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Studi e Testi TardoAntichi

7
Collana diretta da
Franca Ela Consolino

Comitato scientifico
Fabrizio Conca, Isabella Gualandri, Rita Lizzi Testa, Carla Lo Cicero

Elaborazione informatica
Fabrizio Novelli
Proprietà letteraria dell’Università degli Studi di Milano

Volume finanziato con i contributi MIUR (PRIN 2005)

Tutti i diritti riservati

ISBN 978-88-89670-34-7
ISSN 1973-9982

© 2008 HERDER EDITRICE E LIBRERIA


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a don Andrea Martino,
monaco per vocazione, pastore per obbedienza (e per passione)
che con il latino e con il greco
tanti di noi barbari seppe convertire
ai tempi del liceo D’Oria.
Con tanto affetto vorrei esprimere la mia gratitudine a Ferruccio Bertini, per
avermi avviato allo studio di Martino di Braga; a Franca Ela Consolino, per
aver accolto nella collana da lei diretta il frutto di queste ricerche; a David
Paniagua, per il suo sollecito e competente supporto bibliografico; a Paola
Moretti, che mi ha guidato con la sua esperienza nelle fasi conclusive del
lavoro; a Stefano Martinelli Tempesta e a mio marito, Francesco Tissoni, che
hanno avuto la pazienza di discutere con me alcune questioni critico-testuali.
Un grazie tutto particolare rivolgo a Isabella Gualandri, per il dono prezioso
del suo magistero e per il sostegno quotidiano che generosamente mi offre.
Infine, un pensiero grato e commosso va a Giovanni Orlandi, che nel periodo
più buio della sua malattia volle leggere e annotare alcune di queste pagine,
rischiarando il mio operare con la vivida luce della sua intelligenza.
Introduzione

1. Gallisueba salus

Este es el Prelado mas sobresaliente de Braga, uno de los gran-


des de la Iglesia Catholica, y de los primeros de España: grande
en sabiduría, mayor en santidad, y sumo en el merito de ser com-
parado à los Varones Apostolicos.

È incisivo e commosso l’elogio che il religioso Henrique Florez dedi-


cava a Martino di Braga nella sua monumentale España Sagrada, cele-
brando, quasi in un crescendo, i suoi grandi talenti: sapienza, santità e
zelo apostolico.1 Ancora oggi, a più di due secoli di distanza, sono questi
i tre aspetti della figura del vescovo galiziano che più stimolano la ricer-
ca storica e la critica letteraria, assicurandogli un ruolo di primo piano
nell’ambito della cultura romanobarbarica del secolo VI.
Questi i dati biografici essenziali: intorno alla metà del VI secolo,
all’età di circa trent’anni, Martino giunge in Galizia, la regione nordocci-
dentale della penisola iberica allora sotto la dominazione degli Svevi, che
vi si erano insediati a partire dal 420.
Martino, forse originario della Pannonia, proviene dall’Oriente dove,
secondo quanto narra Gregorio di Tours, si era tempo prima recato

1
Florez 1759, 115 ss. (vedi infra, 48 ss.). Il capitolo dedicato da Florez alla vita e alle
opere di Martino ha costituito la traccia principale per l’importante profilo biografico
che Barlow premise all’edizione dell’opera omnia (Barlow 1950, 1-10) e che rimase
per lungo tempo il punto di riferimento degli studi su questo autore. Attualmente, le
più esaustive introduzioni alla figura di Martino e al suo ambiente storico-culturale
sono rappresentate dai primi capitoli dell’edizione del De correctione rusticorum, cura-
ta da Aires A. Nascimento con la collaborazione di M. J. Violante Branco (Nascimento
1997, 12-35) e dallo studio della stessa Branco apparso in un volume miscellaneo dedi-
cato alla cultura e alla società in età visigotica (Branco 1999, 63-97); buone sintesi si
leggono in Naldini 1991, 7-12, Lopez 1998, 5-11, Orselli 1999, 85-93. A tutti questi
studi sono in larga parte debitrice.
10 Martini Bracarensis De ira

in pellegrinaggio e dove aveva acquisito una solida formazione cultu-


rale.2
Varie (ma non incompatibili tra di loro) le ipotesi formulate dagli stu-
diosi in merito al suo viaggio verso l’estremo Ovest: un caso, tutt’altro
che atipico per l’epoca, di interrelazione tra gli ambienti monastici e
clericali di Oriente e Occidente; una peregrinatio religiosa, comprendente
quali tappe fondamentali un soggiorno a Roma e un certo periodo di
permanenza in Gallia 3 con la visita alla tomba di Martino di Tours, cui
Martino fu particolarmente legato; una missione “apostolica”, da situare
nel più ampio contesto dei movimenti di evangelizzazione di V e VI
secolo, ma anche, più specificamente, sulla scia di recenti preoccupazioni

2
Greg. Tur. Hist. Franc. 5.37, MGH.SRM 1/1.243.10-16: Martinus Galliciensis episcopus
[...] Pannoniae ortus fuit, et exinde ad visitanda loca sancta in Oriente properans, in tan-
tum se litteris imbuit ut nulli secundus suis temporibus haberetur. Le origine pannonie di
Martino e la sua formazione in Oriente sono da tempo oggetto di discussione tra gli studio-
si (esauriente status quaestionis in Branco 1999, 79-85): già all’inizio degli anni Sessanta
L. Ribeiro Soaires (citato in Branco 1999, 79 nota 58) le contestò sulla base delle analogie
che il monachesimo di Martino presenterebbe con i movimenti monastici occidentali, inau-
gurati da Martino di Tours, da Cesario di Arles e da Benedetto; la tesi “occidentalista” è
stata recentemente ribadita da A. Espírito Santo in una dissertazione di dottorato (citata in
Branco 1999, 81 nota 69; 82 nota 70), non solo in base alla sicura dipendenza di Martino
dalle opere di Cassiano ma anche alla presunta superficialità della sua conoscenza del gre-
co e della cultura monastica orientale, quale emergerebbe da un’analisi comparativa delle
Sententiae Patrum Aegyptiorum dello stesso Martino e della traduzione dei medesimi detti dei
Padri del deserto approntata dal suo discepolo Pascasio (cfr. anche Nascimento 2005, 445-
446). Personalmente mi sento di condividere la cautela di Branco 1999, 85 che, pur ricono-
scendo alle tesi di Ribeiro Soaires e di Espírito Santo alcuni indubbi punti di forza (in
particolare la scoperta del rapporto esistente tra Martino e l’ambiente monastico della Gallia
Meridionale), invita però a non rifiutare del tutto le testimonianze storiche e letterarie di
cui disponiamo (vedi infra, 14-15 e nota 23) e a non scartare del tutto la ragionevole
possibilità che Martino abbia avuto una duplice formazione, sollecitando nel contempo la
ripresa dell’indagine delle sue opere alla ricerca di nuovi indizi in tal senso: al proposito,
l’analisi della Formula vitae honestae o del cosiddetto opus tripartitum (Pro repellenda
iactantia, Item de superbia, Exhortatio humilitatis) alla luce dei coevi specula principis
bizantini (Torre 2005a; Torre 2006) potrebbe rafforzare l’ipotesi di un influsso orientale;
anche la dipendenza da Seneca nella Formula e nel De ira non può essere usata a senso
unico, a favore di una formazione esclusivamente occidentale, in quanto non possiamo
escludere a priori la circolazione delle opere senecane a Constantinopoli nella prima metà
del VI secolo (nello stesso periodo, cioè, in cui Giovanni Lidio vi approntava una traduzio-
ne in greco delle Naturales Quaestiones).
3
A proposito delle due tappe martiniane a Roma e in Gallia si registra un sostanziale
accordo tra gli studiosi e ciò potrebbe rappresentare dunque un significativo punto di con-
ciliazione tra chi contesta le origini pannonie e la formazione orientale di Martino e chi
invece sostiene l’ipotesi tradizionale.
Introduzione 11

pastorali della Chiesa di Roma nei confronti della Chiesa galiziana, di


cui si avverte l’eco in una lettera inviata pochi anni prima da Papa
Vigilio a Profuturo, vescovo di Braga; 4 o, finalmente, un’iniziativa dai
contorni politici, connessa a quel movimento di riconquista della peni-
sola iberica inaugurato dall’imperatore Giustiniano: in quest’ottica, an-
che la conversione degli Svevi al cattolicesimo, in cui Martino svolgerà
una parte fondamentale, potrebbe essere letta come una manovra di
accerchiamento in funzione anti-ariana, cioè anti-visigotica, gradita a
Bisanzio.5
A Dumio, presso Braga (Bracara Augusta), Martino fonda il monaste-
ro di cui diviene abate; 6 nel 556 è consacrato vescovo di quella diocesi:
come tale, ha un ruolo cruciale nella conversione del re (Teodomiro o
Cararico) 7 e del suo popolo al cattolicesimo e, nel 561, partecipa al
primo concilio di Braga, convocato e presieduto dal vescovo metropolita
Lucrezio, per combattere le sempre risorgenti tendenze eretiche di matri-

4
La missiva (PL 84.829-832) risale al 538 e contiene un’articolata risposta di Papa Vigilio ad
alcune questioni sollevate da Profuturo, tra cui il problema della formula ortodossa dell’im-
mersione battesimale, che sarà poi oggetto del De trina mersione di Martino, e la questione
del metodo corretto per calcolare la data annuale della Pasqua, di cui si occupa il De Pascha
tramandato nel corpus martiniano (ma assai probabilmente spurio: vedi infra, 14).
5
Anche se credo francamente esagerato reputare Martino un emissario di Giustiniano,
come pure è stato sostenuto (Šašel 1978, 249-254). Una sintesi equilibrata delle varie
tesi in merito al viaggio verso Occidente di Martino si legge in Orselli 1999, 89-91,
che si sofferma opportunamente sulle relazioni culturali tra Bisanzio e la penisola ibe-
rica, intensificatesi proprio dalla metà del VI secolo con lo stanziamento delle truppe
bizantine nel sud della penisola, ma che, per il settentrione del versante oceanico dove
è situata Braga, sono attestate con continuità fin dai secoli precedenti (vedi anche Fon-
taine 1967, 87-109).
6
Sui caratteri del cenobio dumiense, che praticava un tipo di monachesimo orientale
affine a quello già trapiantato in Occidente da Cassiano, ma che risentì anche della
tradizione agostiniana nella forma sviluppata da Martino di Tours, si vedano Nascimen-
to 1997, 32 e Branco, 86 (si sottolinea la fecondità di questo modello anche oltre i
confini della penisola iberica). Già Fontaine 1972, 173 s. in riferimento all’attività cul-
turale e pastorale di monaci-vescovi nella Spagna visigotica del VI e del VII secolo,
parlava di “stile martiniano”, con allusione sia a Martino di Tours sia all’epigono Mar-
tino di Braga.
7
Il nome del re rimane incerto: secondo la testimonianza isidoriana (Isid. Sueb. 90-91,
MGH auct. ant. 11.302.20-303.4), il re svevo che si convertì al cattolicesimo innitente
Martino fu Teodomiro, mentre Gregorio di Tours, che racconta in chiave miracolistica quel-
la conversione (vedi infra, 15), lo chiama Cararico. Si trattò, a essere più precisi, di una
conversione “di ritorno”, perché gli Svevi, già pagani, avevano abbracciato il cattolicesimo
intorno alla metà del V secolo, ma erano passati poco dopo all’arianesimo sotto il re Remi-
smondo (verso il 464).
12 Martini Bracarensis De ira

ce priscillanista. Nel 569, alla morte di Lucrezio, Martino assurge al


soglio episcopale di Braga e, nel 572, organizza e presiede un secondo
concilio, convocato per ordine del re svevo Mirone (salito al trono intorno
al 570) e volto ad affrontare urgenti questioni di disciplina ecclesiastica
(tra cui l’estirpazione di pratiche paganeggianti ancora vive nella Chiesa
galiziana, in particolare nei territori rurali).
Nel suo episcopato, Martino si distinse per infaticabile impegno pasto-
rale, per eccezionali doti organizzative,8 per statura politica 9 e, non da
ultimo, per la sua grande cultura e le notevoli capacità di scrittore.10 In
particolare, la sua più fervida stagione letteraria fu variamente connessa
all’organizzazione, ai protagonisti e alle tematiche del secondo concilio
di Braga.
Così, su precisa richiesta del vescovo di Astorga, Polemio, Martino
compose il De correctione rusticorum, una sorta di breviario di catechesi
elementare destinato agli abitanti delle campagne, dove erano ancora lar-
gamente diffusi i culti pagani, nonostante l’avvenuta conversione della
popolazione galiziana al cattolicesimo.
A Nitigisio, vescovo di Lugo, e alla comunità presbiteriale della sua
diocesi fu offerta la raccolta di 84 canoni di sinodi orientali, i Canones

8
Tratteggiate, con pregevole sintesi, da Isidoro (vir. ill. 22, p. 145, 1 ss. Codoñer): Marti-
nus Dumiensis monasterii sanctissimus pontifex, ex Orientis partibus navigans Galliciam
venit, ibique conversis ab arriana impietate ad fidem catholicam Suevorum populis regu-
lam fidei et sanctae religionis constituit, ecclesias informavit, monasteria condidit, copio-
saque praecepta piae institutionis composuit. Sui meriti pastorali di Martino cfr. Branco
1999, 96-97.
9
Si è giustamente parlato di un approccio complessivo, da parte del vescovo, ai problemi
di ordine intellettuale, morale e spirituale posti dalla conversione degli Svevi e della casa
regnante (Fontaine 1967, 95 ss.); inoltre, gli stretti rapporti personali tra il vescovo e il re
Mirone, che la dedica della Formula vitae honestae lascia intravedere, e lo specifico statuto
di speculum principis che, a mio avviso, va riconosciuto a questo scritto martiniano (Torre
2005a), fanno sospettare che Martino abbia avuto un ruolo diretto nell’educazione del re
svevo.
10
Si vedano, in particolare, i complimenti che gli rivolge Venanzio Fortunato in una nota
epistola (5.1.3-7 Reydellet) con cui accompagna un proprio dono poetico, cioè un carme in
onore di Martino stesso (5.2 Reydellet). Più succinta, ma importante, la testimonianza isi-
doriana (vir. ill. 22, p. 146, 7 ss. Codoñer): cuius [= Martini] quidem ego ipse legi librum
de differentiis quattuor virtutum, et aliud volumen epistolarum in quibus hortatur vitae
emendationem et conversationem fidei, orationis instantiam et elemosynarum distributionem
et super omnia cultum virtutum omnium et pietatem (sul volumen isidoriano, vedi infra,
55 nota 41). L’opera omnia di Martino è edita da Barlow 1950 (per le edizioni di singole
opere si rimanda alla bibliografia).
Introduzione 13

ex Orientalium Patrum Synodis (noti anche come Capitula Martini), che


Martino stesso scelse e tradusse dal greco per fornire un’ampia base do-
cumentaria ai lavori del secondo concilio di Braga e, quindi, volle annet-
tere agli Acta di quest’ultimo, anch’essi opera della sua penna (come lo
erano stati, assai probabilmente, gli Acta del primo concilio presieduto da
Lucrezio).
Ugualmente, a margine del sinodo potrebbero essere maturati tutti e
cinque i trattati martiniani di argomento morale: la Formula vitae hone-
stae, un breviario di morale stoica incentrato sul tema delle quattro virtù
e quasi certamente indebitato con un’opera perduta di Seneca, al quale
ho tentato altrove di restituire non solo lo statuto di speculum principis
ma anche una particolare dimensione canonico-disciplinare; 11 la trilogia
composta dai trattatelli intitolati Pro repellenda iactantia, Item de Super-
bia, Exhortatio humilitatis, vulgatamente interpretati come collationes
destinate alla comunità monastica di Dumio ma, a mio parere, destinati
ancora al regale discepolo, quale coronamento della sua institutio, già
proficuamente avviata nella Formula ma ora indirizzata alle più alte virtù
cristiane; 12 e, appunto, il De ira, in forma di epistola al vescovo di
Orense, Vittimer, che ne aveva sollecitato la stesura in seguito a una
fraterna conversazione avuta con Martino su questo tema, probabilmente
durante il soggiorno a Braga in occasione del concilio.
Tra gli scritti di Martino si annovera anche la traduzione dal greco di
una raccolta di detti e fatti dei Padri del deserto, intitolata Sententiae
Patrum Aegyptiorum e destinata ai monaci di Dumio (per i quali, tra
l’altro, l’abate aveva commissionato al discepolo e collaboratore Pascasio
la traduzione di un’altra e più ampia raccolta di Apophtegmata dei mede-
simi Padri).
Ricordiamo poi un breve trattato di argomento liturgico-teologico, di in-
certa collocazione cronologica: il De trina mersione, in forma di epistola
al vescovo Bonifacio,13 ribadisce, contro infondati sospetti di eresia, l’or-
todossia del rito galiziano del battesimo in obbedienza alle prescrizioni
già impartite da papa Vigilio al vescovo Profuturo nel 538 (tripla immer-
sione con un’unica formula in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti).

11
La Formula potrebbe rappresentare il corrispondente in chiave laica (destinato cioè a
Mirone e ai notabili del regno svevo che presero parte attiva al sinodo) dei capitula conci-
liari volti a definire la disciplina della Chiesa galiziana (Torre 2005a).
12
Torre 2006.
13
Quasi sicuramente un vescovo della Spagna visigotica (Barlow 1950, 251).
14 Martini Bracarensis De ira

Quanto al De Pascha, uno scritto (senza dedica) che nella tradizione


martiniana viaggia sempre insieme al corpus delle cinque opere morali e
che tratta del metodo di computo annuale della data della Pasqua
(un’altra delle questioni affrontate nella citata missiva papale), recenti
studi ne hanno contestato l’attribuzione a Martino sulla base di argomenti
dottrinali.14
Infine, Martino è autore di tre brevi ed eleganti testi poetici a destina-
zione epigrafica: 15 il proprio epitafio (6 esametri dattilici) e due iscrizio-
ni, composte rispettivamente per la basilica dedicata a San Martino di
Tours a Dumio o a Braga (sono i 20 esametri dattilici In basilica) e per
il refettorio di un monastero, assai probabilmente quello dumiense (12
versi elegiaci In refectorio).
Il vescovo muore il 20 marzo 579, suscitando enorme cordoglio nel
suo popolo; 16 nel 583 Mirone lo seguirà prematuramente nella tomba e,
di lì a poco, anche il regno svevo tramonterà sotto i colpi dell’avanzata
visigotica.
Dall’Oriente all’Occidente, quale nuovo e più forte Adamo chiamato
da Cristo a custodire un nuovo Eden, piantato all’altra estremità del mon-
do: 17 l’immagine (che si deve alla penna di Venanzio Fortunato) testimo-
nia bene l’ammirazione suscitata, nei contemporanei, dalla peregrinatio
di quel missionario venuto dall’Oriente per la salvezza degli Svevi.18
Così, intorno alla figura di Martino venne presto a delinearsi un vero
e proprio cliché agiografico: una sorta di geminatio del suo grande patro-

14
Nel De Pascha sono state rintracciate venature gnostiche e manicheiste in contrasto con
l’ortodossia martiniana: cfr. Nascimento 2005, 462 e nota 65.
15
Barlow 1950, 276-277 vi riconosce una marcata influenza dei carmina di Sidonio Apol-
linare.
16
La data della morte si trova in un antico breviario di Braga (Barlow 1950, 302-304);
Barlow 1950, 6 osserva, tra l’altro, come l’espressione usata da Gregorio di Tours per
descrivere l’immenso cordoglio del popolo (Hist. Franc. 5.37, MGH.SRM 1.1.243.10: bea-
tus Martinus Galliciensis episcopus obiit, magnum populo illi faciens planctum) sia ricalca-
ta su quella usata negli Atti degli Apostoli per la morte di Stefano (act. 8.2: et fecerunt
planctum magnum super illum).
17
Ven. Fort. 5.1.1 Reydellet: sicut ad orientem Eden a principio, ita decurso saeculo alte-
rum ad occasum Deus plantasset Elisium, in quo fortior Adam, id est Martius Martinus,
inexpugnabilis accola, Christi fide ditior viveret perpetuo servante mandato.
18
Gallisueba salus: questo l’epiteto di cui lo onora Venanzio Fortunato, nel carmen di
accompagnamento all’epistola sopra citata (il carmen, in 74 distici elegiaci, corrisponde
all’ep. 5.2 nell’edizione di M. Reydellet), e con cui “lo iscrive, ultimo dopo il suo celeber-
rimo eponimo di Tours, nella tradizione della divisio Apostolorum, cioè della ripartizione
dell’ecumene tra gli apostoli per la sua evangelizzazione” (Orselli 1999, 87).
Introduzione 15

no, Martino di Tours, al quale, del resto, lo stesso vescovo di Braga si


mostrò assai devoto.19
Tale cliché, coltivato ancora dall’amico Venanzio,20 non mancò di in-
fluenzare il resoconto dell’arrivo di Martino in Galizia e della miracolosa
conversione del re Cararico e del suo popolo, scritto da Gregorio di
Tours quando il vescovo era ancora in vita: 21 il santo missionario sareb-
be partito dall’Oriente per la Gallicia il giorno stesso in cui i messi di
Cararico salpavano dalla Gallia con alcune preziose reliquie del Santo di
Tours, concesse loro in pegno per la guarigione del figlio lebbroso del re
svevo, in cambio della promessa di quest’ultimo di convertirsi al cattoli-
cesimo; e sarebbe approdato in Galizia nel preciso momento in cui la
nave con i sacri pignora, dopo una felice e tranquilla navigazione, entra-
va anch’essa in porto. L’arrivo simultaneo di Martino di Tours, in specie
di reliquie, e dell’omonimo suo famulus, in carne ed ossa, determinò la
guarigione dalla lebbra, corporale e spirituale: lo squalor leprae abban-
donò il figlio del re e tutti coloro che avevano contratto la malattia,
mentre Cararico, la sua corte e l’intero popolo svevo furono guariti dal-
l’errore della fetida Ariana secta e abbracciarono la vera fede cattolica.
Più recentemente 22 anche le origini pannonie di Martino, menzionate
non solo da Gregorio ma anche nell’epitafio autografo,23 sono state mes-
se in dubbio sul piano della ricostruzione storica, ed interpretate invece
come un’invenzione letteraria allo scopo di ricalcare ancora l’iter, biogra-
fico e geografico, del santo di Tours.

19
A testimonianza di tale devozione rimangono le tre composizioni poetiche autografe e, in
particolare, l’epitafio (Barlow 1950, 283): Pannoniis genitus, trascendens aequora vasta /
Galliciae in gremium divinis nutibus actus, / confessor Martine, tua hac dicatus in aula, /
antitstes cultum institui ritumque sacrorum, / teque, patrone, sequens famulus Martinus
eodem / nomine non merito hic in Christi pace quiesco.
20
Cfr. ad esempio Ven. Fort. 5.1.10-11; 5.2.15-18 Reydellet.
21
Greg. Tur. virt. Mart. 1.11, MGH.SRM 1/2.144-146 [594-596].
22
Nascimento 1997, 30-31 (vedi supra, nota 2).
23
Vedi supra, nota 19. Anche Venanzio fa riferimento alle origine pannonie di Martino, ma
con una formula più ambigua (ep. 5.2.21-22 Reydellet): Pannoniae genitus, ut perhibent,
veniens e parte Quiritis / est magis effectus Gallisueba salus. Se comunque, come credo
più prudente, si continua ad accordare veridicità storica alla testimonianza di Venanzio,
la locuzione e parte Quiritis potrebbe allora essere interpretata come allusione a una fami-
glia romana di rango elevato, mentre la regione d’origine andrebbe intesa, “con riferimento
al dominio bizantino effettivo, ristretta alla sola Regio Bassianensis della Pannonia Secun-
da, cioè delimitata dagli estuari della Drava e della Sava, affluenti del Danubio” (Orselli
1999, 90).
16 Martini Bracarensis De ira

2. Nuovo e antico nel De ira di Martino di Braga 24

2.1. Questioni di metodo

Quando, poco tempo fa, trovandoci insieme godevamo della conso-


lazione di un vicendevole confronto, la tua affettuosa insistenza
ottenne da me che ti esponessi ordinatamente in un breve libretto
qualche considerazione sulla passione dell’ira e sugli effetti deri-
vanti dalla sua natura. Ho obbedito subito, di buona lena, ed ecco,
secondo il tuo desiderio, la mia piccola trattazione su come fuggire
l’ira o perlomeno, se ciò non riuscisse, su come placarla.25

Potrebbero suonare così, tradotte in italiano, le parole con cui Martino


si rivolge a Vittimer, pastore della vicina diocesi di Orense, dedicandogli
un breve trattatello sull’ira, che egli stesso avrebbe composto su richiesta
del suo «beatissimo e amatissimo fratello in Cristo».
La pronta sollecitudine, con cui il vescovo di Braga rispose alle pres-
santi richieste di Vittimer, non fu tuttavia merito soltanto di un grande
zelo di carità fraterna, ma dipese dal fatto che Martino utilizzò materiali
già pronti: il debito del De ira martiniano nei confronti dell’omonimo
dialogo di Seneca, pur sfuggito ai primi editori del Bracarense, venne
infatti riconosciuto a partire dalla fine del XVII secolo e variamente
esplorato nei secoli successivi. Il De ira di Martino rappresenta pertanto
il limen tardoantico della conoscenza dei Dialogi senecani, oltre il quale
essi si inabissarono in un lungo oblio, per poi ricomparire, com’è noto,
soltanto alla fine dell’XI secolo in ambiente cassinese.
La prima funzione che possiamo attribuire al trattato martiniano è dun-
que il ruolo di testimone indiretto del De ira di Seneca, tanto più impor-
tante quanto più delicata risulta essere la tradizione testuale dei Dialogi
per i complessi rapporti intercorrenti tra il codice più antico e autorevole,
il celebre Ambrosianus C 90 inf. (A) – fine XI sec. – e la selva dei
recentiores, nessuno dei quali anteriore al sec. XIII.
Tale ruolo, pur riaffermato in linea teorica dai principali editori nove-
centeschi del dialogo senecano, attende tuttavia di essere adeguatamente
valorizzato sul piano delle scelte ecdotiche, come ho cercato di eviden-

24
Riprendo qui parzialmente alcune considerazioni già svolte in Torre 2005b.
25
Mart. Brac. ira 1.1.1-5.
Introduzione 17

ziare in un precedente contributo dedicato a definire lo status quaestionis


della ricerca.26 In quella sede avevo suggerito una nuova prospettiva di
indagine: rivalutare la facies complessiva dell’epitome come necessario
punto di partenza per il dibattito sull’origine delle singole lectiones, ivi
conservate, che risultassero significative in merito a diversi loci difficilio-
res del testo senecano.
Procedendo sulla via allora tracciata, si cercherà in questo studio di
restituire una specifica e autonoma fisionomia al De ira di Martino, il
cui status di epitome senecana è progressivamente degenerato, nell’opi-
nione critica prevalente, nella condizione di testo “trasparente”, da oltre-
passare, anzi da attraversare per arrivare a Seneca.
Se viceversa si vuole che l’antico (Seneca) non costituisca una pena-
lizzazione del nuovo (Martino), ma ne rappresenti piuttosto un “valore
aggiunto”, è necessario ribaltare questa prospettiva, e – cosa non esente
da rischi – andare in cerca di funzioni letterarie autonome e di significati
culturali anche all’interno di quello che viene normalmente sentito come
un faticoso centone dal quale recuperare preziose «schegge senechiane».27

2.2. Una nuova ipotesi di struttura


Consideriamo anzitutto come Martino ha architettato la sua epitome,
selezionando e organizzando variamente i materiali senecani. A tal fine è
opportuno prendere le mosse dalle tre inscriptiones presenti nel testimone
più antico e autorevole, il codice escorialense M-III-3 (E) del X secolo.28
Accuratamente vergate e con iniziale in capitale visigotica, tali inscrip-
tiones dividono il trattato di Martino in tre parti di lunghezza assai diversa.
Subito dopo il prologo (comprendente la dedica al vescovo Vittimer e la
definizione dell’ira), incomincia la prima sezione, intitolata de habitu irae
(ff. 34vI, riga 12 - 35rI, riga 2) e dedicata al ritratto dell’Ira personificata.
La seconda sezione, contigua alla precedente ma molto più estesa
(ff. 35rI, riga 3 - 38vI, riga 15), si intitola de effectibus irae: tuttavia, l’illu-
strazione delle catastrofiche conseguenze dell’ira nella vita dell’uomo oc-
cupa solo la parte iniziale (ff. 35rI, riga 3 - 35vII, riga 19), mentre il resto,
assai più consistente, contiene una lunga trattazione su come prevenire
l’ira.

26
Torre 2003.
27
Nardo 1979, 106 e 110.
28
Vedi infra, 41-42.
18 Martini Bracarensis De ira

Il terzo titolo, infine, che recita quomodo liniatur (= leniatur) ira,


inaugura l’ultima parte del trattato, dedicata appunto alla terapia degli
accessi di ira (ff. 38vI, riga 16 - 40vI, riga 9).
Questa triplice titolatura si ripresenta identica negli altri due testimo-
ni recenti, l’uno di Toledo (T), l’altro della Biblioteca Nacional di
Madrid (M, che riporta due versioni non identiche del De ira martinia-
no); ed è ripresa tale quale anche nelle prime due edizioni del trattato
(a cura di J. Tamayo de Salazar e di H. Florez).29
Viceversa Andrea Galland, stampando nel 1778 il testo dell’edizione di
Tamayo nella sua Bibliotheca Veterum Patrum, adottò per il De ira di
Martino una divisione in dieci capitoli di lunghezza quasi omogenea, a
ciascuno dei quali (escluso il prologo) conferì un titolo tematico: tre di
questi titoli coincidono con le inscriptiones dell’Escorialense, gli altri sei
ricalcano i marginalia dell’editio princeps di Tamayo.
Sebbene artificiosa, l’operazione condotta da Galland lasciò una trac-
cia permanente nella vulgata martiniana, complice anche il fatto che l’edi-
zione da lui allestita confluì nella Patrologia Latina: se quindi, da un
lato, i titoletti sono stati tralasciati dagli ultimi editori dell’epitome,30 la
divisione in dieci capitoli si è invece imposta come canonica.
Per sanare tale incongruenza e, nel contempo, proporre una partizione
e una titolatura di adeguato significato strutturale, è necessario valutare
con maggiore attenzione la situazione prospettata dal codice escorialense.
A tale proposito, già Barlow, in un articolo precedente all’edizione
dell’opera omnia di Martino,31 nota che le tre inscriptiones del mano-
scritto, cioè (1) De habitu irae, (2) De effectibus irae, (3) Quomodo
leniatur ira, corrispondono alla partitio materiae annunciata dallo stesso
Martino nel prologo, quando dichiara che tratterà (1) de passibilitate irae
(«della passione dell’ira») vel (2) qualitatis eius effectibus («degli effetti
derivanti dalla sua natura») e, quindi, (3) de fugienda ira, saltim si id
non eveniat, de lenienda («di come evitare l’ira o perlomeno, se ciò non
avvenisse, di come placarla»).
L’intuizione di Barlow necessita però di ulteriori precisazioni. In pri-
mo luogo, la corrispondenza da lui stabilita risulta imperfetta, poiché la
partizione stabilita da Martino nel prologo non è triplice, ma quadruplice:

29
Vedi infra, 42 ss.
30
Barlow 1950 e Alberto 1993 hanno preferito ritornare alle tre inscriptiones del codice E,
ma conservano la divisione in dieci capitoli.
31
Barlow 1937.
Introduzione 19

è infatti necessario distinguere la parte di profilassi dell’ira (3) de fugien-


da ira, da quella terapeutica (4) de lenienda, come del resto Martino
stesso precisa chiaramente in seguito.32
Se quindi, prescindendo momentaneamente dalle inscriptiones del-
l’Escorialense, passiamo in rassegna gli argomenti via via affrontati da
Martino nel De ira, noteremo che la quadruplice divisione del prologo
ha un’effettiva rispondenza nel trattato: vi si susseguono infatti (1) la
raffigurazione della passione dell’ira, (2) l’illustrazione dei suoi principali
effetti a paragone di quelli delle altre passioni, (3) i rimedi per evitare di
cadere nell’ira, (4) i rimedi per calmare gli accessi dell’ira.
Provando quindi ad associare alle quattro principali scansioni temati-
che del trattato sia la quadruplice partitio materiae del prologo, sia i tre
titoli presenti nell’Escorialense, otteniamo una tabella di questo tipo:

Tab. 1

Si evidenzia così una corrispondenza tra la partitio materiae enunciata


da Martino, la scansione tematica e strutturale del trattato e le inscriptio-
nes dell’Escorialense, se non fosse per un unico, e tuttavia grave ostaco-
lo: la mancanza di un titolo manoscritto all’inizio di quella sezione del
trattato che analizza i vari rimedi per evitare l’ira e impedire i suoi primi
accessi, cioè precisamente al f. 35vII, riga 20 del codice escorialense.
Un’attenta ispezione di quest’ultimo, tuttavia, permette di risolvere
l’aporia.
Al f. 35vII, righe 18-19 leggiamo (ca)|tervatim preceduto e seguito da
spazio bianco, mentre alla riga successiva (f. 35vII, riga 20) troviamo In
iram, con iniziale in elaborata capitale visigotica, analogamente a quanto

32
Mart. Brac. ira 4.1.3-5 (cfr. Sen. ira 2.18.1): Nam sicut in corporum cura alia de con-
servanda sanitate, alia de restituenda praecepta sunt, ita aliud est iram cohibere ne insur-
gat, aliud conpescere iam erectam.
20 Martini Bracarensis De ira

accade, in E, in presenza delle altre tre inscriptiones.33 È dunque proba-


bile che anche qui occorressero la fine di una sezione del trattato e
l’inizio di quella successiva, preceduta da un titoletto e provvista di ini-
ziale decorata. Il copista sembra però aver cambiato idea in fieri, omet-
tendo di fatto il titoletto e ridimensionando anche la lettera iniziale, con
il risultato di lasciare vistosi spazi bianchi alla riga 19.34
Vorrei pertanto congetturare in questo punto la presenza di un’inscrip-
tio, che incorniciava la sezione dedicata alle misure di profilassi dell’ira:
e.g. <de fugienda ira> vel <quomodo fugiatur ira>

Il quadro così ricomposto evidenzia nell’epitome una notevole chiarez-


za strutturale, che si riflette nelle inscriptiones del codice Escorialense:
una prova convincente, credo, a favore della loro originalità o, perlome-
no, della loro pertinenza; esse scandiscono il De ira in tanti capitula
quante sono le quaestiones intorno alle quali Martino si è proposto di
rispondere a Vittimer.
Sulla base dei risultati sin qui raggiunti, propongo una suddivisione
del trattato diversa da quella stabilita dalla vulgata editoriale: come illu-
stra la tabella seguente, all’interno delle quattro grandi sezioni, ora defi-
nite, si è ulteriormente ripartito il testo in nove capitoli (i quali aderisca-
no più fedelmente alle scansioni tematiche dell’argomentare martiniano):

Tab. 2

(segue)

33
Precisamente al f. 34vI (righe 12-13), al f. 35rI (righe 3-4) e al f. 38vI (righe 15-17). In
quest’ultimo caso si riscontra un analogo restringimento della colonna (riga 15) per fare
spazio alla capitale iniziale decorata (riga 17), che abbraccia anche il titoletto (riga 16).
34
Anche la prima copia del codice madrileno (M1) reca traccia di una partizione in questo
medesimo punto, pur senza conservare titolatura di sorta.
Introduzione 21

Il trattato risulta così diviso in due grandi parti, dotate entrambe di


prologo (dedicatorio e tematico il primo, esclusivamente tematico il se-
condo). La prima parte offre una descrizione fenomenologica dell’ira, dal
punto di vista fisico (c. II) e comportamentale (c. III); la seconda tratta
invece la cura di questa passione, affrontata sotto l’aspetto della profilas-
si (cc. IV-VII) e della terapia vera e propria (cc. VIII-IX).
Se si riflette sulla complessa articolazione dell’originale senecano, che
è stata ed è tutt’oggi al centro di un serrato dibattito,35 non si può fare a
meno di notare per contrasto la lucida semplicità dello schema nel quale
Martino ha iscritto e riorganizzato tanti segmenti testuali attinti da tutti e
tre i libri dell’originale, salvaguardando nel contempo i più importanti
nuclei concettuali, effettivamente presenti nella trattazione senecana, ma
variamente combinati, sintetizzati, ripetuti, ritardati o anticipati dal filoso-
fo latino che «sembra lanciarci una sfida, attraverso le pagine tanto diffi-
cili ed ambigue di questa sua opera».36
Una sfida che, a modo suo, Martino vinse tanto tempo fa: se infatti
noi moderni siamo invitati a cercare nel testo del De ira di Seneca la
«chiave di lettura» usando la quale «improvvisamente si aprono le porte
della corretta interpretazione di esso»,37 dal canto suo già il vescovo di
Braga trovò non una ma due “chiavi”, una antica e una nuova, che gli
consentirono un facile accessus al dialogo.

35
Rimando per tutti a Ramondetti 1996, che riprende la tesi dell’unità e della coerenza
compositiva del dialogo.
36
Ramondetti 1996, 9.
37
Ivi, 10.
22 Martini Bracarensis De ira

2.3. La chiave antica: Seneca


Il miglior commento alla complessa tecnica adottata da Martino nella
rielaborazione della sua fonte lo si può trovare, indirettamente, in un
passo di Venanzio, dove questi loda la prosa epistolare dell’amico vesco-
vo quale mirabile sintesi dello stile “quadrato” di Virgilio e del “roton-
do” dettato di Cicerone:

Quid loquar de perihodis, epichirematibus, inthymemis syllogi-


smisque perplexis? Quo laborat quadrus Maro, quo rotundus Cice-
ro. Quod apud illos est profundum, hic profluum, quod illic diffi-
cillimum, hic in promptu. Comperi paucis punctis quoniam quo
volueris colae pampinosae diffundis propagines, quod vero libuerit
acuti commatis falce succidis, ut cauti vinitori studio moderante
nec in hoc luxurians germinet umbra fastidium et illuc tensa placeat
propago cum fructu. 38

Tale manieristico elogio (che, oltretutto, non si riferisce al De ira),


tratteggia con icastica sintesi le caratteristiche salienti del modus operan-
di di Martino come epitomatore. Vediamo perché.
L’edificio del De ira martiniano, nel suo complesso, si regge su un
assetto argomentativo piuttosto serrato (quasi sillogistico, appunto): frut-
to, da un lato, della sistematica eliminazione degli exempla senecani e,
dall’altro, di un’attenta selezione delle sententiae, condotta secondo pre-
cisi criteri retorici.
Martino, poi, sembra aver isolato alcune sententiae che, più di altre, si
prestavano ad essere interpretate come tracce di suddivisione degli argo-
menti, ma alle quali Seneca non pare aver conferito un valore assoluto
sul piano strutturale.
Si tratta, nell’originale, di semplici formule di passaggio o, tutt’al più, di
partizioni valide solo nell’immediato contesto, ma spesso poi disattese o
sensibilmente modificate dall’autore, nel corso di quel tipico andamento a
spirale del suo argomentare, per approfondimenti successivi e poliedriche

38
Ven. Fort. 5.1.6 Reydellet. Anche in un passo precedente della stessa epistola lo stile di
Martino viene caratterizzato come punto di equilibrio e di composizione di qualità antiteti-
che (cfr. ep. 5.1.3: sancta caritate refertam suscepi crescens epistolam quae [...] quasi
falerni nobilis ipso me prius odore pincernante supplevit, gemina dicendi fruge congesta,
condita sale, melle perfusa, permixta blanditiae cum vigore).
Introduzione 23

sfaccettature dei concetti. Martino, viceversa, mostra di aver puntigliosa-


mente individuato e rispettato alcune di queste sententiae ai fini della
costruzione dell’epitome: il risultato è un Seneca inedito, non solo ab-
breviato, ma soprattutto riordinato, per così dire “appiattito” secondo
uno sviluppo esclusivamente orizzontale dell’argomentazione (come dice
Venanzio, ciò che nell’autore antico era profundum, in lui diventa
profluum); e, pertanto, senz’altro più fruibile dell’originale come breviario
etico (un Seneca in promptu, insomma, parafrasando Venanzio, per sosti-
tuire ciò che, nell’autore latino, risultava difficillimum).
Infine, all’interno di ciascun segmento testuale e, sovente, nel giro
della singola sententia, si registrano alterazioni morfosintattiche rispetto
al testo senecano, certamente assai varie per numero, tipologia e entità,
ma tuttavia riconducibili, in larghissima maggioranza, a quelle due opera-
zioni essenziali, che Venanzio attribuisce alla mano esperta del vinitor
Martino: il quale effettivamente, nella vasta vigna senecana, talora ha
portato a piena maturazione i germogli – appena abbozzati – del dettato,
fratto ed ellittico, del filosofo latino, offrendo così al lettore una propago
cum fructu; talaltra, viceversa, ha scorciato e potato tutto ciò che, nel
testo senecano denso di anafore e di parallelismi, potesse ingenerare fa-
stidium e risultare di ostacolo per la limpida lezione morale.
Riservando al commento l’analisi del fitto tessuto di alterazioni 39 che
caratterizzano l’epitome rispetto al De ira di Seneca, mi limiterò in que-
sta sede introduttiva ad esemplificare gli aspetti per così dire strutturali
della composizione martiniana.

39
Al commento, in particolare, è affidato il compito di indagare il rapporto con il testo
senecano, di affrontare i problemi posti dalla tradizione testuale dell’epitome, di valutare il
contributo che l’epitome può dare o meno alla fisionomia così fluttuante e complessa del
“latino tardo”. La capillarità di questo tipo di indagini impone al commentatore, come
credo, l’onere della completezza: per questa ragione ho cercato di rintracciare tutte le mi-
croalterazioni – morfologiche, sintattiche, lessicali, ritmiche – presenti nel De ira di Marti-
no rispetto al testo senecano e di classificare ciascuna da un punto di vista tipologico,
evidenziandone nel contempo la funzione nello specifico contesto di appartenenza. A livello
metodologico, si è reso necessario operare costantemente su due piani differenti, la cui
combinazione potesse assicurare all’analisi una buona profondità di campo: combinando
perciò, passo per passo, analisi descrittiva e analisi funzionale, ho cercato di illustrare come,
a una medesima tipologia di alterazione, anche minima (ad esempio la sostituzione di un
tempo o di un modo verbale, o la scelta di un pronome diverso, o l’aggiunta di una
congiunzione copulativa) non corrisponda necessariamente la stessa funzione, ma come,
viceversa, il motivo di ciascuna, piccola modifica rispetto al testo senecano vada indagato
in rapporto al discorso che in quel passo Martino sta conducendo.
24 Martini Bracarensis De ira

Analizzeremo, a tal fine, il capitolo terzo dell’epitome, la cui disposi-


tio sembra ricalcare su piccola scala la struttura di una più ampia sezione
senecana. 40

Tab. 3

(segue)

40
Nella prima colonna è riportato il testo di Martino secondo la presente edizione, nella
seconda i corrispondenti passi senecani, citati secondo l’edizione oxoniense a cura di
L. D. Reynolds. I numeri romani evidenziano i singoli segmenti di testo, epitomati da Martino.
Introduzione 25
26 Martini Bracarensis De ira

Martino ha articolato la trattazione in due parti successive e distinte,


cioè l’illustrazione degli effectus e dei damna provocati dall’ira in una
serie di situazioni-tipo della vita dell’uomo [I-VIII], e il confronto di tali
effetti disastrosi con quelli causati dalle altre passioni [IX-XI], a confer-
ma della tesi, già enunciata alla fine della descriptio irae (cioè alla fine
del secondo capitolo) che l’ira è il peggiore degli adfectus.
La scansione del capitolo terzo potrebbe essere stata suggerita a Mar-
tino da una sententia senecana [I] che assegna all’ira il triste primato
di peggiore pestilenza per il genere umano proprio in base alla conside-
razione dei suoi effetti e dei suoi danni: si tratta dell’incipit di quel
capitolo del De ira di Seneca (il secondo del primo libro), a noi giunto
lacunoso nella tradizione manoscritta, dalla cui parte mancante si ritie-
ne comunemente che Martino abbia desunto l’inizio del suo capitolo
terzo. 41
All’interno della trama generale, chiaramente bipartita, Martino ha risi-
stemato passi tratti da tutti e tre i libri del De ira e appartenenti a con-
testi assai diversi.
Ma i suggerimenti senecani potrebbero aver agito ancor più nel detta-
glio. Nella prima parte del capitolo, dedicata a effectus e damna dell’ira
[I-VIII], troviamo una sequenza di questo tipo: Martino afferma anzitutto
(II) che l’ira deforma e rovescia i fondamentali officia familiari e civici:
questo era probabilmente anche l’inizio dell’argomentazione senecana nel
libro I (per quanto riusciamo a capire dallo stato lacunoso del secondo
capitolo).
Martino procede poi a denunciare l’ira in quanto contraffazione della
fortitudo animi e descrive i damna che essa provoca in guerra [III-IV];
quindi, stigmatizza la pertinacia dell’ira come contraffazione della iusti-
tia e ne illustra i relativi damna [V-VIII].
Ora, questa scansione mi pare essere la traduzione sul piano strutturale
di un’altra sententia senecana, 42 che negava all’ira qualsivoglia utilità, in
pace come in guerra; e che, dal canto suo, rifletteva una sorta di (blan-
da) scansione tematica di questa stessa sezione del dialogo: nei capitoli
11-19 del primo libro Seneca parla successivamente di damna provocati
dall’ira sia in tempo di guerra che in periodo di pace; tra questi ultimi,
precisamente nei capitoli 17-18, si citano vari exempla di danni causati

41
Per la discussione in proposito si rimanda a Torre 2003, 108 e 117.
42
Sen. ira 1.12.5: Itaque nec in pace nec in bello umquam bono fuit.
Introduzione 27

dall’ira nell’amministrazione della giustizia, con vari aneddoti tratti dalla


vita forense.
Raccogliendo perciò il suggerimento della citata sententia senecana ed
eliminando come di consueto allusioni a fatti e personaggi storici, Marti-
no ha condensato in poche righe una trama tematica che, nella sua fonte,
si dipanava per più ampie sezioni del primo libro; e vi ha inserito anche
un segmento proveniente dal terzo libro.
Anche i raccordi tra i singoli segmenti risultano perspicui, perché sono
garantiti da alcuni termini che hanno quasi la funzione di una “cerniera”,
secondo una tecnica esibita un po’ ovunque dall’epitomatore: in breve, si
tratta di una sorta di rubricatura lessicale di passi estratti da contesti
assai diversi della fonte.43
La seconda parte del capitolo [IX-XI] è dedicata al paragone tra l’ira
e gli altri adfectus. I brani senecani presentano tre confronti in sequenza:
ira vs amor ardentissimus, avaritia, ambitio (ira 2.36.6: IX); ira vs ceteri
adfectus (3.1.3-5: X); ira vs libido, avaritia, ambitio, inpotentia (3.2.2:
XI). Martino, pur mantenendo al centro di tale sequenza il confronto tra
ira, da un lato, e ceteri adfectus dall’altro [X], ne riorganizza l’inizio e
la conclusione: in apertura [IX], colloca un “faccia a faccia” tra ira e
avaritia, che viene isolata come la passione peggiore in assoluto (abolen-
do il riferimento alla libido e all’ambitio); in chiusura [XI], quasi come
esemplificazione del lungo paragone centrale, presenta un confronto tra
l’ira e tre specifiche passioni, cioè libido, avaritia, ambitio, eliminando
l’inpotentia senecana.
La suvgkrisiò tra i peggiori adfectus dell’animo umano, che Martino,
sulla scorta di Seneca, ha riproposto nella seconda parte del capitolo
terzo, costituisce anche lo spunto propizio per avanzare qualche ipotesi
sul ruolo e il significato dell’epitome nel complesso degli scritti morali

43
Ad esempio, tra Sen. ira 1.17.7 [V], ira 1.18.2 [VI] e ira 3.29.2 [VII] il raccordo è
costituito dai termini iudicium/iudicare: questo legame, stabilito chiaramente da Seneca per
i primi due passi (appartenenti a un medesimo contesto di esempi giudiziari), viene avver-
tito come operativo da Martino anche per il terzo, probabilmente in virtù del fatto che esso,
in Seneca, era introdotto da un aforisma vertente appunto sull’opposizione iudicare/irasci
(ira 3.29.2: multos absolvemus si coeperimus ante iudicare quam irasci). Ancora, tra Sen.
ira 1.18.2 [VI] e 3.29.2 [VII] il raccordo è garantito da un altro paio di termini, pertinacia/
pertinax, riferiti all’ira e all’irato e alla sua tanto iniqua, quanto sciocca perseveranza; tra
ira 3.29.2 [VII] e 2.11.1 [VIII] il nesso concerne la misura eccessiva dell’ira (VII: graviter
irasci; VIII: si quantum minatur, tantum valuerit), stoltamente ritenuta dall’irato la più sicu-
ra giustificazione della propria passione.
28 Martini Bracarensis De ira

del Bracarense; e trovare perciò la seconda “chiave” (la “chiave nuova”)


con cui Martino ha avuto accesso al dialogo senecano.

2.4. La chiave nuova: Cassiano


Ira, avarizia e lussuria figurano quali tristi concorrenti di uno sciagura-
to certamen anche all’inizio di quella che si suole considerare una vera e
propria trilogia, costituita dagli scritti martiniani intitolati Pro repellenda
iactantia, Item de superbia, Exhortatio humilitatis.
I primi due sono dedicati alla coppia principe dei vizi capitali, la va-
nagloria (iactantia, cenodoxia) e la superbia;44 il terzo, viceversa, al-
l’umiltà, radice di ogni virtù cristiana e, dunque, perfetto contraltare della
coppia iactantia-superbia.45
All’inizio della trilogia (è l’incipit del Pro repellenda iactantia),46 Mar-
tino prende le mosse dalla considerazione della molteplicità tipologica
dei vizi, dell’universalità dei loro violenti attacchi, di cui quasi tutti gli
uomini hanno esperienza, e della loro altrettanto universale notorietà,
dovuta a una cospicua trattatistica. Non potendo e non volendo, per mo-
tivi di brevitas, ritagliarsi un ulteriore spazio originale di predicazione sui
vizi capitali, Martino si limita ad alludervi in via preliminare; e allestisce
a tal fine una tetrade di vizi e relativi effetti (ira, avarizia, lussuria e

44
Prima della riformulazione gregoriana del sistema dei vizi capitali, che elevò la superbia
a “comandante dell’esercito” del settenario, i confini tra quest’ultima e la vanagloria erano
assai più labili e i due vizi tendevano piuttosto a sovrapporsi come due facce della stessa
medaglia: Casagrande-Vecchio 2000, 6-10.
45
Strettamente affini per contenuto, i tre trattati sono anche concatenati tra loro da una
serie di rimandi interni: Barlow 1950, 52-53; Torre 2006, 270 s.
46
iact. 1, p. 65, 1-18 Barl.: Multa sunt vitiorum genera, quibus humana fragilitas infestatur
et quorum vulneribus paene omnes homines sauciantur, quae etiam sicut ab omnibus agun-
tur, ita cognoscuntur ab omnibus. Nam ut dicam pauca de multis, alius, qui iracundia
vincitur, caedibus homicidiis, clamori ac seditioni deservit. Alius, qui avaritia impellitur,
inhumanitatem, rapacitatem, falsa testimonia, violentias, periuria, furta, mendacium, et frau-
dationes exercet. Alius, qui libidine sordidatur, turpiloquiis, ludibriis, scurrilitatibus, adulte-
riis et fornicationi succumbit. Alius, qui gulae ventrisque ingluvie superatur, comessationi-
bus, crapulae, ebrietati deservit. Et ut non multa prosequar, quae commemorare perlongum
est, cum singulos homines constet ab his singulis impugnari, unus inter haec omnia mor-
bus est, qui condicioni suae, non singillatim quosdam, sed congregatim cunctos addicit. Et
cum cetera vitia particulatim sibi vindicent quos vicerint, hoc unum non nisi omnibus do-
minari contentum est. Id autem est inane laudis studium, quod Graeci cenodoxiam, Latini
vanam gloriam vel iactantiam vocant. Quod quale sit malum et quomodo universos vul-
neret dicam.
Introduzione 29

gola), rispetto ai quali la iactantia – che sarà l’oggetto specifico della


sua trattazione – si configura come peggiore, in quanto non si limita, per
così dire, a un settore di individui di sua specifica competenza, ma colpi-
sce in maniera indistinta tutti gli uomini, indipendentemente dalle singole
inclinazioni viziose di ciascuno.
Questa suvgkrisiò si impernia perciò sul concetto dell’universalità del
vizio peggiore che, d’altra parte, costituiva anche l’ultimo di quelle serie
di argomenti esibiti nell’altra suvgkrisiò (quella del De ira) a dimostrazio-
ne della superiorità dell’ira rispetto agli altri vitia.47
Coincidenza interessante, perché in effetti le due sugkrivseiò sono at-
tinte da differenti tradizioni: Seneca, per quanto riguarda l’epitome; Gio-
vanni Cassiano, per quanto concerne invece l’incipit del Pro repellenda
iactantia; nota da tempo agli studiosi, ma mai adeguatamente valorizzata
né in relazione al De ira né, tantomeno, all’interazione tra antico e nuo-
vo in Martino, la dipendenza da questo autore è stata utilizzata soltanto
come argomento a favore della tesi (a mio avviso poco convincente) che
vede nella trilogia martiniana una collatio composta per i monaci del
monastero di Dumio.48
Vorrei pertanto riconsiderare brevemente l’incipit del Pro repellenda
iactantia 49 confrontandolo con tre passi di Cassiano, due tratti dalle In-
stitutiones e uno dalle Collationes.50

47
Mart. Brac. ira 3.2.25-30 (questo passo, nella tabella sopra riportata, corrisponde al
segmento XI): Cetera vitia singulos quosque corripiunt, ira autem interdum multos publice
invasit: nam numquam populus universus simul fornicandi cupiditate succensus est nec in
lucrum pecuniae spem suam tota simul civitas misit nec honoris ambitio gregatim cunctos,
sed viritim singulos occupat. At vero in iram uno saepe agmine curritur catervatim.
48
Torre 2006.
49
Vedi nota 46.
50
(A) Ioh. Cass. inst. 5.1, SCh 109.190.3-11: nunc arripere conluctationem adversus octo
principalia vitia [...] disponimus, id est primum gastrimargiae, quae intepretatur gulae con-
cupiscentia, secundum fornicationis, tertium filargyriae, quod intelligitur avaritia, vel ut
proprius exprimatur, amor pecuniae, quartum irae, quintum tristitiae, sextum acediae, quod
est anxietas sive tedium cordis, septimum cenodoxiae, quod sonat vana seu inanis gloria,
octavum superbiae; (B) coll. 5.16, SCh 42.209: de gastrimargia namque nascuntur comes-
sationes, ebrietates: de fornicatione turpiloquia, scurrilitas, ludicra ac stultiloquia: de filar-
gyria mendacium, fraudatio, furta, periuria, turpis lucri adpetitus, falsa testimonia, uiolen-
tiae, inhumanitas ac rapacitas: de ira homicidia, clamor et indignatio: de tristitia rancor,
pusillanimitas, amaritudo, desperatio: de acedia otiositas, somnolentia, inportunitas, in-
quietudo, peruagatio, instabilitas mentis et corporis, uerbositas, curiositas: de cenodoxia
contentiones, haereses, iactantia ac praesumptio nouitatum: de superbia contemptus, inui-
dia, inoboedientia, blasphemia, murmuratio, detractatio. (C) inst. 12.3, SCh 109.452.11-26:
30 Martini Bracarensis De ira

Notiamo anzitutto 51 che la tetrade martiniana del Pro repellenda


iactantia corrisponde, in ordine rovesciato, ai primi quattro vizi dell’otto-
nario di Cassiano, dei quali Martino adotta anche alcuni nomi latini (tra-
lasciando invece i nomi greci, che in Cassiano figurano al primo posto;
però il vitium maius anche in Martino si fregia del doppio nome, greco e
latino). La tetrade martiniana rappresenta dunque una versione brevior
dell’ottonario che, rispetto alla serie lunga, ha il pregio non solo di esse-
re sintetica ma anche più accuratamente bilanciata: due coppie di vizi
(due spirituali – ira e avaritia –, due carnali – libido e gula – secondo
categorie desunte sempre da Cassiano), fanno qui da contrappunto alla
“coppia maggiore” iactantia-superbia.
La medesima cura formale si avverte anche nella strutturazione del-
l’elenco dei vizi e delle loro filiazioni: 52 al posto delle semplici serie
nominali di peccati, che Cassiano faceva derivare dai nomi dei singoli
vizi capitali, in Martino la quadruplice anafora di alius designa quat-
tro diversi tipi umani, che commettono attivamente una serie di pec-
cati, in conseguenza del fatto che essi sono passivamente asserviti a
un vizio particolare; si noti inoltre l’accurata variatio dei verbi impie-
gati, che non ha solo valenza stilistica ma anche un preciso significa-
to morale, indicando le rispettive e specifiche azioni di ciascuno dei
quattro vizi.
Per quanto riguarda, infine, le quattro serie di peccati che chiameremo
derivati, esse non coincidono tout-court con quelle di Cassiano, ma, pur
tralasciando, per plausibili ragioni di brevitas, alcuni elementi delle serie

Nullum est igitur aliud vitium, quod ita omnes virtutes exhauriat cunctaque iustitia et san-
ctitate hominem spoliet ac denudet ut superbiae malum, tamquam generalis quidem ac
pestifer morbus non unum membrum partemve eius debilitare contentus, sed solidum cor-
pus letali corrumpit exitio et in virtutum iam fastigio conlocatos gravissima ruina deicere
ac trucidare conatur. Omne namque vitium suis est terminis ac fine contentum, et licet
contristet alias quoque virtutes, contra unam tamen principaliter tendit eamque specialiter
opprimit et inpugnat [...] Haec vero cum infelicem possederit mentem, ut quidam saevissi-
mus tyrannus sublimissima capta arce virtutum universam funditus civitatem diruit atque
subvertit, excelsa quondam sanctitatis moenia vitiorum solo coaequans atque permiscens
nullam deinceps imaginem libertatis animae sibi subditae superesse concedit, quantoque
ceperit ditiorem, tanto graviori servitutis iugo subditum universis virtutum facultatibus
crudelissima depraedatione nudabit.
51
Si confronti iact. 1, p. 65, 1-18 (vedi nota 46) con il testo (A) di Cassiano riportato alla
nota 50.
52
Si confronti iact. 1, p. 65, 1-18 (vedi nota 46) con il testo (B) di Cassiano riportato alla
nota 50.
Introduzione 31

originali, ne introducono altri ad esse estranei: ad esempio, nella filiazione


della libido, Martino tralascia gli stultiloquia (derivati dalla fornicatio
secondo Cassiano) e aggiunge invece adulteria e fornicatio; per quanto
riguarda l’ira, abolisce l’indignatio, ma aggiunge caedes e seditio.
Più che l’abate di una comunità monastica, avvertiamo qui il pastore
interessato alla classificazione degli atti viziosi che abbiano un impatto
sociale sulla comunità dei fedeli: l’impressione si accentua nel prosieguo
del passo, là dove si descrivono gli effetti universali della iactantia,53
soprattutto se lo si pone a confronto con il terzo luogo citato di Cassia-
no 54 che è dedicato non già alla vanagloria o cenodoxia, bensì alla su-
perbia come vincitrice del certamen vitiorum.
Se in Cassiano l’universalità della superbia è descritta metaforicamente
nel senso di una tirannia, esercitata da questo vizio all’interno della civi-
tas cordis, nei confronti di tutte le virtù (e non quindi contro una singola
virtù di propria competenza, come accade per i vizi minori), in Martino,
invece, l’impatto devastante della iactantia si configura in termini assai
meno simbolici e molto più concreti: non più virtutes ma homines in
carne ed ossa – e proprio tutti gli uomini in massa, non i singoli ad uno
ad uno – vengono fatti schiavi di questo feroce tiranno (non singillatim
quosdam, sed congregatim cunctos addicit).
Ancora, nell’allestimento di una piccola galleria di tipi umani, vitti-
me della iactantia,55 Martino rivela accenti “laici” che paiono estranei
alla tradizione spirituale monastica del settenario e ricordano piuttosto
certe movenze del terzo capitolo del De ira, di probabile ascendenza
senecana.56

53
Vedi nota 46.
54
Vedi nota 50 (è il testo C).
55
iact. 2, p. 66, 28-45: Hoc ergo reges, hoc iudices, hoc urbani, hoc rustici, hoc viri, hoc
feminae, pueri, adulescentes, iuvenes et senes hoc ambiunt. Omnes laudari volunt, quamvis
false laudentur. Nam pueri adulescentum sibi ingenium vindicant. Adolescentes iuvenum in
se fortitudinem mentiuntur. Iuvenes senum sibi prudentiam adscribi desiderant. Senes, quia
ulterius ire non possunt, redeuntes in retro, gloriam sibi exigunt de transactis. Feminae,
quamvis sexu non possunt, animo se tamen virilitatis extollunt. Rustici urbanos videri se
gestiunt. Iudices hoc sibi quaerunt deferri quod regibus. Reges hoc se somniant posse quod
Deus. Atque ita dum singuli se plus volunt videri quam sunt, gloriam laudis quae soli Deo
veraciter debetur hostiliter depredantur.
56
ira 3.1.1-4 (vedi punto II nella tabella sopra riportata): Ira omnia ex optimo et iustissimo
in contrarium mutat; quemcumque obtinuerit, nullius eum meminisse officii sinit. Da eam
patri: inimicus est. Da filio: parricida est. Da matri: noverca est. Da civi: hostis est. Da
regi: tyrannus est.
32 Martini Bracarensis De ira

Senza addentrarmi nella vexata quaestio sul senechismo della trilogia


martiniana,57 vorrei però sottolineare come, partendo dalle due compa-
rationes vitiorum che troviamo in Martino (nel Pro repellenda iactantia
e nel De ira) e che pure sono attinte a tradizioni diverse, si possa
arrivare a ipotizzare una convergenza di motivi e di funzioni letterarie
tra l’epitome del De ira e il resto della produzione martiniana di argo-
mento morale.
Letta infatti alla luce dell’ottonario dei vizi, di tradizione cristiana e
monastica, anche la comparatio vitiorum di origine senecana sembra con-
figurare l’ira come vizio capitale; e quindi, dedicata com’è a uno dei vizi
capitali, l’epitome finisce per rientrare a tutti gli effetti nel piano genera-
le degli scritti morali del vescovo.
Un piano ambizioso e completo, che comprende la trattazione di tre
vizi dell’ottonario di Cassiano (iactantia, superbia e ira), la virtù cristia-
na per eccellenza (humilitas) e le quattro virtù cardinali della tradizione
pagana, già ampiamente cristianizzate nella riflessione patristica (la For-
mula vitae honestae è dedicata al tema delle quattro virtù in vista della
formazione morale del re svevo Mirone e dei suoi cortigiani).
La scelta stessa dell’ira all’interno di questo piano complessivo potreb-
be non essere casuale. Si sa che, alle spalle della riflessione monastica e,
quindi, dell’ingresso dell’ira nell’ottonario dei vizi, pesava su questo vi-
zio un dibattito plurisecolare, che attraversava la patristica greca e latina
ma che affondava le radici nel mondo classico e che aveva nel De ira di
Seneca una risonanza importante, sulla liceità o meno di questa passione
e, dunque, sul problema più generale del rapporto tra passioni e ragione
nell’uomo.
In particolare, se teniamo in debita considerazione la connotazione
martiniana dell’ira come passione 58 notiamo una perfetta coincidenza tra

57
Discussione, con riferimenti bibliografici, in Torre 2006, 289-294.
58
Nel prologo martiniano (1.1.2) l’uso del termine passibilitas nel significato di affectus
(‘affezione dell’animo’) per designare l’ira, segna uno scarto significativo rispetto alle scel-
te lessicali della patristica latina e, in particolare, di Girolamo e Agostino (analizzate da
Hagendal 1958, 331 ss. e più recentemente da Messina 2004; uno schietto interesse termi-
nologico nell’ambito della trattazione delle quattro passioni principali è anche in Iul. Pom.
3.27.1, PL 59.509A-C; 3.31.2, PL 59.515 A-B). Tra le poche occorrenze di passibilitas (cfr.
ThlL 10/1.610.27-37) si possono accostare all’uso martiniano soltanto Arnob. Iun. in psalm.
11, CCL 25.14.14; 15, CCL 25.17.8-9 (dove il termine definisce due delle quattro passioni
principali, cioè timor e maestitia); Ps. Cypr. singul. cleric. 45.3.3, CSEL 3/3.219.27); Ps.
Athan. ad. mon. 1, PL 103.667A (dove figura come sinonimo di libido).
Introduzione 33

il piano degli scritti morali del Bracarense e l’articolazione del terzo


libro del De vita contemplativa di Giuliano Pomerio, di cui non possia-
mo a priori escludere la conoscenza da parte del vescovo 59: il retore
Pomerio trattava infatti in sequenza i vizi capitali (con particolare atten-
zione a iactantia e superbia), le passioni o adfectus dell’animo e, infine,
le quattro virtù cardinali (anche se, è bene sottolinearlo, Martino è molto
distante dalla posizione agostiniana, di stampo moderato, confluita in
Pomerio, e viceversa, proprio scegliendo di ispirarsi a Seneca, si colloca
sul fronte intransigente).
È lecito pertanto riaffermare che, nel De ira martiniano, antico e nuo-
vo si compenetrano a vicenda: dove, per “nuovo”, possiamo ora intende-
re qualcosa di più o di più generale, di ciò che si intendeva all’inizio;
non solo, cioè, l’intervento dell’epitomatore sulle strutture preesistenti del
dialogo senecano, ma anche – ed è questa la “seconda chiave” che cer-
cavamo – la spiritualità e la tradizione letteraria dei vizi capitali, che si
sovrappongono e permeano di sé più antiche e pagane istanze etiche,
agendo sulla minuta trama lessicale dell’epitome pur nella quasi pedisse-
qua mimesi del dettato senecano.
È opportuno infatti insistere sul fatto che il processo di cristianizzazio-
ne non passa attraverso l’inserzione di paralleli scritturali o di riferimenti
espliciti a dottrine cristiane e neppure attraverso vistose tracce di latino
cristiano 60, piuttosto, si rintraccia nell’epitome una rete di indizi lessicali,
dai quali deduciamo che il “nuovo” ha diffuso una patina sottile sulla
trama dell’ “antico”, tale da risemantizzare l’antico e da riqualificarlo in
vista di una nuova funzione letteraria.
Il fenomeno, riscontrabile un po’ ovunque nell’epitome (e per il quale
si rimanda al commento), si percepisce molto chiaramente nell’incipit,
dal quale siamo partiti e con il quale vorrei concludere.

59
Non soltanto perché Pomerio apparteneva alla stessa area letteraria cristiano-provenzale,
fiorita tra la fine del IV e il V secolo, di cui Cassiano fu esponente illustre e alla quale
guardarono con interesse gli scrittori della penisola iberica nei secoli successivi (per la
diffusione in Spagna della cultura cristiana della Provenza tardoantica, cfr. Mundò 1957, 86
ss.; Fontaine 1972, 151 nota 7; 164-165); ma anche perché egli fu maestro di Cesario di
Arles, auctor sicuramente presente a Martino (che lo richiama nel De correctione rustico-
rum). Cfr. sul tema Torre 2005a.
60
L’unico caso registrato dagli studiosi, e da tutti puntualmente enfatizzato, riguarda la
sostituzione del senecano amor feminae con fornicandi cupiditas in ira 3.2.27 (nella tabella
sopra riportata, vedi punto XI).
34 Martini Bracarensis De ira

2.5. Una collatio per i laici


Nel prologo 61 è anzitutto da rimarcare l’influenza degli incipit del pri-
mo e del terzo libro del De ira di Seneca, dedicato dall’autore al fratello
Anneo Novato; 62 Martino, d’altra parte, sembra aver iscritto il De ira nel-
l’alveo di una diversa tradizione attraverso alcune precise scelte lessicali.
Partiamo dal termine conlatio: ad esso va anzitutto attribuito il signifi-
cato di un confronto o dialogo, volto alla reciproca edificazione e corre-
zione fraterna dei due interlocutori; 63 un dialogo, la cui dolce “consola-
zione” (alloquium) si vorrebbe prolungare attraverso il conforto dello
“scambio epistolare”.64
Non è tuttavia irragionevole pensare che nel termine si riverberi un’eco
dell’accezione tecnica della collatio monastica, nelle due modalità in cui
questo esercizio veniva praticato nei monasteri occidentali già nel VI-VII
secolo 65 come disputatio informale (la condivisione giornaliera, tra mo-
naci, dei frutti della meditazione personale) o come capitolo settimanale
(durante il quale l’abate si assumeva il compito di un’esposizione, in
forma direttiva, di temi morali o di questioni legate all’interpretazione
delle Sacre Scritture).

61
ira 1.1.1-5: Dum simul positi dudum mutuae conlationis alloquio frueremur, illud inter
cetera tuae a me diligentia caritatis elicuit, ut de passibilitate irae vel qualitatis eius effec-
tibus brevi tibi aliqua libello digererem. Parui protinus libens, paucisque haec tuo studio
de fugienda ira, saltim si id non eveniat, de lenienda, disserui. Aggiungiamo che, mentre
in Cassiano il termine tecnico per definire l’‘effetto’ di un vizio o di una passione o anche
di una virtù, è efficientia (cfr. Ioh. Cass. coll. 1 capit., SCh 42.76; 5 capit., SCh 42.188;
5.7, SCh 42.195; 5.10, SCh 42.197), Martino adopera effectus su probabile suggerimento
senecano (ira 1.2.1: vedi supra, 24).
62
Sen. ira 1.1.1.: Exegisti a me, Novate, ut scriberem quemadmodum posset ira leniri: qui
si notino il motivo della pregressa e insistente richiesta, da parte del dedicatario, dello
scritto in questione, e l’uso del termine leniri, ripreso anche da Martino; Sen. ira 3.1.1:
Quod maxime desiderasti, Novate, nunc facere temptabimus, iram excidere animis aut certe
refrenare et impetus eius inhibere: è la stessa scansione strutturale-tematica, espressa me-
diante correptio, che ritroviamo in Martino (haec tuo studio de fugienda ira, saltim si id
non eveniat, de lenienda disserui).
63
Quale, ad esempio, si trova frequentemente nelle lettere di Agostino: cfr. per tutti epist..
73.3, CSEL 34.272.6-11: unde recurro ad illa verba epistulae tuae dulcissima sanctique
desiderii plenissima et ea facio vicissim mea: ‘utinam mereremur complexus tuos et conla-
tione mutua uel doceremus aliqua uel disceremus’, si tamen esse ullo modo posset, quid
ego te docerem.
64
Per questa duplice accezione di alloquium, frequente nel latino tardo, vedi ThlL
1.1693.53-84.
65
Fontaine 1972, in particolare 182-183.
Introduzione 35

Ed è altresì probabile che Martino abbia affidato alla presenza incipi-


taria di questo termine anche una funzione letteraria e programmatica. Il
suo breve libellum si configura come la trascrizione e insieme il comple-
tamento, in forma ragionata e sintetica, di una precedente collatio, svol-
tasi oralmente tra lui e Vittimer, che ha sollecitato e, proprio grazie al
suo zelo ardente, ha ottenuto la risposta di un fratello più esperto (Mar-
tino) su varie questioni, tra cui la definizione e la cura del vizio capitale
dell’ira; e viene perciò a iscriversi nel genere illustrato dalle Collationes
di Cassiano, concepite come la riproduzione di colloqui edificanti avuti
in prima persona dal loro autore con i monaci egiziani, sollecitati dalle
pressanti richieste e dall’ardore di perfezionamento dimostrato dall’inter-
locutore.
Il richiamo programmatico a Cassiano, affidato al termine conlatio, mi
pare ribadito dalla presenza di altri termini (elicio, qualitas, digero) che
ricorrono nello stesso autore in contesti proemiali riguardanti i vizi capi-
tali: non sono, beninteso, termini rari, e tuttavia la loro affastellata suc-
cessione nel prologo del De ira mi pare dovuta a una intenzione pro-
grammatica di Martino.66

66
Con il verbo elicio, Cassiano indica i pregressi sforzi o stratagemmi attuati dal discepolo
per vincere la renitenza iniziale del maestro ed “estorcere” la sua opinione su un dato tema
(coll. 1.3, SCh 42.80: et cum persisteret nostram elicere super hac interrogatione senten-
tiam, respondimus). Il termine qualitas, ricorrente in questo autore, vi aveva già acquisito
un’accezione tecnica in riferimento alla definizione e alla catalogazione delle realtà morali
(vitia, virtutes, passiones, peccata) e spirituali (anima, animus, mens, ingenium): cfr. ad es.
coll. 3.8, SCh 42.151: pulchritudo enim uel deformitas animae uirtutum seu uitiorum gigni-
tur qualitate, ex quibus quidam adtractus color aut ita eam splendidam reddit [...] aut
certe atram, foetidam atque deformem, ita ut foetorem propriae turpitudinis ipsa confiteatur
(dove la “qualità” del vizio o della virtù determina la facies e il color dell’anima); 5.27,
CSEL 13.150.24-26: oportet unumquemque nostrum secundum qualitatem belli quo princi-
paliter infestatur concertationum luctamen adripere (a proposito delle diverse modalità di
assalto dei singoli vizi a seconda degli individui); 24.15, CSEL 13.690.21-691.124: Om-
nium uitiorum unus fons atque principium est, secundum qualitatem uero partis illius uel ut
ita dixerim membri, quod in anima fuerit uitiatum, diuersa uocabula passionum corruptio-
numque sortitur. Quod nonnumquam etiam morborum corporalium probatur exemplo, quo-
rum cum una sit causa, in diuersa tamen aegritudinum genera pro qualitate membrorum
quae fuerint occupata distinguitur (come accade per le membra del corpo, anche nell’anima
la diversa qualità delle sue parti determina una diversa tipologia e conseguente classifica-
zione delle affezioni). Per quanto riguarda infine digero, applicato alla composizione lette-
raria ricorre già a partire dal I sec. d.C. nel significato di “ordinare scrivendo”, “esporre”,
“redigere”. Nel latino tardo conosce grande fortuna ad indicare varie espressioni del lavoro
letterario (ThlL 5/1.1119.56–1120.32), tra cui la trattazione sintetica o dossografica di argo-
menti di vasta portata; ed è in questa accezione che lo ritroviamo anche in Cassiano (inst.
36 Martini Bracarensis De ira

Ma l’esempio forse più evidente si ricava dalla seconda parte del pro-
logo, dove Martino offre la prima definizione dell’ira, attribuendola ad
alcuni saggi (quidam sapientes).67 Il vescovo prende le mosse dal para-
gone ira-pazzia, che inaugura anche il trattato senecano,68 ma sottopone
il dettato di Seneca ad alcune alterazioni lessicali, tanto discrete quanto
significative, perché, ancora una volta, rivelano una rilettura dell’antico
attraverso il filtro nuovo rappresentato da Cassiano: nel caso specifico
l’introduzione al libro ottavo delle Institutiones dedicato appunto al cer-
tamen contro l’ira.69
Consideriamo, ad esempio, la sostituzione martiniana di honestas al
posto di decus: essa poggia, certamente, su una sinonimia risalente alme-
no a Cicerone,70 che aveva chiaramente stabilito l’equazione tra i due
termini ad indicare ciò che è moralmente onorevole; ma può essere stata
suggerita a Martino proprio da Cassiano, che nel brano ora citato insiste
più volte sull’antitesi tra ira e honestas, intendendo quest’ultima nella
doppia valenza, etica e sociale, che era già di decus.

praef. 3, SCh 109.24.39-41: [scil. instituta monasteriorum] ita ut ibi nobis a patribus tradi-
ta sunt quamvis imperito digeram stilo, non leporem sermonis inquirens) e in Giuliano
Pomerio (3.34.1, PL 59.519A: ut quidquid in rebus ipsis, quae utcumque digestae sunt,
reprehensione dignum invenerint, vitio meae rusticitatis ascribant); in Martino digero ricor-
re anche in corr. 2, p. 72, 4-7 Lopez (Longus quidem per divinas scripturas ordo digeritur,
sed ut vel aliquantulum in memoria teneatis, pauca vobis de pluribus commendamus), ad
indicare il lungo racconto normativo rivolto da Dio all’uomo nelle Sacre Scritture, dal
quale l’autore selezionerà soltanto alcuni argomenti significativi per la catechesi breve al
popolo.
67
Mart. Brac. ira 1.2.6-10: Quidam ex sapientibus iram dixerunt brevem esse insaniam:
aeque enim sui est inpotens, obliviscitur honestatem, affectuum inmemor, rationi consilii-
sque praeclusa, dum vanis agitata causis ad considerationem iustitiae inhabilis et ruinae fit
simul, superque id quod oppresserit frangitur.
68
Sen. ira 1.1.2: Quidam itaque e sapientibus viris iram dixerunt brevem insaniam: aeque
enim inpotens sui est, decoris oblita, necessitudinum immemor, in quod coepit pertinax et
intenta, rationi consiliisque praeclusa, vanis agitata causis, ad dispectum aequi verique
inhabilis, ruinis simillima quae super id quod oppressere franguntur.
69
inst. 8.1, SCh 109.336.2-9.17-21: Hac [scil. ira] enim in nostris cordibus insidente et
oculum mentis noxiis tenebris obcaecante nec iudicium rectae discretionis adquirere nec
honestae contemplationis intuitum nec maturitatem consilii possidere nec vitae participes
nec iustitiae tenaces, sed ne spiritalis quidem ac veri luminis capaces poterimus exsiste-
re, quia turbatus est, inquit, prae ira oculus meus [...] Ipsam quoque honestatis gravita-
tem, quae etiam viris saeculi huius solet familiaris exsistere, nullo modo possidere pote-
rimus, licet nobiles et honesti natalium praerogativa putemur, quia vir iracundus
inhonestus est.
70
Per tutti, cfr. off. 1.27.94.
Introduzione 37

Ancora, un’allusione a Cassiano può cogliersi nella scelta di sostituire


la coppia senecana aequum-verum con la menzione della sola iustitia: 71
nel testo citato infatti si nominano in sequenza, come cose affatto incom-
patibili con lo stato irato dell’animo, sia il saldo mantenimento della
giustizia sia la capacitas della luce di verità (nec iustitiae tenaces, sed ne
spiritalis quidem ac veri luminis capaces poterimus exsistere).
Infine, da Cassiano potrebbe derivare anche la particolare accezione in
cui Martino usa qui il termine ruina (e che, per l’interprete, non è priva
di riflessi anche sul piano ecdotico): 72 non nel significato di “frana”,
bensì nella valenza metaforica, corrente nella letteratura di ambiente mo-
nastico, di “rovina”, a designare quel “baratro” in cui, peccando, l’uomo
rischia di precipitare senza possibilità di risalita (una rovina che si prean-
nuncia tanto più disastrosa se, a cadere, è il monaco già assurto ad alte
vette di perfezione).
Nella didattica dell’ascesi monastica e, in particolare, nella pratica del-
la collatio dedicata all’analisi di una specifica virtù o alla lotta contro
vizi e passioni, l’attenta considerazione dei rischi e degli effetti della
caduta (ruina) è un locus obbligato accanto alla disamina degli esempi
positivi e dei gradi dell’iter di perfezione: Cassiano, ad esempio, vi attri-
buisce un grande valore dal punto di vista metodologico, pari a quello
che, nella medicina, si conferisce all’indagine clinica delle forme e delle
cause dei vari tipi di affezioni, quale imprescindibile fondamento di una
terapia e di una profilassi efficaci.73
Tornando al prologo del De ira martiniano, ipotizzerei per il termine
ruina un’accezione diversa da quella senecana, che non si esaurisca nella
similitudine ira-frana, pur ripresa subito dopo, ma si esprima in un’antitesi

71
La sostituzione permette tra l’altro a Martino di nominare una virtù cardinale, la giusti-
zia, che egli considera strettamente connessa alla verità (cfr. form. vit. 5, p. 247, 17-18
Barlow: non transies veritatem ne iustitiae transeas legem).
72
Essa permette infatti di conservare il testo tràdito et ruinae fit simul, rinunciando alla
correzione et ruinae fit similis, che gli editori hanno proposto sulla base del luogo parallelo
di Seneca (per la discussione in merito rimando al commento a. l.).
73
Cfr. ad es. inst. 7.13, SCh 109.308.7-8; 12.4.2, SCh 109.454.11-16. In particolare, per
bocca del beato Antonio, Cassiano afferma che il metodo più efficace per arrivare a Dio
può essere trovato dopo aver indagato le vere cause della rovina che travolse già innu-
merevoli monaci pur ben avviati alla meta (coll. 2.2, SCh 42.113: Quamobrem quid
principaliter ducat ad deum manifeste poterimus agnoscere, si ruinae ac deceptionis illorum
causa diligentius a nobis fuerit indagata); e traduce questo stesso principio in un vero
e proprio schema di disputatio, che prevede l’analisi degli exempla negativi (coll. 2.1,
SCh 42.111).
38 Martini Bracarensis De ira

(ad considerationem iustitiae [...] et ruinae), la quale a sua volta sostitui-


sca stilisticamente e sintatticamente l’endiadi senecana (ad dispectum
aequi verique). L’accecamento dell’ira, dunque, è tanto più pericoloso in
quanto impedisce non solo di discernere il bene (indicato nella virtù car-
dinale della iustitia) ma finanche di accorgersi della rovina (ruina), che,
autorizzati dall’uso linguistico dello stesso Martino,74 potremmo interpre-
tare per metonimia come un’allusione al supremo vizio capitale, la super-
bia: rispetto ad essa, l’ira svolgerebbe pertanto una funzione “ancillare”,
secondo la migliore tradizione del sistema dei vizi capitali.
Concludiamo. Committente e destinatario del libellum, il vescovo Vitti-
mer svolge quasi lo stesso ruolo dei vescovi della Gallia romana, ai quali
Cassiano dedicava le due opere maggiori (Institutiones e Collationes) in
risposta alla loro richiesta di scritti normativi relativi allo stile di vita,
anacoretico e cenobitico, dei Padri del deserto: non è pertanto azzardato
vedere nel De ira martiniano uno schema di collatio destinato a una
comunità di cui Vittimer era animatore.
Se questa ipotesi fosse corretta, l’interazione tra antico e nuovo po-
trebbe essere riaffermata anche per la struttura generale dell’epitome: le
varie scansioni tematiche del De ira, che abbiamo sopra illustrato, po-
trebbero essere state modellate da Martino sulle tappe che Cassiano, in-
troducendo la seconda parte delle sue Institutiones, cioè i libri V-XII
dedicati all’ottonario dei vizi, indicava come necessarie per la lotta con-
tro di essi: investigarne la natura, conoscerne le cause per una corretta
profilassi, trovare i rimedi per un’efficace terapia.75
Il paradosso è che, nel De ira di Martino, “antico” e “nuovo” finisco-
no per scambiarsi le reciproche funzioni. Il “nuovo”, infatti, restituisce
all’epitome tratti di genere non soltanto tipici della produzione martinia-
na, ma, più in generale, comuni all’intera letteratura della penisola iberi-
ca nei secoli V-VIII, caratterizzata principalmente da opere prodotte e
circolanti in ambito ecclesiastico, con una spiccata funzione pragmatica
ed edificante,76 e dunque iscrive l’epitome in una cornice tradizionale.

74
superb. 2, p. 70, 21-22 Barl.: ruinosa illa superbiae celsitudo; 5, p. 71, 53-54 Barl.: in
superbia omnium iniquorum prima ruina est.
75
inst. 5.1, SCh 109.190.12-17: Quem ineuntes agonem tuis precibus, o beatissime papa
Castor, nunc inpensius indigemus ut primum naturas eorum tam minutas, tam occultas
tamque obscuras investigare condigne, deinde causas eorundem sufficienter exponere, tertio
idonee curationes eorum ac remedia possimus inferre.
76
Codoñer 1991, in particolare 212.
Introduzione 39

L’antico, viceversa, ha un impatto dirompente e innovativo su questa


stessa tradizione: la scelta, da parte di Martino, di rifarsi a esclusivamen-
te a una fonte pagana, Seneca, per parlare del vizio capitale dell’ira, mi
sembra avere come effetto una laicizzazione del messaggio morale, quasi
un’esportazione della letteratura sui vizi e sulle virtù fuori dalle mura del
monastero.
Questa laicizzazione è in parte rintracciabile nell’opus tripartitum,77 ed
è chiarissima nella Formula vitae honestae: proprio il ricorso a un’opera
perduta di Seneca permette a Martino di dedicare questo libellus alla
formazione dei dignitari di corte, per insegnar loro quei doveri che pos-
sono essere adempiuti dai laici vivendo in maniera retta e onesta, e quel-
le virtù che ornano l’animo umano e offrono un’arte per vivere bene,
nettamente distinta dagli insegnamenti delle Sacre Scritture, riservati a
pochi ed eletti adoratori di Dio.78
Tale laicizzazione è, infine, ipotizzabile per il De ira: questa singolare
collatio, in cui Seneca parla con accenti di Cassiano, potrebbe essere
indirizzata alla comunità dei fedeli di cui Vittimer era vescovo, e rappre-
sentare pertanto uno schema di sermones destinati ai laici; proprio come
il De correctione rusticorum rappresenta uno specimen di sermone desti-
nato alla plebe rurale e inviato dal metropolita di Braga a un altro con-
fratello, il vescovo Polemio, che gliene aveva fatto insistente richiesta.

77
Per cui rimando a Torre 2006.
78
form. vit. 1, p. 237, 10 ss.: libellum hunc nulla sophismatum ostentatione politum sed
planitie purae simplicitatis exertum capacibus fidenter auribus obtuli recitandum. Quem
non vestrae specialiter institutioni cui naturalis sapientiae sagacitas praesto est, sed ge-
neraliter his conscripsi quos ministeriis tuis adstantes haec convenit legere, intellegere et
tenere. Titulus autem libelli est Formula Vitae Honestae, quem idcirco tali volui vocabulo
superscribi, quia non illa ardua et perfecta quae a paucis et egregiis deicolis patrantur
instituit, sed ea magis commonet quae et sine divinarum scripturarum praeceptis naturali
tantum humanae intelligentiae lege etiam a laicis recte honesteque viventibus, valeant
adimpleri.
40 Martini Bracarensis De ira
Un’ipotesi di stemma

1. I codici

La tradizione manoscritta del De ira di Martino di Braga è costituita


da un codice escorialense datato al sec. X (E) e due testimoni molto più
recenti, rispettivamente un manoscritto di Toledo del sec. XVI (T) e uno
madrileno (M), di datazione incerta ma compresa tra la fine del sec. XVI
e la prima metà del XVIII.1
Tutti e tre i codici sono miscellanee di scritti ecclesiastici di varia natura
e provenienza; in tutti, inoltre, il De ira fa parte di una raccolta più o
meno ampia di scritti martiniani: un corpus minus (in E e in M), compren-
dente i cinque trattati morali (Pro repellenda iactantia, Item de superbia,
Exhortatio humilitatis, De ira, Formula vitae honestae) e il De Pascha;
e un corpus maius (in T) che ospita in aggiunta le Sententiae Patrum
Aegyptiorum, il De trina mersione e il De correctione rusticorum.
Per una descrizione dettagliata dei codici si rimanda a Barlow (limita-
tamente al codice escorialense), a Fontán (per il codice madrileno) e
Alberto (in particolare per il codice di Toledo); 2 qui ci limitiamo ai dati
principali, segnalando puntualmente integrazioni o divergenze rispetto agli
studi di riferimento citati.3

E = Real Biblioteca del Escorial, M-III-3. Sec. X. Pergamenaceo,


270×195 mm., 98 fogli a due colonne di 24 righe ciascuna; talvolta, per

1
Nascimento 2005, 451 elenca erroneamente un quarto codice, siglato Toledo, Biblioteca
Capitular 31-18 e datato al s. XVI: in realtà, si tratta del medesimo codice T (Toledo,
Biblioteca Capitular 27-24) la cui antica segnatura, come dimostrato ineccepibilmente da
J.C. Martín (1996, 245-247), era appunto 31-18 (e, prima ancora, 31-15).
2
Barlow 1950, 56-57; Fontán 1951, 80-84; Alberto 1993, 119-125.
3
I codici sono stati da me collazionati su copia (microfilm). La collazione di tutti i testi-
moni è stata condotta in maniera sistematica per il De ira, a campione per le altre opere
martiniane.
42 Martini Bracarensis De ira

iniziare la colonna con parola intera o anche con una nuova frase, il
redattore non esita a terminare l’ultima parola o l’ultima frase della co-
lonna precedente in venticinquesima riga, allineando le lettere o le parole
mancanti sul margine destro e scrivendole in corpo minore (f. 36vII righe
24-25: suspican|do; f. 38rI: sen|tiunt; f. 39vI: timi|dus; f. 35rI: etsi pravum
sit|non sinit; f. 35vII: ne inceda|mur in Iram; f. 36rI: incedit|querellis; f. 37rII:
inimicum|dicitur; f. 37vII: noli|ymitari; f. 38rII: quantum scelerum|indignitas
exigit; f. 39rII: vitium vitio|opponit).
Questo comportamento mi induce a ipotizzare che il redattore di E sia
in certo qual modo condizionato dalla mise en page del suo antigrafo.
Il codice contiene le seguenti opere martiniane: f. 23rI-f. 26vI Pro re-
pellenda iactantia; f. 26vI-f. 30rII Item de superbia; f. 30rII-f. 34rI Exhor-
tatio humilitatis; f. 34rII-f. 40vI De ira; f. 40vI-f. 41rI [Epistula ad Miro-
nem regem];4 f. 41rII-f. 46vII Formula vitae honestae; f. 46vII-f. 50rI De
Pascha.
Ad eccezione degli ultimi fogli, che paiono aggiunti successivamente,5
il codice presenta una scrittura visigotica di una sola mano. I titoli sono
scritti in capitale visigotica (ad esclusione del De Pascha) e sono in
rosso. Si osservano correzioni di tre diverse mani (del copista stesso, di
una mano contemporanea e di una terza mano, probabilmente del XIII
sec.). In qualche caso di lettura difficoltosa lo scriba ha lasciato uno
spazio bianco, scrivendo a margine quere o perquere, e il correttore con-
temporaneo ha quasi sempre supplito le lettere mancanti.6
Il codice si trovava nella biblioteca del Conte Duca di Olivares pri-
ma del 1658, quando la stessa fu trasferita all’Escorial per ordine di
Filippo IV.

T = Toledo, Biblioteca Capitular, 27-24. Sec. XVI. Cartaceo, 250×360 mm,


171 fogli. Descritto per la prima volta da Freire 1971 (in relazione alle
Sententiae Patrum Aegyptiorum), non fu mai utilizzato nella recensio del
De ira prima dell’edizione di Alberto.

4
L’epistola, che nel codice Escorialense non riporta né il nome né lo status del destinata-
rio, è la dedica della Formula vitae honestae al re Mirone, come sappiamo dal resto della
tradizione.
5
Ai ff. 92 e 94-98 (il f. 93 manca) è stata dedicata un’indagine approfondita da Díaz y
Díaz 1983.
6
Barlow 1950, 56.
Un’ipotesi di stemma 43

Il codice, che contiene una serie di epistole latine scritte da autori di


area iberica (o ad essi indirizzate) di età tardoantica e altomedievale,
costituisce il primo tomo di una collezione in tre volumi allestita tra il
1580 e il 1590 su incarico dell’umanista Juan Baptista Perez, canonico di
Toledo, e basata su antichi codici visigotici custoditi nella biblioteca
capitolare.7
Il corpus di opere martiniane qui ospitato è più ampio rispetto a quello
degli altri due testimoni: f. 7r-f. 8v Pro repellenda iactantia; f. 8v-f. 10v
Item de superbia; f. 10v-f. 13r Exhortatio humilitatis; f. 13r-f. 16v De ira;
f. 17r [Epistula ad Mironem regem]; 8 f. 17r-f. 20v Formula vitae hone-
stae; f. 20v-22v De Pascha; f. 23r-f. 30r Sententiae Patrum Aegyptiorum;
f. 30v-f. 31v De trina mersione; 9 f. 31v-35v Item tractatus Sancti Martini
Episcopi (che corrisponde al trattato comunemente noto come De correc-
tione rusticorum).

M = Madrid, Biblioteca Nacional, 711.10 Datazione incerta (tra la fine


del XVI secolo e la prima metà del XVIII). Cartaceo, 310×220 mm., 180
fogli. Il codice, occupato da un florilegio di documenti e atti conciliari,
riporta nella sua prima parte due copie delle opere di Martino di Braga,
trascritte dalla stessa mano ma non identiche, che chiameremo rispettiva-
mente M1 e M2.
M1 (pars prior) = ff. 1-17: [f. 1r-f. 1v: testimonia relativi a Martino di
Braga 11]; f. 2r-f. 4v Pro repellenda iactantia; f. 5r-f. 8r Item de Superbia;

7
Il secondo tomo della collezione è rappresentato dal codice siglato T 27-23 e comprende
atti e documenti conciliari; il terzo tomo, siglato T 27-26, contiene storie e cronache eccle-
siastiche. Le opere martiniane fanno parte invece del primo tomo perchè si presentano
(quasi) tutte come epistole indirizzate a precisi destinatari (vedi supra, 12 ss.). Aggiungerei
che, sebbene la facies ortografica di T 27-24 sia generalmente normalizzata, alcuni errori
particolari (nel vocalismo o nel fraintendimento di lettere o di gruppi di lettere) confermano
la notizia che il suo antigrafo fosse scritto in visigotica: ad esempio, dilinienda per de
lenienda (scambio e/i), totius per tutius (scambio u/o); oppure, nascimur per irascimur (il
gruppo ira- è facilmente corruttibile in na-), magnitionem per in agnitionem (la preposizio-
ne in unita, come spesso avviene, a parola successiva iniziante per a- è facilmente corrutti-
bile in ma-); mulum per mulam, nam per num, flectantur per flectuntur (nella grafia visigo-
tica la caratteristica a aperta è molto simile alla u).
8
Vedi supra, nota 4.
9
Nella descrizione della sequenza di opere martiniane presenti nel codice toletano, Alberto
1993, 121 antepone erroneamente il De correctione rusticorum al De trina mersione.
10
Segnatura antica: C 81.
11
I primi due testimonia corrispondono rispettivamente a Isid. vir. ill. 22, p. 145 ss. Co-
doñer e Greg. Tur. Hist. Franc. 5.37, MGH.SRM 1/1.243.10-16, il terzo, intitolato Ex con-
44 Martini Bracarensis De ira

f. 8r- f. 11r Exhortatio humilitatis; f. 11v- f. 17r De ira; f. 17r- f. 17v


[Epistula ad Mironem regem12].
M2 = ff. 18v- 43r: [f. 18v-19r: testimonia relativi a Martino di Bra-
ga 13]; f. 20r-f. 22v Pro repellenda iactantia; f. 23r-f. 26r Item de Super-
bia; f. 26r-f. 29r Exhortatio humilitatis; f. 29v-f. 34v De ira; f. 35r-f. 35v
[Epistula ad Mironem regem]; f. 35v-40r Formula vitae honestae; f. 40r-
43r De Pascha.
M1 (pars altera) = ff. 46r-53v: in questi fogli troviamo una copia
della Formula (ma priva dell’epistola dedicatoria) e un’altra del De
Pascha, separate dal precedente corpus martiniano da alcuni Tituli bi-
bliothecae a domino Isidoro editi (ff. 43v-45r) e quasi del tutto trascu-
rate dagli studiosi.14
A mio parere queste due opere appartengono alla prima copia del cor-
pus (M1) perché, come illustrerò fra breve, ne presentano le stesse carat-
teristiche testuali: in tal modo si verrebbe a sanare l’apparente incon-
gruenza di contenuto tra le due copie, poiché M1 risulterebbe altrimenti
privo del testo della Formula e del De Pascha.

cilio Toletano decimo, pare un (tardo) riassunto della testimonianza relativa a Martino ri-
portata negli Atti del decimo concilio di Toledo (PL 84.449-450): non sono riuscita tuttavia
a decifrarne la provenienza. Lo riporto per esteso, a titolo di curiosità: Hic sanctus Marti-
nus Dumiense monasterium construxit, cuius fuit episcopus, deinde ad Bracharensem me-
tropolitanam fuit promotus. Is concilia Orientalia in compendium contraxit, at toti concilio
Lucensi transmisit. Dumiense monasterium prope Bracharam erat, cuius ecclesiam etiam
hodie extare Bassaeus refert; et adhuc Dumiensem cognominari. Hoc monasterium tempore
Gothorum unitum fuit Bracharensi ecclesiae. Nam in decimo sexto concilio Toletano sub-
scribit Felix, qui se Bracharensem et Dumiensem episcopum vocat.
12
Vedi supra, nota 4.
13
Vedi supra, nota 4.
14
Barlow 1950, 57 (che non ha mai visto il codice ma si affida alla descrizione di G.
Loewe e W. von Hartel) segnala al f. 46r l’incipit Quattuor virtutum species e si doman-
da se non sia una terza copia della Formula (terza, perché egli deduce erroneamente
dalla stessa descrizione che la prima copia del corpus riportasse il testo completo della
Formula e non solo la lettera prefatoria). Fontán 1951, 80 afferma che nel codice le
opere di Martino sono scritte due volte ad eccezione della Formula, di cui è ripetuta
soltanto la lettera prefatoria, e il De pascha, dal f. 40r. Per quanto riguarda, infine, l’elen-
co dei contenuti del codice M stilato da Alberto 1993, 123, si nota una certa confusione:
al f. 17, come ultimo degli scritti di M1, compare tra parentesi quadre il doppio titolo
[Formula vitae honestae] [Prologus], assai fuorviante; quindi, Alberto afferma che tutte
le opere elencate sono ripetute dal f. 18 al f. 40; segnala poi, ai ff. 40-43, il De
Pascha, avvertendo che esso è ripetuto ancora ai ff. 51-53; e infine, senz’altro com-
mento, dopo i tituli isidoriani (ff. 43-45, ripetuti ai ff. 179-180), cita la Formula Vitae
Honestae (ff. 46-50).
Un’ipotesi di stemma 45

La particolare dislocazione di questi ultimi due scritti martiniani è un


dato da tenere in debito conto anche nella ricostruzione dei rapporti tra
le due copie di M, di cui diremo tra poco. Per ora ci limitiamo a illu-
strare le ragioni che impediscono di stabilire con certezza la datazione
del codice madrileno.
Da un recente esame autoptico 15 risulta che la legatura, in pasta spa-
gnola, è senz’altro posteriore (sec. XIX); che i fogli 1-43 presentano una
numerazione di colore e mano diversa rispetto al resto del manoscritto
(numerazione successivamente cancellata con tratto apposto sopra a ogni
numero); che, a partire dal f. 54, la carta presenta spessore e filigrana
nettamente diversi, per poi cambiare più volte ancora nella parte restante
del manoscritto.
Inoltre, l’ispezione delle filigrane è resa particolarmente difficoltosa
dal fatto che l’inchiostro ha trapassato la carta: poiché la scrittura è pre-
sente su entrambi i lati del foglio, non è quasi mai possibile identificare
i motivi rappresentati. Tra questi, i pochi che si lasciano riconoscere non
sono compresi nel catalogo di Briquet, ma possono tuttavia essere acco-
stati a esemplari ivi raccolti: in particolare, fino al f. 54 si riscontrano
tracce di filigrane di probabile provenienza francese, confrontabili con
esemplari datati da Briquet alla fine del XVI secolo; al f. 77, in bianco,
si distingue chiaramente una filigrana che, pur non catalogata da Briquet,
risulta assai simile a una di provenienza italiana (n. 9401), che si può
situare intorno al 1599.
Per quanto riguarda infine l’attribuzione del codice madrileno alla
mano dell’umanista Vázquez del Mármol – un’attribuzione risalente a un
antico bibliotecario e particolarmente suggestiva ai fini della nostra rico-
struzione – 16 non è stato possibile ricevere conferma dal confronto con

15
L’esame è stato condotto dalla dott.ssa Lourdes Alonso Viana (del Servicio de Manuscri-
tos e Incunables, Biblioteca Nacional de España), a cui va il mio sincero ringraziamento
per la sollecita e competente collaborazione.
16
L’umanista Juan Vázquez del Mármol (fl. 1560-1614), sacerdote della Cappella Reale di
Granada, Correttore Generale dei libri alla corte di re Filippo II, svolse un’importante atti-
vità come traduttore, editore e critico di testi latini e perfino come paleografo ante litteram
(è autore, tra l’altro, di un manuale sulle abbreviazioni della scrittura visigotica: cfr. Olme-
dilla Herrero 1993). Dalla corrispondenza che, negli anni ’70 e ’80 del XVI secolo,
Vázquez del Mármol intrattenne con alcuni dei più importanti umanisti spagnoli (tra cui
Alvar Gomez de Castro, Antonio Gracián e lo stesso Juan Baptista Perez, sopra menzionato
a proposito del codice toletano), risulta un’intensa attività di riscoperta e revisione di codici
antichi, provenienti da varie biblioteche del regno e spediti all’alto funzionario perché que-
46 Martini Bracarensis De ira

un autografo dello stesso Vázquez del Mármol conservato nella Bibliote-


ca Nacional: 17 la scrittura eccessivamente calligrafica di M impedisce
l’identificazione con la mano dell’umanista, il cui autografo è invece in
scrittura rapida.18
A prescindere da queste pur gravi incertezze, e considerando piuttosto
la presenza di numerosi marginalia in M1 e M2, è tuttavia legittimo
concludere che entrambe le copie delle opere martiniane siano state alle-
stite da o per uno studioso in vista dell’edizione del corpus minus. Ed è
altresì lecito affermare che la facies di M1 sembra voler riprodurre fe-
delmente tutte le particolarità di un antigrafo visigotico, finanche nei se-
gni di correzione; e che il suo redattore ha collocato emendazioni e con-
getture nei marginalia.
Sicuramente visigotico era infine l’antigrafo di M2, come dichiarato in
due distinti marginalia (a ira 2.1.6 e ira 6.1.1).19

sti ne redigesse autorevolmente l’indice e fornisse un parere esperto sul loro valore testuale
(González Rolán-Saquero Suárez Somonte 1993; Bouza Alvarez 2002). L’attribuzione del
codice M alla mano di Vázquez del Mármol, pur non corroborata da prove paleografiche,
rimane comunque suggestiva perché la ratio operandi del Correttore Generale contribui-
rebbe a spiegare non solo la cura quasi maniacale da parte del redattore di M1 nel
riprodurre tutte le particolarità grafiche del suo antigrafo visigotico pur proponendone a
margine la normalizzazione, ma anche la scelta – ben poco economica – di trascrivere da
capo le opere di Martino (M2) nel momento in cui, con buona probabilità, egli ebbe tra
le mani un secondo antigrafo (invece di inserire le lezioni del nuovo antigrafo nella
copia di collazione M1).
17
L’autografo di Juan Vázquez del Mármol è il manoscritto Mss/7846 (Terentianus Mau-
rus, De literis, syllabis, pedibus et metris tractatus insignis), s. XVIpost med., cartaceo, 22×150
mm., 85 ff.
18
A parte l’ipotesi relativa a Vázquez del Mármol, che permetterebbe di datare il codice
alla fine del XVI sec., le proposte degli studiosi oscillano tra XVII e XVIII secolo: cfr.
Lowe-Hartel 1887, 393-394 e Inventario 1956, 190 (XVII sec.); Cordiolani 1955, 4 (XVIII
sec.). La stessa oscillazione si registra nell’ambito degli studi sul De ira di Martino:
Barlow 1950, 57 e Fontán 1951, 80 ss. datano il codice al XVII sec. basandosi sugli
stretti rapporti intercorrenti tra l’editio princeps di Tamayo de Salazar (1652) e il codice
M (le numerose corrispondenze tra le scelte testuali del primo editore e i marginalia di
M1e M2 suggerirebbero che M sia la copia di un codice visigotico allestita per Tamayo
o da lui stesso in vista dell’edizione e annotata a margine con le sue correzioni e conget-
ture); Alberto 1993, 134 sembra preferire invece la datazione più bassa (fine del XVII o
XVIII sec.).
19
Vedi infra, nota 52.
Un’ipotesi di stemma 47

2. Le edizioni

2.1. L’editio princeps e il codex pervetustus


Tamayo 1652 = Tamayo de Salazar, J., Anamnesis sive commemoratio-
nes Sanctorum Hispanorum, Pontificum, Martyrum, Confessorum, Virgi-
num, Viduarum ac Sanctarum Mulierum, vol. 1, Lugduni.
(Martini Bracarensis De ira: 321-325).

Comprende, in sequenza, cinque opere di Martino, di cui rappresenta


l’editio princeps: Pro repellenda iactantia, Item de superbia, Exhortatio
humilitatis, De ira, De Pascha.
Per i primi tre trattati, Tamayo dichiara esplicitamente di aver avuto
come fonte un codex pervetustus di proprietà di Diego Arce y Reinoso,
vescovo di Plasencia e già appartenuto alla biblioteca di D. García de
Loaysa; 20 inoltre, sempre secondo la sua testimonianza, lo stesso codice
ospitava anche la Formula vitae honestae. È perciò assai plausibile che il
pervetustus comprendesse tutto il corpus minus di Martino di Braga; ed è
altrettanto ragionevole considerarlo l’antigrafo di tutte e cinque le opere
edite da Tamayo (e non solo della trilogia).
Secondo Barlow il codex pervetustus è indubbiamente imparentato
con il codice E, ma non sembra potersi identificare con esso per una
serie di divergenze testuali e per altri motivi di ordine cronologico e
strutturale.21

20
Il probabile itinerario del codice è stato ricostruito da Barlow 1950, 57-58.
21
Barlow 1950, 58 (in generale); 147 (per il De ira). Poiché nel 1658 il codice esco-
rialense si trovava già nella biblioteca del Conte Duca di Olivares, il margine di tempo per
il suo trasferimento da Plasencia, dove Tamayo l’avrebbe potuto consultare tra il 1645 e
il 1652, risulterebbe assai ristretto. Inoltre, come si deduce da una nota dello stesso
Tamayo, nel codex pervetustus la trilogia morale (Pro repellenda iactantia, Item de su-
perbia e Exhortatio humilitatis) seguiva immediatamente la Formula vitae honestae, men-
tre nel codice E la Formula è posposta ad essi e al De ira. L’ipotesi di Barlow, larga-
mente condivisa dagli studiosi successivi, è stata messa in discussione da Alberto 1993,
che non ritiene del tutto cogenti, a escludere la coincidenza tra E e il pervetustus, né la
cronologia relativa dei due codici né la diversa disposizione delle opere; mentre le pre-
sunte discrepanze tra il pervetustus e il codice E, già segnalate da Barlow, vengono da lui
ascritte a errori o a congetture di Tamayo. Nonostante queste obiezioni, credo che l’ipotesi
di Barlow sia ancora sostanzialmente valida e che la coincidenza tra il codice E e il codex
pervetustus consultato da Tamayo sia quasi certamente da escludere.
48 Martini Bracarensis De ira

2.2. L’edizione di H. Florez e le sue fonti manoscritte


Florez 1759 (17872) = Florez, H., España sagrada, vol. 15, Madrid
(Martini Bracarensis De ira: 406-413; 17872, 404-414).

Per quasi due secoli (sino alla pubblicazione, nel 1950, dell’opera
omnia di Martino da parte di Barlow) ha rappresentato l’edizione più
completa, con l’aggiunta del De moribus pseudomartiniano.22 Essa com-
prende: Formula vitae honestae, Pro repellenda iactantia, Item de su-
perbia, Exhortatio humilitatis, De ira, De Pascha, De moribus, De tri-
na mersione, De correctione rusticorum, Sententiae Patrum
Aegyptiorum.
Pur basandosi in larga misura su edizioni precedenti, Florez non trascura
del tutto la tradizione manoscritta e riporta in una serie non omogenea di
note a piè di pagina un certo numero di lezioni, divergenti dal testo delle
edizioni via via prese a riferimento; ma fornisce solo notizie vaghe sui
testimoni da lui consultati per allestire la sua antologia martiniana: subito
dopo il titulus egli dichiara di aver raccolto per la prima volta in un unico
corpus le opere del vescovo di Braga e di averle emendate sulla base di
antichi codici provenienti da Madrid e da Toledo.23
L’allestimento reca poi una traccia piuttosto evidente della riunione dei
due corpora, minus e maius, in cui si divideva già la pur esigua tradizio-
ne manoscritta. Subito dopo il titulus generale incomincia il corpus mi-
nus, assai compatto: le sei opere (i cinque trattati morali più il De Pa-
scha) si susseguono senza indicazione dell’autore e, tranne nel caso del
De ira, dove il testo incomincia direttamente con la dedica di Martino al
vescovo Vittimer, presentano un titolo assai succinto, apposto dall’edito-
re; per cinque di esse (fa ovviamente eccezione la Formula) le note a

22
Una rassegna completa degli scritti pseudoepigrafi di Martino di Braga si legge in Alber-
to 1993, 66-76. Nella collezione di scritti martiniani, raccolta nell’Appendix III del XV
volume di España sagrada, mancano i Canones ex Orientalium Patrum Synodis e gli Acta
del secondo concilio di Braga (Barlow 1950, 80-144) perché già pubblicati da Florez in un
tomo precedente (IV), che comprendeva una vasta raccolta di documenti conciliari; gli Acta
del Concilium Primum Bracarense sono invece pubblicati nell’Appendix II del t. XV tra i
testimonia relativi a Martino.
23
Florez 1759, 383: APENDICE III. S. MARTINI DUMIENSIS ET BRACARENSIS EPISCOPI OPERA vete-
rum ope Codicum Regiae Matritentis Bibliothecae et Toletanae correcta et nunc primum in
unum corpus redacta. La notizia era stata anticipata nel capitolo biografico dedicato al
vescovo di Braga (Florez 1759, 131) dove si specificava che i manoscritti consultati erano
due, uno madrileno e uno toletano.
Un’ipotesi di stemma 49

piè di pagina informano che Florez ha avuto come fonte principale l’edi-
tio princeps di Tamayo.
Viceversa, le opere che appartengono esclusivamente al corpus maius
(De trina mersione, De correctione rusticorum, Sententiae Patrum Aegyp-
tiorum), sono precedute ciascuna da un titulus più articolato con l’indica-
zione del nome dell’autore e la notizia delle fonti da cui l’editore ha
desunto il testo: si tratta in tutti e tre i casi di uno o più codici prove-
nienti da Toledo (mentre non si nomina più il codice madrileno citato nel
titulus generale).24
Sappiamo inoltre da un passo dell’introduzione che Florez attribuiva al
benevolo soccorso del santo vescovo Martino il ritrovamento di un
Tractatus S. Martini Episcopi nei codici allestiti dal canonico di Toledo
Juan Baptista Perez (e appositamente copiati per Florez da A. M. Bur-
riel): secondo lo studioso questo trattato andava identificato con il De
correctione rusticorum, che antichi breviari spagnoli annoveravano tra gli
scritti martiniani ma che fino a quel momento non era stato scoperto.25
Se dunque, grazie alla testimonianza ora citata, non sussiste più alcun
dubbio che Florez abbia fondato l’edizione del De correctione rustico-
rum sul codice T 27-24 della Biblioteca Capitular di Toledo,26 occorre
verificare se tale codice sia stato utilizzato anche per il resto del corpus
martiniano allestito dallo studioso.
Una conclusione affermativa è stata raggiunta da altri relativamente
alle Sententiae Patrum 27; ma possiamo altresì considerarla valida per il
De trina mersione, se solo si confronta il codice T con alcune lezioni del

24
Florez 1759, 422 (De trina mersione): A card. Aguirre primum edita ex Mss. Ecclesiae
Toletanae: nunc denuo collata, et restituta; 425 (De correctione rusticorum): TRACTATUS
S. MARTINI EPISCOPI qui De correctione rusticorum in veteri Bracarensi Breviario inscribitur.
Prodit nunc primum ex Codice S. Ecclesiae Toletanae; 433 nota 1 (Sententiae Patrum
Aegyptiorum): ex Rosveido in Appendice ad Vitas Patrum et ms. Tol.
25
Florez 1759, 131: «El Breviario antiguo de Ebora, el Bracarense, y otros, refieren entre
sus Escritos el de Correctione rusticorum, que despues de haver admitido la Fé, mantenian
Idolos. Este no e havia descubierto hasta hoy: pero el Santo ha querido che ya se goce,
concediendome el gusto de hallarle entre los Mss. recogidos por el Ilustrisisimo D. Juan
Baptista Perez, que se guardan en la Bibliotheca de Toledo, y tiene entre sus Copias el
R. P. Andres Marcos Burriel, y se sirvió comunicarmele francamente. No tiene alli mas
titulo, que Tractatus S. Martini Episcopi: pero andando mi deseo impaciente de encontrar
el que nos faltaba de Correctione rusticorum, hallé por la materia ser este, come él mismo
publíca, y por tanto le ponemos con la demás Obras del Santo en el Apendice».
26
Così anche Nascimento 1997, 89.
27
Freire 1971.
50 Martini Bracarensis De ira

codex Ecclesiae Toletanae adoperato da Florez per le quali, viceversa,


non risulta sempre pertinente il confronto con l’unico altro testimone
finora conosciuto, cioè un codice del sec. XVI (O),28 copia di un antico
manoscritto perduto di Oviedo:

Se dunque non paiono sussistere dubbi sugli stretti rapporti tra T e l’edi-
zione Florez per quanto riguarda gli ultimi tre scritti della sua raccolta (De
trina mersione, De correctione rusticorum, Sententiae Patrum Aegyptio-
rum),29 non è tuttavia corretto inferire per analogia la stessa conclusione
per il corpus minus, cui il De ira appartiene: per le prime sei opere infatti
Florez dichiara sì di aver consultato un codice di Toledo, ma nulla ci
autorizza a dedurre che esso sia il medesimo utilizzato per le ultime tre.30

28
Real Biblioteca del Escorial, b.III.14, sec. XVI (fine), copia di un antico manoscritto
proveniente dalla cattedrale di Oviedo (Barlow 1950, 173-174; 253, nota 17).
29
Escludendo il De moribus, che nell’edizione Florez occupa una posizione a sé stante: il
titulus con indicazione dell’autore lo separa nettamente dalle prime sei opere; inoltre, a
differenza di tutti gli altri scritti, non presenta né indicazioni delle fonti da cui l’editore ha
tratto il testo né note a piè di pagina.
30
Viceversa, Alberto 1993 (125; 134-135) deduce per analogia dalle conclusioni di Freire
1971 (relative, come s’è detto, alle Sententiae Patrum) che il manoscritto toletano consulta-
Un’ipotesi di stemma 51

La verifica testuale, quindi, non pare eludibile: tanto più che proprio
nel De ira si registra l’unica discrepanza tra i codici di Florez e i testi-
moni a nostra disposizione.31 Ed è opportuno altresì allargare il confronto
a tutto il corpus minus, per il quale è assai plausibile da parte dell’edito-
re l’utilizzo dei medesimi testimoni. Procediamo dunque ad analizzare
tutti i casi in cui le lezioni annotate da Florez a piè di pagina non
trovano unanime riscontro nei nostri tre testimoni.32

(segue)

to da Florez sia la copia del codice T 27-24 realizzata da Burriel: infatti, non riscontrando
per il De ira coincidenze in lectiones singulares tra le note di Florez e il codice T, afferma
che è impossibile ricavare per via testuale la prova di tale dipendenza. Tenteremo tra poco
di correggere questa prospettiva allargando il confronto a tutto il corpus minus cui il De
ira appartiene.
31
Florez 1759, 409 nota 1, su cui infra, 52.
32
Già Barlow 1950, 229-230, pur rilevando molte coincidenze tra le lezioni dei codici di
Florez e quelle del manoscritto escorialense, aveva notato in form. vit. 2, p. 240, 45 una
discrepanza tra E e il testo dell’editore, che non poteva essere ascritta a suo parere né a
congettura né a errore di questi; e aveva perciò ipotizzato l’utilizzo da parte di Florez di un
codice gemello ma non identico a E.
52 Martini Bracarensis De ira

Come si vede dalla tabella, l’unica discrepanza tra i codici di Florez e


l’intera tradizione manoscritta a nostra disposizione si registra nel De ira
(caso L), dove i primi riportano la lezione (errata) invidiae. Non è però da
escludere la possibilità che si tratti di una falsa lettura, dovuta a una lettura
erronea dell’editore causata dalla vicinanza di iniuriae a videantur.
In un caso Florez fornisce una doppia lezione manoscritta tratta da
ciascuno dei due testimoni consultati (caso C): l’una (fugit) coincide con
T, l’altra con E, M1 e M2.
Per il resto le coincidenze tra le note di Florez e il codice T (casi A,
D, G, I) contro E sono significative ma non esclusive, perché sono con-
divise anche da M2, a testo o (come nel caso I) nei marginalia. M2
inoltre può vantare coincidenza con i codici di Florez in altre tre lectio-
nes singulares (E, F, H).
Un’ipotesi di stemma 53

I risultati ora esposti, pur non contraddicendo l’ipotesi che il codice di


Toledo usato da Florez per l’edizione del corpus minus delle opere di
Martino possa essere ancora la copia di T realizzata da A.M. Burriel (si
veda in particolare il caso C), inducono nello stesso tempo a sospettare
anche una relazione tra l’edizione di Florez e M2.

2.3. Le altre edizioni


Galland 1778 [Migne 1849] = Galland, A., Bibliotheca Veterum Pa-
trum, vol. 12, Venetiis [Migne, J.P., Patrologiae cursus completus. Series
Latina, vol. 72, Parisiis = PL].
(Martini Bracarensis De ira: 284-286 [in PL 72.41D-46D; 49A-50C]).33
È una ristampa dell’edizione di Tamayo, con alcune piccole difformi-
tà.34 Galland divise il testo del De ira in una prefazione e in nove
capitoli:
Praefatio
I. De habitu irae
II. De effectibus irae
III. De tribus irae remediis
IV. De causis quibus enascitur ira
V. Nihil susurronibus credendum; nec nobis, audiendo aut videndo
VI. Aliae in iram censurae
VII. Quomodo leniatur ira
VIII. Iniuriam vindicare est vitium vitio opponere
IX. Alienae irae curatio

I tituli dei capitoli I, II e VII riproducono esattamente quelli del codi-


ce Escorialense; 35 tutti gli altri (ad eccezione del capitolo VI) si rifanno
in maniera per lo più letterale, o comunque con pochissime modifiche,
ad alcuni dei marginalia che Tamayo aveva apposto al testo del De ira a
mo’ di sintesi contenutistica delle sue varie parti.

33
In PL 72.47A-48D (Migne 1849), inframezzato al testo del De ira senza soluzione di
continuità è riprodotto il De Pascha.
34
Puntualmente segnalate in apparato, sembrano talvolta refusi, talaltra correzioni con-
getturali.
35
Ai quali ho inteso attribuire grande importanza, in rapporto all’interpretazione della strut-
tura dell’epitome (vedi supra, 17 ss.).
54 Martini Bracarensis De ira

Brandão 1803 = Brandão, C., Vida e opusculos de S. Martinho Braca-


rense, Lisboa.36
(Martini Bracarensis De ira: 169-181).
È una ristampa, con pochissime variazioni,37 dell’edizione di Florez,
corredata di una traduzione in portoghese.

Barlow 1950 = Martini Episcopi Bracarensis opera omnia, ed. Cl.W.


Barlow, New Haven.
(Martini Bracarensis De ira: 145-158).
Rappresenta a tutt’oggi il testo critico di riferimento per quasi tutte le
opere di Martino di Braga, ad eccezione del De ira e del De correctione
rusticorum (per le quali esistono edizioni più recenti). A Barlow resta il
merito indiscusso di aver scoperto e utilizzato per primo il codice Esco-
rialense, del quale tuttavia, almeno per quanto riguarda il testo del De
ira, non sempre fornisce una lettura esente da errori.

Viansino 1963 = Viansino, G., Prolegomena a L. Annaei Senecae Dia-


logorum libri iii-v (De ira), ed. G. Viansino, Torino.
(Martini Bracarensis De ira: XXV-XXXV).
Nell’introduzione all’edizione del De ira senecano Viansino riproduce
il testo critico dell’epitome di Martino basandosi sull’edizione di Barlow,
ma integra quest’ultima con emendazioni proposte da Fontán 1950 e da
Kurfess 1954 (due importanti recensioni a Barlow 1950), e con congettu-
re proprie.

Alberto 1993 = Alberto, P.F., O De ira de Martinho de Braga, Porto,


Mediaevalia 4.
È corredata di una traduzione in portoghese, di alcune note di com-
mento e di un’articolata introduzione sui rapporti tra Seneca e Martino di
Braga (un’enfasi particolare è posta sulla questione degli scritti pseudoe-
pigrafi senecani, falsamente attribuiti al vescovo di Braga).
Il testo critico si basa quasi esclusivamente sul codice Escorialense;
non manca tuttavia, nella parte introduttiva, un’importante novità: l’espo-
sizione dei risultati di una (parziale) collazione degli altri due testimoni,

36
La pubblicazione di quest’opera fu promossa da D. Fr. Caetano Brandão, arcivescovo di
Braga tra il 1790 e il 1805 (Alberto 1993, 136) ma secondo alcuni (tra cui Nascimento
2005) è da attribuire alla penna di A. Caetano do Amaral (1747-1819).
37
Anche in questo caso sono puntualmente segnalate in apparato.
Un’ipotesi di stemma 55

T e M (di cui il primo mai utilizzato prima nella recensio del De ira).
L’editore non approda comunque a una chiara ipotesi stemmatica e si
limita a registrare in apparato le lezioni di T divergenti da E.

3. I rapporti tra i manoscritti

3.1. La recensio hispanica


Punto di partenza per la nostra recensio è l’analisi che Fontán dedicò
ai rapporti tra il codice E, il codice M e le edizioni di Tamayo e di
Florez,38 basandosi in particolare sul testo della Formula vitae honestae
(che a differenza delle altre opere morali di Martino ha una tradizione
ricca e complessa)39 e, in misura minore, dei trattatelli Pro repellenda
iactantia ed Exhortatio humilitatis (per i quali si conosce a tutt’oggi un
unico testimone, oltre a E e a M).
Fontán identificò un ramo unitario nella tradizione del corpus minus di
Martino di Braga (Pro repellenda iactantia, Item de superbia, Exhortatio
humilitatis, De ira, Formula vitae honestae, De Pascha) rappresentato
dal codice escorialense (E), dal codice madrileno (M), dal codex pervetu-
stus che fu alla base dell’edizione di Tamayo, e dai due codici (madrile-
no e toledano) utilizzati da Florez.
Secondo le conclusioni di questo studioso si tratterebbe di una fami-
glia di area iberica chiaramente differenziata, almeno per quanto riguarda
la Formula, dalle altre due famiglie b e g secondo lo stemma stabilito da
Barlow: 40 dove appunto il codice E già rappresentava (da solo, però) un
ramo a sé stante.
La recensio hispanica rimonterebbe almeno alla seconda metà del IX
sec. (cioè a una data precedente a quella cui Barlow faceva risalire il più
antico codice della Formula, della famiglia b); e andrebbe ricondotta al
volumen epistularum di Martino, letto e citato da Isidoro di Siviglia.41

38
Fontán 1951.
39
Ricostruita nelle sue linee fondamentali da Barlow 1950, 204 ss.
40
Barlow 1950, 218-223.
41
Isid. vir. ill. 22, p. 146, 7 ss. Codoñer (vedi supra, 12 nota 10). Contro l’ipotesi di una
trasmissione unitaria delle opere martiniane che sia, in ultima analisi, riconducibile al volumen
isidoriano, si è recentemente pronunciato Nascimento 2005 (441-442 e 465) ma senza for-
nire, a mio parere, argomenti davvero convincenti.
56 Martini Bracarensis De ira

Avendo infine riscontrato, in un passo della Formula vitae honestae,


un salto da simile a simile presente in tutti i testimoni di questa famiglia
(noti o ricostruiti) e corrispondente, nel codice escorialense, allo spazio
esatto di una riga,42 Fontán si spinge a ipotizzare che anche l’archetipo
sia un codice scritto a due colonne con un’estensione di 25-30 lettere per
riga.

3.2. Il codice T appartiene alla recensio hispanica


Il quadro di fondo delineato da Fontán si arricchisce ora del codice T,
la cui appartenenza alla medesima famiglia mi pare confermata da una
serie di innovazioni comuni anche a E e M.
Ne trascriviamo alcune, a titolo di esempio: 43

(segue)

42
form. vit. 4, p. 243, 31 Barlow: tamquam asperum nec contemnat tamquam vilem: sia i
codici E e M sia le edizioni Tamayo e Florez omettono tamquam asperum nec contemnat;
in E l’omissione si registra ai ff. 43vII, riga 24 – 44rI, riga 1: ut te nec gravet quisquam |
tamquam vilem (si tenga conto anche di quanto sopra ipotizzato a proposito del rispetto, da
parte di E, della mise en page del suo antigrafo).
43
A queste si può aggiungere un’innovazione condivisa da E e T ma non da M (che
tuttavia può averla facilmente corretta), cioè la mancata separazione di due parole: cfr. ira
1.1.6 delenienda (E) dilinienda (T), al posto di de lenienda (ira).
44
Per il De ira si fa sempre riferimento alla presente edizione (capitolo, paragrafo, riga);
per le altre opere martiniane a Barlow 1950 (capitolo, pagina, riga). Si rammenta che il
rinvio all’edizione di Barlow ha valore puramente indicativo per la localizzazione dei loci
martiniani e che, per ovvi motivi di opportunità, non si rende ragione delle scelte editoriali
compiute dallo studioso nei singoli loci.
45
In corsivo, tra parentesi, riporto il testo stabilito nella presente edizione (per il De ira)
oppure in Barlow 1950 (per le altre opere).
Un’ipotesi di stemma 57

Dal codice T mi pare inoltre potersi ricavare un indizio compatibile con


i tratti dell’archetipo (a) della recensio hispanica delineati da Fontán.
Si considerino tre innovazioni che T condivide con E (e, in parte, con
M) nel titulus dell’epistola dedicatoria della Formula vitae honestae:

La mancanza del titolo ecclesiastico dopo Martinus humilis (cioè epi-


scopus), del nome e del titolo del dedicatario (Mironi regi), la lezione
pr(a)edicto di T e la rasura di una lettera (forse proprio una c) in E
(dopo predi-), potrebbero attestare la presenza di un danno materiale
58 Martini Bracarensis De ira

dell’archetipo, sul margine destro di una colonna di circa 20-25 lettere, 46


per un’estensione di circa due righe:
e.g.
GLORIOSISSIMO AC TRANQUIL
LISSIMO & INSIGNI CATHOLIC(A)E
FIDEI PR(A)EDITO MIRONI REGI
PIETATE MARTINUS UMILIS EPS

La genesi della lezione pr(a)edicto in T si spiegherebbe così in base


ad alcuni motivi concomitanti: nell’antigrafo il gruppo -to sarebbe stato
compromesso dal danno e quindi di incerta lettura; sul piano semantico,
la lezione si giustifica proprio per la mancanza in lacuna del nome del
dedicatario, mentre, sul piano grafico, essa può essere stata ingenerata
dalla somiglianza tra la t legata e il gruppo ct in grafia visigotica. La
presenza della rasura in E, infine, confermerebbe la medesima difficoltà
di lettura dell’archetipo nello stesso punto.
Per quanto riguarda il codice M, l’assenza dell’innovazione (praedicto)
è separativa rispetto a T ma non necessariamente nei confronti di E.

3.3. Uno stemma, nonostante tutto


Senza dubbio i fattori sin qui emersi – l’estrema esiguità della tradi-
zione del De ira, l’enorme distanza cronologica tra il codice escorialen-
se, da un lato, e gli altri due codici dall’altro, e l’appartenenza di tutti e
tre i testimoni alla famiglia iberica – fanno sembrare assai più ragio-
nevole, sul piano ecdotico, l’adozione del metodo del codex optimus o
della sua variante «moderamente ricostruttiva» rappresentata dal metodo
del «testo base»: 47 tale si configura, appunto, la scelta dell’ultimo edito-
re del trattato, che riproduce sostanzialmente il testo tramandato dal codi-
ce escorialense e vi si mantiene fedele in tutti i casi di variante adiafora,
distaccandosene solo quando esso risulti palesemente errato.48 A optare

46
Il risultato è compatibile con la stima di 25-30 lettere di Fontán 1951, tenendo conto che
siamo in presenza di capitali e all’interno di un titolo.
47
Secondo la definizione di Chiesa 2002, 133.
48
L’edizione di Alberto 1993, decisamente conservativa anche sul piano ortografico (vedi
infra, 76 nota 4), elegge l’Escorialense a “codice di base” in ragione della sua antichità,
che per lo studioso è quasi necessariamente garanzia di autorevolezza in un panorama
Un’ipotesi di stemma 59

per questo metodo potrebbe indurre anche la considerazione pragmatica


che le corruttele più serie sono comuni a tutti i testimoni del De ira e
che l’apporto dei due recentiores alla costituzione del testo non risulta
particolarmente significativo.
Tuttavia rinunciare a sondare ulteriormente i rapporti tra i testimoni e
adottare come base del lavoro ecdotico un quadro così semplificato (e, in
ultima analisi, riconducibile all’ipotesi che l’intera trasmissione del testo
del De ira dipenda da E con poche contaminazioni) porta a trascurare
alcune incongruenze che, almeno in parte, erano già state evidenziate sia
da Barlow sia da Fontán e che non ritengo così facilmente eludibili.
Pertanto procederò anzitutto a riesaminare i rapporti tra i codici inco-
minciando dai livelli più bassi della trasmissione ed evidenziando analiti-
camente tutti i punti problematici che non hanno trovato finora adeguata
discussione in sede critica. Quindi, avanzerò l’ipotesi di un antigrafo co-
mune a M1 e a T che, pur presentando affinità con E, non coincide con
esso. Per quanto necessariamente incompleto, ritengo che tale ricostruzio-
ne possa rappresentare uno strumento utile a rischiarare alcune zone
d’ombra della tradizione del De ira martiniano.

3.4. M2 contamina M1 e T
È indubbio che M2 dipenda strettamente da M1, di cui trascrive i mar-
ginalia e ancor più spesso accoglie nel testo le proposte di emendazione o
di espunzione. A titolo di esempio, citiamo soltanto alcuni dei numerosissi-
mi casi che provano la dipendenza di M2 da M1 o dai suoi marginalia: 49

(segue)

altrimenti privo di codices veteres; il codice M viene eliminato come descriptus di E, men-
tre le lezioni di T vengono sempre riportate in apparato e, in pochissimi casi, accolte a
testo, laddove risultino evidentemente superiori a quelle di E.
49
Per maggiore efficacia illustrativa, in questa tabella sono stati riprodotti tutti i segni
presenti nel codice.
60 Martini Bracarensis De ira

50
La ripetizione di dum maiorem poenam, secondo Fontán 1951, è prova decisiva della
dipendenza di M2 da M1.
51
Il caso è clamoroso, perché M2 ingloba nel testo anche forte (che invece, a margine di
M1, introduce la congettura).
Un’ipotesi di stemma 61

Tuttavia, pur senza negare la sostanziale validità del quadro generale,


una più attenta valutazione dei rapporti tra le due copie del codice M
porta ragionevolmente a dubitare che M2 dipenda unicamente da M1 e
suggerisce piuttosto che sia una copia contaminata tra M1 e un altro
codice, le cui lezioni coincidono in gran parte con il codice T.
Si considerino in particolare i casi seguenti:

La lezione sanabitur di E (errata, perché il soggetto è quaedam neutro


plurale), viene ripresa nel testo da M1, che corregge a margine in sanan-
tur; anche M2 riporta a margine la correzione sanantur di M1 ma tra-
scrive a testo sanabuntur, che è lezione coincidente con T e, forse, ad
essa correlata (anche se non se ne può escludere del tutto la genesi
congetturale indipendente).

M2 coincide con T in lezione errata (exortitur); ma, a margine, correg-


ge in exoritur che è lezione, corretta, di M1.
62 Martini Bracarensis De ira

Il caso è inverso ai precedenti: M2 segue M1 nel testo (unde te, che è


corruttela da nimium de te) ma, a margine, propone inde in coincidenza,
ancora una volta, con T.
Si possono poi elencare un certo numero di innovazioni comuni a T e
M2 che, nel secondo codice, si sono prodotte in assenza di marginalia di
M1 (o, in un caso, contro il suggerimento ivi contenuto) e per le quali
risulta improbabile ipotizzare sempre una coincidenza:

Viceversa, in presenza di errori comuni a E e a M1 per i quali non


si registrino marginalia di M1, M2 coincide talvolta con T in lezione
esatta:
Un’ipotesi di stemma 63

Come emerge da questi riscontri, M2 non dipende unicamente da M1,


ma reca tracce evidenti di una contaminazione con un esemplare apparte-
nente allo stesso ramo di T.52

3.5. L’ambigua posizione di M1

La difficoltà di stabilire con certezza la posizione di M1 nella tradizio-


ne del De ira e delle altre opere morali di Martino venne avvertita già
da Barlow e Fontán: i quali, pur riconoscendone la stretta familiarità con
l’Escorialense, ipotizzarono come suo antigrafo un codice “gemello” di

52
Se dunque M2 non dipende unicamente da M1, non è neppure metodologicamente cor-
retto riferire all’antigrafo di M1 le due incongruenze (entrambe nel De ira) che sussistono
tra l’antigrafo di M2 e il codice E (secondo le conclusioni a mio giudizio affrettate di
Fontán 1951, 80, poi riprese da Alberto 1993, 125-126). Cfr. (a) ira 2.1.6: quohectus EM1:
coitus M1marg. M2: quoictus est in exemplari Gothico M2marg.: concrepitus T; (b) ira
6.1.1 qui illud valde inhaec illum et fedum E: qui illud valde in haec illum et fedum TM1:
quin illud valde in his illiberale et foedum M1marg.: in Gothico quin illud valde in haec
illum et foedum est M2marg. Nel caso (b), in particolare, si può ragionevolmente avanzare
il dubbio che si tratti di un errore di M2: il quale potrebbe aver attribuito tout court al
Gothicus non solo il segmento del testo originario, ma anche una congettura (quin) riporta-
ta a margine da M1.
64 Martini Bracarensis De ira

E, simile ma non identico.53 Tale difficoltà si complica ulteriormente


quando si consideri il rapporto con T, con cui M1 mi pare condividere
un certo numero di innovazioni significative. In sostanza, si può afferma-
re che M1 si associa sempre a E o a T in innovazioni comuni, mentre in
un solo caso ha torto contro la lezione autentica condivisa da E e T (si
tratta tuttavia di un errore non significativo).54

3.5.1. Rapporti tra E e M1: una stretta parentela


La stretta affinità tra E e M1 è dimostrata da numerose innovazioni
comuni:

(segue)

53
Barlow 1950, 57 Fontán 1951, 80 ss. (non conoscendo il codice T, essi ritenevano M2
un descriptus di M1).
54
ira 9.1.8-10 moras nectet et dum maiorem poenam [nectet et dum maiorem poenam]
quaeret: si tratta probabilmente di diplografia generatasi per un salto da simile a simile (la
desinenza – et).
55
In teoria si potrebbe pensare a una specie di glossa, con cui T o il suo antigrafo hanno
cercato di risolvere l’incomprensibile quohectus digitorum (magari suggerita dall’assonanza
di -hectus con ictus); il fatto tuttavia che nel testo del De ira di Seneca compaia concrepi-
tus fa sorgere il sospetto che siamo in presenza di un’ottima variante (vedi infra, 72).
56
Vedi supra, 19.
Un’ipotesi di stemma 65

Non poche delle innovazioni ora elencate attestano, per l’antigrafo di


M1, una facies ortografica di tipo visigotico, che è propria anche di E.57
In due luoghi M1 pare poi riprodurre persino le correzioni proposte
dallo scriba di E:

57
Ad es. quohectus, acmine, adgraviando, neclegentius, liniatur, ferfor, elicuerit; ad essi
possiamo aggiungere (non riportati in tabella): referenti/, (nella Formula); reIectis (per re-
iectis, con la tipica I lunga visigotica, nel Pro repellenda iactantia).
66 Martini Bracarensis De ira

Il caso B) necessità di qualche spiegazione, perché, di primo acchito,


sembra al contrario dimostrare l’indipendenza di M1 da E: le parole nei-
staculpatio, che lo scriba di E (f. 42rII, riga 6) aveva espunto con una riga
orizzontale, in M1 (f. 47r riga 1) sono riquadrate e segnate a margine con
vacant, come a segnalare una lacuna (e non una correzione) nell’antigrafo.
Si tratta tuttavia di stabilire il preciso significato che il redattore di M
attribuisce, qui e in altri casi, a vacant (o videtur vacare): con questa
parola egli pare voler indicare piuttosto che qualcosa ‘debba mancare’ o
‘sia di troppo’, cioè debba essere espunto perché privo di senso o perché
già nell’antigrafo figurava una proposta di espunzione.58 Nel caso in esa-
me, l’annotazione vacant in M1 indica senz’altro l’espunzione delle pa-
role neistaculpatio, di cui forse già l’antigrafo recava traccia (come effet-
tivamente avviene in E).

3.5.2. I rapporti tra T e M1 non sono esclusivamente frutto di conta-


minazione
Nonostante la stretta parentela con E, M1 condivide con T una serie
di innovazioni che non paiono essersi generate indipendentemente:

(segue)

58
Ciò risulta evidente nel rapporto tra M1 e M2, e ritengo che possa estendersi per analogia
anche al rapporto tra M1 e il suo antigrafo. Si considerino, a titolo di esempio, i due casi
seguenti: (a) humil. 6, p. 78, 1 Barl. Nam quod aliquotiens paene iam victa vitia iterum vires
accipiunt. Al posto di paene M riporta, sottolineandola, la lezione patientiam e registra a
margine (= M1marg.) forte, patientia; M2 dal canto suo, riprendendo i dubbi già espressi in
M1 segnala a margine la proposta di espunzione della lezione patientiam mediante l’espres-
sione videtur vacare (videtur vacare M2marg.). (b) form. vit. 4, p. 245, 56-57 Barl.: si infe-
riores superbiendo non contemnas, superiores recte vivendo non timeas. Sia M1 che M2
propongono l’espunzione di si, usando la solita espressione a margine videtur vacare: si
inferiores M1; si videtur vacare M1marg.; si inferiores M2; videtur vacare si M2marg.
59
Vedi infra, 71 (Tab. 16).
Un’ipotesi di stemma 67

Num. di riferimento T M1 E Seneca


ira 5.2.29 enim ergo -
ira 8.3.29 om. sed ista inquis peccare ira 3.27.2 ista inquis
se nesciunt peccare se nesciunt
humilit. 1, p. 74, 5-6 om. dure si forte dure aliquid -
Barl.60 forte nomen pro re dura videor loqui
M1marg.

Poiché dunque M1 ha innovazioni comuni sia a E sia a T, si potreb-


be pensare a contaminazione in atto; ed effettivamente l’ipotesi di una
contaminazione sembra confermata dall’analisi dei marginalia di M1.
A questo proposito, notiamo che in alcuni casi M1 si allinea a testo
con T ma riporta a margine la lezione di E:

In altri casi M1, pur presentando nel testo una lezione identica a E,
riporta a margine una lezione coincidente con T: 62

60
Vedi infra, 71 (Tab. 16).
61
Con la dittongazione iniziale, tipica della grafia visgotica.
62
Un comportamento affine a quello generalmente riscontrato in M2 (vedi supra, 61).
63
La lezione di M1 nasce dal fraintendimento della tipica a aperta visigotica.
68 Martini Bracarensis De ira

Dobbiamo però sottolineare che le tracce di contaminazione ora evi-


denziate (Tabb. 12-13) riguardano quasi esclusivamente il testo della For-
mula vitae honestae (cioè appartengono a una seconda fase della redazio-
ne del codice M); 64 e che, nell’unico caso non appartenente alla Formula
(e relativo al De ira) la contaminazione si avverte in una nota marginale.
Non credo quindi che sia possibile spiegare tutte le innovazioni comu-
ni (Tab. 11) a M1 e T come frutto esclusivo di contaminazione. Se così
fosse, dovremmo imputare lo strano aspetto di M1 unicamente alla stra-
vaganza del suo redattore: il quale, fino al f. 43, avrebbe riprodotto E in
maniera assai fedele dal punto di vista della facies ortografica e dei se-
gni di correzione, ma nello stesso tempo l’avrebbe contaminato frequen-
temente con T (introducendo evidenti errori); poi, a partire dalla Formula
(ff. 46-54), con una sola eccezione nel De ira, avrebbe deciso di servirsi
di T unicamente nel caso in cui il presunto testo di E gli fosse apparso
insoddisfacente, collocando le varianti non più nel testo ma a margine.

3.6. T ha torto contro E e M1


Elenchiamo ora una serie di innovazioni esclusive di T:

Tab. 14

Num. di riferimento T E M1 Seneca

ira 1.1.1 consolationis conlationis -

ira 2.1.3 tument labia trement labra ira 3.4.2 trementia


labra

ira 3.1.3 om. da civi hostis est -

ira 3.1.6 libito libitu -

ira 3.1.14 virtutibus viribus ira 2.11.1 viribus

ira 3.2.28 om. simul simul -

ira 5.1.15 dicti sint dicti sunt ira 3.11.1 habiti


sunt
(segue)

64
Il testo della Formula costituisce la pars altera di M1 che risulta fascicolata dopo M2.
Un’ipotesi di stemma 69

Num. di riferimento T E M1 Seneca

ira 5.3.37 sequitur loquitur -

ira 5.3.39-40 om. cogita an prior hoc fe- ira 2.28.5 Cogita
ceris, cogita de quam an prior feceris
multis ipse loquaris cogita de quam
multis loquaris

ira 6.1.4 furiose curiose ira 2.25.3 curiose

ira 6.1.4 clausis clavis ira 2.25.3 clavis

ira 8.1.6 enim ergo -

ira 8.1.8 possunt potest -

ira 8.1.12 om. ergo -

ira 8.2.16 65
nam si sic num sic E nam sic M1 ira 2.28.8 num-
quid sic erravi-
mus?

ira 8.3.22 gloriosus gloriosius ira 2.34.4 glorio-


sius

ira 8.3.28 66 numquid non insanire numquid non insanire ira 3.27.1 num-
videtur si (om. quis) videtur si quis mulam quis satis constare
mulam calcibus petat calcibus petat sibi videatur si
mulam calcibus
repetat

ira 9.1.2 sanitatum sani tantum ira 3.39.1 sani


esse tantum

ira 9.1.10 si te potentior est si tu potentior es -

65
ira 8.2.16-17: Num sic erravimus? Expeditne nobis in aliis illa damnare quae effugere
ipsi nequivimus? La lezione corretta è Num sic; M1 deve aver scambiato una u per la a
aperta visigotica e legge nam sic; T legge dall’antigrafo nam sic e (forse) introduce il si,
per dare un senso alla frase nella sua interezza (Nam si sic erravimus, expeditne nobis in
aliis illa damnare quae effugere ipsi nequivimus?).
66
In questo caso il confronto con Seneca (Numquis satis constare sibi videatur si mulam
calcibus repetat) è problematico, perché potrebbe dare ragione sia a T (Numquid non insa-
nire videtur si mulam calcibus petat?) sia a E e M1 (Numquid non insanire videtur si quis
mulam calcibus petat?).
70 Martini Bracarensis De ira

Per giustificare il numero relativamente cospicuo di tali errori (in


particolare, delle frequenti omissioni) in un testo breve come il De ira
si può pensare o a notevole incuria da parte del redattore di T oppure,
come credo più probabile (anche in considerazione del fatto che questo
recentior è stato realizzato all’interno dello studium della Biblioteca
Capitular di Toledo su incarico dell’umanista Juan Baptista Perez), a un
antigrafo di epoca visigotica che già le conteneva (tvet).

3.7. Il codice E è l’antigrafo di T e di M1?

Se i dati fin qui raccolti e discussi suggeriscono che M1 e T abbiano


un progenitore in comune, non si può escludere che questo coincida con
E. Tuttavia contro tale ipotesi paiono militare due casi in cui si registra
l’accordo tra M1 e T contro E:

Tab. 15

Num. di riferimento E M1 T Seneca

ira 5.3.50 fert fere ira 3.24.3 feramus


fer M1marg.

ira 9.1.4 nam remedia nam et remedia -

Nel primo caso, la lezione di E è chiara e inequivocabile (escludo cioè


che M1 e T possano aver letto fere); d’altra parte, proprio la presenza
della nota marginale mi porta altresì a escludere che la lezione fere, nel
testo di M1, sia una correzione (in sé piuttosto banale) da fert. Per il
codice T non possiamo essere altrettanto sicuri: ma perché correggere
fert in fere e non in fer?
Nel secondo caso (pur in assenza di un confronto con Seneca), la
lezione nam et appare migliore e soprattutto ha una funzione struttura-
le: 67 il che porta a escludere che si tratti di una congettura dei redattori;
nel caso di M1 poi la congettura risulta ancora più improbabile data la

67
ira 9.1.3-5: Dabimus illi spatium: nam et remedia medicorum non in accessibus infirmi-
tatum sed in remissionibus prosunt: l’aggiunta di et introduce in maniera più perspicua e
più fluida il paragone con l’arte medica (vedi infra, 245 s.).
Un’ipotesi di stemma 71

facies del testo e il modus operandi del redattore (che, viceversa, l’avreb-
be annotata a margine).
A sostegno dei due casi ora esposti segnalo poi due innovazioni
comuni a M1 e T che mi paiono escludere sia la dipendenza di M1 da E
sia di T da E: intendo dire, cioè, che se T e M1 avessero avuto E come
antigrafo non avrebbero commesso tali errori.

Tab. 16

Num. di riferimento M1 T E Seneca

ira 2.1.3 feda torva feda torva pulcerrima ira 2.35.3 pulcherrima
pulcherrimam ora foedavit
(pulcerimmam M1)
pulcherrima M1marg.

humilit. 1, p. 74, 5-6 om. dure si forte dure aliquid -


Barl. forte nomen pro re videor loqui
dura M1marg.

Per via della nota marginale di cui è corredato, il secondo caso mi


pare fornire l’argomento decisivo. M1 interpreta a margine forte come
nomen (concordato con aliquid) glossandolo con pro re dura; anche T,
d’altra parte, presenta un asterisco dopo forte, quasi a segnalare una la-
cuna (M2, dal canto suo, a margine sinistro annota forte, videtur posuisse
pro durius e, a margine destro, scrive videtur deesse durius). Tale sforzo
interpretativo da parte dei redattori di T e M1 (e M2), mostra evidente-
mente che nessuno di loro conosceva la lezione dure (corretta e del tutto
evidente) di E.
Anche per il primo caso si può fare un ragionamento analogo (che
però riguarda solo M1 non T). Come T, anche M1 riporta l’accusativo
(erroneo) pulcherrimam; anzi, M1 rispetta la facies ortografica dell’anti-
grafo (pulcerrimam), ma poi segnala a margine l’emendazione pulcherri-
ma: la cosa non avrebbe senso se l’antigrafo di M1 fosse E (il quale
riporta chiarissima la lezione pulcerrima, al nominativo).
Per inciso, questo caso dimostra che né T né M1 usano Seneca per
emendare il testo.68

68
A questo proposito non è superfluo ribadire (vedi Torre 2003, 106-107) che la dipenden-
za del De ira di Martino dall’omonimo dialogo di Seneca, sfuggita ai primi editori del
72 Martini Bracarensis De ira

Un ultimo indizio a favore dell’ipotesi di un progenitore comune a T e


M diverso da E è rappresentato dalla lezione concrepitus di T in ira
2.1.6.69 Come vedremo più in dettaglio, analizzando il secondo capitolo
dell’epitome, il confronto con i passi paralleli di Seneca e lo studio della
tecnica usata da Martino per incastrare tasselli omogenei provenienti da
luoghi diversi dell’originale senecano, portano a ritenere che tale lezione
non sia una glossa intervenuta nel testo a spiegare un luogo particolar-
mente corrotto (e, in particolare, quella che in E e M1 appare come
un’incomprensibile iunctura, cioè quohectus digitorum) come pure si po-
trebbe ragionevolmente supporre; ma che, viceversa, la corruttela fosse
già nell’archetipo e che abbia lasciato una traccia non univoca nella tra-
dizione: non solo, dunque, l’enigmatico quohectus conservato da E e M1,
ma anche la lezione concrepitus di T (segnalata da Alberto in apparato
ma trascurata ai fini della ricostruzione testuale). In altre parole, si po-
trebbe supporre che nell’archetipo a fossero presenti entrambe le lezioni
e che entrambe siano passate a uno dei due rami (e), dove si sarebbero
equamente ripartite tra M (quohectus) e T (concrepitus), mentre nell’altro
ramo (E) si sarebbe trasmesso soltanto quohectus.

4. Conclusioni

Lo sforzo ricostruttivo fin qui sostenuto per valutare i rapporti tra i


codici ha evidenziato i relitti di una tradizione sommersa di cui, un po’
paradossalmente, si rischia invece di perdere traccia proprio nella (pre-
sunta) prospettiva storico-documentaria di un’edizione basata sul codex
optimus.
Pur con tutte le cautele del caso, ritengo lecito ipotizzare un progeni-
tore comune a T e M che chiameremo e (e che forse coincide con il
codex pervetustus che fu alla base dell’editio princeps).
Al piano più basso dello stemma, rappresentato da un testimone (M)
che è probabilmente una copia di lavoro finalizzata a un lavoro ecdotico,

trattato (Tamayo e Florez), è una scoperta relativamente recente (risale cioè alla fine del
XIX sec., se si esclude una cursoria testimonianza della fine del XVII): ritengo quindi assai
improbabile che i redattori di T e di M abbiano emendato il testo martiniano in base a
quello di Seneca ed escluderei pertanto in essi la presenza di contaminazioni extrastemma-
tiche (pur teoricamente praticabili da parte di copisti cinque-settecenteschi).
69
Vedi supra, nota 55.
Un’ipotesi di stemma 73

è senz’altro forte la contaminazione; ma la chiara traccia di rapporti oriz-


zontali non turba il quadro complessivo, anzi, contribuisce a delineare
una redazione avvenuta plausibilmente secondo queste fasi: M1 copiò da
e, riproducendone fedelmente la facies ortografica e corredandolo a mar-
gine di interventi esegetici di vario tipo; ad un certo punto però il redat-
tore decise di trascrivere una seconda volta sullo stesso supporto a poche
pagine di distanza i testi già copiati (M2): un’operazione a dir poco
assurda, se fatta allo scopo puro e semplice di inserirvi i marginalia (o,
come effettivamente talvolta succede, per ripeterli tali e quali); ma, al
contrario, assai più sensata, se si ammette che egli fosse entrato in pos-
sesso di un altro antigrafo, giudicato interessante (T o, più probabilmen-
te, tvet). Questa scoperta deve essere intervenuta nel momento in cui il
redattore di M si accingeva a copiare la Formula proprio perché, come
s’è visto ora, è soprattutto la copia della Formula in M1 (che è stata
fascicolata dopo M2) a presentare contaminazioni evidenti.
Allo stato attuale delle ricerche non pare dunque lecito eliminare T
e M1 quali semplici descripti di E,70 ma è ipotizzabile con la dovuta
cautela la divaricazione della recensio hispanica in due subarchetipi,
rispettivamente E e e; l’ipotesi tuttavia attende di essere verificata siste-
maticamente sull’intero corpus martiniano.

70
Neppure la lacuna che T e M1 condividono in ira 5.2.23 (nam multi leves iniurias) e
che coincide con una riga esatta del codice E (f. 37rI, righe 6-8: [...] dispicere iniu | rias
nam multi leves iniu | rias altius in se demisere) può provare la dipendenza diretta dei due
recentiores da E: trattandosi di un salto da simile a simile non ne possiamo infatti esclude-
re la genesi indipendente.
74 Martini Bracarensis De ira
Testo critico e traduzione

1. Nota ortografica

Nella faticosa ricerca di una via mediana tra la normalizzazione orto-


grafica classica, da un lato, e il rispetto diplomatico del manoscritto dal-
l’altro,1 si è privilegiata una prospettiva pragmatica, finalizzata alla im-
mediata fruizione del testo latino ma, nel contempo, attenta a evidenziare
i principali problemi suscitati dal rapporto tra ortografia e lingua di un
autore tardoantico; 2 e, in mancanza di punti di riferimento del genere nel
panorama ecdotico relativo a Martino di Braga, si sono seguiti i criteri
già enunciati e sperimentati in autorevoli edizioni di testi di Isidoro di
Siviglia 3 e nei principali studi dedicati alla lingua isidoriana e al latino
di epoca visigotica.4

1
L’alternativa si presenta ineludibile all’editore di testi tardoantichi, soprattutto in relazione
ai risvolti linguistici che le scelte ortografiche comportano. Per i principali aspetti metodo-
logici legati alla grafia del latino tardoantico e altomedievale, vedi Polara 1981 e Lomanto
1981; e, specificamente, per la grafia di testi di area visigotica, vedi Gil 1973; Rodríguez-
Pantoja 1974.
2
Ritengo tuttora valide le cautele espresse al proposito da Polara 1981, 488-489: «Così le
scelte dello studioso moderno, soprattutto dell’editore dei testi di queste epoche, rischiano
quasi sempre di risultare casuali o arbitrarie, di far perdere, con un inopportuno restauro,
delle indicazioni che lo scrittore antico voleva dare proprio attraverso l’uso di una determi-
nata grafia, oppure di rispettare come se fossero dell’autore allografi che si sono sedimen-
tati durante il corso della tradizione, e di rendere scomoda e fastidiosa la lettura, rispetto
alle consuetudini di oggi, con gli eccessivi scrupoli diplomatistici [...] L’importante però è
che siano in qualche modo indicati i criteri a cui ci si è attenuti e i livelli di probabilità
raggiunti nella ricostruzione: comunque, finché non si potrà disporre di rilevamenti più
ampi e attendibili di quelli attuali, più di questo non si può fare».
3
Fontaine 1960, 86 ss.; Codoñer 1992, 3 ss.; Martín 2003, 259 ss.; Andrés Sanz 2006,
pp. 65-117.
4
Se infatti J. Fontaine, nella sua edizione modello del De natura rerum di Isidoro (Fontaine
1960), si vedeva costretto a dichiarare «Il n’existe encore aucune étude qui aborde dans
leur ensemble les problèmes posés par la langue d’Isidore de Seville», oggi tale lacuna può
ritenersi almeno in parte colmata, come afferma giustamente Martín 2005, 211 indicando
76 Martini Bracarensis De ira

Abbiamo perciò valorizzato, anzitutto, lo spessore culturale e letterario


di Martino e la limpida correttezza della sua lingua: 5 come già altri
hanno sostenuto a proposito di Isidoro di Siviglia,6 questi fattori rappre-
sentano una valida garanzia anche della ricerca, da parte dell’autore, di
una sostanziale precisione ortografica contro ogni deriva volgare e collo-
quiale; nel caso specifico, poi, è sensato pensare che il modello senecano
abbia rappresentato un ulteriore stimolo in questo senso, anche se, com’è
ovvio, non è possibile stabilire la qualità ortografica della copia del De
ira in possesso di Martino.
L’apporto della tradizione manoscritta, decisivo per l’ortografia di altri
autori, nel nostro caso non costituisce un riferimento di primo livello,
data la cronologia relativamente recente del codice escorialense (X sec.)
rispetto alla data di composizione dell’epitome e, soprattutto, considerato
il fatto che, da un punto di vista ortografico, esso costituisce un codex
unicus, non confortato da altri testimoni antichi: il rischio insito nell’ade-
sione incondizionata alla facies grafica di E, pertanto, è quello di resti-
tuire le abitudini di uno scriptorium iberico del X secolo, non necessaria-
mente coincidenti con l’ortografia martiniana.7
Tuttavia, il codice E va senz’altro valorizzato come sistema di riferi-
menti interni: osservando, in particolare, la distribuzione tra variabili e
costanti nei fenomeni ortografici si nota, in alcuni casi, un’indifferenza
grafica che vieta di assumere come indicative certe forme al posto di

anche il “canone” degli autori delle più importanti ricerche sulla lingua isidoriana (e sul
latino visigotico in generale) che si sono sviluppate in seguito alla pubblicazione dell’edi-
zione di Fontaine. Nel caso di Martino di Braga, invece, tutti gli sforzi si sono concentrati
esclusivamente sulla questione del sermo rusticus (e degli eventuali problemi ortografici ad
esso connessi) in vista dell’edizione del De correctione rusticorum: un testo che, per la sua
particolarità linguistica, può essere utilizzato assai limitatamente come termine di raffronto
per l’edizione e il trattamento ortografico di altre opere martiniane. Per quanto riguarda il
De ira, Barlow 1950 non accenna ad alcuna questione ortografica relativa al codice esco-
rialense e normalizza tutte le varianti ortografiche senza segnalarle quasi mai in apparato.
Alberto 1993, 140 affida sbrigativamente a una nota, posta in calce all’introduzione, l’elen-
co (peraltro incompleto) delle varianti ortografiche del codice E; ma non chiarisce il rap-
porto tra la nota stessa e l’apparato critico, nel quale ritroviamo inserite alcune delle va-
rianti ortografiche là elencate.
5
Codoñer 1991, 235-237; Velázquez Soriano 1994, 341; Martín 2005 (in particolare, le
conclusioni di p. 244).
6
Fontaine 1960, 87-89; Andrés Sanz 2006, 68.
7
Non condivido pertanto il conservatorismo raccomandato da Gil 1973, 194 nel caso, ap-
punto, di edizioni basate su un codex unicus.
Testo critico e traduzione 77

altre e rende lecito, per così dire, procedere a una normalizzazione; in


altri, si osserva una coincidenza con le tipiche caratteristiche ortografiche
della scrittura visigotica, che dipenderebbero dalla pronuncia locale degli
scribi; in altri ancora, infine, si riescono a isolare gruppi di grafie riguar-
do ai quali è invece lecita e salutare una pausa di riflessione, per i
problemi linguistici che suscitano.
In conclusione, nella presente nota si offre anzitutto l’elenco delle va-
rianti ortografiche di E, che per lo più si riscontrano nei codici di area
visigotica 8 (ma non solo) e che, senza ulteriori richiami in apparato, nel
testo sono state normalizzate.
Si elencano altresì le forme non assimilate, per lo più concentrate nei
prefissi dei verbi composti, che nel testo ho scelto invece di rispettare in
base alle ragioni di cui dirò a breve (e che quindi non richiamo altrove,
né in commento né in apparato).
Si anticipano poi in questa sede le conclusioni relative alla (presun-
ta) confusione, registrabile in E, tra ablativo e accusativo in dipendenza
dalla preposizione in, di cui non si renderà più conto nell’apparato;
mentre l’analisi di altre peculiarità morfosintattiche (invero non nume-
rose), per le quali è doveroso chiedersi se siano riconducibili all’usus
di Martino o viceversa se siano imputabili al copista, è rinviata al com-
mento.
Un’ultima avvertenza. Gli esempi addotti nella presente nota ortogra-
fica si riferiscono, com’è ovvio, alla sezione del manoscritto contenente
il testo del De ira (ff. 34rII - 40vI); ho tuttavia segnalato in nota, quando
mi è parso opportuno, utili confronti con le sezioni di E che riportano
altre parti del corpus martiniano.

1.1. Varianti ortografiche


(a) ae invece di e 9
Ad esempio: aelicuit per elicuit (34rII, riga 5 = ira 1.1.2); aeveniat per
eveniat (34rII, riga 12 = ira 1.1.4); aelapsa per elapsa (38rI, riga 18 = ira

8
Osservazioni sulla grafia dei codici visigotici si leggono in Muñoz y Rivero 1919, 113
ss.; Battelli 1949, 149-150; mancano invece specifiche indicazioni ortografiche in Millares
Carlos 1983.
9
Per il De ira si segue la numerazione della presente edizione (capitolo, paragrafo, riga);
per le altre opere martiniane si riporta soltanto la numerazione del manoscritto escorialense
(foglio, colonna, riga).
78 Martini Bracarensis De ira

6.1.4); aeminere per eminere (38vII, riga 22 = ira 8.1.11); aes per es
(40rII, riga 12 = ira 9.1.10).10
Per quanto riguarda il dittongo -ae, il copista adotta prevalentemente
la scrittura fonetica, ma non sono rari i casi in cui il dittongo è indicato
con un’abbreviazione (/).

(b) d invece di t e viceversa


Ad esempio: illut (34rII, riga 3 = ira 1.1.1; 38rI, riga 9 = ira 6.1.1;
39 , riga 2 = 8.2.20);11 set (35vI, riga 14 = ira 3.2.21; 37rI, riga 4 = ira
rII

5.1.21; 38vI, 22 = ira 8.1.3);12 ad per at (35vII, riga 17 = ira 3.2.29);13


adque per atque (34vII, riga 14 = ira 2.1.9; 36rII, 3 = ira 4.1.11; 36vI,
riga 16 = ira 5.1.9; 39vII, riga 24 = ira 8.3.44).14

(c) o invece di u
Totius per tutius (35rII, riga 22 = ira 3.1.15); robor per robur (40vI,
riga 1 = ira 9.1.15).15

(d) ex- invece di aes-


Tra le particolarità ortografiche della scrittura visigotica si annovera lo
scambio frequente tra x e s: nel testo dell’epitome tramandato da E leg-
giamo, ad esempio, extuat per aestuat (34vI, riga 16 = ira 2.1.2: con
semplificazione del dittongo iniziale).16 A questa stessa categoria ritengo
che possano essere ricondotte (con una sola eccezione, che discuteremo)

10
Nel codice E la 2a persona singolare dell’indicativo presente di sum è quasi sempre
scritta aes (cfr. anche 31vII, righe 19, 23; 32rII, riga 18; 43vI, riga 14; 44rI, riga 11; 44vII, riga
17), tranne in un caso (32rI, riga 8).
11
Come sempre in E (cfr. anche 24rII, riga 8; 24vII, riga 19; 25rI, riga 5; 25vI, riga 2; 27rII,
riga 22; 29rI, riga 23; 29rII, riga 11; 31rII, riga 9; 32vI, riga 24; 33vI, riga 21; 33vII, riga 21).
12
Tuttavia sia nel De ira sia nel resto del corpus martiniano tramandato da E è molto più
frequente la grafia sed.
13
Come sempre nel codice escorialense (cfr. anche 23vII, riga 14; 28vII, riga 14).
14
Ma in E non manca la grafia atque (cfr. ad esempio 36vII, riga 17 = ira 5.1.18; 45vI,
riga 9).
15
La grafia robur è parimenti attestata (cfr. 33rII, riga 8). Per quanto riguarda lo scambio u/
o cfr. anche suboles invece di soboles (30rII, riga 8) e i frequenti casi di adolor, ari e
derivati al posto di adulor, ari e derivati (cfr. ad esempio 30vII, riga 16 adolanti, 18 adola-
ri, 19 adolanti; 31rI, riga 20 adolantes; 31rII, righe 6-7 adolationum; 31rII, riga 18 adolatio;
31vI, riga 1 adolatore, 3 adolatorem; al f. 44rI, riga 11 la o di adolationem è cancellata,
mentre, poco sotto, al f. 44rI, righe 20-21 adolantium è corretto in adulantium).
16
Gil 1973, 203-205.
Testo critico e traduzione 79

le occorrenze del verbo extimo e del sostantivo extimatio. Il fatto, tutta-


via, che queste forme siano attestate anche al di fuori dei codici di area
visigotica e godano del diritto di cittadinanza nel latino dei secoli IV-V,17
mi induce a qualche precisazione in merito.
Nel codice escorialense la grafia extim- è quasi regolarmente presen-
te 18 e, limitatamente al testo dell’epitome, è l’unica attestata: a priori,
dunque, non possiamo scartare l’ipotesi che l’incrocio morfologico tra
aestimare / aestimatio e le forme composte (existimare / existimatio) si
registrasse già in Martino.19 Nel codice, tuttavia, abbiamo anche la prova
di una distinzione ancora viva tra le due forme;20 per quanto riguarda
l’epitome, inoltre, il confronto con l’originale senecano, laddove possibi-
le, mostra una sostanziale corrispondenza tra extim- ed aestim-,21 con-
traddetta soltanto in un caso.22
Ricapitolando: la (pur limitata) disomogeneità grafica riscontrabile nel
codice escorialense mi induce a ritenere che in Martino fosse ancora viva
la distinzione tra aestimo ed existimo. Pertanto, dove è disponibile il
riscontro con il testo senecano, credo opportuno restituire al posto di ext-
la grafia aest- (per analogia, estesa anche alle occorrenze prive di tale
riscontro). Viceversa, nel caso isolato in cui la corrispondenza è contrad-
detta, non si può più parlare di variante ortografica, ma di variante testua-
le, riguardo alla quale è lecito porsi il dubbio se nasconda un’alterazione

17
Fontaine 1960, 97: «Avec la prosthèse en moins dans le verbe simple et une syncope de
l’I de la seconde syllabe en plus dans le composé, c’est d’une confusione semblable, entre
aestimare et existimare, qu’est issue la graphie extimare: elle est aussi attestée dans le latin
chrétien dès le IVe e Ve siècles, et sans doute beaucoup plus ancienne».
18
Per quanto riguarda il testo delle altre opere martiniane, cfr. 24vII, riga 6 extimat; 27vII,
riga 15 extimatione; 33vII, riga 1 extimans. riga 9 extima; 41rII, riga 17 extimes; 41vI, riga 5
extimes; 42vI, riga 16 extima; 44rI, righe 16-17 extimationes; 45rI, riga 14 extimemus.
19
A tali ragioni linguistiche andrà presumibilmente ricondotta la scelta conservativa di Al-
berto 1993, che mantiene sempre la grafia extim- dell’Escorialense nel testo critico da lui
stabilito.
20
Se al f. 23vII, riga 23 compare existimet, al f. 24vII, riga 5 troviamo una traccia inequivo-
cabile dell’abbreviazione iniziale del dittongo (aextim-): il secondo caso, in particolare, in-
duce a credere che la genesi della grafia extim- nella scrittura visigotica possa essere ricon-
dotta non tanto all’incrocio morfologico tra verbo semplice e composto, quanto piuttosto al
fenomeno del passaggio s>x di cui s’è detto.
21
Cfr. 35vI, riga 8 extimata (ira 3.2.19) = Sen. ira 2.36.6 aestimata; 36vI, riga 22 extimatio-
ne (ira 5.1.11) = Sen. ira 2.24.2 aestimatione; 39vI, riga 16 extimatio (ira 8.3.33) = Sen.
ira 3.12.3 aestimatio. Manca invece il riscontro senecano in 35rII, riga 6 extimatur (ira
3.1.9); 37rII, riga 15 (5.3.35) extimant.
22
Cfr. 38rI, riga 7 extimat (ira 5.3.57) = Sen. ira 2.31.5 existima.
80 Martini Bracarensis De ira

dell’epitomatore,23 o sia semplicemente il frutto della sostanziale indif-


ferenza ortografica del codice o del suo antigrafo.24 Il dubbio, in casi
come questi, è tuttavia destinato a rimanere insolubile: nel luogo speci-
fico, a puro titolo di coerenza, ho privilegiato il confronto con la fonte
senecana.

(e) h aggiunta o omessa


Ad esempio: hac per ac (34vI, riga 20 = ira 2.1.3); hacto per acto
(34vI, riga 23 = ira 2.1.4); han per an (34vII, riga 16 = ira 2.1.10; 37vI,
righe 2, 23, 24 = ira 5.3.46); ad hactus per adactus (35vI, riga 7 = ira
3.2.18); 25 hacmine per agmine (35vII, riga 18 = ira 3.2.29); quohactus per
coactus (37vI, riga 24 = ira 5.3.47); 26 hic tum per ictum, con errata sepa-
razione di parola (38rII, riga 16 = ira 6.2.12); himo per imo (38vII, riga 23
= ira 8.1.11); habicit per abicit (39vII, righe 22-23 = ira 8.3.44 v.l.).
Esempi di omissione: inabilis (34vI, riga 9 = ira 1.1.9); pulcerrima
(34vI, riga 19 = ira 2.1.3); ostis per hostis (35rI, riga 12 = ira 3.1.3);
onestior (35rII, riga 4 = ira 3.1.9); subtraitur (35vII, riga 1 = ira 3.2.25);
onoris (35vII, riga 14 = ira 3.2.28); contraitur (36rI, righe 19-20 = ira
4.1.9).
Ragioni convergenti, di tipo ortografico e linguistico, mi paiono pro-
durre in più di un caso la confusione tra his e is (= iis, eis), cioè tra le
forme ablativali plurali di hic, haec, hoc e di is, ea, id, sulla quale è
opportuno soffermarci.
A quanto ho potuto constatare sul testo delle opere martiniane conser-
vate in E (ff. 23r-50r), il pronome is, ea, id al dativo/ablativo plurale
compare soltanto due volte, rispettivamente nella forma is (humil. 4,
p. 76, 63 Barlow = f. 32rI, riga 1) e nella forma eis (iact. 5, p. 68, 101
Barlow = f. 25vII, riga 14). Viceversa, la forma his conosce più di venti
attestazioni, tra le quali mi domando però se non sia lecito distinguere
tra hic haec hoc e is ea id: in considerazione del bizzarro comportamen-
to della h nella scrittura visigotica, e nella grafia di questi due pronomi

23
Avvezzo, come vedremo nel corso dell’analisi, a sostituire i verbi composti con quelli
semplici e viceversa (nel caso specifico, mutando anche persona e modo verbale, avrebbe
scritto aestimat al posto del senecano existima).
24
In tal caso, la lezione existimat del testo martiniano, sarebbe stata trascritta dal copista
come extimat.
25
Con errata separazione di parola (ragione per cui lo richiamo in apparato ad locum).
26
Per quohectus (34vII, riga 5 = ira 2.1.7 v.l.): vedi infra, 146-149.
Testo critico e traduzione 81

in particolare,27 potremmo infatti ritenere che almeno in qualche caso


non si tratti dell’ablativo di hic haec hoc ma della grafia con h- della
forma sincopata dell’ablativo plurale di is, ea, id.
Certamente, operare questa distinzione può apparire un atto arbitrario
non soltanto perché contravviene alla scelta conservativa degli editori
precedenti,28 ma in certo qual modo perché è contraddetta da ragioni
storico-linguistiche, cioè dalla progressiva perdita di coscienza della dif-
ferenza semantica e grammaticale dei due pronomi che si registra nel
latino visigotico e che, ad esempio in Isidoro, porta quasi alla formazio-
ne di un paradigma ibrido.29
Tuttavia, ritengo che questo fenomeno di contaminazione grafica e lin-
guistica tra i due pronomi non sia ascrivibile a Martino (il quale, nel-
l’uso di is ea id, si mostra in effetti più “classico” di Isidoro) 30 ma
piuttosto allo scriba del codice escorialense; e che viceversa, affidandosi
al contesto dei singoli passi, sia possile e perfino doveroso tentare di
operare una distinzione tra le forme di his anche in ragione del confronto
con Seneca.
Prendendo in considerazione esclusivamente i sei casi del De ira mar-
tiniano,31 per due di essi non disponiamo del parallelo senecano ma pos-

27
Per restare nell’ambito dei pronomi dimostrativi, cfr. hid per id (24rII, riga 23; 29rII, riga
10; 40rI, riga 5 = ira 8.3.46; 42vII, 1); uius per huius (24vI, riga 19).
28
Barlow 1950 e Alberto 1993.
29
Si pensi alla comparsa della forma hii per il nominativo plurale del deittico o hiis per
l’ablativo plurale (Fontaine 1960, 107; Rodríguez-Pantoja 2002, 126-127; Andrés Sanz 2006,
94; Martín 2005, 217).
30
Ad esempio, sebbene in Martino si registri un uso assai frequente di is ea id come
anaforico del pronome relativo (per restare nel solo ambito del De ira, cfr. ira 5.1.6: ea
quae inviti audimus facile credimus; ira 8.3.31-32: eo loco nos constituamus quo ille est;
ira 8.3.33-34: ea quae volumus facere nolumus pati; ancora, a titolo di esempio, cfr. iact.
5, p. 68, 93-94 Barl.; iact. 5, p. 68, 100 Barl.; humil. 1, p. 74, 9 Barl.), tale uso non è né
esclusivo e neppure prevalente, a differenza di quanto si riscontra in altri autori tardi (per
Isidoro: Codoñer 1992, 20); al contrario, Martino mostra di percepirne perfettamente il
valore dimostrativo (ira 5.1.17: in ea interpretatione; cfr. anche iact. 5, p. 68, 96.101.105
Barl.; superb. 10, p. 73, 141 Barl.; humil. 4, p. 76, 77 Barl.; 8, p. 79, 145 Barl.; form. vit.
4, p. 243, 23 Barl.) e, quel che è notevole, la differenza rispetto a hic, haec, hoc (cfr. ad
es. humil. 1, p. 74, 2-4 Barl.: hanc exortatiunculam meam dignanter, quaeso, recipias nec
pomposas in ea spumas rhetorum quaeras).
31
Per quanto riguarda le sei attestazioni della Formula vitae honestae e le due del Pro
repellenda iactantia il contesto non autorizza a correggere his in is (iis). Nel De superbia,
tre dei sei casi di his mi paiono derivare da is ea id: 8, p. 72, 93 Barlow (= f. 29rI, riga 9);
9, p. 73, 123 Barlow (= f. 29vII, riga 13); 10, p. 73, 131 Barlow (= f. 30rI, riga 7). Dei
quattro casi attestati nell’Exhortatio humilitatis, correggerei in is (iis) uno soltanto: 3, p. 76,
56 Barlow (= f. 31vII, 8).
82 Martini Bracarensis De ira

siamo interpretarli ugualmente in base al contesto. In ira 5.1.18 (ita his


[= his in E, f. 36vII, riga 18] modis praevenienda est ira), il contesto esige
his perché Martino ha appena elencato tre modi di prevenire l’ira. In ira
5.3.44-45 (At in iis [= his in E, f. 37vI, riga 18] quae ipse audiendo aut
videndo cognoscis) propenderei invece per l’ablativo di is ea id, perché
strettamente correlato agli altri due casi del capitolo quinto che ora vedremo.
Per quanto riguarda le altre quattro attestazioni, pur disponendo del
confronto senecano, ritengo tuttavia opportuno procedere secondo il me-
todo sin qui adottato, rivalutando il contesto martiniano.
Così, i due casi di his che si susseguono a breve distanza nel capitolo
quinto (ira 5.3.33 ex iis [= his in E, f. 37rII, riga 8] autem quae solent
offendere; ira 5.3.34: de iis [= his in E, f. 37rII, riga 11] ergo quae
narrantur) a cui si deve aggiungere la terza occorrenza qualche riga più
avanti,32 derivano con tutta probabilità da is ea id, perché appartengono
a una classificazione generale delle iniuriae (riferite da terzi o subite in
prima persona) e non si riferiscono a torti precisi già menzionati o in
procinto di esserlo.33 Analogamente, in ira 7.1.7 sarei propensa a inter-
pretare come derivante da is ea id il dativo correlativo di apud quos
(aliquando incutiendus iis [= his in E, f. 38vI, riga 13] metus, apud quos
non proficit ratio), in quanto definisce in modo generico e non specifico
una categoria di persone poco docili all’ammaestramento razionale. Vice-
versa, per l’altro his del capitolo sesto (ira 6.2.6 saepe etiam quam stulte
his [= his in E, f. 38rI, riga 22] rebus irascimur) possiamo ragionevol-
mente pensare al dimostrativo hic haec hoc, perché Martino ha appena
elencato una serie di res inanimate contro cui, tanto frequentemente
quanto stoltamente, si sfoga l’ira degli uomini.34

(f) qu invece di c e viceversa


Ad esempio: quohibere per cohibere (36rI, riga 7 = ira 4.1.5); quohac-
tus per coactus (37 vI, riga 24 = ira 5.3.47); quohercionem per

32
Già citata sopra, cioè ira 5.3.44-45: At in iis (= his in E, f. 37vI, riga 18) quae ipse
audiendo aut videndo cognoscis.
33
Ex his (= iis) autem quae solent offendere [definizione generale delle iniuriae] | alia
renuntiantur nobis [I gruppo: iniuriae riferite da terzi] | alia ipsi audimus, alia et videmus
[II gruppo: iniuriae subite in prima persona]. || De his (= iis) ergo quae narrantur...
[I gruppo] || In his (= iis) quae ipse audiendo aut videndo [II gruppo].
34
In tre casi viene così ristabilita la coincidenza tra il testo dell’epitome e il codice Am-
brosiano del De ira di Seneca (per ulteriori approfondimenti cfr. Torre 2003, 129-130).
Testo critico e traduzione 83

coerci(ti)onem (38rII, righe 17-18 = ira 7.1.1);35 loquutus per locutus


(37vI, riga 1 = ira 5.3.39); delincunt per delinquunt (39vI, riga 20 = ira
8.3.35). Inoltre, cum si trova scritto spesso, ma non sistematicamente,
quum (ad es. 37rI, riga 4 = ira 5.1.22; 38rI, riga 19 = ira 6.1.4).

(g) c invece di g
Hacmine per agmine (35vII, riga 18 = ira 3.2.29); neclectius per ne-
glectius (38rI, riga 15 = ira 6.1.3); neclegentius per neglegentius (38rI,
riga 18 = ira 6.1.4).

(h) e invece di i e viceversa


Dietro alla fluttazione vocalica e/i si celano com’è noto problemi di
varia natura (non solo ortografici ma anche fonetici e linguistici), che
travalicano i limiti geografici e cronologici del latino tardo di area ispa-
nica: a fronte di tale complessità, ho adottato un criterio pragmatico,
operando caso per caso la scelta che mi pareva più coerente sia con le
indicazioni provenienti dal côté degli studi sul latino visigotico sia con il
comportamento del codice E.
Così ho optato per la normalizzazione grafica di dispicere in despicere
(37rI, riga 6 = ira 5.2.23) in base a scelte analoghe che alcuni autorevoli
editori di Isidoro hanno operato di fronte alla confusione tra i prefissi dis- e
de-; 36 ho adeguato alla norma classica le forme del verbo lenio, che in E
registrano invece alcune occorrenze con la grafia lin- (linienda: f. 34rII, righe
23-24 = ira 1.1.5; liniatur: f. 38vI, riga 16 = ira 8 tit.), proprio perché
quest’ultima all’interno dello stesso codice escorialense non è omogenea.37
Analogamente, ho scelto di normalizzare valitudinis in valetudinis (38rII, riga
4 = ira 6.2.8) e comis (nominativo) in comes (40rII, riga 6 = ira 9.1.8).38
Infine, ho voluto interpretare come frutto di uno scambio meramente
ortografico (o al più fonetico) tra e/i la coincidenza tra le forme del
verbo incido (*in-cado) e quelle di incedo, che si registra quattro volte
nel De ira e alla quale non ho pertanto conferito alcun significato di
variante testuale: 39 inceda|mus (35vII, righe 24-25 = ira 4.1.2); incedit

35
Cfr. anche inquohare (33vI, riga 15), inquoationis (33vI, riga 18), inquohatione (49rI, riga 9).
36
Fontaine 1960, 91; Andrés Sanz 2006, 73.
37
Altrove leggiamo infatti correttamente leniamus (40rI, riga 10 = ira 9.1.1).
38
Per comis al posto di comes cfr. anche 29vII, riga 25.
39
Tant’è che, a differenza di Alberto 1993, non le segnalo in apparato. Oltre ai casi del De
ira, qui elencati, nel corpus martiniano conservato in E si registrano soltanto altre due
84 Martini Bracarensis De ira

(36rI, riga 24 = ira 4.1.10); incedere (36vII, riga 6 = ira 5.1.14); incederit
(37vI, riga 23 = ira 5.3.46). In tutti questi casi ho scelto di scrivere
incid- non soltanto in base al confronto con i paralleli passi senecani, ma
anche al fatto che nell’ultima occorenza elencata la confusione riguarda
una forma derivata dal tema del perfetto: questo perlomeno permette di
escludere una variante testuale e fa sorgere legittimi sospetti anche per
gli altri tre casi.40
Se dunque mi è parso lecito declassare queste forme da varianti te-
stuali a varianti ortografiche, non si può però escludere la possibilità che
esse siano il riflesso di quella tendenza fonetica del latino visigotico ad
aprire la ì in e: 41 tuttavia, nel De ira, tale tendenza non pare pienamente
affermata, se appunto in E la confusione non si verifica in altri composti
di cado, né in accido (acciderit: 38rI, riga 8 = ira 5.3.57; accidentium:
39vII, 19-20 = ira 8.3.43) ben distinto da accedo (accedendum: 36rII, riga
22 = ira 5.1.3), né in decido (40vI, riga 1 decidat = ira 9.1.15).
Per ragioni analoghe alle precedenti ho scelto di scrivere conprimuntur
al posto di conpremuntur che si registra nel manoscritto escorialense
(34vI, riga 21 = ira 2.1.3).
Per quanto riguarda le desinenze ablativali degli aggettivi della se-
conda classe (per le quali non è possibile rintracciare una norma gene-
rale né nel latino tardo né nell’ortografia dei testi tardoantichi),42 regi-
striamo pochi scambi e/i, che ho voluto normalizzare per maggiore
chiarezza del lettore ma di cui non si può affatto negare l’autenticità
martiniana.

occorrenze: incedere (32vI, riga 17 = humil. 5, p. 77, 89-90 Barl.: humili corde semper
incedere), che è sicuramente una forma del verbo incedo; e infine incedit (42rII, riga 21 =
form. vit. 2, p. 240, 40 Barl.: in omnia incautus incedit), che Barlow interpreta ancora
come forma del verbo incedere, nonostante la buona lezione incidit di altri codici (per cui
anche in quest’ultimo caso è lecito supporre una confusione ortografica in E).
40
A onor del vero, un piccolo dubbio sussiste per la prima occorrenza elencata: primum
est ergo ne incedamus in iram (35vII, righe 23-25 = ira 4.1.2). In questo luogo, infatti, non
si può escludere con certezza assoluta che Martino abbia effettivamente scritto una forma
del verbo incedo, perché se è vero che nel corrispondente segmento senecano (ira 2.18.1)
troviamo ne incidamus in iram, è altrettanto vero che subito prima, nel medesimo segmen-
to, si legge anche una forma composta di cedo (accedamus ad remedia eius): ciò potrebbe
aver determinato uno scambio (voluto o involontario) tra incido/incedo già in Martino o,
comunque, il sorgere di un’innovazione sul piano propriamente testuale e non meramente
ortografico.
41
Ma che non pare riguardare Isidoro: Fontaine 1960, 91; Andrés Sanz, 73-74.
42
Codoñer 1992, 15-16.
Testo critico e traduzione 85

Così ho scritto instabili al posto di instabile che troviamo in E (34vII,


riga 10 = ira 2.1.8); 43 e ho normalizzato in -e la grafia della desinenza
ablativale dei due aggettivi seguenti: pare (in quanto aggettivo sostanti-
vato) al posto di pari (37rII, riga 6 = ira 5.2.31) e inferiore invece di
inferiori (37rII, riga 7 = ira 5.2.32), perché in mancanza di ulteriori ri-
scontri interni ho voluto privilegiare sia il raffronto senecano sia l’analo-
gia con superiore, attestato subito sopra in E (37rII, riga 4 = ira 5.2.31).44
Anche per quanto riguarda mentire (37rII, riga 15 = ira 5.3.35) si deve
pensare a confusione ortografica e fonetica in desinenza 45 piuttosto che a
una particolarità morfologica: quest’ultima, infatti, mi pare esclusa non
solo dalla rarità delle forme attive attestate nella coniugazione di men-
tior,46 ma soprattutto dall’usus linguistico di Martino, che coniuga sem-
pre questo verbo come deponente, senza eccezioni.47

(i) m invece di n
Volumtatem (37vI, riga 20 = ira 5.3.45).

(l) y = i
In inizio di parola i è sempre scritta y quando si trova davanti a -m:
ad esempio, ymis (34vI, riga 17 = ira 2.1.2); ymago (34vII, riga 18 = ira
2.1.11); ymitaris (37vII, riga 21 = ira 5.3.53); ymitari (37vII, riga 25 = ira
5.3.54).

(m) i aggiunta
adgraviando (37rI, riga 1 = ira 5.1.20); arcessienda (37rI, righe 3-4 =
ira 5.1.21).48

43
La vicinanza dell’ablativo fluctuatione (che in E risulta scritto in legatura al precedente
instabile: 34vII, riga 10) può aver prodotto la confusione ortografica nella desinenza dell’ag-
gettivo. Nel caso specifico, dunque, interpreto instabili come aggettivo concordato con fluc-
tuatione e non con totum concitum corpus (ira 2.1.8: et instabili fluctuatione totum conci-
tum corpus): questa scelta risponde anche a esigenze di concinnitas. Per la soluzione
dell’apparente difficoltà procurata dal confronto con il passo parallelo di Seneca (ira 3.4.2:
instabile corpus), rimando al commento ad locum (vedi infra, 153).
44
Anche Fontaine 1960, 106 propende per la normalizzazione in casi analoghi.
45
Cfr. Bonnet 1890 [1968], 401.
46
ThlL 8.776.60 ss.
47
Valga per tutti mentiuntur, subito sopra (37rII, righe 13-14 = ira 5.3.35).
48
La scelta conservativa di Alberto, che qui valorizza la lezione dell’Escorialense, è con-
fortata dall’usus linguistico di autori tardi e cristiani, dove per arcesso (e per la sua varian-
te ortografica accerso) le forme della quarta coniugazione sono prevalenti (ThlL 2.448.82–
86 Martini Bracarensis De ira

(n) b invece di v e viceversa


Ad esempio, brebi per brevi, brebem per brevem (34rII, riga 19 = 1.1.3;
34vI, riga 2 = ira 1.2.6); superva per superba (35vI, riga 19 = ira 3.2.23);
exacervatur per exacerbatur (38rI, riga 11 = ira 6.1.2); vilem per bilem
(38rII, riga 2 = ira 6.2.7); remobebit per removebit (40rII, riga 3 = ira
9.1.7); simulavit per simulabit (40rII, riga 4 = ira 9.1.7).

(o) f invece di v
Ferfor per fervor (38vII, riga 8 = ira 8.1.6).

(p) Varie
mici per mihi (34rII, tit. = ira, tit.); 49 fraglant per flagrant (34vI, riga
19 = ira 2.1.3); 50 querellis per querelis (36rI, riga 25 = ira 4.1.11); 51
quohercionem per coercitionem (38rII, righe 17-18 = ira 7.1.1);52 iniqus
per iniquus (39vII, riga 21 = ira 8.3.43).

1.2. Forme dissimilate


L’ispezione del codice escorialense conferma quella tendenza alla dis-
similazione dei prefissi verbali, nella quale si è da tempo riconosciuto
una tratto linguistico del latino tardo; 53 per di più, nel corpus martiniano
tramandato da E la distribuzione tra forme assimilate e dissimilate risulta
in sé coerente e abbastanza simile a quella notata, ad esempio, nella
tradizione manoscritta del De natura rerum e del Liber differentiarum
di Isidoro.54
Analizziamo dunque il comportamento dei principali prefissi verbali
in E.

449.30). Tuttavia, credo che anche in questo caso l’inserimento della i rientri tra le partico-
larità ortografiche esibite dal codice E e, di conseguenza, preferisco normalizzare arcessien-
da in arcessenda.
49
ThlL 5/2.254.37-38.
50
Cfr. fraglantissimam (40vI, riga 17), su cui Torre 2003, 113 nota 43.
51
Secondo la prassi prevalente in età tarda e confermata dall’adozione di querella in Isido-
ro (nei trattati grammaticali tardoantichi l’oscillazione grafica trova differenti spiegazioni:
Lomanto 1981, 390).
52
Per quo- al posto di co-: vedi supra, 82. Per l’aggiunta di h e la presunta sincope
coer(c)tio: ThlL 3.1438.11 ss.
53
Fontaine 1960, 101; Codoñer 1992, 10-12; Andrés Sanz 2006, 87-92 (il punto di partenza
comune a tutti è rappresentato dagli studi di O. Prinz: Prinz 1949-1950; Prinz 1953-1954).
54
Fontaine 1960, 101.
Testo critico e traduzione 87

Ad- non è quasi mai assimilato, tranne poche eccezioni: aspicio (38vI,
riga 6 = ira 7.1.5: aspicit), appareo (apparet: 36vII, righe 1-2 = ira
5.1.12; cfr. anche 44vI, righe 20-21; 46vI, riga 3; 48rII, righe 7-8: appa-
reas), accido (acciderit: 38rI, riga 8 = ira 5.3.57; accidentium: 39vII,
19-20 = ira 8.3.43); sono inoltre assimilati alcuni sostantivi derivati da
forme verbali: alloquium (34rII, righe 13-14 = ira 1.1.1) e affectuum
(34vI, riga 5 = ira 1.2.7). In un solo caso (37vI, riga 12 = ira 5.3.42) si
registra appetere assimilato, contro nove occorrenze dissimilate di que-
sto stesso verbo o dei suoi derivati (adpetitarum: 36rII, riga 12 = ira
4.1.14; adpetitur: 23vII, riga 4; adpetiit: 28rII, riga 23; adpetitu: 28vI,
righe 7-8; adpetit: 29rI, riga 4; adpetitus: 29vI, riga 17; adpetas: 43rI,
riga 10.17). 55
Con- è quasi sempre dissimilato, anche davanti a forme incomincianti
con m-: 56 ad esempio conmisimus (39rI, righe 15-16 = ira 8.2.16), con-
mutare (39rII, righe 8-9 = ira 8.3.22), conmutatae (49rI, riga 21), con-
mendationis (39rII, righe 3-4 = ira 8.2.20), conmovenda (40rI, riga 24 =
ira 9.1.6 v.l.). Fa eccezione il gruppo con+r che viene assimilato in corr-:
corripiunt (35vII, riga 5 = ira 3.2.26; cfr. corripiet: 31rII, riga 13), corri-
gere (38rII, riga 22 = ira 7.1.2; cfr. 46rII, riga 18 corrigendi); e il verbo
colligere (collectam: 38rII, riga 3 = ira 6.2.8).
In- non è mai assimilato, senza eccezioni.
Inoltre è costante la grafia ex- per ex+s: expectaveris (38vI, riga 23 =
ira 8.1.3), expectandum (40rII, riga 17 = ira 9.1.12; cfr. anche 25rI, riga 4
expectet; 42rI, riga 1 expectat; 42vII, riga 23 expectare; 45vI, riga 15 ex-
pectans); 57 exilire (38vII, righe 18-19 = ira 8.1.10).
Infine, le forme composte con prefissi di uso meno frequente, cioè sub
e ob, sono sempre assimilate: 58 ad esempio (al di fuori del De ira) tro-
viamo supputatione (32rI, righe 2-3), offeram (40vII, riga 6), offeratur
(30vI, riga 17), offerentes (31rI, riga 23), offerunt (32rII, riga 12), offerens
(32rII, riga 23), offerre (34rI, riga 15).

55
Un’oscillazione affine, tra forme assimilate e forme non assimilate all’interno della co-
niugazione di adpetere/appetere, si registra anche nella tradizione manoscritta del secondo
libro delle Differentiae isidoriane (appetit e adpetenda: Andrés Sanz 2006, 87).
56
In ciò sta la maggiore differenza rispetto alle scelte degli editori delle opere isidoriane
(riguardo però a commuto e commendo Andrés Sanz 2006, 89 non esclude la possibilità di
una grafia non assimilata).
57
Vedi anche Codoñer 1992, 11-12.
58
Vedi anche Fontaine 1960, 101.
88 Martini Bracarensis De ira

Tali considerazioni mi hanno indotto a rispettare la facies grafica del


codice nella quasi totalità dei casi.59

1.3. Scambio accusativo / ablativo in dipendenza da in.


Nell’epitome martiniana riscontriamo, al proposito, una sostanziale cor-
rettezza (e la quasi assoluta coincidenza con il modello senecano): su un
totale di 24 occorrenze del complemento di moto a luogo (reale o figurato)
espresso dalla proposizione in, troviamo infatti sei casi di ablativo al
posto dell’accusativo richiesto.60
Tra questi, quattro sono sospetti perché potrebbero facilmente attribuir-
si alla perdita della abbreviazione in desinenza: in facie exit (34vII, riga
22 = ira 2.1.12); in temeritate prona est (35rI, righe 15-16 = 3.1.4); venit
in mente (39vII, riga 5 = ira 8.3.38); in qua non incurrat (39vII riga 6 =
ira 8.3.38). In un caso (in abdito refugiunt: 34vII, righe 20-21 = ira
2.1.12) possiamo anche pensare a una svista di Martino, che avrebbe
trascinato, senza opportune modifiche, il complemento di stato in luogo
presente nel passo senecano (cetera licet [...] in abdito alere) nel nuovo
contesto dell’epitome, in cui era richiesto invece il complemento di moto
(cetera vitia [...] in abdito refugiunt).
Rimane un ultimo caso, per il quale non disponiamo del riscontro se-
necano: in multis incidit querellis (36rI, riga 25 = ira 4.1.10-11). Al pro-
posito noteremo che Martino altrove costruisce il verbo incido con l’ac-
cusativo di movimento retto da in: nel primo caso, per influenza diretta
del passo parallelo di Seneca (35vII, riga 25: ne incidamus in iram = ira
4.1.2: cfr. Sen. ira 2.18.1), nel secondo, per probabile analogia con il
primo, essendo identico il complemento di moto a luogo (36vII, riga 6: in
iram incidere = ira 5.1.14). È pertanto lecito ipotizzare che, nel caso del

59
Tranne pochissime eccezioni: adpetere invece di appetere (37vI, riga 12 = ira 5.3.42:
supra, 87); per quanto riguarda il verbo tempto, ho scelto di scriverlo sempre nella forma
dissimilata anche se le indicazioni di E in merito non sono chiare: temptet (40rI, riga 22 =
ira 9.1.5); tem[?]tat (36rI, riga 24 = ira 4.1.10) tem[?]taveris (38vII, riga 1 = ira 8.1.4; negli
ultimi due casi mi pare di riscontrare l’omissione di una lettera); infine, in assenza di altri
riscontri e per analogia con il caso di tempto, ho ristabilito contemptui al posto di contentui
attestato in E (35rII, riga 19 = ira 3.1.14).
60
Nel De ira insomma, anche per influsso del modello classico, non si può dire affermata
quella tendenza, sempre più diffusa in epoca isidoriana, a impiegare in con l’ablativo per
esprimere la direzione nello spazio o nel tempo (Codoñer 1992, 24; Martín 2005, 225 e
nota 51).
Testo critico e traduzione 89

verbo incido, l’usus linguistico martiniano oscilli tra la costruzione clas-


sica (con in+acc.) e la costruzione, più rara e tipica di autori cristiani,
con l’ablativo in dipendenza da in.61
In conclusione, la sostanziale correttezza dimostrata da Martino nel-
l’uso dell’accusativo di movimento in dipendenza da in non viene con-
traddetta nemmeno dagli unici due casi in cui troviamo inequivocabil-
mente l’ablativo al posto dell’accusativo (in abdito refugiunt; in multis
incidit querellis): per essi esistono infatti ragioni plausibili e circoscritte,
che non inficiano la regola generale né l’aderenza al modello senecano.
Di conseguenza, nei primi quattro casi citati (in facie, in temeritate, in
mente, in qua), ritengo che si tratti di errori del copista e, in base ai
corrispondenti passi paralleli di Seneca, propongo di correggere gli abla-
tivi in accusativi.

2. La prosa ritmica di Martino di Braga

L’attenzione agli aspetti ritmici del De ira non è un fatto recente ma


risale al noto studio di Ernst Bickel sulla Formula vitae honestae 62 dal
quale prese avvio la moderna ricerca scientifica sui rapporti tra Martino
e Seneca. Partendo dall’ipotesi che la Formula fosse una sorta di epito-
me del perduto De officiis di Seneca affine, per criteri di composizione,
all’epitome del De ira di cui viceversa si conserva l’originale, Bickel
indagò anzitutto la seconda nel tentativo di definire con maggiore preci-
sione questi stessi criteri, da applicare per analogia all’opera maggiore:
perciò si assunse l’onere preliminare di allestire un elenco completo dei
loci paralleli tra il dialogo di Seneca e il trattatello martiniano e di dimo-
strare che numerose alterazioni nell’ordine delle frasi o delle parole ri-
spetto all’originale senecano dipendevano fra l’altro dall’impiego del cur-
sus accentuativo da parte dell’epitomatore.
Il limite dello studio di Bickel, per quanto riguarda l’analisi della prosa
ritmica, dipende fondamentalmente dalla sua data di composizione ed è
per così dire un limite epocale: sebbene infatti seguisse (di poco) la
prima edizione della Antike Kunstprosa di Norden (Leipzig 1898), esso

61
ThlL 7/1.905.47-58. Stessa oscillazione si registra anche in Isidoro, dove, oltre alla nor-
male costruzione con in+acc., troviamo anche incido con in+abl. (cfr. sent. 2, PL 83.635B:
sic gignuntur ex peccato peccata ut dum non evitantur parva, incidatur in maximis).
62
Bickel 1905, 533-542 (cfr. Torre 2003, 107-109).
90 Martini Bracarensis De ira

tuttavia fu antecedente alla fioritura degli studi sul ritmo della prosa latina
che si sviluppò nel corso del Novecento e che, pur nella molteplicità dei
modelli teorici e nella varietà dei risultati più o meno convincenti, regi-
strò una progressiva e diffusa introduzione dei metodi statistici nel calco-
lo delle clausole e nella valutazione della loro frequenza; 63 analogamen-
te, dall’orizzonte di Bickel rimasero forzatamente assenti i dati più
significativi che sono invece emersi dalle successive ricerche, quali la
sostanziale continuità tra le clausole quantitative tardoantiche e il cursus
mediolatino teorizzato nelle artes dictaminis a partire dal XII secolo; e la
coesistenza, durante quei sei o settecento anni di prosa che intercorrono
fra le artes grammaticali della tarda antichità e i teorici del dictamen, di
entrambi i sistemi ritmici, metrico-quantitativo e accentuativo.64
Così la pur scrupolosa indagine di questo pioniere degli studi martinia-
ni non reca traccia di una valutazione né quantitativa né qualitativa delle
clausole del De ira, riducendosi a un mero elenco di sententiae (non
sempre finali di periodo ma anche clausole interne a cola e a commata), la
cui variazione rispetto all’ordo senecano dipenderebbe presumibilmente
dalla ricerca di effetti ritmici: questi ultimi, tuttavia, sono descritti soltan-
to in base ai tre tipi consueti di cursus teorizzati nelle artes dictaminis
(planus, tardus, velox) in considerazione della quantità di sillabe atone
che separano gli ultimi due accenti e la desinenza piana o sdrucciola

63
Un’analisi lucida ed esaustiva degli approcci più significativi elaborati nel corso del
Novecento allo studio delle clausole prosastiche (dalle prime analisi di Henri Bornecque,
pubblicate nel 1907, al nuovo metodo proposto da Tore Janson negli anni Settanta, fino
agli ultimi sviluppi negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso) è offerta da Orlandi
1998, cui si rimanda per gli opportuni approfondimenti.
64
Il fenomeno, che si è soliti chiamare genericamente cursus mixtus (secondo una defini-
zione risalente a A. Mocquerau: Cupiccia 2001, 35 nota 29), è stato fatto oggetto di speci-
fica indagine su basi scientifiche per la prima volta da Harald Hagendahl in relazione alla
prosa di Arnobio (citato e discusso in Orlandi 1998, 10-13), ma le sue modalità sono
ancora in gran parte da esplorare: tant’è che negli studi più recenti il fenomeno tende a
configurarsi come tutt’altro che unitario in relazione allo sviluppo degli aspetti prosodici
della lingua latina e alla dislocazione geografica. Ad esempio, per l’area iberica tra VI e
VII secolo (studiata da Cupiccia 2001) si è ormai propensi a riconoscere uno stadio succes-
sivo: non più il vero e proprio cursus mixtus dei primi secoli dell’età imperiale, nel quale
vigeva una perfetta coincidenza tra ictus e accento e quindi la completa sovrapposizione
dei due sistemi ritmici, ma appunto una fase nuova in cui «tale corrispondenza ... non è
più ricercata, e i due piani, quello metrico e quello ritmico, sembrano sussistere indipen-
dentemente l’uno dall’altro, in modo tale che la preferenza accordata ad una clausola quan-
titativa non determina necessariamente il ricorrere della corrispondente clausola ritmica»
(Cupiccia 2001, 35).
Testo critico e traduzione 91

dell’ultima parola e prescindendo da ogni ulteriore classificazione morfo-


logica e tipologica delle clausole.
Pertanto, al di là dell’intuizione – tuttora assai valida – che i fattori
stilistici e ritmici costituiscano un aspetto significativo dei rapporti tra
Martino e Seneca, lo studio di Bickel ha oggi ben poco da offrire agli
addetti ai lavori.
Chiunque sia interessato all’indagine sulla prosa ritmica di Martino
deve rifarsi piuttosto all’analisi che nei primi anni Novanta Guadalupe
Lopetegui dedicò specificamente alle clausole del De ira in rapporto con
la prosa ritmica dell’originale senecano,65 combinando un metodo statisti-
co di “comparazione esterna” di tipo più tradizionale con il più recente
sistema di “comparazione interna” introdotto da Tore Janson alla metà
degli anni Settanta per le clausole accentuative e poi adattato alle clauso-
le quantitative dal suo allievo Hans Aili.66

65
Lopetegui 1992a e Lopetegui 1992b: i due articoli, apparsi in due fascicoli successivi
della medesima annata dei Cuadernos de filologia clasica, possono a buon diritto conside-
rarsi come parti contigue di un unico studio.
66
Janson 1975 e Aili 1979. A beneficio del lettore e rifacendomi direttamente alle illumi-
nanti osservazioni di Giovanni Orlandi (Orlandi 1978, 704-709; Orlandi 1998, 18-20) sinte-
tizzo i punti salienti del metodo di Janson: 1) la frequenza di qualsiasi tipo di clausola
accentuativa è da considerare casuale fino a prova contraria, perché entro certi limiti i
valori di frequenza dipendono dagli aspetti della lingua o dalle particolari scelte lessicali
dell’autore, che tuttavia non hanno nulla da spartire con la ricerca delle clausole stesse 2)
l’eventuale non-casualità di questa frequenza viene dimostrata non più mediante il confron-
to con altri testi reputati aritmici (cioè per “comparazione esterna”) ma attraverso un con-
fronto interno «tra la frequenza delle clausole come ci aspetteremmo che fosse se l’autore
non ricercasse il cursus (frequenza attesa: simbolo e) e la frequenza com’è in realtà (fre-
quenza osservata: simbolo o)» 3) la frequenza attesa di una certa clausola dipende in ulti-
ma analisi dalla frequenza di ciascuno dei due componenti della clausola stessa – cioè le
due parole contigue, ciascuna con un proprio accento tonico e un certo numero di sillabe,
che formano la clausola – considerati separatamente: infatti «la probabilità che eventi senza
rapporto tra loro avvengano insieme è il prodotto delle probabilità che essi avvengano
separatamente» 4) più precisamente la frequenza attesa di una data clausola si ricava mol-
tiplicando la frequenza osservata del primo elemento della clausola per la frequenza osser-
vata del secondo elemento, e quindi dividendo il prodotto così ottenuto per il totale delle
clausole censite 5) gli scarti dalla norma (cioè le differenze tra frequenza osservata e fre-
quenza attesa) sono a loro volta sottoposti al test del c2 di Pearson (utilizzato d’altronde
anche in metodi di valutazione delle clausole basati sulla comparazione esterna), «il cui
fine è appunto determinare i limiti della casualità di uno scarto rispetto a una frequenza
teorica», cioè a diagnosticare con diversi scarti di probabilità se la differenza tra la frequen-
za osservata e la frequenza attesa di una certa clausola sia o no casuale; i risultati così
ottenuti (complessivamente intesi o tipo per tipo) vengono infine saggiati con l’apposita
tabella di distribuzione dei valori critici di ÷2, dove ai diversi gradi di libertà corrisponderà
92 Martini Bracarensis De ira

Il metodo prescelto, di natura composita, anticipa per certi aspetti


quello sperimentato da altri in anni più vicini per lo studio di quella
singolare compresenza di clausole quantitative e clausole ritmiche nel-
la prosa d’arte latina della Spagna visigotica tra VI e VIII secolo,67
ma non ne possiede, a mio parere, la medesima duttilità. Il limite più
evidente è rappresentato dalla scelta del metodo di comparazione ester-
na: Lopetegui si rifà ancora al sistema adottato da Hagendahl per il
cursus mixtus, che tuttavia già negli anni Ottanta era stato superato
dal metodo messo a punto da Oberhelman e Hall, anch’esso derivato
(come già quello di Hagendahl) dagli studi di De Groot, ma sostenuto
da un uso più sistematico e scientifico della statistica e in grado di
veicolare l’analisi di un ventaglio più ampio di clausole sia metriche
che quantitative e una più agile interpretazione degli incroci tra i due
sistemi metrici.68
Nonostante tali riserve e in attesa di nuovi studi che possano affinarne
i metodi, è tuttavia opportuno rendere conto qui dei risultati più signifi-

il numero dei tipi di clausole presi in considerazione meno uno (per l’esposizione dettaglia-
ta delle varie operazioni qui sintetizzate e per l’equilibrata discussione dei pregi e dei
difetti del metodo Janson rimando a Orlandi 1978 e Orlandi 1998). Dal metodo di Janson
per la classificazione della prosa accentuativa Hans Aili ha derivato un metodo analogo per
lo studio delle clausole quantitative: «Anziché scomporre la clausola in parole, egli la
divide in sillabe, trattandole esattamente come Janson fa con le parole; solo che le sillabe
considerate non sono due naturalmente, ma sei (le ultime sei di ciascun periodo) e si valuta
statisticamente la probabilità delle loro diverse combinazioni. Perciò i calcoli sono un po’
più complicati» (Orlandi 1998, 20). Un correttivo al metodo di Aili, in vista di una sua
semplificazione e di un’applicazione alla prosa post-classica, è stato sperimentato da Orlan-
di stesso nell’analisi della prosa di Gilda, De excidio Britanniae, come spiega molto bene
Cupiccia 2001, 41 nota 44 (che a sua volta ha applicato tale correttivo allo studio della
prosa di area iberica tra VI e VII secolo, ivi compresi i Canones di Martino di Braga):
«Poiché la clausola quantitativa consiste nella combinazione di lunghe e brevi, Aili [...]
considera un numero fisso di sillabe (sei o otto a seconda dei casi) e sulla base della
ricorrenza di una sillaba breve o lunga in ognuna delle posizioni finali, calcola la frequenza
attesa, da cui deduce poi il valore di c2. Nel periodo post-classico però l’accento della
parola diviene sempre più importante, prefigurando a volte le caratteristiche del ritmo ac-
centuativo medievale mentre la permanenza dell’accento in posizioni fisse è condizionata
dalla divisione delle parole che, nel caso della prosa tardo antica, diventa elemento fonda-
mentale. Per questo Orlandi ha applicato sic et simpliciter alle clausole metriche il metodo
di Janson senza analizzare ciascuna sillaba ma piuttosto le ultime due parole della clausola,
in quanto esse si possono considerare come una successione di sillabe lunghe o brevi».
67
Mi riferisco allo studio di Cupiccia 2001 (per l’esposizione del metodo adottato, di natu-
ra composita: 37-43).
68
Per la discussione del metodo di S. M. Oberhelman e R. G. Hall si rimanda a Orlandi
1998, 16-19; Cupiccia 2001, 37-40.
Testo critico e traduzione 93

cativi di questa indagine, che rimane l’unica specificamente dedicata alle


clausole del De ira martiniano e all’analisi del grado di influenza che il
modello senecano ha esercitato sulla prosa artistica del vescovo.69
Come si è ora accennato, nella prima fase dello studio di Lopetegui le
clausole sono censite secondo i criteri di Hagendahl per il cursus mixtus,
considerando le ultime otto sillabe di ogni periodo ed escludendo clauso-
le inferiori alle cinque sillabe; 70 le clausole censite vengono raggruppate
nei tre tipi metrici principali, cioè (I) cretico-spondeo (II) dicretico (III)
cretico-dicoreo; ciascuno dei tre schemi metrici è corredato di una serie
di varianti determinate dalla cesura tra le parole (e illustrate con esempi
arnobiani tratti direttamente da Hagendahl) 71 così che alla classificazione
di tipo metrico-quantitativo si sovrappone naturalmente un’interpretazione
di tipo accentuativo, e ai tre tipi di clausole sopra elencati corrispondono
i tre tipi di clausole accentuative pure, rispettivamente (I) cursus planus
(II) cursus tardus (III) cursus velox.
I risultati numerici relativi alle clausole martiniane complessivamente
considerate vengono forniti sia in valori assoluti che percentuali: in sinte-
si, su 210 finali di periodi, 175 (= 83,3%) risultano essere clausole ritmi-
che (metriche o accentuative), 31 (= 14,7%) sono le clausole non censite
perché inferiori alle cinque sillabe, 4 (= 1,9%) le clausole ametriche; su
175 clausole ritmiche, 100 (= 47,6%) sono le clausole in cui si osserva
una coincidenza pressoché totale tra l’ictus metrico e l’accento di parola,
mentre 75 (= 35,7%) sono clausole accentuative pure (o cursus), dove
appunto l’accento mostra una chiara preminenza.
Questa prima serie di percentuali è messa a confronto con la frequen-
za attesa di apparizione delle clausole in un testo considerato privo di
pretese ritmiche, prestabilita da Hagendahl e stimata intorno al 25%: da
qui Lopetegui asserisce che il carattere ritmico della prosa martiniana è
ampiamente dimostrato.

69
Ai singoli loci del commento viene invece rimandata la segnalazione delle puntuali mo-
difiche apportate da Martino all’ordo senecano per ragioni ritmiche.
70
Analogamente, il trattamento delle proclitiche è regolato prevalentemente – come già
avveniva in Hagendahl – sulla teoria grammaticale tardo antica: sono considerati tali i
pronomi relativi, i pronomi personali tranne che in posizione enfatica, le preposizioni, le
congiunzioni, la negazione non quando non è in posizione enfatica; mentre le forme mono-
sillabiche di esse sono considerate come debolmente accentate, tranne quando vengono
impiegate nel significato assoluto di ‘esistere’ (Lopetegui 1992a, 236).
71
La rappresentazione grafica delle varianti è desunta ancora da Hagendahl, secondo lo
schema classificatorio risalente in ultima analisi a Zielinski (cfr. Orlandi 1998, 12).
94 Martini Bracarensis De ira

Per quanto riguarda i risultati numerici relativi a ciascun tipo di clau-


sola, Lopetegui osserva che l’ordine di preferenza da parte di Martino
secondo la frequenza assoluta delle clausole metriche è il seguente: I (36),
II (34), III (22).
Se però si considera il predominio del cursus all’interno di ogni tipo
di clausola (cioè la percentuale delle clausole accentuative rispetto al
numero delle corrispondenti clausole metriche), l’ordine di preferenza ri-
sulta inverso (III, II, I): la clausola III, la meno adoperata delle tre nella
sua forma metrica, presenta una percentuale maggiore di uso del cursus
(21 clausole accentuative pure su un totale di 43 totale, corrispondenti al
48,8%); 72 segue la clausola II (27 clausole accentuative pure su 61, cioè
il 44,2%) e infine la clausola I, che registra il numero più alto di forme
metriche (36) ma presenta una percentuale di clausole accentuali pure
pari al 36,8% (cioè 21 su 36). Si registra infine nel De ira la presenza
del cursus dispondaicus (6 esempi, corrispondenti al 3,4%).
In conclusione, la prima fase dell’analisi – condotta con il metodo di
comparazione esterna – conferma l’esistenza nell’epitome di una prosa
ritmica basata fondamentalmente sull’accento come elemento prosodico
predominante e sulla parola come unità di ritmo, nel rispetto tuttavia dei
presupposti del sistema metrico tradizionale, che viene per così dire inte-
grato in percentuale significativa con il cursus.
La seconda fase dell’indagine 73 consiste nell’analizzare la prosa del
De ira di Martino attraverso il metodo di comparazione interna che T.
Janson sperimentò sul cursus medievale, ma che Lopetegui ritiene appli-
cabile anche al cursus mixtus in considerazione del fatto che l’elemento
ritmico dominante è l’accento e che anche le clausole metriche si ade-
guano al ritmo accentuale del cursus. I risultati, esposti secondo la clas-
sificazione tipologica delle clausole adottata da Janson,74 confermano

72
Nell’uso della III clausola Martino si mostra meno rispettoso della conservazione delle
forme metriche per ragioni per così dire strutturali: le grandi possibilità di varianti che
questa clausola offriva lasciano supporre, come suggerisce Hagendahl, che la quantità delle
sillabe fosse in certo modo indifferente alla sua formazione; viceversa, le clausole I e II
presentavano una maggiore varietà di tipi possibili secondo sostituzioni di tipo metrico-
quantitativo e pertanto costringevano a un uso più conservativo, dato che era più difficile
interpretarle in senso misto o accentuativo puro (Lopetegui 1992a, 241).
73
Lopetegui 1992a, 243-248.
74
La notazione adottata da Janson (che, come precisa Orlandi 1978, 703, fu ricavata da
Norberg) prevede la scomposizione della clausola nelle due parole che la compongono,
distinguendole in parossitone (p), proparossitone (pp) e talvolta indicando anche i monosil-
Testo critico e traduzione 95

senz’altro il carattere ritmico della prosa del trattato martiniano: per quan-
to riguarda i tre cursus principali la frequenza reale è chiaramente supe-
riore a quella attesa e la loro differenza, sottoposta al test di Pearson,
offre un risultato molto più alto del corrispondente valore critico di c2
indicante una probabilità di esito casuale del 5%, ed è pertanto ben oltre
i limiti delle variazioni casuali.75 Si registra inoltre una tendenza all’uni-
formità e alla regolarità, data la spiccata preferenza dell’autore per le
principali forme-base di ciascun tipo di cursus (planus: p 3p e pp 2p;
tardus: p 4pp e pp 3pp; velox: pp 4p; dispondaicus: p 4p e pp 3p).
La terza fase dell’indagine si propone di confrontare la prosa ritmica
martiniana con la prosa senecana. A tal fine, Lopetegui analizza le clau-
sole del primo libro del De ira di Seneca dapprima secondo il sistema
della comparazione interna nella variante specificamente messa a punto
da Hans Aili per lo studio delle clausole di tipo metrico-quantitativo, poi
attraverso il metodo di comparazione esterna desunto ancora una volta da
Hagendahl.76 Incrociando i risultati, si evidenzia una deliberata ricerca da

labi (I); per il secondo elemento della clausola (l’ultima parola) si indica anche la lunghez-
za in sillabe, distinguendo ad esempio tra disillabi (2), trisillabi parossitoni (3p) o proparos-
sitoni (3pp), quadrisillabi proparossitoni (4pp) e così via; per il primo elemento, invece,
non è necessario indicare la lunghezza sillabica perché le clausole accentuative comprendo-
no di fatto la parte della frase che va dalla penultima sillaba accentata in poi, cosicché
della prima parola della clausola è sufficiente specificare soltanto se si tratta di parossitona
(p) o proparossitona (pp): Orlandi 1998, 19 nota 45.
75
Più delicata appare invece la situazione del cursus dispondiacus, la cui frequenza osser-
vata non supera la frequenza attesa (e la differenza tra le due, sottoposta al test del c2,
rimane considerevolmente al di sotto del limite casualità). In questo caso, però, si deve
ipotizzare quell’effetto collaterale che Janson chiama «neighbour effect» (“effetto di paren-
tela”) e che rappresenta il punto dolente del suo metodo, come ha ben evidenziato Orlandi
1978, 710-713 (cui si rimanda per una più esaustiva spiegazione). In sintesi, il valore della
frequenza attesa del cursus dispondiacus nel De ira è superiore a quello che si potrebbe
ragionevolmente pensare perché gli elementi 3p e 4p, che costituiscono la seconda parte di
questa clausola nelle sue due forme (p 4p e pp 3p), coincidono anche con il secondo
elemento delle forme base del cursus planus (p 3p) e del cursus velox (pp 4p), che sono le
preferite di Martino (secondo il principio, formulato da Janson, che «se un tipo di clausola
è decisamente favorito dall’autore, questo fatto aumenterà il valore della frequenza attesa
non solo per quella clausola ma anche per quei tipi che hanno un elemento in comune con
essa»). Solo il raffronto con i risultati ottenuti per comparazione esterna possono correggere
questo errore di prospettiva e confermare la presenza, minoritaria ma non trascurabile, del
dispondiacus in Martino a fronte di altri autori che ne prescindono del tutto (Lopetegui
1992a, 247-248).
76
Lopetegui 1992b, 125-136. Il metodo di Aili viene applicato nella sua versione origina-
ria, senza il correttivo introdotto da Orlandi (vedi supra, nota 66).
96 Martini Bracarensis De ira

parte di Seneca di certe sequenze metriche in fine di periodo: più preci-


samente, per 9 schemi metrici le differenze tra frequenze osservate e
attese sono significative e, sottoposte al test del c2, superano la percen-
tuale dovuta al caso; su 298 finali di periodo censiti nel primo libro del
De ira, ben 210 (= 70,4% sul totale dei finali) corrispondono a schemi
ritmici usuali della prosa artistica; dei restanti 88, solo 32 (= 10,7%)
risultano ametrici, mentre 56 (= 18,79%) sono clausole di tipo accentua-
tivo (in 39 casi su 56 si tratta di cursus tardus). Emerge poi l’importanza
dell’accento come elemento ritmico: anche se il ritmo viene conferito
principalmente mediante l’alternanza di lunghe e di brevi, è pur vero
infatti che in 145 casi su 210 (= 69,04%) l’accento coincide con l’ictus
metrico, contribuendo in maniera essenziale a marcare lo schema metrico
prescelto.
In ordine di frequenza, le prime quattro clausole predilette dall’autore
risultano essere: la clausola -v-vv§, che secondo Lopetegui può essere
interpretata come variante accentuativa della clausola II; la stessa clauso-
la II (o dicretico) nella sua variante principale: -v--v§; la I (cretico-tro-
cheo) nelle due varianti: -v--§ e ----§; la III (ditrocheo): §§§-v-§.
L’ultima parte dell’indagine – che è quella di maggiore interesse per
noi – si propone per così dire di radiografare l’epitome alla ricerca delle
eventuali distorsioni ritmiche cui siano stati sottoposti i materiali seneca-
ni. Il primo dato da considerare è che nell’epitome, su un totale di 210
clausole, ben 148 (= 70,4%) derivano più o meno letteralmente dal dialo-
go senecano: 60 (= 30%) risultano formalmente identiche a quelle origi-
narie, 88 sono state adattate al nuovo contesto mediante diversi procedi-
menti morfosintattici, che ne hanno modificato anche la struttura ritmica.
Nell’ambito del primo gruppo di clausole, derivate letteralmente dal
dialogo senecano, Lopetegui registra anzitutto 33 casi in cui sussiste una
perfetta coincidenza tra ictus e accento già in Seneca e che pertanto in
Martino si conservano senza variazioni: in ordine di frequenza, 14 casi
di clausola II / cursus tardus, 11 casi di clausola I / cursus planus, 5
casi di clausola III / cursus velox, 3 di clausole secondarie. In altri 10
casi, invece, è più corretto parlare di clausole accentuative “pure” già nel
modello senecano (a conferma del ruolo importante, seppure non deter-
minante, svolto dall’accento nella prosa artistica del De ira di Seneca).
Infine, – ed è il dato più interessante – una serie di clausole senecane
che corrispondono a un determinato schema metrico, pur restando for-
malmente identiche in Martino, vi assumono una forma accentuativa che
non corrisponde al cursus normalmente derivato da quello specifico sche-
Testo critico e traduzione 97

ma: il fenomeno si verifica quando la sequenza metrica di partenza non


presenta una totale corrispondenza tra ictus e accento, quasi che la man-
canza di tale corrispondenza provochi tout court un cambio della funzio-
ne ritmica.
Per quanto riguarda invece il secondo gruppo di clausole, il processo
di adattamento al nuovo contesto consiste principalmente nel variare l’or-
dine delle parole e comporta di norma la modifica del tipo di clausola:
talvolta, si tratta di creare una sequenza metrica o accentuale a partire da
una ametrica nell’originale, più spesso di preferire un tipo di cursus in
sostituzione di una clausola metrica (non necessariamente corrisponden-
te); in generale, poi, anche quando non scaturisce da ragioni ritmiche
(bensì da motivazioni stilistiche, semantiche, lessicali e così via), la rie-
laborazione martiniana del dettato senecano viene comunque sottoposta a
un processo di adattamento ritmico che, dell’originale, permette di recu-
perare a volte una specifica clausola, altre volte il carattere artistico della
sua prosa.77

3. L’apparato e altri criteri della presente edizione

Data la scarsa consistenza della tradizione si è optato per un apparato


non selettivo redatto in forma positiva, che renda conto esaustivamente
di tutte le lezioni e le emendazioni (ad esclusione delle varianti ortogra-
fiche sopra elencate). La forma negativa è stata riservata soltanto ai casi
in cui la lezione scartata appartenga a un solo testimone o a un solo
editore.78
Il numero arabo, che in apparato precede il singolo lemma, si riferisce
alla riga del testo; quando, davanti al primo lemma di ogni capitolo,
compaiono due numeri (uno romano, l’altro arabo), essi si riferiscono
rispettivamente al capitolo e alla riga (mai al paragrafo).
Una particolarità della presente edizione è l’assenza del consueto ap-
parato delle fonti con l’indicazione dei segmenti senecani epitomati da
Martino: considerata la natura del testo e il suo complesso rapporto con

77
Gli esempi sono segnalati ad locum nel commento.
78
Per quanto riguarda gli editori, in apparato figurano sempre le lezioni accolte da Tamayo
e da Florez, mentre Galland e Brandão sono citati soltanto quando divergono dalle loro
fonti (rispettivamente Tamayo e Florez); sono altresì segnalate le rarissime difformità tra il
testo di Galland e l’edizione Migne.
98 Martini Bracarensis De ira

il De ira di Seneca, ho creduto più opportuno rimandare al commento


l’esame puntuale e articolato dei loci similes; e ho invece riservato lo
spazio tradizionalmente occupato da questi ultimi a un elenco puntuale di
quelle lezioni martiniane che rivestono uno specifico significato in rap-
porto alla tradizione indiretta De ira di Seneca e che ho già discusso in
altre sedi.79
La divisione in capitoli rispecchia la mia ipotesi di struttura del tratta-
to, sopra illustrata; 80 l’ulteriore divisione in paragrafi risponde invece,
più semplicemente, a un’esigenza di maggiore fruibilità del testo e del
commento da parte di chi legge.

79
Torre 2002, Torre 2003 e Torre 2008.
80
Vedi supra, 17 ss.
Testo critico e traduzione 99

Sigle dei testimoni e degli editori

E Escorial, Real Biblioteca, M.III.3, s. X.


T Toledo, Bibl. Capit., 27-24 (già 31-18), s. XVI
M Madrid, Bibl. Nacional, 711 (già C 81), s. XVII o s. XVIII (?):
M1 = ff. 2r-17v (pars prior); ff. 46r-53v (pars altera).
M2 = ff. 20r-43r.
M1marg. adnotationes in margine codicis Matritentis, ff. 2r-17v; ff. 46r-53v..
M2marg. adnotationes in margine codicis Matritentis, ff. 20r-43r.
codd.(Fl) adnotationes ex codicibus in margine editionis Florez.

a consensus codicum E T M
edd. editores omnes

Tam. Tamayo de Salazar, J., Anamnesis sive commemorationes Sanctorum Hi-


spanorum, Pontificum, Martyrum, Confessorum, Virginum, Viduarum ac
Sanctarum Mulierum, vol. 1, Lugduni 1652, 321-325.
Fl. H. Florez, España sagrada. Theatro geographico-historico de la iglesia de
España, vol. 15, Madrid 1759 (17872): Fl.1 = 1759, 406-413; Fl.2 =
17872, 404-414.
Gall. A. Galland, Bibliotheca Veterum Patrum, vol. 12, Venetiis 1778, 284-286.
Brand. C. Brandão, Vida e opusculos de S. Martinho Bracarense, Lisboa 1803,
169-181.
Migne J.P. Migne, Patrologiae cursus completus. Series Latina, vol. 72, Parisiis
1849, 41D-46D; 49A-50C.
Barl. Martini Episcopi Bracarensis opera omnia, ed. Cl.W. Barlow, New Haven
1950, 145-158.
Vians. L. Annaei Senecae Dialogorum libri iii-v (De ira), ed. G. Viansino, Torino
1963, XXV-XXXV.
Alb. P. F. Alberto, O De ira de Martinho de Braga, Porto 1993.

Haur. B. Hauréau, Notices et extraits de quelques manuscrits de la Bibliothèque


Nationale, vol. 5, Paris 1892, 184-194.
Casp. C. P. Caspari, Martin von Bracara’s Schrift «De correctione rusticorum»,
Christiania 1883, XXVIII-XXX.
Barl.1937 C. W. Barlow, A Sixth-Century Epitome of Seneca, «de Ira», «Transactions
and Proceeding of the American Philological Association» 68 (1937), 26-42.
Raym. C. S. Rayment, Some Proposals for Changes in the Text of Martin of Bra-
ga’s «De ira», «American Journal of Philology» 67 (1946), 346-358.
Font. A. Fontán, Anotaciones críticas al texto del Martini Bracarensis Tractatus
«De ira», «Emérita» 18 (1950), 377-380.
Kurf. A. Kurfess, Zu Martini Episcopi Bracarensis Libellus «De Ira», «Athe-
naeum» 32 (1954), 250-258.
100 Martini Bracarensis De ira
Testo critico e traduzione 101

Conspectus siglorum

In textu:
< > includunt litteras vel voces textui archetypi addendas
[ ] includunt litteras vel voces e textu archetypi delendas

In apparatu:
< > addit/-unt
[ ] delevit/-erunt
E’ correctio in codice E ipsius scribae manu facta
cf confer
coni. coniecit/-erunt
corr. correxit/-erunt
e. g. exempli gratia
i. a. in apparatu
exh. exhibent
l. n. linea notavit/-erunt
om. omittit/-unt
pon. ponit/-unt
s. l. supra lineam
suppl. supplevit/-everunt
DOMNO AC BEATISSIMO MIHI DESIDERANTISSIMO IN CHRISTO
FRATRI VITTIMERO EPISCOPO MARTINUS EPISCOPUS

I 1. Dum simul positi dudum mutuae conlationis alloquio frueremur, illud


inter cetera tuae a me diligentia caritatis elicuit, ut de passibilitate irae vel
qualitatis eius effectibus brevi tibi aliqua libello digererem. Parui protinus
libens, paucisque haec tuo studio de fugienda ira, saltim si id non eveniat, de
5 lenienda disserui.
2. Quidam ex sapientibus iram dixerunt brevem esse insaniam: aeque enim
sui est inpotens, obliviscitur honestatem, affectuum inmemor, rationi
consiliisque praeclusa; dum vanis agitata causis, ad considerationem iustitiae
inhabilis et ruinae fit simul, superque id quod oppresserit frangitur.

tit. DOMNO] a Barl. Alb. Domino Tam. Fl. | DOMNO…I ,5 disserui] om. Vians.
DESIDERANTISSIMO] a Tam. Barl. Alb. desideratissimo Fl. | FRATRI] E T M1 Barl. Alb.
patri M2 Tam. Fl. | VITTIMERO] E Barl. Alb. Vitimiro T M Tam. Fl. I ,1 mutuae] a codd(Fl)
Barl. Alb. mutuo Tam. Fl. | conlationis] E M1 M2(l.n.) edd. consolationis T 2 diligentia] Fl.2
Barl. Alb. diligentiae a Tam. Fl.1 | caritatis] charitas Tam. 3 tibi] om. Fl. 4 de lenienda]
M(de linienda) edd. delinienda E dilinienda T 6 ex] E T Barl. Vians. Alb. M1(e de corr.) de
M2 Tam. Fl. | sapientibus] capientibus T | aeque] Barl. Vians. eaque a ea Tam. Fl. ea quae Alb.
7 affectuum inmemor] <necessitudinum> [affectuum] inmemor fortasse legendum (cf infra,
138) 8 dum] <inter>dum Kurf. | vanis] a Haur. Barl. Vians. Alb. variis Tam. Fl. | agitata]
agitata <est> Vians. 9 simul] a Tam. Fl. Barl. similis Haur. Barl.1937 Raym. Kurf. Vians.
Alb. | superque] a edd. quae super Haur. Raym. | id] in Gall.
Al beatissimo signor vescovo Vittimer, mio amatissimo fratello in Cristo,
io Martino vescovo.

I 1. Quando, poco tempo fa, trovandoci insieme godevamo della


consolazione di un vicendevole confronto, la tua affettuosa insistenza ottenne
da me, tra l’altro, che ti esponessi ordinatamente in un breve libretto qualche
considerazione sulla passione dell’ira e sugli effetti derivanti dalla sua natura.
Ho obbedito subito, di buona lena, ed ecco, secondo il tuo desiderio, la mia
piccola trattazione su come fuggire l’ira o perlomeno, se ciò non riuscisse, su
come placarla.
2. Alcuni saggi definirono l’ira una pazzia di breve momento: allo stesso
modo infatti è priva di autocontrollo, dimentica l’onore, è immemore degli
affetti familiari, sorda alla ragione e ai consigli; mossa com'è da vani motivi,
risulta incapace di discernere a un tempo la giustizia e la rovina, e si infrange
sopra ciò che ha travolto.
104 Martini Bracarensis De ira

De habitu irae
II 1. Habitus audax et minax vultus, tristis frons et torvus intuitus; [vultus]
faciei aut pallor aut rubor: aestuat ab imis praecordiis sanguis et colore verso
foedat ora pulcherrima; flagrant ac micant oculi, trement labra, conprimuntur
dentes; crebro et vehementius acto suspirio quatitur pectus, gemitus anxius et
5 paulo explanato sono sermo est praeceps; rabida vocis eruptio colla distendit;
inquietae manus saepiusque conpulsi <pectoris> concrepitus, <spiritus e.g.>
coactus, digitorum se ipsos torquentium sonus; citatus gradus pulsataque
pedibus humus, artus trepidi et instabili fluctuatione totum concitum corpus,
magnas ex se proferens minas horribilis irae, depravat se atque intumescit, ita
10 ut nescias utrum magis detestabile sit vitium an deforme. Qualem putas intus
esse animum, cuius extra imago tam foeda est? Cetera vitia absconduntur et

II ,3 flagrant ac] cf Sen. ira 1.1.4 (Torre 2003, 113-115) 8 totum…9 irae] cf Sen. ira 1.1.4
(Torre 2002, 84- 85) 9 depravat se] cf Sen. ira 1.1.4 (Torre 2003, 115)

II ,1 tit. De habitu irae] om. Vians. | II, 1 frons] fons T | vultus faciei] vultus ante faciei exh. a
codd(Fl) 2 et…3 pulcherrima] om. Tam. Fl. 3 foedat ora pulcherrima] Alb. foeda torva
pulcerimma E(fe-) M1marg. M2marg.(pulch-) foeda torva pulcherrimam T M1(pulcer-) M2
codd(Fl) torva ex pulcherrimis foedavit Barl. foedantur ora pulcherrima Kurf. foedavit ora
pulcherrima Vians. | ac] a Vians. Alb. et Tam. Fl. Barl. | trement] E M Barl. Vians. Alb.
tument T tremunt Tam. Fl. | labra] E M1 Barl. Vians. Alb. labia T M2 Tam. Fl. 4 gemitus] om.
Brand. 5 paulo] parum Vians.(i.a. dubitanter) | eruptio] criptio E 6-7 saepiusque conpulsi
<pectoris> concrepitus <spiritus e.g.> coactus digitorum se ipsos torquentium sonus] scripsi
conpulsi quohectus (coitus M1marg. dubitanter) digitorum scissos itaque dentium sonos E M1
conpulsi concrepitus digitorum scisos itaque dentium sonos T conpulsi coitus (quoictus
M2marg.) digitorum scisos itaque dentium sonos M2 scisos itaque dentium sonus codd(Fl)
conpulsi coitus digitorum dentes strident Tam. Fl. conpulsi coactus digitorum dentes strident
Barl. conpulsi coactus digitorum †scissos itaque dentium sonos† Vians. (manus saepiusque)
conpulsae articulorum se ipsos torquentium sonus Font. spiritusque compulsi coactus <ac
stridor> digitorum se ipsos torquentium sonus Kurf. †saepiusque compulsi quohectus
digitorum scissos itaque dentium sonos† Alb. 8 concitum] E Barl. Vians. Alb. concitatum T M
Tam. Fl. 9 horribilis] M2 edd. orridibilis E T M1 | irae] a ira edd.
Testo critico e traduzione 105

L’aspetto dell’ira
II 1. Sfrontato l’aspetto e minaccioso il volto, tetra fronte e sguardo truce;
sul viso, pallore o rossore: ribolle il sangue dal profondo del petto e,
mutatone il colorito, deforma anche i volti più belli; avvampano e
lampeggiano gli occhi, tremano le labbra, si rinserrano i denti, il petto è
squassato dal respiro frequente e troppo intenso; un gemere affannoso e un
parlare precipitoso dai suoni poco distinti; l’erompere rabbioso della voce
tende il collo; le mani irrequiete e il rumore sordo del petto che viene
ripetutamente percosso, un sibilo strozzato e lo schioccare delle dita che si
tormentano da sé; l’andatura concitata, un pestare i piedi per terra, le giunture
tremanti e tutto il corpo, scosso da un fremito malfermo, esprimendo con
tutto se stesso le grandi minacce di un’ ira spaventosa, si sfigura e si gonfia al
punto che non sai se questo vizio sia più odioso o più brutto. Quale ritieni che
sia, interiormente, l’animo la cui immagine esterna è tanto deforme? Tutti gli
altri vizi si celano e si nascondono nel profondo, l’ira tradisce se stessa e
106 Martini Bracarensis De ira

in abdito refugiunt, ira se prodit et in faciem exit, quantoque maior est, tanto
et manifestius exardescit. Nihil ergo minus quam irasci prudentem decet.

12 in abdito] cf Sen. ira 1.1.5 (Torre 2003, 115-116) | maior est] cf Sen. ira 1.1.5 (Torre 2003,
116)

13 et] om. Tam.


Testo critico e traduzione 107

affiora sul volto, e quanto più è grande, tanto più apertamente divampa.
Pertanto, non c’è nulla che meno si addica al saggio quanto adirarsi.
108 Martini Bracarensis De ira

De effectibus irae
III 1. Ira omnia ex optimo et iustissimo in contrarium mutat; quemcumque
obtinuerit nullius eum meminisse officii sinit. Da eam patri: inimicus est. Da
filio: parricida est. Da matri: noverca est. Da civi: hostis est. Da regi:
tyrannus est. Ira nec in proeliis utilis invenitur, quia in temeritatem prona est
5 et pericula dum inferre vult non cavet, venitque in alienam potestatem dum
non est in sua. Ira ex proprio libitu iudicat, audire non vult nec patrocinio
relinquit locum. Iudicium suum eripi sibi, etiam si pravum sit, non sinit.
Amat et tuetur errorem suum nec vult argui, etiam si oculis manifesta veritas
ingeratur: honestior illi in male coeptis pertinacia quam correctio aestimatur.
10 Quamvis enim vanae illam concitaverint res, perseverare vult ne videatur sine
causa coepisse et, quod est iniquius, dum retinetur fit pertinacior et augescit,
quasi hoc ipsum graviter irasci iustae irae sit argumentum. Quod si quantum
minatur tantum valuerit, ob hoc ipsum, quia terribilis est, amplius est invisa.
Si vero sine viribus est, contemptui est magis exposita derisumque non
15 effugit. Sed periculosius est timeri, tutius despici.

III ,1 Ira…4 Ira] cf Sen. ira 1.2.3 (Torre 2003, 117)

III ,2 nullius] T edd. nullis E M | officii] T edd. officiis E M 3 parricida] parracida E


noverca] novera T | Da civi hostis est] om. T M2 Tam. Fl. 4 Ira] a Tam. Fl. Alb. ita Barl.
Vians. 5 alienam] Vians.(i.a. dubitanter) aliam a Tam. Fl. Barl. Alb. 6 libitu] E M1 Alb.
libito T M2 Tam. Fl. Barl. Vians. | nec] a Tam. Barl. Vians. Alb. ne Fl. non Brand. 13 ob hoc
ipsum] a codd(Fl) Barl. Vians. Alb. ob hoc etiam Tam. Fl. 14 viribus] virtutibus T
15 effugit] a Barl. Vians. Alb. fugit Tam. Fl. | Sed periculosius est] l.n. M1marg. periculosius est
<illud> M2marg.(dubitanter) Tam. Fl. | timeri] E Barl. Vians. Alb. tamen T M Tam. Fl.
Testo critico e traduzione 109

Gli effetti dell’ira


III 1. L’ira trasforma ogni realtà, ottima e giustissima, nell’esatto contrario;
a chiunque sia caduto in suo dominio, non consente di ricordare alcun dovere.
Assegnala a un padre: ecco un rivale. A un figlio: ecco un parricida. A una
madre: ecco una matrigna. A un cittadino: ecco un nemico pubblico. A un re:
ecco un tiranno. Neppure in battaglia l’ira si rivela utile, poiché è incline alla
temerarietà e, mentre cerca di procurar pericolo, non se ne guarda, e così,
mentre non è più padrona di sé, cade in potere altrui. L’ira giudica secondo il
proprio capriccio, non vuole ascoltare e non concede spazio alla difesa. Non
si lascia strappare il suo giudizio, benché iniquo. Ama e custodisce
gelosamente il proprio errore, e non accetta di essere confutata, anche se le
viene posta innanzi agli occhi la verità manifesta: in ciò che ha cominciato
male, essa reputa l’ostinazione più onorevole di un pentimento. Sebbene
infatti l’abbiano scatenata futili motivi, essa vuole perseverare per non dare
l’impressione di aver cominciato senza motivo e, quel che è più iniquo,
mentre viene trattenuta si fa più ostinata e aumenta, quasi che adirarsi
profondamente sia, in sé, prova della sua legittimità. Ma se riesce ad attuare
ciò che minaccia, proprio per questo essa risulta tanto più odiosa, perché
incute timore. Se, all’opposto, è fiacca, si espone maggiormente al disprezzo
e non sfugge alla derisione. Ma essere temuti è più pericoloso, essere
disprezzati più sicuro.
110 Martini Bracarensis De ira

2. Omnes alias passiones ira sibi subditas facit, nullaque est ambitio animi
in quam non ira dominetur. Denique avaritiam, pessimum malum minimeque
flexibile, ira calcat. Quotiens siquidem iratus animus opes suas adactus
spargit? Quotiens magno aestimata pretio insignia proicit? Irae violentia
20 repentina et universa est: non paulatim procedit sed dum incipit tota est, nec
aliorum vitiorum more sollicitat animos sed abducit. Cetera vitia inliciunt, ira
vero, ut solent fulmina procellaeque, praecipitat nullaque res magis urget sive
valet superba sive frustratur insana. Alia vitia a ratione, ira autem a sanitate
discessit: nam nec repulsa in taedium agitur sui sed ubi adversarius
25 subtrahitur morsos suos in semetipsa convertit. Cetera vitia singulos quosque
corripiunt, ira autem interdum multos publice invasit: nam numquam populus
universus simul fornicandi cupiditate succensus est nec in lucrum pecuniae
spem suam tota simul civitas misit nec honoris ambitio gregatim cunctos sed
viritim singulos occupat. At vero in iram uno saepe agmine curritur
30 catervatim.

17 minimeque] cf Sen. ira 2.36.6 (Torre 2003, 138-139) 18 adactus] cf Sen. ira 2.36.6 (Torre
2003, 139) 22 fulmina] cf Sen. ira 3.1.4 (Torre 2003, 140-141) | urget] cf Sen. ira 3.1.5
(Torre 2003, 141) 25 in semetipsa] cf Sen. ira 3.1.5 (Torre 2003, 141-142) 29 in iram] cf
Sen. ira 3.2.2 (Torre 2003,142)

17 in quam] E Barl. Vians. Alb. in qua T M Tam. Fl. | ira dominetur] E Barl. Vians. Alb. ira
non dominetur T M Tam. Fl. | Denique] et Tam. | avaritiam] T M2 edd. avaritia E M1
18 siquidem] a Tam. Fl. Barl. Alb. scilicet Gall. [si]quidem Vians. | adactus] M edd. ad actus
E(ad hac-) T 19 magno] magna Barl. 22 fulmina] Kurf. flumina a edd. | res] E Kurf. Alb.:
om. T M Tam. Fl. Barl. Vians. | urget] T M1marg. M2 Tam. Fl. Barl. Vians. surget E M1 Alb.
23 insana] M1(ex insania corr.) M2 Tam. Fl. Barl. Vians. insania E T Alb. 24 discessit] a
Vians. Alb. discedit Tam. Fl. desciscit Barl. 25 morsos] E M1 Alb. morsus T M2 Tam. Fl.
Barl. Vians. | semetipsa] E T M1 Alb. semetipsam M2 Tam. Fl. Barl. Vians. 26 invasit] a
Vians. Alb. invadit Tam. Fl. Barl. 27 pecuniae] pecuniamve Raym. 28 simul] om. T
ambitio] om. T
Testo critico e traduzione 111

2. L’ira rende schiave tutte le altre passioni, e non c’è brama dell’animo
umano su cui essa non eserciti la sua tirannia. Persino l’avidità, il vizio
peggiore e più indomabile, viene calpestato dall’ira. Quante volte l’animo,
appunto perché in preda all’ira, viene trascinato a dissipare le proprie
sostanze? Quante volte getta via beni stimati di grande valore? La violenza
dell’ira è improvvisa e totale: non procede a poco a poco, ma quando
incomincia è già tutt’intera, e, al contrario degli altri vizi, non seduce
l’animo, ma lo rapisce. Tutti gli altri vizi adescano, mentre l’ira, come i
fulmini o i rovesci temporaleschi, si abbatte, e non c’è cosa che più incalzi,
arrogante se vittoriosa, folle se frustrata. Gli altri vizi si allontanano dalla
ragione, l’ira dalla sanità mentale: neppure respinta, infatti, si stanca di sé ma
al contrario, quando le è sottratto l’antagonista, volge i suoi morsi contro se
stessa. Gli altri vizi ghermiscono ciascuno singolarmente, l’ira talvolta si
impossessò di una moltitudine: mai, infatti, un’intera popolazione arse
simultaneamente di libidine né tutta una cittadinanza pose
contemporaneamente la propria speranza nel guadagno e neppure
l’ambizione del potere invade tutti in massa, ma piuttosto i singoli, a uno a
uno. Al contrario, nell’ira spesso ci si precipita tutti insieme, a frotte.
112 Martini Bracarensis De ira

<De fugienda ira>


IV1. In iram primum est non irasci, secundum cito desinere, tertium
alienae quoque irae mederi. Primum est ergo ne incidamus in iram. Quod si
acciderit, secundum irae remedium est ne in ira peccemus. Nam sicut in
corporum cura alia de conservanda sanitate, alia de restituenda praecepta
5 sunt, ita aliud est iram cohibere ne insurgat, aliud conpescere iam erectam.
Sicut enim pars superior et propinqua sideribus nec in nubem constringitur
nec in turbinem vertitur, inferiora vero saepius fulminantur, eodem modo
sublimis animus quietus semper et in statione tranquilla locatus, omnia infra
se premens quibus ira contrahitur, modestus ac venerabilis invenitur. Animus
10 autem qui in negotia multa discurrit et varia temptat in multis incidit
querellis. Alius spem eius fallit, alius differt, alius intercipit atque ita omnium
rerum existit inpatiens et ex levissimis irascitur causis, nunc personae, nunc
negotio, nunc tempori, nunc loco, nunc sibi. Ut ergo quietus sit animus, non
est multarum rerum actu lassandus nec magnarum et super vires adpetitarum.
15 Facile est enim levia aptare cervicibus et in utramlibet partem sine lapsu
transferre.

IV,1 desinere] cf Sen. ira 3.5.2 (Torre 2003, 142-143) 7 fulminantur] cf Sen. ira 3.6.1 (Torre
2003, 143-144) 8 infra] cf Sen. ira 3.6.1 (Torre 2003, 144-145) 12 et…levissimis] cf Sen.
ira 3.6.5 (Torre 2003, 145) 14 et super] cf Sen. ira 3.6.6 (Torre 2003, 145-146)

IV,1 tit. <De fugienda ira> scripsi e.g. (cf supra, 20-21) | In iram] E M Tam. Fl. Barl. Alb. in
ira T Vians. 2 Primum] primum <remedium> Tam. Fl. | incidamus] E (inced-) M2 edd.
incendamur T M1 3 secundum irae remedium est] scripsi secundire medium E secundi
remedium M1 Alb. secundum remedium T M2 Tam. Fl. Barl. Vians. 4 alia de restituenda]
om. M2 Tam. Fl. | praecepta sunt] praecepta sunt <alia de medendis morbo correptis> Tam. Fl.
Barl. 7 inferiora] a Tam. Fl.1 Barl. Vians. Alb. inferior Fl.2 Gall. | fulminantur] E T M1 Barl.
Vians. Alb. fulminatur M2 Tam. Fl. Gall. 8 statione tranquilla] tranquilla statione Gall.
12 irascitur] iratur Barl. 14 actu] Fl. Gall. Barl. Vians. Alb. auctu a Tam. 15 aptare] E Barl.
Vians. Alb. appetere T M applicare Tam. Fl.
Testo critico e traduzione 113

<Come evitare l’ira>


IV 1. Contro l’ira il primo rimedio è non adirarsi; il secondo, smettere
subito; il terzo, curare anche l’ira altrui. Primo rimedio, dunque, è non cadere
nell’ira. Se però ciò accadesse, il secondo è non peccare sotto il suo effetto.
Come nella cura del corpo alcuni precetti riguardano la difesa della salute,
altri il suo ristabilimento, così una cosa è trattenere l’ira perché non insorga,
un'altra reprimerla dopo che si è eccitata. E come la regione superiore del
cielo, vicina alle costellazioni, non si addensa di nubi né turbina per le
tempeste, mentre le zone inferiori sono spesso percorse dai fulmini, così
l’animo eccelso, sempre sereno, situato in una sfera tranquilla, capace di
reprimere sotto di sé tutto ciò che scatena l’ira, è calmo e venerabile.
L’animo, invece, che trascorre di occupazione in occupazione e tenta gli
affari più disparati, finisce per lamentarsi di frequente: c’è chi delude le sue
speranze, chi le differisce, chi gliele ruba e così esso diventa insofferente di
qualunque cosa e si adira per motivi futilissimi, ora contro la persona, ora
contro l’affare, il tempo, il luogo, e ora contro se stesso. Perché dunque
l’animo sia sereno, non bisogna stancarlo facendo troppe cose o troppo
grandi e superiori alle nostre forze. Fardelli leggeri, infatti, è facile adattarli
sulle spalle e spostarli dall'una all’altra senza perdere l’equilibrio.
114 Martini Bracarensis De ira

V 1. Contra primas ergo causas irae pugnandum est. Causa autem irae
opinio est iniuriae cui non facile est credendum, nec apertis quidem
manifestisque statim est accedendum, quia interdum falsa veri speciem
ferunt. Differendum semper est tempus: dilatus dies aperiet veritatem. Non
5 facile aures criminantibus pateant, sed hoc humanae naturae vitium
suspectum notumque sit nobis: quod ea quae inviti audimus facile credimus,
irascimur. Multi enim suspicionibus inpelluntur et ex vultu risuque alieno
peiora interpretati innocentibus irascuntur. Plurimum mali credulitas facit.
Quamobrem saepe nec audiendum quidem est atque ex animo tollenda
10 suspicio. Numquam argumentatio deest et coniecturae inritamenta fallacia.
Simplicitate et benigna rerum aestimatione opus est uti. Nihil credi oportet,
nisi quod manifeste incurrit in oculos et quotiens suspicio apparet in animo
credulitas obiurgetur: haec enim obiurgatio consuetudinem non facile
credendi efficiet. Si non vis in iram incidere, ne fueris curiosus. Qui inquirit
15 quid de se dictum sit et malignos sermones, etiam si secreto dicti sunt, eruit,
ipse se inquietat. Dum enim interpretantur ad hoc perducuntur, ut videantur

V ,2 nec] cf Sen. ira 2.22.2 (Torre 2003, 118) 3 est accedendum] cf Sen. ira 2.22.2 (Torre
2003, 119) 6 notumque] cf Sen. ira 2.22.3 (Torre 2003, 119-120) 8 credulitas] cf Sen. ira
2.24.1 (Torre 2003, 120) 12 incurrit] cf Sen. ira 2.24.2 (Torre 2003, 120) 15 dicti sunt] cf
Sen. ira 3.11.1 (Torre 2003, 146)

V ,3 manifestisque] manifestisque <coniectationibus> Tam. Fl. Barl. | veri] T M1(ex veris


corr.) M2 edd. veri E 7 irascimur] E M nascimur T <et> irascimur edd. 8 credulitas] T M2
edd. crudelitas E M1 11 credi] a Vians. Alb. credere Tam. Fl. Barl. 12 incurrit] a Barl.
Vians. Alb. occurrit Tam. Fl. 13 haec] hoc E 14 fueris] a Barl. Vians. Alb. sis Tam. Fl.
15 dictum sit] a Barl. Vians. Alb. dictum est Tam. Fl. 16 interpretantur] Font. Vians. Alb.
inpetrantur E(ex inptrantur corr.) impetrantur T M impetrant M1marg. M2marg. perpetrantur Tam.
Fl. Barl.(prep-) | perducuntur] E Barl. Vians. Alb. producuntur T M Tam. Fl.
Testo critico e traduzione 115

V 1. E’ necessario dunque combattere contro le cause prime dell’ira. Causa


dell’ira è appunto la presunzione di offesa, a cui non bisogna credere
incondizionatamente, e neppure a ciò che è palese e manifesto bisogna subito
aderire poiché, talvolta, il falso ha l’aspetto del vero. Bisogna sempre
prendere tempo: la dilazione svelerà la verità. Non si presti facilmente
orecchio agli accusatori, ma piuttosto ci sia ben presente e sospetto questo
vizio della natura umana: ci arrabbiamo poiché crediamo volentieri a ciò che
ascoltiamo malvolentieri. Molti sono pungolati dai sospetti e, interpretando al
peggio l’espressione e il riso altrui, si adirano contro degli innocenti. La
credulità causa la più parte del male. Perciò, tante volte, non bisogna
neppure stare ad ascoltare, ma occorre estirpare il sospetto dall’animo. Al
sospetto non mancano mai argomenti e ingannevoli stimoli. C'è bisogno
invece di semplicità e di una valutazione benevola della realtà. Non si deve
credere a nulla, se non a ciò che manifestamente viene sotto gli occhi e ogni
qualvolta il sospetto faccia capolino nell’animo, si rimproveri il vizio della
credulità: un simile rimprovero infatti genererà l’abitudine a non credere con
leggerezza. Se non vuoi incappare nell’ira, non essere curioso. Non fa che
tormentare se stesso colui che indaga che cosa si sia detto sul suo conto e che
dissotterra le voci maligne, anche se sono state pronunciate in segreto.
Mentre le interpretano, queste voci arrivano al punto da sembrare delle
offese: ma proprio in questa interpretazione qualcosa va difeso, qualcos’altro
116 Martini Bracarensis De ira

iniuriae, sed in ea interpretatione alia defendenda sunt, alia donanda, alia


deridenda atque ita his modis praevenienda est ira. Multas iniurias transit et
plerasque non accipit qui aut nescit aut, si scierit, in ludum eas iocumque
20 convertit. Nam si querelletur, aut falsa suspicando aut levia adgravando, non
ira ad illum sed ipse venit ad iram, quae numquam arcessenda est, sed etiam
cum inrepserit refutanda.

2. Magni animi est despicere iniurias. Nam multi leves iniurias altius in se
demisere dum vindicant: potius est non agnovisse quam ignovisse iniuriam.
25 Enimvero ille magnus est et nobilis qui more magnae ferae latratus
minutorum canum securus exaudit: sanctius siquidem est dissimulare
iniuriam quam ulcisci. Potentiorum vero iniuriae non tantum patientia sed
etiam hilari vultu ferendae sunt: facient iterum si te passum et se fecisse
crediderint. Adeo ergo iniuriam saepe vindicare non expedit, ut nec fateri
30 quidem expediat. Abstinendum itaque ab ira est sive superior sit qui lacessit,
sive par sive inferior: cum superiore contendere furiosum est, cum pare
anceps, cum inferiore iam sordidum.

3. Ex iis autem quae solent offendere, alia renuntiantur nobis, alia ipsi
audimus, alia et videmus. De iis ergo quae narrantur cito non debent credi,

19 ludum] cf Sen. ira 3.11.2 (Torre 2003, 147) 25 magnus est] cf Sen. ira 2.32.3 (Torre 2003,
132) 26 canum] cf Sen. ira 2.32.3 (Torre 2003, 132-133) 28 te…et] cf Sen. ira 2.33.1
(Torre 2003, 133-134) 30 ab ira] cf Sen. ira 2.34.1 (Torre 2003, 134)

17 iniuriae] invidiae codd(Fl) | interpretatione] Font. Kurf. Vians. Alb. perpetratione a Tam. Fl.
Barl. | defendenda] a Tam. Fl. Barl. Vians. differenda Kurf. Alb. 18 transit] transit
<prudens> Tam. Fl. Barl. transit <sapiens> Kurf. 19 qui] Font. Vians. quia a Tam. Fl. Barl.
Alb. 21 etiam] om. Tam. Fl. 23 Nam multi leves iniurias] E Barl. Vians. Alb.: om. T M
Tam. Fl. 24 demisere] demitere Fl.1 demittere Gall. 26 sanctius] M1marg. M2marg. Tam. Fl.
Vians. sanctum a satius Raym. Barl. Alb. 28 ferendae] T M2 edd. ferenda E M1 | passum]
possum T 29 crediderint] crediderit E | ergo] E Barl. Vians. Alb. enim T M Tam. Fl.
32 iam] <et>iam Vians.
Testo critico e traduzione 117

condonato e, qualcos’altro ancora, preso sul ridere, e così, con simili


accorgimenti, l’ira si può prevenire. Passa sopra a molte offese e la maggiore
parte non le riceve neppure, colui che non se ne accorge o che, quand’anche
se ne sia accorto, le converte in burla e in scherzo. Se invece uno si risentisse,
immaginando il falso o esagerando episodi di poco conto, non sarebbe l’ira a
venire a lui, ma lui all’ira: ad essa però mai si deve concedere adito ma, se
pure si sia insinuata, va respinta.
2. E’ proprio di un animo grande non curarsi delle offese. Molti fecero
penetrare più profondamente nel proprio cuore torti non gravi nel momento
in cui li vendicarono: l’offesa è meglio ignorarla piuttosto che perdonarla. E
senza dubbio è grande e nobile quell’uomo che, come una grande fiera, ode
senza paura i latrati dei cagnolini: è senz’altro più santo dissimulare
un’offesa piuttosto che vendicarla. Se però provengono da parte dei potenti, i
torti vanno sopportati non soltanto con pazienza, ma addirittura con il sorriso
sulle labbra: te ne faranno ancora, se crederanno che tu li abbia sofferti e che
essi stessi li abbiano effettivamente compiuti. Pertanto, vendicare un torto
spesso non giova al punto tale che non è utile neppure riconoscerlo. Così
dobbiamo tenerci lontani dall’ira sia se, a provocarci, è un superiore, sia un
pari nostro o anche uno a noi inferiore: litigare con un superiore è da pazzi,
con chi ci è pari è rischioso, con chi è inferiore poi è una cosa squallida.
3. Tra le offese che solitamente ci feriscono, alcune ci vengono riferite,
altre le udiamo noi stessi, altre ancora le vediamo. A proposito di quelle che
ci sono riferite, non bisogna prestarvi subito credito, perché alcuni mentono
118 Martini Bracarensis De ira

35 quia alii mentiuntur ut decipiant, alii mentiri non aestimant quia et ipsi
decepti sunt. Alius criminatione gratiam captat et ut videatur <ad>loqui fingit
iniuriam. Est etiam aliquis qui hoc occulte loquitur et maligne, ut amicitias
dirimat cohaerentes aut certe ut suum apud te insimulet inimicum. Dicitur
aliquis de te male locutus: cogita an prior hoc feceris, cogita de quam multis
40 ipse loquaris. Cogita non facere aliquos iniuriam sed reponere, aliquos etiam
pro nobis facere; alios adversum nos sed coactos, alios et ignorantes; eos
autem qui volentes scientesque faciunt, non ipsam iniuriam adpetere sed aut
dulcedine urbanitatis prolapsos aut fecerunt aliquid non ut nobis obessent,
sed quia aliter consequi quae volebant non poterant. At in iis quae ipse
45 audiendo aut videndo cognoscis, naturam voluntatemque discuties facientis
peccantisque animum perpensabis, voluerit an inciderit, deceptus sit an
coactus. Puerum excuset aetas, quia nescit an peccet, extraneum libertas,
domesticum familiaritas. Si primum offendit, cogita quamdiu placuerit, si
saepe, fer quod saepe tulisti. Iussus est: necessitate fecit. Quare succenseas?
50 Quod si iniuriam recepit, non est iniuria quod superius feceris pati. Iudex est:
si nocentem punit, cede iustitiae. Amicus est: fecit quod noluit. Inimicus est:

40 ipse] cf Sen. ira 2.28.5 (Torre 2003, 123-124) 41 pro nobis] cf Sen. ira 2.28.5 (Torre
2003, 124-125) | coactos] cf Sen. ira 2.28.5 (Torre 2003, 125)

36 adloqui] scripsi loqui a edd. | fingit] E T M1 Barl. Vians. Alb. finxit M2 Tam. Fl. 37 qui]
M1marg. M2 edd. quibus E T M1 | loquitur] sequitur T 38 ut] ut certe Tam. 39 cogita an prior
hoc feceris cogita de quam multis ipse loquaris] om. T 40 etiam] om. Tam. 41 alios1] T M2
edd. alius E M1 | adversum] a Vians. Alb. adversus Tam. Fl. Barl. | coactos] E T M2 codd(Fl)
Barl. Vians. Alb. coactus M1 coacte Tam. Fl. | ignorantes] ignoranter Gall. 44 poterant] E
Kurf. Vians. Alb. potuerunt T M Tam. Fl. poterunt Barl. | ipse] om. Gall. 47 nescit] E edd.
nesciat T M 49 fer] M1marg. M2 edd. fert E fere T M1 | Iussus est] a codd(Fl) edd. iussus fecit
Tam. Fl. 50 recepit] scripsi recipis a edd. | pati] T M2 edd. patis E M1
Testo critico e traduzione 119

per ingannare, altri non sanno di mentire perché sono stati essi stessi
ingannati. C’è chi tenta di conquistarsi il favore accusando e si inventa
un’offesa perché sembri che sia lui a recare conforto. C’è anche chi parla in
segreto e maliziosamente con l’intenzione di rovinare amicizie salde, o
comunque per calunniare presso di te un suo personale nemico. Si dice che
qualcuno abbia sparlato di te: rifletti se non sei stato tu il primo a farlo, pensa
a quanti sono quelli dei quali tu stesso parli male. Pensa che alcuni non fanno
un torto ma lo restituiscono, che certuni lo fanno perfino nel nostro interesse;
altri, invece, contro di noi, ma perché vi sono costretti, altri senza saperlo; e
che, infine, chi ci arreca un torto in piena coscienza e volontà, non cerca il
torto in sé, ma o si è lasciato prendere dal gusto di una battuta spiritosa
oppure ci ha offeso non per danneggiarci ma perché non avrebbe potuto
conseguire altrimenti ciò che voleva. Riguardo invece alle offese che conosci
per averle tu stesso udite o viste, esaminerai per bene la natura e la volontà di
chi le commette e pondererai con attenzione l’animo del colpevole, se l’abbia
fatto intenzionalmente o accidentalmente, ingannato o costretto. Se è un
bambino, sia l’età a scusarlo, perché non sa di agire male; se è un estraneo, la
libertà; se è uno di casa, la familiarità. Se è la prima volta che ti fa torto,
pensa per quanto tempo ti è stato caro; se invece te ne fa spesso, sopporta ciò
che già spesso hai sopportato. Gli è stato comandato? Lo ha fatto per
necessità. E perché mai adirarti? Se ha ricevuto un torto, non è un torto subire
ciò che tu hai fatto per primo. E’ un giudice? Se ti punisce in quanto
colpevole, arrenditi alla giustizia. E’ un amico? Ha fatto ciò che non avrebbe
voluto. E’ un nemico? Ha fatto ciò che doveva. E’ tuo padre? Pensa che ti ha
120 Martini Bracarensis De ira

fecit quod debuit. Pater est: cogita quia tantum profuit ut illi etiam iniuriam
facere fas sit. Mutum animal est: ipsum, si irasceris, imitaris. Postremo si
bonus vir est qui iniuriam fecit, noli credere, si malus, noli imitari.
55 Prudentiori cede, stulto remitte. Regis quisque intra se animum habet, ut
licentiam sibi in alios dari velit, in se nolit. Qui ergo semper futurum aliquod
quod se offendat existimat, minime cum acciderit irascetur.

54 qui…fecit] cf Sen. ira 2.30.2 (Torre 2003, 131-132) 55 cede] cf Sen. ira 3.24.4 (Torre
2003, 152-154)

52 illi] ipsi Gall. 54 imitari] mirari Kurf. Alb.(i.a. dubitanter) 57 irascetur] irasceretur T
Testo critico e traduzione 121

beneficato a tal punto che gli sarebbe persino lecito farti un torto. E’ un
animale? Se ti adiri, lo imiterai. Insomma, se chi ti ha offeso è un uomo
onesto, non prestarvi fede, se è un malvagio, non imitarlo. Cedi a chi è più
saggio, perdona chi è stolto. Ciascuno di noi ha dentro di sé l’animo di un re,
sicché è sempre pronto a concedere a se stesso licenza nei confronti degli
altri, ma non agli altri nei confronti di sé. Chi dunque si aspetta che ci sarà
sempre qualcosa che lo possa offendere, non si adirerà quando questo
accadrà.
122 Martini Bracarensis De ira

VI 1. <At>qui illud valde inbecillum et foedum, cum minimis sordidisque


animus exacerbatur in rebus, si parum agilis fuerit puer, si tepidior aqua
poturo porrigitur, si turbatus torus aut mensa neglectius posita, si musca
parum curiose fugata, si manibus servi neglegentius clavis elapsa, cum hoc
5 non in tuam contumeliam fecit nec sic ut te offenderet fecit.
2. Saepe etiam quam stulte iis rebus irascimur, quae iram nostram nec
meruerunt nec sentiunt! Et quid hac insania dementius quam bilem in
homines collectam in rebus effundere? Aeger et infelicis valetudinis animus
est quem talium rerum levis aura conturbat. Ubi enim et animum simul et
10 corpus voluptates corruperint, nihil est tolerabile, non quia illa dura sed quia
qui patitur mollis est. Nulla itaque res magis iracundiam alit quam
intemperans et inpatiens luxus. Dure ergo tractandus est animus, ut ictum non
sentiat nisi gravem.

VI ,1 sordidisque] cf Sen. ira 2.25.1 (Torre 2003, 121) 2 in rebus] cf Sen. ira 2.25.1 (Torre
2003, 121-122) 3 poturo] cf Sen. ira 2.25.1 (Torre 2003, 122) 11 patitur mollis] cf Sen. ira
2.25.3 (Torre 2003, 123) 12 tractandus] cf Sen. ira 2.25.4 (Torre 2003, 123)

VI ,1 Atqui] scripsi qui E T M1 quin M1marg. M2 edd. (inter cruces pon. Alb.) | inbecillum]
Font. Kurf. Vians. Alb. in haec illum E (in supra suppl.) T M1 in his illiberale M1marg. M2marg.
in haec illiberale M2 Tam. Fl. Barl. 3 posita] posita <est> Vians.(i.a. dubitanter) 4 curiose]
E M1 Barl. Vians. Alb. furiose T M2 Tam. Fl. | neglegentius] neglegentis Kurf. Vians. | clavis]
clausis T 5 offenderet] offenderit Tam. | fecit2] om. Brand. <innocentibus parce> post fecit
exh. Tam. Fl. Barl. 6 quae] E T M1 Gall. Barl. Vians. Alb. qui M2 Tam. Fl. 9 aura] cura
Gall. Vians. 10 non] om. Tam. 11 magis] magnis T
Testo critico e traduzione 123

VI 1. È poi cosa particolarmente meschina e ignobile quando l’animo si


esacerba in cose squallide e di nessuna importanza, se il servetto è stato poco
svelto, se ti è offerta da bere dell'acqua non sufficientemente fresca, se il letto
è disfatto o la mensa apparecchiata senza la dovuta cura, o una mosca non
prontamente cacciata o una chiave scivolata negligentemente dalle mani del
servo, quando non lo ha fatto per procurarti un torto né ha agito così per
offenderti.
2. Spesso, inoltre, quanto scioccamente ci adiriamo contro quelle cose che
non hanno meritato la nostra ira e neppure la possono avvertire! C’è forse
pazzia più folle di questa, riversare contro gli oggetti la bile che abbiamo
accumulato verso gli uomini? E’ debilitato e malaticcio l’animo che viene
infastidito dal soffio leggero di contrarietà di tal fatta. Qualora i piaceri
abbiano corrotto sia l’animo che il corpo, nulla risulta più sopportabile, non
perché siano dure quelle avversità ma perché è molle chi le subisce. Perciò
niente alimenta maggiormente l’ira quanto un lusso sfrenato e schizzinoso.
L'animo deve dunque essere trattato con durezza perché non avverta il colpo
se non quando questo sia forte.
124 Martini Bracarensis De ira

VII 1. Ad coercitionem autem errantium irato castigatore non opus est.


Nam cum ira delictum animae sit, non oportet peccantem peccata corrigere.
Quod si tantum irascatur sapiens quantum scelerum indignitas exigit, non
irascendum illi sed insaniendum est. Furta, fraudes, infitiationes et si qua sunt
5 alia omnia ista tam propitius aspicit sapiens quam medicus aegros suos.
Numquam itaque iracundia admittenda est: aliquando simulanda si segnes
audientium animi concitandi sunt, aliquando incutiendus iis metus apud quos
non proficit ratio.

VII,2 peccata] cf Sen. ira 1.16.1 (Torre 2003, 118)

VII,2 animae] animi fortasse scribendum | peccata] E Vians. Alb. peccato T M Tam. Fl. Barl.
3 indignitas] E T M1 Barl. Vians. Alb. iniquitas M2 Tam. Fl. 4 qua] a Vians. Alb. quae Tam.
Fl. Barl. 5 medicus] medicos T | aegros suos] aegrotos Fl. 7 sunt] a Tam. Fl. Alb. sint Barl.
Vians.(sunt i.a. dubitanter) | incutiendus] incutiendus <est> Tam. Fl. Barl. | iis] huic M1marg.
M2marg. | quos] edd. quem a
Testo critico e traduzione 125

VII 1. Inoltre, in vista della punizione di chi sbaglia, chi castiga non deve
essere adirato. Infatti, dal momento che l’ira è un peccato dell’anima, non è
opportuno che sia un peccatore a correggere i peccati. Se infatti il saggio si
adirasse tanto quanto lo merita la spregevolezza delle cattive azioni, non gli
toccherebbe adirarsi ma impazzire. Furti, inganni, impegni disattesi e via
dicendo, tutte queste meschinità il saggio le guarda tanto caritatevolmente
quanto un medico guarda i suoi ammalati. In conclusione, non bisogna mai
dare adito all’ira: talvolta però la si può simulare, se occorresse scuotere
l’animo svogliato dei discepoli, talaltra si può incutere paura a quelli con i
quali la ragione non ottiene risultati.
126 Martini Bracarensis De ira

Quomodo leniatur ira


VIII 1. Haec dicta sunt ne veniatur [quis] in iram. Quod si iam ira
proruperit, maximum illi remedium est morae dilatio. Hoc primum petatur,
non ut ignoscat sed ut iudicet. Si expectaveris, desinit nec universam illam
temptaveris tollere, quia graves habet impetus primos. Tota vincitur si
5 partibus capiatur, donec quod ex eius imperio erat agendum ipsi potius
iubeamus. Agendum est ergo ut primus fervor eius relanguescat et caligo
quae premit mentem aliquantulum tenuetur. Pugnet autem unusquisque
secum, ut si vincere iram non potest vel celare meminerit. Si exitus illi non
datur, signa eius obrui possunt (sed cum magna hoc molestia fit: cupit enim
10 exilire ira et incendere oculos faciemque mutare et si paululum illi extra nos
eminere licuerit, supra nos est) ut in imo pectoris recessu condatur feraturque,
non ferat. In contrarium ergo omnia eius flectantur indicia: vultus remittatur,
vox lenior gradusque sit lentior et ita paulatim cum exterioribus interiora
formantur sicque fit ut etsi aliquis iram tuam intellegat tamen sentiat nemo.

VIII ,3 expectaveris] cf Sen. ira 2.29.1 (Torre 2003, 127) 4 tollere…primos] cf Sen. ira
2.29.1 (Torre 2003, 125-126) | si] cf Sen. ira 2.29.1 (Torre 2003, 128) 5 capiatur] cf Sen. ira
2.29.1 (Torre 2003, 128) 7 Pugnet…9 possunt] cf Sen. ira 3.13.1 (Torre 2003, 147-149)
11 recessu] cf Sen. ira 3.13.2 (Torre 2003, 149-151) 13 lentior] cf Sen. ira 3.13.2 (Torre
2003, 151-152)

VIII ,1 veniatur] E M1 Alb. veniat T M2 Tam. Fl. Barl. Vians. | quis] delevi 3 desinit] a Alb.
desinet Tam. Fl. Barl. Vians. 4 quia] qui Tam. 5 capiatur] carpitur Kurf. 6 ergo] E M1
Barl. Vians. Alb. enim T M2 Tam. Fl. | fervor eius] a Vians. Alb. eius fervor Tam. Fl.
8 iram] iam Tam. | potest] possunt T 9 sed] a Barl. Vians. Alb. licet Tam. Fl. 11 eminere]
emittere Tam. | ut] <oportet> ut Vians.(i.a. dubitanter) 12 ferat] feret M2 Tam. | ergo] E M1
Barl. Vians. Alb.: om. T M2 Tam. Fl. | flectantur] T M edd. flectuntur E | indicia] iudicia
Gall. 14 fit] E T M1 Barl. Vians. Alb. fiet M2 Tam. Fl. | etsi] a Barl. Vians. Alb. si Tam. Fl.
Testo critico e traduzione 127

Come calmare l'ira


VIII 1. Queste cose sono state dette per non cadere nell'ira. Ma se l'ira è
già scoppiata, il rimedio più efficace è una pausa di tempo. Si punti anzitutto
a questo: non che l'ira perdoni ma che eserciti il suo giudizio. Se aspetterai,
smetterà e non proverai a levarla tutta d'un colpo perché troppo gravi sono i
suoi primi attacchi. La si vince tutta intera se la si conquista pezzo per pezzo,
finché ciò che si era costretti a fare per suo comando, possiamo comandarlo
noi. Bisogna dunque agire in modo che il suo fervore sbollisca e si diradi
almeno un poco il fumo che offusca la mente. Combatta quindi ciascuno con
se stesso, se non per vincere l'ira, almeno per nasconderla. Se non le si offre
una via di uscita, i suoi sintomi possono essere celati (ma ciò avviene con
grande pena: l'ira infatti pretende di saltar fuori e incendiare lo sguardo e
stravolgere il volto, e se le si è concesso anche per un attimo di spuntare fuori
di noi, subito è sopra di noi), affinché essa rimanga sepolta nel profondo del
petto e venga da noi diretta, e non, a sua volta, ci diriga. Volgiamo perciò
ogni sintomo dell'ira nel suo contrario: il volto si distenda, la voce sia più
tranquilla, più lento il passo e così, a poco a poco, i sintomi interiori
finiscono per accordarsi a quelli esteriori; e succede che, quand'anche
qualcuno intuisca la tua ira, non la possa tuttavia avvertire.
128 Martini Bracarensis De ira

15 2. Faciet ergo nos moderatiores respectus nostri, si consulamus nos: "Num


tale aliquid et ipsi aliquando conmisimus? Num sic erravimus? Expeditne
nobis in aliis illa damnare quae effugere ipsi nequivimus?". Faciet etiam nos
mitiores, si cogitemus quid nobis ille cui irascimur aliquando profuerit et sic
praesens offensa prioribus meritis redimatur. Illud quoque occurrat, quantum
20 nobis conmendationis adlatura sit fama clementiae, quam multos amicos
venia fecerit utiles.
3. Nihil gloriosius quam iram amicitia conmutare. Irascitur aliquis? Tu
contra beneficiis provoca. Cadit statim simultas ab alterutra parte deserta: nisi
paria non pugnant. Quod si utrimque certaverit ira, concurritur. Ille est fortior
25 qui prior rettulit pedem. Victus est saepe qui vicit. Percussit te? Recede: nam
referiendo et occasionem dabis saepius feriendi et excusationem; postremo
cum volueris reverti non poteris. Qui irascitur iniuranti se, vitium vitio
opponit. Numquid non insanire videtur si quis mulam calcibus petat aut
canem a quo morsus est lancinet? “Sed ista” inquis “peccare nesciunt”.
30 Eodem loco est quisquis consilio caret. Quid enim refert an alia mutis
dissimilia habeat si hoc simile habet, quod omni peccato muta defendit? Eo
nos loco constituamus quo ille est cui irascimur. Nostram esse causam illius

22 conmutare] cf Sen. ira 2.34.4 (Torre 2003, 135) | Irascitur] cf Sen. ira 2.34.5 (Torre 2003,
135) 23 alterutra] cf Sen. ira 2.34.5 (Torre 2003, 136) 24 paria] cf Sen. ira 2.34.5 (Torre
2003, 136) | si] cf Sen. ira 2.34.5 (Torre 2003, 137-138) 30 mutis] cf Sen. ira 3.27.2 (Torre
2003, 158) 31 simile] cf Sen. ira 3.27.2 (Torre 2003, 158)

15 Faciet] scripsi faciunt a edd. | consulamus] consuleamus E | Num] Barl. Vians. Alb. nam a
Tam. Fl. 16 Num] E Barl. Vians. Alb. nam T M Tam. Fl. | sic] <si> sic T M2 Tam. Fl.
20 adlatura] adolatura E 22 gloriosius] gloriosus T | amicitia] amicia E 24 utrimque]
Raym. Barl. Vians. Alb. utrumque a Tam. Fl. 25 rettulit] E Vians. retulit T M Tam. Fl. Barl.
Alb. 28 si quis] E M1 Barl. Vians. Alb. quis om. T M2 Tam. Fl. | mulam] E Barl. Vians. Alb.
mulum T M Tam. Fl. 29 Sed…nesciunt] om. T M Tam. Fl. 30 mutis] Raym. Barl. Vians.
Alb. multis a multa Tam. Fl. 31 habeat] E M1 Barl. Vians. Alb. habet T M2 Tam. Fl. | omni]
<in> omni Kurf. | muta] Raym. Barl. Vians. Alb. munda a Tam. Fl.
Testo critico e traduzione 129

2. Ci renderà più moderati un esame di noi stessi, se appunto ci


chiedessimo: “Abbiamo commesso anche noi talvolta un'azione del genere?
Abbiamo forse fatto lo stesso errore? Ci conviene proprio condannare nel
prossimo quegli sbagli che noi stessi non abbiamo potuto evitare?”. Inoltre ci
renderà più miti pensare quali servigi ci abbia reso in passato colui verso il
quale nutriamo dell'ira, e così l'offesa del presente sia riscattata dai meriti del
passato. Ci venga in mente anche quanto onore ci porterà la fama di
clemenza, quanti il perdono trasformerà in utili amici.
3. Non c'è nulla di più glorioso che permutare l'ira con l'amicizia.
Qualcuno si adira? Tu al contrario provocalo con il bene. L'ostilità cade
immediatamente se non viene raccolta dall'una o dall'altra parte: si combatte
soltanto in due. Al contrario, se da entrambe le parti l'ira cerca lo scontro, si
arriva al corpo a corpo. Ma è più forte chi per primo ha fatto un passo
indietro. Spesso chi ha vinto è stato vinto. Ti ha colpito? Indietreggia: infatti,
colpendo a tua volta, gli darai e l'occasione e la giustificazione per ferirti più
spesso; alla fine, se anche vorrai ritirarti dalla lotta, non potrai più farlo. Chi
si adira con chi lo offende, risponde al male con il male. Non sembrerebbe
fuori di senno uno che prendesse a calci la mula o sbranasse il cane da cui è
stato morso? “Ma questi animali”, tu obietti, “non sanno di fare il male”.
Nella medesima condizione si trova chiunque sia privo di raziocinio. Che
importa infatti che egli sia diverso in altre cose dagli animali irragionevoli, se
tuttavia ha di simile proprio ciò che scagiona gli stessi animali? Mettiamoci
130 Martini Bracarensis De ira

adfingamus: nam facit nos iracundos iniqua nostri aestimatio quia ea quae
volumus facere nolumus pati. Memento etiam quia sapientissimi quique viri
35 multa delinquunt. Quod si etiam prudentissimi viri peccant, cuius error
causam non habet ignoscendi? Nemo est tam timidus offensarum qui non
illas dum vitat admittat. Aequiore ergo animo fert se contemni cuicumque
venit in mentem nullam esse tantam potentiam in quam non incurrat iniuria.
Demus spatium peccanti quo possit considerare quod fecerit et ipse se
40 castigabit. “Quid ergo” inquis “inpune ille erit?”. Puta velle te: nam non erit,
quia non magis gravius addicitur quam qui ad supplicium paenitentiae datur.
Respiciendum est deinde ad condicionem rerum humanarum, ut omnium
accidentium aequi iudices simus; iniquus est autem qui commune vitium
singulis obicit. Omnes inconsulti atque inprovidi sumus, omnes incerti,
45 queruli, ambitiosi. Quid levioribus verbis publicum malum abscondo? Omnes
mali sumus. Quidquid in alio deprehenditur, id unusquisque in sinu suo
inveniet. Mali vivimus inter malos.

38 incurrat] cf Sen. ira 3.25.1 (Torre 2003, 155-156) 41 addicitur] cf Sen. ira 3.26.2 (Torre
2008, 3-6) 44 obicit] cf Sen. ira 3.26.3 (Torre 2003, 156) 45 levioribus] cf Sen. ira 3.26.4
(Torre 2003, 157) 46 deprehenditur] cf Sen. ira 3.26.4 (Torre 2003, 157-158)

33 facit] E T M1 Barl. Vians. Alb. fecit M2 Tam. Fl. | nostri] scripsi nostra a edd.
34 sapientissimi] a Barl. Vians. Alb. sanctissimi Tam. Fl. 37 ergo] enim Tam. | fert] E Barl.
Vians. Alb. feret T M Tam. Fl. 38 tantam] E1 T M edd. tam E 39 quod fecerit] quid Gall.
40 nam] a Tam. Fl. Barl. Alb. tamen Font. Kurf. Vians. 41 non] nemo Vians. | addicitur] a
Tam. Fl. adficitur Barl. Vians. Alb. 43 accidentium] occidentium T 44 obicit] M1marg. M2
edd. abicit E T M1 | inconsulti] T M(ex inconsulati corr. M1) edd. inconsulati E
46 deprehenditur] reprehenditur Kurf.
Testo critico e traduzione 131

al posto di colui contro cui ci adiriamo. Immaginiamo che la sua causa sia la
nostra: ci rende preda dell'ira l'iniqua valutazione di noi stessi, perché non
siamo disposti a subire ciò che invece abbiamo intenzione di fare. Ricordati
anche che perfino gli uomini più saggi sbagliano. Se dunque anche le persone
più assennate peccano, la colpa di chi non può trovare un motivo di perdono?
Nessuno è così timoroso delle offese da non commetterle proprio mentre
cerca di evitarle. Perciò chiunque si ricordi che non esiste potere tanto grande
da non essere raggiunto da un torto, questi sopporta con animo più sereno di
venire offeso. Concediamo del tempo a chi pecca, durante il quale possa
ripensare a ciò che ha fatto, e sarà lui stesso a castigarsi. “Che cosa?” tu dici
“resterà impunito?”. Fai pure conto di volerlo: non lo sarà invece, perché
nessuno viene più gravemente condannato di colui che è consegnato al
supplizio del rimorso. Bisogna pertanto considerare la generale condizione
umana per poter essere giudici imparziali di tutto ciò che succede; è ingiusto
invece chi attribuisce ai singoli il vizio di tutti. Tutti siamo avventati e senza
giudizio, tutti insicuri, lagnosi, ambiziosi. Perché nascondo con parole lievi
un peccato generale? Tutti siamo cattivi. Qualsiasi difetto si colga nel
prossimo, ciascuno lo ritroverà nel proprio cuore. Siamo malvagi che vivono
tra malvagi.
132 Martini Bracarensis De ira

IX 1. Nunc iam tertio in loco videamus alienam iram quomodo leniamus;


nec enim sani tantum esse volumus sed sanare. Primam ergo iram alterius
non audebimus nostra ratione mulcere: surda est enim et amens. Dabimus illi
spatium: nam et remedia medicorum non in accessibus infirmitatum sed in
5 remissionibus prosunt. Quod si tumentes oculos quis temptet inungere,
recentem magis vim incitat conmovendo. Sapiens furenti amico omnia
ultionis instrumenta occultius removebit ipseque iracundiam simulabit, ut
tamquam auditor doloris et comes plus auctoritatis in consiliis habeat. Moras
nectet et, dum maiorem poenam quaeret, praesentem interim differt, et omni
10 arte furori requiem dabit. Quod si tu potentior es, aut pudorem illi cui vix
resistis aut metum incuties. Alteri dicis: “Indignor nimis et non invenio
dolendi modum, sed expectandum est tempus: dabit poenas. Serva istud
animo tuo et pro mora, cum poteris, reddes”. Alteri dices: “Vide ne iracundia
tua voluptati sit inimicis”. Alteri: “Vide ne magnitudo animi tui et creditum
15 apud plerosque decidat robur”. Ita enim abscondet et medicus ferramentum,
ut aeger dolorem, dum non sperat, ferat: nam quaedam non nisi decepta

IX,3 ratione] cf Sen. ira 3.39.2 (Torre 2008, 6-9) 11 Alteri…15 robur] cf Sen. ira 3.40.1
(Torre 2003, 160-163) 13 poteris] cf Sen. ira 3.40.1 (Torre 2003, 163)

IX,1 alienam iram quomodo] E Alb. quomodo alienam iram T M Tam. Fl. Barl. Vians. 2 sani
tantum] sanitatum T | volumus] velimus Tam. 3 ratione] a Tam. Fl. Barl. Alb. oratione
Kurf. Vians. 4 nam et] T M Tam. Fl. et om. E Gall. Barl. Vians. Alb. 6 recentem] scripsi
recente a Tam. Fl. Alb. rigentem Raym. Barl. Kurf. Vians. | magis vim] a Barl. Vians. Alb.
magis vi M1marg.(dubitanter) vi magis Tam. Fl. | conmovendo] Raym. Font. Kurf. Vians. Alb.
conmovenda a Tam. Fl. Barl. 8 auditor] adiutor Kurf. 9 nectet et dum maiorem poenam]
bis scripserunt M1 M2 | quaeret] E M1 Alb. quaerat T M2 Tam. Fl. Barl. Vians. | differt] E
differet T M edd. 10 tu] te T | es] est T | vix] a Barl. Vians. Alb. vi
M1marg.M2marg.(dubitanter) Tam. Fl. 11 resistis] resistit Vians. (-at dubitanter i.a.) | dicis] E
M1 dices T M2 edd. | Indignor] E T M1 Barl. Vians. Alb. indignum M2 Tam. Fl. 13 reddes
Alteri] T M2 edd. reddis alteris E M1 16 ferat] M2(ex feriat corr.) Tam. Fl. Barl. Vians. Alb.
feret Gall. feriat E T M1
Testo critico e traduzione 133

IX 1. In terzo luogo vediamo ora come lenire l'ira altrui; non vogliamo
soltanto essere sani, ma sanare. Il primo accesso d'ira del nostro prossimo
non oseremo dunque mitigarlo con la ragione: è sordo e folle. Gli
concederemo del tempo: anche le cure dei medici, del resto, non giovano
negli attacchi acuti della malattia, ma nelle fasi in cui essa si attenua. Che
anzi, se qualcuno prova a spalmare un unguento sugli occhi gonfi,
stimolandoli irrita maggiormente l'ascesso ancora fresco. Il saggio sottrarrà
all'amico in preda alla collera tutti gli strumenti della vendetta e simulerà lui
stesso l'ira per avere più autorevolezza nel dare consigli come confidente e
compagno del dolore. Frapporrà indugi e, mentre cercherà una punizione più
grande, intanto rimanda quella immediata e concederà una pausa al furore
con ogni stratagemma. Se poi tu sei più potente, a colui al quale a stento
resisti incuterai o vergogna o paura. A uno puoi dire: “Sono davvero
indignato e non trovo limite al risentimento, ma bisogna aspettare il
momento: pagherà il fio. Serba ciò nel tuo cuore e, quando ti sarà possibile,
gli restituirai con gli interessi”. A un altro dirai: “Bada che la tua ira non
faccia piacere ai tuoi nemici”. A un terzo: “Stai attento che la tua grandezza
d'animo e la forza che i più ti attribuiscono non vengano meno”. Allo stesso
modo il medico nasconde il bisturi affinché il malato sopporti il dolore
perché non se lo aspetta: certe cose infatti non si possono sanare se non con
134 Martini Bracarensis De ira

sanabuntur. Castigare autem irascentem et ultro irasci, incitare est. Itaque


vario modo ira sananda est.

17 sanabuntur] T M2 sanabitur E M1 sanantur M1marg.(dubitanter) M2marg.(dubitanter) edd.


incitare] coni. Casp. Haur. Barl. Vians. Alb. castigare a Tam. Fl.
Testo critico e traduzione 135

l'inganno. Invece castigare l'irato e adirarsi a propria volta, vuol dire


eccitarlo. Così dunque in vario modo l'ira va guarita.
136 Martini Bracarensis De ira
Commento
1. Capitolo I

1.1. Note filologiche al testo


Mart. ira 1.2.6-7
aeque enim sui est inpotens
aeque Barl. Vians. eaque a ea Tam. Fl. ea quae Alb.

Poiché il passo parallelo di Seneca (ira 1.1.2) introduce il confronto


tra ira e insania mediante l’avverbio aeque (Quidam itaque e sapientibus
iram dixerunt brevem insaniam; aeque enim inpotens sui est, decoris obli-
ta [...]), la congettura di Barlow, basata su una presunta corruttela da
aeque a eaque, restituisce al medesimo paragone quella limpidezza stili-
stica che risulta invece un poco appannata nel testo tràdito di Martino:
accettando la lezione manoscritta eaque al posto di aeque del testo sene-
cano, si dovrebbe infatti ipotizzare che Martino abbia ritenuto superfluo
rimarcare, mediante l’avverbio, l’inizio della similitudine e abbia invece
preferito esplicitare il soggetto (ea riferito a ira) del periodo che segue
(ma il –que enclitico, con cui quest’ultimo è raccordato al precedente,
suona pleonastico rispetto a enim).
È poi doveroso precisare che la lezione manoscritta eaque è assente
nell’apparato critico dell’edizione di Alberto: tale assenza induce erro-
neamente a credere che ea quae, accolto nel testo da questo editore, sia
lezione dei codici, mentre è a tutti gli effetti una sua congettura, non
potendo invocarsi in un caso del genere l’oscillazione grafica, pur tipica
dell’Escorialense, per il dittongo -ae. Da un’ispezione del manoscritto
risulta infatti che il pronome relativo quae, quando non viene abbreviato
in q, si trova sì scritto con grafia fonetica que, ma è sempre trattato
come proclitico e unito alla parola che segue (cfr. ad es. 36vI, riga 7: ea
queinviti; 39vI, righe 16-17: quiaea | quevolumus).
La congettura di Alberto mi pare poco economica perché introduce
una proposizione subordinata relativa in un periodo dall’andamento
138 Martini Bracarensis De ira

prevalentemente paratattico ricalcato sulla fonte senecana; inoltre la con-


giunzione enim risulta poco perspicua nella nuova posizione, all’interno
della stessa relativa: tant’è vero che l’editore è costretto a tradurre «Ela,
com efeito, que nao tem mao em si...» spostando forzatamente enim dalla
subordinata alla principale.

Mart. ira 1.2.7


affectuum inmemor
<necessitudinum> [affectuum] inmemor fortasse legendum

Nel codice Escorialense (34vI, riga 5) subito prima di affectuum inme-


mor si nota un’evidente lacuna (corrispondente all’incirca a dieci caratte-
ri), di cui però gli editori non fanno cenno. Poiché nel parallelo passo di
Seneca (ira 1.1.2) l’ira viene definita necessitudinum immemor, dove ne-
cessitudines significa ‘relazioni parentali’, ‘affetti familiari’, credo che
affectuum possa essere interpretata come una glossa finita nel testo, per
spiegare la lectio difficilior (necessitudinum) che il copista di E, o altri
prima di lui, non riuscivano più a decifrare, ma di cui resterebbe appunto
traccia nello spazio bianco che precede affectuum. Proporrei dunque, in
via dubitativa, di ristabilire nel testo necessitudinum al posto di affectu-
um; ma se si preferisse mantenere il testo tràdito, sarebbe comunque
opportuno restituire ad affectus il significato di ‘affetti familiari’, sinoni-
mico a quello di necessitudines, contro l’interpretazione di Alberto (1993,
145) che traduce «bons sentimentos».

Mart. ira 1.2.9


et ruinae fit simul
simul a Tam. Fl. Barl. similis Haur. Barl.1937 Raym. Kurf. Vians. Alb.

Il confronto con il modello senecano, dove l’ira viene paragonata a


una frana (Sen. ira 1.1.2 [scil. ira] ruinis simillima quae super id quod
oppressere franguntur), ha indotto la maggior parte degli interpreti a rite-
nere che in questo passo Martino riproponesse la stessa similitudine (con
una semplice variazione dal plurale al singolare) e che pertanto, al posto
del tràdito et ruinae fit simul, si dovesse leggere et ruinae fit similis:
dove la presunta corruttela di similis in simul è spiegata ora come conse-
guenza di un duplice fraintendimento (Rayment 1946: similis si sarebbe
corrotto in simili per aplografia con la parola successiva superque; e,
quindi, il gruppo -ili sarebbe stato interpretato come -ul per una presunta
Commento 139

irregolarità nell’altezza delle lettere), ora come errato scioglimento di


abbreviazione (Barlow 1946; ma, allora, sarebbe stato più coerente rista-
bilire il superlativo simillima: viceversa, nell’edizione del 1950 Barlow
accoglierà il testo tràdito, senza alcuna menzione in apparato della sua
proposta di emendazione).
Credo tuttavia che il testo tràdito vada senz’altro difeso, non solo con-
testando la fragilità degli argomenti paleografici addotti a sostegno del-
l’emendazione (da un’ispezione del codice E, limitatamente alle opere
martiniane, risulta che né simul né l’aggettivo similis – nei suoi vari
gradi e variamente declinato – sono mai abbreviati né tantomeno corrot-
ti); ma soprattutto abbandonando il confronto letterale con l’originale se-
necano: il quale, in questo caso specifico, è fuorviante perché induce a
ritenere privo di senso il testo tràdito dove invece esso è perspicuo, e
impedisce di comprendere come la sensibilità cristiana dell’epitomatore
abbia condizionato la lettura e la riscrittura del passo.
Già Rayment 1946, 352 osservava che, mantenendo la lezione simul,
si sarebbe dovuto intendere il genitivo ruinae come correlativo di iustitiae,
in dipendenza da considerationem (ad considerationem iustitiae inha-
bilis et ruinae fit simul [scil. ira]); e liquidava questa opzione come
completamente priva di senso, perché, sulla scorta di Seneca, interpretava
ruina come ‘frana’ e faceva incominciare la similitudine (esplicita) tra
ira-ruina prima di superque id quod oppresserit frangitur.
Al contrario, ritengo che Martino abbia ripreso questa similitudine,
ma senza esplicitarla, menzionando cioè soltanto la catastrofica rovina
dell’ira (cioè limitatamente all’espressione superque id quod oppresserit
frangitur); e abbia invece attribuito a ruina non il significato di ‘frana’,
bensì la valenza metaforica corrente tra gli autori cristiani e, in partico-
lare, nella letteratura ascetico-monastica: dove appunto il termine espri-
me la ‘rovina’ o il ‘baratro’ in cui, peccando, l’uomo rischia di precipi-
tare senza possibilità di risalita, e che si preannuncia tanto più
disastrosa se, a cadere, è il monaco già assurto ad alte vette di perfe-
zione (per gli opportuni riferimenti testuali alla letteratura di ambiente
monastico vedi supra, 37-38).
Per la sensibilità cristiana di Martino, dunque, l’accecamento dell’ira è
tanto più pericoloso in quanto impedisce non solo di discernere il bene
(indicato nella virtù cardinale della iustitia; sull’identificazione cristiana
tra iustitia e fides cfr. in particolare Iul. Pom. 3.21.1, PL 59.505A-B), ma
finanche di accorgersi della ‘caduta’ (ruina) che, autorizzati dall’uso lin-
guistico di Martino (superb. 2, p. 70, 21-22 Barl.: ruinosa illa superbiae
140 Martini Bracarensis De ira

celsitudo; 5, p. 71, 53-54 Barl.: in superbia omnium iniquorum prima


ruina est;), potremmo interpretare per metonimia come un’allusione al
supremo vizio capitale, la superbia (rispetto alla quale l’ira svolgerebbe
pertanto una funzione “ancillare”). Per il tema dell’accecamento della
superbia, che non si accorge della sua stessa rovina, cfr. Greg. M. moral.
34.3, CCL 143B.1736.31-33: Quibus saepe euenit ut per elationis de-
mentiam subleuati, dum nequaquam ruinae suae damna considerant, esse
se etiam a bonis actibus inopes non agnoscant.
Da un punto di vista sintattico il ritorno al testo tràdito ristabilisce un
verbo reggente in grado di compensare l’ellissi del verbo nella proposi-
zione subordinata precedente, introdotta da dum (dum vanis agitata cau-
sis, ad considerationem iustitiae inhabilis et ruinae fit simul), e rende
perciò superflua ogni altra proposta di emendazione (<inter>dum Kurf. |
agitata <est> Vians.); in secondo luogo, restituisce una struttura leggibile
all’intero elenco delle definizioni dell’ira, che viene così a comporsi di
sei proposizioni coordinate ben bilanciate tra loro: due proposizioni con
il verbo finito (rispettivamente un predicato nominale e un predicato ver-
bale: I aeque enim sui est inpotens | II obliviscitur honestatem), due cola
nominali (III affectuum inmemor | IV rationi consiliisque praeclusa) e,
infine, due proposizioni con il verbo finito (nuovamente, un predicato
nominale e un predicato verbale: V ad considerationem iustitiae inhabilis
et ruinae fit simul | VI superque id [...] frangitur), ciascuna delle quali
regge a sua volta una subordinata (temporale-casuale la prima, relativa la
seconda: V1 dum vanis agitata causis | VI1 quod oppresserit).

1.2. Significato e struttura

1.2.1. [Dedica]
L’epitome, che nei codici risulta priva del titolo, ha forma epistolare
ed è indirizzata a Vittimer, vescovo di Orense, al quale Martino si rivol-
ge con epiteti convenzionali di reverenza (domno ac beatissimo mihi de-
siderantissimo in Christo fratri), non privi tuttavia di sincera carica affet-
tiva (desiderantissimo ha valore passivo per confusione con
desideratissimus e desiderandissimus: Blaise 1955, 19 nota 2; 63). La
forma epistolare, con la menzione di un destinatario, è un tratto distinti-
vo della maggior parte delle opere martiniane: in particolare, la dedica
del De correctione rusticorum a Polemio, vescovo di Astorga, ricalca la
medesima formula adoperata nel De ira (Domino beatissimo ac mihi de-
Commento 141

siderantissimo in Christo fratri Polemio episcopo Martinus episcopus) e


una inscriptio molto simile è preposta alla raccolta di canoni conciliari
tradotti dal greco e noti sotto il nome di Capitula Martini, indirizzati al
vescovo di Lugo, Nitigisio, e alla sua comunità presbiterale (Domno
beatissimo atque apostolicae sedis honore suscipiendo in Christo fratri
Nitigisio episcopo vel universo concilio Lucensis ecclesiae Martinus episco-
pus); la dedica del De trina mersione al vescovo Bonifacio (Domino
beatissimo ac reverentissimo et apostolicae caritatis perfectione colendo
domino et in Christo patri Bonifacio Episcopo Martinus episcopus) tradi-
sce invece un atteggiamento più reverenziale, che trova puntuale riscon-
tro nel cerimonioso prologo del trattatello (1, p. 256, 4-13 Barl.) e che
dipende probabilmente dal fatto che il pater Bonifacio (a differenza dei
fratres Nitigisio, Vittimer e Polemio) non apparteneva alla gerarchia cat-
tolica del regno svevo ma era vescovo nella Spagna visigotica (Barlow
1950, 251; 253 nota 3); infine, un caso a sé è rappresentato dalla lunga
epistola dedicatoria della Formula vitae honestae al re svevo Mirone
(Torre 2005a). Nel loro insieme queste dediche testimoniano la grande
autorevolezza di cui Martino godeva presso l’élite politica e religiosa del
regno svevo nella seconda metà del VI sec. (Alberto 1993, 18-19).
Come sappiamo dagli atti ufficiali (Brac. II 1, p. 116, 1-6 Barl.; 4,
p. 123, 18 Barl.) Vittimer partecipò nel 572 al secondo concilio di Braga
presieduto dal metropolita Martino. Poiché per esplicita dichiarazione del-
l’autore il De ira fu scritto in seguito a un incontro con il vescovo di
Orense (ira 1.1.1: dum simul positi), proprio la data del concilio si con-
sidera un plausibile termine post quem per la composizione del trattato
(cfr. anche Brac. I 1, p. 105, 15-17 Barl., dove la medesima espressione
simul positi designa ufficialmente l’insediamento del primo sinodo braca-
rense nel 561 e introduce una sorta di ordine del giorno: Nunc igitur
quoniam [...] simul positi consedemus, prius, si placet, de statutis fidei
catholicae perquiramus, tum deinde sanctorum patrum instituta recensitis
canonibus innotescant, postremo quaedam etiam quae ad obsequiuum Dei
vel officium pertinent clericale diligentius pertractentur [...]).

1.2.2. [Prologo]
Il prologo del De ira è piuttosto elaborato da un punto di vista sti-
listico. Il primo periodo, ben bilanciato, presenta una frase reggente (da
illud a elicuit) incastonata tra due subordinate simmetriche: da un lato,
una temporale espressa da dum + congiuntivo, che regge a sua volta il
142 Martini Bracarensis De ira

participio congiunto positi; dall’altra, una proposizione finale scandita in


due cola.
Impreziosiscono il dettato la duplicazione allitterante di dum/dudum
(congiunzione il primo, avverbio il secondo: cfr. ad es. Greg. M. epist.
7.4, CCL 140.446.1-2: Dudum dum in urbe regia responsa sedis aposto-
licae facerem bona vestrae sanctitatis agnovi; moral. 29.26, CCL
143B.1471.89: dum sicca dudum mens gratia veniente compluitur; 30.9,
CCL 143B.1510.6-7: dum sacrae scripturae pabulo mentes dudum brutae
satiantur; 30.9, CCL 143B.1512.81-82: dum apostoli exorant, plebs du-
dum perfida ad cognitionem fidei ducitur), l’uso del titolo epistolare di
caritas (tuae caritatis; cfr. corr. 1, p. 70, 3 Lopez: Epistulam tuae san-
ctae caritatis accepi: Blaise 1955, 21; Naldini 1991, 79) e infine l’iper-
bato (tuae a me diligentia caritatis elicuit), che non solo esprime simbo-
licamente il fitto intreccio di affetti (il mutuae conlationis alloquium)
intercorso, poco tempo addietro, tra Martino e il suo destinatario, ma
pare anche adombrare un’iniziale renitenza dell’autore, quasi che nella
dedica sia compresa un’implicita recusatio (il verbo elicio è ben atte-
stato nel linguaggio delle recusationes, ad indicare i pregressi sforzi
attuati dal committente o dal dedicatario per vincere la renitenza iniziale
dell’autore ed ‘estorcere’ appunto la composizione dell’opera letteraria:
cfr. ThlL 5/2.369.36-56; per la costruzione di elicio con ut + cong.
cfr. ThlL 5/2.369.77-80).
Viceversa, l’andamento del secondo periodo è assai più lineare: Marti-
no, riprendendo i desiderata del destinatario (parui risponde a elicuit, de
fugienda ira si richiama a de passibilitate irae, tuo studio fa eco a dili-
gentia tuae caritatis, paucis riprende brevi libello, haec disserui richiama
aliqua digererem), li ripropone con sollecitudine (parui protinus libens)
come altrettanti argomenti di una chiara dispositio materiae (per la quale
rimando all’introduzione: vedi supra, 18), in linea con la sua tipica esi-
genza di un’esposizione chiara, sistematica e sintetica di argomenti di
vasto respiro o di difficile comprensione, da lui espressa anche in altri
luoghi proemiali (cfr. ad es. capit. praef., p. 124, 11-13 Barl.: ut cum
omni diligentia et ea quae per translatores obscurius dicta sunt et ea
quae per scriptores sunt immutata, simplicius et emendatius restaurarem;
corr. 1, p. 72, 9-12 Lopez: necesse me fuit ingentem praeteritorum tem-
porum gestorumque silvam breviato tenuis compendii sermone contingere
et cibum rusticis rustico sermone condire).
Per quanto riguarda, in particolare, l’imperativo della brevitas (che
potrebbe considerarsi tratto congenito di un’epitome quale appunto il De
Commento 143

ira), esso è stato annoverato fra i tre topoi che Martino condivide con
molti prologhi di opere coeve (Alberto 1991, 189-195; Alberto 1993,
167-168): oltre alla brevitas, la topica della “richiesta” (l’autore scrive
solo su insistente e pressante invito del destinatario, con cui è in rapporti
di affettuosa amicizia o di stima reverente), e quella dell’ “incontro” (l’in-
vito è stato formulato in un precedente incontro o scambio epistolare tra
autore e destinatario).
A mio parere è comunque possibile identificare una probabile fonte
per questi topoi nel prologo del De vita contemplativa di Giuliano Pome-
rio (prol. PL 59.415B-C), di cui ho già ipotizzato un influsso più gene-
rale sulla concezione del corpus delle operette morali di Martino (vedi
supra, 33). Inoltre, nella struttura del prologo dell’epitome, si rintraccia
l’influenza degli incipit del primo e del terzo libro del De ira di Seneca,
dedicati dall’autore al fratello Anneo Novato: ira 1.1.1: Exegisti a me,
Novate, ut scriberem quemadmodum posset ira leniri (da notare sia il
motivo della pregressa e insistente richiesta del dedicatario sia l’uso del
termine leniri, presente anche in Martino); ira 3.1.1: Quod maxime deside-
rasti, Novate, nunc facere temptabimus, iram excidere animis aut certe
refrenare et impetus eius inhibere (è la stessa scansione strutturale-tematica,
espressa mediante correctio, che ritroviamo nel prologo di Martino: haec
tuo studio de fugienda ira, saltim si id non eveniat, de lenienda disserui).
Per l’analisi più dettagliata del prologo in rapporto all’interpretazione
generale del trattato e al confronto con Giovanni Cassiano si rimanda a
quanto è già stato esposto nell’Introduzione (supra, 34-39).

1.2.3. [Definizione dell’ira]


La definizione dell’ira che Martino attribuisce ad alcuni saggi (quidam
sapientes) è ricalcata su Sen. ira 1.1.2.

MARTINO SENECA

I Quidam ex sapientibus iram dixerunt I ira 1.1.2: Quidam itaque e sapientibus viris
brevem esse insaniam: aeque enim sui est iram dixerunt brevem insaniam; aeque enim
inpotens, obliviscitur honestatem, affectuum inpotens sui est, decoris oblita,
inmemor, rationi consiliisque praeclusa; dum necessitudinum immemor, in quod coepit
vanis agitata causis, ad considerationem pertinax et intenta, rationi consiliisque
iustitiae inhabilis et ruinae fit simul, superque praeclusa, vanis agitata causis, ad dispectum
id quod oppresserit frangitur. aequi verique inhabilis, ruinis simillima quae
super id quod oppressere franguntur
144 Martini Bracarensis De ira

Già dal confronto di questa prima sezione con la corrispondente pe-


ricope senecana emergono alcune caratteristiche del “creativo” lavoro
di epitomatura, condotto da Martino sulla sua fonte. Poiché l’autore ha
scelto di prendere le mosse proprio dal paragone ira-pazzia, che nel
trattato senecano occupa una posizione incipitaria, non si può parlare di
alterazioni strutturali; non poche, tuttavia, sono le alterazioni interne al
segmento epitomato, sia di tipo morfosintattico e stilistico, sia di tipo
lessicale.

1.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati

1.3.1. Alterazioni morfosintattiche

L’inserzione di dum distende il participio congiunto agitata in una


proposizione subordinata temporale (dum [...] agitata, con l’ellissi di
est) secondo il generale criterio di semplificazione del dettato che gui-
da l’epitomatore nel corso di tutto il trattato. Analogamente, la sostitu-
zione della forma verbale finita (obliviscitur) al posto del participio
oblita spezza il serrato andamento del periodo senecano, costruito su
una sequenza asindetica e martellante di forme nominali, e persegue
una maggiore fluidità dell’esposizione, più consona alle inclinazioni di
Martino (per la costruzione obliviscor + acc. cfr. corr. 5, p. 78, 4; 6,
p. 80, 4; 13, p. 102, 2-3 Lopez: un colloquialismo già attestato in
autori latini precedenti a Martino, come osserva Lopez 1998, 22).
Per la presenza del dativo singolare ruinae invece del plurale (rui-
nis) nell’ambito di una più generale e assai incisiva rielaborazione del-
l’originale, vedi supra, 138-140; di conseguenza, la subordinata relati-
va (introdotta da quae super) viene sostituita da una coordinata alla
principale (introdotta da superque) alla ricerca di una coerenza logica
che cancella l’effetto mimetico proprio dell’ultimo colon senecano
(quae super id quod oppressere franguntur): dove l’incastro della
doppia relativa e l’accostamento in clausola di due verbi di diatesi
opposta esprimevano efficacemente il movimento della frana che rovina
su se stessa.
Infine, Martino ha eliminato alcuni termini non più funzionali al nuo-
vo contesto: così, l’avverbio itaque, che in Seneca raccordava il parago-
ne ira-insania a una precedente affermazione sul carattere “furioso” di
questa passione, viene soppresso perché ora la definizione dell’ira apre
Commento 145

tout court il trattato (e non ha alcun bisogno di essere raccordata al


prologo indirizzato a Vittimer).
L’eliminazione di viri e il conseguente uso di sapientes in funzione
sostantivata (quidam ex sapientibus in Martino, quidam e sapientibus vi-
ris in Seneca), aumentando l’indeterminatezza della fonte del dictum, ne
accrescono anche l’auctoritas: un effetto probabilmente ricercato dall’epi-
tomatore. Per quanto riguarda poi l’eliminazione dei due aggettivi perti-
nax et intenta e della relativa che da essi dipende (in quod coepit), pare
rispondere a quel criterio di semplicità che è alla base di tutti gli inter-
venti martiniani: la semplificazione, tra l’altro, coincide qui con l’elimi-
nazione di una iunctura che poteva ingenerare ambiguità dal punto di
vista del giudizio morale, in quanto fondata su due voces mediae (perti-
nax, intenta) riferite all’ira.

1.3.2. Alterazioni lessicali

A questo tipo di variazioni è stata attribuita in genere una funzione


modernizzante e ideologica (Alberto 1993, 112-114).
Nel caso specifico l’uso di honestas al posto di decus a indicare ciò
che è moralmente onorevole, intende forse accentuare la valenza etica
rispetto a quella estetica e sociale ancora presente nel termine classico
decus (ma l’equazione era già stata consacrata da Cicerone: cfr. fin. 2.35
e 56); ancora, sostituendo l’endiadi senecana aequum verumque (ad con-
siderationem aequi verique) con il termine iustitia (ad considerationem
iustitiae) Martino ottiene all’inizio del suo trattato morale l’appropriata
citazione di una virtù cardinale, che egli, tra l’altro, ritiene essere con-
nessa sia con l’equità sia con la verità (cfr. form. vit. 5, p. 247, 17-18
Barl.: non transies veritatem ne iustitiae transeas legem).
Il raro dispectus è sostituito da consideratio (attestato anche altrove
nell’opera martiniana form. vit. 9, p. 249, 9 Barl.): analogamente, in ira
8.3.39, Martino sostituisce considerare al posto di dispicere che si legge
in Seneca (ira 3.25.1-2). Per entrambe le sostituzioni si potrebbe pensare
a una provenienza tecnico-lessicografica anche in ragione del fatto che
consideratio/considerare sono riconducibili, per via etimologica, al mede-
simo campo semantico della visione cui appartengono i termini sostituiti.
Per affectus al posto di necessitudines: supra, 138.
146 Martini Bracarensis De ira

2. Capitolo II - L’aspetto dell’ira

2.1. Note filologiche al testo


Mart. ira 2.1.6-7
inquietae manus saepiusque conpulsi <pectoris> concrepitus, <spiritus
e.g.> coactus, digitorum se ipsos torquentium sonus
saepiusque conpulsi <pectoris> concrepitus, <spiritus e.g.> coactus, digitorum se ipsos
torquentium sonus] scripsi conpulsi quohectus (coitus M1marg. dubitanter) digitorum
scissos itaque dentium sonos E M1 conpulsi concrepitus digitorum scisos itaque denti-
um sonos T conpulsi coitus (quoictus M2marg.) digitorum scisos itaque dentium sonos
M2 scisos itaque dentium sonus codd(Fl) conpulsi coitus digitorum dentes strident Tam.
Fl. conpulsi coactus digitorum dentes strident Barl. conpulsi coactus digitorum †scis-
sos itaque dentium sonos† Vians. (manus saepiusque) conpulsae articulorum se ipsos
torquentium sonus Font. spiritusque compulsi coactus <ac stridor> digitorum se ipsos
torquentium sonus Kurf. †saepiusque compulsi quohectus digitorum scissos itaque den-
tium sonos† Alb.

Si tratta del luogo più controverso del De ira martiniano, che nel
corso dei secoli ha sollecitato varie congetture e emendazioni da parte
degli interpreti, nessuna delle quali tuttavia veramente risolutiva, al pun-
to che l’ultimo editore del trattato ha preferito lasciare il passo tra
cruces.
In effetti ci troviamo davanti a una corruttela grave e antica, risalente
– come cercherò di dimostrare – allo stesso archetipo e ricostruibile al-
meno in parte attraverso le tracce che essa ha lasciato nei vari rami della
tradizione sopra individuati, ma che tuttavia non è sanabile se non in via
del tutto congetturale.
È dunque mia intenzione proporre qui, con l’aiuto di due luoghi paral-
leli di Seneca (non soltanto ira 1.1.4, già sfruttato da altri in precedenza,
ma anche ira 3.4.2, finora trascurato dagli interpreti), una ricostruzione
del passo puramente ipotetica che, pur non avendo la pretesa di essere
definitiva, valorizzi però nella discussione l’apporto di alcuni dati della
tradizione manoscritta mai adeguatamente presi in considerazione. A tal
fine è necessario ripercorre analiticamente la vicenda testuale del brano,
partendo dalla forma in cui esso si presenta nel codice escorialense (E):
inquietae manus saepiusque conpulsi quohectus digitorum scissos
itaque dentium sonos.
Due sono gli elementi che hanno catalizzato gli interventi editoriali nel
corso del tempo, cioè quohectus e il segmento scissos itaque dentium
sonos. Per ragioni di chiarezza espositiva, incominceremo dal secondo.
Commento 147

I primi editori, seguiti da Barlow 1950, hanno creduto di scorgervi


una ripresa del particolare dei denti digrignanti, cui Martino fa riferimen-
to poco sopra (ira 2.1.4: comprimuntur dentes) e hanno perciò emendato
tutta l’espressione scissos itaque dentium sonos in dentes strident.
Tale emendazione, alquanto arbitraria, è stata superata dall’intervento
di Fontán (1950, 378-379) il quale, sulla scorta del passo parallelo di
Seneca (ira 1.1.4), ha sanato scissos itaque dentium sonos in (articulo-
rum) se ipsos torquentium sonus. La bontà di tale congettura è stata
riconosciuta da Kurfess (1954, 252) e, più recentemente, da Alberto
(1993, 146; 171-172).
Per quanto riguarda quohectus, che si legge sia in E sia nella prima
copia del codice madrileno (M1), già nelle note a margine di quest’ulti-
ma (M1marg.) e quindi nella seconda copia del medesimo codice (M2) e
nelle edizioni più antiche (Tamayo e Florez) se ne registra l’emendazione
in coitus, da unire presumibilmente con digitorum e da interpretare quale
nominativo plurale, a sua volta concordato con conpulsi. Barlow 1950,
rifiutando tale ipotesi, ben poco plausibile, ha emendato quohectus in
coactus, paleograficamente più adatto a giustificare la lezione dell’Esco-
rialense (cfr. anche 37vI riga 8: quoactos = coactos; 37vI riga 24 quo
hactus per coactus) e presente oltretutto nel testo senecano (ira 1.1.4:
spiritus coactus): in Seneca, però, si tratta di un participio congiunto al
nominativo spiritus, mentre in Martino, secondo Barlow, sarebbe da in-
tendersi come sostantivo al nominativo plurale.
Entrambe le soluzioni sono da scartare perché, in unione a digitorum e
concordati con compulsi, né coitus né tantomeno il raro coactus (che tra
l’altro è attestato unicamente nell’abl. sing.) paiono offrire un senso ac-
cettabile. Ma, come vedremo, l’interpretazione paleograficamente corretta
di Barlow (quohectus per coactus) andrà valorizzata in una diversa fun-
zione morfologica.
La proposta di Barlow è stata positivamente accolta dagli studiosi suc-
cessivi, che si sono sforzati di giustificarla in modi diversi partendo an-
ch’essi da Sen. ira 1.1.4 (spiritus coactus ac stridens, articulorum se
ipsos torquentium sonus [...] et conplosae saepius manus).
Fontán (1950, 378-379) ha eliminato l’espressione coactus digito-
rum, pensando a una glossa intervenuta nel testo di Martino a sosti-
tuire articulorum (recuperato attraverso Seneca) e ritiene di conseguen-
za che il tràdito conpulsi vada corretto in un corrispondente participio
femminile (compulsae) da riferire a manus (sempre in base al riscon-
tro senecano):
148 Martini Bracarensis De ira

inquietae manus saepiusque conpulsae, [coactus digitorum] <articulo-


rum> se ipsos torquentium sonus.
Kurfess (1954, 252) ha ripristinato spiritusque (al posto del tràdito
saepiusque) su suggerimento del modello senecano, ma lo ha inteso
come genitivo singolare concordato con compulsi e ha quindi aggiunto
stridor in endiadi con coactus (sost. nom. plur.): inquietae manus spiri-
tusque conpulsi coactus <ac stridor>, digitorum se ipsos torquentium
sonus (dove l’espressione spiritusque compulsi coactus ac stridor viene
spiegata come l’equivalente semantico di spiritus compulsus qui cogitur
ac stridet).
Alberto (1993, 146; 171-172) che, come s’è detto, considera il luogo
irrimediabilmente corrotto, propone tuttavia in apparato di intendere co-
actus come attributo di sonus e suggerisce quindi di leggere inquietae
manus saepiusque complosae, coactus digitorum se ipsos torquentium
sonus.
La mia ipotesi di lettura si sviluppa a partire dalla considerazione
che la disperata corruttela fosse già nell’archetipo e che abbia lasciato
una traccia non univoca nella tradizione: non solo, dunque, l’enigma-
tico quohectus conservato da E e M1, ma anche la lezione concrepi-
tus di T (segnalata da Alberto in apparato ma trascurata ai fini della
ricostruzione testuale). Che dunque la lezione concrepitus di T non
sia una glossa intervenuta nel testo a spiegare coactus digitorum...
sonos, come pure si potrebbe ragionevolmente supporre, mi pare sug-
gerito dal confronto con Seneca. Nel ritratto dell’irato collocato nel
terzo libro questi descrive infatti il fastidioso crepitio delle dita (arti-
culorum crepitum) che si produce quando l’individuo in preda all’ira
batte incessantemente le mani fra loro e contro il petto, traendone
aneliti e gemiti (ira 3.4.2: adice articulorum crepitum, cum se ipsae
manus frangunt et pulsatum saepius pectus, anhelitus crebros tractosque
altius gemitus).
Tale suggerimento può trovare conferma in una più attenta valutazione
della tecnica musiva esibita da Martino nella costruzione del ritratto del-
l’ira. Come sappiamo, la corruttela testuale investe il segmento relativo
alla concitazione nervosa di mani e dita, descrivendo le quali Martino
utilizza anzitutto un tassello comune al primo e al secondo ritratto sene-
cano (ira 1.1.3 = 2.35.3), cioè inquietae manus; in Seneca, tuttavia, il
riferimento al movimento convulso delle mani dell’irato è ripetuto altre
due volte: ancora nel primo ritratto (ira 1.1.4) dove appunto si menziona
il battere continuo delle mani l’una contro l’altra (conplosae saepius
Commento 149

manus); e appunto, come si è detto sopra, nel terzo libro (ira 3.4.2),
dove si parla anche del petto.
Nel De ira senecano, insomma, la scarna allusione nel passo del pri-
mo libro alle mani saepius conplosae, viene ampliata nel terzo ritratto
con il riferimento al petto e ai gemiti affannosi: un particolare presumi-
bilmente valorizzato da Martino, il quale, nel tentativo di offrire una
descrizione dettagliata degli effetti dell’ira, utilizza più di una volta il
terzo ritratto in funzione epesegetica rispetto al primo (infra, 153); ed è,
in generale, attento a incastonare tasselli omogenei di provenienza rubri-
cati in base a termini o espressioni comuni, che fungono da “cerniera”
tra segmenti diversi e talora anche assai distanti tra loro: in particolare,
tra ira 1.1.4 e ira 3.4.2 si registrano molti termini atti a questa funzione
(dentes/dentium, articulorum/articulorum, gemitus, saepius, manus, pulsa-
ta/pulsatum, se ipsos/se ipsae), come emerge anche dalla tabella allestita
poco più avanti.
Proporrei dunque di ripristinare anche in Martino un riferimento al
pectus, contro cui le tormentate mani dell’irato si appuntano producendo
un suono (un concrepitus) e un gemito affannoso (<e.g. spiritus> coac-
tus), altrettanto fastidiosi che lo scricchiolìo delle dita (digitorum se ipsos
torquentium sonus); e, conseguentemente, leggerei:
inquietae manus saepiusque compulsi <pectoris> concrepitus, <spiritus
e.g.> coactus, digitorum se ipsos torquentium sonus.
La coerenza letteraria del ritratto dell’ira non risulta compromessa da
questa proposta perché i riferimenti alla respirazione forzata e al petto
più volte percosso non sono un inutile doppione dei sospiri e dei gemiti
già menzionati sopra da Martino (ira 2.1.4-5), ma si giustificano in quan-
to strettamente legati alla descrizione dei movimenti delle mani, di cui,
insieme allo scricchiolio delle dita, costituiscono uno sgradevole effetto
sonoro.
Se dunque l’emendazione saepiusque compulsi <pectoris> concrepi-
tus poggia specialmente su Sen. ira 3.4.2 (dove compaiono crepitum e
pulsatum saepius pectus) e sulla valorizzazione della lezione concrepitus
di T, la proposta e.g. di integrare il segmento spiritus coactus dipende
– proprio come già l’emendazione digitorum se ipsos torquentium
sonus proposta da altri – dal confronto con Sen. ira 1.1.4 (spiritus
coactus ac stridens, articulorum se ipsos torquentium sonus [...] et
conplosae saepius manus) e dalla rivalutazione, sul piano paleografico
ma non morfologico, dell’emendazione di quohectus in coactus pro-
posta da Barlow.
150 Martini Bracarensis De ira

2.2. Significato e struttura

Dopo la definizione dell’ira Martino ne traccia un icastico ritratto, com-


binando con abile tecnica musiva alcuni excerpta tratti dalle descrizioni
del volto degli irati che Seneca aveva distribuito in tutti e tre i libri (ira
1.1.3-5; 2.35.3-4; 3.4.1-2).
In questi ritratti senecani è senz’altro da riconoscere un uso ereditato
dalla diatriba cinico-popolare, di cui peraltro Seneca accentua il signifi-
cato terapeutico sulla scia dell’insegnamento della scuola dei Sesti (cfr.
ira 2.36.1 ss.): essi sembrano infatti concepiti quali specula dai poteri
quasi magici, capaci di far trapelare dietro all’immagine del volto irato la
facies ben più orrenda dell’animo in preda alla passione; specula o
spectacula, anzi spettacoli allestiti con gli specchi, in cui l’irato è nel
contempo attore e spettatore, queste descrizioni sono manovrate dal filo-
sofo come strumento di terapia d’urto, finalizzata alla conversione del
suo pubblico di proficientes.
L’abilità senecana consiste nel riproporre la medesima descrizione rica-
vandone di volta in volta nuovi effetti e variazioni significative nel segno
di una progressiva cupezza e atrocità; altrettanto varie e diversificate sem-
brano essere le fonti filosofiche utilizzate in ciascuno di essi (per cui si
rimanda a Fillion-Lahille 1984, 114-118, 194, 228 ss., 430-432; Ramondet-
ti 1996, 56 nota 87; Ramondetti 1999, 222 nota 8, 356 nota 5, 371-372
nota 2). Da un punto di vista tematico il primo ritratto (ira 1.1.3-6) vale
a stabilire la natura patologica dell’ira attraverso l’indicazione dei suoi sin-
tomi, in base ai quali essa viene associata ora alla pazzia umana (3-4), ora
alla rabbia animale (5-6); la seconda descrizione (ira 2.35), intessuta di
riferimenti poetici, trasferisce i medesimi sintomi dall’aspetto esteriore al-
l’uomo interiore, trasfigurando l’animus dell’irato nell’epifania di uno spa-
ventoso mostro infernale, fino a identificarlo scopertamente con la Furia.
L’ultima descrizione (ira 3.4.1-2) può invece considerarsi, dal punto di
vista della sintomatologia elencata, una sintetica parafrasi della prima, men-
tre riprende dalla seconda l’idea che la deformità esteriore dell’irato sia
segno di una più ripugnante e pericolosa bruttezza interiore.
Dal canto suo Martino ignora il gioco senecano di variationes e punta,
anzi, sulle analogie intercorrenti fra i tre brani: con l’ausilio di uno sche-
ma comparativo, cercheremo ora di evidenziare questa particolare tecni-
ca, simile a quella di un rubricatore che ridistribuisce all’interno di vari
tituli in sequenza i dati tra loro omogenei, estratti da unità testuali diver-
se della stessa fonte.
Commento 151

MARTINO SENECA

I Habitus I ira 1.1.3: ipsum illorum habitum intuere

II Habitus audax et minax vultus, tristis frons II ira 1.1.3: nam ut furentium certa indicia
et torvus intuitus; sunt audax et minax vultus, tristis frons, torva
facies

III faciei aut pallor aut rubor: III ira 1.1.4: multus ore toto rubor
ira 3.4.1: vultus, quem in prioribus libris
descripsimus [...]: nunc subducto retrorsus
sanguine fugatoque pallentem, nunc in os
omni calore ac spiritu verso subrubicundum
et simile cruento

IV aestuat ab imis praecordiis sanguis IV ira 1.1.4: exaestuante ab imis praecordiis


sanguine

V et colore verso V ira 1.1.3: color versus


ira 3.4.1: omni calore ac spiritu verso

VI foedat ora pulcherrima; VI ira 2.35.3: pulcherrima ora foedavit

VII flagrant ac micant oculi, trement labra, VII ira 1.1.4: flagrant ac micant oculi [...]
conprimuntur dentes; labra quatiuntur, dentes comprimuntur
ira 3.4.2: trementia labra interdumque
compressa

VIII crebro et vehementius acto suspirio VIII ira 1.1.3: crebra et vehementius acta
quatitur pectus, suspiria
ira 2.35.3: concutietur crebro spiritu pectus
ira 3.4.2: anhelitus crebros tractosque altius
gemitus

IX gemitus anxius et paulo explanato sono IX ira 1.1.4: gemitus mugitusque et parum
sermo est praeceps; explanatis vocibus sermo praeruptus
ira 3.4.2: tractosque altius gemitus [...]
incerta verba subitis exclamationibus

X rabida vocis eruptio colla distendit; X ira 2.35.3: rabida vocis eruptio colla
distendet

XI inquietae manus XI ira 1.1.3 = 2.35.3: inquietae manus

XII (vedi supra, 149) saepiusque compulsi XII ira 1.1.4: spiritus coactus ac stridens,
<pectoris> concrepitus, <spiritus e.g.> articulorum se ipsos torquentium sonus [...] et
coactus <ac stridens e.g.>, digitorum se ipsos conplosae saepius manus
torquentium sonus; ira 3.4.2: adice articulorum crepitum, cum se
ipsae manus frangunt et pulsatum saepius
pectus, anhelitus crebros
(segue)
152 Martini Bracarensis De ira

La traccia principale del capitolo martiniano è costituita dal primo ri-


tratto senecano (ira 1.1.3-5), di cui però Martino tralascia il paragone tra
insania e ira, perché i sintomi della pazzia sono attribuiti tout-court alla
seconda; inoltre, presupposto del ritratto martiniano è la personificazione
dell’Ira, assente nel primo ritratto senecano (che è riferito propriamente
all’uomo irato) ma evidente nel secondo (ira 2.35.1: non est ullius adfec-
tus facies turbatior; ira 2.35.5: talem nobis Iram figuremus); tuttavia, per
ovvi motivi, l’autore cristiano non si spinge sino alla spettacolare identi-
ficazione dell’Ira con la Furia.
Mentre i ritratti senecani, e in particolare quello del primo libro, han-
no un carattere impressionistico e puntano principalmente a comunicare
un effetto di instabilità e di mutevolezza attraverso una fitta serie di
percezioni coloristiche e uditive (Ramondetti 1999, 222 nota 9 a Sen. ira
1.1.4), la descrizione dell’Ira in Martino è più lineare, perché organizzata
in senso verticale e ad anello (secondo la sequenza: aspetto generale-
volto-occhi, labbra, denti-respirazione, voce-collo-mani, dita e suoni
Commento 153

prodotti dalle dita, passi-piedi, corpo intero); non risulta tuttavia meno
vivace perché la paratassi, la frequente omissione del verbo sum, la cli-
max ascendente di termini indicanti movimento e agitazione e l’affollarsi
di notazioni visive e uditive conferiscono al brano nel suo complesso un
andamento martellante e quasi ossessivo.
Il terzo ritratto senecano, proprio in quanto ricalcato sul primo, viene
usato da Martino solo marginalmente, ma con una funzione epesegetica
non del tutto irrilevante: si osservi, ad esempio, come l’inserimento del-
l’espressione faciei aut pallor aut rubor, sinteticamente ricavata da Sen.
ira 3.4.1 (vedi schema, III), chiarisca il significato dell’ablativo assoluto
colore verso (derivato da color versus di ira 1.1.3); o, ancora, come
labra quatiuntur di Sen. ira 1.1.4 sia quasi glossato da Martino con
trement labra, ricavato da trementia labra di Sen. ira 3.4.2 (vedi sche-
ma, VII): i due segmenti, d’altronde, potevano essere facilmente accostati
per la presenza in entrambi del termine labra e del verbo comprimo,
quest’ultimo riferito rispettivamente ai denti (Sen. ira 1.1.4: labra quati-
untur, dentes comprimuntur) e ancora alle labbra (Sen. ira 3.4.2: tremen-
tia labra interdumque compressa).
Proprio tenendo in debito conto questa funzione epesegetica si può
interpretare correttamente l’abile incastro dei loci senecani di cui Martino
si serve per tratteggiare il movimento malfermo del corpo scosso dai fre-
miti dell’ira (vedi schema, XV): data la presenza in tutti e tre i ritratti
senecani del termine corpus, che funge da vera e propria “cerniera” tra
essi, l’epitomatore desume dal primo la definizione del corpo tutto agitato
(totum concitum corpus), dal secondo il tipo di moto, quasi ondulatorio
(fluctuatione), indotto dalla passione, dal terzo l’aggettivo instabilis -e, già
riferito al corpo in Seneca (instabile corpus) ma che in Martino non esiterei
ad attribuire a fluctuatio sia per motivi di concinnitas sia perché svolge
per così dire la funzione di una glossa rispetto a concitum e a fluctuatio
dei due passi precedenti. Per questo motivo propongo di interpretarlo
come un ablativo (normalizzandolo in instabili: vedi supra, 85 nota 43).
Infine, segno della disinvolta tecnica musiva di Martino è la struttura
della gnome conclusiva del paragrafo (nihil ergo minus quam irasci pru-
dentem decet), quasi interamente ricalcata su una sententia senecana as-
sai distante, per posizione e per contesto, dalle altre pericopi utilizzate
nella costruzione del ritratto dell’ira (Sen. ira 1.15.3: Nil minus quam
irasci punientem decet). Attraverso una lieve modifica lessicale (pruden-
tem al posto di punientem) Martino ha saputo variare semanticamente,
ma non sintatticamente né fonicamente, il testo originario; e ha così
154 Martini Bracarensis De ira

recuperato in apertura del suo trattato un’eco significativa del primo


capitolo del libro ottavo delle Institutiones, dedicato da Giovanni Cas-
siano allo spiritus irae: dove appunto, nell’ambito di una serie di
contrasti binari tra questa passione e alcune tipiche virtù, l’ira viene
tra l’altro contrapposta alla prudentia mediante la ripresa (in latino)
di Pr 15.1 (nella versione dei Settanta): Ioh. Cass. inst. 8.1.2, SCh.
109.336.11-14: ne vitam quidem inmortalitatis consequi poterimus,
quamvis prudentes videamur definitione hominum iudicati, quia ira
perdit etiam prudentes.

2.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati

2.3.1. Alterazioni morfosintattiche

L’alternanza dei tempi verbali che si riscontra nei ritratti senecani del-
l’ira, è eliminata dall’adozione pressoché sistematica del presente; asinde-
ti ed ellissi dei verbi, parimenti frequenti nella fonte, sono notevolmente
ridotti. In tal modo, l’elenco dei sintomi e dei “tratti somatici” dell’ira
risulta più scandito e lineare in armonia con l’impostazione sistematica
del ritratto martiniano.
In due casi Martino usa il verbo semplice invece del composto (vedi
schema, IV: aestuat [...] sanguis al posto di exaestuante [...] sanguine;
VIII: quatitur per concutietur; sulla frequenza di simili scambi, dal verbo
semplice al composto e viceversa: Alberto 1993, 112).
L’aggiunta del nominativo habitus nella proposizione iniziale (anch’es-
so un tassello senecano: vedi schema, I) offre il duplice vantaggio di inco-
minciare il ritratto dall’aspetto generale dell’Ira, e di costruire un incipit
retoricamente perfetto, scandito in due cola simmetrici e bimembri (due
sequenze di nome+aggettivo), l’uno a struttura chiastica, l’altro basato sul
parallelismo, e strettamente correlati da una fitta trama di omoteleuti (habi-
tus audax et minax vultus | tristis frons et torvus intuitus).
Si registra inoltre un caso di osmosi tra terza e seconda coniugazione
nell’indicativo presente (3a plur.) del verbo tremo (vedi schema, VII: tre-
ment invece di tremunt, attestato sia da E che da M, a differenza di quanto
sostiene erroneamente Alberto 1993, 171; per la forma, attestata nel latino
di V e VI secolo, cfr. Blaise 1954, 828 s.v.).
La presenza dell’avverbio paulo (al posto del senecano parum) non
seguito dal comparativo (vedi schema, IX: paulo explanato sono),
Commento 155

potrebbe far pensare a una minore rigidità morfosintattica nell’usus lin-


guistico di Martino, che tuttavia non ha paralleli né nel De ira (in ira
6.1.2-4 Martino non sostituisce le due occorrenze di parum del testo
senecano: si parum agilis puer [...], si musca parum curiose fugata) né
altrove (in humil. 2, p. 74, 25 Barl. si legge correttamente quae paulo
ante laudaverant): per questo Viansino propone pur dubitativamente di
correggere la lezione manoscritta in parum (ma in tal caso, sarebbe forse
più opportuno correggere in paulum).

2.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico


In chiusura del ritratto dell’ira (da magnas ex se a intumescit: vedi
schema, XVI) Martino rielabora significativamente il passo senecano cor-
rispondente, rinunciando alla brusca aposiopesi con cui esso si interrom-
peva, subito prima della provocatoria sententia finale (il dubbio, cioè, se
tale vitium sia più brutto o più riprovevole); e organizza un periodo più
fluido, che da un lato è in armonia con la propria scansione del ritratto,
più lineare di quella senecana, dall’altro conclude in maniera altrettanto
enfatica lo spettacolare ritratto di questa passione: instabili fluctuatione
totum concitum corpus, magnas ex se proferens minas horribilis irae,
depravat se atque intumescit, ita ut nescias utrum magis detestabile sit
vitium an deforme. Al posto dei due participi senecani (depravantium/
intumescentium) troviamo quindi due indicativi presenti (depravat/intume-
scit), entrambi in dipendenza da totum concitum corpus; il riferimento
alla facies foeda e horrenda dell’ira, superfluo nella nuova strutturazione
del ritratto in senso verticale (vedi supra, 152-153), è eliminato; di con-
seguenza, le due proposizioni che, nell’originale senecano, risultavano
distinte e avevano per soggetto rispettivamente corpus e facies, nell’epi-
tome sono unificate e quindi, mediante nesso consecutivo, strettamente
congiunte alla sententia conclusiva.
Per le questioni più specificamente ecdotiche legate a questo passo
martiniano, anche in relazione alla critica testuale del De ira di Seneca,
rimando a un mio precedente contributo (Torre 2002, 84-85).

2.3.3. Alterazioni lessicali


Alcune sostituzioni (vedi schema, IX: sono per vocibus; XVIII: prodit
al posto di profert, exardescit al posto di effervescit) paiono dettate da
un’esigenza di semplificazione semantica.
156 Martini Bracarensis De ira

La scelta di sostituire l’infinitiva cetera [scil. vitia]... in abdito alere,


retta dall’impersonale licet, con la più semplice proposizione all’indicati-
vo cetera vitia refugiunt (vedi schema, XVIII) ha forse una motivazione
letteraria: la volontà, da parte di Martino, di estendere coerentemente a
tutte le passioni quel processo di personificazione già toccato all’Ira, nel
momento in cui egli le pone a confronto con l’Ira stessa.
L’espressione gemitus anxius (IX) al posto dell’endiadi senecana gemi-
tus mugitusque sembra dettata dallo scrupolo di evitare il secondo termi-
ne, assai colorito, pur mantenendo la pregnanza di significato e il ritmo
binario di questo tratto descrittivo.
Per trement (labra) al posto di quatiuntur (VII) e per l’aggiunta di
pallor (III) valga quanto osservato riguardo alla funzione epesegetica at-
tribuita da Martino al terzo ritratto senecano (supra, 153); per prudentem
al posto di punientem (XIX): supra, 153-154.
L’inserzione di intuitus al posto di facies (II) risponde a evidenti esi-
genze stilistiche (il rispetto della sequenza omoteleutica dell’incipit) ma
implica una non trascurabile modifica sul piano semantico, tale da poter
ingenerare alcuni interrogativi anche sul piano critico-testuale.
È infatti innegabile una discrepanza tra i due termini, dovuta al fatto
che facies non possiede il significato di ‘sguardo’, ‘vista’, ‘modo di
guardare’ qui chiaramente attribuito a intuitus (termine che ricorre a
partire dal IV sec.: cfr. ThlL 7/2.95.75-96.54; se ne registrano più di 60
attestazioni in Giovanni Cassiano, che lo adopera fra l’altro all’inizio
della sua trattazione sull’ira per designare lo sguardo interiore e la ca-
pacità di contemplazione della mente che sono obnubilati da questa
passione: Ioh. Cass. inst. 8.1, SCh 109.336.2-6: Hac enim in nostris
cordibus insidente et oculum mentis noxiis tenebris obcaecante nec
iudicium rectae discretionis adquirere nec honestae contemplationis
intuitum [...] possidere).
Soltanto l’ebraismo faciem firmare (Blaise 1954, 342 s.v. facies: ‘por-
ter son regard vers’) e faciem alicuius accipere (‘avoir égard à la qualité
des personnes’, ‘montrer de la partialité envers qqn.’), usati prevalente-
mente nella Vulgata, possono suggerire rispettivamente la sfumatura se-
mantica di ‘sguardo’ e una possibile analogia con intuitus (costruito con
il genitivo) nel significato di ‘riguardo per’, ‘considerazione di’ (Blaise
1954, 470 s.v.). Non credo tuttavia che tali labili convergenze abbiano
potuto indurre Martino a sostituire facies con intuitus: la controprova è
che, subito dopo, egli adopera proprio facies al posto di os del testo
senecano nella valenza di ‘volto’, ‘faccia’.
Commento 157

La sostituzione sembrerebbe dunque consapevolmente diretta a preci-


sare il testo senecano: se quest’ultimo comunicava una serie di impres-
sioni riferite generalmente al volto del pazzo e dell’irato (vultus, frons,
facies saranno dunque da intendersi come sinonimi), Martino opterebbe
per una scansione anatomica più esatta, e, all’interno della descrizione
dei sintomi facciali, costruirebbe la sequenza, dal generale al particolare,
vultus-frons-intuitus, aggiungendo il terzo elemento di sua iniziativa. L’in-
tervento, perfettamente in linea con la tendenza più generale a riorganiz-
zare le descrizioni senecane secondo una maggiore sistematicità, non sa-
rebbe però completamente libero, ma condizionato sul piano lessicale dal
riferimento alla particolare fissità dello sguardo dell’irato, che si trova
già nel terzo ritratto (ira 3.4.1: oculis [...] in uno obtutu defixis et hae-
rentibus).
Alla luce di quanto s’è detto fin qui risulta perciò meno probabile
che nel testo senecano a disposizione di Martino fosse presente un
riferimento più preciso allo ‘sguardo’, mediante un termine diverso da
facies e non semplicemente sinonimico di vultus e di frons: in altre
parole, che Martino leggesse acies, di cui intuitus rappresenterebbe
quasi un sinonimo, adatto a soddisfare nel contempo esigenze stilisti-
che e di normalizzazione linguistica, entrambe assai care al nostro
epitomatore.
Nella tradizione manoscritta di ira 1.1.3 la lezione facies risulta però
unanimemente attestata; ed è confortata, oltretutto, da convincenti luoghi
paralleli (cfr. Med. 386-87: tra i signa esterni del furor di Medea – furor
che è insieme ira e pazzia – la nutrix elenca la facies in fiamme; Phae.
798: tra gli attributi della bellezza di Ippolito il Coro loda la facies tor-
va; Oed. 819: facies è perfetto sinonimo di vultus, cui viene associato in
endiadi; ep. 106.5-6: per dimostrare che gli adfectus sono corpora, Sene-
ca ne ricorda gli effetti fisici, come mutare l’espressione [vultum mutare],
corrugare la fronte [frontem adstringere], distendere il volto [faciem dif-
fundere], arrossire o impallidire [ruborem evocare, fugare sanguinem]).
Viceversa, il termine acies è per lo più adoperato da Seneca nel signifi-
cato di ‘capacità visiva’, anche se non manca un’occorrenza nel signifi-
cato di ‘sguardo’ in associazione a vultus (Phoe. 473-474): Giocasta do-
manda a Polinice dove mai egli volga la vista e perché con sguardo
timoroso fissi la mano del fratello (quo vultus refers / acieque pavida
fratris observas manum?).
158 Martini Bracarensis De ira

3. Capitolo III - Gli effetti dell’ira

3.1. Note filologiche al testo


Mart. ira 3.1.5
venitque in alienam potestatem
alienam Vians.(i.a. dubitanter) aliam a Tam. Fl. Barl. Alb.

Accolgo a testo la proposta, già espressa da Viansino in apparato, di sosti-


tuire alla lezione aliam, pur unanimemente attestata, l’aggettivo alienam pre-
sente in Seneca e richiesto dal significato del passo, che si impernia appunto
sull’opposizione tra ‘l’essere in proprio potere’ e ‘l’essere in potere altrui’.
Viceversa, nell’usus linguistico martiniano il significato di ‘altrui’ non risulta
mai attestato per alius, mentre troviamo numerose e corrette attestazioni di
alienus (ad es. ira 4.1.2, 5.1.7, 9.1.1; form. vit. 2, p. 238, 7 Barl.; 4, p. 243,
20.29; 4, p. 245, 62; 5, p. 246, 11; iact. 3, p. 66, 56 Barl.; 3, p. 67, 59.61;
superb. 3, p. 70, 28 Barl.; humil. 2, p. 75, 30 Barl.).

Mart. ira 3.2.23-24


Alia vitia a ratione, ira autem a sanitate discessit
discessit a Vians. Alb. discedit Tam. Fl. desciscit Barl.

Attestata unanimemente dai codici, ripresa da Viansino e più recente-


mente da Alberto, la lezione discessit è stata tuttavia messa in dubbio da
Barlow e sospettata di essere una facilior al posto di desciscit presente
invece nel testo senecano (ira 3.1.4). Il sospetto è più che legittimo per
evidenti ragioni paleografiche (la somiglianza dei gruppi -scisc-/-scess- in
visigotica avrebbe potuto facilmente produrre un meccanico errore di co-
piatura), a cui si potrebbe aggiungere una motivazione di ordine fonetico
e ortografico (lo scambio tutt’altro che infrequente tra i prefissi dis- e
de-: vedi supra, 83 nota 36).
Pur riconoscendo dunque la bontà dell’emendazione di Barlow, pro-
pendo tuttavia per mantenere a testo la lezione tràdita in considerazione
del fatto che nel latino patristico il verbo descisco designa sempre più
frequentemente l’atto di ‘separarsi’ dalla dottrina cristiana o dalla tradi-
zione apostolica (cfr. ad es. Tert. Marc. 4, SCh 456.00: posteaquam in
haeresim suam a nostra veritate desciit; Lact. ira 7.1.1, SCh 289.110.1-
2: cum saepe philosophi per ignorantiam veritatis a ratione desciverunt
atque in errores inciderint: qui è interessante notare come proprio la
Commento 159

iunctura con ratio assuma tutt’altro significato “confessionale” rispetto a


Sen. ira 3.1.4; Aug. nat. bon. 47, CSEL 25.887.6: inimicum suum [...]
descivisse et schisma fecisse atque huiusmodi spurcissimam haeresim con-
didisse) e come tale ha lasciato una traccia anche in Cassiano (cfr. coll.
21.30, SCh 64.105: verum cum ab illa apostolica devotione desciscens
cotidie credentium multitudo opibus suis incubare coepisset); e che inve-
ce discedo, nella letteratura di ispirazione monastica, pare specializzarsi
in senso morale a indicare l’allontanamento dalla virtù, dalla condotta
eticamente irreprensibile o dalla disciplina cenobitica (oppure, al contra-
rio, a significare il ravvedimento di chi si allontana dal vizio e dal pec-
cato per rimettersi sulla retta via): cfr. tra i molti esempi possibili Ioh.
Cass. coll. 1.5, Sch 42.82 (et ideo cum inutiles in aëra vacuumque fude-
rint iactus in quo peccaverint quove decepti sint diiudicare non possunt
quippe quos nullum accusat indicium quantum a directione discesserint:
si tratta del bellissimo paragone tra gli arcieri e i monaci in merito al
“bersaglio” che si sono proposti di raggiungere); 4.19, SCh 42.183 (Rec-
tissime ergo pronuntiatur esse deterior [...] quam is qui professus mona-
chum nec tamen viam perfectionis adripiens secundum regulam discipli-
nae ab illo semel spiritalis fervoris igne discessit); 5.12, SCh 42.203
(Licet enim tolerabilius sit cenodoxiae quam fornicationis vitio deservire,
difficilius tamen a cenodoxiae dominatione disceditur).
Tornando al passo in esame, Martino avrebbe realmente potuto preferire
un’espressione più piana e per certi aspetti più banale (ira a sanitate au-
tem discessit) al più denso originale senecano (hoc [vitium] a sanitate de-
sciscit) vuoi al fine di evitare possibili ambiguità dovute al significato che
il verbo descisco aveva acquisito nella lingua dei cristiani; vuoi perché,
nello specifico contesto del paragone tra i vizi capitali, il verbo discedo era
in realtà più consono a esprimere l’idea della deviazione dell’ira dalla sa-
nitas: la quale, per quell’inevitabile effetto di distorsione semantica prodot-
to dall’ipotesto di Cassiano sull’intera comparatio vitiorum di matrice se-
necana (vedi supra, 32), non andrebbe più (o non soltanto) intesa come
sanità mentale, ma come salute morale e spirituale (per questa accezione di
sanitas cfr. ad es. Ioh. Cass. coll. 17.8, Sch 54.254; 19.14 SCh 64.51; inst.
5.34, Sch 109.244.13-15; 7.5, SCh 109.298.7).

3.2. Significato e struttura (vedi Introduzione, 24-33)


Ripropongo qui la tabella dei loci paralleli per agevolare la compren-
sione del seguito dell’analisi:
160 Martini Bracarensis De ira

MARTINO SENECA
I De effectibus irae I ira 1.2.1: Iam vero si effectus eius [scil.
irae] damnaque intueri velis, nulla pestis
humano generi pluris stetit
II Ira omnia ex optimo et iustissimo in II (cfr. ira 1.2.1-3)
contrarium mutat; quemcumque obtinuerit ira 3.6.2: Cui officiorum numerus aut ordo
nullius eum meminisse officii sinit. Da eam constitit incitato?
patri: inimicus est. Da filio: parricida est. Da
matri: noverca est. Da civi: hostis est. Da
regi: tyrannus est.
III Ira nec in proeliis utilis invenitur, quia in III ira 1.11.8: Non est itaque utilis ne in
temeritatem prona est et pericula dum inferre proeliis quidem aut bellis ira; in temeritatem
vult non cavet, enim prona est et pericula, dum inferre vult,
non cavet
IV venitque in alienam potestatem dum non IV ira 1.12.5: venitque in alienam potestatem
est in sua. dum in sua non est
V Ira ex proprio libitu iudicat, audire non vult V ira 1.17.7: sibi enim indulget et ex libidine
nec patrocinio relinquit locum. Iudicium iudicat et audire non vult et patrocinio non
suum eripi sibi, etiam si pravum sit, non sinit. relinquit locum et ea tenet quae invasit et eripi sibi
iudicium suum, etiam si pravum est, non sinit
VI Amat et tuetur errorem suum nec vult VI ira 1.18.2: etiam si ingeritur oculis veritas,
argui, etiam si oculis manifesta veritas amat et tuetur errorem; coargui non vult, et in
ingeratur: honestior illi in male coeptis male coeptis honestior illi pertinacia videtur
pertinacia quam correctio aestimatur. quam paenitentia
VII Quamvis enim vanae illam concitaverint VII ira 3.29.2: Nunc autem primum impetum
res, perseverare vult ne videatur sine causa sequimur, deinde, quamvis vana nos
coepisse et, quod est iniquius, dum retinetur concitaverint, perseveramus, ne videamur
fit pertinacior et augescit, quasi hoc ipsum coepisse sine causa et, quod iniquissimum
graviter irasci iustae irae sit argumentum. est, pertinaciores nos facit iniquitas irae;
retinemus enim illam et augemus, quasi
argumentum sit iuste irascentis graviter irasci
VIII Quod si quantum minatur tantum valuerit, VIII ira 2.11.1: Primum ira, si quantum
ob hoc ipsum, quia terribilis est, amplius est minatur valet, ob hoc ipsum quod terribilis est
invisa. Si vero sine viribus est, contemptui est et invisa est; periculosius est autem timeri
magis exposita derisumque non effugit. Sed quam despici. Si vero sine viribus est, magis
periculosius est timeri, tutius despici. exposita contemptui est et derisum non effugit
IX Omnes alias passiones ira sibi subditas IX ira 2.36.6: Omnis denique alios adfectus sibi
facit, nullaque est ambitio animi in quam non subicit: amorem ardentissimum vincit,
ira dominetur. Denique avaritiam, pessimum transfoderunt itaque amata corpora et in eorum
malum minimeque flexibile, ira calcat. quos occiderant iacuere complexibus; avaritiam,
Quotiens siquidem iratus animus opes suas durissimum malum minimeque flexibile, ira
adactus spargit? Quotiens magno aestimata calcavit, adactam opes suas spargere et domui
pretio insignia proicit? rebusque in unum conlatis inicere ignem. Quid?
non ambitiosus magno aestimata proiecit
insignia honoremque delatum reppulit? Nullus
adfectus est in quem non ira dominetur
(segue)
Commento 161

3.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati

3.3.1. Alterazioni morfosintattiche


Martino ha introdotto diversi avverbi e congiunzioni di tipo causale,
avversativo e copulativo (vedi schema, IX: siquidem, denique; vedi sche-
ma, X: vero, autem, nam, sed; vedi schema, XI: autem, at vero; per
siquidem usato come congiunzione causale nel latino tardo: Löfstedt 1980,
250; per denique nel significato di itaque o igitur: Alberto 1993, 173) a
scandire in modo quasi didattico quel serrato confronto tra ira, da un
lato, e cetera vitia, dall’altro, che Seneca affidava invece a un’incalzante,
nervosa serie di asindeti.
162 Martini Bracarensis De ira

Alla medesima finalità rispondono l’esplicitazione del soggetto (vedi


schema, V: ira; XI: vitia), la semplificazione di nessi sintattici (X: ut al
posto di non secus quam) e l’aggiunta di nuovi elementi (VI: il compl.
predicativo del sogg. manifesta; VIII: amplius; X: il genitivo oggettivo
sui, dipendente da taedium; XI: simul; quosque).
Inoltre, la personificazione dell’Ira, che Martino ha esteso a tutto il
brano, determina la sistematica adozione della terza persona singolare
(vedi ad es. schema, VII).
Da segnalare l’uso intransitivo del verbo praecipitare (vedi schema, X)
che in Seneca è invece sempre transitivo (con una sola eccezione, al
gerundio, in nat. 5.14.2); e un segno di sobrietà stilistica nella sostituzio-
ne del comparativo al posto del superlativo senecano (VII: iniquius per
iniquissimum; cfr. anche ira 5.1.10: fallacia per fallacissima; 6.1.1: sordi-
disque per sordidissimisque).
Infine, interpreto morsos al posto di morsus (X) non come variante
ortografica ma come un fenomeno morfologico e, specificamente, come
espressione della tendenza del latino visigotico a ricondurre i temi della
quarta declinazione alla seconda (Fontaine 1960, 105 nota 1).

3.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico


Alcune variazioni nell’ordine delle parole rispondono alle tendenze
della prosa ritmica martiniana sopra analizzate (vedi supra, 89-97). Ad
esempio, si può notare (Lopetegui 1992b, 139-140; 141; 143) la creazio-
ne di sequenze accentuali al posto di clausole metriche presenti nel testo
di Seneca, senza tuttavia che si verifichi sempre corrispondenza ritmica
tra il nuovo schema e il precedente senecano (cioè, una determinata clau-
sola metrica non viene necessariamente sostituita dal cursus corrispon-
dente): ámplius est invísa [c. velox] (vedi schema, VIII: in Seneca trovia-
mo una clausola II nella sua variante principale: terribilis] est et invisa
est -v--v§); íra non dominétur [c. velox] (vedi schema, IX: nel passo
parallelo di Seneca c’è una variante della clausola I: non ira dominetur
-vvv-§); derisúmque non effugit [c. tardus] (VIII: in Seneca c’è una va-
riante della clausola II: et de]risum non effugit ----v§); suum] éripi síbi
[c. planus] (V: in Seneca la sequenza eripi sinit] iudicium suum non
rientra nelle clausole canoniche della prosa). In un caso Martino realizza
una clausola metrica (vedi schema, X: morsos suos] in semetipsam con-
vertit: clausola I nella forma ----§) al posto di una clausola senecana
ametrica (morsus suos vertit); in un altro, infine, la non coincidenza tra
Commento 163

ictus e accento vocalico produce nell’epitome un diverso schema ritmico


anche in assenza di mutamento nell’odine delle parole (vedi schema, X:
ánimos sed abdúcit [c. velox]; in Seneca si tratta invece di una clausola
I: ani]mos sed abducit -v--§ ).
Tra le variazioni frastiche dovute invece a una reinterpretazione del
testo senecano ricordiamo anzitutto il dislocamento della sententia sene-
cana periculosius est autem timeri quam despici (vedi schema, VIII), già
ristrutturata in forma di parallelismo (sed periculosius est timeri, tutius
despici), a conclusione del confronto tra ira efficace e ira sterile. In Se-
neca la posizione della sententia, inserita dopo il primo dei due termini
di confronto, contribuiva a stabilire un circolo vizioso che volutamente
impedisse di stabilire l’alternativa peggiore; Martino invece, mediante la
conclusione gnomica, vuole esprimere un parere razionale: porre in atto
le minacciose promesse dell’ira porterebbe a conseguenze ben più gravi
che incorrere nell’altrui derisione per non averle mantenute.
Una più incisiva reinterpretazione della fonte si osserva nella ristruttu-
razione di ira 2.36.6 (vedi schema, IX), di cui in parte si è già discusso
nell’Introduzione ma che è opportuno riprendere analiticamente in questa
sede.
L’articolato confronto sviluppato da Seneca tra ira, da un lato, e amor
ardentissimus, avaritia, ambitio dall’altro, si riduce in Martino a un cor-
po a corpo tra l’ira e la passione più terribile e più dura a vincersi, ossia
l’avidità (avaritia); mentre il riferimento senecano alle insegne del potere
e alle cariche prestigiose – agli onori, cioè, che proprio l’ambitiosus,
caduto in preda all’ira, paradossalmente respinge –, diventa in Martino
una generica allusione a oggetti materiali, che, pur stimati di grande va-
lore venale (l’aggiunta di pretio si rende perciò necessaria), vengono tut-
tavia rigettati, sotto l’impulso dell’ira, non dall’ambitiosus ma dall’ava-
rus. Le ragioni di tale riscrittura possono essere molteplici: anzitutto, la
definizione, già senecana, dell’avaritia come durissimum malum minime-
que flexibile, può aver fortemente polarizzato l’attenzione dell’autore su
questo vizio; inoltre, la necessità di riorganizzare la serie dei brani epito-
mati ha indotto Martino a evitare ripetizioni tra il primo e il terzo di essi
(vedi schema, IX e XI) e a eliminare particolari poco adatti al contesto
di pacata edificazione morale (il truce riferimento a coloro che, in preda
all’ira, uccidono l’amante, e poi ne abbracciano disperati il cadavere);
infine, la polivalenza sviluppata dal termine ambitio nel linguaggio mora-
le degli autori cristiani (sulla base di una tendenza già manifestatasi nel
latino classico: cfr. ThlL 1.1854.14-80) poteva agevolarne l’assimilazione
164 Martini Bracarensis De ira

all’avaritia. Se infatti in Agostino (per dichiarato influsso del lessico


moralistico sallustiano: civ. 2.18, CCL 47.49.16 ss.; 5.12, CCL 47.144.87-
89) o in Cassiano (coll. 12.4, CSEL 13.339.3) l’ambitio (brama di gloria
e di onore) è classificata come vitium a sé ed è quindi distinta dall’ava-
ritia (avidità di ricchezza), in Giuliano Pomerio, pur mantenendo il suo
stato di ‘ambizione’ strettamente affine alla vanagloria (cfr. ad es. Iul.
Pom. 2.21.2, PL 59.467A; 3.20.3, PL 59.503B), è però definita prole
comune della superbia e della cupiditas (3.4.1, PL 59.479C), e quindi
tende naturalmente ad indentificarsi con l’ostentazione del lusso e dei
beni materiali da parte del clero corrotto (3.17.1, PL 59.500B: et ambi-
tioni succumbunt; utuntur deliciis ac vestibus accuratis ad luxuriam, co-
matulis pueris, ac potentibus equis ad pompam, accipitribus ac saginatis
canibus ad venatum, venationibus crebris ad luxum, ambitiosi apparatus
iactantiam necessarium mentiuntur ornatum; nel significato di pompa non
mancano comunque attestazioni classiche: cfr. ThlL 1.1854.65-80), fino a
coincidere con la brama del possesso (2.16.1-3, CCL 59.460A-B: Proin-
de quem possidendi delectat ambitio, Deum, qui possidet omnia quae
creavit, expedita mente possideat [...] Nec renuntiat mundo is quem ter-
renae possessionis adhuc delectat ambitio); ancora, in Gregorio Magno
finisce per acquisire un’ampia gamma di significati: non solo l’ambizione
a cariche ecclesiastiche (dial. 3.5 SC 260.00.20: eius archidiaconus, am-
bitione adipiscendi episcopatus accensus, eum extinguere ueneno molitus
est; epist. 5.60, CCL 140.361.20-23: et qui discipulus non fuit, inconside-
rata ambitione magister efficit), ma anche qualsiasi forma di smodata
cupidigia (moral. 7.28, CCL 143.357.16-20: Sed cum repente fuerint ocu-
lis oblata quae placeant, in ambitione protinus mens anhelat, semetipsam
non capit, adipiscendi haec occasionem quaerit et oblita continentiae
quam se cum pepigerat, cogitationum se stimulis per desideria acquisi-
tionis inquietat) come se fosse un sinonimo di concupiscentia (un uso in
parte già classico: cfr. ThlL 1.1854.56-63; ma può aver giocato un ruolo
decisivo l’antica traduzione latina – attestata ad es. in Aug., epist. 220.6,
CCL 57.435.20 – della triade giovannea [2 Ioh. 2.16] hJ ejpiqumæa th=ò
sark’ò kaä hJ ejpiqumæa t»n ojfqalm»n kaä hJ ajlazoneæa tou= bæou come
concupiscentia carnis et concupiscentia oculorum et ambitio saeculi); e,
infine, l’avidità vera e propria (moral. 6.16, CCL 143.299.40-45: Sed per
doctrinam sacri eloquii dum superbo humilitas tribuitur, timido confiden-
tia praebetur, luxuriosus per castitatis studium ab immunditia tergitur,
auarus per continentiam ab ambitionis aestu temperatur, remissus zeli
rectitudine erigitur, iracundus a praecipitationis suae excitatione refrena-
Commento 165

tur, uniuersa deus aquis irrigat; moral. 20.14, CCL 143A.1023.34-37:


Duo quippe sunt genera hominum ambitioni suae seruientium: unum ui-
delicet quod semper ad auaritiam blandimentis utitur linguae; aliud uero
quod aperta ui intendit rapinae; in Greg. M. epist. 11.50, CCL
140A.950.9-10 designa lo specifico peccato di simonia). Questa coinci-
denza tra ambitio e avaritia (dipendente in prima istanza dal fatto che
entrambe esprimono desideri smodati di falsi beni, più o meno materiali)
sembra essere stabilita da Gregorio in base a un versetto dell’inno paoli-
no alla carità (moral. 10.6, CCL 143.543.173-186: Cuius nimirum legis
multiplicitatem bene Paulus enumerat, dicens: caritas patiens est, benigna
est; non aemulatur, non inflatur; non agit perperam, non est ambitiosa,
non quaerit quae sua sunt [...] Non est ambitiosa quia quo ardenter intus
ad sua satagit, foras nullatenus aliena concupiscit).
Tornando all’epitome, tale polivalenza di significati è chiaramente ri-
flessa nel luogo in esame dove ambitio è presente in tre diverse accezio-
ni: genericamente, come sinonimo di cupiditas (vedi schema, IX: nul-
laque est ambitio animi in quam non ira dominetur); implicitamente,
come sinonimo di avaritia nel momento in cui Martino presta all’avarus
le azioni che Seneca assegnava all’ambitiosus (vedi schema, IX); specifi-
camente, come ‘ambizione’ vera e propria di onori mondani (vedi sche-
ma, XI: honoris ambitio), accanto alla lussuria (fornicandi cupiditas) e
all’avidità (lucrum pecuniae).
Anche il secondo segmento della sequenza ora esaminata (vedi sche-
ma, X), è stato rielaborato a fondo da Martino. Se infatti in Sen. ira
3.1.3-5 la maggiore pericolosità dell’ira rispetto agli altri vizi dipendeva
da tre distinti fattori (la violenza repentina di questa passione, il suo
incremento progressivo e il suo carattere autolesionista), nell’epitome il
confronto si riduce al primo e al terzo di essi, cioè la violenza improvvi-
sa dell’ira e la tendenza all’autodistruzione, mentre viene tralasciato il
secondo concetto presente nel brano senecano, ossia il carattere staziona-
rio di tutte le altre passioni (certe adfectibus ipsis licet stare) a fronte
dell’incremento dell’ira, che sembra via via aumentare la sua violenza
proprio come i fulmini o i rovesci temporaleschi oppure come i gravi in
caduta libera (haec, non secus quam fulmina procellaeque et si qua alia
inrevocabilia sunt quia non eunt sed cadunt, vim suam magis ac magis
tendit). Di conseguenza, pur recuperando alcuni segmenti di questa ica-
stica similitudine, Martino li ha trasformati in maniera incisiva: così la
caduta a precipizio provocata dall’ira a fronte della spinta degli altri vitia
(Sen. 3.1.4: cetera vitia inpellunt animos, ira praecipitat) in Martino non
166 Martini Bracarensis De ira

si riferisce più a un movimento progressivo e inesorabile quanto a


un’azione violenta dell’ira stessa che viene contrapposta alle blande lu-
singhe delle altre passioni (si noti la sostituzione di inpellunt con inli-
ciunt e la drastica riduzione della stessa similitudine) e quindi paragonata
a sconvolgimenti naturali come le procellae. Proprio in considerazione
del nuovo contesto mi pare quindi assai più plausibile che, accanto alle
tempeste, Martino menzioni fenomeni altrettanto violenti come i fulmini
e che dunque la lezione flumina dei codici sia frutto di un banale errore
di copiatura, probabilmente intervenuto già nell’archetipo (per la coinci-
denza in corruttela con alcuni codici senecani cfr. Torre 2003, 140-141).
Infine, una deliberata cura per il sermo rhetoricus è stata notata (Al-
berto 1993, 108) nella riscrittura di ira 3.2.2 (vedi schema, XI) mediante
l’aggiunta del secondo nec, che determina la scansione del periodo in tre
cola (numquam populus universus – nec [...] tota simul civitas – nec
honoris ambitio). Si può aggiungere che il periodo è impreziosito dal
triplice omoteleuto, realizzato mediante l’aggiunta dei due avverbi cater-
vatim e gregatim (il secondo amato anche da Seneca: cfr. clem. 1.26;
ben. 6.32.1) in opposizione a viritim. Catervatim è adoperato anche da
Gregorio Magno nella descrizione dell’assalto dei vizi “minori” che dila-
gano in massa nel cuore dell’uomo una volta che i sette vizi capitali vi
abbiamo fatto breccia (moral. 31.45, CCL 143B.1610.5-7: [scil. culpae]
dum maiores et paucae neglectam mentem praeveniunt, minores et innu-
merae ad illam se catervatim fundunt).

3.3.3. Alterazioni lessicali


Casi di attualizzazione linguistica, secondo le caratteristiche del latino
tardo o, più specificamente, del latino cristiano, sono stati registrati da
Alberto 1993 (112-114 passim): ex proprio libitu per ex libidine (V),
correctio per paenitentia (vedi schema, VI), adversarius subtrahitur per
adversarium fortuna subduxit (con l’eliminazione del termine pagano for-
tuna: X), fornicandi cupiditate succensus est per feminae amore flagravit
(XI: in quest’ultimo caso il mutamento è insieme semantico e ritmico,
perché da una clausola di I tipo a]more flagravit ----§ si passa a una
clausola II o dicretico cupidi]tate succensus est: -v--v§; cfr. Lopetegui
1992b, 143). A questi possiamo aggiungere sibi subditas facit per sibi
subicit (IX: per il participio sostantivato subditus nel significato di ‘sotto-
messo, assoggettato’ cfr. corr. 3, p. 74, 13 L.; Lopez 1998, 24); curritur
al posto di itum est (XI; la predilezione per sinonimi più icastici è un
Commento 167

tratto volgare riconoscibile nel latino tardo: Löfstedt 1980, 44-46), aesti-
matur al posto di videtur (VI: illi viene perciò a essere un dativo di
agente).
Più problematica invece si presenta la sostituzione del verbo descisce-
re presente in Seneca (III: ira autem a sanitate desciscit) con discedere
(vedi schema, III), di cui si è discusso nelle note filologiche (supra,
158-159).
Per quanto riguarda irae violentia al posto di vis huius (X), la sostitu-
zione lessicale è solo apparente, perché si tratta in realtà di un incastro
tra due tasselli senecani (2.36.6: vis huius + 3.1.3: huius [...] violentia).
La sostituzione del senecano (ira) publice concipitur con publice multos
invasit (vedi schema, XI) dipende invece dalla tendenza già osservata a
estendere la personificazione dell’Ira.
Per inliciunt al posto di inpellunt (X) abbiamo detto ora discutendo
delle alterazioni di ordine frastico (supra, 166).

Capitoli IV-VII
<Come evitare l’ira>

Per la proposta di integrazione del titulus si rimanda all’Introduzione


(supra, 20).
Dopo la sezione fenomenologica (cc. II-III) si apre ora la trattazione
dei rimedi contro l’ira scandita in due parti: la profilassi (cc. V-VII) e la
terapia (cc. VIII-IX).
La sezione dedicata alla prevenzione dell’ira – che si può considerare
il cuore dell’epitome sia per la sua collocazione centrale sia per l’impor-
tanza degli argomenti trattati e per la loro articolata esposizione –, è
introdotta da una sorta di prologo al mezzo (c. IV) in cui, dopo aver
riproposto in forma più dettagliata la partitio materiae, l’autore introduce
un duplice paragone: da un lato, tra l’animus quietus del saggio e la
parte superiore del cielo, sempre serena; dall’altro, tra l’animus dell’oc-
cupatus, turbato dagli innumerevoli impegni mondani, e la regione atmo-
sferica soggetta alle perturbazioni. Assai opportunamente, dunque, prima
di incominciare a presentare i vari modi per combattere l’ira, tale para-
gone addita la meta di questa lotta, il raggiungimento, cioè, di uno stato
celeste di serenità; e, nel contempo, inaugura la successiva trattazione
168 Martini Bracarensis De ira

profilattica indicando con chiarezza che il primo rimedio per non in-
correre in questa passione è la scelta di uno stile di vita improntato
alla tranquillitas animi, a un sapiente equilibio tra vita attiva e vita
contemplativa, alla ricerca di un’intima serenità che derivi dall’agire
nei limiti del necessario e del bene. Rivive qui, mutuato direttamente
da Seneca, l’antico ideale di ascendenza democritea dell’eujqumæa (per
la «varia e ricca storia» di questo concetto, di cui «Seneca è in certa
misura l’erede consapevole» si rimanda a Lotito 2001, pp. 11-68),
che altrove in Martino viene interpretato in senso politico e attualiz-
zante (forse anche filobizantino), quale espressione del serenissimo
potere del suo discepolo Mirone, tranquillissimus rex (form. vit. 1,
p. 236, 1 Barl.; per il parallelo con i tratti serafici del galhnütatoò
e cristiano imperatore d’Oriente cfr. Orselli 1999, 95 ss.; Torre 2005a,
6 nota 17).
Dopo queste considerazioni di carattere generale inizia la sezione dedi-
cata a rimuovere le prime cause di insorgenza dell’ira (cc. V-VII): Marti-
no vi svolge un’ampia analisi di quella che considera la principale causa
scatenante di tale passione, cioè la presunzione di aver subito un’offesa
(opinio iniuriae) da parte di qualcuno o di qualcosa. La trattazione si
articola per passaggi graduali sia in base alla diversa natura, psicologica
(c. V) o fisica (c. VI), delle iniuriae, sia in base ai loro presunti autori,
che vengono distinti in due gruppi: quelli in grado di recare offesa (le
persone: c. V e c. V §1) e quelli che non possono in alcun modo procu-
rarla (gli oggetti inanimati: c. VI §2).
Lo schema adottato da Martino ricalca in parte la struttura del model-
lo, in parte ne rappresenta una lucida semplificazione.
La sezione del secondo libro del De ira compresa tra il c. 22 e il c. 31,
dalla quale Martino deriva la maggior parte dei segmenti impiegati nei
cc. V-VI, lascia infatti intravedere una sequenza di questo tipo (Ra-
mondetti 1996, 31-40; Ramondetti 1999, 326 nota 5 a ira 2.22; 330
nota 1 a ira 2.25; 332 nota 1 a ira 2.26): dapprima vi compare l’ana-
lisi dedicata al fenomeno dell’opinio iniuriae con attenzione specifica
ai fattori della suspicio e della credulitas che, nella vittima di un torto,
determinano il formarsi della presunzione di offesa e mettono conse-
guentemente in moto il processo passionale (cc. 22-24); poi si assiste
al graduale passaggio dalla sfera psicologica al punto di vista delle res
che provocano l’opinio iniuriae agendo attraverso i sensi del corpo
(c. 25). Quindi, adeguandosi mimeticamente al processo di patogenesi
nell’animo umano, Seneca riprende i punti già sviluppati e li scandaglia
Commento 169

ulteriormente, per contrastare la ricomparsa delle medesime pulsioni a


livelli più profondi: se dunque la profilassi indicata non riesce ad evita-
re il riformarsi dell’opinio iniuriae, si raccomanda allora (cc. 26-31),
quale più incisivo rimedio, l’intervento di un equo iudicium che possa
contrastare l’insorgere dell’ira distinguendo, tra i mittenti dei presunti
torti, chi non può fare iniuria (c. 26: le res inanimate; c. 27: gli dei e
i fenomeni metereologici), da chi può o vuole farla (cc. 28-30: le per-
sone) e, in quest’ultimo caso, valutando con attenzione i veri motivi
dell’offesa.
Dal confronto con il modello risulta evidente che Martino ha assunto
a criterio generale di disposizione degli argomenti quella distinzione tra
i mittenti delle iniuriae che nel testo senecano introduceva solo la se-
conda parte dell’analisi (ira 2.26.1): irascimur aut iis a quibus ne acci-
pere potuimus iniuriam, aut iis a quibus accipere iniuriam potuimus. In
effetti, sebbene tale distinzione non compaia tra i segmenti epitomati,
la sezione martiniana dedicata a combattere l’opinio iniuriae risulta
chiaramente divisa tra torti provenienti dalle persone – di natura sia
psicologica (c. V) sia materiale (c. VI §1) – e torti provenienti dalle
res (c. VI §2). Sulla base di tale partizione Martino è quindi intervenu-
to accostando le parti tematicamente affini che nell’originale scandiva-
no momenti successivi dell’esposizione: nel nuovo assetto i capitoli 28-
31 del De ira di Seneca risultano raccordati immediatamente ai capitoli
22-24 (= c. V), perché in entrambi questi blocchi testuali si tratta di
iniuriae provenienti dalle persone; il c. 25 (= c. VI §1), che parla di
torti provenienti dalle persone ma relativi alle cose, costituisce il trami-
te per il passaggio successivo alle iniuriae provenienti dalle res, illu-
strate da Seneca nel c. 26 (= c. VI §2); rimane escluso dall’epitome il
riferimento agli dei, che contiene concetti specificamente legati alla teo-
logia stoica (c. 27).
In conclusione l’epitomatore ha proiettato su un piano orizzontale il
complesso argomentare “a spirale” del modello e ha così semplificato
l’analisi senza tuttavia sacrificarne la densa varietà dei contenuti.
Conclusa l’analisi dell’opinio iniuriae e dei modi per combatterla, Mar-
tino affronta una seconda, possibile causa di ira: la convinzione che essa
sia strumento utile o perfino necessario per punire il peccatore (c. VII).
Nell’ambito del dibattito sulla liceità morale dell’ira, sviluppatosi nel pen-
siero e nella letteratura cristiana antica, questo locus svolse un ruolo im-
portante. Qui interessa considerare se l’inserimento di questo tema all’in-
terno della trattazione profilattica derivi o meno da una scelta originale
170 Martini Bracarensis De ira

dell’epitomatore: nel primo libro del De ira di Seneca, infatti, da dove


Martino ricava il segmento (ira 1.16.1) introduttivo a questa nuova se-
zione, il problema del rapporto tra ira e punizione non è collegato alla
prevenzione della passione ma si inserisce nel dibattito filosofico relativo
alla sua presunta utilità.
Il tema della castigatio sine ira si ripropone poi in alcuni capitoli del
secondo libro (ira 2.6-14), da cui Martino deriva altri tre segmenti omo-
loghi al precedente. In essi Seneca non affronta più il dibattito sull’utilità
o meno dell’ira (in polemica con i peripatetici), ma confuta la teoria (di
matrice epicurea) secondo cui il sapiens deve necessariamente adirarsi
nei confronti delle azioni vergognose (Ramondetti 1999, 292 nota 1 a ira
2.6.1): tuttavia, neppure questo contesto sembra aver esercitato un’in-
fluenza di tipo strutturale sull’epitomatore né pare fornire alcun indizio
utile a spiegare perché Martino abbia affrontato il tema della castigatio
sine ira in chiave profilattica e in stretto rapporto con la trattazione del
fenomeno dell’opinio iniuriae.
A mio parere la spiegazione può essere rintracciata ancora nel modello
senecano, ma in un passo del secondo libro non immediatamente conti-
guo ai segmenti epitomati da Martino.
In ira 2.4 Seneca classifica tre diversi moti dell’animo da cui si ge-
nerano gli adfectus in ordine crescente di intensità e gravità; quindi, a
proposito del secondo motus, ne individua molto chiaramente la genesi in
una volontà debole e in un giudizio soggettivo dell’animo: quest’ultimo
ritiene doveroso vendicarsi perché si è stati danneggiati e altrettanto do-
verosa la punizione di chi abbia commesso un delitto (ira 2.4.1): alter
[scil. motus] cum voluntate non contumaci, tamquam oporteat me vindi-
cari cum laesus sim, aut oporteat hunc poenas dare cum scelus fecerit
(Ramondetti 1999, 289 attribuisce a tamquam con il congiuntivo la fun-
zione di esprimere una motivazione soggettiva e traduce: «C’è un secon-
do movimento che si accompagna a una volontà debole, in quanto io
formulo il giudizio che sia doverosa la mia vendetta perché sono stato
danneggiato, o che sia doverosa la punizione di costui perché ha com-
messo un delitto»). Senza addentrarci in più complesse analisi riguardanti
il significato tecnico e filosofico da attribuire a tale iudicium animi (che
Seneca pare voler distinguere dalla opinio iniuriae, propriamente intesa
come fase precedente del processo psicopatogenetico: Ramondetti 1996,
16 nota 21; 17 nota 25), osserviamo tuttavia che la definizione senecana
del secondo motus, contenuta in questo passo, stabilisce un rapporto chiaro
ed evidente tra l’ira generata dalla presunzione di aver ricevuto un’offesa
Commento 171

e l’ira proveniente dalla convinzione che il colpevole debba pagare; e


che questo rapporto rimane operativo a livello macrostrutturale nel pro-
sieguo del secondo libro: dove appunto, in chiave profilattica, Seneca
esorterà sia a non adirarsi contro i colpevoli e a non comminare pene in
preda all’ira (cc. 6-14), sia a combattere l’opinio iniuriae in tutte le sue
forme (cc. 22-31).
In conclusione ritengo che Martino abbia tenuto presente il citato pas-
so senecano (ira 2.4.1), non però sotto il suo originale profilo psicopato-
genetico (quale sforzo di definizione dei vari motus dell’anima) ma più
semplicemente come divisio materiae; e, applicando quest’ultima al suo
testo di più ridotte dimensioni, abbia saputo perfettamente tradurre a li-
vello strutturale quel parallelismo tra la prevenzione dell’opinio iniuriae
e l’esortazione a castigare senza ira che là Seneca esprimeva chiaramente
a livello concettuale e sintattico.

4. Capitolo IV

4.1. Note filologiche al testo

Mart. ira 4.1.3


secundum irae remedium est ne in ira peccemus
secundum irae remedium est] scripsi secundire medium E secundi remedium M1
Alb. secundum remedium T M2 Tam. Fl. Barl. Vians.

Il testo tràdito dall’Escorialense (e con diversa scansione da M1) non


offre un senso compiuto né risulta convincente il tentativo da parte di
Alberto di difenderlo: l’espressione, infatti, non può significare «o reme-
dio do segundo estado», a meno di non supporre per secundi un valore,
peraltro inattestato, di neutro sostantivato (in analogia con il femminile
plurale dello stesso aggettivo secundae, arum [partes]: cfr. Sen. ben.
2.29.3: [dei] nos in hoc pulcherrimo domicilio voluerunt secundas sortiri,
quod terrenis praefecerunt) ed equivalente per significato a espressioni
del tipo secundi loci, secundae sortis, secundae notae.
Ritengo invece che il copista abbia commesso qui un duplice errore:
da un lato la fusione tra il numerale, assai probabilmente abbreviato
(come lasciano presupporre in E le forme abbreviate di primum e terti-
um, poche righe sopra: f. 35vII, righe 20 e 22) e il genitivo irae; dall’altro,
172 Martini Bracarensis De ira

l’aplografia tra i-rae e re-medium presumibilmente indotta dalla scrittura


fonetica della desinenza del genitivo.
Dal canto suo la lezione di T (ripresa da M2 e quindi confluita negli
editori) potrebbe essersi generata indipendentemente: non già come corre-
zione di secundi (di E) in secundum ma come conseguenza dell’omissio-
ne di irae, presente nell’antigrafo.
Propongo pertanto di restituire il complemento di specificazione (irae)
tra secundum e remedium.

4.2. Significato e struttura


Con l’aiuto del consueto schema, elenchiamo i segmenti senecani ado-
perati da Martino per la composizione di quello che abbiamo definito il
“prologo al mezzo” del suo trattato (supra, 167):

(segue)
Commento 173

Martino adopera principalmente il capitolo sesto del terzo libro del De


ira, da cui estrae sia il confronto “meteorologico” tra l’animus del saggio
e la regione superiore del cielo, parimenti imperturbabile e serena, sia la
descrizione del negotiosus, turbato da impicci e contrarietà di ogni tipo e
perciò più facilmente esposto al pericolo di adirarsi. Tale blocco testuale
è preceduto da una partitio materiae costituita a sua volta da un segmen-
to tratto ancora dal terzo libro (dal capitolo quinto) in combinazione con
un passo del secondo libro (ira 2.18.1).
Per quanto concerne l’assemblaggio di questo secondo prologo mi li-
mito a due osservazioni: la prima riguarda il raccordo tra i due differenti
segmenti che costituiscono la partitio materiae (vedi schema, I-II), la
174 Martini Bracarensis De ira

seconda si riferisce alla connessione tra la stessa partitio e il successivo


paragone tra l’animo e il cielo (vedi schema, II-III).
Anzitutto Martino cuce insieme due passi senecani (ira 3.5.2 e 2.18.1)
che, nonostante la loro somiglianza formale, presentano due scansioni
non del tutto omogenee tra loro: nel primo caso (vedi schema, I) Seneca
parla propriamente delle tre parti canoniche in cui si articola il locus de
ira, nel secondo (vedi schema, II) distingue i due livelli della terapia
contro l’ira. Nella rielaborazione martiniana, invece, le tre categorie di
classificazione della materia sono reinterpretate come tre remedia contro
l’ira; quindi, così trasformate, vengono agevolmente sovrapposte all’altra
partizione senecana (ira 2.18.1) che effettivamente concerneva i due prin-
cipali remedia irae. Con questa corrispondenza, Martino intende ribadire
la fondamentale bipartizione, già enunciata nel primo prologo e destinata
d’ora in avanti a scandire puntualmente l’epitome, tra profilassi dell’ira e
terapia vera e propria (quest’ultima a sua volta distinta in autoterapia e
terapia dell’ira altrui: vedi schema, I).
Plausibilmente la sovrapposizione dei due passi senecani (ira 3.5.2 e
2.18.1) è stata suggerita al nostro autore dalla presenza più o meno espli-
cita in entrambi del paragone con la medicina (ira 3.5.2: alienae quoque
irae mederi [...] ad sanitatem reducamus; ira 2.18.1: ut in corporum
cura alia de tuenda valetudine, alia de restituenda praecepta sunt): ne è
spia il termine sanitas, che in Martino (vedi schema, II: de conservanda
sanitate) sostituisce il corrispondente senecano valetudo, ma che d’altra
parte si trova già in Seneca, nel primo dei due passi in esame (ira 3.5.2)
seppure in una sezione non epitomata; in altre parole, sanitas rappresenta
uno di quei termini “cerniera” che spesso in Martino attivano la rubrica-
tura di segmenti testuali senecani, pur assai distanti tra loro, sotto una
medesima categoria. Un’altra espressione che qui può aver svolto funzio-
ne di cerniera è non/ne incidamus in iram, presente in entrambe le parti-
tiones senecane (vedi schema, I-II).
L’operazione di cucitura dei due passi è infine suggellata dall’inserzio-
ne incipitaria di in iram (vedi schema, I), elemento mutuato attraverso un
piccolo ma scaltro cambio di posizione dalla stessa fonte senecana (ira
3.5.2: in iram non incidamus) e funzionale a trasformare le tre scansioni
argomentative in tre remedia veri e propri («contro l’ira la prima cosa è
non adirarsi; la seconda, smettere immediatamente; la terza, curare anche
l’ira altrui»). Per tale motivo, l’emendazione in ira proposta da Viansino
mi pare poco opportuna, poiché indurrebbe a interpretare le tre enuncia-
zioni soltanto quali argomenti di una trattazione sull’ira («nell’ambito
Commento 175

dell’ira, il primo punto è non adirarsi; il secondo, smettere immediata-


mente; il terzo, curare anche l’ira altrui») e non già come indicazioni
terapeutiche.
La seconda osservazione riguarda il raccordo della tripartizione dei
remedia irae con la parte centrale del capitolo (vedi schema, III-IV),
della quale abbiamo già illustrato il significato complessivo (supra,
168). Mi importa qui sottolineare come la scelta, da parte di Martino,
di introdurre il motivo dell’eujqumæa (o tranquillità dell’animo) sia dettata
dal rispetto di una macrosequenza del trattato senecano, che l’epitoma-
tore ha perfettamente compreso e riprodotto in forma di microsequenza
testuale.
In Seneca infatti il locus che possiamo denominare de fugienda ira
viene affrontato principalmente in due momenti successivi e con due dif-
ferenti modalità: nel secondo libro (ira 2.22-28), l’autore tratta di come
respingere l’ira combattendone le prime cause con la forza della ragione
e indica i corretti atteggiamenti mentali volti a prevenire le singole com-
ponenti dell’ira (Ramondetti 1996, 58); nel terzo libro (ira 3.5.2-12) Se-
neca insegna a non cadere nell’ira mediante l’indicazione di una terapia
preventiva dell’attacco acuto di tipo eutimico, basata cioè su una serie di
norme di “igiene dell’animo” da applicare nella vita quotidiana. Tuttavia
– ed è questo il punto su cui vorrei richiamare l’attenzione –, una sezio-
ne eutimica è già presente nel secondo libro come introduzione alla trat-
tazione delle prime cause dell’ira (ira 2.18.2-21): però, essa riguarda spe-
cificamente l’educazione dei fanciulli e la cura, nella prima infanzia, degli
impulsi aggressivi dell’individuo.
In Martino, il medesimo locus de fugienda ira è affrontato nei capitoli
V-VII con materiali tratti prevalentemente dal secondo libro di Seneca e
pertanto consiste nella disamina di varie strategie per soffocare, con la
forza della ragione, l’insorgere delle prime cause dell’ira; tuttavia, imi-
tando proprio il secondo libro, anche Martino inserisce una sezione intro-
duttiva di profilassi eutimica, destinata però non ai soli fanciulli, ma a
tutti: si tratta, appunto, della parte centrale del secondo prologo, non a
caso composta con alcuni passi derivati dai capitoli quinto e sesto del
terzo libro, dove la terapia dell’ira veniva trattata da Seneca con un ta-
glio specificamente eutimico.
A rendere più perspicuo il proprio insegnamento, Martino opera una
lucida semplificazione della fonte (vedi schema, III-IV): elimina, come di
consueto, ogni riferimento a persone e cose concrete (in questo caso, De-
mocrito e la sua definizione dell’eujqumæa); accorcia il dettato senecano,
176 Martini Bracarensis De ira

sopprimendo ad esempio un’ulteriore descrizione dell’iratus (ira 3.6.2,


omesso nel nostro schema) o, ancora, la similitudine tra una vita frenetica
e il procedere difficoltoso lungo una strada affollata; e soprattutto
identifica il negotiosus descritto da Seneca (ira 3.6.3-6), con l’animus
negotiosus.
Quest’ultimo intervento, in sé minimo, ha un importante significato
strutturale perché indica che Martino ha interpretato tout court questa
descrizione senecana come esemplificazione dell’altra faccia – quella ne-
gativa – del paragone “meteorologico” tra animus e cielo, che in Seneca
si riduceva alla sola, brevissima sentenza inferiora fulminantur: l’epito-
matore cioè ha volutamente iscritto tutto il passo senecano (ira 3.6) entro
il paragone iniziale, dilatando quest’ultimo ben oltre i suoi limiti origina-
ri e reinterpretandolo come cifra unitaria di un brano che, in Seneca, è
invero policentrico e assai meno compatto. Al proposito, non è forse
azzardato ritenere che l’attenzione riservata a questa similitudine meteoro-
logica nasca dalla possibile convergenza di quest’ultima con la dottrina,
già origeniana ma divenuta tradizionale in Occidente per tramite agosti-
niano e condivisa dallo stesso Martino (cfr. corr. 3, p. 74, 7-8 Lopez),
circa la permanenza di Lucifero e dei suoi angeli ribelli nell’aer, cioè in
uno spazio inferiore tra cielo e terra, dove essi furono precipitati per
volontà divina e «da dove provocano interiormente ed esteriormente gli
impeti disordinati dell’uomo, con relazione all’agitazione perenne dell’at-
mosfera in cui risiedono e in opposizione alla serenità del mondo stella-
re» (Naldini 1991, 82).
Per le operazioni di epitomatura e di raccordo tra i segmenti testuali
Martino si è avvalso di alcuni elementi-cerniera: ad esempio, l’espres-
sione iram [...] compescere di ira 2.18.1 ha un suo corrispettivo in ira
3.6.1 (infra se premens quibus ira contrahitur: vedi schema, II-III); e
l’aggettivo quietus è riferito all’animo in entrambi i passi senecani (vedi
schema, III-IV).

4.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati

4.3.1. Alterazioni morfosintattiche


Le alterazioni morfosintattiche dei passi epitomati sono per lo più fun-
zionali a comporre un testo coerente e a rendere più fluido e perspicuo il
dettato senecano: così, ad esempio, l’aggiunta di espressioni di raccordo
quali primum est ergo, quod si acciderit, iam erectam (vedi schema, II),
Commento 177

vero saepius (III); la sostituzione dell’indicativo presente al posto del


perfetto (fallit, differt, intercipit: IV) e dell’indicativo al posto del con-
giuntivo (irascitur: IV); l’esplicitazione, mediante una frase relativa (vedi
schema, IV: qui in negotia multa discurrit et varia temptat) di due parti-
cipi senecani non consecutivi (ira 3.6.3: in multa discurrenti negotia; ira
3.6.5: ut multa temptanti).
Per quanto riguarda l’inversione sintattica che si registra nella proposi-
zione (animus) in multis incidit querellis (IV) rispetto al testo senecano
(multae querellae incidunt [scil. nobis]), possiamo ipotizzare che si sia
originata dall’incomprensione semantica del termine querella.
Nel passo corrispondente (ira 3.6.4) Seneca adopera querella con valore
causativo nel significato di ‘motivo di lagnanza’, cioè ‘contrarietà’, ‘dan-
no’: una valenza non isolata nel nostro autore (cfr. ira 3.12.1: infra, 205;
nat. 3.1.2, dove il termine significa propriamente ‘malattia’ fisica), ma di
uso non comune e perciò plausibilmente sfuggita a Martino, che avrebbe
invece inteso il termine nel più comune significato di ‘lamento, lamente-
la’; quindi, ritenendo eccessivamente dura la costruzione senecana
(in hoc vitae actu dissipato et vago [...] multae querellae incidunt),
avrebbe tentato di renderla più perspicua mediante l’inversione sintattica
(«l’animo incappa in molti lamenti», cioè «si lamenta frequentemente»).
Non è neppure da escludere la preferenza martiniana per una clausola
tritrocaica (incidit querellis: -v-v-§) al posto di una clausola meno
comune adoperata da Seneca (que]rellae incidunt: ---v§; cfr. Lopetegui
1992b, 141).
Del resto, specifiche esigenze ritmiche sono ipotizzabili anche nel caso
di altre modifiche martiniane al testo di Seneca (Lopetegui 1992b, 137-
143), in parte già segnalate perché possono spiegarsi con diverse ragioni
concomitanti. Così la ricerca del cursus può aver propiziato l’aggiunta
del participio congiunto erectam riferito a iram (conpéscere iam eréctam
[c. velox]: vedi schema, II) o la sostituzione del verbo sum con altre
forme sinonimiche (exístit inpátiens [c. tardus]: IV; ac venerábilis in-
venítur [c. velox]: III; in quest’ultimo caso il verbo è ricavato dallo stes-
so passo senecano: sublimis animus [...] modestus et venerabilis est et
dispositus; quorum nihil invenies in irato); anche la sostituzione del ver-
bo semplice al verbo composto o al suo frequentativo (locatus per conlo-
catus: III), che in generale è da considerarsi come un tic espressivo degli
epitomatori tardoantichi (Alberto 1993, 112), sembra rispondere almeno in
un caso alla ricerca del cursus (in statione tranquílla locátus [c. planus]);
talvolta, alla modifica testuale può aver contribuito la preferenza di
178 Martini Bracarensis De ira

Martino per un altro tipo di clausola metrica rispetto a quella preesisten-


te in Seneca (III: il cretico-dicoreo saepius fulminantur -v--v-§ sostituisce
il trocheo-cretico inferi]ora fulminant -v-v§).

4.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico


La predilezione martiniana per l’anafora e il parallelismo (Alberto
1993, 174) è evidente sia nella ristrutturazione della seconda divisio se-
necana (vedi schema, II: alia de conservanda sanitate, alia de restituen-
da || aliud est iram cohibere [...], aliud compescere), sia nella riscrittura
del paragone “meteorologico” ad essa immediatamente contiguo e, di con-
seguenza, stilisticamente omogeneo (vedi schema, II-III: nam sicut in cor-
porum cura [...] ita aliud est iram || Sicut enim pars superior [...] eo
modo sublimis animus).
In Seneca, la similitudine meteorologica ha una cadenza ternaria (vedi
schema, III: [a] pars superior mundi | et ordinatior | ac propinqua side-
ribus - nec in nubem cogitur | nec in tempestatem inpellitur | nec versa-
tur in turbinem || [b] sublimis animus [...] modestus | et venerabilis est |
et dispositus) ed è rallentata, se non proprio spezzata, da alcuni strata-
gemmi (il chiasmo tra seconda e terza proposizione negativa [a]: in tem-
pestatem inpellitur | versatur in turbinem; l’esplicitazione di est tra se-
condo e terzo predicato nominale [b]); in Martino invece il ritmo è
uniformemente binario (pars superior | et propinqua sideribus || nec in
nubem constringitur | nec in turbinem vertitur || modestus | ac venerabi-
lis invenitur) e contribuisce non soltanto a rendere il dettato più fluido e
la similitudine stessa più perspicua, ma anche a modellare perfettamente
quest’ultimo sulla partitio che lo precede.

4.3.3. Alterazioni lessicali


Per quanto riguarda la divisio (vedi schema, II), Martino non ha sol-
tanto ampliato il dettato senecano ma ha inteso precisarlo sostituendo a
repellere il verbo cohibere, dotato di una ben documentata valenza tecni-
ca nel linguaggio della medicina (ThlL 3.1546.46-69) e di un’estensione
metaforica alla cura delle patologie dell’animo, frequente anche in autori
tardoantichi (cfr. in particolare Ioh. Cass. coll. 5.20, SCh 42.212; 16.27,
SCh 42.244) ma assente in Seneca: con questo intervento, Martino ha
perciò rimarcato scrupolosamente la differenza tra l’inibizione della ma-
lattia nel suo periodo di incubazione (iram cohibere ne insurgat) e l’arre-
sto dell’infezione nella fase acuta (conpescere iam erectam).
Commento 179

Può invece essere ricondotta a esigenze ritmiche la sostituzione di (in


nubem) cogitur con (in nubem) constringitur (III). Se, come mi pare, si
devono escludere sia l’errore materiale (non si tratta infatti di lectio faci-
lior), sia la presenza di una variante (la lezione cogitur, in sé perspicua e
attestata unanimemente nella tradizione diretta, è supportata da riscontri
assai convincenti: cfr. ad es. Sen. nat. 6.9.1: crassum aera et in nubes
coactum; Cic. nat. deor. 2.101 aer [...] concretus in nubes cogitur; Verg.
Aen. 5.20: in nubem cogitur aer), è allora lecito ritenere che si tratti del
tentativo da parte di Martino di trovare un parallelismo stilistico e ritmico
tra due cola perfettamente omogenei e bilanciati (nec in núbem constrín-
gitur [c. tardus] nec in túrbinem vértitur [c. tardus]) mediante una scelta
lessicale preziosa. Il verbo constringo infatti è sì frequente nel latino
postaugusteo e tardo nel significato di ‘condensare, rapprendere, compat-
tare, addensare’ (ThlL 4.542.68 ss.) ma tuttavia non si trova mai riferito
all’aria o al cielo – in quanto elementi che subiscano questo tipo di
azione –, con la sola eccezione di Lucan. 4.51 (pigro bruma gelu siccisque
Aquilonibus haerens / aethere constricto pluvias in nube tenebat).
Mentre la sostituzione di sanitate al posto di valetudine è stata sugge-
rita a Martino dallo stesso Seneca (vedi schema, II: supra, 174), altre
variazioni lessicali investono il piano semantico in maggiore profondità.
Ad esempio, nell’elenco dei bersagli polemici dell’iratus (ex levissi-
mis irascitur causis, nunc personae, nunc negotio, nunc tempori, nunc
loco, nunc sibi: vedi schema, IV) il termine senecano fortuna viene
rimpiazzato da tempus, che meglio si concilia con una visione cristiana
e provvidenzialistica del mondo. D’altra parte, lo stesso termine tempus
(nel duplice senso di crünoò e di kairovò) era impiegato nelle comuni
formule retoriche che definivano le circumstantiae di una quaestio, uni-
tamente a una serie di termini tra i quali, appunto, persona, locus,
actus, causa (cfr. ad es. Quint. 3.6.23 ss.): il fatto che tra le numerose
varianti di questa formula vada annoverato appunto l’elenco senecano,
ora citato, delle circumstantiae dell’ira (Bellincioni 1986, 80-89: in par-
ticolare, 87 nota 11 e 81 nota 1), non fa che ribadire la pertinenza
delle scelte lessicali dell’epitomatore (cfr. anche form. vit. 10, pp. 249,
2 ss. Barlow: hanc praedictarum virtutum formulam pro qualitatibus
temporum, locorum, personarum, atque causarum eo medietatis tramite
teneat).
L’eliminazione del genitivo di specificazione mundi e del secondo com-
parativo della serie senecana et ordinatior (vedi schema, II) può essere
motivata per semplici ragioni di brevitas, senza dover ricorrere (come
180 Martini Bracarensis De ira

invece fa Kurfess 1954, 258) all’ipotesi di una corruttela testuale del-


l’epitome da integrare più o meno estesamente con il parallelo senecano.
Analogamente, a un intervento sintetizzante dell’epitomatore credo che
si possa ricondurre la sostituzione di hominum con l’aggettivo omnium
concordato con rerum (vedi schema, IV: ita omnium rerum existit inpa-
tiens invece del senecano inpatiens hominum rerumque sit): escluderei
infatti una corruttela nella tradizione manoscritta, che avrebbe determina-
to prima la perdita dell’enclitica -que e poi la trasformazione di hominum
in omnium. Nonostante la ben nota instabilità della h nella scrittura visi-
gotica, l’omissione dell’iniziale nella flessione di homo è tuttavia estre-
mamente rara nel codice Escorialense: su 37 occorrenze si registrano
soltanto due casi a poca distanza tra loro (ab ominibus: f. 25rI, riga 3;
f. 25rI, riga 8), il secondo dei quali, però, è stato corretto dal copista
medesimo con aggiunta interlineare della h mancante.

5. Capitolo V

5.1. Note filologiche al testo

Mart. ira 5.1.17


alia defendenda sunt
alia defendenda sunt a Tam. Fl. Barl. Vians. differenda Kurf. Alb.

Al posto di defendenda tramandato unanimemente dai codici e accetta-


to dalla maggior parte degli editori, Alberto accoglie nel testo la conget-
tura differenda proposta da Kurfess (1954, 254) sulla base del passo pa-
rallelo senecano (ira 3.11.1: alia differenda sunt). Tuttavia sono propensa
a conservare la lezione manoscritta, non solo perché offre un senso ac-
cettabile in sé considerata (nell’interpretazione dei maligni sermones dob-
biamo essere tanto obiettivi da ‘difendere’ ciò che è conforme a verità),
ma soprattutto perché pertinente alla serie trimembre, che delinea tre di-
verse reazioni di fronte alle maldicenze improntate a un atteggiamento
via via più critico: alcuni particolari vanno considerati credibili e perciò
difesi (alia defendenda), altri, pur giudicati inconsistenti, vanno benevol-
mente condonati (alia donanda), altri infine non meritano neanche di
essere presi sul serio (alia deridenda). La stessa alterazione dell’ordine
originale dei cola senecani (infra, 198), al di là delle pur plausibili ragioni
Commento 181

ritmiche, sembra tradire da parte dell’epitomatore la ricerca di questa


climax: la scelta di defendenda al posto di differenda si spiegherebbe
perciò con l’intenzione di rendere il crescendo più netto e perspicuo.

Mart. ira 5.1.19


qui aut nescit
qui Font. Vians. quia a Tam. Fl. Barl. Alb.

Accolgo l’emendazione di Fontán (1950, 380) qui aut a fronte della


lezione quia aut dei codici, che si può interpretare come un errore per
diplografia. Tale emendazione, che si fonda sul testo di Seneca (ira
3.11.1), restituisce al periodo il soggetto mancante nella tradizione mano-
scritta e rende superflue altre integrazioni, meno economiche, precedente-
mente avanzate dagli editori per mantenere la frase causale introdotta da
quia: Tamayo e Florez, seguiti da Barlow, propongono infatti di integrare
prudens come soggetto (multas iniurias transit <prudens> et plerasque
non accipit quia [...]), Kurfess preferisce invece <sapiens> (multas iniu-
rias transit <sapiens> et plerasque non accipit quia [...]); quest’ultima
congettura è probabilmente all’origine del lapsus di Alberto 1993, che
nel testo critico, seguendo E, omette il soggetto e conserva la lezione
quia ma poi traduce l’intera frase come se sapiens fosse un soggetto
esplicito («O homem sabio passa por muitas injúrias e à maior parte
delas não lhes dá atenção, porque [...]»).

Mart. ira 5.2.26


sanctius
sanctius M1marg.M2 marg. Tam. Fl.Vians. sanctum a satius Raym. Barl. Alb.

La lezione sanctum dei codici è erronea perché il grado positivo


dell’aggettivo difficilmente può essere in correlazione con l’avverbio
quam e, d’altra parte, l’usus linguistico di Martino non fa mai eccezio-
ne al proposito. Per ovviare a tale difficoltà già nei marginalia di
entrambe le copie di M e nelle edizioni più antiche sanctum viene emen-
dato in sanctius. Barlow e, successivamente, Alberto accolgono invece
l’emendazione satius proposta da Rayment (1946, 356) in base al passo
parallelo di Seneca (ira 2.33.1). Tuttavia, come già intuiva Barlow
(1946, 360), la giustificazione di tipo paleografico addotta dallo stesso
Rayment a sostegno della propria emendazione, cioè la presunta con-
fusione tra satius e sanctius (dovuta al fatto che il secondo, nei codici di
182 Martini Bracarensis De ira

scrittura visigotica, viene spesso abbreviato in sätius) non ha valore, in


quanto sanctius non è lezione manoscritta, bensì un’emendazione degli
editori; punto di forza della proposta di Rayment resta dunque esclusiva-
mente il raffronto senecano, indubbiamente assai cogente.
A difesa di sanctius, viceversa, si possono addurre sia argomenti paleo-
grafici sia considerazioni semantiche.
Paleograficamente il passaggio da sanctius a sanctum può essere stato
favorito dalla prassi di abbreviazione del copista di E o da un suo anti-
grafo di area visigotica.
Nella flessione dell’aggettivo sanctus, -a, -um, infatti, il gruppo sanct-
viene normalmente abbreviato in sc – seguito dalla desinenza: oltre al luo-
rI
go in esame (37 , riga 15), dove appunto si trova sc – m = sanctum, altro-

ve leggiamo sci = sancti (26 , riga 14; 33 , riga 1; 44rI, riga 9), sc
vII vI –a =
vII – rI –
sancta (31 , riga 14), scis = sanctis (32 , riga 22), sce = sanctae, sc –o =
sancto (34rI, righe 3-4); in base a questi riscontri possiamo supporre per
sanctius l’abbreviazione in sc – ius, e proprio la somiglianza tra la desinen-
za -ius e la lettera m in scrittura visigotica potrebbe essere all’origine
della corruttela.
Da un punto di vista semantico sanctius è stato considerato da Ray-
ment frutto di un lapsus da parte di un copista cristiano e dunque, a tutti
gli effetti, lectio facilior rispetto a satius. In assenza di riscontri lessico-
grafici nel corpus martiniano (né satius né sanctius vi sono attestati), in
questo specifico caso la matrice cristiana mi pare però costituire un argo-
mento a favore: il passo si iscrive infatti in quella sezione dedicata alla
deprecazione della vendetta che, come diremo a breve (infra, 200-201),
reca traccia sensibile di una interpretazione martiniana del modello sene-
cano orientata a un estremo rigore morale.

Mart. ira 5.3.36


ut videatur <ad>loqui
adloqui scripsi loqui a edd.

Tutti gli editori accettano la lezione loqui dei manoscritti, che tuttavia
non è perspicua dal punto di vista del significato (ut videatur loqui, fin-
git iniuriam: ‘perché sembri parlare (?), inventa un’offesa’) e che, oltre-
tutto, introduce una notevole discrepanza rispetto al testo senecano (ira
2.29.2: fingit iniuriam, ut videatur doluisse factam ‘inventa un’offesa, per
sembrare addolorato che essa sia stata fatta’). Se poi si osserva che il
verbo loquor, variamente coniugato, ricorre altre tre volte nell’immediato
Commento 183

seguito del passo martiniano (loquitur/locutus/loquaris) è quasi d’obbligo


dubitare della bontà della lezione manoscritta, che potrebbe essere stata
erroneamente influenzata dalle forme vicine.
La mia proposta di emendazione punta a restituire pertinenza semanti-
ca al testo in linea con la tendenza dell’epitomatore a semplificare il
dettato senecano, laddove egli lo ritenga troppo concentrato da un punto
di vista sintattico e stilistico e, dunque, non immediatamente comprensi-
bile: adloqui (il delatore arriva a inventarsi un’offesa per poter poi sem-
brare lui stesso in grado di ‘arrecare conforto’) mi pare una buona resa
del costrutto senecano doluisse factam (il delatore si inventa l’offesa per
‘apparire addolorato’ che essa sia stata fatta), che nella sua sintassi bra-
chilogica e contorta esprimeva efficacemente le morbose sfumature del-
l’atteggiamento psicologico del malignus.
Adloquor nell’accezione di consolor (cfr. Serv. Aen. 10.860: proprie est
alloqui consolari) è ben attestato in Seneca (Pol. 14.2; ep. 54.6; 98.9; Oed.
1007; Tro. 619) ed è comune negli autori tardoantichi (ThlL 1.1696.70 ss.);
per Martino tale accezione è indirettamente confermata da un luogo proe-
miale del De ira (mutuae consolationis alloquio: supra, 34 nota 63).

Mart. ira 5.3.46


peccantisque animum

L’apparato di Alberto 1993, 154 (che riporta: peccatisque E) è errato


perché nel manoscritto Escorialense (37vI, riga 22) si legge molto chiara-
mente peccantis.

Mart. ira 5.3.50


quod si iniuriam recepit, non est iniuria quod superius feceris pati
recepit scripsi recipis a edd. || pati TM2 edd. patis EM1

Nella forma in cui il testo è riportato da tutti gli editori (iussus est:
necessitate fecit. Quare succenseas? Quod si iniuriam recipis non est
iniuria quod superius feceris pati), il passaggio tra il primo caso ivi
prospettato (chi ti ha offeso è stato costretto a farlo da necessità superio-
re e pertanto non merita la tua ira) e la sententia contigua (se ricevi
offesa, non è offesa patire ciò che hai fatto prima tu) non risulta affatto
perspicuo: il nesso relativo-ipotetico quod si, se da un lato sembra mar-
care il passaggio a una nuova e specifica condizione riferita a chi ci
offende, distinta ma anche parallela rispetto al caso precedente (iussus
184 Martini Bracarensis De ira

est), dall’altro si limita poi a introdurre un’ipotesi del tutto generica (si
iniuriam recipis), senza delineare un nuovo elemento nell’articolata casi-
stica di insieme.
A tale difficoltà si aggiunge la discrepanza assai significativa con il
testo senecano: in Martino infatti non è rimasta traccia di laesus est,
cioè del colon che, in ricercato parallelismo con iussus est, introduceva
proprio il caso di un’offesa rispedita al mittente e pertanto non qualifi-
cabile come vera iniuria (laesus est: non est iniuria pati, quod prior
feceris).
Tali difficoltà mi hanno perciò indotto a ritenere corrotto il testo mar-
tiniano.
Una possibilità di emendazione consiste nel reinserimento del colon
mancante, che il copista avrebbe potuto omettere a causa dell’omoteleuto
con iussus est di poco precedente: in tal caso, la sede dell’inserimento
sarebbe obbligata, non potendo, per ragioni di senso, precedere immedia-
tamente quod si; il testo si configurerebbe perciò nel modo seguente:
iussus est: necessitate fecit. <Laesus est:> quare succenseas? Quod si
iniuriam recipis, non est iniuriam quod superius feceris, pati.
Così tuttavia si produrrebbe una frattura rispetto al dettato senecano, in
cui l’interrogativa diretta non appartiene al secondo colon, riferito a laesus
est, ma al primo (iussus est: necessitati quis nisi iniquus suscenset?).
Da un punto di vista metodologico, l’abilità musiva dell’epitomatore
e la sua disinvoltura nel ristrutturare il testo senecano basterebbero a
giustificare questa difficoltà. Preferisco però procedere a un intervento
meno incisivo, quale appunto l’emendazione di recipis in recepit: sul
piano semantico, si ottiene così un perfetto equivalente di laesus est;
sul piano stilistico, l’introduzione dell’ipotetica preceduta da nesso rela-
tivo (quod si iniuriam recepit) offre una elegante variatio rispetto al
primo colon (iussus est) stemperando l’anafora senecana in un dettato
più fluido.
La lezione manoscritta (recipis) si configurerebbe come lectio facilior
rispetto alla terza persona del perfetto (recepit): la confusione potrebbe
essere stata provocata dal successivo feceris, che in E e M1 sembra re-
sponsabile anche del contiguo errore di desinenza (patis invece di pati:
per questo tipo di errore cfr. f. 40rII, riga 20: reddis alteris [reddes. Alteri
TM2 edd.]: infra, 245); per quanto riguarda lo scambio i/e, sebbene nel
medesimo codice E esso non sia attestato per la coniugazione di recipio,
potrebbe però ricondursi ugualmente a quelle varianti ortografiche che si
registrano per altri verbi (despicio/dispicio, incedo/incido: supra, 83).
Commento 185

Mart. ira 5.3.54


si malus, noli imitari
mirari Kurf. Alb. (i.a. dubitanter)

L’emendazione di Kurfess (1954, 257) sembra a prima vista opportu-


na, non solo perché fondata sul testo senecano ma soprattutto perché la
vicinanza di imitaris (mutum animal est? Ipsum, si irasceris, imitaris)
induce a ritenere il successivo imitari un’erronea ripetizione. Nonostante
ciò condivido la scelta conservativa degli editori per ragioni analoghe a
quelle esposte sopra (a proposito dell’emendazione satius al posto di san-
ctius: supra, 182): anche in questo caso esiste il sospetto che non si tratti
di un errore del copista, ma del risultato di quella lettura cristianamente
orientata, che agisce in Martino a diversi livelli di consapevolezza. In tal
caso, mirari sarebbe stato deliberatamente omesso per evitare il rischio
di veicolare, attraverso di esso, l’idea aberrante dell’ammirazione del
malvagio: anche se, nel testo senecano, il verbo era adoperato nel senso
di ‘stupirsi, meravigliarsi’. Escluderei invece un fraintendimento linguisti-
co di Martino che, al contrario, ha ancora la percezione di miror come
vox media (per l’accezione positiva cfr. ad es. form. vit. 2, p. 238, 6
Barl.; 4, p. 243, 20 Barl.; per il significato di ‘stupirsi’ cfr. humil. 4, p. 77,
82-83 Barl.: nec enim miror hoc omnibus esse in promptu).

5.2. Significato e struttura


Con il capitolo quinto inizia la trattazione dedicata alla principale causa di
ira, la presunzione di aver ricevuto un’offesa (opinio iniuriae). Tale presun-
zione nasce e si sviluppa secondo diversi aspetti, che vanno compresi a
fondo per poter essere adeguatamente combattuti: una cosa, ad esempio, è la
percezione di un’offesa; un’altra, invece, il semplice sospetto di offesa, che
spinto all’eccesso può addirittura trasformarsi in una curiosità morbosa e in
un incontrollato desiderio di scoprire presunte iniuriae segrete.
L’insieme di queste sottili distinzioni, relative al più generale fenome-
no psicologico dell’opinio iniuriae, determina le varie articolazioni inter-
ne del primo paragrafo. Dopo aver enunciato brevemente il rapporto tra
ira e opinio iniuriae (§1 righe 1-4) Martino passa a definire quest’ultima
sotto l’aspetto della sua degenerazione più frequente, la credulitas o su-
spicio (§1 righe 4-14, da non facile aures criminantibus pateant a con-
suetudinem non facile credendi efficiet) e, successivamente, dell’esito
morboso che essa può sortire: la curiositas (§1 righe 14-22, da si non vis
in iram incidere a refutanda).
186 Martini Bracarensis De ira

Nel momento in cui ne definisce i vari stadi, Martino enuncia sinteti-


camente anche le necessarie contromisure da prendere nei confronti del-
l’opinio iniuriae, per poi passare ad analizzarle nel terzo paragrafo. Così,
dopo aver indicato vari modi di combattere la curiositas (§1 righe 17-
22), l’epitomatore riprende, procedendo a ritroso, i rimedi contro la cre-
dulità e il sospetto nei confronti di offese che ci vengono riferite da terzi
(§3 righe 34-44, da de iis ergo quae narrantur a quae volebant non
poterant) e poi insiste sui remedia contro la presunzione delle offese
effettivamente udite o viste in prima persona (§3 righe 44-57, da At in
iis quae ipse audiendo aut videndo a minime cum acciderit irascetur).
Tra la prima categoria di rimedi (remedia curiositatis) e la seconda
(remedia credulitatis), l’autore inframmezza una petitio principii che a
sua volta funge da remedium generale (§2): l’esortazione a ‘disprezzare’
le offese, al punto tale da non ammettere neppure di averle ricevute
(despicere iniurias), quale condizione necessaria per raggiungere la vera
grandezza d’animo, che è il baluardo più sicuro contro le passioni e
contro l’ira in particolare.
La struttura che ne risulta, graduale e quasi perfettamente circolare, in
parte è stata condizionata dalla fonte, in parte risulta essere originale,
come evidenzia il consueto schema comparativo.

(segue)
Commento 187

(segue)
188 Martini Bracarensis De ira

MARTINO SENECA

VI sanctius siquidem est dissimulare iniuriam VI ira 2.33.1-2: ‘Minus’ inquit


quam ulcisci. Potentiorum vero iniuriae non ‘contemnemur, si vindicaverimus iniuriam’.
tantum patientia sed etiam hilari vultu Si tamquam ad remedium venimus, sine ira
ferendae sunt: facient iterum si te passum et veniamus, non quasi dulce sit vindicari, sed
se fecisse crediderint. Adeo ergo iniuriam quasi utile; saepe autem satius fuit
saepe vindicare non expedit, ut nec fateri dissimulare quam ulcisci. Potentiorum
quidem expediat. iniuriae hilari vultu, non patienter tantum
ferendae sunt: facient iterum, si se fecisse
crediderint. Hoc habent pessimum animi
magna fortuna insolentes: quos laeserunt et
oderunt. [...] Saepe adeo iniuriam vindicare
non expedit ut ne fateri quidem expediat

VII Abstinendum itaque ab ira est sive VII ira 2.34.1: Ergo ira abstinendum est, sive
superior sit qui lacessit, sive par sive inferior: par est qui lacessendus est sive superior sive
cum superiore contendere furiosum est, cum inferior. Cum pare contendere anceps est, cum
pare anceps, cum inferiore iam sordidum. superiore furiosum, cum inferiore sordidum

§3
VIII Ex iis autem quae solent offendere, alia VIII ira 2.29.2: Ex iis quae nos offendunt alia
renuntiantur nobis, alia ipsi audimus, alia et renuntiantur nobis, alia ipsi audimus aut
videmus. De iis ergo quae narrantur cito non videmus. De iis quae narrata sunt non
debent credi, quia alii mentiuntur ut debemus cito credere: multi mentiuntur ut
decipiant, alii mentiri non aestimant quia et decipiant, multi quia decepti sunt; alius
ipsi decepti sunt. Alius criminatione gratiam criminatione gratiam captat et fingit iniuriam
captat, et ut videatur <al>loqui fingit ut videatur doluisse factam; est aliquis
iniuriam. Est etiam aliquis qui hoc occulte malignus et qui amicitias cohaerentis
loquitur et maligne, ut amicitias dirimat diducere velit; est †suspicax† et qui spectare
cohaerentes aut certe ut suum apud te ludos cupiat et ex longinquo tutoque
insimulet inimicum. speculetur quos conlisit

IX Dicitur aliquis de te male locutus: cogita IX ira 2.28.5: Dicetur aliquis male de te
an prior hoc feceris, cogita de quam multis locutus: cogita an prior feceris, cogita de
ipse loquaris. Cogita non facere aliquos quam multis loquaris. Cogitemus, inquam,
iniuriam sed reponere, aliquos etiam pro alios non facere iniuriam sed reponere, alios
nobis facere; alios adversum nos sed coactos, pro nobis facere, alios coactos facere, alios
alios et ignorantes; eos autem qui volentes ignorantes, etiam eos qui volentes
scientesque faciunt, non ipsam iniuriam scientesque faciunt ex iniuria nostra non
adpetere sed aut dulcedine urbanitatis ipsam iniuriam petere: aut dulcedine
prolapsos aut fecerunt aliquid non ut nobis urbanitatis prolapsus est aut fecit aliquid, non
obessent, sed quia aliter consequi quae ut nobis obesset, sed quia consequi ipse non
volebant non poterant. poterat, nisi nos reppulisset; saepe adulatio
dum blanditur offendit

X At in iis quae ipse audiendo aut videndo X ira 2.30.1: Quorundam ipsi testes sumus:
cognoscis, naturam voluntatemque discuties in his naturam excutiemus voluntatemque
facientis facientium
(segue)
Commento 189
190 Martini Bracarensis De ira

Il passaggio tematico dall’opinio iniuriae, generalmente intesa, alla sua


specifica degenerazione in suspicio o credulitas, ricalca esattamente lo
sviluppo dell’argomentazione senecana nei capitoli 22-24 del secondo li-
bro del De ira: da questa sezione Martino estrae due segmenti che si
possono considerare contigui (vedi schema, I-II), in quanto originalmente
separati solo da un exemplum (ira 2.23), come di consueto tralasciato
dall’epitomatore.
Invece il passaggio successivo dalla credulitas alla curiositas è un’ini-
ziativa di Martino, che inserisce qui (vedi schema, III-IV) due segmenti
estrapolati da tutt’altro contesto (anch’essi, come i precedenti, contigui
tra loro perché intervallati soltanto da un paio di exempla): l’iniziativa,
di notevole valore strutturale, è stata probabilmente innescata dalla pre-
senza, nei due contesti di origine, di una sententia affine che ha svolto il
ruolo di cerniera (vedi schema, II: saepe ne audiendum quidem est; vedi
schema, III: Non expedit [...] omnia audire).
Analogamente, l’affinità dei contesti può aver indotto Martino a inseri-
re l’esortazione a disprezzare le offese (despicere iniurias) subito dopo il
tema della curiositas: il collegamento tra ira 3.11-12 (vedi schema, III-
IV) e ira 2.32.3 (vedi schema, V) è stato suggerito con tutta probabilità
dalla presenza in entrambi dell’exemplum del sapiens che non reagisce
alle percosse ricevute dallo stultus (rispettivamente, Socrate e Catone), e
da un elemento cerniera, cioè il verbo percutere (ira 3.11.2: percussum;
ira 2.32.2: percussit, percussum). Pur suggerito dal testo senecano, tale
collegamento acquista tuttavia un nuovo significato strutturale, perché in-
terviene a coronare la trattazione dell’opinio iniuriae e dei suoi vari aspet-
ti con un significativo richiamo a un rimedio più generale e più ampio,
la grandezza dell’animo (o magnanimitas).
Nel seguito, dove si precisano successivamente altri remedia contro le
varie presunzioni di offesa, Martino esibisce la medesima capacità di
innovazione strutturale pur all’interno di una traccia senecana: l’epitoma-
tore ha rinsaldato tra loro parti tematicamente affini ma originariamente
separate e, quindi, ha collegato strettamente l’esposizione dei remedia
alla precedente descrizione dei tre aspetti dell’opinio iniuriae.
Alcune osservazioni più puntuali possono essere rivolte al carattere
marcatamente ripetitivo di questo capitolo, che non dipende però mecca-
nicamente dall’accumulo di segmenti senecani omogenei, reperiti median-
te la consueta rubricatura per parole o espressioni affini, ma scaturisce
da una scelta più specifica, derivata dall’implicito sviluppo di un sugge-
rimento senecano.
Commento 191

Dopo aver esortato a combattere contro le prime cause dell’ira, e averne


riconosciuto la principale nell’opinio iniuriae (ira 2.22.2), Seneca enuncia
infatti un principio generale da seguire per tenere l’ira come in sospeso e
impedirne lo scoppio: di fronte al tribunale della ratio, occorre sforzarsi di
discutere e difendere, anche contro se stessi, la causa di chi è assente,
valutando attentamente e onestamente tutte le possibili attenuanti del caso
(ira 2.22.4: itaque agenda est contra se causa absentis et in suspenso ira
retinenda). Uno schema retorico-giudiziario, per certi aspetti affine a quello
della controversia, viene dunque adottato come metodo di admonitio mora-
le e insieme di esposizione letteraria, secondo un uso assai frequente in
Seneca (cfr. ad esempio prov. 1.1; Marc. 1.1; Pol. 18.3; ben. 2.30.6; ep.
30.11; nat. 2.37.1; cfr. Ramondetti 1999, 256 nota 2 a ira 1.14.2).
Martino prende le mosse proprio da questo passo senecano (vedi sche-
ma, I) e benché tra i segmenti epitomati non figuri l’esatta formulazione
del principio citato, in questo stesso capitolo (vedi schema, X-XI) come
nel seguito del trattato (cfr. ira 8.2.17-20), ritroviamo enunciati affini ad
esso. Inoltre, il medesimo principio è sistematicamente adottato a ogni
scansione tematica, tanto che la causa dell’ipotetico avversario risulta di-
scussa e difesa attraverso una minuta casistica sia che si tratti di contra-
stare la curiositas (alia differenda sunt, alia donanda, alia deridenda:
vedi schema, III), sia che si debba combattere il sospetto per offese indi-
rette – e allora si discuterà non solo la causa dell’avversario (vedi sche-
ma, IX), ma anche quella del delatore (vedi schema, VIII) –, sia che si
cerchino valide contromisure quando le iniuriae sono dirette e scoperte
(vedi schema, X-XVII); troviamo traccia di questa tecnica di argomenta-
zione persino nella più generale esortazione a coltivare la magnanimità e
a disprezzare le iniuriae, quando appunto Martino distingue la posizione
sociale di chi ci reca offesa (cum superiore contendere furiosum est, cum
pare anceps, cum inferiore iam sordidum: vedi schema, VII).
Si tratta, come sempre, di tasselli senecani; Seneca per primo, d’al-
tronde, non aveva soltanto enunciato il principio secondo cui occorre
discutere la causa di chi ci offende, ma lo aveva appunto esemplificato
in diverse sezioni del De ira. L’abilità dell’epitomatore risiede tuttavia
nell’aver assunto tale schema di controversia a criterio selettivo fonda-
mentale di pochi, ma significativi luoghi del De ira tematicamente e
stilisticamente omogenei; e di aver così risolto, in maniera assai econo-
mica, le non poche difficoltà che gli poneva l’articolato intreccio di
profilassi e di terapia in ampie parti del secondo e del terzo libro del
dialogo senecano.
192 Martini Bracarensis De ira

Da un punto di vista stilistico, l’adozione di questo unico schema com-


porta la germinazione di anafore e parallelismi, con vistosi effetti ritmici
che si accentuano nell’ultima parte del capitolo (vedi schema, X-XIX):
qui l’infittirsi dell’incastro musivo dà origine a un vero e proprio pezzo
di bravura, accostabile al ritratto incipitario dell’iratus.
I due passi senecani, epitomati in quest’ultima sezione, riportano en-
trambi un elenco di circumstantiae da tenere presenti in qualità di atte-
nuanti delle offese ricevute. A voler essere più precisi, si tratta di un’uni-
ca circumstantia, la persona di chi offende, considerata sotto molteplici
attributi o accidenti di essa.
La classificazione, il numero, l’ordine di questi attributi variano a secon-
da delle fonti; attenendoci tuttavia a una sorta di vulgata derivata dalla
manualistica retorica (Calboli Montefusco 1979, 342 ss.; Bellincioni 1986,
80 ss. e in particolare 87 nota 10), nei due passi del De ira possiamo
riconoscere i principali attributi della persona, disposti secondo un ordine
diverso ma parimenti intenzionale:
Commento 193

Entrambi i passi si aprono con il riferimento alla natura (che com-


prende diversi sottoinsiemi, come l’età, il sesso, la natura razionale o
irrazionale, mortale o immortale, la razza, la nazionalità, la consanguinei-
tà e così via) e si chiudono con la considerazione dell’habitus, cioè dello
stato morale della persona (qui definito dalle opposizioni bontà/malvagi-
tà, saggezza/stoltezza). Il passo del secondo libro presenta una struttura
chiastica, secondo la sequenza:
3 (natura) + 2 (consilium) + 2 (fortuna) + 3 (natura) + conclusione
(habitus).
Il passo tratto dal terzo libro è invece a scansione binaria, definita da
una serie di coppie di cola appartenenti al medesimo attributo della per-
sona ma opposti tra loro (ad eccezione della prima coppia, puer/femina,
che non definisce una vera e propria opposizione):
2 (natura) + 2 (fortuna) + 2 (facta) + 2 (fortuna o consilium) + 2
(habitus).
Venendo ora all’epitome, notiamo che in Martino le categorie retoriche
non funzionano come una griglia precostituita in base alla quale disporre
i segmenti senecani, ma agiscono nel dettaglio quali nessi di raccordo.
L’ordine generale risulta meno perspicuo di quello dei passi senecani
corrispondenti ma ugualmente compatto:
194 Martini Bracarensis De ira

L’affinità concettuale tra i facta (acta, dicta) praeteriti temporis e il


consilium (che Cic. inv. 1.36 definiva tra l’altro faciendi aut non faciendi
excogitata ratio) nei manuali retorici determina la stretta associazione di
questi due attributi della persona: ciò basterebbe a mio avviso per spie-
gare l’inserimento di iussus est, relativo al consilium (vedi schema, XIII),
subito dopo il riferimento ai facta, cioè alla precedente condotta di chi ci
ha offeso (XII). Ancora, l’identità di attributo (fortuna) funge da cerniera
sia tra iudex est (XIII) e amicus est (XIV), sia tra quest’ultimo e il
seguente pater est. La serie si conclude poi (coerentemente con la dispo-
sizione originaria) con il riferimento all’habitus, che determina natural-
mente il raccordo tra le ultime due coppie di sententiae (XVI-XVII).
Infine, il mosaico di tasselli senecani è corredato di un’appendice,
estranea all’elenco degli attributi della persona: la riflessione sulla super-
bia dell’uomo, che nella sua stoltezza si crede immune dalle offese al-
trui, e la conseguente esortazione ad aspettarsi sempre eventuali torti fu-
turi in funzione preventiva dell’ira (vedi schema, XVIII-XIX; si tratta di
segmenti quasi contigui perché separati, nell’originale, solo da un exem-
plum storico). Vari fattori hanno probabilmente concorso all’inserimento
di tale appendice: anzitutto, essa è tratta da un capitolo (ira 2.31) conti-
guo a uno dei due loci utilizzati da Martino per l’elenco delle circum-
stantiae (ira 2.30); in secondo luogo, il suo tono gnomico contro la su-
perbia la rendono particolarmente adatta a riassumere e concludere la
casistica particolare sopra esposta: non dimentichiamo, al proposito, la
concezione della superbia come “madre dei vizi” – dunque anche del-
l’ira – che Martino condivide con molti altri autori cristiani (supra, 38);
infine, la metafora dell’animus-rex, su cui essa è imperniata, innesca un
raccordo quasi obbligato con l’exemplum del re Filippo ampiamente
svolto in ira 3.24.1, cioè in quel medesimo capitolo da cui l’epitomatore
ha tratto l’ultima sententia della serie precedente (vedi schema, XVII).

5.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati

5.3.1. Alterazioni morfosintattiche


Come di consueto, le capillari alterazioni del tessuto morfosintattico
senecano testimoniano lo sforzo, da parte di Martino, di amalgamare i
segmenti epitomati in un testo continuo e coerente e di rendere più flui-
do il dettato senecano, stemperandone i punti di maggiore densità concet-
tuale e stilistica.
Commento 195

Si aggiungono, ad esempio, congiunzioni copulative (etiam: vedi sche-


ma, VIII-IX), congiunzioni e nessi causali (quia: I, XII; quamobrem: I-
II), congiunzioni e avverbi con valore rafforzativo e conclusivo (enim: I;
enimvero: V; ergo: VI, VIII), avversativo (vero: VI; autem: VIII; sed: IX;
at: X), temporale (interdum: I; postremo: XIII; iam: VII, quest’ultimo
anche per ragioni ritmiche: inferióre iam sórdidum [c. tardus]; Lopetegui
1992b, 142 interpreta invece come una clausola metrica di tipo II inter-
venuta al posto della clausola meno comune usata da Seneca); congiun-
zioni ipotetiche (si: III); preposizioni (ab [ira]: VII; la costruzione di
abstineo con ab e l’ablativo in luogo dell’ablativo semplice è frequente
nel latino tardo e non è estranea all’usus martiniano: cfr. Torre 2003,
134), participi congiunti (dilatus [dies]: I), pronomi determinativi (ea: I).
Si inseriscono, inoltre, predicati verbali e nominali, forme fraseologi-
che, soggetti, complementi diretti e indiretti, allo scopo di integrare il
testo senecano o al fine di renderlo più chiaro, talvolta per riequilibrarne
il ritmo mediante parallelismi e anafore: ést [accedéndum] (vedi schema,
I); uti, in animo (II); in ea interpretatione (III); iniuriam, si te passum et
(VI); solent offendere, alii mentiri non aestimant (VIII); alia et, et ipsi
(VIII); adversum nos (IX); cogita quia (XV); in alios (XVIII). Per l’ag-
giunta di ipse (IX) che, viceversa, non si configura come un intervento
di Martino ma potrebbe rispecchiare il testo genuino di Seneca, rimando
a Torre 2003, 123-124.
Gli stessi criteri sono alla base di numerose sostituzioni apportate al
tessuto morfosintattico senecano: non facile aures criminantibus pateant
invece di ne sint aures criminantibus faciles (vedi schema, I; qui si noti
non al posto di ne davanti al congiuntivo esortativo, secondo l’uso pre-
valente in Martino: a titolo di esempio, cfr. sent. 109, p. 50, 29-31; form.
vit. 2, p. 238, 6. 13-14 Barl.; 2, p. 240, 41-42. 49 Barl.; 4, p. 243, 16);
dum interpretantur al posto di quaedam interpretatio (III); ad hoc invece
di eo (avv. moto a luogo) (III); his modis al posto di multis modis (III);
in se demisere invece di sibi demisere, per rendere più perspicua la
metafora della ferita (V); patientia al posto di patienter, per ristabilire
il parallelismo con hilari vultu (VI); autem invece di etiam (IX: eos
autem qui volentes), per scandire meglio le differenze nella casistica ivi
esposta; per la stessa ragione, la serie senecana di quattro alios è qui
sostituita (IX) da due coppie distinte di pronomi indefiniti (aliquos/
aliquos | alios/alios); facientis al posto di facientium, per creare
l’omoteleuto con peccantis (X-XI); la serie trimembre si primum [...] si
saepe [...] saepe, impreziosita dal parallelismo e dall’anafora, al posto
196 Martini Bracarensis De ira

della variatio senecana nunc primum [...] saepe et alias [...] diu (XII);
superius (avv.) invece di prior (predicativo del soggetto) (XIII); illi
etiam iniuriam facere fas sit in sostituzione di illi etiam iniuriae ius sit
(XV), per eliminare due difficoltà sintattiche (il costrutto del dativo di
possesso e il genitivo oggettivo iniuriae); ipsum al posto di illud (XVI),
per meglio sottolineare il concetto della permutatio dell’irato con la
bestia.
Tra le sostituzioni, inoltre, è particolarmente significativo l’abbandono
quasi sistematico della prima persona plurale in favore della seconda per-
sona o di forme impersonali: a differenza di Seneca che comunicava al
discepolo un suo diretto coinvolgimento nel cammino di perfezionamento
morale e, quindi, comprendeva anche se stesso nella massa dei proficien-
tes ancora soggetti all’ira, Martino mantiene un atteggiamento assai più
distaccato, come di un maestro che riprende e corregge senza scendere
sullo stesso piano del suo destinatario-discepolo (vedi schema, I: contra
primas ergo causas irae pugnandum est al posto di pugnare debemus:
come nota Lopetegui 1992b, 143, la modifica investe anche il piano
metrico, in quanto troviamo la clausola II al posto del cretico-trocheo
senecano; multi suspicionibus inpelluntur invece di suspicionibus inpelli-
mur: I; nihil credi oportet per nihil [...] credamus: II; credulitas obiurge-
tur per obiurgemus credulitatem: II; cito non debent credi [sogg. quae
narrantur] al posto di non debemus cito credere: VIII; discuties al posto
di excutiemus: X; cogita per cogitemus: IX, XII; cede, remitte, al posto
di credamus, remittamus: XVII).
Si segnalano poi trasformazioni nei tempi verbali per lo più uniformati
al presente (deest per deerit, incurrit per incurret, apparet per apparue-
rit: II; potius est, presente e impersonale al posto del senecano melius
putavit, dove il perfetto si riferiva a Catone: V; est al posto del perfetto
gnomico fuit: VI; narrantur invece di narrata sunt: VIII; dicitur per di-
cetur: IX). Viceversa, in un caso troviamo il futuro aperiet al posto di
aperit (I), in un altro il perfetto dell’anteriorità al posto del presente
(inrepserit al posto di incidit: IV; per l’alterazione lessicale: infra, 205).
Ricordiamo anche la presenza della perifrastica passiva al posto del
congiuntivo esortativo (IV: refutanda [scil. est] invece di reiciatur, per
evidenti ragioni di parallelismo con il precedente arcessenda est e proba-
bili ragioni ritmiche, cioè la ricerca del cursus velox al posto di una
clausola metrica poco comune; per l’alterazione lessicale: infra, 205).
Secondo una tendenza comune agli epitomatori (Alberto 1993, 112 nota
74), si registra inoltre l’uso del verbo composto al posto di quello sem-
Commento 197

plice (convertit per vertantur: III; adpetere invece di petere: IX) o la


preferenza per un composto diverso del medesimo verbo (discutio al po-
sto di excutio: X; infra, 206).
L’uso di nec quidem (vedi schema, I, II, VI), frequente nel latino dei
Padri, può forse spiegarsi in connessione con il progressivo slittamento
di nec verso il significato di ne quidem (‘neppure’), che si registra nella
lingua volgare già a partire dall’età imperiale ma si afferma quasi rego-
larmente nel latino tardo (Väänänen 1982, 257 §351; Codoñer 1992, 23;
Martín 2005, 239 e nota 91).
Per aliquod con funzione di pronome nel latino tardo, cfr. Löfstedt
1956, 2, 81 nota 2.
Per transit invece di transeant (III) e lacessit al posto di lacessendus
est (V): infra, 200 e 201.
Martino elimina poi tutta una serie di elementi (predicati verbali, com-
plementi, nessi sintattici e interi cola) che risultano superflui o non compa-
tibili con il nuovo contesto (quid quod...?: I; antequam iudicemus: I; quo-
niam in quibusdam rebus satius est decipi quam diffidere: II; facere: IX;
ex iniuria nostra: IX; nisi nos reppulisset: IX; sed ipsum aestimat factum,
atqui ille intuendus est: XI). Più specificamente, l’eliminazione del com-
plemento predicativo del soggetto vana (II), già riferito a suspicio, tradisce
l’intenzione, ricorrente in Martino, di correggere il testo di Seneca nel
segno di una maggiore severità (infra, 200-201): come se, avendo piena-
mente recepito e condiviso la deprecazione senecana del sospetto, Martino
non ammetta poi deroghe o riserve di alcun tipo e pertanto ribadisca l’esor-
tazione a rimproverare sempre la credulità ogni volta che il sospetto faccia
capolino (‘appaia’) nel nostro animo (quotiens suspicio apparet in animo)
e non solo, come suggerisce Seneca, allorché il nostro sospetto si sia
rivelato (‘sia apparso’) vano (quotiens suspicio nostra vana apparuerit).

5.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico


Martino ha alterato in maniera incisiva la maggior parte dei passi se-
necani epitomati: alcune alterazioni si spiegano con ragioni formali, altre
invece paiono determinate da una molteplicità di fattori e richiedono
un’analisi più complessa.
Incominciamo con gli interventi che ascriverei alla prima categoria. In
ira 3.12.1 (vedi schema, IV) la probabile ricerca di un dettato più fluido
induce Martino a rifondere due periodi indipendenti, aventi soggetti di-
versi (Magna pars querellas manu fecit aut falsa suspicando aut levia
198 Martini Bracarensis De ira

adgravando. Saepe ad nos ira venit, saepius nos ad illam), in un unico


periodo con soggetto in terza persona singolare, articolato in una subor-
dinata di primo grado (nam si querelletur), in due subordinate di secondo
grado (aut falsa suspicando aut levia adgravando) e in due principali
disgiuntive (non ira ad illum, sed ipse venit ad iram), che paiono co-
struite in emulazione con l’originale: in Seneca, la disposizione dei due
“soggetti” che si incontrano (noi e l’ira) ricalca un parallelismo (saepe
ad nos ira venit, saepius nos ad illam), impreziosito dal poliptoto del-
l’avverbio (saepe/saepius) e complicato dal chiasmo della struttura sin-
tattica (ad + acc./sogg. | sogg./ad + acc.); in Martino, viceversa, il
parallelismo riguarda la struttura sintattica (sogg./ad + acc. | sogg./ad +
acc.), mentre il chiasmo regola la disposizione dei due termini in gioco
(l’individuo e l’ira).
Linearità e chiarezza guidano anche la ristrutturazione martiniana della
prima casistica dei possibili delatori di iniuria, esposta da Seneca in ira
2.28.5 (vedi schema, IX): le scansioni tra una categoria e l’altra vengono
accentuate, oltreché da una serie di alterazioni morfosintattiche di cui s’è
detto, anche mediante il ritmo (una serie trimembre di cogita si sostitui-
sce alla variatio senecana cogita [...] cogita [...] cogitemus); l’insieme
viene rinsaldato dalla trasformazione di prolapsus est, già indipendente in
Seneca, in una proposizione oggettiva strettamente raccordata al periodo
precedente.
Nel segmento successivo (vedi schema, X) due proposizioni già indi-
pendenti e coordinate per asindeto (Quorundam ipsi testes sumus: in his
excutiemus), vengono disposte ipotatticamente perché la prima di esse
(quorundam testes sumus) è trasformata in una subordinata relativa (quae
ipse audiendo aut videndo cognoscis; da notare il passaggio dalla prima
persona plurale alla seconda singolare).
La serie cum pare [...] cum superiore [...] cum inferiore (vedi schema,
VII) viene riscritta secondo un ordine puntigliosamente verticale (cum
superiore [...] cum pare [...] cum inferiore), mentre l’esortazione ad aspet-
tarsi sempre qualche offesa (semper futurum aliquid quod te offendat
existima: XIX) è espressa mediante una relativa di valore gnomico in
terza persona e completata da un inserto esclusivamente martiniano (mi-
nime cum acciderit irascetur).
Per quanto riguarda la diversa successione dei cola nella serie alia
defendenda sunt, alia donanda, alia deridenda (IV) e l’alterazione del
primo di essi rispetto alla serie originale (alia differenda sunt, alia deri-
denda, alia donanda), si rimanda a quanto sopra esposto: supra, 180.
Commento 199

Passiamo ora ad analizzare le alterazioni più complesse cui Martino ha


sottoposto i singoli segmenti senecani, nell’ordine in cui essi compaiono
nell’epitome.
Dal passo senecano di ira 2.24.1-2 (vedi schema, II) Martino ha elimi-
nato la serie di recriminazioni del fittizio interlocutore (da ille me parum
salutavit a aversior visus est), condensandone il significato in un’unica
proposizione (numquam argumentatio deest et coniecturae inritamenta
fallacia); quest’ultima, a sua volta, risulta essere un incastro di due sen-
tentiae senecane: l’una (tollenda ex animo suspicio et coniectura, falla-
cissima inritamenta) nell’originale introduceva quelle recriminazioni; l’al-
tra (non deerit suspicioni argumentatio), le commentava a posteriori.
Ad attivare tale incastro è stato assai probabilmente il trait-d’union
rappresentato dal termine suspicio; ma vi ha probabilmente contribuito
anche la diversa valenza semantica che Martino pare attribuire al termine
inritamentum rispetto all’originale: mentre Seneca vi adombrava una me-
tafora medica, classificando la coniectura tra le ‘cause di irritazione’ (in-
ritamenta) dell’ira concepita come malattia dell’animo, Martino parla più
genericamente di ‘incentivi’ al sospetto (coniecturae [gen.] inritamenta) e
può quindi aver considerato il termine inritamentum affine a argumentatio
(‘argomento’, ‘motivo’ di sospetto).
In ira 3.11.1-2 (vedi schema, III), la trasformazione più significativa
riguarda lo smembramento dell’ultimo periodo (circumscribenda multis
modis ira est; pleraque in lusum iocumque vertantur). Il primo colon
(circumscribenda multis modis ira est) viene raccordato al periodo prece-
dente come se fosse la sua logica conclusione (atque ita his modis prae-
venienda est ira): a tal fine, l’aggettivo multis è stato sostituito dal pro-
nome dimostrativo his (della sostituzione di circumscribenda con
praevenienda si dirà invece più avanti: infra, 204-205). Quindi al posto del
primo colon Martino inserisce, variandola leggermente, la sententia con
cui si apriva il passo senecano (multae nos iniuriae transeant, ex quibus
plerasque non accipit, qui nescit), che viene ora raccordata mediante un
nesso disgiuntivo al secondo colon dell’ultimo periodo (multas iniurias
transit et plerasque non accipit qui aut eas nescit aut si scierit in ludum
eas iocumque convertit). Tale incastro è stato probabilmente suggerito dal
ricorrere a breve distanza del medesimo pronome (plerasque/pleraque);
ma può essere stato determinato anche dalla relazione implicita che Mar-
tino avrebbe stabilito tra l’exemplum Socratis, sviluppato nel seguito di
questo passo senecano (ira 3.11.2), e l’exemplum Catonis (ira 2.32.2-3)
appartenente a un passo epitomato subito dopo (vedi schema, V): se
200 Martini Bracarensis De ira

infatti la seconda delle due relative disgiuntive (aut [...] in ludum eas
iocumque convertit) allude sicuramente a Socrate, la prima di esse (qui
aut eas nescit) potrebbe riferirsi all’episodio di cui è protagonista proprio
Catone.
Si noti infine la diversa costruzione del verbo transeo: in Seneca, il
soggetto è rappresentato dalle offese (multae iniuriae), mentre le persone
(nos) sono il complemento oggetto; in Martino, viceversa, il soggetto è
rappresentato dalla persona (is sott.), il complemento oggetto sono le
offese (multas iniurias). Il rovesciamento sintattico operato dall’epitoma-
tore non ha solo ragioni stilistiche (la creazione di due cola paralleli, ben
bilanciati da una lieve variatio: multas iniurias transit et plerasque non
accipit), ma forse anche motivi linguistici, cioè la necessità di ovviare
alla difficoltà del testo senecano rappresentata dalla rara costruzione tran-
sitiva di transeo con soggetto di cosa e complemento oggetto di persona,
nel significato di ‘passare inosservato, sfuggire a qualcuno’ ovvero di
‘lasciare indifferente qualcuno’.
Un caso interessante è rappresentato dalla ristrutturazione di tre segmen-
ti contigui che, per le ragioni sopra esposte, possono considerarsi un’unica
pericope compresa tra ira 2.32.3 e ira 2.34.1 (vedi schema, V-VII).
Seneca vi affronta la questione della vendetta delle offese ricevute:
ammetterne la liceità o addirittura l’utilità e quasi la piacevolezza, come
appunto sostenevano i Peripatetici (Ramondetti 1996, 44-46), giustifi-
cherebbe sul piano morale il ricorso all’ira. Per questo motivo il filoso-
fo contesta in via di principio la vendetta (ira 2.32.1: non enim ut in
beneficiis honestum est merita meritis repensare, ita iniurias inuriis),
auspicandone quasi una censura di tipo verbale (inhumanum verbum
ultio); quindi, attraverso una serrata sequenza di esempi e di argomen-
tazioni (ira 2.32-33) tenta di contrastare l’insorgenza sul piano psicolo-
gico di quella sensazione di piacere e di dolcezza, alimentata nell’ani-
mo umano dalla speranza di potersi vendicare: a tal fine, richiama sia
il motivo del pericolo (la vendetta può scatenare una terribile reazione
a catena, e procurarci offese peggiori di quelle già subite) sia l’argo-
mento della superiorità del saggio, per cui la miglior vendetta, nei con-
fronti di chi ci fa torto, è farlo sentire indegno perfino della stessa
vendetta.
La deprecazione senecana della vendetta è stata recepita così a fondo
dal vescovo Martino, che questi arriva quasi a censurare Seneca con
Seneca per ragioni coerenza: credo infatti che si possa spiegare in questo
modo l’eliminazione della sentenza ultionis contumeliosissimum genus est
Commento 201

non esse visum dignum ex quo peteretur ultio (vedi schema, V) perché
contiene una figura etimologica imperniata proprio sul termine ultio, che
Seneca ha poco prima stigmatizzato come inhumanum; e soprattutto per-
ché l’esortazione a non vendicarsi è espressa da Seneca in maniera para-
dossale, quasi contraddittoria rispetto all’assunto generale, cioè come un
invito a cercare una vendetta più sottile e raffinata.
La censura può spingersi sino al vero e proprio lapsus linguistico: la
sostituzione di vindico con il suo contrario ignosco (vedi schema, V),
alla quale non deve essere estranea la ricerca di effetti ritmici e stilistici
(impiego del cursus tardus, figura etimologica e omoteleuto agnovisse/
ignovisse: Alberto 1993, 174).
Nel seguito della pericope (VI-VII), laddove vengono stigmatizzate le
nefaste conseguenze della vendetta e il contesto è quindi inequivocabile,
anche il meccanismo di censura si fa meno cogente e Martino utilizza
allora termini “proibiti” come ulcisci e vindicare. Tuttavia, neppure in
questa sede mancano correzioni significative al testo senecano in direzio-
ne di una condanna senza appello della vendetta.
Ad esempio, in ira 2.33.1 (VI) viene eliminata la risposta data da
Seneca all’obiezione dell’interlocutore, secondo il quale è opportuno ven-
dicarci delle offese ricevute per non meritare il disprezzo altrui: la distin-
zione senecana tra la vendetta “dolce”, perseguita cioè in funzione di
un’idea distorta di piacere, e la vendetta “utile”, intesa come una puni-
zione da comminarsi sine ira e perciò ammessa con riserve (Ramondetti
1996, 44-45), doveva certo suonare ambigua a Martino ed è stata pertan-
to trascurata.
Anche la sentenza successiva saepe autem satius fuit dissimulare quam
ulcisci (VI) è resa più perentoria dall’introduzione del categorico siqui-
dem (con accentuato valore casuale, secondo l’uso del latino tardo: Löf-
stedt 1980, 250), al posto del più attenuato saepe autem; per la sostitu-
zione di sanctius al posto di satius: supra, 181.
Infine, in ira 2.34.1 (VII) qui lacessendus est (‘colui che bisogna pro-
vocare’) del testo senecano, viene sostituito dalla forma attiva qui laces-
sit (‘colui che provoca’): Martino intende così censurare qualsiasi riferi-
mento, verbale prima ancora che concettuale, alla vendetta nei confronti
del nostro prossimo, anche se Seneca ne parla qui in via soltanto ipoteti-
ca e, per di più, la sconsiglia per ragioni di opportunità.
Venendo ora ai segmenti senecani utilizzati nell’ultima sezione del
quinto capitolo dell’epitome, in ira 2.29.2 (vedi schema, VIII) Martino
elimina il paragone tra chi semina discordia e l’impresario di ludi circensi
202 Martini Bracarensis De ira

che, in disparte, gode nell’assistere al combattimento tra gladiatori che


lui stesso ha promosso: probabilmente, tale paragone risultava poco per-
spicuo in un contesto storico assai distante da quello senecano e per di
più il riferimento ai ludi non era consono alla destinazione e agli scopi
del trattato. Per ovviare tuttavia allo sbilanciamento che, sul piano ritmi-
co e stilistico, l’eliminazione di questo intero colon (est †suspicax† et
qui spectare ludos cupiat et speculetur), già costruito in perfetto paralle-
lismo con il periodo precedente (est aliquis malignus et qui amicitias
coherentis diducere velit), avrebbe senz’altro provocato, Martino ha vi-
stosamente amplificato il primo di essi: al posto del semplice aggettivo
malignus, vi troviamo perciò la relativa qui hoc occulte loquitur et mali-
gne, con duplicazione dell’avverbio, mentre l’allusione allo scopo del
malignus (rovinare salde amicizie altrui) viene raddoppiata dall’inseri-
mento di una seconda proposizione finale (aut certe ut suum apud te
insimulet inimicum).
È invece impossibile a dirsi se e quanto abbia inciso la difficoltà rap-
presentata dall’aggettivo suspicax, già oggetto di una serrata discussione
tra gli studiosi senecani (una sintesi equilibrata delle soluzioni proposte
in Malchow 1986, 274-275 e Ramondetti 1999, 341 nota 7 a ira 2.29.2).
Al proposito, la difesa della lezione tràdita del testo senecano, che a sua
volta si basa sull’interpretazione di suspicax nel raro significato attivo
(‘che fomenta sospetti’), troverebbe una conferma indiretta nel testo di
Martino e precisamente nella finale disgiuntiva aut certe ut suum apud te
insimulet inimicum, riferita al comportamento del malignus che scredita il
suo nemico presso terzi: tale proposizione, infatti, priva di corrispondenti
nel De ira di Seneca, potrebbe essere un tentativo, da parte di Martino,
di parafrasare e spiegare l’aggettivo nella sua poco perspicua valenza
attiva.
Interventi di tipo censorio, dettati da ragioni di opportunità, si registra-
no anche all’interno del “mosaico” con cui il capitolo si conclude (vedi
schema, X-XIII: supra, 192-194).
Martino ad esempio elimina i riferimenti senecani all’inferiorità della
donna o dei minorati mentali (XII: feminam sexus [excuset]; XV: Mulier
est: errat; XVI: aut simile muto [animali]: Malchow 1984, 278-281; 284)
probabilmente perché in contrasto con la sensibilità cristiana; ed elimina
parimenti l’invito a non adirarsi contro la divinità per i motivi addotti da
Seneca, cioè l’insensibilità divina nei confronti delle preghiere umane, di
sentore quasi epicureo (XVI); in quest’ultimo passo, viene soppresso anche
il riferimento all’ineluttabilità delle malattie o delle disgrazie naturali pro-
Commento 203

babilmente perché in contrasto con la fede nella provvidenza divina; infine,


scompare il riferimento al rex (XIII), più prudentemente sostituito dal giu-
dice (che in realtà era presente anche nel testo di Seneca ma come
soggetto di una sententia diversa); e vengono altresì eliminati sia il riferi-
mento alla possibilità di una condanna ingiusta sia la conseguente esorta-
zione a rassegnarsi alla fortuna (XIII: si innocentem [punit], cede fortunae).
Alcune microalterazioni nell’ordine delle parole dipendono esclusiva-
mente da ragioni ritmiche, come la ricerca della sequenza accentuale o
cursus al posto della clausola metrica (più o meno canonica) presente in
Seneca (vedi schema, III: ípse se inquiétat [c. velox] invece della clausola
tritrocaica se] ipse inquietat -v-v-§; vedi schema, I: non fácile est cre-
déndum [c. velox] al posto della sequenza non] facile credendum est;
vedi schema, II: credéndi effíciet [c. tardus] al posto di efficiet] non
facile credendi; vedi schema, IX: de te mále locútus [c. tardus] invece di
male de te locutus; vedi schema, XI: decéptus sit an coáctus [c. velox]
invece di co]actus sit an deceptus). Per tutte queste alterazioni rimando a
Lopetegui 1992b, 139-140.
Per l’eliminazione di laesus est (vedi schema, XIII): supra, 184.

5.3.3. Alterazioni lessicali


Nella sentenza senecana dandum semper est tempus: veritatem dies
aperit (ira 2.22.2: vedi schema, I) due sono gli interventi di Martino a
carattere lessicale: la sostituzione del verbo differo al posto di do e l’in-
serzione del participio congiunto riferito a dies (differendum semper est
tempus: dilatus dies aperiet veritatem: vedi schema, I). Essi nascono pro-
babilmente dall’intento di spiegare l’equivalenza semantica dies = tempus
con cui Seneca conferiva alla sentenza un tono proverbiale (nel significa-
to di ‘tempo’, dies compare in massime riferite all’azione consolatrice
del tempo stesso: cfr. ad es. Sen. Marc. 8.1: dolorem dies longa consu-
mit; Ter. Heaut. 421-422; Cic. Att. 3.15.2). Così, mediante il poliptoto
(differendum/dilatus) di un verbo (differo) che, al contrario di do, si ap-
plica propriamente a entrambi i termini tempus e dies (‘prendere tempo’
e ‘procrastinare il giorno’), Martino avrebbe inteso stemperare la sinoni-
mia del testo senecano in un parallelismo animato dalla variatio, che
risultasse non solo più fluido dal punto di vista stilistico, ma anche se-
manticamente più perspicuo.
Per quanto riguarda la sostituzione di iracundia con ira (vedi schema, I)
sono necessarie alcune osservazioni preliminari. Nel De ira senecano, a
204 Martini Bracarensis De ira

dispetto delle dichiarazioni programmatiche (ira 1.4.1: quo [ira] distet ab


iracundia apparet: quo ebrius ab ebrioso, et timens a timido), i due
termini sono usati come sinonimi (Ramondetti 1999, 233-234 nota 1 a
ira 1.4.1); la stessa casuale indifferenza pare riflettersi nell’epitome: se
nel medesimo capitolo V troviamo una sostituzione analoga alla prece-
dente (si non vis in iram incidere al posto di si non vis esse iracundus:
III), per la quale si potrebbe pensare a una precisazione di tipo semanti-
co, viceversa, nel capitolo IX i termini saranno invertiti (ira 9.1.7 ira-
cundiam simulabit al posto del senecano simulabit iram) a scapito pro-
prio della pertinenza semantica; nella maggior parte dei casi poi Martino
non sostituisce il termine senecano corrispondente (iracundia: 6.2.11;
7.1.6; 9.1.13; iracundos: ira 8.3.34).
Dato il quadro generale, nel nostro caso ipotizzerei una ragione pu-
ramente stilistica: la ripresa palmare del termine ira a brevissima di-
stanza e nella stessa iunctura (contra primas ergo causas irae pugnan-
dum est. Causa autem irae opinio est iniuriae) conferisce al passo una
movenza didattica, assai efficace a ribadire la relazione tra opinio iniu-
riae e ira.
Analogamente, alla rinuncia della variatio senecana obiurgermus/casti-
gatio in favore della più didattica ripetizione obiurgetur/obiurgatio (vedi
schema, II) sembrano aver contribuito ragioni stilistiche e non, come si
potrebbe pensare in base a un confronto con altri autori tardi, un mecca-
nismo di attualizzazione linguistica. Infatti, sebbene nel latino postclassi-
co il termine castigatio acquisti prevalentemente il senso di ‘punizione’,
anche in senso corporale (ThlL 3/1.531.1-46), e in diversi autori cristiani,
(seguito o meno dai genitivi corporis o carnis) indichi il digiuno o altre
forme di penitenza del corpo (cfr. per tutti Ioh. Cass. inst. 5.5.1, SCh
190.198.10; 5.8, SCh 190.202.3; 5.17.1, SCh 190.216.7; 5.17.2, SCh
190.218.20; 5.17.3, SCh 190.218.30), Martino mostra altrove (corr. 1,
p. 70, 3 Lopez), per di più in un contesto proemiale che esibisce scelte
lessicali assai precise e ponderate (cfr. Lopez 1998, 26-27), di intenderlo
ancora come sinonimo di obiurgatio (‘rimprovero’, ‘ammonizione’) quale
era appunto in Seneca.
La presenza del gerundivo praevenienda al posto di circumscribenda
(sogg. ira: vedi schema, III) nasce probabilmente dalla volontà di sempli-
ficare un passaggio poco chiaro del testo senecano, che poteva creare
difficoltà di comprensione al lettore.
Ritengo infatti che in ira 3.11.2 Seneca adoperi il verbo circumscribo
nel senso figurato di ‘ingannare’, ‘gabbare’ (Viansino 1988, 1, 265:
Commento 205

«bisogna ingannarla in altri modi, l’ira») e non nel significato proprio di


‘circoscrivere’, ‘contenere’, che d’altra parte non mi pare pertinente in
questo contesto ancora specificamente incentrato sulle misure precauzio-
nali, volte appunto a prevenire l’ira e non a contenerla dopo il suo in-
sorgere (contrariamente a Ramondetti 1996, 62 ss. ascriverei dunque il
passo in questione alla sezione del terzo libro dedicata alla terapia pre-
ventiva dell’attacco acuto e corrispondente al primo punto della divisio
di ira 3.5.2, mentre posticiperei a ira 3.12.4 il passaggio al secondo
punto, cioè alla terapia dell’attacco acuto). Martino ha probabilmente
inteso evitare la difficoltà semantica creata dalla valenza figurata del
verbo circumscribo (‘ingannare’ l’ira) e lo ha sostituito con un altro ver-
bo (praevenio, ‘prevenire’ l’ira) che in questo contesto gli pareva affine.
Per quanto riguarda querelletur (IV) Alberto (1993, 113) lo annove-
ra tra le alterazioni lessicali ravvisandovi una traccia di latino tardo e
cristiano, ma non si chiede tuttavia il motivo per cui Martino lo avreb-
be sostituito all’intera espressione senecana magna pars querellas
manu fecit. Per tale sostituzione suggerirei un’incomprensione lessica-
le legata a querella, già ipotizzata a proposito di un luogo precedente
(supra, 177): Martino non avrebbe colto la particolare valenza metoni-
mica di querella (che qui non significa ‘lamento’ bensì ‘sofferenza’,
‘contrarietà’) e di conseguenza avrebbe abolito il riferimento, non più
comprensibile, all’autolesionismo della maggior parte degli uomini che,
sospettando il falso o attribuendo un peso eccessivo a futili pettego-
lezzi, «si procurano sofferenze da se stessi» (magna pars querellas
manu fecit).
A ragioni letterarie non meglio specificate Alberto (1993, 113) ri-
conduce la riscrittura della sententia senecana etiam cum incidit rei-
ciatur (sogg. ira: vedi schema, IV) nella forma etiam cum inrepserit.
Partendo da questo suggerimento, nella sostituzione di inrepo a incido
riscontro l’intenzione da parte di Martino di privilegiare un diverso
campo metaforico: non più l’immagine militare dell’imboscata di un
nemico (l’ira), che improvvisamente si getta contro di noi (incidit) e
deve essere ricacciato (reiciatur) con violenza (cfr. Malchow 1986,
444), ma piuttosto la suggestione biblica del serpente tentatore (inrep-
serit) al quale va opposto il netto rifiuto, frequentemente applicata ai
vitia o agli adfectus dagli autori cristiani (Moretti 2000, 173 nota
141) e sovrapposta alla comunissima metafora del vizio-morbus che
striscia nell’uomo (in Martino, ad es., cfr. superb. 9, p. 73, 117-118
Barlow).
206 Martini Bracarensis De ira

Ragioni letterarie si sovrappongono verosimilmente a ragioni linguisti-


che nell’uso del verbo perpenso (‘soppesare con cura’) seguito dall’accu-
sativo animum (XI: peccantisque animum perpensabis) al posto del sene-
cano aestimo: una scelta che va interpretata in relazione alla presenza del
verbo discutio (excutio in Seneca, cioè propriamente ‘scuotere via’, ‘far
uscire scuotendo’ e, in senso figurato, ‘vagliare’, ‘esaminare’, ‘discutere’;
cfr. Ramondetti 1999, 444 nota 4 a ira 3.36.2) nella sententia precedente
(X: naturam voluntatemque discuties facientis).
Da un punto di vista linguistico si può infatti pensare a metafore
lessicalizzate riconducibili a un fenomeno comune all’evoluzione di tutte
le lingue, cioè il passaggio dal significato concreto a quello astratto e
viceversa (Löfstedt 1980, 204; Bonnet 1890 [1968], 279-280, che cita
tra gli altri proprio discutio e penso): tra gli esempi di uso banalizzato
del binomio discutio/perpendo (quest’ultimo molto più frequente del-
l’intensivo perpenso usato da Martino), cfr. almeno Aug. eccl. 1.21.39,
CSEL 90.44.13-14: haec verba si omnia attendantur, si perpendantur, si
discutiantur, multa inveniuntur; Ioh. Cass. coll. 4.20, SCh 42.186: qua-
rum quae deterior pronuntianda sit, uniuscuiusque discutiat ac perpen-
dat examen. Di conseguenza siamo autorizzati a interpretare come sino-
nimica la sostituzione di perpendo al posto di aestimo nel passo
martiniano in esame, come suggerito anche da un altro luogo del nostro
autore (cfr. form. vit. 2, p. 238, 1 Barlow: si omnia prius aestimes et
perpenses).
Tuttavia, nel passo dell’epitome, l’uso del binomio discuties/perpen-
sabis, che rimanda a due gesti della mercatura (vagliare la merce e
pesarla al netto), in associazione con un termine afferente al linguag-
gio dell’interiorità (animum), potrebbe rimandare a una scelta letteraria
tutt’altro che casuale: restituire, cioè, l’immagine della “pesa” dell’ani-
ma, preventivamente “messa a nudo” e spogliata di ogni involucro po-
sticcio.
Anche altrove in Martino il verbo discutio è usato come lessema
dell’interiorità nell’ambito del tema, tipico della letteratura ascetico-mo-
nastica, della corretta “misurazione” di se stessi (cfr. sent. 109, p. 50,
26-29 Barl.: Haec ergo, et si qua alia virtus est, in his perspice nec te
ipsum mensures cum magnis sed crede te inferiorem esse omni creatu-
rae [...] Habeto discretionem, discutiens temetipsum); ma lo spessore
metaforico viene conferito al passo dell’epitome soprattutto dalla coin-
cidenza con un luogo senecano, non appartenente al De ira, in cui la
medesima immagine della compravendita (nella fattispecie, di cavalli e
Commento 207

di schiavi) è ampiamente sviluppata per esprimere il concetto dell’equo


apprezzamento dell’uomo alla luce della sapientia. Nel giudicare se
stessi, Seneca invita idealmente i propri interlocutori a levare tutti gli
“involucri” che nascondono l’animus e ne impediscono la giusta valuta-
zione, esattamente come al mercato non acquistiamo un cavallo o uno
schiavo senza averli prima spogliati di ogni paludamento (ep. 80.4):
Equum empturus solvi iubes stratum, detrahis vestimenta venalibus ne
qua vitia corporis lateant: hominem involutum aestimas? [...] si per-
pendere te voles, sepone pecuniam, domum, dignitatem, intus te ipse
considera. L’immagine ritorna in vit. 10.3 dove i verbi discutit e pendit
sono riferiti alla virtus personificata, che pesa severamente i piaceri
prima di dare il suo assenso morale e ne spazza via la maggior parte
(Haec omnia uirtus discutit et [...] uoluptates aestimat antequam admit-
tat nec quas probauit magni pendit).
Che Martino possa aver mutuato da Seneca l’uso traslato di questi due
verbi, a designare due differenti momenti del processo introspettivo, è
un’ipotesi ragionevole, anche se, come s’è detto (supra, 32 nota 57), una
sua lectura Senecae al di là del De ira è tuttora oggetto di dibattito in
sede critica; più probabile, però, la mediazione di Agostino, che è uno
dei pochissimi autori oltre a Seneca in cui è attestato l’uso di discutio e
perpendo come lessemi del “linguaggio dell’interiorità” (Aug. in evang.
Ioh. 44.12, CCL 36.386.3: si cor discutias, non si verba perpendas; in
psalm. 101.1.10, CCL 40.1433.16-18: discute conscientiam tuam, adscende
tribunal mentis tuae, noli tibi parcere, examina te, loquatur tibi medulla
cordis) e per il quale è stata notata una singolare coincidenza proprio
con il filosofo latino riguardo al significato traslato del verbo excutere
(Traina 1987, 174 nota 18).
Sembra invece dettato da un semplice meccanismo di sinonimia l’uso
di dirimere al posto di diducere (VIII); tutt’al più, si potrebbe azzardare
l’ipotesi di una scelta in base al ritmo (cursus velox), al fine di bilancia-
re in clausola due sententiae concepite come parallele (dírimat cohaerén-
tes | insímulet inimícum).
Per peccantis al posto di facientis (X) abbiamo già addotto motivazio-
ni stilistiche (supra, 195), mentre la sostituzione di ignovisse al posto di
vindicare (V), come ho precedentemente illustrato (supra, 201), va ricon-
dotta a un lapsus indotto dalla particolare “censura” martiniana al testo
di Seneca.
208 Martini Bracarensis De ira

6. Capitolo VI

6.1. Note filologiche al testo


Mart. ira 6.1.1
<At>qui illud valde inbecillum et foedum
Atqui scripsi qui E T M1 quin M1marg. M2 edd. (inter cruces pon. Alb.) | inbecillum
Font. Kurf. Vians. Alb. in haec illum E (in supra suppl.) T M1 in his illiberale
M1marg. M2marg. in haec illiberale M2 Tam. Fl. Barl.

Propongo di integrare <at>qui in posizione incipitaria recuperando un


tipico stilema senecano che Martino avrebbe potuto ritrovare sia nelle imme-
diate adiacenze dei passi epitomati in questa sezione (ad es. in ira 2.26
Seneca lo usa ben tre volte a breve distanza) sia in numerosi luoghi altrove
utilizzati dell’epitome (per tutti mi limito a citare ira 3.12.2 atqui ille intuen-
dus est, per la coincidenza di pronome dimostrativo con il passo in esame).
Per quanto riguarda la seconda parte del periodo mi pare assai convin-
cente la congettura di Fontán (1950, 380) che al posto di in haec illum
legge imbecillum e ricava così, in maniera assai più economica dei pre-
cedenti editori (che emendavano illum in illiberale) il neutro sostantivato
mancante correlato a foedum dalla congiunzione et.

Mart. ira 6.1.4


si manibus servi neglegentius clavis elapsa
neglegentis Kurf. Vians.

Alberto ristabilisce la lezione manoscritta neglegentius (comparativo


assoluto neutro in funzione avverbiale) accolta dagli editori fino a Bar-
low, ma successivamente corretta da Kurfess sulla base del testo seneca-
no, che riporta neglegentis (un participio presente in funzione di aggetti-
vo concordato con il genitivo servi).
L’intervento conservativo di Alberto è a mio parere condivisibile per ra-
gioni stilistiche perché ristabilisce una sequenza di tre avverbi semantica-
mente omologhi (neglectius - parum curiose - neglegentius) giocata sulla
variatio morfologica e impreziosita dalla figura etimologica e dall’omoteleu-
to tra il primo e il terzo. Non possiamo comunque escludere neppure un
banale errore di lettura indotto dalla presenza dell’avverbio neglegentius in
Sen. ira 2.25.1 (vedi schema, I): Martino cioè, avendo ancora in mente
questo avverbio, potrebbe aver letto neglegentius invece di neglegentis anche
in Sen. ira 2.25.3 (rescindendo perciò ogni legame sintattico con servi).
Commento 209

6.2. Significato e struttura


In questo capitolo Martino tratta dell’opinio iniuriae indotta non più
da (presunti) torti di natura psicologica ma da una più futile irritazione
dei sensi che troppo spesso, tuttavia, finisce per esacerbare l’animo uma-
no. L’attenzione si sposta gradualmente dalle persone alle cose: dappri-
ma, si adducono esempi riguardanti presunti torti che hanno come ogget-
to cose e azioni fisiche, ma che provengono ancora dalle persone (nel
caso specifico, i fastidi causati da disattenzioni o trascuratezze della ser-
vitù); poi, si stigmatizza come vera e propria pazzia l’ira che si appunta
contro le cose inanimate nell’insana convinzione che siano esse stesse ad
offendere.
In entrambi i casi, la causa viene additata in una grave debolezza
dell’animo e del corpo, corrotti dai piaceri e dalle agiatezze: l’unico ri-
medio efficace sembra essere per Martino una ferrea educazione dell’ani-
mo, perché non si abbandoni alle sollecitazioni provenienti dalle cose
esterne, siano esse positive o negative.
I segmenti epitomati derivano da due capitoli contigui del secondo
libro del De ira (ira 2.25-26), variamente incastrati tra loro:

(segue)
210 Martini Bracarensis De ira

Martino imprime al capitolo una lucida scansione, in base alla quale


organizza l’incastro musivo dei materiali a sua disposizione. Poiché in-
tende anzitutto analizzare le iniuriae derivanti dalle persone ma aventi
per oggetto cose fisiche, Martino colloca in apertura tutti gli esempi
senecani relativi alle disattenzioni della servitù, non solo la poca agilità
del puer, l’acqua servita a una temperatura non ottimale, il divano di-
sfatto, la mensa non apparecchiata a dovere (vedi schema, I) ma anche
la mosca scacciata con poca lestezza e la chiave scivolata inavvertita-
mente dalle mani del servo (II): due esempi, cioè, che Seneca introdu-
ceva più avanti nell’argomentazione, ma che Martino inserisce già tra
le presunte contumeliae della servitù, giocando sul fatto che nell’origi-
nale si menzionavano le mani di un servus e che il participio passato
fugata faceva presupporre ancora un servo come implicito complemento
d’agente.
Trattandosi dunque di presunti torti provenienti dalle persone, il pri-
mo rimedio contro l’opinio iniuriae consiste anche in questo caso nel
valutare l’intenzione con cui essi sono stati compiuti: dopo averne elen-
Commento 211

cato gli esempi (vedi schema, I-II), Martino inserisce pertanto l’argo-
mento della loro preterintenzionalità (III). Quest’ultimo tassello, tutta-
via, nel testo senecano apparteneva al locus successivo dedicato all’ira
contro gli oggetti: Seneca vi raccomandava anzitutto di trasferire il ri-
sentimento dalle res al loro artifex; poi, esortava a vincere l’ira contro
l’artefice riflettendo sul fatto che la sua eventuale imperizia tecnica, nel
costruire quel determinato oggetto che ci ha fatto adirare, non era certo
mirata a offenderci.
Nel momento in cui utilizza la difesa senecana dell’innocenza dell’ar-
tifex a giustificazione della distrazione del servus, Martino interpreta in-
vece il primo termine non nel senso di ‘artefice’ dell’oggetto contro cui
ci adiriamo, bensì dell’ ‘autore’ di un’azione che, attraverso quel deter-
minato oggetto fisico, ci ha offeso (e, di conseguenza, sostituisce il verbo
discere con il verbo facere).
Nel seguito (§2), dopo aver lapidariamente definito l’ira contro gli
oggetti la peggior pazzia che esista, senza introdurre alcuna esemplifica-
zione (vedi schema, IV), Martino si sofferma più a lungo sulla vera cau-
sa (V-VI) e sul conseguente rimedio (VII) di questa grave insofferenza.
La denuncia della corruzione dell’animo e del corpo ad opera del lusso e
dei piaceri e il necessario richiamo all’autodisciplina vengono espressi
mediante tre segmenti senecani (ira 2.25.1; 25.3; 25.4) che si possono
considerare contigui perché, nell’originale, erano inframmezzati solo
dall’exemplum del sibarita Mindiride (ira 2.25.2).
In Seneca tuttavia questo passo riguarda ancora le offese di primo
tipo, quelle, cioè, riferite ai presunti torti che il nostro prossimo ci arreca
attraverso azioni che colpiscono i nostri sensi; Martino invece lo pospone
come rimedio ai torti provenienti dalle cose inanimate.
Tale spostamento può essere stato attivato dalla duplice presenza del
termine bilis (metonimico per ira) sia in ira 2.26.3 (vedi schema, IV) sia
nell’esempio di Mindiride, non epitomato ma contiguo agli altri segmenti
estratti dal capitolo 25 (ira 2.25.2: bilem habere saepius questus est,
quod foliis rosae duplicatis incubuisset: per la difesa del testo tràdito
cfr. Ramondetti 1999, 87).
Ma non si può escludere un’altra ragione di più ampio significato strut-
turale, che investe l’intera sezione dedicata alla profilassi dell’ira (cc. V-
VII): preceduta da un significativo richiamo all’eutimia (c. IV: supra, 168),
questa sezione verrebbe in tal modo a concludersi qui (c. VI §2) con un
analogo invito a conservare la sana e robusta costituzione dell’animo
mediante uno stile di vita sobrio e austero.
212 Martini Bracarensis De ira

6.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati

6.3.1. Alterazioni morfosintattiche

Allo scopo di ottenere un testo coerente e di rendere il dettato più


scorrevole rispondono sia l’inserimento di elementi di raccordo quali av-
verbi e congiunzioni (cum: vedi schema, III; saepe etiam: IV; enim: VI;
ergo: VII), sia l’aggiunta di pronomi neutri (hoc: III; illa: VI) e del
termine res nei casi obliqui della declinazione del pronome neutro (iis
rebus: IV), sia l’esplicitazione di un predicato verbale (porrigitur: vedi
schema I) e di un secondo termine di paragone (hac insania: IV; il ter-
mine insania, come notiamo dallo schema, è ancora ricavato da Seneca).
Viceversa, vengono eliminati due elementi che nel nuovo contesto non
sono più pertinenti: non (I), ad ultimum (IV).
La ricerca di una forma più scorrevole e bilanciata ha inoltre indotto
Martino a dilatare un denso concettismo senecano (non quia dura sed
quia mollis patitur) non solo mediante l’inserimento di un pronome neu-
tro soggetto (illa: VI) ma anche di una frase relativa e del suo verbo
reggente (non quia illa dura quia qui patitur mollis est: VI), cui deve
aver contribuito anche la ricerca del cursus tardus (pátitur móllis est
[c. tardus]).
Per l’aggiunta di animus e talium rerum (V): infra, 215.
Mediante la sostituzione di ut con cum (I), Martino trasforma l’origi-
nale completiva in una proposizione temporale (con conseguente trasfor-
mazione del tempo verbale, dal congiuntivo all’indicativo, e l’eliminazio-
ne della negazione non) e pertanto denuncia come un dato di fatto quel
comportamento da cui Seneca, più semplicemente, esortava ad astenersi;
il medesimo atteggiamento, improntato a maggiore severità, trapela dalla
sostituzione della prima persona plurale (exacerbemur) con la terza sin-
golare, riferita al nuovo soggetto animus (animus exacerbatur: I) e, forse,
dalla sostituzione di videtur con est (VI).
Al contrario, ad esso apparentemente contravviene la sostituzione del-
l’esclamativa senecana impersonale (his irasci quam stultum est: IV) con
una più calorosa esclamativa in prima persona plurale (quam stulte iis ira-
scimur): tuttavia, si può sospettare che la prima persona non sia determina-
ta tanto da un coinvolgimento emotivo dell’epitomatore, quanto piuttosto
dalla presenza, nella proposizione relativa che segue, dell’aggettivo posses-
sivo nostram riferito all’importante complemento oggetto iram, e, più in
generale, da una volontà di semplificazione sintattica dell’intero periodo.
Commento 213

Per quanto riguarda la costruzione di exacerbor con in + ablativo (I:


minimis sordidisque animus exacerbatur in rebus al posto di minimis sor-
didissimisque rebus [...] exacerbemur), si possono invocare ragioni ritmi-
che e insieme contenutistiche, perché la ricerca del cursus (planus) sem-
bra sovrapporsi alla necessità di evidenziare due momenti distinti
dell’argomentazione: Martino cioè avrebbe intesto isolare questo locus,
che riguarda l’ira causata da torti relativi a cose materiali ma pur sempre
derivanti dalle persone, da quello immediatamente successivo, dedicato
alle (presunte) iniuriae provenienti dalle cose stesse; e a tale scopo avreb-
be interpretato exacerbor in senso medio e non propriamente passivo,
facendolo seguire da un complemento di luogo figurato («l’animo si esa-
spera in cose di nessuna importanza» invece che «l’animo è esasperato
da cose di nessuna importanza»). Non si può escludere infine un’influen-
za del linguaggio biblico, dove il medesimo verbo ricorre accompagnato
da in + abl. (in senso strumentale) in due luoghi più volte citati e para-
frasati dai Padri (Ier. 32.30: filii Israel qui usque nunc exacerbant me in
opere manuum suarum; psalm. 105.43: ipsi autem exacerbaverunt eum in
consilio suo; per quest’uso strumentale della preposizione in cfr. Martín
2005, 227 nota 56).
Poco più avanti ritroviamo il nesso in rebus in una costruzione sintat-
ticamente divergente dal modello senecano, cioè in unione al verbo ef-
fundere (vedi schema, IV: bilem in homines collectam, in rebus effunde-
re) al posto di in + accusativo, che è di uso più comune (fra i pochi
esempi di costruzione con in + abl. cfr. Cic. parad. 3.21; nat. deor. 1.42;
Hier. epist. 65.9.4). Anche in questo caso credo che si tratti di un’altera-
zione conscia spiegabile in base a ragioni interne all’epitome, cioè la
volontà di “spersonalizzare” quel tipo di collera che noi possiamo soltan-
to riversare nelle cose inanimate, pur credendo stoltamente di rivolgerla
contro di esse, quasi potessimo arrecare un vero torto.
Non sembra invece avere particolare rilevanza linguistica né stilistica
la sostituzione, in un caso, di in + acc. al posto di ad + acc. (in tuam
contumeliam/ad tuam contumeliam: vedi schema, III).
Registriamo poi due modifiche nei tempi verbali, con il passaggio dal-
l’indicativo al congiuntivo dell’eventualità (fuerit al posto di est: I, dove
si nota anche lo scrupoloso rispetto della legge dell’anteriorità; corrupe-
rint al posto di corrupere: VI).
La sostituzione del superlativo senecano con il grado positivo dell’ag-
gettivo (I: sordidis invece di sordidissimis) si può considerare espressione
della maggiore sobrietà stilistica martiniana: in Martino si registrano altri
214 Martini Bracarensis De ira

due casi simili, in cui al superlativo usato da Seneca viene preferito il


comparativo assoluto (cfr. Mart. ira 3.1.11 quod est iniquius al posto di
Sen. ira 3.6.5 et quod iniquissimum est) o il grado positivo (cfr. Mart.
ira 5.1.10 inritamenta fallacia al posto di Sen. ira 2.24.1 fallacissima
irritamenta) a fronte di un solo caso in cui è mantenuta la forma origina-
ria (cfr. Mart. ira 4.1.12 ex levissimis irascitur causis).
Infine, la sostituzione di sic al posto di in hoc (III) ha motivazioni
stilistiche onde evitare la ripetizione con il pronome hoc già aggiunto,
come s’è detto sopra, nella prima proposizione causale (III: cum hoc non
in tuam contumeliam fecit). Per la sostituzione (II) di neglegentius al
posto di neglegentis: supra, 208-209.

6.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico


Dal momento che nei segmenti epitomati in questo capitolo non si
registrano alterazioni macroscopiche rispetto alla successione originaria
delle frasi e dei periodi, mi limiterò a due osservazioni, cominciando
dalla casistica di quei fastidi procurati dalla servitù che Martino articola
in una serie continua di proposizioni ipotetiche, ritmata dall’anafora della
congiunzione si (vedi schema, I-II) e fluidamente completata, mediante
l’aggiunta della congiunzione cum, da due subordinate causali all’indica-
tivo (vedi schema, III): in Seneca, viceversa, il fraseggio era alquanto
spezzato per la presenza di brevi proposizioni indipendenti, disgiuntive o
asindetiche.
Merita poi attenzione il modo in cui Martino abbrevia il periodo finale
di ira 2.25.1 (vedi schema, V). Dopo aver elencato gli esempi di res
piccolissime e insignificanti ma, per molti individui, ugualmente irritanti,
Seneca sentenzia che è malato e di salute cagionevole colui che un leg-
gero soffio d’aria fa rabbrividire, che sono deboli gli occhi a cui un
vestito bianco provoca disturbo e che è corrotto dalle mollezze colui il
cui fianco è dolorante per il lavoro altrui: come appunto è il caso del
sibarita Mindiride, protagonista dell’aneddoto che l’autore introduce im-
mediatamente dopo.
È importante sottolineare che le immagini qui evocate afferiscono
esclusivamente al piano fisico e sensoriale, mentre soltanto dopo aver
narrato l’aneddoto di Mindiride Seneca svilupperà l’equazione tra irrita-
zione fisica e irritazione psichica, ne individuerà la causa nella corruzio-
ne di entrambi, animo e corpo, ad opera delle voluptates e riproporrà,
anche a livello dell’animus, il medesimo campo metaforico della salute
Commento 215

cagionevole (ira 2.25.3: Ubi animum simul et corpus voluptates corrupe-


re, nihil tolerabile videtur, non quia dura sed quia mollis patitur).
Martino viceversa, abbreviando il passo epitomato, abbrevia anche il
percorso logico senecano perché riferisce immediatamente l’ammaestra-
mento morale al piano dell’animus senza passare per il medium corporeo
(cui riserva un accenno solo dopo aver parlato della corruzione psichica:
vedi schema, VI: Ubi enim et animum simul et corpus voluptates corru-
perint). A tal fine introduce due volte il termine animus quale soggetto
che subisce irritazione (vedi schema, I e V), laddove in Seneca si tratta-
va dell’uomo considerato nel suo aspetto fisico e nelle sue relazioni sen-
soriali. Si riconferma pertanto, anche alla fine della sezione dedicata alla
profilassi dell’ira, la tendenza “psicocentrica” già notata nel capitolo in-
troduttivo (c. IV: supra, 176): una prova in più, questa, dei sottili ma
robusti fili che reggono l’impianto generale dell’epitome.
Nel passo in esame comunque questa tendenza non ha cancellato ogni
traccia dell’ambivalente dimensione psicosomatica, presente nel testo di
Seneca: Martino sembra infatti conservarne un’eco suggestiva in una meta-
fora, tanto discreta quanto significativa. È malato e di salute cagionevole
– egli afferma – l’animo che viene turbato dalla brezza leggera di simili
contrarietà (cioè dei piccoli e insignificanti fastidi sopra elencati): pertanto,
la levis aura, che in Seneca causa brividi fisici (contraxit) in chi è cagione-
vole di salute, in Martino diventa simbolo della leggerezza e dell’inconsi-
stenza di simili sciocchezze (talium rerum levis aura), che possono turbare
(conturbat) soltanto un animo malato, perché corrotto dai piaceri.
Lo scarto metaforico, che mi sembra ben percepibile nell’associazione
di levis aura con talium rerum (motivo per cui accetto senz’altro la le-
zione dei codici contro l’emendazione proposta, pur in via dubitativa, da
Viansino talium rerum levis cura), viene però subito temperato dalla so-
stituzione del verbo conturbat al posto di contraxit (una sostituzione de-
rivata, anch’essa, da un suggerimento del testo senecano: adfecti oculos
quos candida vestis obturbat): Martino, cioè, non si spinge a dire che
l’animo malato ‘rabbrividisce’ per la brezza leggera di simili sciocchez-
ze, ma contiene più prudentemente la metafora al riparo da un equivoco
corporeismo.

6.3.3. Alterazioni lessicali


In ira 2.25.1 (vedi schema, I) l’avverbio neglectius, di uso tardo e
assai poco comune (al grado comparativo è attestato in Hier. epist. 39.1,
216 Martini Bracarensis De ira

CSEL 54.294.13; al grado positivo è ricorrente in Gregorio Magno: cfr.


ad es. moral. 2.15, CCL 143.76.51; 3.13, CCL 143.128.20) sostituisce il
senecano neglegentius, probabilmente per creare una variatio rispetto al
successivo neglegentius (supra, 208), che nel nuovo testo martiniano vie-
ne a trovarsi appunto in posizione quasi contigua (II).
La sostituzione di luxus al posto del senecano luxuria (VII) fa pensare
a una precisa differenziazione sematica tra i due termini nell’uso lingui-
stico martiniano, a designare rispettivamente il ‘lusso’ e la ‘lussuria’. Ciò
trova conferma indiretta nell’unica attestazione di luxuria in Martino, al-
l’interno di un elenco di vitia (superb. 7, p. 72, 82 Barl.: Omnia pecca-
torum genera, id est luxuria, avaritia, adulterium et si qua sunt alia)
che, a sua volta, riconduce all’uso linguistico di Giovanni Cassiano: nel-
l’ottonario dei vizi infatti il termine luxuria si era specializzato come
sinonimo di spiritus fornicationis e di concupiscentia carnis e veniva
normalmente associato a libido (tra le numerosissime attestazioni cfr. ad
es. Ioh. Cass. inst. 1.11.2, SCh 190.52.12; 5.6, SCh 190.198.1; coll.
5.11, SCh 42.199; 7.32, SCh 42.275; 12.6, SCh 54.128; 12.12, SCh
54.140; 21.33, SCh 64.108). Molto più rari invece i casi in cui Cassiano
adopera il termine luxuria in senso meno specifico, quale sinonimo di
intemperantia (cfr. ad es. coll. 6.3, SCh 42.222): anche questa valenza
più generica sembra comunque riflettersi in Martino, nell’uso del corri-
spondente aggettivo luxuriosus (form. vit. 8, p. 249, 4-5 Barl.: ut nec
voluptati deditus, prodigus aut luxuriosus appareas).
Per la sostituzione di fecit al posto di didicit: supra, 211.
Per conturbat invece di contraxit: supra, 215.

7. Capitolo VII

7.1. Note filologiche al testo


Mart. ira 7.1.2
cum ira delictum animae sit
animi fortasse scribendum

La sostituzione di anima al posto di animus, usato da Seneca, può


essere interpretata come un cristianismo, propiziato dalla iunctura con
delictum, frequentemente attestata nei Padri (cfr. ad es. Ambr. in Luc.
2.79, SAEMO 11.216: spiritu animae delicta mundantur; in Luc. 8.48,
Commento 217

SAEMO 12.320: anima obnoxia delictis [...] anima nullis maculatam con-
tagiis delictorum; Abr. 2.8.47, SAEMO 2.2.186: nisi puram animam ab
omni delictorum contagione iudicavisset; Aug. epist. 104.3, CCL 34/
2.588.6: ut a delicto anima purgetur; anima delictorum sordida inquina-
ta; viceversa, tra le rare attestazioni di animus in unione a delictum, cfr.
Greg. M. moral. 4.19, CCL 143.186.33-34: ut ergo delictum suum citius
animus sentiat; 14.12, CCL 143A.705.13-14: et peccatis praecedentibus
irretitus animus ad maiora etiam delicta succenditur).
Ciononostante, la presenza di animae mi risulta qui sospetta al punto
da indurmi a proporre in apparato, seppure in via dubitativa, la sua emen-
dazione in animi.
Il sospetto nasce non soltanto dal fatto che anima non trova riscontri nel
resto dell’epitome, dove si registra esclusivamente l’uso di animus (in tre
casi, anche in assenza del corrispondente senecano), ma soprattutto perché
l’uso di questo termine in tale contesto segna uno scarto evidente rispetto
alla prassi linguistica di Martino: il quale, nella scelta tra anima e animus
per indicare il principio o la sede della vita psichica e delle facoltà intellet-
tive dell’uomo, appare anzitutto condizionato dalla presenza o meno di una
derivazione dal termine greco yuchv e, solo in subordine, dalla percezione
di una differenza semantica tra i due termini latini.
Nelle sue traduzioni dal greco, cioè nelle Sententiae Patrum Aegyptio-
rum (che traducono una versione greca degli Apophtegmata dei Padri del
deserto: Barlow 1950, 11 ss..) e nei cosiddetti capitula Martini (Barlow
1950, 123 ss.), l’autore usa sempre anima in corrispondenza di yuchv,
derivandone di volta in volta anche l’accezione specifica che il termine
possedeva nell’originale: come equivalente di animus, appunto, a desi-
gnare la sede dell’attività psichica e della vita interiore (sent. 2, p. 30, 2
Barl.: respondit senex: Ipsa faciunt animam humilem fieri; 2, p. 30, 5
Barl.: laborat anima in his; 22, p. 36, 5 Barl.: Ut in omni causa arguat
animam suam; 25, p. 37, 1-2 Barl.: cum in cella sum, in pace est anima
mea; 109, p. 49, 7-8 Barl.: cum humilitate animae et corporis); come
‘anima’ in senso propriamente cristiano, cioè come entità immateriale e
immortale, infusa da Dio nell’uomo e destinata a tornare a Lui dopo la
morte (sent. 16, p. 34, 4-6: Sunamitis enim in persona animae, Elisaeus
in persona Spiritus Sancti figuratur: nisi enim pura anima non meretur
suscipere Spiritum Dei; 98, p. 47, 1-2: cum anima egressura est de
corpore et cum in praesentia Dei venturus sum; capit. 15, p. 127, 3-4
Barl.: [scil. episcopi] congregatio commissa est animarum; capit. 59,
p. 138, 3-4 Barl.: Non liceat clericos incantatores esse et ligaturas facere,
218 Martini Bracarensis De ira

quod est colligatio animarum); come ‘principio vitale’ e dunque, per


metonimia, ‘vita’ (sent. 14, p. 34, 3: ut quis animam suam pro amico suo
ponat = Ioh. 15.13).
Viceversa, in assenza del corrispondente greco, per indicare l’insieme
delle varie facoltà psichiche dell’uomo e la sede della sua vita interiore
Martino adopera animus (form. vit. 1, p. 236, 1 Barl.: flagrantissimam tui
animi sitim; 1a, p. 237, 2 Barl.: [scil. quattuor virtutes] quibus humanus
animus comptus; 2, p. 239, 21 Barl.: animo tuo cuncta propone; 2, p. 239,
29 Barl.: [scil. cogitationes vagas] quibus si animum tuum oblectaveris;
2, p. 240, 37 Barl.: animus tuus tribus temporibus dispensetur: praesen-
tia ordina, futura praevide, praeterita recordare; 2, p. 240, 40 Barl.:
Propone autem animo et mala futura et bona; 2, p. 240, 42 Barl.: inter-
dum animo tuo requiem dato; 2, p. 240, 44-45 Barl.: animum aliquando
remissum habet, numquam solutum; 3, p. 241, 2-3 Barl.: Magnum humani
animi bonum est non tremere; 3, p. 241, 12 Barl.: timidum non facit
animum; 4, p. 242, 5-6 Barl.: blandimenta quae occulta voluptate ani-
mum trahunt reiciunt; 4, p. 245, 52 Barl.: et animi tui et corporis motus
observa; 5, p. 247, 14 Barl.: qualitatem animi speculare; 9, p. 249, 2
Barl.: immotam semper animi rationem; humil. 2, p. 74, 16 Barl.: si
rigiditatem animi quadam simulationum delectatione subnervant; 2, p. 75,
27-28 Barl.: ita inter hos tales adulati animus fertur, tamquam navis
inter varios aurarum flatus; 2, p. 75, 30: animum tuum summa discretio-
nis mensura constringe). Il fatto che, oltre alla ventina di ricorrenze del-
l’epitome, la maggioranza delle attestazioni di animus nel senso sopra
indicato derivi dalla Formula, ci autorizza a ipotizzare ancora una volta
in Martino un uso condizionato da un preciso modello linguistico, nel
caso specifico rappresentato assai probabilmente da Seneca; a riprova di
ciò si può osservare che, in assenza del greco yuchv, il termine anima è
assai raro nel corpus martiniano e non è mai adoperato quale sinonimo
di animus, ma viene circoscritto a contesti esclusivamente escatologici e
possiede una valenza prettamente cristiana (corr. 12, p. 100, 16 Lopez: et
animas illorum secum pertrahant in infernum [scil. daemones]; 14, p. 106,
6-7 Lopez: et erunt animae illorum cum carne sua in requie aeterna; 18,
p. 124, 3-4: et cogitetis quomodo salvetis animas vestras).
Nel passo in esame, dunque, la presenza di anima al posto di animus
non mi pare riconducibile a un motivato intervento dell’epitomatore, ma
piuttosto a un fraintendimento del copista, dovuto probabilmente a un
errore di lettura materiale della desinenza (animi/animae), forse abbrevia-
ta nell’antigrafo.
Commento 219

7.2. Significato e struttura


Il capitolo è costituito da quattro segmenti senecani, di cui il primo
deriva dalla sezione del primo libro dedicata al tema della castigatio sine
ira, gli ultimi tre appartengono alla sezione tematicamente corrispondente
del secondo libro (vedi anche supra, 169-171).

Come sovente avviene nell’epitome martiniana, al di là della stretta


affinità tematica delle sezioni cui i segmenti appartengono (Ramondetti
1999, 297 nota 1 a ira 2.9.1), i raccordi tra questi ultimi sono garantiti
anche da ragioni più puntuali e, in particolare, dalla presenza di alcuni
termini “cerniera” nei passi epitomati o nel loro immediato contesto.
220 Martini Bracarensis De ira

Così tra ira 1.16.1 e ira 2.9.4 (vedi schema, I-II) il nesso sembra
essere stato attivato da alcune corrispondenze lessicali tra i due più ampi
contesti da cui i passi sono estratti: ad coercitionem, sceleratorum (ira
1.16.1) e coercitione, sceleribus, scelera (ira 2.9.1); peccata, peccantem
(1.16.1) e peccandi (2.9.2); sanari (1.16.2) e sanari (2.9.1).
Ancora più immediato il raccordo tra ira 2.9.4 e ira 2.10.7 (vedi sche-
ma, II-III), non solo a motivo della loro contiguità (interrotta soltanto
dall’exemplum del filosofo Eraclito) ma anche della presenza in entrambi
del termine sapiens (assente, invece, per tutto l’intervallo testuale che li
separa).
A questo proposito vorrei aggiungere che lo stilema presente in ira
2.10.7 (sapiens [nom.] + omnia [acc.] + indicativo futuro) ritorna poco
più avanti in ira 2.13.3 (omnia quae debet sapiens sine ullius malae rei
ministerio efficiet, nihilque admiscebit cuius modum sollicitius observet),
un passo non epitomato ma per noi ugualmente interessante perché pre-
cede immediatamente ira 2.14.1, che rappresenta l’ultimo segmento sene-
cano del capitolo (vedi schema, IV). In ira 2.13.3, dunque, l’immagine
del sapiens quale prudente esperto di farmacopea, che si rifiuta di ag-
giungere ai suoi preparati ingredienti pericolosi il cui dosaggio sia troppo
difficile da calibrare, richiama l’immagine del sapiens medico già svilup-
pata in ira 2.10.7; e proprio tali affinità – l’una stilistica, l’altra metafo-
rica – tra i due passi potrebbe aver richiamato l’attenzione di Martino
anche sul segmento immediatamente successivo a ira 2.13.3 (cioè, come
si è ora ricordato, ira 2.14.1) che in Seneca costituisce la conclusione
gnomica alla trattazione della castigatio sine ira e, come tale, viene riu-
tilizzato da Martino (vedi schema, IV).

7.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati

7.3.1. Alterazioni morfosintattiche


Martino aggiunge quod come elemento di transizione dal primo al se-
condo segmento (vedi schema, II); sostituisce autem al posto di ergo (I),
per ragioni di pertinenza al nuovo contesto; adopera il presente aspicit al
posto del futuro aspiciet (III) secondo una prassi consolidata nell’epito-
me; infine, all’exemplum fictum senecano, introdotto dal “tu” generico e
colloquiale (si tantum irasci vis sapientem), Martino preferisce una più
sobria e lineare protasi della possibilità espressa in terza persona singola-
Commento 221

re (si tantum irascatur sapiens: II). L’epitomatore elimina poi il riferi-


mento agli scelerati (I) attenendosi esclusivamente alla più generica men-
zione degli errantes.

7.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico


In ira 2.9.4 (vedi schema, II) per necessità di raccordo al segmento
precedente e, probabilmente, anche per un’esigenza di linearità e chiarez-
za nella dispositio, Martino ha invertito l’ordine originario dei periodi,
collocando prima la sententia generale (quod si tantum irascatur sapiens
quantum scelerum indignitas exigit), poi la citazione dei casi particolari
(furta fraudes infitiationes et si qua sunt), l’elenco dei quali viene però
abbreviato e ridotto a soli tre termini.
In ira 2.14.1 (IV), probabilmente per esigenze di sobrietà stilistica,
Martino elimina il colorito paragone tra gli animi pigri, da stimolare
mediante la simulazione di un accesso di ira, e i cavalli lenti nella corsa,
da spronare con pungoli e tizzoni ardenti.

7.3.3. Alterazioni lessicali


Per la sostituzione di anima al posto di animi: supra, 216-218.

Capitoli VIII-IX
Come calmare l’ira

L’ultima parte del De ira di Martino è dedicata a sviluppare il secon-


do e il terzo punto della divisio programmaticamente stabilita nel “prologo
al mezzo”: proporre i rimedi per calmare l’ira propria (c. VIII) o altrui
(c. IX), nel caso che la profilassi (cc. V-VII) non sia riuscita a impedire
l’esplodere della passione.
Per comprendere meglio il significato di questa sezione bisogna consi-
derare che nel De ira di Seneca la differenza tra profilassi e terapia, pur
enunciata con molta chiarezza in ira 2.18.1 mediante il paragone con la
scienza medica (Quoniam quae de ira quaeruntur tractavimus, acceda-
mus ad remedia eius. Duo autem, ut opinor, sunt: ne incidamus in iram
et ne in ira peccemus. Ut in corporum cura alia de tuenda valetudine,
222 Martini Bracarensis De ira

alia de restituenda praecepta sunt, ita aliter iram debemus repellere, ali-
ter compescere), non ha tuttavia un riscontro immediatamente visibile
nella struttura del dialogo.
Se infatti nella parte finale del secondo libro (2.18-36) è lecito ravvi-
sare la sezione profilattica, non vi si può tuttavia ignorare la presenza di
quelli che sono stati definiti «flashes anticipatori» della parte terapeutica
(Ramondetti 1996, 65 nota 102); viceversa, il terzo libro non pare costi-
tuire il complemento terapeutico del precedente, come annunciato nella
citata divisio, ma propone continui sconfinamenti dal campo della pre-
venzione a quello della terapia, ingenerando l’impressione di una scarsa
coerenza strutturale.
Del serrato dibattito che si è sviluppato al proposito non è pertinente
rendere conto qui nei dettagli; ai fini della nostra analisi tuttavia è im-
portante sottolineare che recentemente ha ripreso vigore l’ipotesi dell’uni-
tà compositiva del De ira e, di conseguenza, anche del carattere specifi-
camente terapeutico del terzo libro (Ramondetti 1996, 47-59), distinto e
complementare al secondo libro, dedicato alla profilassi. Tale ipotesi si
fonda sul riconoscimento del mutato punto di vista dell’autore sul feno-
meno patogenetico, dall’esterno (secondo libro) all’interno (terzo libro):
in ira 2.18-36 il processo dell’ira viene esaminato dall’esterno e, per così
dire, dissecato attraverso il bisturi dell’anatomista nelle sue singole com-
ponenti, e vengono altresì indicate le misure profilattiche più efficaci in
relazione ad ognuna di esse; nel terzo libro, invece, il punto focale è
interno all’ira e la trattazione ha perciò un taglio specificamente terapeu-
tico in quanto considererebbe la passione già contratta a tutti gli effetti:
anche se, almeno nei capitoli iniziali (da ira 3.5.3 a ira 3.12.4) tale
terapia riguarda propriamente la fase di incubazione ancora latente (donde
lo sconfinamento nella profilassi generica) e solo a partire dal capitolo
dodicesimo (o decimo, secondo Ramondetti 1996, 62 ss.: supra, 205) si
applica al vero e proprio attacco acuto.
In conclusione, sia nel secondo che nel terzo libro la trattazione pren-
derebbe le mosse dal problema del non irasci, considerato però sotto due
diversi aspetti: nella parte profilattica, lo si intenderebbe in senso assolu-
to (cioè non giungere all’ira), nella parte terapeutica in senso relativo
(cioè non manifestare i sintomi dell’ira).
Venendo ora all’epitome, se consideriamo da un punto di vista genera-
le l’assetto della sezione terapeutica (cc. VIII-IX) in relazione ai prece-
denti capitoli dedicati alla profilassi (cc. V-VII), siamo indotti a ritenere
che Martino, sebbene condizionato in maniera evidente dalla ripetitività,
Commento 223

almeno formale, del suo modello, fosse tuttavia consapevole dell’esisten-


za di una scansione tra un indirizzo prevalentemente profilattico, esibito
nel secondo libro del dialogo senecano, e uno più marcatamente terapeu-
tico, presente nel terzo.
Da un lato infatti i segmenti utilizzati dall’epitomatore in entrambe le
sezioni provengono in massima parte dagli stessi due blocchi, l’uno tratto
dal secondo, l’altro dal terzo libro del dialogo senecano (ira 2.22-34 e
ira 3.11-26); ed è evidente lo sforzo dell’epitomatore di distribuire equa-
mente tra le due distinte sezioni segmenti testuali che nell’originale sene-
cano sono contigui e quasi identici dal punto di vista del contenuto.
D’altra parte, però, è evidente che a determinare l’articolazione tematica
dei capitoli martiniani dedicati alla prevenzione siano i corrispondenti
capitoli del secondo libro senecano (supra, 168 ss.), mentre gli snodi
della trattazione terapeutica sembrano ricalcare più da vicino il terzo li-
bro (infra, 227 ss.); inoltre, su un piano meramente quantitativo, questa
attenta articolazione si traduce nella presenza di un maggior numero di
segmenti provenienti dal secondo libro nei capitoli dell’epitome dedicati
alla profilassi e, viceversa, nella più massiccia quantità di passi tratti dal
terzo nella parte terapeutica.

8. Capitolo VIII

8.1. Note filologiche al testo


Mart. ira 8.1.1
Haec dicta sunt ne veniatur [quis] in iram.
veniatur E M1 Alb. veniat T M2 Tam. Fl. Barl. Vians. quis delevi

Nell’usus linguistico martiniano non si registrano deviazioni dalla


norma sintattica né per quanto concerne l’indefinito quis (in questo
capitolo, vedi schema, VIII: si quis [...] petat; cfr. anche ira 9.1.5: si
[...] quis temptet) né per ciò che riguarda il passivo impersonale (cfr.
ad es. ira 3.2.29-30 in iram [..] curritur catervatim): ritengo perciò
inopportuna la scelta conservativa di Alberto 1993 che mantiene inalte-
rata la doppia lezione del codice E; nel contempo, tuttavia, reputo più
economica l’espunzione di quis (da considerarsi come una glossa entrata
nel testo, per spiegare l’uso impersonale) piuttosto che mantenere quis
ed emendare veniatur in veniat come fanno Barlow e Viansino (di
224 Martini Bracarensis De ira

emendazione appunto si tratta, dal momento che entrambi conoscevano


soltanto E).
Quanto alla lezione di T e M2 veniat (da cui dipendono probabilmente
gli editori più antichi) potrebbe derivare anch’essa dal tentativo di emen-
dare l’insensato veniatur quis; e ciò farebbe ipotizzare che la glossa fos-
se entrata a testo già nell’antigrafo comune.

Mart. ira 8.1.11-12


ut in imo pectoris recessu condatur feraturque, non ferat.
<oportet> ut Vians. (i.a. dubitanter)

Con l’aggiunta di ut Martino ha trasformato i congiuntivi esortativi


indipendenti nel testo senecano in proposizioni subordinate, probabilmen-
te allo scopo di amalgamare meglio il dettato; tuttavia, se seguiamo
l’interpunzione corrente in tutte le edizioni, la funzione sintattica da
attribuire a tale congiunzione non risulta affatto chiara.
Se, con la maggioranza degli interpreti, i tre congiuntivi (condatur,
feraturque non ferat) si faranno dipendere dalle due proposizioni princi-
pali (cupit enim [...] ira et [...] supra nos est), si dovranno parimenti
escludere, per ut, sia la funzione finale sia quella consecutiva, perché
entrambe risultano altrimenti contraddittorie rispetto al significato delle
stesse principali.
L’unica alternativa possibile resta la funzione concessiva, che tuttavia
mi pare improbabile non solo per l’assenza di riscontri nell’usus lingui-
stico di Martino (dove non si registrano casi di ut concessivo) ma soprat-
tutto perché troppo distante dal senso del passo originale.
Tra i moderni, soltanto Viansino (1963, ad loc.) però sembra essersi
reso conto della difficoltà, invero non trascurabile: egli propone infatti di
subordinare i tre congiuntivi introdotti da ut a un ulteriore verbo reggen-
te (oportet), che esprimerebbe l’opportunità di un rimedio atto a contra-
stare le azioni dell’ira precedentemente descritte (cupit... exilire et incen-
dere oculos faciemque mutare) e riprodurrebbe così assai da vicino
l’andamento logico e sintattico dell’originale, configurando anche per il
passo dell’epitome la prevalenza della paratassi.
In realtà già M1 e M2 conservano traccia del tentativo – probabil-
mente da parte del loro redattore – di restituire al passo un senso ac-
cettabile, ricorrendo però non a un vero e proprio intervento testuale
ma più semplicemente a una diversa interpunzione: [...] supra nos est,
ut in imo pectoris recessu condatur: feraturque non ferat (M1); [...]
Commento 225

supra nos est. Ut in imo pectoris recessu condatur, feraturque, non feret
(la lezione feret, isolata e non accompagnata dalla diversa interpunzione,
si ritrova in Tamayo)
Nessuna delle due proposte mi pare soddisfacente: M1, pur sganciando
da ut due congiuntivi su tre, non risolve il problema della funzione sin-
tattica che la medesima congiunzione riveste nel periodo martiniano; M2
è costretto a ricorrere a un’emendazione testuale (feret al posto di ferat)
senza peraltro restituire all’intero periodo un senso del tutto plausibile né
chiarire la funzione sintattica di ut (vi si potrebbe forse leggere una sfu-
matura consecutiva).
Resto tuttavia del parere che la strada percorsa dai due redattori sia
corretta: sul loro esempio, dunque, ho elaborato una nuova proposta di
interpunzione di cui ora vorrei brevemente rendere conto.
È a mio avviso plausibile che Martino, nell’intento di amalgamare
quella serie di sententiae isolate di cui risultava composto il passo
senecano ivi epitomato, abbia allargato verso l’alto e verso il basso i
confini di quella che già nel testo originale si configurava come un’in-
cidentale (cupit enim exilire et incendere oculos et mutare faciem); e
avrebbe perciò unito sia la sententia avversativa (sed cum magna hoc
molestia fit) che precede l’incidentale, sia il periodo ipotetico ad essa
immediatamente successivo (si eminere illi extra nos licuit, supra nos
est) in un’unica, nuova parentetica (da sed cum magna hoc molestia a
supra nos est): Si exitus illi non datur, signa eius obrui possunt (sed
cum magna hoc molestia fit: cupit enim exilire ira et incendere ocu-
los faciemque mutare, et si paululum illi extra nos eminere licuerit,
supra nos est), ut in imo pectoris recessu condatur feraturque, non
ferat.
Di conseguenza, i tre congiuntivi (recondatur, feraturque non fe-
rat), già indipendenti in Seneca, nel nuovo contesto farebbero parte di
una frase finale introdotta da ut e dipendente da signa eius obrui
possunt.

Mart. ira 8.2.1


Faciet ergo nos moderatiores respectus nostri
faciet scripsi faciunt á edd.

Tutti gli interpreti accolgono la lezione manoscritta (faciunt) ammet-


tendo così implicitamente un grave fraintendimento del testo senecano da
parte di Martino: questi avrebbe scambiato il genitivo (oggettivo) del
226 Martini Bracarensis De ira

pronome personale (nostri) per il nominativo plurale dell’aggettivo pos-


sessivo di prima persona, e lo avrebbe pertanto concordato con respectus,
a sua volta interpretato come plurale.
Credo tuttavia che questo monstrum sintattico e linguistico (che crea tra
l’altro non poche difficoltà di interpretazione) vada attribuito all’imperizia
del copista piuttosto che all’incomprensione dell’epitomatore.
Martino infatti dimostra altrove di usare correttamente il genitivo og-
gettivo del pronome personale: cfr. ad es. form. vit. 4, p. 244, 38 Barl.:
veram tui laudationem ascribe; 7, p. 248, 7: aerumnosam sui memoriam
derelinquit; iact. 2, p. 66, 23: ipso quotidiano sui usu; iact. 3, p. 67, 57-
58: et nimia aestimatio sui; ira 1.2.6: aeque enim sui est inpotens; ira
3.2.24: in taedium agitur sui (quest’ultimo caso mi sembra particolar-
mente significativo perché sui è inserzione di Martino all’interno di una
sententia senecana: supra, 162).
Il sospetto che si tratti di un errore del copista e non già dell’epitoma-
tore è rinforzato dal fatto che nel manoscritto escorialense, subito dopo
faciunt ergo, rimane traccia di tre lettere in rasura che mi paiono potersi
interpretare come ciu, seguite da uno spazio bianco, di lunghezza corri-
spondente all’incirca a 4-6 caratteri (f. 39rI, righe 11-12): si potrebbe
cioè ipotizzare che questo sia l’esito della rettifica di uno o più errori di
trascrizione relativi proprio al verbo faciunt.

Mart. ira 8.3.34


iniqua nostri aestimatio
nostri scripsi nostra á edd.

Il caso si presenta del tutto analogo al precedente: gli editori hanno


preferito attribuire a Martino la banalizzazione del passo originale se-
necano (cioè la sostituzione dell’aggettivo possessivo nostra, concor-
dato con aestimatio, al posto del genitivo oggettivo del pronome per-
sonale presente in Sen. ira 3.12.3) piuttosto che pensare a una facilior
del copista, come viceversa credo più probabile per i motivi sopra
esposti. In questo specifico caso, poi, ritengo che l’errore non sia
dovuto soltanto all’imperizia linguistica di chi trascriveva ma anche
alla ripetizione meccanica dell’aggettivo possessivo (nostram esse cau-
sam illius adfingamus: nam facit nos iracundos iniqua nostra aesti-
matio), unita forse a una maldestra interpretazione delle abbreviazioni
presumibilmente presenti già nell’archetipo (in E i due aggettivi sono
abbreviati).
Commento 227

8.2. Significato e struttura

Nell’autoterapia dell’ira Martino scandisce tre tappe di un unico iter


così sintetizzato all’inizio del capitolo: maximum illi remedium est (1)mo-
rae dilatio: hoc primum petatur, non (3)ut ignoscat sed (2)ut iudicet. Nel
seguito, appunto, egli raccomanda anzitutto di ritardare lo scoppio del-
l’ira all’esterno, soffocandone i segni più evidenti nel segreto dell’animus
(= morae dilatio §1).
A questo primo sforzo, che potremmo definire quasi “fisico”, consiglia
di affiancare il supporto della ragione, chiamata a giudicare in maniera
attenta e sincera in merito ai motivi per cui ci si adira (= ut iudicet §2).
Quindi, indica quale meta finale del percorso terapeutico, da raggiun-
gere soltanto previo compimento delle due precedenti tappe, il perdono
vero e proprio, che scaturisce dalla volontà di ricambiare il bene con il
male e dalla consapevolezza di essere tutti ugualmente peccatori (= ut
ignoscat §3).
Come si è accennato nella premessa generale alla sezione, si tratta in
parte di rimedi già proposti nei capitoli dedicati alla prevenzione: ad
esempio, l’esercizio dello iudicium, che Martino raccomanda sia in riferi-
mento alla persona di chi ci reca offesa, sia soprattutto – e in questa
sottolineatura sta invero un fattore di novità – in rapporto a noi stessi e
ai nostri difetti. In parte, invece, si indicano nuovi rimedi, come lo sfor-
zo di rispondere all’offesa non con l’ira ma con il bene facere, che in-
dubbiamente costituisce un passo in avanti rispetto alle misure profilatti-
che precedentemente indicate (la rinuncia alla vendetta o il ricorso alla
castigatio sine ira); e, soprattutto, il perdono: un tema sviluppato in un
crescendo di intensa umanità e strutturato con l’ausilio di alcuni tasselli
senecani che paiono essere stati appositamente tenuti in serbo da Martino
per questo “gran finale”.
Pur appartenendo infatti a quella sezione del terzo libro senecano (ira
3.24-26) già ampiamente sfruttata da Martino nel capitolo quinto per la
minuziosa casistica relativa alla persona di chi ci reca offesa (supra, 189;
192 ss.), questi piccoli tasselli erano rimasti allora esclusi dalla sezione
profilattica dell’epitome, apparentemente senza una plausibile ragione (si
tratta, per di più, di passi facilmente reinterpretabili in senso cristiano): tale
esclusione risulta pienamente comprensibile qualora si ipotizzi appunto che
Martino li abbia voluti riservare alla parte finale del De ira.
Lo schema comparativo ci introdurrà come di consueto nel laboratorio
dell’epitomatore:
228 Martini Bracarensis De ira

MARTINO SENECA

§1
I Haec dicta sunt ne veniatur [quis] in iram. I ira 3.12.4: [...] atqui maximum remedium
Quod si iam ira proruperit, maximum illi irae dilatio est
remedium est morae dilatio. Hoc primum ira 2.29.1: Maximum remedium irae mora
petatur, non ut ignoscat sed ut iudicet. Si est. Hoc ab illa pete initio, non ut ignoscat
expectaveris desinit nec universam illam sed ut iudicet: graves habet impetus primos;1
temptaveris tollere, quia graves habet impetus desinet, si expectat. Nec universam illam
primos. Tota vincitur si partibus capiatur, temptaveris tollere: tota vincetur, dum
partibus carpitur

II donec quod ex eius imperio erat agendum II ira 3.32.2: Sine id tempus veniat quo ipsi
ipsi potius iubeamus. iubeamus: nunc ex imperio irae loquemur

III Agendum est ergo ut primus fervor eius III ira 3.12.4: [...] ut primus eius fervor
relanguescat et caligo quae premit mentem relanguescat et caligo quae premit mentem
aliquantulum tenuetur. aut residat aut minus densa sit

IV Pugnet autem unusquisque secum, ut si IV ira 3.13.1-3: Pugna tecum ipse: si <vis>
vincere iram non potest vel celare meminerit. vincere iram, non potest te illa. Incipis vincere,
2
Si exitus illi non datur, signa eius obrui si absconditur, si illi exitus non datur. Signa
possunt (sed cum magna hoc molestia fit: eius obruamus et illam quantum fieri potest
cupit enim exilire ira et incendere oculos occultam secretamque teneamus. Cum magna
faciemque mutare et si paululum illi extra nos id nostra molestia fiet (cupit enim exilire et
eminere licuerit, supra nos est) ut in imo incendere oculos et mutare faciem), sed si
pectoris recessu condatur feraturque, non eminere illi extra nos licuit, supra nos est. In
ferat. In contrarium ergo omnia eius imo pectoris secessu recondatur, feraturque,
flectantur indicia: vultus remittatur, vox non ferat. Immo in contrarium omnia eius
lenior gradusque sit lentior et ita paulatim indicia flectamus: vultus remittatur, vox lenior
cum exterioribus interiora formantur sicque sit, gradus lentior; paulatim cum exterioribus
fit ut etsi aliquis iram tuam intellegat tamen interiora formantur. In Socrate irae signum erat
sentiat nemo. vocem summittere, loqui parcius; apparebat
tunc illum sibi obstare. Deprendebatur itaque a
familiaribus et coarguebatur, nec erat illi
exprobatio latitantis irae ingrata. Quidni
gauderet quod iram suam multi intellegerent,
nemo sentiret?
(segue)

1
Reynolds 1988 accetta la dislocazione già proposta da Gertz 1874 e colloca graves habet
impetus primos dopo iudicet, contro la concorde tradizione manoscritta che lo situava inve-
ce dopo tollere: a sostegno di quest’ultima tuttavia ritengo decisivo il riscontro con il passo
corrispondente dell’epitome di Martino (Torre 2003, 125-126).
2
Come nel caso precedente, a favore del ristabilimento del testo tradito (Ramondetti
1999, 88: Pugna tecum ipse, si vincere iram non potes. Te illa incipit vincere, si abscon-
ditur, si illi exitus non datur) e contro la correzione di Gertz 1874, accolta da Reynolds
1988, il confronto con l’epitome si rivela a mio parere determinante (Torre 2003, 147-
149).
Commento 229

(segue)
230 Martini Bracarensis De ira

Nella strutturazione del percorso terapeutico Martino accosta anzitutto


due passi senecani in cui trovava esposto il medesimo concetto in una
formulazione quasi identica (vedi schema, I): ira 3.12.4 (maximum reme-
dium irae dilatio est) e ira 2.29.1 (maximum remedium irae mora est); la
prova che l’epitomatore li abbia entrambi presenti è costituita dal nesso
dilatio morae, scaturito dalla sovrapposizione dei due segmenti originali.
Questi due tasselli sono seguiti rispettivamente, a breve distanza, da
altri due passi che nel testo originale erano contigui: ira 2.28.8 (vedi
schema, V) nell’originale precede senza soluzione di continuità ira 2.29.1
(vedi schema, I); ira 3.13.1-3 (vedi schema, IV) è separato da ira 3.12.4
Commento 231

(vedi schema, I) soltanto da un exemplum storico (l’ira di Platone contro


lo schiavo) omesso come di consueto dall’epitomatore.
Questa duplice coppia di brani senecani (ira 3.12 + ira 3.13 e ira 2.28
+ ira 2.29) rappresenta quindi la struttura portante dell’intero capitolo
martiniano, che possiamo perciò configurare come segue, evidenziando i
principali nessi di raccordo tra i singoli segmenti epitomati:

ira 3.12-13 (vd. schema, I + III-IV) Æ (a) ira 3.32.2 (II)


(vd. schema, IX) Æ (b) ira 3.24-26 (X-XIV)
Ú
ira 2.28-29 (vedi schema, I + V) Æ (c) ira 2.34 (VI-VII)
Æ (d) ira 3.27 (VIII)

(a) L’inserimento di ira 3.32.2 (vedi schema, II) dipende dal fatto che
il suo contesto di appartenenza mostra evidenti analogie con l’exemplum
di Platone e lo schiavo, presente in ira 3.12: una corrispondenza, questa,
inequivocabilmente voluta da Seneca mediante espliciti richiami concet-
tuali e lessicali tra i due passi (servulum, verberare/verberibus, statim,
tempus, ipsi/ipse, irae/irasci, irascor, ex imperio/imperium, potestas/pote-
statem, potestate).
Così l’efficace antitesi tra potestas irae e potestas sui, stabilita da Se-
neca in ira 3.12, ma non immediatamente utilizzabile da Martino perché
non scindibile dall’aneddoto su Platone di cui faceva parte nel contesto
originale, è stata altresì recuperata dall’epitomatore mediante l’aggiunta
del segmento del capitolo trentaduesimo, in cui quella medesima antitesi
veniva effettivamente riproposta nell’ambito di una situazione esemplare
del tutto affine all’aneddoto precedente.
(b) Lo stesso exemplum avente per protagonista il sapiens Platone,
colto in flagranza di ira e tuttavia capace di correggersi, può aver inne-
scato anche il collegamento tra ira 3.12 (vedi schema, IX) e ira 3.24.4 +
3.25.5 (X-XI): dove, appunto, compare il forte ammonimento a conside-
rare che anche i sapientissimi e i prudentissimi viri sono soliti peccare.
A questi due passi Martino connette poi ira 3.26.2-4 (XIV), che già in
Seneca costituiva l’immediato sviluppo della riflessione intorno all’uni-
versale condizione di colpa del genere umano.
(c) Il collegamento tra ira 2.28.8 (vedi schema, V) e 2.34 (VI-VII)
dipende sicuramente dalla presenza in variatio del medesimo stilema (fa-
ciet nos moderatiores respectus nostri, si consuluerimus nos + interroga-
tiva diretta / faciet nos mitiores si cogitaverimus + interrogativa indiret-
232 Martini Bracarensis De ira

ta), con cui Seneca introduceva due aspetti strettamente correlati dello
iudicium da applicare contro l’ira (giudicare il prossimo, per esaltarne i
meriti; giudicare le nostre colpe, per scusare il prossimo).
(d) Infine il collegamento tra ira 2.34.4-5 (vedi schema, VII) e ira
3.27.1 (VIII), oltre a evidenti affinità tematiche (non ricambiare vizio
con vizio ma vincere il male con il bene), potrebbe essere stato più
puntualmente suggerito dalla menzione degli animali su cui si impernia
l’exemplum fictum del secondo passo (si quis mulam calcibus petat aut
canem a quo morsus est lancinet). Questo luogo mi pare infatti richiama-
re concettualmente e formalmente il paragone animale presente anche in
ira 2.34.1 (in un passo cioè contiguo a quelli epitomati da Martino) a
esemplificazione della sententia secondo cui è proprio di un uomo me-
schino attaccare a sua volta chi lo morde, a guisa di topi o formiche
(pusilli hominis et miseri est repetere mordentem: mures formicaeque si
manum admoveris ora convertunt).

8.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati

8.3.1. Alterazioni morfosintattiche


All’interno dei segmenti epitomati si registrano numerose alterazioni di
tipo morfosintattico (aggiunte, sostituzioni, eliminazioni) funzionali a co-
struire un testo continuo e coerente, a rendere più chiaro e scorrevole il
dettato senecano e a scandire con lucidità, nelle sue varie e complesse
articolazioni, la trattazione dell’iter terapeutico.
Come di consueto, esse evidenziano da parte di Martino un atteggia-
mento di tipo esegetico nell’interpretazione del testo senecano: ad esem-
pio, Martino trasforma una coordinata alla principale (et [...] pati nolu-
mus: vedi schema, IX) in una subordinata causale (quia [...] nolumus
pati) per spiegare con più chiarezza il meccanismo psicologico che porta
l’uomo a peccare di presunzione; analogamente, alla fine del capitolo
(vedi schema, XIV), mediante l’aggiunta di quia (non) istituisce un più
cogente rapporto di causa ed effetto tra due sententiae (nam non erit
quia non magis gravius adficitur) che nel testo senecano erano semplice-
mente coordinate da nec (tamen non erit […] nec quisquam gravis adfi-
citur).
L’aggiunta di quod si e la conseguente subordinazione della coordinata
senecana utrimque certaverit ira (vedi schema, VII) mi paiono configu-
rarsi nel loro insieme come un tipico intervento martiniano dettato dal-
Commento 233

l’esigenza di un’esposizione più fluida (anche a scapito della maggiore


pregnanza dell’originale) e non già, come sostenuto da qualche studioso,
la traccia di un’originale variante senecana (per ulteriori approfondimenti
rimando a Torre 2003, 137-138).
L’epitomatore ha inserito poi alcune congiunzioni: sed (vedi schema,
IV e VIII), autem (IV), etiam (vedi schema, VI: Martino intende marcare
il parallelismo sintattico e formale con il segmento precedente) e nume-
rosi avverbi: ergo (vedi schema, III, V, XIII), ita (V), saepe, postremo
(VII); paululum (vedi schema, IV: con questo inserimento Martino vuole
probabilmente distendere la sententia senecana, tutta giocata sulla secca
antinomia tra extra-supra, specificando che è sufficiente concedere «an-
che per poco» uno sfogo esterno all’ira perché questa abbia il sopravven-
to); aliquando (vedi schema, V: l’avverbio viene introdotto nell’interro-
gativa diretta in analogia con aliquando presente nell’interrogativa
indiretta del segmento successivo, in ragione del parallelismo formale e
concettuale che intercorre tra i due passi).
Vengono inseriti anche elementi logico-grammaticali utili alla migliore
comprensione del testo (sogg. ira: IV; sogg. viri: XI, in analogia con viri
del segmento precedente; illa, correlato a quae: V; ea, correlato a quae:
IX; compl. stato in luogo in aliis: V; prioribus, attributo di meritis: VI).
Notiamo quindi il rafforzamento del comparativo gravius tramite ma-
gis (vedi schema, XIV), secondo un uso pleonastico che si registra anche
altrove in Martino (cfr. iact. 2, p. 65, 20 Barl.: nihil magis delectabilius)
ed è comune al latino tardo (Löfstedt 1956, 1.202).
Le sostituzioni riguardano più frequentemente le forme verbali. Osser-
viamo ad esempio la riduzione all’indicativo presente di forme verbali
già al futuro o al congiuntivo, nel probabile intento di conferire all’am-
maestramento morale una forma più semplice ma anche più dogmatica
(in quanto priva di sfumature concessive, dubitative, esortative): vincitur
al posto di vincetur (I), fit per fiet (IV), irascitur per irascetur (VII),
videtur per videatur, est invece di sit (VIII); volumus invece di vellemus
(IX): in questo caso deve aver influito anche la ricerca dell’omoteleuto
con nolumus; habet al posto del cong. dubitativo habeat (XI).
Da segnalare poi che, dopo la congiunzione ipotetica si, troviamo quasi
sempre il congiuntivo della possibilità anche in presenza di un’originaria
protasi della realtà: Martino scrive ad esempio si paulum illi [= irae]
extra nos eminere licuerit, supra nos est (al posto di: si eminere illi extra
nos licuit, supra nos est; vedi schema, IV); o, ancora, si consulamus, si
cogitemus (al posto dei futuri anteriori si consuluerimus, si cogitaverimus:
234 Martini Bracarensis De ira

vedi schema, V-VI; e ancora si partibus capiatur, forse anche indotto da


esigenze ritmiche [si pártibus capiátur: c. velox]: vedi schema I); in base
a questa “regola”, dunque, possiamo intepretare si expectaveris (vedi
schema, I) come un congiuntivo perfetto, che rispetta puntigliosamente la
legge dell’anteriorità contro l’originale senecano (si expectat). Ciò accade
anche in un altro segmento martiniano (vedi schema, VII): cum volueris
reverti non poteris, al posto dell’originale senecano non poteris revelli,
cum voles.
Per evitare il coinvolgimento di chi ammaestra sullo stesso piano di
chi è ammaestrato Martino preferisce adottare il soggetto neutro in terza
plurale al posto della prima persona plurale usata da Seneca (signa eius
obrui possunt [...] eius flectantur indicia al posto di obruamus [...] flecta-
mus: vedi schema, IV); o, ancora, la terza persona impersonale al posto
della seconda singolare (petatur invece di pete: I; pugnet [...] unusqui-
sque secum al posto di pugna tecum ipse: IV).
Contrasta solo apparentemente con questo atteggiamento distaccato
l’adozione, in un caso, della seconda singolare al posto della terza perso-
na (vedi schema, I): in Martino leggiamo si expectaveris, [scil. ira] desi-
nit, mentre in Seneca il soggetto di entrambi i verbi è l’ira ([scil. ira]
desinet si expectat). Tale sostituzione, però, dipende plausibilmente dalla
volontà di evitare la personificazione dell’ira, che nel passo senecano è
suggerita dall’attribuzione del verbo expectare alla passione stessa ma
che, in questo caso, non aiuta la comprensione del concetto.
Si osserva inoltre la sostituzione del perfetto con l’indicativo presen-
te (obicit al posto di obiecit: XIV; Martino pare qui preferire il dicre-
tico singulis obicit -v--v§ alla preesistente clausola tritrocaica: cfr. Lo-
petegui 1992b, 142); lo scambio tra verbo semplice e verbo composto
(condatur per recondatur: IV; petat al posto di repetat: VIII; viceversa,
commutare al posto di mutare può dipendere da esigenze ritmiche [VII:
amicítia commutáre, c. velox; cfr. Lopetegui 1992b, 142]) o tra com-
posti diversi del medesimo verbo (incurrat per occurrat: XIII; de-
prehenditur al posto di reprenditur: XIV); la scelta del singolare (e del
cursus dispondaicus: cfr. Lopetegui 1992b, 142) nel poliptoto vitium
vítio oppónit (al posto del plurale senecano vitia vitiis opponere: VIII);
la trasformazione di un indicativo futuro in un congiuntivo esortativo
quasi a richiamare più energicamente il discepolo allo sforzo di auto-
controllo dell’ira: redimatur al posto di redimetur (vedi schema, VI;
notiamo qui la contestuale trasformazione di una preesistente clausola
metrico-quantitativa di tipo I, cioè meritis of]fensa redimetur -vvv-§,
Commento 235

nella sequenza accentuativa méritis redimátur [c. velox]; cfr. Lopetegui


1992b, 140).
Si segnalano alcune lievi modifiche nella scelta degli avverbi o di
espressioni avverbiali (ergo al posto di immo: IV; nam al posto di enim:
VII; ergo al posto di sic: XIII) e uno scambio di pronome dimostrativo
(hoc invece di id: IV).
Quanto alla presenza di alterutra al posto di altera (VII), non credo
che la variante martiniana nasconda traccia dell’originale lezione seneca-
na (in questo luogo il testo del codice Ambrosiano dei Dialogi presenta
una rasura di sei lettere dopo altera), ma ritengo che sia frutto dell’inter-
vento dell’epitomatore, vuoi per rimarcare il concetto della biunivocità
dell’ira, vuoi per ovviare a una difficoltà di tipo linguistico legata al
sensibile slittamento semantico di alter registrabile nel latino tardo, dove
appunto esso tende a confondersi con alius senza più riferimento ai mem-
bri di una coppia o agli elementi di un paio (per maggiori approfondi-
menti rimando a Torre 2003, 136).
Tratti di attualizzazione linguistica si possono ravvisare in alcune spe-
cifiche costruzioni sintattiche (Alberto 1993, 107; 177), come la proposi-
zione dichiarativa all’indicativo introdotta da quia (memento quia sapien-
tissimi [...] delinquunt: X) al posto dell’infinitiva presente in Seneca; e la
proposizione concessiva introdotta da etsi ed espressa al congiuntivo an-
ziché all’indicativo, (etsi aliquis iram tuam intellegat: IV); analoga spie-
gazione (Alberto 1993, 177-178) può valere per l’uso avversativo di nam
(al posto del senecano tamen: XIV).
In alcuni punti Martino tende a semplificare la struttura sintattica sene-
cana all’insegna di una maggiore sobrietà stilistica: ad esempio, sostitui-
sce un’interrogativa diretta retorica con una negativa (vedi schema, VII:
Nihil gloriosius quam iram amicitia conmutare; invece di: quid est glo-
riosius quam iram amicitia mutare?); evita la prolessi della proposizione
relativa (vedi schema, VIII: si hoc simile habet quod omni peccato muta
defendit; al posto di: si hoc quod in omni peccato muta defendit simile
habet); semplifica un’interrogativa indiretta trasformandola in una più
semplice proposizione relativa (quod fecerit invece di quid fecerit: XIII).
Altrove, Martino sceglie piuttosto di ampliare il periodare senecano
ritenuto eccessivamente brachilogico. Così, al posto di due infiniti ogget-
tivi in dipendenza da fert (XIII: fert ab aliquo laedi, ab aliquo contem-
ni), preferisce un’infinitiva di cui esplicita il pronome soggetto accusati-
vo (fert se contemni): con questo intende probabilmente ovviare alla
difficoltà rappresentata dal fatto che, nel testo di Seneca, il soggetto del
236 Martini Bracarensis De ira

verbo reggente (fert) andrebbe ricavato logicamente dal dativo cuicumque


della proposizione successiva (fert ab aliquo laedi, ab aliquo contemni
cuicumque venit in mentem).
Infine, Martino tralascia alcuni elementi già presenti nel testo seneca-
no: ad esempio, nella sententia senecana eodem loco tibi sit quisquis
consilio caret vengono eliminati sia il pronome personale che il congiun-
tivo esortativo (vedi schema, VIIII: eodem loco est quisquis consilio ca-
ret) in linea con l’atteggiamento maggiormente distaccato nei confronti
del lettore.
Poco oltre nello stesso segmento testuale (vedi schema, VIII) Martino
elimina caliginem mentis, privando perciò il pronome neutro hoc della
sua funzione prolettica ma ottenendo nel contempo un pregevole effetto
di densità concettuale: ciò che accomuna l’uomo stolto alla bestia e che
costituisce per entrambi un’attenuante alla loro cieca aggressività (hoc
simile habet, quod omni peccato muta defendit) risulta in tal modo com-
piutamente espresso in quello che Martino ha detto subito prima (peccare
se nesciunt e consilio caret) e non ha bisogno di essere ulteriormente
specificato.
Il colon senecano ab aliquo laedi (XIII) è stato eliminato probabil-
mente perché ritenuto pleonastico rispetto al successivo ab aliquo con-
temni (ma non lo è invece in Seneca: cfr. Ramondetti 1999, 424 nota 1 a
ira 3.25.1).

8.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico


Prendiamo ora in considerazione alcuni interventi dell’epitomatore che
denotano una certa disinvoltura nel rimaneggiare o abbreviare il testo
senecano.
La riscrittura di ira 3.32.2 (vedi schema, II) è stata dettata probabil-
mente da motivazioni stilistiche. Il periodare senecano, formato da una
principale all’imperativo seguita da una completiva che, a sua volta, reg-
ge una relativa, e da una seconda principale, coordinata per asindeto a
ciò che la precede, risulta assai fratto ed è inoltre giocato su un’antitesi
temporale (id tempus [...] quo ipsi iubeamus vs. nunc ex imperio irae
loquemur). In Martino, viceversa, il passo viene non solo abbreviato ma
reso più fluido e coerente grazie all’adozione del pronome relativo
neutro, che funge da soggetto della subordinata (in prolessi) e da com-
plemento oggetto della reggente (quod ex eius imperio erat agendum,
ipsi potius iubeamus); l’elemento temporale, che costituiva il fulcro
Commento 237

contenutistico e sintattico del periodo originale, viene scioltamente ridot-


to alla sola congiunzione donec (che corrisponde appunto a sine id tem-
pus veniat quo) con funzione di raccordo dell’intero segmento a quello
immediatamente precedente (vedi schema, I: tota vincitur si partibus ca-
piatur, donec [...] iubeamus).
Degna di nota è poi la rielaborazione di ira 3.12.4 (vedi schema, III):
riducendo la disgiuntiva senecana (aut residat aut minus densa sit) al
solo verbo tenuetur Martino abbrevia l’originale ma nel contempo con-
serva intatta la metafora della caligo, rispetto alla quale la nuova scelta
lessicale risulta del tutto pertinente (cfr. ad esempio Sen. nat. 5.3.3: eve-
nit ut sol matutinum aera spissum et umidum ortu suo tenuet).
Molto efficace è anche l’abbreviazione dell’exemplum Socratis racconta-
to da Seneca in ira 3.13.3 (vedi schema, IV): pur eliminando ogni riferi-
mento a fatti e persone e limitando l’argomentazione al piano generale,
Martino non rinuncia tuttavia alla sententia conclusiva, abdicando perfino
all’atteggiamento distaccato che solitamente caratterizza la sua esposizione
e rivolgendosi direttamente al proprio interlocutore (Sicque fit ut etsi ali-
quis iram tuam intellegat, tamen sentiat nemo; in Seneca si legge: Quidni
gauderet quod iram suam multi intellegerent, nemo sentiret?).
Possiamo inoltre ricordare alcuni interventi più puntuali, tesi ad accen-
tuare certe sfumature dell’argomentare senecano: ad esempio, in ira 2.28.8
(vedi schema, V) e ira 3.27.1 (VIII) egli rimarca il concetto della biuni-
vocità dell’iniuria (e del suo opposto, cioè il perdono) aggiungendo cola
complementari (V: quae effugere ipsi nequivimus; VIII: qui irascitur iniu-
ranti se). Altre aggiunte svolgono poi il ruolo di precisi richiami testuali
tra questa sezione terapeutica, da un lato, e la divisio esposta nel capitolo
quarto e la sezione profilattica dall’altro (vedi schema, I: haec dicta sunt
ne veniatur in iram. Quod si iam ira proruperit [...]; cfr. ira 4.1.2: Pri-
mum est ergo ne incidamus in iram. Quod si acciderit [...]; vedi schema,
III: Agendum est ergo ut primus fervor eius relanguescat; cfr. ira 5.1.1:
contra primas ergo causas irae pugnandum est).
Infine, per quanto riguarda la significativa rielaborazione che Martino
ha operato sull’incipit di ira 3.13 (vedi schema, IV), ho già discusso in
altra sede (Torre 2003, 147-149) in quale misura la testimonianza del-
l’epitome possa difendere il testo tradito senecano, già ritenuto corrotto
dalla maggior parte degli interpreti; qui mi limito a sintetizzare le con-
clusioni di quella discussione. Martino plausibilmente leggeva l’incipit di
ira 3.13 nella forma in cui lo riporta il ramo g dei recentiores (Pugna
tecum ipse, si vincere iram non potes. Te illa incipit vincere si absconditur)
238 Martini Bracarensis De ira

e che è presente anche nel codice Ambrosiano dei Dialogi, dove però
risulta frutto di correzione successiva; optò tuttavia, come di consueto,
per la terza persona singolare al posto della seconda adottata da Seneca e
semplificò il testo, eliminando la proposizione te illa incipit vincere che,
dal punto di vista concettuale, doveva sembragli un doppione della pre-
cedente (la constatazione che l’ira ha cominciato a vincere) e presentan-
do immediatamente la strategia vincente (seppellire con ogni mezzo i
signa irae).
Tra le numerose, talora minime alterazioni nell’ordine delle parole det-
tate dalla ricerca del cursus vogliamo perlomeno ricordare le seguenti
(cfr. Lopetegui 1992b, 142): revérti non póteris [vedi schema, VII: c. tar-
dus], nólumus páti [IX: c. planus], vívimus inter málos [XIV: c. velox],
fécerit útiles [VI: c. tardus].

8.3.3. Alterazioni lessicali


Tra le forme verbali aggiunte da Martino ricordiamo iniur(i)or (VIII:
iniuranti) e lancino (VIII: lancinet): il primo, piuttosto raro, è specifico
del latino biblico, dove corrisponde a verbi quali uJbræzw (e composti),
ajdikevw, ajtimavzw e compare sporadicamente anche in Agostino, Cassiodo-
ro, Gregorio di Tours, Gregorio Magno (ThlL 7/1.1681.31 ss.); il secon-
do, viceversa, è un verbo molto usato anche da Seneca (cfr. tra gli altri
ira 3.19.5; 3.40.4).
La sostituzione di fortior al posto di melior (VII) intende forse correg-
gere il testo senecano nel senso di una maggiore coerenza metaforica
rispetto all’immagine del gladiatore ivi impiegata («è più forte colui che
per primo ha ritratto il piede»).
Per motivi analoghi, uniti alla consueta esigenza di sobrietà e di chia-
rezza, l’epitomatore avrà preferito reverti invece di revelli (VII): il primo
verbo infatti conclude l’immagine della lotta gladiatoria limitandosi a ri-
proporre la mossa già descritta (ritrarre strategicamente il piede); vicever-
sa, il verbo usato da Seneca (revelli) sovrappone alla precedente una
nuova e più cruenta immagine, sviluppata nel seguito del passo che però
non viene epitomato da Martino, e riferita al gladiatore che, avendo af-
fondato troppo l’arma nel corpo dell’avversario, non riesce più a ritrarne
la mano (cfr. ira 2.34.6: Numquid velit quisquam tam graviter hostem
ferire ut relinquat manum in vulnere et se ab ictum revocare non possit):
un “crescendo” che Martino avrà plausibilmente giudicato eccessivo,
oltre che poco perspicuo nel nuovo contesto.
Commento 239

Altre sostituzioni sembrano avere una puntuale funzione esegetica


nei confronti del testo senecano. Così, admittat al posto di incidat (XII)
pare ribadire che il timidus, nonostante la prudenza dettata dal suo
carattere pavido, possa ugualmente ‘compiere’ gravi iniuriae e non
semplicemente ‘incappare’ in esse (per l’uso di admitto nel senso di
‘commettere’, ‘perpetrare’, cfr. anche superb. 7, p. 72, 87-88 Barl.: cetera
enim vitia, vel in eos ipsos qui illa perpetraverint retorquentur vel in
alios homines videntur admitti); in questa sostituzione può aver gio-
cato anche la preferenza di Martino per una clausola canonica come il
cretico-trocheo (dum] vitat admittat -v--§) al posto di quella meno
comune usata da Seneca (dum] vitat incidat -v-v§; cfr. Lopetegui
1992b, 143).
Per quanto riguarda le tre alterazioni lessicali che destano più di un
interrogativo in relazione alla critica testuale del De ira di Seneca (I: ca-
piatur per carpitur; IV: recessu per secessu; XIV: addicitur per adficitur),
le ho già discusse in altre sedi (rispettivamente, Torre 2003, 128; Torre
2003, 149-151; Torre 2008, 3-6), cui rimando per gli opportuni approfon-
dimenti; mi limito ora a sintetizzare i risultati là esposti.
Nel caso di capiatur al posto di carpitur (vedi schema, IV) non si può
escludere a priori la volontà da parte dell’epitomatore di sostituire all’im-
magine senecana ivi adombrata (lo ‘smembramento pezzo per pezzo’ del-
l’ira) una metafora meno insolita attinta dal linguaggio militare (l’ira
come una roccaforte nemica da ‘espugnare pezzo per pezzo’); ma è forse
più prudente pensare che nel testo di Seneca consultato da Martino figu-
rasse già la lectio facilior (capitur).
Recessu (vedi schema, IV: in imo recessu pectoris) è probabilmente
un’alterazione lessicale dipendente dall’uso linguistico tardoantico, in cui
questo termine pare specializzarsi appunto come lessema dell’introspezio-
ne (a fronte di una deriva semantica di secessus in accezioni che, a
differenza di quanto accadeva in Seneca, non hanno più rapporti con il
linguaggio dell’interiorità).
Infine, per quanto riguarda addicitur (vd. schema, XIV: non magis
gravius addicitur quam qui ad supplicium paenitentiae datur) credo che
si tratti di un’ottima variante conservata esclusivamente da Martino, a
fronte della facilior (adficitur) restituita dalla tradizione diretta senecana.
Per consideratio al posto di dispectus (XIII): supra, 145; datur al po-
sto di traditur (XIV) riflette la preferenza martiniana per il cursus planus
(paeniténtiae dátur) che qui sostituisce una clausola seconda o dicretico
(paeni]téntiae traditur -v--v§).
240 Martini Bracarensis De ira

9. Capitolo IX

9.1. Note filologiche al testo

Mart. ira 9.1.6


recentem magis vim incitat conmovendo
recentem scripsi recente á Tam. Fl. Alb. rigentem Raym. Barl. Kurf. Vians. | magis
vim á Barl. Vians. Alb. magis vi M1marg. (dubitanter) vi magis Tam. Fl. | conmovendo
Raym. Font. Kurf. Vians. Alb. conmovenda á Tam. Fl. Barl.

Gli interpreti hanno proposto soluzioni via via più complesse per risol-
vere l’evidente corruttela presente nel testo di tutti e tre i codici (recente
magis vim incitat commovenda): se il glossatore di M1 e i primi editori
si limitarono a correggere vim in vi (e a ristabilire la concordanza, in
ablativo, con recente), Rayment invece, seguito da Barlow, Fontán e Vian-
sino, scelse di mantenere l’accusativo vim e di emendare recente in ri-
gentem, desumendo questo participio direttamente da Seneca (ira 3.39.2:
nec oculos tumentes temptamus vim rigentem movendo incitaturi); sem-
pre in base al modello senecano Rayment emendò commovenda in com-
movendo: pur rifiutata da Barlow, quest’ultima emendazione ebbe ugual-
mente fortuna e fu accolta da Fontán, Kurfess, Viansino e, infine, da
Alberto; questi tuttavia, ristabilendo sia recente sia vim del testo mano-
scritto, si è distinto per una scelta nettamente conservativa e, a mio pare-
re, poco perspicua (conmovendo, unito a recente, viene da lui inteso in
senso sostantivato e tradotto, assai discutibilmente, come «em padeci-
mento recente», cioè «in un dolore recente»).
Personalmente ritengo indispensabili almeno due interventi sul passo
martiniano, in parte già proposti dagli interpreti: emendare commovenda
in conmovendo per le stesse, valide ragioni addotte da Rayment (1946,
354: «it is apparent at a glance... that commovendo was then altered to
commovenda in an effort to provide the missing object of incitat»); e
ristabilire la concordanza, in accusativo, tra recentem e vim (la perdita
della desinenza -m dell’aggettivo può essersi determinata per la vicinanza
con magis).
Per cominciare, l’espressione recentem vim risulta perfettamente per-
spicua nel contesto dell’epitome, in sé considerato (Martino cioè mette-
rebbe in guardia dal rischio di irritare maggiormente gli occhi applicando
il collirio quando l’ascesso è ancora ‘fresco’ cioè immaturo, al primo
stadio dell’infiammazione); ma soprattutto, in relazione al modello sene-
Commento 241

cano, recens potrebbe ragionevolmente annoverarsi nell’ambito della più


generale ristrutturazione frastica operata dall’epitomatore; e, più specifi-
camente, potrebbe considerarsi una sorta di glossa al participio aggettiva-
to rigens, che, in iunctura con vis non sarebbe stato immediatamente
perspicuo: invece del riferimento alla «forza irrigidita dalla tensione (del
gonfiore)» (così traduce Ramondetti 1999, 451; Viansino 1988, 309: «la
forza che li [= gli occhi] rende irrigiditi»; Rosenbach 1989, 303: «die
Starrheit») Martino avrebbe preferito parlare più semplicemente della «vi-
rulenza ancora fresca» dell’infiammazione. Infine, recens potrebbe con-
servare un riflesso della sententia senecana, non epitomata da Martino
ma immediatamente contigua al nostro passo, secondo cui le fasi iniziali
di una malattia andrebbero curate soltanto con il riposo (ira 3.39.2: initia
morborum quies curat).
Quanto si è fin qui osservato vale dunque a ristabilire recentem nel testo
martiniano. È tuttavia possibile allargare la prospettiva alla critica testuale
senecana e ipotizzare che tale lezione sia un’antica variante, presente nel
testo del De ira di Seneca fruito da Martino, e concorrenziale rispetto a
rigentem (che è unanimemente attestato nella tradizione diretta).
Nel linguaggio tecnico della medicina, con cui Seneca ebbe buona fami-
liarità (indicazioni bibliografiche in Ramondetti 1999, 130 nota 8) e al
quale attinge anche nel passo in esame, il participio aggettivato rigens e,
in genere, le forme di rigeo e di rigesco non hanno una specifica cittadi-
nanza (soltanto il termine rigor, in unione con nervorum, vi acquista una
valenza tecnica, a indicare il tetano: Langslow 2000, 386-387). Recens,
viceversa, vi ricorre assai frequentemente a denotare lo stadio iniziale e
immaturo di una malattia, ed è adoperato con particolare insistenza nel-
l’ambito della trattazione delle infezioni oculari: limitandoci a due autori
cronologicamente vicini a Seneca, possiamo citare un passo in cui Celso, a
proposito della cosiddetta unguis (in greco ptevrguon), definita membranu-
cula nervosa oriens ab angulo oculorum, afferma che essa può essere cu-
rata facilmente nella sua fase iniziale con semplici colliri lenitivi, mentre,
una volta ispessitasi e induritasi, va trattata chirurgicamente (Cels. 7.7.4:
hunc recentem non difficile est discutere medicamentis quibus cicatrices in
oculis extenuantur: si inveteravit iamque ei crassitudo quoque accessit,
excidi debet); la stessa alternativa terapeutica viene indicata per la suffusio
o cataratta (Cels. 7.7.13: cum recens incidit, medicamentis quoque saepe
discutitur; sed ubi vetustior facta est, manus curationem desiderat).
Anche Scribonio, nelle sue Compositiones, consiglia ripetutamente il
ricorso al collirio nel caso di irritazioni o gonfiori delle palpebre allo
242 Martini Bracarensis De ira

stadio iniziale (Scrib. Larg. 6.29: collyrium [...] ad carbunculos, pustulas,


aspritudinem palpebrarum recentem; Scrib. Larg. 21.21.27: compositorum
collyriorum hoc maxime probo ad recentes epiphoras et conturbationes
oculorum tumoresque et dolores; Scrib. Larg. 26.24.8: ad pustulas papu-
lasque et suppurationes oculorum facit et ad cicatrices non veteres et ad
palpebrarum recentem [...] aspritudinem).
Proprio la valenza tecnica che tale aggettivo sembra aver posseduto nel
linguaggio medico aumenta sensibilmente la probabilità che la lezione re-
centem vim sia una variante del testo senecano, preesistente a Martino e
non un’alterazione lessicale riconducibile a ragioni interne all’epitome.
A riprova della sua indipendenza si può addurre anche il fatto che i
due interventi sicuramente ascrivibili all’epitomatore nel medesimo passo,
cioè l’aggiunta del verbo inungere e l’uso di tempto come semplice fra-
seologico (infra, 249), risultano poco opportuni in relazione a recens,
almeno sotto un profilo semantico: Martino finisce di fatto per contrav-
venire apertamente alle prescrizioni mediche, sopra citate, secondo cui
l’unzione terapeutica è invece l’unico intervento corretto nella fase ini-
ziale di un ascesso oculare (viceversa, anche accettando la lezione recen-
tem, la contraddizione non sussiste nel testo senecano, che vieterebbe,
più genericamente, un trattamento di tipo invasivo).
Escluderei insomma che Martino, nel momento in cui scelse di ampli-
ficare e valorizzare l’immagine medica reperita in Seneca (vedi infra,
249-250), abbia operato di sua iniziativa la sostituzione di rigentem con
recentem la cui valenza tecnica finiva per stridere, almeno sotto il profilo
concettuale, con quella stessa immagine; viceversa, credo che l’epitoma-
tore abbia tratto la lezione recentem vim dalla sua copia senecana e l’ab-
bia riprodotta pari pari, senza accorgersi che essa possedeva un’accezio-
ne non più pertinente nel nuovo contesto.
Pur ribadendo l’antichità e il valore della lezione conservata dall’epito-
me, non credo tuttavia che, in relazione al testo di Seneca, essa sia da
preferire alla lezione concorrente (rigentem): quest’ultima infatti, unanime-
mente attestata dalla tradizione diretta del De ira, è sostenuta anche da un
riscontro inoppugnabile. Nell’Edipo senecano, descrivendo i sintomi della
peste tebana, il coro elenca dapprima l’infiammazione del volto, che pro-
voca gonfiore alle guance per l’eccessivo afflusso di sangue e, subito dopo,
l’irrigidimento degli occhi, che sembrerebbe perciò dipendere dalla medesi-
ma infiammazione (Oed. 185 ss.: tum vapor ipsam corporis arcem flam-
meus urit / multoque genas sanguine tendit / oculi rigent); analogamente,
in ira 3.39.2 il riferimento sarebbe a un tipo di infiammazione che causa
Commento 243

un irrigidimento oculare, e pertanto la lezione vim rigentem si configure-


rebbe come difficilior rispetto a recentem vim ricavabile dall’epitome.

Mart. ira 9.1.16-17


quaedam non nisi decepta sanabuntur
sanabuntur T M2 sanabitur E M1, sanantur M1marg. M2marg. (dubitanter) edd.

Non possiamo escludere che il singolare sanabitur, presente in E e nella


prima copia del codice madrileno, derivi da un lapsus dell’epitomatore:
Martino avrebbe avuto ancora in mente un soggetto singolare femminile
(quaedam), riferito alla protagonista (filia regis) dell’exemplum senecano,
che egli ha appena rielaborato pur senza esplicitamente nominarla (infra,
247). Tuttavia, in mancanza di riscontri certi, è preferibile considerarlo un
fraintendimento del copista dovuto a un errato scioglimento di abbrevia-
zione in desinenza; e, di conseguenza, correggerlo nel corrispondente indi-
cativo futuro alla terza persona plurale (sanabuntur): tale lezione, attestata
nel codice T e nella seconda copia del codice madrileno, pare infatti più
coerente dell’indicativo presente (sanantur), già proposto dai correttori di
M e accettato da tutti gli editori in base al meccanico riscontro con il
passo parallelo di Seneca.

9.2. Significato e struttura


Alla terapia dell’ira altrui, corrispondente al terzo punto della divisio
esposta in ira 3.5.2, Seneca dedicava una sezione ben precisa alla fine del
terzo libro (corrispondente ai capitoli 39 e 40): da qui, com’è logico, Mar-
tino attinge tutti i materiali necessari allo svolgimento di questo locus.

(segue)
244 Martini Bracarensis De ira

Proprio perché ricalcato su sezione del testo senecano piuttosto limita-


ta e in sé compiuta e congruente, l’impianto strutturale del capitolo appa-
re più semplice e quasi meccanicamente determinato, soprattutto se mes-
so a confronto con le più complesse costruzioni musive precedentemente
architettate da Martino.
Tale linearità compositiva tuttavia non deriva dal mero accorciamento
dei due capitoli (39 e 40) del terzo libro del De ira, ma scaturisce da
una lucida comprensione delle dinamiche strutturali ivi sottese.
Commento 245

Il capitolo si apre infatti con la raccomandazione di non tentare un


approccio razionale nei confronti di chi è in preda ai primi attacchi della
passione, sordi e furiosi, ma di aspettare che sia trascorsa la fase acuta;
viene quindi introdotto il paragone con i remedia medicorum, corredato
dall’esempio, ancora più specifico, della terapia dell’ascesso oculare (vedi
schema, I).
Dopo questa introduzione a carattere generale, che coincide con l’inci-
pit di ira 3.39, Martino segue ancora il suo modello, esponendo il meto-
do terapeutico da adottare contro i primi accessi di ira: se però in Seneca
il metodo si articolava in tre tecniche fondamentali (Malchow 1986, 595-
597), cioè la simulatio (Sen. ira 3.39.3: da ipsum quoque impetum a
differet), l’induzione di adfectus, quali il metus o il pudor, che possano
contrastare l’ira (Sen. ira 3.39.4: da omni arte a metum) e, infine, l’avo-
catio o distrazione (Sen. ira 3.39.4: da si infirmior a avocabit) dell’in-
dividuo in preda all’ira, dal canto suo Martino si limita ai primi due
remedia (simulatio e induzione di adfectus). Tuttavia, pur tacendo il terzo
remedium, egli lo recupera sotto forma, per così dire, di indicazione ope-
rativa per il suo stesso argomentare: come se raccogliesse l’invito sene-
cano ad avviare discorsi capaci di distrarre l’irato dal primo attacco vio-
lento della passione, Martino anticipa infatti, a questo punto del capitolo
(vedi schema, II), quella serie di allocuzioni in discorso diretto che nel-
l’originale senecano ritrovava invece più oltre (in ira 3.40.1: da alteri
dices a pro mora reddes) e che, contrariamente alle moderne interpreta-
zioni testuali del dialogo senecano, egli leggeva probabilmente in triplice
forma (per la discussione al proposito rimando a Torre 2003, 160-163).
Nella lucida ristrutturazione martiniana queste allocuzioni svolgono il
ruolo di esemplificare i due remedia sopra esposti, la simulatio (prima
allocuzione: da indignor a pro mora reddes) e l’induzione di due adfec-
tus contrastanti l’ira, rispettivamente il pudor (seconda allocuzione: vide
ne iracundia tua voluptati sit inimicis) e il metus (terza allocuzione: da
vide ne magnitudo a decidat robur); nel testo di Seneca, viceversa,
l’esemplificazione non è così lucidamente scandita per ciascuno dei re-
media precedentemente enunciati e le allocuzioni all’irato possono consi-
derarsi come esempi di applicazione di tutte e tre le tecniche (simulatio,
induzione di adfectus contrari all’ira, avocatio).
A conclusione del capitolo, Martino ripete l’esortazione a non aggredi-
re l’ira nei suoi primi accessi e, viceversa, a ingannarla: con perfetta
Ringkomposition ricorre quindi nuovamente al paragone con la medicina
(vedi schema, III), desunto nel caso specifico dall’exemplum senecano
246 Martini Bracarensis De ira

del medico e della figlia del re, che però nel nuovo contesto risulta
dislocato rispetto alla sede originale (in Seneca tale exemplum precedeva
la serie delle allocuzioni) e privato di ogni riferimento a fatti o persone
reali (infra, 247).
La sententia conclusiva (vedi schema, IV) ribadisce ancora una volta
il Leitmotiv del capitolo, affermando che castigare chi è in preda all’ira
non è soltanto inutile ma finanche controproducente, in quanto si rischia
di fomentarne la passione e di adirarsi a proprio turno; per ragioni di
opportunità, tuttavia, Martino omette la parte finale di ira 3.40, dove
Seneca illustrava proprio l’eccezione alla regola appena esposta mediante
l’exemplum di Augusto che, forte della sua somma autorità, castigò a
ragione l’ira di Vedio Pollione contro uno schiavo (ira 3.40.2 nisi forte
tanta persona eris ut possis iram comminuere, quemadmodum fecit divus
Augustus).

9.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati

9.3.1. Alterazioni morfosintattiche


Al fine di rendere più chiara e lineare l’esposizione Martino aggiunge
due frasi all’inizio e alla fine del capitolo, rispettivamente come raccordo
al capitolo precedente e come conclusione del trattato (Nunc iam tertio
loco videamus: vedi schema, I; Itaque vario modo ira sananda est: vedi
schema, IV), inserisce all’uopo congiunzioni (enim, quod si, et: I; nam:
I, III) e avverbi (ergo, occultius, interim: I) ed esplicita in due casi il
soggetto (sapiens: I; ipseque: I), in un caso il complemento di specifica-
zione (alterius: I), in un altro, infine, l’aggettivo possessivo (nostra: I).
Se si eccettua la rielaborazione dell’exemplum del medico e della
figlia del re, di cui diremo (infra, 247), l’unica eliminazione concerne il
riferimento al destinatario del dialogo senecano, Lucio Anneo Novato.
La maggior parte delle sostituzioni investe, come al solito, le forme
verbali. Si registra il consueto scambio tra verbo semplice e verbo com-
posto: decidat al posto di cadat (vedi schema, II: lo scambio investe
anche il piano ritmico, con il passaggio dal dicretico senecano ple]rosque
robur cadat -v--v§ al cretico-trocheo plerosque]decidat robur -v--§: cfr.
Lopetegui 1992b, 142); irasci invece di obirasci (IV); e si osservano
alcuni mutamenti di persona (temptet al posto di temptamus, es invece di
erit, resistis al posto di resistat: vedi schema, I; per gli ultimi due casi:
infra, 248) e di tempo (ancora es al posto di erit: I; poteris invece di
Commento 247

potueris: II). La frequenza e il numero delle alterazioni verbali nell’epi-


tome è tale da conferire al fenomeno, qui come altrove, un carattere
quasi automatico e meccanico; e tuttavia, in qualche caso specifico, si
può anche tentare una spiegazione più puntuale.
Così ad esempio, nella coppia quaeret/differt (futuro/presente: vedi
schema, I), l’inversione di tempi verbali rispetto al testo senecano (che
ha quaerit/differet, cioè presente/futuro) può giustificarsi nel modo se-
guente: da un lato, l’uso più libero di dum, che Martino condivide con
gli autori tardi, gli ha permesso di adeguare naturalmente il verbo della
subordinata (quaeret) al tempo della proposizione precedente (nectet);
dall’altro l’influenza dell’aggettivo praesentem e l’intero contesto del pas-
so può aver richiesto il presente indicativo nella seconda proposizione
principale (differt) proprio per sottolineare l’efficacia istantanea del reme-
dium irae che Martino sta illustrando (cfr. anche Torre 2003, 159-160).
Notiamo infine la costruzione del verbo servare seguito dall’ablativo
semplice (strumentale) al posto del complemento di stato in luogo figura-
to (serva istud animo tuo invece di serva istud in animo tuo: II) e una
più banale sostituzione (autem al posto di vero: IV).

9.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico


Nell’ultimo capitolo dell’epitome Martino dà prova di alcune ristruttu-
razioni frastiche, tanto abili quanto sottili.
Già Alberto 1993, 99 notava la suggestiva rielaborazione dell’exem-
plum del medico, che riuscì a curare la figlia del re, affetta da un asces-
so alla mammella, nascondendole opportunamente il ferro chirurgico (vedi
schema, III). Drasticamente scorciato e privato della veste aneddotica,
tale exemplum assurge in Martino a paradigma del comportamento più
opportuno da assumere nei confronti di colui che rifiuta irrazionalmente
di farsi curare (da una malattia o da una passione dell’animo) perché
ostile allo stesso remedium.
Ma non è questo l’unico exemplum “riassorbito” da Martino nel nuovo
tessuto testuale: a mio parere, anche l’episodio di Augusto e Vedio Pol-
lione, diffusamente narrato da Seneca nel seguito del capitolo 40, ha
lasciato tracce sensibili nell’epitome.
Nel contesto originale tale exemplum era destinato a illustrare l’ecce-
zione alla regola – ossia l’opportunità, riservata a persone straordinaria-
mente autorevoli, di castigare l’irato allo scopo di frenarne un furore che
sia, però, altrettanto straordinario (3.40.2: nisi forte tanta persona eris ut
248 Martini Bracarensis De ira

possis iram comminuere, ut fecit divus Augustus, cum cenaret apud Ve-
dium Pollionem; 3.40.5: Sic cui tantum potentiae est ut iram ex superiore
loco adgredi possit, male tractet, at talem dumtaxat qualem modo rettuli,
feram immanem sanguinariam, quae iam insanabilis est nisi maius ali-
quid extimuit).
In Martino la suggestione di questo esempio si riverbera all’interno di
un segmento testuale tratto, viceversa, dal capitolo 39 (vedi schema, I) e
riguardante l’ordinario comportamento da assumere nei confronti dei pri-
mi scoppi dell’ira altrui.
Anzitutto, ne avvertiamo un’eco nell’espressione furenti amico che
esplicita il destinatario dell’azione del sapiens, volta a rimuovere tutti gli
strumenti della vendetta (vedi schema, I: Sapiens furenti amico omnia
ultionis instrumenta occultius removebit ipseque iracundiam simulabit):
anche Vedio Pollione, di cui Seneca stigmatizza il furor in ira 3.40, è
definito amicus di Augusto.
Quindi, ne cogliamo traccia nella riscrittura del periodo ipotetico di
ira 3.39.4 (vedi schema, I: ultimo periodo). In Seneca il soggetto della
protasi è il furor altrui, il soggetto dell’apodosi è sempre il remedium
precedentemente sottointeso, e il soggetto della relativa dipendente dal-
l’apodosi è nuovamente il furor (si vehementior erit, aut pudorem illi cui
non resistat incutiet aut metum; Ramondetti 1999, 451 traduce: «se que-
sta [= la furia dell’ira] sarà più violenta, [sott. il rimedio] le incuterà o
una vergogna a cui [sott. la furia] non sarà in grado di tenere testa, o la
paura»; così intende anche la maggior parte dei traduttori, contra Bour-
gery: cfr. Ramondetti 1999, 450 nota 7).
In Martino invece il soggetto della protasi viene a coincidere sia con
quello dell’apodosi sia con quello della relativa dipendente da quest’ulti-
ma (Quod si tu potentior es, aut pudorem illi cui vix resistis aut metum
incuties); ed è rappresentato appunto dal “tu”, cioè l’interlocutore al qua-
le Martino sembra qui prestare, seppure fugacemente, i tratti della perso-
na Augusti: la sostituzione del nome del predicato (potentior al posto di
vehementior) infatti non risponde a un generico criterio di pertinenza
semantica, ma richiama volutamente la condizione di Augusto nei con-
fronti dell’amico Vedio Pollione; al punto che, nella riscrittura martinia-
na, l’esortazione espressa mediante questo periodo ipotetico sembra para-
frasare l’altra, con cui Seneca coronava invece l’exemplum del princeps
(ira 3.39.4: sic cui tantum potentiae est ut iram ex superiore loco adgre-
di possit, male tractet). Di conseguenza, si spiega anche la sostituzione
della negazione, già presente nella relativa senecana (cui non resistat),
Commento 249

con l’avverbio vix (in Martino: cui vix resistis) che, pur prospettando una
situazione di forte tensione (agisce qui appunto la suggestione implicita
dell’episodio di Augusto e Vedio) evita tuttavia una contraddizione logica
(se uno è più potente, tutt’al più stenterà a resistere all’ira altrui, ma non
potrà non tenerle testa, per quanto grave essa sia).
Per quanto riguarda infine l’amplificatio dell’immagine medica relativa
alla terapia dell’ascesso oculare (vedi schema, I), osserviamo anzitutto
come Martino abbia voluto ovviare alla durezza sintattica del participio
futuro incitaturi (nel senso di ‘destinati a irritare’ cioè ‘con il risultato di
irritare’), convertendolo opportunamente nel verbo reggente (incitat), così
da esprimere più chiaramente l’esito infausto di una terapia erronea.
È lecito inoltre ipotizzare una reminiscenza scritturale: l’infinito inun-
gere (retto da temptet, a sua volta usato come verbo fraseologico e priva-
to perciò del significato tecnico che esso ha nel passo di Seneca, cioè
‘trattare farmacologicamente o chirurgicamente’ una patologia; cfr. Dionigi
1983, 162-163) potrebbe alludere non soltanto alla terapia delle affezioni
oculari mediante vari tipi di collirio assai diffusa nell’antichità, ma anche
a quel passo dell’Apocalisse, variamente commentato e citato dagli scrit-
tori cristiani, dove l’Angelo della chiesa di Laodicea, per poter riacqui-
stare la vista, è invitato a ungere i suoi occhi ciechi con il collirio del-
l’Agnello (Ap. 3.17-18: et nescis quia tu es [...] et caecus et nudus [...]
et collyrio inunge oculos tuos ut videas; cfr. ad es. Cypr. eleem. 14, CCL
3A.63.268 ss.; Paul. Nol. carm. 19.25, CSEL 30.119; Greg. M. past.
1.11, PL 77.25B); o, ancora, all’episodio evangelico della miracolosa gua-
rigione del cieco nato (Ioh. 9.11: et unxit oculos meos), ricorrente ad
esempio in Agostino (il quale, parafrasandolo, adopera ancora il verbo
inungo: cfr. Aug. in evang. Ioh. 34.9, CCL 36.315.5-6). Nel passo marti-
niano mi pare così delinearsi l’immagine di un “Cristo oculista”, tenua-
mente sovrapposta all’altra e più consistente figura del sapiens medicus,
che Martino introduce subito dopo e quindi sviluppa nel seguito del suo
capitolo.
A questo proposito notiamo che l’inserzione del termine sapiens (vedi
schema, I: Sapiens furenti amico omnia ultionis instrumenta occultius
removebit) rappresenta un’iniziativa di Martino. Nel contesto originale,
infatti, il soggetto grammaticale sottointeso di quella lunga serie di azioni
positive che segnano tanti piccoli progressi nella terapia “dolce” dell’ira
altrui (cfr. ira 3.39.3-4: efficit [...] custodit [...] impetum, quem non audet
lenire, fallet [...] removebit [...] simulabit iram ut tamquam adiutor et
doloris comes plus auctoritatis in consiliis habeat, moras nectet [...]
250 Martini Bracarensis De ira

differet [...] dabit [...] pudorem incutiet aut metum [...] sermones inferet
[...] avocabit) è rappresentato da remedium tuum, che si può ricavare dal
periodo precedente cioè dall’obiezione del fittizio interlocutore (ira
3.39.3: ‘Quantulum’ inquis ‘prodest remedium tuum, si sua sponte desi-
nentem iram placat!’); tale assetto grammaticale, tuttavia, stride in ma-
niera evidente con l’evoluzione stilistica del passo, nel quale si registra
una sempre più marcata personificazione delle azioni descritte, difficil-
mente riconducibili da un certo punto in avanti a un soggetto neutro
quale è appunto remedium. Non sappiamo se e quanto tale contrasto sia
stato ricercato da Seneca; è certo però che esso deve aver disturbato
Martino al punto da indurlo a inserire un soggetto esplicito di persona
(sapiens), al quale riferire le azioni citate (da removebit a dabit).
La soluzione è tanto più efficace in quanto l’epitomatore sembra voler
affidare alla menzione di un termine così significativo, inserito immedia-
tamente dopo la similitudine medica, la ripresa del paradigma senecano
del sapiens medicus che egli aveva proposto in un precedente capitolo
della sua epitome (ira 7.1.5: omnia ista tam propitius aspicit sapiens
quam medicus aegros suos; supra, 220). Non deve essere mancato, d’al-
tronde, un suggerimento senecano in tal senso: l’inserzione del termine
sapiens potrebbe infatti essere stata propiziata dalla presenza di due exem-
pla aventi per protagonisti due celebri sapientes (Diogene di Babilonia e
Catone Uticense) nel capitolo del De ira senecano immediatamente pre-
cedente alla sezione che Martino sta qui epitomando (cioè in ira 3.38).

9.3.3. Alterazioni lessicali


Comprensibili ragioni di opportunità hanno determinato la sostituzio-
ne dell’esclamazione mehercules con nimis (II); per sperare al posto di
expectare (ut aeger dolorem, dum non sperat, ferat: III) sarei propensa
a indicare una ragione stilistica (la ricerca dell’omoteleuto, molto adat-
to al nuovo contesto gnomico in cui Martino colloca la sententia).
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1
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252 Martini Bracarensis De ira

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262 Martini Bracarensis De ira

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INDICI

PASSI SENECANI CITATI

ben. 1.1.6: 150


2.29.3: 171 1.2.1: 24(tab), 34 nota 61,
2.30.6: 191 160(tab)
6.32.1: 166 1.2.3: 108(app)
1.2.6: 137
clem. 1.3.4: 148
1.26: 166 1.4.1: 204
1.11.8: 24(tab), 160(tab)
epist. 1.12.5: 24(tab), 26 nota 42,
30.11: 191 160(tab)
54.6: 183 1.14.2: 191
80.4: 207 1.15.3: 152(tab), 153
98.9: 183 1.16.1: 124(app), 170, 219(tab),
106.5-6: 157 220
1.16.2: 220
ira1 1.17.7: 24(tab), 27 nota 43,
1.11-19: 26 160(tab)
1.17-18: 26 1.18.2: 24(tab), 27 nota 43,
1.1.1: 34 nota 62; 143 160(tab)
1.1.2: 36 nota 68, 138, 143(tab)
1.1.3: 148, 150, 151-152(tab), 2.4: 170
153, 157 2.6-14: 170
1.1.4: 104(app), 146, 147, 148, 2.18-36: 222
150, 151-152(tab), 153 2.22: 168
1.1.5: 106(app)150, 152(tab) 2.23: 190

1
Le citazioni di capitoli interi o di più ampie sezioni di un libro sono indicate in corsivo e
precedono le citazioni puntuali dei singoli passi (in tondo).
264 Martini Bracarensis De ira

2.22-24: 190 210(tab), 211, 215


2.22-28: 175 2.25.4: 122(app), 210(tab), 211
2.22-30: 168-169 2.26.2: 210(tab)
2.22-34: 223 2.26.3: 209-210(tab), 211
2.25-26: 209 2.28.5: 118(app), 188(tab), 198
2.25: 168 2.28.8: 229(tab), 230, 231, 237
2.26: 168, 208 2.29.1: 126(app), 228(tab), 230
2.28-29: 231 2.29.2: 182, 188(tab), 201, 202
2.30: 192, 194 2.30.1: 188-189(tab)
2.31: 194 2.30.2: 120(app), 189(tab)
2.34: 231 2.31.3: 189(tab)
2.35: 150 2.31.5: 79 nota 22, 189(tab)
2.36: 150 2.32-33: 200
2.1.4-5: 149 2.32.2-3: 199
2.4.1: 170-171 2.32.1: 200
2.6.1: 170 2.32.2: 190
2.9.1: 219, 220 2.32.3: 116(app), 187(tab), 190,
2.9.2: 220 200
2.9.4: 219(tab), 221 2.33.1-2:188(tab)
2.10.7: 219(tab), 220 2.33.1: 116(app), 181, 201
2.11.1: 25(tab), 27 nota 43, 2.34.1: 116(app), 188(tab), 200,
160(tab) 201, 232
2.13.3: 220 2.34.2: 229(tab)
2.14.1: 219(tab), 220, 221 2.34.4-5: 128(app), 229(tab), 232
2.18.1: 19 nota 32, 84 nota 40, 2.34.6: 238
88, 172(tab), 173, 174, 2.35.1: 152
176, 221 2.35.3: 148, 150, 151-152(tab)
2.18.2: 175 2.35.4: 150, 152(tab)
2.22.2-4: 186(tab) 2.35.5: 152
2.22.2: 114(app), 191, 203 2.36.6: 25(tab), 27, 79 nota 21,
2.22.3: 114(app) 110(app), 160-161(tab),
2.22.4: 191 163
2.24.1-2: 187(tab)
2.24.1: 114(app), 199, 214 3.11-12: 190
2.24.2: 79 nota 21, 114(app) 3.11-26: 223
2.25.1: 122(app), 209-210(tab), 3.12-13: 231
211, 214, 215 3.24-26: 227, 231
2.25.2: 208, 211 3.38: 250
2.25.3: 122(app), 208, 209- 3.39-40: 243-244
Indici 265

3.1.1: 34 nota 62, 143 3.27.1-2: 229(tab), 231, 232,


3.1.3-5: 25(tab), 27, 161(tab), 237
165 3.27.2: 128(app)
3.1.4: 110(app), 158, 159, 165 3.29.2: 24(tab), 27 nota 43,
3.1.5: 110(app) 160(tab)
3.2.2: 25(tab), 27, 110(app), 3.32.2: 228(tab), 231, 236
161(tab), 166 3.36.2: 206
3.4.1: 150, 151(tab), 153, 157 3.39.1-4: 243-244(tab), 245
3.4.2: 85 nota 43, 146, 148, 149, 3.39.2: 132(app), 240, 242
150, 151-152(tab), 153 3.39.3-4: 249, 250
3.5.2: 112(app), 172(tab), 174, 3.40.1: 132(app), 244(tab), 245
175, 205, 243 3.40.2: 244(tab), 246, 247
3.5.3: 222 3.40.4: 238
3.6.1: 112(app), 172(tab), 176 3.40.5: 248
3.6.2: 24(tab), 160(tab), 176
3.6.3-6: 173(tab), 173, 176 Marc.
3.6.4: 177 1.1: 191
3.6.5: 112(app), 214 8.1: 203
3.6.6: 112(app)
3.11.1-2: 187(tab), 199 Med.
3.11.1: 114(app), 180, 181 386-387: 157
3.11.2: 116(app), 190, 199, 204
3.12.1: 177, 187(tab), 197 nat. quest.
3.12.2: 189(tab), 208 2.37.1: 191
3.12.3: 79 nota 21, 226, 229(tab) 3.1.2: 177
3.12.4: 205, 222, 228(tab), 230, 5.3.3: 237
237 5.14.2: 162
3.13.1-3: 228(tab), 230, 237 6.9.1: 179
3.13.1: 126(app)
3.13.2: 126(app) Oed.
3.19.5: 238 185 ss.: 242
3.24.1: 194 819: 157
3.24.3: 189(tab), 192 1007: 183
3.24.4: 120(tab), 189(tab), 192,
229(tab), 231 Phae.
3.25.1-2: 145 798: 157
3.25.1: 130(app), 230(tab), 236
3.25.5: 230(tab), 231 Phoe.
3.26.2-4: 130(app), 230(tab), 231 473-473: 157
266 Martini Bracarensis De ira

Pol. Tro.
14.2: 183 619: 183
18.3: 191
vit.
prov. 10.3: 207
1.1: 191

PASSI MARTINIANI CITATI (AD ESCLUSIONE DEL DE IRA)

Brac. I 39, 158, 185, 195, 206,


1: 141 218
3: 60(tab), 65(tab), 218
Brac. II 4: 56 nota 42, 57 (tab), 60(tab),
1: 141 65(tab), 66 nota 58,
4: 141 67(tab), 81 nota 30,
158, 185, 195, 218,
capit. 226
praef.: 142 5: 37 nota 71, 145, 158, 218
15: 217 6: 57(tab)
59: 217 7: 226
8: 67(tab), 216
corr. 9: 145, 218
1: 142, 204 10: 63(tab), 65(tab), 179
2: 36 nota 66
3: 166, 176 humil.
5: 144 1: 67(tab), 71(tab), 81 nota 30
12: 218 2: 155, 158, 218
13: 144 3: 57(tab), 81 nota 31
14: 218 4: 65(tab), 80, 81 nota 30, 185
18: 218 5: 84 nota 39
6: 60(tab), 66 nota 58
form. vit. 8: 61(tab), 81 nota 30
tit.: 57 (tab)
1: 39 nota 78, 60(tab), 67(tab), iact.
168, 218 1: 28 nota 46, 30 note 51-52,
1a: 218 57(tab), 65(tab)
2: 51 nota 32, 65(tab), 84 nota 2: 31 nota 55, 61(tab), 226, 233
Indici 267

3: 60(tab), 158, 226 superb.


5: 80, 81 nota 30, 2: 38 nota 74, 60(tab),139
3: 65(tab), 158
sent. 5: 38 nota 74, 140
2: 217 7: 63(tab), 65(tab), 216, 239
14: 218 8: 62(tab), 81 nota 31
16: 217 9: 81 nota 31, 205
22: 217 10: 81 note 30-31
25: 217
98: 217 trin.
109: 195, 206, 217 1. 141

ALTRI AUTORI ANTICHI

Ambr. Cels.
Abr. 2.8.47: 217 7.7: 241
in Luc. 2.79: 216 Cic.
8.48: 216 Att. 3.15.2: 203
Arnob. Iun. inv. 1.36: 194
in psalm. 11: 32 nota 58 nat. deor. 1.42: 213
15: 32 nota 58 2.101: 179
off. 1.27.94: 36 nota 70
Athan.[ps.] parad.3.21: 213
ad mon. 1: 32 nota 58
Aug. Cypr.
civ. 2.18: 164 eleem. 14: 249
5.12: 164
Cypr. [ps.]
epist. 73.3: 34 nota 63 singul. cleric. 45.3.3: 32 nota 58
104.3: 217
220.6: 164 Greg. M.
dial. 3.5: 164
in evang. Ioh. 34.9: 249 epist. 5.60: 164
44.12: 207 7.4: 142
11.50: 165
in psalm. 101.1.10: 207 moral. 2.15: 216
3.13: 216
nat. bon. 47: 159 4.12: 217
268 Martini Bracarensis De ira

6.16: 164 12.4: 164


7.28: 164 12.6: 216
10.6: 165 12.12: 216
14.19: 217 17.8: 159
20.14: 165 19.14: 159
29.26: 142 21.30: 159
30.9: 142 21.33: 216
31.45: 166 24.15: 35 nota 66
34.3: 140
past. 1.11: 249 inst. praef. 3: 36 nota 66
1.11.2: 216
5.1: 29 nota 50, 38 nota 75
Greg. Tur.
5.5: 204
Hist. Franc. 5.37: 10 nota 2, 14
5.6: 216
nota 16, 43 nota 11
5.8: 204
virt. Mart. 1.11: 15 nota 21
5.17.1-3: 204
7.13: 37 nota 73
Hier. 8.1: 36 nota 69, 154, 156
epist. 39.1: 215 12.3: 29-30 nota 50
65.9.4: 213 12.4.2: 37 nota 73
Ioh. Cass.
conl. 1 capit.: 34 nota 61 Isid.
1.3: 35 nota 66 Sueb. 90-91: 11 nota 7
1.5: 159 vir. ill. 22: 12 nota 8 e nota 10,
2.1: 37 nota 73 43 nota 11, 55 nota 41
2.2: 37 nota 73 Iul. Pom.
3.8: 35 nota 66 prol.: 143
4.19: 159 2.16.1-3: 164
4.20: 206 2.21.2: 164
5 capit.: 34 nota 61 3.4.1: 164
5.7: 34 nota 61 3.17.1: 164
5.10: 34 nota 61 3.20.3: 164
5.11: 216 3.21.1: 139
5.12: 159 3.27.1: 32 nota 58
5.16: 29 nota 50 3.31.2: 32 nota 58
5.20: 178 3.34.1: 36 nota 66
5.27: 35 nota 66
6.3: 216 Lact.
7.32: 216 ira 7.1.1: 158
Indici 269

Lucan. Ter.
4.51: 179 Heaut. 421-422: 203

Tert.
Paul. Nol.
Marc. 4: 158
carm. 19.25: 249
Ven. Fort.
Quint. 5.1.1: 14 nota 17
3.6.23: 179 5.1.3-7: 12 nota 10
5.1.3: 22 nota 38
5.1.6: 22
Scrib. Larg.
5.1.10-11: 15 nota 20
6.29: 242
5.2: 14 nota 18
21.21.27: 242
5.2.15-18: 15 nota 20
26.24.8: 242
5.2.21-22: 15 nota 23

Serv. Verg.
Aen. 10.860: 183 Aen. 5.20: 179
PAGINA BIANCA
INDICE

Introduzione 9
1. Gallisueba salus 9
2. Nuovo e antico nel De ira di Martino di Braga 16
2.1. Questioni di metodo 16
2.2. Una nuova ipotesi di struttura 17
2.3. La chiave antica: Seneca 22
2.4. La chiave nuova: Cassiano 28
2.5. Una collatio per i laici 34

Un’ipotesi di stemma
1. I codici 41
2. Le edizioni 47
2.1. L’editio princeps e il codex pervetustus 47
2.2. L’edizione di H. Florez e le sue fonti manoscritte 48
2.3. Le altre edizioni 53
3. I rapporti tra i manoscritti 55
3.1. La recensio hispanica 55
3.2. Il codice T appartiene alla recensio hispanica 56
3.3. Uno stemma, nonostante tutto 58
3.4. M2 contamina M1 e T 59
3.5. L’ambigua posizione di M1 63
3.5.1. Rapporti tra E e M1: una stretta parentela 64
3.5.2. I rapporti tra T e M1 non sono esclusivamente
frutto di contaminazione 66
3.6. T ha torto contro E e M1 68
3.7. Il codice E è l’antigrafo di T e di M1? 70
4. Conclusioni 72

Testo critico e traduzione


1. Nota ortografica 75
1.1. Varianti ortografiche 77
272 Martini Bracarensis De ira

1.2. Forme dissimilate 86


1.3. Scambio accusativo / ablativo in dipendenza da in 88
2. La prosa ritmica di Martino di Braga 89
3. L’apparato e altri criteri della presente edizione 97
Sigle dei testimoni e degli editori 99
Conspectus siglorum 101
De ira – Sull’ira 102

Commento
1. Capitolo I 137
1.1. Note filologiche al testo 137
1.2. Significato e struttura 140
1.2.1. [Dedica] 140
1.2.2. [Prologo] 141
1.2.3. [Definizione dell’ira] 143
1.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati 144
1.3.1 Alterazioni morfosintattiche 144
1.3.2. Alterazioni lessicali 145

2. Capitolo II - L’aspetto dell’ira 146


2.1. Note filologiche al testo 146
2.2. Significato e struttura 150
2.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati 154
2.3.1 Alterazioni morfosintattiche 154
2.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico 155
2.3.3. Alterazioni lessicali 155

3. Capitolo III - Gli effetti dell’ira 158


3.1. Note filologiche al testo 158
3.2. Significato e struttura 159
3.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati 161
3.3.1 Alterazioni morfosintattiche 161
3.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico 162
3.3.3 Alterazioni lessicali 166

Capitoli IV-VII - <Come evitare l’ira> 167


4. Capitolo IV 171
4.1. Note filologiche al testo 171
Indici 273

4.2. Significato e struttura 172


4.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati 176
4.3.1. Alterazioni morfosintattiche 176
4.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico 178
4.3.3. Alterazioni lessicali 178

5. Capitolo V 180
5.1. Note filologiche al testo 180
5.2. Significato e struttura 185
5.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati 194
5.3.1. Alterazioni morfosintattiche 194
5.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico 197
5.3.3. Alterazioni lessicali 203

6. Capitolo VI 208
6.1. Note filologiche al testo 208
6.2. Significato e struttura 209
6.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati 212
6.3.1. Alterazioni morfosintattiche 212
6.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico 214
6.3.3. Alterazioni lessicali 215

7. Capitolo VII 216


7.1. Note filologiche al testo 216
7.2. Significato e struttura 219
7.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati 220
7.3.1. Alterazioni morfosintattiche 220
7.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico 221
7.3.3. Alterazioni lessicali 221

Capitoli VIII-IX - Come calmare l’ira 221


8. Capitolo VIII 223
8.1. Note filologiche al testo 223
8.2. Significato e struttura 227
8.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati 232
8.3.1. Alterazioni morfosintattiche 232
8.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico 236
8.3.3. Alterazioni lessicali 238
274 Martini Bracarensis De ira

9. Capitolo IX 240
9.1. Note filologiche al testo 240
9.2. Significato e struttura 243
9.3. Alterazioni interne ai segmenti epitomati 246
9.3.1. Alterazioni morfosintattiche 246
9.3.2. Alterazioni dell’ordine frastico 247
9.3.3. Alterazioni lessicali 250

Bibliografia 251

Indici 263
Indici 275
276 Martini Bracarensis De ira
Stampato per la
Herder Editrice e Libreria - Roma, Piazza Montecitorio 120
dallo Stabilimento Tipografico « Pliniana » - Selci-Lama - Perugia
15 luglio 2008
278 Martini Bracarensis De ira
Indici 279
280 Martini Bracarensis De ira

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