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I PAESI DI LINGUA TEDESCA (A.

DESTRO)

CAPITOLO 3 – L’ECONOMIA
Industria e fine della II Guerra Mondiale.
L’avvento della rivoluzione industriale si verificò in Germania nei primi decenni dell’800, molto più tardi
rispetto agli altri paesi europei, ma già verso la fine del ‘700 il paese aveva registrato un forte aumento
demografico, con la maggior parte delle persone impegnate nell’agricoltura. Ad aiutare questa condizione
fu anche la riforma che portò alla completa liberazione dei contadini nel 1850, che permise a quest’ultimi la
libertà commerciale e professionale e trasformò la società tedesca da un sistema corporativo a un sistema
che permetteva maggiori libertà professionali. I contadini furono liberi di possedere terreno e non
dipendevano più dai loro signori.
Il sistema di coltivazione del maggese fu sostituito dalla rotazione triennale e con la scoperta di nuovi
metodi di inseminazione e la creazione dei concimi, dall’800 al ‘900 la produzione agricola triplicò.
Industrializzazione e riforma agricola provocarono il cosiddetto fenomeno della MOBILITA’ DEMOGRAFICA:
non avendo più le competenze adatte alle nuove tecniche agricole, le persone si spostavano in prossimità
delle neonate industrie, causando così lo spopolamento dei centri urbani.
L’UNIONE DOGANALE contribuì allo sviluppo economico tedesco; introdotta ai tempi della Prussia, col
passare degli anni fu estesa a tutti gli stati tedeschi. Nacquero le prime banche, si rafforzò il ruolo della
Borsa di Francoforte e, dunque, insieme al sistema economico andò a rafforzarsi anche quello finanziario.
Anche lo sviluppo della rete ferroviaria agli inizi dell’800 aiutò lo sviluppo economico, favorendo anche lo
sviluppo delle nascenti industrie siderurgiche nella zona della Ruhr, lungo il Reno, nella Saar e nella Lorena,
le industrie chimiche nei pressi di Mannheim e le attività finanziarie a Francoforte.
Dal 1870 al 1874 assistiamo dunque alla rivoluzione industriale tedesca, con la nascita di nuove fabbriche
ed industrie, numerosi investimenti da parte di banche e azionisti e l’appoggio cruciale che proveniva dalle
cifre pagate dalla Francia come sanzioni di guerra.
Tuttavia, la grande depressione del 1873 bloccò questa crescita economica, che riprese solo svariati anni
più tardi, quando la nuova politica liberista e protezionista favorì la vendita di prodotti tedeschi nel mercato
interno, favorendo anche l’affermazione all’estero del Made in Germany.
Fino all’avvento della I°GM, l’Europa era il centro nevralgico del commercio e per gli scambi commerciali
valevano le valute auree, i cui valori furono adeguati al valore dell’oro (GOLD EXCHANGE STANDARD).
Per continuare l’espansione economica, Guglielmo II favorì l’ampliamento delle reti ferroviarie, delle flotte
mercantili e stipulò importanti accordi commerciali con la Turchia, la Persia e la Cina. Con lo scoppio della
I°GM si interruppero tutti i rapporti commerciali e il sistema economico interno venne adeguato per
adattarsi alle esigenze belliche.
Alla fine della guerra, l’economia tedesca era completamente distrutta: l’Alsazia e la Lorena passarono alla
Francia e la parte industrializzata della Slesia passò alla Polonia, inoltre, le riparazioni di guerra indebolirono
ulteriormente la Germania, il cui tasso di inflazione schizzò alle stelle. A prendersi lo scettro di potenza
economica furono gli Stati Uniti, che presero anche tutto il mercato degli investimenti in borsa, fino al
famosissimo “VENERDI’ NERO” del 24 ottobre 1929, quando tutti i titoli crollarono causando una crisi
economica che investì anche l’Europa per alcuni anni successivi.
La disastrosa situazione economica tedesca e l’altissimo tasso di disoccupazione favorirono l’ascesa al
potere del partito nazionalsocialista di Adolf Hitler: il suo governo investì nella costruzione di nuove reti
stradali e nell’edilizia civile; in questo modo, il partito ottenne potere illimitato nel controllo dell’economia
e nella pianificazione dei processi produttivi. La disoccupazione fu arginata “grazie” alla politica del riarmo e
si cercò anche di incrementare la produzione agricola del paese per renderlo autosufficiente e limitare le
importazioni estere: in realtà, lo scopo ultimo di questa volontà era quello di preparare il paese alla guerra.
Il paese uscì devastato dalla guerra e gli anni immediatamente successivi furono dedicati alla ricostruzione.
A prendersi nuovamente il titolo di potenza economica furono gli USA che approfittarono della nuova
rivoluzione industriale degli anni ’60.
Dopo la II° Guerra Mondiale: l’economia sociale.
Alla fine della II°GM, in Germania vi era penuria di generi alimentari, alloggi e posti lavoro e nella Germania
Ovest ci fu subito l’intenzione di riavviare la produzione agricola e industriale e ripristinare le reti stradali e
ferroviarie. I partiti democratici si riorganizzarono e il 23 maggio 1949 nacque la Repubblica Federale sotto
il controllo degli Usa, Francia e Gran Bretagna, che si basava sul modello di democrazia occidentale e di
economia sociale di mercato.
Per economia sociale di mercato si intende una pianificazione decentrata dove i problemi di gestione
dell’economia vengono risolti con decisioni libere da parte dei produttori, del commercio e dei consumatori
attraverso la libertà contrattuale, la libera scelta professionale e commerciale, con lo scopo ultimo di
regolare i processi economici e di avere in questo modo un costante equilibrio tra domanda e offerta di
beni e servizi.
Questo sistema fu appoggiato dall’allora Ministro dell’Economia Ludwig Erhard, che introdusse il MARCO
TEDESCO e puntava alla ripresa economica del paese attraverso la liberalizzazione dei prezzi, l’abbandono
del razionamento dei prodotti, l’abolizione dei monopoli di stato e la difesa del principio di concorrenza in
base al rendimento.
L’obiettivo principale era quello di lasciare libero quanto più mercato possibile ed intervenne solo per
garantire un sistema economico e sociale ordinato, che garantisse dei buoni risultati nell’interesse di tutti,
soprattutto delle fasce più deboli.
Già nel 1950 i risultati erano evidenti: grazie agli aiuti del piano Marshall, la produzione industriale aumentò
del 50%, la disoccupazione diminuì velocemente, la moneta acquistò valore, i prodotti a marchio tedesco
erano sempre più richiesti all’estero, fabbriche e industrie si erano modernizzate e investivano sempre di
più nella loro produzione, salari e stipendi aumentarono con conseguente attivazione del mercato interno.
Con la cessazione del piano Marshall nel 1952, l’America si trovò contro un “avversario” economico da lui
finanziato.
Verso la fine degli anni ’50, il tasso di disoccupazione era pressocché nullo, ma la forza lavoro era sempre
richiesta, così la Germania iniziò ad accogliere nel paese i Gastarbeiter, lavoratori stranieri perlopiù
provenienti dai paesi del Mediterraneo e dall’Europa orientale. Tuttavia, iniziarono a verificarsi eventi che
misero in discussione il modello economico di Erhard, come l’aumento delle pensioni tramite
l’adeguamento agli stipendi lordi, l’aumento dei salari voluti dai sindacati, la riduzione delle tasse che così
non coprivano più investimenti e finanziamenti statali con conseguente aumento dell’inflazione.
Nel ’66 Erhard rassegnò le dimissioni e si passò ad una ECONOMIA DI MERCATO DI IMPOSTAZIONE
SOCIALDEMOCRATICA, che prevedeva una nuova politica finanziaria e l’aumento del debito pubblico per
iniziare a coprire i buchi nei bilanci di stato.

Germania dell’est nel II° dopoguerra.


Nella Germania dell’est il controllo del governo fu preso dai militari dell’Unione Sovietica, che inserirono la
zona nel blocco orientale a controllo sovietico, predisponendo una riorganizzazione radicale del territorio e
delle sue strutture politiche, economiche e sociali.
Questo governo riformò la scuola, istituì delle organizzazioni popolari di massa dove la SED prendeva le
decisioni e introdusse una nuova moneta.
Il 7 ottobre 1949 fu costituita la Repubblica Democratica tedesca, le cui prime azioni in merito di riforma
furono la riforma agraria a la nazionalizzazione delle industrie. Venne applicato il sistema dell’ECONOMIA
PIANIFICATA SOCIALISTA, che si basava su un coordinamento e una gestione centrale della proprietà e dove
una commissione decideva in modo vincolante sui bisogni, piani e risultati di produzione, di distribuzione di
beni e risorse.
Con la riforma agraria vennero confiscati tutti i terreni superiori ai mille ettari e l’agricoltura fu gestita da un
sistema di cooperazione di produzione. Anche le piccole imprese private furono espropriate e rese statali,
mentre numerose industrie del settore chimico furono convertite in SPA sovietiche per diventare
successivamente imprese di proprietà popolare.
Nel 1950 la DDR entrò a far parte del “COMECON”, il consiglio di mutua assistenza economica dei paesi del
blocco orientale, segnando il distacco decisivo dai paesi occidentali, causando così un ulteriore crollo
dell’economia, penalizzando tutte le importanti industrie (tessili, automobilistiche, macchine utensili) che
una volta avevano fatto grande l’economia tedesca. Per evitare di importare materie prime dall’estero,
inoltre, la Germania utilizzava la lignite come unica risorsa mineraria e concentrò tutta la produzione
industriale in quella pesante, trascurando l’industria dei componenti, dei ricambi e anche l’agricoltura.
Dal 1951 l’industria doveva produrre secondo dei piani quinquennali, creando un ritmo serrato e un forte
squilibrio tra le richieste di produzione e le reali capacità di produzione. Il mercato nero era molto
frequentato, a causa del razionamento dei prodotti dell’organizzazione commerciale dello stato e
dell’introduzione di un sistema di negozi in Intershop ed Exquisit riservati ai clienti più abbienti che
potevano comprare al prezzo delle valute estere.
Lo sviluppo economico della DDR fu rallentato anche a causa dei debiti di guerra che continuava a pagare
all’Unione Sovietica e dalla fuga della manodopera verso la BRD. Il malcontento generale che ne derivò
causò una rivolta popolare a Berlino Est e la fuga dei tedeschi da est a ovest fu bloccata dalla costruzione
del Muro di Berlino nel 1961.
Per cercare di rimediare alla disastrosa situazione economica tedesca, la DDR cercò di attuare delle riforme
che rendessero la gestione delle imprese più autonoma e rendessero la pianificazione industriale più
flessibile, ma questi propositi furono abbandonati proprio in concomitanza del boom economico che investì
l’Europa e la BRD, causando un’ulteriore grave crisi governativa.
Tra gli anni ’70 e gli anni ’80, la fonte di sostentamento maggiore per l’economia tedesco-orientale era
l’industria pesante (siderurgica, metallurgica, ecc.…) ed esportava i prodotti finiti all’estero, importando
materie prime e alimentari.
Con l’accordo di Berlino siglato nel 1951, BRD e DDR iniziarono uno scambio reciproco di beni e iniziative: la
BRD forniva ferro, acciaio, prodotti chimici e mangimi alla DDR, mentre la DDR esportava nella BRD prodotti
agricoli, tessili e vestiari. La DDR, inoltre, necessitava di fondi per modernizzare le industrie e per farlo
aveva bisogno di valuta estera, con il risultato di dedicare la propria produzione industriale quasi
esclusivamente all’esportazione, trascurando i fabbisogni interni; la DDR restava comunque una delle
potenze industriali orientali e mondiali e, ovviamente, il maggior fornitore per l’URSS.
Tuttavia, i rapporti con l’URSS si incrinarono nella seconda metà degli anni ’80 a causa delle riforme
introdotte da Gorbaciov che la DDR si rifiutava di accettare perché riteneva che il suo sistema economico e
politico fosse forte e autonomo abbastanza. La crisi governativa peggiorò ulteriormente e il popolo
manifestò il suo dissenso scappando nella BRD attraverso l’Ungheria e la Cecoslovacchia, portando al crollo
del Muro di Berlino e alla dissoluzione del regime politico ed economico della DDR e all’unificazione dei due
stati tedeschi.
Tra le urgenze politiche ed economiche del nuovo stato tedesco troviamo l’introduzione della politica
economica nelle ex regioni della DDR, l’adeguamento delle strutture sociali ai sistemi della BRD e la
modernizzazione dei settori agricoli ed industriali.
Fino agli inizi degli anni 2000, i costi per la riunificazione avevano superato i mille miliardi di franchi e le
difficoltà più ostili furono la riduzione del tasso di disoccupazione, l’insediamento di nuove industrie in base
alle esigenze di mercato e migliorare la struttura economica delle “vecchie” regioni deboli.

Regioni industriali.
La Germania ha una elevatissima densità di popolazione, le aree urbane si concentrano soprattutto nel
bacino della Ruhr, la zona lungo il medio e basso corso del Reno, il bacino della Saar (con le sue industrie
metallurgiche, meccaniche e automobilistiche), l’Assia Meridionale (Francoforte, Offenbach con le industrie
chimiche e petrolifere), la Renania Meridionale e il nord del Baden-Württemberg. In Baviera le zone più
industrializzate sono quelle vicino a Monaco, Augusta e Norimberga.
Nella Germania del Nord (Hannover, Brema, Braunschweig) vi sono industrie chimiche, meccaniche,
automobilistiche e di estrazioni di gas (Amburgo, Lubecca).
Nella Germania dell’est i maggiori centri industrializzati si trovano a Magdeburgo, Lipsia, Dresda, Berlino e
Brandeburgo.
Nella zona centrale della Germania vi erano numerosi giacimenti della lignite e stabilimenti nelle quali
veniva bruciata: le estrazioni sono cessate col passare del tempo a causa dell’inquinamento che ne
derivava. Il risanamento delle centrali e la ridistribuzione della forza lavoro impiegata pima nelle centrali
sono costate alla Germania ingenti somme.
Nei Monti Metalliferi si estrae l’uranio e, in passato, si lavorava il petrolio importato dall’Unione Sovietica.
La Ruhr è la più grande zona industrializzata d’Europa, fino alla crisi del settore negli anni ’80, venivano
estratti carbone e altri minerali e vi erano numerosi stabilimenti siderurgici, successivamente l’area è stata
sottoposta ad una riduzione delle sovvenzioni statali, insediamento di nuove strutture e imprese.

Dati dell’economia.
Tenendo conto dei dati del PIL – prodotto interno lordo, valore complessivo di beni e servizi prodotti in un
anno in un paese – notiamo come dall’inizio degli anni ’90 ci siano stati numerosi alti e bassi, partendo da
un grosso incremento, un successivo rallentamento dal 1993, un nuovo aumento col nuovo millennio e un
nuovo calo nel 2003.
Gli esperti hanno attribuito questi oscillamenti a fattori esterni al paese, come la guerra in Iraq e le
incertezze dei mercati, e quelli interni legati ai problemi del mercato del lavoro. Intorno ai primi anni del
2000 le quote dei vari settori che contribuivano al PIL erano: agricoltura 1%, servizi 68% e industria 31%; da
queste cifre si evince come il settore industriale sia stato quasi soppiantano da quello dei servizi, questo
perché la produzione industriale è stata in parte spostata in Cina, dove la manodopera ha un costo minore.
In Germania sono rimaste le industrie meccaniche, automobilistiche, chimiche, elettroniche, le nascenti
industrie tecnologiche, informatiche, mediche, farmaceutiche e biologiche, con lo scopo di conciliare gli
obiettivi dell’economia sociale di mercato con le sfide dettate dalla globalizzazione.
Settori come quelli dell’edilizia e del commercio accusarono periodi di crisi soprattutto nei nuovi Länder,
dove i fallimenti legati alle industrie di questi settori crearono la perdita di centinaia di posti di lavoro alla
fine degli anni ’90.
Nel ’97 l’inflazione è scesa sotto la soglia del 2% grazie alla stabilità dei prezzi delle materie prime e dei
prezzi bassi dei beni di consumo. Nel 2000 aumentò di nuovo a causa dell’aumento dei prezzi del petrolio,
tenendo un livello abbastanza alto fino allo sforamento del 3% del 2003, che causò l’infrazione dei limiti
imposti dal Trattato di Maastricht.
Dalla metà degli anni ’70 il bilancio federale è stato caratterizzato da una notevole differenza tra entrate e
uscite e dalla necessità di credito, con un’accentuazione di questi fattori dopo l’unificazione. Nel corso degli
anni le entrate e le uscite dello stato sono aumentate per far fronte alle spese per il lavoro, gli affari sociali,
la difesa, i trasporti e per il pagamento dei tassi di interesse del debito pubblico. Per contrastare questa
tendenza, tra il 2002 e il 2003, sono stati attuate delle leggi e delle riforme che contribuirono soprattutto al
taglio delle spese sociali, più una riforma fiscale che aveva come scopo la riattivazione della domanda
interna e l’aumento dei consumi privati.
Le principali entrate fiscali dirette dello stato sono le imposte sul petrolio, sul tabacco, sulle bevande
alcoliche e sulle assicurazioni; i Länder riscuotono le tasse sulla circolazione, le tasse di successione, le
imposte sugli immobili e sulla birra; i comuni le imposte industriali, immobiliari.
Dopo il primo boom economico registrato immediatamente dopo l’unificazione, nel ’93 si registrò un forte
calo in diversi settori; nel ’99 ci fu una nuova ripresa anche sul mercato del lavoro, ma nel 2001 la
situazione peggiorò di nuovo, fino alla crisi economica del 2008. La situazione del mercato del lavoro è stata
molto grave fino ai principi degli anni 2000, con criticità maggiori nei Länder della Germania dell’est,
mentre il tasso di disoccupazione più basso si trovava in Baviera, in Baden-Württemberg e in Renania.
Grazie ad una riforma del lavoro fatta nel 2003 e ai finanziamenti dell’UE, si crearono numerosi nuovi posti
di lavoro, soprattutto nell’ambito del settore delle industrie e dei servizi. Nonostante la Germania sia uno
dei primi paesi industrializzati, quasi la metà della sua superficie è impiegata per l’agricoltura, nonostante il
settore agricolo contribuisca solo all’1% del PIL e occupi solo il 2% della popolazione.
L’allevamento raggiunge il 60% del valore produttivo di tutto il settore agricolo, che garantisce la copertura
di tutto il fabbisogno alimentare del paese, in aumento il settore delle industrie biologiche.

Industrie artigianali, banche e borse.


A causa della leggera flessione della produzione industriale, nel 2002 la Germania ha subito una leggera
recessione, con cambiamenti significativi soprattutto nel settore elettrotecnico e edilizio, inoltre, cala il
numero degli investimenti e aumenta il numero dei fallimenti. Contemporaneamente, i settori dei servizi
pubblici e privati hanno inciso in modo molto positivo sul PIL, con aumenti che raggiungono picchi del 14%
e gli unici settori industriali che registravano un aumento erano quelli dell’informazione, della
comunicazione e dell’aviazione.
Agli inizi del 2000, le medie industrie costituivano quasi la totalità delle imprese industriali, ed erano anche
quelle che davano più lavoro, con una media di 500 dipendenti l’una. La forma giuridica più diffusa tra esse
era la SRL. Tra le grandi industrie ricordiamo le aziende automobilistiche, infatti, la Germania è la terza
produttrice di auto al mondo, con un’esportazione estera pari a più della metà della produzione; altre
grandi imprese che fatturano più di 25 miliardi di euro l’anno troviamo la Siemens (elettronica), Aventis,
Bayer (chimica) e Bosch (elettrotecnica).
Tra le grandi imprese la forma giuridica più diffusa è la SPA, con capitali sociali di almeno 50mila euro.
Questa forma giuridica risale all’800, introdotta dalla Prussia, ed è stata riformata nel 1965 con lo scopo di
aumentare il valore delle azioni e incentivare la loro compravendita. Nel 2003, 11 milioni di tedeschi hanno
investito in azioni, specialmente in società private.
La borsa tedesca principale è quella di Francoforte, che gestisce più dell’80% del volume di affari
complessivo di tutte le borse della Germania. Dal ’92 si è registrato un vero e proprio boom di investimenti
in borsa, grazie anche al basso tasso di interesse sul mercato dei titoli e grazie alle previsioni di fusioni tra le
grandi imprese. Nel ’97 fu introdotto “Xetra”, un sistema commerciale automatico per il mercato azionario
online, che era in grado di “smistare” fino a 900mila ordini al giorno. Nel 2002 il DAX, l’indice delle trenta
principali borse tedesche, perse il 70% del valore che aveva registrato nel 2000.
Nel 1995, l’artigianato dava lavoro a circa 6.5 milioni di persone con 600mila aziende. Tuttavia, negli ultimi
anni, si sono persi oltre 100mila posti di lavoro, specie nell’edilizia e, per porre rimedio, nel 2003 il
parlamento ha abolito gran parte delle professioni artigianali con l’obbligo di avere la qualifica di artigiano
professionale per incentivare la creazione di nuovi posti di lavoro. Questa qualifica era necessaria in
precedenza per poter avviare un’impresa e formare degli apprendisti, adesso è anche possibile raggruppare
varie professioni artigianali in modo da fornire più prestazioni ad avere più posti di apprendistato.
Purtroppo, vi è anche un alto tasso di lavoro nero.
Nella metà degli anni ’90, secondo la Bundesbank – la banca centrale tedesca – gli istituti di credito in
Germania avevano realizzato utili lordi per circa 20miliardi di euro. Le banche commerciali private
coprivano il 33% del giro di affari, gli istituti di credito di diritto pubblico il 50%, mentre le banche popolari
cooperative il 15%. La principale banca commerciale è senz’altro la Deutsche Bank, la quale – nel ’98 – ha
acquisito la banca americana Bankers Trust, diventando a tutti gli effetti un colosso mondiale.
Le banche sono tutte delle SPA, mentre le casse di risparmio sono degli istituti di credito di diritto pubblico,
nate nell’800 per combattere gli alti tassi di interesse delle banche private. Esse non hanno filiali estere e
spesso i crediti che concedono sono ancora limitati ai residenti delle loro rispettive regioni. Le banche
popolari cooperative erano circa 2500 nel ’95 e sono principalmente le banche della piccola industria, del
commercio e dell’agricoltura, nate principalmente dalle cooperative tra commercianti e agricoltori per far
fronte alla concorrenza delle grandi società commerciali. Le banche “dirette” sono per la maggior parte
delle affiliate delle grandi banche private ed operano a bassi costi via telefono e internet.
La Bundesbank è stata fondata nel 1957 e il suo compito era quello di garantire la stabilità del marco e di
regolare la circolazione monetaria. Il suo consiglio si riunisce ogni due settimane per stabilire la politica e la
gestione degli affari, mentre della politica monetaria si occupa dal 1° gennaio 1999 la Banca Centrale
Europea, anch’essa con sede a Francoforte.

Commercio estero.
La Germania esporta circa un quarto del suo PIL, con un aumento fisso delle percentuali annue dal 2000.
Nel 2002 il valore delle esportazioni ammontava a 648 miliardi di euro e il valore delle importazioni a 522
milioni e, a livello di commercio mondiale, la Germania è il secondo paese dopo gli Stati Uniti e i suoi
principali settori di esportazione sono l’industria meccanica, impiantistica, elettronica ed elettrotecnica,
l’industria chimica e automobilistica. Le principali merci esportate sono prodotti finiti come attrezzature per
macchinari e trasporti, prodotti chimici, alimentati, farmaci, petrolio, gas, prodotti tessili e vestiario e i
principali paesi in cui vengono esportati questi prodotti sono gli Usa e i paesi europei.
Da anni si è ormai consolidato il rapporto commerciale tra Germania e Italia, con scambi di prodotti
tecnologici o di semilavorati chimici o metallici da terminare e riesportare in altri paesi. Quasi la metà delle
esportazioni in Germania dell’Italia sono destinate alla Baviera o al Baden-Württemberg, mentre le
esportazioni tedesche in Italia si concentrano soprattutto al nord.
Il principio economico del libero mercato e della libera iniziativa imprenditoriale in Germania si estende
anche al sistema fieristico; le principali fiere tedesche sono a Francoforte (Libro e Mostra internazionale
dell’Automobile), Berlino (Mostra internazionale radiotelevisiva) e la Interpack a Düsseldorf. Gli investitori
tedeschi investono molto più all’estero di quanto gli stranieri facciano in Germania e per migliorare le
condizioni e le attività imprenditoriali sono stati attuati dei sistemi di promozione degli investimenti che
prevedono agevolazioni fiscali e crediti agevolati alle imprese intenzionate ad investire in Germania,
specialmente nei nuovi Länder. Queste nuove disposizioni, la crescita della domanda interna, l’aumento
delle produttività e una politica salariale più moderata hanno contribuito, già alla fine degli anni ’90,
all’aumento degli investimenti diretti stranieri. Inoltre, la buona qualità dei prodotti e dei servizi tedeschi,
l’organizzazione delle infrastrutture e l’ottima qualificazione del personale costituiscono un ulteriore fattore
di crescita futura.

AUSTRIA
Nel 19° secolo, l’Impero Austro Ungarico si era dato all’autarchia economica in quanto con la sua
produzione economica riusciva a garantire a malapena la copertura del fabbisogno nazionale e di certo non
avrebbe retto la concorrenza dei mercati internazionali. La rivoluzione industriale coinvolse poco l’Impero e
le uniche zone più industrializzate erano la Bassa Austria, la Boemia, la Slesia e la Moravia che, tuttavia, non
riuscivano a “contagiare” le altre regioni anche a causa degli esigui collegamenti con esse. Un altro ostacolo
allo sviluppo economico era il crescente conflitto tra le diverse nazionalità dell’impero: così, dagli anni ’80
del 19° sec. si dovette concedere all’Ungheria e alla Cecoslovacchia la costruzione di industrie nazionali con
un’amministrazione indipendente da Vienna.
Le conseguenze della caduta della monarchia asburgica furono pesanti soprattutto per l’Austria, che perse
terreni agricoli e industrie; le restarono soltanto società di servizi troppo strutturate per le ormai ridotte
dimensioni del paese. Tuttavia, i rapporti commerciali tra questi paesi rimasero molto stretti e, fino alla crisi
economica globale del ’29, più della metà dell’import e dell’export austriaco era indirizzato all’Est Europa,
riuscendo a creare un sufficiente risanamento dell’economia. Con l’annessione al Terzo Reich le transazioni
con gli ex paesi austroungarici cessarono, per dare inizio agli scambi con la Germania, rapporti che ripresero
nel dopoguerra, specie con l’Italia, la Svizzera e la Cecoslovacchia, almeno fino a quando l’Europa si spaccò
in due a causa della guerra fredda, quando i comunisti presero possesso dell’aerea sovietica.
Con la fine dell’occupazione militare nel 1955, l’economia austriaca si collocò tra quelle dei paesi ispirati al
principio del libero mercato, ma continuò ad avere buoni rapporti con i paesi a regime comunista anche
grazie al loro passato insieme e, addirittura, durante la crisi economica degli anni ’70, l’Austria cercò di
arginare le perdite spostando il commercio ad est, che fu colpito dalla crisi più tardi.
La crescita economica austriaca fu dovuta ad una “sorta di pace sociale” raggiunta con il SISTEMA DELLA
SOZIALPARTNERSCHAFT”, che permetteva delle trattative tra lavoratori e datori di lavoro evitando scontri
sociali e scioperi; un altro fattore di crescita furono gli interventi statali basati sulle dottrine economiche di
John Maynard Keynes. Queste dottrine furono superate negli anni ’80, quando le nuove tendenze politiche
vollero superare la neutralità austriaca per integrarsi completamente al contesto politico-economico
dell’UE. Dunque, il 1° gennaio 1995, l’Austria entra a far parte dell’UE, intensificando ancor di più i rapporti
con gli altri paesi membri, grazie alle semplificazioni burocratiche ad essi riservati.
Con la caduta dei regimi comunisti dell’Europa dell’est ci fu una notevole estensione degli scambi
commerciali verso i paesi limitrofi. Questa nuova apertura verso est fece dell’Austria il centro del
commercio di transito dell’UE e il perno centrale dei rapporti commerciali tra i paesi di ovest ed est Europa.
La rete ferroviaria e il Danubio sono di grande rilievo per gli scambi commerciali con l’Europa centrale e
orientale e l’apertura del canale del Reno-Meno-Danubio nel ’93 ha reso possibile il collegamento con i
porti di Rotterdam, Duisburg e con il Mar Nero.
Il settore dei servizi austriaci, da sempre molto sviluppato, ha trovato nuovi sbocchi subito dopo l’apertura
dei mercati dell’est, rendendo l’Austria la torre di comando degli investitori stranieri che volevano investire
i loro capitali sui mercati dell’est, almeno fino a quando i paesi ex sovietici non hanno permesso agli
stranieri di investire senza la mediazione austriaca.
Nel ’92, il settore secondario rappresentava il 40% del PIL, grazie soprattutto al settore meccanico, chimico
ed alimentare. Il punto di forza dell’industria sta nel fatto che vi sono un gran numero di imprese statali:
infatti, lo Stato mantiene le proprie aliquote di mercato nell’industria di base, controllando così gran parte
dell’economia. In sostanza, si producono generi alimentari, utensili, materiale ferroviario, macchinari
elettrici e veicoli industriali. Ben sviluppata è l’industria siderurgica, che detiene il processo siderurgico “ad
ossigeno puro” LD (sviluppato nella città di Linz e Donawitz) utilizzato su licenza in tutto il mondo.
Il settore primario occupa meno del 4% del PIL ed è sostenuto perlopiù dalla produzione di carne bovina,
produzione di legno, energia idroelettrica, estrazione di ferro e lignite.

SVIZZERA
L’attuale cosiddetto “benessere svizzero” non è dovuto soltanto alla storica neutralità, ma anche al
principio della libera impresa, alle imposte basse e alla “pace sociale”, il famoso patto stretto tra sindacati e
imprenditori nel 1937 che evita gli scioperi. Il crescente sviluppo di multinazionali farmaceutiche e
meccaniche, di banche e assicurazioni inizia dalla fine del 18° secolo quando, in contrapposizione alla Gran
Bretagna, si costruirono macchine per la filatura e la tessitura, si iniziò a sfruttare la forza idraulica, fino ad
arrivare ai giorni nostri, dove la Svizzera esporta un terzo dei suoi prodotti elettrici, meccanici e
metallurgici.
L’industria chimico-farmaceutica oggi è ai primi posti nel mondo per volumi di esportazioni, ed è stato tra i
primi settori di produzione ad aver spostato all’estero la lavorazione per mancanza di materie prime o
perché in alcuni periodi la manodopera svizzera costava troppo. Un elemento positivo delle aziende
svizzere è il forte finanziamento per la ricerca, che proviene soprattutto dai privati, al fine di restare sempre
all’avanguardia.
L’imponente industria degli orologi affonda le sue radici fino al 16° secolo, quando gli Ugonotti (calvinisti
francesi espulsi e rifugiati in Svizzera) fondarono la prima corporazione degli orologiai della storia. Questo
ramo occupava a domicilio gli addetti al montaggio, specialmente in inverno, durante le pause del lavoro
agricolo. Il primo orologio al quarzo nacque a Neuchâtel nel 1962.
Ad oggi il settore terziario è in forte sviluppo grazie alle banche, alle assicurazioni e alle riassicurazioni. Il
punto di forza di questi settori è sicuramente il famoso segreto bancario che attira soprattutto i capitali
stranieri. Turismo alpino molto forte.
Sebbene il territorio svizzero sia utilizzabile quasi esclusivamente per il pascolo, si riesce a coprire circa il
60% del consumo interno e le esportazioni dei prodotti finiti supera appena il 3%.

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