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L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE

Ci si augura spesso che le nuove generazioni possano essere il propulsore dello L’ECONOMIA NON È
UNA SCIENZA TRISTE
sviluppo e della ripresa economica del Paese, ma perché ciò emerga è necessario
sensibilizzarle sull’importanza dell’economia e della finanza nella società contem-
poranea. Per i giovani, infatti, a completamento del proprio percorso di studi, l’edu-
cazione finanziaria può aiutare ad incrementare conoscenza e consapevolezza di MANUALE DI EDUCAZIONE FINANZIARIA PER LE SCUOLE SUPERIORI
come orientare le future scelte economico-finanziarie.
Questo volume si colloca così all’interno di tale obiettivo. Partendo dai concet-
ti basilari di economia e finanza (il PIL, l’inflazione, il valore della moneta, i tassi
di interesse e di cambio) si attraversa la storia della moneta e delle banche lungo
l’evoluzione della società per arrivare all’introduzione dell’euro e agli strumenti di
pagamento alternativi al contante. Il manuale prosegue poi con la spiegazione di
come agiscono le più importanti banche centrali e di come si sviluppa il sistema
finanziario per effetto dello sbilanciamento tra le risorse di famiglie e di imprese e
Stato. A completamento delle nozioni essenziali descrive poi le funzioni, gli stru-
menti e i servizi offerti dalle banche, come pure l’attività di intermediazione svolta
dai mercati finanziari. La trattazione termina con uno sguardo alla finanza etica e
alla crisi d’impresa, tematiche più recenti, ma con caratteri di forte quotidianità.

a cura di Alessandro Danovi e Marco Bracaglia


Alessandro Danovi professore associato di Economia e Gestione delle Imprese
presso l’Università degli Studi di Bergamo e professore di Gestione della crisi e dei
processi di risanamento presso l’Università Bocconi, è direttore dell’Osservatorio
Crisi e Risanamento delle Imprese (OCRI) del Centro di ricerca Entrepreneurial Lab,
presso l’Università degli Studi di Bergamo. È autore di diversi contributi in materia
di patologia aziendale, crisi d’impresa e finanza.

Marco Bracaglia promotore e socio fondatore dell’Osservatorio sul Credito, è


impegnato professionalmente nel settore finanziario come Amministratore delegato
di Exvi-Financial Advisory. Nella sua carriera professionale ha realizzato numerose
attività imprenditoriali e associative, cercando di conciliare l’economicità con il suo
ruolo di imprenditore.

ISBN 978-88-238-4543-5
a cura di
Alessandro Danovi e Marco Bracaglia
prefazione di Giuseppe Sopranzetti
9 788823 845435
€ 16,00
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Volume realizzato grazie al contributo del Dipartimento di Scienze aziendali, economiche e metodi
quantitativi - Università degli Studi di Bergamo - nell’ambito del progetto “Entrepreneurship and Financial
Education” dell’Osservatorio Crisi e Risanamento delle Imprese del centro di ricerca ELab.

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L’ECONOMIA NON È
UNA SCIENZA TRISTE
MANUALE DI EDUCAZIONE FINANZIARIA PER LE SCUOLE SUPERIORI

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Prima edizione: maggio 2017

ISBN pdf 978-88-238-1504-9

Progetto grafico: Luca Peruzzi


Illustrazioni: Francesca Vignaga

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Indice del volume
Prefazione .......................................................................................................................... 7
Introduzione ........................................................................................................................10
Il progetto Financial Education .........................................................................................11
Contenuti del volume .........................................................................................................12
Gli autori .............................................................................................................................13

CAPITOLO 1: Le principali grandezze di economia e finanza


(Paolo Paesani)
1.1 Economia e finanza nella quotidianità ....................................................................... 15
1.2 Elementi di economia .................................................................................................. 17
1.3 Elementi di finanza: la moneta ................................................................................... 23
1.4 La relazione tra economia e finanza .......................................................................... 27

CAPITOLO 2: L’evoluzione della moneta e delle banche nei secoli e gli strumenti
di pagamento alternativi al contante
(Marina Azzola)
2.1 La storia della moneta ................................................................................................. 31
2.2 La moneta oggi: gli strumenti di pagamento alternativi al contante ....................... 41
2.3 La storia delle banche ................................................................................................. 46

CAPITOLO 3: La politica monetaria


(Marina Azzola)
3.1 L’utilizzo della moneta nelle manovre macroeconomiche: la politica monetaria .... 57
3.2 Regimi di politica monetaria e meccanismi di trasmissione ................................... 59
3.3 La politica monetaria delle banche centrali dopo la crisi del 2008 ......................... 63

CAPITOLO 4: Banche centrali e altre istituzioni monetarie internazionali


(Marina Azzola e Stefano Caiazza)
4.1 Operatività e funzioni delle banche centrali .............................................................. 69
4.2 Le principali banche centrali nel mondo ................................................................... 71
4.3 Altre istituzioni monetarie di rilevanza internazionale: la Banca Mondiale e il
Fondo Monetario Internazionale ...................................................................................... 78

CAPITOLO 5: I soggetti economici e il sistema finanziario


(Amedeo Argentiero)
5.1 L’attività economica: fasi e soggetti economici ........................................................ 87
5.2 Unità in surplus e in deficit ......................................................................................... 89
5.3 Il sistema finanziario e la funzione di intermediazione............................................ 92
5.4 Le istituzioni del sistema finanziario......................................................................... 96

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CAPITOLO 6: L’intermediazione creditizia delle banche
(Fiammetta Rossetti)
6.1 Le banche e le funzioni creditizie .............................................................................. 101
6.2 Strumenti finanziari per la raccolta di fondi ............................................................. 103
6.3 Il credito alla produzione e al consumo .................................................................... 106
6.4 Gestione e trasformazione dei rischi ........................................................................ 110
6.5 Il meccanismo dell’assicurazione dei depositi bancari .......................................... 112

CAPITOLO 7: Il mercato dei capitali e gli strumenti finanziari


(Marina Azzola e Rocco Ciciretti)
7.1 I mercati finanziari: definizione, funzioni ed efficienza informativa ....................... 117
7.2 Le fasi dello scambio e la formazione del prezzo .......................................................... 118
7.3 Tipologie di mercati finanziari e il caso italiano ............................................................. 120
7.4 Gli strumenti finanziari ............................................................................................... 124
7.5 Rischio e rendimento degli strumenti finanziari ...................................................... 128
7.6 Vigilanza e controllo sul mercato dei capitali .......................................................... 129

CAPITOLO 8: Finanza etica, microcredito e fondazioni bancarie


(Leonardo Becchetti)
8.1 Alcune riflessioni sulla necessità di riportare la finanza ad un principio etico ..... 135
8.2 Il microcredito e l’esperienza della Grameen Bank ................................................. 138
8.3 Tipologie, soggetti assegnatari e incentivi nel microcredito .................................. 139
8.4 Le fondazioni .............................................................................................................. 143
8.5 Caratteristiche e operatività delle fondazioni di origine bancaria .......................... 144
8.6 Una nuova frontiera della microfinanza: il crowdfunding ............................................ 147

CAPITOLO 9: Gestire la crisi d’impresa


(Alessandro Danovi)
9.1 La definizione di crisi ................................................................................................. 151
9.2 Le crisi nella storia .................................................................................................... 151
9.3 L’identificazione delle cause della crisi .................................................................... 152
9.4 L’evoluzione della crisi: come curarla e prevenirla .................................................. 154
9.5 Risolvere la crisi attraverso le procedure concorsuali ............................................ 157
9.6 Risparmi e crisi .......................................................................................................... 158

Riflessioni conclusive ...................................................................................................... 160

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Prefazione
Mi è difficile giudicare se l’economia sia o meno una scienza triste, anche se è vero
che se ne parla molto di più e si manifesta una maggiore esigenza di approfondirne i
dettami quando le cose vanno male e, quindi, più pressante è l’esigenza di individua-
re, attraverso lo studio dei suoi principi, “suggerimenti” per tornare ad incamminarsi
lungo un sentiero di crescita economico e sociale più significativo e duraturo.
In presenza di lunghi periodi di crisi economica, è pertanto inevitabile che si generi
un indubbio alone che tende a collegare l’economia a una serie di complesse que-
stioni che affliggono larghi settori della società e che, finché non risolte, generano
un evidente pessimismo.
Queste poche riflessioni rendono comunque evidente che un giudizio netto non è
facile e la relativa percezione è il combinato disposto di una pluralità di fattori (carat-
teristiche istituzionali, momenti del ciclo economico, capacità previsionali, ecc.) che
necessariamente mi suggeriscono di evitare ulteriori approfondimenti ed aderire al
titolo di questo interessante libro.
Soprattutto perché una cosa è invece certa: non conoscere le “regole di base” dell’e-
conomia e della finanza può fare molto male e quindi… profondamente intristire co-
loro i quali, volenti e nolenti, si trovano a vivere in un contesto sempre più caratte-
rizzato da crescente complessità indotta dalla finanziarizzazione dell’economia e
dall’innovazione finanziaria, sostenuta dagli sviluppi dell’ICT e dalla globalizzazione.
Se osserviamo, ad esempio, gli ultimi decenni, è, purtroppo, facile rilevare le disa-
strose conseguenze per risparmiatori ed investitori della c.d. “guerra dei sette anni”,
ovvero di una crisi che, limitandoci all’Italia, ha visto il PIL scendere, tra il 2008 e il
2014, di quasi 10 punti percentuali, con una dinamica significativamente più accen-
tuata rispetto ai partner europei.
La guerra ha lasciato distruzioni e danni, ovvero segni profondi sulla realtà produtti-
va e sulla condizione economica delle famiglie; basti pensare che a fine dello scorso
anno il PIL italiano doveva ancora recuperare, rispetto al picco di fine 2007, circa 7
punti percentuali, contro una media dell’area euro di +2,7 punti percentuali e un +8,2
punti percentuali della Germania.
La drammatica situazione del sistema manifatturiero italiano si è riflessa con inau-
dita intensità sulle banche e, in questo contesto, i risparmiatori si sono trovati in
estrema difficoltà nelle loro scelte, anche per il non certo elevato livello di conoscen-
ze economico-finanziarie.
Le prospettive, inoltre, non inducono certo ad ottimismo, considerato che, secondo
l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), nella clas-
sifica delle conoscenze finanziarie dei giovani l’Italia si colloca al 17° posto su 18
paesi, l’ultimo dei quali è la Colombia.
Ecco che allora l’economia può divenire una scienza utile e un manuale di educazione

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finanziaria per i nostri giovani delle scuole superiori un importante investimento per
il futuro.
Il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha più volte sottolineato come dal-
la conoscenza e dal capitale umano dipenda la capacità di crescita di un’economia.
L’investimento in conoscenza è importante non solo per il suo contributo alla cre-
scita economica, ma anche all’innalzamento del senso civico e del capitale sociale
ed è quindi un importante fattore di coesione sociale e di benessere dei cittadini.
Un paese come il nostro, povero di risorse materiali e in ritardo su diversi fronti,
dovrebbe tendere a investire in conoscenza su livelli superiori alla media dei paesi
più dotati di risorse naturali.
Tra gli investimenti in conoscenza, il tema dell’educazione finanziaria assume estre-
ma attualità e grande rilevanza perché le decisioni finanziarie, che quotidianamente
dobbiamo assumere, sono sempre più caratterizzate da una elevata complessità ed
hanno conseguenze determinanti sulla qualità e sul nostro stile di vita come singoli
e come collettività.
D’altro canto, l’OCSE rileva che anche nei paesi maggiormente sviluppati il livello
dell’alfabetizzazione finanziaria rimane piuttosto basso e, soprattutto, c’è scarsa
consapevolezza dell’effettiva ignoranza su questi temi.
Alcune ricerche dimostrano poi che anche i giovani dei ceti con un background
socio-economico elevato hanno scarsa capacità di gestire il denaro e una scarsa
attenzione e sensibilità ai costi per il mantenimento del loro tenore di vita.
Nei giovani appartenenti a categorie socio-economiche più svantaggiate si è invece
rilevata una scarsa conoscenza dei prodotti e dei servizi finanziari in ragione della
scarsa accessibilità e familiarità da parte delle famiglie con gli stessi prodotti.
L’esclusione finanziaria della famiglia crea una spirale che potrebbe influenzare la
capacità di accesso a tali prodotti da parte dei componenti della famiglia anche
nella loro vita futura dando luogo a forme permanenti di emarginazione. Aiutare gli
studenti a comprendere benefici e rischi collegati al corretto utilizzo di beni e servizi
finanziari può contribuire a mitigare gli effetti di una futura esclusione su un’ampia
platea della popolazione (maggiore coesione sociale).
In quest’ottica l’educazione finanziaria appare come un’importante componente
della preparazione dei giovani e dovrebbe essere riconosciuta come un diritto fon-
damentale al pari dell’istruzione.
Sostenere la necessità di impartire ai giovani una formazione economica e finan-
ziaria vuol dire auspicare che i giovani vengano formati ad essere cittadini consa-
pevoli, in grado di compiere le scelte più adatte alle loro esigenze e capaci di meglio
contribuire al sistema paese.
In questo senso l’educazione finanziaria è un bene pubblico.
Carlo Azeglio Ciampi nel suo ultimo libro “A un giovane italiano” ricorda quanto
grande sia la responsabilità che il paese ha verso i giovani ovvero verso il nostro

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futuro e come “scuola e futuro” sia “il binomio sotteso al dettato dell’articolo 34
della Costituzione” (p. 110).
Volendo infine trovare una semplice sintesi, mi verrebbe da dire che l’Educazione fi-
nanziaria ha una pluralità di frecce al suo arco, ovvero è utile almeno sotto tre profili:
• serve a “difendersi dalle banche”, verificando in modo più consapevole le loro
proposte;
• serve a “difendersi da sé stessi” e dall’ignorante ingordigia che talvolta ci spin-
ge, ad esempio, a desiderare elevati rendimenti senza considerare che una delle
regole di base è che il tasso è il premio per il rischio, pertanto più elevato è il
tasso che ci viene proposto più elevati sono i rischi a cui andiamo incontro;
• è utile per il sistema bancario, per alimentare una sana dialettica concorrenziale
tra gli intermediari; un mercato concorrenziale ed efficiente richiede una molte-
plicità di fornitori, ma anche consumatori informati.
Sono queste alcune delle ragioni che, da un alto, consigliano la lettura di questo
libro, dall’altro, hanno indotto la Banca d’Italia ad impegnarsi in modo straordinario
nell’Educazione finanziaria dei giovani.
Nell’anno scolastico 2015/16 il progetto di Educazione finanziaria promosso dalla
Banca d’Italia in collaborazione con il MIUR ha coinvolto nel paese circa 4.200 clas-
si delle scuole…e più di 90 mila studenti.
Il corrente anno scolastico si avvia a concludersi con risultati ancor più significativi,
ove si pensi che solo in Lombardia si prevede il coinvolgimento finale di più di 1.000
classi e poco meno di 26 mila studenti.
Buona e…proficua lettura!

Giuseppe Sopranzetti
Direttore Banca d’Italia, sede di Milano

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Introduzione
Thomas Carlyle, saggista e storico inglese che visse nell’Ottocento scriveva che
«L’economia è una scienza triste» (dismal science) perché ridurrebbe le relazioni tra
persone a meri rapporti di scambio tra domanda e offerta.
Per altri commentatori più recenti la tristezza dell’economia dipenderebbe dalle sue
limitate capacità di gestione del mondo reale e dall’impossibilità di formulare previ-
sioni attendibili, tanto da paragonarla all’astrologia.
Le periodiche crisi e le disuguaglianze che affliggono ancora il mondo (sia all’in-
terno dei singoli paesi, che nel confronto tra le nazioni) sarebbero inoltre la prova
del fallimento dell’economia. Va anche ricordato che i modelli economici non sono
ideologicamente neutri. La crisi di inizio secolo ha portato a mettere in discussione
il modello capitalista, come la caduta del muro di Berlino aveva sancito la non realiz-
zabilità del modello del cosiddetto socialismo reale.
In realtà, l’economia è una scienza, per certi versi vicina alle scienze cosiddette
esatte (matematica, statistica ecc.) di cui si serve, ma che rimane comunque una
scienza umana, in questo affine alla storia o alla sociologia. Se questa sua natura
intermedia può essere foriera di critiche, occorre tuttavia ricordare che l’oggetto del-
le osservazioni è il comportamento umano. Il ricorso a modellizzazioni è utile, ma le
semplificazioni difficilmente colgono per intero la complessità della realtà.
Perché allora studiare l’economia?
Perché nella società moderna esistono meccanismi che devono essere conosciuti
per poter essere governati, utilizzati o anche cambiati. L’economia nasce storica-
mente come una branca della filosofia morale e, anche se a volte pare dimenticarsi
di questo lascito, rimane essenziale per guidare lo sviluppo e il progresso della so-
cietà.
L’economia non è affatto triste! Anche se le previsioni non riescono sempre a rea-
lizzarsi, la comprensione e lo studio dei fenomeni che reggono l’interagire umano
contribuiscono allo sviluppo della società.
Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta, diceva Platone; per questo
l’incamminarsi su un percorso di apprendimento, per quanto incerto o difficoltoso,
non è mai triste.

Alessandro Danovi e Marco Bracaglia

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Il progetto Financial Education

Questo volume si colloca all’interno del progetto Financial Education, sviluppato


per la volontà dell’Osservatorio sul Credito di diffondere la cultura economico-finan-
ziaria tra i giovani. La mission è quella di sensibilizzare gli studenti sull’importanza
dell’economia e della finanza nella società contemporanea, al fine di favorire in fu-
turo scelte consapevoli e responsabili nell’allocazione delle risorse e della ricchez-
za. Si è infatti convinti che le nuove generazioni possano essere il propulsore della
ripresa economica e di conseguenza debbano essere pronte a gestire le prossime
sfide finanziarie della globalizzazione.
L’Osservatorio ha intrapreso lo sviluppo del progetto grazie alla collaborazione fra
l’Associazione Nazionale per lo Studio dei Problemi del Credito (ANSPC) e l’Uni-
versità di Roma “Tor Vergata” a partire dal 2008. In particolare, l’iniziativa è stata
appoggiata dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), at-
traverso la sottoscrizione di un protocollo d’intesa, e da fondazioni bancarie, gruppi
bancari e finanziatori pubblici.
Un primo confronto pubblico sull’importanza del progetto nel promuovere la cultu-
ra finanziaria delle giovani generazioni è avvenuto all’interno della prima Giornata
dell’Educazione Finanziaria organizzata a Roma il 25 novembre 2009.
Il progetto si fonda su tre principali aree: attività didattica, monitoraggio e divulga-
zione dei risultati. Queste aree, tra di loro interconnesse, rappresentano il modello
di funzionamento dell’Osservatorio sul Credito e sono coordinate da un team di sup-
porto gestionale e un comitato scientifico costituito da accademici. In particolare,
mentre l’organizzazione delle iniziative formative oggi fa capo all’Osservatorio, la
gestione scientifica del progetto vede il coinvolgimento dell’Università di Roma “Tor
Vergata” affiancata a partire dal 2012 dall’Università di Bergamo mediante il centro
di ricerca Entrepreneurial Lab.
Le prime iniziative formative sono state avviate nell’anno scolastico 2009-10 e fi-
nora vi hanno partecipato più di 7.000 studenti appartenenti a circa 100 istituti su-
periori e provenienti da otto regioni italiane (Campania, Calabria, Emilia-Romagna,
Lazio, Liguria, Lombardia, Toscana e Sicilia). Le attività frontali sono strutturate in
moduli didattici, che riprendono gli argomenti trattati in questo volume. La valuta-
zione dell’incremento delle conoscenze degli studenti avviene attraverso un que-
stionario somministrato prima e dopo il corso. È l’Osservatorio che si occupa della
formazione dei docenti/educatori, scelti fra studiosi e rappresentanti di istituzioni
universitarie e operatori del mondo creditizio e finanziario. I docenti sono incaricati
di incontrare gli studenti delle classi superiori per spiegare loro una visione pratica
delle principali nozioni di economia e finanza.

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Contenuti del volume

Questo volume è un manuale di supporto all’apprendimento degli studenti e forni-


sce semplici spiegazioni e chiarimenti in merito ad alcuni rilevanti concetti econo-
mico-finanziari. I temi scelti riflettono questioni quotidiane, con le quali si scontrano
i giovani anche solo leggendo giornali, ascoltando i notiziari alla radio e alla televi-
sione o parlandone con i genitori e i propri coetanei.
Lo scopo del volume è quindi quello di dare informazione ai giovani, un vantaggio
di cui potranno usufruire, ad esempio, all’atto di apertura di un conto corrente, di
richiesta di finanziamento per avviare un’impresa, di accensione di un mutuo per
l’acquisto della casa, di investimenti in Borsa.
L’esposizione degli argomenti privilegia l’aspetto descrittivo ed è corredata da op-
portuni riferimenti statistici e documentali. Inoltre, il contenuto è arricchito da grafi-
ci, tabelle e schemi riassuntivi per far riflettere, ma soprattutto stimolare la curiosità
dello studente.
Entrando brevemente nei temi trattati in ciascun capitolo, nel primo si introducono
i concetti essenziali di economia e finanza: il PIL, l’inflazione, il valore della moneta,
i tassi di interesse e di cambio.
Nel capitolo 2 si spiega l’evoluzione della moneta e delle banche nel corso della
storia dell’uomo, a partire dal baratto e dai primi “cambiatori” di monete fino ad arri-
vare alla nascita dell’euro e delle moderne istituzioni creditizie. In questo capitolo si
spiegano poi gli strumenti di pagamento alternativi al denaro contante.
Nel terzo e nel quarto capitolo i temi che vengono trattati hanno ad oggetto le ban-
che centrali. Dapprima si illustra la politica monetaria e i diversi regimi che possono
adottare le autorità monetarie; poi si spiega l’operatività e gli obiettivi delle principa-
li banche centrali, entrando nello specifico di FED e BCE.
Nel quinto capitolo, introducendo il concetto di unità in surplus (famiglie) e in deficit
(imprese e Stato), si espone la funzione mediatrice del sistema finanziario, mentre
nei capitoli che seguono si illustrano prima le funzioni, gli strumenti e i servizi offerti
dalle banche e poi l’attività di intermediazione svolta dai mercati finanziari.
Il capitolo 8 prosegue proponendo una visione etica della finanza e mostrando
l’utilità del microcredito per i paesi più poveri e delle fondazioni bancarie nelle na-
zioni più avanzate.
Il capitolo 9, infine, tratta le crisi d’impresa, argomento all’ordine del giorno in questi
ultimi anni e di rilevanza per comprendere quali sono gli strumenti idonei per con-
trastarle.

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Gli autori
Amedeo Argentiero: ricercatore di Economia Politica presso l’Università di Perugia, si
occupa di ricerca in economia non osservata, economia bancaria e finanziaria e po-
litica fiscale, con un focus specifico sulle analisi economiche del difficile processo
di integrazione europeo.

Marina Azzola: già assegnista di ricerca presso l’OCRI e precedente vincitrice della
Borsa di studio con titolo “Entrepreneurship and financial education”, fa parte del
team che si occupa del monitoraggio, dell’analisi e della pubblicazione dei risultati
del progetto.

Leonardo Becchetti: professore ordinario di Economia Politica presso l’Università di


Roma “Tor Vergata”, si è occupato di microcredito, consumo responsabile, econo-
mia della responsabilità sociale e sviluppo sostenibile. A questi temi ha dedicato
numerose pubblicazioni nazionali ed internazionali. Ha collaborato con la Commis-
sione Vaticana Internazionale Giustizia e Pace sui temi del rapporto tra povertà e
globalizzazione ed è membro del gruppo di riflessione della CEI su etica e finanza.
È il primo direttore scientifico del progetto.

Stefano Caiazza: ricercatore di Economia Politica presso l’Università di Roma “Tor Ver-
gata”, si occupa di ricerca su temi a prevalente carattere bancario. Insegna presso
l’Università di Roma “Tor Vergata” e fa parte del team scientifico del progetto.

Rocco Ciciretti: ricercatore di Politica Economica presso l’Università di Roma “Tor Ver-
gata”, vanta un’esperienza internazionale in incarichi di assistenza svolti presso isti-
tuzioni finanziarie. Svolge ricerca su corporate finance, mercati finanziari e istituzio-
ni ed è autore di numerose pubblicazioni. Fa parte del team scientifico del progetto.

Alessandro Danovi: professore associato di Economia e Gestione delle Imprese presso


l’Università degli Studi di Bergamo e professore di Gestione della crisi e dei processi
di risanamento presso l’Università Bocconi, è direttore dell’Osservatorio Crisi e Ri-
sanamento delle Imprese (OCRI) del Centro di ricerca Entrepreneurial Lab, presso
l’Università degli Studi di Bergamo. È autore di diversi contributi in materia di pato-
logia aziendale, crisi d’impresa e finanza.

Paolo Paesani: è ricercatore di Economia Politica presso l’Università di Roma “Tor


Vergata”, si occupa di ricerca sui temi macroeconomici, monetari e finanziari, svolti
a livello teorico ed empirico. Si occupa inoltre di svolgere attività di docenza presso
l’Università di Roma “Tor Vergata”. Nel progetto Financial Education fa parte del
team scientifico.

Fiammetta Rossetti: è ricercatrice presso la HEC Management School della University


of Liège, Belgio.

13
CAP. 1 LE PRINCIPALI GRANDEZZE DI ECONOMIA E FINANZA

14
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 1

CAPITOLO 1
Le principali grandezze
di economia e finanza
Ogni giorno decine di articoli, programmi televisivi, inchieste e
approfondimenti sono dedicati al mondo dell’economia e della
finanza. Ma cosa vogliono dire queste due parole? Quali sono i loro
fondamenti? Perché i giornalisti fanno continuamente dei richiami a
economia e finanza per parlare della vita di tutti i giorni?
Sapere cosa vogliono dire economia e finanza e quali sono i principali
elementi che stanno alla base del loro funzionamento è l’obiettivo
di questo capitolo. Entrambe sono discipline specialistiche, ma
imparare il loro linguaggio può aiutare a comprendere la realtà che
ci circonda.

1.1 Economia e finanza nella quotidianità

La parola economia viene dal greco oikonomia e significa amministrazione, distri-


buzione e ordine, specialmente delle cose domestiche. La parola è composta da
oikos (casa, abitazione, patrimonio, sostanza) e nomos (regola, legge). Nella parola
stessa economia c’è l’idea di qualcosa di pratico, che riguarda la vita di tutti i giorni
e non solo parole e concetti enigmatici.
Il campo di studio dell’economia è il modo in cui si organizzano le quattro attività
essenziali per la vita umana (produzione, scambio, consumo e risparmio) e al suo
interno si distinguono due grandi campi di studi: la microeconomia e la macroeco-
nomia.
La microeconomia, detta anche “economia in piccolo”, studia il comportamento dei
singoli agenti economici e gli effetti che le loro azioni generano sugli altri.
Agenti economici sono le persone: donne e uomini che lavorano, che guadagnano,
che spendono il proprio denaro per comprare beni e servizi (ad esempio per un pa-
nino, un paio di scarpe, la benzina per il motorino, un biglietto per andare al cinema),
che risparmiano e chiedono soldi in prestito alle banche o al mercato finanziario per
l’acquisto di un’abitazione, di una macchina, di elettrodomestici.
Agenti economici sono anche le imprese, che domandano lavoro e capitale per uti-
lizzarli nella produzione di quei beni e servizi, che altri acquistano. Anche le impre-
se, come le persone, spendono il proprio denaro per pagare beni e servizi acquista-
ti (cioè materie prime, stipendi, macchinari). Possono risparmiare se i ricavi sono

15
CAP. 1 LE PRINCIPALI GRANDEZZE DI ECONOMIA E FINANZA

maggiori dei costi e quindi tengono per sé i profitti realizzati (autofinanziamento) e


talvolta chiedono soldi in prestito alle banche e al mercato finanziario per finanziare
l’attività produttiva.
Entrambi questi agenti economici si incontrano all’interno di luoghi speciali, detti
mercati. Il mercato è il luogo tipico dell’economia, dove si compra e si vende qual-
cosa e dove ognuno entra con un certo obiettivo (ad esempio comprare il miglior
prodotto o servizio al prezzo più basso e vendere la merce al prezzo più alto) e si
comporta seguendo regole precise o ignorandole se è disonesto.
La microeconomia quindi si concentra su un sistema economico piccolo e osserva
come agiscono le singole unità presenti al suo interno. Al contrario, la macroecono-
mia, detta “economia in grande”, studia produzione, scambio, consumo e risparmio
di un sistema economico cosiddetto “aggregato”, cioè che raggruppa in sé le unità
e i comportamenti microeconomici. Si occupa di studiare i problemi legati principal-
mente a una nazione, quali ricchezza, crescita, inflazione, moneta, tassi d’interesse,
spesa pubblica e tassazione, debito e deficit pubblico.
Parlando di macroeconomia e di nazioni è inevitabile parlare dello Stato e parlando
di Stato è necessario introdurre la distinzione tra economia politica e politica eco-
nomica. Mentre l’economia politica si occupa di studiare le attività economiche a
livello individuale e aggregato (riguardanti la nazione), la politica economica si oc-
cupa di studiare gli effetti dell’intervento dei poteri pubblici (Stato, Banca Centrale e
autorità varie) sui soggetti economici privati, cioè imprese e famiglie, e i motivi che
giustificano questo intervento.
A differenza dell’economia, la finanza è quella disciplina che si occupa di studiare i
processi con cui individui, imprese, enti, organizzazioni e stati gestiscono nel tem-
po i flussi monetari (raccolta, allocazione e usi). In altri termini, la finanza è ciò che
permette all’economia di funzionare in quanto ripartisce il denaro tra usi alternativi
al fine di massimizzare la soddisfazione degli operatori.
Questa disciplina può essere distinta in:
• personale, che riguarda i debiti e i crediti che fanno capo agli individui;
• aziendale, relativa alla ricerca e all’impiego delle risorse finanziarie da parte del-
le imprese;
• pubblica, che riguarda le tematiche della ricerca e dell’impiego di risorse finan-
ziarie da parte della pubblica amministrazione;
• internazionale, che tocca il tema dei flussi di denaro scambiati tra paesi (origi-
nata da operazioni finanziarie tra individui, imprese e pubbliche amministrazioni
internazionali).
I suoi attori principali sono gli investitori e gli intermediari finanziari, che operano sui
mercati finanziari per favorire gli scambi di flussi di denaro.

16
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 1

1.2 Elementi di economia

A) Il Prodotto Interno Lordo


Lo stato di salute di un’economia, cioè dell’insieme delle attività di produzione,
scambio, consumo e risparmio portate avanti dagli agenti economici, viene misura-
to dagli economisti attraverso il Prodotto Interno Lordo (PIL), ovvero il valore mone-
tario di tutti i beni e servizi finali prodotti all’interno di un paese nel corso di un anno.
Si definiscono beni e servizi finali, perché non servono a produrre altri beni e servizi,
ma sono pronti per essere consumati immediatamente.
Esistono tre definizioni alternative del PIL:
1. è la somma della spesa in consumi, investimenti, esportazioni nette e spesa
pubblica, sostenuta da una nazione in un dato intervallo temporale;
2. è la somma del valore aggiunto derivante dai beni e servizi prodotti dalle impre-
se, ossia la differenza tra i ricavi di vendita e le spese per l’acquisto delle materie
prime;
3. è la somma dei redditi percepiti (salari, stipendi, profitti, rendite, interessi, ecc.)
all’interno di un sistema economico in un certo periodo.

METODOLOGIE DI CALCOLO DEL PIL

1. METODO DELLA SPESA 2. METODO DEL VALORE 3. METODO DEI REDDITI


AGGIUNTO

PIL = CONSUMI (spesa PIL = SOMMA dei beni e PIL = RETRIBUZIONI


delle famiglie in beni dei servizi prodotti dalle + REDDITI DA CAPITALE
durevoli, di consumo e imprese
servizi)
! ad ogni stadio della
+ INVESTIMENTI (spesa produzione di un bene si
delle imprese e delle contabilizza solo il valore
famiglie in immobili) aggiunto del bene
(calcolato come ricavo di
+ SPESA PUBBLICA vendita – spesa di acqui-
sto per acquisto materie
+ ESPORTAZIONI NETTE prime e semilavorati)
(differenza tra export ed
import)

TABELLA 1.1: Metodi alternativi per il calcolo del PIL (rielaborazione da Borsa Italiana, 2013).

Il PIL è quindi la somma di quanto prodotto (metodo del valore aggiunto), o di quanto
percepito in termini di reddito (metodo del reddito), oppure di quanto speso (meto-

17
CAP. 1 LE PRINCIPALI GRANDEZZE DI ECONOMIA E FINANZA

do della spesa) da una nazione in un certo arco di tempo (generalmente un anno).


Qualunque definizione venga adottata, la grandezza calcolata ha sempre lo stesso
valore.
Il PIL può assumere alcune particolari connotazioni a seconda di come vie-
ne quantificato. Si chiama nominale quando misura il valore finale dei beni
e dei servizi prodotti ai prezzi di quel periodo, detti prezzi correnti (in for-
mule PIL = Y x P, cioè Y beni e servizi finali e P indice dei prezzi) e quindi è in-
fluenzato dall’inflazione. Al contrario, è definito reale quando esprime il va-
lore sopra indicato, ma a prezzi costanti, cioè che non variano nel tempo.

ESEMPIO

Supponiamo che nel corso di un anno zo delle mele raddoppia anche il PIL
all’interno dell’economia si producano nominale raddoppia (€ 4,00 x 1.000.000
solamente 1.000.000 di mele e che il = € 4.000.000), mentre il PIL reale resta
prezzo di mercato di una mela sia pari costante, non essendo influenzato dalla
a € 2,00. Il PIL nominale è pari a € 2,00 variazione dei prezzi.
x 1.000.000 = € 2.000.000, ma se il prez-

È per questo motivo che per avere una prima misura del benessere economico di
una nazione non si guarda al PIL nominale bensì al PIL reale, mentre per il confronto
fra nazioni è necessario utilizzare il PIL pro capite, che si ottiene dividendo il PIL
reale per il totale della popolazione residente all’interno di quel paese (in formula,
Y/n° totale abitanti).
La tabella che segue riporta un elenco delle nazioni appartenenti all’Organizzazione
per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ordinate per ricchezza (PIL)
e reddito per abitante (PIL pro capite). Come si può vedere, le classifiche non sono
uguali in quanto spesso la ricchezza della nazione non riflette quella dei propri abi-
tanti.

18
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 1

N° Nazione PIL (US$) N° Nazione PIL pro capite (US$)

1 Stati Uniti 17.947.000 1 Monaco 187.650

2 Cina 10.982.829 2 Liechtenstein 157.040

3 Giappone 4.123.258 3 Lussemburgo 101.994

4 Germania 3.357.614 4 Svizzera 80.675

5 Regno Unito 2.849.345 5 Qatar 76.576

6 Francia 2.421.560 6 Norvegia 74.822

7 India 2.090.706 7 Stati Uniti 55.805

8 Italia 1.815.757 8 Singapore 52.888

9 Brasile 1.772.589 9 Danimarca 52.114

10 Canada 1.552.386 10 Irlanda 51.351

11 Corea del Sud 1.376.868 11 Australia 50.962

12 Russia 1.324.734 12 Islanda 50.855

13 Australia 1.223.887 13 Svezia 49.866

14 Spagna 1.199.715 14 San Marino 49.847

15 Messico 1.144.334 15 Andorra 45.033

TABELLA 1.2: Classifica delle prime 15 nazioni in ordine di PIL e PIL pro capite nel 2015.

Siamo sicuri che il PIL sia una misura adeguata del benessere di una nazione? Il
famoso discorso di Robert Kennedy (fratello dell’allora presidente degli Stati Uniti
John Fitzgerald Kennedy) descrive in maniera chiarissima perché la risposta alla
domanda appena posta potrebbe essere “no” o meglio “non sempre”.

19
CAP. 1 LE PRINCIPALI GRANDEZZE DI ECONOMIA E FINANZA

«N on troveremo mai un fine dei loro momenti di svago. Non


per la nazione, né una nostra comprende la bellezza della nostra
personale soddisfazione, nel mero poesia o la solidità dei valori familiari,
perseguimento del benessere l’intelligenza del nostro dibattere o
economico, nell’ammassare senza l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
fine beni terreni.
Non tiene conto né della giustizia
Non possiamo misurare lo spirito nei nostri tribunali, né dell’equità nei
nazionale sulla base dell’indice Dow- rapporti fra di noi. Il PIL non misura
Jones, né i successi del paese sulla né la nostra arguzia né il nostro
base del Prodotto Interno Lordo. coraggio, né la nostra saggezza né
la nostra conoscenza, né la nostra
Il PIL comprende anche l’inquinamento compassione né la devozione
dell’aria e la pubblicità delle sigarette, al nostro paese. Misura tutto, in
e le ambulanze per sgombrare le breve, eccetto ciò che rende la vita
nostre autostrade dalle carneficine veramente degna di essere vissuta.»
dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature Robert Kennedy


speciali per le nostre porte di casa, 18 marzo 1968, Università del Kansas, USA
e le prigioni per coloro che cercano
di forzarle. Comprende programmi
televisivi che valorizzano la violenza
per vendere prodotti violenti ai nostri
bambini. Cresce con la produzione
di napalm, missili e testate nucleari,
comprende anche la ricerca per
migliorare la disseminazione della
peste bubbonica, si accresce con gli
equipaggiamenti che la polizia usa
per sedare le rivolte, e non fa che
aumentare quando sulle loro ceneri si
ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle


nostre famiglie, della qualità della loro
educazione o della gioia

In risposta ai dubbi sull’efficacia del PIL reale e del PIL pro capite, gli economisti
hanno provato ad individuare nuovi indicatori e moderne tecniche per misurare il
benessere delle persone, come suggerito da un articolo del quotidiano economico
“Sole 24 Ore”.

20
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 1

N
« el Prodotto Interno Lordo bisogna livello di produzione di beni e servizi in un
calcolare anche l’indice della felicità o paese.
per essere esatti "l’indice del benessere Gli esperti, però, ricordano che "i
della popolazione": è una delle problemi di traffico possono contribuire
raccomandazioni del rapporto Stiglitz, a far crescere il PIL perché aumenta il
compilato da un gruppo di studio guidato consumo di benzina", ma non per questo
dal premio Nobel per l’Economia 2001 e ne risulta migliorata la qualità della
consegnato oggi al presidente francese, vita: quindi misurazioni come queste
Nicolas Sarkozy. E l’inquilino dell’Eliseo "possono condurre a una visione viziata
ha annunciato che "la Francia si batterà delle tendenze economiche". Servono
perché tutte le istituzioni internazionali quindi - sostengono gli esperti consultati
modifichino il loro sistema statistico da Sarkozy - altri indicatori collegati al
seguendo le raccomandazioni" di Joseph PIL, che prendano in conto le attività
Stiglitz. "Ormai è avviata una riflessione non commerciali (opere di volontariato,
collettiva e non si fermerà perché è la crisi lavori domestici), le condizioni di vita
che ci obbliga", ha detto Sarkozy parlando materiale (reddito per categoria sociale),
all’Università La Sorbona. la sanità o l’insicurezza, con una
Secondo il rapporto Stiglitz "è ora maggiore attenzione alle ineguaglianze
che il nostro sistema statistico metta sociali, generazionali, sessuali e culturali.
l’accento più sulla misura del benessere La Commissione chiede anche degli
della popolazione che sulla produzione indicatori che prendano in conto le
economica". La commissione, che conta questioni ambientali e la crescita delle
22 esperti capitanati dal premio Nobel, concentrazioni di gas a effetto serra.»
era stata incaricata nel 2008 dall’Eliseo
di condurre una riflessione sulla misura (Sole 24 Ore, 14 settembre 2009)
della crescita, fino ad oggi misurata solo
dal Prodotto Interno Lordo, che riflette il

Il PIL cambia valore monetario nel tempo. In condizioni normali, il PIL misurato ogni
anno è più grande di quello dell’anno precedente e più piccolo di quello dell’anno
successivo (in formule PIL t-1 < PIL t < PIL t+1). La sua variazione prende quindi il nome
di tasso di crescita dell’economia. Se assume valori positivi si parla di espansione
o boom, cioè da un anno all’altro è aumentata la quantità di beni e servizi finali pro-
dotti; al contrario, quando assume valori prossimi allo zero l’economia si trova in
fase di stagnazione, ovvero la quantità di beni e servizi è rimasta sostanzialmente
costante; infine, se il tasso di crescita assume valori negativi si parla di recessione,
cioè si riducono le quantità di quanto prodotto.
In generale la crescita è vista come una cosa buona, perché quando l’economia
cresce, aumentano le possibilità di lavoro, di consumo e i redditi.
Nel grafico che segue è rappresentato il tasso di crescita dell’economia italiana tra
il 2000 e il 2015 misurato in termini di andamento del PIL a valori percentuali. Come
si può notare, all’inizio del nuovo millennio l’economia italiana aveva un tasso di
crescita positivo (il più alto dell’ultimo decennio), ma a seguito della crisi del 2008
è entrata in una fase di forte recessione, registrando nel 2009 il più basso livello di
crescita negativa.

21
CAP. 1 LE PRINCIPALI GRANDEZZE DI ECONOMIA E FINANZA

3,7
5 2,2
1,9 1,7
0,5 0,9 1,7 1,7 0,4 0,8
0
-0,5
0 -1,2

-1,9
-2,4
-5
-5,5
-10
2000 2002 2004 2006 2008 2010 2012 2014 2016

FIGURA 1.1: Il tasso di crescita dell’economia italiana dal 2000 al 2015 (Istat, 2016).

B) Il tasso di inflazione
La variazione dei prezzi di un’economia prende il nome di tasso di inflazione. Quan-
do assume valori positivi e alti si parla di inflazione elevata, perché è cresciuto di
molto il prezzo medio unitario dei beni e servizi prodotti; quando assume valori
prossimi allo zero, invece, si è in una situazione di stabilità dei prezzi, ovvero è rima-
sto invariato il prezzo medio unitario di quanto prodotto da un anno all’altro; infine,
se assume valori negativi si parla di deflazione, cioè si è ridotto il prezzo dei beni e
servizi.
Occorre ricordare che quando parliamo di inflazione ci riferiamo a una variazione di
un indice dei prezzi, calcolato come media dei prezzi dei vari beni e servizi prodotti
nell’economia. Di conseguenza, per avere inflazione non basta che aumenti il prez-
zo di un singolo bene o di pochi beni, ma devono aumentare contemporaneamente
i prezzi della maggior parte dei beni e servizi prodotti e venduti.
In generale, l’inflazione, se è alta, è vista come una cosa negativa: quando tutti i
prezzi crescono, diminuiscono, a parità di reddito, le possibilità di consumo.
Nel grafico che segue è indicato l’andamento dell’inflazione in Italia fra il 2005 e il
2015. Come si nota, il tasso ha avuto un andamento altalenante, toccando negli anni
di maggiore crisi (2008 e 2012) i valori più elevati.

4
3,3
3
3 2,8

2,1
1,9
2 1,5
1,8 1,2

1
0,8 0,2
0,1
0
2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015

FIGURA 1.2: Andamento dell’inflazione dal 2005 al 2015 (Istat, 2016).

22
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 1

Esiste quindi un rapporto tra crescita e inflazione? Gli economisti hanno dimostra-
to che un’inflazione bassa è compatibile con un tasso di crescita positivo, mentre
un’inflazione molto alta tende ad avere un impatto negativo sulla crescita.

C) La disoccupazione
Quando si parla di crescita economica e recessioni generalmente il discorso finisce
anche sul tema del lavoro e della disoccupazione.
Si definiscono disoccupati coloro che:
• si dichiarano in cerca di lavoro;
• sono immediatamente disponibili a lavorare;
• hanno svolto concrete azioni di ricerca di lavoro nei 30 giorni precedenti la rile-
vazione.

I dati sull’occupazione e sulla disoccupazione vengono ricavati attraverso indagini


campionarie (in Italia il campione annovera circa 200.000 individui) condotte pe-
riodicamente dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT), che intervista i membri del
campione informandosi sulla loro condizione lavorativa.
È importante sottolineare che crescita economica e tasso di disoccupazione tendono
a variare in direzione inversa, cioè quando l’economia cresce, la disoccupazione
tende a diminuire, mentre quando l’economia entra in recessione, la disoccupazio-
ne aumenta.

1.3 Elementi di finanza: la moneta

Nel mondo in cui viviamo l’organizzazione delle attività di produzione, scambio,


consumo e risparmio è fortemente agevolata dalla disponibilità di uno strumento
essenziale: la moneta. Le imprese acquisiscono la possibilità di utilizzare i fattori
della produzione (lavoro, capitale e terra) in cambio del pagamento di una somma
di denaro, che i proprietari dei fattori della produzione accettano con l’idea che quel
denaro servirà poi ad acquistare i beni e servizi prodotti dalle imprese.
La moneta svolge tre funzioni fondamentali:
a. mezzo di scambio, cioè serve per comprare quei beni e servizi conteggiati nel
PIL ed è accettata come contropartita in tutte le transazioni economiche; tutti
sono disposti a vendere i propri beni e servizi in cambio di moneta, perché san-
no che poi potranno spendere quella stessa moneta nell’acquisto di altri beni e
servizi;
b. unità di conto, ossia funge da unità di misura per i prezzi e rende più agevole

23
CAP. 1 LE PRINCIPALI GRANDEZZE DI ECONOMIA E FINANZA

effettuare i calcoli economici ed il confronto tra beni e servizi in termini di valore


relativo;
c. riserva di valore, cioè consente di preservare il potere d’acquisto nel tempo, cioè
dà la possibilità di fare acquisti anche più avanti nel tempo.

La moneta può avere due diversi valori:


1. nominale o legale, quando il suo valore è:
• attribuito dall’autorità monetaria statale e quindi è impresso sul denaro;
• riconosciuto da tutti i cittadini come tale;
• difficilmente soggetto a variazioni nel tempo;
2. intrinseco, quando il valore si desume dall’attività di coniazione e dalla quantità
di metallo prezioso presente nella moneta; il riferimento è principalmente alla
moneta di tipo metallica, perché risulta difficile applicarlo alla moneta cartacea.

Il potere di creare moneta legale prende il nome di sovranità monetaria ed appartie-


ne allo Stato, che la esercita in maniera autonoma o la cede alla Banca Centrale. Ad
esempio, nel passato in Italia la quantità di banconote in lire era decisa dalla Banca
d’Italia in accordo con il Ministero del Tesoro, mentre attualmente la quantità di
banconote in euro è stabilità dalla Banca Centrale Europea.
Accanto alla moneta legale circola un secondo tipo di moneta, la moneta bancaria,
uno strumento di pagamento coperto da riserve di moneta legale detenute presso il
sistema bancario. Questa moneta, tipicamente sotto forma di depositi, viene attiva-
ta utilizzando assegni, bancomat, giroconti e bonifici bancari. Ha un valore perché
esiste una fiducia generale nella capacità delle singole banche di trasformare la
moneta bancaria in un equivalente ammontare di moneta legale.
Per misurare le quantità di moneta in circolazione si utilizza il concetto di aggre-
gato monetario. Con questo termine si indica un insieme di strumenti monetari
caratterizzati dallo stesso livello di liquidità, intesa come capacità di trasformarsi
rapidamente e senza costi in moneta legale. Gli aggregati monetari sono indicati
attraverso sigle alfanumeriche in ordine progressivo e sono costruiti in maniera che
gli aggregati più grandi contengano i più piccoli.

24
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 1

ESEMPIO

Per l’area dell’euro, la Banca Centrale Europea ha definito quattro aggregati:

1. Base monetaria o M0 costituita da 3. M2 = M1 + depositi con scadenza fis-


circolante (monete metalliche e sa fino a 2 anni (cioè trasformabili
banconote in possesso del pubbli- in moneta legale solamente dopo
co) e riserve di moneta legale delle almeno due anni dal momento del
banche depositate presso la Banca deposito);
Centrale;
4. M3 = M2 + pronti contro termine, ob-
2. M1 = base monetaria (M0) + depositi bligazioni con scadenza fino a due
restituibili immediatamente su ri- anni, quote di fondi di investimento
chiesta (in gergo si chiamano depo- monetario e titoli di debito con sca-
siti a vista, cioè trasformabili imme- denza fino a 2 anni.
diatamente in moneta legale quando
il depositante si presenta davanti
allo sportello della banca);

La moneta detiene un potere d’acquisto, cioè una quantità di beni e servizi che è
possibile acquistare ai prezzi correnti spendendo un’unità monetaria (€ 1, € 100,
€ 1000, ecc.). In termini matematici, questo potere d’acquisto (o prezzo della mone-
ta in termini di beni) si misura calcolando il reciproco dell’indice generale dei prezzi,
cioè 1/P. Da questo rapporto si capisce che un aumento del livello generale dei
prezzi riduce il potere d’acquisto della moneta, ossia spendendo € 1 quando i prezzi
sono più alti si compra una quantità di beni inferiore. È immediata la comprensione
dell’affermazione «l’inflazione erode il potere d’acquisto del denaro».
Il valore della moneta nel tempo viene misurato dal tasso di interesse nominale. Dire
che il tasso d’interesse annuale è il 5% significa che € 100 oggi equivalgono a € 105
fra un anno (principio della capitalizzazione finanziaria). In particolare, sottraendo
dal tasso d’interesse nominale il tasso di inflazione si ottiene il tasso d’interesse
reale, che riguarda il trasferimento di potere d’acquisto nel tempo.
Compreso questo punto è immediato capire l’affermazione «l’inflazione danneggia
i creditori e avvantaggia i debitori», cioè dato un certo tasso d’interesse se i prezzi
salgono più del previsto (aumento inflazione) il tasso d’interesse reale effettivo è
inferiore a quello che i creditori si aspettano di ricevere e i debitori di pagare: ciò
danneggia il creditore e avvantaggia il debitore. Accade il contrario, invece, se i prez-
zi salgono meno del previsto e il tasso d’interesse reale effettivo è superiore.

25
CAP. 1 LE PRINCIPALI GRANDEZZE DI ECONOMIA E FINANZA

ESEMPIO

Supponiamo che A presti a B € 100 e che B si impegni a restituire ad A € 110 dopo


un anno. Il tasso d’interesse monetario corrispondente a questa operazione è il 10%,
ma si possono verificare quattro possibili scenari:

1. se nel corso dell’anno il livello gene- 3. se nel corso dell’anno il livello gene-
rale dei prezzi non cambia, il tasso rale dei prezzi passa da € 100 a 110,
d’inflazione è pari a 0% e il tasso il tasso d’inflazione è pari a 10% e il
d’interesse reale coincide con quello tasso d’interesse reale è pari a 0%
nominale (10% nominale – 0% infla- (10% nominale - 10% inflazione = 0%
zione = 10% reale); ciò significa che reale); ciò significa che la quantità di
la quantità di beni che A può acqui- beni che A può acquistare spenden-
stare spendendo € 110 dopo un anno do € 110 dopo un anno è esattamen-
è effettivamente più elevata del 10% te uguale alla quantità di beni che
rispetto alla quantità di beni che po- poteva acquistare all’inizio;
teva acquistare all’inizio dell’anno
4. se nel corso dell’anno il livello gene-
spendendo € 100;
rale dei prezzi passa da € 100 a 90,
2. se nel corso dell’anno il livello gene- il tasso d’inflazione è negativo e pari
rale dei prezzi passa da € 100 a 105, a -10% di deflazione e il tasso d’inte-
il tasso d’inflazione è pari a 5% e il resse reale è pari a 20% (10% nomi-
tasso d’interesse reale è pari al 5% nale - (- 10%) inflazione = 20% reale);
(10% nominale - 5% inflazione = 5% ciò significa che la quantità di beni
reale); ciò significa che la quantità che A può acquistare spendendo €
di beni che A può acquistare spen- 110 dopo un anno è maggiore del
dendo € 110 dopo un anno è mag- 20% rispetto al precedente anno.
giore del 5% rispetto alla quantità di
beni che poteva acquistare all’inizio
dell’anno con € 100;

Nel mondo, generalmente, ogni nazione detiene una propria moneta: il tasso di
cambio misura il prezzo di una valuta in termini di un’altra. In particolare, può esse-
re calcolato in due modi:
1. quotazione “certo per incerto”, in cui si calcola la quantità di moneta estera ne-
cessaria per acquistare un’unità della valuta nazionale (ad esempio € 1,00 =
$ 1,20);
2. quotazione “incerto per certo”, che calcola la quantità di valuta nazionale ne-
cessaria per acquistare un’unità di valuta estera (ad esempio € 0,80 = $ 1,00).

26
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 1

Le variazioni in aumento e in diminuzione del tasso di cambio vengono espresse


come apprezzamenti e deprezzamenti.

ESEMPIO

Se partendo da una quotazione iniziale Viceversa, in una quotazione “incerto


“certo per incerto” di € 1,00 = $ 1,20 si per certo”, l’euro si apprezza rispetto al
passa a € 1,00 = $ 1,30 sono necessari dollaro se si passa da una quotazione di
più dollari per acquistare € 1 (l’euro è di- € 0,80 = $ 1,00 a € 0,70 = $ 1,00 (servono
ventato più caro); al contrario, se il tasso meno euro perché valgono di più), men-
di cambio diminuisce a € 1,00 = $ 0,80 tre si deprezza se da € 0,80 = $ 1,00 si
(deprezzamento della propria valuta ri- passa a € 0,90 = $ 1,00 (occorrono più
spetto a quella estera) ci vogliono meno euro, perché valgono di meno).
dollari per comprare 1 euro.

1.4 La relazione tra economia e finanza


Le riflessioni su alcuni concetti base dell’economia e della finanza portano a porsi
domande sul tipo di rapporto esistente fra queste discipline.
Facendo riferimento alla quotidianità, affinché le imprese trovino conveniente au-
mentare la produzione di beni e servizi, assumendo dunque più lavoratori e creando
reddito, è essenziale un’adeguata disponibilità di moneta. Di fatto, un’insufficienza
di moneta spinge le imprese a ridurre la produzione e l’occupazione e a rimandare al
futuro innovazione e progetti di investimento. L’attività economica cade in recessio-
ne con crescita negativa, diminuzione del PIL in termini reali, riduzione dei prezzi e
deflazione. Al contrario, risorse monetarie troppo abbondanti favoriscono maggiore
produzione e impiego di manodopera, l’economia si rafforza, ma l’eccesso di dena-
ro può generare un’espansione insostenibile, cioè aumento dei prezzi e inflazione.
Si comprende pertanto che il modo in cui viene gestita la moneta è essenziale per
tutte le attività economiche e per mantenere una crescita economica in equilibrio.

27
CAP. 1 LE PRINCIPALI GRANDEZZE DI ECONOMIA E FINANZA

DISPONIBILITÀ DI MONETA

ABBONDANTE Elevata poduzione INSUFFICIENTE Riduzione produzione


Aumento occupazione Riduzione occupazione
Crescita dei prezzi Caduta dei prezzi

INFLAZIONE RECESSIONE

FIGURA 1.3: Effetti sul sistema economico a seconda della disponibilità di moneta.

Bibliografia

Bagella M. (2007), L’Euro e la politica monetaria, Giappichelli, Torino.

Blanchard O. (2009), Macroeconomia, Il Mulino, Bologna.

Brucchi L. (2001), Manuale di economia del lavoro, Il Mulino, Bologna.

Cozzi T. Zamagni S., (2004), Principi di economia politica, Il Mulino, Bologna.

Frank R.H. (2007), Microeconomia, McGraw-Hill, Milano.

Istat (2013), Pil e indebitamento Amministrazioni Pubbliche. Anno 2010-2012, Statistiche Report.

Piga G. (2009), Lezioni di microeconomia, Giappichelli, Torino.

http://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-la-lente/pil.htm

http://www.oecd.org/statistics/

28
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 1

IL CAPITOLO IN 10 DOMANDE 1
Come possiamo definire l’economia?
E la finanza?

2 Quali sono le principali differenze fra


microeconomia e macroeconomia?

Perché il Prodotto Interno Lordo è uno


3 strumento per misurare lo stato di
salute di un’economia?

4 Come possiamo calcolare il PIL?

Perché il PIL non rappresenta una


5 misura adeguata per calcolare il
benessere di una nazione?
Come è possibile definire il tasso di
6 crescita dell’economia? Che relazione
esiste tra questo tasso e l’inflazione?

7 Qual è il rapporto tra disoccupazione


e PIL?

8 Perché la moneta rappresenta


l’elemento chiave della finanza?

9 Quali concetti sono legati alla moneta?

10 Che tipo di relazione esiste fra


economia e finanza?

29
CAP. 2 L’EVOLUZIONE DELLA MONETA E DELLE BANCHE NEI SECOLI E GLI STRUMENTI DI PAGAMENTO ALTERNATIVI AL CONTANTE

30
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 2

CAPITOLO 2
L’evoluzione della moneta e delle
banche nei secoli e gli strumenti
di pagamento alternativi al contante
Come si è formata la moderna economia monetaria? Perché oggi
possiamo usare degli strumenti alternativi alla moneta per pagare
gli acquisti?
Nell’antica Grecia e nell’Impero Romano esistevano sistemi monetari
che si basavano su monete d’oro, d’argento e di rame, che circolavano
grazie ai “cambiatori di valute”. Nel Medioevo, invece, l’importanza
dell’economia agricola causò la scomparsa della moneta, ma nel
‘500 la ripresa del commercio favorì lo sviluppo dell’attività dei banchi
pubblici e l’introduzione della moneta cartacea e di forme primitive
di strumenti di pagamento alternativi. Con l’avvento della Rivoluzione
industriale, la sterlina divenne la moneta più potente al mondo,
superata poi dal dollaro nel ‘900. Sono in particolare gli eventi del
secolo scorso che hanno determinato l’attuale assetto economico e,
tra i vari, si ricordano le grandi riforme bancarie e l’introduzione della
moneta unica, l’euro.
L’obiettivo del capitolo è spiegare come la storia della moneta e
quella delle banche si sono intrecciate più volte nel corso dei secoli
e come la loro evoluzione ha favorito la formazione dell’attuale
sistema monetario.

2.1 La storia della moneta

L’invenzione della moneta è scaturita dal bisogno di disporre di uno strumento ido-
neo per acquistare beni e servizi. Il relativo sviluppo nei diversi secoli è avvenuto
perciò come conseguenza all’evoluzione degli stili di vita, all’introduzione di sistemi
di scambio più sofisticati e all’interazione di popolazioni provenienti da diversi terri-
tori. Si può parlare di un progresso concomitante fra civiltà e moneta (Davies, 2002)
e la sua storia deve essere raccontata seguendo l’andamento degli avvenimenti del
passato.

31
CAP. 2 L’EVOLUZIONE DELLA MONETA E DELLE BANCHE NEI SECOLI E GLI STRUMENTI DI PAGAMENTO ALTERNATIVI AL CONTANTE

PREISTORIA CIVILTÀ GRECA MEDIOEVO SEICENTO E OTTOCENTO NOVECENTO


E ROMANA SETTECENTO

economia di introduzione declino oscillazioni ascesa ascesa


sussistenza delle monete della moneta monetarie della sterlina del dollaro,
e baratto metalliche e degli scambi e nascita e Gold Standard Bretton Woods
della moneta e nascita dell'euro
cartacea

A) Dall’economia di sussistenza al baratto fino all’introduzione della moneta


(preistoria – VII secolo a.C.)
L’evoluzione economica dell’uomo ha le sue origini nell’economia di sussistenza an-
che detta naturale (Spinelli, 1999), ovvero nella soddisfazione dei bisogni attraverso
ciò che “madre natura” offriva (ad esempio bacche raccolte nelle foreste, pesce
pescato nei fiumi, case costruite con la legna del bosco o ricavate da caverne).
Con il passare dei secoli, l’evoluzione fece sì che l’uomo si specializzasse nelle at-
tività che meglio sapeva svolgere, quali l’agricoltura, la pesca, la caccia, l’alleva-
mento, la fabbricazione di utensili. In questo modo, i bisogni venivano soddisfatti in
maniera parziale e perciò l’uomo sentiva la necessità di scambiare quanto prodotto
in eccesso con altri beni. Iniziò l’era dell’economia di scambio, in cui questo primor-
diale commercio venne governato dal baratto.
Il termine baratto nacque per indicare lo scambio di beni fra due o più persone,
senza far uso della moneta. Nonostante vi era il vantaggio di estendere la soddi-
sfazione dei propri bisogni mediante altri beni, diversi da quelli che ognuno riusciva
a produrre per sé, gli svantaggi principali di questa economia primordiale erano i
seguenti (Spinelli, 1999):
1. i beni scambiati assumevano un valore prettamente soggettivo (ad esempio in
base alle dimensioni, al colore, alla facilità di ottenimento, ovvero la quantità
disponibile) e pertanto lo scambio avveniva a quantità diverse, ma perché in ef-
fetti i beni erano differenti; questa arbitrarietà nell’assegnare il valore alla merce
generava non pochi problemi nello scambio;
2. non sempre vi era coincidenza di bisogni: l’individuo che, ad esempio, vendeva
mele per ottenere pesce, non sempre trovava un altro soggetto che aveva biso-
gno di mele e in cambio poteva dare del pesce; in termini economici, la domanda
non incontrava l’offerta e il mercato non era in equilibrio;
3. se le merci erano indivisibili, cioè non potevano essere divise in più parti (ad
esempio se si vendeva una mucca viva e l’acquirente ne voleva solo metà, ciò
non era possibile) e nel caso di beni deperibili (ad esempio se la carne non era
messa sotto sale, il rischio era che in breve tempo potesse marcire) o/e con dif-
ficoltà di trasporto, il baratto diventava ancora più complesso e gli individui non
erano in grado di soddisfare adeguatamente i propri bisogni.

32
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 2

Nella preistoria, quindi, il baratto creò non pochi problemi all’uomo, che vedeva inol-
tre un continuo crescere dei suoi bisogni. Inizialmente, si pensò di individuare dei
luoghi in cui potesse avvenire direttamente lo scambio dei beni, incontrando nello
stesso posto e tempo coloro che volevano scambiare una merce contro un’altra. Si
crearono pertanto le prime forme di mercato. Successivamente, l’uomo cominciò a
ipotizzare un commercio più semplice, in cui le merci erano scambiate usando uno
specifico prodotto, che aveva un valore definito e perciò poteva diminuire l’arbitra-
rietà. Si creò dunque la moneta con lo scopo di essere strumento di pagamento,
unità di conto, comune misura di valore e mezzo di scambio (Davies, 2002).
La “moneta merce”, quali pietre, conchiglie, manufatti in ceramica, riso e sale, fu
di fatto la prima modalità utilizzata. Poi con la scoperta dei metalli, caratterizza-
ti da resistenza rispetto al trascorrere del tempo e diverso valore a seconda della
preziosità, si iniziarono a coniare monete metalliche con forma, dimensioni e peso
variabile (Ruffolo, 2011).
Fu nell’area del Mediterraneo che si diffuse velocemente un primordiale concetto
di economia monetaria, prima presso gli Ittiti (popolo che visse nel II millennio a.C.
nell’Anatolia-Turchia), che utilizzavano “lingotti” d’argento con inciso il peso e la pu-
rezza metallica, poi nel Regno di Lidia e nelle città-Stato dell’antica Ionia (VII secolo
a.C.), dove comparvero le prime monete in forma tonda.

B) L’importanza della moneta nelle civiltà greca e romana (600 a.C. – 410 d.C.)
Le intuizioni monetarie che avevano avuto le prime civiltà della Mesopotamia, ven-
nero trasmesse velocemente anche alle città greche grazie ai rapporti di scambio.
In Grecia la moneta metallica divenne il principale strumento per agevolare gli scam-
bi, riscuotere i tributi e pagare i mercenari. Ciascuna polis era indipendente e aveva
pertanto la propria moneta, distinguibile dalle altre attraverso immagini di divinità
e/o animali simbolici delle proprie leggende, come ad esempio la civetta per Atene
e Pegaso per Corinto (Poggi in Cocchi, 2003). Solo successivamente, la moneta
assunse funzioni commemorative ed esaltative di vittorie ottenute nelle battaglie e
pertanto riportò sulle sue facce i ritratti dei sovrani (Poggi in Cocchi, 2003).
In particolare, la diffusione della moneta nel territorio greco derivò principalmente
dal “finanziamento” delle guerre. Nel caso specifico di Atene, la possibilità di sfrut-
tare migliaia di schiavi nelle miniere d’argento di Lavrio consentì la coniazione di
un’enorme quantità di moneta, necessaria al sostentamento dell’esercito e alla cre-
azione di una flotta navale per le battaglie contro i Persiani (Davies, 2002). La vit-
toria, e quindi il pagamento dei soldati, permise la diffusione in tutta la Grecia del
sistema monetario basato sulla dracma d’argento ateniese.
Anche Alessandro Magno ebbe la possibilità di pagare le truppe e i mercenari grazie
alle numerose miniere di ferro, rame, argento e oro presenti sul territorio macedone

33
CAP. 2 L’EVOLUZIONE DELLA MONETA E DELLE BANCHE NEI SECOLI E GLI STRUMENTI DI PAGAMENTO ALTERNATIVI AL CONTANTE

e greco (Davies, 2002). La sua conquista interminabile di terre verso l’Asia portò ad
un’ulteriore diffusione della moneta, che divenne il mezzo più semplice per imporre
il proprio potere su altre popolazioni.
Per quanto riguarda i Romani, invece, originariamente usarono una forma di baratto
evoluta: il bestiame allevato era il principale mezzo di scambio (in generale utilizza-
vano le pecore, da cui deriva il termine latino “pecunia”) (Ruffolo, 2011).
Nei secoli successivi, la crescita del commercio portò prima all’utilizzo di una pri-
mordiale forma di moneta, quali barre di bronzo con differente peso, poi all’uso di
lingotti con forma regolare e con impresse le caratteristiche quanto-qualitative.
Solo in seguito, i Romani, entrando in contatto con i Greci (che avevano colonizzato
le regioni meridionali della penisola italiana), “imitarono” la loro modalità di conia-
zione e adozione di moneta.
Nel 269 a.C. introdussero il denarius, una moneta tonda d’argento, e le sotto unità
quinarii e sestertii (Poggi in Cocchi, 2003). Sulle facce raffigurarono i profili dei
generali e degli imperatori romani, che avevano conquistato terre. In particolare,
sotto l’imperatore Augusto, nei primi anni d.C. venne introdotta la moneta aureus
e il sistema monetario basato esclusivamente sull’argento divenne di conseguenza
bimetallico.
Anche Roma, al pari delle città greche, necessitò di coniare grandi quantità di mo-
nete per sostenere i suoi eserciti che conquistavano sempre più terre (ad esempio
il sostentamento di una singola legione costava all’anno 1.500.000 denari) (Davies,
2002). Tuttavia, l’elevata disponibilità monetaria non fu in grado di fermare la cre-
scita dei prezzi e l’incalzare dell’inflazione e il susseguirsi di imperatori incapaci di
gestire il caos economico e finanziario facilitò la caduta dell’impero.

C) Il declino della moneta nel Medioevo (410 – fine 1400)


I Greci e i Romani favorirono lo sviluppo di un’economia monetaria per “sostene-
re” i propri bisogni militari, ma con le invasioni barbariche la popolazione si rifugiò
nelle campagne e quindi si ritornò a un sistema economico basato sull’agricoltura,
con minore importanza del commercio e della moneta (periodo storico conosciuto
come Feudalesimo).
Solo Carlo Magno sul finire del ’700 fu in grado di riunificare a livello europeo la
coniazione di moneta, adottando il monometallismo argenteo e creando il denaro e
le unità di conto soldo (soldo=12 denari) e lira (lira=240 denari=20 soldi) (Morelli in
Cocchi, 2003; Amato, 2008). Anche nell’Inghilterra venne coniato il penny d’argen-
to, che rimase in vigore fino al 1971.
Con il crollo dell’Impero Carolingio e la disgregazione in tanti piccoli regni, i monar-
chi e i vescovi iniziarono a battere propria moneta riciclando quella già coniata e
adottando spesso la “tosatura”, cioè una riduzione del valore (attraverso un minor

34
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 2

spessore) e del contenuto di metallo prezioso; la qualità e la quantità di moneta


furono pertanto ridotte.
Si ripropose anche il bimetallismo: le monete auree, perché di maggior valore, ven-
nero tesaurizzate (cioè accumulate come riserva), quelle argentee vennero usate
per grandi transazioni commerciali, mentre il popolo utilizzò monete di rame per
gli scambi quotidiani (De Simone, 2002). Nei primi decenni del XI secolo si parlò di
fatto di monetazione comunale, ovvero i comuni adottarono un’autonomia nella co-
niazione di moneta propria, e aumentò notevolmente il numero di zecche (Spinelli,
1999).
Nonostante nel tardo Medioevo alcuni comuni, diventati ricchi e potenti grazie ai
propri banchieri, riuscirono ad imporre la loro influenza sul commercio internazio-
nale attraverso la loro moneta (ad esempio il ducato per Venezia e lo zecchino per
Firenze), l’economia monetaria in generale subì un forte calo a causa delle guer-
re (prima le nazioni cristiane promossero le Crociate per la liberazione di Gerusa-
lemme dai musulmani, poi Francia e Inghilterra furono impegnate nella cosiddetta
“guerra dei cent’anni”), delle pestilenze e delle carestie. La Peste Nera fu la principa-
le causa del drastico calo della popolazione, della decimazione dei raccolti e quindi
del commercio. La moneta sparì dalla circolazione e anche la coniazione si ridusse
(Davies, 2002).

D) Le oscillazioni delle quantità monetarie disponibili e l’invenzione della moneta


cartacea e di strumenti di pagamento alternativi al contante (XVI secolo – metà 1700)
La carenza di metallo sofferta nel Medioevo venne ben presto superata grazie alle
innovazioni nelle tecniche di scavo delle miniere dell’Europa e all’oro e all’argento
provenienti dall’America: la scoperta del Nuovo Mondo, ad opera di Cristoforo Co-
lombo nel 1492, e la colonizzazione spagnola e portoghese permisero l’accesso
a nuove possibilità di coniazione della moneta. L’oro aumentò del 5% e l’argento
del 50%, rispetto alle quantità disponibili (Ruffolo, 2011). I monarchi erano di fatto
convinti che all’aumentare delle quantità di metallo prezioso aumentasse anche la
potenza e la ricchezza del proprio regno. Non importava se il denaro veniva ottenuto
in maniera lecita attraverso il commercio oppure con la forza attraverso battaglie,
pirateria e contrabbando (De Simone, 2002).
Tale afflusso di metalli preziosi provocò tuttavia un continuo variare del rapporto
commerciale fra oro e argento: il primo venne sempre più tesaurizzato, mentre il se-
condo divenne moneta circolante internamente. In altre parole, si verificò la cosid-
detta legge di Gresham (ricco mercante londinese, banchiere e agente reale vissuto
nella metà del 1500) secondo la quale «la moneta cattiva (argento) scaccia quella
buona (oro) quando il loro rapporto muta» (De Simone, 2002).
Sul finire del Seicento, le prime colonie americane iniziarono a lamentare la scarsità

35
CAP. 2 L’EVOLUZIONE DELLA MONETA E DELLE BANCHE NEI SECOLI E GLI STRUMENTI DI PAGAMENTO ALTERNATIVI AL CONTANTE

di moneta e per rimediare a ciò dapprima si ritornò all’utilizzo della “moneta merce”,
poi si introdusse una prima forma di moneta cartacea.
Per capire da dove venne l’idea, può essere interessante raccontare un aneddoto.

Jacques de Meulles, intendente funzionario. Il colore e la figura sulle


di giustizia, polizia e finanza del carte permettevano di distinguere il
Canada, nel 1685 doveva pagare i valore monetario assegnato. I soldati
propri militari, ma purtroppo la nave accettarono questo insolito strumento
dalla Francia non arrivava e perciò di pagamento, successivamente
decise di utilizzare delle carte da convertito in moneta all’arrivo della
gioco nuove facendo imprimere sul nave.
dorso il sigillo reale e mettendo la sua
firma, quella del tesoriere e di un altro (De Simone, 2002)

In realtà, i primi esempi di moneta cartacea si ebbero in Cina a partire dal XI secolo
(destarono lo stupore e l’ammirazione di Marco Polo), ma la prima e vera moneta
cartacea venne introdotta in Inghilterra attraverso l’emissione di banconote da par-
te della Bank of England (Amato, 2008). Tali “biglietti di banca” erano accettati dal
pubblico perché si fidava della banca che, su richiesta, s’impegnava a cambiarli in
moneta metallica (De Simone, 2002; Amato, 2008).
Anche in Francia, attraverso le idee finanziarie di John Law e la creazione di una
Banque Royale, fu introdotta la moneta cartacea (Ruffolo, 2011). Nel 1720 la spe-
culazione e la continua emissione di banconote senza una copertura in moneta
metallica fecero cadere la fiducia del pubblico francese, che corse agli sportelli per
chiedere la conversione dei biglietti.
La moneta metallica quindi venne progressivamente abbandonata perché:
• le oscillazioni del valore dell’oro e dell’argento davano instabilità agli scambi e
creavano variazioni dei prezzi dei beni (inflazione e deflazione);
• l’aumento della scarsità metallifera non permetteva di far fronte alle esigenza di
crescita della nazione;
• il trasporto spesso non era sicuro a causa di possibili perdite o furti.

Accanto alla moneta cartacea, venne poi introdotta dapprima la cosiddetta “moneta
di banco”, utilizzata per registrare i depositi dei clienti e permettere loro di effettuare
pagamenti (dette operazioni di giroconto) senza ricorrere alla moneta metallica, e
successivamente le “lettere di cambio”, utilizzate per lo scambio di merci tra i mer-
cati sulle piazze finanziarie e fiere europee (De Simone, 2002).

36
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 2

ESEMPIO
Per capire come funzionavano le “lette- lettera a un suo conoscente per pagare
re di cambio” è necessario fare questo le stoffe in sua vece e il conoscente suc-
esempio: «il mercante di Firenze deve cessivamente chiede al mercante di Fi-
pagare l’acquisto di stoffe preziose al renze il ritorno del pagamento attraver-
mercante parigino; spedisce quindi una so un altro affare che lui ha in essere».

È facile intuire che entrambi questi strumenti di pagamento alternativi al contante,


di origine italiana, si basavano sulla fiducia e permettevano ai mercanti di mantene-
re presso di sé liquidità monetaria (Fantacci, 2005).
Nelle piazze del Nord Europa, invece, venne introdotta un’ulteriore forma di prestito,
il pagherò, che consentiva di ottenere del denaro in cambio di restituzione a sca-
denza. In particolare venne sempre più utilizzato nel Seicento quando si inventò la
girata, cioè la possibilità di trasferire il pagherò ad altri beneficiari.
L’aumento della circolazione dei titoli cambiari, quali le “lettere di cambio” e il pa-
gherò, diede impulso alla creazione dello sconto cambiario (De Simone, 2002), che
rappresenta la possibilità di girare a terzi il titolo ottenendo in cambio la somma,
ma per un importo minore (perché il denaro viene riscosso prima della scadenza e
quindi si applica il principio dell’attualizzazione del capitale).

E) L’ascesa della sterlina e il Gold standard (metà 1700 – 1913)


Nella seconda metà del XVIII secolo alcune invenzioni nel mondo dell’industria (ad
esempio la macchina a vapore alimentata attraverso il carbone), e principalmente
nella produzione tessile e siderurgica, diedero avvio alla Rivoluzione industriale in
Inghilterra.
La popolazione aumentò notevolmente e iniziò a spostarsi dalle campagne alle cit-
tà, dove le industrie sorgevano perché lì potevano facilmente trovare forza lavoro,
accesso ai capitali, infrastrutture per il trasporto di materie prime e prodotti finiti
(come ad esempio nuove strade, navi a vapore e ferrovie).
Il commercio inglese, invece, prosperava grazie all’aumento della produttività in-
dustriale, alla crescita economica e alla conquista di ulteriori colonie e avamposti
commerciali in tutto il mondo.
La sterlina, quindi, crebbe di importanza grazie al fatto che veniva adottata per i
pagamenti internazionali e la conseguenza più rilevante era che le Banche Centrali
degli altri paesi erano costrette a detenere presso di sé la sterlina e a ridurre le riser-

37
CAP. 2 L’EVOLUZIONE DELLA MONETA E DELLE BANCHE NEI SECOLI E GLI STRUMENTI DI PAGAMENTO ALTERNATIVI AL CONTANTE

ve di propria moneta, rendendo più “debole” il proprio paese.


Dalla seconda metà del 1800 venne introdotto un nuovo sistema monetario a livello
europeo, chiamato Gold standard, che precedentemente era stato promulgato nel
1816 in Gran Bretagna (Amato, 2008). Lo scopo di ciascun Stato che vi aderiva era
quello di mantenere un valore fisso tra la propria valuta e l’oro, per evitare le oscilla-
zioni che si erano verificate nei secoli precedenti. In questo modo, la Banca Centrale
era obbligata a convertire in oro tutto l’ammontare di moneta in circolazione, con-
servato nei forzieri della banca (definiti riserve auree).
L’adozione di questo sistema portò ad una progressiva scomparsa delle monete
metalliche e alla rispettiva sostituzione con banconote nei pagamenti. Sul finire del
secolo, i biglietti di carta che circolavano erano pari all’83%, mentre le monete d’oro
e d’argento si erano ridotte fino al 17% (De Simone, 2002).
Con riferimento all’Italia, dopo l’unificazione, si stabilì con una legge nel 1862 un
unico sistema monetario bimetallico basato sulla lira (Morelli in Cocchi, 2003).

F) La moneta durante i conflitti mondiali e il sistema di Bretton Woods (1914 – 1971)


La prima metà del 1900 fu caratterizzata da due conflitti mondiali, da una gravis-
sima crisi di Borsa e dalla Grande depressione e vi furono pertanto forti instabili-
tà monetarie, finanziarie ed economiche. Inoltre, gli stati industrializzati dovettero
combattere contro notevoli problemi macroeconomici, legati all’incalzare dell’infla-
zione, della disoccupazione e del debito pubblico.
Il sistema monetario del Gold standard divenne insostenibile e quindi fu momenta-
neamente abbandonato per lasciare fluttuare liberamente le monete. Le due guerre,
infatti, costrinsero le nazioni coinvolte a organizzarsi secondo un’economia di guer-
ra: l’industria doveva produrre armi e mezzi da combattimento, limitando la pro-
duzione di beni di prima necessità; le finanze statali erano utilizzate per sostenere
il proprio esercito; la popolazione maschile era chiamata a diventare soldato per
salvare la propria patria, lasciando le terre da coltivare in mano alle donne e agli an-
ziani. Il finanziamento della guerra derivò principalmente da aumento delle imposte,
ricorso al debito pubblico, emissione di nuova moneta cartacea e prestiti da grandi
banche e altre nazioni più ricche (De Simone, 2002).
Nel primo periodo post-guerra, si cercò di dare maggiore stabilità alle valute e per-
ciò nel 1922 venne introdotto un primordiale Gold exchange standard, ovvero un
sistema monetario che era basato sulla possibilità di convertire la propria valuta in
oro e al tempo stesso il dollaro (valuta forte in quegli anni, perché l’economia statu-
nitense continuava a crescere e il paese non era stato direttamente coinvolto nella
Prima guerra mondiale) poteva essere scambiato con la propria moneta. Purtroppo,
l’adozione di questo sistema propagò la Grande depressione dagli Stati Uniti alle na-
zioni europee e a causa delle continue svalutazioni monetarie (riduzione del valore

38
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 2

della moneta a beneficio delle esportazioni, che “costano meno” per chi acquista
all’estero) fu necessario abbandonare il Gold exchange standard sul finire degli
anni Trenta, lasciando fluttuare liberamente il valore della propria moneta a secon-
da della domanda e dell’offerta (De Simone, 2002).
All’approssimarsi della conclusione della Seconda guerra mondiale, i delegati di 44
nazioni si riunirono nel 1944 a Bretton Woods, una piccola cittadina dell’America,
per discutere sul futuro del sistema monetario mondiale. Il piano che venne ac-
cettato fu quello proposto dall’americano H. D. White (venne rifiutato quello dell’in-
glese J. M. Keynes, padre della macroeconomia e uno dei più grandi economisti
del XX secolo) e dagli accordi nacquero la Banca Mondiale e il Fondo Monetario
Internazionale, con lo scopo di agevolare la cooperazione economica fra gli stati,
e fu riproposta l’adozione del sistema monetario del Gold Exchange Standard ba-
sato sulla centralità del dollaro (Amato, 2008). In altre parole, venne prevista la sola
convertibilità del dollaro in oro (ad un prezzo pari a $ 35 per oncia di oro), mentre
le altre monete erano convertibili esclusivamente in dollari secondo un rapporto di
cambio fisso (ne derivava una certa stabilità nei pagamenti internazionali a van-
taggio del commercio). La scelta del dollaro come moneta principale fu dovuta alla
supremazia che gli Stati Uniti acquisirono in seguito alla vittoria della guerra e agli
aiuti economici e finanziari per supportare la ripresa economica europea attraverso
il Piano Marshall (egemonia statunitense sul piano politico, militare ed economico).
Sul finire degli anni Sessanta si verificò purtroppo un continuo incremento del va-
lore dell’oro, a causa di una diminuzione delle quantità disponibili di oro (calo delle
miniere aurifere) contro un aumento della richiesta internazionale di conversione
di dollari in oro, e quando la situazione divenne insostenibile nel 1971 il presidente
statunitense Nixon decretò l’inconvertibilità del dollaro in oro. Il sistema di Bretton
Woods crollò a causa della mancanza di fiducia e il valore delle varie monete iniziò
a “fluttuare” liberamente, grazie all’adozione di un sistema di cambi flessibili (Ruf-
folo, 2011). La quantità di moneta in circolazione dunque non venne più regolata
a seconda della presenza di riserve metallifere presenti nei forzieri delle Banche
Centrali come nel secolo precedente, bensì dalla domanda e dall’offerta presente
sul mercato monetario.

G) L’adozione dell’euro e l’Unione Monetaria Europea (anni ‘70 – oggi)


Con il crollo del sistema di Bretton Woods, le nazioni europee, già coordinate sul pia-
no economico attraverso la Comunità Economica Europea (CEE), cercarono di adot-
tare un regime di cambi fissi almeno tra le loro valute, in modo da evitare eccessive
oscillazioni. Nel 1978 siglarono l’accordo per il Sistema Monetario Europeo (SME)
e si definì una sorta di “paniere” delle monete europee chiamato ECU (European
Currency Unit – unità monetaria europea).

39
CAP. 2 L’EVOLUZIONE DELLA MONETA E DELLE BANCHE NEI SECOLI E GLI STRUMENTI DI PAGAMENTO ALTERNATIVI AL CONTANTE

Le nazioni europee progettarono tuttavia un’evoluzione di tale accordo in qualcosa


di più grande: un’Unione Monetaria Europea (UEM), il cui sviluppo venne concre-
tizzato nel Trattato di Maastricht del 1992, all’interno del quale si definirono alcune
fasi di realizzazione dell’Unione Monetaria.

1a FASE 2a FASE 3a FASE

A partire dal 1° Luglio Creazione nel 1994 dell’I- Entrata in vigore della
1990 abolizione delle stituto Monetario Euro- moneta unica euro nel
barriere fra gli stati, che peo (IME), poi trasfor- 1999, introdotta a partire
limitano la circolazione di mato in Banca Centrale dal 1° gennaio 2002 sot-
capitali per favorire l’inte- Europea (BCE) to forma di banconote e
grazione dei mercati ban- monete metalliche, elimi-
cari e finanziari nando la circolazione di
tutte le monete dei paesi
aderenti all’Unione

TABELLA 2.1: Le fasi del processo di realizzazione dell’Unione Monetaria (rielaborazione da Arcelli, 2007).

I paesi europei hanno aderito all’UEM nel seguente ordine:

ANNO PAESI ADERENTI ALL’UEM

Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Spagna,


1999
Portogallo, Irlanda, Finlandia e Austria

2001 Grecia

2007 Slovenia

2008 Cipro e Malta

2009 Slovacchia

2011 Estonia

2014 Lettonia

2016 Lituania

TABELLA 2.2: Elenco dei paesi appartenenti alla zona Euro.

In particolare, dall’adesione all’Unione Monetaria è derivato il rispetto di alcuni vin-


coli legati al valore del tasso di interesse, di cambio e all’inflazione e al rapporto

40
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 2

del debito e del deficit rispetto al PIL (quest’ultimi rispettivamente minori del 3% e
del 60%). Come conseguenza, tutte le nazioni hanno adeguato le proprie economie
attraverso tagli alla spesa pubblica, aumento delle tasse e privatizzazioni.
Con l’entrata in vigore dell’euro la moneta ha acquisito un’ulteriore funzione: non
solo quella economica, ma anche quella di comune senso di appartenenza (Poggi
in Cocchi, 2003), ossia un’integrazione sul piano economico, finanziario e istituzio-
nale.

2.2 La moneta oggi: gli strumenti di pagamento alternativi al contante


Durante il secolo scorso, in seguito all’incremento della complessità dei bisogni
economico-finanziari, la moneta cartacea ha perso la sua importanza nel regolare
gli scambi ed è stata sostituita da nuove forme di pagamento di origine bancaria ed
elettronica.
Oggi, carte di pagamento, bonifici e accrediti sul conto corrente vengono preferiti
a denaro contante, cambiali e assegni, perché sono più sicuri e veloci nel trasferire
denaro da un soggetto all’altro. Il pubblico ha infatti accresciuto la sua fiducia ver-
so tali strumenti di pagamento alternativi e di conseguenza la vendita al dettaglio,
anche grazie ad Internet, si è attrezzata con procedure informatizzate per ricevere
i pagamenti.
Recentemente è stata introdotta nell’Eurosistema la cosiddetta “SEPA”, un’area uni-
ca dei pagamenti in euro, che sfrutta la tecnologia per ridurre la circolazione di de-
naro contante e aumentare i trasferimenti di tipo elettronico. I cittadini e le imprese
beneficiano infatti di un sistema armonizzato di pagamento relativo a bonifici, carte
di pagamento e addebiti diretti grazie a procedure semplificate, strumenti standar-
dizzati, costi e tempi di lavorazione minori. Attraverso il SEPA la Commissione Euro-
pea mira a raggiungere maggiore efficienza nello scambio di risorse finanziarie e a
generare maggiore concorrenza tra gli istituti creditizi per portare ad una riduzione
dei costi.
Entrando nello specifico degli strumenti di pagamento disponibili oggi come alter-
nativa alla moneta, il pubblico ha a disposizione la cambiale, titolo di credito intro-
dotto nel 1600, l’assegno, inventato in Inghilterra sul finire del ‘700, e la moneta
elettronica nella forma di bonifico, accrediti diretti e carte di pagamento.

A) La cambiale
È un titolo di credito che contiene una promessa o un ordine di pagare una determi-
nata somma ad una certa data e nel luogo indicati.
La cambiale pagherò, anche detto vaglia cambiario, è una promessa di pagamento
da parte del debitore (emittente) nei confronti del beneficiario, mentre la cambiale

41
CAP. 2 L’EVOLUZIONE DELLA MONETA E DELLE BANCHE NEI SECOLI E GLI STRUMENTI DI PAGAMENTO ALTERNATIVI AL CONTANTE

tratta è un ordine di pagamento che il debitore (traente) impone ad un terzo sog-


getto (trattario), generalmente suo debitore, nei confronti di un beneficiario. Nella
tratta si incrociano due rapporti obbligazionari e per essere valida deve essere ac-
cettata dal trattario, apponendo la propria firma sulla cambiale. È possibile il caso
di tratta a due soggetti quando il beneficiario è anche traente e quindi il pagamento
avverrà “all’ordine proprio”.
Il documento cambiario deve contenere alcune formalità, requisiti essenziali per la
sua validità. È necessario, infatti, che siano indicati:
• il luogo e il giorno dell’emissione;
• la scadenza, che può essere un giorno fisso, ad un certo tempo data (es. tre
mesi dalla data in cui è stata emessa), a vista cioè quando viene accettata, op-
pure a un certo tempo vista, cioè entro un tempo prefissato dopo che la cambia-
le è stata accettata;
• la denominazione di cambiale e la promessa (“pagherò”) o l’ordine (“pagate”) di
pagare un certo importo espresso sia in numeri che in lettere;
• l’indicazione del nome del beneficiario;
• il domicilio del debitore ed eventualmente anche la banca trattaria, presso la
quale riscuotere la cambiale;
• la firma del traente;
• l’imposta di bollo pari al 12‰ dell’importo della cambiale.

Requisito non necessario è invece l’avallo, ossia quando un terzo soggetto si pone
come garante del pagamento della cambiale.
Essendo un titolo di credito, la cambiale circola mediante girata. Il beneficiario ( gi-
rante), infatti, può cederla ad un altro soggetto ( giratario) entro la scadenza per
estinguere un proprio debito. La girata è propria se trasferisce la proprietà al girata-
rio e si dice in bianco se sul retro della cambiale si appone solo la firma del girante,
mentre piena se prima della firma si riporta la frase «per me pagate al Sig.». È
invece impropria quando il titolo viene girato per l’incasso presso la banca trattaria
oppure viene dato come garanzia.
In caso di inadempimento del debitore, la cambiale dà la facoltà al beneficiario di
agire in giudizio. Può infatti promuovere un’azione esecutiva che comporti l’inter-
vento giudiziario e il successivo protesto dei beni dell’inadempiente.

B) L’assegno
È un titolo di credito mediante il quale un soggetto promette oppure ordina incondi-

42
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 2

zionatamente alla propria banca di pagare a vista al beneficiario la somma indicata.


Per essere valido, l’assegno deve contenere la data e il luogo di emissione, l’importo
in cifre e in lettere, il nome del beneficiario, il numero dell’assegno, la denominazio-
ne della banca del debitore, la firma dell’emittente (debitore) e l’indicazione di asse-
gno bancario nel caso sia una promessa di pagamento oppure di assegno circolare
se è un ordine di pagamento. Gli assegni senza indicata la data (in bianco) o emessi
con una data successiva ( postdatato) non sono da ritenersi validi.
Da notare, alcune differenze fra assegno bancario e circolante:

ASSEGNO BANCARIO ASSEGNO CIRCOLANTE

CONTENUTO Promessa di pagamento Ordine di pagamento

EMITTENTE Viene emesso dal debitore nei Viene emesso su richiesta del
cioè chi firma confronti del creditore proprio cliente ed è firmato dal
l’assegno funzionario della banca

Il soggetto può emettere La banca deve ricevere l’auto-


assegni solo nel caso in cui rizzazione dalla Banca d’Italia
POSSIBILITÀ DI disponga di un conto corrente per emettere assegni circolari
EMISSIONE e la banca gli rilasci il libretto
assegni (formato da matrice e
figlia)

Deve essere riscosso entro 8 Ha generalmente una scadenza


giorni se sulla stessa piazza lunga, di 30 giorni, secondo
SCADENZA
(luogo di emissione) oppure 15 quanto indicato sull’assegno
giorni se su altra piazza

Non c’è nessuna garanzia che Prima di emetterlo, l’ufficiale


l’emittente abbia fondi sul bancario verifica la presenza
proprio conto (in mancanza di fondi
di risorse, si definisce asse-
GARANZIA
gno a vuoto o scoperto). Vi è
FONDI
comunque la possibilità per il
beneficiario, in caso di inadem-
pienza, di ricorrere ad un’azione
esecutiva

TABELLA 2.3: Differenze principali fra assegno bancario e circolante.

Anche l’assegno circola mediante girata, cioè prima della scadenza può esserne
trasferita la proprietà dal beneficiario ad un nuovo soggetto, come nei casi indicati
per la cambiale. Qualora sia apposta la clausola “non trasferibile” non è possibi-

43
CAP. 2 L’EVOLUZIONE DELLA MONETA E DELLE BANCHE NEI SECOLI E GLI STRUMENTI DI PAGAMENTO ALTERNATIVI AL CONTANTE

le cederlo. Oggi comunque le norme bancarie hanno sancito l’obbligo che tutti gli
assegni emessi dalle banche riportino già la clausola della non trasferibilità, ad ec-
cezione di quelli emessi fino ad un importo di € 999,99 e definiti assegni in forma
libera, sui quali deve essere corrisposto un bollo di € 1,50.

C) Il bonifico
È un ordine di pagamento attraverso il quale il correntista chiede alla propria banca
di trasferire dei fondi sul conto di un beneficiario. Il trasferimento è veloce, sicuro e
a basso costo.
In alcuni casi, come ad esempio con bonifico gestito tramite sportello bancario, la
banca addebita una commissione a carico del trasferente, mentre se il conto cor-
rente è online la banca addebita minori spese, perché l’operazione è svolta diretta-
mente dal cliente.
Si distingue dal giroconto bancario, strumento utilizzato quando ordinante e benefi-
ciario hanno conti intestati presso la medesima banca.

D) Le disposizioni di incasso
Sono strumenti di pagamento generalmente utilizzati dalle imprese per controllare
e facilitare il processo di incasso dei propri crediti commerciali.
Tra le forme più utilizzate vi sono:
• le ricevute bancarie (Ri.Ba.), quando la banca dell’impresa creditrice trasferisce
alla banca del debitore informazioni su scadenza e importo da pagare;
• i rapporti interbancari diretti (RID), utilizzati per incassare crediti commerciali al
dettaglio con scadenza periodica e generalmente permanenti, con trasmissio-
ne di informazioni dalla banca del creditore a quella domiciliataria del debitore,
attraverso degli accordi preliminari intercorsi fra i soggetti;
• i servizi d’incasso mediante avviso (MAV), quando il debitore riceve dalla banca,
su istruzioni dell’impresa, un bollettino cartaceo precompilato da utilizzare per
pagare il proprio debito nei confronti di un beneficiario.

E) Le carte di pagamento

Sono carte plastificate che permettono di regolare il pagamento degli acquisti al


dettaglio senza un esborso di contante, perché quanto speso per l’acquisto viene
direttamente dedotto dal conto corrente al quale è collegata la carta.
A seconda del momento in cui viene addebitata la spesa, le carte si differenziano in:

44
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 2

1. carta di debito, con addebito immediato sul proprio conto corrente (es. Banco-
mat);
2. carta di credito, quando l’addebito è posticipato, generalmente a fine mese op-
pure a metà del mese successivo;
3. carta prepagata, simile a quella di debito per quanto riguarda l’addebito imme-
diato, ma deve essere caricata di un certo importo prima di effettuare gli acquisti.

Solitamente, nei primi due casi, le banche concordano con i clienti dei limiti di spesa
giornalieri o mensili, come pure limiti nei prelievi presso gli sportelli automatici, per
evitare operazioni non autorizzate in caso di furto o clonazione della carta.
Le carte sono dotate di un numero di riconoscimento, una scadenza (mese/anno),
una banda magnetica e un chip necessari per la relativa lettura, la firma e il nome
e cognome del proprietario (tranne se è una carta prepagata). È presente anche
il logo del circuito di pagamento, ossia dell’impresa che gestisce la richiesta e il
trasferimento dei fondi dal compratore all’esercente attraverso una propria rete di
comunicazione. I vari circuiti di pagamento entrano in contatto sia con le banche
nel processo di emissione delle carte di pagamento per i propri clienti, sia con i ven-
ditori che possono o meno aderire a uno o più circuiti. I circuiti mondiali più utilizzati
sono Visa, MasterCard, Diners e American Express.
Le carte sono usate nel pagamento degli acquisti effettuati al dettaglio e tramite
Internet e/o per prelevare contanti presso lo sportello. Affinché sia possibile pa-
gare un acquisto presso un negozio mediante carta di pagamento, è necessario
che il venditore sia dotato di un POS (Point of Sale), cioè un macchinario che in
automatico trasferisce i fondi da un conto all’altro, utilizzando la carta di pagamen-
to del cliente. Per consentire il trasferimento di denaro, con il Bancomat occorre
digitare il PIN personale associato, mentre con la carta di credito si deve firmare lo
scontrino dietro presentazione della propria carta d’identità. Per prelevare denaro
contante dal proprio conto utilizzando la carta di pagamento si utilizzano invece
gli ATM (Automated Teller Machine), anche detti sportelli automatici bancari, che
sono posti presso le filiali bancarie. In particolare, ciascuna carta dà la possibilità di
riscuotere da qualsiasi sportello, ma a seconda che si utilizzi lo sportello di un’altra
banca oppure quello della propria, vi può essere o meno l’addebito di commissioni
di prelievo.
Un’invenzione degli ultimi anni sono le carte di credito associate alle catene di gran-
di supermercati con lo scopo di incentivare il cliente a fare acquisti presso di sé,
fidelizzandolo (es. Carta Fidaty Oro di Esselunga). Queste carte sono collegate al
conto corrente del cliente e permettono di sostituire sia il pagamento in contanti sia
la cosiddetta carta punti fedeltà.
Oltre a questa tipologia di carte di credito fidelity, sono state introdotte delle carte

45
CAP. 2 L’EVOLUZIONE DELLA MONETA E DELLE BANCHE NEI SECOLI E GLI STRUMENTI DI PAGAMENTO ALTERNATIVI AL CONTANTE

prepagate esclusive di alcuni punti vendita e che possono essere utilizzate solo per
pagare gli acquisti presso tali punti vendita (es. carta ENI presso i distributori di
benzina; carte prepagate Esselunga).

2.3 La storia delle banche

La banca può essere definita come quell’impresa che raccoglie e impiega fondi,
quindi funge da intermediario sul mercato finanziario, fornendo una serie di servizi
di pagamento. Nei secoli ha acquisito principalmente la funzione di favorire la circo-
lazione della moneta, accanto spesso alla possibilità di emetterla. Inoltre, l’attività
bancaria ha subito una continua evoluzione da semplice convertitore di valute a
prestatore di fondi.

CIVILTÀ GRECA MEDIOEVO SEICENTO E OTTOCENTO NOVECENTO


E ROMANA SETTECENTO

cambiatori mercanti-banchieri nascita dei formazione dei riordini nel


di monete e banchi pubblici mercati finanziari sistemi bancari sistema del
nazionali credito e
nuove banche

A) La figura dei “cambiatori di monete” nell’antica Grecia e nell’Impero Romano


(VII secolo a.C. – 410 d.C.)
Se in un’economia di baratto la figura del banchiere non era necessaria, nell’antica
Grecia, quando ogni città-Stato iniziò a coniare la propria moneta e quindi il sistema
monetario assunse una certa complessità, divenne fondamentale la presenza di
una figura che fungesse da cambiavalute: nacque il trapezite, dal nome della tavola
tràpeza su cui avvenivano le operazioni di cambio e controllo delle monete (Morelli
in Cocchi, 2003). Questo intermediario ebbe il compito di favorire gli scambi tra i
popoli greci cambiando la moneta di una città con quella di un’altra, accettando
depositi e concedendo prestiti contro garanzie in forma di pegno (garanzia del pa-
gamento del prestito attraverso la concessione al creditore di un bene mobile poi
restituito in caso di estinzione del prestito). Il trapezite, in particolare, doveva essere
in grado di riconoscere la quantità di metallo puro contenuto nella moneta, il valore
che la città-Stato gli aveva dato e quello che invece derivava dal commercio, anche
contro i numerosi falsi che erano in circolazione (De Simone, 2002).
Anche nell’Impero Romano venne introdotta la figura del trapezite grazie alla pre-
senza di “cambiatori di monete” greci, chiamati successivamente argentarii (Mo-
relli in Cocchi, 2003). In particolare, vennero riconosciuti dallo Stato che diede loro
in affitto le cosiddette taberne argentarie, in cui svolgevano attività di cambio
valute, accettazione dei depositi dai privati e concessione di prestiti (ad esempio,

46
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 2

mutuum senza interesse, cioè a titolo gratuito, e foenus con interesse fissato dalla
legge). Accanto a questi soggetti, vi erano poi i collectarii, che riscuotevano le tas-
se, e i nummularii, che esaminavano la purezza dei metalli presenti nelle monete in
circolazione (Morelli in Cocchi, 2003).
È importante specificare che l’attività bancaria greco-romana fu limitata e non ven-
ne favorito il suo sviluppo perché non era ben vista dalla maggior parte del popolo e
dall’aristocrazia, che prediligevano un’economia agricola (De Simone, 2002).

B) L’evoluzione dell’attività bancaria nel Medioevo (410 – 1500)


Nel primi secoli del Medioevo, l’attività bancaria rimase marginale in quanto anche
la moneta ebbe una limitata circolazione. In particolare, l’ideologia cristiana contri-
buì a questo indebolimento, perché la Chiesa dichiarava che il commercio del dena-
ro era da considerarsi illecito: per gli usurai (coloro che prestano denaro in cambio
di un guadagno), infatti, era prevista la scomunica e l’esclusione dalla sepoltura in
terra consacrata (De Simone, 2002). Tale concezione era rafforzata dal pensiero
comune che i cristiani potevano ottenere un guadagno solo mediante il lavoro della
propria terra. Il commercio non era necessario e i prestiti potevano essere solo gra-
tuiti, senza il pagamento degli interessi, e limitati a casi eccezionali.
La conseguenza a queste concezioni cristiane fu che l’attività bancaria, e preva-
lentemente quella legata al prestito con interessi, venne esercitata esclusivamente
dagli Ebrei. Questo popolo si era diffuso in tutte le città d’Europa, ma senza integrar-
si; pertanto, svolgeva attività che non creavano troppi legami con il territorio, quali
il commercio della moneta e di pietre preziose. Si fecero carico anche dell’usura,
che non era bandita dalla loro religione, fuorché fra i propri confratelli (De Simone,
2002).
Solo a partire dall’XI secolo, grazie alla ripresa economica e all’aumento della po-
polazione, si assistette ad una maggiore tolleranza dell’attività creditizia: nacquero
le figure dei mercanti-banchieri, che detenevano rapporti con papi e monarchi dei
quali diventavano creditori, i “cambiatori di monete”, che divennero indispensabili
per le diverse tipologie di moneta che le varie città iniziarono a coniare, e i prestatori
su pegno (De Simone, 2002).
Fu senza dubbio l’élite dei mercanti-banchieri che favorì la creazione di un’attività
bancaria sempre più adeguata alle esigenze della popolazione. Le loro origini furo-
no italiane, inizialmente a prevalenza lombarda, e si diffusero dalla seconda metà
del 1200 in tutte le principali città europee, organizzandosi in corporazioni proprie
(l’italiano rimase la lingua internazionale degli affari fino al ‘500).
Con l’espansione delle loro attività bancarie conobbero successivamente una tra-
sformazione in grandi compagnie, che si occuparono del commercio del denaro e
dei grandi finanziamenti in cambio di protezione, privilegi e titoli nobiliari (ad esem-

47
CAP. 2 L’EVOLUZIONE DELLA MONETA E DELLE BANCHE NEI SECOLI E GLI STRUMENTI DI PAGAMENTO ALTERNATIVI AL CONTANTE

pio, i governanti chiedevano ingenti prestiti per pagare le truppe mercenarie e man-
tenere il prestigio della propria corte). Da questo monopolio finanziario emersero
alcune famiglie toscane quali i Bardi e i Peruzzi di Firenze e i Ricciardi di Lucca.
Purtroppo, spesso le compagnie bancarie fallivano a causa della mancata restitu-
zione delle somme prestate da parte dei sovrani (De Simone, 2002) e ciò comportò
una riorganizzazione dell’assetto delle compagnie bancarie (nel XIV secolo la fami-
glia dei Medici fu la più prestigiosa società fiorentina perché divenne banchiere dei
re d’Inghilterra e di Francia e di duchi e principi).
Accanto a queste organizzazioni private se ne svilupparono altre. Con il sorgere
del debito pubblico delle città (le amministrazioni cittadine chiedevano dei prestiti
ai più ricchi per realizzare opere pubbliche) vennero creati dei banchi pubblici, che
avevano il compito di prestare i soldi depositati alla città, mentre sul finire del Tre-
cento e nella prima metà del Quattrocento i frati Francescani cercarono di combat-
tere la forte usura attraverso l’istituzione dei Monti di Pietà, cioè degli organismi che
concedevano piccoli prestiti su pegno ai bisognosi, con pagamento di un minimo
interesse, talvolta anche inesistente. Raccoglievano il capitale attraverso offerte dei
fedeli o beneficienza da principi e amministrazioni comunali e prestavano piccole
quantità di denaro, ma a un gran numero di persone, con durata non superiore a 6
mesi; oltre a ciò si occupavano della raccolta di depositi. I frati fondarono anche i
Monti Frumentari, che prestavano ai contadini il grano per la semina della terra o
per garantire il sostentamento della loro famiglia. Tale prestito poteva essere resti-
tuito attraverso il raccolto ottenuto (De Simone, 2002). Purtroppo, i Monti di Pietà
sul finire del ‘400 iniziarono a scomparire a causa della gestione complessa legata
alla registrazione di ogni operazione bancaria e della mancanza di fini di lucro.

C) Lo sviluppo dei mercati finanziari (XVI secolo – metà 1700)


Con l’avvento del XVI secolo, le attività bancarie e finanziarie si intensificarono gra-
zie a una forte ripresa economica e all’era del mercantilismo: il commercio (preva-
lentemente internazionale) divenne la sorgente delle finanze e dell’arricchimento
dello Stato.
Mentre la prima fiera nacque nel 1533 in Francia a Lione (Amato, 2008), nel 1561 ad
Amsterdam, città strategica per gli scambi commerciali grazie al suo porto, nacque
la prima Borsa Valori con oggetto la compravendita di merce e di titoli pubblici,
obbligazioni private delle maggiori compagnie di commercio internazionale e assi-
curazioni (per la comprensione di questi concetti si veda il capitolo 7). Dopo questo
primo esperimento, nelle altre più importanti città d’Europa seguì lo sviluppo di nu-
merose Borse, dove si vendevano e acquistavo titoli fissandone i prezzi. Le transa-
zioni di merci persero di importanza e la figura del banchiere assunse rilievo nelle
operazioni finanziarie (Ruffolo, 2011).

48
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 2

Le attività bancarie furono quindi portate avanti dalle grandi compagnie di mer-
canti-banchieri, ma mentre l’importanza delle famiglie italiane diminuiva, cresceva
quella delle famiglie tedesche, fra cui quella dei Fugger, grandi prestatori di denaro
agli Asburgo e al Papato grazie alla proprietà di miniere d’argento nel Tirolo (Ruffo-
lo, 2011).
Sul finire del Cinquecento e nel Seicento si rafforzarono inoltre i banchi pubblici,
che seguendo i principi dei Monti di Pietà portavano avanti il finanziamento del debi-
to pubblico, raccoglievano depositi e si occupavano dei pagamenti di terzi mediante
giroconti e “lettere di cambio” (De Simone, 2002). Tra i più celebri italiani, i cui nomi
sono presenti tuttora, si vogliono ricordare il Monte dei Paschi della città di Siena e
il San Paolo della città di Torino.
Il secolo XVIII vide quindi una crescente correlazione fra sviluppo del credito e ab-
bondanza di mezzi fiduciari cartacei e bancari (Amato, 2008).

D) La formazione dei sistemi bancari nazionali (XIX secolo – primi anni del ‘900)
La Rivoluzione industriale fu lo stimolo alla crescita del sistema bancario nazionale
in numerosi Stati, in quanto i capitalisti dovettero spesso ricorrere al credito per fi-
nanziarie le proprie attività produttive e la costruzione di ferrovie. Allo stesso tempo,
si dovettero perfezionare i vari strumenti di pagamento, introdotti nei decenni pre-
cedenti e utili per facilitare la commercializzazione delle merci. Fu quindi grazie agli
istituti bancari che avvenne la grande espansione industriale nell’Ottocento, seguita
da continue innovazioni tecnologiche, che migliorarono il benessere collettivo.
In particolare, poiché le case bancarie private non furono in grado di riconoscere
elevati finanziamenti a lungo termine alle industrie, si verificò un processo di con-
centrazione bancaria (fusione attraverso incorporazione di banche locali) con la
formazione di grandi gruppi bancari con proprie filiali sparse su tutto il territorio,
che riuscivano a gestire sia quantità maggiori di denaro sia i rischi legati ai finanzia-
menti alle imprese (De Simone, 2002).
Si svilupparono, inoltre, alcuni canali paralleli a quello bancario:
• le casse di risparmio, che raccoglievano il risparmio per metterlo al sicuro e
ottenere una modesta remunerazione;
• il credito fondiario, erogato a coloro che possedevano e coltivavano terreni;
• il credito cooperativo, elargito da alcune associazioni sotto forma di consumo,
produzione o credito condivisi (De Simone, 2002).

Di fatto, la necessità di istituire questi particolari organismi fu per soddisfare le esi-


genze della popolazione più povera, che non veniva presa in considerazione dalle
grandi banche, impegnate nel finanziamento dell’industria.

49
CAP. 2 L’EVOLUZIONE DELLA MONETA E DELLE BANCHE NEI SECOLI E GLI STRUMENTI DI PAGAMENTO ALTERNATIVI AL CONTANTE

È possibile riassumere le caratteristiche dei sistemi bancari nazionali, sviluppatisi


durante il XIX secolo, nella tabella che segue.

TIPOLOGIE VERTICE MAGGIORE


DI ISTITUTI DEL SISTEMA ESPONENTE
NAZIONE BANCARI BANCARIO

Forte specializzazione 1. Banca d’Inghilterra Barclays Bank: nata


con divisione di funzio- in rapporto diretto con nel 1896 dalla fusione
ni tra banche: banche Governo e solo con di venti banche
private, con credito a banche, che deposita-
REGNO breve conosciute con vano il denaro liquido;
UNITO il nome di joint-stock 2. adozione del siste-
banks vs. merchant ma di compensazione
banks, che si occu- tra crediti e debiti reci-
pavano di finanziare proci tramite la London
attività commerciali Clearing House

Presenza della banca Creazione di un’unica Deutsche Bank


mista: impiego dei unità monetaria chia-
depositi raccolti (diffu- mata marco ed emes-
GERMANIA sasi poi in tutta Europa sa dalla Reichsbank
continentale) con forte (nata dalla trasforma-
finanziamento dell’in- zione dell’antica Banca
dustria di Prussia)

Due fasi di sviluppo del Banca di Francia, che Crédit Lyonnais


sistema: emetteva la moneta (banca di deposito e in-
1) banche miste, con cartacea vestimenti nel settore
funzioni simili a quelle pubblico)
FRANCIA
delle banche tedesche; Banque de Paris et des
2) specializzazione del- Pays-Bas (Paribas),
le attività bancarie banca d’affari con
elevati investimenti

Sviluppo bancario Banca del Giappone, Banche fondate dalla


(banche commercia- istituita nel 1882 famiglia Zaibatsu
li e di risparmio) in (sul modello della
parallelo all’espansio- banca centrale belga)
GIAPPONE ne industriale: elevati
prestiti a medio-lungo
termine (seguendo il
modello tedesco)

50
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 2

NAZIONE TIPOLOGIE DI ISTITUTI BANCARI VERTICE DEL SISTEMA BANCARIO MAGGIORE ESPONENTE

Fasi di formazione Banca Nazionale nel Banca Romana


del sistema bancario Regno d’Italia, che (unificò sotto di sé
italiano: sovrastava gli istituti alcune banche di
1) prima dell’Unità bancari e faceva da emissione), poi fallita
d’Italia e di fronte ad “prestatore di ultima a causa di emissioni
arretratezza industria- istanza” (per la com- scoperte ✓
le: elevato fraziona- prensione del termine Banca Commerciale e
mento con presenza di si veda capitolo 4) Credito Italiano, create
banche di emissione, Nel 1893 fusione di tre alla fine del XIX sec.
casse di risparmio banche per istituire la
(senza scopo di lucro), Banca d’Italia
banchi pubblici e
ITALIA banchieri privati;
2) dopo l’unificazione:
società ordinarie di
credito, casse di rispar-
mio e rurali, banche
popolari (sui modelli
bancari francesi e
tedeschi);
3) primi anni del ‘900:
banche di tipo misto
(elevato risparmio per
finanziare lo sviluppo
economico)

Banche senza filiali, Assenza di un istituto Nessuno


perché potevano di emissione, ma nel
essere presenti solo 1913 istituzione della
sul proprio territorio Federal Reserve Banks
di origine; tali istituti (FED): dodici banche
erano distinti in: unite per sopperire alla
USA
banche nazionali, mancanza di liquidità
statali (dualismo statunitense (esclusiva
bancario) e banchieri emissione monetaria)
privati con possibilità delle
altre banche di entrare
in questo sistema

TABELLA 2.4: Caratteristiche dei principali sistemi bancari nazionali nell’Ottocento


(rielaborazione da De Simone, 2002).

E) Il Novecento come il secolo delle grandi ristrutturazioni bancarie (XX secolo – oggi)

La Grande depressione scoppiata nel 1929 fu il fenomeno che mise in crisi i sistemi
bancari nazionali, prima quello statunitense e poi quelli europei, poiché le istituzio-

51
CAP. 2 L’EVOLUZIONE DELLA MONETA E DELLE BANCHE NEI SECOLI E GLI STRUMENTI DI PAGAMENTO ALTERNATIVI AL CONTANTE

ni bancarie erano fortemente legate all’industria. Venne infatti a crearsi un circolo


vizioso: con il crollo della Borsa di New York andò persa la fiducia nei confronti
del mercato finanziario, nel quale la popolazione aveva deciso di investire i propri
risparmi comprando azioni ed obbligazioni delle imprese americane. Come conse-
guenza, si diffuse il panico legato al non poter più ottenere indietro i propri risparmi
e perciò ci furono innumerevoli “corse agli sportelli bancari” (in inglese bank runs).
Purtroppo però gli istituti bancari non possedevano la liquidità richiesta, in quanto
era stata prestata alle imprese, che in quel momento in crisi di sovrapproduzione
non riuscivano a ripagare. Le banche giunsero pertanto sull’orlo della bancarotta
e molte furono costrette a chiudere (fallirono circa 4.300 istituti statunitensi negli
anni 1929-31), lasciando il sistema bancario in uno stato di declino.
In particolare, a causa dei forti rapporti finanziari intercorsi nei decenni precedenti
fra Stati Uniti ed Europa (ad esempio investimenti di grandi capitalisti nella Borsa
di New York e prestiti ottenuti per attuare le riparazioni economiche dopo la Prima
guerra mondiale), la crisi venne “importata” in Gran Bretagna, Germania, Austria,
Francia ed Italia e alcune banche dovettero essere salvate dal Governo. Venne tra-
sformato il legame tra industria e banche e sul finire della prima metà del ‘900 si
attuò una specializzazione del credito: da quel momento solo alcuni istituti, sopran-
nominati Banche di Interesse Nazionale (BIN), potevano occuparsi del credito a me-
dio-lungo termine (De Simone, 2002).
Negli anni ‘70, a seguito di un allargamento del ceto medio (arricchimento di una va-
sta fascia della popolazione), si ebbe il fenomeno della democratizzazione dei ser-
vizi bancari e si diffusero nuovi mezzi di pagamento sempre più innovativi e adatti
alle esigenze dei cittadini (De Simone, 2002).
Iniziò inoltre a cambiare l’operatività bancaria: nei paesi anglosassoni si verificaro-
no concentrazioni tra banche, mentre nell’Europa continentale si diffuse la de-spe-
cializzazione secondo il modello di banca universale, che operava in qualsiasi am-
bito creditizio (De Simone, 2002).
Nacquero, infine, due particolari tipi di istituti di credito, ancora oggi presenti:
1. le banche etiche, che assicurano ai depositanti l’impiego dei fondi in progetti
di utilità sociale, garantendo la trasparenza nelle operazioni svolte e pagando
minimi interessi;
2. le banche islamiche, create dai musulmani per operare seguendo i principi scrit-
ti nel Corano, che, al pari delle credenze medioevali cristiane, rifiutano il paga-
mento degli interessi e propongono piuttosto una partecipazione agli utili o alle
perdite di un investimento (De Simone, 2002).
Facendo un piccolo excursus sulla ristrutturazione bancaria in Italia (in dettaglio
descritta nel capitolo 6), per superare la crisi degli anni ‘30 vennero introdotti l’I-
stituto Mobiliare Italiano (IMI), destinato alla concessione di crediti a medio-lungo

52
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 2

termine alle imprese, e l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), necessario a


riorganizzare il paese dal punto di vista industriale. Nel 1936 il governo Mussolini
perfezionò il sistema con la nuova legge bancaria che:
• sancì la specializzazione del credito, cioè la divisione degli istituti in banche di
credito ordinario, che svolgevano operazioni a breve termine, e banche di credi-
to speciale con attività a medio-lungo termine;
• destinò le funzioni di controllo e vigilanza del sistema bancario alla Banca
d’Italia;
• decretò l’influenza del settore pubblico nell’assetto governativo bancario.

Questo sistema è rimasto in vigore fino agli anni Novanta quando con la legge Ama-
to e il successivo Testo Unico Bancario è stata introdotta la struttura del gruppo
polifunzionale (invece della banca universale): in questo tipo di organizzazione è
presente una holding al vertice e sottostanti vi sono le filiali, che svolgono attività di
intermediazione e offrono servizi parabancari specializzati.

53
CAP. 2 L’EVOLUZIONE DELLA MONETA E DELLE BANCHE NEI SECOLI E GLI STRUMENTI DI PAGAMENTO ALTERNATIVI AL CONTANTE

Bibliografia

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Spinelli F. (1999), La moneta dall’oro all’euro. Un viaggio fra storia e teoria, Etas, Milano.

54
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 2

IL CAPITOLO IN 10 DOMANDE 1 Come nasce l’idea del baratto e come


l’uomo inventa la moneta?

2 Quale era l’importanza della moneta nei


primi secoli d.C.?

3 Come si evolve l’attività bancaria nel


Medioevo?

4 Perché venne introdotta la moneta


cartacea?

Quali sono le differenze tra gli strumenti


5 alternativi alla moneta attuali e quelli del
passato?
Durante la Rivoluzione industriale, quali
6 tipologie di sistemi bancari nazionali si
svilupparono?
Quali valute avevano egemonia
7 monetaria nell’Ottocento e
nel Novecento?
Quali innovazioni bancarie e
8 monetarie ha subito l’Italia sul finire
del secolo scorso?

9 Cosa distingue una cambiale da un


assegno?

10 Perché oggi si incentiva sempre più


l’utilizzo delle carte di pagamento?

55
CAP. 3 LA POLITICA MONETARIA

56
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 3

CAPITOLO 3
La politica monetaria
Nei portafogli, nei salvadanai, sotto il materasso, nei conti in banca
abbiamo denaro. Ma quanta moneta circola realmente tutti i gior-
ni nel mondo? La quantità in circolazione è fissa o viene modificata
continuamente? Chi regola le sorti della moneta?
Come spiega il capitolo, è la “magia” della politica monetaria ma-
novrata dalle banche centrali ad influenzare la moneta che noi ab-
biamo in tasca. Il denaro ha infatti la forza di favorire la crescita o la
recessione di una nazione.

3.1 L’utilizzo della moneta nelle manovre macroeconomiche: la politica


monetaria

Nell’attuale economia monetaria, basata su un’interazione fra moneta e banche, le


banche centrali hanno il compito fondamentale di definire gli obiettivi, gli interventi
di politica economica e gli strumenti atti ad indirizzare la moneta e il credito verso
un’adeguata stabilità del sistema economico (Ciccarone e Gnesutta, 2005). In altre
parole, la politica monetaria della banca centrale si colloca all’interno delle manovre
macroeconomiche volte a favorire la crescita della nazione.
Tra le principali attività che una banca centrale svolge vi sono la definizione della
quantità di moneta in circolazione (e quindi la coniazione di nuova moneta), l’enun-
ciazione del prezzo di scambio della moneta fra banche (espresso in termini di tas-
so di interesse) e il controllo sull’operatività degli istituti di credito nazionali.
L’adozione della politica monetaria all’interno di un paese, secondo quanto indivi-
duato da uno studio di Joseph Stiglitz, manifesta visibilmente i suoi effetti attra-
verso la durata dei cicli economici di espansione e recessione. Esaminando l’anda-
mento dei cicli statunitensi negli ultimi due secoli, l’economista americano, premio
Nobel per l’economia nel 2001, ha messo a confronto due differenti periodi:
1. dalla seconda Rivoluzione industriale fino alla Grande depressione (1854-1929);
2. dalla fine della Seconda guerra mondiale fino all’abbandono del sistema mone-
tario del Gold Exchange Standard (1945-1971).

57
CAP. 3 LA POLITICA MONETARIA

1) 1854-1929 2) 1945-1971

a) utilizzo politica monetaria La politica monetaria La politica monetaria è sta-


non è stata utilizzata in ta adoperata per stabiliz-
maniera attiva a causa zare il reddito e favorire la
della forte dispersione ripresa economica
bancaria esistente

b) durata fase di espansione 25 mesi 50 mesi

c) durata fase di recessione 21 mesi 11 mesi

TABELLA 3.1: Cicli economici dell’economia statunitense a confronto


(rielaborazione da Bagliano e Marotta, 2010, p. 310).

Come si vede da quanto riportato nella tabella, Stiglizt ha individuato che, nel pe-
riodo a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, le fasi di espansione e di recessione
avevano una durata pressoché simile (25 mesi di crescita e 21 mesi di recessione);
mancava infatti un’adeguata politica monetaria, perché il sistema bancario era for-
temente frammentato a causa del federalismo e l’autorità monetaria centrale (Fe-
deral Riserve System - FED) venne fondata solo nel 1913. Al contrario, nel Secondo
dopoguerra avvenne un aumento dei mesi di espansione (50 mesi, cioè il doppio del
precedente periodo) e una riduzione della durata delle crisi (11 mesi), poiché la FED
adottò una politica monetaria attiva per rilanciare l’economia e favorire l’affermazio-
ne del predominio statunitense nel mondo.
Le oscillazioni fra crescita e declino, secondo quanto presentato nell’esperienza
degli Stati Uniti, mostrano chiaramente che ogni periodo storico è caratterizzato
da specifiche scelte di politica monetaria, derivanti dall’evoluzione del mercato, dei
sistemi bancari e finanziari e degli strumenti di pagamento. In particolare, le auto-
rità centrali hanno spesso seguito le teorie monetarie che più rispecchiavano le
peculiarità dell’epoca e la propensione della nazione, quali la teoria neoclassica, la
teoria del ciclo economico, la teoria generale, l’approccio di portafoglio e la teoria a
filone monetarista.
Le varie banche centrali hanno prediletto, nel corso degli anni, una teoria monetaria
piuttosto che un’altra principalmente a seconda di quanto quella teoria era cono-
sciuta, diffusa e accettata fra i vertici e quanto più si adattava alle condizioni econo-
mico-finanziarie della nazione. In particolare, ciascuna autorità centrale è passata
attraverso regimi di politica monetaria che prevedevano da un lato la variazione
della quantità di moneta domandata e/o offerta e dall’altro l’intervento sui tassi di
interesse. Ancora oggi queste azioni rimangono i principali strumenti per aggiusta-
re l’andamento dell’economia.

58
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 3

STRUMENTO DI POLITICA
TEORIE MONETARIE PERIODO STORICO
MONETARIA ADOTTATO

1) TEORIA NEOCLASSICA o Primi anni dell’Ottocento: Variazione della quantità


quantitativa della moneta - formazione della so- di moneta in circolazione,
cietà industriale basata incidendo su:
sulla produzione - indice dei prezzi
- moneta usata come - tassi di interesse
strumento di pagamento
per gli scambi

2) TEORIA DEL CICLO Prima metà del ‘900 Attività simultanee di:
ECONOMICO, teorizzata da - mantenimento di livelli
Hayek e Von Mises della bassi dei tassi di interesse
scuola austriaca - incremento dell’offerta di
moneta

3) TEORIA GENERALE, Anni ’20: la moneta Manipolazione del tasso di


teorizzata da Keynes diventa riserva di valore, interesse con influenza su:
cioè viene impiegata sia 1. mercato della moneta
per gli investimenti che 2. investimenti e consumi
per il risparmio perso-
nale

4) APPROCCIO DI PORTAFO- Seconda metà del Ruolo marginale dell’incre-


GLIO, teorizzata da Tobin ‘900: diffusione degli mento dell’offerta di mo-
investimenti in attività neta, in quanto è solo uno
finanziarie (titoli, azioni e strumento per diversificare
obbligazioni) il rischio in un portafoglio
di investimenti

5) TEORIA A FILONE Anni ‘70-‘80: processi Controllo dell’inflazione,


MONETARISTA, teorizzata inflazionistici genera- in quanto influenza la
da Friedman della scuola di lizzati domanda di moneta
Chicago

TABELLA 3.2: Teorie monetarie e principali aspetti (rielaborazione da Arcelli, 2007).

3.2 Regimi di politica monetaria e meccanismi di trasmissione

Le autorità monetarie centrali adottano un regime di politica monetaria che riassu-


me gli obiettivi prefissati e gli strumenti dei quali si avvale per monitorare e condi-
zionare il trend di crescita dell’economia.
Il regime di politica monetaria può essere suddiviso su tre livelli, ciascuno dei quali
comporta specifici obiettivi (Ciccarone e Gnasutta, 2005):

59
CAP. 3 LA POLITICA MONETARIA

1. operativi, cioè condizionati dagli strumenti di politica monetaria e influenti sugli


obiettivi intermedi; hanno perciò una valenza “tattica” per la banca centrale;
2. intermedi, che garantiscono l’equilibrio del sistema finanziario (cioè riguardano
i tassi d’interesse, il credito disponibile e la quantità di moneta in circolazione);
hanno lo scopo di influenzare i consumi, la produzione e di conseguenza anche
l’inflazione e sono ritenuti strategici per l’autorità monetaria centrale;
3. finali, cioè riguardanti l’equilibrio macroeconomico, ossia il livello del reddito,
l’occupazione, la stabilità dei prezzi interni e il tasso di cambio.

FINALE OBIETTIVI FINALI


STRATEGICO OBIETTIVI INTERMEDI
TATTICO OBIETTIVI OPERATIVI
FIGURA 3.1: I livelli del regime di politica monetaria di una banca centrale.

La struttura piramidale del regime di politica monetaria permette di correggere ve-


locemente comportamenti errati o andamenti imprevisti, procedendo direttamente
sugli obiettivi operativi attraverso la modifica degli strumenti di politica monetaria
e indirettamente su quelli intermedi e finali (Ciccarone e Gnesutta, 2005). Questa
modalità elude il problema legato al prolungamento dei tempi d’intervento. Tuttavia,
tale dinamismo può essere più o meno ampio a seconda che la banca centrale ab-
bia definito regole fisse, quindi da rispettare in maniera imprescindibile (es. tasso
di cambio fisso), oppure discrezionali, che lasciano più spazio alle manovre di inter-
vento (es. bande di oscillazione del tasso di cambio fisso).
In linea generale, ciascuna autorità monetaria centrale ha da sempre adottato un re-
gime di politica monetaria con obiettivo finale quello della stabilità dei prezzi, ossia
dell’inflazione e, in particolare, ha perseguito una delle seguenti strategie:
1. diretta, anche detta inflation targeting, con focus esclusivo su un certo livello
di inflazione finale;
2. indiretta, ossia monetary targeting, che prevede come obiettivo intermedio
una domanda di moneta stabile attraverso la definizione di un adeguato tasso
di interesse.

60
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 3

Entrando nello specifico di queste due strategie, l’inflation targeting ha come


obiettivo finale la stabilità dei prezzi; questa è esplicita e annunciata pubblicamente
e non vengono fissati obiettivi intermedi (Bagliano e Marotta, 2010). Il livello target
dell’inflazione viene controllato non con regole fisse, ma utilizzando “bande-obietti-
vo” e lunghi orizzonti temporali entro i quali ricercare il target desiderato (Ciccarone
e Gnesutta, 2005, p. 281). In questo modo, la banca centrale è in grado di rispondere
in maniera pronta e flessibile a shock imprevisti o eventi economico-finanziari par-
ticolari.
Secondo alcuni, attraverso questa strategia l’autorità monetaria centrale contribui-
sce al progresso economico, perché aumenta l’ampiezza dei cicli di espansione, ri-
duce quella dei cicli di recessione e facilita i processi decisionali di famiglie e impre-
se (Ciccarone e Gnesutta, 2005, p. 277; Arcelli, 2007, p. 351). Secondo altri, invece, è
una strategia poco adatta all’attuale dinamismo del sistema economico-finanziario,
perché gli effetti delle politiche monetarie adottate si vedono solo nel lungo perio-
do, mentre se si vuole influenzare l’economia nel breve termine occorre porsi degli
obiettivi intermedi, controllabili con maggiore facilità (Bagliano e Marotta, 2010, p.
133).
Nel passato, le banche centrali che hanno adottato l’inflation targeting sono state
in grado di comunicare i loro obiettivi e le loro politiche grazie al maggior grado
di trasparenza, indipendenza e responsabilità (anche detta accountability). Inoltre,
hanno visto una riduzione dell’inflazione in maniera significativa, ma ciò ha spesso
innescato processi di deflazione con costi rilevanti sulla produzione interna.
La strategia diretta ha dunque alcuni vantaggi e svantaggi, che vengono di seguito
riassunti:

VANTAGGI SVANTAGGI

• minore perdita di efficienza, perché le • limitata flessibilità nel rispondere a svi-


aspettative degli operatori sono ancorate luppi imprevisti
all’inflazione target • minore enfasi su altri obiettivi finali
• migliore redistribuzione della ricchezza • strategie errate di fronte a stime sbagliate
• trasparenza, credibilità e responsabilità dell’inflazione
della banca centrale
• facile comprensione delle strategie adot-
tate da parte del pubblico
• isolamento della banca centrale da pres-
sioni politiche.

TABELLA 3.3: Vantaggi e svantaggi dell’inflation targeting


(rielaborazione da Ciccarone e Gnesutta, 2005; Arcelli, 2007; Bagliano e Marotta, 2010).

61
CAP. 3 LA POLITICA MONETARIA

Attraverso la strategia indiretta, chiamata anche monetary targeting, invece, la


banca centrale controlla la stabilità finale dei prezzi attraverso due obiettivi:
1. la crescita della quantità di moneta in circolazione (obiettivo intermedio);
2. un adeguato tasso di interesse (anche detto tasso di policy), legato al prestito di
moneta fra istituti di credito (obiettivo operativo).

In particolare, quando nel breve periodo il mercato finanziario è instabile, l’autorità


monetaria centrale sceglie di agire sui tassi di interesse per controllare la quantità
di moneta, mentre se l’economia subisce continue oscillazioni persegue l’obiettivo
di stabilità dei prezzi attraverso il controllo dell’aggregato monetario (Ciccarone e
Gnesutta, 2005).
In entrambi i casi è sempre il mercato interbancario ad essere il principale canale
per la trasmissione della politica monetaria, che agisce generando i seguenti effetti
a catena:

1 la banca centrale aumenta il tasso di prendere


a prestito moneta e quindi le banche, che VARIAZIONE DELLA BASE
MONETARIA O DEI TASSI
necessitano denaro per finanziarie attività
DI INTERESSE, CHE SI
produttive e famiglie, sono costrette a pagare RIFLETTE SULLE
di più; CONDIZIONI DI LIQUIDITÀ
E DI ACCESSO AL

2 per questo maggiore esborso, le banche alzano CREDITO DELLE BANCHE


i tassi di interesse passivi, cioè legati ai prestiti
richiesti dalle famiglie e dalle imprese;

3 l’aumento del costo del debito (es. incremento


della rata del mutuo per l’acquisto della casa
per le famiglie o per l’acquisto del capannone TRASFORMAZIONE
per le imprese) costringe le famiglie a ridurre i NELLE SCELTE DI SPESA
consumi e le imprese a tagliare gli investimenti DI BENI E SERVIZI, SIA
(es. in ricerca e sviluppo, in pubblicità e promo- DELLE FAMIGLIE CHE
zione, ecc.); DELLE IMPRESE

4 a causa della riduzione di risorse finanziarie, le


aziende che producono beni vedono ridursi le
quantità acquistate dalle famiglie e quindi sono
costrette ad abbassare i prezzi di vendita per
poter mantenere i ricavi; EVOLUZIONE NELLE
QUANTITÀ VENDUTE E

5 la diminuzione dei prezzi di beni e servizi a QUINDI PRESSIONE


livello generale comporta una riduzione INFLAZIONISTICA DI
dell’inflazione e un innalzamento delle possibi- RIDUZIONE DEI PREZZI
lità di consumo.

FIGURA 3.2: Processo di trasmissione della politica monetaria con strategia monetary.

62
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 3

L’adozione di questo regime monetario da parte delle banche centrali ha spesso


generato spinte inflazionistiche e un continuo alternarsi fra fasi espansive e con-
trazioni a causa della mancanza di chiarezza nella comunicazione degli obiettivi
e la conseguente incertezza degli operatori su entità, momento e contesto in cui
avviene l’intervento macroeconomico (Ciccarone e Gnesutta, 2005).
Il monetary targeting fu quindi adottato negli anni ’70 e nella prima metà degli anni
’80 dai principali paesi industrializzati (ad esempio Stati Uniti, Germania, Regno Uni-
to, Canada), mentre negli anni ’90, a seguito delle continue instabilità economiche,
si diffuse l’inflation targeting, prima introdotto in Nuova Zelanda, poi in Canada, in
Australia e in alcuni paesi europei, quali Regno Unito, Finlandia, Svezia e Spagna.
La Banca Centrale Europea (BCE), all’interno della sua strategia di politica moneta-
ria, segue solo alcuni degli aspetti dell’inflation targeting; ha infatti adottato una
strategia ibrida, che fissa come obiettivo prioritario la stabilità economica (Ciccaro-
ne e Gnesutta, 2005). La FED, al contrario, da sempre adotta una politica monetaria
con la strategia del cosiddetto “basta farlo” (“just do it ”), ma in seguito ai problemi
legati alla crisi del 2008 sembra sempre più orientarsi verso l’inflation targeting,
limitando l’interesse verso gli altri due storici obiettivi, quali la crescita economica e
l’occupazione (Colombo, 2010).

3.3 La politica monetaria delle banche centrali dopo la crisi del 2008

La crisi finanziaria ed economica degli ultimi anni, che spesso viene assimilata alla
Grande depressione del 1929, è esplosa e si è diffusa in tutte le economie avanzate
a seguito di alcuni importanti eventi:

OTTOBRE 2008
AGOSTO DEL 2007 2008
GIUGNO 2009

Scoppia la bolla del mercato La FED: Il commercio internazionale


immobiliare americano 1. facilita il salvataggio della subisce un arresto a causa
(crescita elevata dei prezzi banca d’investimenti Bear dei malfunzionamenti dei
delle case dal 2003) a segui- Stearns fornendo una garan- mercati monetari, cioè sfidu-
to del peggioramento delle zia all’acquisto da parte del- cia reciproca fra banche nei
condizioni di affidabilità la JP Morgan (marzo) pagamenti e finanziamenti a
creditizia nei mutui ipotecari 2. lascia fallire la ban- breve a livello internaziona-
statunitensi, definiti dunque ca d’investimenti Lehman le. La crisi quindi si diffonde
subprime, ossia con requisiti Brothers, ma salva una fra in tutte le economie avanza-
inferiori ai normali standard le maggiori società assicu- te a causa dell’interdipen-
rative nel mondo, l’American denza finanziaria
International Group (AIG),
attraverso la concessione di
un prestito (settembre)

TABELLA 3.4: Cause principali della crisi economico-finanziaria


(rielaborazione da Bagliano e Marotta, 2010; Colombo, 2010; Gorton e Metrick, 2012).

63
CAP. 3 LA POLITICA MONETARIA

La trasmissione della crisi dal mondo finanziario a quello economico è pertanto


avvenuta attraverso il seguente schema logico:

MERCATO FINANZIARIO ECONOMIA REALE

1. Stop agli investimenti


delle imprese per mancanza
di finanziamenti e/o
Perdita di fiducia fra le Gli intermediari accresciuto costo del
controparti in termini accumulano denaro, debito, con riduzione dei
di solvibilità e liquidità ma frenano la profitti
concessione di prestiti
2. Riduzione dei consumi
delle famiglie, perché non
ottengono più prestiti

FIGURA 3.3: Processo di espansione della crisi dal mercato finanziario all’economia reale
(rielaborazione da Gorton e Metrick, 2012).

Nel contesto negativo sopra descritto, le strategie delle banche centrali hanno visto
una riduzione della loro efficacia e gli obiettivi sono stati modificati e adattati per
cercare di fronteggiare la crisi e la riduzione di occupazione e produzione.
Tra l’agosto 2007 e l’agosto 2008, le autorità monetarie hanno fatto ricorso ai tra-
dizionali strumenti di politica monetaria per contrastare l’amplificazione della crisi.
Tuttavia, dal mese di settembre 2008 l’aggravarsi della crisi ha provocato reazio-
ni più radicali con ricorso a misure non convenzionali (Colombo, 2010). Dapprima
sono stati abbassati i tassi di interesse fino ai minimi storici e successivamente,
di fronte alla richiesta di liquidità degli operatori bancari, le banche centrali hanno
emesso nuovo denaro. In particolare, la FED ha cercato di controllare la disoccupa-
zione attraverso una politica monetaria fortemente espansiva; al contrario, la BCE
ha provato a riparare i canali di trasmissione della politica monetaria nell’Eurosi-
stema attraverso una cospicua emissione di liquidità in più fasi (Colombo, 2010;
Sorrentino, 2012).
Queste misure di politica monetaria sono apparse straordinarie e non convenzio-
nali, ma hanno generato nuove problematiche da gestire, quali (Bagliano e Marotta,
2010):
• la trappola della liquidità, ossia la riduzione dei tassi di interesse ha creato dei
processi di deflazione e di conseguenza le banche centrali hanno dovuto ricor-
rere al potere di creazione di nuova moneta, oltre alle quantità già precedente-
mente emesse;
• l’aumento del rischio di credito, relativo alla futura possibilità di non vedere re-

64
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 3

stituite le somme prestate agli istituti di credito, perché inadempienti e/o in ban-
carotta;
• l’incremento della base monetaria nei bilanci centrali;
• la vigilanza, perché gli organi a ciò devoluti sono stati coinvolti in operazioni di
salvataggio di banche e istituzioni finanziarie non bancarie; ciò è avvenuto prin-
cipalmente grazie alla loro rapidità di azione, ma in futuro le condotte correttive
dovrebbero essere valutate attentamente e in maniera preventiva dal governo
nazionale.

Gli interventi immediati e fortemente attivi delle autorità monetarie centrali hanno
evitato il collasso finanziario, ma si ipotizza che tali azioni, nel prossimo futuro, pos-
sano portare alla formazione di nuove bolle speculative, mentre la continua iniezio-
ne di denaro nel sistema bancario, combinata con l’attuale debole crescita, potreb-
be generare inflazione (Jellen, 2012).
Una soluzione da introdurre nei prossimi anni potrebbe essere perciò quella sug-
gerita da Mark Carney, precedente presidente della Bank of Canada e attualmente
governatore della Bank of England. Egli propone di cambiare il target della strategia
di politica monetaria adottando il NGDP-level targeting, ossia l’obiettivo della ban-
ca centrale dovrebbe trasformarsi in definire un livello crescente del PIL nominale
per tollerare più inflazione nel caso in cui il PIL diminuisca a causa di recessione
(Sorrentino, 2012).

65
CAP. 3 LA POLITICA MONETARIA

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66
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 3

IL CAPITOLO IN 10 DOMANDE 1 Quali sono gli scopi della politica econo-


mica adottata dalle banche centrali?

2 Cosa conferma lo studio del premio


Nobel J. Stiglizt?

3 Quali sono gli obiettivi di un regime


di politica monetaria?

Qual è la principale differenza fra la


4 strategia di inflation targeting e quella di
monetary targeting?

5 Come agisce positivamente


sull’economia l’inflation targeting?

6 Perché il monetary targeting vede


l’intervento del mercato bancario?

Storicamente, quale strategia di politica


7 monetaria preferiscono le banche
centrali?

8 Come si è sviluppata la recente crisi


a tutti i livelli dell’economia?

9 Perché è stato necessario l’intervento


delle banche centrali nella recente crisi?

Quali nuove problematiche sono nate


10 dalle misure straordinarie di politica
economica?

67
CAP. 4 BANCHE CENTRALI E ALTRE ISTITUZIONI MONETARIE INTERNAZIONALI

68
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 4

CAPITOLO 4
Banche centrali e altre istituzioni
monetarie internazionali
La necessità di avere un organismo centrale nella gestione della
moneta ha visto lo sviluppo delle banche centrali, fra cui spiccano
la FED e la BCE per la rilevanza di dollaro ed euro negli scambi in-
ternazionali. Ognuna è dotata di propri organi e gestisce la politica
monetaria con obiettivi e strumenti differenti.
In questo capitolo si riassume l’operatività delle autorità monetarie
centrali e si mettono in luce le peculiarità di alcune tra le più impor-
tanti istituzioni monetarie.

4.1 Operatività e funzioni delle banche centrali

Un’autorità monetaria centrale ha come compito principale quello di emettere mo-


neta in maniera centralizzata: ne detiene il monopolio, si occupa della relativa stam-
pa e circolazione nel paese e le conferisce legalità. In questo modo, garantisce che
le banconote siano uniformi e controlla la quantità disponibile.
Questa funzione di emissione permette alla banca centrale di detenere il potere del
signoraggio, ossia la possibilità di disporre di interessi percepiti dalle attività che
detiene presso di sé in contropartita alle banconote in circolazione.
Per comprendere meglio questo concetto, è necessario introdurre le voci del bilan-
cio di una banca centrale. Dal lato delle attività sono presenti: le attività sull’estero,
rappresentate dalle valute estere più importanti; le attività sul Tesoro, cioè i titoli
pubblici che la banca centrale ha acquistato per sostenere il debito pubblico; i pre-
stiti concessi agli istituti creditizi. Nelle passività vi sono invece le voci relative a
riserve ed emissione di banconote.

ATTIVITÀ PASSIVITÀ (BASE MONETARIA)


Attività sull’estero Depositi del sistema bancario
Attività sul Tesoro Emissione di banconote
Prestiti a istituti creditizi

PAGAMENTO DI INTERESSI - COSTO PRODUZIONE BANCONOTE = SIGNORAGGIO


FIGURA 4.1: Bilancio di una banca centrale semplificato e signoraggio.

69
CAP. 4 BANCHE CENTRALI E ALTRE ISTITUZIONI MONETARIE INTERNAZIONALI

Il signoraggio funziona in questo modo: poiché le istituzioni creditizie pagano un


interesse sui prestiti ricevuti, rappresentati per contro dalle banconote emesse, il
signoraggio è dato da tali interessi al netto del costo di produzione delle banconote
(Banca d’Italia, 2013).
Storicamente il termine signoraggio nasce nel Medioevo, quando per coniare un
pezzo di oro presso la Zecca pubblica si pagava a quest’ultima il servizio svolto con
una piccola parte dell’oro (cosiddetto “diritto di signoraggio”). Questo diritto è stato
poi acquisito dagli Stati per arricchire le casse reali e si è ampliato a loro vantag-
gio nel ‘700 con l’introduzione della moneta cartacea. Gli Stati, tuttavia, ne hanno
fatto un uso smodato e di conseguenza l’emissione di banconote è passata prima
in capo alle banche private, poi alle banche centrali (Banca d’Italia, 2013). Attual-
mente, il potere del signoraggio è controllato grazie a leggi statali che stabiliscono
il valore della moneta e il livello in circolazione, entrambi coerenti con le necessità
economiche della collettività.
Una banca centrale, oltre a stampare moneta, agisce anche come banchiere e con-
sigliere finanziario per lo Stato, in quanto (Shina, 2013):
• ne gestisce i conti centrali e il debito pubblico;
• provvede a rendere disponibile la moneta estera per gli scambi;
• raccoglie tasse e pagamenti;
• rappresenta lo Stato all’interno di istituzioni internazionali finanziarie e consiglia
il governo in merito a questioni economiche, finanziarie e fiscali.
Svolge inoltre la funzione di banchiere per le altre banche, nel senso che custodisce
le loro riserve obbligatorie, ossia quella percentuale di depositi che devono versare
alla banca centrale per essere utilizzate in caso di emergenze (es. corsa agli sportel-
li, salvataggio di grandi banche, ecc…). In questo modo, l’autorità monetaria centrale
ispira fiducia nel pubblico, crea una struttura creditizia flessibile, aiuta le banche
in temporanea difficoltà e può usare le riserve per promuovere il benessere della
nazione (Shina, 2013).
All’interno della funzione di banchiere si inserisce il compito di prestatore di ultima
istanza (lender of last resort), ossia nel caso in cui una banca manchi di risorse
finanziarie (crisi di illiquidità), la banca centrale le presta denaro come “ultima spiag-
gia”. Lo scopo è quello di prevenire e mitigare crisi finanziarie, sostenendo mediante
crediti il sistema bancario (Treccani, 2012).
La banca centrale agisce infine come clearing agent, cioè fa da banca di compen-
sazione fra le posizioni creditorie e debitorie degli istituti creditizi. In altre parole,
non fa altro che “spostare denaro” da una banca all’altra a seguito di operazioni di
prestito fra di loro. Questa funzione è molto utile per le istituzioni creditizie, in quan-
to permette loro di creare credito su larga scala (Shina, 2013).

70
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 4

4.2 La principali banche centrali nel mondo

Oggi esiste un’autorità monetaria centrale pressoché in tutti i paesi del mondo, ma
le più importanti banche centrali sono quelle del Regno Unito, del Giappone, della
Svizzera, del Canada, dell’Australia, della Nuova Zelanda, la FED degli Stati Uniti e la
Banca Centrale Europea (BCE).
Di seguito si descrivono brevemente l’organizzazione e gli obiettivi di politica mone-
taria di alcune fra le prime banche centrali, mentre si entra nello specifico di origini,
organi, politica monetaria e operatività della FED e della BCE.

1) Bank of England (BoE)


La politica monetaria di questa banca centrale è affidata ad una commissione di
nove membri: un governatore, due vice-governatori, due direttori esecutivi e quat-
tro esperti provenienti dall’esterno, che si incontrano mensilmente. Il suo principale
compito è quello di mantenere la stabilità monetaria e finanziaria del paese. Di con-
seguenza, si prefigge di salvaguardare la fiducia verso la sterlina e cerca di tenere i
prezzi ad un livello stabile, con un target dell’inflazione al 2%.

2) Bank of Japan (BoJ)


La banca centrale giapponese è fondata su un organo centrale composto da un go-
vernatore, due vice-governatori e sei ulteriori membri. Poiché il Giappone dipende
fortemente dall’esportazione dei suoi prodotti, l’obiettivo di questa banca è quello di
impedire che lo yen diventi eccessivamente forte. Ciò, infatti, andrebbe a svantag-
gio delle esportazioni perché costerebbero di più e quindi per gli altri stati sarebbe
meno conveniente commerciare con il Giappone. In generale, quindi, la banca cen-
trale si adopera per mantenere basso il valore dello yen, scambiandolo con dolla-
ri statunitensi ed euro. Il suo focus principale è inoltre il controllo dell’andamento
dell’inflazione al fine di mantenere stabili i prezzi e assicurare la solidità del sistema
finanziario.

3) Swiss National Bank (SNB)


All’interno della banca centrale svizzera le decisioni in merito ai tassi d’interesse
sono prese da un comitato di tre membri, che determina la banda di oscillazione del
tasso, piuttosto che definirne un certo target. Poiché l’economia della Svizzera di-
pende dalle sue esportazioni, ulteriore strategia monetaria è quella di mantenere un
tasso di cambio non troppo forte. In particolare, questa autorità centrale si prefigge
di assicurare la stabilità dei prezzi tenendo anche in considerazione la situazione
economica svizzera.

71
CAP. 4 BANCHE CENTRALI E ALTRE ISTITUZIONI MONETARIE INTERNAZIONALI

4) Bank of Canada (BoC)


Le decisioni di politica monetaria sono prese con il consenso espresso dal cosid-
detto “Consiglio governativo” formato dal governatore della banca centrale, il senior
vice-governatore e i quattro vice-presidenti. Obiettivo principale di questa istituzio-
ne è quello di preservare l’integrità e il valore del dollaro canadese. Il target dell’in-
flazione oscilla fra 1 e 3% e dal 1998 la banca è stata in grado di mantenere l’infla-
zione all’interno di questa banda.

5) Reserve Bank of Australia (RBA)


La banca centrale australiana è governata da un presidente, dal vice, dal segretario
del Tesoro e da sei membri indipendenti eletti dal Governo. I suoi obiettivi di politica
monetaria sono quelli di assicurare la stabilità della moneta, il mantenimento della
piena occupazione e la prosperità e il benessere della popolazione. Ha di conse-
guenza un livello di inflazione target annuo compreso fra 2 e 3%.

6) Reserve Bank of New Zealand (RBNZ)


Il processo di decision-making della politica monetaria della Nuova Zelanda è inte-
ramente affidato al presidente della banca centrale. Agisce sui tassi di interesse e
sui tassi di cambio per mantenere la stabilità dei prezzi (target inflazione 1,5%) ed
evitare la continua variazione della produzione. In particolare, ogni decisione viene
negoziata con il governo neozelandese.

7) U.S. Federal Reserve System (FED)


La banca centrale degli Stati Uniti è stata fondata nel 1913 dal Congresso america-
no con lo scopo di istituire un organo che fra i suoi compiti ha quelli di:
• prevenire, contenere e mitigare eventuali crisi finanziarie;
• emettere moneta per tutto il paese in maniera centralizzata.
Questa istituzione è stata concepita applicando il principio federale nella distribu-
zione dei poteri e perciò ha preso il nome di “Federal Reserve System”. Negli anni ha
mantenuto l’assetto federale e oggi è composta da un’agenzia centrale governativa,
la cosiddetta “Board of Governors” formata da sette membri nominati dal Presiden-
te statunitense e poi approvati dal Senato, e da dodici banche di riserva regionali, fra
cui la più importante è la Reserve Bank di New York. È affiancata inoltre da alcuni
comitati di consiglieri, con i quali collabora per prendere decisioni in merito alla po-
litica monetaria (Board of Governors of the Federal Reserve System, 2005).
Nonostante sia un’autorità indipendente, ossia le sue decisioni non devono essere
ratificate dal Presidente degli Stati Uniti, la FED opera all’interno della cornice di
obiettivi economico-finanziari stabiliti dal Congresso. Persegue quindi la stabilità
dei prezzi a lungo termine e una crescita economica del paese di tipo sostenibile

72
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 4

(Board of Governors of the Federal Reserve System, 2005).


Questa duplicità di fini ha creato spesso problemi nella scelta di quale strumento di
politica monetaria prediligere (Axilrod, 2011):
a. quando l’inflazione è minacciata, la FED preferisce tenere l’economia statuni-
tense su un livello debole (riduzione di spese e consumi di imprese e famiglie e
incremento disoccupazione) per frenare le pressioni di crescita dei prezzi;
b. quando l’economia diventa stagnante, cerca di incoraggiare la spesa in beni e
servizi incrementando l’occupazione senza agire sulle forze dell’inflazione.

Entrando nel dettaglio della sua operatività, la FED si occupa di (Board of Governors
of the Federal Reserve System, 2005):
• condurre la politica monetaria nazionale in modo discrezionale, influenzando la
moneta e le condizioni creditizie per perseguire la piena occupazione, la stabili-
tà dei prezzi e moderati tassi di interesse a lungo termine, senza tuttavia dichia-
rare esplicitamente gli obiettivi quantitativi da raggiungere;
• supervisionare e regolamentare il sistema bancario per proteggere i diritti dei
consumatori;
• mantenere la stabilità del sistema finanziario e contenere eventuali rischi siste-
mici che possano derivare dal mercato finanziario;
• detenere presso di sé le riserve degli istituti creditizi, del governo statunitense e
di organizzazioni estere.

Ogni modifica della politica monetaria della FED può generare ripercussioni nelle
altre economie e a loro volta nell’economia statunitense a causa della centralità del
dollaro nell’economia mondiale.
La FED ha svolto il suo operato sulla base degli orientamenti del suo presidente in
carica in quel periodo (Axilrod, 2011). In particolare, Paul Volcker (mandato presi-
denziale 1979-1987) ha cercato di indirizzare la FED verso la riduzione dell’elevata
inflazione causata dal crollo del sistema di Bretton Woods. Alan Greenspan (man-
dato presidenziale 1987-2006) ha governato in due decenni di bassa inflazione, ge-
nerando una crescita economica ragionevolmente sostenuta. Ben Bernanke (man-
dato presidenziale 2006-2014) si è trovato nel mezzo di una crisi creditizia che ha
danneggiato la fiducia nei mercati e perciò ha deciso di agire su entrambi gli obiet-
tivi della FED, controllando le aspettative sull’inflazione e mantenendo un livello di
benessere apprezzabile attraverso azioni sui tassi di interesse, emissione di nuova
liquidità e salvataggio delle maggiori istituzioni creditizie. Infine, Janet Yellen (man-
dato presidenziale dal 2014 ad oggi) che per mantenere l’obiettivo della stabilità dei
prezzi ha agito sul piano dei tassi di interesse, nonostante l’instabilità dei mercati
finanziari.

73
CAP. 4 BANCHE CENTRALI E ALTRE ISTITUZIONI MONETARIE INTERNAZIONALI

Un esempio di come, a partire dalla politica monetaria della FED, si sviluppano alcu-
ni effetti a catena è il seguente:

1 la FED decide di aumentare i tassi d’interesse


statunitensi; per questo maggiore esborso, le
banche alzano i tassi di interesse passivi, cioè
legati ai prestiti richiesti dalle famiglie e dalle
imprese;

ciò genera un aumento del tasso di cambio del


2 dollaro nei confronti delle valute delle nazioni
con cui commerciano gli Stati Uniti (cioè costa
VARIAZIONE DEI TASSI
DI INTERESSE, CHE SI
RIFLETTE SULLA
maggiormente scambiare un bene in dollari CONVENIENZA DI
rispetto a una valuta estera); SCAMBIO CON L’ESTERO

3 la variazione del tasso di cambio determina una


crescita del valore dei beni statunitensi espor-
tati e, per contro, una diminuzione del valore dei
beni importati; di conseguenza aumentano le
quantità importate e diminuiscono i beni espor-
tati, in quanto sono meno convenienti perché
RIDUZIONE DELLA
costano di più alle economie estere; PRODUZIONE E
DEI PREZZI INTERNI
una minore richiesta di beni statunitensi all’ester-
4 no genera una diminuzione della produzione
statunitense; in aggiunta, si riducono i prezzi
dei beni e servizi per la concorrenza subita dai
prodotti importati, che costano meno.

FIGURA 4.2: Processo di sviluppo di effetti a catena nell’economia degli Stati Uniti e in quella degli altri
stati (rielaborazione da Board of Governors of the Federal Reserve System, 2005).

8) European Central Bank (ECB) – Banca Centrale Europea (BCE)


La Banca Centrale Europea ha sede a Francoforte ed è un’istituzione dell’Unione
Europea nata il 1° giugno del 1998 con il Trattato di Lisbona e divenuta operativa
nell’ambito della politica monetaria comunitaria a partire dal 1° gennaio 1999.
Le sue funzioni e la sua struttura organizzativa derivano da una primitiva autorità
monetaria, l’Istituto Monetario Europeo (IME), creato nel 1994 durante il processo
di costituzione dell’Unione Economica e Monetaria (UEM) con lo scopo di rafforza-
re la cooperazione tra le banche centrali europee, coordinare le politiche monetarie
e svolgere i preparativi necessari per la costituzione del Sistema Europeo di Banche
Centrali (SEBC) e l’introduzione dell’euro (BCE, 2013).
L’ambito di attività della BCE riguarda lo svolgimento delle funzioni di banca centra-

74
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 4

le per l’euro e si inserisce nel Sistema Europeo di Banche Centrali (SEBC), costituito
dalla BCE e dalle banche centrali nazionali (BCN) dei 28 stati membri dell’UE. La
scelta di adottare un sistema piuttosto che un’unica banca centrale è legata alla
valorizzazione del patrimonio e allo sviluppo delle capacità operative dell’autorità
monetaria centrale di ciascuno Stato (BCE, 2013).
Il SEBC si differenzia dall’Eurosistema, che è invece formato dalla BCE e dalle ban-
che centrali nazionali dei 19 paesi che hanno introdotto l’euro. L’Eurosistema, in par-
ticolare, si basa sul principio di decentramento: da un lato alla BCE spetta il princi-
pale compito di definire gli obiettivi di politica monetaria; dall’altro le banche centrali
nazionali si adoperano per dare attuazione alle decisioni prese a livello centrale.
La BCE quindi si limita principalmente a formulare le politiche monetarie dell’UEM
e si assicura che le decisioni siano applicate correttamente dalle banche centrali
nazionali. Nello specifico, la BCE (Arcelli, 2007; BCE, 2013):
• definisce le politiche e decide, coordina e verifica che vengano eseguite le ope-
razioni legate alla stabilità dei prezzi e alla salvaguardia dell’economia da rischi
inflazionistici;
• autorizza l’emissione di banconote, gestisce le sue riserve ufficiali e perciò agi-
sce sulla dinamica della moneta per indirizzare la stabilità dei prezzi verso l’o-
biettivo target;
• interviene sul mercato dei cambi per rafforzare la competitività dell’economia
europea sul piano internazionale;
• assicura e sorveglia l’operatività dei sistemi di pagamento, ossia i trasferimenti
di denaro, cercando di introdurre innovazioni che integrino le varie infrastrutture;
• coopera a livello europeo e internazionale, partecipando agli incontri del Fondo
Monetario Internazionale, del G7 e G20 e alle riunioni dell’Eurogruppo;
• rende conto del proprio operato all’opinione pubblica e ai rappresentanti dei
cittadini europei pubblicando periodicamente rendiconti sulle attività svolte.

Le banche centrali nazionali, invece, secondo il principio di sussidiarietà, si occupa-


no di (BCE, 2013):
• eseguire le operazioni di politica monetaria all’interno del proprio territorio na-
zionale;
• gestire operativamente le riserve ufficiali della BCE e le proprie riserve;
• sorvegliare il sistema creditizio interno;
• provvedere all’immissione in circolazione dei biglietti sul proprio territorio.

75
CAP. 4 BANCHE CENTRALI E ALTRE ISTITUZIONI MONETARIE INTERNAZIONALI

Queste ultime quindi hanno mantenuto la loro personalità giuridica, ma si differen-


ziano in due categorie (Arcelli, 2007):
1. autorità monetarie degli stati membri dell’Eurosistema, che adempiono alle li-
nee guida e alla politica monetaria comune enunciate dalle BCE in quanto han-
no scelto di rinunciare alla propria sovranità monetaria;
2. banche centrali dei paesi non aderenti all’euro, che rispettano solo il principio
di mantenimento della stabilità dei prezzi, valido per tutti gli stati membri dell’U-
nione Europea e sancito dall’art. 105 del Trattato UE.
Sia il SEBC che l’Eurosistema basano il loro operato su una forte indipendenza,
introdotta per evitare che i governi sfruttino gli strumenti monetari a loro vantag-
gio e non per il benessere della nazione. In altre parole, «nell’esercizio dei poteri e
nell’assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dai trattati e dallo Statu-
to del SEBC e della BCE, né la Banca Centrale Europea, né una banca centrale
nazionale, né un membro dei rispettivi organi decisionali, possono sollecitare o
accettare istruzioni dalle istituzioni, dagli organi o dagli organismi dell’Unione,
dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo» (art. 130, Trattato
sul funzionamento dell’UE).
Oltre all’indipendenza, la BCE segue il principio della trasparenza, ossia fornisce
al pubblico e ai mercati in modo aperto, chiaro e tempestivo tutte le informazioni
relative alle sue strategie di politica monetaria. In questa maniera, ottiene credibilità
e raggiunge una maggiore efficacia nel perseguire l’obiettivo di stabilità dei prezzi,
perché annunciando pubblicamente le sue intenzioni e i futuri andamenti economi-
ci influenza le aspettative del pubblico, accelera il processo di trasmissione delle
politiche e rende prevedibili le conseguenze dei vari interventi (BCE, 2013).
La BCE ha dunque il principale compito di occuparsi della stabilità dei prezzi
nell’UEM, strategia che non si colloca né all’interno dell’inflation targeting né nel
monetary targeting, ma viene definita ibrida, perché vanta due pilastri (Arcelli,
2007; Bagliano e Marotta, 2010):
1. monetario, attraverso l’annuncio del valore di riferimento per la crescita della
quantità di moneta in circolazione;
2. economico, mediante la valutazione delle pressioni inflazionistiche attraverso la
lettura delle condizioni della finanza pubblica, l’andamento dei salari e dei prez-
zi, la situazione del mercato borsistico e il trend del tasso di cambio dell’euro.
Sul piano dell’organigramma, rappresentativo di tutti i 28 stati europei, le decisio-
ni della BCE vengono prese da tre organi: Consiglio direttivo, Comitato esecutivo
e Consiglio generale. Nello svolgimento delle proprie funzioni ciascun organo ri-
spetta i principi di partecipazione e cooperazione, adempiendo con trasparenza e
responsabilità ai compiti affidati.

76
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 4

ORGANO COMPOSIZIONE COMPITI

1. Consiglio direttivo • tutti i membri del • definisce la politica


Comitato esecutivo monetaria operando sui
• governatori delle BCN tassi d’interesse di
dell’area euro riferimento e sulla
liquidità in circolazione
• adotta indirizzi e decisioni
per assicurare
l’assolvimento dei
compiti dell’Eurosistema

2. Comitato esecutivo • Presidente della BCE • attua la politica monetaria


(W. Duisenberg 1998- della BCE e trasmette le
2003; J.C. Trichet 2003- istruzioni alle BCN
2011; M. Draghi 2011-pre- • prepara le riunioni del
sente) Consiglio direttivo
• Vicepresidente • provvede alla gestione
• 4 membri scelti fra corrente della BCE
personalità di spicco con
esperienza professionale
nel settore finanziario e
bancario

3. Consiglio generale • Presidente e • predispone rapporti sui


Vicepresidente BCE progressi compiuti verso
• governatori delle la convergenza europea
banche centrali • contribuisce alla raccolta
nazionali di tutti gli stati di dati statistici e alla reda-
membri dell’UE zione di rapporti della BCE
• assolve le funzioni
consultive della BCE

TABELLA 4.1: I membri e le funzioni degli organi della BCE in breve


(rielaborazione da Arcelli, 2007; BCE, 2013).

La BCE, infine, ha un proprio capitale, sottoscritto e versato dalle BCN (quote per-
centuali individuate a seconda del peso del PIL e della popolazione di ciascuno
Stato sul totale comunitario) e un bilancio redatto in maniera indipendente da quello
delle altre istituzioni comunitarie.

77
CAP. 4 BANCHE CENTRALI E ALTRE ISTITUZIONI MONETARIE INTERNAZIONALI

4.3 Altre istituzioni monetarie di rilevanza internazionale: la Banca Mon-


diale e il Fondo Monetario Internazionale

La Banca Mondiale (BM) e il Fondo Monetario Internazionale (FMI), come già in-
dicato nel capitolo 2, sono state istituite durante la Conferenza monetaria interna-
zionale delle Nazioni Unite a Bretton Woods nel 1944 con l’obiettivo di rivedere la
struttura finanziaria e monetaria internazionale ed evitare il sorgere di futuri conflitti
e tensioni economiche.
Alla Banca Mondiale è stato affidato il compito di sostenere mediante finanziamenti
la ricostruzione post-bellica e lo sviluppo economico dei paesi più poveri. Al Fondo
Monetario Internazionale, invece, è stato assegnato l’incarico di salvaguardare la
stabilità macroeconomica e monetaria mondiale.

FONDO MONETARIO
BANCA MONDIALE
INTERNAZIONALE

1. Chi ottiene prestiti e Solo le economie povere Qualsiasi paese membro,


risorse finanziarie? ricco o povero

A lungo termine per integra- A breve termine per sostene-


2. Su quale orizzonte re i paesi più poveri nell’eco- re difficoltà temporanee che
temporale si concen- nomia mondiale e promuo- hanno i paesi e relative alla
trano gli interventi? vere una crescita economica bilancia dei pagamenti e alle
che riduca la povertà riserve bancarie

Si focalizza su settori Si concentra sulla perfor-


3. Quale focus viene
particolari dell’economia, mance macroeconomica
posto nel risolvere i
promuovendo progetti di dell’economia e del settore
problemi?
sviluppo specifici finanziario

TABELLA 4.2: Operato di BM e FMI a confronto (rielaborazione da The World Bank, 2007).

A) The World Bank - La Banca Mondiale


Nata per promuovere la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale
e favorire il progresso delle economie dei paesi più poveri, la Banca Mondiale non
deve essere confusa come un’autorità centrale monetaria che riunisce sotto di sé
tutte le banche centrali. L’unica attività che la rende più simile ad un grande istituto
creditizio è l’erogazione di prestiti alle nazioni con basso reddito. Si occupa infatti
di trasferire risorse finanziarie a Stati bisognosi di sviluppo economico e sociale, in-
coraggiando la costruzione di infrastrutture e l’accesso a istruzione, cure mediche
e corretta alimentazione (Magnoli Bocchi e Piazza, 2007).
Negli anni ’50 e ’60 hanno beneficiato dei suoi aiuti alcune nazioni che oggi spicca-

78
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 4

no fra i principali paesi industrializzati, come Italia, Olanda, Giappone e Australia,


mentre a partire dagli anni ’80 sono stati investiti fondi nella crescita dell’America
Latina, della Cina, del Brasile e della Russia. Oggi, invece, gli sforzi si concentrano
sui paesi dell’Africa, che contano la maggior quantità di popolazione povera e rice-
vono gli aiuti finanziari sotto forma di doni, investimenti azionari o prestiti agevolati
e gli interessi richiesti sono molto bassi, limitati a coprire le spese operative della
Banca Mondiale.
La strategia della Banca Mondiale di ridurre la povertà si fonda su due pilastri:
1. sostenere la creazione di un clima di investimenti favorevole;
2. “conferire potere” alle persone più povere.
In particolare, le nazioni che chiedono il suo supporto finanziario sviluppano inter-
venti legati a:
• investire nel proprio popolo fornendo servizi di istruzione e sanità;
• focalizzarsi sullo sviluppo sociale, istituendo una classe politica attenta alla
riduzione della povertà;
• rafforzare la capacità di fornire servizi di qualità in maniera efficiente e traspa-
rente;
• proteggere l’ambiente per una crescita sostenibile del territorio;
• incoraggiare lo sviluppo di nuove imprese;
• promuovere riforme che possano creare un ambiente macroeconomico stabile.

Enfatizzando l’adozione di queste azioni nei paesi clienti, la Banca Mondiale è riu-
scita nei decenni a diventare il principale finanziatore dell’innalzamento dei livelli
di istruzione, della lotta contro l’AIDS, della distribuzione di acqua nelle zone rurali
e dell’assistenza sanitaria nei paesi poveri. Ha inoltre reso pubblico, all’interno del
Millennium Development Goals, un insieme di obiettivi che intende raggiungere in
questo millennio, quali sradicare l’estrema povertà e la fame nel mondo, diffondere
l’educazione primaria a livello universale, promuovere l’uguaglianza di genere, ri-
durre la mortalità infantile, accrescere la salute materna, combattere contro AIDS,
malaria e altre malattie, assicurare la sostenibilità ambientale e sviluppare una par-
tnership globale per uno sviluppo universale (The World Bank, 2007).
A livello organizzativo, la Banca Mondiale è composta da cinque apparati: la Banca
internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (IBRD), istituzione originaria fonda-
ta con la Conferenza di Bretton Woods; l’Associazione internazionale per lo svilup-
po; la Società finanziaria internazionale; l’Agenzia multilaterale per le garanzie agli
investimenti; il Centro internazionale per la risoluzione delle dispute sugli investi-
menti. Le prime due realtà hanno come obiettivo quello di contrastare la povertà,

79
CAP. 4 BANCHE CENTRALI E ALTRE ISTITUZIONI MONETARIE INTERNAZIONALI

mentre la Società finanziaria internazionale promuove investimenti sostenibili all’in-


terno del settore privato per ridurre la povertà e migliorare le condizioni di vita delle
persone e l’Agenzia multilaterale per le garanzie agli investimenti sostiene i capitali
privati per i medesimi scopi dell’organizzazione precedente.
In totale, nella BM, che ha sede principale a Washington, lavorano più di 11.000
persone, per la maggioranza economisti, a cui si aggiungono diverse figure profes-
sionali quali ingegneri, scienziati, politici, pedagogisti, medici, esperti ambientali,
agronomi, antropologi, sociologi, avvocati ed esperti di comunicazione (Magnoli
Bocchi e Piazza, 2007).
Per quanto riguarda il capitale azionario della Banca Mondiale, i membri hanno ver-
sato una quota azionaria a seconda del proprio peso economico. In particolare,
gli Stati Uniti sono il paese che detiene la quota più rilevante, poiché negli anni ’50
erano l’unica nazione a crescere.
La divisione in quote del capitale della Banca Mondiale ha come principale conse-
guenza il fatto che ciascuna nazione detiene un potere di voto proporzionale alla
propria percentuale e poiché gli Stati Uniti posseggono la quota più alta, nei decenni
hanno influenzato la maggioranza delle decisioni. Fatto interessante è che sin dalla
fondazione ogni presidente a capo della Banca Mondiale è stato di nazionalità sta-
tunitense, mentre il direttore generale cittadino europeo.
L’intento della Banca Mondiale è quello di proporre soluzioni alla povertà presen-
te nel mondo, evitando gli squilibri economico-sociali che inducono a conflitti, ma
spesso non è riuscita nel suo intento a causa della corruzione presente nelle na-
zioni più disagiate e del processo decisionale non sempre democratico (Magnoli
Bocchi e Piazza, 2007). L’istituzione monetaria, negli anni, ha privilegiato paesi in
cui gli stati più ricchi avessero degli interessi e ha adottato politiche considerate
corrette dai finanziatori, ma non sempre consone alla realtà economica e sociale
dei paesi finanziati; in aggiunta, se da un lato gli interventi hanno favorito la crescita
dell’economia del paese, a volte hanno incrementato le differenze di reddito tra la
popolazione.
In questi ultimi decenni, inoltre, i fondi che la Banca Mondiale ha ricevuto dagli stati
membri sono diventati più limitati, perché i paesi hanno preferito destinarli a nazioni
verso cui vantano interessi politici. Come da impegno preso all’atto della sua crea-
zione, ciascun membro dovrebbe versare lo 0,7% del proprio PIL, ma questo spesso
viene disatteso. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno spesso contribuito con risorse
pari a non più dello 0,2% del loro PIL (Magnoli Bocchi e Piazza, 2007).
La difficile raccolta dei fondi e la successiva destinazione poco democratica han-
no quindi disincentivato i paesi a basso reddito a chiedere assistenza finanziaria
alla Banca Mondiale, preferendo i flussi di capitali privati (Magnoli Bocchi e Piazza,
2007). Quest’ultimi, definiti Investimenti Diretti Esteri (IDE), sono però limitati dal
punto di vista geografico, in quanto le imprese investono solo in nazioni con risorse

80
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 4

utili per le proprie strategie produttive, e dal punto di vista temporale, perché quan-
do si crea instabilità politica nel paese e svaniscono le possibilità economiche di
riduzione dei costi, l’impresa ritira i suoi capitali.

B) The International Monetary Fund - Il Fondo Monetario Internazionale


Il Fondo Monetario Internazionale viene spesso confuso con un’autorità monetaria
centrale o con una banca di sviluppo che concede prestiti ai paesi più poveri.
I suoi obiettivi sono invece quelli di (Schlitzer, 2004; IMF, 2013):
1. promuovere la crescita economica dei paesi membri, aiutandoli nell’adottare
politiche sane e coerenti con la propria realtà economica;
2. facilitare il commercio internazionale per uno sviluppo economico sostenibile;
3. garantire la stabilità finanziaria e la cooperazione monetaria internazionale.

Per raggiungere questi obiettivi, il FMI svolge alcune attività legate a tre principali
aree, quali la sorveglianza, l’assistenza tecnica e l’assistenza finanziaria sintetizza-
te nella tabella 4.3. Si occupa infatti di:
1. fornire consulenza politica ai governi e alle banche centrali per aiutarli nel mi-
gliorare la gestione delle loro economie;
2. finanziare i paesi membri;
3. erogare prestiti agevolati per combattere la povertà nei paesi in via di sviluppo;
4. facilitare la crescita del commercio internazionale, promuovendo la stabilità dei
tassi di cambio e un sistema aperto dei pagamenti internazionali.

Per svolgere l’attività di garante della stabilità monetaria internazionale, oltre alle
risorse interne, il Fondo utilizza i Diritti speciali di prelievo (DSP), introdotti nel 1969
come valuta di riserva internazionale e unità di conto. Il loro valore è determinato
secondo un paniere di principali valute e la sua composizione viene rivista ogni 5
anni. Ad oggi sono ricompresi l’euro, lo yen, il dollaro e la sterlina (IMF, 2013). Ge-
neralmente, ciascuno Stato ne acquisisce una quantità iniziale secondo la propria
quota di partecipazione e successivamente mediante transazioni con altri paesi
quando emergono squilibri legati alla bilancia dei pagamenti (es. se una nazione si
trova in deficit cede i DSP ad un altro Stato in cambio di un ammontare equivalente
della sua valuta).

81
CAP. 4 BANCHE CENTRALI E ALTRE ISTITUZIONI MONETARIE INTERNAZIONALI

AREA DI ATTIVITÀ OBIETTIVO STRUMENTI

1. SORVEGLIANZA Mantenere la stabilità • monitoraggio e discus-


mondiale prevenendo sione delle politiche
l’insorgere di crisi economiche e finanziarie
con i governi e le banche
centrali (sorveglianza
bilaterale)
• pubblicazione di valu-
tazioni periodiche, note
come “consultazioni ex
art. IV”, da parte di eco-
nomisti del FMI
• analisi approfondita delle
tendenze economiche
regionali e globali (sorve-
glianza multilaterale)

2. ASSISTENZA TECNICA Formare i governi per • sfrutta il know-how


rafforzare la loro capa- acquisito nel tempo e le
cità di definire e attuare conoscenze economiche
politiche efficaci nei dei suoi esperti per forni-
campi legati a politica re consulenza ai governi
fiscale e amministrativa, di paesi con medio e
gestione della spesa basso reddito
pubblica, politiche • sviluppa collaborazioni
monetarie e del cambio, fra i paesi donatori e
banche e sistema di su- quelli finanziati per uno
pervisione e regolamen- scambio di conoscenze
tazione finanziaria

3. ASSISTENZA Correggere gli squilibri • finanziamenti concessi


FINANZIARIA (prestiti) nella bilancia dei paga- sulla base di un program-
menti per stabilizzare ma di politiche concorda-
l’economia e ripristinare to con il governo benefi-
la crescita della nazione ciante
• somme erogate in rate
secondo la durata (mas-
simo 3 anni) e lo sviluppo
del programma

TABELLA 4.3: Attività, obiettivi e strumenti a disposizione del Fondo Monetario Internazionale
(rielaborazione da Schlitzer, 2004 e IMF, 2013).

Le risorse finanziarie del FMI provengono dalla quota partecipativa che gli stati
membri hanno versato a seconda della loro importanza economica in termini di PIL,
apertura al commercio internazionale, variabilità economica e ammontare di riserve

82
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 4

internazionali. Tale quota garantisce a ciascuna nazione un certo potere di voto e la


possibilità di ottenere prestiti di ammontare annuo pari al 200% della propria quota,
fino ad un totale del 600%. In particolare, ogni 5 anni il loro importo viene rivisto,
anche per favorire l’ingresso di nuovi componenti. L’ultima modifica è avvenuta nel
2016, quando i governatori hanno accettato di raddoppiare le risorse del FMI per far
fronte alla scarsità di liquidità. Il capitale del Fondo è composto da 189 quote per un
totale di 360 miliardi di dollari e gli Stati Uniti, come nel caso della Banca Mondiale,
vantano una supremazia azionaria con una sottoscrizione pari al 16,5% del totale.
A livello organizzativo, il Fondo ha più di 2.600 dipendenti e la sua sede è a Wa-
shington. Le decisioni vengono prese all’interno del Board of Governors (Consi-
glio dei governatori), composto dai ministri e dai presidenti delle banche centrali di
ciascuno Stato membro. La gestione dell’istituzione, in termini di sorveglianza, ap-
provazione degli accordi di prestito e discussione di qualsiasi proposta che debba
essere ratificata dai governatori, è invece affidata ad un Executive Board (Consiglio
di amministrazione), formato da 24 amministratori rappresentativi sia dei paesi con
maggiore quota partecipativa sia di gruppi di paesi (Schlitzer, 2004). Da notare che
il direttore generale a capo del Consiglio di amministrazione è sempre stato scelto
fra esponenti di origine europea.
Nel corso dei decenni, il Fondo Monetario Internazionale è stato in grado di aggiu-
stare le sue attività e i relativi strumenti seguendo l’evoluzione del sistema mone-
tario internazionale e i suoi obiettivi, che sono stati in parte raggiunti, rimangono
ancora oggi validi. Nonostante ciò, è stato più volte accusato di essere incapace di
prevedere le crisi, adottare politiche macroeconomiche troppo restrittive, che han-
no incentivato la recessione economica del paese e capacità di prestare solo un
ammontare limitato di risorse, che non soddisfano pienamente i fabbisogni finan-
ziari dei richiedenti (Schlitzer, 2004).

83
CAP. 4 BANCHE CENTRALI E ALTRE ISTITUZIONI MONETARIE INTERNAZIONALI

Bibliografia

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http://www.rba.gov.au/

http://rbnz.govt.nz/

http://www.snb.ch/it/

84
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 4

IL CAPITOLO IN 10 DOMANDE 1 Quali sono i principali vantaggi connessi


all’emissione di moneta?

2 Come si può definire il signoraggio?

Perché la banca centrale agisce come


3 banchiere dello Stato e delle altre
banche?

4 Quali sono i due obiettivi della FED?

Come si realizzano gli effetti a catena


5 della politica monetaria adottata dalla
FED?

6 Qual è la differenza tra SEBC ed


Eurosistema?

7 Perché si definisce la BCE “una banca


indipendente e trasparente”?

8 Qual è il principale obiettivo della BCE?

Con quali scopi sono state istituite la


9 Banca Mondiale e il Fondo Monetario
Internazionale?

10 BM e FMI vantano credibilità nel loro


operato al pari delle banche centrali?

85
CAP. 5 I SOGGETTI ECONOMICI E IL SISTEMA FINANZIARIO

86
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 5

CAPITOLO 5
I soggetti economici
e il sistema finanziario
L’economia è una scienza sociale: un evento economico è sempre
il frutto di una serie di comportamenti individuali. Quando le fami-
glie ottengono del reddito una parte viene impiegata per il consumo,
sostenendo la produzione delle imprese e la spesa pubblica dello
Stato, e l’altra parte viene accantonata al risparmio, reimpiegato nel
finanziamento alle imprese. Che interazioni esistono tra questi agenti
economici? Chi svolge il ruolo di intermediario tra le diverse esigenze?
In questo capitolo l’obiettivo è quello di riflettere sul ruolo dell’attivi-
tà economica e su come famiglie, imprese e Stato interagiscono fra
di loro all’interno del sistema finanziario.

5.1 L’attività economica: fasi e soggetti economici

L’attività economica è definibile come l’insieme delle azioni compiute dall’uomo per
procurarsi dei beni e servizi necessari a soddisfare i propri bisogni e quelli delle col-
lettività in cui vive (Frigerio, 2007). Questa attività viene realizzata attraverso alcune
fasi principali: la produzione, lo scambio, il consumo e il risparmio (Giannone, 1992;
Frigerio, 2007).
La produzione è rappresentata da un insieme di operazioni coordinate al fine di
realizzare nuovi beni e servizi o trasformare quelli già esistenti in beni più utili. I
soggetti che producono non fanno altro che aggregare diversi elementi (risorse na-
turali, lavoro, capitale e infrastrutture), chiamati fattori produttivi, per ottenere dei
prodotti finiti.
Lo scambio, invece, riguarda la vendita di beni e servizi sul mercato, luogo di incon-
tro della domanda e dell’offerta; attraverso questa attività, i soggetti economici si
incontrano per scambiare dei beni e servizi contro altri per poter soddisfare i propri
bisogni.
Dallo scambio deriva il consumo, ossia quell’attività di utilizzo del bene o servizio
per rispondere a una propria necessità. In questo caso, quanto consumato si esau-
risce e non può essere utilizzato in futuro. Talvolta però può accadere che quanto
viene scambiato non è immediatamente consumato: il risparmio è quella parte di
reddito accantonata per un consumo successivo o destinata a specifiche operazio-
ni che ne aumentano il valore (investimento).

87
CAP. 5 I SOGGETTI ECONOMICI E IL SISTEMA FINANZIARIO

Le varie fasi dell’attività economica sono intraprese dai cosiddetti soggetti eco-
nomici: le famiglie, le imprese, lo Stato e il resto del mondo (Giannone, 1992;
Frigerio, 2007).
Le famiglie sono micro organizzazioni nelle quali i componenti, grazie al loro lavoro,
contribuiscono a procurarsi i beni per soddisfare i propri bisogni. Sono quindi de-
stinate a svolgere attività di consumo e di conseguenza devono avere una relazione
con le imprese, perché in cambio della propria forza lavoro ottengono un reddito e
contro il pagamento di un prezzo acquistano beni e servizi per soddisfare le proprie
necessità.
Le imprese, invece, sono sistemi più complessi che svolgono attività produttive da
destinare alle famiglie (business-to-consumer) e ad altre imprese (business-to-bu-
siness). Le imprese sono formate da un insieme di risorse naturali, umane e finanzia-
rie, che vengono organizzate dall’imprenditore per il raggiungimento di un determi-
nato scopo, in genere l’ottenimento di un profitto (utile = ricavi - costi). Le principali
attività che svolgono sono quindi l’acquisto di beni e materie prime, la trasformazio-
ne in prodotti finiti o semilavorati e la vendita presso un mercato di scambio.
Lo Stato si occupa della costruzione di infrastrutture e opere pubbliche necessarie
per soddisfare i bisogni collettivi (es. impianti di illuminazione, strade, ponti, ecc.).
Stabilisce, inoltre, regole e condizioni ambientali favorevoli, affinché sia le imprese
che le famiglie possano espandersi e svolgere la propria attività. Interviene, infine,
come imprenditore gestendo sotto forma di monopolio (mercato senza concorren-
za) le attività produttive oppure affiancando le imprese private come socio (imprese
a partecipazione statale). Per ottenere i mezzi finanziari necessari a sostenere la
spesa pubblica, lo Stato chiede ai cittadini il versamento di tributi: imposte diret-
te, quando vengono calcolate in base alla ricchezza posseduta; imposte indirette
pagate quanto si fanno acquisti (es. l’IVA); tasse pagate per un servizio pubblico;
contributi sociali versati in cambio di assistenza e previdenza sociale.
Il resto del mondo, infine, è formato dai soggetti economici che appartengono ai
paesi esteri, con i quali si instaurano dei rapporti di importazioni (acquisto di beni
e servizi), esportazioni (vendita di beni e servizi) e trasferimenti di denaro. Si com-
pone a sua volta di famiglie, imprese e Stato che scambiano beni e servizi con i
soggetti economici di altre nazioni a seconda del loro fabbisogno.
Questi soggetti economici instaurano fra di loro delle reti di rapporti e delle colla-
borazioni per facilitare l’accesso e lo scambio di beni e servizi, formando di con-
seguenza un sistema economico. Quest’ultimo è infatti definibile come l’insieme
di tutti quei soggetti che danno vita a più attività economiche relazionandosi fra di
loro (Frigerio, 2007).
Il sistema economico si basa su flussi reali, relativi al trasferimento di beni e servizi,
e monetari, legati allo scambio di denaro (Forestieri e Mottura, 2005). Le famiglie,
infatti, cedono alle imprese la propria manodopera (flusso reale) e in cambio otten-

88
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 5

gono salari e stipendi (flusso monetario), che a loro volta sono impiegati nell’acqui-
sto di beni e servizi da altre imprese (flusso reale). La Pubblica Amministrazione,
invece, mette a disposizione della comunità alcuni servizi collettivi (flusso reale), in
cambio dei quali le famiglie e le imprese versano i tributi (flusso monetario).
In un modello molto semplice in cui l’economia è di tipo chiuso, cioè non vi sono
rapporti con il resto del mondo, il circuito economico, cioè l’insieme dei flussi mo-
netari e finanziari tra i soggetti economici, può essere rappresentato come segue.

Beni e servizi
prezzo

FAMIGLIE IMPRESE

Lavoro
Reddito
Tributi Tributi
Spesa pubblica Spesa pubblica

STATO
FIGURA 5.1: Il circuito economico.

5.2 Unità in surplus e in deficit


Le famiglie sono soggetti economici che consumano beni e servizi per soddisfare
i propri bisogni; sono quindi anche dette “aziende di erogazione”, che spendono
cioè erogano risorse. In cambio della manodopera prestata percepiscono un salario
(reddito familiare): una parte viene spesa per l’acquisto di prodotti e l’altra parte vie-
ne accantonata per consumi futuri. In particolare, quanto non consumato è definito
risparmio e permette di catalogare le famiglie come unità in surplus.
Le imprese, invece, sono dette “aziende di produzione” in quanto producono beni e
servizi destinati alla vendita. Per svolgere la fase produttiva dell’attività economica
necessitano di fattori produttivi, quali lavoro, capitale e terra. Il lavoro viene fornito
dalle famiglie, il capitale e la terra dall’imprenditore e, quando necessario, anche da
terzi soggetti (es. soci, banche, investitori).

89
CAP. 5 I SOGGETTI ECONOMICI E IL SISTEMA FINANZIARIO

Poiché l’impresa, dal momento in cui viene creata fino al suo continuo sviluppo ne-
cessita di risorse, l’imprenditore fa del suo meglio per mettere a disposizione dell’a-
zienda quanto possiede. Spesso ciò è insufficiente e inoltre si trova a fronteggiare
delle uscite prima ancora di ottenere delle entrate. Il processo produttivo, infatti,
nasce con l’attività di approvvigionamento, cioè l’acquisto delle materie prime e/o
dei semilavorati, che dovranno poi essere trasformati, e termina con la vendita dei
prodotti finiti. Di conseguenza, l’azienda sostiene prima le spese di acquisto dei
materiali ed ottiene poi i ricavi dalla vendita dei beni. Questo sfasamento temporale
tra costi pagati e ricavi riscossi, insieme all’insufficienza di fondi propri dell’impren-
ditore, qualifica le imprese come dei soggetti in costante fabbisogno finanziario,
ossia come unità in deficit.
Anche il soggetto economico Stato si colloca fra le unità in disavanzo. L’adozione
del cosiddetto “Welfare State” o “Stato sociale”, ovvero di una Pubblica Ammini-
strazione che si occupa della cura del benessere di tutti i cittadini fornendo i prin-
cipali servizi quali assistenza sanitaria, pubblica istruzione e previdenza sociale,
genera spesso un ammontare di uscite annue (spesa pubblica) superiore alle en-
trate (tributi). Questa differenza è definibile come disavanzo ed è più comunemente
conosciuta come deficit pubblico (Bongini, Di Battista, Nieri, Patarnello, 2004). In
particolare, se questo valore negativo si accumula anno dopo anno e vi sono inte-
ressi da pagare sui fondi ottenuti per finanziarlo (anche detti “servizio al debito”), si
parla di debito pubblico.
Tanto il deficit quanto il debito vanno analizzati in rapporto alla ricchezza prodotta
(PIL), in quanto è la principale modalità di finanziamento del disavanzo pubblico.
In Italia, il deficit accumulatosi nel tempo risulta superiore alla ricchezza prodotta
annualmente e negli ultimi anni il debito si è aggravato notevolmente a causa della
crisi economica del 2008. Se si analizza il suo andamento rispetto al PIL, si nota che
il suo ammontare è salito sempre più fino a superare il 100% dopo gli anni ’90. Nel
2015, come riporta l’Eurostat, il debito italiano ha raggiunto il suo valore massimo,
pari a 132,70%, rendendo sempre più allarmante la situazione.

150%

100%

50%

0%
1990 1995 2000 2005 2010 2015 2020

FIGURA 5.2: Andamento del rapporto debito/PIL italiano negli ultimi decenni.

90
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 5

È convinzione ormai diffusa che il debito pubblico non può crescere all’infinito,
perché esiste un problema di sostenibilità: non ci si può continuamente indebitare
senza preoccuparsi di come rimborsare le somme prese a prestito. Oltre a ciò, la
crescita del debito implica un trasferimento del suo costo sulle future generazioni
attraverso un aumento della pressione fiscale (imposte, tasse e contributi) e/o una
diminuzione della spesa pubblica per beni e servizi utili alla collettività.
Crescita e sostenibilità del debito devono quindi essere continuamente sotto il con-
trollo dello Stato e a tal proposito in Europa, a seguito della costituzione dell’Unione
Economia e Monetaria, è stato adottato nel 1997 il Patto di Stabilità e Crescita, uno
strumento necessario a garantire il mantenimento di una disciplina adeguata di bi-
lancio della Pubblica Amministrazione.
Con riferimento al debito pubblico, in base ai livelli riscontrati nei paesi dell’Unione,
il Trattato di Maastricht ha fissato il livello di sostenibilità ad un limite del 60% del
PIL, stabilendo che il corrispondente livello di deficit pubblico compatibile deve es-
sere al massimo del 3%. Il raggiungimento di questi valori percentuali richiederebbe
che il PIL aumenti ad un tasso reale del 3%, conciliabile con l’obiettivo della Banca
Centrale Europea di un tasso di inflazione mantenuto intorno al 2%.
La regola del rispetto del 3% del deficit di bilancio è stata adottata con l’intento di
introdurre un elemento di flessibilità nella gestione delle finanze pubbliche europee
(Bagella, 2006). Attraverso tale regola nelle fasi espansive dell’economia, i diversi
paesi dovrebbero rispettare l’equilibrio di bilancio attraverso un saldo prossimo al
pareggio o addirittura positivo, garantendo così un rientro da livelli elevati del debito
pubblico. Nelle fasi negative, al contrario, le Amministrazioni pubbliche dovrebbero
spendere di più per sostenere l’economia e i consumi.
Da quando è stato introdotto, questo schema non ha mostrato il raggiungimento di
ottimi risultati. Subito dopo la costituzione dell’Unione Monetaria Europea i tassi
di crescita del PIL degli Stati membri si sono tenuti sensibilmente al di sotto del
livello del 3%, generando pressioni sul deficit e sul debito pubblico di alcuni Stati.
La flessibilità, attuata attraverso la regola del 3%, è stata così messa a dura prova
e, a seguito delle numerose crisi degli anni 2000, sono state mosse alcune critiche
al Patto di Stabilità, che è stato poi sottoposto ad una serie di modifiche. Gran parte
delle proposte di riforma richiedevano la necessità di concentrare l’attenzione non
tanto sul rapporto deficit/PIL, quanto sul rapporto debito pubblico/PIL. In questo
nuovo contesto le modifiche si sono indirizzate verso la sostenibilità del debito dei
paesi appartenenti alla zona Euro, introducendo una maggiore flessibilità per quei
paesi che hanno livelli di debito notevolmente superiori al 60% e allungando i tempi
previsti per la correzione dei deficit (come nel caso dell’Italia).
Il resto del mondo, infine, rappresenta l’insieme di quelle unità economiche non
residenti, che intrattengono rapporti economici con i soggetti residenti. Il conteggio
delle transazioni di scambio viene registrato all’interno della bilancia dei pagamenti,

91
CAP. 5 I SOGGETTI ECONOMICI E IL SISTEMA FINANZIARIO

un documento che, utilizzando il criterio della partita doppia, somma diversi conti
riferiti allo scambio di merci e servizi (importazioni ed esportazioni registrate nella
bilancia commerciale) e alle transazioni in capitale e di attività e passività finan-
ziarie e monetarie (Bongini, Di Battista, Nieri, Patarnello, 2004). Per definizione, la
bilancia dovrebbe avere un saldo in pareggio per evitare eccessivi squilibri fra un
paese e il resto del mondo; tuttavia, il saldo della bilancia dei pagamenti può anche
essere: positivo (avanzo o surplus), se quanto viene esportato ha un valore superio-
re a quanto importato; negativo (disavanzo o deficit) in caso contrario.
In generale, per correggere un saldo negativo, le autorità governative e monetarie
del paese possono scegliere fra:
• svalutare la moneta nazionale contro quella estera;
• accogliere capitali esteri;
• adottare una politica protezionistica;
• utilizzare riserve ufficiali.
Il resto del mondo alterna continuamente saldi in pareggio con posizioni deficita-
rie o in surplus, ricorrendo al finanziamento da famiglie e imprese a seconda delle
scelte dello Stato.
L’intensità delle risorse in eccesso (surplus) o mancanti (deficit) dei soggetti eco-
nomici dipende da alcuni fattori, primo fra tutti da come vengono distribuiti i redditi
a seconda dell’andamento della spirale prezzi-salari-profitti. Infatti, se le famiglie
percepiscono dei redditi che coprono solo i consumi, non riusciranno a creare ri-
sparmio; a loro volta le imprese, se pagano stipendi troppo elevati si trovano a fron-
teggiare maggiori costi e di conseguenza il loro profitto sarà minore. In secondo
luogo, il deficit pubblico deriva da una gestione complessa del rapporto spese-tri-
buti. Se si fa riferimento al regime di imposizione fiscale da adottare, la struttura del
saldo pubblico deriva dal modello di sviluppo che lo Stato predilige e da come vuole
distribuire la ricchezza ai suoi cittadini. Ad esempio, di fronte ad un regime di bassa
imposizione fiscale, i cittadini e le imprese ne beneficiano in positivo; al contrario, le
casse pubbliche potrebbero non essere sufficientemente piene per coprire tutte le
esigenze collettive ed infrastrutturali.

5.3 Il sistema finanziario e la funzione di intermediazione

In un sistema economico con unità in surplus e in deficit esiste una situazione di


divergenza finanziaria (Forestieri e Mottura, 2005), ossia all’accumulazione di ri-
sparmio presso le famiglie si contrappone il fabbisogno di finanziare gli investi-
menti delle imprese e la spesa pubblica. La particolarità di questa opposizione è

92
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 5

la complementarietà, in quanto ciò che viene risparmiato dalle famiglie può essere
trasferito ai soggetti in deficit per consentirgli lo svolgimento di attività economi-
ca. Il soggetto che dispone di un saldo finanziario positivo, infatti, tende a investire
quanto non consumato in maniera temporanea, da un lato per conservarne l’entità
e dall’altra per incrementarne il valore. Al contrario, il soggetto che ha bisogno di
risorse chiede una disponibilità di potere d’acquisto in maniera anticipata per poter
svolgere le attività produttive, impegnandosi a restituirlo successivamente. Questa
modalità di trasferimento delle risorse finanziarie nel tempo determina quindi il sor-
gere di un credito in capo alle famiglie e di un debito in capo a imprese e Stato.
Ogni soggetto economico, che è coinvolto in un’attività di scambio di risorse finan-
ziarie, presenta diversi obiettivi. Chi investe il proprio denaro cerca di valutare at-
tentamente sia il rendimento che otterrà, sia il rischio di possibile perdita di quanto
prestato. Redditività e rischiosità sono due funzioni con relazione di tipo diretto: è
dimostrabile che all’aumentare del rendimento, l’investimento diventa più rischioso
(Forestieri e Mottura, 2005). I soggetti in deficit, invece, cercano di stimare quali
costi devono sostenere per ottenere e ripagare il finanziamento. In questo caso, il
principale onere è rappresentato dal tasso di interesse e si presume che durante la
fase di contrattazione venga minimizzato per evitare elevati esborsi di denaro.
Dalla divergenza tra risparmio e investimento si sviluppano dei circuiti finanziari,
ossia dei processi temporanei di allocazione delle risorse dalle unità in avanzo a
quelle in deficit. L’entità dello spostamento è tanto più rilevante quanto maggiore
è la dissociazione in termini di esigenze. In particolare, è proprio questa “distanza”
che dà vita a due diverse tipologie di circuiti: quello diretto e quello indiretto, anche
conosciuto con il nome di intermediato (Forestieri e Mottura, 2005).

MERCATI FINANZIARI
SURPLUS
IN SURPLUS

UNITÀ
UNITÀ IN

CIRCUITO DIRETTO
IN DEFICIT
DEFICIT
UNITÀ IN
UNITÀ

CIRCUITO INTERMEDIATO

INTERMEDIARI FINANZIARI

FIGURA 5.3: I circuiti del sistema finanziario.

93
CAP. 5 I SOGGETTI ECONOMICI E IL SISTEMA FINANZIARIO

I circuiti di trasferimento diretti si basano su rapporti di credito diretti fra datori e


prenditori di fondi e l’incontro può avvenire in modo informale, se non partecipa
alcuna istituzione finanziaria (es. i genitori concedono ai propri figli un prestito per
investirlo nell’acquisto di una casa), oppure in maniera formale attraverso mercati
organizzati (Bongini, Di Battista, Nieri, Patarnello, 2004). In questo secondo caso,
il collegamento fra le unità in surplus e in deficit viene agevolato da investitori isti-
tuzionali, che concentrano in un unico luogo le esigenze di investimento e di finan-
ziamento.
Nel trasferimento diretto, talvolta, si possono verificare problemi legati ad un vuoto
di informazioni o ad esigenze finanziarie discordanti tra unità in surplus e in deficit.
In concreto, un’allocazione di risorse in modalità diretta è tanto più difficile quanto
più esiste distanza geografica fra i soggetti, richiesta di risorse nettamente superio-
re alla relativa disponibilità e poca fiducia nel prenditore di fondi. I fattori di imper-
fezione del circuito diretto sono quindi rappresentati da (Forestieri e Mottura, 2005):
1. asimmetria informativa, ossia una parte ha informazioni limitate o incomplete
con due importanti implicazioni a suo danno:
• l’adverse selection, cioè una scelta viene adottata a proprio sfavore non cono-
scendo ulteriori alternative;
• il moral hazard, ossia la controparte sfrutta l’ignoranza del contraente per pro-
porre condizioni contrattuali che vanno solo a suo beneficio;
2. divergenza delle preferenze di unità in avanzo e in deficit in termini di propen-
sione al rischio e alla liquidità; le famiglie, infatti, vorrebbero bassa rischiosità e
liquidità disponibile ad una scadenza a breve termine, mentre le imprese punta-
no a progetti a più alto rischio e con lunga durata;
3. razionalità limitata, cioè i soggetti che fanno scelte finanziarie utilizzano dei
criteri approssimativi per valutarne la convenienza, anche a causa della limitata
disponibilità di informazioni;
4. costi di transazione, vale a dire tutte le spese sostenute per effettuare e gestire
la transazione, come ad esempio costi di ricerca delle informazioni, di selezione
della controparte, di contrattazione e di controllo del processo.
Queste incertezze allontanano le unità fra di loro e il trasferimento di fondi diretto
non avviene né in maniera efficiente né in modo soddisfacente. La soluzione che il
mercato finanziario ha quindi introdotto è la scissione del rapporto di allocazione in
due settori indipendenti, ma mediati dalla presenza dell’intermediario finanziario.
Quest’ultimo, infatti, ha il compito di raccogliere, selezionare, elaborare e utilizzare
le informazioni per agevolare lo scambio tra i soggetti in surplus e quelli in disa-
vanzo (Forestieri e Mottura, 2005). Un possibile esempio concreto è quando una
famiglia deposita su un conto corrente bancario il proprio risparmio e l’intermedia-

94
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 5

rio banca lo utilizza per finanziare l’acquisto di un capannone di un’impresa cliente.


Il circuito indiretto si sviluppa grazie alla capacità dell’intermediario di coprire il di-
vario tra le esigenze delle parti, offrendo loro delle alternative migliori attraverso
contratti e strumenti finanziari. In caso di differenze nel grado di rischiosità, infatti,
l’intermediario sarà capace di intervenire assicurando con i propri mezzi la sicu-
rezza del trasferimento, mentre di fronte alla richiesta di diversi tassi di interesse,
assumerà su di sé il rischio della volatilità dei tassi.
La presenza dell’intermediario finanziario in un circuito di scambio di risorse porta
alcuni vantaggi:
1. agevola la riduzione dei costi di transazione, sia in termini di costi di ricerca
della controparte, che di produzione del contratto;
2. trasforma qualitativamente le caratteristiche delle attività finanziarie
in merito a:
• scadenza (es. le banche raccolgono a breve e impiegano a medio-lungo termine);

• importo (i depositi sono di importi contenuti, ma gli impieghi sono di importo


rilevante);
• grado di rischio (diversificazione delle attività e delle passività);
3. riduce i problemi di selezione avversa e azzardo morale conseguenti ad asim-
metrie nella distribuzione delle informazioni.

Ad ogni intermediario sono affidati specifici compiti, generalmente previsti dalla


normativa di ciascun paese (Bongini, Di Battista, Nieri, Patarnello, 2004). Le banche
e gli intermediari creditizi, ad esempio, svolgono attività creditizia attivando rapporti
di credito con unità in surplus e in deficit. Società di venture capital e merchant
banks, invece, attraverso la sottoscrizione di quote di partecipazione al capitale di
rischio compiono attività di partecipazione, mentre le investment banks assistono
grandi imprese nell’emissione di obbligazioni e fanno da tramite con il pubblico per
la relativa sottoscrizione (attività di intermediazione mobiliare). Altri intermediari,
infine, si occupano di attività di consulenza a supporto delle scelte di finanziamento
e investimento.
Quanto detto sopra, permette di affermare che l’esistenza dei circuiti di collegamen-
to diretti ed intermediati e, in particolare, l’efficace capacità allocativa del sistema
finanziario facilitano la distribuzione del risparmio verso le unità in deficit. Grazie ai
moderni sistemi di valutazione, all’attenta selezione delle unità più meritevoli e alla
continua funzione di monitoraggio la scelta di privilegiare un canale piuttosto che
un altro è diventata sempre più soggettiva: ciascuna parte a seconda dei suoi biso-
gni allocativi e dei possibili costi e rischi è in grado di valutare attentamente verso
quale canale indirizzarsi. Ogni circuito, infatti, svolge proprie transazioni specifiche
e vanta particolari costi e benefici.

95
CAP. 5 I SOGGETTI ECONOMICI E IL SISTEMA FINANZIARIO

CIRCUITO TRANSAZIONI VANTAGGI SVANTAGGI

1. DIRETTO Incontro diretto fra Nessun costo di Necessarie


INFORMALE unità in surplus e intermediazione competenze di
in deficit gestione delle
informazioni sulla
controparte

2. DIRETTO Mercati organiz- • Trasparenza Costo del servizio


FORMALE zati che offrono nell’attività di intermediazione
strumenti finanzia- finanziaria (commissioni)
ri standardizzati • Indicazione dei
possibili rischi
• Sanzione dei
comportamenti
scorretti

3. INTERMEDIATO Negoziazione di • Riduzione dei Costo del servizio


strumenti finan- costi di ricerca di intermediazione
ziari personaliz- e utilizzo delle (maggiore tasso di
zati emessi da un informazioni interesse e com-
intermediario • Facilità nella sti- missioni)
pula di contratti
finanziari

TABELLA 5.1: Transazioni, vantaggi e svantaggi dei circuiti finanziari


(rielaborazione da Bongini, Di Battista, Nieri, Patarnello, 2004).

Il sistema finanziario è quindi un’infrastruttura complessa, che facilita il funziona-


mento dell’economia grazie all’allocazione efficiente delle risorse tra i vari soggetti
economici a seconda del loro fabbisogno finanziario. Si compone quindi di mercati,
intermediari e strumenti finanziari, che si occupano di regolare gli scambi accumu-
lando risparmio e impiegandolo nel finanziamento di investimenti.

5.4 Le istituzioni del sistema finanziario

Nelle nazioni finanziariamente più avanzate gli intermediari hanno conosciuto una
forte espansione delle loro attività grazie alla maggiore importanza che oggi riveste
la finanza come motore di funzionamento dell’economia. Inoltre, hanno acquisito
un certo livello di fiducia da parte delle unità in surplus e in disavanzo grazie a una
diffusa e nota reputazione di professionalità, correttezza e solvibilità (Forestieri e
Mottura, 2005).
Nell’ultimo secolo, per rispondere ai sempre più complessi bisogni finanziari di uni-

96
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 5

tà in surplus e in deficit, gli intermediari si sono evoluti in diverse tipologie e oggi,


ripartendoli secondo il loro core business, è possibile suddividerli in:
1. società finanziarie, che svolgono intermediazione creditizia oppure partecipano
al capitale di imprese;
2. intermediari mobiliari, i quali operano attraverso i circuiti diretti;
3. intermediari assicurativi e previdenziali, specializzati nella gestione dei rischi
futuri.

Di seguito si introducono brevemente le funzioni che svolgono i principali interme-


diari finanziari, mentre i capitoli che seguono entreranno nello specifico di funzioni
e operatività delle banche e dei mercati finanziari.

INTERMEDIARI TIPOLOGIE ATTIVITÀ

FINANZIARI A) Banche di • raccolta di risparmio presso il pubblico


deposito attraverso depositi
• concessione di prestiti a famiglie e imprese
• trasformazione e gestione del rischio

B) Società di • trasparenza nell’attività finanziaria


leasing, factoring e • indicazione dei possibili rischi
credito al consumo
• sanzione dei comportamenti scorretti

C) Banche • acquisto di partecipazioni in società


d’investimento quotate e non per fornirgli capitale di
(merchant banks) rischio

MOBILIARI A) Società di • acquisto titoli per conto proprio o di terzi


intermediazione • gestione di patrimoni individuali
mobiliare (SIM)
• collocamento sul mercato finanziario di
strumenti
• negoziazione di strumenti finanziari

B) Società di • gestione delle risorse collettive raccolte


gestione del attraverso i Fondi comuni d’investimento
risparmio (SGR) • investimenti in differenti strumenti
finanziari

C) Fondi comuni di • raccolta del risparmio attraverso quote di


investimento (FCI) partecipazione al loro patrimonio
• acquisto di strumenti finanziari grazie alla
delega, sfruttando il principio della
diversificazione

97
CAP. 5 I SOGGETTI ECONOMICI E IL SISTEMA FINANZIARIO

INTERMEDIARI TIPOLOGIE ATTIVITÀ

ASSICURATIVI A) Società di • due diversi rami di attività:


assicurazione • vita, cioè possibilità che alla scadenza
l’assicurato sia ancora vivo o sia decedu-
to. Questa tipologia è utilizzata soprattut-
to per la gestione del risparmio
• danni, cioè legato a danni subiti a oggetti
assicurati (veicoli, abitazioni, merci ecc.)
• riscossione dei premi assicurativi
• in caso di sinistro, risarcimento della
perdita subita

B) Fondi pensione • raccolta di contributi previdenziali dai


lavoratori e dai datori di lavoro
• erogazione di specifiche prestazioni
pensionistiche
• investimento dei contributi versati per
incrementarne il valore

TABELLA 5.2: Le diverse tipologie di intermediari finanziari in breve


(rielaborazione da Bongini, Di Battista, Nieri, Patarnello, 2004; Forestieri e Mottura, 2005).

La tabella riassuntiva degli intermediari finanziari mostra che la loro realtà è molto
complessa, perché spesso svolgono più attività contemporaneamente, combinan-
do differenti ambiti finanziari; oltre a ciò, adempiono talvolta a funzioni pressoché
simili. Di conseguenza, si distinguono intermediari specializzati e intermediari mul-
tifunzione o diversificati (Forestieri e Mottura, 2005, p. 346), una scelta che intervie-
ne a seconda delle norme in materia finanziaria introdotte dai governi, ma soprattut-
to è influenzata dalla ricerca di efficienza, riduzione dei costi e maggior guadagno.

Bibliografia

Bagella M. (2006), L’Euro e la politica monetaria, Giappichelli Editore, Torino.

Bongini P. Di Battista M.L., Nieri L., Patarnello A. (2004), Il sistema finanziario, Il Mulino, Bologna.

Forestieri G. Mottura P. (2005), Il sistema finanziario, Quarta edizione, Egea, Milano.

Frigero P. (a cura di), (2007), Decima edizione riveduta e aggiornata, di Castellino O., Introduzione alla
contabilità nazionale, Giappichelli Editore, Torino.

Giannone A. (1992), Sistemi di contabilità economica e sociale, CEDAM, Padova.

http://www.istat.it/it/conti-nazionali

98
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 5

IL CAPITOLO IN 10 DOMANDE 1 Cos’è l’attività economica?

2 Quali sono le fasi e i soggetti


dell’attività economica?

3 Cos’è il circuito economico?

4 Perché le famiglie si definiscono


unità in surplus?

5 Perché le imprese si definiscono


unità in deficit?

6 Qual è lo scopo del Patto di Stabilità


e Crescita?

7 Come avviene lo scambio di risorse


tra unità in surplus e in deficit?

8 Come opera un circuito di


trasferimento diretto?

9 Qual è la struttura del circuito di


trasferimento indiretto?

10 Quali sono gli intermediari del


sistema finanziario?

99
CAP. 6 L’INTERMEDIAZIONE CREDITIZIA DELLE BANCHE

100
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 6

CAPITOLO 6
L’intermediazione creditizia
delle banche
Quando si parla di pagamento degli acquisti con bancomat o carta
di credito, mettere al sicuro i propri risparmi, richiedere un prestito
per l’acquisto di una casa o di un’automobile, è immediato pensare
alla banca. Ma come opera realmente una banca? Come può “sem-
plificare” la vita ai cittadini? Perché la banca è uno dei principali attori
della nostra quotidianità?
Descrivere l’attività di intermediazione creditizia delle banche è
l’obiettivo di questo capitolo, poiché conoscere le caratteristiche
degli strumenti che gli istituti bancari offrono può aiutare i cittadini a
soddisfare adeguatamente le proprie esigenze finanziarie.

6.1 Le banche e le funzioni creditizie

La banca è un intermediario creditizio che instaura rapporti di credito attraverso la


raccolta del risparmio presso le famiglie e la concessione di finanziamenti alle im-
prese, anche detto esercizio del credito (Bongini, Di Battista, Nieri, Patarnello, 2004).
La raccolta del risparmio nella forma di depositi bancari è una passività (debito) per
le banche, mentre i prestiti alla clientela rappresentano le attività, il cui guadagno è
espresso in termini di interessi. Questa particolare struttura del bilancio si fonda su
due principi chiave:
1. il valore finanziario del tempo, ossia 1 euro oggi vale meno di un 1 euro domani,
poiché investendo un certo ammontare si ricava dopo un determinato periodo di
tempo la stessa somma maggiorata dell’interesse maturato; in termini matema-
tici si adotta la formula della capitalizzazione Montante = Capitale + Interesse;

2. i servizi di liquidità, cioè nel bilancio bancario vi è equilibrio tra le attività illiqui-
de (es. i soldi prestati all’imprenditore, che restituirà solo in un momento futuro)
e le passività liquide (es. i soldi che i risparmiatori hanno versato su un conto de-
posito e che possono richiedere in qualunque momento), poiché la banca opera
una trasformazione delle scadenze da breve a medio-lungo termine e controlla
continuamente i rischi associati.

101
CAP. 6 L’INTERMEDIAZIONE CREDITIZIA DELLE BANCHE

ATTIVITÀ PASSIVITÀ

• IMPIEGHI • DEPOSITI
(prestiti concessi alla clientela e ad altre (denaro raccolto attraverso la clientela e
banche, distinguendoli a breve scadenza da altri istituti creditizi)
e a medio-lungo temine) • OBBLIGAZIONI
• RISERVE DI LIQUIDITÀ • PATRIMONIO
(nella forma di valori mobiliari, quali (somma capitale bancario e riserve)
obbligazioni e azioni)
• PARTECIPAZIONI
(azionarie nelle società del gruppo)
• IMMOBILIZZAZIONI
(risorse tecnico-operative)

TABELLA 6.1: Schema del bilancio di una banca


(rielaborazione da Bongini, Di Battista, Nieri, Patarnello, 2004).

Rispetto alle originarie funzioni di raccolta e impiego di fondi, le banche hanno vi-
sto negli ultimi decenni una moltiplicazione delle attività. Oggi ci sono uffici che
svolgono mansioni nella gestione diretta degli investimenti (gestioni patrimoniali),
nel cambio di valute straniere, nel credito all’esportazione, nell’emissione di titoli di
credito e di carte di pagamento, nella custodia di valori in cassette di sicurezza, nel
supporto agli investimenti in titoli di Stato, obbligazioni, azioni e fondi comuni di
investimento.
A questo aumento progressivo dei settori di operatività ha fatto però seguito la con-
correnza di altri intermediari finanziari, quali gli istituti creditizi non bancari, che
svolgono attività di intermediazione specifica (es. società di leasing e di factoring),
le compagnie assicurative che si occupano di gestire i rischi, i fondi pensione, i fon-
di comuni d’investimento e gli intermediari mobiliari, che operano nei mercati dei
titoli gestendo il denaro di grossi investitori.
A livello organizzativo, l’incremento delle funzioni svolte ha introdotto la specializ-
zazione bancaria. Alcune realtà bancarie, come quelle tedesche, hanno adottato il
modello di banca universale, che svolge al suo interno tutte le più importanti attivi-
tà, mentre altre realtà, come nei paesi anglosassoni, hanno preferito la struttura di
gruppo bancario polifunzionale controllato da una holding e costituito da numerose
divisioni specializzate in particolari servizi parabancari (Bongini, Di Battista, Nieri,
Patarnello, 2004). In quest’ultima tipologia rientrano le private bank, dedicate alla
gestione del risparmio delle famiglie e di piccoli operatori economici, le merchant
bank, che acquistano partecipazioni in imprese e le investment bank, specializzate
nei servizi alle imprese.
Nel sistema bancario italiano, la moderna struttura degli intermediari creditizi deri-
va da un’evoluzione della legge bancaria del 1936. In quegli anni, infatti, si riforma

102
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 6

l’organizzazione degli istituti con due importanti novità:


1. si introduce la specializzazione delle banche secondo il modello inglese, con di-
stinzione in istituti di credito ordinari (banche commerciali), che svolgono solo
operazioni a breve termine e della durata inferiore di 18 mesi, e istituti di credito
speciali, che operano su scadenze oltre i 18 mesi;
2. la maggior parte delle banche diventa di proprietà dello Stato, poiché l’attività
bancaria viene considerata di interesse pubblico.
All’interno di questo sistema, tuttavia, gli istituti si dimostrano poco competitivi, tra-
sparenti ed efficienti, sottocapitalizzati e con operazioni per lo più standardizzate.
In particolare, negli anni Ottanta questa situazione diventa insostenibile a causa
dell’evoluzione dei bisogni creditizi e della crescita dell’interdipendenza fra i mercati
finanziari. Segue quindi la riforma del sistema bancario italiano e attraverso l’intro-
duzione della legge Amato e del nuovo Testo unico delle norme in materia creditizia
e bancaria (TUB):
1. si favorisce la progressiva uscita dello Stato dalla proprietà bancaria con la tra-
sformazione in società per azioni (banche commerciali) e cooperative (banche
popolari oppure banche di credito cooperativo);
2. si introduce la de-specializzazione del credito, cioè scompare la distinzione tra
banche che esercitano il credito a breve e quelle che lo praticano a lungo;
3. si attuano fusioni ed acquisizioni per ampliare la gamma di servizi e prodotti
offerti alla clientela (gruppi bancari polifunzionali);
4. viene facilitata l’apertura di nuove filiali in tutta Europa grazie alla caduta delle
barriere nella circolazione di capitali nell’UE.
La riforma del sistema bancario ha permesso agli istituti creditizi italiani di diven-
tare maggiormente competitivi sui mercati finanziari internazionali ed oggi solo In-
tesa Sanpaolo rientra fra le prime 50 banche con maggior giro d’affari al mondo (al
26° posto nel 2016).

6.2 Strumenti finanziari per la raccolta di fondi

Storicamente la raccolta del risparmio ha rappresentato la specificità e anche l’uni-


cità delle banche nel sistema finanziario, ma con l’evoluzione della vita economica
le esigenze del pubblico si sono estese alla necessità di accedere ai moderni stru-
menti di pagamento alternativi alla moneta. Oggi, le famiglie si rivolgono alla banca
per depositare i loro risparmi in conti di deposito con l’obiettivo di ottenere una re-
munerazione (depositi tempo) oppure usufruire della cosiddetta “moneta bancaria”
(depositi moneta).

103
CAP. 6 L’INTERMEDIAZIONE CREDITIZIA DELLE BANCHE

La tipologia di deposito tempo più conosciuta ed utilizzata fino a pochi anni fa è il


deposito a risparmio, che rappresenta un semplice deposito di denaro remunera-
to da interessi semestrali o annuali. Il titolare o il possessore può effettuare solo
operazioni di prelievo e versamento in contanti, mentre sono inibite altre operazioni
tipiche bancarie quali bonifico, riscossione assegni, pagamento con bancomat o
carta di credito. Se il deposito è libero si possono effettuare versamenti e prelievi in
qualsiasi momento, mentre se è vincolato il prelievo è possibile solo dopo una sca-
denza convenuta. Nel passato questa forma di raccolta era ampiamente utilizzata
per la semplicità di sottoscrizione, buona remunerazione e bassi costi di gestione.
Oggi le innovazioni nei mezzi di pagamento, la riduzione dei tassi di rendimento e
l’introduzione di nuovi strumenti finanziari più redditizi ne hanno ridotto fortemente
l’utilizzo.
Meno rilevanti dei depositi a risparmio, ma assimilabili ad essi e comunque utilizzati
dalle banche per la raccolta di risorse finanziarie, sono i certificati di deposito, titoli
di credito individuali con durata a breve o medio termine (da 3 mesi a 5 anni). Questi
titoli possono essere ceduti prima della scadenza e l’importo è deciso dal soggetto
nel momento in cui lo sottoscrive. Si definiscono certificati a remunerazione prede-
finita se vi è lo stacco di una cedola periodica (relativa agli interessi maturati in un
certo periodo di tempo) oppure a remunerazione variabile (zero coupon), quando
allo scadere il cliente ottiene il valore del deposito maggiorato degli interessi (Fabri-
zi, Forestieri e Mottura, 2003).
Il cliente che necessita di usufruire della moneta bancaria sceglie invece di stipulare
un contratto per l’apertura di un conto corrente passivo di corrispondenza. Attra-
verso questo strumento, la banca svolge tutte le operazioni in nome e per conto del
depositante grazie al mandato ricevuto. Nel caso di apertura di un conto co-intesta-
to a più persone, per lo svolgimento delle operazioni di pagamento o di versamento
e prelievo, la banca può richiedere la firma di entrambi gli intestatari (conto a firme
congiunte) oppure solo di un titolare (a firme disgiunte). Il conto corrente è poi di tipo
semplice, quando si può prelevare la somma depositata solo alla scadenza; è inve-
ce detto di corrispondenza, se il correntista ha l’esigibilità a vista del denaro versato
(cioè può utilizzare le somme versate in qualsiasi momento).
Ogni conto corrente è identificabile mediante un codice IBAN (International Bank
Account Number), che si compone di una sigla internazionale che riconosce il pa-
ese di origine, seguita da alcuni codici relativi al sistema bancario e alla propria
banca (CIN, ABI e CAB) e al numero di conto.

104
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 6

Sigla internazionale (secondo lo standard ISO 366)

Numeri di controllo
BBAN (Italiano)

CIN ABI CAB numero di conto corrente

IT 02 M 12005 00000 00005678700


FIGURA 6.1: Esempio di codice IBAN di un conto corrente bancario italiano.

Le operazioni svolte sono registrate indicando il giorno in cui è stata effettuata l’o-
perazione, la descrizione dell’operazione, l’importo (con segno - se diminuisce il
saldo o + se invece aumenta) e la variazione del saldo. L’importo, in particolare, è
accreditato/addebitato non alla data di effettuazione, ma secondo la data di valuta,
ossia il giorno dal quale iniziano a maturare gli interessi sul conto. Quest’ultima può
essere diversa dal giorno di registrazione e varia per ciascun tipologia di operazione
e da banca a banca; inoltre, si definisce antergata se cade nel calcolo del trimestre
precedente, mentre postergata se l’operazione è accreditata/addebitata nel trime-
stre successivo. Con questo stratagemma temporale di registrazione dell’operazio-
ne la banca è in grado di trasferire denaro da un conto all’altro nel tempo necessario
e a posticipare interessi attivi (che diminuiscono) e anticipare quelli passivi a carico
del cliente (che aumentano).
Trimestralmente, o mensilmente, la banca spedisce ai correntisti via posta (oggi
anche via mail) un documento che riassume le operazioni svolte, la variazione del
saldo e l’importo delle competenze addebitate (ecco perché viene anche detto con-
to corrente passivo di corrispondenza). I prospetti riassuntivi inviati sono:

1. l’estratto conto, che riepiloga cronologicamente, per data di effettuazione, le


operazioni svolte e il saldo contabile;
2. lo scalare interessi, che riordinando le operazioni secondo la data valuta deter-
mina il saldo liquido, su cui avviene poi il calcolo degli interessi attivi e/o passivi;

3. il prospetto competenze, in cui si indicano:


• gli interessi attivi sul saldo positivo, sui quali grava una ritenuta fiscale del
26% a carico del correntista;
• gli interessi passivi sul saldo negativo;
• le spese di tenuta conto e l’imposta di bollo, che secondo l’attuale normativa
deve essere pagata nel caso di un saldo superiore a € 5.000,00 (nel caso di
privati).

105
CAP. 6 L’INTERMEDIAZIONE CREDITIZIA DELLE BANCHE

Negli ultimi decenni questa tipologia di deposito ha avuto un enorme sviluppo sia
per i privati, che lo utilizzano ad esempio per la canalizzazione dello stipendio, il
pagamento delle bollette e l’ottenimento di mezzi di pagamento alternativi al con-
tante, sia per le aziende, che lo adoperano per gli incassi e i pagamenti nazionali ed
internazionali.
Il conto corrente è di fatto uno strumento che permette al correntista di usufruire di
alcuni mezzi di pagamento come assegni, bonifici e giroconti bancari (tra intesta-
tari di conti correnti), ricevute bancarie, carta di credito e bancomat, altrimenti non
utilizzabili con le altre tipologie di deposito.
Inoltre, l’incremento della concorrenza fra istituti bancari ha portato a ricercare
nuove strategie per attirare clienti, focalizzandosi sulla soddisfazione di specifici
target di clientela. Sono state introdotte nuove tipologie di conti corrente che of-
frono, oltre ai servizi tradizionali, alcune funzioni accessorie (Fabrizi, Forestieri e
Mottura, 2003). L’home-banking, ad esempio, è una novità tecnologica che consen-
te al correntista di visionare il proprio estratto conto e utilizzare alcuni strumenti di
pagamento, come il bonifico, direttamente da casa e in qualsiasi momento. Un’altra
innovazione è invece l’introduzione dei conti di investimento, che forniscono servizi
di gestione del risparmio e consentono al cliente di ottimizzare la propria disponibi-
lità finanziaria.

6.3 Il credito alla produzione e al consumo

Attraverso l’attività di intermediazione finanziaria gli istituti creditizi spostano le ri-


sorse raccolte verso coloro che ne hanno necessità. Le imprese hanno continua-
mente la necessità di finanziare il ciclo del circolante, legato ai pagamenti e alle
riscossioni, e di crescere in termini dimensionali attraverso investimenti in nuovi
business e mercati (credito alla produzione). Le famiglie, invece, hanno l’esigenza
di finanziare gli acquisti che comportano un esborso finanziario notevole, come ad
esempio gli acquisti di automobili e abitazioni (credito al consumo).
Le forme di finanziamento messe a disposizione dalla banca sono numerose, ma
affinché il cliente possa accedervi deve superare la “procedura di fido”, necessaria
per acquisire la fiducia dell’istituto. Il cliente, infatti, deve presentare la domanda di
finanziamento in cui indica l’importo richiesto, le modalità tecniche di utilizzo delle
risorse, lo scopo per il quale chiede il finanziamento, la durata e le eventuali garan-
zie. Successivamente, attraverso la fase istruttoria, la banca verifica la domanda e
indaga sulla capacità del prenditore di fondi di essere in grado di ripagare il debito.
Svolge, di conseguenza, indagini esterne (es. contatto con la Centrale dei rischi per
verificare se il soggetto ha in corso altri finanziamenti e se eventualmente sia mai
stato insolvente) ed interne, analizzando la situazione patrimoniale ed economica

106
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 6

del richiedente (es. visite dei funzionari bancari presso l’azienda). Verifica inoltre le
garanzie offerte, che possono essere di tipo personale (avalli e fideiussioni) quando
un terzo soggetto risponde dell’obbligazione in caso di inadempimento, oppure di
tipo reale (pegno su beni mobili ed ipoteca su immobili) se a tutela si fornisce un
bene che abbia un valore pari o superiore all’ammontare del prestito. Quando, infine,
anche la destinazione e l’utilizzo sono adeguati all’entità del finanziamento richie-
sto, la banca conferma la concessione del fido ed eroga il prestito al proprio cliente.
Le forme di finanziamento messe a disposizione dalla banca sono molto diverse a
seconda dei bisogni dei richiedenti e si dividono in prestiti a breve termine, con un
orizzonte inferiore a 18 mesi, e prestiti a medio-lungo termine. In generale, si ricor-
re ai prestiti a breve per la necessità di liquidità immediata; vi rientrano l’apertura
di credito in conto corrente, lo smobilizzo dei crediti (sconto cambiario e anticipo
salvo buon fine) e il factoring. Al contrario, i prestiti a medio-lungo termine sono ri-
chiesti per finanziare sia il settore dell’edilizia abitativa, in termini di ristrutturazione
e acquisto immobili, sia il settore industriale e commerciale. Le forme più utilizzate
sono il mutuo e il leasing.

STRUMENTO DI COSTI A CARICO


UTILIZZO
PRESTITO A BREVE DEL CLIENTE

1. anticipo salvo La banca anticipa al cliente l’importo Commissione


buon fine di RiBa e cambiali sul proprio conto bancaria
oppure su uno specifico “conto anti-
cipi”; di fronte a insoluto la banca si
tutela riaddebitando la somma.
Nel caso di anticipo su fatture,
la banca accredita fino all’80%
dell’importo e solo quando la fattura
viene pagata accredita l’ammontare
rimanente

2. factoring I crediti commerciali di un’impre- Interesse sulle


sa sono ceduti alla banca che si somme anticipate
occupa di gestirli e incassarli con e commissioni di
possibilità di anticipare la somma incasso, pro soluto e
in modalità pro solvendo (ossia di factoring
salvo buon fine) oppure pro soluto
(senza rivalsa della banca in caso di
insoluto)

107
CAP. 6 L’INTERMEDIAZIONE CREDITIZIA DELLE BANCHE

STRUMENTO DI PRESTITO A BREVE UTILIZZO COSTI A CARICO DEL CLIENTE

3. apertura di credito Contratto attraverso il quale la ban- Interessi passivi su


in conto corrente ca mette a disposizione del cliente quanto prelevato e
una somma di denaro da utilizzare a una commissione
sua discrezione in un certo periodo sul massimo saldo
di tempo; il cliente la utilizza quando scoperto
ha necessità di liquidità

4. sconto cambiario Poiché le cambiali hanno una Il cliente sostiene lo


scadenza di riscossione, chi ne è in sconto, ossia una ri-
possesso può chiedere alla banca duzione dell’importo
l’anticipo della somma, girando (principio matemati-
la cambiale alla banca stessa; la co dell’anticipazione)
banca percepisce l’intera somma e la commissione
della cambiale, mentre il cliente solo
l’importo scontato

TABELLA 6.2: Riepilogo delle forme di prestito a breve


(rielaborazione da Fabrizi, Forestieri, Mottura, 2003; Bongini, Di Battista, Nieri, Patarnello, 2004).

Il mutuo è la tipologia di prestito maggiormente conosciuta dal pubblico e associata


generalmente a grandi necessità di denaro da restituire in un periodo di tempo più o
meno lungo. Il mutuo è infatti un contratto mediante il quale un soggetto (mutuante)
presta ad un altro soggetto (mutuatario) una somma di denaro da restituire succes-
sivamente e in più rate.
Il prestito può avere un orizzonte temporale che va da un minimo di 5 anni fino ad un
massimo di 30 anni (eccezionalmente anche di 40 o 50 anni) e la durata dipenderà
dall’ammontare del finanziamento, dalla capacità reddituale del richiedente e, nel
caso di una persona fisica, dalla prospettiva di vita. L’importo richiesto viene eroga-
to in un’unica soluzione e successivamente rimborsato in più versamenti periodici,
seguendo un piano di ammortamento, ossia un prospetto di restituzione del capita-
le e degli interessi su più periodi (Fabrizi, Forestieri, Mottura, 2003). I possibili piani
di ammortamento alternativi sono:
a. francese, in cui la rata ha un valore costante per ogni versamento, ma mentre la
quota di capitale cresce ad ogni periodo, gli interessi decrescono;
b. italiano, con quote di capitale costanti per ogni rata e interessi decrescenti, per-
ché calcolati sul valore del debito residuo, cioè sulla somma da restituire che
diminuisce ogni qual volta si paga una quota di capitale;
c. americano, con quote di capitale costanti ad ogni rata, ma interessi crescenti
essendo calcolati sulla somma di prestito ripagata ad ogni periodo.

108
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 6

Le parti concordano la scadenza dei pagamenti (mensile, bimestrale, trimestrale,


semestrale o annuale), l’ammontare delle rate (somma fra la quota capitale e gli
interessi, in formula R = C+I), il tasso di interesse e le eventuali garanzie.
Il tasso d’interesse, in particolare, viene determinato dalla banca in funzione di alcu-
ni fattori, quali il rischio soggettivo legato alle caratteristiche economiche del mu-
tuatario (capacità di restituire le somme prestate), le politiche di prestito dell’istituto
bancario (quanto vuole ottenere come rendimento) e il costo di provvista, cioè quel
costo al quale la banca acquista il denaro da impiegare nell’operazione attraverso
prestiti da altri istituti creditizi e dai risparmi depositati.
Essendo il tasso deciso dal mutuante, al mutuatario resta solo da scegliere fra pre-
stito a tasso fisso oppure variabile (indicizzato). Con i mutui a tasso fisso, il clien-
te corrisponde il medesimo tasso per l’intera durata del mutuo, mentre se sceglie
il tasso variabile pagherà gli interessi in base all’andamento mensile dei tassi. In
questo caso, il tasso è calcolato come somma fra un tasso di riferimento (es. tasso
EURIBOR, cioè tasso di interesse medio delle transazioni finanziarie in euro tra le
principali banche europee) e uno spread (che rappresenta la percentuale di guada-
gno della banca) più un’eventuale maggiorazione/premio di rischio, legato al grado
di affidamento del soggetto che richiede il prestito. La banca, in realtà, non guada-
gna solo sullo spread e sulla maggiorazione, ma trae profitto anche dalla differenza
fra il tasso di sconto (tasso stabilito dalla Banca Centrale Europea per la politica
monetaria e pagato dagli istituti di credito quando viene chiesto in prestito denaro)
e il tasso di riferimento per il calcolo della rata (es. EURIBOR).
Nei prestiti a medio-lungo termine rientra inoltre il leasing, strumento fornito dalle
banche per finanziare gli acquisti di particolari beni, come ad esempio veicoli ed
impianti.
Il leasing è di fatto un contratto mediante il quale una banca acquista la proprietà
di un bene per conto di un proprio cliente, concedendoglielo in utilizzo dietro paga-
mento di un canone periodico (locazione). Il canone comprende in sé i costi della
gestione del locatore e il profitto che vuole realizzare e generalmente la prima rata,
detta maxi-canone, ha un ammontare più elevato delle successive in quanto anti-
cipa in sé alcune rate, mentre gli altri pagamenti sono di pari importo fino alla sca-
denza. Al termine del contratto, il locatario può scegliere se restituire o riscattare il
bene, pagando il prezzo di riscatto, generalmente pari alla differenza tra il prezzo di
acquisto e i canoni versati. In particolare, si definisce operativo quando viene acqui-
stato un bene standardizzato e con rapida obsolescenza, quindi senza interesse a
riscattarlo alla scadenza del contratto. Al contrario, è finanziario se viene concluso
per ottenere la disponibilità del bene al termine.

109
CAP. 6 L’INTERMEDIAZIONE CREDITIZIA DELLE BANCHE

6.4 Gestione e trasformazione dei rischi

Nell’ambito della funzione di intermediazione, la banca assume su di sé varie tipo-


logie di rischio, che devono essere attentamente monitorate e gestite per ridurre le
eventuali perdite verso cui può andare incontro. Tra i principali rischi che possono
indurre all’insolvenza un intermediario bancario si ricordano il rischio di credito, il
rischio di interesse e il rischio di liquidità.
Il rischio di credito consiste nell’eventualità che, alla scadenza del prestito, il clien-
te finanziato si riveli insolvente in misura totale o parziale; in altre parole, non è in
grado di rimborsare le quote di capitale e/o degli interessi entro i termini stabiliti.
Spesso, questo rischio deriva da:
• esistenza di informazioni relative al proprio merito creditizio conosciute soltan-
to al debitore e non note alla banca (cosiddetta “asimmetria informativa”);
• impossibilità nel valutare l’effettiva qualità del creditore nel ripagare il prestito;
• comportamenti opportunistici (moral hazard ), in quanto il debitore utilizza il
prestito in modo rischioso con maggiori possibilità che il denaro venga perso e
non possa restituirlo a scadenza.

Il finanziato, nel caso del rischio di credito, si può dimostrare inadempiente o addirit-
tura insolvente. In particolare, si ha inadempienza quando il debitore non adempie
la prestazione al momento dovuto, mentre insolvenza quando a fronte di inadem-
pienza definitiva il creditore chiede la risoluzione del contratto.
Le componenti del rischio di credito sono due: la perdita attesa (o Expected Loss,
EL) e la perdita inattesa (o Unexpected Loss, UL). Mentre la componente inattesa
del rischio di credito è rilevante nel processo di valutazione del merito creditizio del
richiedente ex ante, quella attesa è già tenuta in considerazione nelle valutazioni
bancarie in termini sia di accantonamenti prudenziali sia di tassi d’interesse che ri-
flettono adeguatamente il profilo di rischio di un impiego. Proprio in quanto stimata
a priori, la perdita attesa non costituisce il vero rischio di un’esposizione creditizia,
ma si configura piuttosto come un elemento fisiologico del prestito. Analiticamen-
te, per perdita attesa s’intende infatti il valore medio della perdita che una banca
pensa di subire con riferimento ad un credito o portafoglio di crediti in un certo arco
temporale, mentre per inattesa s’intende il grado di variabilità del tasso di perdita
intorno al proprio valore atteso ed equivale alla possibilità che la perdita effettiva
risulti, ex post, superiore alla perdita stimata ex ante.
L’analisi del rischio di credito e delle conseguenti perdite richiede di fatto una note-
vole quantità di informazioni che di solito sono riservate e pertanto, solo attraverso
un reciproco rapporto di fiducia, la banca ha l’accesso a dati necessari alla valuta-
zione, superando in gran parte i problemi legati all’esistenza di asimmetrie informa-

110
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 6

tive. I benefici derivanti da questo rapporto si estendono a entrambi i contraenti. Per


l’impresa, infatti, c’è la possibilità di ottenere finanziamenti a tassi inferiori, mentre
la banca può ridurre, se non eliminare, il rischio di credito.
L’instaurarsi di un rapporto privilegiato con la banca è particolarmente importante
per le imprese di dimensioni minori, che riescono a raccogliere finanziamenti a co-
sti adeguati alle loro possibilità. Se infatti le grandi imprese hanno la possibilità di
agire autonomamente sui mercati finanziari e accedere direttamente alle opportu-
nità di finanziamento, ad esempio attraverso l’emissione di prestiti obbligazionari e
nuove azioni, le imprese più piccole, che non hanno tale capacità, devono necessa-
riamente rivolgersi al mercato degli intermediari finanziari.
Il rischio di liquidità, invece, deriva dalla raccolta di fondi su scadenze brevi e il
rispettivo impiego su scadenze lunghe. Quello che accade è che i detentori di depo-
siti pagabili a vista hanno la facoltà di rivolgersi alla propria banca e ritirare l’intera
somma depositata in qualsiasi momento, ma spesso per la banca è impossibile
restituirla subito, perché è stata investita in operazioni non facilmente e immediata-
mente liquidabili. In particolare, il rischio di liquidità è massimo quando si verificano
crisi in cui crolla la fiducia nel sistema bancario e si creano di conseguenza bank
run o corse agli sportelli per riscattare le somme depositate. Per gestire opportuna-
mente questo rischio la banca deve essere pronta a liquidare i depositi in qualsiasi
momento ricorrendo alle riserve liquide, di cui dispone nell’attivo del suo bilancio,
oppure procedendo con una maggiore raccolta di fondi o cedendo/vendendo alcu-
ne attività.
Un indicatore di bilancio che viene calcolato dalle banche per valutare la dimensio-
ne dell’esposizione al rischio di liquidità è costituito dal rapporto totale crediti/tota-
le attivo: se questo rapporto è elevato significa che la banca ha bisogno di liquidità
per far fronte a inattese richieste di prestito.
Un altro metodo da adottare può essere invece il financing gap, calcolato come dif-
ferenza fra la durata media dei prestiti e quella dei depositi. Attraverso questo indice
emerge che quanto più il numero di giorni di differenza è elevato, tanto più l’istituto
creditizio manca di liquidità e quindi è maggiormente esposto al rischio.
Il rischio di interesse, infine, è legato al divario fra le scadenze dei depositi e quelle
degli impieghi (mismatching) e alla volatilità dei tassi di interesse. La variazione dei
tassi di interesse sul mercato incide sia sulla variazione del margine di interesse
dell’intermediario, derivante dalla differenza tra tassi attivi (percepiti sui prestiti) e
passivi (erogati alla raccolta), sia sul valore delle attività e passività dell’intermedia-
rio (Saunders, Cornett e Anolli, 2008). Di fronte ad attività con scadenza più lunga
delle passività, infatti, un aumento dei tassi sul passivo può generare una perdita di
guadagno per la banca, che dovrà sostenere un costo di rifinanziamento superiore
al rendimento ottenuto sulle attività. Nel caso invece di scadenza dei depositi supe-
riore a quella degli investimenti, la diminuzione del tasso sui prestiti determinerà per

111
CAP. 6 L’INTERMEDIAZIONE CREDITIZIA DELLE BANCHE

la banca un costo di reinvestimento delle attività su un periodo di tempo più lungo.


La gestione dei rischi sopra indicati è possibile se la banca modifica le scadenze e
se punta ad una diversificazione di portafoglio, ossia sceglie diversi tipi di investi-
mento in termini di durata, rischio, valuta, operatori e progetti. Questi meccanismi,
infatti, permettono alla banca di scongiurare e limitare la possibilità che si verifichi-
no eventi di insolvenza nello stesso momento, come ad esempio mancato paga-
mento dei prestiti e necessità immediate di liquidità.

6.5 Il meccanismo dell’assicurazione dei depositi bancari

I molteplici rischi associati all’attività di intermediazione delle istituzioni finanziarie


hanno spinto le autorità di vigilanza a dotare i propri sistemi di adeguate reti di si-
curezza al fine di preservarne la stabilità. La fiducia nel sistema di intermediazione
bancaria e la sicurezza delle transazioni, infatti, devono essere tutelate, preservate e
rafforzate perché le banche possano continuare ad essere un anello fondamentale
nel processo di sviluppo economico, finanziando progetti altrimenti non realizzabili.
Negli ultimi decenni varie autorità hanno costituito degli schemi di tutela dei deposi-
ti per ridurre eventuali problemi connessi al verificarsi di crisi bancarie. Dal punto di
vista micro, l’attenzione è rivolta a proteggere sia i piccoli depositanti dalla perdita
del loro risparmio che gli intermediari creditizi dal crollo della fiducia. Dal punto di
vista macro, invece, l’assicurazione sui depositi è finalizzata a prevenire gli effetti
indesiderati su vasta scala a danno dell’offerta di moneta e del sistema dei paga-
menti. Se dovessero verificarsi prelievi di massa causati da un comportamento ir-
razionale, in quanto non connesso al reale deterioramento della qualità dell’attivo
della banca, ma a semplici attese in merito al comportamento degli altri depositanti,
l’assicurazione rappresenterebbe infatti un meccanismo che, fornendo la certezza
ai depositanti di essere rimborsati per l’ammontare versato, eliminerebbe l’incenti-
vo a partecipare ad un bank run. Qualora, invece, i prelievi fossero delle risposte
razionali a un reale peggioramento nella percezione della qualità dell’attivo della
banca, l’assicurazione consentirebbe di ridurre i problemi connessi alle asimmetrie
informative, riducendo l’incentivo degli individui a ritirare immediatamente i propri
depositi.
L’assicurazione dei depositi può essere pubblica o privata. Quella di tipo pubblico è
una soluzione a cui spesso si ricorre per godere di una reputazione maggiore grazie
alla posizione istituzionale assunta e per coprire con le entrate dello Stato eventuali
fabbisogni di rimborso dei depositanti. Nel caso, invece, di gestione privata le risor-
se sono rese disponibili dalle banche consorziate attraverso una contribuzione pe-
riodica o un contributo straordinario da versare solo nel momento in cui si verifica
l’indisponibilità dei depositi.

112
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 6

Le differenti procedure di intervento previste a tutela dei depositanti di una banca


in crisi contribuiscono a distinguere i vari schemi di garanzia. Accanto all’ipotesi
tradizionale di rimborso dei depositanti, sono previste anche altre forme di inter-
vento volte a fornire una tutela più estesa ai risparmiatori, una maggiore stabilità al
sistema bancario e ad evitare di disperdere il patrimonio informativo racchiuso nel
complesso aziendale. Tali strumenti possono assumere le seguenti configurazioni:
a. interventi in operazioni di cessione di attività e passività, di azienda, di rami di
azienda, nonché di beni e rapporti giuridici individuali in blocco;
b. interventi di sostegno, configurabili in finanziamenti, garanzie, assunzioni di
partecipazioni o in altre forme tecniche, qualora sussistano sufficienti prospet-
tive di risanamento della banca in crisi;
c. chiusura della banca insolvente e costituzione di una bridge bank, gestita dal
management esistente o da uno nuovo nominato dallo stesso ente di assicura-
zione allo scopo di ottenere maggiori ricavi dalla liquidazione delle attività o di
maggiori o migliori offerte di acquisto.

La forma principale di intervento prevista per gli schemi di garanzia rimane comun-
que la procedura di rimborso dei depositanti, qualora i crediti da loro vantati verso
la banca in crisi diventino indisponibili.
In Italia, oltre all’attività di vigilanza assegnata alla Banca d’Italia, nel 1986 è stato
istituito il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD), la cui natura è privata
e l’adesione da parte della banche è obbligatoria, tranne per quelle di origine coo-
perativa. In particolare, gli istituti che decidono di aderirvi sono chiamati a versare
dei premi in base al rischio dell’attivo in bilancio. Gli interventi del Fondo devono
essere preventivamente autorizzati dalla Banca d’Italia e il rimborso dei depositanti
è possibile fino ad un massimo di € 100.000, utilizzando le risorse finanziarie messe
a disposizione da tutte le banche aderenti.

113
CAP. 6 L’INTERMEDIAZIONE CREDITIZIA DELLE BANCHE

Bibliografia

Bongini P., Di Battista M.L., Nieri L., Patarnello A. (2004), Il sistema finanziario, Il Mulino, Bologna.

Fabrizi P.L., Forestieri G., Mottura P. (a cura di), (2003), Strumenti e servizi finanziari, Egea, Milano.

Forestieri G., Mottura P. (2013), Sistema finanziario, 6a edizione, Egea, Milano.

Resti A. (2001), Misurare e gestire il rischio di credito nelle banche: una guida metodologica, Alpha Test,
Milano.

Saunders A., Millon Cornett M., Anolli M. (2008), Economia degli intermediari finanziari, 2a edizione,
Mc-Graw-Hill, Milano.

Sironi A. (2005), Rischio e valore nelle banche, Egea, Milano.

http://www.fitd.it/garanzia_depositanti/garanzia_dep.htm

114
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 6

IL CAPITOLO IN 10 DOMANDE 1 Quali sono le principali funzioni di


una banca?

2 Come si è sviluppato il sistema


bancario italiano?

Quali strumenti finanziari ha a


3 disposizione la banca per raccogliere
i risparmi dei cittadini?

4 Quali documenti riassumono le


operazioni svolte su un conto corrente?

5 Perché la banca svolge la


“procedura di fido”?

6 Quali sono gli elementi principali


di un mutuo?

7 Che vantaggi ha il leasing?

8 Cosa vuol dire rischio di credito


per la banca?

9 Come vengono gestiti dalla banca i


rischi di credito, di liquidità e di interesse?

10 Quale strumento tutela i cittadini


dalla crisi di una banca?

115
CAP. 7 IL MERCATO DEI CAPITALI E GLI STRUMENTI FINANZIARI

116
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 7

CAPITOLO 7
Il mercato dei capitali
e gli strumenti finanziari
Capita spesso che di fronte a risparmi in eccesso si desideri investirli
in una qualche attività per ottenerne un guadagno. Rimane tuttavia il
dubbio di quale strumento finanziario prediligere, quale rendimento
certo viene garantito e quale possibilità esista di perdere tutti i propri
risparmi.
Imparare a conoscere le caratteristiche dei vari strumenti finanziari
messi a disposizione dal mercato dei capitali in alternativa a quelli
delle banche è l’obiettivo di questa lezione. Essere consapevoli dei
vantaggi, ma anche dei rischi derivanti dai mercati finanziari può
rendere compatibili i propri bisogni con ciò che offre il mercato.

7.1 I mercati finanziari: definizione, funzioni ed efficienza informativa

Come specificato nel capitolo 5, i mercati finanziari trasferiscono fondi dalle unità
in eccesso (famiglie) ai soggetti in fabbisogno finanziario (imprese e Stato). In par-
ticolare, non sono semplicemente luoghi dove avviene lo scambio di risorse, ma
sono rappresentati da un complesso di investitori e intermediari, che si incontrano
per svolgere transazioni caratterizzate da specifiche regole e procedure operati-
ve e aventi per oggetto strumenti finanziari negoziati a lungo termine (Forestieri e
Mottura, 2005). Le funzioni svolte da questa tipologia di mercato non sono quindi
da confondere con i compiti storicamente affidati a banche e intermediari creditizi.
I mercati finanziari, anche conosciuti con il nome di mercati dei capitali, sono nati
come intuizione della società borghese nella seconda metà dell’Ottocento, durante
la seconda rivoluzione industriale, in quanto le imprese necessitavano di capitali
per espandere la produzione e adottare nuove tecnologie. Negli Stati Uniti e nel
Regno Unito si formarono mercati di tipo privato, gestiti da operatori specializzati
che raccoglievano risparmio per conto di imprese, mentre nell’Europa continentale
furono istituiti mercati dei capitali pubblici attraverso l’intervento di banche centrali
e ministeri del Tesoro (Onado, 2008).
Se originariamente ai mercati finanziari fu assegnato il compito di intermediazione,
l’evoluzione dei bisogni finanziari ha portato ad una moltiplicazione dei loro compiti.
Attualmente, questi mercati si occupano di (Bongini, Di Battista, Nieri, Patarnello,
2004; Onado, 2008):

117
CAP. 7 IL MERCATO DEI CAPITALI E GLI STRUMENTI FINANZIARI

• determinare i criteri e le modalità per quotare un titolo;


• raccogliere gli ordini di acquisto (famiglie) e di vendita (imprese o Stato) e in-
crociarli;
• derivare il prezzo di scambio dei titoli sulla base dell’andamento della domanda
e dell’offerta;
• generare informazioni pubbliche sul grado di affidamento della controparte;
• ridurre i costi di transazione a livello di ricerca della controparte e stipula del
contratto;
• sorvegliare l’intera macchina operativa contro il rispetto delle varie procedure.

I mercati dei capitali operano principalmente grazie alla circolazione di informazioni


relative agli emittenti di titoli, agli investitori e agli intermediari istituzionali. Attraver-
so tali dati si forma il prezzo di scambio degli strumenti finanziari e di conseguenza,
a seconda della disponibilità e dell’accessibilità delle informazioni, si possono indi-
care tre livelli di efficienza informativa nella formazione dei prezzi:
1. debole, se i prezzi incorporano solo informazioni di tipo storico, senza capacità
di ipotizzare tendenze future;
2. semi-forte, quando i prezzi si formano grazie a dati storici aziendali, notizie di-
sponibili pubblicamente e informazioni settoriali e macroeconomiche;
3. forte, se si dispongono, oltre alle precedenti informazioni, anche di dati detta-
gliati su tendenze future di settore, macroeconomia e notizie private sulla so-
cietà.

Il prezzo di un titolo, quindi, dipende dalla tipologia di notizie disponibili: se l’acqui-


rente è in possesso di informazioni parziali, il prezzo non rispecchia la reale situa-
zione dell’emittente, mentre se ci sono informazioni complete il prezzo è più conso-
no alla realtà societaria, settoriale e macroeconomica.

7.2 Le fasi dello scambio e la formazione del prezzo

Per comprendere il funzionamento del mercato dei capitali è necessario spiegare le


varie tappe in cui si articola il processo di trasferimento dei fondi dalle unità in sur-
plus alle unità in deficit, anche attraverso la partecipazione di intermediari diretti.

118
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 7

1. EMISSIONE

* si definiscono le caratteristiche del titolo, i diritti contenuti e il prezzo di offerta


* a cura di banche d’investimento per conto dell’emittente
PRIMARIO
MERCATO

2. QUOTAZIONE

* ammissione dei titoli da parte della società che gestisce il mercato

3. SOTTOSCRIZIONE

* collocamento dei titoli presso gli investitori (risparmiatori)


* l'investitore dà l'ordine (scritto, di persona o telefonico) di acquistare o vendere
gli strumenti finanziari
* può essere fissato un prezzo limite per evitare di incombere in perdite

4. SCAMBIO

* ordine inoltrato all'intermediario dal mercato primario a quello secondario


* incontro tra domanda e offerta e formazione del prezzo

5. COMPENSAZIONE
SECONDARIO
MERCATO

* controllo delle posizioni di chi ha inoltrato ordini di acquisto o vendita per


determinarne il saldo e correggere eventuali errori

6. LIQUIDAZIONE

* trasferimento della proprietà degli strumenti negoziati e dei diritti associati in


modalità telematica entro 3 giorni lavorativi

7. CUSTODIA

* il contratto di sottoscrizione titoli è custodito presso la società che gestisce il


mercato, in quanto il contratto non viene consegnato in modalità fisica

FIGURA 7.1: Le fasi del processo di scambio degli strumenti finanziari sui mercati dei capitali
(rielaborazione da Bongini, Di Battista, Nieri, Patarnello, 2004; Onado, 2008).

Le prime fasi (emissione, quotazione e sottoscrizione) si svolgono all’interno del


mercato primario, un insieme di strutture, regole e procedure che consentono alle
unità in deficit di raccogliere le necessarie risorse finanziarie (Bongini, Di Battista,
Nieri, Patarnello, 2004). Ha quindi la funzione di definire la tipologia di strumenti da
emettere, il mercato dove scambiarli e il prezzo di emissione attraverso l’intervento
di emittenti e intermediari.
Le successive fasi (esecuzione ordine, compensazione, regolamento e custodia), al
contrario, sono svolte sul mercato secondario, dove i titoli emessi sono acquistati

119
CAP. 7 IL MERCATO DEI CAPITALI E GLI STRUMENTI FINANZIARI

dagli investitori e poi eventualmente venduti contro l’ottenimento di liquidità. Non


fornisce dunque nuove risorse, ma assicura liquidità agli investitori, principali attori
di questo segmento di mercato; gli intermediari sono presenti solo per fornire assi-
stenza nel controllo e nella conclusione dei contratti.
Come si vede dallo schema sotto proposto, la fase di scambio è quella centrale per
il funzionamento di un mercato di capitali, in quanto permette l’incontro tra doman-
da e offerta e di conseguenza determina la formazione del prezzo.
In generale, il prezzo che si forma attraverso le contrattazioni è detto “corrente” ed
è quello che quotidianamente viene pubblicato su giornali e siti internet di notizie
finanziarie su indicazione della Borsa valori. Tuttavia, in un contratto finanziario si
usa distinguere fra diverse tipologie di prezzi:
1. nominale, quando è stampato sul titolo e rappresenta per i titoli di Stato e le ob-
bligazioni l’importo sul quale vengono calcolati gli interessi, mentre per le azioni
quella parte di capitale sociale acquisita;
2. di rimborso, ossia quel prezzo pagato all’emittente quando il titolo viene ven-
duto/estinto, che nel caso di strumenti con remunerazione fissa coincide con il
valore nominale;
3. di emissione, cioè quel prezzo che l’emittente chiede al sottoscrittore del titolo;
si dice emissione alla pari se coincide con il valore nominale, sotto la pari se
inferiore e sopra la pari se superiore; per legge le azioni non possono essere
emesse sotto la pari, perché altrimenti la società acquisirebbe un capitale infe-
riore, mentre nel caso di titoli di Stato e obbligazioni è conveniente per il rispar-
miatore un’emissione sotto la pari per beneficiare di un guadagno superiore
quando venderà il titolo.

7.3 Tipologie di mercati finanziari e il caso italiano


Per comprendere il panorama dei mercati dei capitali in Italia è necessario definirne
le diverse tipologie di mercati a seconda di alcuni elementi chiave.

AMBITO GEOGRAFICO

DOMESTICI: contatto diretto con la realtà INTERNAZIONALI: strumenti scambiati


produttiva, normativa e regolamentare del in diverse valute, indifferentemente dal
paese in cui operano paese di riferimento

120
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 7

FASI DI SCAMBIO

PRIMARI: creano, collocano e definiscono SECONDARI: permettono lo scambio di ti-


un prezzo di scambio per gli strumenti toli posseduti dagli investitori per ottenere
di nuova emissione (coinvolgono solo gli liquidità
emittenti e gli intermediari)

MOMENTO DI STIPULA E SCAMBIO

A PRONTI (spot): scambio delle attività A TERMINE: scambio degli strumenti


finanziarie contestuale o entro breve successivo alla stipula del contratto, in un
termine dalla stipula del contratto tempo compreso fra un mese e 9/12 mesi

NATURA GIURIDICA DELLA PROPRIETÀ

PRIVATI: gestiti da società private, che PUBBLICI: creati da istituzioni governative


seguono le logiche di guadagno tipiche e quindi sottoposti a controllo e vigilanza
delle imprese, volte alla competizione e a pubblica
risultati di successo

ORGANIZZAZIONE

AD ASTA (orden driven, BROKER: intermediari spe- DEALER (quote driven,


cioè guidati dagli ordini): cializzati nella ricerca della cioè guidati dalle quota-
gli ordini di acquisto e controparte e nella contrat- zioni): intermediari che
di vendita si incontrano tazione del prezzo per conto fanno da controparte
sul mercato determi- del cliente-investitore; in nell’acquisto o nella
nando prezzo e quantità cambio di una commissione, vendita dei titoli, fissan-
in maniera automatica. sostengono i costi di ricerca done il prezzo; operano in
Possono essere: della controparte e della ge- conto proprio e ottengo-
a chiamata: sono raccol- stione della negoziazione e no come guadagno la
te tutte le richieste e il colmano il vuoto informativo differenza tra il prezzo di
banditore fissa il massi- acquisto e di rivendita;
mo prezzo che soddisfa diventano market maker
la maggior parte degli se trattano titoli specifici
operatori; con una certa regolarità,
continua: gli ordini si definendo precisamente
incrociano continua- quantità e prezzi di nego-
mente grazie a sistemi ziazione
telematici

RICONOSCIMENTO GIURIDICO

REGOLAMENTATI: riconosciuti espres- NON REGOLAMENTATI: non sono rico-


samente dall’ordinamento giuridico di nosciuti dall’ordinamento giuridico, ma si
un paese e quindi hanno l’autorizzazione basano su un principio di informazione
ad operare nel rispetto di alcune regole per tutelare gli investitori e superare le
specifiche inefficienze dei mercati regolamentati (es.
mercati detti over-the-counter)

121
CAP. 7 IL MERCATO DEI CAPITALI E GLI STRUMENTI FINANZIARI

SEDE DELLO SCAMBIO

FISICI: scambio diretto degli strumenti TELEMATICI: sfruttano le innovazioni tec-


nologiche per scambiare titoli e informa-
zioni, senza un incontro effettivo

STRUTTURA

A RICERCA (negoziazione diretta): incon- APERTI (organizzati): specifica struttura


tro diretto con la controparte, ricercata organizzativa con istituzioni preposte
dall’investitore in maniera autonoma e all’intermediazione diretta; sono scambia-
senza intervento di un terzo (contratti ad ti strumenti mobiliari (azioni, obbligazioni,
hoc sulla base delle reciproche esigenze titoli di Stato e derivati)
finanziarie)

TIPOLOGIE DI TRANSAZIONI

AL DETTAGLIO (retail): volume delle tran- ALL’INGROSSO: transazioni elevate con


sazioni contenuto e presenza di investitori presenza di investitori istituzionali
non professionali

TABELLA 7.1: Classificazione delle varie tipologie di mercati finanziari


(rielaborazione da Bongini, Di Battista, Nieri, Patarnello, 2004; Forestieri e Mottura, 2005; Onado, 2008;
Ferrari, Gualandri, Landi, Vezzani, 2009).

Con riferimento ai principali mercati mobiliari italiani, gli strumenti vengono scam-
biati su:
1. mercato monetario, che contiene la trattazione di quei titoli ad elevata liquidità e
basso rischio, ossia obbligazioni non convertibili e titoli di Stato;
2. mercato dei capitali, che comprende strumenti a medio-lungo termine come le
azioni e le obbligazioni convertibili;
3. mercato dei derivati;
4. mercato dei cambi, sul quale vengono scambiate le valute.

Questi mercati sono tradizionalmente orientati agli intermediari, cioè il collegamen-


to tra unità in surplus e in deficit avviene per lo più attraverso l’intervento di isti-
tuzioni finanziarie. In particolare, sono mercati più piccoli rispetto ad altri mercati
europei, in quanto la capitalizzazione (numero di titoli scambiati x prezzo medio), il
numero di società quotate e i volumi scambiati sono inferiori (Bongini, Di Battista,
Nieri, Patarnello, 2004).
I mercati mobiliari italiani sono gestiti dalla “società mercato” Borsa Italiana S.p.A.,
ad eccezione di quello relativo ai titoli di Stato che è diretto da MTS S.p.A.

122
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 7

Borsa Italiana S.p.A. è nata dalla privatizzazione dei mercati sul finire degli anni ’90
e si occupa dell’organizzazione, della gestione e del funzionamento dei principali
mercati finanziari italiani con l’obiettivo di ottimizzarne la liquidità, la trasparenza,
la competitività e l’efficacia (Ferrari, Gualandri, Landi, Vezzani, 2009). Nel 2007 è en-
trata a far parte del gruppo London Stock Exchange (LSE), allargando il suo campo
di operatività ed estendendo il numero di strumenti finanziari scambiati.
Per riprendere la classificazione sopra indicata, questa “società mercato”:
• opera attraverso intermediari nazionali ed esteri, che utilizzano un sistema di
negoziazione elettronico per l’esecuzione delle transazioni in tempo reale;
• gestisce i mercati in una logica di profitto;
• negozia gli strumenti finanziari in modalità orden driven attraverso la combi-
nazione di un sistema di asta con uno di negoziazione continua: all’apertura dei
mercati, alle ore 8:00, inizia l’asta di apertura, si prosegue poi con la negoziazio-
ne continua e si termina verso le ore 17:30 con l’asta di chiusura.

Tra i principali strumenti finanziari ammessi alla quotazione dalla Borsa Italiana
S.p.A. rientrano:

STRUMENTO
MERCATO PRINCIPALE PER LO SCAMBIO
FINANZIARIO

Azioni e obbligazioni MTA (Mercato Telematico Azionario), che divide le società


convertibili quotate in:
• Blue Chips: grandi imprese solide con capitalizzazione
> 1 miliardo di euro
• STAR: medie imprese eccellenti con alta trasparenza e
liquidità, capitalizzazione > 40 milioni di euro
• Standard: tutte le altre società

“nuovo mercato”: imprese altamente tecnologiche o con


prodotti/processi innovativi

Titoli di Stato e obbligazio- MOT (Mercato Telematico delle Obbligazioni e dei Titoli di
ni non convertibili Stato), che si divide in:
• Domestic, se vengono trattati strumenti nazionali
• Euro, se vi sono strumenti provenienti dall’estero

Derivati IDEM (Italian Derivatives Market)

TABELLA 7.2: Principali strumenti finanziari negoziati sui mercati della Borsa Italiana S.p.A.
(rielaborazione da Forestieri e Mottura, 2005; Ferrari, Gualandri, Landi, Vezzani, 2009).

123
CAP. 7 IL MERCATO DEI CAPITALI E GLI STRUMENTI FINANZIARI

Il mercato elettronico MTS (Mercato Telematico dei Titoli di Stato), invece, è il più
importante mercato europeo per la negoziazione dei titoli di Stato all’ingrosso gesti-
to dalla “società mercato” MTS S.p.A. È un mercato secondario di tipo quote driven,
in cui operano solo investitori istituzionali che investono in scambi di importi elevati.

7.4 Gli strumenti finanziari

I principali asset che vengono scambiati nei mercati finanziari sono: titoli di Stato,
obbligazioni, azioni e derivati (futures, opzioni, swaps).
Prima di entrare nella descrizione di ciascuno strumento, è bene premettere che la
decisione di emettere questi asset è in capo allo Stato e alle imprese private: mentre
lo Stato emette titoli di Stato e obbligazioni per finanziarie il disavanzo pubblico, le
imprese si rivolgono al mercato per soddisfare il fabbisogno di fondi. Se da un lato
questa decisione ha il vantaggio di favorire l’accesso ad un cospicuo numero di
capitali per incrementare l’attività produttiva, dall’altro comporta una serie di conse-
guenze sull’organizzazione aziendale. Diventare una società quotata, infatti, com-
porta il rispetto di una serie di norme relative a trasparenza, pubblicità e periodicità
delle informazioni; inoltre, si modifica l’assetto proprietario, con il rischio che i soci
fondatori possano essere sostituiti da nuovi investitori “aggressivi” (Onado, 2008).
Guardando il caso italiano, è ancora modesto il numero di imprese che hanno de-
ciso di quotarsi. Le possibili “complicazioni” organizzative, infatti, disincentivano
la scelta di quotarsi. In aggiunta, il tessuto industriale italiano è caratterizzato da
alcune peculiarità:
• la proprietà delle imprese è per lo più concentrata nelle mani di famiglie che
vogliono mantenere il controllo;
• le dimensioni aziendali sono medio-piccole e quindi non vi è un’enorme fabbi-
sogno di capitale;
• le banche rappresentano il canale privilegiato per accedere ai finanziamenti.

A) Titoli di Stato
Sono strumenti finanziari emessi dai governi per finanziare il proprio debito pubbli-
co. I titoli di Stato sono collocati regolarmente sul mercato: le emissioni avvengo-
no con cadenze regolari, secondo i programmi dei singoli governi per soddisfare il
fabbisogno del paese. Inoltre, sono caratterizzati da un alto livello di liquidità, ossia,
essendo garantiti da numerose proposte di acquisto e vendita, vi è la possibilità per
gli investitori di negoziare in ogni momento i titoli. Infine, ciascun titolo di Stato è
caratterizzato dalla certezza del rendimento: proprio perché emesso da uno Stato
sovrano, la sua certezza è assicurata dal Governo stesso. Teoricamente la possibi-

124
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 7

lità di fallimento di uno Stato è nulla, ma può accadere che, per Stati poco affidabili,
il debito emesso non venga ripagato. Ad esempio, nel 2001, l’Argentina dichiarò
default (impossibilità di ripagare il debito pubblico) e i possessori dei titoli di Stato,
i cosiddetti “bond argentini”, furono ripagati solo in parte.
Come conseguenza al minore rischio, i titoli di Stato presentano un inferiore, ma
certo rendimento. Vengono quindi scelti da coloro che non vogliono rischiare il loro
risparmio e si accontentano di un piccolo, ma sicuro guadagno.
In Italia, lo Stato può emettere le seguenti categorie di titoli:

INTERESSE
CATEGORIA DURATA CORRISPOSTO
(cedola)

Bot (Buoni ordinari del Tesoro) 3, 6 e 12 mesi No

Btp (Buoni del Tesoro poliennali) 3, 5, 7, 10, 15 e 30 Sì, semestrale, fissa


anni

Btp Italia 4 anni Sì, semestrale, fissa

Btp indicizzati inflazione europea 5, 10, 15 e 30 anni Sì, semestrale, fissa

Cct (Certificati di credito del Tesoro) 5 e 7 anni Sì, semestrale, variabile

Ctz (Certificati del Tesoro zero-coupon) 24 mesi No

TABELLA 7.3: Categorie di titoli di Stato italiani.

B) Obbligazioni
Sono titoli a reddito fisso emessi da società private e pubbliche per finanziare il
loro fabbisogno di liquidità. Facendo parte della categoria dei titoli di credito, chi le
possiede diventa creditore della società.
Il rendimento delle obbligazioni è rappresentato da una cedola pagata periodica-
mente (con tasso variabile o fisso) oppure dal capitale pagato alla scadenza mag-
giorato degli interessi (obbligazioni dette “zero-coupon”). Queste tipologie di rendi-
menti sono maggiori rispetto a quello dei titoli di Stato; tuttavia, il profilo di rischio
è maggiore, perché legato alla possibilità che l’impresa fallisca. In questo caso, il
rimborso avverrà comunque in maniera privilegiata rispetto agli azionisti.
Un particolare tipo di obbligazione è quella convertibile, che conferisce al titolare la
facoltà di scegliere se alla scadenza chiudere il rapporto obbligazionario e ritirare il
risparmio investito oppure trasformare il titolo in azione.

125
CAP. 7 IL MERCATO DEI CAPITALI E GLI STRUMENTI FINANZIARI


C) Azioni
Al pari delle obbligazioni, questi strumenti finanziari sono emessi da società private
per finanziare il loro fabbisogno finanziario. Chi le acquista non diventa creditore,
bensì socio dell’impresa, perché ottiene una parte di proprietà proporzionale al ca-
pitale versato. Di conseguenza, le azioni sono caratterizzate da un rischio maggiore
rispetto alle obbligazioni, poiché l’azionista assume su di sé il cosiddetto “rischio
d’impresa”.
L’investitore che acquista azioni ottiene in automatico il diritto patrimoniale di per-
cepire un guadagno dal proprio investimento sotto forma di dividendo (parte di utile
annuo che la società decide di distribuire ai suoi azionisti in maniera proporzionale
al numero di azioni possedute). Inoltre, ottiene il diritto amministrativo di votare
nell’assemblea degli azionisti e il diritto di opzione, cioè se vengono emesse nuove
azioni può acquistarle prima che vengano collocate sui mercati (lo scopo è quello di
mantenere inalterata la propria percentuale di partecipazione al capitale societario).
A seconda della dimensione dei diritti patrimoniali e amministrativi, le azioni si di-
stinguono in:
1. ordinarie, quando il possessore ha diritto ai dividendi e al voto nell’assemblea
azionaria;
2. privilegiate, se la partecipazione agli utili della società avviene in maniera prio-
ritaria e maggiore, senza però possibilità di votare in assemblea;
3. di risparmio, quando manca il diritto di voto, ma si ottiene il pagamento degli
utili prima degli altri azionisti.

Di solito, l’acquisto di azioni ordinarie avviene per poter influenzare le scelte de-
cisionali della società, quindi generare un controllo sull’operato dei manager. Al
contrario, quelle di risparmio sono sottoscritte da piccoli risparmiatori, che hanno
l’obiettivo del profitto.

D) Derivati
Sono strumenti finanziari emessi con lo scopo di tutelare gli investitori contro gli
andamenti incerti del valore del titolo acquistato.
La loro invenzione non è di epoca moderna, ma già nel passato gli agricoltori usa-
vano coprirsi dalla possibilità di incombere in perdite sul prezzo di vendita delle loro
merci attraverso un diritto di vendita ad un “prezzo di salvataggio” contrattato sul
Chicago Mercantile EXchange-CMEX.

126
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 7

ESEMPIO

Per capire come venivano utilizzati i diritti di vendita nel passato si pensi, ad esem-
pio, a un agricoltore che produce mais e deve venderlo per poi comperare, con il ri-
cavato, le materie prime per la produzione dell’anno successivo. Prima di raccoglie-
re il mais, l’agricoltore vuole cautelarsi dal rischio che il prezzo a cui venderà il mais
diventi troppo basso per consentirgli di coprire i costi pregressi e affrontare quelli
futuri. Per fare questo, il produttore compera un’opzione sul mais che venderà: trova
cioè qualcuno disposto a scommettere con lui sul futuro prezzo del mais, in modo
tale da ridurre il rischio qualora il prezzo dello stesso scenda nel periodo di vendita.

I derivati sono distinti principalmente in futures, swaps e opzioni:

STRUMENTO TIPO DI CONTRATTO CARATTERISTICHE PRINCIPALI

FUTURES Impegno a comprare o • standardizzato


vendere uno strumento • scambiato sui mercati regolamentati
finanziario a una certa
• guadagno: confronto fra il prezzo previ-
data e ad un prezzo fis-
sto dal contratto e quello del mercato in
sato
quel momento

SWAPS Le parti decidono di scam- • utilizzato per coprirsi dal rischio di


biarsi due somme di dena- volatilità
ro ad una certa data

OPZIONI Il compratore acquista il • il suo valore è il “premio” pagato dall’ac-


diritto di comprare (call) quirente al venditore per ottenere il diritto
o vendere (put) una di esercitare l’opzione
quantità determinata di • si esercita il diritto se il prezzo di eserci-
un’attività finanziaria ad zio dell’attività (strike price) è maggiore di
un prezzo determinato e quello di mercato (prezzo spot)
a una data stabilita

TABELLA 7.4: Tipologie di derivati (rielaborazione da Onado, 2008).

I derivati sono gli strumenti più rischiosi che vengono scambiati sui mercati. In par-
ticolare, il rischio non è nello strumento derivato in sé, ma nel modo e nelle finalità
di utilizzo in quanto i contratti dei derivati:
• contengono prestazioni che si verificheranno ad una data scadenza (contratti
a termine), ossia conferiscono il diritto di acquistare o vendere una specifica
attività ad un prezzo stabilito;

127
CAP. 7 IL MERCATO DEI CAPITALI E GLI STRUMENTI FINANZIARI

• hanno lo scopo di eliminare il rischio e l’incertezza sul prezzo dell’attività finan-


ziaria in un momento futuro;
• non richiedono il versamento di ulteriori spese/commissioni;
• coinvolgono due soggetti: la parte che assume l’obbligo di acquistare ad una
certa data l’ammontare stabilito (posizione lunga-long) e quella che invece si
occupa di vendere (posizione corta-short); ciascuna parte assume su di sé il
rischio di credito, cioè legato alla possibilità che la rispettiva controparte sia
insolvente.

7.5 Rischio e rendimento degli strumenti finanziari


Riprendendo le categorie di strumenti finanziari esaminati, i titoli di Stato sono de-
finiti risk-free (o privi di rischio), poiché il rischio di fallimento di uno Stato è molto
basso. I derivati, invece, sono i titoli con il più alto rischio, perché legati ad un evento
incerto che si verificherà in futuro. Nel mezzo ci sono azioni e obbligazioni private,
che hanno un livello di rischio variabile a seconda della possibilità di fallimento della
società che li ha emessi.
Il rischio è una caratteristica intrinseca dello strumento finanziario, che dipende sia
dalla dimensione temporale sia dal mercato mobiliare. In particolare, dal momento
che la prestazione e la rispettiva controprestazione sono distanti temporalmente vi
è un’incertezza legata al futuro, da cui discende un rischio di credito. Quest’ultimo
è il rischio di mancato pagamento da parte del debitore nei confronti del creditore.
In generale, tutti gli strumenti finanziari, ad eccezione dei titoli di Stato, presenta-
no questo rischio e di conseguenza i risparmiatori percepiscono un “premio per il
rischio”, ossia l’interesse. Con riferimento al mercato, invece, il rischio di un titolo è
legato alle possibili oscillazioni delle condizioni macroeconomiche generali (tassi
di interesse e di cambio) e del settore (Bongini, Di Battista, Nieri, Patarnello, 2004;
Onado, 2008).
Il rischio, di conseguenza, può essere solo mitigato dal rendimento dello strumento
finanziario. Nei titoli a reddito predeterminato (titoli di Stato e obbligazioni) il rischio
viene limitato poiché è prevista una stabile remunerazione, scritta sul titolo e garan-
tita dall’emittente. Nei titoli a reddito variabile (azioni), invece, il rischio è influenzato
dalla redditività dell’azienda e l’ammontare dei dividendi può non essere certo e
individuabile a priori. In particolare, il rendimento sarà maggiore quanto più elevato
sarà il rischio che un soggetto è disposto ad assumere; la maggiore remunerazione
è cioè un modo per ripagare chi decide di rischiare di più.

128
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 7

ESEMPIO

Il rendimento di un investitore può essere calcolato in maniera semplificata nelle se-


guenti modalità (escludendo le commissioni agli intermediari e il trattamento fiscale):

1. OBBLIGAZIONI: un risparmiatore acquista € 20.000 nominali di obbligazioni quota-


te a 102.
Costo obbligazioni = 20.000 x 102% = € 20.400
Al termine dell’anno viene staccata la cedola e il risparmiatore percepisce € 200 di
interessi. Successivamente, le obbligazioni sono vendute a una quotazione di 103.
Ricavo di vendita = 20.000 x 103% = € 20.600
Il risparmiatore ha guadagnato 20.600 - 20.400 + 200 = € 400.

2. AZIONI: Un risparmiatore acquista 10.000 azioni quotate a € 0,85 ciascuna.


Costo azioni = 10.000 x 0,85 = € 8.500
Al termine dell’anno, la società distribuisce un dividendo di € 0,03 per azione.
Dividendo = 10.000 x 0,03 = € 300
Successivamente, il risparmiatore vende le azioni quotate a € 0,92.
Ricavo di vendita = 10.000 x 0,92 = € 9.200
Il guadagno complessivo realizzato dal risparmiatore è 9.200 - 8.500 + 300 = € 1.000.

Dall’esempio si comprende che le obbligazioni hanno una remunerazione stabile,


che dipende principalmente dagli interessi percepiti periodicamente. Nel caso del-
le azioni, invece, la remunerazione è variabile e dipende dal dividendo distribuito
dall’azienda e dal capital gain (incrementi di valore delle azioni).

7.6 Vigilanza e controllo sul mercato dei capitali

Nell’ambito dei mercati finanziari l’attività di vigilanza ha lo scopo di controllare che


le regole di funzionamento siano rispettate e applicate da tutti gli attori in quanto è
necessario (Ferrari, Gualandri, Landi, Vezzani, 2009):
• tutelare i risparmiatori, perché sono la parte debole all’interno dello scambio;
• garantire la stabilità del sistema finanziario e quindi dei singoli intermediari;
• perseguire il buon funzionamento dei circuiti di intermediazione attraverso il
raggiungimento di un’efficienza allocativa, tecnico-operativa e informativa;
• assicurare trasparenza nei comportamenti degli intermediari per evitare conflit-
ti di interessi.

129
CAP. 7 IL MERCATO DEI CAPITALI E GLI STRUMENTI FINANZIARI

In Italia, l’attività di vigilanza è suddivisa tra una serie di istituzioni, che si presenta-
no nel seguente ordine gerarchico:
1. CICR (Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio), che ha il potere di
definire gli strumenti finanziari ed emanare le linee-guida in ambito prudenziale;
2. Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), il quale svolge attività di con-
trollo su enti e mercati finanziari per tutelare i risparmiatori, come indicato dalla
Costituzione;
3. Banca d’Italia (fa capo alla BCE), che supervisiona la stabilità, la trasparenza e
l’efficienza del settore bancario, delle società di gestione del risparmio e delle
imprese di investimento;
4. CONSOB (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa), la quale è preposta
ai controlli di trasparenza del mercato mobiliare e alla tutela degli investitori;
5. IVASS (Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni), che vigila sulle assicurazio-
ni per monitorare il rispetto della normativa;
6. COVIP (Comitato di Vigilanza sui Fondi Pensione), che si occupa del controllo
sull’operato dei fondi pensione;
7. Antitrust, autorità garante della concorrenza e del mercato, che interviene qua-
lora la concorrenza venga limitata, vi siano abusi di posizione dominante oppu-
re accordi di concentrazione tra imprese che riducono la concorrenza.

Ciascuna autorità è dotata di specifiche strutture e competenze per svolgere i com-


piti di sorveglianza, ma nel complesso le funzioni svolte si integrano per rendere
completa l’attività di vigilanza in ambito regolamentare, prudenziale e ispettivo
(Bongini, Di Battista, Nieri, Patarnello, 2004).
Un ruolo particolare nel controllo dell’operatività dei mercati di capitali è quello svol-
to dalle società di rating, che si occupano di emettere un giudizio sintetico sulla
capacità dei prenditori di fondi di ripagare il capitale e gli interessi. Lo scopo è for-
nire informazioni agli investitori istituzionali, ai singoli risparmiatori e alle autorità
governative.
Nel mondo ci sono circa 150 agenzie, ma le più importanti a livello globale sono
Standard & Poor’s Ratings Group, Moody’s Investor Services e Fitch Ratings (chia-
mate “le tre sorelle”). La loro attività è nata nei primi anni del ‘900 negli Stati Uniti,
il primo paese ad aver sperimentato in maniera massiccia l’attività di quotazione in
borsa delle società.
Le agenzie di rating operano esprimendo in maniera periodica la qualità creditizia
dell’emittente attraverso indicatori di facile comprensione, interpretazione e con-
frontabilità; ciascuna agenzia, infatti, ha costruito una propria scala di valori, di so-
lito alfanumerici. Nel caso di Standard & Poor’s, ad esempio, i giudizi variano da

130
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 7

“AAA”, cioè il massimo grado di solvibilità, a “D”, che indica uno stato di insolvenza.
In generale, fino a “BBB” un emittente può essere considerato abbastanza sicuro,
mentre al di sotto il rischio di fallimento cresce.
In generale, i giudizi di affidabilità delle agenzie di rating tendono ad influenzare le
scelte di investimento e tanto più sono credibili maggiore sarà la fiducia del mercato
e la loro influenza sull’andamento dei titoli.

STANDAR &
MOODY'S FITCH AFFIDABILITÀ
POOR’S

AAA Aaa AAA estremamente alta

AA Aa AA molto alta

A A A alta

BBB Baa BBB buona

BB Ba BB sufficiente

B B B debole

CCC Caa CCC debolissima

CC Ca CC estremamente bassa

C C C sull’orlo della bancarotta

D - D situazione di default

TABELLA 7.5: I giudizi delle principali agenzie di rating e i rispettivi gradi di affidabilità a lungo termine.

131
CAP. 7 IL MERCATO DEI CAPITALI E GLI STRUMENTI FINANZIARI

Bibliografia

Bongini P., Di Battista M.L., Nieri L., Patarnello A. (2004), Il sistema finanziario, Il Mulino, Bologna.

Ferrari A., Gualandri E., Landi A., Vezzani P. (2009), Il sistema finanziario: Funzioni mercati e intermediari.
Terza edizione, Giappichelli Editore, Torino.

Forestieri G., Mottura P. (2005), Il sistema finanziario. Quarta edizione, Egea, Milano.

Onado M. (2008), Economia e regolamentazione del sistema finanziario. Seconda edizione, Il Mulino, Bologna.

http://www.borsaitaliana.it

132
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 7

IL CAPITOLO IN 10 DOMANDE 1 A che cosa servono i mercati finanziari?

2 Come avviene la formazione del prezzo


di scambio?

3 Di quali fasi si compone il processo di


scambio degli strumenti finanziari?

4 Chi gestisce i mercati mobiliari italiani?

5 Che cosa sono i titoli di Stato?

6 Chi emette le obbligazioni e con


quale scopo?

7 Che cosa sono le azioni?

8 Qual è l’utilità dei derivati?

9 Qual è l’ordine di rischiosità degli


strumenti finanziari?

10 Che cosa si intende per agenzia di


rating?

133
CAP. 8 FINANZA ETICA, MICROCREDITO E FONDAZIONI BANCARIE

134
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 8

CAPITOLO 8
Finanza etica, microcredito
e fondazioni bancarie
Spesso i mass media parlano di principi etici anche all’interno del
mondo della finanza e dell’economia. Ma come può una banca svol-
gere attività etiche? Come può essere migliorato il mondo che ci cir-
conda? Come è possibile creare dei circoli virtuosi di trasferimento
delle risorse finanziarie verso i soggetti più bisognosi?
Riflettere sull’utilità della finanza etica, del microcredito e delle fon-
dazioni bancarie è lo scopo di questo capitolo. Si vuole infatti dimo-
strare che anche economia e finanza possono vantare caratteri di
solidarietà sociale e sostenibilità ambientale.

8.1 Alcune riflessioni sulla necessità di riportare la finanza ad un


principio etico

Come indicato nel capitolo 1, la finanza è la disciplina che studia i processi attraver-
so i quali individui, imprese, enti, organizzazioni e Stati gestiscono i flussi monetari
nel tempo (raccolta, allocazione e usi). L’attività finanziaria nasce, dunque, come
strumento per trasferire ricchezza da chi risparmia a chi necessita di fondi per ef-
fettuare investimenti. I suoi compiti principali sono perciò l’erogazione di prestiti e
l’investimento di capitali.
La tendenza degli ultimi anni è stata per certi versi quella di “assolutizzare” la finan-
za nello sviluppo del sistema economico, facendo diventare la moneta il centro del
suo funzionamento e non più l’uomo. I mercati finanziari hanno superato il loro ruo-
lo originario e ciò ha comportato in alcuni casi l’ennesima mentalità del “denaro per
il denaro”, in cui il rapporto uomo-denaro si è invertito e il denaro è diventato il fine
e l’uomo un semplice strumento. È da queste preoccupanti riflessioni che numerosi
studiosi, autorità e organizzazioni internazionali hanno pensato di inserire alcuni
concetti di etica all’interno dei temi finanziari.
Lo sviluppo della finanza etica si deve, in primo luogo, al desiderio di contribuire a
risolvere il grave problema di coerenza tra convinzioni, valori, ideali e interessi di
una persona e gli effetti prodotti, anche inconsapevolmente, dall’uso dei suoi rispar-
mi. L’inclusione di valutazioni etiche nell’ambito del discorso finanziario è legato al
fatto che molti non sono al corrente del modo con cui gli investimenti (ossia i loro

135
CAP. 8 FINANZA ETICA, MICROCREDITO E FONDAZIONI BANCARIE

risparmi) sono impiegati. In altre parole, il meccanismo della “delega in bianco” affi-
data agli intermediari fa sì che soggetti e progetti che forse non si sarebbero voluti
sostenere (in quanto contrari ai propri principi e valori) sono finanziati attraverso
una serie di passaggi nel mercato dei capitali, che non si possono controllare age-
volmente. Questa situazione si verifica perché il sistema finanziario è basato sul
meccanismo della “separatezza gestionale” fra le operazioni di raccolta e quelle di
impiego/investimento del risparmio: nelle transazioni finanziarie chi offre il capitale
finanziario non conosce chi lo utilizzerà e non è in grado di sapere in che modo verrà
utilizzato.
Un’altra ragione per l’importanza della finanza etica è dovuta all’esistenza, in tutto il
mondo, di una moltitudine di persone, piccole imprese e organizzazioni che hanno
grandi difficoltà nell’accesso al credito, poiché hanno caratteristiche ed esigenze
che non concordano con gli obiettivi e le logiche di funzionamento del sistema fi-
nanziario tradizionale. Ad esempio, nel Sud del mondo, spesso i piccoli produtto-
ri necessitano di un capitale iniziale per l’avvio e la crescita della propria attività.
Anche se il finanziamento necessario è di piccola entità, la mancanza di adeguate
garanzie patrimoniali (ad esempio un terreno, una casa, ecc.) rende impossibile l’ot-
tenimento di capitale di terzi.
Infine, la finanza etica cerca di introdurre una nuova consapevolezza sulle possibili-
tà di costruire un’economia auto-sostenibile, che tenga conto delle relazioni sociali
e delle ricchezze naturali, che rispetti le generazioni future e si impegni a migliorare
la qualità della vita di tutti gli abitanti del pianeta. La finanza etica, di conseguenza,
non ha a che fare con la bontà, ma con la possibilità di orientare le attività economi-
che verso principi e valori importanti per la qualità della vita e per la sopravvivenza
dell’uomo.
La finanza etica è promossa da tre tipologie di istituzioni finanziarie: i fondi comuni
di investimento soprannominati etici, le fondazioni, le banche e le cooperative con
principi etici.

TARGET
ORGANIZZAZIONE SCOPO
DELL’INVESTIMENTO

1. Fondi comuni di Investire le quote solo in progetti che Società sensibili ai


investimento etici rispondono a determinati requisiti di problemi sociali,
eticità ed utilità sociale (sono escluse culturali ed ambientali
le società che commerciano armi,
producono prodotti inquinanti e
pornografia e che non offrono
condizioni degne di lavoro ai propri
dipendenti)

136
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 8

ORGANIZZAZIONE SCOPO TARGET DELL’INVESTIMENTO

2. Fondazioni Finanziare iniziative di utilità pubblica Società non profit con


e migliorare il benessere collettivo fini culturali, educativi,
religiosi, sociali e
scientifici

3. Banche e Offrire i normali servizi bancari Propria clientela


cooperative adottando particolari criteri nella
finanziarie etiche selezione degli investimenti sui quali
concentrare il risparmio raccolto

Forniscono prestiti a interesse basso Clientela particolar-


mente disagiata, che
ricorre al microcredito

TABELLA 8.1: Tipologie di organizzazioni che promuovono la finanza etica.

Le modalità attraverso cui il risparmiatore etico può avere adeguate garanzie che
il proprio denaro sia investito in modo da rispettare le sue convinzioni etiche è l’u-
tilizzo da parte delle istituzioni sopraindicate di “criteri di esclusione” e “criteri di
inclusione”, che consistono nella limitazione della libertà di azione dell’intermedia-
rio finanziario. Quest’ultimo si impegna a non investire in determinati settori pro-
blematici da un punto di vista etico (es. armi, tabacco, alcool, pornografia, gioco
d’azzardo, energia nucleare, pesticidi, altamente inquinanti o operanti sotto regimi
dittatoriali e razzisti). I “criteri di esclusione”, anche detti “criteri negativi”, hanno
il vantaggio di impedire che il proprio denaro venga usato per certi tipi di attività.
Quelli “di inclusione”, anche detti “criteri positivi”, invece, considerano esplicitamen-
te una serie di settori nei quali l’intermediario finanziario si impegna ad investire in
modo esclusivo, come il settore ambientale, quello della cooperazione allo sviluppo
e i progetti culturali ed educativi.
Oltre a questi criteri, gli “intermediari etici” sono sottoposti alla verifica dell’affida-
bilità etica da parte di apposite agenzie di rating etico, che attraverso i loro giudizi
garantiscono al risparmiatore il rispetto di specifici standard etici ed ecologici nelle
attività di investimento.
In Italia, le prime iniziative di finanza etica si sono sviluppate attraverso le Mutue di
autogestione (Mag), istituzioni nate nel 1978 con lo scopo di facilitare l’accesso al
credito (in dimensioni ridotte e a tassi di interesse contenuti) a organizzazioni non
profit, che lamentavano la difficoltà di accesso al circuito tradizionale perché non
disponevano di sufficienti garanzie. In particolare, le Mag ed altre associazioni nel
1994 ebbero l’idea di dar vita ad una banca che tra i suoi scopi avrebbe avuto quelli

137
CAP. 8 FINANZA ETICA, MICROCREDITO E FONDAZIONI BANCARIE

di sostenere le organizzazioni non profit, orientare il risparmio verso iniziative di


utilità sociale ed erogare il credito confidando non solo sulle garanzie patrimoniali,
ma principalmente sulla significatività socio-economica e occupazionale dei pro-
getti imprenditoriali. In poco tempo venne raccolto il capitale necessario e l’8 marzo
1999 fu aperto il primo sportello di Banca Etica.

8.2 Il microcredito e l’esperienza della Grameen Bank

Nel contesto della finanza etica, la microfinanza è lo strumento che, utilizzando la


gestione dei flussi finanziari a favore di persone con basso o bassissimo profilo
socio-economico e normalmente escluse dalle istituzioni finanziarie a causa della
mancanza di garanzie patrimoniali, permette loro l’accesso ai servizi bancari (es.
microcredito, microrisparmio, microassicurazione, partecipazioni sociali, formazio-
ne e consulenza, ecc.) per la creazione e lo sviluppo di attività produttive e commer-
ciali o per la risoluzione di problematiche sociali del proprio territorio.
Fra i servizi offerti dalla microfinanza, il microcredito è quello che gioca il ruolo più
cruciale: attraverso ciò i più poveri ottengono in prestito una ridotta somma di de-
naro, anche se non possiedono i normali requisiti per accedere alle tradizionali linee
di credito bancario. La finalità principale del microcredito è quella di permettere ai
poveri di fuggire dalla trappola della povertà e dalla spirale dello sfruttamento, che
avviene come raffigurato di seguito.

1. Il povero non dispone


delle risorse per 3. Le merci prodotte dal
acquistare le materie povero sono consegnate
prime necessarie per la al mercante, che le vende
produzione sul mercato

4. Dalla vendita il 5. Dopo aver ripagato


2. Per ottenere le materie il mercante, al povero
prime, il povero chiede al mercante trattiene il
valore delle materie prime rimane solo il minimo
mercante di acquistarle indispensabile per
concedendogli credito consegnate a credito
sopravvivere

FIGURA 8.1: Ciclo di sfruttamento dell’attività di produzione di un povero.

Attraverso questo ciclo, il mercante si garantisce la disponibilità di una forza lavoro


a basso costo e in condizioni di dipendenza (una sorta di schiavitù). Come è possi-
bile spezzare questa dipendenza che mantiene il povero nella miseria? La soluzione

138
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 8

è il microcredito, ossia l’ottenimento di un piccolo capitale iniziale per acquistare


autonomamente le materie prime necessarie alla produzione: grazie a ciò, il povero
diventa produttore “in proprio”, vende direttamente sul mercato i prodotti e ottiene
prezzi e margini di guadagno superiori a quelli riconosciutigli in precedenza dal
mercante/sfruttatore; infatti, una parte dei proventi sarà destinata al consumo, ma
ne resterà una frazione da utilizzare per la restituzione del prestito e l’autofinanzia-
mento dell’attività economica.
L’ideatore del microcredito moderno è Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace,
economista, banchiere bengalese e fondatore della Grameen Bank, una banca che
concede piccoli prestiti senza garanzie ad imprenditori troppo poveri per usufruire
dei finanziamenti bancari tradizionali.
La Grameen Bank opera esclusivamente nei paesi in via di sviluppo e la sua clien-
tela è formata per lo più da donne. Non promuove un’attività caritatevole, ma si pre-
figge di dare vita ad una realtà economica che grazie al suo finanziamento generi
inclusione sociale e miglioramento delle condizioni di vita dei più poveri; ciò viene
svolto rispettando alcuni criteri di sostenibilità economica di lungo periodo, anche
a costo di sacrificare parte dei propri profitti.
Questa istituzione è conosciuta anche con il nome di “banca dei poveri” e attual-
mente vanta una raccolta di circa un miliardo di dollari, tre quarti dei quali impiegati
in prestiti a favore dei 6,61 milioni di clienti nullatenenti, dislocati in oltre 71.000
villaggi (pari a circa l’86% dei villaggi del Bangladesh). Può contare su 18.795 di-
pendenti e 2.247 uffici locali e concede prestiti che mediamente non superano i
180 dollari. In particolare, chi richiede un prestito diventa anche socio della banca:
attualmente è nelle mani di piccoli azionisti/investitori il 94% del capitale, mentre il
restante 6% è detenuto dallo Stato del Bangladesh.
Dall’esperienza della Grameen Bank emerge che il povero è solvibile nella maggior
parte dei casi, perché capisce che la possibilità offertagli è l’unica per poter miglio-
rare la propria condizione. I fondi, di conseguenza, sono concessi basandosi non
sulla capacità di ripagare il debito, bensì sulla fiducia: il povero si impegna a fondo
per non tradire le attese, perché se non onorerà i propri impegni non potrà ottenere
nuovi prestiti e svaniranno le possibilità di miglioramento delle sue condizioni eco-
nomico-sociali.

8.3 Tipologie, soggetti assegnatari e incentivi nel microcredito

L’attenzione del microcredito verso gli ultimi, i più poveri, è segno di una volontà di ri-
solvere i problemi di sviluppo e incrementare il livello di benessere delle popolazioni
in cui il mercato del credito tradizionale non riesce ad operare. Per raggiungere ciò,
il microcredito opera attraverso cinque forme: il microcredito tradizionale informa-

139
CAP. 8 FINANZA ETICA, MICROCREDITO E FONDAZIONI BANCARIE

le, i prestiti di gruppo all’interno di mercati informali, i prestiti da banche tradiziona-


li, il microcredito cooperativo e il microcredito moderno.

FORMA DI MICROCREDITO OPERATORI ATTIVITÀ

1. TRADIZIONALE • Prestatori di denaro Denaro prestato per attività di


INFORMALE del villaggio (local consumo.
money lenders) • Vantaggio: cliente e prestatore
• Monti di pegno si conoscono, quindi non c’è
• Amici e familiari gap informativo

• Prestito al consumo • Svantaggio: promuove le


in mercati informali disparità, perché il creditore
ottiene il potere di influenzare la
ricchezza del debitore

2. PRESTITI DI GRUPPO DEI a) Tontines Finalità assicurativa: se qualcuno


MERCATI INFORMALI DEL muore il suo reddito entra nel
CREDITO fondo comune a vantaggio del
rendimento degli altri

b) Rosca Orientamento al prestito al


consumo: ad intervalli regolari,
i membri versano una parte dei
propri risparmi, mentre viene
estratto a sorte un beneficiario
che ha diritto a prelevare dal
monte risparmi una somma per
finanziare il proprio investimento

3. PICCOLI PRESTITI Banche tradizionali Prestiti in alcuni specifici settori


specializzate e non di investimento (es. credito all’a-
gricoltura, alla pesca, all’alleva-
mento, ecc.)

4. COOPERATIVO Banche tradizionali Sono finanziati progetti di piccole


specializzate e non e medie imprese
Attenzione allo sviluppo del terri-
torio in cui operano
Utilizzo del classico sistema di
dare a prestito con garanzia

5. MODERNO Banche tradizionali Piccoli prestiti per realizzare inve-


(Modello della Grameen specializzate e non stimenti a individui o microimpre-
Bank) se senza garanzie patrimoniali

TABELLA 8.2: Forme di microcredito secondo la classificazione proposta da M. Yunus


(rielaborazione da Becchetti, 2008).

140
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 8

I prestiti possono essere erogati a singoli individui (individual lending) oppure a


soggetti che fanno parte di un gruppo ( peer lending).
L’individual lending è la formula standard di microcredito ed è la più vicina ai model-
li adottati dalle banche ordinarie. Questa metodologia si basa sulla contrattazione
dei prestiti con singoli clienti e di conseguenza l’ammontare dei prestiti concessi è
maggiore. In questo caso è più facile svolgere un’attenta analisi della situazione pa-
trimoniale del richiedente per ridurre il rischio di mancata restituzione delle somme;
infatti, sono richieste garanzie reali, anche se a volte semplicemente simboliche. A
questa struttura appartengono varie categorie di operatori finanziari, ognuno con le
proprie utilità: prestatori non professionisti, prestatori professionisti, commercianti
e grossisti, custodi del denaro (money keeper), agenti specializzati in prestiti e pre-
statori su pegno.
Il peer lending, anche detto “prestito alla pari”, al contrario, prevede l’emissione di
un prestito a un soggetto che appartiene ad un gruppo più o meno vasto. In gene-
rale, questi gruppi sono formati per lo più da donne, in quanto nei paesi più poveri
hanno maggiore difficoltà ad accedere al credito tradizionale, ma vantano una mi-
gliore comprensione dei temi finanziari perché si occupano della gestione dell’eco-
nomia familiare. La caratteristica principale di questo tipo di prestito è che ciascun
componente del gruppo mette a disposizione degli altri una certa somma di denaro
e di conseguenza risponde del prestito concesso. Le somme erogate sono di piccoli
importi e vengono ripagate in poco tempo. L’obiettivo di questo tipo di prestito è
creare solidarietà finanziaria all’interno del gruppo sia attraverso la condivisione del
proprio risparmio sia mediante un senso di responsabilità nella restituzione delle
somme. All’interno di questa tipologie di prestito si trovano le strutture di solidarity
group, village banking, revolving loan funds e saving and loan associations.

GRUPPO CARATTERISTICHE

Solidarity Group • Gruppi di 3-10 persone, dove ognuno risponde


del credito degli altri in relazione alla quota del
proprio prestito
• Prestiti a rotazione con restituzione rateizzata
nel breve periodo

Village Banking • Associazioni di credito e prestito comunitario, co-


stituite da 20/25 persone (generalmente donne)
• Finanziate da fondi messi a disposizione all’in-
terno del gruppo e provenienti da altre istituzioni
• Prestiti individuali ed erogati in cicli successivi
(10/12 mesi)

141
CAP. 8 FINANZA ETICA, MICROCREDITO E FONDAZIONI BANCARIE

GRUPPO CARATTERISTICHE

Revolving Loan Funds • Composti da 30-100 membri (generalmente


donne)
• Funzionano come piccole banche: il risparmio
depositato è utilizzato per l’intermediazione cre-
ditizia

Saving and Loan Associations • Finanziate dagli stessi risparmi locali, mobilita-
no i flussi economici dalle aree urbane a quelle
rurali
• Assicurano una permanenza delle risorse
all’interno della comunità

TABELLA 8.3: Gruppi di peer lending.

Nonostante vi possa essere il prestito al singolo oppure vi sia la solidarietà di un in-


tero gruppo, ciascuna forma di microcredito vanta come principale difficoltà quella
di ottenere informazioni più o meno precise sulla capacità dei clienti di ripagare i
prestiti. Per ridurre questo rischio, chi concede credito sfrutta alcuni meccanismi
di incentivo, quali:
1. prestiti di gruppo a responsabilità congiunta, in cui l’ente erogatore offre prestiti
individuali a gruppi di clienti che sono responsabili in solido l’uno verso l’altro
(se un soggetto non paga ne risente l’intero gruppo);
2. prestito individuale progressivo, in cui si sostituisce la mancanza di una garan-
zia con la presenza di scadenze ravvicinate per la restituzione di piccole rate e
la conseguente concessione di nuove tranches di finanziamento subordinate
alle somme ripagate;
3. presenza di collaterali nozionali, ossia viene chiesto al debitore di consegnare
una garanzia patrimoniale, che verrà utilizzata per ripagare il capitale e gli inte-
ressi qualora non restituisca le somme; di solito, è un bene che per il povero vale
molto (es. veicolo che usa per andare al lavoro) e di conseguenza ciò incentiva
a ripagare il prestito;
4. relationship marketing, approccio che sfrutta la relazione con il cliente per for-
nirgli supporto per sviluppare l’attività imprenditoriale, specialmente nelle aree
in cui non è informato.
Il microcredito è un’attività che ha riscosso notevole successo negli ultimi decen-
ni grazie alla possibilità di concedere credito a clienti poveri, valorizzando i loro
progetti ad alto contenuto sociale. In particolare, se nel Sud del mondo gli obiettivi
sono quelli di ridurre la povertà, aumentare il reddito delle famiglie, ridurre la vulne-

142
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 8

rabilità e rinforzare la coesione sociale, nei paesi avanzati il microcredito punta a


sviluppare microimprese, aumentare l’occupazione e partecipare al reinserimento
sociale delle persone escluse.
Nei paesi più poveri, di conseguenza, il microcredito è microfinanza, poiché centina-
ia di persone non hanno accesso ai servizi bancari, i loro bisogni diventano sempre
più articolati al crescere del reddito e la domanda di prestiti è vastissima, ma geo-
graficamente concentrata. Nei paesi più ricchi, invece, il microcredito è promosso
da banche che adottano concetti di etica nella loro operatività per offrire servizi
bancari adatti alle esigenze finanziarie dei meno abbienti.

8.4 Le fondazioni

All’interno delle organizzazioni che promuovono la finanza etica, le fondazioni sono


organismi nati come istituzioni di diritto privato per perseguire finalità di pubblica
utilità grazie alla dotazione di un patrimonio, che viene impiegato in progetti appro-
vati dall’organo di governo della fondazione (Barbetta, 2013).
Le attività delle fondazioni si concentrano nelle aree legate all’ambiente, ai servizi
sociali, alla sanità, all’educazione, alla scienza, alla ricerca, all’arte e alla cultura.
In Italia, sono numerosissime, più di 6.000, e la maggior parte è stata costituita da
soggetti privati. Il numero, in particolare, è cresciuto nei primi anni 2000 a seguito
dei processi di privatizzazione di istituzioni pubbliche assistenziali e di beneficenza.
Come specificato nella tabella 8.4, le fondazioni possono essere classificate in di-
verse tipologie a seconda dell’ente che le ha costituite, delle finalità perseguite, del
patrimonio e dell’organizzazione.

1. ENTE COSTITUENTE

PUBBLICHE PRIVATE
introdotte da enti pubblici per cambiare nate per volontà di soggetti privati per
la natura giuridica di alcune istituzioni sostenere progetti filantropici
oppure create ex novo per gestire attività
di interesse pubblico

2. FINALITÀ PERSEGUITE

DI PUBBLICA UTILITÀ CON FINI PRIVATI


attività svolte per l’interesse della progetti volti allo sviluppo di un gruppo
collettività ristretto di individui o legati all’immagine
di un’impresa, di cui la fondazione ha il
controllo

143
CAP. 8 FINANZA ETICA, MICROCREDITO E FONDAZIONI BANCARIE

3. PATRIMONIO

PATRIMONIALIZZATE NON PATRIMONIALIZZATE


dotate di patrimoni adeguati a perseguire fondi insufficienti a sostenerne le attività e
le finalità statutarie quindi integrati con donazioni

4. MODELLI ORGANIZZATIVI

DI EROGAZIONE OPERATIVE MISTE


hanno lo scopo di erogare svolgono attività per perse- svolgono contemporane-
fondi a progetti coerenti guire i propri obiettivi, utiliz- amente attività di eroga-
con le proprie finalità e zando “in prima persona” i zione e attività operativa
quindi si occupano di fondi, cioè senza impiegarli
gestire il patrimonio e nel finanziamento di proget-
selezionare i soggetti ti esterni
destinatari

TABELLA 8.4: Principali tipologie di fondazioni in Italia (rielaborazione da Barbetta, 2013).

Tra le fondazioni operative si ricordano quelle in ambito assistenziale, sanitario, cul-


turale, lirico-sinfonico e universitario. Tra quelle di erogazione, invece, si ricordano
quelle private indipendenti (di moderna concezione negli Stati Uniti, che quindi è il
paese con il più alto numero di fondazioni private) fondate grazie a donazioni di pri-
vati, le fondazioni di impresa costituite grazie al supporto finanziario di un’impresa,
le fondazioni di comunità che sono fortemente radicate in un territorio e attingono
risorse da plurime donazioni di persone e istituzioni e le fondazioni di origine ban-
caria.
In Italia, non tutte le fondazioni hanno ottenuto il riconoscimento della loro attività a
livello nazionale. Da quanto emerge dall’ultimo rapporto ISTAT (2009), le fondazioni
operative e miste ricevono per lo più un riconoscimento regionale o provinciale, poi-
ché le attività pro-sociali sono svolte nei territori in cui hanno avuto origine. Quelle
di erogazione, invece, sono riconosciute a livello nazionale, perché i fondi vengono
destinati indipendentemente dalla provenienza territoriale dei progetti.

8.5 Caratteristiche e operatività delle fondazioni di origine bancaria

Le fondazioni di origine bancaria (FOB) sono realtà private e autonome nate in Italia
quali eredi dell’attività pro-sociale/filantropica, che originariamente svolgevano le
banche controllate dall’amministrazione pubblica parallelamente all’esercizio del
credito.
Negli anni Novanta, infatti, sotto la spinta della Comunità Europea in merito al rior-
dino del mercato bancario (recepita attraverso la legge delega n. 218 del 30 luglio

144
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 8

1990, conosciuta anche come “legge Amato”), le casse di risparmio italiane furono
oggetto di una trasformazione: venne separata l’attività creditizia da quella filantro-
pica, attribuendo quest’ultima alle fondazioni. Da un lato vennero fondati nuovi isti-
tuti di credito in forma privata, che ampliarono il sistema creditizio italiano; dall’altro
vennero costituite le fondazioni (di origine bancaria) con finalità pro-sociali.
Le fondazioni bancarie si differenziano dalle altre tipologie non per gli obiettivi che
perseguono, ma per la governance, che è assoggettata al controllo delle banche
azioniste. Il patrimonio della fondazione, infatti, viene attinto direttamente dai capi-
tali bancari e di conseguenza rappresentano le istituzioni non profit con maggiore
disponibilità di fondi da erogare.

1. Famiglia e valori connessi

2. Crescita e formazione giovanile

3. Educazione, istruzione e formazione

4. Volontariato, filantropia e beneficenza

5. Religione e sviluppo spirituale

6. Assistenza agli anziani

7. Diritti civili

8. Prevenzione della criminalità e sicurezza pubblica

9. Sicurezza alimentare e agricoltura di qualità

10. Sviluppo locale ed edilizia popolare locale

11. Protezione dei consumatori

12. Protezione civile

13. Salute pubblica, medicina preventiva e riabilitativa

14. Attività sportiva

15. Prevenzione e recupero delle tossicodipendenze

16. Patologie e disturbi psichici e mentali

17. Ricerca scientifica e tecnologica

18. Protezione e qualità ambientale

19. Arte, attività e beni culturali

20. Realizzazione di lavori pubblici o di pubblica utilità

21. Realizzazione di infrastrutture

TABELLA 8.5: Elenco dei 21 settori di interesse delle fondazioni di origine bancaria.

145
CAP. 8 FINANZA ETICA, MICROCREDITO E FONDAZIONI BANCARIE

L’importo delle donazioni varia da progetto a progetto e questa fornitura di erogazio-


ni finanziarie non è un compito passivo, bensì è il modo attraverso il quale le fonda-
zioni affiancano l’amministrazione pubblica nel promuovere progetti innovativi che
migliorino le condizioni di vita della collettività. In particolare, fra i settori indicati
nella tabella 8.5, ogni tre anni ciascuna fondazione ne sceglie cinque, definiti come
“settori rilevanti”, ai quali devolverà la maggior parte delle risorse erogate (almeno
il 50% all’anno).
Affinché la realizzazione di un progetto sociale venga finanziata dalla fondazione,
occorre seguire un iter ben preciso, sotto rappresentato.
1
1. La FOB pubblica un bando 3. Raccolte tutte le richieste
per promuovere un di partecipazione e i relativi 5. Al termine del progetto si
intervento in un’area di progetti, la FOB valuta le procede alla valutazione dei
particolare interesse per la diverse proposte e decide risultati
società civile di finanziare la migliore

2. Le associazioni/istituzio-
ni interessate a sviluppare 4. Ottenuto il finanziamento,
tale progetto rispondono al il vincitore sviluppa la
bando presentando una propria idea autonomamente
proposta e con responsabilità

FIGURA 8.2: Processo per la realizzazione di un progetto sociale finanziato dalla FOB.

L’esistenza delle FOB sul territorio italiano ha permesso di riorganizzare il sistema


bancario secondo i criteri dettati dall’UE, ha messo a disposizione maggiori risorse
per realizzare progetti con finalità sociali e di promozione dello sviluppo economico,
contribuendo a ridurre il divario che caratterizza l’Italia rispetto al mondo anglosas-
sone in relazione alla presenza di iniziative private e ha promosso più occasioni di
partenariato con soggetti pubblici locali e nazionali (es. Cassa Depositi e Prestiti
SpA).
Il sistema delle FOB, quindi, può essere considerato come un sistema creditizio
specifico per il mondo della finanza etica, capace di proporsi come coordinatore
del terzo settore e incentivando la creatività, premiando le iniziative e quei soggetti
maggiormente meritevoli e fecondi, che rivolgono il loro sguardo verso azioni che il
mercato e lo Stato non vogliono o non riescono a perseguire.

146
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 8

8.6 Una nuova frontiera della microfinanza: il crowdfunding

Negli ultimi anni molte iniziative imprenditoriali sono state finanziate attraverso una
particolare forma di raccolta fondi, il crowdfunding, ossia il finanziamento cosiddet-
to collettivo.
È una pratica di microfinanza che parte dal basso, cioè dalle persone, già utilizzata
alla fine dell’Ottocento negli Stati Uniti per finanziare la realizzazione del piedistallo
e l’installazione della Statua della Libertà, dopo che il comitato preposto aveva rac-
colto solo la metà dei fondi necessari.
Oggi, questa raccolta fondi è attuata online e ciascun individuo può parteciparvi
con un proprio contributo, anche di esigua entità. In particolare, Internet ha trasfor-
mato il crowdfunding da un’attività che tipicamente aveva radici locali a un’attività di
natura globale, che va oltre i confini geografici e può coinvolgere chiunque.
L’innovazione di questa raccolta di fondi dal basso sta nell’aver individuato quattro
possibili modelli di finanziamento:
1. Donation, utilizzato principalmente da enti ed organizzazioni no-profit per so-
stenere economicamente una causa sociale, etica o filantropica; il donatore non
percepisce alcuna ricompensa materiale per il sostegno erogato;
2. Reward, notevolmente diffuso in quanto remunera il donatore con ricompense
emozionali o materiali;
3. Lending, che consente a privati risparmiatori di prestarsi risorse monetarie a
tassi di impiego ed utilizzo agevolati, senza il ricorso alle banche;
4. Equity, che rappresenta la declinazione delle logiche del finanziamento dal bas-
so al capitale di un’impresa, poiché le start-up e le piccole-medie imprese inno-
vative si rivolgono al pubblico per ottenere i capitali necessari all’avvio della loro
attività imprenditoriale e in cambio il sostenitore acquisisce partecipazioni nel
capitale d’impresa.
La rapida diffusione degli ultimi anni deriva principalmente dalla stagnazione dell’e-
conomia e dalla poca fiducia che gli istituti creditizi mostrano nei confronti di nuove
idee. Spesso, infatti, le banche decidono di non finanziare progetti che secondo loro
hanno una bassa probabilità di successo. Se non ci fosse il crowdfunding tali idee
resterebbero irrealizzate.
È la forza della dimensione sociale che anima questa pratica e fa sentire le per-
sone parte di un comune progetto, che potrà migliorare la loro vita. In particolare,
le persone che partecipano ad un’attività di crowdfunding ottengono spesso premi
simbolici. Nella colletta pubblica per realizzare il film Veronica Mars, ad esempio,
sono stati raccolti 5 milioni e 700 mila dollari in due mesi grazie a 91 mila sosteni-
tori in tutto il mondo, che sono stati ripagati a seconda della donazione erogata con

147
CAP. 8 FINANZA ETICA, MICROCREDITO E FONDAZIONI BANCARIE

piccole apparizioni nella pellicola oppure con la possibilità di partecipare alla prima
mondiale con tanto di tappeto rosso o ancora con messaggi personalizzati per la
segreteria telefonica e poster firmati dall’attrice protagonista.
La piattaforma di Kickstarter è quella più conosciuta per lanciare un progetto di
crowdfunding. Questo luogo virtuale è un’enorme community che ha radici in tutto il
mondo e colleziona più di 10 milioni di persone. Il suo scopo è quello di promuovere
una colletta dal basso per progetti, attività commerciali, eventi sociali e culturali che
abbiano sufficiente creatività.
In Italia attualmente sono operative 76 piattaforme di crowdfunding, la maggior par-
te operante nell’ambito reward. Solo un terzo opera nell’equity e nel settore donation
e pochissime nel lending. In particolare, a maggio 2016 il valore dei progetti finanzia-
ti dal basso era pari a 67 milioni di euro.

Bibliografia

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Città Nuova, Roma.

Barbetta G.P. (2013), Le fondazioni, Il Mulino, Bologna.

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http://www.acri.it/6_news/6_news_files/Ita/Fondazioni.PDF

http://www.bancaetica.it/chi-siamo/storia

148
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 8

IL CAPITOLO IN 10 DOMANDE 1 Da dove nasce l’esigenza di adottare


concetti etici all’interno della finanza?

2 Quali sono i principali scopi della


finanza etica?

3 In Italia, come è stato possibile


concretizzare la finanza etica?

4 Che cos’è il microcredito?

5 Come avviene il ciclo di sfruttamento


del povero?

6 Cosa insegna l’esperienza della


Grameen Bank?

7 Come si realizza il prestito individuale?

8 Quale impatto hanno le fondazioni


sul territorio?

9 Come si sono sviluppate le fondazioni


di origine bancaria?

10 Qual è il processo di finanziamento


di una fondazione bancaria?

149
CAP. 9 GESTIRE LA CRISI D’IMPRESA

150
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 9

CAPITOLO 9
Gestire la crisi d’impresa
Un tema che si è affacciato prepotentemente alla ribalta negli ul-
timi anni è quello delle crisi d’impresa. Ma cosa si intende per crisi
d’impresa? Perché le imprese vanno in crisi? Cosa è possibile fare
quando scoppia una crisi o, prima, per prevenirla? Cosa succede ad
un’azienda in crisi, ai suoi soci e agli investitori?
La crisi d’impresa può creare notevoli costi per la comunità, come la
perdita di posti di lavoro e il contagio fra più aziende. È bene dunque
saper riconoscere le possibili cause che portano alla crisi e le
modalità per curarla e prevenirla.

9.1 La definizione di crisi

Uno dei primi problemi che si pongono nello studio delle crisi aziendali è l’identifi-
cazione del fenomeno. In passato sono state proposte varie definizioni, collegate a
diversi indicatori di performance delle imprese. Si è ragionato, ad esempio, in termi-
ni di variazioni negative del reddito (perdita), del fatturato o di indicatori particolari
(quali il grado di salute operativa e strategica delle aziende). Sintomi di crisi più
generali sono state considerate anche le situazioni di liquidità critica, la riduzione
della redditività che dà origine alle prime perdite, la riduzione della produttività della
forza lavoro e l’incapacità di soddisfacimento della clientela. Negli studi italiani, in
particolare, le crisi sono state individuate in relazione al manifestarsi di eventi nega-
tivi di rilievo, quale, ad esempio, il fallimento.
Non va dimenticato, tuttavia, che non necessariamente le crisi sono tutte da con-
siderarsi negative per l’impresa. Allo stesso modo in cui l’incendio di un bosco (se
circoscritto) può consentire una maggior ripresa successiva della vegetazione, la
crisi può essere un’occasione per accumulare nuova esperienza e migliorare il con-
testo aziendale. Come spiega la cosiddetta “teoria cognitiva dell’impresa” (Sicca,
1993), i processi di evoluzione delle conoscenze dell’azienda nascono da un con-
fronto con l’ambiente circostante e in alcuni casi, come ad esempio di fronte alla
crisi, è possibile approfittare delle nascenti opportunità per adottare un processo di
adeguamento strategico.

9.2 Le crisi nella storia

Nonostante le crisi d’impresa siano sempre esistite, almeno a partire dalla Seconda

151
CAP. 9 GESTIRE LA CRISI D’IMPRESA

rivoluzione industriale, esse sono state oggetto di studio in modo non continuo, con
particolare profondità negli anni ‘70 e più sporadicamente negli anni ’80 del secolo
scorso e negli ultimi anni.
Questa altalenante attenzione deve essere ricercata nella ciclicità del fenomeno. In
effetti, le crisi sono tanto più studiate quanto più sono diffuse e tali da mostrare un
impatto più significativo sulla realtà economico-sociale.
Il primo periodo significativo di crisi generale nel secondo dopoguerra si manifesta
con il cosiddetto autunno caldo del 1969, quando il sistema economico-sociale si
trova a doversi confrontare con un significativo aumento del costo del lavoro. La
seconda crisi profonda si ha tra il 1974 e il 1977 con l’aumento del costo delle ma-
terie prime e dell’energia. Gli anni ’80 vedono una generale crescita dell’economia,
ma un nuovo periodo di depressione si presenta verso la metà degli anni ’90 per
gli squilibri creati dalla finanza “facile” del decennio precedente e soprattutto per
l’improvvisa accelerazione delle dinamiche competitive dei mercati mondiali. Pro-
prio la globalizzazione è all’origine di un successivo crollo, manifestatosi a partire
dalla fine del 1997 nel Sud-est asiatico e diffusosi ad altri paesi emergenti. Il nuovo
decennio si apre con lo scoppio della cosiddetta “bolla speculativa” delle aziende
Internet e successivamente, dopo la ripresa, una nuova crisi si manifesta nel 2007
negli USA per gli eccessi nel mercato immobiliare, che si diffonde poi in tutti i paesi
occidentali (dopo il fallimento nel 2008 di Lehman, una delle più grandi banche del
mondo).
Questo breve riassunto della storia delle crisi a partire dalla metà degli anni ’50
fino ad oggi dimostra che la crisi non va vista come un fenomeno straordinario, ma
come una componente normale nell’esistenza delle imprese, inevitabilmente legata
al loro ciclo di vita e che deve essere studiata per poter essere (ove possibile) preve-
nuta attraverso un meccanismo di adeguamento alle mutate circostanze (Podestà,
1984).

9.3 L’identificazione delle cause della crisi

Un primo passo per lo studio della crisi consiste nell’individuazione delle situazioni
che l’hanno causata. Numerose sono le classificazioni proposte delle possibili cau-
se, seguendo un approccio soggettivo, imputando cioè la responsabilità principale
al management (o ai soci), o un approccio oggettivo, tramite l’analisi del tipo di crisi,
riconducibile alle seguenti carenze organizzative dell’impresa:
• inefficienza, cioè incapacità di produrre meglio dei concorrenti;
• sovraccapacità/rigidità, ossia eccesso di produzione rispetto alla domanda di
mercato;
• decadimento dei prodotti per l’incapacità di far fronte ai nuovi bisogni dei clienti;

152
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 9

• carenza di programmazione/innovazione per mancata attenzione al futuro;


• squilibrio finanziario per risorse insufficienti allo sviluppo.

Tra i modelli proposti dagli studiosi delle crisi, quello di Pivato (1997) suddivide
le cause della crisi in primarie, dipendenti da fattori macroeconomici, settoriali o
aziendali, e secondarie, in conseguenza del trascorrere del tempo (tabella 9.1). Se-
condo questa classificazione, le cause primarie, se non rimosse, determinano quasi
inevitabilmente l’insorgere di quelle secondarie con il conseguente aggravarsi del
dissesto.

CAUSE PRIMARIE FONTE CARATTERISTICHE

1. Fattori macroeconomici Esterna - Strutturale Importanti concause,


non cause

2. Fattori settoriali Esterna - Carenza di Sopravvivono le imprese che


diversificazione prevedono la crisi e riescono a
diversificare

3. Fattori aziendali Interna – Fattori Cause più importanti che


strategici, societari, devono essere previste dal
organizzativi e straor- management
dinari

CAUSE SECONDARIE FONTE CARATTERISTICHE

1. Erosione del sostegno Interna • Crescenti inefficienze che


degli stakeholder dipendono dall’aumento dei
(portatori di interessi costi unitari
nell’impresa) • Deterioramento del clima
2. Crescenti inefficienze interno, che genera un
peggioramento del morale
3. Deterioramento del dei dipendenti e diffonde un
clima interno e clima di sfiducia:
dell’immagine
• si irrigidiscono le resisten-
dell’impresa
ze al cambiamento
• si inasprisce la lotta per
il potere perché la leader-
ship si affievolisce
• inizia l’emorragia del
personale più valido e la
ricerca di capri espiatori

TABELLA 9.1: Le cause della crisi secondo l’approccio di Pivato (1997).

153
CAP. 9 GESTIRE LA CRISI D’IMPRESA

Le cause della crisi non vanno confuse con i fattori di crisi che hanno portata più
generale e comprendono:
• l’aumento dei costi di lavoro (es. aumento della tassazione sugli stipendi);
• la variazioni nelle scelte di approvvigionamento (es. accesso a nuovi paesi for-
nitori di materie prime o manodopera a minor costo);
• l’incremento dei prezzi delle materie prime (nello specifico delle crisi della metà
del ‘900 è stato rilevante l’aumento del costo del petrolio);
• le variazioni del sistema dei tassi di cambio, che incidono su importazioni ed
esportazioni;
• l’accelerazione dell’evoluzione tecnica attraverso l’introduzione di innovazioni
tecnologiche;
• l’aumento dell’inflazione, con il conseguente accrescimento degli interessi pa-
gati dalle imprese ai prestatori di capitali.

A differenza delle cause della crisi che sono legate alle singole imprese, tutti questi
fattori operano a livello strutturale, o perlomeno settoriale, cioè coinvolgono una
buona parte se non anche la totalità delle imprese e producono una selezione a
favore dei business più efficienti (cosiddetta “selezione darwiniana”).

9.4 L’evoluzione della crisi: come curarla e prevenirla

Quali che siano le cause della crisi, la risposta può essere un risanamento, destina-
to a modificare la natura dell’impresa (cosiddetto turnaround) o, nei casi più gravi,
la cessazione e liquidazione del business.
La crisi può essere descritta come un processo evolutivo che, come le malattie
umane, inizia da deboli sintomi ma, se non curata in tempo, peggiora. Da questo
punto di vista, infatti, la crisi non è mai un evento istantaneo, ma è caratterizzata
da una serie di fenomeni, legati in successione cronologica. L’elemento scatenante
(definito dalla letteratura trigger event) può essere un fatto episodico, ma la crisi
avrà comunque un suo svolgersi nel tempo, seguendo un tipico percorso.
Un quotidiano monitoraggio, sfruttando i dati offerti dal controllo di gestione, può
essere uno strumento di efficace prevenzione della crisi. L’esame degli abituali in-
dicatori di bilancio (di redditività, liquidità e solidità) assume un differente e più ur-
gente connotato in presenza di sintomi di crisi. È attraverso tali strumenti che il
management può individuare l’insorgere di fenomeni di declino.
Se si utilizza la rappresentazione a parabola del ciclo di vita dell’impresa, come
rappresentato nella figura 9.1, la fase di crisi è sempre preceduta dal declino, nel

154
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 9

quale i sintomi degli eventi negativi cominciano a manifestarsi con minor virulenza.
Non è tuttavia possibile identificare con precisione dove termina il declino ed inizia
la crisi, ma ciò che è certo è che il declino è caratterizzato da una mancata genera-
zione di valore per l’impresa, mentre nella crisi si assiste alla distruzione del valore
rimanente.

SVILUPPO MATURITÀ DECLINO - CRISI

turnaround da declino

turnaround da crisi

TEMPO

FIGURA 9.1: Il ciclo di vita dell’impresa.

Per la soluzione della crisi è necessaria la corretta individuazione del livello a cui
essa si pone. Superato un certo stadio, infatti, la crisi appare irrisolvibile se non con
la liquidazione. Il livello di crisi è più facilmente individuabile a posteriori, piuttosto
che nel momento in cui si manifesta per la difficoltà di prevederne l’evoluzione.
Tutti gli studiosi, comunque, convengono sulla considerazione che prima si inter-
viene più facile è superare le crisi. Infatti, il passare del tempo rende più difficile il
cambiamento e più problematiche le scelte da effettuare: aumenta il livello di sfi-
ducia delle componenti aziendali e ambientali, nonché la pressione dei portatori di
interessi, che richiedono provvedimenti per uno sbocco della situazione.
Ad ogni momento del declino e della crisi sono state associate specifiche categorie
di interventi, sicché è possibile parlare di turnaround da declino, da declino control-
lato e da crisi, a seconda della tempestività degli interventi e dello stadio evolutivo
raggiunto dalla crisi.
È possibile suddividere le opzioni di risanamento in tre categorie che corrispondono
ad altrettanti percorsi:
• risanamento interno attraverso le risorse dell’impresa o dei soci;
• coinvolgimento dei portatori d’interesse esterni all’azienda (in particolare dei
creditori) nei sacrifici necessari per il risanamento;

155
CAP. 9 GESTIRE LA CRISI D’IMPRESA

• coinvolgimento dell’autorità giudiziaria o amministrativa con l’attuazione di


procedure concorsuali.
L’ordine di presentazione corrisponde alla sequenza degli interventi, poiché la so-
luzione interna è caratteristica della fase di declino, mentre la necessità di sacrifici
si accentua con l’aggravarsi della crisi. Le procedure concorsuali intervengono nei
casi di crisi non altrimenti risolvibili.

ANALISI GESTIONE CAMBIAMENTO USCITA E


DELL’EMERGENZA STRATEGICO CRESCITA

DIAGNOSI

GESTIONE
DELLA CRISI

SVILUPPO RISTRUTTURAZIONE
DEL BUSINESS FINANZIARIA

IMPLEMENTAZIONE
DEL BUSINESS PLAN

GESTIONE DEGLI STAKEHOLDERS

GESTIONE PROCESSO DI RISTRUTTURAZIONE

FIGURA 9.2: Le fasi del processo di risanamento (rielaborazione da Slatter e Lovett, 1999).

La svolgimento dell’attività di risanamento, come sintetizzato in figura 9.2, si svolge


in quattro principali fasi (Slatter e Lovett, 1999):
1. analisi, ossia diagnosi delle cause della crisi e gestione immediata della situa-
zione di difficoltà, coinvolgendo i vari portatori di interessi (stakeholder) e so-
stituendo i vertici dell’impresa; l’idea è che qualunque processo di risanamento
debba gestire in modo integrato la struttura organizzativa, i sistemi di direzione,
le risorse umane e quelle finanziarie sotto l’egida della cultura aziendale;
2. gestione dell’emergenza per garantire la sopravvivenza dell’impresa; occorre
predisporre un business plan, ossia individuare quali interventi devono essere
adottati per “mantenere in vita” l’azienda (es. rivedere l’organico del personale,
ridurre le scorte in magazzino, vendere vecchi impianti produttivi, tagliare la
produzione di linee di prodotti poco competitivi);
3. cambiamento strategico, cioè adottare gli interventi precedentemente indivi-
duati per generare profitti. Tra le varie azioni possibili vi sono le strategie di
ristrutturazione, riconversione, ridimensionamento e riorganizzazione (Guatri,
1992), che non si presentano sempre come alternative, ma sono sovente com-
binate tra loro in vario modo;
156
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 9

4. uscita dalla crisi e crescita, cioè il ritorno al profitto, che permette di investire
nell’impresa e rilanciarla sul mercato.
Il turnaround quindi è un insieme di processi, che il management adotta per risana-
re e rilanciare l’impresa (Guatri, 1995). È necessaria una forte rottura con il passato
e un ampio coinvolgimento di tutte le persone che ruotano attorno all’impresa.

9.5 Risolvere la crisi attraverso le procedure concorsuali

Particolare importanza assumono gli strumenti legislativi introdotti per la gestione


delle crisi aziendali, definiti come procedure concorsuali.
Le procedure concorsuali sono regolate in Italia da una legge molto vecchia (Regio
Decreto 16 marzo 1942, n. 267), oggetto di ampia riforma a partire dal 2005, che
disciplina:
• il fallimento, che ha lo scopo di eliminare dal mercato l’impresa insolvente, cioè
quando l’imprenditore non è più in grado di pagare i creditori;
• la liquidazione coatta amministrativa, destinata a determinate categorie di im-
prese (come banche, assicurazioni e cooperative) e sottoposte al controllo am-
ministrativo e non giudiziario;
• il concordato preventivo, che cerca di evitare la dichiarazione di fallimento at-
traverso la stipula di un accordo fra l’imprenditore e i creditori sotto il controllo
giudiziario;
• i piani di risanamento e gli accordi di ristrutturazione, che hanno lo scopo di
favorire la continuità dell’impresa attraverso la contrattazione di un piano/ac-
cordo privato per risanare l’impresa e ripagare i creditori.
A queste si aggiungono le misure straordinarie per il risanamento delle grandi im-
prese, ossia per quelle aziende di grandi dimensioni (in termini di dipendenti, fattu-
rato e debito), che, qualora fallissero, genererebbero pesanti ricadute sull’occupa-
zione e sull’economia del paese.
Le procedure concorsuali devono il loro nome alla previsione di una parità di trat-
tamento dei creditori (detto “concorso”); infatti tutti i creditori dello stesso gra-
do di prelazione ottengono il medesimo risarcimento monetario ( par condicio
creditorum) e sono tutelati tramite il controllo degli organi giudiziari (Tribunale e
Giudice delegato) o amministrativi (Ministero dello sviluppo economico nella ammi-
nistrazione straordinaria), coadiuvati da un tecnico (curatore o commissario) scelto
tra gli iscritti ad albi professionali. È inoltre prevista la partecipazione dei creditori
tramite loro rappresentanti riuniti in un comitato.
Gli intenti del legislatore nell’introdurre le procedure concorsuali sono stati quelli

157
CAP. 9 GESTIRE LA CRISI D’IMPRESA

di salvaguardare l’occupazione ed eliminare dal mercato le imprese inefficienti (at-


traverso il fallimento o la liquidazione coatta amministrativa), ma conservare quelle
ancora potenzialmente valide (con il concordato preventivo, i piani di risanamento e
gli accordi di ristrutturazione).

9.6 Risparmi e crisi

Resta quindi una domanda: che cosa succede a coloro che hanno investito nell’a-
zienda in caso di crisi? A seconda della gravità della crisi, essi sono soggetti alla
perdita dei loro capitali, anche se con diverse gradazioni.
In genere, si osserva che quando un’azienda è in crisi il valore delle sue azioni (o ob-
bligazioni) si riduce significativamente, al limite fino a zero. In tal caso i risparmia-
tori vanno inevitabilmente incontro a una perdita. Se la crisi si aggrava e l’impresa
fallisce (o va in concordato) la perdita è certa per gli investitori di capitale (azionisti)
e può essere significativa anche per chi ha concesso crediti all’impresa, quali obbli-
gazionisti o, nel caso delle banche, correntisti (come già ricordato, quest’ultimi sono
tutelati attraverso il fondo interbancario per i depositi fino a € 100.000).
È chiaro quindi che è diverso l’impatto della crisi sull’imprenditore (che ne ha alme-
no in parte la responsabilità) e sull’investitore/risparmiatore, la cui responsabilità
consiste solo nell’aver scelto male dove investire i propri risparmi.

Bibliografia

Danovi A. (2003), Crisi d’impresa e risanamento finanziario nel sistema italiano, Giuffrè Editore, Milano.

Danovi A., Quagli A. (a cura di), (2016), Gestire la crisi d’impresa, Quarta edizione, Ipsoa, Milano.

Guatri L. (1992), La diffusione del valore, Egea, Milano.

Guatri L. (1995), Turnaround, declino, crisi e ritorno al valore, Egea, Milano.

Pivato S. (1997), “Declino e crisi dell’impresa”, in Pivato S., Gilardoni A., Elementi di economia e gestione
delle imprese, Egea, Milano, pp. 201-218.

Podestà S. (1984), “La crisi d’impresa in Italia: efficacia e limiti delle forme di intervento adottate”,
Finanza, Marketing e Produzione, n. 1.

Sicca L. (1993), “Creazione di valore, conoscenza e gestione delle crisi aziendali”,


Finanza, Marketing e Produzione, n. 2.
Sicca L., Izzo F. (1995) La gestione dei processi di turnaround: il caso Pirelli, SEI, Napoli.
Slatter S., Lovett D. (1999), Corporate turnaround, Penguin books, Harmondsworth.

158
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE CAP. 9

IL CAPITOLO IN 10 DOMANDE 1 Come si può definire la crisi d’impresa?

2 Tutte le crisi d’impresa sono da


considerarsi negative?

La crisi d’impresa può essere


3 considerata un fenomeno che è sempre
esistito, almeno nell’ultimo secolo?

4 Quali sono le cause primarie della


crisi d’impresa?

5 Perché dopo le cause primarie si


verificano quelle secondarie?

La crisi d’impresa si sviluppa come


6 evento improvviso o come serie di
fenomeni?

7 Quando è necessario intervenire


sulla crisi?

8 Che cosa significa turnaround?

9 Perché il legislatore ha introdotto


le procedure concorsuali?

10 Quali conseguenze negative genera


la crisi d’impresa sui risparmiatori?

159
RIFLESSIONI CONCLUSIVE

Riflessioni conclusive
L’educazione finanziaria, come dichiarato dall’OCSE, è uno strumento per divulgare
le informazioni e le conoscenze, incrementando la capacità dei cittadini di com-
prensione dei prodotti, dei concetti e dei rischi a livello finanziario ed economico.
L’obiettivo è quello di formare i consumatori per consentire loro di compiere scelte
maggiormente consapevoli, che portano benessere non solo a sé, ma anche a tutta
la società.
Nell’ultimo decennio, questo tema è stato fortemente promosso da istituzioni in-
ternazionali (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico-OCSE
e Unione Europea), perché l’analfabetismo finanziario è ancora oggi molto diffuso
nei paesi avanzati. Secondo alcune indagini internazionali, la crescente comples-
sità degli strumenti, delle regole e delle funzioni dei mercati finanziari causata dal-
la globalizzazione è affrontata dai consumatori con un livello di conoscenza non
sufficientemente alto e pertanto è stato esplicitamente raccomandato ai governi
nazionali l’avvio di programmi educativi.
Le prime iniziative di educazione finanziaria sono state introdotte nella seconda
metà del decennio scorso e in questi ultimi anni si sono moltiplicate grazie al va-
sto coinvolgimento di numerosi attori: autorità di vigilanza finanziaria, organismi di
formazione, settore finanziario e bancario, rappresentanti dei consumatori e orga-
nizzazioni non profit. I temi trattati, così come suggeriti da OCSE e UE, sono quelli
relativi a gestione del denaro, del risparmio e degli investimenti, pianificazione del
reddito e scelta di strumenti finanziari adeguati al proprio profilo. Lo scopo è quello
di istruire, fornire consulenza e dare consapevolezza ai cittadini relativamente a
progettare spese future, scegliere piani pensionistici, investire in Borsa ed eludere
proposte finanziarie con intenti fraudolenti.
A livello organizzativo, le attività formative sono focalizzate dal punto di vista territo-
riale per cercare di coinvolgere il maggior numero di cittadini. I corsi sono tenuti sia
da esperti del ramo economico-finanziario sia da formatori, supportati da materiali
didattico-informativi; in particolare, le iniziative sono destinate a bambini, ragazzi
e ad un pubblico adulto, per favorire una diffusione equa della cultura finanziaria.
Con riferimento al target dei partecipanti ai programmi, OCSE e UE suggeriscono
che i giovani devono diventare il focus principale delle iniziative, in quanto nel pros-
simo futuro si interfacceranno con un mondo finanziario evoluto, che porterà sfide
più rischiose e diverse rispetto a quelle affrontate dai loro genitori. In particolare,
coinvolgere le giovani generazioni vuol dire avere a disposizione un pubblico la cui
cultura finanziaria può essere facilmente plasmata, perché ancora in corso di for-
mazione. I giovani, infatti, sono dei “primitivi” consumatori, che stanno iniziando a
interfacciarsi con il “mondo” del denaro, ad esempio, quando ricevono una paghetta
dai genitori o un piccolo stipendio da lavoretti occasionali e quando decidono di

160
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE RIFLESSIONI CONCLUSIVE

comprare qualcosa di desiderato piuttosto che mettere qualche spicciolo nel sal-
vadanaio.
Il coinvolgimento dei giovani deve avvenire grazie all’intervento diretto delle scuole.
Interagire con queste istituzioni, prima di tutto, permette di raggiungere un alto nu-
mero di partecipanti: i programmi formativi sono di fatto proposti alle scuole, che si
occupano di informare gli studenti dell’attività a cui hanno aderito. In secondo luo-
go, le iniziative sono replicate da una struttura all’altra su tutto il territorio nazionale,
senza necessità che gli organizzatori debbano adattare i corsi alle caratteristiche
specifiche di ciascun istituto. Da ultimo, le scuole permettono di andare oltre le
diverse capacità di uso e rapporto con il denaro generate dalle differenze reddituali
familiari: vi sono genitori che non hanno loro stessi la capacità di gestire efficace-
mente il denaro (es. indebitandosi per acquisti non di prima necessità) e quindi non
sono in grado di educare i propri figli a tale riguardo; vi sono però anche genitori più
interessati a informare i propri figli in merito a economia e finanza, perché quotidia-
namente hanno a che fare con ciò (es. investono in strumenti finanziari, gestiscono
un’impresa o lavorano in ambito bancario).
A livello europeo, i paesi più attivi nell’educazione finanziaria sono Regno Unito, Ger-
mania, Austria, Paesi Bassi e Italia. In queste nazioni, i programmi sono a carattere
nazionale o regionale e i bambini e i ragazzi sono coinvolti attraverso iniziative fron-
tali, che integrano la loro formazione scolastica. A livello internazionale, invece, i
paesi di matrice anglosassone, quali Stati Uniti, Canada, Nuova Zelanda e Australia,
si dimostrano più proattivi su questo tema, che viene addirittura promosso come
materia d’obbligo nei curriculum scolastici.
In Italia, tra le varie iniziative legate al tema dell’educazione finanziaria, figura il pro-
getto Financial Education, già anticipato nell’introduzione e all’interno del quale
è stata promossa la pubblicazione di questo volume. L’efficacia di questa inizia-
tiva è valutata attraverso la somministrazione di un questionario prima e dopo lo
svolgimento del corso. L’intento è quello di comprendere se il livello di conoscenze
economico-finanziarie degli studenti è aumentato a seguito delle attività formative.
Dall’introduzione del progetto sono stati raccolti più di 16.000 questionari. I moduli
sono stati somministrati sia a coloro che hanno partecipato al corso di formazione,
sia a un campione di studenti estratto a sorte, che non ha preso parte all’iniziati-
va. Si è scelto di inserire un campione di controllo per capire se un programma di
educazione finanziaria può beneficiare dell’effetto “passaparola”; in altre parole, si
vuole verificare se chi partecipa al corso trasmette le nozioni acquisite agli amici
non coinvolti.
I questionari sono stati strutturati per raccogliere dati di tipo personale (dati ana-
grafici e familiari), informazioni sul livello di conoscenza economico-finanziaria e
sull’interesse per argomenti economici e verso le istituzioni del mondo finanziario,
nello specifico gli istituti creditizi.

161
RIFLESSIONI CONCLUSIVE

La provincia che è stata maggiormente coinvolta nell’iniziativa è Milano, seguita da


Genova, Palermo e Roma. Sono stati poi coinvolti altri istituti delle province di Ber-
gamo, Bologna, Brescia, Cremona, Firenze, Napoli, Pavia, Reggio Calabria, Siena e
Varese. Ogni tipologia di istituto superiore si è interessato al programma, anche se
si nota una maggiore partecipazione degli istituti tecnici, fra i quali spicca l’indirizzo
“amministrazione-finanza-marketing”.
Entrando nell’analisi dei questionari raccolti, relativamente all’interesse per l’eco-
nomia, la maggior parte degli studenti è concorde nell’affermare che è un tema im-
portante. Di conseguenza, provano a leggere articoli economici e se inizialmente
dichiarano di capire poco quanto scritto, al termine della formazione affermano di
comprendere meglio gli articoli economici. Questo risultato dà un’iniziale conferma
dei benefici che ha prodotto l’iniziativa.
Con riguardo alla conoscenza delle nozioni economiche e finanziarie, nei questio-
nari di inizio quasi la metà delle risposte è errata, mentre in quelli raccolti al termine
aumenta il numero di risposte corrette e diminuisce il tasso della risposta “non so”.
In base a questi dati si dimostra che il programma Financial Education ha innal-
zato il livello di conoscenze economico-finanziarie dei giovani. In particolare, gli
argomenti che padroneggiano meglio sono banca e mercato finanziario; il tema del
rischio è poco conosciuto, mentre in merito ai temi di politica economica è stato
registrato il maggiore aumento di risposte corrette.
Passando all’analisi della percezione dell’operato delle banche, i giovani considera-
no questi istituti poco affidabili, perché orientati al profitto dei propri azionisti piut-
tosto che agli interessi dei clienti; inoltre, sono considerati dei luoghi per custodire
il proprio risparmio e chiedere finanziamenti quando necessario. Le banche, quindi,
non sono riconosciute come intermediari in cui investire, perché si predilige la Bor-
sa Valori.
La famiglia, all’opposto, è il sistema che gli studenti dichiarano maggiormente af-
fidabile. È da questa affermazione che si comprende come la famiglia influenza
il rapporto dei giovani con il denaro: questi seguono i suggerimenti familiari per
progettare le proprie spese e tendono a parlare con i genitori di economia e finanza.
Riflettendo sui feedback del programma, gli studenti affermano che le loro cono-
scenze sono aumentate, insieme alla consapevolezza di come orientare le scelte
finanziarie future; di conseguenza, sottolineano che l’educazione finanziaria è uno
strumento per completare il proprio percorso di studi e un tema di notevole impor-
tanza da diffondere in tutta la società.

162
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE RIFLESSIONI CONCLUSIVE

Per ulteriori approfondimenti sul tema dell’educazione finanziaria si


consigliano le seguenti letture:

Argentin G. (2010), “L’educazione finanziaria per i giovani. Esperienze, evidenza empirica e proposte”,
Collana Quaderni dell’Osservatorio n. 5, Fondazione Cariplo.

Azzola M., Bracaglia M., Danovi A. (2013), “Financial illiteracy ed esperienza italiana”, IRTOP, Vol. 2, pp.
31-35.

Banca d’Italia (2017), Rilevazione sulle iniziative di educazione finanziaria in Italia nel triennio 2012-14,
https://www.bancaditalia.it/media/notizie/2017/rilevazione-educazione-finanziaria-2012-14.pdf.

Castrovilli E. (a cura di), (2011), Educazione finanziaria a scuola, Guerini e associati, Milano.

Chionsini G., Trifidis M. (2014), Educazione finanziaria: L’utilità di una strategia unitaria, Banca d’Italia.

Comitato Economico e Sociale Europeo (2013), Educazione finanziaria per tutti. Strategie e buone
pratiche di educazione finanziaria nell’Unione europea, http://www.eesc.europa.eu/resources/docs/qe-
30-12-894-it-c.pdf.

Commissione Europea (2007), Educazione finanziaria.

Farsagli S. (a cura di), (2013), Le esperienze di cittadinanza economica. Indagine sulla realtà italiana nel
contesto internazionale. Edizione 2012, Pattichiari.

Farsagli S., Traclò F. (a cura di), (2011), Le esperienze di educazione finanziaria. Indagine sulla realtà italiana
nel contesto internazionale. Edizione 2011, Pattichiari.

Habschick M., Seidl B., Evers D.J. (2007), Survey of financial literacy schemes in the EU27.

Jappelli T. (2010), “Economic Literacy: An International Comparison”, CFS Working Paper, Vol. 2010/16.

Lusardi A., Mitchell O.S., Curto V. (2010), “Financial Literacy among the Young”, The Journal of Consumer
Affairs, Vol. 44, n. 2, pp. 358-380.

Mundy S. (2009), “Financial education programmes in schools”, OECD Journal: General papers,
vol. 2008/3, pp. 53-127.

O’Connell A. (2009), “Evaluating the Effectiveness of Financial Education Programmes”,


OECD Journal: General Papers, Vol. 2008/3, pp. 9-51.

OECD (2005a), Recommendation on principles and good practices for financial education and awareness.

OECD (2005b), Improving financial literacy. Analysis of issues and policies, OECD Publishing.

OECD (2013), “Financial Literacy Framework” in PISA 2012 Assessment and Analytical Framework: Mathe-
matics, Reading, Science, Problem Solving and Financial Literacy, OECD Publishing, pp. 139-166.

Traclò F. (a cura di), (2010), Le esperienze di educazione finanziaria. Indagine sulla realtà italiana nel contesto
internazionale, Pattichiari.

163
Note
L’ECONOMIA NON È UNA SCIENZA TRISTE
Ci si augura spesso che le nuove generazioni possano essere il propulsore dello L’ECONOMIA NON È
UNA SCIENZA TRISTE
sviluppo e della ripresa economica del Paese, ma perché ciò emerga è necessario
sensibilizzarle sull’importanza dell’economia e della finanza nella società contem-
poranea. Per i giovani, infatti, a completamento del proprio percorso di studi, l’edu-
cazione finanziaria può aiutare ad incrementare conoscenza e consapevolezza di MANUALE DI EDUCAZIONE FINANZIARIA PER LE SCUOLE SUPERIORI
come orientare le future scelte economico-finanziarie.
Questo volume si colloca così all’interno di tale obiettivo. Partendo dai concet-
ti basilari di economia e finanza (il PIL, l’inflazione, il valore della moneta, i tassi
di interesse e di cambio) si attraversa la storia della moneta e delle banche lungo
l’evoluzione della società per arrivare all’introduzione dell’euro e agli strumenti di
pagamento alternativi al contante. Il manuale prosegue poi con la spiegazione di
come agiscono le più importanti banche centrali e di come si sviluppa il sistema
finanziario per effetto dello sbilanciamento tra le risorse di famiglie e di imprese e
Stato. A completamento delle nozioni essenziali descrive poi le funzioni, gli stru-
menti e i servizi offerti dalle banche, come pure l’attività di intermediazione svolta
dai mercati finanziari. La trattazione termina con uno sguardo alla finanza etica e
alla crisi d’impresa, tematiche più recenti, ma con caratteri di forte quotidianità.

a cura di Alessandro Danovi e Marco Bracaglia


Alessandro Danovi professore associato di Economia e Gestione delle Imprese
presso l’Università degli Studi di Bergamo e professore di Gestione della crisi e dei
processi di risanamento presso l’Università Bocconi, è direttore dell’Osservatorio
Crisi e Risanamento delle Imprese (OCRI) del Centro di ricerca Entrepreneurial Lab,
presso l’Università degli Studi di Bergamo. È autore di diversi contributi in materia
di patologia aziendale, crisi d’impresa e finanza.

Marco Bracaglia promotore e socio fondatore dell’Osservatorio sul Credito, è


impegnato professionalmente nel settore finanziario come Amministratore delegato
di Exvi-Financial Advisory. Nella sua carriera professionale ha realizzato numerose
attività imprenditoriali e associative, cercando di conciliare l’economicità con il suo
ruolo di imprenditore.

a cura di
Alessandro Danovi e Marco Bracaglia
prefazione di Giuseppe Sopranzetti