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L'ECCLESIOLOGIA DI GIOVANNI PAOLO II

Giovanni Paolo II, come Paolo VI, è in modo straordina rio un papa del concilio Vaticano II, che egli ha
definito co me «un evento provvidenziale col quale la chiesa ha inco minciato la più immediata
preparazione al grande giubileo del secondo millennio» (TMA, 18). Da giovane vescovo, Karol Wojtyla
partecipò attivamente a tutte le quattro sessio ni del concilio. Dei suoi ventitré interventi al concilio, sei ri
guardavano argomenti trattati nella Lumen gentium; sette toccavano invece questioni pertinenti alla
Gaudium et spes'. Come cardinale arcivescovo di Cracovia, Wojtyla convo

co un sinodo pastorale che coinvolgeva clero e laici nella rea lizzazione del Vaticano II. Per la direzione di
questo sinodo, scrisse un libro Fonti di rinnovamento (originale polacco del 1972), che sintetizza
l'insegnamento del concilio con parti colare riferimento alla presa di coscienza della chiesa. L'attua le
autocoscienza della chiesa, egli afferma, è espressa nel mo do più completo in due delle costituzioni
conciliari: Lumen gentium, che tratta dell'intima natura della chiesa, e Gaudium et spes, che presenta la
chiesa in relazione al mondo moderno.

La seconda costituzione, dice il papa, completa la prima'. L'interpretazione del Vaticano II data dal cardinale
Woj tyla reca l'impronta della sua fenomenologia personalistica,

che richiama l'attenzione sulla soggettività personale e sui dati della consapevolezza. La domanda
fondamentale cui il concilio doveva rispondere, sostiene Wojtyla, era questa: Ec clesia, quid dicis de te ipsa?
(«Chiesa, che dici di te stes sa?»). Chiedendo alla chiesa di articolare la propria identità, il concilio voleva far
compiere un nuovo passo in avanti nel l'autocoscienza ecclesiale, in corrispondenza alla fase attuale della
storia umana. La chiesa, vista come soggetto credente invece che come oggetto di fede, è chiamata ad
avanzare nel la maturità, assumendo una personale responsabilità verso la fede che professa*.

Seguendo le indicazioni di Paolo VI nella sua prima en ciclica Ecclesiam suam, Wojtyla mette la categoria del
dia logo al centro della sua comprensione della chiesa. I suoi membri sono in dialogo fra di loro e con Dio.
Attraverso un «dialogo di salvezza», dichiara in Fonti di rinnovamento, la chiesa cerca di estendere a tutti gli
uomini e le donne l'invito divino a entrare in una comunione colma di grazia che unisce le persone fra di
loro e con il Dio trino e uno. Consapevoli della dignità di ogni essere umano e della grazia di Dio che opera
al di fuori dei confini visibili della chiesa, i cattolici so no chiamati a entrare in dialogo con tutti i gruppi di
persone, credenti e non credenti, nel pieno rispetto della personalità umana e della coscienza di ogni
individuo.

Da papa, Giovanni Paolo II non ha ancora pubblicato al cun documento che si dedichi principalmente al
tema della chiesa, ma ne ha toccati vari aspetti in molti dei suoi impor tanti scritti sulla missiologia,
l'ecumenismo, il sacerdozio e il laicato. Ha trattato direttamente l'ecclesiologia nelle 137 ca techesi sulla
chiesa pronunciate nelle udienze pubbliche set timanali dal luglio 1991 all'agosto 1995.
L'ecclesiologia di Giovanni Paolo II può essere forse ca ratterizzata termini dei cinque modelli a noi familiari:
la sui es le te el la 01 an ce e

chiesa come istituzione, comunione mistica, sacramento, banditore e serva. Elementi di tutti e cinque
questi modelli sono presenti nell'insegnamento del papa, ma con diversi gradi di accentuazione. Spiegando
cio che la chiesa è in se stessa, Giovanni Paolo Il si interessa soprattutto alla sua real tà di comunione,
istituzione e sacramento. Gli altri due mo delli emergono però quando il papa tratta della missione del la
chiesa di evangelizzare e di agire come lievito per trasfor mare la società secolare

LA CHIESA COME COMUNIONE

In ecclesiologia, la categoria preferita da Giovanni Paolo II è evidentemente «quella di comunione». «La


realtà della chiesa come comunione-egli scrive- è l'aspetto integrante, il contenuto centrale del "mistero" o
meglio del piano divino per la salvezza dell'umanità» (CL, 19). Una comunione, egli spiega, è qualcosa di più
di una mera comunità. Non può es sere compresa in termini puramente sociologici o psicologi ci. I suoi
legami sono spirituali, poiché sorgono dallo Spirito Santo, che è stato effuso su tutti i suoi membri. Perciò la
chiesa può essere descritta come una comunità in cui i mem bri sono introdotti in una relazione
soprannaturale mediante la loro «<reciproca appartenenza» al corpo di Cristo. Il mo dello supremo della
chiesa, egli aggiunge, è la Trinità divina in quanto communio personarum".

Le fondamenta di questa comunità furono gettate da Ge sù Cristo nella sua vita terrena, quando formava i
discepoli a vivere insieme con lui e fra di loro. Questa comunità comin ciò a pulsare di vita divina dopo la
Pentecoste, quando la di scesa dello Spirito Santo venne ad animarla con un principio vitale, una sorta di
anima Gia durante il Vaticano II. Wojtyla era intervenuto per sottolineare che il corpo mistico di Cn sto e più
di un'immagine, infatti è un aspetto determinante della vera natura della chiesa sotto il profilo cristologico
ed egualmente per quanto riguarda i misteri dell'incarnazione e della redenzione». Benché la chiesa sia il
corpo di Cristo in senso mistico, il termine corpo suggerisce una unità orga nica, e quindi necessita di essere
completato con immagini della società umana, che meglio indichino come i membri mantengano la loro
distinta personalità. Perciò il concilio Va ticano II parlo della chiesa specialmente come popolo di Dio. casa o
famiglia di Dio, immagini che ricompaiono in tutte le opere di Giovanni Paolo II

Gia nell'Antico Testamento, l'alleanza tra Dio e Israele stabiliva una relazione quasi di famiglia. Questa
relazione si é intensificata nella nuova ed eterna alleanza proclamata nell'eucaristia. L'immagine della
famiglia di Dio, secondo il papa, è fondamentale:
[Questa immagine] è in qualche modo contenuta in tutte le al tre. Compare nell'analogia paolina del corpo
di Cristo (cf. 1Cor 12,13.27; Rm 12,5), alla quale papa Pio XII si riferi nella sua storica enciclica Mystici
corporis. Si riscontra anche nell'idea di popolo di Dio, cui ha fatto riferimento il concilio. L'anno della
famiglia è per tutti noi un invito a fare della chiesa sempre più la casa di Dio in cui abita la sua famiglia (LG,
6)".

Parlando della chiesa come popolo, famiglia o casa di Dio, il papa intende accentuare le relazioni personali
da cui essa é costituita. Ciò che distingue le relazioni familiari è l'a more personale e la cura che si estende a
ciascun membro singolarmente. Le persone non sono semplicemente assegna te a delle categorie e trattate
come membri di una classe. La chiesa è un genere speciale di famiglia, poiché i suoi membri sono legati
insieme da un amore soprannaturale riversato da Dio nei cuori dei fedeli. Si amano reciprocamente con un
amore che trae origine dalla santissima Trinità"

Nella sua esortazione apostolica sul matrimonio cristia no. Familiaris consortio, Giovanni Paolo Il esplora le
analo gie tra la famiglia e la chiesa. La famiglia cristiana, afferma, è «una chiesa in miniatura» (Ecclesia
domestica). Rappresenta la chiesa e partecipa alla sua missione di salvezza. Proprio come la chiesa è
animata e tenuta insieme dallo Spirito San to, cosi il medesimo Spirito riunisce i membri della famiglia
cristiana in una misteriosa comunione fra di loro e con Cristo nell'unità della chiesa (FC, 21). Come frutto e
segno della so prannaturale fecondità della chiesa, la famiglia cristiana è «simbolo, testimonianza e
partecipazione della maternità della chiesa» (FC, 49).

Poiché la chiesa sorge dalla comunione trinitaria e con duce i suoi membri a partecipare a tale comunione,
lo scopo essenziale della chiesa si deve comprendere nei termini del la sua relazione verticale con Dio. Già
durante il Vaticano II in una comunicazione scritta dell'autunno 1963, il vescovo Wojtyla insisteva su tale
dimensione, che illustrava con ri ferimenti a Giovanni (Gv 17,18-19) e a Efesini (Ef 5,25-27). Continuava poi
parlando della vocazione universale alla san tità di tutti i membri della chiesa. I consigli evangelici, dice va,
dovrebbero essere spiegati in modo tale che siano visti come importanti per tutti i cristiani, e non
semplicemente per i chiamati alla vita consacrata. «La vita nello spirito dei consigli evangelici è
raccomandata da Cristo ai fedeli che vi vono in quest'epoca, secondo le condizioni proprie dello sta to di
vita di ogni persona, cosi da raggiungere nel modo mi gliore la meta soprannaturales,

A volte Giovanni Paolo Il esprime la finalità della chiesa in termini cristologici. «La chiesa desidera servire a
questo unico fine che ogni uomo possa trovare Cristo, in modo che Cristo possa con ciascuno percorrere la
strada della vita» (RH, 13). Cristo è la via della chiesa, e la chiesa, da questo punto di vista, è la comunità dei
discepoli, «ciascuno dei quali, in modo diverso talvolta molto cosciente e coerente, talvolta poco
consapevole e molto incoerente sta seguendo Cristo. In questo si manifestano anche il profilo
profondamente "per sonale" e la dimensione di questa società» (RH, 21).
In Fonti di rinnovamento, il cardinale Wojtyla dedica una decina di pagine (pp. 189-200) alla santità della
chiesa. Espressa con il termine di «comunione dei santi», la santità è la base fondamentale su cui è formato
il popolo di Dio. La santità è sempre personale; è una risposta al dono divino del la grazia e trova in Cristo la
sua sorgente e il suo modello. La santità della chiesa sulla terra è imperfetta; è una vocazione e
un'aspirazione piuttosto che una realtà compiuta. Eppure la si trova realizzata con mirabile purezza nei
santi e special mente in Maria. Nel regno dei cieli la santità della chiesa tro verà il suo pieno adempimento.

LA CHIESA COME ISTITUZIONE

Le strutture istituzionali della chiesa sono secondarie, nel senso che il loro scopo è di conservare e
promuovere la co munione. Non potrebbe sopravvivere a lungo come corpo di persone vasto e in
espansione, se non avesse dottrine definite e strutture stabili, sacramentali e ministeriali. Già durante il suo
ministero pubblico, Gesù cominciò a iniziare i discepoli a forme caratteristiche di preghiera e di rituali di
culto. Pose le fondamenta di uno stile gerarchico di leadership affidata a Pietro e ai Dodici. La nomina dei
Dodici, secondo il papa, ha un carattere istituzionale", come pure i rituali mediante i quali i membri della
chiesa sono battezzati, assolti dai peccati e nutriti con l'eucaristia. I sacramenti come istituzioni appar
tengono all'ordine visibile della chiesa, ma sono anche segni che comunicano la vita divina e perciò
appartengono alla di

mensione invisibile del mistero della chiesa. Nel corso del suo ministero come vescovo e papa, Gio vanni
Paolo II ha avuto molto da dire sull'episcopato e sul papato, che sono da lui descritti come appartenenti alla
costi tuzione gerarchica data alla chiesa dal suo divino fondatore. Pur riconoscendo le responsabilità
istituzionali del papa co me successore di Pietro e quelle dei vescovi come successori degli apostoli,
Giovanni Paolo II spesso accentua le dimen sioni comunionali e spirituali dell'ufficio ecclesiastico.

Giovanni Paolo Il parla dell'ufficio papale in termini del ministero a lui proprio. E profondamente
consapevole delle alte responsabilità che gli incombono come vicario di Cristo per la chiesa universale.
Come Pietro, sente il bisogno di conversione e di perdono". Riconosce che la chiesa subirà sempre
opposizione e persecuzione. Il papa, egli dice, deve servire l'unità prima di tutto dando testimonianza alla
verità, vale a dire Gesù Cristo, la verità vivente, che rimarrà sempre la forza vitale del ministero petrino.

Similmente anche i vescovi, secondo Giovanni Paolo II, devono essere personalmente capaci di rispondere
alla misteriosa presenza di Cristo che sono mandati a comunicare alle loro chiese. «<l vescovi scrive devono
diventare uomini di coordinazione creativa perché sono "il punto d'incontro" di Cristo e della chiesa.

Partecipando a tutte le assemblee del sinodo dei vescovi dal 1969 al 1977, il cardinale Wojtyla prese
conoscenza dei problemi riguardanti la determinazione del preciso significa to di collegialità. Nell'assemblea
del 1969, tenne un impor tante discorso, diretto a contrapporsi a un movimento che sembrava interpretare
la collegialità come una restrizione dei poteri del papato. Insistette sul fatto che collegialità e pri mato, lungi
dall'essere opposti, si sostengono reciprocamen te. Mediante la loro azione collegiale, i vescovi riescono a
perfezionare e a esprimere l'unità reciproca sotto la presiden za del successore di Pietro. In tal modo danno
forma concreta alla communio delle loro chiese 20 Di nuovo, come papa, nel 1983, Giovanni Paolo II mise in
evidenza che il primato del vescovo di Roma è al servizio della collegialità dei vescovi, mentre la loro
collegialità lo assiste nel suo ufficio primazia le". Né il primato né la collegialità possono essere rettamen te
compresi se non nel riferimento reciproco.

Gli uffici nella chiesa, come li intende Giovanni Paolo II, non sono fine a se stessi. Il ministero sacro è un
dono o cari sma che deve essere esercitato per il beneficio degli altri, per ciò sostenendo la chiesa nella sua
complessa diversità e con tribuendo a edificarla nella sua fondamentale realtà di com munioNella chiesa
dei nostri giorni, le relazioni reciproche di molte chiese locali e regionali possono essere comprese in modo
simile. Come gli individui in una famiglia si ritrovano nel mutuo dono di sé, così le chiese particolari
giungono a prosperare non isolando se stesse, ma mettendo i loro doni ca ratteristici a disposizione delle
altre chiese e della chiesa cat tolica nella sua interezza. In questo senso la communio è il fondamento della
cattolicità o universalità della chiesa Nella chiesa in quanto comunità strutturata, i leader ge

rarchici, che succedono nell'ufficio degli apostoli, hanno la responsabilità di mantenere l'unità e di
discernere l'autentici tà delle iniziative proposte o intraprese dai fedeli. I doni cari smatici, che lo Spirito
Santo liberamente distribuisce a tutti i membri, sono volti al bene della chiesa intera e devono esse re
riconosciuti con gratitudine. Le rivendicazioni di doni ca rismatici devono però essere attentamente
esaminate da chi è

incaricato della leadership pastorale (CL)24. L'elemento istituzionale e quello carismatico non sono dunque
opposti l'uno all'altro, come non lo sono il primato e la collegialità. L'ufficio non sostituisce ne sopprime il
cari sma, ma cerca di verificare e promuovere l'elemento carisma tico nella chiesa. L'intelaiatura
istituzionale assiste l'elemento carismatico mantenendo lo spazio in cui il carisma può effet tivamente
funzionare; protegge anche i fedeli dall'essere de lusi da false rivendicazioni di ispirazione carismatica.

LA CHIESA COME SACRAMENTO

L'interesse di Giovanni Paolo II per gli aspetti comunio nali e istituzionali della chiesa non deve indurci a
trascurare l'attenzione da lui data al terzo grande aspetto della chiesa, quello di essere il sacramento della
salvezza. Spesso il papa cita dalla costituzione sulla chiesa del Vaticano II l'afferma zione che la chiesa è «in
Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere
umano» (LG, 1: cf. RH, 3 e 18; D&V, 63-64, CL, 19). Un sacramento e per sua natura un segno visibile ed
efficace di una grazia invisibile. Conferisce la grazia precisamente si gnificandola. La chiesa come
sacramento universale di sal vezza e nello stesso tempo un segno visibile e un efficace strumento della
grazia che salva e santifica gli uomini e le donne portandoli nella comunione spirituale con Dio.
Giovanni Paolo Il spiega la sacramentalità della chiesa in relazione allo Spirito Santo e a Cristo. Nella sua
enciclica sul lo Spirito Santo scrive: «La chiesa è il segno e lo strumento della presenza e dell'azione dello
Spirito vivificante» (D&V, 64). Il termine sacramento, egli osserva, è applicato alla chie sa in senso analogico
nel suo insieme e (in senso stretto) ai singoli sacramenti. «La chiesa è la dispensatrice visibile dei sacri segni,
mentre lo Spirito Santo vi agisce come il dispen satore invisibile della vita che essi significano» (D&V, 63).

Con la potenza dello Spirito, Cristo agisce nella chiesa in modo tale da renderla il proprio corpo (D&V, 61).
Come cor po di Cristo, la chiesa è intimamente unita col suo capo, che essa rappresenta visibilmente nel
mondo. Continua la sua opera o, più precisamente, è lui che continua a compiere la sua opera attraverso la
chiesa.

Come Cristo capo era profeta, sacerdote e re, così anche la chiesa porta avanti la sua opera esercitando
questi tre uffi ci. Imprimendo nella chiesa le caratteristiche della sua tripli ce missione, Cristo guida lo
sviluppo soprannaturale dell'in tero popolo di Dio". I tre uffici della chiesa, come quelli di Cristo, si
compenetrano, qualificandosi reciprocamente. L'a zione profetica della chiesa è sacerdotale e regale; la sua
attività sacerdotale è profetica e regale; le sue funzioni regali so no profetiche e sacerdotali

Esercitando la missione profetica, la chiesa proclama il messaggio che le è stato affidato, in modo che quelli
che ascoltano la sua parola, ascoltano Cristo. Usando una frase impressionante del papa, la chiesa è «il
soggetto sociale della responsabilità per la verità divinas (RH, 19). Nella funzione sacerdotale, la chiesa
continua l'opera di salvezza e di santi ficazione di Gesù, specialmente mediante il ministero dei sa cramenti,
nei quali Cristo stesso è invisibilmente all'opera, effondendo le sue grazie. In modo particolare la chiesa
parte cipa all'azione redentrice di Cristo nell'eucaristia (RH, 20). Infine, nella missione regale, la chiesa fa
avanzare l'opera di Cristo sottomettendo la creazione a Dio, anelando al giorno in cui Dio sarà tutto in tutti.
Paradossalmente, è mediante il suo fedele servizio che la chiesa partecipa alla funzione rega le di Cristo,
che venne non per essere servito, ma per servire (RH, 21). Solo Cristo, dice il papa, è quel re «servire al
quale è regnare Questa gloriosa libertà splende chiaramente nei martiri, che nel modo più manifesto
vivono la vocazione del la chiesa di essere «un segno di contraddizione» (VS. 93).

L'immagine sacramentale della chiesa viene realizzata in modi diversi dal sacerdozio gerarchico e dalla
chiesa nel suo insieme. I vescovi e i sacerdoti, nel loro diverso grado, rap presentano Cristo proclamando
autoritativamente la sua pa rola, presentando l'offerta della salvezza, ripetendo i suoi atti di perdono e
mostrando il suo amoroso interesse per il gregge al quale sono chiamati a donare se stessi. Mediante
l'unzione sacramentale dei santi ordini, i ministri ordinati sono confi gurati in modo nuovo e speciale a
Cristo capo e pastore, così ire in suo nome e nella sua persona (PDV, 15).

da poter Il ministero ecclesiale, come si è già visto, è uno stru mento per raggiungere un fine. Realizza il suo
scopo quando i doni di Cristo sono ricevuti attivamente mediante un pro cesso nel quale l'intero corpo
ecclesiale è costruito nella gra zia Sotto questo aspetto ricettivo, la chiesa può essere com presa come
sposa Cristo santifica se stesso, secondo Paolo, per poter presentare la sposa al suo cospetto senza ruga në
macchia (Ef 5,25-27) Nel suo tendere alla santità, la chiesa cerca di seguire le orme del suo membro più
eminente, Ma ria, la sposa verginale che è madre feconda di tutti i fedeli Con un esplicito riferimento
all'opera di Hans Urs von Bal thasar, Giovanni Paolo II insegna che la chiesa ha sia una di mensione
apostolico-petrina, sia una dimensione mariana Delle due, egli dice, la dimensione mariana è la più fonda
mentale e quella più strettamente collegata allo scopo della chiesa che, è come si è detto, la santificazione
(MD, 27).

Il mistero e la missione della chiesa, secondo Giovanni Paolo II, risplendono con particolare brillantezza
nella vita consacrata, che é profondamente radicata nell'esempio e nel l'insegnamento di Gesù (VC, 1) La
vita dei consigli evangel ci, presente nella chiesa fin dall'inizio, non può mai mancare, essendo uno dei suoi
elementi essenziali e caratteristici, in quanto esprime la sua vera natura (VC, 29). Imitando gli apo stoli, che
lasciarono dietro di sé ogni cosa per seguire il Signo re e per servire il vangelo, quelli che si consacrano
mediante la professione dei voti di castità, povertà e obbedienza, manife stano eloquentemente l'intima
natura della chiesa come sposa e il suo tendere verso l'unione con il suo unico sposo (VC, 3)

Parlando della chiesa come sacramento, Giovanni Paolo II accentua particolarmente il tema della
riconciliazione. Il grande riconciliatore è naturalmente Cristo, che fu mandato nel mondo per riconciliare a
se tutte le cose, quelle che stan no sulla terra e quelle nei cielis (Col 1,20) La chiesa conti nua il suo
ministero: essa è il sacramento (cioè il segno e le strumento) della riconciliazione in tre modi principali. In
pri mo luogo, svolge questo ruolo con la sua esistenza stessa in quanto comunità riconciliata, in cui i muri
della divisione tra gruppi ostili sono stati abbattuti. In secondo luogo, è sacramento di riconciliazione in
quanto continua a proclamare il vangelo per le generazioni successive. E infine e sacramento di
riconciliazione mediante il ministero dei sacramenti, cia scuno dei quali, in un modo o nell'altro, edifica la
chiesa in unità. Come la chiesa «fa» i sacramenti, cosi per converso i sacramenti fanno la chiesa (R&P, 11).

Il nome della riconciliazione ha finito per essere applica to in modo speciale al sacramento della penitenza,
che riporta i peccatori nella comunione con Dio mediante la chiesa. Tutti i sacramenti, tuttavia, sono segni e
strumenti di riconciliazio ne. Il battesimo, riattualizzando la morte, la sepoltura e la ri surrezione di Cristo,
purifica chi lo riceve dal peccato e dalla confusione, unendo insieme le persone per formare un popo lo
riconciliato che rende presente Cristo in una grande varieta di tempi e di culture. L'eucaristia è il
sacramento che espri me più perfettamente di tutti e compie l'unione amorosa che esiste tra i membri,
portandoli nel cuore del corpo mistico (R&P, 27).