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Ronchi 15/3

Bergson: che effetto ha il tempo? Ritarda. Sembrerebbe implicare che il tutto non è dato e che
strutturalmente evita di darsi. Non è però che un’esitazione creatrice, che non va dunque intesa come
esitazione tra possibili: l’esitazione crea anche i possibili. L’indeterminazione è nelle cose, dans les choses.
Le cose non sono altro che indeterminazione in atto. La durata è un tutto aperto. È la libertà che crea il
possibile.

Se non si esce dal dispositivo potenza-atto non si è in grado di spiegare il perché l’essere sia dynamis
(Plotino). Bisogna pensare un dynamis che non sia en dynamei. Per Plotino la materia è solo en dynamei:
per questo non fa nulla. “in potenza”=”impotenza”. Se la potenza non è in atto non è creatrice.

La poiesis è intenzionale, si rivolge cioè ad un oggetto che trascende il fare. La praxis ha come fine se
stessa. La sua potenza si risolve nel suo atto. La praxis è dunque un esercizio auto-telico, ha il proprio fine in
se stessa. È vita, creazione, cambiamento, ma non divenire-movimento.

Non si dà teologia politica senza il dispositivo potenza-atto. La sovranità è pura potenza che può non
esercitarsi. La semplice dynamis è potere di A e di NON-A: in questo senso è la contraddizione in atto. La
posizione megarica è rigorosamente anti teologico-politica.

Lezioni sulla coscienza interna del tempo Husserl: l’esperienza è erlebt, non si esaurisce nella sua
intenzionalità. È necessario un raddoppiamento che fondi l’intenzionalità: ma questa “appercezione” non
può essere a sua volta una coscienza di, pena il regresso. Il fondamento di una relazione non può essere
una relazione. Ma è un Uno che è immediatamente Due e viceversa. Vedi Michel Henry e Patocka. C’è
bisogno di “un rapporto immediato e non cogitativo di sé a sé” (Sarte. L’essere e il nulla). A fondamento
della mediazione sta l’immediato, che è un atto e non un fatto. A fondamento dell’esperienza sta
un’immediatezza causale. La coscienza di (sia tetica sia riflessiva) è sempre possibile. Non sarebbe possibile
senza un’immediatezza, una coscienza non intenzionale in atto. Pura affermazione che non conosce
negazione, senza negazione. La coscienza di, contingente, presuppone un occhio completamente
spalancato, un attività in atto.

Gorgia: la retorica è to mega dynasthai, la più grande delle potenze. La tecnica retorica permette di fare
tutto. E di per sé è neutra, è indifferente bene e male, il suo valore dipende dall’uso che se ne fa. Socrate
ribatte che la tecnica è inseparabile dal suo fine, dal suo oggetto: CONCEZIONE NON STRUMENTALE DELLA
TECNICA. La tecnica coincide con i propri atti.

L’uno non vede se stesso. Per farlo deve farsi altro, è l’ananke.

Cogito: sum è intuizione intellettuale. Kant mette una virgola dove c’erano i due punti. Noiein, Einai: le fonti
sono diventate due. Da una parte la spontaneità del concetto, dall’altra la passività dell’essere.

L’uno sta prima della distinzione tra identità e differenza: l’identità è già infatti una categoria della relazione
A=A.

Per escludere la necessità bisogna escludere la possibilità, porsi prima dell’alternativa libertà-
determinazione. V. Hartmann – possibilità ed effettività (’38). Il reale sta più in alto del possibile e del
necessario. “durata e simultaneità” Bergson vs Einstein, che deduce il reale dal possibile.
NINO: il canone maggiore è proprio quello che dice che l’atto precede la potenza. Dynamis si traduce con
forza. La dynamis è conosciuta tramite i suoi effetti, ma non vi si esaurisce. Non si dà prassi assoluta: anche
gli organismi non sono del tutto autotelici e devono produrre effetti nel mondo, estrinseci al gesto tecnico
in se stesso.

Rocco: non posso pensare una forza che non si eserciti, una potenza che possa essere impotente rispetto a
se stessa. Se la potenza è autonoma come passa all’atto? Bisogna introdurre un’altra potenza esterna che la
converta in atto. Aristotele fa questo: introduce una causa esterna. Non si capisce l’immanenza del
processo biologico, la sua creatività in atto.