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Divorzio 2020: Dal Divorzio Breve alle conseguenze

previdenziali.
Dall'11 dicembre 2014 chi vuole divorziare, separarsi o modificare le condizioni di provvedimenti
precedenti può presentarsi davanti al Sindaco del comune di residenza di uno dei due coniugi,
oppure di quello presso cui è trascritto l’atto di matrimonio. Inoltre, l’assistenza dell’avvocato
diventa facoltativa. Non mancano i vincoli: la legge (n. 132 del 2014), che ha come obiettivo quello
di semplificare la procedura di divorzio e separazione tra due persone, può essere applicata solo a
determinate condizioni.
• Non ci sono figli minori, portatori di handicap grave o economicamente non autosufficienti.
• L'accordo non deve contenere atti con cui si dispone il trasferimento di diritti patrimoniali.

Due procedimenti distinti


La legge fa riferimento a due procedimenti distinti: la negoziazione assistita da avvocati e il
procedimento davanti al Sindaco. Il primo è realizzabile quando i coniugi non hanno sottoscritto
alcun accordo, il secondo quando questo accordo è raggiunto.
Entrambe le procedure valgono quando la separazione o il divorzio sono consensuali.
Negoziazione assistita da avvocati
L’accordo sulla separazione o sul divorzio deve essere scritto dall’avvocato che, dopo averlo fatto
firmare ai coniugi, autentica le loro sottoscrizioni e lo deposita presso il procuratore della
Repubblica del Tribunale competente che, se riconosce che l’accordo non contiene irregolarità,
comunica al legale il via libera al procedimento. Il nullaosta deve essere inviato entro 10 giorni
dall’avvocato al Sindaco del comune in cui il matrimonio (civile o religioso) è stato celebrato. Il
primo cittadino, a distanza di trenta giorni dal ricevimento dell’accordo, invita i coniugi per la
conferma definitiva degli accordi. Se l’ultimo termine non viene rispettato, l’avvocato è sanzionato
da 2.000 euro a 10.000 euro.
Attenzione però. La legge non fissa un termine entro cui il PM deve esprimere il suo parere
sull’accordo: data la loro mole di lavoro è quindi possibile che i tempi non siano così brevi.
Se ci sono figli minori, figli maggiorenni incapaci, portatori di handicap grave o economicamente
non autosufficienti, l’accordo raggiunto dopo la negoziazione assistita deve essere trasmesso, entro
dieci giorni, al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale competente che, quando ritiene che
l’accordo risponde all’interesse dei figli, lo autorizza. In caso contrario lo trasmette, entro cinque
giorni, al Presidente del Tribunale che fissa, entro trenta giorni, la comparizione dei coniugi.
L’accordo autorizzato viene comunicato all’avvocato. La differenza è, nel caso di presenza di figli,
della previsione di termini a carico del PM.
Procedimento davanti al sindaco
I coniugi possono concludere davanti al Sindaco, o del comune di residenza di uno di loro o di
quello presso cui è stato celebrato il matrimonio, un accordo di separazione, divorzio o modifica
delle condizioni dei provvedimenti precedenti. Tutto anche senza l’aiuto di avvocati. Il valore di
questi accordi è uguale a quello dei provvedimenti giudiziali.  In caso di separazione o divorzio, il
sindaco, una volta ricevuto l’accordo e, non prima di 30 giorni dalla ricezione, invita i coniugi a
comparire davanti a lui per la conferma definitiva. L’art. 12, secondo comma della legge n.
162/2014 stabilisce che gli accordi depositati non possono contenere alcun patto di natura
patrimoniale. La circolare n. 6/2015, ha però precisato che l’accordo concluso può contenere la
previsione di un assegno periodico.
Il divorzio breve riduce il tempo della separazione
Con l’entrata in vigore del divorzio breve i termini per proporlo sono stati ridotti a sei mesi, nel
caso in cui sia consensuale, e a un anno in caso di giudiziale. In caso di separazione consensuale,
con negoziazione assistita, il termine parte dal giorno in cui viene depositato l’accordo o nel giorno
in è stato firmato davanti all’ufficiale di stato civile. Invece, in caso di separazione consensuale o
giudiziale davanti al giudice, il termine parte dal momento in cui i coniugi si sono presentati davanti
al Presidente del Tribunale o al suo delegato.
Non sempre per separarsi o divorziare è necessario ricorrere a un legale.
Ci si può rivolgere al Comune senza bisogno di ricorrere agli avvocati, tribunali o giudici.
La procedura, completamente gratuita e abbastanza veloce, consente di ratificare l’accordo
raggiunto dai coniugi, nel caso di divorzio, dagli ex coniugi, direttamente in Comune, davanti
all’ufficiale di stato civile, vale a dire al sindaco o a un suo delegato.
All’esito di questo iter la coppia potrà ottenere la separazione, il divorzio, la cosiddetta “cessazione
degli effetti civili del matrimonio”, o la modifica delle condizioni di separazione o divorzio che
sono state in precedenza fissate da loro stessi o dal giudice.
Procedimento
La coppia che volesse divorziare si deve prima separare.
Tra la separazione e il divorzio ci deve essere un termine minimo di sei mesi, se la separazione sia
avvenuta in modo consensuale, perché i coniugi avevano trovato un accordo sugli aspetti personali
ed economici.
Un anno se la separazione sia stata di tipo “giudiziale”, vale a dire in presenza di un giudizio.
Si può ricorrere al divorzio congiunto in Comune, sia quando la precedente separazione sia
avvenuta in modo consensuale, sia quando sia stata ottenuta a seguito di un giudizio in tribunale,
con la separazione giudiziale.
Le condizioni per potere ottenere la separazione o il divorzio in Comune sono:
L’accordo tra le parti sugli aspetti della separazione o il divorzio, vale a dire, il mantenimento,
l’abitazione della casa, la sorte del contratto di affitto.
L’assenza di figli minorenni o maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave, oppure
economicamente non autosufficienti, non considerando i figli nati da una precedente unione o
matrimonio con altra persona.
L’accordo tra i coniugi non deve contenere patti di trasferimento patrimoniale, vale dire patti che
trasferiscono la proprietà di un determinato bene, mentre sono ammissibili le disposizioni che fanno
sorgere tra i coniugi un rapporto obbligatorio.
L’accordo
L’accordo può prevedere un obbligo di pagare periodicamente una somma di denaro, sia in caso di
separazione consensuale (assegno di mantenimento) sia in caso di richiesta congiunta di divorzio
(assegno divorzile).
La “voltura” del contratto di affitto relativo all’immobile nel quale la coppia viveva durante il
matrimonio.
In caso di procedura per ottenere la modifica delle precedenti condizioni di separazione o divorzio,
l’attribuzione di un assegno di separazione o di divorzio o la sua revoca o la sua revisione in
relazione alla quantità.
Non rappresenta un accordo la previsione del pagamento in una soluzione dell’assegno periodico di
divorzio (liquidazione una tantum).
Il Sindaco o l’ufficiale di stato civile non può giudicare l’ammontare della somma accordata a titolo
di mantenimento o di assegno divorzile, le parti possono stabilire importi molto bassi o alte senza
avere paura del controllo da parte dell’autorità.
Se il Sindaco dovesse negare la richiesta di separazione o divorzio, la stessa può essere impugnata
in tribunale.
La coppia si deve recare in Comune di residenza dei coniugi oppure nel Comune dove è iscritto o
trascritto l’atto di matrimonio, davanti al Sindaco, in qualità di ufficiale dello stato civile.
I coniugi possono fare personalmente.
L’assistenza di un avvocato è facoltativa, mentre la sua presenza deve risultare nell’atto che
contiene l’accordo.
Ognuno dei coniugi, personalmente o assistito da un avvocato, presenta all’ufficiale dello stato
civile, il Sindaco o un suo delegato, una dichiarazione che contiene la sua volontà di separarsi
oppure di fare cessare gli effetti civili del matrimonio o di ottenerne lo scioglimento, secondo le
condizioni concordate.
Allo stesso modo si procede per la modifica delle condizioni di separazione o di divorzio.
Ricevute le dichiarazioni l’ufficiale dello stato civile compila l’atto che contiene l’accordo, lo firma
e lo fa firmare alle parti.
Nei casi di separazione o di divorzio l’iter si compone di due incontri:
Nel primo incontro, l’ufficiale dello stato civile, dopo avere ricevuto le dichiarazioni dei coniugi, li
invita a comparire di fronte a sé, in una successiva data, non prima di trenta giorni dalla ricezione
per la conferma dell’accordo.
La mancata comparizione equivale a mancata conferma dell’accordo.
Si tratta di un diritto di ripensamento dei coniugi che hanno effettuato la dichiarazione di volere
divorziare o separarsi.
Questo ripensamento non si applica per le dichiarazioni di modifica delle condizioni di separazione
e divorzio.
Nel periodo, non inferiore a trenta giorni, tra la data dell’atto e quella fissata per la conferma,
l’ufficio dello stato civile può svolgere i controlli sulle dichiarazioni rese dalle parti.
Nel secondo incontro, il Sindaco, dopo avere ascoltato le dichiarazioni dei due coniugi o degli ex
coniugi, redige l’atto che lo contiene, dando conto, nell’atto stesso, di avere invitato le parti a
comparire nella data alle stesse assegnata.
Non è necessario che la coppia si presenti in Comune con un documento o un accordo scritto perché
lo stesso verrà redatto dall’ufficiale di Stato civile dopo avere ascoltato le dichiarazioni orali delle
parti.
L’ufficiale dello stato civile, dopo la conferma dell’atto da parte degli interessati, ne deve
comunicare l’avvenuta iscrizione nei registri di stato civile alla cancelleria del tribunale presso la
quale sia iscritta la causa di separazione o divorzio, oppure quella del giudice davanti al quale
furono stabilite le condizioni di divorzio o di separazione oggetto di modifica.
L’ufficiale chiede alle parti ogni informazione necessaria per individuare la cancelleria competente
a ricevere la comunicazione.
L’accordo viene annotato negli archivi informatici dello stato civile, sull’atto di nascita di ogni
coniuge e sull’atto di matrimonio, e la procedura è gratuita.
Il Comune potrebbe chiedere il pagamento dei diritti che non superano l’imposta fissa di bollo
prevista per le pubblicazioni di matrimonio.
L’accordo che si conclude davanti all’ufficiale di stato civile produce gli stessi effetti di una
sentenza del giudice.
Le pronunce giurisprudenziali in tema di diritti successori del coniuge superstite ai sensi
dell’articolo 540 del codice civile sono numerose. Diverse e varie sono infatti le circostanze che si
possono delineare all’apertura della successione di una persona coniugata. Queste variano se, ad
esempio, vi sia o meno una residenza familiare, e se la stessa sia o meno di proprietà dei coniugi.
Analizziamo dunque varie fattispecie considerate dal legislatore per vagliarne le conseguenze a cui
sono arrivate dottrina e giurisprudenza.
Diritti di uso ed abitazione del coniuge superstite
Parlando di diritti successori del coniuge, la prima norma che balza senz’altro all’occhio
dell’operatore del diritto è l’articolo 540 del codice civile. L’articolo disciplina, nello specifico la
quota riserva a favore del coniuge. La parte più interessante e controversa della norma è
rappresentata dal secondo comma sui diritti di “uso ed abitazione sulla casa adibita a residenza
familiare“.
Tali diritti successori del coniuge superstite hanno, ad avviso della dottrina e della giurisprudenza
maggioritarie, la natura di un legato ex lege. Il legato ex 540 c.c. sorge soltanto quando l’immobile,
adibito a residenza familiare, sia di proprietà del defunto coniuge, sia in comproprietà o in
comunione legale dei beni col coniuge defunto. Non sarà così nel caso vi sia un regime di
comproprietà con terzi. Il diritto in questione sarà trascritto secondo la disciplina sulla trascrizione
dei legati ai sensi dell’articolo 2648 del codice civile.
Come si calcola la quota ereditaria
La circostanza che tale norma sia posta all’interno del codice, nel capo X fra i diritto dei legittimari,
ha rappresentato motivo di ampi dibattiti dottrinali e giurisprudenziali sulla circostanza che tali
diritti, in caso di successione testamentaria o legittima, siano o meno compresi nella quota ereditaria
spettante al coniuge superstite o debbano piuttosto sommarsi a tale quota.
La Corte Costituzionale, con ordinanza del 5 maggio del 1988 numero 527, analizzando la
questione di costituzionalità inerente all’articolo 581 del codice civile con gli articoli 2 e 29 della
Costituzione, aveva ritenuto che i diritti spettanti al coniuge superstite fossero compresi nella quota
allo stesso spettante in caso di successione testamentaria o legittima. Aveva quindi ritenuto che non
si cumulassero alla legittima. La giurisprudenza e la dottrina più recenti e nettamente prevalenti,
sono invece dell’avviso che tali diritti si sommino alla quota spettante al coniuge. Ciò accadrebbe
sia in caso di successione testamentaria che di successione legittima. Una dirimente sentenza in
questo senso è quella della Corte di Cassazione a Sezioni Unite del 27 febbraio 2013, numero 4847.
La pronuncia in questione è divenuta punto di riferimento in materia.
Per calcolare le spettanze del coniuge superstite, dunque, sarà necessario sottrarre il valore di tali
diritti dall’eredità. Si dovrà calcolare quindi sulla differenza il valore della quota spettante al
coniuge superstite ed agli altri eredi e dunque sommare a tale quota di diritti spettanti al coniuge
superstite ai sensi dell’articolo 540 del codice civile.

I diritti ereditari spettanti al coniuge superstite separato


Altra norma di indubbio rilievo in caso di apertura della successione nell’ambito di un rapporto
matrimoniale è l’articolo 548 del codice civile, che sancisce che il coniuge a cui non sia stata
addebitata la separazione (ad esempio, ad avviso della più recente giurisprudenza di legittimità, in
caso di tradimento) con sentenza passata in giudicato abbia eguali diritti del coniuge.
Lo stesso sarà dunque chiamato all’eredità come se si trattasse di un coniuge non separato. Al
coniuge a cui invece sia stata addebitata la separazione con sentenza passata in giudicato spetterà un
legato di alimenti ex lege, ai sensi del secondo comma dello stesso articolo 548. Ad avviso della
dottrina nettamente maggioritaria la disposizione in esame avrà natura di legato di alimenti ex lege
e quindi di natura mortis causa. La dottrina arriva a tali conclusioni in considerazione della
circostanza che la norma preveda come tale assegno debba essere “commisurato alle sostanze
ereditarie ed alla qualità e al numero degli eredi legittimi”. Lo stesso orientamento non nega in
relazione a dette considerazioni che si tratti anche di un assegno di alimenti.

I diritti successori del coniuge superstite in caso di divorzio


Passando alla disciplina dei diritti del coniuge divorziato, è necessario trovare le fonti normative al
di fuori del codice civile. Le norme in esame sono nella legge 898 del 1970. L’articolo 9-bis di tale
legge disciplina i diritti del coniuge divorziato, o, per meglio dire, atecnicamente, l’ex coniuge. Con
il divorzio infatti cessano gli effetti civili del matrimonio che si scioglie. Viene quindi meno il
preesistente vincolo di coniugio.
L’articolo 9-bis di questa legge disciplina un vero e proprio caso di “vocazione anomala”. L’ex
coniuge non è infatti un legittimario, e non ha nemmeno diritto a quanto previsto in detto articolo
nel caso il defunto abbia corrisposto all’ex coniuge superstite una somma da commisurarsi alla
durata del matrimonio e alle sostanze patrimoniali di entrambi, in un’unica soluzione, come previsto
dall’articolo 5 della stessa legge 898 del 1970.
In difetto di tali presupposti ed in presenza di un diritto alla corresponsione periodica di somme di
danaro in seguito al divorzio da parte del coniuge superstite e a carico del defunto, il coniuge
superstite potrà adire il tribunale affinché venga riconosciuto il diritto ad un assegno periodico fino
a che non contragga nuovo matrimonio. Tale assegno, tuttavia, in caso di accordo con gli eredi,
potrà anche essere corrisposto in un’unica soluzione.
1. Separazione
In caso di separazione occorre distinguere la separazione consensuale, che avviene in caso di
accordo dei coniugi, dalla separazione giudiziale che si ha a seguito di una vera e propria causa
davanti al giudice alla quale si ricorre nell’ipotesi di disaccordo dei coniugi.
Nell’ipotesi di separazione giudiziale si distingue ulteriormente tra separazione senza addebito e
separazione con addebito. Si parla di separazione con addebito nel caso in cui si è fatto ricorso alla
separazione giudiziale e uno dei coniugi ha chiesto e ottenuto l’addebito della separazione all’altro
coniuge. La richiesta di addebito può farsi solo ove ricorrano i presupposti previsti dalla legge [1] e
cioè: il coniuge al quale si chiede l’addebito della separazione deve aver tenuto un comportamento
contrario ai doveri che derivano dal matrimonio (es. infedeltà coniugale, maltrattamenti, abbandono
ingiustificato della casa coniugale); tale comportamento deve aver provocato l’intollerabilità della
convivenza per il coniuge che ha richiesto l’addebito; deve essere accertato un nesso di causalità tra
i due suddetti presupposti.

1.1. Separazione consensuale e separazione giudiziale senza addebito


Orbene, nel caso di separazione consensuale o separazione giudiziale senza addebito il coniuge
superstite ha gli stessi diritti successori del coniuge non separato, quindi ha diritto: – all’intera
eredità se non concorre con altri successibili [2]; – alla metà dell’eredità se alla successione
concorre un solo figlio [3]; – ad un terzo dell’eredità se concorre alla successione con più figli [4],
ad essi sono equiparati i figli adottivi [5]; – ai due terzi dell’eredità se concorre con gli ascendenti o
con fratelli e sorelle del coniuge defunto [6].
Al coniuge superstite sono riservati, inoltre, i diritti di abitazione sulla casa familiare e di uso sui
mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o di entrambi i coniugi, purché ne sussistano i
presupposti.

1.2. Separazione giudiziale con addebito


Nell’ipotesi, invece, di separazione giudiziale con addebito, pronunciata con sentenza passata in
giudicato: il coniuge a cui non è stata addebitata la separazione ha gli stessi diritti di successione del
coniuge non separato (v. sopra); il coniuge a cui è stata addebitata la separazione è escluso dalla
successione e ha solo diritto ad un assegno vitalizio se al momento dell’apertura della successione
godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto. L’importo dell’assegno viene determinato in
base alle sostanze ereditarie e alla qualità e al numero degli eredi legittimi, in ogni caso non può
essere superiore all’ammontare della prestazione alimentare goduta. Tale disciplina si applica anche
nel caso in cui la separazione sia stata addebitata ad entrambi i coniugi.

1.3. TFR e pensione di reversibilità


Nel caso di coniugi separati il TFR (trattamento di fine rapporto) e la pensione di reversibilità
dell’ex coniuge defunto sono dovuti al coniuge superstite anche se la separazione sia stata a lui
addebitata, purché gli sia stato riconosciuto il diritto all’assegno vitalizio.
In particolare: – il TFR maturato dal lavoratore defunto, spetta al coniuge – anche separato – in
concorso con i figli e i parenti entro il terzo grado (e affini entro il secondo grado) se conviventi con
il lavoratore defunto; – la pensione di reversibilità spetta al coniuge superstite, ancorché separato.
Oltre al coniuge è bene ricordare che ne hanno diritto anche i figli che alla data del decesso siano
minori di 18 anni oppure studenti fino al compimento dei 21 anni se frequentano la scuola media
superiore o professionale o fino al compimento dei 26 anni se frequentano corsi universitari (nei
limiti della durata del corso legale di studio), purché siano a carico del genitore al momento del
decesso e non prestino attività lavorativa retribuita. Nel caso di figli inabili, essi hanno diritto alla
pensione di reversibilità del genitore defunto a prescindere dall’età.
Nel caso in cui il defunto abbia contratto più matrimoni, la pensione di reversibilità deve essere
ripartita tra i coniugi superstiti; il giudice, su richiesta delle parti, stabilirà la ripartizione basandosi
soprattutto sulla durata dei matrimoni ma vi è la possibilità di dare rilievo anche ad altri elementi
che possono emergere nelle singole fattispecie come – ad esempio – lo stato di bisogno di una parte.
In ogni caso il diritto alla pensione di reversibilità cessa per il coniuge separato superstite che
contragga nuovo matrimonio.
è opportuno ricordare, infine, che il TFR del lavoratore defunto e la pensione di reversibilità
spettano agli eredi che ne hanno diritto anche se questi hanno rinunciato all’eredità.

2. Divorzio
La pronuncia di scioglimento del matrimonio civile o di cessazione degli effetti civili del
matrimonio religioso comporta, per il coniuge c.d. divorziato, la perdita del diritto di partecipare
alla successione dell’ex coniuge.
Tuttavia, la legge sul divorzio [7] attribuisce al coniuge divorziato il diritto ad un assegno periodico
a carico dell’eredità nell’ipotesi in cui si trovi in uno stato di bisogno e godesse dell’assegno
divorzile al momento dell’apertura della successione.
Dalla disposizione suddetta si ricavano i presupposti che devono necessariamente sussistere
affinché sorga il diritto in esame e precisamente: il coniuge divorziato superstite deve essere titolare
del diritto all’assegno divorzile [8]; che l’assegno divorzile non sia stato corrisposto in unica
soluzione, in quanto ciò esclude la sopravvivenza, in capo al coniuge beneficiario, di qualsiasi
ulteriore diritto nei confronti dell’altro coniuge; che sopraggiunga la morte dell’ex coniuge
obbligato alla corresponsione dell’assegno divorzile; che il coniuge divorziato superstite versi in
stato di bisogno, cioè non abbia le risorse economiche occorrenti per soddisfare le essenziali e
primarie esigenze di vita.
Solo in presenza di questi presupposti, il Tribunale – su richiesta del coniuge divorziato superstite –
può stabilire in suo favore un assegno periodico a carico dell’eredità tenendo conto dei seguenti
fattori: l’importo dell’assegno divorzile che percepiva quando l’ex coniuge era in vita (tale importo,
infatti, rappresenta il limite massimo dell’assegno da attribuire), l’entità del bisogno, l’eventuale
pensione di reversibilità, le sostanze ereditarie, il numero e la qualità degli eredi e le loro condizioni
economiche.
La corresponsione dell’assegno può avvenire anche in un’unica soluzione in caso di accordo fra
l’avente diritto e i soggetti obbligati.
Il diritto all’assegno divorzile viene meno se il beneficiario passa a nuove nozze o viene meno il suo
stato di bisogno; l’assegno può essere nuovamente attribuito nel caso in cui risorga lo stato di
bisogno.

2.1. TFR e pensione di reversibilità


Il coniuge divorziato superstite ha il diritto di percepire una quota del TFR dell’ex coniuge, anche
se l’indennità viene a maturare dopo al sentenza di divorzio, se presenta i seguenti requisiti:
1. è titolare di assegno divorzile e non lo ha ricevuto in un’unica soluzione;
2. non è passato a nuove nozze.
Al ricorrere di tali presupposti al coniuge divorziato superstite spetta il 40% dell’indennità totale
riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio [9]. In altre parole
l’indennità dovuta deve computarsi calcolando il 40% dell’indennità totale percepita alla fine del
rapporto di lavoro, con riferimento agli anni in cui il rapporto di lavoro coincise con il matrimonio;
tale risultato si ottiene dividendo l’indennità percepita per il numero degli anni di durata del
rapporto di lavoro, moltiplicando il risultato per il numero degli anni in cui il rapporto di lavoro sia
coinciso con il rapporto matrimoniale e calcolando il 40% su tale importo.
Per quanto riguarda, invece, la pensione di reversibilità, essa spetta al coniuge divorziato superstite
solo se ricorrono le seguenti 3 condizioni:
1. il coniuge superstite è titolare di assegno divorzile e non lo ha ricevuto in un’unica
soluzione;
2. il coniuge superstite non è passato a nuove nozze;
3. il rapporto di lavoro dal quale ha origine il trattamento pensionistico deve essere anteriore
alla sentenza di divorzio.
Qualora l’ex coniuge defunto non abbia contratto nuove nozze, il coniuge divorziato superstite che
presenti i suddetti requisiti avrà diritto all’intera pensione di reversibilità e ad una quota di TFR
calcolata con i criteri sopraindicati.
Differente è l’ipotesi in cui l’ex coniuge defunto si sia risposato e vi sia uno o più coniugi successivi
aventi diritto anch’essi alla reversibilità e al TFR; in tal caso, il coniuge divorziato superstite avrà
diritto ad una quota della reversibilità e del TFR che sarà determinata dal Tribunale tenendo conto,
anzitutto, della durata dei rispettivi matrimoni (comprensiva del periodo di separazione) e poi anche
dell’eventuale periodo di convivenza prematrimoniale, dell’ammontare dell’assegno goduto dal
coniuge divorziato prima del decesso dell’ex coniuge, delle condizioni economiche di ciascun
coniuge, nonché di ogni altro elemento che venga in rilievo nel caso di specie.

[1] Art. 151 cod. civ.


[2] Art. 583 cod. civ.
[3] Art. 581 cod. civ.
[4] Art. 581 cod. civ.
[5] Art. 567 cod. civ.
[6] Art. 582 cod. civ.
[7] Art. 9 bis legge n. 898 del 1970
[8] Art. 5, comma 6, legge n. 898 del 1970
[9] Art. 12 bis legge n. 898 del 1970
________________________________________________________________________________
Il coniuge del defunto è uno dei soggetti ai quali il legislatore, per ovvie ragioni, accorda le più forti
tutele. Egli, oltretutto, rientra tra gli eredi legittimari, ai quali è riservata per legge una determinata
quota del patrimonio del de cuius.

Successione in caso di separazione senza addebito


Se vi è stata separazione senza addebito, il coniuge e l'ex coniuge sono praticamente equiparati.
Gli articoli 585 e 548 del codice civile dispongono, infatti, che il coniuge, cui non è stata addebitata
la separazione con sentenza passata in giudicato, gode degli stessi diritti successori del coniuge non
separato. Il che in altre parole vuol dire che sia il coniuge separato senza addebito che il coniuge
separato con addebito sancito da una sentenza non ancora passata in giudicato godono degli stessi
diritti successori del coniuge non separato.
Si ritiene, inoltre, che il coniuge separato senza addebito goda ancora del legato ex lege di cui
all'art. 540 secondo comma c.c.: in linea di principio gli spettano i diritti di abitazione della casa
adibita a residenza familiare e di uso dei mobili che la corredano, se di proprietà del coniuge
defunto o comuni.
Su quali quote gravano di diritti di abitazione e uso
Il legislatore ha previsto che tali diritti gravino sulla quota disponibile e, da tale assunto, in dottrina
e in giurisprudenza si è aperto un acceso dibattito in quanto l'articolo in commento si riferisce alla
successione testamentaria e non alla successione legittima. Alcuni autori sostengono che, nella
successione legittima, tali diritti compongano la quota del coniuge (e, conseguentemente, non
debbano essere sommati alla quota del coniuge) mentre altra opinione ritiene che, come nelle
successioni testamentarie, la quota debba gravare sulla disponibile. La Suprema Corte, nella
sentenza a SS.UU. 27.02.2013, n. 4847 ha enunciato che i diritti vengono attribuiti nella
successione legittima "in aggiunta alla quota (…) spettante ai sensi degli art. 581 e 582 c.c." in
quanto la norma mira a tutelare l'interesse, del coniuge, alla continuazione della permanenza nella
casa adibita a residenza familiare.

Successione in caso di separazione con addebito


Diversamente, se la separazione è stata addebitata con sentenza passata in giudicato, il coniuge
superstite è ammesso a fruire dell'assegno vitalizio solo se, al momento dell'apertura della
successione, godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto.
La natura giuridica di tale assegno, dibattuta in dottrina, non è priva di conseguenze: se si
qualificasse l'assegno quale legato ex lege o diritto di riserva, sarebbe consequenziale definire il
coniuge separato con addebito un legittimario, con la conseguenza che egli dovrebbe imputare
eventuali donazioni ricevute dal de cuius e dovrebbe agire con l'azione di riduzione per il
pagamento dell'assegno da parte dei coeredi. Diversamente, se si qualificasse l'assegno vitalizio
come un diritto di credito a carico dell'eredità, il coniuge separato con addebito dovrebbe agire con
decreto ingiuntivo, come un qualsiasi creditore dell'eredità.
Successione in caso di divorzio
Solamente a seguito del divorzio, essendoci la cessazione degli effetti civili del matrimonio, i
coniugi perdono tutti i diritti successori e il patrimonio del de cuius viene devoluto integralmente a
favore degli altri eredi.
Tuttavia, se il coniuge divorziato superstite versa in stato di bisogno ed era titolare di un assegno
divorzile, previo ricorso al Tribunale, potrà vedersi riconosciuto un assegno alimentare posto a
carico dell'eredità.
Il coniuge divorziato, poi, può anche avere diritto alla pensione di reversibilità dell'ex se era già
titolare di un assegno di divorzio, se non si è risposato e se il rapporto di lavoro dell'ex defunto si
era svolto in data anteriore alla sentenza di divorzio.

Il coniuge divorziato ha dei diritti successori a seguito del decesso dell’ex?


Con la pronuncia di scioglimento e cessazione degli effetti civili del matrimonio, il soggetto
divorziato perde la qualità di legittimario riconosciuta dal codice civile al coniuge superstite anche
nei casi di intervenuta separazione personale[1].
Pertanto, salvo che non sussista un’espressa volontà testamentaria, nessuna pretesa potrà essere
vantata sul patrimonio dell’ex coniuge a seguito di divorzio.
Ma nel nostro ordinamento si rinvengono due norme che attribuiscono particolari diritti ai soggetti
divorziati scaturenti proprio dall’evento morte degli ex consorti. Si tratta degli artt. 9 e 9 bis della
legge 868/1970 e succ. mod..

–L’assegno periodico a carico dell’eredità


L’art. 9 bis della legge sul divorzio prevede che al coniuge divorziato possa essere attribuito il
diritto a percepire un assegno periodico a carico dell’eredità. Il riconoscimento non è automatico. È
necessaria la verifica del tribunale della sussistenza di un effettivo stato di bisogno, che deve essere
altresì valutato in correlazione ad altri fattori, tra i quali l’entità dell’asse ereditario, la qualità e le
condizioni economiche degli eredi.
Presupposto imprescindibile è che il predetto soggetto abbia percepito o percepisca l’assegno di
divorzio, essendo espressamente escluso nei casi in cui l’assegno sia stato versato in un’unica
soluzione ai sensi dell’art. 5, comma 8, l. 868/1970.[2]

–La pensione di reversibilità


Il medesimo presupposto della titolarità dell’assegno divorzile è richiesto anche per il
riconoscimento dell’ulteriore diritto sancito dall’art. 9, commi 2 e 3, della legge sul divorzio: il
diritto a percepire la pensione di reversibilità o quota della stessa in concorso con un eventuale
coniuge superstite. E proprio tale requisito è stato oggetto di contrasti giurisprudenziali, risolti dalle
Sezioni Unite con la recente pronuncia n. 22434/2018[3].
Ma analizziamo preliminarmente il suddetto diritto.
Abbiamo spesso analizzato le scelte del legislatore in tema di regolamento dei rapporti patrimoniali
a seguito dello scioglimento del vincolo matrimoniale, le quali, in attuazione del principio di
solidarietà, tendono a riconoscere all’ex coniuge debole un sostentamento economico.
Sostentamento che può prorogarsi anche dopo la morte del dante causa, non solo con la possibilità
di ottenere il sopra indicato assegno a carico dell’eredità, ma anche con la previsione espressa del
diritto alla pensione di reversibilità.
Occorre evidenziare che il diritto sussiste, anche in caso di concorso con il diritto di altri soggetti,
ma solo se:
• il rapporto previdenziale era già esistente in epoca anteriore alla sentenza di divorzio;
• il richiedente non abbia contratto nuove nozze e, come indicato;
• sia titolare dell’assegno di divorzio.
Problemi applicativi, abbiamo evidenziato, sono insorti proprio relativamente all’interpretazione
della lettera della norma indica appunto la titolarità dell’assegno quale presupposto per il
riconoscimento della pensione, ed in particolare se la stessa debba essere attuale o possa ritenersi
sussistente anche in caso di erogazione una tantum.
Se da un lato è stato chiarito che il diritto all’assegno di divorzio e quello alla pensione di
reversibilità non sono assimilabili, avendo il secondo natura previdenziale[4], dall’altro ne è stata
riconosciuta la medesima funzione solidaristica. “La funzione assolta dalla pensione di reversibilità
è di tipo solidaristico, sia nei confronti del coniuge superstite[…], sia nei confronti dell’ex coniuge,
il quale, avendo diritto a ricevere dal titolare diretto della pensione mezzi necessari per il proprio
adeguato sostentamento, vede riconosciuta, per un verso, la continuità di questo sostegno e, per
altro verso, la conservazione di un diritto, quello alla reversibilità di un trattamento pensionistico
geneticamente collegato al periodo in cui sussisteva il rapporto coniugale”[5].
Tale impostazione ha avuto quale conseguenza che nei casi in cui il coniuge divorziato avesse scelto
di percepire l’assegno di divorzio in un’unica soluzione, non si vedeva riconoscere il diritto a
percepire il trattamento pensionistico di reversibilità, in considerazione del fatto che la liquidazione
una tantum assolve pienamente alla funzione di sostegno richiesta al momento dello scioglimento
del matrimonio, escludendo ulteriori domande economiche (ex art. 5, cfr. nota 2).
Tale impostazione è stata però contestata da un difforme orientamento, che basandosi sulla natura
prettamente previdenziale del diritto alla reversibilità ne ha affermato la totale autonomia rispetto
alla modalità di erogazione (periodica o in unica soluzione) dell’assegno di divorzio, e ciò anche per
evitare disparità di trattamento tra soggetti che comunque sono stati riconosciuti titolari del
medesimo diritto.
Tale corrente della Suprema Corte ha infatti affermato che “è quindi certo il riconoscimento
giudiziale della titolarità dell’assegno, elevato dalla norma invocata a presupposto per
l’attribuzione di una quota della pensione di reversibilità; mentre resta irrilevante, ai fini che qui
interessano, la modalità solutoria del debito, una tantum, espressamente consentita dallo stesso
art. 5, ottavo comma, legge n. 898/1970, in via alternativa all’ordinaria corresponsione
periodica”[6].
I contrasti esistenti hanno pertanto indotto i Giudici della Prima Sezione a richiedere l’intervento
delle Sezioni Unite.[7]
Gli Ermellini, nell’analisi della questione, hanno dato maggior rilievo alla funzione della pensione
di reversibilità volta a sopperire la perdita che l’ex coniuge subisce con il decesso del soggetto che,
con l’erogazione periodica dell’assegno divorzile, apportava un concreto sostegno economico.
Viene affermato che “se la finalità del legislatore è quella di sovvenire a una situazione di deficit
economico derivante dalla morte dell’avente diritto alla pensione, l’indice per riconoscere
l’operatività in concreto di tale finalità è quello della attualità della contribuzione economica
venuta a mancare; attualità che si presume per il coniuge superstite e che non può essere attestata
che dalla titolarità dell’assegno, intesa come fruizione attuale di una somma versata
periodicamente all’ex coniuge come contributo al suo mantenimento”.
Secondo il nuovo principio fissato, per l’esistenza ed il riconoscimento del diritto al trattamento
pensionistico in parola, è necessaria la sussistenza della contribuzione dell’assegno divorzile al
momento della morte dell’ex coniuge dante causa.
In base alla lettura operata dalla Corte la “titolarità”, richiesta dall’art. 9 per l’attribuzione del
diritto alla pensione di reversibilità, “presuppone sempre la concreta e attuale fruibilità ed
esercitabilità del diritto di cui si è titolari”.
Da ultimo la pronuncia ribadisce la natura previdenziale della reversibilità, che non può essere
considerata una continuazione post mortem dell’assegno erogato in vita, ma afferma che sono
uguali le finalità sottese ai due distinti diritti (assegno divorzile e assegno pensionistico): il
sostentamento economico del soggetto beneficiario.
Il percorso ermeneutico dei giudici porta pertanto ad escludere l’esistenza del diritto alla pensione
di reversibilità in capo al coniuge divorziato che abbia visto interamente soddisfatto il suo diritto
all’assegno divorzile, in quanto con il percepimento dello stesso in unica soluzione si esaurisce la
relativa titolarità, e nessuna altra richiesta economica può essere successivamente formulata e/o
soddisfatta.

[1] Gli artt. 548 e 585 cod. civ. regolano espressamente la riserva e la successione del coniuge a seguito di separazione
definitiva:
Art. 548. Riserva a favore del coniuge separato. – Il coniuge cui non è stata addebitata la separazione con sentenza
passata in giudicato, ai sensi del secondo comma dell’articolo 151, ha gli stessi diritti successori del coniuge non
separato.
Il coniuge cui è stata addebitata la separazione con sentenza passata in giudicato ha diritto soltanto ad un assegno
vitalizio se al momento dell’apertura della successione godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto. L’assegno
è commisurato alle sostanze ereditarie e alla qualità e al numero degli eredi legittimi, e non è comunque di entità
superiore a quella della prestazione alimentare goduta. La medesima disposizione si applica nel caso in cui la
separazione sia stata addebitata ad entrambi i coniugi.
Art. 585.Successione del coniuge separato-Il coniuge cui non è stata addebitata la separazione con sentenza passata
in giudicato ha gli stessi diritti successori del coniuge non separato.
Nel caso in cui al coniuge sia stata addebitata la separazione con sentenza passata in giudicato, si applicano le
disposizioni del secondo comma dell’articolo 548.
[2] Art. 5, comma 8, L. 898/1970 – “Su accordo delle parti la corresponsione può avvenire in unica soluzione ove
questa sia ritenuta equa dal tribunale. In tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto
economico.”
[3] Cassazione Civile, Sez. Un., sentenza n. 22434 del 24.09.2018.
[4] Cassazione Civile, Sez. Un., sentenza n. 159/1998
[5] Corte Costituzionale, sentenza n. 419/1999.
[6] Ex multis: Cass. Civ., Sez. I, sent. n. 16744/2011; Cass. Civ., Sez. I, sent. n. 13108/2010; : Cass. Civ., Sez. I, sent.
n.21002/2008.
[7] Cass. Civ., Sez. I, ordinanza interlocutoria n. 11453/2017.