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Organizzazione Grafica coordinata e stampa

Regione Toscana Centro stampa


Settore Musei ed Ecomusei Giunta Regione Toscana
Associazione Amici
dei Musei Fiorentini Immagine di copertina
Anton Domenico Gabbiani, Ritratto
Curatori della mostra del Gran Principe Ferdinando e del
Mario Scalini fratello in costume da caccia,
con la collaborazione di Luisa Berretti coll. privata (particolare)

Testi Quarta di coperta


Archibugi alla prova Giovanni Battista Jacuzzi e Marco
del Gran Principe Antonio Corsini, Archibugio con
Mario Scalini marchio mediceo, XVIII sec., Pistoia,
Museo Diocesano (particolare)
Schede di catalogo
Luisa Berretti Si ringraziano per la collaborazione
Cristina Acidini, Lucia Cecchi, Chiara
Foto D’Afflitto (=), Maria Teresa Giaconi,
Collezione Siviero Alessandra Marino, Cristina Masdea,
Paolo Bacherini Giovanni Pratesi, Francesca Spagnoli,
Marilena Tamassia, Elena Testaferrata
Museo Civico di Pistoia
Maria Teresa Giaconi

Museo Diocesano di Pistoia


Francesca Spagnoli

Prestatori delle opere


Museo Civico di Pistoia
Museo Diocesano di Pistoia Stampa settembre 2010

SOPRINTENDENZA PER I BENI


STORICI, ARTISTICI ED
ETNOANTROPOLOGICI PER LE
PROVINCE DI SIENA E GROSSETO
Archibugi
alla prova del
Gran Principe
2 ottobre 2010 - 9 gennaio 2011
Firenze, Museo Casa Siviero

Regione Toscana
Diritti Valori Innovazione Sostenibilità

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Da Niccolò Cassana (?), Ritratto del Gran Principe Ferdinando de’ Medici che indossa l’armatura di Mattias de’
Medici, coll. privata

4
ARCHIBUGI ALLA PROVA DEL GRAN PRINCIPE
Mario Scalini

La Toscana è, tra tutte le regioni della penisola italiana, quella che,


senza ombra di dubbio, vanta la più consistente presenza di beni
culturali mobili ed al contempo una delle più ricche dotazioni do-
cumentarie del mondo.
La storia delle arti e delle scienze vi trova dunque un terreno par-
ticolarmente fertile da praticare, anche in ragione del ruolo non
marginale che il Granducato Mediceo e Asburgo Lorenese, ebbe,
in età moderna, nello sviluppo di alcune innovazioni vuoi tecnolo-
giche che di costume.
Il progredire delle arti, intese nel più vasto senso del termine, fu
frutto di una radicata tradizione culturale, che vedeva nell’inno-
vazione uno dei motivi trainanti del vivere civile delle collettività
toscane, prima piccoli stati autonomi e che solo col Cinquecento
furono riuniti in uno stato di dimensione regionale governato da
una sola dinastia. Questa dinamica condusse ad eccellenze che re-
sero la regione uno dei centri focali dello sviluppo anche sociale
dell’Europa moderna.
È noto a tutti come la siderurgia e l’arte della lavorazione dei me-
talli, abbia avuto, sin dall’epoca etrusca, un ruolo non marginale
nell’economia delle terre che si estendevano dalla Padana all’alto
Lazio, ma è quasi dimenticato il fatto che proprio in Toscana ricor-
rono precoci notizie che riguardano l’impiego della polvere pirica
a scopi militari.
Il documento più antico in lingua italiana (volgare), che faccia cenno
di palle di ferro da bombarde, non è fiorentino ma già nel Duecento
si parla di palle da cannone, e la cronaca del Villani ricorda l’uso di
armi da fuoco in città per sedare il celebre ‘tumulto dei Ciompi’1.
In tempi relativamente recenti è stato possibile documentare con-
cretamente un primato, grazie alla riscoperta di un manufatto di
assoluta eccezionalità3, datato 1417 (figg. 1-2): la precocità della
Fig. 1 produzione locale in relazione alle armi da fuoco manesche da cac-
Firenze 1417 (datato), cia. Infatti, se sono noti un po’ in tutta Europa vari ‘scoppietti’ di
schioppetto da resta, Cer- foggia semplice, ossia con canna cilindrica, per lo più in lamina di
reto Guidi, Museo Storico
della Caccia e del Territo- ferro ‘bollita’ (ossia fucinata e saldata con martellatura a caldo) e
rio, inv. Bardini n. 2527 cerchiata, nessuno di essi, ancorché collocabile cronologicamente
per ragioni esterne, ossia per giacitura negli scavi di rinvenimento,
Fig. 2 alla fine del Trecento od ai primi del Quattrocento, presentava
Firenze 1417 (datato), esplicitata una data4. Per di più lo straordinario pezzo Bardini, si
schioppetto da resta (par- può assicurare alla produzione fiorentina per confronto con qual-
ticolare della iscrizione),
Cerreto Guidi, Museo Sto- che bellissima testa reggianello di animale fantastico o di levrie-
rico della Caccia e del Ter- ro in ferro, databile allo scorcio del Trecento, ancora infissa nel
ritorio, inv. Bardini n. 2527 parato della torre che le accolse e miracolosamente scampate ai

5
Fig. 3 vandalismi registrabili nelle vie fiorentine. In bilico tra araldica e
Mariano d’Antonio, det-
to ‘Taccola’, De ingeneis,
osservazione dal vero, la volata dello schioppetto è infatti confor-
Cavaliere con bombarda mata a guisa di testa di lupo, che si protende in una immanicatura
(schioppo), Bayerisches sempre in ferro, faccettata e terminante a bulbo conformemente
Staatsbibliothek, Muen-
chen, CLM 197, II, c.
a quanto sappiamo delle spade di stocco contemporanee che si
21z (disegno a penna) realizzavano a Firenze ed a Milano.
Basterebbe questo a fornire una valida ragione per riprendere la
storia delle armi da fuoco in Toscana, ma anche osservando gli
scritti degli ingegneri medievali, nello specifico del senese Mariano
di Iacopo detto ‘Taccola’ (1380- post 1453), è possibile riscoprire
i modi d’impiego di armi del genere, che venivano usate anche a
cavallo, ancorate in un anello o nella resta5, di quei petti d’acciaio
d’un sol pezzo, che proprio nel primissimo Quattrocento vedeva-
no la loro diffusione dopo le prime sporadiche apparizioni dell’ul-
timo ventennio del Trecento (fig. 3).

Archibugi e canne di Pistoia


La storia della produzione di canne da archibugio e da pistola a
Pistoia è ancora tutta da scrivere, ne’ si può aver la presunzione in
questa occasione di tracciarne un profilo, ancorché iniziale, sul-
la scorta di notizie sparse nel tempo, e raccolte in vero in modo
non sistematico. Nondimeno, essendosi tramandata l’idea, sin qui
priva di una vera base storico scientifica, che la ‘pistola’ derivi in
Fig. 4 qualche modo il suo nome dalla città toscana, va tenuto presente
Roberto Valturio, De Re
militari, ed. Paris 1534, che una ‘diceria popolare’ ha quasi sempre una qualche base o
p. 296 radice nel reale. Sappiamo infatti che alcune delle conformazio-
ni della canne più antiche, che vengono citate nei documenti, in
relazione a meccanismi di accensione a miccia, venivano dette ‘a
pistone’ e la maggioranza degli studiosi ha intuitivamente interpre-
tato tale definizione in riferimento alla conformazione del terzo di
bocca della canna stessa. Si è infatti ritenuto che nella tripartizione
teorico funzionale della canna, che vede faccettata (ad apparen-
te sezione ottagona) la zona presso il focone, tonda la volata, e
strombata a cono la parte prossima alla bocca (fig. 4)6, si potes-
sero ravvisare motivi dovuti a ragioni pratiche mutuate dai modi
di lavorazione delle canne stesse. L’andamento conico del terzo
presso la bocca potrebbe ben essere la memoria della necessità di
rinforzare la parte d’uscita del proietto, così come la più massiva
conformazione della zona in cui avveniva lo scoppio manifesta-
va la reale necessità di tenuta rispetto al ‘tubo’ metallico avvolto
a cartoccio e bollito, detto volata, in cui la palla semplicemente
prendeva velocità e direzione.

6
Che l’andamento a pistone della canne lunghe e corte del pri-
mo Cinquecento potesse essere dunque identificato nella foggia
a cono rovesciato, apparentemente allusivo anche all’espansione
delle fiamme o dei gas dalla canna, a modo di ‘trombone’ per in-
tendersi, è parso universalmente accettabile. Nondimeno nulla
dice che il termine ‘pistone’ debba essere messo in relazione al
‘pestello’, lo strumento conico che come noto serve di corredo al
mortaio (entrambi lapidei in primis) e non, piuttosto, con il nome
della città di Pistoia (dal latino Castra Pistoria ed ancor prima da
Plinio detta Pistorium, in certo senso allusiva comunque al pestare,
o macinare presumibilmente grani)7.
Mi pare opportuno ritornare sul nostro scoppietto datato 1417
Fig. 5 (figg. 1-2) e conservato al Museo Storico della Caccia e del Territorio
Lucca, 1490-1530, forca presso la Villa Medicea di Cerreto Guidi. L’evidente pregio venale
da scale, Firenze, Museo ed artistico dell’arma, contrassegnata anche da una croce che, più
Comunale Stefano Bardi-
ni, cat 512-429 che marca vera e propria dell’artefice ha forse lo stesso valore di
quelle che compaiono ad incipit dei documenti notarili accompa-
gnati da IHS quale invocazione, esclude un impiego mi-
litare che avrebbe dovuto prevedere una certa seriabilità
del pezzo.
Se di arma da caccia, o da difesa contro le fiere, si tratta, il
nostro strumento doveva essere più spesso caricato a palli-
ni, cosa assai probabile per la evidente difficoltà a rendere
omogenea e rettilinea la volata alesandola a lima.
Questa bella testimonianza non è ancora sufficientemente
presente agli studi, ma permette di segnalare come uno dei
luoghi di sperimentazione più avanzati di Europa l’area
della valle dell’Arno. Sappiamo infatti che la produzione
di ferro in Toscana risale all’età etrusca e che non vi fu
mai abbandono in Maremma di tale attività, documentata
per altro dai mai abbastanza encomiati lavori di Riccardo
Francovich e della sua scuola. Che Pisa e Siena si siano
giovati di tal risorse fa il paio con la consapevolezza d’una
sofisticata produzione di armi bianche a Lucca nel Quat-
trocento (figg. 5-6), tutti dati che risultano solo da osserva-
zioni occasionali mancando sin qui una politica conosciti-
va coordinata di fatti relati alla produzione di opere trop-
po facilmente liquidate come oggetti d’uso comune, quasi
la produzione tecnologicamente di punta d’una civiltà
potesse essere ignorata per la sua globale comprensione.
Allo stato attuale delle nostre conoscenze si può sicura-
mente asserire che Lucca mantenne un ruolo significativo

7
nel panorama produttivo della metallurgia toscana almeno sino al
Settecento, se non altro per le numerose notizie che sono emerse
dall’Archivio di Stato fiorentino inerenti alla fusione di bocche da
fuoco da parte di maestranze per lo più tedesche durante la ‘Guer-
ra di Siena’ e dopo8, e si può facilmente intendere come località
dipendenti da essa e da Pistoia, abbiano avuto parte non marginale
nella continuità di saperi tecnologici che ancora nell’Ottocento si
estrinsecava nella non mediocre produzione di archibugi ed armi
corte dell’area appenninica tosco – emiliana.
Le notizie che qui possiamo portare all’attenzione degli studi sono
principalmente tratte da inventari e più segnatamente da quelli
della corte medicea, fonte dunque estremamente selettiva e pecu-
liare per molti aspetti. Innanzi tutto per il fatto che a corte giunse-
ro sempre e soltanto prodotti d’eccellenza assoluta; fu infatti una
delle prerogative dei reggitori fiorentini il ricercare manufatti di
altissimo pregio che fossero da un canto motivo di vanto per la
stessa corte principesca e metro di paragone o stimolo creativo
dall’altro. Ridurre a mero ‘collezionismo’ edonistico una attività
tanto intelligente quanto sistematica da parte dell’intera famiglia
Medici e del loro entourage, può solo vedersi come un esanime
portato dell’idealismo crociano quale approccio alla storia dei beni
di valenza estetica, approccio che ormai dovrebbe aver fatto il suo
tempo avendo ampiamente dimostrato i propri limiti nell’ambito
della ‘ricerca’ anche universitaria.
Va dunque recuperata un’ottica più concreta e profonda nella va-
lutazione dei fenomeni di acquisizione della corte, di importazione
nello Stato di saperi tecnici (si pensi all’arazzeria, tanto per fare un
paragone con un diverso settore produttivo, se per snobismo intel-
lettuale non piacesse concentrarsi sul più dinamico e tecnologico
mondo dei metalli e delle armi in particolare), di accesso alle più
moderne visioni anche concettuali della realtà (non si dimentichi
che l’approccio visivo e dunque le stesse arti figurative, furono per
tutto il Barocco il primario strumento di valutazione e studio alla
natura) e forse anche di stimoli filosofici e scientifici che sarebbe
ingenuo ritenere spontanei dell’area, quasi fossero veramente lega-
ti ad una sorta di ‘genius loci’ toscano.
Ma venendo allo specifico che abbiamo scelto di mettere a fuoco
Fig. 6 nell’occasione, va ancora sottolineato il fatto che la selezione della
Lucca (o Siena ?), 1490- fonte garantisce, se non altro, che ciò di cui stiamo occupandoci,
1500, spiedo da guerra
iscritto LIBERTAS, e nu- fu cosa non trascurabile per lo Stato toscano e per ciò fu trattato
merato alla gorbia ‘XII’, in prima persona da membri autorevoli e soprattutto competenti
già Firenze, collezione della dinastia reggente.
privata

8
Innanzi tutto si dovrà sottolineare il fatto che negli inventari quat-
trocenteschi di casa Medici non compaiono armi da fuoco di sor-
ta, cosa in parte sorprendente perché almeno alla data del 1492,
quella della morte del Magnifico Lorenzo9, ci saremmo potuti
aspettare di trovare almeno alcuni dei primi archibugi maneschi a
miccia10. Se è vero infatti, come riporta anche Angelucci11, che nel
1348 già si producevano ’schioppi di bronzo’ nel caso per difesa del
Monferrato, è curioso che i Medici del Palazzo di Via Larga (oggi
via Cavour) non ne tenessero presso di se’. Si deve per ciò pensare
Fig. 7
che, di norma (ma come si è visto lo scoppietto del 1417 fa ecce-
Bonaccorso di Vittore zione) al tempo l’uso delle armi da fuoco fosse ristretto alla sola
Ghiberti, c. 1495, disegno prassi militare e che tali strumenti venissero conservati solo nelle
di bombarda in tre pezzi,
Firenze, Biblioteca Na-
‘munizioni’, che è come dire negli arsenali di Stato.
zionale, Banco Rari 228, In effetti, mentre abbiamo memorie di ogni sorta e non pochi di-
c. 84b segni di artiglierie (valga per tutti quello che propone una bom-
barda smontabile in tre pezzi a vite di Bonaccorso Ghiberti, nel
codice oggi alla Biblioteca Nazionale di
Firenze (Banco Rari 228, c. 84b12) (fig 7),
appare ancora ridotta la documentazione
sulle armi portatili individuali. Nel Codi-
ce Atlantico (c. 40), Leonardo da Vinci ha
lasciato disegni assai puntuali e dettagliati
di armi da fuoco portatili che si possono
collocare intorno al 1485. Vi appaiono uno
scoppietto dammira (con canna lunga tra
30 e 40 volte la palla) manesco e due ar-
chibugi, uno da posta e uno da trarre, ossia
portatile con mira.
Non è possibile addentrarsi più di tanto
nelle complesse interpretazioni lessicali
che hanno diviso lungamente gli studiosi,
anche per la difficoltà oggettiva della clas-
sificazione delle armi da fuoco più antiche,
molto disomogenee tra loro per calibro e
per dimensioni e denominate allora più se-
condo la proporzione della canna in rap-
porto alla palla da espellere ed alla carica,
che secondo parametri fissi.
Se è vero, comunque, che come ricorda Pe-
trarca, già nel 1366, le armi manesche erano
di uso bellico comune, non si può negare
che la penisola sia stato teatro di importanti

9
sviluppi per il progresso delle nuove armi che, come si capisce,
nel corso della loro evoluzione, finirono anche per condizionare
assetti sociali e politici che il Medioevo aveva a lungo conservato.
Sarebbe difficile negare, infatti, se non con una forma di astrazio-
ne incondizionata rispetto ad una lettura anche materiale e con-
creta della storia, che l’avvento ed il perfezionamento dell’arma
da fuoco abbia indotto di per se l’obsolescenza della classe caval-
leresca, almeno nel senso dell’utilità militare (che era poi la sua ra-
gione prima di esistere) e con essa quella delle truppe mercenarie
di cavalleria pesante che per l’apprendimento dell’uso delle armi
bianche necessitavano di addestramenti continui. Non a caso, an-
cor prima dell’avvento delle armi da fuoco i liberi comuni tesero
ad incentivare l’uso delle armi da tiro meccaniche (balestre) od
a tensione (archi – si pensi al long bow d’origine gallese che fu
Fig. 8
Italia e Germania, c. 1500
protagonista determinante di alcuni degli scontri della guerra dei
– 1550, Tre meccanismi a cent’anni)13.
miccia a scatto (il più an- Reso meno incisivo il ruolo del combattente a cavallo, giacché que-
tico in alto; dalle raccolte
Bardini), Museo Storico
sti poteva ora essere abbattuto da un qualsiasi villano armato di
della Caccia e del Territo- schioppetto o archibugio (di fatto il fenomeno avrà una evidenza
rio, Cerreto Guidi ormai innegabile e ‘sconvolgente’ nel primo quarto del Cinque-
cento con l’apparizione dei meccanismi a scatto che por-
tavano la miccia accesa al focone) (fig. 8), la società civile:
artigiani per lo più, ma anche altre componenti del tes-
suto mercantile, ritrovava tempo, energia e coraggio per
contrapporsi direttamente al sistema delle ‘caste’ feudali,
pur rivolgendosi all’accumulo di ricchezze e beni.
Mai come dall’avvento delle armi da fuoco, il mondo pro-
duttivo e subalterno si trovava in una condizione se non
paritetica, almeno concorrente, dal punto di vista anche
di scontro fisico, con la classe dominante.
In un’area come quella toscana, ove la formazione dello
stato regionale risultò particolarmente laboriosa, vuoi per
l’oggettiva ricchezza dei diversi attori del processo (Pisa
sarà acquistata da Firenze solo nel 1406, dopo un lungo
assedio, mentre Siena verrà soggiogata solo con l’apporto
esterno degli Imperiali nel 1555, circa un secolo dopo le
annessioni di Pistoia ed Arezzo), le notizie sullo sviluppo
delle armi da fuoco, sia ossidionali o di gran calibro, che
manesche, non sono certo rare.
La necessità, anzi, di mantenere a Firenze (non già città-
comune come la conosciamo oggi, ma Stato) un efficien-
te arsenale in grado di mantenere in soggezione gli stessi

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cittadini, da sempre avvezzi ad un governo repubblicano (e non
solo nominalmente) ancorché d’impronta oligarchica, indusse i
primi signori della città, ossia i Medici del ramo di Pierfrancesco,
a concentrare in Palazzo Vecchio, loro prima residenza, un gran
numero di armi da fuoco.
Qui nel 1553 troviamo: ‘Archibusoni da mura’ realizzati quali pro-
totipi, ed almeno 172 fatti a Brescia, dove il duca si sarebbe sem-
pre approvvigionato anche dei corsaletti per le proprie truppe pri-
ma di contrattualizzare a Firenze la presenza di un corazzaio mi-
lanese, Matteo Piatti, che con la sua produzione stimolasse anche
il miglioramento dei prodotti locali. Dall’insieme del documento
si capisce che queste armi, ancorché ve ne fossero di riccamente
ageminate e dunque forse già a destinazione venatoria, erano asso-
lutamente militari. Gli ‘archibugi’ descritti come lunghi meno di
un braccio, erano certamente armi manesche da non imbracciare,
ossia quel che noi oggi diremmo pistole, per di più decorate come
accade nella stragrande maggioranza degli esemplari coevi noti e
destinati si crede alla guardia personale del reggente; ma la loro
rarità lasciava letteralmente ‘senza parole’ l’inventariatore14.
Per gli archibugi “a gruccia” è facile ipotizzare che s’indicassero
moschetti, poiché col termine si alludeva a forcelle su cui appog-
giare l’arma.
Tutte queste armi erano dunque di produzione straniera come è
logico fosse, pensando alle difficoltà di governo da parte di Cosi-
mo I cui già si è accennato.
Questa è una riprova che per buona parte del Cinquecento si man-
tenne una sostanziale dipendenza tecnico meccanica, dell’area che
ci interessa, dalla produzione tedesca, produzione che si qualifi-
cava ad un livello più alto di quella bresciana, almeno per quanto
concerneva la realizzazione di meccanismi di accensione ‘a ruota’,
o come si usava dire nelle gride fiorentine che ne proibivano il
porto, ‘a fuoco morto’. Ulteriore conferma viene anche da altre ‘ri-
cordanze’ di Guardaroba15 dove, eccezionalmente, è dato di rico-
noscere persino un archibusetto, probabilmente norimberghese,
con canna dorata di uno dei Danner, maestri della città imperiale
che marcavano con una biscia incussa16.
Pistoia come centro produttore di armi è documentato dalla esi-
stenza di una specifica tipologia di daghe, dette anche negli inven-
tari ‘pistolesi’, uno dei cui artefici risulta esser stato tal Camillo
Vitelli (1540), mentre dal 1555 al 1568 Giovanni d’Aldighieri e
Francesco di Domenico, entrambi da Pistoia, sono ricordati come
fornitori di lance per la ‘guerra di Siena’17.

11
Solo dall’inventario a capi redatto sui beni romani del cardinal
Ferdinando de’ Medici, emerge per la prima volta, ma siamo or-
mai nel 1585, un ‘archibusone detto moschetto’ di Maffio da Pi-
stoia18, montato su un cavalletto con ruote. La notizia è di grande
rilievo perché ci garantisce che a quella data, che costituisce solo
un ‘ante quem’ per la datazione dell’arma che avrebbe potuto da
tempo essere nelle armerie19, esisteva una produzione in Toscana
che era certo in grado di rivaleggiare con quanto esistente in peni-
sola se il maestro che aveva prodotto l’arma usava una marca che
era comunque facilmente riconoscibile20 e nota all’inventariatore
romano. Mi sembra comunque da sottolineare che nello specifico
si trattava di una arma da posta, una sorta di piccola artiglieria,
‘minuta’ come si soleva dire, e le cui caratteristiche potevano dun-
que essere anche del tutto peculiari e ristrette alla sola produzione
del maestro ricordato. Se infatti per un’arma del genere costituiva
dato di scarso rilievo l’essere, ad esempio, particolarmente mas-
siccia e pesante, certo, per le dimensioni e lunghezza della canna,
era necessario dispiegare una tecnologia discretamente sofisticata
ed una non indifferente abilità fabrile. Di lì a poco, comunque, le
fonti medicee ci forniscono con sempre maggior frequenza, noti-
zie sull’esistenza proprio a Pistoia, di una manifattura di canne di
pregio o comunque ricordano manufatti difficilmente realizzabili
fuori da un ambito locale e cortigiano per le loro caratteristiche
peculiari.
Assai problematico risulta inquadrare a cosa ci si riferisse nel 1588
inventariando l’armeria segreta21 scrivendo: n.104 Un archibuso
con canna grossa rinforzata sula bocca a faccette: e alla culatta e nel
mezzo tonda, intagliata a fogliami e viticci com.sa S.a con arme de
Medici: con brie[ve] che dice Cosimo Med[ici]: detta 1 3/5 con ruota
con chiave attaccata baccellata e cassa d’avorio intagliata di basso-
rilievo a caccie e trofei con arme de Medici che manca un pezzo di
culatta; o più innanzi: n.125 Una canna d’archibugio che la culatta a
faccette intagliata commessa d’argento con arme Medici tonda il re-
sto e brunita bocca di bombarda commessa e intagliata d’argento di
br. 1 2/6. Infatti nel primo caso ci si potrebbe riferire ad un archi-
bugio a ruota oggi nella armeria del castello di Konopîstê, vicino
a Praga (K 11736), mai preso seriamente in considerazione dagli
studi ma che ad una visione superficiale non convince in realtà
del tutto, essendo fortemente anomalo sia per ornamenti che per
costruzione, tanto meccanica come di ‘stipetteria’. Diversamente
l’altra voce, relata alla sola canna, parrebbe rimandare proprio ad
uno di quei pistoni che, come detto, si vuole prendessero il nome

12
dalla città toscana, specie per la presenza del lavoro di agemina
d’argento intagliato. Abbiamo infatti notizia che già Francesco di
Gerolamo da Prato avrebbe realizzato per il Duca Alessandro (e
nulla osta nel pensare che anche la canna in questione potesse es-
sere ben più antica) una ‘corazza’ con intagliata l’impresa del rino-
ceronte. D’altro canto la passione per armi ageminate e intagliate
fu una costante nella storia delle armerie fiorentine e di fatto era
l’evidente specchio dell’interesse della famiglia egemone d’incenti-
vare la produzione di armi ad ogni livello, anche importando mae-
stranze di altissima professionalità come fu l’ancora poco noto, ma
al tempo celeberrimo Mariano Gambacurta Romano22.
Dai ‘Ricordi dell’Armeria del Serenissimo Gran Duca a Pitti’23,
apprendiamo che era abitudine di Don Lorenzo di Ferdinando I
preoccuparsi della realizzazione di nuovi archibugi usando parti
di armi esistenti o facendone fare di nuove; nel febbraio 1622, ad
esempio, risulta che questi abbia fatto montare una canna di Mae-
stro Bastiano da Pistoia, ma ricorrono nomi di altri archibugiai che
non sono di piana identificazione poiché potrebbero essere di luo-
ghi diversi da quelli del Granducato, come era certo il caso di Laz-
zarino Cominazzo, forse il più celebre maestro di canne italiano di
cui il Principe pare aver ‘crepato’ un lavoro durante una delle pro-
ve di carica effettuate, per lo più, proprio a Palazzo Pitti. Don Lo-
renzo si preoccupava anche di provare le corazzature a ‘botta’ di
pallottola, evidentemente prodotte a corte visto che nell’inventa-
rio della Armeria degli Uffizi nel 1631 ne troviamo diverse, riunite
tra loro come se dovessero servire per i vari membri della famiglia
e fossero formalmente tutte uguali salvo la taglia. Altri documenti
della stessa filza, ci fanno sapere che anche Cosimo II operava ne-
gli stessi termini, facendo provare le canne a Pistoia, dove per altro
potevano essere ‘ritirate’, vale a dire assottigliate dando loro quella
foggia ‘civile’, in più ordini, che garantiva leggerezza maggiore ri-
spetto ai prodotti militari che per lo più avevano canne ottagone a
tutta lunghezza come pure si usava in Oriente24. Naturalmente le
canne andavano poi provate per esser sicuri che tenessero bene la
carica, poi queste venivano messe in opera, ossia affidate ai cassai
che le adattavano all’acciarino prescelto e dotavano dei fornimenti
metallici necessari, di pregio maggiore o minore a seconda delle
richieste del committente. Naturalmente non si buttava via niente
che fosse recuperabile e sovente gli acciarini guasti venivano cam-
biati, le canne riattate e via dicendo. Così, all’atto pratico, ogni
arma da fuoco civile che vedesse vero uso finiva per diventare un
oggetto che noi, oggi, nella nostra ‘rigidezza’ di pensiero (quasi

13
le cose anche d’uso fossero già destinate ad essere museificate sin
dalla creazione), definiremmo sprezzantemente ‘composite’.
Significativo in questo senso la nota che troviamo nel Quaderno
della Guardaroba Generale delle Robe Fabbricate di S.A.S./ Primo/
Aprile/ Giugno/ Agosto/ Ottobre/ Dicembre/ Febbraio/ IHS Maria
MDCLXVI. Qui troviamo armi non finite e tra le varie cose anche
una canna, evidentemente riconoscibile e di pregio, del pistoie-
se Cristoforo Leoni, montata con acciarino ‘nostro’, ossia fatto a
corte, e fornimenti d’ottone sicuramente lisci come si usava per le
armi d’uso in quel momento (1660-1670)25. Le casse sono di pero,
di noce e di acero (venato), a seconda della potenza dell’arma,
come ben sa che deve esser fatto Anton Francesco Tofani custode
dell’Armeria.
Questa attività, in quanto continuativa, sembra indicare che pres-
so la corte esistesse già una sorta di ‘banco di prova’, vale a dire un
sistema organizzativo volto a garantire per uso interno, ma anche
di chi ad essa si fosse riferito, la qualità dei manufatti. Forte, ma
giustificata, è la tentazione di riconnettere la notizia della canna
di Cristoforo Leoni con l’archibugio da padule con acciarino alla
fiorentina, non firmato, calciatura ‘alla madrilena’ e fornimenti in
ottone, che ancora si conserva al Museo Nazionale del Bargello
(inv. M 134) e che effettivamente è un’arma databile tipologica-
mente tra il 1650 ed il 166026. Non si tratta di un episodio isolato
poiché al Museo Nazionale si trova almeno una ulteriore canna
del Leoni, pure montata su di un archibugio da padule (ossia per
cacciare i migratori come le anatre in palude) (inv. M 87) databile
nello stesso torno di anni e che trova riscontro in tanta iconografia
fiorentina e toscana. L’uso pratico di queste armi non comuni è do-
cumentato da un ironico disegno di Stefano della Bella, che mostra
un principe mediceo (presumibilmente Cosimo III) a caccia su di
una carrozza scoperta, armato di un simile archibugio appoggiato
su una ‘gruccia’27, riproposto recentemente in mostra al Museo
Storico della Caccia e del Territorio della Villa Medicea di Cerreto
Guidi. In quella raccolta compare anche un archibugio del genere,
che è stato restaurato sotto la mia guida dall’Opificio delle Pietre
Dure diversi anni or sono, rivelando con chiarezza le punzona-
ture alla calciatura con un gruppo ben ordinato di cinque gigli
(fig. 9) che lo garantiscono come pertinente alla armeria Farnese
-Borbone(oggi per lo più a Napoli). Dotato di un ‘focile’ (ovvero
un ‘fucile’, batteria a pietra focaia) alla micheletta, secondo la ti-
pologia meccanica romana, tale arma è con buone probabilità un
prodotto emiliano o bresciano, ancorché possa apparire toscano

14
qualora ingenuamente se ne valutino solo i caratteri formali delle
singole parti, giungendo a ipotizzarne un ‘rimontaggio’ che invece
è solo conseguenza, come si è visto dai documenti, delle normali
procedure di montaggio e realizzazione di queste armi cortigiane28.
Si dovrebbe aprire qui un lungo inciso che riguarda le complesse
implicazioni socio economiche, ma anche storiche e di etichetta,
che han caratterizzato la caccia in età pre unitaria, presso i vari
stati peninsulari, tema anche questo troppo spesso accorpato con
fatti concernenti il diletto, il piacere spensierato in villa o simili
altri fatti ben più banali del vivere il territorio. Non di meno, come
si comprende dal fatto stesso che il mondo venatorio restò ap-
pannaggio della classe dominante sino all’Ottocento, la caccia fu
una precisa proiezione della struttura di corte all’esterno di essa,
una sorta di ‘teofania principesca’ regolamentata, per ciò anche
connessa con la creazione di manufatti esclusivi ed eccezionali, an-
corché solo all’apparenza dalla conformazione semplificata, come
nel caso degli archibugi ora citati, che esprimevano una superiori-
Fig. 9 tà sociale attraverso l’ostentazione tecnologica. Per quanto stiamo
Emilia, ante 1731, Archi- infatti trattando, basterà far riferimento alla storia della tecnologia
bugio da padule con arme
Farnese (spingarda), Mu- per comprendere come la realizzazione di canne di una lunghezza
seo Storico della Caccia spropositata comportasse saperi rari e capacità artigianali eccel-
e del Territorio (dalle rac- lenti, paragonabili a quelle che necessitavano per gettare in bronzo
colte Bardini), inv 2550
le artiglierie (o magari figure monumentali). Tecnologie dunque
che, dietro all’apparente semplicità di vita e proposizione, poteva-
no essere strumento politico di governo e diplomatico presso altri
sovrani29. Sicuramente fu questo lo spirito con cui nel Granducato
vennero incentivati i lavori d’intaglio in acciaio in funzione mec-
canica, così come vennero sperimentate le possibilità del tornio
‘micrometrico’ di precisione che, se da un canto era adatto al pia-
cere principesco della lavorazione di materiali duri, come l’avo-
rio od il bosso30, si prestava egualmente, cambiando utensili, alla
lavorazione di parti meccaniche in ottone: così furono realizzate
parti di strumenti scientifici o appunto i tamburi di distribuzione
delle cariche e palle di armi a ripetizione quali quelle prodotte da
Michele Lorenzoni31. Questi fu un geniale e famoso costruttore, di
cui i musei di Stato fiorentini possiedono tre prestigiosi capolavori
eseguiti per i Medici e, grazie ad un recente acquisto, persino un
prototipo poi integrato delle parti mancanti32.
Recentemente rientrata in Italia, dopo essere rimasta lungamente
all’estero, prima in Austria e poi negli Stati Uniti, ma purtroppo in
collezione privata, ‘Una Palla di acciaio, la quale si apre in quattro
parte con fucile dentro per accendere il lume, posa sopra una base di

15
noce tornito con l’invenzione di una minugia che apre detta palla’33,
che fu del Gran Principe Ferdinando. Un lavoro firmato da Mi-
chele Lorenzoni che parrebbe essere il primo esempio di box lock,
ossia di acciarino ‘scatolato’, italiano che si conosca34 (figg. 10-11).
Che Ferdinando di Cosimo III (1663-1713) fosse personaggio as-
sai più promettente del fratello maggiore Gian Gastone è cosa nota
e testimoniata in vari settori, compreso appunto il collezionismo,
che lo dimostra attento alle novità e coinvolto in vari aspetti inno-
vativi delle tecnologie, sia dei metalli che delle arti ‘produttive’ in
genere. Di lui sappiamo che ebbe passione per le armi da fuoco e
Fig. 10 ci è noto, grazie alla contabilità di corte che lo riguardava, come
Michele Lorenzoni, Ac- si servisse di Bernardino Holzman, argentiere, per far realizzare le
cendino appartenuto al
Gran Principe Ferdinando
montature preziose delle armi di sua proprietà personale. Suo è il
de’ Medici (chiuso), Mila- monogramma che appare su uno degli archibugi a ripetizione di
no, collezione privata Michele Lorenzoni conservato al Museo Nazionale del Bargello,
ma lo stesso monogramma compare anche su numerose armi di
Fig. 11 maggiore o minor pregio: una corona a terminali puntuti (tipica
Michele Lorenzoni, Ac- del Granduca prima del conferimento del trattamento regio), che
cendino appartenuto al
Gran Principe Ferdinando
sormonta una ‘M’ maiuscola, intrecciata con due f corsive propo-
de’ Medici (aperto), Mila- ste specularmente, appare su numerose canne, sia d’armi lunghe
no, collezione privata che corte (fig. 13). In letteratura ricorre l’idea, in genere condivisa

16
Fig. 12 (ma si deve tener presente che l’ipotesi è nata nell’ambito del mer-
Niccolò Cassana, ritratto
del Gran Principe Ferdi-
cato e quindi protende ad una ‘valorizzazione’ venale dei pezzi),
nando de’ Medici Firenze, che il monogramma identifichi la proprietà personale del princi-
Corridoio Vasariano pe. La cosa è possibile, ma al momento appare essere il primo ed
unico caso del genere nella storia della casata, fatta eccezione per
pochissimi pezzi di palese destinazione individuale.
Tra il 1696 ed il 1697 Michele Botti prova, per Ferdinando, visto
che tali note figurano tra i suoi conti35, un buon numero di canne
di maestri vari e tra queste molte sono dette di Pistoia, cosa che
fa il paio col fatto che conosciamo diversi esemplari di archibugi
che presentano contemporaneamente marche pistoiesi associate al
monogramma mediceo su detto. Due pezzi di ‘casa’ Rospigliosi
a Pistoia rispondono a tali caratteristiche e, anche considerando
l’ipotesi che possano esser stati doni del principe al Cardinale, of-
frono l’opportunità di diverse considerazioni. Uno, con batteria
alla micheletta alla romana, porta le iniziali C.L.P. (per Cristoforo
Leoni Pistoia)36, un altro, con la batteria di Marco Antonio Corsi-
ni, trasformato a percussione, porta G.B.I. P (per Giovan Battista
Iacuzzi Pistoia37). Una bella carabina con batteria firmata inter-
namente da Domenico Corsini, che monta pure una canna dello
Iacuzzi non mostra invece il monogramma mediceo (si vedano le
schede di catalogo qui redatte da Luisa Berretti). Mi pare dun-
que possibile, anzi assai probabile, che il monogramma del Gran
Principe Ferdinando sia da intendere come una sorta di marca di
banco di prova ante litteram, intesa a sancire l’alta qualità di una
canna (altrimenti si troverebbe sulla cassa o più probabilmente sui
fornimenti che come si è visto venivano rinnovati frequentemente
secondo la moda del momento).
Al Museo Nazionale del Bargello, l’archibugio da padule (M 134)
che Boccia e Thomas riferivano a Mattias de’ Medici, giacché nel suo
inventario (1668) figura un’arma del genere con cassa d’acero38, por-
ta una canna marcata C.L.P. ma con l’indicazione ‘FERRO BISCAI-
NO’, ossia spagnolo, confermando che lì, la marca del Gran Princi-
pe Ferdinando (fig. 13) corrisponde alla prova da lui fatta dell’arma
Fig. 13 quando ne venne in possesso e prima che entrasse nell’Armeria degli
Restituzione grafica del-
la marca d’ispezione del Uffizi, nel cui inventario l’arma riappare come ‘spingarda’39. Analo-
Gran Principe Ferdinan- gamente per l’altro archibugio da padule (M 87) che presenta addi-
do de’ Medici (ante 1691) rittura il monogramma del Gran Principe rimesso in oro40.
Ancora un archibugio da padule (M 119), con un bel guardamac-
chia in corno coevo, porta la nostra marca ferdinandea e monta
una batteria di Sebastiano Acquafresca, di quella dinastia di archi-
bugieri attiva ai Pianacci, cui già si è rimandato41.

17
Sempre al Museo Nazionale, provenienti dal ‘Gabinetto di cac-
cia’ Asburgo-Lorena, si trovano altri archibugi con canne pistoiesi
dai numeri d’inventario N. 33, N. 34 (oggi segnati M 91, M 173)
addirittura con la marca in oro che recita, nel 1796, MAGONA
PISTOIA e la scritta corsiva GIO. BATT. LEONI.
Buon ultimo l’archibugio a percussione del primo quarto dell’Ot-
tocento (M 1366) che fu di Leopoldo II e che propone una canna
di Mattia Leoni ‘FATTA A TORTIGLIONE’ seguendo la nuova
ed affermata tecnologia del tempo42.
Cosa dunque spingesse a raccogliere e salvare dalla distruzione
dell’uso, testimoniata su tante armi da fuoco non principesche,
questi ‘relitti’ di usi e costumi di un tempo ormai remoto e tecnolo-
gicamente lontano da noi, ben si capisce: da un canto una passione
tutta locale per i fasti d’una corte che è ancora tanto da indagare
nelle sue manifestazioni oggi meno ovvie, e dall’altro un orgoglio di
‘discendenza’ da chi aveva percorso la storia modificandone anche
l’iter attraverso la propria abilità manuale e l’ingegno.
Macchine dunque, le armi da caccia, ma anche prodotti mercantili
nel senso più proprio del termine, oggetti testati e provati nella
loro efficacia attraverso l’autorevolezza dei principi e poi grazie a
vere e proprie strutture amministrative finalizzate alla definizione
di marchi di qualità.
Se solo oggi si inizia a delineare un profilo, per quanto vago, di
questa attività manifatturiera nel Granducato di Toscana43, una
filiera che andava dai processi estrattivi in Maremma ed all’Elba,
alla riduzione dei minerali in materie prime in Lucchesia, a Pistoia
e più tardi a Follonica (per la ghisa), ed in fine alla realizzazione
di componenti di pregio, come appunto le canne a Pistoia e gli
acciarini nell’Appennino, montati e rifiniti anche con l’apporto di
maestri argentieri per la corte, si può affermare che anche l’attività
di ricerca e sperimentazione venne gestita praticamente in prima
persona dai Medici e dagli Asburgo Lorena poi.
Basterebbe il caso delle opere di Michele Lorenzoni44 e degli Ac-
quafresca (fig. 14), che in nulla cedono a grandi ingegni oltralpini
o dell’Italia settentrionale, ma di cui ancora non si sono messe in
cantiere monografie che rendano ragione del loro ruolo storico,
per convincerci dell’urgenza di ridare, attraverso studi più appro-
fonditi, una più completa visione del fenomeno Toscana nel pro-
cesso di ammodernamento della penisola e nel suo trapasso tra
Rinascimento ed Età Moderna.
L’intuito e la curiosità han certo guidato personaggi come lo stes-
so Rodolfo Siviero a raccogliere e conservare al meglio possibile

18
quanto essi, anche casualmente, incontravano nel corso delle loro
attività, senza intento sistematico, e forse per un puro piacere este-
tico, che comunque qualcosa di ciò che stava a monte di quegli
oggetti si può dire lasciava recepire. Non sempre la sistematica
consapevolezza scientifica è la guida migliore per la tutela, e spesso
è piuttosto la sensibilità individuale ad estendere in direzioni nuo-
ve la ricerca ottenendo frutti più cospicui di chi insista su vie certe
e battute. Questo gusto per il diverso si è forse oggi un po’ perso
nella infondata convinzione che tutto sia stato detto e percorso,
chiarito e documentato: nelle memorie artificiali e nella pagine dei
libri che in esse vengono travasate, inducendoci ad espressioni col-
loquiali di per se’ improbabili come: ‘La ricerca nel web’.
In Casa Siviero la memoria dei fasti delle cacce principesche è af-
fidata a qualche esemplare di arma a pietra focaia ed a luminello
che se non raggiunge le vette delle armi della corte de’ Medici,
sicuramente attesta una curiosità, ancora una volta spregiudicata
ed intelligente di un uomo che non sottovalutò nessuno stimolo
Fig. 14 e non si lasciò mai conformare nell’ovvietà del gusto dominante.
Matteo Cecchi ‘Acqua-
fresca’, coppia di pistole
da fonda con ritratto di
Cosimo III de’ Medici e
monogramma APPDD,
Roma, Museo Nazionale
di Palazzo Venezia, già
collezione Odescalchi
nn. 32-33.

19
Note te le guerre ussite (1419-1436) ma certo ad indicare
1 Giovanni Villani, Cronaca, a cura di Gherardi uno strumento che era ben diverso da ciò che visua-
Dragomanni, Firenze 1845, ricorda che armi da fuoco lizziamo quando usiamo oggi tale parola. In realtà si
furono usate su Ponte a Santa Trinita durante il tu- trattava di schioppetti (vedi oltre) più o meno semplici
multo dei Ciompi (1378), Mario Scalini, Le armi, pro- e leggeri. La più antica arma calciata e dotata di un
duzione, fruizione, simbolo nella Toscana Medievale, in meccanismo di accensione sembra al momento essere
guerre e assoldati in Tosacana 1260-1364, Firenze 1982, la balestra con canna ‘da fuoco’ presente nella armeria
pp. 67-79 in particolare n. 32, p. 79 cannoni risultano del Consiglio dei X a Venezia, da mettere in relazione
fabbricati a Firenze nel 1326 Angelo Angelucci, Docu- con quella donata a Ferdinando I d’Asburgo per il suo
menti inediti per la storia delle armi da fuoco italiane, matrimonio dalla consorte e conservata al Bayerisches
Torino 1869, p. 76; A. Gaibi Le armi da fuoco portatili Nationalmuseum di München, che di non molto la do-
italiane, dalle origini al Risorgimento, Busto Arsizio vrebbe seguire. Per il filologo francese Henri Estienne
1968, p. 14, ricorda come il più antico documento che (1566) il termine era invece da connettere direttamente
ne ricordi di manesche è relato alla difesa di Forlì del con Pistoia, asserzione basata anche, al momento sulla
1281. Il documento cui fa riferimento Angelucci per fama contemporanea del luogo, ma che si fondava an-
il 1326 ricorda che i Priori ed il Gonfaloniere ebbero che sul dato che col termine ‘pistone’ si denominavano
‘provvigione’ dal Consiglio dei Cento di nominare due appunto canne e armi che le montavano, dalla bocca
maestri per fabbricare ‘cannoni’ e palle di ferro, docu- caratterizzata da una evidente strombatura conica alla
menti che riguardano bombarde a Siena ricorrono nel bocca, talora dilatata in forma di testa di drago.
1357, Mario Scalini, Novità e tradizione nell’armamen- 7 Mario Scalini, L’artiglieria e le armi da fuoco, in La
to bassomedievale toscano, in Guerra e guerrieri nella fortuna di Cosimo I La battaglia di Scannagallo, catalogo
Toscana Medievale, a cura di Franco Cardini e Marco della mostra Arezzo 1992, pp. 76-84, Mario Scalini A
Tangheroni, Firenze 1990, pp. 157-182. difesa della città: artiglierie e pertinenze militari nel Sette-
2 Mario Scalini, scheda n. 83 in a cura dello stes- cento, in Il Settecento a Prato a cura di Renzo Fantappiè,
so, Tesori d’arte antica a Cerreto Guidi, una esposizio- Prato 1999, pp. 353-359, con in appendice documenti
ne permanente, Livorno 2005, p. 97-99; si tratta dello delle munizioni settecentesche dello stato mediceo.
‘schioppetto’ inventario Bardini n. 2527, di cm 99,5, e 8 Conosciamo l’inventario notarile stilato alla morte
calibro 20 mm, già in precedenza pubblicato dallo stes- di Lorenzo di Piero de’ Medici grazie ad una copia del
so autore negli atti del convegno sulle armerie storiche 1512 conservata in Archivio di Stato a Firenze, fondo
europee svoltosi a Stoccolma lo stesso anno. Il pezzo è Mediceo Avanti il Principato n. 129.
stato ripubblicato da Luisa Berretti, in La villa medicea 9 Sullo scorcio del secolo e certo anche nell’ultimo
di Cerreto Guidi, catalogo della mostra a cura di Gio- decennio del Quattrocento sono ricordati dalle fonti
vanna Damiani, Livorno 2010, scheda in pp. 79-80 ‘scoppietti’ che, a giudicare dalle descrizioni e dal-
3 Bernhard Rietsche, Meine gotischen Handfeuer- la iconografia, gli storici già identificano con quelli
rohre, In London Park Lane Arms Fair, 2007, pp. 47- provvisti di calciatura lignea e dotati di canne lunghe
55, un esemplare ‘da resta’ (collezione dell’autore), del e relativamente sottili provviste di focone superio-
peso di due chili e mezzo misura 841 mm, con una re (come resterà in uso ancora per le artiglierie sino
canna di 235; esso appare tecnicamente simile al no- all’Ottocento) che si imbracciavano tenendoli stretti
stro esemplare, ma come per le artiglierie si è in esso sotto l’ascella o già puntandoli al torace non più neces-
ricorsi alla cerchiatura della volata e della bocca. sariamente corazzato. Va comunque detto che il primo
4 La resta era da tempo in uso a modo di gancio, o secolo di diffusione dell’arma da fuoco ha interessato
più frequentemente di barra, posta nella parte destra relativamente poco gli studiosi poiché ciò presuppo-
del petto presso l’ascella, quale punto per mantenere ne una ampia raccolta di documenti di vario genere e
in bilico la lancia cavalleresca, scaricandone in parte il una comparazione delle fonti complessa. Rimando a
peso e rendendone più agevole il brandeggio. Si può Angelo Angelucci, Gli schioppettieri milanesi nel XV
citare tra le tante quella conservata al Kunsthistori- secolo, Milano 1865 (riedito da Forni, Bologna 1980),
sches Museum di Vienna (Hofjagd und Rüstkammer, che, padre degli studi storici sulle armi antiche in Ita-
inv. n. A 24), giunta al museo insieme ad un bacinetto lia, documenta armi da fuoco manesche, già di diverse
appartenuta all’Arciduca Ernesto d’Austria (1377- tipologie, negli anni quaranta del Quattrocento.
1424), ricordato nell’inventario del Castello tirolese di 10 Op. cit. p. 36.
Ambras nel 1436. Cfr. Bruno Thomas e Ortwin Gam- 11 Angelo Angelucci, Documenti inediti per la storia
ber, Katalog der leibrüstkammer, I teil, der Zeitraum delle armi da fuoco italiane, Torino 1869, pp. 88-89,
von 500 bis 1530, Wien 1976, p. 40. il manoscritto è intitolato Questo libro è di Bonachor-
5 Armi da fuoco manesche provviste di tenieri (cal- so di Vettorio Ghiberti cittadino fiorentino, altrimenti
ciature lignee) sono ben visibili nel codice di Roberto detto Bonachorso di Vettorio, feciono le porte di Santo
Valturio che fu di Federico da Montefeltro ed è oggi Giovanni di Firenze. In sul quale è molti ingegni. Bo-
nella Biblioteca Apostolica Vaticana (Cod. Urb. Lat. nacorso gettò artiglierie per il comune di Firenze nel
281), da cui derivano anche le più tarde, ma fedeli edi- 1495-1496.
zioni a stampa, volute da Federico, e che si succedette- 12 Stefano Salvemini, I balestrieri del Comune di Fi-
ro sino a quella Parigina del 1534. renze, Bari 1905. Sulla balestra si veda anche Aldo A.
6 Secondo alcuni pistola deriva dal boemo pist’ala, Settia, Comuni in guerra. Armi ed eserciti nell’Italia
che a sua volta avrebbe origine dal latino ‘fistula’, ossia delle città, Bologna 1993, pp. 174-181.
cannuccia o cannello; infatti il termine appare duran- 13 Si trattava presumo delle antenate dei ‘puffer’

20
tedeschi, le pistole a ruota, quasi dritte, caratterizzate corda come vari archibugieri bresciani fossero attivi a
da una espansione sferoide al loro termine che ne con- Pistoia, anche illegalmente tra cui anche Battista Fran-
sentiva una più agevole estrazione dalle fonde (fondine zino (1611) e un contratto del governo mediceo con tal
poste alla collottola del cavallo dei ‘reutern’). Sappiamo Nicodemo di Brescia (1560) perché lavorasse canne a
comunque da un certo numero di esemplari soprav- Candeggio presso Pistoia.
vissuti, che esistevano anche armi dette dagli antiquari 18 Basti notare che nel 1583 giunge da Firenze una
‘pistoloni’, ma in realtà veri e propri piccoli archibugi statua bronzea di ‘gladiatore’, riferita a Bartolomeo
dalla canna corta e pesante, che richiedevano di essere Ammannati, che Ferdinando farà collocare nella serlia-
impugnate a due mani per essere precise, ma che all’oc- na aperta sul giardino di Villa Medici, insieme al bacino
correnza forse erano anche usabili con una mano sola. con il Mercurio di Giambologna, ora al Museo Nazio-
In genere sembrerebbe trattarsi di armi venatorie più nale del Bargello, e al Satiro di Ludovico del Duca, che
che militari. Per un buon repertorio di armi a miccia e ancora accompagna l’armato nelle raccolte ora agli Uf-
a ruota a partire da un interessante schioppetto di metà fizi. Ho a suo tempo ipotizzato che questo ‘gladiatore’,
Quattrocento, si veda Josè A. Godoy, Armes a feu XV- che di fatto brandisce nella destra, imperiosamente, un
XVII siecle. Collection du Musée d’Art et d’histoire, Ge- bastone di comando più che una lancia tronca, possa
neve, Sesto San Giovanni, Milano, 1993. essere un ritratto in nudità eroica di Francesco I e che si
14 Archivio di Stato di Firenze, Guardaroba Medi- basi sul lavoro del giovane Giambologna ancorché i pa-
cea, n. 55, c. 21. gamenti risultino a Bartolomeo Ammannati, ritenendo
15 Membri della famiglia furono, sintetizzando: Mar- inequivocabile la presenza quale cimiero dell’animale
tin (1531-1552) che fu tornitore e fonditore di canne; che rappresenta il segno zodiacale del secondo Gran-
Wolf (not. 1537-1553) ed Hans (m. 1545 o 1556) suoi duca fiorentino. Mi riservo di riprendere il tema in altra
fratelli; Hans di Wolf (m. 1573), Peter di Wolf (not. sede, ma che a Roma si inviassero anche opere od og-
1583, m. 1602); Leonhard di Wolf (1507-1585). Que- getti in qualche modo non più appropriati per la sede
sti ultimi marcano in genere con le iniziali del nome granducale, mi sembra sostenibile e probabile anche a
e del cognome ai lati della biscia come già il loro pa- prescindere da questa considerazione.
dre Wolf, che le introdusse per distinguere i suoi la- 19 Maffío (not. 1577-1590) è ricordato sovente anche
vori da quelli del fratello Hans e della bottega della in letteratura, in particolare nel 1590 avrebbe conse-
vedova di questi. Egli nel 1537 era il maestro di canne gnato quattro canne da archibusone al duca di Manto-
cui era affidata la prova delle canne per l’applicazio- va, canne che altri documenti dicono ‘fatte co’ chiodi’
ne della marca con l’arme della città di Norimberga. di cavallo. Carlo De Vita, Il trattato di Archibuseria di
Ottenendo la ‘bürgerschaft’ nel 1543, in quello stesso Giovanni Antonio Tozzi, Czerny’s, Sarzana 2000, p. 42
anno esportava armi manesche a Lubecca, dopo che scioglie le sigle MP come marca di Maffio Niccode-
due anni prima aveva consegnato un archibugio a ruo- mo Pizzimardi che nel 1584 avrebbe fatto edificare e
ta al Re Gustavo Wasa di Svezia e già nel 1538 aveva datare un tabernacolo; Maffio avrebbe marcato anche
fornito ‘Haken’ (archibugi da posta) al duca Georg segnando il nome per esteso sulla canna, abitudine
di Sassonia. L’arma presente nel nostro inventario che è tutt’altro che comune nel Cinquecento. Antonio
poteva essere un dono sassone visto che a quella data Petrini riporta MP intervallate con una sorta di H cor-
(1560) sia Wolf che Hans erano morti. Va comunque siva, A. Gaibi, Un manoscritto del ‘600. L’Arte Fabrile
sottolineato, anche se non credo potesse essere questo di Antonio Petrini, in ‘Armi Antiche, bollettino dell’Ac-
il caso, che il reimpiego di canne più antiche ma di cademia di San Marciano’, Torino 1962, pp. 111-139; Il
pregio su armi più moderne fu tutt’altro che inusuale. titolo completo del lavoro del Petrini, dedicato al Prin-
Per i Danner si veda almeno Eugen. Heer, Der Neue cipe Don Lorenzo de’ Medici (Biblioteca Nazionale di
Støckel, Schwäbisch Hall 1978, vol. 1, pp. 266-267. Firenze, Magliabechiano, Ms. XIX) è: ARTE FABRI-
16 Archivio di Stato di Firenze, Depositeria Generale LE OVERO ARMERIA UNIVERSALE DOVE SI
Antica n. 774 (libri di entrata e uscita dal 1567 al 1568, CONTENGONO TUTTE LE QUALITA’, E NATU-
c. 53). RA DEL FERRO CON VARIE IMPRONTE CHE SI
17 Carlo De Vita, ha dato alle stampe curandone l’edi- TROVANO IN DIVERSE ARME COSI’ ANTICHE
zione, Il trattato di Archibuseria di Giovanni Antonio COME MODERNE E VARI SEGRETI E TEMPERE
Tozzi, Czerny’s, Sarzana 2000; si tratta di un codicetto FATTO DA ME ANTONIO PETRINI. Nel commen-
manoscritto di cui non è data con chiarezza l’ubicazio- to spiega che questi fabbricò canne da spingarde con
ne; meriterebbe una più attenta escussione codicologica palle di peso fino alla libbra e lunghe sino a dieci brac-
e filologico lessicale, poiché appare molto particolare cia, cosa ad evidenza iperbolica. Stando al Tozzi BBP
nel linguaggio e contenuto rispetto ai tempi cui dovreb- o BB starebbero per Bastiano Bigini. IRP per Jacopo
be corrispondere (1714). La parte di maggior rilievo Ricci tiratore di canne e VT per Vincenzo Tonini.
(Giovanni Antonio Tozzi è ben documentato negli ar- 20 Archivio di Stato di Firenze, Guardaroba Medicea
chivi vaticani – Archivio di Stato di Roma - nel 1709 – n. 710; [1588] Fascicolo VII/ Inventario dell’Arme ca-
come attivo a Firenze, a Lari avrebbe soggiornato nel vate dell’Armeria secreta di S.A.S. questo di 4 di marzo
1714 come risulta dalle carte dell’Archivio di Stato di 1588; c.6 , c.7b.
Pisa ed esiste almeno una batteria col suo nome al Mu- 21 Mario Scalini, Armare il Principe, armare lo stato,
seo Stibbert a Firenze n. 2984) riguarda una sorta di i Medici e le armi dal Quattrocento al Cinquecento, in
‘storia’ delle canne di Pistoia che però, curiosamente Mugello, culla del Rinascimento, catalogo della mostra
non fornisce alcuna informazione originale che non sia Firenze 2008, pp. 285- 331, in particolre p. 293 e nota
già deducibile dalla letteratura esistente. Nelle note ri- 6 con l’indicazione che la notizia è riportata da Giovio.

21
22 Archivio di Stato di Firenze, Guardaroba Medi- S. dono dua petti a bota di moschetto provato ne Pitti al
cea – n. 188; [1603] Copialettere della Guardaroba: c. Ser.mo Principe Don Mattia cavato dall’armeria che era
122 Al Serenissimo Duca, di Modena (da Modena scrive nel Palazzo di Pitti. / A di 15 di magio 1635
l’Ambasciatore Tolomei) /Il Gran Duca nostro Signore S.A.S. Levo dall’armeria di Urbino n° sedici archibu-
e patrone m’ordina che a V.A. si mandi l’armadura con gi turcheschi di più sorte monitione lungi braccia dua e
il maestro che l’ha fatta, accio s’accomoti provi, renda mezzo (che uno era lavorato a tausia vecchio bene) più et
conto a V. Altezza di tutto quello che da V. Altezza fussi meno per servirse delle canne quale mando a rititirare a
per cio stato ordinato, e tutto deve venir franco, solo il Pistoia et nelle prove crepo sei di dette canne et cinque ne
si reda perche il Gran Duca vuole che vi fussi imperfe- dono al Ser. Mo Principe Don Lorenzo et Cinque ne resto
zione ne possa dare intera satisfatione a V.A. alla quale in camera S.A.S. per mettere in opera. / … / c. 6b / A di
umiliandomi bacio la veste e sempre mi ricordo di V. 11 Agosto detto [1636] / S.A.S. comando al Breza [Bae-
a. Serenissima /…/ [a] Ill.mo ambasciatore Tolomei di za?] che pigliasse due focili dell’armeria che era nei Pitti
Modena /A di primo d’Aprile 1603 / fattura di m.° Battistino et in cambio ne rimese dualtri
Il Gran Duca nostro signore manda costa Mariano [Ma- uno inglese et un altro moderno con il focone et coperchio
riano Gambacurta, romano] armaiolo ed una soma den- di ottone / A di 7 ottobre detto [1636] / S.A.S. si fecie
trovi in dua casse un armatura doppia per il Ser.mo di mandare n° quatro canne turchesche al Pogio Caiano per
modana della quali ne sara rappresentare detto armaiolo mandarle a rifinire a Pistoia cavate dall’armeria di Urbi-
accio ne possa misurare a S.A.S. a’ ch’a lei piacere e se no restate in mano di S.A.S..
hara difetto possa riccomodarla e’ per che sia meglio rico- 24 Archivio di Stato di Firenze, Guardaroba Medicea
nosciuto fara capa a V. S. Illustrissima chei fara introdurre – n. 710 [1635- 1640] Fascicolo V/ Entrata e uscita delle
da un deli sua C[a]v[a]li[eri] alla corte et di più fara tutto armi dell’Armeria del Corridore [Uffizi][presumibilmente
quello avessi da vantaggio ordinato di Pisa el Ser.mo no- di mano di Antonio Petrini]: c.1b / Archibusi di contro
stro comun padrone a suoi servitori, et a me basta che sap- tratti / ... [archibugi dati a Giovan Carlo il 26 Agosto
pia che S. Alt.za nobl. Che pervenga in mano al S. Duca 1640; altri a Don Lorenzo de’ Medici] / ... / Sedici archibu-
di Modana senza spese di sorti alcune anzi mi è raccoman- si Turcheschi di più sorte, che uno lavorato: a tarsia vecchio
dato et ordinato che vi faccia et ricordatoli nella gratia di bene lunghi br. 2 1/2 incirca dice che S.A. mando le canna
V. S. Ill. ma le bacci le mani di Firenze il primo di Aprile a Pistoia a ritirare, che ne crepo 6 e cinque S.A. ne donò al
1603. Di V.A. Ser. Ma. L’armatura o meglio la guarnitura Ser.mo S.D. Lorenzo e 5 ne servi per se per farle mettere in
‘doppia’, ossia da piede e da cavallo oppure da giostra e opera ne 15 maggio 1635 [sic] -16.
torneo, era dunque per Cesare d’Este (1562-1628) spo- 25 Archivio di Stato di Firenze, Guardaroba Medi-
so di Virginia de’ Medici (1586); la sua iconografia ci cea – n. 750 [1666 e segg.]: Quaderno della Guardaroba
mostra solo armature lisce e può ben essere che il Gam- Generale delle Robe Fabbricate di S.A.S./ Primo/ Aprile/
bacurta fosse anche vero e proprio corazzaio ancorché Giugno/ Agosto/ Ottobre/ Dicembre/ Febbraio/ IHS Ma-
altrimenti noto ageminatore. ria MDCLXVI / c.202 / ... / [Aprile 1671] A di 7 detto
23 Archivio di Stato di Firenze, Guardaroba Medicea / Di[ario] .../102 Un archibuso da caccia, con sua canna
– n. 710, [1622 e segg.] Fascicolo 2; c.1a/ A di detto lunga che nel 3° quattro dita tirata a faccette, con sua cassa
[1 febbraio 1622] / Il Ser.mo Principe sopradetto [Don d’acero guarnita di ferro con sua ruota. n.1 / Un archibu-
Lorenzo] messe in opera un focile [acciarino] della ar- so da caccia con canna che ha il punto d’argento con cassa
meria di S.A.S. per mettere in una canna di m.° Bastiano d’acero, senza fucile e nella culatta arme de Medici, e nel °/5
da Pistoia servi per il sig. Marcho Bogi cosi comando vi è un rabesco d’argento. n.1 / Un archibuso da caccia, con
da Sig.ra Arciduchessa. / c. 3b/ A di detto [7 ottobre canna lunga d.2 1/3 che al °/5 quattro dita affacciettata, con
1628] / Il Signor Marcho Bogi messe in opera una canna suo fucile alla bresciana e cassa di noce guarnita di ferro. n.1
di quaranta denari fattura di m.° Sebastiano servi per / Un archibuso lungo d.3 di d[enari] 30 incirca con canna di
S.A.S. /… / A di 18 di Giugno 1631 / Il Signor Marcho maestro Cristoforo Leoni, con fucile nostro e mezza cassa di
Bogi levo una canna da niellare dell’armeria che era ne noce con fornimenti d’ottone. n.1 / Un paro di terzette con
Pitti per mettere in una cassa di acero che era senza can- canne a faccette, con casse di pero guarnite di ferro con sua
na fatta ritirare da m.° Donato archibusiero così coman- ruota franzese. n.1 / Un archibuso da caccia con canna bre-
do S.A.S. / A di detto / S.A.S. comando si portasse n. sciana lunga d. 2 1/3 incirca con cassa d’acero senza fucile.
sei canne in camera per farle ritirare che nella prova che n.1 / Di[ario] 173. 201 A Anton Francesco Tofani custode
crepo tre et dua messe in opera et una ne fecie dare a m.° dell’Armeria.
Donato archibusiero in cambio di una che m.° Donato 26 Mario Scalini, pp. 10-15, in Ilaria Taddei, Mario
aveva dato al Gran Duca per fare prova in cambio (si Scalini e Marina Carmignani, Two princes from the Me-
cavo dall’armeria che era ne Pitti). / … /c.4b / dici House a portrait of Anton Domenico Gabbiani, edito
A di detto [4 giugno 1637] / Il signor Marcho Bogi privatamente da Giovanni Pratesi, Firenze 2000, in par-
messe in opera una canna lavoro di m.° Sebastiano così ticolare fig. 10.
comando S.A.S. assieme con un focile che detta canna si 27 Luisa Berretti, scheda 23, in Per utilità e per di-
cava dall’armeria di Palazzo Vecchio. / A di detto / Si letto “Cittadini” in villa, a cura di Giovanna Damiani,
dette una cana di m.° Lazarino [Cominazzo] ritirare per Livorno 2010 pp. 84-85.
comandamento di S.A.S. dove che crepo meza finita /… 28 Stefano Tasselli, scheda 22, in Per utilità e per di-
c.5a/ A di 15 di febraio detto [1634] / Il Ser.mo Principe letto “Cittadini” in villa, a cura di Giovanna Damiani,
Don Lorenzo si fecie portare in camera dua petti et una Livorno 2010 pp. 82-83.
schiena et un morione rimessi in fora che la schiena non 29 Per epoche diverse basti ricordare, sempre attra-
sie trovata / … / c. 5b / A di detto [2 giugno1635] S.A. verso i documenti medicei, che nel Cinquecento le

22
armi a ruota sono tutte di provenienza tedesca e so- una bocca d’un Archibuso / … rifare una Manica di filo
vente, come si è visto, anche sontuosamente ornate. La d’uno spadino / … z[ecchini] dua per un fodero alla
cosa, oltre a rispecchiare una superiorità tecnologica sagri / [c.1062] / argento di coppella e tirato filo e con-
oltralpina, sanciva un legame dinastico e una dipen- segnato a Lodovico Archibugiere disse ordine di S.A.S.
denza politica della corte di Firenze dall’Impero. Sa- per incassare canne da archibuso / A di detto [10 otto-
rebbe certo il caso di continuare in queste osservazio- bre 1693] valuta di z. dua d. 29.13 Argento a 22 and.°: a
ni, ma, come ho già segnalato, le complesse relazioni fare due fornimenti per dua Archibugi a 36 / E più f. 20
che sussistono sullo sfondo (per noi, ma evidenti al tanti sono per la fattura d’haver tirato le piastre fatto un
tempo) del mondo legato anche all’impiego delle armi guardamacchine gettato e saldato e consegnato il tutto a
e degli oggetti apparentemente d’uso, aspetta di essere Lodovico Archibugiero disse di ordine di S.A.S. / … /
restituito al suo primario ruolo socio culturale, negato A di 28 detto f. 2.3. per Valuta d’una misura da Polvere
dagli studi novecenteschi. da Archibuso d’Argento fornita con sua maglia peso d.
30 Per l’arte di tornire, gli intagli d’acciaio e altre 17. s. 11 / … / [c.1063a] / A di 9 detto [dicembre] f.
curiosità si veda almeno Mario Scalini, Oggetti rari e 16.2.14 per valuta di …19 d. 12 argento a 20.16 a z. 2°
curiosi nelle collezioni medicee: esotica e naturalia, in tutto andato a fare una fiaschetta per tenere la munizio-
‘Antichità viva’, XXXV, nn. 2-3, 1996, pp. 59-65; lo ne / E più f. 12 per fattura di detta fiaschetta, perché era
stesso, Oggetti d’arte rari e curiosi nelle collezioni medi- divisa in dua parte con il segreto di fare cariche da se,
cee: delizie private e trofei militari, in ‘Antichità viva’, tanto della polvere che della munizione e per potere por-
XXXVI, n. 4, 1997, pp. 24-35. tare le palle. / … / [c.1662a] / [lavori di incassatura di
31 Il Museo di Storia della Scienza di Firenze (che si è armi da fuoco, archibugi alla romana, eseguiti dal 1690
ora intitolato a Galileo Galilei) conserva alcuni esempi di al 1693 da Bartolomeo Francioni archibugiere]. /… /
armi a ripetizioni che la famiglia di archibugiai ‘Acqua- [c.1747a] / [lavori di Lodovico Bertelli, archibugiere,
fresca’ condussero poi su modello di quelle di Lorenzo- principalmente incassatura di schioppi alla romana e
ni. Per quello datato 1687 (inv. 834), in grado di sparare pistole a coppie, ma anche “ dui pistoni scavesi”, fino
trenta colpi in sequenza, Mario Scalini scheda n. 85, in al 1694, a sei ducati a cassa]. / … / [c.1433a] / [lavori
Opere d’arte della famiglia Medici, catalogo della mostra, di Giuliano Tofani, intagliatore in acciaio che lavora
Pechino Shangai, a cura di Cristina Acidini e Mario Scali- spesso con maestro Lodovico Modenese, archibugie-
ni, Cinisello Balsamo 1997, p. 117, con bibliografia. re, dal 1698; egli esegue anche una firma falsa di “Laz-
32 Proprio la ricostruzione di alcune parti (eseguita evi- zerino Cominazzo” su di una canna per poterla acco-
dentemente nel diciannovesimo secolo per restituire fun- piare con una già dotata dell’iscrizione] / … / [c.1297]
zionalità all’arma), che ha erroneamente fatto ritenere ai / [1696 1697, Michele Botti, prova diverse canne, una
collezionisti incompleta l’arma, ha consentito alla Soprin- di Maso, una spagnola, molte di Pistoia].
tendenza, allora guidata da Antonio Paolucci, di acquisire 36 Carlo De Vita, Il trattato di Archibuseria di Giovan-
ad un prezzo contenuto ed accessibile la preziosa reliquia ni Antonio Tozzi, Czerny’s, Sarzana 2000 p. 43 ricorda
che può fornire, con uno studio comparato con gli altri che i fratelli Fabbiano Leoni e Cristofano Leoni avreb-
manufatti esistenti e firmati da Lorenzoni, straordinarie be marcato FLP e CLP rispettivamente. Iacopo Leoni,
informazioni circa lo sviluppo di questo sistema proba- figlio del secondo avrebbe continuato ad usare la marca
bilmente nato proprio in ambito cortigiano a Firenze. paterna ma inframezzata da ‘fiorellini’ (più propriamen-
Rimando per la completezza a Luisa Berretti scheda 29, te girandole triangolari) per imposizione di Sua Altezza
in Per utilità e per diletto “Cittadini” in villa, a cura di Gio- (il granduca che nel 1691 aveva ottenuto il trattamento
vanna Damiani, Livorno 2010, pp. 96-97, che ha corretto regio). Nei moschetti avrebbe apposto IP. A questi sa-
una mia imprecisione circa l’esistenza a Londra, al Victoria rebbe succeduto tal Domenico Irolli che avrebbe usato
& Albert, di una coppia di pistole mentre vi si conserva ancora CLP ma con ‘aggiunta di una cifre del Gran
solo una pistola, a tre canne, riprodotta in Mario Scalini, Principe Ferdinando di Toscana; a lui avrebbe fatto se-
Armi e armature, in Grande Enciclopedia dell’Antiquariato, guito il figlio Gio Batta Iorilli attivo nel 1714.
De Agostini, a cura di Marcella Boroli, Novara – London, 37 Carlo De Vita, Il trattato di Archibuseria di Gio-
1989, vol. XI, fasc. 131-132, in particolare p. 135. vanni Antonio Tozzi, Czerny’s, Sarzana 2000, indica
33 Archivio di Stato di Firenze, Guardaroba Medicea – per la marca il nome Giovan Battista Jarelli.
n. 1222, [1713] ‘Inventario dei mobili e masserizie della 38 Armi storiche del Museo Nazionale di Firenze, Pa-
proprietà del Ser.mo Sig. Principe Ferdinando …’ c. 82. lazzo del Bargello, restaurate dall’Aiuto Austriaco per
34 Mario Scalini La Galleria delle ‘meraviglie’. Tribu- Firenze, mostra e catalogo a cura di Bruno Thomas e
na, galleria delle statue, armeria, in Opere d’arte della Lionello G. Boccia, Firenze 1971, p. 74.
famiglia Medici, catalogo della mostra, Pechino Shan- 39 Archivio di Stato di Firenze, Guardaroba Medicea
gai, a cura di Cristina Acidini e Mario Scalini, Cinisello – n. 1231 bis
Balsamo 1997, pp. 43-51 in particolare figg. 8-9. [1715] Inventario dell’Armeria 1715/ [c. 203a] / [can-
35 Archivio di Stato di Firenze, Guardaroba Medicea na di Giuseppe Lombardi di Serravezza datata 1672]
– n. 1073 bis, [1692 e segg.] ‘Filza di conti del Gran / …/ [c. 207a]/ [spingarda di Cristoforo Leoni di Pi-
Principe Ferdinando …’ : …[seguono i conti di Ber- stoia, oggi al Museo Nazionale del Bargello, inv. Armi
nardino Holzman argentiere di S.A.] /c.1060/ … dua n. 87 o 134].
punte dargento andate di mio a due pistole… / … una 40 Armi storiche del Museo Nazionale di Firenze, Pa-
mira e un punto a’ un Archibuso e consegnato a Lodo- lazzo del Bargello, restaurate dall’Aiuto Austriaco per
vico Archibusiere… / … andato a fare un fornimento Firenze, mostra e catalogo a cura di Bruno Thomas e
d’uno spadino grande … /[c.1061] / … una ghiera e Lionello G. Boccia, Firenze 1971, p. 74, a p. 75 sono

23
ricordati, con rimandi a pezzi ora a Vienna, due altri granducale, probabilmente di Pietro Leopoldo (1747/
archibugi (M 73, M 74) rimontati nel Settecento, ma 1765/ 1790/ 1792), poi imperatore Leopoldo II, ma
con canne più antiche, una, con ornamento all’arme la batteria potrebbe comunque essere di reimpiego.
Medici in bronzo fuso e cesellato dovuto al celebre L’assenza della incisione con l’arme del proprietario
fonditore veneto Francesco Mazzaroli, attivo a cavallo mi fa pensare ad un regalo predisposto, offerto ad un
tra Seicento e Settecento, e l’altra di un: ANTONIO membro della famiglia Ricasoli che abbia poi trascura-
MAESTRE FIORENZA, sulla cui identificazione bi- to di farvi apporre l’arme della casata: probabilmente
sogna al momento soprassedere. Bettino Giuseppe (1739-1806), che sposò il 4 ottobre
41 Opera di Sebastiano (1619-1692) la cui botte- 1772 Maria Penelope Capponi (m. 30 giugno 1811).
ga proseguita dai figli Matteo (1651-11738) e Pietro 42 Armi storiche del Museo Nazionale di Firenze, Pa-
(1691-1762) Cecchi, detti ’Acquafresca’. Sebastiano lazzo del Bargello, restaurate dall’Aiuto Austriaco per
fu maestro dal 1656 almeno, nei documenti indicato Firenze, mostra e catalogo a cura di Bruno Thomas e
col soprannome dal 1677, firma così una ruota di tipo Lionello G. Boccia, Firenze 1971, pp. 85-87.
bresciano già nella prima metà del secolo (John Wo- 43 Carlo De Vita, Il trattato di Archibuseria di Giovan-
odman Higgins Armoury a Worcester, Massachussets, ni Antonio Tozzi, Czerny’s, Sarzana 2000, p. 44 riporta
n. 632). Dal 1696 nei documenti pubblici s’incontra la per i tempi (1714) del Tozzi: “ Di poi successe Gio Batta
grafia ‘Acquafresca’ e nel 1701 risulta assestata così. Iorilli suo figliolo et a fabbricato et di presente fabbrica,
Lionello Giorgio Boccia si è estesamente occupato bene, ma per avere tre bravi finitori di canne suoi la-
della attività di questi celebri archibusari (l’ultimo suo voranti cioè Fabbiano Guidi, bravo per la moda antica,
intervento, cui si rimanda anche per la bibliografia è: et Egidio e Cristiano Leoni fratelli che con la richiesta,
Una bottega di archibusari: Gli Acquafresca, in La sedu- del Ser. Signor Principe Ferdinando, e per loro abilità
zione dell’artigianato. Artigianato nella storia, catalo- anno in molte canne variato l’antico e cioè, fattane e
go della mostra Roma 22 giugno – 20 luglio, Firenze tutte e quadre, con il terzo con tre ordini alla francese
1990, pp. 129-142) fornendo una sorta di corpus di e con le fiamme e faccette incavate, et alla spagnola, e
quanto presente in Italia e cercando di dare un assetto chi marcate con la sola Cifra, chi con il nome Giovan
cronologico alle opere. Bisogna specificare che non è Battista Jarelli sotto la faccetta così GBIP, et altre che
affatto semplice acclarare su base formale la sequenza sotto a la detta faccia del quadro dice Gio Batta Tonini
delle opere che presentano cartelle ‘tonde’ ossia bom- ritirò, quale era uno archibugiere Pistoiese, che vuolse
bate come ogni altra parte dell’acciarino, che ‘quadre’, ritirare ancora lui e marcò sotto così GBTR, che a quan-
ossia piatte come nel presente caso. L’archibugio più to per ora mi possono dire, o cortesissimo mio Lettore;
sontuoso è quello mediceo che si conserva oggi alla che se quanto di sopra ò scritto attentamente pondererai
Armeria Reale di Torino (M 31), che monta una can- sarai costretto a confessare che nella Professione dell’Ar-
na di Mattias Baeza datata 1709, che certo potrebbe chibusiere, vi sono incluse quasi tutte l’altre Arte, et è
essere una sostituzione d’uso malgrado le eccellenti verissimo che la detta Professione del vero Archibugiere,
condizioni del manufatto non lo facciano pensare, e è la più bella e più Virtuosa che sia al Mondo.” Non
che comunque va datato dopo il 1691 per la presen- si può omettere l’osservazione che benché le notizie
za della corona chiusa sull’arme Medici, che attesta del volumetto appaiano interessanti sembrano di se-
il ‘trattamento regio’ concesso in quell’anno al Gran- conda mano, infatti necessitano di conferme attraverso
duca Cosimo III. Quell’archibugio risulta montato manufatti ma ancor più sui documenti. In ogni caso il
in argento, si deve pensare ad opera dell’Holzmann, Tozzi, non essendo in relazione con la corte mostra di
così come per un altro spettacolare esemplare che è non comprendere la valenza della marca ispettiva o di
conservato nella armeria dinastica della famiglia Rica- qualità del Gran Principe che, non solo compare su
soli al castello di Brolio, inv. n. 76 (cm. 162), in via canne che non hanno diretta relazione con quelle dei
di pubblicazione da parte di chi scrive, ma che pare Leoni o dei successori, ma che il Medici avrebbe diffi-
montare una canna bresciana. La stessa raccolta an- cilmente concesso ad un archibugiaio per uso ‘corren-
novera una straordinaria pistola inv. n. 110 (cm 27; 13 te’, perdendone così il controllo, anche se questi fosse
canna), pure fornita in argento ma con canna pistoiese stato il principale maestro della ‘Real Casa’.
(scudetto coronato iscritto PISTOIA e leone passante 44 Carlo De Vita, Il trattato di Archibuseria di Gio-
volto a destra, sempre in incusso messo a foglia d’oro) vanni Antonio Tozzi, Czerny’s, Sarzana 2000, p. 12 n.
la cui batteria porta per esteso il nome Luigi Cecchi. 13 riporta alcune interessanti notizie sui Tozzi rica-
Databile formalmente al 1790 o prima, potrebbe esser vate nell’Archivio di Stato da Paola Benigni. Il padre
stata un dono di Ferdinando III di Asburgo Lorena di Giovanni Antonio fu Tommaso, archibugiere ‘alle
(1769-1824), che fu Granduca di Toscana dal 1790 al botteghe nuove’ che ottenne la cittadinanza fiorentina
1799. Luigi Cecchi, evidentemente membro della fa- il 19 gennaio 1683, ma che nel 1714 risulta già morto.
miglia dei così detti Acquafresca, si ritiene però atti- Giovanni Antonio, che nel 1683 probabilmente già
vo verso il 1750-1760 (Nolfo Di Carpegna, Notes on lavorava ‘in Bulini e bassi rilievi’, aveva due fratelli e
central Italian firearms of the eighteenth century, parti due sorelle, come risulta dalla supplica con cui il padre
1-2 ,1971 e 1974, in Journal of the Arms and Armour chiedeva la cittadinanza (Archivio di Stato di Firenze,
Society, voll. VII-VIII, pp. 17-51 e 1-84). In realtà di lui Decima Granducale, n. 3567, c. 357). L’autore, pur-
si sa ben poco, sempre che si tratti dello stesso indivi- troppo scomparso, anticipava anche la pubblicazione
duo. Nel caso è evidente che l’arme con aquila bicipite dei documenti vaticani che nel 1707 e 1708 ricordano
con al collo la corona, ma sormontata da quella chiusa la consegna di acciarini da parte di Michele Lorenzoni,
reale incisa su argento, attesta la diretta committenza Carlo De Vita, op. cit. p. 8.

24
Catalogo del Museo
Casa Rodolfo Siviero di Firenze

Le armi da fuoco
Schede di Luisa Berretti

25
Manifattura italiana
Carabina a pietra focaia
fine XVIII - inizio XIX secolo
Acciaio e legno; (fodero) cuoio
Lunghezza cm 104,8; (canna) cm 66,8; (calibro) mm 200;
(fodero) cm 78,5
Firenze, Museo Casa Rodolfo Siviero, inv. 84 R

Canna liscia tonda, fascia fermacanna in acciaio. Manca bacchetta. Piastra


a pietra focaia liscia senza decorazioni con cartella semiquadra; cane piatto
a collo di cigno. Cassa intera in noce con calcio all’inglese a battente piatto
(moderna ?). Fodero pertinente in cuoio ‘a calza’.
Si tratta di un fucile a pietra focaia di ordinaria fattura, probabilmente
italiano, ma la semplicità degli elementi strutturali e la mancanza di
marche, iscrizioni e decorazioni non ne aiutano l’identificazione.
Dalle caratteristiche formali si può affermare che l’arma sia stata realizzata
nello stile della fine del Settecento e gli inizi del secolo seguente, usando
anche parti di armi militari originali come la batteria.

Bibliografia:
M. Pinelli, scheda OA 09/00301146

26
Manifattura centro-italiana (batteria di Silvestro da Foligno)
Fucile a pietra focaia da caccia
XVIII secolo - inizio XIX secolo
Acciaio, ottone e legno
Lunghezza cm 130,8; (canna) cm 90,4; (calibro) mm 180
Firenze, Museo Casa Rodolfo Siviero, inv. 85 R

Canna liscia a due ordini, quadro e tondo, separati da modanature profilate


con mirino in ottone, fascia fermacanna in ottone a circa due terzi della
lunghezza. Bacchetta in acciaio con cavastracci in ferro alloggiata nel
canale del fusto della cassa, questa liscia, priva di decorazioni. Piastra ‘alla
romana’ non sua (originale a luminello a molla indietro, militare come
il ponticello) con cartella tonda e carpiata alla coda; il corpo del cane è
a forma di diavoletto o satiro, intagliato a tutto tondo; copriscodellino
ugnato, e dorso intagliato con un bel mascherone. Manca lo scodellino.
La piastra porta, all’interno, l’iscrizione ‘SILVESTRO DA FOLIGNO’.
Cassa intera di noce col calcio all’inglese, montata in acciaio.
La bella piastra intagliata con la figurina rappresenta una vera rarità.
Si tratta di una delle due opere firmate dell’armaiolo umbro Silvestro
da Foligno. Il pezzo è stato reso noto da Nolfo di Carpegna che ne ha
sottolineato l’importanza per delineare caratteristiche stilistiche della
produzione umbra di armi da fuoco, dato che sino a quel momento piastre
con figurine a tutto tondo venivano considerate esclusivamente di area
marchigiana (di Carpegna 1979, p. 344-345, fig. 74). L’altro manufatto
firmato da Silvestro è il bel fucile, più riccamente decorato, con canna
tedesca conservato presso il Museo Stibbert di Firenze (Boccia 1975, III,
p. 181, n. 624, tav. 480), anche in questo caso la batteria settecentesca si
compone con parti non coeve.

Bibliografia:
di Carpegna 1979, p. 344-345, fig. 74; M. Pinelli, scheda OA 09/00301148 

27
Manifattura napoletana
Fucile da caccia a pietra focaia
XVIII secolo, ultimo quarto
Acciaio, legno, ottone e cuoio
Lunghezza cm 144; (canna) cm 106,4; (calibro) mm 18
Firenze, Museo Casa Rodolfo Siviero, inv. 86 R

Canna liscia a due ordini, ottagonale e tondo, separati da ghiere profilate


e intaglio decorativo, mirino anteriore in ottone, fascia fermacanna in
ottone decorata a giorno. Sulla canna, alla culatta, sono incise le lettere
‘P. / STE’ sotto corona aperta e cinque gigli borbonici (sopra 1-2; ai lati
1-1). Sulla parte inferiore del grilletto la lettera ‘N’. Bacchetta in legno
con battipalle in ottone. Calcio alla madrilena, intagliato e zigrinato
tra il becco del calcio e la bascula e lo stesso sull’asta ad un terzo della
lunghezza. Batteria a pietra focaia con acciarino ‘micheletta’ napoletano
più antica. Cartella semiquadra liscia. Controcartella in ottone intagliata e
messa a giorno. Guardamano intagliato ed in parte inciso.
Riguardo questo tipo di batteria Cesare Calamandrei scriveva: “Il nome
generico di ‘miquelet’ deriva da un corpo di truppe mercenarie spagnole –
da noi chiamate ‘Micheletti’ – che sembra portassero armi funzionanti con
l’acciarino descritto” (Calamandrei 2003, p. 99). Usualmente la letteratura
mette in relazione il termine ‘micheletta’ con Michele Battista, il celebre
maestro napoletano che fu il massimo interprete di questa tipologia.
Uno dei più belli esemplari di fucili con batteria simile, prodotti per la
Reale Fabbrica di Napoli, intagliata in modo straordinariamente fine,
infatti, è senza dubbio quello realizzato intorno al 1770-1780 da Michele
e Mariano Battista oggi al Bayerisches Nationalmuseum di Monaco
di Baviera (Handfeuerwaffen 1988, p. 287, n. 336). Altri capolavori
del maestro sono conservati al Museo Nazionale di Capodimonte e in
collezioni private napoletane.
La marca ‘P. / STE’incussa alla culatta non è rappresentata nei consueti
repertori; una che parrebbe avvicinarsi, per la forma del punzone: la
corona aperta e la disposizione delle lettere, anch’essa presumibilmente
napoletana e di fine Settecento, è stata presentata da Musciarelli ed
indicata come meridionale (Musciarelli 1963, tav. LXVIII, n. 97).
Questo fucile e l’altro di collezione Siviero (inv. 87 R) sono quasi identici
salvo per la batteria, sebbene questo sia più corto dell’altro e sia di
calibro più piccolo. Apparentemente fabbricati dallo stesso artigiano,
probabilmente furono certo realizzati per essere utilizzati dalla stessa
persona.

Bibliografia:
M. Pinelli, scheda OA 09/00301157

28
Manifattura napoletana (Real Fabbrica)
Fucile da caccia a pietra focaia
XVIII secolo, ultimo quarto
Acciaio, ottone e legno
Lunghezza cm 147; (canna) cm 109,4; (calibro) mm 19
Firenze, Museo Casa Siviero, inv. 87 R

Canna liscia a due ordini, ottagonale e tondo, separati da ghiere profilate e


intaglio decorativo, con mirino anteriore in ottone. Sulla canna, alla culatta,
sono incise le lettere ‘FAB / DI / NAP’ e due gigli borbonici, uno per lato.
Sulla parte inferiore del grilletto la lettera ‘N’. Manca la bacchetta. Calcio
alla madrilena intagliato e zigrinato tra il becco del calcio e la bascula
e lo stesso sull’asta ad un terzo della lunghezza. Batteria a pietra focaia
con acciarino ‘micheletta’ napoletano. Cartella semiquadra e carpiata alla
coda, liscia. Sulla cartella la marca – in parte coperta dalla molla e per
questo poco leggibile – ‘P.[…]’ sotto corona aperta. Controcartella in
ottone intagliata e messa a giorno. Guardamano intagliato ed inciso.
La marca sulla cartella è della medesima forma e ha la stessa prima lettera
di quella presente sulla culatta dell’altro fucile napoletano (inv. 86 R)
anch’esso in mostra e con cui si pensa il nostro dovette far coppia.
Vale anche per questa bell’arma, tipico prodotto della Reale Fabbrica
di Napoli (fondata da Carlo III nel 1757), una data di fabbricazione
all’epoca di Ferdinando IV o di poco successiva. Si noterà che la batteria,
più moderna, parrebbe dello scorcio del secolo.

Bibliografia:
M. Pinelli, scheda OA 09/00301158

29
Manifattura anghiarese (Guardiani)
Fucile a luminello (da caccia)
XIX secolo, primo quarto
Acciaio, ferro e legno
Lunghezza cm 160,3; (canna) cm 122,5; (calibro) mm 190
Firenze, Museo Casa Siviero, inv. 88 R

Canna liscia in due ordini, ottagonale e tonda separati da anelli profilati


e provvista di mirino. Fascia fermacanna in ottone traforato a giorno
a girali. Bacchetta in legno. Alla culatta, punzone rettangolare in oro di
cui resta leggibile solo la lettera ‘B’ o ‘R’ in alto a sinistra. Piastra con
meccanismo a percussione liscia con cartella piatta e carpiata alla coda;
sulla cartella sono incise ‘G.A’ in lettere corsive; cane piatto a collo di
cigno e dente (di sicura); vite del cane intagliata rozzamente. Cassa
intera con calcio all’inglese e impugnatura a forma di becco di anatra.
Guardamano in legno con terminali in forma di foglie.
Già riferito da Pinelli alla manifattura napoletana, in particolare all’ambito
di Biagio Ignesti per un confronto con un fucile di questi datato 1826, il
fucile a percussione in esame porta invece sulla cartella incise le lettere
‘G.A.’ scritte in modo analogo alle sigle identificative degli armaioli
della famiglia Guardiani di Anghiari. Il pezzo infatti trova un confronto
puntuale nella batteria firmata “Guardiani Anghiari” e presentata da
Terenzi, già in collezione Tuti, datata 1825 (Terenzi 1968, n. 21). Tra i
membri della famiglia che intorno a quella data erano attivi si ricordano
Antonio, Domenico, Giuseppe e Lorenzo (Støckel 1978-1982, pp. 467-
468).

Bibliografia:
M. Pinelli, scheda OA 09/00301156

30
Manifattura franco-belga
Fucile a luminello (già militare)
XIX secolo, prima metà
Acciaio e legno
Lunghezza cm 148,8; (canna) cm 108; (calibro) mm 18
Firenze, Museo Casa Siviero, inv. 89 R

Canna liscia ottagonale stondata con mirino. Sulla canna, alla culatta,
sono impressi i seguenti caratteri: ‘.C.’ e ‘.L.’ in marche poligone e ‘C
de 18’ in tondo (marchio del calibro, indica l’anno di produzione 1842 e
il passaggio del calibro da 17,48 mm a 18 mm) e alla coda della culatta,
accanto alla vite di fissaggio, ’22 T’ in corsivo (indica il modello del
fucile da fanteria ‘1822T’). Bacchetta in acciaio. Piastra a percussione
liscia senza decorazioni con cartella semiquadra e iscritto: ‘M.re R.e de
Charleville’ in corsivo; cane piatto a collo di cigno decorato con incisione
a tralcio vegetale. Controcartella con marchio ‘L’ in corsivo inserito in un
rombo (marchio di Liegi; il punzone con la ‘L’ semplice, non inserita nel
rombo, indica che la canna grezza è stata provata provvisoriamente, vedi
Musciarelli 1963, tav. LXXI, n. 166). Cassa intera in radica di noce con
calcio all’inglese a battente piatto.
L’arma in esame rappresenta un interessante testimonianza dei modi di
reimpiego di elementi di fucili ai fini prolungarne l’uso e ottimizzarne
le prestazioni. I marchi che porta l’arma ne denunciano la fabbricazione
come già descritto e si può quindi concludere che i rimontaggi siano stati
fatti nella prima metà dell’Ottocento, probabilmente in arsenale, mentre
l’ornato sul cane venne introdotto al momento della sua conversione in
uso civile, verso il 1860.

Bibliografia:
M. Pinelli, scheda OA 09/00301147

31
Manifattura belga
Pistola a luminello (già militare)
XIX secolo, prima metà (con canna più antica)
Acciaio, legno e ottone
Lunghezza cm 38; (canna) cm 19; (calibro) mm 170
Firenze, Museo Casa Siviero, inv. 92 R

Canna liscia in due ordini: ottagonale e cilindrica, separate al cambio di


sezione da una modanatura profilata. In culatta luminello e portaluminello.
Codolo liscio. Meccanismo a percussione a molla indietro, marcato, con
cartella piatta sagomata come d’uso, in parte incisa con motivo floreale
come il cane, questo con collo piatto e martelletto costolato. Manca la
contro cartella. Grilletto curvo, ponticello ovale. Bacchetta in ferro con
battipalla in ottone (di restauro). Cassa e impugnatura in noce liscia,
quest’ultima a sezione ellittica e con pomo piatto; coccia rilevata in ottone
con anello portacorreggiolo forse militare.
Si tratta di una pistola a luminello di manifattura belga della prima metà
dell’Ottocento.
Un valido confronto può esser fatto con una pistola a luminello conservata
al Museo di Arti Applicate di Milano (P. Allevi, in Museo d’Arti 1990,
p. 192, n. 227), dalla quale la nostra differisce per piccole varianti.

Bibliografia:
M. Pinelli, scheda OA 09/00301160

32
Manifattura bresciana (Giovan Battista Zugno)
Pistola da tasca, già a pietra, ridotta a percussione
XVIII secolo, seconda metà – XIX, secondo quarto (meccanismo)
Acciaio, legno, ottone e argento
Lunghezza cm 20,5; (canna) cm 9,8; (calibro) mm 115
Firenze, Museo Casa Siviero, inv. 93 R

Canna cilindrica liscia; la culatta è ageminata in argento su lamina di


ottone con trofeo di armi entro un medaglione incorniciato da motivi
vegetali. Batteria a pietra focaia, con cartella piatta e cane inciso con tralcio
vegetale, trasformata a percussione a capsula, decorazione in agemina in
parte perduta: iscritta nel margine inferiore “G.B. ZUGNO”, presenta i
fori di allocamento, chiusi, della molla e dello scodellino. Controcartella
decorata a motivi vegetali. Cassa in radica di noce, con calcio rotondo e
pomo sferico; fornimenti in ottone e argento, bella coccia con scudetti a
trofei en suite col guardamano. Sul dorso dell’impugnatura una lamina
incisa purtroppo talmente lisa da non esser leggibile.
Come in quest’arma, di elevata qualità, anche in molti altri casi accadeva
che la batteria a pietra focaia venisse trasformata in un meccanismo a
percussione. Una buona canna dell’arma era il motivo principale che
spingeva ad effettuare questa operazione, ma anche pratiche esigenze di
riuso non sono ovviamente da scartare.
All’armaiolo bresciano Giovan Battista Zugno, fratello di Luca Zugno
colui che venne incaricato nel 1761 dalla Repubblica Veneziana di
controllare le pistole militari prodotte a Gardone, gli sono state riferite
da Nolfo di Carpegna poco meno di venti pistole (di Carpegna 1997, p.
223, II.435). Tra queste, soltanto una, anch’essa convertita a percussione
come la nostra, ed attualmente conservata presso l’Ungarischen
Nationalmuseum di Budapest (inv. 56.5031), porta inciso nel margine
inferiore il nome dello Zugno iscritto in modo analogo ai caratteri incisi
sulla cartella dell’esemplare in oggetto (Temesváry 1988, n. 529, ill.; e di
Carpegna 1997, tav. XLVIII,25).

Bibliografia:
M. Pinelli, scheda OA 09/00301159 

33
Manifattura centro-italiana (?)
Fonda per pistola a focile
XVII – XVIII secolo
Cuoio e ottone
cm 43,2 x 18
Firenze, Museo Casa Siviero, inv. 442

Di forma conica, il fodero è munito di passanti e di punta rinforzata da


una serie di ribattini disposti ad anello (chiodatura).
Si tratta di una usuale fonda da sella in cuoio per pistola a pietra focaia,
senza patta e né cinturino.
Una coppia di fonde quasi identiche al nostro esemplare sono state
pubblicate da Robert Held e datate alla prima metà del Settecento, epoca
di produzione ipotizzabile anche per il manufatto in questione (Held
1976, p. 77).
La sua semplicità e lo stato di conservazione potrebbero indicare una
origine militare, cosa che ne rende ancora non scontata la classificazione.
Si tratta di oggetti molto rari nelle raccolte sia pubbliche che private.

Bibliografia:
S. Vasetti, scheda OA 09/00301001

34
Manifattura inglese
Fiaschetta da polvere per fucile
XIX secolo, prima metà
Rame, ottone e cuoio
h. 17,7 cm
Firenze, Museo Casa Siviero, inv. 95 R

Corpo piriforme in rame sbalzato con motivo a rete di corda e foglie


aperte alla base, ghiera in ottone profilata nella parte inferiore con molla
di apertura, beccuccio dosatore perduto. Anelli laterali di sospensione.
Laccio in cuoio moderno non pertinente.
Da confronti con altre fiaschette porta polvere da sparo per fucile di
forme e decorazioni simili è possibile riferire il manufatto in esame ad
una produzione inglese della prima metà dell’Ottocento (cfr. Held 1976,
p. 132).
Usualmente questa tipologia di fiasca, elaborata ma seriale accompagnava
in cassetta l’arma lunga cui era pertinente.

Bibliografia:
M. Pinelli, scheda OA 09/00301150

35
Manifattura inglese
Fiaschetta da polvere
XIX secolo, prima metà
Rame e ottone
h. 23,4 cm
Firenze, Museo Casa Siviero, inv. 98 R

Corpo piriforme in rame decorato con palmetta aperta sbalzata, ghiera


in ottone con molla di apertura e beccuccio dosatore. Laccio in cuoio
moderno e non pertinente.
Questa e l’altra fiaschetta della collezione (inv. 95 R) sono tipici prodotti
della fiorente manifattura inglese di fiaschette porta polvere da sparo in
rame sbalzato – molte delle quali decorate con motivi vegetali per lo più
a palmette – sviluppatasi negli anni venti dell’Ottocento e protrattasi per
tutto il secolo (cfr. Held 1976, p. 132).

Bibliografia:
M. Pinelli, scheda OA 09/00301151

36
Manifattura centro-italiana o ungherese (?)
Fiasca da polvere
XVII secolo (?)
Osso
Lunghezza 17,7 cm
Firenze, Museo Casa Siviero, inv. 81 B

Contenitore per polvere da sparo realizzato nella biforcazione di un palco


di cervo a forma di Y rovescia, decorato con incisioni a graffito. Sulla
faccia anteriore una caccia al cervo: nella parte superiore tre uomini in
abiti quattrocenteschi muniti di spiedi inseguono l’animale braccato
dai cani al centro della composizione. Nella ghiera superiore, fascetta
con fiori come ai lati tra le due facce. Sulla faccia posteriore una città
idealizzata è separata, con una fascia raffigurante un fiume attraversato
da un ponte, da una scena con un cacciatore che sembra rendere omaggio
a un personaggio seduto, forse un pastore, intorno pecore e cani. Fori di
sospensione. Si è conservato uno solo dei due tappi in bronzo delle punte.
Manca la ghiera e il tappo di chiusura della fiasca.
La produzione di contenitori per polvere da sparo di questo tipo, incisi a
graffito, viene generalmente ricondotta all’area ungherese dei Carpazi e si
è successivamente diffusa in area germanica (si veda, per approfondimenti
l’interessante studio di Béla Borsos 1982); datati genericamente al XVII
secolo, presentano per lo più decori floreali e geometrici ma anche cacce
al cervo o all’orso con lo spiedo, come quella citata in un bell’esemplare
firmato da Abraham Zolnay, all’Ungarisches Nationalmuseum (Borsos
1982, p. 104, n. 38).
Il manufatto in esame sembra avvicinabile, per la composizione formale,
sinteticità del tratto graffito, e soggetto: il cervo inseguito da un segugio,
ad un corno da polvere pubblicato dalla Borsos (senza indicazione
dell’ubicazione) (Borsos 1982, p. 103, n. 26). Resta però il problema della
relazione con le incisioni quattrocentesche fiorentine, quali quelle uscite
dalla bottega di Baccio Baldini, donde le figurine dei cacciatori paiono
tratte, così come la città arroccata non sembra propria di una cultura
seicentesca bensì anteriore.

37
Manifattura europea (Germania Meridionale)
Corno
XVII secolo
Corno, ottone
Lunghezza cm 25
Firenze, Museo Casa Siviero, inv. 94 R

Contenitore per polvere da sparo realizzato in corno di bufalo. Corpo


arcuato, a sezione circolare tra il bocchino e la bocca. L’oggetto presenta
decorazioni a rilievo raffiguranti testine entro medaglioni sulla ghiera di
ottone che cinge la bocca. Al bocchino decorazione in parte perlinata e
sulla ghiera modanata una testina en suite con la bocca.
Il manufatto veniva utilizzato per richiami e segnalazioni durante la
caccia.
Si tratta di oggetto piuttosto raro, probabilmente di epoca seicentesca,
tanto che risulta difficoltoso riferirlo ad un particolare ambito
europeo, ancorché si trovino similitudini con manufatti sassoni tardo
cinquecenteschi.

38
Armi da fuoco
nei musei di Pistoia
Schede di Luisa Berretti
Armaiolo toscano
Archibugio a pietra focaia
XVIII secolo, prima metà
Acciaio, ferro, ottone e legno
Lunghezza cm 195,3; (canna) cm 156; (calibro) mm 22
Pistoia, Museo Diocesano

Canna a due ordini, tonda e faccettata, con mirino anteriore in ottone, fa-
scia fermacanna in ottone con leggere incisioni e bacchetta alloggiata nel
canale del fusto della cassa. Cassa in noce priva di decorazioni con guar-
damano ‘alla fiorentina’ e batteria a pietra focaia ‘alla micheletta’ non fir-
mata, con chiave del cane ad anello. La piastra presenta incisa una rosetta
ed altri ornati vegetali assai fini non del tutto conformi al repertorio bre-
sciano, mentre la contro piastra in ottone include volute fogliacee incise.
Nonostante l’assenza di firma per la canna e per la piastra l’arma pre-
senta le caratteristiche dimensionali e le forme degli archibugi toscani in
uso nella prima metà del Settecento, tra l’altro ben documentati da quelli
conservati presso Palazzo Rospigliosi. La calciatura è una variante della
tipologia alla ‘madrilena’.

Bibliografia:
Scheda OA 09/00188497

40
Armaiolo pistoiese
Archibugio convertito a percussione
XVIII secolo, metà (con modifiche del XIX secolo)
Acciaio, ferro, ottone e legno
Lunghezza cm 163,5; (canna) cm 126,5; (calibro) mm 19
Pistoia, Museo Diocesano

Canna in due ordini, tonda e faccettata, con mirino anteriore in ottone,


fascia fermacanna in ottone con decorazioni a giorno, bacchetta alloggia-
ta nel canale del fusto della cassa. Cassa in noce alla ‘madrilena’ ornata
con riporti in ottone a racemi messi a giorno, guardamano ‘alla fiorentina’
intagliato ma spezzato. Piastra a percussione già a pietra focaia e trasfor-
mata a luminello con incisioni e intagli tra cui mascheroni.
Iscrizioni sulla canna: giglio dorato; punzone a scudo, dorato, del mae-
stro di canne (consunto e illeggibile); marchio della città di Pistoia, con
il nome Pistoia sotto un pendente di ghirlanda. Sulla piastra, inciso: ‘S.
ZECCHINI’.
Sebbene non sia stato possibile decifrare il punzone sulla canna, si evi-
denzia che l’arma presenta, pur nella sua essenzialità decorativa, le carat-
teristiche dimensioni e forme degli archibugi prodotti nel territorio tosco-
emiliano nel corso del Settecento.

Bibliografia:
Scheda OA 09/00188492

41
Cristoforo Leoni (Pistoia, attivo fine XVII secolo – inizi XVIII)
Archibugio a pietra focaia
XVII secolo, fine
Acciaio, ferro, ottone e legno
Lunghezza cm 190; (canna) cm 152; (calibro) mm 19
Pistoia, Museo Diocesano

Canna in due ordini, tonda e faccettata, con bocca e mirino anteriore in


ottone, fascia fermacanna a traforo in ottone, cassa corta in legno di noce
calciata ‘alla francese’ con guardamano ‘alla fiorentina’ e bacchetta allog-
giata nel canale del fusto della cassa. Piastra a pietra focaia ‘micheletta alla
romana’ priva di decorazione e non firmata con chiave del cane ad anello.
Contropiastra liscia in ottone di antica sostituzione.
Iscrizioni sulla canna: ‘C.L.P.’ (Cristoforo Leoni, Pistoia) e il cosiddetto
‘marchio mediceo’ interpretabile come ‘M’ e ‘F.F.’ usato dal principe Fer-
dinando (1663-1713), figlio di Cosimo III. Sul calcio, incassato, in ottone,
il n. 4 che mostra come fosse parte di una prestigiosa raccolta di “gabinet-
to di caccia”, forse medicea.
L’archibugio è dotato di una cassa intagliata grossolanamente, e una pia-
stra di produzione corrente, priva di elementi di pregio artistico. La canna
mostra invece, oltre al punzone dell’armaiolo pistoiese Cristoforo Leoni
attivo per la prestigiosa casata fiorentina, l’interessante particolare del
marchio mediceo, presente su circa trenta canne note agli studi (si veda
il saggio di Mario Scalini per approfondimenti sul tema). Tra queste una
presenta anche il punzone di Carlo Leoni (cfr. Held 1976, p. 54).

Bibliografia:
Scheda OA 09/00188495

42
Giovanni Battista Jacuzzi (Pistoia, 1680-1750) – (canna)
e Marco Antonio Corsini – (batteria)
Archibugio convertito a percussione
XVIII secolo, inizi (con modifiche del XIX secolo)
Acciaio, ferro, ottone e legno
Lunghezza cm 163,5; (canna) cm 126; (calibro) mm 15
Pistoia, Museo Diocesano

Canna in due ordini, tonda e faccettata, con mirino anteriore in ottone,


fascia fermacanna a giorno in ottone e bacchetta alloggiata nel canale del
fusto della cassa. Cassa in legno di noce ‘alla madrilena’ ornata con for-
nimenti d’ottone messi a giorno a girali, guardamano alla fiorentina in
ottone intagliato e inciso. Piastra a percussione sostituita, con capocchia
della vite del cane decorata con una testina di profilo a rilievo.
Iscrizioni sulla canna: ‘G.B.I + P’ (Giovanni Battista Jacuzzi, Pistoia) e
traccia consunta del cosidetto ‘marchio mediceo’ interpretabile come ‘M’
e ‘F.F.’ usato dal principe Ferdinando (1663-1713), figlio di Cosimo III.
La canna è indubbiamente di riuso. Iscritto ‘Marco Antonio Corsini’ in-
ternamente alla cartella per esteso.
Si tratta di un’arma di buona qualità, con canna firmata da un maestro,
Giovanni Battista Jacuzzi, documentato con opere per armi di prestigio e
con l’interessante presenza del raro marchio mediceo (si veda su Jacuzzi
il saggio di Mario Scalini). Un’altra batteria firmata da Marco Antonio
Corsini come quella in questione si trova al Museo Stibbert di Firenze
(inv. 2950) (Støckel 1978-1982, ad nomen, lo da come attivo tra il 1770
e il 1792 a Massa presso Pistoia). Presso lo stesso museo è conservato
inoltre un archibugio che presenta forti affinità col nostro (Gaibi 1968,
figg. 502-503, n. 269).

Bibliografia:
Scheda OA 09/00188494

43
Giovanni Battista Jacuzzi (Pistoia, 1680-1750) – (canna)
e Domenico Corsini – (batteria)
Carabina a pietra focaia
XVIII secolo, seconda metà
Acciaio, ferro e legno
Lunghezza cm 138; (canna) cm 99; (calibro) mm 20
Pistoia, Museo Diocesano

Canna in due ordini, tonda e faccettata, con mirino anteriore, ormai priva
della fascia fermacanna e della bacchetta. Cassa in legno di noce ‘all’in-
glese’ priva di decorazioni tranne alcune volute modanate intagliate con
guardamano alla fiorentina e piastra a focile con cane a collo d’oca. For-
nimenti in acciaio, mazzo di fiori intagliato alla noce. Alla rastrematura
del calcio presso l’imboccatura della bacchetta inserto in corno (resto di
correggia con bottone in corno).
Iscrizioni sulla canna: ‘[…]ACUZZI PISTOIA’ per esteso. All’interno
della piastra, per esteso, ‘Domenico Corsini’.
Archibuso di buona fattura pur nell’estrema semplicità dell’insieme. Il
maestro di canne Jacuzzi è documentato con opere prestigiose ed operò
all’interno di una tradizione, quella pistoiese, nota per il costante ed alto
livello di qualità abbinata ad una grande produzione. Domenico Corsini,
fu certo membro della famiglia di armaioli attiva a Massa presso Pistoia
(vedi, per Marco Antonio Corsini, Støckel 1978-1982, ad nomen, attivo
tra il 1770 e il 1792 in quella località).

Bibliografia:
Scheda OA 09/00188496

44
Manifattura tedesca (?)
Fucile da fanteria (completo di baionetta)
XIX secolo, seconda metà
Acciaio, ferro e legno
Lunghezza (tot. con baionetta) cm 182; (tot.) cm 133; (canna) cm
95; (calibro) mm 14
Pistoia, Museo Diocesano

Canna in due ordini, tonda e faccettata, con bacchetta alloggiata nel ca-
nale del fusto della cassa. Cassa in legno di noce, priva di decorazioni e
provvista di asse in ferro per la cinghia. Guardamano e piastra a percus-
sione lisce. Il fucile è provvisto di baionetta.
Sulla canna i seguenti punzoni e le sigle: ‘K’; ‘M’; punzone coronato ma
illeggibile; ‘B. ROTTA[…]’ (?); ‘47.1’; ‘194’; altri marchi coperti dalla cas-
sa. Sulla piastra il numero 856.
Si tratta di un manufatto tipicamente militare, che documenta una tipolo-
gia abbastanza diffusa dei fucili da fanteria europei adottati nella seconda
metà dell’Ottocento. L’abrasione dei punzoni e delle sigle non consente
d’altronde di collocare l’arma in un ambito o in un periodo più definito.

Bibliografia:
Scheda OA 09/00188493

45
Manifattura tosco-emiliana
Pistola a pietra focaia
1746
Acciaio, legno, bronzo ed osso
Lunghezza cm 27; (canna) cm 15; (batteria) cm 9; (calibro) mm
120
Pistoia, Museo Civico, inv. 288

Canna in due ordini, ottagonale e tondo, separati da modanature, bac-


chetta in legno con battipalla in corno e cavastracci in acciaio. Cassa in
noce scolpito in modo molto semplice in corrispondenza degli incassi,
fornimenti in ottone con decorazioni floreali: guardiamacchia lungo, boc-
chino tornito, coccia con speroni e mascherone al colmo. Piastra alla fio-
rentina piatta con copriscodellino scorrevole e decorata a racemi e foglia-
mi su tutta la superficie. La capocchia della vite del cane presenta la tipica
decorazione costituita da un fiore ad otto petali. La molla della martellina
è a penna. All’interno della piastra la data ‘1746’ e la sigla in maiuscole
corsive ‘D.F.’. Sulla culatta della canna un punzone dorato di forma ret-
tangolare e coronato con la scritta ‘FANANO’ su tre righe. Fanano, sul
Panaro, presso Pavullo era sulla strada di comunicazione appenninica tra
il Ducato estense e il Granducato.
L’arma rappresenta un esemplare tipico della produzione pistoiese set-
tecentesca delle armi da fuoco. In particolare si notano i caratteri tipici,
soprattutto per quanto riguarda la piastra alla fiorentina piatta intagliata
ed incisa, dei manufatti prodotti dai noti armaioli Acquafresca, benché
questi siano caratterizzati da maggior finezza decorativa.
L’esemplare in esame può essere confrontato, stilisticamente, con una pi-
stola di collezione privata iscritta ‘ANGELO GRASSI’ – di cui quella
sembra essere l’unica opera giunta sino a noi firmata – e pubblicata da
Nolfo di Carpegna che indicava anche che un certo Francesco Grassi era
attivo a Foligno nel 1749 (di Carpegna 1979, p. 316, fig. 5,6).

46
Manifattura anghiarese (con canna pistoiese)
Pistola a pietra focaia
1821
Acciaio, ferro e legno
Lunghezza cm 24; (canna) cm 11,4
Pistoia, Museo Civico, inv. 593

Canna in due ordini, ottagonale e tondo, separati da una serie di anelli


di cui uno a perline, battipalla in ferro con cavastracci, la cassa in noce è
scolpita con motivi floreali, i fornimenti in acciaio scolpito, guardiamac-
chia lungo, con decorazioni floreali nei punti in cui termina, bocchino
pure terminante con motivi a fogliame e cannello tornito. Sulla calciatura
un medaglione figurato ovale, la coccia pressoché liscia presenta gli spe-
roni decorati a fogliame, bottone scalinato, chiuso al colmo da un meda-
glione con una testa umana di profilo. Piastra tonda e liscia, cane senza
rinforzi, con la cresta dentata a simulare una foglia, la capocchia della vite
del cane presenta una testa di profilo, lo scodellino tondo presenta una
semplice decorazione a perline nel punto di raccordo alla piastra ed una
decorazione a fogliami sulla parte che agisce sulla molla terminante a pen-
na, contropiastra in acciaio a fogliami. All’interno della piastra una data
‘1821’ ed una iscrizione interpretabile come ‘GUARDIANI’, sulla canna
un punzone dorato di forma pressoché rettangolare e sotto una corona la
scritta ‘PISTOIA’.
I Guardiani furono una delle famiglie anghiaresi, assieme ai Favilla, i
Cerboncelli, i Matassi, i Vallini, i Miccioni e i Vagnetti, più note nella
produzione di armi da fuoco tra il Sette e l’Ottocento quando Anghia-
ri rappresentò un importante centro manifatturiero per pistole e fucili a
pietra focaia.
L’esemplare in esame, di buona qualità, è secondo Mario Scalini da riferir-
si probabilmente a Domenico di Giuseppe Guardiani (1788 – post 1839).
Di questi e dei suoi familiari si sono conservati numerose pistole e batterie
firmate (Terenzi 1968).

47
Manifattura tosco-emiliana, Francesco Negroni (?)
Piastra alla fiorentina
XVIII secolo, seconda metà
Acciaio
Lunghezza cm 15,4
Pistoia, Museo Civico, inv. 716

Piastra con meccanismo alla fiorentina per archibuso con cartella tonda
riccamente intagliata a sfingi, una alla coda, due al centro. Cane rinforza-
to intagliato con una testa maschile e un ricciolo, sul ventre un profilo a
foglie e una testina a rinforzo; la capocchia della vite è a forma di testina
circondata da perline. La cresta è incisa a fogliami, la ganascia superiore,
baccellata, è tenuta da una vite a pera rovescia. Bacinetto e contro baci-
netto intagliati con mascheroni e vari ornati incisi. Martellina incisa ed
intagliata con corpo di sfinge, in aggetto, nella parte anteriore una testa
di cane, e testina alla capocchia del perno. Iscritto all’interno in corsivo:
“Brento”. La sola indicazione “Brento” è riscontrabile su alcune piastre
e pistole di collezioni pubbliche e private (Di Carpegna 1968, p. 117,
nota 4) e si riferisce al centro maggiore di produzione di armi da fuoco
sito nell’Appennino Tosco-Emiliano, una frazione dell’attuale comune di
Monzuno. La famiglia Negroni, fu una delle più importanti “dinastie” di
armaioli della zona di cui si hanno notizie sin dagli anni trenta-quaranta
del Settecento (Di Carpegna 1968, p. 115-118; N. Di Carpegna, in Arts,
Arms and armour 1979, p. 326). Una piastra quasi identica a quella in esa-
me è conservata al Museo Stibbert di Firenze ed è stata realizzata secon-
do Lionello Giorgio Boccia da Francesco Negroni di Brento intorno al
1730-1740 (Boccia 1975, p. 206, n. 724, tav. 564b, con bibliografia prec.).
Anche il pezzo in esame è stato ricondotto al medesimo armaiolo e datata
agli stessi anni da Mario Scalini sulla base di confronti con altre analoghe
(di Carpegna 1968, p. 117, nota 4). Una piastra di una pistola “a focile”
anch’essa analoga alla nostra, della romana collezione Odescalchi, risulta
firmata “Il Negroni” e datata 1767 (inv. n. 89; di Carpegna 1968, p. 115,
n. 28). La ripresa della decorazione di pia-
stre con sfingi e mascheroni di poco variate
da quella in esame avvenne almeno fino al
1795, data di quella per archibugio firmata
“Il Negroni in Casalecchio” oggi all’Arme-
ria Reale di Torino (Inv. 18678). Da queste
informazioni derivano evidenti problemi
di datazione per questi pezzi che furono
effettivamente realizzati in modo presso-
ché identico tra gli anni trenta - quaranta
del Settecento e la fine del secolo o messi
in opera in questo lungo periodo di tempo.

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casasiviero@regione.toscana.it