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Amara Lakhous,

Divorzio all'islamica a
Viale Marconi

Roma, 11 dicembre 2020


Amara Lakhous, Divorzio all'islamica a
Viale Marconi

BREVE BIOGRAFIA MIGRATORIA e LINGUISTICA


DELL'AUTORE

1995 – 2004 → rifiugiato politico in Italia e scelta di


scrivere narrativa solo in arabo

2004 → da rifiugiato politico a immigrato e conseguente


viaggio in Algeria
→ scelta di autotradurre “Scontro di civiltà per un
ascensore a Piazza Vittorio” in italiano
BILINGUISMO 'CONCEZIONALE' del
ROMANZO
● “Divorzio all'islamica a Viale Marconi” è un romanzo
bilingue sin dalla sua concezione e creazione:
Lakhous scrive contemporaneamente la versione
italiana e la versione araba.

● Questa copresenza delle due lingue nell'atto della


scrittura fa sì che esse si specchino l'una nell'altra. E
in questo specchiarsi reciprocamente
ridefiniscono la propria identità.

● “Arabizzando l'italiano” e “italianizzando l'arabo”,


Amara Lakhous arricchisce entrambe le lingue.
PRESENZA dell'ARABO: PRESTITI LESSICALI

Troviamo prestiti lessicali di singole parole arabe, che


per scelta dell'autore sono sempre tradotte o parafrasate.

In genere le parole arabe sono usate per rendere concetti


per i quali la traduzione italiana risulterebbe parziale, non
riuscirebbe a renderne le sfumature.

Vediamo un esempio in un passo che offre anche una


riflessione sulle somiglianze lessicali e i rimandi semantici:

Per semplificare il discorso, possiamo dire che il fidanzamento all'egiziana,


all'araba, alla musulmana è una forma di prenotazione, ovviamente dopo aver
sborsato un po' di quattrini per la shebka della fidanzata. Questa parola si
riferisce ai gioielli che si danno alla fidanzata, però assomiglia a shabaka,
un'altra parola che significa rete, come quella del pescatore.
PRESENZA dell'ARABO: PRESTITI LESSICALI

La parola araba più usata nel romanzo è maktùb,


destino, spiegata da Sofia in questo passo:

In Egitto si dice: “Al maktùb aggabin, lazem tchufo l'ain!”, ciò che è scritto
sulla fronte gli occhi lo devono vedere per forza! Nessuno può sfuggire al
maktùb, il destino. Quando si nasce, Dio scrive sulla fronte di ciascuno di noi
tutto quello che vivremo fino alla morte. Qualcuno dirà: ma questo è
fatalismo, la partita è già chiusa, non c'è il libero arbitrio, i soliti musulmani
che obbediscono a tutto, blablabla.
Non è così. Il maktùb ci aiuta ad accettare il fatto compiuto, come la morte di
una persona cara, per non impazzire o cadere in depressione. […]
Mi è sempre piaciuta questa interpretazione. Credere nel maktùb, prima di
tutto, è un atto di fede. Le cose non accadono casualmente, c'è sempre una
ragione. L'importante è fare tutto il possibile e assumersi le proprie
responsabilità. Mi piace il concetto di fair play nello sport: dare il massimo e
accettare il risultato finale. Questo secondo me è un esempio di maktùb.
PRESENZA dell'ARABO: PROVERBI
Notiamo che il concetto di maktùb è stato introdotto da un
proverbio.
La presenza di proverbi e di frasi idiomatiche arabi è copiosa ed
estrememamente significativa: i proverbi e le frasi idiomatiche
offrono la possibilità di guardare alla realtà con lo sguardo di
un'altra cultura, ma allo stesso tempo rivelano verità universali.
I proverbi sono espressioni culturali che affascinano con il
rimando ad una saggezza antica, tendono a rimanere impressi,
rappresentano dei piccoli ponti interculturali.
Molto interessante il confronto tra un proverbio arabo e un
proverbio italiano che stimola in Sofia una riflessione
interculturale:
ho iniziato a prendere sul serio il detto arabo: “Capelli metà
bellezza”. In Italia invece si dice: “Altezza metà bellezza”.
PRESENZA dell'ARABO: FRASI IDIOMATICHE

Vediamo un altro passo in cui delle frasi


idiomatiche egiziane stimolano una riflessione
interlinguistica sulla parola “bomba”:

Il nostro vicino di casa al Cairo, lo zia Attia, diceva: “Avere figlie è


come tenere delle bombe a mano: è meglio sbarazzarsene in fretta!”.
A chi gli chiedeva quanti figli avesse lui rispondeva sempre: “Tre
maschi, quattro bombe a mano (da sistemare da qualche parte,
insciallah) e due bombe atomiche (una zitella e una divorziata)”. Sarà
casuale il fatto che la parola “bomba”, sia in italiano che in arabo, sia
di genere femminile?
PRESENZA dell'ARABO: METAFORE

Oltre che con singole parole, proverbi e frasi


idiomatiche, l'arabo influenza l'italiano,
“arabizza l'italiano”, anche attraverso l'uso di
un linguaggio metaforico e figurato, tipico
della lingua araba.
Un esempio di forte efficacia metaforica è la
frase di Sofia:

nella società musulmana il maschio fa l'avversario e


l'arbitro allo stesso tempo.
APPORTO LINGUISTICO e INTERPRETATIVO

Per comprendere l'apporto linguistico rappresentato


dall'arabo possiamo riprendere una riflessione dello
stesso Lakhous in un'intervista: “lo scrittore immigrato
traspone nella lingua del paese di accoglienza le
immagini, i proverbi e le espressioni della sua lingua
d'origine, arricchendo così quella del paese di
accoglienza”.
Con questa trasposizione di immagini ed espressioni c'è
dunque un arricchimento innanzitutto linguistico,
ma anche interpretativo. Ogni lingua offre uno
sguardo diverso sul mondo.
Sempre dalle parole di Lakhous, in un'altra intervista:
“Uno che viene da un altro paese, da un'altra cultura, ha
un filtro. Ha quattro occhi, non due, per guardare la
realtà”.
IRONIA SULL'INTERFERENZA FONOLOGICA
In più passi del romanzo Lakhous fa ironia sull'interferenza
fonologica per la quale gli arabi egiziani non riescono a
pronunciare la P, poiché assente nel sistema fonologico della
varietà di arabo egiziano (ma anche nell'arabo standard), e
quindi pronunciano al suo posto la B, ossia la variante
bilabiale occlusiva sonora.

Leggiamo due passi in cui si fa ironia sul fenomeno. Il


primo di Issa, che parla del suo coinquilino Saber:

Il suo problema è che non riesce a pronunciare la lettera p, e per


sopravvivere linguisticamente si aggrappa come un naufrago disperato alla
lettera b. Quando dice la parola “buttana” viene scambiato per un siciliano, per
il resto è un bel bordello. […]
«Issa, ho bisogno solo di un minuto ber conquistarla. Non mi hai ancora
visto all'obera. Quando scendo in bista non c'è bosto ber nessun concorrente!».
IRONIA SULL'INTERFERENZA FONOLOGICA
«Come farai ad arrivare a lei?».
«Non c'è broblema. Sarà lei a venire da me». […]
Un piano perfetto, non c'è che dire, tranne una piccola osservazione: non
sarebbe utile dedicare un po' di attenzione alla pronuncia dell'italiano?
Non c'è più speranza di recuperare quella benedetta p?

Il secondo di Sofia, che riporta un dialogo fra suo marito e


un altro egiziano:
Comunque anche mia figlia Aida è brava come me. Mentre il padre è un
vero disastro: come tanti egiziani non riesce a pronunciare la p. Al suo posto
viene scomodata la b. Potete immaginare il risultato. Volete un piccolo
assaggio? Non ci sono problemi. Ecco un minisketch, ambientato al Little
Cairo. Vediamo salire sul palcoscenico due attori: Said Ahmed Metwalli alias
Felice alias mio marito e un altro orfano della lettera p. Il dialogo è
rigorosamente in italiano, non ci sono né sottotitoli né doppiaggio.
«Amico mio, bassato trobbo timbo. Chi biacere reviderti».
«Biacere mio».
«Ma duvi stato, Barma?».
«No Barma, Barigi. Sono stato bir lavoro».
IRONIA SULL'INTERFERENZA FONOLOGICA

«Ancura fari bezzaiolo?».


«Sì, diventatu ezberto bizze».
«Dimme un bù, fa sembre bereghiera?».
«Certu, bereghiera molto emburtante. Secondo bilastru dell'Islam».
«Comblimenti! Tu vero musulmano bratecanti».
«Tu comi stai?».
«Oggi non a bosto, ce l'ho broblemi con estomaco».
«Berché? Cosa mangiato branzo?».
«Bollo batatine, berò trobbo beccanti».
«Borca miseria!».
«Stomaco come molie, non ti lascia mai nella bace».
«Ce l'hai berfettamente ragione. Hahahahaha».

Oltre all'interferenza fonologica della B, notiamo nel passo


anche la difficoltà a distinguere i gruppi fonologici O/U e i
gruppi fonologici E/I. In alcune varietà di arabo infatti
questa distinzione fonematica non è attiva.
IRONIA SULL'INTERFERENZA FONOLOGICA

Per alcune parole l'incerta appropriazione delle


distinzioni O/U e E/I produce metatesi vocalica,
ossia inversione delle vocali tra sillabe adiacenti
o distanziate, come “reviderti” e “bratecanti”.
Rileviamo poi anche un caso di sonorizzazione
del fonema /s/ in “ezberto” e di
alveolarizzazione della laterale in “molie”.
ITALIANO LINGUA ADOTTIVA

Molto suggestiva l'espressione “orfano della lettera


p”, che deriva dalla metafora della lingua come
madre. Lakhous, in un'intervista, usa la metafora
della lingua di migrazione come madre adottiva:
“Questa lingua adottata è in realtà tua madre a tutti
gli effetti. Si prende cura di te, ti fa mangiare, ti lava,
insomma è una mamma, svolge la funzione di una
mamma”.

E adottando e facendosi adottare da una lingua, si


nasce una seconda volta: sempre nella stessa
intervista dice che avendo compiuto da poco diciotto
anni in Italia è diventato “maggiorenne nella lingua
italiana”.
INTERLETTERATURA e INTERCULTURA
La lingua italiana “arabizzata” è, prima ancora che il
codice, il tema stesso del romanzo.
Il linguaggio non serve solo per testimoniare un
rapporto dinamico tra L1 ed italiano, ma per inserire
tale rapporto in una più complessa riflessione sulle
possibilità comunicative della lingua, sulla potenzialità
che essa ha di far incontrare le culture e di creare un
ponte tra di loro.
Le due lingue, arabo e italiano, delle due versioni
“gemelle diverse” del romanzo si specchiano l'una
nell'altra, riconoscendo nella loro stessa diversità il
presupposto della relazione comunicativa
interculturale.