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Dello stesso autore

La vita inaspettata
Il fascino di un'evoluzione che
non ci aveva previsto
Telmo Pievani

Imperfezione
Una storia naturale

~
Raffaello Cortina Edif()fe
www.raffaellocortina.it

Copertina
StudioCReE

ISBN 978-88-3285-090-1
© 2019 Raffaello Cortina Editore
Milano, via Rossini 4

Prima edizione: 2019

Stampato da
Puntoweh s.r.l., Ariccia (Roma)
per conto di Raffaello Cortina Editore

Ristampe
2 3 4 5
2019 2020 2021 2022 2023

Indice

1. Una sottile imperfezione. E tutto cominciò 9


Un vuoto, pieno di tutto 9
Anisotropia 12
Contingenza 15
Uccidiamo il senno di poi 18
Colpi di bocce cosmici 22

2. L'evoluzione imperfetta 27
La più geniale delle imperfezioni 27
Il grande compromesso della pluricellularità 31
Dal punto di vista di un microbo 36
Il sesso e altre catastrofi 42
I campioni dell'imperfezione 45
Un mondo di possibilità 48

3. Imperfezioni che funzionano 55


L'alce irlandese
e le prime due leggi dell'imperfezione 56
L'impronta dell'inutilità 61
Utili stranezze 67
Il problema degli organi perfetti 74
Il possibile è più grande del reale 81

4. L'impronta del!' inutilità nel DNA 87


Geni atavici e pollosauri 88
C'è spazzatura e spazzatura 91

5
Indice

Dal]unk DNA al]ungle DNA 96


La legge della cipolla 103

5. Un accrocco proverbiale. Il cervello umano 111


Un cervello tardivo . 112
Due piccoli cervelli smontano una teoria 116
Quanti compromessi per un cetvello 121
Bricolage cerebrale 124
Noi e gli altri da noi 131

6. Il sapiente imperfetto 135


La più imperfetta delle rivoluzioni: camminare 136
Come fare della fragilità una forza 143
Scusi, può ripetere? 147
Sempre un po' in ritardo 151

7. Comprereste un'auto usata


da Homo sapiens? 157
La bella imperfezione di una tastiera 159
Le imprese dei sedicenti sapiens 167
Terrapiattisti in crociera 171
Non siamo equipaggiati per la lungimiranza 177

A conclusione, le leggi del!' imperfezione 185

Piccola bibliografia sull'imperfezione 195

6
A Carlo, Gianluigi, Roberto e Sandro,
la banda che trasforma l'imperfezione in arte
D

Una sottile imperfezione


E tutto cominciò

È dimostrato che le cose non possono essere altrimenti: poiché,


tutto essendo fatto per .un fine, tutto è necessariamente per il
fine migliore. Notate che i nasi sono stati fatti per reggere oc-
chiali, perciò abbiamo degli occhiali. Le gambe sono visibil-
mente costituite per calzare brache, e abbiamo delle brache. Le
pietre sono state formate per essere tagliate e costruire castelli,
perciò monsignore ha un bellissimo castello. Il maggior barone
della provincia deve essere quello alloggiato meglio; e i maia-
li essendo fatti per essere mangiati, mangiamo carne di porco
tutto l'anno. Di conseguenza, coloro che hanno affermato che
tutto è bene hanno detto una sciocchezza, bisognava dire che
tutto è per il meglio.
VOLTAIRE, Candido, o l'Ottimismo

In principio fu l'imperfezione. Una disobbedienza


all'ordine precostituito, una ribellione senza testi-
moni, nel cuore della più buia delle notti. Qualcosa
si ruppe nella simmetria, 13,82 miliardi di anni fa.
Si alzò un soffio impercettibile, e la grande matita
dell'universo cadde rovinosamente da una parte e
non dall'altra. Una piccolissima, infinitesimale ano-
malia divenne scaturigine d'ogni cosa.

Un vuoto, pieno di tutto


Le straordinarie ricerche fisiche di questi ultimi anni
sull'infinitamente grande e sull'infinitamente picco-
9
Imperfezione

lo, figlie di ardite predizioni del secolo scorso, con-


vergono nell'ipotizzare che il nostro universo non
sia altro che l'incessante metamorfosi di uno stato
perfetto di vuoto. Sì, candidamente, il vuoto. As-
senza di materia, campi, particelle. Eppure il vuoto
da cui tutto cominciò non era il nulla, al contrario:
era tutto. Quel tutto in potenza perdurava in uno
stato di equilibrio energetico. Il vuoto primordiale
tuttavia non era immobile, la sua energia fluttuava.
Era un vuoto quantistico, brulicante di oscillazioni
casuali, di scontri simmetrici e reciproci annichili-
menti tra particelle e antiparticelle (Tonelli, 2017).
Perfetto nella sua media energetica globale, ma in-_
quieto, ribollente. In sé portava tutto e il contrario
di tutto. Questo vuoto tremolante era la matrice pri-
migenia di tutte le storie possibili. Ancorché com-
piuto in sé, dunque perfetto, era instabile.
Poi avvenne qualcosa che nel De rerum natura
il grande poeta latino Lucrezio, riprendendolo dal
maestro Epicuro, definì clinamen. I primi atomisti
greci immaginavano che lo stato primordiale del
mondo fosse una pioggia eterna di particelle, che
in modo perfettamente regolare cadevano da sem-
pre l'una accanto all'altra in parallelo. Poi però l' ar-
monia si era rotta e una minuscola perturbazione
aveva deviato la traiettoria di un atomo, che ne ave-
va urtato un altro, e poi un altro e un altro ancora,
a catena, scompaginando il quadro deterministico
iniziale e innescando la storia del cosmo in tutta la
sua magnificente imperfezione. Tutto era dunque
cominciato da una piccola deviazione fortuita, da
10
Una sottile imperfezione

un deragliamento. Ecco, qualcosa di molto simile


potrebbe essere successo, altrettanto casualmente,
in una delle infinite fluttuazioni nel vuoto qua:n,ti-
stico originario. Di per sé fu una minima.fluttuazio-
ne, come tante altre. In presenza forse di un'elusiva
particella cugina del bosone di Higgs, l'inflatone,
la simmetria primeva si spezzò. Lo stato perfetto
di vuoto quella volta non si ripristinò, l'equilibrio
andò in frantumi e una bolla inflattiva, spinta for-
sennatamente dall'energia del vuoto, fece esplodé-
re lo spazio-tempo a velocità incalcolabile (Tonel-
li, 2016).
Quella primigenia imperfezione, causata dalla
ribellione degli inflatoni, impresse una prima di-
rezione alla storia di tutto ciò che conosciamo -
sempre che di storia si possa parlare, consideran-
do che tutto avvenne in miliardesimi di secondo.
Dopo un altro di questi impercettibili istanti gli in-
flatoni si autoalimentarono e l'esplosione crebbe
esponenzialmente fino a generare uno spazio-tem-
po ora macroscopico, incandescente, riempito di
particelle senza massa, veloci come la luce e obbe-
dienti a una sola forza unificata. Poi l'inflazione di
colpo rallentò, come un ripensamento. Per. un tri-
lionesimo di secondo la simmetria universale sem-
brò ripristinare uno stato di apparente perfezione,
ma durò un nonnulla. Dopo la fase inflazionaria pa-
rossistica, la forza gravitazionale iniziò ad agire, il
calo della temperatura fece condensare i bosoni di
Higgs, la forza elettromagnetica si separò da quel-
la nucleare debole, ed entrambe dalla forza gravi-
11
Imperfezione

tazionale. Le particelle iniziarono a interagire con


l'onnipresente campo scalare di Higgs, incontran-
do resistenze differenti e dunque diversificandosi.
Tali particelle, così decelerate dal campo, acquisi-
rono masse distinte: quark, leptoni e bosoni mec
diatori di forze.
Un'altra anomalia si era impressa sul mondo co-
me una firma irreversibile. Ne scaturì un'esotica
biodiversità di particelle elementari, quelle soprav-
vissute fino a oggi e quelle estinte. Il dsultato fu
che, a partire da questa seconda asimmetria, fecero
il loro ingresso la materia visibile, forsanche la ma-
teria oscura, la luce e le quattro forze fondamenta-
li. Prese forma, insomma, la struttura dell'universo
così come la conosciamo. Ed era passato soltanto
un secondo immacolato,

Anisotropia
Contestualmente, una terza leggerissima ma fonda-
mentale ilnperfezione influenzò per sempre il corso
degli eventi. Per ragioni ancora da scoprire, forse
anch'esse legate alle proprietà del campo di Higgs,
la materia prevalse di un soffio sulla sua contropar-
te speculare, l'antimateria, decretando l'eccesso ar-
bitrario della prima sulla seconda che registriamo
ancora oggi. Da questa sproporzione infinitesimale
derivò la natura materiale, e non "antimateriale",
della nostra realtà.
Il seguito fu una cascata rapidissima di altre asimc
metrie, ramificazioni e aggregazioni: un plasma di
quark e gluoni, poi protoni, elettroni, neutroni, i
12
Una sottile imperfezione

primi nuclei carichi, quindi atomi e molecole, l'i-


drogeno e l'elio. Da quel secondo si passò a un'età
di 380.000 anni dall'inizio- sempre che inizio sia la
parola giusta visto che non.c'era un prima-quan-
do finalmente la luce poté separarsi dalla materia
e i fotoni in un lampo si propagarono liberamen-
te in ogni dove. La radiazione cosmica di fondo a
microonde, che recepiamo ancora oggi, è il segno
fossile del primo flash del nostro universo fattosi
trasparente. Permea da sempre il cosmo e ci giunge
dal cielo in tutte le direzioni. A prima vista è molto
omogenea, perché si diffuse dallo. stesso punto e in
ogni luogo, ma non lo è del tutto. Osservandone le
minuscole increspature e le differenze da regione
a regione del cosmo, ci accorgiamo infatti di un' al-
tra importantissima imperfezione. La radiazione di
fondo rivela una struttura a ragnatela.
Nella fase di aggregazione delle prime nubi di
idrogeno ed elio, la gravità non agì in modo perfet-
tamente uniforme. Fors~ a causa della presenza di
una rete cosmica di materia oscura, le prime stelle
e galassie si formarono in zone più addensate, sepa-
rate da immense aree più rarefatte e vuote. Le pic-
colissime disomogeneità iniziali divennero i centri
di attrazione attorno ai quali si formarono i primi
ammassi stellari e poi galattici. Ecco perché la strut-
tura dell'universo oggi non è uniforme e non tutto
può accadere in ogni luogo. Se ci pensiamo bene,
il meccanismo di fondo è il clinamen di Lucrezio,
una rottura di simmetria. Se la materia fosse stata
distribuita in modo perfettamente uniforme·(cioè
13
Imperfezione

fosse stata isotropa), la gravità avrebbe agito in mo-


do uguale dappertutto e la materia sarebbe rimasta
bloccata nella sua isotropia mentre lo spazio-tempo
si espandeva. Se invece introduciamo una pur pic-
colissima anomalia, una deviazione, una perturba-
zione dell'isotropia, l'attrazione gravitazionale sarà
leggermente più forte in una zona rispetto alle al-
tre. Questa anisotropia, per quanto infinitesimale
all'inizio, come nel clinamen si approfondisce e di-
varica sempre più, perché la materia addensandosi
ne attira altra, l'instabilità gravitazionale aumenta
e si crea una struttura diversificata, con profonde
dissimmetrie tra regioni e regioni. Così in effetti ac-
cadde. Il tutto a causa di piccole imperfezioni for-
se già presenti al momento dell'inflazione iniziale
e poi amplificatesi.
L'anisotropia dell'universo è un'altra delle sue
pregevoli imperfezioni e si riscontra ancor og-
gi nelle piçcolissime differenze di temperatura
(nell'ordine di duecento milionesimi di grado) del-
la radiazione cosmica di fondo, che è la fotografia
dell'universo a 380.000 anni di età, nonché impron-
ta digitale della sua struttura disomogenea. Da qui
in poi, quella configurazione di asimmetrie nella
densità di materia diventerà uno spartiacque, con-
dizionando tutti gli eventi successivi. Come per ef-
fetto del dente di arresto in un ingranaggio, non si
potrà più tornare indietro. Nelle parti di univer-
so a maggior densità di materia l'espansione del-
lo spazio-tempo venne rallentata dalla gravità. Nei
punti più instabili la gravità fece collassare masse
14
Una sottile imperfezione

considerevoli di materia, le temperature all'inter-


no salirono e si accesero le prime fornaci nucleari
delle proto-stelle.
Dopo 300 milioni di anni di buio, l'universo si
illuminò di innumerevoli bagliori isolati. Senza
quell'imperfezione anisotropa, non sarebbe suc-
cesso e non sarebbero stati di conseguenza sinte-
tizzati, nel cuore delle stelle, il carbonio, l'azoto,
l'ossigeno, il neon, il sodio, il magnesio, il silicio, e
via via gli elementi più pesanti come zolfo, calcio
e ferro (Baggott, 2015). Il collasso di queste prime
stelle e poi l'energia esplosiva liberata dalle super-
nove disseminarono le nubi interstellari di elementi
ancor più pesanti. Ne derivò che le stelle successi-
ve, più stabili e longeve, ebbero una composizio-
ne chimica più diversificata. Nella struttura casuale
del cosmo si formarono super-ammassi di galassie,
grandi muraglie, maestosi filamenti, cordoni stella-
ri, nebulose. Alcune zone erano più ricche di ele-
menti pesanti, altre meno. Un grande palcosceni-
co era apprestato per mettere in scena un dramma
dagli esiti imprevedibili. La storia dell'universo è
una lunga sequenza di asimmetrie. Servirebbe una
teoria della super-asimmetria.

Contingenza
L'universo è anche un posto pericoloso. Le sue va-
stità sono squassate in ogni momento da violente
catastrofi che ci annichilirebbero all'istante. Ispira
un senso di sublime potenza, eppure la fisica del-
le infinitamente grandi e piccole scale ci dice che
15
Imperfezione

anch'esso è precario. Il tutto è precario. È nato, si


è evoluto, scomparirà, per morte lenta e fredda o
in un gran botto finale. Che si sia evoluto, e che
un giorno lontano finirà, lo sappiamo da decenni.
Che nella sua storia si annidino caso e instabilità,
lo stiamo imparando a fatica in questi anni. Il tutto
è precario perché non è perfetto, perché non è ne-
cessario e compiuto in sé, perché avrebbe potuto
essere diversamente.
I tanto fecondi clinamen di Lucrezio, riletti con
il linguaggio della scienza del XXI secolo, diventano
quelli che in inglese chiamiamo "turning points":
punti di svolta. Differenze, talvolta minuscole, che
hanno fatto la differenza. Si tratta di congiuntu-
re storiche che hanno una doppia proprietà: sono
imprevedibili rispetto a quanto le precede, perché
frutto di complesse interazioni non lineari tra mol-
teplici fattori interdipendenti, che avrebbero reso
possibili anche scenari alternativi; e sono decisive
per quanto accade dopo, nel senso che la biforca-
zione da loro introdotta influenza causalmente e
in modo profondo il corso degli eventi successivi.
In altri termini, sono imprevedibili perché gli sta-
ti precedenti del sistema sono necessari ma non
sufficienti per predirle in anticipo, e a loro vol-
ta gli stati futuri del sistema sono causalmente di-
pendenti da loro. Si dice allora che il prodotto di
quel processo è contingente, nel senso che dipen-
de fortemente dalla sua storia pregressa, cioè dalla
sequenza, ogni volta unica, dei punti critici che lo
hanno preceduto.
16
Una sottile imperfezione

Stante questa definizione, gran parte degli acca-


dimenti storici non sono punti critici, o perché era-
no imprevedibili ma non hanno avuto conseguenze
significative, o perché hanno avuto sì un impatto
rilevante sul futuro ma erano relativamente preve-
dibili nel momento in cui si sono verificati. Se cia-
scuno degli innumerevoli episodi di una vicenda
fosse un punto critico, non vi sarebbe alcuna storia
comprensibile, perché dominerebbe un puro caos
formicolare. È normale quindi che molti fatti siano
irrilevanti rispetto al corso degli eventi successivi.
Se però, al contrario, nessun episodio di una vi-
cenda fosse un pùnto critico, allora sarebbe inutile
attendere con curiosità l'esito della storia visto che
tutto sarebbe già determinato e scritto fin dall'ini-
zio nelle ferree leggi invarianti del processo.
Le storie più belle indagate dalla scienza non ri-
cadono, per fortuna, né nel primo né nel secondo
caso estremo. Sono le vie di mezzo più interessanti,
quelle storie in cui leggi e caso, come diceva Charles
Darwin, interagiscono di volta in volta nei modi più
imprevisti (Darwin, 2013). In queste situazioni il
corso degli eventi ha una sua consequenzialità, una
logica dettata da regolarità e leggi sottese, ma la ro-
bustezza del processo (il suo obbedire a cause ricor-
renti) non è tale da renderlo deterministico a prio-
ri. Il processo, cioè, è punteggiato da svolte critiche
influenti, o "accidenti congelati", che ne deviano il
percorso, ne modificano l'esito e lo rendono unico.
La contingenza quindi è il potere causale del sin-
golo dettaglio storico, o, se preferite, la dipenden-
17
Imperfezione

za dalla storia.La sensibilità all'evento contingente


accomuna i processi più importanti che ci riguar-
dano direttamente: l'evoluzione cosmica e biolo-
gica; lo sviluppo individuale; le nostre stesse vite
con i loro incontri determinanti e le svolte cruciali
(Kampourakis, 2018). Nell'incessante tiro alla fune
tra leggi e caso, la contingenza può assumere gra-
di differenti. In alcuni frangenti, particolarmente
fluidi, la sensibilità è alta e molti punti critici spa-
lancano alla storia una gamma di strade alternative,
equamente probabili. In altri frangenti, più cristal-
lizzati, la sensibilità è bassa perché le leggi invarian-
ti del processo o i vincoli del momento rendono
molto più probabili certi esiti rispetto ad altri. In
quale fase della vostra vita vi trovate adesso? Fluida
o cristallizzata, ad alta o bassa contingenza?

Uccidiamo il senno di poi


Tutto lascia pensare che il grado di contingenza
della storia cosmica e planetaria che ci riguarda sia
stato sempre abbastanza alto. Dentro l'imperfetta
e dunque massimamente affascinante scena cosmi-
ca, il nostro piccolo quartiere non ha proprio nul-
la di speciale. Siamo a 27 .000 anni luce dal centro
di una normale galassia a spirale, la Via Lattea, in
mezzo a uno dei suoi bracci periferici, lo sperone
di Orione. Con i suoi almeno 100 miliardi di stel-
le, la nostra galassia fa parte di un ammasso mode-
sto di 50 galassie noto come Gruppo Locale, a sua
volta uno dei cento che compongono il super-am-
masso della Vergine, ed entrerà in collisione con
18
Una sottile imperfezione

la galassia di Andromeda tra circa 400 milioni di


anni. La nostra banale regione è però sufficiente-
mente vecchia (1O miliardi di anni) perché molte
stelle di prima generazione hanno avuto il tempo di
esaurirsi e di esplodere in supernove diffondendo
un ricco menù di elementi pesanti nel circondario,
il che è quello che conta per noi. Una contingenza
locale favorevole, figlia della sequenza precedente
di punti critici.
Dalle nostre parti la polvere di stelle, cioè il mi-
nestrone di molecole a base di elementi pesanti,
comprendeva anche un ampio assortimento di
composti del carbonio. Tra le molecole organiche
in circolazione c'erano persino amminoacidi, basi
azotate e altre aggregazioni interessanti sotto forma
di catene lineari di molecole. Fatta eccezione per
l'idrogeno, tutta la materia di cui sono fatti i nostri
corpi viene da quelle fabbriche chimiche interstel-
lari. Intorno a 4,8 miliardi di anni fa, pressappoco
l'epoca in cui lo spazio-tempo iniziò nuovamente
ad accelerare la sua espansione a causa dell'effetto
contro-gravitazionale dell'energia oscura, una fred-
da e buia nube interstellare alla periferia della Via
Lattea iniziò a collassare. Come Immanuel Kant e
altri avevano ipotizzato, l'addensamento di mate-
ria nella nebulosa fece nascere il Sole con tutta la
coreografia di pianeti che, muovendosi disciplina-
tamente sullo stesso piano e nello stesso verso, gli
girano attorno.
L'universo che ci circonda .è molto freddo, me-
diamente tre gradi sopra lo zero assoluto (cioè me-
19
Imperfezione

no 27 Ogradi Celsius). Bisogna mettere insieme una


combinazione davvero fortunata di condizioni fisi-
che per mantenere da tre miliardi di anni una tem-
peratura confortevole sulla superficie di una roc-
cia vagante in questo cosmo gelido. Il caso inoltre
ha voluto che il Sole ruoti alla velocità giusta, che
il suo campo magnetico non sia troppo forte e che
nel suo nucleo, alla nascita, vi fosse una quantità di
combustibile (idrogeno) sufficiente per circa dieci
miliardi di anni. È proprio la stella giusta al posto
giusto, dentro la nube giusta.
Sicuri? Questa idea di "giustezza", cioè avere né
troppo né troppo poco di tutto quanto è necessa-
rio, può trarre in inganno la nostra mente. Si tratta
infatti di un giudizio a posteriori, perché adesso noi
. siamo qui, sulla Terra, ad ammirare colmi di stupo-
re il cielo stellato e a ricostruire per via scientifica la
storia dell'universo. Ma il senno di poi è il peggior
nemico p~r la comprensione dell'evoluzione, per-
ché tende a sottostimare tutti gli innumerevoli esi-
ti alternativi che sarebbero stati possibili a partire
dalle stesse condizioni. Il senno di poi fa apparire
necessario e compiuto, cioè perfetto, ciò che non lo
è per nulla. Ci induce persino a rovesciare la realtà.
Guardando a ritroso una storia contingente, la
nostra mente infatti è portata a ragionare nei termi-
ni fatalistici del destino e del disegno, selezionando
alcuni eventi e non altri. Come se non ci fosse mai
stata davvero scelta. Come se tutto fosse stato già
scritto nelle carte distribuite all'inizio. Come se la
necessità avesse tessuto da sempre la sua tela. Ma
20
· . Una sottile imperfezione

l'inevitabilità del risultato è un abbaglio consolato-


rio del senno di poi, che ci fa inanellare retrospet-
tivamente le cause e gli effetti, il prima e il poi, le
intenzioni e le conseguenze.
Il problema è che la nostra mente ci porta pro-
prio a ragionare nel modo seguente: quante coin-
cidenze, cosmiche e personali, si sono dovute rea-
lizzare affinché io sia qui in questo momento; ma
allora non può essere il frutto del caso, era destino
che accadesse. Molti studi sul nostro cervello con-
fermano questa forte attitudine psicologica di Ho-
mo sapiens verso animismo e teleologia, cioè il pen-
sare per finalità, il preferire narrazioni in cui agenti
intenzionali esibiscono i loro scopi e cercano di rag-
giungerli. Di conseguenza ci piace, e ci viene più
facile, pensare che l'evoluzione cosmica e biologi-
ca vada dall'imperfetto al perfetto, dal semplice al
complesso, dall'inorganico alla materia che pensa.
Così fantasticando, rimuoviamo dalla nostra
consapevolezza il potere dei punti critici, di quel-
le sottili imperfezioni e rotture di simmetria da cui
dipende il corso degli eventi successivi. Se invece
facessimo lo sforzo di comprendere l'evoluzione
immedesimandoci nelle possibilità che c'erano in
un dato momento storico - e poi guardando sia
avanti sia indietro, ma sempre a partire dalle po-
tenzialità di quel momento - allora si aprirebbero
ai nostri occhi i molti contro-futuri (cioè i contro-
ptesenti dell'oggi) di cui era gravido il passato nei
suoi punti critici e nelle sue imperfezioni. Non ve-
dremmo soltanto l'unico presente che si è realizza-
21
Imperfezione

to, per poi giustificarlo come necessario, predeter-


minato, "naturale", persino inevitabile, alla luce del
passato, ma apprezzeremmo la bellezza di tutte le
storie possibili che non si sono realizzate. I presenti
possibili ma irrealizzati sono contingenti rispetto a
(cioè causalmente dipendenti da) eventi del passa-
to che non si sono verificati. Sono quelli che i filo-
sofi chiamano contro/attuali, versioni alternative e
plausibili del passato in cui un cambiamento nelle
biforcazioni critiche ha condotto a un esito diverso
da quello che si è realizzato nella realtà.
Il senno di poi è un veleno. Liberiamocene, e an-
che il futuro ci sembrerà più aperto.

Colpi di bocce cosmici


Anche la storia della nostra casa planeta~ia è sem-
pre stata aperta alle alternative e oggi potremmo vi-
vere in contro-presenti ben diversi dal nostro, che
ci pare speciale perché è l'unico che si è realizzato.
A detta di chi ha avuto la fortuna di ammirarla con
i propri occhi da un oblò, la T~rra vista dallo spazio
ispira un senso profondo di fragilità e di responsa-
bilità nei suoi confronti. Sembra davvero unica (e
lo è, per quanto ne sappiamo finora). In altre paro-
le, sembra proprio perfetta per la vita e per noi. Ma
per arrivarci le fu richiesta una carriera planetaria
piena di drammi e di contingenze. Il pianeta dav-
vero perfetto è quello in equilibrio, dunque morto.
Non è il nostro caso. Nel disco proto-planetario
del debole Sole appena formatosi si scatenò una
baraonda di collisioni, frantumazioni; aggregazio-
22
Una sottile imperfezione

ni, che culminò nella sòpravvivenza casuale di al-


cuni proto-pianeti più grandi: un gigante gassoso
a debita distanza, Giove; alcuni giganti di ghiaccio
più esterni; cinque pianeti interni di tipo terrestre
(Mercurio, Venere, Terra, Theia e Marte); nonché
detriti e asteroidi un po' ovunque. Il terzo piane-
ta del Sole a quel tempo era una congerie incande-
scente di ferro, ossigeno, silicio, magnesio, calcio,
alluminio, nichel e poco altro. Verso i 4,6 miliardi
di anni fa si era strutturato con un nucleo, un man-
tello, una crosta e un'atmosfera velenosa. I movi-
menti del ferro fuso nel suo nucleo esterno genera-
rono un campo magnetico che lo protesse da gran
parte del vento solare. Qualità interessante, ma tra
eruzioni vukaniche colossali e impatti di asteroi-
di la Terra restava pur sempre un posto inferna-
le. Uno scienziato alieno di passaggio non avrebbe
scommesso un soldo sulla sua fertilità.
E invece 90 milioni di anni dopo successe l'im-
ponderabile. Il pianetino Theia, troppo vicino alla
Terra, disturbato da altri impatti in un grande biliar-
do cosmico casuale, entrò in rotta di collisione e si
schiantò obliquamente contro il pianeta, devastan-
dolo e strappandogli l'atmosfera. Una parte di Theia
si fuse dentro il nostro pianeta, un'altra si disperse
nello spazio e un'altra ancora diventò la Luna. La
Terra, ora inclinata· sul proprio asse, acquisì il suo
satellite. Nacquero stagioni e maree. In cento milio-
ni di anni si riformò un'atmosfera, l'acqua si raccol-
se in un oceano primordiale; si innescò il comples-
so processo della tettonica a placche, l'effetto serra
23
Imperfezione

iniziò a stabilizzare il clima. La Terra iniziava la sua


carriera di pianeta vivo, dinamico, in evoluzione. A
questo punto le condizioni per ospitare organismi
viventi erano forse già virtualmente in gioco, ma era
troppo presto: il sistema solare, per nulla stabile co-
me sembra, aveva in serbo altre brutali sorprese.
Intorno a 3,8 miliardi di anni f~ la risonanza gra-
vitazionale tra Giove e Saturno rese le loro orbite
più eccentriche, con il risultato di perturbare forte-
mente la traiettoria di Nettuno, spingendolo verso
l'esterno, oltre Urano e nel bel mezzo della fascia
di Kuiper. Lo sconquasso gioviano scagliò come-
te ghiacciate e asteroidi impazziti in tutto il siste-
ma solare, bombardando i pianeti interni, Terra e
Luna comprese. Si scatenò un inferno di impat-
ti catastrofici, che paracadutarono sulla superficie
del nostro pianeta un'immensa quantità di mate-
riali esterni, compresi probabilmente tanta acqua,
carbonio, amminoacidi e altre molecole organiche.
Insomma, non era scritto da nessuna parte che la
Terra fosse il pianeta giusto nel posto giusto, per-
fetto in quanto tale. È il senno di poi a condurci
nell'errore prospettico di sentirci baciati da un de-
stino benevolo e inaggirabile. In realtà il sasso va-
gante che poi diventerà la nostra casa si guadagnò
i galloni sul campo. Abitabile lo divenne dopo, al
termine di un periodo geologicamente assai burra-
scoso, quando i colpi di bocce cosmici nel sistema
solare finalmente cessarono. Questa perdita di per-
fezione e di unicità ci fa guadagnare in diversità, e
tutto diventa più interessante.
24
Una sottile imperfezione

Se il nostro universo è nato in quel modo esplo-


sivo, senza alcunché di speciale a renderlo unico se
non quella fluttuazione casuale a base di inflatoni,
chissà quante altre esplosioni esponenziali di spazi-
tempi hanno illuminato il super7cosmo, popolan-
dolo di universi alternativi, alcuni fertili di vita e
altri no, e alcuni dei quali, chissà, attigui al nostro
ma non comunicanti. Forse abbiamo compagnia
e non lo sapremo mai. L'unico che calza bene per
noi è anche l'unico che conosciamo. Imperfezio-
ne e contingenza non implicano un'improbabilità
somma e irripetibile, ovvero: il fatto che l'universo
sia come sia in virtù di una serie di rotture di sim-
metria e che la Terra possa ospitare la vita grazie a
una miscela fortunata di condizioni favorevoli non
significa affatto che questa sequenza di punti cri-
tici sia accaduta eccezionalmente una volta sola e
che quindi la nostra storia sia unica o "speciale".
Basti pensare alle migliaia di pianeti extrasola-
ri che stiamo scoprendo, molti dei quali orbitano
nella zona. abitabile, cioè in quella fascia di giustez-
za in cui la luminosità della loro stella e il raggio
orbitale garantiscono virtualmente le temperature
adatte alla vita. Si calcola che possano esserci più di
1Omiliardi di esopianeti simili alla Terra nella Via
Lattea. Dieci miliardi, e soltanto nel nostro picco-
lo intorno cosmico! Dieci miliardi di possibilità, in
questi paraggi, nella più buia delle notti. Certo, non
basta trovarsi nella zona abitabile, ci vogliono an-
che acqua allo stato liquido e i composti organici di
partenza, ma con miliardi e miliardi di pianeti caldi
25
Imperfezione

e umidicci sulla superficie dei quali sperimentare


il processo, cioè con miliardi di tentativi a dispo-
sizione, diventa piuttosto irragionevole (oltreché
presuntuoso) pensare che l'abiogenesi, il nascere
di forme di vita autoreplicanti a partire dalla chi-
mica della materia inanimata, sia andata a buon fine
esclusivamente sulla nostra palla di roccia e metallo
sperduta nella cintura di Orione.
Condividere questa pecllliare eventualità con al-
tri sistemi planetari non significa però che la sto-
ria sia andata ovunque nello stesso modo, né che
la nostra ricetta, a base di amminoacidi, nucleoti-
di, zuccheri e grassi, fosse quella perfetta. Il nostro
menù chimico prevedeva principalmente carbonio,
azoto, ossigeno, idrogeno, e una spruzzata di fosfo-
ro, zolfo e ferro. Altrove chissà. I batteri alieni che
forse tra qualche anno scopriremo ci daranno lari-
sposta. Li paragoneremo ai nostri microrganismi
capaci di vivere in condizioni estreme, studieremo
quali vie di sopravvivenza hanno trovato e capire-
mo quanto grande è la gamma della diversità esplo-
rabile. Per quanto ne sappiamo, intanto, i primi
passi della vita sulla Terra incrociarono pure loro
molti punti critici. Sfiorammo il fallimento, molte
volte, ma mai del tutto.
E qui comincia la storia naturale dell'imperfezio-
ne biologica, il cuore del µostro viaggio.

26
L'evoluzione imperfetta

Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmoloscemologia.


Provava in modo ammirevole che non c'è effetto senza causa e
che, nel migliore dei mondi possibili, il castello di monsignore
il barone era il più bello dei castelli e la signora la migliore del-
le baronesse possibili.
VOLTAIRE, Candido, o l'Ottimismo

Se nasci, ti nutri, cresci, interagisci con l'ambiente e


con gli altri, possibilmente ti riproduci, e poi muori,
e se insieme a molti altri tuoi simili morituri appar-
tieni a una popolazione che evolve nel tempo, allora
sei vivo. Da questo elenco di facoltà precipue si può
notare quanto sia imperfetta quella paradossale e
fragile meraviglia che chiamiamo vita. Come un'in-
terminabile staffetta, un pulviscolo di miriadi di esi-
stenze individuali appaiono e scompaiono, nascono,
finiscono e si sacrificano, affinché l'avventura della
specie possa continuare ancora per un po'. Se que-
sto è il migliore dei mondi possibili, chissà gli altri.

La piu geniale delle imperfezioni


Ancora non sappiamo se l'esordio avvenne in un ri-
bollire di interazioni casuali nelle acque basse inon-
date dal Sole oppure nel gorgoglio buio sul fondo
27
Imperfezione

degli oceani vicino alle caldissime sorgenti idroter-


mali, sotto una pressione schiacciante. Forse, nei
pori di questi camini sulfurei al confine tra acque
bollenti e acque gelide, le prime membrane si chiu-
sero su se stesse, imprigionando dentro piccole bol-
le d'acqua gli ingredienti essenziali per la vita che
erano presenti tutto attorno. La membrana non era
impermeabile: scambiava materiali con l'esterno,
. nutrienti in ingresso e scarti i.ti uscita. Un bel gior-
no, intorno a 3,5 miliardi di anni fa, una di queste
bolle inventò un metabolismo primitivo, si ingrandì
sempre più e si divise in due: imparò a duplicarsi.
Nelle sue figlie si replicò anche una sostanza, fatta
come una collana di nucleotidi che si sdoppia e fa
uno stampo di se stessa, in grado di trasmettere le
informazioni per costruire l'organismo. Così il gio-
co ebbe inizio, un gioco potenzialmente senza fine,
il gioco dell' autoreplicazione.
. Ancora una volta, superato il punto critico un
meccanismo di autoalimentazione innescò un pro-
cesso senza fine. Catene di RNA acquisirono la capa-
cità di fare copie complementari di se stesse, che poi
si staccarono e si replicarono a loro volta. Poterono
anche assumere differenti configurazioni spaziali e
funzionali, compiendo operazioni su altre molecole
come separare, tagliare, aggregare. Le catene di RNA
si moltiplicarono, si diversificarono, divennero una ·
popolazione. Le versioni casualmente più efficien-
ti prevalsero sulle altre. In questa evoluzione mole-
colare entrò quindi in scena un nuovo polimero, il
DNA, un migli<?ramento dell'RNA perché più stabile
28
L'evoluzione imperfetta

(quindi più lungo) e più efficiente nel replicarsi gra"


zie ai due filamenti complementari appaiati.
Il DNA ha un compattamento strutturale formi-
dabile, per via di un avvolgimento a doppia elica
con torsione lungo l'asse centrale, seguito da altri
quattro avvolgimenti. In quel momento la trama
della vita terrestre nascente divenne un gioco fra tre
biopolimeri, che nuotavano nello spazio acqueo an-
gusto ma protetto dalle membrane: il comandante
DNA, replicante affidabile; l'ambasciatore RNA, re-
plicante meno stabile, ma indispensabile interme-
diario tra il genoma e le proteine, nonché regòlato-
re dei processi; e gli amminoacidi, non replicanti,
più operativi, con le loro innumerevoli conforma-
zioni spaziali tridimensionali che svolgevano ope-
razioni funzionali (Manca, Santagata, 2018).
I primi replicanti furono proto-bionti primor-
diali dotati solo di RNA, dai quali probabilmente si
evolsero i temibili e antichissimi virus (loro sì, ra-
sentano una letale perfezione), in una fase preco-
cissima dell'evoluzione che precede la comparsa
dell'antenato comune universale di tutti i viventi,
costituito da una sola cellula, la più piccola struttu-
ra vivente. Grazie alla selezione molecolare, dopo
chissà quanti miliardi di tentativi non riusciti, ebbe
infine inizio la sintesi proteica, un formidabile pro-
cesso circolare in cui alcune proteine (gli enzimi)
sovrintendono al processo di produzione di altre
proteine. Chi è nato prima? Difficile a dirsi.
Non si era mai visto nulla di simile, un ma~chi­
nario biochimico un po' bizantino ma stupefacente:
29
Imperfezione

una porzione del doppio filamento di DNA (gene) si


disappaia; uno dei due filamenti disappaiati produ-
ce per copiatura un filamento di RNA complementa-
re, attraverso I' enzima polimerasi; questo filamento
trascritto (RNA messaggero) viene "scannerizzato"
dai ribosomi e ne produce un altro costituito da una
catena di amminoacidi, attraverso il codice genetico
di corrispondenze ridondanti tra le triplette di RNA
(che sono 64) e gli amminoacidi (che sono 20). In-
fine, le catene tradotte dall'RNA diventano proteine
assumendo anch'esse elaboratissime conformazio-
ni spaziali, attraverso le quali eseguono le istruzioni
contenute nel DNA di partenza e fanno funzionare
tutti i processi vitali. Un capolavoro ingegneristico.
Perfetto? Per nulla. Se lo fosse, non funzionerebbe.
Qui difatti entra in scena la più geniale delle im-
perfezioni. Di duplicazione in duplicazione, il DNA
si trasmette fedelmente, ma non senza errori ca-
suali di copiatura. La duplicazione è sempre im-
perfetta: minime variazioni, deviazioni, ricombina-
zioni. Il DNA possiede questa ambivalenza cruciale:
è stabile, altrimenti non ci sarebbe trasmissione
dell'informazione genetica, e al contempo variabi-
le, altrimenti non ci sarebbe evoluzione. L'errore
nell'evoluzione è generativo, è la linfa del cambi~­
mento. Le mutazioni sono cancellature, sostituzio-
ni o aggiunte di piccole letterine, le quattro basi
azotate, che compongono appunto il DNA.
Se le mutazioni avvengono nelle cellule germina-
li diventano ereditarie e si trasmettono alle genera-
zioni successive. Ma riprodursi in maniera identica,
30
L' evolu.zione imperfetta

clonandosi all'infinito, J;J.On conviene. Per sopravvi-


vere in ambienti che cambiano, bisogna saper va-
riare. Le mutazioni casuali fanno sì che ogni indivi-
duo sia portatore di differenze uniche e che abbia
maggiori o minori possibilità di sopravvivere e di
riprodursi in un dàto contesto ambientale. La sele-
zione naturale è il filtro che si ciba del caso, facendo
evolvere le popola~ioni di organismi. Il suo combu-
stibile sono le leggere imperfezioni innovative, gli
scarti dalla media, le disobbedienze generazionali
che ogni individuo reca con sé dalla nascita.
Le mutazioni però non devono essere troppe,
perché per la maggior parte sono neutre (non fan-
no né caldo né freddo a chi le possiede) o delete-
rie. La mutazione quindi è un Giano bifronte, in-
dispensabile ma imperfetta di per sé: ha una faccia
positiva, perché è il motore dell'evoluzione e della
diversità; e ha una faccia negativa, perché le muta-
zioni possono portare una cellula a perdere il con-
trollo e diventare per esempio cancerosa. E come
Giano, il dio che si attarda sulla soglia, essa guarda
al futuro e al passato insieme.

Il grande compromesso della pluricellularità


Il risultato di questa imperfetta e meravigliosa mac-
china, che madna e monda le variazioni casuali co-
me il mulino i semi, è una diversità ubiqua sulla
Terra: 250 tipi diversi di cellule soltanto nel corpo
umano; decine di migliaia di tipi proteici; milioni
di specie diversificatesi a partire dai primi batteri,
dai procarioti fino agli eucarioti unicellulari (frutto
31
Imperfezione

di simbiosi tra procarioti) e poi ai multicellulari con


differenziamento delle cellule, come funghi, piante
e noi animali, che a ben vedere siamo la periferia
dell'impero della biodiversità. Eppure tutto lascia
pensare che persino questa stupeface~te diversità
reale sia soltanto un piccolo sottoinsieme di quella
possibile. Fin dall'inizio, le combinazioni potenziali
erano molte di più e solo alcune soluzioni sono sta-
te esplorate. Tra quelle realizzate, ricordiamo che il
99,9% delle specie esistite in tre miliardi e mezzo
di anni sulla Terra si sono già estinte (uno spreco
colossale), la maggior parte delle quali prima del-
la nostra comparsa, anche se il sedicente Homo sa-
piens adesso ci sta mettendo del suo e negli ultimi
cinque secoli ha già sterminato più di un terzo di
tutte le altre forme di vita.
Probabilmente già due miliardi di anni fa suc-
cesse che una cellula subì una delle sue tante mu-
tazioni casuali e quando si duplicò le due cellule fi-
glie anziché separarsi rimasero appiccicate. A quel
punto, un'ulteriore mutazione differenziò tra loro
le due cellule figlie, facendo sì che svolgessero una
funzione leggermente diversa l'una dall'altra. Ec-
co che ripartì il motore dell'evoluzione: variazione
e soprl;lvvivenza differenziale. Quelle due cellule
hanno un piccolo vantaggio sulle altre: stanno in-
sieme e si dividono il lavoro della sopravvivenza.
Se quel vantaggio è ereditario e viene selezionato,
cioè se la pressione ambientale è tale da favorirlo,
le due cellule continueranno a vivere insieme, per
replicarsi si separeranno e ognuna manterrà, anche
32
L'evoluzione imperfetta

la mutazione dell'altra, aggiungendo complessità


a entrambe.
Ora le cellule che fanno parte di uno stesso siste-
ma non possono più farsi gli affari propri: non solo
devono collaborare fra di loro, ma devono anche dif-
ferenziarsi riel modo giusto e per la prima volta de-
vono accettare un controllo dall'alto. Hanno tutte lo
stesso genoma, ma regolato ed espresso in modo di-
verso per svolgere funzioni distinte. Ora fanno parte
di un organismo pluricellulare, cioè di una comunità
ancora più grande e complessa della singola cellu-
la, una comunità organizzata e coordinata: il nostro
corpo. A quel punto, dalla prima cellula fecondata in
poi, il DNA direttore d'orchestra fu in grado di com-
piere un altro dei suoi prodigi: alcuni geni divennero
architetti e presiedettero allo sviluppo dei differen-
ti piani corporei (essere mollusco, essere crostaceo,
essere insetto, essere vertebrato, e così via). Separa-
rono i vari tessuti e li misero nel posto giusto. Come
capicantiere, da quel giorno dirigono la costruzione
delle varie parti (arti, antenne, segmenti, teste, code)
e dettano le simmetrie: davanti e dietro, alto e basso, .
destra e sinistra, entrata e uscita. Fu così che con un
kit degli attrezzi tutto sommato limitato, i geni dello
sviluppo, la natura produsse, grazie al DNA, la mera-
vigliosa diversità dei piani corporei di milioni e mi-
lioni di specie pluricellulari differenti. A quel punto
gli organismi cominciarono a mangiarsi tra di loro,
vivi e morti, e ci provarono gusto.
Ma anche questa volta ci fu un prezzo da pagare.
Se una cellula vive da sola, l'ultima cosa che le può
33
Imperfezione

venire in mente è quella di suicidarsi. L'imperati-


vo della vita è resistere, moltiplicarsi e occupare gli
spazi disponibili. Se subisce un danno le va bene
anche di sopravvivere danneggiata, e pazienza. Al-
la peggio, avrà meno discendenti. Ma nella grande
metropoli di un organismo pluricellulare, se a causa
di una mutazione, di una radiazione o di un trauma
una cellula viene danneggiata, essa diventa dannosa
per il resto dell'organismo. Bisogna allora impedir-
le di vivere. Il tutto prevale sull'egoismo dei singo-
li e delle parti. La cellula, volente o nolente, dovrà
immolarsi per il bene comune.
Nel corso dell'evoluzione si è sviluppato un cru-
ciale programma di suicidio cellulare -1' apoptosi,
morte cellulare programmata- che è scritto nel DNA
di ognuna delle nostre cellule e che diede sicura-
mente un grande vantaggio selettivo ai suoi primi
portatori pluricellulari. Una delle conseguenze del-
la multicellularità e dello sviluppo dei corpi è che
le cellule devono funzionare insieme a tutte le altre
in uno stato di polizia molto controllato. Il sistema
immunitario vigila e ogni corpo è una scultura: si
rinnova ogni giorno producendo miliardi di nuo-
ve cellule e si scolpisce togliendòne altri miliardi.
Ogniqualvolta una cellula diventa pericolosa per il
tutto o ha un malfunzionamento, scatta l'automa-
tismo dell'apoptosi e muore. Ma non sempre tutto
funziona per il meglio ...
La condizione pluricellulare è un compromesso
imperfetto tra l'egoismo cellulare e la cooperazio-
ne a livello di organismo. Nell'evoluzione, quando
34
L'evoluzione imperfetta

si sviluppano sistemi composti da più parti coordi-


nate, spuntano prima o poi i "battitori liberi", quel-
li cioè che godono dell'aiuto degli altri che stanno
attorno ma in cambio non danno nulla alla colletti-
vità. Così facendo, traggono un fortissimo vantag-
gio darwiniano, perché incassano la cooperazione
degli altri e non contribuiscono in proprio. Come
gli evasori fiscali, che non pagano le tasse ma poi
vanno nell'ospedale pubblico quando hanno biso-
gno. Ecco perché il corpo ha evoluto i suoi sistemi
di polizia interna. Quando una cellula egoista riesce
a eludere i controlli e torna alla logica unicellulare,
è un problema.
Le cellule tumorali sono le disobbedienti che
sfuggono all'imperativo dell'apoptosi. A causa di er-
rori accidentali di copiatura del DNA sfuggiti ai con-
trolli, di influssi ambientali o di mutazioni ereditate,
diventano battitori liberi che si duplicano indefini-
tamente e che addomesticano gli ambienti attorno
a loro per assorbire risorse come parassiti. Sono tra-
ditori che si infiltrano e minano la cooperazione cel-
lulare alla base della salute di un organismo. I tu-
mori più pericolosi hanno una strategia evolutiva.
Derivano dall'instabilità genetica e da ambienti che
li favoriscono, a causa di acidosi, ipossia, infiamma-
, zioni. Mutano rapidissimi, aggirando gli attacchi e
resistendo agli assedi. Si diversificano ad albero, co-
me le specie. Corrompono e arruolano dalla propria
parte i poliziotti del sistema immunitario.
Non ha senso. Solo un'evoluzione imperfetta
può spiegare il cancro. Uccidendo l'organismo,
/

35
Imperfezione

alla fine uccide anche la sua nicchia ecologica, il


suo ospite, ed è tutto finito. Il suo egoismo for-
sennato è pura stupidità sul piano evolutivo: folle
e bieco, alla fine muore anch'esso insieme alla sua
vittima. Non colpisce soltanto gli individui anziani
e non più in età riproduttiva, nei quali l'invecchia-
mento cellulare, l'instabilità genetica e l'assenza
di protezione della selezione naturale favoriscono
l'insorgere di mutazioni maligne. In percentuali
inferiori colpisce tutti, purtroppo, anche i bambi-
ni. È un non senso che si comprende solo se con-
sideriamo che l'evoluzione non è perfetta, ma il
frutto di compromessi instabili e precari, che per
lo più funzionano ma non sempre. In questo caso
un compromesso tra il livello unicellulare primor-
diale e quello pluricellulare. Il cancro è un retag-
gio malevolo di quando le cellule facevano tutto da
sole: i controlli dell'organismo non sono perfetti e
ogni tanto ritorna fuori l'egoismo unicellulare allo
· stato puro. Quella tra i corpi e i tumori, quindi, è
una battaglia antichissima tra due stadi di evolu-
zione. Una battaglia infinita che dura da centinaia
di milioni di anni.

Dalpunto di vista di un microbo


Per capire quanto possa essere potente e resisten-
te la vita unicellulare, basta provare a guardare l' e-
voluzione dal punto di vista dei microbi. Si rimane
stupefatti. Gli "animalculi" osservati da Antoni van
Leeuwenhoek nella seconda metà del Seicento so-
no minuscoli esseri unicellulari autoreplicanti che
36
L'evoluzione imperfetta

si scambiano i geni tra loro e sanno vivere letteral-


mente ovunque. Se c'è vita su altri corpi del siste-
ma solare o su esopianeti lontani è probabile che
abbia le loro sembianze, non quelle di omini verdi
bipedi e cervelluti. Le complicate, imperfette ma
funzionanti nanomacchine biologiche inventate dai
microrganismi, e poi ereditate da piante e animali,
hanno estesamente plasmato i cicli biogeochimi-
ci della Terra e forse un giorno scopriremo che lo
hanno fatto anche altrove.
L'ubiquità dei microbi è nota: gran parte della
biodiversità terrestre attuale è costituita da batteri
e tutta la vita sul nostro pianeta discende, come si
è già detto, da un comune progenitore microbico
vissuto almeno 3,5 miliardi di anni fa. Quindi, con-
siderando. che gli animali a noi familiari comparve-
ro 600 milioni di anni fa, per 1'85% della sua dura-
ta l'evoluzione biologica sulla Terra vide soltanto
microbi, per la precisione archeobatteri, batteri e
poco altro. Uno shock per chi pensa ancora che
la storia naturale sulla Terra fosse inesorabilmente
votata alla complessità e all'intelligenza. Dipende
peraltro da cosa intendiamo per intelligenza e com-
plessità: i batiscafi. che da qualche decennio perlu-
strano i camini idrotermali sulle dorsali oceaniche,
le sterminate piane abissali e i fondali limacciosi
degli oceani hanno scoperto un mondo di creature
bizzarre prima inimmaginabili. Il buio è interrotto
da lampi di bioluminescenza e il brulicante univer-
so di spugne, molluschi, crostacei, vermi giganti,
ricci di mare, oloturie, ragni di mare, gigli di mare,
37
Imperfezione

stelle di mare, pesci, foraminiferi, ha poco da invi-


diare a una foresta pluviale.
Ma il nostro debito verso i microbi, e verso il la-
to apparentemente semplice della vita, va ben oltre
il fatto che essi ci abbiano lungamente preceduti
(Falkowski, 2015). Intorno a 2,4 miliardi di anni fa,
ma probabilmente anche prima, i cianobatteri im-
pararono a convertire l'energia solare in composti
organici (le piante terrestri lo fanno "soltanto" da
450 milioni di anni). Attraverso la fotosintesi ossi-
genica, energia luminosa venne usata per scindere
l'acqua, ricavando idrogeno e assorbendo anidride
carbonica per produrre materia organica, rilascian-
do come scarto l'ossigeno. Come effetto collaterale
del tutto contingente, in atmosfera cominciò quindi
a diffondersi un gas prima assente, assai reattivo e
tossico, che favorisce la combustione. Per noi ossi-
geno significa vita, ma non fu sempre così.
L'evento innescò una rivoluzione catastrofica: il
Grande Evento Ossidativo. In centinaia di milioni
di anni l'atmosfera si riempì di ossigeno, fino a quel
21 % che è stabile (per nostra fortuna) da 800.000
anni almeno. Si formò la fascia di ozono che ci pro-
tegge dai raggi ultravioletti. Il pianeta subì un raf-
freddamento drammatico, a causa della riduzione
del metano atmosferico, trasformandosi in una gran-
de palla di neve per 300 milioni di anni. Le forme di
vita che fino ad allora avevano proliferato in condi-
zioni anossiche furono spazzate via, perché per mol-
te di loro l'ossigeno era un veleno, e i pochi soprav-
vissuti furono relegati in nicchie marginali (oggi li
38
L'evoluzione imperfetta

troviamo, per esempio, nell'intestino dei ruminanti


e nel nostro). Invece altri microbi, e poi gli animali,
tuttò quell'ossigeno impararono a respirarlo, rila-
sciando come scarto acqua e anidride carbonica che
viene riassorbita da fitoplancton e piante; In questo
grande intreccio di cicli di regolazione biogeochimi-
ci, i microbi che sopravvissero alle oscillazioni cli~
matiche e poi il fitoplancton crearono le condizioni
che oggi ci mantengono in vita: in sostanza, i microbi
hanno reso la Terra abitabile per noi.
Senza i batteri noi non saremmo qui anche per
un secondo motivo: le prime cellule eucariotiche
nacquero da associazioni simbiotiche tra microbi,
circa 2, 7 miliardi di anni fa. Il principio è che non
si crea dal nulla, ma si ricombina l'esistente. Alcuni
batteri furono inglobati da altri batteri, formando
cellule più complesse dotate di un nucleo, per pro-
teggere il DNA dalle contaminazioni, e di organelli
interni; in particolare mitocondri e cloroplasti, i ge-
neratori di energia delle cellule animali e vegetali,
sono batteri ingeriti e mantenuti come simbionti,
tanto che conservano il loro DNA originale. Fu un
primo esempio di cooperazione tra cellule che poi
avrà successo e si ripeterà nell'evoluzione delle pri-
me colonie pluricellulari. Quindi ognuna delle no-
stre cellule ospìta un ex batterio che ha rinunciato
alla sua indipendenza.
Così ancor oggi conviviamo con i batteri, in bili-
co tra collaborazione e belligeranza. Ne portiamo
miliardi sulla pelle, in bocca, nel naso. Il nostro
intestino contiene uno zoo ricchissimo di batteri,
39
Imperfezione

archeobatteri, virus e funghi, più di 10.000 specie


(per lo più sconosciute), un ecosistema microbico
acquisito in gran parte dopo la nascita dalla ma-
dre e dall'ambiente, unico per ciascun individuo
ma tipico di ciascuna specie. Questo "microbiota"
contenuto nel nostro corpo ci permette di digerire
molte sostanze, di avere un metabolismo corretto e
un sistema immunitario in salute. Di recente è stato
scoperto che, sorprendentemente, il suo malfunzio-
namento può avere un ruolo persino nel diabete e
in alcune malattie neurodegenerative.
Siamo insomma un condominio affollato che
ospita miliardi di microbi, in equilibrio instabile.
Essendo la natura sempre ambivalente e imperfet-
ta, alcuni ci fanno vivere (sono simbionti: noi abbia-
mo bisogno di loro e viceversa), altri approfittano
di noi senza farci troppo del male (sono parassiti
innocui o commensali), altri ancora ci infettano e
. ci fanno ammalare (sono patogeni), altri ancora ini-
ziano innocui ma poi diventano patogeni. Nel caso
di molti altri, semplicemente, non sappiamo anco-
ra che cosa facciano. Non siamo soli nemmeno nel
nostro corpo. Siamo "olobionti". Per i batteri, del
resto, noi mammiferi siamo un ottimo habitat e un
eccellente veicolo di trasmissione. Nell'evoluzione
bisogna sempre guardare il mondo anche dal punto
di vista degli altri. La dieta, l'igiene e lo scarso con-
fatto con la natura stanno riducendo la biodiversità
del microbiota umano nei paesi industrializzati, al
punto che alcu.ni scienziati propongono di costrui-
re una grande arca di Noè, una bio-banca mondia-
40
L'evoluzione imperfetta
I
le, per preservare i microbi intestinali dei popoli
nativi, assai più biodiversi dei nostri (Dominguez
Bello et al., 2018).
Anche se ciò ferisce il nostro antropocentrismo
(ma anche animalo-centrismo), ci accorgiamo di
una grande asimmetria tra noi e i batteri: senza la
loro imponente biomassa noi non potremmo esiste-
re; al contrario loro non hanno alcun bisogno del-
la presenza di assemblee chiassose di tipi cellulari,
tessuti e organi diversi quali siamo noi. Vivono nel-
le condizioni più assurde, in assenza di ossigeno e
luce, a temperature e pressioni elevatissime, nel sale
e dentro le rocce. Se non c'è energia solare, fanno
la chemiosintesi utilizzando sostanze inorganiche.
Viaggiando nel sistema solare, se la caverebbero
bene su Marte, nell'oceano nascosto di Europa e
sulle dune di Titano.
Nei loro confronti, noi siamo una specie al con-
tempo minacciosa e fragile: abbiamo imparato a
tenerli a bada con gli antibiotici (salvo impoverire
il microbiota con conseguenze imprevedibili), ma
loro mutano velocissimi e diventano resistenti. La
prossima volta che vi farete prendere da smanie di
grandezza e di perfezione, pensate ai microbi: c' e-
rano prima di noi, hanno trasformato chimicamen-
te il pianeta, senza di loro non potremmo vivere, e
tutto lascia pensare che continueranno a dominare
la Terra anche dopo la dipartita di Homo sapiens.
Come ha scritto John L. Ingraham (2012), i microbi
sono i nostri progenitori, i nostri inventori e i nostri
conservatori. Alcuni di loro di tanto in tanto diven-
41
Imperfezione

tana nostri avversari e ci uccidono. Ma dobbiamo


ricordare che noi siamo gli intrusi recenti nel loro
mondo già da lungo tempo stabilito e sviluppato.

Il sesso e altre catastrofi


I microbi sono noti per aver inventato un'altra dia-
voleria pericolosa: il sesso. Se vogliamo infatti au-
mentare le possibilità di variazione genetica, oltre
alle normali mutazioni possiamo anche.mescolare i
geni tra un organismo e l'altro. Da par loro, i micro-
bi fanno sesso nel modo più efficiente e sensato: si
scambiano direttamente i geni tra l'uno e l'altro in
orizzontale, attraverso ponti citoplasmatici e altri
meccanismi di ricombinazione. Noi pluricellulari
invece abbiamo intrapreso una strada assai più ri-
schiosa, che ci espone a un'infinità di imperfezioni.
Il sesso, per quanto divertente, è costoso. Corteg-
giamenti, ritrosie, accoppiamenti e cure parentali
richiedono un sacco di energia, sottratta ad altre
attività vitali come nutrirsi ed evitare i predatori.
Molte specie, infatti, appena possono fanno a me-
no del sesso: gemmano da una talea come le pian-
te, figliano· per partenogenesi come molti rettili, si
clonano. Tutte soluzioni rapide, indolori ed econo-
miche, ma con un grande svantaggio: non genera-
no diversità. Il genitore è identico al figlio ... non va
bene. Così il DNA inventò i sessi distinti.
Le femmine e i maschi mescolano e ricombina-
no i loro genomi per mettere al mondo ogni volta
un organismo figlio che assomiglia ai genitori ma
mai del tutto, e in modo che non vi sia mai un fi-
42
L'evoluzione imperfetta

glio uguale a un altro. Se ricordate, la variazione è


il combustibile dell'evoluzione, quindi. .. Possiamo
ipotizzare che un tempo, agli albori della vita pluri-
cellulare, la riproduzione sessuata e quella asessua-
ta si confrontassero come due strategie in compe-
tizione. Chi faceva figli tutti cloni se la sbrigava più
facilmente, ma li esponeva al rischio delle malattie.
Se infatti un agente patogeno colpiva uno, colpiva
tutti, e fine della discendenza. Chi invece pratica-
va il sesso e faceva figli tutti geneticamente diversi
da sé e tra loro ci metteva sì più impegno, ma con
un gran vantaggio: se la malattia colpiva una par-
te dei figli, probabilmente qualcuno grazie alla sua
diversità genetica risultava resistente o immune. E
la discendenza era salva.
A riprova di quanto sopra, anche oggi, tra le spe-
cie che hanno entrambe le opzioni, con o senza ses-
so, in situazioni tranquille prevale la riproduzione
asessuata, quando invece c'è una minaccia esterna
o uno stress ambientale ecco rispuntare i due sessi.
Il sesso quindi è il trucco 'attraverso il quale il DNA
a ogni generazione produce diversità e la diversità
in natura è un'assicurazione sulla vita e sul futuro.
Più una popolazione biologica è diversa al suo in-
terno, più è sana, perché resiste meglio agli attac-
chi dei patogeni. Se invece un clone acquisisce una
mutazione negativa se la porta dietro per sempre
e ne accumula altre. Il sesso è un vaccino naturale,
da 600 milioni di anni ci protegge da virus e batte-
ri. La morale della storia è che ridurre la diversità,
omologare, uniformare il mondo, allevare animali
43
Imperfezione

tutti cloni, coltivare latifondi a monocolture, par-


lare tutti la stessa lingua, pensare tutti nello stesso
modo, non è mai una buona idea.
Il sesso però ha un sacco di controindicazioni
alquanto imperfette. Non puoi più riprodurti da
solo in santa pace, ma dipendi da un altro sesso,
con il quale non è sempre facile interagire (chiede-
telo al maschio della iena maculata che deve avere
a che fare con compagne più grandi e muscolose
di lui, piuttosto irascibili, e con un inquietante fal-
so pene in mezzo alle zampe posteriori). Oltre a
essere costoso e pedcoloso mentre lo si pratica, il
sesso genera poi una cascata di asimmetrie tra ma-
schi e femmine. Le seconde di norma producono
poche cellule sessuali, molto nutrienti e preziose,
che non possono sprecare. I primi al contrario eia-
culano milioni di cellule sessuali, gran parte delle
quali svaniscono nel nulla. Le femmine inoltre si
sobbarcano generalmente gran parte dei costi del-
la riproduzione e del mantenimento della prole. I
maschi invece, con poche eccezioni, investono po-
co nell'accudimento.
Ne deriva che le femmine tendenzialmente scel-
gono i maschi con cui accoppiarsi e i maschi devo-
no trovare ogni pretesto buono per farsi scegliere, o
combattendo con altri maschi o seducendo le fem-
mine con ornamenti e ogni sorta di esibizionismo.
Più la messinscena maschile è elaborata, pesante e
costosa, cioè grava come un handicap sul maschio
corteggiatore; più le chance di fare breccia nella
femmina sono alte, perché la futura mamma ha la
44
L'evoluzione imperfetta

prova che il maschio è sano e robusto (se è ancora


vivo dopo tutte quelle messinscene, o è molto for-
tunato o è forte ... ). Il che rende noi maschi in na-
tura terribilmente ridicoli, i campioni dell'imper-
fezione. Sarà anche per compensare tutti questi
pericoli e difetti che il sesso fu incentivato dall' e-
voluzione attraverso le molte lusinghe del piacere.

I campioni dell'imperfezione
Il campionario degli orrori maschili in natura spa-
zia dai nani parassiti della rana pescatrice - un pe-
sce abissale le cui femmine gigantesche si portano
dietro una dozzina di minuscoli maschi incollati
sulla pelle, risucchiati di ogni organo interno tranne
le gonadi, in pratica testicoli ambulanti (del resto,
se vivi nelle immensità buie dell'oceano quando in-
contri un partner ti conviene tenertelo stretto ...
pure troppo) - fino ai maschi di mantidi e vari ra-
gni che vengono divorati durante- o subito dopo
l'accoppiamento (pare che sia un dono nuziale fi-
nito male). Ci sono maschi che si autoevirano al
culmine dell'amplesso o si lasciano mangiare. Ov-
viamente pensiamo anche ai maschi di pavone con
le loro code esagerate, o ai cervi con ingombranti
e sontuosi palchi.
I maschi umani poi sono imperfetti anche gene-
ticamente. Mentre le femmine hanno tutti i cro-
mosomi appaiati e sim111etrici, compresi quelli ses-
suali, i maschi hanno un cromosoma sessuale, Y,
spaiato, che quindi non si ricombina (e non si rin-
nova) con l'X. Qualche biologo sostiene che si stia
45
Imperfezione

gradualmente atrofizzando per scarsità di muta-


zioni. Ma noi maschi umani abbiamo rischiato di
estinguerci anche·prima, e nel modo più stupido.
I dati di genetica umana attestano infatti che, in un
periodo compreso tra sette e cinque millenni fa, il
cromosoma Y umano attraversò un "collo di botti-
glia" piuttosto drammatico che ne ridusse la varia-
bilità. Significa che in diverse popolazioni umane
di Eurasia e Africa in quella fase storica il nume-
ro di uomini crollò rapidamente. Si calcola un di-
mezzamento da 20 a 10 milioni. Che cosa può aver
prodotto una tale strage di maschi riproduttivi?
Nell'evoluzione di solito i colli di bottiglia ge-
netici sono dovuti a perturbazioni ecologiche pro-
fonde che assottigliano drasticamente una popola-
zione, ma non si conoscono catastrofi ambientali
così selettive da far fuori soltanto i maschi. Forse
fu il contagio epidemico di una misteriosa malattia
uniparentale o un'esplosione di mortalità infantile
nei maschietti? Magari nelle società agropastorali
si diffusero forti diseguaglianze sociali e con esse
la poliginia, con pochi uomini che si riproduceva-
no con molte donne? O forse il collo di bottiglia fu
dovuto al fatto che nel Neolitico a più riprese mi-
grarono gruppi fondatori di agricoltori e pastori
composti prevalentemente da uomini?
L'unione di dati antropologici, archeologici e ge-
netici, sostenuti da modelli matematici, ha suggeri-
to di recente ad alcuni esperti una causa diversa e
inquietante: la formazione di gruppi parentali pa-
trilineari (geneticamente molto omogenei al loro
46
· L'evoluzione imperfetta

interno) in forte competizione gli uni con gli altri,


con sopravvivenza di pochi e conseguente perdita
sanguinosa sia di maschi in battaglia sia di intere
tribù con tutti i loro cromosomi Y In pratica, i ma-
schi rischiarono di estinguersi a forza di uccidersi
a vicenda e di non fare prigionieri nei gruppi rivali
(Zeng, Aw, Feldman, 2018). Un comportamento
molto sapiens, in effetti.
Se è andata così, significa che il maschio umano,
da alcuni millenni almeno, ha seri problemi nella
gestione del suo testosterone in società. Al punto
da crearsi da solo un pericoloso collo di bottiglia
genetico a forza di massacri e di stupide guerre ge-
neralizzate tra clan per conquistarsi un fazzoletto di
terra (e le donne degli altri). Farsi del male da soli
trascinando con sé il resto del mondo, e farlo con
il petto in fuori, sembra una prerogativa evolutiva
piuttosto radicata nel maschio umano, una creatura
così imperfetta che, per Ul) pelo, non si autoestinse.
A parziale discolpa dei maschi eternamente in-
sicuri, va detto che da almeno un paio di milioni di
anni fanno una vita d'inferno. Le nostre femmine
hanno l'ovulazione nascosta, fenomeno rarissimo
nei primati, quindi noi maschi non siamo mai certi
di quando le nostre partner siano fertili e soprat-
tutto se siamo davvero noi i padri della prole. Non
ci resta che presidiarle notte e giorno, con il terrore
permanente del tradimento, peraltro diffusissimo
in molte altre specie, anche le più insospettabili. In
diversi uccelli, come i cigni, maschi e femmine so-
no identici. I maschi non competono per farsi sce-
47
Imperfezione

gliere dalle femmine, perché le coppie sono perfet-


tamente monogame. Si scelgono e restano insieme
tutta la vita. O almeno, così si pensava. Quando gli
scienziati hanno fatto i primi test genetici sulle uo-
va, hanno scoperto che nelle nidiate ci sono quasi
sempre figli illegittimi, frutto di incontri extra-co-
niugali. Quindi nemmeno la monogamia è perfet-
ta. Del resto l'evoluzione insegna che un pizzico di
infedeltà fa aumentare la variabilità genetica, il che
spiace dirlo ma fa bene.

Un mondo di possibilità
L'imperfezione ci insegna a vedere le cose non solo
per quello che sono, ma anche per quello che po-
trebbero essere. Superata la soglia dei 600 milioni
di anni fa, e poste in essere le invenzioni dei due
noiosissimi miliardi di anni precedenti (fotosintesi,
cellule con nucleo, organismi pluricellulari, morte
cellulare, sesso), la produzione di biodiversità co-
minciò a correre, senza andare troppo per il sottile
in fatto di perfezione morfologica. Passate le gla-
ciazioni più severe e rialzatisi i livelli di ossigeno, gli
organismi pluricellulari scatenarono i loro geni del-
lo sviluppo e si misero a sperimentare lè configura-
zioni corporee più bizzarre: prima con l'esplosione
della misteriosa fauna appiattita e "arboriforme" di
~diacara, dove forse emersero gli antenati di spu-
gne, meduse e coralli, mentre moltissime altre for-
me andarono estinte per sempre; poi con l' esplosio-
ne della fauna cambriana, la più strana che sia mai
apparsa sulla Terra, popolata di prede e predatori
48
L'evoluzione imperfetta

che esibivano stravaganti combinazioni di modu-


li corporei (occhi, bocche, teste, ani, arti, antenne,
chele, corazze, simmetrie bilaterali, segmentazio-
ni). Un caravanserraglio che sembra uscito da un
film di fantascienza.
Nei mari cambriani 520 milioni di anni fa erano
già presenti di sicuro gli antenati e gli zii laterali
poi estinti di tutti i principali gruppi di animali che.
vivono ancora sul pianeta, ma anche molti di più.
Non sapremo mai chi di loro era incamminato su
un vicolo cieco dell'evoluzione e chi invece desti-
nato a diventare antenato di insetti, crostacei, ragni,
o dei vertebrati come quegli anomali pesci a pinne
lobate che molto tempo dopo, alla fine del Devo-
niano, 370 milioni di anni fa, timidamente e in ordi-
ne sparso iniziarono a adattarsi alla terraferma. Ap-
pena le si presentò l'occasione ecologica, da subito
e non poco per volta, la vita si mise ad armeggiare
ed esplorò un'ampia gamma di possibilità, solo una
parte delle quali è sopravvissuta.
Il principio costruttivo di questiprimi animali, se
vogliamo proprio trovarne uno, non fu l'ottimizza-
zione ingegneristica, ma la sperimentazione di pos-
sibilità e la specializzazione funzionale nell' alimen-
tazione. Vivevano in un mondo libero e permissivo.
Potevano permettersi di sbizzarrirsi in forme e so-
luzioni, come raramente succederà in seguito. L' e-
voluzione imperfetta a questo punto iniziò ad al-
ternare periodi di diversificazione (radiazioni),
periodi di florida stabilità (come nel Carbonifero)
e periodi di drastica riduzione delle specie (estin"
49
Imperfezione

zioni di massa), questi ultimi innescati sempre da


cambiamenti ecologici su larga scala che ben poco
avevano a che vedere con le capacità adattative de-
gli organismi: colossali eruzioni vulcaniche, impatti
di asteroidi, derive dei continenti, oscillazioni cli-
matiche. La Terra è un pianeta spietato, che perio-
dicamente può dare mazzate tremende alle fragili
forme di vita che la abitano.
Ogni volta, tuttavia, quella fragilità si è trasfor-
mata in straordinaria resilienza. Dopo un' estinzio-
ne di massa i pochi sopravvissuti, per nulla prede-
stinati, ereditarono le nicchie ecologiche lasciate
libere e tornarono a diversificarsi più di prima. La
vita oltre che imperfetta è testarda. Successe dopo
la madre di tutte le estinzioni alla fine del Permia-
no, 252 milioni di anni fa, quando il 90% di tutte
le specie si estinse a causa di immani eruzioni di
fiumi di basalto fuso, ma dai pochi sopravvissuti
(compresi animali improbabili come il goffo retti-
le mammaliano chiamato listrosauro, su cui obiet-
tivamente nessun allibratore avrebbe scommesso
un soldo) la giostra della biodiversità riprese len-
tamente a girare.
Alle estinzioni. di massa non sopravvive il più
adatto. Sono troppo repentine. Non c'è tempo.
Sopravvive talvolta il più flessibile, per esempio il
generalista che ha una dieta diversificata e si arran-
gia in ambienti differenti. Talaltra sopravvive sem-
plicemente il più fortunato, chi si trovava al posto
giusto al momento giusto. Di sicuro, guardando la
lista dei sommersi e dei salvati, non sopravvive il
50
L'evoluzione imperfetta

più perfetto, perché l'evoluzione non ha avuto il


tempo per affinarlo. L'estinzione che alla fine del
Triassico, 202 milioni di anni fa, falciò una buona
parte dei grandi rettili mostruosi del periodo di-
ventò la grande occasione per l'ascesa, lenta e dif-
ficoltosa nel Giurassico, dei dinosauri, che poi do-
mineranno il Cretaceo fino a 66 milioni di anni fa. I
sopravvissuti fortunosi della catastrofe precedente
diventeranno le vittime della successiva.
Radiazioni esplosive, variazioni sul tema e poi
crisi ecologiche drammatiche, ancora e ancora: da
mezzo miliardo di anni questo è il respiro lungo
dell'evoluzione della vita su un pianeta attivo e im-
prevedibile. Vita imperfetta, dunque creativa, su
un pianeta imperfetto, dunque fertile. Il resto è sto-
ria "recente" (su scala biologica). Essere piccoli,
prolifici, generalisti, mobili, a sangue caldo (cioè
capaci di regolare internamente la temperatura cor-
porea), notturni, con l'abitudine di metter via i se-
mi per l'inverno, non vuol dire essere perfetti di
per sé (tanto è vero che queste bestioline rimasero
per cento milioni di anni relegate negli interstizi la-
sciati liberi dai dinosauri), ma per un colpo di buo-
na sorte significa essere proprio l'animale giusto
per sopravvivere alla lunga notte del Cretaceo che
spazzò via tutti i dinosauri.non aviani. I dinosauri
sono ancora tra noi, sotto forma di 10.000 specie
di uccelli, nia lo spazio ecologico dei vertebrati di
grandi dimensioni non è più loro, è dei mammiferi .
. Dopo l'impatto, punto critico per eccellenza, venne
quindi l'era dei mammiferi, marsupiali e placentati,
51
Imperfezione

nani e giganti, adattati alla terra, ali' aria e ali' acqua.


·Tutti figli della fine del mondo degli altri. Un altro
clinamen, un altro colpo di bocce cosmico senza il.
quale noi ominini non saremmo qui a discuterne.
Ma prima di arrivare al primate bipede, cervellu-
to e loquace, spuntato dall'Africa soltanto duecen-
to millenni fa in mezzo a molti altri umani, prima di
introdurre il più inessenziale, fortunato e creativo
sottoprodotto dell'evoluzione imperfetta, dobbia-
mo dare un'occhiata alle smagliature che ci circon-
dano e provare a estrarre da esse le leggi che gover-
nano l'onnipresente incompiutezza e subottimalità
della natura.
Qui però sorge un problema. Libri e documen-
tari naturalistici traboccano di poetiche descrizio-
ni delle meraviglie della biosfera, e non a torto. Ri-
prese aeree spettacolari e incursioni ravvicinate con
i droni ci mostrano la bellezza commovente degli
ormai pochi ecosistemi sopravvissuti alle ruspe e
alle motoseghe umane. Come non ammirare il fa-
scino discreto di uqa foresta nebulare d'alta quota,
un'architettura di umidità? Come non ammirare i
canti ritmici delle megattere? Come non ammira-
re la bocca sempre aperta della murena, con la sua
doppia coppia di mascelle interne che risucchiano
e triturano la preda in un baleno?
Come non ammirare la socialità sottovalutata e le
stranezze sessuali dei vermi di velluto, le strategie
opportuniste della tenia che si infila in ogni anfrat-
to del nostro corpo, la resistenza dei tardigradi alle
condizioni più estreme, l'occhio di una libellula, le
52
L'evoluzione imperfetta

ali degli pterosauri, la planata di un colugo, il mu-


so elettrosensibile dello squalo goblin, le camere di
galleggiamento e la propulsione a getto del nautilo,
il volo silenzioso del gufo sull'ignara preda, l'immu-
nità a punture e veleni del tasso del miele, l' elegan-
za innata del leopardo delle nevi. Come non am-
mirare il senso magnetico dell'orientamento della
tartaruga liuto, che solca gli oceani per migliaia e
migliaia di chilometri. Come non ammirare il pene
serpentiforme dei cirripedi, otto volte più lungo
del corpo, che si protende speranzoso sugli scogli
fu cerca di una femmina (per non dire dei peni di
altre specie, dotati di uncini, spine e dentelli che ri-
muovono lo sperma dei concorrenti). Per stomaci
più forti:· come non ammirare la sensibilità dei peli
dei ragni, o la neurotossina del polpo dagli anelli
blu, migliaia di volte più letale del cianuro.
L'elenco delle magnificenze è infinito (Hender-
son, 2012). Non v'è dubbio che tutte queste siano
soluzioni estremamente efficaci per vivere, ripro-
dursi e assaporare lo scorcio di esistenza che è dato
a ogni essere vivente. Ma siamo proprio sicuri che
dietro le più mirabili opere dell'evoluzione non si
celi anche un lato nascosto, un debito da saldare,
una cicatrice? È tempo di infilare qualche granel-
lo di sabbia nell'ingranaggio intuitivo della perfe-
zione naturale.

53
Il

Imperfezioni che funzionano

L'indomani, trovata qualche provvista sepolta tra le macerie, ri-


stabilirono un po' le forze. Poi lavorarono come gli altri per dar
sollievo agli abitanti scampati alla morte. Alcuni cittadini così
soccorsi offersero loro il pranzo migliore che si poteva in un
tale disastro. Vero è che il pasto fu triste. I commensali bagna-
vano .il pane di lacrime, ma Pangloss li consolò, assicurando che
le cose non potevano essere altrimenti: "Poiché - disse - tutto
questo è quanto di meglio. Poiché, se c'è un vulcano a Lisbo-
na, non poteva essere altrove. Poiché è impossibile che le cose
non siano dove sono. Poiché tutto è bene".
VOLTAIRE, Candido, o l'Ottimismo

L'alce irlandese si estinse nove millenni fa. Non era


un alce e neppure irlandese. Si trattava in realtà di
un cervo di grandi dimensioni delle terre subarti-
che. Sono stati trovati resti di esemplari in un'area
vastissima che va dalla Siberia all'Africa settentrio-
nale, anche se forse l'ultima popolazione resistette
strenuamente proprio in Irlanda, da qui l'impro-
pria attribuzione geografica. I maschi sfoggiavano
un palco ramificato di dimensioni eccezionali. La
loro apertura poteva raggiungere i 3,65 metri ed
erano sostituiti ogni anno. Un gran dispendio di
energie, che aveva una funzione precisa: primeg-
giare sugli altri maschi per accedere alle femmine.
55
Imperfezione

In sintesi, selezione sessuale. I palchi erano lo "sta-


tus symbol" dei megaloceri, un adattamento per
accrescere il proprio successo riproduttivo attiran-
do il maggior numero possibile di femmine, possi-
bilmente senza nemmeno combattere contro altri
maschi rischiando di ferirsi. Ma se questi animali
erano così ben equipaggiati per riprodursi, perché
si sono estinti?

L'alce irlandese
e le prime due leggi dell'imperfezione
Come il senno di poi, anche una visione gloriosa
dell'adattamento inteso come perfezionamento
funzionale e ottimale rischia di portarci fuori stra-
da quando spieghiamo i processi evolutivi. Mentre
guardiamo i documentari naturalistici in alta defi-
nizione dal divano, vien quasi intuitivo pensare che
il mondo vivente sia un gra,nde sistema armonioso e
in equilibrio, in cui ogni dettaglio ha un senso e una
funzione precisa, e ognuno gioca il ruolo che le leg-
gi di natura gli hanno assegnato da sempre. Chi non
ha pensato alla perfezione vedendo un ghepardo
che corre? (Però non fanno mai vedere che dopo
un minuto gli viene il fiatone e, se non ha addentato
la preda alla carotide, si sdraia all'ombra esausto.)
Il predatore fa il predatore, la preda fa la preda, i
vecchi alberi stanno a guardare. Uno insegue e l' al-
tro scappa, con esiti alterni. Ma se così fosse, non
ci sarebbe evoluzione, perché tutto si sarebbe già
compiuto. Lo spettacolo della munificenza natu-
rale non è prodotto da millenni di pace e saggezza
56
Imperfezioni che funzionano

biologica, ma da ere di sconquassi, squilibri e im-


perfezioni che nonostante tutto hanno .funzionato.
In quegli scenari idealizzati tendiamo per esem-
pio a sottostimare l'importanza di variazioni e di
caratteri dovuti a fattori meramente accidentali,
come le derive genetiche, cioè processi di cambia-
mento del tutto casuale delle frequenze geniche e
di riduzione della variabilità, dovuti alle piccole di-
mensioni della popolazione o a perturbazioni eco-
logiche, a colli di bottiglia improvvisi, a "effetti del
fondatore" di un piccolo gruppo che migra e fon-
da una colonia. Tali fenomeni evolutivi casuali non
presentano alcun valore adattativo e sono del tutto
estranei all'operato della selezione naturale. Sono
storia, accadimenti, e nient'altro.
Ovviamente, l'imperfezione e la casualità di que-
sti tratti non possono mai essere così forti da risul-
tare intollerabili per la sopravvivenza e la ripro-
duzione di un organismo, perché altrimenti i suoi
geni non verrebbero trasmessi e quell'imperfezio-
ne non esisterebbe. In passato qualcuno ipotizzò
che gli alci irlandesi si fossero messi nei guai da
soli e li immaginò agonizzanti nei boschi, immo-
bilizzati fra i rami da corna ingovernabili. In pra-
tica, se l'erano cercata. Ma non si è mai visto che
un animale che evolva attivamente strutture e com-
portamenti talmente dannosi da estinguersi (for-
se l'unica eccezione di specie "autominacciata" è
paradossalmente Homo sapiens, ma lo vedremo
nell'ultimo capitolo). In realtà il megalocero non
si estinse a causa delle grandi corna, ma nonostan-
57
Imperfezione

te i grandi palchi. La fine dell'ultima glaciazione


comportò una serie di rapidi cambiamenti clima-
tici, probabilmente sfavorevoli alla sua sopravvi-
venza: solo allora i palchi, così utili in precedenza,
divennero un impaccio a causa del cambiamento
di dieta, di vegetazione e di altre circostanze am-
bientali (sempre che non ci sia lo zampino dell'uo-
mo anche nella sua estinzione).
Qui sta il punto. Nella storia naturale si· può an-
che finire vittime del proprio precedente successo.
I palchi sontuosi dell'alce irlandese non erano per-
fetti di per sé e a un certo punto si rivelarono con-
troproducenti, un lusso maschile troppo costoso.
Ecco dunque che possiamo enucleare; grazie alla
morale dell'estinzione del megalocero, le prime due
leggi che spiegano l'imperfezione in natura. La pri-
ma è la più banale e ci dice che il caso - nelle vesti
di mutazioni, derive genetiche, estinzioni di massa,
rivolgimenti ecologici contingenti e magari rapidi -
spesso cambia imprevedibilmente le regole del gioco
evolutivo, con il risultato che un tratto prima ottima-
le e ben limato dalla selezione naturale si tramuta in
un handicap, in un'imperfezione pericolosa. Quindi
il perfetto può sempre tramutarsi in imperfetto al
variare di circostanze che non decidiamo noi. I di-
nosauri non aviani dovettero soccombere non per-
ché inadeguati di per sé (erano rettili sociali meravi-
gliosamente ben adattati e diversificati), ma perché
si ritrovarono catapultati improvvisamente in un
ambiente che non era più il loro. E comunque una
piccola parte sopr~vvisse.
58
Imperfezioni che funzionano

Nell'alce irlandese vediamo anche in azione una


seconda legge deff imperfezione. I suoi imponen-
ti palchi, che ricrescono ogni anno, erano un inve-
stimento molto alto per i maschi, oltre a essere un
ingombro negli spostamenti. Il forte vantaggio in
termini di riproduzione, per selezione sessuale, ave-
va un costo da pagare in termini di mera sopravvi-
venza, cioè di selezione naturale. Come capita per
la coda del pavone, per le colorazioni sgargianti di
tanti altri uccelli e per moltissimi caratteri evoluti
per selezione sessuale, gli animali devono spesso
barcamenarsi tra pressioni selettive contrastanti:
che faccio, cerco di essere irresistibile agli occhi
delle mie femmine o di non morire di fame e di
scampare ai predatori? Visto che bisogna soprav-
vivere ma anche riprodursi, la soluzione trovata di
volta in volta non potrà che essere un compromes-
so non ottimale e instabile, cioè imperfetto, buono
per la bisogna. L'imperfezione in natura nasce spes-
so dal!' esigenza di trovare compromessi tra interes-
si diversi (per esempio tra maschi e femmine) e tra
spinte selettive antagoniste.
Ecco che l'imperfezione comincia ad assume-
re una fisionomia scientificamente rilevante. Met-
tiamo che stiate studiando le condizioni ottimali
di vita di una spugna immaginaria immersa in un
liquido che abbia le caratteristiche nutrizionali e .
idrodinamiche dell'ambiente oceanico. Ora con-
frontate i vostri risultati con le spugne reali che vi-
vono nei mari (e che sono animali come noi, an-
che se non sembra, e tra i più antichi) e noterete
59
· Imperfezione

che più o meno esse tenderanno ad avere la forma


ideale prevista. Tuttavia noterete un'enorme diver-
sità morfologica tra individui, popolazioni e sot-
tospecie di spugne. Il motivo è che ogni specie è
sottoposta a una molteplicità di pressioni seletti-
ve indipendenti. Se il problema considerato è solo
quello della nutrizione, la forma riscontrata è dav-
vero quella ideale. Se però si sovrappongono altri
problemi e altre esigenze ambientali (per esempio
un predatore stabile nelle vicinanze) la forma risul-
tante sarà un compromesso non ottimale fra carat-
teri che sono adattativi per una funzione e caratteri
adattativi per un'altra.
L'evoluzione è un dilemma continuo. Sono un
uccello e là c'è la mia nidiata, cioè il mio futuro ge-
netico: come faccio a portare più cibo al niclo ma
in modo da non restare assente più di un certo tem-
po? Il kiwi neozelandese non aveva in passato pre-
datori mammiferi a terra e allora òptò per la corsa,
gli artigli, un olfatto sopraffino e vita notturna. Si
rimpicciqlì, smise di volare e la sua strategia evo-
lutiva divenne quella di investire le sue energie in
uova enormi e sproporzionate, pari ciascuna a più
di un quarto del peso totale dell' anilnale, da cui na-
scono piccoli già robusti e satolli. Quando i colo-
ni umani introdussero sulle isole specie invasive e
mangiatrici di uova, per i kiwi fu un disastro.
In tutti questi casi, gli esseri viventi non scalano
la vetta più alta dell'adattamento ottimale come al-
batros in volo, ma si accontentano di stare un po'
più in basso, nel loro "massimo locale". Nel caso
60
Imperfezioni che funzionano

delle spugne funziona benissimo, se è vero che al-


cune vivono anche mille anni. Meglio dimenticar-
si la perfezione, quindi, se si vuol sopravvivere. Se·
non ci credete, chiedetelo a una sogliola o a una
platessa, che per campare si son dovute appiattire
in modo abnorme: un occhio è migrato alla beli' e
meglio sul lato opposto e sono capaci di passare il
resto dell'esistenza coricate su un fianco solo del
corpo senza sviluppare piaghe da decubito.

L'impronta del/'inutilità
Charles Darwin litigò per tutta la vita con la per-
fezione per due ragioni molto rilevanti ancor oggi.
La prima era che i testi di teologia naturale intrisi
di devozione su cui si era formato a Cambridge, co-
me quello di William Paleydel 1802, traboccavano
di ispirate e commoventi descrizioni dei deliziosi e
perfetti "adattamenti" (termine finalistico che pre-
cede la teoria evoluzionistica e definiva una forma
mirabilmente "atta a" svolgere una funzione) degli
organismi viventi. Adattamenti meravigliosi e ot-
timali che dimostravano, sulla base dell'argomen-
to del disegno, l'operato di una divinità creatrice,
giacché simili capolavori naturali di complessità e
organizzazione non potevano esser stati prodotti
senza una finalità, senza un progetto intenzionale.
Come può la rana pescatrice aver evoluto quel
finto pesciolino (perfetto!) che gli balla davanti alla
bocca per attirare le prede e che in realtà è il lem-
bo terminale penzolante e modificato di una spina
della pinna dorsale? Come è possibile che il mede-
61
Imperfezione

simo adattamento, un finto pesciolino da richiamo


perfettamente identico a certi pesci su cui fa cre-
scere le sue larve (stesse pinne, stessa coda, stessi
ondeggiamenti), si sia evoluto nel mollusco bival-
ve Lampsilis a partire da un lembo della sua borsa
di incubazione? Come è possibile che mammiferi
marsupiali e mammiferi placentati, due modi al-
ternativi di essere mammiferi, di fronte a sfide am-
bientali simili evolvano strutture e comportamen-
ti analoghi in parti diverse del mondo? Il sonar è
stato inventato dai pipistrelli, ma anche da alcuni
uccelli sudamericani, i guaciari. Domande tenden-
ziose (nel senso che presuppongono una qualche
tendenza intrinseca alla perfezione).
In un'ottica creazionista infatti è del tutto preve-
dibile che gli organismi siano perfettamente equi-
paggiati e ben inseriti nell'ambiente insieme al qua-
le sono stati creati. Anche V origine delle specie in
effetti trabocca di descrizioni di "finissimi adat-
tamenti" e di co-adattamenti fra gli organismi. Il
mondo naturale ne è pieno, poiché l'evoluzione è
in grado di agire sulle più minute "sfumature di
differenze" nelle strutture e nei comportamenti: è
come "l'impronta di un'arte" analoga, ma di gran
lunga superiore, a quella degli allevatori. Parimenti,
oggi ammiriamo la bellezza e la funzionalità della
struttura biochimica dell'emoglobina, come delle
conchiglie a spirale di nautili e ammoniti. Darwin
però sta ben attento a non confondere i suoi pea-
na dell'adattamento con quelli dei teologi naturali.
In due modi.
62
Imperfezioni che funzionano

Da un lato, si premura di mostrare con dovizia


di esempi come quegli apparenti gioielli di biomec-
canica e fisiologia (per esempio la mirabile fattura
dell'occhio, il mimetismo sorprendente di un in-
setto, le ariose trabecole delle ossa degli uccelli)
possano invece evolvere gradatamente attraverso il
lento e cieco scrutinio della selezione naturale sulla
variazione casuale degli individui, e dall'altro pre-
cisa in più occasioni nella sua opera come la norma
in natura, a ben vedere, sia l'imperfezione, e niente
affatto la perfezione. Egli intuì che il nocciolo della
controversia fra evoluzionismo e fissismo potesse
giocarsi proprio sulle "stranezze" della natura, cioè
sul tema cruciale dell'imperfezione.
Così nacque la storia naturale delle imperfezioni.
Tra le prove empiriche più importanti dell'evolu-
zione, per Darwin, c'erano quelle morfologiche e
strutturali. Era già noto allora che gli essere viventi
presentano "omologie" di struttura molto marca-
te (per esempio negli arti di tutti i vertebrati), con
superficiali modificazioni successive, come se l' e-
voluzione ricorresse a un insieme limitato di sche-
mi morfologici e di piani corporei fondamentali e
apportasse poi soltanto variazioni sugli stessi temi.
La spiegazione per tutto ciò non poteva che essere
per Darwin genealogica, cioè la discendenza comu-
ne con modificazioni: le strutture omologhe sono
la prova di una provenienza di tutti quegli animali
da forme ancestrali comuni, sulle quali ha poi agi-
to la selezione naturale al variare delle condizioni
ambientali contingenti.
63
Imperfezione

Dunque l' evoluzionè darwiniana nasce da una


dialettica tra "unità di tipo" (cioè le strutture mor-
fologiche ereditate) e "condizioni di esistenza" (cioè
le pressioni selettive esterne). In altre parole: tra
inerzie e vincoli storici, da una parte, e situazioni
ambientali contingenti, dall'altra. Già si capisce che
non ci sono proprio le premesse per una perfezione
ingegneristica. Gli arti superiori di un essere uma-
no, di una talpa, di un cavallo, di un delfino e di un
pipistrello sono utilizzati oggi per funzioni del tut-
to diverse (afferrare, scavare, correre, nuotare, vo-
lare), ma presentano lo stesso modello di base, cioè
le stesse ossa sono nelle stesse posizioni reciproche:
non sono perfette per i loro compiti, ma in compen-
so sono il segno certo di una discendenza comune.
La selezione naturale non è onnipotente e non è
il sostituto laico del grande progettista. Deve scen-
dere a compromessi di volta in volta con il materia-
le a disposizione, che è pieno di vincoli interni e di
·limiti fisici. La selezione può migliorare gli organi~
smi solo rispetto a condizioni organiche e inorga-
niche di vita contingenti, non ambire a un'impra-
ticabile perfezione. L'adattamento diventa quindi
un concetto relativo e il passato lascia i suoi segni
sotto forma di imperfezioni e stranezze. Lo testi-
moniano, per Darwin, anche i numerosi tratti ru-
dimentali o vestigiali che persistono come inerzie
del tutto inutili negli animali. Se le condizioni am-
bientali cambiano, organi un tempo utili possono
·diventare ingombranti, ma non al punto da essere
rimossi. E restano lì.
64
Imperfezioni che funzionano

Occhi atrofizzati (che farsene di occhi fragili


e costosi se ti sei rifugiato a vivere in una grotta
buia?), ali dismesse in centinaia di specie di uccelli
e insetti (che farsene di ali fragili e costose se, come
in Nuova Zelanda prima dell'arrivo degli umani,
non hai predatori e trovi il cibo a terra?), mammel-
le maschili, gli abbozzi di arti posteriori e di pelvi
nel boa, i denti nei feti di balena o le piccole ossa
del bacino che rimangono negli adulti di balena, i
petali rudimentali, e così via; sono tutti segni del-
la storia, retaggi di parentele lontane, strutture in
disuso che l'evoluzione tollera per un po' oppure
riutilizza alla bisogna come nel caso degli occhi sot-
topelle di alcune talpe, delle ali dei pinguini usate
come pinne o delle ali di insetto riutilizzate come
bilancieri. La natura, scrive Darwin in un passo bel-
lissimo dell'Origine delle specie, reca indelebile "la
pura impronta dell'inutilità". L'impronta dei carat-
teri imperfetti, "estremamente comuni, o persino
generali, in tutta la natura".
Difficile trovare un animale che non abbia un
.qualche tratto rudimentale o inutile come le ali del
kiwi neozelandese. La natura è piena di avanzi. Nel
1867 l'entusiasta allievo tedesco Ernst Haeckel gli
propose di introdurre ufficialmente un nuovo termi-
ne, la "disteleologia", pet indicare proprio lo studio
degli organi rudimentali, imperfetti, privi di funzio-
ne, nel mondo animale e vegetale, come prova su-
prema dell'evoluzione. Darwin gli rispose molto fa-
vorevolmente, ma la proposta non ebbe segùito e la
"scienza dell'imperfezione" non venne formalizzata.
65
Imperfezione

Ciò nonostante il naturalista inglese negli anni


successivi abbozzò una teoria dell'inutilità, attri-
buendola a cause distinte: 1) alle influenze ancestra-
li, come appunto nel caso dei tratti vestigiali; 2) agli
effetti collaterali casuali, come nel caso della sterilità
degli ibridi, tipo il mulo e il bardotto, nati da genito-
ri di due specie simili ma distinte (asino e cavallo),
un carattere totalmente inutile (anzi negativo, visto
che non c'è riproduzione) secondo Darwin risulta-
to accidentale di differenze nel sistema riproduttivo
delle due specie; 3) oppure l'inutilità può scaturire
da correlazioni strutturali che la selezione naturale
non elimina, per esempio quando un adattamento
mocÌifica una parte di una struttura con effetti non
adattativi da un'altra parte; 4) o ancora può esser
generata da effetti dei processi di sviluppo, come i
capezzoli maschili umani che permangono nell' a-
dulto perché si sviluppano prima della differenzia-
zione sessuale nell'embrione. Quindi secondo Dar-
win esistono principi indipendenti dalla selezione
naturale che spiegano la diffusione di caratteri inu-
tili, imperfetti, subottimali, in eccesso.
I processi evolutivi tollerano finché possibile
gli effetti collaterali sgradevoli o li compensano
in qualche modo, perché una volta presa una cer-.
ta strada di trasformazione della fisiologia, scritta
.nell'orchestrazione dello sviluppo dell'organismo,
sarebbe assai più costoso azzerare tutto e tornare
indietro per fare le cose per bene. I geni e i sistemi
di sviluppo di pesci, anfibi, rettili e mammiferi, poi,
si sono evoluti l'uno in aggiunta al precedente. La
66
Imperfezioni che funzionano

logica è artigianale, non industriale. Un esempio


classico svela meglio di altri quanto possa essere
bizzarra, ai limiti dell'assurdo, un'eredità storica
che perdura ostinatamente.
Nella giraffa il nervo laringeo ricorrente, che è
cruciale essendo coinvolto nella deglutizione e nel-
le vocalizzazioni, anziché andare direttamente dal
cervello alla laringe come qualsiasi ingegnere lo di-
segnerebbe, fa un percorso lunghissimo. Sfiora la
laringe (la sua meta) ma non si ferma, scende lun-
go tutto il collo seguendo il nervo vago, passa sotto
l'aorta dorsale vicino al cuore e risale di nuovo tutto
il collo :fino alla laringe dopo aver percorso quasi
quattro metri (90 cm circa nell'uomo)! Non ha al-
cun senso. È un maldestro compromesso tra il più
recente allungamento del collo per selezione natu-
rale e il più antico retaggio della conformazione del
nervo vago nei pesci, da cui discendiamo tutti noi
vertebrati, giraffe· o umani. Il nervo vago dei pesci
va verso le branchie per la strada' più breve, il no-
stro fa il giro lungo (Dawkins, 2004; Coyne,2009).
Ricominciare da capo sarebbe stato impossibile e
così, di compromesso in compromesso, l'anatomia
dei nostri organi interni con le loro complicazioni e
asimmetrie è diventata un guazzabuglio.

Utili stranezze
E se l'inutilità fosse anche una risorsa? Le vestigia
non sono soltanto ricordi futili del passato, come
la nostra pelle d'oca, retaggio dell'erezione del pe-
lo. A volte l'evoluzione riutilizza in modoingegno-
67
Imperfezione

so strutture superflue evolutesi precedentemente,


scrive Darwin: "Le strutture così indirettamente
acquisite, benché a tutta prima non vantaggiose a
una specie, possono in seguito essere .utilizzate dai
suoi discendenti modificati, in nuove condizioni di
vita e con nuove abitudini acquisite". Il naturalista
inglese capì che per esempio le suture nel cranio
dei giovani mammiferi non si erano evolute come
"adattamento per" facilitare l'uscita della testa nel
canale del parto, come il senno di poi ci porterebbe
subito a pensare. Le si ritrova infatti anche nel cra-
nio di giovani uccelli e rettili, che non ne hanno al-
cun bisogno visto che devono soltanto uscire da un
uovo rotto. Ciò significa che quel tratto si è evoluto
molto anticamente nell'antenato comune di rettili,
uccelli e mammiferi, forse come effetto dei vincoli
di crescita, e poi si è rivelato inaspettatamente utile
per il parto nei mammiferi.
I caratteri inutili e imperfetti offrono poi un ulte-
riore vantaggio allo scienziato. Poiché la selezione
naturale non ha agito recentemente su di loro pla-
smandoli per una ragione adattativa, questi organi
rudimentali e trascurabili, scrive Darwin ricorren-
do a una metafora linguistica alla fine dell'ultimo
capitolo dell'Origine delle specie, "possono essere
. paragonati alle lettere di una parola, che pur essen-
do conservate nella grafia sono diventate inutili per
la pronuncia, ma servono come chiave per l'etimo-
logia". In sostanza, visto che la selezione naturale e
altri meccanismi si disinteressano di loro, le imper-
fezioni diventano come tracce archeologiche, indizi
68
Imperfezioni che funzionano

preziosi per ricostruire la storia e le parentele evo-


lutive tra gli esseri viventi. Più un carattere è insi-
gnificante e più cose ci dice sui rapporti di discen-
denza tra le specie. Denti 'e fiori rudimentali sono
decisivi per classificare animali e piante.
Un tratto imperfetto o trascurabile o strano di-
venta indizio pressoché certo di discendenza co-
mune quando riguarda specie adattate ad ambienti
diversi. Prendiamo l'esempio dello scroto esterno.
Ce l'hanno molti mammiferi, noi compresi, e sap-
piamo che ha un'importante funzione di raffredda-
mento dei testicoli per la produzione degli sperma-
tozoi. Eppure un folto gruppo di mammiferi - che
comprende elefanti, procavie, formichieri, dugon-
ghi, toporagni elefante e talpe dorate - ha i testico-
li all'interno del corpo. Quindi lo scroto esterno è
utile ma non indispensabile. Allora perché proprio
quei mammiferi, così diversi tra loro per dimen-
sioni e abitudini di vita, non ce l'hanno? Semplice,
perché hanno ereditato la sua assenza da un ante-
nato comune africano e se la sono cavata lo stesso.
A volte la stranezza è segno di grande antichità
evolutiva. Facciamo un rebus. Gran nuotatore, è
coperto di pregiata pelliccia, eppure depone le uo-
va. Alla schiusa, la madre allatta i cuccioli da pori
sul ventre. Quel becco d'anatra innestato nel corpo
di un castoro sembrò ai primi osservatori settecen-
teschi uno scherzo di natura, o la sfida di un tassi-
dermista in vena di burle. Ha i piedi palmati, ma
con artigli (velenosi quelli posteriori nel maschio).
Insettivoro e di predilezione notturno, ha uno sto-
(

69
Imperfezione

maco vestigiale, non usa gli occhi sott'acqua e stana


le sue prede grazie a elettrorecettori sul becco. Lui,
semi-acquatico, e le quattro specie cugine di echid-
ne compongono l'eccentrico gruppo di mammiferi·
ovipari noti come monotremi. Avete indovinato?
È l'ornitorinco, la cui stranezza ha stuzzicato filo-
sofi e semiotici, che ne hanno fatto un paradigma
di animale inclassificabile che sfugge alle categorie
preconcette della nostra mente, tanto che uno dei
suoi primi appellativi tassonomici, datogli da Jo-
hann Blumenbach, fu "paradoxus".
Gli aborigeni pensavano che fosse nato da un
incrocio mitico tra un'anatra e un ratto. L'errore è
considerarlo un miscuglio chimerico, come se apo-
steriori un creatore dotato di senso dell'umorismo
avesse giocato fondendo insieme parti di uccello, di
rettile e di mammifero. In realtà, come già Darwin
aveva intuito, l' ornitormco non è a posteriori, è un
a priori, nel senso che i suoi antenati monotremi si
sono separati molto precocemente (160 milioni di
anni fa circa) dal ramo che poi darà origine a mar-
supiali-e placentati. Quindi la sua linea filogeneti-
ca risale molto indietro nel tempo, benché lui non
sia né un fossile vivente né un anello.mancante tra
mammiferi e rettili.
Per questo il suo genoma, sequenziato nel mag-
gio 2008 con tanto di copertina su Nature, presen-
ta una congerie di geni altamente conservati che si
ritrovano con funzioni analoghe in rettili e uccelli
(connessi a formazione e sviluppo delle uova, alla
produzione del veleno, alla determinazione del ses-
70
Imperfezioni che funzionano

so attraverso ben dieci cromosomi). L'elettroloca-


zione invece si sarebbe evoluta più recentemente
attraverso la cooptazione funzionale di geni depu-
tati ali' olfatto. L'ornitorinco insomma è un essere
imperfetto e speciale, con biologia inusuale, strano
e moderno a modo suo. Unica forma rimasta del-
la sua famiglia e del suo genere, vive in Australia
orientale e in Tasmania, soffre un po' come tutti
degli effetti del riscaldamento climatico e dell'in-
quinamento, ma per ora non se la passa malissimo
rispetto ad altri endemismi (forme di vita, animali
o piante, che vivono soltanto in un luogo specifico,
come un'isola, una montagna, un tratto di foresta,
e per questo fragili e vulnerabili).
Possiamo ora enunciare una terza legge dell'im-
perfezione, adottando le parole di Darwin nel se-
sto capitolo dell'Origine. La selezione naturale non
è un agente che perfeziona e ottimizza gli organismi
in ogni loro parte. Non può farlo, perché lavora in·
circostanze contingenti: quindi è sempre relativa a un
contesto cangiante, e soprattutto è condizionata dai
vincoli storici: fisici: strutturali e di sviluppo:

La selezione naturale tende solamente a rendere cia-


scun essere vivente altrettanto perfetto, o un po' più
perfetto, degli altri abitanti dello stesso paese con
cui entra in concorrenza. E vediamo che questo è il
livello &perfezione che si raggiunge in natura. [. .. ]
La selezione naturale non produrrà la perfezione as-
soluta, né ritroviamo mai, per quanto possiamo giu-
dicare, questo alto livello in natura.

71
Imperfezione

Nemmeno l'occhio umano con tutti i suoi ini-


mitabili congegni, prosegue Darwin citando Her-
mann von Helmholtz, è perfetto. La lista dei mal-
funzionamenti è lunga: obbliga il cervello a continui
aggiustamenti e integrazioni, ha la retina rovesciata
verso l'interno (l'occhio del polpo è molto meglio,
per non dire dei quattro occhi del ragno saltatore,
e di· cosa sanno vedere aquile e falchi), ha solo tre
recettori per i colori·(l'occhio composto del gam-
bero mantide ne ha da otto a dodici), ha un cam-
po visivo ristretto, soffre di aberrazione cromatica,
di punti ciechi e di altri antipatici difetti che tutti i
portatori d' occhiali conoscono bene.
Per non dire, insiste Darwin, del pungiglione
dell'ape che, emesso per difesa, porta alla morte
dell'insetto stesso. O delle migliaia di poveri e inu-
tili fuchi che finiscono massacrati. O dello spreco
di polline degli abeti. Non ha senso. Eppure queste
imperfezioni funzionano. La sensibilità dei nostri
occhi è nonostante tutto strepitosa e ci piacereb-
be tanto imitarne le prestazioni nelle fotocamere.
Quando nei musei naturalistici ammiriamo la bel-
lezza degli ittiosauri, che cosa stiamo apprezzan-
do realmente se non l'efficacia, persino estetica,
dell'imperfezione opportunista? Stiamo osservan-
do una lucertola pesciforme che se l'è cavata piut-
tosto bene nella sua scelta anticonformista· di tor-
nare in mare. Esibisce una mescolanza del tutto
originale di elementi indotti dal suo adeguamento
a un'ecologia marina (cioè "convergenze evoluti-
ve" con i pesci, sempre imperfette) e di caratteri
72
Imperfezioni che funzionano

ereditati dalla sua discendenza diretta dai rettili


terrestri. Come aspirante pesce, o pesce di ritor-
no, non è il massimo. Lo stessq fecero in parallelo
alcuni mammiferi, evolvendo in cetacei. Non è il
non plus ultra della perfezione, ma funziona. D' ac-
cordo, adesso gli ittiosauri sono estinti, ma hanno
solcato felici i mari dal Triassico fino al Cretaceo
per 160 milioni di anni. Noi con i nostri esigui due-
cento millenni di vita non abbiamo proprio niente
da giudicare.
Dunque non è necessario e inevitabile che ogni
parte di ogni organismo svolga una determinata
funzione ottimale. Potrebbe altresì essere una con-
seguenza di altri fattori, di vincoli strutturali o di
sviluppo, o una reminiscenza del passato che non se
ne vuole andare. Non è obbligatorio allora cercare
una spiegazione funzionale delle impronte digita-
li, o del colore rosso del nostro sangue, o del rosa
dei fenicotteri, o del perché tutti i vertebrati terre-
stri abbiano ereditato un modello degli arti a cin-
que dita anziché sei o otto. Perfezione ed eleganza
non sono i criteri della natura. Basta che funzioni.
L'onnipresenza in natura di organi rudimentali e
imperfetti non è pertanto un problema per la spie-
gazione evoluzionistica darwiniana, ma al contrario
una conferma della discendenza comune univer-
sale di tutti gli esseri viventi. Umani compresi, con
i loro inutili lobi dell'orecchio, i tediosi denti del
giudizio, il mento sporgente, il naso alquanto esa-
gerato per l'uso che ne facciamo, la pelle delicata e
vulnerabile, l'appendice intestinale vermiforme, le
73
Imperfezione

curve spinali, il dotto deferente che porta lo sperma


dai testicoli al pene ma non direttamente e per la
via breve ma facendo un inutile e lunghissimo giro
sopra l'uretere, le imperfettissime attaccature dei
nervi sulla colonna vertebrale, il coccige vestigio
di andature quadrupedi, e i corrispondenti acciac-
chi, mal di schiena, sciatiche, piedi piatti, scoliosi,
ernie. Ecco perché L'origine dell'uomo di Darwin
riporta prontamente una breve trattazione sui ca-
ratteri inutili del corpo umano.

Il problema degli organi perfetti


Darwin litigò tutta la vita con la perfèzione anche
per una seconda ragione non meno importante. Gli
oppositori gli fecero notare che la selezione natura-
le non poteva spiegare l'origine degli organi di par-
ticolare complessità e, appunto, perfezione. I pro-
cessi selettivi, infatti, funzionano soltanto in modo
graduale, accumulando piccole variazioni di gene-
razione in generazione. Inoltre, per ciascuno stadio
di evoluzione di una certa struttura è necessario che
essa sia funzionale e utile ai suoi possessori, che al-
trimenti non sopravvivrebbero e non si riprodur-
rebbero. Senza queste due clausole, l'evoluzione
darwiniana non funziona. Ma allora, incalzarono
maliziosamente gli avversari di Darwin, come può
la selezione naturale spiegare l'inizio graduale e i
primi stadi di strutture molto complesse e perfette
come un occhio? Un abbozzo di occhio non può
vedere. Con un abbozzo di polmone non respiri. E
un abbozzo di ala non può farti spiccare il volo. Il
74
Imperfezioni che funzionano

5 % di una mimetizzazione non nasconde la preda


al suo predatore. Come la mettiamo?
Molti scienziati anche dopo Darwin ebbero lo
stesso dubbio: la selezione naturale sembra incapa-
ce di render conto dell'evoluzione degli stadi inci-
, pienti di strutture particolarmente elaborate, dove
molte parti devono interagire fra loro in un'orga-
nizzazione e dove la: mancanza di un componente
rischia di far fallire qualsiasi vantaggio adattativo.
Come gli capitava spesso, Darwin prese molto sul
serio la critica, definendola "la maggiore difficol-
tà di tutta la mia teoria". Ci pensò per anni e alla
fine aggiunse più di un capitolo intero, nella sesta
e ultima edizione del suo celeberrimo volume nel
1872, per rispondere a questa specifica obiezione
sulla perfezione. Non poteva infatti rinunciare, pe-
na la distruzione della sua teoria, né alla continui-
tà e gradualità dell'evoluzione (i nemici volevano
fargli ammettere che l'occhio si fosse evoluto tutto
d'un colpo, come per una miracolosa forza interna)
né alla funzionalità degli stadi incipienti (i nemici
volevano fargli accettare l'idea che fin dall'inizio
fosse stata all'opera una causa finale, un progetto
intelligente).
Decise allora di rispondere in due modi. Mite
ma fermo, come nel suo stile. Innanzitutto dòb-
biamo considerare che l'adattamento è una dina-
mica di cambiamento, un flusso di trasformazione,
spiegò, non un optimum già fatto e finito. Il primo
occhio non serviva per vedere come vediamo noi
oggi, certo, ma per distinguere appena una sorgen-
75
Imperfezione

te di luce (e così orientarsi tra alto e basso in mare,


per esempio), per anche solo intravedere una sa-
goma potenzialmente pericolosa, per cominciare a
scorgere contrasti di luci e ombre, poi discriminare
figure più nitide e infine vedere oggetti tridimen-
sionali, colori e prospettive nitide. Di gradazione
in gradazione, spinti dalla forte pressione seletti-
va dell'orientamento nello spazio (se hai predato-
ri in giro, meglio avvistarliper tempo), gli occhi
si evolsero almeno trenta volte in parallelo in di-
verse linee di animali (Dawkins, 1986). E mai due
volte nello stesso modo, mai due volte arrivando
allo stesso risultato (occhi a lente come i nostri e
quelli dei polpi, occhi a tubi multipli, occhi a bu-
co di spillo, occhi composti ecc.). Accumulando
gradualmente piccole variazioni utili ed ereditarie,
si passò da occhi rudimentali e imperfetti a occhi
sempre più complessi e apparentemente perfet-
ti. Non perfetti in assoluto, ma comparativamente
più perfetti.
La prima ipotesi darwiniana, oggi ampiamente
confermata da innumerevoli casi di studio in natu-
ra, puntava quindi sul miglioramento graduale e re-
lativo. Il 5 % di una mimetizzazione non nasconde
la preda al suo predatore, d'accordo, ma se il pos-
sessore di quella piccola variazione ha più chance
di cavarsela rispetto ai suoi simili che 'non hanno
neppure quella, è più che sufficiente per far scat-
tare un processo di implementazione verso mime-
tizzazioni sempre più efficaci e persino ardite (pro-
vate a scovare un insetto stecco o un insetto foglia
76
Imperfezioni che funzionano

nascosto in un cespuglio). Questo processo è alla


base di molti dei più stupefacenti adattamenti che
vediamo in natura.
Darwin aveva in serbo però anche una seconda
risposta, ritenendo la prima insufficiente. Da essa
traiamo spunto per una quarta legge dell'imper-
.fezione. Secondo il fondatore della visione evo-
luzionistica, in natura le relazioni tra strutture e
funzioni sono di norma ridondanti. Una singola
funzione può essere assolta da più organi, di modo
che, ali' occorrenza, uno di questi possa essere co-
optato per nuovi utilizzi senza che la salute com-
plessiva dell'organismo ne risenta~ Viceversa, un
singolo organo potrà espletare più funzioni, alcune
delle quali già operative, altre soltanto potenziali,
pronte per essere reclutate ali' occasione ..
Si apre quindi la possibilità per un secondo mec-
canismo: parti dell'organismo selezionate per una
certa funzione ancestrale (per esempio gli ossicini
necessari nei pesci al sostegno dell'arco branchiale)
vengono "riadattate" a funzioni nuove (per esem-
pio andando a sostenere la mascella e consenten-
do la masticazione nei primi tetrapodi terrestri). I
processi selettivi non partono da zero, ovviamen-
te. Non sarebbe economico. Se si può, si utilizza il
materiale già esistente, perché è meglio un piccolo
e imperfetto vantaggio immediato di una fumosa
imperfezione futura. Inoltre, è difficile che si pos-
sa buttar via l'esistente, perché nell'attesa della so-
stituzione bisogna pur sopravvivere. Così facendo,
di generazione in generazione la selezione conver-
77
Imperfezione

te le strutture da una funzione (nel caso preceden-


te, la respirazione in acqua) a un'altra (la mastica-
zione). Il meccanismo poi si ripete: le tre piccole
ossa dell'orecchio medio dei mammiferi derivano
da quelle che negli altri vertebrati sospendevano al
cranio la mascella superiore. Quindi le funzioni in
gioco sono tre, assai diverse una dall'altra: sostegno
delle branchie; collegare la mascella alla scatola cra-
nica; favorire la trasmissione del suono. Nel 2011
i paleontologi hanno trovato in Cina una forma di
transizione, un mammifero vissuto 125 milioni di
anni fa, che fotografa questo processo di riaggiu-
stamento funzionale in atto.
Succede anche nelle piante. Secondo Darwin, la
capacità di torsione delle piante rampicanti, alla
quale si legano poi la capacità di avvolgimento e la
sensibilità al contatto (con gradazioni e combina-
zioni diverse di pianta in pianta), potrebbe essersi
evoluta ingaggiando a scopi di arrampicata il mo-
vimento di rotazione dei giovani steli, che di per sé
è invece il frutto di un vincolo fisico e non ha al-
cuna utilità. La verifica dell'ipotesi di cooptazione
funzionale sta per Darwin nelle parentele con altre
specie e nella distribuzione geografica. Il grande
naturalista intuì insomma l'esistenza di un meccani-
smo (oggi noto come exaptation, cioè riuso a partire
da una forma già esistente) che si è rivelato essere
estremamente diffuso e potente in natura (Gould,
2002; Gould, Vrba, 2008).
Moltissime innovazioni cruciali dell'evoluzione
- a livello molecolare; morfologico e comporta-
78
Imperfezioni che funzionano

mentale - sono exaptation. Si è scoperto che mol-


tissimi geni erano un tempo connessi a funzioni
diverse da quelle in cui sono coinvolti ora. Le dita
negli arti erano già presenti in pesci con le pinne
lobate che si trascinavano sui bassi fondali fango-
si, ben prima di diventare un adattamento cruciale
per camminare sulla terraferma. Penne e piume si
evolsero nei dinosauri teropodi per funzioni con-
nesse alla termoregolazione, alla selezione sessuale
e al bilanciamento della corsa, prima di essere pro-
ficuamente riutilizzate per il volo planato e poi per
il volo attivo. Il risultato è che ancora oggi molti
uccelli usano le loro piume sia per librarsi in volo,
sia per regolare la temperatura corporea, sia per
esibizione e corteggiamento. Dalla termodinami-
ca' all'aerodinamica quindi, gradualmente, ma si
può anche tornare indietro: gli struzzi e i rarissimi
pappagalli neozelandesi kakapo non usano più le
ali per volare ma le riusano per bilanciare la corsa,
esibire la propria forza, corteggiare, e per fare om-
bra ai piccoli. Quindi il 5 % di un'ala non era un' a-
la, punto. E le ali non si sono evolute "per" volare.
Ne derivano alcune conseguenze interessanti. In-
nanzitutto, quando studiamo una struttura anche
molto perfetta oggi, non dobbiamo - con il senno
di poi - immaginare subito che la sua funzione at-
tuale coincida con la sua origine storica. Magari
all'inizio serviva per tutt'altro e poi è stata coop-
tata. In secondo luogo dobbiamo riconoscere che,
se l'evoluzione funziona così, allora in un dato mo-
. mento l'organo che noi vediamo svolgere una cer-
79
Imperfezione

ta funzione porta in sé il potenziale per svolgerne


anche altre. La storia naturale è sempre gravida di
possibilità.
Inoltre, se l'organo non è stato aggiustato gra-
dualmente e selettivamente per il suo impiego at-
tuale, ma è il frutto di un ingegnoso bricolage evo-
lutivo, allora è assai probabile che la sua struttura
non sia perfetta, come non è quasi mai perfetto ciò
che nasce da un rimaneggiamento. Però funziona,
magari anche molto bene. Metaforicamente, l'evo-
luzione lavora più come un abile artigiano che si
arrangia sul momento, piuttosto che come un in-
gegnere o un architetto che ha già disegnato tut-
to prima sulla carta. Ecco la nostra quarta legge
dell'imperfezione: il riutilizzo di strutture già esi-
stenti rende molto frequente in natura la presenza
di strutture subottimah cioè imperfette.
Per rafforzare questo concetto, Darwin si prodi-
ga in esempi di transizioni funzionali: "Nella fami-
glia delle anatre, le lamelle furono dapprima usate
come denti, poi in parte come denti e in parte co-
me apparato di filtrazione; e infine esclusivamente
per quest'ultimo scopo". O di riutilizzi ingegnosi:

Una coda ben sviluppata, che si sia formata in un


an.imale acquatico, può in seguito essersi modifica-
ta per ogni sorta di usi, come scacciamosche, come
organo di presa, come ausilio per girarsi, come nel
èaso del cane, sebbene l'ausilio in quest'ultimo ca-
so deve essere minimo poiché la lepre, che è quasi
priva di coda, si può girare ancora più rapidamente.

80
Imperfezioni che funzionano

Il possibile è più grande del reale


Darwin ripeteva sempre che il detto "vox populi
vox dei" non si applica alla scienza, che spesso è
controintuitiva. Soprattutto quando ci nega con-
cetti consolatori come quello di perfezione. Noi os-
serviamo la biomeccanica raffinata di un occhio e
subito pensiamo al telescopio, cioè a un artefatto
progettato (peraltro non perfetto, ma perfettibile).
Ci viene naturale, ma è sbagliato. Paradossi dell' e-
voluzione, che ci manda fuori strada quando vo-
gliamo comprenderla.
L'imperfezione sembra popolare (nessuno è per-
fetto e via banalizzando), ma in realtà è controin-
tuitiva, fastidiosa. Eppure rivelatrice di come sono
andate le cose. Prendiamo il panda gigante, l'em-
blema coccoloso delle specie in via di estinzione o
fortemente minacciate. L'ingordigia umana che ha
distrutto gran parte degli ecosistemi in cui vive in-
teragisce negativamente, come la fine della glacia-
zione per l'alce irlandese, con una sua imperfezione
congenita. Il panda è un orso, cioè un mammife-
ro carnivoro, ma si ciba di bambù da mfine a sera.
Come è possibile? Obbligare il vostro gatto di casa
a una dieta vegana potrebbe non essere una buo-
na idea.
Il panda è potenzialmente onnivoro come altri
orsi (nei giardini zoologici in certe occasioni man-
gia miele, uova, frutta e tuberi), ma in natura è un
vegetariano quasi perfetto da due milioni di an-
ni, dato che i germogli di bambù costituiscono il
99% della sua dieta. Il suo sistema digerente tut-
81
Imperfezione

tavia è ancora quello di un carnivoro e solo grazie


alla speciale microfauna di batteri presenti nel suo
intestino riesce a digerire la cellulosa. Anche i den-
ti restano quelli di un orso. Come tutti gli erbivori
ma senza il loro stomaco, deve mangiare in conti-
nuazione e in gran quantità per avere energia suffi-
ciente, poiché ovviamente il bambù è molto meno
nutriente di una bistecca di antilope. Deve inoltre
condurre una vita piuttosto sedentaria, muoversi
piano e risparmiare le forze. Una noia mortale!
Lo stesso accade al koala, divoratore compulsi-
vo di foglie di eucalipto (ma solo di certe varietà, di
cui degrada le tossine), che ha ralle~tato i bioritmi
fino a dormire 18 ore al giorno. Il suo marsupio ha
l'apertura rivolta verso il basso - una pessima idea
per chi vive arrampicato sugli alberi e rischia di far
cadere il piccolo - ma pare che lo avesse così il suo
antenato marsupiale scavatore e il koala non lo ha
ancora cambiato. Lo so, state pensando che allora
se la sono un po' cercata anche il panda e il koala,
e che forse non è tutta colpa nostra se rischiano di
estinguersi (noi Homo sapiens siamo perfetti nel-
lo scaricare le responsabilità). In realtà il panda e
il koala illu~trano benissimo la nostra quarta legge
dell'imperfezione: hanno cambiato abitudini ali-
mentari e si sono aggiustati coine hanno potuto; .
sono stranezze che funzionano. Sono due fra gli in-
numerevoli esempi di quanto nell'evoluzione conti
il sapersi arrangiare.
Persino in certi dettagli anatomici si notano gli
aggiustamenti di fortuna. Con una zampa da orso
82
Imperfezioni che funzionano

infatti è difficile per il panda afferrare il bambù. La


selezione naturale ha favorito dunque gli individui
in grado di avere una maggiore prensilità: con il
tempo il panda ha sviluppato un "sesto dito" op-
ponibile a partire da un ossicino del polso, il sesa-
moide radiale. Non è un vero pollice ex novo, è un
riutilizzo opportunista. Una struttura nata per as-
solvere a certe funzioni viene poi cooptata per svol-
gerne altre, completamente diverse, al mutare delle
circostanze ambientali e, in questo caso, della die-
ta. Il panda è figlio del bricolage evolutivo (Gould,
1980, 1993).
Ma non è finita. L'osso corrispondente del piede
del panda, il sesamoide della tibia, si è ingrandito
pure quello, per simmetria dello sviluppo tra arti
superiori e arti inferiori, senza alcuna sostanziale
utilità e forse con qualche fastidio per un planti-
grado quale il panda. L'imperfezione così ci svela
anche le correlazioni genetiche di sviluppo che ren-
dono i nostri corpi un tutto coordinato. Se un cam-
biamento adattativo agisce in un punto del sistema,
dobbiamo aspettarci effetti collaterali altrove.
Darwin fu talmente persuaso da questa secon-
da risposta al problema della perfezione che negli
ultimi anni di vita ne fece una sorta di principio
generale. In un libro delizioso sulle orchidee del
1862 scrive: "In tutta la natura quasi ogni parte di
ciascun essere vivente è probabilmente servita, con
poche modifiche, ad altri scopi e ha funzionato co-
me parte della macchina vivente di molte e diverse
forme antiche". Al riguardo, la sua parola preferita,
83
Imperfezione

in inglese, era contrt'vances: congegni, artifizi, ritro-


vati ingegnosi, apparati. Il sapore di fondo è quel-
lo dell'improvvisazione. La natura non fa progetti,
trova espedienti. Di slittamenti funzionali nell'evo-
luzione degli animali marini Darwin discusse a lun-
go anche con l'amico Anton Dohrn, fondatore nel
1872 della Stazione Zoologica di Napoli.
Possiamo afferrare lo stesso concetto genera-
lizzandolo. Ricordate la spugna ideale di prima?
Gli evoluzionisti hanno inventato un concetto af-
fascinante: il "morfospazio". Per una certa forma
corporea (essere un crostaceo, essere un insetto,
e così via) o per un certo carattere, per esempio
la forma delle conchiglie delle chiocciole terrestri,
si può costruire matematicamente uno spazio im-
maginario che contenga tutte le combinazioni di
forme possibili. In pratica è lo spazio complessi-
vo che l'evoluzione può esplorare, rappresentato
su assi cartesiani attraverso parametri quantitativi.
Poi si confronta questo morfospazio ideale con la
realtà, cioè con le forme che quel carattere o quel
piano corporeo assume e ha assunto in tutte le spe-
cie effettivamente esistenti ed esistite. Si scopre co-
sì un fatto interessante: quasi sempre l'evoluzione
ha esplorato soltanto un piccolo sottoinsieme del
possibile. Le soluzioni preferite di solito si concen-
trano in una o in poche aree ristrette del morfospa-
zio. Come mai?
La prima risposta che ci viene in mente è che
quelle aree siano le preferibili perché lì si concen-
trano le forme ottimali, cioè gli adattamenti miglio-
84
Imperfezioni che funzionano

ri, i picchi raggiunti gradualmente dalla selezione


naturale (Dennett, 1995). In certi casi è così, ma
raramente. Talvolta le specie se la sono cavata in
regioni non eccelse, ma accettabili. Vi sono poi in-
tere regioni del morfospazio che avrebbero garan-
tito buone chance di sopravvivenza a chi le avesse
esplorate, ma non furono mai raggiunte da nessuna
specie. Possiamo allora ipotizzare che nessun ani-
ma!~ abbia mai adottato quelle soluzioni a causa di
vincoli fisici, strutturali o di sviluppo preesistenti
che ne precludevano l'accesso. Oppure dobbiamo
accettare l'idea che la contingenza storica non ab-
bia finora mai fatto arrivare nessuno da quelle parti,
per caso. La mutazione genetica giusta, per esem-
pio, potrebbe non essere mai uscita alla roulette.
Comunque sia, alternative potenziali, altrettanto
imperfettamente funzionanti, ci sono sempre state
e sempre c1 saranno.
"Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di
quante tu ne possa sognare nella tua filosofi.a", fece
dire William Shakespeare ad Amleto. C'erano più
cose in cielo e in tetra di quelle che l'evoluzione ab-
bia mai sognato. Il possibile è più vasto del reale.
E la natura più grande di tutte le nostre teorie per
comprenderla.

85
Il

L'impronta del!' inutilità


nel DNA

· "Ebbene! Mio caro Pangloss- gli disse Candido-quando sie-


te stato impiccato, sezionato, riempito di botte, messo a rema-
.re sulle galere, avete continuato a pensare che tutto andasse
per il meglio?" "Resto sempre della mia prima opinione - ri-
spose Pangloss - poiché, insomma, sono filosofo: smentirmi
non mi si addice, Leibniz non potendo aver torto, e l'armonia
prestabilita essendo d'altronde la cosa più bella del mondo,
così come il pieno e la materia eterea."
VOLTAIRÈ, Candido, o l'Ottimismo

Nell'evoluzione or dunque non si butta via proprio


niente? Dipende. Come sempre, ci si affida a insta"
bili compromessi. Se il difetto o il sovrappiù diven-
ta costoso per il suo possessore e va a detrimento
della sua sopravvivenza e delle possibilità di ripro-
duzione, è molto probabile che la selezione natura-
le farà piazza pulita. Nel giro di qualche generazio-
ne quella variazione sarà sparita dalla popolazione
· o permarrà in percentuali marginali. Può però ca-
pitare anche l'inverso, cioè che un tratto diventato ·
inutile rimanga imperterrito nella popolazione fa-
cendosi beffe della selezione, per un motivo sem-
plice: perché sarebbe troppo costoso rimuoverlo.
Tanto vale tenerselo, se troppo male non fa. Que-
87
Imperfezione

sta tolleranza verso l'imperfezione si manifesta as-


sai di frequente dove meno ce l'aspetteremmo: nel
nostro.DNA.

Geni atavici e pollosauri


Per come lo abbiamo visto nascere nel secondo ca-
pitolo, in tutta la sua stupefacente ingegnosità di
autoreplicante, uno penserebbe al sancta sanetorum
del DNA come al regno della perfetta efficienza or-
ganizzativa. In realtà, abbiamo già detto che vi si
annida un Giano bifronte, la mutazione genetica,
che lo fa oscillare continuamente fra stabilità e va-
riazione. Se proviamo a dare una sbirciata al suo
interno scopriamo che la perfezione è l'ultima del-
le sue prerogative.
Innanzitutto, nel genoma degli animali compaio-
no molti geni dormienti che ogni tanto per errore
nel processo di sviluppo si risvegliano, cioè vengo-
no attivati quando non dovrebbero. Così registria-
mo con una frequenza non trascurabile la nascita,
per esempio, di balene provviste di rudimentali e
buffe zampe posteriori, ovviamente del tutto inuti-
li. Talvolta anche i serpenti escono dall'uovo con le
zampette.Nell'antichità erano assai pregiati i caval-
li che raramente nascevano con tre dita e altrettanti
zoccoli. Prodigi della natura.
Questi geni dormienti sono detti anche atavici
perché fanno rispuntare caratteri che erano anda-
ti perduti nel corso dell'evoluzione di una spede.
Sono il corrispettivo genetico dei tratti vestigiali
che abbiamo raccontato nel capitolo precedente.
88
L'ii;npronta dell'inutilità nel DNA

In un certo senso, sono geni che riportanoindietro


la macchina del tempo, geni archeologici. Da buo-
ni mammiferi, li abbiamo anche noi. Nel genoma
umano sono stati individuati circa 2000 geni disat-
tivati o pseudogeni, cioè geni che un tempo erano
funzionali ma poi hanno subito mutazioni che li
hannò spenti (per esempio i geni per la produzione
interna di vitamina e, che i primati hanno imparato
ad assumere con la dieta, o i geni dei recettori ol-
fattivi, in gran parte disattivati poiché l'olfatto non
è più il nostro forte). Può così succedere che ogni
tanto qualche bambino nasca con una piccola coda,
cioè con un còccige atavico molto allungato (non è
grave, si asporta facilmente).
Addirittura noi possediamo ancora i resti ar-
cheologici di tre geni che negli antenati rettili per-
mettevano la produzione del tuorlo delle uova. Nei
primi stadi di sviluppo, i nostri embrioni formano
un anacronistico sacco del tuorlo vestigiale che poi
sparisce, altra reminiscenza di un lontanissimo pas-
sato che sta ancora scritto nel DNA. Del resto, un in-
put genetico fa crescere ancora nei nostri feti al se..:
sto mese una :fitta lanugine che non serve a niente, è
un retaggio del pelo che perdemmo e infatti scom-
pare un mese prima della nascita. Ma se questi geni
non hanno alcuna funzione attuale, generano inu-
tili strutture embrionali che poi svaniscono, salvo
ogni tanto rimanere anche alla nascita sotto forma
di atavismi, che ci stanno a fare? È chiaro che l' e-
voluzione lavora aggiungendo il nuovo al vecchio,
costruendo il nuovo sul vecchio, e non pulisce il
89
Imperfezione

DNA da tutto ciò che non serve più, anzi spesso lo


mantiene, semplicemente non facendolo più espri-
mere, silenziandolo.
Gli atavismi genetici si possono sfruttare anche
per fare cose strane, tipo ... cercare di resuscitare i
dinosauri. illustri paleontologi come Jack Horner
stanno collaborando con i genetisti per riportare
in vita alcuni tratti da dinosauro attraverso la mo-
dificazione genetica dei polli. L'idea è semplice e
funziona proprio grazie alle ridondanze e imper-
fezioni del DNA: gli uccelli sono dinosauri evoluti e
modificati, quindi avranno di sicuro nel loro geno-
ma alcuni geni atavici, ora inutili, che producevano
i caratteri da dinosauro e che poi sono stati spenti.
Basta trovarli, riattivarli, ed ecco a voi il pollosauro !
Sembra ]urassic Park, e infatti Horner è stato il
consulente scientifico del film. Lo scetticismo ini-
ziale della comunità scientifica sta diminuendo di
fronte ai primi risultati concreti. Nel 2009 Matthew
Harris all'Università del Wisconsin trovò un gene
atavistico per i denti e produsse il primo uccello con
abbozzi di denti. Avere galline dentate non è poi
così assurdo: nel loro genoma conservano ancora i
geni della dentizione dei dinosauri, manca solo una
proteina per riattivarli; se la si fornisce nuovamente,
ecco che lestamente i denti rispuntano dentro il bec-
co! Poi un laboratorio in Cile riuscì a far risorgere
l'osso del perone nella zampa di un pollo e un altro
laboratorio, all'Università di Yale, alterò il cranio di
un pennuto al punto da farlo assomigliare di più a
quello di un dinosauro. Horner sta cercando invece
90
L'impronta dell'inutilità nel DNA

di far rispuntare agli uccelli la coda lunga da dino-


sauro, ma pare sia più difficile. Dice che comunque
il pollosauro sarà realtà entro il 2024.
Intanto grazie a queste indagini genetiche stiamo
imparando moltissimo su come gli uccelli si sono
evoluti dai dinosauri non aviani. A latere, stiamo
anche ottenendo interessanti informazioni su al-
cune malattie genetiche. Poi si dovrà decidere che
farne di questi uccelli-dinosauro, considerando che
nel frattempo l'ambiente è completamente cambia-
to rispetto a quello del Cretaceo. Grazie all'editing
genetico di ultima generazione, potremo forse resu-
scitare anche mammut, tilacini e altre specie estin-
te. Il timore è che diventino fenomeni da baracco-
ne, molto business e poca scienza. Oppure, come
propone Horner, i pollosauri alla fine non divente-
ranno altro che una varietà in più di animale dome-
stico. Li alleveremo e li faremo scorrazzare in giar-
dino, con grande gioia dei nostri bambini. Sempre
che non vada a finire come in]urassic Park ...

C'è spazzatura e spazzatura


Ma da dove scaturisce questa tolleranza del DNA
verso i geni in sovrappiù? Nel 1998 un grandissi-
mo biologo molecolare e Premio Nobel, Sydney
Brenner, espresse un principio molto interessante,
distinguendo in inglese due concetti di spazzatura.
Notò che ci sono due tipi di spazzatura nel mondo
e che la maggior parte delle lingue ha parole diver-
se per distinguerle. C'è la spazzatura che conser-
viamo, che èjunk, e la spazzatura che gettiamo via,
91
Imperfezione

che è garbage o immondizia. Il DNA in eccesso nel


nostro genoma èjunk, disse Brenner, ed è lì per-
ché è innocuo, oltre che inutile, poiché i processi
molecolari che generano DNA in eccesso prevalgo-
no sui processi che se ne sbarazzano. Se il DNA ex-
tra diventasse svantaggioso, sarebbe soggetto alla
selezione, proprio come la spazzatura che occupa
troppo spazio o che sta cominciando a puzzare vie-
ne immediatamente convertita in immondizia.
Brenner ci sta dicendo che esistono due tipi di
eccesso ridondante nel DNA. Il primo equivale al-
le cianfrusaglie polverose che i mariti accumulano
in garage con gran scorno delle mogli. Interroga-
ti sulle ragioni di tale irrazionale attaccamento, di
solito gli uomini rispondono che tanto non costa
nulla tenerle lì, che ci sono affezionati e che maga-
ri un giorno qualcosa potrà tornare utile. Dentro
quell'accozzaglia ci sono anche i geni atavici, cioè
vecchi arnesi un tempo utili che restano in garage
perché non si sa mai. E poi invece c'è l'immondizia
ingombrante o addirittura maleodorante, di solito
organica, che va differenziata e accompagnata al
cancello per il ritiro.
Ora, perché il DNA, che ha il delicatissimo compi-
to di trasmettere l'informazione genetica ed è l'os-
satura dell'evoluzione della vita sulla Terra, do-
vrebbe tenere un sacco di roba in garage come i
mariti disordinati? Be', qualche ragione c'è. In pri-
mo luogo, perché i vecchi arnesi e gli avanzi pos-
sono avere un'inaspettata rivalsa. L'inutilità è una
fonte di innovazione, anche nel DNA, perché geni
92
L'impronta del!'inutilità nel DNA

che hanno perso una certa funzione, o ne hanno


diverse, possono essere ingaggiati per svolgerne di
nuove. Ipotizziamo che un gene sia coinvolto in un
aspetto cruciale della fisiologia di un organismo.
Essendo così prezioso ed essenziale, la selezione
naturale lo presidierà giorno e notte con molta at-
tenzione. Fuor di metafora, significa che sarà molto
probabile che qualsiasi mutazione che intervenga
su quel gene abbia effetti negativi, e dunque sia pu-
lita via nel corso delle generazioni. Si dice che quel
gene è molto "conservato", cioè tenuto in gran cura
dall'evoluzione. Ma se nel corso della storia natu-
rale quel gene fosse stato per caso duplicato, più e
più volte, le sue copie ridondanti non servìrebbe-
ro a nulla. Su quelle copie si potranno allora accu-
mulare molte mutazioni neutrali, cioè insignificanti
per la sopravvivenza visto che quelle copie del gene
sono un mero sovrappiù.
Ora però immaginiamò che una di queste co-
pie, sempre per. caso, dopo innumerevoli tentativi
ed errori acquisisca una mutazione che migliora le
performance di quel gene attraverso una protei-
na leggermente modificata o che permette a quella
sequenza genica di essere coinvolta anche in altre
funzioni utili. A questo punto ci ritroviamo con
una versione migliorata del gene in questione, che
sarà favorita dai processi selettivi e avrà successo.
In pratica, il DNA ha inventato le copie di backup
ben prima degli informatici! La copia originale di
un gene utile continua a fare il suo mestiere, mentre
sulle copie di backup le mutazioni possono lavo-
93
Imperfezione

rare liberamente senza alcun rischio. Potrà quindi


succedere che una delle copie subisca prima o poi
·una mutazione favorevole e sia cooptata per fare
qualcos'altro.
Ricordate il concetto di exaptation, o riciclaggio
opportunista, che abbiamo incontrato nel prece-
dente capitolo parlando di pollici di panda e riu-
tilizzi ingegnosi delle ali? Ecco, succede anche nel
DNA. Nel corso dell'evoluzione un gene può esse-
re "ri-funzionalizzato", cioè regolato diversamen-
te e cooptato per nuovi usi. Nel 2016 il team di
neurobiologi coordinati da Michael Greenberg al-
la Harvard Medica! School ha pubblicato su Na-
ture alcuni risultati sperimentali che suggeriscono
un'interpretazione molto interessante delle basi ge-
netiche dell'evoluzione cerebrale umana (ne par-
leremo nel prossimo ·capitolo). I ricercatori hanno
messo in coltura neuroni umani e ditopo, confron-
tando le loro reazioni a una stimolazione che si-
mulava un'accresciuta attività neurale. Hanno così
osservato quali geni nelle due colture in vitro veni-
vano maggiormente sollecitati dall'attività neurale
eccitata.
Molti geni, soprattutto quelli che reagiscono su-
bito alla stimolazione, sono gli stessi nelle due spe-
cie, come previsto in base alle somiglianze geneti-
che tra i topi e noi. Uno in particolare invece, che si
attiva dopo e interessa quasi soltanto la neocortec-
cia, mostra una differenza cruciale: è il gene dell' o-
steocrina, noto per il suo ruolo essenziale nella cre-
scita delle ossa e nel funzionamento dei muscoli nei
94
L'impronta dell'inutilità nel DNA

vertebrati. L'espressione di questo gene non è pre-


sente nel cervello del topo e non viene indotta dalle
stimolazioni nelle colture neurali di topo. Fa il suo
lavoro nelle ossa e nei muscoli, ma nulla nel cervel-
lo del roditore. Al contrario nelle colture neurali
umane viene fortemente .espresso nella neocortec-
cia, e soprattutto nei neuroni maturi della corteccia
in fase di sviluppo.
Che ci sta a fare un gene deputato a ossa e mu~
scoli nel bel mezzo della parte del cervello coinvol-
ta nelle funzioni cognitive più complesse, tra cui
pensiero e linguaggio? I ricercatori sono andati fino
in fondo e hanno scoperto i cambìarnenti genetici
che permettono all' osteocrina di attivarsi nel cer-
vello dei primati più simili a noi, ma non in quello
degli altri mammiferi. Attraverso poche mutazioni
nelle regioni promotrici, il gene nel corso dell'evo-
luzione ha subito una commutazione funzionale.
Come nel bricolage, dalle ossa è stato riutilizzato,
o riciclato, per regolare la forma dei dendriti, per
promuovere l'allungamento degli assoni e per favo-
rire altri cambiamenti strutturali che i neuroni su-
biscono durante il periodo di apprendimento (Ata-
man et al., 2016). Dunque l'evoluzione della nostra
fitta rete neurale è dipesa anche da un exaptation
genetico. Del resto, non è più economico ingaggia-
re quello che già c'è, e fargli fare qualcosa di nuovo,
piuttosto che ripartire da zero?
Perché questi processi siano possibili, il DNA deve
tollerare una certa ridondanza. Se ogni gene fosse
cristallizzato nella codifica di una e una sola strut-
95
Imperfezione

tura proteica connessa a.una e una sola funzione


non ci sarebbe spazio di manovra. Oltre che al DNA
stesso, gli avanzi genetici sono poi molto utili agli
scienziati che studiano il genoma. Poiché la selezio-
ne naturale si disinteressa di loro, come già detto le
parti extra di DNA tendono ad accumulare con una
certa regolarità molte mutazioni, che saranno neu-
trali rispetto alla sopravvivenza dell'organismo e
dunque tollerabili. Gli scienziati possono allora uti-
lizzare gli pseudogeni e le loro mutazioni innocue
come "orologio dell'evoluzione", perché se io so
che un certo gene è stato disattivato nell'antenato
comune tra due specie e poi conto quante mutazio-
ni diverse si sono accumulate nell'una e nell'altra
specie riuscirò a calcolare il tempo di separazione
tra le due specie.
In pratica, le mutazioni neutrali su questi trat-
ti non funzionali del genoma fungono d:i ticchet-
tio molecolare per misurare il tempo e le parentele
tra le specie. Molti di questi geni atavici sono stati
silenziati in periodi recenti dell'evoluzione di una
specie, al cambiare delle condizioni ambientali, e
quindi è probabile che geni simili si trovino anche
in specie imparentate, nelle quali magari sono an-
cora attivi. Quindi i geni archeologici sono prezio-
se testimonianze per ricostruire la genealogia delle
specie, cioè l'albero della vita.

Dal Junk DNA al Jungle DNA


Le metafore con cui siamo soliti rappresentare il
DNA hanno un difetto:'sono tutte bidimensionali. Il

96
L'impronta dell'inutilità nel DNA

testo, l'informazione, il libro della vita, l'alfabeto,


il codice, il software. Colgono un aspetto centrale
della trasmissione genetica, la sua linearità sequen-
ziale di lettura (e oggi di riscrittura), ma ne per-
dono un altro, e cioè il fatto che il genoma è esso
stesso un sistema in evoluzione, un sistema materia-
le e tridimensionale che si è trasformato nel corso
del tempo obbedendo alle stesse leggi dell' imper-
fezione che abbiamo visto applicate a organismi e
specie. Inoltre non è un macchin,ario isolato, ma
è parte di una fitta trama di relazioni e regolazio-
ni a livello genetico, epigenetico, cellulare, di tes-
suti, di organi, di organismo, di ambiente esterno
ali' organismo, come una matrioska ma In continuo
sommovimento.
Se ci guardiamo dentro, il genoma per come lo
conosciamo oggi sembra un puzzle, ma un puz-
zle in cui ogni tessera, sotto, è connessa a molte
altre tessere tramite fili sottili che in gran parte ci
sfuggono. Non solo, una parte consistente di quel-
le tessere non hanno un frammento di figura di-
pinto sopra, che si possa connettere ad altre. Sono
bianche, enigmatiche, apparentemente inutili. Nel
1972 il genetista giapponese Susumu Ohno coniò
il termine]unk DNA, cioè DNA spazzatura nel primo
senso dato poi da Brenner (ma lo aveva già intuito
Francis Crick), per definire quelle ampie porzioni
del patrimonio genetico che sembravano indiffe-
renti all'azione della selezione naturale (neutrali).
ll]unk DNA fu definito da Ohno come un qualsiasi
segmento di genoma che non ha un'utilità imme-
97
Imperfezione

diata, ma che potrebbe occasionalmente acquisire


una qualche funzione in futuro. Ovviamente senza
alcuna preveggenza, ma attraverso per esempio la
duplicazione genica, cioè la tecnica della copia di
backup che abbiamo visto prima (e che fu proprio
teorizzata per la prima volta da Ohno nel 1970).
Il problema è che il DNA spazzatura è tantissimo.
Troppo. Ha percentuali paragonabili a quelle della
materia e dell'energia oscura per i fisici che studia-
no l'espansione dell'universo, imbarazzanti. Il DNA
spazzatura parve fin da subito a molti come il ve-
ro dominatoré statistico del genoma, rimasuglio di
esperimenti falliti della natura, trattenuto nell'evo-
luzione perché i processi molecolari che generano il
DNA in più, come disse Brenner, sono evidentemen-
te più potenti di quelli che lo ripuliscono. Finché
non dà fastidio, la selezione naturale lo lascia stare.
Ma pensate che ne tolleri così tanto fa impressione
e lascia un po' perplessi.
Nel frattempo cominciarono ad arrivare i primi
dati sul sequenziamento completo del genoma di
diversi organismi. La sorpresa crebbe ulteriormen-
te tra la seconda metà degli anni Novanta e i primi
anni del nuovo secolo, quando i genetisti capirono
di aver sbagliato completamente (di un ordine di
grandezza!) la previsione sul numero dei geni uma-
ni. Il Progetto Genoma Umano svelò che non era-
no 250.000 e poi 120.000 come supposto, ma me-
no di 25. 000. Pochissimi. La metafora di fondo era
sbagliata: il genoma non è un sacchetto di palline,
ciascuna delle quali connessa a un tratto esteriore
98
L'impronta dell'inutz1ità nel DNA

degli organismi, ma una rete fittamente intercon-


nessa. In una rete non conta tanto quanti nodi hai,
ma come sono legati tra di loro. Mediamente unge-
ne può produrre, in tessuti diversi, quattro proteine
differenti. Le combinazioni possibili di 25 .000 ge-
ni sono astronomiche. Ricordate poi la strana cir-
colarità della sintesi proteica? Ecco, nel genoma il
controllore è a sua volta controllato e regolato dai
suoi prodotti. Insomma, si comprese che non vi è
una proporzione diretta tra la complessità di un or-
ganismo e il numero dei suoi geni.
Scoprendo che soltanto una piccola percentuale
del patrimonio ereditario è costituito da geni che
codificano per proteine (molto meno del 10%), tut-
to il resto è un sovrappiù, e il]unk DNA ebbe il suo·
trionfo. Il genoma umano è davvero ridondante,
pieno di materiale di risulta e di rumore di fondo.
Come disse un genetista, i minuscoli frammenti di
DNA che codificano per proteine, e quindi hanno
una funzione nota o prevedibile, galleggiano come
zattere in un vasto oceano genetico privo di senso.
Ma un altro colpo di scena era in arrivo. Secon-
do il consorzio internazionale che da più di dieci
anni sta scrivendo l"' enciclopedia degli elementi
del DNA" (ENCODE) a partire dall'analisi dei trascrit~
ti (cioè dei prodotti dei geni), è vero che forse addi-
rittura meno del 2 % del genoma umano è costituito
da geni che codificano per proteine, ma una porzio-
ne più consistente (tra il 9eil18%) potrebbe essere
legata a funzioni di regolazione. Questo conferma
che ciò che conta sono le loro relazioni e le regola-
99
Imperfezione

zioni, non tanto il numero dei nodi della rete. Nel


DNA spazzatura quindi si nascondono tesori, in par-
ticolare le sequenze che trascrivono per le tantissi-
me forme di RNA non codificante implicate nell'intri-
cata trama delle regòlazioni geniche, una fittissima
rete di collegamenti che conosciamo solo in minima
parte. È in questo groviglio di prodotti genici che si
annidano le cause di molte malattie, e soprattutto le
dinamiche di trasformazione tumorale. .
Dopo i primi risultati pubblicati nel 2007, le cen-
tinaia di scienziati di ENCODE continuarono il loro
lavoro, giungendo nel settembre 2012 a una con-
clusione ancor più radicale, pubblicata con un cer-
to scalpore su Nature: addirittura 1'80% del geno-
ma risulta trascritto in RNA e dunque - supposero
gli scopritori- potrebbe essere funzionale sul pia-
no biochimico. Non sappiamo per cosa, ma fun-
zionale. Il messaggio fu chiaro: come non detto,
l'apparenza di inutilità era dovuta alla nostra igno-
ranza circa la complessità del codice genetico. È ti-
pico della scienza: grazie a nuovi studi ci rendiamo
conto di quanto non sapevamo. Il ]unk DNA è un
concetto fuorviante, meglio archiviarlo dopo qua-
rant'anni di onorata carriera.
Il Junk DNA è morto, titolarono enfaticamente
tutti i giornali. Il genoma torna ad assomigliare a
un sistema più efficiente? Nel genoma ci sono sche-
mi, o forsanche un linguaggio nascosto, che non
avevamo visto? Per quale ragione misteriosa le re-
gole dell'evoluzione per gli elementi regolatori (che
cambiano con ritmo più rapido) dovrebbero esse-
100
L'impronta dell'inutilità nel DNA

re diverse da quelle che valgono per gli elementi


che codificano per proteine? I risultati di ENCODE
non piacquero per niente a molti altri biologi, che
in un articolo apparso nei mesi successivi attac-
carono le basi teoriche del progetto (Graur et al.,
2013). "Le loro statistiche sono orribili, è il lavoro
di un gruppo di tecnici male addestrati", senten-
ziò senza mezzi termini il primo firmatario, Dan
Graur, autorevole biologo molecolare alla Hou-
ston University.
Avere un'attività biologica (essere trascritto) non
significa tout court avere una funzione, secondo il
gruppo dei dissenzienti. Quelli di ENCODE hanno
usato quasi esclusivamente cellule pluripotenti e
tumorali, che sono ambienti molto permissivi e par-
ticolari sul piano della trascrizione. Questa scel-
ta potrebbe aver condizionato i risultati. Le stime
inoltre sono imprecise e l'intero lavoro sembra "un
vangelo senza evoluzione", perché non avanza al-
cuna ipotesi plausibile su come quelle parti non
codificanti ma trascritte possano essersi conservate
nell'evoluzione senza selezione naturale. Non sap-
piamo se l'estesa e intensa attività di trascrizione. sia
un processo di sottofondo non importante (vesti-
giale o casuale) o se gli RNA prodotti svolgano tut-
ti una funzione che ora non conosciamo, ma la se-
conda ipotesi è senz'altro più improbabile visto che
anche gli pseudogeni hanno trascritti. È sbagliato
investire tutti questi soldi in progetti di "Big Scien-
ce" se non si è poi in grado di interpretare l' enor-
me massa di informazioni derivante, trasforman-
101
Imperfezione

dola in modelli di spiegazione attendibili. Il dato


grezzo dei bioinformatici va tradotto in conoscen-
za, va posto in un contesto interpretativo corretto.
Un contesto evoluzionistico.
La replica di Graur e colleghi si chiudeva con un
po' di veleno sulla coda. A forza di cercare funzioni
dove non ci sono, si finisce per passare dalle funzio-
ni all'idea di una finalità, di un progetto:

Esortiamo i biologi a non avere paura del]unk DNA.


Gli unici che dovrebbero averne paura sono quelli
che sostengono che i processi naturali non sono suf-
ficienti a spiegare la vita e che la: teoria dell'evolu-
zione dovrebbe essere integrata o soppiantata da un
progettista intelligente. Il messaggio finale di ENCO-
DE, secondo cui ogni cosa ha una funzione, implica
uno scopo, e lo scopo è l'unica cosa che l'evoluzio-
ne non può fornire.

Comunque la si pensi sul]unk DNA, c'è il peso


dell'ignoranza generativa, di tutto ciò che ancora
non sappiamo e che produce nuove domande di
ricerca. Il mondo dei trascritti genici, in particola-
re, sta rivelando una ricchezza straordinaria in cui
è ancora difficile orientarsi. Come alla fine ha am-
messo lo stesso coordinatore di ENCODE a Cambrid-
ge, Ewan Birney, quello a cui somiglia il genoma è
un'autentica giungla, una foresta fitta, una mura-
glia di elementi attraverso la quale bisogna aprirsi
il passaggio. Cerchi di squarciare la via per raggiun-
gere una certa posizione e non sei veramente sicu-
ro di dove sei. È abbastanza facile sentirsi perduti
102
L'impronta del!' inutilità nel DNA

lì dentro. Dal]unk DNA al]ungle DNA. Il nostro ge-


noma è barocco.

La legge della cipolla


Tutto sommato, la notizia riguardante la morte del
Junk DNA potrebbe allora essere alquanto esagerata,
o se non altro prematura. Dati ulteriori lo conferma-
no. Come spiegare, per esempio, il fatto che la cipol-
la ha un genoma cinque volte più grande di quello
di un essere umano? Difficile ammettere che la pur
dignitosa cipolla sia cinque volte più complessa di
noi. Più semplice rimarcare che nei vegetali l'evo-
luzione passa spesso per speciazioni, cioè nascite
di nuove specie, che avvengono attraverso l'ibrida-
zione e la conseguente fusione dei genomi di due o
più specie parentali. Con il risultato di ihgigantire
e appesantire oltremodo il proprio DNA, come nel
caso del grano tenero che ha un numero triplo di
cromosomi essendo l'esito delle spericolate fusioni
tra piante erbacee sperimentate dai primi agricoltori
nella Mezzaluna Fertile. Un mostruoso gigante ge-
netico, che poi è il nostro pane quotidiano.
Come ha sostenuto il genetista Timothy Ryan
Gregory, il test della cipolla è un semplice bagno
di realtà per tutti coloro che pensano di poter asse-
gnare una funzione a ogni nucleotide nel genoma
umano. Tra organismi di complessità simile, le di-
mensioni del genoma possono variare moltissimo.
L'evoluzione avviene sempre a più livelli intercon-
nessi. Come nel caso del microbiota intestinale, pos-
siamo immagit)are che anche la giungla del DNA sia
103
Imperfezione

un vero e proprio ecosistema con regole e meccani-


smi propri che non dipendono esclusivamente da-
gli effetti sull'organismo (Gregory, Elliott, Linquist,
2016)~ Alcune sequenze ridondanti sono ripetute
così tante volte da occupare gran parte di un cromo-
soma, come se fossero specie invasive o virus. Evi-
dentemente obbediscono a una loro logica "egoista"
che ha senso soltanto·al livello del loro ecosistema
genetico e non al livello superiore dell'organismo.
Anche questo è un compromesso, instabile, tra pro-
cessi che agiscono a livelli differenti.
Il DNA, insomma, è sì informazione e codice, ma
anche materia, tridimensionale. Il genoma è un si-
stema evolutivo concreto, e come tale il;nperfetto.
Sarebbe bocciato in ingegneria, a riprova che è fi-
glio dell'evoluzione darwiniana. Dimenticandosi
questo aspetto, si corre il rischio di cadere vittime
di apofenia, cioè dell'umana propensione a vede-
re figure e schemi pieni di significato in un mare di
dati in realtà casuali, o ugualmente a trovare fun-
zionalità a tutti i costi anche laddove non ci sono
affatto. Alcuni filosofi come Daniel Dennett pensa-
no che l'evoluzione sia il massimo dell'ingegnosità,
il che può essere vero, ma non sempre. Si rischia
di proiettare sulla natura i nostri ideali ingegneri-
stici antropomorfi. Come ha notato il filosofo della
biologia Peter Godfrey-Smith, vedere la selezione
naturale e la creazione di un progetto complesso
come il fulcro della teoria dell'evoluzione significa
prendere per buono il problema creato da Paley e
dai teologi e semplicemente sostituire la loro solu-
104
L'impronta dell'inutilità nel DNA

zione del problema con una soluzione naturalistica:


continuare a concentrarsi soltanto sul problema del
progetto complesso significa adottare sì il natura-
lismo, ma ancora e soltanto all'interno della corni-
ce intellettuale della teologia naturale. In una fore-
sta pluviale all'alba, nel trasformismo geniale di un
polpo con i suoi cromatofori, nell'architettura del
DNA non c'è un progetto nascosto, frutto di ricerca
e sviluppo. C'è la storia, con tutte le sue storture e
il suo sovrappiù.
Il DNA è esuberante, e non è un caso che lo sia.
Fatta la tara alle regioni che codificano per protei-
ne e alle regioni con funzione regolatrice, produce
e si tiene dentro comunque molto più materiale di
quello che serve. Il grosso del genoma avanzante
è dato da duplicazioni ripetute molte volte, da se-
quenze corte altamente ripetute, da pseudogeni o
geni defunti, da regioni non codificanti che separa-·
no come spaziature quelle codificanti, da elemen-
ti saltatori anarchici (spenti o attivi) che seminano
scompiglio nel DNA e causano mutazioni. Questi ul-
timi, i "trasposoni", sono gli egoisti per eccellenza
del genoma, quelli che pensano soltanto a moltipli-
carsi e diffondersi a più non posso, e rappresentano
lÌil altro meccanismo generatore di disordine, di in-
stabilità e di eccedenza, ma anche, entro certi limi-
ti, di variabilità. Nel genoma umano se ne contano
alcuni milioni. Spesso sono dannosi se in eccesso e
vanno tenuti sotto controllo, ma a volte sono stati
cooptati nel corso dell'evoluzione per importanti
funzioni regolative.
105
Imperfezione

Il nostro DNA è eccedente anche perché inglo-


ba pezzi di materiale genetico provenienti dall' e-
sterno, per esempio dai retrovirus, che in passato
hanno infettato le cellule sessuali e hanno inserito
al loro interno una copia del proprio genoma, poi
trasmesso alla discendenza e disinnescato da ulte-
riori mutazioni. Si stima che quasi un terzo del pa-
trimonio genetico umano abbia un'origine esogena,
tantissimo. Migliaia di questi clandestini genetici
innocui restano all'interno del nostro genoma come
fossili molecolari, ulteriore segno del nostro passa-
to evolutivo nonché di antiche infezioni a cui siamo
sopravvissuti. Può capitare che nel corso dell'evo-
luzione alcune di queste sequenze siano poi riuti-
lizzate per funzioni essenziali, come la formazione
della placenta nei mammiferi omonimi (placentati).
Con una certa sorpresa negli ultimi anni abbiamo
poi scoperto che un ulteriore contributo alla nostra
ricchezza genetica ci è giunto da altre due specie
umane, in particolare l'uomo di Neandertal e l'uo-
mo di Denisova, con le quali i nostri antenati usciti
dall'Africa si accoppiarono occasionalmente in Me-
dio Oriente, Europa e Asia centrale tra 100.000 e
40.000 anni fa. Evidentemente tra noi e loro non si
era ancora chiusa la barriera genetica e potevamo
incrociarci mettendo alla luce cuccioli ibridi che
non erano sterili, ma avevano a loro volta una di-
scendenza. Il risultato è che questa ibridazione in-
troiettò alcune sequenze genetiche neandertaliane
e denisovane nel genoma di alcune popolazioni di
Homo sapiens moderni non africani, tracce che poi
106
L'impronta del!' inutilità nel DNA

si sono diluite e frammentate nel corso del tempo


ma permangono ancora oggi. Non è ancora chiaro
se il DNA degli altri umani che è finito dentro il no-
stro ci abbia fatto bene, come sembrerebbe emer-
gere da alcuni dati, o sia stato leggermente danno-
so o inerte.
Il materiale genetico eccedente potrebbe quindi
ricadere in tre categorie evoluzionistiche, ricondu-
cibili ai vari meccanismi che producono extra 'DNA:
1) egoismo genetico di alcune sequenze, che sono
efficaci nel fare copie di se stesse; 2) effetto collate-
rale, inutile ma entro certi limiti tollerabile, di altri
processi funzionalmente rilevanti;J) riserva poten-
ziale di variabilità e di evolvibilità (cioè capacità di
evolvere), che può dare i suoi effetti positivi (non
previsti) in caso di cooptazione funzionale. Natu-
ralmente, poiché l'evoluzione per selezione natura-
le non.può essere influenzata da benèfici futuri, il
terzo meccanismo (essere una sorgente di variazio-
ni per eventuali novità evolutive) non è la funzione
ali' origine del DNA ridondante, ma un suo effetto.
Il fisiologo e genetista francese premio Nobel,
François Jacob, descrisse l'evoluzione del genoma
proprio come un continuo bricolage di parti rici-
clate e riutilizzate per nuove funzioni. È proprio
l'universalità stupefacente del DNA, l'unità biochi-
mica di fondo della vita tutta - gli stessi polimeri,
acidi nucleici e proteine, le stesse quattro basi e i
venti amminoacidi per batteri e balene, virus ed ele-
fanti - a suggerire che la sua evoluzione dev' esse-
re avvenuta meno per aggiunta di novità e più per
107
Imperfezione

continuo riutilizzo del materiale già esistente, cioè


per continui riassortimenti di un numero limitato
di elementi (Jacob, 1997).
La storia naturale esprime una meravigliosa di-
versità, "ma una volta iniziata la vita sotto la forma
di qualche organismo primitivo capace di ripro-
dursi, l'evoluzione sa~ebbe proseguita soprattut-
to con il rimaneggiamento dei composti esistenti.
Funzioni nuove si sono sviluppate con la comparsa
di nuove proteine. Queste erano però soltanto delle
variazioni su temi noti" (Jacob, 1978, p. 21). Varia-
zioni su temi noti e combinazioni di moduli, come
nel caso dei pochi geni dello sviluppo che erano
già attivi nell'esplosione del Cambriano e da allora
regolano la formazione delle strutture corporee di
tutti gli animali, dal pesce zebra a Homo sapiens.
L'evoluzione quindi è un aggiustamento (in in-
glese, tinkering) dell'esistente, una diversa utilizza-
zione e regolazione della stessa informazione strut-
turale, un "gigantesco Meccano" secondoJacob. Si
lavora soprattutto sull'inerzia evolutiva pregressa.
Perciò animali anche assai diversi sul piano mor-
fologico e comportamentale, come gli scimpanzé
·e noi, possono avere un corredo genetico in real-
tà molto simile (identico per più del 98 % ). Anco-
ra J acob:
Sono sufficienti piccoli cambiamenti che ridistribui-
scono le stesse strutture nel tempo e nello spazio,
per modificare profondamente la forma, il funzio-
namento e il comportamento del prodotto finale,
cioè l'animale adulto. Si tratta sempre di utilizzare

108
L'impronta del/' inutilità nel DNA

gli stessi elementi, di modificarli, ritagliando di qui


o di lì, di disporli in combinazioni differenti, per
produrre nuovi oggetti di complessità crescente. Si
tratta sempre di fare del bricolage. (Ibidem, p. 25)

Ecco allora, nel nome del bricolage e della ridon~


danza che ne è la base, una possibile quinta legge
dell'imperfezione: l'eccedenza, se tollerabile, è fonte
di cambiamento, perché l'evoluzione è la trasforma-
zione del possibile. Chiamiamola legge della cipolla,
in onore dell'umile e versatile pianta bulbosa che
in fatto di geni ci straccia. Lasciamo l'enunciazione
della legge allo stesso François Jacob, da una confe-
renza memorabile del 1977 a Berkeley, perché non
ci sono parole migliori per dirlo:

Spesso senza progetti a lungo termine, il bricoleur


dà ai suoi materiali funzioni non previste per la pro-
duzione di un nuovo oggetto. Da una vecchia ruota
di bicicletta costruisce una carrucola, da una seg-
giola rotta ottiene la scatola per la radio. Allo stesso
modo, l'evoluzione costruisce un'ala da una zampa,
o un pezzo di orecchio con un frammento di ma-
scella. Naturalmente ci vuole tempo. L'evoluzione
si comporta come un bricoleur che nel corso di mi-
lioni e milioni di anni rimaneggiasse lentamente la
sua opera, ritoccandola continuamente, tagliando
da una parte, allungando da un'altra, cogliendo tut-
te le occasioni per modificare le vecchie strutture in
vista delle nuove funzioni. (Ibidem, p. 18)

109
Un accrocco proverbiale
Il cervello umano

Questo discorso fece nascere nuove riflessioni, e Martin in par-


ticolare concluse che l'uomo era nato per vivere nelle convul-
sioni dell'inquietudine o nel letargo della noia. Candido non ne
conveniva, ma non affermava nulla. Pangloss ammetteva che
aveva sempre sofferto orribilmente, ma avendo sostenuto una
volta che tutto andava a meraviglia, continuava a sostenerlo,
pur senza crederci.
VOLTAlRE, Candido, o l'Ottimismo

Mettiamo che siate dei poveri pesci costretti dal-


le circostanze a vivere in acque sempre più bas-
se, stagnanti e avare di ossigeno. Dovete respira-
re. Gran parte dei vostri simili non ce l'ha fatta e
agonizza nella pozza accanto. Nei vostri figli e nei
figli di alcuni vostri simili esiste però una mutazio-
ne benedetta, con conseguenze da qualche parte
nella parete dell'esofago: permette loro di inalare
aria e assorbire un pizzico di ossigeno in più. Gra-
dualmente, questo leggero vantaggio si diffonde nel
vostro gruppo. La parete respirante diventa con il
passare delle generazioni un diverticolo vascolariz-
zato, posto sopra lapparato diger~nte. Poi una ve-
scica che si riempie d'aria ritmicamente, e infine un
vero polmone, di cui esistono peraltro innumere-
voli varianti anatomiche. Ecco, siete stati i protago-
111
Imperfezione

nisti, tra miriadi di vostri simili, di una transizione


evolutiva. E avete fatto, come sempre, di necessità
virtù. Guardando il processo nel suo complesso,
come fanno i paleontologi a milioni di anni di di-
stanza, e facendo la tara a tutte le battaglie perse e
a tutti i tentativi falliti, diciamo che un'escrescenza
di esofago è diventata un polmone: potere del bri-
colage. Non è il massimo, ma funziona. L' evoluzio-
ne è la trasformazione del possibile.
Non sarà mica successo anche al cervello? È for-
se un altro capolavoro dell'evoluzione da rubricare
sotto la voce "imperfezione"?

Un cervello tardivo
La grande neurologa italiana Rita Levi-Montalcini
sosteneva che il cervello perfetto fosse quello degli
insetti, così primordiale, piccolo come un granel-
lo di polvere eppure tanto abile nel far fronte sta-
bilmente ai problemi ambientali da 600 milioni di
anni (Levi-Montalcini, 1987). Tutto il contrario del
"meraviglioso e quanto mai imperfetto cervello di
Homo sapiens", figlio del "gioco capriccioso delle
mutazioni", instabile e per questo più creativo e
ambivalente. Il cervello dei vertebrati è 'sempre sta-
to una macchina imperfetta - ipotizzava la grande
neuroscienziata - quindi soggetto al continuo e in-
concluso rimodellamento da parte delle variazioni
e delle pressioni selettive. Quello degli invertebra-
ti invece andava bene fin dall'inizio. Ne consegue
che nella progenie degli insetti non nascerà mai un
Hitler né un Einstein.
112
Un accrocco proverbiale

Non c'è niente di più sgraziato e fragile, e al-


trettanto ambivalente eimprevedibile, del nostro
cervello. Era di questo avviso anche il già citato
François Jacob: "Il cervello umano si è formato gra-
zieall' accumulazione di nuove strutture sulle vec-
chie. Al vecchio rinencefalo dei mammiferi inferiori
si è aggiunta una neocorteccia che ha assunto rapi-
damente, forse troppo rapidamente, il ruolo prin-
cipale nella sequenza evolutiva che porta all'uomo"
(1978, p. 30). Proprio così, troppo rapidamente, ci
torneremo nei prossimi capitoli. Per ora limitiamo-
ci alla strana anatomia e al funzionamento del no-
stro encefalo, e non solo del nostro, e valutiamoli
sul piano strettamente evoluzionistico. Da che cosa
è causata tutta questa neuro-imperfezione?
Innanzitutto, noi abbiamo un cervello selettivo
e, come tale, parziale. Percepiamo soltanto una pic-
cola parte dello spettro elettromagnetico. In quan-
to primati, puntiamo tutto su visione e tatto, un
po' meno sull'udito e lasciamo in subordine l' ol-
fatto. Ma anche le informazioni del mondo ester-
no che ci arrivano tramite occhi e mani sono limi-
tate e frammentarie, tanto che il nostro cervello le
filtra attivamente, le organizza e dà loro un senso
internamente. L'interpretazione che risulta è pure
parziale e fallace, perché a sua volta condizionata
dalle esperienze pregresse e dall'evoluzione consu-
matasi in nicchie ecologiche che non esistono più.
Ne derivano illusioni ottiche ed errori percettivi a
non finire. Non abbiamo sensi divini, ma al contra-
rio sensazioni concretamente e materialmente limi-
113
Imperfezione

tate. Quindi è inevitabile per noi avere pregiudizi


inconsci, spesso fuorvianti. Vediamo il mondo da
un pertugio tutto nostro, come del resto ogni ani-
male lo vede a modo suo. Ma come siamo arrivati
al nostro particolare e imperfetto universo percet-
tivo e cognitivo?
Difficile saperlo. Il problema è che i cervelli non
si fossilizzano. Non sappiamo minimamente come
fossero organizzati internamente i cervelli dei no-
stri antenati in Africa. Possiamo paragonare il no-
stro cervello di oggi con quello degli scimpanzé, ma
stiamo parlando di due cugini separati da sei milio-
ni di ~ni di evoluzione neurale (e del loro tragit-
to evolutivo conosciamo pochissimo a causa della
scarsità di fossili) (Gee, 2013). Oppure possiamo
analizzare le impronte lasciate dai cervelli antichi
sulla parete interna del cranio, cioè le gibbosità, le
protuberanze, gli ingombri che ospitavano le me-
ningi, i solchi, i giri, i vasi sanguigni e le circonvo-
luzioni della corteccia più esterna. E poi possiamo
fare ipotesi sull'intelligenza di una specie basandoci
sulle prove indirette delle sue capacità tecnologi-
che, dell'adattamento all'ambiente, della socialità
(ma attenzione, perché la nostra coesione sociale
è ben poca cosa rispetto a quella di api, termiti e
formiche, il cui cervello piccolo come una capoc-
chia di spillo, per dirla con Darwin, è "uno dei più
meravigliosi atomi di materia del mondo"). Tocca
quindi barcamenarsi tra indizi, ma è meglio di nien-
te. Vediamo allora che cosa sappiamo al momento
sulla storia naturale del cervello umano.
114
Un accrocco proverbiale

Una prima stranezza riguarda le tempistiche. Pa-


re che i nostri antenati non avessero alcuna fretta di
portarsi dietro un grande cervello. L'intricata sto 7
ria della nostra sotto-famiglia cominciò in Africa
intorno a sei milioni di anni fa, quando gli ominini
si separarono dall'antenato comune con gli scim-
panzé. Alla scala del tempo geologico, sei milioni
di anni non sono poi tantissimi, ma abbastanza per
accumulare una discreta quantità di cambiamenti
nel comportamento, nella morfologia, nella postu-
ra. Per decenni gli scienziati si sono chiesti quale
fosse stata la novità cruciale introdotta dai nostri
primi antenati e le attenzioni furono ovviamen-
' te tutte rivolte alla nostra mirabile testa. Si pensò
che la crescita del cervello, e con esso di un'intelli-
genza corrispondente, fosse stato il grande vettore
dell'avventura umana. Non era così. Stavano guar-
dando nel posto sbagliato.
Già, perché le più di venti specie ominine che si
accavallarono nel nostro passato non si preoccupa-
rono minimamente di avere un grande cervello per
più di due terzi della loro storia. Due terzi dell' e-.
voluzione umana trascorsero alla presenza di spe-
cie il cui cervello si aggirava, fatte salve le differen-
ze tra maschi e femmine, intorno ai 450 centimetri
cubici, circa un terzo del nostro. Gli ardipitechi, le
australopitecine come Lucy e Sediba, i parantropi:
una pletora di specie nostre possibili antenate, da
sei a due milioni di anni fa, ciascuna parzialmente
bipede a modo suo, ma tutte invariabilmente con
un cervello da scimpanzé. Che senso ha? Se il cer-
115
Imperfezione

vello è un organo così importante per la nostra so-


pravvivenza e per il nostro successo in quanto pri-
mati sociali, perché cominciò a crescere così tardi?
Il loro segreto si celava altrove, all'estremo oppo-
sto dell'architettura corporea umana, cioè nei piedi
(non senza dolorosi compromessi anche in quel ca-
so, come vedremo nel prossin10 capitolo). Solo 2,8
milioni di anni fa, e solo con l'apparire del genere
Homo, ebbe inizio finalmente la crescita dell' ence-
falo. Meglio tardi che mai, ma a quel punto almeno
l~ cavalcata fu trionfale, fino all'apoteosi dell'uomo
sapiente? Così era scritto sui manuali, ma neppu-
re questo era vero. Fino a poco tempo fa vigeva un
consenso unanime sul fatto che la crescita del cer-
vello del genere Homo fosse stata un trend, cioè
una tendenza progressiva e apparentemente inar-
restabile. Ma questo è falso.

Due piccoli cervelli smontano una teoria


Innanzitutto non fu una storia solitaria. In Africa
2,5 milioni di anni fa, quando iniziò la fase di in-
stabilità climatica nota come Pleistocene, numero-
se specie differenti, appartenenti a ben tre generi
separati, coabitavano in un territorio esteso dall'E-
ritrea fino alla punta del Sudafrica. L'habitat arbo-
ricolo si restrinse, le praterie di transizione (al limi-
tare della foresta) preferite dalle australopitecine
scomparirono ed è possibile che siano emerse le
prime forme ominine adattat~ quasi esclusivamen-
te agli spazi aperti. Con il tempo si crearono due
"modelli" di adattamento alternativi allo stesso am-
116
Un accrocco proverbiale

biente frammentato: il modello "alla Homo", con


dieta moderatamente onnivora, strumenti litici e
cervello gradatamente più voluminoso; e il model-
lo "alla parantropo", con dieta vegetariana coria-
cea specializzata e corporatura massiccia da gorilla.
Nel celeberrimo ma elusivo Homo habilis gli arti
inferiori si allungano, le ossa diventano più leggere,
la faccia si appiattisce, il volume cranico aumenta
di una volta e mezzo (negli esemplari più recen-
ti) rispetto a quello delle australopitecine, il palato
si arrotonda e la dentatura rivela una dieta mista.
Inoltre, i siti di Homo habilis sono ricchi di schegge
di pietra affilate, ottenute colpendo ciottoli di sel-
ce con un percussore. Dunque il cervello cresce in
corrispondenza con le capacità tecnologiche? Le-
cito dubitarne, visto che nulla esclude che in tempi
precedenti altre specie avessero utilizzato strumen-
ti di legno o di osso, non pervenuti nel registro fos-
sile. Inoltre, nel 2015 sulla sponda occidentale del
lago Turkana, in Kenya, è stata scoperta una com-
plessa e diversificata industria litica la cui datazione
oscilla intorno ai 3 ,3 milioni di anni fa, cioè 7 00. 000
anni prima dei più antichi strumenti in pietra fino-
ra rinvenuti e attribuiti al genere Homo. Chi li ha
realizzati probabilmente non aveva un cervellone.
È pur vero che insieme alla crescita successiva
del cervello osserviamo, nei siti del genere Homo e
solo in quelli, tutti i segni del primo sistema com-
portamentale complesso costituito da conoscenze
sulle proprietà dei materiali da usare, da abilità ma-
nuali nel cogliere i punti di frattura della pietra, da
117
Imperfezione

capacità di coordinamento senso-motorio per non


ferirsi durante la lavorazione, da competenze nella
trasmissione del sapere ai giovani del gruppo. I no-
stri antenati avevano cominciato a maneggiare og-
getti e a trasformarli in vista della loro utilizzazione
futura, avevano cominciato a costruirsi un model-
lo mentale della loro creazione. I primi umani in-
dividuavano i siti vicini ai fiumi in cui reperire le
pietre migliori e le trasportavano ai loro rifugi per
scheggiarle con calma. Quindi avevano attitudini
spiccate per l'organizzazione sociale, la previsione
e la pianificazione. Tutte queste competenze si tro-
vano nei lobi parietale e frontale del cervello, che
infatti si gonfi.ano.
Tuttavia il processo fu, anche in questo caso, as-
sai poco lineare. Homo habilis presentava una gran-
de variabilità interna da individuo a individuo (con
cervelli che vanno da 600 a 800 cc), e forse non fu
l'unica specie iniziale del nostro genere. Per un lun-
go periodo le nuove capacità di progettazione tec-
nologica rimasero fortemente stabili e non furono
accompagnate da alcuna rivoluzione nei compor-
tamenti. Probabilmente quegli strumenti furono
più che sufficienti per le esigenze dell'epoca. Ma
se le tecnologie erano così vantaggiose e il cervello
galoppava verso la perfezione, perché tutta questa
lentezza e questo conservatorismo culturale?
Forse la spinta selettiva verso grandi cervelli va
cercata, altrove. Non però nella caccia attiva, visto
che gli umani rimasero spazzini opportunisti della
savana per lungo tempo, a fianco di poco commen-
118
Un accrocco proverbiale

devoli iene e avvoltoi. Non nell'habitat, dato che


era lo stesso di altri ominini che sopravvissero fino
a 1,5 milioni di anni fa. E nemmeno nella mobilità
geografica, se è vero che troviamo già esseri umani
fuori dall'Africa, in Medio Oriente e in Georgia,
due milioni di anni fa, capaci di sopravvivere in am-
bienti sconosciuti pur con cervelli tutto sommato
modesti. Resta in piedi l'idea che il nostro encefalo
sia cresciuto in parallelo con la complessità delle
relazioni sociali e che un rallentamento nel proces-
so di sviluppo individuale (altro fenomeno cruciale
e imperfetto di cui parleremo) ne abbia favorito la
plasticità e le capacità di apprendimento, di imita-
zione, di innovazione creativa. .
Fatto sta che in specie diverse del genere Ho-
mo (sono più di dodici quelle riconosciute finora,
un cespuglio!) il cervello in un modo o nell'altro
crebbe, favorendo le capacità di osservazione, di
padronanza dello spazio, di associazione mentale,
di coordinamento sociale e di interpretazione de-
gli indizi lasciati da prede e predatori. Ma non fu
un avanzamento né inevitabile né regolare. Un an-
tico relitto della prima espansione di umani fuori
dall'Africa sopravvisse per un milione di anni alme-
no sull'isola di Flores, in Indonesia, estinguendo-
si soltanto 50 millenni fa. A seguito di un processo
selettivo noto come nanismo insulare, che riduce le
dimensioni dei mammiferi più grandi rimasti bloc-
cati sulle isole, Homo fioresiensis si rimpicciolì fino
a diventare una specie umana pigmea, con altezza
media di un metro e un cervello di 420 cc, un terzo
119
Imperfezione

del nostro. Eppure aveva sviluppato una discreta


tecnologia ed era un ottimo cacciatore. Mangiava
ratti giganti ed elefanti nani, e conviveva con idra-
ghi di Komodo. Sulla sua isoletta, se la cavava piut-
tosto bene e forse sarebbe ancora lì se non fosse
passata una specie invasiva di nome Homo sapiens.
Dunque abbiamo una prima eccezione al princi-
pio della crescita inevitabile del cervello nel genere
Homo. Almeno una specie tornò ad avere una testa
piccolina senza con ciò perdere un granché in intel-
ligenza. Ma un caso solo può essere trattato come
una storia straordinaria che finisce lì. E invece nel
2015 arrivò la scoperta di un'altra specie di piccole
dimensioni del genere Homo, questa volta in Suda-
frica vicino a Johannesburg, che presenta un mosai-
co di caratteri arcaici e di caratteri moderni: Homo
naledi. Dalle migliaia di ossa ritrovate si evince che
il suo cervello fosse di 560 cc nei maschi. Ma fu la
datazione, giunta nel 2017, a spiazzare tutti: non
due milioni di anni come supposto dalla morfolo-
gia, bensì da 236.000 a 335.000 anni fa.
Lo scenario è sorprendente. In Africa, mentre al-
cune popolazioni cerebro-dotate di Homo heidel-
bergensis si stavano trasformando in Homo sapiens,
in Sudafrica si aggirava un Homo c~n un cervello
grande un terzo del nostro, con adattamenti anco~
rada vita arboricola e nemmeno isolato geografi-
camente. In contemporanea troviamo pure i primi
Neandertal in Europa, i Denisovani in Asia centrale
e Homo floresiensis in Indonesia, con una variabili-
tà cerebrale tra queste specie che oscilla ampiamen-
120
Un accrocco proverbiale

te da 420 a 1500 cc. Adesso le specie eccentriche di


Homo con cervelli piccoli sopravvissute fino a tem-
pi recenti sono diventate due, smentendo la vecchia
e consolidata idea secondo cui nel genere Homo vi
sarebbe stata una tendenza graduale verso l'encefa-
lizzazione accompagnata dalla crescita progressiva
della complessità sociale e tecnologica.

Quanti compromessi per un cervello


A ritmo spaiato, con combinazioni di caratteri e
traiettorie diverse da specie a specie; la crescita del
cervello continuò in alcune linee (non tutte) del
genere Homo, culminando nei due cugini più cer-
velloni di tutti: noi Homo sapiens nati in Africa 200
millenni fa; e l'uomo di Neandertal, autoctono eu-
ropeo daJOO millenni e sopravvissuto fino a 40 mil-
lenni fa. Una specie fra le tante, Homo sapiens, si
rivela portatrice però di una miscela inedita di tratti
anatomici e cognitivi che, a scoppio ritardato (non
prima di 75 millenni fa), la renderà particolarmen-
te flessibile, mobile, creativa, invasiva e loquace.
Tanto da rimanere l'unica rappresentante del no-
stro genere, un'eccezione tardiva.
Sembra che la spinta espansiva del cervello abbia
preso strade diverse tra noi e i Neandertal. Nel lo-
ro cranio la massa encefalica si è guadagnata spazio
in senso più antera-posteriore, cioè allungando la
testa in orizzontale come un pallone da rugby. Noi
invece abbiamo espanso il cervello seguendo una
forma più globulare, da pallone da calcio, cioè ar-
rotondando la testa verso l'alto e alzando la fron-
121
Imperfezione

te. Quanto all'asimmetria tra emisfero destro e si-


nistro, pare che fosse comune fin dall'inizio a tutto
il genere Homo, quindi ci dice poco sulla nostra
specificità. Questo per quanto concerne le grezze
dimensioni. Sullo schema interno di organizzazio-
ne dei cervelli del passato sappiamo pochissimo,
se non che per noi le aree frontali (deputate al lin-
guaggio, alle-decisioni e all'elaborazione di concetti
astratti)e le aree parietali hanno assunto un'impor-
tanza inedita. Anche qui però i compromessi im-
perfetti si notano.
Quando una parte del corpo, che è un tutto inte-
grato, cresce più delle altre, sono necessari aggiu-
stamenti. Il nostro cervello, fatte salve le notevoli
variazioni individuali, è mediamente tre volte più
grande di quello di una scimmia antropomorfa che
avesse la nostra stessa stazza corporea. Quindi in
due milioni di anni deve aver spinto parecchio sulle
pareti. Qualche volta prevalse la pressione interna
sulla forma del cranio, che si adattò scolpendosi in
funzione del suo sempre più ingombrante inquili-
no. Altre volte invece i vincoli strutturali della te-
sta (nei rapporti con la faccia e la mandibola, per
esempio) ebbero la meglio e il cervello si dovette
arrangiare. Un compromesso onorevole.
Un altro problema è che il cervello è molto sen-
sibile alla temperatura. Non deve mai surriscaldar·-
si, come i testicoli. Ma se cresce di volume si scal-
da di più, perché la superficie di dispersione non
cresce al cubo come il volume, ma al quadrato. C'è
insomma un conflitto fisico fra la tridimensionali-
122
Un aecroceo proverbiale

tà e la bidimensionalità. La soluzione di ripiego fu


quella di addensare molto di più la rete vascolare,
con funzioni non solo di ossigenazione ma anche
di termoregolazione, a mo' di radiatore. Un altro
compromesso incerto, che forse è alla base di mol-
ti mal di testa.
Come è ben noto, questa bellissima invenzione
che portiamo in testa è costosa: brucia il 20% del-
la nostra energiatotale. Tuttavia il nostro metabo-
lismo nel complesso non è aumentato rispetto a
quello di altri mammiferi, se comparato con la no-
stra massa corporea. Ciò significa che nell'evolu-
zione abbiamo bilanciato il costo del cervello con
un risparmio da qualche altra parte, forse nell' ap-
parato digerente, o forse rallentando lo sviluppo, i
processi vitali e i relativi consumi. Di sicuro abbia-
mo anche arricchito la dieta, assumendo più pro-
teine animali (carne ben frolla e midollo rubati alle
carcasse, poco onorevole ma è andata così) e so-
prattutto imparando a cuocere i tuberi ricchi di
amido. Tuttavia è difficile sapere se il cambio di
dieta sia stato causa o conseguenza della crescita
del cervello.
Nonostante i compromessi digestivi e alimentari,
dev' esserne valsa la pena, perché comunque il cer-
vello continuò a spingere dall'interno. Il mantello
corticale si piegò e ripiegò su se stesso in un labirinto
di circonvoluzioni, ma come sia andata davvero pos-
siamo purtroppo soltanto immaginarlo. A processo
concluso, l'espansione maggiore si nota nei nostri
lobi parietali, che sono molto diversi da quelli delle
123
Imperfezione

altre grandi scimmie e decisamente più larghi, lun-


ghi e curvi di quelli neandertaliani. Quindi è qual-
cosa che abbiamo solo noi. La parte superiore del
nostro cervello si sviluppa molto precocemente alla
nascita ed è connessa a diverse attività cerebrali, che
essa mette in rete tra loro. Ma è soprattutto implica-
ta in compiti fondamentali nei quali noi primeggia-
mo, come la gestione del corpo, l'integrazione visua-
le e spaziale, l'uso agile delle dita, la coordinazione
occhio-mano, il tatto (Bruner, 2018).
Non è detto, però, che un cervello ideale debba
essere così. Partendo da zero lo si poteva progettare
diversamente, senza questo assortimento maldestro
di parti e senza tutti questi compromessi subottima-
li. L'evoluzione· è cieca e nel caso del cervello e dei
suoi ghiribizzi lo si nota decisamente. L'evoluzione
accumula variazioni sull'esistente, in modo irrever-
sibile. Secondo alcuni neurofisiologi, anche i vuoti
sinaptici non sono il massimo dell'efficienza. Le al-
tre specie umane sopravvissute fino a pochi millen-
ni fa- come i Neandertal con il loro cervello gran-
de come il nostro se non di più - non erano "quasi
come noi", avevano un cervello diverso (più grosso
dietro, nell'area occipitale, e meno nei lobi parietali)
ed erano imperfette a modo loro. Semplicemente, la
nostra imperfezione ha funzionato meglio della loro.

Bricolage cerebrale
Ora proviamo a generalizzare. N ell' evoluiione per
selezione naturale di questo ingegnoso apparato di
elaborazione e interpretazione delle regolarità del
124
Un accrocco proverbiale

mondo, si vedono ali' opera due meccanismi distin-


ti, entrambi generatori di imperfezioni (Marcus,
2008). Il primo obbedisce al cosiddetto principio
del "palinsesto", cioè l'antico manoscritto medie-
vale che veniva riscritto più volte senza cancellare
del tutto il testo precedente. Lo vediamo in azione,
per esempio, in tutte le stratificazioni di tecnologie
vecchie e nuove. Come abbiamo già visto in mol-
ti esempi, l'evoluzione per selezione naturale fa di
necessità virtù e raramente butta via il vecchio per
sostituirlo da capo: sarebbe troppo costoso e peri-
coloso perché l'esigenza di sopravvivenza è conti-
nua. Anche nel cervello osserviamo una permeante
aggiunta di nuovo su vecchio, che richiede coeren-
za e coordinamento tra parti vecchie (di solito as-
sociate a funzioni emotive e corporali) e parti nuo-
ve (associate alle attività conoscitive e linguistiche).
Ma la gerarchia tra i due livelli e la loro separazione
non sono per nulla nette.
Così succede che sull'antico rombencefalo, che
condividiamo con tantissimi cugini animali e che
controlla funzioni basilari come respirare e sta-
re in equilibrio, si giustappose il più recente me-
sencefalo, che presiede a riflessi visivi e uditivi. Su
quest'ultimo si appoggiò a sua volta il proencefalo,
evolutivamente più giovane, le cui funzioni lingui-
stiche e deliberative non sono però assolte in modo
autonomo rispetto ai sistemi più vecchi. Quindi il
nuovo si è evoluto in modo coordinato e integra-
to con il vecchio, sicché l'daborazione di compiti
evolutivamente recenti (come parlare, immaginare
125
Imperfezione

e pensare) ha bisogno anche della collaborazione


di parti antiche. Non molto aggraziato come pro-
cesso, ma nella testa di Leonardo da Vinci ha fun-
zionato benissimo.
Il secondo meccanismo è l'evoluzione di nuove
fu~zioni a partire da vecchie strutture, cioè la co"
optazione di aree cerebrali nel corso della storia
della vita. Il cervello umano cominciò a crescere
circa due milioni di anni fa, come abbiamo visto,
soltanto nel genere Homo. Le funzioni legate alla
sopravvivenza erano a quel tempo molto diverse
dalle attuali. Nell'albero fittamente ramificato del
nostro genere, la specie Homo sapiens è molto gio-
vane, avendo poco più di duecento millenni alle sue
spalle: è un ultimo ritrovato dell'evoluzione, com-
parso quando altre forme umane vivevano sul pia-
neta. All'inizio non sembrava avere nulla di parti-
colare, ma poi una combinazione di caratteristiche
si rivelò vincente. A partire dalle inerzie evolutive
accumulatesi precedentemente, nel cervello di Ho-
mo sapiens furono necessari ripetuti riadattamenti,
che liberarono spazio per ulteriori nuovi riutilizzi
potenziali che non erano certo previsti nelle fasi
precedenti.
Intorno a 75 millenni fa, come sempre a partire
dall'Africa, le popolazioni umane moderne inizia-
rono a manifestare un pacchetto di comportamenti
e di capacità mai visti prima tutti insieme e svinco-
lati dalle esigenze di mera sopravvivenza: ogget-
ti incisi con figure astratte; ornamenti del corpo;
sepolture rituali; pitture rupestri; strumenti musi-
126
Un accrocco proverbiale

cali; innovazioni e variazioni tecnofogiche. L'alba


dell'immaginazione. Un'alba tardiva ma rapida.
Considerando le tempistiche, è probabile che co-
me nel caso del DNA anche certe aree cerebrali (so-
prattutto nei lobi frontali e parietali) siano state am-
pliate e duplicate, di modo che una parte potesse
continuare a svolgere la funzione di base originaria
e l'altra specializzarsi su competenze più avanzate.
Il risultato è che il nostro cervello anche grazie
a queste imperfezioni è doppiamente plastico, es-
sendo la duttilità nell'adeguarsi alle sollecitazioni
ambientali la sua qualità adattativa centrale. In pri-
mo luogo, i circuiti neurali riescono ad acquisire
con flessibilità e rapidità funzioni per le quali non
erano stati programmati nel corso dell'evoluzione.
Scriviamo e leggiamo da cinque millenni soltanto
e il nostro cervello non si è di certo evoluto "per"
compiti di quel tipo, eppure li svolge egregiamen-
te. La coordinazione plastica dello sviluppo neu-
rale permette di espandere adattativamente alcu-
ne aree a scapito di altre nel corso della crescita, il
che offre grandi vantaggi. Dunque i cervelli di chi
legge e di chi non l'ha mai imparato sono cervelli
non solo culturalmente, ma anche biologicamente
diversi. Utilizzare certe tecnologie e non altre scol-
pisce diversamente il funzionamento della nostra
corteccia. Ne consegue che biologia e cultura per
noi si influenzano l'un l'altra.
In secondo luogo, nel corso dell'evoluzione cir-
cuiti inizialmente dedicati a certe funzioni (pèr
esempio, di natura senso-motoria) furono coop-
127
Imperfezione

tati per funzioni differenti (utilizzo di strumenti,


comunicazione, astrazione) al mutare del contesto
ambientale e sociale. Le aree connesse alla manua-
lità e alla gestualità sono strettamente intrecciate,
per esempio, con quelle deputate al linguaggio, il
che lascia supporre un legame evolutivo, forse una
sovrapposizione tra le due funzioni. Migrazioni
neurali, compensazioni, ristrutturazioni, inaspet-
tate conversioni, riciclaggi neurali sono i processi
che rendono così plastico il nostro cervello sia nel-
lo sviluppo sia nell'evoluzione.
Oggi sappiamo che il rimodellamento evoluti-
vo del cervello umano ha avuto una precisa base
genetica (come abbiamo visto nel capitolo prece-
dente con il caso del gene dell'osteocrina coopta-
to dai mus.coli al cervello), che si manifesta in tutta
la sua unicità nel corso della crescita di ciascuno
di noi. Ciò che infatti contraddistingue il cervelc
lo umano è la sua lenta maturazione per quasi due
decenni dopo la nascita. L'infanzia e l'adolescen-
za, come vedremo nel prossimo capitolo, sono il
nostro grande patrimonio evolutivo. Ne consegue
che la cognizione umana è particolarmente dipen-
dente dall'apprendimento esperienziale. Attraver-
so riduzioni selettive, migrazioni, differenziazioni
e altri processi, i circuiti neurali nel corso dello svi-
luppo subiscono profondi cambiamenti strutturali
e funzionali. Vengono letteralmente scolpiti dalle
esperienze che facciamo~ Nel corso della crescita,
questi cambiamenti nel cervello vengono media-
ti da geni la cui trascrizione è regolata dall'attività
128
Un aecroceo proverbiale

neuronale stessa. Sono i geni, come quello dell' o-


steocrina, che rendono il nostro cervello un capo-
lavoro di plasticità.
La medaglia evolutiva, come spesso accade, ha
un risvolto spiacevole. Il nostro cervello è un acci-
dente congelato dell'evoluzione, non è stato pro-
gettato da zero. Come tale, si ammala e va in tilt
facilmente. A fronte di questa evoluzione abborrac-
ciata del nostro cerebro, anziché cercare improba-'
bili benefici nascosti in qualsiasi disturbo mentale
umano come fanno alcuni studio.si, come se tutto
fosse per il meglio, è più semplice ammettere che
l'imperfezione ci fa pagare il suo conto sotto le in-
numerevoli e tristi forme della sofferenza psichica.
Schizofrenia e depressione non sono adattamenti
ancestrali finiti male, sono problemi. Allo stesso
modo, è possibile che le imperfezioni del nostro
cervello plastico ed espanso contribuiscano ad au-
mentare la vulnerabilità a talune malattie degenera-
tive. Come scriveva Rita Levi-Montalcini, il nostro
cervello è "il risultato di un processo disarmonico,
che ha creato infiniti complessi psichici e aberra-
zioni comportamentali" (1987, p. 19).
Adesso uniamo ciò che abbiamo imparato in
questo e nel capitolo precedente. Due tra i più
complessi e creativi sistemi mai inventati dall'evo,
luzione- il genoma e il cervello - sono reticola-
ri, ridondanti, palesemente imperfetti, inutilmente
complicati, figli di rabberci, aggiustamenti, accroc-
chi e compensazioni. Nessuno dei due supererebbe
un esame di ingegneria. Sembrano le macchine in-
129
Imperfezione

ventate dal fumettista californiano Rube Goldberg:


complicatissimi e improbabili macchinari, frutto
della concatenazione di cause ed effetti, per svol-
gere operazioni tutto sommato semplici o persino
superflue. Eppure quei due ineleganti sistemi so-
no ciò che di più straordinario la natura abbia mai
prodotto su questo pianeta in tre miliardi e mezzo
di anni. Sono i due vanti biologici che mostrerem-
mo orgogliosi a un visitatore alieno (purché ben
intenzionato).
A conti fatti, è un po' come se l'evoluzione avesse
installato il motore di una Ferrari su una vecchia e
gloriosa macchina da corsa del secolo scorso. L' ef-
fetto è elettrizzante, ma è plausibile che poi non
tutto funzioni alla perfezione. Ancora con le parole
di FrançoisJacob: "Formazione di una neocortec-
cia dominante, conservazione di un antico sistema
nervoso e ormonale, in parte rimasto autònomo, in
parte posto sotto la tutela della neocorteccia: que-
sto processo evolutivo assomiglia molto al brico-
lage" (Jacob, 1978, p. 31). Altrettanto prevedibile
che le prestazioni intellettuali e comportamentali di
un simile accrocco possano essere le più ambivalen-
ti: per certi aspetti, stupefacenti; per altri, orrende.
Gli stessi Homo sapiens che esibivano quella creati-
vità simbolica e immaginifica divennero ben presto
una presenza invadente e prepotente (Cavalli Sfor-
za, 2010b; Tattersall, 2012), portando all'estinzione
tutte le altre specie umane e modificando profon-
damente gli ecosistemi che incontravano.
130
Un accrocco proverbiale

Noi egli altri da noi


I due meccanismi che abbiamo descritto (il palinse-
sto e la cooptazione funzionale) finirono per creare
una discrasia evolutiva nel nostro cervello, un'in-
trinseca disarmonia. Le parti nuove nella neocor-
teccia non ristrutturarono quelle arcaiche, perché
queste ultime continuarono a svolgere funzioni bio-
logiche basilari per la sopravvivenza dell'individuo
e dunque furono ben presidiate e conservate dalla
selezione naturale. Le nuove si misero in groppa
alle vecchie e in qualche modo si tirò avanti. An-
cora con le parole di Rita Levi-Montalcini, "questa
disparità evolutiva delle funzioni svolte dalle cir-
convoluzioni neocorticali e dal sistema limbico è
andata necessariamente accentuandosi con il pro-
gressivo sviluppo e accumulo del patrimonio cultu-
rale" (1987; p. 291). Torneremo tra poco su questa
divaricazione evolutiva, potenzialmente lacerante,
che si annida nel nostro cervello.
Quindi anche la plasticità cerebrale è un Gia-
no bifronte. Da un lato, la malleabilità della nostra
mente la rende facilmente indottrinabile e i fattori
culturali possono letteralmente plasmare le condot-
te dei singoli e delle folle, anche verso gli esiti più
turpi. Dall'altro lato, un'educazione precoce ai va-
lori di civiltà può disattivare e reprimere gli istinti
più bassi, che non sono per noi cogenti e invinci-
bili come lo sono in altri animali. Un esempio pre-
so dalle neuroscienze illustra bene questa dualità.
Secondo diversi studi recenti di visualizzazione
attraverso risonanza magnetica funzionale, quando
131
Imperfezione

il nostro cervello è esposto alla visione dei volti di


persone estranee - in quanto appàrtenenti ad altre
popolazioni umane con fisionomie diverse (quelle
che una volta erroneamente si chiamavano "razze
umane") - manifesta una reazione contradditto-
ria molto interessante. Se a un bianco si mostra un
afroamericano o viceversa, di primissimo acchito
si attivano zone subcorticali profonde, soprattutto
l'amigdala, che segnalano una potenziale minaccia.
Il cervello sembra dire: "Chi è questo? Non fa parte
della mia comunità, è insolito, non è uno di noi".
Ma questa percezione inconscia dura pochissimo
perché quasi immediatamente subentrano le aree
corticali superiori che contraddicono e regolano la
reazione emotiva automatica e un'altra area ancora
provvede a conciliare le prime due. È come se una
voce di ragionevolezza e autocontrollo fosse entra-
ta in scena e avesse riportato la calma, rendendoci
consapevoli che quello è semplicemente un -volto
umano come un altro.
In pratica, gli scienziati hanno registrato in pre-
sa diretta un conflitto interno nel parlamento della
nostra mente. Un conflitto, tra impulsi negativi im-
mediati e intenzioni egualitarie, tra attitudini impli-
cite ed esplicite, che sembra avere una precisa ra-
gione evolutiva. Come già Darwin aveva ipotizzato
e molti dati hanno poi confermato, Homo sapiens
proviene da una lunga storia di socialità a piccoli
gruppi. La nostra forza consisteva nel far parte di
una ristretta comunità ben organizzata, coesa, soli-
dale al proprio interno, e quasi sempre in conflitto
132
Un accrocco proverbiale

con altre tribù. Dunque, paradossalmente, la con-


flittualità (tra gruppi) è stata la levatrice dell'altrui-
smo (dentro il nostro gruppo) (Bowles, 2008). Da
qui la nostra forte propensione a catalogare subito
qualcuno come appartenente o non appartenente
al nostro ristretto "noi". Era cruciale fare questa
distinzione, e rapidamente. Non è difficile intrave-
dere in questa attitudine la radice ambivalente della
cooperazione, da una parte, e del conformismo, del
tribalismo, del settarismo, dall'altra.
Il retaggio odierno di questa storia è che regioni
neurali con storie evolutive molto diverse entrano
in conflitto quando sono poste davanti all'altro da
noi e trovano di volta in volta; se tutto va bene e
non ci sono altri condizionamenti, un compromes-
so. Ne deriva un primo insegnamento: se il contesto
culturale e educativo, la propaganda e gli stereotipi
sociali in cui cre~ciamo favoriscono le discrimina-
zioni e la paura per il diverso, la nostra predisposi-
zione naturale a rifugiarci in un "noi" protettivo e
a vedere nell"'altro da noi" un periColo prevale. È .
una tendenza latente, che cova sotto lii brace. Con
una certa dose di indottrinamento e di propaganda,
torna fuori e può fare danni. Basti pensare al suc-
cesso che hanno avuto, anche nella storia recente,
le criminali operazioni di costruzione intenzionale
del diverso e del nemico, sfociate puntualmente in
massacri e pulizie etniche.
Se qualcuno può approfittare malignamente di
questa imperfezione infiltrandosi nelle nostre pre-
ferenze implicite, vale per fortuna anche il contra-
133
Imperfezione

rio. Negli esperimenti prima ricordati, si nota che


l'apprendimento culturale e sociale può mitigare di
molto le reazioni istintuali (Kubota, Banaji, Phelps,
2012). Se per esempio il volto dell'altro è quello di
un famoso atleta o cantante, l'amigdala non scat-
ta, perché subito lo riconosciamo come familiare,
come "uno di noi", a riprova del fatto che le espe-
rienze individuali, la cultura e l'educazione con-
tano eccome. Le differenze di reazione ali' alterità
che si osservano all'interno di ciascun gruppo, so-
prattutto tra gli afroamericani rispetto ai bianchi,
dipendono molto dalle storie individuali dei sog-
getti. Quindi esistono antidoti ai pregiudizi e alle
reazioni "di pancia".
Il problema è che oggi non solo vi è chi specula
(con successo) sui peggiori pregiudizi umani, gio-
cando con il fuoco della storia che si ripete, ma la
nostra mente è oggettivamente sfidata dall'allarga-
mento di quel "noi" da cui proveniamo, un noi oggi
sempre più ampio, metropolitano, globale, sfrangia-
to. Un noi che i grandi documenti internazionali sui
diritti universali identificano, da meno di un secolo,
con la specie umana stessa. Nel tiro alla fune del-
la nostra mente sbilenca, quel noi può affascinare
nìa anche spaventare, e allora torniamo a rifugiarci
nella vecchia e -insana tribù, reale o digitale che sia
(Cavalli Sforza, Padoan, 2013 ). Come notiamo da
molte notizie di cronaca, mentre progettiamo dian-
dare su Marte il sistema lirnbico che dirige il nostro
universo emozionale è ancora quello dei primati; Lo
sanno bene i pubblicitari e i capipopolo.
134
Il sapiente imperfetto

· . Nelle viçinarize c'èra un derviscio famosissimo, che passava per


il migliore filosofo della Turchia. Andarono a consultarlo, e Pan-
gloss prese la parola dicendo: "Maestro, veniamo a pregarvi di
dirci perché sia stato formato un animale così strano come l'uo-
mo". "Di che t'impicci? - disse il derviscio - è forse affar tuo?"
"Ma, reverendo padre - disse Candido - c'è un'orrenda quan-
tità di male sulla terra." "Che importa - disse il derviscio - che
ci sia del male o del bene? Quando Sua Altezza invia una nave
in Egitto, si preoccupa forse se i topi della nave stanno o non
stanno· comodi?"
VOLTAIRE, Candido, o l'Ottimismo

Se DNA e cervello non bastano a convincervi, dia-


mo una scorsa alla presunta perfezione del corpo
umano. Anch'esso, da quanto accade nel nucleo di
ogni cellula fino ali' architettura dei nostri organi, è
una capsula del tempo che si porta dietro le tracce
e le ferite di una lunga e contrastata storia evoluti-
va. Di sicuro, non tutto serve a qualcosa nel nostro
fisico, altrimenti dovtemmo chiederci perché noi
(e non i Neandertal) abbiamo il mento. Cercarvi
una funzione a tutti i costi ci esporrebbe al ridico-
lo. Pangloss potrebbe dire che serve per farci cre-
scere il pizzetto. In realtà il mento non è un tratto
distinto, ma il prodotto fortuito dell'interazione tra
due processi di sviluppo (alveolare e mandibolare)
135
Imperfezione

della nostra faccia che è andata appiattendosi e ad-


dolcendosi nel corso dell'evoluzione.
Non ostante le belle proporzioni del leonardesco
Uomo Vitruviano inscritto in un cerchio e in un
quadrato, di norma il nostro fisico è un compen-
dio di stonature degne di Homer Simpson. Il pesce
luna e il gerboa dalle lunghe orecchie ci sembrano
buffi e sgraziati, ma loro devono pensare lo stesso
di noi. Abbiamo già elencato alcuni tratti vestigiali
del corpo di Homo sapiens nel capitolo terzo. Sono
prove di evoluzione (Williams, 2006; Lieberman,
2013). Che senso ha, nei maschi, far passare l'uretra
proprio in mezzo alla prostata, che ha una funzione
del tutto distinta dalla minzione? Con il risultato
che quando la seconda si infiamma e con il passa-
re degli anni si ingrossa sono gran dolori aggiunti-
vi? Be', non ha alcun senso. Si spiega soltanto con
il fatto che fino a poco tempo fa non si invecchiava
abbastanza per dolersene. Non ha senso, ma è l'e-
voluzione. Molti altri malanni e acciacchi della vec-
chiaia sono comprensibili solo se ipotizziamo che i
processi selettivi si siano bellamente disinteressati
degli esseri umani dopo che questi hanno supera-
to l'età riproduttiva. Le fiaccanti imperfezioni del-
la terza età si trasmettono perché i loro portatori le
sviluppano dopo aver già avuto una prole.

La più imperfetta delle rivoluzioni:


camminare
Riprendiamo ora la nostra seconda legge. Abbia-
mo detto che l' imperfezione in natura nasce dall' e-
136
Il sapiente imperfetto

sigenza di trovare compromessi tra interessi diversi


e tra spinte selettive antagoniste. Quindi un tratto
molto vantaggioso può evolvere e avere successo
anche al prezzo di far pagare ai suoi possessori fa-
stidiosi effetti collaterali. L'appendice ciecale è un
trattò vestigiale umano dismesso a causa della ridu-
zione dell'intestino, dovuta al cambio di dieta (più
diversificata e non più dominata dai soli vegetali)
nel genere Homo. Secondo studi recenti potrebbe
avere qualche vantaggio secondario, connesso al si-
stema immunitario o come riserva di batteri buoni
in caso di infezioni. Ciò non toglie che abbia svan-
taggi permanenti: un alto tasso di ostruzione e con-
seguente infezione, che prima dell'invenzione della
chirurgia mieteva moltissime vittime. Si potevano
trovare infinite soluzioni anatomiche più efficien-
ti di questa. Adesso al bisogno ce la caviamò con
un'operazione d'urgenza, ma avere in pancia l'ap-
pendice vermiforme resta un pessimo affare.
Un'altra stranezza che abbiamo praticamente so-
lo noi, come abbiamo visto, è l'ovulazione nascosta.
I maschi umani non capiscono quando le femmine
sono nel momento propizio per generare la pro-
le. Mentre nei più ragionevoli babbuini, mandrilli,
scimpanzé e bonobo la femmina in estro è ricono-
scibile dall'aspetto dei genitali, da turgori e colo-
razioni, nonché dall'emanazione di odori specifici,
e dunque anche il maschio più tonto prima o poi
capisce quando è il momento di fare il suo dovere,
nella specie umana no. Per rioi, e per poche altre
specie come il langur grigio del Sud Est asiatico,
137
Imperfezione

l'ovulazione è nascosta. Ne consegue un gran senso


d'insicurezza nei maschi, che non sanno se la loro
copula, spesso conquistata a caro prezzo, sia anda-
ta a buon fine oppure no.
Considerando quanto è costoso il sesso, sareb-
be molto meglio coordinarsi ed evitarsi tutta que-
sta fatica. Infatti è la strategia prevalente in natura.
Ma evidentemente le femmine della nostra specie
hanno dovuto far fronte a maschi un po' troppo
promiscui e ballerini. Serviva una strategia per te-
nerseli stretti. Rendendoli perennemente insicuri
sulla fertilità della loro partner, li hanno obbligati
a star loro vicino per tuttq il tempo, a presidiarle
accoppiandosi più volte durante il ciclo mestruale
e possibilmente a contribuire poi al mantenimento
dei figli. Per i maschi non è il massimo, ma conso-
liamoci perché non è nemmeno la peggiore fra le
già menzionate imperfezioni del sesso.
La lista delle stranezze è lunga. Se riuscite a muo-
vere i padiglioni auricolari come elefantini, signifi-
ca che avete inutilissimi muscoli ancora funzionan-
ti rielle orecchie. Le vertebre caudali fuse insieme
sotto il bacino sono il residuo della vostra coda e il
coccige serve ancora come punto di attacco di alcu-
ni muscoli. Ma chiedete cosa ne pensano quelli che
sono caduti per le scale e l'hanno battuto violente-
mente sullo spigolo del gradino. Chi soffre i dolori
debilitanti del mal di schiena sa quant'è imperfetto
il bipedismo umano, un compendio di inefficienza
locomotoria che ... ci ha reso umani. Soffermiamoci
proprio sulla nostra strana postura.
138
Il sapiente imperfetto

La colonna vertebrale umana non si è evoluta dal


nulla. La spina dorsale flessuosa di un quadrupede
o di un brachiatore (il vincolo preesistente, l'iner-
zia evolutiva) è stata raddrizzata alla beli' e meglio
e il peso deff intero corpo grava ora su un unico as-
se, scaricandosi su due gambe. Di conseguenza la
colonna si incurva e le vertebre sono sottoposte a
pressioni indebite. Nervi e muscoli si sonoriadatta-
t~ per quanto possibile, ma non ci esimono da scia~
tiche, ernie e piedi piatti. Se poi quel bipede, do-
po tutta questa fatica di ergersi verticale sugli arti
inferiori, passa le sue giornate seduto alla scrivania
o dentro un abitacolo, allora vuol dire che i dispia-
ceri dell'imperfezione andiamo pure a cercarceli.,
Ma perché allora diventare bipedi? Domanda
più difficile di quanto sembri. Si dice che la postu-
ra eretta abbia permesso la corsa sulla lunga distan-
za e una maggiore flessibilità nella locomozione.
Un quadrupede ci straccia sui cento metri, ma noi
andiamo bene come fondisti. Da bipedi, possiamo
arrampicarci ali' occorrenza, camminare, correre,
guadare un fiume. Sarà. Resta il fatto che negli spazi
aperti della savana gli altri animali sono quasi tut-
ti quadrupedi e fìn~ra se la sono cavata benissimo.
Si dice anche che il bipedismo offrì ai nostri ante-
nati la possibilità di mostrarsi ai predatori con una
silhouette verticale anziché orizzontale (molto più
visibile per un felino medio) e di ergersi al di sopra
dell'erba per avvistare meglio i predatori in lonta-
nanza. E poi naturalmente là postura eretta liberò
mani e braccia dalla locomozione, favorendo il loro
139
Imperfezione

utilizzo per manipolare strumenti, per trasportare


il cibo e i piccoli. Ma siamo diventati bipedi per li-
berare le mani o ci siamo trovati le mani libere per-
ché eravamo bipedi?
I conti non tornano, perché le prime tecnologie
litiche comparvero in Africa ben 3,3 milioni dì anni
fa, quando mancavano 700.000 anni all'arrivo del
genere Homo e intorno al lago Turkana gironzo-
lavano, per quanto ne sappiamo, soltanto austra-
lopitecine e kenyantropi con ancora molti caratte-
ri arboricoli. Perché prima le tecnologie e dopo il
bipedismo completo? Che cosa è causa e che co-
sa è conseguenza? Senza dimenticare che l' anda-
tura bipede ci è costata quelle imperfezioni costo-
se elencate sopra. Doveva esserne valsa la pena fin
dall'inizio, altrimenti i nostri consimili più arbori-
coli avrebbero prevalso.
Altri esperti di evoluzione umana sostengono
che la spinta iniziale a favore del bipedismo fu una
faccendà di termoregolazione. Per specie che vivo-
no in zone al limite tra foresta e praterie, nelle fasi
di esplorazione delle radure aperte e senza ombra
un serio problema è quello di mantenere entro li-
miti fisiologici la temperatura del corpo, esposto
·direttamente al sole, e in particolare del cervello
(che come abbiamo visto non tollera bene il sur-
riscaldamento). I quadrupedi della savana hanno
sviluppato opportune contromisure, che manca-
no negli ominini come noi. La soluzione escogita-
ta dalla nostra tribù potrebbe essere stata quella,
diversa, di diminuire la superficie esposta al sole
140
Il sapiente imperfetto

e garantire un controllo della temperatura corpo-


rea. Congiuntamente i nostri antenati potrebbero
aver perso gradualmente la pelliccia, sviluppan-
do le ghiandole sudoripare. Se così fosse, un adat-
tamento termoregolativo potrebbe aver innesca-
to poi la cascata di riusi vantaggiosi (locomozione
flessibile, liberazione degli arti superiori ecc.) che
resero il bipedismo una buona strategia nonostan-
te i suoi costi.
Sarà anche a causa di questi compromessi che
il bipedismo, nonostante i suoi indubbi meriti, si
è evoluto lentamente e timidamente nel corso di
ben quattro milioni di anni, dopo svariati tentativi
falliti e sperimentazioni mal riuscite. Gli ardipite-
chi, per citare un'altra stranezza, erano bipedi di
foresta: camminavano sui rami. Per due terzi della
storia naturale degli ominini (da sei a due milioni
di anni fa), le specie nostre antenate, cugine e zie
hanno infatti giustamente preferito una soluzione
mista: vita arboricola per difendersi dai predatori
(con relativi caratteri antichi persistenti, come la
curvatura delle dita e le braccia lunghe) e pruden-
te esplorazione bipede di radure aperte in cerca di
cibo. Lucy viveva così e morì cadendo da un albe-
ro. Per chi a quel tempo non era ancora un caccia-
tore coraggioso, ma una preda deliziosa per felini
e aquile giganti, questa era la strategia decisamen-
te più intelligente. Oggi fanno lo stesso i babbui-
ni e molti altri primati. Quindi dimentichiamoci la
storiella dell'evoluzione umana che comincia con
l'eroica "discesa dagli alberi" per conquistare la sa-
141
Imperfezione

vana a piedi. Solo con gli esordi del genere Homo


diventammo bipedi completi e obbligati.
E molte nostre compagne ancora maledicono
quel giorno. Camminare ritti sulle gambe diventa
un grosso rischio se nel frattempo la dieta cambia,
se il cervello comincia a crescere di volume e tu
devi partorite. Il bacino non può allargarsi più di
tanto altrimenti non si resta in piedi, ma la testa del
bambino comincia a passare con molta fatica. Se si
potesse fare reset e tornare indietro, l'ideale sareb-
be partorire· dall'addome direttamente, ma non si
può, perché il nostro canale del parto è la versione
modificata di quello di rettili che depongono uova e
di mammiferi che sfornano cuccioli piccolini, sem-
pre passando per il bacino. E allora si improvvisano
compromessi, portando la gravidanza a nove mesi
e facendo nascere cuccioli inermi il cui cervello si
svilupperà per due terzi dopo. Resta però una solu-
zione veramente imperfetta, se pensiamo a quante
madri e quanti neonati sono morti durante il par-
to, e a quanto è doloroso comunque per la donna.
La transizione al bipedismo portò conseguen-
ze negative in quasi ogni parte del corpo. I piedi
umani, a locomozione plantigrada, devono tolle-
rare sollecitazioni fortissime e inusitate. Il nostro
collo, con quella boccia pesante e oscillante sopra,
è diventato un punto debole. L'addome con tutti
i suoi organi interni è stato esposto a ogni sorta di
trauma. Il peritoneo viene spinto verso il basso dal-
la forza di gravità, generando pessime propensioni
a ernie e prolassi. Persino in faccia se ne avvertono
142
Il sapiente imperfetto

le conseguenze. Al prossimo raffreddore, mentre vi


sentite il muco che preme in ogni orifizio del viso,
pensate che i vostri seni mascellari costipati hanno
i canali di drenaggio rivolti verso le cavità nasali in
alto, cioè contro la gravità! Il che li rende del tut-
to inefficienti e facilmente intasabili di muco e al-
tri liquami bavosi. Pessima idea progettuale, ma il
fatto è che in un quadrupede lo sbocco di questo
tipo nei seni mascellari è rivolto verso il davanti e
funziona benissimo. Noi ex quadrupedi invece ab-
biamo solo di recente messo la faccia in .verticale, e
questo è il risultato.
Aveva ragione André Leroi-Gourhan: "La storia
dell'umanità inizia con i piedi". Buoni piedi, prima
che un grande cervello. Ma, soprattutto all'inizio,
fu comunque un calvario. Poi ci prendemmo gusto
e con quelle gambe diventammo i primati migranti,
camminatori curiosi, senza più confini a trattenerci.

Comefare della fragilità una forza


Diventammo anche primati con la strana ambizio-
ne di invecchiare il più tardi possibile. Ambizio-
ne meravigliosa, ma anch'essa foriera di imperfe-
zioni. Tra i mammiferi, i primati sono quelli con
lo sviluppo più lento e ritardato. Anziché balzare
subito in piedi per correr dietro alla madre, come
fanno tutti gli erbivori per difendersi dai predato-
ri, le scimmie come noi restano cucciole più a lun-
go, protette dal gruppo, concedendosi un periodo
protratto di apprendimento sociale, di gioco e di
allenamento alle durezze della vita. Anche questo,
143
Imperfezione

come il bipedismo e la crescita esorbitante del cer-


vello, è un adattamento dispendioso e rischioso,
che ha bisogno di aggiustamenti e di compromessi
sul filo dell'equilibrio tra costi e benefici. Modifica-
re i ritmi di sviluppo è una strategia vitale frequente
(anche gli struzzi hanno ali e lanugine da pulcini),
ma va ben ponderata.
Gli effetti di questo rallentamento dello sviluppo
sono molteplici: i cuccioli nascono del tutto indi-
fesi e dipendenti dall'accudimento; il loro cervello
matura più tardi e in gran parte dopo la nascita; in-
fanzia e adolescenza si protraggono a dismisura; la
maturazione sessuale viene raggiunta più tardi; la
longevità, in generale, aumenta. La vita, insomma,
viene gustata più lentamente, non più in una corsa
affannosa come succede nei roditori che campano
pochi anni. Un altro effetto di questo cambiamen-
to (chiamato neotenia) è che gli adulti tendono a
mantenere alcuni caratteri giovanili. Un cucciolo di
scimpanzé ci sembra un pochino più "umano" di
un adulto, nelle fattezze (faccia più piatta, testa più
rotonda), perché noi abbiamo trattenuto i suoi ca-
ratteri per tutta la vita. Noi sembriamo scimpanzé
mai cresciuti.
Ebbene, tra tutti i primati, il genere Homo è
quello più neotenico di tutti. Noi abbiamo fatto di
questa prerogativa una specializzazione. Siamo le
scimmie che restano bambine più a lungo di tutte.
Gli infanti umani nascono completamente inermi,
ma poi son_o un prodigio nell'imparare. Parados-
salmente, un ritardo nello sviluppo è stata la no-
144
Il sapiente imperfetto

stra arma vincente. Abbiamo trasformato una vul-


nerabilità, un'altra imperfezione, una fragilità, in
una forza. Ma fragilità resta pur sempre, visto che i
nostri bambini abbisognano di attenzioni assai più
lunghe e meticolose, cioè di un investimento deci-
samente maggiore in cure parentali e sociali.
Sono tutte energie che gli adulti sottraevano ad
altre attività, soprattutto quando eravamo ancora
minacciati da predatori che vedevano nei nostri
cuccioli un facile banchetto. Più tardi i nemici da
temere divennero i gruppi rivali di umani. Le ma-
dri di questi piccoli non avevano più la pelliccia,
quindi dovevano portarli con le braccia libere, con-
trollarli a vista e tenerli vicini con cantilene ricono-
scibili. Affinché un cambiamento così impegnati-
vo fosse tollerato, i gruppi sociali umani dovevano
essere già sufficientemente protettivi da garantire
la sopravvivenza dei cuccioli. Questo vuol dire che
nel genere Homo le pressioni selettive di mera so-
pravvivenza si erano indebolite, grazie alla sociali-
tà e a invenzioni tecnologiche formidabili come il
fuoco. Se la vita è troppo grama, infatti, non puoi
permetterti di generare cuccioli a crescita così len-
ta, perché l'imperativo è che tu faccia più figli e che
i tuoi figli ti sopravvivano.
Se poi guardiamo dentro il genere Homo - avrete
già capito - Homo sapiens è la specie più neotenica
di tutte. Da uno studio paleontologico comparato
sulla crescita della dentina è emerso che la nostra
specie raggiungeva la maturità sessuale un po' dopo
rispetto ai Neandertal. Noi quindi siamo i campio-
145
Imperfezione

ni del mondo dell'infanzia prolungata (se escludia-


mo la salamandra messicana axolotl, che mantiene
i caratteri dello stadio larvale per tutta la vita e ha
straordinarie capacità di rigenerazione di arti e or-
gani). L'estensione del nostro ciclo biologico, cau-
sata da mutazioni nei pochi geni che regolano lo
sviluppo, ci ha offerto l'opportunità di un tempo
più lungo per l'apprendimento, per l'imitazione,
per il gioco e l' esploraiione curiosa del mondo, per
la trasmissione di idee e di capacità tecnologiche.
Non è escluso, poi, che tra gli effetti della neo-
tenia vi sia anche quello di favorire la permanen-
za in età adulta di un cervello più grande, dato che
la proporzione tra il volume del cervello e il corpo
nei bambini è più alta che nell'adulto. I creatori di
cartoni animati sanno bene che se vogliono ispi-
rare tenerezza nei lettori devono disegnare i loro
personaggi con la testa grande e rotonda, due be-
gli occhioni e un corpicino minuto. Già il grande
etologo Konrad Lorenz aveva notato che i caratteri
morfologici infantili innescano meccanismi innati
di protezione è di accudimento negli adulti, segno
che il compromesso tra investimento parentale e
apprendimento culturale ha bisogno di un istinto
radicato che lo mantenga. L'addolcimento dei ca-
ratteri in Homo sapiens sembra poi essere stato ul-
teriormente favorito da un processo di "autoaddo-
mesticazione", cioè di selezione naturale a favore
di individui più docili e socievoli.
Di conseguenza il nostro cervello è diventato
estremamente plastico, come abbiamo visto, in pra-
146
Il sapiente imperfetto

tica una spugna di informazioni che si lascia scol-


pire dalle esperienze. Ma anche qui si annida l'im-
perfezione. L'effetto collaterale sgradevole è che i
traumi infantili e le deprivazioni nei primi anni di
vita possono lasciare una traccia indelebile nella
nostra mente. Comunque i vantaggi della neotenia
alla fine hanno prevalso, altrimenti oggi avremmo
figli che a due anni sarebbero già iscritti alla scuola
primaria. E che a sei mesi saprebbero parlare. Tra
le ricadute fruttuose della neotenia vi è infatti an-
che il prolungamento e l'affinamento dell' acquisi-
zione di una o più lingue madri, cioè di una fra le
molte versioni storiche e culturali del linguaggio
articolato di cui Homo sapiens è dotato. Secondo
alcuni paleoantropologi, l'evoluzione stessa del lin-
guaggio, con il suo gioco libero di associazioni ar-
bitrarie tra suoni e significati, potrebbe essere lega-
ta proprio alle sperimentazioni vocali dei bambini,
coltivate in quella fase protetta della vita in cui non
dovevano, come gli adulti, preoccuparsi prima di
sopravvivere e poi di conversare.
Attenti però a pensare che il meraviglioso lin-
guaggio umano sia perfetto ...

Scusi, può ripetere?


Per parlare dobbiamo assemblare un macchinario
buffamente complesso, che ci permette al contem-
po di inspirare ed espirare, di emettere un flusso
sonoro modulato dalle corde vocali e di articolarlo
attraverso il tratto vocale e le sue molteplici compo-
nenti (glottide, palato, lingua, denti, labbra). Con
147
Imperfezione

questo armamentario che a qualcuno è parso subli-


me, in realtà dobbiamo accontentarci di una novan-
tina di suoni e poco più. Tutte le lingue del mondo
possono contare soltanto su questa ristretta gamma
di fonemi, e nella maggior parte dei casi ne usano
molti di meno. Ma l'imperfezione non sta solo qui.
Il controllo cognitivo del suo funzionamento è ov-
viamente compito del cervello, dei cui problemi
abbiamo già detto. Inoltre il nostro linguaggio fu
reso possibile dall'abbassamento della laringe, un
tratto presente anche in altri animali ma con fun-
zioni completamente diverse.
Nei cervi maschi la laringe abbassabile serve per
barare sulle proprie dimensioni quando competo-
no con altri maschi per l'accoppiamento: un ver-
so più grave dà l'impressione che l'animale sia più
e
massiccio di quanto non sia trae in inganno gli al-
tri maschi e le femmine. Nulla a che fare con il lin-
guaggio. Molto tempo dopo, quando Homo sapiens
nasce in Africa, lo troviamo con una conformazione
fisica molto secca e slanciata, e un collo decisamen-
te allungato (Neandertal ce l'aveva più schiacciato,
forse per protezione dal freddo). Con l'assunzio-
ne assai imperfetta del bipedismo, la laringe si era
spostata in basso nel collo e si era spezzata in due
sezioni quasi perpendicolari, cioè in un tratto ver-
ticale e un tratto vocale orizzontale.
Nel frattempo il suo abbassamento era diventa-
to utile per tutt'altre funzioni rispetto a quella del
cervo imbroglione. Questa conformazione sopra-
laringea ci permette sì di articolare parola, ma co-
148
Il sapiente imperfetto

me già aveva osservato Darwin ci espone a un grave


rischio di soffocamento: qualsiasi pezzetto di cibo
o goccia di liquido che inghiottiamo passa vicinis-
simo all' apertur~ della trachea. Pessima idea. Non
è solo un incubo notturno, è una realtà imperfet-
ta che uccide ogni anno migliaia di persone anco-
ra oggi, figuriamoci quando non si conoscevano le
manovre di salvataggio d'emergenza.
Il linguaggio quindi è un ulteriore adattamento
costoso, perché per ottenerlo paghiamo il prezzo
continuo di poterci ingozzare. Doveva proprio va-
lerne la pena, ma lo si sarebbe potuto realizzare an-
che in modi anatomicamente più efficienti, elimi-
nando il rischio di strozzarci. Ancora una volta, è un
accrocco, un tentativo, malriuscito ma funzionante,
di tenere insieme due funzioni differenti: respirare e
articolare parola. A forza di recuperare pezzi di qua
e di là, nell'evoluzione un tubo digestivo è diventato
anche un tubo respiratorio, e quest'ultimo è diven-
tato a sua volta uno strumento di produzione voca-
le. Non si poteva pretendere di più .
.Fin qui l'anatomia, ma anche la sua efficacia at-
tuale lascia piuttosto a desiderare. Come osser-
vava spesso il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza
(2010a), non c'è niente di più impreciso, raffazzo-
nato, ridondante ed equivocabile del linguaggio
umano. Per non dire delle sue contingenti e di-
verse manifestazioni storiche, le lingue. Potente e
allusivo quanto vogliamo, meraviglioso strumento
di capolavori letterari, il linguaggio umano è anche
foriero di innumerevoli e sfinenti incomprensioni,
149
Imperfezione

di associazioni arbitrarie tra parole e significati,


di generalizzazioni vaghe, di ambiguità lessicali e
incongruenze semantiche, di irregolarità idiosin-
cratiche di ogni tipo. Dalle sue imperfezioni sono
scaturiti divorzi, rotture di amicizie, guerre, e ope-
re teatrali. Infarcito di errori e lacune com'è, vi è
persino chi dubita che il linguaggio si sia evoluto
"per''. farci comunicare. Forse all'inizio ha avuto
piuttosto la funzione di mettere in ordine i nostri
pensieri, di :figurarceli in un ininterrotto dialogo
interiore.
Fatto sta che adesso tra umani, pur parlanti la
stessa lingua, ci si capisce spesso in base al conte-
sto in cui qualcosa viene detto, che è poi un modo
elegante per dire che si va a spanne. La ricorsività
arboriforme della sintassi è meravigliosa, certo, e
nessun altro animale ce l'ha come noi, ma già al
terzo inciso in una frase la nostra memoria arran-
ca e siamo persi. Del resto, se il nostro modo di
esprimerci fosse di cristallina e infallibile autoevi-
denza, senza sfumature, sarebbe una noia morta-
le. Ci perderemmo tutti i piaceri dei calembour,
dei doppi sensi, delle battute di spirito, dell'umo-
rismo, dell'ironia e del tabaret. Godiamoci quin-
di il lato positivo di questa scarsa ottimalità così
poco computazionale. E rassegniamoci se le email
e i ridicoli emoticon possono essere fraintesi mol-
to più facilmente di uno sguardo. Ma soprattut-
to, smettiamola di arrabbiarci se i comandi vo-
cali della nostra auto non obbediscono sempre a
dovere e ci chiedono (educatamente) di ripetere.
150
Il sapiente imperfetto

Mettetevi nei panni di un povero computer che


deve comprendere il guazzabuglio irrazionale di
una lingua umana!

Sempre un po' in ritardo


Tiriamo qualche somma. Oltre al DNA e al cervello,
che hanno i loro problemi, noi siamo umani a mo-
do nostro grazie a tre portentose imperfezioni che
hanno fatto la nostra fortuna: il bipedismo, la neo-
tenia e il linguaggio. Grazie a questi sublimi rabber-
ci, gli ùmani sono cambiati parecchio negli ultimi
due milioni di anni. Ma se l'ambiente attorno a noi
fosse cambiato ancor più rapidamente?
Nell'evoluzione può succedere che adattamenti
che hanno contribuito positivamente alla soprav-
vivenza e alla riproduzione di una popolazione in
condizioni ambientali ancestrali possano tramutar-
si in disadattamenti in seguito a profondi e rapidi
cambiamenti nell'ambiente. Non si fa in tempo a
riorganizzarsi e ci si ritrova in ritardo, fuori sinto-
nia. In effetti, ci sono differenze sostanziali tra il
mondo in cui viviamo oggi e gli habitat in cui si so-
ho evolute per duecento millenni le piccole bande
di cacciatori e raccoglitori umani nostri antenati.
Qualche volta sono le stesse attività tecnologiche e
culturali umane ad aver trasformato radicalmente
l'ambiente attorno a noi, basti pensare al fuoco, alla
cottura dei cibi (oggi non riusciamo più a soprav-
vivere solo con pietanze crude), alla digestione del
latte anche in età adulta, alla diffusione di bevande
alcoliche fermentate.
151
Imperfezione

Questo ritardo evolutivo può essere fonte di se-


ri problemi. Se per esempio il nostro apparato di-
gerente si è evoluto per lungo tempo in un conte-
sto. ambientale in cui il cibo era scarso e incerto, il
suo adattament~ consisterà giustamente nel cèrcare
di assorbire più calorie possibile appena trova una
fonte di nutrimento, in modo da immagazzinare
zuccheri e grassi per più tempo possibile fino al
prossimo, incerto rifornimento. Tra una mangiata
e l'altra potevano passare anche giorni. Meglio ac-
caparrarsi quel che c'è, finché c'è. Un adattamen-
to del genere diventa però assai controproducente
se l'individuo si trova improvvisamente immerso
·-in un mondo di fast-food e junk-food, circondato
da corsie strabordanti di cibi scadenti inzuppati di
grassi e zuccheri, confezionati in ingombranti e in-
vitanti pacchetti di dannosissima inutile plastica.
La fornitura di cibo in pochi millenni si è rovescia-
ta da "scarsa e incerta" ad "abbondante e conti-
nuativa" per una parte rilevante dell'umanità. Ecco
allora che l'obesità può essere ricondotta anche a
un recente e troppo veloce arricchimento calorico
della dieta di una parte dell'umanità moderna, che
mal si adatta al microbiota e ai processi metabolici
evolutisi lentamente in epoche antiche.
Oggi questa ipotesi del disadattamento ambien-
tale viene impiegata nella comprensione della gene-
si (e forse nel trattamento) di altre patologie impor-
tanti come diabete, cardiopatie, allergie, miopia,
sindromi autoimmuni. Molte paure e ansie hanno
avuto in passato un valore adattativo nell'avvertir-
152
Il sapiente imperfetto

ci di potenziali pericoli, valore che oggi hanno in


gran parte perso. Dunque ci resta solo il costo del-
la sofferenza, senza alcuna contropartita. Ma è so-
prattutto nelle dinamiche del piacere umano che
questo processo svela tutta la sua intrinseca capa-
cità di generare imperfezioni.
Secondo i biologi, il piacere si è evoluto come
incentivo e guida per i comportamenti che favori- ·
scono la sopravvivenza e fa riproduzione, soprat-
tutto se richiedono un forte investimento come nel
caso del sesso e del successivo mantenimento della
prole. Se vogliamo che il sesso (produttore di di-
versità) permanga e non venga soppiantato da me-
todi riproduttivi più spicci e meno faticosi (come
clonarsi), è bene che i praticanti ne abbiano unari-
compensa, il piacere. Ma il gioco può trascendere i
suòi vincoli iniziali. Oggi noi siamo dediti a piace-
ri, culturalmente costruiti ma biologicamente gra-
tificanti, che nulla hanno a che fare con la funzione
originaria, come appunto i piaceri del sesso svinco-
lati dalla riproduzione.
Non possiamo che salutare con gioia questa
estensione del dominio del piacere. Talvolta però
gli effetti collaterali di piaceri essenziali, come quel-
li della socialità e della curiosità, possono diventare
pericolosi. Non ci siamo di certo evoluti per stare
ore davanti alla televisicine, per giocare d'azzardo,
per rimanere incollati notti intere a uno schermo
di computer, persi nelle chiacchiere insulse di un
social network, o in trance agonistica davanti alla
finzione mentalmente totalizzante di un videogio-
153
Imperfezione

co. Le piante hanno escogitato una libreria intera di


sostanze psicotrope che approfittano delle imperfe-
zioni naturali per far breccia nei sistemi di piacere
degli animali. Così anche noi finiamo per assuefar-
ci a droghe ed eccitanti. Siamo vulnerabili perché
la radice del piacere evolutosi un tempo è ancora
lì che agisce, ma senza più la funzione originaria.
Gira a vuoto e cerca surrogati. Aver avi:ito bisogno
tanto tempo fa di zucchero, tutto e subito, si tra-
muta nel desiderio insano di una caramella adesso,
a ogni costo, come ricompensa immediata. Se poi
l'ambiente attorno a noi è pieno di messaggi lucci-
canti e sensazionali che stuzzicano proprio quelle
corde recondite, allora il pasticcio è completo e le
conseguenze nefaste sono ovvie.
Questo ulteriore sfasamento tra origini storiche e
funzione (o non funzione) attuale, tra funzione pri-
maria e cambiamenti ambientali successivi, genera
una condizione di disadattamento che potremmo
definire come la sesta legge dell'imperfezione, ov-
vero: quando l'ambiente corre più veloce di noi, ci
ritroviamo evolutivamente sfasa# e dunque un po'
inadatti, imperietti. Ancora una volta, ragionando
di imperfezione, ci accorgiamo da un altro punto
di vista di come l'evoluzione sia un tira e molla tra
il materiale a disposizione - cioè ì vincoli dati, la
variabilità, la storia pregressa - e l'ambiente che
cambia attorno a noi.
Nella seconda metà degli anni Settanta un evolu-
zionista dell'Università di Chicago, Leigh Van Va-
len, coniò al proposito la cosiddetta "ipotesi del-
154
Il sapiente imperfetto

la Regina Rossa", dal nome di un personaggio di


Lewis Carroll che, nella favola intitolata Attraverso
lo specchio, è costretto a correre all'infinito e sem-
pre più velocemente per poter restare nello stes-
so posto. L'idea è semplice: la selezione naturale
non determina necessariamente un accumulo di
esperienza adattativa positiva, perché gli ambienti
cambiano senza una direzione prevedibile e talvolta
così velocemente da obbligare gli organismi a una
rincorsa adattativa potenzialmente infinita. Proprio
come la Regina Rossa, il gioco selettivo trasforma
incessantemente gli organismi per tenerli al passo
con i cambiamenti ambientali. E qualche volta si
può restare indietro.
L'ambiente di una specie può anche essere un' al-
tra specie e così l'evoluzione diventa un duetto o
una danza, come nelle spericolate corse agli arma-
menti tra prede e predatori, tra ospiti e parassiti, tra
piante e impollinatori. Se studiamo e fotografiamo
questo processo di equilibrio dinamico in un certo
momento, è probabile che un giocatore si trovi in
svantaggio sull'altro. Qualcuno sta soccombendo,
perché deve ancora elaborare una contromossa. Il
risultato è che gli organismi, notò Van Valen, sono
spesso un po' disadattati, un po' indietro rispetto
alla nicchia ambientale, e quindi in una situazione
di adattamento subottimale. Insomma, sempre un
po' imperfetti rispetto al contesto.
Noi umani poi siamo in ritardo due volte: nel
processo di sviluppo e nell'adeguarci all'ambien-
te che cambia attorno e che noi stessi abbiamo
155
Imperfezione

trasformato. Succede· allora di sentirsi inadeguati


quando vediamo che i nostri figli sono nativi natu-
rali di tecnologie che a noi risultano aliene. I ragazzi
usano spasmodicamente quei due pollici opponibi-
li come l'evoluzione non avrebbe mai immaginato
di fare negli ultimi sei milioni di anni. Ma il pro-
cesso è continuativo e si applica anche al passato:
è sbagliato pensare che tutti i nostri malanni siano
colpa dello stress della vita moderna e che i bei tem-
pi andati fossero un eden di armonia ed equilibrio.
Non vi è ragione per ritenere che l'imperfezione
attuale (del sesto tipo) non ci fosse anche in pas-
sato. Come il nostalgico zio Vania in Il plù grande
uomo sàmmla del Plelstocene di Roy Lewis (1960),
anche nel Paleolitico c'erano sicuramente gli attem-
pati conservatori che lanciavano rampogne contro
le smanie innovatrici di chi tentava di ribellarsi al-
la natura inventando il fuoco, le frecce, le lance, il
matrimonio, le esplorazioni, e altre diavolerie. "Era
meglio restare sugli alberi!", avranno detto, men-
.tre il mondo attorno a loro, ancora una volta, era
già cambiato.

156
Comprereste un'auto usata
da Homo sapiens?

Niente era più bello, agile, splendente .e ben ordinato dei due
eserciti. Le trombe, i pifferi, gli oboi, i tamburi, i cannoni, for-
mavano un'armonia che neanche all'inferno ce ne furono mai di
tali. Cominciarono i cannoni stendendo seimila uomini per par-
te, uno più uno meno. Poi la moschetteria tolse dal migliore dei
mondi qualcosa come nove o diecimila birbanti che ne infetta-
vano la superficie. Anche la baionetta fu ragione sufficiente della
morte di alcune migliaia d'uomini. Il tutto poteva ammontare a
trentamila anime. Candido, che tremava come un filosofo, si na-
scose per quanto meglio poté durante quell'eroica carneficina.
VOLTAIRE, Candido, o l'Ottimismo

Il genetista Theodosius Dobzhansky, che aveva fi-


ducia nel potere migliorativo e perfezionante del-
la selezione naturale, pensava che le imperfezioni
umane fossero dovute alla giovane età della nostra
specie. Siamo un prodotto recente dell'evoluzione e
quindi non c'è stato ancora il tempo per una rifini-
tura biologica come si conviene. Dunque i nostri li-·
miti e difetti non sarebbero dovuti alla decadenza di
un'umanità stanca e anziana. Anche Lucrezio pen-
sava che il mondo fosse ancora nuovo, di nascita re-
cente e dunque ancora tutto da sgrossare e rifinire.
Tesi interessante, ma è pur vero che nel poco
tempo che ci siamo fin qui guadagnati ne abbia-
157
Imperfezione

mo già combinate di tutti i colori. Siamo giovanotti


sfrontati. Una prorompente evoluzione culturale si
è innestata su quella biologica. Potremmo quindi
ipotizzare che gli artefatti e le invenzioni tecnolo-
giche (queste sì: progettate e intenzionali, dunque
potenzialmente perfette) siano il modo attraverso
cui sopperiamo alle nostre limitazioni biologiche
innate, dovute al bricolage evolutivo di cui abbia-
mo parlato fin qui. Protesi, integrazioni e potenzia-
menti ci permettono di accomodare il mondo a noi,
anziché il contrario com'è sempre stato.
Non vi è alcun dubbio che furono le idee, le tec-
nologie e l'organizzazione sociale a consentire il
nostro adattamento a tutto il mondo, facendoci
superare barriere ecologiche e fisiche prima insor-
montabili. Nessun primate aveva mai avuto una tale
espansione geografica. Già 45 .000 anni fa gruppi di
cacciatori umani moderni, usciti pochi millenni pri-
ma dall'Africa, braccavano e macellavano imam-
mut nell'Artico, sulle sponde del mare di Kara, in
territori estremi dove la temperatura più mite era
di 25 gradi sotto zero. Cinque millenni dopo altri
gruppi umani, del tutto simili sul piano fisico, ma
in un ambiente umido e caldo completamente di-
verso, sull'isola tropicale di Sulawesi dipingevano
e incidevano deliziosa arte rupestre. Dal Polo Nord
all'Indonesia, cacciando e immaginando, non c' e-
rano più barriere a fermarci. Creatività e invasività
furono fin dall'inizio le' due facce della nostra am-
bivalenza.L'esperimento è ancora in corso e l'uma-
nità è un divenire, più che un'essenza.
158
Comprereste un'auto usata da Homo sapiens?

Eppure, lungi dall'essere soltanto un comple-


mento per la nostra incompiutezza, nelle stesse
tecnologie noi proiettiamo la nostra ubiqua imper-
fezione.L'efficienza non è l'unico criterio dell'evo~
luzione, nemmeno di quella tecnologica.

La bella imperfezione di una tastiera


Per trovare la perfezione, pensavamo che non ci
restasse altro che rivolgerci all'ingegrieria, al de-
sign e alle meravigliose capacità tecniche di Homo
sapiens. E invece no. Facciamo un esempio. Quan-
do immaginiamo una macchina da scrivere, tutti
subito pensiamo alla Lettera 22 Olivetti e alla sua
splendida carrozzeria al contempo bella e funziona-
le, magari sulle ginocchia di Indro Montanelli o sul
tavolino di Ernest Hemingway o esposta al MOMA di
New York come un capolavoro di design, quale in
effetti è, essendo stata progettata nel 1950 dall'ar-
chitetto Marcello Nizzoli.
Nel manifesto della macchina da scrivere Oli-
vetti Ml, presentato in occasione dell'Esposizio-
ne Universale di Torino del 1911, si vedeva Dante
Alighieri che batteva con aria severa e compiaciuta
sui tasti. Il prototipo era venuto in mente a Camil-
la Olivetti dopo due viaggi negli Stati Uniti, il pri-
mo nel 1892, il secondo nel 1904. L'intendimento
iniziale di Olivetti era ,quello di unire innovazioni
tecniche e senso estetico del design. Ma c'era un
neo nascosto.
Non è chiara l'origine di questo manufatto, che
ha permesso di redigere testi e documenti standar-
159
Imperfezione

dizzati, in tempi rapidi, facilmente leggibili, impri-


mendo le lettere sul foglio attraverso un nastro di
inchiostro e permettendo di fare più copie con la
carta carbone. All'inizio fu vista da taluni (come
succede per quasi tutte le invenzioni) come una mi-
naccia, perché rendeva meccanica e uniforme l' ar-
te della scrittura. Addio calligrafia. Una "macchina
per scrivere" era stata inventata da un altro italiano,
Giuseppe Ravizza, a Novara nel 1846: il fine era fi-
lantropico perché voleva che anche i ciechi potesse-
ro scrivere. Il suo "cembalo scrivano" fu brevettato
nel 1855 e il nome riecheggiava l'idea dell'invenzio-
ne di una macchina con tasti da clavicembalo ma
fatti per scrivere e non per suonare. In pratica, un
pianoforte per scrivere. Anche altri veri o presun-
ti inventori di macchine per scriverè, soprattutto
italiani e tedeschi, sostennero di averle pensate per
favorire i non vedenti. Fatto sta che nessuno di lo-
ro, però, fu contattato da un'azienda per produrle.
Le macchine per scrivere vinsero qualche medaglia
nelle esposizioni e nelle fiere, ma nulla più.
Per avere la macchina da scrivere prodotta su
scala industriale bisogna andare oltreoceano, dove
il senso del business aveva connotazioni più aggres-
sive e pragmatiche. Il prototipo di tastiera alfanu-
merica più usato nel mondo ancora oggi, del tipo
cosiddetto "QWERTY", fu brevettato da Christopher
Sholes negli Stati Uniti negli anni Sessanta dell'Ot-
tocento. Fu messa in commercio dalla Remington
and Sons, che fino ad allora aveva prodotto con
gran successo soltanto fucili e altre armi. Intorno
160
Comprereste un'auto usata da Homo sapiens?

al 1880 esistevano poco più di 5000 macchine da


scrivere del tipo Sholes in circolazione.
Di rado ci soffermiamo su un dettaglio delle
vecchie macchine da scrivere: la disposizione dei
tasti. Perché le lettere sono sistemate in quel mo-
do? Minuscole, su tre file, con un tasto unico per il
maiuscolo. Nella fila superiore, da sinistra, lepri-
me sei lettere sono: QWERTY. È strano: .in inglese
più del 70% delle parole si scrive con altre lettere,
che compongono la sequenza DIATHENSOR. Quindi
la disposizione più razionale ed efficiente sarebbe
stata quella di mettere queste lettere nella riga più
accessibile, cioè la seconda, ancor meglio se in po-
sizione centrale. Nel 1893 venne messa in commer-
cio effettivamente una tastiera fatta in questo mo-
do, ma non ebbe alcun successo.
Che cosa aveva di speciale e di utile 'la QWERTY?
Una funzione assai semplice, l'equivalente tecno-
logico della pressione selettiva: distanziare fra loro
le lettere più frequenti. La Ae la o per esempio so-
no molto lontane, stanno ai lati e si battono con le
dita più deboli, cioè anulare e mignolo (se volete
una conferma di quanto le usiamo frequentemente,
controllate come si consumano e si sporcano più al-
la svelta quei tasti). Nella riga centrale non ci sono
le lettere più comuni. Per noi tutto ciò è alquanto
irrazionale e imperfetto, ma perché? Perché vivia-
mo in un mondo diverso da quello in cui si sono
evolute le macchine da scrivere.
A quel tempo una funzione essenziale era di-
stanziare le lettere più frequenti, perché le mac-
161
Imperfezione

chine da scrivere avevano i martelletti, che spesso


si accavallavano, producendo rallentamenti e mol-
ti altri danni. Allontanando fra loro le lettere più
usate, la battitura poteva essere comunque abba-
stanza veloce, senza con ciò impiastrare i martel-
letti. La riga centrale è quasi in ordine alfabetico:
DFGHJKL, ma le lettere più frequenti, cioè E ed I,
sono allontanate nella riga superiore. Adesso ciò
che prima ci appariva irrazionale diventa non so-
lo sensato, ma anche ingegnoso. Ecco come è na-
ta la tastiera QWERTY, pragmaticamente e in modo
imperfetto: per allontanare leggermente fra loro i
rapidissimi momenti in sequenza in cui i martel-
letti colpivano la striscia d'inchiostro e si imprime-
vano sul foglio. Un'eccessiva velocità e un ritmo
diseguale di battitura sarebbero stati disfunzio-
nali a quel tempo: i martelletti si sarebbero inca-
strati uno sopra l'altro, inceppando di continuo il
processo e imprimendo più volte la stessa lettera.
Bisognava allora fermare tutto e intervenire con
gomma o bianchetto.
Furo~o così progettate macchine da scrivere con
i martelletti in vista, con il rullo, in modo da vedere
subito l'incoçveniente dei martelletti sovrapposti e
rimediare, e con le lettere più comuni ben distan-
ziate. Poi ci sono le pure contingenze. La R non è
poi così comune, ma fu aggiunta in alto a sinistra
perché in quel modo i venditori potevano impres-
sionare i potenziali acquirenti scrivendo di getto
TYPE WRITER, cioè macchina da scrivere in inglese,
usando soltanto i tasti della prima riga (provateci e
162
Comprereste un'auto usata da Homo sapiens?

vedrete che funziona ancora adesso in questo mo-


do, a più di un secolo di distanza).
Ma la tastiera QWERTY conserva un altro segreto,
ben più difficile da decifrare. Già nel 193 2 era usci-
ta sul mercato della dattilografia una tastiera ancor
più veloce ed efficiente, la DSK, che sta per Dvorak
Simplified Keyboard, la campionessa di tutti i re-
cord di velocità in dattilografia a quel tempo. Ep-
pure, la DSK non riuscì a soppiantare la QWERTY, la
vecchia e obsoleta e meno efficiente QWERTY. Come
mai? Oggi il fatto è ancor più sorprendente: archi-
viati da decenni i martelletti, entrati trionfalmen-
te nell'era digitale, le tastiere dei nostri computer
portano ancora le prime lettere QWERTY nella riga
in alto a sinistra. Non ha senso.
Trent'anni fa provò a rispondere a questo enig-
ma lo storico dell'economia di Stanford Paul A.
David: perché la QWERTY è sopravvissuta nonostan-
te tutto a competitori chiaramente superiori? Già
nel 1872 niente meno che Thomas A. Edison aveva
brevettato una macchina da scrivere elettrica con
la ruota portacaratteri. Nel 1879 era uscita sul mer-
cato una prima macchina da scrivere senza martel-
letti, ma con un cilindro ruotante che portava tutte
le lettere. Eppure, niente: quasi tutti continuarono
a usare la QWERTY. Fra il 1880 e il 1890 nel mon-
do della dattilografia furono proposti i modelli più
diversi, alcuni dei quali senza martelletti. Come se
nulla fosse: al volgere del nuovo secolo la QWERTY
divenne la norma industriale a livello internaziona-
le. Furono inventate le testine ruotanti e nel 1901 fu
163
Imperfezione

prodotta la prima macchina per scrivere elettrica.


Venne il momento del modello Selectric della IBM
e poi della macchina con le schede perforate Hol-
lerith, e infine della tastiera dei persona! computer,
un cambiamento epocale. Un'evoluzione tecnolo-
gica rivoluzionaria che fa sembrare tutto il resto
preistoria; eppure la tastiera QWERTY è ancora lì,
resiste ostinatamente, anzi continua a dominare.
La tastiera QWERTY è un "accidente congelato",
una soluzione nata inizialmente per motivi funzio-
nali contingenti, che diventa ben presto non ot-
timale ma che nel frattempo ha conquistato una
posizione dominante, è diventata una moda, un
modello, una norma, anche grazie a una concate-
nazione di eventi fortunati. Una delle prime e più
frequentate scuole di dattilografia a otto dita, aper-
ta a Cincinnati nel 1882, usava tastiere QWERTY. Un
celebre campionato di velocità di battitura fu vin-
to nel 1888 da un esperto dattilografo che batteva
a macchina senza guardare la tastiera, ovviamente
una QWERTY. I primi manuali di dattilografia usava-
no come modello la QWERTY e insegnavano la bat-'
titura cieca. Insomma, una congiura di condizioni
favorevoli, ma di per sé non necessarie, fece preva-
lere questo modello di macchina da scrivere.
La storia si incanalò in quella direzione e spostar-
si su un altro binario divenne costoso e rischioso,
nonostante l'inefficienza e l'imperfezione. Nessu-
no finora ha preso la decisione, coordinata a livel-
lo mondiale, di sostituire tutte le QWERTY conta-
stiere ergonomiche. L'operazione potrebbe avere
164
Comprereste un'auto usata da Homo sapiens?

successo sul piano economico, ma non è, accaduto.


Risultato: usiamo quasi tutti una tastiera imperfet-
ta, oppure sue varianti nazionali, come la QWERTZ
tedesca con la z al posto della Y, e la AZERTY france-
se. Evidentemente, la perfezione non è l'unico im-
perativo dell'evoluzione tecnologica. La QWERTY è
figlia della storia e delle sue contingenze.
Siamo soliti pensare che il frutto dell'ingegno
umano sia più libero e incondizionato rispetto a
ciò che possono fare gli organismi, così ancorati
al loro DNA e ai vincoli fisici, come abbiamo visto.
Acdaio, vetro e plastica sono più malleabili. È ve-
ro, oggi abbiamo automobili e non più carrozze a
cavalli, lampadine e non più lampade a gas. L'evo-
luzione tecnologica è rapidissima e spesso travol-
gente. Nella storia della cultura siamo noi a decide-
re un'innovazione e possiamo' subito insegnarla e
diffonderla a tutti, basta metterla in rete. In natura
non è così. Nelle tecnologie possiamo sostituire e
rimescolare tutto. Eppure qualcosa in comune con
l'evoluzione biologica, sotto sotto, rimane.
Le tecnologie, come gli organismi viventi, non
sono il frutto di un disegno ottimale, ma di un pro-
cesso che prevede arrangiamenti, imperfezioni e
cooptazioni funzionali. Oggi le macchine da scri-
vere, con la loro tastiera QWERTY, sono diventate
un oggetto di culto e qualcuno le riscopre per dare
un senso più autentico ai suoi scritti. Ciò che sta-
te leggendo è scritto con una QWERTY di computer,
cioè con un'abbinata imperfetta di due tecnologie
nate in tempi e modi completamente diversi. Per-
165
Imperfezione

sino in questa tastiera si nasconde uno dei segreti


della storia, cioè la sua contingenza e la sua imper-
fezione. Secondo gli economisti e tecnologi Kevin
Kelly (2010) e William Brian Arthur (2009), molti
prodotti tecnologici si sono affermati indipenden-
temente dalla loro efficienza e sono il frutto di riu-
tilizzi di componenti e strutture già esistenti.
In effetti anche nell'innovazione tecnologica non
si inizia mai dal nulla, ma si ricombinano e si ibri-
dano tecnologie già esistenti, riorganizzandole at-
traverso principi progettuali e d'uso nuovi. Si parte
dal materiale a disposizione e lo si ricombina, ci si
muove da vincoli e moduli preesistenti, in una con-
tinuità di cambiamento a partire dal riuso creativo
di ciò che già esiste. Se Kelly e Brian Arthur ha.nno
ragione, allora il bricolage evolutivo vale anche per
l'evoluzione e l'innovazione tecnologiche.
In effetti nella storia delle tecnologie è raro tro-
vare un'invenzione che abbia mantenuto gli stes-
si usi e funzioni previsti all'inizio dal suo creato-
re. Il fonografo fu pensato da Thomas Edison per
tutto tranne che per riprodurre musica registrata.
Lo stesso vale per la radio, per i transistor, per il
laser, per internet, per il GPS, cioè per tecnologie
(tutte figlie di imprevedibili scoperte scientifiche)
che oggi impregnano l'ambiente in cui nasciamo,
cresciamo e viviamo. Per non dire dei molteplici
riusi e delle estensioni che sta avendo la tecnolo-
gia del telefono cellulare, che ci invade le giornate
con i suoi trilli.
166
Comprereste un'auto usata da Homo sapiens?

Le imprese dei sedicenti sapiens


Le tecnologie sono il modo attraverso il quale noi
cambiamo il mondo, e poi il mondo (senza preav-
viso) cambia noi. E così giungiamo a sfiorare il cor-
tocircuito finale dell'imperfezione, quello tra i no-
stri poteri crescenti e i nostri limiti persistenti. Dei
secondi abbiamo già detto. Dei prirrii basta una li-
sta sommaria. Ci evolviamo insieme alle tecnolo-
gie da tre milioni di anni (De Biase, Pievani, 2016).
Abbiamo addomesticato piante e animali. Dopo
la rivoluzione industriale della macchina a vapo-
re e dello sfri:ittamento dell'energia, e dopo quella
dell'informazione, la nostra realtà va popolandosi
di intelligenze artificiali, macchine molecolari, or-
ganoidi, visori di realtà virtuale, biostampanti, inte-
razioni uomo-macchina, batteri sintetici, organismi
geneticamente editati, robot maggiordomi, droni
svolazzanti e spioni, oggetti che si parlano in rete
e ci danno un sacco di consigli non sempre richie-
sti (Pacchioni, 2018). I nostri cervelli si connettono
quotidianamente dentro il web, il più grande esperi-
mento mai realizzato di manifestazione collettiva, e
in tempo reale, del meglio e del peggio dell'umanità.
In diversi laboratori al mondo oggi si possono
creare virus letali potenziati, cioè geneticamente
modificati al fine di simulare l'evenienza: probabi-
le di una loro comparsa in natura sotto nuove for-
me: lodevole intento preventivo, ma con qualche
rischio di uso malevolo. I biologi sintetici' hanno
messo al mondo microbi con un genoma assem-
blato in laboratorio e ridotto al minimo. Adesso
167
Imperfezione

aggiungeranno altre sequenze per ammaestrarli. Fi-


nora abbiamo letto il libro del DNA, nostro e di cen-
tinaia di altre specie. Ora possiamo riscriverlo, fa-
re il copia-incolla, aggiungere e togliere sequenze.
Grandi avanzamenti in medicina, nelle terapie ge-
niche e nella sintesi di nuovi farmaci e vaccini, nel
miglioramento di piante e animali, si intrecciano a
insidiose fughe in avanti come quella di far nascere
bambini geneticamente editati.
Intanto le microplasticheimpregnano gli oceani
fin negli abissi. Le barriere coralline si sbiancano, i
mari si acidificano, le calotte polari arretrano. An-
che il riscaldamento climatico causato dalle attività
umane può essere visto come un grande e rischioso
esperimento di ingegneria ambientale su scala pla-
netaria: la biosfera se la caverà comunque, Homo
sapiens non lo sappiamo. Capiremo un giorno che
questo comportamento insensato interagisce nega-
tivamente con le già terribili diseguaglianze globali,
esacerbandole e generando carestie, conflitti, insi-
curezza, imponenti migrazioni forzate. Noi cam-
biamo il mondo, e il mondo presenta il conto. Si
chiama "trappola evolutiva" e non è facile uscirne.
Il pericolo imminente sveglierà coscienze e in-
gegni, chissà, e i nativi del clima da noi alterato
troveranno soluzioni energetiche, di trasporti ~ di
edilizia oggi impensabìli. Nel frattempo però la
biodiversità sta crollando, anche quella di animali
che pensavamo resistenti a tutto come gli insetti e
altri artropodi, da cui dipende una fetta consistente
delle coltivazioni umane. E ci chiamiamo "sapiens".
168
Comprereste un'auto usata da Homo sapiens?

Il deserto di plastica che lasceremo sarà ereditato


da virus, batteri, meduse, blatte, ratti e scorpioni,
loro sì, quasi perfetti, anche se di poca compagnia.
Poi oceani e foreste torneranno al loro rigoglio, in
nostra assenza. Le cause di questa sesta estinzione
di massa sono note: deforestazione per far posto a
pascoli, strade e miniere; diffusione di specie inva-
sive per mezzo di traffici e turismo; urbanizzazione
selvaggia; inquinamenti agricoli e industriali; sfrut-
tamenti eccessivi delle risorse a causa di·caccia e
pesca intensive (Kolbert, 2014; Wilson, 2016). La
nostra firma nera sul pianeta.
Tralasciamo altri piccoli difetti circolanti sulla
superficie del globo terracqueo, come il terrorismo
suicida, i fondamentalismi religiosi, il consumismo
idiota; i conformismi di ogni genere, le irrazionalità
delle scelte economiche, le miopie politiche, l'in-
competenza populista, l'anarchia geopolitica, l'eco-
nomia predatoria, la corruzione. Michel de Montai-
gne diceva che ogni popolo è convinto di possedere
la cultura perfetta, la religione perfetta e il governo
perfetto, e usa la presunta imperfezione degli altri
come pretesto per assoggettarli (Montaigne, 2013 ).
Potenze nucleari sono nelle mani di classi politiche
che in larga maggioranza credono alle più svariate
forme di superstizione e sempre più spesso negano
apertamente le evidenze scientifiche acclarate. Del
resto, siamo bravissimi nell'occultare e rimuovere
le verità scomode.
Pur scorrendo la sequenza di queste umane scel-
leratezze, il pessimismo non prevale, perché resta
169
Imperfezione

l'impressione che l'imperfetta natura umana non


sia al capolinea, ma ai suoi primi incerti passi, nel
bene e nel male, o al di là di essi. Siamo solo all'ini-
zio. Con microchip impiantati nel cervello, sempre
più assuefatti a Mr. Google, iper-connessi in cloud,
circondati da protesi bio-robotiche e da organismi
sintetici, checché ne dicano i profeti del post-urna-
. . .
nesimo saremo pur sempre una versione aggior-
nata e perfettibile del buon vecchio Homo sapiens
l'africano. Certo, la forbice del nostro divario evo-
lutivo interno si allargherà. Lo stesso mammifero
bipede di grossa taglia che 100.000 anni fa si arra-
battava con bastoni e pietre scheggiate oggi guida
un'astronave, progetta basi lunari permanenti, in-
venta prodigi nanotecnologici come il grafene, pre-
vede l'esistenza e poi rivela il bosone di Higgs ~ le
onde gravitazionali. E così il cerchio dell' evoluzio-
ne e della conoscenza si chiude, perché tra i nostri
poteri più dignitosi vi è quello di poter guardare ai
confini dell'universo e capire che siamo figli di una
sequenza cosmica di imperfezioni e di biforcazioni,
di lucreziani clinamen.
In quanto esseri imperfetti che costruiscono in-
consapevolmente il proprio futuro, è inutile quin-
di che sfidiamo le macchine e l'intelligenza artifi-
ciale. Ovunque vi sarà da realizzare un compito
che richiede potenza di calcolo, memoria, precisio-
ne, ripetitività e velocità, vinceranno loro. Prima o
poi, vinceranno loro. A noi non resta che far teso-
ro dell'imperfezione che loro non hanno, perché
le programmiamo noi e spesso le programmiamo
170
Comprereste un'auto usata da Homo sapiens?

proprio per contrastare la nostra imperfezione. Noi


abbiamo alle spalle 3,75 miliardi di anni di storia
accidentata e di fecondi incidenti di percorso, loro
no.-Prive dell'umana grandezza dell'imperfezione,
non si mettono a scrivere una poesia o a contempla-
re un'opera d'arte. Non hanno il guizzo irrazionale
che spesso ci ha tolto dagli impicci.
Secondo Rita Levi-Montalcini, l'imperfezione è
la "nota dominante del comportamento di Homo
sapiens" e ,si manifesta tanto nelle tragedie della
storia quanto nelle miserie quotidiane. Come scri-
veva Michel de Montaigne nei suoi Saggi: "Io non
sono mai del tutto padrone di me stesso e dei miei
impulsi. Il caso è più forte di me. [. .. ]Mi capita an-
che che, quando mi cerco, non mi trovo. E talvolta
mi trovo più per caso che grazie alla ricerche del
mio giudizio" (2013, p. 13). Quattro secoli dopo
queste parole, la miscela umana di crescenti pote-
ri e di ostinate imperfezioni solleva una domanda
di fondo: se foste un dio saggio estraneo a questo
gioco, mettereste nelle mani di un tipo come Ho-
mo sapiens tutte queste armi? Vi fidereste di questa
scimmia antropomorfa africana spuntata duecento
millenni fa? Gli dareste le chiavi dell'astronave T er-
ra? Comprereste un'auto usata da Homo sapiens?
La risposta dipende da quanto reputate la nostra
specie capace di scelte razionali.

Terrapiattisti in crociera
Diciamo da secoli che l'uomo è l'animale raziona-
le, ma poi, come notava Bertrand Russell, passia-
171
Imperfezione

mo tutta la vita a cercare qualche prova che possa


confermarcelo. E ne troviamo poche. Al contrario,
ben più convincenti riscontri troviamo della nostra
propensione ad autoingannarci. In qualsiasi inci-
dente è sempre colpa degli altri. Siamo maestri nel
razionalizzare a posteriori, cioè nel cercare giustifi-
cazioni. Gli stereotipi ci fanno impazzire. Ci piace
un sacco pensare che, sotto sotto, la vittima di un
sopruso o di un'ingiustizia in qualche modo se la
sia cercata. Vogliamo tutto subito, anche se aspet-
tando avremmo di più (succede nell'imperfettissi-
ma adolescenza, ma non solo). Un avido presente
vale sempre più di un futuro redditizio ma incerto
(Diamond, 2005).
Alcune imperfezioni comportamentali sono pre-
cipuamente umane, cioè a quanto pare le abbiamo
solo noi nel mondo animale. Una è quella che il
grande evoluzionista Bill Hamilton definì la "stra-
tegia non adattativa della malevolenza": danneg-
giare gli altri senza alcun ritorno per sé, la versio-
ne etologica della terza legge fondamentale della
stupidità umana di Carlo M. Cipolla. Suona così:
"Una persona stupida è una persona che causa un
danno a Un'altra persona o gruppo di persone sen-
za nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé
o addirittura subendo una perdita" (1988, p. 58).
Del resto, quale altro mammifero scrive bestialità
sui social che non avrebbe mai il coraggio di dire
di persona, o si intruppa dietro un capo che palese-
mente sta mandando tutto in malora? Nel mondo
umano non occorre essere delinquenti per fare il
172
Comprereste un'auto usata da Homo sapiens?

male, più spesso lo si infligge con la sciatteria, con


l'ignoranza e con l'ignavia.
Sul web, eccelsa invenzione tecnologica, scate-
niamo i nostri impulsi atavici peggiori e ci rinta-
niamo in confortevoli tribù digitali dove possiamo
dare libero sfogo al nostro conformismo da stadio.
Nostalgici dei "piccoli noi" protettivi, ricerchiamo
le comunità primitive persino nel grande oceano
della rete. In modo del tutto irrazionale, specchian-
doci in chi la pensa già come noi cerchiamo ostina-
tamente conferma di ciò in cui vogliamo credere.
Fingiamo di volerci informare, ma abbiamo già tut-
te le risposte in partenza. Accogliamo acriticamente
fandonie e mistificazioni di ogni tipo purché con-
fermino i nostri preconcetti, ma poi siamo severis-
simi c6n le idee altrui.
Nell'era della scomparsa dei fatti, sostituiti dal
"percepito", tutto è interpretazione, quindi preval-
gono urlatori, dietrologi professionisti e complot-
tisti della domenica. E noi abbiamo affidato col-
lettivamente, democraticamente e scientemente un
gran potere a questi Homo sedicenti sapiens. I mi-
stificatori del web hanno evoluto un tratto comune:
sono tutti pieni di paranoiche certezze, negano il
valore di qualsiasi controprova e deridono chi dis-
sente dalle loro stupidaggini. Sono gli uomini co-
muni, sono imperfetti proprio come noi, hanno la
pancetta e fanno il ruttino dopo pranzo, quindi li
possiamo votare senza sentirci inadeguati.
Ci atteggiamo da sapientoni e poi ci facciamo in-
gannare giorno e notte da un profluvio di messag-
173
Imperfezione

gi pubblicitari fatti apposta per solleticare i nostri


pregiudizi, le emozioni più facili e basse, le propen-
sioni subliminali. Ci facciamo intortare da imbo-
nitori di ogni tipo. Preferiamo un prodotto magro
all'80% piuttosto che uno grasso al20%, eun bene
superfluo a 9,99 ci sembra assai più conveniente di
uno che ne costa 10. Se abbiamo sentito al tg che i
negozi saranno chiusi per due giorni, ci fiondiamo
a riempire i carrelli come se dovessimo prepararci
alla carestia del secolo. Compriamo tutto al doppio,
perché dobbiamo obbedire al rituale comandato
del regalo, ben sapendo che la settimana dopo tro-
veremo tutto in saldo a metà prezzo. Siamo pronti
a metterci in macchina, stare due ore in coda, in-
trupparci dentro un orrendo centro commerciale,
per risparmiare cinque euro grazie ali' offerta spe-
ciale di merendine grondanti di zuccheri e grassi.
Se ci accorgiamo che il nostro potere di acquisto di
cose futili in quello stesso centro commerciale sta
leggermente calando, al primo richiamo andiamo
a Parigi a sfasciare cassonetti.
In tutti questi comportamenti, la nostra inerzia
evolutiva parla chiaro. Discendiamo da animali che
dovevano prendere decisioni veloci per riprodursi
al momento giusto, per accaparrarsi una fonte di
cibo incerta e preziosa, per sfuggire a un predato-
re anticipandone le mosse, per decidere in pochi
secondi se avevano davanti un amico o un nemico.
Se vuoi cavartela in un contesto del genere devi im-
parare a leggere rapidamente i segni e gli indizi che
ti circondano. Non c'è tempo per riflettere o per
174
Comprereste un'auto usata da Homo sapiens?

improvvisare calcoli di probabilità. Fare filosofi.a


o scienza, in certi frangenti, sarebbe poco adatta-
tivo. Ti conviene ricordare subito le situazioni che
preannunciano un pericolo, e svignartela. Se conta
la rapidità, puoi anche non essere preciso. Magari
qualche volta ti sbagli, ma meglio aver ecceduto in
prudenza che esser morti. È un ennesimo compro-
messo, tra velocità e affidabilità, che genera una ca-
scata di imperfezioni e di decisioni a spanne.
Non è vero quindi ciò che sostiene da decenni il
filosofo Daniel Dennett, erede contemporaneo del
dottor Pangloss, ovvero che l'evoluzione per sele-
zione naturale ci avrebbe "progettati" in modo da
renderci razionali e quasi perfettamente logici. Sta
descrivendo un film, non la realtà sperimentale.
Certo, alcuni esseri umani particolarmente dotati
hanno saputo costruire teoremi logici raffinatissi-
mi, hanno concepito la teoria della probabilità e la
teoria delle decisioni, ma non si tratta di conquiste
cognitive che ci vengono spontan~e, "per selezio-
ne naturale". Al contrario, sono proprio gli errori
cognitivi, i pregiudizi, i condizionamenti conte-
stuali e la nostra sistematica incapacità di restare
fedeli agli standard di razionalità ad avere una ra-
dice evolutiva (Calzavarini, 2018). Questi difetti
derivano dal compromesso antico e imperfetto tra
la correttezza dei nostri giudizi e la loro rapidità.
Dunque l'irrazionalità, o quanto meno una razio-
nalità limitata e assai pragmatica, ci ha permesso
di sopravvivere (il che non implica che oggi la si
debba giustificare).
175
Imperfezione

Meditare lungamente, da filosofi o da scienziati,


sull'azione più appropriata da compiere alla luce
dei dati a disposizione non ci viene intuitivo. Come
insegna Gerd Gigerenzer, abbiamo ereditato dal
passato evolutivo una razionalità adattativa, conte-
stuale, ecologica, che non è il massimo della logica
e del calcolo probabilistico, ma ha funzionato nei
contesti reali in cui dovevamo sopravvivere e ripro-
durci. Oggi sappiamo a quali problemi adattativi,
posti dall'ambiente naturale e sociale, faceva fron-
te questa razionalità debole e imperfetta. È come
se avessimo in testa un atavico sensore, sempre ac-
ceso, per captare la presenza di nostri simili e pre-
vedere le mosse di potenziali nemici. Per le stesse
ragioni tendiamo ad attribuire relazioni di causa-ef-
fetto tra fenomeni del tutto sconnessi, come passare
sotto una scala ed essere bocciati a un esame. Il che
apre i serragli delle infinite superstizioni umane.
Siamo propensi a pensare che una correlazione
implichi una causalità. Generalizziamo facilmente
a partire da aneddoti o da casi insufficienti. Una
gran mole di dati provenienti dalla psicologia del-
lo sviluppo, dall'antropologia e dalle neuroscienze
conferma che le nostre menti hanno evoluto, per
ragioni adattative oggi non più in essere, una forte
tendenza a distinguere entità inerti, come gli ogget-
ti fisici, da entità di natura psicologica, cioè agen-
ti animati. Siamo insomma dualisti e animisti per
natura. A entrambi, oggetti inanimati e animati,
tendiamo poi ad attribuire scopi e intenzioni an-
che quando non ne hanno; E ancora, raccordiamo
176
Comprereste un'auto usata da Homo sapiens?·

tra loro intenzioni e finalità, immaginandoci chissà


quali complotti e dietrologie. Le storie per noi han-
no sempre un fine, nascosto o palese che sia.
Siamo insomma macchine per credenze. Ne pro-
duciamo in quantità. E non è questione di ignoran-
za o fideismo: se- vogliamo fortemente credere in
qualcosa, più sappiamo, più ci informiamo e più la
nostra mente cerca di incastrare le tessere del puz-
zle per confermare il preconcetto. Se un fulmine ci
cade vicino, prima di chiederci quali siano state le
cause fisiche del fenomeno, pensiamo che qualcuno
ci abbia mandato un messaggio ed elucubriamo su
chi possa essere e su cosa volesse dirci. Davanti a un
evento improbabile che si realizza sotto i nostri oc-
chi, subito pensiamo: non può essere un caso! Era
destino. E invece era proprio un caso. Se poi la cre-
denza ci consola, lenisce risentimenti e amarezze,
dà un senso a questa storia imperfetta e senza sen-
so, allora diventa invincibile e ci trasforma in pro-
di cavalieri di teorie deliranti. Anche al prezzo di
sfondare la barriera del ridicolo, come nel caso dei
terrapiattisti che partono in crociera per arrivare ai
confini ultimi del mondo. Non li incontreranno, e
a posteriori troveranno una giustificazione perfetta
del perché non li hanno trovati.

Non siamo equipaggiati per la lungimiranza


Che tutto ciò sia un'imperfezione nel funzionamen-
to conflittuale e abborracciato del nostro cervello
è dimostrato da un indizio molto semplice: stiamo
facendo un sacco di errori e ne siamo pienamente
177
Imperfezione

consapevoli nel momento stesso ~n cui li facciamo.


Sappiamo benissimo che è sbagliato - o almeno,
avremmo tutti gli strumenti intellettuali e fattua-
li per saperlo - ma lo facciamo lo stesso perché ci
piace. Il punto però non è soltanto che noi elabo-
riamo pensieri dentro un brodo emozionale arcai-
co che spesso prende il sopravvento, come se dalla
notte dei tempi si tramandasse una lotta primor-
diale tra ragione e istinto. Questa è solo una parte
della storia.
Una logica evolutiva più profonda spiega (ma
non giustifica) le innumerevoli manifestazioni
dell'umana irrazionalità. Non bastano la malafe-
de, il narcisismo del guru, l'oscurantismo. Quelle
sono aggravanti. Al nocciolo, vi è qualcosa di più
sistematico in questo difetto paradossale che ci ha
permesso di sopravvivere: è un'imperfezione d'ori-
gine senza la quale adesso non saremmo qui a par-
larne. Una grande quantità di studi scientifici mo-
stra come il nostro cervello elabori i suoi pensieri e
le sue decisioni secondo due sistemi distinti e inter-
connessi. (o per meglio dire due insiemi di sistemi,
variamente intrecciati).
Semplificando, il primo sistema è evolutiva-
mente antico e presiede alle nostre azioni riflesse,
quotidiane,,veloci, meno consapevoli e pondera-
te. Potremmo definirlo il sistema della routine e,
al contempo, delle emergenze. Presiede alle attivi-
tà normali cui non facciamo caso ogni giorno, da
quando ci svegliamo la mattina, ma interviene an-
che nelle situazioni di pericolo in cui bisogna reagi-
. 178
Comprereste un'auto usata da Homo sapiens?

re prontamente senza starci troppo a pensare. Nel


cervello lo troviamo preferibilmente connesso all' a-
migdala, al cervelletto e ai gangli basali.
Il secondo sistema è evolutivamente recente e
presiede alle nostre azioni più deliberate, prodot-
te da una valutazione attenta e lenta delle infor-
mazioni di contesto. Potremmo definirlo il sistema
del ragionamento logico. Presiede alle attività che
richiedono una ponderazione basata su concetti,
generalizzazioni, principi e astrazioni. Nel cervello
lo troviamo preferibilmente connesso alla corteccia
prefrontale. Abbiamo visto, nel capitolo quinto, un
conflitto tra questi due sistemi quando il cervello è
esposto alla visione di una persona estranea e fisi-
camente diversa.
Nessuno dei due sistemi è necessariamente più
razionale o più emotivo dell'altro. Entrambi posso-
no compiere egregiamente il loro ruolo ed entram-
bi sono stati fondamentali nella nostra evoluzione:
il primo garantendoci valutazioni istantanee frutto
dell'esperienza (sterzare nel modo giusto davanti a
un ostacolo improvviso), preferibili quando la de-
cisione deve essere immediata o si basa su molte va-
riabili diverse; il secondo offrendoci le delizie del-
la scienza e di ogni scelta basata su argomentazioni·
motivate, soprattutto quando abbiamo di fronte un
problema nuovo. Quindi non dobbiamo pensare
che uno sia irrazionale e l'altro razionale. Reagire
istintivamente in certe situazioni è la scelta più ra-
zionale. Allo stesso modo, però, entrambi possono
farci commettere errori madornali, perché spesso
179
Imperfezione

le nostre azioni scaturiscono da una via di mezzo


improvvisata tra i due sistemi.
Nessuno dei due infatti comanda definitivamen-
te sull'altro e le reciproche interferenze tra intuizio-
ni e riflessioni sono quanto di più imperfetto possa
esserci per un mammifero autoproclamatosi "sa-
piens". Uno cerca di controllare l'altro, e l'altro cer-
ca di condizionare il primo. Il sistema deliberativo
si basa pur sempre su dati forniti dal sistema rifles-
so, non sempre attendibili. In condizioni di stan-
chezza, di sovraccarico e di stress, proprio quando
avremmo bisogno della sua affidabilità, si inceppa
in mille macchinosità, fa .cilecca e diventiamo facil-
mente manipolabili da chi stuzzica furbescamente
le debolezze del sistema riflesso. In soldoni: capita
che quando dovremmo usare la testa, reagiamo di
pancia; e viceversa quando lo scatto istintivo e in-
conscio dell'animale ci aiuterebbe, perdiamo tem-
po in quisquiglie. Un'altra disparità evolutiva che
genera cascate di difetti.
Cerchiamo allora la perfezione altrove, màgari
nelle facoltà "superiori" umane. Nel capitolo pre-
cedente abbiamo visto che è inutile andare a tro-
varla nel nostro linguaggio. Forse nella memoria?
La nostra è corta, tendenziosamente selettiva, di-
storta e frammentaria. È né più e né meno che una
memoria animale. Si attiva rapidamente, è vero, ed
è abilissima nel pescare indizi dal contesto, ma al
prezzo di una palese inaffidabilità. Non sappiamo
dove si ammucchino i nostri ricordi nel cervello,
forse un po' dappertutto, ma di certo quando es-
180
Comprereste un'auto usata da Homo sapiens?

si emergono alla coscienza li ritroviamo sbiaditi, li


reinterpretiamo, li ricostruiamo, li emendiamo, li
mescoliamo o semplicemente li perdiamo. Ricor-
diamo troppo o troppo poco. Se qualcuno ci delu-
de, subito ci sovvengono tutte le sue manchevolez-
ze passate, e viceversa. Così sul web dimentichiamo
presto la fonte di un'informazione e ci basta leg-
gerla due o tre volte per prenderla per buona una
volta per tutte. La nostra memoria corta ci induce
a tornare raramente a controllare come è andata a
finire una certa vicenda di cronaca. E ovviamente ci
fa ripetere, ciclicamente, gli stessi errori e gli stessi
orrori, come nella storia.
Anche per questo, prendere decisioni oggi, i cui
effetti probabilistici saranno goduti dai nostri po-
steri, non è purtroppo una dote che ci è stata lascia-
ta dalla natura. Dobbiamo apprenderla con l' edu-
cazione e la cultura. Nell'evoluzione conta solo il
qui e ora. Quando si viveva poco e male, e la diffe-
renza fra la vita e la morte stava nel cogliere le oc-
casioni del momento, il futuro era solo un'ipotesi
astratta. Di conseguenza non siamo equipaggiati
per la lungimiranza, come sanno bene tutti colo-
ro che anche questa sera, sopraffatti dal manica-
retto, rinvieranno l'inizio della dieta. In numerosi
esperimenti è stato verificato che la mente umana
predilige il tutto-subito, anche se di meno, ali' atte-
sa di una ricompensa maggiore ma dilazionata nel.
futuro (anche prossimo). Non è razionale, ma sia-
mo fatti così. Le tentazioni del presente sono irre-
sistibili e alimentano la nostra radicata avidità e i
181
Imperfezione

nostri bisogni indotti. Siamo più propensi a com-


prare lo stesso oggetto, con lo stesso valore, se ce
lo propongono a un prezzo maggiore, perché così
ci sembra che valga di più. E ci chiamavamo Homo
oeconomicus ...
E dunque ritorna la domanda: se foste il proprie-
tario di un'azienda, affidereste i vostri interessi a un
amministratore delegato così incoerente e inaffida-
bile? Mettereste il vostro patrimonio nelle mani di
ùn essere il cui cervello, per non dire della memoria
e del linguaggio, è così mal costruito che può anda-
re in avaria da un momento ali' altro? Non c'è rispo-
sta, perché è una domanda rivolta allo specchio. Il
paradosso è circolare. L'imperfetto Homo sapiens
ha facoltà prodigiose, nel calcolo, nella compren-
sione delle leggi fisiche, nell'ingegno tecnologico,
nella sete di conoscenza, nella curiosità insaziabi-
le, nel potere di trasformare a proprio godimento
l'ambiente che lo circonda. L'imperfetto Homo sa-
piens ha limiti altrettanto prodigiosi, nel corpo, nel
ragionamento, nelle relazioni sociali, nella scarsis-
sima previdenza.
Al fondo, rimane quel vizio di forma, quella sma-
gliatura che Primo Levi vedeva annidata nella natu-
ra umana (1971). L'uomo non è una bestia, scrive
Levi in I sommersi e i salvati, lo diventa a determi-
nate condizioni e in certi contesti, dove è ricondot-
to alle sue pulsioni elementari (1986). Ereditiamo
una natura ambivalente e duale, quindi la cultura
e le esperienze ci possono condurre per il meglio o
per il peggio. Ne discende la necessità di una con-
182
Comprereste un'auto usata da Homo sapiens?

tinua vigilanza etica e civile. L'invenzione tecnica


come quella narrativa è, secondo il chimico tori-
nese, un bricolage, una composizione a partire dal
materiale esistente e dai suoi vincoli, proprio come
l'evoluzione (1985, 2014). Homo sapiens per Levi
è in tal senso una novità assoluta, capace di un su-
blime mai visto e parimenti di un orrore mai visto.
Nell'Appendice a Se questo è un uomo, Levi scrive
che quelle dei campi di sterminio sono "opere non
umane, anzi contro-umane, senza precedenti sto"
rici, a stento paragonabili alle vicende più crude-
li della lotta biologica per l'esistenza" (1958). Ma
nessun ritorno ali' Arcadia è possibile, l'uomo do-
vrà continuare a esser fabbro di se stesso. L'anti-
doto per evitare che si ripetano i termitai infernali
e si ripiombi nel "disumanesimo" è uno solo per
Levi: il razionalismo critico e autocritico. Non una
razionalità perfetta, ma un razionalismo scettico e
di metodo, il .cui primo insegnamenfo è semplice:
diffidare di tutti i profeti che manipolano le imper-
fezioni della mente umana.

183

A conclusione,
le leggi del/' imperfezione

Nel racconto "La creazione" di Dino Buzzati


(1966), il Grande Progettista dopo aver partori-
to l'universo si lascia convincere dalla moltitudine
dei suoi angeli ingegneri a creare anche la Terra,
un pianeta speciale che possa ospitare ogni sorta
di pianta e animale. Nel lungo processo di valuta-
zione dei disegni di tutte le possibili e ammirevoli
bizzarrie viventi, uno spiritello petulante si fa largo
per attrarre l'attenzione dell'Onnipotente. Ha avu-
to un'idea impellente. Gli mostra la sagoma di una
creatura "sconnessa, goffa e in certo modo indeci-
sa, quasi che il disegnatore, al momento buono, si
fosse sentito sfiduciato e stanco". Ancorché sgra-
ziato, questo essere sarà l'unico dotato di ragione
- assicura l'avventato progettista - il solo che potrà
adorare coscientemente il suo Dio. Il Creatore pe-
rò non vuole.seccatori sapientoni né intellettuali in
giro per la Terra e congeda l'angelo. Ma lui insiste
e quando a sera tutto il lavoro è compiuto, appro-
fittando della stanchezza del Sommo, lo avvicina,
ci riprova e alla fine lo convince per sfinimento.
Anche gli dei talvolta si lasciano tentare dalla cu~
185
Imperfezione

riosità. "In tempo di creazione, poi, era anche leci-


to essere ottimisti", e il Creatore appose la firma al
"fatale progetto".
Noi figli di un creatore distratto, l'evoluzione, in
questo viaggio nell'imperfezione finiamo per non
ricordare più nulla di perfetto che ci abbia prece-
duto. Di imperfezione in imperfezione, di deviazio-
ne in deviazione eccoci qui, Homo sapiens potenti
e sconsiderati. Ma se torniamo all'inizio, proprio
all'inizio degli inizi, qualcosa di perfetto lo aveva-
mo incontrato. Il vuoto. Quel vuoto quantistico
pieno di tutto e del contrario di tutto, compiuto e
perfetto in sé, ma senza tempo. Ecco, fu necessaria
quell'asimmetria primordiale, quell'anomalia ma-
dre di tutte le imperfezioni, per dare l'abbrivio alla
storia dell'universo. Una storia che non solo non ci
prevedeva, ma ancor oggi appare del tutto indiffe-
rente alle nostre sorti. Se è così, allora forse fra tem-
po e imperfezione sussiste un legame.
Darwin l'aveva capito: dove c'è perfezione non
c'è storia. Se il naturalista vuol capire come fun-
ziona l'evoluzione, deve cercare le imperfezioni, i
tratti inutili e vestigiali, perché quelli sono la traccia
di cambiamenti passati e promessa di cambiamenti
futuri (Gould, 1985, 1989). Dove c'è imperfezione,
c'è qualcosa che accade, un evento, un processo,
un mutamento, una relazione. Al contrario la per-
fezione è, per definizione, compiutezza atempora-
le. Dove c'è perfezione, è già successo tutto. L'in-
granaggio non fa gioco. Le alternative sono finite.
Non rimane più nulla da narrare.
186
A conclusione, le leggi del!' imperfezione

E allora, se fosse proprio la nostra intrinseca im-


perfezione a farci percepire e vivere il senso del
tempo? L'evoluzione è cambiam~nto, evento, ac-
cadimento contingente, esplorazione ramificata di
possibilità, non svolgimento necessario in un tem-
po assoluto, come vorrebbe fard credere la metafo-
ra suadente del progresso. Nelle vicissitudini quoti-
diane della sopravvivenza tutti fummo immersi da
sempre nel perenne alternarsi ritmico dei giorni e
delle notti, delle stagioni, delle fasi lunari. Da qui
il nostro essere emotivamente immersi in un tem-
po che pensiamo di poter quantificare e misurare
in successione, perché il futuro è quel posto in cui
un predatore potrebbe acquattarsi per mangiarci.
Secondo alcuni fisici, il tempo lineare, globale e
ordinato potrebbe essere una grande illusione pro-
spettica dentro cui la nostra mente è avvinghiata,
per ragioni evolutive che fanno sì che il conto del
tempo sia intimamente presente nella cronobiologia
di ogni organismo e persino di ogni cellula (Rovel-
li, 2017). Il suo pulsare irreversibile dal passato al
futuro ci pervade in quanto abitatori di un pianeta
periferico in cui nulla è e tutto accade. Se l' evoluzio-
ne si nutre di imperfezioni e le produce, allora per
sillogismo è proprio l'imperfezione a darci il senso
locale del tempo, unitamente a quella fastidiosa e
irreprimibile sensazione di caducità. L'imperfezio"
ne è l'origine dell'impermanenza. La perfezione, al
contrario, è storia che ha fatto perdere le sue tracce.
I filosofi medievali lo avevano pensato, Darwin
lo aveva visto nelle ali atrofizzate dei pinguini e nel-
187
Imperfezione

le stravaganze dei cirripedi. La perfezione è para-


dossale. In quanto tale, infatti, essa non è perfetti-
bile e solo un essere altrettanto se non più perfetto
potrebbe apprezzarla. Per essere perfettibile, ossia
per avere ulteriori possibilità di sviluppo e di com-
pletamento grazie a nuove caratteristiche, dovrem-
mo ammettere che essa non sia poi così perfetta.
Quindi la perfezione dipende dall'imperfezione.
Possiamo coglierla cioè soltanto per via indiretta,
tramite l'imperfezione appunto. Qualche filosofo
ardito si è spinto perciò a teorizzare che la vera
perfezione fosse proprio l'essere imperfetti. Fatta
eccezione, si intende, per gli dei irascibili spesso
immaginati da noi umani, i quali tuttavia derogano
spesso alla loro presunta onnipotenza e onniscien-
za comportandosi in modi assai poco irreprensibili.
Questa divinizzazione dell'imperfezione non
convince, così come la sua edulcorazione per via
psicologica e consulenziale. Le librerie sono col-
me di pubblicistica che elogia l'imperfezione. Le
variazioni sul tema ritrito secondo cui "nessuno è
perfetto" (ma è bell'a mamma soja, soprattutto in
Italia) sono potenzialmente infinite. Non cercate
una perfezione impossibile, ci consigliano, perché
l'ansia da prestazione vi corroderà. Consolatevi e
trasformate le vostre imperfezioni in risorse. L'im-
perfezione è alquanto naturale, d'accordo, ma non
per questo essere imperfetti è positivo, giusto, e
men che meno piacevole. Non possiamo negare
che l'imperfezione sia anche sofferenza, rimpianto,
anelito deluso, mortalità, spreco, vanità. Sui modi
188
A conclusione, le leggi del!' imperfezione

in cui convivere onorevolmente con la nostra "es-


senza imperfetta", manchevole e bisognosa, e persi-
no farne tesoro, è meglio essere di poche parole an-
che perché è difficile aggiungere qualcosa a quanto
magistralmente ne scrisse Michel de Montaigne nei
suoi insuperabili Saggi alla fine del Cinquecento.
Oggi come allora, possiamo fare esperienza e ri-
velazione quotidiana della nostra debole costitu-
zione. Passeggiando alle undici del mattino di un
giorno feriale qualsiasi in un centro città, quando
gli studenti sono a scuola e gli adulti al lavoro, ti
ritrovi improvvisamente catapultato nel paese dei
vecchi. Circondato da anziani come anche tu tra
un po' sperabilmente sarai, non puoi non pensare
all'allungamento e al rallentamento della vecchiaia
umana, resi possibili dagli avanzamenti medici e
sociali, che ci regalano più primavere e tramonti
ma con tutto un carico di dolorose imperfezioni e
debilitanti attese. I meccanismi protettivi ben oliati
dalla selezione naturale non funzionano altrettanto
bene dopo il superamento dell'età riproduttiva. Di-
latando in tal modo l'invecchiamento stiamo quindi
sfidando, nuovamente, l'evoluzione.
Ricadiamo così nella sesta legge dell'imperfezio-
ne: il disaccoppiamento tra i tempi lenti della bio-
logia e i tempi frenetici dello sviluppo culturale.
Abbiamo più giorni da vivere per ammirare questo
bellissimo mondo senza senso, ma al prezzo di un
estenuato decadimento psicofisico punteggiato da
acciacchi di ogni sorta. Altre intelligenze non meno
curiose e ingegnose della nostra, come i cefalopo-
189
Imperfezione

di, hanno imboccato la strada opposta (Godfrey-


Smith, 2016). Seppie e polpi vivono soltanto due
o tre anni, con rare eccezioni. Un niente rispetto
a noi. La forte predazione che subiscono li rende
incerti sul domani e li porta a riprodursi una vol-
ta sola, poi declinano. Tutto quel cervello, mezzo
miliardo di neuroni distribuiti lungo il corpo, vive
un'esperienza condensata e fugace. I loro .efficienti
occhi a fotocamera (assai più perfetti dei nostri!) si
spengono, le braccia si staccano, i tre cuori rallen-
tano il battito, il corpo si sfalda tristemente e si ab-
bandonano alla corrente. Possiamo ipotizzare che
il loro ultimo barlume di coscienza sia un saluto al
grande oceano da cui tutto cominciò.

Congediamoci dunque ricapitolando le nostre


sei leggi dell'imperfezione:
1. La legge della contingenza: il caso - nelle vesti di
mutazioni, derive genetiche, estinzioni di mas-
sa, cambiamenti ecologici su larga scala - spes-
so cambia imprevedibilmente le regole del gio-
co evolutivo, con il risultato che un tratto prima
ottimale e ben limato dalla selezione naturale si
tramuta in un'imperfezione pericolosa;
2. La legge del compromesso: l'imperfezione spesso
in natura nasce dall'esigenza di trovare compro-
messi tra interessi diversi e spinte selettive anta-
goniste;
3. La legge dei vincoli: la selezione naturale non è un
agente che perfeziona e ottimizza gli organismi
in ogni loro parte; non può farlo, perché lavora
190
A conclusione, le leggi del!' imperfezione

in contesti cangianti e soprattutto è condizionata


dai vincoli storici, fisici, strutturali e di sviluppo;
4. La legge del riuso: il riutilizzo di strutture già esi-
stenti rende molto frequente in natura la presen-
za di strutture subottimali e riciclate, cioè imper-
fette;
5. La legge della cipolla: l'eccedenza, se tollerabile,
è fonte di cambiamento, perché l'evoluzione è la
trasformazione del possibile;
6. La legge della Regina Rossa: quando l'ambiente
corre più veloce di noi, ci ritroviamo evolutiva-
mente sfasati, e dunque sempre un po' inadatti,
imperfetti.
A ben guardare le sei leggi hanno un tratto in
comune, che non vuol essere consolatorio: l'im-
perfezione è una sorgente di "evolvibilità", cioè di
capacità di evolvere, di generare novità evolutive.
Plasticità, riusi e prodotti secondari di tanto in tan-
to permettono infatti agli organismi di imboccare
strade nuove e imprevedibili. L'ubiquità dell'im-
perfezione, come Darwin sapeva, è la principale
prova dell'evoluzione· stessa. Quindi, se vi dicono
che la scienza spiega solo i come e non i perché, non
credeteci. L'imperfezione è la risposta a molti per-
ché. Se vi dicono· che non ci sono alternative, non
credeteci. Ce la siamo sempre cavata, come specie,
perché al momento giusto (spesso sull'orlo del pre-
cipizio) abbiamo cercato e trovato le alternative.
Mentre scriveva il Candido nel 1758, Voltaire
aveva chiare in mente, nella loro irridente specu-
larità, l'assurdità della natura e l'assurdità delle
191
Imperfezione

umane vicissitudini. Un terremoto devastante di


magnitudo 8,5 della scala Richter aveva raso al
suolo Lisbona proprio il giorno di Ognissanti di_
tre anni prima, a chiese gremite. L'Europa era di-
laniata dalle insensate efferatezze militari, poli-
tiche e religiose della Guerra dei Sette anni e il
mondo era percorso dalle barbarie e dalle sopraf-
fazioni del colonialismo. L'universo non sembra-
va affatto una macchina, e se anche lo fosse sta-
to il macchinista doveva essere presto scappato a
gambe levate. Ma al disordine delle cose umane
e naturali, che due secoli dopo permane manife-
standosi in altre forme, non dovremmo arrenderci.
L'imperfezione che abbiamo narrato fin qui non
è sorella del nichilismo. Non significa che tutto è
frutto del mero caso e che le nostre azioni sono ir-
rilevanti. C'è molto da fare, nel mondo dell'imper-
fezione. Potremmo per esempio trasfigurare il di-
sincanto in ironia, ritagliarci un rifugio, ribellarci
almeno alle imperfezioni umane rimediabili, quel-
le che per ingordigia e vanità di pochi· generano
futilmente ingiustizie e diseguaglianze per molti.
Ma soprattutto "bisogna coltivare il nostro giar-
dino" come Voltaire fa dire due volte a Candido
in chiusura dell'opera. Se per giardino intendiamo
quello terrestre, non lo abbiamo mai fatto e sareb-
be ora di cominciare.
Montaigne scrive: "L'uomo è, invero, un sog-
~etto meravigliosamente vario, vano e oscillante.
E difficile farsene un giudizio stabile e uniforme"
(2013, p. 7). Questa "miserabile e meschina creatu-
192
A conclusione, le leggi del!' imperfezione

ra che non è neppure padrona di se stessa", prose-


gue Montaigne, tocca le corde del comico quando
si crede "padrona e signora dell'universo". E tut-
tavia, non per questo è disprezzabile. La coscienza
dei propri limiti richiede un lungo lavoro, che non
è mai finito. Tra paure e difese, si rischia la fram-
mentazione dell'Io,, la perdita di orientamento, ben
prima di giungere alla serena consapevolezza della
nostra irrilevanza, come singoli esseri temporanea-
mente coscienti, nella grande storia dell'universo.
E prima di trovare, nonostante tutto, motivi di sol-
lievo in questa imperfezione.
Uno fra gli altri. I punti critici, i clinamen dell' e-
voluzione insegnano che il passato in più occasioni
è stato aperto a esiti differenti. Non c'era una stra-
da prefissata. Molti contro-presenti possibili, più
o meno imperfetti del nostro, non si sono realiz-
zati, ma avrebbero potuto. Non vi è allora motivo
per pensare che il futuro sarà diverso. Anch'esso
è aperto, come amava ripetere un grande filosofo
conscio delle imperfezioni e delle potenzialità della
mente umana, Karl Popper. La scienza stessa, se-
condo Peter Medawar, è l'arte del solubile, e come
tale fecondamente imprevedibile. Sta a noi cerca-
re di influenzare gli eventi per avverare un contro-
futuro più desiderabile e umano di quelli, alquan-
to foschi, che ci si prospettano se continueremo a
coltivare le nostre propensioni all'irrazionalità e al
fanatismo. Non facciamoci però prendere da illu-
sioni salvifiche; perché sarà comunque un futuro
imperfetto. Diversamente imperfetto.
193
Imperfezione

Come leggiamo nell'ispirata chiusa dell'Origine


delle specie di Darwin, tutto sommato vi è qualcosa
di grandioso nell'evoluzione, in questa meraviglio-
sa avventura della vita che in tre miliardi e mezzo
di anni ci ha portati dall'ameba a Donald Trunip.

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