviluppa tutta la vita e che "l'encefalo potrebbe essere considerato come un feto in gestazione" 8 come
sosteneva un profondo conoscitore del simbolismo corporeo, Schwaller de Lubicz. L'importante è che la
funzione cerebrale venga tenuta sempre attiva e adeguatamente stimolata, cosicché le doti che si
possedevano da giovani possano conservarsi e addirittura manifestarsi in modo del tutto nuovo nella
terza e nella quarta età. Capovolgendo ogni stereotipo, la vecchiaia può allora diventare un momento
creativo, persino innovativo, che fa risplendere qualità rimaste inespresse nelle fasi precedenti della vita.
"[...] il cervello umano" scrive il premio Nobel Ri-
8
R.A. Schwaller de Lubicz, // tempio nell'uomo, Edizioni medi terranee, Roma 2000.
Cervello: usiamolo di meno
135
ta Levi Montalcini "è dotato di potenzialità anche in età molto avanzata di gran lunga superiori a quelle
che gli sono riconosciute. In questa ultima fase della vita i circuiti cerebrali ricorrono a strategie specifi-
che e ìnsite nelle modalità funzionali dello stesso sistema, nel fronteggiare le insidie degli anni."9
La parola chiave, dunque, è creatività. Che è tanto più compatibile con senilità quanto più la si lascia
scorrere libera e senza condizionamenti. La longevità creativa dipenderebbe molto dalla nostra capacità
di non lasciarci influenzare dai luoghi comuni che vorrebbero farci credere che il decadimento mentale
procede obbligatoriamente di pari passo con quello fisico. La verità è totalmente diversa. Moltissimi
artisti, registi, musicisti, architetti, scrittori, hanno prodotto opere incomparabili in età assai avanzata.
Inarrestabile è poi la capacità innovativa di molti pittori del passato, anche superiore a quella di altri
artisti. Scrive in merito Marcello Cesa-Bianchì, profondo studioso dei processi psicologici dell'invec-
chiamento: "Pittori come Bellini, Tiziano, Rem-brandt, Goya e Monet sono stati capaci d'inventare un
linguaggio completamente nuovo. Molti artisti figurativi, inoltre, sono rimasti attivi sino a pochi giorni
dalla morte. Questa longevità creativa non è stata ancora spiegata del tutto: rispetto agli scrittori è come
se vivessero il presente e non il prolungamento del passato. Il mondo fornisce loro in modo inesauribile
colori, luci, forme e ombre [...]. Questo vale non
* Rita Levi Montalcini, L'asso netta manica a brandelli, Baldi-ni&Castoldi, Milano 1998, p. 70.
136 Ciascuno è perfetto
solo per i grandi artisti, ma anche per chiunque nel corso degli anni riesca a sognare a occhi aperti, a
di staccarsi dalle cose per rielaborarle in termini fanta stici".10
L'età dunque non è un alibi. Convivere con le proprie delusioni, con i rammarichi, i lamenti, l'idea
che "tanto, oramai, non c'è più molto da fare..." è quanto di più dannoso ci possa essere per il nostro
cervello, perché non gli consentiamo di utilizzare le potenzialità che ha a disposizione. Se la nostra
frase ricorrente diventa: "Non ho più l'età", significa che siamo prigionieri del passato, che prima di
essere vecchi per l'anagrafe siamo diventati mentalmente delle cariatidi. Tutelare la mente da un
invecchiamento precoce significa lasciare spazio alla creatività e non chiudere i conti con la vita.
Dobbiamo vivere nel presente e liberare il cervello dalla marea di cose inutili con le quali lo
imbottiamo. Per ritornare a considerare la vecchiaia come l'età d'oro è opportuno smetterla di
chiedere al cervello prestazioni ef-ficientistiche. Sentirsi giovani non significa ricordare i nomi dei
compagni delle elementari. Meglio, molto meglio che la mente possa ogni giorno rinnovarsi
attraverso fantasia e creatività.
10
Marcelle Cesa-Bianchi, Giovani per sempre? L'arte di invecchii re, Laterza, Roma-Bari 1998, pp. 133 e 128.
10 Mai lottare con se stessi
In questo periodo leggo Baal Shem Tov e Moshe Idei. Mesi fa George Gurdjeff e Jiddu
Krishnamurti, prima ancora Lao Tzu.
Anni fa e per molto tempo Giuliano Kremmerz. Non so stare senza leggere i Saggi. Quando qual-
cuno mi pone qualche domanda, in genere, mi sento molto stupido. C'era un tempo della mia vita in
cui mi sentivo in colpa quando non conoscevo le risposte. E cosi facevo il saccente, atteggiamento
che nasce dalla presunzione di sapere.
All'università guardavo a bocca aperta i professori che parlavano. Come un bambino restavo
meravigliato della loro cultura. Cercavo di imitarli. Erano i miei modelli. Negli anni di studio, di
fatica, che seguirono la laurea, provavo tutti i giorni un sottile disagio. Facevo sforzi per diventare
come loro, ma qualcosa in me, più forte di me, resisteva. Pensavo addirittura di avere sbagliato a
studiare medicina e ancora di più a fare lo psichiatra.
Come reagivo al disagio? Impegnandomi di più, studiando di più, preparandomi di più. Pensavo che
diventando più colto, più intellettuale, avrei
138 Ciascuno è perfetto
sconfitto i miei dubbi e il mio disagio. In certi momenti dubitavo della mia intelligenza, delle mie
'capacità. Vedere professori, insegnanti e colleghi così sicuri di sé e della strada intrapresa mi faceva
concludere di essere certamente io dalla parte sbagliata.
A quell'epoca, inutile dirlo, non pensavo di essere speciale. Avevo imparato a classificare le malattie e
quindi a usare gli psicofarmaci, ma ero diventato una persona mediocre.
Eppure col tempo era arrivato anche il successo. Per tutti quelli che avevo intorno ero bravo. Andando
avanti di quel passo sarei diventato un vero scienziato. Anche allora leggevo i Saggi: sono stati loro, non
gli scienziati, a salvarmi.
Fateci caso: quando gli scienziati vengono intervistati sulla vita, spesso deludono. A Renato Dulbecco, il
Nobel, un intervistatore aveva chiesto di Dio ed egli era diventato rigido, freddo, distaccato: Non è un
campo di cui mi sono mai occupato». A che serve sondare la genetica nei suoi meandri più inestricabili
se non ti fai domande sulla vita, se posi lo sguardo solo sull'apparenza delle cose?
Per fortuna c'erano le persone che venivano da me in psicoterapia; qualcuno raccontava storie, sogni più
grandi, più larghi della loro esistenza, della ba nalità della vita di tutti i giorni. Imparai che ognuno di
noi ha una propria natura, che ognuno di noi o speciale. In quella circostanza capii che ci ammaliamo
quando vogliamo soffocare noi stessi, quando vogliamo essere più massa che individui.
Scrive Osho: "L'uomo occidentale è riuscito a ottenere tutte le ricchezze che l'umanità ha sempre
Mai lottare con se stessi 139
sognato L'Occidente è riuscito a diventare materialmente ricco, ma ora è troppo stanco, appesantito
II viaggio ha preso tutta la sua anima, 1 uomo occ dentSe è sfinito. Tutto ciò di cui l'uomo ha bi-
sogno è a portata di mano, ma l'uomo m quanto ta-
16
mvnenLPmo depressi, ansiosi, infelici perché vogliamo diventare inutili, perché voghamo essere
de-li zombi. Via via, nel tempo, ho incontrato altri Saggi ho smesso di cercare di diventare qualcosa
di diverso da ciò che ero. Mi sono arreso.
Così, quando qualcuno viene da me m psuxrtera-pia o ai nostri gruppi, gli racconto che non deve
fare sforzi per cambiare, per migliorare. Andiamo dallo psicoterapeuta o dal Guru perché ci manca
qualcosa e crediamo di dover combattere una dura lotta per arrivare chissà dove. Cerchiamo il
nostro talento all'esterno, negli altri, nelle ideologie, na media; andiamo alla ricerca di qualcosa che
ci sembra di aver perduto. Ma, come ci ricorda il saggista francese Henry de Montherlant, "II Bene
supremo e altrove dentro di noi".2
È una presenza oscura, che non possiamo conoscere, ma che è lì, è sempre stata lì, e non dobbiamo
mai smettere di farle posto dentro di noi. Sono le nostre convinzioni a portarci lontano da noi stessi:
Bauer mi ha insegnato che il Saggio non ha pareri,
1 Osho, Una vertigine
chiamata • vita. Autobiografìa di un mistico
facili Editore, Rimini 2004, p. 8.
140 Ciascuno è perfetto
non ha convinzioni, non ha certezze, non'da definizioni. Così scriveva Rilke a proposito delle false
certezze di cui troppo spesso ci riempiamo la bocca: è
Io temo tanto la parola degli uomini. Dicono tutto sempre così chiaro: |
questo si chiama cane e quello casa, |
e qui è l'inizio e là è la fine.
E mi spaura il modo, lo schernire per gioco.,
che sappian tutto ciò che fu e sarà;
non c'è montagna che li meravigli;
le loro terre e giardini confinano con Dio.
Vorrei ammonirli, fermarli: state lontani. A me piace sentire le cose cantare. Voi le toccate: diventano rigide e
mute. Voi mi uccidete le cose.3
I disagi sono benedetti
I disagi sono beneaem
I nostri malesseri servono a spazzare via le false idee che abbiamo di noi stessi e che bloccano la
nostra vita. Sono il sintomo di un'energia nascosta che vuoi venire alla luce. Accoglierli, accettare
ciò che siamo istante per istante, è la chiave per superarli.
,. Comunemente si pensa che dal disagio psichico non si possa uscire. Niente di più falso. A volte sì
sente dire: Sai, quando uno soffre di quei disturbi,
3
Rainer Maria Rilke, Poesie. 1895-1908, a cura di Giuliano Baie > ni, Einaudi-Gallimard, Torino 1994, p. 93.
Mai lottare con se stessi
141
difficilmente ne viene fuori». Sono tutte sciocchez-ze, che fanno il paio con i proverbi del tipo: "II
lupo perde il pelo, ma non il vizio". La cosiddetta "saggezza popolare" ha prodotto certezze e
giudizi che in realtà erano semplicemente i pensieri banali, superficiali della cultura del branco,
all'interno del quale ognuno passa il tempo a badare non a se stesso, ma ai fatti degli altri.
Quanta sofferenza hanno creato alle persone più sensibili i pregiudizi!
Ecco cosa mi scrive Denise:
Carissimo dottar Morelli,
mi chiamo Denise. Sono una ragazza di Lucca e le scrìvo per ringraziarla immensamente della trasforma-
tone che la sua rivista "Riza Psicosomatica" e le sue apparizioni in TV hanno saputo operare sulla mia per-
sona, generando in me un nuovo e inebriante senso di autostima e di fiducia mai provato in precedenza.
Ho ventotto anni e devo confessarle che fin dall'età di quindici anni, in seguito alle prime esperienze amo-
rose mal ricambiate da partner superficiali, ho attraversato una serie di stati d'animo negativi, con ripetuti
pianti e ricerca dell'isolamento, atteggiamenti paranoici sul passato e crisi d'insonnia. Avevo un grande
vuoto dentro e non mi piacevo, mi sentivo insicura e depressa, ascoltavo voci inesistenti e vedevo nemici
dappertutto. A questo punto ho fatto ricorso alle cure di uno psicoterapeuta della mia città nella speranza di
allontanare e alleviare le sofferenze che mi accompagnavano da ormai undici anni e mi toglievano
lentamente, ma inesorabilmente, il gusto della vita. (Juel gusto che grazie a lei e alle sue teorìe sull'ascolto
I
ifc
142 Ciascuno è perfetto

I
del disagio e sul vivere ogni momento come se esistes-se soltanto quello ho ritrovato, contemporaneamente a
me stessa e alla mia spontaneità. In definitiva ho imparato ad ascoltare il mio vuoto e il mio dolore, a tal
punto da sentirmi ora completamente rigenerata.
Oggi sono contenta di me e delle cose che faccio, non ho bisogno di niente, se non di sapermi allegra e
spensierata e soprattutto di sentirmi "bella dentro".
Non programmo più nulla e prendo dalla vita quel che viene in modo fluido e naturale gustando fino in
fondo ogni attimo che mi viene concesso di assaporare Grazie ancora dottar Morelli, spero tanto di poterla
incontrare presto e avere il piacere di conoscerla perso nalmente per poterla abbracciare come si fa con un
ca ro amico che con il suo affetto leale ti ridona il piacere della vita. Spero che leggere l'esperienza di una
ragazzo che era, a dir poco, disperata e che si è invece riscoperta piena di valori e ottimismo possa servire
anche ad altre persone che non hanno abbastanza fiducia nel proprio domani e nelle proprie forze.
4
Denise (Lucca)
Un segreto per stare bene ,.;
I disagi come l'ansia, la tristezza, il panico, la depressione non si manifestano perché si è alterata la chimica
del cervello. Si manifestano per essere a-scoltati, accolti e riconosciuti dalla nostra consapevolezza. Hillman
scrive che le malattie servono a tenerci in stretto contatto con la parte più profonda di noi, altrimenti
diventeremmo estranei a noi stessi: "La patologia è il luogo che trattiene la persona nell'anima; è il tormento,
la torsione che non ci per-
Mai lottare con se stessi
143
mette di fare gli ingenui, di continuare come se niente fosse; è qualcosa di spezzato, di storto, che ci
obbliga a riflettere continuamente".4
Se qualcuno mi chiedesse: "Che cosa posso fare per stare bene?", gli risponderei dì accogliere,
senza combatterlo, ogni stato d'animo negativo doloroso. Non abbiamo idea di cosa sia l'energia
cosciente, del potere che possiede.
Quando si manifestano i disturbi si devono fare solo due cose: accoglierli e osservarli. Lo sguardo
in-leriore ha un potere immenso: a noi sembra che lì dentro, nella nostra mente, ci siano solo
pensieri, ricordi, immagini. Ma il nostro spazio interno non è latto per essere indagato: è lì per
essere solo guardalo. Il Saggio è un grande osservatore, non guarda fuori ma dentro, e ama le
risposte che arrivano all'improvviso senza averci pensato prima. Quando dobbiamo affrontare un
problema, la cosa migliore è guardarlo dal di dentro e non pensarci più. Sarà l'intelligenza di
miliardi di cellule a trovare la risposta; e questa non sarà mai nessuna delle risposte che avremmo
potuto pensare, perché il pensiero appartiene a energie del cervello superficiali e secondarie.
Michel Foucault, il famoso filosofo francese, nelle sue lezioni al College de France del 1982 dedica
molta attenzione al modo con cui ci rapportiamo con noi stessi e in particolare all'epimeleia
heautou, ovvero al concetto di "cura di sé". Secondo Foucault
4
James Hillman, // linguaggio della vita. Conversazioni con Laura Pozzo, Rizzoli, Milano 2003, pp. 37-38.
144 Ciascuno è perfetto
questa nozione, più del famoso "conosci te stesso", r nella cultura greca e latina il momento-chiave attor
no a cui si organizzano gli esercizi e le pratiche filo-sofiche. "La cura di sé dovrà dunque essere
considerata come il momento del primo risveglio. Si colloca esattamente nel momento in cui gli occhi si
dischiudono, si comincia a uscire dal sonno e si intravedono le prime luci del giorno. [...] La cura di se
stessi rappresenta dunque una sorta di aculeo che dovrà essere piantato proprio nella carne degli uomini,
che dovrà essere conficcato nella loro esistenza, destinato a fungere da principio di agitazione, di mo-
vimento, di inquietudine permanente per l'intero corso dell'esistenza." 5
Per il filosofo francese, dunque, la "cura di sé" dovrebbe entrare a far parte del nostro stile di vita
quotidiano e potrebbe essere assimilato, come del resto ripetono tutti i Saggi, a una sorta di presenza, di
sguardo consapevole con cui osservarsi di con-
tinuo.
Ma come fare, in pratica, a osservarsi?
Meglio di me lo spiega Margherita, che soffriva di attacchi di panico e ora ne è completamente uscita:
Ho imparato a osservarmi, senza esprimere giudizi. È importantissimo. Fin dal mattino, appena mi alzo,
magari davanti allo specchio, comincio a osservarmi, a prendere atto di come sono fatta. È il primo passi
> verso l'accettazione di me stessa. La seconda cosa ini portante è il silenzio per imparare a coltivare
mo-
^ Michel Foucault, L'ermeneutica del soggetto. Corso al College ih'
France (1981-1982), Feltrinelli, Milano 2003, pp. 9-10.
t.
Mai lottare con se stessi
145
menti di oscurità (basta anche solo che abbassi le palpebre per un po'), per entrare in contatto con
me stessa. Bisogna accogliere tutte le emozioni, anche quelle sgradevoli, senza opporre resistenza.
Se ti alzi, per esempio, con la luna di traverso, di malumore, invece di sforzarti di cambiare questo
stato intcriore accettalo, vivilo e ti accorgerai come pian piano sfumerà da solo: è incredibile quanti
stati d'animo diversi si possano attraversare nel corso di una giornata».
i Smettiamo di lottare con noi stessi
Occorre comprendere che i disagi vengono in superficie per essere visti e guardati, non spiegati,
capiti, giudicati. Margherita l'ha compreso benissimo. I momenti di disagio, di sofferenza sono
spesso delle autentiche benedizioni, perché ci segnalano che qualcosa non va nella nostra vita, che
ci sono parti di noi a cui non concediamo di vivere (per eccesso di razionalità, per condizionamenti
ambientali e culturali, per l'educazione ricevuta). Queste parti però vivono a nostro dispetto e
premono per venire alla luce, per avere spazio. I nostri disagi, i nostri disturbi esprimono un'energia
che vuole venire alla luce.
Accoglienza significa imparare a comprendere che i disturbi si manifestano per spazzare via l'idea
che ci siamo fatti di noi stessi, del nostro passato, della nostra storia. Accoglierli e osservarli, cedere
di fronte a loro, sentirsi in loro balia è l'ostacolo fondamentale da superare per vederli allontanare.
Combatterli significa rinforzarli. Lo sapeva molto bene Margherita mentre sentiva che stava
arrivando l'ultimo attacco di panico: Ero in macchina e stavo
I
146 Ciascuno è perfetto
per entrare in una galleria. Sapevo che sarebbe arri vato. Gli ho parlato, come si fa con una persona. Gli
ho detto: "Non mi fai paura, non puoi farmi niente che io già non conosca. Sono pronta ad accoglierti,
vieni, e siediti accanto a me". L'attacco di panico è arrivato, leggero, e si è fermato all'altezza delle cavi-
glie. Poi è svanito. E non è più tornato».
Non dipende da noi "•'••
Lara è separata, ha due figli e ha vissuto vicissitudini esistenziali amare dopo la rottura del suo matri-
monio.
I miei figli litigavano fra di loro e con me perché non volevano accettare la rottura con mio marito. Un
giorno, dopo aver pianto a dirotto e cercato inutilmente in modo esasperato di farli smettere di ag-
gredirsi, mi sono detta: "Sia quel che sia, non dipende da me. Le cose vadano come devono andare".
Queste parole, da quel momento, accompagnano come un suono magico, come una preghiera interio-re,
come un mantra buddhista, come un canto liberatorio, tutta la vita interiore di Lara.
Mio marito non è contento, non dipende da mr, i miei genitori non condividono il mio stile di vita, non
dipende da me; il mio fidanzato mi vuole laschi re, non dipende da me.
Queste parole, caro Morelli, mi hanno salvato. Ho capito che non era un modo per deresponsabilizzarmi,
ma per ripulire la mia mente dagli sfor/.i inutili, dalle lotte banali per rimettere le cose a p< sto (e che
tanto a posto non andavano).»
Lara non sa cosa sia accaduto, ma improvvisa
Mai lottare con se stessi
147
mente nella sua vita è entrata la pace, i figli hanno smesso di litigare, i conflitti con l'ex marito e con i
genitori si sono di colpo placati e lei ha incontrato un nuovo amore.
Quando l'ho visto ho sentito un brivido, un'attrazione mai avvertita prima. Dalla prima sera siamo stati
subito insieme: ho avvertito emozioni mai provate in precedenza.»
Inizialmente Lara fa quello che fanno tutte le donne. Si chiede se sia solo attrazione, se lui potrà andare
un giorno ad abitare con lei, se la ama veramente, se non sia solo sesso, se lui lascerà la compagna da
cui ha avuto un figlio, se durerà. Naturalmente nascono conflitti, incomprensioni, lotte, separazioni,
ritorni, paure, dolori.
Ma grazie alla sua esperienza precedente ha imparato. Ha dentro di sé una frase magica: "Non dipende
da me". Sì, l'amore che penetra la nostra interiorità non dipende da noi. Noi possiamo solo disturbarlo
con mille domande che finiscono poi col frantumarci e col distoglierci da ciò che stiamo vivendo.
Mentre mi ripetevo: "Sia quel che sia", "Non dipende da me", sentivo dentro di me la gioia di vederlo, di
essere con lui così com'ero, senza aspettative.
Non ci crederà, caro Morelli, ma oggi provo stati di piacere profondissimi. Ho capito che guardarsi
dentro significa semplicemente buttare l'occhio dentro di noi, senza dirsi nulla, senza farsi domande,
senza darsi risposte. Queste cose Riza le dice da sempre, ma io le ho provate sulla mia pelle, le ho
sperimentate per davvero.»
Dire: "Non dipende da me" significa arrendersi alla vita che scorre dentro di noi, significa ragionarci

148 Ciascuno è perfetto


con quell'intelligenza profonda che in ogni istante crea e rigenera il nostro Essere e tutto il cosmo.
Niente di più.
Noi crediamo che la vita debba essere fatta di sforzi su sforzi per raggiungere un risultato. Ma
fatica un fiore a crescere? Se non la fa lui, non do vremmo farla nemmeno noi, ma non accettiamo
che le cose vadano come devono andare e, resistendo, le complichiamo.
Ma se comprendiamo che non è l'attaccamento alle cose a renderci felici, se le lasciamo scorrere
come devono, allora possiamo conoscere stati di benessere profondo. "La gioia" scrive Anthony de
Mei lo è "la comprensione del fatto che quando tutto è perduto hai perso solo un giocattolo."6
Quando faremo nostro questo atteggiamento mentale, quando saremo consapevoli del fatto che non
appena un evento si affaccia già inizia il suo tramonto, allora avremo aperto le porte alla felicità.
Arrendersi, cedere e osservare.
Dice Florenskij che quando il nostro occhio guarda dal di dentro modifica chimicamente le
secrezioni ormonali e la nostra interiorità:
se non lo facciamo siamo veramente perduti.
Quando i nostri figli litigano, quando il partner ci dice cose spiacevoli, quando non ci sentiamo
apprezzati, quando le cose non vanno nel modo in cui ce le aspettavamo, ripetiamoci questa frase:
"Non dipende da me".
6
Anthony de Mello, Un minuto di saggezza nelle grandi religioni, Edizioni paoline, Milano 1994, p. 134.
Mai lottare con se stessi 149
Spesso è il nostro volere essere protagonisti, il nostro volere intervenire a tutti i costi a complicarci
la vita.
Dal punto di vista della chimica del cervello, via via che lasciamo la presa, ci pervade un senso di
rilassamento profondo, di tranquillità inaspettata. Spesso le cose, se non interveniamo, si mettono a
posto da sole.
Scriveva il poeta Tagore, sottolineando in modo magistrale quanto inopportuni siano i nostri sforzi:
Perché la lampada si spense?
La coprii col mantello
per ripararla dal vento,
ecco perché la lampada si spense.
Perché il fiore appassì? Con ansioso amore me lo strinsi al petto, ecco perché il fiore appassì.
Perché il ruscello inaridì? Lo sbarrai con una diga per averlo solo per me, ecco perché il ruscello inaridì.
Perché la corda dell'arpa si spezzò? Tentai di trarne una nota al di là delle sue possibilità, ecco perché la corda si
spezzò.7
7
Rabindranath Tagore, Poesie, a cura di Girolamo Mancuso, Newton Compton, Roma 1993, p. 218.
150

150 Ciascuno è perfetto f'


Evidentemente c'è un'energia intelligente che ci fa operare tanto meglio, quanto più ci facciamo da
parte. Perciò:
quando prendiamo a cuore inutilmente i problemi degli altri...
quando vogliamo lasciarlo/a e non ci riusciamo...
quando ci riempiamo di domande...
quando vogliamo riportare la pace in famiglia...
quando ci ostiniamo a voler salvare un matrimo nio, una relazione, un'amicizia difficoltosa...
quando ci sforziamo di rimettere le cose a posto (amori, lavoro, famiglia)...
quando il partner ci tradisce...
quando non ci sentiamo amati...
quando troviamo intralci sul lavoro... }
quando i nostri figli litigano... f
proviamo a ripetere questa frase, come se fosse una cantilena: Non dipende da me. E basta.
Con grande saggezza Kipling scriveva: 'Se puoi veder crollare improvvisamente tutta l'opera della tua
vita e rimetterti al lavoro, se puoi soffrire, lottare, morire senza mormorare, allora tu, figlio mio, sei un
uomo'.8
8
Gaston Bachelard, La ragione scientifica, a cura di Giuseppe Sertoli, Bertani, Verona 1974, pp. 48788.
11 Accettiamoci come siamo
A volte capita che, senza accorgercene, perdiamo il nostro orientamento. Sbandiamo, non sappiamo
dove siamo, dove stiamo andando: siamo perduti in un labirinto senza via d'uscita. Quando accade?
Quasi sempre dopo la fine di un amore, dopo un abbandono, quando scompare una persona cara,
quando il lavoro ci lascia a piedi, quando i figli prendono la propria strada. Altre volte questa
sensazione di disorientamento ci sorprende come un fulmine a ciel sereno: ci sentiamo
improvvisamente stranieri nella routine, nelle abitudini. E prorompe senza alcun motivo la
domanda: Era proprio questa la vita che volevo?.
Guardiamo come estranei gli amici, la moglie, il marito, i bambini, i compagni di lavoro. Lottiamo
con tutte le nostre forze contro il disorientamento, ci sentiamo in una situazione completamente
nuova, eppure sappiamo che quella domanda è stata sempre lì, in agguato. Nonostante i nostri sforzi
per rimuoverla, nonostante una vita riuscita, nonostante le lotte per mettere ordine e per conquistare
un nostro posto ben definito nella società, sappiamo
152 Ciascuno è perfetto
che c'è qualcosa di inafferrabile che ci spinge a perderci, a mettere in discussione tutto, proprio tutto
E allora emergono e prendono il sopravvento il vuoto e la disperazione: lottiamo con tutte le nostre forze
contro questi stati d'animo, ma è un errore e peggioriamo soltanto la situazione.
Impariamo a crollare
Nei gruppi di psicoterapia cerchiamo di imparare tutti insieme a non lottare contro le cosiddette emo
zioni negative. Al contrario, ci preoccupiamo solamente di crollare. Crollare significa lasciare vivere la
voce interiore che dice: Non ci posso fare nulla non ho soluzioni, eppure sto lì con me stesso. Vuoi dire
non cercare i motivi del proprio disagio, non cercare di capire e di spiegare. Significa arrendersi e basta
Ci sentiamo disorientati, perché qualcosa dentro di noi vuole spazzarci via, vuole allontanarci dalle
nostre certezze, dai soliti ragionamenti, dalla nostra storia. E così la disperazione apre la porta al vuoto a
quel luogo dove riposa l'energia più profonda dei cervello, dove regna il Signore del Senza Tempo
C e un energia pura, incontaminata, libera che e pronta a venire alla luce: occorre farle posto È l'energia
del presente. È quella spinta interiore che Cari Rogers, psicoterapeuta statunitense, definisce ten denza
attualizzante, un'inclinazione inarrestabile' che ci spinge a seguire la nostra linea di sviluppo nonostante
difficoltà e ostacoli. A meno che non la si di strugga, non potrà mai essere eliminata. Solo a giusta
dobbiamo fare appello: Ricordo che durante la , mia adolescenza conservavamo la nostra provvista di
.M,
Accettiamoci come siamo
153
patate per l'inverno in un recipiente posto sotto una piccola finestra, nel seminterrato. Le condizioni
non erano favorevoli, tuttavia le patate germogliavano ugualmente dei pallidi germogli biancastri
[...] una specie di disperata espressione di quella tendenza direzionale che ho descritto. Non
diventavano mai una pianta, non maturavano, non esaurivano la loro reale potenzialità ma, pur nelle
più avverse condizioni, si sforzavano di farlo. La vita non cede mai.1
Per questo dobbiamo imparare a crollare, perché quando svanisce il nostro misero Io, quando smet-
tiamo di lottare, quando smettiamo di pensare a noi stessi, ai nostri drammi, questa energia è pronta
ad affiorare.
La disperazione assomiglia alle doglie del parto: essa elimina la nostra visione della vita, le cose a
cui siamo attaccati, le nostre certezze, la nostra stessa storia. Occorre accoglierla, farle posto,
accettare di sentirsi morire. La disperazione ci invade, come hanno insegnato i Saggi, per aprire la
porta a una energia nuova, incontaminata, la stessa che incessantemente ci crea: l'energia del
presente.
Per agevolarla occorre evitare di cercarne la causa all'esterno, nel lavoro, nell'abbandono, nel lutto:
più cerchiamo spiegazioni, più la facciamo durare. Se invece le facciamo posto senza ribellarci, essa
non durerà che pochi attimi, come raccontava Alain Bauer ai suoi allievi.2
1
Cari R. Rogers, Potere personale. La forza interiore e il suo effetto rivoluzionario, Astrolabio, Roma 1978, p. 15.
2
Alain Bauer, Saggezza, africana, raccolta di frammenti sparsi.
154 Ciascuno è perfetto
Nel dolore si trova un'energia che sta nascendo, che prorompe da quella sorgente inesauribile che e
la vita. Anche se non lo sappiamo, nella disperazio ne è contenuta la gioia della vita, perché l'unica
feli cita è quella di essere vivi. E basta a se stessa. Cosi ne parla Elie Wiesel, il premio Nobel per la
Pace Non è possibile negare la disperazione, è troppo forte. Ma nonostante la disperazione,
all'interno stesso della disperazione, c'è un luogo, una sorta di spazio in cui la gioia è possibile e
necessaria. Possibile perché necessaria. [...] Ed è una gioia purissima, nobilissima.3
È quello che accade a tutte quelle persone che, nonostante infinite sofferenze e vicissitudini, scel-
gono di continuare a vivere: a un certo punto lascia no fare alla vita, smettono di guardare solo a se
stes si e alle loro pur tristi vicende e la gioia torna a trovarli. Chi riesce a fare così, impara presto
che i disagi dipendono quasi sempre dal fatto che guardiamo in una sola direzione e non ci
accorgiamo che la vita sta scorrendo in ogni fibra del nostro Essere.
Dobbiamo accettarci come siamo
A volte ci sentiamo rivolgere una domanda che rappresenta un lato fragile della nostra epoca: Tu ti
vuoi bene?». A volte rispondiamo: Sì», quasi sempre mentendo, mentre se la risposta è: No»
sentiamo
3
Elie Wiesel e Michaèl de Saint Cheron, II male e l'esilio. Dieci anni dopo, Baldini&Castoldi, Milano 2001, p. 139.
^™

I
Accettiamoci come siamo
155
la necessità di aggiungere che è perché non siamo stati amati abbastanza.
Eleonora mi ha scritto che solo chi è stato amato può amare veramente, non rendendosi conto che
così sta relegando l'amore nel luogo delle spiegazioni, delle definizioni.
E se, invece, esistesse dentro di noi un luogo senza spazio, quasi inaccessibile dall'esterno,
profondo, in cui l'amore sgorga spontaneamente?
E se la nostra ricerca, le nostre spiegazioni ci portassero lontano da questo territorio, che non può
essere imbrigliato nelle nostre definizioni e nelle nostre certezze?
Possiamo sforzarci di volerci bene? No, non è possibile: con un lavaggio del cervello, del tutto
pericoloso e inutile, possiamo forse piacerci, amarci no.
Prima di tutto perché ogni amore è intero solo quando si libera dell'oggetto. Sì, non amiamo mai
qualcuno, o qualcosa, o noi stessi; ci sembra che sia così, ma è un'illusione. È che in realtà siamo
presi, catturati da questo fluido misterioso e magico. Non serve che ci amiamo, serve
semplicemente che amiamo, che facciamo posto all'amore è lui farà la sua parte.
C'è molta superbia e orgoglio in chi dice: Non potrò amare, perché io non lo sono stato». È un ra-
gionamento che non esce dalla superficie. Vai dentro te stesso, come un minatore va nelle
profondità dell'abisso a cercare l'oro nascosto: l'oro c'è, ma è prigioniero di un Sé che non lo vede.
È il nostro sguardo troppo orientato su di noi che ci impedisce di amare.
Se domandate a un bambino se si voglia bene,
156 Ciascuno è perfetto

non saprà rispondere. Perché egli dall'amore si lascia vivere, non lo vuole orientare, e qui sta il segreto della
felicità. Solo una cultura che ha perso il senso della vita e dell'amore vuol combattere gli occhi tristi dei
nostri piccoli con il Prozac.
Solo chi è libero ama il mondo e se stesso.
La vita non ci chiede di volerci bene, ma di accettare ciò che c'è dentro di noi. Soprattutto quello che non ci
piace. Senza scusanti, senza giustificazioni. Solo se accetto ciò che c'è dentro di me, tutto il brutto che mi
appare, solo allora posso diventare ciò a cui sono destinato. Accettarsi non è piacersi e in questa chiave è
molto più importante che volersi bene. 'ti
Accettare ciò che c'è dentro di noi significa essere se stessi. Ci vuole coraggio per farlo: vuol dire accogliere
ogni giorno il proprio fango, la propria melma. Accoglierla senza alcun giudizio, come la spiaggia aspetta
l'onda del mare. Il senso della psicoterapia è tutto qui.
Un grande terapeuta ha imparato a stare con se stesso e non esprime più alcun giudizio, sta in osservazione e
attende prima di tutto quello che gli portano le onde della propria interiorità. Accoglie i propri brutti pensieri,
la propria rabbia, la propria impotenza, la propria invidia, le proprie inquietudini. Non si vuole bene, non si
ama. Non sa che farsene di queste parole vuote. Accoglie ciò che arriva alla propria coscienza: ama più di
tutto il fango, perché sa, come hanno insegnato i Saggi, che non c'è niente che lo innalzi come l'incontro con
il suo inferno. E così, solo così, può aiutare chi va in cura da lui.
Accettiamoci come siamo
157
È ai Saggi che si ispira Sheldon B. Kopp, lo psichiatra americano che forse come nessuno dei suoi
colleghi ha amato la vita. Egli scrive: Se vuoi sollevare un uomo dal fango o dalla sozzura, non devi
credere che ti basti starne al di fuori, porgendogli una mano caritatevole. Devi entrarci dentro anche
tu, nel fango e nella sozzura. Non devi esitare a sporcarti anche tu.4
E così un terapeuta non ha ideali, non ha scopi da raggiungere, accetta tutto ciò che c'è dentro di lui
e così facendo accetta l'altro: accetta il suo mondo così com'è.
Anche nel caso dello psicoterapeuta, dunque continua Kopp la parte significativa di ciò che è te-
rapeutico non è tanto data dalle sue conoscenze, dalle strategie che segue o dai programmi di
rinforzo che egli applica durante l'ora, quanto dal modo in cui riesce a stare con il paziente. Quando
il terapeuta riesce a essere se stesso e ad agire in base a ciò che prova, esercita un'azione terapeutica.
Non è tanto una questione di semplice fiducia nelle proprie sensazioni, però, quanto di disponibilità
ad arrendersi ai caratteri trascinanti del modo in cui vive il paziente.5
Già, sporcarsi: accettare se stessi vuol dire accettare di essere sporchi, smetterla di attribuire agli
altri le colpe di ciò che siamo o della nostra incapacità di amare.
4
Sheldon B. Kopp, Guru. Metafore di uno psicoterapeuta, Astrolabio, Roma 1980, p. 51. • Ibid.,pp. 5152.
r
158 Ciascuno è perfetto
Già, accettare ogni sensazione che attraversa l'anima di ognuno di noi: questo, solo questo, ci rende
capaci di amare.
Accettare ciò che siamo, senza alcun giudizio, senza spiegazioni, accettare in ogni istante la presenza del più
brutto pensiero: questo ci rende liberi.
[...] anche il desiderio di fare il male continua Kopp è una sorta di vitalità, una fonte di vita che non si deve
tanto respingere, quanto recuperare. Dobbiamo sempre restare in contatto, fiduciosi, con ogni parte di noi
stessi, in modo da non rendere più necessaria la continua guerra con noi stessi.6
Quando non c'è più questa guerra, quando ci accettiamo così come siamo, quello è il giorno più bello della
nostra vita, il giorno in cui sgorga l'amore per noi stessi, per gli altri, per il mondo. Accettarsi è tutto: amarsi,
volersi bene appartiene solo ai mediocri che vogliono stare nel branco.
Ci sono allora parole che non dobbiamo più usare, come Mi voglio bene, Mi piaccio, Io mi amo, Vado
d'accordo con me stesso: sono parole vuote, luoghi comuni con cui descriviamo lo stato d'animo di chi si
colloca sulla superficie di se stesso e si fa una specie di lifting mentale delle cose brutte, delle sensazioni
spiacevoli che prova, del suo non sentirsi all'altezza, adeguato, soddisfatto.
Dice Krishnamurti: Se volete raggiungere la vetta, dove regna la felicità perenne, frutto della Liberazione,
non dovrete mai sentirvi soddisfatti, poiché
id.,p. 53.
Accettiamoci come siamo
159
la soddisfazione è l'essenza della mediocrità. Chi è soddisfatto non potrà mai percepire la Verità.7
Più ci ripetiamo che va tutto bene, più dentro di noi una vocina incontrollabile ci dice che non è
vero.
Noi ripetiamo queste frasi per allontanare le emozioni negative, i brutti pensieri e i disagi che
cercano di venire a galla. Così facendo però li cronicizziamo. Invece, se ci accettiamo così come
siamo, l'energia del cervello comincia a fluire.
Su noi stessi ci sbagliamo sempre
Francesco, trentanove anni, mi racconta di un episodio sfortunato, accadutogli quando si trovava a
un passo dal successo.
Ero un giocatore di calcio molto promettente, su di me scommettevano i dirigenti di una grande so-
cietà che faceva continue offerte per acquistarmi dal mio club di provincia. In una partita decisiva
per entrare in serie A mi trovo davanti al portiere avversario, sto per segnare e mentre calcio la palla
vedo in un istante la vittoria della mia squadra, la promozione in serie A, il successo che sarebbe
arrivato. Forse questi pensieri mi hanno distratto, o forse ero troppo sicuro di me. Insomma, la palla
non è finita in rete, ma sul palo. Nell'azione successiva hanno segnato gli avversari, la mia squadra
ha perso e la mia prestazione, peraltro ottima, è stata offuscata da quell'errore.»
7
Ai piedi di Krishnamurti. Il Vangelo di un uomo libero, a cura di Roberto Romiti, Blu International Studio, Torino 2004, p.
38.
160 Ciascuno è perfetto
Da quel momento per Francesco ha inizio un periodo di malumori, insoddisfazioni, disistima. Una
catena di infortuni lo portano a lasciare il calcio. Si sente finito. In un attimo ho capito che quella
non era la mia strada.» Naturalmente i suoi amici, i direttori sportivi, tutto l'ambiente calcìstico
cominciano a pensare che Francesco sia un uomo senza le palle, che non sappia lottare e
quest'etichetta diventa un marchio che lo induce a smettere definitivamente.
Una sera, nel corso di una partita tra amici, Francesco si sente improvvisamente libero, forse perché
avevo fatto l'amore con una donna della quale da qualche giorno ero veramente preso. Così libero
da sentire le gambe andare da sole. Senza rendersene conto gioca una partita strepitosa. Un
osservatore lo invita il giorno dopo a riallenarsi con la squadra. In tre mesi ritorna titolare e in due
anni diventa un giocatore famoso di serie A. Francesco sì era sbagliato: pensava di essere finito ed
era solo all'inizio
del suo successo.
Alberto Tovaglia, autore di Canale 5, mi racconta i suoi inizi come cabarettista, della sua amicizia
con Enzo Iacchetti, dei momenti duri dell'esordio, della fatica fatta per trovare lavoro, per essere
chiamati I per le serate. '
Un bel giorno incontra Enzo: lo sente sconsolato, sfiduciato, deciso a smettere. Quello che di lì a
poco tempo sarebbe diventato un comico famoso pensava che non ce l'avrebbe fatta e che la sua
carriera fosse al capolinea. Era pronto per fare un lavoro
qualsiasi.
Iacchetti si sbagliava su di sé, più o meno come
Accettiamoci come siamo
161
facciamo tutti: credeva che quel che gli veniva naturale, la sua comicità semplice, spontanea, timida
e introversa, non fosse adatta al pubblico, che non potesse funzionare. Si sbagliava.
Dopo una settimana lo chiama Maurizio Costanzo e in due o tre mesi esplode. Per quel poco che ho
conosciuto Enzo, mi è sembrato una persona spontanea: non penso ci sia separazione tra il suo
modo di essere sul video e nella vita. Non c'è niente di artificiale, di costruito, nel suo modo dì fare
l'attore e si percepisce che in lui c'è del talento. Eppure stava per smettere.
Che cosa dovremmo fare allora? Non fidarci di noi stessi?
Molti pensano che i successi, le fortune della vita arrivino grazie alla tenacia, alla forza del
carattere. Niente di più falso. Credo che giungano invece quando ci facciamo da parte e lasciamo
fare a ciò che c'è dentro di noi, a quella forza misteriosa che ci conduce. È la stessa teoria sostenuta
da Michael Gazzaniga quando scrive: Ogni forma di apprendimento consiste nel ricordare ciò che
preesiste all'interno del cervello.8
Il neurofisiologo americano sostiene quindi che le nostre risorse più preziose nascono da dentro, ov-
vero che l'ambiente ci insegna poco o niente e non abbiamo nulla da imparare dalla storia e dalle
vicissitudini del mondo. Il cervello, e quindi anche l'organismo, si comporta come se sapesse già
tutto:
8
Michael S. Gazzaniga, La mente della natura, Garzanti, Milano 1997, p. 16.
162 Ciascuno è perfetto l'ambiente funge da stimolo, gli fa riconoscere e attivare ciò che ha già dentro e
non sa di avere.
Anche l'alchimista ragionava così. Pensava a un Universo in cui la sostanza, la materia, conteneva tutte le
possibilità espressive. L'ambiente non ha fatto che estrarre dalla sostanza unica tutte le sue possibilità. Il
cervello sa già tutto in potenza, il nostro compito diviene la ricerca di quel punto fisso, di quel sapere in cui
tutto è depositato.
Questo modo di vedere le cose, riporta Onians, era noto fin dall'antichità, quando già Alcmeone di Crotone
prospettava lo stretto rapporto esistente tra il seme dell'uomo e il suo cervello, considerando quindi
quest'ultimo la sede del 'fattoreguida' nell'uomo.9
In ultima analisi si tratta dunque di incamminarsi verso ciò che nell'intimo siamo sempre stati. Cercare se
stessi, affidarsi alle proprie risorse interiori è l'unica via per affrontare disagi e disturbi.
Ma una persona dotata di un intrinseco potere personale ha la possibilità, secondo Rogers, di affrontare nel
modo migliore un'epoca complessa e ricca tanto di cambiamenti quanto di contraddizioni quale la nostra. Lo
psicoterapeuta americano lo presagiva già negli anni Settanta, quando sosteneva l'importanza, per l'umanità,
di affidarsi alla propria forza interiore e ai suoi effetti intensamente trasformativi.10
,.i
Penili, Adelphi, Milano 1998, p. 142. 10 C.R. Rogers, op. cit., p. 8.
Accettiamoci come siamo
163
Quest'energia, che ha bisogno di venire alla luce e che spesso si esprime attraverso i nostri disagi, vuol
far emergere la nostra vera natura e permetterci di agire in modo del tutto personale e unico.
Ci sbagliamo su di noi perché siamo infarciti di modelli, perché vogliamo assomigliare a qualcuno che
abbiamo in testa, perché facciamo sforzi, e infine perché non abbiamo la pazienza di aspettare che arrivi
il nostro giorno.
Ci sbagliamo su di noi perché guardiamo troppo spesso la vita da un'angolatura sbagliata.
Ayekah, dove sei? chiede Dio a Adamo, formulando, come scrive Elie Wiesel, un quesito fondamentale:
Qual è il tuo ruolo? Dove ti collochi? Nel grande disegno divino o nel misero disegno degli uomini...].
Prima o poi arriva il nostro momento
Come per Enzo e Francesco, c'è un giorno che aspetta tutti noi, proprio tutti, nel quale ci arriveranno i
doni che le forze dell'Universo hanno preparato per noi. Ma abbiamo troppa fretta oppure vogliamo cose
che non ci interessano veramente oppure ci siamo riempiti di obiettivi che non corrispondono alla nostra
vera natura, a ciò che siamo autenticamente nel profondo.
Guai a esprimere giudizi sul nostro valore, ci sbagliamo sempre: solo la nostra essenza sa cosa fare. Per
questo, quando nella vita di tutti i giorni ci sentiamo
11
E. Wiesel e M. de Saint Cheron, op.cit., p. 214.
164 Ciascuno è perfetto
sconfitti, oppure crediamo di non essere adatti al lavoro che stiamo facendo, dobbiamo imparare a
far tacere i nostri giudizi, a non prendere decisioni. Se quello che stiamo facendo ci piace, ci viene
semplice e naturale, e anche se il mondo esterno non ci approva, dobbiamo imparare a non dirci
niente, ad accettarci così come siamo. Allora non ci sarà più alcun contrasto nella nostra interiorità,
diventeremo fluidi e il nostro Sé ci condurrà alla meta.
Per facilitarci il lavoro, però, possiamo tenere presente qualche accorgimento: incominciamo per
esempio a osservare attentamente cosa sappiamo fare, che cosa ci viene facile. Se non lo troviamo
nella vita di tutti i giorni è perché siamo soffocati dai pensieri, dagli obiettivi che abbiamo in testa,
tanto da dimenticarci che c'è qualcosa in noi di naturale che sa sempre cosa fare. E quando abbiamo
individuato quella cosa, mentre la facciamo non pensiamo ad altro, separiamola dallo scopo che
abbiamo in mente. Alleniamoci semplicemente a osservare e a concentrarci solo su ciò che stiamo
facendo, evitando di pensare al risultato. Ci farebbe disperdere energia.
Un ultimo suggerimento: non prendete mai decisioni affrettate, tipo: Smetto perché non sono adatto
e non fidatevi dei vostri stessi ragionamenti, ma lasciate fare solo all'istinto, che è l'altra faccia dello
spirito.
Conclusioni
Voglio concludere questo libro ribadendo una convinzione che mi anima da tempo e che è andata
radicandosi sempre più in me ogniqualvolta ho conosciuto degli autori significativi o letto gli scritti
che ci hanno lasciato: la maggioranza dei nostri malesseri nasce dall'atteggiamento mentale che
abbiamo verso noi stessi. Questo, per intenderci, è uno dei concetti dominanti che, nonostante
epoche e culture differenti, accomuna il pensiero di tutti i Grandi Saggi.
In altri termini, concordano nell'affermare che star bene è un'arte che tocca proprio a noi appren-
dere. Nulla e nessuno può sostituirci in questo compito.
Mi soffermo allora su alcune considerazioni pratiche che, a mio parere, possono essere utili per pre-
venire i disagi psichici, per imparare a diventare più sereni, più tranquilli, per sconfiggere l'ansia e
la depressione così diffuse nella vita quotidiana. Io le ho applicate, e le applico, abitualmente su me
stesso e mi sono servite. Ho pensato di sintetizzarle in poche regole. Eccole.
166 Ciascuno è perfetto
1. NON FARE BUONI PROPOSITI
Ti orientano sul futuro e, come tali, creano ansia. In ogni istante sei nuovo: i propositi che hai in mente adesso saranno
già vecchi domani. Tutto è nuovo in ogni momento: meno progetti fai, più il tuo Sé ti mostrerà le potenzialità che non
vedi.
2. NON FARE BILANCI DELLA TUA VITA Non servono, arrestano soltanto il flusso della consapevolezza. Ti
portano a riflettere sul passato, ti allontanano dalla presenza a te stesso.
3. CERCA I CATTIVI PENSIERI
Vai a cercarli, liberati dal sentimento di purezza, dall'io sono buono in un mondo di persecutori. Se
li vai a cercare, non ti sorprendono. Se vengono, lasciali riposare dentro di te. Se non li ostacoli, se
ne andranno. Se cerchi di mandarli via una volta per tutte, avrai perduto la tua saggezza e comunque
non riuscirai a cacciarli.
4. ASSENTATI DALLE TUE AZIONI
Mentre fai le cose, guardati semplicemente come se fossi uno spettatore. Stai pranzando, stai
nuotando, stai camminando, stai facendo l'amore, stai giocando, ripetiti questa frase: Io non sono
ciò che sto facendo, io non sono quello. Sentirai un dolce stato di assenza: questo è l'atto più
terapeutico che puoi compiere verso te stesso. (
Conclusioni
167
5. SII CONSAPEVOLE
Ogni tanto, soprattutto quando provi dolore, quando ti stai intristendo, quanto ti vengono in mente i
soliti pensieri, ripeti: Io sono. Sì, io sono, Io vivo, La vita scorre in me. Io sono.
Sentirai che tutto ciò a cui dai importanza svanisce, resterà solo ciò che è necessario, disinteressato.
Lentamente ti accorgerai che la felicità sgorga dal di dentro, che non dipende da chi incontri, dai
successi che ottieni, dai vestiti che ti compri. Continua a fare tutto quello che facevi prima, senza
sforzo e sei tu. Sì, sei proprio tu.
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COME ESSERE FELICI
Il noto psicologo e psicoterapeuta ci spiega come sconfiggere lo stress e come imparare ad amare ed essere
amati dagli altri. Una lettura che ci insegna ad acquistare fiducia in noi stessi e sicurezza nella vita amorosa,
imparando come trarre sempre il meglio dalle mille situazioni della vita e come stare davvero bene con noi
stessi e gli altri. In una parola, come essere felici.

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