Sei sulla pagina 1di 6

Alea iacta est - Il dado è tratto |

STORIE ROMANE
28 Settembre 2020

Il 7 gennaio del 49 a.C. il senato


inviava un senatus consultum
ultimum, un vero e proprio
ultimatum, a Cesare. Quest’ultimo
avrebbe dovuto deporre il
comando dell’esercito gallico e
rientrare a Roma come privato
cittadino, dove lo attendeva con ogni probabilità un processo. Gli
veniva anche negato di concorrere per il consolato in assenza. Nei
giorni precedenti Marco Antonio, tribuno della plebe, aveva tentato
in ogni modo di osteggiare la decisione del senato, finendo per dover
scappare da Roma e rifugiarsi da Cesare in Emilia. Il senato infatti
aveva preso la decisione di affidarsi completamente a Pompeo,
considerato tutore della libertà repubblicana, mentre Cesare
tergiversava nei pressi del Rubicone con la sola legio XIII, al confine
del pomerium, il confine sacro e inviolabile in armi, esteso per l’ultima
volta pochi anni prima da Silla.

Dopo alcuni giorni di tentennamenti Cesare decise infine di


attraversare il Rubicone e dichiarare guerra al senato, pronunciando
la celebre frase: “Alea iacta est”.

«Egli [Cesare] dichiarò in greco a gran voce a coloro che erano


presenti: ‘sia lanciato il dado’ e condusse l’esercito.»

(Plutarco, Vita di Pompeo, 60 2.9)


:
La frase latina, tramandata da
Svetonio, è probabilmente muta
della o finale, andata persa nei
manoscritti medievali. Sarebbe
stata infatti: “iacta alea esto”, ossia
“che si lanci il dado” e non “il dado
è tratto”. L’ipotesi, già azzardata da
Erasmo da Rotterdam, converrebbe con il passo di Plutarco
“ἀνερρίφθω κύβος” (anerrìphtho kybos), ovvero “sia lanciato il
dado”. Sarebbe stata una citazione di una commedia di Menandro,
l’Arreforo.

« […] pretendere che [Cesare] tornasse nella sua provincia,


mentre [Pompeo] manteneva le sue province e le legioni che non
gli appartenevano; imporre che Cesare congedasse l’esercito, e
continuare invece per sé gli arruolamenti; promettere che
Pompeo si sarebbe recato nella sua provincia, senza però fissare
la data della partenza, in modo tale che, se non fosse partito una
volta terminato il proconsolato di Cesare, non si poteva accusarlo
di non aver mantenuto la promessa. »

Cesare, De bello civili, I, 11

«Quando dunque gli fu riferito che si era ignorato il veto dei


tribuni e che questi avevano lasciato Roma, Cesare, mandate
avanti immediatamente alcune coorti – in sordina perché non
:
sorgessero sospetti -, per darla ad intendere presenziò ad uno
spettacolo pubblico, esaminò il progetto di una scuola di
gladiatori che intendeva costruire, e, secondo il solito, partecipò
ad un affollato convito. Poi, dopo il tramonto del sole, aggiogati
ad un carro due muli presi da un vicino mulino, si avviò nel
massimo segreto, con piccola scorta. Anzi, dato che, a luci
spente, aveva perso la strada, dopo aver vagato a lungo,
finalmente, all’alba, trovato uno che gli fece da guida, continuò la
marcia a piedi per stretti sentieri. Raggiunte le sue coorti al fiume
Rubicone, che segnava il confine della sua provincia, per un poco
indugiò, e, meditando quanto gravi eventi stesse preparando, si
rivolse ai suoi e disse: «Possiamo ancora tornare indietro: se
attraverseremo quel piccolo ponte, si dovrà decidere tutto con le
armi». Mentre egli esitava, gli capitò questo prodigio:
improvvisamente gli apparve un uomo di eccezionale corporatura
e bellezza, seduto lì accanto, che sonava il flauto; ad ascoltarlo
accorsero dei pastori, ma anche moltissimi soldati, tra cui dei
trombettieri; quello, allora, pigliato a uno di questi lo strumento,
balzò verso il fiume, diede gran fiato alla tromba in segno di
guerra, e si avviò verso la riva opposta. Allora Cesare: «Andiamo
dove ci chiamano i segni celesti e l’iniquità degli avversari». E
aggiunse: «Il dado è tratto». Così, fatto passare l’esercito,
ricevuti i tribuni della plebe, che, cacciati da Roma, lo avevano
raggiunto, in un’adunata generale, piangendo e stracciandosi la
veste sul petto, fece appello alla lealtà dei soldati. Si crede
addirittura che abbia promesso ad ognuno il censo di cavaliere;
ma ciò ebbe origine da un equivoco. In realtà, mentre parlava e li
esortava, mostrò ripetutamente il dito della mano sinistra e
dichiarò che, per compensare tutti quelli grazie ai quali egli
potesse difendere la sua dignità, senza rimpianti si sarebbe
privato anche dell’anello; ma i soldati più lontani, che più
facilmente potevano vederlo parlare che sentirlo, presero per
:
veramente detto quello che immaginavano basandosi sulla vista;
e si diffuse la voce che Cesare avesse promesso il diritto
all’anello, con quattrocentomila sesterzi. La cronologia e la sintesi
delle imprese che dopo di allora compì, sono queste. Occupò il
Piceno, l’Umbria e l’Etruria; ridotto in suo potere Lucio Domizio,
che frettolosamente era stato nominato suo successore e teneva
Corfinio con una guarnigione, lo lasciò libero di andarsene; poi,
lungo il mare Adriatico, puntò su Brindisi, dove si erano rifugiati
Pompeo e i consoli per passare al più presto al di là del mare.
Dopo avere invano tentato di impedirne l’imbarco con tutti i
possibili ostacoli, ripiegò su Roma. Qui convocò i senatori per
puntualizzare la situazione politica; poi attaccò le più agguerrite
truppe di Pompeo, che erano in Spagna sotto i tre luogotenenti
Marco Petreio, Lucio Afranio e Marco Varrone: aveva prima
dichiarato ai suoi che andava contro un esercito senza capo e che
sarebbe ritornato contro un capo senza esercito. E, sebbene ne
rallentassero l’azione l’assedio di Marsiglia – che, lungo il viaggio,
gli aveva chiuso le porte in faccia – e la gravissima scarsezza di
viveri, ciò nonostante in breve sistemò ogni cosa. Dalla Spagna
tornò a Roma, passò poi in Macedonia, bloccò per quasi quattro
mesi Pompeo con opere d’assedio formidabili, e infine lo
sbaragliò nella battaglia di Farsàlo e lo inseguì ad Alessandria
dove quello si era rifugiato. E come apprese che era stato ucciso,
affrontò una difficilissima guerra contro il re Tolomeo, da cui egli
vedeva che si tendevano insidie anche contro di sé. La posizione
e la stagione erano avverse: era inverno ed egli si trovava, privo di
ogni mezzo e impreparato, entro le mura di un nemico
attrezzatissimo e ingegnosissimo. Vittorioso, lasciò il regno
d’Egitto a Cleopatra e a suo fratello minore, non azzardandosi a
farne una provincia romana, per timore che, quando avesse un
governatore troppo audace, divenisse esca di rivoluzione. Da
Alessandria passò in Siria e di là nel Ponto: lo sollecitavano certe
:
notizie su Farnace, figlio di Mitridate il Grande: approfittando
delle circostanze, quello si era messo in guerra ed era ormai
imbaldanzito da molteplici successi. Cesare, entro il quinto giorno
da quando era arrivato, quattro ore dopo averlo affrontato, lo
debellò in una sola battaglia; e spesso ricordava la fortuna di
Pompeo, a cui la massima gloria militare era venuta da una così
imbelle categoria di nemici. Poi sbaragliò Scipione e Giuba – che
in Africa rianimavano i resti del partito pompeiano – e i figli di
Pompeo in Spagna.»

Svetonio, Cesare, 31-35

Pompeo, incredibilmente, decise di ritirarsi e non affrontare Cesare in


Italia. Aveva infatti molte conoscenze e clientele in oriente dopo la
guerra contro i pirati, trasformatasi ben presto in una spedizione di
annessione di molte province orientali, a cui poteva chiedere aiuto.
Era semplicemente convinto che le enormi risorse che possedeva in
denaro e uomini avrebbero vanificato ogni tentativo di Cesare, ma si
sbagliava. Già l’anno seguente Cesare vinceva a Farsalo e Pompeo,
in fuga in Egitto, veniva ucciso per ordine del faraone Tolomeo XIII.

Storie Romane è totalmente gratuito. Nel caso volessi


contribuire al progetto puoi
donare qui:https://www.paypal.me/GConcilio

Segui STORIE ROMANE su:

SITO WEB: www.storieromane.it

FACEBOOK: https://www.facebook.com/storieromane/

GRUPPO FB: https://www.facebook.com/groups/storieromane/


:
INSTAGRAM: https://www.instagram.com/storieromane/

YOUTUBE: https://www.youtube.com/channel/UCkjlPXgBsFB-
fmU86L296JA

TWITTER: https://twitter.com/storieromane/

TUMBLR: https://storieromane.tumblr.com/

Ti potrebbe interessare anche:


: