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SONIA LIVNGSTONE – RAGAZZI ONLINE

Capitolo 1 Ragazzi e Internet


Tema di ampio interesse comune (mondo dell’educazione, istituzioni pubbliche, media interessanti al
rapporto fra generazioni nuove e media perché i giovani sono essi stessi poi utilizzatori primi o primari delle
nuove tecnologie, ricerca) spesso affrontato con toni allarmistici e preoccupanti. Perché di tutte le possibili
rappresentazioni e racconti tra internet e giovani prevalgono i racconti di tipo spettacolar-negativo? Episodi
di minoranza rispetto alla realtà. Ci sono anche usi di uso virtuoso della rete ma non ne sappiamo niente
però i media si soffermano sugli eventi negativi perché attira di più qualcosa che ci prende a livello
emozionale rispetto a notizie belle che non smuovono nulla su di noi. I media hanno settato l’agenda per
noi su questo tema. È una regola aurea della comunicazione mediatica che è importante per il
comunicatore efficace che però dovrebbe farci interrogare da un punto di vista etico quando questo
raccontare solo notizie negative rischia di farci perdere la percezione del reale potenziale del fenomeno e ci
punta ad avere una visione deviata e fuorviante.
Preoccupazione insieme giusta e sbagliata. Giusta perché i media (intesi come risorsa simbolica, forma
culturale e business) plasmano i processi di crescita delle giovani generazioni chiamando in causa anche la
responsabilità adulta nell’accompagnarli. È sbagliata perché rischia di ripetere per l’ennesima volta paure
antiche, spesso infondate, apocalittiche, che hanno – paradossalmente - gli stessi limiti di posizioni
apparentemente opposte ma ugualmente riduttive e infondate, gli integrati, cioè così come sbagliano
perché non hanno dati empirici di supporto gli apocalittici, sbagliano anche coloro che sostengono la tesi
opposta cioè che i media producono solo cose positive, gli integrati. La ricerca condotta dalla Livingstone ci
dà dati scientifici fondati per per farci andare oltre le dicotomie con i quali si è soliti affrontare i temi del
pubblico e internet cioè visioni o apocalittiche o integrate, parlare solo in termini di rischi o solo di
opportunità, parlare di nativi digitali e migranti digitali perché anche i nativi digitali hanno difficoltà nel
rapporto col digitale e non è vero che i migranti non hanno niente da dare ai nativi perché i nativi sanno già
tutto.
Prende il via il libro dalla prima ricerca sitematica su internet e minori avviata nel 2003 e ancora oggi si va
aggiornando con dati nuovi: Video Livingstone EU Kids Online, una ricerca a livello europeo finanziato dalla
commissione europea per raccogliere dati in maniera sistematica con un campione rappresentativo
statisticamente. Dati dal 2003 al 2020 una serie storica di dati per cui si possono cogliere i trend del
fenomeno. I dati raccolti ci dicono che tra rischi e opportunità c’è correlazione positiva cioè più i giovani
stanno in rete più incorrano in rischi e avere danni da questi ma più corrono rischi più riescono a cogliere
opportunità dello stare in rete. L’Italia corre meno rischi perché l’atteggiamento è un atteggiamento
protezionistico verso internet che ti permette di ridurre i rischi ma riduci anche le opportunità e riducendo
la possibilità che i ragazzi costruiscano resilienza, la capacità che tu sviluppi di resistere a un determinato
fenomeno e sviluppare anticorpi per proteggerti e resistere a fenomeni di tipo negativo, la sviluppi nella
misura in cui ti confronti con il fenomeno nel momento in cui dico a un bambino di non poter accedere alla
rete gli impedisco la possibilità di costruire resilienza e adattamento alla rete.
L’obiettivo del libro:
Sistematizzare il dibattito, presentare nella maniera più approfondita possibile le varie scuole di pensiero
per dimostrare poi la complessità del tema rapporto internet e minori ha dato origine a diverse disposizioni
e quindi vuole darci un panorama più possibile comprensivo delle posizioni su questo tema; porta a
sostegno delle sue testi un enorme mole di dati empirici, importante perché nel famoso salotto televisivo o
in dibattiti accademici si parla del rapporto fra internet e bambini con poca ricerca empirica, pochi dati o
dati che da un punto di vista metodologico sono stati raccolti in maniera poco solida. Altro perno che tiene
insieme tutto il libro è il policymaking, cioè dice: “noi vogliamo fornire chiavi di lettura teoriche sostenute
da basi empiriche all’industria dei media i quali poi attraverso politiche e prodotti industriali possano agire
avendo gli occhi illuminati da quel faro che li dovrebbe guidare, la ricerca scientifica empiricamente
fondata” La livingstone cita un’enormità di dati, statistiche, io non vi andrò mai a chiedere questi dati mi
interessa che nel leggere voi capite qual è l’elemento, l’aspetto sociologicamente rilevante e teoricamente
rilevante che quel dato li mi sta dicendo, quindi nell’andare poi a studiare ricordarsi questa cosa
importante, anche i riferimenti agli UK alla prof interessa nella misura in cui quel riferimento li ci fa cogliere
un aspetto condivisibile rispetto a quello che è la realtà italiana.
I CAPITOLO RAGAZZI ONLINE
Lezione 31 marzo 2021
Di cosa parla il primo capitolo
Sicuramente non riuscirà a trattare tutti i capitoli del libro perché ci vuole far fare un laboratorio sul
linkedin quindi quello che non riuscirà a fare lo faremo noi… benissimo..
- Evitare posizioni di determinismo tecnologico, ovvero parlare di impatto come se internet fosse
qualcosa venuta da Marte. In questo senso è da evitare l’uso del termine utenti, non bisogna
trattarli come persone neutre, ma invece di volta in volta considerare le persone come categoria
socio-culturale (cittadini, studenti, genitori, consumatori). La tecnologia è anche il frutto di come
viene pensata già dalla società.
- Evitare posizioni essenzialistiche circa i ragazzi ma collocarli sempre all’interno del contesto in cui
vivono (la famiglia, la casa, la scuola, il gruppo dei pari, il tempo libero, ecc.) le cui implicazioni
hanno una portata maggiore di quello che può essere internet presa da sola.
- L’intento del capitolo è di identificare le principali correnti di pensiero che hanno studiato il
rapporto minori e internet evitando posizioni deterministiche
Società del rischio e processi di individualizzazione
- Come anticipato da Meyrowitz, i mass media hanno fornito ai ragazzi un inedito accesso all’adultità
ridefinendo i ruoli e le relazioni di potere, la televisione in particolare ha contribuito perché ha dato
la possibilità ai bambini nei confronti degli adulti, alle donne nei confronti degli uomini e ai cittadini
nei confronti della classe politica ad accedere a mondi dell’adultità che nell’epoca pre-elettronica
era invece molto più rigorosamente riservata all’adulto piuttosto che ai bambini, con i mass media
si apre una finestra su aspetti che magari l’adulto non vorrebbe far vedere e i bambini diventano
più scaltri, acquistano una consapevolezza di sé, diventano più mondani, hanno una conoscenza del
mondo più ampia e non sono poi disponibili a subire passivamente i limiti dell’autorità genitoriale,
stessa cosa si può dire fra uomo e donna e la differenza dei ruoli si fa sempre più vedere, gli anni 60
sono gli anni di grandi stravolgimenti, gli anni della rivoluzione giovanile, gli anni della generazione
hippie, gli anni del femminismo quello più arrabbiato, gli anni dei vari movimenti per i movimenti
civili e di Meyrowitz la tv ha avuto un ruolo in questo senso ma non tanto rispetto a quello che
erano i contenuti veicolati, perché è impensabile che negli anni 50 la TV fosse una TV rivoluzionaria,
soprattutto quella statunitense, di tipo comunista e femminista, ma anzi era una televisione che era
conservatrice, ma la tesi di Meyrowitz è proprio che non è il contenuto ma il medium stesso, il fatto
stesso comunque di accedere a realtà culturalmente, geograficamente, temporalmente diverse da
quello che era la vita di una donna che si muoveva in epoca pre televisiva, pre radiofonica, nello
spazio ristretto della vita domestica, non avevano vita pubblica, non andavano a lavorare invece la
radio prima e la tv dopo gli da la possibilità di conoscere il mondo, non in maniera radicale ma
comunque di consocerlo e questo sostiene Meyrowitz è stato un ruolo fondamentale e ovviamente
la Livingstone sostiene che questo ruolo viene ulteriormente amplificato con l’avvento della rete
che in termini di accesso alle informazioni, alla conoscenza ha quintuplicato.
- In questo senso i media sono una risorsa simbolica e culturale preziosa per la costruzione della loro
identità e relazioni sociali, per l’esplorazione creativa e flessibile del proprio io, una costruzione che
si va affrancando dai retaggi della tradizione assumendo i caratteri flessibili di identità come
processo riflessivo (Giddens) mediato dalla tecnologia, le donne, adolescenti e bambini
ridefiniscono anche in chiave critica i ruoli tradizionalmente assegnati loro. Secondo Giddens
l’identità non è un fatto ascritto che ci viene incollata su di noi per il fatto che viviamo in un
determinato contesto sociale e che subiamo in una versione un po’ Verghiana dell’essere ma è
invece un processo che gli individui si auto costruiscono ed è riflessivo in questo senso, sono quello
che sono perché divento tale attraverso questa costante costruzione dell’identità anche per effetto
dell’uso dei media.
- Drotner propone tre diversi modi di concepire i giovani come pionieri nell’uso delle tecnologie della
comunicazione, come è vero che i giovani sono gli early adopters, è più evidente che questo ruolo
dei media nel processo di costruzione dell’identità è ancora più importante, per un adulto invece
per cui la tecnologia è uno degli elementi, il ruolo dei media è meno pregnante. La Drotner dice se li
consideriamo come pionieri questo avviene secondo tre diverse modalità: innovazione (tendenza al
mixing e al multitasking, uso creativo ,prosumer grazie alla loro dimestichezza), interazione (con i
pari e con diversi contenuti mediali, intertestualità, connettività) integrazione (online+ offline)
- Individualizzazione e de-tradizionalizzazione possono sì dare maggiore libertà di
autodeterminazione ma al tempo stesso possono portare alla frammentazione, erosione di norme
e valori su cui basare scelte individuali e collettive, del principio di solidarietà sociale di individui che
condividono una base comune di valori, per cui è vero gli anni 70 e a venire ci hanno fatto assistere
a questo ruolo fondamentale dei media nel permettere all’individuo di appropriarsi di una propria
capacità di autodeterminazione e mettere in discussione i lacci della tradizione però è anche vero
che puoi contare solo su te stesso, perché se metti in discussione norme, valori e ideologie del
passato rimani da solo, valorizzi te stesso e fai terra bruciata attorno a te e quando devi poi fare
delle scelte per esempio di tipo etico rispetto a problemi personali, sociali ecc.. quelle norme e quei
valori a cui potevi fare riferimento non le puoi più invocare ma devi trovare in te stesso le
motivazioni le spiegazioni e le ragioni per portarti a prendere una decisione piuttosto che un’altra,
cosa non così facile da fare perché una serie di sociologi dicono l’individuo è si più libero ma nello
stesso tempo è più limitato.
- Beck coglie bene questa contraddizione: la detradizionalizzazione sicuramente ha favorito
l’individualizzazione ma i rapporti di diseguaglianza continuano a rimanere stabili. Inoltre la
sperimentazione personale e la creatività di cui ci parlava Giddens si svolgono in uno scenario
sociale sempre più caratterizzato di rischi e pericoli, una società del rischio (pericoli che hanno a
vedere con la perdita di certezze forse fittizie ma che comunque la tradizionalità ti dava, non
sostituite da altre se non solo le ragioni dell’individuo in quanto tale e che però risulta attanagliato
da diseguaglianze, paradosso della responsabilità di cui parla Bauman, siamo liberi ma lasciati da
soli perché abbiamo deciso di autodeterminarci e di non aver bisogno di alcuna ideologia
precostituita e chiamati nella scelta responsabile di tipo etico, politico diventa molto più difficile da
fare), Beck parla di un capitalismo senza classi, senza classi perché è venuta meno l’ideologia
marxista sulla società basata sulle classi però in effetti il capitalismo continua ad esistere e lo
sperimentiamo tutti quanti nella maniera più diversa con la drammaticità più diversa, pensiamo ai
rapporti fra le varie parti del mondo o tra ricchi e poveri, privilegiati o meno che continua ad
esistere.
- Beck individua tre momenti storici in questo cammino verso la società del rischio:
o il processo di rimozione dalla tradizione (non vogliamo più radicarci ma ci vogliamo
sradicare)
o e quindi lo smarrimento che ne deriva delle certezze, della fiducia, del sapere pratico e con
la crescita del disincanto (Es. disincanto di tanti italiani che dicono “tanto sono tutti ladri”)
devo decidere che posizione sostenere rispetto a temi eticamente importanti, per esempio,
e se mi lascio sostenere da alcune ideologie rispetto ad altre allora posso prenderla, se io
invece mi libero dalle ideologie mi viene più difficile prendere la decisione
o momento di ricongiunzione, riconoscimento e superamento del momento di smarrimento
attraverso le congetture della tecnologia
- Nessuno di questi sociologi ha mai parlato dei giovani in particolare, tuttavia il loro pensiero è
fondamentale come base teorica forte per potere poi costruire e impiantare dei discorsi su cosa
internet possa rappresentare in questa fase di ricongiunzione.
Crescere nella tarda modernità
- Due posizioni a confronto inconciliabili: mentre per la nuova sociologia dell’infanzia, l’infanzia è un
costrutto sociale più che una condizione biologica intrinseca dell’individuo, gli psicologi dell’età
evolutiva si concentrano proprio sullo sviluppo individuale a prescindere dal contesto sociale.
Quindi una posizione secondo cui il bambino è definito da ideologie, sistema culturale di
definizione che assegna al bambino determinate caratteristiche che non hanno a che vedere con il
bambino in quanto tale ma caratteristiche attribuite al contesto sociale, storico, geografico, i
costruzionisti e tutto il pensiero costruzionista tende a vedere gli individui come riconoscibili
attraverso una qualche forma culturale, stessa riflessione la fanno anche rispetto al genere, essere
donna o essere uomo, essere di un genere piuttosto che un altro non ha niente a che vedere con le
caratteristiche dell’individuo in quanto tale ma dipendono dal costrutto sociale; e una visione
contrapposta degli evoluzionisti che sostengono che il bambino con un carattere universalistico in
base a caratteristiche universali ha delle capacità di tipo fisico piuttosto che cognitivo, emotivo che
sono diverse da bambini che appartengono a una diversa fascia d’età
- Questi due approcci hanno dato vita a due diversi modi di intendere il rapporto tra internet e i
minori: come soggetti attivi (creativi ma anche aggressori), come soggetti passivi (beneficiari ma
anche vittime). Ecco una prima dicotomia di cui occorre liberarsi perché in effetti le due possibilità
coesistono, hanno una forma di ragione entrambe ma prese singolarmente hanno forti limiti,
ragionare in questi termini dicotomici non ci porta molto lontano.
LEZIONE 1 APRILE 2021
Dall’impatto all’affordances
- Focalizzare l’attenzione su internet parlando di impatto è fuorviante per almeno tre ragioni.
1. È incoerente da un punto di vista teorico come ci hanno dimostrato sul modellamento
sociale della tecnologia. Tuttavia occorre fare una distinzione tra determinismo tecnologico
inteso come teoria della tecnologia (per cui la tecnologia come variabile indipendente in
senso assoluto) e det. Tec. Inteso come teoria della società (per cui la tecnologia è una
variabile dipendente ma che poi diventa un attore sociale a pieno titolo dotato di una sua
capacità di determinazione); ricordando il concetto di affordance, la tecnologia è una
variabile dipendente dalla società, la società a un certo punto sente il bisogno di dotarsi di
una serie di innovazioni di tipo tecnologico e quindi pensa e ripensa fino a quando non tira
fuori questa tecnologia, è la società che produce l’esigenza che porterà a un’eventuale
innovazione e tuttavia nel momento in cui questa prende corpo, entra nelle case delle
persone, allora acquista una certa indipendenza come se fosse una variabile indipendente,
allora si che ha una sua capacità di determinazione e di orientare il comportamento delle
persone, di orientare la vita delle persone, le organizzazioni del sistema sociale; è una
passaggio che occorre ben capire però quest’idea di det. Tec. Inteso come teoria della
società ci aiuta a non avere un’idea semplicistica dell’innovazione ma nello stesso tempo ci
aiuta a dire che è vero che una volta che la tecnologia si è affermata nella società, la stessa
ha un certo potere sulle persone. In base agli equilibri di potere viene inventata una
tecnologia piuttosto che un’altra, per fare un esempio di questa dinamica di potere che sta
dietro a un’invenzione piuttosto che un’altra è l’invenzione dei contraccettivi tutti rivolti
verso le donne tranne uno: la spirale, la pillola; quando questa fu inventata negli anni 60
era una vera e propria bomba ormonale non sufficientemente e a lungo sperimentata;
produsse in molte donne, soprattutto negli stati uniti, gravi e fatali effetti collaterali
vedendosi trasformare il proprio corpo; nel corso degli anni le ricerche sono andate avanti,
il dosaggio è stato messo sotto controllo e oggi le pillole non hanno a che vedere con quelle
degli anni 60. Non è un caso che tutti i metodi contraccettivi tranne uno intervengono sul
corpo delle donne, dentro i laboratori delle case farmaceutiche c’erano soprattutto uomini:
dietro l’invenzione di una tecnologia ci sta tutta la società che porta con sé interessi
specifici di categorie, basti pensare le industrie dell’automobile, oggi le macchine elettriche
e ibride stanno timidamente alzando la testa ma in decenni fior di ingegneri in tutte le case
automobilistiche avrebbero potuto inventare molto molto prima tutto ciò, non c’era
l’interesse, la grande industria automobilistica spalleggiata dalla grandezza delle potenze
del petrolio non aveva interesse, avrebbe portato un forte impatto nelle industrie che non
avrebbero potuto adeguarsi in tempo.
2. È insoddisfacente da un punto di vista empirico perché ci induce a ignorare la grande
quantità di processi sociali e simbolici attivati nel rapporto tra individui e media/internet;
non è vero che gli individui subiscono passivamente, abbiamo visto tanta ricerca empirica i
così detti audience studies, da cui si è scoperto che le persone retroagiscono rispetto a
quello che può essere il potere di impatto dei media, in qualche modo le persone nel
momento in cui adottano una tecnologia, nel momento in cui quella entra nelle case delle
persone o comunque nelle routine quotidiane delle persone, quelle persone li le
addomesticano le fanno proprie. Se noi andiamo a vedere tutta la traiettoria che porta dalla
produzione al consumo vediamo che è un percorso molto più complicato.
3. Mette fuori strada le scelte politiche, perché vede l’intervento sulla tecnologia come la
soluzione ai problemi sociali, perché se parli della tecnologia come impatto tu policy maker,
ministero dell’educazione, dell’istruzione, delle politiche giovanili, pensi che per evitare un
impatto devastante dei media (videogame, rete, smartphone ecc.) basta intervenire sulla
tecnologia tramite censura o regolamentazione e quel problema sociale non c’è più; è
valido anche il contrario cioè sia nel senso che la tecnologia fa male sia che la tecnologia fa
bene allora la politica spera che i forum online possono attivare la partecipazione giovanile;
quando gli educatori, gli insegnanti vogliono distaccarsi da una modalità tradizionale di
apprendimento non trovano di meglio che buttassi sull’e-learning pensando che la
tecnologia possa in qualsiasi modo far diventare più accattivante il didattico.
- E allora che succede? Dobbiamo parlare usando il prefisso “ri” mettendo in luce la dimensione della
mediazione: ri-configurare, ri-mediare, ri-combinare, ri-appropiarsi di un intervento creativo su
qualcosa che però esiste già. Le persone mediano i media, se li configurano adattandoli a quelle che
sono le proprie esigenze, i propri gusti, il proprio modo di vedere, il proprio stile di vita, è la ricerca
diversa da quella statistica non possiamo pensare che la statistica sia sufficiente, dobbiamo andare
nello specifico e andare a capire in che modo poi quel 30% che la statistica mi dice usa le
tecnologie, in che modo le usa? E che vuol dire se c’è una differenza di uso? Rimediare, si riferisce
al volume degli anni 90 di Bolter e Groosing che scrivono un testo chiamato Remediation; la tesi
che loro sostengono è che man mano che passano i decenni e assistiamo a diverse evoluzioni
tencologiche e anche all’invenzione di diversi mezzi di comunicazione, questo procedere non
avviene nel senso di rivoluzioni che impattano in maniera tale che tutto ciò che c’era prima sparisce
perché in realtà la nuova tecnologia si integra, si ibrida si rimedia con le tecnologie già esistenti
ridefinendo anche queste tecnologie per cui tutti coesiste ma coesiste secondo un processo
costante di cambiamento reciproco es. quando viene inventata la televisione, siamo negli anni 50
subito dopo la seconda guerra mondiale anche se già le prime sperimentazioni erano partite negli
anni 30, tutti quanti si misero le mani ai capelli perché dissero ora che è arrivata la televisione, la
radio, al tempo medium per eccellenza, sparirà, il video avrebbe ucciso la stessa della radio, ma così
non è stato, oggi la radio continua ad esistere, certo è che si era in qualche modo modificata, si
rimedia, si intreccia con gli altri media; una rimeditazione anche delle persone che si riconfigurano
ciò che i media propongono adattandolo al proprio universo esistenziale.
- Risulta appropriato parlare del concetto di affordance nel modo in cui ce ne parla Hutchby, la
tecnologia ha un suo modo per essere utilizzata ma non ce lo impone. Sono aspetti che definisco
senza determinarle le possibilità d’azione di un soggetto nei confronti di un oggetto, è possibile
interpretare le tecnologie come artefatti in grado di modellare ma al tempo stesso di essere
modellati dalle pratiche quotidiane di chi le usa. Se applichiamo questo concetto di affordance al
rapporto che i ragazzi hanno con le tecnologie risulta molto utile perché ti dà un margine per capire
quali sono le potenzialità creative, gli usi creativi, il concetto di prosumer (tu consumi e in quanto
consumatore sei attivo ma allo stesso tempo sei anche produttore perché produci un tuo uso)
- Può esserci un uso dominante o uno prescritto ma mai un uso essenziale che possa essere dedotto
dall’oggetto in sé e che possa quindi portare tutti a usare qualcosa nello stesso modo! Da qui la
necessità di studiare le tecnologie in contesto, tu capisci l’impatto delle tecnologie sulle persone
solo nella misura in cui quelle tecnologie e il rapporto tra i due tu la collochi in un determinato
contesto, è il contesto che ti spiega perché un individuo usa la tecnologia in un modo piuttosto che
un altro.
Cap 2. Giovani esperti
Fino a che punto i giovani sono nativi digitali? Non è necessariamente vero e
non lo è sicuramente per tutti i ragazzi, dipende anche qui da quale ragazzo o
giovane stiamo parlando, a quale classe sociale appartiende, dipende cioè dal
contesto. In altri capitoli la Livingstone mette in discussione questa metafora
dei nativi digitali parlando, alla luce delle sue ricerca della ladder of
opportunities cioè la scala delle opportunità e sostanzialmente è una
metafora che tira fuori dai suoi dati che graficamente rappresenta attraverso una vera e propria scala e
dalla Survey che ha fatto di un campione di 18.000 bambini e adolescenti scopre che nella parte più bassa di
questa scala che corrisponde a quelle che sono le opportunità creative più sofisticate, dove c’è il 100% dei
ragazzi intervistati, questo 100% degli intervistati raccoglie opportunità minimali, ha competenze minimali
rispetto a quello che è il potenziale creativo, espressivo, comunicativo che le tecnologie potrebbero offrirti,
perché non sono poi così nativi digitali. Man mano che saliamo le opportunità richiedono usi e competenze
più sofisticate e sempre in proporzione minore i ragazzi intervistati riescono a cogliere senza aiuto alcuni,
quel 23% (es. tenere un blog) in cima alla scala potrebbe essere maggiore se fossero aiutati; dobbiamo fare
in modo che queste opportunità vengano colte sempre più, non possiamo dare per scontato che perché
definiti come nativi digitali possano loro raggiungere opportunità sofisticate senza un aiuto. Anche i
migranti digitali (genitori o insegnati) che accompagnano la crescita di adolescenti e bambini vedremo non
essere poi cosi migranti perché hanno cose importanti da dare ai ragazzi e soprattutto non tutti i migranti
digitali sono uguali nel senso che ci possono essere genitori che possono accompagnare i ragazzi a risalire i
gradini nella scala meglio degli altri genitori, il tema è quello della diseguaglianza sociale.
Famiglia e diseguaglianza sociale
I genitori hanno un ruolo importante nella crescita dei nativi digitali e la competenza con cui possono farlo
si distribuisce diversamente in base alle diverse famiglie a causa della stratificazione sociale per cui esistono
demarcazioni sociali, economiche che ci differenzia e che in qualche modo determina anche il modo in cui
poi ci andiamo a collocare all’interno del sistema sociale rispetto alle cose che possiamo e non possiamo
fare. Un genitore o una famiglia può sostenere i figli in un certo modo, altre famiglie in un altro; la
pandemia, la didattica a distanza ha fatto emergere in maniera prepotente il fatto che non tutti i ragazzi
vivono in famiglie con genitori che possano sostenerli a casa, la scuola si è fatta a casa e quei ragazzi che
avevano la possibilità di avere un genitore che li seguiva, aiutava, risolveva problemi di connessioni non
erano la totalità dei ragazzi.
- A chi tocca la responsabilità di rendere più significativo ed efficace l’uso della rete da parte dei
minori? Ai progettisti delle interfacce? Ai genitori? Alla scuola? È una corresponsabilitò
- Pariamo dal digital divide: da non intendersi come semplice accesso alla macchina ma il risultato di
un mix complicato di ragioni sociali, psicologiche, economiche e soprattutto pratiche. Si parla di
divario come mancata inclusione sociale o come diseguaglianza sociale. Alcuni bambini i computer
non li avevano nemmeno per la DAD, non avevano internet, c’è un divario digitale e la pandemia
l’ha reso evidente e. non è soltanto da intendersi come un problema di accesso alla macchina (se
ho internet o il computer) ma un problema più ampio e che si è capito quando in realtà la rete si
stava diffondendo ma non in modo uguale in tutto il mondo es. gli stati uniti avevano negli anni 90
un alta diffusione della rete ma magari non equamente diffuso all’interno del territorio americano,
quindi era un divario che già si parlava negli anni 90 e si pensava che con il passare del tempo, con
la diminuzione dei costi e la sempre più diffusione nel mondo, questo divario sarebbe sparito. Così
non è stato, non è un problema di accesso ma anche un problema di usi significativi che sai fare di
quella macchina una volta che l’hai connessa alla rete.
- Vediamo il modello di divario digitale
elaborato da Jan Van Dijk (la teoria
dell’appropriazione e delle risorse del 2012,
ci dice della complessità del divario digitale
e del mancato accesso alle tecnologie
dell’informazione e della comunicazione.
Al centro del modello c’è l’accesso alle Information
and Communication Technologies: il modo in cui le
persone accedono a queste dipendono da (cause)
posizionamento sociale delle persone e la
distribuzione delle risorse che possono essere
banalmente risorse economiche per cui non ho soldi
per acquistare il pc o la tariffa flat o risorse di tipo
culturale per cui non ho conoscenze per capire come funziona la macchina per navigare in internet ecc.
Queste cause influiscono l’accesso alle tecnologie a loro volta influenzate dalle stesse caratteristiche delle
ICTs (Affordance), queste condizionano pure il modo in cui le persone accedono diversamente alle
tecnologie e se seguiamo ancora la freccia, un diverso accesso alle ICTs produce un diverso accesso alla
partecipazione alla società, una diversa inclusione e quindi, un uso diverso ti pone a seconda della
partecipazione nella società, su categorie diverse e quindi diverse distribuzioni di risorse, la freccia
retroagisce ed eventualmente aggrava ancora di più queste cause. Le conseguenze di un accesso ineguale
di qualsiasi tipo riguardano una maggiore o minore partecipazione ai diversi ambiti della società avendo
ripercussioni economiche (accesso al mercato del lavoro), sociali (accesso alle relazioni sociali), politiche
(accesso al voto e altre forme di partecipazione politica), culturale (cybercultura).
Lezione 19 aprile
CAP 4 Comunicazione e identità
In questo capitolo riprenderemo in parte alcune delle cose adattandole al focus tematico della livingstone,
gli adolescenti, i ragazzi e sono i temi dell’uso della rete in particolar modo dei social network, social medio
ai fini di comunicazione e processi di costruzione dell’identità.
Il capitolo inizia con la frase: noi adulti amiamo credere che i giovani usino internet per soddisfare bisogni
culturali, in realtà i dati della ricerca di Sonia Livingstone che ha raccolto dati e che ha solidità dal punto di
vista empirico, ci dicono che i bisogni sono soprattutto quelli di comunicare, socializzare, costruzione
dell’identità, di svago..
Quali sono si chiede la Livingstone, le risorse comunicative e identitarie che internet mette a disposizione
dei più giovani? Se i bisogni dei giovani sono questi, in che modo lo fa, prima di rispondere a questa
domanda di addentrarci, la Livingstone cita una citazione di Hall (Cultural Studies) che scrive “parlando del
processo di costruzione della identità, proprio perché si strutturano all’interno e non all’esterno del
discorso, le identità vanno considerate mediante specifiche strategie enunciative come prodotto di
particolari luoghi storici e istituzionali con le loro particolari formazioni e pratiche discorsive, inoltre
appaiono, le identità, entro il gioco di specifiche modalità di potere. Qui hall ci sta dicendo quella che è una
lezione capitale, un’idea discorsiva delle nostre identità molto trattato nei gender studies per esempio. Dire
che le identità sono il risultato, l’effetto di un processo di costruzione mediante specifiche strategie
enunciative (performative, cioè l’identità viene performata, agita) che ha a che vedere con un’identità che
non è tanto appartenente all’individuo quanto il risultato di come quell’individuo, collocato all’interno di un
preciso contesto storico, culturale, viene ad autodefinirsi a seconda dei condizionamenti che dal contesto
pervengono. Il pensiero femminista per citare uno dei più comuni, le donne hanno messo in discussione il
modo in cui l’identità della donna è stata a lungo definita nel corso dei secoli, per dire che l’essere donna in
realtà non aveva niente a che vedere con quell’individuo biograficamente tale ma con il modo in cui a
quell’individuo erano state attribuite certe marche identitarie piuttosto che altre. Ora la Livingstone ci fa
questo breve escursus, ci ricorda la natura discorsiva della definizione di identità perché ovviamente è la
base sulla quale dobbiamo costruire il nostro ragionamento su come gli adolescenti csostruiscono le loro
identità in rete e fuori dalla rete e come le due dimensioni sotto questo punto di vista si intrecciano. La
livingstone ci ricorda che rispetto a questo tema della natura discorsiva, gli studiosi rilevano due aspetti: da
un punto di vista generale l’identità viene definita come costrutto discorsivo e congiunturale anche se
attraverso mediazione di variabili forti come gender e posizione sociale ma anche una serie di studiosi che
da un punto di vista più specifico si chiedono e studiano il ruolo che gli ambienti digitali e le pratiche socio-
culturali ad essi connesse in questa costruzione svolgono.
La rete offre un’infinità di opportunità per presentare sé stessi e intrattenere relazioni anche in prospettiva
diacronica, nel tempo. Rispetto a questo tema della possibilità infinità che la rete ci darebbe nella
costruzione della nostra identità, delle nostre impersonificaizoni la livingstone ci ricorda alcuni punti fermi
della ricerca scientifica sono quelli di:
- non patologizzare/demonizzare il tempo e le energie spese in queste pratiche
- non marcare una linea netta tra offline e online
- mettere in discussione l’immagine del ragazzo online come isolato e alienato rispetto alla socialità
autentica offline.
Le domande del capitolo 121
Ritenere i media come causa di disagio è un facile capo espiatorio come lo è stato per la tv, il cinema, la
musica rock.
Criticare la comunicazione dei ragazzi in rete perché banale significa ignorare che spesso ha una natura
fàtica, da un punto di vista dell’offerta e ottenimento di informazioni sembra non avvenire nulla di
importante in realtà ci permettono di capire che questo tipo di comunicazione ha per gli adolescenti una
natura fàtica cioè la funzione della comunicazione che riguarda da un punto di vista del contenuto
scambiato non avviene niente, quello che avviene in realtà a livello meta comunicativo, mantiene il canale
relazionale aperto (sentire vicinanza, comunanza, solidarietà) e mantenere costantemente aperti i canali di
contatto con chi si conosce già, è raro che l’adolescente sia interessato a incontrare estranei in rete, questi
sono molti attenti a capire a chi dare l’amicizia, e nella stragrande maggioranza si tratta di persone che loro
conoscono già.
La loro comunicazione non è né intenzionalmente ingannevole né totalmente sincera… dicono e non dicono
proprio perché la rete e gli spazi online diventano per gli adolescenti terreno per sperimentare
sfaccettature diverse della propria identità; al tempo stesso la rete offre la possibilità di rimanere in
contatto ma al tempo stesso essere in grado di gestire con più flessibilità questo contatto (decidono quando
rispondere). Contrariamente agli adulti, non ritengono che la comunicazione in presenza sia sempre e
comunque più autentica e migliore: valutano di volta in volta quale medium o quale pratica comunicativa
specifica è meglio usare in base alla situazione. Gus di 13 anni gli dice in un intervista quello che cambia tra
telefono e chat, ha ben chiaro che queste due forme di comunicazione possono essere più o meno efficaci:
se non sai cosa dire stai al telefono senza dire niente, silenzi imbarazzanti in una chat non importa si può
non dire nulla perché non c’è qualcuno dall’altra parte che aspetta, non c’è fretta, non c’è confronto, se ce
l’hai di fronte possono risponderti male in una chat questo può avvenire ma in maniera dilazionata, puoi
pensare con calma a come reagire come rispondere, c’è un maggiore controllo e soprattutto c’è anche
questa capacità di distinguere come questo maggiore controllo e capacità di determinazione del flusso
comunicativo differisce a seconda del medium che stai utilizzando e quale pratica comunicativa stai
pensando di attuare.
Lezione 22 aprile
Rappresentazioni identitarie: dal momento che le identità sono agite e sperimentate in una pluralità di
luoghi (agiamo, sperimentiamo, preformiamo le nostre identità dando di noi rappresentazioni diverse
anche nei contesti dell’offline non solo nell’online, nelle diverse interazioni in presenza, situazioni sociali, la
pluralità di luoghi dunque non è solo fra online e offline ma anche una pluralità di luoghi all’interno dello
stesso offline e una pluralità di luoghi all’interno dell’online), i confini che li separano hanno una grande
importanza, per esempio, per impedire l’accesso agli adulti (specie ai genitori) basti pensare gli adolescenti
che impediscono l’accesso alla propria camera che diventa un luogo presidiato dai ragazzi, dinamiche che si
presentano anche nella rete, tema di come regolamentare questi confini ha una grande importanza.
Metafora goffmaniana, l’identità non è qualcosa di acquisito per cui in età adulta si definisce in qualche
modo l’identità e quella rimane, tipicamente l’età adolescenziale è l’età in cui si costruisce quest’identità; la
scorsa lezione avevamo detto che in realtà l’identità come perviene dal pensiero novecentesco, è un
processo costante di elaborazione e di rielaborazione costante, la nostra identità viene definita, ridefinita,
negoziata costantemente attraverso le nostre più diverse circostanze di vita, quindi le identità sotto questo
punto di vista sono agite, questa idea del fatto che tu agisci costantemente su questo processo della tua
identità, tu e la società, tu e gli altri che nella società in cui vivi, nel contesto in cui vivi contribuiscono anche
a questo processo di costruzione; le identità sono dunque performate, l’idea della performance,
rappresentazione, avvinghi la tua identità in maniera diversa a seconda del contesto. È un po’ anche quella
che riprende Goffman che ci parla della così detta rappresentazione della vita quotidiana come un teatro
dove ognuno di noi in ogni contesto della vita quotidiana si trova ad agire e a dare di sé verso gli altri una
certa rappresentazione; questa idea di Goffman, non solo sua ma anche di Pirandello ad esempio o di
Picasso (cubismo) è un’idea di identità che si forma come costruzione discorsiva.
La rete permette una vera e propria sperimentazione identitaria soprattutto per gli adolescenti (se c’è una
fase della nostra esistenza nella quale il travaglio identitario è più evidente è quello dell’adolescenza… a pag
128,129 la Livingstone cita la sperimentazione identitaria dell’adolescente Manu che condivide 7 identità
con suo fratello e se li alternano a seconda dell’umore, dopo aver mostrato tutti i suoi profili e come fare
per modificarli Manu spiega che nelle chat room la gente non sa chi è perché cambia continuamente
identità cambiando nome; queste pratiche identitarie possono talvolta essere molto serie, le regole
dell’interazione online che prevedono lo scherzo e la sperimentazione come pratica comune consentono la
messa alla prova di ruoli alternativi permettendo ai giovani di giocare nel confine tra realtà e fantasia, reale
e irreale senza compromettere la loro vera propria identità diventando la condivisione online, un modo per
elaborare sé stessi), le autorappresentazioni sono meno vincolanti al punto che a volte non hanno nulla in
comune con l’identità offline. Emblematico esempio di questo scarto tra utente e profilo è il caso di Paul
(13 anni) di cui ci parla Livingstone, un profilo può essere non di individuo ma di gruppo, profilo di una
persona cui dietro sta un gruppo, le dinamiche di questo gruppo; costruire il proprio profilo dunque non è
solo relativo a scelte individuali ma anche a scelte sociali di gruppo.
Tema della privacy: formulata da un punto divista giuridico-legale ha a che fare con il diritto alla solitudine o
mantenere riservate le informazioni personali, di decidere cosa rendere pubblico o meno. In questo senso
esiste una demarcazione netta tra principio di riservatezza in senso assoluto e diritto di autodeterminazione
su cosa condividere e con chi; i giovani a questo proposito non desiderano la riservatezza in senso assouto
quanto il diritto di poter determinare con chi condividere. In realtà il problema vero è un altro! Gli utenti
pensano di poter esercitare questo diritto (riservatezza vs autodeterminazione) in un ambiente che in realtà
è di qualcun altro, è di proprietà privata. Ottima sintesi del capitolo sono le pag 147 e 148. Qui riprese
velocemente:
- L’identità si costruisce attraverso l’interazione costante con gli altri
- All’interno del più generale processo discorsivo di negoziazione e sperimentazione identitaria, le
identità trovano espressione online non come attività individuali e disancorate ma come pratiche
contestualizzate, modellate dalle specifiche condizioni sociali (contesti off) e tecnologiche (le
affordance online) in cui si situano.
- L’autorealizzazione identitaria richiede attenta negoziazione tra risorse/opportunità
(sperimentazione identitaria socialità comunicazione ecc.) e rischi (privacy, incomprensioni e
conflitti); tutto questo è condizionato da tre fattori fondamentali: le aspettative degli altri, le
caratteristiche tecniche dei siti, le loro competenze d’uso. Cosi si esprime L. su rischi e opportunità
(148)
Capitolo 5 Partecipazione e impegno
I giovani e le grandi speranze della cittadinanza digitale: i grandi benefici della rete pensata come fonte di
arricchimento sotto molteplici punti di vista nei campi più diversi (educazione, politica, medicina, arte e
cultura)
Esempio: le social street di Facebook: DAL VIRTUALE AL REALE VIRTUOSO.
Nasce quest’idea in via fondazza: si parte dal virtuale che è un gruppo Facebook a partire da una strada o
da due strade/tre strade vicino fra di loro. Si parte dalla creazione di questo gruppo facebook che si colloca
all’interno di una precisa area geografica in una grande o media città, poi si passa al reale, questo diventa il
gruppo dei residenti di via fondazza per es. a Palermo, questi qua si incontrano in questo gruppo su
facebook, si incontrano e si conoscono inizialmente online perché nelle grandi città quest’idea, molto meno
radicata nei piccoli centri, di conoscere i vicini è quasi sparita quindi l’idea è quella di far partire l’incontro
online che ci permette di creare una lista di connessioni per poi passare al reale (sto sbarazzando la mia
cantina alle 6 farò un banchetto dove regalo i libri che avevo in cantina, chi vuole venire venga, oppure oggi
pomeriggio ho un’ora di tempo libero e siccome mi piacciono i cani posso portarveli a fare una passeggiata
-> da virtuale a reale). Nel caso delle social street l’online si tramuta in offline, molte volte tra l’online e
l’offline c’è un unicum senza soluzione di continuità, le social street plasticamente rendono reale questa
cosa, dal reale al virtuoso, persone che vivevano vicine ma non si conoscevano, si conoscono tramite la rete
e quello che era uno stato di distanza fisica e sociale diventa poi una situazione virtuosa di avvicinamento
virtuale ma poi anche fisico. I punti di forza del successo delle social street sono rappresentate da
facebook, la territorialità circoscritta al fine che il passaggio da virtuale a reale possa avvenire facilmente, la
gratuità che favorisce la cultura del dono, inclusione ecc. ecc.
Tuttavia vorrei ricordare quasi una profezia (meglio un monito di Manuel Castells nel 1996).
Il sociologo Spagnolo Manuel C. fece un’analisi della nascente società in rete, aveva colto con una grande
intuizione, e lo scrive in uno di questi suoi libri, quanto la rete, se da un punto di vista teorico può favorire
queste bellissime cose nella pratica è diventata un’altra cosa; Manuel lo aveva accennato già prima della
nascita dei Social. Egli scrive: nonostante tutta l’ideologia sul potenziale delle nuove tecnologie di
comunicazione per l’istruzione, la salute, l’arricchimento culturale, la strategia prevalente è volta allo
sviluppo di un gigantesco sistema di intrattenimento elettronico considerato l’investimento più sicuro dal
punto di vista degli affari. Pertanto, mentre governi e futurologi parlano di collegare in rete le aule, di
effettuare interventi chirurgici a distanza e di tele consultare l’Enciclopedia Britannica, gran parte della
costruzione effettiva del nuovo sistema si incentra su video on-demand, gioco d’azzardo in rete e parchi a
tema in ambienti di realtà virtuale.
LEZIONE 26 APRILE: CONVEGNO

LEZIONE 28 APRILE 2021


Le potenzialità della rete per la democrazia diretta, per la partecipazione politica. Cosa si intende e cosa ne
pensate? Il M5S ha fondato il suo successo politico sul fatto che prima di fare una scelta importante si
consultano prima con i cittadini, qualcosa che per la democrazia rappresentativa è importante dato che una
volta eletti i nostri rappresentati questi possono fare, durante il loro mandato anche cose che vanno contro
il nostro volere. La democrazia diretta invece permette di prendere decisioni, non in nome del mandato ma
in nome del confronto tra eletti ed elettori, questi ultimi partecipando sulla piattaforma del M5S decidono
poi le sorti. A prima vista sembra esserci una convergenza tra il nuovo stile deliberativo (orizzontale, de
gerarchizzato, informale, alternativo) reso possibile dalla rete e quello preferito dai giovani che rifuggono
da forme e formule tradizionali di fare politica. Sembra dunque realistico incoraggiare la partecipazione
politica dei giovani attraverso la rete.
Le domande del capitolo: la rete può veramente fare questo? La Livingston risponde presentando i risultati
di alcune ricerche
Dalle ricerche sappiamo che i giovani si sono sempre più allontanati dalla politica, forse perché mancano di
motivazioni di competenze e conoscenze, di peso politico (ovvero pensare che la propria espressione di
voto conti veramente). Dai dati sembra esserci una combinazione di questi fattori che valgono anche per gli
adulti anche se sottolinea come tra scarso interesse per la politica e bassa efficacia politica, il secondo
fattore è più preoccupante: anziché criticare una generazione perché priva di interesse alla politica,
bisognerebbe indagare le condizioni che rafforzano o mettono in crisi la percezione che la partecipazione
possa fare veramente la differenza!
È sufficiente si chiede la Livingston ridurre la partecipazione politica alla sola espressione di voto? Si può
essere disinteressati alla politica intesa come elezioni o partiti e molto più interessati a seguire singole
questioni politiche a livello locale, nazionale e internazionale (politica del quotidiano de-istituzionalizzata).
Ci si chiede a questo punto che ruolo può avere internet in queste nuove forme di interesse politico e di
impegno in questa politica de-istituzionalizzata. A prima vista sembrerebbe che internet può fare la
differenza, i sostenitori della rete per questa forma di politica del quotidiano de-istituzionalizzata che trova
sulla rete terreno fertile, a prima vista sostengono di sì: i giovani sono attivi in rete e allora la rete favorisce
questa forma di attivismo de-istituzionalizzato. I dati ci dicono che è così ma solo per chi è già attivo e
motivato, quei giovani e giovanissimi motivati. A pagina 157, ultimo capoverso : “ evitando le strettoie del
termine politica (nel momento in cui ai giovanissimi chiediamo tu ti interessi di politica loro sentendo la
parola diranno di no per disaffezione) e ci andiamo di traverso per cercare di capire se sono civicamente e
politamente attivi, abbiamo chiesto ai giovani fra i 9 e i 19 anni che vanno online almeno una volta a
settimana se frequentano alcuni tipi di siti civici per esempio siti in tema di solidarietà, ambiente, diritti
umani, governo, siti civici che trattano issues, determinate singole questioni” ha scoperto che più della
metà ha detto di averne visto almeno uno spesso non più di una volta. Quando abbiamo chiesto a coloro
che usano internet per comunicare tra di loro hanno comunicato tra loro di questi argomenti solo il 14% ha
dichiarato di averlo fatto qualche volta, il 4% più di qualche volta e il 2% sempre. Lori in maniera efficace
dice a fine giornata vai a cercare quello che ti interessa, l’interesse per la politica non ti verrà solo se usi
internet, cioè se tu non hai già interesse per la politica o per questioni sociali, civiche di un certo tipo, non è
stando in internet che questo interesse ti viene. Gela un po’ gli entusiasmi di coloro che pensano che con la
rete si impegneranno politicamente anche i giovani apatici e non interessati a tali temi. In questo contesto
non sarà un risultato non atteso che una ricerca americana sostenga che internet sia un mezzo meno
efficace per mobilitare persone non interessate alla politica ma mobilita maggiormente quelli che sono già
interessati alla politica (Integrazione con professionismo cognitivo e affettivo costruzione della fiducia sul
libro della vittadini).
Applicando la tecnica statistica della cluster analysis, L. distingue tre gruppi di giorni tra i 12 e i 19 anni che
usano internet almeno una volta a settimana. Ecco come li descrive la L. (159)… clusterizzando i dati raccolti
dalle intervista ha descritto i ragazzi in tre grandi categorie che lei chiama GLI INTERATTIVI, GLI IMPEGNATI
e I DISIMPEGNATI, si va in una scala decrescente di impegno politico. A pag 159 si ricostruiscono le
caratteristiche delle macro categorie dicendo: per chi cerca di coinvolgere giovani attraverso internet,
policy maker, studiosi, che si vogliono interrogare su come motivare i ragazzi alla partecipazione politica, è
molto importante capire come ciascuna di queste tre categorie vive la propria partecipazione politica,
bisogna tarare le politiche e differenziarle a seconda delle caratteristiche di questi tre cluster che lei ha
individuato.
Coinvolgere chi è già coinvolto, gli interattivi, sembrerebbe più facile ma non è scontato, la rete non può
sostituire il faccia a facciA per quanto riguarda la motivazione, la creazione di legami profondi e il sostegno
a processi decisionali.. Ancora più complicato per quanto riguarda i disimpegnati: da notare che il divario
tra partecipazione online e adesione da parte dei giovani (in genere) è anche una questione di
comunicazione, di grafica e di estetica con cui certi siti di carattere civico politico si presentano (ragazzi 144-
15 anni citati da L.162)
CITTADINI A TUTTI GLI EFFETTI O FUTURI CITTADINI? I minori, non partecipano anche perché sentono di
non essere veramente interpellati come cittadini a tutti gli effetti ma come cittadini non ancora cittadini,
non possiamo veramente tenerli in conto, quello che loro dicono non può essere tenuto in conto come un
18enne la cui opinione dobbiamo tenerla in conto perché incide sul voto.
Cit. Luke 15 anni p 170 inizia questo paragrafo una breve citazione di questo quindicenne che dice: beh può
darsi anche che ci ascoltino i grandi, ma dal loro punto di vita, noi non votiamo, starci ad ascoltare è inutile,
non sono tenuti a fare cosa diciamo noi perché tanto non votiamo.
Tre questioni.
- Il problema dello status di cittadini
- La natura della loro partecipazione (come definiamo il concetto di partecipazione)
- Il sistema sociale e cosa esso offre realmente alla partecipazione giovanile.
Il problema dello status: non avendo i minori alcun diritto di voto gli appelli alla loro partecipazione anche
attraverso la rete assumono una funzione più di formazione civica che di reale partecipazione oppure per
sviluppare un pensiero in merito a tematiche di interesse politico, scambiarsi idee, esercitarsi a creare un
pensiero analitico e critico. Tutte queste motivazioni hanno a che vedere con lo sviluppo di competenze
conoscitive come se li stessimo preparando a diventare cittadini nel futuro. Non li stiamo interpellando ora,
la loro voce e gli effetti che il loro esprimere un opinione, non hanno poi una reale ricaduta nel concreto. A
parte gli evidenti meriti, ci sono anche limiti: se vengono invitati a iniziative con la promessa che questa
partecipazione cambierà le cose e poi non cambiano, è naturale la delusione. Il punto vero è ritenere i
minori già cittadini e non futuri cittadini, nel senso cioè di portatori di diritti attivi e non solo passivi, come
del resto anche la convenzione prevede. Ovvero tenere conto dell’opinione dei minori in tutte le questioni
che li riguardano direttamente dall’istruzione all’ambiente art 12 della convenzione sui diritti dell’infanzia e
della adolescenza: Gli stati parti garantiscono al fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere
liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa, le opinioni del fanciullo essendo
debitamente prese in considerazione tenendo conto della sua età e del suo grado di maturità. A tal fine, si
darà in particolare al fanciullo la possibilità di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o
amministrativa che lo coinvolge sia direttamente che tramite rappresentante o organo appropriato in
maniera compatibile con le regole di procedura della legislazione nazionale.
LA NATURA DELLA LORO PARTECIPAZIONE: altra preoccupazione, soprattutto quando ci riferiamo alla rete;
il concetto di partecipazione è problematico, soprattutto quando ci riferiamo alla rete. Certamente a prima
vista internet può svolgere funzione importante, ma partecipare attraverso rete ha senso solo se questa
partecipazione punta a un obiettivo più alto. La partecipazione deve avere un fine, se non si chiarisce
questo, partecipare non ha senso. E soprattutto può generare aspettative che se disattese possono
allontanare da ogni partecipazione futura. Partecipare online deve necessariamente tradursi in una qualche
forma di partecipazione alla vita della società, solo se il giovane in questione ne è interamente convinto di
produrre un effetto nella vita sociale in generale, s elo faccio solo per dire che ho fatto numro, li in quella
petizione, senza avere obiettivo di cambiare poi la società o quella singola issue della società non ha senso.
TERZA QUESTIONE IL SISTEMA SOCIALE E COSA ESSO OFFRE REALMENTE ALLA PARTECIPAZIONE GIOVANILE
Come il luogo comune sulla presunta apatia politica dei giovani, L. sostiene che i ragazzi imparano presto
che nessuno li ascolta, pertanto non basta dire che internet dà loro voce se poi vengono ignorati, una
disillusione generale. Chi dovrebbe ascoltarli? 175 citazione, le istituzioni politiche e pubbliche in generale
non sono bravi ad entrare in contatto con i ragazzi divenendo un problema le istituzioni politiche pubbliche
dovrebbero garanti. Questa struttura di personalità è andata restringendosi nel corso degli ultimi decenni
(estensione carriera scolastica, dilazione ingresso nel mondo del lavoro, nel lavoro, tagli al privato sociale,
ponendo a una erosione delle forme tradizionali di impegno di collettivo e di coinvolgimento civico-politico.
Si è affermato un senso di insicurezza, sfiducia istituzionale, mancanza di appartenenza, un individualismo
di fondo anche per effetto della rivoluzione della comunicazione uno-uno. Nonostante questo si è visto che
il coinvolgimento per quanto individuale produce benefici per l’individuo e la società tutta: i giovani più
impegnati si sentono più fiduciosi, in grado di agire e rispettati. La scuola, ancora più di internet, ha un
potenziale enorme di inclusione e uguaglianza dialogo pag 176 e conclusioni sintesi p 176.

LEZIONE 3 MAGGIO
Capitolo 6 Rischi e Pericoli collegato al tema delle opportunità
Media e panico morale: soprattutto quando si parla di giovani e media questo tema del rapporto fra media
e giovanissimi è stato sempre accompagnato da un panico morale, un moral panic che nel contesto degli
studi su media e bambini ha avuto una grandissima attenzione; moltissimi studi e ricerche relative al
rapporto tra bambini media sono state poste sotto questi termini di panico morale.
Tre fattori concorrono ad amplificare questo panico: lo straordinario sviluppo della rete che soprassa la
capacità di comprensione e adattamento degli adulti, un timore endemico contro la novità tout court, la
novità di un gap generazionale al contrario, sono gli adulti che non sanno.
In verità questo processo di panico morale si è ripetuto nel corso dei secoli, nel corso degli anni soprattutto
per quanto riguarda i media, la comunicazione mediata, l’avvento nella società di un nuovo medium, di un
nuovo strumento di comunicazione, cit. Critcher p.184: il modello è sempre lo stesso che si ripete
ovviamente con gli adattamenti del caso, un nuovo medium prodotto da una nuova tencologia emerge e
conquista il mercato di massa però che succede? I suoi contenuti sono giudicati violenti, criminali,
turbamento e pericolo per bambini che non sanno distinguere realtà da fantasia creando ondate di panico
morale.
Il primo apocalittico per eccellenza è Platone quando nel suo Fedro racconta la storia dell’invenzione della
scrittura per cui l’inventore della scrittura che tesse le lodi di questa nuova forma di comunicazione dice: la
scrittura sarà una cosa magnifica perché le persone non dovranno più ricordare a memoria le cose ma
attraverso la scrittura potranno mettere i pensieri su un supporto. L’inventore dirà anche altre cose positive
sulla scrittura e Platone in realtà poi riflette raccontando questo mito dicendo che non è vero che in realtà
la scrittura sembra di dare sapienza ma in realtà la vera sapienza è quella orale, la relazione faccia a faccia.
Questo processo di vedere nella novità un rischio è una cosa che si ripete anche per la stampa a caratteri
mobili e la letteratura rosa ecc. ecc. per poi arrivare alla TV, il cinema prima ecc.
Quattro diverse posizioni però, ci invitano a prendere le distanze da questo panico morale:
- Considera i media un facile capro espiatorio
- Esprime in fondo una critica elitaria ai gusti culturali volgari delle classi popolari
- Sminuisce l’attivismo del pubblico (audience studies e concetto di audience attiva, anche con
riferimento ai ragazzi)
- È un approccio conservatore che tende alla censura e al protezionismo
Sono tutte argomentazioni interessanti contro il panico morale. Tuttavia, è pur vero che le esperienze
online dei ragazzi non sono sempre positive. Le caratteristiche stesse della rete – persistenza, ricercabilità e
replicabilità dei contenuti, invisibilità delle audience – accrescono la possibilità di rischi e pericoli. Si pensi al
cyber bullismo rispetto al bullismo faccia a faccia: anonimato, maggiore visibilità, viralità. Prima di parlare
dei rischi online è fondamentale un passaggio più generale sulla società del rischio (beck): dal rischio come
calamità naturale al rischio come effetto più o meno voluto e previsto dell’azione del genere umano: da cui
la percezione di essere circondati da pericoli (186-187) .
Il panico morale ha poco a che vedere con l’evidenza empirica ma ha a che vedere con degli atteggiamenti
emotivi e irrazionali, paure e angosce sentite con lo stomaco e non sviscerate intenzionalmente sulla base
di dati empirici. La disinformazione e certe tesi cospirazioniste si impiantano come credenze per larghe
fette di pubblico e più su base emotivo che su base dettata da reali e solide evidenze scientifiche. 1°
posizione: Questa posizione è determinata dai media e gli adolescenti sono apatici o aggressivi, obesi o
hanno comportamenti irrazionali? La causa sono i media. C’è un rapporto di correlazione e uno di
causazione. C’è una relazione e un certo uso dei media può essere una concausa e un elemento che porta a
una pratica problematica ma va inquadrata in un complesso variegato e multi-fattoriale di cause. I media
come unico capro espiatorio è problematico.
2° posizione: le classi popolari sono più vulnerabili perché soggette al rischio di avere gusti culturali
“volgari”. Alcuni studiosi di orientamento filo-marxista tendono a sottolineare come questo sia una critica
elitaria rispetto a gusti culturali che sono di classi più popolari.
3° posizione: ritiene che il pubblico (bimbi, adolescenti) sia indifeso rispetto alla capacità di manipolazione e
corruzione che i media operano nei confronti di queste categorie sociali. Ci sono stati studi che hanno
sostenuto il concetto di audience studies. Il pubblico subisce un condizionamento da parte dei media e non
si può dare per scontato e valevole per tutti perché il pubblico è variegato (competenze, coordinate socio-
esistenziali, gusti, status socio-economico, titolo di studio, ecc…). Il pubblico non reagisce in maniera
uniforme e omologata e standardizzata. I ragazzi sviluppano una capacità di appropriazione e
configurazione, degli usi dei media e della piattaforme, delle app, ecc…
4° posizione: i ragazzi sono vulnerabili e indifesi quando si tratta del rapporto con i media e hanno bisogno
del ruolo dell’adulto di turno che gli indica come comportarsi. I bambini hanno diritto di esprimere una loro
idea e una loro opinione e l’adulto ha il dovere di sforzarsi a indicare la strada.
Sono argomentazioni critiche al panico morale ma bisogna riconoscere che i rischi esistano. Parlarne in quei
termini è sbagliato.

Queste 4 caratteristiche dei social media accrescono la possibilità di rischi.


Pubblicare in rete significa che non si sa mai qual è il pubblico a cui arriverà quel contenuto.
La maggiore visibilità ha potere prorompente: la ristrettezza di un piccolo gruppo non ha niente a che
vedere con la grandezza della rete.

La società contemporanea è quella della ridefinizione del concetto stesso di rischio che non è una calamità
naturale di fronte a cui l’individuo è impotente e non colpevole. Beck negli anni ‘80 ci faceva notare una
cosa che oggi è ormai incontrastabile. Il rischio non è più calamità naturale ma effetto desiderabile
dell’azione del genere umano (cambiamento climatico o calamità naturali causate dal cambiamento
climatico).
Viviamo in una società in cui il genere umano è protagonista e domina la natura ai suoi interessi e questa
oggi ci si rivolta contro. L’effetto imprevisto di quest’azione è avere dato origine a una società dove tutti
hanno la sensazione di vivere nell’incertezza e nel pericolo.
Pag. 186-187: nozione di rischio è slittata da possibilità incerta e incontrollabile a una possibilità
governabile da una minaccia prodotta dall’uomo. C’è co-determinazione data dai pericoli naturali e
dall’ambiente.
Nella tarda modernità, negli individui simili mutamenti introdotti da capitalismo e industrializzazione, si
associano a complessità, ambivalenza, disordine e una crescente sfiducia nelle istituzioni sociali e nelle
autorità tradizionali, ecc…
La Livingstone ci dice però che il rischio non è sempre negativo. Può avere dei benefici.
Correre dei rischi, è sempre pericoloso?
Per complessa serie di motivi psicologici e sociali, gli adolescenti si dedicano spesso alla “performance al
limite”. In che senso?
L’altra dimensione, di natura sociale, è che c’è la voglia di sfidare gli adulti, sottrarsi al loro controllo e
provare il gusto della trasgressione.
Fare ed esporsi al rischio che l’adulto ha detto prima di non correre: è quasi un invito a compiere l’azione
che ci è stata proibita. Tutti quanti siamo passati da questa fase e l’autorità dell’adulto diventa una barriera,
un ostacolo. Gli idoli diventano quelli incontrati in rete anziché i genitori come in una prima fase.
Questo è uno dei motivi per cui esporsi ai rischi è importante e ha un beneficio in senso lato perché questa
esposizione al rischio contribuisce alla formazione dell’identità.
Pensare che i ragazzi smettano di sottoporsi al rischio facendo loro notare quanto questo possa essere
pericoloso significa ignorare quanto questa “performance” sia importante per loro!
Lupton propone un’interessante chiave di lettura di questa propensione ad esporsi al rischio (anche negli
adulti, si pensi agli sport estremi): pag. 188-189.
Quello che l’adolescente vuole è questo: potersi permettere di crescere, senza ostacoli materiali o sociali da
parte dei genitori. Deve segnare il territorio per dire che ciò che vuole fare, sarà portato a termine.
Tanto più è aumentata la necessità di dominare la variabilità imprevedibile della natura, tanto più questa
emerge con forza e si ha la reazione alla trasgressione della norma e del controllo.
La resilienza può maturare solo se ci si espone ai rischi e allo stress dimostrando di essere capaci di
mantenere il controllo
Apprendimento autodiretto, euristico (imparare da sé) Apprendimento eterodiretto (attraverso l’adulto,
guidato e governato da altri).
La cultura dell’infanzia e di autonomizzazione olandese è diversa da quella mediterranea in cui i genitori
sono iperprotettivi e presenti.
Eukids online ha riscontrato la maggiore presenza dei seguenti rischi: contenuti violenti o pornografici,
bullismo e possibilità di incontrare persone conosciute solo online (rischio pedofili). Grooming: gli
adescatori, presentandosi sotto mentite spoglie, hanno intenzioni malefiche.
Inoltre ha elaborato una complessa ed esaustiva classificazione dei rischi online in base sia al tipo di
coinvolgimento dei minori sia all’attività messa in campo dai produttori online.

LEZIONE 6 MAGGIO
Grazie a questa classificazione riusciamo ad avere una classificazione dei rischi online per bambini e ragazzi,
molto interessante, dà a colpo d’occhio tre cose, da una parte riesci ad avere i possibili rischi (sfruttamento
commerciale, violenza, sessualità, valori negativi) e anche come possiamo classificare le pratiche online dei
ragazzi, ovvero quello che i ragazzi fanno online e questo fare completamente qualcosa online secondo la
livingstone si distingue in tre tipi di azione un’azione passiva da destinatario di contenuti prodotti dagli altri
ogni volta che sfogliamo i profili dei nostri amici, guardiamo i video su YouTube. Un’altra cosa che i ragazzi
possono fare è essere partecipanti ma anche protagonisti. La terza cosa che questa classificazione ci dà è
ciò che viene fuori nel mettere insieme il rischio e il comportamento del ragazzo attraverso l’incrocio della
tabella, ci dà uno slot che individua specificamente di quale rischio stiamo parlando, relativo a quale
speicfica pratica dei ragazzi in rete.
Aldilà della dicotomia rischi-opportunità
In realtà occorre ragionare in termini diversi, ragionare in termini dicotomici non porta da nessuna parte,
non è scentificamente fondato ragionare in questi termini perché come abbondantemente detto la
livingstone ci dice che andando in rete, più divento capace di cogliere le opportunità più mi espongo ai
rischi, se io ci vado poco invece, è chiaro che corro pochi rischi ma colgo meno opportunità, le due cose
vanno strettamente interconnesse tra di loro, nel corso della lezione diremo quanto rispetto a questo
intreccio tra rischio e opportunità è importante il ruolo dell’educazione. È fuorviante da un punto di vista
delle politiche, se tu imposti male la questione, se la imposti non fondandoti su ricerche scientifiche ma
fondi le tue politiche su quelle che sono le ansie del panico morale è inevitabile che le politiche che da
policy maker tu pensi di immaginare e poi di implementare e attivare per risolvere determinate questioni
vengono ad essere fuorviate perché sono impostate male, ti porteranno a risultati discutibili e se ci
pensiamo quando parliamo di politiche pubbliche e di denaro pubblico la possibilità è quello dello spreco.
Ecco perché la livingstone dice che ragionare secondo temrini dicotomici no porta da nessuna parte e la
sfida è quella di superarla. La teoria della società del rischio offre tre prospettive utili per immaginare come
il rischio stesso possa essere riconfigurato, riletto per affrontare questa sfida. Per fare questa operazione
abbiamo bisogno di parlare di identificazione del rischio, intensificazione del rischio e individualizzazione
del rischio.
- Identificazione del rischio: la teoria della società del rischio problematizza l’idea che il rischio sia
qualcosa di naturale cercando invece di interpretarlo come effetto dell’innovazione, istituzione,
modernità stessa. In altri termini, il rischio è anche una costruzione sociale, ciò che è più rischioso,
meno rischioso è conseguenza di come viene definito tale come tutte le costruzioni sociali. A tutto
questo occorre aggiungere il modo in cui i media impongono una loro agenda dei rischi,
concentrandosi su alcuni (pedofili sconosciuti, quando sappiamo che gli abusi sono soprattutto in
famiglia) e tralasciando altri (ci si concentra su sesso e violenza e si tralascia la dimensione
commerciale o l’esposizione a contenuti razzisti).
- Intensificazione del rischio: la teoria della costruzione sociale del rischio ci dice tanto rispetto ad
una visione ingenua di cos’è il rischio perché ci dice attenzione state vigili rispetto a quello che è
veramente il rischio o il non rischio ma non ci dice nulla sul fatto che l’accresciuto allarme sul
rischio corrisponde o meno a un aumento del rischio effettivo. Aldilà di questo, però, questa teoria
è fondamentale per indagare le ragioni sociali, politiche, economiche e tecnologiche che stanno alla
base dell’intensificazione del rischio. Definire con precisione il ruolo di internet in questo processo
è difficile anche perché non abbiamo dati di confronto dal passato. In altri termini, non sappiamo il
ruolo preciso svolto dalla rete sull’intensificazione di rischi come il bullismo, autolesionismo,
molestie sessuali. Certo, alcune ricerche arrivano alla conclusione che la rete può amplificare certi
fenomeni; tuttavia livingstone ci ricorda che dai suoi dati apare evidente che non occorre
drammatizzare (panico morale) e assumere posizioni di censura che porterebbero inevitabilmente
a una limitazione delle opportunità. D’altra parte un certo grado di rischio è inevitabile, occorre
stimolare l’intervento delle istituzioni – politiche ed educative – l’industria stessa dei media, i
genitori affinché lo prendano seriamente in considerazione (senza cadere nel panico morale)
- Individualizzazione del rischio da rivedere nella seconda registrazione: i rischi possono avere origini
sociali, ma dobbiamo valutarli e gestirli in modo individuale. Nelle società capitaliste occidentali i
discorsi sul rischio si accompagnano strettamente a quelli sull’empowerment: incoraggiare
l’impegno personale e volontario volto all’autoregolamentazione più che alla norma istituzionale di
tutela e controllo. La responsabilità ultima cade sull’individuo. È un tipo di approccio che pone
l’accento sulle responsabilità individuali anche alla luce delle crisi delle istituzioni tradizionali…. In
realtà si afferma la logica neo-liberale a deregolamentare il mercato attraverso processi di
coinvolgimento della società civile nei processi di governance incoraggiando i cittadini e farsi
responsabili e assumersi il ruolo di valutare individualmente il rischio. La soluzione pubblica al
panico morale diventa allor un problma individuale. Mentre l’ansia nei confronti del rischio è
prodotta a livello del discorso pubblico, ciascuno di noi si trova ad affrontare l’incertezza a livello
individuale. Il problema di questa posizione potrebbe essere dovuta al fatto di un problema di
stratificazione sociale. non tutte le persone hanno la stessa capacità di rispondere in maniera
responsabile al rischio. Non considera la stratificazione sociale, rischia di sequestrare un’intera
generazione patologizzando i comportamenti anche quando non necessario. Questa cosa
dell’empowerment dell’individuo, responsabilizzazione dell’individuo, autogoverno dell’individuo
dei rischi non tiene conto della stratificazione sociale, rischia di sequestrare una intera generazione,
di farci, se ci facciamo prendere da questa cosa di vivere in una società rischiosa, che tutti gli
individui vivono con gli aspetti negativi della rete ma invece possono essere solo una minoranza. Il
problema va affrontato ma non dobbiamo pensare che tutti i ragazzi sono vittime della rete. Cosa
fare allora? Una difficile sfida per le politiche nei confronti dei più giovani di affrontare in modo
adeguato i rischi che minacciano la minoranza più vulnerabile non inteso come le persone più
povere ma anche quelli delle classi più agiate. Bisogna partire dalla considerazione che il rischio c’è
ma va affrontato tenendo conto che tocca una minoranza e bisogna individuare questa minoranza,
qual è quella più vulnerabile così da tarare delle politiche specifiche.

LEZIONE 10 MAGGIO
7. SAPER LEGGERE E SCRIVERE CON I MEDIA DIGITALI
Per un’alfabetizzazione mediatica (media literacy) anche se l’affermazione alfabetizzazione non la usiamo
molto, meglio usare il termine inglese.
Come detto, la retorica dei nativi digitali assume una prospettiva celebrativa e postula un gap generazionale
al contrario, ritiene che tutti i ragazzi a prescindere dalla stratificazione sociale siano nativi digitali
postulando, cioè senza dimostrarlo più di tatto, che tutti loro sol perché anagraficamente appartenenti a
una generazione sono degli abili utenti della rete, dei media digitali, che se la cavano senza problemi, che
hanno quasi questa naturalezza nell’interfacciarsi con le tecnologie. Paradossalmente questa presunta
expertise dei ragazzi minacci di ritorcersi contro loro sotto forma di un laissez faire che delegittima il loro
diritto a godere di politiche pubbliche di intervento: non hanno bisogno di guide, di aiuto, sanno già tutto.
In realtà tutto questo va messo in discussione occorre che. I ragazzi veramente sviluppino una media
literacy, una competenza che non è solo tecnica ma anche sociale, culturale, politica. Definizione di NAMLE
1993: abilità di accedere, analizzare, valutare e produrre messaggi in tutti i formati dalla comunicazione
mediale, inclusa quella della rete a cui nei primi anni 90 ancora non si pensava per ovvie ragioni di
evoluzione tecnologica, ma infondo questa definizione la possiamo adottare tranquillamente anche
pensando alla comunicazione mediale online.
Vediamoli uno alla volta, questi termini:
- Accedere: sembrerebbe quasi inutile sviluppare una competenza in questo senso di accesso: se uso
vuol dire automaticamente che accedo! Ma è veramente così? (228). Se accedo alla rete e uso la
rete ho già avuto questa competenza forse, però la Livingstone problematizza quella che
sembrerebbe un’affermazione indiscutibile, che senso ha parlare di una competenza di accesso se
questa è il pre requisito dell’uso? La Livingstone scrive: sapere quali prodotti informatici acquistare,
come aggiornarli, integrarli in modo significativo nella propria vita quotidiana richiede risorse
economiche, sociali, culturali e cognitive, accedere a internet è molto più complicato che accendere
la TV, andare al cinema e aprire un libro, estendere la nozione di accesso oltre alla dimensione
dell’hardware è includere il concetto di accesso di secondo livello che hanno a che vedere con
l’orientamento, con il cercare quello che voglio cercare, come faccio a cercare quello che voglio
cercare senza essere travolti dal mare magnum di informazioni che il motore di ricerca restituisce.
Tutte queste competenze qui di accesso di secondo livello sono state fondamentali per non essere
sovraffatti dall’information overload. La dimensione dell’accesso quindi essere capaci di navigare
dentro database complessi e fonti di informazione in modo semplice ed efficace per dire di aver
realmente avuto l’accesso. Ad aiutare sono anche le istituzioni per sviluppare le pratiche sociali
adeguate.
- Analizzare: rappresentazione, linguaggio, produzione, audience. Siamo già a un livello per cui
quando diceva di analizzare poi i messaggi mediali, le forme di comunicazione mediale le più
diverse si riferiva alla comunicazione di massa ma possiamo trasferirlo anche per le forme di
comunicazione mediate dalla rete e NAMLE ha individuato 4 nuclei temateci nell’analisi dei media
che sono questi quattro citati, rappresentazione di media, linguaggio dei media, produzione dei
media, audience dei media. Per cui i media sono una rappresentazione della realtà ci danno una
rappresentazione una messa in scena, un racconto; in questo ambito, con questo nucleo tematico
analizzare i media rispetto a quello che è il modo in cui rappresentano la realtà significa analizzare il
rapporto che c’è tra realtà e rappresentazione della realtà fatta dai media. L’uso dei codici e delle
convenzioni del linguaggio audio-visivo, l’uso di immagini fisse e in movimento con uso del sonoro
sono quella parte di analisi die media nella quale andiamo a vedere in che modo è stato utilizzato il
bianco e nero e da un punto di vista di attribuzione di significato che cosa suscita l’uso di qualcosa
piuttosto che un’altra. La produzione è legata all’ambito complesso e di non facile e immediata
conoscenza degli aspetti economico-industriali-organizzativi dei media in cui si analizza chi ha
prodotto quel testo, con quali interessi, chi regolamenti l’uso di quel testo, qual è la sua natura
istituzionale. L’audience è un ambito complesso come produzione per cui la domanda che ci
dobbiamo porre è a chi è rivolto questo testo? Perché è stato costruito da un punto di vista della
rappresentazione, in questo modo piuttosto che un altro a quale pubblico è rivolto? Ma questo
pubblico reagisce alla stessa identica maniera? Il pubblico dei media interpreta alla stessa identica
maniera come teorie dell’ago ipodermico? Assolutamente no il pubblico reagisce in maniera
diversificata non nel senso che non abbia un impatto sul pubblico, ma non possiamo dare per
scontato che questo impatto sia uniforme, uguale per tutti e che tutti i componenti di questa vastità
enorme che è il pubblico dei media, che possono dare, in realtà quando cominciamo a pensare il
pubblico in termini sociologicamente orientati (contesti sociali, determinate reti di relazione in cui
sono collocati) capiamo allora che questa diversità di contesto, di reti di relazioni sociali fa si che
l’interpretazione che il pubblico dà di quel messaggio, gli usi e il significato che quel messaggio
riveste nella vita quotidiana del pubblico sono molto diversi fra di loro. Il termine alfabetizzazione
in italiano viene associata al processo di imparare l’alfabeto, in particolar modo imparo a leggere,
scrivere e fare conti e per quello che riguarda leggere e scrivere il processo di lettura e scrittura è
pacifico che ognuno di noi intorno ai 5 anni ma comunque con la scuola elementare/materna si
cominciano i primi rudimenti di questo processo che richiederà un minimo di tempo alla fine del
quale imparerò a leggere e a scrivere, un processo che non finisce mai ed è pacifico che per quello
che riguarda queste due attività tutti noi ci si debba sottoporre a un processo di insegnamento,
qualcuno ce lo insegna; per un motivo strano che in realtà non lo è, tutto quello che riguarda la
comunicazione e anche quella mediata, non solo verbale e non verbale, non pensiamo che ci debba
essere un processo di alfabetizzazione è naturale, lo facciamo tutti e nessuno mi insegna, i bambini
stiamo ad ascoltare, a un certo punto più o meno tutti nello stesso periodo quelle che erano parole
che abbiamo solo sentito e immagazzinato a un certo punto iniziamo a pronunciarle, a volte le
storpiamo, ma non c’è stato un maestro o uno sturmento che glielo abbia insegnato è naturale,
abbiamo tutti le corde vocali, queste a un certo punto incominciamo ad elaborare frasi di senso
compiuto nella lingua che è quella dei nostri genitori ora questo è uno dei motivi per cui le scienze
delle comunicazioni, tra l’altro, tra tutte le discipline del sapere di tipo accademico, sono le ultime
arrivate, le ultimissime, i primi corsi di laurea in scienze della comunicazione per non dire le prime
facoltà le abbiamo avute soltanto alla fine degli anni 80 del secolo scorso, negli stati uniti per ovvie
ragioni ci sono arrivati molto prima di noi ma comunque sempre nei primi decenni del secolo scorso
con la diffusione dei mezzi di massa, ed è in quel momento che la comunicazione mediata
incomincia ad essere oggetto di interesse, non la si può più dare per scontata, comunicare in
maniera efficace e autoconsapevole di cosa stai dicendo, come lo stai dicendo, come dovresti dirlo,
questo non può essere dato per scontato ma va appreso altrimenti non esisterebbero i corsi di
laurea, il mestiere, ci vogliono competenze specifiche, comunicare in maniera efficace è un altro
paio di maniche; alcuni di noi hanno un talento naturale del controllo e autocontrollo della
comunicazione non verbale che abbiamo, ma la stra grande maggioranza di noi non ce l’ha e
bisogna apprenderlo, questo per dire che mentre per quello che riguarda l’alfabetizzazione
razionale è stato naturale che occorresse un processo di alfabetizzazione per apprendere come si fa
e come si fa in modo efficace per potere scrivere bene usando certi registri piuttosto che altri di
grammatica e sintassi, quando si tratta di comunicazione e comunicazione mediata si pensa che di
questo processo di alfabetizzazione non ci sia bisogno, ecco il mito dei nativi digitali: le cose da
sapere sia da un punto di vista dall’accesso e dell’analisi sono tante e non possiamo darle per
scontate
- Valutare: valutare criticamente con i mass media si trattava di riconoscere il filtri (attraverso
l’analisi) che essi ponevano in un modello di comunicazione uno-molti (comunicazione di massa in
cui c’è un emittente e tanti ascoltatori). Con internet la de-gerarchizzazione del modello, la dis-
intermediazione e la condizione di prosumership degli utenti, fanno sì che si vengano ad aggiungere
altri problemi legati alla capacità di ricercare criticamente, analizzare la credibilità e attendibilità
delle fonti, problemi che ricadono sulle spalle dei singoli e che hanno conseguenze non solo nel
campo del tempo libero ma della politica, dell’economia, dell’istruzione, ecc.
- Produrre ultimo termine non per importanza, tutti e quattro sono importanti a pari livello, leggere
e… scrivere (analisi critica + produzione creativa) produzione creativa non ha niente a che vedere
con la produzione industriale, istituzionale ma creativa cioè di user generated content; la media
literacy deve combinare in equilibrio competenze di analisi critica, di accesso e valutazione critica
con competenze di produzione creativa. Produrre creativamente avendo unito queste nostre
competenze con competenze di analisi critica raggiunto il mio obiettivo ultimo: ho persone media
litered che hanno questa competenza (scrittura, produzione creativa) irrobustite e rese consapevoli
e responsabili dà la parte di analisi critica in un equilibrio fra anlaisi critica e produzione creativa. Es.
il modello della multi alfabetizzazione di Cope Kalantzis (Esempio videoprod.). Ogni
videoproduzione, dalla più semplice alla più sofisticata è una forma di pratica contestualizzata in cui
si compiono intuitivamente tutta una serie di scelte di forma e contenuto (imparare facendo).
Ognuno di noi compie video produzioni in maniera intuitiva perché non è passata attraverso
qualche strumento, al massimo lo hanno imparato perché hanno chiesto all’amico o hanno visto un
video tutorial oppure molto più frequentemente è quello stesso procedere euristico prove ed
errore che permette di imparare i comandi principali per andare avanti, è quella una serie di scelte
di forma e contenuto come scatto una foto, non c’è l’ha detto nessuno è il così detto learning by
doing; questa pratica di alfabetizzazione non è sufficiente abbiamo bisogno anche di arricchire
questa naturale alfabetiz. Con altri tipi, attraverso l’istruzione diretta su codici e convenzioni
specifiche del linguaggio audiovisivo oltre che comptenze tecniche sull’uso degli strumenti di
ripresa e montaggio, occorre anche un quadro critico attraverso cui padroneggiare forma,
contenuto e tecnologia secondo certi fini di significazione e di inquadramento macro sociale. Ciò
conduce alla capacità di elaborare e sperimentare strategie personali, alternative, innovative, di
dare vita cioè a un’attività trasformata ovvero una nuova videoproduzione rinvigorita questa volta
dalla riflessione critica e dalle competenze sviluppate prima. Questo è il traguardo principale della
media literacy: fare attività di videoproduzione innovative grazie alle quali porre le basi per la
costruzione di cittadini capaci di creare e pretendere forme più partecipative e democratiche di
media.
Sempre nel settimo capitolo:
Alcune definizioni tendono a vedere la media literacy come un patrimonio individuale. Per esempio Hagittai
individua una serie di competenze per cui gli utenti devono sapere: comunicare con gli altri in modo
efficace e sicuro, contribuire alle discussioni di gruppo condividendone i contenuti, quali strumenti sono
disponibili e come usarli, quali contenuti sono disponibili e trovare quelli richiesti, navigare il web in modo
efficiente e verificare le fonti e la credibilità, essere consapevoli delle questioni legate a privacy e sicurezza,
dove e come cercare aiuto in caso di bisogno adattare e personalizzare le informazioni. Ma non è soltanto
questo, alcuni studiosi nell’ambito delle cosiddette new social literacies sostengono che l’alfabetizzazione
deriva dal modo in cui gli utenti si rapportano alla tecnologia sulla base delle risorse economiche, culturali,
sociali a disposizione (concetto di stratificazione sociale). Tu apprendi più o meno bene non solo per
questioni di dotazione e predisposizione diversa allo studio o all’impegno, ma anche per questioni di
stratificazione sociale. Hartley dice: come un’arma nella lotta pagina 232 i sostenitori della new social
literacy sostengono che l’alfabetizzazione deriva dal modo in cui si affrontano le difficoltà crescenti della
rete e nel caso di internet gli utenti fanno fronte a queste difficoltà non come individui isolati ma come
membri di una società in cui le risorse necessarie da un punto di vista economico, sociale e culturale sono
distribuite in modo non uguale. Secondo questi studiosi non dipende solo dall’individuo preso nel vuoto
sociale ma è un individuo calato dentro un contesto sociale, per cui un bambino figlio di… avrà avuto più
occasioni che lo mettono in grado di averle sviluppate alcune di queste in maniera più o meno elevata
rispetto a un altro che per capitale economico sociale posseduto è più svantaggiato, passaggio cruciare per
capire come si diventa competenti, la competenza non si acquisisce nella misura in cui io mi sottopongo a
un processo di alfabetizzazione ma è anche qualcosa che inevitabilmente interagisce con il bagaglio di
capitale economico sociale e culturale che mi porto d dietro. Questo approccio sposta il focus
dell’educazione individuale alle istituzioni che definiscono il valore di una particolare forma di sapere
esempi 234.
Occorre trovare un equilibrio tra questi due approcci cercando di contestualizzare il più possibile
l’approccio orientato alle competenze individuali.
LEGGERE IL MONDO ONLINE: UNA QUESTIONE DI DESIGN
La livingstone problematizza ancora di più questa idea che il modo in cui noi apprendiamo e le cose che
apprendiamo dipendono solo da noi, in parte è vero ma è anche vero che questo è influenzato dal contesto
sociale in cui viviamo; iniziamo a ragionare su un altro elemento che avvalora questa tesi e cioè il design
cioè il modo in cui i contenuti e le forme del sapere vengono veicolate attraverso determinati strumenti,
interfacce che hanno una loro natura di medium che influenza il modo in cui un individuo riesce a
sviluppare competenze, la natura tecnica dello strumento ha una sua importanza, per questo parliamo di
design, proprietà fisiche e tecniche di quello strumento incidono.
Esempio di Kress (p.233) basta pensare i cambiamenti che stanno spingendo verso la graduale
valorizzazione delle competenze visive piuttosto che quelle verbali nei libri di testo 50/60 anni fa le
illustrazioni servivano a spezzare lunghe sezioni di testo scritto. Oggi quest’ultimo si è ridotto a brevi
didascaliche che riducono il testo ad immagini. Per una generazione nata nella società dello spettacolo
l’acquisizione del sapere deve passare anche e soprattutto per forme di rappresentazione visuale del sapore
stesso. Questa è una dimostrazione importante nello studiare quanto è importante la comunicazione.
Questa cosa qui ci ricorda u concetto abbondantemente affrontato cioè il conetto di affordance, in questo
caso il libro di testo, l’affordance è la capacità di una tecnologia di imporre tra virgolette l’utente che andrà
a interfacciarsi con quella tecnologia ad un uso piuttosto che ad un altro abilitando certi usi perché
costruita proprio in quel modo e disabilitando, sconsigliando altri usi.
Premessa generale: non è sufficiente conoscere l’ABC (essere alfabetizzati), quello che conta è la
“complessa relazione interpretativa che si gioca nell’interfaccia tra testo e lettore perché ci sono
lettori competenti ci vogliono testi leggibili, più un testo è oscuro o mal progettato, maggiore è la fatica
imposta ai suoi lettori, per quanto competenti essi siano. Ciò che rende i testi interpretabili ha a che fare
con le istituzioni che le producono, le intenzionalità comunicative.”
TESTO 1 DA INSERIRE NELLA POSSIBILE TESI

Dalle istanze da chi ha progettato il testo deriva il tipo di interazione che io avrò con quel testo, il testo mi
prescrive, mi dà istruzioni su come deve essere letto e interpretato, il lettore modello è il lettore ideale che
l’autore di un determinato testo targettizza per creare tramite codici e canoni il testo.
Traferiamo tutto questo alla rete: indubbiamente i siti web consentono, impongono o impediscono
determinate interpretazioni e usi da parte dei loro utenti. Questo sottolinea ancora di più quanto non sia
solo una questione di competenze individuali.
Per fare qualche esempio a pagina 236 un tempo le periferiche erano periferiche che dovevano essere
istallate che c’era bisogno del dischetto per installarle con il software di istallazione, il passaggio da questo
al plug and play ha trasformato un’operazione affidata alle competenze individuali dell’utente una funzione
incorporata es. le stampanti non hanno più bisogno del CD per essere settate. La differenza tra pubblicità e
informazione: in televisione precise disposizione di legge hanno marcato demarcazioni per i contenuti
traducendosi in forme abituali dell’organizzazione della testualità televisiva, in televisione l’arrivo della
pubblcità, per prescrizione di legge deve essere demarcato, questo perché l’utente deve essere avvertito
che quello che sta guardando non è più ciò che stava seguendo ma uno spazio pubblicitario. La livingstone
ci ricorda questa cosa qui. Online non c’è però alcuna convenzione testuale che segnali o regoli in modo
familiare questa differenza, di conseguenza ne i genitori ne i figli sono in grado di riconoscere con certezza
la presenza di pubblicità o ancora pensiamo agli indizi simbolici che usiamo per valutare la credibilità di un
oratore o l’affidabilità di un libro che le interfacce online possono rendere sempre più ambigue, cioè come
si costruisce la credibilità in rete, l’attendibilità e noi utenti come attribuiamo fiducia in rete a questa o a
quella persona. Un sito bloccato che risponde con il messaggio sito non trovato o il criterio di popolarità da
link incorporato nei motori di ricerca che implicitamente suggerisce che popolarità significhi credibilità,
abbiamo sostituito la frase con l’ha detto la tv con l’ha detto internet. Gli utenti finali hanno sempre più
responsabilità nella ricerca delle informazioni ma perché hanno meno indizi fisici diventano sempre più
dipendenti dalle informazioni dette da altri.
In sintesi: dobbiamo chiederci, in una prospettiva critica che è quella a cui ci invita l’autrice, non solo quali
competenza hanno sviluppato i ragazzi ma anche cosa ha fatto la società per agevolarle. Anche l’industria
dei media andrebbe chiamata in causa rispetto al suo ruolo nel processo di modellamento sociale dei testi e
delle tecnologie. Questo getta una luce diversa sul tema della responsabilità individuale di singoli utenti,
genitori, ragazzi ecc.: chi è veramente responsabile se bambini e ragazzi hanno competenze mediali
limitate?
Importante è anche il design delle interfacce in quanto influenza e condiziona lo sviluppo delle competenze
mediali dei ragazzi, lo possiamo vedere da due esempi tratti dalla ricerca di Livingstone, uno di questi due è
illuminante sono a p.238 e 239. Osservando il comportamento di fronte a uno schermo di un computer di
due bambini, due ragazzi di 10 anni durante il doposcuola che stanno giocando al computer con un
programma per l’apprendimento della matematica, l’obiettivo è pilotare una nave circumnavigando una
cartina della scozia e facendo scalo lungo due porti, deve essere fatto in circa 90 mossi inserendo gradi e
distanza a km per ogni tappa del viaggio, cosa che si rivela difficile da fare, la coppia è composta da un
ragazzo molto brillante e uno molto testardo e quindi cosa succede? La combinazione di questi due ragazzi
con predisposizioni individuali diverse sono vincenti, grazie alla caparbietà del primo e la testardaggine del
primo finiscono per farcela sono entrambi soddisfatti e hanno imparato qualcosa sulla distanza, sulla
navigazione. Vicino a loro una ragazzina di 10 anni sta facendolo stesso gioco da sola e senza successo
innervosendosi allora l’aiuta l’autrice scoprendo che non ha letto le istruzioni e ha saltato il punto in cui si
spiega l’uso della bussola, ma continua a non vincere e non ricevendo feedback utili né dal gioco né dalla
prof abbandona il gioco mentre passa a un altro gioco, quello del colorare i disegni: si chiede la livingstone il
gioco poteva essere progettato meglio? Questo gioco matematico rappresenta un software intollerante,
poco elastico, un piccolo errore e tutta la partita è da rifare, indipendentemente dall’impegno dedicato e il
messaggio d’errore è sempre lo stesso mentre dovrebbe essere diverso e calibrato per essere di sostegno
all’inizio. Sembra che questo gioco educativo sembra fatto a posta per non imparare dai propri errori.
Guardare criticamente al ruolo del design delle tecnologie significa mettere in rilevo che gli ambienti online
raramente invitano a una riflessione critica su quanto propongono ma anzi, al contrario impongono
decisioni editoriali spesso dipendenti da logiche commerciali, che filtrano, selezionano, organizzano e
rappresentano le possibilità conoscitive in termini di menù prestabiliti, pulsanti cliccabili, elenchi,
preferenze (tipo altri hanno acquistato anche o trendig topics del giorno).

LEZIONE 17 MAGGIO 2021


Non è soltanto una questione di sviluppare nei ragazzi delle competenze di scrittura (usare i media per
produzioni creativa) e lettura dei media (analisi critica) a pag 238 e 239 abbiamo letto degli esempi per cui a
parità di infrastruttura quei ragazzi che avevano un po’ più di competenze avevano maggiore successo,
quella stessa situazione per altri ragazzi, il design dello spazio online è stato cruciale nella riuscita o meno
del compito assegnato, quindi è anche una questione di design.
Media Literacy e regolamnetazione dei media.
La Livingstone dice sempre più spesso i decisori dei media sta sottolineando l’importanza della media
literacy danno origine a un doppio processo dai connotati paradossali: da una parte l’emancipazione degli
utenti (empowerement) degli utenti e le loro capacità di auto governo, dall’altra legittima un processo di de
regulation del settore privato della comunicazione (politici, i media stessi promuovono tutto ciò) quindi
dietro a questo interesse dei decisori politici come l’unione europea c’è un effetto perverso magari non
voluto o forse voluto ma subdolamente nascosto cioè che questo appello alla necessità di sviluppare la
media literacy da una parte è positivo perché celebra l’empowerement dall’altro c’è la de regulation quindi
dicendo è una responsabilità delle persone così che possano autogovernarsi, per conseguenza logica il
mercato non avrebbe bisogno dell’intervento dello stato per regolare questo processo, le persone hanno
imparato sin dalla più tenera età cosa si può e non si può fare. A pag 248 citazione che la livinstone prende
dal ministero per la cultura e lo sport il quale scrive: il futuro sistema di regolamentazione vedrà un grado
maggiore di autoregolamentazione da parte degli individui, questa prospettiva si realizzerà se le persone
avranno strumenti materiali e intellettuali, tutto ciò richiede un più alto livello di media literacy e maggiori
competenze critiche del presente ma c’è il problema della stratificazione sociale. L’OFCOM (autorità
competente e regolatrice indipendente per le società di comunicazione nel Regno Unito) Nel 2006 scriveva
che i sistemi di autoregolamentazione funzionano per cui i consumatori adottano misure di protezione per
sé stessi e per la famiglia: regolamentazione e de-regolamentazione. Da qui l’interesse di governe e imprese
dei media verso la media literacy soprattutto quando intesa SOLO come educazione contro il cyberbullismo,
le dipendenze, le fake news intese come semplice notizia falsa su cui basta fare de bunking. Pensare che la
media literacy sia solo questo è molto limitativo dice la Livingstone perché sapere leggere i media significa
anche sapere leggere dimensioni economico industriali politiche economiche che in una definizione di
media literac come lotta al cyberbullismo sparisce dall’orizzonte. Ed ecco il dilemma che si pone a chi
intende promuovere la media literacy: vigilare che essa non si riveli un cavallo di Troia per la ulteriore
liberalizzazione di un mercato, quello delle comunicazioni, risorsa vitale per la democrazia di un paese.
Bilanciare rischi e opportunità – capitolo 8
Una questione di equilibrio tra rischi e opportunità: il tema è quello di massimizzare le opportunità e
minimizzare i rischi
Queste opportunità le andiamo ad incrociare con le tre diverse forme di attività che i ragazzi fanno in rete,
possono essere o semplici destinatari di contenuti prodotti da altri o partecipanti in un momento diverso
della giornata attraverso un contatto, quando si limita ad entrare in contatto con altri e condividere
determinate situazioni in rete, o ancora può agire da agente protagonista, i ragazzi fanno cose in rete, non
si limitano ad iscriversi in un gruppo, non sono veri attori, non producono veramente, a livello di
comportamento parliamo, quando pensiamo all’educazione, del fatto che i ragazzi diventano partecipanti
attivi, protagonisti attivi di gruppi nei quali si scambiano. Aumenta a mano a mano che ci spostiamo da
contenuto a comportamento il livello di azione e partecipazione attiva dei ragazzi. Quando parliamo di
rischi invece muovendoci da sinistra verso destra i rischi diventano più gravi.
La scala delle opportunità: una stra grande maggioranza di ragazzi fa attviità di contenuto, poi una parte
minoritaria che fa a attività che hanno a che vedere con la partecipazione, il contatto e poi una ristretta e
piccolissima percentuale che ha un uso della rete più sofisticato delle opportunità e quindi da un punto di
vista delle percentuali, il 100% dei bambini si concentrano nel
giocare video games e per fare i compiti anche se emergono
differenze di paese in paese. Man mano che saliamo negli usi
più sofisticati la percentuale di ragazzi si riduce. Questa
piramide non deve essere rovesciata, ma sicuramente ci deve
essere una distribuzione più equilibrata di questi usi e che
quindi bisogn a intervenire per fare si che quel 23% di ragazzi
diventi più alto e forse la regolamentazione potrebbe servire
a questo, offrire maggiore sicurezza.
Per massimizzare le opportunità: la linvigstone ci sugerisce
inanzitutto che massimizzarle significa ragionare in termini di
diritti: la convenzione onu p257 diritti dei media, alla
comunicazione all’informazione ecc ecc che i ragazzi hanno,
una delle opportunità che i ragazzi dovrebbero poter cogliere
è istituita e stabilita all’interno della convenzione onu dei
diritti dell’infanzia che risale al 1989 ratificata da quasi tutte
le nazioni più importanti al mondo italia compresa, all’interno
di questa la Livingstone cita alcuni articoli, art 12 diritto di
esprimere la propria opinione su ogni questione che interessa il ragazzo e in questo senzo bisogna
promuovere luoghi e mezzo attraverso cui questa espressione può essere valorizzata inclusa la rete i social
media, o ancora art 13 la libertà di espressione di ricevere e divulgare informazioni con qualsiasi
destinatario o mezzo del fanciullo art 15 diritto di libertà di associazione e unirsi pacificamente così che la
rete sia al sicuro nel quale i ragazzi possono riunirsi ed esprimere la loro opinione perché scattano gli altri
diritti e ancora il diritto alla protezione della privacy art 16 e infinte all’art 17 il diritto di accedere a quei
media che divulgano…….per i più giovani e ancora multiculturalismo per evitare di ghettizzare o escludere
minoranze culturale, religiosi, etniche ecc.. quanto veramente si investe in formazione di professionisti
della comunicazione formati a produrre dei contenuti e forme di comunicaizone che possano essere attente
ai bambini e gli adolescenti. I sette principi della Children’s Internet Charter p.258. I Sette criteri di
valutazione dei siti e delle risorse disponibili rivolti ai ragazzi p265 elaborati da Wartella e Jennings
soprattutto per il settore pubblico, criteri forse datati. Tutto ciò non interpella il singolo utente ma le
istituzioni e in particolar modo quelle pubbliche, i governi, i ministeri e interpellano anche l’industria dei
media la quale quando fa prodotti che sa che andranno a finire nelle mani dei bambini questa convenzione,
questi sette principi, questi sette criteri non può non averli letti o comunque tenerne conto.
Per ridurre i rischi:
- la strategia di regolamentazione top-down (problemi: lentezza perché prima che fai una legge che
l’approvi e la fai rispettare passa tempo, carattere nazionale, intervengono nelle situazioni ad alto
rischio es l’italia è stata una delle prime del cyber bullismo ma interviene in stati clamorosi più ad
alto rischio quando invece la percentuale di atti di cyber bullismo è minoritaria in comportamenti
minoritari in rete non intercettati dalla legge).
- Le campagne di sensibilizzazione (stesso dilemma della media literacy cioè puntare solo sulla media
literacy per ridurre i rischi e non preoccuparsi di straetegie di regolamentzione e massimizzare le
opportunità è un problema.
- Le strategie di mediazione familiare, il ruolo delle famiglie, dei genitori, molto importante, la
riduzione del rischio passa attraverso un coinvolgimento attivo dei genitori non inteso come
genitore censore che protegge e che proibisce, uno perché ormai non è plausibile che esistano
genitori di questo tipo e se mai dovessero esistere è una battaglia persa in partenza,
- Strategie di safety desing: progettare ambienti online più sicuri. Analogia con l’attraversare la
strada p277-278
Uno sguardo al futuro questa concentrazione di stake holder alla quale noi dobbiamo tendere se vogliamo
massimizzare opportunità e minimizzare i rischi, abbiamo di centro il ragazzo ma ci devono essere non solo
i genitori in ingresso ma anche scuola, mercato, stato e i ragazzi agiscono nei riguardi dello stato e dei
genitori molte volte contestando e trasgredendo le regole perché è nella loro natura ma il ragazzo ha anche
bisogno per crescere e costruirsi di esplorare e scoprire, l’asolescenza è età di sperimentazione e la rete
sotto questo punto di vista mi permette di farlo, mi permette di stare con gli amici e di produrre e creare
contenuti quindi noi dobbiamo in entrata e in uscita, pensando al ragazzo, tenere conto di tutte queste
variabili e fattori che intervengono.