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LA MISTICA AL FEMMINILE

Dio: “Se io risplendo tu devi ardere, se sgorgo via tu devi essere inumidita, se
sospiri devi attrarre verso di te il mio cuore, se ti lamenti cercandomi, ti stringo
tra le mie braccia, però se mi ami allora diventiamo una cosa sola.” Anima:
“Signore attendo affamata e assetata, impaziente e bramosa, fino al beatissimo
istante in cui la tua bocca divina pronunzierà parole elette, che nessuno ha mai
udito, se non dalla sola anima, che si spoglia della terra e offre il suo orecchio
alla tua bocca”.
L’autrice è Hadewijch, è una mistica, faceva parte di una delle comunità di
beghine che proliferarono tra il XII e il XIV secolo estendendosi dalle Fiandre, al
nord della Francia, al Belgio ed alla Germania (mistica renano-fiamminga). Lei è
l’amore in presa diretta; amore assoluto, non teorizzato cioè calato dalla mente al
cuore vissuto nella sua sconcertante imprevedibilità e immediatezza, amore
violento, audace, insaziabile che la brucia nel midollo dell’anima. L’amore che
ha soggiogato Hadewijch è pazzia, è inferno, slancio e ardimento. Lei non chiede
la salvezza, chiede di essere quel che è nata ad essere cioè senza limiti, essere
pazzamente perduta nell’Amore che è Cristo cui darsi anima e corpo, da amare,
da adorare. Nessuno aveva mai parlato come lei di Dio-Amore e nessuno ne
parlerà così dopo di lei, non S. Paolo, non S. Agostino, con la stessa foga
appassionata, disperata, lacerata, con la stessa solennità sovrana, fulminea,
irridente. E’ inquieta e inquietante. Lei diceva “succede all’anima come alla luna
che, ricevendo tutta la sua luce dal sole, sparisce nel cielo quando questo si alza”.
L’esperienza mistica è un’esperienza della passione. Anche se si tratta di una
passione dell’anima, questa nondimeno ha i caratteri, gli affetti, i tormenti delle
passioni umane. Il rapimento viene quando vuole, dura il tempo che vuole e ha le
modalità più impensate. Poiché il fine di tutto è l’amore, la passione d’amore tra
uomo e donna può servire come modello analogico. La passione mistica,
penetrata completamente dal sapore strano e inebriante di Dio ha come fine,
come ogni amore, l’unione con l’oggetto amato. Così come il momento
dell’unione mistica sfugge alla temporalità, allo stesso modo il luogo dell’unione
è al di là del pensabile, nel centro più profondo dell’anima, diranno i mistici. Il
luogo dell’unione è la solitudine, dove gli amanti si ritrovano e nessun altro li
vede. La trasformazione dell’anima in Dio è inafferrabile, l’anima è divenuta Dio
per partecipazione di Dio e dei suoi attributi.
La mistica femminile in particolare si può tranquillamente chiamare anche la
teologia in lingua materna (Luisa Muraro) proprio perché, quando le donne
parlano di Dio lo fanno nella lingua materna, cioè la più elementare, la prima che
impariamo, la più immediata, diretta, semplice. E anche nello scrivere, quasi tutte
le mistiche scrissero nel loro dialetto, cioè nella lingua imparata dalla madre o
dalla nutrice. La lingua materna è l’amore, vicina al confine dove il bisogno di
mangiare passa in bisogno di comunicare, vicina alle soglie fra la parola e il
silenzio, essa soltanto riesce a tener testa all’impossibilità logica di parlare di un

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assente così assente com’ è un altro che non trova posto tra le cose dette o
dicibili, dando scacco alla dialettica e agli altri procedimenti propri della cultura
filosofica e filologica, parole non cercate nei libri o nelle dottrine ma presso di sé,
nel tesoro della lingua materna viva. Alla civiltà mercantile, la scrittrice mistica
sfugge. Ad esempio le beghine del XIII secolo si sono servite di questa teologia
in lingua materna e hanno stabilito una relazione con il divino in cui è ammesso
toccare ed essere toccati , mangiare ed essere mangiate, usare ed essere usate,
aggredire ed essere aggredite, senza confusione e senza separazione. Loro fanno
cominciare il tutto né dai filosofi antichi né dall’autorità religiosa ma dalla loro
esperienza con la gratuità rischiosa della libertà, senza prove e senza perché, forti
solo del loro grande amore amante, prendendosi una libertà con Dio che gli
uomini neppure si sognano, “una distanza superata in una forma diretta e senza
riserve quale solo ad una donna è possibile” dirà uno studioso di storia della
mistica Kurt Ruh.
La ragione ha delle vie certe dove camminare, l’amore respinge la ragione e
riesce ad avanzare di più e trova la sua beatitudine in ciò che Dio è; una beghina
ai magistri della Sorbona disse: “voi cercate, noi troviamo”.
Margherita Porete, beghina dichiarata eretica e arsa al rogo ma riconosciuta ora
come mistica scrive della relazione fra Ragione e Anima verso cui Anima si
trova in polemica costante e aspra fino a quando Ragione non ammette che la sua
legge ha un valore relativo ed è oltrepassata dall’intelligenza dell’amore.
Sono teologhe grazie all’intelligenza dell’amore, con l’amore senza mezzi e
senza nulla di mezzo, senza mediazioni, è la nudità dell’amore. Da dove viene
questa familiarità con il mistero più grande della dottrina cristiana? Forse da una
segreta rispondenza tra il linguaggio della dottrina trinitaria e l’esperienza che
una donna può fare a partire dal suo poter essere madre?
L’esperienza mistica esalta la femminilità al massimo grado proprio perché
l’atteggiamento di fronte a Dio come tutti i mistici sanno è passivo e recettivo e
quindi in questo senso femminile. A questo proposito Meister Eckhart, grande
mistico tedesco medievale ha affermato: “per diventare fecondo, bisogna che
l’uomo sia donna. Donna è la parola più nobile che si possa attribuire all’anima,
ed è più nobile di vergine in modo che Dio possa divenire fecondo nell’uomo”.
E’ l’anima-donna dell’uomo e della donna che si innamora e si unisce al suo
Amato divino.
Tra ciò che caratterizza la mistica femminile più di quella maschile sicuramente
rientrano le pratiche alimentari e i simboli legati al cibo.
Ovunque in Europa le donne servivano Cristo nutrendo il prossimo, donando ai
poveri quello stesso cibo che i loro mariti e padri con tanto orgoglio mettevano
da parte e consumavano. L’uomo fornisce gli alimenti alla famiglia e la donna gli
prepara il cibo. Il fatto che l’uomo mangi normalmente il cibo preparato dalla
donna stabilisce il più forte vincolo tra loro. (In virtù dell’allattamento la donna è
per eccellenza fornitrice e preparatrice di cibo).
Nel rinunciare al cibo quotidiano per rivolgere il proprio essere a quell’altro cibo
che è Cristo, le donne si accostavano a Dio non soltanto abbandonando la propria

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imperfetta corporeità, ma trasformando se stesse nell’umanità sofferente e
nutriente di quel corpo che fu crocifisso, di quel cibo posato sull’altare.
L’eucarestia e le devozioni ad essa collegate si collocano al centro stesso della
pietà femminile.
Le donne derivano i loro simboli principali da comuni esperienze biologiche e
sociali quali il parto, l’allattamento, la sofferenza, la preparazione e la
distribuzione del cibo in netto contrasto con i simboli maschili legati
all’inversione, alla rinuncia alla ricchezza e al potere.
Il cibo fu un elemento centrale, “O Dio, amarti è mangiarti” dirà la beghina
Hadewijch e infatti il cibo, al pari del corpo deve essere spezzato, macerato dai
denti prima di essere assimilato per potere sostenere la vita, esso rispecchia tanto
la sofferenza quanto la fecondità, e cioè sacrificio e servizio legati all’ambito
femminile. La donna è cibo perché il latte del seno è il primo nutrimento
dell’essere umano, il solo cibo veramente essenziale per la sopravvivenza.
La donna mistica allora si astiene dal cibo per alimentare gli altri con il proprio
corpo che diventava cibo sotto forma di latte e olio. Per esempio Cristina
l’Ammirabile fuggì nella solitudine del deserto, divenne affamata e pregò e Dio
ricolmò i suoi seni verginali di latte di cui si cibò, in un'altra occasione di nuovo i
suoi seni s’inturgidirono di olio che si dimostrò essere un balsamo curativo che
guariva piaghe e malanni. Geltrude van Oosten aveva i seni che si inturgidivano
di latte quando meditava sulla Natività. Lutgarda essudava olio dalle dita e
guariva con la saliva. E lo stesso Cristo apparve a Lukarda come un bellissimo
giovane che le soffiò nella bocca e lei si sentì come ubriaca e non potè mangiare
per 3 giorni. Il corpo di Coletta, come quello di tante altre mistiche, sia in vita sia
in morte esalò solo dolci profumi. Angela da Foligno bevve sangue al costato di
Cristo. Gli incontri con Dio di cui sono protagoniste le donne assumono assai
spesso la forma del cibarsi, del gustare, dell’assaporare: la bocca che respira,
bacia, sputa, deglutisce o succhia è insomma uno dei mezzi per unirsi a Dio e
servire il prossimo.
In erotica unione con il corpo adorabile di Gesù, esse sentivano la grazia interiore
come bevanda inebriante, Alice da Schaerbeke era ristorata dal liquido che
trasudava dai capezzoli di Cristo, inebriata dalla sua dolcezza, Ida di Lovanio e
Lutgarda ebbero vive esperienze di allattamento al seno di Cristo. Una volta
mentre Lutgarda stava in piedi dinnanzi al crocefisso vide Cristo con la ferita
tutta sanguinante così lei succhiò con la bocca tale dolcezza al seno di lui per
essere libera da ogni tribolazione; in un'altra occasione la figura sul crocefisso si
abbassò e la raccolse, tenendola al suo fianco per allattarla.
Nelle sue visioni Margery Kempe era così intensamente attratta dalla mascolinità
di Cristo che stava in estasi abbracciata a lui e gli baciava le dita dei piedi. La
stessa ebbe una visione in cui Cristo le disse: “figlia tu desideri ardentemente
vedermi perciò tu devi coraggiosamente prendermi come tuo marito, come il tuo
adorato sposo e anche come il tuo dolce figlio.
Molte donne del tardo medioevo ebbero visioni nelle quali facevano il bagno a
Gesù bambino e lo allattavano come Gertrude la Grande di Helfta e il piacere che

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ne derivava era così intenso che rifiutavano di restituire il bimbo alla madre
Maria. Il Cristo giovane e bellissimo che apparve a petto nudo a Margherita
d’Oingt era ad un tempo madre allattante e maschio amante e sensuale. Angela
da Foligno ardeva talmente che si spogliò dinnanzi al Cristo nudo sulla croce e a
lui si unì, nel sepolcro, lo baciò e lo abbracciò finchè egli passò dalla rigidità
della morte a ricambiare le carezze. Tutte immagini dirette, non mediate dalla
ragione.
Mangiare significa sia fondersi nell’unione erotica di bocca a bocca, sia
ingravidarsi avvertendo una crescita nel proprio ventre.
Le donne quindi digiunano, le donne cibano il prossimo, le donne mangiano, mai
però cibo comune.
E’ fuori dubbio che l’esperienza del dolore fu un aspetto preminente della
spiritualità delle donne, la centralità della malattia vuoi autoinflitta, vuoi inviata
da Dio; quelle donne che malate non erano desideravano sovente identificarsi con
Cristo nella solitudine e nella persecuzione con punizioni volontarie, nella
fusione con il corpo crocifisso di Cristo. E così Giovanna Maria di Maillè
s’infilzò la fronte con una spina in memoria della corona di spine di Cristo, Alda
da Siena indossava una corona di spine, Dorotea di Montau aveva conficcato un
chiodo di legno uguale a quello usato per la Croce.
Esempi tutti di ascetismo, un ascetismo estremo che caratterizza le donne, come
le immersioni nell’acqua gelata, le dimore in sepolcri accanto ai cadaveri, i
digiuni protratti per periodi sconfinati.
Nel misticismo femminile i fenomeni paramistici: trance, levitazioni, stigmate,
erano di gran lunga più frequenti che non negli uomini.
Più spesso la reputazione di santità delle donne si fondava sul soprannaturale,
sull’autorità carismatica, soprattutto su visioni e altri segni chiaramente mistici.
Inoltre certe enfasi devozionali, in particolare la devozione per l’umanità
sofferente di Cristo e per l’eucarestia furono caratteristiche delle pratiche
femminili e delle parole delle donne.
Le mistiche vivevano in una fitta trama di collegamenti, reti di relazioni spirituali
tra loro laddove i mistici di sesso maschile erano più isolati.
La figura della vergine appartata dal mondo in virtù dei suoi confini inviolati, le
sue carni risparmiate al tatto era l’immagine della sposa destinata ad una
consumazione più elevata, sfavillante di fertilità nel cui corpo si riversava
l’ispirazione dello Spirito.
Tra le forme di vita riservate alle donne, ve ne erano certe come la terziaria e la
beghina assai meno istituzionalizzate rispetto a quelle degli uomini, tanto che i
cronisti maschi si sentivano in dovere di narrare la biografia di ogni mistica
inserendola sempre in un ordine monastico, come a suggerire che il carattere
informale delle soluzioni adottate dalle donne per conferire significato religioso
alle proprie esperienze appariva alla sensibilità maschile estraneo e pericoloso.
Inoltre si è visto che le vocazioni alla santità si sviluppano spesso per le donne in
maniera progressiva nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza a differenza degli

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uomini dove crisi e mutamenti repentini con subitanee rinunce alla ricchezza,
potere e sessualità li caratterizzano.
A grandi linee la santità femminile è modello della sofferenza e della spiritualità
interiore, quella maschile è modello dell’azione.

Nelle tre mistiche che presenteremo di seguito risulterà evidente sia la profondità
e la bellezza della loro esperienza mistica interiore sia come questa forte spinta
spirituale abbia avuto un’efficacia diretta sulla loro vita e sul loro modo di agire,
frantumando quegli schemi che la loro cultura e il loro ambiente dava per ovvi ed
ineliminabili. Gli esempi sono di mistiche della tradizione cristiana perché,
essendo più vicine alla nostra cultura, possono essere più facilmente apprezzate.
CATERINA DA SIENA (1347-1380)
Il 4 ottobre 1970 Paolo VI dichiara “dottore della Chiesa” una donna che non
sapeva nè leggere nè scrivere chiamandola l’umile e sapiente vergine
domenicana, Caterina da Siena, quasi a riprova che non bisogna mai confondere
sapere e saggezza. Nel 1461 Pio II la proclamava santa e nel 1939, quando il
nostro paese stava per affrontare il calvario del secondo conflitto mondiale, Pio
XII elesse Caterina patrona d’Italia insieme con S. Francesco d’Assisi.
E Caterina è veramente una donna straordinaria e fuori dal comune.
Nasce in una famiglia di cui è la 24esima figlia (anche lei di parto gemellare e la
sorellina muore), suo padre è tintore, artigiano. A 6 anni ha la prima visione del
Maestro, a 7 anni capisce che per isolarsi dal mondo e dedicarsi interamente alla
preghiera non occorre rifugiarsi in una grotta ma è sufficiente costruire un luogo
segreto in se stessi dove nessuno potrà mai entrare, la propria cella interiore in
cui restare a contatto con il mondo spirituale, vivere con gli spiriti. Comunica,
ormai ragazza, la sua vocazione religiosa che non viene assolutamente accettata,
anzi viene osteggiata e lei si rade i capelli, si veste con lana ruvida, mangia solo
erba cruda e qualche frutto, passa la notte intera in preghiera e si toglie ogni
segno di bellezza a mostrare il suo disinteresse per il mondo. Le visioni mistiche
che si ripetono copiose e continue la ripagano di tutto.
Alla fine però ce la fa e riesce ad entrare tra le sorelle della penitenza, dette anche
mantellate per via del mantello nero che indossavano, cioè come terziaria
domenicana.
A 20 anni celebra le cosiddette “nozze mistiche” con Cristo che lei afferma
averle regalato un anello ornato con perle e brillanti invisibile a tutti tranne che a
lei e che lei porterà per tutta la vita.
Qualche anno più tardi riceverà anche le stimmate.
La sua vita è da considerarsi un’estasi continua. Nelle estasi Caterina perdeva
completamente il contatto con il mondo al punto che, una volta tornata in sé, non
si rendeva neppure conto di quanto le era accaduto come ad Avignone quando
una nobildonna le conficcò uno spillone nel piede per vedere se realmente era in
estasi e lei non avvertì nulla fino a quando non ritornò in sé e allora zoppicò per
due giorni oppure come quando cadde in estasi sulle braci del camino della

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cucina in casa dei suoi e tutti pensarono che bruciasse e invece Caterina non si
era fatta nulla, le braci non avevano neppure intaccato il suo grembiule.
A 24 anni sperimenta la “morte mistica”, quello straordinario avvenimento che i
testi biografici definiscono il “dono dei cuori”; e cioè durante un’estasi ci fu
proprio il dono del suo cuore a Gesù e la sopravvivenza per giorni senza cuore
fino a che, durante un’altra estasi, la giovane mantellata avrebbe ricevuto dallo
Sposo celeste, in cambio, il cuore dello stesso Gesù, che lui personalmente le
avrebbe messo nel petto, nel posto lasciato dal suo e in segno del miracolo rimase
in quel punto della carne una cicatrice, come asserirono le sue compagne che
poterono vederla.
Per 3 anni, e il numero 3 non è casuale, mantenne il silenzio, non parlò con
nessuno se non con il suo confessore stando così sempre a contatto con Dio nella
sua cella interiore come la tradizione della preghiera del cuore ci insegna; e cioè
3 anni per imparare a recitare la preghiera ininterrotta, quella legata al respiro.
Poi il Maestro le ordina di entrare nel mondo, basta reclusione e silenzio e così
nel 1374 a Siena scoppia la peste e Caterina è instancabile, inesauribile, correva
personalmente per la città di giorno e di notte, pronta ad ogni richiamo, presente
ovunque ci fosse sofferenza. Tutta l’Italia di allora era una sola contrada messa a
ferro e a fuoco da bande armate, da eserciti più o meno regolari. Tumulti,
contrasti, fatti di sangue erano all’ordine del giorno, le città si facevano guerra a
vicenda, guelfi (Papa) e ghibellini (imperatore) si fronteggiavano nella stessa
città. In quell’epoca si criticava che una semplice terziaria domenicana, cioè in
sostanza neppure una vera religiosa, facesse parlare di sé, stando spesso per
strada per le sue opere di carità, tutto questo in tempi in cui le donne rimanevano
in casa, occupate nei lavori domestici e soprattutto non erano solite parlare in
pubblico specie di argomenti quali la politica o la teologia. E lei invece,
certamente ispirata, sapeva parlare con foga ed eloquenza.
Ad un certo punto della sua vita, in estasi, le fu concesso il dono di saper leggere
e scrivere. Tra i suoi corrispondenti si trovano Papi, imperatori, maestri
universitari, principi della Chiesa e audaci condottieri e con tutti Caterina usa un
linguaggio forte, risoluto, maschile si direbbe. Le sue lettere ci dimostrano come
ella andasse incontro a quel mondo con una franchezza e con un coraggio che
nulla e nessuno risparmiavano e il suo giudizio sui vescovi e sul clero del suo
tempo è una durissima condanna.
Siamo nel c.d. periodo avignonese cioè quel periodo in cui 7 Papi hanno
governato la Chiesa per più di 70 anni, dal 1305 al 1376.
Il Papa ad Avignone era praticamente il cappellano della corte francese. Quasi
tutti i Papi di Avignone hanno progettato di ritornare a Roma ma soltanto nel
1357, Urbano V, monaco semplice ed integro, quinto Papa avignonese trovò la
forza e il coraggio di farlo a dispetto dei cardinali e del re di Francia. Ma
nonostante le grandi aspettative suscitate, 3 anni dopo tornava ad Avignone
perché probabilmente la guerra franco-inglese richiedeva la sua presenza in
Francia. Sarà Caterina a convincere il suo successore, Gregorio XI a lasciare

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Avignone per tornare a Roma e siamo nel 1376, cioè 2 anni prima del c.d. scisma
d’occidente.
Il Papa aveva lanciato un anatema contro Firenze per le sue ribellioni e così
nessuna funzione religiosa poteva essere celebrata con grave danno anche per i
commerci perché in tutta Europa da quel momento i fiorentini furono visti come
dei fuorilegge. La città allora, come estremo rimedio chiede l’intercessione di
Caterina come già era avvenuto per altre città quali Pisa, Siena e Lucca dove la
mantellata aveva riportato la pace; a lei che è analfabeta e non è neppure una
badessa ma anzi una terziaria cioè neppure una vera e propria religiosa.
Caterina parte per Avignone decisa a non ritornare finchè non solo Firenze ma
tutta la cristianità non riavrà il suo pontefice sulla legittima cattedra di Pietro.
Gregorio XI non aveva il carattere forte e risoluto che i tempi avrebbero
richiesto, intimorito dal mondo italiano, arrendevole verso la corte francese,
angosciato dalla difficoltà della sua missione. Caterina dovette spronare un non
eroe a diventarlo e ci riuscì. L’ultimo incoraggiamento Gregorio lo ebbe grazie ai
doni mistici di Caterina che gli ricordarono il voto che lo stesso pontefice fece in
conclave. Promise che se fosse divenuto Papa avrebbe stabilito il seggio
pontificio a Roma, ma poiché di quella promessa lui non fece parola mai con
nessuno, era evidente l’ispirazione divina di Caterina. Gregorio ebbe così la
certezza che Dio la illuminava e, con quella sicurezza e conforto, non ebbe più
dubbi sul viaggio verso l’Italia da intraprendersi a discapito della sua corte di
cardinali che erano completamente contrari alla cosa. Era il 1377 e Caterina
lasciò Avignone soltanto con il suo Papa alla volta di Roma.
Fondò anche un monastero femminile consacrato a Santa Maria degli Angeli.
Morto intanto Gregorio XI il conclave, a maggioranza francese si riunisce a
Roma ed elegge un Papa, Urbano VI, il cui modo duro e autoritario non piacerà
ai cardinali e i medesimi, quello stesso anno, eleggeranno un secondo Papa,
Clemente VI, creando così una confusione terribile nella vita della Chiesa: ci
sono 2 Papi apparentemente legittimamente eletti, una sorta di schizofrenia
ecclesiale e così la Chiesa si trova spaccata in due. Ci vorranno 71 anni di
divisione perché nel 1449 lo scisma abbia termine.
Caterina muore a Roma nel 1380 a 33 anni sostenendo e raccomandando a tutti la
fedeltà all’unico vero pontefice, quello romano, Urbano VI.
La teca con la testa è tuttora custodita a Siena, mentre il corpo di Caterina è sepolto
sotto l’altare maggiore della basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma, a pochi
passi dalla casa in cui cessò di vivere.
GIOVANNA D’ARCO (1412 – 1431)
Questa è la storia di una donna che ha vissuto un ruolo unico in quanto donna e
determinante nella storia e nella politica francese, svolgendo un compito
considerato improbabile per una ragazza, quasi impossibile e riuscendo in una
missione che nessun altro è stato in grado di compiere.
Giovanna è una donna che non arriva a 20 anni d’età, e che fin da giovanissima
venne circondata da una cerchia di aiutanti spirituali che la dovevano sostenere
nella delicatissima e misteriosa missione di liberare il regno di Francia dalla
dominazione inglese, permettendo al re francese di riprendere la sua autorità. La

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sua missione a quanto dichiarò lei stessa era: “cacciare gli inglesi, far incoronare
e consacrare il re a Reims, liberare il duca di Orleans dalle armi degli inglesi,
togliere l’assedio da Orleans”. Per questo, seguendo la voce, che disse di aver
udito per la prima volta a 13 anni e che la guidava costantemente, entrò
nell’esercito e con un vestito da uomo e il cavallo diviene un cavaliere.
Le voci la consigliavano sia sulla vita spirituale che sulla sua missione da
svolgere. Lei affermava di conoscere il linguaggio degli angeli e che era stato
l’arcangelo Michele ad averla inviata in soccorso del re affidandola alla guida di
S. Caterina d’Alessandria e S. Margherita d’Antiochia. Quando al processo le
chiederanno spiegazioni su queste voci, lei risponderà che la prima fu quella di S.
Michele “… lo vidi con i miei occhi. Non era solo ma accompagnato da angeli
del cielo… Li vedevo con i miei stessi occhi altrettanto bene come vedo voi ora.
E quando mi lasciavano io piangevo e avrei voluto che mi portassero via con loro
e dopo la loro dipartita baciavo la terra che avevano calpestato. Essi vengono
spesso tra i cristiani senza che nessuno li veda e io li ho visti molte volte in
mezzo a loro”.
Quindi Giovanna era un soldato e la sua autorità cominciò ad imporsi in modo
misterioso, e quei cavalieri che erano restii a mettersi agli ordini di una donna
non seppero far altro che obbedirle prontamente. Inoltre doveva necessariamente
vivere e anche dormire assieme ai compagni, i quali furono liberati da qualunque
desiderio verso di lei. Tutti i suoi compagni, sebbene Giovanna avesse una
femminilità assolutamente normale, hanno attestato una sorta di potere di castità
da parte di lei per cui essi appaiono intimiditi in quanto avvertono in lei una
purezza assoluta. Tutti cominciarono a capire fin da subito che si trattava di una
ragazza molto particolare.
A Giovanna venne presto riconosciuta la dignità di capitano e dovette
equipaggiarsi di tutto il necessario e per questo gli furono dati un intendente e
due paggi. Si fece fare uno stendardo, il cui sfondo era disseminato di gigli, in cui
era raffigurato il globo del mondo con due angeli ai lati ed era di colore bianco.
La spada che utilizzò in battaglia fu trovata in modo straordinario. Le voci che la
consigliavano le dissero di far scavare dietro l’altare di S. Caterina a Fierbois e
venne trovata una spada sulla cui lama c’erano 5 croci vermiglie. Allo stesso
modo, misteriosamente, scomparve.
Thibaud d’Armagnac, cavaliere, afferma: “al di fuori dei fatti di guerra essa era
semplice e ignorante. Ma nella conduzione e nella disposizione degli eserciti e
sui fatti di guerra, per spronare l’esercito in battaglia e radunare i soldati, essa si
comportava come se fosse stata la capitana più esperta del mondo, come se fosse
stata tutta la vita istruita sulla guerra”. Ed era una fanciulla che non aveva
neppure 20 anni. Nonostante la grande esperienza ed abilità, in battaglia portava
sempre lo stendardo in modo da non dover uccidere nessuno, come di fatto
avvenne.
Inoltre profetizzava spesso anche a riguardo di avvenimenti militari: sapeva in
anticipo che durante l’assedio d’Orleans, sarebbe stata ferita alla spalla (e venne
confortata da S. Caterina); e nel corso di una battaglia fece spostare quello che lei

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chiamava il suo “bel duca”, il duca d’Alencon cui era affezionatissima, perché
dove si trovava avrebbe rischiato la vita, ed infatti un istante dopo arrivò un
proiettile di artiglieria.
Quando avvenne l’incontro con il futuro re, a Chinon, Giovanna lo riconobbe
subito tra gli altri pur non avendolo mai visto e affermò che, anche a costo di
avere la testa mozza, non avrebbe mai svelato nulla di quanto riguardava le
rivelazioni relative al re perché aveva ricevuto ordine dalle sue visioni di non
rivelarle a nessuno.
Liberata Orleans dal punto di vista strategico la cosa più sensata era riconquistare
la Normandia per tentare di raggiungere Parigi. Anche in questa occasione
Giovanna seppe imporre la sua strategia: far consacrare il re perché questo gli
avrebbe dato l’autorità necessaria alla riconquista. La meta divenne allora Reims,
luogo in cui doveva essere incoronato il re e così avvenne. Finalmente il 17
luglio 1429 l’Arcivescovo di Reims, Regnault de Chartres, lo consacrò re, re
Carlo VII. Un fatto misterioso riguarda la corona che ancor prima della
consacrazione il re ricevette dalle mani di un angelo; prima di quella terrestre era
già avvenuta una consacrazione celeste. Successivamente le cose si misero in
modo tale che venne imprigionata e condannata al rogo; il re voleva raggiungere
Parigi, dove c’era il re inglese, in modo diplomatico, mentre Giovanna e i suoi
avrebbero voluto combattere ed in effetti alcuni scontri ci furono e in uno di essi
Giovanna fu fatta prigioniera. Passò da una prigione all’altra fino al processo e
alla condanna e il re Carlo che doveva a lei la sua incoronazione non fece niente
per impedirlo.
Così il 30 maggio 1431 fu condotta al rogo sulla piazza del Vieux Marchè di
Rouen. Avvolta dalle fiamme gridò più volte ad altissima voce il nome del
Maestro. Come tutta la sua vita anche la sua morte avvenne in un’atmosfera
particolare. Un soldato inglese mentre gettava una fascina sul rogo, nel farlo
rimase pietrificato e confessò in seguito di aver visto, mentre lei rendeva l’anima,
una colomba bianca innalzarsi dalle fiamme. Testimoni affermano che il cuore
non bruciò, malgrado la combustione del corpo, e venne fatto gettare nella Senna.
Si sa che uno dei segretari di Enrico VI disse: “Siamo tutti perduti, abbiamo
bruciato una santa”.
Molte cose cambiarono negli anni immediatamente successivi, cosicché Filippo e Carlo
firmarono un trattato ad Arras nel 1435, che permise al re di tornare pacificamente a
Parigi. A questo punto Carlo per togliere ogni dubbio alla sua incoronazione fece fare
un’accuratissima revisione del processo: Giovanna d’Arco fu completamente riabilitata
nel 1456, non solo ma Leone XIII la proclama venerabile nel 1894, beata nel 1909 da
Pio X e santa nel 1920 da Benedetto XV, Pio XII infine nel 1944 la proclama patrona di
Francia.
LUIGINA SINAPI
Una donna poco conosciuta ma che, all’ombra di quella che pareva essere una
vita normale, quasi banale, celava invece le orme di una grande mistica dei nostri
tempi è Luigina Sinapi, una piccola violetta nascosta, si dirà, ma molto
profumata. Tutte le volte che ci si avvicinava a lei sembrava che si interrompesse

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il suo colloquio con il cielo, vicino a lei il mondo invisibile si confondeva con il
mondo visibile.
I suoi interlocutori celesti erano Gesù, la Madonna, l’Angelo Custode, S.
Giuseppe, S. Teresina, S. Gemma Galgani e S. Francesco.
Luigina nacque ad Itri, in provincia di Latina, l’8 settembre 1916, da una famiglia
benestante, il padre ebanista e la madre ostetrica. Maggiore di 5 figli, venne alla
luce prematuramente con un parto gemellare. La sorellina morì subito. Fin dai
primi anni la vivacità e l’allegria che si sprigionavano da Luigina le accattivarono
la simpatia di tutti, compreso Gesù bambino che amava giocare con lei e questo
era una cosa per lei così naturale, sì da credere che ogni bambino giocasse
normalmente con il piccolo Gesù. All’età di circa 5 o 6 anni, durante la Santa
Messa, pronunciò dentro di sé il voto di castità. Accadevano fatti strani attorno a
Luigina e così si decise di condurla da Padre Pio a S. Giovanni Rotondo e da
allora e per tutta la vita Luigina sarà sempre unita spiritualmente con questa
grande anima di Dio. A 16 anni si ritrovò di colpo adulta con un grande dolore
perché santa Rita da Cascia le chiedeva la mamma per portarla in cielo. A 18
anni si ammalò e il referto del medico fu senza pietà: un tumore nella parte
terminale dell’intestino retto. Dopo che le fu somministrata l’Estrema Unzione
vide al fianco del letto Gesù sorridente e lei non gli risparmiò un rimprovero: “
non ti sei fatto vivo per 2 lunghi anni e ora che sto morendo vieni?” e Gesù
rispose: “Sonbo venuto per farti una proposta, tu però sei libera di scegliere: vuoi
morire e salire in Paradiso oppure offrirti vittima per la Chiesa e per i Sacerdoti?”
All’istante Gina accettò la seconda offerta e si offrì vittima. Gesù allora le ordinò
di non entrare in convento, ma di vivere come persona comune nascosta agli
occhi del mondo, le profetizzò che sarebbe stata poco compresa e che avrebbe
sofferto davvero molto. Dopo di chè Gina guarì improvvisamente e tutti
gridarono al miracolo.
Per seguire un filo cronologico, Luigina dal 1936 al 1940 fu impiegata all’istituto
di Statistica. Iniziata la Guerra lasciò Roma per fondare un’opera di carità dove
assistette bambini bisognosi e donne anziane, ma per mancanza di fondi dovette
abbandonare l’opera. Si impiegò poi presso un grande magazzino e vi rimase fino
alla denuncia di furto; chiarita dopo mesi questa amara storia, anche grazie
all’intervento di Padre Pio che aiutò a rintracciare i reali colpevoli con una lettera
al questore, trovò impiego alle Poste.
Come lei stessa aveva scelto soffrì molto per tutta la vita. I dolori erano fisici,
spirituali, morali. Luigina aveva compreso molto bene che la redenzione delle
anime avviene attraverso il sacrificio e la sofferenza e lei docilmente e
generosamente si è offerta a questa missione attirando su di sé amarezze e dolori
a beneficio delle anime. Dopo la morte prematura della mamma, ci fu la malattia
che la ridusse in fin di vita e da cui guarì miracolosamente, poi lo smembramento
della sua famiglia, le ristrettezze materiali, a volte senza mezzi visse
dell’ospitalità altrui che spesso viene fatta pesare come quando si trovò a dover
badare ad una casa dove un giorno però dovette andare in bilocazione in un paese
dell’est dove il Primate era stato imprigionato. Entrò nel palazzo vescovile, prese

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un documento segreto e lo depose in Vaticano, poi rientrò in se stessa e quando la
padrona tornò trovò che nulla era stato fatto però in breve tutto fu in ordine,
spolverato con l’acqua che bolliva in pentola. Che cosa era successo? Gina aveva
chiesto aiuto all’Angelo Custode, ma la padrona di casa si spaventò talmente
tanto che la mandò via. C’è un periodo che la vede “senza un luogo dove posare
il capo”, dormiva in stazione sopra una panca, alla mattina andava in Chiesa, alla
sera tornava a dormire. Criticata dagli stessi che andavano da lei a chiedere
consigli ma che si vedevano “letti dentro” da Luigina che aveva il dono di
leggere nei cuori e nelle menti, “nulla è più pesante che vedere e conoscere le
anime” dirà lei stessa, fu accusata ingiustamente di furto, soffriva continuamente
di malattie strane, le cure erano inefficaci, le stesse malattie che poi altrettanto
velocemente come erano venute, scomparivano. Soffriva la Passione,
specialmente il venerdì, subiva in special modo la flagellazione, l’incoronazione
di spine e il peso della croce sulla spalla. Soffrire e offrire era la sua massima,
offrire per le anime in genere, per i sacerdoti, per il Santo Padre e per la
conversione della Russia e ogni giorno in lei la sofferenza era sempre presente.
Dolore e sangue, diceva lei, ma sono tesori inestimabili, non si possono rifiutare
perché le anime aspettano e si pagano con il sangue, con l’annichilimento, ma
l’amore supera tutto.
Straordinario è il contatto con Padre Pio, due vittime offerte vibranti all’unisono.
Ad esempio durante gli anni della guerra, che furono particolarmente difficili per
lei, era ammalata, senza lavoro e non aveva di che sfamare e vestire i fratelli e la
sorella, durante tutto quel periodo ogni mattina appena sveglia trovava sul
comodino i soldi necessari per il fabbisogno della giornata; era il padre che
provvedeva, anche materialmente a farle pervenire il necessario. Gina aveva
anche il desiderio di vedere la ferita al costato del Padre e un giorno Padre Pio
andò da lei in bilocazione e disse: “sei curiosa e te lo devo concedere” e le
mostrò la ferita al costato. Gina ogni volta che scendeva al Gargano chiedeva a
Gesù di poter partecipare alle sofferenze del Padre e fu sempre esaudita anzi a
volte si scambiavano perfino le sofferenze. Ad esempio è documentato che il 24
aprile del 1965 Padre Pio stava molto male, un conoscente comune del Padre e di
Gina telefonò a Gina perché pregasse per il Padre. Il giorno seguente il Padre si
era ripreso e aveva celebrato Messa, Gina invece era a letto e non si poteva
muovere perché tutta sofferente; aveva chiesto su di lei le sofferenze del Padre
perché potesse scendere in chiesa a confessare. Lei si ammala, Padre Pio scende
a confessare.
Nel 1937 poi la Madonna affidò a Luigina il compito di riferire a quello che
allora era il cardinal Pacelli, il futuro Papa Pio XII, che lei, la Mamma, sarebbe
apparsa 10 anni dopo alle Tre Fontane ad un uomo con le sue tre figlie e che lo
stesso cardinale sarebbe divenuto Papa. Da allora Pio XII e Luigina ebbero
contatti frequenti a testimoniare come dietro ad ogni Papa sempre si nascondono
mistici che li sostengono con il dono di sé. E il Papa stesso venuto a conoscenza
di come il demonio ripetutamente malmenasse Gina le fece dono di una reliquia
della Santa Croce, affinché la portasse sempre su di sé per difendersi, anche se

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per 3 volte, negli anni successivi, per dimenticanza, Gina non portò la reliquia
con sé e allora Satana le si avventò contro vendicandosi con tutta la sua rabbia,
facendole fare anche un volo di una decina di metri. Come conseguenza Gina
ebbe dolori alla spalla che le durarono fino alla morte.
Un fatto che viene spesso riportato quando si parla di Luigina riguarda la sua
volontà, nell’anno giubilare, di visitare tutte e 4 le basiliche romane in compagnia
di Padre Pio. Si accorse così che durante le sue visite un cappuccino camminava
sempre avanti a lei, lo vedeva di schiena e mai in volto. Giunta a S. Pietro si
dirige verso gli appartamenti del Papa con cui aveva appuntamento ed ecco che il
cappuccino si volta e le dice “vai dal Papa e chiedi la benedizione anche per me”.
Era Padre Pio. Poi sparì. Gina raccontò il fatto al pontefice che la sgridò per non
averlo portato anche a lui e a nulla valsero le rimostranze di Gina che
sottolineava che il Padre era in bilocazione. Quando però pochi minuti dopo Pio
XII la benedisse entrambi videro che lì con loro c’era anche Padre Pio e il Papa a
quel punto sussurrò “io sono il Vicario di Cristo, ma Padre Pio lo vive Cristo”.
La sua causa presso la santa Sede per salire alla gloria degli altari è ormai iniziata
in quanto è stata dichiarata Serva del Signore, il primo gradino.
Il suo corpo ora è seppellito nel cimitero del Verano a Roma dal 1978, data della
sua morte ed è meta continua di pellegrinaggio per tutti coloro che continuano a
ricevere grazie e già la considerano santa.

L’uomo contemporaneo crede più all’esperienza che alla dottrina, più ai fatti che
non alle teorie ed ecco così che i mistici sono i canali per i quali un po’ della
conoscenza della realtà filtra entro il nostro universo umano d’ignoranza e
d’illusione. Le mistiche e i mistici sono personaggi che vanno contro
l’impossibile, con mezzi insufficienti riescono a fare delle cose incredibili e
straordinarie; sono fuori da qualunque schema, antropologico, sociale,
ecclesiastico e storico e al tempo stesso vi sono dentro. La loro forza non è né
fisica né intellettuale ma spirituale e per questo inesauribile ma soprattutto sono
persone che sanno amare e allora citerei una poesia d’amore di una mistica
musulmana del II secolo: Rabi’a. E’ la sua preghiera della notte: “O mio Signore,
le stelle brillano e gli occhi degli uomini sono chiusi, e i re hanno chiuso le loro
porte e ogni amante è con il suo amato, e io sono qui sola con Te”.

Mistico: da mystikòs-mystes= iniziato ai misteri, chi pratica la vita mistica e


l’unione con Dio.
Misticismo: atteggiamento spirituale caratterizzato dal sentimento di conoscere
Dio per intuizione e di entrare in comunicazione diretta con Lui attraverso la
contemplazione religiosa.
Santità: stato di chi, nella perfezione della vita religiosa, ha realizzato una
partecipazione con il mondo divino.
Santo: che ha assoluta purezza e perfezione.

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