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Michele Cènnamo - Franco Vaudo

BERNADETTE
E LOURDES

Rizzoli
Proprietà letteraria riservata

© 1987 RCS Rizzoli Libri S.p.A., Milano


ISBN 88-17-53180-4

Prima edizione: settembre 1987


Non è un’agenda di miracoli, né vuole essere una storia
sui miracoli. E la ricostruzione d’un’epoca e d’un am­
biente, Lourdes, in cui si sono prodotti avvenimenti
particolari. Indubbiamente eccezionali per chi ha la
fede, quantomeno inconsueti per chi vuole invece con­
servare la libertà del dubbio.

Soprattutto è la storia di Bernadette Soubirous,


una giovane semplice e povera alla quale le apparizioni
hanno portato una ricchezza assolutamente interiore.
Se le vicende e i fatti che la riguardano si accavallano in
parte con fatti e vicende della città in cui era nata, la
vita di questa ragazza dei Pirenei è stata rivisitata dal­
l’interno, sulla scorta di documenti storici e con il mas­
simo rispetto per luoghi e date. .

Ci siamo limitati a fare opera da cronisti, senza


prendere eventuale partito per una tesi - che non c’è -
né per la sua contraria. I dialoghi rispecchiano integral­
mente quanto è contenuto in una massa enorme di car­
te ufficiali, verbali d’interrogatorio, testimonianze
dirette dell’epoca.
L ’unica libertà è stata quella di trasferirsi in quei
tempi; partendo dal febbraio del 1858, fino al docu­
mento di beatificazione del giugno 1925 e a quello di
canonizzazione dell’8 dicembre 1933, siglati da Pio XI,
che per la prima volta escono dagli archivi del Vati­
cano.
Michele Cènnamo e Franco Vaudo
Era a Tarbes già da qualche settimana. Vi ce lo aveva
portato, a metà di quel freddo gennaio del 1858, la
presentazione del professore G. di Firenze che con
un’amabile lettera lo affidava a monsieur Dufour, edi­
tore e fotografo, pregandolo di dargli aiuto e consigli
nella consultazione degli archivi e delle memorie esi­
stenti circa i fatti di tre secoli addietro. Aveva allora 28
anni e s’interessava di studi storici e religiosi, alternan­
doli con qualche collaborazione all’« Avvisatore Italia­
no», una gazzetta di tendenze liberali che usciva tre
volte al mese a Genova.
A Tarbes doveva appunto consultare antiche carte
risalenti all’epoca delle guerre di religione tra i cattolici
di Montluc e le schiere protestanti che facevano capo a
Montmorency, e ripercorrere avvenimenti che sullo
sfondo del sedicesimo secolo avevano insanguinato
quella città degli Alti Pirenei.
Pur non professando alcun credo religioso era,
come si conviene, tollerante verso qualsiasi credenza o
fede e i suoi studi gli facevano constatare sempre
meglio come, in ogni lotta religiosa, o frammisti agli
innumerevoli astii che nascono sulla base d’una qual­
che professione di fede, siano semplici, persino inge­
nue le folle che a un dio «idea», a un credo si legano e
in nome del quale sono pronte a morire.
L ’aveva spesso sorpreso il fatto che in un campo e
nell’altro, sia in quello dei fedeli d’un simbolo come in
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quello degli antagonisti, naturalmente e altrettanto
fedeli a una diversa certezza religiosa, motivazioni e
istinti in sostanza s’equivalessero. Eppure, e non di
meno, era gente che si batteva sul campo negando agli
altri la libertà della fede propria, colorando d’eresia
principi e ideali che avevano ben più di qualcosa in
comune. Ma queste sono le realtà del mondo e allo
storico, come solleticava di definirsi, non debbono
interessare le convinzioni personali. Importante e
soprattutto scientifico, questo l’aggettivo che utilizzava
sovente per sostenere le sue ricerche, era che dal
riscontro dei fatti emergesse la realtà obiettiva.
E quel giudizio o criterio rappresentava oggetto di
discussione anche con il prefetto di Tarbes Oscar Mas-
sy, il quale generosamente con lui riponeva il suo arci­
gno carattere di uomo dell’Impero, di rappresentante
della Legge e dell'Ordine dello stato, rivelandoglisi
anzi amico di cordiale conversazione e ottimo suggeri­
tore.
Questo, peraltro, era anche il segno che sotto la
vernice del funzionario perfetto il cuore batte con ritmi
assai uguali a quelli di tutti gli uomini che per una par­
te o per l’altra si ritrovano su questa terra. Il prefetto
Màssy si vantava d’appartenere pur sempre al Secolo
dei lumi. Né poteva essere, almeno a parole, altrimenti
per un rappresentante ufficiale della capitale Parigi.
Del resto li univa, nella conversazione, uno spirito
non barricardiero o di parte. Per entrambi riusciva
impossibile, « spregevole » replicò una volta il prefetto,
negare che le persone potessero essere pervase di reli­
giosità e addirittura di misticismo.
«Sono scelte» disse Massy un pomeriggio durante
una lunga chiacchierata nel suo palazzo di Tarbes « che
debbono essere consentite e rispettate financo da chi è
d’opposto e forse motivato parere. Purché non risulti­
no distruttive o siano nocive per lo stato e per la civile
convivenza che debbono comunque essere patrimonio
di tutti.»
Notò, quella volta, un’ombra di preoccupazione
nelle parole del prefetto e gli chiese se, per caso, la
guerra religiosa di tre secoli prima in Bigorre gli sem­
brasse un atto di tal specie. « Bisognerebbe ricordare »
aggiunse « che proprio da quelle lotte e con l’interven­
to di Enrico IV la Bigorre e queste zone furono defini­
tivamente legate alla corona di Francia e dunque allo
stato unitario.»
«Sì, certamente», rispose Massy dopo qualche
momento di perplessità, quasi fosse stato sorpreso col
pensiero lontanto. «M a non è questo soltanto, mio
caro amico. Venite dall’Italia, una terra che è cattolica
e miscredente al tempo stesso. Arrivate da città dove la
fede e l’eresia convivono, sono pane quotidiano che
crea lutti e disastri con i quali però, voi italiani, sapete
giostrarvi. E li superate apparentemente senza traumi.
Mi riferivo, prima, a certi nuovi fatti di qui; a avveni­
menti che nascono in questi giorni e sono forieri di
grosse preoccupazioni. »
Il prefetto Massy fissò a lungo la fiamma nel cami­
netto, seguendone l’arrampicarsi sui tronchetti di
legna.
«Sappiate» riprese «che a Lourdes... Ma via, non
voglio annoiare il vostro soggiorno fra noi con l’elenco
delle preoccupazioni amministrative che regolano,
purtroppo, l’esistenza d’un qualsiasi rappresentante
dello stato, di Parigi. »
La conversazione era poi scivolata su altre strade e
non erano mancati i frizzi su alcuni personaggi di Tar-
bes. Lo straniero lasciò il prefetto Massy per recarsi da
monsieur Dufour che doveva fornirgli documenti ine­
diti sull’argomento delle sue ricerche. Ma il colloquio
con Massy gli ritornò nella memoria la mattina del 27
febbraio.
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La domenica s’annunciava con un tiepido sole e
nella cafeteria del suo albergo stava consumando svo­
gliatamente la colazione, troppo abbondante al solito
per le sue voglie mattutine. Sfogliava il «Lavedan»,
giornale ufficioso del dipartimento di Argelès, e una
nota a piè di pagina attirò la sua attenzione. Vi si riferi­
va delle «allucinazioni d’una giovane donna di Lour­
des che pretende, anzi asserisce di vedere una bellissi­
ma donna vestita di bianco alle grotte di Massabielle. Il
delegato di polizia Jacomet, dopo indagini...». .
Lourdes, era il nome che aveva sentito per la prima
volta da Massy. Ecco, dunque, quali erano le sue
preoccupazioni. Quanto a lui, «una veggente o una
ipocrita? » titolava il « Lavedan », per istinto gli sembrò
strana la coincidenza d’un tale fatto, e proprio in quelle
terre dove tre secoli prima c’era stata lotta di religione.
Chiamò il proprietario dell’hotel per chiedergli notizie
un po’ più dettagliate su Lourdes.
«Monsieur, è una città a dieci leghe da qui», lo
informò patron Edmond. « E ricca di fonti benefiche,
tanto che ogni anno vi giunge gente da ogni parte della
Francia per passarvi le acque. »
Probabilmente avvertiva che quello straniero aveva
altri pensieri. « Ora c’è questa strana storia d’una gio­
vane che sostiene di vedere qualcosa » sentenziò
Edmond « e anche questa mattina una piccola folla di
curiosi s’è mossa da Tarbes. »
«Sì, ho letto sul giornale le notizie da Lourdes»,
accennò e quasi senza riflettere avvertì subito che
intendeva farvi un’escursione. Chiese a patron Ed­
mond con quali mezzi fosse raggiungibile.
«Monsieur, non c’è che la carrozza ma il viaggio è
lungo e fastidioso. »
« Dite al cocchiere di farsi trovare domani di buon
ora davanti all’hotel» comandò.
Il giorno dopo partirono prima dell’alba, ancora
sotto le stelle. Per lui, Lourdes era ormai più che un
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nome di città. Già gli appariva come posto dove si
manifestavano coincidenze inconsuete. Il viaggio non
fu peggiore o più agevole di altri e verso le 11 del mat­
tino arrivarono nella cittadina che conservava le carat­
teristiche tipiche dei luoghi di montagna.
Chiese al cocchiere di condurlo a un albergo per
prendervi alloggio. Sporgendosi dalla vettura osservava
le case austere del borgo. Alcune, assai grandi, erano
costruite in solida pietra. Notò l’insegna pretenziosa
d’un Café Frangais; poco oltre la carrozza s’arrestò
davanti al confortevole Hotel des Pyrénées che sarebbe
diventato trattoria e allòggio per il soggiornò che inten­
deva passare a Lourdes.
La stanza che gli venne assegnata era situata al pri­
mo piano e dava sul retro, il piccolo cortile che forniva
e limitava il panorama avrebbe garantito sufficiente
tranquillità per il riposo. Sistemò le sue cose e dopo
una breve toeletta ridiscese. Salutò e uscì.
Affacciandosi sulla strada s’accorse di come, per
istinto, rivolgeva l’attenzione e i suoi passi verso il Café
Francis. Vi entrò e sedette a un tavolo d’angolo ad­
dossato alla parete. Chiese all’oste vino e formaggio. Il
locale era ben frequentato e notò che in alto, su una
sorta di rialzo dal pavimento, vicino alla finestra che
fronteggiava la strada, tre persone distinte stavano
sedute a un tavolo ovale. Discutevano, così gli parve di
capire, sull’interrogatorio del giorno precedente.
Spiccava tra essi un signore alto e sottile, con due
grandi favoriti che gli incorniciavano il viso dall’aria
' aguzza sotto una fronte molto alta. Gli sedeva accanto
un uomo un po’ corpulento, con una faccia rubiconda
e gioviale, intento a ascoltare il fitto cicaleccio d’un ter­
zo avventore dai gesti nervosi che d’altra parte induce­
vano a guizzi d’ironia sul volto lungo e contrassegnato
da baffi vistosi e pizzetto all’imperial maniera. Aveva
l’aria del funzionario. Meglio, aveva l’aspetto dell’uffi­
ciale di polizia. Ma un atteggiamento altrettanto pom-
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poso, eppure con una venatura di raffinata compostez­
za, aveva anche il primo signore.
Lo straniero chiese all’oste se poteva dirgli chi fos­
sero e quello, per nulla sorpreso o infastidito da una
domanda che avrebbe potuto altrimenti metterlo in
guardia, gliene indicò nomi e cariche.
«Il signore più alto, quello che giocherella con il
bicchiere, è il procuratore Vital Dutour. Gli è accanto
il dottor Dozous, e quello che parla e parla con lui,
sembra un fiume monsieur, è il commissario Jacomet.
E un uomo severo, ma buon intenditore di vino. Come
questo che v’ho servito. »
«Arrivo ora da Tarbes», puntualizzò lui, «e m’in­
curiosisce questa storia della giovane che ha, come
dire, delle visioni. Per caso sapreste indirizzarmi a lei o
a qualcuno che mi riveli qualche particolare su Massa-
bielle? »
«Ebbene monsieur, questa è una storia davvero
strana. Proprio ieri Bernadette, così si chiama la giova­
ne, è stata interrogata dal commissario Jacomet. Non ci
possono essere dubbi, Bernadette è una ragazza igno­
rante e molto povera ma è soprattutto una brava fan­
ciulla. Qui al Café molti sostengono che è una visiona­
ria, c’è chi ha dubbi. Qualcuno però ammette che qual­
cosa può realmente essere accaduto. »
L ’oste si scusò e per un attimo si volse a dare un’or­
dinazione alla fantesca. « Comunque » riprese « è pove­
ra gente. Bernadette è stipata con la sua famiglia in una
topaia di rue des Petits Fossés. Si tratta d’una ex pri­
gione, quasi all’incrocio con la rue Municipale, un
cachot che fino a qualche anno fa accettavano come
tetto solo i più poveri dei braccianti spagnoli che ven­
gono qui a cercar pane. Non è molto distante, si trova
nella zona vicino a place du Porche. Ma ora scusatemi
monsieur, devo andare in cantina a prendere altre bot­
tiglie. »
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Il vino davvero eccellente, come l’oste aveva sotto-
lineato Jacomet doveva esserne un ottimo intenditore, e
il formaggio saporito che aveva accompagnato con
pane bianco gli avevano sopito i morsi delia fame. Si
sentiva ristorato e, in più, provava una sensazione di
tranquillità che la lunghezza del viaggio avrebbe dovu­
to in qualche misura impedire. Uscì dal Café Franqais e
s’avviò verso l’albergo.
Ma, a un tratto, sopravvenne un’idea improvvisa.
Decise di visitare la città, attraversare le sue vie, esplo­
rare dall’interno i caratteri della sua gente. Traversò
place du Porche, svoltò a sinistra in rue des Petits Fos-
sés, senza chiedere indicazioni sul cachot, il buco dove
l’oste gli aveva detto che la giovane Bernadette Soubi-
rous abitava con la famiglia. Proseguì e attraversò rue
du Bourg, fino alla porta di Baous.
Sulla sinistra c’era un mulino. All’uomo che usciva
dal locale in cui girava la macina chiese quale strada
dovesse seguire per arrivare a Massabielle. Gli sembrò
che il giovane mugnaio fosse sorpreso, ma non più di
tanto, riconoscendolo straniero dall’accento. Posò a
terra il sacco che trasportava sulle spalle e diede l’infor­
mazione richiesta in un misto di patois e francese. «In
dieci minuti raggiungerete la grotta», gridò dall’uscio
mentr’egli s’era già avviato.
Una lunga teoria di prati sui quali si alzavano robu­
sti tronchi di pioppo, spogli di foglie, indicava quasi il
cammino fino a una lingua di sabbia che segnava il
punto in cui il fiume Gave veniva dirottato in un cana­
letto. Sulla sinistra c’era la parete rocciosa ai cui piedi
s’intravedeva una grotta quasi lambita su un lato dalle
acque.
Si fermò e sedette su una grossa pietra. Lo colpì
soprattutto il silenzio che circondava quei luoghi. Di
fronte a lui, in alto e dall’altro lato del fiume, vedeva
una fattoria. Restò seduto a lungo, godendosi beato
anche il tepore del sole che gli scaldava le ossa. Dalla
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tasca del tabarro aveva tirato fuori pipa e tabacco, una
matita e il taccuino. Caricò con calma il fornello e acce­
se assaporando ampie boccate della mistura che mon­
sieur Dufour gentilmente gli aveva fatto preparare dal
suo fornitore di Tarbes.
Pur essendo mediocrissimo nell’opera schizzò per­
sino un abbozzo della grotta e della zone dintorno.
Non era mai stato un contemplativo, personalmente
anzi era sempre stato portato a ironizzare su quanti si
lasciassero andare, a suo avviso, alle retoriche visioni
dei luoghi o cedessero spesso alla commozione, come
appunto la definiscono, delle bellezze naturali. Aveva
sempre considerato simili abbagli alla stregua di svene­
volezze immature, inutili cicisbeismi. Eppure, quel
pomeriggio, lui stesso stava forse cedendo a qualcosa
di simile e senza neppure accorgersene.
Lo riscosse dai suoi pensieri una sorta di cantilena
che proveniva dalla destra. Voltandosi, vide una ragaz­
zina di non più di quindici anni intenta a raccogliere
legna. L ’osservò con attenzione, avvertendo che an-
ch’essa l’aveva visto. La giovane s’avvicinò ancora a lui
e le chiese se abitava in quella zona. Lei lo guardò fisso
tenendo una piccola fascina sulle braccia incrociate ma
non rispose. Le chiese allora di nuovo se abitasse in
quel posto.
Pensando che forse non capisse il suo francese,
disegnò con le mani una casa e un camino dal quale
usciva fumo, quasi a significare che la giovane potesse
abitare in una casa lì intorno. La ragazza sorrise e fece
un gesto negativo con la testa. Poi fece segno che abita­
va al villaggio, vicino alla porta di Baous.
L ’uomo domandò se aveva visto qualcosa e se
conoscesse la giovane di Lourdes che aveva avuto le
visioni.
«Bernadette. Oh sì, la conosco. Sono stata anch’io
con lei qui alla grotta. C ’ero anche sabato scorso»,
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rispose con arguzia e usando un impasto di patois e
qualche parola di francese.
« E cosa è successo?»
«Io e mio fratello ci siamo svegliati alle sei per
recarci a Massabielle. Davanti alla grotta c’erano già
una ventina di persone che...», s’interruppe improvvi­
samente guardando dietro le sue spalle, in direzione
del canale.
Si voltò anche lui e vide che il dottor Dozous stava
dirigendosi verso di loro.
«Monsieur, buongiorno» salutò. «Sono uno stra­
niero, arrivato questa mattina da Tarbes.»
«Buongiorno a voi, monsieur. Sono il dottore
Dozous e ricordo d’avervi già visto. Eravate, se non
erro, al Café Francis, seduto al tavolo d’angolo. Salute
a te, piccola Rorò. Va tutto bene?»
Dozous si sedette su una pietra e tirò fuori un siga­
ro dalla giacca. «Rorò Mingelatte» spiegò «abita su,
alla fattoria di Baous. Ma suvvia, Rorò, mi pare che tu
stessi raccontando a monsieur qualcosa. Allora conti­
nua e io, se necessario, farò da interprete. Dovete sape­
re, monsieur, che la nostra gente qui parla e conosce
quasi esclusivamente il patois che è un misto di france­
se e spagnolo, ma Rorò se la cava abbastanza anche in
lingua di Francia. »
« C ’era già una piccola folla sabato mattina» ripre­
se la giovane «e in tanti ingombravano l’accesso alla
grotta. Mio fratello s’intrufolò tra le gambe degli uomi­
ni. Quanto a me, qualcuno mi afferrò e fui sistemata
davanti a tutti perché mi dissero che così avrei visto
meglio. Così abbiamo atteso, io mio fratello e gli altri,
per una buona mezz’ora. Si chiacchierava, si facevano
riflessioni. Poi ho sentito che la gente chiamava Berna­
dette. La piccola Soubirous era là e di colpo tutti sono
stati zitti. Ognuno guardava verso la grotta. »
Rorò ammucchiò sul prato con ordine i pezzi di
legna raccolti e s’accoccolò sopra un sasso.
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« E allora» la stuzzicò il dottore «è tutto quanto sai
raccontare? »
«Bernadette era accompagnata dalla sua madrina
che teneva un cero nella mano. Si è inginocchiata e solo
allora la madrina ha acceso la candela. La mia amica,
Bernadette insomma, con la mano sinistra ha preso il
cero mentre nella destra teneva il rosario. Guardava
fisso verso la nicchia, quella là che è sopra quella pie­
tra...», indicò Rorò.
«M a esattamente» la interruppe Dozous «tu cosa
hai visto? »
« Me ne stavo quasi di fronte a Bernadette. A circa
sei-sette passi da lei ero in una buona posizione per
vedere il suo viso. Osservavo tutto ciò che la mia amica
faceva. E Bernadette aveva già sgranato un po’ di rosa­
rio quando, alPimprowiso, il suo volto è diventato di
luce. Sì monsieur, il volto di Bernadette era proprio
luminoso e in quei momenti nessuno fiatava, tutti la
guardavano. Se aveste visto i suoi occhi. Tutta la gente
s’era inginocchiata. Bernadette non recitava più il suo
rosario, sembrava che parlasse con qualcuno. Vedeva
insomma quella Signora di cui parla. Io stessa potevo
vedere le sue labbra, si muovevano ma né io né gli altri
abbiamo udito nulla. Voglio dire che non sentivamo la
voce di Bernadette o quella della Signora. E tutto è
durato un quarto d’ora e forse più. Poi Bernadette s’è
alzata, come se tutto fosse finito ed è risalita al villaggio
con la stessa semplicità con cui era arrivata. La gente
allora, tutti noi voglio dire ci siamo stretti attorno a lei
per vederla e per toccarla. »
La ragazza si alzò e raccolse la sua legna. Dopo aver
affascellato con ordine gli arbusti salutò con un sorriso
e riprese la strada verso Lourdes.
Dozous guardò lo straniero soprappensiero. «Vede
monsieur, questi sono i fatti che si ripetono ormai da
dieci giorni. Bernadette ha avuto, se così possiamo
definirla, la prima visione ma lei afferma che è stata la
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prima apparizione venerdì l l . E ieri è stata interrogata
da Jacomet...»
Il sole era al tramonto. Chiese a Dozous se poteva
rientrare con lui a Lourdes. Sulla strada del ritorno gli
avrebbe così chiesto altri particolari.
«Volentieri» rispose Dozous «avrò così occasione
di chiedervi qualcosa sui motivi e gli scopi di questa
vostra visita tra noi. »
Poco prima della porta di Baous si fermarono a una
modestissima casa, vicino alla panetteria Lacapé, dove
un ragazzino di appena sei anni da più giorni versava in
uno stato di delirio febbrile.
Dozous uscì dalla casa dopo una ventina di minuti.
Aveva l’aria cupa, gli confessò che la malattia di quel
bambino lo preoccupava seriamente.
«M a scusatemi, non voglio annoiarvi oltre misura
con le mie difficili storie da medico», si schermì e
preannuncio: «V i presenterò al sindaco e al procurato­
re dell’Impero Vital Dutour. Conoscerete anche Jaco­
met, è un uomo astuto anche se in lui convivono dei
dubbi».
Lo pregò di accettare la sua ospitalità in albergo.
«Vorrei chiederle notizie sull’interrogatorio di Berna­
dette. M ’hanno riferito che la ragazza ieri è stata tartas­
sata per bene e così sarei lieto di poter conoscere nuo­
ve cose lontano dalla curiosità che vedo invece agitarsi
tra i clienti del Café Franqais. »
Dozous accettò l’invito, e gli sembrò quasi con sol­
lievo. Il dottore avvertì soltanto che l’avrebbe raggiun­
to in capo a mezz’ora, prima infatti aveva un’altra visita
urgente da compiere. In place du Porche si separarono
e lo straniero raggiunse l’Hotel des Pyrénées.
Se ne stava seduto a un tavolino appartato della
piccola sala del suo albergo e tra le volute del fumo che
soffiava attraverso la pipa rimuginava sullo schizzo a
matita che aveva tracciato qualche ora prima sul tac­
cuino. Stava appunto ritoccandone malamente alcune
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linee quando s’accorse che il dottore stava alle sue spal­
le e osservava in silenzio quella sua modestissima fa­
tica.
«Voilà, quella è Massabielle», esordì Dozous se­
dendosi al tavolo.
Ordinarono una bottiglia di vino e senza che lui
avesse chiesto nulla il dottore di Lourdes entrò subito
nel racconto.
« L ’hanno presa ieri sera dopo il vespro, mentre
usciva con alcuni altri ragazzi dalla chiesa. Callet, la
guardia campestre, e Jacomet in persona l’hanno messa
in mezzo e scortata alla casa Cénac dove abitano il
commissario e il vicario Pène. »
Dozous s’interruppe e armeggiò con un sigaro.
Dopo averlo acceso ne tirò ampie boccate, come se
volesse ritemprarsi.
«Io non ho mai assistito all’interrogatorio» conti­
nuò « e riferisco quanto m’ha detto Emmanuélite
Estrade che con suo fratello Jean-Baptiste, funzionario
delle imposte, ha invece ottenuto da Jacomet il permes­
so di assistervi. I due infatti abitano nello stesso palaz­
zo. »
Dozous si versò dell’altro vino. Dava la sensazione
che volesse riordinare con metodo, sia pure per l’inter­
posta testimonianza di Emmanuélite Estrade, i ricordi
e ricostruire con la maggiore esattezza possibile i fatti
della sera precedente.
«Dovete sapere che tutto è cominciato venerdì
scorso. L ’ 11 febbraio, verso mezzogiorno. Bernadette
era andata con la sorella Toinette e una loro amica,
Jeanne Abadie che tutti conoscono con il nomignolo di
Baloum, a cercare legna. E la petite sostiene che là, alla
grotta di Massabielle, ha visto una Signora. Aggiunge
anche che la stessa cosa è avvenuta una seconda volta,
domenica mattina. Giovedì scorso, infine, Bernadette
afferma che alle sei di mattina ha ricevuto da parte di
quella Signora l’invito a recarsi alla grotta per quindici
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giorni consecutivi. Bene, monsieur, avete inteso Rorò
dire che sabato c’era una piccola folla, credo d’almeno
venti persone. Ieri mattina, a Massabielle le persone
erano già diventate più di cento. »
Lo straniero seguiva il racconto del medico con
attenzione. Avvertiva che Dozous gli voleva offrire,
addirittura con minuzia, un’immagine esatta senza
però che intendesse prendervi parte al di fuori d’un
qualche modo lecito per un uomo di scienza, quindi
portato per la sua professione a dover necessariamente
far tara d’ogni aspetto sconosciuto e dunque non rile­
vabile clinicamente.
A distanza di moltissimo tempo, ancor oggi quello
straniero è convinto che Dozous volesse evitare anche
la più remota possibilità d’aver dubbi, al contrario, sul­
la saldezza mentale di tutta una città.
«Jacom et» riprese «ha condotto un vero e proprio
interrogatorio di polizia. A un certo punto ha chiesto
bruscamente a Bernadette se per caso non avesse visto
la Madonna. »
« No, io non ho mai sostenuto né affermato d’aver
visto la Santa Vergine», gli ha risposto pronta la ragaz­
za.
«Bene, allora non hai proprio visto nulla», ha
replicato Jacomet.
«Sì, ho visto qualcosa. Qualcosa di bianco», ha
spiegato Bernadette.
«Qualcosa o qualcuno?», rimbeccava il commissa­
rio.
«H a le sembianze d’una piccola Signora», ha indi­
cato la petite.
« E non t’ha detto di essere la Santa Vergine?», ha
insinuato Jacomet.
«N o, la Signora non mi ha mai detto di essere la
Madonna. »
«M a è quanto si mormora in città» ha aggiunto
qualcuno durante l’interrogatorio. « E poi, c’erano
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altre ragazze con te e loro dicono che non hanno vistò
niente. Come lo spieghi? »
«Non so, signor commissario. Io so solo dirvi che
la Signora indossa una veste bianca, intorno ai fianchi
porta una sciarpa blu. Un velo bianco le copre il capo e
ha una rosa gialla su ciascun piede. Anzi, le rose hanno
lo stesso colore del rosario che ha sempre nelle mani»,
ha replicato Bernadette.
« C ’è gente» ha buttato lì Jacomet «che ti spinge a
dire queste cose? Ti hanno dato dei soldi? »
«Bernadette ha negato» sottolineò Dozous «e ha
aggiunto che del resto aveva riferito ogni cosa alle suo­
re. Ha precisato, monsieur, che anche le suore l’aveva­
no tacciata d’essere una visionaria. »
Mostrò al dottore l’articolo comparso sul «Lave-
dan ».
« Sì, l’ho letto » annuì sorridendo « e anche se ano­
nimo posso dirvi che il tono ironico è tipico dell’avvo­
cato Bibé. » Sfogliò le pagine del giornale e si concen­
trò sull’articoletto in cui venivano riferiti i fatti di
Lourdes.
«Bibé, che lo dirige, scrive, ecco il punto» rilevò
« che una giovane ragazza, che tutto fa supporre afflitta
da catalessi, attrae l’attenzione della gente. Si tratta,
continua Bibé, nientepopodimeno che dell’apparizio­
ne della Santa Vergine. Sì monsieur, l’articolo è anoni­
mo ma lo stile è inconfondibile; viene dalla penna di
Bibé. Personalmente posso dirvi, invece, che Bernadet­
te è afflitta da un unico male. Si tratta d’una fastidiosis­
sima forma d’asma susseguente a un attacco di colera
che risale a due anni fa. La ragazza, questo è vero, non
gode buona salute. Ma sono, infine, le stesse privazioni
che la miseria porta con sé. »
Il buon medico di Lourdes versò dell’altro vino, ne
centellinò il sapore, poi riprese il racconto.
«Jacomet contestava a Bernadette che forse s’era
trattato d’un sogno e null’altro. »
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«N o monsieur» ha risposto lei «ero ben sveglia e
mi sono anche stropicciata gli occhi. E poi, ho visto la
Signora diverse volte ed era sempre buio. Non posso
essermi sbagliata.»
«Allora, dimmi perché le altre ch’erano con te non
hanno visto nulla? » ha incalzato il commissario.
« Non lo so » ha obiettato con calma la ragazza « ma
io sono sicura d’aver visto la piccola Signora e giovedì
le ho promesso che sarei andata a Massabielle per
quindici giorni di seguito. »
«Questo è impossibile» ha replicato Jacomet «per­
ché una simile promessa non può essere stata fatta a
uno che non esiste. Si tratta d’un abbaglio, anche se tu
dici che la Vergine ti ha sorriso...»
« No monsieur, io non ho mai detto », l’ha interrot­
to Bernadette «che si tratta della Vergine. Per favore,
vi chiedo di non cambiare a vostro piacere tutto quan­
to io vi dico. »
«Allora, eccoci al punto. Sei dunque» sferzò Jaco­
met irritato « una puttanella sfrontata. Ti fai ridere die­
tro e costringi la gente a seguirti. »
« Non è vero. No, io non dico a nessuno di andare
alla grotta...»
Dozous fece una sosta, come se con lo sguardo
inseguisse un pensiero lontano.
«A quel punto» riprese «Jacomet ha minacciato la
ragazza di metterla in prigione. Emmanuélite Estrade
però m’ha riferito che Bernadette non l’è mai sembrata
per nulla turbata da quella minaccia. » -
Lo straniero chiese al suo buon amico, c’era ormai
qualcosa che li legava di più intimo della conoscenza e
della conversazione fra persone colte, se lui avesse
invece dei dubbi.
« E possibile monsieur» gli chiese «che dietro a
un’anima così semplice, come voi descrivete Bernadet­
te, possano esserci scopi mistificatori? Secondo voi, e
21
beninteso sulla base della scienza medica, non potreb­
be trattarsi di allucinazioni? »
Dozous lo guardò sorpreso, un’ombra d’inquietu­
dine gli solcava la fronte. Poi sollevò lo sguardo verso il
soffitto.
«Caro amico, io sto descrivendo, anzi ricostruisco
per la vostra curiosità i fatti di ieri. Mi riferisco a tutto
ciò che riguarda l’interrogatorio. Non sto dandovene
un’interpretazione, né intenderei farlo. A quanto mi
pare di capire, Bernadette è comunque spinta a recarsi
alla grotta e posso aggiungere che questa forza, se pos­
siamo definirla in questo modo, non le viene certo da
sua madre Louise o dal padre Francois. Anzi, debbo
riferire che proprio Francois Soubirous alla fine s’è
precipitato in casa di Jacomet per riprendersi la figlia.
Il commissario l’ha persino ammonito. »
«L a commedia deve finire» ha intimato Jacomet
« e soprattutto né voi, né vostra moglie dovete spingere
vostra figlia a fare cose che l’affaticano terribilmente. E
ormai so, perché è stata la stessa Bernadette a confes­
sarlo, che siete proprio voi quelli che manovrano tut­
to... »
«Jacomet agitava un foglio sotto gli occhi di Fran­
cois Soubirous » aggiungeva il dottore « come se si trat­
tasse d’una confessione scritta. Ma in tutta onestà,
devo dirvi monsieur che nessuno nella famiglia di Ber­
nadette sa leggere o scrivere. Ciononostante, la ragazza
è uscita da casa Cénac con la stessa identica tranquillità
con cui v’era entrata due ore prima. E tornata al tugu­
rio umido e freddo che ospita i Soubirous e a Domini-
quette Cazenave, una sua vicina di casa che l’interroga­
va per . sapere come fossero andate le cose, s’è rivolta
con un sorriso. Bernadette le ha soltanto riferito che
Jacomet, lui sì, tremava e aveva persino il fiocco sul
cappello che tintinnava come una campana. Ecco,
monsieur, le confessioni se vogliamo di Bernadette.
Sono un medico, e questi come vedete sono i fatti reali.
22
Con tanto di testimoni. Non entro dunque nel merito,
né faccio ipotesi su ciò che potrebbe esservi dietro.
Però posso dirvi che a mio avviso non può trattarsi di
catalessi, come invece sostiene Bibé sul suo giornale.
No, per me non si tratta d’immaginazione isterica.
Comunque, lo ripeto, sono un medico e non posso o
voglio tantomeno dare un giudizio su quanto non
conosco direttamente o non abbia avuto modo di veri­
ficare di persona. »
Ordinarono un’altra bottiglia di vino. Dozous
guardava un punto fisso sulla parete, alle spalle del suo
interlocutore che rispettava il suo silenzio, quella pausa
forse di riflessione che il dottore si concedeva. Gli ver­
sò del vino e alzò il bicchiere. Dozous prese il suo e
quasi meccanicamente lo alzò, ma in un brindisi senza
parole. Si lasciarono con l’avvertenza di rivedersi l’in­
domani.
La pendola suonava le sette e gli restava pochissi­
mo tempo per una affrettata toeletta. Il pranzo sarebbe
stato servito alle sette e un quarto. Gli era stato asse­
gnato il posto di riguardo alla grande tavola ovale
dove, in comune, si consumavano i pasti. Conobbe una
coppia di giovani sposi che avevano fatto tappa a Lour­
des prima di raggiungere Tarbes. La dama, sottile e di
bel portamento, • gli disse che avevano dei parenti a
Tarbes e avrebbero già dovuto raggiungerli quello stes­
so giorno. Ma il viaggio era stato assai fastidioso e
s’erano così concessi quell’intermezzo al suo stesso
albergo. Venivano da una zona quasi al confine con la
Spagna.
Di fronte a lui un signore taciturno e nervoso sboc­
concellava appena qualcosa, più che altro era intento a
consultare un libro di legge e i codici. S’era scusato con
gli altri commensali sostenendo d’avere il tempo conta­
to poiché la mattina dopo l’attendeva in tribunale una
causa tra le più noiose e difficili. Madame Elfrida
Lacrampe, proprietaria con il padre dell’Hotel des
23
Pyrénées, sapeva comunque sollecitare gli argomenti di
conversazione, distribuire ordini secchi alla cameriera,
ordinare altro vino per i suoi ospiti, riprendere e rilan­
ciare in ogni direzione il discorso qualora si fosse appe­
na affievolito.
Fu una cena sobria e tutto sommato vivace. Al ter­
mine, si alzò e si diresse nella sala dov’era consentito
fumare. Madame Elfrida, accomiatandosi dagli altri
commensali, lo raggiunse.
« Spero monsieur che la stanza sia di vostro gradi­
mento. Pensate di trattenervi a lungo a Lourdes? In
questo caso, domani farò allestire per voi la camera ora
occupata da quei giovani sposi che lasciano l’albergo.
Preferite rimanere in quella dove siete alloggiato? Bene
monsieur... »
Ringraziandola per le premure, a un tratto le chiese
se sapeva qualcosa su Bernadette e quelle apparizioni.
«N é più, né meno» rispose dirigendosi verso il
camino dove attizzò le fiamme «d i quanto si dice in
città. Monsieur Clarens, Antoine Clarens, che è il diret­
tore della scuola pubblica, mi ha solo chiesto di andare
con lui alla grotta e uno di questi giorni lo accompa­
gnerò. Beninteso, se il ménage dell’albergo me lo con­
sentirà. Ma, voilà ecco l’amico Clarens.»
Un giovane signore agghindato di tutto punto si
dirigeva verso di loro.
«Madame, eccomi qua dunque a ricordarvi la
vostra promessa. »
«Senza dubbio, monsieur Antoine. Ho promesso
che uno di questi giorni verrò con voi a Massabielle.
Ed è quanto dicevo pocanzi anche a questo mio nuovo
e illustre ospite straniero.»
Madame fece le presentazioni affidando il signore
italiano, disse « alle cure di monsieur Clarens, un uomo
saggio e pieno di scienza che potrà soddisfare ogni
vostra richiesta e curiosità.»
24
Ordinarono due punch e l’ospite potè assaporare,
davanti al caminetto della sala riservata ai fumatori, la
brillante compagnia di Antoine Clarens.
«D a quanto ho capito dalle parole di madame
Elfrida » esordì con una punta d’ironica malizia « siete
a Lourdes forse per conoscere gli ultimi avvenimenti
della nostra storia. »
« I miei studi» confessò «m ’hanno portato dall’Ita­
lia a Tarbes. Per la verità mi trovo in questa parte della
Francia perché devo consultare archivi e raccogliere
documenti sulle guerre di religione avvenute in queste
terre nel sedicesimo secolo. »
«Ah sì, il movimento protestante di Jeanne d’Al-
bret, la regina di Navarra e signora del Béarn che con
la sua abiura portò a grosse tensioni. Ebbene mon­
sieur, ci fu battaglia anche a Lourdes. »
Clarens s’alzò e avvicinò la poltrona al caminetto.
Spostò con le molle alcuni tizzoni, aggiustò legna nuo­
va sulla brace e con il soffietto ravvivò le fiamme. Stette
a guardare il fuoco, soddisfatto di vederlo ben presto
rinvigorito.
«Quando il cattolico Carlo IX » riprese «inviò qui
le sue truppe per restaurare nel Béarn la religione tra­
dizionale ci furono scontri durissimi con le bande del
conte di Montmorency, che era soprannominato il ter­
rore del Béarn. Il castello fu espugnato, perduto e
ripreso più volte. La città venne saccheggiata e incen­
diata da Francois di Béarn e, nel 1573, dal barone
d ’Arros luogotenente di Enrico di Borbone, re di
Navarra. Poi ci furono altre incursioni in Bigorre da
parte della Lega e delle truppe del marchese di Villars
nel 1592. Solo un anno dopo avvenne l’abiura di Enri­
co IV. Dunque, monsieur, vedete che Lourdes ha que­
st’anima, forse inconscia, di crocevia religioso oltre che
geografico. »
« Ebbene, come potete notare » gli rispose « questi
erano e sono gli scopi che m’hanno portato a Tarbes
25
dove ho potuto consultare ricco materiale storico ed è
città in cui l’amicizia del prefetto Massy mi ha egregia­
mente introdotto negli ambienti della buona borghe­
sia. »
« Così abbiamo un amico in comune » replicò Cla-
rens « perché sto appunto preparando per Oscar Mas­
sy una memoria con la quale do informazioni su Lour­
des. Malauguratamente, monsieur, non disponiamo
ancora d’una biblioteca pubblica, né d’un museo o
d’una accademia. Però la città è viva e, posso dirlo,
conosciuta. Ogni anno, monsieur, qui arriva gente
d’ogni rango che, in buona o cattiva salute, cerca bene­
ficio alle sue sorgenti d’acqua. I dintorni poi sono
magnifici, con prati e boschi deliziosi, e le sue grotte
sono da visitare con emozione, quasi che una specie di
raccoglimento interiore ci sopraffaccia. E poi c’è la
grotta un po’ misteriosa di Massabielle...»
«A questo proposito» lo interruppe «ho letto ieri a
Tarbes l’articolo del «Lavedan» che dava notizia di
questi avvenimenti di Lourdes e eccomi qui da questa
mattina. Sono arrivato con il desiderio di conoscere e
vedere di persona, attrattovi anche da uno spirito d’in­
dagine storica che la non eccessiva distanza da Tarbes
mi rende più agevole. Ma dietro a tutto questo, che è
forse proponimento non scientifico, l’occupazione nei
miei studi rimane prevalente. E proprio per conservar­
vi la giusta attenzione intendo prendere appunti sulle
qualità civili di Lourdes, sulle arti e mestieri, sulle atti­
vità che s’intersecano nella vita della gente. »
«Se permettete» intervenne Clarens «vorrei allora
consigliarvi a questo proposito, indirizzandovi a fra’
Léobard-Marie. E il religioso che dirige la scuola Saint-
Joseph, retta dai frati dell’istruzione cristiana di Ploér-
mel. Credo si tratti della persona che possa fornirvi
meglio d’ogni altra dati e informazioni precise. »

26
Madame Elfrida venne a chiedere se fosse necessa­
rio ravvivare con nuova legna il fuoco nel caminetto.
Clarens e lo studioso italiano concordarono sul fatto
che s’era fatto tardi. Meglio andare a dormire. Lo stra­
niero salutò il suo nuovo amico, con il quale si sarebbe­
ro ritrovati in uno dei giorni successivi.
Il giorno dopo si svegliò tardi. La stanchezza per il
viaggio da Tarbes aveva richiesto un riposo più lungo
del solito. Si alzò e spalancò la finestra che dava sul
piccolo cortile interno assaporando l’aria frizzante che
portava sentori di neve. Indugiò con pigrizia nella toe­
letta e scese finalmente per la colazione soltanto alle
nove.
Salutò Marie, la cameriera che serviva ai tavoli,
chiedendole le novità del giorno. La risposta soprag-
giunse con madame Elfrida che s’avvicinava per avere
informazioni sul suo riposo.
« Non sentite? Monsieur, questa mattina a Lourdes
c’è agitazione. Alle cinque, la piccola Bernadette è
andata a Massabielle e tutto lascia credere che l’accom­
pagnasse un’autentica folla. Un’ora fa è venuto il le­
gnaiuolo per la fornitura del giorno, m’ha parlato di
almeno centocinquanta persone. Pare che tra la folla
non mancassero neppure i signoroni del luogo. Ber­
nard assicura d’aver riconosciuto tra quella gente il
dottor Dozous, l’avvocato Dufo, Jean-Baptiste Estra­
de. Dovrò decidermi ad andarci anch’io. Penso addirit­
tura a domani, se l’invito di monsieur Clarens e di
Estrade sarà ancora valido. »
Poco prima delle 10 andò a far visita a fra’ Léo-
bard-Marie che lo accolse con semplicità e molta cor­
dialità. Cercò di sondarne gli umori, poiché era la pri­
28
ma volta che aveva contatti con un religioso di Lour­
des.
Il frate fu molto cauto, l’avvertì che la persona più
adatta a fornirgli lumi sulla questione, così almeno dis­
se, era senza dubbio Dominique Peyramale, il curato di
Lourdes.
«Per quanto posso dirvi» aggiunse «gli abitanti del
villaggio sono in maggioranza poveri. Molti lavorano
nelle cave ricche di marmo che ci sono qui intorno o
nel taglio della pietra e dell’ardesia che abbonda nelle
nostre montagne. Le donne, dal canto loro, si arrangia­
no alla bell’e meglio raccogliendo legna da vendere a
pochi soldi. La trovano in una vicina foresta demania­
le. »
Fra’ Léobard-Marie armeggiò con alcuni attrezzi di
falegnameria, quindi riprese il discorso.
« Qualcuna, e può dirsi più fortunata, fa la serva in
qualche casa borghese. Però la gente di Lourdes, chec­
ché ne dicano i cosiddetti illuministi del Café Francis,
è tutta solidamente credente. Peraltro, monsieur, cre­
do che alla vostra curiosità di storico l’archivio comu­
nale potrà rivelare molte cose interessanti sul piano:.,
ecco, diciamo sul piano civile. Se avrete la grazia d’at­
tendere qualche minuto, sistemo un piccolo guaio in
refettorio e potrò accompagnarvi io stesso. »
Dopo qualche minuto s’incamminarono verso il
municipio. Fra’ Léobard-Marie aveva il passo svelto e
vedendo che lui faticava a stargli dietro rallentò un
poco. Nacque allora l’occasione per chiedergli notizie
sulla famiglia di Bernadette Soubirous.
« Marie-Bernarde, sapete Bernadette è diminutivo
come usa qui da noi, è nata quattordici anni fa, in gen­
naio. All’epoca» iniziò il buon frate «il padre Francois
e sua madre, Louise Castérot, erano mugnai a Boly. La
famiglia a quei tempi poteva dirsi persino agiata, l’ec­
cessiva generosità doveva poi travolgerli. So che molti
andavano al mulino di Boly per macinare la loro farina
29
e molto spesso ottenevano dilazioni di pagamento che
finivano per neppure onorare. Ma c’è di più. Chiunque
fosse capitato al mulino dei Soubirous si vedeva accol­
to come ospite gradito alla tavola dei padroni e rifocil­
lato di tutto punto. »
Fra’ Léobard-Marie salutò una donna anziana e
mise mano alla borsa consegnandole qualche soldino.
« E una donna sola e malata, le ho dato un poco di
speranza spicciola», sorrise. «N el 1845 e nel ’51 sono
morti due fratellini di Bernadette. L ’anno successivo il
mulino che i Soubirous ritenevano d’aver ereditato fu
messo invece all’incanto, due anni più tardi l’intera
famiglia fu cacciata da Boly. Così dovette adattarsi alla
fortuna, fino a rintanarsi e confinarsi nel cachot di rue
des Petits Fossés. E una ex prigione, fradicia d’umidi­
tà, i muri sono un pericoloso veicolo di malattie. »
Il frate si fermò nuovamente, all’incrocio d’una
stradina, davanti a una bancarella che offriva le poche
verdure fresche che la fredda stagione consentiva.
Chiese il prezzo d’un cesto di verze, contrattò a lungo
prima d’ordinare che venisse recapitato alla scuola.
Ripresero il cammino in direzione del municipio,
inframezzandolo con numerose ma brevi soste ogni
volta che un uomo o una donna, per lo più vestiti mol­
to modestamente, s’avvicinavano al frate per salutarlo
o per chiedergli qualche minuto favore.
« Quasi un anno fa, » fra’ Léobard-Marie riavvitò il
discorso troppo spesso interrotto «se non erro il 27
marzo, il padre di Bernadette è stato arrestato con l’ac­
cusa d’aver rubato due sacchi di farina. Erano stati
rubati nella panetteria Maisongrosse, è quella che ab­
biamo superato da poco all’incrocio. Va sottolineato,
del resto, che proprio Maisongrosse aveva testimoniato
in favore di Francois Soubirous. Lui stesso ne aveva
encomiato la fedeltà dimostrata quando l’aveva avuto a
lavorare con sé. Ma, vedete monsieur, ciò non è valso
granché. E sapete perché il padre di Bernadette si tro­
30
vò implicato in un affare da malfattori, dal quale biso­
gna aggiungere fu ben presto prosciolto? Lo stesso
Maisongrosse aveva dichiarato che il sospetto su Fran­
cois gli era appunto venuto proprio per le condizioni
di miseria in cui versavano i Soubirous. Secondo lui,
erano condizioni che avrebbero potuto spingere Fran­
cois al furto. Monsieur, ecco la storia della famiglia di
Bernadette. »
Erano arrivati in municipio. Fra’ Léobard-Marie lo
precedette e si fermò a parlare con un uomo di piccola
statura che portava, forse per uno strano gioco dei con­
trasti, due grandi baffi e una criniera foltissima.
« Questo è Marcel » l’awertì « ed è l’addetto all’a-
nagrafe. Monsieur, ha promesso di fornirvi l’elenco
con i dati del censimento del 31 maggio 1856. Comun­
que, è a vostra completa disposizione. Ma ora scusate­
mi, devo rientrare alla scuola dove sarò felice di rice­
vervi per ogni futura vostra necessità. »
Lo straniero ringraziò il religioso e seguì Marcel
che lo fece accomodare davanti a una grande scrivania
sulla quale ben presto gli portò in visione il volume che
conteneva tutti i dati del censimento.
E dalle cifre poteva ricostruire la vita di Lourdes.
Pur nella loro aridità, quei numeri gli fornivano un
quadro quasi millimetrico della realtà umana di quelle
genti di montagna. Era un affresco non dissimile da
quello che poteva ritrarre una dimensione civile non
diversa in tantissime parti d’Italia. Segno, dunque, che
povertà e lotta per l’esistenza non hanno patrie definite
o confini precisi che ne delimitino la presenza.
I fogli con le annotazioni diligenti d’un oscuro
impiegato racchiudevano la storia più attuale della cit­
tà. Lourdes dunque contava 4135 abitanti, ospitati in
459 case. L ’agglomerato urbano, la città vera e propria,
raggruppava 3369 persone, altre 766 erano sparse in
diverse borgate; ad Anclades e Sarsan, a Saux e nei
quartieri di Lanne-Darré o del Buala e di Biscaglia,
31
d’Arriouet e in altri ancora. Trovò anche la suddivisió­
ne per sesso. A Lourdes c’erano 1793 uomini e 2162
donne, tra i primi 1151 gli scapoli. Costituivano la
componente femminile 1249 donne nubili e 703 sposa­
te, 210 le vedove.
Anche a Lourdes, come in altre parti e non solo
della Francia, il tasso di mortalità infantile era molto
alto. Se nascevano bambini, molti di essi non avrebbe­
ro superato il traguardo dei dieci anni.
L ’elenco gli forniva, con burocratica esattezza,
anche lo spaccato sociale della città. C’erano 995 elet­
tori in età superiore ai 24 anni, la città aveva mandato a
Parigi un suo deputato, Dauzat-Dambarrère. Sindaco
era il notaio Anseime Abbadie-Lacadé; il suo amico,
come già lo definiva, Pierre Dozous divideva le cure di
quella gente con il collega Balencie, medico dell’ospi­
zio. Due cerusici, un altro notaio, tre farmacisti, 38
funzionari nell’ufficio del procuratore imperiale Vital
Dutour e del suo sostituto, qualche altro notabile com­
pletavano la lista degli abbienti.
Continuò a sfogliare le pagine del volume. In altri
elenchi comparivano centoventicinque commercianti,
centonovantatré artigiani, quattrocentottanta lavorato­
ri manuali. Infine, cinquantacinque nominativi recava­
no a fianco la qualifica di giornalieri, tra essi Francois
Soubirous veniva etichettato come ex mugnaio. Il
padre di Bernadette si trovava così inserito nella classe
più bassa e miserevole.
Solo altri tre nomi, in quella graduatoria negativa,
seguivano il suo. Sul piano della povertà lo battevano
due mendicanti e un uomo «senza professione». A 43
anni d’età Francois Soubirous poteva contare quindi
solo sulle sue braccia e a quell’unico capitale poteva
affidarsi per tirare avanti.
Chiamò Marcel e lo ringraziò. Gli chiese anche se
potesse dargli qualche indicazione sul genere di vita
che si conduceva a Lourdes.
32
« Certo non è un villaggio esclusivamente contadi­
no» rispose di buon grado l’usciere «e neppure una
città di borghesi. La stragrande maggioranza della gen­
te si arrabatta come può. Vede monsieur, a Lourdes un
chilo di pane bianco costa 37 centesimi, per quello di
segale e crusca ce ne vogliono 24. Rispetto a due anni
addietro, però, le cose adesso vanno meglio. All’epoca
della carestia occorrevano 63 centesimi per un chilo di
pane bianco. Si trattava in effetti d’una vera leccornia
se si pensa che un muratore sgobba tutto il giorno per
due franchi e che un giornaliero, quando e se ha la
fortuna di trovare un lavoro, raggranella appena un
franco e 25 centesimi. »
Uscendo dal municipio evitò di proposito il Café
Franqais e si diresse all’albergo. Il pranzo stava andan­
do in tavola e madame Lacrampe gli fece cenno d’af­
frettarsi. Annuì e prese posto senza troppa voglia.
Madame Elfrida s’accorse del suo silenzio e chiese
se per caso gli occorresse qualcosa o se il menù, uno
stufato che dal profumo si presentava al contrario mol­
to appetitoso, magari non fosse di suo gradimento.
«Monsieur desidera qualcos’altro?»
Lui accennò uno sbiadito ringraziamento. Le con­
fessò il desiderio di poter parlare con la giovane Berna­
dette.
«Monsieur, a quanto mi si dice» obiettò lei con
una punta di delusione « credo che la giovane Berna­
dette non ami molto ripetere la sua storiella. Soprattut­
to considerando che tante persone ve l’hanno già spin­
ta. So però che il vostro intento di storico è più che
legittimo e penso allora che il mio pasticciere Delue, il
quale è fra l’altro parente dei Soubirous, potrebbe
intercedere. Manderò da lui Marie per chiedergli se
può farmi, in nome vostro, questo favore. Ma ora servi­
tevi monsieur, dovete fare onore allo stufato della mia
brava cuoca.»
33
Scambiò qualche battuta con gli altri commensali.
Marie gli preannuncio che ben presto avrebbe raggiun­
to il laboratorio di Delue per fare la commissione di
madame e confermò inoltre d’aver consegnato al coc­
chiere, che all’alba era partito con i due sposini alla
volta di Tarbes, la lettera per il professore Dufour.
S’era persino dimenticato della cosa, evidentemen­
te quella strana situazione di Lourdes contribuiva a
distoglierlo dai suoi studi. Nel messaggio inviato al suo
illustre amico di Tarbes scriveva di non sapere quanto
tempo si sarebbe ancora fermato a Lourdes. Dava
qualche giustificazione alla propria curiosità collegan­
do con eccessiva superficialità, e di ciò ora si doleva, la
storia delle apparizioni con le ricerche sugli eventi reli­
giosi del sedicesimo secolo. Concludeva, peraltro, salu­
tando l’amico al quale comunque preavvertiva un suo
ritorno a Tarbes il più presto possibile «non appena
esaurite», così terminava, «le mie modeste indagini sui
fatti di qui».
Le parole di Marie l’avevano d’altra parte riportato
nuovamente alla realtà dei suoi scopi. Salutò gli altri
ospiti dell’albergo e salì nella sua camera per riprende­
re la lettura della recentissima Storia di Francia dell’An-
quetil.
Prese appunti su Pio VI, il cardinale di Lorena tru­
cidato dagli alabardieri di Enrico III. Uno spunto
importante di riflessione gli veniva con l’analisi della
mediazione di papa Morosini che chiedeva al re di
« sostenere la religione » ma senza approvare o biasima­
re la morte del duca di Guisa. Allineava altre noterelle
sulla duchessa d’Angouillème, sorella naturale di Enri­
co III e vedova di Orazio Farnese. Eventi e intrighi di
quell’epoca remota si delineavano con nuove forme nel
quadro generale delle ricerche e dei suoi studi.
Bussarono alla porta. Era Marie che saliva per
avvertirlo che il pasticciere Delue era già arrivato e
attendeva di sotto per accompagnarlo alla casa dei
34
Soubirous. Guardò l’orologio, da poco erano passate le
tre.
Delue si rivelò un ottimo intermediario.
«Sapete» gli confessò «io non so proprio cosa dire
di tutto quanto sta accadendo. Bernadette è però una
ragazza semplice e molto buona. »
Attraversarono place Marcadal, girando intorno al
municipio proseguirono per rue Municipale. All’incro­
cio con rue des Petits Fossés Delue si fermò un attimo,
come se avesse un’esitazione.
«L a petite» commentò «parla e capisce solo il
patois, voglio dire monsieur il dialetto di queste zone, e
spero che per questo motivo vi accontenterete di me
come traduttore nella lingua colta che voi, persone di
rango, usate d’abitudine.»
Si fermarono davanti a una porta un po’ sconnessa
che dava sulla strada. Delue bussò e venne a aprire
l’uscio una donna miseramente vestita, in testa portava
il tipico cappuccio pirenaico. Era Louise Castérot, la
mamma di Bernadette, alla quale il suo accompagnato­
re lo presentò.
In patois spiegò a May, così la chiamava, chi era
quello straniero e quali fossero gli scopi della sua visita.
La donna guardò il signore con preoccupata timidezza
e girò lo sguardo sull’unica e angusta stanza. Poi repli­
cò sempre usando il dialetto qualcosa che gli parve
suonare come un’impacciata obiezione. Annuì infine
con la testa e l’invitò a entrare. Il luogo era veramente
piccolo.
A colpo d’occhio si vedeva che era appena più
grande d’una normale cella di prigione e del resto a
quello scopo aveva servito in passato. Dall’unica fine­
stra entrava poca luce nel cachot, al di là d’una tavola si
intravedevano due giacigli. Da un buco scavato nel
muro era stato ricavato un camino e sul fuoco borbot­
tava una pentola di coccio. Vicino alla finestra, nell’an­
golo, una ragazzina li guardava con i suoi grandi occhi,
35
accanto al letto c’era un sacco imbottito di foglie di
granturco sul quale se ne stava appollaiato un bim-
betto.
Bernadette, la riconobbe per istinto, era seduta su
una panca vicino al tavolo, intenta a rattoppare su un
pezzo di stoffa. Alzò gli occhi solo quando May Louise
aveva accettato di far entrare quei nuovi visitatori.
Salutò con un sorriso squillante suo cugino Delue e si
rivolse allo straniero con un gesto di cordialità, privo
però di qualsiasi affettazione.
Si sentì finalmente a suo agio, in lui era svanita la
sensazione spiacevole di essere un intruso. Delue pregò
Bernadette di spiegare « all’italiano » cosa avesse visto.
« So che ha già ripetuto molte altre volte il suo rac­
conto », si scusò lui « e capisco che tutto questo viavai
di curiosi le crea anche fastidio. Non ho però scopi
inquisitori e vorrei soltanto ascoltare direttamente dal­
la sua voce quanto è accaduto. »
«O h no, monsieur nessun disturbo», si schernì
Bernadette. « Sarò felice di raccontarvi quanto ho visto
e sentito alla grotta. »
La ragazza andò a sedersi un po’ più vicino a loro.
« Quel giorno » iniziò con garbo « mancava la legna
in casa. Così May aveva chiesto a mia sorella Toinette,
è quella che vedete vicino alla finestra, di andare a rac­
coglierne qualche pezzo. Chiesi allora di poterla
accompagnare, insieme alla nostra amica Baloum. E
dopo aver ottenuto il permesso ci siamo dirette al
Gave. Era una giornata fredda, ma non più di tanto,
monsieur, per questa stagione. Arrivammo al fiume,
all’altezza di Massabielle e Toinette e Baloum lo attra­
versarono. Oh, scusate monsieur...»
Bernadette s’alzò e s’avvicinò al letto. D bimbetto
aveva iniziato a piangere. Bernadette con molta premu­
ra lo prese in braccio cullandolo. Poi guardò la madre
e dal cenno che lei le fece intuì che avrebbe dovuto
36
affidare alle cure di May il fratellino. Tornò a sedersi
accanto a loro.
«Quando mia sorella e Baloum» riprese «furono
sull’altra riva del fiume io mi accorsi che stavano pian­
gendo e gliene chiesi la ragione. Mi risposero che l’ac­
qua era molto fredda. Così le pregai di aiutarmi a getta­
re sassi nell’acqua per fare una specie di passerella, in
modo che anch’io potessi passare dall’altra parte senza
dovermi levare gli zoccoli. Invece, Toinette e Baloum
dissero che dovevo fare come loro. Scesi allora lungo la
riva, un po’ più avanti, per cercare un passaggio da
utilizzare senza dovermi per forza togliere gli zoccoli. »
Il signore italiano osservava il viso calmo e sereno
della ragazza, non vi scorgeva alcuna ombra di fatica o
d’alterazione. Il volto e i modi di quella giovane di
quattordici anni gli apparivano dei più tranquilli.
«N on mi fu possibile monsieur» Bernadette prose­
guì «attraversare il fiume come in effetti volevo. Tanto
più che May m’aveva raccomandato di non prendere
assolutamente freddo. Ma io volevo passare sull’altra
riva e così sono ritornata nel punto davanti alla grotta.
Mi sono seduta sulla sponda del fiume per togliermi gli
zoccoli e sfilarmi le calze. E proprio mentre stavo
facendolo intesi un rumore, come un soffio improvviso
di vento. Mi sono voltata verso il prato e ho visto che
gli alberi alle mie spalle non si muovevano affatto. Mi
sono dunque chinata un’altra volta per togliermi gli
zoccoli ma ho inteso lo stesso rumore di prima. Ma
questa volta era come un colpo di vento. Allora ho
alzato gli occhi verso la grotta e ho visto una Signora
vestita di bianco. »
Chiese alla ragazza se per caso non avesse sentito
un tremore, come se un improvviso attacco di febbre
invadesse il suo corpo.
« No monsieur, mi sentivo bene. La Signora indos­
sava un abito bianco e aveva una cintura azzurra sui
fianchi. C’era una rosa gialla su ognuno dei piedi e tra
37
le mani un rosario che aveva lo stesso colore. Devo dire
che vedendola mi stropicciai gli occhi. Credevo d’in-
gannarmi. Ricordo di aver messo la mano nella tasca e
vi ho trovato la corona del rosario...»
Il bimbetto riprese a strillare. May fece cenno a
Delue, come se volesse chiedergli di interrompere quel
racconto. Anche lo straniero sarebbe stato a ciò dispo­
nibile. Ma Bernadette continuò.
«Volevo farmi il segno della croce, però non riusci­
vo a portare la mano alla fronte. Il braccio mi ricadeva.
Poi, però, fu proprio la Signora a farsi il segno della
croce. La mia mano tremava, provai anch’io a farlo e vi
riuscii. Ho fatto scorrere i grani della mia corona e la
Signora sgranava il suo rosario. Vedevo bene le sue
mani accarezzarlo, ma la Signora non muoveva le lab­
bra. Quando ho finito di recitare il rosario la Signora è
improvvisamente scomparsa. »
Bernadette rivolse lo sguardo a sua sorella.
«Quando Toinette e Baloum ritornarono dal
boschetto chiesi se non avessero visto nulla. Mi dissero
che non avevano visto né udito nulla. Gli dissi anche
che si erano burlate di me. M’avevano avvertito che
l’acqua del fiume era gelida e io l’avevo invece trovata
tiepida quando vi avevo immerso la punta del piede. »
Delue interruppe il racconto e scambiò qualche
parola con la madre di Bernadette.
«Monsieur, Louise si scusa per non avere qualcosa
da offrirvi ma se desiderate un bicchiere di vino posso
fare un salto qui vicino e prenderne una bottiglia. »
Lo pregò di non importunarsi, disse anzi che vole­
va ringraziare Louise Castérot per la cortesia con cui
era stato accolto. Preferiva comunque ascoltare ancora
Bernadette sempreché ciò non l’avesse affaticata.
«N o monsieur» intervenne la ragazza «posso
benissimo continuare. Allora ho detto a mia sorella e
alla nostra amica che avevo visto una Signora vestita di
bianco ma non sapevo chi mai potesse essere. A Toi-
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nette e a Baloum raccomandai anche di non farne cen­
no con nessuno. Cosa che invece mia sorella non ha
fatto. Anzi, hanno replicato che non avrei dovuto più
ritornare a Massabielle. A quel punto ho detto di no e
che non potevo promettere una cosa del genere. Que­
sto, monsieur, è stato venerdì 11. La domenica seguen­
te sono ritornata alla grotta perché sentivo dentro di
me una forza prepotente che mi spingeva a andarvi di
nuovo. »
« E cosa avrebbe impedito di tornarvi? » chiese lo
straniero.
«Toinette aveva raccontato ogni cosa alla mamma»
rispose Bernadette « e May m’aveva proibito di ripre­
sentarmi alla grotta. Io però, dopo la messa cantata di
domenica, sono andata dalla mamma per chiederle il
permesso di andare a Massabielle. May non voleva, dis­
se che aveva paura ch’io cadessi nell’acqua. Temeva
anche che non sarei rientrata in tempo per il vespro. Le
promisi che avrei fatto molta attenzione, non sarei cer­
to caduta nell’acqua e sarei rientrata in tempo. Così
May finalmente m’ha dato il permesso di andare alla
grotta. »
«Prima di andare a Massabielle» aggiunse Louise
«Bernadette è andata in chiesa e ha riempito una botti­
glia con l’acqua benedetta. »
« L ’avrei gettata sulla Signora» riprese la ragazza
« se mai, una volta giunta alla grotta, fosse ricomparsa.
E in effetti monsieur l’ho rivista e le ho buttato addos­
so l’acqua benedetta. Però la Signora sorrideva e china­
va la testa. Mi sono inginocchiata per recitare il rosario
e solo quando ho finito di pregare la Signora è scom­
parsa. Giovedì scorso sono ritornata a Massabielle in
compagnia di madame Milhet. Prima di avviarci alla
grotta siamo andate in chiesa a assistere alla prima mes­
sa. Quindi, per arrivare a Massabielle siamo scese al
ponte vecchio e da lì abbiamo preso il sentiero del
bosco. Madame Milhet m’aveva dato un foglio di carta,
39
una penna e il calamaio pregandomi di chiedere alla
Signora di scrivere il suo nome. Così sapremo chi è, mi
disse madame Milhet. »
Bernadette fece una pausa e s’alzò per bere un bic­
chiere di acqua. Si vedeva'che il racconto non l’affati­
cava. La ragazza riviveva con gioia quelle immagini di
cui era stata protagonista alla grotta di Massabielle.
Anche Toinette, quasi accucciata nell’angolo della fine­
stra da cui non s’era mai mossa, seguiva con trasporto
le parole della sorella. Bernadette tornò a sedersi e con
un sorriso riprese il racconto.
«Finalmente, quella mattina la Signora mi parlò.
Dopo aver recitato insieme il rosario mi sono avvicina­
ta alla soglia della grotta e l’ho supplicata di scrivere il
suo nome. Monsieur, io so di averglielo chiesto a voce
alta eppure madame Milhet sostiene di non aver invece
udito niente. E un fatto strano, questo. La Signora mi
ha risposto che non era assolutamente necessario scri­
vere il suo nome. M’ha chiesto invece di avere la genti­
lezza, queste sono le sue parole precise, di andare alla
grotta per quindici giorni di seguito. Monsieur, l’ho
promesso alla Signora.»
Esattezza e ricordi essenziali punteggiavano dun­
que il racconto della ragazza. Nelle parole di Bernadet­
te non c’era nessuna infioritura, nessun particolare
superfluo alterava le linee di semplicità che dimostrava
anche nell’aspetto e soprattutto nei modi. Con asciutto
pudore aveva concluso il suo racconto per quello stra­
niero che s’era intrufolato, come avrebbe potuto pen­
sare e a buon diritto, nella sua casa. Con naturalezza e
disinvolta freschezza aveva quindi ripreso il suo lavoro
di cucito.
May Louise chiese alla figlia Toinette di andare a
prendere dell’acqua al pozzo vicino. Bernadette ac­
compagnò la sorella.
«Madame Soubirous» chiese lo straniero «avete
mai osservato, come mamma, nel comportamento di
vostra figlia qualche stranezza?»
40
«N o monsieur. Sin dall’infanzia» rispose senza
alcuna sorpresa «Bernadette ha dimostrato il suo
carattere semplice. E una fanciulla ubbidiente. La peti­
te, questo è vero, ha una tendenza molto forte a essere
pia. Certo, non gode purtroppo di buona salute tant’è
vero che dall’età di sei anni ha lo stomaco e la milza
deboli. L ’attacco di colera, una autentica peste che a
Lourdes ha fatto una vera ecatombe, l’ha resa ancora
più fragile. Posso, insomma, dirle che la sua esistenza
non è mai stata priva di sofferenze. Dall’ 11 febbraio di
quest’anno poi è diventata ancora più debole. Lo sto­
maco a intervalli le si gonfia e durante questi periodi la
tosse aumenta in maniera penosa. Ma appena sta
meglio, anche se si tratta solo di brevi intervalli, ram­
menda e bada ai suoi fratelli. Sì monsieur, posso dirvi e
con tutta sincerità che Bernadette è una brava e ubbi­
diente figlia per me e mio marito Francois. »
Lasciarono l’umile casa dei Soubirous. Camminan­
do verso place du Porche lo straniero osservava di sbie­
co la faccia silenziosa di Deluc. Cercava sul suo volto
qualcosa che gli potesse offrire l’opportunità d’una
nuova domanda. Delue, quasi avesse avvertito la cosa,
si voltò verso di lui.
« L ’altra domenica, il 14, Nicolau che ha il mulino a
Savy, sul canale, ha visto Bernadette inginocchiata
davanti alla grotta. Monsieur, Nicolau m’ha riferito
d’essere rimasto lui stesso colpito per il pallore e i sor­
risi che a un tempo percorrevano il volto della ragazza.
S’è avvicinato a Bernadette. Le ha tappato gli'occhi
con le mani cercando anche di farle abbassare il capo.
Però Nicolau dice che tutto è stato inutile. Bernadette
rialzava la testa e i suoi occhi si riaprivano ogni volta
sorridenti, tanto che il mio amico l’ha dovuta trascina­
re a forza al mulino di Savy. »
Erano ormai arrivati all’incrocio con il Café Fran­
c is . Invitò il suo cortesissimo accompagnatore a
entrarvi con lui per bere un bicchiere di vino.
41
«V i ringrazio monsieur» fu la risposta di Delue
«m a devo correre in laboratorio. E poi, questo è un
luogo non adatto a un tipo come me. »
Al Café c’era parecchia gente. Molte persone attor­
niavano un tipo ben vestito seduto al solito tavolo d’an­
golo che solitamente ospitava Pierre Dozous, questa
volta assente, e gli altri notabili. L ’uomo affermava
d’aver accompagnato quella mattina un gruppo di gio­
vani signorine di buona famiglia che volevano visitare
la grotta.
«Cari amici, l’anno scorso a Bordeaux ho avuto
l’onore di ammirare una recita dell’immortale Rachel,
un’attrice magnifica eppure, devo confessacelo, infini­
tamente inferiore a Bernadette. Questa ragazza, ve lo
dice uno che se n’intende, ha davvero davanti a sé un
essere soprannaturale. »
Le parole di quel nuovo venuto accelerarono in lui
la decisione. Sarebbe andato anche lui alla grotta di
Massabielle. Peraltro, una fastidiosa raucedine e qual­
che linea di febbre lo costrinsero a letto per tutto il
giorno successivo. Madame Elfrida andò più volte a
fargli visita interessandosi delle sue condizioni. Voleva
a ogni costo avvertire Dozous.
« Non è proprio il caso » obiettò lui « poiché si trat­
ta di piccoli malanni di cui soffro ogni tanto. Basta una
giornata di riposo, soprattutto al caldo, perch’io mi
rimetta completamente in sesto. Anzi, approfitterò di
questa pausa momentanea per proseguire negli studi
che da qualche giorno ho troppo trascurato. »
«V i preparerò io stessa, allora, del brodo e una
purea di patate » sentenziò madame Elfrida « e mande­
rò su la cameriera con uno sciroppo del farmacista
Pailhasson. Vi garantisco monsieur che è un liquido
capace di fare miracoli e comunque Marie sarà a vostra
completa disposizione. »
Si avviò all’uscio, ma appena arrivata nel vano della
porta si girò ancora una volta. Voleva riferirgli l’ultima
novità della giornata.
42
« A . proposito, questa mattina la nostra giovane
Bernadette è tornata alla grotta. Nel corteo che la
seguiva c’erano almeno trecento persone e la zia Lucile
che l’accompagnava ha riferito a monsieur Estrade, eh
sì anche lui era della comitiva, che Bernadette ha bacia­
to più volte la terra. Lucile ha detto che la petite ha
ripetuto più volte la parola penitenza. Più tardi mon­
sieur Estrade verrà in albergo, dobbiamo infatti fissare
l’appuntamento per domani mattina. Dovrebbe accom­
pagnarmi, anche lui, alla grotta. Se non vi disturba lo
pregherò di salire da voi, potrete così chiedergli altre
notizie. »
Si assopì con il libro dell’Anquetil tra le mani. Ver­
so le 11 la fantesca gli portò una tazza di brodo e un
piatto di purea. Marie lasciò sul tavolino accanto al let­
to anche una bottiglietta di vetro. Conteneva lo scirop­
po di Pailhasson e lo avvertì che doveva prenderne due
cucchiai ogni quattr’ore. S’addormentò invece senza
assaggiare nulla.
Nel pomeriggio madame Elfrida passò ancora una
volta nella sua camera per verificare quelli che, a suo
avviso, avrebbero dovuto essere i miglioramenti. Ma­
dame s’accorse che, al contrario, egli non aveva seguito
i suoi consigli, ordini più che altro a dire il vero, e lo
sgridò severamente.
«Monsieur, tutto questo non è affatto simpatico.
Non avete toccato il brodo, la purea è ancora tutta nel
piatto. Spero che almeno lo sciroppo v’abbia dato
qualche sollievo. Manderò su Marie con dell’altro bro­
do caldo e tra qualche minuto salirà da voi anche mon­
sieur Estrade.»
« Madame, vi ringrazio » si schermì lui « per le cure
premurose che mi dedicate ma non occorre che vi
creiate altri fastidi. Piuttosto, vi sarò riconoscente se
vorrete mandarmi una bottiglia di vino e del migliore,
affinché possa offrire qualcosa di piacevole al vostro
amico Estrade. »
43
Quest’ultimo s’informò in maniera quasi pedante
del malessere che lo affliggeva, aggiunse che con ogni
probabilità gli era insorto a causa del clima freddo e
secco della montagna. C ’era, infatti, un annuncio di
neve e gli augurava una pronta guarigione.
Pregò Estrade di versarsi un bicchiere e chiese un
po’ di vino anche per sé.
« E allora monsieur, so che anche voi questa matti­
na siete ritornato alla grotta. »
Jean-Baptiste Estrade lo guardò con una certa per­
plessità.
« Sì monsieur, sono ritornato a Massabielle. Ma voi,
se non vi secca, potete dirmi come fate a sapere che ero
già stato alla grotta? »
Gli spiegò che aveva orecchiato, la sera prima al
Café Franqais, il suo paragone con l’attrice Rachel.
« Ma bene » ribattè Estrade « eccovene però il moti­
vo. Gli amici del Café, e devo aggiungere soprattutto il
procuratore Dutor, mi motteggiavano. Così questa
mattina sono ritornato a Massabielle dove mi sono tro­
vato, per caso, proprio accanto a Bernadette. Posso
dirvi monsieur che la ragazza s’è inginocchiata con
naturalezza. Non c’era in lei nessun turbamento, la
ragazza era priva di qualsiasi difficoltà. Ha preso il
rosario dalla tasca, s’è fatta il segno della croce e ha
iniziato le sue preghiere. E quasi contemporaneamente
l’ho vista mentre fissava lo sguardo, ed era uno sguardo
ansioso, verso l’anfratto nella roccia. Guardava verso il
punto in cui i cespugli s’infittiscono. »
Estrade si alzò per prendere dell’altro vino.
«Posso dirvi monsieur» continuò «che ho assistito
a una scena meravigliosa. Esattamente non so dirvi
cosa capitasse ma evidentemente la Signora di cui parla
Bernadette doveva essere proprio là. La ragazza in
effetti s’era completamente trasformata. Come dire?
Era Bernadette ma senza essere Bernadette. Lo so,
rischio di essere frainteso o bighellonato. Ma lo confes­
so, a me è sembrata un angelo del cielo. Né trovo le
parole adatte per descrivervi lo stato d’estasi che l’av­
volgeva. »
Jean-Baptiste Estrade ebbe come un attimo di esi­
tazione. Il suo sguardo scivolava sul muro della stan­
za e fissò un punto indefinito del letto. Poi riprese a
parlare.
« Sì monsieur, ho visto che gli occhi di Bernadette
erano spalancati e pieni d’amore. Pareva che, quasi,
temesse d’abbassare le palpebre. Dava l’impressione
che avesse paura, come se l’immagine che lei, e lei sola,
indubbiamente vedeva potesse volatilizzarsi da un
momento all’altro. Ma quel sorriso... Che sorriso mon­
sieur. Mi sforzo di non farmi prendere la mano dall’i­
perbole. Eppure, credetemi. Bisogna ricorrere al cielo
per spiegare forse il sorriso che invadeva Bernadette.
Infine, consentitemi un altro paragone. E vi chiedo: chi
di noi non ha osservato il sorriso innocente di un bam­
bino mentre sogna? Ebbene, aggiungiamoci allora una
indefinibile espressione di beatitudine e solo così pos­
siamo arrivare assai vicino al sorriso luminoso che ho
osservato di persona sul viso di quella giovane in esta­
si. »
Lo straniero si raddrizzò sui cuscini chiedendogli la
cortesia di prendere il suo tabarro. Avvertiva sulle spal­
le una sensazione di freddo e voleva ripararsi da even­
tuali, nuove e fastidiose complicazioni.
« E non è tutto», ricominciò Estrade dopo averlo
aiutato ad aggiustarsi attorno alla schiena il mantello.
«M i sono accorto subito che un commovente collo­
quio, non saprei dire altrimenti, s’era stabilito fra la
ragazza e la visione che solo lei percepiva. La ragazza
ascoltava, indubbiamente, parole che solo a lei erano
destinate e lo faceva con profondo rispetto. Bernadette
annuiva, talvolta, con un cenno del capo. Talvolta, un
segno di fuggitiva melanconia le attraversava lo sguar­
do. Ma più spesso la vedevo trascinata da una sensazio­
45
ne di grande gioia. E monsieur dovevate vederla in
quei momenti. Dio sa il giubilo che doveva regnare nel­
l’anima della ragazza. »
Chiese a Estrade se poteva passargli la bottiglietta
di colore scuro con lo sciroppo del farmacista Pailhas-
son. La tosse cresceva e finalmente s’era risolto a segui­
re gli ammonimenti di madame Lacrampe. Il liquido
aveva un sapore forte, molto alcolico anche se stempe­
rato attraverso la soluzione ricca di zuccheri.
«Poi monsieur» continuò Jean-Baptiste Estrade
«improvvisamente c’è stata una specie di lacerante
contraddizione. Vista da lontano, Bernadette sembrava
al culmine dell’estasi eppure scoppiava quasi nel riso.
Questo almeno è quanto m’hanno riferito altre perso­
ne. Ma io mi trovavo, come vi ho detto, quasi al suo
fianco e ho potuto osservare che una nuova, enorme
felicità le bloccava quasi il respiro. Ho drizzato, mon­
sieur, le orecchie e posso garantirvi che a Massabielle
questa mattina sono accadute cose straordinarie. »
Chiese a Estrade se la particolare atmosfera, persi­
no l’ora decisamente mattutina o altre insondabili sen­
sazioni avessero mai potuto contribuire a costruire un
clima di allucinazione collettiva. Naturalmente era sol­
tanto una ipotesi...
«O h no monsieur, posso assicurarvi che non s’è
trattato neppure lontanamente d’una cosa del genere »
ribattè Estrade «tanto è vero che Bernadette è uscita
senza scosse, e lo sottolineo, dalla sua visione. Le è
scomparsa ogni traccia d’ispirazione dal volto, il suo
musetto è ridiventato in breve quello di sempre. Del
resto la trasformazione è stata così dolce che non posso
neppure dire quanto tutto ciò s’è verificato esattamen­
te. Ma c’è dell’altro. Pur essendo circondata da una
gran folla, Bernadette non ha mai dato l’impressione
d’essere o sentirsi assolutamente protagonista d’un tale
commovente spettacolo. »
Il vino, le buone cure amorevoli di madame Lacrampe,
il riposo lo avevano rimesso in forze. Verso l’ora di
cena madame ritornò da lui scortando Marie che su un
vassoio portava del brodo caldo e frutta. Chiese se
potevano avvertire Jean-Baptiste Estrade.
«Avvertitelo, per favore, che domani andrò con lui
a Massabielle.»
«Monsieur, forse è un po’ troppo presto» ammonì
madame Elfrida «e poi questa storia, ormai dovreste
saperlo, pare debba durare a lungo. Sarebbe quindi
meglio rimandare. Ma, infine, se proprio avete deciso
farò l’ambasciata. Anzi, chiederò a monsieur Estrade
d’essere anch’io della combriccola. Saremo un bel ter­
zetto, non vi pare. »
« Ma voi madame » obiettò lui « avete già promesso
a Antoine Clarens...»
«Oh, insomma. Per l’invito di monsieur Clarens...
Suvvia, le occasioni vanno prese al volo. »
L ’indomani uscirono dall’albergo all’alba. Jean-
Baptiste Estrade li attendeva già da tempo quando
madame Elfrida e lo studioso italiano s’affacciarono
alle sei sulla strada. L ’aria era gelida, nella notte una
spruzzata di neve aveva appena infarinato i tetti. Ma il
villaggio era attivo, sin dalle due dopo mezzanotte mol­
ta gente s’era diretta a Massabielle.
« E per accaparrarsi i posti migliori» commentò
Estrade « quelli di prima fila, dai quali si può osservare
meglio Bernadette.»
47
Madame si lamentava per il freddo. Donne e uomi­
ni, bambini e fanciulle erano intabarrati con scialli e
altri panni pesanti.
« Non potrò mai » sentenziò madame « comprende­
re tanto ardore e soprattutto con questo tempaccio.
Eppure eccomi qua, anch’io della brigata. »
Camminavano in silenzio, l’italiano offriva il brac­
cio a madame Elfrida come punto d’appoggio. Quan­
do arrivarono, a Massabielle c’era già una gran folla.
« Sono più di ieri, almeno 350 persone», li informò
Estrade che nel frattempo aveva riconosciuto un paio
di clienti del Café Francois.
« Evidentemente » aggiunse « sono venuti alla grot­
ta per verificare se il confronto con la grande Rachel,
morta un mese fa, è valido e se l’immagine di Bernadet­
te regge il paragone. »
Guardò l’orologio, erano le sei e quaranta. Alle set­
te, puntualissima arrivò anche la giovane Soubirous.
« E in compagnia di Eléonore Pérard, una sua vici­
na di casa» sussurrò madame Lacrampe.
Bernadette reggeva con la mano sinistra un cero e
si dirigeva con calma verso il luogo dove avvenivano di
solito le apparizioni. La folla fece ala e la ragazza s’ingi­
nocchiò davanti alla grotta. Nella destra teneva il rosa­
rio e incominciò a pregare. Dopo qualche minuto si
accorsero che era caduta in uno stato di estasi.
Aveva affidato il cero all’amica Eléonore, s’era tolta
il cappuccio bianco. In ginocchio stava superando il
declivio che portava all’interno della grotta e ogni tan­
to si chinava a baciare la terra. La gente, sempre nel
più assoluto silenzio, si scostava per farla passare e
osservava con estrema attenzione ogni sua mossa.
Quanto a lui, alzandosi sulla punta dei piedi potè vede­
re la fenditura verticale nella roccia al cui culmine
doveva trovarsi la nicchia dalla quale probabilmente la
visione si rivelava a Bernadette. Non vi distingueva
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peraltro alcunché di strano, non c’era nulla che potesse
rivelarglisi come fatto nuovo.
«Muove le labbra, sta parlando con la Signora.»
L ’annuncio trasferito di bocca in bocca, da quelli
ch’erano più vicini alla scena fino alle file più lontane
di spettatori, gli causò una strana tensione interiore.
Guardò le persone che gli stavano intorno e su quei
volti scoprì identica tensione. Si voltò verso madame
Elfrida, sul suo volto c’era solo un acutissimo desiderio
di curiosare. Madame letteralmente scavava con gli
occhi la figura di Bernadette, perlustrava con lo sguar­
do la zona che la circondava. La sua escursione visiva
era comunque limitata a poche e ristrette prospettive.
Bernadette s’era voltata, si alzò avviandosi al fiume.
Poi, giunta alla sponda del Gave improvvisamente
s’era arrestata, come se qualche imprevisto la bloccas­
se. Fissò lo sguardo, completamente statico, all’interno
della grotta e si diresse verso sinistra, nel punto in cui
la fenditura raggiungeva la parete rocciosa.
«H a un’esitazione», annotò una donna tra la folla.
«M a no, sta cercando qualcosa» aggiunse uno spi­
lungone che stava sulla loro destra « ed ecco che s’ingi­
nocchia nuovamente. »
Bernadette incominciò a scavare con le mani nella
terra portando alla bocca qualcosa che le impiastriccia­
va la faccia e quel gesto venne ripetuto più volte. Quin­
di strappò le foglie dalle piante selvatiche che erano
nella grotta e le masticò.
« E pazza. »
Il mormorio di alcuni sibilò fino a loro questo giu­
dizio. Guardò incerto monsieur Estrade.
«Sono davvero desolato», questi ammise.
«Jean-Baptiste Estrade, l’avete paragonata alla
grande Rachel. Ebbene, posso dirvi» sbottò madame
Lacrampe «che anziché condurci a vedere una sua
emula ci avete invece costretto a assistere alla recita
d ’una piccola merdosetta. »
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Madame s’awiò spedita verso il borgo. Estrade,
sbigottito e imbarazzato le andò dietro in silenzio,
dimenticandosi del tutto delPospite.
Quanto a lui, era molto perplesso. Certamente ave­
va potuto osservare ben poco di quello che, altrimenti
e nel resoconto fattogli da altre persone che vi avevano
invece assistito nei giorni precedenti, veniva dipinto
come una sorta di estasi soprannaturale. Lo scettici­
smo, che del resto non l’aveva mai abbandonato, riaf­
fiorava prepotentemente. Udì Eléonore Pérard chiede­
re a Bernadette cosa fosse avvenuto.
«L a Signora mi ha chiesto di andare alla fontana
per bere e lavarmi la faccia » le rispose Bernadette « ma
io non ho visto acqua nella grotta e così mi sono avviata
al fiume. Però la Signora mi ha fatto segno con le dita
che dovevo invece recarmi sotto la roccia. Là ho trova­
to soltanto una pozzanghera e c’era pochissima acqua,
tanta da poterne appena raccogliere nel cavo delle
mani. Ho cercato per tre volte di berla, ma era troppo
sporca e non vi sono riuscita. Solo alla quarta volta ho
potuto berla. »
«M a tu sai» insisteva Eléonore «perché mai quella
Signora ti ha chiesto di farlo? »
« Non so per quale motivo » spiegò Bernadette « ma
la Signora m’ha chiesto di farlo per i peccatori. »
S’era ormai fatto giorno e la folla sciamava verso
Lourdes. Lo straniero si trattenne ancora a Massabiel­
le. Per la verità non si sentiva oppresso da alcun dub­
bio, cercava solo di riordinare i frammenti di quanto
aveva visto. Accompagnato da quei pensieri rientrò
con calma in città e si fermò al Café Francis.
Jacomet e Dutour, Estrade e altre persone che non
conosceva stavano discutendo animatamente sulla pre­
sunta follia di Bernadette. Il commissario ribadiva che
lui aveva sempre optato per la mistificazione. Il dottor
Dozous se ne stava appartato, all’apparenza intento
solo a gustare un bicchiere di vino. Lo stesso Clarens
50
che s’era aggregato alla compagnia taceva. Altri clienti,
a tavoli diversi, commentavano con amara ironia quan-
t’era avvenuto quella mattina a Massabielle.
Salutò con un cenno della mano Dozous e Clarens,
uscì dal Café e si diresse all’albergo.
Nell’atrio dell’Hotel des Pyrénées incontrò il padre
di madame Elfrida e gli chiese se poteva mettergli a
disposizione una carrozza per far ritorno a Tarbes.
Contava di riprendere i suoi studi, lontano da quel bai­
lamme che pur sentiva percorrere ancora l’intera popo­
lazione di Lourdes. Avvertiva, nel fondo, che una sen­
sazione di disagio gli s’era, peraltro, ormai insinuata
nella mente. Infine, cercava soprattutto di convincere
se stesso che le vicende di quella grotta appartenevano
all’anima popolare. Non erano, né potevano comun­
que essere tali da indurre il suo spirito scientifico a
farne oggetto impellente di studio.
Decise dunque che il rientro a Tarbes poteva egre­
giamente contribuire all’occasione. Salutò madame
Elfrida che trovò, così gli disse, in collera per essersi
fidata dei « rilievi di monsieur Estrade e per l’impreve­
dibile sfrontatezza di quella giovane m...»
«Monsieur, che fortuna la vostra» aggiunse.
« Potete uscire da questo serpaio d’isterismi e godere la
più tranquilla e civile atmosfera di Tarbes. »
Suo padre gli aveva prenotato la carrozza condotta
da Pierre, il giovane factotum dell’Hotel des Pyrénées.
Il viaggio alla volta di Tarbes gli parve così molto più
agevole di quello del suo arrivo a Lourdes.
Quella sera stessa andò a far visita al professore
Dufour e gli riferì per sommi capi quel che avveniva a
Lourdes.
« L ’escursione nella città delle visioni» ironizzò
« m’è costata anche una fastidiosa raucedine. »
Il professore lo ascoltò amabilmente in silenzio.
Ebbe però la sensazione che il suo interlocutore notas­
si
se in lui qualcosa di diverso, come una minore sicurez­
za e persino una sorta d’infastidita nevrosi.
«Consultare vecchie carte, sicure e documentate»
l’interruppe con garbo « ritengo sia per voi un rifugio
utile da simili abbagli, come mi pare voi definiate la
questione di Lourdes, se mi è concesso dirlo, vedrete
che sarà una efficace tisana. D ’altra parte, ho potuto
rintracciare l’antico cartiglio che contiene la bozza del­
la relazione che il Morosini inoltrò a Pio VI. Potrete
consultarlo domattina presso lo studio d’un notaio mio
amico. »
Dedicò l’intera mattina di quel venerdì 26 febbraio
1858 a prendere note sul documento, veramente inte­
ressante, che il notaio gli aveva dato da consultare.
Rientrò quindi in albergo per consultare altre fonti e gli
parve che la Storia di Francia dell’Anquetil fosse trop­
po affrettata sugli avvenimenti che analizzava e che lui
voleva ricostruire. Sapeva, comunque, che nell’archivio
della prefettura esistevano documenti al riguardo e
dicise di far visita al prefetto Massy. Gli avrebbe chie­
sto l’autorizzazione a sfogliare le carte ammucchiate in
qualche polveroso scantinato.
Massy l’accolse dopo una breve anticamera. Lo tro­
vò disponibile alla sua richiesta. Il prefetto lo rimpro­
verò per non essersi più fatto vivo da parecchi giorni e,
soprattutto, per aver disertato il ricevimento che lunedì
sera madame Massy aveva offerto nella loro residenza.
Spiegò a Massy che momentanee curiosità l’aveva­
no sollecitato a recarsi a Lourdes e che, peraltro, la
spinta in quella direzione l’aveva proprio ricevuta
durante una conversazione avuta con lui.
«G ià, Lourdes. Quali guai» sospirò Massy «stanno
venendo da questa città. Dai rappresentanti locali dello
stato ricevo rapporti preoccupanti. Mi si dice che
davanti a una grotta situata vicino al Gave ogni giorno
aumenta la folla. Attendo, del resto, da un momento
all’altro un rapporto del direttore della scuola pubbli­
52
ca, Antoine Clarens, e mi vedrò presto costretto a far
intervenire la forza pubblica. »
Il prefetto si alzò per andare a prendere una scatola
di sigari e ne offrì uno al suo visitatore.
«M a ditemi, voi siete stato a Lourdes e potreste
segnalarmi qualche fatto preciso, fornirmi un giudizio
che potrebbe risultare utilissimo proprio perché pro­
viene da uno studioso sempre attento a ciò che è real­
mente avvenuto. Dunque, senza voli pindarici o colori­
ture suggestive.»
Espose a Massy succintamente i fatti, pochi a suo
avviso, che aveva lui stesso potuto verificare.
« Conosco monsieur Clarens. E una persona molto
amabile e credo che il suo rapporto, meglio delle paro­
le, sarà utile ai vostri uffici di uomo dell’Impero. Tanto
più che, estraneo e straniero, malgrado la cordialità che
quella buona gente m’ha dimostrato posso errare nel
giudizio. Voglio dire che, magari, qualcosa per me insi­
gnificante e per voi forse importante o almeno signifi­
cativo può sfuggire nella mia relazione. »
Il prefetto Massy ribattè che l’occhio di un estraneo
può, al contrario, sovente veder meglio di quello di chi
è direttamente interessato alle cose del posto dove vive.
« Ho parlato con la giovane Bernadette Soubirous »
cominciò allora « e francamente posso confermarvi che
non ho notato in lei alcun sintomo d’esaltazione. M’è
parsa una ragazza timida e semplice. A mio avviso, la
ragazza è un’anima candida cui certo non difetta l’ar­
guzia giovanile. Debbo confessarvi che non ho notato
in lei alcuna malizia né qualche disegno malevolo che
ne alterasse quello che, a me, s’è rivelato, consentite­
melo, un genuino vento di fede. »
Massy lo ascoltava con estrema attenzione, soppe­
sava ogni sua parola. Il prefetto era molto preoccupa­
to, come dimostrava il fatto che aggrottasse spesso le
sopracciglia.
53
«V i ringrazio, mio buon amico. Quanto avete detto
mi convince d’una cosa. In un modo o nell’altro dovrò
prendere dei provvedimenti, lo farò per il bene di quel­
la gente e per la difesa dello stato. Non voglio certo
correre il rischio che allucinazioni o, persino, pratiche
di presunta magia s’incardino nelle terre che sono sotto
la mia responsabilità. »
Chiamò il segretario e lo avvertì che nelle prime ore
del pomeriggio il suo ospite sarebbe ritornato. Doveva
pertanto ritenersi a sua completa disposizione per ogni
eventuale esigenza fosse stata necessaria nel consultare
gli archivi conservati nei sotterranei.
«Beninteso monsieur» gli disse congedandosi
« questa sera mi farete l’onore d’essere ospite di mada­
me Massy e mio a cena. Mia moglie avrà così modo di
rimproverarvi personalmente per averci privato della
vostra compagnia per così lungo tempo. »
S’attardò per una passeggiata nel corso principale.
Un pallido sole aveva rotto la nuvolaglia del mattino;
indugiò al tavolo dell’Excelsior, il caffè sulla grande
piazza di Tarbes, nella lettura dell’« Univers » che por­
tava le ultime novità da Parigi. Rientrò in albergo all’o­
ra di pranzo, con l’intenzione di concedersi anche un
breve riposo.
Gli era stato riservato il solito tavolo al centro del
salone. Il fatto di non avere altri commensali con cui
doverlo dividere eliminava il pericolo, se non il peso, di
dover fare conversazione. Ciò che purtroppo avveniva
all’Hotel des Pyrénées, dove madame Lacrampe di
norma teneva banco e non tollerava pause troppo lun­
ghe nel chiacchiericcio che lei stessa sollecitava o rin­
novava.
Era rilassato, si sentiva nella condizione autentica
cui accenna Cicerone e che è quella dell’uomo libero
che talvolta sa stare senza far niente. Gustò l’eccellente
coulis di pomodori e gamberi di fiume, diede ampia
soddisfazione alla fruite accompagnata da un finissimo
54
burro di montagna, il vino scioglieva in lui voluttuosi
profumi e lo riscaldava. Poteva, alla bisogna, ben dirsi
sazio di cibo e di curiosità.
L ’abbondanza del pranzo e la calma che gli s’era
intrufolata addosso consigliarono una sosta prolungata
al tavolo. Solo quando tutti gli altri clienti avevano già
disertato, e da un pezzo, la sala si decise a passare nel
fumoir. Dalla scatola appoggiata sul caminetto selezio­
nò con cura un sigaro scuro spagnolo e si allungò su
una poltrona, vicino al fuoco.
Monsieur Anseime, proprietario dell’albergo, si
avvicinò per dirgli qualcosa.
«Perdonate. So che in questi giorni siete stato a
Lourdes, penso per l’affare di quella ragazza che affer­
ma di vedere una Signora. Ora, di là c’è un vetturino
che è appena arrivato da Lourdes. Porta novità strane e
può darsi che v’interessino. Così mi sono permesso di
disturbarvi. »
Qualcosa, dunque, doveva nuovamente farlo uscire
dalla tranquillità che da poco tempo aveva raggiunto.
Ancora Lourdes. Quel nome riaffiorava e gli si inseriva
nella mente.
«Sarei curioso di sapere di cosa si tratta» disse a
monsieur Anseime.
Era, insomma, la curiosità che lo spingeva a ripren­
der il filo d’una storia che sembrava appena sepolta?
Gabriel, il cocchiere, stava parlando svelto con due
inservienti e non fu affatto sorpreso che un gentiluo­
mo, perdipiù straniero, volesse dedicare qualche atten­
zione a ciò su cui lui stesso aveva dato resoconto a
monsieur Anseime e a quei due amici dell’albergo di
Tarbes.
«Il nostro amico» avvertì Anseime «ha lasciato ieri
Lourdes. Riferisci a monsieur quel che è successo in
serata. »
«Ebbene, ieri mattina la ragazza» iniziò Gabriel
« si dice che sia andata a Massabielle per stropicciarsi la
faccia con del fango...»
55
«So già tutto questo» lo interruppe lui «perché
c’ero anch’io tra la folla davanti alla grotta. »
«M a proprio qui sta il bello monsieur» riprese il
cocchiere. « La gente, in effetti, hà pensato che Berna­
dette Soubirous fosse diventata all’improvviso pazza e
così se n’è tornata al villaggio con parecchia delusione.
Nel pomeriggio, invece, alcuni sono ritornati alla grot­
ta e con loro c’era anche una giovane, mi pare si chiami
Eléonore, che aveva accompagnato la petite ieri matti­
na. Dunque, questa Eléonore, ha piantato un bastone
nella pozzanghera dalla quale Bernadette ha preso il
fango con cui s’è poi unta la faccia. Eléonore s’è accor­
ta allora che c’era veramente dell’acqua. Ha affermato
che scorreva, prima torbida ha sostenuto e quindi è
diventata limpida. Lei stessa e gli altri che erano andati
alla grotta hanno assaggiato l’acqua, l’hanno bevuta
addirittura. Ne hanno persino riempito due bottiglie
che hanno portato al villaggio. »
Gabriel accettò il boccale di birra che una camerie­
ra aveva portato e ne bevve grandi sorsi.
«Pare anche», aggiunse «che di quell’acqua ne
abbia bevuta la figlia dell’esattore di Lourdes. Bisogna
sapere, a questo punto, che da qualche tempo la ragaz­
za era afflitta da un malanno a un occhio e ciò la
costringeva a portare sempre una benda. Ebbene,
monsieur, dopo poche ore, in serata, il malanno le è
scomparso. Questo, almeno, è quanto sostiene Jacquet-
te Pène, la sorella del vicario. Si trovava anch’essa alla
grotta e ha visto la figlia dell’esattore attingere alla nuo­
va fonte.»
«Gabriel, non è che si tratti» intervenne monsieur
Anseime « di fantasie belle e buone? »
«Beh, io riferisco quanto m’è stato detto. In serata,
però, verso le sei, Bernadette è stata accompagnata dal
cugino Sajous nell’ufficio del procuratore Dutour per
un altro interrogatorio. E durato tre ore e v’ha potuto
assistere solo la madre della ragazza, Louise. »
56
Chiese al cocchiere se Bernadette ne era uscita pro­
vata.
« Direi proprio di no. Comunque, dopo che la gen­
te s’era radunata davanti all’ufficio del procuratore e
cominciava a protestare, alle nove finalmente Berna­
dette e sua madre sono uscite dall’interrogatorio. Io,
monsieur, stavo all’osteria di suo cugino Sajous e le ho
viste quando sono arrivate per bere qualcosa. Ho così
sentito Bernadette che affermava di aver detto sempli­
cemente la verità e ha sostenuto che erano gli altri inve­
ce a mentire. Poi ha aggiunto d’essere stata molto col­
pita da un fatto. Il procuratore Dutour, ha detto, face­
va delle grandi croci sui fogli sui quali prendeva i suoi
appunti. »
«M a Bernadette» insinuò «non era forse eccitata
per tutto quel trambusto? »
« Lo escludo monsieur. Bernadette ha anche riferi­
to che il procuratore le ha vietato di recarsi nuovamen­
te a Massabielle. Però questa mattina c’era parecchia
gente davanti al cachot di rue des Petits Fossés. La
ragazza è ritornata alla grotta e l’accompagnava una
grande folla. Sua zia Bernarde l’ha, come dire, scortata
fino a Massabielle. »
La cameriera portò dell’altra birra. Gabriel ne tran­
gugiò con avidità più di mezzo boccale prima di
riprendere il suo racconto.
«M ia moglie era presente e m’ha detto che Berna­
dette ha pregato a lungo. M’ha raccontato che la ragaz­
za s’è anche lavata alla nuova fontana, quella che è stata
appunto scoperta ieri da Eléonore. Comunque, pare
che la Signora non le sia apparsa e mia moglie m’ha
detto d’aver inteso Bernadette interrogarsi su cosa mai
avesse fatto per offendere, così s’è espressa la petite, la
sua Signora.»
Pregò monsieur Anseime di dare una bottiglia di
buon vino al cocchiere. Pensieroso, ma non turbato,
rientrò nel fumoir dell’albergo. Gettò nel fuoco il siga­
57
ro spento e si diresse verso la scatola sul caminetto per
sceglierne un altro. Decise invece e improvvisamente
di non concederselo. Avrebbe inoltre saltato la siesta.
Si recò in prefettura e chiese al segretario di Massy
di accompagnarlo nei sotterranei dove veniva conser­
vato l’archivio.
Trascorse molte ore chino su carte antiche e
ammuffite dalle quali, per lui, uscivano notizie, date e
testimonianze sulle lotte politiche e religiose di tre
secoli addietro. Prendeva appunti e sorprese se stesso a
scrivere sul taccuino, a piena pagina, una sorta di mas­
sima: nella guerra delle idee è sempre la gente minuta a
morire.
Rilesse più volte la frase, poi vi aggiunse un verso
del poeta inglese William Blake: la verità detta con cat­
tive intenzioni è peggiore di qualsiasi menzogna che
uno voglia sfruttare.
La sera, in casa Massy fu oggetto di mille premure.
Madame lo bistrattò, ma con molta amabilità, perché
sosteneva che aveva disertato per tutti quei giorni il suo
salotto.
«Monsieur, senza dubbio non posso gareggiare
con la raffinatezza dei salotti di Torino o Firenze. Spe­
ro comunque che da noi, in questa piccola città del­
l’Impero voglio dire, possiate trovare identica amicizia
e simpatia.»
Obiettò che la sua abituale ritrosia l’aveva sempre
salvaguardato dal frequentare troppo assiduamente
luoghi che per madame, evidentemente e a buon titolo,
potevano definirsi pieni di charme mentre per lui resta­
vano solo occasioni, e rarissime, in cui si sarebbe senti­
to soltanto un estraneo. Assicurò, dunque, madame
che il paragone non si poneva e che proprio alla sua
ospitalità doveva la piacevolezza del soggiorno a Tar­
bes.
Era una scusa un po’ goffa ma non risultò, almeno
gli sembrò, totalmente fatua. E madame accettò di
58
buon grado, persino con una punta di civetteria, le sue
giustificazioni. Ben presto, del resto, madame si dedicò
a intrattenere gli altri ospiti, sazia ovviamente della sua
compagnia, non certo entusiasmante sul piano delle
chiacchiere.
Potè così raggiungere il prefetto che nel salotto
destinato ai fumatori stava discutendo con alcuni uffi­
ciali.
«Voilà monsieur. Vi presento il comandante
Renault dello squadrone di gendarmeria. Partirà presto
per Lourdes e darà una buona stretta a quei signori che
turbano l’ordine. Principalmente avrà il compito d’im­
pedire che si determinino incidenti e guai ulteriori. »
Un gentiluomo di Argelès, ospite di madame Mas­
sy, sedette al clavicembalo e per oltre un’ora i suoi
accordi musicali catturarono l’attenzione generale. Lui
s’era seduto accanto al prefetto e gli riferì quanto aveva
appreso, quel pomeriggio, dal cocchiere Gabriel.
Oscar Massy era peraltro già informato sui fatti.
« Ho ricevuto questo pomeriggio » lo informò
«copia dell’interrogatorio effettuato dal procuratore
Dutour e confesso di esserne contrariato. Monsieur, in
confidenza posso dirvi che da un rappresentante del­
l’autorità imperiale sinceramente mi sarei aspettato
ben più di questo. Dutour è un uomo debole, ha con­
dotto la cosa senza troppa abilità e la conseguenza è
una sola. Mi vedo costretto a intervenire in qualche
modo, quando avrei preferito piuttosto restarne fuori e
che lo stato soprattutto non dovesse in alcuna misura
metter piede in una bega che poteva facilmente rima­
nere limitata. »
L ’indomani, sabato 28 febbraio, dedicò l’intera
giornata a trascrivere con più ordine gli appunti presi
consultando le carte trovate negli archivi della prefet­
tura. Catalogò il materiale in suo possesso e preparò lo
schema della memoria che avrebbe scritto. L ’apparen­
te diligenza con la quale impostava il lavoro non gli
59
impediva tuttavia di riandare con il pensiero anche a
quell’altra storia di Lourdes.
A metà pomeriggio condensò in trenta righe ciò
che si verificava in quella città di montagna e spedì un
dispaccio telegrafico all’« Avvisatore Italiano». In calce
aggiunse un’annotazione. Sarebbe ritornato a Lourdes
e, forse, avrebbe aggiornato con eventuali e più nuove
informazioni il testo spedito. L ’«Avvisatore Italiano»
sarebbe uscito il 10 marzo e pensava che avrebbe potu­
to, secondo necessità, fornire al giornale altri riscontri.
Si sentì finalmente più sereno. Alla sua condizione
di storico, che per abitudine si documentava su fatti
precisi e testimoniati, aggiungeva ora l’attenzione pie­
namente libera del giornalista.
Ritornò quindi a Lourdes la domenica e prese nuo­
vamente alloggio all’Hotel des Pyrénées. Madame
Elfrida e suo padre l’accolsero con gioia. L ’anziano
signore borbottò che strane vicende agitavano il villag-
gio.
« Stamane c’erano oltre mille persone a Massabiel­
le» l’informò sua figlia.
« E finalmente il governo ha fatto intervenire la for­
za pubblica. Questa mattina » sentenziò suo padre « si
sono visti i gendarmi e in giornata quella sventatella di
Bernadette verrà interrogata dal giudice istruttore Clé-
ment Ribes. »
Passò al Café Francois, luogo ormai deputato per
conoscere ogni novità, e vi trovò l’amico Dozous.
«Monsieur, ben tornato» l’accolse il dottore «spe­
ro che i vostri studi continuino senza intoppi. Mi augu­
ro che il ritorno a Tarbes non abbia eccessivamente
contribuito a cancellare dalla vostra memoria gli amici
di Lourdes. Ma vedo che così non è stato e vi abbiamo
ancora tra noi, sono molto felice di questa vostra deci­
sione. »
Apprezzò molto il tono d’allegra amicizia con il
quale Pierre Dozous, un uomo che stimava, lo faceva
60
reinserire e senza alcuna meschina allusione nell’am­
biente di Lourdes.
Parlarono delle sue ricerche a Tarbes e informò il
suo amico che, nonostante le scelleratezze dette dalla
gente a proposito del tempo, il clima di quelle zone si
rivelava per lui molto salubre.
«N on sono, evidentemente, della vostra opinione»
replicò con un sorriso Dozous « i tanti che s’ammalano
e debbono ricorrere alle mie cure. Ma tutto ciò, benin­
teso, è dovuto alle non buone condizioni di vita e d’ali­
mentazione in cui moltissimi si dibattono. »
Quell’uomo gli piaceva, in lui c’era una autentica
sicurezza umana che sapeva persino far sciogliere le
tensioni più forti. Pensò che per la gente di Lourdes
era già una grossa fortuna poter contare sulla saggezza
e la partecipazione d’un uomo come Pierre Dozous.
Il dottore lo accompagnò da Antoine Clarens al
quale doveva portare i saluti del prefetto Massy. Lo
trovarono intento a preparare la memoria che doveva
inviare all’autorità di Tarbes. Li accolse peraltro con
grande cordialità.
« Ho interrogato io stesso la ragazza » li informò « e
Bernadette ha dimostrato una spontaneità genuina e
della quale non ho dubbi. La ragazza ha usato una fra­
se che m’ha colpito particolarmente. A Massabielle, ha
ripetuto, l’è stata chiesta soprattutto penitenza per sé e
poi per gli altri. Monsieur, non ho modo di pensare
che ci si possa in qualche misura trovare di fronte a una
mistificazione astuta. »
Nella notte, sin dall’una, a gruppi sempre più folti,
a mano a mano che di porta in porta altri s’aggiungeva­
no, millecinquecento persone s’erano dirette a Massa-
bielle e la preghiera, spontanea, di quella enorme mas­
sa durò ininterrotta fino all’alba.
Intorno alle nove del mattino anch’egli uscì dall’al­
bergo e s’avviò senza fretta verso la grotta. Incrociava
61
gente che tornava da MassabieUe e seppe che Berna­
dette aveva avuto un’altra visione.
Giunto all’altezza del canale, nel punto esatto in
cui vi confluiva il Gave, incrociò un prete. Si salutaro­
no. L ’abate Désirat non era di Lourdes, era giunto a
MassabieUe alle prime luci dell’alba e la fiumana di
gente l’aveva spinto in prima fila. Così aveva potuto
trovarsi vicinissimo a Bernadette, davanti alla grotta.
Gli chiese un giudizio su ciò a cui aveva assistito.
«In realtà, monsieur, non ho visto nulla. La Signo­
ra, come quella giovane di Lourdes chiama l’apparizio­
ne, a me certo non si è rivelata. Ma il sorriso che ho
visto dipinto sul volto della ragazza, quello sì supera
ogni immaginazione e né il più abile pittore né l’attore
più consumato potrebbero mai riprodurre quella gra­
zia particolare. Per chi non l’ha vista stampata sul volto
di Bernadette è d’altronde impossibile figurarsela.»
L ’abate allungò la mano nella saccoccia e dalla sot­
tana trasse una tabacchiera. Sul coperchio di essa c’era
un intarsio in argento e raffigurava un ostensorio.
L ’aria era carica di umidità. Si sedettero su un tronco
adagiato lungo i bordi del sentiero.
« Quel che colpisce maggiormente » aggiunse Dési­
rat «è proprio quella gioia, una melanconia anche un
po’ triste, che ho visto affacciarsi sul volto della giova­
ne donna. E posso dirvi monsieur che gioia e melanco­
nia si succedevano con la rapidità del fulmine, eppure
mai bruscamente. La trasformazione, ecco forse la
parola giusta, avveniva in maniera da destare ammira­
zione. Ho osservato Bernadette quando è giunta alla
grotta e ne ho seguito con scrupolo ogni gesto. »
L ’abate raccolse un ramoscello e con esso tracciò
sul terreno una serie di ghirigori, gli chiese anche se
gradisse una presa di tabacco.
« E che differenza monsieur» riprese a rievocare
« tra il momento in cui Bernadette è arrivata a Massa-
bielle e quello in cui il suo volto, probabilmente nell’at­
62
timo stesso in cui le si è rinnovata l’apparizione della
Signora, è diventato addirittura radioso. Tutto è avve­
nuto nel più assoluto silenzio, oltre mille persone se ne
stavano zitte. Tutti ce ne stavamo nel più completo rac­
coglimento. »
«Può essersi trattato comunque di suggestione»
obiettò lui.
L ’abate ebbe come un gesto di stizza. S’alzò per
avviarsi alla volta della città. Lo guardò fìsso. Désirat lo
squadrava con una certa durezza, poteva quasi leggere
sulla faccia del religioso i segni della collera.
«Monsieur, invece io escludo tassativamente che
possa trattarsi anche lontanamente di ciò che voi osate
insinuare. Questo è ciò che io credo fermamente nel
mio cuore. E ora vi saluto. »
Stette a lungo a guardare il buon prete che faticosa­
mente arrancava verso Lourdes. Si voltò quindi a
osservare la grotta dalla quale distava, in diagonale, un
centinaio di metri. A Massabielle c’era ancora gente.
Scoprì che un uomo di forte corporatura stava siste­
mandovi delle assi, quasi che volesse costruirvi una
specie di passerella.
Ritornò con calma in città e l’occasione del pranzo
fu, come al solito, uno spunto ulteriore per saggiare gli
umori altrui e riceverne sensazioni.
«Anche Emmanuélite Estrade» esordì madame
Lacrampe « m’ha detto che Giovanna d’Arco fu ritenu­
ta all’inizio un’impostora. Io però non riesco a com­
prendere quale senso possa esserci e così continuo a
considerare tutto quanto avviene a Massabielle se non
una messinscena almeno come qualcosa di assoluta-
mente ridicolo. »
Dopo il pranzo e prima di arrivare al Café Francis
fece tappa alla piccola mescita di Sajous, il cugino che
aveva accompagnato Bernadette all’interrogatorio nel­
l’ufficio del procuratore Dutour.
63
S’era diretto al bancone e là se ne stava appoggiato
a assaggiare, in piedi, un bicchiere di vino frizzante.
L ’ambiente era modesto ma pulito. Alla donna che ser­
viva domandò se sarebbe stato possibile scambiare
qualche parola con il proprietario.
« Forse più tardi monsieur. Ora mio marito Sajous
è a casa di Francois Soubirous» gli rispose.
Uscì dalla mescita e s’avviò verso il Café Frangais.
Dozous l’invitò dal tavolo d’angolo, quello abitualmen­
te riservato ai notabili. Il procuratore dell’Impero Vital
Dutour se ne stava taciturno. Poco dopo il suo arrivo
sopraggiunse Jean-Baptiste Estrade e venne a sedersi
con loro.
Si scambiarono quelle che, a parere di Estrade,
dovevano essere le ultime novità di Tarbes. Gli parlò
dei suoi studi, che continuavano seppure non più lesti
e esclusivi come in precedenza. Si lasciò persino sfuggi­
re d’essere ritornato à Lourdes in veste di cronista per
l’«Avvisatore Italiano.»
«M a benissimo. Dunque quel luogo infetto» inter­
venne bruscamente Dutour « e tetro che funge da abi­
tazione per Bernadette Soubirous e la sua famiglia atti­
ra addirittura l’attenzione dei nostri ospiti stranieri.
Forse sarà il caso di affermare che viviamo in tempi
d’invasamento popolare e, ahinoi, accompagnati da
pericolose manifestazioni d’isterismo. »
Si girò di scatto, come se le parole del magistrato
gli avessero sferzato la carne.
«Assolutamente no monsieur e nella maniera più
assoluta. Se il procuratore» sibilò «vuole affermare e
attribuirmi un simile compito posso confermargli che
si tratta, al contrario, di tutt’altra cosa. Sono qui per
cercare invece, e soprattutto, di capire. Sono ritornato
qui per verificare in mezzo alla gente di Lourdes quali
possibili verità possano appunto esserci in siffatte
manifestazioni. E spero di poter fare questo in compa­
gnia di questi due signori, sempreché gli amici Dozous
64
e Estrade me la concedano. Quanto a lei, signor procu­
ratore, aggiungo che personalmente non le reputo
esempi di fede, poiché non mi offro a sollecitazioni del
genere. Ritengo però che si debba almeno, anzi si pos­
sa parlare di pietas. Questo sì. »
Vital Dutour fu sorpreso per la reazione e ne restò
colpito. Guardò Dozous, poi Estrade. Finì in fretta il
bicchiere di vermouth e s’alzò accomiatandosi dalla
congrega. Sorvolando sull’incidente, essi continuarono
a parlare ancora dei suoi studi storici ai quali, con non
poca sorpresa da parte sua, sia il dottore che Estrade
dimostravano particolare interesse.
Fu ospite a cena in casa dell’amico dottore. Tra­
scorrendo ore piacevolissime potè constatare che mol­
te cose in effetti li univano. Si poteva dire che Pierre
Dozous fosse uno spirito liberale, più come scelta di
vita e comunque nello stile filosofico della tolleranza
che per scelta politica.
Il medico gli confessò di nutrire serie preoccupa­
zioni sul futuro della Francia. Aggiunse, perdipiù, che
l’unità del paese era più apparente che reale. Dozous
stette garbatamente a ascoltare mentre lui gli esponeva
le più recenti vicende politiche dell’Italia.
«H o letto qualcosa» intervenne in proposito «di
un vostro personaggio politico, Giuseppe Mazzini. In
un suo scritto, m’ha colpito soprattutto un concetto.
Parlando d’una sua tormentata crisi di coscienza, Maz­
zini sostiene che dalla nozione di Dio, ente supremo,
discende quella del dovere che è norma suprema alla
quale tenere fede per tutta la vita. Non mi pare che sia
una dichiarazione religiosa, eppure monsieur per me è
quanto di più prossimo alla fede io abbia mai sentito
affermare da uomini liberi e non soggetti comunque a
vincoli di credo. »
La conversazione s’allargò a altri temi, si trasferì
anche sul piano medico. Dozous gli confidò che com­
pilava da anni una sorta di statistica.
65
« È una specie di archivio » spiegò « in cui raccolgo
dati e notizie sulle malattie più frequenti nella mia
zona. In particolare vi annoto ogni rilievo sulla sinto­
matologia e sulla durata di esse, ma occorrerebbe più
tempo e magari qualche aiuto. Comunque mi tengo
fortunatamente al corrente d’ogni aggiornamento
medico attraverso le gazzette scientifiche che ricevo
regolarmente da Parigi e da Madrid. »
La pendola batteva le undici, s’era fatto tardi. Si
scusò con l’amico per avergli fatto perdere ore prezio­
se. I suoi malati avrebbero indubbiamente preteso un
risparmio di forze, a essi meglio destinabili anziché alle
chiacchiere con uno straniero che perdipiù poteva dirsi
in buona salute.
Dozous si schernì e volle che si fermasse ancora un
poco, per un ultimo bicchiere di sherry. E fu verso
mezzanotte che udirono nella strada una specie di
trambusto. Voci d’uomo e di donna si accavallavano,
segno d’un improvviso fermento. Il dottore s’affacciò
alla finestra e lo intese chiamare per nome qualcuno.
Il colloquio era durato abbastanza a lungo. Dozous
richiuse l’imposta e s’avvicinò al caminetto. Una ruga
profonda gli solcava la fronte. Gli chiese se fosse stato
chiamato per una visita improvvisa e urgente. Il dotto­
re fissava la fiamma sui ceppi, allungò le mani verso il
fuoco e rimase a lungo in silenzio.
«Una visita urgente e improvvisa? No, monsieur»
disse quasi uscendo a fatica da un certo pensiero «e
comunque non ha nulla a che vedere con la mia profes­
sione. C ’è stata una guarigione a Lourdes, ma non è
certo avvenuta per cause mediche. L ’uomo con il quale
prima ho parlato m’ha informato che Catherine Lata-
pie, si tratta d’una donna che abita a Loubajac, è anda­
ta alla grotta. Catherine, incinta e ormai alle soglie del
parto, s’è recata a Massabielle insieme ai suoi due
figli...»
66
Dozous ebbe un’esitazione, ravvivò il fuoco con
altra legna e versò dell’altro sherry nei bicchieri prima
d’allungarsi di nuovo sulla poltrona.
«N ell’ottobre di due anni addietro Catherine è
caduta malamente mentre se ne stava arrampicata su
una quercia a raccogliere ghiande per i suoi porci. Si è
riusciti, alla bell’e meglio, a metterle in sesto il braccio
sinistro ma due dita le erano rimaste anchilosate, fuori
uso per sempre. Pare, invece, che ora Catherine Lata-
pie abbia immerso la mano malata nella nuova fonte
che sgorga dalla grotta e abbia improvvisamente riac­
quistato la mobilità e l’uso di entrambe. C’è dell’altro,
infine. Dopo questo fatto sorprendente, direi anzi
eccezionale, la donna è rientrata a casa sua e ha messo
alla luce da sola un maschietto. La levatrice è arrivata
solo a cose fatte. Monsieur, chi m’ha riferito queste
cose gridava al miracolo. Forse l’avete inteso voi stesso.
E non si trattava d’una sola persona, tutti gli altri face­
vano eco nella strada. »
Rientrò in albergo insolitamente tardi. Era in preda
a una inconscia frenesia che gl’impedì per buona parte
della notte di prendere sonno. Eppure aveva necessità
d’un riposo che l’avrebbe potuto ristorare. Si svegliò
confuso e intontito.
Le voci che salivano dalla strada, anche se ovattate
per il fatto che la stanza dava sul retro dell’albergo, su
un cortile che contribuiva egregiamente a isolare dal
chiasso, indicavano che anche quella mattina del 2
marzo 1858 Bernadette era andata a Massabielle e la
Signora, senza dubbio, era nuovamente apparsa alla
ragazza di rue des Petits Fossés. Il tono stesso di quelle
voci, tra l’altro, dimostrava che a Lourdes c’era un’eu­
foria singolare. Inducevano realmente a far credere che
qualcosa di nuovo fosse accaduto.
Mezz’ora più tardi scese a chiedere lumi a madame
Elfrida, fu invece suo padre a fornirgli qualche detta­
glio.
67
« Bernadette è andata in estasi, anzi monsieur sem­
bra che la Signora abbia rivolto alla piccola Soubirous
un’invocazione. Chiede addirittura che si organizzi una
processione. Voilà, come vedete siamo al culmine e
chissà quali altre novità o sorprese ci porteranno i
prossimi giorni.»
Chiese se fossero arrivati i giornali e mentre consu­
mava la colazione, uovo annegato in un vino rosato
liquoroso, Marie gli portò la copia appena acquistata
del «Lavedan.»
Il giornale del Dipartimento di Argelès, come il
foglio orgogliosamente recava in testata, era ora molto
più cauto. Aveva, almeno secondo una prima impres­
sione, cambiato persino d’avviso. Dava un resoconto
sommario delle vicende di Lourdes.
«Bernadette parte ogni mattina alle sei da Lour­
des» informava in un articolo «e s’awia tranquilla­
mente. Ha l’aria di chi non s’interessa minimamente
della gente che la precede, la scorta o la segue. La
ragazza arriva a MassabieUe e davanti alla grotta sem­
bra che ogni cosa di questo mondo scompaia ai suoi
occhi. Bernadette s’inginocchia, recita il rosario, sta a
lungo in preghiera. Poi, eccola in comunicazione con la
giovane Signora, come lei stessa chiama la visione.
Qualche volta accende un cero. La sua figura s’irrigidi­
sce e la testa diventa immobile, i suoi occhi fissano,
scavano la cavità nella roccia. Bernadette è in estasi e
ottocento, mille o più persone s’inginocchiano. E chi
non può compiere questo gesto perché in un punto
dove la folla è troppo fitta prende allora della terra e la
porta alle labbra. Inoltre, bisogna aggiungere che tutto
questo avviene nel più assoluto silenzio e nella calma
più perfetta. Diremmo persino che ogni cosa si svolge
nel raccoglimento più intenso e carico di spiritualità. »
Il tono del «Lavedan» nell’occasione era ben
diverso da quello usato nella prima nota che da Tarbes
l’aveva spinto invece a raggiungere Lourdes. Evidente­
68
mente, questa volta non s’era fatto ricorso alla penna
caustica dell’avvocato Bibé.
Chiese a monsieur Lacrampe qualche informazione
sul curato di Lourdes.
« L ’abate Peyramale? Oh monsieur, davvero una
gran brava persona» commentò questi. « E un ex cap­
pellano militare, senza dubbio ha il suo caratterino ma
forse gli è rimasto in eredità proprio dall’epoca passata
in servizio presso l’Armée. Peyramale però è un uomo
saggio, anche se mi si dice che in quest’ultimi tempi è
diventato più scorbutico del solito. Credo che neanche
a lui, monsieur, vada tanto a genio questa faccenda.
Eppure bisogna dire che è un prete e di pazienza
dovrebbe averne anche per tutti noi. »
Gli chiese dove e come avrebbe potuto incontrarlo.
«Se volete incontrarlo ci sono due possibilità. Se
non lo trovaste a quest’ora ancora in chiesa, che è a due
passi dal municipio, dirigetevi allora verso casa sua. Là
potrete senz’altro scovarlo. Da place du Porche è una
passeggiata brevissima, se prendete a destra per la rue
Basse vedrete subito la casa del nostro curato. »
In effetti, l’abate Peyramale non era in canonica.
Così s’affrettò verso casa sua. Seguì le indicazioni di
monsieur Lacrampe alla perfezione. Sulla strada incro­
ciò gruppi di uomini e donne che si dirigevano in chie­
sa. Incontrò il curato sul prato davanti alla casa.
Dominique Peyramale era un uomo di taglia media,
né piccolo dunque né alto, ma di corporatura abba­
stanza robusta. E sul collo, leggermente ingrossato, gli
troneggiava un vero testone. Recitava il breviario pas­
seggiando tra i cespuglietti di fiori. Aveva la tipica
andatura di quanti hanno servito nell’esercito, cammi­
nava insomma a grandi e energici passi eppure nella
falcata manteneva una certa leggerezza che non com­
prometteva assolutamente le numerose pianticelle che
con tutta probabilità egli stesso aveva piantato e colti­
vava.
69
Si fermò a osservarlo per qualche istante. Per istin­
to, anche Peyramale si fermò quasi avesse avuto la sen­
sazione d’essere oggetto d’attenzione. Alzò la testa dal
libro delle preghiere e incrociò il suo sguardo.
« L ’abate Peyramale?»
«Sono io monsieur. E voi siete straniero» replicò
con prontezza.
«Italiano, abate. Sono giunto a Tarbes per alcuni
studi e ricerche storiche e ora sono a Lourdes per gli
stessi motivi. Perdipiù sono qui anche in veste di croni­
sta per un giornale di Genova. Ma, v’informo subito,
non sono arrivato fin qui, da voi, a disturbarvi per
curiosità o intrigo da giornalista. Essendo voi il rappre­
sentante religioso di Lourdes, voglio chiedervi cosa... »
«Vedo monsieur» l’interruppe all’istante «che la
storia di Bernadette, perché proprio e soltanto d’una
piccola storia si tratta, fa proseliti in ogni dove. Ebbene
monsieur, non ho nulla da dirvi né tantomeno da
aggiungere. »
Si sentì in imbarazzo, cercò in qualche modo di
rimediare all’impaccio in cui s’era cacciato a ragione di
quel goffo, primo impatto.
«Credetemi, sono mortificato per avervi potuto
dare un’impressione errata sulle mie intenzioni. Sono
qui, al contrario, senza prevenzioni o persuasioni pre­
costituite di qualsiasi natura. Solo il caso, infatti, ha
voluto che mi trovassi a Tarbes e che in quella città
apprendessi i fatti, consentitemi di definirli in questo
modo, di Lourdes. Non ho dunque alcun malanimo,
piuttosto mi definirei un osservatore sereno e spassio­
nato. Almeno me lo auguro. »
Ebbe la sensazione che il curato non l’avesse nep­
pure ascoltato. Peyramale aveva ripreso la sua cammi­
nata. Osservandolo meglio, si convinse che dimostrava
più dei suoi 47 anni. Aveva, del resto, nella persona
tracce d’appesantimento. Qualche pena, e grossa, gra­
vava sulle sue spalle.
70
A un tratto Peyramale s’arrestò, girandosi verso di
lui chiuse il breviario e con un gesto del braccio lo
invitò a entrare in casa.
«Monsieur, dovete scusarmi per la mia diffidenza
non dovuta peraltro alla vostra visita improvvisa o alle
bizze del mio carattere. Il fatto è che cerco soltanto di
garantirmi intorno la pace che mi è necessaria, specie
in questi momenti. Ma entrate, vi prego, e accettate la
modesta ospitalità che può darvi la casa d’un povero
curato di montagna. »
Affidò mantello e cappello dell’ospite alla sorella
che dopo un po’ riapparve con una bottiglia già aperta
e due bicchieri.
« E un vino aromatizzato che preparo appositamen­
te per mio fratello. Spero, monsieur, che sia di vostro
gradimento. »
Si sedettero di fronte al camino. Peyramale si spor­
se dalla sedia e allungò il palmo delle mani verso il
fuoco. La giornata era molto fredda e gelide folate di
vento spazzavano l’aria. Dalla canna del camino il tur­
binio era sceso anche sulla brace e faceva svolazzare
per la stanza scintille e cenere. Il curato si alzò per
raccogliere un tizzone ch’era saltato sul pavimento e lo
rigettò nel camino.
«Voi chiedete notizie, ma cosa potrei dirvi mon­
sieur? Queste sono terre di fede, è vero. Ma c’è sempre
il pericolo che forme improvvise di superstizione, e sia
pure in buona fede lo ammetto, attecchiscano sul tes­
suto umano che è e resta profondamente onesto. Come
un’epidemia funesta che s’innesta su genti molto pro­
vate dalla miseria.»
«Qualche forma di stregoneria?» alluse lo stranie­
ro.
« Oh no monsieur. Non mi riferisco a strumenti di
stregoneria e proprio perché viviamo pur sempre in
epoche in cui queste barbarie del passato credo possa­
no dirsi definitivamente scomparse. Anche a Lourdes,
71
per intenderci. Rimane però il rischio d’infausti males­
seri che potrebbero serpeggiare e incancrenire sui frut­
ti d’una fede che non ha di per sé bisogno di fatti ecce­
zionali per essere vissuta. Voglio dire che chi è creden­
te è già una persona serena. Non è forse la fede un
miracolo quotidiano della coscienza e del contatto con
D io?»
Dominique Peyramale guardò con estrema atten­
zione il viso del visitatore e ne avvertì l’estraneità a
simili argomentazioni.
«Appartenete anche voi, monsieur, alla famiglia»
chiese brutalmente « di quanti eliminano per cosiddet­
ta scienza o, peggio, scientismo non dico l’evidenza ma
anche e solo la possibile realtà della fede? »
«Tutt’altro, mio buon curato. Non appartengo,
come voi sostenete, alla famiglia di chi non essendo lui
stesso credente impone di conseguenza l’assenza di
religiosità. Mi definisco, se me lo consentite, un uomo
tollerante. Anzi, m’impongo per scelta proprio la tolle­
ranza che consente a ognuno d’avere o meno il suo
credo. »
L ’abate ebbe un sorriso, quell’accenno di contrasto
s’era già sciolto.
«Vedo che avete apprezzato il vino preparato da
mia sorella. E dunque rinnoviamone il brindisi con un
altro bicchiere. Ma per tornare alla piccola storia di
Lourdes e di questa sua giovane figlia, vedete c’è dalle
prime ore del giorno un susseguirsi di persone che mi
sollecitano a esaudire questa richiesta d’una processio­
ne alla grotta di Massabielle. Vengono qui a dirmi che
la richiesta è stata avanzata da un qualcuno ch’io non
so ancora chi o cosa sia. Eppoi monsieur, una proces­
sione per chi e per che cosa? Siatene certo, mi conse­
gnerei al dileggio e al netto rifiuto, quandanche sola­
mente la si potesse ipotizzare, di monsignor Laurence
che è il mio vescovo...»
72
Bussarono alla porta e la sorella di Peyramale andò
a aprire. Sulla soglia comparvero tre donne. Riconobbe
Bernadette, seppe poi che l’accompagnavano le sue
due zie Bernarde e Basile.
Entrarono nella stanza e il volto del curato s’in­
fiammò di collera improvvisa. Incurante della presenza
dell’ospite, Peyramale apostrofò duramente la ragazza.
« Dunque eccola qui. Sei tu allora che vai alla grot­
ta?»
«Sì, signor curato.»
« E sei sempre tu che affermi di vedere la Santa
Vergine. Sei tu insomma che sostieni che la Santa Ver­
gine ti appare e che solo tu puoi vederla? »
«N o signor curato, io non ho mai detto che si tratta
della Santa Vergine. »
«Allora dimmi una buona volta di chi si tratta.
Dimmi chi è in realtà questa Signora, come tu la chia­
m i?»
« Non lo so. »
« Non lo sai? Così sei anche bugiarda. Quelli che ti
vengono dietro invece lo affermano. Lo scrive anche il
giornale, e tutti sostengono la tua pretesa di vedere la
Santa Vergine. Deciditi dunque, secondo te cosa vedi
veramente? »
«Vedo qualcosa che assomiglia a una Signora.»
«Qualcosa, qualcosa... Sono persino venuti a chie­
dermi una processione. Ma andiamo, una Signora, una
processione... e cos’altro? Quanto a voi due, sue zie,
dico soltanto che è davvero una disgrazia trovarsi in
una famiglia come la vostra che crea disordine nel vil­
laggio. Alla fin fine, rinchiudetela e impeditele d’uscire
di casa. E ora andate. »
L ’ira di Peyramale s’era abbattuta con fragore sulle
tre donne. Bernadette uscì per ultima. Appena giunta
sulla soglia dette l’impressione che avesse un’esitazio­
ne. Una zia le strattonò il braccio, con tutta evidenza
73
voleva che la ragazza sfuggisse e in tempi cortissimi alla
furia del curato.
«Una Signora, una processione e poi che altro...»
continuava a borbottare tra sé l’abate.
Solo dopo qualche minuto gli era sopraggiunta la
calma. Gli si erano spenti gli effetti della collera, ma gli
restava sul volto un colore rubizzo.
«Perdonatemi monsieur. Voi stesso peraltro avete
constatato a quali follie ormai si può giungere. E perdi-
più con l’aiuto di donne in età che, al contrario,
dovrebbero dimostrare maggiore saggezza. »
Si accomiatò da Dominique Peyramale ringrazian­
dolo per l’ospitalità e facendogli anche grandi elogi per
il vino aromatico preparato da sua sorella.
«Bene, questo almeno potrà costituire momento
d’un nuovo e felice incontro in altra occasione più
tranquilla e mi auguro che vorrete presto concederme­
la. Arrivederci monsieur. »
Lo accompagnò all’uscio e dalla soglia di casa
aspettò che raggiungesse la strada grande per la città.
Ma lui non rientrò subito nel borgo. A sinistra della
casa di Peyramale scorreva un ruscello e ne seguì l’argi­
ne per un buon tratto. Si sentiva sollecitato dall’aria
frizzante, una buona passeggiata l’avrebbe messo in
ottima forma. Tagliò attraverso un prato e arrivò a una
stradicciola che in mezzo a due file d’alberi di buon
fusto confluiva in rue de Langelle dove c’erano le pri­
me case, a est dell’abitato vero e proprio. Svoltò in rue
des Jardins e poi ancora prese a destra, sulla via dove
s’affacciava il palazzo in cui abitava il commissario
Jacomet.
Fece tappa, ormai abituale anche per lui, al Café
Franqais. Il sindaco Lacadé stava discutendo animata-
mente con il procuratore Dutour. Intese solo la conclu­
sione del loro discorso.
«Vietare a Bernadette di ritornare alla grotta di
MassabieUe» sosteneva Lacadé «è impossibile. Non
74
esistono le basi legali per farlo. Ormai l’opinione pub­
blica è dalla sua parte e con estrema facilità correrem­
mo il rischio d’essere linciati se, in qualche modo, agis­
simo contro la giovane Soubirous. Senza dubbio va raf­
forzata la sorveglianza, ma reprimere no. A mio
giudizio, sarebbe un errore gravissimo. »
Il pranzo all’Hotel des Pyrénées fu un disastro. La cuo­
ca s’era ammalata e l’inesperienza di madame Lacram-
pe, malamente coadiuvata dalla cameriera Marie, non
seppe certo rimediare a quella improvvisa assenza.
Ovviamente madame Elfrida era più abile e adatta alle
incombenze di ricevere gli ospiti e intrattenerli che non
a quelle d’un ménage ai fornelli.
Anche la conversazione, e fortunatamente per lui,
languiva. C ’era un evidente nervosismo e ciò contribuì
egregiamente al fatto che potesse con estrema facilità
disertare la tavola comune. Joséphine, l’altra cameriera
che aveva rimpiazzato Marie impegnata in compiti
d’altro genere attorno ai fuochi della cucina, apparec­
chiò in camera sua servendogli un gustoso formaggio
di pecora, un’invitante bottiglia di vino rosso e dei dol­
ci al miele. Apprezzò ogni cosa e s’infilò quindi a letto
per una saporita dormita.
Verso sera Antoine Clarens venne a cercarlo in al­
bergo. L ’amico aveva rovistato in certe antiche carte
che aveva rintracciato anni prima non si sa dove e gli
sottoponeva un documento del quattordicesimo seco­
lo, naturalmente una copia dell’originale custodito
negli archivi statali, in cui si attestava la restituzione del
Castello di Lourdes al re Carlo V.
Informò Clarens del suo incontro con Dominique
Peyramale e gli raccontò della sfuriata contro Berna­
dette cui aveva assistito. Clarens lo ascoltava con molta
76
attenzione, ma senza replicare o chiedergli ulteriori
particolari.
Il discorso a un certo punto scivolò sulle leggende
popolari che la tradizione si tramandava su Lourdes.
Una di esse si riferiva alla regina d’Etiopia Tarbis e a
sua sorella Lapurda, giunte nei Pirenei per fondarvi
Tarbes e appunto la stessa Lourdes. Clarens riferiva un
particolare che lo colpì. Parlava d’una donna tramutata
in roccia, ai confini della città.
In altre leggende comparivano addirittura i discen­
denti dei Visigoti, all’occorrenza ridotti all’eponimo
« cani-goti», e i mori che per primi avrebbero costruito
in quelle terre i mulini lungo le vie d’acqua esistenti.
Clarens affermava inoltre, con un certo interesse, che
secondo la tradizione popolare alcune famiglie di
Lourdes conservavano nella fisionomia persino tracce
ereditarie di quei lontani progenitori.
Personalmente, comunque, Clarens gli disse che
prediligeva, più per spirito romantico che per sostanza
di prova, la leggenda di Mirat. La storia parlava d’un
guerriero arabo che aveva abiurato dalla fede islamica
dopo che un’aquila aveva portato alla corte di Carlo-
magno una trota d’argento.
Uscirono dall’albergo e chiese a Antoine Clarens di
accompagnarlo per un pezzo.
«Volentieri monsieur e anzi» propose l’amico «m i
farete l’onore di restare a cena da me così avremo
ancora il tempo di continuare il nostro scambio
d’idee. »
L ’invito gli suonò pressoché perentorio, ma accettò
con piacere e la serata fu spiritosamente cordiale.
La cena era ormai al termine, ma restavano ancora
seduti a tavola. Il suo ospite ricostruiva fatti e cose del­
l’antica Bigorre. Qualcuno bussò alla porta e poco
dopo nella sala s’affacciò una giovane donna abbigliata
secondo il costume pirenaico. Indossava una lunga sot­
tana di lana, uno scialle nero pesante le copriva le spal­
77
le, in testa portava il tipico cappuccio bianco. Aveva
però l’aria stranita.
«Perdonatemi monsieur Clarens. Mi riconoscete?
Sono Dominiquette Cazénave, la figlia del carrozziere,
e ho una cosa importante e urgente da dirvi. »
«Parla dunque» l’invitò Clarens «anche se mi chie­
do cosa mai ci sarà di tant’affare e di così importante a
quest’ora. »
«Ebbene monsieur, questa sera alle sette, due ore
fa, ho accompagnato Bernadette Soubirous dal curato
Peyramale. Dovete sapere infatti che Bernadette
m’aveva confessato in precedenza che doveva assoluta-
mente parlare con l’abate. M’aveva detto che aveva un
messaggio di quella Signora che Bernadette incontra a
MassabieUe. Bernadette era già stata questa mattina
daU’abate, ma lui s’è molto arrabbiato...»
« Lo so » troncò secco Antoine Clarens « e di tutto
questo sono già al corrente. »
«Bene monsieur. Ho accompagnato dunque Ber­
nadette a casa del curato due ore fa. Con Peyramale
c’erano altri preti, Pène e Serres, ho visto anche l’abate
Pomian. Bernadette gH ha riferito aUora che la Signora
aveva chiesto che i preti benedicessero una cappeUa.
Monsieur, aveste visto il curato con quanta severità ha
reagito. Ha chiesto a Bernadette se anche la cappeUa
fosse un affare tipo queUo deUa processione. »
Dominiquette era molto agitata, girò gli occhi sul
tavolo. Forse per cercare qualcosa da bere. Clarens
versò acqua in un bicchiere e le fece segno di seder­
si. Le disse di tranquiUizzarsi, di prendere un po’ di
respiro.
« Su bevi e non temere nuUa perché qui non trovi
certo dei lupi. Ci siamo soltanto io e U mio amico. Ora,
con calma, cerca di ricordare ogni cosa e diccela per
filo e per segno. »
Dominiquette Cazénave si sentì rassicurata. Guar­
dò l’ospite di Clarens e gli sorrise, poi riprese U suo
racconto.
78
« Peyramale ha domandato se quella Signora avesse
finalmente svelato a Bernadette chi fosse e qual era il
suo nome. Bernadette gli ha risposto di non saperlo. Il
curato le ha gridato allora in faccia che bisognava inve­
ce chiederglielo. Monsieur, nessuno fiatava più, in
quella stanza c’era il gelo, tutti guardavano l’abate. Poi
Pomian s’è rivolto a Bernadette e le ha chiesto se aves­
se mai sentito parlare delle fate. Ma Bernadette ha
subito replicato con un no. »
«Allora, hai mai inteso storie di streghe?» l’ha
incalzata Pomian.
« No, non so neppure di cosa parliate. Ha risposto
la mia amica. »
«T u menti. Tutti a Lourdes» ha gridato a quel
punto l’abate Pène «hanno inteso le storie delle stre­
ghe. »
«Allora la piccola, poverina, s’è un po’ spaventata e
così sono intervenuta io. Ho detto all’abate che doveva
usare la parola esatta, quella che usiamo nel nostro
patois, altrimenti Bernadette non avrebbe mai potuto
capire di cosa lui stesse parlando. Così Pène, in dialet­
to, ha chiesto alla mia amica di riferirgli le parole che la
Signora aveva pronunciato. Bernadette allora ha rifatto
la richiesta della Signora e ha aggiunto che le aveva
anche rivelato tre segreti ma raccomandandole però di
non rivelarli a nessuno. »
Dominiquette bevve un altro sorso d’acqua. Le si
potevano vedere sul viso i segni d ’una tensione tremen­
da.
«Poi siamo uscite dalla casa di Peyramale e ho
accompagnato Bernadette al cachot di rue des Petits
Fossés. Sono contenta perché ho fatto la mia commis­
sione mi disse Bernadette uscendo. »
Clarens, che aveva ascoltato con molta attenzione il
resoconto della giovane Cazénave, rivolse lo sguardo
verso l’ospite, come per interrogarlo. I suoi occhi chie­
devano se fosse lecito il dubbio o se mai fosse possibile
79
che Dominiquette si prestasse, chissà, a essere compli­
ce d’una mistificazione. Ma lui rimase impassibile,
ricambiò lo sguardo di Clarens con eguale fissità ma
senza offrirgli alcun appiglio giustificativo. La giovane
se n’era andata e restarono insieme, comunque in silen­
zio. Ognuno dei due ormai inseguiva pensieri‘diversi.
La mattina seguente partì alla volta di Argelès.
Manteneva in tal modo la promessa d’una visita al gio­
vane gentiluomo che in casa del prefetto Massy alcune
sere prima aveva allietato la compagnia con le sue
sonate al clavicembalo.
Fu un ospite d’eccezione. Gli fece visitare le sue
proprietà e le scuderie in cui venivano allevati splendi­
di purosangue. A cavallo, lo condusse alla scoperta dei
dintorni di Argelès, pranzarono in riva al fiume e
chiacchierarono di molte cose. Quella piacevole escur­
sione contribuì non poco a rilassarlo.
Ritornò a Lourdes in serata, contrariando il suo
giovane ospite che avrebbe voluto trattenerlo ancora
per qualche giorno. Al cocchiere ordinò d’essere
lasciato all’altezza della chiesa di Lourdes davanti alla
quale c’era un continuo andirivieni di persone. Rag­
giunse a piedi il Café Franqais e là seppe, anche se
straniero faceva già parte stabile della vita cittadina e
ne venne dunque subito informato, che anche quella
mattina Bernadette s’era recata alla grotta di Massa-
bielle.
« C ’erano almeno tremila persone» relazionò in
fretta un cliente del Café « ed è stato davvero uno spet­
tacolo mai visto. La gente cercava di farsi strada in ogni
modo. Si arrampicavano addirittura gli uni sugli altri,
salivano sulle rocce, s’appollaiavano dappertutto. Han­
no pregato per ore e ore, ma si dice che la Signora
questa volta non è apparsa a Bernadette. »
Il procuratore imperiale sedeva solitario al tavolo
che d’abitudine ospitava Dozous, Estrade e lo stesso
sindaco Lacadé. Vital Dutour fissava cupo un punto
80
indefinito fuori dalla finestra. C ’era nel suo sguardo
qualcosa di profondamente malinconico, i suoi occhi
erano lucidi e rivelavano quasi l’effetto d’una febbre
fastidiosa. Non vi potevano essere dubbi, c’era qualco­
sa che rodeva all’interno quell’austero rappresentante
del potere dello stato.
Anche lo straniero avvertì una strana sensazione di
malessere. Ordinò del vino brulé, aveva bisogno di
bere qualcosa di caldo per scrollarsi di dosso il freddo
che improvvisamente gli era penetrato nelle ossa. Chia­
mò il proprietario e chiese se poteva indicargli la casa
del cocchiere Cazénave. Ottenuta l’informazione vi si
avviò alla ricerca della giovane donna conosciuta la
sera prima in casa di Clarens.
Dominiquette era occupata in faccende domestiche
ma lo accolse senza imbarazzo di sorta. La donna aveva
il grembiule tirato in su, sulla cintura, e le maniche del
corpetto rimboccate. Le chiese se avrebbe potuto dedi­
cargli qualche minuto d’attenzione.
«N on voglio però disturbarvi nelle vostre incom­
benze. Magari posso ritornare in un altro momento. »
« Non c’è nessun disturbo. Monsieur voi siete sicu­
ramente il benvenuto. Stavo facendo un po’ di bucato
e ogni tanto getto un occhio sulla pentola della mine­
stra. Non preoccupatevi di nulla, sono qui per servir­
vi. »
Chiese notizie su Bernadette.
«Monsieur, la mia amica è andata anche questa
mattina a MassabieUe e ha pregato a lungo davanti alla
grotta. Ma la Signora non è apparsa. Bernadette è ritor­
nata a MassabieUe questo pomeriggio. C ’era di nuovo
tantissima gente e tutti affermano che sul volto deUa
piccola Soubirous sono ricomparsi i sorrisi luminosi.
La mia amica ha detto che ha nuovamente parlato con
la Signora ed è tornata a casa del curato. L ’ho di nuovo
accompagnata io.»
81
Dominiquette Cazénave si alzò e andò a rimestare
nella pentola. Dalla modestissima credenza tirò fuori
una bottiglietta di liquore spagnolo e un bicchiere.
Voleva offrirgli un sorso di quella specialità catalana.
Tornò verso il fuoco e spostò la pignatta, prese una
specie di radice bianca e la aggiunse nella cottura.
« E mordila » spiegò la donna « serve per fortificare
il gusto d’una minestra che sarebbe altrimenti assai
povera di sapore. Ma torniamo alla visita che abbiamo
fatto questo pomeriggio al curato di Lourdes. La
Signora vuole la cappella, ha confermato nuovamente
Bernadette. »
«M a tu hai chiesto a quella Signora di dirti il suo
nome? » ha replicato brusco il curato.
«Bernadette gli ha risposto allora monsieur che sì,
aveva chiesto alla Signora di rivelare il suo nome ma lei
s’era limitata a sorriderle. Avreste dovuto vedere la fac­
cia dell’abate. Gli è rimontata la collera e ha gridato a
Bernadette che quella sua Signora in effetti si beffa di
lei. »
La pentola gorgogliava e Dominiquette s’affrettò a
spostarla su un braccio del camino in modo che il fuo­
co non fosse più diretto.
«Poi monsieur è avvenuta una cosa strana. Il cura­
to s’è fermato pensieroso davanti al fuoco del caminet­
to. Borbottava qualcosa, io me ne stavo quasi sulla por­
ta della sala e pensai che da un momento all’altro
avrebbe fatto una nuova sfuriata. Invece, Peyramale s’è
girato verso Bernadette e le ha preso il mento tra le
mani. »
«Se la Signora vuole la cappella» ha detto «deve
dirti come si chiama e dovrà anche far fiorire il rosaio
che si trova nella grotta. »
«Monsieur, questa» continuò Dominiquette «m ’è
sembrata davvero una cosa enorme. Siamo in pieno
inverno e vedere fiorire un rosaio è veramente impossi­
bile. Però l’abate Peyramale ha aggiunto che se la
82
Signora farà queste cose lui stesso le dedicherà una
chiesa grande grande. Non capisco bene cosa realmen­
te il curato abbia inteso dire. So però che domani è
giovedì. Monsieur, è l’ultimo giorno della quindicina
che Bernadette ha promesso e dedicato a quella Signo­
ra.»
Ringraziò Dominiquette Cazénave e uscì dalla casa.
Quella sarebbe stata una notte di veglia e non soltanto
per lui. Migliaia e migliaia di persone erano arrivate a
Lourdes in occasione del grande mercato che si sareb­
be tenuto l’indomani, giovedì 4 marzo.
Si tenne alla larga dalla tavola comune dell’Hotel
des Pyrénées e cenò nella propria camera. Il cicaleccio
che in un modo o nell’altro avrebbe avuto ancora
madame Lacrampe quale centro propulsore gli sareb­
be stato infatti intollerabile. Preferiva restarsene solo e,
soprattutto, non sentirsi costretto a dover fare buon
viso a conversazioni di nessun conto. Verso le nove di
sera andò al Café Frangais.
« C ’è fermento » commentò Jean-Baptiste Estrade.
Arrivò anche il commissario Jacomet e andò a
sedersi al loro tavolo. Il responsabile di polizia era mol­
to teso, si vedeva che in lui il nervosismo era appena
dissimulato. Jacomet aveva modi aspri, spesso si estra­
niava per i fatti suoi. Frugava con gli occhi, dentro e
fuori la sala del Café Francis, come se cercasse qual­
cosa di preciso. Intorno alle dieci andò a chiamarlo la
guardia campestre. Dopo un brevissimo parlottare,
Jacomet e Callet uscirono insieme.
«V a alla grotta per vedere e controllare che non ci
siano trucchi» sentenziò Estrade con un tocco d’iro­
nia. « E resterà peraltro molto meravigliato nel vedere
che a Massabielle a quest’ora c’è già molta gente che
prega. Ma suvvia, come si può mai presumere che nella
grotta di Massabielle qualche astuto marchingegno
possa surrogare, sostituirsi alla limpidezza di ciò che
afferma Bernadette.»
83
Lo straniero s’accorse che quell’interrogativo, qua­
si un’affermazione del resto, era diretta specialmente a
lui. Il Café Francis non era certo un luogo dove si
coltivavano eccessive simpatie per Bernadette. Ritrovo
e occasione d’incontro per spiriti radicali e liberi pen­
satori, il Café non vedeva di buon occhio tutta quella
faccenda. Tra i suoi frequentatori, così, il dubbio resta­
va totale.
Quella notte però il Café Frangais non chiuse i bat­
tenti. Gente d’ogni specie e persino un po’ fuori dallo
stile che contraddistingueva i suoi abituali clienti fre­
quentò il locale fino all’alba.
« E un fatto straordinario, degno in effetti solo di
avvenimenti grandissimi» rilevò in proposito Jean-
Baptiste Estrade.
Poco oltre le due di quella notte ricomparve Jaco­
met.
«H o bisogno di bere qualcosa di forte» confessò
con un certo imbarazzo al proprietario «e alle cinque
tornerò a MassabieUe per un’ultima ispezione. »
In realtà, il fermento aumentava in tutto il borgo.
Poco prima dell’alba erano arrivati anche gli uomini
delle gendarmerie di Argelès e di Saint Pé. S’erano
disposti a presidio davanti al municipio e rafforzavano
nel compito i soldati della guarnigione del forte di
Lourdes. La truppa, d’altra parte, era stata dislocata
lungo tutto il cammino che portava a Massabielle.
Intravide sulla strada Sajous e lo rincorse per avere
notizie fresche di Bernadette.
«Monsieur, la ragazza è tranquilla» lo informò
questi. « Bernadette ha pregato per tutta la sera insieme
alla sua famiglia ma a quest’ora dorme da un pezzo. »
Rientrò al Café per bere qualcosa di caldo, la notte
era fredda e piena d’umidità. Poi, con Estrade decise
d’avviarsi alla grotta e sulla strada per Massabielle
incrociarono un incredibile miscuglio di persone.
84
In quel fiume di gente non c’erano più e soltanto
gli abitanti di Lourdes. Si vedevano facce diversissime.
Moltissime le donne venute da fuori, da paesi talvolta
molto lontani come Estrade le riconosceva e gliele
segnalava secondo i cappucci di colore differente che
recavano in capo.
« All’incirca ci sono ottomila persone » segnalò loro
un sergente della gendarmeria.
Ma era una folla eccezionalmente ordinata, compo­
sta e in continua preghiera. Quella massa apparente­
mente non aveva dubbi d’alcun genere.
«H o fatto più di quaranta leghe per venire qui.
Sono partita» confessò una mamma che si trascinava
dietro due ragazzini un po’ assonnati « due giorni fa e
eccomi finalmente a Massabielle per dividere anch’io,
come tutti, la gioia della vedente. »
Vedente; era la prima volta che ascoltava questa
definizione riferita alla piccola Soubirous. Gli sembrò
che la parola potesse persino servire da condivisione
d’una apparizione che comunque solo per Bernadette
s’era rivelata. C ’era in quel termine, ripetè a se stesso,
anche l’ottimismo di chi attende un evento. Come
dimostravano quelle migliaia di persone giunte a Mas­
sabielle.
Alle sette e cinque minuti comparve Bernadette.
« Eccola. »
Il grido risvegliò l’attenzione nel mare di gente.
Una nuova inquietudine serpeggiò tra la folla.
« La petite è accompagnata da una donna » osservò
Estrade. «Bernadette è con sua cugina Jeanne Védè-
re. »
«L e due donne hanno assistito alla prima messa
nella chiesa di Lourdes » riferì Antoine Clarens che nel
frattempo li aveva raggiunti « e a loro, sulla strada per
qui, s’è aggiunto Gancio, l’uomo che guida la diligen­
za. »
85
Il servizio d’ordine allestito da Jacomet funzionava
alla perfezione. Bernadette non trovò ostacoli, le assi
che qualche giorno prima erano state sistemate sul
Gave le consentirono di raggiungere senza difficoltà la
grotta.
La ragazza, a un tratto, si fermò. Non vedeva al suo
fianco la cugina e la chiamò. Jacomet intervenne pron­
tamente. Dopo aver attraversato la passerella individuò
Jeanne Védère tra la folla, sull’altra riva del fiume.
«Fatela passare» ordinò «deve raggiungere la peti­
te Soubirous. »
Si trovavano in un punto non troppo vicino alla
grotta, ma con l’aiuto dei binocoli poteva osservare
bene Bernadette. La ragazza s’era inginocchiata e reci­
tava il rosario. Quasi subito notò che il suo viso si tra­
sformava, era già stata rapita dall’estasi.
Guardò l’orologio, segnava le sette e un quarto. Per
oltre mezz’ora Bernadette restò inginocchiata, comple­
tamente estraniata dalla folla enorme che s’assiepava in
quei luoghi.
Vide Jacomet appostato sull’alto della roccia che a
picco dava sulla grotta. Il commissario teneva in mano
un taccuino e vi annotava qualcosa. Nel pomeriggio, al
Café F r a n c is gliene avrebbe confessato il motivo.
«H o segnato ogni cosa, monsieur. Bernadette ha
sorriso per trentaquattro volte e ha salutato, voglio dire
che ha fatto dei gesti di saluto in direzione della grotta,
in ventiquattro occasioni. Ho visto che la gente intorno
a me si faceva il segno della croce ogni volta che anno­
tavo qualcosa. Ho parlato di tutto questo con il sinda­
co Lacadé, era anche lui a Massabielle, e mi ha confer­
mato di aver visto gli stessi segnali. »
Poco prima delle otto di quella mattina Bernadette
si alzò e si avviò dentro la grotta. Il suo volto era diven­
tato più allegro, comunque dopo un certo tempo s’era
fatto improvvisamente serio. Osservava la ragazza con i
binocoli e la scopriva pensierosa, come se un’ombra di
86
tristezza si fosse insinuata nei suoi lineamenti. Ma poi
era sopravvenuta la gioia, non sapeva com’altro defi­
nirla, dell’estasi. Una nuova estasi, e Bernadette era
tornata a inginocchiarsi nello stesso punto di prima per
recitare ancora il rosario.
La preghiera si prolungava ancora, il rapimento
della giovane durò tre quarti d’ora. Infine Bernadette
ripóse la sua corona, spense il cero che teneva nella
mano sinistra e si alzò. Con calma attraversò la passe­
rella sul Gave é si diresse alla volta di Lourdes.
La folla si animò di chiacchiere. La richiesta delle
prove che il curato Dominique Peyramale aveva prete­
so perché la Signora finalmente si rivelasse era nota a
tutti. Ma non c’era stato nessun segno di esse, tantome­
no il rosaio nella grotta era fiorito. Con i binocoli lui
non aveva mai perso di vista Bernadette e ne aveva
potuto osservare le labbra che si muovevano, segno
che la ragazza aveva certamente avuto nella grotta un
colloquio con qualcuno.
Ora la vedeva avviarsi al villaggio pervasa da una
grande serenità. Passò a pochi metri dal punto in cui si
trovava. Gancio la teneva per mano, sua cugina Jeanne
le camminava accanto. E avvenne un fatto inatteso.
«Per favore fate avvicinare quella ragazza.»
Bernadette chiamava una giovane che aveva una
benda sull’occhio destro. Portava sulla testa un cap­
puccio rosso e da ciò si arguiva che la giovinetta, più o
meno della stessa età di Bernadette, non era di Lour­
des. La ragazza si avvicinò per abbracciare Bernadette
ma prima s’era tolta la benda che le copriva il volto per
metà.
«Miracolo, una cieca è stata guarita» urlò una don­
na e l’annuncio si propagò su tutta la folla.
La ragazza con il cappuccio rosso era scesa alla
grotta e andò a bagnarsi il viso alla nuova fonte.
«Bene, ora accompagneremo questa giovane dal
procuratore Dutour. Vedremo se quello scettico avrà
87
ancora il coraggio di sostenere che si tratta di fantasie
o, peggio, di superstizione» proruppe la sorella di
Estrade, Emmanuélite.
Si girò verso Antoine Clarens e vide che il suo ami­
co aveva gli occhi umidi. Clarens s’era avvicinato pieno
di commozione a Bernadette e le sussurrava qualcosa
nell’orecchio. La ragazza annuì con un cenno del capo.
Più avanti del punto in cui si trovava, sul sentiero
che dalla roccia sovrastante la grotta scendeva al muli­
no di Savy, riconobbe Pierre Dozous. Il dottore stava
parlando animatamente con un ufficiale della gendar­
meria.
Raggiunse quindi Clarens sulla via del ritorno,
all’altezza dell’incrocio che portava al forte di Lourdes.
« La ragazza è andata a casa di Peyramale » lo infor­
mò « ma credo che le verranno dei guai. L ’ho invitata a
raggiungermi a scuola nel pomeriggio. Dovete sapere
monsieur che questa mattina, all’alba, c’erano tre
medici al cachot di rue des Petits Fossés. Hanno visita­
to Bernadette e quest’oggi intendono sottoporla a
un’altra visita medica. »
Dopo una buona dormita che l’aveva rimesso in
forze dalla lunga veglia notturna, si diresse al Café
Francis. Prima però fece una passeggiata per le strade
di Lourdes e passò anche davanti alla casa dei Soubi­
rous.
C ’era molta gente in attesa sulla via. Attraverso
l’uscio socchiuso potè vedere che in quell’unica stanza
dove Bernadette abitava con la sua famiglia molte don­
ne s’affollavano intorno a lei.
Tirò diritto. Al Café Franqais il commissario Jaco­
met vantava l’impeccabile servizio d’ordine.
«H a impedito qualsiasi incidente. Non c’è stata
che qualche caduta nel Gave, ma niente di pericoloso »
sottolineava con il procuratore Dutour che annuiva
soprappensiero.
Pierre Dozous se ne stava a un’estremità del tavolo.
In silenzio guardava il bicchiere e ogni tanto, con un
gesto meccanico, lo portava alle labbra.
«Comunque, c’è un problema d’ordine» aggiunse
il sindaco Lacadé «e migliaia di persone che ormai fre­
quentano Massabielle rappresentano un problema che
in qualche modo dev’essere risolto. »
Dozous gli fece cenno d’avvicinarsi, poi si alzò e
prendendolo sottobraccio lo dirottò a un altro tavolo.
«Sono un medico e talvolta riesco persino a non
giudicare le cose che so spiegarmi. Eppure monsieur,
l’arroganza che si manifesta a quel tavolo non la sop­
porto davvero. Ma beviamoci un bicchiere di buon
vino e nel frattempo vi darò le ultime novità. »
«Anch’io ero a Massabielle» ricordò all’amico dot­
tore «e ho assistito, posso dire per caso, all’incontro
con quella ragazza che aveva un occhio malato...»
«L o so, vi ho visto. Ma non conoscete il resto.
Dunque, questa mattina Bernadette s’è recata dal
nostro bravo curato e gli ha confermato che la Signora
non le ha rivelato il suo nome. Ha aggiunto di aver
scongiurato, come voleva Peyramale, la Signora di far
almeno fiorire il rosaio ma che lei, per tutta risposta,
aveva sorriso e aveva nuovamente chiesto la costruzio­
ne d’una cappella a Massabielle. Monsieur, sono cose
che mi ha riferito la sorella dell’abate. »
Al cameriere che aveva portato una bottiglia di
vino e i bicchieri il dottore chiese la scatola dei sigari
dalla quale scelse un lungo virginia che fece crocchiare
tra le dita.
«Peyramale ha replicato secco» continuò. «H a
detto che lui non ha denaro e Bernadette men che
meno. Dunque, dovrebbe se mai fornirlo quella sua
Signora. Ma, a proposito di denaro, c’è dell’altro. Jaco­
met e Dutour, e non sono gli unici, ora sostengono che
la ragazza è molto astuta e ipotizzano che sotto sotto
possa esserci addirittura un tentativo di truffa. E que­
sto pomeriggio hanno inviato un gendarme, Ficelle, in
missione esplorativa al cachot di rue des Petits Fos-
sés. »
Un giovane uomo si presentò al dottore per chie­
dergli se avrebbe potuto passare in serata a visitare la
moglie afflitta da una tosse fastidiosissima. Dozous
promise che sarebbe andato, ma gli diede anche la
ricetta d’uno sciroppo da somministrare intanto alla
donna. E riprese il racconto.
« Ficelle, con una scusa qualsiasi, doveva dare una
moneta d’argento a Bernadette. Jacomet e Dutour han­
no sostenuto che se la ragazza avesse accettato il dena­
ro vi sarebbe stata la prova lampante della truffa. Ma
volete sapere com’è andata a finire? Me l’ha raccontato
lo stesso Ficelle. Non appena Bernadette s’è accorta di
avere del denaro sulla mano l’ha immediatamente
lasciato cadere a terra. Immediatamente, capite. Ficelle
afferma che la ragazza ha gridato che quel denaro le
scottava la mano. Il nostro buon gendarme ammette,
tra l’altro, che identica cosa è avvenuta anche quando
un’altra persona aveva offerto una moneta a Bernadet­
te e cercava di fargliela scivolare tra le mani. Ficelle
giura d’aver inteso che la piccola Soubirous preferisce
essere povera e non potrà mai accettare denaro in rega­
lo. Il denaro insomma non ha nessun effetto su di lei. E
c’è di più, Bernadette ha rimproverato severamente
anche chi era andato a farle visita per avere la scusa di
farle benedire qualche oggetto. »
Durante la cena, seduto con gli altri ospiti alla tavo­
la grande dell’Hotel des Pyrénées, notò che madame
Elfrida non era più loquace come sua abitudine. Si
limitava a rispondere, più che altro per semplice corte­
sia, con uno stentato sorriso. Alle futili domande che
qualcuno le rivolgeva, madame opponeva qualche sec­
co monosillabo.
Una signora abbastanza in età sollevò la discussio­
ne su Bernadette e i cosiddetti miracoli di Lourdes.
90
Madame Lacrampe s’irrigidì e in pratica s’estraniò
quasi dalla conversazione. Come se avesse voluto per­
dersi in una sorta d’isolamento nel quale, con tutta
probabilità, cercava conforto.
« Ma insomma » sbottò infine « miracoli non ve ne
sono stati. Il rosaio, come invece aveva chiesto l’abate
Peyramale, non è fiorito. Quella stessa Signora di cui
parla Bernadette, quandanche esistesse realmente,
neppure ha rivelato come si chiama. Via, questa è sol­
tanto suggestione. »
Il giovanotto che le sedeva accanto obiettò che se
pur di allucinazioni si poteva parlare era comunque
ben strano che esse fossero così generalizzate e coin­
volgessero al tempo stesso così tante persone.
«E h no monsieur» rimbeccò madame Elfrida «io
ho parlato di suggestione per Bernadette. Quanto al
popolo, alla gente, insomma e se me lo permettete alla
folla ognuno di noi sa bene quanto poco sia sufficiente
fare per chiamare migliaia di persone a raduno. Magari
con le manovre di qualcuno che abilmente sappia sug­
gerire che ci si trova a raccolta in attesa di chissà cosa. »
Lo sorprese la brutalità del tono usato da madame
Lacrampe. Tanto più, pensò, che anche lei era andata a
Massabielle. Lui stesso, insieme a Jean-Baptiste Estra­
de, l’aveva accompagnata alla grotta. Non potè evitare
di sottolineare, tra sé, quella contraddizione stridente
in una persona che attribuiva agli altri, quasi che voles­
se fuggirli, atteggiamenti che lei stessa aveva pur vis­
suto.
Si congedò e raggiunse la sua camera per preparare
un dispaccio da inviare all’«Avvisatore Italiano.» Lo
avrebbe spedito da Tarbes dove aveva deciso di fare
ritorno.
Il giorno seguente salutò il dottor Dozous e mon­
sieur Estrade, entrambi promisero che gli avrebbero
scritto all’indirizzo di Tarbes per fornirgli, eventual­
mente, gli aggiornamenti necessari, come disse Estra­
di
de, sui fatti di Lourdes. Fece visita di commiato a
Antoine Clarens.
Lo trovò nella scuola che dirigeva, in rue du Bourg.
Clarens gli sottopose un brogliaccio sul quale trascrive­
va appunti, ricchi d’ogni particolare, su quelle vicende.
L ’amico aveva, con semplicità, dato anche un titolo a
quella fatica.
«Vedete monsieur, l’ho chiamato La grotta di Lour­
des e voglio conservarvi le memorie di questi giorni. »
Anche Clarens promise che lo avrebbe tenuto
informato d’ogni avvenimento futuro.
Ritornò a Tarbes sabato 5 marzo 1858 per rituffarsi
nelle sue ricerche storiche sulle guerre di religione che
tre secoli addietro avevano percorso quelle zone della
Francia. Intanto il « Lavedan » aveva nuovamente, e di
colpo, mutato rotta. Quale delusione, titolava un corsi­
vo polemico nel cui tono riconobbe la vena acre del­
l’avvocato Bibé che per l’occasione aveva rispolverato
le armi più acide dell’ironia.
« Quanti poveri creduloni» vi si leggeva « sono stati
umiliati e quante persone, troppo tardi purtroppo,
hanno capito come stavano le cose e comunque non
prima d’essersi coperte di ridicolo. »
Altri giornali rincaravano la dose. « L ’Ere impéria-
le» gazzetta ufficiale di Tarbes, addirittura, invitava le
autorità a far chiudere in un ospizio quella sedicente
giovanissima santa, Bernadette.
La notizia sugli avvenimenti di Lourdes aveva però
già superato i confini di questa zona meridionale della
Francia. Ampi resoconti apparivano ormai sui quoti­
diani di Parigi, « L ’Univers» e « L ’Echo. »
Restò a Tarbes ancora per diverse settimane. Senza
subire sollecitazioni esterne che ne deviassero l’atten­
zione su altri fatti o vicende, finalmente i suoi studi
procedevano con ordine. Si concentrò nella consulta­
zione di antiche carte rintracciate negli archivi della
prefettura o presso studiosi della zona.
92
Fu spesso ospite in casa del prefetto Massy, conti­
nuando ad avere con lui rapporti cordialissimi che sfo­
ciarono inevitabilmente in autentica e duratura amici­
zia. Talvolta avveniva che, chiacchierando con Massy,
il discorso puntasse su Lourdes. Avvertiva in tali occa­
sioni che il prefetto non vedeva scemare le proprie
preoccupazioni.
' Bernadette, gli disse, non si recava più alla grotta
ma a Massabielle c’era comunque grande affluenza.
Ormai la gente arrivava a Lourdes anche da città lonta­
nissime, dall’estero persino.
« Adesso spuntano i ceri » commentò con disagio il
prefetto in una di quelle occasioni.
Per la grotta di Massabielle, in sostanza, c’era un
pellegrinaggio in piena regola e i fedeli vi accendevano
ceri. Il 23 marzo qualcuno aveva collocato nella nicchia
alPinterno della grotta, nel punto in cui Bernadette
aveva detto che le appariva la Signora, una statua in
gesso della Madonna.
«Monsieur, eccoci giunti» denunciò Oscar Massy
« alla costruzione persino d’un luogo di culto illegale. E
non basta. La gente arriva a Massabielle anche per farvi
provvista dell’acqua che sgorga dalla fonte situata nella
grotta. Superstizioni o cos’altro?»
« Se è per questo » segnalò dal canto suo al prefetto
« io stesso sono a conoscenza d’un progetto del sindaco
Lacadé il quale, come va in giro a dire, ha in mente di
sfruttare le risorse naturali di quelle fonti. »
L ’informazione gli era stata data con una lettera
che l’amico Clarens aveva affidato a Gan^o, l’uomo
della diligenza da Lourdes. Un’altra lettera, sempre di
Antoine Clarens, parlava d’una nuova apparizione.
«Caro amico» gli scriveva «la storia di Lourdes e
di Bernadette conosce un nuovo e suggestivo capitolo.
All’alba del 25 marzo, giorno dell’Annunciazione, la
giovane Soubirous è tornata alla grotta. Ho parlato a
lungo con lei e Bernadette mi ha confessato che vi era
93
stata spinta da un istinto fortissimo. Voleva, in effetti,
ottenere dalla Signora la risposta che l’abate Peyramale
esigeva. E la risposta, monsieur, finalmente è venuta ed
è eccezionale. La Signora ha rivelato a Bernadette di
essere l’Immacolata Concezione. Ha usato proprio
queste due parole. Ebbene, mio caro e buon amico ita­
liano, non è meraviglioso che l’annuncio della Signora
giunga a quattro anni di distanza dalla proclamazione
del dogma da parte del papa a Roma? »
Era una lettera lunga e piena di dettagli. Soprattut­
to da essa traspariva un fatto nuovo, un’autentica gioia
era entrata ormai nella vita di Clarens. Lo conosceva
come uomo equilibrato e sereno, non aveva dunque
motivo di dubitare di lui né di ritenere che un’inaspet­
tata alterazione dell’animo potesse indurre l’amico di
Lourdes a quel giubilo improvviso. Per Antoine Cla­
rens qualcosa era effettivamente avvenuto a Massabiel­
le e cercava solo di trasmettergliene l’essenza, non già il
contagio. La sua lettera riferiva anche la reazione del
curato Peyramale.
« L ’abate ha ammonito severamente Bernadette
che gli portava quel messaggio e l’ha persino accusata
di orgogliosa menzogna. Ma, per nulla impaurita, la
ragazza ha ripetuto e senza alcun cedimento le parole
della Signora di cui, peraltro, ha confessato di non
conoscere il significato. E proprio di fronte a tanto
candore è allora svanita la collera del curato. Peyrama­
le s’è convinto a inoltrare al vescovo di Tarbes una
memoria scritta. Ecco, caro amico, dunque e finalmen­
te si accetta questo fatto eccezionale. C ’è solo la verità
delle parole a sostenere e dar forza alla semplicità e alla
fede di Bernadette. »
Un biglietto inviato da Jean-Baptiste Estrade suc­
cessivamente gli confermava che in tutta Lourdes la
storia della giovane Soubirous veniva accolta con gioia
e senza alcun malanimo.
94
«Il mio confronto con l’attrice Rachel» diceva il
laconico messaggio che si vide recapitare in albergo
«era inesatto. Bernadette non ha mai recitato. La
ragazza ha vissuto e continua a vivere questo suo splen­
dido sentimento e ce lo vuole trasmettere. »
Anche madame Lacrampe aveva addolcito il suo
giudizio. Era arrivata a Tarbes per farvi alcuni acquisti
e gentilmente era passata in albergo a chiedere sue
notizie. Nella sue parole non avvertì alcuna punta di
sprezzante ironia o acrimonia.
«Monsieur, a Lourdes» confessò come se l’avesse
da sempre sostenuto «ormai si può dire che tutta la
gente è schierata dalla parte della ragazza della grotta. »
Dello stesso avviso, naturalmente, non era il «Lave-
clan». Il giornale del Dipartimento di Argelès conti­
nuava imperterrito l’opera di distruzione di ciò che,
con i suoi anonimi e acidi corsivi, definiva un mito
ignorante. Taceva, stranamente, il dottor Dozous. Alla
fine di marzo gli aveva spedito una lettera, ma l’amico
non aveva ancora risposto. Ricevette però un suo scrit­
to, con la dicitura urgente, la mattina del 9 aprile.
«Monsieur, quale sorpresa e che meravigliosa sco­
perta» esordiva. « I miei scrupoli scientifici o, per dirla
con tutta sincerità, l’orgoglio che mi rendeva cieco
sono scomparsi. Io stesso ho visto, ho partecipato alla
gioia di Bernadette e sono qui a confermarlo con que­
sto resoconto il più possibile esatto e, credetemi mio
buon amico, imparziale. »
Le parole di Pierre Dozous gli suonavano d’antici­
po per qualche rivelazione che, mediata attraverso lo
spirito colto e umanissimo dell’amico medico, avrebbe
dovuto, ripeteva a se stesso, sortire forse qualche effet­
to su di lui. Proseguì nella lettura.
«Jean-Marie Doucet, un piccolo malato di nove
anni che è in cura da me ormai da molto tempo e pur­
troppo senza successo, dopo le visite che gli ha fatto
Bernadette ha rivelato miglioramenti nettissimi. Il pic­
colo soffriva di convulsioni a tal punto ch’era impossi­
bile nutrirlo. Ebbene monsieur, Bernadette è andata a
trovarlo a casa sua diverse volte e proprio quella gene­
96
rosa assistenza ha gradualmente sollevato il malatino
dalla terribile condanna. La giovane Soubirous non ha
fatto certo nessuna stregoneria. E andata in più occa­
sioni a tenergli un po’ di compagnia, è riuscita a farlo
parlare. Ha giocherellato con lui. »
Dozous, lo si avvertiva, spiegava cose che per lui
ormai avevano un senso perfettamente logico. Voleva
indurne analoga convinzione anche nel suo amico ita­
liano.
« Io stesso, in compagnia dell’abate Peyramale e del
suo vicario » proseguiva il dottore « il 25 marzo scorso
ho potuto constatare un preciso miglioramento. Posso
parlare a buona ragione, aldilà dei limiti della scienza e
d’ogni plausibile e peraltro rivelatasi sterile terapia di
guarigione. Sono rimasto, senza dubbio, perplesso e
nondimeno ho accettato, lo ripeto ho accettato ciò che
nella realtà vedevo sotto i miei occhi e che non poteva
avere comunque alcuna spiegazione medica. A Lour­
des la gente ha gridato nuovamente al miracolo. Mon­
sieur, con tutta onestà, non ho sposato simile convin­
zione. Però ho sentito inquietudine dentro di me. Mi
divorava quasi una forma di febbre e posso dirvi che
ho trascorso giorni di tensione e incertezza. »
Il tono del medico di Lourdes, se ne accorgeva a
mano a mano che continuava a leggere le sue parole,
sfociava addirittura nell’epica. Ne avvertiva un certo
disagio riandando con la mente all’equilibrio distacca­
to con cui Dozous solitamente prendeva parte alle
discussioni che avvenivano al tavolo d’angolo, quello
destinato ai notabili della città, nel Café Francis. In
lui, e in breve tempo, s’era determinato un profondo
cambiamento.
«Tre giorni dopo» aggiungeva Dozous nella lettera
«la giovane Soubirous, dunque il 18 marzo, è stata sot­
toposta a un altro avvilente interrogatorio. Con Jaco­
met e con il curato ha smentito fermamente di ritenersi
una guaritrice. Ha detto che non credeva d’aver guari­
97
to nessuno, né tantomeno di aver fatto qualcosa per un
tale scopo. Mio buon amico, sono stato bersagliato dal­
l’ironia al Café, ho dovuto fronteggiare battute pesanti.
Il direttore del «Lavedan», l’avvocato Bibé, era venuto
a Lourdes in quei giorni e sorrideva sull’efficacia della
mia medicina vantando i poteri occulti, si era espresso
in questi termini e c’è mancato poco che gli saltassi al
collo, che a suo dire Bernadette possiede e con i quali
mi fa concorrenza. »
Mentre continuava a leggere cresceva in lui il disa­
gio. Mai infatti avrebbe potuto immaginare che Pierre
Dozous potesse, neppure lontanamente, ipotizzare una
qualsiasi forma di violenza. Ma, forse, tutto ciò era
dovuto a stanchezza, pensò come se volesse convincer­
sene, e alle tensioni umane che Lourdes viveva da quasi
due mesi e che inevitabilmente contagiavano anche le
persone più illuminate, come il suo amico dottore.
«Bernadette del resto» aggiungeva Dozous «ha
dovuto sopportare altri penosi interrogatori pur essen­
dosi sempre dimostrata schiva e lontana da qualsiasi
imbarazzante alterigia. Il sette aprile, mercoledì di
Pasqua, sono ritornato alla grotta. Bernadette era a
Massabielle già dall’alba e quando vi sono arrivato la
ragazza era già in estasi. C ’erano un migliaio di persone
e ho dovuto litigare con la gente che m’impediva di
avvicinarmi a lei. Allora, monsieur, ho gridato che non
ero un nemico. Ero lì per poter osservare, studiare da
vicino quel fatto religioso. Urlai, ultimo orgoglio del
mio scetticismo, che ero andato a Massabielle solo in
nome della scienza e per controllare con metodo. Allo­
ra, finalmente m’aprirono un varco e potei raggiungere
Bernadette alla grotta dove ho assistito a qualcosa che
non dimenticherò. Bernadette era immersa nell’estasi,
con il palmo della mano riparava dal vento la fiamma
d’un grande cero che stringeva nell’altra. Potevo vede­
re la trasparenza di quella mano vicinissima allo stoppi­
no e sentii che qualcuno gridava a Bernadette di stare
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attenta perché si sarebbe ustionata. Lo zittii brusca­
mente senza mai togliere gli occhi da quella mano. Poi,
monsieur, Bernadette è uscita con estrema grazia dal­
l’estasi. In un attimo il suo viso era tornato alla norma­
lità, insomma aveva perso lo splendore che vi avevo
osservato fino a pochi istanti prima. Ho analizzato con
estrema cura le mani di Bernadette e non v’era la ben­
ché minima traccia di bruciatura. Monsieur, eccoci
allora davanti a un fatto soprannaturale. Non esiste
altra spiegazione.»
Lasciò Tarbes il 10 maggio del 1858. Ormai aveva
raccolto quanto occorreva ai suoi studi e ripartiva con
una serie fittissima di appunti sparsi in una decina di
quaderni. Non gli restava che dare ordine all’abbon­
dante materiale, preparare un canovaccio sul quale
stendere la memoria sugli eventi religiosi del sedicesi­
mo secolo in quelle zone del sud della Francia. Sarebbe
stato un lavoro lungo, di paziente ricostruzione al qua­
le intendeva dedicarsi al suo rientro in Italia. Aveva
concordato con un editore di Milano che gli avrebbe
consegnato il manoscritto per la primavera dell’anno
seguente.
L ’otto maggio s’era recato in visita di commiato dal
prefetto Massy. Lo trovò ulteriormente preoccupato.
«Quattro giorni fa» gli confessò il rappresentante
dello stato « sono andato a Lourdes per presiedere il
Consiglio di Revisione. L ’occasione, monsieur, m’è sta­
ta propizia per minacciare l’arresto e l’internamento
nell’ospizio di Tarbes di qualsiasi persona sostenga o
affermi di avere delle visioni. »
E c’era il motivo. A Lourdes circolavano con insi­
stenza voci secondo cui alcune donne dichiaravano
d’essersi recate alla grotta di Massabielle e sostenevano
che anche a loro era apparsa una giovane Signora.
«Siamo, appena agli inizi» concluse Massy con
amarezza «m a la catena dei visionari è già all’opera.
Anello dopo anello la superstizione continua. »
99
Salutò il professor Dufour al quale lo aveva indiriz­
zato il professore G. di Firenze, grazie a lui aveva visto
aprirsi archivi pubblici e privati che gli erano stati poi
messi generosamente a disposizione. Spedì biglietti di
saluto a Clarens, Estrade, all’indimenticabile dottor
Pierre Dozous. Con essi lasciava a Lourdes un pezzo di
profonda amicizia. Gli segnalava quali sarebbero state
le tappe sulla via del ritorno in Italia. Inoltre, li avverti­
va che la posta avrebbe potuto sempre raggiungerlo
all’indirizzo successivo.
Il 16 maggio raggiunse Nizza dove restò due setti­
mane e all’Hotel du Golfe arrivò un biglietto di Jean-
Baptiste Estrade.
« La grotta è stata bloccata » diceva il messaggio « e
delimitata con una staccionata. L ’accesso è impedito,
ma le transenne sono state abbattute dalla folla. Sono
state ricostruite e nuovamente demolite. Tutto questo
per giorni e giorni. Jacomet e il suo braccio destro Cal-
let hanno un grandaffare per appioppare le multe a
centinaia di pellegrini che ogni giorno sfidano il divieto
emesso dal prefetto di Tarbes. »
Ai primi di giugno si spostò a Genova. Il direttore
dell’«Avvisatore Italiano» gli chiese un resoconto in
due puntate su quella storia di Lourdes.
« Una cronaca » ordinò « la più dettagliata possibi­
le. »
Lo colpì il fatto che Genova, pur essendo città
marinara e dunque ricca di traffici e abituata agli scam­
bi tra genti, conservasse nell’intimo uno spirito austero
in cui si radicava un profondo sentimento di religiosità.
E questo sentimento, per assurdo che potesse sembra­
re, conviveva con quegli ideali libertari che proprio
nella città ligure avevano trovato terreno più fecondo.
Come se quegli stessi ideali alimentassero, per contrap­
punto, il primo.
Ospite dei marchesi Cambiaso, una sera si trovò al
centro dell’attenzione di molti gentiluomini che ne fre­
100
quentavano il salotto. Naturalmente lo interrogarono
sulle vicende che aveva, seppur marginalmente come si
schernì, vissuto a Lourdes. In tutto quel gioco d’inte­
resse evidentemente il direttore dell’« Avvisatore Italia­
no» aveva avuto la sua parte.
Accettò l’invito di amici che lo ospitarono in una
loro splendida residenza affondata tra gli ulivi del
monte alle spalle di Camogli. L ’estate e la gentilezza
dei suoi anfitrioni crearono facilmente in lui una sorta
di pigrizia alla quale s’abbandonò con piacere. Solo il
quindici agosto arrivò finalmente a Torino dove ritro­
vava le sue cose, i vecchi amici, la sua casa. C ’era anche
una lettera di Pierre Dozous.
«M io caro e buon amico italiano, le inquietudini
ormai sono lontane. Vivo, da medico, la realtà umana
di questo nostro villaggio e da semplice osservatore
avverto l’aria nuova che pervade Lourdes. So che Jean-
Baptiste Estrade vi ha già informato sul fatto che la
grotta è stata bloccata. Purtroppo, ed è argomento di
discussione anche al Café Fran<;ais, agli splendori di
semplicità, come è quella che Bernadette rivela, si
dovevano prima o poi accompagnare avvenimenti
miserevoli. La giovane Soubirous conduce come sem­
pre la sua vita schiva e appartata, ma in città s’è parlato
a lungo di altre visioni. Comunque, l’undici luglio l’ar­
civescovo di Tarbes ha denunciato quegli abusi e ciò è
stato sufficiente perché tutto sparisse di colpo. Non ci
sono pertanto più visionari, tutto è stato sepolto. »
In termini quasi diagnostici Dozous aggiungeva
altri particolari. Nelle sue parole c’era come un tentati­
vo di anamnesi dove lo stile del medico si mischiava a
quello del cronista, persino già d’uno storico.
« Finalmente Bernadette va a scuola e il tre giugno
ha fatto la prima comunione. Emmanuélite Estrade
l’ha stuzzicata, chiedendole se fosse più felice per que­
sto avvenimento o per le apparizioni. La petite ha
risposto che le due cose sono insieme, comunque i)
101
paragone è impossibile ha aggiunto, anche se in
entrambe le occasioni ha provato la stessa felicità.
Monsieur, come potete vedere vi racconto i fatti più
spiccioli di Lourdes. Ma del resto per questo ci siamo
intesi e abbiamo concordato. Mi preoccupa lo stato di
salute della giovane Soubirous, la ragazza è andata per
qualche tempo a Cauterete per farvi la cura delle acque
ma la tosse non le dà tregua. Charles Madon, un giova­
ne avvocato di Beaune che recentemente è venuto a
trovarmi, m’ha riferito d’un suo colloquio con Berna­
dette. Dice d’averle chiesto se mai avesse invocato dal­
la Madonna la propria guarigione. Avendo ricevuto un
no secco ha cercato allora di sollecitare la ragazza a
proposito dei segreti affidatile dalla Signora. Bernadet­
te prontamente ha risposto che ciò riguardava soltanto
lei e ha aggiunto che non li rivelerebbe neppure al
papa. Madon le ha chiesto se uno di essi non riguardas­
se, forse, l’ipotesi che la ragazza possa diventare una
religiosa. Ebbene monsieur, Bernadette ha replicato
senza equivoci che si tratta di cose ben più serie. »
Nella sua lunga lettera il dottor Dozous gli riferiva,
condensandoli egregiamente, altri fatti di Lourdes
avvenuti da quando lui aveva lasciato la Francia.
«Il 17 luglio è arrivato il vescovo di Montpellier,
monsignor Thibault, che ha interrogato Bernadette in
presenza dell’abate Peyramale. Monsignore ha cercato
di far accettare alla ragazza una piccola somma e
davanti al suo rifiuto le ha chiesto se potevano almeno
scambiarsi i rosari, ma la petite gli ha risposto di prefe­
rire il suo. Tre giorni appresso, un altro vescovo, mon­
signor Gardon de Garsignies che amministra la diocesi
di Soissons, l’ha sottoposta a un nuovo interrogatorio.
Le ha fatto qualche domanda sul Cielo, le ha chiesto di
eventuali sue esperienze in proposito. Bernadette ha
risposto, con franchezza e estrema semplicità, di non
saperne nulla, di essere ignorante. Bene, mio caro ami­
co. I due vescovi hanno chiesto a monsignor Laurence
102
d’intervenire e l’arcivescovo di Tarbes il 28 luglio ha
istituito una commissione d’inchiesta. »
Dozous si rivelava un eccellente storiografo. Ormai
annotava i fatti essenziali, senza eccedere in aneddoti
né aggiungervi sfumature forzate che potevano soltan­
to colorare il quadro senza peraltro apportarvi alcuna
prospettiva interessante.
«N é mancano le sorprese» continuava la lettera.
« Lo stesso giorno è arrivata a Lourdes madame Bruat,
gran nome della capitale perché oltre che consorte del­
l’ammiraglio è la governante del principe ereditario.
S’è fatta accompagnare da due religiosi, un prete e una
suora, e ha voluto incontrare Bernadette. Il sacerdote
m’ha rivelato che ha segnalato a Bernadette che la San­
ta Vergine, sposa di san Giuseppe, avrebbe dovuto
avere l’aureola. La giovane Soubirous ha negato che la
Signora della grotta l’avesse. Madame Bruat le ha chie­
sto allora se poteva accompagnarla a Massabielle ma
Bernadette ha rifiutato, ricordandole che un preciso
ordine di polizia impediva la cosa. Alla fine madame
Bruat s’è rivolta allo stesso braccio destro di Jacomet,
la guardia campestre Callet, e s’è recata alla grotta per
attingere acqua alla sua fonte e ne ha riempito una
grande bottiglia. E sempre nello stesso giorno è arriva­
to a Lourdes persino il direttore dell’« Univers », Louis
Veuillot. Anche lui è andato alla grotta e vedendo che
Callet annotava sul taccuino i nomi dei visitatori di
Massabielle l’ha rimproverato duramente.»
«N el pomeriggio di quel 28 luglio» seguitava
Dozous « davanti a un grande pubblico e con l’ausilio
dell’abate Pomian che fungeva da traduttore in patois,
Veuillot ha interrogato Bernadette. Conclusione?
Ripartendo da Lourdes per Parigi, Veuillot m’ha con­
fessato che, sì, Bernadette è una ragazza ignorante ma
comunque vale molto più di tutti noi. Due giorni dopo
padre Loison, un predicatore assai conosciuto, ha
bombardato Bernadette in una specie di contradditto­
103
rio. Il sottinteso era quello di verificare se per caso la
ragazza non avesse in realtà visto il diavolo. Però Ber­
nadette ha interrotto bruscamente il colloquio. S’è
girata verso Antoinette Tardhivail, la donna che s’oc­
cupa delle pulizie nella chiesa di Lourdes, dicendole
che se quel prete non voleva credere allora era meglio
che se ne andassero. »
«Monsieur» concludeva il lungo scritto di Pierre
Dozous « queste sono dunque le ultime noterelle sulla
storia, come voi la definite, di questa nostra città.
Quanto a me, ho nell’anima una serenità autentica e
quale da tempo non avvertivo. Sono uno spettatore
non certo di parte, ma vi confesso che sento il mio
cuore stare accanto alla giovane Bernadette. Abbiate
fiducia nei miei sentimenti augurandomi che conti­
nuiate anche voi a essermi fedele nel ricordo. »
A settembre ebbe un’altra conferma sull’aria nuova
che investiva Lourdes. Era arrivata a Torino l’edizione
del 28 agosto dell’« Univers » In prima pagina, su cin­
que colonne, il direttore del quotidiano parigino,
Veuillot, pubblicava la sua intervista con la «petite
voyante Bernadette Soubirous de Lourdes. »
I fatti, le soprese come diceva Pierre Dozous, di
Lourdes avrebbero continuato a occupare altri spazi su
numerosi giornali.
II 24 settembre, sul «Courier Franqais», Balech de
Lagarde scriveva un lungo articolo.
«Ho chiesto a Bernadette » confessava il grande
giornalista «d i venire con me a Parigi dove, e in
pochissime settimane, avrebbe potuto arricchirsi. Le
ho anche spiegato che io stesso mi sarei incaricato di
renderle questo servigio. Bernadette mi ha risposto, e
senza possibilità di replica, che preferisce restare pove­
ra. »
Nella primavera del 1859 consegnò all’editore
milanese il manoscritto sulle sue Ricerche e ricostruzio­
104
ne dei fatti religiosi del sedicesimo secolo in Francia, tra
i cattolici di Montine e i protestanti di Montmorency.
Nel febbraio dello stesso anno aveva ottenuto un
incarico presso la Biblioteca comunale e s’occupava,
con fatica eppur con grandi soddisfazioni, degli archi­
vi. Era un lavoro minuzioso, mai fatto sino ad allora,
d’indagine e ne annotava su schede monografiche
argomento e importanza.
In quell’epoca gli erano di grande aiuto alcuni stu­
denti dell’università che erano stati attratti da quel
silenzioso e quasi dimenticato lavoro. Fra quei giovani
c’era, e la cosa per l’epoca poteva dirsi assolutamente
eccezionale, una giovane di ventitré anni che accompa­
gnava spesso in Biblioteca il fratello.
Appartenevano a una facoltosa famiglia di possi­
denti lombardi, con terre e fattorie in Lomellina. Quasi
due anni più tardi quella giovane sarebbe diventata sua
moglie.
Manteneva, più o meno regolarmente, corrispon­
denza con gli amici di Lourdes e di Tarbes. Al profes­
sor Dufour spedì una copia fresca di stampa del suo
studio e ne ricevette elogi decisamente superiori all’im­
portanza e alla qualità del lavoro. Il prefetto Massy e
sua moglie gli rinnovarono più volte l’invito a ritornare
a Tarbes con la scusa di nuovi documenti da consulta­
re, sottintendeva lui, e per un periodo di salutare e
fortificante riposo, seduceva madame.
Alla metà di ottobre ricevette una lettera di Elfrida
Lacrampe. La proprietaria dell’Hotel des Pyrénées gli
forniva nuove notizie su Bernadette.
«Ai primi di agosto Bernadette Soubirous è stata
nuovamente passata al setaccio. All’abate Mariote la
ragazza ha confessato che una forza irresistibile la
costringeva, l’anno passato, a recarsi a Massabielle.
All’abate Paul de Lajudie che le chiedeva se avrebbe
mai svelato al papa i suoi segreti, Bernadette ha repli­
cato che la Signora le ha chiesto di non rivelarli a nes­
105
suna persona e il papa è appunto una persona. L ’abate
è stato ospite del mio albergo e mi raccontava come lui
avesse obiettato che il papa ha la potenza del Cristo.
Monsieur, volete sapere cosa gli ha risposto a quel
punto e senza scomporsi la giovane Soubirous? E vero,
gli ha detto, che il papa è molto potente sulla terra ma
la Santa Vergine sta in Cielo. A tre gesuiti, che erano
tornati alla carica sullo stesso argomento, ha ribattuto
che quei segreti sono utili soltanto a lei e non li rivele­
rebbe nemmeno al proprio confessore e proprio per­
ché questo non è un peccato. »
Anche Antoine Clarens amabilmente lo teneva al
corrente sulle vicende, le definiva scherzosamente così,
del villaggio. Gli aveva trascritto inoltre, con il consi­
glio d’arricchirne la sua biblioteca personale, brani
d’antichi cartigli che di volta in volta gli erano capitati
tra le mani. Dava anche notizie sulle discussioni che si
tenevano al Café Franqais che non era più un luogo di
conversazioni radicaleggianti.
Ma puntualmente, in ogni sua lettera, ricompariva
Bernadette. Con soddisfatta arguzia, Clarens sottolineò
in più occasioni che la ragazza aveva sempre negato di
essere mediatrice di miracoli.
«Con estrema decisione rimprovera quanti le si
avvicinino per toccarla o persino per chiederle di bene­
dire qualche immaginetta o altro oggetto sacro. »
In una delle ultime lettere di quell’anno il suo ami­
co di Lourdes riferiva sulle nuove e finalmente miglio­
rate condizioni di vita della famiglia Soubirous. Fran­
cois e May Louise s’erano trasferiti in primavera in un
mulino dove il padre di Bernadette aveva ripreso la sua
antica professione di mugnaio.
«Certo, la famiglia è in una situazione migliore»
sottolineava Antoine Clarens «m a al mulino Gras il
continuo andirivieni di gente che vuole vedere di per­
sona Bernadette non consente proprio una vita tran­
quilla. E ancora una volta, mio caro amico, la generosi­
106
tà che contraddistingue questa famiglia ha il soprav­
vento. Così tutti, siano soltanto in visita o clienti, sono
accolti senza distinzione con grande familiarità e gioia.
Louise non accetta nulla da chicchessia. A Lourdes e
nei dintorni ognuno sa bene che può andare al mulino
e trovarvi piena ospitalità, sa anche che per la molitura
si potrà pagare quando meglio sarà possibile. Mon­
sieur, i Soubirous non sono assolutamente portati per
gli affari e credo che la sola e pur grande loro fortuna
sia proprio Bernadette.»
Gli avvenimenti italiani di quegli anni gettarono
anche lui nella lotta politica e militare per l’unificazio­
ne del paese. Fu ufficiale di collegamento con il gene­
rale Cialdini nella battaglia di Castelfidardo, il 18 set­
tembre 1860, e durante le successive prese di Perugia e
Ancona.
Rientrò a Torino alla fine di dicembre per una bre­
ve licenza, dovuta al suo matrimonio, e trovò una lette­
ra di Pierre Dozous. Il dottore di Lourdes gli riferiva,
con uno stile asciutto e questa volta senza perifrasi,
dell’ultimo e solenne interrogatorio di Bernadette.
«Il sette dicembre la ragazza è stata sottoposta a
Tarbes alle domande dell’arcivescovo e degli altri dodi­
ci membri della Commissione d’inchiesta. Ho parlato
con Fourcade, segretario del sinodo inquirente, e mi ha
riferito per sommi capi la sequenza delle domande e
delle risposte.»
«Dunque» scriveva Dozous «le hanno chiesto se la
Vergine aveva l’aureola. Bernadette sulle prime non ha
ben capito cosa volessero sapere, poi ha spiegato che
quando la Signora le era apparsa alla grotta aveva
intorno una luce dolce. Ricordate, monsieur, quando a
Massabielle la ragazza ha mangiato le foglie che aveva
staccato dagli arbusti? Le hanno contestato che quel
gesto non sembrava affatto degno della Santa Vergine.
Prontissima, Bernadette ha replicato che in fondo tutti
noi mangiamo l’insalata e dunque non c’era di che
107
scandalizzarsi. Come vedete, la petite si rivela sempre
vivace e arguta. »
«Fourcade» concludeva il dottore «ha riferito
anche che due lacrimoni hanno solcato le gote di mon­
signor Laurence allorché Bernadette ha ricostruito
davanti alla Commissione d’inchiesta l’apparizione del
25 marzo 1858. Ricorderete che fu l’occasione in cui la
Signora rivelò alla nostra giovane amica di essere l’Im­
macolata Concezione. Personalmente sono perfetta­
mente d’accordo con l’abate Pomian il quale afferma
che Bernadette stessa costituisce la prova migliore del­
le apparizioni.»
La storia di Lourdes e di quella giovane aveva già
superato i confini di Francia. Un gruppo di signore
della nobiltà piemontese s’era recato in pellegrinaggio
a Lourdes e al ritorno la loro testimonianza aveva
amplificato a Torino e Genova il fascino di quella città
pirenaica. Quanto a lui, continuava a definirla in cuor
suo una storia locale.
Rientrò al suo gruppo di guerra che stringeva d’as­
sedio le ultime truppe borboniche asserragliate a Gae­
ta. Il tre febbraio 1861, esattamente dieci giorni prima
che la fortezza cadesse, una palla gli entrò nel fianco e
per diversi giorni restò in pericolo di vita.
Alla fine di marzo, convalescente e non del tutto in
forze, risalì la penisola per far ritorno a Torino dove
intanto s’era riunito il nuovo parlamento che, con le
rappresentanze di tutte le province annesse, il dicias­
sette di quel mese aveva acclamato re d’Italia Vittorio
Emanuele II di Savoia.
Con la moglie si trasferì per un lungo periodo di
riposo in Lomellina, ospite dei suoceri. E nelle calde
distese della pianura Padana finalmente il suo corpo si
risanò. Fu un’ottima pausa ristoratrice e la vita all’aria
aperta aveva contribuito del resto a creare in lui nuovi
interessi. I modi franchi, l’estrema cordialità delle genti
lombarde fecero sorgere in lui una più profonda e per­
108
sino intima convinzione sull’unità, soprattutto umana,
che finalmente legava gli italiani. Avrebbe rivisto Tori­
no solo nel febbraio dell’anno successivo.
Il professor Dufour gli aveva inviato da Tarbes il
numero del giornale « L ’Ere impériale» che annuncia­
va la pastorale dell’arcivescovo.
Il 18 gennaio 1862 Bertrand Sévère Laurence, per
misericordia divina e la grazia della Santa sede aposto­
lica, vescovo di Tarbes, assistente al trono pontificio
eccetera aveva dichiarato che l’Immacolata Madre di
Dio era realmente apparsa a Bernadette nella grotta di
Massabielle.
Verso la metà di quella calda estate del 1862 una
lettera di Jean-Baptiste Estrade gli portava altre notizie
su Lourdes. Il ventotto di aprile Bernadette era stata in
punto di morte e le era stata somministrata l’estrema
unzione.
«La giovane Soubirous era veramente allo stremo »
scriveva Estrade « e fu appena possibile farle inghiotti­
re l’ostia e un po’ d’acqua della grotta di Massabielle.
Ebbene monsieur, Bernadette ha mutato aspetto all’i­
stante. Con un sorriso ha chiesto di alzarsi dal letto,
voleva anche mangiare qualcosa. Come già sapete la
giovane è ormai pensionata dell’ospizio e l’indomani il
dottor Balencie che ne assiste gli ospiti s’è molto stupi­
to di vederla già in piedi e vitalissima. Ammiccando le
ha detto che le medicine da lui consigliate evidente­
mente avevano avuto effetto. Immaginate, invece, la
sua sbrpresa quando Bernadette gli ha confessato di
non averne, al contrario, presa nessuna. A Lourdes,
monsieur, tutti parlano d’un miracolo. »
«Ho parlato io stesso con Bernadette» aggiungeva
Estrade « e lei m’ha allegramente confessato che il dot­
tor Balencie con ogni probabilità aveva confuso il suo
male con qualcos’altro. Avrei potuto morire, ha escla­
mato, e se cadessi malata un’altra volta lo pregherò di
fare molta attenzione. »
109
Estrade concludeva invitandolo presto al villaggio
per riprendere i conversari e scambiarsi i rispettivi
punti di vista.
Il 12 ottobre di quell’anno sua moglie partorì una
coppia di gemelli, un maschio e una femmina, che
davano così nuovo corso alla sua esistenza. Nel frat­
tempo aveva già avviato trattative per trasferirsi a
Firenze dove il professore G. lo chiamava per affidargli
compiti di coordinamento nelle attività letterarie d’una
nuova casa editrice che affiancava gli studi e le ricerche
filologiche e storiche dell’ateneo toscano.
Nel gennaio del 1863 arrivò con la famiglia in riva
all’Arno, prendendo possesso d’una bella e ariosa casa
vicino al ponte dei negozi sul fiume.
Per dieci anni respirò il clima culturale e artistico
dell’ex capitale della Toscana, annessa al paese con il
plebiscito del marzo e nel giugno di due anni appresso
divenuta nuova capitale del regno d’Italia, legandosi
d’amicizia con gli intellettuali prodigiosi che questa
terra ha sempre rivelato o ospitato.
Furono anni proficui anche per il suo lavoro e le
ricerche che via via estendeva a campi paralleli a quelli
che più amava. La ricca consistenza degli archivi esi­
stenti in Firenze, la consuetudine agli scambi con altri
studiosi venuti dall’estero gli consentivano utili contat­
ti e agevolarono non poco il fatto ch’egli godesse d’una
profonda tranquillità d’animo. Ma quella, del resto, già
esisteva tra le mura domestiche, grazie alla serenità e
alla gioviale allegria di sua moglie.
Era tollerante per scelta, non scettico. Senza alcuna
fatica conservava con lei rapporti di dialogo assai
ampio sulle questioni religiose. Provenendo da una
famiglia con solide tradizioni cattoliche, sua moglie
affermava che credere non è solo un fatto di fede ma
soprattutto un preciso scopo morale. La sua fede era
peraltro scevra di qualsiasi bigottismo.
110
«Nella tua fede» sottolineava talvolta « c ’è traccia
del pragmatismo lombardo e la cosa non mi dispiace
affatto. »
«Ma anche da te, che sei uno storico, dovrebbe
essere accettata» replicava lei sorridendo «la realtà
della vita di Gesù. Dalle vecchie carte che consulti
negli archivi ricavi testimonianze e conferme accettabi­
li su fatti e persone vissute in un certo periodo. Non
capisco, allora, quali possano essere i motivi che t’im­
pediscono di trovare le stesse conferme dalle testimo­
nianze, e sono tante e diverse, che esistono sulla storia
della fede cristiana. »
«Nei miei studi» obiettava lui «non ricavo certezze
indiscutibili, come quelle per intenderci che sono tipi­
che d’una fede. Le antiche carte servono a ricostruire
fatti e vicende degli uomini che quegli avvenimenti
hanno contribuito a determinare e realizzarsi. »
Se le posizioni e i giudizi erano differenti non per
questo, comunque, risultavano contrastanti. C ’era
rispetto reciproco e non le impediva certo che i loro
figli venissero istruiti e allevati secondo gli intendimen­
ti cristiani.
«Toccherà poi a loro» avvertiva sua moglie «valu­
tare quando saranno cresciuti la proponibilità o l’esi­
genza dei principi di fede che gli dai. »
Nel 1869 gli venne offerta una cattedra all’universi­
tà. La scelta, che senza dubbio l’onorava, gli creò uno
strano malessere interiore. Ormai avvezzo alla tranquil­
lità dei suoi studi e ricerche, temeva che l’incarico e gli
obblighi e doveri annessi potessero allontanarlo dai
suoi interessi specifici. Chiese consiglio in famiglia e
scoprì in sua moglie un mentore attento e premuroso.
«Devi certamente valutarne pregi e difetti. Ti con­
siglio di non declinare l’invito che, indubbiamente, è
anche riconoscimento per i tuoi meriti e il tuo lavoro.
Sulla base della mia saggezza lombarda, come spesso
mi bighelloni, posso solo ricordarti che l’eventuale
111
limitazione alla tua libertà di studioso è, se mai, un
giusto e doveroso prezzo da pagare. »
Prese tempo per la risposta con le autorità accade­
miche. E per un’intera settimana il rovello d’una deci­
sione in un senso o nell’altro s’era trasformato in
autentico fastidio. Infine, un lunedì ricevette un invito
che si prestava egregiamente a toglierlo dall’imbarazzo.
Almeno momentaneamente.
L ’Académie di Tolosa, a suo tempo informata dal
professore Dufour di Tarbes sui suoi studi circa i fatti
religiosi del sedicesimo secolo nel sud della Francia, lo
invitava al convegno che, in agosto, si sarebbe tenuto a
Pau sulla rivolta degli Ugonotti che nel 1620 portarono
all’occupazione da parte di Luigi XIII e all’annessione
alla Francia.
Chiese al senato accademico la possibilità di rinvia­
re all’autunno la sua risposta. Prima voleva infatti
recarsi a Pau per attingere nuovi documenti che rivesti­
vano per lui grande interesse. Avrebbe cosr, tra l’altro,
potuto aggiornare la precedente memoria pubblicata a
Milano dieci anni prima. Non incontrò ostacoli, l’uni­
versità accolse la sua richiesta. La risposta poteva dun­
que essere rinviata di qualche mese. Sua moglie
l’avrebbe accompagnato a Pau.
«Lasceremo i bambini» stabilì sua moglie «dai
nonni, in Lomellina. Per loro sarà uno spasso starsene
tutto il giorno all’aperto nei campi. Certamente, saran­
no viziati ma un po’ d’aria buona gli farà bene. E poi,
vedi. La fortuna t’ha fatto uscire dalle angustie, quel­
l’invito è quanto di meglio potesse capitare a uno stori­
co che, però, non mi pare così tanto sicuro di sé. Alme­
no ifi questo momento. »
Lasciarono Firenze alla fine di giugno per raggiun­
gere la casa dei suoceri. A metà luglio, dopo una sosta
rinfrancante nelle ricche ma torride campagne della
Lombardia, raggiunsero Genova.
112
L ’« Avvisatore Italiano» s’era trasformato in biset­
timanale, ma non era più la nobile e autorevole gazzet­
ta liberale cui aveva collaborato molti anni prima. Ora
usciva con un’altra testata, si autodefiniva « L ’Indipen­
dente» e era diretto da un nipote del fondatore. In
superficie il giornale conservava indubbiamente uno
stile tollerante, ma sulle sue pagine ormai avevano mol­
ta influenza i circoli economici d’una nuova borghesia
che gravitava attorno ai commerci e alle nuove indu­
strie che stavano sorgendo.
Presentò sua moglie alla marchesa Cambiaso e agli
altri numerosi amici nella città ligure. E durante una di
queste visite conobbe il direttore del «Corriere Mer­
cantile», un foglio di avvisi marittimi e commerciali,
sul quale combatteva robuste battaglie perché, gli dis­
se, l’Italia doveva essere unita oltre che per territorio
anche e soprattutto nelle coscienze di genti che dove­
vano guardare al futuro.
Gli offrì una collaborazione al giornale e sapendo
che si sarebbe recato in Francia gli chiese se poteva
mandargli qualche articolo da Nizza, diventata france­
se con il referendum dell’aprile 1860 dopo il trattato di
Torino.
«Nizza ormai è persa per l’Italia» commentò con
calore il direttore del «Corriere Mercantile» «m a so
che c’è gente che ancora si batte per riportarla nel
regno. »
Accettò l’incarico e, d’accordo con sua moglie, si
fermò tra Mentone e Nizza fino al quattro di agosto
data alla quale ripartirono per il convegno di Pau.
Avrebbero approfittato di alcuni giorni per fare una
sosta a Tarbes e un’escursione a Lourdes, ormai colle­
gata per ferrovia.
A Tarbes il professor Dufour li accolse con rinno­
vata simpatia.
«Monsieur, se vuole» preannuncio amabilmente
«sono subito disponibile a fissarle gli appuntamenti
113
necessari perché lei possa consultare quelle carte di cui
già le ho parlato in una mia vecchia lettera. »
Mostrò a sua moglie alcuni dagherrotipi che ritrae­
vano Bernadette Soubirous in posa mistica.
Monsieur e madame Massy avevano lasciato Tar­
bes, il prefetto era stato richiamato nella capitale e
assegnato a altri incarichi. L ’ambiente dell’hotel in cui
aveva alloggiato al tempo della sua prima sosta in città
non era granché mutato, salvo per il fatto che ora i
proprietari non erano più quelli d’una volta. A sua
moglie piacquero quei vecchi amici del marito e la cor­
dialità della gente. Si sentiva insomma a suo agio e lo
dimostrava.
«E una piccola città, ma apprezzo molto che non vi
si facciano pettegolezzi o chiacchiere inutili. »
Dopo due giorni raggiunsero Lourdes. Pierre
Dozous e Jean-Baptiste Estrade erano andati ad acco­
glierli alla stazione. Antoine Clarens era confinato a
casa per una preoccupante febbriciattola che il dottore
cercava, ma con scarsa fortuna disse, di combattere da
una decina di giorni.
Ritrovò il dottor Dozous stanco e provato. Aveva
superato la settantina e se ne avvertiva l’affaticamento,
anche se conservava una mente lucidissima e spiritosa.
Jean-Baptiste Estrade sfiorava la cinquantina ma aveva
una figura snella e si teneva in buona salute.
«Monsieur, sto dedicandomi a qualcosa di nuovo »
l’awertì «e così compilo una serie di testimonianze
intime sulle apparizioni a Massabielle. »
Madame Lacrampe li accolse con entusiasmo. Dal
padre, scomparso da qualche anno, aveva ereditato
l’intera conduzione dell’Hotel des Pyrénées e in quel­
l’incarico riversava un indiscutibile talento. Ben presto
stabilì con sua moglie un’intesa perfetta, che andava
ben oltre le solite compiacenze che di norma esistono
tra donne.
E gli altri amici?
114
« L ’abate Peyramale» informò Estrade « conduce la
vita abituale d’un parroco che deve affrontare tanti e
così grossi problemi in una zona, come questa, dove la
povertà purtroppo è una consuetudine. »
Al Café Frangais le discussioni erano molto meno
accese d’un tempo.
«Ai tavoli siedono facce nuove» sentenziò Estrade
«e Lourdes, caro amico, è diventata ormai luogo di
transito. Arriva molta gente per visitare la grotta. »
Chiese al dottor Dozous a che punto fosse l’archi­
vio sulle malattie più ricorrenti e sulle terapie usate, di
cui gli aveva parlato molti anni prima.
«Ah monsieur, credo d’averlo trascurato per trop­
po tempo» rispose lui con stanchezza. « E quasi un’o­
pera inutile, seppur mai mi ci sia dedicato con meto­
do. »
Jean-Baptiste Estrade fu più ricco di particolari.
Il quattordici ottobre del 1862 erano iniziati i lavori
per la costruzione della cappella a Massabielle.
«Tra gli operai c’era anche» gli disse «Francois
Soubirous. »
Il quattro aprile del 1864 c’era stata infine la prima
processione ufficiale alla grotta.
« C ’erano, monsieur, ventimila persone» sottolineò
l’amico di Lourdes « ma né Bernadette né Peyramale vi
hanno partecipato. Il curato aveva deciso che la ragaz­
za doveva restarsene all’ospizio per non essere sottopo­
sta alla curiosità popolare. Quanto a lui, proprio nel
giorno della cerimonia trionfale fu costretto a restarse­
ne acquattato a letto. Suo fratello, che è medico, mi
rivelò di averlo trovato in uno stato di crisi gravissima.
Il fatto è che al buon curato non rimanevano in saccoc­
cia che quarantacinque centesimi e alja fine di quel
mese avrebbe dovuto pagare gli affitti per trentacinque
famiglie poverissime che altrimenti sarebbero state
cacciate sulla strada.»
115
Invitarono Dozous e Estrade a cena all’Hotel des
Pyrénées dove madame Elfrida fece preparare una
tavola speciale nel salone vicino al fumoir. Sua moglie
la invitò a essere del gruppo e lei accettò. La cena fu
davvero eccellente, venne particolarmente apprezzata
un’insalata di patate e uova sode con cetrioli e erbette
di cui sua moglie volle conoscere la ricetta, perfette le
trote, il vino d’ottima qualità. Una mousse delicatissi­
ma completò quella cena diventata allegra occasione in
cui dei vecchi e ottimi amici dopo molti anni si ritrova­
vano.
«Mia sorella Emmanuélite » si scusò Estrade « in
questi giorni è in vacanza dai nostri parenti che abitano
nei pressi di Bordeaux. Mi dispiace che non possa
conoscere sua moglie.»
Lasciarono le signore in salotto e passarono nel
fumoir dove la conversazione scivolò ancora su fatti,
antichi e recenti, di Lourdes attardandosi di volta in
volta su questo o quel personaggio.
Rievocò con i due amici quelle eh’erano state le più
prossime vicende politiche d’Italia, Dozous si mostrò
molto interessato al lavoro della sua casa editrice. Lui
chiese notizie di quel piccolo paziente per la cui guari­
gione il dottore di Lourdes aveva disperato e che fu
invece miracolato, se gli consentivano di usare quel
verbo, dalle visite di Bernadette.
«Intendete parlare, credo, di Jean-Maire Doucet»
accennò Dozous. « Ormai è un ragazzone di dicianno­
ve anni e fa il pittore. Dipinge dei quadri per conto
d’un mercante di Tarbes, incisioni colorate sulle appa­
rizioni alla grotta. Ma fa anche qualche ritratto su tela
di Bernadette. »
«E non sapete » intervenne Estrade « che la ragazza
ha addirittura ricevuto un’offerta di matrimonio. In
verità la richiesta non è stata fatta direttamente a lei,
ma c’è stata. Un certo de Tricqueville, studente di
medicina a Nantes, mi pare nel marzo di tre anni fa, ha
116
scritto persino all’arcivescovo di Tarbes per sostenere
che voleva ardentemente sposare Bernadette. Il giova­
ne ha aggiunto che in caso negativo, se ciò insomma
non fosse stato possibile, avrebbe preferito allora mori­
re in solitudine in qualche luogo sperduto del mondo.
Monsieur Laurence, è quanto mi ha riferito il segreta­
rio Fourcade, gli ha risposto semplicemente che una
tale richiesta sarebbe stata contraria all’opera voluta
dalla Signora di Lourdes. Non so però se la giovane
Soubirous sia al corrente di questo fatto. »
Si congedarono a notte inoltrata. Madame Elfrida
gli aveva assegnato la camera più confortevole dell’al­
bergo. Notò che l’arredamento era stato interamente
rifatto, l’Hotel des Pyrénées aveva adeguato il proprio
stile per accogliere dunque le masse di pellegrini che
frequentavano la città.
«Vorrei anch’io recarmi domani alla grotta e visita­
re i luoghi delle apparizioni» annunciò sua moglie.
L ’avrebbe accompagnata a Massabielle.
L ’indomani si svegliarono di buon’ora e fecero colazio­
ne nella loro camera. Madame Elfrida gli aveva fatto
recapitare l’ultima copia del «Lavedan». Il giornale
riportava in una pagina interna una breve nota estrapo­
lata dal « Quotidien » di Lione in cui si parlava di Lour­
des e della sua vita celebrandone anche le numerose
presenze religiose. Rilevò, peraltro senza eccessivo stu­
pore, i mutamenti e la diversità dei contenuti. Ormai
erano lontani i tempi in cui sul giornale comparivano
gli scritti corrosivi dell’avvocato Bibé.
In effetti il clima era mutato. Lourdes era cambiata,
non era più e soltanto una piccola e umile cittadina di
montagna e lo testimoniavano quei nuovi alberghi
costruiti per ospitare folle di pellegrini che arrivavano
da ogni parte della Francia e anche dall’estero. Erano
persino sorti i primi ingenui commerci di oggetti d’arti-
gianato locale, i pellegrini potevano acquistare una sor­
ta di ricordo profano di quelle visite alla grotta.
Verso le dieci della mattina uscirono dall’albergo e
s’avviarono verso Massabielle, percorrendo l’itinerario
che lui già conosceva. Mostrò a sua moglie, in rue des
Petits Fossés, il tugurio dove avevano vissuto i Soubi­
rous. Passarono davanti alla mescita di Sajous, cugino
di Bernadette, che era stata abbellita. Giunsero a Mas­
sabielle lungo la nuova strada con argini che il sindaco
Lacadé aveva fatto costruire. Da buon amministratore,
anche se un tempo nemico, s’era ben presto risolto a
118
utilizzare al meglio quella gran massa di persone che
facevano di Lourdes una tappa obbligata di devozione.
Di fronte alla grotta, sulla riva del Gave, era stato
costruito uno spiazzo con pietre e terra battuta, un
cancello delimitava l’ingresso. Il posto aveva perso la
semplicità primitiva, ma l’afflusso continuo di pellegri­
ni testimoniava una crescita di pietas per quei luoghi.
All’interno della grotta, nella nicchia da dove la Signo­
ra apparve a Bernadette, era stata collocata una statua
in marmo di Carrara.
Sua moglie si mischiò alla piccola folla d’uomini e
donne che recitavano il rosario e attese in fila che arri­
vasse il suo turno per entrare nella grotta. Vide che
dalla piccola borsa estraeva un bicchiere di cristallo e
bevve l’acqua della fonte. Rispettava la sua fede, eppu­
re si sorprese a osservare quel gesto con occhi partico­
larmente teneri.
Si spostò sulla sinistra dello spiazzo, di là poteva
guardare i pellegrini che a Massabielle ritrovavano,
magari, nuova forza o anche la fede. Alzò lo sguardo e
riconobbe la fattoria, distante un’ottantina di metri
dalla grotta, che aveva notato la prima volta ch’era
giunto a Massabielle. Poco più sotto, sulla destra, sul
prato c’era una giovane donna vestita alla maniera abi­
tuale della gente dei Pirenei.
Anche la donna stava guardando quel signore e i
loro sguardi s’incrociarono. Ebbe netta la sensazione
d’averla già vista da qualche parte, quel volto gli era
financo familiare e forse anch’essa provava un’identica
sensazione. Vide che incominciava a scendere verso la
grotta, utilizzando un piccolo sentiero tra le rocce, e
senza mai perderlo di vista.
Sua moglie s’era avvicinata e cercava nella borsa
qualcosa. Estrasse dal carnet un foglio di carta gualcito
e glielo mostrò. Era lo schizzo che aveva fatto undici
anni prima a Massabielle, il giorno in cui aveva cono­
sciuto Dozous. L ’aveva fatto vedere a sua moglie una
.119
sera, parlandole della sua esperienza a Lourdes. Non
sapeva che lei l’avesse conservato.
«Certo, qui ora è molto diverso e il disegno rivela la
semplicità, la povertà di come era questo posto tanti
anni fa. Però sembra che non abbia per nulla perso le
sue caratteristiche mistiche e sono quelle che del resto
m’avevano già colpito quando tu me lo avevi mostra­
to. »
Si girò verso la grotta, confrontando la realtà ch’era
sotto i suoi occhi con le linee approssimate di quel suo
disegno.
«Ho sempre avuto» azzardò lui «pessime qualità
come disegnatore e non avrei mai pensato che questo
scarabocchio potesse rappresentare un’utile mediazio­
ne. E mai avrei potuto immaginare che suggerisse quel­
le sensazioni mistiche cui alludi...»
«Eppure, vedi tu stesso che è proprio quanto è
avvenuto» replicò lei con un sorriso. «Anzi, si potreb­
be già parlare addirittura d’un miracolo, naturalmente
assai piccolo.»
Si avviarono verso Lourdes e incrociarono nuovi
pellegrini diretti alla grotta, alcuni erano molto malati e
venivano trasportati in barella.
Sentì una mano sulla spalla e si girò.
«Perdonatemi monsieur» disse la giovane donna
« non vi ricordate di me? »
La riconobbe, era la giovane che aveva osservato
davanti alla fattoria poco distante da Massabielle. Era
scesa e li aveva raggiunti.
«Ho la sensazione» rispose «d i avervi già visto,
sento che la vostra faccia mi è familiare ma non riesco a
ricollegarvi un ricordo prèciso. »
«Sono Rorò, la ragazzetta che molti anni fa racco­
glieva la legna in questa zona. Ricordate ora? Abbiamo
parlato insieme proprio qui. C ’era anche il medico di
Lourdes. »
120
Riemergevano i ricordi dalla memoria, ora aveva
finalmente un riferimento preciso, una cornice in cui
collocare quel viso. Rorò disse che s’era sposata e ora
abitava nella fattoria degli Espélugues, quella situata
proprio in alto sulla grotta. S’era accasata cinque anni
prima, alla fine d’aprile del 1864. Li invitò in casa sua.
«Mi sono sposata, monsieur, tre settimane dopo la
prima grande processione a Massabielle. »
Offrì a sua moglie un bicchiere di latte e dei biscot­
ti fatti quella mattina, a lui suggerì d’assaggiare del
vino frizzante che il marito aveva portato dalla Spagna.
Rorò era rimasta una giovane semplice e apprezzarono
molto la sua ospitalità e il candore di quell’incontro.
Poi sua moglie, quasi a un tratto, le chiese se avesse
conosciuto Bernadette Soubirous.
«Oh sì madame, ho conosciuto la petite ancor pri­
ma che di lei si parlasse per i miracoli di Massabielle. E
ricordo come se fosse oggi quando un giorno venne a
casa mia. Era il periodo della mietitura e allora abitavo
nel villaggio. I miei avevano un campo vicino alla porta
di Baous. Erano i primi d’agosto del 1855, Bernadette
aveva all’incirca dodici anni. Teneva in braccio il fratel­
lino più piccolo. »
Rorò s’alzò per prendere dell’altro latte e a lui ver­
sò ancora del vino.
«Sì, era proprio l’estate del 1855 e lo ricordo per­
ché pochi mesi dopo, in autunno, ci fu l’epidemia di
colera e Bernadette s’ammalò gravemente. Dunque,
sua madre Louise aveva già iniziato a mietere sul cam­
po e con lei c’erano un’altra donna e una loro parente.
Sa, madame, erano tempi duri. Le donne che mieteva­
no con la falce se venivano anche nutrite lavoravano a
cottimo e guadagnavano venti soldi per un’intera gior­
nata. Così Bernadette era venuta a casa nostra per chie­
dere se potevamo indicarle dove fosse il campo, disse
che doveva portare il fratellino dalla mamma perché il
piccolo aveva bisogno di succhiare. »
121
Nella stanza s’affacciò un bimbetto d’un paio d’àn-
ni e Rorò lo prese in braccio.
«E mio figlio. Poi ho visto Bernadette» continuò
« altre volte e naturalmente ogni volta che veniva alla
grotta. Ma sono almeno due i ricordi più vivi che ho di
lei. Ad Argelès c’era un mio zio vicario ch’era amico
del viceprefetto, e la moglie di quel gran signore una
volta gli chiese se potesse procurarle il modo di vedere
Bernadette. Mio zio disse che la cosa era abbastanza
facile perché la ragazza stava presso le suore di Nevers
che reggevano l’ospizio, dunque a due passi da casa
nostra. Così accompagnò la signora da noi e mi disse di
andare a cercare Bernadette. »
«Ma lei non ha opposto resistenza?» chiese sua
moglie.
«No madame, Bernadette non s’è assolutamente
rifiutata e poi le suore avevano dato anche il permesso.
La mia amica, questo è vero, è sempre stata ligia alla
disciplina ma quella volta, se è questo che madame
vuol sapere, è venuta con me senza farsi pregare. Ha
risposto in modo semplice alle domande che la signora
di Argelès le rivolgeva. Ricordo però che quando le ha
chiesto notizie sui segreti affidatile dalla Signora alla
grotta Bernadette ha subito cambiato espressione.
S’era alzata di colpo e messa la mano sul petto. Alla
moglie del viceprefetto ha risposto decisa che quei
segreti li teneva per sé. »
Rorò chiese se volessero assaggiare qualche altro
biscotto e bere un altro bicchiere. Andò nell’altra stan­
za della fattoria e mise nella culla il figlioletto. Poi
riprese il racconto.
«Comunque, il ricordo più bello risale al giorno del
mio matrimonio. Pioveva a dirotto e mia nonna disse
che occorrevano degli ombrelli perché i nostri, quelli
grandi e blu da contadini, non erano adatti per un
matrimonio. Allora andai a chiederne qualcuno in pre­
stito alle suore dell’ospizio. Ero già agghindata con il
122
mio abito da sposa, niente di speciale ma era un vestito
semplice e adatto per l’occasione. Portavo sulla testa il
fazzoletto di seta, indossavo una camicetta bianca di
seta ricamata, chiusa al collo da un nastrino rosa, e la
sottana blu. E suor Aurélie mi ha prestato tre ombrelli.
Io le chiesi anche se potevo vedere Bernadette. La mia
amica era a letto, sofferente, appoggiava la testa su due
cuscini che le consentivano a malapena di respirare.
Aveva avuto una crisi fortissima di tosse. Le dissi ch’e­
ro andata a salutarla e che proprio quel giorno mi spo­
savo. L ’informai che sarei venuta a abitare qui alla fat­
toria, vicino alla grotta...»
La commozione stava prendendo il sopravvento.
Rorò aveva gli occhi umidi. Chiese scusa. Poi, al gesto,
quasi una carezza affettuosa, di sua moglie che cercò di
distrarla riuscì a controllarsi.
«Bernadette fu sorpresa ma si mostrò molto felice
perché sarei venuta a abitare vicino a Massabielle.
Madame, in quel momento ho sentito che Bernadette
viveva nel ricordo delle visioni, come se fosse stretta-
mente legata a quest’angolo di terra. Sollevò la testa e
con allegria mi disse che in quel modo avrei avuto la
possibilità di andare spesso alla grotta e così, mi chiese,
avrei pregato la Santa Vergine anche per lei. Bernadet­
te ripetè molte volte questa raccomandazione, respira­
va con grande fatica eppure vedevo che una gioia
immensa la percorreva. Mi tese la mano, la sua piccola
mano, e mi salutò. Madame, quell’addio è stata l’ulti­
ma parola che ho udito dalle sue labbra. »
Sua moglie aveva seguito con estrema attenzione il
racconto di Rorò. Non aveva fatto domande e non era
mai intervenuta per vedersi soddisfatta qualche curio­
sità. Come se non volesse in qualche modo violare, lei
stessa lo confermò in seguito, la suggestione di quei
ricordi intimi e personali. Si congedarono dalla giova­
ne donna.
123
«Rorò» gli fece rilevare sulla strada del ritornò a
Lourdes, «ha avuto la fortuna e la gioia di conoscere
da vicino Bernadette. Ne conserva un ricordo diretto, è
una zona della sua anima in cui gli estranei non debbo­
no intromettersi.»
All’Hotel des Pyrénées trovarono una piccola deli­
ziosa tavola preparata per loro. Al centro di essa un
mazzetto di fiori di campo faceva scintillare colori cari­
chi d’estate. Madame Lacrampe andò più volte a infor­
marsi se poteva esaudire nuovi desideri. Poteva osser­
vare che fra lei e sua moglie il rapporto diventava con
estrema facilità amichevole. Chiese di Marie, la came­
riera che lavorava in albergo all’epoca del suo primo
soggiorno a Lourdes.
«Marie non è più con noi. S’è sposata, monsieur,
con un bravo giovane di Cauterete » ammiccò con iro­
nia madame Elfrida « e dunque si può dire che è passa­
ta a migliori acque. »
Alludeva, implicitamente e con un discutibile gioco
di parole, al fatto che Cauterete era nota per le sue
fonti termali; quasi volesse far intendere che l’acqua di
Lourdes aveva, se mai, effetti terapeutici d’altro gene­
re. L ’antica delusione provata quando Bernadette ave­
va bevuto per la prima volta l’acqua, fangosa, di Massa-
bielle non aveva lasciato, sotto sotto, indenne madame
Lacrampe.
«Il suo posto» spiegò «è stato preso da Isabeline.
E a proposito, monsieur, anche Isabeline può snoccio­
larvi i suoi ricordi su Bernadette. »
Dopo aver pranzato uscirono nel cortile che era
stato trasformato in un patio. Alcune frasche stese su
pali lo rendevano accogliente e silenzioso. Isabeline,
accompagnata da madame che gliela presentò, servì
due tazze di caffè nero.
« E a vostra disposizione » quasi le ordinò « per tut­
te le domande che vorrete rivolgerle. »
Sua moglie pregò la giovane fantesca di sedersi.
124
«Madame vuole che le parli della mia compagna?
Abitava a due passi da casa mia e tutte le mattine pas­
sava davanti alla nostra porta con il cestino sotto il
braccio e sua sorella Marie, ma noi la chiamavano Toi-
nette, al fianco. Bernadette mi chiamava da fuori, io
scendevo e facevamo la strada insieme. »
«Andavate d’accordo?» chiese sua moglie.
«O h sì madame. Con Bernadette era molto facile,
io litigavo ogni tanto con Toinette che non assomiglia­
va affatto a sua sorella e era sventata. La mia amica
spesso doveva richiamarla all’ordine e Dio sa che non
mancava mai di farlo. Sapete, Bernadette non avrebbe
mai accondisceso a che si facesse qualcosa di reprensi­
bile e non si faceva scrupolo di dire il fatto suo a chiun­
que. Era però particolarmente severa con Toinette e
penso che l’avrebbe perfino picchiata per farle inten­
dere meglio la lezione. Ma lo stesso avveniva con gli
altri fratellini di cui aveva la responsabilità. »
«Questa era dunque Bernadette?» interruppe sua
moglie.
Isabeline restò perplessa per là domanda e la guar­
dò a lungo senza parlare.
«Madame, Bernadette» spiegò quindi «era certo
per una disciplina severa ma era pur sempre la prima a
darne l’esempio e io non l’ho mai colta in fallo. Per
esempio, quando le suore ci mettevano in fila per con­
durci in chiesa lei andava diritta per la sua strada, senza
girarsi né a destra né a sinistra. Certo, Bernadette non è
mai stata di tante parole; parlava poco e questo fatto
poteva dare l’impressione che si disinteressasse del
discorso. Ma non era così. Un giorno udii alcune com­
pagne affermare che forse Bernadette non capiva, cioè
era poco intelligente. Gli ho risposto immediatamente
che se mai qualcuno avesse detto non so che d’ingiusto
si sarebbe subito accorto che Bernadette era prontissi­
ma a riprenderlo. Ed è proprio quanto avveniva pun­
tualmente. »
125
Isabeline andò a prendere un ventaglio e lo offrì a
sua moglie. Si rivelava piena di premura. Nel cortile la
frescura portata dalle frasche era sufficiente ma l’assen­
za d’un filo d’aria contribuiva a far sentire comunque
la calura. Le chiese se potesse portargli una limonata.
«Indubbiamente una ragazza molto pia» suggerì
alla moglie «m a come si vede Bernadette è anche un
tipino con il suo carattere. »
« E non c’è da stupirsene» rispose lei «proprio per­
ché chi è armato di fede profonda, accanto alla sempli­
cità, naturalmente deve conservare altrettanta forza di
carattere. »
Isabeline tornò con una brocca piena di limonata e
sedendosi riannodò il filo dei suoi ricordi.
« Quel rigore peraltro non impediva che Bernadet­
te riuscisse simpatica a tutti. In lei c’era, come dire,
qualcosa che la faceva amare. Soprattutto, madame,
stupiva per il comportamento e la saggezza e colpiva
specialmente il fatto che era rimasta molto semplice,
quella di sempre, anche dopo le apparizioni. Insomma,
aveva visto la Madonna ma quella cosa straordinaria
non le aveva affatto montato la testa,- in realtà Berna­
dette era rimasta quella d’una volta. Va da sé che aves­
se un carattere come ce ne sono pochi, ma non ha mai
avuto paura di nessuno. Non c’è neppure bisogno di
dire che tutti gli abitanti di Lourdes volevano cono­
scerla, vederla di persona. Ricordo che una mia zia
venne un giorno a trovarci e mi chiese se potevo con­
durre Bernadette a casa nostra. E io, al ritorno da scuo­
la, ce la portai; così gli zii poterono accapparrarsela per
un po’, come dire guardarsela a loro agio. Alla fine
erano così felici che mia zia mi regalò dieci soldi.
Madame erano molti soldi a quell’epoca, anche se la
zia era ricca. »
A metà pomeriggio, con sua moglie e in compagnia
di Jean-Baptiste Estrade fecero visita all’abate Peyra­
male. Lo rivide invecchiato, notevolmente incurvato
126
nella persona. Fastidiosi acciacchi reumatici ne aveva­
no intaccato la solida costituzione. Dominique Peyra­
male era più giovane, di parecchio, del dottor Dozous
ma gli somigliava assai da vicino per aspetto e stan­
chezza. Il curato li accolse con misurata allegria e fu
molto cortese con sua moglie.
«Madame, il matrimonio» le chiese con arguzia «è
finalmente riuscito a far sì che suo marito abbandonas­
se i dubbi dello storico accettando quindi senza scru­
poli il miracolo della fede? »
«Certo questo non posso affermarlo» replicò lei
con un velo di civetteria « ma, mio caro abate, ho buo­
ne speranze. Mi auguro sinceramente che lui possa
arrivare a credere senza dovere, come invece sostiene,
accettarne o subire il mistero. »
Ricordando che aveva apprezzato il vino aromatico
preparato dalla sorella, Peyramale gliene offrì un bic­
chiere. A sua moglie e a Estrade servì una tazza di cioc­
colata. Seduti nell’angolo più fresco della casa, il
discorso s’avviò sulle condizioni delle genti di Lourdes
e sulla nuova realtà rappresentata dalla cappella alla
grotta di Lourdes.
«Il miracolo dell’abolizione della miseria» com­
mentò il curato «certo monsieur non è stato ancora
fatto. Ma lo spirito che ci viene dalla grazia di Dio ha
almeno rinvigorito la nostra buona gente. A mio avvi­
so, infine, le stesse prove cui siamo tutti i giorni sotto­
posti rappresentano il simbolo più autentico del nostro
esser cristiani. »
L ’abate si alzò e si diresse alla scrivania per pren­
dervi la tabacchiera. Annusò una presa e ritornò a se­
dersi vicino a loro.
« Bernadette ora è tranquilla, lontana dalle curiosi­
tà del mondo e dall’assillo di troppi e interessati visita­
tori. Monsieur, voglio raccontarvi un episodio. Il venti­
sette settembre del 1863 venne a Lourdes il vescovo di
Nevers, monsignor Forcade, per interrogare la ragazza
127
sul suo avvenire. Monsignore le chiese cosa voleva di­
ventare e Bernadette rispose che non voleva diventare
proprio niente. Capite, niente semplicemente. Il vesco­
vo allora replicò che ciò era impossibile e che in questo
mondo bisogna pur fare qualcosa. Ma Bernadette ag­
giunse che si sentiva felice perché era, all’epoca, presso
le suore. Forcade ribattè che per essere definitivamente
ammesse nella comunità delle religiose bisognava al­
meno essere suora e, dunque, per Bernadette la con­
clusione poteva essere quella di trovare nel mondo un
impiego civile decente. Monsieur, Bernadette rifiutò
subito e con estrema energia quell’ipotesi. »
Peyramale gli versò dell’altro vino aromatico nel
bicchiere e chiese a sua moglie e a Estrade se desideras­
sero qualcos’altro, magari di fresco.
«Bene. A quel punto monsignor vescovo chiese
perché mai Bernadette non si facesse suora ma lei
rispose che ciò era impossibile per l’estrema povertà
della famiglia, che non le avrebbe mai consentito di
portare una dote al convento. Forcade la rassicurò,
dicendole che la chiesa accetta anche senza dote quelle
giovani povere in cui però esiste una vocazione autenti­
ca. Bernadette dubitava, sostenendo che anche in un
caso del genere le giovani prescelte erano certo istruite
o almeno abili. Obiettò che nemmeno quello fosse il
suo stato, non essendo proprio buona a fare nulla. Il
vescovo le segnalò bonariamente che comunque l’ave­
va pur vista fare qualcosa di utile, per esempio sapeva
grattugiare le carote. Bernadette scoppiò in una risata,
affermando che ciò non era assolutamente difficile. »
« E quello» intervenne Estrade «fu già, comunque,
un piccolo passo verso la vocazione di Bernadette.
Monsignor Forcade garantì alla ragazza che prima o
poi si sarebbe ben trovato un lavoro in cui utilizzarla.
Le disse inoltre che al noviziato le avrebbero fornito
buona parte dell’istruzione che le mancava. »
Dominique Peyramale riavvitò il suo racconto.
128
«Bernadette rispose allora che avrebbe riflettuto
ma che, comunque, non si sentiva ancora pronta. D ’al­
tra parte un compito per lei esisteva già. Da parecchi
mesi, per sua stessa richiesta, la petite veniva impiegata
all’ospizio nell’assistenza ai malati più gravi e coperti
dalle piaghe maggiormente purulente. E Bernadette,
monsieur lo posso garantire avendola vista all’opera,
svolgeva i suoi compiti con grande carità. Poi, per una
strana coincidenza, la decisione venne e si trasformò in
certezza il quattro aprile del 1864, nel giorno della pri­
ma grande processione ufficiale alla grotta di Massa-
bielle. E la comunicò lei stessa alla superiora dell’ospi­
zio, suor Alexandrine Roques, dicendole che desidera­
va entrare nell’ordine delle suore di Nevers, proprio
quelle che reggevano l’ospizio. Ho parlato con suor
Marie Géraud, giunta a Lourdes per partecipare a
quella processione. La buona religiosa m’informò che
quel giorno Bernadette aveva assistito alla messa nell’o­
spizio e suor Marie mi confessò che la luce della voca­
zione era stata infusa in Bernadette durante la comu­
nione. »
Peyramale s’alzò nuovamente. Andò alla finestra
per avvicinare le tende, in modo che la luce del sole
venisse filtrata e un po’ d’ombra alleviasse il caldo che
stava aumentando. Si rivolse a sua moglie per chiedere
se quelle ciance l’interessassero realmente e in cambio
s’ebbe un sorriso e la preghiera di continuare. L ’abate
fu contento della risposta.
Lui non potè mancare di rilevare, tra sé, come fosse
mutato l’atteggiamento del curato di Lourdes nei con­
fronti d’una storia che, al contrario, molti anni prima
l’aveva visto muoversi con estrema cautela, in silenzio,
per non dire con autentica stizza.
« Bernadette ha lasciato Lourdes il quattro luglio di
tre anni fa» stava dicendo. « E partita in treno per
Nevers. Anzi, ho qui la lettera che ha scritto alle sue
amiche. »
129
Dallo scrittoio tirò fuori una busta e lesse lo scritto
che conteneva.
«Madame, c’è il racconto di quella che presumibil­
mente è l’unica avventura mondana della nostra giova­
ne. »
« Lasciatemi subito dire » esordiva Bernadette nella
lettera alle compagne di Lourdes « come abbiamo fatto
il viaggio. Alle sei di sera, mercoledì 4 luglio, siamo
arrivate a Bordeaux dove ci siamo fermate fino all’una
del pomeriggio di venerdì. Vi prego di credermi,
abbiamo veramente approfittato di questo tempo per
andarcene a spasso. E non a piedi, abbiamo girato in
carrozza. Ci hanno fatto visitare tutte le Case che la
congregazione ha a Bordeaux. Posso confermarvi che
non assomigliano per niente a quella di Lourdes e spe­
cialmente l’Istituzione Imperiale. Più che una casa di
religiose la si può definire un vero palazzo. Abbiamo
visitato la chiesa dei carmelitani e da lì ci siamo dirette
al fiume per vedere le navi che scendono lungo la
Garonne. Siamo state anche nel grande parco della cit­
tà e vi dirò che ho visto qualcosa di nuovo. Indovinate?
Ho visto pesci neri e rossi, bianchi e grigi e quel che mi
ha più sorpreso è stato il vedere quelle bestioline nuo­
tare come se niente fosse davanti a una folla di bambini
che se ne stavano là a guardare. Tutto questo non è
davvero molto bello?»
L ’abate ripiegò il foglio di carta sul quale la scrittu­
ra minuta e ordinata di Bernadette aveva descritto per
le amiche del villaggio la sua prima escursione fuori
di Lourdes. Con un cenno discreto sua moglie gli se­
gnalò che il curato aveva gli occhi lucidi per la commo­
zione.
«Madame, vedete» commentò Jean-Baptiste Estra­
de « come la ragazza ha conservato intatta la sua sem­
plicità. »
« Su questo » aggiunse Peyramale « non credo che
ci possano essere dubbi. Bernadette ha proprio nella
130
semplicità la sua maggiore ricchezza. Ma voglio anche
mostrarvi la lettera che ha inviato il due gennaio del ’67
all’abate Pomian che era stato fino a tre anni prima il
suo confessore. Bernadette parla di sua madre. Louise
Casterot era morta l’otto dicembre dell’anno prima. »
Il curato lesse lo scritto di Bernadette.
«N on avrei mai creduto che un colpo così forte,
questa pena così grande s’abbattesse presto sul mio
cuore. Reverendo padre, voi non potete immaginare la
sofferenza che ho provato nell’apprendere improvvisa­
mente la morte di mia madre...»
« La ragazza » puntualizzò Estrade « era stata infor­
mata solo due giorni dopo. »
« Ho saputo della sua morte » continuava Bernadet­
te «addirittura prima che qualcuno mi desse notizie
della sua malattia. Capisco che l’hanno fatto per non
darmi dolore, ma il colpo non è stato purtroppo meno
crudele. Il primo pensiero è stato che mia madre non
era più di questo mondo e ho subito offerto questo
sacrificio a Dio implorandolo di volermi accordare la
grazia necessaria per portare con coraggio la croce che
mi veniva presentata. Vi sarò infinitamente riconoscen­
te se vorrete, reverendo, aggiungere nelle vostre pre­
ghiere un’intenzione fervente per il riposo dell’anima
di mia madre e per i miei parenti. Da parte mia implo­
ro il buon Dio a conservarvi in buona salute e sempre
meglio vi colmi delle sue benedizioni affinché possiate
dedicarvi ancora a lungo nell’opera giusta di farlo ama­
re. Questi sono i voti e gli auguri che formulo per voi
all’inizio dell’anno.»
«Come si può vedere madame» disse Peyramale
« in Bernadette tutto si manifesta in maniera prodigio­
sa. La ragazza ha fatto la sua prima professione di fe­
de il 25 ottobre 1866 in articulo mortis. Poi, rimessasi
dalla malattia, ha completato gli studi canonici e il
trenta ottobre dell’anno successivo ha rinnovato la sua
131
professione. Il 25 febbraio di quest’anno, infine, Ber­
nadette mi ha scritto e questa è la sua lettera. »
Si scusava con il curato di Lourdes per il ritardo ma
sottolineava che ciò era dovuto alla sua lunga malattia.
«O ggi ho conosciuto una signorina» aggiungeva
Bernadette «che m’ha parlato a lungo di voi e del
vostro viaggio a Roma, perché è proprio in tale occa­
sione che vi ha conosciuto. Così ho appreso con gioia
che avete avuto la felicità di vedere il nostro Santo
Padre e gli avete anche parlato. Spero che anch’io,
signor curato di Lourdes, possa meritare una piccola
parte delle benedizioni che avrete sicuramente solleci­
tato dal papa per il gregge che vi è stato affidato. Mi
raccomando alle vostre preghiere e chiudo imploran­
dovi d’invocare per me, nel sacrificio della messa che
celebrate, la virtù dell’umiltà e un grande spirito di
sacrificio. »
Peyramale andò a riporre nello scrittoio la lettera di
Bernadette.
« E di benedizioni madame ho proprio tanto biso­
gno. Perché, nonostante l’afflusso di pellegrini e le
migliori condizioni di vita, la gente di Lourdes è ancora
poverissima. Dio sa se c’è bisogno di aiuti per curare
questo gregge di cristiani. »
Si accomiatarono, con la reciproca promessa di
mantenere ,i contatti epistolari.
«Monsieur, sarò felice di scrivervi» salutò l’abate
mentre li accompagnava all’uscio «e contribuire con
sempre nuove notizie a farvi conoscere ogni fatto di
quella che voi chiamate la storia di Lourdes. »
Rientrarono in città. Sua moglie osservava con
scrupolosa attenzione ogni particolare di quei luoghi.
Seguiva la conversazione tra lui e Estrade eppure appa­
riva un po’ estranea, intenta forse a inseguire i propri e
diversi pensieri.
Jean-Baptiste Estrade propose di far visita alla
sorella di Bernadette. Marie, soprannominata Toinette,
132
aveva sposato un certo Joseph Sabathé, soldato in forza
alla guarnigione di Lourdes. Se l’ora l’avesse infine per­
messo, sarebbero poi andati a salutare Antoine Cla­
rens.
Trovarono Toinette affaccendata intorno alla pic­
cola Marie-Bernarde, affettuosamente chiamata Berna­
dette, che il dieci agosto avrebbe fatto nove mesi. Era
una bimbetta vispa, ma Estrade gliene fece rimarcare
sottovoce la fragilità.
«L a bimba è malaticcia. Speriamo, monsieur, che
non le capiti nulla. » '
Guardò meglio quella specie di batuffolino e rivol­
se all’amico uno sguardo interrogativo per sapere cosa
realmente avesse inteso dire, ma Toinette aveva già
avviato il discorso con sua moglie.
Dalla modestissima credenza situata . nell’angolo
della piccola stanza in cui li aveva accolti recuperò l’ul­
tima lettera che un anno prima la sorella le aveva spedi­
to da Nevers. Sua moglie ne lesse a voce alta il conte­
nuto.
«Amatissima sorella, inizio questa lettera con l’au­
gurio d’un buon alleluja per te e tutti i parenti, ti prego
di abbracciarli e dirgli mille cose affettuose da parte
mia. Non dimenticarmi con i bambini che adoro, rac­
comandagli di essere davvero giudiziosi. E ogni giorno
mi dedichino un piccolo pensiero, specialmente ogni
volta che si recano alla grotta. Avrei scritto a tuo mari­
to Joseph in occasione della sua festa, se fosse caduta
fuori Quaresima. Digli però che non l’ho dimenticato e
ho pregato a lungo per lui. Ho chiesto a san Joseph di
farne un cristiano fervente e ho chiesto la stessa cosa
per tutti i membri della nostra famiglia. Poiché san
Joseph è patrono della buona morte gli ho chiesto di
accordarne anche una uguale a me, a tutti noi. Quanto
a me non preoccupatevi, la salute è veramente buona e
vi saluto con un abbraccio affettuoso. Prego Pierre, il
133
mio fratellino che è anche il mio figlioccio, di dare a.
nome mio tre grossi baci a nostro padre. »
Marie-Toinette non potè trattenere le lacrime.
«M ia sorella ha sempre avuto un attaccamento
profondo per la famiglia. Credo che proprio questo,
insieme alle gioie che ha provato alla grotta, sia uno dei
suoi...»
Aggiunse un termine in patois che Estrade pronta­
mente tradusse.
«Ecco, sì. Uno dei suoi punti fermi, ha sempre
parole buone e piene d’affetto per tutti noi. Bernadette
per noi, madame, è come il miele. »
Uscirono dalla casa di Toinette Sabathé e s’avviaro­
no verso rue du Porche dove il porticato attutiva in
qualche misura la grande afa. Sua moglie ripetè più
volte la frase di Toinette.
« Bernadette per noi è come il miele. »
L ’accompagnarono in albergo e madame Elfrida
l’invitò a gustarsi una tazza di tè. Con Jean-Baptiste
Estrade lui fece una capatina al Café Francis. L ’indo­
mani, era ormai deciso, sarebbero rientrati a Tarbes,
con il treno delle due e trenta del pomeriggio, per farvi
una sosta d’uno o due giorni. Infine avrebbero prose­
guito per Pau dove l’attendevano i lavori del Convegno
sulla rivolta degli Ugonotti.
In mattinata, prima di lasciare Lourdes, andarono a
far visita a Antoine Clarens. Il suo vecchio amico era
ancora febbricitante e molto affaticato.
«V i porgo i saluti anche a nome del dottor Dozous
che un’ora fa è venuto a rovistarmi nelle ossa. Il dotto­
re si scusa monsieur, ma ha un impegno urgente. S’è
recato in una fattoria fuori Lourdes e il contrattempo
gli impedirà di salutarvi di persona. M’ha pregato di
avvertirvi che farà almeno ammenda con madame scri­
vendovi all’indirizzo in Italia. »
Clarens rievocò con lui i tempi della semplicità di
Lourdes, di quando il villaggio era soprattutto povero
e onesto. Poi si rivolse a sua moglie.
134
«In questi dieci anni molte cose sono cambiate. A
Lourdes arrivano molti pellegrini e inevitabilmente,
aldilà della devozione, s’è dovuto pensare anche a
come accoglierli. Ora ci sono parecchi nuovi alberghi,
qualche locanda a miglior prezzo li conforta sulla stra­
da della fede. Sono sorti piccoli commerci e anche que­
sto risolleva in parte alcuni dalla miseria più nera. Ma
sono comparsi purtroppo anche traffici su presunti
oggetti sacri. Dieci anni addietro, e vostro marito lo
ricorderà, la gente cercava con umiltà di toccare le
vesti di Bernadette. Qualcuno le aveva persino chiesto
di benedire immagini sante ma lei ha sempre rifiutato
sdegnata. Poi, madame, s’era passati al trucco, addirit­
tura da parte di certi monsignori, di farle scrivere
magari una frase sopra un santino. Piano piano siamo
così giunti adesso alla vendita della sua fotografia. A un
franco ognuna. Anche Peyramale se ne adombra e con­
divido appieno la posizione del nostro curato. »
Clarens spiegò che nel febbraio dell’anno prece­
dente un certo Provost, fotografo di Tolosa, con l’auto­
rizzazione del vescovo di Nevers, s’era presentato al
convento che ospitava Bernadette. L ’ha fotografata
con l’abito da suora e anche con il costume tipico dei
Pirenei, quello con il quale la ragazza era arrivata a
Nevers. Provost sosteneva che le immagini sarebbero
state vendute ai pellegrini di Lourdes e il ricavato
sarebbe servito per costruire la cappella dell’Appari­
zione.
«Madame, il curato ha scritto una lettera dura alla
ragazza. Mi pare che fosse in novembre. Peyramale con
tutta probabilità non v’ha accennato della cosa perché
nel frattempo le cose sono fortunatamente cambiate. Il
curato, comunque, invitava Bernadette a essere estre­
mamente riservata nella sua corrispondenza pur appro­
vando che la petite s’era rifiutata di scrivere una specie
di storia delle apparizioni. Infatti, c’è già quella di
Henry Lasserre e ne avanza. L ’abate, peraltro, l’ha rim­
135
proverata per quelle fotografie destinate a essere espó­
ste nelle vetrine dei negozi. »
«Ricordo che Peyramale» aggiunse con un sorriso
«m i disse che la ragazza per quello era già stata del
resto punita. Tant’è vero, mi disse, che io stesso non
l’ho neppure riconosciuta nel ritratto che le ha fatto
Provost. Monsieur, la missione di Bernadette alla grot­
ta è finita ma la ragazza deve lavorare per la propria
santità. Soprattutto deve vivere nella fede un’esistenza
riconoscente per le grazie che le sono state concesse. »
Antoine Clarens chiamò la governante e ordinò che
cercasse nel cassetto dello scrittoio una carta.
« E una lettera che Bernadette ha scritto al padre di
Léontine Mouret, io l’ho solo ricopiata. Léontine, ora
suor Alexandrine, è la giovane che riuscì a partire
insieme a Bernadette alla volta di Nevers solo dopo
aver superato l’opposizione del padre. Mouret non
voleva che entrasse in convento. Ah, ecco la lettera. E
del 26 maggio 1866. Il 19 maggio, sabato e vigilia di
Pentecoste, c’era stata l’inaugurazione della cripta e
monsignor Laurence aveva consacrato i cinque altari e
vi aveva celebrato la prima messa. Due giorni dopo, il
lunedì di Pentecoste, era seguita l’apertura del culto
alla grotta con la prima messa pontificale e il sermone
tenuto da padre Duboé, alla quale aveva partecipato
anche Bernadette. Ebbene, madame legga quanto la
nostra amica scriveva a Mouret. »
« Non siate stupito di ricevere una mia lettera » ini­
ziava Bernadette « ma conoscendo il vivissimo deside­
rio di vostra figlia per entrare nella comunità vi chiedo,
monsieur Mouret, l’impegno a un consenso che sarà
solo fonte della sua felicità. So bene di chiedere un
grosso sacrificio a un padre e a una madre. Però, siate
generosi con il buon Dio che, in quanto a generosità,
non si lascia vincere. E poiché Lui stesso lo chiede siate
disponibili e Dio lo sarà con voi. Vi assicuro che un
giorno vi compenserà per questo piccolo sacrificio. Del
136
resto, accettereste sacrifici più grandi per affidare la
vostra amata figlia a un qualsiasi sconosciuto, perdipiù
rendendola triste, e la rifiutereste invece al re del Cie­
lo? No monsieur Mouret, so che siete un uomo molto
pio e non vi comporterete in questo modo. So che un
giorno ringrazierete il Padreterno per la grazia che vi fa
e che è poi quella che vostra figlia conosce già così
bene. »
«Come vede, madame» osservò Antoine Clarens
« Bernadette ha carattere e si capisce perché Peyramale
giustamente si preoccupasse per certe novità. Ma ora
tutto è a buon fine e Bernadette è veramente al sicu­
ro. »
Restarono ancora un poco da lui e ne approfittò
per chiedergli notizie sugli appunti che, come gli aveva
scritto, regolarmente prendeva sui fatti di Lourdes.
« Il fatto stesso » rispose con una punta di brio Cla­
rens « che Lourdes sia ormai meta di pellegrini, insom­
ma una tappa di fede rappresenta davvero mio caro
amico un ottimo spunto quotidiano d’indagini e note-
relle. Ma per quanto mi riguarda posso dirvi che nei
miei appunti non c’è alcuna pretesa. Più che altro si
tratta d’un giornale intimo che aggiorno di quando in
quando. »
Nel pomeriggio lasciarono Lourdes per fare ritorno
a Tarbes. Altri contatti epistolari avrebbero in seguito
ancor meglio cementato i legami con la città e con gli
amici che ormai non erano più soltanto suoi.
Da Tarbes partirono due giorni dopo, diretti a Pau
dove per una settimana partecipò al Convegno in pro­
gramma. Alla fine di quell’agosto del 1869 rientravano
in Italia, a Firenze dove il senato accademico attendeva
la risposta che lui aveva fin troppo rinviata nel tempo.
I sei anni successivi furono carichi di nuove esperienze
e pieni di soddisfazioni. La cattedra universitaria, con­
trariamente alle ubbie che l’assunzione dell’incarico gli
aveva fatto insorgere, non alterò affatto il suo modo di
vivere. Il gruppo di studenti, talvolta si trattava d’una
vera piccola folla, che seguiva le sue lezioni tre volte
alla settimana testimoniava l’ottimo stato di relazioni.
Non riusciva, né mai per la verità vi fu tentato, a essere
un docente austero o estraneo per quel mondo di gio­
vani. Quei ragazzoni contribuivano a agitare nel glorio­
so ateneo in riva all’Arno ideali di democrazia politica.
C ’era un dialogo aperto, si rifuggiva da qualsiasi
convinzione preconcetta. Con i suoi allievi manteneva
e chiedeva libertà di discussione e essi lo ricambiavano
con affetto e molta attenzione.
Tra loro c’erano giovani di Roma, alcuni si autode­
finivano un po’ pomposamente ribaldi nella speranza e
pronti a azzannare prima o poi quel signore vestito di
bianco, come definivano con stile radicale il papa, che
usurpava la capitale d’Italia. Altri, forse la maggioran­
za, si dichiaravano in esilio provvisorio prima che la
storia li riconducesse a Roma diventata centro della
nuova nazione.
In un impeto eccessivo di gioventù mescolavano,
malamente, ciò che è sacro, patrimonio d’una coscien­
za religiosa, con il profano che è spesso terreno prag­
matico di convivenza. Si dicevano anticlericali, con
138
punte addirittura d’atroce ferocia, e finivano per trova­
re in lui, estraneo a qualsivoglia pratica religiosa o d’in­
transigenza laica che fosse, un filtro persino per le loro
intemperanze pseudo ateiste. Li stanava dai loro arroc­
camenti invitandoli a far uso della ragione. Cercava di
trasmettergli uno spirito liberale di tolleranza e rispet­
to, nonostante tutto, per le altrui e anche opposte idee.
Fu un seme gettato in terra preparata. Nel settem­
bre del 1870 ci fu la presa di Roma, molti di quei suoi
giovani allievi erano entrati nello stato pontificio come
volontari delle truppe del regno italiano. Non pochi di
loro ritornarono a Firenze qualche mese dopo, a conti­
nuarvi e concludere gli studi.
« Ora Roma è italiana e l’ubriacatura è finita. Sono
qui per proseguire e arrivare alla laurea» confidò uno
studente di Tivoli ch’era andato a salutarlo al suo rien­
tro a Firenze.
Sulla faccia portava i segni d’una ferita subita il
venti settembre a Porta Pia, ma non se ne mostrò affat­
to orgoglioso.
Il plebiscito del due ottobre per l’annessione e il
dibattito in parlamento che portò alla legge sulle gua­
rentigie del maggio 1871 in pratica regolarono il pro­
blema di Roma, che nel luglio dello stesso anno diven­
tava capitale del regno.
Ma se c’era un paese unito, non lo si poteva dire
altrettanto unitario. I dubbi sulla nuova Italia non era­
no esauriti. Si poteva, a ragione, soltanto dire che una
miseria terribile e diffusa fosse il comune denominato-
re che amalgamava genti e terre così diverse, dove si
parlavano lingue strane e ai più incomprensibili. Il
massiccio analfabetismo rappresentava un ulteriore e
inevitabile trauma che impediva a quel nuovo popolo
unito, e comunque già assenteista per istinto e natura,
di poter partecipare in qualche modo alla vita di quel
paese inventato di cui ora però era suddito. Paese-
139
nazione che per lui non era del resto apparentemente
mutato in nulla.
L ’unificazione aveva notevolmente impoverito le
casse dello stato e la politica di Minghetti e Sella aveva
perseguito un vigoroso risanamento delle finanze. Sui
problemi e gli scompensi che la nazione doveva quindi
affrontare lui aveva trovato un interlocutore d’eccezio­
nale levatura in Agostino Depretis.
Lo aveva conosciuto in casa di amici, durante un
periodo di vacanze trascorse in Lomellina presso i suo­
ceri. Depretis era dell’Oltre Po e della saggezza padana
conservava soprattutto il realismo che lo spingeva alla
ricerca dell’intesa, al compromesso.
« Perché mai non sarebbe giusto » gli aveva confi­
dato un volta « cercare una via attraverso la quale evita­
re lo scontro diretto che serve invece e soltanto a pro­
vocare nuove rovine e perdipiù lascia irrisolte le vere
questioni? »
Apparteneva alla Sinistra che, all’epoca, aveva in
Rattazzi la personalità di maggior spicco. Ma le sue
scelte politiche non gli impedivano d’essere legato da
sincera amicizia anche con Minghetti. I due, pur su
posizioni diverse, volevano in effetti realizzare un
governo che avesse una larga base parlamentare. Nei
fatti, Depretis e Minghetti incarnavano un dialogo, in
prospettiva, diverso e realmente moderno sul futuro
del paese.
Nel primo, tuttavia, esisteva all’interno del discorso
politico una componente di fondo che assumeva
importanza prioritaria. Depretis si batteva per un allar­
gamento delle classi elettorali perché sosteneva che
solo a queste condizioni il popolo può riflettersi meglio
nella nazione. Il venticinque marzo del 1876, esatta­
mente una settimana dopo la caduta del ministero
Minghetti, re Vittorio Emanuele secondo affidava a
Depretis l’incarico.
140
Era il primo governo della Sinistra e le elezioni di
novembre avrebbero consolidato la vittoria di quel­
l’uomo politico che aveva nel suo programma l’allarga­
mento del suffragio popolare, l’abolizione di talune
imposte contestatissime come quella sul macinato e,
soprattutto, l’obbligatorietà dell’istruzione.
Quanto a lui, in quegli stessi anni aveva coltivato,
accanto agli impegni universitari, altri e nuovi interessi.
Era stato più volte invitato a tenere cicli di conferenze
in varie città italiane e all’estero. Né s’era interrotta la
corrispondenza con gli amici di Lourdes. I più assidui
nello scrivere erano Antoine Clarens e Jean-Baptiste
Estrade. Il dottor Dozous si faceva vivo solo raramen­
te, ma le sue poche lettere gli portavano sempre una
grande gioia.
Nell’autunno del 1872 due lettere, di Dozous e del­
l’abate Peyramale, quasi accavallandosi gli portavano
notizie da Lourdes su uno stesso fatto.
«M io caro amico» scriveva Pierre Dozous «eccomi
a voi dopo un lungo silenzio ma con novità di tutto
rispetto. Poco prima dell’estate Voisin, che è uno dei
medici della Salpétrière a Parigi, ha dichiarato pubbli­
camente che il miracolo di Lourdes è stato annunciato
solo affidandosi alla testimonianza d’una giovane allu­
cinata ospite del convento di Nevers. Ancora, come
vedete, lo scetticismo confina con il cinismo, almeno
questo è il mio giudizio. Comunque Damoiseau, che
presiede l’associazione dei medici dell’Orne, ha inter­
rogato in proposito il dottor Saint-Cyr, suo omologo
nell’associazione della Nièvre, e vi trascrivo dal « Bulle-
tin » quanto questi conferma. »
« Non potreste indirizzarvi meglio, ha scritto Saint-
Cyr, per ottenere sulla giovane di Lourdes, ora suor
Marie-Bernarde, le informazioni che desiderate. Come
medico della comunità ho prestato a lungo le mie cure
a questa giovane suora la cui salute, assai delicata, sol­
levava non poche inquietudini. Attualmente il suo sta­
lli
to è migliore, da ammalata si è trasformata alla perfe­
zione in mia infermiera. Minuta, in apparenza fragile, a
ventisette anni Bernadette rivela un’indole calma e dol­
ce'; cura i suoi malati con molta intelligenza, senza
dimenticare alcuna delle prescrizioni fatte. Sicché gode
di grande autorità e da parte mia d’intera fiducia. Dun­
que, potete immaginare quanto questa giovane suora
sia tutt’altro che una alienata. Aggiungo, anzi, che la
sua natura semplice e dolce le impedisce di deviare in
alcun modo.»
« Voi stesso » annotava Dozous proseguendo « mio
caro amico, pur non essendovi convertito, lasciatemi
usare l’espressione, come il sottoscritto invece alla real­
tà di ciò che in apparenza non esiste se non nella fede,
avete nondimeno osservato con giustizia e mai con ipo­
crita stizza gli avvenimenti succedutisi in questo nostro
villaggio. I vari Voisin, ma temo che ce ne saranno
degli altri e sempre nuovi, rifiutando in toto ciò ch’essi
non hanno visto o vissuto, improvvisamente sparano su
Bernadette. Ma fortunatamente con cartucce a salve,
con polveri che gli stessi ambienti medici e scientifici
più seri contribuiscono a bagnare.»
«N é questo basta. La nostra amica» aggiungeva
Dozous « ha avuto altri crucci familiari che peraltro si
sono risolti al meglio. »
Accennava alle preoccupazioni della giovane per
suo fratello Pierre, il più piccolo dei Soubirous. Dopo
la morte dei genitori era stato affidato alla tutela della
sorella Marie, che aveva conosciuto a Lourdes insieme
a sua moglie, e era stato quindi messo in pensione pres­
so un collegio di religiosi.
Ma su quella vicenda era stata più ricca di dettagli
la lettera dell’abate Peyramale, giunta a Firenze pochi
giorni dopo la missiva del dottore di Lourdes.
Peyramale l’informava che la sua salute non era
delle migliori, aggiungeva però che ciò era una prova
142
ulteriore delle giuste fatiche che un pastore deve avere
quando viaggia insieme al suo gregge di anime.
« Per quanto riguarda la nostra Bernadette » scrive­
va il curato «vive ora la sua pace di Nevers, ma è una
tranquillità che sovente le vicende di questo mondo
rendono assai fragile. E l’anno passato è stato terribile
per la famiglia Soubirous. In febbraio era morta la pic­
cola Bernadette, la bimbetta di Marie che so avete
conosciuto in casa Sabathé. La stessa famiglia, un anno
dopo la vostra ultima visita a Lourdes, ha avuto la sfor­
tuna che un bambino nascesse con un piede malforma­
to. Il quattro marzo 1871 è morto Francois Soubirous e
dodici giorni più tardi la zia di Bernadette, Lucile. La
giovane s’è così trovata nella nuova e inattesa condizio­
ne di responsabile morale della famiglia. Mio caro e
buon amico italiano, Bernadette ha dovuto necessaria­
mente crescere in fretta. »
Peyramale continuava con altri particolari e gli tra­
scriveva brani d’alcune lettere di Bernadette.
«Il ventidue aprile di quest’anno la casa di Marie
Sabathé è stata nuovamente allietata da una nascita,
una femminuccia che è stata battezzata Justine. Il pic­
colo Pierre, ospite del collegio di Garaison, il nove giu­
gno ha ricevuto la prima comunione. Bernadette ha
scritto al ragazzo una lettera asciutta nei sentimenti ma
molto bella, nel solco della fede profonda che lei vive.
Poche effusioni, in sostanza, però c’è l’essenza della
vita cristiana. So che voi, caro amico, rifuggite dai liri­
smi del credere, come una volta m’avete dichiarato, ma
c’è un passo che voglio trascrivervi. Al piccolo Pierre
Bernadette conferma che ormai il suo cuore, il suo spi­
rito, la sua anima non debbono essere impegnati che
dall’unico pensiero di fare proprio di essi la casa di
Dio. Monsieur, io stesso non avrei saputo dire o scrive­
re di meglio. »
Sua moglie, leggendo la lunga lettera del curato,
restò molto colpita e commossa per quelle parole.
143
« Non sono mio caro » lo rimproverò « annotazioni
pleonastiche come vorrebbe altrimenti far intendere
l’aggrottare della tua fronte. »
Dominique Peyramale aggiungeva infine i partico­
lari sulla vicenda cui affrettatamente aveva accennato
Pierre Dozous.
«Dunque, Marie Sabathé in maggio ha scritto a
Bernadette lamentando che i religiosi di Notre-Dame
de Garaison richiedevano una somma spropositata,
seicentoventinove franchi, per i costi di pensione del
piccolo Pierre. Marie si diceva realmente disperata e
alla sorella confidò che né lei né il marito erano assolu­
tamente in grado di sostenere un sacrificio così grande.
Avrebbero dunque ritirato Pierre dal collegio. Berna­
dette le ha risposto il ventinove maggio e s’è anche
rivolta a me. Trasmettendomi la lettera di Marie chie­
deva il mio intervento presso monsignor Pichenot,
arcivescovo di Tarbes. Fortunatamente, ogni cosa è
andata poi a buon fine ma le preoccupazioni sono state
enormi per quella giovane a Nevers. Bernadette, con
fermezza anche se temperata da una grazia amorevole,
ha invitato Marie a rivolgersi a me e non disperare. A
questo proposito il passo del suo scritto, ve lo trascrivo
monsieur, mi sembra un formidabile esempio di genui­
na innocenza e di fede fortissima. »
«Probabilmente si tratta d’un errore» Bernadette
rassicurava la sorella « e forse per questo i buoni padri
di Garaison t’hanno chiesto quella somma smisurata.
Va’ subito dal curato e esponigli la tua pena. Dovrai
fare tutto quanto egli ti consiglierà e questo è il mio
unico invito alla bisogna. Vedrai che sarà per il tuo
bene. Mi si dice, però, che se Pierre tornasse a Lourdes
tuo marito Joseph vorrebbe affidargli un piccolo nego­
zio nel villaggio. Ebbene, di’ a tuo marito che nella
maniera più assoluta mi oppongo all’ipotesi. E sconve­
niente e il buon Dio non sarebbe certo contento di voi.
Desidero che Pierre resti dove monsignor Pichenot
144
l’ha destinato e non voglio che voi lo facciate allontana­
re da Garaison senza averne ricevuto l’ordine esplicito
dall’arcivescovo di Tarbes. Ormai sono la più vecchia
della famiglia e devo vegliare sul futuro del mio fratelli­
no. Ma soprattutto, per favore, non seguite cattivi con­
sigli e non montatevi invano la testa. »
«Eccovi monsieur» concludeva Dominique Peyra­
male « l’ennesima prova del carattere e della forza di
Bernadette. Direi che dopo la morte di Francois Soubi­
rous Bernadette s’è assunta fino in fondo le responsa­
bilità che ha un padre. »
Al ritorno da un ciclo di conferenze in Svizzera tro­
vò una lunga lettera di Jean-Baptiste Estrade. Gli riferi­
va d’un viaggio a Nevers e della scoperta presso l’infer-
meria di Saint-Gildard d’un brogliaccio sul quale Ber­
nadette aveva coscienziosamente annotato le dosi per
ottenere alcuni medicamenti.
« V ’ho trovato» aggiungeva l’amico di Lourdes
« anche tavole di confronto sulla loro validità e persino
le schede mediche su cui Bernadette ha puntigliosa­
mente seguito il decorso della malattia di certi pazienti
affidati alle sue cure. Ne ho parlato con Dozous, il
nostro buon dottore purtroppo non gode di buona
salute, il quale ha lodato la competenza e lo scrupolo,
addirittura scientifico, con cui Bernadette ha preso
nota d’ogni cosa. »
L ’insegnamento, altre e nuove ricerche sugli avve­
nimenti religiosi del sedicesimo secolo, una serie di
conferenze con un calendario assai fitto lo impegnaro­
no per molti mesi. La corrispondenza con gli amici di
Lourdes continuava, ma s’era un po’ diradata. Ricevet­
te e ricambiò dei cahiers per il Natale.
Nella primavera del 1873 lo raggiunse a Milano,
dove si trovava per un congresso, una lettera di Pierre
Dozous. Il dottore aveva scritto in fretta, quasi si trat­
tasse d’una notula, sull’aggravarsi delle condizioni di
Bernadette. Dal tono avvertì che lo stesso Dozous era
145
stanco, forse anch’egli ammalato. A metà luglio si rife­
ce vivo Clarens.
«Bernadette ha superato per un pelo» gli diceva
«un inverno durissimo. Il diciassette gennaio è stata
ricoverata in infermeria e per parecchie settimane in
pratica è rimasta confinata a letto, fino a dopo Pasqua.
Ai primi di giugno ha avuto una ricaduta molto seria e
le hanno somministrato, è la terza volta che succede,
l’estrema unzione. Ma ha superato le prove di queste
tremende sofferenze. Non m’hanno ancora voluto in
Cielo, ha commentato scherzosamente con una giova­
ne di Lourdes che una settimana fa è andata a trovarla
a Nevers. Monsieur, temo che la sua salute sia agli
sgoccioli, se mai ciò possa dirsi d’una giovane donna
che di salute in realtà non ne ha mai avuta molta. »
«L a buona suora» ammise con una certa amarezza
sua moglie « inizia il terribile calvario della morte. »
E purtroppo le notizie che in successione, da quel­
l’anno, li raggiungevano confermarono il giudizio. Ber­
nadette aveva avuto un’altra ricaduta nel settembre del
’74. Le sue condizioni fisiche peggioravano costante-
mente, solo qualche brevissimo intermezzo di apparen­
te sollievo portava a Bernadette una pausa rinfrancante
nella sofferenza.
«Il 19 novembre 1875» scrisse Estrade «è stata,
come lei stessa ripete, definitivamente installata nel­
l’impiego di malata. »
Mesi, lunghissimi mesi dunque di grandi dolori e
nel mezzo c’era stata anche l’ansia per Massabielle. Il
23 giugno del ’75 per Lourdes era stato un giorno tre­
mendo.
Il Gave aveva straripato, le acque avevano invaso e
quasi sommerso la grotta delle apparizioni ma senza
grossi danni. Di ciò l’aveva informato Estrade e, in una
missiva posteriore, Antoine Clarens gli aveva spedito
copia d’una lettera che Bernadette aveva indirizzato
alla sorella Toinette.
146
«Sono vivamente preoccupata. Ho sentito che il
fiume è straripato e non vedo l’ora di sapere se l’acqua
ha fatto molti danni alla grotta e ai mulini che si trova­
no sulle sponde. Credo che non ci sia da temere per il
nostro villaggio, ma la furia delle inondazioni ha fatto
enormi disastri a Tarbes e Bagnères. Pare che ci siano
anche dei morti. Il buon Dio ci castiga ma sempre da
Padre. Già nel 1870 le strade di Parigi sono state
bagnate con il sangue d’un gran numero di vittime e
questo non è bastato per toccare i cuori induriti nel
male. Bisognava che anche le strade del Midi venissero
lavate, che anch’esse avessero i loro morti. Mio Dio,
come è cieco l’uomo se non apre il cuore alla luce della
fede. Dopo sciagure così terribili non avremo la tenta­
zione di chiederci chi avrà mai potuto provocare questi
tremendi castighi? Ma se ascoltassimo bene, sentirem­
mo allora una voce che dal fondo del cuore ci risponde
che si tratta del peccato. Sì il peccato, che è la più
grande delle sventure, attira su di noi tutti i castighi. E
proprio il male che commettiamo con malizia ricade
poi su di noi. Questa è dunque la felicità, questi sono i
vantaggi che ci procura l’opera del peccato. Mio Dio,
perdonateci e usate sempre la vostra misericordia. »
Erano sempre più rare le lettere del curato di Lour­
des. Pio XI lo aveva nominato protonotaro apostolico
nel marzo del 1874 e monsignor Peyramale il venti gen­
naio dell’anno dopo aveva posto la prima pietra del­
l’orfanotrofio, dedicato all’Immacolata Concezione, la
cui realizzazione era stata possibile per una donazione
della principessa di Borbone.
L ’ex cappellano militare, nelle poche righe che lo
raggiungevano e di solito confinate ai periodi di Natale
e Capodanno o di Pasqua, accennava ormai con estre­
mo pudore e en vitesse alle preoccupazioni che doveva­
no, almeno era quanto s’avvertiva, accompagnarne gli
ultimi anni di vita.
147
Monsignor Dominique Peyramale morì l’otto set­
tembre 1877. La notizia gli fu data a Parigi. Nel feb­
braio di quell’anno s’era infatti trasferito con la fami­
glia nella capitale francese dove un nuovo e prestigioso
incarico alla Sorbona, su invito di colleghi di quella
famosa università premiava, come sosteneva sua mo­
glie, le fatiche e l’interesse per i suoi studi storici.
All’epoca era ambasciatore d’Italia in Francia il
generale Cialdini al cui comando aveva partecipato alla
campagna di guerra e all’assedio di Gaeta. Cialdini era
entrato in diplomazia dopo la presa di Roma, anche a
seguito delle animose polemiche che l’avevano, di volta
in volta, opposto a Garibaldi e Lamarmora. Lo aveva­
no accusato d’essere un uomo cocciuto e pieno di
boria, non godeva d’amicizia presso gli uomini politici
dell’Italia unificata. Era comunque un uomo coraggio­
so e dotato di finissima intelligenza, aveva soprattutto
un seguito enorme negli ambienti militari.
L ’ambasciatore fu assai cordiale con lui e sua
moglie, li invitò spesso in rue St. Dominique.
«Lei dovrebbe aiutarmi» disse durante una di tali
occasioni « a creare in Francia una migliore conoscenza
del nostro paese. Tra noi e i francesi esistono tensioni,
malintesi che andrebbero rimossi. Nella sua posizione
di professore alla Sorbona e di conferenziere frequenta
gli ambienti della cultura, ha contatti con i migliori
intellettuali e ci potrebbe esser molto utile per propa­
gandare, se me lo consente, un’immagine nuova e
diversa dell’Italia.»
« Sinceramente » aveva obiettato « non vedo in qua­
le modo e non so neppure immmaginarmi un qualsiasi
ruolo o punto di partenza per far questo. »
« Sarà sufficiente » replicò con fermezza l’ambascia­
tore « che il pubblico delle sue conferenze scopra che
anche noi, in Italia voglio dire, vantiamo uomini di cul­
tura e d’eccellente rispettabilità. I francesi sono nazio­
nalisti fino al midollo, prima d’ogni altra cosa per essi
148
viene la Francia. Ma sono estremamente sensibili a ciò
ch’essi definiscono Yesprit raisonneur. »
Per la verità non ebbe alcun merito in proposito, se
si eccettua qualche articolo comparso su qualche gior­
nale e in cui i suoi interventi e discorsi venivano citati
e, talvolta, riportati abbastanza per esteso.
La vivacità culturale e l’ottimo livello dei circoli che
frequentava resero molto piacevole la permanenza a
Parigi. Sua moglie e i bambini, ai gemelli s’era aggiunto
un fratellino, apprezzavano l’atmosfera esistente nella
capitale. Soprattutto non avevano nostalgia per l’Italia.
In settembre avevano compiuto una lunga, bellissi­
ma escursione nel sud della Francia. Prima di rientrare
nella loro casa parigina s’erano fermati qualche giorno
a Lione e là, in casa di amici, avevano conosciuto Jo ­
seph Fabisch.
Lo scultore, membro dell’Accademia di scienze e
belle arti della città, aveva all’epoca cinquantasette
anni e era l’autore della statua alla Vergine collocata
nella grotta di Massabielle.
Fabisch rievocò con loro il favoloso contratto, per
settemila franchi d’oro, con il quale le sorelle Lacour
del cui salotto erano ospiti gli avevano commissionato,
perché ferventi di Lourdes confidò lo scultore, la sta­
tua in marmo di Carrara. Fabisch rivisse anche il suo
incontro con Bernadette Soubirous. S’erano visti, la
prima volta, il diciassette settembre 1863.
«Per contratto dovevo realizzare la Vergine nella
maniera più esatta possibile ed era allora necessario,
addirittura indispensabile che incontrassi Bernadette e
ricavare dai suoi ricordi tutte le indicazioni più utili. La
ragazza mi raccontò con estrema semplicità che quan­
do la Madonna le si era rivelata non poteva dirmi che
vi fosse nella sua figura alcunché di statuario. Aggiunse
che non aveva notato nei lineamenti della Vergine,
come dire, regolarità o ricercatezze. Bernadette disse
esplicitamente, ricordo bene che sottolineò questo
149
punto, che la Signora aveva un aspetto molto simpati­
co. Aveva insomma una grazia di quelle, mi disse, che
impongono rispetto e ispirano la fede. »
«Sottoposi allora a Bernadette un questionario»
continuò Fabisch «e mi pare che comprendesse una
ventina di domande. Tra l’altro, ricordo che la ragazza
mi segnalò un particolare che nel suo giudizio doveva
essere molto importante. Il corpo avrebbe dovuto sì
essere diritto ma non rigido, comunque la testa doveva
essere diritta. Le chiesi di spiegarmi come la Vergine
teneva le mani nel momento in cui le rivelò di essere
l’Immacolata Concezione. Monsieur, quella scena mi
s’è stampata nella memoria. Bernadette si era alzata e
con grande semplicità aveva alzato gli occhi al cielo
congiungendo le palme. Posso dirvi che non ho mai
visto nulla di più bello. Non c’è niente di simile nel
Perugino o in Raffaello, neppure a Fiesole ho potuto
vedere qualcosa di altrettanto soave come quella ragaz­
za innocente. »
Lo scultore aggiunse altri particolari.
«Comunque, prima di realizzare la statua andai a
Massabielle e sistemai nella nicchia della grotta uno
schizzo a matita su cartone. Volevo verificare l’effetto,
stabilire l’altezza e la posizione. Io e Bernadette sfo­
gliammo una cartella di acqueforti che rappresentava­
no la Vergine in molte posizioni, tutte diverse. Ebbi la
sensazione che lei osservasse appena quei ritratri ma
poi, di colpo, mi chiese di rivedere una stampa che
raffigurava la Madonna di Saint-Luc. C ’era in quel
ritratto qualcosa che s’avvicinava abbastanza, mi disse,
a ciò che cercava di spiegare anche se non si trattava
certo, aggiunse, della figura che aveva visto alla grot­
ta. »
Il racconto di Fabisch confermava d’altronde un
fatto. Bernadette aveva vissuto e viveva l’originalità
delle apparizioni al di fuori d’ogni stile o impronta
fideista che le potesse giungere dall’esterno.
UO
« È qualcosa che le appartiene, è suo » sottolineò lo
scultore « e intimamente. »
«Sicuramente però» suggerì sua moglie «divide
quel tesoro con gli altri, partecipando alla loro stessa
delizia. La rivelazione della Vergine resta comunque
un tesoro tutto suo. »
Condivideva l’annotazione. Lui stesso, nel corso
delle sue ricerche, definiva soltanto propria la scoperta
d’un documento raro e sconosciuto che, nel momento
dell’approccio, esclusivamente gli si rivelava in tutta la
sua freschezza e novità. Soltanto in un tempo successi­
vo, nel corpo della memoria che avrebbe pubblicato,
quella primizia sarebbe diventata anche proprietà d’al­
tri.
La storia di Lourdes intanto era approdata nei
memoriali. Per primo Henry Lasserre aveva pubblicato
alla fine del 1867 sulla «Revue du Monde Catholique»
uno studio su Notre-Dame di Lourdes. Puntualissimo
l’amico Clarens gliene aveva spedito, a suo tempo,
alcune copie.
« L ’autore » l’awertì « ha avuto uno scrupolo giudi­
zioso. Lasserre infatti ha un unico timore ed è quello
che Bernadette possa essere sorpresa per lo spirito elo­
giativo. »
Così Lasserre aveva scritto alla superiora del con­
vento di Nevers.
« Credo che il mio libro » sosteneva nella lettera
«possa risultare una cattiva lettura per Bernadette,
malgrado io abbia cercato di renderlo edificante per
tutti. Ritengo che una giovane così favorita dalla grazia
del Cielo dovrebbe essere insensibile al linguaggio
degli uomini, eppure confesso che il dubbio mi inquie­
ta. Per questo motivo, reverendissima madre superio­
ra, vi chiedo la promessa che Bernadette non lo legga
mai. Spero che non vi sia nulla di sconveniente in que­
sta richiesta e sarò felice se tale promessa mi verrà fat­
ta. Bernadette è resa più forte dall’umiltà e dalla silen­
ti
ziosa modestia della rassegnazione, dalla sua pazienza
nel dolore che Dio le invia. »
•Del resto, Bernadette non avrebbe forse molto
apprezzato le trasformazioni avvenute nel villaggio. La
corrente dei pellegrini diventava di anno in anno più
sostanziosa, era spuntata una miriade di piccoli negozi
per soddisfare, non si sa quanto piamente, o solleticare
il desiderio di quelle decine di migliaia di persone che
volevano lasciare Lourdes portandosi dietro qualche
ricordo della visita.
Quello era, almeno, il parere di Jean-Baptiste
Estrade e di Antoine Clarens, che rivide a Lourdes nel­
la primavera del 1878. Fu quella l’ultima visita che
insieme alla moglie compì nella città.
Lourdes s’era ulteriormente ingrandita, l’afflusso di
pellegrini le aveva ormai conferito l’aspetto, sia pure di
facciata, d’una città piena di vita.
Madame Elfrida Lacrampe aveva lasciato l’Hotel
des Pyrénées. Persino il Café Franqais aveva cambiato
stile, nuovi arredi e un più frettoloso servizio testimo­
niavano senza dubbio alcuno che ogni cosa era ormai
mutata all’insegna del commercio.
Pierre Dozous era un uomo irrimediabilmente
logorato da troppe ansie. Quel vecchio e buon amico
era sempre amabile e d’ottima compagnia, ma rivelava
purtroppo una profonda stanchezza interiore che certo
l’età, aveva superato gli ottant’anni, contribuiva a ali­
mentare.
Estrade e Clarens proseguivano, seppur separata-
mente, nell’identico fine di raccogliere e catalogare
note sui fatti di Lourdes. Come se volessero entrambi
conservare l’immagine primitiva del villaggio. Al di là
della cerchia di quegli amici di vecchia data, in effetti
l’atmosfera era sorprendentemente diversa e non sol­
tanto ai suoi occhi.
« Stento a rivedere » gli confessò sua moglie « quelle
cose e persone così innocenti e genuine che avevo
incontrato pochi anni fa. »
152
La visita a Lourdes, peraltro, gli offrì l’ultima occa­
sione di avere una testimonianza diretta su Bernadette.
Per il tramite di Estrade conobbe infatti suo fratello
Jean-Marie.
« Ci sono stati dissapori in famiglia » l’aveva avver­
tito Estrade « ma non gravi. L ’anno scorso e per alcune
settimane, fra Joseph Sabathé, il marito di Marie che
voi conoscete, Jean-Marie e l’altro fratello Pierre ci
sono stati degli screzi. S’è trattato di piccole maldicen­
ze, ma hanno preoccupato non poco la petite. »
Per Estrade e Clarens, per lo stesso Pierre Dozous
e gli altri amici Bernadette era sempre rimasta la petite,
la piccola e giovane ragazza di Lourdes.
«Per fortuna» Jean-Baptiste Estrade completò suc­
cintamente il quadro « ora ogni cosa è sistemata. Pierre
è al servizio dell’arcivescovo di Tarbes come valletto.
Jean-Marie lavora alla cappella delle Apparizioni. Jo ­
seph e Marie Sabathé conducono una vita tranquilla
anche se la loro casa è stata funestata dalla morte d’un
altro figlio.»
Arrivarono alla casa di Jean-Marie Soubirous. Sua
moglie Madeleine li accolse informandoli che il marito
non avrebbe tardato a lungo. E proprio nel momento
in cui la donna offriva un bicchiere di vino bianco
entrò Jean-Marie. Nei tratti del viso aveva una sottile
somiglianza con la giovane Bernadette che lui aveva
conosciuto vent’anni prima, ricordava anche May
Louise nei lineamenti. Jean-Marie Soubirous era un
uomo gioviale.
«Avete già raccontanto a monsieur» chiese alla
moglie e a Estrade «della bagarre sulle mie scelte?»
Scossero il capo in segno di diniego.
«Ebbene monsieur, io ho tradito in parte» esordì
« le speranze della mia buona sorella. Per qualche anno
sono stato al noviziato presso i fratelli dell’Istruzione
cristiana. Ero convinto di abbracciare anch’io la vita
religiosa e mia sorella ne era felicissima. Ricordo che
153
nell’aprile del ’71 Bernadette mi scrisse una lettera ih
cui affermava che l’uno e l’altra dovevamo essere grati
a Dio e alla Madonna per la grazia con cui ci aveva
entrambi chiamati al servizio della fede. Quelle parole
le ho sempre nel cuore. Mia sorella aggiungeva che,
pur così deboli e ignoranti, avremmo dovuto sforzarci
di imitare la saggezza dei santi, studiarne le virtù del­
l’umiltà e dell’obbedienza, la carità. Soprattutto, sotto­
lineava, dobbiamo arrivare al più totale oblio di noi
stessi. »
Jean-Marie si alzò e versò dell’altro vino nei loro
bicchieri, fece una timida carezza alla moglie Madelei-
ne.
«Poi monsieur» riprese «sono andato sotto le armi
e all’atto del congedo, due anni fa, sono rientrato a
Lourdes e mi sono sposato. Informai Bernadette solo a
cose fatte e mia sorella non ha mostrato grande felicità.
Ho qui una sua lettera in proposito. Ma io e Madeleine
ci vogliamo bene e so che questa è la mia vita. »
Jean-Marie andò a prendere la lettera e gliela porse.
« Ecco, potete leggere voi stesso quanto Bernadette
mi scriveva.»
Lo scritto era del febbraio 1877.
«T i dirò» iniziava Bernadette «che sono rimasta
molto sorpresa di leggere che ti sei sposato. Ne sono
stata anche un poco colpita. Non perché sia arrabbiata
per il tuo matrimonio, avrei preferito almeno di saperlo
qualche giorno prima della cerimonia. E ti dirò in un
orecchio che la tua lettera m’è sembrata anche freddi-
na. Avrei potuto aggiungere anche le mie alle vostre
preghiere. Mi dici, e ti ringrazio, il nome della sposa.
Però mi sembra che non ti sarebbe costato molto farmi
sapere se anche lei è di Lourdes, soprattutto se viene
da una famiglia cristiana. Caro fratello, mi auguro che
tu sia più amorevole in futuro nelle tue lettere. »
«Bernadette» concluse Jean-Marie «ha sempre
avuto un affetto grandissimo per noi della famiglia. Ma
154
né io né tantomeno Madeleine, monsieur ve lo garanti­
sco, abbiamo pensato di potere in qualche modo darle
un dolore.»
Uscendo dalla casa, commentò con Estrade l’intesa
che a suo parere regnava tra i due. Il suo amico si limi­
tò a borbottare qualche cosa che non capì. Li attende­
va, del resto, in casa di Antoine Clarens una giovane
suora che appena tre giorni prima era arrivata a Lour­
des dal convento di Nevers.
«Francamente, le dirò subito monsieur» avvertiva
suor Saint-Michel Duhème « che non m’aveva entusia­
smato molto conoscere quella piccola brunetta.»
La giovanissima religiosa ricostruiva per loro, nel
salotto di Antoine Clarens, il suo primo contatto con
Bernadette.
Dunque, aveva trovato un testimone tiepido?
Anche a distanza di molto tempo quell’interrogativo
riemergeva sempre nella sua memoria, seppure il segui­
to del racconto contrastava con tale giudizio.
«Tutti amano suor Marie-Bernarde» continuò la
suorina «e questo è certo, tutti la amano per la sua
bontà e semplicità. Bernadette ha un dono autentico di
attrazione. Devo confessare che ognuno di noi, al con­
vento di Nevers, cerca qualsiasi occasione per vederla.
La sua vista ci fa bene; ecco, questa è la verità e non
saprei dirla in altro modo. Vi faccio un esempio. Ci
insegnano che la vera umiltà sta nel silenzio dell’io e in
Bernadette c’è proprio questo. In lei l’io non esiste
affatto. »
Antoine Clarens prendeva rapidi appunti sul bro­
gliaccio in cui conservava ogni fatto e testimonianza.
La religiosa proseguì.
« Come sapete Bernadette è molto malata. Una vol­
ta m’hanno detto così di tenermi a sua disposizione e
che le avrei dovuto dare tutto ciò che desiderasse. Mi
sono allora presentata dopo la preghiera della sera e
Bernadette, come al solito, era nel suo letto. L ’ho salu­
155
tata e mi sono coricata nella stanzetta attigua all’infer-
meria di Saint-Gildard avendo cura di lasciare la porta
socchiusa. Monsieur, che notte ho passato. Ero ancora
una giovinetta con un temperamento sensibile e non
potrei descrivervi l’emozione che provavo assistendo
impotente alle sofferenze che quella mia povera sorella
pativa. »
Suor Saint-Michel s’asciugò le lacrime e rifiutò con
grazia il bicchierino di vermouth che Clarens voleva
offrirle.
«Bernadette soffriva per un enorme tumore al
ginocchio con la carie delle ossa. E la carie delle ossa è
molto dolorosa, al confronto non è niente il dolore del
più malevolo mal di denti. Mi sembra ancora di udire i
suoi gemiti, una specie di sordo lamento a metà soffo­
cato tra i denti e inframmezzato da brevi silenzi. Capi­
vo che Bernadette faceva ogni sforzo per contenersi, lo
faceva per me perché avrebbe invece voluto che ripo­
sassi tranquillamente e si rendeva conto che rimanevo
sveglia. »
La suora fece una pausa, dalla tasca tirò fuori la
coroncina del rosario e incominciò ad accarezzarlo con
le mani.
«Io però avevo ricevuto degli ordini» riprese «e
per obbedire alla consegna le chiesi a un certo punto in
che modo avrei potuto esserle utile. Sentivo infatti che
aveva bisogno di qualche cosa. Lei mi rispose che non
aveva bisogno di nulla e m’invitò a dormire assicuran­
domi, povera e buona sorella, che all’occorrenza
m’avrebbe chiamato. Il lamento però riprendeva. Solo
a tratti pareva indebolirsi, quasi spegnersi come se il
male le desse un poco di tregua o perché, piuttosto, la
volontà aveva il sopravvento. Poi riprendeva come pri­
ma, ma non c’era nessun grido, nessuna parola, nessu­
no scatto d’impazienza. Insomma, era un lamento irre­
golare e ansimante. »
156
«Sentivo suonare le ore» continuava suor Saint -
Michel « una dopo l’altra. E quando l’orologio taceva,
sempre riaffiorava il lamento. Comunque, sono con­
vinta d’una cosa. Nella sua sofferenza Bernadette
benediceva l’ora, come siamo solite fare durante il
giorno secondo la nostra regola religiosa. Ricordo che
una volta madre Eléonore Cassagnes le disse che
avremmo pregato Dio affinché le portasse sollievo.
Bernadette rispose che non aveva bisogno di sollievo
ma di pazienza. »
« Così, dunque, trascorsi lentamente quella terribi­
le notte in cui mi pareva d’essere ai piedi d’un Croce­
fisso vivente. Le ore passavano e il lamento continuava,
durò fino a quando mi alzai. M ’ero sforzata di conser­
vare l’immobilità più completa, volevo infatti dare a
Bernadette l’impressione che dormissi. Ma lei non
c’era cascata e quando la salutai per recarmi alla pre­
ghiera mattutina disse che s’era accorta che ero stata
sveglia tutta la notte e dovetti quindi confessare la veri­
tà. E non ho tardato, monsieur, a conoscere il motivo
che l’aveva indotta a quelle parole. Più tardi, infatti, la
suora infermiera venne a avvertirmi che non dovevo
ritornare al capezzale dell’ammalata. Bernadette aveva
esplicitamente chiesto di non mandarmi più a vegliarla
proprio perché, disse, m’avrebbe impedito con le sue
sofferenze di riposare. Sostituitela, aveva chiesto, con
un’altra che abbia il sonno più profondo. »
«Pensava più a me che a se stessa» concluse suor
Saint-Michel Duhème. «Quando mi ero alzata Berna­
dette non s’era lamentata di aver passato una notte tre­
menda e d’aver sofferto, come dicono in genere tutti i
malati, di questo o quello. No, non aveva detto niente
del genere. Bernadette si preoccupava solo d’una cosa.
Voleva sapere se avevo potuto dormire e siccome non
avevo riposato mi escludeva con carità dalle sue tortu­
re. Sì monsieur, per carità. »
157
Quelle di Jean-Marie Soubirous e della religiosa
appena arrivata da Nevers furono le ultime testimo­
nianze dirette che ricevette sulla giovane donna di
Lourdes che aveva conosciuto nel febbraio del 1858.
Rientrò a Parigi con sua moglie e continuò a tenere
contatti epistolari con gli amici di Lourdes. Ma le fonti
di notizie erano ormai limitate a Jean-Baptiste Estrade
e Antoine Clarens. Il suo ottimo e vecchio amico Pierre
Dozous gli aveva anticipato, all’atto del commiato, la
sua impossibilità a scrivere ancora. S’erano salutati con
grande affetto, un abbraccio silenzioso e commosso
aveva suggellato un’antica e reciproca stima. Si chiude­
va anche, e lo avvertiva, in maniera definitiva una con­
suetudine di vita. Non ci sarebbe più stato per lui quel
riferimento Dozous.
Il soggiorno a Parigi si concluse alla fine di quel­
l’anno. Nel gennaio del 1879 tutta la famiglia rientrava
in Italia, a Milano, dove con i cognati si sarebbe dedi­
cato all’editoria attraverso una società finanziata in
parte anche da uomini d’affari di Ginevra.
Lasciò l’incarico universitario, ma i suoi studi
sarebbero continuati con impegno costante. La scelta
di quella sua nuova collocazione, la decisione necessa­
riamente imposta di eleggere Milano quale residenza
furono per sua moglie una soluzione carica di felicità.
«Potrò così vedere più spesso i miei genitori che
sono già avanti negli anni» gli disse «e avrò anche la
possibilità di portare i ragazzi a godersi l’aria buona
delle campagne in Lomellina. »
Il diciotto aprile 1879, due giorni dopo il fatto, un
breve dispaccio pubblicato sul quotidiano « Il Secolo »
di Milano riportava la notizia che suor Marie-Bernarde
Soubirous era morta. La petite di Lourdes aveva chiu­
so il capitolo delle sue terribili sofferenze.
Ai primi di agosto una lunga lettera di Antoine Cla­
rens gli portava una testimonianza sulle ultime ore di
Bernadette. Veniva da suor Nathalie Portat che, insie­
158
me a altre consorelle, aveva vegliato Bernadette e assi­
stito alla sua morte, alle tre del pomeriggio del 16 apri­
le di quell’anno.
«Alle sette di sera del quindici aprile» raccontava
suor Nathalie «ero nella cappella di Saint-Gildard,
inginocchiata davanti all’altare della Vergine. Racco­
mandavo alla Madonna quella figlia privilegiata le cui
condizioni s’aggravavano sempre più. Alla fine delle
preghiere sentii l’impulso molto forte di andare a vede­
re la malata. Vedendomi, Bernadette disse che aveva
paura. Ho ricevuto tante grazie, mi confessò, e ne ho
approfittato così poco. Cercai, sottovoce, di darle qual­
che parola di incoraggiamento e Bernadette mi ringra­
ziò. M ’era parsa sollevata, come se fosse stata liberata
da un gran peso. »
«Il giorno dopo, verso le tre del pomeriggio, Ber­
nadette» continuava suor Nathalie Portat «sembrava
in preda ai tormenti d’una sofferenza interiore inespri­
mibile. Allarmate, le suore infermiere s’affrettarono a
portare dell’acqua benedetta con cui aspersero il letto
dell’ammalata. Ceravamo tutte inginocchiate a prega­
re. Bernadette, morente, stringeva il Crocefisso e dopo
averlo contemplato con amore baciò lentamente, ad
una ad una, le piaghe di Cristo. Poi, a un certo momen­
to mi vide. M ’ero avvicinata e l’osservavo mentre era
assorta nella contemplazione. Mi chiese di perdonarla
e s’unì alle nostre preghiere e invocazioni, ripetendole
a voce bassa. Nella stanza c’erano con me due sorelle
infermiere, tutte e tre fummo prese da un tremito invo­
lontario di rispetto misto a spavento. La suora infer­
miera che stava a sinistra sosteneva le braccia che Ber­
nadette teneva sempre aperte. La morte si avvicinava,
una lotta terribile sembrava ancora ingaggiarsi in quel­
l’anima innocente e privilegiata...»
« Suor Marie-Bernarde » concludeva la testimonian­
za « si agitò per un attimo e con lo sguardo mi rinnovò
per due volte la sua supplica. La fissavo, interrogando­
li
la con gli occhi. Come se volessi sapere perché tendeva
le braccia verso di me e capire cosa stesse chiedendo­
mi. Bernadette, forse intuendo la mia angoscia, mi dis­
se allora che dovevo aiutarla. Chiese da bere. Fece un
grande segno di croce, prese il bicchiere contenente la
bevanda fortificante che le porgevo e ne inghiottì in
due riprese qualche goccia. Poi, chinando la testa, ha
reso dolcemente l’anima al suo Creatore...»
APPENDICE
Suo padre morì il ventinove novembre 1905. Un tumo­
re ai polmoni, manifestatosi un anno prima, lo aveva a
poco a poco consumato rendendogli terribili gli ultimi
mesi di vita. Quanto a lui, era già entrato nella casa
editrice dove, accanto ai cugini, rappresentava di fatto
la nuova generazione.
Ancora scapolo, viveva con la madre e il fratello in
una villetta lungo la prima cerchia dei navigli di Mila­
no. La sua gemella era sposata da tempo con un ufficia­
le di marina inserito in diplomazia e, all’epoca, distac­
cato presso la legazione italiana in Cina. Anche l’altro
fratello s’era accasato, era rimasto vedovo prematura­
mente e aveva un figlioletto di cinque anni. Entrambi
vivevano nella casa paterna.
Ed è appunto riordinando vecchie carte del padre
che scoprì questo manoscritto. Lo lesse con attenzione
insieme alla madre e decisero che quei fatti di Lourdes
meritavano forse un aggiornamento ulteriore. Sua
madre pensava anche di farlo pubblicare, magari per i
tipi della loro stessa casa editrice, come ultimo omag­
gio alla memoria dell’uomo che per oltre quarant’anni
era stato suo marito.
« Però tuo padre » sottolineò « è sempre stato scru­
poloso nei suoi studi e come sai verificava sempre le
fonti. Se mai decidessimo di pubblicare queste carte,
andranno dunque aggiornate con eventuali e nuove
testimonianze su Lourdes.»
163
Stabilirono allora che lui sarebbe andato per alcuni
mesi in Francia per ripercorrervi itinerari già seguiti
dal padre e dalla madre e a cercarvene altri, per intervi­
stare testimoni sui fatti di Lourdes.
Padre Favini, un domenicano coltissimo e buon
amico di famiglia, lo mise in contatto con il dottor
Boissaire. Il clinico aveva sostituito de Saint-Maclou,
professore dell’università belga di Lovanio, nella dire­
zione dell’Ufficio accertamenti di Lourdes. Dipendeva
da lui l’équipe medica che presiedeva al controllo sulle
guarigioni. Fino ad allora ne erano state ufficialmente
riconosciute trentatré.
Nel dicembre del 1905 aveva spedito a Boissaire un
telegramma, chiedendogli un appuntamento. L ’illustre
clinico aveva risposto con una lettera gentile in cui
diceva che non avrebbe potuto, sostanzialmente,
aggiungere molto di più a quanto aveva già scritto e
pubblicato in un paio di libri. Lo informò, peraltro,
che proprio quell’anno era stato in pellegrinaggio a
Roma e da Pio X aveva ricevuto delle consegne precise.
«Monsieur, posso segnalarvi che ho ricevuto una
lettera del dottor Lapponi, medico personale del papa,
che mi comunica» concludeva Boissaire « l’intimo
desiderio del pontefice di sottomettere a regolare pro­
cesso, alla vigilia del cinquantesimo delle apparizioni,
le più spettacolari guarigioni di Lourdes affinché ne
venga eseguito lo studio scientifico e religioso nelle
diocesi interessate.»
Aggiungeva un post scriptum per segnalargli co­
munque alcuni nomi di persone, ancora vive, che
avrebbero potuto, a Nevers, fornirgli testimonianza
diretta su Bernadette.
I pellegrinaggi a Lourdes ormai venivano organiz­
zati con regolarità da ogni parte d’Europa, a Roma già
stavano ammucchiandosi le carte che sollecitavano in
Vaticano la canonizzazione della santa dei Pirenei. Pio
IX del resto s’era rallegrato perché gli ostacoli suscitati
164
contro Lourdes dalla malizia degli uomini avevano per­
messo che « s i manifestasse con più forza ed evidenza
la chiarezza del fatto .»
Nel 1892 Leone XIII aveva concesso l’ufficio pro­
prio e la messa della festa in apparitione Beatae Virginis
Immaculatae e aveva lui stesso inaugurato e benedetto
una riproduzione della grotta di Massabielle costruita
nei giardini del Vaticano.
Trascorsi tre mesi di lutto per il padre, partì per la
Francia alla metà di marzo del 1906. A Lectoure, nel
Gers, parlò a lungo con suor Bernarde Dalias, una reli­
giosa vivacissima che aveva compiuto da poco cin-
quantasette anni. Nel Nièvre, a Vandenesse, incontrò
madre Eudossie Chatelain che era più giovane di alcu­
ni anni. A Nevers, infine, rintracciò altre testimonianze
sulla giovane Bernadette di Lourdes.
Il suo viaggio si sarebbe concluso alla fine di aprile
a Parigi, con suor Marie du Rais.
«M i chiede di raccontarle di Bernadette» aveva
esordito suor Bernarde Dalias «e se posso vedrò di
accontentarla. Anzi, le confiderò persino l’impertinen­
za che una volta commisi nei suoi confronti. »
La giornata era tiepida, la primavera aveva mitigato
i rigori d’un inverno ch’era stato non certo piacevole.
Chiacchieravano sotto il portico della casa paterna di
suor Bernarde.
«Lectoure è solo a qualche ora da Lourdes e già
quando ero ragazzina il rumore delle apparizioni era
giunto anche qui e io provavo, come tutti quanti, un
grandissimo desiderio. Volevo conoscere anch’io la
confidente della Madonna. C ’era poi il fatto che, non
sapendone nulla, m’inventavo una Bernadette di sana
pianta. E alla mia Bernadette attribuivo qualità e virtù
che mi sembravano, in un certo senso, essenziali per la
straordinaria missione cui quella giovane era stata chia­
mata. E così me la immaginavo solenne, con un volto
serio, gesti misurati e un discorrere assai degno. Natu­
16?
ralmente, nel quadro aggiungevo una statura destinata
per grandi opere. In effetti sono arrivata a Nevers il
quattordici maggio del 1867, un anno dopo di Berna­
dette. »
Lui ascoltava con attenzione il racconto della reli­
giosa e prendeva appunti. Il silenzio, la calma di quel
giovane signore non dispiacquero a suor Bernarde
Dalias.
«Nonostante tutti gli sforzi» riprese «nei primi
due giorni non riuscii a individuarla. Una mattina
incontrai nel portico madre Bernarde, superiora di
Lectoure, che aveva accanto una novizia dal viso molto
giovane. L ’espressione di quella faccia rivelava mitez­
za, la giovane era di piccola statura. Con altre novizie
chiacchieravo non ricordo più di cosa e a un certo pun­
to sbottai. Madre mia, più o meno credo d’aver detto, è
veramente strano. Sono qui da tre giorni e non ho
ancora potuto scoprire Bernadette, ne sono veramente
mortificata. Ricordo che allora madre Bernarde si girò
di scatto verso la sua giovane accompagnatrice e escla­
mò: Bernadette? Eccola qui, al mio fianco...»
« Notò » chiese alla religiosa « se in Bernadette c’era
freddezza? »
«A l contrario. Bernadette mi ha sempre testimo­
niato del resto bontà e grazia, amicizia che si possono
considerare particolari. Monsieur, lei è stata veramente
la mia celeste amica e l’amicizia e l’affetto non sono
mai tramontati, neppure quando io fui inviata a inse­
gnare a Mochal. Era a un quarto d’ora di strada da
Nevers ma io ogni settimana salivo a Saint-Gildard e il
primo pensiero era sempre quello di suonare alla porta
deU’infermeria di Saint-Joseph. Ma tra i ricordi più
belli c’è anche quello che mi fa rivivere la nostalgia di
Bernadette per la sua Lourdes e per Massabielle,
soprattutto per la grotta delle apparizioni. Una volta
mi confessò che avrebbe voluto ritornarvi, senza però
166
che nessuno ne fosse informato. Per visitare la grotta,
mi disse, come fa un uccellino qualsiasi. »
Suor Eudossie Chatelain conservava e gli trasmise
ricordi gioviali, e l’aggettivo non suoni eccessivo, su
Bernadette Soubirous.
«Sa, sono stata» esordì «la' compagna di suor
Marie-Bernarde per circa tre anni, dal quindici gennaio
del ’72 all’inizio di dicembre del 1874. »
Gli aveva mostrato la foto di Bernadette che con­
servava nel libro delle preghiere. Lui chiese quali fosse­
ro le caratteristiche d’aspetto di quella sua antica com­
pagna.
« Era una piccola religiosa, piuttosto vivace nell’an­
datura e nei gesti. Tuttavia, questo lo s’indovinava,
molto interiore. Bernadette colpiva per il suo sguardo
retto, pieno d’innocenza e franchezza, e per la sua sem­
plicità. L ’ho vista sempre gentile, ridere di cuore ma
sobria quanto a parole. Non che avesse qualche diffi­
coltà a esprimersi, anzi dava l’impressione che le parole
le sgorgassero dal cuore. Ecco, era molto riflessiva e
persino troppo modesta per parlare molto. Monsieur,
non credo d’aver mai conosciuto qualcun altro che
avesse come lei una conversazione così sensata e piena
di giudizio. Quando bastava una parola, questo sì, Ber­
nadette non ne diceva di più e quella sola parola era
poi così sempre esatta che non c’era modo di replica­
re. »
Ma quale era il clima di Nevers?
«Abbiamo molto amato suor Eléonore Cassagnes,
la segretaria generale. Un’anima raggiante e anche con­
fidente di Bernadette. C ’erano inoltre due nivernesi da
tutte considerate religiose di grandi meriti. Una, suor
Isabelle de La Verchère, era di Luzy e in lei s’indovina­
va subito un’anima interiore, raccolta, austera con se
stessa e, debbo aggiungere, anche un po’ con gli altri.
L ’ammiravamo, ma forse piuttosto da lontano e la sua
vicinanza incuteva un certo timore. Era evidente che
167
suor Isabelle lavorava costantemente su di sé e questo
le dava qualcosa di rigido. L ’altra era suor Saint-Cyr, di
Entrains. Ebbene monsieur, ecco una sorella che
abbiamo canonizzato da viva. Tutta Nevers ha sentito
parlare delle sue grazie mistiche e del senso meraviglio­
so che ha circondato la sua vita. Io l’ho conosciuta mol­
to bene perché lavoravo ai suoi ordini negli asili di rue
de la Chaumière e di place Chaméane. E senza dubbio
uno dei migliori ricordi della mia vita. Ma, non esito a
confessarglielo, a suor Saint-Cyr e all’altra consorella
ho sempre preferito, per la stessa ragione, suor Marie-
Bernarde.»
Le chiese quale fosse quella ragione.
«Veda, senza dubbio entrambe erano sotto l’influs­
so di Dio ma Bernadette vi si muoveva con più agio di
loro. Cercherò di spiegare meglio ciò che intendo dire.
Suor Saint-Cyr aveva, come dire, l’aspetto un po’ per­
duto in Dio. Bernadette no, era solo quella che doveva
essere e in ogni circostanza. Bernadette era sempre se
stessa, sempre semplice. Mi pare ancora di vedere suor
Saint-Cyr con gli occhi abbassati, Bernadette guardava
piuttosto il Cielo. La prima si sorvegliava scrupolosa­
mente, l’altra aveva più abbandono e naturalezza.
Insomma, Bernadette era come il bambino che va ver­
so suo Padre, con semplicità e camminando sempre
diritta. »
Non c’era tristezza né melanconia nei ricordi di
suor Chatelain. Il suo viso era improntato al sorriso,
rievocare con quell’uomo giovane la consuetudine di
vita con Bernadette non le recava lacrime. Riprese l’on­
da del racconto.
«Bernadette, soprattutto, ci edificava nella pre­
ghiera. E devo confessarle monsieur che a questo pro­
posito mi dispiace vedere che i predicatori non ci par­
lano quasi mai della sua pietà. Insistono molto sulla sua
umiltà, il disprezzo di sé. Ci parlano del suo amore per
la vita oscura e nascosta. Hanno perfettamente ragio­
168

6 . Bernadette e Lourdes
ne, ma se l’avessero conosciuta come noi saprebbero
che la sua pietà non era da meno. La vedo ancora in
ginocchio, immobile e con la testa diritta, le mani sul
banco, lo sguardo a terra o in direzione del tabernaco­
lo. Si avvertiva perfettamente che Bernadette era pene­
trata dalla presenza di Dio. Averla con noi nella casa
madre di Nevers è stata una grazia per tutti. »
Ma c’era ancora un particolare di suor Eudossie
Chatelain.
«Il giorno della sua professione, nel 1867, suor
Marie-Bernarde » raccontò la religiosa di Vandenesse
«fu assegnata al servizio dell’infermeria e ricordo che
nessun’altra consorella aveva condiviso con lei, a quel­
l’epoca, la responsabilità delle due infermerie. In prati­
ca Bernadette faceva la spola tra quella di Saint-Brigitte
e quella di Saint-Joseph. Godeva d’una salute relativa e
aveva ventott’anni, ma esercitava l’autorità come se ne
avesse avuti il doppio. Sapeva comandare e diceva esat­
tamente ciò che bisognava fare, in modo preciso e giu­
sto. Una volta ero ammalata e ricordo che Bernadette
arrivava al mattino verso le sette e tre quarti. S’infor­
mava sullo stato delle ammalate e ci serviva la colazio­
ne, non aveva mai il tempo di fermarsi e riposare. A
mezzogiorno recitava l’Angelus, serviva il pranzo e
riordinava le stoviglie in un angolo. Poteva, finalmente,
godersi allora un po’ di riposo e faceva una piccola
passeggiata in giardino avvertendoci che sarebbe anda­
ta a trovare suo padre. La prima volta, chiesi a una
compagna se i genitori di Bernadette non abitavano
più a Lourdes. Suor Laurentine mi disse che non avevo
capito nulla. Suor Marie-Bernarde alludeva a san Joseph,
cui era stata dedicata una cappelletta in giardino. »
«Quando visiterà la cattedrale di Nevers» aveva
aggiunto suor Chatelain congedandolo «osservi bene
le due vetrate che decorano la cappella di Notre-Dame
di Lourdes. Vi vedrà ritratta due volte Bernadette. In
quella sulla destra è ai piedi della Vergine, nella vetrata
169
di sinistra mentre riceve il velo dalle mani di monsi­
gnor Forcade. Quelle vetrate furono sistemate durante
la mia permanenza nella casa madre. Moltissima gente
andava a vederle perché era forse la prima volta che le
apparizioni di Massabielle venivano rappresentate in
una chiesa. Quanto all’assunzione del velo, l’idea era
anch’essa nuova e persino ardita. Rappresentare così,
sulla finestra d’una cattedrale, una religiosa ancora
vivente... era comunque una novità che si rilevava e
molto. Durante la processione del quindici agosto, non
ricordo se nel ’73 o l’anno dopo, tutte ci voltammo
passando davanti a quella cappella. Anche Bernadette,
rivedo la scena, aveva gettato uno sguardo con la coda
dell’occhio. Dopo la visita in chiesa con suor Antoinet-
te Noirot protestò che l’avevano dipinta proprio brut­
ta, ma lo disse sorridendo. In effetti, che fosse brutta o
bella non gliene importava granché. »
A Nevers parlò molte ore con suor Philipine Moli-
néry, originaria di Séverac. E quella buona suora gli
regalò uno dei ricordi più deliziosi che avesse mai inte­
so su quella antica compagna di noviziato.
«Ricordo» gli disse «che m’era arrivata una foto­
grafia della grotta di Massabielle. Bernadette era
ammalata ma io avevo il permesso di farle visita ogni
domenica. Così le mostrai appena possibile quella foto­
grafia chiedendole in quale punto lei si trovasse esatta­
mente nel momento della prima apparizione. E le chie­
si tantissime altre cose prima di congedarmi. Ero già
arrivata sulla porta della sua stanza quando Bernadette
mi richiamò. Mi chiese che cosa si fa d’una scopa dopo
averla usata per spazzare a terra. Fui sorpresa dalla
domanda e lei insistette. Allora dissi che normalmente
la si ripone semplicemente. Lei incalzava. Dov’è il suo
posto? Dietro la porta, risposi un po’ imbarazzata. E
proprio così, sottolineò allegramente Bernadette.
Ebbene, aggiunse quindi, io ho servito da manico di
scopa alla Vergine e quando non ha più avuto bisogno
170
di me mi ha semplicemente rimesso al mio posto, che è
dietro la porta. »
Preceduto da un biglietto di presentazione, a Parigi
andò a far visita a suor Marte du Rais, superiora della
Providence di Montmartre.
Jeanne-Isabelle du Rais, figlia d’un alto magistrato
di Beauvais, era fuggita dalla casa paterna approfittan­
do d’una festa in famiglia.
« Era il maggio del 1872 » rievocò con quel giovane
signore giunto appositamente da Milano per parlarle
«e mi presentai al parlatorio del convento di Nevers
alla maniera d’una fuggitiva. Mi accompagnava la mia
cameriera, vestivo con l’abito di gala ricco di fronzoli
che allora erano di moda. Umilmente chiesi un posto
nel noviziato. »
«M io padre però m’aveva seguito da vicino» conti­
nuò suor Marte «deciso a riportarmi a casa, con le
buone o con le cattive. Monsieur, pose l’assedio a
Saint-Gildard e al vescovado con tale ardore che mi
sentivo davvero perduta. Le suore d’altra parte sapeva­
no consolarmi, soprattutto Bernadette seppe farlo mol­
to bene. Il buon Dio, mi diceva, vi vuole qui e saprà
ben trattenervici malgrado tutte le opposizioni. Dopo
quella frase di Bernadette debbo dire che tutto si avve­
rò. A poco a poco lo sdegno di mio padre si affievolì;
ben presto il fragore di quel gran temporale s’acquietò.
Da allora una grande amicizia m’ha sempre legato alla
mia buona Bernadette. »
Rientrò in Italia con quelle nuove testimonianze.
Ma ve n’erano altre che, con altrettanta attenzione e
insieme a sua madre, verificò. Riordinando e aggior­
nando quelle contenute nel manoscritto di suo padre
saltò fuori anche quella di monsignor Forcade.
«N o monsieur, Bernadette Soubirous non era
come tutti quanti» aveva scritto il vescovo di Tarbes a
suo padre nell’agosto del 1879.
17,1
«H o costantemente osservato che il suo desiderio
più evidente era quello di vivere in incognito e non
essere considerata, il che è molto raro persino fra le
anime che tendono alla perfezione. Nessuno meglio di
Bernadette ha messo in pratica la bella massima dell’I­
mitazione: Ama nesciri et prò nihilo reputati. »
Gli era frattanto giunta una lunga e cortesissima
lettera di monsignor Lelong che per lunghi anni, dal
1877 al 1903, era stato vescovo di Nevers. Il dottor
Boissaire gli aveva, tempo addietro, parlato di lui e del­
l’esistenza in Italia d’un manoscritto incompiuto su
Bernadette.
Il buon vescovo, che aveva personalmente celebra­
to le esequie di suor Marie-Bernarde, ritagliando un
po’ di tempo nelle sue visite pastorali aveva trovato
uno spazio da dedicare a quello sconosciuto e lontano
custode di memorie su Lourdes, qual era stato suo
padre e quale era, dopo la sua morte, il figlio.
« Queste grandi opere » affermava monsignor
Lelong «D io non le ha compiute solo per il tramite di
Bernadette, piuttosto e soprattutto in lei. Ora che non
c’è più, Bernadette è senza pericolo e è giustizia procla­
marlo. Monsieur, in suor Marie-Bernarde l’opera di
Dio è stata principalmente quella purezza che si riflet­
teva nel suo profondo e limpido sguardo. Lo sguardo
era sufficiente da solo a testimoniare che Bernadette
era degna figlia della Vergine che le ha parlato. Non
l’ho quasi mai vista se non nell’infermeria di Nevers,
nel letto dove i suoi occhi si posavano alternativamente
sul Crocefisso e sul rosario. Non dimenticherò mai ciò
che quello sguardo così penetrante esprimeva, talvolta
con dolorosa malinconia, e nel contempo ciò che la
grazia vi condensava d’amorosa rassegnazione e di cal­
ma soprannaturale. Vi si potevano leggere le parole di
san Paolo. Soffro, ma non sono confuso...»
An. e Voi XX V I 10 Marzo 1934 (Ser. II, v. 1) - Num. 3

ATTI DELLA SEDE APOSTOLICA


COMMENTARIO UFFICIALE
ATTI DI PIO P.P. XI.

LETTERA DECRETALE

SI ATTRIBUISCANO GLI ONORI D EI SANTI, ALLA BEATA


MARIA BERNARDA SOUBIROUS, DELLA CONGREGAZIONE
D ELLE SUORE NIV ERN EN SI DELLA CARITÀ E DELLA
ISTITU ZIO N E CRISTIANA.

PIO VESCOVO
SERVO DEI SERVI
«A D PERPETUAM REI MEMORI AM »

Qualunque cosa annunci la gloria dellTmmacolata Bea­


tissima sempre vergine e onnipotente Madre di Dio, riempie
di nuovo e indescrivibile gaudio tutte le genti, che mai ces­
sano di conclamarla beata. E in verità, chi più e meglio della
piissima Vergine di Lourdes, quale annunziatrice della Ver­
gine Immacolata, in questo nostro tempo, per tutto il mon­
do cattolico, ha diffuso la sua gloria, che risplende massima-
mente nel privilegio singolarissimo di essere stata concepita
senza macchia di peccato. E in verità come Dio guardò
«l'umiltà della sua Ancella», così la Regina degli Angeli e
degli uomini guardò l’umiltà della sua Serva Maria Bernarda
Soubirous, che dovunque, ora, viene abitualmente chiamata
col nome più dolce di «Bernadette». Nacque a Lourdes, in
Francia, nella diocesi di Tarbes il 7 gennaio 1844, da Fran­
cesco e Luisa Castérot, genitori poveri, ma ammirevoli per
l'onestà della loro condotta di vita e il sentimento religioso;
173
due giorni dopo fu battezzata. Fin dall’infanzia fu soggetta
ad avverse vicende. Infatti aveva appena compiuto 6 mesi
che la madre fu costretta ad affidarla a una nutrice del vil­
laggio di Bartrès, Maria Langues-Aravant, di ottima condot­
ta morale e di religione cristiana, la quale, avendo perso il
suo figliuolo, per quindici mesi rivolse alla bambina tutto il
suo amore e le cure materne. Ancora bambina ritornò nella
sua famiglia; ma a causa della povertà e della mancanza di
cure o del sostentamento basilare cominciò a lavorare, pur
essendo di salute inferma, cosa che la fece soffrire fino alla
morte. Intanto la fanciulla cresceva in età e nella grazia. Nel
1857 è costretta prima a fare la serva in casa della sua zia
paterna Bernarda, poi in casa della sua nutrice e infine a
pascolare le greggi. Senza cognizione alcuna delle nozioni
elementari, appena con i rudimenti della fede, sia in casa
sua, sia presso la nutrice, coltivò in modo sublime i doni
propri della sua età e le virtù. Di indole pronta e vivace,
rifulse in lei l’obbedienza, al punto che in lei non fu visto
mai errore. Eccelse ugualmente in modestia, in purezza di
sentimenti, nella soavità della sua condotta e nell’innocenza
di vita che divenne per tutti oggetto di ammirazione. Inol­
tre, benché non avesse curato la sua istruzione, tuttavia non
trascurò dall’apprendere bene il Padre Nostro, l’Ave Maria,
la recita del Rosario; a queste preghiere, soprattutto al rosa­
rio, si mostrò grandemente intenta. Poiché ugualmente
ardeva dal desiderio di nutrirsi per la prima volta del « pane
degli Angeli», decise di ritornare nella sua famiglia dal vil­
laggio di Bartrès, per prepararsi a riceverlo.
Pertanto, non è meraviglia se l’Immacolata Madre di
Dio guardò la semplicità e l’umiltà della piccola Bernarda, e
la confortò, apparendole più volte e parlandole.
Nel primo giorno dell’apparizione, P ii febbraio 1858,
appunto quattro anni dopo la proclamazione del dogma
dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, in
pieno pomeriggio, la piccola Bernarda, insieme con la sorel­
lina Antonia e la sua amichetta Giovanna Abadie, si recò
nella grotta di Massabielle sulla sponda sinistra del fiume
Gave, vicino al villaggio di Lourdes a raccogliere legna.
All’improvviso intorno a sé sentì un rumore e ogni cosa si
metteva sottosopra, come se improvvisamente fosse sorto
174
un forte vento; e volgendo lo sguardo intorno e sentendo
nella grotta un forte rumore, notò una gran signora, di
aspetto molto più nobile di quello di una comune donna.
Aveva la fronte cinta di bianco velo; un manto dal candore
della neve le scendeva dagli omeri; una celeste fascia le cin­
geva la vita, legata in semplici nodi, e che scendeva, biparti­
ta, fino ai piedi; nella mano, la corona del rosario. La fan­
ciulla rimase stupita, colpita da quella figura; e credendo di
essere in preda ad allucinazioni, ricorse al segno di croce,
sicura difesa contro le tentazioni del diavolo. Ma prima
ancora che potesse fare questo gesto, la pia Madre si segnò
ella stessa col segno della croce; e, intrecciando nella mano
la corona, col suo esempio, incitò la fanciulla a recitare il
santo Rosario. La qual cosa fece anche nelle altre apparizio­
ni, che furono 18. Nell’apparizione seguente la fanciulla,
temendo ancora nella semplicità del suo cuore che si trattas­
se di una tentazione di Satana, gettò delPacqua santa verso
la bella Signora; ma la beata vergine, soavemente sorriden­
do, la guardò col suo sguardo benigno. Quando le apparve
per la terza volta, la invitò a recarsi alla grotta per 15 giorni,
e sempre più spesso le raccomandava di pregare per i pecca­
tori e la esortò a baciare la terra e a fare penitenza; le ordi­
nò, poi, di riferire alle autorità religiose di far costruire lì un
tempio dove recitare solennemente le preghiere. All'im­
provviso fece scaturire da una sorgente, che scorreva sotto
terra, dell’acqua affinché la bevesse e vi si lavasse. Infine nel
giorno dell’Annunciazione, alla fanciulla che ripetutamente
le chiedeva il suo nome, la Beatissima Vergine rispose: «Io
sono l’Immacolata Concezione». Non mancarono intanto
altri fatti miracolosi, e tutti ne rimanevano stupiti: e, oltre
alla sorgente d’acqua scaturita dalla terra, la cui acqua gua­
riva i moltissimi infermi che la bevevano, un cero acceso
non bruciò minimamente le dita della fanciulla che rapita,
in estasi, mutò quasi la sua natura, tanto da sembrare un
angelo. Intanto cresceva la fama delle grazie che, come si
riferiva, i fedeli ricevevano nelle grotte e la folla aumentava
ogni giorno richiamata nella grotta di Massabielle dalla san­
tità del luogo. E così, per la fama dei miracoli avvenuti e per
il candore dell’anima di Bernadette, intervenne il vescovo
(di Tarbes) con la sua autorità giuridica; e nel quarto anno
175
di questi awenimenti, l'8 gennaio, pronunciò questa senten­
za: «L'Immacolata Madre di Dio è apparsa a Bernadette
Soubirous l 'i l febbraio 1858 e anche altre volte...; e i fedeli
possono essere certi della verità di queste apparizioni»: e
permise che in quella stessa grotta si venerasse la Vergine
Immacolata.
Ma sia a causa delle apparizioni stesse, sia per la folla
che da tutte le parti del mondo cattolico accorreva alla grot­
ta ogni giorno più numerosa, più volte la Serva di Dio fu
fatta chiamare e molestata soprattutto dalle autorità civili
per ragioni di sicurezza pubblica; e, siccome avvenivano
segni soprannaturali e cresceva nella gente il desiderio di
vedere la fanciulla dotata di questo sublime privilegio, il
parroco del luogo, volendo a tutti i costi secondo le proprie
forze, sottrarre la fanciulla a quelli che spesso venivano a
vederla, la fece prendere come alunna nel Collegio delle
Suore Nivernensi della Carità e della Istituzione Cristiana, e
qui il 3 giugno ricevette per la prima volta, con angelica
devozione, la santa comunione, alla quale si era preparata
molto diligentemente; e per sei anni, dedicandosi diligente­
mente allo studio della religione e delle lettere, e incomben­
do ai suoi doveri, apportò la sua opera e la sua sollecitudine
anche ai malati. Intanto, affetta da una grave malattia, rico­
nosciuta tale anche dai medici, bevve poche gocce d'acqua
attinta dalla fonte miracolosa, e subito riacquistò la salute,
senza tuttavia riacquistarla mai completa, a causa, principal­
mente, di un morbo asmatico che ella sopportò sempre con
animo sereno, fino all'ultimo giorno della sua vita.
Nell'anno 1864, per decisione e l'autorità del superiore
di Nevers, che già l'aveva spinta ad abbracciare la vita reli­
giosa e aveva cercato di risolvere le difficoltà che si erano
presentate, chiese di essere ammessa tra le suore di Nevers
che abbiamo su menzionato; ma, a causa della sua malferma
salute, fu costretta a rimanere per due anni ancora nell'ospi­
zio di Lourdes, dove, benché si comportasse da religiosa,
ebbe per la sua malattia cure sollecite. Infine, ricevuto il
voto, nel luglio del 1866, nella grotta di Massabielle e nell'o­
spizio da lei fondato, dopo aver salutato e lasciato le perso­
ne a lei particolarmente care, per obbedire alla chiamata
divina, si recò a Nevers, e con sua grande gioia entrò nel
176
Noviziato. Il giorno dopo, dietro invito della superiora, in
modo semplice e con anima candida raccontò, alla presenza
delle sue consorelle, tutte le apparizioni che l’Immacolata
Madre di Dio si era degnata farle godere, riferendo in modo
ammirevole soprattutto quella in cui la Madre di Dio le ave­
va rivelato il suo nome; e in seguito non volle parlare più
ampiamente di quelle apparizioni, se non dietro ordine, a
cui obbediva. Ricevuto l’abito sacro, e avendo iniziato con
grande fervore il noviziato, cadde in una malattia mortale;
per la qual cosa pronunciò in extremis la professione reli­
giosa. Recuperata in seguito la salute e assolto Fanno di
noviziato, rinnovò i voti perpetui il 13 ottobre 1867, pren­
dendo il nome di Maria Bernarda. In questo stesso periodo,
inoltre, fu di grande esempio sia nel conservare la disciplina
prescritta dalla regola, sia neiresercitare tutte le virtù cristia­
ne. Seppe contenere fortemente la sua naturale vivacità di
carattere; e con le sue consorelle fu sempre gioviale e confi­
dente; sopportò con una pazienza veramente singolare le
punizioni, le molestie e le continue umiliazioni; ma sempre
umile ed obbediente, non si lamentò mai nelle avversità o
nei momenti di gelosia, accettava senza opporvisi i rimpro­
veri e le punizioni, anche se non meritate, ed eseguiva scru­
polosamente tutti gli ordini, anche se con grave danno di se
stessa; e sia che ricoprisse l’incarico di infermiera che assi­
steva i malati, sia quello di sacrestana, benché malata, si
studiò sempre di eseguire in modo quanto più possibile dili­
gente gli incarichi affidatile. Rigida nelPosservare il silenzio,
si distinse in modo particolare per la sua sincerità, la sua
modestia e la purezza di comportamento, e conservò candi­
da fino alla morte la veste che aveva indossato il giorno del
battesimo. Desiderosa di vita ritirata, benché il suo nome
fuori del convento era divenuto celebre in tutto il mondo,
non conservò nulla di più antico che il tenersi lontano dagli
occhi della gente. Per la qual cosa, cercò sempre di sfuggire
ai pellegrini, che numerosi si recavano da lei, e a tenere
discorsi, a cui era costretta solo per obbedienza, e si conser­
vò sempre incolume dalla vanagloria. E così, come abbiamo
detto, nell’esercizio eroico di tutte le virtù, tra i tormenti
dolorosi delle sue malattie, pur traeva la forza e il sollievo
dalPamore intensissimo, di cui ardeva, per la Passione del
177
Signore, la Santissima Eucarestia e la Vergine Immacolata.
E in questo modo arrivò al 1878, quando, il 22 settembre,
col più grande sollievo delPanima fece professione dei voti
perpetui. L ’anno seguente, nel mese di aprile, aggravandosi
sempre più la malattia che l’aveva tormentata, e altre tribo­
lazioni e dolori, il 16 aprile, giunta ormai in agonia, e ricevu­
ti santamente i Sacramenti, invocato umilmente l’aiuto della
Vergine Immacolata, con una morte serenissima volò al
banchetto nuziale delPAgnello divino, «che pasce tra i
figli», lasciando gran fama delle sue virtù e della sua santità.
E certamente Dio Onnipotente molte volte si degnò confer­
mare lei con segni celesti, con i quali volle rendere famosa la
sua Ancella quando era ancora in vita.
E infatti, divulgatasi la notizia della morte di Suor Maria
Bernarda, tutto il paese di Nevers si commosse: tutti inco­
minciarono ad affluire per visitare il cadavere, che rimase
immutato conservando il suo colore vivido e naturale, e non
emanò nessun odore cattivo sebbene fosse esposto da 4
giorni: alla sua morte tutti la conclamavano santa, la vergi­
ne, e si raccomandavano alle sue preghiere. Compiuti i
dovuti riti funebri, il cadavere, trasportato in forma solenne
nella chiesa di S. Giuseppe, fu sepolto nel recinto del mona­
stero di Nevers. E subito la sua tombg divenne famosa per i
molti fatti prodigiosi e straordinari che vi accadevano e per
la numerosa folla di fedeli che la frequentava; si era sparsa la
fama, infatti, che per la intercessione della venerabile Serva
di Dio, erano avvenute per grazia di Dio molte miracolose
guarigioni di malattie gravi.
Per questo motivo, la Sacra Congregazione dei Riti inco­
minciò a considerare la causa di beatificazione di Maria Ber­
narda Soubirous, e compiuti i procedimenti necessari il
Sommo Pontefice Pio X, nostro antecessore, con decreto
promulgato il 13 agosto 1913, designò la Commissione per
iniziare la causa. Immediatamente il processo sulle virtù e i
miracoli della venerabile Serva di Dio fu rafforzato soprat­
tutto dall’opera solerte del dilettissimo figlio Ludovico
Copéré, allora Procuratore Generale della Società di Maria
e colui che aveva chiesto la causa, e avendo osservato ogni
cosa rigorosamente, secondo il diritto, Noi nell’anno 1923,
il 18 novembre abbiamo decretato solennemente le virtù
178
eroiche del?Ancella di Dio. Sono stati esaminati poi i mira­
coli che, come è stato detto, Dio ha compiuto per sua inter­
cessione: anzi, due, proposti per ottenere la sua Beatifica­
zione, sono stati ponderati e discussi in un processo severis­
simo, e Noi, con la Nostra suprema autorità riguardo ad
essi, con decreto promulgato il 1° maggio dell'anno 1925,
abbiamo solennemente stabilito di riconoscere «la istanta­
nea e perfetta guarigione di Enrico Boisselet, da una forma
acuta di tubercolosi, con l'occlusione delle vie respiratorie »
e «della istantanea e perfetta guarigione di Suor Melania
Maria Meyer, della Congregazione della Divina Provviden­
za, dall'ulcera allo stomaco».
Stabilito, così, il grado delle virtù eroiche della venerabi­
le Maria Bernarda, ed espresso il giudizio riguardo ai due
miracoli su menzionati, non rimaneva null'altro da discutere
per completare la serie degli atti; e si potè procedere, quin­
di, in modo sicuro, alla solenne beatificazione della Serva di
Dio. Esposto dunque il dubbio dal Cardinal Antonio Vico,
vescovo del quartiere Portuense e di S. Rufina, Prefetto del­
la Sacra Congregazione dei Riti e Relatore della Causa stes­
sa, nell'udienza generale tenutasi in Nostra presenza nell'au­
la vaticana, il 12 maggio dello stesso anno, tutti i Padri che
erano presenti - Cardinali, funzionari, consiglieri - unani­
memente espressero giudizio affermativo; e Noi, custodi
della luce divina tanto più necessaria, allora, rinunciammo
di esprimere il nostro giudizio, che decidemmo di far cono­
scere in un secondo tempo; e il giorno due del mese seguen­
te, offerta devotamente l'ostia di Pace, essendo presenti il
Cardinale Vico, che abbiamo ricordato sopra, e inoltre, dal­
la segreteria della S. Congregazione dei Riti, Alessandro
Verde, ora Cardinale, e Angelo Mariani, promotore genera­
le della Fede, decretammo nella nostra Apostolica autorità
di poter procedere in tutta sicurezza alla solenne beatifica­
zione della venerabile Serva di Dio, « Suor Maria Bernarda
Soubirous». Le solenni cerimonie di codesta Beatificazione
si celebrarono il 14 giugno dello stesso anno, nella Patriar­
cale Basilica Vaticana, alla presenza di una folla numerosis­
sima di fedeli giubilanti. L'anno seguente, poiché correva
voce che altri miracoli erano stati compiuti da Dio Onnipo­
tente per intercessione della Beata Maria Bernarda, fu ripre­
179
sa la causa per sollecita opera del diletto figlio Giulio Gri­
mal, Assistente della Società di Maria, Procuratore Genera­
le e nuovo postulatore della causa stessa; e, ai fini della sua
canonizzazione, furono prese in esame due miracolose gua­
rigioni che avvennero una a Nevers l’altra a Lourdes. E così,
stabiliti i processi sia a Nevers, che a Cartagine e nella curia
di Tarbes, la Sacra Congregazione dei Riti emise giudizio
favorevole riguardo al valore giuridico di essi.
La prima guarigione miracolosa avvenne a Nevers: il
venerabile fratello Alessio Lemaitre, Arcivescovo di Cartagi­
ne, oriundo della diocesi di Nevers, da più di dieci anni
soffriva di una grave infezione amebica che precedentemen­
te si era preso in questa regione tropicale, quando vi svolge­
va l’ufficio di Vicario Apostolico. Si rivelarono inutili le
diverse cure mediche prestate, e siccome la malattia si
aggravava ogni giorno con esito alterno, per parere dei
medici fu dichiarata inguaribile. Ma tre mesi dopo che fu
decretata la venerazione della B. Maria Bernarda, trovando­
si questo arcivescovo a Nevers, dove si svolgeva il triduo
solenne, volle essere presente alla traslazione del corpo della
Beata; e poiché molti pregavano per la sua salute, guarì
completamente all’istante, così da poter godere, come pri­
ma, fiorente salute e vigore delle forze, nella sua vita opero­
sissima e instancabile, ormai da tanti anni, come esperti e
diversi testimoni confermano chiaramente.
L ’altro miracolo si compì a Lourdes: una certa suor
Maria da S. Fedele, al secolo Amata Banzé, dell’Istituto del­
le Suore del Buon Pastore, era affetta da diàtesi tubercolare.
Nel mese di agosto del 1926 si sottopose felicemente ad
essere operata d’appendicite. Due mesi dopo cominciò ad
essere assalita - nel ginocchio destro e nella spina dorsale -
dai primi sintomi dell’altra malattia di natura tubercolare,
dove maggiormente si manifestò la malattia, al punto che,
secondo il referto medico, non si poteva curare se non dopo
lunghissimo tempo; e questa sentenza si è rivelata piena­
mente confermata, come risulta dagli atti. Ma quando le
condizioni di salute divennero peggiori e le medicine non
giovavano a nulla, sia la Madre Superiora delle suore che la
stessa suor Maria da S. Fedele decisero di ricorrere all’aiuto
celeste, invocando il patrocinio della Beata Bernarda Soubi-
180
rous. E così il 2 febbraio 1928, tutta la comunità iniziò, in
suo onore, la novena nella cella stessa delPinferma, davanti
all’immagine della Beata e applicò anche una sua reliquia
sulla spina dorsale e sul ginocchio di lei. Nel quinto giorno
di preghiere, verso le sei pomeridiane, improvvisamente si
sentì guarita, essendo scomparso il dolore nella spina dorsa­
le e nel ginocchio. Il mattino dopo, potè alzarsi e, a dare
conferma della sua completa guarigione, desiderò non solo
essere palpata ma anche che la si percuotesse sul dorso con
forti colpi, e per un po’ anche saltellare. Il medico e altri
studiosi esperti del corpo umano, avendola esaminata con
molta cura, non riscontrarono alcun residuo della malattia e
concordemente dissero che il risanamento non poteva esse­
re attribuito alla natura; e ne riconoscevano il miracolo.
Si discusse, perciò, di ambedue queste guarigioni, in tre
Congressi, come è di diritto; ne era Proponente e Relatore il
Nostro diletto figlio S.E. il Cardinale Alessandro Verde;
l’ultimo dei quali, quello generale, si svolse in Nostra pre­
senza il 16 giugno dell’anno dopo. E in esso, dopo che il
suddetto Cardinale Relatore ebbe posto il dubbio riguardo
a quei miracoli avvenuti dopo che era stato concesso il per­
messo di venerare la Beata Bernarda Soubirous, i Padri Car­
dinali, i Ministri, i Consultori della Sacra Congregazione dei
Riti espressero la loro sentenza; mentre Noi, dopo aver
ascoltato il giudizio di tutti, ci disponemmo ad aprire la
Nostra mente per chiedere l’aiuto della sapienza divina; e
l’ultimo giorno del mese mariano, Noi, convocati i Nostri
diletti figli S.R.E. i Cardinali Camillo Laurenzi, Prefetto del­
la Sacra Congregazione dei Riti, Alessandro Verde, che ave­
va proposto la causa; e inoltre i diletti figli Alfonso Carinci,
della Segreteria della stessa Sacra Congregazione, e Salvato­
re Natucci, Promotore Generale della Fede, dopo aver cele­
brato devotamente il Santo Sacrificio della Messa, dichia­
rammo di riconoscere la validità dei due miracoli compiuti
da Dio, per l’intercessione della Beata Maria Bernarda Sou­
birous; e cioè: «la istantanea e perfetta guarigione sia del
R.P. Alessio Lemaitre, Arcivescovo di Cartagine dalla lunga
e grave amebiasi; sia dalla malattia tubercolare alla spina
dorsale e al ginocchio destro, di cui era affetta Sr. Maria da
S. Fedele». Disponemmo che la Nostra sentenza divenisse
181
di dominio pubblico e venisse riportata negli atti della Sacra
Congregazione dei Riti. Quando, alla fine, si raggiunse lo
scopo desiderato, e cioè la canonizzazione della Beata, non
rimaneva nuli’altro da discutere se non il dubbio « de tuto »,
come viene detto. E così, osservata la forma di diritto sud­
detta, Noi, il 2 luglio dello stesso anno in cui ricorreva la
sacra festività della Visitazione della Beata Maria Vergine,
alla presenza dei medesimi PP. Cardinali e delle più alte
autorità della Sacra Congregazione dei Riti, che abbiamo
sopra menzionato, decretammo, nella Nostra suprema auto­
rità, «che si potesse procedere senza ostacoli alla solenne
canonizzazione della Beata Maria Bernarda Soubirous»; e
disponemmo che anche questo decreto fosse divulgato e
venisse trascritto negli atti della Sacra Congregazione dei
Riti.
Compiute tutte queste operazioni, affinché fosse rispet­
tata la procedura stabilita dai Nostri Predecessori in così
importanti circostanze, per prima cosa convocammo i vene­
rabili Nostri fratelli, S.R.E. i Cardinali, riunitisi nel segreto
del Concistoro, il 16 ottobre; e qui, secondo l'usanza, dopo
che il già ricordato Cardinale Camillo Laurenzi presentò un
succinto racconto della vita, delle virtù e dei miracoli sia
della Beata Maria Bernarda Soubirous, che della Beata Gio­
vanna Antida Thouret, ed ebbe letto tutti gli atti relativi a
queste Vergini, atti che la stessa Sacra Congregazione dei
Riti aveva ormai ammesso e approvato nelle rispettive cause
di Beatificazione e Canonizzazione, ascoltammo ed esami­
nammo il giudizio dei singoli Cardinali presenti; e gli stessi
Cardinali espressero il loro parere: e cioè che certamente
bisognava arrivare alla solenne canonizzazione di quelle
Beate. Nel Concistoro pubblico, che si tenne nell'Aula
situata sopra il Portico della Basilica Vaticana il giorno 19
dello stesso mese, i diletti figli presenti nella Nostra aula
concistoriale, Augusto Milani e Vincenzo Sacconi, pronun­
ciarono un breve discorso, l'uno sulla Beata Maria Bernar­
da, l'altro sulla Beata Giovanna Antida, ponendo l'accento,
per la loro canonizzazione, sulla loro condotta di vita; Noi,
invece, anche se ardentemente desideravamo, per quelle
Beate, gli onori degli altari, tuttavia, affinché venisse osser­
vata, secondo l'usanza, ogni cosa, importantissima in questa
182
causa, dichiarammo di voler esprimere, in qualità di Ponte­
fice, la Nostra infallibile sentenza, non prima che nel
seguente Concistoro semipubblico i Cardinali e tutti gli altri
- Patriarchi, Arcivescovi, Vescovi, e Abbati - ci avessero
fatto conoscere, ognuno, la loro sentenza, e intanto esor­
tammo di vivo cuore tutta la comunità cristiana a non desi­
stere dal chiedere per Noi, allo Spirito Santo Paraclito,
abbondante luce divina.
E così disponemmo che ciascuno dei venerabili fratelli,
su ricordati, possedesse una copia del memoriale della vita,
delle virtù e dei miracoli della Beata Vergine Maria Bernar­
da Soubirous e di Giovanna Antida Thouret, nonché una
copia degli Atti relativi alla causa di queste, affinché, cono­
sciutone il contenuto ed esaminatolo bene, potessero espor­
re il loro giudizio e comunicarlo a Noi; perciò, il 10 novem­
bre convocammo a questo scopo, in Nostra presenza, in
Vaticano, tutti coloro che erano stati presenti nel Concisto­
ro semipubblico; e li incitammo domandando loro di voler­
ci rendere note le loro decisioni riguardo alle cause propo­
ste. E così, ascoltati tutti insieme i pareri di ognuno di loro,
ci rallegrammo vivamente per avere raggiunto ciò che Noi
pure desideravamo: tutti espressero parere concorde e Noi
senza esitazione potevamo decretare, finalmente, a quelle
Beate, i più grandi onori di Santità; ma ci rallegrammo
ancor più per il fatto che proprio a Noi toccò il merito di
portare a termine tutto ciò, in questo anno propiziatorio
dedicato alla divina memoria del Redentore del genere uma­
no. Dunque, P8 di dicembre, il giorno sacro alTImmacolata
Concezione della Madre di Dio, stabilimmo di celebrare,
con l’aiuto di Dio, nella Basilica Vaticana, la Canonizzazio­
ne della Beata Maria Soubirous; mentre la Canonizzazione
della Beata Giovanna Antida Thouret fu fissata per il 14
gennaio del nuovo anno. E intanto esortammo di vero cuore
i presenti e tutt’intera la comunità cristiana di inviare a Dio
le loro fervide preghiere, affinché, in un momento così
importante, non ci venisse a mancare la grazia della luce
divina. Pregammo, con la forma consueta, i Protonotai
Apostolici, che erano presenti, di stampare un documento
pubblico relativo a tutto ciò.
183
Quando, dunque, giunse il giorno, da Noi tanto auspica­
to, delllmmacolata Concezione, stabilito per decretare alla
Beata gli onori degli altari, molti ordini religiosi e sacerdoti
secolari, Presuli e Ministri della Curia Romana, e inoltre i
venerabili Nostri fratelli Cardinali, Patriarchi, Arcivescovi,
Vescovi e Abbati, convennero nella Basilica Vaticana, splen­
didamente ornata e affollata da una folla innumerevole di
fedeli. E precedendoci tutti costoro, che elevavano devota­
mente a Dio le loro preghiere, anche Noi, in pompa solen­
ne, attraversammo la folla. E, dopo aver adorato il SS.
Sacramento dell’Eucarestia, ci dirigemmo verso la nostra
«cattedra», e qui ci sedemmo. Allora, il Nostro diletto
figlio, il Cardinale Camillo Laurenzi, Prefetto della Sacra
Congregazione dei Riti, preposto allo svolgimento di questa
causa, perorata dal Nostro diletto figlio Augusto Milani,
Avvocato dell’Aula Concistoriale, ci comunicò i voti e le
preghiere, affinché Noi potessimo ascrivere la Beata Maria
Bernarda Soubirous nel catalogo dei Santi di N.S. Gesù Cri­
sto e annunziare a tutta la comunità cristiana di venerarla
come Santa.
E, dopo che il medesimo Cardinale, tramite lo stesso
Avvocato dell’Aula Concistoriale, richiese ciò per la secon­
da e la terza volta, in modo più urgente, anzi urgentissimo,
avendo implorato di nuovo e più fervidamente il lume
supremo dello Spirito Santo, Noi, come supremo Maestro
della Chiesa Cattolica, pronunciammo con queste parole la
nostra infallibile Sentenza: «In onore di Dio Uno e Trino,
per l’esaltazione della fede cattolica e l’accrescimento della
religione cristiana, per l’autorità di Nostro Signore Gesù
Cristo, dei Beati Apostoli Pietro e Paolo, e Nostra, dopo
matura e attenta riflessione e dopo aver implorato ripetuta-
mente l’aiuto di Dio; in base alle deliberazioni dei venerabili
Nostri fratelli, i Cardinali, i Patriarchi, gli Arcivescovi e i
Vescovi di Santa Romana Chiesa, abbiamo decretata e defi­
nita SANTA LA BEATA MARIA BERNARDA SOUBIROUS, ascriven­
dola nel catalogo dei Santi e stabilendo che tutta la Chiesa
Cattolica con pia devozione onorasse tra le Sante vergini la
sua memoria, ogni anno, nel suo giorno natalizio, e cioè il 16
aprile. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen». Con questa formula di canonizzazione, da Noi così
184
solennemente pronunciata «ex cathedra», acconsentendo
alle preghiere presentateci dal suddetto Avvocato Concisto­
riale, stabilimmo che questa Apostolica decisione, relativa
alla Canonizzazione, fosse promulgata e ordinammo al Pro­
tonotaio Apostolico che provvedesse a perpetuarne la
memoria. Rendemmo grazie a Dio Onnipotente di vero
cuore, insieme a tutto il popolo presente, per averci conces­
so questa nobile grazia; e quindi, prima invocammo da Dio
il patrocinio della novella Santa, e poi con sommo affetto
impartimmo l'indulgenza plenaria a tutti i presenti.
Quindi, celebrammo il Santo Sacrificio, con rito solen­
ne; e, dopo la lettura del Vangelo, rivolgendoci nell'omelia
al Clero e ai fedeli, tessemmo un breve elogio a S. Maria
Bernarda, abbellendolo intenzionalmente con le lodi e la
gloria della Vergine Immacolata, poiché Ella amò quella
purissima fanciulla con così grande materno amore, che le
concesse la grazia di vederla, e proprio a lei, benché umilis­
sima pastorella, affidò il grave compito di diffondere la sua
gloria e di richiamare gli uomini alla penitenza. E conti­
nuammo dicendo: «Desideriamo, inoltre, rivolgere fervide
preghiere all'Immacolata Madre di Dio e alla sua dilettissi­
ma Serva, per tutto il mondo cattolico, affinché tutti, nel
corso di quest'anno Santo, possano godere i doni della divi­
na Redenzione, doni che Cristo, Nostro Signore, ha procu­
rato per noi col suo sangue; e affinché tutti conseguano,
finalmente quella pace che il mondo non può dare, e che si
fonda sulla tranquillità del retto ordine e sulla scrupolosa
osservanza dei precetti cristiani. Ci conceda Dio, per inter­
cessione dell'Immacolata Vergine Maria e la sua fedelissima
Serva Bernarda Soubirous, di godere sempre il frutto della
sua Redenzione. Per Cristo Nostro Signore. Amen».
Pronunciata questa omelia, impartimmo di nuovo a tutti
i presenti la Nostra apostolica benedizione, accompagnata
dalle consuete indulgenze; e con l'aiuto di Dio, terminam­
mo il Sacro Pontificale.
E così Noi, mentre assolvevamo ai disegni della Bontà
Divina, esaminammo, con animo commosso, quelle ricchez­
ze spirituali che Dio stesso elargisce così abbondantemente
agli uomini di buona volontà. E infatti, proprio in questo
anno giubilare, che Noi abbiamo voluto dedicare alla
m
memoria della Redenzione umana, il nostro benignissimo
Redentore ci concede non solo il perdono dei nostri peccati,
e la pace, ma ci induce, anche con molteplici incitamenti,
alla perfezione della Santità. E infatti, la santità non è, forse,
il frutto più bello della Redenzione? Ecco, oggi ci è stato
concesso di incoronare la bianca fronte della fanciulla un
tempo povera, che il mondo senza dubbio avrebbe dimenti­
cato. Ma il Signore Nostro Gesù Cristo, che ha vinto il mon­
do, continuamente sceglie gli stolti per confondere i sapien­
ti, e i deboli per confondere i più forti. Risplendente della
luce luminosissima della somma giustizia, Beata trionfa la
Regina di tutti gli Angeli e Santi, concepita senza macchia di
peccato, e di cui Egli, servendosi del suo Vicario in terra,
prima aveva stabilito il dogma riaffermato, poi, tramite una
fanciulla semplice e ignorante, divenuta così « messaggera »
delle sue misericordie, che, per l’onnipotente intercessione
di sua Madre, si degna di elargircele tutte. Ti preghiamo,
dunque, o Santa Maria Bernarda, da Noi annoverata, oggi,
nei fasti delle Sante Vergini, ti preghiamo di invocare per
noi e per tutta la Chiesa di Cristo l’Immacolata Madre di
Dio.
O felice terra, che hai fatto spuntare questo fiore così
bello di santità! O felice comunità delle Suore di Nevers,
che devotamente conservi il soavissimo odore di tale fiore!
O felice Chiesa Cattolica, alla cui autorità, in nessun tempo
mai vengono meno i testimoni della Santità.
E così, ponderata bene ogni cosa che doveva essere esa­
minata, con certezza, e nella pienezza dell’Apostolica pote­
stà, confermiamo ogni cosa e ogni particolare di ciò che
abbiamo detto; e lo corroboriamo, e di nuovo lo stabiliamo,
lo decretiamo e lo annunciamo a tutta la Chiesa Cattolica.
Desideriamo, inoltre, che alle trascrizioni delle parole di
questo Decreto, o a sue copie, anche stampate, firmate, tut­
tavia da qualcuno dei Notai Apostolici, e recanti il sigillo si
riconoscesse la stessa validità che si riconosce all’originale
qualora esse venissero esibite o esposte. E se qualcuno pen­
sasse di rovinare queste nostre parole che si riferiscono a
definizioni, decreti, mandati e alla Nostra volontà, o con
temerario ardimento volesse contraddirle o cercar di cor-
186
romperle, incontrerà l’indignazione di Dio Onnipotente e
dei santi Apostoli Pietro e Paolo.

- Dato a Roma, in San Pietro, nell’Anno del Signore 1933,


l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione della
B.M.V., anno dodicesimo del Nostro Pontificato.
1) P. Pio, Vescovo della Chiesa cattolica.
2) Card. G. Granito Pignatelli di Belmonte, Vescovo del
quartiere Ostiense e Albanense; Decano del Sacro Col­
legio.
3) Card. Michele Lega, Vescovo del Tuscolano.
4) Card. Donato Sbarretti, Vescovo della Sabina e di
Mandela.
5) Card. Tommaso Pio Boggiani, Vescovo del Portuense e
di S. Rufina.
6) Card. Luigi Sincero, Vescovo del Prenestino.
7) Card. Enrico Gasparri, Vescovo di Velletri.
8) Card. Pietro Gasparri, Presbitero di S. Lorenzo in
Lucina.
9) Card. Gaetano Bisletti, Presbitero di S. Agata dei Goti.
10) Card. Achille Locatelli, Presbitero di S. Bernardo alle
Terme.
11) Card. G. Battista Nasalli Rocca, Presbitero di S. Maria
in Traspontina.
12) Card. G. Mori, Presbitero di S. Nicola in Carcere.
13) Card. Luigi Capotosi, Presbitero di S. Pietro in Vincoli.
14) Card. Lorenzo Lauri, Presbitero di S. Pancrazio - pri­
mo Penitenziario.
15) Card. A. Enrico Lepicier, Presbitero di S. Susanna.
16) Card. Pietro Segura y Saenz, Presbitero di S. Maria in
Trastevere.
17) Card. Eugenio Pacelli, Presbitero di S. Giovanni e Pao­
lo.
18) Card. Francesco Marchetti Selvaggiani, Presbitero di S.
Maria Novella.
19) Card. R. Carlo Rossi, Presbitero di S. Prassede.
20) Card. Giulio Serafini, Presbitero di S. Maria in Miner­
va.
21) Card. Pietro Fumasoni-Biondi, Presbitero di S. Croce
in Gerusalemme.
187
22) Card. Camillo Laurenzi, Protodiacono di S. Maria Sca­
lare.
23) Card. Francesco Ehrle, Diacono di S. Cesareo in Palati­
no.
24) Card. Alessandro Verde, Diacono di S. Maria in Come-
din.

Fr. T. Pio O.P. Card. BOGGIANI


Cancelliere S.R.E.

Card. CAMILLO LAURENZI


S.R.C. Prefetto

Domenico JORIO, Protonotaio Apostolico


Domenico SPOLVERINI, Protonotaio Apostolico.
ATTI DELLA SEDE APOSTOLICA

A.A.S. XVII 14 Giugno 1925 1925

COMMENTARIO UFFICIALE

III
SI PROCLAMA BEATA LA VENERABILE SERVA DI DIO MARIA
BERNARDA SOUBIROUS,
D ELLE SUORE N IV ERN EN SI DELLA CARITÀ E ISTITUZIO NE
CRISTIANA.

PIO P.P. XI

«A d perpetuarci rei memoriam. » - Dio, che nel mondo sce­


glie i deboli per abbatterò i forti, che già volle una fanciulla
semplice per liberare la Francia, nella stessa Francia scelse
poi una fanciulla povera che pascolava il gregge, per offrire
al mondo intero un’ammirevole fonte di salvezza. E in veri­
tà, tra i principali avvenimenti religiosi che nel xix secolo
scossero il mondo cattolico, si distinguono senza dubbio
quei prodigi che, intorno al 1858, avvennero nel villaggio di
Lourdes e che resero celebre il nome della Serva di Dio
Bernarda Soubirous.
In una cittadina della diocesi di Tarbes, che poi si venne
a chiamare Lourdes, nacque questa ancella di Dio il 7 gen­
naio 1844. I suoi genitori si chiamavano Francesco Soubi­
rous e Luisa Castérot. Erano sì molto poveri e rozzi, ma
arricchiti per il loro rispetto della religione e per l’integrità
di costumi. Quando fu battezzata, la bambina ricevette il
nome di Maria Bernarda. Per la povertà della sua famiglia
non potè ricevere le cure materne, e fu affidata a una nutri­
ce. Ma, di salute cagionevole e venendole a mancare gli ali­
menti necessari, fu costretta a lavorare come serva; e così
189
l’ancella di Dio trascorse la sua fanciullezza soggetta a diffi­
coltà di ogni genere.
Dovendo pascolare il gregge, non potè ricevere alcuna
istruzione elementare, mentre imparò appena i rudimenti
della religione, il Padre Nostro e l’Ave Maria; così che,
mentre in campagna sorvegliava il gregge che aveva condot­
to al pascolo, potesse recitare assiduamente il Rosario, allie­
tando, così, il suo animo. Ma proprio lei, innocente, obbe­
diente, umile, pudica, fu ritenuta degna di vedere e parlare
con la Vergine Immacolata. Infatti, all’età di circa 14 anni, il
7 febbraio del 1858, quattro anni dopo che fu definito il
dogma delFImmacolata Concezione, FAncella di Dio si era
recata in una grotta denominata «Massabielle» a radunare
della legna, quando le apparve la Vergine nella figura di una
nobile matrona, vestita di una veste bianca e che aveva in
mano il Rosario. In questo primo giorno delle apparizioni
(che in tutte furono 18), la matrona insegnò alla rozza fan­
ciulla a farsi devotamente il segno della croce e, dietro suo
esempio, la incitò a recitare il rosario. Il secondo giorno,
temendo, la fanciulla, che tutto ciò fosse un inganno di Sata­
na, gettò contro la Vergine dell’acqua santa; ed ella sorri­
dendo soavemente, col suo sguardo benigno, la esortò ad
allontanare ogni timore. Nella terza apparizione invitò la
fanciulla a recarsi alla grotta per 15 giorni consecutivi; e le
parlava sempre più spesso: le diceva di pregare per i pecca­
tori, di baciare la terra e di fare penitenza. Le ingiunse, inol­
tre, di riferire alle autorità ecclesiastiche di edificare in quel
luogo un tempio, che poi dovevano onorare con solenni
cerimonie. Le disse, ancora, di bere dalla sorgente l’acqua
salutare che ancora scorreva sotto terra, ma che subito
sarebbe zampillata. Infine, il giorno della festa dell’Annun­
ciazione della Madre di Dio, l’ultimo in cui apparve alla
fanciulla che, tante volte confortata dal suo sguardo e dalle
sue parole, con insistenza, ora, le chiedeva di rivelarle il suo
nome, la Vergine, incrociate le mani sul petto e alzati gli
occhi al cielo, rispose: «Io sono l’Immacolata Concezione».
Subito dalla terra scaturì una bolla d ’acqua: i contadini che
abitavano lì intorno, incuriositi dalla notizia di queste appa­
rizioni, furono i primi a recarsi nella grotta. Alcuni, anzi,
che erano malati, bevvero quell’acqua e riacquistarono così
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la salute. In poco tempo, nella grotta e nel punto dove sca­
turì l’acqua affluì un gran numero di persone; infatti, la
notizia dei miracoli che qui si compivano, si espanse non
solo in tutta la Francia, ma anche in Spagna, in Italia e in
tutto il mondo cattolico. Anzi, proprio per la folla numero­
sa, richiamata da quelle apparizioni e desiderosa di vedere
la fanciulla, molti inconvenienti la molestarono, soprattutto
da parte della magistratura civile, che cercava di togliere
qualunque manifestazione di fede a ciò che la Vergine, per
volere divino, aveva esposto. Fu condotta, invece, nella sede
vescovile di Tarbes, dove rispose con semplicità, ma anche
senza paura, alle domande che le venivano poste, allonta­
nando, così, ogni sospetto di possibili allucinazioni o di
invenzione; ma anzi mostrando e provando mirabilmente la
verità di quella divina visione e della missione che aveva
ricevuto.
Per sottrarla dalla curiosità delle persone, il parroco fece
in modo di far accettare l’ancella di Dio nel convento che le
suore Nivernensi, chiamate suore della Carità e della Istitu­
zione Cristiana, aprirono a Lourdes e qui ricevette la sua
istruzione, insieme alle altre allieve; e, totalmente dedita alle
pratiche di pietà e ai suoi doveri di carità, il 3 giugno dello
stesso anno 1858, con gioia singolare che le riempiva l’ani­
ma, si accostò alla Santa Comunione. Intanto si ammalò di
una grave malattia, riconosciuta tale anche dai medici. Ma
bevve un po’ di quell’acqua sgorgata prodigiosamente, e
insperatamente fu liberata dal pericolo della morte che poco
prima sembrava imminente; e tuttavia non riacquistò più
una perfetta salute: e infatti, la Serva di Dio adempì i suoi
lavori, instancabilmente ma con malferma salute, fino alla
fine della sua vita. Desiderando abbracciare una vita nasco­
sta e non conosciuta al mondo, l’umile Bernarda chiese pre­
murosamente di essere accolta tra le Suore Nivernensi;
però, a causa della sua salute, dovette rimanere ancora nel­
l’ospedale di Lourdes, dove, tuttavia, si comportava come se
già fosse una religiosa e per i malati che assisteva fu esempio
singolare di carità cristiana. Finché, per decisione del vesco­
vo di Nevers, risolte, ormai, tutte le difficoltà, il 17 luglio
1866 la Serva di Dio ricevette i voti. Lasciata, dunque,
l’amata grotta di Massabielle e l’ospedale di Lourdes, non
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meno amato, per obbedire alla chiamata divina, andò a
Nevers, fra le suore della Carità e dell’Istituzione Cristiana.
Il giorno dopo il suo ingresso, per ordine della Superiora di
quelle suore e alla presenza delle altre consorelle, la Serva di
Dio raccontò, in .modo semplice e umile, tutte le apparizioni
che aveva potuto godere, soffermandosi più dettagliatamen­
te su quella in cui la Vergine Immacolata aveva rivelato il
suo nome; poi, obbedendo all’ordine della stessa Superiora,
non volle parlare più a lungo di quelle apparizioni. Ricevuto
l’abito religioso, compì santamente il noviziato assumendo il
nome di suor Maria Bernarda, sempre molto osservante del­
la disciplina e dell’obbedienza alle regole e limpido esempio
di ogni altra virtù cristiana. Seppe contenere fortemente la
vivacità della sua indole, di cui era dotata; e alle consorelle
prestò sempre, con gioia, il suo fraterno aiuto; come pure
sopportò con ammirevole pazienza le controversie, le mole­
stie e le tante continue umiliazioni. Incaricata di assistere gli
infermi e di badare alla cappella, benché malata, si studiò di
adempiere sempre in modo diligente questi incarichi. Rigo­
rosa osservante del silenzio, si distinse per la sua schiettezza
d’animo, la sua modestia e purezza di vita, e fino alla morte
conservò immacolata la veste ricevuta il giorno del battesi­
mo. Desiderosa della vita ritirata, non conservò nulla della
sua vita passata, che lo starsene lontana dagli occhi degli
uomini.
Pur in mezzo a tanta celebrità che il suo nome aveva
raggiunto (infatti, al glorioso santuario di Lourdes si unì il
nome e la memoria di Bernarda), nondimeno si mantenne
sempre incolume e immune dalla vanagloria. Si studiò, poi,
di evitare continuamente i pellegrini che affluivano da ogni
parte per poterla vedere e parlarle (cose che accettava solo
per obbedienza). E così, nell’esercizio eroico di tutte le sue
virtù, arrivò il momento in cui, nel 1877, con grande sollie­
vo dell’anima, pronunciò i solenni voti perpetui. L ’anno
seguente, invece, tormentata dai dolori e da altri affanni,
quale vittima immacolata, il 16 aprile, dopo aver ricevuto i
Sacramenti e aver invocato devotamente l’aiuto della Vergi­
ne Madre di Dio, all’età di 35 anni, con dolcissima dipartita,
si riunì all’Agnello Celeste, che pasce tra i gigli.
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Dopo la santa morte della Serva di Dio, si accrebbe di
molto la fama dei miracoli, per i quali già in vita era divenu­
ta famosa, accresciuta, ancora più, da segni celesti, con i
quali lo stesso Dio Onnipotente volle attestare la santità del­
la sua Ancella.
Infatti, divulgatasi subito la notizia della sua morte, tutta
la città di Nevers se ne rattristò; e tutti i cittadini, di ogni
classe sociale, conclamavano santa la Vergine; i fedeli
cominciarono ad affluire numerosi per rendere l’estremo
saluto al cadavere, esposto con solenne pompa, e che si con­
servava ancora in buono stato, senza perdere il suo colore
naturale e non emanando alcun cattivo odore, e deponeva­
no presso quelle sacre spoglie, corone ed offerte.
Per quei mirabili prodigi e per la folla numerosa dei
fedeli, divenne famoso anche il sepolcro della Serva di Dio,
situato nella cappella di S. Giuseppe nel monastero di
Nevers.
Per la qual cosa, presso la Sacra Congregazione dei Riti
si incominciò a considerare il problema di iniziare la causa
per decretare gli onori divini a Bernarda Soubirous; e, dopo
aver esaminato bene ogni cosa, in base alla sua autorità, il
Nostro Predecessore, con decreto del 13 agosto 1913 indicò
la commissione che avrebbe dovuto iniziare la causa. Subi­
to, terminati i processi svoltisi sotto la Nostra Apostolica
autorità, Noi, con decreto solenne, edito il 1° aprile 1923,
stabilimmo le virtù dell’Ancella di Dio, raggiunte con eroica
grandezza. In seguito si passò all’esame dei miracoli che, per
intercessione dell’Ancella di Dio, erano stati compiuti da
Dio; e Noi, con decreto del 1° maggio dell’anno seguente,
nella Nostra suprema autorità, dichiarammo di basarci su
due miracoli. Quando, dunque, fu approvata la decisione
riguardo alle sue eroiche virtù e ai due miracoli, rimaneva
da discutere per concludere la serie degli atti legali, di pro­
porre senz’altro i nomi dei Cardinali e Consultori dei Sacri
Riti, che stabilissero di procedere, ormai, alla solenne Beati­
ficazione della stessa Serva di Dio. Fu incaricato di ciò il
Nostro venerabile fratello il Cardinale Antonio Vico vesco­
vo del Portuense e di S. Rufina, Prefetto della Sacra Congre­
gazione dei Riti e Relatore della Causa, nella riunione gene­
rale che si tenne in Vaticano in Nostra presenza il 12 mag­
193
gio; e tutti i R/mi Cardinali e i Padri Consultori che erano
presenti, unanimemente votarono « affermativamente».
Noi, tuttavia, di fronte a un fatto così importante, ci aste­
nemmo per il momento dal far conoscere la Nostra senten­
za, finché non avessimo chiesto a Dio Padre l’aiuto illumi­
nante della Sapienza celeste. Avendo ottenuto ciò con fervi­
de preghiere, alla fine, dopo aver concelebrato devotamente
il Sacrificio Eucaristico, essendo presente il Nostro venera­
bile fratello Antonio Vico, vescovo del Portuense e di Santa
Rufina, Prefetto della Sacra Congregazione dei Riti e Rela­
tore della Causa, insieme ai diletti figli Alessandro Verde,
Segretario della Sacra Congregazione dei Riti, e Angelo
Mariani, Promotore generale della Fede, solennemente pro­
clamammo di poter procedere, ormai in modo sicuro, alla
Beatificazione della Serva di Dio. Stando così le cose, spinti
anche dalle preghiere di tutto l’Ordine delle suore Niver­
nensi della Carità e dell’Istituzione Cristiana, nella Nostra
Apostolica autorità e con la forza della fede dei presenti,
concedemmo che la Venerabile Ancella di Dio, Maria Ber­
narda Soubirous, religiosa professa dell’Ordine delle Suore
Nivernensi della Carità e dell’Istituzione Cristiana, venisse
chiamata, da quel momento, «Beata»; e che il corpo e le
reliquie di lei - da non esporre, tuttavia, nelle solenni ceri­
monie - venissero posti alla pubblica venerazione dei fedeli,
e le statue decorate con l’aureola. Concedemmo, inoltre, -
avvalendoci sempre del Nostro potere - che in suo onore si
recitasse l’Ufficio e si celebrasse la Messa delle Vergini
Comuni, secondo l’«o rd o » del Messale e del Breviario
Romano. Però limitammo la recitazione di quell’ufficio e la
celebrazione della Messa solo nella diocesi di Nevers, dove
morì santamente, e nelle diocesi di* Tarbes e di Lourdes,
dove l’Ancella di Dio divenne famosa per le apparizioni
celesti; e inoltre in tutte le chiese e le case religiose, e insom­
ma in tutti i luoghi che hanno rapporto con l’Ordine delle
suore di Nevers, e anche nei luoghi dove le suore di detto
Ordine svolgono il loro lavoro, da tutti i fedeli, tanto secola­
ri, quanto regolari, che sono tenuti a recitare le « ore canoni­
che » e per quanto riguarda la Messa, disponemmo che essa
venisse celebrata nelle chiese in cui si celebrava la festività
della Beata. Concedemmo, infine, che la solennità relativa
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alla Beatificazione di questa Serva di Dio, si celebrasse nelle
suddette diocesi e nelle chiese o case che abbiamo detto, in
un giorno da stabilire «per ordinarium» durante Tanno,
dopo che queste stesse solennità fossero state celebrate nella
Patriarcale Basilica Vaticana.
Vogliamo, ancora, che alle copie di queste disposizioni,
stampate, purché firmate dal Segretario della Sacra Congre­
gazione dei Riti e recanti il sigillo del Prefetto, sia dimostra­
ta completamente la stessa fede dimostrata quando, con la
dichiarazione di tali disposizioni, abbiamo esposto la Nostra
volontà.

Dato a Roma, in S. Pietro, il 14 giugno 1925,


quarto anno del Nostro Pontificato

CARD. GASPARRI,
della Segreteria di Stato.

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