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MARCO GIOVANELLI

La distinzione kantiana tra “concetto” e “intuizione” e il problema


della realtà delle “relazioni”

1. Introduzione: concetto e intuizione

Se nel linguaggio comune, così come nel gergo filosofico, il termine “intuizione” è ambiguo e
sfuggente e si presta a facili fraintendimenti, nell’opera di Kant esso assume invece un
significato “tecnico” preciso che si definisce in opposizione al significato altrettanto rigoroso
che è attribuito al termine “concetto”: «l’intuizione – si legge in una formulazione
particolarmente felice del problema – è una rappresentazione singolare (repraesentatio
singularis)», mentre il «concetto» è «una rappresentazione generale (repraesentatio per notas
communes) o riflessa (repraesentatio discursiva)» (AA IX, 91; tr. it., Logica, 83) 1. Secondo
Kant ogni nostra “rappresentazione”, «è o un’intuizione o un concetto (intuitus vel conceptus).
Quella si riferisce immediatamente a un oggetto ed è singolare; questo mediatamente per mezzo
di una nota che può essere comune a più cose» (B 377; trad. it., 250) ed è dunque generale o
universale2. Il termine “casa”, per esempio, può essere usato come un «conceptus», cioè come
una «raepresentatio quae pluribus est communis» (AA XXIV, 908); ma se a «qualcuno col

1
Per le opere citate con maggiore frequenza si è fatto uso delle seguenti abbreviazioni: AA: I. KANT,
Gesammelte Schriften (Akademie-Ausgabe); A: Kritik der reinen Vernunft (1781); B: Kritik der reinen Vernunft
(1787). Per la Kritik der reinen Vernunft si è fatto riferimento alla traduzione di Giovanni Gentile e Giuseppe
Lombardo-Radice: ID., Critica della ragion pura, a cura di V. Mathieu, Roma/Bari, Laterza, 2000. Qui di seguito le
altre traduzioni di opere kantiane cui siamo ricorsi con le rispettive abbreviazioni: Scr. pr.: ID., Scritti precritici, a
cura di R. Assunto, Laterza, Roma/Bari 2000; Proleg.: ID., Prolegomeni ad ogni futura metafisica che si presenterà
come scienza, a cura di R. Assunto, Roma/Bari, Laterza, 1996; Pr. pr. met.: ID., Primi principi metafisici della
scienza della natura, a cura di L. Galvani, Urbino, Cappelli, 1959; Cr. Giud.: ID., Critica del Giudizio, a cura di V.
Verra, Roma/Bari, Laterza, 1995; Scr. cr.: ID., Scritti sul criticismo, a cura di G. De Flaviis, Laterza, Roma-Bari,
1990; Logica: ID., Logica, a cura di L. Amoroso, Roma/Bari, Laterza, 1990.
2
Su questo punto, come è noto, ha insistito autorevolmente Jaakko Hintikka, secondo il quale «un’intuizione è
[…] qualcosa che […] sta per un individuo» (J. HINTIKKA, Logica, giochi linguistici e informazione. Temi kantiani
nella filosofia della logica, trad. it. di M. Mondatori e P. Parlavecchia, Milano, Il Saggiatore, 1975, p. 228).
Hintikka riprende e sviluppa una tesi di E. BETH, Über Lockes “allgemeines Dreieck”, in «Kant Studien», XLVIII
(1956-7), pp. 361-380. Anche Charles Parsons ha sottolineato questo aspetto del problema: «sembra abbastanza
chiaro – egli scrive – che cosa si intende definendo un’intuizione una rappresentazione singolare. Essa può avere
solo oggetti individuali» (CH. PARSONS, Kant's Philosophy of Arithmetic, in C. PARSONS, Mathematics in Philosophy:
Selected Essays, London, Cornell University Press, 1983, p. 112). Cfr. anche M. THOMPSON, Singular Terms and
Intuitions in Kant’s Epistemology, in «Review of Metaphysics», XXVI/2 (1972), pp. 314-43.

1
termine c a s a [Haus] venisse sempre in mente la t a v e r n a [Krug] che ha visto, costui avrebbe
sempre un intuitus» (AA XXIV, 909).
Alla distinzione tra concetto e intuizione corrisponde quella tra due modi di conoscenza,
«la conoscenza attraverso concetti si chiama discorsiva, quella nell’intuizione [Anschauung]
intuitiva [intuitiv]» (AA XX, 325; tr. it., Scr. cr., 216); tale distinzione rimanda a sua volta a
quella tra due “facoltà conoscitive”, l’intelletto e la sensibilità: «rappresentarsi qualcosa
attraverso concetti, cioè in generale, si chiama pensare, e la facoltà di pensare, intelletto. La
rappresentazione immediata del singolo [des Einzelnen] è l’intuizione» (AA XX, 325; tr. it.,
Scr. cr., 216) e la facoltà per cui qualcosa viene intuito è la «sensibilità», «la facoltà delle
intuizioni» (AA IX, 11; tr. it., Logica, 30). La sensibilità si riferisce in modo “immediato”3 alla
presenza di un singolo individuo dato qui e ora e, per così dire, indicato direttamente4, senza
ricorrere a note comuni («directe» [B 33; tr. it., 53]); l’intelletto procede in modo “mediato”
riferendosi a un oggetto per mezzo di predicati che si riferiscono anche ad altri oggetti
(«indirecte» [B 33; tr. it., 53]): «Questa è la differenza logica tra intelletto e sensibilità, secondo
la quale questa non porta [liefert] che intuizioni, quello al contrario nient’altro che concetti»
(AA IX, 36; tr. it., Logica, 45).
Tanto i concetti quanto le intuizioni possono essere empirici, «in quanto contengono una
sensazione» (B 74; tr. it., 78), o puri, «in quanto alla rappresentazione non sia mescolata alcuna
sensazione» (B 74, tr. it., 78). La tradizione filosofica ha sempre ammesso che «i concetti sono
certo di tal natura che alcuni di essi possiamo farli del tutto a priori […] senza trovarci in
rapporto immediato con l’oggetto»; al contrario il fatto che si possano dare anche delle
intuizioni a priori deve essere considerato come un tratto caratteristico della filosofia kantiana,
che Kant stesso riconosce essere di primo acchito paradossale: se l’«intuizione è
rappresentazione quale dipenderebbe immediatamente dalla presenza dell’oggetto», sembra
difficile spiegare come «l’intuizione dell’oggetto» possa «mai precedere l’oggetto stesso» (AA
IV, 282; tr. it., Proleg., 38). La soluzione di questa difficoltà, per cui un’intuizione può essere a
priori, perché si riferisce solo alla forma secondo la quale un oggetto è intuito, per quanto non
possa qui essere ulteriormente discussa, rende però immediatamente chiaro che la distinzione tra
l’intelletto e la sensibilità è lungi dall’essere la contrapposizione tra una conoscenza vaga e
indeterminata, “intuitiva” nel senso usuale del termine, e una definita e circostanziata, cioè

3
La presenza di un «immediacy criterion» accanto al «singularity criterion» come tratto distintivo
dell’intuizione è stata sottolineata, in polemica con Hintikka (cfr. supra, nota 2), in CH. PARSONS, op. cit., p. 112.
4
Sulla natura “ostensiva” dell’intuizione in quanto riferimento diretto a un oggetto singolo senza far ricorso a
note comuni ha insistito in particolare R. HOWELL, Intuition, Synthesis, and Individuation in the Critique of Pure
Reason, in «Noûs», VII/3 (1973), pp. 207-232.

2
“concettuale”; alle due fonti della conoscenza deve piuttosto essere attribuita una “logica”, certo
diversa e irriducibile, ma regolata in entrambi i casi da principi a priori ben determinati.
Non soltanto dunque si dà una Transscendentale Logik, una scienza che studia i «principi
del pensiero puro» (B 36; tr. it., 55), vale a dire i “concetti puri” (le categorie), ma anche una
Transscendentale Ästhetik, «una scienza di tutti a principi a priori della sensibilità» (B 36; tr. it.,
55), cioè delle “intuizioni pure” (lo spazio e il tempo): «una intuizione pura contiene soltanto la
forma in cui qualcosa è intuito», mentre un «concetto puro solamente la forma del pensiero di un
oggetto in generale» (B 75; tr. it., 80). Spazio e tempo come forme della sensibilità «non sono
un concetto discorsivo o, come si dice generale», ma una «intuizione pura» (B 39; tr. it. 56)
ovvero una «forma pura dell’intuizione sensibile» (B 47; tr. it. 61); al contrario, dal momento
che «l’intelletto umano è una conoscenza per concetti: non intuitiva ma discorsiva» (B 93; tr. it.,
89), le categorie, in quanto forme pure del pensiero, sono concetti discorsivi e non è possibile
alcuna intuizione intellettuale: «L’intelletto non può intuire nulla, né i sensi pensare nulla» (B
75; tr. it., 79).
La filosofia kantiana, dunque, da una parte stabilisce una distinzione netta tra intelletto e
sensibilità, «che non possono scambiarsi le funzioni» (B 75; tr. it., 78), dall’altra si trova di
fronte al problema di mediare, tra i concetti pensati in abstracto e le intuizioni date in concreto o
in individuo, tra la rappresentazione generale e la rappresentazione singolare, dal momento che
«la conoscenza non può che scaturire dalla loro unione» (B 75; tr. it., 78). Se la logica formale
procede isolando analiticamente ciò che è identico in una molteplicità di elementi differenti per
ricavarne un concetto generale, la matematica invece determina sinteticamente una molteplicità
di elementi diversi a partire da un concetto unitario. La filosofia procede dunque logicamente
per concetti, la matematica invece per costruzione di concetti, l’una pensa il particolare solo
nell’universale, l’altra l’universale nel particolare (cfr. B 741; tr. it., 446). Quando per esempio
definiamo il cerchio, la parabola, l’ellisse e l’iperbole come “sezioni coniche” non abbiamo
semplicemente scomposto i concetti di tali figure per portare alla luce le proprietà identiche che
esse hanno in comune e che ci consentono di sussumerle sotto un unico concetto più generale;
noi siamo partiti al contrario dal concetto unitario di “sezione conica” di cui ci siamo serviti
come regola per costruire tali figure tra loro del tutto differenti (cfr. AA IV, 321; tr. it., Proleg.,
200). Siamo certi che esse possano essere riportate sotto un concetto unitario, non per una
semplice somiglianza esteriore, ma perché le abbiamo costruite a partire da quel concetto e
sappiamo dunque a priori che ciascuna di esse è sottoposta «alle stesse condizioni fondamentali
di costruzione delle altre sezioni coniche» (AA IV, 321; tr. it., Proleg., 200). Non si tratta
dunque di ricavare una nozione generale muovendo da una molteplicità di casi particolari e

3
astraendo le loro note comuni, né di comporre arbitrariamente tali note senza dar luogo a
contraddizione; si tratta invece di servirsi di un concetto generale come della condizione a
partire dalla quale è possibile la costruzione dei singoli casi. Logicamente possibile è ciò che
non è contraddittorio: «Il concetto è possibile se non si contraddice» (B 625, nota; tr. it., 381,
nota); matematicamente possibile è ciò che è passibile di essere presentato in un caso concreto:
«ciò il cui concetto viene dato in un’intuizione corrispondente è possibile» (AA XXIII 32, Refl.
LXXXVIII)5.
Secondo Kant dunque per conferire realtà oggettiva ai nostri concetti «sono necessarie
sempre intuizioni. Se i concetti sono empirici – si legge nella Kritik der Urtheilskraft – le
intuizioni si chiamano e s e m p i ; e si chiamano s c h e m i quando i concetti sono puri concetti
dell’intelletto» (AA V, 351; tr. it., Cr. Giud., 351.)6. Il Giudizio, in altri termini, vale a dire la
facoltà deputata a comporre la frattura tra la sensibilità e l’intelletto, trova una mediazione tra il
concetto generale e intuizione individuale, in ciò che, come l’“esempio” e lo “schema”, non è né
un caso singolo isolato né un concetto generale, ma rappresenta piuttosto la configurazione del
“fatto particolare” nella forma dell’“esempio qualsiasi”. Il caso singolo dato nell’intuizione è
costruito a partire da determinate condizioni universali che sono pensate nel concetto; esso è una
determinazione individuale che si configura allo stesso tempo come rappresentante di un’intera
classe di contenuti possibili7.

5
«Il concetto di una figura racchiusa in due linee rette, non contiene alcuna contraddizione […] l’impossibilità
non poggia sul concetto in se stesso, ma sulla sua costruzione nello spazio» (B 268; tr. it., 198). Analogamente il
concetto di decaedro regolare non è di per sé contraddittorio; esso può dunque essere pensato e ciò nonostante non
può essere costruito: «Il concetto di un decaedro non contiene dunque alcuna contraddizione, ma il matematico non
considera ancora un tale oggetto come possibile, perché il suo concetto è possibile, ma pretende, che lo si debba
presentare nell’intuizione, dal momento che allora si mostra, che questo concetto non contraddice se stesso, ma le
condizione della costruzione di un solido regolare» (AA XX, 414s.); cfr. quanto osservato da W. PETERS,
Widerpruchsfreiheit und Konstruirbarkeit als Kriterien für die Mathematische Existenz in Kants
Wissenschaftstheorie, in «Kant Studien», LVII (1966), pp. 178-185; ID., Johann Heinrich Lamberts Konzeption
einer Geometrie auf einer Imaginären Kugel, in «Kant Studien», LIII (1961-2), pp. 51-67). Si noti inoltre che
l’esempio del decaedro regolare è riportato anche nelle Logische Untersuchungen di Edmund Husserl, secondo il
quale non è accettabile «definire prive di senso, oltre alle espressioni immediatamente assurde anche quelle che
sono assurde solo mediatamente, quindi le numerosissime espressioni che i matematici, con complesse
dimostrazioni indirette, hanno provato essere a priori prive di oggetto» e quindi «negare anche che concetti come
decaedro regolare, ecc., siano in generale dei concetti» (E. HUSSERL, Ricerche logiche, Milano, Il Saggiatore, 1968,
vol. I, p. 321). Un concetto matematico è “possibile” se «la “cambiale”, per così dire, emessa dall’intuizione è stata
pagata» (Ivi, p. 322).
6
«La possibilità di un pensiero o di un concetto poggia sul principio di contraddizione, per esempio il pensiero
di un essere pensante incorporeo», ma «la prova dell’oggettiva realtà del concetto […] può però essere prodotta
unicamente mediante l’esibizione dell’oggetto corrispondente nel concetto», cioè quanto «quello viene mostrato in
un esempio». (AA XIV, 22; tr. it., Scr. cr., p. 30). Cfr. J. MOREAU, Constructions de concepts et intuitions pure in: J.
KOPPER, W. MARX (a cura di ), 200 Jahre Kritik der reinen Vernunft, Hildesheim, Olms, 1984, pp. 237-271.
7
Su questo tema si possono consultare E. BETH, Über Lockes “allgemeines Dreieck”, cit., pp. 361-380 e A.
PHILONENKO, Lecture du schématisme transcendantal in: J. KOPPER, W. MARX (a cura di ), 200 Jahre Kritik der reinen
Vernunft, Hildesheim, Olms, 1984, pp. 291-312, che propongono un efficace confronto tra Kant e Berkley. Sul
rapporto tra schema ed esempio si veda inoltre R. BUTTS, Rules, Examples and Constructions. Kant'sTheory of
Mathematics, in «Synthese», XLVII (1981), pp. 257-288.

4
Per conferire realtà oggettiva alla nostra conoscenza non è sufficiente, né il concetto
foggiato arbitrariamente dal “pensiero”, mettendo assieme note in modo che non si
contraddicano, né il fatto singolo dato empiricamente alla sensazione; la conoscenza matematica
trova piuttosto la garanzia della propria validità nella possibilità di costruire in concreto
nell’intuizione il concetto pensato in abstracto dall’intelletto: «questo singolo è determinato
dalle condizioni universali della costruzione, così egualmente l’oggetto del concetto, a cui
questo singolo corrisponde soltanto quale suo schema, deve essere pensato universalmente
determinato» (AA XXI, tr. it., 447; corsivi miei). L’individuo non è qui afferrato come
“individuo”, ma in quanto “esemplare”; non interessa la sua esistenza effettiva, ma la sua
possibilità ideale: «perché nella matematica pura non si tratta dell’esistenza, ma soltanto della
possibilità delle cose, cioè di un’intuizione corrispondente al loro concetto» (AA, V 366; tr. it.,
Cr. Giud., 413).
Pensare un concetto come logicamente possibile (cioè come non contraddittorio) non
garantisce la sua realtà oggettiva e l’osservazione, per quanto ripetuta, di casi singoli non ci
consente di sollevarci al concetto generale. Si tratta invece di fissare nel concetto astratto la
possibilità della costruzione di casi singoli dati in concreto nell’intuizione: «Conoscere qualcosa
a priori significa conoscerlo per la sua possibilità – scrive Kant nei Metaphysische
Anfangsgründe der Naturwissenschaft –. Ma la possibilità di oggetti naturali determinati non
può essere conosciuta dai loro semplici concetti»: «da questi può ben essere conosciuta la
possibilità del pensiero (che esso non contraddice se stesso)», ma «per conoscere la possibilità di
determinati oggetti della natura e perciò conoscerli a priori si richiede ancora che venga data a
priori l’intuizione corrispondente al concetto, che cioè venga costruito il concetto» (AA IV, 470;
tr. it., 10). Così nella scienza matematica della natura l’“esperimento”8, come quello in cui
«Galilei fece rotolare le sue sfere su di un piano inclinato con un peso scelto da lui stesso» (B
XII, tr. it., 15), si distingue tanto dal pensiero logico astratto, quanti dalla semplice esperienza
sensibile; esso è infatti la realizzazione individuale, qui ed ora, di condizioni universali che si
suppongono valide in ogni tempo e in ogni luogo: «la ragione si present[a] alla natura avendo in
una mano i principi, secondo i quali soltanto è possibile che fenomeni concomitanti abbiano
valore di legge e nell’altra l’esperimento che ha immaginato secondo quei principi» (B XIII, tr.
it., 16). Il fatto concreto, osservato nell’esperimento, si innalza al di sopra del suo isolamento, in
quanto è pensato fin dall’inizio come mera “esemplificazione” concreta delle condizioni in cui è
definita in astratto la sua possibilità: non l’esperienza sensibile, ma «la p o s s i b i l i t à

8
Cfr. R. BUTTS, Rules, Examples and Constructions. Kant'sTheory of Mathematics, cit, p. 257.

5
d e l l ’ e s p e r i e n z a è dunque ciò che conferisce oggettività alle nostre conoscenze a priori» (B
195; tr. it., 146).
Già da queste poche notazioni è possibile rendersi conto della funzione fondamentale che
la distinzione tra concetto e intuizione svolge all’interno del pensiero kantiano. Essa significa da
una parte una netta presa di distanza «dal concetto leibniziano-wollfiano della sensibilità» (AA
VIII, 219; tr. it., Scr. cr., 50), per cui questa, come Kant scrive per esempio nello scritto contro
Eberhard, «consiste solo nella confusione della molteplicità delle rappresentazioni […] la cui
conoscenza chiara si fonda però sull’intelletto» (AA VIII, 219; tr. it., Scr. cr., 50), così che al
mondo confuso dei sensi si contrappone il mondo intelligibile conosciuto attraverso il puro
intelletto. Dall’altra essa rappresenta il cuore stesso del concetto di “sintetico a priori”: «Il
principio dei giudizi sintetici in generale – scrive Kant ancora in polemica con Eberhard –
discende necessariamente dalla loro definizione: e s s i n o n s o n o p o s s i b i l i s e n o n s o t t o
la condizione di una intuizione […] una intuizione che è empirica
quando essi sono giudizi di esperienza, e che è pura e a priori quando
s i t r a t t a d i g i u d i z i s i n t e t i c i a p r i o r i » (AA VIII, 241; tr. it., Scr. cr., 118).
La fondamentale funzione sistematica che la distinzione tra concetto e intuizione riveste
nella filosofia di Kant trova d’altra parte conferma nel fatto che la filosofia post-kantiana,
dall’idealismo classico9 al neokantismo10, fece proprio il programma di superare tale
opposizione, nell’intento di dare unità a un pensiero che, a causa di essa, sembrava spezzarsi in
una serie di dualismi insanabili. Nelle pagine che seguiranno cercheremo di dimostrare che, se si
vogliono afferrare le ragioni che spinsero Kant a stabilire una contrapposizione netta tra
intuizione e concetto, tra sensibilità e intelletto, si deve risalire a una questione ancora più
fondamentale che attraversa tutta la storia del pensiero occidentale, da Aristotele 11 a Francisco
Suárez12, e che giunge a Kant attraverso Leibniz e la tradizione leibniziana13: il problema dello
9
Cfr. per esempio quanto osserva Hegel in Glauben und Wissen, in cui si riconosce come problema
fondamentale della filosofia kantiana il fatto che «l’intelletto per i concetti e l’intuizione sensibile per gli oggetti
sono due elementi [Stücke] del tutto eterogenei» (G. W. F. HEGEL, Werke in 20 Bänden, Suhrkamp, Frankfurt 1970,
vol. II p, 325). Per un commento cfr. P. GUYER, Absolute idealism and the rejection of Kantian idealism in: K.
AMERIKS (a cura di), The Cambridge Companion to German Idealism, Cambridge, Cambridge University Press,
2000, pp. 37-56.
10
Classica da questo punto di vista la posizione di Hermann Cohen: «Al pensiero precede così un’intuizione
[…] Questa è la debolezza della fondazione di Kant» (H. COHEN, Logik der reinen Erkenntnis, in H. COHEN, Werke, a
cura di H. Holzhey, Hildesheim\Zürich\New York, Olms, 1987, vol. VI, p. 12.
11
Cfr. in particolare la trattazione della categoria del próV ti nel capitolo VII delle Categorie.
12
La tradizione medioevale, sulla scorta di Aristotele, non potendo ridurre le relazioni né ad accidenti di un solo
individuo, né a entità separate, le considera come accidenti delle sostanze poste in relazione (relata) che sono così
considerate fundamenta relations; per maggiori dettagli cfr. M. HENNINGER, Relations: Medieval Theories 1250-
1325, Oxford, Clarendon Press, 1989.
13
A questo proposito, oltre alla posizione classica di B. RUSSELL, A Critical Exposition of the Philosophy of
Leibniz, London, Routledge, 1993, p. 15s., per cui Leibniz avrebbe inteso ridurre le relazioni a proprietà, si veda
anche quanto sostenuto da N. RESCHER, Leibniz’s Metaphysics of Nature, Dodrecht/Boston, Reidel, 1981, p. 56-80.

6
status che deve essere attribuito alle relazioni (a destra-di, prima-di ecc.) che sussistono tra le
cose, rispetto alle proprietà che ciascuna di esse possiede indipendentemente dalle altre.
Ricondurre la distinzione kantiana tra concetto e intuizione a una tale tradizione di pensiero, che
rappresenterà poi un problema cruciale della logica e della filosofia dell’‘800 e del ‘900 14 (basti
pensare alla polemica di Bertrand Russell nei confronti di Francis Herbert Bradley15) non
significa soltanto compiere un passo avanti nella sua comprensione storica, ma soprattutto
mettere in luce, almeno in parte, il suo fondamentale, anche se spesso trascurato significato
filosofico.

2. Gli opposti incongruenti e la differenza tra determinazioni interne e relazioni esterne

Ad una prima considerazione il nesso che sussiste tra la distinzione tra concetto e intuizioni e il
problema della realtà delle relazioni sembra essere tutt’altro che evidente. Esso inizia però
subito ad assumere contorni più definiti, non appena si cerca di comprendere le ragioni che
spinsero Kant ad attribuire allo spazio e al tempo lo statuto di intuizioni, più precisamente, di
intuizioni non empiriche, ma pure, e non di concetti discorsivi. A questo proposito non possiamo
non prendere le mosse, pur senza pretendere di offrirne una presentazione esauriente,
dall’esempio più famoso e discusso16, cui Kant ricorre per dimostrare la natura intuitiva dello
spazio; un esempio che egli aveva già proposto nello scritto pre-critico Von dem ersten Grunde
des Unterschiedes der Gegenden im Raume, per dimostrare l’esistenza dello spazio assoluto, e

Un’opinione differente è difesa da J. HINTIKKA, Leibniz on plenitude, relations, and the “reign of law” e H. ISHIGURO ,
Leibniz's theory of the ideality of relations (entrambi in H. FRANKFURT (a cura di), Leibniz: A Collection of Critical
Essays, Garden City (New York), Doubleday, 1972). Sul problema delle relazioni e in particolare sul il rapporto tra
Leibniz e la filosofia medioevale è fondamentale M. MUGNAI, Leibniz’s Theory of Relations, Stuttgart, Steiner, 1992
(Studia Leibnitiana, Supplementa, 28).
14
I primi tentativi di trattare in modo accurato la natura delle relazioni si devono innanzitutto a Augustus De
Morgan, Charles Sanders Peirce e Gottlob Frege, tentativi che confluirono più tardi nella “logica delle relazioni”
contenuta nei Principia Matematica di Russell and Whitehead; per una ricostruzione storica di questo problema cfr.
R. D. MADDUX, The Origin of Relation Algebras in the Development and Axiomatization of the Calculus of
Relations in «Studia Logica», III (1990), pp. 421-55.
15
Cfr. per esempio P. BASILE, Russell e il problema delle relazioni nella filosofia di Bradley, in «Rivista di
filosofia», III (1999), pp. 391-416.
16
Nella vasta letteratura sull’argomento è particolarmente importante il volume J. VAN CLEVE, R. FREDERICK (a
cura di), The Philosophy of Right and Left: Incongruent Counterparts and the Nature of Space, Kluwer,
Dordrecht/Boston/London 1991, che raccoglie contributi più significativi su questo tema che sono usciti in ambito
anglo-americano. Sono ancora utili inoltre le classiche analisi di H. VAIHINGER, Kommentar zu Kants Kritik der
reinen Vernunft, Aalen, Scientia Verlag, 1970, vol II pp. 518-532 (cfr. l’appendice Das Paradoxon symmetrischer
Gegenstände) e il saggio di L. SCARAVELLI, Gli incongruenti e la genesi dello spazio kantiano, in Giornale critico
della filosofia italiana, XXXI, 1952, pp. 389-421 (L’articolo è compreso nel volume Scritti kantiani, La Nuova
Italia, Firenze, 1968, pp. 295-335, da cui sono tratte le citazioni; cfr. anche le puntuali osservazioni in merito di L.
BELLOTTI, Sull'argomento kantiano degli opposti incongruenti, in «Studi kantiani», X (1997), pp. 147-156). Per
un’analisi dei passi di Kant in cui ricorre il tema degli incongruenti, rimandiamo alla raccolta introdotta, tradotta,
commentata da Silvestro Marcucci: I. KANT, Kant e le scienze, Padova, Liviana, 1977, § 2 b.

7
che riprese dapprima nella Dissertatio del 1770 e più tardi nei Prolegomena per dimostrare che
lo spazio è un’intuizione pura o una forma dell’intuizione e non un concetto astratto: «quando
due cose sono perfettamente identiche in tutte le parti che in ciascuna delle due si possano mai
conoscere per sé (in tutte le determinazioni riguardanti la quantità e la qualità) – scrive Kant nei
Prolegomena – deve anche seguirne che una possa essere posta in luogo dell’altra in tutti i casi e
in tutte le relazioni senza che questa sostituzione causi la menoma differenza conoscibile» (AA
IV, 285; Proleg., 40; corsivi miei). Quando infatti due cose «si accordano in ogni loro nota»
(AA XVIII, 569) e posseggono le stesse determinazioni interne («le determinazioni interne di
una cosa sono qualitas e quantitas» [AA XVIII, 569]), dal momento che non presentano alcuna
caratteristica che ci consenta di distinguerle, dovrebbero poter essere sostituite l’una all’altra 17
«salvo quocumque predicato»18.
Da un punto di vista geometrico tale “identità” delle determinazioni interne, per cui due
cose simili, perché hanno la stessa qualità, e uguali, in quanto hanno la stessa quantità, è
espressa in termini di “congruenza”: «La completa similitudine e uguaglianza, in quanto non è
conoscibile che nell’intuizione è la congruenza. Ogni costruzione geometrica dell’identità
completa si fonda sulla congruenza» (AA IV, 493; trad. it., 44). Se dunque l’uguaglianza delle
figure geometriche nell’intuizione fosse riconducibile all’identità logica tra concetti, due figure
che possiedono le medesime determinazioni interne e dunque rispondono ai criteri logici delle
identità dovrebbero risultare anche congruenti, perché «tutte le prove della perfetta uguaglianza
delle figure date (quando l’una può essere messa al posto dell’altra in tutte le sue parti) finiscono
con l’affermare che l’una coincide con l’altra» (AA IV, 284; trad. it., Proleg., 39)
Secondo Kant, però, se «la cosa sta così per le figure piane della geometria» (AA IV,
285; trad. it., Proleg., 40; corsivo mio), è invece possibile pensare a due figure solide
«perfettamente simili e uguali, ma non congruenti» (AA II, 382; trad. it., Scr. pr., 441), cioè del
tutto identiche per quanto attiene alle loro determinazioni interne, che ciascuna possiede
indipendentemente dall’altra, ma che non possono essere sovrapposte attraverso alcun
movimento nello spazio. Non è in alcun modo possibile distinguere le due figure per una
qualche caratteristica che spetti all’una e non all’altra: ogni spigolo di un solido ha uno spigolo
corrispondente della stessa lunghezza nell’altro, ogni angolo dell’uno ha un suo equivalente
nell’altro ecc.; nessun genere di misura o di indagine ci potrà far scoprire una qualche

17
Cfr. H. VAIHINGER, op. cit., vol. II, p. 521.
18
CH. WOLFF, Philosophia prima, sive Ontologia, methodo scientifica pertractata, qua omnis cognitionis
humanae principia continentur …, Francofurti et Lipsiae 1736, in ID, Gesammelte Werke, a cura di J. École et al.,
Hildesheim, Olms, 1962 ss., vol. II, § 181.

8
caratteristica che non sia posseduta da un solido, ma non dall’altro 19; eppure le due figure
«nonostante la perfetta concordanza interiore, pure mostrano nel rapporto esteriore, una tale
diversità che l’una non si lascia porre affatto al posto dell’altra» (AA IV, 286; tr. it., Proleg., 40;
corsivi mie); esse sono tanto diverse che non è in alcun modo possibile sovrapporle: «per
esempio due triangoli sferici uno dell’uno e l’altro dell’altro emisfero che abbiano per base
comune un arco dell’equatore possono essere perfettamente uguali così nei due lati come negli
angoli, cosicché, descritto completamente uno di essi, non può trovarsi nulla che insieme non
stia nella descrizione dell’altro e pur non dimeno l’uno non può essere messo al posto dell’altro
(cioè sull’emisfero opposto)» (AA IV, 286; tr. it., Proleg., 40). Mentre infatti una riflessione sul
piano può essere prodotta da una rotazione nello spazio tridimensionale, una riflessione
tridimensionale non può essere prodotta per rotazione, perché non abbiamo alcuna quarta
dimensione attraverso la quale passare20.
Kant può dunque servirsi di questo esempio per mostrare come sia possibile pensare a
una differenza che non è conseguenza delle proprietà che ciascuna figura possiede in se stessa
(della forma e delle dimensioni in virtù delle quali esse sono simili e uguali), ma che deve essere
ricondotta a una qualche determinazione che ciascuna possiede rispetto all’altra e che dunque
emerge solo allorché esse sono raffrontate in un unico spazio comune in cui sono immerse. Tra
due figure solide (per esempio tra la mano destra e la mano sinistra) non c’è «alcuna differenza
interna [innre], che un qualche intelletto potrebbe pensare» e «ciò nonostante le differenze» tra
di esse «sono intrinseche [innerlich], per quanto ci rivelino i sensi» (AA IV, 286; tr. it. 40), tanto
che è impossibile che la superficie di un corpo racchiuda quella dell’altro. Una tale diversità non
è dunque riconducibile ad alcuna determinazione che appartiene a ciascuna delle due figure
considerate isolatamente, ma «si manifesta soltanto nel rapporto esteriore dello spazio» (AA IV,
286; tr. it. 40), allorché esse sono poste a confronto sullo sfondo di uno spazio più ampio che
serva da tertium comparationis.
Il procedimento tipico dell’intelletto, che procede astraendo le proprietà comuni a più
oggetti differenti sussumendoli sotto un concetto generale, sembra qui trovare il suo limite. Nel
caso della diversità tra due “concetti” infatti si può sempre indicare una qualche “nota
caratteristica” che definisca intrinsecamente un concetto come tale, rispetto a tutti gli altri che
presentano caratteristiche diverse: «id, ex qvo diversitas rerum cognosci potest, est nota» (AA

19
Cfr. M. GARDNER, L'universo ambidestro: nel mondo degli specchi, delle asimmetrie, delle inversioni
temporali, Bologna, Zanichelli, 1984, p. 61.
20
Cfr. per esempio B. VAN FRASSEN, Laws and Symmetry, Oxford, Clarendon Press, 1989, p. 262. L’argomento è
già affrontato per esempio da Friederich Ernst Apelt (cfr. E. F. APELT, Metaphysik, Halle, Hendel, 1910, p. 80) e da
Alois Riehl (cfr. A. RIEHL, Der philosophische Kritizismus, Leipzig , Kröner, 1924, vol. I, p. 336). Per una
trattazione più ampia e suggestiva, cfr. M. GARDNER, op. cit., p. 61.

9
XVI, 296; Refl. 2275. b1); i due solidi simmetrici invece sono del tutto identici in merito alle
loro “note” (quantità e qualità), così che tra di essi non vi è alcuna differenza che potrebbe
essere espressa per mezzo di concetti, ciò nonostante sono profondamente differenti, tanto «che
il guanto dell’una mano non può essere usato nell’altra» (AA IV, 286; tr. it., Proleg., 41). Si
deve allora ammettere la possibilità di «una differenza senza concetti»21, una differenza che
possa essere data soltanto dall’intuizione: una tale «differenza di cose simili e uguali, ma pur
incongruenti (per esempio di chiocciole avvolte in senso opposto)», scrive Kant, non può essere
afferrata «mediante un concetto, ma soltanto ricorrendo al rapporto della mano destra con la
mano sinistra, che risale immediatamente a un’intuizione» (AA IV, 286; tr. it., Proleg., 41;
corsivi miei).
La natura dello spazio non ci permette di distinguere una figura destrorsa da una
sinistrorsa, se queste sono considerate separatamente, attraverso «una compiuta descrizione di
una sola di esse» (AA II, 382; tr. it., Scr. pr., 415); la loro differenza emerge solo se si
confrontano le figure l’una con l’altra collocandole su uno sfondo comune. Non ci è possibile
spiegare in modo mediato, per mezzo di note, la differenza tra destra e sinistra a qualcuno che
non può vedere le stesse cose che vediamo noi, cioè senza che gli si possa mostrare in modo
immediato un oggetto asimmetrico in relazione al quale sia possibile stabilire che cosa significa
22
“destra” e che cosa “sinistra” : «lo si vede, ma non lo si comprende»23. Tra gli opposti
incongruenti, dunque, come Kant scrive nella Dissertatio, c’è una diversità tale che,
«quantunque in base a tutti i caratteri esprimibili a parole in grazia di note intelligibili risultino
sostituibili l’uno all’altro, risulta chiaro che qui la diversità – vale a dire la non congruenza –
non si può notare se non mediante una qualche intuizione pura» (AA II, 403; tr. it., Scr. pr., 441;
corsivi miei).
21
G. DELEUZE, Différence et répétition, Paris, PUF, 1968, p. 40. Il passo fa appunto riferimento al problema degli
opposti incongruenti.
22
A questo proposto si è soliti ricorrere a un classico Gedankenexperiment: supponiamo di voler spiegare a
parole all’abitante di un altro pianeta la differenza tra destra e sinistra; dal momento che non gli può essere mostrato
alcun esempio di oggetto destrorso o sinistrorso risulta impossibile riuscire a spiegargli questa distinzione
ricorrendo a una proprietà esprimibile a parole, tale che possa essere predicata di tutti gli oggetti del medesimo
tipo. Si veda quanto osserva a questo proposito Richard Feynman nel suo scritto divulgativo R. FEYNMAN, Sei pezzi
meno facili, tr. it. di G. Rigamonti, Milano, Adelphi, pp. 69-71. Il paradosso dimostra in modo efficace il nesso che
sussiste tra una determinazione che può essere definita solo per indicazione diretta, ricorrendo a un esempio singolo
e il fatto che tale determinazione sia puramente relativa. Cfr. anche quanto a questo proposito scrive Charles
Sanders Peirce: «Uno dice all'altro “Quella casa va a fuoco”. “Quale casa?”, “Ma la casa che si trova alla mia destra
a un miglio di distanza”. Se questo discorso venisse raccolto e fatto conoscere a tutti nel vicino villaggio,
apparirebbe chiaro che il linguaggio di per sé non determina la casa in questione. Ma la persona cui il discorso è
rivolto vede dove si trova la persona che parla, riconosce il suo la lato destro (parola questa che ha un significato
del tutto particolare), calcola un miglio (una distanza che non ha proprietà geometriche differenti da altre
grandezze), e guardando da quella parte vede la casa» (C. S. PEIRCE, La critica degli argomenti in: ID, Opere, a cura
di M. A. Bonfantini, Milano, Bompiani, 2000, pp. 696).
23
J. VUILLEMIN, Physique et métaphysique kantiennes, Paris, PUF, 1987, p. 52. Cfr. anche A. LAUTMAN, Symétrie
et dissymétrie en mathématiques et en physique, Paris, Hermann, 1946, pp. 9-22.

1
L’impossibilità di sovrapporre i due opposti rende dunque particolarmente icastico il
fatto che è possibile pensare due oggetti che rispondono al criterio dell’identità logica, perché
hanno le stesse determinazioni interne, eppure non sono congruenti e dunque sono
manifestamente diversi, così che «tra elementi concettualmente identici c’è però una diversità
intuitiva, che impedisce la congruenza»24. Se cose certamente diverse possono non dar luogo a
concetti diversi e se elementi concettualmente indiscernibili possono non essere identici25, si
devono allora ammettere differenze, che non si possono esprimere «in modo logico e
discorsivo» (AA XXVIII, 241), per mezzo di note concettuali (servendosi per esempio di una
“proprietà comune” a tutti gli oggetti destrorsi che li dovrebbero distinguere da quelli orientati in
senso in opposto), ma che possono essere determinate solo «in modo ostensivo e intuitivo» (AA
XXVIII, 241) attraverso il «sentimento [Gefühl] d’una distinzione fra le mie due parti, la destra
e la sinistra» (AA VIII, 135)26. Il significato dei termini “destra” e “sinistra” non può essere
spiegato a parole «per mezzo di concetti», ma soltanto mostrato direttamente «attraverso
intuizioni, ossia per mezzo di esempi» (A XVIII; tr. it., 9)27.
Accanto alla “logica” dell’intelletto, si deve allora necessariamente ammettere una sorta
di “logica” della sensibilità che si fonda sull’“intuizione”. Se nel primo caso gli oggetti si
distinguono dagli altri soltanto in virtù delle proprietà che possiedono, nel secondo invece le
differenze tra gli oggetti emergono soltanto stabilendo una relazione con lo spazio su cui
giacciono. Le relazioni reciproche tra le parti dello spazio dunque non possono essere ricondotte
a una differenza interna di predicati, ma viceversa «la determinazione interna di ogni singolo
spazio è possibile solo in virtù della determinazione del suo rapporto esterno con l’intero
spazio» (AA IV, 295; Proleg., tr. it., 40). Il caso delle figure solide in tutto e per tutto identiche,

24
H. VAIHINGER, op. cit., vol. II, p. 521.
25
Sul rapporto tra il problema degli opposti incongruenti e il principio dell’identità degli indiscernibili cfr. Ivi, p.
523 e infra, §3.
26
«Questa differenza tra destra e sinistra – ha scritto Carl Friederich Gauss proprio a commento del caso degli
opposti incongruenti – è in sé perfettamente determinata non appena si stabilita una volta (a piacere) la differenza
tra indietro e avanti nel piano, e sopra e sotto in relazione a entrambe le facce del piano», ma ciò può avvenire solo
«se noi mostriamo [nachweisen] la nostra intuizione di questa differenza soltanto attraverso il riferimento
[Nachweisung] a oggetti materiali realmente esistenti» (C. F. GAUSS, Werke, a cura della Königlichen Gesellschaft
der Wissenschaften zu Göttingen, Hildesheim/New York, Olms, 1973-1981, vol. II, p. 177; l’annotazione risale al
15 aprile 1831). Gauss usa l’argomento per dimostrare che lo spazio deve essere qualcosa di reale e non può essere
una mera forma della sensibilità. Il passo è citato in H. VAHINGER, op. cit., p. 527 e A. RIEHL, op. cit., vol. I, p. 337.
27
«Una spiegazione dei significati di destra e sinistra richiede il mostrare [showing], cioè richiede un richiamo a
esempi dati empiricamente» (J. BENNETT, The Difference between Right and Left, in: J. VAN CLEVE, R. FREDERICK (a
cura di), op. cit., cit., p. 100). Per spiegare il nesso tra il problema degli opposti incongruenti e la distinzione tra
concetto e intuizione, Jonathan Bennet ha sottolineato la differenza tra le definizioni ottenute “by telling” e “by
showing”: «La differenza tra destra e sinistra – con la quale intendo in realtà “la differenza tra qualcosa e il suo
enantiomorfo” – può essere espressa soltanto indicando direttamente [by showing] e non a parole [by telling]» (J.
BENNETT, The Difference between Right and Left, cit., p. 109). Per un commento cfr. anche M. CURD, Showing and
Telling: Can the Difference between Right and Left be explained in Words? in: J. VAN CLEVE, R. FREDERICK (a cura
di), op. cit., pp. 196-201.

1
eppure impossibili da sovrapporre, serve dunque a dimostrare che le “relazioni” non sono
riducibili a qualche qualità specifica che ciascuno degli elementi correlati possiede anche se
considerato separatamente dall’altro, ma emergono soltanto allorché si stabilisce tra loro un
confronto che presuppone già sempre uno spazio in cui siano immersi e che faccia da termine di
paragone.
Da una parte dunque è del tutto corretto affermare che «l’argomento specifico degli
opposti incongruenti richiede […] la premessa della tridimensionalità dello spazio» 28, dato che
in uno spazio con più di tre dimensioni i due solidi potrebbero essere fatti coincidere; se però ci
soffermiamo solo su questa premessa, ci sfugge l’obbiettivo dell’argomentazione di Kant che,
per così dire, è di natura “logica” e non meramente “geometrica”, e mira a dimostrare come lo
spazio e il tempo siano un’intuizione e non un concetto, una distinzione che, come si inizia a
intravedere, sembra avere un profondo rapporto con il problema dello status da attribuire alle
“relazioni”. Occorre notare infatti che a questo proposito Kant ricorre ad altri esempi che nulla
hanno a che fare con il problema della tridimensionalità dello spazio, ma che sono intimamente
legati al problema degli opposti incongruenti e rispondono alla medesima logica.
Kant mette in relazione il problema della differenza tra concetto e intuizione anche con i
risultati che egli aveva raggiunto in un altro scritto pre-critico, Versuch, den Begriff der
negativen Größen in eine Weltweisheit einzuführen, in cui si era soffermato sull’importanza
della distinzione tra il conflitto di grandezze opposte (+ a e – a) rispetto a quello tra concetti
contraddittori (a e non-a): «il cadere non si distingue dal salire come a da non-a», essi non
possono essere in alcun modo distinti tra loro per qualche proprietà che spetta all’uno e non
all’altro, come nella fisica aristotelica il moto violento si distingue da quello naturale, ma solo
per una differenza di “verso”, espressa matematicamente da una differenza di “segno”, per cui
«il cadere è un salire negativo» o viceversa, così che, in modo analogo, possiamo contrassegnare
«i tratti compiuti col vento di levante con + e quelli compiuti col vento di ponente col –» (AA II,
173; tr. it., Scr. pr., 257).
Nella Kritik der reinen Vernunft, nella sezione intitolata Amphibolie der
Reflexionsbegriffe, Kant si richiama a questo problema, quando osserva che la distinzione tra i
movimenti di verso opposto, proprio come quelle delle due figure opposte e incongruenti
riportata nei Prolegomena, non può in alcun modo essere afferrata per mezzo di concetti (non è
un’opposizione logica), perché soltanto «nell’intuizione sensibile, in cui è data una realtà (per
29
esempio il movimento), si trovano condizioni (versi [Richtungen] opposti) dalle quali nel
28
Cfr. L. BELLOTTI, Sull'argomento kantiano degli opposti incongruenti, cit., p. 148.
29
In casi come questi preferisco tradurre “Richtung” con “verso” piuttosto che, come di consueto, con
“direzione”. Si è soliti infatti distinguere tra la direzione di un vettore (tutti i vettori paralleli hanno la stessa

1
concetto di movimento in generale si astraeva» (B 338; tr. it., 226; corsivi miei); solo
l’intuizione ci consente di afferrare l’opposizione reale tra i due moti in se stessi indistinguibili,
ma di verso opposto, cioè distinguibili l’uno in rapporto all’altro per una differenza di segno.
Anche in questo caso abbiamo a che fare con due “realtà” identiche per quanto riguarda le
determinazioni “interne” eppure diverse per quanto riguarda i loro rapporti “reciproci”, cioè in
virtù dei «versi [Richtungen] opposti tra loro, che si lasciano rappresentare solo dell’intuizione,
non già in semplici concetti» (AA XX, 283; tr. it., Scr. cr., 17; corsivi miei); la distinzione tra un
movimento verso l’alto e uno verso il basso oppure verso destra o verso sinistra sono tali per cui
«questi due lati non mostrano esteriormente nell’intuizione alcuna differenza essenziale» e non
c’è alcuna possibilità «di distinguere il movimento dalla sinistra alla destra da quello di verso
opposto» (AA VIII, 135) se li consideriamo in sé stessi: «cose che giacciano in uno spazio volte
in un verso – si legge ancora più chiaramente nella Dissertatio – e cose rivolte nel verso opposto
non possono essere descritte discorsivamente né possono essere ricondotte da nessun acume di
intelligenza a connotazioni intellettuali» (AA II, 403; tr. it., Scr. pr., 440; corsivi miei). Una tale
differenza non può essere “descritta a parole”, ma solo essere “indicata direttamente” perché
«quale verso della linea dobbiamo chiamare “prima” e quale “dopo” non è indicato dalla natura
della linea; questa definizione si può dare soltanto compiendo una scelta arbitraria per esempio
indicando un verso e chiamandolo verso del “prima”» 30.
Nei Metaphysische Anfangsgründe der Naturwissenschaft Kant è esplicito nel mettere in
relazione questi due problemi, quello dei movimenti di verso opposto e quello degli opposti
incongruenti31. Tra i moti circolari, per esempio, possiamo distinguere quelli destrogiri e quelli
direzione) e il suo verso (due vettori paralleli possono avere verso opposto). Una tale distinzione non trova però in
Kant un preciso corrispondente terminologico: «Un corpo che si muove lungo un cerchio – egli scrive – cambia
continuamente la sua Richtung» eppure si dice che esso «mantiene sempre la stessa Richtung, per esempio il pianeta
va da oriente a occidente» (AA IV 483; tr. it., Pr. pr. met., 30); nel primo caso si dovrebbe tradurre “Richtung” con
direzione, mentre nel secondo la traduzione più corretta sarebbe verso o senso, perché, come Kant osserva nella riga
successiva, il problema in questo caso è stabilire «qual è qui la parte [Seite] verso cui il movimento risulta diretto»
(AA IV, 484; tr. it., Pr. pr. met., 30). La distinzione tra direzione e verso emerge con maggiore chiarezza da questo
passo della Danziger Physik: «Il verso [Gegend] del movimento deve essere distinto dalla direzione [Direction] del
movimento». Si dice per esempio che i corpi celesti «si muovono dal mattino verso la sera; questa non deve essere
intesa come la direzione [Direction], perché altrimenti i corpi dovrebbero muoversi dal mattino verso la sera su una
linea retta» (AA XXIX, 112).
30
H. REICHENBACH, The Philosophical Significance of the Theory of Relativity, in: P. A. SCHILPP (a cura di), Albert
Einstein: philosopher scientist, Open Court, La Salle, Illinois, 1970. (Library of living philosophers ; vol. 7), p. 291.
31
Non sempre si è insistito a sufficienza sul legame che intercorre tra il problema degli opposti incongruenti e
quello delle grandezze positive e negative, né soprattutto sul fatto che Kant si serva esplicitamente di questi due
esempi per mostrare come sussistano determinazioni che sfuggono alla logica del concetto e devono essere date
nell’intuizione; eppure proprio da questo confronto sembra emergere il nucleo essenziale dell’argomentazione di
Kant. Questo aspetto del problema era stato d’altra parte autorevolmente messo in luce – seppure senza trarne tutte
le possibili conseguenze per quanto riguarda l’interpretazione del pensiero kantiano – da Bertrand Russell: «Nel suo
Versuch, den Begriff der negativen Größen in eine Weltweisheit einzuführen – scrive Russell in The Principles of
Mathematics – vediamo che egli [Kant] è conscio della differenza tra l’opposizione logica e l’opposizione del
positivo e del negativo. Nella discussione Von dem ersten Grunde des Unterschiedes der Gegenden im Raume
troviamo una piena consapevolezza dell’importanza dell’asimmetria delle relazioni spaziali» (B. RUSSELL, The

1
levogiri, cioè, convenzionalmente, quelli di verso negativo e positivo; possiamo cioè ammettere
la «differenza di due moti circolari uguali in tutto e per tutto ma di verso contrario» (AA IV 484;
tr. it., Pr. pr. met., 30). Afferrare la differenza tra questi due movimenti consiste dunque nello
stabilire «qual è la parte [Seite] verso cui il movimento risulta diretto» (AA IV, 484; tr. it., Pr.
pr. met., 30), per esempio da occidente a oriente o da oriente a occidente: «Ho mostrato altrove
– prosegue Kant – come questa differenza, potendo sì venire data nell’intuizione, ma non
potendo affatto venire ridotta a concetti chiari e quindi venire esplicata per via intelligibile (dari
et non intelligi) porta una prova e conferma del principio seguente: che lo spazio in generale non
appartiene alle proprietà o ai rapporti delle cose in sé stesse, che dovrebbero necessariamente
lasciarsi ridurre a concetti obbiettivi, ma appartiene solamente alla forma soggettiva della nostra
intuizione sensibile alla quale restano del tutto sconosciuti ciò che possa essere in sé» (AA IV,
484; Pr. pr. met., tr. it., 30). I due versi sono indifferenti, giacché se qualcosa ruota da destra a
sinistra per un osservatore posto, per esempio con la testa a nord e i piedi a sud, esso ruota da
sinistra a destra per un osservatore posto nella posizione inversa. La distinzione tra i due sensi è

Principles of Mathematics, Cambridge University Press, Cambridge 1903, § 217). Secondo Russell «sembra dubbio
però che egli si sia reso conto del nesso di questa asimmetria con la differenza di segno» (ibidem). Kant sembra
però rendesi conto del fatto che la differenza tra elementi identici, ma disposti in modo differente non può in alcun
modo essere “afferrata” dal concetto discorsivo, dal momento che la ragione della diversità non va qui ricercata
nella natura dei termini, ma nella loro disposizione secondo un certo ordine: «quando si tratta dell’ordine, tutto
dipende dall’asimmetria e dalla differenza di verso, ma questi due concetti sono incomprensibili per la logica
tradizionale» (ibidem). Gli esempi scelti da Kant per distinguere la “logica” del concetto da quella dell’intuizione
(benché, come vedremo, non sono gli unici che egli riporta), quello degli opposti incongruenti e quello delle
grandezze positive e negative, sono appunto esempi di “relazioni asimmetriche”; Russell stesso sottolinea che «va
reso indubbio merito a Kant per aver richiamato, per primo, l’attenzione sulla logica delle relazioni asimmetriche»
(ibidem). Alla-destra-di, alla-sinistra-di piuttosto che prima-di o dopo-di ecc., non sono proprietà dei corpi, che
devono essere poste sullo stesso piano delle altre (l’essere bianco, piuttosto che l’essere caldo), ma relazioni e in
particolare sono anch’esse esempi di “relazioni asimmetriche” che ci consentono di disporre in “ordine” una
molteplicità di elementi indipendentemente dalla loro natura. Anche Louis Couturat, seppur in esplicita e insistita
polemica con la filosofia kantiana, ha in realtà riassunto con grande efficacia il problema fondamentale sollevato
dal caso degli opposti incongruenti, così come il suo nesso con quello delle grandezze positive e negative: «le loro
parti sono sì uguali (e di conseguenza simili), ma non sono “disposte similmente”; in altri termini tutte le relazioni
di grandezza sono le stesse, ma le relazioni d’ordine non sono le stesse»; è solo il verso in cui le due figure sono
orientate che ci consente di distinguerle, così che per passare da un opposto all’altro è sufficiente «cambiare il
segno più e il segno meno rispetto a un asse» in modo che il rapporto tra gli opposti incongruenti «può definirsi per
la semplice distinzione di due sensi di un segmento», cioè si può ridurre «all’opposizione primitiva dei segmenti
positivi e negativi su una retta» (L. COUTURAT, Les principes des mathématiques. Avec un appendice sur La
philosophie des mathématiques de Kant, Paris, Blanchard, 1980, p. 295). Kant si rende conto così del fatto che «non
esistono solo relazioni grandezza, ma anche relazioni d’ordine e sono queste relazioni d’ordine a essere inverse in
queste figure simmetriche» (Ivi, p. 293). Tali relazioni d’ordine, non possono essere in alcun modo spiegate dalla
logica tradizionale, per cui ogni concetto è definito solo dalle sue determinazioni interne; tali proprietà infatti sono
identiche nei due opposti e la ragione per cui sono considerati diversi, non può essere cercato in una determinazione
che spetta a ciascuno di essi considerato separatamente, ma nel modo in cui uno si trova rispetto agli altri e in
ultima istanza rispetto a un elemento che è stato scelto arbitrariamente come punto di riferimento: «la differenza tra
gli oggetti simmetrici – così Couturat riassume il problema – è qualche cosa di indefinibile e ciò che lo prova è
l’impossibilità in cui ci troviamo di definirla altrimenti che mediante il riferimento a casi particolari, cioè
all’intuizione» (ivi, p. 295). Per l’importanza del concetto di “ordine” cfr. anche L. SCARAVELLI , op. cit., pp. 318ss.

1
relativa alla distinzione del nord e del sud, che è essa stessa relativa, perché non c’è un alto e un
basso nell’universo32.
Il problema del “verso” del moto circolare, dunque, «presenta una certa affinità con
questa: dove risiede la differenza interna delle lumache, peraltro simili e perfino uguali, di cui
una specie ha le spirali girate a destra e l’altra a sinistra?» (AA IV 485; tr. it., Pr. pr. met., 31).
In entrambi i casi la differenza di verso «non si lascia affatto afferrare con caratteri generali»,
dato che «non può dar luogo ad alcuna differenza immaginabile nelle conseguenze interne» (AA
IV 485; tr. it., Pr. pr. met., 31; corsivi miei); nessun esperimento o osservazione accurata di un
oggetto potrà mai rivelare se esso sia “intrinsecamente” destrorso o sinistrorso, così come – è
l’esempio riportato da Kant –, nel «caso di quei rari uomini ai quali l’autopsia ha trovato tutte le
parti secondo le regole fisiologiche, in accordo con gli altri uomini, salvo che gli intestini erano
spostati a destra o a sinistra contrari all’ordine consueto» (AA IV 485; tr. it., Pr. pr. met., 31),
non c’è alcuna possibilità di scorgere un qualche effetto fisico di questa diversa disposizione
delle parti33.
L’aspetto essenziale dell’esempio degli opposti incongruenti non ha più a che fare, come
nello scritto pre-critico, con il problema dell’assolutezza dello spazio (che nei Metaphysische
Anfangsgründe der Naturwissenschaft è esplicitamente messa da parte poche righe prima dei
passi che abbiamo citato), ma non è neppure legato in modo essenziale alla questione della sua
tridimensionalità, che dunque rappresenta la premessa implicita, ma non l’obbiettivo dichiarato
dell’argomentazione kantiana. Se si prendono in considerazione anche gli altri esempi scelti da
Kant si nota infatti come «l’incongruenza ha scarso e non diretto rilievo, mentre l’accento […]
batte sulla differenza di verso, presentata come ciò che non è riducibile a concetto, che richiede
l’intuizione»34.

32
Cfr. L. COUTURAT, op. cit., p. 295.
33
Se per esempio si costruisce una macchina perfettamente funzionante, poi se ne costruisce una identica ma
speculare, in cui tutte le viti con filettatura a destra sono sostituire da viti con filettatura a sinistra ecc., essa non
presenterà un comportamento diverso dalla prima (cfr. R. FEYNMAN, Sei pezzi meno facili, cit., p. 59).
34
C. LUPORINI , Spazio e materia in Kant. Con una introduzione al problema del criticismo, Sansoni, Firenze
1961, p. 322. In questo senso si può concordare con Wittgenstein, quando nel Tractatus osserva che «il problema
kantiano della mano destra e della mano sinistra che non si possono far coincidere sussiste già nel piano, anzi nello
spazio a una dimensione» (L. WITTGENSTEIN, Tractatus logicus-philosophicus, Suhrkamp, Frankfurt 1980; trad. it. di
A. G. Conte, Einaudi, Torino 1964, 6.36111). È chiaro infatti che se si considera «una figura a una dimensione
come una retta e si prend[o]no su di essa due segmenti uguali ma o r i e n t a n t i i n s e n s o i n v e r s o (AB l’uno
BA l’altro). Per semplice scorrimento, cioè mantenendosi nell’unica dimensione che già disponiamo […] l’estremo
A dell’uno non viene a coincidere con l’A dell’altro, ma con B. I due segmenti sono incongruenti» (L. SCARAVELLI,
op. cit., p. 308). L’aspetto essenziale del problema consiste dunque nel fatto che la differenza tra i due segmenti,
resa manifesta dall’incongruenza, non è però dovuta in alcun modo a qualche loro proprietà intrinseca, ma al verso
secondo cui sono orientati l’uno rispetto all’altro (da A a B oppure da B a A); esclusivamente per questo e per
nessun altro contenuto specifico che li distingua, essi non possono essere fatti coincidere «senza rimuoverl[i] dal
loro spazio» (L. WITTGENSTEIN, op. cit., 6.36111) (cioè senza farli ruotare nella seconda dimensione).

1
Il caso della simmetria bilaterale destra-sinistra tra solidi, su cui Kant ha insistito
maggiormente, è dunque soltanto l’esempio più efficace (per l’impossibilità “fisica” di
sovrapporre i solidi speculari in uno spazio tridimensionale) del problema più generale di
mostrare come le “relazioni” abbiano una loro “sussistenza” indipendentemente dalle cose
messe in relazione. Se infatti è possibile pensare cose concettualmente identiche che hanno le
medesime proprietà, ma che non posso essere sostituite le une alle altre e che dunque sono
manifestamente diverse, si deve allora supporre che la loro differenza non possa essere
ricondotta ad alcuna proprietà che esse possiedono in sé stesse: «Tutte le determinazioni – si
legge per esempio nelle Vorlesungen über die Metaphysik (Pölitz) – sono o determinazione
interna, o relazione, cioè rapporto a qualcos’altro [Beziehung auf andere]» (AA XXVIII, 552);
se i due solidi simmetrici non presentano alcuna differenza, se si considerano le loro
determinazioni interne, allora la loro diversità, resa manifesta dall’incongruenza, è dovuta
esclusivamente alle loro relazioni reciproche. Nella concezione metafisica tradizionale, così
come Kant stesso la espone nella Nova Delucidatio, le «sostanze singole […] hanno
un’esistenza separata, ossia affatto intelligibile senza tutte le altre»; al contrario, si potrebbe dire,
il caso degli opposti incongruenti e quello delle grandezze positive e negative mostrano come sia
possibile pensare a determinazioni che sono definibili solo attraverso la “relazione” (relatio),
che è una determinatio respectiva, «tale cioè da non essere comprensibile in un ente considerato
in sé solo» (AA I, 413; tr. it., 48).
Pur non potendo condurre in questa sede un confronto sistematico con quanto Kant
aveva sostenuto nello scritto pre-critico sulle “regioni dello spazio”, facciamo però rilevare che
non è semplicemente possibile affermare che egli abbia usato il medesimo argomento per
dimostrare due tesi contrapposte: in un primo tempo che lo spazio è assoluto e successivamente
che lo spazio è essenzialmente relativo35, «così che, a partire dallo stesso fatto, egli ha inferito
dapprima la realtà, e poi l’idealità dello spazio»36. L’uso che Kant fa dell’argomento continua
infatti a mantenere in entrambi i casi un comune obbiettivo polemico 37 rappresentato dalla
filosofia leibniziano-wollfiana. Questa muoveva in ultima istanza dall’idea che le relazioni
spaziali fossero la conseguenza dei rapporti tra le sostanze, «qualcosa che è del tutto privo di
sostanzialità e fenomeno della relazione esterna tra le monadi unite» (AA I,479; tr. it., Scr. pr.,
62); Kant intende mostrare invece che i rapporti tra le sostanze sono possibili solo in virtù dello
spazio. Non ci sono infatti che due alternative, come Kant fa rilevare in una Reflexion: «o lo

35
Cfr. H. VAHINGER, op. cit., p. 527. Per un commento cfr. L. SCARAVELLI , op. cit., p. 302, nota, e C. LUPORINI, op.
cit., p. 318.
36
L. COUTURAT, op. cit., p. 292.
37
Cfr. L. SCARAVELLI, op. cit., p. 302, nota.

1
spazio contiene il fondamento della possibilità della compresenza di molte sostanze e delle loro
relazioni o queste contengono il fondamento della possibilità dello spazio» (AA, XVII 293, Refl.
3790. z-h? (k1?)).
Se nello scritto pre-critico la polemica contro i “wollfiani” conduceva Kant ad attribuire
allo spazio assoluto «u n a r e a l t à p r o p r i a i n d i p e n d e n t e d a l l ’ e s i s t e n z a d i o g n i
m a t e r i a » (AA II, 378; tr. it., Scr. pr., 412), essa diventa successivamente la premessa per
mostrare che la “logica” del concetto, per cui due cose sono identiche, in quanto hanno le stesse
“note”, è incapace di afferrare la possibilità di elementi che possono essere considerati diversi
esclusivamente per le loro relazioni38, cioè solo se paragonati l’uno all’altro in uno spazio più
esteso in cui sono immersi e che è la condizione che rende possibile un tale raffronto. Nelle
figure simmetriche infatti «l’elemento di distinzione è rappresentato soltanto dalla loro diversa
collocazione rispetto a un certo termine di riferimento»39. Il legame tra questo problema e quello
delle grandezze positive e negative diventa chiaro se si tiene presente che il significato di tale
punto di riferimento «riceve un’interpretazione puramente formale, potendo essere ricondotto, in
generale, all’inversione di segno nelle espressioni matematiche che compaiono entro le teorie,
col che lo “zero” si presenta come il punto astratto rispetto al quale si presenta la simmetria»40.
Ciò che Kant sembra voler rilevare dunque è il fatto che, tanto la distinzione tra due
figure che oggi diremmo “enantiomorfe”, quanto la differenza di segno non possono essere
afferrate se andiamo alla ricerca di una qualche qualità che dovrebbe essere predicata della
figura destrorsa e che dovrebbe distinguerla da quella opposta, del moto ascendente per
distinguerlo da quello discendente; l’elemento di distinzione è rappresentato solo dalla
differenza di verso che può essere espressa per mezzo di una semplice differenza di segno: «+a e
–a non sono qualitativamente opposti, ma solo in relazione al verso [Richtung]» (AA XXII,
176). La distinzione di un verso da un altro di una linea retta, per esempio, non può essere
38
Questo elemento comune alla trattazione precritica e a quella critica è sottolineato per esempio da Riehl (cfr.
A. RIEHL, op. cit., vol I, p. 335).
39
E. AGAZZI, La simmetria nella prospettiva logica ed epistemologica, in ID (a cura di), La simmetria, Bologna,
Il Mulino, 1973, p. 183.
40
Ivi, p. 185. «Si sa – scrive Scaravelli – che l’equazione della superficie che limita un solido è f(x, z, z) = 0.
L’opposto incongruente si ottiene se cambiano z in –z» (L. SCARAVELLI , op. cit., p. 325). Non mi pare però che
Scaravelli metta in luce il fatto che Kant stesso abbia sottolineato come tanto il cambiamento di verso quanto il
cambiamento di segno non possono essere afferrati dal concetto ma soltanto dati nell’intuizione. La possibilità di
tradurre in termini puramente algebrici il paradosso della mano destra e mano sinistra è d’altra parte una delle
critiche più severe rivolte a Kant; celebre per esempio l’obiezione di Hermann Weyl: «Kant trova la chiave per
uscire dal labirinto del “destra” e “sinistra” nell'idealismo trascendentale. Il matematico invece vede in esso la
distinzione di ordine combinatorio fra permutazioni di ordine pari e di ordine dispari. Non è possibile illustrare in
modo più efficace l'opposizione tra l'interpretazione filosofica e impostazione matematica nell’indagine sulle radici
dei fenomeni che il mondo ci presenta» (H. WEYL, Filosofia della matematica e delle scienze naturali, trad. it. di A.
Caracciolo di Fiorino, Torino, Bollati Boringhieri, 1967, p. 104). Su questa posizione si attesta anche F.
MÜHLHÖLZER, Das Phänomen der inkongruenten Gegenstücke aus Kantischer und heutiger Sicht, in «Kant Studien»,
LXXXIII/4 (1992), pp. 449ss.

1
ricondotta mediatamente a una qualche proprietà posseduta dalla linea o da un parte di essa; ma
ci è data solo «immeditamente […] in esempi (concreto)» (AA XVI 336; Refl. 2372. p-r? (x?)),
scegliendo convenzionalmente un particolare segmento orientato come “esemplare”, rispetto al
quale tutti gli altri, se confrontati con esso, potranno essere giudicati come positivi o negativi.

3. Differenza numerica e più che numerica

Che questo fosse l’obbiettivo che Kant si proponeva ricorrendo all’idea degli opposti
incongruenti e con il richiamo all’opposizione tra grandezze positive e negative può essere
provato dal fatto che, in particolare nell’Amphiboliekapitel, egli discuta un altro esempio in cui il
senso della distinzione tra concetto e intuizione si rivela nel modo più semplice: «il concetto di
uno spazio di un piede cubo, lo pensi io dove e quante volte voglia, in sé è affatto identico. Solo
due piedi cubi nello spazio sono nondimeno, semplicemente per i loro luoghi, differenti (numero
diversa); queste sono condizioni dell’intuizione, in cui l’oggetto di un tal concetto vien dato, e
che, se non appartengono al concetto, appartengono bensì tuttavia all’intera sensibilità» (B 338;
tr. it., 225; corsivi miei). I due piedi cubi hanno tutti i lati e tutte le facce uguali e, se si prescinde
dalla posizione che occupano l’uno rispetto all’altro, essi non possiedono alcuna proprietà che li
distingua. Supponiamo che qualcuno ci mostri due piedi cubici identici e scambi a nostra
insaputa le posizioni delle due figure; noi non saremmo in grado di ritrovarle in nessun modo
senza averle prima contrassegnate: «se cose completamente simili vengono scambiate da luoghi
diversi, tutto rimane come prima» (AA XVII, 683; Refl. 4710. r-t.). Non possiamo “spiegare” a
quale delle due figure si sta facendo riferimento precisando una qualche caratteristica che le
contraddistingua; tutto ciò che possiamo fare è “indicarne” una, dicendo “questa”41: esse sono
“due”, e dunque sono diverse, senza che ciò possa essere espresso attraverso due concetti
differenti.
Per la logica del concetto «un individuum o ens singolare è questo, in quanto è
completamente determinato» (AA XVIII, 560), cioè perfettamente definito da tutti i suoi
predicati cui deve essere ricondotta ogni differenza che esso presenta rispetto ad altri individui,
perché «un individuo deve avere in sé qualcosa che l’altro non ha» (AA XXVIII, 1037). Per la
logica dell’intuizione invece «si può astrarre del tutto da ogni differenza interna (di quantità e
qualità) (B 319; tr. it. B 219), così che non c’è niente che ci permette di distinguere “questo”
individuo rispetto a “quello”, che gli è del tutto simile e uguale, se essi non sono percepiti
41
Sul nesso tra i pronomi dimostrativi e il concetto kantiano di intuizione cfr. M. THOMPSON, Singular Terms and
Intuitions in Kant’s Epistemology, cit., p. 328.

1
assieme nello spazio: «Secondo semplici concetti intellettuali è contraddittorio pensare due cose
l’una fuori dall’altra», che sono del tutto identiche per quanto riguarda le loro determinazioni
interne (della quantità e della qualità)», perché «è sempre una e la medesima cosa pensata due
volte (numericamente una)» (AA XX, 280; tr. it., Scr. cr., 50); al contrario «gli oggetti nello
spazio sono già plura, perché sono nello spazio, per esempio, due gocce d’acqua o uova, che,
secondo la determinazione interna, secondo la quantità e la qualità, sarebbero del tutto uguali, si
accorderebbero in tutto», ma «sarebbero però diverse (non numero eadem), appunto per il fatto
che esse si trovano in luoghi differenti, l’una fuori dall’altra, non in uno eodemque loco» (AA
XXVIII, 569).
Se dunque è vero che Kant non riporta l’esempio degli opposti incongruenti nella Kritik
der reinen Vernunft42, è altrettanto vero che il caso dei due piedi cubi identici, o delle due uova o
delle due gocce d’acqua (tutti esempi ripresi da Leibniz), risultano basati sui medesimi
presupposti. Così come non possiamo “spiegare” che cosa rende la filettatura di una vite
“destrorsa” e la distingue da quella identica con la filettatura rivolta in senso opposto, ma
possiamo solo “scegliere” arbitrariamente un singolo oggetto asimmetrico come “standard”, in
relazione al quale è possibile rilevare la differenza, allo stesso modo non possiamo “spiegare”
che cosa rende un individuo “questo” piuttosto che “quello” se essi si distinguono solo di
numero, ma si deve “scegliere” arbitrariamente un terzo corpo rispetto a cui stabilire la loro
posizione reciproca. La forma e le dimensioni sono le medesime nei due oggetti (essi sono
“simili” e “uguali”), e dunque sono identici, se considerati separatamente, perché hanno le stesse
determinazioni interne, la quantità e la qualità, così che non può essere trovato qualcosa nell’uno
che non si trovi anche nell’altro, essi però sono diversi se confrontati l’uno in rapporto all’altro.
«Le determinazioni di una cosa sono interne o esterne. Le esterne si chiamano
Relationes» (AA XVIII, 492); se nessuna determinazione “interna” ci consente di distinguere le
due figure, allora la loro differenza deve essere attribuita alle determinazioni esterne, perché
«cose completamente congruenti [totaliter congruentia] possono essere diverse in virtù delle
relazioni [ratione relationibus]» (AA XXIX, 838). Due gocce d’acqua o due uova identiche, un
oggetto destrorso e uno sinistrorso altrimenti simili e uguali ecc. non possono essere distinti per
un qualche predicato che esprima una loro determinazione interna, ciò nonostante sono
differenti per le relazioni esterne, perché «una parte dello spazio, per quanto simile e uguale sia
a un’altra, è tuttavia fuori di questa e appunto per ciò diversa da essa […] e questo deve valere

42
Sulle possibili ragioni di questa omissione cfr. S. MARCUCCI, Guida alla lettura della “Critica della Ragion
Pura”, Roma-Bari, Laterza, 1997, p. 53ss.

1
di tutto ciò che è contemporaneamente in vari punti dello spazio, per quanto in sé sia simile e
uguale» (B 320; tr. it., 216; corsivi miei).
Se infatti io «astraggo da tutte le condizioni dell’intuizione, e mi attengo unicamente al
concetto di una cosa in generale» (B 339; tr. it., 226), allora due cose possono essere considerate
semplicemente identiche quando hanno le stesse proprietà e diverse, se hanno proprietà diverse:
«quando un oggetto ci si presenta più volte, ma ogni volta appunto con le medesime
determinazioni interne (quantitas e qualitas), allora esso, se si considera come oggetto
dell’intelletto puro, è sempre esattamente il medesimo (numerica identitas)» (B 319; tr. it., 216).
Al contrario «quando non si tratta di paragonare dei concetti» allora «pure la diversità dei luoghi
in uno stesso tempo è una ragione sufficiente della d i v e r s i t à n u m e r i c a dell’oggetto (dei
sensi)» (B 319 tr. it., 216). Il rapporto di “congruenza” tra figure geometriche nello spazio non
può dunque in alcun modo essere ridotto all’“identità” logica tra concetti che hanno le stesse
note, perché «un fenomeno nello spazio non ha più luogo semplicemente nell’intelletto (tra i
concetti), bensì nell’intuizione esterna sensibile (nello spazio); e quivi luoghi fisici rispetto alle
determinazioni intrinseche delle cose sono affatto indifferenti e un luogo = b può accogliere una
cosa, tanto nel caso che essa sia perfettamente simile ed uguale a un altra che è nel luogo = a,
quanto nel caso sia assai diversa» (B 328; tr. it. 200; corsivi miei).
Se dunque ripercorriamo tutti gli esempi proposti da Kant per chiarire la differenza tra
“concetto” e “intuizione” (da quello degli opposti incongruenti, quello dei movimenti circolari
in direzione opposta, fino a quello delle due gocce d’acqua, delle due uova o dei due piedi cubi
indiscernibili, ma posti in luoghi differenti), possiamo osservare che essi sembrano tutti far
riferimento all’idea che due “figure” possono essere identiche, se considerate separatamente
(non c’è nulla che si trovi nell’una che non possa essere trovata anche nell’altra) e tuttavia
devono essere considerate diverse se sono poste a confronto.
Se infatti cambiamo la posizione o la direzione di una figura nello spazio o invertiamo
l’ordine delle singole parti in modo che in luogo della figura originaria ne collochiamo un’altra
che ne sia l’immagine speculare, la nuova figura non potrà essere distinta dalla prima, se non è
percepita assieme a essa in un unico spazio che le comprende entrambe. Allo stesso modo, per
ogni figura data è possibile costruirne una simile che ha la stessa “qualità”, («la figura è qualità»
[AA XVIII, 338; Refl. 5730. q3-4.]), ma differente “quantità” («perché cose simili posso esser
distinte solo per la grandezza» [AA XVI, 77; Refl. 1676. b1]), senza che sia possibile avvertire
alcuna differenza se queste non sono confrontate l’una all’altra 43. La completa indifferenza dei
43
«Gli esempi che Kant adduce per dimostrare la specificità sensibile della geometria e impedire la sua
riduzione all'analisi intellettuale – ha scritto Jules Vuillemin – appartengono in realtà a tre domini distinti di questa
scienza»: in primo luogo Kant nota che «né la traslazione né la rotazione non alterano né la grandezza né la forma

2
costrutti euclidei di fronte a tutte le differenze assolute di grandezza è resa evidente dal
paradosso per cui, almeno dal punto di vista geometrico44, «l’intero sistema solare potrebbe
essere contenuto in una goccia d’acqua» (AA XVIII, 705; Refl. 6398 w1-3) senza che questa possa
essere considerata una differenza fisica reale. Due figure “simili” non rappresentano affatto due
figure “diverse” e, se non fossero paragonate l’una con l’altra, non potrebbero essere distinte:
«Si prenda la rappresentazione che alcune cose nell’universo diventino sempre più piccole, e
tutte le altre al contrario rimangano immutate […] allora il cambiamento sarebbe rappresentabile
relativamente alla grandezza. Si presupponga però che l’intero universo si sia mutato, allora non
è possibile alcun altro paragone, e così non è pensabile alcuna variazione della grandezza» (AA
XVIII, 997). L’universo immaginario rimpicciolito rispetto a quello originale è lo stesso
universo e non ha senso parlare di una differenza dal momento che «non possiamo confrontarla
con un terzo oggetto» (AA XVIII, 997).
Da questo esempio risulta evidente che «quanto qualcosa sia grande si può conoscere
solo relativamente» (AA XVIII 338; Refl. 5729. q.). Un “piede” e un “pollice”, per esempio,
sono indistinguibili se considerati separatamente; non è possibile spiegare a parole che cos’è un
“piede” specificando una sua qualità intrinseca che lo contraddistingua rispetto a tutte le altre
unità di misura e da cui si dovrebbe prescindere per parlare dello spazio in generale, che è
«comune tanto a un piede quanto a un braccio» (A 25; trad. it., 56, nota); d’altra parte dicendo
che un “piede” a corrisponde a 12 “pollici”, non si farebbe che spostare il problema, perché
nuovamente non saremmo in grado di stabilire “che cos’è” un “pollice”. Tutto ciò che possiamo
fare è indicare direttamente un “esempio”, che è stato scelto come unità di misura: «che ogni
grandezza sia solo relazionale [Verhältnismäßig] e che non sia alcuna grandezza absolute si
vede da questo: io misuro il cielo per mezzo del diametro della terra, il diametro della terra con
le miglia, le miglia con i piedi, questi con il rapporto al mio corpo» (AA XX, 47).
Nella Kritik der Urtheilskraft Kant osserva in modo conseguente che «per saper quanto
qualcosa è grande occorre sempre qualcosa come unità di misura […] e la grandezza di
quest’ultima ha bisogno sempre di qualcosa come misura, cui possa essere paragonata»; ne
segue che «non arriveremo mai a una misura prima e fondamentale e quindi non potremmo mai
avere un concetto determinato di una grandezza data», così che «la valutazione della grandezza

della figura», in secondo luogo è consapevole del fatto che «nella costruzione delle figure omotetiche (...) si
pretende che l'omotetia conservi la forma delle figure, ma non la loro grandezza. In terzo luogo Kant utilizza
sovente per mostrare l'irriducibilità dello spazio a concetto l'esempio dell'inconfrontabilità diretta delle figure in cui
la simmetria conserva certe loro proprietà, ma le inverte», ciò che non può essere compreso intellettualmente: «lo si
vede, ma non lo si intende» (J. VUILLEMIN, Physique et métaphysique kantiennes, cit., p. 51s.).
44
Cfr. M. SCHLICK, Spazio e tempo nella fisica contemporanea, trad. it. di L. Geymonat, Bibliopolis, Napoli
1979, p. 39.

2
della misura fondamentale» non può che «essere colta immediatamente in un’intuizione» (AA
V, 251; tr. it., Cr. Giud., 173; corsivi miei)45. Non si è in grado, per esempio, di rappresentare
una “proprietà”, comune, poniamo, a tutti i segmenti della lunghezza di un metro, per astrarne il
concetto generale; si deve piuttosto muovere dalla relazione “aver la stessa lunghezza di”, la
quale, per poter assumere un contenuto specifico, deve rimandare in ultima istanza a
un’intuizione, a un individuo scelto arbitrariamente come esemplare e indicato direttamente, per
esempio, il “metro” conservato al Bureau International des Poids et Mesures di Parigi46. Ancora
una volta dunque il fatto che la grandezza assunta come “esemplare” non possa che essere
definita ostensivamente, indicando un caso singolo dato all’“intuizione”, appare strettamente
legato al fatto che «la magnitudo o la parvitas non possono mai essere conosciute in modo
assoluto, ma solo attraverso la r e l a z i o n e » (AA XXVIII, 997)47.

***

La possibilità che figure nello spazio altrimenti indiscernibili possano essere distinte solo
in virtù delle relazioni, cioè per nulla che possa essere afferrato in un elemento preso
isolatamente, ma che si manifesta solo quando esse sono confrontate l’una all’altra, è dunque la
premessa a partire dalla quale sono possibili i concetti di congruenza e di similitudine. A partire
da questi presupposti sembra possibile intravedere il significato della “costruzione” del concetto
nell’intuizione e il particolare rapporto che essa stabilisce tra l’universale e il particolare: «per la
costruzione del concetto – scrive Kant nella Transscendentale Methodenlehre, dove si danno
indicazioni particolarmente dettagliate su questo tema – si richiede dunque un’intuizione non
empirica, che, di conseguenza, come intuizione, è un oggetto singolo, ma, deve nondimeno
come costruzione di un concetto (di una rappresentazione generale) esprimere nella
45
«Le determinazioni di lunghezza sono relazionali nel modo descritto, perché l’esposizione o definizione, della
nozione di grado di lunghezza (...) implica l’esibizione di un entità esemplificante un grado di lunghezza» (R.
MEERBOTE, Kant on Intuitivity, in «Synthese», XLVII (1981), p. 204). Per la relazione tra questo problema e quello
degli opposti incongruenti cfr. H. ISHIGURO, Leibniz’s Philosophy of Logic and Language, Cambridge University
Press, Cambridge 1990, pp. 114ss.
46
Sul fatto che questo tipo di definizioni debbano in ultima istanza far riferimento a un esempio singolo cfr. A.
FRAENKEL, Einleitung in die Mengenlehre, New York, Dover Publications, 1946, p. 58; H. WEYL, Filosofia della
matematica e delle scienze naturali, Torino, Bollati Boringhieri, 1971, p. 14.
47
Il nesso tra questi due problemi può essere ben rappresentato da questo esempio riportato da Russell: «Ora se
qualcuno fosse dell’opinione che ci sono ragioni per procedere senza proposizioni della forma soggetto-predicato,
tutto ciò che è necessario è prendere una cosa rossa campione e avere una relazione che si potrebbe chiamare
“somiglianza di colore”, che sarebbe una relazione diretta e non consisterebbe nell’avere un determinato colore […]
Si possono allora definire le cose rosse come tutte le cose che sono nella relazione di somiglianza di colore con
questa cosa campione» (B. RUSSELL, La filosofia dell'atomismo logico, a cura di M. Di Francesco, Torino, Einaudi,
2003, p. 36s.; corsivi miei). «In questo caso», come scrive Reichenbach, «un campione di questo colore rosso
sarebbe conservato a Parigi al posto del metro standard» (H. REICHENBACH, The Philosophy of Space and Time, a
cura di M. Reichenbach e J. Freund, Dover, New York 1957, p. 15).

2
rappresentazione qualcosa che valga in generale [Allgemeingültigkeit] per tutte le intuizioni
possibili, che appartengono al medesimo concetto» (B 741, tr. it., 446; corsivi miei). Gli esempi
scelti da Kant mostrano come una certa figura presenti da una parte un «interesse individuale,
per le proprietà che essa ha come individuo»48, per cui essa ha una certa posizione, una
determinata dimensione, un certo verso ecc., e può essere considerata «in concreto, cioè in casu
vel qvaestione data» (AA XVIII, 106, Refl. 5162. y2-3? (r3?)), dall’altra essa possiede
determinazioni “generali” pensate in abstracto che sono «indipendenti dalla posizione nello
spazio così come dall’assoluta grandezza che viene assunta dalla figura»49.
La matematica non procede dunque a una classificazione dei singoli casi effettivamente
esistenti, dati a posteriori, ma determina a priori un campo di possibili variazioni in cui il
singolo elemento si configura come una mera “esemplificazione”50 ottenuta specificando
determinate costanti individuali (grandezza dei lati, posizione nello spazio ecc.) 51; da questo
punto di vista «la singola figura descritta [die einzelne hingezeichnete Figur] è empirica e
nondimeno serve a esprimere il concetto, senza pregiudicare la sua universalità, perché in questa
intuizione empirica si guarda sempre all’azione della costruzione del concetto [Handlung der
Construction des Begriffs], cui molte determinazioni, per esempio della grandezza, dei lati e
degli angoli, sono affatto indifferenti, e perciò si astrae da queste differenze che non mutano il
concetto di triangolo» (B 741s., tr. it., 447, corsivi miei). Al possesso assoluto delle stesse
determinazioni interne sembra così sostituirsi l’indifferenza rispetto alla variazione relativa delle
relazioni esterne (come movimenti52 o cambiamenti di scala). L’“identità logica” lascia così il
posto all’“equivalenza geometrica” delle figure che non si distinguono per nulla, se non sono
poste a confronto l’una con l’altra in uno spazio più esteso: «ogni concetto infatti, la cui
differenza non può essere mostrata in alcun esempio, è identico a quest’ultimo e ne differisce
solo per il collegamento che noi vogliamo dargli nell’intelletto» (AA IV, 488; Pr. pr. met., tr. it.,
37).
Se dunque Kant, al fine di distinguere il concetto dall’intuizione, dà particolare risalto al
problema della simmetria bilaterale destra-sinistra, è innegabile che gli altri esempi che egli
48
F. KLEIN , Vergleichende Betrachtungen über neuere geometrische Forschungen (1872) in: F. KLEIN,
Gesammelte mathematische Abhandlungen, Berlin/New York, Springer-Verlag, 1973, vol. I, p. 463.
49
Ibidem.
50
Cfr. quanto osserva Hintikka: «Quindi questa definizione di costruzione implica che Kant identificava
l’essenza del metodo matematico nell’introduzione di individui che esemplificano concetti generali» (J. HINTIKKA,
op. cit., p. 131).
51
Ciò che è importante nell’idea della costruzione del concetto nell’intuizione, dunque, «non è l'aspetto
rappresentativo, il carattere figurale di tali costruzioni - ma il fatto che utilizzandole ci riferiamo agli o parliamo
degli oggetti matematici individuali» (G. J. BRITTAN, Kant's Theory of Science, Princeton, Princeton University
Press, 1987, p. 51).
52
Su questo punto cfr. M. FRIEDMAN, Geometry, Construction, and Intuition in Kant and His Successors in: G.
SHER, R. TIESZEN (a cura di), op. cit., pp. 186-218.

2
riporta sembrano essere profondamente legati tra loro dall’idea che sta alla base del più generale
concetto di “simmetria”53, intesa come variazione che lascia immutate le determinazioni
“strutturali” di una certa figura e cambia solo quelle che, come la grandezza, la posizione nello
spazio ecc., la caratterizzano in quanto questa figura individuale e che dipendono
esclusivamente dalle relazioni che essa intrattiene con altre figure54.
Possiamo così per esempio passare sinteticamente e nondimeno a priori dall’intuizione
sensibile di un individuo posto “qui” a quella di un individuo diverso in quanto posto “là”, che
dunque non può essere ricavato analiticamente dal primo55, perché anticipiamo l'esistenza di un
tale individuo prima che l'esperienza ce lo abbia fornito, ammettendo, come condizione della
possibilità di un sapere che sia universale e necessario e, allo stesso tempo, estensivo della
nostra conoscenza, l’intuizione pura di uno spazio unitario, in cui tutti i luoghi possibili sono tra
loro equivalenti: «L’intuizione pura non significa qui qualcosa che viene intuito, ma la pura
condizione formale, che precede il fenomeno» (AA XVIII, 166; Refl. 5377. f? (w?)), essa
garantisce a priori che ciò che vale per un individuo intuito sensibilmente “qui” varrà allo stesso
modo anche se lo spostiamo “là”, prima che l’esperienza ce ne abbia fornito la prova. Se infatti
ciascun individuo fosse assolutamente unico e irripetibile e ogni differenza fosse sempre “più
che numerica”, non vi sarebbe modo di uscire dal concetto che abbiamo di esso per estendere
sinteticamente la nostra conoscenza a un altro individuo logicamente del tutto diverso56:
«Identità e differenza intellettuale è analitica, ma determinata sensibilmente sintetica
[Einerleyheit und Verschiedenheit intellectuel ist analytisch, aber sinnlich bestimt synthetisch], e

53
Sul rapporto tra il pensiero di Kant e il concetto di simmetria ha insistito in particolare Jean Petitot cfr. J.
PETITOT, La philosophie transcendantale et le problème de l'objectivité, Paris, Osiris, 1991, pp. 68ss.; ID., Actuality
of Transcendental Aesthetics for Modern Physics, in L. BOI, D. FLAMENT, J. SALANSKIS (a cura di), 1830-1930: A
Century of Geometry, Epistemology, History and Mathematics, Berlin/New York, Springer-Verlag, 1992, pp. 239-
263. Una interpretazione di ispirazione kantiana si trova anche in K. MAINZER, Symmetrien der Natur: ein Handbuch
zur Natur- und Wissenschaftsphilosophie, Berlin, Walter de Gruyter 1988, pp. 321-323. Uno sviluppo sistematico
della filosofia kantiana in cui svolge una funzione essenziale il concetto di invarianza rispetto a certe trasformazioni
è rappresentato dalla filosofia di Ernst Cassirer (cfr. K. IHMIG, Cassirers Invariantentheorie der Erfahrung und seine
Rezeption des ‘Erlanger Programms’, Hamburg, Felix Meiner Verlag, 1997). Per quanto riguarda il concetto di
simmetria, sul quale esiste una vasta letteratura, ci limitiamo a rimandare all’antologia: K. BRADING, E. CASTELLANI (a
cura di), Symmetries in Physics: Philosophical Reflections, Cambridge, Cambridge University Press, 2003.
54
Cfr. J. VUILLEMIN , La théorie kantienne de l’espace à la lumière de la théorie des groupes des transformations,
in «The Monist», LI/3 (1967), pp. 332-351.
55
«Un passaggio di un argomento analitico non può mai portarci dall’esistenza di un individuo all’esistenza di
un individuo distinto dal primo» (J. HINTIKKA, op. cit., p. 200); nel caso di un procedimento che sia sintetico e a
priori, invece, l’individuo può essere, per così dire, aggiunto a priori, in quanto si configura esemplificazione di un
campo di possibilità definito a priori, il quale rappresenta quella x di cui l’intelletto si serve per connettere elementi
altrimenti irriducibili. In questo modo i singoli individui isolati si trasformano in «variabili libere in modo che possa
essere fatta un'affermazione generale intorno a tutti gli individui di un dato tipo» (E. BETH, Über Lockes
“allgemeines Dreieck”, cit., p. 373).
56
Cfr. anche infra, nota 77.

2
la differenza del luogo, indipendentemente dall’identità della cosa in sé è già una differenza
numerica» (AA XVIII, 229; Refl. 5554. c2-q1)57.

4. Leibniz, Kant e il problema della realtà delle “relazioni”

Se volessimo riassumere i risultati cui siamo approdati fino a questo punto, potremmo dire che,
mentre la differenza tra i concetti deve essere sempre ricondotta a certe determinazioni interne,
le intuizioni possono invece essere distinte solo in virtù delle relazioni esterne. Per la logica del
concetto “qui” e “là”, “ora” e “allora” dovrebbero essere considerati in ultima istanza come note
caratteristiche, così che ciò che “appare” alla sensibilità come una mera differenza di luogo o di
tempo sarebbe “in realtà” per l’intelletto una differenza di predicati: «La differenza dei […]
luoghi non determina alcuna differenza delle cose stesse, ma piuttosto la presuppone» (AA
XVII, 407; Refl. 4081. k1? (h?)). Le intuizioni invece non possono essere distinte le une dalle
altre per una qualche proprietà che può essere loro attribuita anche se sono considerate
isolatamente; i singoli elementi individuali dello spazio e del tempo (i punti e gli istanti)
derivano la loro determinatezza (il fatto che “qui” non sia “lì”, che “ora” non sia “allora”)
esclusivamente dalla loro posizione reciproca58. Dal momento che «la posizione è il rapporto di
un luogo rispetto a un altro» (AA XVII, 577; Refl. 4506. x-o? (l?) (r1?)), al fuori di un tale
rapporto in cui si trovano tra loro, non possiedono alcun “contenuto” proprio indipendente che
possiamo descrivere discorsivamente: «tutte le parti dello spazio sono l’una fuori dall’altra» e
dunque «sono già determinazioni esterne» (AA XXVIII, 569).
Le differenze intrinseche tra i singoli spazi e singoli tempi individuali non sono dunque il
fondamento dei loro rapporti reciproci, ma sono al contrario tali rapporti a determinare la loro
individualità e a consentirci di stabilire la differenza tra “questa” parte e “quella” altrimenti del
tutto identica alla prima. Sembra dunque sussistere un legame inestricabile tra l’idea che
57
Hermann Weyl ha riassunto con estrema efficacia questo punto di vista: «Poiché il semplice “qui” non è nulla
per sé stesso che possa differire da qualsiasi altro “qui”, lo spazio è il principium individuationis. Esso rende
possibile l'esistenza di cose numericamente diverse ma uguali sotto ogni condizione. Questa è la ragione per cui
Kant distingue lo spazio come “forma dell'intuizione” dalla “materia dei fenomeni, cioè ciò che corrisponde alle
sensazioni”. In questo punto risiede la radice dei concetti di similitudine e congruenza» (H. WEYL, op. cit., p. 160).
Cfr. anche ID., Mathematische Analyse des Raumproblems. Was ist Materie?, Wiss. Buchges., Darmstadt, 1977, p.
1.
58
«Se pensi due anni – si legge per esempio nella Dissertatio – non te li puoi rappresentare se non in una data
posizione tra loro […] non è possibile senza incappare in un circolo vizioso, definire in alcun modo in base a note
concepibili dell’intelletto quale dei tempi diversi venga prima e quale dopo» (AA II, 403; corsivo mio; tr. it., Scr.
pr., 301). Essere “prima di” non è una qualità dell’istante, ma solo il rapporto che lo lega a un altro istante.
Analogamente i singoli spazi non possono essere definiti come posti a “sinistra” da una qualche “nota” che può
essere loro attribuita indipendentemente dagli altri, ma solo «in rapporto tra loro in relazione a una certa posizione
[certo positu se invicem respicientes]» (AA II, 403; tr. it., Scr. pr., 301).

2
l’“intuizione” si riferisca immediatamente, non per mezzo di note di comuni, a un singolo
oggetto (questo qui) e il fatto che tale oggetto singolo non possa essere distinto da uno “simile e
uguale” se non per mezzo di rapporti59.
Gli esempi scelti da Kant per distinguere il concetto dall’intuizione sembrano dunque in
ultima istanza rimandare al problema che fa da sfondo al principio leibnizano di identità degli
indiscernibili, il problema di stabilire se, «oltre la differenza di tempo e di luogo», «vale a dire il
rapporto a ciò che è esterno», ci debba sempre essere «un principio interno di distinzione» 60 (una
denominatio intriseca) o se si possa ammettere che qualcosa si distingua da qualcosa altro solo
per le relazioni esterne (solo in virtù di denominationes exstrinsecae)61: se «due individui fossero
perfettamente simili e uguali» e potessero avere «la medesima figura e grandezza – scrive
Leibniz nei Nouveaux Essays sur l’entendement humain – ve ne sarebbero di indistinguibili in sé
i quali potrebbero essere distinti soltanto mediante denominazioni esteriori senza fondamento
interno: questo però è contro i più grandi principi della ragione»62, perché significherebbe
ammettere differenze, per le quali non si può addurre alcuna ragione sufficiente. Certo, secondo
Leibniz, «questa ipotesi dei due indiscernibili, cioè di due porzioni di materia perfettamente
congruenti tra loro, sembra possibile in termini astratti»63, cioè nell’ambito dell’immaginario e

59
«Ogni nostra intuizione infatti – scrive Kant nella Dissertatio, in uno dei passi in cui questo punto di vista
emerge nel modo più chiaro – è legata a un principio formale, giacché una cosa può essere d i s t i n t a dalla mente
immediatamente ossia come s i n g o l a unicamente attraverso una forma, altrimenti può essere concepita solamente
discorsivamente mediante concetti generali» (AA II, 120; tr. it., Scr. pr., 433). In termini più attuali si potrebbe dire
che «la relazione “il punto A giace alla sinistra di B” non si basa su una proprietà descrivibile qualitativamente di A
solo e di B solo» (H. WEYL, Filosofia della matematica e delle scienze natura, cit., p. 5); si deve piuttosto muovere
dalla relazione con due posti liberi “A giace alla sinistra di B” e i termini della relazione possono essere identificati
soltanto attraverso «l’immissione, in un posto libero, di un oggetto dato immediatamente (“questo qui”)» (Ivi, p. 6).
In generale, infatti, a differenza di quanto accade per i “concetti”, «non c’è alcuna proprietà […] oggettiva per
mezzo della quale un punto possa essere distinto da un altro», ma, come conviene alle intuizioni, «essi possono
essere distinti solo per un atto di dimostrazione, facendo segno con il dito e dicendo “qui”» (ID,, Gesammelte
Abhandlungen, a cura di K. Chandrasekharan, Berlin/New York, Springer-Verlag, 1998, vol. III, p. 606). Sul
ricorso all’intuizione come immissione di un valore in un “posto libero” cfr. J. HINTIKKA, op. cit., p. 50. Sul fatto che
al distinzione tra concetto e intuizione abbia come presupposto l’esigenza di superare la logica monadica del
concetto nella direzione di una logica poliadica delle relazioni cfr. M. FRIEDMAN, Kant and the Exact Sciences,
Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1992, p. 63ss.
60
G. W. LEIBNIZ , Philosophische Schriften, a cura di C. I. Gerhardt, Berlin 1875-1890 (Rist. an. Hildesheim
1978), vol. V, p. 213. La traduzione italiana è tratta da ID., Nuovi saggi sull'intelletto umano in: ID., Scritti
Filosofici, a cura di M. Mugnai e E. Pasini, Torino, UTET, 2000, vol. II, p. 206.
61
«Nullas esse denominationes pure extrinsecas […] sed semper opus esse, ut aliqua alia differentia interna
intercedat. Ita non possunt duae esse atomi simul figura similes, et magnitudine aequales inter se, exempli causa
duo cubi aequales» (L. COUTURAT, Opuscules et Fragments inédits de Leibniz – Extraits des manuscrits de la
Bibliothèque royale de Hanovre, Paris, 1903, ripr. anast., Hildesheim, 1961, I, 14, c, 7; corsivi miei). In generale
per la contrapposizione tra denominatio intrinseca/extrinseca cfr. per esempio H. BURKHARDT, B. SMITH , Handbook
of Metaphysics and Ontology, Münich, Philosophia Verlag, 1991, p. 208; in riferimento a Leibniz: H. ISHIGURO,
Leibniz's Philosophy of Logic and Language, cit., p. 107ss. e soprattutto D. PLAISTED, Leibniz on Purely Extrinsic
Denominations, Rochester (New York), University of Rochester Press, 2002.
62
G. W. LEIBNIZ , Philosophische Schriften, cit., vol. V, p. 214; tr. it. ID., Nuovi saggi sull'intelletto umano, cit., p.
207.
63
Ivi, vol. VII, p. 545; tr. it. ID., Saggi filosofici e lettere, a cura di V. Mathieu, Laterza, Roma/Bari 1963, p.
434.

2
del possibile, dove si può ammettere che «cose congruenti possano essere distinte “solo numero”
ovvero “referentia ad externa”»64, perché non presentano altra differenza, se non «cum dicimus
hoc»65; nel regno della realtà effettiva invece «non vi è alcuna denominazione interamente
esteriore (denominatio pure extrinseca), a causa della connessione reale di tutte le cose»66.
Una differenza puramente estrinseca, come quella tra un oggetto destrorso e uno
sinistrorso altrimenti simili e uguali, per limitarci al caso da cui abbiamo preso le mosse, non è
per Leibniz una “vera” differenza, perché non è riconducibile ad alcuna determinazione
intrinseca degli oggetti, ma dovrebbe dipendere solo dalle loro relazioni esterne rispetto a un
corpo scelto come punto di riferimento67, relazioni che introducono tra due elementi altrimenti
indiscernibili una differenza che non è una differenza: «infatti questi due stati indiscernibili sono
lo stesso stato e quindi si tratta di un mutamento che non muta niente»68. L’universo “reale” non
ammette tali distinzioni soltanto esteriori; esso, come Leibniz afferma servendosi di una
variazione del principio di identità degli indiscernibili, non è “anfidestro” e non può essere
«tagliato verticalmente secondo la sua lunghezza, in modo tale che sia uguale e simile da una
parte e dall’altra»69. Se invece consideriamo l’universo nella sua totalità ci si potrebbe certo
chiedere, perché «tutto non sia stato posto a rovescio, con uno scambio dell’oriente con
l’occidente», ma una tale distinzione è priva di senso, dal momento che «quei due stati, l’uno
qual è e l’altro supposto a rovescio, non differiscono punto tra loro» 70, perché non c’è un terzo
oggetto che possa servire da termine di paragone.
L’“indiscernibilità” degli identici sembra così ancora una volta strettamente legata
all’idea della loro invarianza rispetto a certe trasformazioni, per cui due elementi possono essere
considerati come “equivalenti” 71, per esempio due figure simili, che si distinguono solo per la
grandezza, in quanto «non discerni nisi per comperceptione»72, perché possono essere distinti
64
M. SCHNEIDER, Funktion und Grundlegung der Mathesis Universalis, in «Studia Leibnitiana», Sonderheft 15
(Leibniz Questions de Logique) (1988), pp. 162-182. «Congrua sunt, quae diversa sunt, non nisi respectu ad
externa» (G. W. LEIBNIZ , Mathematische Schriften, a cura di C. I. Gerhardt, Berlin 1849-Halle 1863, vol. VII, p. 29);
«Congrua sunt quae nullo modo diescerni possunt, si per se spectantur [...] sola igitur positione discerni possunt
seu relatione ad aliquod aliud jam positione datum» (Ivi, p. 263).
65
G. W. LEIBNIZ , Sämtliche Schriften und Briefe (Akademie-Ausgabe), hrsg. von der Berlin-Brandenburgischen
und der Göttinger Akademie der Wissenschaften, Darmstadt, Akademie-Verlag, 1923ss., vol. VI, 3, 147.
66
G. W. LEIBNIZ , Philosophische Schriften, cit., vol. V, p. 211; tr. it. ID., Nuovi saggi sull'intelletto umano, cit., p.
203.
67
«Congrua sunt quae sola comperceptione cum tertio discerni possunt» (G. W. LEIBNIZ , Sämtliche Schriften und
Briefe (Akademie-Ausgabe), cit., vol. VI, 4, p. 565).
68
G. W. LEIBNIZ , Philosophische Schriften, cit., vol. VII, p. 590, tr. it. ID., Saggi filosofici e lettere, cit., p. 412.
69
Ivi, vol. VI, p. 129; tr. it. G. W. LEIBNIZ, Saggi di teodicea, tr. it. di V. Mathieu, Cinisello Balsamo, S. Paolo, p.
223.
70
G. W. LEIBNIZ , Philosophische Schriften, cit., vol. VII, p. 501; tr. it. ID., Saggi filosofici e lettere, cit., p. 401.
71
Cfr. M. SCHNEIDER, Funktion und Grundlegung der Mathesis Universalis, cit.. p. 179.
72
G. W. LEIBNIZ , Mathematische Schriften, cit., vol. V, p. 89. Per maggiori dettagli su questo punto cfr. M.
MUGNAI, op. cit., p. 88s.; sul rapporto con il moderno concetto di simmetria cfr. soprattutto H. WEYL, Simmetria,
trad. it. di G. Lopez, Milano, Feltrinelli, 1962, che si richiama esplicitamente alla definizione leibniziana di

2
soltanto se posti in relazione l’uno all’altro. Secondo Leibniz soltanto tra gli oggetti astratti della
matematica è possibile ammettere tali differenze puramente esteriori, perché qui abbiamo a che
fare con pure possibilità ideali. Nell’universo effettivamente esistente, dal momento che è il solo
universo esistente, non ci sono parti che siano rigorosamente le stesse e un’analisi più
approfondita rivela sempre delle differenze intrinseche, in virtù delle quali ogni contenuto
spaziale e temporale appare come qualcosa di assolutamente unico e irripetibile, perché «non c’è
determinazione tanto estrinseca da non averne una intrinseca per fondamento»73.
Kant, sottovalutando il profondo significato di una tale distinzione tra possibile e reale 74
e forse anche l’intima affinità che essa presenta con la sua stessa filosofia, poteva così pensare
che i “leibniziani” considerassero lo spazio e il tempo matematici, in cui ogni parte e uguale ad
ogni altra, come «una proprietà delle cose in sé […] proprietà tuttavia che il matematico pensa
solo secondo concetti volgari, cioè in maniera confusa (poiché così si spiega comunemente il
fenomeno)» (AA IV, 507; tr. it., 67s.). Al fenomeno come manifestazione confusa Leibniz
avrebbe contrapposto la conoscenza distinta della realtà in sé, cui approda soltanto l’intelletto
puro, «un concetto platonico del mondo, nel senso che il mondo non vi è considerato come un
oggetto dei sensi, ma come cosa in sé, puro oggetto dell’intelletto, che tuttavia sta a fondamento
dei fenomeni del senso» (AA IV, 507; tr. it., 68). Ciò che appare confusamente ai sensi come
perfettamente identico a qualcos’altro e tale da poter essere distinto da esso solo per le relazioni
esterne, alla considerazione distinta dell’intelletto, presenta infatti particolari determinazioni
interne che lo contraddistinguono in modo assoluto da tutto il resto: «se io penso semplicemente
cose in generale, la differenza delle relazioni esterne non può certamente costituire, una
differenza delle cose stesse, anzi essa piuttosto la presuppone» (B 336; tr. it., 224; corsivo mio),
dal momento che per l’intelletto puro «la relazione esterna senza l’interna […] non è qualcosa di
vero, ma una semplice apparenza» (AA XVIII, 179; Refl. 5429. y-c? (s?) q1?).

similitudine.
73
G. W. LEIBNIZ , Philosophische Schriften, cit., vol. II, p. 240.
74
Possiamo qui soltanto accennare alle importanti implicazioni filosofiche del rapporto che intercorre tra la
distinzione del possibile dal reale e il concetto di simmetria, in cui forse potrebbe essere trovato il nocciolo teorico
che emerge dal confronto tra Leibniz e Kant. Come ha scritto Henri Poincaré, «se abbiamo un sistema di leggi
valido per tutto l'universo, l’osservazione ci farà conoscere un’unica soluzione, quella che si è realizzata. Infatti
l’universo è stampato in un unico esemplare» (H. POINCARÉ, Ultimi pensieri in: ID., Opere epistemologiche, a cura di
G. Boniolo, 2 voll., Abano Terme, Piovan Editore, 1989, vol. II, p. 222); ma se ammettiamo che «le diverse parti
del mondo sono sì solidali, ma per poco che sia grande la distanza, l'azione diventa così debole che la si può
trascurare», «allora non è più corretto dire che l'universo esiste in un solo esemplare», ma «sarà possibile
ricominciare un'esperienza facendone variare le condizioni; non si conoscerà più un'unica soluzione, unica a essersi
realizzata, ma un gran numero di soluzioni possibili» (Ivi, 222), che, si potrebbe dire, differiscono tra loro solo di
numero; come ha scritto Hermann Weyl: «la verità quale la vediamo oggi, è questa: le leggi di natura non
determinano unicamente il solo universo che esiste nella realtà […] una trasformazione che conservi le stesse leggi
di natura può essere considerato lo stesso mondo» (H. WEYL, Simmetria, cit., p. 31) ed è proprio a partire da questo
punto di vista che è possibile ottenere delle generalizzazioni (cfr. B. VAN FRASSEN, op. cit., p. 287ss.).

2
Per la logica del concetto infatti «la sostanza stessa deve essere presupposta a tutte le
relazioni» (AA XVII, 407; Refl. 4081. k1? (h?)) e «non ci può essere alcuna relazione senza il
fondamento di determinazione in un correlato» (AA XXVIII, 30). Al contrario, se le cose sono
considerate come fenomeni e date nell’intuizione, allora si può ammettere che le cose siano
diverse solo in virtù delle loro relazioni esterne che dunque devono essere presupposte alle cose:
«nel fenomeno due cose possono essere distinte attraverso le sole relationes, ma non in generale
attraverso l’intelletto (sdiversitas phaenomenon)» (AA XVII 683, Refl. 4709. r-t? (x?)). Per la
tradizione della filosofia leibniziana il mondo intelligibile delle sostanze si distingue dai
fenomeni dei sensi per il fatto che si dovrebbe «porre in luogo dei fenomeni, per esempio nello
spazio, concetti intellettuali, rispetto ai quali quelli sarebbero solo la rappresentazione confusa»
(AA XVIII, 80; Refl. 5074. f2.), mentre, secondo la concezione kantiana, si deve piuttosto
affermare che «tutto ciò che è nello spazio è mero fenomeno, cioè pure relazioni» (AA XVIII,
157; Refl. 5344. f –q)75.
Nei passi in cui Kant prende direttamente posizione nei confronti di Leibniz e della
“metafisica di scuola” che fu creata dai suoi seguaci, in particolare nella Amphibolie der
Reflexionsbegriffe, una delle sezioni più antiche della Kritik der reinen Vernunft, il problema
delle “relazioni” assume un ruolo centrale: le relazioni non possono essere considerate come se
fossero una conseguenza delle proprietà delle cose in sé, in modo che «in ogni cosa (sostanza) ci
sia un che di assolutamente interno, precedente a tutte le determinazioni estrinseche e che solo le
rende possibili» (B 339; tr. it., 226), ma devono essere considerate come la premessa della
possibilità stessa delle cose, «così che un fenomeno nello spazio […] può contenere solo
rapporti e niente di assolutamente interno» (B 339; tr. it., 226). Il rapporto tra il mondo sensibile
e quello intelligibile, tra fenomeno e cosa in sé, è così afferrato da un punto di vista
completamente nuovo: «non è già che semplicemente riconosciamo in modo oscuro la natura
della cosa in sé, ma non la conosciamo punto» (B 62; tr. it., 69), perché «con semplici rapporti
non si conosce una cosa in sé» (B 67; tr. it., 72).
Concependo le cose come semplici concetti, distinti solo per le loro determinazioni
interne, «Leibniz ammise prima le cose (monadi), e interne a esse una forza rappresentativa, per

75
Sul rapporto tra Kant e Leibniz in merito al problema delle relazioni cfr. per esempio R. LANGTON, Kantian
Humility: Our Ignorance of Things in Themselves, Oxford, Oxford University Press, 1998, pp. 93ss. Secondo Rae
Langton in generale il rapporto tra fenomeno e cosa in sé non si fonda sulla distinzione «tra rappresentazioni
mentali e cose che sono indipendenti dalla mente», piuttosto «le cose in sé stesse sono sostanze che hanno proprietà
intrinseche, e i fenomeni sono proprietà relazionali della sostanza» (Ivi, p. 20). Su una posizione simile si attesta
anche Daniel Warren, per il quale «la nostra conoscenza è ristretta alle caratteristiche relazionali delle cose […]
caratterizzare una cosa come è in sé stessa significa semplicemente caratterizzarla in termini delle sue proprietà non
relazionali (o interne)» (D. WARREN, Reality and Impenetrability in Kant's Philosophy of Nature,
London/Henley/Boston, Routledge & Kegan Paul, 2001, p. XIV).

2
fondarvi su la loro relazione esterna»; per Kant invece «le determinazioni della materia
consistono di meri rapporti esterni; di conseguenza non posso dedurne le monadi [kann ich nicht
auf Monaden schließen], che sono dotate di rappresentazioni, in quanto queste sono ciò che è
soltanto interno» (XVIII, 218; Refl. 5552. c? (q1?)). Se dunque Leibniz cercò di ridurre le
determinazioni esterne a proprietà interne delle sostanze individuali (a rappresentazioni delle
monadi), riducendo le relazioni a mere apparenze di tali determinazioni interne, secondo Kant la
sostanza stessa è una relazione: «in un oggetto dell’intelletto puro c’è solo questo di interno, ciò
che non ha alcuna relazione con qualcosa di diverso da esso, al contrario le determinazioni
interne di una substantia phaenomenon nello spazio non sono altro che semplici rapporti ed essa
non è altro che un complesso di semplici relazioni» (B 321; tr. it., 223). La pretesa che le
determinazioni interne delle cose siano l’unica cosa veramente “reale”, mentre le relazioni
esterne sarebbero una mera “apparenza” si trasforma nel riconoscimento che tutto ciò che di
certo possiamo legittimamente conoscere si riduce alle relazioni esterne e «i nostri lamenti che
non scorgiamo punto l’interno delle c o s e […] sono del tutto ingiusti e
irragionevoli» (B 333; tr. it. 223)76.
L’immagine che Kant fornisce della dottrina leibniziana delle relazioni non sembra certo
essere in grado di restituirne appieno il significato77; a noi preme però sottolineare il fatto che la
distinzione tra concetto e intuizione rimanda proprio a questo problema fondamentale della
metafisica leibniziana: i concetti non ammettono che distinzioni di proprietà, così che le
relazioni sono una mera apparenza confusa di tali distinzioni; le “intuizioni” invece possono non
presentare alcun altra differenza se non quella che consiste in una relazione con qualcos’altro,

76
L’importanza del problema delle relazioni è stata sottolineata in primo luogo dagli interpreti neokantiani:
Ernst Cassirer in particolare ha insistito sul fatto che, anche se Kant, nel formulare la distinzione tra giudizi analitici
e sintetici, sembra rimanere fedele allo schema soggetto-predicato, quando ci si rivolge ai Principi dell’intelletto
puro si vede invece chiaramente che «essi, in definitiva, non vogliono attribuire determinate p r o p r i e t à a cose
permanenti, ma fissare la validità di pure r e l a z i o n i tra i fenomeni» (E. CASSIRER, Kant und die Moderne
Mathematik. Mit Beziehung auf Bertrand Russells und Louis Couturats Werke über die Prinzipien der Mathematik,
in «Kant Studien», XII (1907), p. 38). Anche gli interpreti che, in polemica con il neokantismo, hanno cercato di
mettere in luce il legame tra Kant e la tradizione ontologica, per esempio Heinz Heimsoeth, hanno però sottolineato
l’importanza di questo problema: «in questo senso Kant ripete sempre che […] spazio, tempo e la materia spazio-
temporale danno solo “puri [lauter] rapporti”, solo “rapporti esterni” e assolutamente niente di interno, e non hanno
affatto determinazioni interne […] anche qui accanto alla fondazione gnoseologia […] si manifestano determinati
motivi metafisici» (H. HEIMSOETH, Metaphysische Motive in der Ausbildung des kritischen Idealismus, in «Kant
Studien», XXIX (1924), p. 136), cioè il problema dello statuto ontologico delle relazioni: «Kant – ha scritto
Gottfried Martin – riprende il punto di vista ontologico dell’idealità delle relazioni dalla tradizione metafisica
attraverso la mediazione di Leibniz» (G. MARTIN, Die Methaphysische Probleme der Kritik der reinen Vernunft in:
G. MARTIN, Gesammelte Abhandlungen, Köln, Kölner Universitätsverlag, 1961, vol. I, pp. 57-79). Fondamentale a
questo proposito il saggio G. MARTIN, Immanuel Kant. Ontologie und Wissenschafttheorie, Kölner
Universitätsverlag, Köln 1958, in cui Martin insiste sull’importanza del problema delle relazioni facendone
interagire i motivi gnoseologici tipici della tradizione neokantiana, per cui «la Kritik der reinen Vernunft è certo una
teoria della scienza, essa è certo una teoria dell’esperienza come Cohen ha mostrato dettagliatamente» (ivi, p. 7) con
quelli ontologici, perché «essa è per lo meno allo stesso grado una ontologia» (ibidem).
77
Per maggiori dettagli cfr. supra, nota 13

3
senza che nessuna distinzione reale di proprietà vi stia a fondamento. Se «secondo semplici
concetti l’interno è il sostrato di tutte le relazioni o determinazioni esterne» (B 338; tr. it., 226),
al contrario «tutto ciò che nella nostra conoscenza appartiene all’intuizione […] non contiene
altro che semplici rapporti» (B 66; tr. it., 72).
La distinzione tra sensibilità e intelletto non si fonda dunque su una semplice differenza
“quantitativa” nel grado di confusione delle nostre rappresentazioni, ma su una differenza
“qualitativa” tra una forma di conoscenza che non ammette una differenza puramente esteriore e
una in cui è possibile pensare a differenze riconducibili esclusivamente a determinazioni esterne.
La logica dell’intelletto è inadatta a cogliere il senso dello spazio e del tempo perché, riducendo
ogni determinazione al rapporto tra il concetto e le sue note caratteristiche, è incapace di
comprendere lo status delle “relazioni” rispetto allo schema sostanza-accidente78. Per quanto
dunque non sia possibile qui condurre una trattazione sistematica della dottrina kantiana dello
spazio e del tempo alla luce delle conclusioni cui siamo approdati, sembra però legittimo
affermare che il problema generale con cui Kant si confronta dalla distinzione tra concetto e
intuizione e che sembra costituire il filo conduttore di tutti gli esempi che abbiamo riportato
debba essere cercato nel problema della natura delle relazioni: «Spazio e tempo sono composita

78
L’obbiettivo fondamentale di Kant sembra dunque quello di sfuggire all’alternativa, cui si trova di fronte la
logica fondata sul nesso tra il soggetto e il predicato e la metafisica che le è necessariamente connessa per la quale
«tutto il reale è o accidente o sostanza» (AA XXVIII, 322), o sussiste di per sé o è proprietà di qualcosa che sussiste
di per sé. Dal momento «l’esistenza di una sostanza è la sussistenza, l’esistenza di un accidente l’inerenza» (AA
XXVIII, 563s.), muovendo da un tale presupposto, «coloro che affermano la realtà assoluta dello spazio e del tempo
la considerano come sussistente o come inerente» (B. 32; tr. it. 31). Per la dottrina tradizionale non ci sono infatti
che due alternative: «Spazio e tempo assoluti o spazio e tempo aderenti [adhaerirender]» (AA XVII, 699; Refl. 4756
s1); «Epicuro affermava la realtà sussistente dello spazio, Wolf quella inerente»; (AA XVII, 699; Refl. 4756. s1).
Per Kant al contrario spazio e tempo non sono «né sussistenti, né inerenti» (B 56; tr. it., 72), non possano esser
ridotti a «qualcosa che sussista di per sé o aderisca alle cose come determinazione oggettiva» (B 38; tr. it., 62) .

3
idealia79, né di sostanze, né di accidenti, ma di relazioni80, che precedono le cose» (AA XVIII,
376; Refl. 5885. q? f-c??).

79
La contrapposizione tra compositum ideale e reale può dare un’ulteriore conferma al nesso tra il concetto di
intuizione e il problema delle relazioni. Kant infatti insiste più volte sul fatto che lo spazio e il tempo non sono
composita realia in cui le parti «separate le une dalle altre hanno un’esistenza permanente», così che «la
composizione di parti di tal genere non è che una relazione, quindi una determinazione contingente che si può
togliere senza che venga meno l’esistenza delle parti in quanto singole» (AA II, 59; tr. it., Scr. pr., 59; corsivo mio).
Spazio e tempo sono composita idealia in cui «non sono pensate che relazioni senza che siano dati degli enti in
relazione tra loro», così che «c’è una composizione che fa sì che non rimanga nulla qualora si pensi di toglierla»
(AA II, 436; tr. it. Scr. pr., 436; corsivo mio). I luoghi e gli istanti individuali non sono elementi costituivi dello
spazio e del tempo che sarebbero una mera unità accidentale in cui «prima della relazione devo poter pensare i
correlata» (AA XXVIII, 565s.), ma sono il limite della suddivisione dell’unico e spazio e dell’unico tempo che
devono così «contenere il fondamento della possibilità della relazione» (AA XVIII, 149 Refl., 5307. y? (c-q?)). La
«rappresentazione della relazione precede la composizione delle sostanze» (AA XXVIII, 518) e non è al contrario
la conseguenza accidentale della composizione tra sostanze.
80
A questo proposito occorre sottolineare che per Kant spazio e tempo non sono relazioni o rapporti, basti
pensare all’affermazione della Dissertatio per cui spazio e tempo non sarebbero «nec substantia, nec accidens, nec
relatio» (AA II, 400; tr. it., Scr. pr., 340); egli afferma piuttosto che spazio e tempo non contengono altro che
relazioni o rapporti. Per valutare correttamente il trilemma cui si trova di fronte, Kant, «Spazio e tempo sono o
esseri reali (sostanze) o proprietà (accidenti) o rapporti (relazioni)» (G. MARTIN, Die Methaphysische Probleme der
Kritik der reinen Vernunft, cit., p. 57), è necessario tenere presente che il termine “relazione” o “rapporto” sembra
essere ai suoi occhi piuttosto ambiguo: non si tratta infatti di astrarre dai rapporti spaziali tra le cose, il concetto
generale di spazio, perché «lo spazio non è un concetto dei rapporti esterni come crede Leibniz, ma ciò che sta a
fondamento, della possibilità dei rapporti esterni» (AA XXIII, 22; Refl. XIV). Per lo stesso motivo lo spazio non è
per Kant l’ordine della coesistenza: «l’ordine delle cose che sono l’una accanto all’altra, non è lo spazio, ma lo
spazio è ciò che rende possibile, un tale ordine o meglio una tale coordinazione secondo certe condizioni» (AA
XVII, 636; Refl. 4673. r2.). Per questo Kant sembra preferire il termine “forma”, al termine “relazione”, per
sottolineare che «lo spazio puro è solo una relazione potenziale ed è rappresentato prima delle cose » (AA XVII,
578; Refl. 4512. x-r1? (l?) n??), e dunque non è ricavato per astrazione a partire dalle loro relazioni reciproche.
Esso, in altri termini, non è l’insieme dei rapporti d’ordine tra i fenomeni, ma ciò «per cui il molteplice del
fenomeno è ordinato in determinati rapporti», vale a dire la «f o r m a del fenomeno» (B 34; tr. it., 54).