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DONNA: MAESTRA D’AMORE

Educare all’amore è una delle cose più difficili ed è compito tipicamente femminile perché è
la mamma che insegna al bambino ad amare, a togliersi dai suoi egoismi, aprirsi ai fratellini,
a cedere. E’ compito femminile educare il marito ad amare, a togliersi dal suo egoismo, fa
parte del ruolo della maternità.

L’iter che affronteremo oggi partirà dal femminismo, da che cosa è avvenuto in questi ultimi
decenni, dalla posizione della donna attuale nella nostra società per poi passare a come ella è
ontologicamente, al di là del tempo.
Il femminismo che lottò per la riduzione della persona umana alle funzioni sociali che
bisogna conquistare per poter essere qualcuno nella dialettica “servo-padrone”, è riuscito a
danneggiare la donna non rendendo giustizia alla verità del suo essere. Il movimento
femminista deriva da un sano impulso femminile e il principio del movimento fu d’origine
spirituale determinato dall’angustia della vita piccolo borghese troppo rinchiusa, in cui non
veniva assolutamente valorizzata. Ella seppe trovare ciò di cui aveva bisogno la collettività
cioè trovò il concetto della corresponsabilità sociale (operare insieme ognuno secondo la
propria vocazione). I risultati però delusero speranze e aspettative.
Infatti l’essere dono della donna se non è visto nella prospettiva religiosa, viene trattato come
una massa di energia da sfruttare. L’emancipazione della donna talvolta è degenerata nella
mascolinizzazione della sua persona in cui, purtroppo, alcuni hanno voluto vedere la sua
promozione. Quando una donna cerca di difendersi dalla mascolinità materialistica dell’uomo
(maschilismo) in un modo mascolino, incarna un tipo di femminismo che la distrugge
completamente. Non si può combattere il maschilismo con un femminismo
“mascolinizzante”. Per maschilismo si intende qualcosa di più del dominio dell’uomo sulla
donna. Si indica la sottomissione dell’uomo, sia maschio che femmina, alla forza mascolina
del cogito cartesiano o se si vuole, della ratio. La donna intellettualizzata ad oltranza ad
imitazione dell’uomo e costruttrice del mondo finirà con il vedersi spogliata della propria
essenza perché la donna è chiamata ad introdurre nella cultura la femminilità come modo
d’essere e come modo di esistenza insostituibile. I cuori dell’uomo e della donna che
rivolgono attenzione alle congetture del cogito piuttosto che alla propria virilità o femminilità
divengono duri e questa è una malattia che si chiama sklerocardia, durezza dei cuori che è
caratterizzata dal sentimentalismo cinico e crudele che viene chiamato amore.
Una civiltà costruita senza la partecipazione della donna in quanto donna ci soffoca.
L’effeminazione della persona maschile, come reazione ed effetto della mascolinizzazione
della donna, completa la disfatta dell’uomo.
La libertà e l’uguaglianza fra donna e uomo viste come annullamento delle differenze nella
sfera dell’espletamento delle funzioni sociali non restano senza un influsso negativo sulle
strutture ontologiche dei loro esseri personali, strutture che fra loro sono differenti. La società
tecnologica non si preoccupa della differenza tra le persone, perché vive lontano dalla realtà.
Uguagliare l’uomo e la donna nelle funzioni finisce in una violenza compiuta ugualmente
sulla donna e sull’uomo. Fa violenza a una rosa colui che la tratta come se fosse un albero.
Ricordiamoci della dea Atena, che viene generata dalla testa di suo padre Zeus, senza alcuna
memoria di sua madre Metis, la dea pre-olimpica della saggezza.
Metis dopo essere stata convinta con l’inganno a rimpicciolirsi, viene divorata da Zeus e
Atena è spesso ritratta come una donna adulta che indossa l’armatura come una donna
cavaliere. E’ la divinità patrona degli eroi.
Oggigiorno le donne come Atena sono coloro che si trovano a proprio agio nel mondo degli
uomini, dove la loro intelligenza, la loro abilità nel mettere in atto strategie, la facilità con cui

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riescono a lavorare o a competere con uomini ambiziosi e brillanti le pongono sul sentiero del
successo in campo accademico, aziendale o professionale.
Indossano un’armatura intellettuale e puntano a essere produttive e inconsapevoli dei loro
sentimenti, debolezze e necessità fisiche o emotive.
Una donna Atena cercherà di guadagnarsi il riconoscimento maschile con il proprio successo,
fino a quando non ricorderà la madre che rappresenta il suo stesso istinto femminile. Con la
determinazione di un cavaliere della tavola rotonda alla ricerca del Graal, potrebbe partire
alla ricerca della madre che è in lei.
Scoprirà così che l’organo simbolico della donna è il ventre e il suo organo di conoscenza è il
cuore. Sia il cuore che il ventre sono recipienti attraverso i quali prende corpo la vita.
Entrambi sono calici destinati al sangue che si riempiono e si svuotano. Uno sostiene la vita,
l’altro dà alla luce una nuova vita. Poiché i misteri delle donne riguardano il corpo, ci sarà
sempre una differenza tra ciò che una donna potrebbe conoscere attraverso la mente, grazie
all’immaginazione o a ciò che le è stato raccontato e ciò che potrebbe intuire attraverso la sua
stessa esperienza fisica. Negli ultimi spasmi di un parto non vi è più né volontà né scelta,
subentra solo un totale abbandonarsi a ciò che sta accadendo. E’ così per tutte le fasi di
transizione della vita: una volta attraversato il passaggio niente più sarà lo stesso. Ciò che
nei riti maschili viene soltanto rappresentato, durante la gravidanza viene invece
letteralmente agito: le doglie sono una prova, esiste effettivamente il rischio di morire, la
donna subisce una vera trasformazione.
Come la Madre Terra ci sostiene e ci nutre e tutto ciò di cui abbiamo bisogno proviene dal
corpo e dall’atmosfera di Gaia così è letteralmente dal corpo e dal sangue della madre che il
latte viene prodotto. Noi mangiamo e beviamo di lei. Ma questo è solo l’inizio del suo nuovo
impegno perché affinché il bambino sopravviva e prosperi, la donna si assume la
responsabilità di questa nuova vita.
La donna deve educare i suoi figli, è responsabile della formazione del loro carattere. E con il
passare degli anni la madre non cesserà mai di occupare quel ruolo con il figlio.
La madre è la donna fuori dal tempo, perché è immutabile.
Il suo amore non si evolve, poiché esiste fin dalla prima ora (nell’immutabilità non si
conoscono gradi). L’amore della madre non può subire aumenti perché ciò presupporrebbe la
possibilità d’essere stato minore. Non vi sono evoluzioni che possano rappresentare i vari
periodi della vita materna e questa assomiglia ai cicli della natura. Primavera e autunno non
sono evoluzioni, ma parti di un ciclo infinito.
La donna nel suo stesso essere è legata ai ritmi della natura, proprio in virtù di questo dono
ogni donna è virtualmente madre, ha una saggezza innata che le è data dalla natura stessa che
è madre e maestra.
In India la donna è essenzialmente madre ed in quanto madre essa è un essere sacro,
espressione vivente della purezza e della tenerezza.
Il bimbo per nascere non squarcia solo il grembo della madre ma anche il suo cuore
dilatandolo e aprendolo verso tutto ciò che è debole e piccolo.
La madre è madre di tutti. Tutto il mondo, immenso figlio povero e bisognoso d’aiuto, sente
ovunque il bisogno d’aiuto, sente ovunque il bisogno della donna materna.
Alla madre che avvolge il neonato in fasce corrisponde la mano femminile che sorregge il
vecchio e assiste il moribondo e infatti la grande capacità d’amare della donna supera sempre
gli stretti argini della propria famiglia riversandosi sulla grande famiglia universale.
L’eroismo della madre è legato al silenzio della vita quotidiana.
L’uomo che lavora in campo spirituale può superare il mondo materiale, può adempiere il
suo compito solo in quanto la donna materna gli appaia lungo la via.
Appartiene di diritto alla donna materna l’importante funzione di saper aspettare e tacere, la
facoltà di passar sopra a un’ingiustizia o a una debolezza perdonandola o coprendola.

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Stiamo penetrando quindi in quelle regioni dove ogni giacimento minerario, anche il più
povero, merita di venir sfruttato, apprezzato. I piccoli e i deboli di questa terra esistono per
indirizzare gli uomini verso la misericordia divina, essi rappresentano l’insufficienza umana e
terrestre nella forma più mite e commovente.
Gandhi sostiene che la donna è l’incarnazione dell’Ahimsa che significa amore infinito, che a
sua volta significa infinita capacità di soffrire. Infatti chi se non lei mostra questa capacità
nella misura più grande? Che cosa può battere le sofferenze provocate dalle doglie del
travaglio? Ma lei le dimentica nella gioia della creazione.
E allora chi può esercitare un più efficace richiamo sul nostro cuore se non la donna?
La donna appare come l’atemporale ricchezza del vivo silenzio che accompagna e sorregge la
voce dell’uomo.
L’uomo significa il momento che si eterna, la donna il succedersi infinito delle generazioni,
l’uomo è la pietra su cui si fonda il tempo, la donna la corrente che lo trasporta. La pietra ha
una forma propria, la corrente non ne ha, è fluida.
Simbolo della femminilità è il velo e infatti tutte le forme della vita femminile mostrano la
donna adombrata dal velo: la sposa, la vedova, la monaca. Sempre e per questo motivo
s’adatta alla donna tutto ciò che non è apparente ossia tutto ciò che rientra nella cerchia
dell’amore, della bontà, della compassione, della cura, della protezione, in una parola tutto
ciò che veramente è nascosto e persino misconosciuto sulla terra.
Nella anonimicità dei grandi architetti dei maestosi duomi romanici, l’uomo segue le orme
della donna in quanto si presenta senza nome davanti all’Infinito. (Nel mistero stesso della
creazione, la stessa se da un lato manifesta l’atto creativo di Dio dall’altro lo cela; Dio è
invisibile, silenzioso, nascosto, per così dire anonimo della sua creazione).
Così lo svelarsi della donna significa la fine del suo “mysterium”. Non vi è dubbio che la
donna che si dedica al culto del proprio corpo rappresenta una forma di degenerazione che
non ha più nessun rapporto con la sua missione metafisica.
Gandhi infatti sollecita le donne così: “Rifiutatevi di farvi schiave dei vostri capricci e
fantasie e schiave degli uomini, rifiutatevi di agghindarvi, non andate in cerca di profumi, se
voi donne volete emanare il giusto profumo, questo profumo dovrà provenire dal vostro
cuore e allora conquisterete non l’uomo, ma l’umanità”.
(E’ proprio della donna anche il momento del rispetto e della venerazione mentre la civiltà
tecnica non ha veli e in luogo della venerazione subentra in essa la volontà di dominio.)
Quando la donna interviene nel mondo e nella storia la sua attività non è in sé attività come la
intendiamo noi solitamente, ma dedizione. E’ quindi evidente che l’attività della donna cessi
quando non si dimostra più necessaria. E’ ancora sempre il motivo del velo che spiega come
l’opera femminile non possa pretendere di primeggiare. Il fatto che la donna intervenga nella
storia corrisponde al fatto di grado superiore che la donna viene chiamata. Ciò accade infatti
solo in casi straordinari, disperati perché la suprema vocazione della donna è sempre un
estremo mezzo di salvezza; si può comprendere l’immensa importanza di Santa Caterina o di
Giovanna D’Arco solo quando si pensi a tutti coloro che non avevano saputo assolvere i
medesimi grandi compiti.
La professione del medico, dell’assistente sociale, dell’insegnante, dell’infermiera non sono
per la donna professioni ma forme di maternità spirituale. E allora si capisce come una buona
regina non è un buon re: lei è soprattutto una buona madre del suo popolo come Maria Teresa
d’Austria ad esempio che non condusse nessuna guerra di conquista ma non esitò a difendere
il suo popolo come una leonessa i suoi piccoli.
La donna fu deleteria nella vita politica solo quando rinnegò la sua missione materna, come
fece ad esempio Madame Pompadour.
La donna scorge la verità meglio dell’uomo poiché ella la accoglie meglio e si trova più
vicina all’essere. Essendo più vicina alla natura dell’essere, ella vede meglio ciò che è; la

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donna conosce la realtà meglio dell’uomo. Per questo motivo ella dimora più vicino alla
verità, alla verità dell’essere. Ella entra nell’uomo, perché lo ama, lo legge dal di dentro, lo
intuitur. In questo senso la donna è più intellettuale dell’uomo, sa inter-legere. L’uomo
invece sa meglio di lei calcolare, vale a dire è più di lei homo faber.
La donna comprende la Parola serbandola nel suo cuore, l’uomo la può capire solo
servendola, cioè facendo qualcosa per coloro che la custodiscono. Questo è un punto
fondamentale.
Ricordiamoci del libro della Genesi che parla del canto di Adamo. Quando egli vide Eva,
cioè quando la vide nel suo essere dono donatogli da Dio si destò dal sonno profondo e
esclama: “Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa”.
La donna è stata donata all’uomo quindi è l’immagine del dono, per questo è dono e guida
l’uomo a farsi dono. Nell’esperienza del risveglio dell’uomo, la donna si manifesta all’uomo
come colei che lo ridesta; ella lo porta in alto. Questo significa che la donna è più religiosa e
la sua religiosità si esprime nel fatto di essere più dell’uomo qualcuno che accoglie perciò
ella si dà anche di più. Questo però comporta anche il rischio che la donna possa essere
ingannata più facilmente dell’uomo. Basta solo simulare con astuzia un dono, il proprio
essere dono, cioè la propria presenza in ciò che le si dà perché ella si dia. E’ così facile
ingannare la donna con l’aiuto di un’imitazione del dono!
Dare e ricevere il dono significa amare e conoscersi reciprocamente, cioè agere, ovvero
significa generare l’uno l’altro. Il dono che non nasce dall’agere dell’uomo è un prodotto del
suo facere. Ma colui che solo facit né accoglie né fa un dono; egli vende e acquista prodotti e
perciò non fa mai nascere la persona dell’altro uomo. Un commercio di questo genere
raggiunge il punto culminante negli atti sessuali in cui le persone, in quanto tali, se solo
acquistano e vendono, non sono presenti. In tali atti, che rappresentano la più bella, profonda
e intima immagine dell’amore, della tenerezza, del rispetto e della conoscenza, l’uomo e la
donna, se solo considerano il culto del loro corpo, solamente prendono nelle loro mani
possessive il corpo dell’altro per farne qualcosa, non per amare e conoscersi.
SONJA
Un esempio di donna che cade correndo in soccorso all’uomo è Sonja in “Delitto e castigo”
di Dostoevskij.
La caduta di Sonja è la tragedia del dono.
La figlia dell’ubriacone Marmeladov fa la prostituta per guadagnare l’indispensabile al
mantenimento di suo padre, della sua seconda moglie e dei loro figli. Quindi lo fa cercando di
aiutare gli altri; perciò perfino nel fondo dell’abiezione rimane dono. Ella prega e aderisce a
Dio fino a tal punto che non si difende e dona.
Raskolnikov, mosso, ma non commosso, dall’ingiustizia sofferta da Sonja nonché da sua
sorella, Dunja, che ugualmente si sacrifica per mantenere la propria famiglia sposando un
uomo non amato, decide di pulire il mondo. Chiuso, però, nella ragione pura che calcola
anche gli atti morali, calcola la giustizia da rendere alla società e commette l’omicidio.
Uccide una ripugnante usuraia
La ragione pura divora la coscienza morale. La coscienza morale si spegne fuori dalla
comunione con il femminile e sparirebbe se il femminile non fosse fedele per l’eternità.
Raskolnikov ritiene di poter cambiare il mondo senza cambiare prima se stesso. Ne risulta un
disastro per tutti e due. Sbaglia quindi pericolosamente chi tratta la giustizia come se essa
fosse un problema da risolvere con la ragione pura che calcola e riduce tutto al finito; nel
finito il convertirsi diventa un fare assurdo.
Essere libero significa donarsi e il dono chiama l’altro uomo a essere lui pure un dono. Tra le
persone non c’è altra giustizia tranne quella la cui essenza è proprio l’amore, anzi, la
misericordia. Allora non possiamo fare la giustizia, possiamo invece agire giustamente, cioè

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conoscere ed amare l’essere dono della persona. Se fosse diversamente, Raskolnikov avrebbe
ragione.
Sonja non cessa mai di rispondere alla propria coscienza. E’ responsabile perfino nel fondo
dell’umiliazione del suo essere dono caduto. Cosciente della sua debolezza, ella prega.
Quando Raskolnikov le confessa il delitto da lui commesso, l’essere di Sonja trasale tutto e
dice: “non c’è ora in tutto il mondo un essere più infelice di te”. Il male commesso da
Raskolnikov non la spaventa, la ferisce solo la mancanza dell’amore in lui. Davanti alla
miseria dell’omicida ella dimentica la propria tragedia e sofferenza.
Sonja guarda Raskolnikov in un modo diverso da quello in cui egli stesso si sta guardando.
Ella lo vede, mentre egli non vede se stesso; chi non è tonos degli altri non lo è neanche di se
stesso. L’amore di Sonja ridesta in Raskolnikov la coscienza del proprio essere e l’essere di
Raskolnikov si sveglia. Egli esce dal sonno della sua ragione pura che sognava di poter
riparare il mondo con gli stessi metodi con i quali viene guastato.
Sonja, che sa che cosa è la misericordia sa anche parlare del peccato a Raskolnikov.
Parlandone, crea in lui lo spazio proprio per la misericordia; lo crea svegliando in lui la
speranza. Raskolnikov, scoprendo di essere amato da lei, comincia ad intravedere il suo
peccato con gli occhi di Sonja.
Sonja, sapendo soffrire a causa dello stato del proprio essere, sa soffrire anche a causa di
quello degli altri. Non marcisce nei dolori che la affliggono e non permette che nemmeno
Raskolnikov vi marcisca. Sonja lo guida insegnandogli a soffrire, a camminare cioè verso
Dio. Sonja vince la ragione pura. Abbracciato dal sacrificio di Sonja, Raskolnikov piano
piano cessa di calcolare e comincia ad ascoltare le “campane” che lo chiamano dal di dentro
del suo essere alla risurrezione. S’inchina davanti a lei e bacia i piedi di quell’essere
sofferente e orante. Il delitto commesso da lui lo confessa a Sonja e solo dopo alle autorità
civili. E’ attraverso di lei, e non attraverso di esse, che il perdono lo raggiunge.
Sonja guida non solo Raskolnikov ma anche suo padre, l’ubriacone e la moglie di lui. La
presenza di Sonja umiliata da loro costituisce un luogo di purificazione in cui essi si
preparano a chiedere e a ricevere il perdono.
Condannato, Raskolnikov va in Siberia. Sonja lo accompagna. Insieme entrano nella vita
nuova. La loro unione si compì “d’improvviso”, “non lo seppe nemmeno lui, ma di colpo lo
afferrò qualcosa e lo spinse d’improvviso a gettarsi ai piedi di Sonja. Piangeva e le
abbracciava i ginocchi”.
Da quel momento Raskolnikov vide, pensò e visse in un altro modo. I suoi pensieri e le sue
convinzioni diventarono indistinguibili da quelli di Sonja. Nonostante vivessero nella
prigione, questa unione diede inizio al loro paradiso terrestre.
Quindi abbiamo detto è la donna che sa afferrare il dono delle fondamentali verità della vita,
ma è l’uomo che fornisce l’energia necessaria alla propagazione delle verità, una volta che ha
percepito attraverso la donna l’inaccessibile, l’imperscrutabile destino della vita umana.
Lo sguardo della donna cogliendo l’essere, gli dà sicurezza, lo rende Tutum, sicuro. La donna
custodisce quello che nasce e che deve ancora nascere (la condizione di chi viene adottato e
non sa da dove viene; ci si sente sicuri solo se si sa di essere generati dall’amore). Ella si
offre all’essere in quanto è naturus, nascituro e quindi l’eterno mascolino separato dall’eterno
femminino, non avendo a chi servire, non giunge alla nascita e non maturando precipita dalla
realtà pensata da Dio, nell’abisso del caos.
La donna chinando il suo essere e il suo agire verso ciò che è, si contrappone a tutto quanto
minaccia l’uomo e il mondo. La donna, essendo l’immagine dell’essere, è l’antitesi del male
che lo nega e perciò è nella donna che si svolge la lotta principale per l’uomo.
La donna è per natura conservatrice ossia incapace di distruggere e abbandonare ciò che le
sembra minacciato e questo in tempi di rivolgimenti spirituali può assurgere ad immensa
importanza.

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Le rivoluzioni spirituali corrono il pericolo di travolgere non solo valori ormai sorpassati, ma
anche gli universali.
La donna è appunto chiamata, in virtù della sua maternità spirituale a ristabilire l’equilibrio.
Ella, donna fuori dal tempo, è la custode dei valori universali e dei beni del suo popolo posti
fuori dal tempo. D’altro lato nulla contribuisce così largamente alla decadenza della cultura
quanto la degenerazione della maternità spirituale.
Le famiglie, le nazioni, le società sempre trovano nella donna, nella sua Kenosis cioè nel suo
piegarsi per accogliere il loro ultimo baluardo di difesa. Guardiamo i paesi in cui la fede era
perseguitata, là sono le donne ad aver custodito la fede, la speranza e l’amore per le future
generazioni. E toccherà sempre a lei insegnare l’arte della pace al mondo bellicoso, dovrà
diventare lei la guida dell’uomo che non richiede l’istruzione data dai libri ma la saldezza di
cuore che nasce dalla sofferenza e dalla fede.
La cura materna della donna che avvolge l’uomo diventa una cura educativa. L’uomo di
solito insegna come si deve fare questo o quello , mentre la donna insegna semplicemente
come essere, cioè ad amare e conoscere. Lei è più concreta di lui perché “con-cresce” con
l’essere, mentre egli trascinato dalla logica dei calcoli, è più astratto. Perciò davanti a lei si
aprono più grandi possibilità di rendere giustizia alla realtà o di commettere le più devastanti
ingiustizie. La donna ama quando ama e odia quando odia, l’uomo invece, con la sua ratio
calcolante è più capace di smorzare sia il suo odio sia il suo amore.
La donna sapendo ricevere di più la verità, cambia più se stessa, mentre l’uomo, ricevendola
di meno, cerca di cambiare più il mondo.
La donna è più ek-statica e meno politica cioè statista.
(La donna è più libera, non ha tanto bisogno di fare troppe cose. Per questo ella più
dell’uomo rispetta la libertà degli altri.)
(La donna si prende cura guardando in silenzio, magari tra le lacrime, alla totalità dell’essere;
la donna la intuisce.)
La donna quindi accoglie e accogliere significa sorridere, comunicare all’altro che non è solo
e questa è la prima cosa. Poi accetta perché accogliere non basta, accetta ciò che le viene
affidato senza pretendere cambiamenti, incoraggia dandogli tutti gli aiuti che può, perdona
gli sbagli che sono inevitabili quando si è su una strada di crescita, valorizza le doti che
emergono.
Grazie a questo, rimproverando ella non umilia e non distrugge ma attende e attendendo
trascina verso l’alto.
Se la donna, come l’uomo è stata creata ad immagine del divino, è specialmente per
assomigliargli nell’ordine della fecondità.
Quanta positività ci sarebbe se la fertilità della terra e quella delle donne fossero celebrate
come espressione di ricchezza per il mondo e allo stesso modo le donne anziane venissero
riconosciute come sagge! Nella pubertà, quando una giovane compie la transizione fisica
diventando donna, sa che sta per assomigliare alla Madre. Allo stesso modo la menopausa
potrebbe essere considerata una fase anche più portentosa, poiché allora si potrebbe pensare
che il corpo ritenga il sangue al fine di generare saggezza. Ogni donna sarebbe così celebrata
nei suoi tre aspetti di Vergine, Madre e Saggia. Ed è in questa fertilità che la donna incarna la
Grande Madre e manifesta la sua sacralità come Morgana che accoglie il corpo morente di
Artù e in quei momenti non era più per lui né la sorella , né l’amante, né la nemica ma
soltanto la donna saggia, la sacerdotessa. Morgana assiste Artù nel passaggio dalla vita alla
morte. Mentre lui sta morendo, lei è la consolatrice, è lì per sostenerlo. Il momento è sacro.
Qui Morgana ha il ruolo di una levatrice, aiuta l’anima a superare la soglia della morte.
La maternità della donna non conosce la morte, essa conosce solo la vita.
E infatti educare alla vita vuol dire educare anche alla morte, cioè alla fine della vita. Solo
l’infinito è la promessa di felicità. La donna è là, dove la vita comincia, dove la vita si spegne

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(nella totalità oblativa dell’amore, con la forza che sa resistere ai più grandi dolori, con la sua
fedeltà illimitata e la capacità di coniugare l’intuizione penetrante con la parola di sostegno e
di incoraggiamento).
Esperienze di questo tipo possono essere simboleggiate dal labirinto posto vicino all’accesso
delle caverne rituali e sui pavimenti delle cattedrali, spazi simili all’utero femminile; la donna
ne è la chiave d’accesso.
Tutto ciò vuol dire che essere guardato dalla donna significa essere custodito e allo
stesso tempo essere chiamato a cambiare se stesso. La presenza della donna che ama
costituisce una sfida per l’uomo: “costringe chi la contempla a rinnovarsi tutto” (Rainer
Maria Rilke nell’Arcaico torso di Apollo). Ella guida. L’uomo invece vuole guidare ma
imponendo agli altri le sue idee e i prodotti del suo fare. Nella civiltà fatta da lui, civiltà in
cui la donna non è presente come donna, manca la relazione con l’essere. Manca allora la
generosità.
Le civiltà prometeiche maschili sprigionano un’enorme potenza di distruzione imperialista, si
abbeverano alla fonte della morte, nascono e si sviluppano come delle meteore, ma si
esauriscono rapidamente, si distruggono dall’interno e si estinguono. E’ la sorte dell’impero
romano.
Invece le grandi civiltà orientali hanno sempre avuto una stima profonda per il valore
femminile ed hanno un’esistenza storica di lunga durata, esse si abbeverano alla fonte della
vita, proteggono meglio il sacro e i misteri della vita. Molto sintomatico è l’esempio del
Giappone e della Cina.
Qui la donna non aveva alcuna possibilità di accesso alle funzioni statali, ma l’uomo non
prendeva nessuna decisione, sia personale sia nazionale, senza tenere in considerazione il
parere della madre.
Talvolta l’homo faber manifesta nel suo fare l’irresponsabilità prometeica. Rifiutando ciò che
il femminile offre, il Prometeo di oggi cerca di fare tutto da solo, senza badare al divino.
Ribellandosi contro di Lui, si immerge nell’andirivieni politico ed economico nel cui fondo si
imbatte nel nulla.
La donna sfida l’uomo. Gli mostra con il proprio essere chi egli sia e chi egli dovrebbe
essere. Allo stesso tempo gli mostra la strada affidandosi a lui e chiamandolo a servire
l’essere di cui ella è immagine. Lo chiama quindi al lavoro “ponti-ficale”, vale a dire a
costruire il ponte verso il futuro che è la verità e il bene. In tal senso ella è di aiuto all’uomo:
lo aiuta a trasfigurare il fare, che gli è proprio, nel servire l’essere.
L’uomo guida la donna per le strade del mondo.
La donna guida l’uomo per i sentieri del cielo.
Il dono sempre indica la strada. La donna, sapendo ricevere e donare più dell’uomo, gli
mostra la strada adeguata alla persona umana che è amore. Ella lo conduce fuori dalla miseria
che consiste nel non sapere dove andare. Il fare dell’uomo che non è più trattenuto diventa
una poesia, nella quale egli esprime la verità e il bene dell’essere e della donna che ne è
l’immagine. Il fare poetico, pieno della presenza del femminile, mira al di là della morte
dell’essere, esso è veramente pontificale.
Il femminile assomiglia all’aggrapparsi di Teseo al filo di Arianna, che gli permette di uscire
dal labirinto oscuro e infatti la donna paziente attende che Teseo torni dal labirinto seguendo
il filo d’amore dipanato sulla strada per il ritorno. (La donna paziente attende la nuova vita
che cresce spavalda e fiduciosa dentro e fuori di lei.)
La donna aiuta l’uomo a raggiungere la maturità di sé, lo attrae più in alto, alle “grandi cose”
dell’infinito. Le “grandi cose” ci mandano in estasi. Da qui l’ispirazione dei mistici e dei
poeti che cantano la donna. Chiamati da queste cose, essi cantano i beni e i valori che il
mondo non conosce. Colui che sa ascoltare il poetico canto dei mistici coglie il senso della
vita e del lavoro.

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Il femminile e la poesia che lo canta aprono l’uomo alla salvezza.
MARGHERITA del Faust di Goethe.
La mattina della domenica di Pasqua comincia il dramma di Faust nel racconto di Goethe.
Faust ode le campane della Resurrezione, ma gli manca la fede per poter tendere verso le
sfere donde discende la buona novella.
Per Faust è tempo ormai di dimostrare coi fatti che la dignità umana non è inferiore alla
grandezza divina.
Le parole del Vangelo “in principio era il Verbo”, egli traduce “in principio era l’Azione”.
Lontano dal femminile, e chiuso nel fare maschile, Faust non dimora poeticamente su questa
terra. La sua ragione non rende giustizia al “tonos” che è l’uomo, ma si sottomette “allo
spirito che sempre nega”. Per la ragione pura questa sottomissione si chiama “libertà”. Faust
si sottomette al nemico del femminile cioè si sottomette al nemico del “fiat mihi”. Guidato da
Mephistopheles, abusa dell’essere dono di Margherita e la mette in un pericolo mortale.
Come le campane della domenica della Resurrezione, l’amore di Margherita chiamava Faust
a una vita nuova. Ma egli, privo della fede anche nell’essere umano, conseguenza della
mancanza della fede in Dio, non riuscì a rispondere con magnanimità e con lungimiranza.
Alla cultura sostituisce la civiltà tecnica, nella quale sono per lui solo strumenti e fonte di
energia al servizio dei suoi miti.
Nel mondo dove la donna non è servita ma usata, ogni essere in quanto femminile viene
sedotto dal fare della pura ragione e distrutto dallo spirito che “sempre nega” e al quale essa
si sottomette.
Proprio in quanto prometeico, Faust non si unisce a Margherita, ma soltanto ne fa qualcosa e
poi la abbandona insieme con il “prodotto” del proprio “fare l’amore”, cioè il loro bambino
che ella, turbata nel suo essere femminile, uccide.
Faust non è accompagnato da nessun poeta: il patto stipulato da lui con la forza che sempre
nega, ha sbarrato il passo alla poesia. Le donne, o piuttosto le visioni di esse, lo avvolgono
come una nebbia che aumenta il suo smarrimento nella “selva oscura”.
Deluso, eppure sempre lotta e anela. Alla fine Faust cerca la salvezza nel fare orizzontale e
sbaglia ancora, per l’ultima volta. Costruisce, allora, le dighe perché il popolo, aumentando la
produzione del grano, possa sfamarsi.
Ma la salvezza dell’uomo non ha il carattere orizzontale. Ma Faust non lo sa. Se ne rende
conto soltanto Mephistopheles e i suoi assistenti che ghignano di Faust: essi sanno che le
dighe sono la sua tomba. Mephistopheles si accinge a portarlo via. Sarebbe la sua vittoria
sull’essere umano.
Sarebbe… se Margherita avesse cessato di essere dono. Ella, però, sedotta, sfruttata, turbata,
fisicamente e psicologicamente distrutta, permane nella preghiera. Non essendo “semplice
operaio”, non abbandona Faust neanche dopo la morte, alla quale è stata condannata. (Fin
quando spera lo spirito non è mai abbattuto).
Mentre Faust si smarrisce nelle conseguenze del suo prometeismo orizzontale, Margherita
prega per lui in cielo, nel coro delle donne peccatrici.
Il suo essere è ferito eppure continua ad essere orante e così Margherita continua ad essere la
via per Faust.
Il raggio del volto divino che si riflette su di lei fa si che Margherita elevi Faust quanto basti
per potergli offrire la possibilità di essere salvato.
Il femminile schiaccia la forza “che sempre nega”.
Mephistopheles, che se ne rende conto, cercò di distogliere Faust da Margherita ancor prima
che questi l’avesse conosciuta.
La forza che nega ha paura della forza che sa ricevere e donare.
La forza che sa ricevere e donare è più forte ontologicamente di quella che si basa sulla pura
negazione. Perciò nessuna negazione è in grado di sconfiggere il femminile “fiat mihi”.

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Mephistopheles odia Margherita perché dal principio si sente sconfitto dal suo essere amore.
Nell’odio si esprime il complesso d’inferiorità di chi odia di fronte a chi è odiato.
In Margherita, che non abbandona Faust, non c’è nulla di sentimentale: ella crede nell’essere
e non nella ragione pura. Invece è piuttosto dalla ragione pura da cui è dominato Faust che
cade nel sentimentalismo in una sovrabbondanza di falsi amori e false conoscenze
commovendosi per i propri pensieri e imitando il bene e la verità.
Come nella Divina Commedia, anche nel Faust entriamo nel Paradiso. Ma c’è una grande
differenza perché nel Faust non arriviamo al mistero di Dio ma raggiungiamo invece il
femminile fedele nelle donne peccatrici, tra le quali c’è, sempre orante, anche Margherita.
Prima ella chiedeva alla Mater Dolorosa l’aiuto contro il peccato e il dolore, adesso, beata,
nella sua nuova condizione, si rivolge alla Mater Gloriosa, cantata sempre da San Bernardo,
chiedendole di guardare la sua felicità provocata dalla salvezza di Faust. E così Margherita
non ha dubbi che Faust sarà salvato. Margherita non cessa mai di essere il “tonos” di Faust.
Maria, che nella Divina Commedia chiese a Beatrice di aiutare Dante smarrito, nel Faust, alla
domanda di Margherita: “concedimi di essergli guida, il nuovo giorno ancora lo abbaglia!”,
interviene con un delicatissimo consiglio per non ledere la comunione di questi due: “Vieni,
elevati verso sfere più alte. Se egli ti avverte, ti seguirà”. E’ così che Faust è salvato.
“l’eterno femminino ci attira in alto accanto a sé”. Allora non c’è da meravigliarsi che
quando la donna cade trema la terra.
La donna guida l’uomo verso il futuro (che è imparare a donarsi a sua volta), come in Grecia
il pedagogo guidava il fanciullo a scuola. Lo guida alla verità, là dove essa lo attende, gli
mostra l’uscita dalla solitudine quando in essa si è smarrito. La donna sparge luce intorno, è
guida “dolce e cara”. Attraverso l’elemento femminile l’elemento maschile vede la grazia che
scende verso l’uomo ed è a questa grazia l’inno di Adamo.
La donna è la guida, la maestra, meglio la “porta” per accedere a tutto ciò che c’è di sottile,
di al di là dell’apparenza, per accedere al divino; anche nella religione cristiana, stando alla
nostra cultura, la donna fu la porta attraverso cui Dio fece il suo ingresso nel genere umano
(Maria), non solo ma se nell’Antico Testamento il divino per stipulare la sua Alleanza con
l’umanità, si era rivolto solo a degli uomini: Noè, Abramo, Mosè, all’inizio della nuova
Alleanza, eterna ed irrevocabile, c’è la donna: la Vergine di Nazareth e con Lei Dio è il
primo autore dell’emancipazione della donna perché non esita a far dipendere dal consenso di
una donna tutto il compimento del suo disegno di salvezza.
La Vergine stessa in una preghiera è definita “capo delle armate celesti” anche se non è una
combattente ma è invincibile per la sua vittoriosa purezza, non con gli atti ma con il silenzio.
E’ significativo che anche Cristo non abbia mai gridato contro le donne, lo ha fatto contro gli
uomini, addirittura contro gli apostoli ma mai contro le donne. Nei loro confronti mostra una
premurosa sollecitudine, le serve cavallerescamente e soprattutto con loro intrattiene le
conversazioni più belle e più profonde. Sotto la croce il Vangelo non riporta nessuna parola
delle donne: fu una tacita professione di fede per il Crocifisso. Infatti il dolore e la morte non
possono fermare la donna e il mistico: la speranza che zampilla in loro mentre fronteggiano
questi eventi è piena del futuro. Il fiat mihi femminile non teme la morte.
E così nella Resurrezione Gesù appare prima alle donne, che sapevano soffrire perché erano
le uniche sotto la croce con il mistico Giovanni e così le prime a dover diffondere il grande
messaggio; così Gesù le sceglie per testimoniare la sua Resurrezione, cioè come tramite per
arrivare ai discepoli. Le donne dovranno loro insegnare il messaggio che gli uomini poi
diffonderanno; nel momento più importante del Cristianesimo il Divino nuovamente sceglie
la donna quale presenza viva della religiosità.
Non c’è allora da meravigliarsi che la donna affascini l’uomo e lo chiami ad agire cioè ad
amare e conoscere. L’uomo affascinato così chiama la donna ad essere. Le loro vocazioni a
servire sono diverse. La donna serve aiutando l’uomo a comprendere il carattere sacerdotale

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(pontificale) del suo agire, egli invece serve aiutandola ad essere presente nel mondo come
essere sacro che guida alla luce in modo che i due, uniti nel dialogo, possano presentire la
beatitudine (ciò a cui) alla quale sono destinati e chiamati.
(L’uomo, il maschio, calcola di più; con la sua ragione costruisce, produce astrazioni. Per
questo motivo egli vede veramente la verità solo quando l’elemento femminile lo aiuta ad
avvicinarsi alla realtà. Aiutato dall’amore-dono che proviene da questo elemento, l’uomo si
libera dalle proprie opinioni, pregiudizi, ed entra nella realtà attraverso i suoi atti dell’amore,
della speranza e della fede. In questi atti la libertà dell’uomo si esprime e matura.)
Il canto di Adamo allora comincia nell’incontro con il bello del corpo di Eva, bello che,
essendo riflesso della bellezza della Trascendenza, eleva l’uomo al di là di se stesso. Di
questo parlò a Socrate la vecchia Diotima. Socrate rispondendo alla domanda su che cosa sia
l’amore, lo ha indicato descrivendo l’incontro in cui esso avviene. E’ significativo che egli
abbia solo ripetuto ciò che aveva udito da una donna di Manine, la vecchia Diotima. Per
prima cosa, lei disse: “hai incontrato un bel corpo e nella misura del bello del suo essere
nascono in te dei bei pensieri. Poi incontri in questo corpo dei bei pensieri e dei bei gesti,
belle azioni e così attraverso i nuovi bei pensieri nati in te arrivi al momento in cui ti viene
data la grazia di poter intravedere e contemplare la Bellezza in sé. E’ in tale momento che ti è
dato di vedere che la vita vale solo nella misura in cui, cercando di identificarti con la
bellezza della Trascendenza, sei tu stesso bello” (difendendo così il tuo essere soggetto).
Nell’intravvedere la Bellezza stessa, cosa che Kierkegard chiama “studio religioso”, in un
certo senso viene anticipata la realizzazione di ciò che è essenziale nella vita e che costituisce
il suo senso.
Il canto di Adamo non esalta le funzioni socio-civili di Eva, ma il suo essere dono. Le
“grandi cose” presenti nella donna non permettono che “l’agere” dell’uomo si dissolva in un
“facere” calcolato dalla sua ragione. Proprio in questo la donna, essendo dono per l’uomo, ne
è l’aiuto. Lo aiuta ad amare ciò che è. E’ la donna, dunque, che unisce l’uomo a se stesso e
alla società. (Come la donna viene conosciuta dall’uomo nel momento in cui egli le si
avvicina con profondo amore, così anch’egli conosce pienamente sé medesimo solo in questo
amore per lei.)
Ma poi l’essere che fu bello viene afferrato da mani possessive nella “seconda occhiata” di
Adamo.
Oggettivato e dominato, il corpo di Eva non ispira più ad Adamo il canto sulle “grandi cose”
dell’Infinito poiché questo corpo non le rivela più.
Se oggi manca la grande poesia è perché oggettivando tutto e dominando su tutto ciò che
esiste, noi stessi siamo caduti preda dell’oggettivazione e della dominazione. Lo schiavo
della caverna di Platone non vede nella donna la “carne della sua carne”, ma solo un oggetto
da trattare. Una donna non cantata è alla mercè del fare del maschio. Nella donna oggetto
vengono annichilite le “grandi cose”. La donna spogliata delle grandi cose comincia a
provare il peso della gravidanza e il dolore del parto come ingiustizia e cominciano a
dominare su di essa l’uomo e anche la società, ma sottomettendosi a loro volta a quello su cui
dominano, cioè l’uomo diventa schiavo quando priva il suo essere delle grandi cose che
l’Infinito gli dona.
La donna se rimane senza aiuto è incapace di svelare in se stessa, cosa significa essere
soggetto. Troppo macchiata perché non servita, non attira l’elemento maschile e non lo eleva.
Invischiati nel facere tutti e due lavorano e faticano con il sudore della fronte in un campo
arido.
L’essere caduto può solo fare questo oppure quello. L’uomo caduto facit perfino la verità,
costretto a costruire tutto, fa perfino imitazioni dell’amore stesso.
L’agere è difficile mentre il facere ci si presenta come relativamente facile; i frutti dell’agere
sono da sperare e da aspettare mentre gli effetti del facere li abbiamo già nelle mani. Il facere,

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fondandosi sulla ragione, è chiuso nel razionalismo (da ratio da reor, ratum, calcolare) che ci
si presenza come realtà divina. Il razionalismo non ha bisogno dell’amore, esso esclude il
dono.
Lady Macbeth
Lady Macbeth cade in un modo del tutto diverso.
Ella, contraffacendo il maschio, si lascia travolgere dal fare proprio del maschio contraffatto.
Essendo dono più dell’uomo Lady Macbeth si butta interamente nel fare maschile, rigetta
l’agire che è proprio di lei, sicchè alla fine, “snaturata” (unsexed), impazzisce nei rimorsi e si
uccide. Suo marito invece, cadendo insieme con lei “non subito si perde”: egli sa calcolare le
scadenze più lunghe, perché è più di lei “statista”.
La donna essendo soprattutto un momento quando calcola, calcola solo per il momento. La
donna che perde tutto affidandosi al calcolare della ragione pura, non pensa neanche
all’onore. Appena ricevuta la notizia che il re vuole fare loro visita, e memore delle parole
delle streghe che previdero il potere regio per Macbeth, Lady Macbeth cambia la propria
femminilità nel surrogato del maschile. Lady Macbeth, il maschile contraffatto, che non ha
osato uccidere Duncan, perché assomigliava al suo attempato padre, spinge sfrenatamente il
vero maschile, Macbeth, a fare il loro futuro senza aspettarlo. Macbeth, che “non subito si
perde” e cerca di capire-calcolare i segni, è in dubbio sul senso delle parole delle streghe. Ella
invece “subito si perde” e, perduta così, lo guida. Comincia a farlo insultando il marito. Lo
chiama “vigliacco”. Qualsiasi traccia dell’agire nell’amore per la verità, ella la ritiene una
mancanza di coraggio. Macbeth si accorge della perversità della moglie, perversità così
grande da “poter generare soltanto figli maschi, perché la sua tempra indomabile non può
generare nulla che non sia maschio”.
Macbeth, ingannato dalla parvenza dell’essere, si lascia guidare dal maschile contraffatto e si
smarrisce così da sbagliare perfino i calcoli.
Lady Macbeth prega di essere snaturata, di essere riempita della più crudele ferocia e che
nessun ritorno di pietà possa scuotere il suo truce proposito. Pregando così, Lady Macbeth
cancella dal suo essere le vestigia dell’Altro. Perciò quando l’essere serve al fare, il maschile
al femminile, abbiamo a che fare con il cadere della donna nel vuoto della ragione pura nel
quale la donna diventa una tentazione; il maschile la calcola. Tale cadere provoca un
terremoto in cui ella viene straziata più di lui.
La ragione, priva del filo di Arianna, man mano che sviluppa le sue possibilità aumenta la
confusione del labirinto. La donna che si butta nel fare, ha bisogno di essere aiutata
dall’uomo la cui forza, indispensabile per l’efficacia del fare, supera quella della donna.
Quanto più grande è quel bello che copre la donna, tanto più grande è la tentazione di
commettere la menzogna che la donna cerca di perpetrare. La donna cadendo così, si ritrova
in un mondo che le è più che all’uomo ostile. Perciò ella soffre anche di più. La coscienza di
Lady Macbeth la fa impazzire. La donna si dona di più anche cadendo. Lady Macbeth più di
suo marito si ammala spiritualmente e il medico che la cura infatti dice che i fatti contro
natura producono turbamenti contro natura e che lei avrebbe più bisogno di un prete che di un
medico.
Macbeth fin dall’inizio era preparato al disastro, mentre sua moglie no. Di conseguenza ella
non ha la forza di affrontare la sconfitta dei suoi calcoli e la propria delusione e quindi si
uccide. Macbeth persiste per l’onore nel fare ormai irreversibile e prima dell’ultima battaglia
mostra di essersi reso conto di che cosa diventi il maschile se condannato alla logica della
ragione pura.
Se Macbeth avesse avuto accanto a sé almeno Sonja o Margherita il suo fare si sarebbe
trasformato in una grande poesia!
Bisogna ricordare però che l’errore classico dei commentatori del racconto della caduta sta
nel fatto che essi cercano di spiegare il passo di Satana nei confronti di Eva come se questa

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rappresentasse il sesso debole, la parte più vulnerabile dell’essere umano. In realtà è vero il
contrario, il sesso forte nella sfera religiosa è quello femminile. Eva è stata tentata in quanto
principio religioso della natura umana. Una volta minato l’organo più ricettivo e più sensibile
alla comunione tra Dio e l’essere umano, il resto viene da sé e quindi Adamo non ha alcuna
difficoltà a seguire Eva. Ma ogni uomo è costituito dall’elemento femminile -esse- e da
quello maschile -agere- ; la caduta allora avviene in homine nella relazione fra questi
elementi. In tal modo l’elemento maschile annulla l’elemento femminile nell’uomo stesso.
Però non dimentichiamo anche che il femminile schiaccia “la forza che sempre nega” perché
è esso che conosce meglio del maschio il male avendo guardato in faccia l’essere che questo
male erode; infatti la donna riconosce meglio il buio e il male perché ne ha memoria
ancestrale.
(Divento quel che amo: questa è la grande cosa da insegnare, fare in modo che la gente
diventi il proprio ideale e che non si lasci trascinare da ciò che attira, che deforma rimanendo
così senza volontà, senza capacità di scegliere.
Colui che ama l’altro entra nella sua vita spirituale per aiutarlo a ricevere il divino e questo è
il primordiale compito. La rinascita della società avverrà soltanto dove la donna è presente
come donna.)
L’uomo allora comprenderà il proprio essere a condizione che comprenda la donna. Non lo
farà però mai se ella prima non comprende se stessa.
Nel mito esiste un parallelo tra la landa desolata della leggenda del Graal e la terra devastata
che non fornirà più nuova vita finchè la furiosa ed afflitta Demetra non riavrà indietro dal
mondo degli inferi la figlia Persefone.
Persefone e la Vergine del Graal sono simbolicamente analoghe: attraverso di loro la
primavera e la vita riappariranno sulla terra. La loro scomparsa è causa di aridità e scarsa
vitalità, il loro riapparire rianimerà una terra esanime.
Persefone viene rapita da Ade, il re degli Inferi. La Vergine del Graal deve, allo stesso modo
venir considerata prigioniera nel Castello del Graal dove il re Pescatore non ha alcun potere
sul Graal che lo potrebbe guarire. Entrambe scompaiono dal mondo e sia il Re Pescatore che
Ade governano regni privi di vita, lande desolate e sterili. Solo se Persefone ritorna dalla
madre afflitta, Demetra, la terra ritornerà a dare i suoi frutti e solo se un cavaliere arriva al
Castello del Graal e dice ciò che deve essere detto, il Graal guarirà il Re e risanerà il deserto;
solo a queste condizioni Madre natura, Demetra, la Dea riporterà la vita nel regno sterile;
solo allora la Madre ritornerà nuovamente ad agire donando fertilità e nutrimento.
Gli Indù dicono che “un popolo vale quello che valgono le sue donne”, la donna è simbolo
dello spirito e in India si ama la donna per lo spirito che porta in sé. In India le donne celebri
sono grandi perché prima di ogni altra cosa sono donne.
L’uomo crea la scienza, l’arte, la filosofia e persino la teologia ma tutto ciò porta ad una
terribile oggettivazione della verità ma fortunatamente c’è la donna che è predestinata a
diventare la portatrice di questi valori, il luogo in cui essi si incarnano e vivono.
Proteggere il mondo in quanto madre e salvarlo in quanto guida e maestra, dando al mondo
un’anima, la propria anima, questa è la vocazione della donna.
Girardoux, in Sodoma e Gomorra, a proposito dell’epoca in cui la donna non saprà più amare
e donarsi dice “è la fine del mondo!”
L’uomo esiste, dicevano gli stoici, nel movimento tonico; egli è tonos, cioè teso.
E allora l’unica verità importante che va ripetuta è questa: senza legami con l’eternità, cioè
senza questa tensione (tonos) verso l’eternità, van perse le cose eterne ma anche le cose
terrene e il grande intimo conforto che la donna può dare all’odierna umanità è la fede
nell’immenso potere delle forze arcane, la certezza assoluta che questo mondo non è sorretto
e alimentato dal solo sostegno visibile ma anche dall’invisibile.

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