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Chiara Pozzan

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI TRIESTE


FACOLTA’ DI SCIENZE POLITICHE
CORSO DI LAUREA in Scienze Internazionali e Diplomatiche
A.A. 2011-2012
Insegnamento di Storia e Istituzioni dell’Europa orientale
prof. associato Cesare La Mantia (ufficio V piano stanza 12)

APPUNTI DELLE LEZIONI

I LEZIONE Giovedì 20/10/2011


PRESENTAZIONE CORSO
- Scelta dei fatti oggetto di studio
- Analisi dei fatti
Quali sono più rilevanti di altri? Che linea interpretativa scegliere?
A oriente di cosa? Tra il grande Impero russo e la parte occidentale dell’Europa
I MODULO:
- metodologia di studio
- metodologia di ricerca: definizione delle grandezze con le quali ci confronteremo =
geografia (lo spazio geopolitico serve a definire gli elementi che saranno sempre presenti e
condizioneranno le scelte di quell’area geografica → costante di lungo periodo)
concetto di nazionalità
- Europa orientale dopo il Congresso di Vienna (1815)
- Europa imperiale: impero ottomano, asburgico, prussiano
II MODULO:
dalla conferenza di Parigi e l’inizio della politica di potenza dei nuovi stati al crollo dei paesi
comunisti
SEMINARI:
- La religione nell’Europa orientale – Dott. Milani (14 novembre?)
“Durante il secondo modulo è prevista la stesura di un REPORT, personale o di gruppo, su
argomenti assegnati dal docente che costituiranno oggetto d’intervento in aula” = ricerca su
argomenti assegnati (o concordati). Preferibile lavorare in piccoli gruppi in modo da dividersi il
lavoro. Scelta argomento, ricerca sulle fonti, stesura di un testo scritto, illustrazione e
discussione in aula, valutazione (non presentare lavori scopiazzati). Utile per imparare a mettere
in pratica gli insegnamenti teorici. Consigliato il sito del centro studi della ricerca per consultare
altri report. Argomenti di carattere storico, verranno inserite delle variabili ad es.“cosa sarebbe
successo se..”

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LIBRI DI TESTO:
1) Manuale a scelta tra:
- H.Bogdan, Storia dei paesi dell’Est, SEI To, 1991 e successive pp.125- 545
(approccio storico-culturale, collega i fatti facendone una bella panoramica)
- G.Castellan, Storia dei Balcani (XIV-XX sec.) Argo Lecce 1999, parte seconda

2) C.La Mantia, Polonia, (coll.Storia d’Europa del XX sec), Unicopli Mi 2006


3) e 4) a scelta tra:
• A.Biagini, Storia della Romania contemporanea, Bompiani Mi 2004;
parte più recente della storia della Romania, libro molto agile ma da solo non basta, bisogna
leggerlo insieme ad altri per approfondire (ad es. il Castellan). Scritto molto bene, discorsivo,
fatto per essere venduto
• J.Bérenger, Storia dellʼimpero degli Asburgo (1273-1918), Mi.2001, pp.553-732;
consigliata la lettura in toto. Storico francese padre della disciplina, maggior storico degli
Asburgo. C’è anche la versione francese
• R.Clogg, Storia della Grecia moderna, Bompiani Mi 1996;
in realtà è anche Grecia contemporanea. Della Grecia moderna si sa poco, gli stessi greci non si
considerano balcanici. Uno dei pochi testi di storia greca. Storico inglese. La Grecia nasce con
un enorme problema di debito pubblico, basandosi su prestiti che provenivano da Germania,
Inghilterra, Francia e Italia. Buon libro, schematico, tesi-antitesi-sintesi, si legge rapidamente
(304 pagg – 10,5€)

• P.Fornaro, Ungheria, Unicopli Mi 2006;


ordinario di storia dell’Europa orientale insegna a Messina, specializzato in Ungheria.
Panorama completo della cultura e della vita politica ungherese
• F.Fejtö, La fine delle democrazie popolari (lʼEuropa orientale dopo la rivoluzione
del 1989), Mondadori Mi 2001;
Giornalista storico, archivista ma allo stesso tempo testimone, ha vissuto gli avvenimenti di cui
parla (552 pagg – 9,81€)
• B.Leconte, Giovanni Paolo II. La biografia, Baldini Castaldi Dalai Mi 2001;
libro da prendere con attenzione, le biografie sul papa tendono ad essere poco equilibrate. Papa
giovane e in buona salute, grande comunicatore, si dice che abbia dato l’avvio al crollo del
comunismo.
• T.G.Masaryk. La nuova Europa: il punto di vita slavo, Studio Tesi, Pn.1997;
Ci dice come l’Islam vedeva la nuova Europa dopo la GM
• R.Tolomeo, La Santa Sede e il mondo balcanico. Problemi nazionali e religiosi
(1875-1921), La Fenicie Roma 1996;
studiosa di Europa orientale ordinaria alla sapienza. Politica della santa sede ha avuto ed ha un
ruolo fondamentale. Catalizzatore delle iniziative contro l’impero ottomano. A posteriori si può
dire che è stato un approccio sbagliato
• D.Tollet, Histoire des Juifs en Pologne: du XIX siècle à nosjours, Paris 1992;
Direttore Centro di Studi Ebraici di Ginevra, lavorava alla Sorbonne. Il libro presenta
soprattutto la parte modernista della questione. Scritto in francese, è possibile recuperare
versione italiana
• N.Malcom, Storia della Bosnia, Bompiani Mi 2000;
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storia molto bella da approfondire
• N.Malcom, Storia del Kossovo, Bompiani Mi 1998;
• J.Pierevec, Il giorno di San Vito (Jugoslavia 1918-1992. Storia di una tragedia, ERI
Roma 1993;
ERI = casa editrice della RAI. Non è più in stampa, una copia solo all’Isontina. Studioso con
una cultura molto vasta, spiega le motivazioni della fine della ex Jugoslavia. Consigliato a chi
vuole approfondire l’ex Jugoslavia
• G.Platania,Venimus, vidimus et Deus vicit (dai Sobieski ai Wettin. La diplomazia
pontificia nella Polonia del Seicento) Periferia CS 1995;
Difficile ma stimola la curiosità e la voglia di fare ricerca. Storico modernista, preside facoltà
di lingue dell’università di Viterbo, secondo lui la storia termina con l’assedio di Vienna. Modo
di fare ricerca inusuale.
• C.Skalnik Leff, The Czech and Slovak republics, Westview Press 1997;
Si trova nella biblioteca di scienze politiche di Trieste
• M.Waldenberg, Le questioni nazionali nellʼEuropa centro-orientale, Il Saggiatore
Mi 1998;
Libro un po’ bignanesco. Testo scorrevole
• J.Sémelin, Purificare e distruggere (usi politici dei massacri e dei genocidi),
Piccola Biblioteca Einaudi To 2007;
Affronta in maniera organica l’uso del massacro come strumento politico, analizza anche
l’Africa, la Cambogia, è molto vasto
• R.Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa, Einaudi To 1999 2 voll.;
Mattone. Uno dei testi principali per conoscere lo sterminio, ricerche d’archivio molto
approfondite, analizza atti originali del processo di Norimberga. Esame concreto,
quantificazione del massacro.
• R.Petrovic, Il fallito modello federale della ex Jugoslavia (a cura di Rita Tolomeo),
Rubbettino CS 2005;
Stato Tito-centrico, morto lui prevalsero le ragioni del conflitto
• Motta Giuseppe, Le minoranze nel 20. secolo: dallo Stato nazionale
all'integrazione europea Milano F. Angeli, 2006
Ricercatore che verrà a tenere un seminario al SID (224 pagg – 21€)
• Stefano Bianchini, Le sfide della modernità. Idee, politiche e percorsi dell’Europa orientale
nel XIX e XX secolo. Rubbettino CS 2009;
Preside del SID di Forlì, storico dell’Europa orientale, si occupa prevalentemente dei tempi
moderni. Sintesi di ciò che è accaduto dopo la fine del sistema comunista, si basa moto sulle
fonti.
• Samuel D. Kassow, Chi scriverà la nostra storia? LʼArchivio ritrovato del ghetto di
Varsavia, Mondadori, Mi 2009;
Uno dei pochi ghetti in cui si organizzò una rivolta contro i tedeschi e la polizia ebraica.
L’archivio del ghetto è importante perché ricostruisce perfettamente gli eventi (548 pagg – 22€)
• Francesco Leoncini (a cura di), Alexander Dubcek e Jan Palach, protagonisti della
storia europea, Rubbettino cs 2009;
Palach si suicidò per protestare contro l’invasione sovietica del ’68 (secondo il Belo era un
pazzo). Leoncini analizza il ruolo che il segretario del partito comunista ceco Dubcek e
l’oppositore Palach ebbero nella Primavera di Praga
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• Ralph Tuchtenhagen, Storia dei paesi baltici, Il Mulino Bo 2008;
I paesi baltici sembrano essere marginali, in realtà tutti i paesi dell’Europa orientale ne vennero
a contatto
• Chenaux Philippe, L'ultima eresia. La chiesa cattolica e il comunismo in Europa
da Lenin a Giovanni Paolo II, Carocci Mi 2011;
Storico francese che non solo teorizza, ma analizza i fatti.
• Valentine Lomellini, L'appuntamento mancato. La sinistra italiana e il dissenso
nei regimi comunisti (1968-1989), Mondadori Mi 2010;
• Pistecchia Alessandro, I Rom di Romania, Nuova Cultura.
• Sanguineti Edoardo, Storia degli zingari in Europa, Datanews, 2011;
• Leonardo Piasere, I rom dʼEuropa. Una storia moderna, Laterza, 2004;
Storia molto complessa e particolare, interessante il loro rapporto con il potere (143 pagg –
18€)

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II LEZIONE lunedì 24/10/2011
3 ripartizioni temporali per il report:
- periodo pre-comunismo: da Napoleone al ‘39
- periodo comunista
- conseguenze della fine del comunismo (analisi dei fatti)
Discussione in classe basate su 2 elementi:
1) carattere ricostruttivo
2) analisi dei fatti
Svariati argomenti: politica, cultura (cinema, teatro, musica) all’interno di queste 3 macro-
scansioni temporali.
Ogni affermazione dev’essere documentata e provata. Compito degli “spettatori” è quello di
“demolire” in maniera ragionata le argomentazioni dei compagni.
Gruppi da 3-4 persone max: comunanza di idee, suddivisione argomenti ma conclusione
comune.

METODO D’INTERPRETAZIONE DEI FATTI


Il periodo storico che analizzeremo (‘800) è denso di avvenimenti. La storia contemporanea
inizia convenzionalmente con il 1815 (Congresso di Vienna). Fino alla fine della IGM però in
alcune zone vigeva ancora una struttura feudale. Dal Congresso di Vienna inizia un periodo
storico in cui convivono elementi tipici sia dell’età moderna che di quella contemporanea,
l’Impero ottomano ne è l’esempio.
Vari aspetti vanno analizzati: economico, militare, politico-sociale, religioso (chiesa cattolica e
ortodossa diventano chiese nazionali)
Categoria onnicomprensiva → cosa c’è alla base di ogni avvenimento? L’uomo. Visione umano
centrica (tipica degli studiosi francesi) che vede nell’uomo il motore principale della storia. Ci
sono però dei condizionamenti che prescindono dall’essere umano, con il quale l’uomo si deve
confrontare (es. limiti geografici, economici). Chiave interpretativa è quindi l’uomo che si
confronta con questi condizionamenti.
CONTESTO STORICO – guerre napoleoniche e conseguenze
Il 1815 segna la conclusione dell’esperienza napoleonica (sconfitta di Waterloo) e l’inizio
dell’età della Restaurazione (Congresso di Vienna).
Napoleone fu un grande militare: introdusse elementi nuovi nell’arte della guerra (cavalleria
leggera, grande mobilità, capacità strategiche). Fu altresì un abile “sistematore di familiari”
(napoleonidi): i fratelli Giuseppe e Luigi Bonaparte divennero rispettivamente re di Napoli (e poi
di Spagna) e re d’Olanda, Girolamo Bonaparte re di Vestfalia, il cognato Gioacchino Murat re di
Napoli, il figlio adottivo Eugenio Beauharnais fu nominato viceré della Repubblica cisalpina e
della Repubblica di Venezia (Napoleone stesso ne era il re); nonché un grande depredatore di
oggetti sacri/artistici.
Le truppe francesi erano viste come forze liberatrici, espressione di libertà europee; portarono
nell’est europeo (dai Balcani all’Europa centrale -compresa l’Austria- fino agli Urali) idee forti
che attecchirono al punto tale da rimanere nella mentalità della gente.
Il Congresso di Vienna volle ristabilire la titolarità delle monarchie, ma fu una restaurazione di
idee oltre che di persone. Ebbe un ruolo importantissimo in questo processo il principe Klemens
von Metternich, diplomatico e politico austriaco, cancelliere di stato dal 1821. Spesso se ne ha
una visione errata e lo si considera come un conservatore retrogrado. Studiando i suoi scritti si
nota come faccia coincidere il concetto di ordine con quello di libertà. Secondo lui la libertà
senza l’ordine coincideva con l’anarchia, la quale era il presupposto per l’esercizio del potere da
parte dei tiranni. Grazie a lui la restaurazione ebbe luogo nell’Europa post 1815. Protagonisti
della scena politica dell’epoca, assieme a Metternich nell’impero asburgico, furono Bismarck in
Prussia, Cavour in Italia, e Talleyrand in Francia. Quest’ultimo, vescovo prima della rivoluzione
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dell'89, deputato rivoluzionario, collaboratore di Napoleone e ministro degli esteri di Luigi
XVIII all’apertura del Congresso di Vienna, riuscì a porre la Francia perdente allo stesso livello
dei vincitori, facendola partecipare al tavolo delle trattative di pace. All’epoca prevaleva una
concezione della diplomazia totalmente diversa da quella attuale: estrema raffinatezza, presenza
di spie, tendeva a non mettere con le spalle al muro il vinto perché aveva come scopo il
mantenimento di un equilibrio pacifico dopo una stagione di guerre.
La nascita dei nazionalismi
Il periodo napoleonico porta in Europa orientale idee che avevano già una base a cui attecchire.
In Francia c’erano molti stranieri (nelle truppe napoleoniche c’erano polacchi -molti speravano
che la Francia desse loro l’indipendenza- italiani, slavi).
Nel periodo 1815-20 in Europa ci fu qualche movimento, se non di indipendenza, di spinte
nazionali. Queste spinte hanno sempre bisogno della cultura: il nazionalismo in qualsiasi
circostanza nasce richiamandosi alle antiche glorie del passato, alla memoria delle tradizioni del
luogo. La cultura quindi è importante come veicolo di trasmissione di queste idee. La prima cosa
che fecero i nazionalisti ungheresi, cechi, slovacchi, bulgari, serbi e rumeni fu quella di creare
una lingua nazionale (prima c’erano solo parlate locali) nella quale identificarsi, che divenisse
veicolo di idee, racconti ecc. Le prime opere ad essere diffuse furono quelle religiose. Senza
cultura quindi il nazionalismo non si sarebbe diffuso. Le truppe napoleoniche portarono il primo
spirito di nazionalismo all’interno di tessuti ormai consolidati (l’Impero Asburgico sfruttava le
rivalità nazionaliste per mantenere un certo equilibrio interno).
Conseguenze economiche
Economicamente le guerre napoleoniche portarono essenzialmente devastazione perché
l’esercito doveva sopravvivere con le risorse dei territori dove si trovava; inoltre le popolazioni
locali o si rivoltavano contro il potere costituito o combattevano le truppe francesi oppure si
dividevano scontrandosi con entrambe le parti. La prima conseguenza economica è quindi una
distruzione dell’Europa centro orientale, non in toto ma ci furono comunque danni enormi.
L’economia prevalente era quella agricola, la devastazione delle campagne ebbe conseguenze
tremende per gli stati e per la loro popolazione.
Da questi elementi si può già giungere ad una prima conclusione:
- fase bellica molto lunga (guerre napoleoniche)
- coinvolgimento di stati e popolazioni
- le campagne patiscono distruzioni
- gli stati europei vogliono comunque isolare la Francia
⇒ l’Europa ha bisogno di stabilità per ricostruire ciò che si era perso alla fine del periodo
napoleonico, sono necessari dei rapporti stabili:
- all’interno (necessità di un potere costituito da rispettare)
- nei rapporti tra le componenti sociali degli stati
- tra gli stati stessi
Contesto generale post napoleonico: Europa della restaurazione, dell’equilibrio, che va verso la
politica delle grandi potenze.
Conseguenze sociali
Cosa furono le guerre napoleoniche dal punto di vista sociale?
All’interno dell’esercito francese i gradi erano assegnati in base all’abilità. I generali erano figli
della borghesia o dell’alto proletariato urbano, non provenivano necessariamente dalle
accademie. C’era quindi una certa permeabilità, la possibilità di scalare i gradi dal punto di vista
sociale. Alle popolazioni estranee a questa realtà il contatto con ufficiali provenienti dal popolo
diede la visione di ciò che poteva essere una società non bloccata. Al contrario la società
asburgica era basata sugli ordini: nobiltà feudale, rapporti gerarchicizzati, limiti di accesso alle
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professioni. (La servitù della gleba fu eliminata definitivamente nell’800, gli ultimi saranno i
russi). La società francese era molto permeabile, c’era la possibilità di un’ascesa sociale.
L’Europa centro orientale venne a contatto con questa realtà sconosciuta.
Rapporto con la religione
Francia: laicità di stato, calendario nuovo, feste laiche ecc.
Europa centro orientale: il rapporto tra uomo e religione era diversificato nelle varie zone, ma
comunque era sempre un rapporto di subordinazione, sia nelle aree ortodosse (Balcani), sia in
quelle cattoliche, sia in quelle delle chiese riformate (Russia orientale). Il rapporto era mediato
dalla figura dell’ecclesiasta, della chiesa, era un rapporto molto legato al potere, la chiesa era una
cinghia di trasmissione, un rafforzamento del potere costituito.
La differenza tra chiesa come istituzione e chiesa come movimento nell’800 non era ancora così
ben identificato. La chiesa urbana (grandi città) era legata al potere costituito, era una chiesa
ricca, che esisteva parallelamente ad una chiesa più vicina alle necessità della popolazione, più
povera, che condivideva le ristrettezze e i problemi delle campagne e dei sobborghi. Tra queste
due chiese comunque c’era un rapporto gerarchico ben preciso, la seconda chiesa era rispettosa
della prima, il pope (parroco di campagna) era molto più sentito e più vicino alla popolazione, il
razionalismo era maggiormente presente in questo tipo di chiesa.
Balcani in un’immagine = fuga di profughi: pope con una croce seguito da chierichetti e
popolazione del villaggio in processione con i carri dal doppio giogo. La sofferenza e la miseria
erano componenti fondamentali di quell’area.

IL CONGRESSO DI VIENNA (1815) E L’ETA’ DELLA RESTAURAZIONE


Che differenza c’era tra i vari capi di stato presenti a Vienna?
Napoleone non fu all’altezza di altri strateghi militari. Dal Congresso di Vienna venne fuori
un’Europa per il momento più stabile.
Concetto di equilibrio
Nelle intenzioni dei politici dell’epoca l’Europa del Congresso di Vienna avrebbe dovuto essere
stabile, in equilibrio, ordinata. La concezione di ordine = libertà di Metternich era certamente
legata ad una visione aristocratica. Un’Europa ordinata secondo Metternich era un’Europa in cui
gli stati non erano in conflitto fra di loro: era quindi necessaria una soluzione dei problemi di
carattere confinario, e delle varie controversie. Vennero restaurati i legittimi sovrani (a Luigi
XVIII la Francia, a Vittorio Emanuele I di Savoia il Regno Borbonico ampliato al territorio
dell’antica Repubblica di Genova, a Guglielmo I d’Orange il Regno dei Paesi Bassi -
Belgio+Olanda- ecc).

Europa durante le guerre napoleoniche Europa dopo il Congresso di Vienna


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[Per l'abile azione diplomatica svolta da Talleyrand, i congressisti non solo approvarono la
restaurazione borbonica in Francia, applicando integralmente per Luigi XVIII il principio di
legittimità. Però essi si preoccuparono di porre la nazione francese nell'impossibilità di tentare in
avvenire nuove avventure in Europa, e a questo scopo stabilirono il rafforzamento di tutti gli
Stati confinanti con essa.]
Eventualmente i problemi avrebbero potuto esserci all’interno dei vari stati, risolvibili però
attraverso una politica rigorosa nei confronti delle nuove idee ma allo stesso tempo oculata,
ordinata. L’imperativo era sì essere conservatori, ma dei buoni conservatori; bisognava essere
fedeli al re ma il sovrano non doveva essere un tiranno, bensì un buon sovrano, vicino alle
necessità del popolo, che intervenisse per migliorarne le condizioni. E nei confronti di chi
dissente? Bisognava evitare che si creassero delle condizioni destabilizzanti l’ordine interno (che
a sua volta manteneva l’equilibrio esterno). Il trionfo di una nazionalità ad es. all’interno
dell’impero asburgico avrebbe probabilmente destabilizzato l’intero stato. Gli Asburgo avevano
un atteggiamento particolare nei confronti delle minoranze: adottarono una politica non di
schiavitù ma di relativa autonomia se si rispettavano le leggi imperiali, ma nel momento in cui
c’era un minimo dissenso la repressione era durissima. Fino al 1918 proprio questa politica
garantì la permanenza dell’impero. Metternich la pose in essere, anche nei confronti degli
italiani.
L’equilibrio fu un elemento da perseguire e mantenere, c’era sempre una soglia da raggiungere,
era un continuo divenire; poteva sempre esserci un elemento che lo avrebbe alterato: l’abilità
dell’uomo politico sta nel considerare queste variabili e agire di conseguenza. Bismark vide
oltre, ebbe un grande sogno e fu in grado di realizzarlo padroneggiando tali variabili, e
nonostante fosse un grande conservatore ebbe la legislazione sociale più avanzata d’Europa.
Altri grandi statisti furono Metternich (anche se ad un livello inferiore) e Cavour.
L’Europa orientale esce dal periodo napoleonico come un braciere.

Interessi economici dell’Europa occidentale nei confronti dell’Europa dell’est


L’Europa orientale era un po’ un mondo a parte, l’interesse di GB e FR nasce intorno alla I metà
dell’800 e cresce con lo stabilizzarsi della situazione attraverso politiche di espansione
commerciale (infrastrutture, banche, navigazione). In seguito si aggiungono anche Italia e
Russia.
La zona più ricca era quella dell’ex Cecoslovacchia (parte ceca: Boemia e Moravia).
Aspetti culturali dell’Europa orientale
Praga era un luogo di grande espansione culturale, città ricca e vivace, centro dell’esoterismo
europeo.
Molte città polacche sono state fatte grazie ad artisti e architetti italiani (Cracovia e Varsavia
furono ricostruite dopo la IIGM su modello di città italiane, lo stile prevalente era il barocco). La
cultura italiana in generale era molto presente anche grazie alla pubblicità del rinascimento, il
latino era molto conosciuto. Anche la cultura francese influenzò molto l’Europa centro orientale,
così come quella tedesca. Le culture locali invece erano marginali, i pensatori dell’epoca
realizzavano le loro opere in lingua non loro, prendevano fonti e ispirazione dall’estero.

IMPERO OTTOMANO
Rapporto tra impero ottomano e minoranze
L’impero aveva una politica che si basava essenzialmente su un elemento: “se pagano le tasse
possono fare quasi quello che vogliono” → favoriva delle condizioni di autogoverno da parte
delle minoranze.
Importante per capire perchè nei Balcani continuarono ad esserci divisioni e lotte intestine tra le
varie nazionalità anche dopo la caduta è la costituzione del Millet, che raggruppava cittadini
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della stessa religione o cultura (ebrei, ortodossi, genovesi, armeni). I millet erano strutture in cui
l’amministrazione della giustizia era una scelta: si poteva decidere di ricorrere al Cadì (giudice
preposto dall’impero) oppure al giudice religioso. All’interno del millet degli ebrei ad es. ci si
rivolgeva al 99% al rabbino, in quello cristiano al vescovo, in quello genovese al console ecc.
Caratteristica principale del Millet era che all’interno di questo ideale raggruppamento si parlava
la stessa lingua (ebrei→kiddish, greci→greco, armeni→armeno): si conservava la lingua
parlandola e scrivendola, trasmettendo così le tradizioni delle varie nazioni.
Coloro che reggevano la comunità e dialogavano con il potere imperiale (guide religiose) a volte
anticipavano agli esattori e poi richiedevano ai sudditi la riscossione di quanto dovuto con gli
interessi.
Le tradizioni erano spesso legate a norme di carattere igienico-sanitario che in seguito furono
codificate. Ad es. il pentateuco e il corano sono testi di norme civili.
Tutto ciò sopravviveva all’interno del millet → motivo per cui non si creò mai una nazionalità
turca nell’impero ottomano (solo con i giovani turchi nasce il nazionalismo ottomano e poi la
Turchia moderna). Il millet è l’humus all’interno del quale prolificheranno i semi che porteranno
alla nascita dei vari stati balcanici.
Rapporto tra millet e Napoleone: Napoleone attraversò i territori ottomani e combattè contro
l’impero (durante la campagna d’Egitto del 1798). La sconfitta patita da Napoleone non avrebbe
intaccato i presupposti alla base del millet, anzi esso ne trasse giovamento: le tradizioni e le
consuetudini con la contaminazione delle idee rivoluzionarie francesi diedero luogo ad ulteriori
manifestazioni e furono alla base dello sviluppo nazionale.

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III LEZIONE mercoledì 26/10/201
POLONIA
Cultura: in pieno romanticismo (prima parte ‘800) i salotti francesi accoglievano i profughi
dell’Europa orientale. I musicisti pescavano a piene mani nella tradizione culturale del proprio
paese, riportando in luce periodi storici e culture che altrimenti non avrebbero avuto molto
spazio nell’Europa occidentale (vd Chopin). Una parte della nobiltà polacca che non aveva
accettato la dominazione russa era fuggita in Francia, dove trovava accoglienza.
Confederazione Polacco-Lituana o Repubblica delle Due Nazioni (esistente dal 1579 al 1795):
in Polonia vigeva il principio del liberum vetum: i nobili che partecipavano alle assemblee e
all’elezione del re dovevano votare all’unanimità, cosa che causava una certa immobilità politica
perché l'opposizione anche di un solo nobile membro del parlamento poteva paralizzare le
decisioni del parlamento stesso. Con l'atto conosciuto come Nihil novi, adottato dal parlamento
polacco nel 1505 il potere legislativo del monarca era stato trasferito al parlamento stesso.
Questo evento segnò l'inizio del periodo conosciuto come "Democrazia dei Nobili". A causa di
questa decisione di limitare i poteri regi la Polonia non si trasformerà mai in stato moderno in
quanto la sovranità era limitata. Nonostante questo la Polonia antecedente alle spartizioni
europee del XVIII sec. era la principale potenza dell’Europa orientale. La sua mancata
evoluzione e la mancata nascita della borghesia la limitarono fortemente e la resero vulnerabile a
stati più organizzati (vd Russia).
La memoria della Polonia come stato ricco e indipendente, come grande potenza dalla politica
estera aggressiva determinata da posizioni ardite nella conquista di nuovi territori, continuò a
vivere grazie agli artisti all’estero.

CONGRESSO DI VIENNA
La tradizione popolare, in questo caso ungherese, riecheggia nella musica di Kornél Ábrányi,
Emmerich Kálmán e Stephen Heller nell’Impero asburgico.
L’aspetto culturale non deve farci dimenticare l’assetto territoriale che venne dato all’Europa
durante e dopo il Congresso di Vienna.
Analisi delle diverse politiche in contrasto durante il Congresso di Vienna:
Il Congresso venne convocato il 22 settembre 1814 e si concluse il 26 giugno 1815 - nel
frattempo si svolsero i cento giorni di Napoleone (ritorno dall’esilio, campagna di Waterloo)
ecc.- A volerlo fu l’imperatore d’Austria (1804-1835) Francesco II, perché era necessario
restaurare l’ordine e bloccare ciò che le guerre napoleoniche avevano provocato, in particolare i
fermenti di tipo rivoluzionario. I partecipanti furono il principe Metternich (ministro degli esteri
? austriaco), Talleyrand (ministro degli esteri francese), Castlereagh (ministro degli esteri
inglese), Herdenber (primo ministro prussiano) e lo zar Alessandro I di Russia (anche se
partecipò sporadicamente).
Due furono i principi su cui i sovrani si confrontarono:
- creazione e mantenimento dell’equilibrio tra le potenze europee del secolo. (Francia, Gran
Bretagna, Austria)
- utilizzare la conferenza x ottenere vantaggi territoriali (Prussia, Russia)
Le questioni in sospeso erano parecchie, e numerosi erano i confini da mettere in regola. I nuovi
confini si decisero sulla pelle dell’impero ottomano (il malato d’Europa), il cui declino era
iniziato nel 1718 con la pace di Pessarowitz con l’Austria. “Declino” significò anche la
concessione di autonomia a determinati territori.
Problema dell’estensione dei confini tra le potenze che miravano a formare l’equilibrio e quelle
che intendevano guadagnarci.

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QUESTIONE DELLA SASSONIA
Nel periodo napoleonico la Sassonia, un regno appartenente al Sacro Romano Impero fino al
1806, fu l’unico stato tedesco della Confederazione del Reno ad aver appoggiato in funzione
antiprussiana Napoleone, che perse (battaglia di Lipsia 1813). I prussiani che dalla Sassonia
avevano ricevuto distruzione e guai, pretendevano l’annessione tout court della stessa. Gli
inglesi erano contrari perché si trattava di una potenza piuttosto rilevante,a ma ad essere
totalmente in disaccordo erano l’Austria e soprattutto la Russia. I delegati dello zar chiesero a
Berlino di ottenere in cambio dell’annessione della Sassonia quella parte di Polonia che la
Prussia si era incamerata durante le spartizioni della fine del ‘700 (caso di negoziato imbastito
collegando due interessi e spartizioni territoriali). A Berlino il ragionamento che venne fatto fu
molto sottile e pratico: i sassoni, sebbene all’interno dell’area di influenza germanica, erano
diversi dai prussiani (stili di vita, confessione religiosa ecc), ed era inoltre abbastanza
improbabile che gli ex alleati francesi, sconfitti e deboli, li supportassero ancora. Tutto sommato
quindi era meglio lasciare autonoma la Sassonia e tenersi i territori polacchi piuttosto che cederli
alla Russia. Si giunse infine ad un accordo spartendo la Polonia tra Russia e Prussia e
attribuendo gran parte della Sassonia al sovrano prussiano.

POLONIA DEL CONGRESSO (1814-1915)


Lo zar Alessandro I di Russia aveva
tendenze apparentemente liberali, si
riteneva un riformatore, ed era molto
amico del principe di Polonia (famiglia
ricca, vicina all’alto clero cattolico). Il
principe polacco era del parere che
difficilmente avrebbe potuto costituirsi
una Polonia libera: la cessione di parte
del territorio prussiano alla Russia
avrebbe portato alla nascita di un
regno di Polonia molto grande avente
come re lo zar russo. Il progetto
prevedeva la nascita in Polonia di un
sistema simile alle monarchie di
stampo costituzionale europeo. La
parte prussiana della Polonia vide
diffondersi la cultura attraverso le
scuole, la nascita di cooperative ecc.
Che fine fece la Polonia che voleva tanto lo zar? Ci fu una sistemazione che portò alla
costituzione del Regno del Congresso, di cui facevano parte i territori prussiani, la regione di
Varsavia (altopiano), parte della zona prima appartenente all’Austria e la Galizia. Inoltre era
stata imposta una sovranità di fatto russa sulla Repubblica di Cracovia (territorio che nel 1846
sarà annesso all’Impero Austro-ungarico).
La Polonia del Congresso si costituì come regno di Russia, ed entrò a far parte del suo territorio
metropolitano. Ricevette dallo zar una carta costituzionale che le dava una struttura particolare:
- dieta: costituita da 2 camere, una composta da 30 senatori nominati direttamente dallo zar, e
una di numero ridotto eletta dagli ordini principali dello stato (la popolazione era totalmente
estranea al processo politico)
- governo: non responsabile dinnanzi alla dieta, i ministri non avevano un rapporto di fiducia con
la dieta, ma erano responsabili di fronte al viceré di Polonia, il granduca Costantino Pavlovich,
fratello dello zar (grande incompetente con funzione soltanto onorifica). Il governo effettivo era
però esercitato, oltre che dai ministri, dal commissario imperiale, un generale nominato dallo
  11  
zar.
Il rapporto tra Varsavia capitale e Mosca fu un rapporto di limitazioni ogniqualvolta l’autorità
imperiale costituita veniva posta in discussione: le ripercussioni andavano dalla chiusura delle
scuole e delle università a limitazioni alla libertà di movimento. In ogni caso c’era una parte filo
russa all’interno della società polacca.
Certamente fu più oculata la politica asburgica nei confronti della propria parte della Polonia,
quella più povera (Galizia: zona di miniere e foreste con un tasso di emigrazione altissimo
soprattutto verso Stati Uniti e Canada, con tasso di mortalità molto elevato e condizioni di
sottosviluppo) ma più elevata culturalmente (Cracovia: ex capitale, sede dell’università più
antica). L’Austria ereditò in parte anche la cultura polacca di quella zona: a Vienna esisteva il
club polacco, la società politica asburgica consentiva agli esponenti di altre nazionalità di
esercitare i potere (molti primi ministri e consiglieri erano di origine polacca), inoltre c’era una
certa attitudine polacca generale alla partecipazione attiva in politica.
In Russia invece il discorso era meno libero, politicamente i polacchi contavano molto meno alla
corte dello zar rispetto a quanto contasse il club polacco presso gli Asburgo. Anche se le
gerarchie cattoliche furono più vicine all’occupante le masse di contadini andavano contro
l’ordine costituito. I contadini nelle varie e ricorrenti rivolte che ci furono occupavano i palazzi
dei proprietari e bruciavano i libri contabili e gli atti di proprietà per cancellare i debiti che
avevano nei loro confronti. La Russia svolse un ruolo di potenza dominante che non contribuì
alla crescita dell’ex territorio polacco.

IMPERO OTTOMANO E BALCANI


Le due tendenze presenti al Congresso di Vienna si scontrarono in territorio balcanico. Il fattore
territoriale è sempre stato una forza profonda, una costante di lungo periodo che condiziona
l’interesse della Russia. La Russia era interessata ad uno sbocco sul mare privo di ghiacci, quindi
aveva un interesse specifico e deciso verso i Balcani. L’impero ottomano, che controllava tale
zona, era considerato “l’uomo malato d’Europa” perché continuamente scosso da crisi, ribellioni,
problemi interni, problemi dinastici, arretratezza. Perché l’Impero ottomano nel 1814 era,
nonostante l’estensione e la tradizione storica, un impero in crisi? Per tanti anni non ha avuto dei
nemici naturali, fatta eccezione di quelli che si era andato a cercare tentando di espandersi in
Europa: gli Asburgo, i polacchi (per un breve periodo) e gli ungheresi. Inizia a gestire la propria
crisi per cercare di sopravvivere ma non ottiene mai un cambiamento effettivo. Alcuni studiosi
dicono che il problema era la mancanza di riforme: non ci sono i cambiamenti che ci sono
nell’Europa occidentale. Non è vero che l’impero era “un enorme esercito accampato” come si
dice, fu in grado di mantenere una certa estensione fino al 1918, se crollò fu per i problemi
interni:
- successione al trono: guerre dinastiche, i sovrani salivano al trono grazie a congiure di palazzo,
mancava una legge che stabilisse un criterio univoco di successione. Nel 1808 l’imperatore
Selim III era stato costretto a dimettersi a causa di una congiura di palazzo dei giannizzeri che
avevano messo sul trono Mahmud III. Una volta giunto al trono decise di eliminare buona parte
dei giannizzeri che lo avevano supportato. I giannizzeri erano figli di una pratica detta devşirme
(“ramazzare”): i funzionari del sultano andavano nei villaggi più reconditi dell’Impero e
rubavano i figli maschi alle famiglie povere, alla piccola nobiltà, alla borghesia. Portati nella
capitale i bambini erano smistati: alcuni a palazzo studiavano come paggi, altri andavano in
Anatolia ad essere formati come guerrieri, ad imparare la lingua, a diventare dei fedeli
musulmani. Questi ragazzi che formavano la casta guerriera dovevano fare voto di povertà e
castità ed erano il fiore dei giannizzeri. Alcuni però poi iniziarono a sposarsi e a procreare, così
si creò il problema del mantenimento e cominciarono ad essere corruttibili. Erano un’elite, la
parte migliore dell’esercito ottomano: erano istruiti, dotati del migliore armamento,
mangiavano bene, erano una classe rispettosa e rispettabile, che godeva di molto prestigio
  12  
all’interno dell’Impero. La loro eliminazione privò l’esercito e quindi l’impero di una forza non
indifferente, che veniva utilizzata non soltanto all’esterno, ma anche all’interno. Ciò avrebbe
avuto un effetto positivo (in fin dei conti erano corrotti) se alla loro morte fosse nata una classe
alternativa capace di essere da sostegno al sovrano. Invece l’impero mantenne ancora per molto
una struttura feudale.
- Problemi di carattere economico e con le nazionalità presenti all’interno del territorio.
Durante il periodo delle guerre napoleoniche ci furono altre guerre in Europa, come la guerra
russo-turca del 1806-1812. La Turchia sconfitta aveva perso ulteriore potenza e sovranità
all’interno della parte europea del proprio territorio.
Le potenze del Congresso di Vienna dovettero affrontare anche il problema ottomano. Gran
Bretagna e Francia diverranno le paladine del mantenimento e della salvaguardia dell’Impero in
quanto temevano che la sua distruzione avrebbe potuto portare ad una presenza russa nei
Dardanelli (la Russia sarebbe diventata una potenze mediterranea e la Gran Bretagna vi si
opponeva fortemente) e ad un ingrandimento dell’Impero Asburgico nei Balcani (temuto
soprattutto dalla Francia).
Autonomia serba
Le nazionalità che usufruivano della crisi dell’Impero ottomano già nel 1815 erano in
fibrillazione: i primi a creare fastidi all’Impero furono i serbi, guidati da 2 famiglie: gli
Obrenović e i Karađorđević, che si faranno continuamente la guerra e si succederanno al trono
della Serbia. La situazione serba era emblematica della crisi dell’Impero. Miloš Obrenović
riteneva che l’Impero dovesse essere combattuto in maniera aspra e senza esclusione di colpi.
Nel 1805 partecipò alla prima rivolta serba guidata da Karađorđe Petrović e dieci anni dopo
divenne il leader della seconda, fino a giungere alla creazione di uno stato serbo autonomo
(Principato di Serbia, 1815) sotto sovranità ottomana. Quando l’Impero ottomano concederà
l’autonomia alla Serbia in Serbia la presenza di guarnigioni ottomane sarà limitata a Belgrado e
ad altri forti. Di fatto coincideva con una ritirata di carattere sia militare che politico dai Balcani.
Gli ottomani perdono progressivamente di autorità in Serbia, così come in Grecia. A Vienna si
decise che un intervento in queste aree andava fatto per salvaguardare le popolazioni presenti
contro l’occupante ottomano, ma allo stesso tempo cercando anche di contenere le ribellioni.
Guerra d’indipendenza greca (1821-1828)
La Grecia fu il primo stato ad ottenere l’indipendenza, ad essere libero da vincoli con l’impero
ottomano. La situazione era alquanto particolare: la sovranità ottomana era fortemente presente
nelle grandi città mentre le campagne erano in preda all’autorità degli armatoli, figura a metà tra
il patriota (offriva la protezione dei villaggi contro il potere ottomano) e il bandito (depredava gli
stessi greci se non accettavano la sua protezione). In ogni caso c’era l’abitudine generale alla
presenza di militari all’interno delle società. Gli armatoli si rivoltarono contro gli ottomani nel
1821, inizialmente furono delle rivolte un po’ più estese di quelle abituali, ebbero un successo
superiore rispetto alle aspettative (dovuto al clima romantico dell’epoca, ai moti del ’20, al
periodo in cui nei salotti le società segrete tramavano contro i poteri costituiti); questo unito alla
crisi dell’Impero e all’interesse della Russia contro l’Impero ottomano, portò al successo delle
prime rivolte in Grecia. Il movimento di ribellione paradossalmente ebbe una certa risonanza
anche grazie alla propria sconfitta, in quanto furono molto pubblicizzate le dure repressioni e le
atrocità subite da parte dell’esercito turco. Nasceva un problema che doveva essere affrontato:
c’era un Impero in crisi e una regione importantissima in ballo per gli stati europei. La si voleva
controllare mantenendo comunque in equilibrio l’Impero ottomano. Del “turco” era sempre stata
fatta una cattiva pubblicità, e questa pessima presentazione faceva da sostegno al pensiero degli
intellettuali europei. La rivoluzione sollevò un'ampia eco negli ambienti liberali di tutta Europa e
molti illustri intellettuali, come l'inglese George Gordon Byron, partirono per unirsi ai
rivoluzionari.
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La situazione si sbloccò grazie all'intervento di truppe inviate dal pascià egiziano Mehmet Ali,
grazie all'aiuto delle quali venne riconquistata Atene nel 1827. La tenacia della resistenza greca
portò il conflitto all'attenzione delle grandi potenze che, nel 1827, a seguito di un fallito tentativo
di mediazione con i Turchi, aprirono le ostilità, annientando la flotta turca. La fine della guerra e
l'autonomia della Grecia saranno sancite, sotto il protettorato di Francia, Gran Bretagna e Russia,
con il trattato di Adrianopoli del 1829, poi trasformata in indipendenza con il protocollo di
Londra nel 1830.
Aspetti da considerare per spiegare la rivolta greca:
- Che diritto aveva l’Impero ottomano di mantenere il controllo su quei territori?
- Quanti tra i greci che andarono a combattere erano interessati all’indipendenza e quanti
volevano semplicemente un riduzione dell’imposizione fiscale? Gli abitanti delle città erano i
più motivati.
- Quanto il movimento indipendentista greco fu il movimento di un’élite ristretta e quanto fu la
conseguenza di un contesto internazionale favorevole?
- Elemento strategico dei Dardanelli (Francia e Gran Bretagna volevano che restasse all’Impero
ottomano)
- Elemento economico (costruzione di infrastrutture)
- Grande potenze esterna che sta dietro allo scuotersi di questa crisi: Russia
- Chi guadagnava e chi perdeva dall’indipendenza greca? Gli inglesi finanziavano un sacco di
gente in quel periodo, si basavano su un criterio di mero interesse, la loro politica era quella di
cercare di controllare le crisi. Gli unici a cui forse non conveniva erano gli ottomani.
Nel momento in cui scoppiò la crisi greca la sovranità ottomana era scarsa, limitata alle città più
grandi delle zone costiere: non riuscivano a imporre la propria autorità. Era comunque una
perdita, una sconfitta. Gli ottomani utilizzarono tutte le forze disponibili per bloccare il processo
d’indipendenza. A posteriori avevano ragione, in quanto la sconfitta avuta in Grecia provocò una
reazione a catena, che non fu tanto dovuta alla perdita di prestigio, quanto alla sconfitta militare
in sé (molte risorse militari erano state spostate inutilmente). L’esercito ottomano (fatto di
nazionalità miste) era più organizzato e meglio armato, ma i greci vinsero perché praticavano
tattiche di guerriglia, erano ben spalmati sul territorio, che conoscevano bene, facevano terra
bruciata, godevano del sostegno della popolazione (volontario o imposto che fosse: i villaggi
potevano scegliere se chiedere protezione agli armatoli o agli ottomani). La flotta dell’impero
multinazionale ottomano invece era costituita prevalentemente da greci e albanesi, e non era più
così affidabile e sicura.
E’ necessario un pericolo esterno per creare un senso di appartenenza, di unità.

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IV LEZIONE giovedì 27/10/201
PRUSSIA
La Prussia era lo stato più dinamico e più forte perché gli ultimi sovrani illuminati avevano
concordato una politica di sviluppo con la classe aristocratica terriera (la classe dominante, che
sosteneva il re, a sua volta proprietario terriero) Il processo fu quello dallo stato feudale, allo
stato illuminato, allo stato moderno (nel senso ottocentesco del termine). La Prussia era dotata
del migliore esercito dell’aerea, il che era un presupposto per una politica estera aggressiva.
Berlino ebbe una politica estera di espansione costante, e a patirne le conseguenze fu la Polonia,
che vide erodersi parte del suo territorio. La struttura tipica dello stato moderno era proprio la
presenza di un potere centrale forte, della borghesia che sosteneva il governo e di una politica
espansiva. La politica di Berlino era quella di un’espansione verso l’Europa orientale: la Polonia
era geograficamente sfortunata e predestinata a questo tipo di scontro (in quanto al centro di due
flussi di espansione: da oriente a occidente espansione russa verso mari caldi e da occidente a
oriente espansione germanico-teutonica), la Germania invece era in una posizione di vantaggio.
Gli stati facenti parte della comunità germanica si schierarono pro o contro il nuovo vicino
berlinese, la Sassonia. La Sassonia era forte ma non quanto la Prussia: l’esercito prussiano era il
migliore, secondo solo a quello napoleonico.

LE DUE LINEE DEL CONGRESSO DI VIENNA


Dopo la sconfitta di Napoleone scompaiono le considerazioni di carattere militare e prevalgono
quelle strategico-territoriali. Al Congresso di Vienna si pose il problema: creare un equilibrio
post Napoleone (bilanciamento delle espansioni, condizioni eque) oppure utilizzare la sconfitta
napoleonica per ottenere maggiori ingrandimenti possibili? Le potenze propense all’equilibrio
erano la Francia, la Gran Bretagna e l’Austria, secondo le quali non dovevano esserci potenze
che si ingrandissero a discapito delle altre. Le potenze schierate invece a sostegno del secondo
principio erano Prussia e Russia. Queste due tendenze al Congresso di Vienna portarono al
prolungarsi delle discussioni e ad alcuni scontri. Furono comunque gli ultimi congressi in cui si
visse una vera esperienza diplomatica, e alla fine si giunse al componimento di queste opposte
tendenze.
Crisi sassone-polacca
L’occasione per il compromesso fu
la necessità di risolvere il problema
sassone: Berlino desiderava
annettersi tout court il Regno di
Sassonia perché, nonostante fosse
arrabbiata con i tedeschi di
Sassonia, che considerava dei
traditori e dei servi del potere
altrui, le facevano gola le
potenzialità di quel territorio. Gran
Bretagna, Vienna e Francia
rifiutarono la richiesta tedesca
perché consideravano l’eventuale
espansione un vantaggio enorme
nei confronti degli altri stati
dell’area.
I russi erano interessati a prendersi
quei pezzi di Polonia che erano appartenuti alla Prussia in seguito alle spartizioni del XVIII
secolo ↑
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e avanzarono una proposta secondo la quale la maggior parte dei territori austriaci e prussiani
della Polonia sarebbero andati alla Russia mentre in cambio, i prussiani avrebbero ricevuto come
compensazione tutta la Sassonia. Alla Prussia però non conveniva, avrebbe patito una perdita
strategica non indifferente in quanto la zona polacca di cui sarebbero stati privati era ricca.
Berlino dovette fare due conti valutando la posizione della Sassonia: conveniva rinunciare alla
Sassonia e mantenere i territori polacchi oppure favorire la creazione della Polonia sotto la
Russia rinunciando alla politica tenuta fino a quel momento? A far decidere in favore di un
mantenimento dell’autonomia della Sassonia fu la posizione attuale della stessa: era una zona
dinamica che però non costituiva un pericolo, anche perché la Francia (principale alleato
sassone) sconfitta non avrebbe potuto riprendersi in tempi brevi. D’altro canto però cedere il
territorio polacco significava avere ancora più vicino i russi e non conveniva in una fase di
politica estera di tedesca di rafforzamento nell’ambito della comunità. Alla fine si optò per
l’autonomia dello stato sassone per mantenere la parte di Polonia che durante le 3 spartizioni la
Prussia aveva incamerato.  
Berlino fece un ragionamento oculato: mantenere autonomo uno stato debole (anche
economicamente) privo di un alleato forte.
Quindi si elaborò presto una composizione amichevole, anche perché i russi non vollero sfidare
Francia, Austria e Gran Bretagna che si erano dimostrate contrarie al progetto, per cui la Russia
ricevette il grosso del Ducato napoleonico di Varsavia come Regno di Polonia (chiamato Polonia
del Congresso), ma non ricevette il distretto di Poznan, che fu dato alla Prussia, né Cracovia, che
rimase una città libera controllata da Russia, Prussia e Austria. La Prussia ricevette il 40% della
Sassonia, e la restante parte fu resa al Re Federico Augusto I di Sassonia.

LA POLONIA DOPO IL CONGRESSO DI VIENNA


Conseguenze della scelta di Berlino per la Polonia: Berlino si tiene parte dei territori polacchi,
mentre la restante parte della Polonia si trova sotto la sovranità russa. D’altra parte non
esistevano altre possibilità: Francia e Gran Bretagna erano troppo lontane (soprattutto la Gran
Bretagna, la quale però cercò di bloccare l’espansione russa su altri fronti sostenendo ad esempio
l’Impero ottomano cercando di placare la crisi serba). La Francia era un po’ più vicina, anche
solo per il fatto che nel proprio territorio nazionale risiedevano molti polacchi, ma non poteva
fare molto comunque.
La Polonia del Congresso o Regno del Congresso era territorialmente limitata alla Polonia
storica indipendente. La parte galiziana tornò sotto autorità asburgica, si decise per una nominale
autonomia dell’ex capitale Cracovia, mentre il territorio della parte nord della Polonia, la
Lituania, divenne parte della zona metropolitana russa. Vilnius, la capitale della Lituania, era
considerata una città bellissima, “la dolce Vilnius”, culturalmente attiva, pina di ebrei di stirpe
ashkenazita (in yiddish = ebrei che stanno sulle sponde del Reno) anche loro integrati nello stato
russo.
Il Regno della Polonia del Congresso era unito all’Impero russo tramite un’unione personale con
la persona dello zar, voluta da Alessandro stesso. Egli concesse ai polacchi ciò che non
concedeva in realtà in Russia. Lo legava al principe polacco un’amicizia personale in virtù della
quale concesse una carte octroyée in cui si stabiliva la struttura costituzionale della Polonia, che
fu dotata di una dieta costituita da due camere: la camera alta composta da senatori nominati
dall’imperatore e la camera bassa eletta dai vari ordini presenti nelle città: clero, borghesi,
nobiltà ecc. Alla dieta spettava il compito di approvare l’imposizione fiscale e garantirne la
riscossione. La Polonia era del tutto subordinata (80-90%) all’Impero zarista. Il governo polacco
non era responsabile dinnanzi alla dieta, bensì dinnanzi al granduca Costantino Pavlovich,
fratello dello zar nominato viceré polacco per dargli un incarico e toglierselo dai piedi in Russia.
Il potere infatti era gestito concretamente dal commissario imperiale che commissariava l’attività
del viceré e rispondeva direttamente all’imperatore. Il commissario era un militare nobile e abile
amministratore, nonché interessato allo sviluppo economico polacco.
  16  
Quello intorno al 1820 fu un periodo di grande fermento in Europa, si diffuse l’idea del risveglio
delle nazionalità, dilagò romanticismo nell’arte, nella poesia, nella letteratura. Ma in quello
stesso periodo si iniziò ad avere il sentore di crisi economica strisciante che avrebbe cominciato
a manifestarsi da lì a poco

IMPERO OTTOMANO
Confronto tra l’Impero ottomano e l’Impero asburgico, anch’esso ricco di diverse nazionalità che
però riusciva a gestire bene. Anche economicamente questi due imperi sono più vicini che non
l’Impero ottomano e la Prussia o l’Inghilterra.
IMPERO ASBURGICO IMPERO OTTOMANO
4 pilastri: dinastia, clero esercito, burocrazia.
Se uno era scosso gli altri tenevano in piedi la
struttura. In realtà era un unico grande pilastro
che teneva in piedi una struttura basata sul
coinvolgimento al potere delle élites delle
diverse nazionalità.
- Dinastia: godeva di grandissimo credito tra i - Dinastia: il sovrano era una figura più da
sudditi, dovuto al fatto che (alcuni) imperatori temere cha da rispettare. Assumeva una carica
d’Austria erano in grado di mostrarsi vicini sia politica che religiosa, non era presente nella
alla popolazione. Ultimo grande imperatore: vita dello stato (contava di più il primo
Francesco Giuseppe. Ebbe un regno ministro o i pascià e gli amministratori locali).
lunghissimo (60 anni) ma vedrà disgregarsi Non c’era una successione garantita.
l’intero apparato dell’impero austriaco (poi
austro-ungarico). In parte fu anche colpa sua,
ma era amato dal popolo, anche perché ciò
che faceva era anche molto pubblicizzato. Si
diceva che si alzasse alle 4-5 del mattino, si
considerava il primo servitore dello stato,
pregava come prima cosa al mattino (era
molto praticante), faceva una colazione
frugale e dopo il bagno lavorava fino alle 8,
quando cominciava l’attività pubblica:
leggeva rapporti e telegrammi, incontrava
funzionari e persone comuni durante le
udienze (il protocollo era molto rigido ma a
volte con gesti di umanità lo rompeva). Non
tutti gli imperatori erano così: es. durante
l’assedio di Vienna il sovrano di allora fuggì
come un codardo.
Spesso gli Asburgo si sposavano tra di loro, e
ciò causava evidenti problemi di salute.
Questa vita di corte laboriosa e tranquilla era
molto apprezzata dai sudditi.
- Clero: una delle 4 colonne fondanti l’impero. - Clero: anche qui c’è una presenza capillare dei
Essenzialmente cattolico, c’erano solo poche e funzionari religiosi nel territorio e anche qui la
poco sviluppate chiese riformate. Il chiesa colmava i vuoti statali. La corte del
cattolicesimo era religione di stato ma la sultano però è sempre più lontana dai precetti
chiesa restava subordinata al potere statale. Il del credo religioso, comportamenti poco
clero cattolico continua ad essere uno ortodossi. Forse il potere religioso è un po’ più
strumento necessario a colmare i vuoti statali vicino al sultano come capacità di controllo
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nell’assistenza e nell’istruzione ma è anche rispetto alla chiesa cattolica in territorio
uno strumento di controllo capillarmente asburgico. Il problema fu che nell’esprimere
diffuso, subordinato appunto all’autorità sostegno alla monarchia il clero si trovò
civile. Chiesa e alto clero erano fedeli alla spiazzato, chi doveva appoggiare nella
dinastia. successione al trono?
- Esercito: multinazionale, si parlavano più - Esercito: mercenario, la colonna portante era
lingue anche se quella in cui davano i comandi rappresentata dai giannizzeri. Nel tempo
era il tedesco. C’erano due tipologie di l’ordine perse potere e alla fine fu eliminato:
ufficiali: inferiori e superiori a seconda venne a mancare la struttura portante. Esercito
dell’appartenenza a determinate classi sociali. multinazionale anch’esso ma combatteva con
Questo perché anche l’esercito è espressione motivazioni inferiori rispetto a quello
della società. I gradi bassi erano quelli dove asburgico → era una forze meno importante a
provavano a far carriera i figli della borghesia, sostegno del potere.
che comunque dovevano ottenere il libretto e
si dovevano pagare l’equipaggiamento. Gli
ufficiali maggiori dovevano mantenere il
proprio reggimento: potevano permetterselo
solo i grandi proprietari terrieri. Gli ordini
ricchi in grado di mantenersi il grado di
ufficiale potevano accedere ai ranghi maggiori
dell’esercito a prescindere dalla nazionalità.
- Burocrazia: si diceva che i funzionari pubblici - Burocrazia: dei funzionari si diceva che
fossero corretti, poco inclini alla corruzione e fossero malfidati, da non rispettare, inclini alla
alla cattiva amministrazione. In questo caso corruzione. In questo caso è la cattiva publicità
hanno goduto di una pubblicità positiva ad essere superiore alla realtà delle cose. La
superiore ai meriti corruzione e l’infedeltà della burocrazia era un
problema, la burocrazia non era interessata al
bene del sovrano e del governo ma
sostanzialmente al mantenimento di se stessa.

L’impero ottomano perde pezzi di sovranità soprattutto nei Balcani e cessa di essere una potenza
europea a tutti gli effetti.
- Quanto pesò l’appartenenza religiosa musulmana sulla decadenza? L’impero era circondato da
stati cristiani. L’ortodossia russa era un’ortodossia da imporre, il cristianesimo centro-europeo
invece è un po’ meno forte nell’800.
- Modo in cui l’aspetto religioso viene percepito dalle varie popolazioni: in che misura
condizionò e condiziona l’Europa balcanica? C’è un fattore di continuità, ci sono fattori che si
protraggono nel tempo? Quanto determina l’agire dei governi dell’epoca e contemporanei?
La GB manifestò in più di un’occasione il proprio sostegno al mantenimento dell’integrità
dell’Impero ottomano.

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V LEZIONE lunedì 31/10/2011
SERBIA
Torniamo alla Serbia pre-indipendenza, e analizziamone la cultura. Il termine “cultura” è
abbastanza generico: noi considereremo come funzionava l'istruzione pubblica in Serbia in
questo periodo. Essa era piuttosto scarsa (la classe dirigente si formava all'estero). La
popolazione serba era in massima parte dedita all'agricoltura, e all'interno di questa categoria,
molti erano gli allevatori, soprattutto di bestiame. Popolazione questa molto povera, che
difficilmente poteva permettersi un istruttore, o mandare i figli presso istituzioni religiose. La
parte più acculturata della Serbia era ecclesiastica: erano i seminari a fungere da luogo di
produzione dell'istruzione. Esistevano circa 60 scuole elementari, e non c'erano istituti di
istruzione superiore. Questo significa che tra le élites che erano vicino al potere e la parte più
povera della popolazione esisteva un profondo distacco, dovuto alla mancanza di comunicabilità
nonché di una lingua nazionale scritta che potesse essere strumento di idee e condivisione. Dopo
l'indipendenza, con le due famiglie rivali che si davano il cambio al governo della Serbia, sia gli
Obrenović che i Karađorđević investirono nell'istruzione, e con una politica molto oculata e di
gran respiro costruirono scuole elementari pubbliche. Tra il 1859 e il '70, le scuole elementari
passarono da 60 (1835) a 352, e di queste 15 erano riservate all'istruzione femminile. Il fatto che
ci fossero 15 scuole puramente femminili era un fatto di grande civiltà, che indicava che chi
governava si dimostrava attento allo sviluppo della popolazione. Un ulteriore dato importante fu
dato dalla nascita di istituti d'istruzione superiore. I licei, di stampo francese, erano frequentati
dai figli dei ricchi e non furono importanti per il popolo, piuttosto lo furono gli istituti
professionali, frequentati dai figli della borghesia, numericamente scarsa ma presente.
In tutti i paesi dell'Europa centro-orientale, i movimenti indipendentisti saranno di élite, il
nazionalismo resterà appannaggio di una classe élitaria, che userà l'idea nazionale come
strumento di penetrazione delle masse: difficilmente, dunque, almeno all'inizio, contadini e
proletariato urbano (esiguo) erano vicini ai movimenti d'indipendenza. Si registra nei Balcani un
fenomeno simile a quello avvenuto tempo addietro in Russia: gli intellettuali si recano nelle
campagne, promuovendo ideali di libertà di stampo occidentale, l'abolizione della servitù, ma nei
villaggi venivano accolti spesso coi forconi, perché ai contadini interessava il possesso dei frutti
della terra da loro coltivata. C'era un forte distacco, ed era dunque necessaria l'esistenza di un
pericolo, interno od esterno, che fungesse da collante fra i vari elementi.
Il risveglio culturale serbo coinciderà, come ovunque in quest'aria, con la nascita delle
autocefalie religiose. Autocefalia significa che le chiese ortodosse, prima dipendenti, sia
amministrativamente che religiosamente dal patriarcato di Costantinopoli, divennero
indipendenti, amministrativamente (tutte le ricchezze erano locali) e dottrinariamente
(mantennero un legame con Costantinopoli, comunque). La chiesta ortodossa serba divenne
autocefala con la nascita della Serbia indipendente. L'autocefalia ebbe come conseguenza la
trasformazione della chiesa ortodossa locale in chiesa nazionale, che diventerà base del
nazionalismo di questa regione. Anche nella Serbia contemporanea (post-Tito), la chiesa
ortodossa serba si manifesterà come chiesa nazionale sostenendo il nazionalismo serbo. Queste
chiese autocefale, che appoggiano il nazionalismo, e che diventano nazionali a tutti gli effetti,
sono ortodosse e scismatiche rispetto alla chiesa cattolica (sono infatti oggetto di scomunica)
tuttavia, sono subordinate all'autorità statale. Perché?
ROMANIA
La Romania fu un caso particolare: era divisa in due, ancora negli anni '20 non esisteva come
stato unitario, c'erano il principato di Valacchia e quello di Moldavia, due principati posti sotto
sovranità ottomana, governati da funzionari d'origine greca, i fanarioti, che prendevano questo
nome in quanto il millet greco era alloggiato nella zona del fanar (porto) di Istanbul. Da quel
momento in poi, da quando vi si posizionarono, fanariota e greco divennero sinonimi. I fanarioti
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dei principati danubiani (come Moldavia e Valacchia) furono buoni amministratori per gli
ottomani, in quanto garantivano ciò che l'impero voleva: tasse, ordine pubblico,
un’amministrazione corretta. Con l'indipendenza greca, e dunque con l'inizio di tutto il processo
ad essa legato (memoria della grandezza classica, greci che iniziano a pensare alla Grecia
unitaria, ritorno della cultura antica) e con l'influenza fondamentale delle società segrete (vd
Eterìa, presieduta dal principe greco Alessandro Ypsilànti, finanziata in senso antiottomano dai
russi per la diffusione della cultura precedente agli ottomani) si creò in quell'area (futura
Romania) una sorta di internazionalizzazione dei problemi nazionali dei Balcani: le società
segrete erano spesso transnazionali, al loro interno si trovavano sia cittadini risiedenti nei luoghi
interessati sia persone originarie del luogo che facevano parte della diaspora: futuri romeni che
abitavano a Parigi o Londra, o greci che abitavano a Parigi o in Italia, o Svizzera, ancora più
sicura di Parigi. Questa sorta di internazionalizzazione portata dalle società segrete rese
permeabili i luoghi in cui esse operavano alle idee provenienti dal resto d'Europa: libertà,
uguaglianza, libertà di stampa, riunione, culto, figlie della rivoluzione francese. Inseriamole in
un contesto di crisi dell'impero ottomano e avremo un insieme in continua evoluzione dato da
fattori interni ed esterni.
Venivano finanziate cospirazioni: dietro ognuna c'era volantinaggio, organizzazione, libri
proibiti, tutta un’attività volta al raggiungimento dell'indipendenza di quei luoghi finanziata
dall'estero. Furono solo i membri più illuminati dell'aristocrazia, o gli appartenenti alla parte più
ricca della borghesia (a contatto con l'estero e queste idee) a sostenerle dall'interno. La Romania
degli anni '20 è ancora in mano agli ottomani, ma inizia ad avere fermenti antiturchi, grazie a
questa attività delle società segrete. Scoppiarono rivolte: nel 1820 l'Impero ottomano decise di
dare ai principati un ordinamento in cui non fossero più i fanarioti a governare bensì elementi
dell'aristocrazia locale. Quanto accadde ebbe un'importanza determinante per la futura Romania:
perché ciò si realizzò? I fanarioti erano greci: negli anni '20 inizia la guerra d'indipendenza
greca, che porta all'indipendenza negli anni '30; nei confronti dei greci, l'impero ottomano
scatenò una reazione durissima in tutti i territori dell'impero → i fanarioti, anche se non
coinvolti, vennero allontanati dai posti di responsabilità e cacciati, soprattutto dai principati
danubiani dove esercitavano la propria autorità per conto del sultano. I fanarioti erano comunque
stranieri in quelle zone, installativisi per motivi economici, che ivi avevano trovato espansione di
carattere finanziario ed economico. Mandati via, lasciavano un vuoto, che sarà colmato in parte
dalla piccola aristocrazia ma soprattutto dalla borghesia e dall'aristocrazia terriera (boiardi,
boardi o boiari). I principati danubiani divennero due entità separate rette da due opodar?
(sovrani), uno per principato. Nel 1820 i principati danubiani registrano dunque un cambio ai
vertici, cambio dell'élite al governo, ma non un cambio nel sistema di governo, che forse
peggiorò: i fanarioti promuovevano un'economia interna diretta al commercio, mentre con
l'arrivo dell'aristocrazia terriera non v'è interesse ad alcun tipo di progresso → servitù della
gleba, ecc... I principati danubiani godettero delle ripercussioni di quanto avvenne in Grecia:
movimento d'indipendenza appoggiato dalla Russia che, per minacciare i turchi e aumentare la
propria area d'influenza, manda un esercito per bloccare le forze ottomane dirette in Grecia;
ritiratisi dalla Grecia, i Russi rimasero nelle zone balcaniche. Nei principati danubiani rimase
Pavel Kiseleff, la cui presenza accelerò il periodo di modernizzazione. Ci saranno soprattutto dei
cambiamenti riguardo all'esercizio del potere: il generale russo era “illuminato”, e nel 1831
promosse una sorta di carta costituzionale dei principati, detta “regolamento organico”, a
indicare che non si trattava di diritti costituzionali ma di un regolamento che l'autorità dava a
quelle terre. Esso prevedeva dei cambiamenti per i principati danubiani, che istituzionalizzavano
una prassi governativa più antica: gli ospodar? si appoggiavano alla nobiltà terriera, e ora con il
regolamento si creano ufficialmente due camere composte dai boiari più ricchi che
rappresentavano sé stessi e, se da un lato sostenevano gli ospodar?, dall'altro li controllavano,
limitandone il potere. Fu questo senz'altro un avanzamento, e fu anche la molla che portò ai
successivi sviluppi. Per la prima volta si codificava il modo d'esercizio del potere nei principati,
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che rimasero sotto la sovranità giuridica del sultano, ma di fatto congiunta fra zar e sultano, dalla
fine della guerra russo-turca fino al '34, data dell'indipendenza. I due stati meno avanzati
controllavano così terreni a cui era appena stata data una regolamentazione feudale. La sconfitta
dell'Eterìa portò ad una fuga all'estero degli intellettuali che la costituivano verso i paesi europei
che tutelavano il diritto d'asilo: soprattutto a Parigi, dove moltissimi profughi anche d'altri paesi
si riunivano e dove trovavano spazio d'espressione i romantici intellettuali nazionalisti. Quando
si allentava la persecuzione nella patria (ideale) d'origine, vi tornavano, portando con sé questi
ideali. La Francia si faceva tutrice internazionale del disordine nei Balcani, in funzione
antiasburgica. La presenza francese era lontana ma discreta, attraverso formazione e sostegno
(anche finanziario) di chi vi si rifugiava. Il ritorno dei rivoluzionari in Moldavia e Valacchia
aveva conseguenze: costoro chiedevano libertà di stampa e liberazione dei contadini. Nei
principati danubiani esistevano schiavitù per alcune minoranze e servitù della gleba per i
contadini. Attraverso questa richiesta continua di libertà si iniziò a formare una cerchia di
intellettuali che rappresentarono l'élite culturale in cui la percezione di essere una nazione
cominciò ad essere più diffusa; si passò poi da tale percezione alla volontà di diventare nazione.
Il cammino dall'una all'altra è spesso violento, segnato da rivolte, guerre, accordi internazionali
di sostegno contro l'”uomo malato d'Europa”.
BULGARIA
Fu un cammino abbastanza complesso quello intrapreso dagli intellettuali rumeni, ma forse più
semplice rispetto a quello toccato agli intellettuali bulgari: la Bulgaria sarà l'ultima arrivata, la
coscienza nazionale attecchirà più tardi e anche il passaggio al tentativo, alla volontà di diventare
nazione sarà ancor più lungo e tortuoso.
Fra i territori dell'Europa balcanica sotto dominio ottomano, i bulgari erano più turchi dei turchi,
ossia fra le popolazioni europee dell'impero quella che aveva assimilato maggiormente i costumi
e la cultura ottomana, ad essa più fedele, forse anche perché c'era un legame economico molto
forte: dalla Bulgaria si esportavano nell'impero i cuoi lavorati, selle, lavori manufatturieri
pregiati, si lavoravano armi pregiate, metalli. Questo legame economico era dunque diventato
nel tempo anche un forte legame politico e culturale. Nei ritratti dell'epoca i bulgari sono
rappresentati in abiti molto simili a quelli ottomani. La cultura bulgara trova il suo guizzo, la sua
scintilla di rinascita in una classe particolare d'intellettuali, gli ecclesiastici dei conventi, i
monaci ortodossi. Perché ivi e non altrove? Nei conventi esisteva un'antichissima tradizione:
trascrivere, poi stampare, per dare ai posteri la memoria dell'antica storia di Bulgaria, quando
essa aveva ancora un proprio zar, di quando i santi bulgari erano diventati martiri ad opera del
turco invasore. Nei monasteri si studiava la loro vita, nonché le gesta gloriose degli zar bulgari:
se una scintilla di nazionalismo doveva nascere, era chiaro che sarebbe nata qui. Questi erano poi
luoghi protetti, gli ottomani rispettavano le altre confessioni religiose. Chi apparteneva alla
comunità (Umma) aveva particolari privilegi, ma anche altre confessioni erano comunque
tollerante. Nei monasteri si tramandava dunque la storia della Bulgaria, storia religiosa, che
parlava di periodi in cui lo zar era vicinissimo alla chiesa ortodossa. È proprio in un monastero
bulgaro che il monaco Paisi scrisse la storia del popolo, degli zar e dei santi bulgari. L'elemento
importante di tale opera fu la nascita, pian piano, di una lingua letteraria bulgara, codificata!
Esisteva già una parlata volgare, come tradizione orale però: ora anche scritta, grazie a Paisi.
Una lingua scritta che non era più il latino, ma il volgar bulgaro, codificato → stabilire un
rapporto preciso fra vocaboli, regole grammaticali, sintassi. Quando questa codificazione fu
accettata, tutti coloro che desideravano scrivere in bulgaro dovevano seguire quelle regole.
Nasce una lingua nuova, che ha origine nella parlata antica popolare, che iniziò a diffondersi,
poiché appunto c'erano già le basi per la sua diffusione. Divenne lingua veicolare, per le idee
delle élites che si diffusero così in via più rapida, parimenti all'idea di coscienza nazionale, cui
poi fatti esterni e interni daranno la spinta per trasformarsi in azione concreta. Creare una lingua
non vuol dire però creare un popolo che la sappia leggere: la si parla ma non la si legge né
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scrive. Era dunque necessario avere degli stimoli, dei principi unificatori, qualcosa che spingesse
allo studio della lingua, che la rendesse importante, che la rendesse elemento fondamentale per
raggiungere utili, un giovamento: è sempre l'utile che spinge un uomo ad agire.
GRECIA
Il modello dei rapporti che si instaurarono in Grecia fra autorità statale ed ecclesiastica divenne
modello per gli altri stati nascenti nei Balcani. A sua volta quello greco non fu originale. Nel
1821 il vescovo di Patrasso fomentò la guerra per l’indipendenza greca. Come reazione, il
governo del sultano decise di dare una pena esemplare: uccise direttamente il patriarca di
Costantinopoli. Morte dura, morte punitiva: Gregorio VI fu impiccato allo stipite della sua porta
d'ingresso, e ivi rimase per un po', come monito ai greci. La repressione dei fanarioti comincia
proprio da lì. Pur vivendo in una condizione di privilegio nell'impero, anche i greci ortodossi si
ribellarono. Qual'è la conseguenza di tale impiccagione? Muore il patriarca ecumenico, tutte le
varie chiese ortodosse facevano capo a lui (questo vuol dire “ecumenico”). Egli era patriarca
religioso ma anche amministrativo; con la sua morte viene a mancare la maggiore autorità
ecclesiastica dell'area, dunque i vescovi greci si dovettero decidere a fare qualcosa: si riunirono,
e nel 1833 (quasi contemporaneamente all'indipendenza) stabilirono una nuova organizzazione
della chiesa ortodossa in Grecia. Il sinodo crea un organo collegiale di governo (il sinodo stesso)
che, accettando in toto il modello russo, sarebbe stato subordinato all'autorità statale (forse
proprio i russi imposero ciò). In Russia esisteva infatti un sinodo subordinato allo zar. La chiesa
ortodossa non sembra dunque potersi svincolare dalla dipendenza e protezione dello stato,
tradizione già viva in epoca di dominio ottomano. Il modello di rapporto fra chiesa ortodossa e
Stato sarà dunque esportato nei Balcani. Ciò fu forse dovuto all'esistenza di un rapporto già
consolidato, alla necessità di dover scegliere in fretta e alla destinazione ad altri momenti della
ricerca di spazi di manovra. La scelta comunque è fra piccoli spazi in cui sopravvivere (strada
intrapresa) per cercare un momento più proficuo ad espandersi, oppure entrare in conflitto e
perdere tutto. Spesso è meglio scegliere, nell'immediato, il male minore, meglio subordinarsi
all'autorità statale e ottenere qualcosa piuttosto che combattere ad oltranza. Qual'è la
conseguenza di questa nuova organizzazione? La conseguenza contemporanea di questo tipo di
rapporti è che le chiese autocefale divennero sempre di più chiese nazionali, ed essendo così
intimo il rapporto con il regime al governo, il passaggio da chiesa autonoma a chiesa nazionale a
chiesa che sostiene la politica, a volte anche contraddittoria, del governo, fu brevissimo. Le
chiese autocefale ebbero un ruolo molto importante nello sviluppo culturale delle aree in cui esse
agivano. Perché? La chiesa si occupa di formazione, di dottrina, deve spiegare, la dottrina va
insegnata → occorre una lingua veicolare → specie nelle campagne, la chiesa non parlava latino
(come avveniva invece ancora nel mondo cattolico); inizialmente si parlava greco antico, ma via
via la si sostituì con le lingue locali. Il monaco Paisi scrisse di santi: scrivere dei santi di un
popolo significa santificare il popolo stesso, gettarne la grandezza in faccia a chi lo opprime. La
chiesa è una delle colonne portanti del nazionalismo. Lasciamo da parte l'internazionalismo della
chiesa, dunque, il cristianesimo come religione universale che unisce → no, qui non è così, il
“Dio universale” conveniva fino a un certo punto. Piuttosto, un popolo si eleva a far parte di una
comunità così vasta, ne è degno. Il sentimento nazionale si trasforma in stato nazione. In chiesa,
poi, non c'è solo la dottrina, ci sono anche le istituzioni liturgiche, musica, celebrazioni,
rappresentazioni, quadri, culture (arte propria di artisti nazionali). Manca solo il nemico esterno
che ti faccia sentire in pericolo da un lato, difeso dalla nazione unita dall'altro (fino al 1918,
l'impero ottomano), e fattori interni (rivolte dettate da fame, servitù della gleba e duro rapporto
fra classi alte e basse).

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VI LEZIONE mercoledì 02/11/2011
VERSO LA PRIMAVERA DEI POPOLI (1848)
Il 1848 è l’anno in cui scoppiarono
rivolte ovunque in Europa. Le rivolte
del ’20 avevano richieste
economiche, mentre quelle del ‘48
erano di stampo liberale: richiesta di
autonomia dalle autorità centrali,
concessione di libertà. Il ‘48 apportò
dei cambiamenti che furono
importanti nel lungo periodo, e
realizzerà per la prima volta la
partecipazione di parte del popolo
alle rivolte contro i governi centrali.
Le richieste liberali erano sentite
anche dalla popolazione che era
sempre stata estranea ai movimenti
in quanto impegnata più che altro a
sopravvivere. In ogni caso si trattava
di movimenti d’élite, di intellettuali e
nobili illuminati.
Presupposti
Erano gli anni in cui Mazzini
fondava le sue organizzazioni in
Italia, gli anni dei grandi ideali, in
cui le associazioni segrete raggiunsero il loro massimo momento di gloria: massima espansione
possibile, vicinanza delle loro idee a quello che sentiva il popolo, la massa.
Si viaggiava di più, c’era un interscambio di idee, un miglioramento delle condizioni di vita sia
in città che in campagna, la religione non sembrava più essere una cappa opprimente che
bloccava il progresso, anzi alcuni religiosi cominciano ad esprimere idee di carattere
nazionalista.
Gli anni che vanno dal ‘30 al ‘48 sono anni di fibrillazione e grandi speranze che si scontravano
con istituzioni bloccate, non in grado di accogliere le istanze di cambiamento provenienti dalla
base che però esse stesse avevano promosso.
L’emigrazione
L’Europa degli anni ‘30 vide un forte flusso migratorio dalle zone più povere verso le Americhe
e l’Australia, e questo ci interessa perché le zone da cui l’immigrazione prendeva l’avvio erano
spesso zone dell’Europa centro orientale, come la Galizia, parte dei Balcani, la Russia, oltre che
una forte migrazione di nazionalità ebraica. Una delle cause era che in Europa agli ebrei era
vietato l’accesso alle cariche pubbliche. La presenza ebraica era molto forte in Polonia, dove la
migrazione fu rilevante, soprattutto per quanto riguarda la parte galiziana, quella più povera. Le
famiglie di ebrei di nazionalità ashkenazita, ortodossi osservanti, facevano capo al rabbino, che
era una figura importante in quanto allo stesso tempo istruttore morale, figura ispiratrice e anche
giudice (secondo le regole interpretative della bibbia). Negli USA costituirono una comunità
molto forte e più libera rispetto alla vita che facevano in Europa, lasciarono un vuoto non
indifferente in Europa centro orientale. L’emigrazione aveva un costo economico ma anche uno
affettivo, all’estero si rompeva la tradizionale unità delle famiglie ebraiche, i padri notavano un
cambiamento nei figli, che a loro volta difficilmente accettavano l’autorità paterna. La lingua

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principale era a loro sconosciuta, parlavano polacco, russo, tedesco, yiddish, ma non l’inglese. I
primi emigrati negli USA costituirono delle comunità che a loro volta cominciarono ad
accogliere altri emigrati, e spesso pagavano loro il biglietto.
Gli abitanti ebrei delle campagne polacche erano comunque poveri, invece nella parte centro
orientale (zona di Lotz) una parte di loro si dedicava alla manifattura dei tessuti (cotone e lana) e
alla tessitura (nella seconda metà 800 si arrivò alle macchine da tessitura). Questi vivevano una
vita più agiata, spesso passavano dal commercio alla finanza. Le campagne erano abitate da
contadini molto poveri che spesso andavano nelle fabbriche, dove erano pagati pochissimo e
diventavano proletariato operaio. Quelli che non migrarono cominciarono ad essere permeabili
alle ideologie socialiste. Una cosa buona era che nelle sinagoghe imparavano a leggere e
scrivere, ciò si rivelerà un vantaggio quando cominciarono a circolare i primi testi socialisti.
Chi decise di intraprendere l’attività rivoluzionaria si ritrovò di fronte al problema della
mancanza della coscienza di classe: i dipendenti si ritenevano subordinati al padrone. La spinta
alla protesta era forte ma i padroni reagivano bloccando o riducendo il salario e alla protesta
corrispondevano problemi all’interno delle famiglie, che avevano bisogno anche solo di quel
poco per sopravvivere. Era necessario formare un fronte unitario contro il potere costituito. Era
una doppia lotta: contro i padroni e contro il potere russo. L’unità fu favorita dalla persecuzione
e dalle ritorsioni violente delle autorità russe nei confronti dei nascenti movimenti operai. Il
nemico esterno e la sua cecità favorirono la nascita dei movimenti. I rivoluzionari studiavano in
carcere (spesso anche in tedesco) o in Siberia, dove entravano in contatto con i russi che erano in
carcere per gli stessi motivi e una volta tornati a casa e al lavoro portavano a parenti e colleghi le
nuove idee. Chi non accettò la condizione di schiavitù e il fatto di essere vittima designata di
ogni cattiveria russa creò un solidarismo di stampo sociale.
L’idea di libertà era insita nelle frange intellettuali della popolazione, e si diffondeva attraverso
la stampa e una cultura che da orale diventò scritta, attraverso lo studio negli istituti fatti su
modelli francesi (speso i docenti si erano formati in Francia).
Si arriverà al ‘48 anche attraverso un adattamento del rapporto tra autorità, gestione dell’ordine
pubblico e popolo. Presenza di forze di polizia infiltrate all’interno dei movimenti nazionalisti: la
loro attività era volta a capire chi e perché organizzasse attentati. L’uso politico dell’attentato era
molto diffuso. Faceva seguito un’attività di repressione contro gli esponenti dei movimenti, che
avveniva con il carceramento (misura abituale) o con il confino, una forma di isolamento dalla
realtà in cui si era inseriti, ma che in realtà dava la possibilità di mettersi in contatto con altri
idealisti rivoluzionari. Dall’esilio spesso si ricavavano contatti e sostegno di carattere
internazionale.
Negli stati in cui già era avvenuta l’indipendenza avvenivano dei cambiamenti di carattere
sociale, e i rapporti con il potere presentavano delle difficoltà.

GRECIA POST INDIPENDENZA


Nel 1843 in Grecia ci furono delle rivolte contro Ottone I, tedesco di Sassonia, mandato in
Grecia ad assumere la corona con il consenso delle grandi potenze europee in seguito alla
Convenzione di Londra del 1832. Il sovrano si portò dietro cortigiani, una casta consistente di
funzionari economici, capi militari ecc. Non sapeva governare, non l’aveva mai fatto, e gli era
difficile capire cosa i sudditi volessero.
La Grecia stava iniziando a muoversi come stato indipendente, e affrontava tutti i problemi
connessi, come quelli riguardanti l’assetto legislativo: prima parte integrante dell’impero
ottomano, la Grecia ha ora bisogno di nuove leggi che regolino i rapporti interni ed esterni.
Ottone I non era riconosciuto da tutti, le campagne gli erano molto distanti: quel sovrano gli era
stato imposto e faceva gli interessi di coloro che l’avevano messo sul trono piuttosto di quelli
della Grecia. Nel 1843 le rivolte scoppiarono e gli intellettuali ed ex aristocratici che si erano
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ribellati chiesero una compartecipazione all’esercizio del potere attraverso una monarchia
costituzionale parlamentare di stampo britannico, con un parlamento con una camera eletta.
Ottone non accettò l’idea, e soprattutto il fatto che il suo potere potesse essere messo in
discussione. Alla fine sarà costretto ad abdicare.
Non fu soltanto una rivolta contro il re, ma dovuta anche a problemi economici, legati alla
situazione diversa delle campagne rispetto alle città costiere, la cui attività principale era il
commercio o l’impiego nelle flotte. Nelle campagne c’era la presenza di bande armate di militari
disertori, lo stato greco era piuttosto destabilizzato all’interno. Oltretutto l’impero ottomano nel
‘43 non era ancora completamente crollato, e vedeva di buon occhio un ridimensionamento
dell’indipendenza greca (nel frattempo fronteggiava nei Balcani attacchi alla propria sovranità
che provenivano d tutte le parti). La rivolta greca non era di stampo nazionalista, riprenderà ad
esserlo con la nascita dell’idea della Grande Grecia, cioè la Grecia classica con possedimenti in
Asia Minore.
SERBIA
Cambiamento alla guida dello stato. In Serbia si susseguivano due famiglie, gli Obrenović e i
Karađorđević. Nel 42 andò al potere Alessandro Karađorđević. Con la successione al trono
venne mantenuta l’attenzione alla cultura da parte di entrambe le famiglie.
UNGHERIA
Lo sfruttamento della terra fece la ricchezza di una classe nobiliare di aristocratici molto vicina
allo spirito dell’antica Ungheria. Nonostante ci fosse una forte rappresentanza politica a Vienna
gli ungheresi non dimenticarono mai le proprie origini. In cosa si concretizzò questa forza
economica e differenziazione culturale? Due erano le correnti di pensiero:
- Riassetto dell’impero in termini federali. I suoi esponenti speravano che si creasse un’unione
nella figura dell’imperatore di due stati con uguali diritti, volevano una fortissima autonomia
ma non una rottura dell’unità, una struttura federale ma separata allo stesso tempo.
- Rottura dell’equilibrio e creazione di uno stato indipendente da Vienna, autonomo e sovrano
Già nel ‘47 i patrioti ungheresi (soprattutto quelli che speravano nello stato federale) avevano
contatti molto stretti con gli italiani di Mazzini. Gli ungheresi iniziano a far traballare il trono
d’Austria nel ‘47, erano degli idealisti, non sapranno essere concreti, tenteranno di avere sempre
tutto e subito, cosa che avrà ripercussioni molto gravi nella loro lotta. Una vittoria del
raggruppamento liberale nella dieta ungherese portò ad un progetto di riforma dell’Ungheria
molto strutturato. La dieta era composta da camera alta (aristocrazia terriera, nobili, clero) e da
una camera bassa (piccola nobiltà terriera) più permeata di idee e cambiamenti, influenzata dalle
idee rivoluzionarie napoleoniche. Si avvicinarono ad un ideale di governo molto simile a quello
britannico. I liberali chiedevano una riforma in più punti del rapporto Austria-Ungheria:
concessione della piena autonomia politica, alcune libertà civili (parola, movimento, riunione).
Non si parla di suffragio universale, di uguaglianza, cercavano solo un modo di trovare spazio
per una classe media da sempre estranea alla vita politica. Ferdinando I rifiuta → rivolte.
POLONIA ASBURGICA 1846
Polonia asburgica = Galizia e Repubblica di Cracovia nominalmente indipendente ma di fatto
controllata da Vienna. C’erano molte differenze tra Cracovia e la Galizia. La Galizia era una
regione agricola e povera, con miniere di carbone, caratterizzata da un rapporto ineguale tra
proprietari terrieri ricchi e contadini poveri; Cracovia era l’altra capitale del regno di Polonia e
Lituania, città universitaria perennemente in fermento, dove persisteva un forte legame Chiesa-
nazione. La chiesa era vicina all’aristocrazia e godeva di molti privilegi. Una parte di aristocrazia
polacca, nutrita degli ideali rivoluzionari, sperava ancora nella rinascita della Polonia come stato
libero, unitario e potente, un’altra se ne stava a Vienna e non metteva nemmeno in discussione la
vicinanza all’imperatore. Nel ‘46 scoppia la rivolta in più parti della Galizia e soprattutto a

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Cracovia. Le campagne si dimostrarono completamente indifferenti, gli interessava solo un
cambiamento nei rapporti con i proprietari terrieri. L’esercito asburgico, che già aveva dei
presidi in quel territorio, entra in Galizia. Si realizza un’unità di intenti e sostegno tra
l’imperatore d’Austria e lo zar di Russia, che andò in suo aiuto per schiacciare prima la rivolta
polacca e poi quella ungherese. I contadini si schierarono con gli Asburgo contro la nobiltà
polacca, e anche la chiesa appoggiò il potere imperiale.

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VII LEZIONE giovedì 03/11/2011
L’area geografica di cui ci
occuperemo oggi è quella
dell’Impero asburgico, più
precisamente la Boemia e la
Slovacchia e il territorio dell’ex
Jugoslavia, dove tra gli slavi del
sud avvenne la nascita di una
coscienza nazionale.
L’Impero asburgico era grande e
ricco di nazionalità, i cittadini slavi
situati nell’Europa centro orientale
rappresentavano il 40% della
popolazione: erano un nucleo
importante, decisivo all’interno
dell’Impero. Una parte consistente
della popolazione slava era croata, e dipendeva, dal punto di vista amministrativo, direttamente
dall’Ungheria, e all’interno di questo rapporto la Croazia aveva un certa autonomia: la dieta
decideva circa le imposte e la distribuzione del carico fiscale. Come in altre occasioni fu la
cultura a rappresentare la scintilla del nazionalismo. Letterati e musicisti erano molto a contatto
con la popolazione, che solitamente non era vicina a questi movimenti, perché pescavano nelle
tradizioni popolari per realizzare le proprie opere.
BOEMIA
Antico regno, zona molto ricca dell’impero asburgico, aristocratica e culturalmente molto
elevata. Zona ricca però anche di piccole imprese manifatturiere e di alta specializzazione: si
lavoravano tessuti, metalli, vetro. Culturalmente, il risveglio boemo comincia con la nascita della
lingua nazionale, che inizialmente nell’Impero asburgico non era il tedesco, ma il ceco. Il
risveglio linguistico avvenne anche ad opera dei monaci: l’abate Josef Dobrovský creò un
vocabolario tedesco-boemo, in base al quale si scrissero successivamente opere letterarie i cui
elementi erano presi dalla tradizione popolare boema. L’abate Dobrovský fu il padre della
slavistica e il primo fondatore della lingua letteraria boema, dal suo lavoro prendono l’avvio
alcune ricerche nella linguistica comparata; Josef Jungmann scrive un vocabolario più completo,
e in seguito anche la “Storia della letteratura ceca”: nasceva una lingua letteraria codificata alla
quale bisognava fare riferimento ogniqualvolta si volesse scrivere qualcosa in lingua ceca.
Questo autore ebbe una notorietà abbastanza elevata per il periodo (considerando che era
un’epoca con pochi mezzi d’informazione, in cui l’unica “pubblicità” avveniva attraverso le
gazzette o nei salotti borghesi). La nascita della lingua ceca fu la base per le successive
rivendicazioni che studiosi e intellettuali faranno. Nel 1818 fu fondato il “Museo Nazionale di
Praga”, che dopo la nascita della lingua ceca, cominciò a pubblicare il bollettino degli eventi in
ceco. Si tratta sempre di una diffusione molto elitaria, era comunque letteratura, lingua scritta, e
non erano in molti a sapere leggere in quel periodo. E’ un fenomeno che interessa, per i suoi
effetti almeno nei primi periodi, una parte ristretta della popolazione, quella più intellettuale.
C’era quindi questo insieme di ricerche basate sulla storia e la cultura di una nazionalità, ma
c’era anche un impero con il quale confrontarsi (alla fine della I guerra mondiale in tanti
rimpiangeranno la presenza della grandezza stabilizzatrice dell’Austria). I primi riformatori e
scrittori politici in lingua ceca che affrontarono il problema dell’autonomia non posero mai in
questione l’esistenza della monarchia: si spingeva per un ridimensionamento della struttura
dell’impero, ma ci si rendeva conto che la rottura del delicato equilibrio tra nazionalità che i
primi ministri austriaci (vd Metternich) erano stati in grado di fare avrebbe provocato dei danni
enormi alle stesse nazionalità che ora chiedevano l’autonomia. La maggior parte dei patrioti
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chiedeva dei cambiamenti in senso federale: il monarca avrebbe continuato ad esistere, ma non
come imperatore, bensì come sovrano di una federazione di stati autonomi. František Palacký
(1798-1876), storico e studioso politico tra i più conosciuti dell’epoca, scrisse la storia della
nazione ceca in 10 volumi, fondamentale per la lucidità del suo pensiero politico. Palacký
durante le rivolte del ‘48 inviò una lettera all’imperatore e agli stati tedeschi per chiedere un
cambiamento in senso federale dell’Impero asburgico (non gli daranno ascolto). Nasce, sempre
in questo periodo, in Boemia una stampa politica; le gazzette fino ad allora si erano occupate di
eventi mondani, ricevimenti, note riguardanti l’estero, ora comincia un dibattito politico (seguito
comunque dalle varie corti e polizie politiche). Inizia una maggior diffusione del pensiero
nazionale all’interno della Boemia. Nel 1846 nasce la “gazzetta ufficiale di Praga” (Pražské
noviny), quotidiano che si riteneva essere depositario del pensiero boemo. Karel Havlíček,
fondatore e direttore, portò avanti delle idee abbastanza dure e originali, puntò molto sulle
differenze (economiche, culturali ecc.) esistenti tra boemi e tedeschi. Praga è una città che
mantiene ancora un’impronta asburgica, ma con delle nuances tipicamente boeme che fanno
toccare ancora quelle differenze che comunque c’erano tra gli abitanti della Boemia e quelli del
resto dell’Impero asburgico, sulle quali si volle porre l’accento in quegli anni.
SLOVACCHIA
In Boemia gli slovacchi erano considerati una sorta di popolazione barbarica. All’interno
dell’impero asburgico erano situati nella zona ungherese, nei Carpazi del nord, in mezzo alle
foreste, e rimasero in quelle zone fin quando nella II metà degli anni ’30 / inizio anni ‘40 le
migliori condizioni di vita e l’alto tasso di natalità li spinsero verso la pianura del Danubio. Fu
molto più lenta la presa di coscienza della propria nazionalità tra gli slovacchi rispetto ai boemi.
C’era già un grande elemento di differenziazione tra boemi e slovacchi così come tra boemi e
austriaci. Gli slovacchi erano cattolici, in Boemia invece il protestantesimo aveva attecchito.
C’era una netta separazione tra chi professava il protestantesimo e le religioni riformate (luterani,
calvinisti, ussiti) che vedevano nel successo della vita terrena la prova del sostegno divino e i
cattolici di vecchio stampo, che vivevano isolati. Porre l’accento sulla diversità religiosa fu
abbastanza semplice, e ciò sarà un elemento di distacco molto forte tra boemi, moravi e
slovacchi, il cui fondamento è in questo periodo. Anche in questo caso la nascita del
nazionalismo avvenne attraverso la creazione di una lingua: nel 1843 venne adottato il dialetto
della Slovacchia centrale, parlato da una parte minoritaria ed elevato a lingua letteraria scritta (ad
opera di Ľudovít Štúr). Gli slovacchi non erano dei grandi autori, dei grandi scrittori, ma c’era un
forte polo di attrazione verso il quale emigravano gli slovacchi desiderosi di entrare in contatto
con le culture dell’epoca: non Bratislava, ma Praga. Praga era più vicina alle correnti culturali
europee di quanto non lo fossero le cittadine slovacche del periodo, ed era più centrale in Europa
di quanto non lo fosse Vienna.
CROAZIA E SERBIA, LE POPOLAZIONI SLAVE DEL SUD
Nome con il quale erano indicate le popolazioni slave residenti nell’area della ex Jugoslavia (di
nazionalità slovena, croata, serba).
Il principe-vescovo (vladica) del Montenegro continuava a difendere l’indipendenza del proprio
paese in maniera veemente. Del Montenegro spesso si dava una visione “da operetta”, non si
sapeva bene che cosa vi avvenisse. La reggia era fatta da case basse, piccole, capanne poi
trasformate, le figlie del principe del Montenegro per essere a contatto con la vita sociale si
recavano a Trieste, in seguito andarano a fare da ancelle alle figlie dello zar.
Un problema molto grave si opponeva alla nascita di un senso di carattere nazionale tra gli slavi
del sud: era un problema di carattere religioso, al quale poi si attaccarono anche altri. Siamo nel
periodo antecedente all’indipendenza della Serbia. La Serbia era una regione autonoma
all’interno dell’Impero ottomano dalla quale proveniva un forte messaggio di aggregazione

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(inteso in senso comunista) dei territori degli slavi del sud. Il problema era di carattere religioso:
come conciliare l’anima greco ortodossa degli slavi di area serba con l’anima cattolica degli altri
serbi? (La presenza delle comunità musulmane non era nemmeno presa in considerazione
ancora). Dovettero confrontarsi con la presenza di due forti correnti differenti all’interno della
cultura slava: una con radici nella Serbia e una nella Croazia. Si pose il problema della creazione
di una lingua unitaria: lo sloveno Jernej Bartol Kopitar, il serbo Vuk Stefanović Karadžić, e il
croato Ljudevit Gaj, erano i tre linguisti di spicco delle tre zone che lavorarono alla creazione del
serbo croato (anni ‘40), un’unica lingua con due denominazioni. (Ora i croati vogliono una
lingua croata del tutto autonoma e differenziata dal serbo). In questa fase si parla comunque di
élites, le popolazioni continuarono a parlare i dialetti che avevano sempre parlato, questa lingua
letteraria si imporrà nel tempo (è evidente essendo una lingua costruita). La creazione di questa
lingua ebbe un effetto più immediato in Croazia, che aveva uno status particolare all’interno
dell’Impero asburgico e dell’Ungheria, da cui dipendeva dal punto di vista amministrativo
nonostante avesse uno statuto autonomo. i croati non si limitarono a chiedere che la neo lingua
divenisse lingua nazionale; ma imposero questa scelta alla dieta (in cui si prendevano scelte
prevalentemente di carattere amministrativo e fiscale) e nel 1847 il serbo croato divenne lingua
ufficiale nazionale al posto del latino. → ripercussioni enormi nel rapporto con l’Ungheria.
UNGHERIA
Nazionalismo ungherese. L’Ungheria godeva di uno status particolare all’interno dell’Impero
asburgico: gli ungheresi avevano una propria dieta, una carta costituzionale e un’insieme di
libertà e autonomie rispetto a Vienna. A Vienna governava il principe di Metternich, che aveva
idee molto chiare che si riconducevano ad un rifiuto della riforma federale degli imperi:
bisognava a tutti i costi mantenere un’unità dell’Impero nella figura dell’imperatore e reprimere
ogni scintilla nazionalista. Scelse di operare con mano molto dura una repressione di qualsiasi
moto di carattere rivoluzionario, che poi così rivoluzionari non erano perché in realtà volevano
“salvare” la figura dell’imperatore. L’Ungheria dell’epoca era uno stato la cui particolarità era
stata pestata dalla politica di Metternich: la dieta non era stata sempre convocata e, quando lo
era, era per pochissimo tempo. Vienna esercitava una posizione di controllo, l’autonomia era
diventata quasi solo nominale. All’interno dell’Ungheria non c’erano solo ungheresi, ma anche
croati (la Croazia era grande e importante, forniva risorse militari), nazionalità rumene in
Transilvania, tedeschi sassoni, minoranze ebraiche e rom (scarsamente considerate), polacchi.
L’Ungheria era quindi ricca di minoranze che chiedevano tutela, non all’Impero asburgico, ma
alla loro referente principale, che era appunto l’Ungheria. I neo nazionalisti ungheresi, idealisti
intellettuali, che cominciarono a chiedere un autonomia maggiore dovettero affrontare le sempre
più pressanti richieste delle altre minoranze e reagirono in maniera oppressiva: così gli stessi che
chiedevano autonomia a Vienna la negavano alle nazionalità non ungheresi presenti all’interno
del proprio territorio. Gli ungheresi come nascono promuovono immediatamente un’idea
nazionale che trasmigra in un nazionalismo spesso accentuato. Il termine nazionalismo spesso
indica una tutela eccessiva dell’interesse nazionale a scapito di qualcun altro; ed è proprio il caso
del nazionalismo ungherese, che combatte tutte le possibili minacce alla propria realizzazione. I
primi a subirne le conseguenze furono i croati, ai quali fu negata la richiesta di avere il croato
come lingua nazionale in sostituzione del latino (anche se lo fecero lo stesso). Tutto ciò porterà
ad una guerra tra croati e ungheresi (1848).
Il nazionalismo ungherese nasce tra scrittori, musicisti e poeti, ben accetti a corte a Vienna; il
principale uomo di cultura ungherese presso il quale si creò il primo sentimento nazionalista
(non parliamo di nascita di nazionalità, perché gli ungheresi si sono sempre sentiti tali, anche
sotto l’impero asburgico, ma di nazionalismo) fu Alessandro Petőfi (1823-1849). Si vantò
l’Ungheria antica, il periodo dell’indipendenza, in misura maggiore perché la nazionalità
ungherese già c’era, preesisteva ai moti del 48 e si basava su una tradizione scritta e orale
consolidata, su una storia così importante che poteva essere contrapposta alla storia degli
  29  
Asburgo.
Le tendenze all’inizio degli anni ’20 furono essenzialmente due:
- tendenza di tipo moderato. Faceva capo all’avvocato Ferenc (Francesco) Deák che voleva
un’autonomia amministrativa dell’Ungheria ma riteneva che non fosse necessaria la rottura
della monarchia, cosa che avrebbe portato conseguenze negative anche per la stessa Ungheria..
Vedeva il futuro dell’Ungheria all’interno dell’impero asburgico e spingeva verso una
modernizzazione, la creazione di infrastrutture (strade, ferrovie, ponti). Uno degli appartenenti
a quest’area, il conte imprenditore István Széchenyi, fondatore del quotidiano “Popolo
dell’est”, favorì la navigazione a vapore nel Danubio già nel 1821, e nel 1841 creò la banca
commerciale di pest, una banca privata che agiva con finanziamenti privati e aveva come scopo
quello di finanziare la costruzione di infrastrutture. Lo stesso conte fu il promotore e principale
investitore della costruzione negli anni ’30 del “ponte delle catene” che collega le zone di Buda
e Pest (inaugurato nel 1849). Con l’unità dei due borghi della nuova capitale ungherese
l’Ungheria ebbe una capitale ampia, con una popolazione più consistente e di più ampio
impatto europeo.
- tendenza rivoluzionaria. Faceva capo a Lajos (Luigi) Kossuth, politico ungherese di origini
slovacche. Le richieste politiche erano ben più radicali. Kossuth era membro della dieta e
chiedeva il distacco dell’Ungheria dall’Austria, una rottura con l’Impero, che poteva però
avvenire anche più avanti nel tempo, non necessariamente nell’immediato. E’ un intellettuale
convinto del fatto che l’Ungheria debba essere indipendente e abbia una missione da compiere
all’interno dell’Europa orientale: missione di liberazione dei popoli dalla schiavitù. Però lui
stesso alla dieta si opporrà in maniera decisa a tutte le richieste di maggiore autonomia
provenienti dalla Croazia. Era quindi un patriota dal punto di vista ungherese ma un
nazionalista molto duro dal punto di vista croato. Questo tipo di nazionalismo era basato sul
riconoscimento della supremazia dell’elemento ungherese sulle altre minoranze presenti
nell’impero. Come reagirono queste nazionalità? Si ribellarono, scoppiò una guerra con la
Croazia, che vinse le battaglie iniziali: solo con una leva obbligatoria e una forte opera di
propaganda gli ungheresi riusvirono a rimandare oltre i confini l’esercito croato. Kossuth fu un
libertario, ma solo nei confronti degli ungheresi. Ciò era dovuto al fatto che anche nel momento
in cui l’idea nazionale prevalente diventava dominante assumeva caratteristiche proprie di quel
potere al quale si era ribellata. E’ sempre lo stesso canovaccio con l’inserimento via via di
elementi di particolarismo, di micro-nazionalismo locale. Questi elementi saranno quelli che
progressivamente porteranno ai problemi post I guerra mondiale, quando le nazionalità
dominanti avranno i territori previsti dai trattati di pace. Grande Versailles ≠ Piccola Versailles
= trattato a cui furono obbligati a dare la propria condiscendenza i vari nuovi staterelli creati in
base al principio del rispetto delle nazionalità. Kossuth era legato all’Italia, scriveva e parlava
perfettamente l’italiano, apparteneva alla parte intellettuale più culturalmente preparata del
periodo, era un grande ammiratore di Mazzini, con il quale ci fu un’intensa corrispondenza.
Ebbe anche rapporti con Cavour, anima più politica del Risorgimento italiano. Tendeva molto a
identificare il processo di liberazione nazionale del proprio paese con quello che stava
avvenendo in Italia.
[Lettura Proclama di Kossuth, governatore dell’Ungheria, agli italiani - Pest 5 giugno 1849]

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VIII LEZIONE lunedì 07/11/2011
REPORT
Inizio esposizioni-dibattiti in aula: I o II settimana di dicembre
Scelta argomento:
- circoscrizione (deve occupare uno spazio di tempo delimitato: 1815 (fine esperienza
napoleonica in Europa) -1989/’90
- studio di fattibilità (può essere sviluppato? Ci sono saggi, articoli, atti a proposito?)
- argomenti di carattere economico, letterario, musicale, religioso, ideologico.
Modalità di sviluppo:
- abilità + fantasia + competenze acquisite poste all’interno di uno schema metodico
- non ci sono limiti alla maniera di esprimersi, utilizzare strumenti alla portata di tutti (ricordare
che il pubblico conosce poco l’argomento trattato, quindi bisogna renderlo accessibile →
Power Point
- non si può prescindere da una ricostruzione dei fatti
- si può partire da idee precostituite oppure da ipotesi
- fonti sempre identificabili (autore e tipo di fonte: carattere monografico, documenti, articoli
- analisi valutativa delle fonti
- per il report cartaceo non ci sono limiti di pagine, tenere a mente che si sta scrivendo un
rapporto sintetico
- non superare i 20 minuti per l’esposizione
Valutazione in base al testo prodotto e al dibattito (difesa delle proprie tesi)

PRESUPPOSTI IDEOLOGICI DEL 1848


Bisogna chiedersi se c’è un fattore dominante/determinante/scatenante, senza tralasciare
l’elemento umano. Individuiamo una costante a prescindere dal tipo di governo, dalle situazioni
sociali dei diversi paesi ecc.:
- idea di nazione, senso di appartenenza
- volontà di libertà politiche
- circolazione di idee
- esasperazione del rapporto popolo-governo
- repressione violenta (Considerazione generale: i tentativi di rivoluzione scoppiano perché si era
registrato in precedenza il fallimento delle iniziative dei moderati)
- crisi dell’autorità presente, contrasto città-campagna, dinastia che cerca di emergere o gruppo
sociale che vuole il potere.
- fattori sociali-materiali più che ideologici spingevano la maggior parte della popolazione, ma
non si può trascurare il ruolo degli intellettuali nazionalisti. Cosa portò ad unire le motivazioni
degli intellettuali a quelle del popolo? C’è chi promuove il movimento e chi si aggrega, cosa li
lega? Alcuni nobili ottennero il sostegno di parte della massa popolare, perché?

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IX LEZIONE giovedì 17/11/2011
Nel momento in cui giungiamo alla fase interpretativa dei fatti ci chiediamo perché determinati
avvenimenti sono accaduti e quali sono state le loro conseguenze.
STABILITA’ E PACE DOPO IL 1815
L’Europa uscita dal congresso di Vienna è un’Europa che tenta di trovare un punto d’equilibrio
tra le pulsioni antecedenti al 1815 e le esigenze degli stati nazionali (imperi multinazionali). I tre
imperi principali -asburgico, zarista, ottomano- avevano l’esigenza di fermare l’ondata
rivoluzionaria, esigenza che coincideva con una fortissima esigenza di pace. Come conciliarle?
Esigenza di pace → il problema che questi stati hanno al loro interno è quello delle nazionalità:
tutta la fase napoleonica ha risvegliato il desiderio di affermazione e di autonomia all’interno di
questi stati multinazionali. Come reagiscono gli stati dell’Europa multietnica a questa pulsione
interna che nasce però da una spinta esterna? Reagiscono tutti nella stessa maniera, seppur con
modalità diverse: scelgono la via della coesione interna basata sull’affermazione del principio
dinastico, sulla fedeltà alla monarchia. Le nazionalità avrebbero dovuto riconoscersi nella
dinastia al governo e quest’ultima avrebbe dovuto confrontarsi e affermarsi su di loro imponendo
la propria sovranità. Era una strategia molto difficile da applicare, e non poteva essere univoca
perché le situazioni nei tre imperi erano differenti. Il rapporto tra gli Asburgo e i propri sudditi
era diverso rispetto a quello tra il sultano o lo zar e i propri sudditi: dovevano esserci modalità
diverse di affermazione della dinastia come elemento di unità. Metternich è il principale
esecutore di questo principio, e porterà ad un successo temporaneo. In Russia lo zar ha a
disposizione una classe politica meno evoluta rispetto a quella asburgica, il rapporto con i sudditi
è più duro, autoritario. Nell’impero ottomano c’era una solidarietà nel riconoscersi nei principi
alla base dell’impero che era abbastanza consolidata, ma esisteva una forma di mantenimento
delle minoranze che era allo stesso tempo elemento di coesione e di destabilizzazione all’interno
dell’impero (vd millet → garantivano stabilità ma nel lungo periodo avrebbero fatto da
incubatrici per sentimenti nazionalisti).
Equilibrio di potenza
Per dare una risposta positiva alla necessità di stabilità serviva un mantenimento di pace e un
equilibrio di potenza tra gli stati: le forze in grado di sovvertire l’equilibrio stesso dovevano
essere allo stesso livello, nessuno degli stati facenti parte di questo contesto di equilibrio doveva
essere in grado da solo di sovvertire l’equilibrio stesso. Quando ci sarà uno stato che si riterrà in
grado di farlo scoppierà la I guerra mondiale. La condizione di equilibrio post 1815 forse è più
un “equilibrio di impotenza”: incapacità dei membri di poterlo sovvertire, mancanza di forze e
delle condizioni necessarie (industria siderurgica che produca armi, forte leadership interna che
consenta coesione nel perseguimento del potere nazionale, politica estera abile in grado di creare
alleanze o depistare gli altri stati → ciò che farà Bismarck). Conclusione: l’equilibrio post 1815
si basava sul mantenimento di alcune prerogative, venute meno le quali l’equilibrio non crollò
del tutto ma venne messo in discussione e subì dei forti scossoni.
L’equilibrio post 1815 fu una necessità o una scelta? Si trattò di una scelta necessaria per poter
mantenere all’interno la pace. Il principio dinastico rappresenterà la cornice molto rigida
all’interno della quale gli stati dell’Europa centro orientale cercheranno di dare una risposta al
problema delle nazionalità.
Dal punto di vista sociale il 1815 rappresenta l’inizio di un’ascesa sempre più rapida delle
borghesie europee: a seconda della loro forza all’interno degli stati cominciarono a chiedere una
maggiore partecipazione alla formazione del processo politico interno e un’associazione alle
scelte di politica non soltanto economica all’interno dei singoli stati. L’equilibrio post 1815 si
basa sull’incapacità delle forze sociali di diventare forze dominanti: quando le forze borghesi
cominciarono a diventare così forti da poter rivendicare costantemente miglioramenti per la

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propria classe l’equilibrio interno comincia ad essere scombussolato. Queste forme di
contestazione confluiranno poi nelle rivendicazioni nazionaliste.
RIVENDICAZIONI POLITICHE, SOCIALI E NAZIONALISTE DEL 1848
Quando scoppiano i primi moti e perché? “Primavera dei popoli” = momento in cui le varie
nazionalità europee cominceranno a fare rivendicazioni consistenti (di tipo nazionale, politico e
sociale). Le rivolte cominciano dal meridione d’Italia, la prima scoppia a Palermo (12 gennaio):
si chiedevano la riforma agraria, un regime di carattere costituzionale, libertà civili (libertà di
parola e aggregazione, eliminazione della censura); viene preso il presidio borbonico, chiesto il
ripristino della costituzione spagnola del 1812, i Borboni scappano. Il moto si propaga nelle
capitali di tutta Europa: da Palermo la rivolta scoppia, con le stesse motivazioni sociali ma non
quelle di carattere politico, a Parigi (22 febbraio). La rivolta ha colore un po’ più rosso, i parigini
sono intenzionati ad avere miglioramenti sociali.
Poi si sposta verso l’Europa centro-orientale: la prima capitale colpita da questi capovolgimenti
interni fu Vienna (13 marzo). L’imperatore Ferdinando I d’Asburgo non brillava per coraggio, e
scappò (più avanti chiese l’intervento dei russi contro gli insorti ungheresi). Inizialmente
concesse ai rivoltosi viennesi una costituzione e l’allontanamento di Metternich, il quale dopo
aver difeso a spada tratta la dinastia si vide messo alla porta da un sovrano inetto. Con lui finisce
in Austria il periodo di concentrazione della politica sulla repressione delle nazionalità attraverso
forme violente. A Vienna non ci furono rivendicazioni di tipo nazionale, come anche a Berlino o
in Baviera: le rivolte avevano sfondo essenzialmente politico-sociale, manca la cornice
nazionalista. Vienna era la capitale di maggiore interesse nell’Europa centro-orientale.
In Prussia regna Federico Guglielmo IV, strettamente legato all’aristocrazia terriera, che
costituiva la spina dorsale dell’esercito prussiano (il meglio organizzato in Europa, tanto che lo
zar si rifarà alla sua struttura per riorganizzare il proprio). La nobiltà terriera non era intenzionata
a concedere libertà civili.
Altra caratteristica delle rivolte del ‘48: ebbero inizio nelle città, anche se non furono limitate ad
esse: si estesero anche nel mondo contadino. Le richieste fatte dai liberali rivoltosi a Vienna e
Berlino furono l’eliminazione della servitù della gleba (retaggio medievale), la nascita di
parlamenti nazionali, la creazione di governi responsabili nei confronti degli istituti parlamentari
nonché libertà di stampa, eliminazione della censura e cacciata dei vecchi governanti (che
avvenne in molti casi in maniera violenta). I sovrani si trovavano di fronte a una scelta:
concessione di libertà civili o la fuga. Concessero, ma quando il pericolo fu cessato ritornarono
alle vecchie politiche, retaggio del desiderio di mantenere integro l’apparato multinazionale
attraverso la monarchia dinastica. Il re di Prussia concesse un parlamento e il diritto di voto
(suffragio ristretto riservato ai maschi e legato al censo).
In est Europa le richieste erano in linea con quelle del resto d’Europa, ma c’erano anche
problemi di carattere nazionale: le rivendicazioni nazionaliste si unirono a quelle politico-sociali.
In Ungheria: richiesta di maggiore autonomia. I liberali prussiani chiesero libertà costituzionali,
rappresentanza parlamentare, eliminazione del servaggio. Nella parte polacca sotto sovranità
prussiana scoppiarono delle rivolte, alle rivendicazioni di carattere politico-sociale si unirono
quelle di carattere nazionalista: chiesero la concessione di un’autonomia amministrativa a
Berlino. Contemporaneamente scoppiarono disordini in Galizia e a Cracovia, che tendevano ad
una richiesta di indipendenza. I liberali prussiani che chiedevano libertà civili si schierarono
contro le rivendicazioni polacche, anzi incentivarono l’intervento armato contro di essi. Accadde
quello che accadrà in Ungheria, dove le rivendicazioni nazionali ungheresi fatte dallo stesso
Kossuth si scontrarono contro le richieste di autonomia fatte dalla Croazia; è la nazionalità
prevalente che ha il sopravvento: in Prussia la nazionalità polacca sarà schiacciata dai liberali
prussiani. Il ‘48 è un fenomeno complesso da interpretare non soltanto sotto la chiave delle
rivendicazioni nazionali ma anche politiche e sociali. Le rivendicazioni polacche non avranno
esito alcuno, gli Asburgo mandarono l’esercito contro i rivoltosi in Galizia, dove i contadini
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finiranno per appoggiare la dinastia perché c’era un netto distacco tra la nobiltà e i contadini, i
quali vedevano nei propri padroni, ricchi e aristocratici polacchi, dei padroni duri contro i quali
rivoltarsi, non ai quali chiedere appoggio per le proprie rivendicazioni.
Fattore religioso
Le chiese avevano iniziato a supportare i movimenti nazionali in est europa. La chiesa ortodossa
in Romania e in Serbia diventerà, con il raggiungimento dell’autocefalia, il principale supporto
ai movimenti nazionali. Perché la chiesa tende ad avere questo carattere nazionale? La chiesa è
integrata nel tessuto politico-sociale del territorio. L’internazionalità della chiesa non può
prescindere dall’appartenenza al contesto storico-sociale. Ci sono rapporti (con il potere ecc.) in
forza dei quali bisogna trovare una posizione di compromesso. Differenze tra chiesa gerarchica
(figlia della classe abbiente, nobiliare, aristocratica che pure essendo mentalmente libera è
espressione comunque di un potere legato al territorio, al re ecc.) e chiesa popolare. Nelle chiese
nascono le nuove lingue.
Influenza del Risorgimento italiano
Ultimo elemento: influenza che il modello risorgimentale italiano ebbe in quell’area. La cultura
italiana era molto presente in quell’area, i contatti erano numerosi, Carlo Alberto e ciò che
rappresentò con la concessione dello statuto divenne il simbolo di riferimento. Cosa favorì
l’esportazione in Europa centro orientale del modello italiano? Non tanto l’idea del risorgimento
in sé ma il suo contenuto.
Il contatto con l’Ungheria fu molto forte, fu soprattutto di tipo culturale. Del risorgimento
italiano furono prese le idee liberali di stampo mazziniano: ideale repubblicano da conciliare
all’interno di stati rigidamente monarchici. Divenne importante il rapporto tra le élites
rivoluzionarie del periodo: si studiavano le gesta e il modo di combattere di Garibaldi e le opere
di Mazzini, le associazioni segrete avevano la base univoca della rivolta contro il dominatore
straniero. Il trait d’union è rappresentato dal tessuto culturale, non c’erano però rapporti per
quanto riguarda le rivendicazioni di carattere sociale, veniva recepito solo l’aspetto intellettuale,
perché si trattava di realtà differenti. Il modello del risorgimento italiano viene esportato nel suo
duplice aspetto: rivolta intellettuale fatta da élites + stato più forte (Piemonte) che si assume il
compito di guida per gli altri stati e di centro di coesione all’interno del movimento nazionale
(modello copiato in Jugoslavia dalla Serbia, l’Ungheria era già uno stato su base unitaria). La
discriminante tra processo risorgimentale ungherese e italiano sta proprio in questo, l’Ungheria
non doveva compiere un processo unitario, doveva solo ottenere l’indipendenza.
RIPERCUSSIONI DEL 1848
L’equilibrio interno era essenziale per mantenere la condizione di stabilità tra gli imperi. La
richiesta di indipendenza delle varie nazionalità portava ad un cambiamento dei rapporti tra le
nazionalità e i poteri centrali, e ciò portava al rischio che si alterasse anche l’equilibrio esterno. Il
rischio era quello di portare i vari governi ad una politica estera aggressiva per aumentare
l’equilibrio interno. Dopo il 1848 cambia il quadro politico dell’Europa o cambia solo
l’equilibrio interno? L’equilibrio esterno tiene, anche se con difficoltà. Ci sono nuove élites al
potere (la borghesia comincia a premere per il raggiungimento di obiettivi che hanno bisogno di
politiche estere diverse, che cominceranno a minacciare l’equilibrio stesso). Ad esempio le
richieste dei popoli slavi all’interno dell’Impero asburgico porteranno ad un cambiamento della
politica di Vienna nei Balcani. Aumenteranno i fattori di attrito con l’impero zarista, gli elementi
di destabilizzazione. L’equilibrio tra le potenze è minacciato dalle esigenze che provengono dai
vari stati. La questione italiana era molto forte: la dinastia sabauda aveva sfidato l’impero
asburgico, l’equilibrio post Vienna comincia ad essere incrinato. Ci sono nuovi attori, nuovi
fattori da considerare e nuovi artefici della politica: la Grecia con i suoi debiti, i principati
danubiani, la Boemia che chiede autonomia, la Russia che spinge per avere sbocchi sul mare. Il

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‘48 porta ad un’alterazione interna nel contesto degli stati che erano garanti dell’equilibrio, non
poteva non avere conseguenze sull’equilibrio stesso.
X LEZIONE lunedì 21/11/2011
LA CONCLUSIONE DEL 1848
Il ‘48 fu un grande momento di ricerca di libertà, miglioramenti socio-politici ed economici. Fu
una fase delicata della storia dell’Europa in quanto unì le rivendicazioni politiche alle
rivendicazioni per un miglioramento socio-economico, che insieme destabilizzarono i poteri
restaurati dal Congresso di Vienna. Il ‘48 rappresentò l’attacco più deciso alla struttura creata
dalle potenze che risistemarono la cartina politica europea al Congresso di Vienna. Vennero
posti in discussione tutti gli elementi dell’equilibrio di potenza, equilibrio che venne ristabilito
grazie al concorso di tutte le forze del Congresso di Vienna, alla collaborazione di tutti i sovrani.
Il caso più eclatante riguarda gli Asburgo in Ungheria: gli Asburgo godevano di buona pubblicità
circa il proprio atteggiamento nei confronti delle minoranze nazionali, ma in questo caso non
ebbero remora di chiedere l’aiuto russo per reprimere la rivolta degli ungheresi di Kossuth.
L’Ungheria fu ridotta al silenzio, l’estremismo di Kossuth non aveva pagato, e quanto stabilito
dal Congresso di Vienna si mantenne in piedi. Altro esempio di collaborazione tra forze
conservatrici è quello dato dalla repressione delle rivolte nella parte prussiana della Polonia.
Conservatori e reazionari
Forze “conservatrici” → perché e in relazione a che cosa? “Conservatore” è chi vuole mantenere
lo status quo. Spesso il termine viene usato con un’accezione negativa, ed è sbagliato, perché
non è detto che una politica conservatrice sia una politica di stampo reazionario. “Conservatore”
è colui che vuole mantenere la struttura dello stato in equilibrio senza però intervenire in maniera
autoritaria, proprio per la conservazione dello stesso principio per il quale si batte. Cavour era
conservatore ma non reazionario, Metternich era sia conservatore che reazionario. Il termine di
paragone per differenziare la conservazione dalla reazione è l’utilizzo degli strumenti: leciti o
violenti (seppur stabiliti dalla stessa autorità statuale) → la violenza realizza l’autoritarismo e
non l’autorevolezza. Si verificò un connubio strano tra stati sistematicamente reazionari (Impero
zarista) e stati reazionari a seconda dei periodi e delle circostanze. Gli Asburgo spesso usano la
mano pesante nei confronti delle minoranze (ad es. in Italia) pur essendo sovrani conservatori e
non reazionari. La loro politica reazionaria avviene solo in determinate circostanze per il
raggiungimento di fini specifici.
Il ‘48 mette tutto in discussione in una maniera che non porterà ad un vero e proprio
ribaltamento degli equilibri, che continueranno ad essere presenti, ma nello stesso tempo le forze
che nel ‘48 trovano il loro compimento, iniziano ad essere presenti in maniera preponderante, e
pur essendo sconfitte metteranno in moto dei fattori che non saranno più sedati e che col tempo
saranno gli elementi determinanti della fine dell’equilibrio.
Esempio concreto: 1848 in Ungheria → gli ungheresi chiedono un’indipendenza che gli Asburgo
non sono intenzionati a concedere, inoltre pretendono rispetto per la propria cultura e la propria
lingua, ma non lo ottengono. La rivolta ungherese porterà nel 1866, dopo la sconfitta
dell’Austria contro la Prussia, alla nascita della duplice monarchia e al mantenimento nel tempo
di altri nazionalismi all’interno di quell’area. L’Ungheria critica Vienna e Kossuth chiede
l’indipendenza, ma all’interno dell’Ungheria stessa esistevano minoranze che iniziavano a
pretendere le medesime cose. Ad esempio in Croazia, che era amministrativamente dipendente
dal regno d’Ungheria e aveva un proprio governatore e una propria camera, scoppiò una guerra
che inizialmente gli ungheresi sembravano dover perdere. Perché? L’esercito imperiale era
disseminato perché l’Impero asburgico non era impegnato solo sul fronte interno con gli
ungheresi ma aveva a che fare anche con il ‘48 italiano ed era inoltre impegnato in Galizia, che
si era ribellata. Kossuth, che era il più estremista dei rivoltosi, gestì male la situazione e nel ‘49
dichiarò la patria in pericolo, fece un appello ai soldati ungheresi, grandi combattenti e ufficiali
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alle dipendenze dell’imperatore e convocò una guardia nazionale: formò un esercito di 300 mila
uomini, inizialmente mal guidati, che rientrarono in patria e presero la guida. I croati furono
bloccati e ricacciati indietro. L’aspetto più importante comunque è che gli ungheresi negarono
alle minoranze quello che loro stessi stavano chiedendo agli Asburgo.
Il ‘48 è un risveglio collettivo di nazionalità all’interno di territori in cui si stava già
intraprendendo un certo percorso di indipendenza. Alla fine non si ottenne niente, non si
raggiunse l’indipendenza, ma questi movimenti, maturando, portarono al caos che scoppierà nel
1918. Secondo alcuni autori molti rimpiansero, alla fine della II guerra mondiale, l’equilibrio del
periodo aureo degli Asburgo: unico territorio, unico sovrano, unico diritto, tutela -anche se
relativa- delle minoranze.
Il ‘48 si conclude con un restringimento immediato, tutti i governi centrali tirano le redini, ma è
un sistema che non funziona più: i movimenti continuano a maturare e a muoversi. Il
“rivoluzionario” non è più il terrorista, il carbonaro, nasce la figura concreta del “patriota”, che
ha come punto di riferimento la propria nazionalità e la richiesta concreta di confini nuovi dai
quali sono escluse le altre nazionalità. Questo è il presupposto per i successivi anni di odio, di
rivendicazioni territoriali ecc.
Le nazionalità presenti alla fine del ‘48 sono le stesse di quelle all’inizio dei moti: boemi,
moldavi, italiani, slavi. La questione slava rappresentava il fattore più destabilizzante
dell’equilibrio post Vienna. Gli slavi erano disseminati dappertutto, tanto che i serbi iniziarono a
sognare la “grande Serbia”, pensarono di essere il “Piemonte balcanico” e volevano riunire tutti
gli slavi del sud.
Gli slavi d’Ungheria erano divisi in croati, serbi d’Ungheria e sloveni (che a loro volta avevano
problemi con i croati).
Gli slavi avevano un vantaggio nell’Europa centro orientale: rappresentavano uno strumento,
attraverso il quale la Russia si interessò agli affari altrui (dell’Impero ottomano in primis ma
anche dell’Impero asburgico e dei prussiani) arrogandosi il diritto di essere il difensore della
cultura, della popolazione slava. La Russia inoltre rafforzò la propria politica estera alla ricerca
uno sbocco sul mediterraneo.
Cosa cambia per le popolazioni con il ‘48?
- Cambia il rapporto con il potere, la capacità di dialogare con l’autorità centrale, che era
rappresentata dai vari governi composti da funzionari ministeriali che arrivavano dalle stesse
aree in cui il nazionalismo cominciava ad essere fervido. C’erano ungheresi in seno al governo
imperiale, nei posti-chiave (cancellieri, ministri alla difesa, agli affari esteri..), polacchi presenti
alla corte imperiale e in posti di governo, italiani. In Russia la presenza di esponenti delle
minoranze era notevolmente minore, i russi erano più chiusi, l’autorità centrale era più
autoritaria che autorevole. Qual è l’aspetto importante della presenza di queste minoranze nei
governi? Questi funzionari e ministri ebbero un atteggiamento duplice: non furono, come
potrebbe sembrare, la quinta colonna all’interno del governo, ma coloro che maggiormente
repressero i moti perché fedeli alla corona e al mandato ricevuto. La burocrazia dell’Impero
asburgico era fatta essenzialmente da funzionari locali (ungheresi in Ungheria, italiani in Italia
ecc.), mentre a capo dell’amministrazione c’erano austriaci fedelissimi alla corona, anche se la
presenza delle minoranze era comunque abbastanza rilevante.
- Tra le conseguenze del 1848 ci fu la convinzione tra le popolazioni che “si poteva fare”, che le
rivolte potevano scoppiare ed essere portate a compimento anche in regimi così duri. Esempi:
ciò che era accaduto in Prussia, stato rigido e conservatore (spesso anche reazionario) ma con
maglie di apertura e grande intelligenza politica, frutto di uno statista come Bismarck che seppe
operare per il futuro. I prussiani da Berlino riuscirono ad ottenere uno statuto, il diritto di voto,
la liberazione dalla servitù della gleba. (Ma attenzione: gli stessi liberali che erano riusciti ad
avere il governo in mano furono quelli che si dichiararono contrari alle richieste d’autonomia
della parte prussiana della Polonia e di quelle d’indipendenza della Galizia prussiana).
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La I guerra mondiale sarà la guerra che porterà ai principi di Wilson e al rispetto dei criteri di
nazionalità. Dopo la grande Versailles (trattato di Parigi) sarà firmata la piccola Versailles, un
nuovo trattato al quale saranno costretti ad aderire i nuovi stati nati dalle ceneri dell’Impero
asburgico ma non rispettosi delle minoranze: Polonia, Cecoslovacchia costrette a firmare per il
rispetto delle minoranze interne. Dopo il ’48 si ritornò ad uno status quo che però era fittizio:
erano cominciati dei movimenti che avrebbero portato ad un nuovo periodo di grandi rivolte.
Aspetto religioso
Differenze tra chiesa-apparato e chiesa-movimento. Negli anni 1848-‘50 la chiesa cattolica,
ortodossa e riformata (luterani, calvinisti, metodisti) aveva un atteggiamento che dipendeva dai
luoghi.
- In Prussia le chiese riformate erano vicine al potere centrale.
- Per quanto riguarda l’Impero asburgico va fatta una differenziazione → la chiesa ortodossa era
praticamente inesistente, la chiesa cattolica (intesa come chiesa-apparato) era invece uno dei
pilastri della monarchia, sosteneva l’autorità centrale. C’era una presenza della chiesa accanto
ai contadini ma non si può parlare di chiesa che sostenesse le rivolte, c’era comunque un
principio d’autorità che andava difeso, e quando esso venne intaccato la chiesa si schierò a
favore del potere. Salvo qualche caso particolare non ci fu quindi un sostegno della chiesa alle
rivolte.
- Nel mondo ortodosso il discorso è diverso: le autocefalie spinsero le chiese ortodosse ad essere
chiese nazionali.

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XI LEZIONE mercoledì 23/11/2011
POLONIA 1855-1864
Fu una fase turbolenta della storia della Polonia, in cui si gettarono le basi dei futuri partiti
politici (quelli della fine della I guerra mondiale) e iniziò un decennio di rivolte contro l’Impero
zarista, le quali avevano come fine, da una parte l’indipendenza totale, dall’altra la nascita di una
Polonia indipendente ma unita, attraverso un legame personale, allo zar.
L’ascesa al trono di Alessandro II
Nel 1855 muore lo zar Nicola I, in carica dal 1825, e gli succederà il figlio Alessandro II,
imperatore fino alla sua morte nel 1881. Il passaggio di scettro coincise con l’effettivo cambio
politico e la percezione all’estero che il nuovo sovrano fosse illuminato e liberale. Nicola I era
stato un sovrano reazionario in quanto aveva utilizzato in più di un’occasione la forza per
reprimere le istanze liberali e le richieste di autonomia dell’area polacca sotto la sua
giurisdizione. Impronta dura anche nei rapporti con le campagne, nei confronti della parte
contadina russa → la sua morte fu vista come una grande liberazione. I polacchi del Regno del
Congresso, che si erano ribellati nel ’30, nel ‘48 erano invece rimasti tranquilli, non perché non
spingessero verso un riconoscimento delle proprie istanze nazionaliste ma perché il controllo
zarista era così duro e radicale che ogni minimo movimento di ribellione comportava una feroce
repressione. L’arrivo al trono di Alessandro II Romanov con le proprie idee, più liberali rispetto
a quelle del padre, spinse gli intellettuali polacchi e quella parte di nobiltà che voleva maggiore
autonomia a porre delle richieste, per cercare di rosicchiare margini di indipendenza. L’arrivo a
Varsavia del principe Aleksandr Michajlovič Gorčakov (ministro degli esteri russo dal 1856 al
1882), meno autoritario del suo predecessore Karl Vasil'evič Nesselrode, venne interpretato
come un segnale positivo da parte di questa nobiltà, che ritenne fosse giunto il momento per
porre alcune richieste. Il conte Zanowski(?), proprietario terriero, fondò la Società Agronomica,
che divenne il principale centro di aggregazione dell’alta nobiltà polacca liberale. N.B. vanno
fatte delle differenziazioni tra grande e piccola nobiltà:
- La piccola nobiltà era così numerosa e influente da essere riuscita ad imporre il principio del
liberum vetum, in forza del quale le decisioni da parte dell’assemblea della nobiltà (il sejm
polacco) potevano essere prese soltanto all’unanimità → parlamento eternamente bloccato.
- La grande nobiltà, più vicina al potere regio o religioso, era quella che in vari periodi si era
messa a capo dei movimenti, del tutto distante però dalle istanze contadine.
Partito Bianco e Partito Rosso
Nel caso che stiamo trattando ora la nobiltà liberale era costituita dall’alta nobiltà, dalla parte
ricca più vicina allo zar, e all’interno di questa nobiltà (o in parte di essa) inizia a sorgere il
sentimento di una rinascita della Polonia, che si manifestò nella richiesta di indipendenza legata
però al mantenimento dell’unione (personale) con la Russia: lo zar sarebbe stato anche re di
Polonia, pur diventando la Polonia uno stato indipendente. Questa era la visione moderata filo-
russa di coloro che non erano propensi alle rivolte, di quei nobili moderati che, uniti a quella
parte di borghesia presente nella città di Varsavia, fonderanno il “Partito Bianco”, il quale traeva
origine dalla Società Agricola composta dagli stessi proprietari terrieri riformisti.
Dall’altra parte elementi della piccola nobiltà cui si erano avvicinati studenti, giovani ufficiali e
artigiani delle città, chiedevano invece la rinascita della Polonia così com’era prima delle
spartizioni e la creazione di uno stato polacco delimitato dai vecchi confini e del tutto
indipendente dalla Russia. Questo movimento prese il nome di “Partito Rosso” o “dei rossi”.
La differenza tra Partito Bianco e Partito Rosso era anche una differenza operativa: il primo
lavorava nella società, tendeva a costruire un consenso nella classe popolare, il secondo era
molto più radicale, voleva ottenere tutto e subito. L’errore di entrambi fu ritenere che i tempi
fossero maturi per chiedere qualcosa di più di una semplice autonomia.
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L’abolizione della servitù della gleba
Nel 1858 Alessandro II abolisce la servitù della gleba nei domini russi della Polonia e annuncia
che avrebbe tolto il servaggio in tutto il territorio russo → la servitù della gleba sarebbe
scomparsa nelle campagne russe. La conseguenza sociale fu molto negativa per i servi della
gleba russi: furono tolti i pesi che gravavano su di loro (tra cui l’obbligo di residenza e la
sottomissione completa al proprio padrone), ma anche tanti privilegi derivanti dai rapporti
consuetudinari, come il diritto alla pesca o alla caccia di piccoli animali, l’utilizzo delle terre in
comune con il proprietario ecc. I rapporti con i proprietari terrieri divennero rapporti basati sul
denaro: i contadini non più servi si indebitarono con i vecchi padroni feudali per poter acquistare
sementi e animali e poter pagare i creditori; finirono così per essere più schiavi di prima perché
non poterono più utilizzare quei vantaggi.
In Polonia la situazione sarà diversa, l’eliminazione della servitù della gleba convinse gli
appartenenti del Partito Bianco, più cauti di quelli del Partito Rosso, che Alessandro II fosse un
sovrano liberale e li spinse ad unirsi con i rossi nella richiesta di indipendenza al sovrano.
I moti del 1860
Scoppiarono dei moti a ripetizione dal novembre del 1860 fino al febbraio del 1861 (per i quali
ebbe grande influenza anche la vicenda italiana: diversi patrioti polacchi combatterono in Italia).
Si trattò di moti con origine e diffusione urbana. Varsavia, città con tradizione rivoluzionaria, si
solleva nel febbraio 1861: uccisione di guardie, violenza ecc. unita alla richiesta d’indipendenza.
Alessandro II ritornò l’autocrate che era in realtà e represse i moti con una brutalità sconosciuta
fino a quel momento in Polonia bloccando tutte le richieste provenienti dai rivoltosi di Varsavia.
La liberalizzazione del regime non venne accettata, la prima richiesta fatta al principale
esponente del Partito Bianco, il conte Andrzej Zamoyski, fu lo scioglimento del partito stesso e
l’imposizione dell’esilio → Zamoyski fuggì a Parigi dove trovò tanti altri patrioti polacchi e
continuò a tramare contro l’impero zarista. Il leader che gli succedette dovette subire l’attacco
politico interno da parte dei rossi (l’ala più radicale) -anche da un punto di vista sociale i due
partiti, bianco e rosso, rappresentano due settori ben distinti della società: al primo appartengono
la grande nobiltà e la borghesia cittadina, al secondo la piccola nobiltà, la piccola borghesia e gli
studenti-.
Dopo la richiesta di trattative fatta allo zar la scissione tra bianchi e rossi divenne un dato di fatto
e il leader dei bianchi sarà accusato di collaborazionismo.
La rivolta di Gennaio
Nel gennaio del 1863 si costituì il Comitato Centrale Rivoluzionario e l’area radicale del
movimento indipendentista (i rossi) ne assunse in toto il comando guidando i moti. Un altro
elemento di forza era rappresentato dalla nascita del Comitato Centrale Rivoluzionario di
Vilnius, in Lituania, simile a quello di Varsavia. A Vilnius il presidente del comitato Kalinowski
chiese incautamente l’annessione della Lituania alla Polonia per la creazione della vecchia
Polonia ante-spartizioni. Scoppia la rivolta in altre città polacche e il presidente del comitato di
Varsavia si appella agli altri stati europei per realizzare le proprie aspirazioni contro i russi.
Viene creata una guardia nazionale, ma i tempi per organizzare un esercito erano troppo brevi e
l’esercito russo era già in loco. Il convincimento reale di avere una netta inferiorità militare nei
confronti dei russi provocò la richiesta d’aiuto alle grandi potenze europee. Si chiedeva un
appoggio volto a radunare volontari (non eserciti veri e propri), ma soprattutto un appoggio di
tipo diplomatico, facendo pressioni sullo zar. Escluso qualsiasi tipo di intervento concreto
militare a favore della Polonia, intervennero tutti diplomaticamente:
- la GB inviò un proprio messo alla corte dello zar per richiedere la concessione di autonomia o
comunque una maggior flessibilità (lo zar rispose che non era il momento di trattare questo
argomento)
- l’Italia non ebbe risultati migliori
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- Vienna, che sembrava appoggiare i moti, risultò invece del tutto muta
- la Prussia invece reagì in maniera opposta → Bismarck decretò la chiusura delle frontiere con
la Polonia e bloccò l’apporto di volontari polacco-prussiani in operazioni contro la Russia.
Un’eventuale Polonia indipendente infatti avrebbe avuto conseguenze destabilizzanti per l’area
e avrebbe sollecitato istanze autonomiste della parte polacco-prussiana. Berlino quindi stroncò
sul nascere le velleità indipendentiste polacche.
- La Francia fu la potenza che fece di più. Per due motivi a Varsavia credevano che sarebbe
intervenuta a favore:
- c’era Napoleone III, “imperatore delle nazionalità” che aveva sostenuto il risorgimento
italiano nonchè le rivendicazioni della Boemia, della Moravia e dei Principati danubiani
durante le rivolte del ‘48
- a Parigi c’erano tantissimi polacchi a causa della diaspora, e la comunità polacca in Francia
aveva ottimi rapporti con l’imperatrice e poteva influenzare gli ambienti di corte.
- il ministro degli affari esteri aveva origini polacche: Alessandro Walewski, figlio della
contessa Maria Walewska (amante dell’imperatore, si dice che sia stata l’unica donna che
Napoleone abbia amato veramente).
Napoleone II e Walewski si dimostrarono più concreti di quanto i polacchi sperassero: inviarono
in Polonia un consigliere militare, un generale senza truppe accompagnato solo da volontari,
armi e soldi per finanziare la rivolta. In ogni caso le truppe russe anti-polacche ebbero il
sopravvento, a seconda delle zone in tempi più o meno lunghi la rivolta fu schiacciata e il
generale tornò in Francia.
Oltre all’aspetto militare ci furono anche delle conseguenze di carattere politico.
Nel maggio del 1873 il generale Muravech(?) occupa la Lituania e inizia l’applicazione di misure
atte alla repressione dei movimenti di liberazione dalla Russia. Alla base di ogni movimento
nazionalista c’è stata la nascita di una lingua nazionale, e la prima misura che si prende quando
si vuol reprimere un moto rivoluzionario è l’imposizione di un’altra lingua al posto di quella
nazionale. Infatti fu la prima iniziativa che i russi presero dopo la repressione dei moti: si impose
il russo nella pubblica amministrazione (burocrazia→ la popolazione era obbligata quantomeno
a comprenderlo) e nell’insegnamento (università di Vilnius). Ciò comportò che per gli
insegnamenti dove non ci fossero docenti lituani in grado di parlare russo si importarono
insegnanti russi → la futura classe dirigente studiava e imparava a ragionare in russo →
sottomissione culturale che affievolisce le istanze rivoluzionarie. I polacchi erano più irrequieti
rispetto ai lituani: verrà loro “dedicata” una repressione ancora più dura, si adottarono delle
imposizioni relative, oltre che alla lingua, alla religione: le chiese cattoliche vennero assimilate
alla religione ortodossa, i vescovi lituani deportati.
In Polonia il governo provvisorio sarà catturato e processato in tempi rapidissimi e i suoi
componenti saranno tutti condannati a morte. L’alta nobiltà che aveva partecipato alla rivolta fu
colpita nelle proprietà, i principali esponenti furono impiccati o condannati all’esilio, le loro
proprietà date ai russi. I piccoli proprietari subirono le repressioni più dure: circa 3000
appartenenti alla piccola nobiltà furono deportati in Russia, condannati a morte, e le loro
proprietà furono incamerate dallo stato e redistribuite a chi era stato fedele al governo zarista. Si
trattò di un’eliminazione dell’intera classe dirigente: dal governo provvisorio (quasi tutti
esponenti del Partito Rosso), alla nobiltà e alla futura classe dirigente (attraverso l’imposizione
dello studio della lingua e della letteratura russa).
La repressione nei confronti della chiesa
Un trattamento particolare fu riservato alla chiesa cattolica, che si riconosceva nella nazione
aurea polacca. L’essere cattolico nella Polonia del Congresso diventava anche un fatto di identità
nazionale (i russi erano ortodossi). Vennero incarcerati tutti i vescovi e deportati in blocco in
Siberia. La repressione fu così dura e capillare che fino al 1870 (6 anni dopo l’inizio della
repressione) le sedi vescovili polacche rimasero vacanti. La presenza del vescovo all’interno di
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un paese così profondamente cattolico era estremamente importante. La Polonia storicamente è
sempre stato uno stato indipendente e forte, in grado di opporsi alla presenza teutonica.
L’eliminazione dei vescovi significava togliere alla popolazione dei personaggi chiave, dotati di
un’autorevolezza riconosciuta dai fedeli, che vedevano nel vescovo una guida non soltanto
spirituale ma anche di carattere politico e sociale. Bisognava estirpare la possibilità che il
cattolicesimo fornisse la base per nuove rivolte: l’eliminazione dei vescovi non bastava, c’erano
decine di ordini monastici. La polizia politica dello zar applicò alla lettera l’ordine di espulsione
dalla Polonia di questi ordini monastici, che ritorneranno dopo poco tempo, ma fu cm comunque
una misura che incise molto nel morale della popolazione.
Un’altra forza religiosa in Polonia era rappresentata dalla Chiesa uniate, cristiani di rito
ortodosso che però riconoscevano l’autorità del papa di Roma e non dipendevano
amministrativamente dal patriarcato di Mosca. La chiesa uniate fu assimilata dalla chiesa
ortodossa.
Il tentativo di far leva sule differenze sociali
Altre misure prese da Mosca: si puntò a fare della Polonia uno stato fedele della Russia. L’unico
mezzo sfruttabile era quello di far leva sulle differenze sociali esistenti in Polonia. Dopo la
cacciata dei vescovi e dei nobili rimanevano i contadini: i russi decisero che appoggiare questa
classe sociale piuttosto povera in funzione anti nobiliare polacca potesse essere una buona mossa
politica, ed ebbero ragione. Mantennero l’eliminazione della servitù della gleba e concessero ai
contadini la proprietà del territorio da loro coltivato e le terre dei nobili e dei religiosi cacciati.
L’attribuzione di questa proprietà doveva servire a creare una nuova classe di proprietari terrieri
fedeli o quantomeno riconoscenti alla Russia. Ciò ebbe un effetto controproducente: i russi
avevano toccato la lingua e la religione cattolica, di cui i polacchi erano estremamente gelosi. I
nuovi proprietari terrieri, senza risorse per far fruttare i terreni, si rivolsero all’amministrazione,
che ora parlava in russo. Sentirono il cambiamento linguistico e religioso una violazione
talmente forte della loro identità che non si dimostrarono affatto riconoscenti: furono costretti a
rivolgersi agli ex proprietari terrieri con i quali si indebitarono.
Nei confronti delle minoranze esistenti nella Polonia del Congresso (soprattutto ebrei) i russi
furono ancora più duri. Le sacche di carestia dovute alla presenza dei militari e ai disordini
spinsero inoltre parte della popolazione polacca a rivolgere il proprio astio nei confronti della
popolazione più inerme: quella parte di popolazione polacca di origine ebraica che viveva più
isolata e che nonostante le condizioni avverse riusciva a resistere meglio alle carestie e alle crisi
(probabilmente anche grazie ad un maggiore senso della comunità).
Conseguenza della politica di repressione russa nei confronti delle rivolte polacche
Una volta repressi i moti, i polacchi smisero di tramare nell’ombra o continuarono? E se
continuarono, grazie a cosa lo fecero? I moti si concluderanno con la mancata accettazione delle
richieste. I polacchi iniziarono a resistere, e nel lungo periodo reagiranno in maniera più
costruttiva: negli anni 1860-‘64 inizia l’attività clandestina (da parte della nobiltà vicina al
Partito dei Bianchi) di istruzione della popolazione: in maniera molto concreta e politicamente
corretta si utilizzeranno tutte le maglie concesse dall’ordinamento vigente per migliorare le
condizioni di vita (istruzione, insegnamento dei mestieri..) della popolazione per prepararla al
momento in cui la Polonia sarebbe risorta. La poesia polacca per evitare la censura narrava delle
vicende storiche precedenti che vedevano protagonista una Polonia forte e vincente nei confronti
dei cavalieri teutonici → il vecchio nemico simboleggiava quello nuovo. Riprendendo una
tradizione tipica delle aree prussiane polacche ebbero una grande diffusione le biblioteche
itineranti, che prestavano libri in polacco. Il mantenimento della memoria storica e della cultura
polacca era una testimonianza del fatto che la Polonia era ancora viva.

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XII LEZIONE giovedì 24/11/2011
Fattori di condizionamento: (es. posizione geografica)
- La Russia sempre alla ricerca di uno sbocco sul mare
- La Polonia priva di confini naturali → ha sempre tenuto una politica estera aggressiva
- L’Italia con chilometri di coste doveva avere buoni rapporti con la maggior potenza marinara
→ mai entrare in guerra contro la Gran Bretagna

Con la fine della II guerra mondiale tutto quel periodo iniziato alla fine dell’esperienza
napoleonica si conclude. L’equilibrio nato durante il Congresso di Vienna ridisegna la cartina
d’Europa e la stabilizza attraverso dei principi fondamentali, il più importante dei quali è quello
di legittimità. Le variabili considerate per verificare la stabilità o meno del sistema di Vienna
sono:
- variabili di carattere economico
- variabile nazionale: differenziata a seconda delle località. I fattori di unità all’interno del
movimento di risveglio delle nazionalità saranno una ricerca e una richiesta costante
dell’affermazione della propria identità.
- crisi costante dell’Impero ottomano, che tra gli stati multinazionali europei era quello più in
difficoltà (sovranità sui Principati danubiani, in Serbia, Albania, Grecia → fascia territoriale
complessa e difficile d amministrare). Dove c’era un vuoto di potere e gli ottomani erano in
difficoltà lo slancio nazionalista ebbe maggior successo e in tempi brevi.
Approcci diversi nei confronti delle minoranze
La prima variabile di lungo periodo (dal 1815 alla fine dell’800) è che gli imperi multinazionali
tendono ad avere nei confronti delle minoranze politiche diverse, ad operare diversamente pur
trattandosi di stati che hanno gli stessi problemi. La discriminante sta nel fatto che c’erano tre
differenti tipi di potere centrale, tre modi di rapportarsi con la popolazione e le nazionalità. Dove
il rapporto era più di autorevolezza che di autoritarismo l’atteggiamento fu meno duro e anche
più rispondente agli interessi dello stato (vd Asburgo). Nella Russia zarista il rapporto con le
minoranze era particolare: si tendeva alla russificazione delle minoranze esistenti all’interno del
proprio territorio.
Il problema dei confini
L’800 è il secolo del nazionalismo, in cui si afferma il concetto di Stato-Nazione, in cui le
singole nazionalità sono alla ricerca di qualcosa di molto concreto, di confini stabili. Però le
popolazioni dell’Europa centro orientale (in particolare nell’area balcanica) erano popolazioni
mischiate tra loro → era difficile tracciare una linea di confine netta perché c’era sempre una
zona grigia (vd Transilvania) dove due o più nazionalità si mischiavano. Il processo di creazione
di un nuovo ordine basato sul concetto di stato nazione e la sua mancata attuazione fu un fattore
di crisi e destabilizzazione che si protrasse fino alla fine della I guerra mondiale.
Fattore religioso
Altro fattore da prendere in considerazione fu quello religioso. La religione in Europa orientale
all’inizio rappresentava un grande elemento di stabilità ma man mano che le idee nazionaliste si
diffondevano la chiesa si avvicinerà sempre più alle istanze autonomiste.
La chiesa post Vienna mira a mantenere l’equilibrio, non ha ancora subito influenze dalle istanze
nazionaliste, ma aveva al suo interno i futuri creatori delle lingue letterarie che fecero da punto
di partenza per aggregare intorno ad esse i vari movimenti nazionali. Il fattore religioso è quindi
complesso e contradditorio → fu un elemento di stabilità avente al suo interno anche elementi
destabilizzanti.

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Eredità ottocentesca nel ‘900
Nel ‘900 cosa rimane dell’aspetto religioso? L’aspetto sociale della chiesa toccherà poco
l’Europa centro orientale (fatta eccezione per la Polonia), dove ebbe soprattutto una valenza di
carattere politico, di sostegno ai governi in carica.
Il ‘900, definito da Hobsbawm il “secolo breve”, è un periodo che ha le proprie origini, riguardo
a certe crisi in particolare, nel periodo precedente: dall’800 eredita una grande destabilizzazione
nell’area centro-orientale.
La parte contadina della popolazione nelle aree che stavano per diventare indipendenti, poco
coinvolta nei processi di indipendenza, viveva in condizioni disagiate, il rapporto con lo stato era
di totale subordinazione politica ed economica. Questa grande massa di contadini (che
rappresentò un forte peso sociale in quest’area) sarà il bacino da poter utilizzare per il
raggiungimento di scopi di carattere nazionalista: i contadini si unirono alle proteste in cambio
della promessa di un miglioramento delle proprie condizioni di vita. Negli anni ‘30 del ‘900 fu
questa stessa massa di contadini ad appoggiare la nascita dei regimi dittatoriali in Romania,
Bulgaria ecc.
Altra eredità dell’800: con la stabilizzazione della situazione economica post ‘48 nell’Europa
centro orientale migliorarono le possibilità di investimento e iniziò a nascere un’industria che
doveva servire a creare le infrastrutture dei nuovi stati. Si tratta generalmente di un’industria
urbana, che cominciò a creare un proletariato che era già dall’inizio incline ad essere permeato
dalle idee socialiste. L’800 è il secolo della nascita del proletariato, in cui gli operai cominciano
ad avere una coscienza del proprio status: si verificarono scioperi, richieste di aumenti salariali
(in particolare nell’area polacca sotto dominazione russa). Nella Galizia polacca cominciò a
nascere una coscienza di classe, è il luogo d’Europa dove prende di più la “fiamma della
rivoluzione”. La questione proletaria nel ‘900 porterà alle grandi rivoluzioni, fino alla
Rivoluzione d’Ottobre.
ROMANIA
C’era o non c’era una questione sociale nella
futura Romania? Sì, perché c’era un rapporto
di sudditanza dei contadini nei confronti dei
grandi proprietari terrieri (Boiari). Si trattava
di un rapporto di vera e propria schiavitù, era
ancora in vigore la servitù della gleba. Non
esisteva l’industria, c’era una borghesia
mercantile, generalmente urbana e non
rumena (erano i greci a gestire il commercio e
le finanze ed erano loro ad essere depredati
durante le rivolte). Ciò nonostante la
questione sociale non peserà sul processo di
↑ I principati danubiani nella metà del XIX secolo indipendenza, peseranno altre questioni.
Aspetto religioso: nei Principati danubiani la chiesa era una chiesa ortodossa vicina al potere e ai
proprietari terrieri che esprimevano le gerarchie più elevate della chiesa ortodossa.
Esisteva un’élite militare nei principati? Esisteva una classe nobiliare fatta da proprietari terrieri
che avevano anche delle armate.
I Principati danubiani della II metà dell’800 (anni ‘40-‘70) vivevano una condizione di lento
distacco dal medioevo. Le città erano città d’impronta moderna, anche come stile di vita, molto
volte al modello francese, mentre nelle campagne sussistevano rapporti ancora di tipo feudale.
Trasversale a questa condizione socio-economica era la presenza di commercianti di origine non
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rumena.
Cosa porterà i Principati rumeni di Valacchia e Moldavia a diventare un’unica entità? Visto che
le condizioni interne erano ininfluenti per dare delle spiegazioni dobbiamo spostarci in un altro
contesto, quello internazionale, all’interno del quale era inserita la questione dei Principati
danubiani.
Bisogna chiedersi quanto influì la crisi dell’Impero ottomano sulla crisi della Romania e l’unione
dei Principati, quanto influì la spinta espansionistica russa e quanto gli interessi degli stati facenti
parte del concerto europeo favorirono la nascita della Romania.
Contesto storico
Il 1864 è l’anno in cui…
- cessa la repressione e inizia il riordino russo in Polonia (la prima grande rivolta organizzata per
l’indipendenza viene stroncata con un processo di russificazione della Polonia)
- Bismarck comincia le manovre diplomatiche preparatorie della guerra contro l’Austria: primi
contatti con Parigi per strappare a Napoleone III il consenso benevolo, la neutralità → riesce a
ottenere una sorta di accondiscendenza formale. Cominciano i contatti anche con l’Italia (prese
parte come alleata della Prussia alla guerra contro l’Austria del 1866, durante la quale subirà
sconfitte vergognose -il Veneto sarà ceduto dall’Austria alla Francia che poi lo cederà all’Italia)
1864-’66 = biennio di ridimensionamento dell’equilibrio: la Germania sta per diventare la
nazione leader.
Il principe Alexandru Ioan Cuza
Nel 1864 il reggente dei Principati di Valacchia e Moldavia (dal 1862 Principato di Romania)
Alexandru Ioan Cuza opera un colpo di stato per rafforzare la propria posizione all’interno dei
principati. Tuttavia ha bisogno di essere appoggiato, e cerca il sostegno dei contadini abolendo la
servitù della gleba, i privilegi feudali (sistema delle corvées) ed espropriando i monasteri. Il
sostegno contadino non arrivò, l’eliminazione della servitù delle gleba non corrispondeva
nell’immediato ad un esercizio completo di libertà, gli ex servi della gleba erano poveri e si
trovarono costretti ad indebitarsi con gli ex proprietari. Alessandro Cuza varò una riforma
agraria: provvedimento che doveva servire anch’esso a rafforzare la propria posizione.
L’espropriazione dei monasteri consisteva solo nell’espropriazione dei terreni, incamerati dal
nascente demanio, che poi avrebbero dovuto essere redistribuiti (non lo furono).
Queste riforme erano dirette ai contadini, per ingraziarsi la borghesia Cuza varò altre riforme
liberali: concesse un parlamento, un governo responsabile davanti al parlamento (anche se a lui
spettava comunque un ruolo preminente), libertà civili.
Come conseguenza si inimicò la chiesa ortodossa, che aveva una grande ascendenza nelle
campagne. La chiesa non va pensata solo come uno strumento del potere, sarebbe limitante: essa
colmava dei vuoti lasciati dallo stato, soprattutto nei settori dell’assistenza alla popolazione più
disagiata e nel settore della sanità. Era il luogo in cui la parte più povera della popolazione
mandava i propri figli ad imparare a leggere e a scrivere. La figura del monaco era punto di
riferimento per le comunità, un interlocutore a cui ci si rivolgeva per giungere all’autorità
politica. La concessione delle libertà civili (unione, eliminazione della censura nella stampa,
possibilità di accedere alle cariche politiche) era una conquista nella Romania di quel periodo,
ma andava a colpire una struttura del potere che si basava sulla proprietà terriera e non piaceva ai
ricchi latifondisti.
L’intervento internazionale
La creazione di uno stato centrale forte in quell’area non era prevista dalla comunità
internazionale. Nel 1866 ci sarà un intervento armato, gli succederà un ordinamento provvisorio
retto da un sovrano straniero, il principe Carlo di Hoenzollern (tedesco, com’era accaduto in
Grecia), mandato lì per iniziativa delle grande potenze (soprattutto di Bismarck).
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Bismarck fu il politico più acuto e previdente del suo secolo, un grande statista dal punto di vista
prussiano: la Prussia prima diventò lo stato principale tra quelli tedeschi, poi sovvertirà il
rapporto con l’Austria e diventerà la principale potenza nell’Europa centrale con la quale tutti gli
stati dovranno rapportarsi. Nel 1866 finisce l’esperienza di Cuza.
Nonostante le rivolte in Europa orientale fossero quasi sempre sedate qualcosa rimaneva →
costante che ritroveremo anche nel periodo comunista. Non si ritornerà mai alla condizione
precedente, ci sarà sempre una maglia allargata all’interno della quale si creeranno i presupposti
per nuovi sovvertimenti. Cuza fece molto in questo senso in Romania, introdusse elementi
liberali importantissimi, che continueranno a germogliare anche sotto la sovranità straniera.

SERBIA
Il 1866 è l’anno in cui…
- Alessandro Cuza fu costretto ad abdicare e gli successe Carlo di Hoenzollern.
- L’Austria perde la guerra contro Francia e Italia e dà vita alla duplice monarchia.
- Anno che segna la ridefinizione della politica estera degli Asburgo nei confronti dei Balcani, un
po’ per tutelarsi dalle minoranze slave presenti nell’Impero, un po’ perché spinta ad occuparsi
dei Balcani dal “mago di Berlino”, Bismarck, e dalla sua strategia di allontanamento dei nemici
attraverso la creazione di altri problemi: creò infatti alla Francia (sui cui aveva delle mire ben
precise, come si vedrà nel 1870) il problema italiano. Francia e Italia, prima alleate, divennero
rivali a causa della Tunisia; lo stesso Bismarck farà con gli Asburgo: temeva una revanche
austriaca per riprendersi il ruolo di leader e li spinse verso i Balcani. Dal ‘66 in poi Berlino
chiederà a Vienna di occuparsi dei Balcani, anche per “bilanciare l’influenza nei Balcani della
Russia” (con cui comunque Bismarck era alleato). L’Austria sposta dunque il proprio asse
d’interesse, ed una volta annessa la Bosnia Erzegovina si troverà una massa enorme di slavi al
suo interno.
- La Serbia ottiene l’indipendenza completa dopo anni di sovranità parziale sotto il controllo
dell’Impero ottomano (le truppe ottomane erano presenti a Belgrado e in altre piazzeforti del
territorio serbo). Nel ’66, sfruttando i problemi dei Principati e garantendo una stabilità che
altrove non c’era, chiese al contesto internazionale l’appoggio per far evacuare i militari
imperiali dal proprio territorio. L’Austria dovette confrontarsi con questo nuovo stato
indipendente avente una politica estera aggressiva e il desiderio di aggruppare attorno a sé tutti
gli slavi del sud.

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XIII LEZIONE lunedì 28/11/2011
GUERRE BALCANICHE
Siamo già in pieno novecento: l’arco di tempo analizzato è quello tra il 1908 al 1912. Sono 4
anni molto intensi che porteranno alla I guerra mondiale, anni che hanno i propri presupposti nei
problemi delle nazionalità e dei confini dell’800.
L’Austria-Ungheria in Bosnia
Nel 1908 è già consolidata nei Balcani la presenza asburgica. L’Austria-Ungheria, stato unito
nella corona imperiale dal 1866, ha una politica estera che è ormai incanalata nei desideri di
Bismarck, il quale la spinge verso i Balcani. Bismarck consegna una lettera alla cancelleria
dell’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe per fargli assumere l’amministrazione della
Bosnia Erzegovina. Al di là delle pressioni tedesche, perché gli Asburgo si interessano a
quest’area?
- Per avere una ripercussione positiva d’immagine
- Perché sbagliando ritengono che la presenza nei Balcani avrebbe potuto bloccare le
rivendicazioni slave nello stato Austro-ungherese.
Nel 1908 la Bosnia Erzegovina era sotto amministrazione asburgica. La presenza
dell’amministrazione imperiale fu fattiva, e la Bosnia migliora sotto il profilo delle infrastrutture
e dell’organizzazione dello stato. Per realizzare una politica in tal senso c’era bisogno di un
appoggio: in Bosnia, accanto ai cristiani cattolici e ortodossi, era la componente musulmana
dell’Impero ottomano → gli Asburgo si appoggiano all’elemento cristiano presente nel territorio
bosniaco in funzione anti-ottomana e iniziano un’opera di occupazione culturale dell’area.
L’amministrazione di Vienna era presente in Bosnia dal 1878, furono anni nel corso dei quali
un’amministrazione interventista come quella asburgica era riuscita ad ottenere risultati non
indifferenti.
Nel 1808 lo sviluppo economico rendeva necessaria la costruzione di una linea ferroviaria che
avrebbe dovuto attraversare anche territori ottomani: era necessario un accordo con l’Impero
ottomano, il quale nel 1908 continuava ad essere il gestore della propria decadenza (era in grado
di resistere a pressioni interne, ma non a pressioni confinanti). Il sultano Abdul Hamid II (salito
al trono nel 1876 dopo la destituzione del fratello Murad V) accetta la richiesta d’accordo fatta
da Vienna, che viene siglata tracciando la struttura della futura rete ferroviaria.
La firma dell’accordo rappresentò la spinta allo scoppio di moti contro il governo centrale
ottomano. Chi e perché fece ciò? L’Impero ottomano gestiva la propria decadenza, in più di
un’occasione dovette concedere autonomie e indipendenza e questa costante erosione del potere
e perdita di sovranità (misurabile con perdite territoriali) non poteva non avere ripercussioni
interne. Un gruppo di ufficiali ritenne che non bisognasse più cedere a pressioni esterne,
soprattutto da parte di stati ex possedimenti ottomani.
2° elemento che spiega la rivolta in arrivo: la struttura economica e il sistema produttivo
ottomano erano in crisi: era venuta meno anche la raccolta delle imposte, gli esattori non
riuscivano più ad ottenere nei territori amministrati le somme anticipate da loro al governo
centrale e quindi non davano più anticipi d’imposte allo stato.
Il fatto che tutto il resto d’Europa avesse concesso libertà civili, rappresentanza ecc. servì da
catalizzatore per il malcontento della parte più bassa degli ufficiali dell’esercito ottomano.
L’esercito è il protagonista della rivolta che sta per scoppiare (come in Grecia lo erano state le
forze militari). Le forze armate assumono sempre maggiore importanza tra ‘800 e ‘900 come
strumento di influenza politica. L’esercito sarà strumento di modernità e laicità (intesa come
progresso e libertà). L’8 ottobre 1908 scoppiano le prime rivolte del movimento dei Giovani
Turchi. C’erano stati dei precedenti nel luglio dello stesso anno ma ottobre è il momento clou,
perché proprio ad ottobre l’Austria annette la Bosnia (che quindi non è più solo amministrata)
commettendo il più grave errore politico che potesse fare.
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I Giovani Turchi
I Giovani Turchi si lamentano contro la crisi, la decadenza, l’autocrazia e l’inefficienza dello
stato e depongono il sultano Abdul Hamid dal potere. Il colpo di stato mira all’istituzione di un
governo rappresentativo, una struttura statale che avesse una costituzione, un parlamento, delle
elezioni
(→ sarà eletto anche un gruppo di deputati albanesi).
I Giovani Turchi sono fieri del proprio passato, si rifanno ad una tradizione culturale molto ricca,
ai primi conquistatori ottomani che avevano risalito la penisola balcanica ed erano arrivati alle
porte di Vienna. La loro rivolta è comunque la rivolta di una parte elitaria dell’esercito ottomano.
“Giovani Turchi” perché vogliono proprio identificarsi con la nazionalità turca. Le nazionalità si
sono affermate sempre contro un potere centrale ma all’interno anche contro le nazionalità
minoritarie; così anche i Giovani Turchi si affermano contro le ingerenze esterne (soprattutto
quelle delle grandi potenze europee) ma anche contro le minoranze interne all’impero, portando
avanti un concetto di supremazia nazionale. Inizia una fase di grandi lotte contro le nazionalità
minoritarie, e di massacri ingenti (vd armeni). Nelle aree dove c’era un miscuglio di etnie
(Tracia, Macedonia) e dove ancora erano presenti i “turchi” la lotta nazionale è una lotta anche
contro le minoranze. Le rivendicazioni dei Giovani Turchi porteranno alla crisi dell’equilibrio
europeo e allo scoppio della I guerra mondiale.
La Lega Balcanica e la Lega Albanese
- Chi combatté contro i Giovani Turchi?
- Quali stati si schierarono e per quali motivi?
- Quali conseguenze ebbe la I guerra balcanica nei confronti dell’equilibrio europeo?
A combattere furono i neonati stati limitrofi (Serbia, Grecia, Montenegro, Principati rumeni,
Bulgaria). Questi stati si coalizzarono tra loro su istanza serba e nacque la Lega Balcanica, che
aveva alle spalle il sostegno di quello stato che si era sempre interessato degli affari dell’Impero
ottomano per realizzare i propri obiettivi di politica estera, la Russia (che si era arrogata da
tempo il ruolo di difensore dell’ortodossia). Con l’appoggio russo, in cui era abbastanza
malcelato il desiderio di intromettersi per occupare spazi, scoppia la guerra tra la Lega Balcanica
e l’Impero ottomano.
Nel 1908 nasce in Albania un’organizzazione politico-militare da cui deriverà poi la struttura
dello stato albanese contemporaneo. Originariamente la lega per la difesa del popolo albanese,
nata sotto la guida di Ismail Kemali, non aveva una finalità bellica contro l’impero ottomano.
Alle prime elezioni del parlamento dell’Impero ottomano furono eletti 25 deputati che si
riconoscevano in questa lega.
Lo scoppio della guerra porta Ismail ad accelerare un po’ i tempi. C’erano zone (Epiro del nord e
del sud) rivendicate dalla Grecia e zone in cui la lega per la difesa del popolo albanese voleva
mantenere la sovranità se e quando lo stato albanese fosse nato. Anche la Serbia aveva interessi
in Albania. La forza albanese era necessaria per dare al conflitto anche un’impronta di
liberazione. Ismail si associò alla Lega Balcanica, interviene in guerra e contemporaneamente
viene richiesta alla conferenza degli ambasciatori riunita a Londra il riconoscimento dello stato
albanese. Scoppiano sommosse antiturche ma ancora la guerra non è iniziata, vi sono solo
scaramucce e scontri di frontiera. L’Impero ottomano è ancora forte, è impegnato in una guerra
con uno stato nato da poco ma che ha già una forte spinta espansiva: nel 1911-‘12 si combatté la
guerra italo-turca per la conquista della Tripolitania. La guerra fu dura, l’Italia, dimentica dei
principi risorgimentali, aveva intrapreso una guerra di conquista, che vide elementi nuovi della
guerra moderna che caratterizzeranno anche la I guerra mondiale. L’Italia ottiene la Cirenaica, la
Tripolitania e le isole del Dodecaneso nell’Egeo (perse nel II guerra mondiale).
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Il quadro delle alleanze si definisce dal febbraio all’ottobre 1912. L’alleanza stipulata da Serbia,
Bulgaria, Montenegro e Grecia (che però arriva dopo) costituisce la Lega Balcanica. L’8 ottobre
scoppia la guerra. Per combatterla era necessaria una struttura interna produttiva e/o un sistema
di alleanze che fosse in grado di garantire rifornimenti ecc. Quando la preparazione, la struttura
interna, gli armamenti, la struttura di comando (quadro strategico) e le alleanze sono fattori a
proprio favore e il nemico è già in crisi (combatte su più fronti tra cui quello interno non è il più
problematico), allora la guerra si può anche vincere, salvo fattori imponderabili (che non si
verificarono in questo caso). C’era un certo rapporto tra dinastie al governo e forza militare. I
bulgari erano dei guerrafondai, i serbi avevano un’organizzazione militare molto rigida. I serbi
formarono un esercito nuovo che combatteva per completare la nascita della grande Serbia (che
comprendesse Bulgaria, Grecia ecc), c’erano diverse volontà di grandezza che si scontravano le
une contro le altre.
Gli eserciti della lega balcanica erano più motivati, meglio armati ed organizzati rispetto alle
truppe ottomane. I Giovani Turchi combatterono in maniera molto motivata, volevano difendere
l’impero dagli assalti provenienti dall’esterno, ma non potevano contrastare la lega balcanica,
che aveva le retrovie sicure (coperte dalla Russia) e non mancava di rifornimenti. Nonostante
avesse dei problemi di coordinamento interno la lega balcanica sconfisse l’impero ottomano. Le
sconfitte avvennero su fronti differenti, serbi e bulgari combatterono separatamente rispetto agli
altri (la lega era solida dall’esterno, ma in realtà era frutto della necessità del momento per
sconfiggere un nemico comune, sono già presenti i fattori che porteranno alla fine della lega
stessa).

 
I primi a ottenere vittorie furono i serbi. Il 24 ottobre i turchi vennero sconfitti a Kumanovo, i
serbi avanzarono a Skopje e posero l’assedio a Monastir. In 20 giorni l’esercito serbo sconfisse
le truppe ottomane. Quasi contemporaneamente l’esercito bulgaro sconfisse le truppe ottomane
Kirk-Kilissé. Il fronte bulgaro fu un po’ più laborioso, fu piuttosto lento perché la resistenza
ottomana si servì anche del consenso della popolazione. Il conflitto si protrasse anche nell’anno
successivo e Adrianopoli fu finalmente presa il 23 marzo 1913. L’Europa orientale quindi fu in
guerra per tantissimi anni consecutivi, perché da lì a un anno sarebbe scoppiata la prima guerra
mondiale. L’esercito bulgaro era il più numeroso (Sofia aveva dato 160 mila uomini alla
coalizione anti-ottomana).
La vittoria dell’esercito bulgaro portò le sue truppe ad avanzare rapidamente verso l’interno
dell‘impero e a porre d’assedio Costantinopoli, fatto che ebbe una ripercussione politica negativa
per gli stessi bulgari che combattevano. L’assedio infatti creò problemi agli stessi bulgari (in una
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fase conclusiva di un’avanzata importante), per capire perché bisogna risalire all’incoronazione
del re che combatté la guerra.
I problemi interni bulgari e l’incoronazione di Ferdinando di Sassonia Coburgo
La Bulgaria aveva ripercorso la strada della Serbia: richiese sempre maggiore autonomia da
Costantinopoli fino a raggiungere l’indipendenza dall’impero nel 1880. A causa di un vuoto di
potere nel territorio bulgaro si scatenò un conflitto politico-sociale. La classe dirigente bulgara
era molto legata alla proprietà agricola, e ad un concetto di sfruttamento agricolo molto vecchio.
In Bulgaria la condizione contadina ancora feudale era la peggiore in Europa. In Bulgaria
avevano interessi i russi, ma anche i prussiani -non tanto di espansione territoriale ma per
un’esigenza di contenimento della spinta russa e a causa del legame con l’aristocrazia bulgara-.
Tutto ciò sfociò in una guerra civile interna che porterà le potenze del concerto europeo a
intervenire per risolvere o quantomeno circoscrivere questo ulteriore elemento di crisi e
alterazione dell’equilibrio: solo la presenza di un sovrano straniero poteva garantire un equilibrio
interno in Bulgaria in modo da consentire una non-alterazione dell’equilibrio europeo. Per volere
delle potenze del concerto europeo il 7 luglio 1887 fu incoronato re di Bulgaria Ferdinando di
Sassonia Coburgo (in Europa orientale c’era ormai una presenza bismarckiana, discreta ma tale
da limitare la politica estera degli Asburgo, che dovettero iniziare costantemente a fare i conti
con il neonato I Reich germanico). Il neo re era un guerrafondaio, proveniente da una famiglia
che vedeva nell’arte della guerra il coronamento della propria carriera politica. Si allea con la
nobiltà aristocratica e coinvolge anche la classe contadina convincendola che cacciando gli
Asburgo e creando la grande Bulgaria avrebbe ottenuto un miglioramento della propria
condizione sociale. Si salda il movimento nazionale con il desiderio di miglioramenti sociali in
funzione anti ottomana e anti minoranze presenti all’interno della Bulgaria, in funzione di un
sogno di grandezza nazionale, la Grande Bulgaria. Era necessario espandersi, ma dove? In
territori dove erano presenti minoranze di altri stati alleati della Bulgaria nella lotta contro
l’impero ottomano.
Interessi contrastanti e crisi dell’alleanza balcanica
La Bulgaria ma anche la Serbia e la Grecia avevano interessi verso la Tracia. Una volta sconfitto
il nemico ottomano riesplodono le contraddizioni presenti nella lega balcanica. La mancanza di
un fattore unificante esterno crea difficoltà all’interno di un’alleanza poco strutturata. L’idea che
la Bulgaria si espandesse nell’area balcanica divenne un fattore di crisi per l’alleanza. Nel
contempo viene proclamata il 28 novembre 1912 l’indipendenza albanese e la creazione di uno
stato albanese. Conseguenza → ulteriore elemento di destabilizzazione nell’area, c’è un altro
stato che ha altre rivendicazioni da fare.
Riassumendo:
- tante rivendicazioni di stati diversi
- contrasti tra piccoli nuovi stati
- stato di tensione continuo interno ed esterno
Le organizzazioni clandestine serbe
L’assasinio dell’arciduca a Sarajevo sarà il fattore scatenante di una crisi ben presente iniziata
nel 1908, da quando l’Austria aveva annesso la Bosnia Erzegovina. La Serbia voleva la Bosnia
parte integrante della Grande Serbia. L’attività delle organizzazioni clandestine (tra di esse la più
importante ed attiva era la Mano Nera) finanziate soprattutto dai fuoriusciti in funzione
antiasburgica in Serbia ebbe un incremento non indifferente. Esse operavano in due direzioni:
- Opera politica. Continuo indottrinamento e proselitismo teso a pubblicizzare l’attività
dell’organizzazione nella società, attraverso la chiarificazione del termine “nazionalismo”
inteso come “unica famiglia slava”. Evidenziazione della tradizione indipendente della Serbia,
messa in guardia dalla politica di dominazione (e non di salvaguardia) degli Asburgo nei
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confronti delle minoranze.
- Organizzazione di attentati, piccole rivolte, proteste. I fatti eclatanti richiamavano l’attenzione
sull’organizzazione.
Se non ci fu un appoggio deciso ed evidente ci fu una sorta di silenzio assenso (o meglio
neutralità benevola) nei confronti di queste attività che in seguito si trasformò in appoggio. La
polizia dei vari stati europei era sempre alla caccia di queste organizzazioni, c’erano numerosi
infiltrati. L’anarchismo sociale era più fine a se stesso, non aveva alle spalle il sostegno di parti
della rivoluzione (intesa come capovolgimento di un intero ordinamento → vd rivoluzione di
ottobre in Russia).
Ripercussioni dovute alla presenza di organizzazioni segrete
Non ci furono ripercussioni sui fatti bellici dei conflitti balcanici, le organizzazioni uccisero
qualcuno ma non riuscirono a sobillare. Ci fu un’influenza piuttosto a livello politico nella
creazione di ulteriori elementi scatenanti la crisi. L’Albania fu immune da questo fenomeno,
c’erano delle zone grigie in cui idealismo e terrorismo si incontravano per organizzare interventi
ma non furono così rilevanti.
L’Italia tra Grecia e Albania
Alla fine della prima guerra mondiale Grecia e Albania cominceranno a litigare per il possesso
dell’Epiro del nord. L’Italia entrerà in questa querelle con delle richieste abbastanza pressanti:
farà finta di difendere gli interessi della Grecia (e in seguito dell’Albania) ma in realtà fa i propri.
L’Italia si schiera come potenza mediatrice tra greci e albanesi cercando di stare nella posizione
migliore per ottenere vantaggi a suo favore (prima le mire erano esclusivamente territoriali, in
seguito diventeranno anche politiche). Otterrà anche dei riconoscimenti per questi suoi interventi
grazie alla bravura dei geografi militari italiani che ridisegnavano i confini.
La seconda guerra balcanica
La prima guerra balcanica si conclude nel 1913 in seguito alla Conferenza degli ambasciatori di
Londra, durante la quale si stabilisce che la Turchia avrebbe conservato in Europa solo
Costantinopoli e i suoi immediati dintorni. Inoltre veniva creata un’Albania indipendente e
quanto alla Macedonia, bulgari, greci e serbi dovevano accordarsi per spartirsela. Tra gli alleati
della Lega, tale spartizione provocò contestazioni. La seconda guerra balcanica scoppierà nel
giugno 1913 e si concluderà il 10 agosto 1913 (un anno prima dello scoppio della IGM) con la
pace di Bucarest. La seconda guerra balcanica scoppia perché la Bulgaria doveva realizzare
quelle conquiste di carattere confinario che non era riuscita ad ottenere prima. Combatterà contro
la Serbia, la Grecia e il Montenegro. La pace di Bucarest ridimensionerà l’idea della grande
Bulgaria e consegnerà lo stato bulgaro al sovrano con tutti i suoi problemi interni ancora intatti e
con un esercito tra quelli più forti dell’area.

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Le guerre balcaniche furono il brodo di cultura all’interno del quale crebbero i fattori di crisi che
scoppieranno nella prima guerra mondiale. Lo scoppio della prima guerra mondiale sarà causato
da:
- amministrazione e poi occupazione della Bosnia da parte austriaca e conseguenti contrasti della
Serbia con l’impero asburgico
- problemi irrisolti delle guerre balcaniche (di carattere nazionalista, sociale, all’interno del
tessuto produttivo, politico, religioso -le chiese ortodosse sono nazionali-)

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XIV LEZIONE mercoledì 30/11/2011
Problemi che faranno da catalizzatori per lo scoppio della I guerra mondiale:
- Rivendicazioni territoriali dei vari nazionalismi (elemento condizionante a prescindere dai
governi)
Confronto tra il periodo ante I guerra mondiale (1913) e contesto europeo precedente: quali
elementi alterarono l’equilibrio? -interventi dei colleghi-
- Preponderante presenza della Germania in Europa
- Influenza della struttura militare (crescita degli eserciti, dell’industria militare)
- Nuovi stati indipendenti con interessi contrastanti
- Crisi dell’Impero ottomano
- Tendenza a vedere nella guerra una forza risanatrice
- Crescita demografica e conseguente necessità di espansione dei mercati
- Peggioramento delle relazioni internazionali
Il “sistema” è tale perché i vincoli tra gli stati sono tanti per cui le variazioni interne a ciascuno
di essi hanno delle ripercussioni all’interno degli altri.
Abbiamo come punto di riferimento un equilibrio di potenza (o impotenza) tra gli stati. Si
effettua un’analisi ad esclusione: quali elementi, se presenti, avevano la capacità di alterare
l’equilibrio.
Es.1) il rafforzamento militare ha come conseguenza una politica estera più aggressiva. Questo è
un fattore che può alterare l’equilibrio di potenza. Una struttura militare per essere tale da
poter spingere lo stato ad una politica aggressiva deve avere alle proprie basi un sistema
economico che la sostenga. In Bulgaria esisteva un tessuto industriale siderurgico, tessile,
economico tale? No → la Bulgaria aveva bisogno di un sostegno esterno, un alleato così
forte economicamente e diplomaticamente da poter sopperire ai buchi della struttura
militare bulgara.
Es.2) i cambiamenti economici erano in grado di alterare l’equilibrio europeo?
Per “variabile” si intende un fattore in grado di condizionare le scelte di un regime nel
tempo in maniera costante. La variabile muta a seconda delle circostanze, la variabile
economica è più difficile da circoscrivere rispetto alle altre. Soprattutto in Europa orientale
ci sono delle economie molto diversificate: si va alla ricerca del fattore unificante →
rapporto critico tra campagne e città nel mondo agricolo: rapporto di padronato tra i
proprietari terrieri e i contadini. Come incisero i cambiamenti dovuti al miglioramento
delle condizioni di vita? Esiti differenti a seconda dei luoghi, perché si combinarono ad
altri fattori.
L’Ungheria nell’Impero austro ungarico era rappresentativa di una popolazione dov’era
molto diffusa la grande e la piccola proprietà terriera. In Bulgaria il latifondo si frantumò
invece in tante piccole proprietà. Nel caso ungherese una proprietà privata consolidata nel
tempo ha come fine il mantenimento di se stessa all’interno della struttura politica
imperiale: autonomia sì, ma nella cornice dell’Impero, che garantiva la stabilità
economica. In Bulgaria i tanti piccoli proprietari terrieri (piccola nobiltà) non hanno la
capacità di condizionare le scelte dello stato, vogliono una politica di stampo conservatore.
La capacità diplomatica è data dalla tradizione, dalla capacità di imporsi tramite il prestigio
ereditato, l’Italia ha un peso certamente inferiore rispetto agli altri stati all’interno del concerto
delle potenze. La guerra (sia interna che esterna) era uno strumento che si era dimostrato efficace
nella risoluzione delle controversie. La politica estera italiana patisce un condizionamento
politico derivante dalla sua condizione: era l’ultima delle vecchie potenze o la prima delle
nuove?

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LE ALLEANZE SERBE
Le potenze che avevano combattuto le due guerre balcaniche erano divise in raggruppamenti ben
delineati tra di loro. I problemi nei Balcani sono legati alla mancata risoluzione degli aspetti
territoriali derivanti dal nazionalismo balcanico ma si agganciano ad un contesto internazionale
che è già critico: ci sono problemi interni non risolti all’interno dei singoli stati che si tentano di
risolvere attraverso la loro trasposizione nel contesto internazionale. La Serbia aveva rafforzato
la sua struttura militare ed economica, la spina dorsale della Serbia era fatta da militari, che però
avevano bisogno di un potente alleato per mettere in discussione l’equilibrio europeo. La Russia
era una presenza accettata grazie alla sua politica panslavista e aggressiva nei confronti degli
Asburgo. La Serbia è legata alla Russia e viceversa la Russia alla Serbia per interessi propri.
Piccolo stato legato a grande stato → piccolo stato legato al sistema di alleanze del grande stato.
Il sistema di alleanze russo era molto vasto e ben articolato: tradizionalmente la Russia era legata
alla Francia (che usava il legame con la Russia in funzione antiasburgica, per bilanciare la
presenza austriaca nell’Europa centro orientale). Attraverso il sistema franco-russo la Serbia era
legata anche alla Gran Bretagna, che aveva raggiunto un’intesa cordiale con la Francia, la quale
stabiliva un modus operandi pacifico all’interno del mediterraneo. La Francia vide nell’accordo
con Londra la possibilità di bilanciare la grande intesa che c’era tra Berlino e Vienna. In questo
sistema ci sono stati che hanno interessi differenti ma un principio che li unisce: la difesa verso
un unico stato, l’Austria-Ungheria (legata a sua volta alla Germania → unico blocco tedesco la
cui area d’interesse è prevalentemente quella balcanica). L’equilibrio di im-potenza salta perché
una delle potenze principali si sentirà così forte da poterlo alterare. Tramite l’accordo franco-
britannico la Russia si ritrova di fatto in buonI rapporti con il regno unito di Gran Bretagna. C’è
già quindi uno schieramento delineato, nonostante le politiche estere fossero diverse. Quali forze
scateneranno la distruzione dell’equilibrio stesso? Analizziamo la Serbia:
Le organizzazioni segrete serbe
Dopo l’annessione della Bosnia Erzegovina la Serbia iniziò una politica basata sulla creazione di
problemi, attraverso le organizzazioni segrete, contro gli Asburgo in territorio bosniaco. Le
organizzazioni segrete erano associazioni legate ai servizi segreti serbi che operavano sotto il
diretto controllo della corona. Tutto ciò che accadeva in Bosnia era concordato con la Serbia.
Ciò consentiva alla Serbia e ai suoi alleati di avere una conoscenza di tutto ciò che accadeva in
quei territori, in particolare giungevano a Belgrado notizie di una cattiva accettazione dei
funzionari asburgici nell’area bosniaca. Da parte di Belgrado nei confronti di Vienna c’è un
attrito continuo, che si riscontrava nei contrasti in Bosnia. Aspetto serbo-russo: i russi avevano
così una visione della Bosnia tramite gli occhi dei serbi → i serbi avevano la necessità di avere
alle proprie spalle un alleato forte, potevano anche dare info sbagliate o fuorvianti ai russi per
aumentare la loro pressione antiasburgica.
ROMANIA
La Romania era politicamente divisa al suo interno: c’erano forze politiche di matrice liberal-
nazionalista favorevoli, all’interno del contesto piuttosto travagliato in cui erano inserite, al
mantenimento della pace, al non schieramento contro gli Asburgo, mentre il re Carol era legato
al mondo germanico, propenso al raggiungimento di un accordo con la Germania. Stipulò un
accordo militare segreto all’insaputa del parlamento e della maggioranza dei ministri, accordo in
forza del quale se e quando fosse scoppiato un conflitto la Romania si sarebbe schierata con gli
imperi centrali. Motivazioni: vicinanza dinastica, motivazioni territoriali → possesso della
Bucovina (austriaca), un pezzo della Transilvania ungherese, ingrandimento generico per
giungere alla grande Romania. Sembra un controsenso: allearsi con loro per ottenere i loro
territori?

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VERSO LA I GUERRA MONDIALE
E’ la prima grande guerra moderna la cui prima conseguenza fu di provocare la rottura
dell’equilibrio ordinamentale dell’Impero asburgico e problemi legati alla nascita di nuovi stati
(nuove leggi, nuove collocazioni internazionali ecc.)
Ma procediamo con ordine: le manovre del servizio segreto serbo in collaborazione con la Mano
Nera allo scopo di mantenere l’instabilità in Bosnia avevano creato la situazione adatta per
consentire un cambiamento all’interno dell’Impero austro-ungarico, già sotto pressione a causa
della presenza delle nazionalità slave (ungherese, croata, serba, bosniaca). Gli slavi premono per
ottenere indipendenza ma anche un’unità che mantenga i vantaggi derivanti dall’essere parte di
un unico sistema giuridico ed economico. Se ci fosse stato un riformatore all’interno dell’Impero
sarebbe stata un’ottima occasione. La personalità che alla fine dell’800 aveva la possibilità di
operare tale cambiamento non era l’imperatore, ormai vecchio, Francesco Giuseppe → buona
reputazione ma non fu mai un grande decisionista, assiste passivamente alla distruzione
dell’Impero, bensì l’arciduca Francesco Ferdinando.
Il casus belli
Il 28 giugno 1914 avvenne l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando e della consorte
Sofia d’Austria a Sarajevo ad opera di Gavrilo Princip, che operò con armi fornite dai servizi
segreti serbi. Perché proprio Ferdinando? Stava portando avanti l’idea di una riforma
dell’Impero, era un possibile riformatore, riteneva che l’Impero così strutturato stesse andando in
rovina. All’interno della stessa famiglia imperiale c’era chi lo riteneva un pericolo, una mina
vagante. L’interesse a ucciderlo di chi era? Ferdinando era l’unico riformatore possibile, l’unico
a pensare che all’interno dell’Impero ci potesse essere una colonna portante formata dagli slavi.
2 possibili interessi:
- diretto interessato: popolo serbo, o quella parte che voleva fare della Serbia il Piemonte degli
slavi del sud. L’uccisione di Francesco Ferdinando eliminava la possibilità che si creasse un
polo d’attrazione slavo all’interno dell’Impero contrastando le presenze egemoniche serbe
all’interno dei Balcani. Però la Serbia dal punto di vista militare, nonostante avesse un esercito
forte e bene armato, non poteva sostenere da sola una guerra contro l’Impero Austro-Ungarico.
- indiretto interessato: Russia, presente nei Balcani con una politica estera di destabilizzazione
nei confronti degli Asburgo e di pressione per ottenere uno sbocco europeo.
Forte dell’alleanza militare russa (e di conseguenza con Gran Bretagna e Francia) la Serbia avrà
un atteggiamento duro e aggressivo nei confronti dell’Austria-Ungheria e armerà Princip che
ucciderà la coppia arciducale.
Dopo l’assassinio a Vienna ci fu chi pensò di essersi liberato da un potenziale riformatore
liberale. Chi lo osteggiava? L’opposizione si annidava essenzialmente nella classe militare,
espressione dell’aristocrazia asburgica, che aveva grande influenza a corte e riusciva a
condizionare le scelte della corona. All’assassinio corrispose un irrigidimento della corte
viennese. Fu differenziato in quanto:
- il capo di stato maggiore dell’esercito Franz Conrad von Hötzendorf riteneva che bisognasse
sfruttare l’occasione per giungere ad una resa dei conti definitiva con la Serbia. Se l’Austria
avesse attaccato la Serbia sarebbe scattato il casus foederis dell’alleanza con la Russia e
sarebbe iniziato il conflitto. L’esercito non accetta scuse dalla Serbia, non sente ragioni
- l’imperatore invece temeva che l’acuirsi del contrasto potesse portare ad un conflitto tra le parti
e il presidente del consiglio ungherese, il conte Istvàn Tisza temeva che uno scontro contro la
Serbia avrebbe portato ad uno scontro generalizzato.
Le alleanze si irrigidiscono e i membri dei due sistemi si dichiarano fedeltà. Alle spalle del capo
di stato maggiore imperiale (quindi austriaco + asburgico) c’era il Reich tedesco: esisteva un
rapporto stretto, consolidato, subordinato dello stato maggiore austriaco a quello tedesco. La

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Germania, grazie a variabili economiche, militari, dinastiche, territoriali, politico-sociali,
riteneva di essere in grado di alterare l’equilibrio a proprio vantaggio. Vienna nonostante il
parere contrario di Budapest irrigidisce la propria posizione contro la Serbia, convinta di poter
gestire un eventuale conflitto armato con l’appoggio tedesco e di non dover affrontare in tempi
brevi la Russia perché ritenuta non ancora sufficientemente armata. Il 23 luglio 1914 venne
emanato un ultimatum alla Serbia (fatto per essere rifiutato: c’era una clausola che la Serbia non
avrebbe mai accettato, si chiedeva che alle indagini in suolo serbo, dove si riteneva ci fosse un
connubio tra Mano Nera e servizi segreti di Belgrado, partecipassero i propri funzionari di
polizia). Lo zar aveva da poco rafforzato il suo legame con la Francia grazie a Poincaré.
Belgrado il 25 rigettò l’ultimatum. Gli avvenimenti andarono oltre la volontà dell’Impero.
Assassinio e ultimatum sono solo la punta dell’iceberg, il fattore accelerante. Confluiscono molti
altri fattori: contrasti Gran Bretagna-Germania, problemi interni alla Russia ecc. Scattano tutti i
meccanismi di alleanza, ogni stato entra in guerra per esigenze particolari.
Il 1 novembre 1914 entra in guerra l’Impero ottomano accanto agli imperi centrali per una
motivazione abbastanza evidente: la Russia era stata costantemente interessata agli stretti, una
Russia vincitrice della guerra avrebbe comportato un rafforzamento della politica russa e
l’ennesimo tentativo di occupazione degli stretti, inoltre l’Impero ottomano sperava di ottenere la
riconquista dei territori persi (Grecia, Serbia ecc). L’impero ottomano cesserà di esistere con la
sconfitta della I guerra mondiale, subita sia a livello militare sia a causa dei problemi interni
(intelligence inglese coalizzò le truppe arabe contro l’Impero). L’alleanza ottomana con gli
imperi centrali sarà pagata a caro prezzo.
Il 14 ottobre 1915 la Bulgaria invade la Macedonia e anch’essa si schiera con gli imperi centrali.
Il 28 agosto 1916 la Romania si schiera invece con l’Intesa. Cos’era accaduto? Carol aveva
firmato un accordo segreto con gli Imperi centrali, c’era però una corrente nazionalista che
voleva conquistare i territori austriaci (vd Transilvania ungherese) che mai gli Asburgo
avrebbero ceduto volontariamente → Carol fu costretto ad abdicare e gli successe Ferdinando I,
vicino alle correnti nazionaliste, il quale annulla l’accordo firmato con gli Imperi centrali dal suo
predecessore e si allea con l’Intesa.
Evidenziamo un elemento importante: la prima guerra mondiale fu un conflitto in cui nazionalità
uguali si sparavano tra loro perché appartenenti a stati differenti (italiani contro italiani austriaci,
polacchi prussiani contro polacchi russi, serbi di Serbia contro serbi d’Ungheria). Le nazionalità
minoritarie combatterono fedelmente per l’imperatore.
Altro fattore: nel 1916 Francesco Giuseppe muore. Con Carlo d’Asburgo, vicino alle idee
dell’arciduca Ferdinando, nasce la speranza di una fine anticipata del conflitto ma ormai erano le
armi ad avere il sopravvento. Nonostante nel 1916 ci fosse la speranza di una pax austriaca si
giungerà invece al proseguimento del conflitto, e alla conseguente sconfitta e crollo degli
Asburgo.

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XV LEZIONE giovedì 01/12/2011
Due aspetti militari della guerra:
- Stretto connubio tra operazioni belliche e produzione -si conclude un processo iniziato nella
seconda metà dell’800 che vide la preponderanza dell’industria siderurgica-. Un sistema
economico in cui diventa fondamentale l’industria pesante non poteva non avere alla fine della
guerra delle conseguenza sul piano sociale → un sistema economico volto all’economia di
guerra doveva essere cambiato ed essere tramutato in un’industria volta alla produzione di beni
di consumo, più agile. Questa trasformazione si realizzò in tempi più o meno lunghi con prezzi
elevati. Negli stati industriali che avevano partecipato alla guerra fu necessario dare lavoro a
un’enorme massa di persone che tornava dalle trincee in settori nuovi, e ciò provocò tensioni,
scompensi sociali, rivolte. Questi problemi di carattere economico-sociale dovuti alla
conversione dell’economia di guerra in economia di pace si sommarono alle questioni sociali e
alle idee di carattere nazionalista rendendo la situazione post bellica ancora più difficile da
gestire nelle zone dell’Europa centro orientale dove ancora non erano stati conclusi i processi
nazionali e le nazionalità non avevano trovato soluzione alle proprie istanze.
- Abituarsi della popolazione all’uso delle armi. I reduci rientrando in patria spesso non
riconsegnavano le armi. C’era una massa enorme di armi che circolava in Europa in quel
periodo e una parte andò a sostenere le rivolte nazionaliste e sociali. L’uso della violenza come
mezzo per la soluzione dei problemi divenne fatto consueto nell’Europa post bellica. E’
un’Europa violenta quella che la guerra consegna. Iniziò tutta una serie di nuovi scontri
all’interno dei singoli stati soprattutto tra i gruppi sociali più turbolenti. Ciò portò a guerre tra i
nuovi stati nati dalla fine degli imperi centrali, creatisi per motivi di carattere confinale. Alla
firma dei trattati di Parigi erano presenti tutti gli elementi che porteranno allo scoppio della
seconda guerra mondiale.
CONCLUSIONE DELLA GUERRA
Bulgaria
Luglio 1918: periodo in cui gli scontri all’interno degli stati sono molto evidenti a causa degli
accordi di pace siglati qualche mese prima. Nel maggio 1918 la Bulgaria, sconfitta dai greci,
dovette cedere territori all’Intesa e il sogno della Grande Bulgaria tramonterà. La Bulgaria aveva
dei problemi risalenti alla guerra balcanica con tutti gli stati di quell’area (vs Romania).
Il 7 maggio 1918 il trattato di Bucarest sancisce la sconfitta della Romania da parte degli Imperi
centrali, la quale cedette alla Bulgaria la Dobrugia → nasce la questione della Dobrugia, si tratta
di una cessione momentanea. Perché la cede? C’è una crisi all’interno, le sommosse e i disordini
interni condizionano i singoli governi più dei fatti militari esterni. La Bulgaria è lo stato meglio
attrezzato nell’area ma sceglie di combattere con la parte sbagliata. In seguito alla richiesta
bulgara di un accordo per il cessate il fuoco il 29 settembre 1918 venne siglato l’armistizio di
Salonicco tra la Bulgaria e gli Alleati dell’Intesa. Il cambiamento repentino avvenne anche per
problemi interni. Lo zar bulgaro Ferdinando I è costretto ad abdicare a causa di una forte
opposizione contro di lui. Fu un atto di sconfitta personale per lo zar che cederà il potere al figlio
Boris III. La successione comporterà un riavvicinamento agli stati che stavano vincendo la
guerra.
La fine dell’Impero ottomano
Nel 1918 tutti gli stati coinvolti devono affrontare cambiamenti interni dovuti all’avvenimento
bellico. Lo stato che stava per subire i cambiamenti più repentini e forti era l’Impero ottomano.
L’Impero era entrato in guerra per limitare le mire espansive della Russia, aveva ottenuto alcune
iniziali vittorie ma una volta che i fronti di spedizione dell’Intesa entrarono nei Balcani cominciò
a giungere alla parte conclusiva della propria crisi iniziata già nella prima metà del ‘700.
L’Impero ottomano crolla e cessa d’esistere il 30 ottobre 1918 con la firma dell'Armistizio di

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Moudros tra l’Impero e gli Alleati. L’armistizio provoca la
smobilitazione dell’esercito ottomano e l’apertura degli
stretti (Bosforo e Dardanelli) alle navi alleate dando così alle
navi inglesi e italiane la possibilità di diventare padrone del
Mediterraneo → simbolo della capitolazione dell’Impero
ottomano.

← Stretto del Bosforo e Stretto dei Dardanelli


I BALCANI DOPO LA GRANDE GUERRA

Gli slavi combatterono in maniera fedele


su fronti opposti ma rimaneva l’idea di
creare un’unione slava da opporre a ciò
che sarebbe nato dalle ceneri dell’Impero
asburgico. Ciò che rimaneva della Serbia
fece da centro propulsore per la
costruzione del Regno degli Slavi del Sud.
Riuscirono a creare attorno al proprio
concetto un consenso molto ampio che
nasceva anche da esigenze di carattere strategico. La fine degli imperi asburgico e ottomano
poneva il problema della successione in queste aree: quali interessi dovevano essere rispettati?
L’Intesa non voleva elementi di destabilizzazione nell’area e si stabilì la nascita di strutture
statuali ampie su fasce di nazionalità forti. Nacque un Regno degli Slavi del Sud legato
all’occidente che facesse da contrappeso alla potenza italiana sul mare, fu supportato dalle
cancellerie francese e inglese per riaggregare parte della popolazione slava e per stabilizzare
un’area che altrimenti sarebbe stata in preda a stravolgimenti istituzionali. L’idea attecchì anche
a Washington, anch’esso interessato a stabilizzare l’area.
LA CECOSLOVACCHIA
A muoversi bene in campo interno erano i cechi, i boemi e i moravi: assieme crearono uno stato
su base federale che comprendesse pure la Slovacchia. Questo progetto venne portato avanti da
Tomáš Masaryk con l’appoggio degli USA già durante la guerra. Gli USA si fanno sentire nella
sistemazione dell’Europa orientale (vd Regno degli Slavi del Sud, Cecoslovacchia). Secondo
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Masaryk doveva nascere uno stato federale su base paritaria di cechi, slovacchi e moravi però
per una serie di fattori nascerà la Cecoslovacchia: paese a base unitaria e non federale dove la
Slovacchia era la regione “debole” o comunque povera ed arretrata, area a forte emigrazione
verso gli USA. L'indipendenza della Cecoslovacchia fu proclamata ufficialmente il 28 ottobre
1918. Fu adottata una costituzione temporanea e Tomáš Masaryk (voluto anche da Wilson,
grande idealista) fu dichiarato Presidente il 14 novembre. Il Trattato di Saint Germain, firmato
nel settembre 1919 riconobbe formalmente la nuova repubblica. La Rutenia fu in seguito annessa
alle terre ceche e alla Slovacchia con il Trattato di Trianon del giugno 1920. Ci furono forti
dispute relativamente ai confini del nuovo Stato, sia con la Polonia che con la Germania.
L’INTERVENTO USA E LA RICOSTRUZIONE EUROPEA
L’intervento USA in guerra avvenne (tardi, a causa di manovre miopi e reiterate dei tedeschi)
con l’idea di portare alla vittoria l’Intesa e per portare un messaggio nuovo all’Europa che era
considerata vecchia ed in preda a forze che non la rendevano libera, dominata dalle teste
coronate e da una nobiltà parassitaria ed imbrogliona. I soldati partono convinti di liberare il
continente. L’Europa post I guerra mondiale doveva essere ricostruita su diverse basi
ideologiche e economiche, ma gli USA non portarono a compimento queste idee. Il desiderio di
far tornare i soldati in patria e di non impelagarsi nelle beghe europee fece una grande parte.
I principi di Wilson (14 punti) erano strutturati per difendere il principio di nazionalità, principio
che poteva applicarsi se ci fossero state poche nazionalità e riconoscibili territorialmente. Invece
c’era un contesto molto confuso soprattutto nei Balcani. Venne accettato il principio della
nazionalità prevalente su cui basare i necessari trattati di pace. In questo gioco diplomatico ed
economico un grande ruolo ebbe la diaspora nazionale a Washington delle nazionalità coinvolte.
Polacchi, boemi, greci, serbi, moldavi ecc. trovarono spazio nei circoli politici statunitensi, erano
ascoltati dal dipartimento di stato americano e riuscivano a condizionare le scelte politiche,
trattandosi di emigrazione di lunga durata. Due dei personaggi che ebbero maggiore influenza
furono Ignacy Jan Paderewski, futuro primo ministro della Polonia e Tomáš Masaryk, uomini
ritenuti necessari per fare dell’Europa un’entità geopolitica nuova. Le scelte di Wilson che
condizioneranno la conferenza di pace di Parigi del 1919 furono dettate dal suo idealismo e
dall’influenza di queste persone.

LA FRAMMENTAZIONE DELL’IMPERO ASBURGICO


La nascita della Cecoslovacchia
Il 14 novembre 1918 si riunì a Praga un’Assemblea Nazionale provvisoria che, dopo aver
assunto poteri civili e militari, dichiarò sciolti i vincoli che legavano quel territorio agli Asburgo.
Ciò segnò la fine di un rapporto culturale, politico e affettivo che legava gli slavi di quell’area a
Vienna (che era stata stupida a non concedere ciò che Praga chiedeva). La trasformazione da
minoranza nazionale all’interno di un impero a stato nazionale significava assumersi le
responsabilità che ciò comportava (sovranità ed esercizio di sovranità, protezione dei confini
ecc.). I nuovi stati che stavano per sorgere dalle ceneri dell’Impero asburgico dovevano avere
confini certi, una popolazione certa ed essere capaci di esercitare la sovranità per essere tali. Non
era facile se aggiungiamo anche le esigenze di carattere economico e sociale.
L’indipendenza dell’Ungheria
Il 16 Novembre 1918 l’Ungheria si proclama indipendente. L’indipendenza ungherese ha un
significato profondo come quella ceca. Era legata all’Impero asburgico da qualche centinaio di
anni e la sua indipendenza significava la fine di un’epoca nell’Europa centrale per motivi
culturali e soprattutto politici. In Ungheria c’erano rumeni, polacchi, tedeschi, ucraini, ebrei, rom
(minoranze che non erano in grado di condizionare il governo) oltre che un’ingente minoranza
slava. Con indipendenza l’Ungheria, non più sotto l’egida asburgica, deve affrontare per la prima
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volta in modo diretto il problema delle minoranze interne. Tra ungheresi magiari e slavi croati
c’era già stata una guerra, ma il problema croato non c’è più perché la Croazia farà a breve parte
del Regno degli Slavi del Sud, nuovo potente regno.
La Repubblica dei Consigli ungherese
Era presente una questione sociale molto grave. Le città ungheresi erano città dove la borghesia
era presente ma poco sviluppata, è la questione agraria quella più importante. Con la sconfitta
della classe dominante ungherese -espressione dei militari- e la dichiarazione d’indipendenza si
crea un vuoto di potere. I militari che rientrano devono confrontarsi con un potere agrario
espressione di una classe sconfitta. Era il momento opportuno per una rivolta, era il momento
che qualcuno nelle città tentasse di prendere in mano questo scontento generalizzato per portarlo
al potere, era il momento più indicato per lo scoppio di una rivoluzione. Come fonte
d’ispirazione c’era il precedente esterno della rivoluzione in Russia, grande stato feudale in cui
la rivolta si era trasformata in rivoluzione contro la classe dominante e lo zar era stato scacciato.
La rivoluzione in Ungheria, al cui comando c’è il comunista Béla Kun, vede l’unione tra le parti
popolari contro il nemico comune: parte dalle campagne coinvolgendo i contadini e poi gli
elementi progressisti delle città e quel poco di proletariato che c’era. L’alta borghesia,
l’aristocrazia e il clero erano contrari. Nel 1919 scoppia la guerra civile che porta alla breve
Repubblica dei Consigli o Repubblica Sovietica Ungherese.
Contemporaneamente i rumeni, che aspiravano alla Transilvania ungherese, colgono l’occasione
per intervenire contro l’Ungheria. Nel maggio 1918 la Romania aveva ceduto la Dobrugia alla
Bulgaria. La Transilvania era una terra in cui coesistevano più popolazioni, soprattutto rumeni,
ungheresi e tedeschi. L’esercito rumeno vince le battaglie contro l’Ungheria il cui esercito era
impegnato nella guerra civile. Béla Kun fece il grave errore strategico di prendersela con la
Chiesa. I rivoluzionari ungheresi tradizionalmente si comportano in modo massimalista (lo
faranno nel ‘58 contro le truppe del Patto di Varsavia). Contro la Repubblica dei Consigli
combatterono sia i rumeni che le forze conservatrici che facevano capo all’esercito ungherese
comandato dall’ammiraglio Miklós Horthy. La Repubblica dei Consigli fu un esperimento
riuscito male: a causa della riforma agraria, dei principi di collettivizzazione, dei soviet e della
lotta alla religione Béla Kun si inimicò gran parte della campagna ungherese.

POLONIA
La Seconda Repubblica polacca
Il 6 novembre 1918 si instaura un governo provvisorio popolare, l’11 viene dichiarata
l’indipendenza a Varsavia e il Consiglio di Reggenza nomina Józef Klemens Piłsudski
Comandante in Capo delle Forze Armate Polacche. Piłsudski, considerato il padre della patria
polacca, diventa Capo di Stato il 14 novembre. La Seconda Repubblica di Polonia nasce sulle
ceneri di tre imperi: quello russo, quello asburgico e il Reich tedesco. Eredita territori con tre
sistemi giuridici diversi, tre monete diverse, tre diversi assetti commerciali, tre sistemi
istituzionale diversi, tre diversi modi di fare politica e tre differenti sistemi di coltivazione.
Creare ex novo un sistema giuridico tenendo però conto di tutti i diritti acquisiti e consolidati nei
tre ordinamenti precedenti è un compito immane da realizzare. Ma sono proprio i problemi a fare
da elemento unificatore. Esisteva il problema della proprietà delle campagne e il neo governo
polacco (come altri governi di quella zona) si pose come obbiettivo la riforma agraria: dalla fine
della prima guerra mondiale agli anni ‘30 ce ne furono tre, le quali condizionarono la vita
politica in Polonia. Piłsudski, che aveva combattuto a fianco delle truppe degli Imperi centrali,
sarà alla guida della Polonia per molti anni e si sposterà verso posizioni socialiste e autoritarie.
Era una persona molto retta e poco amante dei fronzoli, si sprecheranno paragoni con Mussolini
per la sua vena autoritaria -vd campo del leone-. In realtà Mussolini considerava Piłsudski un
dilettante e quest’ultimo pensava di Mussolini le cose peggiori. La penetrazione del fascismo in
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Polonia ci fu ma non riuscì a condizionare la politica di Piłsudski che non voleva creare l’uomo
nuovo polacco, era autoritario sì, ma non fascista.
La Polonia durante la prima guerra mondiale
La corrente di pensiero di Piłsudski si contrapponeva alla corrente di Roman Dmowski, uomo
politico e diplomatico polacco, esponente della “democrazia nazionale” di ispirazione cristiano-
cattolica.
- Secondo Piłsudski bisognava lottare per far vincere gli Imperi centrali partendo dal presupposto
(e avendo sempre come obiettivo la rinascita della Polonia) che il maggior pericolo era
costituito dalla Russia: battendola ci sarebbe stata una Polonia nuova ed indipendente perché
gli altri imperi, dopo la guerra, non avrebbero avuto la forza di opporsi all’indipendenza.
- Dmowski invece pensava che la Polonia sarebbe potuta rinascere in una struttura indipendente
legata però all’Impero tramite la figura dello zar. Voleva una Polonia nuova ma su basi
conservatrici.
Dopo lo scoppio della guerra sia da parte di Vienna che dalla Russia ci furono promesse alla
Polonia. Se la Polonia si fosse dimostrata fedele alla fine della guerra avrebbe ottenuto la
concessione dell’indipendenza con un’unione personale al sovrano. Queste promesse furono
fatte perché la Polonia era al centro di scontri, era un territorio dove passavano gli eserciti,
quindi averne la fedeltà era fondamentale per la vittoria della guerra. I polacchi non si fidavano e
speravano di capovolgere le sorti del conflitto.
Nel gennaio 1919 fu istaurato un governo costituzionale provvisorio, Ignacy Jan Paderewski
divenne Presidente del Consiglio e Piłsudski Capo dello Stato, venne inoltre convocata
un’Assemblea Costituente per redigere la nuova Costituzione.
L’Europa orientale dopo i trattati di pace
Il 27 novembre 1919 venne firmato il Trattato di Neuilly con la Bulgaria. Una clausola
prevedeva la cessione alla Grecia della Tracia, territorio per cui erano scoppiate le guerre
balcaniche. Ciò fece crollare il sogno della grande Bulgaria, uno stato potenzialmente
revisionista. La Romania occupa la Transilvania, l’Ungheria (altro stato potenzialmente
revisionista) perde i tre quarti del territorio nazionale con il Trattato del Trianon (4 giugno 1920).
La Polonia nasce ingrandita dalla firma trattati pace: aveva una funzione strategica importante
nel gioco politico francese, quello di bloccare ad oriente la revanche tedesca e di fungere da
cuscino e cintura sanitaria nella propagazione delle idee rivoluzionarie. Con i trattati incamera
così territori non suoi in cui c’erano ingenti minoranze nazionali (vd attacco all’Ucraina per
ottenere la Galizia, attacco alla Russia). La guerra quindi continua in Europa orientale con la
guerra civile in Ungheria e Russia e la Grecia che aveva ottenuto la Tracia ma voleva parte
dell’Epiro albanese e l’area di Smirne. L’idea era quella di ricostruire la Grecia classica
riprendendosi parte dell’Asia minore -stessi territori promessi all’Italia-, anche se chiedere
territori all’Italia per avere le colonie dell’ex Magna Grecia era folle e non lo fecero.

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XVI LEZIONE lunedì 05/12/2011
OSSERVAZIONI SUI GRANDI IMPERI MULTINAZIONALI
Fattori destabilizzanti
Con la prima guerra mondiale si registra la rottura definitiva di un precario equilibrio nato nel
1815 e già posto in discussione più di una volta. Questo equilibrio era basato su un principio di
compensazione territoriale e di potenza tra gli Imperi multinazionali (l’Impero ottomano, la
Russia degli Zar e l’Impero Austro-Ungarico). Il principio di compensazione su cui si era retto
l’equilibrio prevedeva che per ogni variazione territoriale ci fosse una variazione territoriale di
pari peso per gli Imperi limitrofi; conseguenza di ciò fu il fatto che all’interno degli imperi
multinazionali furono assorbite popolazioni che avevano contribuito a creare destabilizzazione
all’interno dell’impero stesso.
- Il primo fattore destabilizzante fu la spinta alla nazionalizzazione, specialmente l’uso
strumentale che di essa si fece, volto a destabilizzare dall’interno quel sistema che si doveva
mantenere in equilibrio. La Russia, definendosi protettrice dell’interesse delle popolazioni
slave, si intrometterà in tutte le faccende che riguarderanno l’Impero Ottomano. Espressione di
questo uso strumentale del nazionalismo è il panslavismo, che per la Russia diventa mezzo per
inserire una forte pressione negoziale all’interno di realtà statuali differenti dalla propria.
- Per quanto riguarda la riduzione della “capacità di potenza”, intesa come possibilità di
influenzare con le proprie decisioni le scelte di un altro stato, il principale esempio lo si trova
nell’Impero ottomano, che non era stato in grado di salvaguardarsi da tutte le spinte panslave
che vi erano al suo interno e poiché non si era ristrutturato in maniera migliore in campo
economico e militare non riuscì nemmeno ad influenzare le scelte della Russia che si opponeva
al suo potere.
(Intrinseca debolezza degli attori del sistema europeo: il fattore della scarsa capacità della Serbia,
della Romania ecc. di influenzare da soli le scelte dell’intero sistema condizionerà l’opera di chi
era in grado di alterare del tutto quello stesso sistema, come la Russia e l’Impero Austro-
Ungarico.)
- Ma il fattore prevalente di destabilizzazione fu la nascita di stati nazione che non realizzarono i
propri obiettivi, bensì moltiplicarono i fattori di crisi internazionali. Gli stati balcanici non
avevano avuto la forza o l’opportunità di realizzare gli obiettivi più grandi tra quelli a cui
ambivano. Questo fu un ulteriore fattore destabilizzante.
- Elemento legato al ricongiungersi delle questioni nazionali con le questioni sociali all’interno
dei vari stati. Con la fine della prima guerra mondiale si ha quello che era iniziato nei primi del
anni ‘900, ovvero l’arrivo sulla scena politico - sociale delle masse. Lì dove il nazionalismo
riuscirà a percepire le richieste provenienti dalle masse, esso diventerà più radicato, smettendo
di essere un movimento di élite.
FATTORI UNIFICANTI ALL’INTERNO DEI NUOVI STATI NAZIONALI
- Le élites cercano di creare fattori aggreganti per gli stati nati dalle ceneri
- Riconversione economica
- Reintegro dei soldati
- Anche essere presenti alle conferenze di pace per definire i propri confini era un messaggio
chiaro, forte e concreto per la popolazione, un fattore unificante.
Il ruolo della religione nella conclusione della guerra e nell’alterazione dell’equilibrio
Le religioni non sostengono i moti nazionali, ma è anche vero che le lingue nazionali, elemento
coagulante del nazionalismo, nascono all’interno dei monasteri. Una volta che gli stati sono nati

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le religioni ne divengono sostenitrici. La chiesa ragiona su tempi e durata della storia che non
sono quelli misurabili dall’uomo, essa ha una prospettiva che prescinde l’immanente.

L’EUROPA TRA LE DUE GUERRE


Considerazioni di carattere geo - politico
L’Europa tra le due guerre è un’Europa in cui si fronteggiano due aree ben precise, una
decisamente revisionista da un lato, dall’altro lato l’Unione Sovietica (parte rivoluzionaria).

LA RIVOLUZIONE BULGARA
Un’altra considerazione riguardo questo periodo pone l’attenzione sulle questioni sociali. Uno
degli aspetti legati ad esse colpisce la Bulgaria ancora prima della fine della prima guerra
mondiale. Già dal 23 settembre 1918 in Bulgaria si verifica un ammutinamento da parte di un
certo numero di reggimenti che rapiscono tutti gli ufficiali superiori dello Stato e bloccano il
quartier generale dell’esercito. Lo zar Ferdinando decide di mandare due delegati (i capi agrari) a
trattare con i rivoltosi ma uno dei due, influenzato dalla Rivoluzione d’ottobre russa, si unisce
agli insorti e tenta di marciare sulla capitale. In breve tempo verranno fermati, la Bulgaria
firmerà l’armistizio il 28 settembre e lo zar Ferdinando abdicherà in favore del figlio Boris III il
3 ottobre 1918.

I TENTATIVI DI BOLSCEVIZZAZIONE NELL’EUROPA CENTRO-ORIENTALE


Il fallimento del bolscevismo bulgaro
Il Partito socialista bulgaro adotta le tesi bolsceviche e manda dei delegati alla Conferenza di
Mosca da cui nasce, nel marzo del 1919, la III Internazionale. Il Partito diventa così Partito
Comunista in maggio e ottiene l’appoggio dei sindacati bulgari guidati da Georgi Dimitrov.
Nell’agosto del 1919 i bolscevichi avevano ottenuto il 20% dei suffragi e, considerando il
successo elettorale come indice di una situazione matura per far scoppiare una rivoluzione di
stampo sovietico, iniziano una serie di manifestazioni. Questo partito di ispirazione bolscevica è
però un partito piccolo e ha poca diffusione nelle campagne. Con l’ausilio dei contadini vengono
quindi sedate le rivolte e fermati gli scioperi. Il tentativo, così, di fare della Bulgaria una nuova
repubblica dei soviet abortisce a causa del mancato appoggio dei contadini.
La guerra russo-polacca
Fu una guerra per stabilire i confini orientali della Polonia che non erano stati determinati al
tavolo della conferenza di pace. La Polonia che risorgeva con l’appoggio delle grandi potenze
voleva ripristinare i confini della Polonia storica, un territorio piuttosto vasto/esteso (circa
500.000 km quadrati). Per fare ciò, avrebbe dovuto riprendersi una parte di territori che ormai
erano di proprietà russa. Riorganizzata la forza armata sovietica, l’Armata Rossa penetrò in
territorio ucraino raggiungendo Kiev nel gennaio 1920 e cominciò ad avanzare verso il centro
della Polonia. A Varsavia si temeva il tracollo tanto da far alleare contro Mosca, nell’aprile
1920, il governo polacco con il capo dei nazionalisti ucraino. Grazie all’apporto militare ucraino
le forze armate polacche riescono a cominciare un’avanzata verso i territori bielorussi e in
maggio riprendono Kiev ai russi. Comincia l’avanzata russa in Polonia e nell’agosto 1920
l’Armata Rossa assedia la periferia di Varsavia. Il 16 agosto del 1920 i polacchi riuscirono a
rompere lo schieramento sovietico e quest’ultimo si ritirò all’incirca di 400 km dal territorio che
avevano conquistato. I polacchi non proseguirono l’avanzata e accettarono le richieste di pace
che provenivano pressantemente dall’occidente, principalmente dalla Gran Bretagna. I francesi,
a cui i Polacchi avevano chiesto aiuto, avevano mandato armi e un generale che avrebbe dovuto
dargli consigli tattici, cosa che non fu molto apprezzata dalla Polonia. La vittoria polacca e i
problemi interni dei sovietici fecero sì che si aprissero le trattative tra Varsavia e Mosca. Venne
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così firmato il Trattato di pace di Riga il 18 marzo 1921, con il quale la Polonia si riprese gran
parte del territorio ceduto alla Russia spostando i suoi confini a 150 km a est dalla linea Curzon
(confine russo-polacco proposto dal ministro degli esteri britannico George N. Curzon), ma ritirò
le sue truppe dalla Lituania, che non venne incamerata. Nel marzo del 1921 la Polonia è ormai
un attore molto importante dell’Europa centro-orientale. Varsavia si era ripresa territori che le
erano appartenuti prima delle spartizioni nei quali, però, i polacchi erano in minoranza → fattore
destabilizzante.

Confini russo-polacchi nel 1920


Linea verde: massima avanzata polacca (1919-20)
Linea rossa: massima avanzata russa (1920)

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XVII LEZIONE mercoledì 07/12/2011
L’area balcanica era molto turbolenta negli anni ‘20: anni della ricostruzione, dell’avvento del
fascismo in Italia, anni di crisi politica oltre che sociale. Fu il periodo in cui si affermarono in
Europa i regimi dittatoriali, e i Balcani non saranno da meno, anzi la propensione alla creazione
di regimi non democratici era ancora più forte, perché le situazioni interne erano troppo instabili
e intricate e ad avere la meglio erano i partiti piccoli ma ben organizzati.
BULGARIA
Nel periodo post prima guerra mondiale c’erano molti fattori di crisi tra i quali la necessità di
concludere il processo di costruzione della
Grande Bulgaria, e il rapporto difficile con
le campagne. Una parte del mondo agrario
voleva seguire la via bolscevica, un’altra,
quella aristocratica, era vicina alle idee
dello zar Ferdinando → emergono
elementi di conservatorismo reazionario.
Lo scontro tra queste anime diverse del
mondo agrario si concretizzerà con
l’assassinio nel 1923 da parte dell’estrema
destra di Stambolijski, primo ministro ed
esponente moderato del mondo agrario.
Gli succederà Cankov, leader dell’Unione
Democratica (partito violento di estrema
destra) e supportato dallo zar e
dall’esercito.

↑ Bulgaria dopo il trattato di Neuilly (novembre 1919)

GRECIA
1922. Fu un periodo di forti violenze nella Grecia di Giorgio II. Leader del Partito Nazionalista
era Venizelos, avvocato, personaggio di spicco della Grecia contemporanea. Aveva una politica
estera aggressiva nei confronti di Italia e Albania: rivendicava il possesso delle isole del
Dodecaneso, e della parte meridionale dell’Epiro (Epiro → regione della Grecia nord-
occidentale e dell'Albania meridionale, che si estende tra la Macedonia Occidentale a est ed il
Mare Ionio ad Ovest). Il re di Grecia Giorgio II era del tutto succube del primo ministro, aveva
una personalità indecisa, non riusciva a trovare la forza per prendere in mano le redini del
governo dello stato.
Anche la situazione economica era critica: dopo la sconfitta con la Turchia (ottobre 1922) per il
possesso dell’Asia minore (Tracia e Anatolia) era ulteriormente peggiorata.
Nei momenti di crisi in Grecia emergevano la forza e l’autorità dell’esercito, non tanto degli alti
ranghi, ma soprattutto della parte bassa: gli ufficiali si arrogarono il diritto/onere di sistemare le
cose con i mezzi che gli erano propri. Tra il 1923 e il 1925 la componente militare della società
greca iniziò pensare di dover assumersi l’onere e la responsabilità di raddrizzare la situazione
dello stato, i militari però non godevano di buona pubblicità (vd impreparazione alla guerra
contro i turchi). I soldati sconfitti tornati in patria diventarono un fattore di destabilizzazione,
andarono a riempire le fila dei movimenti di estrema destra. Nel 1923 vennero allontanati dal
paese sia Venizelos che Giorgio II, si formò un vuoto di potere che venne occupato da una giunta
militare formata da quei militari che avevano prima istigato e poi perso la guerra contro la
Turchia. Non essendo una classe dirigente abile ed esperta avranno dei problemi ad amministrare

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e nel 1928 richiameranno il primo ministro (che sposerà le loro idee) affidandogli il potere,
seppur circoscritto.
La repubblica
Il 24 marzo 1924 la Grecia diventa una repubblica grazie ad un plebiscito. Il popolo, molto
disorientato, di fronte alla scelta tra monarchia e repubblica scelse quello che riteneva essere il
male minore: la repubblica era un elemento di novità, di speranza. La repubblica sarà retta
dall’ammiraglio Pavlos Kountouriotis, che godette dell’appoggio della vecchia giunta militare.
Con l’avvento della repubblica la Grecia vive un breve periodo di rasserenamento interno.
Le condizioni sociali continuarono ad essere instabili, c’era una fascia di popolazione molto
povera e lontana dall’esercizio del potere e una fascia molto ricca. La classe media è scarsamente
esistente, figlia del commercio, posizionata generalmente lungo la costa. L’interno della Grecia è
prevalentemente agricolo, con una struttura basata sul latifondo o, dove non c’era, su territori
così frazionati che quasi non contavano.
Gli stati usciti dalla prima guerra mondiale sono stati insoddisfatti, la Grecia diventa un fattore di
destabilizzazione, ma non avrà ripercussioni gravi sul contesto internazionale perché
interverranno altri elementi più gravi.

ALBANIA
L’Albania era divisa nettamente tra la parte degli altopiani e la parte costiera.
- La costa albanese occidentale in contatto con le coste italiane (Puglia), Ragusa e Grecia era
abitata da marinai e commercianti. Spesso l’Albania aveva fornito combattenti e gran visir (=
primi ministri) all’Impero ottomano.
- La parte degli altopiani aveva una struttura differente: economia di sussistenza, pochi contatti e
nessun commercio, presenza di gruppi tribali, codici di comportamento molto rigidi, struttura
della vita piuttosto arretrata.
Trait d’union dovevano essere i fiumi. Erano di tipo torrentizio, spesso seccavano e diventavano
strade che portavano dal mare verso gli altipiani, ma erano poco frequentate.
Fu convocata per la prima volta a fine 1924 / inizio ‘25 e poi di nuovo nel ‘25 un’Assemblea
Nazionale (alla quale parteciparono tutti i gruppi tribali) che avrebbe dovuto porre fine
all’instabilità interna dovuta alla presenza di un presidente provvisorio che era il principale
elemento di disturbo. L’Assemblea Costituente proclamò la necessità di fare dell’Albania un
grande stato → necessità di un potere forte all’interno. L’Assemblea elesse Ahmet Zogu
presidente d’Albania nel 1925. Nel 1928 Zogu si proclamò Re degli Albanesi istituendo una
monarchia costituzionale, il Regno Albanese e facendosi attribuire poteri quasi dittatoriali (fu
dispregiativamente chiamato dai giornali fascisti italiani “re Zigollu”).
Si acuirono i contrasti con la Grecia per il possesso dell’Epiro meridionale. Le truppe italiane in
Epiro (Missione Tellini) avevano la missione di tracciare i confini tra Grecia e Albania e
svolgevano funzione di controllo come osservatori. Nel 1923, nella località di Giannina, lungo la
strada che avrebbe dovuto rappresentare il confine, un gruppo di osservatori italiani venne
massacrato da parte di truppe greche. Ci furono delle inchieste, non fu chiaro se si trattò di
un’azione deliberata per creare degli attriti o meno. L’Italia chiese più volte alla Grecia di
perseguire i colpevoli → crisi di Corfù.
La Grecia, come la Bulgaria e l’Albania, continuava ad avere problemi da risolvere sui propri
confini e anche al proprio interno (vd nazionalità macedone). L’area balcanica iniziò ad essere
vista come nuovo possibile focolare di una crisi internazionale.
Scoppiarono scontri tra Grecia e Bulgaria. Su intervento della Società delle Nazioni (una delle
poche volte in cui riuscì ad imporsi) le truppe si ritirarono sui rispettivi confini e ci sarà una fase
di stallo.
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Una politica estera aggressiva serve a creare consenso interno o quantomeno a sviare
l’attenzione dai problemi interni. Nei Balcani la presenza di governi forti anche se di minoranza
sarà la premessa di una fase più critica che porterà alla nascita di regimi dittatoriali in quasi tutta
l’area.

REGNO DI JUGOSLAVIA (istituito nel 1929)


Il 1928 è un anno in cui all’interno del Regno degli Slavi del Sud (o meglio “Stato degli Sloveni,
dei Croati e dei Serbi”) ci sono scontri pesanti tra le differenti nazionalità presenti.
Il Regno degli Slavi del Sud nacque con una forzatura del processo unitario grazie a una forza
trainante (Serbia), una forza che accettò di unirsi rinunciando al proprio desiderio di
indipendenza (Croazia) e una terza forza, la Slovenia, che sembrò non avere un ruolo di spicco in
tutto il processo.
Nel 1928 si iniziò a imputare a Belgrado una cattiva amministrazione a vantaggio dei serbi e a
scapito delle altre nazionalità (accusa contraddittoria in quanto c’era stato un primo ministro
croato). La Croazia puntava ad avere un ruolo autonomo, nel ‘28 su motivazioni di carattere
politico-economico-amministrativo, chiederà la separazione dal Regno degli Slavi del Sud. Non
si tratta di uno stato membro che vuole separarsi da uno stato federale, ma di un territorio che al
suo interno contiene numerose forze autonomiste e indipendentiste → saranno loro a chiedere la
separazione, non tutta la Croazia.
Il 1928 fu un anno cruciale per la Jugoslavia. In questi casi o si concede maggiore autonomia
oppure ci si irrigidisce. In Jugoslavia il governo centrale reagirà in maniera autoritaria: ci sarà un
colpo di stato organizzato dallo stesso sovrano, Alessandro di Jugoslavia che scioglie il
parlamento e si proclama dittatore attribuendosi tutti i poteri, compreso quello di capo delle forze
armate.
(Dopo la seconda guerra mondiale, Tito era conscio di come era nata e di ciò che stava
accadendo alla Jugoslavia, conosceva le istanze indipendentiste croate e autonomiste slovene.
Tito opta per una scelta federale con ampi margini di autonomia. La Croazia muoverà alla
Serbia le stesse accuse che le aveva mosso nel 1928: militarizzazione dello stato,
trasferimento di beni continui a Belgrado. Tito in questo caso però reagirà concedendo sempre
maggior autonomia. I fattori di disunione erano maggiori rispetto a quelli unitari: la
Jugoslavia non sopravvivrà alla morte del suo leader carismatico).
Le agitazioni separatiste dei croati porteranno alla nascita di un movimento separatista in
Croazia e alla proclamazione della dittatura nel 1929 da parte di Alessandro con l’appoggio dei
militari.
POLONIA
Il 1926 fu un anno topico: i vari problemi vennero a creare una situazione insostenibile. La
Polonia era uscita da qualche anno dalla guerra contro la Russia, c’era stato il miracolo della
Vistola: i russi si erano ritirati. La Polonia diventa di nuovo uno stato molto esteso all’interno
dell’Europa. Ha un problema piuttosto grave: al suo interno ci sono tante minoranze e molte
differenze sociali, nonché molti partiti politici.
Un problema sociale altrettanto grave era l’eterno problema della campagne: c’era stata una
riforma agraria subito dopo la fine della guerra, e una negli anni ’20, la proprietà fondiaria venne
frazionata in piccolissime proprietà in possesso a proprietari differenti. Questo portò da una parte
alla diffusione della proprietà privata nelle campagne, dall’altro ebbe come conseguenza
gravissima una cattiva resa dell’agricoltura. Tante proprietà in concorrenza non consentono una
razionalizzazione dell’agricoltura ed inoltre i piccoli contadini furono costretti ad indebitarsi con
i vecchi latifondisti → malcontento del partito dei contadini.
La burocrazia amministrativa polacca veniva da esperienze differenti, l’eredità delle spartizioni
continuava a pesare, c’erano più anime amministrative, quella che pesava di più era quella russa:
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amministrazione corrotta, cittadino visto più come suddito. C’era un problema generale di
ristrutturazione dello stato che andava dalle basi amministrative alla rappresentanza politica.
Esisteva un partito socialista ebraico (Bund), mentre l’anima nazionalista dello stato era
rappresentata dal Partito nazionalista di Roman Dmowski, conservatore di stampo britannico. La
presenza di forti contrasti sociali e di così tanti partiti portò a uno sviluppo molto rapido e
radicato della corruzione all’interno dell’amministrazione. Troppi partiti destabilizzavano
l’apparato governativo, i governi erano governi di coalizione. In questo contesto si rafforzano i
partiti più conservatori e autoritari.
Il vecchio presidente del consiglio dello stato provvisorio, il maresciallo Józef Piłsudski
organizzò una svolta autoritaria dello stato nel 1926: impose una revisione costituzionale e il 2
ottobre la Polonia diventa una Repubblica Presidenziale autoritaria con presidente della
repubblica Ignacy Mościcki. Furono imposte una riduzione del numero di partiti e una
limitazione al diritto di critica, fu emanato un manifesto di lotta alla corruzione statale. Si
accuserà Piłsudski di essere fascista, ma era solo un autoritario. In Polonia è considerato un
padre della patria, si giustifica il suo autoritarismo con l’esigenza di risolvere i numerosi
problemi della Polonia del tempo.

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XVIII LEZIONE giovedì 12/12/2011

DAGLI ANNI ’20 ALLO SCOPPIO DELLA II GUERRA MONDIALE


VERSO LE DITTATURE
Considerazioni generali
Fatta eccezione per la Cecoslovacchia (è un caso a sé in quanto è lo stato più democratico
all’interno dell’Europa centro-orientale fino all’invasione nazista) tutti gli stati dell’Europa
orientale (Austria, Polonia, Ungheria, Bulgaria, Romania ecc.) registrano un continuo e
progressivo slittamento verso destra.
Ci sono altri elementi comuni oltre allo slittamento a destra:
- politiche estere aggressive
- contrasti riguardo i confini
- contrasti riguardo la spartizione di etnie
- contrasti riguardo le sistemazioni date all’area dopo i trattati di Parigi
- inasprimenti delle varie questioni sociali presenti all’interno dei vari stati.
- inasprimento delle tensioni riguardo le minoranze.
- acuirsi dei contrasti tra le campagne con condizione agricola a stampo medievale e le città dove
il proletariato urbano iniziava ad essere piuttosto numeroso.
Si aggiunga anche il fatto che l’acuirsi della questione sociale faceva da base alla politica estera
aggressiva su cui si scaricava la tensione interna per creare e mantenere -dove già c’era- il
consenso.
Il contesto internazionale era capace di condizionare i fattori interni all’area che stiamo
analizzando. L’accettazione dei trattati di Parigi era piuttosto problematica sia da parte dei
vincitori che dei vinti. All’interno delle potenze di quest’area però un gruppo di paesi vorrà
mantenere saldi alcuni risultati ottenuti da Parigi:
- L’Ungheria in particolare voleva evitare il ritorno degli Asburgo
- Gli stati che avevano tratto vantaggi territoriali dal trattato del Trianon del 4 giugno 1920
(Romania, Cecoslovacchia, Regno dei serbi, Croati e Sloveni) non volevano la sua
ridiscussione. Al contrario in Ungheria nacquero velleità revanchiste → basi su cui nascerà la
Piccola Intesa nell’agosto del 1920.
LA NASCITA DELLA PICCOLA INTESA (1920-1938)
La Piccola Intesa nasce da accordi bilaterali:
- prima tra la Cecoslovacchia e il Regno degli Slavi del Sud (14 agosto 1920)
- poi tra la Cecoslovacchia e la Romania (23 aprile 1921)
- e infine tra la Romania e il Regno degli Slavi del Sud (7 giugno 1921).
La Piccola Intesa nacque appoggiata dalla Polonia e sponsorizzata dai francesi come strumento
per bilanciare l’eventuale penetrazione tedesca nell’area così come quella italiana (da questo
periodo in poi la Francia si contrapporrà all’Italia nell’area balcanica). Quelli dell’Intesa erano
accordi di cooperazione politica e soprattutto militare e puntavano a:
- isolamento diplomatico e contenimento politico del vicino ungherese, di cui i tre alleati
intendevano prevenire le istanze revisionistiche
- evitare il ritorno degli Asburgo nell’Europa danubiana
- opporsi alla revisione del trattato del Trianon.
Nel 1933 su spinta francese i tre firmarono il patto di organizzazione che rinsaldava l’alleanza e
la Piccola Intesa ebbe ufficialmente sede a Ginevra.

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UNGHERIA (dal 1919)
Il fallimento della Repubblica dei Consigli
In Ungheria, paese revisionista nei confronti del trattato del Trianon, nasce il Movimento delle
Croci Frecciate di stampo nazista. Nell’estate del 1919 si è appena conclusa la vicenda dei soviet
ungheresi grazie all’intervento dell’esercito rumeno e alla formazione in giugno di un governo
controrivoluzionario (in opposizione alla Repubblica dei Consigli comunista) che aveva istituito
l’Esercito Nazionale formato da ex militari e comandato dall’ammiraglio Horthy, ex comandante
della flotta austro-ungarica. La marcia dei rumeni verso Budapest fece allontanare Béla Kun, che
fu presto giustiziato. La controrivoluzione aveva funzionato ma il paese era dissanguato e in
preda a forte instabilità.
Il governo Huszár
Sale al governo un raggruppamento populista guidato da Károly Huszár, la cui politica è volta
all’eliminazione dei vecchi soviet. Huszár prenderà provvedimenti che alla lunga non porteranno
ad alcun miglioramento, si trattò di una politica funzionale al consenso che fu però deleteria per
la struttura e l’organizzazione dello stato. Il suo governo si resse solo grazie all’ausilio -controllo
e tutela dell’ordine pubblico- dei militari di Horthy, che potevano condizionare lo sviluppo
sociale ungherese. Horthy era un personaggio particolare, un militare autoritario che tuttavia
aveva delle aperture nei confronti di istituti a carattere democratico.
Nel gennaio 1920 saranno organizzate elezioni generali, a suffragio universale e segreto, che
conferiranno una netta maggioranza ai partiti moderati e conservatori: il Partito dei piccoli
proprietari e il Partito nazionale cristiano. La particolare visione del futuro ungherese del primo
si rifaceva ai moderati del ‘48 ungherese (monarchia elettiva di stampo costituzionale, mentre
quella del secondo propendeva per un ritorno in patria degli Asburgo. Il partito nazionale
cristiano incontrerà l’opposizione della Piccola Intesa, che era ben decisa a evitare il ritorno
degli Asburgo e la revisione del trattato del Trianon firmato il 4 giugno 1920.
Negli stati limitrofi la situazione interna era simile: c’erano partiti conservatori legati alla piccola
o grande proprietà terriera di matrice nazionalista che in seguito si uniranno a movimenti esterni
di estrema destra.
I tentativi falliti di restaurazione
Carlo d’Asburgo, che era rifugiato in Svizzera dalla primavera del 1919, spinto anche da
sostenitori interni in Austria e Ungheria propende per una politica di ritorno, che era abbastanza
plausibile in Ungheria -ma non in Austria-. In aprile e successivamente in ottobre (1921) Carlo
tentò la marcia su Budapest, che si rivelò disastrosa. Nel novembre 1921 Carlo chiese ancora una
volta il ripristino del potere asburgico, ma il 6 novembre il parlamento ungherese votò la legge
legge di detronizzazione con cui gli Asburgo furono privati di qualsiasi diritto al trono in
Ungheria, da quel momento libera di eleggere il proprio sovrano. A causa dell’atteggiamento
ostile del reggente e del Presidente del Consiglio nonché delle minacce di intervento armato da
parte degli stati della Piccola Intesa, alla fine Carlo dovrà rinunciare ad ogni tentativo di rientrare
in Ungheria come sovrano. La legge fu votata su spinta nemmeno tanto lieve dei paesi della
Piccola Intesa. In precedenza, quando già nel 1920 Carlo scriveva lettere dalla Svizzera, la
Piccola Intesa -ancora non tale- aveva chiesto e ottenuto dagli stati vincitori della prima guerra
mondiale l’intervento sul governo ungherese affinchè non facesse rientrare gli Asburgo nel
paese. Con la legge di detronizzazione finisce l’era asburgica nell’Europa centro-orientale.
La reggenza di Horthy
Horthy, che nel frattempo (1 marzo 1920) era stato nominato reggente d’Ungheria
dall’Assemblea nazionale, firmò il Trattato del Trianon come primo atto ufficiale e portò avanti
una politica di normalizzazione volta ad eliminare i residui della Repubblica dei Consigli, sedare
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le rivolte nelle campagne e creare un sistema di governo in cui il ceto che esprimeva i militari
fosse l’elemento centrale. Scatenò un periodo definito “Terrore bianco” che si prolungò per tutto
il 1920 (processi sommari, incarcerazioni, requisizioni delle ricchezze, impiccagioni nei
confronti dei capi della Repubblica dei Consigli).
A partire dal 1921 l’Ungheria fu, fino al 1944, una monarchia costituzionale senza re, in cui le
funzioni di Capo dello Stato erano esercitate da un reggente. Horty la rese uno stato conservatore
con tendenze autoritarie, ma, a differenza della Polonia, non ci fu mai un regime totalitario.
Volendo fare un paragone tra l’Ungheria di Miklós Horthy e la Polonia di Józef Piłsudski,
diventato nel frattempo maresciallo di Polonia (marzo 1920), rispetto a quest’ultimo, che aveva
origini socialiste ma in seguito assunse tratti autoritari, Horthy era meno autoritario: il reggente
ungherese mantenne, pur in un regime conservatore, le garanzie costituzionali e in Ungheria i
socialisti godevano della stessa immunità parlamentare degli altri. Inoltre, mentre Piłsudski non
veniva dalla carriera militare, Horthy era proprio un militare puro e aveva fatto carriera
nell’esercito.
La struttura politico-amministartiva ungherese
L’Ungheria è una monarchia costituzionale con un parlamento diviso in due Assemblee:
- la Camera Alta, ripristinata nel 1926, espressione della nobiltà, della chiesa e delle grandi
amministrazioni statali
- la Camera dei Deputati, eletta a suffragio universale segreto nelle città e con voto pubblico
nelle campagne.
Dal 1921 al 1931 il Presidente del Consiglio fu il conte István Bethlen, amico di Horthy.
Il partito socialdemocratico ungherese era rappresentativo anche dei lavoratori che altrimenti
sarebbero stati rappresentati da quello comunista dichiarato fuori legge che operava in
clandestinità -nelle città ma anche nelle campagne, dov’era presente il bracciantato-.

LO SVILUPPO ECONOMICO NEGLI ANNI ‘30


CECOSLOVACCHIA
Le differenze nell’industrializzazione tra l’area boemo-morava e la Slovacchia
Negli stati limitrofi la situazione economica era diversa: tutti dovettero affrontare i problemi
legati alla riconversione soprattutto degli ordinamenti giuridici. Le regioni più sviluppate, quelle
in cui era già presente un’industria manifatturiera, si avvantaggiarono maggiormente (vd Boemia
e Moravia in Cecoslovacchia). Comincia a crearsi un certo distacco e contrasto tra l’area boemo-
morava (prima tedesca, più industrializzata) della Cecoslovacchia e la Slovacchia (prima
appartenente all’Impero ottomano, poi all’Ungheria, era quella più arretrata e agricola). Ci fu
come una colonizzazione della parte slovacca da parte dei cechi della Boemia e della Moravia.
Da parte slovacca ci sarà sempre un’accusa nei confronti di Praga per aver condotto una politica
troppo accentratrice.
ROMANIA
La Romania negli anni ’30 ha un’economia che si fonda ancora molto sull’agricoltura, per cui le
campagne hanno ancora un peso determinante e votano a destra.
UNGHERIA
Negli anni ’30 il partito governativo ungherese si diresse ulteriormente verso destra con una
politica economica volta a tutela dei piccoli proprietari nelle campagne e dei grandi latifondisti
nelle città.
L’Ungheria di Horthy deve affrontare gli stessi problemi economici degli altri paesi ma se la
Cecoslovacchia si era formata incamerando terreni, l’Ungheria ne aveva persi alcuni molto

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importanti. Di conseguenza la ricostruzione economica dell’Ungheria ha un costo superiore alle
altre aree e per di più si tratta di un paese che è uscito dalla guerra e si trova di fronte al
problema dei reduci e ad una struttura economica fragile. Quando la crisi di Wall Street arrivò in
Europa le ripercussioni furono molto più forti nelle economie strutturate. In Ungheria si
manifesta una crisi generale dell’agricoltura che ebbe ripercussioni sul piano politico. Il partito
dei piccoli proprietari, che riceveva i voti di quelli che la crisi la subivano, reagisce alla crisi
scindendosi al suo interno. In Ungheria l’agricoltura era fondata sui braccianti e i piccoli
proprietari, che vivevano solo di agricoltura. Il più ricco reagisce alla crisi licenziando e quello
che produce vende il raccolto a prezzi aumentati. Tra i piccoli proprietari alcuni si comportano
come i più ricchi e altri no: il loro partito si spacca in due in due fasi tra il ‘30 e il ’31.
- La parte destra del partito, formata da elementi della nobiltà, sosterrà il governo e il nuovo
presidente del Consiglio Gyula Gömbös (1932-1936) nominato dal reggente.
- L’ala sinistra formò il Partito indipendente dei piccoli proprietari, un partito piccolo che non
era capace di esprimere una forza di governo.
Dinnanzi alla crisi si verificò inoltre un aumento delle aree estreme e reazionarie. Il partito
comunista si rafforzerà seppur sempre fuori legge. Quando si rafforza l’ala sinistra,
contemporaneamente si rafforza l’estrema destra che nelle piazze e nelle organizzazioni contesta
la sinistra. Lo scenario è perfetto per la penetrazione del nazi-fascismo.

LA SVOLTA TOTALITARIA UNGHERESE


E’ negli anni ‘30 che l’antisemitismo ungherese si manifesta in maniera sempre più pesante e
coinvolgente, è pericolosa la vicinanza con i tedeschi, nasce nel 1935 il Partito delle Croci
Frecciate. Furono presi provvedimenti legislativi contro gli ebrei per limitare la presenza di
ungheresi di nazionalità/origine ebraica prima nella pubblica amministrazione e poi nelle libere
professioni. Nell’aprile del 1938 il governo Daranyi (1936-1938) fece votare una legge che
istituiva un numerus clausus del 20% per l’ammissione degli ebrei ad alcune professioni.
Quando il governo Imredy, che gli successe, volle ridurre la percentuale al 6% si scontrò con
l’opposizione della Camera Alta e la percentuale rimase fissa al 20%.
Alle elezioni di maggio nel 1939, le ultime in Ungheria, dopo una campagna elettorale dai toni
molto forti e svoltasi in condizioni precarie per l’opposizione e molto vantaggiose per i partiti di
destra, il partito governativo ottenne 183 seggi alla Camera dei Deputati contro i 15 dei
socialdemocratici e del Partito indipendente dei piccoli proprietari. L’estrema riuscì a far
eleggere 40 deputati, di cui 31 appartenenti alle Croci Frecciate, diventato ormai un partito
filonazista.

Mancano appunti delle conferenze sulle religioni (14-15 dicembre 2011)


- 14 dicembre 2011 - La questione religiosa in Europa orientale e Russia in età moderna e contemporanea
- 15 dicembre 2011 - Ateismo di stato: religione e comunismo (1945-1990)

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XIX LEZIONE lunedì 09/01/2012

I confini della NATO (1949) in blu e del Patto di Varsavia (1955) in rosso

DAL ‘55 ALLA PRIMAVERA DI PRAGA


La destalinizzazione
Gli anni dal ’50 al ’60 corrispondono alla fase della destalinizzazione, in cui l’astro nascente
della politica sovietica, Chruščëv, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista
dal 1953 al 1964, assume grande credito all’estero. La destalinizzazione oggi è considerata un
fenomeno complesso, dai molti aspetti politici, economici, sociali e giuridici. Fondamentalmente
comportò l’eliminazione di tutte quelle strutture create quando Stalin era Primo Segretario del
partito.
Comincia dopo la morte di Stalin con la critica di Chruščëv nei confronti del culto della
personalità, dell’idealizzazione del capo e della sua conseguente deresponsabilizzazione da
qualsiasi aspetto negativo della sua politica. A tutto ciò si era arrivati attraverso la costruzione
dell’immagine idealizzata del capo, al quale venivano riconosciute caratteristiche che la gente
comune non aveva. Stalin era considerato dalla popolazione un padre severo ma giusto anche se
nell’esercizio del potere fu un capo durissimo in più di un’occasione, veniva promosso come
personaggio positivo, dalle caratteristiche sovraumane.
L’intera struttura politico-amministrativa dell’Unione Sovietica era difficile da destalinizzare,
era difficile da accettare il fatto che tutto dovesse essere messo in discussione ma si trattava di un
processo che non poteva essere rimandato. I dirigenti dei partiti al potere si erano formati sotto
Stalin e avevano studiato in termini staliniani il modo di instaurare i rapporti di potere, ne
imitavano i modi, l’amministrazione. E’ un processo ancora più complesso se visto nell’ottica
del Patto di Varsavia, nel quale la Russia era strumento di coesione forte tra stati disparati tra
loro per interessi, divisi da antichi odi ed invidie.
La destalinizzazione avvenne in tempi e con sviluppi differenti a seconda degli stati, l’unico
elemento comune fu che per cinque o sei anni (nel periodo in cui Chruščëv fu al potere) si
allentarono le maglie del controllo sulla popolazione all’interno degli stati dell’Europa orientale,
nei quali comunque una parte maggioritaria della popolazione dava un consenso che il più delle
volte era spontaneo, nonostante spesse volte le elezioni nell’Europa dell’est non fossero state
molto regolari. Le mancate libertà e l’appiattimento erano un prezzo accettato in cambio dei
miglioramenti, quali il raggiungimento della piena occupazione (c’era lavoro per tutti, anche se
poco retribuito, e un’abitazione per tutti, anche se in coabitazione - la crisi degli alloggi era però
sempre presente soprattutto a Mosca-), miglioramenti nell’istruzione, nell’alimentazione, nel
settore sanitario (sviluppi nella cura delle malattie).
In seguito alla destalinizzazione vi furono crisi che si conclusero con l’intervento da parte delle
truppe del Patto di Varsavia: la Rivolta Ungherese del 1956 fu una vera e propria rivolta armata

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mentre durante la Primavera di Praga del 1968 i cechi non combatterono propriamente. Furono
risolte con l’invio di truppe del Patto di Varsavia.
Nel 1964 cessa il segretariato di Chruščëv e gli succederà al potere Leonìd Brèžnev. L’Urss è
una potenza matura e forte senza troppi pericoli all’esterno, in cui aumenta il confronto con gli
stati dell’Europa orientale. Come nasce e perché questo confronto? Alla fine degli anni ‘50
all’interno dei singoli stati dell’Europa dell’est ciò che i vari regimi al governo avevano fatto
aveva provocato sviluppi differenti che crearono contrapposizioni figlie anche di culture diverse.

GLI STATI DEL BLOCCO SOVIETICO E IL RAPPORTO CON L’URSS


UNGHERIA
E’ uno stato che fino a poco tempo prima faceva parte di un impero. Dopo la prima guerra
mondiale dovette affrontare diversi aspetti inerenti all’essere diventata una piccola potenza
(revanchista). L’internazionalismo russo dovette confrontarsi con una tradizione culturale
ungherese molto forte e in netto contrasto con quella russa. Gli ungheresi non avevano una
grande opinione dei russi.
Per quanto riguarda la realtà economica, quella ungherese si fondava sulla proprietà diffusa della
terra. La piccola proprietà ungherese mal accettava qualsiasi proposta di collettivizzazione, tanto
più che l’agricoltura ungherese funzionava così come era stata impostata. L’Ungheria accettò ma
con riluttanza la presenza comunista. (Ricordiamo che l’esperienza della Repubblica dei Consigli
del 1919 fu fallimentare).
Dal punto di vista politico l’Ungheria guardava piuttosto all’Europa occidentale per tradizione
culturale. L’imposizione di un regime a partito unico non venne mai accettata del tutto e quegli
stessi miglioramenti che il partito portò nelle campagne e nella vita del proletariato urbano
ungherese vennero accettate ma con un duro confronto continuo con la propria cultura e la
rinuncia alla libertà. Gli ungheresi non si ribellarono subito a causa della forte presenza dell’Urss
ma alla prima possibilità avrebbero scatenato la rivolta.
LA CONTESTAZIONE
La Rivoluzione Ungherese del 1956
Con l’inizio della contestazione al regime si contesteranno non solo gli elementi economici e
politici ma anche l’appartenenza stessa al COMECON (Il Consiglio per la Mutua Assistenza
Economica degli stati comunisti fondato nel 1949 e corrispondente alla CEE occidentale) e alla
sua controparte militare, il Patto di Varsavia.
La differenza della Rivoluzione Ungherese con la Primavera di Praga sta nel fatto che a Praga si
voleva cambiare dall’interno il partito comunista, il quale avrebbe dovuto avere un ruolo non più
dominante ma di guida al servizio del paese. La Primavera di Praga costituiva un attacco
all’ideologia comunista dall’interno. La matrice culturale delle rivolte ceche si manterrà nel
tempo, elemento principale della Primavera di Praga sono infatti gli intellettuali, che scendono
nelle strade chiedendo qualcosa di concreto.
Letto la Dichiarazione politica del 4 luglio 1968 del circolo degli scrittori indipendenti.

Il ’68 polacco
Il principio della sovranità limitata (dottrina Brežnev) consisteva nel diritto per la Russia di
intervenire in uno degli stati dell’Europa dell’est a regime comunista nel caso fosse stato ritenuto
in pericolo. La crisi di uno soltanto dei paesi satelliti poteva infatti avere ripercussioni anche
all’interno dell’Urss.

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Brežnev nel 1968 disse:
“Quando le forze che sono ostili al socialismo cercano di portare lo sviluppo di alcuni paesi
socialisti verso il capitalismo, questo non diventa solo un problema del paese coinvolto, ma un
problema comune ed una preoccupazione per tutti i paesi socialisti.”
Nell’Europa orientale la contestazione si espande: vi furono manifestazioni in forma occidentale
solo in Polonia, dove a fine marzo-inizio aprile gli studenti di Cracovia, Danzica, Varsavia ecc.
scesero in piazza. Nei confronti dei dimostranti la polizia polacca intervenì molto duramente. Il
‘68 polacco è l’inizio di un periodo che porterà all’occupazione.
L’appoggio della chiesa cattolica polacca
Vi fu un appoggio prima sotterraneo e poi via via sempre più diffuso e deciso da parte della
chiesa ai movimenti di protesta. Negli anni la chiesa polacca sarà l’antagonista del regime (non
era sempre stato così) e tra le altre chiese europee fu quella che si mosse di più. La chiesa
cattolica agirà anche in Ungheria, anche se in maniera meno decisa.
La differenza tra l’operato della chiesa cattolica polacca e ungherese sta nel fatto che i polacchi
agirono in maniera più oculata, la guida del movimento cattolico (il cardinale Stefan Wyszyński)
seppe dialogare con il regime e creò delle aree all’interno delle quali far crescere il dissenso e
creare una certa autonomia per la chiesa. Nel 1950 infatti venne siglato un accordo tra la
conferenza episcopale polacca e il governo, accordo in base al quale la chiesa rinunciava a molte
prerogative ma lo stato le riconosceva un ambito in cui muoversi in autonomia. Wyszyński non
contestò mai la legittimità del governo ma ogni aspetto della sua politica che violava i termini di
tale accordo. A partire dal 1956, anno in cui Władysław Gomułka divenne Segretario Generale
del Partito Comunista polacco, la chiesa ricavò sempre più ampi spazi di manovra che le
consentirono di aumentare la sua forza nella società. La chiesa polacca aveva un’organizzazione
molto rigida ma collaborava con lo stato principalmente nel settore dell’istruzione. La chiesa in
Polonia era quindi strumento di contrasto al regime ma anche di controllo sociale, in quanto
aveva margini di libertà ben sfruttati (oratori, pellegrinaggi) → chi non era di fede cristiana non
aveva comunque motivo di contestarla.
I problemi con la chiesa ci furono quando essa prevaricò lo stato violando gli accordi del ‘50
(all’interno delle chiese non si doveva far politica, le omelie non dovevano avere contenuto
politico, non bisognava distribuire stampa contraria al regime). La chiesa si pose la domanda:
stare accanto ai cattolici o rispettare al massimo gli accordi disinteressandosi della popolazione?
Prima con Wyszyński e poi con Wojtila la chiesa si schiererà a favore dei cattolici contro il
regime.
La Primavera di Praga del 1968
Il ‘68 è l’anno della Primavera di Praga. All’occupazione della capitale si giunge per gradi, dopo
che il Segretario del Partito Comunista cecoslovacco Dubček tenterà di trasformare in senso
democratico dall’interno lo stesso Partito Comunista. Nell’aprile del ‘68 Dubček, succeduto ad
Antonín Novotný nella segreteria del partito, annunciò un programma di riforme politico-sociali.
In Ungheria le richieste di libertà democratiche avevano portato alla nascita di un movimento
antisovietico oltre che anti comunista e alla minaccia dell’intervento armato. Il programma di
riforme cecoslovacco prevedeva in economia una serie di provvedimenti di stampo capitalista (la
possibilità di vendere prodotti sul mercato, l’inserimento del profitto, una maggior autonomia
nella scelta degli obiettivi e nella richiesta di finanziamenti per le aziende). Si incrinava la
posizione di preminenza del partito. La destalinizzazione era ormai avvenuta ma a Mosca l’idea
di un regime comunista che acquisisse elementi tipici delle democrazie occidentali non andava:
avrebbe comportato la crisi dell’assetto strategico del Patto di Varsavia.

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Gli ungheresi richiedevano libertà di pensiero, di parola, di manifestazione, di organizzazione
(attività immediatamente precedenti alla nascita di partiti politici). Il ‘68 di Praga non ha niente a
che vedere con il ‘68 delle capitali occidentali, dove si protestava contro un potere rigido che
non lasciava spazio ai giovani. In Europ orientale si protestava per ottenere diritti che in
occidente erano già dati per scontati, e la protesta era indirizzata contro un governo poco liberale
che aveva un sistema importato dall’Unione Sovietica (contro la quale alla fine era rivolta la
protesta).
C’era un clima di grande risveglio (→ da cui il termine “primavera”), di fermento culturale, ci si
scambiavano lettere, programmi politici, c’era una tensione giovanile e un desiderio di libertà
che non potevano non essere destabilizzanti per quel tipo di regime.
La discussione più pericolosa era quella sul ruolo del partito. Proprio perché l’autonomia
richiesta dal partito cecoslovacco aveva attaccato l’ortodossia russa (Mosca infatti dettava legge
e stabiliva le politiche del partito negli stati satelliti, guidava e caratterizzava la vita della
popolazione) Dubček era stato defenestrato in precedenza. I cechi chiedevano che il Partito non
fosse l’elemento dominante ma il servitore della popolazione. Oltre ai cechi anche gli slovacchi,
che imputavano a Praga un comportamento quasi imperialista, chiedevano il rispetto della
propria autonomia. La Cecoslovacchia si avviava a essere il primo stato comunista con leggi e
istituzioni di stampo liberale (= il socialismo dal volto umano).
Si chiedeva ai regimi di mettersi in discussione e gli si prospettava anche la possibilità di
doversene andare: criticare la primogenitura del Partito Unico era però inammissibile anche per
una parte degli stessi comunisti cechi, così come per Dubček. Egli in realtà non criticava
duramente l’idea del Partito Unico ma il modo in cui le idee alla base dell’ideologia comunista
erano state poi messe in pratica: si voleva una riforma del Partito dall’interno.
L’alleato sovietico chiese al Partito Comunista Cecoslovacco maggior cautela nell’apertura alle
richieste della piazza. Il segretariato del Patto di Varsavia (l’organizzazione militare
dell’alleanza) fece un avvertimento volto a rallentare il fermento interno: sarebbero intervenute
le truppe e avrebbero invaso la Cecoslovacchia. Dal 20 al 21 agosto 1968 la Cecoslovacchia
verrà invasa → applicazione della dottrina Brežnev. L’invasione sovietica ebbe una forte eco in
occidente, alla notizia venne dedicata l’uscita in edizione straordinaria di molti giornali nonché
numerosi interventi in televisione. L’invasione cecoslovacca ottenne una condanna più forte
rispetto a quella ungherese, la stampa comunista italiana, Ceausescu e lo steso Tito la
condannarono: iniziò una fase di distacco e di dissenso nei confronti della grande madre russa.
Da parte russa fu fatta propaganda contro chi voleva allontanarsi dalla retta via socialista,
Dubček verrà imprigionato e morirà dopo pochi anni. (La popolazione cecoslovacca lottò
pacificamente contro l’invasore, ci furono pochi morti).
Nel ‘68 anche la Polonia era in piena contestazione al regime. In questo caso però la
contestazione non era volta a fare del regime uno stato liberale e democratico, ma era scoppiata
per mancanza di cibo.
La Bulgaria si schierò con Mosca e giustificò l’intervento, così come i tedeschi orientali.
I rumeni dissentirono: Ceausescu era il fautore di una politica estera autonoma, non temeva di
dover criticare la politica del Cremlino, aveva già rapporti consolidati con la Cina.
Le ripercussioni internazionali per l’Urss furono scarse: nonostante le proteste diplomatiche,
Mosca continuerà a fare ciò che faceva prima non lasciandosi influenzare dalle condanne
internazionali.
Il ‘68 lascia un’eredità di contestazione all’intero sistema e di contestazioni a singoli personaggi
che di volta in volta saranno reputati essere i responsabili delle varie crisi a cui i paesi
dell’Europa dell’est andranno incontro dal ‘68 in poi.
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XX LEZIONE lunedì 09/01/2012

Gli anni ‘70 sono gli anni dell’inizio della crisi in Europa Orientale. Portarono a compimento
fattori di crisi già insiti a partire dalla fine della II guerra mondiale. Fattori esterni al sistema
comunista e fattori relativi alle singole società comuniste provocarono un’accentuazione dei
fattori di crisi già esistenti e un loro peso maggiore rispetto agli elementi di stabilità. L’obiettivo
è cercare di capire perché dall’inizio degli anni ‘90 un sistema che si reputava solido sia crollato
in così poco tempo.
Fattori di crisi (validi per tutti i paesi del blocco sovietico):
1. difficoltà nell’applicazione dell’economia di comando (pianificata), la quale doveva fare i
conti con le realtà pregresse e i differenti sviluppi economici dei singoli stati. L’economia di
comando ebbe ripercussioni forti nei paesi in cui l’economia era più arretrata e ripercussioni
meno gravi nei paesi in cui l’economia era più sviluppata.
2. Rapporto tra il partito comunista e la società civile (non iscritta o, se iscritta, che non
partecipava alle scelte del partito). I vari partiti comunisti, eccetto la ex Jugoslavia, non
furono in grado di accettare le sfide provenienti dalla stessa società, provocate dai
cambiamenti che i partiti avevano inserito. Cambiamenti che riguardavano il campo
dell’istruzione, le condizioni igieniche, le libertà civili. L’avvicinamento alla cultura (anche se
cultura di regime) divenne diffuso, e questo processo comincerà a richiedere una maggior
capacità decisionale all’interno dell’intero sistema politico. Dinnanzi a queste spinte tutti i
partiti comunisti risponderanno in maniera conservatrice.
3. Rapporto con l’alleato principale. Non era solo un rapporto fra stati ma fra partiti. Il partito
comunista russo, leader tra i partiti che formavano il sistema comunista nell’Europa dell’est,
era il depositario dell’ortodossia, della retta interpretazione del messaggio marxista. Quando
vennero intaccate prerogative che si ritenevano essere necessarie all’esistenza dei partiti stessi
si ebbero reazioni diverse: in Polonia, Romania, Cecoslovacchia e Jugoslavia i contrasti
saranno sì tra stati sovrani ma anche tra i partiti stessi e il partito comunista sovietico.
Fattori di stabilità presenti nell’area:
1. Legame di tipo ideologico con l’Unione Sovietica. Mosca era stata il faro principale del
comunismo internazionale, un senso di lealtà profonda legava i partiti all’alleato russo.
2. Alleanza militare. Il Patto di Varsavia (1955) nato in funzione anti NATO era un elemento di
coesione molto forte, ed aveva svolto nel tempo anche funzioni di polizia interna ed era
quindi un fattore di stabilità repressiva (vd l’intervento in Ungheria nel 1956, in
Cecoslovacchia nel 1968, il più volte minacciato intervento in Polonia).
3. Accordi economici all’interno dell’area. Il COMECON (Consiglio per la Mutua Assistenza
Economica corrispondente alla CEE occidentale, fondato nel 1949) aveva un’organizzazione
particolare: non c’era trasferimento di moneta ma di merci e servizi. Esisteva una divisione
del lavoro in forza della quale ad ogni stato era attribuito un compito. Ciò provocò la rabbia
dei rumeni che avevano il petrolio e vedevano un futuro industriale per il proprio paese, al
quale invece era stato assegnato un futuro agricolo. Questi erano accordi molto solidi che
garantivano un sistema di scambio che sopperiva alle carenze di ognuno.
4. Rapporti vincolanti tra gli stati del blocco sovietico (ogni stato influenzava l’altro) e rapporti
ancora più stretti tra i vari stati e l’alleato leader. Gli accordi bilaterali che legavano i singoli
stati e l’Urss rendevano il rapporto di subordinazione ancora più deciso e forte.
Rapporti con gli USA
All’esterno del sistema c’è un insieme di rapporti bipolari tra USA e URSS (superpotenze che
dominano la scena politica internazionale). Nel 1970 comincia la fase di distensione fra i blocchi
(che in realtà andrebbe indicata solo come distensione fra USA e URSS). L’URSS raggiungerà

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la parità militare nei confronti degli USA negli anni ’70 e sarà in grado di iniziare una politica
estera distensiva e di risolvere i problemi in sospeso. Comincia una lunga trattativa che porterà
nel tempo a:
- firma di un accordo nel 1970 tra URSS e Repubblica Federale Tedesca (Germania dell’Ovest)
il quale sanciva il riconoscimento dei confini della seconda guerra mondiale (e quindi
l’esistenza di due germanie), rapporti commerciali più stretti che permettevano alla Germania
occidentale di stabilire scambi con i paesi orientali e l’URSS).
- negoziato precedente al Trattato per la Limitazione degli Armamenti Strategici (SALT) del
1972.
- firma del trattato di Helsinki (Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa) nel
1975.
Nixon era alla presidenza negli anni ‘70 (fu poi costretto a dare le dimissioni nel 1974): fu un
presidente repubblicano meno muscolare rispetto ad altri presidenti democratici ma seppe fare
una buona politica e seppe scegliersi i collaboratori giusti. Una distensione tra Mosca e
Washington avrebbe avuto ricadute positive soprattutto in Europa, dove i rapporti tra le forze
armate del Patto di Varsavia e di quelle NATO erano decisamente a vantaggio delle prime.
Comincia un processo di distensione, dove per distensione si intende anche riduzione degli
attacchi propagandistici degli uni contro gli altri: per quanto gli USA continuassero a ritenere
Mosca il “male assoluto” e viceversa, i toni furono ridimensionati. Si puntò più sulla
collaborazione internazionale in campi in cui apparentemente non c’erano ricadute politiche: si
iniziò a parlare di cooperazione nel settore della ricerca scientifica, medica, spaziale, delle
scienze pure. Doveva servire a dimostare che stava nascendo una nuova era nella quale la
collaborazione tra paesi con ideologie diverse era possibile.
Tre impegni o “panieri” discussi alla Conferenza di Helsinki:
1. Aspetto politico e di sicurezza internazionale. C’era la necessità di risolvere un problema
enorme, che si trascinava dalla fine della seconda guerra mondiale: non si era data una
soluzione alla definizione delle frontiere, dei confini tra stati successori della seconda guerra
mondiale, cioè tra le due germanie, la Germania e la Cecoslovacchia (quella dei Sudeti era
ancora una questione aperta, non era stato abrogato il Patto di Monaco che sancì nel 1938
l’annessione di territori cechi alla Germania). La tecnica negoziale dei paesi dell’est era molto
avanzata, la diplomazia dell’est si presentò preparata, abile, spregiudicata e compatta a
Helsinki, mentre c’erano delle crepe nello schieramento occidentale, che si presentava
eterogeneo, con interessi diversi.
2. Rapporti economico-commerciali tra stati occidentali e orientali. Tra i paesi del COMECON e
l’Europa occidentale esistevano rapporti di scambio commerciali che i paesi dell’Europa
occidentale volevano rafforzare e i paesi dell’est volevano migliorare a proprio vantaggio
attraverso trasferimenti di conoscenze, tecnologie, tecniche scientifiche ecc.
3. Diritti civili. I diritti umani erano la parte su cui più battevano gli stati dell’Europa
occidentale: libertà di movimento all’interno dei singoli stati e da/per l’estero, libertà di
circolazione delle idee, possibilità di manifestarle, libertà di stampa e di accesso a libri non
censurati, libertà di professare il credo religioso che si riteneva più consono. Era prevista
anche la creazione di un sistema di tutela alle eventuali concessioni sulle libertà civili.
Polonia
In Polonia mancavano, a fronte di un’industria nascente (specialmente di tipo cantieristico),
generi di prima necessità (burro, carne, zucchero…). Nel ‘70 i polacchi di Danzica scesero sul
piede di guerra e cominciarono a fare manifestazioni per strada bruciando sedi di partito. A ciò
dobbiamo aggiungere una crisi dovuta ad un aumento dei prezzi. Si sopperiva alla mancanza di
generi di consumo con il mercato nero. La protesta fu così forte e veemente che il partito
comunista (Partito Operaio Unificato Polacco) fu costretto ad un avvicendamento (poco più di
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10 anni prima, nel 1956, Bolesław Bierut venne sostituito da Władysław Gomułka): ora, nel
1970, il primo segretario venne sostituito da Edward Gierek. Questo avvicendamento portò ad un
miglioramento ma non ad un cambiamento della politica. Gierek aumentò i prezzi dei generi
alimentari promettendo però il blocco di quegli aumenti e contemporaneamente aumentò di poco
i salari. Negli anni ‘70 cominciarono i contatti tra banche polacche e banche tedesche. La
Polonia chiese soldi alla Germania ma impose un blocco nella possibilità di acquistare terreni in
Polonia da parte di cittadini europei: i polacchi temevano che i tedeschi acquistassero i territori
persi con la seconda guerra mondiale. La politica di Gierek porterà ad un miglioramento
temporaneo. I problemi di mancata elasticità del partito continueranno ad esserci e le crisi si
riproporranno nel tempo.
Sempre in quegli anni si concluse l’esperenza politica di Dubček (1969), che viene espulso dal
Partito Comunista Cecoslovacco (PCC) a causa della sua eterodossia. Rappresenterà la fine del
sogno del “socialismo dal volto umano”, fu uno shock per la sinistra italiana.
La Jugoslavia nel 1970 firmò - per prima tra gli stati del blocco orientale - un trattato con la
Comunità Economica Europea. Tito era stato da sempre abile nello sfruttare la posizione di
confine della Jugoslavia.
Rapporti con la santa Sede
Nel 1971 accade un altro avvenimento importante: il viaggio di Monsignor Agostino Casaroli,
segretario di stato di Paolo VI a Mosca. Viaggio che fa parte della diplomazia verso l’est che la
Santa Sede aveva iniziato in quel periodo. Con l’apertura verso il paese leader del blocco
comunista cercava di ottenere dei margini di libertà per chi all’interno del blocco professava il
cristianesimo. La politica estera della chiesa negli anni ‘70 era molto attiva. L’apertura a Mosca
era anche un’apertura che nasceva da rapporti migliorati con il Partito Comunista Italiano (il
Segretario generale del PCI all’epoca era Luigi Longo) e dall’esigenza di dare voce alla Chiesa
del Silenzio. Da lì a poco con l’elevazione al soglio pontificio di Papa Giovanni Paolo II, (Karol
Józef Wojtyła) nel 1978 avrà chi parlerà per essa, ma negli anni ‘70 è una chiesa martire,
sofferente, che ha bisogno di aperture, di rapporti. Paolo VI stabilì un rapporto dialogante con
Mosca. Il viaggio porterà all’inizio di un disgelo tra la Santa Sede e il Cremlino.

DDR
Walter Ulbricht, presidente della Repubblica Democratica Tedesca (Deutsche Demokratische
Republik - DDR - Germania dell’Est) fino al 1973 e Segretario Generale del Partito Socialista
Unificato di Germania (SED) fu costretto a dimettersi nel 1971 dalla guida del partito a causa di
scioperi e manifestazioni in Germania. Gli succederà Erich Honecker, il quale restaurerà il
potere del partito pacificando la situazione interna.
Cecoslovacchia
Nel ‘71 si completa l’opera di normalizzazione della Cecoslovacchia attraverso l’incarceramento
e l’espulsione dei reduci della Primavera e il Segretario del Partito Comunista Cecoslovacco
Gustáv Husák normalizzerà la situazione del partito com’era prima della Primavera. Ma niente
sarà più come prima: i germi della contestazione erano rimasti e non aspettavano altro che il
ripresentarsi della situazione giusta per esplodere di nuovo.
Bulgaria
Nel maggio del 1971 venne emanata la nuova costituzione bulgara (Costituzione Živkov). Il
Segretario del Partito Comunista bulgaro Todor Živkov divenne anche Presidente del Consiglio
di Stato, organo collegiale che sostituiva la Pesidenza della Repubblica negli stati comunisti.

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BRD e Cecoslovacchia (questione dei Sudeti)
Nel 1972 l’offensiva diplomatica della Repubblica Federale Tedesca (Bundesrepublik
Deutschland - BRD - Germania dell’Ovest) non si limita al raggiungimento di un accordo con
l’URSS ma tende a normalizzare le situazioni tedesche anche con gli stati dell’area. Lo stato con
cui esistevano dei contenziosi era la Cecoslovacchia (per la questione dei Sudeti). Nel 1972 ci fu
un accordo tra la Germania Federale e la Cecoslovacchia che eliminava i precedenti atti giuridici
che regolavano i rapporti tra i due stati, abrogava gli effetti del Patto di Monaco e sanciva la
rinuncia ufficiale della Germania a qualsiasi rivendicazione del territorio dei Sudeti. La
diplomazia germanica era volta alla penetrazione economica: rinunciando formalmente ai Sudeti
in realtà i tedeschi sancivano la continuazione dei rapporti economici. Ci fu un rafforzamento
della penetrazione economica e dell’investimento del capitale tedesco in quest’area. I tedeschi
erano essi stessi fonte di sviluppo nelle zone che nella seconda guerra mondiale avevano
distrutto.
DDR
La DDR, Repubblica Democratica Tedesca, era l’ultimo problema da risolvere. Un
emendamento del 1974 alla Costituzione eliminava i riferimenti alla "Nazione tedesca" e
all'"unità nazionale", indicando inoltre la Germania Est come uno "Stato socialista di lavoratori e
contadini" e "una componente inseparabile della comunità dei Paesi socialisti". Ciò serviva a
completare quel processo di restaurazione che Erich Honecker, succeduto a Walter Ulbricht,
aveva iniziato sin dal 1971. La modifica della costituzione estendeva il potere del governo
diminuendo quello del Consiglio di Stato. La DDR si identificava come Germania socialista,
c’era un confine rigido che la divideva da quella federale. Fu proprio la definizione di questo
confine, questa distinzione che favorì paradossalmente un riavvicinamento.
Romania
Nel 1974 Nicolae Ceaușescu, Segretario generale del Partito Comunista Rumeno dal 1965, viene
eletto dall’Assemblea Nazionale anche Presidente della Repubblica, consolidando così il proprio
potere e seguendo una politica estera indipendente.
Jugoslavia
Nel 1974 si conclude in Jugoslvia un periodo di crisi provocata da rivendicazioni autonomiste e
si approva una nuova costituzione. Si approvò la riduzione del Consiglio di Presidenza a 9
membri e l’Assemblea Federale fu divisa in 2 camere: una rappresentava le repubbliche e e
l’altra i cittadini. La Jugoslavia sembrava lo stato meglio organizzato per resistere alla crisi dei
blocchi, invece morto Tito la Jugoslavia implode.

CONFERENZA DI HELSINKI
Nel 1972 iniziano i lavori preparatori per la Conferenza di Helsinki, che tratterà gli argomenti
dei tre panieri:
1. Aspetto politico. Il riconoscimento delle frontiere serve a entrambe le parti, da un punto di
vista propagandistico all’URSS e dal punto di vista del miglioramento dei rapporti.
L’occidente riconosce il ruolo di leadership dell’URSS in quell’area.
2. Aspetto economico. Gli stati occidentali hanno interesse a rendere organico il rapporto con i
paesi dell’est. Il mondo orientale era sostanzialmente chiuso, non consentiva l’ingresso delle
merci al suo interno tanto desiderato dall’occidente. La Conferenza di Helsinki stabilì un
sistema commerciale che favorì l’Europa dell’est nel breve periodo e l’occidente nel lungo. I
negoziatori dell’Europa occidentale, disposti anche a perdere benefici economici pur di

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raggiungere il proprio obiettivo, accettano le richieste di Mosca ponendone però una a loro
volta: che vengano rispettati i diritti umani.
3. Diritti umani. L’occidente chiede che si stabilisca un accordo grazie al quale nell’Europa
dell’est i diritti civili, quei diritti che si ritenevano essere connaturati all’uomo, vengano
rispettati. Alla fine il blocco comunista li accettò ma non era intenzionato a rispettarli. Si
creano degli organismi a tutela di tali diritti, cosa che l’URSS ritenne come un’ingiustificata
ingerenza negli affari interni di stati sovrani. I primi a rivendicare tali diritti furono i polacchi,
poi i cechi, poi i movimenti ecologisti in Bulgaria, poi la DDR. Ma ci vorrà ancora qualche
anno affinchè la deflagrazione prenda l’intero sistema.

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XXI LEZIONE giovedì 12/01/2012
GLI ANNI DELLA DISTENSIONE
Perché il sistema comunista crollò mentre il sistema capitalista è ancora in piedi?
- Ci sono state delle condizioni differenti, i fattori di crisi interni nell’Europa centro orientale, al
contrario di quelli dell’Europa occidentale, erano così forti da causarne il crollo.
- Il sistema occidentale (USA compresi) è un sistema più elastico, ha una maggior capacità
d’adattamento rispetto al sistema comunista. Riusciva ad adattarsi alle necessità e ad assorbire
meglio le trasformazioni. Era in grado di cambiare continuando a perpetuarsi. Il sistema
comunista, al contrario, era estremamente rigido e conservatore, e questi tipi di sistemi prima o
dopo implodono. C’era una mancanza di volontà all’interno della maggioranza dei vari partiti,
una miopia politica nei governi dell’Europa orientale. Visto a posteriori, si è trattato di un
percorso quasi obbligato. I rari tentativi di cambiamento in alcuni stati saranno fatti comunque
fuori tempo massimo. I due stati che più cambiarono al proprio interno furono la Polonia di
Edward Gierek e poi di Stanisław Kania e la Jugoslavia di Tito. Nonostante ciò il comunismo
in Polonia terminerà e la Jugoslavia cesserà di essere uno stato unitario.
Crescita politica della gioventù di quel periodo
Gli anni ‘80 sono gli anni in cui la popolazione dell’Europa orientale sta maturando una nuova
coscienza politica, si tratta dei figli della protesta degli anni ‘50 che hanno visto i propri padri
incarcerati e hanno subito le conseguenze dell’economia pianificata. Diventarono una voce
sempre più importante anche perché la comunicazione internazionale dava loro maggior risalto
che in precedenza. Una parte di loro, coloro che si erano formati nelle scuole di partito, credeva
ancora fermamente negli ideali del socialismo reale, riteneva giusti i principi e sbagliati invece i
modi in cui erano stati applicati.
Ungheria
Fu tentato un esperimento di cambiamento in Ungheria nel 1975 (dopo il cambiamento al potere
del ‘73). Il partito comunista ungherese si rende conto che il sistema economico aveva bisogno
di introdurre elementi nuovi come l’economia di mercato (nuovo piano economico ungherese).
L’idea era buona ma andava incontro a numerose resistenze. Inserire elementi di economia di
mercato in un’economia pianificata in maniera episodica senza una base politica alle spalle che
mantenesse il consenso nei confronti di queste misure significava creare degli scompensi senza
ottenere risultati. Come conseguenze infatti vi furono un’impennata dei prezzi del 75%, uno
scarso aumento della produzione interna delle imprese (soprattutto agricole), una ripercussione
politica negativa per il governo.
Le proteste stavolta nacquero all’interno del partito e andarono a colpire la presidenza del
consiglio. Jenő Fock, che guidava l’esperimento economico (nuovo modello ungherese) fu
costretto a dimettersi e fu sostituito da György Lázár, esperto di economia pianificata.
DDR
Nella DDR gli aggiornamenti costituzionali del ‘74 furono completati da cambiamenti
all’interno della struttura del potere. Fu rafforzata la posizione del Segretario del Partito. Erich
Honecker divenne anche Presidente del Consiglio di Stato, oltre che Segretario. Era un modo per
serrare i ranghi in un momento di grande crisi e continui attacchi nei confronti dei vari partiti al
governo. Al contrario delle promesse iniziali gli obiettivi non venivano raggiunti, e cominciava a
diffondersi una critica pesante sia all’interno che all’esterno del partito.
Polonia
C’era una continua tensione tra cambiamento e conservazione anche in Polonia.

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La Polonia nel 1976 era lo stato più in fermento tra quelli dell’Europa orientale sia perché
esisteva una forte forza di potenziale opposizione al regime (la chiesa cattolica) sia perché il
Partito Comunista polacco aveva al suo interno dei margini di discussione/dibattito in cui
affrontava l’argomento di un eventuale cambiamento per mantenersi in piedi.
Sono gli anni di Solidarność, anni in cui nelle regioni minerarie cominciano gli scioperi, si
organizzano i comitati di fabbrica al di fuori dei sindacati ufficiali. Il sindacato ha un ruolo
particolare: i mezzi di produzione erano proprietà di tutti, il sindacato non poteva svolgere il
ruolo di difesa dei lavoratori nei confronti del padronato che svolgeva nei paesi capitalisti perché
non c’era differenza tra operai e padroni. I sindacati ufficiali avevano il ruolo di fare da cinghia
di trasmissione tra il partito e il proletariato, non svolgevano una vera funzione di opposizione.
La mancanza di generi alimentari, le condizioni di lavoro in miniera, i problemi in tutto l’ambito
della cantieristica nella zona di Danzica all’inizio degli anni ‘70 aveva iniziato a creare gruppi di
dissidenti che chiedevano il rispetto dei propri diritti e una politica economica che fosse più
attenta alle esigenze degli operai.
L’origine del movimento sindacale era molto distante dalle campagne, che ne rimasero per molto
tempo escluse. In Polonia si era mantenuto un aggancio con la terra differente rispetto agli altri
stati, le campagne avevano goduto di varie riforme prima dell’avvento del comunismo. Le
riforme agrarie e la collettivizzazione erano state bloccate perché non avevano esito, i contadini
avevano una visione conservatrice dello stato e all’inizio non ci fu un apporto decisivo delle
campagne al movimento sindacale, che aveva origine nelle miniere e nelle fabbriche
siderurgiche.
Nel 1976 venne fondato il Comitato per la difesa dei lavoratori (KOR) perseguitati a causa del
loro dissenso, formato essenzialmente da intellettuali, gente in grado di difendere in giudizio gli
operai incarcerati. Tra intellettuali e movimento operaio in Polonia c’era stato per lungo tempo
un distacco. Con la nascita del KOR (sostenuto dalla Conferenza Episcopale polacca) viene
saldata questa unione e inizia una battaglia fatta sia nelle fabbriche che nelle aule dei tribunali, si
forma un’unità che da’ degli scossoni non indifferenti al partito e al governo.
Albania
C’è ancora Enver Hoxha come Primo Segretario del partito del Lavoro d’Albania (1945-1985).
Secondo alcuni era l’uomo giusto per il paese, ma l’Albania rimarrà in una condizione molto
arretrata nonostante gli stretti contatti con la Cina. Hoxha è uno degli ultimi stalinisti del
comunismo internazionale. Nel ‘76 pronunciò un discorso feroce contro l’attività revisionista che
l’Urss stava portando avanti. Erano gli anni della distensione con gli USA e per lui tutto ciò era
profondamente sbagliato, si manteneva legato ad una interpretazione ortodossa del marxismo e si
dissociò dai movimenti di cambiamento in Europa. Quello albanese è il partito più rigido e meno
attento alle richieste provenienti dalla società.
Cecoslovacchia
Nel gennaio ‘77 a Praga 247 tra intellettuali e cittadini di diversa estrazione firmavano un
documento (Charta 77) nel quale chiedevano libertà di espressione e di coscienza nel rispetto del
3° principio della Conferenza di Helsinki, quello riguardante i diritti umani. I regimi a partito
unico (o quasi) non erano preposti ad accogliere tali cambiamenti, avevano strutture
estremamente conservatrici, non erano in grado di aggiornarsi garantendosi così la
sopravvivenza.
Le chiese evangeliche nella DDR, il KOR in Polonia, il movimento della Charta 77 in
Cecoslovacchia e i movimenti ecologisti in Bulgaria che cominciarono a protestare a causa
dell’alto inquinamento (la parte bulgara del Danubio era un’enorme cloaca) contribuirono a dare
un nuovo valore alla difesa dei diritti dell’uomo e dell’ambiente.
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Charta 77 inizia a svolgere un’attività capillare di disturbo nei confronti del governo
cecoslovacco, cominciano i primi incarceramenti, i primi esili. Alla conferenza di Madrid (1980-
1983), che doveva accertare il rispetto degli accordi di Helsinki, presentò un documento che
conteneva tutte le violazioni.
Romania
Non ci sono movimenti interni alla Romania, Nicolae Ceaușescu era un bravo manipolatore che
era riuscito a crearsi un consenso tra la folla. Seguiva una politica estera particolare che gli
permetteva di porsi da un lato come colui che aveva creato un rapporto con la Cina e l’area
terzomondista e dall’altro alto come colui che poteva dialogare quasi alla pari con Mosca. Inoltre
aveva ottenuto il riequilibrio della bilancia dei pagamenti utilizzando un’arma abbastanza
conosciuta: per onorare i debiti depredò alcune delle minoranze (gli ungheresi della Transilvania,
i pochi turchi ed ebrei che erano rimasti) e impose delle tasse esose. Con una politica di
restrizione della spesa pubblica riuscì ad onorare i debiti ma l’inizio degli anni ‘80 sarà ricco di
sofferenze e dissensi da parte della popolazione, impoverita dalla politica economica del
governo. La Romania era ridotta allo stremo a causa di una politica di grandi investimenti
alternata a una di grandi costrizioni che indebolì l’intera popolazione. Nonostante le apparenze
Ceaușescu era un dittatore feroce, un carceriere di dissidenti oltre che di criminali comuni, il
quale fino all’ultimo mantenne il dominio sulla popolazione.
Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (1945-1992)
Gli anni ‘70 sono anni di grande cambiamento. Il problema principale era lo squilibrio
economico tra le due zone del paese: la Croazia e la Serbia. I croati nella loro generalità ma
soprattutto nella fascia tecnocrate imputavano alla gestione dello stato federale un trasferimento
di fondi contrario alle esigenze croate. La Croazia era la regione più ricca grazie agli introiti del
turismo internazionale, i quali venivano spediti alla banca centrale di Belgrado e poi venivano
redistribuiti. Zagabria desiderava invece che i propri introiti rimanessero all’interno. Inoltre si
imputava alla Serbia una conduzione serbo-centrica degli affari della federazione. Problema
questo risalente ancora al periodo pre-unitario.
Josip Broz, detto Tito (Presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia dal 14
gennaio 1953 al 4 maggio 1980) era stato un abile politico, era riuscito ad utilizzare la politica
estera in funzione delle politica interna e a creare un consenso prima opponendosi al “grande
fratello” sovietico con una politica autonoma, poi varando una politica economica che si basava
sì sulla programmazione quinquennale ma che in realtà era molto più elastica (prevedeva ad
esempio l’autogestione delle aziende). Fu molto abile nel crearsi rapporti con i paesi del terzo
mondo, i paesi non allineati e la CEE. Rimaneva comunque un autocrate che non accettava
dissidenti, la sua politica di repressione era molto efficace. Seppe, in questa sua gestione
personale del potere, avere una visione da statista e quando la Jugoslavia uscì vittoriosa dalla
seconda guerra mondiale propense per una struttura federale dello stato con una grande
autonomia e la possibilità per le varie regioni di vivere una propria identità sotto il collante
rappresentato dalla sua figura e dalla Lega dei comunisti di Jugoslavia (il partito comunista
jugoslavo).
Polonia
Le manifestazioni in Polonia dopo il 1977 divennero ancora più dure e si unirono le
rivendicazioni di carattere politico a quelle di tipo economico. (N.B.: le altre occasioni in cui si
fecero delle rivendicazioni politiche di questo tipo portarono all’intervento sovietico, vd proteste
ungheresi del ’56 e gli attacchi al Partito che nel ’68 portarono all’invasione della
Cecoslovacchia).

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Papa Giovanni Paolo II
Il 1978 è l’anno dell’elezione di Papa Giovanni Paolo II, (Karol Józef Wojtyła), il cui pontificato
sta attualmente venendo rivalutato sotto l’aspetto dei suoi rapporti con l’Istituto delle Opere di
Religione (IOR) e con Monsignor Paul Casimir Marcinkus (il presidente dello IOR coinvolto
nello scandalo del Banco Ambrosiano del 1982) del quale si sarebbe servito per finanziare
Solidarność (il Sindacato Autonomo dei Lavoratori polacco fondato nel 1980) in maniera non
proprio cristallina. Giovanni Paolo II è stato beatificato il 1 maggio 2011 (non succedeva da
qualche centinaio di anni che un pontefice beatificasse il proprio predecessore). Venne eletto il
16 ottobre 1978. In base ai canoni cattolici la scelta del papa è affidata alla volontà dello Spirito
Santo. Giovanni Paolo II fu eletto perché era giovane, in buona salute e poi perché in seno al
conclave vi fu una spaccatura tra chi propendeva per un papa restauratore (l’arcivescovo di
Genova Giuseppe Siri), chi per uno più riformista (il cardinale Giovanni Benelli, arcivescovo di
Firenze), chi propendeva per un papa impegnato nel sociale (Salvatore Pappalardo, cardinale di
Palermo) e chi propendeva per un papa esterno alla curia romana (un cardinale argentino o
africano). Su tutto ha giocato il lavorìo interno svolto dal cardinale Wyszyński (polacco
esponente della “Chiesa del silenzio” nonchè grande politico) e dall’attuale papa Benedetto XVI,
oltre che l’opera del cardinale Franz König. La scelta ricadde su Giovanni Paolo II, personaggio
già conosciuto a Roma, molto istruito, aperto al contatto con la società civile, con la fama di
essere molto fermo e retto nell’interpretazione del ruolo della chiesa e dei suoi principi. Era un
grande comunicatore, riportò alla chiesa tanta gente diventata molto critica, riuscì a chiudere un
Concilio e a mitigare le spinte secessioniste all’interno dei cattolici tradizionalisti. Dette un
sostegno decisivo alla causa di Solidarność. Nel 1979 Karol Józef Wojtyła fu il primo papa a
visitare il campo di concentramento di Auschwitz in Polonia.
Gli scioperi polacchi degli anni ‘80
Nell’80 inizia in Polonia la lotta nei confronti del governo. E’ l’anno degli scioperi,
dell’occupazione dei cantieri di Danzica, ci sono scioperi a Nowa Huta, una città industriale
vicino a Cracovia. Lì il papa andò a celebrare la messa durante il suo viaggio. L’occupazione
delle fabbriche fu un vero scossone per il governo polacco. Nelle altre zone del socialismo reale
tutto ciò non accade. Alle richieste sindacali si uniscono le prime richieste di carattere politico
nel 1980. Il 5 settembre 1980 il capo del Partito Operaio Unificato polacco Edward Gierek (che
sostituì Władysław Gomułka nel ‘70) è costretto a ritirarsi per motivi di salute e cede la carica a
Stanisław Kania, il quale si trovò nella necessità di scegliere tra l’opposizione dura agli operai
che occupavano i cantieri navali (il settore siderurgico cantieristico polacco era completamente
bloccato) e la strada della trattativa. Optò per la seconda scelta riconoscendo la giustezza della
richiesta fatta dagli operai di legalizzare i sindacati liberi. Perché lo fece?
- All’interno del Partito Operaio Unificato polacco c’era un’ala che spingeva verso le riforme
- Risonanza internazionale: gli operai occupanti ascoltavano ogni mattina la messa ecc.
- Lech Wałęsa, che guidava l’occupazione, aveva vietato la vendita degli alcolici all’interno
degli stabilimenti. (Il comitato generale interaziendale, che coordinava i vari comitati di
fabbrica, aveva eletto Wałęsa, elettricista di formazione cattolica, come suo leader perché era
un politico molto abile nell’estrapolare dalla massa il volere della maggioranza senza al
contempo scontentare del tutto nessuno, era molto intuitivo. Sarà lui a fondare Solidarność, il
Sindacato Autonomo dei Lavoratori, nel settembre del 1980).
Si apre un tavolo di trattative all’interno dei cantieri occupati: la delegazione del governo e
quella degli occupanti (composta da operai e membri del KOR). Il governo, sottoposto a
pressioni, accetta la nascita di sindacati autonomi democraticamente eletti, concederà una
riduzione dell’orario di lavoro, il rispetto delle festività ecc. Oltre a ridurre il potere di fatto del
governo le concessioni allargheranno le maglie del controllo sociale e renderanno più forte la
protesta degli iscritti al sindacato.

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Il 31 agosto 1980 si raggiunse l’accordo a Danzica, che conteneva 21 punti costitutivi riguardanti
le riforme economiche da apportare e il settore dei diritti civili e politici. Il governo concesse il
diritto di sciopero e permise la nascita ufficiale dei sindacati autogestiti, alcuni dei quali si
assemblarono dando vita a Solidarność, che alla fine del 1981 contava già 9 milioni di iscritti. I
fattori di unità e stabilità che portarono alla nascita di questi movimenti contro il governo
saranno gli stessi che porteranno poi alla crisi. Il primo sciopero generale venne proclamato in
Polonia il 3 ottobre 1980.
Reazione dell’Urss: l’8 dicembre 1980 l’agenzia di stampa ufficiale sovietica (TASS) pubblicò
un articolo nel quale Solidarność era marchiata come organizzazione anti rivoluzionaria.

XXII LEZIONE lunedì 16/01/2012 → Esposizione report

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