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Sovraindebitamento e legge 3 del 27 marzo 2012

Per sovraindebitamento si intende «lo stato di crisi o di insolvenza del consumatore, del
professionista, dell'imprenditore minore, dell'imprenditore agricolo, delle start-up innovative […] e
di ogni altro debitore non assoggettabile alla liquidazione giudiziale ovvero a liquidazione coatta
amministrativa o ad altre procedure liquidatorie previste dal codice civile o da leggi speciali per il
caso di crisi o insolvenza» (art. 2 lett. c) d.lgs. 14/2019).
Il piano di ristrutturazione dei debiti del consumatore rientra tra le procedure di composizione della
crisi, unitamente al concordato minore ed alla liquidazione concordata. Il piano si applica al
consumatore che si trovi in uno stato di sovraindebitamento, ossia versi in una situazione di crisi o
di insolvenza. Il nuovo Codice della Crisi d’Impresa ne estende l’applicazione, a talune condizioni,
ai membri della stessa famiglia ed ai soci illimitatamente responsabili di alcune compagini sociali.
Si tratta di uno strumento volto a favorire l’esdebitazione dei cosiddetti “insolventi civili”, vale a
dire dei soggetti che non ricoprono la qualifica di imprenditore e, pertanto, non sono fallibili. Il
piano di ristrutturazione agevola il consumatore, perché non è richiesta l’approvazione dei creditori
ai fini dell’omologazione; inoltre, i crediti che non possono essere soddisfatti – se il piano viene
approvato – diventano inesigibili. La ratio della disciplina novellata – come si legge nella relazione
illustrativa – consiste nel favorire il debitore, per consentirgli «nuove opportunità nel mondo del
lavoro, liberandolo da un peso che rischia di divenire insostenibile e di precludergli ogni prospettiva
futura».
Premessa
Il Codice della Crisi d'Impresa e dell'Insolvenza (decreto legislativo 12 gennaio 2019, n. 14) è
stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 38 del 14 febbraio 2019 - Supplemento Ordinario n. 6.
La nuova disciplina che, tra gli altri istituti, si occupa anche del sovraindebitamento, entrerà in
vigore nell’agosto del 2020, ossia decorsi diciotto mesi dalla data della sua pubblicazione in G.U,
come previsto dall’art. 389 d.lgs. 14/2019. Pertanto, attualmente, trovano ancora applicazione le
regole sulla composizione delle crisi da sovraindebitamento, contenute nella legge n. 3 del
2012. Le uniche norme già entrate in vigore sono gli articoli 27, c. 1 (competenza per materia e
territorio), 350 (modifiche all’amministrazione straordinaria), 356 (albo degli incaricati della
gestione delle procedure), 357 (funzionamento dell’albo), 359 (area web riservata), 363
(certificazione dei debiti contributivi e premi assicurativi), 364 (certificazione debiti tributari), 366
(modifica al TU sulle spese di giustizia), 375, 377, 378, 379 (modifiche al codice civile), 385, 386,
387 e 388 (modifiche in materia di garanzie per gli acquirenti di immobili da costruire).
1. Definizione
Il Codice della Crisi d’Impresa (CCI) definisce il sovraindebitamento come «lo stato di crisi o
di insolvenza del consumatore, del professionista, dell'imprenditore minore, dell'imprenditore
agricolo, delle start-up innovative […] e di ogni altro debitore non assoggettabile alla liquidazione
giudiziale ovvero a liquidazione coatta amministrativa o ad altre procedure liquidatorie previste dal
codice civile o da leggi speciali per il caso di crisi o insolvenza» (art. 2 lett. c) d.lgs. 14/2019).
Come anticipato, il legislatore era già intervenuto in materia, allestendo degli strumenti per
l’esdebitazione dei cosiddetti “insolventi civili”. In buona sostanza, si tratta di soggetti che non
ricoprono la qualifica di imprenditore e, pertanto, non sono sottoposti alle ordinarie procedure
fallimentari. Gli strumenti predisposti dalla legge 3/2012 non hanno trovato frequente applicazione
nella prassi, a causa dei costi e del complesso iter da seguire, per questo il Codice della Crisi
d’Impresa li ha ripensati e snelliti.
In caso di sovraindebitamento, i soggetti non passibili di liquidazione giudiziale possono ricorrere a
tre procedure:
• il piano di ristrutturazione dei debiti (artt. 67-73), riservato al consumatore (sostituisce il
“piano del consumatore”);
• il concordato minore (artt. 74-83), rivolto al professionista, all’imprenditore minore,
all’imprenditore agricolo e alle start-up innovative (sostituisce “l’accordo di composizione
della crisi);
• la liquidazione controllata del debitore (artt. 268-277) rivolta alle categorie di soggetti
sopraindicati (sostituisce la “liquidazione del patrimonio”).
Anche l’art. 480 c.p.c., dedicato alla forma dell’atto di precetto, prevede l’avvertimento per il
debitore della facoltà di porre rimedio al sovraindebitamento ricorrendo all’accordo di
composizione della crisi (ora concordato minore) o al piano del consumatore (adesso piano di
ristrutturazione dei debiti).

2. Ambito soggettivo di applicazione


Il piano di ristrutturazione dei debiti, rientrante nelle procedure di composizione delle crisi da
sovraindebitamento, si applica al
• consumatore, ossia «la persona fisica che agisce per scopi estranei all'attività
imprenditoriale, commerciale, artigiana o professionale eventualmente svolta, anche se socia
di una s.n.c., s.a.s. o di una s.a.p.a. per i debiti estranei a quelli sociali» (art. 2 lett. e, d. lgs.
14/2019).
Una delle novità introdotte dal Codice della Crisi d’Impresa consiste nell’estensione della procedura
di cui trattasi anche ai familiari. L’art. 66 d.lgs. 14/2019, infatti, cita “i membri della stessa
famiglia” con ciò intendendo:
• il coniuge,
• i parenti entro il quarto grado,
• gli affini entro il secondo,
• le parti dell'unione civile,
• i conviventi di fatto.
Per completezza espositiva, si ricorda che:
• per parti di un’unione civile s’intendono due persone maggiorenni dello stesso sesso che
abbiano contratto un’unione civile mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato
civile e alla presenza di due testimoni (art. 1 c. 2 legge 76/2016);
• per conviventi di fatto s’intendono due persone maggiorenni unite stabilmente da legami
affettivi di coppia e di reciproca assistenza materiale, non legate da rapporti di parentela,
affinità, coniugio o da un’unione civile (art. 1 c. 36 legge 76/2016).
La definizione di consumatore è più ampia rispetto a quella contenuta nella legge 3/2012 (art. 6 c. 2
lett.b), infatti, riguarda anche i soci illimitatamente responsabili di:
• società in nome collettivo (s.n.c.);
• società in accomandita semplice (s.a.s.);
• società in accomandita per azioni (s.a.p.a.).
Il CCI equipara al consumatore i soci delle compagini sociali suindicate, purché si tratti di debiti
estranei a quelli sociali (art. 2 lett. e, d.lgs. 14/2019); inoltre, la procedura non deve recare
pregiudizio ai creditori sociali.
In buona sostanza, il socio di una s.n.c., l’accomandatario di una s.a.s. e di una s.a.p.a.,
l’accomandante che si sia ingerito nell’amministrazione possono accedere alle procedure di
sovraindebitamento, con un solo limite: non pregiudicare i diritti dei creditori sociali, ad esempio,
destinando il patrimonio al soddisfacimento dei soli creditori personali, a nocumento dei primi. Per
completezza, si ricorda che la giurisprudenza formatasi durante la vigenza della legge 3/2012
riteneva che il piano del consumatore non potesse applicarsi ai soci illimitatamente responsabili di
una società di persone, in quanto assoggettabili a fallimento (Trib. Milano 18 agosto 2016) [1]. La
nuova disciplina, invece, li annovera espressamente tra i soggetti che possono proporre il piano di
ristrutturazione nei limiti suindicati e risolve in tal senso il dubbio interpretativo che era sorto in
passato.
Inoltre, è previsto espressamente che la procedura estenda i propri effetti anche nei confronti
dei soci illimitatamente responsabili (art. 65 c. 4 d.lgs. 14/2019). Anche questa è una novità
rispetto alla disciplina precedente, ove si escludeva l’estensione della procedura. Il CCI risolve
anche questo problema, in quanto ammette l’applicazione degli effetti della procedura, che
coinvolge la società, anche al socio.
Infine, i compiti del commissario giudiziale o del liquidatore sono svolti dall’organismo di
composizione della crisi; la nomina dell’attestatore è facoltativa (art. 65 c. 4 d.lgs. 14/2019).
Il procedimento della ristrutturazione dei debiti è contenuto negli artt. 65-77; si tratta di una
disciplina più snella rispetto al procedimento unitario (art. 44 ss.); pertanto, il rinvio alle norme
generali dettate dal Codice della Crisi d’Impresa è previsto nei soli limiti di compatibilità (art. 65 c.
2 d.lgs. 14/2019).

3. Le procedure familiari
Le procedure familiari rappresentano una delle novità introdotte dal CCI.
Trovano la loro collocazione nell’art. 66, posto nel Capo II, Sezione I, rubricata “disposizioni di
carattere generale” e sono applicabili alle procedure di composizione delle crisi da
sovraindebitamento. Ut supra ricordato, infatti, l’ambito soggettivo di applicazione delle procedure
di risoluzione della crisi è caratterizzato dalla presenza dei membri della stessa famiglia. È
inevitabile, infatti, che la crisi di un familiare influenzi negativamente l’intero nucleo, così viene
data al debitore la possibilità di presentare un unico progetto di risoluzione della crisi, se si
avverano due condizioni:
1. quando i membri della famiglia siano conviventi;
2. quando il sovraindebitamento abbia un’origine comune, (si pensi al classico caso di una
situazione debitoria derivante da una successione ereditaria).
Il favor del legislatore per la predisposizione di un unico piano si evince anche dalla seguente
circostanza: in caso di più richieste, proposte da membri dello stesso nucleo familiare, il giudice
previamente adito – individuato come competente – deve adottare i provvedimenti necessari per
assicurare il coordinamento delle procedure collegate (art. 66 c. 4 d.lgs. 14/2019).
Quando uno dei debitori non risulti essere consumatore, si applica la disciplina del concordato
minore (artt. 74-83), giacché si tratta di una procedura che tutela maggiormente i creditori, dal
momento che è richiesta la loro approvazione, invece non prevista nel piano di ristrutturazione.
Nonostante la trattazione unitaria della situazione di crisi, la norma specifica che le masse attive e
passive, pur coinvolte nello stesso piano, rimangono distinte (art. 66 c. 3 d.lgs. 14/2019). In buona
sostanza, si tratta dell’applicazione del più generale principio della responsabilità patrimoniale
personale, in forza del quale il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i
suoi beni, presenti e futuri (art. 2740 c.c.). La separazione delle masse vuole evitare che porzioni
del patrimonio di uno dei familiari siano destinate al pagamento dei debiti degli altri e viceversa,
con chiara violazione del disposto dell’art. 2740 c.c.
I costi della procedura, come la corresponsione del compenso all’organismo di composizione della
crisi, sono ripartiti tra i membri della famiglia proporzionalmente all’entità dei debiti di ciascuno
(art. 66 c. 4 d.lgs. 14/2019).
4. Procedura di ristrutturazione dei debiti
Il piano di ristrutturazione dei debiti si applica al consumatore che si trovi in uno stato di
sovraindebitamento, ossia versi in una situazione di crisi o di insolvenza. Sono tali lo stato di
difficoltà economico-finanziaria che rende probabile l’insolvenza del debitore e si manifesta con
l’incapacità di far fronte regolarmente alle obbligazioni pianificate (crisi) ovvero lo stato che si
manifesta con inadempimenti od altri fatti esteriori, i quali dimostrino che il debitore non è più in
grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni (insolvenza). Inoltre, come vedremo, la
legge richiede che il debitore sia meritevole, ossia che non abbia determinato il
sovraindebitamento per colpa grave o dolo (art. 69 c. 1 d.lgs. 14/2019).
Riassumendo, il piano di ristrutturazione si applica al consumatore (e ai membri della famiglia) che
sia:
• sovraindebitato,
• meritevole.
Il consumatore può sottoporre ai creditori un piano di ristrutturazione dei debiti con le indicazioni di
tempi e modi per il superamento della crisi. La proposta viene redatta con l’ausilio di un Organismo
di composizione della crisi (OCC) ha contenuto libero, fatta salva l’indicazione dell’elenco di (art.
67 c. 2):
a. tutti i creditori con l’indicazione
◦ delle somme dovute;
◦ delle cause di prelazione;
b. la consistenza e la composizione del patrimonio del debitore;
c. gli atti di straordinaria amministrazione compiuti negli ultimi 5 anni;
d. le dichiarazioni dei redditi degli ultimi 3 anni;
e. gli stipendi, le pensioni, i salari e tutte le altre entrate del debitore e del suo nucleo familiare,
con l'indicazione di quanto occorre al mantenimento della sua famiglia.
Il Codice della Crisi d’Impresa non richiede all’OCC l’attestazione di fattibilità, presente nella
legge 3/2012.
La proposta può contenere il soddisfacimento parziale dei crediti, in qualsiasi forma. È altresì
possibile la falcidia e la ristrutturazione dei debiti contratti per finanziamenti:
• con la cessione del quinto dello stipendio;
• del TFR;
• della pensione;
• delle operazioni di prestito su pegno.
Anche l’indicazione di questa tipologia di debiti rappresenta una novità rispetto alla disciplina
precedente. Infatti, nel silenzio della legge, la giurisprudenza risultava divisa circa la possibilità di
poter “ristrutturare” debiti derivanti, ad esempio, dalla cessione del quinto dello stipendio (pro Trib.
Pistoia 27 dicembre 2013; contra Trib. Torino 30 settembre 2015). La “falcidia” di questa tipologia
di debiti consente la liberazione di risorse a vantaggio di tutti i creditori, favorendo la
ristrutturazione della situazione debitoria.
Un’altra importante novità è rappresentata dalla sottrazione alle regole del concorso per il
rimborso delle rate a scadere del mutuo garantito da ipoteca iscritta sull’abitazione principale
(art. 67 c. 5 d.lgs. 14/2019). Infatti, nel tempo, v’era stato un contrasto giurisprudenziale sul punto,
così il legislatore ha espressamente chiarito che il debitore possa provvedere al rimborso della rata
del mutuo ipotecario, alla scadenza convenuta a patto che, al momento del deposito della domanda,
egli:
• abbia adempiuto alle proprie obbligazioni, ovvero
• il giudice lo autorizzi al pagamento del debito per capitale ed interessi scaduto a tale data.
In relazione ai crediti muniti di cause legittime di prelazione, come pegno, ipoteca e privilegio, nel
piano è possibile prevedere che i creditori non siano soddisfatti integralmente, ma ad una
condizione:
«che sia assicurato il pagamento del credito in misura non inferiore a quella realizzabile, in ragione
della collocazione preferenziale sul ricavato in caso di liquidazione, avuto riguardo al valore di
mercato attribuibile ai beni o ai diritti oggetto della causa di prelazione, come attestato dall'OCC»
(art. 67 c. 4 d.lgs. 14/2019).

5. Competenza territoriale e OCC


Il procedimento di ristrutturazione dei debiti si svolge dinnanzi al Tribunale in composizione
monocratica (art. 67 c. 6 d.lgs 14/2019). La competenza territoriale è indicata nell’art. 27 c. 2 d.lgs.
14/2019: è competente il tribunale nel cui circondario il debitore ha il centro degli interessi
principali (COMI), ossia il luogo in cui il debitore gestisce i suoi interessi in modo abituale e
riconoscibile dai terzi (art. 2 c. 1 lett. m) d.lgs. 14/2019). Il centro degli interessi principali del
debitore, persona fisica non esercente attività d'impresa, coincide con la residenza o il domicilio e,
se questi sono sconosciuti, con l'ultima dimora nota o, in mancanza, con il luogo di nascita. Se
questo non è in Italia, la competenza è del Tribunale di Roma.
La domanda deve essere presentata da un Organismo di Composizione della Crisi. Ai sensi
dell’art. 68 c. 1, l’OCC è costituito presso il circondario del Tribunale competente; in difetto, le sue
funzioni sono svolte da un professionista con i requisiti indicati dall’art. 358 d.lgs. 14/2019. L’OCC
è regolamentato dal D.M. 24 settembre 2014 n. 202; nelle procedure da sovraindebitamento, svolge
le funzioni proprie del commissario e del liquidatore.
6. Presentazione della domanda
Per la presentazione del piano non è necessaria l’assistenza del difensore (art. 68 c. 1, ultimo
alinea). L’esclusione della difesa tecnica rappresenta una novità rispetto alla legge 3/2012 in cui non
era chiara la necessità o meno di munirsi del patrocinio di un avvocato. Anche in questo caso, la
giurisprudenza di merito si era mostrata divisa (pro Trib. Massa 28 gennaio 2016, contra Trib.
Pistoia 17 novembre 2014) [2]; il CCI ha risolto in nuce il problema, escludendo espressamente
l’intervento di un legale, stante la presenza dell’OCC.
Alla proposta di piano di ristrutturazione, così come prevista dall’art. 67 d.lgs. 14/2019, deve essere
allegata una relazione dell’Organismo di composizione della crisi contenente:
a. l'indicazione delle cause dell'indebitamento e della diligenza impiegata dal debitore
nell'assumere le obbligazioni.
In buona sostanza, si tratta di valutare se il debitore sia meritevole, ossia se la situazione di
crisi in cui versa non sia stata da lui provocata, assumendo consapevolmente più
obbligazioni di quelli che avrebbe potuto adempiere, ma sia dipesa da altre circostanze;
b. l'esposizione delle ragioni dell'incapacità del debitore di adempiere le obbligazioni assunte;
(ad esempio, la perdita dell’unica fonte di reddito tramite la quale riusciva a far fronte ai
debiti assunti);
c. la valutazione sulla completezza ed attendibilità della documentazione depositata a corredo
della domanda;
d. l'indicazione dei costi presumibili della procedura.
L’organismo di composizione della crisi, entro 7 giorni dal conferimento dell’incarico, informa gli
uffici territorialmente competenti, in base all’ultimo domicilio fiscale del debitore, in particolare:
• l’agente della riscossione;
• gli uffici fiscali;
• gli enti locali.
I suddetti uffici, nei 15 giorni successivi, comunicano all’OCC il debito tributario accertato e/o gli
eventuali accertamenti pendenti.
Un effetto del deposito della domanda consiste nella sospensione del corso degli interessi –
convenzionali o legali – sino alla chiusura della procedura e ai soli effetti del concorso. La suddetta
sospensione non si applica ai crediti ipotecari, pignoratizi e privilegiati, in virtù di quanto
previsto dagli artt. 2749, 2788, 2855 c. 2 e 3 c.c., a mente dei quali i suddetti crediti continuano a
maturare interessi.
L’OCC, nella relazione, ha il compito di valutare anche il comportamento dei finanziatori. In
altre parole, occorre stabilire se, nel concedere il finanziamento ad un soggetto già indebitato, sia
stato considerato il merito creditizio del debitore o se vi sia stata negligenza, provocando un
aggravamento della situazione debitoria del consumatore. La suddetta valutazione deve essere
effettuata in considerazione del
a. reddito disponibile del consumatore,
b. dedotto l’importo necessario al mantenimento di un tenore di vita dignitoso.
Per dare concretezza ai due parametri sopra indicati, il legislatore (art. 68 c. 3 d.lgs 14/2019) fa
riferimento all’ammontare dell’assegno sociale moltiplicato per un parametro corrispondente al
numero dei componenti del nucleo familiare come previsto nella scala di equivalenza ISEE.

7. Condizioni soggettive ostative


Nei paragrafi precedenti abbiamo analizzato l’ambito soggettivo di applicazione; la norma in esame
(art. 69 d.lgs. 14/2019) si occupa delle cause ostative all’accesso alla procedura del piano di
ristrutturazione. Non può accedervi il consumatore che:
1. sia già stato esdebitato nei 5 anni precedenti;
2. abbia già beneficiato dell’esdebitazione per 2 volte;
3. abbia cagionato la situazione di sovraindebitamento per colpa grave, mala fede o frode.
La ratio della norma è chiara: il legislatore intende favorire il debitore meritevole, non è tale chi si
sia già giovato della procedura di ristrutturazione, in quanto dimostra una “recidiva” del proprio
comportamento debitorio; parimenti, non può accedere a tale strumento chi abbia assunto
obbligazioni sproporzionate rispetto alle proprie capacità economiche o reddituali (colpa grave),
ovvero abbia agito in frode ai creditori o dolosamente.
La norma introduce una novità rispetto al passato e sanziona anche il comportamento del creditore
che abbia aggravato la situazione di sovraindebitamento del consumatore (art. 69 c. 2 d.lgs.
14/2019). Infatti, qualora il finanziatore, nell’erogare l’importo, non abbia valutato correttamente il
merito creditizio del debitore, viene escluso il suo diritto di:
• presentare opposizione o reclamo in sede di omologa, benché dissenziente,
• far valere cause di inammissibilità, che non derivino da comportamenti dolosi del debitore.
La verifica del merito creditizio è espressamente prevista dall’art. 124 bis del testo unico bancario
(d.lgs. 385/1993) ove si dispone che, prima della conclusione del contratto di credito, il finanziatore
debba valutare il merito creditizio del consumatore sia sulla base delle dichiarazioni fornite da
quest’ultimo sia mediante la consultazione di una banca dati pertinente.
8. Omologazione del piano
L’Organismo di composizione della crisi deposita la domanda presso il Tribunale territorialmente
competente. Il giudice adito, se ritiene la proposta ed il piano ammissibili, ne dispone con decreto:
1. la pubblicazione in apposita area del sito web del Tribunale (o del Ministero di Giustizia);
2. la comunicazione a tutti i creditori, entro 30 giorni, a cura dell’OCC.
I creditori, ricevuta la comunicazione di cui sopra, trasmettono all’OCC un indirizzo PEC, in
difetto, le successive comunicazioni avverranno tramite il deposito in cancelleria (art. 70 c. 2 d.lgs.
14/2019).
Con il decreto sopraindicato, su istanza del debitore, il giudice può disporre la sospensione dei
procedimenti esecutivi pendenti che possano pregiudicare la fattibilità del piano. Parimenti, il
giudice può vietare azioni esecutive e cautelari sul patrimonio del consumatore, oltre alle altre
misure idonee a conservare l'integrità del patrimonio, fino alla conclusione del procedimento. Le
suddette misure di favore per il debitore sono frutto di una valutazione discrezionale del giudice, il
quale, come dispone la norma, può – non deve – assumerle. In ogni caso, si tratta di provvedimenti
revocabili laddove si dimostri il compimento di atti di frode in danno dei creditori (art. 70 c. 5 d.lgs.
14/2019).
Nei 20 giorni successivi alla comunicazione della presentazione del piano, i creditori hanno facoltà
di presentare osservazioni all’OCC. Come ricordato, non possono proporre osservazioni quei
creditori che colposamente abbiano contribuito a provocare lo stato di sovraindebitamento (art. 69
c. 2 d.lgs. 14/2019). L’omologazione non necessita dell’approvazione dei creditori. La ratio
della norma, infatti, consiste nel tutelare la posizione del consumatore che, nel bilanciamento degli
interessi, appare prevalente rispetto a quella dei creditori. Il legislatore, preso atto del rilevante
problema sociale, esulcerato dalla crisi economica, con il Codice della Crisi d’Impresa ha fornito ai
consumatori degli strumenti diretti ad agevolarne la liberazione dai debiti civili. Inoltre, un’altra
ragione per cui è stata esclusa l’approvazione del piano da parte dei creditori risiede nel fatto che,
con riferimento ai “debiti non imprenditoriali”, il rifiuto del creditore potrebbe discendere da
ragioni di carattere personale, che prescindono dalla convenienza effettiva della proposta presentata.
Come ricordato, i creditori non hanno diritto di voto, ma devono limitarsi ad un confronto con
l’organismo di composizione della crisi, proponendo modifiche o miglioramenti al piano, senza
godere della possibilità di veto circa la sua approvazione. Entro 10 giorni dalla presentazione delle
osservazioni di cui sopra, l’OCC si confronta con il debitore e riferisce al giudice, eventualmente
apportando le opportune modifiche al piano.
Il giudice deve verificare l’ammissibilità giuridica e la fattibilità economica del piano e risolvere
eventuali contestazioni sullo stesso. Una volta fatto ciò, provvede ad omologare il piano con
sentenza e a dichiarare chiusa la procedura. Ove necessario, prescrive la trascrizione della sentenza
a cura dell’OCC; ad esempio, nel caso in cui il piano preveda la cessione o l’affidamento a terzi di
beni immobili o beni mobili registrati. La sentenza è comunicata ai creditori entro 48 ore ed è
pubblicata in un’apposita area del sito web del Tribunale (o del Ministero di Giustizia).
Può accadere che, nelle osservazioni, i creditori contestino la convenienza del piano. Come già
detto, essi non hanno alcun potere di veto, pertanto, in tali circostanze, il giudice può decidere
ugualmente di omologare il piano «se ritiene che comunque il credito dell'opponente possa essere
soddisfatto dall'esecuzione del piano in misura non inferiore all'alternativa liquidatoria» (art. 70 c.
9)
Qualora il giudice ritenga il piano inammissibile o non fattibile, nega l’omologazione con decreto
motivato e dichiara l’inefficacia delle misure protettive. In caso di diniego, su istanza del debitore,
il giudice può dichiarare aperta la “liquidazione controllata” di cui agli artt. 268 e seguenti.
L’apertura della procedura liquidatoria può avvenire anche su istanza dei creditori o del PM, nei
casi di frode del debitore.
Riassumendo:
1. il giudice, con decreto, dispone che il piano e la proposta vengano pubblicati in apposita
area del sito web del Tribunale (o del Ministero di Giustizia);
2. entro 30 giorni, ne viene data comunicazione a tutti i creditori;
3. nei 20 giorni successivi, i creditori trasmettono all’OCC delle osservazioni;
4. entro 10 giorni dalla scadenza del termine per proporre osservazioni, l’OCC riferisce al
giudice;
5. il giudice
a. omologa con sentenza e dichiara chiusa la procedura, se ritiene il piano ammissibile
e fattibile; la sentenza viene comunicata ai creditori e pubblicata entro 48 ore;
b. nega l’omologa con decreto motivato e, su istanza del debitore, apre la liquidazione
controllata.
6. La sentenza è impugnabile ex art. 51 e contro il decreto può proporsi reclamo ex art. 50.

9. Esecuzione del piano


Il debitore è tenuto a dare esecuzione al piano; egli, infatti, nella fase esecutiva, non subisce lo
spossessamento dei suoi beni e conserva la capacità di agire. L’esecuzione del piano di
ristrutturazione è sottoposta al controllo dell’Organismo di composizione della crisi, il quale si
occupa di:
• vigilare sull’esatto adempimento del piano,
• risolvere eventuali difficoltà,
• sottoporre al giudice i problemi sorti in sede di esecuzione,
• riferire per iscritto al giudice ogni 6 mesi,
• presentare un rendiconto al termine dell’esecuzione.
Il giudice può approvare il rendiconto ovvero non approvarlo ed eventualmente procedere alla
revoca dell’omologazione.
In caso di
1. approvazione del rendiconto, il giudice liquida compenso all’OCC, valutandone la
diligenza;
2. non approvazione del rendiconto, il giudice indica all’OCC gli atti necessari per
l’esecuzione del piano ed assegna un termine per il loro compimento. Se le prescrizioni non
sono adempiute nel termine – anche prorogato – il giudice revoca l’omologazione ed
esclude il diritto al compenso per l’OCC.
10. Revoca dell’omologazione
Le fattispecie in cui è prevista la revoca dell’omologazione del piano di ristrutturazione dei debiti
del consumatore sono particolarmente gravi:
1. diminuzione o aumento del passivo con dolo o colpa grave;
2. sottrazione o dissimulazione di una parte rilevante di attivo;
3. simulazione dolosa di attività inesistenti;
4. commissione di atti volti a frodare i creditori;
5. inadempimento degli obblighi previsti dal piano;
6. sopravvenuta inattuabilità del piano con conseguente impossibilità di modifica;
7. mancata approvazione del rendiconto presentato dall’OCC (art. 71 c. 3).
Si ricorda che è fatto obbligo all’Organismo di composizione della crisi di segnalare al giudice ogni
fatto rilevante ai fini della revoca dell’omologazione, nel caso in cui ne abbia contezza.
In tutte le ipotesi sopraindicate, il giudice provvede d’ufficio, su istanza del creditore, del P.M. o di
qualsiasi interessato. Non è possibile proporre la domanda di revoca decorsi 6 mesi
dall’approvazione del rendiconto (art. 72 c. 4).
Il giudice decide in contraddittorio tra le parti, anche mediante lo scambio di memorie scritte:
• con sentenza stabilisce la revoca dell’omologazione;
• con decreto motivato rigetta la richiesta di revoca.
Avverso la sentenza di revoca dell’omologazione è ammesso reclamo con le modalità stabilite
dall’art. 50 d.lgs. 14/2019. In ogni caso, la revoca non pregiudica i diritti acquisiti dai terzi in
buona fede.

11. Conversione in procedura liquidatoria


Nel caso in cui si sia giunti alla sentenza di revoca dell’omologazione, il giudice può disporre la
conversione del procedimento in liquidazione controllata. Si tratta di una procedura (artt. 268-277)
che sostituisce la liquidazione dei beni prevista dalla legge 3/2012 ed è riservata al consumatore, al
professionista, all’imprenditore minore, all’imprenditore agricolo, alle start-up e rappresenta una
procedura semplificata della liquidazione giudiziale.
La conversione in procedura liquidatoria può essere proposta su istanza del:
• debitore,
• del creditore e del P.M. in caso di atti di frode o inadempimento
Il giudice concede al debitore un termine per l’integrazione della documentazione ed apre la
liquidazione controllata a norma dell’art. 270 d.lgs. 14/2019.

12. Disposizioni penali


Senza pretesa di completezza, si riportano le norme penali aventi rilievo in materia di piano di
ristrutturazione dei debiti. Il Codice della Crisi d’Impresa le colloca nel Titolo IX, Capo IV, tra i
reati commessi nelle procedure di composizione delle crisi da sovraindebitamento e reati commessi
nella procedura di composizione della crisi. In particolare, rileva l’art. 344 rubricato “Sanzioni per il
debitore e per i componenti dell'organismo di composizione della crisi”.
L’art. 344 punisce con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da 1.000 a 50.000 euro il
debitore che:
1. aumenti o diminuisca il passivo ovvero sottragga o dissimuli una parte rilevante dell'attivo
ovvero dolosamente simuli attività inesistenti, pur di accedere al piano di ristrutturazione e
al concordato minore;
2. produca documentazione contraffatta o alterata, ovvero sottragga, occulti o distrugga, in
tutto o in parte, la documentazione relativa alla propria situazione debitoria ovvero la
propria documentazione contabile, pur di accedere al piano di ristrutturazione, al concordato
minore e alla liquidazione controllata;
3. effettui pagamenti in violazione del piano di ristrutturazione dei debiti o del concordato
minore omologati;
4. aggravi la sua posizione debitoria dopo il deposito del piano di ristrutturazione dei debiti o
della proposta di concordato minore, e per tutta la durata della procedura;
5. intenzionalmente non rispetti i contenuti del piano di ristrutturazione dei debiti o del
concordato minore.
Viene sanzionato con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da 1.000 a 50.000 euro il
componente dell'organismo di composizione della crisi che nella relazione di cui agli articoli 68, 76,
268 e 283 renda false attestazioni in ordine alla veridicità dei dati contenuti nella proposta di cui
agli articoli 67 e 75, nella domanda di apertura della liquidazione controllata o nella domanda di
esdebitazione di cui all'articolo 283. Le stesse pene si applicano al componente dell'organismo di
composizione della crisi che cagiona danno ai creditori omettendo o rifiutando senza giustificato
motivo un atto del suo ufficio.

Emergenza debiti: come uscirne con la procedura di composizione della crisi da


sovraindebitamento
La recente crisi economica globale ha avuto conseguenze drammatiche anche nel nostro paese dove,
purtroppo, si sono verificati molti (troppi) suicidi conseguenti a situazioni di eccessivo
indebitamento da parte di chi avendo perso il proprio lavoro, oppure vedendo la propria azienda
andare in malora, semplicemente non è stato più in grado di far fronte all’imponente mole di debiti
accumulata.
Una volta perso il proprio lavoro, potrebbe non essere più possibile pagare il mutuo alla propria
banca, la quale provvederà a richiedere la restituzione immediata dell’intero importo concesso col
mutuo, ma ovviamente chi non può più pagare regolarmente la rata mensile del proprio mutuo, di
certo non potrà neppure restituire subito l’intera somma.
Potrebbe accadere anche che un piccolo imprenditore in crisi, volendo continuare a saldare
regolarmente i dipendenti della propria azienda, in attesa di tempi migliori scelga nel frattempo di
non pagare alcuni tributi per salvare, perlomeno, le famiglie dei propri dipendenti.
Sennonché, anche alla luce delle consistenti sanzioni imposte dagli enti di riscossione dei tributi,
sommate agli interessi elevati e all’aggio (ovvero al compenso dell’ente di riscossione medesimo),
l’esposizione debitoria dell’azienda già in grave difficoltà potrebbe divenire quasi incontrollabile. 
In definitiva, talvolta può essere tristemente facile trovarsi in una spirale di debiti da cui può
sembrare davvero impossibile uscirne se non con soluzioni estreme quali il suicidio o l’accesso a
prestiti usurari.
Per far fronte a situazioni di vita reale come quelle sopra illustrate, è stata varata la Legge 27
gennaio 2012, n. 3 (c.d. Legge sul “sovra-indebitamento” o “salva suicidi”), nonché la successiva
Legge 17 dicembre 2012, n. 221 di conversione del Decreto legge 18 ottobre 2012, n. 179, le
quali hanno segnato una importante tappa nel percorso di modernizzazione dell’ordinamento del
diritto concorsuale che, in precedenza, non prevedeva invece nessuna regolamentazione della
cosiddetta insolvenza civile.
L’intento della nuova legge è quello di consentire a taluni soggetti non fallibili in gravi difficoltà
economiche (come professionisti, pensionati, piccoli imprenditori o piccole società artigiane) di
avviare una procedura presso il Tribunale competente (quello di residenza del debitore) volta a
conseguire la liberazione integrale dai propri debiti (anche con Equitalia), mediante un pagamento
rateale concordato nonché con un forte stralcio dell’esposizione debitoria complessiva.
Si vuole così evitare il ricorso a prestiti usurari e permettere inoltre al sovraindebitato di ripartire da
zero, riacquistando un ruolo attivo nell’economia e senza restare schiacciato dal carico
dell’indebitamento preesistente.
Analizzando nel dettaglio le possibilità introdotte dalla legge n. 3/2012, si possono distinguere tre
diverse procedure: il piano del consumatore, l’accordo di ristrutturazione dei debiti e la procedura di
liquidazione del patrimonio.
1) IL PIANO DEL CONSUMATORE
Il piano del consumatore, in primo luogo, può essere presentato soltanto dai privati consumatori e a
tal riguardo l’art. 6 comma 2 lett. b) della L. n. 3/2012 precisa che per "consumatore" deve
intendersi il debitore persona fisica che ha assunto obbligazioni esclusivamente per scopi estranei
all'attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta.
In buona sostanza, il predetto piano consiste in una proposta fatta dal debitore di pagamento
rateizzato dei propri debiti e può anche prevedere la cessione di una parte del patrimonio e uno
stralcio della complessiva esposizione debitoria.
E’ approvato e reso esecutivo mediante omologa dal Giudice con propria autonoma decisione e ciò
anche a prescindere dal consenso dei creditori del sovraindebitato.
Il Giudice, infatti, quando esclude che il consumatore abbia assunto obbligazioni senza la
ragionevole prospettiva di poterle adempiere, ovvero che abbia colposamente determinato il
sovraindebitamento (anche per mezzo di un ricorso al credito non proporzionato alle proprie
capacità patrimoniali) omologa il piano disponendo per il relativo provvedimento una forma idonea
di pubblicità.

2) L’ACCORDO DI RISTRUTTURAZIONE DEI DEBITI


L’accordo di ristrutturazione dei debiti, invece, può essere presentato da enti e imprese non fallibili
ed ha caratteristiche per certi versi molto simili a quelle del piano del consumatore.
L’unica, grande differenza è costituita dal fatto che l’accordo deve essere accettato da tanti creditori
i quali rappresentino almeno il 60% di tutti i debiti del soggetto (N.B. non il 60% del numero dei
creditori ma il 60% dell’esposizione debitoria complessiva). Quindi, in questo caso non deciderà
soltanto il Giudice ma avranno diritto di voto tutti i creditori.

3) PROCEDURA DI LIQUIDAZIONE DEI BENI


Con la liquidazione del patrimonio, infine, il debitore (privato o soggetto non fallibile) mette a
disposizione tutto il suo patrimonio per far fronte al pagamento dei suoi debiti.
Dopodiché un liquidatore nominato dal Tribunale provvederà a vendere tutti i suoi beni ed a pagare,
pro-quota, tutti i suoi debiti.
Ebbene, il debitore perde tutti i suoi beni potendo mantenere soltanto:
1. i beni che, per legge, non possono essere pignorati;
2. i crediti di carattere alimentare e di mantenimento;
3. i crediti che non sono pignorabili ai sensi dell’art. 545 del Codice di Procedura Civile;
4. i frutti derivanti dall’usufrutto dei beni dei figli e i beni costituiti in fondo patrimoniale e i
loro frutti;
5. gli stipendi, i salari e le pensioni che il debitore guadagna con la propria attività, nei limiti di
quanto occorre mantenimento della famiglia, così come stabilito dal Giudice.
LA PROCEDURA
Per quanto riguarda poi la procedura da seguire, essa si compone di due fasi:
Nella prima fase, innanzitutto, l’interessato deve depositare presso la cancelleria della volontaria
giurisdizione del Tribunale del luogo ove risiede la richiesta di nomina dell'organismo di
composizione della crisi (OCC).
Appreso il nominativo dell'organismo nominato dal tribunale, attraverso la comunicazione della
cancelleria di volontaria giurisdizione ai recapiti indicati nella richiesta, il soggetto si rivolgerà
all'OCC per illustrare la propria situazione debitoria ed ottenerne da questo la validazione, ovvero
una relazione illustrativa che servirà per il prosieguo.
L’assistenza di un professionista (avvocato o commercialista o entrambi) non è obbligatoria ma è
auspicabile perlomeno per redigere il piano di ristrutturazione dei debiti da sottoporre all’OCC.
Successivamente, nella seconda fase, il soggetto sovraindebitato si recherà alla cancelleria
fallimentare del Tribunale del luogo ove risiede allo scopo di presentare la propria proposta validata
dall'OCC attraverso la predetta relazione corredata da tutti i documenti necessari all'ottenimento del
provvedimento del Giudice
Ricevuta la documentazione, con decreto d’urgenza il Giudice delegato fisserà un'udienza
(comunicata all'interessato ed all'OCC) alla quale questi ultimi potranno partecipare.
Tra l’altro, per evitare il rischio di pregiudicare la fattibilità del piano, nel medesimo decreto
d'urgenza il Giudice disporrà che non potranno essere avviate nuove azioni esecutive a carico del
sovraindebitato ed imporrà la sospensione di tutti i procedimenti esecutivi pendenti (pignoramenti
etc.) sino al momento in cui il provvedimento di omologazione diverrà definitivo.
All'esito dell'udienza e dell'esame della documentazione, il Giudice deciderà nel merito e a questo
punto il soggetto dovrà mettere in esecuzione il programma presentato (ovviamente solo in caso di
omologazione dello stesso).
TEMPI E COSTI DELLA PROCEDURA
In relazione ai costi della procedura, essi sono piuttosto contenuti in quanto limitati al pagamento di
un contributo unificato da € 98,00 e da una marca da bollo di € 27,00 per ciascuna delle due fasi,
nonché al pagamento del compenso spettante all’OCC nominato dal Tribunale (anche se esso sarà
direttamente inserito nel piano di pagamento rateale dei debiti).
L’assistenza di un professionista nelle varie fasi della procedura non è invece obbligatoria, essendo
rimessa alla discrezionalità dell’istante.
Anche i tempi della procedura risultano assai contenuti, rilevato che una volta depositato il piano il
Giudice fisserà immediatamente l'udienza (da tenersi comunque entro 60 giorni dal deposito del
piano medesimo) e che, ad ogni buon conto, la procedura dovrà definirsi entro sei mesi dal deposito
del piano da parte del sovraindebitato.
A beneficio di chiunque sia interessato alla materia trattata, si riporta di seguito uno schema
riepilogativo delle tre procedure potenzialmente attivabili tramite la nuova Legge sul
sovraindebitamento n. 3 del 2012:
LEGGE N. 3/2012 SUL SOVRAINDEBITAMENTO: TRE POSSIBILI PROCEDURE
3° - LIQUIDAZIONE DEI
1° -PIANO DEL 2° -ACCORDO DI
BENI:
CONSUMATORE: RISTRUTTURAZIONE DEI
- il debitore (privato o
- solo per crediti estranei DEBITI:
soggetto non fallibile) mette a
all’attività professionale o - può essere presentato da enti e
disposizione tutto il suo
imprenditoriale del imprese non fallibili
patrimonio per far fronte al
sovraindebitato - per l’approvazione occorre il voto
pagamento dei suoi debiti che
- è sufficiente l’approvazione favorevole da parte dei creditori che
saranno venduti all’asta da un
del Giudice anche senza il rappresentino il 60% di tutti i crediti
liquidatore nominato dal
consenso dei creditori - del sovra-indebitato e la successiva
Tribunale
il Giudice dovrà valutare se omologazione da parte del Giudice
l’istante si è indebitato per
sua colpa o incolpevolmente

Cessione del quinto e sovraindebitamento


La così detta “cessione del quinto” è un mutuo chirografario a favore di lavoratori subordinati e
pensionati, il cui rimborso avviene tramite il versamento di una quota degli emolumenti mensili dal
datore di lavoro / ente previdenziale direttamente all’istituto creditizio. Appannaggio dei dipendenti
pubblici fino al 2005, da tale anno questa possibilità è stata estesa anche ai dipendenti privati.
E’ cresciuta moltissimo dopo la crisi finanziaria del 2008, in quanto prevede una fonte certa di
rimborso ed ulteriori garanzie; e sono aumentati i contenziosi, dal 2013 pure nell’ambito della
procedura del sovraindebitamento. In quest’ ultima, trovandosi a “concorrere” con altri creditori, gli
enti che hanno erogato il prestito sostengono a spada tratta che la “cessione del quinto” comporta il
pagamento di tutte le rate previste dall’originario piano di ammortamento. Hanno ragione?
1. Nomen juris
Il finanziamento, assistito dalla cessione del quinto della pensione o della retribuzione percepite dai
lavoratori, presente in Italia per i dipendenti statali dal 1861 grazie a Re Vittorio Emanuele II, nel
1950 viene regolamentato con il DPR 180 del 5.1.1950 ed il regolamento di attuazione, DPR 985
del 28.7.1950 [1]. La L. 80/2015 lo estende ai dipendenti privati.
“Con l’estensione della disciplina ai dipendenti del settore privato e ai pensionati … la ‘cessione’,
ritenuto in generale uno strumento creditizio marginale nel .. panorama del credito ai
consumatori ... , ha via via suscitato il crescente interesse degli operatori creditizi (compresi i
grandi gruppi bancari). … Il 2008 è stato anche l’anno della grande crisi finanziaria .., che ha
visto la ‘cessione del quinto’ emergere come uno dei pochissimi strumenti a indice di default
assolutamente minimale .. . Ad oggi (2016) .. rappresenta circa l’8,5% del credito al consumo” [2].
L’indicazione linguistica con cui questa operazione viene indicata nelle norme è duplice: cessione
e/o delegazione a pagare. Il problema principale, da cui prendeva spunto la normativa, era quello
della “insequestrabilità, impignorabilità e incedibilibilità di stipendi, salari, pensioni” dei
dipendenti pubblici; su di esso si innestò la regolamentazione di quanta parte della loro retribuzione
poteva essere destinata a ripagare i debiti contratti.
DPR 180/1950 (e successive modifiche) :
Art. 1, Insequestrabilità, impignorabilità e incedibilità di stipendi, salari, pensioni ed altri
emolumenti - “ Non possono essere sequestrati, pignorati o ceduti, salve le eccezioni stabilite nei
seguenti articoli ed in altre disposizioni di legge, gli stipendi, i salari, le paghe, le mercedi, gli
assegni, le gratificazioni, le pensioni, le indennità, i sussidi ed i compensi di qualsiasi specie che lo
Stato, le province, i comuni, le istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza e qualsiasi altro
ente od istituto pubblico sottoposto a tutela, od anche a sola vigilanza dell' amministrazione
pubblica (comprese le aziende autonome per i servizi pubblici municipalizzati) e le imprese
concessionarie di un servizio pubblico di comunicazioni o di trasporto, nonché le aziende private
corrispondono ai loro impiegati, salariati e pensionati ed a qualunque altra persona, per effetto ed
in conseguenza dell'opera prestata nei servizi da essi dipendenti. Fino alla data di cessazione del
rapporto di lavoro del relativo rapporto previdenziale, i trattamenti di fine servizio (indennità di
buona uscita, indennità di anzianità, indennità di premio di servizio) non possono essere ceduti.
“… .
“ I pensionati pubblici e privati possono contrarre con banche e intermediari finanziari, di cui
all’art. 106 del testo unico di cui al decreto legislativo 1 settembre 1993, n. 385, prestiti da
estinguersi con cessione di quote della pensione fino al quinto della stessa, valutato al netto delle
ritenute fiscali e per periodi non superiori a dieci anni.
“….
“ I prestiti devono avere la garanzia dell’assicurazione sulla vita che ne assicuri il recupero del
residuo credito in caso di decesso del mutuatario [3] .
“ Le cessioni degli stipendi, salari, pensioni ed altri emolumenti di cui al presente testo unico
hanno effetto dal momento della loro notifica nei confronti dei debitori ceduti”.
Art. 5 , Facoltà e limiti di cessione di quote di stipendio e salario - “ Gli impiegati e salariati
dipendenti dello stato e dagli altri enti, aziende ed imprese indicati nell'art. 1 possono contrarre
prestiti da estinguersi con cessione di quote dello stipendio o del salario fino al quinto
dell'ammontare di tali emolumenti valutato al netto di ritenute e per periodi non superiori a dieci
anni, secondo le disposizioni stabilite dai titoli II e III del presente testo unico. … “.
Art. 6 , Requisiti necessari per l'esercizio della facoltà di cessione - “ Gli impiegati civili e militari
e i salariati delle amministrazioni dello stato anche ad ordinamento autonomo possono contrarre
prestiti, ai sensi dell'art. 5, qualora siano in attività di servizio, abbiano stabilità nel rapporto di
impiego o di lavoro, siano provvisti di stipendio o salario fisso e continuativo ed abbiano diritto a
conseguire un qualsiasi trattamento di quiescenza.
“ I prestiti possono essere contratti per periodi di cinque o dieci anni, salva …”.
Art. 6-bis , Trasparenza delle condizioni contrattuali e dei rapporti con i clienti
“All’istituto della cessione di quote dello stipendio o salario o di pensione .. si applicano le norme
in materia di credito ai consumatori, di cui al capo II del titolo VI del testo unico delle leggi in
materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1 settembre1993 n. 385 , nonché le
norme in materia di assicurazione connesse all’erogazione di mutui immobiliari e di credito al
consumo, di cui all’art. 28 del decreto legge 24 gennaio 2012, n.1 convertito , con modificazioni,
dalla legge 24 marzo 2012, n.27./ … “.
Art. 65 , Deleghe per sottoscrizione rateale a prestiti nazionali – “Gli impiegati civili e militari
delle Amministrazioni statali, anche ad ordinamento autonomo, ed i pensionati dello Stato hanno la
facoltà di rilasciare, a favore degli istituti di credito di diritto pubblico e delle banche di interesse
nazionale, per il pagamento delle somme dovute in dipendenza di sottoscrizione rateale ai prestiti
nazionali promossa dagli enti suddetti, delega per quote mensili uguali di stipendio o di pensione,
entro il limite del quinto, valutato al netto delle ritenute, per un periodo non eccedente un anno. /
… “.
D.P.R. 895/1950, Titolo I – Del sequestro, del pignoramento e della cessione degli stipendi, salari e
delle pensioni.
Titolo IV - Della delega a pagare … .
Legge 14 maggio 2005, n. 80 - Art. 13-bis. (Modifiche al testo unico di cui al decreto del
Presidente della Repubblica 5 gennaio 1950, n. 180)
1. Al testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1950, n. 180, sono
apportate le seguenti modificazioni: …
2) sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
"I pensionati pubblici e privati possono contrarre con banche e intermediari finanziari di cui
all'articolo 106 del testo unico di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, prestiti da
estinguersi con cessione di quote della pensione fino al quinto della stessa, valutato al netto delle
ritenute fiscali e per periodi non superiori a dieci anni.
Inps, Circolare 31.5.2007, n.91 – Prestiti a pensionati estinguibili con cessione fino ad un quinto
della pensione.
Banca d’Italia, Le operazioni di finanziamento contro cessione del quinto dello stipendio. Riflessi
sulle segnalazioni di centrale dei rischi di vigilanza - Documento per la consultazione, ottobre 2014,
pag. 3 : “ … nelle operazioni di finanziamento a fronte di cessione del quinto dello stipendio o
pensione – quali prestiti non finalizzati, rientranti nell’ambito del credito al consumo – il rimborso
del finanziamento è delegato al datore di lavoro (o all’ente previdenziale) debitore della
retribuzione”.
Ragioneria Generale dello Stato, circolare n. 2, 15.1.2015 – Oggetto : “Trattenute mensili sugli
stipendi dei dipendenti pubblici mediante l’istituto della delegazione convenzionale al pagamento –
Nuove istruzioni operative”.
Covip, Circolare n. 6526 – Cessione del quinto dello stipendio; modalità di gestione delle richieste
di riscatto presentate dalle società finanziarie – “ .. si forniscono indicazione in merito ai
comportamenti da tenere a seguito della richiesta di liquidazione della posizione individuale
presentata alle forme pensionistiche complementari da parte di enti che erogano finanziamenti,
sulla base di una delega al riscatto rilasciata dal lavoratore. … ”.
Le operazioni, correntemente chiamate “cessione del quinto”, quindi, sono qualificate a volte come
“cessione”, altre volte come “delegazione”, non solo in provvedimenti differenti, ma anche nella
stessa fonte normativa. Si tratta solo di diversità nel nomen juris, o anche di adeguata
identificazione del negozio giuridico ?
2. Cessione di credito o delegazione a riscuotere?
“La cessione del credito è una delle ipotesi di modificazione soggettiva del rapporto obbligatorio,
conseguente alla successione di un nuovo soggetto al creditore nella titolarità del lato attivo del
rapporto. Si tratta, in particolare, di un’ipotesi di successione per atto tra vivi a titolo particolare
nel credito. La cessione, in quanto fenomeno successorio, implica l’identità del diritto trasferito
con quello esistente in capo al cedente” [4] . Tuttavia, nel caso di cessione con funzione di garanzia,
si può desumere dalle clausole del contratto che il cedente non intende privarsi della titolarità del
diritto, trasferirlo nella sua interezza, bensì realizzare effetti più limitati. E’ concepibile che nei
“prestiti da estinguersi con cessione di quote dello stipendio o del salario”, operazione
correntemente denominata “cessione del quinto”, il lavoratore dipendente (o il pensionato) voglia
trasferire, nella sua interezza (e complessità) la propria posizione creditizia alla banca o alla
finanziaria?  Oppure la dizione “cessione” può significare qualcosa di più riduttivo ?
Cass. Civ. 15.09.1972, n. 2746: “L’effetto traslativo della cessione può essere escluso o nell’ipotesi
in cui esso abbia ad oggetto crediti futuri (nel qual caso il trasferimento a favore del cessionario si
produce quando il credito ceduto viene ad esistenza) o quando, trattandosi di cessione con funzioni
di garanzia, sia desumibile dalle clausole del contratto una chiara volontà negoziale delle parti nel
senso che il cedente non intenda privarsi della titolarità del credito (Cass. 15 giugno 1964,
n.1518), ma voglia, malgrado le forme, realizzare effetti minori, quali la mera legittimazione della
controparte alla riscossione del credito stesso”. Massimario del Foro Italiano, 1972, col. 371.
Cass. Civ. 02.08.1977, n. 3421 : “La cessione di credito può essere stipulata a scopo di garanzia o
anche per realizzare effetti minori di quello tipico del trasferimento della titolarità del credito
ceduto dal cedente al cessionario, come l’attribuzione a quest’ultimo della mera legittimazione a
riscuotere il credito stesso, sia pure anche nel proprio interesse; in ogni caso l’effetto reale tipico di
trasferire il credito al cessionario (o quello minore di attribuirgli la legittimazione a riscuotere) si
realizza contestualmente alla conclusione del negozio di cessione, anche se si tratti di cessione non
‘pro-soluto’ ma ‘pro-solvendo’, la quale ultima importa soltanto che, a differenza dell’altra, il
rischio dell’insolvenza del debitore ceduto non si trasferisce al cessionario; tuttavia l’effetto
traslativo immediato è escluso quando la cessione abbia ad oggetto crediti futuri; in tal caso
l’effetto reale, cioè il trasferimento del credito, che il negozio, in conformità alla sua caratteristica
funzione, tende a realizzare, si verifica solo e quando il credito ceduto verrà ad esistenza”.
Massimario del Foro Italiano 1977, col. 329.
Cass. Civ. 16.4.1999, 3797: “La cessione del credito a scopo di garanzia comporta il medesimo
effetto (tipico della cessione ordinaria) immediatamente traslativo del diritto al cessionario, e ciò
tanto nella ipotesi di ‘cessio pro-solvendo’ che di ‘cessio pro-soluto’; l’ esclusione di tale effetto
può legittimamente predicarsi nel solo caso in cui, dalle clausole del negozio di cessione a scopo di
garanzia, sia desumibile un’inequivoca volontà negoziale delle parti nel senso che il creditore
cedente, non volendo privarsi della titolarità del credito, abbia inteso soltanto realizzare degli
effetti minori, quale la mera legittimazione del cessionario alla riscossione del credito”.
Massimario del Foro italiano, 1999, colonna 454.
Cass. Civ. 03.12.2002, n. 17162: “La cessione di credito ed il mandato all’incasso, pur potendo
essere utilizzati per raggiungere le medesime finalità solutorie o di garanzia, si differenziano
sostanzialmente e sono incompatibili poiché la cessione produce l’immediato trasferimento del
credito ad altro soggetto, che diviene titolare della legittimazione esclusiva a pretendere la
prestazione del debitore, mentre il mandato ‘in rem propriam’ conferisce al mandatario solo la
legittimazione a riscuotere il credito in nome e per conto del mandante, che ne conserva al
titolarità esclusiva.
“La cessione del credito è un negozio a causa variabile, che può essere stipulata anche a causa di
garanzia senza che venga meno l’effetto traslativo che si attua con la garanzia, pure quando la
cessione sia ‘pro solvendo’ e non ‘pro soluto’, con mancato trasferimento al cessionario, pertanto,
del rischio di insolvenza del debitore ceduto; diversamente, qualora la cessione abbia ad oggetto
crediti futuri, l’effetto traslativo si produce solamente quando il credito viene ad esistenza, mentre
tale effetto non si produce affatto nell’ipotesi in cui sia desumibile dal contratto la volontà del
cedente di non privarsi della titolarità del credito e di realizzare solamente effetti minori, quali
l’attribuzione al cessionario della mera legittimazione alla riscossione del credito”.
Da tre contratti di prestito rimborsabile mediante “cessione del quinto dello stipendio / pensione”
riportiamo alcune clausole.
A) Oggetto e disciplina del contratto – “Il presente contratto è finalizzato a disciplinare la
concessione da parte di Banca di un finanziamento personale rimborsabile mediante ‘cessione pro
solvendo’ di quote dello stipendio/pensione del cliente a favore di Banca secondo quanto previsto
dal D.P.R. 5.1.1950 n. 180 e relativo regolamento esecutivo D.P.R. 28.7.1950 n. 895 e successive
modifiche e/o integrazioni, nonché dagli articoli 1260 e seguenti del codice civile [5]. … “.
Obbligazioni del Cliente – “Il Cliente si obbliga a rimborsare a Banca … l’importo indicato alla
voce B1 del Frontespizio, mediante cessione ‘pro solvendo’ – con gli effetti previsti dal DPR
5.1.1950 n. 180, dal successivo Regolamento di attuazione e dalle successive disposizioni vigenti in
materia e dell’art. 1198 c.c. [6] – del numero di quote mensili e consecutive del suo stipendio /
pensione indicate nella voce …. . Per l’effetto, il Cliente conferisce mandato irrevocabile al
debitore terzo ceduto a prelevare mensilmente dal proprio stipendio / pensione una somma
equivalente alla rata oggetto di cessione ed a versare tale somma alla Cessionaria, … “.
Modalità di rimborso in caso di cessazione del rapporto di lavoro – “Con il presente contratto il
Cedente lavoratore:
a) al fine di estinguere il finanziamento vincola irrevocabilmente, a favore della Cessionaria, il
trattamento di fine rapporto (di seguito TFR) ed ogni altro emolumento dovutogli per la cessazione
del rapporto di lavoro, così come l’indennità di fine servizio accantonata presso l’INPS; …
c) conferisce mandato irrevocabile all’Ente Datoriale ed al fondo di previdenza complementare
presso il quale dovesse risultare iscritto, ovvero all’INPS, a trattenere il TFR e ogni altra indennità
e/o corrispettivo dovutagli a seguito della cessazione del rapporto di lavoro ed a versare tali
somme, sino alla completa estinzione del finanziamento, alla Cessionaria, anche in assenza di
espressa richiesta di quest’ultima; …. “.
Fallimento dell’Ente Datoriale, “Nell’ipotesi di fallimento, liquidazione coatta amministrativa o
altra procedura concorsuale a carico dell’Ente Datoriale o dell’Ente Erogante la prestazione
pensionistica, Banca potrà chiedere l’ammissione allo stato passivo della procedura instauratasi di
tutti i crediti relativi alle somme cedute in via privilegiata ed in surroga al cliente …”.
B) “La Cessione del Quinto è un prestito personale destinato ad un lavoratore subordinato, ad un
pensionato ovvero ad un titolare di rapporto di lavoro di cui all’art. 409 n.3 c.p.c. ed estinguibile
mediante cessione di quote degli emolumenti netti mensili, cui il Mutuatario (Cliente) ha diritto. Il
prestito è regolato dal D.P.R. n. 180 del 5.1.1950 e successivo regolamento D.P.R. n. 895 del
28.07.1950 e dagli articoli 1260 e seguenti Cod. Civ. / Il rimborso delle rate avverrà mediante la
cessione del credito di quote uguali mensili dell’emolumento. Per effetto della suddetta cessione il
Cliente conferisce mandato irrevocabile al terzo ceduto a prelevare mensilmente dai suoi
emolumenti una somma equivalente alla rata oggetto di cessione ed a versare tale somma alla
Mutuante, senza interruzione alcuna e fino alla completa estinzione del debito … a decorrere dal
mese di notifica del Contratto … ” .
Oggetto del contratto – “ Il Cliente prende atto della facoltà di cedere una quota dei propri
emolumenti in base alle vigenti disposizioni. Il rimborso delle rate avverrà mediante la cessione del
credito, che si formalizza con il presente atto, di quote uguali mensili dell’ emolumento. Per effetto
della suddetta cessione il Cliente conferisce mandato irrevocabile al terzo ceduto a prelevare
mensilmente dai suoi emolumenti una somma equivalente alla rata oggetto di cessione ed a versare
tale somma alla Mutuante, senza interruzione alcuna e fino alla estinzione del debito, …” .
Procedura concorsuale a carico del datore di lavoro – “ Nell’ipotesi di apertura di procedura
concorsuale a carico del terzo ceduto, la Mutuante potrà chiedere l’ammissione allo stato passivo 
per il residuo credito in via privilegiata. Il Cliente riconosce inoltre il diritto della Mutuante a
chiedere, in sua sostituzione, l’intervento del fondo di garanzia e ad effettuare, ai sensi dell’art. 2
della legge 297/1982, in qualità di avente diritto, domanda al Fondo per il pagamento a suo favore
del trattamento di fine rapporto e dei relativi crediti accessori. In tali casi il Cliente autorizza e
delega il Fondo di Garanzia a liquidare l’intero importo a favore della Mutuante. …”.
C) Conclusione del contratto ed efficacia della cessione: “ Il presente contrato di prestito contro
cessione pro-solvendo a favore della cessionaria degli emolumenti di cui alla lettera A del
prospetto finanziario (importo totale dovuto / retribuzione globale ceduta / trattamento
pensionistico globale ceduto) si conclude a seguito della sottoscrizione dello stesso da parte del
cedente e della cessionaria. …
“ Con la sottoscrizione del presente contratto, il cedente si dichiara debitore nei confronti della
cessionaria e si obbliga a restituire l’importo che gli verrà erogato mediante la cessione ‘pro-
solvendo’ (con gli effetti previsti dall’art. 1198 c.c. e DPR 180/1950 e successive modifiche e
integrazioni) del numero di rate – uguali, mensili e consecutive- indicate nella casella A2 del
prospetto finanziario e dell’importo indicato nella casella A3 del prospetto finanziario,
comprensive delle quote di ammortamento del capitale e degli interessi.
“ Il cedente –avvalendosi della facoltà di cedere fino al quinto della sua retribuzione ovvero del
proprio trattamento pensionistico o altri equivalenti- si impegna ad effettuare l’ ammortamento
delle rate del prestito mediante la cessione ‘pro-solvendo’ di quote del proprio stipendio, ovvero del
proprio trattamento pensionistico o trattamenti economici ad esso equivalenti”.
“ Con riferimento alla cessione del quinto dello stipendio, ai sensi del combinato disposto di cui
agli artt. 43 e 55 T.U. 180/50, in caso di cessazione per qualsiasi causa del rapporto di lavoro, il
cedente cede pro solvendo, ora per allora, alla cessionaria, fino a concorrenza delle somme dovute
a qualunque titolo per il prestito erogato, i crediti rinvenienti dal TFR accantonato presso il datore
di lavoro e/o INPS nonché i crediti rinvenienti da partecipazione a forme pensionistiche
complementari comunque denominate, nei casi e nei limiti previsti dalla legge. … “.
“Nell’ipotesi di fallimento, liquidazione coatta amministrativa o apertura di altra procedura
concorsuale a carico del debitore ceduto, la cessionaria potrà chiedere l’ammissione al passivo dei
crediti relativi alle somme cedute in via privilegiata in virtù della qualità spettante al cedente. … ”.
Il lavoratore / pensionato, quindi, non trasferisce la titolarità totale del proprio credito (in un
rapporto di lavoro, ben più complesso del solo diritto alla remunerazione), bensì conferisce alla
controparte la legittimazione alla riscossione del numerario. Tuttavia gli istituti creditizi, nei
contratti che fanno sottoscrivere ai loro clienti, fanno riferimento esplicito alla cessione del credito.
Da ultimo, anche in presenza di cessione di credito in garanzia, quest’ultimo non è privilegiato: “la
funzione di garanzia che le parti attribuiscono alle cessioni dei crediti non può far diventare
privilegiato il credito che con essi si volle garantire. / Attraverso la cessione dei crediti può attuarsi
una garanzia atipica, ma non può costituirsi un privilegio, non essendovi una disposizione di legge
che consideri la cessione a scopo di garanzia come causa produttiva di privilegio. / Invero, la fonte
del privilegio è soltanto la legge e, pertanto, la determinazione di esso è sottratta all’autonomia
privata. I privilegi sono tipici e non ne sono ammessi altri fuori dei casi esplicitamente previsti
dalla legge. Le norme che li disciplinano sono di carattere eccezionale e, come tali, non suscettibili
di interpretazione analogica. / E’ vero che il creditore cessionario ha il diritto di escludere ogni
altro creditore dal concorso sui crediti ceduti, ma tale diritto gli deriva non da una causa di
prelazione, ma dall’essere divenuto titolare dei diritti ceduti”; Cass. 30.5.1960, n. 1398 [7] .
3. Concorrenza con altri crediti nella procedura di sovraindebitamento
Quanto finora detto va considerato con riferimento alla legge 3/2012, ed alla procedura da
quest’ultima introdotta, il sovraindebitamento. La possibilità cioè per i soggetti non fallibili,
incapaci di ripagare i propri debiti per cause sopravvenute non attribuibili alla loro volontà (quindi,
meritevoli), di vedere falcidiati i propri impegni. I consumatori/pensionati costituiscono la platea
potenziale più numerosa di tali soggetti, e tra di essi i dipendenti pubblici e privati.
Ne consegue la domanda: nell’ambito della procedura di sovraindebitamento, il finanziamento
assistito da “cessione di quote di stipendio/pensione” deve essere rimborsato secondo il piano di
ammortamento originariamente concordato o può essere falcidiato?
La risposta dipende da due osservazioni:
1. la procedura di sovraindebitamento è una procedura concorsuale, come desumibile
implicitamente dal testo dell’art.6, c.1, così come modificato dalla L. 12.12.2012, n. 221 :
“1. Al fine di porre rimedio alle situazioni di sovraindebitamento non soggette nè
assoggettabili a procedure concorsuali diverse da quelle regolate dal presente capo, è
consentito al debitore concludere un accordo con i creditori nell'ambito della procedura di
composizione della crisi disciplinata dalla presente sezione”; ne segue che ad essa si
applicano per analogia norme previste dalla normativa su concordato preventivo e
fallimento, divenute ormai di sistema [8] ; nella fattispecie, l’art. 169-bis L.F., contratti
pendenti [9] ;
2. la normativa sul sovraindebitamento indica esplicitamente i crediti che non possono essere
falcidiati e non comprende quelli relativi ad un prestito da estinguersi con cessione di quote
di stipendio /pensione [10].
Controversa l’opinione tra i magistrati, ma alcuni provvedimenti giudiziali richiamano i principi
appena esposti.
Tr. Pistoia, dott.ssa Rosa Servarolo 27.12.2013
….. Risulta quindi chiaro che non sussista colposità nell’indebitamento, avendo la Sig.ra contratto
obbligazioni astrattamente compatibili con le capacità reddituali della famiglia e, quindi, nella
prospettiva positiva di adempierle.
Essendoci stata una contestazione in ordine alla convenienza dei piano da parte del creditore … , è
necessario in primo luogo verificare se la procedura in oggetto consenta di incidere su un contratto
di cessione del credito, sia con riguardo all’operatività dello stesso, sia con riguardo alla misura
del credito ed in secondo luogo accertare, in forza dell’art. 12bis comma 4 legge 3/2012, se il
credito possa essere soddisfatto dall’esecuzione del piano in misura non inferiore all’alternativa
liquidatoria disciplinata dalla medesima legge nella seconda sezione.
A tale scopo è indispensabile considerare la ratio dell’intero assetto normativo introdotto con la
legge n.3 del 2012. Il procedimento di composizione della crisi da sovraindebitamento, sia che si
strutturi come proposta di accordo di ristrutturazione dei debiti, sia che assuma la configurazione
del piano del consumatore, ha come obiettivo primario quello di consentire ai soggetti che non
possono accedere alle procedure concorsuali previste e regolamentate dalla legge fallimentare, di
ristrutturare i propri debiti anche attraverso la proposta di adempimento dei debiti stessi in misura
inferiore rispetto all’importo originario.
Nell’art. 7 della legge citata, che costituisce una norma comune di sistema, è sancito
espressamente che ‘è possibile prevedere che i crediti muniti di privilegio, pegno o ipoteca possono
non essere soddisfatti integralmente, allorché ne sia assicurato il pagamento in misura non
inferiore a quella realizzabile … avuto riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni … come
attestato dagli organismi di composizione della crisi’ ed, in generale, gli artt. 12 e 12 bis
statuiscono che, in caso di contestazione della convenienza dell’ accordo o del piano, il giudice
possa omologare se ritiene che il credito possa essere soddisfatto in misura non inferiore
all’alternativa liquidatoria.
E’ chiaro quindi che i crediti, anche quelli dotati di privilegio possono essere ridotti in accordo o
unilateralmente purché la misura indicata non sia pregiudizievole rispetto all’ alternativa
liquidatoria disciplinata dalla stessa normativa; il parametro di riferimento con riguardo alla
liquidazione non è rappresentato dalle procedure esecutive individuali, bensì dalla procedura di
liquidazione disciplinata dagli artt. 14 ter e seguenti della legge in analisi.
Tale scelta del legislatore è conseguente all’esigenza di rendere appetibili le procedure in
questione, che, altrimenti, potrebbero non risultare convenienti per i creditori.
Preso atto quindi che ogni genere di credito privilegiato o chirografario possa essere ridotto, va
verificata quale potrebbe essere l’alternativa liquidatoria relativa al credito della … rispetto al
quale è previsto un adempimento mediante cessione volontaria di 1/5 del credito da pensione
vantato dalla Sig.ra … .
In forza dell’art. 14 ter comma 6 lett. b) della legge citata “non sono compresi nella liquidazione
… b) i crediti aventi carattere alimentare e di mantenimento, gli stipendi, pensioni, salari e ciò che
il debitore guadagna con la sua attività, nei limiti di quanto occorra al mantenimento suo e della
sua famiglia indicati dal giudice”.
Il credito da pensione (come anche da stipendio e da altri emolumenti vitalizi), che costituisce la
fonte attraverso cui viene adempiuto il credito della … , non è utilizzabile nell’ ambito della
procedura liquidatoria de qua; il legislatore sancisce questo principio in modo tassativo, non
escludendo dalla previsione i casi in cui tali emolumenti abbiano formato oggetto di cessione
volontaria.
E’ la legge stessa, quindi, che consente al giudice di non tener conto di tali accordi volontariamente
raggiunti in precedenza tra debitore e creditore, atteso che, verosimilmente, se gli stessi fossero
vincolanti, potrebbero impedire l’accesso a queste procedure, in quanto consentirebbero il
soddisfacimento integrale di singoli creditori e la proporzionale riduzione del patrimonio da
destinare al soddisfacimento di tutti gli altri.
Il limite alla liquidazione delle pensioni, però, non è assoluto: le stesse, infatti, sono passibili di
liquidazione in misura eccedente rispetto a quello che occorre al mantenimento del debitore e della
sua famiglia.
Il legislatore non rinvia all’art. 545 c.p.c.; quindi il parametro di valutazione degli importi
necessari al mantenimento non è rappresentato né dalla quota di 1/5 dell’emolumento, né
tantomeno dalla misura della pensione sociale, ma viene determinato di volta in volta dal giudice
sulla base verosimilmente della documentazione prodotta ex artt. 14 iteri c.2 e 9 c.2 della legge
citata.
E’ tale per ragione che le deduzioni svolte dalla creditrice opponente a tale proposito non sono
affatto conferenti, atteso che la determinazione della quota “espropriabile della pensione” non può
coincidere con la parte eccedente rispetto alla misura della pensione sociale anche considerata in
misura pari al doppio.
Da sottolineare che questo decreto di omologa è stato oggetto di ricorso presso il Tribunale di
Pistoia, in composizione collegiale, il quale ha riformato la decisione di primo grado sulla base dei
requisiti della meritevolezza (ritenuti non presenti) ma NON sulla falcidiabilità di un contratto di
cessione di credito.
Connotazione della presente procedura sta nella circostanza che i debiti da soddisfare provengono
sostanzialmente da contratti di finanziamento di vario genere rimasti inadempiuti solo a latere
debitoris, avendo le società finanziarie / istituto di credito già corrisposto l’importo finanziato o
messo a disposizione la provvista necessaria. Ci troviamo dunque in presenza di contratti pendenti,
che nella disciplina del concordato preventivo troverebbero collocazione nell’art. 169bis L.F.
(accedendo all’interpretazione più ampia di tale norma, che non limita l’applicabilità degli istituti
ivi previsti alle ipotesi di contratti bilateralmente ineseguiti). E a ben vedere nessuna norma, di cui
alla L.3/2012, esclude l’applicabilità analogica dell’art. 169bis L.F. alle procedure di
composizione della crisi da sovraindebitamento. Nella fattispecie, pur non richiamandosi
espressamente l’articolo ora citato, sostanzialmente si applica lo scioglimento dei contratti di
finanziamento, con previsione di un indennizzo pari al debito residuo sottoposto a falcidia,
esattamente come previsto dall’art. 169bis, co.2, L.F., di cui si prevede appunto il pagamento del
24,47%.
Tr. Siracusa, dr Perna 2016.06.17
… del tutto priva di pregio giuridico è l’asserzione del creditore opponente, secondo cui non vi
sarebbe alcuno strumento giuridico che consentirebbe la revoca della cessione del quinto.
Invero l’art. 7 legge cit. stabilisce che “E’ possibile che i crediti muniti di privilegio, pegno o
ipoteca possono non essere soddisfatti integralmente, allorché assicurino il pagamento in misura
non inferiore a quella realizzabile, in ragione della collocazione preferenziale sul ricavato in caso
di liquidazione, avuto riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni sui quali insiste la causa di
prelazione, come attestato dagli organismi di composizione della crisi”.
Contrariamente all’assunto del creditore interveniente, la situazione del creditore cessionario del
quinto non è equiparabile a quella del creditore privilegiato o munito di pegno o ipoteca.
Indi nulla osta alla riduzione proporzionale della percentuale di soddisfazione del creditore
chirografario, tra cui Banca 1.
4. Conclusioni
Nell’operazione di mutuo, da estinguersi con cessione di quote di stipendio / pensione, regolato dal
D.P.R. 180/1950 e successive modifiche, generalmente denominato “cessione del quinto”, si può
ipotizzare che il cedente non trasferisca la titolarità del proprio credito bensì conferisca alla
controparte la legittimazione alla riscossione del numerario. Nei relativi contratti, tuttavia, il
richiamo alla normativa della cessione del credito è esplicita.
Nell’ambito di una procedura di sovraindebitamento il credito relativo non è assistito da privilegio e
può essere falcidiato, in concorso con gli altri crediti chirografari, in relazione al presumibile
guadagno ricavabile dalla procedura liquidatoria del patrimonio del debitore.
Da ultimo, tener presente che la L. 3/2012, art. 9, c.3-quater stabilisce: “Il deposito della proposta
di accordo o di piano del consumatore sospende, ai soli fini del concorso, il corso degli interessi
convenzionali o legali, a meno che i crediti non siano garantiti da pegno o privilegio, salvo quanto
previsto dagli articoli 2749, 2788 e 2855, commi secondo e terzo, del codice civile”.
Tutto ciò considerato, il sovraindebitato meritevole può non essere obbligato a rimborsare il credito
assistito dalla “cessione del quinto” secondo l’integrale piano di ammortamento originariamente
concordato, bensì può farlo con rate ben più contenute.
[1] “I dipendenti della Pubblica Amministrazione, obbligati dalla loro condizione ad un tenore di vita dignitoso, spesso
vengono a trovarsi in bisogni straordinari, in cui è difficile procurarsi credito ad eque condizioni, non avendo, nella
maggior parte dei casi, altro cespite per vivere che il loro stipendio.
“ Ad evitare che in simili frangenti si determinassero situazioni poco decorose, si pose il problema del credito agli
impiegati e salariati e si cercò di risolverlo con la legge 7 luglio 1902, n. 276, che concesse la facoltà di contrarre la
cessione del quinto sullo stipendio per un periodo di cinque anni.
“ Questo primo esperimento, prorogato di anno in anno, sfogò poi nella legge 30 giugno 1908, n. 335, … .
“ Col passare degli anni e con l’accumularsi di sempre nuove disposizioni si rese necessario coordinarle e riunirle in
un testo unico , a cui si provvide con il R.D. 5 giugno 1941, n. 874 e con il relativo Regolamento approvato con il R.D.
3 aprile 1942, n. 7008.
“ Ma non bastò neppure ciò perché, sempre con la lodevole intenzione di migliorare questa materia, si seguitò ad
emanare altre leggi tanto che fu necessario riordinarle ancora una volta con il D.P.R. in data 5 gennaio 1950, n.180,
seguito poco dopo, da un nuovo regolamento approvato con D.P.R. in data 28 luglio 1950, n. 895.
“ Infine, con la legge 25 novembre 1957, n. 1139 è stato soppresso il Fondo per il credito ai dipendenti dello Stato e le
sue attribuzioni sono state trasferite all’Ente nazionale di previdenza ed assistenza per i dipendenti statali – E.N.P.A.S.
-. Viene così a cessare il Fondo, che per ben cinquant’anni ha degnamene assolto il suo compito, dando anche un
incremento all’Erario dello Stato” – Marchetti Vito, “La cessione del quinto sullo stipendio”, Poligraf. S.r.l., Roma,
1967, pag. 1.
[2] Burrattini Gaetano, “La cessione del quinto dello stipendio”, Edizioni giuridiche Simone, 2016, Note introduttive.
[3] Il credito è assistito da un’assicurazione sulla vita per il caso morte e da una per il rischio impiego o il rischio
credito.
[4] De Gregori Alessandro, “Le modificazioni soggettive del rapporto obbligatorio”, Officina del diritto, Giuffrè
Editore, 2014, pag.5.
[5] Art. 1260 – Cedibilità dei crediti – Il creditore può trasferire a titolo oneroso o gratuito il suo credito, anche senza
il consenso del debitore, purché il credito non abbia carattere strettamente personale o il trasferimento non sia vietato
dalla legge. / Le parti possono escludere la cedibilità del credito, ma il patto non è opponibile al cessionario, se non
prova che egli lo conosceva ai tempi della cessione”.
[6] Art. 1198. Cessione di un credito in luogo dell'adempimento. - Quando in luogo dell'adempimento è ceduto un
credito, l'obbligazione si estingue con la riscossione del credito, se non risulta una diversa volontà delle parti. È salvo
quanto è disposto dal secondo comma dell'articolo 1267.
Art. 1267. Garanzia della solvenza del debitore - Il cedente non risponde della solvenza del debitore, salvo che ne
abbia assunto la garanzia. In questo caso egli risponde nei limiti di quanto ha ricevuto; deve inoltre corrispondere gli
interessi, rimborsare le spese della cessione e quelle che il cessionario abbia sopportate per escutere il debitore e
risarcire il danno. Ogni patto diretto ad aggravare la responsabilità del cedente è senza effetto. / Quando il cedente ha
garantito la solvenza del debitore, la garanzia cessa, se la mancata realizzazione del credito per insolvenza del debitore
è dipesa da negligenza del cessionario nell'iniziare o nel proseguire le istanze contro il debitore stesso.
[7] Sesta Michele, “Le garanzie atipiche”, Cedam, Padova, 1988, pag. 229.
[8] La dizione non del tutto chiara della prima versione della L.3/2012 diede la stura a dottissime dissertazioni sulla
concorsualità o meno della procedura, che purtroppo hanno lasciato degli strascichi interpretativi: secondo qualcuno
la norma di sistema di cui sopra, rispetto alla “cessione del quinto” nel sovraindebitamento, sarebbe speciale e quindi
non utilizzabile per analogia.
[9] Art. 169-bis. Contratti pendenti – “ 1. Il debitore con il ricorso di cui all'articolo 161 o successivamente può
chiedere che il Tribunale o, dopo il decreto di ammissione, il giudice delegato con decreto motivato sentito l’ altro
contraente assunte, ove occorra, sommarie informazioni lo autorizzi a sciogliersi dai contratti ancora ineseguiti o non
compiutamente eseguiti alla data della presentazione del ricorso. Su richiesta del debitore può essere autorizzata la
sospensione del contratto per non più di sessanta giorni, prorogabili una sola volta. Lo scioglimento o la sospensione
del contratto hanno effetto dalla comunicazione del provvedimento autorizzativo all’ altro contraente.
“ 2. In tali casi, il contraente ha diritto ad un indennizzo equivalente al risarcimento del danno conseguente al mancato
adempimento. Tale credito è soddisfatto come credito anteriore al concordato ferma restando la prededuzione del
credito conseguente ad eventuali prestazioni eseguite legalmente e in conformità agli accordi o agli usi negoziali, dopo
la pubblicazione della domanda ai sensi dell’articolo 161.
“ 3. Lo scioglimento del contratto non si estende alla clausola compromissoria in esso contenuta.
“ 4. Le disposizioni di questo articolo non si applicano ai rapporti di lavoro subordinato nonché ai contratti di cui agli
articoli 72, ottavo comma, 72-ter e 80, primo comma.
“ 5. In caso di scioglimento del contratto di locazione finanziaria, il concedente ha diritto alla restituzione del bene ed
è tenuto a versare al debitore l’eventuale differenza fra la maggiore somma ricavata dalla vendita o da altra
collocazione del bene stesso avvenute a valori di mercato rispetto al credito residuo in linea capitale. La somma
versata al debitore a norma del periodo precedente è acquisita alla procedura. Il concedente ha diritto di far valere
verso il debitore un credito determinato nella differenza tra il credito vantato alla data del deposito della domanda e
quanto ricavato dalla nuova allocazione del bene. Tale credito è soddisfatto come credito anteriore al concordato”.
[10] “Sulla cessione del quinto – L’argomento è di primario interesse seppur non ancora fatto oggetto di particolari
attenzioni nel panorama dottrinale e giurisprudenziale.  … nella diffusa ipotesi in cui tra i creditori inseriti nel piano vi
sia una società cessionaria del credito futuro ci si domanda della sorte di detta posizione e di come il credito vada
trattato nell’ambito del piano di composizione della crisi.
“ Se il presupposto di base è la natura concorsuale del procedimento e l’applicazione del principio di parità di
trattamento ai creditori, sarebbe agevole pensare, anche da un punto di vista sistematico, di assoggettare anche il
cessionario del quinto ad una eventuale falcidia prevista per la classe chirografaria.
“ Ciò sul presupposto che gli effetti obbligatori del contratto siano in corso di esecuzione poiché connessi alla
maturazione, mese per mese, del credito futuro.
“ Purtuttavia la questione non è così semplice e rimane tutta da verificare.
“ Per sostenere la tesi del rispetto, da parte del creditore, dei contenuti di riduzione del credito futuro nel piano può
farsi perno su tre argomentazioni.
“ In primo luogo, assimilando il decreto di omologa all’atto di pignoramento, gli atti dispositivi di cui agli artt. 2914 e
2915 c.c. resterebbero inopponibili ai creditori trattandosi di crediti ‘astrattamente eventuali’.
“ Altra ipotesi sarebbe quella di falcidiare il credito residuo oggetto di cessione alla data della domanda, lasciando
proseguire gli effetti del contratto fino al soddisfacimento del nuovo credito rideterminato per effetto della falcidia. In
tal senso, ritenendo che il contratto sia pendente e, dunque, essendo la pretesa comunque concorsuale, debba
soggiacere all’efficacia obbligatoria della soluzione concordata.
“ Da altro punto di vista si potrebbe ritenere accessibile una applicazione analogica della disciplina, di cui all’art.
169-bis l. fall., con richiesta al magistrato di scioglimento del contratto” – De Matteis S e Graziano N., “Casi e
questioni di sovraindebitamento”, Maggioli editore, gennaio 2017, pag. 128.

Crisi da sovraindebitamento: lo stato dell'arte sull'infalcidiabilità del credito IVA


Nell’ultimo periodo si è discusso molto sulla falcidiabilità dell’Iva nelle procedure di composizione
della crisi da sovraindebitamento, e ciò in quanto l’art. 7 comma primo, terzo periodo, della Legge
n. 3 del 2012 prevede apertis verbis che: “In ogni caso, con riguardo ai tributi costituenti risorse
proprie dell’Unione europea, all’imposta sul valore aggiunto ed alle ritenute operate e non versate,
il piano può prevedere esclusivamente la dilazione del pagamento” .
Di talchè, soffermandosi a una semplice interpretazione letterale del mentovato articolo,
richiamando, a sua volta, l’art. 12 delle disposizioni sulla legge in generale, si dovrebbe sostenere
che una proposta di accordo di composizione della crisi da sovraindebitamento, contenente un
soddisfo parziale di somme a titolo di imposta sul valore aggiunto dovrebbe essere ritenuta
inammissibile.
Sennonchè, un’interpretazione di tal guisa, ferma all’applicazione dell’art. 12 delle disposizioni
sulla legge in generale, mal si adatta alla legalità costituzionale[1].
E’ preferibile un’interpretazione assiologia, che induca a superare il rigoroso dato letterale per
condurre la norma de qua ai valori fondamentali del sistema.
Ed invero, si potrebbe ricorrere a tale tipo di interpretazione, facendo leva su quanto statuito sul
punto dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea in data 07/04/2016 (causa 546/2014)
nell’ambito del concordato preventivo che ha dichiarato quanto segue: “l’art.4, paragrafo 3, T.U.E.
nonché gli articoli 2, 250, paragrafo 1, e 273 della direttiva I.V.A. non ostano a una normativa
nazionale, come quella di cui al procedimento principale, interpretata nel senso che un
imprenditore in stato di insolvenza può presentare a un giudice una domanda di apertura di una
procedura d concordato preventivo, al fine di saldare i propri debiti mediante la liquidazione del
suo patrimonio, con la quale proponga di pagare solo parzialmente un debito I.V.A. attestando,
sulla base di un accertamento di un esperto indipendente, che tale debito non riceverebbe un
trattamento migliore nel caso di proprio fallimento”. Soluzione quest’ultima recepita prima dalla
Suprema Corte di Cassazione[2] e poi dal legislatore novellando l’art. 182 ter L.F. titolato adesso
“Trattamento dei crediti tributari e contributivi”[3] , che così recita: “Con il piano di cui
all'articolo 160 il debitore, esclusivamente mediante proposta presentata ai sensi del presente
articolo, può proporre il pagamento, parziale o anche dilazionato, dei tributi amministrati dalle
agenzie fiscali e dei relativi accessori amministrati dalle agenzie fiscali, nonché dei contributi
amministrati dagli enti gestori di forme di previdenza e assistenza obbligatorie e dei relativi
accessori, se il piano ne prevede la soddisfazione in misura non inferiore a quella realizzabile, in
ragione della collocazione preferenziale, sul ricavato in caso di liquidazione, avuto riguardo al
valore di mercato attribuibile ai beni o ai diritti sui quali sussiste la causa di prelazione, indicato
nella relazione di un professionista in possesso dei requisiti di cui all'articolo 67, terzo comma,
lettera d). Se il credito tributario o contributivo è assistito da privilegio, la percentuale, i tempi di
pagamento e le eventuali garanzie non possono essere inferiori o meno vantaggiosi rispetto a quelli
offerti ai creditori che hanno un grado di privilegio inferiore o a quelli che hanno una posizione
giuridica ed interessi economici omogenei a quelli delle agenzie e degli enti gestori di forme di
previdenza e assistenza obbligatorie; se il credito tributario o contributivo ha natura chirografaria,
il trattamento non può essere differenziato rispetto a quello degli altri creditori chirografari ovvero,
nel caso di suddivisione in classi, dei creditori rispetto ai quali è previsto un trattamento più
favorevole. Nel caso in cui sia proposto il pagamento parziale di un credito tributario o
contributivo privilegiato, la quota di credito degradata al chirografo deve essere inserita in
un'apposita classe”.
Di tale avviso è anche parte della giurisprudenza di merito[4] che ha ritenuto di poter fornire quale
interpretazione preferibile dell’articolo de quo, quella secondo cui detta norma si limiterebbe così
(come l'art. 182-ter nella versione anteriore a quella ora vigente): “a replicare in modo affatto
neutrale, la regola comunitaria espressa, secondo la quale gli Stati membri hanno l’obbligo di
garantire il prelievo integrale dell’IVA sul territorio ai sensi degli articoli 2, 250, paragrafo 1, e
273 della direttiva iva nonché dell’art.4 paragrafo 3 TUE”, pertanto, secondo il citato indirizzo, si
può ritenere legittimo il principio che, se da una parte v’è la regola dell’intangibilità dell’IVA,
dall’altra è altrettanto ammissibile implicitamente una proposta di accordo che presenti una
falcidiazione dell’IVA attraverso un piano[5] che garantisca un trattamento migliore rispetto
all’alternativa liquidatoria di cui all’art. 14 ter L.F.
Di talchè, il Tribunale di Pistoia ha ritenuto applicabile all’accordo la falcidia dell’iva, aderendo alla
tesi della disapplicazione tout court del diritto interno, in contrasto con quello comunitario, anche se
nel caso di specie ci troviamo innanzi a norme non self- executing.
Sennonchè, tale ragionamento si scontra con quanto statuito dalla Cassazione con la pronuncia n.
26988/2016 secondo cui: “processuale o sostanziale che sia, infatti, la regola dell’infalcidiabilità
del credito IVA è inclusa nella disciplina speciale del concordato preventivo con transazione
fiscale. E non si può pretendere di estenderla ai casi regolati dalla disciplina generale del
concordato preventivo senza transazione. Certo, nell’ambito della disciplina speciale del
concordato con transazione fiscale, la infalcidiabilità  del credito Iva rappresenta un’eccezione
alla regola della falcidiabilità dei crediti privilegiati, anche tributari. Ma questa eccezione non può
estendersi automaticamente oltre l’ambito di applicazione della disciplina speciale in cui è inclusa,
come dimostra il fatto che la sua applicazione nel procedimento di composizione della crisi da
sovraindebitamento ne ha richiesto l’espressa previsione nell’art. 7 della legge 27 gennaio 2012
n.3. E’ un argomento retoricamente efficace, ma logicamente scorretto, quello che presume di
applicazione “universale” una norma qualificata eccezionale solo prevede un’eccezione
nell’ambito di una disciplina di per sé speciale”.
Ancor prima, il Tribunale di Benevento, così si era pronunciato: “Non può dubitarsi della sua
natura eccezionale, dalla quale deriva non solo il divieto di applicazione in via analogica, ma
anche il divieto di interpretazione estensiva in assenza di una eadem ratio”. Ratio che, per entrambi
gli istituti è quella di “trovare una soluzione extrafallimentare alla crisi dell’azienda” (Tribunale
Verona ordinanza del 10/04/2013, ma che comunque nel caso dell’art. 182-ter L.F. consiste altresì
“nello scambio tra erario … e debitore proponente che è tipica dell’istituto in questione, laddove
nell’ambito concordatario può astrattamente ritenersi ammissibile la falcidia del credito in
questione al pari di tutti gli altri crediti muniti di privilegio generale …” (cfr. Trib. Benevento, decr.
25 settembre 2014).
Anche se v’è dire, a contrario, che un’interpretazione assiologia, non contrasta con il precetto di cui
all’art. 14 delle disposizioni sulla legge in generale che vieta l’analogia per le norme penali e per
quelle eccezionali. “Il divieto di applicazione analogica in esso contenuto non può non permanere,
assumendo contorni e dimensioni diverse, come la dottrina più attenta non ha mancato di
sottolineare, per ipotesi di procedimenti analogici applicati a disposizioni normative che nel
sistema precostituzionale certamente erano considerate eccezionali. In conclusione si può dire che
capire la norma non è, e non può essere, il risultato dell’esegesi puramente letterale, ma è
l’individuazione della sua logica e della sua giustificazione assiologica; e questo è impossibile
senza alzare lo sguardo verso il resto dell’ordinamento e dei principi che lo sorreggono[6].
V’è sul punto da dire che in dottrina, con riferimento alla disposizione di cui all’art. 7 della L. n.
3/2012, si ritiene che la pronuncia della C.G.U.E. del 07/04/2016 non possa avere riverberi in
procedimenti volti alla composizione della crisi da sovraindebitamento, dovendosi, tutt’al più
sollevare la questione di legittimità costituzionale, vista la disparità di trattamento scaturente dalla
circostanza che nel concordato preventivo liquidatorio, alla luce della richiamata pronuncia del
Giudice Sovranazionale[7], anche i sostenitori della tesi contraria, potrebbero oramai ritenere
ammissibile la facidiabilità del credito vantato dall’Erario in relazione all’imposta sul valore
aggiunto,  e le prime due procedure previste ex L. 3 /2012, in cui il pagamento integrale dell’IVA è
espressamente stabilito a pena di inammissibilità.
Sennonché, pur in parte concordando con una siffata interpretazione assiologia della norma che ci
occupa, senza, peraltro, sottacere che l’istituto della disapplicazione presenta un immediato effetto
risolutore della questione, rispetto alla questione di legittimità costituzionale, a parere di chi scrive è
preferibile giungere alla scelta di sottoporre la questione alla Consulta, atteso l’inciso “in ogni caso”
dell’art. 7 comma 1 della L. 3/2012(che implica un’eccezione alla regola generale), ancor più se si
raffronta con il novellato art. 182 ter l. fall.
Di tale avviso è anche il Tribunale di Udine che ha sollevato la questione di legittimità dell’art. 7
comma 1, terzo periodo, L. n. 3/12, limitatamente alle parole “all’imposta sul valore aggiunto”,
ritenendo rilevante e non manifestamente infondata la questione[8].
Ed invero, il Tribunale di Udine, rilevando che l’accordo con i creditori e il piano del consumatore
hanno delle caratteristiche analoghe con il concordato preventivo, siccome ora disciplinato, che
prevede, come mentovato, ricorrendone specifiche situazioni, il pagamento ridotto dell’IVA, ha
rimesso la questione alla Corte Costituzionale per violazione degli artt. 3 e 97 della Cost.
Ebbene, violerebbe l’art. 3 della Cost. poichè: “ l’art. 7, comma1, terzo periodo, L. n. 3/12
( limitatamente alle parole “all’imposta sul valore aggiunto”) disciplina in modo irragionevolmente
diverso situazioni simili, qualora dedotte in procedure concorsuali regolate dalle medesime
cadenze di massima dalle stesse finalità. Tramite l’ablazione di tale norma dall’ordinamento
potrebbe riespandersi, in tutte le ipotesi di procedura concorsuale negoziata, il principio generale e
razionale, per ciascuna di esse già vigente, per cui anche il credito IVA, come tutti i crediti
privilegiati, può essere soddisfatto in misura parziale, purchè nei limiti del valore dei beni
gravati.”; violerebbe l’art.97 della Cost. poiché : “ (quando) rende necessariamente inammissibile
la proposta di accordo che non preveda il pagamento integrale dell’IVA, priva la Pubblica
amministrazione del potere di valutare autonomamente ed in concreto se la proposta ( al di là delle
attestazioni di corredo e del primo vaglio giudiziale) è davvero in grado di soddisfare tale credito
erariale in misura pari o addirittura superiore al ricavato ottenibile nell’alternativa liquidatoria, e
dunque determinarsi nel caso concreto al voto favorevole o contrario (con facoltà successiva
opposizione e reclamo). Ciò non assicura il principio costituzionale del buon andamento, perché
preclude in radice alla P.A. di condursi secondo criteri di economicità e di massimizzazione delle
risorse nel caso concreto, anche quando in realtà ciò sarebbe possibile consentendo ad un
pagamento del credito IVA parziale, ma in termini più rapidi ed in misura non inferiore alle
alternative meramente liquidatorie”.
Queste disquisizioni giuridiche, seppur, in attesa del vaglio da parte del Giudice delle Leggi, giusto
principio tempus regit actum assumono, purtroppo, allo stato attuale una notevole importanza,
stante la regnante incertezza giuridica vigente, anche se, non può sottacersi la circostanza che le
stesse (da qui l’ironia della sorte) “verranno” a essere superate con l’entrata in vigore della Legge
n. 155 del 19 ottobre 2017 recante la “Delega al Governo per la riforma delle discipline della crisi
di impresa e dell'insolvenza”, atteso che il “codice della crisi e dell’insolvenza” ha eliminato il
divieto di falcidia dell’IVA e delle ritenute operate e non versate; così, di fatto, realizzando appieno
la finalità della Legge 3/2012, che il più delle volte sembra sfuggire agli operatori del diritto.
[1] Perlingeri, Il diritto civile nella legalità costituzionale, Napoli, 2006 pag. 585.
[2] Sentenze Cass. SS.UU. 27 gennaio 2016, n. 26998 e SS. UU. 13 gennaio 13 gennaio n. 760.
[3] L. 232/2016 art. 1 comma 81 (legge di bilancio 2017 ), in vigore dal gennaio 2017.
[4] Tribunale di Pistoia del 26/04/2017.
[5] Piano reso in un procedimento giudiziale, corredato delle garanzie quali la partecipazione dei creditori,
l’intervento del professionista dipendente e controllo del giudice. In poche parole l’accertamento del professionista
dipendente deve investire l’impossibilità di un realizzo migliore in sede concordataria, conforme ai principi CGUE
n.546/2016, v, anche sentenza Cass. 26988/2016. ( Trib. Pistoia cit. pag. 11).
[6] Perlingeri, Il diritto civile nella legalità costituzionale, Napoli, 2006 pag. 592.
[7] Saggio di Michele Monteleone presidente II sez. Civile Ufficio Fallimentare presso il Tribunale di Benevento “
C’era una volta l’infalcidiabilità del credito IVA . Nota alla sentenza della Corte di Giustizia Unione Europea del 7
aprile 2016” pag. 19.
[8] Così nel decreto di sospensione del Tribunale di Udine del 14/05/2018 Rg. 1100/2018 “ sotto il primo profilo, va
sottolineato che il rispetto del citato art.7, comma 1, terzo periodo, L.3/2012 è condizione: - di ammissibilità del
ricorso (art.10, comma 1, L.3/2012) ; - di omologabilità dell’accordo, se raggiunto ( art.12, comma 2, primo periodo,
L. n.3/2012); - di persistenza degli effetti dell’omologazione dell’accordo ( art.12 comma 4 L.n°.3/12). Da ciò la
rilevanza della questione in esame, perché la norma deve trovare applicazione in questo procedimento, e determina
direttamente la sua sorte. Quanto alla non manifesta infondatezza, si osserva quanto segue. La previsione in discorso,
inserita nella legge sulle crisi da sovra indebitamento dal DL n° 179/12, convertito in L. n°221/2012, costituiva
all’epoca la declinazione in questo settore di un identico principio, inserito fin dal 2006/2008 nell’affine settore del
concordato preventivo ( cfr. art. 182 ter , comma primo, periodo primo, ultima parte , L. Fall.) . In sostanza in entrambi
i settori era consentito in generale proporre un pagamento parziale dei crediti privilegiati, purchè nei limiti della
capienza dei beni gravati (c.d. “falcidia”) ; ma il credito privilegiato per l’Iva ( assieme ad alcuni altri, qui irrilevanti)
faceva eccezione e doveva invece essere sempre pagato per intero. Ciò a prescindere dal fatto che il debitore
proponesse o meno un concordato preventivo connesso ad una transazione fiscale e senza riguardi per il relativamente
basso grado di privilegio attribuito a tale credito dalla legge ( Cass. nn° 22931 e 22932/2011; n° 7667/2012; nn° 9541
e 14447/14; n° 18561/2016). L’assetto derivante da una simile interpretazione era stato considerato compatibile con la
Costituzione ( Corte Cost. n° 225/14). La situazione è però mutata all’indomani della pronuncia emessa dalla C.G.U.E.
il 07/04/2016 ….”

Cartelle Equitalia: sovraindebitamento e rottamazione


Con il Decreto fiscale 193/2016 è stata introdotta la “la definizione agevolata dei carichi affidati
agli agenti della riscossione dal 2000 al 2016”, più conosciuta come “rottamazione delle cartelle
Equitalia”, che prevede l’estinzione di debiti tributari risparmiando su sanzioni e parte degli
interessi; molto probabilmente si possono falcidiare anche il capitale e l’IVA, se la rottamazione è
effettuata nell’ambito della procedura di sovraindebitamento. Il tutto, ricorso per l’ammissione alla
procedura e deposito della domanda di “rottamazione”, entro il 31 marzo 2017. Rischi economici
per il debitore e probabile superfetazione del numero delle pratiche con non molte possibilità di
successo.
Con il Decreto fiscale (DL 193/2016, convertito nella L. 225/2016 [1]) è stata approvata la così
detta “rottamazione delle cartelle Equitalia”. Più correttamente, “ la definizione agevolata dei
carichi affidati agli agenti della riscossione dal 2000 al 2016” risparmiando su sanzioni ed interessi
[2] .
Nella conversione in legge è stata poi introdotta la possibilità, per coloro che possono accedere alla
procedura di sovraindebitamento, di ridurre anche la parte capitale dei tributi e i debiti IVA.
Art. 6, commi 9-bis, e 9-ter :
“ 9-bis. Sono altresì compresi nella definizione agevolata di cui al comma 1 i carichi affidati agli
agenti della riscossione che rientrano nei procedimenti instaurati a seguito di istanza presentata
dai debitori ai sensi del capo II, sezione prima, della legge 27 gennaio 2012, n. 3.
“ 9-ter. Nelle proposte di accordo o del piano del consumatore presentate ai sensi dell'articolo 6,
comma 1, della legge 27 gennaio 2012, n. 3, i debitori possono estinguere il debito senza
corrispondere le sanzioni, gli interessi di mora di cui all'articolo 30, comma 1, del decreto del
Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, ovvero le sanzioni e le somme aggiuntive di
cui all'articolo 27, comma 1, del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, provvedendo al
pagamento del debito, anche falcidiato, nelle modalità e nei tempi eventualmente previsti nel
decreto di omologazione dell'accordo o del piano del consumatore”.
Questa normativa quanto permette di risparmiare e come si coordina con quella relativa al
sovraindebitamento? Quali rischi economici comporta per il debitore?

Alcune precisazioni relative alla definizione agevolata dei carichi affidati agli
agenti della riscossione.
Data di riferimento: i debiti fiscali sono quelli relativi ai carichi affidati all’agente della riscossione
al 31 dicembre 2016. Per cui determinante non è la data della notifica della cartella al contribuente,
bensì quella dell’affidamento della riscossione al relativo agente. Entro il 28 febbraio 2017
Equitalia invierà una comunicazione, per posta, con l’indicazione dei carichi a lei affidati, ma non
ancora notificati (l’informazione può essere acquisita anche on line).
Entro il 31 marzo 2017 il contribuente, se lo riterrà opportuno, segnalerà all’agente della
riscossione la sua intenzione di ricorrere all’agevolazione, per tutti o parte dei gravami.
Entro il 31 maggio 2017 l’ente incaricato della riscossione comunicherà l’ indicazione della scelta
effettuata, gli importi della/e rata/e richiesta/e ed allegherà i bollettini per il pagamento (se, come
richiesto dal contribuente, da effettuare tramite canale postale).
L’agevolazione potrà consistere in pagamento
- unico entro il 31 luglio 2017
- più rate, da un minimo di 2 ad un massimo di 5, dal 31 luglio 2017 al 30 settembre 2018
(31/07/17, 30/09/17, 30/11/17, 30/04/18, 30/09/18).
Il 70% dell’importo dovrà essere pagato entro il 2017 e sulle rate successive a quella del 31.7.2017
saranno calcolati interessi di mora al tasso del 4,5% annuo.
Quali i contribuenti interessati ? Tutti.
Quali le imposte / tributi oggetto della definizione agevolata ? Tutte, eccetto
comma 10 - …
“ a) le risorse proprie tradizionali previste dall'articolo 2, paragrafo 1, lettera a), delle decisioni
2007/436/CE/Euratom del Consiglio, del 7 giugno 2007, e 2014/335/UE/Euratom del Consiglio,
del 26 maggio 2014 [3], e l'imposta sul valore aggiunto riscossa all'importazione;
“ b) le somme dovute a titolo di recupero di aiuti di Stato ai sensi dell'articolo 16 del regolamento
(UE) n. 2015/1589 del Consiglio, del 13 luglio 2015;
“ c) i crediti derivanti da pronunce di condanna della Corte dei conti;
“ d) le multe, le ammende e le sanzioni pecuniarie dovute a seguito di provvedimenti e sentenze
penali di condanna;
“ e) (soppressa);
“ e-bis) le altre sanzioni diverse da quelle irrogate per violazioni tributarie o per violazione degli
obblighi relativi ai contributi e ai premi dovuti dagli enti previdenziali ”.
Cosa si rischia se non si effettuano i pagamenti indicati alle scadenze richieste ? Comma 4 -  “ In
caso di mancato ovvero di insufficiente o tardivo versamento dell'unica rata ovvero di una rata di
quelle in cui è stato dilazionato il pagamento delle somme di cui al comma 1, lettere a) e b), la
definizione non produce effetti e riprendono a decorrere i termini di prescrizione e decadenza per il
recupero dei carichi oggetto della dichiarazione di cui al comma 2. In tal caso, i versamenti
effettuati sono acquisiti a titolo di acconto dell'importo complessivamente dovuto a seguito
dell'affidamento del carico e non determinano l'estinzione del debito residuo, di cui l'agente della
riscossione prosegue l'attività di recupero e il cui pagamento non può essere rateizzato ai sensi
dell'articolo 19 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 ”.
In altri termini, se un contribuente aveva già chiesto ed ottenuto la rateizzazione del proprio debito,
ricorre alla “rottamazione” e non rispetta le scadenze sopra indicate, dovrà pagare il residuo senza
sconti, tutto e subito, nonché ulteriori interessi di mora, e non potrà chiedere la riammissione alla
precedente rateizzazione né ricorrere all’istituto del ravvedimento operoso!
L’adesione alla definizione agevolata dei carichi affidati agli agenti della riscossione comporta
vantaggi per il contribuente :
- risparmi in termini economici;
“Il Comune ha contestato una maggiore ICI per l’anno 20007 con un avviso di accertamento
notificato nel 2012. Non avendolo definito né impugnato, nel 2014 il contribuente riceve una
cartella di pagamento di Equitalia in cui vengono indicate le seguenti voci con aggio dell’8%.

rottamazione

Maggiore ICI da versare 2.500 2.500


Sanzioni (100%) 2.500 0
Interessi da ritardata iscrizione a ruolo 50 50
Interessi di mora 450 0
Aggio di riscossione 200 200
Spese di notifica 10 10
Totale da versare 5.710 2.760

Risparmio pari ad euro 2.950, circa il 52% ” [4]


- blocco di alcune azioni esecutive e cautelari poste in essere dall’agente della riscossione.
Comma 5. “A seguito della presentazione della dichiarazione di cui al comma 2, sono sospesi i
termini di prescrizione e decadenza per il recupero dei carichi che sono oggetto di tale
dichiarazione (( e, fermo restando quanto previsto dal comma 8, sono altresì sospesi, per i carichi
oggetto della domanda di definizione di cui al comma 1, fino alla scadenza della prima o unica
rata delle somme dovute, gli obblighi di pagamento derivanti da precedenti dilazioni in essere
relativamente alle rate di tali dilazioni in scadenza in data successiva al 31 dicembre 2016 )).
L'agente della riscossione, relativamente ai carichi definibili ai sensi del presente articolo, non può
avviare nuove azioni esecutive ovvero iscrivere nuovi fermi amministrativi e ipoteche, fatti salvi i
fermi amministrativi e le ipoteche già iscritti alla data di presentazione della dichiarazione, e non
può altresì proseguire le procedure di recupero coattivo precedentemente avviate, a condizione che
non si sia ancora tenuto il primo incanto con esito positivo ovvero non sia stata presentata istanza
di assegnazione ovvero non sia stato già emesso provvedimento di assegnazione dei crediti
pignorati ”.
- regolarizzazione del DURC.
Probabile ulteriore vantaggio, per chi effettua la definizione agevolata nell’ambito della procedura
di sovraindebitamento (L. 3/2012), la possibilità di FALCIDIARE ANCHE IL CAPITALE dei
tributi dovuti (“i debitori possono estinguere il debito senza corrispondere le sanzioni, gli interessi
di mora .. ovvero le sanzioni e le somme aggiuntive .. provvedendo al pagamento del debito, anche
falcidiato ”).
Inoltre non si dovrebbe essere vincolati al disposto dell’art. 7, c.1, periodo 3 della L. 3/2012 : “ Con
riguardo ai tributi costituenti risorse proprie dell’Unione Europea, all’imposta sul valore aggiunto
ed alle ritenute operate e non versate, il piano può prevedere esclusivamente la dilazione del
pagamento ”. Cioè, considerando anche l’elenco tassativo di imposte e tributi che non possono
essere oggetti della definizione agevolata, c’è la possibilità di FALCIDIARE ANCHE il debito IVA.
Rimane il limite che “ E' possibile prevedere che i crediti muniti di privilegio, pegno o ipoteca
possono non essere soddisfatti integralmente, allorché ne sia assicurato il pagamento in misura
non inferiore a quella realizzabile, in ragione della collocazione preferenziale sul ricavato in caso
di liquidazione, avuto riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni o ai diritti sui quali insiste
la causa di prelazione .. “ (L. 3/2012, art.1, c.1, periodo 2). Opportunità anticipata dalla decisione
della Corte di Giustizia dell’UE nella causa C-546/14, sentenza Degano [5], e presente nella nuova
formulazione dell’art. 182-ter Legge Fallimentare (già intitolato “Transazione fiscale”, ora
“Trattamento dei crediti tributari e contributivi” – Legge di stabilità 2017, articolo 81) in vigore dal
1.1.2017 [6] .
Valutiamo però tali possibilità nell’ambito della procedura di sovraindebitamento.
Questa si articola nei seguenti passaggi:
1 - deposito del ricorso (in genere senza proposta di accordo / piano del consumatore) presso un
Organismo di Composizione della Crisi (OCC) o il Tribunale; in questo secondo caso nomina di un
professionista facente funzione dell’OCC;
2 - redazione della proposta di accordo / piano del consumatore (secondo la legge, da parte del
sovraindebitato; in pratica, redatta dall’OCC o dal professionista f.f.) e dell’ attestazione; deposito
di entrambe in Tribunale;
3 - decreto del Tribunale di fissazione della prima udienza di trattazione del procedimento, con
successiva comunicazione della proposta di accordo / piano ai creditori;
4 - udienza per la dichiarazione di voto da parte dei creditori (che può mancare in caso di piano del
consumatore); omologa / rigetto;
5 – in caso di omologa, attuazione della proposta di accordo / piano (nel cui ambito, se prevista,
liquidazione del patrimonio del debitore).
Se, nell’arco temporale 2 gennaio - 31 marzo 2017, la procedura di sovraindebitamento si trova
nelle fasi 1 e 2 (anche se iniziata prima del 31.12.2016), nessun problema ad inserire la
rottamazione nella proposta di accordo / piano, in via di redazione. Più difficile inserirla nelle fasi 3
e 4. Impossibile nella 5 ; in questo caso, infatti, bisognerebbe rinunciare alla procedura e l’art. 7, c.2
lettera 2a della L.3/2012 impedisce di avviarne un’altra entro cinque anni.
Rimaniamo nelle fasi 1 e 2. Nell’ambito della proposta di accordo / piano viene inserita pure la
richiesta di definizione agevolata [7].
Anche nel caso di omologazione, considerati i tempi in genere lunghi della procedura di
sovraindebitamento (non per cause relative alla sua semplicità strutturale), sarà ben difficile
rispettare le scadenze delle rate entro il 30.9.2018; ed è molto probabile che a queste ultime si
sostituiranno le scadenze, ben più procrastinate nel tempo, indicate nella proposta di accordo /
piano. Nessun problema se il magistrato omologherà e poi la proposta di accordo / piano verrà
rispettata (compreso il pagamento del debito fiscale abbondantemente ridotto).
Ma, se non ci sarà l’omologa, il debitore dovrà pagare il residuo debito fiscale senza sconti, tutto e
subito?
Inoltre, già si vedono ricorsi per l’ammissione alla procedura di sovraindebitamento di non molte
righe di foglio uso bollo, con uno scheletrico accenno di proposta di accordo / piano, spesso
depositati dopo la notifica di un precetto o l’inizio di una procedura esecutiva a carico del debitore.
C’è quindi il rischio di una quantità notevole di ricorsi [8] , con le caratteristiche di cui sopra,
unitamente alla richiesta di definizione agevolata del pagamento delle cartelle, al mero scopo di
bloccare la procedura esecutiva (art. 10, c.2, lett.e della L. 3/2012) e guadagnare del tempo
purchessia (l’esperienza del concordato in bianco docet). Le probabilità di omologa di queste
proposte non dovrebbero essere altissime.
La possibilità di potenziare gli effetti della definizione agevolata dei carichi affidati agli agenti della
riscossione, nell’ambito della procedura di sovraindebitamento, è positiva. Nella pratica, tuttavia,
molto probabilmente si riscontreranno un notevole ulteriore accumulo di pezzi di carta (o invii
telematici) e limitati risultati concreti. Conseguenza di una ricorrente normativa emergenziale, con
l’obiettivo precipuo dei “pochi, maledetti e subito”, e della sempiterna mancanza dell’elemento
essenziale per la sopravvivenza dell’impresa: l’ emersione anticipata della crisi[9].
Decreto legge 22.10.2016, n. 193
(in G.U. - Serie generale - n. 249 del 24.10.2016) coordinato con la
legge di conversione 1.12.2016, n. 225
Disposizioni urgenti in materia fiscale e per il finanziamento di esigenze indifferibili
(16A08374) (GU Serie Generale n. 282 del 2-12-2016 - S.O. n. 53) - In vigore dal 03.12.2016
Art. 6 - Definizione agevolata
1. Relativamente ai carichi (affidati agli agenti della riscossione dal 2000 al 2016), i debitori
possono estinguere il debito senza corrispondere le sanzioni (comprese) in tali carichi, gli interessi
di mora di cui all'articolo 30, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre
1973, n. 602 [10] , ovvero le sanzioni e le somme aggiuntive di cui all'articolo 27, comma 1, del
decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46 [11], provvedendo al pagamento integrale (delle somme
di cui alle lettere a) e b), dilazionato in rate sulle quali sono dovuti, a decorrere dal 1° agosto 2017,
gli interessi nella misura di cui all'articolo 21, primo comma, del decreto del Presidente della
Repubblica n. 602 del 1973 [12]. Fermo restando che il 70 per cento delle somme
complessivamente dovute deve essere versato nell' anno 2017 e il restante 30 per cento nell'anno
2018, è effettuato il pagamento, per l'importo da versare distintamente in ciascuno dei due anni, in
rate di pari ammontare, nel numero massimo di tre rate nel 2017 e di due rate nel 2018)
1. delle somme affidate all'agente della riscossione a titolo di capitale e interessi;
2. di quelle maturate a favore dell'agente della riscossione, ai sensi dell'articolo 17 del decreto
legislativo 13 aprile 1999, n. 112 [13], a titolo di aggio sulle somme di cui alla lettera a) e di
rimborso delle spese per le procedure esecutive, nonché di rimborso delle spese di notifica
della cartella di pagamento.
2. Ai fini della definizione di cui al comma 1, il debitore manifesta all'agente della riscossione la sua
volontà di avvalersene, rendendo, entro il (31 marzo 2017) apposita dichiarazione, con le modalità e
in conformità alla modulistica che lo stesso agente della riscossione pubblica sul proprio sito
internet nel termine massimo di quindici giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto;
in tale dichiarazione il debitore indica altresì il numero di rate nel quale intende effettuare il
pagamento, entro il limite massimo previsto dal comma 1, nonché la pendenza di giudizi aventi ad
oggetto i carichi cui si riferisce la dichiarazione, e assume l'impegno a rinunciare agli stessi giudizi.
Entro la stessa data del 31 marzo 2017 il debitore può integrare, con le predette modalità, la
dichiarazione presentata anteriormente a tale data.
3. Entro (il 31 maggio 2017), l'agente della riscossione comunica ai debitori che hanno presentato la
dichiarazione di cui al comma 2 l'ammontare complessivo delle somme dovute ai fini della
definizione, nonché quello delle singole rate, e il giorno e il mese di scadenza di ciascuna di esse,
(attenendosi ai seguenti criteri):
a) per l'anno 2017, la scadenza delle singole rate è fissata nei mesi di luglio, settembre e
novembre;
b) per l'anno 2018, la scadenza delle singole rate è fissata nei mesi di aprile e settembre.
3-bis . Ai fini di cui al comma 1, l'agente della riscossione fornisce ai debitori i dati necessari a
individuare i carichi definibili ai sensi dello stesso comma 1:
I. presso i propri sportelli;
II. nell'area riservata del proprio sito internet istituzionale.
3-ter. Entro il 28 febbraio 2017, l'agente della riscossione, con posta ordinaria, avvisa il debitore
dei carichi affidati nell'anno 2016 per i quali, alla data del 31 dicembre 2016, gli risulta non
ancora notificata la cartella di pagamento ovvero inviata l'informazione di cui all'articolo 29,
comma 1, lettera b), ultimo periodo, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con
modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, ovvero notificato l'avviso di addebito di cui
all'articolo 30, comma 1, del medesimo decreto-legge n. 78 del 2010[14]) .
4. In caso di mancato ovvero di insufficiente o tardivo versamento dell'unica rata ovvero di una rata
di quelle in cui è stato dilazionato il pagamento delle somme di cui al comma 1, lettere a) e b), la
definizione non produce effetti e riprendono a decorrere i termini di prescrizione e decadenza per il
recupero dei carichi oggetto della dichiarazione di cui al comma 2. In tal caso, i versamenti
effettuati sono acquisiti a titolo di acconto dell'importo complessivamente dovuto a seguito
dell'affidamento del carico e non determinano l'estinzione del debito residuo, di cui l'agente della
riscossione prosegue l'attività di recupero e il cui pagamento non può essere rateizzato ai sensi
dell'articolo 19 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 [15] .
( 4-bis. Limitatamente ai carichi non inclusi in precedenti piani di dilazione in essere alla data di
entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, la preclusione della rateizzazione
di cui al comma 4, ultimo periodo, non opera se, alla data di presentazione della dichiarazione di
cui al comma 1, erano trascorsi meno di sessanta giorni dalla data di notifica della cartella di
pagamento ovvero dell'avviso di accertamento di cui all'articolo 29, comma 1, lettera a), del
decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n.
122, ovvero dell'avviso di addebito di cui all'articolo 30, comma 1, del medesimo decreto-legge n.
78 del 2010. )
5. A seguito della presentazione della dichiarazione di cui al comma 2, sono sospesi i termini di
prescrizione e decadenza per il recupero dei carichi che sono oggetto di tale dichiarazione (e, fermo
restando quanto previsto dal comma 8, sono altresì sospesi, per i carichi oggetto della domanda di
definizione di cui al comma 1, fino alla scadenza della prima o unica rata delle somme dovute, gli
obblighi di pagamento derivanti da precedenti dilazioni in essere relativamente alle rate di tali
dilazioni in scadenza in data successiva al 31 dicembre 2016 ). L'agente della riscossione,
relativamente ai carichi definibili ai sensi del presente articolo, non può avviare nuove azioni
esecutive ovvero iscrivere nuovi fermi amministrativi e ipoteche, fatti salvi i fermi amministrativi e
le ipoteche già iscritti alla data di presentazione della dichiarazione, e non può altresì proseguire le
procedure di recupero coattivo precedentemente avviate, a condizione che non si sia ancora tenuto il
primo incanto con esito positivo ovvero non sia stata presentata istanza di assegnazione ovvero non
sia stato già emesso provvedimento di assegnazione dei crediti pignorati.
6. Ai pagamenti dilazionati previsti dal presente articolo non si applicano le disposizioni
dell'articolo 19 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602.
7. Il pagamento delle somme dovute per la definizione può essere effettuato:
a) mediante domiciliazione sul conto corrente eventualmente indicato dal debitore nella
dichiarazione resa ai sensi del comma 2 ;
b) mediante bollettini precompilati, che l'agente della riscossione è tenuto ad allegare alla
comunicazione di cui al comma 3, se il debitore non ha richiesto di eseguire il versamento
con le modalità previste dalla lettera a) del presente comma;
c) presso gli sportelli dell'agente della riscossione.
8. La facoltà di definizione prevista dal comma 1 può essere esercitata anche dai debitori che hanno
già pagato parzialmente, anche a seguito di provvedimenti di dilazione emessi dall' agente della
riscossione, le somme dovute relativamente ai carichi indicati al comma 1 e purché, rispetto ai piani
rateali in essere, risultino adempiuti tutti i versamenti con scadenza dal 1° ottobre al 31 dicembre
2016. In tal caso:
a) ai fini della determinazione dell'ammontare delle somme da versare ai sensi del comma 1, lettere
a) e b), si tiene conto esclusivamente degli importi già versati a titolo di capitale e interessi ((
compresi )) nei carichi affidati, nonché, ai sensi dell'articolo 17 del decreto legislativo 13 aprile
1999, n. 112, di aggio e di rimborso delle spese per le procedure esecutive e delle spese di notifica
della cartella di pagamento;
b) restano definitivamente acquisite e non sono rimborsabili le somme versate, anche anteriormente
alla definizione, a titolo di sanzioni (( comprese )) nei carichi affidati, di interessi di dilazione, di
interessi di mora di cui all'articolo 30, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 29
settembre 1973, n. 602, e di sanzioni e somme aggiuntive di cui all'articolo 27, comma 1, del
decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46;
c) il pagamento della prima o unica rata delle somme dovute ai fini della definizione determina,
limitatamente ai carichi definibili, la revoca automatica dell'eventuale dilazione ancora in essere
precedentemente accordata dall'agente della riscossione.
9. Il debitore, se per effetto dei pagamenti parziali di cui al comma 8, computati con le modalità ivi
indicate, ha già integralmente corrisposto quanto dovuto ai sensi del comma 1, per beneficiare degli
effetti della definizione deve comunque manifestare la sua volontà di aderirvi con le modalità
previste dal comma 2.
( 9-bis. Sono altresì compresi nella definizione agevolata di cui al comma 1 i carichi affidati
agli agenti della riscossione che rientrano nei procedimenti instaurati a seguito di istanza
presentata dai debitori ai sensi del capo II, sezione prima, della legge 27 gennaio 2012, n. 3
[16].
9-ter. Nelle proposte di accordo o del piano del consumatore presentate ai sensi dell'articolo 6,
comma 1, della legge 27 gennaio 2012, n. 3, i debitori  possono estinguere il debito senza
corrispondere le sanzioni, gli interessi di mora di cui all' articolo 30, comma 1, del decreto del
Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602  [17]  , ovvero le sanzioni e le somme
aggiuntive di cui all'articolo 27, comma 1, del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46  [18]  ,
provvedendo al pagamento del debito, anche falcidiato, nelle modalità e nei tempi
eventualmente previsti nel decreto di omologazione dell'accordo o del piano del
consumatore. ))
10. Sono esclusi dalla definizione di cui al comma 1 i carichi affidati agli agenti della riscossione
recanti:
a) le risorse proprie tradizionali previste dall'articolo 2, paragrafo 1, (( lettera a), delle decisioni
2007/436/CE/Euratom del Consiglio, del 7 giugno 2007, e 2014/335/UE/Euratom del Consiglio,
del 26 maggio 2014, [19])) e l'imposta sul valore aggiunto riscossa all'importazione;
b) le somme dovute a titolo di recupero di aiuti di Stato ai sensi (( dell'articolo 16 del regolamento
(UE) n. 2015/1589 del Consiglio, del 13 luglio 2015  [20]  ));
c) i crediti derivanti da pronunce di condanna della Corte dei conti;
d) le multe, le ammende e le sanzioni pecuniarie dovute a seguito di provvedimenti e sentenze
penali di condanna;
e) (Soppressa).
(( e-bis) le altre sanzioni diverse da quelle irrogate per violazioni tributarie o per violazione degli
obblighi relativi ai contributi e ai premi dovuti dagli enti previdenziali.
11. Per le sanzioni amministrative per violazioni del codice della strada, di cui al decreto
legislativo 30 aprile 1992, n. 285, le disposizioni del presente articolo si applicano limitatamente
agli interessi, compresi quelli di cui all'articolo 27, sesto comma, della legge 24 novembre 1981, n.
689. [21])
12. A seguito del pagamento delle somme di cui al comma 1, l'agente della riscossione è
automaticamente discaricato dell'importo residuo. Al fine di consentire agli enti creditori di
eliminare dalle proprie scritture patrimoniali i crediti corrispondenti alle quote discaricate, lo stesso
agente della riscossione trasmette, anche in via telematica, a ciascun ente interessato, entro il (30
giugno 2019), l'elenco dei debitori che hanno esercitato la facoltà di definizione e dei codici tributo
per i quali è stato effettuato il versamento.
(12-bis. All'articolo 1, comma 684, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 [22], il primo periodo è
sostituito dal seguente: «Le comunicazioni di inesigibilità relative a quote affidate agli agenti della
riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2015, anche da soggetti creditori che hanno
cessato o cessano di avvalersi delle società del Gruppo Equitalia Spa, sono presentate, per i ruoli
consegnati negli anni 2014 e 2015, entro il 31 dicembre 2019 e, per quelli consegnati fino al 31
dicembre 2013, per singole annualità di consegna partendo dalla più recente, entro il 31 dicembre
di ciascun anno successivo al 2019).
13. Alle somme occorrenti per aderire alla definizione di cui al comma 1, che sono oggetto di
procedura concorsuale, (nonché in tutte le procedure di composizione negoziale della crisi
d'impresa previste dal regio decreto 16 marzo 1942, n. 267), si applica la disciplina dei crediti
prededucibili di cui agli articoli 111 e 111-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 [23] .
(13-bis. La definizione agevolata prevista dal presente articolo può riguardare il singolo carico
iscritto a ruolo o affidato).

[1] Decreto legge 22.10.2016, n. 193 (in G.U. - Serie generale - n. 249 del 24.10.2016) coordinato
con la legge di conversione 1.12.2016, n. 225 Disposizioni urgenti in materia fiscale e per il
finanziamento di esigenze indifferibili (16A08374) (GU Serie Generale n.282 del 2-12-2016 - S.O.
n. 53) - In vigore dal 03.12.2016.
[2] Definizione agevolata ai sensi del DL n. 193/2016 convertito con modificazioni dalla Legge
n. 225/2016.
[3] Dazi doganali sulle importazioni verso la UE, diritti agricoli, quote sullo zucchero.
[4] Ceroli P., Pucci S., Bonsignore P e Studio associato tributario CMNP; “ Guida pratica alla
rottamazione cartelle”, Il Sole 24 Ore, dicembre 2016, pag.102
[5] Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 7 aprile 2016; Causa promossa da Degano
Trasporti Sas di Ferrucio Degano & C.; Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale
di Udine
Rinvio pregiudiziale – Fiscalità – IVA – Articolo 4, paragrafo 3, TUE – Direttiva 2006/112/CE –
Insolvenza – Procedura di concordato preventivo – Pagamento parziale dei crediti IVA; Causa C-
546/14
Conclusioni dell’avvocato generale Eleanor Sharpston 14.1.2016 : “….. consentire ad un’impresa
in difficoltà finanziaria di effettuare un concordato preventivo che comporta la liquidazione del suo
patrimonio senza offrire il pagamento integrale dei crediti IVA dello Stato, a condizione che un
esperto indipendente concluda che non si otterrebbe un pagamento maggiore di tale credito in caso
di fallimento e che il concordato sia omologato dal giudice”.
Vedi inoltre Cass. SS.UU. 26988/16, depositata il 27.12.2016.
[6] Art. 182-ter Legge Fallimentare
Transazione fiscale (in vigore fino al 31.12.2016) - “ Con il piano di cui all'articolo 160 il
debitore può proporre il pagamento, parziale o anche dilazionato, dei tributi amministrati dalle
agenzie fiscali e dei relativi accessori, nonché dei contributi amministrati dagli enti gestori di
forme di previdenza e assistenza obbligatorie e dei relativi accessori, limitatamente alla quota di
debito avente natura chirografaria anche se non iscritti a ruolo, ad eccezione dei tributi costituenti
risorse proprie dell'Unione europea; con riguardo all'imposta sul valore aggiunto ed alle ritenute
operate e non versate, la proposta può prevedere esclusivamente la dilazione del pagamento. Se il
credito tributario o contributivo è assistito da privilegio, la percentuale, i tempi di pagamento e le
eventuali garanzie non possono essere inferiori a quelli offerti ai creditori che hanno un grado di
privilegio inferiore o a quelli che hanno una posizione giuridica ed interessi economici omogenei a
quelli delle agenzie e degli enti gestori di forme di previdenza e assistenza obbligatorie; se il
credito tributario o contributivo ha natura chirografaria, il trattamento non può essere
differenziato rispetto a quello degli altri creditori chirografari ovvero, nel caso di suddivisione in
classi, dei creditori rispetto ai quali è previsto un trattamento più favorevole. / …. ” .
Trattamento dei crediti tributari e contributivi (in vigore dal 1.1.2017) - “ Con il piano di cui
all'articolo 160 il debitore, (( esclusivamente mediante proposta presentata ai sensi del presente
articolo )), può proporre il pagamento, parziale o anche dilazionato, dei tributi e dei relativi
accessori amministrati dalle agenzie fiscali, nonché dei contributi amministrati dagli enti gestori di
forme di previdenza e assistenza obbligatorie e dei relativi accessori, (( se il piano ne prevede la
soddisfazione in misura non inferiore a quella realizzabile, in ragione della collocazione
preferenziale, sul ricavato in caso di liquidazione, avuto riguardo al valore di mercato attribuibile
ai beni o ai diritti sui quali sussiste la causa di prelazione, indicato nella relazione di un
professionista in possesso dei requisiti di cui all'articolo 67, terzo comma, lettera d )). Se il credito
tributario o contributivo è assistito da privilegio, la percentuale, i tempi di pagamento e le
eventuali garanzie non possono essere inferiori (( o meno vantaggiosi rispetto )) a quelli offerti ai
creditori che hanno un grado di privilegio inferiore o a quelli che hanno una posizione giuridica e
interessi economici omogenei a quelli delle agenzie e degli enti gestori di forme di previdenza e
assistenza obbligatorie; se il credito tributario o contributivo ha natura chirografaria, il
trattamento non può essere differenziato rispetto a quello degli altri creditori chirografari ovvero,
nel caso di suddivisione in classi, dei creditori rispetto ai quali è previsto un trattamento più
favorevole. (( Nel caso in cui sia proposto il pagamento parziale di un credito tributario o
contributivo privilegiato, la quota di credito degradata al chirografo deve essere inserita in
un'apposita classe )) . / …. “ .
[7] Nel Mod. DA1 – Dichiarazione di adesione alla definizione agevolata, di Equitalia, tuttavia
NON vi è uno spazio per eventuali note.
[8] I contribuenti debitori fino ad euro 50.000 (importo proprio della maggior parte dei soggetti
ammissibili al sovraindebitamento) sono 18.761.842 ( ripeto, DICIOTTOMILIONI ….. ! ) .
Fonte: Acierno R., Dell’Oste C. e Parente G., “La riscossione in cifre”, Il Sole 24 Ore, 7.11.2016.
[9] Emersione anticipata della crisi di impresa in Italia; l'indice di allerta esiste, funziona, non
viene usato.
[10] DPR n. 602 del 1973 - Art. 30. (Interessi di mora) :
“ 1 . Decorso inutilmente il termine previsto dall'articolo 25, comma 2, sulle somme iscritte a ruolo,
esclusi le sanzioni pecuniarie tributarie e gli interessi, si applicano, a partire dalla data della notifica
della cartella e fino alla data del pagamento, gli interessi di mora al tasso determinato annualmente
con decreto del Ministero delle finanze con riguardo alla media dei tassi bancari attivi ”.
[11] D.Lgs. 26.02.1999, n. 46, (Riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, a norma
dell'articolo 1 della L. 28 settembre 1998, n. 337) - Art. 27. (Accessori dei crediti previdenziali) :
“ 1 . In deroga all'articolo 30 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602,
come sostituito dall'articolo 14 del presente decreto, sui contributi o premi dovuti agli enti pubblici
previdenziali, decorso il termine previsto dall'articolo 25 del decreto del Presidente della
Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, come sanzioni e le somme aggiuntive dovute sono calcolate,
secondo le disposizioni che le regolano, dalla data della notifica e fino alla data del pagamento.
“ 2 . All'articolo 35, quinto comma, primo periodo, della legge 24 novembre 1981, n. 689, dopo il
numero «26», è aggiunto il seguente: "27,"
[12] DPR n. 602 del 1973 - Art. 21. (Interessi per dilazione del pagamento). “Sulle somme il cui
pagamento è stato rateizzato o sospeso ai sensi dell'articolo 19, comma 1, si applicano gli interessi
al tasso del 4,5 per cento annuo”.
[13] D.Lgs. 13.04.1999, n. 112, (Riordino del servizio nazionale della riscossione, in attuazione
della delega prevista dalla L. 28.09.1998, n. 337) - Art. 17. (Oneri di funzionamento del servizio
nazionale della riscossione):
“ 1 . Al fine di assicurare il presidio della funzione di deterrenza e contrasto dell'evasione e per il
progressivo innalzamento del tasso di adesione spontanea agli obblighi tributari, agli agenti della
riscossione sono riconosciuti gli oneri di riscossione e di esecuzione commisurati ai costi per il
funzionamento del servizio. Entro il 31 gennaio di ciascun anno, Equitalia S.p.A., previa verifica
del Ministero dell'economia e delle finanze, determina, approva e pubblica sul proprio sito web i
costi da sostenere per il servizio nazionale di riscossione che, tenuto conto dell'andamento della
riscossione, possono includere una quota incentivante destinata al miglioramento delle condizioni di
funzionamento della struttura e dei risultati complessivi della gestione, misurabile sulla base di
parametri, attinenti all'incremento della qualità e  della produttività, dell'attività, nonché della
finalità di efficientamento e razionalizzazione del servizio. Con decreto del Ministro dell'economia
e delle finanze sono individuati i criteri e i parametri per la determinazione dei costi e quelli in
relazione ai quali si possono modificare in diminuzione le quote percentuali di cui al comma 2,
all'esito della verifica sulla qualità e produttività, dell'attività, nonché dei risultati raggiunti in
termini di efficientamento e razionalizzazione del servizio, anche rimodulando le quote di cui alle
lettere b), c) e d) dello stesso comma 2 in funzione dell'attività effettivamente svolta.
“ 2 . Gli oneri di riscossione e di esecuzione previsti dal comma 1 sono ripartiti in:
a) una quota, denominata oneri di riscossione a carico del debitore, pari:
1) all'uno per cento, in caso di riscossione spontanea effettuata ai sensi dell'articolo 32 del decreto
legislativo 26 febbraio 1999, n. 46;
2) al tre per cento delle somme iscritte a ruolo riscosse, in caso di pagamento entro il sessantesimo
giorno dalla notifica della cartella;
3) al sei per cento delle somme iscritte a ruolo e dei relativi interessi di mora riscossi, in caso di
pagamento oltre tale termine;
b) una quota, denominata spese esecutive, correlata all'attivazione di procedure esecutive e cautelari
da parte degli agenti della riscossione, a carico del debitore, e delle finanze, che individua anche le
tipologie di spesa oggetto di rimborso;
c) una quota, a carico del debitore, correlata alla notifica della cartella di pagamento e degli altri atti
della riscossione, da determinare con il decreto di cui alla lettera b);
d) una quota, a carico dell'ente che si avvale degli agenti della riscossione, in caso di emanazione da
parte dell'ente medesimo di un provvedimento che riconosce in tutto o in parte non dovute le
somme affidate, nella misura determinata con il decreto di cui alla lettera b);
e) una quota, a carico degli enti che si avvalgono degli agenti della riscossione, pari al 3 per cento
delle somme riscosse entro il sessantesimo giorno dalla notifica della cartella.
“ 3 . Il rimborso della quota denominata spese esecutive di cui al comma 2, lettera b), maturate nel
corso di ciascun anno solare, se richiesto agli Enti creditori entro il 30 marzo dell'anno successivo, è
erogato entro il 30 giugno dello stesso anno. Il diniego, a titolo definitivo, del discarico della quota
per il cui recupero sono state svolte le procedure, obbliga l'Agente della riscossione a successivo ad
apposita richiesta, l'importo anticipato, maggiorato degli interessi legali. L'ammontare dei rimborsi
spese riscossi dopo l'erogazione, maggiorato degli interessi legali, è riversato entro il 30 novembre
di ciascun anno.
“ 4 . Restano a carico degli Enti che si avvalgono degli Agenti della riscossione:
a) il cinquanta per cento della quota di cui al comma 2, lettera a), numeri 2 e 3, in caso di mancata
ammissione al passivo della procedura concorsuale, ovvero di mancata riscossione nell'ambito della
stessa procedura;
b) le quote di cui al comma 2, lettere b) e c), se il ruolo viene annullato per effetto di provvedimento
di sgravio o in caso di definitiva inesigibilità.”.
[14] D.L. 31.05.2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla L. 30.07.2010, n. 122 (Misure
urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica).
Art. 29. (Concentrazione della riscossione nell'accertamento):
“ 1. Le attività di riscossione relative agli atti indicati nella seguente lettera a) emessi a partire dal 1°
ottobre 2011 e relativi ai periodi d'imposta in corso alla data del 31 dicembre 2007 e successivi,
sono potenziate mediante le seguenti disposizioni:
a) l'avviso di accertamento emesso dall'Agenzia delle Entrate ai fini delle imposte sui redditi,
dell'imposta regionale sulle attività produttive e dell'imposta sul valore aggiunto ed il connesso
provvedimento di irrogazione delle sanzioni, devono contenere anche l'intimazione ad adempiere,
entro il termine di presentazione del ricorso, all'obbligo di pagamento degli importi negli stessi
indicati, ovvero, in caso di tempestiva proposizione del ricorso ed a titolo provvisorio, degli importi
stabiliti dall'articolo 15 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602.
L'intimazione ad adempiere al pagamento è altresì contenuta nei successivi atti da notificare al
contribuente, anche mediante raccomandata con avviso di ricevimento, in tutti i casi in cui siano
rideterminati gli importi dovuti in base agli avvisi di accertamento ai fini delle imposte sui redditi,
dell'imposta regionale sulle attività produttive e dell'imposta sul valore aggiunto ed ai connessi
provvedimenti di irrogazione delle sanzioni ai sensi dell'articolo 8, comma 3-bis del decreto
legislativo 19 giugno 1997, n. 218, dell'articolo 48, comma 3-bis, e dell'articolo 68 del decreto
legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, e dell'articolo 19 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n.
472, nonché in caso di definitività dell'atto di accertamento impugnato. In tali ultimi casi il
versamento delle somme dovute deve avvenire entro sessanta giorni dal ricevimento della
raccomandata; la sanzione amministrativa prevista dall'articolo 13 del decreto legislativo 18
dicembre 1997, n. 471, non si applica nei casi di omesso, carente o tardivo versamento delle somme
dovute, nei termini di cui ai periodi precedenti, sulla base degli atti ivi indicati;
b) gli atti di cui alla lettera a) divengono esecutivi decorso il termine utile per la proposizione del
ricorso e devono espressamente recare l'avvertimento che, decorsi trenta giorni dal termine ultimo
per il pagamento, la riscossione delle somme richieste, in deroga alle disposizioni in materia di
iscrizione a ruolo, è affidata in carico agli agenti della riscossione anche ai fini dell'esecuzione
forzata, con le modalità determinate con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle Entrate, di
concerto con il Ragioniere generale dello Stato.
L'esecuzione forzata è sospesa per un periodo di centottanta giorni dall'affidamento in carico agli
agenti della riscossione degli atti di cui alla lettera a); tale sospensione non si applica con
riferimento alle azioni cautelari e conservative, nonché ad ogni altra azione prevista dalle norme
ordinarie a tutela del creditore. La predetta sospensione non opera in caso di accertamenti definitivi,
anche in seguito a giudicato, nonché in caso di recupero di somme derivanti da decadenza dalla
rateazione. L'agente della riscossione, con raccomandata semplice o posta elettronica, informa il
debitore di aver preso in carico le somme per la riscossione;
c) in presenza di fondato pericolo per il positivo esito della riscossione, decorsi sessanta giorni dalla
notifica degli atti di cui alla lettera a), la riscossione delle somme in essi indicate, nel loro
ammontare integrale comprensivo di interessi e sanzioni, può essere affidata in carico agli agenti
della riscossione anche prima dei termini previsti alle lettere a) e b). Nell'ipotesi di cui alla presente
lettera, e ove gli agenti della riscossione, successivamente all'affidamento in carico degli atti di cui
alla lettera a), vengano a conoscenza di elementi idonei a dimostrare il fondato pericolo di
pregiudicare la riscossione, non opera la sospensione di cui alla lettera b) e l'agente della riscossione
non invia l'informativa di cui alla lettera b);
d) all'atto dell'affidamento e, successivamente, in presenza di nuovi elementi, il competente ufficio
dell'agente della riscossione, tutti gli elementi utili ai fini del potenziamento dell'efficacia  della 
riscossione, acquisiti anche in fase di accertamento;
e) l'agente della riscossione, sulla base del titolo esecutivo di cui alla lettera a) e senza la preventiva
notifica della cartella di pagamento, procede ad espropriazione forzata con i poteri, le facoltà e le
modalità previste dalle disposizioni che disciplinano la riscossione a mezzo ruolo. Ai fini
dell'espropriazione forzata l'esibizione dell'estratto dell'atto di cui alla lettera a), come trasmesso
all'agente della riscossione con le modalità determinate con il provvedimento di cui alla lettera b),
tiene luogo, a tutti gli effetti, dell'esibizione dell'atto stesso in tutti i casi in cui l'agente della
riscossione ne attesti la provenienza. Decorso un anno dalla notifica degli atti indicati alla lettera a),
l'espropriazione forzata è preceduta dalla notifica dell'avviso di cui all'articolo 50 del decreto del
Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602;
f) a partire dal primo giorno successivo al termine ultimo per la presentazione del ricorso, le somme
richieste con gli atti di cui alla lettera a) sono maggiorate degli interessi di mora nella misura
indicata dall'articolo 30 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602,
calcolati a partire dal giorno successivo alla notifica degli atti stessi; all'agente della riscossione
spettano l'aggio, interamente a carico del debitore, e il rimborso delle spese relative alle procedure
esecutive, previsti dall'articolo 17 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112;
g) ai fini della procedura di riscossione contemplata dal presente comma, i riferimenti contenuti in
norme vigenti al ruolo e alla cartella di pagamento si intendono effettuati agli atti indicati nella
lettera a) ed i riferimenti alle somme iscritte a ruolo si intendono effettuati alle somme affidate agli
agenti della riscossione secondo le disposizioni del presente comma; la dilazione del pagamento
prevista dall'articolo 19 dello stesso decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n.
602, può essere concessa solo dopo l'affidamento del carico all'agente della riscossione e in caso di
ricorso avverso gli atti di cui alla lettera a) si applica l'articolo 39 del decreto del Presidente della
Repubblica 29 settembre 1973, n. 602;
h) in considerazione della necessità di razionalizzare e velocizzare tutti i processi di riscossione
coattiva, assicurando il recupero di efficienza di tale fase dell'attività di contrasto all'evasione, con
uno o più regolamenti da adottare ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n.
400, anche in deroga alle norme vigenti, sono introdotte disposizioni finalizzate a razionalizzare,
progressivamente, coerentemente con le norme di cui al presente comma, le procedure di
riscossione coattiva delle somme dovute a seguito dell'attività di liquidazione, controllo e
accertamento sia ai fini delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto che ai fini degli altri tributi
amministrati dall'Agenzia delle Entrate e delle altre entrate riscuotibili a mezzo ruolo.
(Omissis).”.
Art. 30. (Potenziamento dei processi di riscossione dell'INPS) :
“ 1 . A decorrere dal 1° gennaio 2011, l'attività di riscossione relativa al recupero delle somme a
qualunque titolo dovute all'INPS, anche a seguito di accertamenti degli uffici, è effettuata mediante
la notifica di un avviso di addebito con valore di titolo esecutivo “.
[15] DPR n. 602 del 1973 - Art. 19. (Dilazione del pagamento) :
“ 1 . L'agente della riscossione, su richiesta del contribuente che dichiara di versare in temporanea
situazione di obiettiva difficoltà, concede la ripartizione del pagamento delle somme iscritte a ruolo,
con esclusione dei diritti di notifica, fino ad un massimo di settantadue rate mensili.
Nel caso in cui le somme iscritte a ruolo sono di importo superiore a 60.000 euro, la dilazione può
essere concessa se il contribuente documenta la temporanea situazione di obiettiva difficoltà.
“ 1-bis. In caso di comprovato peggioramento della situazione di cui al comma 1, la dilazione
concessa può essere prorogata una sola volta, per un ulteriore periodo e fino a settantadue mesi, a
condizione che non sia intervenuta decadenza.
“ 1-ter. Il debitore può chiedere che il piano di rateazione di cui ai commi 1 e 1-bis preveda, in
luogo di rate costanti, rate variabili di importo crescente per ciascun anno.
“ 1-quater. Ricevuta la richiesta di rateazione, l'agente della riscossione può iscrivere l'ipoteca di cui
all'articolo 77 o il fermo di cui all'articolo 86, solo nel caso di mancato accoglimento della richiesta,
ovvero di decadenza ai sensi del comma 3. Sono fatti comunque salvi i fermi e le ipoteche già
iscritti alla data di concessione della rateazione. A seguito della presentazione di tale richiesta, fatta
eccezione per le somme oggetto di verifica ai sensi dell'articolo 48-bis, per le quali non può essere
concessa la dilazione, non possono essere avviate nuove azioni esecutive sino all'eventuale rigetto
della stessa e, in caso di relativo accoglimento, il pagamento della prima rata determina
l'impossibilità di proseguire le procedure di recupero coattivo precedentemente avviate, a
condizione che non si sia ancora tenuto l'incanto con esito positivo o non sia stata presentata istanza
di assegnazione, ovvero il terzo non abbia reso dichiarazione positiva o non sia stato già emesso
provvedimento di assegnazione dei crediti pignorati.
“ 1-quinquies. La rateazione prevista dai commi 1 e 1-bis, ove il debitore si trovi, per ragioni
estranee alla propria responsabilità, in una comprovata e grave situazione di difficoltà legata alla
congiuntura economica, può essere aumentata fino a centoventi rate mensili. Ai fini della
concessione di tale maggiore rateazione, si intende per comprovata e grave situazione di difficoltà
quella in cui ricorrono congiuntamente le seguenti condizioni:
a) accertata impossibilità per il contribuente di eseguire il pagamento del credito tributario secondo
un piano di rateazione ordinario;
b) solvibilità del contribuente, valutata in relazione al piano di rateazione concedibile ai sensi del
presente comma.
“ 2 . In caso di mancato pagamento, nel corso del periodo di rateazione, di cinque rate, anche non
consecutive:
a) il debitore decade automaticamente dal beneficio della rateazione;
b) l'intero importo iscritto a ruolo ancora dovuto è immediatamente ed automaticamente riscuotibile
in unica soluzione;
c) il carico può essere nuovamente rateizzato se, all'atto della presentazione della richiesta, le rate
scadute alla stessa data sono integralmente saldate. In tal caso, il nuovo piano di dilazione può
essere ripartito nel numero massimo di rate non ancora scadute alla medesima data. Resta
comunque fermo quanto disposto dal comma 1-quater.
“ 3-bis . In caso di provvedimento amministrativo o giudiziale di sospensione totale o parziale della
riscossione, emesso in relazione alle somme che costituiscono oggetto della dilazione, il debitore è
autorizzato a non versare, limitatamente alle stesse, le successive rate del piano concesso. Allo
scadere della sospensione, il debitore può richiedere il pagamento dilazionato del debito residuo,
comprensivo degli interessi fissati dalla legge per il periodo di sospensione, nello stesso numero di
rate non versate del piano originario, ovvero in altro numero, fino a un massimo di settantadue.
“ 4 . Le rate mensili nelle quali il pagamento è stato dilazionato ai sensi del comma 1 scadono nel
giorno di ciascun mese indicato nell'atto di accoglimento dell'istanza di dilazione ed il relativo
pagamento può essere effettuato anche mediante domiciliazione sul conto corrente indicato dal
debitore.
“ 4-bis . ”.
[16] L. 27.01.2012, n. 3 (Disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonché di composizione
delle crisi da sovraindebitamento), Capo II, sezione I, articoli da 6 a 14-bis.
Art. 6. (Finalità e definizioni) :
“ 1 . Al fine di porre rimedio alle situazioni di sovraindebitamento non soggette né assoggettabili a
procedure concorsuali diverse da quelle regolate dal presente capo, è consentito  al debitore
concludere un accordo con i creditori nell'ambito della procedura di composizione della crisi
disciplinata dalla presente sezione. Con le medesime finalità, il consumatore può anche proporre  un
piano fondato sulle previsioni, di cui all'articolo 7, comma 1, ed avente il contenuto di cui
all'articolo 8“.
[17] DPR n. 602 del 1973 - Art. 30. (Interessi di mora) :
“ 1 . Decorso inutilmente il termine previsto dall'articolo 25, comma 2, sulle somme iscritte a ruolo,
esclusi le sanzioni pecuniarie tributarie e gli interessi, si applicano, a partire dalla data della notifica
della cartella e fino alla data del pagamento, gli interessi di mora al tasso determinato annualmente
con decreto del Ministero delle finanze con riguardo alla media dei tassi bancari attivi. ”.
[18] DLgs 46 / 1999 - Art. 27 (Accessori dei crediti previdenziali):
“ 1 . In deroga all'articolo 30 del DPR 29.9.1973, n. 602, come sostituito dall'articolo 14 del
presente decreto, sui contributi o premi dovuti agli enti pubblici previdenziali, decorso il termine
previsto dall'articolo 25 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602,
come sostituito dall'articolo 11 del presente decreto, le sanzioni e le somme aggiuntive dovute sono
calcolate, secondo le disposizioni che le regolano, dalla data della notifica e fino alla data del
pagamento”.
[19] Decisione 2014/335/UE/Euratom del Consiglio, del 26.05.2014 : Art. 2. (Categorie di risorse
proprie e metodi specifici per il loro calcolo) :
“ 1 . Costituiscono risorse proprie iscritte nel bilancio dell'Unione le entrate provenienti:
a) dalle risorse proprie tradizionali costituite da importi o elementi aggiuntivi, dazi della tariffa
doganale comune e altri dazi fissati o da fissare da parte delle istituzioni dell'Unione sugli scambi
con paesi terzi, dazi doganali sui prodotti che rientrano nell'ambito di applicazione del trattato,
ormai scaduto, che istituisce la Comunità europea del carbone e dell'acciaio, nonché contributi e
altri dazi previsti nell'ambito dell'organizzazione comune dei mercati nel settore dello zucchero;
b) fatto salvo il paragrafo 4, secondo comma, dall'applicazione di un'aliquota uniforme, valida per
tutti gli Stati membri, agli imponibili IVA armonizzati, determinati secondo le regole dell'Unione.
Per ciascuno Stato membro, l'imponibile da prendere in considerazione a tal fine non è superiore al
50% del reddito nazionale lordo (RNL), ai sensi del paragrafo 7;
c) fatto salvo il paragrafo 5, secondo comma, dall'applicazione di un'aliquota uniforme - che sarà
fissata secondo la procedura di bilancio, tenuto conto del totale di tutte le altre entrate - alla somma
degli RNL di tutti gli Stati membri “.
[20] Regolamento (UE) n. 2015/1589 del Consiglio, 13.07.2015 (recante modalità di applicazione
dell'articolo 108 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (codificazione) – Art. 16
(Recupero degli aiuti) :
“ 1 . Nel caso di decisioni negative relative a casi di aiuti illegali la Commissione adotta una
decisione con la quale impone allo Stato membro interessato di adottare tutte le misure necessarie
per recuperare l'aiuto dal beneficiario ("decisione di recupero"). La Commissione non impone il
recupero dell'aiuto qualora ciò sia in contrasto con un principio generale del diritto dell'Unione.
“ 2 . All'aiuto da recuperare ai sensi di una decisione di recupero si aggiungono gli interessi
calcolati in base a un tasso adeguato stabilito dalla Commissione. Gli interessi decorrono dalla data
in cui l'aiuto illegale è divenuto disponibile per il beneficiario, fino alla data del recupero.
“ 3 . Fatta salva un'eventuale ordinanza della Corte di giustizia dell'Unione emanata ai sensi
dell'articolo 278 TFUE, il recupero va effettuato senza indugio secondo le procedure previste dalla
legge dello Stato membro interessato, a condizione che esse consentano l'esecuzione immediata ed
effettiva della decisione della Commissione. A tal fine e in caso di procedimento dinanzi alle
autorità giudiziarie nazionali, gli Stati membri interessati adottano tutte le misure necessarie
disponibili nei rispettivi ordinamenti giuridici, comprese le misure provvisorie, fatto salvo il diritto
dell'Unione.”.
- Il D.Lgs 30.04.1992, n. 285 (Nuovo codice della strada) è pubblicato nella G.U. 18.05.1992, n.
114, S.O.
[21] L. 24.11.1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale) – Art. 27 (Esecuzione forzata) :
“ 6 . Salvo quanto previsto nell'art. 26, in caso di ritardo nel pagamento la somma dovuta è
maggiorata di un decimo per ogni semestre a decorrere da quello in cui la sanzione è divenuta
esigibile e fino a quello in cui il ruolo è trasmesso all'esattore. La maggiorazione assorbe gli
interessi eventualmente previsti dalle disposizioni vigenti “ .
[22] L. n.190 del 2014 - Art.1 :
“ 684 . Le comunicazioni di inesigibilità relative a quote affidate agli agenti della riscossione dal 1°
gennaio 2000 al 31 dicembre 2015, anche da soggetti creditori che hanno cessato o cessano di
avvalersi delle società del Gruppo Equitalia Spa, sono presentate, per i ruoli consegnati negli anni
2014 e 2015, entro il 31 dicembre 2019 e, per quelli consegnati fino al 31 dicembre 2013, per
singole annualità di consegna partendo dalla più recente. Con decreto del Ministro dell'economia e
delle finanze sono regolate le modalità per l'erogazione dei rimborsi all'agente della riscossione, a
fronte delle spese di cui al decreto direttoriale del Ministero dell'economia e delle finanze 21
novembre 2000, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 30 del 6 febbraio 2001, concernenti le
procedure esecutive effettuate dall'anno 2000 all'anno 2010, da corrispondere in quote costanti e
tenuto conto dei tempi di presentazione delle relative comunicazioni di inesigibilità.».
[23] R.D. n. 267 del 1942 -
Art. 111. (Ordine di distribuzione delle somme) : “ Le somme ricavate dalla liquidazione dell'attivo
sono erogate nel seguente ordine:
1) per il pagamento dei crediti prededucibili;
2) per il pagamento dei crediti ammessi con prelazione sulle cose vendute secondo l'ordine
assegnato dalla legge;
3) per il pagamento dei creditori chirografari, in proporzione dell'ammontare del credito per cui
ciascuno di essi fu ammesso, compresi i creditori indicati al n. 2, qualora non sia stata ancora
realizzata la garanzia, ovvero per la parte per cui rimasero non soddisfatti da questa.
Sono considerati crediti prededucibili quelli così qualificati da una specifica disposizione di legge, e
quelli sorti in occasione o in funzione delle procedure concorsuali di cui alla presente legge; tali
crediti sono soddisfatti con preferenza ai sensi del primo comma n. 1).”
Art. 111-bis. (Disciplina dei crediti prededucibili) : “ I crediti prededucibili devono essere accertati
con le modalità di cui al capo V, con esclusione di quelli non contestati per collocazione e
ammontare, anche se sorti durante l'esercizio provvisorio, e di quelli sorti a seguito di
provvedimenti di liquidazione di compensi dei soggetti nominati ai sensi dell'articolo 25; in questo
ultimo caso, se contestati, devono essere accertati con il procedimento di cui all'articolo 26.
I crediti prededucibili vanno soddisfatti per il capitale, le spese e gli interessi con il ricavato della
liquidazione del patrimonio mobiliare e immobiliare, tenuto conto delle rispettive cause di
prelazione, con esclusione di quanto ricavato dalla liquidazione dei beni oggetto di pegno ed ipoteca
per la parte destinata ai creditori garantiti. Il corso degli interessi cessa al momento del pagamento.
I crediti prededucibili sorti nel corso del fallimento che sono liquidi, esigibili e non contestati per
collocazione e per ammontare, possono essere soddisfatti ai di fuori del procedimento di riparto se
l'attivo è presumibilmente sufficiente a soddisfare tutti i titolari di tali crediti. Il pagamento deve
essere autorizzato dal comitato dei creditori ovvero dal giudice delegato.
Se l'attivo è insufficiente, la distribuzione deve avvenire secondo i criteri della graduazione e della
legge.”.
Sovraindebitamento: tribunale accoglie piano debitore anche se non soddisfa i
creditori
Tribunale, Bergamo, sez. II civile, sentenza 31/03/2015 n° 24
In caso di sovraindebitamento, il Tribunale può accogliere il “PIANO DI RISTRUTTURAZIONE
DEI DEBITI” proposto dal debitore se non vi è contestazione da parte dei creditori.
Tanto afferma il Tribunale di Bergamo che in due recenti decreti di omologa (si vedano Decreti del
Tribunale di Bergamo, Sezione seconda civile del 31/03/2015, giudice estensore Dott. Mauro
Vitiello, RG:24/2015 e 25/2015, liberamente visionabili su www.studiolegalesances.it - Sez.
Documenti) chiarisce come la valutazione del “piano del debitore” da parte del Giudice non inerisce
la convenienza della proposta, riservata invece ai creditori, ma la legittimità e fattibilità della
proposta stessa.
Nei casi di specie i debitori, persone fisiche, a fronte di un debito verso terzi di elevata consistenza
(circa 300.000,00 euro) proponevano ai creditori il pagamento dei debiti con una significativa
riduzione, arrivando al soddisfacimento nella sola percentuale del 2,5%.
Il Giudice in questo caso, rilevata l'assenza di contestazioni da parte dei creditori e preso atto della
capacità economica del debitore, procedeva all'omologa del piano affermando che "la fattibilità del
piano è desumibile dalla coerenza dei suoi contenuti concreti ed è attestata dalla relazione
definitiva dell'OCC, da considerarsi analitica, esaustiva e coerente, in quanto tale rispettosa
dei ... principi generali che ne governano la redazione".
A seguito di queste pronunce è possibile affermare che il Giudice in questi casi dove solo accertare
la sussistenza dei requisiti soggettivi e oggettivi nonché l'assenza di "ragioni ostative
all'omologazione" quali ad esempio atti in frode alla legge o ai creditori.
I provvedimenti in parola, come anche il recente Decreto del Tribunale di Busto Arsizio già in
precedenza commentato dal Centro Studi Giuridici Sances, offrono una prima rappresentazione
delle potenzialità di questo strumento e delle reali possibilità per i cittadini e imprese di farne
ricorso.
Si spera dunque di fare chiarezza su ogni punto della normativa in questione (Legge n. 3/2012)
anche grazie a queste prime pronunce dei giudici.

Transazione fiscale e sovraindebitamento: il vademecum delle Entrate


Pronti tutti i chiarimenti dell’Agenzia in tema di transazione fiscale. Con la circolare n. 19/E,
firmata oggi, le Entrate forniscono istruzioni in seguito alle modifiche normative e agli ultimi
indirizzi della giurisprudenza costituzionale e di Cassazione.
In particolare, il documento di prassi chiarisce che il concordato preventivo con falcidia o dilazione
dei debiti tributari è ammissibile anche se non è stata presentata la domanda di transazione fiscale e
sottolinea l’intangibilità del credito Iva e del credito per le ritenute operate e non versate. Ampio
focus anche sulla disciplina della composizione della crisi da sovraindebitamento, riferita ai soggetti
esclusi dall’applicazione degli istituti disciplinati dalla legge fallimentare.

L’assenza della domanda di transazione non ferma il concordato


La presentazione della domanda di transazione fiscale non costituisce un obbligo per il debitore che,
nell’ambito del concordato preventivo, chiede la falcidia o la dilazione dei debiti tributari. Il
concordato preventivo con falcidia o dilazione è quindi ammissibile anche in assenza di domanda di
transazione fiscale. In questo caso, tuttavia, l’omologazione del concordato non comporta l’effetto
di consolidamento del debito tributario proprio della transazione. La circolare di oggi sottolinea
inoltre che il debito tributario relativo all’Iva può essere solo oggetto di dilazione e non di falcidia:
una precisazione che vale anche per le ritenute operate e non versate.

Crisi da sovraindebitamento a tre vie


Ampio spazio è dedicato alle procedure previste dalla Legge 3/2012, volte a gestire le situazioni di
crisi che riguardano soggetti esclusi dall’applicazione degli istituti disciplinati dalla legge
fallimentare: accordo di composizione della crisi; piano del consumatore; liquidazione dei beni. Tra
i debiti risanabili rientrano anche quelli di natura fiscale, fermo restando che per l’Iva e per le
ritenute è possibile la sola dilazione del pagamento. Agli uffici, infine, viene richiesto di liquidare i
tributi risultanti dalle dichiarazioni, di notificare gli avvisi di accertamento e di predisporre la
certificazione attestante il debito tributario complessivo nel più breve tempo possibile.
(Agenzia delle Entrate, comunicato stampa 6 maggio 2015)

La crisi da sovraindebitamento nella giurisprudenza: lo stato dell’arte


La giurisprudenza di merito ha affermato che per verificare se un soggetto possa rivestire la qualità
di “consumatore” vale la regola per cui la qualità di debitore principale attrae quella di fideiussore.
Un percorso attraverso i tratti salienti dello scenario giurisprudenziale relativo alla prassi applicativa
della L. n. 3/2012, con particolare riferimento alle questioni più controverse sulla legittimazione
attiva (la nozione di consumatore, le varie ipotesi dei soggetti fideiussori), la necessità o meno della
difesa tecnica, la casistica degli accordi di ristrutturazione e dei piani del consumatore, nonché il
ruolo (del tutto peculiare) dell’Organismo di composizione della crisi.
Questo il tema curato da Roberto Battaglia nell'approfondimento pubblicato sulla rivista Il
Fallimento e le altre procedure concorsuali, il mensile di Ipsoa pensato per chi opera nell’ambito
delle procedure concorsuali: avvocati, commercialisti, commissari giudiziali, curatori e consulenti
del lavoro.

L’effetto esdebitatorio. L’avvertimento ex art. 480 c.p.c.


Nel colmare una lacuna presente nella disciplina previgente in relazione ai soggetti esclusi dalla
procedura fallimentare, l’impianto della L. n. 3/2012 prevede l’effetto esdebitatorio per il debitore
ricorrente: nella procedura di accordo di ristrutturazione dei debiti (o di piano del consumatore) tale
effetto è automatico (come nel concordato preventivo); nell’ambito della procedura di liquidazione
dei beni ex art. 14 terdecies esso, invece, deriva (su richiesta del debitore e in presenza di
presupposti di “meritevolezza”) da un provvedimento giurisdizionale, successivo rispetto alla
chiusura della liquidazione stessa. L’art. 13, D.L. 27 giugno 2015, n. 83, convertito con
modificazioni dalla L. n. 132/2015, ha aggiunto all’art. 480, comma 2, c.p.c. il seguente periodo:
“Il precetto deve altresì contenere l’avvertimento che il debitore può, con l’ausilio di un organismo
di composizione della crisi o di un professionista nominato dal giudice, porre rimedio alla
situazione di sovraindebitamento concludendo con i creditori un accordo di composizione della
crisi o proponendo agli stessi un piano del consumatore”. Il mancato inserimento nell’atto di
precetto dell’avvertimento in oggetto non determina, peraltro, la nullità del precetto stesso, in
quanto tale sanzione non è stata espressamente prevista dal legislatore (Trib. Frosinone 28 gennaio
2016, in www.www.ilcaso.it); anzi, in sede di opposizione agli atti esecutivi non può essere
dichiarata la nullità del precetto (Trib. Roma 19 gennaio 2016, in Dir. fall., 2016, 928).
I presupposti soggettivi. La nozione di consumatore
Il proponente può essere una persona fisica (professionista, lavoratore autonomo, ecc.), un ente
collettivo, oppure un imprenditore commerciale non fallibile perché “sottosoglia” ex art. 1 l.fall. o
non commerciale (imprenditore agricolo ex art. 7, comma 2 bis), e le cc.dd. “start up innovative” ex
art. 25, D.L. n. 179/2012. Nell’art. 6, comma 2, lett. b), la novella ha inserito la definizione di
“consumatore”, ai fini di delimitare la portata della normativa: “il debitore persona fisica che ha
assunto obbligazioni esclusivamente per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale
eventualmente svolta”. Secondo un orientamento, è da considerare “consumatore” soltanto quel
debitore che sia persona fisica e che abbia assunto obbligazioni esclusivamente per scopi estranei
all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta. Al fine dell’individuazione del
“consumatore”, dovendosi accertare se l’oggetto dell’attività possa essere ritenuto destinato al
soddisfacimento di bisogni inerenti la sfera privata, personale o familiare, occorre verificare le
modalità dell’atto concluso, le forme utilizzate, le circostanze di tempo e di luogo (Trib. Bergamo
12 dicembre 2014, in www.www.ilcaso.it).
Per stabilire se un soggetto possa rivestire la qualità di “consumatore” vale la regola per cui la
qualità di debitore principale attrae quella di fideiussore (sulle diverse ipotesi cfr. infra, al paragrafo
successivo); è stato dichiarato inammissibile il piano del consumatore presentato da un soggetto il
quale, per il fatto che l’origine degli ingenti debiti derivava da obbligazioni di una società poi
fallita, era da considerarsi non legittimato, in quanto appunto l’origine dei debiti era estranea al
“consumo”, inteso come soddisfacimento di esigenza personale o familiare del debitore (Trib.
Bergamo 12 dicembre 2014, cit. supra). Secondo un diverso orientamento, nell’ipotesi in cui un
soggetto abbia accumulato debiti (nella specie: con l’accensione di un mutuo) per ripianare
l’esposizione del coniuge imprenditore, è stato omologato il piano del consumatore, ritenendo
appunto “consumatore” il debitore per non avere il medesimo mai esercitato attività di impresa o
contribuito alla relativa gestione (Trib. Reggio Emilia 19 novembre 2016, in www.ilcaso.it). Con
la sentenza n. 1869/2016, la S.C. ha ritenuto che possa rientrare nella nozione di consumatore
(abilitato, in quanto tale, alla presentazione del piano) anche il soggetto sovraindebitato che eserciti
attività imprenditoriale (non fallibile ex art. 1 l.fall.) o professionale. La nozione di consumatore di
cui alla L. n. 3/2012, secondo la quale deve ritenersi tale esclusivamente il debitore persona fisica
che abbia contratto obbligazioni per far fronte ad esigenze personali o familiari, o comunque
derivanti dall’estrinsecazione della propria personalità (quindi anche a favore di terzi), non esclude -
secondo la S.C. - coloro che esercitino (o abbiano esercitato) attività di impresa o professionale: ciò
vale a condizione che, al momento della presentazione del piano, non residuino obbligazioni
assunte nell’esercizio di dette attività.
Valorizzando il fatto che la destinazione dei debiti a scopi estranei rispetto all’attività di impresa
(oppure professionale) è stata precisata dal legislatore in negativo, la S.C. ne ha fatto discendere la
compatibilità della nozione con il consumatore sovraindebitato che non sia (o non sia mai stato) né
imprenditore né professionista, ma anche con colui che lo sia stato e non lo sia tuttora, o infine
anche con chi lo sia tuttora, ma non annoveri più tra i debiti attuali quelli contratti un tempo in
relazione a dette attività. La pronuncia parrebbe dare ingresso anche al soggetto (imprenditore o
professionista) che si indebiti per attività di terzi, senza assunzione del rischio in attività di impresa
o attività professionale (Cass. 1° febbraio 2016, n. 1869, in questa Rivista, 2016, 661). A detta
limitazione - ha precisato la S.C. - fanno eccezione i debiti di cui all’art. 7, comma 1, terzo periodo
(id est tributi costituenti risorse proprie dell’UE, imposta sul valore aggiunto e ritenute operate e
non versate), che devono essere pagati in quanto tali. Valorizzando la norma di cui all’art. 12 bis,
comma 3 (ai sensi del quale il Giudice procede all’omologa verificata la fattibilità del piano e
l’idoneità dello stesso ad assicurare il pagamento dei crediti impignorabili, nonché dei crediti di cui
all’art. 7, comma 1, terzo periodo), la Cassazione ha riconosciuto un mero obbligo di pagamento
integrale di tali crediti pubblicistici.
La Corte ha riconosciuto, peraltro, che se si ammette che il consumatore (che intenda ristrutturare
debiti di consumo) possa accedere al piano anche nell’ipotesi in cui abbia come debiti attuali l’IVA,
le ritenute, i tributi risorse proprie UE, la possibile perdurante titolarità in capo al proponente della
veste di imprenditore o di professionista potrebbe mettere in crisi la tenuta del quadro personalistico
di cui all’art. 18, comma 1, lett. n), D.L. n. 179/2012 (convertito nella L. n. 221/2012), tenendo
presente la portata precettiva della definizione di consumatore contenuta nell’art. 6, comma 2, lett.
b); tuttavia - sempre secondo S.C. - se, da un lato, si riconosce la preclusione ad ammettere soggetti
con debiti contratti per scopi inerenti l’attività di impresa o professionale e, dall’altro, si prevede
l’apertura eccezionale ai citati debiti pubblicistici, il sistema parrebbe coerente. Non pare
convincente l’orientamento della Cassazione, nella parte in cui ritiene superabile l’obiezione circa
le conseguenze dell’impostazione meno restrittiva prescelta dalla Corte stessa (cioè il mutamento
sostanziale delle garanzie generiche offerte dal patrimonio, che verrebbe utilizzato per la
ridefinizione della massa passiva, separata a vantaggio soltanto dei debiti comuni). Pare difficoltoso
rinvenire un fondamento per la tesi estensiva della S.C., da un lato, nella possibilità da parte di ogni
interessato (e quindi anche ai creditori di impresa o da professione, non coinvolti nel piano) e,
dall’altro, nei controlli giudiziali sulla cause del sovraindebitamento e sulla serietà della proposta di
cui all’art. 12 bis, commi 3 e 4.

Le posizioni del fideiussore


La giurisprudenza di merito ha affermato che per verificare se un soggetto possa rivestire la qualità
di “consumatore” vale la regola per cui la qualità di debitore principale attrae quella di fideiussore
(Trib. Bergamo 12 dicembre 2014, cit., in www.ilcaso.it; Trib. Foggia 23 luglio 2015, in questa
Rivista 2015, 1259). Alla luce di tale condivisibile orientamento, e tenuto conto della citata
pronuncia della S.C., in relazione alla posizione del garante si possono distinguere diverse ipotesi.
A) Se il fideiussore ha garantito debiti relativi ad attività di impresa o professionale, allora egli non
potrà essere considerato consumatore (e potrà dunque avvalersi soltanto dell’accordo di
ristrutturazione o della liquidazione del patrimonio). Una pronuncia di merito ha, infatti, osservato
come nell’ipotesi in cui il socio unico e amministratore della società abbia prestato fideiussione a
favore della medesima, egli non possa essere considerato consumatore ex art. 6, L. n. 3/2012 e
potrà, dunque, avvalersi soltanto dell’accordo di ristrutturazione o della liquidazione del patrimonio
(dovendosi interpretare la nozione in senso stretto): in casi come questo, non si tratta di
un’obbligazione contratta per soddisfare bisogni che afferiscono alla sfera personale e familiare del
ricorrente, bensì per assicurare finanziamenti idonei alla società (Trib. Milano 16 maggio 2015, in
www.ilcaso.it). Nello stesso senso, non va riconosciuta la qualità di “consumatore” al ricorrente - la
cui definizione è mutuata dal D.Lgs. n. 206/2005 (Codice del consumo) - nell’ipotesi in cui lo
stesso abbia stipulato fideiussioni bancarie a garanzia dello svolgimento di attività imprenditoriale
da parte del coniuge: l’inadempimento risulta qui collegato ad una attività imprenditoriale, poiché il
fideiussore ha veste di professionista/imprenditore a causa dell’omologa posizione che sia rivestita
dal debitore principale nel rapporto garantito (Trib. Treviso 21 dicembre 2016, in www.unijuris.it;
contra, peraltro, cfr. Trib. Rovigo 13 dicembre 2016, in www.ilcaso.it, in relazione all’ipotesi di
garanzia che era stata prestata a favore di terzi, per consentire l’inizio di un’attività imprenditoriale
non riconducibile al debitore dovendosi, nella specie, escludere la negligenza nell’assumere le
obbligazioni, in assenza di indizi di esito sfavorevole circa l’attività in oggetto).
In un altro caso, è stato dichiarato inammissibile il piano del consumatore presentato da un soggetto
il quale, per il fatto che l’origine degli ingenti debiti derivava da obbligazioni di una società poi
fallita non era da ritenersi legittimato: nella specie, l’origine dei debiti era da ritenersi estranea al
“consumo”, inteso come soddisfacimento di esigenza personale o familiare del debitore (Trib.
Bergamo 12 dicembre 2014, cit.). Non è consumatore chi garantisce attività di impresa cui egli è
professionalmente coinvolto (Trib. Torino 7 agosto 2017, in www.ilcaso.it). A parere di chi scrive,
non pare potersi valorizzare, al fine di sostenere la tesi estensiva, la pronuncia della Corte di
Giustizia UE che, nel decidere su una domanda pregiudiziale ex art. 267 T.F.U.E., ha dichiarato che
le norme della Dir. 93/13/CEE del Consiglio del 5 aprile 1993, in tema di clausole abusive nei
contratti stipulati con i consumatori [(art. 1, par. 1 e 2, lett. b)], debbano essere interpretate nel senso
che la direttiva citata possa essere applicata ad un contratto di garanzia immobiliare o di
fideiussione stipulato tra una persona fisica e un ente creditizio, al fine di garantire le obbligazioni
che una società commerciale ha contratto nei confronti di detto ente in base ad un contratto di
credito, quando tale persona fisica ha agito per scopi che esulano dalla sua attività professionale e
non ha alcun collegamento di natura funzionale con la suddetta società (Corte di Giustizia UE, 19
novembre 2015, C-74/15).
La Corte, nella specie, ha rilevato come un siffatto contratto di garanzia o fideiussione, “sebbene
possa essere descritto, in relazione al suo oggetto, come un contratto accessorio rispetto al
contratto principale da cui deriva il debito che lo stesso garantisce [...], dal punto di vista delle
parti contraenti esso si presenta come un contratto distinto quando è stipulato tra soggetti diversi
dalle parti del contratto principale”, dovendosi valutare la qualità delle parti stesse, alla luce del
carattere oggettivo della nozione di “consumatore”, da valutarsi “alla luce di un criterio funzionale
volto ad analizzare se il rapporto contrattuale in esame rientri nell’ambito delle attività estranee
all’esercizio di una professione” [punti 26-27 della sentenza; cfr. anche Corte di Giustizia UE, C-
110/14, 538/2015, punto 21].
Aderire aprioristicamente all’indirizzo della Corte di Giustizia determinerebbe l’ampliamento della
nozione di consumatore, “spostando il faro interpretativo dalla natura giuridica dell’obbligazione
principale (che caratterizzerebbe anche quella accessoria di garanzia), alla qualità del contraente,
ovvero alla assunzione della obbligazione al di fuori di ogni collegamento con l’attività
professionale eventualmente svolta”. Se si valorizza l’art. 6, L. n. 3/2012, che fa riferimento
soltanto all’attività imprenditoriale o professionale del soggetto contraente l’obbligazione (e non a
quella svolta da terzi), tale ricostruzione parrebbe prima facie logica; tuttavia, appare arduo
ricondurre allo schema del piano del consumatore (finalizzato all’esdebitazione di chi abbia assunto
obbligazioni marcatamente con funzione consumistica per sé o per la propria famiglia) un soggetto
che abbia garantito un’obbligazione di carattere imprenditoriale, che è per sua natura priva delle
predette qualità (cfr. Trib. Rovigo 13 dicembre 2016, in www.www.unijuris.it). I piani relativi alla
tutela del contraente debole cui si ispira la normativa europea, da un lato, e quello della regolazione
concorsuale della crisi da sovraindebitamento, dall’altro lato, dovrebbero in linea di principio
rimanere distinti, alla luce del favor che la L. n. 3/2012 riconosce al consumatore che abbia agito
per scopi estranei all’attività professionale o commerciale. È pur vero che, secondo l’insegnamento
dei Giudici europei espresso nell’arresto citato del 2015, spetta al giudice nazionale determinare se
un soggetto “abbia agito nell’ambito della sua attività professionale o sulla base dei collegamenti
funzionali” che la legano ad una società (come ad es. l’amministrazione di essa o una
partecipazione non trascurabile al capitale sociale) o se abbia agito per scopi di natura privata
[punto 29]; tuttavia, in un’ottica sistematica e di ragionevolezza, sembra più convincente la tesi che
fa prevalere il criterio dell’accessorietà della fideiussione prestata in relazione ad attività
professionale o commerciale altrui (con conseguente diniego di attribuzione della qualità di
consumatore al garante) rispetto alla natura “privata” (id est: avulsa dall’attività garantita) del
soggetto interessato. A ritenere diversamente, infatti, il soggetto privato che garantisse per debiti
dell’impresa cui egli è funzionalmente legato (nel senso precisato dalla Corte UE, ricordato supra),
da un lato, e il fideiussore (privato) di attività commerciale o professionale cui lo stesso non è
collegabile, dall’altro, subirebbero trattamenti diversi (a tacere dell’incognita costituita dai rapporti
familiari, che non sono da considerare sic et simpliciter equipollenti rispetto alle partecipazioni
sociali, in relazione alle quali un collegamento “funzionale” formale può dirsi sussistere).
B) Nell’ipotesi in cui le obbligazioni garantite siano di natura promiscua, si deve ritenere esclusa la
possibilità di qualificare il fideiussore come consumatore (non permettendo altre diverse
interpretazioni la locuzione delimitativa di cui all’art. 6, comma 2, lett. b). C) Se il soggetto
garantito, già imprenditore o professionista, ha cessato l’attività, non residuano debiti riconducibili
all’attività stessa (salvo i crediti pubblicistici che - come ricordato supra - la S.C. ritiene compatibili
con la posizione di consumatore, in virtù del disposto di cui all’art. 7, comma 1, terzo periodo) e la
garanzia riguardi soltanto debiti estranei ad essa, la posizione del fideiussore sarà qualificabile come
soggetto consumatore. D) Ugualmente - si deve ritenere - qualora la garanzia personale afferisca a
posizioni debitorie estranee all’attività di impresa o professionale, il fideiussore potrà avvalersi
(anche) della procedura del piano del consumatore (si pensi, ad es., all’ipotesi del genitore che
garantisce il pagamento del mutuo contratto dal figlio per l’acquisto della casa di abitazione).

Imprenditore agricolo. Socio illimitatamente responsabile


Si deve ritenere che l’imprenditore agricolo possa avvalersi dello strumento di cui agli artt. 14 ter
ss. (liquidazione del patrimonio) anche in assenza di espressa previsione da parte dell’art. 7, comma
2 bis: la liquidazione può infatti derivare, da un lato, dalla patologia dell’accordo (per conversione)
oppure, dall’altro, a richiesta del debitore stesso ex art. 14 quater (Trib. Ravenna 15 febbraio
2016, in www.ilcaso.it). Per quanto concerne i soggetti che, pur non esercitando attività di impresa,
sono comunque assoggettabili alla procedura fallimentare, in quanto soci illimitatamente
responsabili di società fallibile (ex art. 147 l.fall.), si deve confermare come essi non possano, in
linea di principio, utilizzare lo strumento dell’accordo di ristrutturazione dei debiti ex art. 7, comma
1: ciò, a meno che non si prendano in considerazione le sole procedure concorsuali attivabili su
iniziativa del debitore stesso, includendo tali soggetti tra quelli legittimati a presentare la proposta.
La giurisprudenza sul punto non è univoca. Si segnala un orientamento restrittivo, secondo il quale
il socio illimitatamente responsabile di società di persone non può essere sottoposto a una delle
procedure ex L. n. 3/2012, non rientrando lo stesso tra i soggetti di cui all’art. 7 (per cui il debitore
può accedere al sovraindebitamento soltanto se non risulta assoggettabile ad altre procedure
concorsuali, quali appunto il fallimento in estensione ex art. 147 l.fall.) (Trib. Milano 18 febbraio
2016); non manca, peraltro, un’opzione ermeneutica favorevole all’ammissibilità del ricorso alle
procedure di sovraindebitamento (nella specie: la liquidazione ex art. 14 ter), la fallibilità per
estensione ex art. 147 l.fall. non integrando l’ipotesi preclusiva di accesso alle procedure ex art. 7
(Trib. Prato 16 novembre 2016, in www.www.unijuris.it). Nel caso di decorso del termine di un
anno dal venir meno della responsabilità illimitata, non vi sono ragioni per escludere l’accesso
all’accordo di cui all’art. 7, comma 1.

L’applicabilità della L. n. 3/2012 agli Enti pubblici


Un decreto di omologa ha considerato ammissibile il ricorso proposto da un IPAB, Istituto Pubblico
di Assistenza e Beneficenza: nonostante la loro natura pubblica, gli IPAB non possono ritenersi
sottoposti all’alternativo procedimento della liquidazione coatta amministrativa; la L. n. 3/2012
avrebbe “carattere di chiusura del sistema, ed è quindi applicabile in tutte le situazioni per le quali
l’ordinamento non appronta una specifica regolamentazione”, non ritenendosi applicabili altri
procedimenti che prevedano il risanamento dell’ente oltre a quello previsto dalla L. n. 3/2012. Le
particolari procedure amministrative previste per gli enti pubblici dal D.Lgs. n. 207/2001 e dalla L.
n. 1404/1956 regolamenterebbero soltanto la loro definitiva eliminazione dal sistema, mediante
liquidazione e soppressione. L’obiettivo di risanamento non può essere considerato in contrasto con
le caratteristiche pubblicistiche dell’ente, che mantiene autonomia gestionale e si può determinare a
proporre un accordo per la composizione della crisi da sovraindebitamento; inoltre, non può
ravvisarsi un’interferenza nella gestione da parte dell’autorità giudiziaria, che è chiamata soltanto
ad effettuare un controllo di legittimità sulla formazione del consenso da parte dei creditori e, tutt’al
più, ad autorizzare gli atti di straordinaria amministrazione (Trib. Treviso 10 ottobre 2015, in Dir.
fall., 2017, 272 ss.). Secondo il Giudice dell’omologa, la normativa sul sovraindebitamento
troverebbe applicazione, in quanto tutte le procedure amministrative previste dalla normativa
pertinente sono finalizzate alla eliminazione dell’Ente, mediante sua liquidazione, non prevedendosi
ex lege nessuna forma di risanamento. Le caratteristiche di ente pubblico del soggetto ricorrente,
inoltre, non costituirebbero uno iato rispetto alla finalità di risanamento, per il fatto che il
procedimento previsto dalla L. n. 3/2012 (che è oggetto di scelta da parte delle Ente medesimo ed è
l’unico strumento per continuare ad operare) non implicherebbe interferenza alcuna da parte
dell’Autorità giudiziaria, dovendo la stessa limitarsi ad un controllo di legittimità sulla formazione
del consenso. In sede di reclamo avverso l’omologa, il Collegio ha invece osservato che la voluntas
legis della composizione della crisi da sovraindebitamento è quella di introdurre uno strumento di
risoluzione della crisi del consumatore e dell’imprenditore non fallibile, soggetti altrimenti privi di
un qualsiasi meccanismo negoziale di composizione. Non appare coerente con la volontà del
legislatore l’estensione della normativa de qua fino a ricomprendere situazioni del tutto diverse tra
loro (l’ente pubblico non rientrerebbe tout court nella categoria degli imprenditori non fallibili,
categoria formata dai soggetti non aventi i limiti dimensionali ex art. 1 l.fall. per i quali non sia
prevista una diversa disciplina per la regolamentazione o il risanamento della crisi). La struttura del
procedimento, il limitato controllo giudiziale e lo stesso accostamento tra il consumatore con
l’imprenditore non fallibile sono elementi che, già di per sé, portano a ritenere come il legislatore
abbia inteso disciplinare situazioni di insolvenza civile non particolarmente complesse, riferibili ai
cc.dd. debitori “deboli”. Se il legislatore avesse voluto includere gli enti pubblici lo avrebbe detto
espressamente così come ha fatto per l’imprenditore agricolo (art. 7, comma 2 bis, L. n. 3/2012)
[Trib. Treviso 12 maggio 2016, in Dir. fall., 2017, 272]. L’applicabilità agli IPAB della L. n.
3/2012 non può discendere dal fatto che le procedure di risanamento specificamente per essi
previste non siano di carattere concorsuale, dal momento che - sempre secondo il Tribunale del
reclamo - è il legislatore ad avere escluso la regola del concorso nel caso di enti pubblici (art. 1
l.fall.), ciò implicando necessariamente l’impossibilità per gli enti in oggetto di utilizzare una
procedura concorsuale “minore”. La soluzione accolta dal Collegio è dunque nel senso
dell’inapplicabilità della L. n. 3/2012 laddove sia prevista un’autonoma procedura di liquidazione.
L’esclusione dal campo di applicazione della L. n. 3/2012 non può revocarsi seriamente in dubbio in
relazione agli imprenditori nei cui confronti all’esenzione ex lege dal fallimento corrisponde
(altrettanto ex lege) l’assoggettabilità ad altre procedure, come la liquidazione coatta amministrativa
e l’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi. In ogni caso, le procedure previste in
relazione agli enti sottoposti alla vigilanza dello Stato (a tutela di interessi generali) si ispirano al
modello della liquidazione coatta amministrativa, che si distingue dal fallimento in primis sotto il
profilo del soggetto (autorità amministrativa anziché giudice ordinario) competente a disporla, nel
rispetto della riserva di giurisdizione, ciò che depone, in effetti, per l’inapplicabilità della L. n.
3/2012 agli enti stessi. La ratio della esclusione dal fallimento degli enti pubblici ex art. 1 l.fall.
riposa, da un lato, sulla incompatibilità della procedura stessa (con il suo carattere di esecuzione
generale a tutela del ceto creditorio) rispetto all’attività dell’ente medesimo (che verrebbe
paralizzata), e dall’altro sul divieto per gli organi della procedura concorsuale di sostituirsi agli
organi “politici” nella gestione dell’ente pubblico stesso. Mentre il dissesto degli enti locali ha come
finalità il risanamento, in relazione agli enti diversi da questi l’obiettivo è invece proprio quello di
sopprimerlo. L’opzione ermeneutica fatta propria dal Collegio del reclamo, laddove valorizza la
circostanza dell’assenza di diversa ed espressa disposizione normativa (che stabilisca espressamente
l’applicabilità degli strumenti in oggetto) e l’esistenza di un’autonoma procedura di liquidazione per
gli IPAB al fine di predicare l’inapplicabilità agli stessi della L. n. 3/2012 pare più convincente di
quella estensiva. La sovrapponibilità o alternatività tra procedure amministrative ad hoc e procedure
ex L. n. 3/2012 pare da escludere, tenendo presente la finalità delle stesse: mentre le procedure
concorsuali giurisdizionali sono tese per natura alla sistemazione dell’insolvenza e alla
soddisfazione dei creditori, nella l.c.a. l’impresa può esservi assoggettata anche per motivi che
prescindono dallo stato di insolvenza o dal mancato adempimento delle obbligazioni assunte (la
soppressione dell’attività avendo carattere strumentale rispetto alla finalità estintiva, avendo come
effetto la soddisfazione concorsuale dei creditori). L’interpretazione secondo la quale gli enti in
oggetto possono scegliere, in ultima analisi, se giovarsi di una procedura che è stata “disegnata” per
i soggetti non fallibili e per il “sottoinsieme” dei consumatori (rectius, sotto il profilo della ratio
della normativa, per i soggetti che non sono soggetti a procedure concorsuali e non avrebbero
potuto ottenere - se non fosse entrata in vigore la L. n. 3/2012 - l’effetto esdebitatorio) pone dei
problemi soprattutto sotto il profilo dell’uguaglianza, della ragionevolezza della normativa (nella
misura in cui sia applicata letteralmente in senso positivo rispetto all’applicabilità) e della parità di
trattamento. Il D.Lgs. n. 175/2016 (Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica.),
che costituisce attuazione della delega contenuta nella L. 7 agosto 2015, n. 124 (c.d. legge Madia),
pare limitare, all’art. 14, comma 1), la fallibilità alle sole società “a partecipazione pubblica”, e non
a quelle a “controllo pubblico”, tra cui quelle in house. Il comma 6 della norma citata fa, peraltro,
riferimento al fallimento di “società a controllo pubblico titolare di affidamenti diretti”, con ciò
dando ad intendere di voler ricomprendere le società in house nell’ambito di applicazione della
nuova disciplina, sancendone la fallibilità, ergo escludendo implicitamente l’utilizzabilità degli
strumenti di cui alla L. n. 3/2012. In linea di principio la soluzione preferibile de jure condito pare
essere nel senso che ogniqualvolta nei confronti di un soggetto non fallibile siano previsti strumenti
di soluzione della crisi (concorsuali o non), la applicabilità dei rimedi di cui alla L. n. 3/2012 debba
fondarsi, anche in virtù della ratio della nuova disciplina, su di una previsione espressa, come
avviene nel caso dell’imprenditore agricolo.
Competenza e ruolo peculiare dell’Organismo di composizione della crisi.
L’accesso alle banche dati
La competenza dell’O.C.C. deve essere individuata secondo la competenza del Tribunale ai sensi
dell’artt. 7, comma 1 e 9, comma 1 (cioè in base alla residenza del ricorrente) La sede dell’O.C.C.,
come quella del debitore, deve essere quella principale ed effettiva, non potendosi ammettere una
competenza diffusa dell’O.C.C. soggetto privato, che si estenda potenzialmente a tutto il territorio
nazionale (anche per evitare il forum shopping), laddove invece l’O.C.C. soggetto pubblico,
trattandosi normalmente di enti pubblici a base territoriale (Ordini professionali ed articolazioni
della Camere di Commercio o del Comune, come il Segretariato sociale), hanno inequivocabilmente
competenza limitata ad un solo circondario di tribunale (Trib. Vicenza 29 aprile 2014, in
www.ilcaso.it). Al debitore non è preclusa la possibilità di avvalersi per la redazione del piano di un
soggetto di sua fiducia; tuttavia, conformemente alle funzioni pubblicistiche che la legge gli
attribuisce, è l’O.C.C. che deve in ogni caso fare proprio (se condiviso) il piano redatto dal
professionista privato, verificandone sia la veridicità sia la fattibilità ex art. 15, comma 6, L. n.
3/2012, così rendendosi fidefacente nei confronti del tribunale e dei creditori (Trib. Vicenza 29
aprile 2014, cit.). Alla luce delle funzione che la legge attribuisce all’O.C.C., la giurisprudenza ha
sottolineato che la richiesta ex art. 15, comma 9, L. cit. di nomina di un professionista sostituto
dell’O.C.C. deve essere formulata prima di depositare la proposta: ciò, tenuto conto che l’intervento
dell’O.C.C. (o del sostituto) è richiesto sin dal momento della redazione della proposta, ed è inoltre
necessario ai fini dell’attestazione di fattibilità e, tra l’altro, della verifica della veridicità dei dati di
cui alla proposta medesima (Trib. Cremona 17 aprile 2014). Ai sensi degli artt. 7 e 15,
l’affidamento dei compiti e delle funzioni attribuite agli O.C.C. anche a soggetti idonei a svolgere le
funzioni di curatore fallimentare (o ai notai) deve ritenersi riferita ai soli casi di mancata
costituzione degli O.C.C. (con iscrizione nell’apposito registro) (Cass. 8 agosto 2017, n. 19740).
Secondo una declinazione più tenue di tale assunto, è stato affermato che la presenza di un O.C.C.
sul territorio rende preferibile che il gestore venga nominato dallo stesso O.C.C., a garanzia degli
speciali requisiti di professionalità richiesti (Trib. Vicenza 31 ottobre 2017); secondo
l’interpretazione preferibile, va anzi rigettata l’istanza per la nomina di professionista-attestatore (o
gestore della crisi), ogniqualvolta nel circondario del Tribunale vi sia la sede di O.C.C.
regolarmente costituito e iscritto nel registro (Trib. Treviso 12 ottobre 2017).
Si segnala, sul punto, che in precedenza era stata considerata legittima la scelta del proponente di
farsi assistere da propri professionisti per il “confezionamento” della proposta di accordo e riservare
al professionista nominato dal Tribunale la valutazione e attestazione di fattibilità, trattandosi di una
modalità procedurale che pare, peraltro, discostarsi dal modello previsto dalla L. n. 3/2012 (cfr. artt.
7, comma 1 e 9, comma 1), “che però non sembra cogente sul punto”; secondo la normativa, il
debitore “può limitarsi a chiedere la nomina di un professionista che svolga le funzioni di O.C.C. e
aspettare che quest’ultimo predisponga la proposta di accordo e l’attestazione di fattibilità”.
Secondo un orientamento, peraltro, nessuna norma vieta che, al momento in cui si chiede la nomina
dell’O.C.C. venga già depositata una proposta di accordo (salvo successive modifiche fino a che
non sia portata a conoscenza dei creditori) (Trib. Pistoia 19 novembre 2014, in www.ilcaso.it),
salva appunto l’attestazione di fattibilità da parte dell’O.C.C. (Trib. Pistoia 23 febbraio 2015). È
invece stata dichiarata inammissibile la proposta formulata dal ricorrente senza l’ausilio dell’O.C.C.
(essendo, tra l’altro, sprovvista della relazione del medesimo), richiedendone il debitore la nomina
soltanto dopo il deposito della stessa: la disciplina di cui all’art. 15, L. n. 3/2012 è chiaramente volta
ad una prudente selezione ed elaborazione dei casi che consentono il ricorso alle procedure previste
per il sovraindebitamento, tramite l’opera, ab initio, di un soggetto tecnicamente qualificato e
tendenzialmente imparziale (Trib. Pordenone 15 luglio 2014, inedita). Sono da considerare
inammissibili le designazioni del professionista di cui all’art. 15, comma 9, in conformità
dell’indicazione del ricorrente, per il fatto si tratta di organismo terzo, che per sua natura prescinde
dalla designazione della parte (Trib. Milano 13 ottobre 2015). Secondo la giurisprudenza di
merito, il momento in cui deve essere valutata l’ammissibilità della proposta è quello in cui la
proposta stessa viene depositata con l’ausilio dell’O.C.C. ex art. 7, comma 1, L. n. 3/2012.
Nell’ipotesi in cui elementi di inammissibilità della proposta emergano ictu oculi dalla
documentazione prodotta a corredo della domanda di nomina dell’organismo (domanda
propedeutica al deposito della proposta) e tali elementi non siano idonei a mutare sino al momento
del deposito della proposta stessa, allora l’inammissibilità può essere rilevata immediatamente dal
Giudice, sia pure in modo finalizzato al propedeutico rilievo dell’inammissibilità della
(antieconomica) nomina dell’O.C.C. (nella specie, il ricorrente era soggetto a procedure concorsuali
diverse da quelle regolate dalla L. n. 3/2012, in quanto fallibile alla luce delle soglie quantitative di
cui all’art. 1 l.fall., e non era ancora decorso l’anno di cui all’art. 10 l.fall.) (Trib. Milano 13
ottobre 2015, cit.). Secondo una pronuncia, l’esigenza di svolgere indagini presso le banche dati si
pone in via generale per tutti i casi di esame di una posizione debitoria, ai fini dell’accesso alle
procedure ex L. n. 3/2012, e cioè sin dal momento in cui si realizza il primo contatto tra potenziale
ricorrente e il gestore della crisi (che è chiamato ad esaminare la documentazione anche alla luce di
tali risultanze per poter attestare la veridicità dei dati fornitigli e la fattibilità del piano, ma anche
per sindacare la meritevolezza del piano). L’autorizzazione in oggetto va data dunque in via
generale e preventiva, e poi rimessa al prudente uso dell’O.C.C., chiamato a nominare il gestore
della crisi, destinario dell’autorizzazione medesima (Trib. Vicenza 31 ottobre 2017, nonché Trib.
Vicenza 9 novembre 2017, ibidem).

Alternatività delle procedure e preclusioni. Deposito della proposta, difesa tecnica,


gratuito patrocinio
Secondo un’opzione ermeneutica, che valorizza il principio dell’alternatività delle procedure, non è
possibile la presentazione contestuale e cumulata di più domande relative alle procedure previste
dalla L. n. 3/2012 (Trib. Massa 28 gennaio 2016). In particolare, è stato affermato che al debitore
che versi in stato di sovraindebitamento è da ritenersi preclusa la contestuale presentazione di una
proposta di accordo di composizione della crisi e di una domanda di liquidazione del patrimonio; le
due procedure concorsuali sono, infatti, rigidamente alternative tra loro; da ciò consegue che, da un
lato, il mancato raggiungimento dell’accordo con i creditori, che non hanno manifestato i consensi
alla proposta per almeno il 60% dell’ammontare dei crediti, implichi il rigetto (con decreto) della
domanda di omologazione e, dall’altro, che venga disposta la revoca dell’apertura della liquidazione
del patrimonio (Trib. Massa 20 febbraio 2015, decr.). È stato osservato, peraltro, che il principio
di rigida alternatività tra le diverse tipologie di procedure di cui alla L. n. 3/2012 non verrebbe leso
nelle ipotesi in cui nel ricorso siano contenute una domanda (di omologazione dell’accordo) in via
principale e l’altra (di liquidazione del patrimonio) in via subordinata. Al debitore è in ogni caso
preclusa la presentazione di una domanda di liquidazione nell’ipotesi in cui, nei cinque anni
precedenti la domanda, lo stesso abbia beneficiato degli effetti (remissori oppure dilatori) di una
procedura di composizione della crisi (con avvenuta omologazione e relativo passaggio in
giudicato), oppure sia stato soggetto a precedente liquidazione del patrimonio chiusa nel
quinquennio precedente o ancora nell’ipotesi di atti in frode ai creditori. Ogniqualvolta (in
conseguenza del rigetto dell’omologazione per inammissibilità per motivi diversi dagli atti di frode,
per mancata approvazione da parte dei creditori, per improcedibilità ovvero per rinuncia alla
domanda) il debitore non abbia beneficiato in via definitiva degli effetti delle procedure ex L. n.
3/2012, si ritiene che lo stesso possa - senza dover attendere il decorso dei cinque anni - domandare
la liquidazione del patrimonio, così come depositare nuova proposta di accordo o di piano del
consumatore (sussistendo, in quest’ultimo caso, i presupposti soggettivi). L’art. 7, comma 2, lett. b)
(ai sensi del quale la proposta non è ammissibile quando il debitore ha fatto ricorso, nei precedenti
cinque anni, ai procedimenti in oggetto) deve essere interpretato nel senso che il debitore deve avere
beneficiato degli effetti riconducibili alla procedura, che non possono che prodursi con l’emissione
del decreto di apertura (nella specie, il ricorrente aveva già presentato, nel quinquennio precedente,
domande di ammissione improcedibili, ergo senza che fosse stata decretata l’apertura della
procedura: in questo caso la domanda può essere ripresentata ai sensi dell’art. 7, comma 2, lett. b,
non avendo il ricorrente mai usufruito degli effetti della procedura nelle precedenti declaratorie di
inammissibilità) (Trib. Prato 28 settembre 2016). È ammissibile il deposito di una proposta di
accordo (tanto con ricorso autonomo e successivo al decreto di diniego di omologa del piano del
consumatore, quanto con il medesimo ricorso con cui è stata presentata la proposta di piano,
subordinatamente dunque al diniego di omologa dello stesso), non sussistendo sul punto
impedimenti normativi e divieti processuali, purché sussistano ab origine tutti i presupposti e i
requisiti di legge per accedere alla procedura chiesta in subordine. Secondo una pronuncia, se si
dovesse interpretare la norma di cui all’art. 7, comma 2, lett. b) nel senso che anche la mera
presentazione della domanda costituisse motivo di inammissibilità di una successiva proposta, si
cadrebbe in contrasto con l’art. 14 quater, che consente la conversione della procedura di
composizione in liquidazione ogniqualvolta la proposta di composizione stessa non abbia esito
positivo, anche per effetto di un provvedimento di revoca o annullamento dell’accordo o di
cessazione degli effetti dell’omologazione del piano del consumatore (Trib. Cagliari 11 maggio
2016).
In relazione alla necessità della difesa tecnica, preliminarmente andrebbe distinta la fase di
“accesso” all’O.C.C. (con riferimento alla quale il ricorso al ministero di un difensore non è da
ritenersi obbligatorio, ma soltanto facoltativo) e quella (eventuale) successiva del deposito del
ricorso introduttivo corredato dal piano in cui il problema, in effetti, si pone. La giurisprudenza ha
affermato che tale necessità si desume dal fatto che la proposta è, in sostanza, una domanda
giudiziale in forma di ricorso (Trib. Massa 28 gennaio 2016), che è rivolta al giudice in presenza
di interessi contrapposti; inoltre, il ricorso è introduttivo di una procedura ex art. 6, L. n. 3/2012,
che si svolge davanti ad un tribunale (individuato secondo criteri di competenza) e presenta fasi
potenzialmente contenziose (riguardanti ad es. l’ammissibilità, la decisione di merito, le
contestazioni eventuali in sede di omologazione, ecc.).
È stato affermato, peraltro, che l’assistenza del legale, con specifico mandato di tutela degli interessi
della parte, può non essere necessaria (finché non si aprano fasi contenziose in senso stretto),
nell’ipotesi in cui nell’O.C.C. che presenta in concreto la domanda vi sia anche un legale, che si
faccia carico della cura degli aspetti tecnico-giuridici (Trib. Vicenza 29 aprile 2014). Tale ultima
affermazione non coglie nel segno: non pare corretto distinguere tra procedimenti in astratto
contenziosi (in cui - secondo il cennato orientamento - sarebbe sufficiente la presenza di un legale
in seno all’O.C.C.) e procedimenti che in concreto lo divengono soltanto in itinere (con necessità
dell’avvocato “di fiducia”; in ogni caso, la posizione eterogenea che connota ex lege il ruolo
dell’O.C.C. non è compatibile con la difesa in giudizio del debitore (che si permea di connotati
professionali/deontologici non coincidenti con i doveri dell’O.C.C.) anche nell’ipotesi di mero
deposito del ricorso introduttivo e di rappresentanza in giudizio dinanzi al Giudice. Nell’ipotesi di
necessità di accertare la presenza di iniziative o atti in frode ai creditori, o in sede di cram down,
con necessità di istruttoria, il debitore ricorrente e i creditori devono essere necessariamente assistiti
da un difensore.
Per quanto concerne la questione dell’applicabilità della disciplina del gratuito patrocinio sembra
preferibile la soluzione affermativa (la normativa pertinente fa riferimento ad un limite basso di
reddito, nulla prevedendo circa il patrimonio). La clausola di invarianza economica prevista dall’art.
15, comma 4, peraltro si riferisce soltanto all’O.C.C. e ai relativi compensi. Per le spese imminenti,
si potrebbe arrivare ad affermarne l’anticipazione da parte dell’Erario (con successivo rimborso) per
le liquidazioni ex artt. 14 ter ss., in analogia con quanto prescrive rispetto alle procedure
fallimentari l’art. 146, d.P.R. n. 115/2002. Per le spese di pubblicità delle vendite parrebbe
applicabile l’art. 131, comma 4, lett. d), d.P.R. n. 115/2002, mentre le spese per la stima dei beni
sarebbero prenotate a debito. Anche secondo la giurisprudenza di merito, il gratuito patrocinio trova
applicazione nell’ambito delle procedure di cui alla L. n. 3/2012. Il diritto di ciascuno di agire in
giudizio ex art. 24, comma 1, Cost., deve essere letto in connessione con il diritto di difesa di cui al
comma 2, che si sostanzia tra l’altro nel diritto alla cd. difesa tecnica.
L’art. 24, comma 3, Cost. garantisce il concreto esercizio del diritto alla difesa giurisdizionale e del
diritto di difesa anche ai soggetti non abbienti in via generale. I procedimenti di cui alla L. n. 3/2012
sono tecnicamente complessi e comportano la necessità di una difesa tecnica del sovraindebitato,
difesa che non può essere svolta dall’O.C.C., proprio per la differenza di funzione del medesimo.
Poiché il procedimento è sostanzialmente unitario, in quanto la fase di nomina dell’O.C.C. è
prodromica alla seconda fase, e stante il fatto che la legge prevede il gratuito patrocinio anche nei
procedimenti di volontaria giurisdizione, l’istituto si deve trovare applicazione applicare anche a
tale prima fase (Trib. Torino 16 novembre 2017).

Questioni procedurali. Casi di inammissibilità. Contenuto della proposta e


dell’accordo
Ai sensi del comma 3 dell’art. 9, il debitore che svolge attività d’impresa deposita anche le scritture
contabili degli ultimi tre esercizi, unitamente a dichiarazione che ne attesta la conformità
all’originale. La mancanza della dichiarazione dei redditi determina l’inammissibilità della
proposta, non consentendo di ricostruire compiutamente la situazione economica e patrimoniale del
debitore ex art. 7, comma 2, lett. d), L. n. 3/2012; la mancata produzione della stessa nei termini
prescritti determina, parimenti, l’inammissibilità della proposta per incompleta attestazione (in
quanto la documentazione in oggetto avrebbe dovuto essere esaminata dall’attestatore, ai fini della
valutazione sulla fattibilità del piano) (Trib. Asti 18 novembre 2014).
Nell’ipotesi di una proposta di accordo depositata da un imprenditore agricolo (nella specie una
società semplice, non obbligata alla tenuta delle scritture contabili o alla redazione del bilancio),
l’omissione della parte debitrice all’obbligo di fornire la documentazione ai sensi dell’art. 7, comma
2, lett. d) determina l’inammissibilità dell’istanza. A tacere del fatto che il requisito di cui alla
norma citata vale anche per i soggetti qualificabili come consumatori (sussistendo, peraltro, per gli
imprenditori commerciali l’obbligo aggiuntivo di depositare le scritture contabili degli ultimi tre
esercizi, ex art. 7, comma 2), è stato osservato che le semplificazioni e agevolazioni di cui
l’imprenditore agricolo si può avvalere sul piano civilistico e tributario non devono avere alcun
effetto derogatorio rispetto alla disciplina sulla crisi da sovraindebitamento. Tale disciplina - è stato
sottolineato dal Tribunale - richiede (soprattutto) a tutela dei creditori che il debitore, il quale
intenda proporre un accordo per la composizione della crisi da sovraindebitamento con i creditori
stessi, debba evidenziare la propria situazione patrimoniale ed economica, eventualmente redigendo
una documentazione riepilogativa ex novo (Trib. Cremona 17 aprile 2014).
In difetto di attestazione dell’O.C.C., essendo nella specie il creditore penalizzato rispetto al valore
dell’immobile sul quale è iscritta ipoteca, è da considerare inammissibile la proposta per violazione
della norma di cui all’art. 7, comma 1, L. n. 3/2012, che consente il soddisfacimento non integrale
del creditore ipotecario e dei creditori privilegiati soltanto allorché ne sia assicurato il pagamento in
misura non inferiore a quella realizzabile, in ragione della collocazione preferenziale sul ricavato in
caso di liquidazione, avuto riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni o ai diritti sui quali
insiste la causa di prelazione, come attestato dagli O.C.C. (Trib. Pordenone 15 luglio 2014,
inedita). La proposta può essere modificata; è previsto, infatti, che la dichiarazione di voto sia
espressa sulla proposta “come eventualmente modificata”. (In ambito concordatario, peraltro, una
modifica durante le operazioni di voto non è possibile, essendo la stessa prevista soltanto prima
dell’avvio delle stesse). L’opzione ermeneutica preferibile è nel senso di riconoscere l’opportunità
di differire l’udienza (spostando dunque il termine per esprimere il voto).
Tale rinvio è ritenuto possibile soltanto ove non si sia già consolidato il consenso o il dissenso
decisivo (Trib. Pistoia 8 luglio 2014). Sulla base dell’integrazione documentale, depositata in sede
di reclamo contro la declaratoria di inammissibilità del ricorso ex art. 10, è peraltro possibile
superare i motivi di inammissibilità pregressi e far dichiarare fattibile il piano (Trib. Sulmona 21
luglio 2017). In relazione alla valutazione preliminare ex art. 10, il Giudice, salvo i casi di palese
inammissibilità della domanda, può acquisire sommarie informazioni o chiedere integrazioni
documentali indispensabili per verificare se la proposta soddisfa i requisiti degli artt. 7, 8 e 9 della
legge (nel caso di specie, il ricorrente è stato invitato a chiarire e documentare la situazione
patrimoniale e finanziaria del garante del piano e le modalità effettive di costituzione della garanzia)
(Trib. Messina 16 marzo 2017). Nell’ipotesi in cui la proposta non indichi la sussistenza della
provvista necessaria a far fronte ai pagamenti indicati come immediati, né le modalità attraverso le
quali dovrebbe essere acquisita la liquidità necessaria ad eseguire i pagamenti rateali successivi, in
presenza di un compendio immobiliare sottoposto ad esecuzione forzata e comunque non di pronta
liquidazione, in difetto, inoltre, di uno stato analitico ed estimativo delle attività e delle passività e
soprattutto in mancanza dell’allegato tipico e qualificante dato dall’attestazione sulla fattibilità del
piano, previsto come necessario dall’art. 9, comma 2, la proposta è da dichiararsi inammissibile,
non potendosi dare corso alla procedura (Trib. Pordenone 12 marzo 2012, inedita).
L’istanza del debitore civile al Tribunale, concernente una proposta di composizione della crisi da
sovraindebitamento, priva dei prescritti requisiti del regolare pagamento dei creditori estranei e
delle adeguate garanzie di adempimento delle obbligazioni, nonché di una completa
documentazione a corredo della domanda non è accoglibile (Trib. Firenze 27 agosto 2012).
La proposta, ai sensi dell’art. 8, comma 3, deve altresì indicare le eventuali limitazioni all’accesso
al mercato del credito al consumo di cui soffra il debitore, o l’utilizzo di strumenti di pagamento
elettronico a credito ed alla sottoscrizione di strumenti creditizi e finanziari. Nell’ipotesi in cui il
debitore si sia indebitato anche a causa del ricorso alle carte revolving, va inibito l’uso di ogni
strumento di pagamento elettronico e la sottoscrizione di strumenti creditizi e finanziari, a garanzia
che il debitore stesso non contragga altri debiti per tutta la durata del piano (Trib. Catania 24
giugno 2014). Nell’ipotesi in cui il piano preveda la cessazione o l’affidamento a terzi di beni
immobili o di mobili registrati, il giudice ordina la trascrizione del decreto, a cura dell’O.C.C.,
presso gli uffici competenti. Secondo una pronuncia di merito, costituisce atto in frode ai creditori -
ostativo alla composizione della crisi ex art. 10, comma 3 - il trust meramente apparente, che sia
stato istituito dal debitore successivamente al manifestarsi della situazione di squilibrio patrimoniale
con modalità e clausole tali da far presumere l’intento del disponente di mantenere il controllo sui
beni sottraendoli alla garanzia patrimoniale, consentendo in concreto al disponente un ampio
controllo sulle scelte del trustee, ed eludendo in sostanza il dettato dell’art. 2740 c.c. (Trib. Reggio
Emilia 11 marzo 2015). Il soddisfacimento non integrale dei creditori privilegiati è possibile
soltanto qualora ne sia assicurato il pagamento in misura non inferiore a quella realizzabile avuto
riguardo al valore di mercato, come attestato dagli O.C.C. e ciò deve risultare espressamente dalla
proposta, con relativa attestazione dell’O.C.C. circa l’incapienza del bene oggetto di garanzia.
In mancanza, i creditori privilegiati devono essere soddisfatti per intero (e non sono computati ai
fini del raggiungimento della maggioranza dei voti, salvo non rinuncino, in tutto o in parte, alla
prelazione) (Cass. 20 dicembre 2016, n. 26328). Secondo una pronuncia di merito, la L. n. 3/2012
non esclude l’applicabilità analogica dell’art. 169 bis l.fall. (introdotto dal legislatore nel 2012) alle
procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento; nell’ipotesi in cui i debiti da
soddisfare provengano sostanzialmente da contratti di finanziamento rimasti inadempiuti soltanto a
latere debitoris (avendo le società finanziarie e gli istituti di credito già corrisposto l’importo
finanziato o messo a disposizione la provvista), si è in presenza di contratti pendenti che,
nell’ambito della disciplina del concordato preventivo, troverebbero collocazione appunto nell’art.
169 bis l.fall., interpretato peraltro nel senso più ampio, non limitato alle ipotesi di contratti
bilateralmente inseguiti. (Nella specie, pur non essendo stata richiamata espressamente la norma
citata, è stato ritenuto applicabile lo scioglimento dei contratti di finanziamento, con la previsione di
un indennizzo pari al debito residuo sottoposto a falcidia) (Trib. Pistoia 23 febbraio 2015).
Secondo un orientamento, in effetti, l’art. 169 bis l.fall. troverebbe applicazione in relazione a tutti
i contratti in corso di esecuzione, compresi quelli in cui una parte abbia già eseguito la propria
prestazione, ad eccezione di quelli per i quali la norma escluda espressamente la possibilità di
scioglimento (ciò, tenendo presente che l’art. 169 l.fall. non richiama l’art. 72 l.fall. fra le norme
dettate per il fallimento estensibili al concordato) (Trib. Genova 4 novembre 2013).
Altra opzione ermeneutica sostiene, invece, l’applicabilità dell’art. 169 bis a quei rapporti giuridici
contrattuali la cui funzione economica-sociale non si sia ancora realizzata, nella misura in cui le
prestazioni principali e qualificanti non abbiano ricevuto compiuta esecuzione da parte di entrambi i
contraenti (poiché la facoltà di sciogliersi dal contratto o di sospendere l’esecuzione presupporrebbe
che entrambe le prestazioni che gravano sui contraenti non siano state eseguite alla data di
presentazione del ricorso). (Nel senso dell’inapplicabilità della norma ai contratti di mutuo e di
factoring, proprio per la mancanza di una reciproca sinallagmaticità delle prestazioni non eseguite,
cfr. Trib. Vicenza 25 giugno 2013).
Il comma 2, lett. c) dell’art. 10 stabilisce che all’udienza il giudice dispone, con una misura
inibitoria, che fino alla definitività del provvedimento di omologazione (non più: per non oltre 120
giorni) non possano più - sotto pena di nullità - essere iniziate o proseguite azioni esecutive
individuali, né disposti sequestri conservativi, né acquistati diritti di prelazione sul patrimonio del
debitore che ha presentato la proposta di accordo, da parte dei creditori aventi titolo o causa
anteriori (cfr., nel senso di prevedere il divieto de quo nell’ambito di una procedura liquidativa ex
art. 14 ter, L. n. 3/2012, Trib. Verona 9 giugno 2015). Tale “sospensione” è da intendersi non
limitata alle procedure pendenti, bensì estesa alle nuove iniziative, anche cautelari, all’acquisto di
diritti di prelazione, mentre sarebbero ammissibili, se previsti dal piano, titoli di prelazione
nell’ottica del finanziamento ai fini dell’esecuzione del piano. Il provvedimento di sospensione
della procedura esecutiva postula necessariamente l’avvenuta presentazione dell’accordo o del
piano del consumatore ai sensi degli artt. 7 ss. (Trib. Cuneo 25 marzo 2017). È stato ritenuto
applicabile, per analogia, il sistema di voto proprio del concordato (cfr. artt. 128 e 178 l.fall.): al
termine di 10 gg. fissato dall’art. 11 deve attribuirsi carattere perentorio, ergo devono intendersi
assenzienti i creditori che non facciano pervenire la dichiarazione esplicita di dissenso nel termine
prescritto (Trib. S. Maria Capua Vetere 17 gennaio 2017).
La norma di cui all’art. 11, comma 2, novellato stabilisce per l’omologazione dell’accordo come
necessario e sufficiente il solo raggiungimento della maggioranza del 60% dei crediti. Il creditore
ipotecario che non sia integralmente soddisfatto ha diritto ad esprimersi sulla proposta soltanto nella
misura della parte incapiente: alla procedura dell’accordo deve infatti ritenersi applicabile, in via
analogica, l’art. 177, comma 3, in quanto compatibile (Trib. S. Maria Capua Vetere 17 gennaio
2017, cit.). Poiché la funzione economica dell’istituto è da ritenersi di natura concordataria, la
proposta di accordo non può prescindere dalla previsione di un soddisfacimento che coinvolga tutti i
creditori con titolo anteriore al momento di apertura del concorso: nello specifico, è stata ritenuta
ammissibile una proposta che prevedeva il soddisfacimento di tutti i creditori concorsuali, sia pure
in percentuale minima (2,5%) (Trib. Bergamo 31 marzo 2015). Mentre il giudizio di convenienza
è riservato alla massa dei creditori concorsuali, il Giudice delegato è chiamato a valutare la
legittimità del procedimento (accertando la sussistenza di condizioni di ammissibilità sostanziali e
formali della procedura concorsuale, la carenza di condizioni ostative all’omologazione, la
mancanza di violazioni di norme imperative nel contenuto della proposta) e la fattibilità del piano
sottostante alla proposta di accordo (Trib. Bergamo 31 marzo 2015, cit.).
Al Giudice va riconosciuta la possibilità di un controllo d’ufficio sulla fattibilità del piano (in
quanto è soltanto dalla fattibilità che deriva l’attuabilità dell’accordo e quindi la soddisfazione dei
creditori in termini coerenti con la proposta). L’O.C.C. ha il compito di attestare (sotto la propria
responsabilità) anzitutto l’esistenza e consistenza dei beni sui quali si impernia il piano sottostante
agli accordi, e inoltre l’attuabilità degli accordi stessi (che va intesa come idoneità degli stessi a
consentire il soddisfacimento dei creditori concorsuali come da proposta); pertanto, in presenza di
una relazione provvista dei requisiti di analiticità motivazionale, esaustività, coerenza logica e non
contraddittorietà, il Giudice delegato può sostanzialmente limitarsi a recepirne i contenuti e le
conclusioni, nella misura in cui vi sia rispondenza logica tra i contenuti del piano e l’argomentare
dell’O.C.C. (Trib. Bergamo 31 marzo 2015, cit.).
Se il debitore è nullatenente, con limitate entrate lavorative e vi sia una fideiussione, con
l’attestazione dell’O.C.C. l’accordo può essere omologato; se vi è indebitamento incolpevole
(dovuto, nella specie, a truffa subita dal debitore), si può omologare un accordo che preveda il
pagamento di un quarto del credito dell’Erario (in caso di accordi transattivi si raggiungono, infatti,
esborsi pari ad un terzo del totale, in quanto l’Erario rinuncia a sanzioni e morosità) (Trib. Napoli
30 marzo 2017). Il provvedimento di revoca del decreto di omologa di un accordo, emesso dal
Giudice del reclamo (proposto ai sensi dell’art. 12, comma 2) non determina immediatamente la
perdita di efficacia del decreto, ma soltanto dopo il passaggio in giudicato della decisione che ha
accolto l’opposizione (Trib. Treviso 19 gennaio 2017). Qualora siano posti in essere pagamenti e
atti dispositivi di beni in violazione dell’accordo e del piano, essi sono inefficaci (come nell’ambito
dell’ordinaria procedura fallimentare, e non più nulli, come invece nella dizione precedente) rispetto
ai creditori anteriori rispetto alla pubblicità (della proposta e del decreto di fissazione di udienza) di
cui all’art. 10, comma 2 (art. 13, comma 4).
Il problema della falcidiabilità dell’IVA
La Circ. n. 19/E dell’Agenzia delle Entrate del 6 maggio 2015 ha ricordato che nell’ambito della
composizione della crisi da sovraindebitamento è possibile proporre il pagamento dilazionato
oppure ridotto dei crediti tributari, ad eccezione dei crediti costituenti risorse proprie dell’UE,
dell’IVA e delle ritenute (con riferimento ai quali non è possibile proporre la falcidia, ma soltanto
una dilazione, ai sensi dell’art. 7, comma 1, terzo periodo). In assenza di una disciplina espressa
relativa agli adempimenti dell’Agente della riscossione e dell’Agenzia delle Entrate, si deve ritenere
- secondo il contenuto della Circolare citata - che, analogamente a quanto prevede l’art. 182 ter
l.fall. in tema di transazione fiscale che sia stata proposta nell’ambito del concordato preventivo
oppure degli accordi di ristrutturazione, l’Ufficio competente in relazione all’ultimo domicilio
fiscale dell’interessato debba procedere al più presto alla liquidazione dei tributi che risultano dalle
liquidazioni, alla notifica degli avvisi di irregolarità e di accertamento, nonché a predisporre una
certificazione che attesti il debito tributario complessivo, trasmettendola poi al debitore.
La L. n. 3/2012 non contiene riferimento alcuno all’istituto della transazione fiscale, così come
previsto dall’art. 182 ter l.fall.; quest’ultimo strumento, peraltro, ha visto riconoscere il proprio
carattere innovativo nell’ordinamento tributario per effetto di una pronuncia del 2014 della Corte
Costituzionale, secondo la quale la proposta di transazione fiscale (con previsione di pagamento
parziale oppure dilazionato dei tributi o dei contributi e dei relativi accessori) costituisce deroga al
principio generale di indisponibilità e di irrinunciabilità del credito da parte dell’Amministrazione
finanziaria; la Corte ha aggiunto, tra l’altro, che la previsione legislativa della sola modalità
dilatoria in riferimento alla transazione fiscale avente ad oggetto i crediti IVA deve essere intesa
come il limite massimo di espansione della procedura transattiva compatibile con il principio di
indisponibilità del tributo (Corte cost. 25 luglio 2014, n. 225).
L’interpretazione conforme (alla luce della sentenza Corte di Giustizia UE 7 aprile 2016) consente
di ritenere che il divieto di falcidia dell’IVA prevista dalla norma sull’accordo ex L. n. 3/2012 faccia
implicitamente salva l’ipotesi in cui la proposta preveda un trattamento migliore rispetto a quello
consentito dall’alternativa liquidatoria di cui all’art. 14 ter, esprimendo così la regola generale
rispetto alla quale l’eccezione deve ritenersi non esclusa, ma esplicita. (Ciò si verifica ogniqualvolta
intervenga un apporto di finanzia esterno - non ipotizzabile in caso di liquidazione - per il
pagamento di una parte del credito IVA, in relazione al quale è possibile il giudizio positivo in
ordine al trattamento migliore nell’ambito della procedura, in assenza di maggiori incrementi
riconducibili alla liquidazione (Trib. Pistoia 26 aprile 2017). Secondo tale orientamento, è
possibile delineare un doppio binario: da un lato, la transazione fiscale costituirebbe l’unica via
percorribile dal debitore che volesse proporre una falcidia dell’IVA nei limiti della capienza dei beni
(dimostrando cioè che la proposta non è deteriore rispetto alla valutazione dei cespiti); dall’altro
lato, anche nel concordato senza transazione fiscale sarebbe ammissibile la falcidia dell’IVA, da
valutarsi - secondo l’insegnamento della Corte di Giustizia UE - in relazione al filtro della
convenienza della proposta rispetto all’alternativa liquidatoria (cfr. ancora Trib. Pistoia 26 aprile
2017, cit.).
La giurisprudenza recente ha osservato che, poiché la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE
(sent. 7 aprile 2016) esprime un principio generale (applicabile a tutte le procedure afferenti
l’uscita di un soggetto da una situazione di incapacità di adempiere alle proprie obbligazioni), anche
nell’ambito della L. n. 3/2012 è da ritenersi applicabile la falcidia dell’IVA e degli altri tributi ex art.
7 (cfr. Trib. Torino 7 agosto 2017). Nell’interpretare l’art. 7, comma 1, in materia di trattamento
dell’IVA, il giudice nazionale deve conformarsi alla giurisprudenza europea. Tale orientamento è
stato confermato: in un altro caso, è stata dichiarata ammissibile falcidia dell’IVA (posto che nella
specie dalla relazione dell’O.C.C. risultava - oltre all’attestazione dell’incapienza dei beni oggetto
di privilegio generale ex art. 2752, comma 2, c.c. - anche l’attestazione della convenienza
dell’accordo rispetto all’alternativa liquidatoria) (Trib. Pescara 19 ottobre 2017).

Peculiarità e criticità del piano del consumatore. Prima casistica sulla


meritevolezza
Nell’ambito di una proposta di piano del consumatore, la giurisprudenza ha affermato che
nell’ipotesi in cui il Giudice rilevi ictu oculi la carenza (rilevabile d’ufficio) di un presupposto
necessario per l’omologazione del piano stesso, può dichiarare l’inammissibilità del ricorso, senza
avviare la procedura di omologazione fissando l’udienza ex art. 12 bis, comma 1 (Trib. Udine 4
gennaio 2017). Nell’ipotesi in cui i debitori abbiano fatto ricorso continuo e temporalmente
concentrato a più fonti di finanziamento (nella specie: mutuo fondiario e svariati finanziamenti
personali), con conseguente assorbimento dei propri interi redditi a fronte degli impegni di
restituzione rateale (nonostante la titolarità di un solo immobile, peraltro gravato da precedente
ipoteca), ricorre la fattispecie ostativa all’omologazione del piano del consumatore di cui all’art. 12
bis, L. n. 3/2012. In quest’ultima norma si indica l’ipotesi in cui “il consumatore ha assunto
obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere ovvero che ha colposamente
determinato il sovraindebitamento, anche per mezzo di un ricorso al credito non proporzionato alle
proprie capacità patrimoniali” (Trib. Ravenna 17 dicembre 2014, decr.)
A fronte della scelta legislativa di non prevedere il consenso dei creditori, la finalità specifica di
tutela del consumatore giustifica - secondo la giurisprudenza - un più intenso intervento valutativo
del Giudice; quest’ultimo è chiamato a valutare la sussistenza dei requisiti di cui agli artt. 7, 8 e 9,
l’assenza di atti in frode ai creditori, la fattibilità del piano e l’idoneità del medesimo ad assicurare il
pagamento dei crediti impignorabili e la meritevolezza soggettiva del consumatore. Nell’ipotesi di
contestazioni sulla convenienza, il Giudice valuterà la possibilità di soddisfo del credito sulla base
del piano in misura non inferiore all’alternativa liquidatoria (Trib. Bergamo 12 dicembre 2014).
Anche in questa sede merita osservare - come ricordato supra - che per verificare se un soggetto
possa rivestire la qualità di “consumatore”, vale la regola per cui la qualità di debitore principale
attrae quella di fideiussore: è stato, pertanto, considerato inammissibile il piano del consumatore
che sia stato presentato da un soggetto il quale, per il fatto che l’origine degli ingenti debiti derivi da
obbligazioni di una società poi fallita, è da considerarsi non legittimato, in quanto l’origine dei
debiti è, nella specie, estranea al “consumo”, inteso come soddisfacimento di esigenza personale o
familiare del debitore (Trib. Bergamo 12 dicembre 2014, cit.).
È stato affermato come il principio della par condicio creditorum non trovi applicazione in questa
procedura (alla luce del favor per il consumatore e dell’assenza di criteri per la formazione delle
classi) (Trib. Ascoli 4 aprile 2014). Ogniqualvolta il legislatore ha voluto disciplinare i criteri di
formazione delle classi lo ha fatto esplicitamente [cfr. art. 160, comma 1, lett. c) l.fall.],
precisandone la rilevanza (artt. 177 e 180, comma 4, l.fall.) e il controllo (art. 163, comma 1). Non è
stato omologato il piano del consumatore nell’ipotesi di pendenza derivante dall’obbligo del
pagamento del conguaglio spettante ai coeredi, nell’ambito dell’assegnazione di un immobile in una
causa di divisione ereditaria, essendo nella specie la debitrice ben consapevole del debito che la
stessa andava a contrarre, pur versando in condizioni economiche precarie (Trib. Treviso 25
gennaio 2017).
In ogni caso, è stato sottolineato che anche l’accumulazione ingiustificata di prestiti (sebbene, nella
specie, non accompagnata da accertati intenti fraudolenti o abusivi oppure di volontà preordinata a
non rispettare i propri impegni contrattuali) costituisce circostanza idonea ad essere considerata
elemento ostativo all’accesso alla procedura del piano del consumatore (Trib. Torre Annunziata
12 dicembre 2016). Quanto alla durata del piano del consumatore, può ritenersi applicabile il limite
temporale quinquennale individuato dalla giurisprudenza con riferimento alla durata del piano di
concordato preventivo, soluzione da interpretarsi con particolare rigore, in virtù della natura
sostanzialmente coattiva del piano del consumatore, ove i creditori non possono votare (Trib.
Rovigo 13 dicembre 2016). Per quanto riguarda il c.d. ombrello protettivo, va evidenziato che, a
differenza che nel caso di accordo di ristrutturazione dei debiti previsto dall’art. 10 (in cui il giudice
sospende le azioni esecutive e cautelari individuali), nell’ipotesi di piano del consumatore ex art. 12
bis l’inibitoria che preveda la sospensione dei procedimenti di esecuzione forzata individuali (o
anche soltanto di alcuni, perché la norma parla di “specifici” procedimenti) fino alla definitività
dell’omologa rappresenta, invece, soltanto una facoltà per il Giudice; quest’ultimo, infatti, potrà
discrezionalmente disporla (con lo stesso decreto che fissa l’udienza) qualora la prosecuzione delle
procedure esecutive possa “pregiudicare la fattibilità del piano” (art. 12 bis, comma 2).
Poiché in sostanza è previsto il blocco soltanto delle procedure esecutive ostative alla fattibilità del
piano, non è esclusa nel caso concreto la prosecuzione di quelle promosse dai creditori dissenzienti
rispetto al piano del consumatore. In ogni caso, sono da considerare inammissibili (ergo: non
possono essere prese in esame dal Giudice) le istanze di sospensione di eventuali procedure
esecutive pendenti, qualora dette istanze siano state formulate prima del deposito del piano da parte
dell’O.C.C. che è stato designato dal Giudice (Trib. Milano 13 ottobre 2015). Il controllo del
giudice ai fini dell’omologazione è più ampio in questa seconda procedura.
Egli deve anzitutto verificare la fattibilità del piano e l’idoneità dello stesso ad assicurare il
pagamento dei crediti impignorabili e dei crediti tributari di cui all’art. 7, comma 1, terzo periodo, e
risolvere le contestazioni (anche con riferimento all’ammontare dei crediti). Sotto il profilo della
meritevolezza, è prevista la verifica che il consumatore non abbia assunto obbligazioni “senza la
ragionevole prospettiva di poterle adempiere” o non abbia “colposamente determinato il
sovraindebitamento, anche per mezzo di un ricorso al credito non proporzionato alle proprie
capacità patrimoniali” (comma 3). La giurisprudenza ha sottolineato che, a differenza
dell’imprenditore, il debitore consumatore non è soggetto al rischio di impresa e dunque alle alterne
fortune del mercato ma solamente, a ben vedere, alle conseguenze delle proprie scelte di vita: ciò
spiega la scelta del legislatore di prevedere una condizione di ammissibilità (in relazione alla
procedura del piano del consumatore) che postula valutazioni sulla riconducibilità del
sovraindebitamento ad una condotta colpevole o meno da parte del consumatore (a differenza di
quanto è previsto nella procedura fallimentare) (Trib. Cagliari 11 maggio 2016). Nell’ipotesi in cui
il consumatore abbia fatto ricorso al credito di terzi in modo sproporzionato rispetto alle proprie
capacità patrimoniali e reddituali (nella specie, il reddito mensile era impegnato in misura ben
superiore a un terzo dal rimborso delle rate del finanziamento), non può essere ritenuto sussistente il
requisito della meritevolezza (che pur può essere compatibile di per sé con una sproporzione tra
patrimonio ed esposizione debitoria, purché essa non sia causata da una condotta colposa del
debitore) (Trib. Udine 4 gennaio 2017); in ogni caso, deve ritenersi mancante la meritevolezza
ogniqualvolta il debitore, al momento di assumere le obbligazioni, può valutare ragionevolmente
l’incapacità oggettiva di poterle adempiere (i debiti, nella specie, assorbivano l’85% delle entrate
mensili) (Trib. S. Maria Capua Vetere 14 febbraio 2017).
Nel piano del consumatore si può prevedere in prededuzione, essendo strumentale alla omologa del
piano stesso, una somma per il professionista incaricato e per gli avvocati (alla luce della natura
pattizia della previsione) (Trib. Napoli 16 novembre 2017). La cessione dei crediti futuri (a
garanzia del regolare rimborso del finanziamento) è tutelabile nel termine di tre anni dall’omologa
del piano (lasciando, poi, il passo all’efficacia conformativa del piano). La ristrutturazione del
debito garantito comporta necessariamente una conseguente riduzione della garanzia (Trib. Monza
26 luglio 2017).
Alla luce della natura concorsuale del procedimento e tenuto conto della necessità di applicare la
parità di trattamento ai creditori, è stato affermato che sarebbe incoerente non assoggettare anche il
cessionario del quinto alla riformulazione dell’adempimento (così come viene previsto per gli altri
creditori chirografari). Se gli accordi volontariamente raggiunti in precedenza tra creditore e
debitore fossero vincolanti, essi avrebbero infatti l’effetto di impedire l’accesso alle procedure ex L.
n. 3/2012, in quanto consentirebbero il soddisfacimento integrale dei singoli creditori e la
proporzionale riduzione del patrimonio da destinare al soddisfacimento degli altri (Trib. Grosseto 9
maggio 2012). In caso di contestazioni circa la convenienza del piano (da parte dei creditori o di
qualunque altro interessato), è previsto il cram down, per cui il giudice omologa il piano qualora
ritenga che il credito possa essere soddisfatto dall’esecuzione del piano in misura non inferiore
all’alternativa liquidatoria. Anche in questo caso, è prevista l’applicazione (in quanto compatibili)
degli artt. 737 ss. c.p.c. e il reclamo dinanzi al Tribunale (comma 5). Secondo una pronuncia di
merito, ai fini dell’omologazione, in presenza di contestazione in ordine alla convenienza del piano,
occorre verificare se la procedura consenta di incidere su una cessione del credito sia in relazione
alla sua operatività, sia in relazione alla misura del credito, e inoltre accertare ex art. 12 bis, comma
3, se il credito possa essere soddisfatto dall’esecuzione del piano in misura non inferiore
all’alternativa liquidatoria di cui alla Sez. II della legge (artt. 14 ter ss.).
Il Tribunale ha osservato, da un lato, che la ratio della L. n. 3/2012 è quella consentire ai soggetti
che non possono accedere alle procedure concorsuali di cui alla l.fall. di ristrutturare i propri debiti
anche attraverso una proposta di adempimento dei debiti medesimi in misura inferiore rispetto
all’importo originario; dall’altro, ha sottolineato che è la legge stessa che consente al Giudice di non
tener conto di accordi (nella specie: cessione volontaria del quinto della pensione) raggiunti in
precedenza tra debitore e creditore, atteso che se gli stessi fossero vincolanti potrebbero impedire
l’accesso a queste procedure (in quanto consentirebbero il soddisfacimento integrale di singoli
creditori e la proporzionale riduzione del patrimonio da destinare al soddisfacimento di tutti gli
altri). Nel caso concreto, il giudicante ha omologato l’accordo, ritenendo congruo come criterio
utilizzato dall’O.C.C. per la determinazione della parte di reddito disponibile la media tra la quota
di quinto della parte eccedente la misura delle spese sostenute costantemente dalla famiglia e la
quota di un quinto della parte eccedente il doppio della pensione sociale (Trib. Pistoia 27 dicembre
2013).
Secondo una pronuncia di merito, l’avvenuta vendita dell’immobile (nella specie: unico bene del
debitore) prima dell’omologa del piano del consumatore ex art. 12 bis non costituirebbe circostanza
ostativa all’omologa stessa (in assenza, peraltro, di contestazione da parte del creditore né
dell’effettivo ammontare del piano, né della convenienza del piano medesimo), qualora la vendita
sia stata effettuata nei termini temporali ed economici espressamente indicati nella proposta (Trib.
Busto Arsizio 16 settembre 2014). Va omologato il piano del consumatore, essendo nella specie da
escludere che il ricorrente abbia assunto obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle
adempiere, e in assenza di opposizione da parte dei creditori, nell’ipotesi in cui l’indebitamento sia
stato provocato dalla necessità di aiutare il figlio affetto da deficit psichici, nonché dal mancato
incasso dei crediti derivanti da morosità degli inquilini e dall’azione esecutiva (non sospesa, in
quanto) instaurata nei confronti della moglie del ricorrente su di un bene immobile comune.
Le modifiche del piano conseguenti alla vendita dell’immobile oggetto di esecuzione non
costituiscono modifiche che richiedano la riapertura della fase di comunicazione, per il fatto che, in
concreto, il piano prevedeva più ipotesi alternative (Trib. Verona 8 maggio 2015, in
www.unijuris.it). Ai fini dell’omologa del piano del consumatore, nel valutare la condotta del
debitore nel contrarre obbligazioni, assume senz’altro rilevanza la perdita del posto di lavoro e le
problematiche attinenti alla salute del ricorrente (Trib. Napoli Nord 5 dicembre 2017).
La procedura liquidazione del patrimonio
Dopo il decreto di apertura della procedura di liquidazione, avendo la stessa carattere concorsuale e
pubblicistico, non è prevista la possibilità per il debitore di rinunciare alla stessa (Trib. Treviso 22
giugno 2017). Si deve ritenere che l’imprenditore agricolo possa avvalersi dello strumento di cui
agli artt. 14 ter ss. anche in assenza di espressa previsione da parte dell’art. 7, comma 2 bis: la
liquidazione può, infatti, derivare dalla patologia dell’accordo, per conversione, oppure a richiesta
del debitore stesso ex art. 14 quater (Trib. Ravenna 15 febbraio 2016).
Dal punto di vista procedurale, è stato affermato che successivamente alla proposizione da parte del
debitore della domanda di liquidazione del proprio patrimonio, con riserva di produrre
successivamente la relazione dell’O.C.C., il Tribunale può designare l’O.C.C. medesimo, incaricato
del perfezionamento della relazione che è prevista dal comma 3 dell’art. 14 ter; tale orientamento
pare implicitamente valorizzare la lett. e) della norma citata, che fa riferimento al giudizio sulla
completezza e sull’attendibilità della documentazione che è stata depositata a corredo della
domanda (Trib. Vicenza 8 luglio 2013); contra, in modo più ortodosso (cfr. supra) un diverso
orientamento ha rilevato come la richiesta ex art. 15, comma 9, di nomina di un professionista
sostituto dell’O.C.C. debba essere formulata prima di depositare la proposta, tenuto conto che
l’intervento dell’O.C.C. (o del sostituto) è richiesto sin dal momento della redazione della proposta
stessa, ed è inoltre necessario ai fini dell’attestazione di fattibilità e della verifica della veridicità dei
dati (cfr. Trib. Cremona 17 aprile 2014). Qualora venga dichiarata l’apertura della procedura di
liquidazione richiesta dal debitore ex art. 14 ter, al fine di soddisfare le obbligazioni contratte, va
disposto il divieto di iniziare o di proseguire azioni esecutive o cautelari sino al momento in cui il
provvedimento di omologazione sarà definitivo (Trib. Verona 9 giugno 2015).
Dopo che è stata disposta l’apertura della liquidazione dei beni ex art. 14 quinquies, il liquidatore
giudiziario ha facoltà di presentare istanza di improcedibilità della esecuzione immobiliare pendente
(Trib. Livorno 5 gennaio 2017). L’art. 14 quinquies dispone che il divieto di iniziare o proseguire
azioni esecutive “sino al momento in cui il provvedimento di omologazione diventa definitivo”, ma
non è previsto, peraltro, per la procedura di liquidazione un provvedimento di omologazione. Nella
liquidazione ex L. n. 3/2012, il debitore può impiegare anche la quota riscattabile de T.F.R. per far
fronte alle pendenze, comprese quelle con Equitalia (Trib. Milano 22 aprile 2017).
La moratoria nel piano del consumatore con accordo esterno
Con la Legge del 27 gennaio 2012, n. 3 (modificata dal Decreto Legge n. 179/2012, convertito
nella Legge 221/2012) il legislatore italiano ha introdotto una nuova procedura volontaria di
ristrutturazione della crisi da sovraindebitamento destinata ai soggetti esclusi dall’ambito di
applicazione delle procedure concorsuali.
La legge prevede tre diversi tipi di procedimento:
a) l’accordo di ristrutturazione dei debiti;
b) il piano del consumatore;
c) la liquidazione del patrimonio.
Il piano del consumatore prevede la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione
dei crediti, attraverso qualsiasi forma, anche mediante cessione dei crediti futuri.
Tale strumento è accessibile al consumatore, in stato di sovraindebitamento ai
sensi e per gli effetti dell’art. 6, comma 2°, lettera b) della legge in esame, ossia al
debitore persona fisica che abbia assunto obbligazioni esclusivamente per scopi
estranei all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta, in
possesso dei presupposti giuridici oggettivi e soggettivi richiesti dalla legge
nonchè dei requisiti formali ( tra cui il possesso della documentazione tutta
richiesta dalla legge( art. 7-8-9 e 12 bis della legge in esame).
L’accordo di ristrutturazione dei debiti è invece destinato a tutti i debitori non fallibili secondo i
criteri di cui all’art. 1 della l.fall. L'accordo può perfezionarsi se vi è il consenso dei creditori
rappresentanti almeno il sessanta per cento dei crediti: circostanza questa non prevista nel caso del
piano del consumatore.
Con la liquidazione del patrimonio, in alternativa alla proposta per la composizione della crisi, il
debitore, in stato di sovraindebitamento e per il quale non ricorrono le condizioni di inammissibilità
di cui all'articolo 7, comma 2, lettere a) e b), può chiedere la liquidazione di tutti i suoi beni.
La legge non esclude la possibilità per gli imprenditori che esercitino ancora attività d'impresa e che
versino in stato di sovraindebitamento di proporre accordi al fine di estinguere i propri debitori:
istituto questo mutuato dalla legge fallimentare che prevede all’art. 186 bis l’ipotesi del concordato
preventivo in continuità d’impresa.
L’accordo proposto in continuità d’impresa ed il piano del consumatore vengono accomunati dalla
normativa in esame dal limite di cui all’art. 8 della medesima legge.
Ed infatti, la richiamata disposizione prevede che «la proposta di accordo con continuazione
dell'attività d'impresa e il piano del consumatore possono prevedere una moratoria fino ad un anno
dall'omologazione per il pagamento dei creditori muniti di privilegio, pegno o ipoteca, salvo che
sia prevista la liquidazione dei beni o diritti sui quali sussiste la causa di prelazione».
La ratio della norma, sulla scorta dell’ipotesi del concordato preventivo in continuità di azienda, è
evidentemente quella di tutelare il creditore privilegiato, il quale privato del soddisfacimento del
proprio diritto attraverso la cessione del bene sul quale ricade il diritto di garanzia, riscuote il
pagamento del debito in un lasso di tempo ragionevole, ossia entro un anno dalla omologazione del
piano e/o dalla omologazione dell’accordo.
Ed infatti, l’obiettivo della conservazione del bene accomuna sia il consumatore, che tenta
attraverso il piano di mantenere l’immobile familiare, che l’imprenditore in attività, che tende a
tutelare il bene strettamente necessario all’attività di azienda.
Ora, il problema che pone il limite temporale di cui alla richiamata disposizione è se il piano e/o
l’accordo che preveda un arco di tempo maggiore per il pagamento dei creditori privilegiati soddisfi
comunque i requisiti della legge. Ciò in particolare nell’ipotesi del piano del consumatore, atteso
che, come già rilevato, in tale ultimo caso non è prevista la fase del consenso dei creditori, ma solo
il vaglio del Giudice.
Sul punto in giurisprudenza si sono registrate pronunce contrastanti tra di loro.
Ed infatti, vi è chi ha ritenuto che è possibile applicare una moratoria ultrannuale per il pagamento
dei crediti muniti di privilegio sia per quanto riguarda il piano del consumatore, sia per quanto
riguarda l’accordo di ristrutturazione in continuità d’impresa (Trib. fermo 26 ottobre 2015; trib.
Mantova 29/05/2018) e chi, invece, ha escluso la possibilità che il pagamento dei creditori
privilegiati possa avvenire anche dopo la scadenza della moratoria annuale (Trib. Prato, 19 luglio
2017; Trib. La Spezia 13 giugno 2018; Trib. Napoli Nord 5 dicembre 2017).
Sul punto è intervenuta recentemente la Suprema Corte di Cassazione la quale ha chiarito che il
termine di cui all’art. 8 ha natura sostanziale e non già processuale, con la conseguenza che
l’applicazione della moratoria ultrannuale incide sulla struttura del rapporto obbligatorio
condizionando la esigibilità e l’adempimento della prestazione. Ne deriva che, in assenza di
consenso espresso, non è possibile dilatare ulteriormente detto termine (cfr Cass. Civ. 23.02.2017 n°
4451).
Il ragionamento logico giuridico che sottende l’orientamento della Suprema Corte si fonda sui
principi, consolidati nel tempo, della moratoria dei creditori muniti di cause di prelazione
nell’ambito del concordato preventivo in continuità di azienda ex art. 186 bis: principi questi
orientati alla tutela dei creditori privilegiati che, seppur soddisfatti non integralmente – benchè in
misura non inferiore a quella realizzabile, in ragione della collocazione preferenziale sul ricavato in
caso di liquidazione – riescano comunque a riscuotere il proprio credito in un lasso di tempo non
superiore ad un anno.
Ora, se nell’ipotesi di accordo in continuità il limite di cui alla richiamata disposizione può essere
superato attraverso il consenso del creditore, chiamato a votare ai fini della omologazione, ci si
pone il problema dell’ammissibilità della moratoria ultrannuale nell’ipotesi del piano del
consumatore, ove la fase di voto dei creditori non è prevista dalla legge.
La soluzione giunge dalla giurisprudenza di merito (cfr Tribunale di Rovigo del 13.12.2016) la
quale ha ritenuto di derogare alla moratoria annuale, nel piano del consumatore, attraverso la
stipulazione di un accordo esterno al piano con il creditore ipotecario prima del deposito del ricorso
presso il Tribunale: si tratta di un patto para concordatario avente ad oggetto la rateazione del debito
privilegiato ultrannuale, ma in quanto esterno escluso dal piano e sottoposto al vaglio del tribunale
solo per le ragioni anzidette cioè solo ai fini della derogabilità del limite di cui all’art. 8 e non già ai
fini di una valutazione di corretto e puntuale adempimento.

Disposizioni in materia di usura, estorsione e crisi da sovraindebitamento


Al fine di porre rimedio alle situazioni di sovraindebitamento non soggette nè assoggettabili alle
vigenti procedure concorsuali, è consentito al debitore concludere un accordo con i creditori
nell'ambito della procedura di composizione della crisi disciplinata dal presente capo.
Lo prevede la Legge 27 gennaio 2012, n. 3 pubblicata in Gazzetta Ufficiale 30 gennaio 2012, n. 24
e recante "Disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonche' di composizione delle crisi da
sovraindebitamento".
Il debitore in stato di sovraindebitamento può proporre ai creditori, con l'ausilio degli organismi di
composizione della crisi, un accordo di ristrutturazione dei debiti sulla base di un piano che assicuri
il regolare pagamento dei creditori estranei all'accordo stesso. Il piano dovrà prevedere le scadenze
e le modalità di pagamento dei creditori, le eventuali garanzie rilasciate per l'adempimento dei
debiti, le modalità per l'eventuale liquidazione dei beni.
La proposta di accordo prevede la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dei crediti attraverso
qualsiasi forma, anche mediante cessione dei redditi futuri. Nei casi in cui i beni o i redditi del
debitore non siano sufficienti a garantire la fattibilità del piano, la proposta deve essere sottoscritta
da uno o più terzi che consentono il conferimento, anche in garanzia, di redditi o beni sufficienti per
l'attuabilità dell'accordo.
Il piano può prevedere una moratoria fino ad un anno per il pagamento dei creditori estranei quando
ricorrono cumulativamente le seguenti condizioni:
a) il piano risulti idoneo ad assicurare il pagamento alla scadenza del nuovo termine;
b) l'esecuzione del piano sia affidata ad un liquidatore nominato dal giudice su proposta
dell'organismo di composizione della crisi;
c) la moratoria non riguardi il pagamento dei titolari di crediti impignorabili.
Il provvedimento contiene inoltre alcune tutele per le imprese contro l'usura e flessibilità
nell'accesso ai finanziamenti antiracket.
Sovraindebitamento: guida alla legge salva suicidi
La composizione della crisi da sovraindebitamento è una speciale procedura della quale possono
avvalersi i soggetti che non possono essere sottoposti alle procedure concorsuali, ma sui quali
gravano pesanti debiti.

La legge salva suicidi


La relativa disciplina è dettata dalla legge numero 3/2012, cd. "legge salva suicidi", che si occupa di
trovare una soluzione alle situazioni di sovraindebitamento, tentando di risolvere lo stato di crisi
contemperando gli interessi del debitore e del creditore.

Chi può ricorrere alla procedura di sovraindebitamento


Il presupposto oggettivo per l'ammissione alla procedura è che il debitore si trovi in uno stato di
sovraindebitamento.
Per quanto riguarda invece il presupposto soggettivo per essere ammessi alla procedura di
sovraindebitamento, l'unico soggetto previsto dalla legge è il consumatore. Ai sensi dell'art. 6, co. 2,
lett. b) il consumatore è "il debitore persona fisica che ha assunto obbligazioni esclusivamente per
scopi estranei all'attività imprenditoriale professionale eventualmente svolta."
Gli altri soggetti che possono essere ammessi al procedimento sono:
• gli imprenditori commerciali non fallibili perché non soddisfano i requisiti dimensionali
richiesti; dall'art. 1 della legge fallimento;
• gli imprenditori commerciali individuali che hanno cessato l'attività e si sono cancellati dal
registro delle imprese da un anno;
• le start up innovative (escluse dal fallimento dal d.l n. 179/2012);
• gli imprenditori agricoli;
• i soci di società di persone (art. 147 legge fallimento);
• gli artisti e i professionisti;
• le società di professionisti;
• le associazioni professionali (purché tutti sottoscrivano la proposta);
• l'erede dell'imprenditore defunto che ha accettato con beneficio d'inventario e purché sia
trascorso un anno dal decesso;
• gli enti privati (fondazioni, associazioni, organizzazioni non governative, associazioni
sportive dilettanti, onlus e enti lirici) che non svolgano attività commerciale.
Cos'è la crisi da sovraindebitamento
Si è appena detto che per poter accedere alla procedura introdotta dalla legge numero 3/2012 è
necessario che vi sia una crisi da sovraindebitamento.
Ciò vuol dire che il debitore si deve trovare in una condizione di squilibrio perdurante tra debiti e
patrimonio liquidabile, che lo pone in una situazione di difficoltà o impossibilità di pagare i propri
debiti (art. 6).

Ammissibilità e proposta di accordo


In base a quanto previsto dall'art. 7 della legge 3/2012, il debitore, con l'aiuto di un OCC deve
redigere una proposta di accordo per la ristrutturazione dei debiti, al fine di soddisfare i creditori.
La legge, se da un lato riconosce al debitore una certa libertà sul contenuto, i tempi e le modalità
della proposta, dall'altra fissa dei limiti precisi, per tutelare i creditori titolari di crediti particolari o
muniti di cause legittime di prelazione.
Il debitore è libero di proporre:
• una dilazione di pagamento;
• la loro rimessione parziale;
• la divisione dei creditori in classi;
• il pagamento parziale dei creditori privilegiati o muniti di pegno o ipoteca, anche se con
limiti precisi;
• l'affidamento del patrimonio a un gestore che provveda alla liquidazione e alla successiva
ripartizione del ricavato;
• la datio in solutum di beni;
• di mandare all'incasso i crediti in favore degli stessi o di terzi;
• la cessione di crediti futuri.
La proposta non è ammissibile se:
• il debitore è sottoposto a procedure concorsuali;
• se nei cinque anni precedenti è già ricorso ad una procedura di liquidazione o di
sovraindebitamento;
• se un accordo precedente ha avuto un esito negativo (risoluzione o revoca) per condotte a lui
imputabili.
Se il patrimonio del debitore non garantisce la realizzazione concreta dell'accordo, soggetti terzi
possono venire in suo aiuto conferendo beni, anche in garanzia.

Soggetti abilitati a comporre la crisi da sovraindebitamento


Il decreto n. 202/2014 ha ridisegnato la figura degli OCC, disponendo che possono costituire
Organismi di Composizione della Crisi (OCC) gli enti pubblici in possesso dei requisiti di
indipendenza e imparzialità:
• camere di commercio;
• ordini professionali (notai, avvocati, commercialisti, esperti contabili);
• comuni, province, regioni, città metropolitane;
• professionisti in forma individuale o societaria con i requisiti di cui all'art. 28 L.F.;
• notai nominati dal giudice delegato o dal tribunale.

Funzioni e compiti degli organismi di composizione della crisi


Gli OCC svolgono funzioni di consulenza legale e finanziaria e rivestono il ruolo di ausiliari del
giudice. Essi:
• aiutano il debitore nell'elaborazione ed esecuzione del piano;
• fungono da liquidatori giudiziali nell'accordo e nel piano del consumatore;
• sono di ausilio al Giudice nella relazione, nell'esame della proposta e nel rilascio
dell'attestazione di fattibilità;
• comunicano con i creditori;
• provvedono all'adempimento delle formalità pubblicitarie;
• liquidano il patrimonio e gestiscono la liquidazione,
• redigono e inviano la relazione ai creditori sui consensi espressi e in seguito la trasmettono
al giudice, con le contestazioni ricevute.
Per il compimento della loro attività essi possono avere accesso, se autorizzati dal giudice,
all'anagrafe tributaria, alle centrali rischi, ai sistemi di informazione creditizia e alle banche dati
pubbliche come il Pra ed Equitalia.
Essi devono essere iscritti nel registro tenuto dal ministero della Giustizia. Il decreto 202/2014 ne
regola la formazione, la cancellazione, la sospensione, i compensi spettanti e ne determina i
requisiti professionali.

Il piano del consumatore


Il consumatore, può proporre, in alternativa alla proposta di accordo di cui all'art. 7, il piano del
consumatore, che non richiede l'approvazione dei creditori, ma una mera valutazione di fattibilità da
parte del giudice, supportata da una relazione dell'OCC, che deve contenere quanto previsto dall'art.
9, co. 3 bis.
Per omologare il piano del consumatore il Giudice deve limitarsi a verificare che lo stesso sia
fattibile, ammissibile, che il debitore sia meritevole e che non abbia compiuto atti per frodare i
creditori.
L'art. 12 ter dispone che dalla data dell'omologazione del piano i creditori anteriori ad esso non
possono intraprendere o continuare azioni cautelari o esecutive, né acquisire diritti di prelazione sul
patrimonio del consumatore.
Una volta omologato il piano è obbligatorio per tutti i creditori precedenti alla data di pubblicazione
del provvedimento di omologa. I beni oggetto del piano non sono attaccabili dai creditori
successivi.

Procedura di sovraindebitamento
La procedura prevista per la proposta di accordo e per il piano del consumatore prevedono che:
• il soggetto legittimato al deposito è solo il debitore non fallibile e il consumatore,
• la competenza spetti al tribunale in cui il debitore ha la residenza o la sede, in caso di
impresa.
L'art. 9, al comma 2 contiene l'elenco dei documenti che devono essere allegati alla proposta di
accordo e al piano del consumatore. Entro tre giorni dal deposito della proposta l'OCC competente
deve trasmetterlo all'agente di riscossione e agli uffici fiscali. Su richiesta il giudice può concedere
15 giorni, al massimo, per integrare la proposta o presentare altri documenti. Ai sensi dell'art. 11
sono ammesse modifiche alla proposta o al piano fino alla data prevista per il consenso o il dissenso
dei debitori.
Ai sensi dell'art 10 della legge 3/2012, depositata la proposta o il piano il giudice deve valutarne
l'ammissibilità, ai sensi degli artt. 7, 8 e 9 e con decreto fissare un'udienza che deve tenersi entro i
successivi 60 giorni. Il decreto deve essere comunicato ai creditori almeno 30 giorni prima del
termine previsto affinché possano esprimere il loro consenso o dissenso. Il decreto deve altresì
stabilire le forme di pubblicità della proposta o del piano, la sua eventuale trascrizione in situazioni
particolari e disporre il divieto per i creditori di iniziare o proseguire azioni esecutive, richiedere
sequestri e acquisire diritti di prelazione.
Dalla pubblicazione del decreto tutti gli atti di straordinaria amministrazione non autorizzati dal
giudice sono inefficaci nei confronti dei creditori anteriori.
Nel momento in cui il giudice viene a conoscenza dai creditori che il debitore ha compiuto atti al
fine di frodarli, all'udienza revoca il decreto di ammissione alla procedura, dispone la cancellazione
della trascrizione e fa cessare ogni forma di pubblicità.
Esecuzione dell'accordo
Almeno 10 giorni prima dell'udienza i creditori devono esprimere il consenso o il dissenso
all'accordo. La proposta è approvata se il consenso (silenzio assenso) è espresso dai creditori che
rappresentano almeno il 60% dei crediti. I creditori privilegiati o garantiti da pegno o ipoteca
possono esprimere il loro consenso solo in presenza di determinate condizioni, il coniuge, i parenti
e gli affini fino al quarto grado e i cessionari dei crediti da meno di un anno prima della proposta
non possono pronunciarsi sulla proposta.
Se l'accordo è raggiunto l'organismo di composizione redige una relazione sui consensi espressi e la
invia ai creditori che hanno dieci giorni per contestarla. Decorso questo termine l'OCC invia la
relazione al Giudice, le eventuali contestazioni, il testo dell'accordo e l'attestazione di fattibilità.
Una volta risolte le contestazioni il Giudice provvede ad omologare l'accordo e dispone in merito
alla sua pubblicità, anche se l'accordo non è ritenuto conveniente da particolari creditori ma a suo
giudizio il creditore dissenziente sarà soddisfatto dall'accordo nella stessa misura in cui lo sarebbe
in caso di liquidazione del patrimonio (cram down).
Tra la proposta e l'omologazione non devono intercorrere più di sei mesi. Il reclamo contro il
provvedimento che dispone l'omologazione è ammesso innanzi al Tribunale, che decide in camera
di consiglio, senza il giudice che ha omologato la proposta.
L'accordo omologato è obbligatorio nei confronti di tutti i creditori anteriori alla data della
pubblicità del deposito della proposta. I creditori successivi non possono agire esecutivamente su
beni oggetto della proposta.
L'adempimento dell'accordo è eseguito sotto la vigilanza dell'OCC che ne verifica la correttezza. Il
giudice ha la possibilità di nominare un liquidatore, se previsto dal piano o se vi sono beni pignorati
e quando autorizza lo svincolo delle somme, dispone la cancellazione delle iscrizioni e trascrizioni
pregiudizievoli. Il co. 4 art. 13 contiene la regola e l'eccezione della preducibilità dei crediti sorti nel
corso dei procedimenti di composizione della crisi da sovraindebitamento.

Revoca e risoluzione dell'accordo


L'accordo viene revocato d'ufficio dal Giudice se:
• il debitore non paga le amministrazioni e gli enti previdenziali entro 90 giorni dalla scadenze
previste;
• emerge che durante la procedura il debitore ha compiuto atti in frode ai creditori.
La revoca del piano del consumatore può essere richiesta anche dal creditore quando:
• il passivo del debitore è stato aumentato o diminuito con dolo o colpa grave;
• una parte dell'attivo è stata sottratta o dissimulata;
• sono state simulate con dolo attività del tutto inesistenti.
Il ricorso può essere presentato entro 6 mesi dalla data della scoperta e comunque entro un anno
dalla scadenza stabilita per l'ultimo adempimento.
L'accordo cessa di avere effetti anche quando:
• viene risolto o il debitore non paga i crediti impignorabili e i debiti fiscali;
• se in seguito viene dichiarato il fallimento. L'accordo si risolve e i pagamenti, gli atti e le
garanzie eseguite in forza di esso non possono essere sottoposte a revocatoria fallimentare.
I creditori possono chiedere la risoluzione dell'accordo, ai sensi dell'art 14 della legge 3/2012 se:
• il debitore non rispetta l'accordo;
• le garanzie promesse non vengono poste in essere;
• l'accordo non può essere eseguito per cause non riconducibili al debitore.
La risoluzione può essere proposta entro 6 mesi dalla scoperta o entro un anno dalla data dell'ultimo
adempimento.

Riforma fallimento 2020: le novità sul sovraindebitamento


Il decreto legislativo n.14/2019, di riforma del codice fallimentare, si occupa anche di
sovraindebitamento, al quale dedica gli articoli 65 e 66.
Tra le novità, si segnala la possibilità, per i membri della stessa famiglia, di presentare un unico
progetto di risoluzione della crisi da sovraindebitamento, quando sono conviventi o quando il
sovraindebitamento ha un'origine comune. Tuttavia, le masse attive e passive rimangono distinte.
Se, invece, sono presentate più richieste, il giudice competente (che è quello adito per primo) adotta
i provvedimenti necessari per assicurarne il coordinamento.

L'entrata in vigore della riforma è prevista per il 14 agosto 2020.


CHI È IL SOVRAINDEBITATO
Per Sovraindebitamento la legge intende una situazione perdurante di squilibrio tra le obbligazioni
assunte ed il proprio patrimonio prontamente liquidabile. In sostanza il sovraindebitato è colui
che si trova in una situazione di squilibrio tra il proprio patrimonio (che deve avere la
caratteristica della pronta liquidabilità) e le obbligazioni assunte, situazione che compromette
in modo definitivo la possibilità del soggetto di adempiere regolarmente a quest’ultime. La
definizione è piuttosto ampia può includere la gran parte dei casi nei quali il soggetto debitore
consumatore, impresa o professionista non riesce più a far fronte agli impegni presi: ad esempio al
pagamento delle rate del finanziamento per l’acquisto dell’auto, del mutuo per l’acquisto della casa
e così via
Prima di questa normativa il consumatore o le piccole imprese (da intendersi in senso lato anche di
attività professionale, startup, ecc) che non riuscivano più a far fronte al pagamento dei propri
debiti, proprio perché non ammessi alle procedure concorsuali fallimentari, dovevano rispondere in
modo praticamente perpetuo dei propri debiti. Infatti, il debitore per legge risponde
dell’adempimento ai propri debiti con tutto il proprio patrimonio presente e futuro (art. 2740 c.c.).
Questi soggetti incontravano grosse difficoltà nel liberarsi dai debiti accumulati poiché esposti
sempre alle azioni esecutive dei creditori e ciò rendeva impossibile o particolarmente difficile
tornare nel mercato. Tutto questo seppur tali soggetti erano caduti in difficoltà economica senza
colpa.
Ritenuto dalla società meritevole di protezione, il sovraindebitato con la L. n. 3/2012 è stato dunque
introdotto (e con grave ritardo rispetto ad altri ordinamenti europei) un procedimento finalizzato
all’esdebitazione proprio per la definitiva liberazione dei debiti e il blocco delle procedure
esecutive.
La funzione sociale di questa procedura è importantissima perché consente a queste persone fisiche
e giuridiche di cancellare i loro debiti per ripartire da zero (il c.d. fresh start) ed essere così reinseriti
nella società e nel mercato come soggetto economicamente sano.

ACCESSO ALLA PROCEDURA


Per ottenere l’esdebitazione e la liberazione dei debiti occorre, ovviamente, aver accesso alla
procedura. Per accedere è necessario prima di tutto valutare se sussistono i requisiti soggetti ed
oggettivi.

Requisiti soggettivi
Possono ricorrere alla procedura tutti quelli che hanno contratto debiti per attività:
• non inerenti l’attività d’impresa;
• oppure inerenti l’attività d’impresa ma
• imprenditori non assoggettabili alla Legge Fallimentare giacché imprenditore sotto soglia
(art. 1 c.
• 2 L.F.);- imprenditori o enti privati non commerciali;
• imprenditori agricoli;
• start up innovative.

Requisiti oggettivi
L’oggettivo stato di sovraindebitamento da intendersi nel senso precedentemente descritto.
In ogni caso non può accedere alla procedura di Sovraindebitamento chi:
- ha già fatto ricorso nei precedenti cinque (5) anni a uno dei procedimenti relativi al
Sovraindebitamento;
- ha subito la risoluzione dell’accordo di ristrutturazione o la revoca dell’omologazione del
piano del consumatore;
- è soggetto a procedure concorsuali.
Fatta tale valutazione occorre chiedere la nomina di un Gestore (che ha funzione di consulente e
aiuto per il debitore nella redazione degli atti di procedura, di ausiliario del giudice e garante dei
terzi creditori) ad un Organismo di Composizione della Crisi – OCC - o alternativamente al
Tribunale (questo per le pratiche di competenza dei Tribunali che applicano il doppio binario per
tale nomina, come quello di Firenze).
Durante lo svolgimento della procedura, il Giudice può sospendere ogni azione esecutiva
(pignoramento, ecc) e può disporre che non siano iniziate o proseguite contro il sovraindebitato
ulteriori azioni esecutive o sequestri o non possano essere acquisiti diritti di prelazione sul suo
patrimonio e ciò da parte dei creditori anteriori alla dichiarazione di apertura della procedura o
omologa da parte del Tribunale.

Le procedure a disposizione per ottenere l’esdebitazione (c.d. discharge) sono:


- per debiti conseguenti all'attività imprenditoriale è la procedura dell’Accordo di ristrutturazione
(A).
- per debiti conseguenti all'attività non imprenditoriale è la procedura del Piano del consumatore
(B).
- in via residuale rispetto alle altre procedure, perché magari non percorribili, è possibile scegliere la
procedura di Liquidazione del patrimonio (C).

A) Accordo con i creditori.


In questa procedura l’esdebitazione è automatica alla sua conclusione. Si prevede la possibilità di
presentare una proposta dal contenuto più vario (cessione dei crediti futuri, l’intervento di un terzo
garante e ecc...) e la possibilità, di non poco rilievo, di soddisfare parzialmente i crediti e ciò anche
per quelli privilegiati e del credito IVA (v. falcidiabilità IVA Corte Cost. sent. del 29/11/2019 n.
245), purché vi sia convenienza rispetto all’alternativa liquidatoria. La proposta può anche
prevedere la continuazione dell’attività imprenditoriale.
La proposta verrà valutata dal Tribunale che si occuperà di verificare l’assenza di atti in fronde ai
creditori, ovvero, di atti diretti a sottrarre in modo fraudolento i beni ai creditori.
Il procedimento prevede che vi sia l’accordo dei creditori circa la soluzione di composizione della
crisi proposta, perché deve essere approvata dai creditori che rappresentino almeno il 60% dei
crediti.
Raggiunto e omologato dal Giudice l’accordo, questo diventerà obbligatorio anche per i creditori
non aderenti allo stesso. Quindi è importate presentare una proposta convincente.
L’accordo può essere impugnato o risolto dai creditori quando
a) quando e' stato dolosamente (o con colpa grave) aumentato o diminuito il passivo, ovvero
sottratta o dissimulata una parte rilevante dell'attivo ovvero dolosamente simulate attività
inesistenti;
b) Se il proponente non adempie agli obblighi derivanti dall'accordo, se le garanzie
promesse non vengono costituite o se l'esecuzione dell'accordo diviene impossibile per ragioni non
imputabili al debitore.
Può esser revocato dal Giudice:
• - se il debitore non esegue integralmente, entro novanta giorni dalle scadenze previste, i
pagamenti dovuti secondo il piano alle amministrazioni pubbliche e agli enti gestori di
forme di previdenza e assistenza obbligatorie.
• - se risultano compiuti durante la procedura atti diretti a frodare le ragioni dei creditori.
B) Piano del consumatore.
In questa procedura l'esedebitazione è automatica alla sua conclusione. Questa è la procedura per i
consumatori, ovvero le persone fisiche che hanno fatto debiti esclusivamente per scopi estranei
all'attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta.
Il piano potrà avere il contenuto più vario (pagamento parziale dei creditori anche privilegiati e
IVA) e non richiede l'accordo dei creditori, ma dovrà comunque assicurare (attraverso un giudizio
prognostico) ai creditori una soddisfazione maggiore di quella che si avrebbe attraverso la
procedura di liquidazione di tutti i beni del consumatore. Raggiunto tale obiettivo il Piano potrà
essere omologato dal Giudice, senza bisogno del consenso dei creditori e persino in caso di
contestazione dello stesso – il c.d. cram down.
Il piano proposto dovrà, quindi, essere approvato dal Gestore e poi omologato dal Tribunale in
ordine alla sua fattibilità.
Requisito molto importante per la buona riuscita della procedura è quello della meritevolezza del
consumatore che sarà valutata dal Tribunale ai fini della concessione dell’omologa, ovvero, che il
consumatore non abbia abusato dell’accesso al credito e che si sia trovato nell’impossibilità di far
fronte ai propri impegni senza colpa (es. è stato ritenuto immeritevole colui che ha chiesto
finanziamenti per acquisti pur sapendo di non potervi far fronte, mentre è stato ritenuto meritevole
colui che ha acceso finanziamenti per far fronte ad una grave malattia).
Inoltre verrà valutato dal Tribunale l’assenza di atti in fronde ai creditori, ovvero, di atti diretti a
sottrarre in modo fraudolento i beni ai creditori.
La revoca del piano del consumatore è disposta dal Giudice quando:
• a) quando e' stato dolosamente o con colpa grave aumentato o diminuito il passivo, ovvero
sottratta o dissimulata una parte rilevante dell'attivo ovvero dolosamente simulate attività
inesistenti;
La revoca del piano del consumatore può esser richiesta dai creditori:
b) se il proponente non adempie agli obblighi derivanti dal piano, se le garanzie promesse
non vengono costituite o se l'esecuzione del piano diviene impossibile anche per ragioni non
imputabili al debitore.

C) Liquidazione del patrimonio.


L’effetto esdebitativo non è automatico, ma si ottiene su specifica istanza del debitore al termine
della procedura che avviene dopo 4 anni.
Si tratta di una procedura a cui possono ricorrere i consumatori, le imprese, i professionisti, è
alternativa alle altre indicate procedure e vi si può ricorrere quando magari per l’assenza di un
elemento procedurale le altre procedure non possano proseguirsi.
Per essere ammessi alla procedura non è comunque necessario avere un patrimonio da liquidare,
perché è sufficiente anche il solo reddito (però questo dipende dall’indirizzo del singolo Tribunale
adito).
Entreranno a far parte della liquidazione anche i beni sopravvenuti (es. redditi) nei detti 4 anni di
procedura.
Inoltre è necessaria la cooperazione attiva del debitore nella procedura senza ritardi nello
svolgimento; la soddisfazione, almeno parziale, dei creditori per titolo o causa anteriore; l’impegno
del debitore in attività produttive di reddito o nella ricerca di occupazione senza rifiutare proposte
d’impiego.
La domanda di liquidazione del patrimonio è inammissibile se la documentazione
prodotta non consente di ricostruire compiutamente la situazione economica e patrimoniale del
debitore.
Il Tribunale verifica l’assenza degli atti in frode ai creditori, apre la procedura e così i beni del
debitore sono affidamenti ad un terzo Gestore liquidatore che si occuperà del programma di
liquidazione.

CASI IN CUI L'ESDEBITAZIONE NON OPERA


Nei seguenti casi non è possibile ottenere effetto liberatorio nei confronti del creditore:
1. DEBITI/OBBLIGHI da MANTENIMENTO E ALIMENTARI
2. DEBITI RISARCIMENTO DANNI ILLECITO EXTRACONTRATTUALE
3. SANZIONI PENALI ED AMMINISTRATIVI DI CARATTERE PECUNIARIO NON
ACCESSORIE AI DEBITI ESTINTI
4. DEBITI FISCALI
che, pur avendo causa anteriore al decreto di apertura delle procedure, sono stati successivamente
accertati in ragione della sopravvenuta conoscenza di nuovi elementi.

SANZIONI PENALI PER CHI TRUCCA LE CARTE


Il debitore è punito con la reclusione da sei mesi a 2 anni e con la multa da 1.000 a 50.000 euro se:
• a) al fine di ottenere l'accesso alla procedura, aumenta o diminuisce il passivo ovvero sottrae
o dissimula una parte rilevante dell'attivo ovvero dolosamente simula attività inesistenti;
• b) al fine di ottenere l'accesso alla procedura, produce documentazione contraffatta o
alterata, ovvero sottrae, occulta o distrugge, in tutto o in parte, la documentazione relativa
alla propria situazione debitoria ovvero la propria documentazione contabile;
• c) omette l'indicazione di beni nell'inventario allegato al piano;
• d) dopo il deposito della proposta del piano, e per tutta la durata della procedura, aggrava la
sua posizione debitoria;
• e) intenzionalmente non rispetta i contenuti del piano del consumatore.
Sanzioni penali (da sei mesi a tre anni di reclusione e multa da 1.000 a 50.000 euro) anche per
professionisti che rendono false attestazioni o causano un danno ai creditori omettendo o rifiutando
senza giustificato motivo un atto del loro ufficio.

A CHI RIVOLGERSI (ORGANISMI PER LA COMPOSIZIONE DELLA CRISI)


La domanda al Tribunale o all'OCC può essere presentata anche senza l'assistenza di un avvocato.
Nel corso del 2015 hanno preso via via forma anche gli organismi previsti dalle normative (per la
composizione della crisi), organizzati in modo specifico per svolgere questa funzione e dotati di
specifiche competenze. Il decreto ministeriale 202/2014 ha istituito presso il Ministero della
Giustizia il registro di tali organismi, tra i quali rientrano di diritto le Camere di Commercio
(organismi di conciliazione) e gli ordini professionali di avvocati, dottori commercialisti, notai.
Vi si possono iscrivere poi organismi organizzati dai Comuni, dalle Province, dalle Città
metropolitane, dalle Regioni e dalle istituzioni universitarie pubbliche.
Il Registro è pubblico e telematico, consultabile online dal sito www.giustizia.it

Costi
Al momento del conferimento dell'incarico l'organismo deve comunicare al debitore il grado di
complessità dell'opera e tutte le informazioni sui costi ipotizzabili per la pratica di gestione della
crisi sotto forma di preventivo dove devono essere riportate tutte le voci comprensive di spese, oneri
e contributi. Deve altresì fornire i dati della polizza assicurativa sottoscritta (obbligatoria). Una
volta concluso l'accordo per la determinazione del compenso l'organismo è tenuto a portarlo a
conoscenza dei creditori.
In mancanza di accordo tra organismo e debitore (oppure quando l'organismo o il curatore è
nominato dal giudice) si applica un criterio di determinazione fissato dalla legge.
Come parametri sono fissate delle percentuali calcolate sull'ammontare dell'attivo realizzato con la
liquidazione dei beni (se prevista nella procedura) o sull'ammontare dell'attivo e passivo risultante
dall'accordo (si veda per i dettagli l'art.16 Dm 202/2014).
Il compenso dell’organismo così determinato è ridotto del 15%-40% asseconda della complessità.
Il compenso comprende le spese effettivamente sostenute e documentate relative alla prestazione
svolta, comprese le attività accessorie. Per quanto riguarda le spese generali (non documentabili) il
loro rimborso forfettario è fissato in misura compresa tra il 10% e il 15% del compenso. E'
ammesso il pagamento di acconti sul compenso finale.
La legge fissa delle soglie massime per i compensi e le spese nella misura del 10% dell'ammontare
attribuito ai creditori per procedure con passivo inferiore a 1 milione di euro (5% per quelle con
passivo superiore). Queste soglie non si applicano se l'ammontare è inferiore a 20.000 euro.
RIFERIMENTI NORMATIVI
- Legge n. 3/2012, artt. 6 e ss modificata da
- Dl 179/2012
- DM Min.Giustizia n.202 del 24/9/2014 (registro organismi di composizione della crisi)

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