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Fondamenti anatomo-fisiologici dell'attività psichica

Fondamenti anatomo-fisiologici dell'attività psichica (Università degli Studi di Genova)

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NEUROSCIENZE

Capitolo 1: l’organizzazione del sistema nervoso.

L’encefalo è il prodotto dell’espressione genica cominciata durante l’embriogenesi e che continua durante
tutta la vita. Un gene comprende sia sequenza codificanti di DNA che fungono da stampo per l’RNA
messaggero, sia sequenze regolatrici che sono predisposte al controllo temporale e quantitativo
dell’espressione di un determinato gene in un determinato tipo cellulare.
L’analisi genetica è essenziale per comprendere la struttura, il funzionamento e lo sviluppo degli organi e i
suoi sistemi, tra cui il cervello e il sistema nervoso.

Le cellule nervose che costituiscono il tessuto nervoso sono entità discrete che comunicano tra loro
attraverso contatti specializzati, chiamati sinapsi. Le cellule nervose sono unità funzionalmente indipendenti
ma è stata dimostrata l’esistenza di continuità intercellulari specializzate tra alcuni neuroni, chiamate
giunzioni comunicanti, che sono simili a quelle presenti tra le cellule epiteliali e che permettono il
trasferimento diretto di segnali elettrici e chimici tra le cellule del sistema nervoso.

Le cellule del sistema nervoso possono essere divise in due grandi categorie:
 Cellule nervose o NEURONI specializzati per condurre segnali elettrici sulle lunghe distanze.
 Cellule gliali\neuroglia\glia che sostengono la produzione di segnali piuttosto che generarli.
Tuttavia, la funzione più importante pare essere quella di contribuire ai processi di riparazione del
sistema nervoso, agendo come staminali in alcune regioni cerebrali promuovendo la rigenerazione
dei neuroni danneggiati.

I neuroni e la glia condividono in dotazione gli organelli presenti in tutte le altre cellule, tra cui il reticolo
endoplasmatico, il Golgi, i mitocondri e soprattutto varie strutture vescicolari, tuttavia, possono essere
localizzati in parti specifiche della cellula, ad esempio, i mitocondri si trovano vicino alle sinapsi.
I neuroni e la glia si differenziano dalle altre cellule per l’organizzazione delle proteine fibrillari e tubolari
che costituiscono il citoscheletro.

I neuroni  distinti per la loro specializzazione nella comunicazione intercellulare e nella trasmissione di
segnali elettrici. Queste caratteristiche sono evidenti nella loro morfologia complessiva e
nell’organizzazione delle loro membrane, specializzate per la trasmissione di segnali a lunghe distanze
nonché nella complessità strutturale e funzionale dei contatti sinaptici tra i neuroni.
La caratteristica morfologica più evidente della specializzazione neuronale per la comunicazione è
l’arborizzazione dei neuroni (ramificazione), infatti la cellula presenta due aspetti più significativi che sono
la presenza di un ASSONE e la ramificazione dei DENDRITI (chiamate anche ramificazioni dendritiche
appunto). Questi ultimi sono i bersagli dei segnali sinaptici rilasciati dalle terminazioni assoniche di altri
neuroni e hanno alta concentrazione di ribosomi.
Il numero di fibre nervose che un determinato neurone riceve dipende dalla complessità del suo albero
dendritico. Il numero di terminazioni che un neurone riceve riflette il suo grado di convergenza, mentre il
numero dei bersagli che vengono innervati da ogni singolo neurone rappresenta la sua divergenza.

La terminazione assonica del neurone presinaptico è adiacente a una regione specializzata della cellula
bersaglio caratterizzata dalla presenza di recettori postsinaptici. I componenti pre e post sinaptici
comunicano attraverso la secrezione di molecole dalla terminazione presinaptica e il loro successivo legame
a recettori specifici presenti nella zona postsinaptica. Non c’è continuità fisica tra i due elementi.
Le molecole che devono attraversare lo spazio extracellulare, chiamato fessura sinaptica, è uno spazio nel
quale si trovano proteine extracellulari e influenzano la diffusione e il legame e la degradazione delle
molecole secrete dalla terminazione presinaptica.
Le informazioni trasmesse a livello delle sinapsi sui dendriti vengono integrate e lette dalla porzione iniziale
dell’assone, la regione della cellula nervosa specializzata nella conduzione di segnali elettrici.

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Nel cervello umano molte cellule nervose hanno assoni lunghi pochi millimetri, mentre alcuni ne sono privi.
Gli assoni relativamente corti sono una caratteristica dei neuroni a circuito locale o interneuroni, presenti in
tutto l’encefalo.
Gli assoni dei neuroni di proiezione invece raggiungono bersagli molto distanti.
Il meccanismo che trasporta i segnali lungo tali distanze è un’onda di attività elettrica autorigenerante,
detta potenziale d’azione, ossia una variazione “o tutto o nulla” del potenziale elettrico attraverso la
membrana del neurone che trasporta informazioni da un punto all’altro del sistema nervoso.
Un potenziale d’azione si propaga dal punto di origine nel corpo cellulare fino alla terminazione dell’assone,
punto in cui si formano i contatti sinaptici. I processi chimici ed elettrici attraverso i quali l’informazione
codificata dai potenziali d’azione viene trasmessa alla cellula bersaglio, vengono definiti trasmissione
sinaptica. Le terminazioni presinaptiche\terminazioni assoniche\bottoni terminali, insieme alle loro
strutture postsinaptiche specializzate sono tipicamente sinapsi chimiche. Un altro tipo, le sinapsi elettriche
invece sono più rare e hanno funzioni particolari {…}.
Gli organelli secretori presenti nella terminazione presinaptica delle sinapsi chimiche sono detti vescicole
sinaptiche e sono strutture sferiche contenenti molecole di neurotrasmettitore. Questi, liberati dalle
vescicole sinaptiche, modificano le proprietà elettriche della cellula bersaglio legandosi a specifici recettori
localizzati prevalentemente a livello delle specializzazioni della membrana postsinaptica.

Le cellule gliali  completamente diverse dai neuroni, sono molto più numerosi di questi e non sono
coinvolti direttamente nelle interazioni sinaptiche e nella trasmissione di segnali elettrici. Le cellule gliali
sono le uniche cellule staminali presenti nel cervello adulto e sono capaci di differenziarsi sia in nuove
cellule gliali, sia (sebbene in pochi casi) in neuroni.
Il termine deriva da “collante”, poiché queste cellule tengono in qualche modo il sistema nervoso.
Le funzioni accertate svolte dalle glie sono il mantenimento della costanza dell’ambiente ionico delle cellule
nervose, la modulazione della velocità di propagazione dei segnali nervosi, la modulazione dell’attività
sinaptica attraverso la riassunzione dei neurotrasmettitori, la funzione di impalcatura svolta nello sviluppo
del SN e il contributo al recupero di danni neuronali.

Nel SN adulto sono presenti tre tipi di cellule gliali differenziate:


 Gli astrociti, che sono limitati dal SNC (encefalo, midollo spinale) hanno elaborate ramificazioni
locali e la loro funzione è mantenere un ambiente chimico adeguato alla trasmissione nervosa.
 Gli oligodendrociti, anch’essi limitati al SNC, creano un rivestimento laminare di natura lipidica (la
mielina) attorno ad alcuni assoni. La mielina ha l’importante funzione di aumentare la velocità di
conduzione dei segnali elettrici (nel SNP, le cellule che formano la mielina sono le cellule di
Shwann).
 Cellule microgliali, generate dalle staminali emopoietiche (l'insieme degli organi e dei tessuti in cui
avviene la produzione degli elementi corpuscolari del sangue). Considerate principalmente “cellule
spazzino”, rimuovono i frammenti cellulari derivati dai danni cerebrali o dal normale cambio
cellulare.

Oltre alle tre classi di glia, nel cervello di un adulto sono presenti anche cellule gliali staminali che
conservano la capacità di proliferare e generare altri precursori cellulari. Si dividono in astrociti, vicino ai
ventricoli e i polidendrociti sparsi nella sostanza bianca.

I neuroni non funzionano mai da soli, sono sempre organizzati in complessi chiamati circuiti neuronali che
elaborano specifici tipi di informazioni e sono alla base di sensazioni, percezione, movimento e
comportamento.
Una caratteristica importante è che in qualsiasi circuito, la direzione delle informazioni è fondamentale per
comprenderne la funzione. Le cellule nervose che trasportano le informazioni dalla periferia verso
l’encefalo o midollo spinale sono detti NEURONI AFFERENTI, mentre le cellule nervose che trasportano le
informazioni lontano dall’encefalo o dal midollo spinale sono detti NEURONI EFFERENTI.
Ci sono inoltre gli INTERNEURONI che contribuiscono agli aspetti locali di un circuito a causa delle brevi
distanze su cui si estendono gli assoni. Queste tre classi sono la base di tutti i circuiti nervosi.

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Un esempio di un circuito neuronale è quello del riflesso miotatico, altrimenti detto riflesso rotuleo.
[pag10]. Un quadro più dettagliato di un circuito si ottiene attraverso le registrazioni elettrofisiologiche che
misurano l’attività elettrica delle cellule nervose.
I circuiti neuronali che elaborano tipologie simili di informazioni costituiscono i sistemi neuronali che
assolvono funzioni più generali.
La distinzione funzionale più generale divide i sistemi neuronali in sistemi sensoriali (che acquisiscono info
dall’ambiente) e sistemi motori (che permettono di rispondere a tali informazioni producendo movimenti\
comportamenti).

Il sistema nervoso centrale (SNC) comprende l’encefalo (che comprende gli emisferi cerebrali, il diencefalo,
il cervelletto e il tronco encefalico) e il midollo spinale.
Il sistema nervoso periferico (SNP) comprende i neuroni sensoriali che collegano i recettori sensoriali
disposti sulla superficie del corpo o più in profondità con i corrispondenti circuiti di elaborazione nel SNC.
La porzione motoria dell’SNP consiste di due componenti. Gli assoni motori che collegano l’SNC ai muscoli
scheletrici e costituiscono la divisione motoria somatica e gli assoni che innervano i muscoli lisci, il muscolo
cardiaco e le ghiandole che costituiscono la divisione motoria viscerale o autonoma.

I corpi cellulare dei neuroni periferici sono localizzati nei gangli, che sono degli aggregati locali di corpi
cellulari di neuroni e cellule di sostegno. Gli assoni periferici sono riuniti in fasci chiamati nervi.
Nel SNC gli assoni sono aggregati in fasci che sono analoghi ai nervi dell’SNP. I fasci che attraversano la linea
sagittale dell’encefalo sono chiamati commessure.

Il SNC è distinto in due ampie regioni: un’area ricca di corpi cellulari e una ricca di assoni. La sostanza (o
materia) grigia si riferisce a ogni accumulo di corpi cellulari nell’encefalo e nel midollo spinale, mentre la
sostanza (o materia) bianca, chiamata così perché è chiara e ciò è dovuto alla mielina e l’alto contenuto di
lipidi, si riferisce alle fibre assoniche e alle commessure.

Capitolo 2: i segnali elettrici delle cellule nervose.

I neuroni non sono di per sé dei buoni conduttori di elettricità, tuttavia, hanno elaborato meccanismi per
generare segnali elettrici che si basano sul passaggio di ioni attraverso la loro membrana plasmatica.
Normalmente i neuroni generano un potenziale negativo, chiamato potenziale di membrana a riposo, che
può essere misturato registrando la differenza di voltaggio esistente tra l’interno e l’esterno delle cellule
nervose.
Il potenziale d’azione annulla il potenziale di riposo e rende transitoriamente positivo il potenziale
transmembrana. I potenziali d’azione di propagano per tutta la lunghezza degli assoni e costituiscono i
segnali fondamentali che trasferiscono le informazioni da un punto all’altro dell’SN.
I segnali elettrici hanno origine da flussi di ioni provocati dalla permeabilità selettiva che la membrana delle
cellule nervose esibisce nei confronti dei vari ioni e dalla distribuzione non uniforme di questi ioni ai due lati
della membrana.

I neuroni dispongono di meccanismi in grado di generare una differenza costante di potenziale tra le due
facce delle loro membrane quando sono a riposo, in genere corrisponde a una frazione di 1 volt (tra -40 e -
90 V).
I segnali elettrici prodotti dai neuroni sono causati dalle risposte agli stimoli che modificano il potenziale di
membrana a riposo. I potenziali di recettore sono dovuti all’attivazione dei neuroni sensoriali indotta dagli
stimoli esterni.
Un altro tipo di segnale elettrico è associato alla comunicazione tra neuroni a livello di contatti sinaptici.
L’attivazione di queste sinapsi genera i potenziali sinaptici, che permettono il trasferimento delle
informazioni da un neurone all’altro.
Infine, i neuroni generano un tipo di segnale elettrico che si sposta lungo i loro stessi assoni, chiamato
potenziale d’azione o impulso. I potenziali d’azione sono responsabili del trasferimento a lungo raggio delle

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informazioni e permettono all’SN di trasmettere informazioni ai suoi organi bersaglio, come per esempio i
muscoli.
Un modo per provocare un potenziale d’azione consiste nel far passare una corrente elettrica attraverso la
membrana di un neurone. Ciò avviene normalmente attraverso i potenziali di recettore o i potenziali
sinaptici. Se la corrente è tale da rendere il potenziale di membrana negativo, non accade nulla di
particolare, semplicemente il potenziale di membrana si modifica in proporzione alla quantità di corrente
immessa (iperpolarizzazione). Quando si immette corrente di polarizzazione opposta, in modo che il
potenziale di membrana della cellula nervosa diventi più positivo del potenziale di riposo
(depolarizzazione) si produce un potenziale d’azione in corrispondenza di un determinato livello del
potenziale di membrana, detto potenziale di soglia.
Il potenziale d’azione è una risposta attiva generata dal neurone ed è una breve variazione del potenziale
transmembrana che da negativo, diventa positivo. L’ampiezza del potenziale d’azione è indipendente
dall’intensità di corrente impiegata per evocarlo. Per questo si dice che il potenziale d’azione segue la legge
del “tutto o nulla”, cioè si manifestano con la massima ampiezza, o non si manifestano affatto.

Attraverso le membrane dei neuroni si generano potenziali elettrici perché ci sono differenze di
concentrazione di ioni specifici ai due lati della membrana e perché le membrane sono selettivamente
permeabili ad alcuni di questi ioni.
I gradienti di concentrazione ionica vengono generati da proteine conosciute come trasportatori attivi che
spostano attivamente gli ioni all’interno o all’esterno delle cellule, facendoli muovere in direzione opposta
ai loro gradienti di concentrazione. La permeabilità selettiva delle membrane è principalmente dovuta alla
presenza di canali ionici che consentono solo a certi tipi di ioni di attraversare la membrana nella direzione
dei loro gradienti di concentrazione.
Quindi, canali e trasportatori lavorano “gli uni contro gli altri” e così facendo generano il potenziale di
membrana a riposo e i potenziali d’azione.

Capitolo 3: la permeabilità voltaggio-dipendente della membrana.

Il potenziale d’azione è il risultato di modificazioni della permeabilità della membrana a specifici ioni.
I meccanismi voltaggio-dipendenti per la generazione di potenziali d’azione spiegano la trasmissione a
lunga distanza dei segnali elettrici.
Come già detto, i neuroni hanno una scarsa capacità di condurre elettricità, tuttavia, i potenziali d’azione
possono essere trasmessi attraverso grandi distanze lungo gli assoni malgrado le loro mediocri proprietà
elettriche.
Uno stimolo depolarizzante (un potenziale sinaptico per esempio) depolarizza localmente l’assone,
determinando l’apertura dei canali voltaggio-dipendenti per il Na+ (sodio) presenti in quell’area. L’apertura
dei canali per il Na+ provoca un influsso di sodio e la conseguente depolarizzazione del potenziale di
membrana innesca in tale area un potenziale d’azione. Parte della corrente locale generata dal potenziale
d’azione fluisce passivamente lungo l’assone.
La depolarizzazione locale provoca l’apertura di altri canali e a monte, i canali per il Na+ si inattivano,
mentre i canali per il K+ si aprono. Il potenziale di membrana si ripolarizza e l’assone a questo punto è
refrattario*. Il processo si ripete propagando il potenziale d’azione lungo l’assone.
In definitiva, la propagazione dei potenziali d’azione richiede l’azione di flusso passivo di corrente nonché il
flusso attivo di correnti che attraversano i canali ionici voltaggio-dipendenti.
*Gli assoni diventano refrattari dopo un potenziale d’azione: la generazione di un PA in un assone rende
per un breve periodo più difficile la produzione che un neurone può produrre nell’unità di tempo.
La refrattarietà inoltre ha importanti implicazioni per la conduzione dei potenziali d’azione lungo gli assoni.
Man mano che il potenziale d’azione di propaga per tutta la lunghezza di un assone, nella sua scia lascia
inattivi i canali per il Na+ e attivi, per un breve periodo, quelli K+. La risultante refrattarietà della regione di
membrana dove è stato generato il PA impedisce che tale regione di membrana possa eccitarsi di nuovo e
ciò impedisce ai potenziali di propagarsi a ritroso.

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Il PA ha una velocità di trasmissione misurabile, detta velocità di conduzione che è un parametro


importante perché definisce il tempo necessario affinché il segnale elettrico possa propagarsi da
un’estremità all’altra di un neurone e di conseguenza, limita il flusso di informazioni all’interno dell’SN.
Si sono evoluti quindi dei meccanismi per ottimizzare la propagazione dei PA lungo gli assoni.
Un modo per migliorare il flusso è aumentare il diametro di un assone producendo quindi una riduzione
della resistenza interna a tale flusso di corrente.

Un’altra strategia per migliorare il flusso di corrente è isolare la membrana dell’assone, riducendo la
capacità della corrente di fuoriuscire dall’assone e aumentando in questo modo la distanza lungo l’assone
attraverso la quale la corrente locale può fluire passivamente.
Questa strategia si concretizza nella mielinizzazione degli assoni, un processo attraverso il quale gli
oligodendrociti per il SNC e le cellule di Shwann per il SNP rivestono gli assoni di mielina, che consiste di
numerosi strati sovrapposti e compatti di membrane gliali e funziona come isolante elettrico, accelerando
notevolmente la conduzione dei potenziali d’azione.
La generazione dei PA è un processo che avviene solo in determinati punti dell’assone, detti nodi di
Ranvier, in corrispondenza dei quali il processo neuronale è privo del rivestimento mielinico e pertanto, i
canali voltaggio dipendenti per il Na* necessari per la produzione dei PA si trovano solo a livello dei nodi.
I nodi di Ranvier danno origine a una corrente che fluisce passivamente all’interno del segmento assonico
rivestito di guaina mielinica fino a raggiungere il nodo successivo.
Dal momento che la corrente fluisce attraverso la membrana del neurone soltanto in corrispondenza dei
nodi, questo tipo di propagazione viene definito saltatorio, nel senso che il potenziale d’azione salta da un
nodo a quello successivo.

Capitolo 4: canali ionici e trasportatori.

Le proteine di membrana che generano e mantengono i gradienti ionici vengono chiamate trasportatori
attivi, mentre altre proteine, i canali ionici, consentono i cambiamenti selettivi della permeabilità.
I canali ionici sono delle proteine che formano una struttura specializzata chiamata poro che permette a
particolari ioni di attraversare la membrana neuronale.
Alcuni canali ionici contengono delle strutture in grado di avvertire il potenziale elettrico esistente tra i due
lati della membrana. Questi canali, sensibili al voltaggio si aprono e si chiudono in risposta alle variazioni del
potenziale di membrana, facendo in modo che la permeabilità della membrana sia regolata dalle
modificazioni di questo potenziale.
Altri tipi di canali ionici sono regolati da segnali chimici extracellulari, altri ancora rispondono a stimoli
meccanici, variazioni della temperatura o una combinazione di questi segnali.
Alcuni tipi di canali ionici rispondono a segnali chimici (ligandi) piuttosto che a variazioni del potenziale di
membrana.
Tutti i canali sono proteine integrali di membrana che attraversano ripetutamente la membrana plasmatica.
Le proteine per il canale Na+ e il Ca2+ consistono in motivi ripetuti, costituiti da 6 regioni transmembrana
che si ripetono 4 volte per un totale di 24 regioni transmembrana.
Tipicamente, le proteine canale per il K+ attraversano la membrana 6 volte.
Ogni proteina costituisce una subunità del canale per il K+ e in genere, 4 di queste si assemblano a formare
un singolo canale ionico funzionale.
La maggior parte dei canali ionici voltaggio-dipendenti contiene anche un tipo specifico di elica
transmembrana che possiede molti aminoacidi caricati positivamente e che funge da sensore di voltaggio,
rilevando le variazioni del potenziale elettrico attraverso la membrana.
Ogni subunità del canale possiede 4 strutture transmembrana aggiuntive che costituiscono i sensori di
voltaggio di questo canale. Le cariche positive presenti in questi sensori di voltaggio permettono il loro
spostamento all’interno della membrana in risposta a variazioni del potenziale di membrana: la
depolarizzazione spinge i sensori verso l’esterno, mentre l’iperpolarizzazione li tira verso l’interno.

Nessuno degli ioni di importanza fisiologica (Na+, K+, Cl- e Ca2+) è in equilibrio elettrochimico. Il lavoro per
generare e mantenere i gradienti di concentrazione di particolari ioni è svolto da un gruppo di proteine della

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membrana plasmatica, noti come trasportatori attivi. Essi svolgono tale compito formando complessi con
gli ioni che devono trasferire e il trasferimento degli ioni mediante trasportatori attivi è molto più lento del
movimento degli ioni attraverso i canali.
I trasportatori attivi accumulano gradualmente energia sottoforma di gradienti di concentrazione ionica,
mentre durante episodi di trasmissione elettrica di breve durata l’apertura dei canali dissipa rapidamente
l’energia accumulata.
Spostare gli ioni contro gradiente richiede un consumo di energia e i trasportatori presenti nei neuroni
vengono distinti in due classi di base alla fonte di energia che utilizzano. Le pompe ATPasiche che ricavano
energia dall’idrolisi dell’ATP.
Il più conosciuto tra i trasportatori attivi è la pompa Na+ K+, responsabile del 20\40% del consumo totale di
energia nel cervello.
L’efflusso di Na+ cessa quando l’apporto di ATP viene bloccato, oltre che ad altre condizioni. Tale
esperimento venne effettuato su un calamaro e dimostrò che la rimozione di Na+ intracellulare richiede il
metabolismo cellulare. Ulteriori studi con il K+ dimostrano che l’efflusso di Na+ è associato al simultaneo
flusso di ATP-dipendente di K+. Questi due flussi opposti si influenzano reciprocamente: la rimozione di K+
extracellulare riduce notevolmente l’efflusso di Na+ e viceversa. Questi movimenti di energia-dipendenti
implicano l’esistenza di una pompa che idrolizza ATP per generare i gradienti transmembrana sia nel K+ sia
nel Na+.

Capitolo 5: la trasmissione sinaptica.

La comunicazione tra i neuroni (100 miliardi circa) è resa possibile dalle sinapsi, contatti funzionali tra i
neuroni. Sulla base del meccanismo di trasmissione, le sinapsi vengono distinte in due grandi categorie:
 Sinapsi elettriche dove la corrente fluisce attraverso giunzioni comunicanti, canali specializzati della
membrana che collegano due cellule.
 Sinapsi chimiche che rendono possibile la comunicazione tra cellula e cellula attraverso la
secrezione di neurotrasmettitori.

La secrezione dei neurotrasmettitori è innescata dall’ingresso di ioni Ca2+ attraverso canali voltaggio-
dipendenti, che determina un aumento transitorio della concentrazione di Ca2+ all’interno della
terminazione presinaptica. L’aumento di concentrazione causa la fusione delle vescicole sinaptiche con la
membrana plasmatica presinaptica e il rilascio del loro contenuto (i neurotrasmettitori, appunto) nello
spazio tra la cellula presinaptica e quella postsinaptica.

Nelle sinapsi elettriche, il neurone “a monte” fa partire la corrente (neurone presinaptico), mentre nel
neurone “a valle” (postsinaptico) fluisce la corrente. Le membrane dei due neuroni comunicano sono
tenute insieme dalle giunzioni comunicanti, coppie di canali allineati chiamati connessoni.

Nelle sinapsi chimiche, lo spazio tra i due neuroni (pre e post sinaptici) è maggiore di quello di una sinapsi
elettriche ed è detto fessura sinaptica.
La caratteristica fondamentale di tutte le sinapsi chimiche è la presenza di piccoli organelli delimitati dalla
membrana, detti vescicole sinaptiche, all’interno della quale si trovano uno o più neurotrasmettitori, i
segnali chimici secreti dal neurone presinaptico.

Proprietà dei neurotrasmettitori  esperimento di Loewi.


Il fisiologo dimostrò che la stimolazione elettrica del nervo vago rallenta il battito cardiaco attraverso il
rilascio di un segnale chimico. Egli isolò due cuori di rana, controllandone il battito e li immerse in un fluido.
Quando stimolava il nervo vago del cuore 1 si manifestava un rallentamento del battito cardiaco anche nel
cuore 2 dimostrando che la sostanza chimica rilasciata si accumulava nel mezzo di perfusione (fluido).
La sostanza ora è nota come acetilcolina (ACh), un neurotrasmettitore che agisce sia sul cuore, sia su altri
bersagli postsinaptici.

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I recettori proteici dei neurotrasmettitori sono costituiti da proteine immerse nella membrana plasmatica
delle cellule postsinaptiche e hanno un sito di legame per il neurotrasmettitore che rileva la loro presenza
nella fessura sinaptica.
Ci sono due grandi famiglie di recettori proteici che si differenziano per il loro meccanismo di trasduzione
delle risposte sinaptiche.
I recettori di una “famiglia” contengono due domini funzionali: un sito extracellulare che lega i
neurotrasmettitori e una regione che attraversa la membrana e forma un canale ionico. Nei recettori
ionotropi, dunque, la stessa entità molecolare lega il trasmettitore e funge da canale ionico e per questo
motivo sono detti recettori ionotropi, o canali ionici ligando-dipendenti.
La seconda famiglia di recettori dei neurotrasmettitori è quella nei recettori metabotropi, chiamati così
perché l’eventuale movimento degli ioni attraverso un canale dipendente da una o più tappe metaboliche.
La struttura di questi recettori non comprende canali ionici, piuttosto, essi agiscono sui canali attraverso
l’attivazione di molecole intermedie chiamate proteine G.
Il legame del neurotrasmettitore ai recettori metabotropi attiva le proteine G che si dissociano dal recettore
e interagiscono direttamente con i canali ionici o si legano ad altre proteine effettrici, come gli enzimi. Per
questo, i recettori metabotropi sono anche detti recettori accoppiati alle proteine G.

Capitolo 6: i neurotrasmettitori e i loro recettori.

Nella maggior parte dei casi i neuroni dell’encefalo umano comunicano reciprocamente attraverso il rilascio
di messaggeri chimici chiamati neurotrasmettitori. Il principale neurotrasmettitore eccitatorio del cervello è
l’amminoacido glutammato, mentre quello inibitorio è l’acido gamma-amminobutirrico (GABA). Questi e
altri neurotrasmettitori evocano le loro risposte elettriche postsinaptiche legandosi e attivando i recettori
dei neurotrasmettitori.
Dopo l’attivazione dei loro recettori postsinaptici, i neurotrasmettitori sono rimossi dalla fessura sinaptica o
attraverso specifici trasportatori o enzimi degradativi. Le anomalie della funzione della funzione dei
neurotrasmettitori danno origine a un’ampia serie di disturbi neurologici e psichiatrici.
È utile dividere in due categorie i trasmettitori sulla base delle dimensioni.
1. Neuropeptidi, molecole relativamente grandi, composte da 3 a 36 amminoacidi.
2. I singoli amminoacidi come glutammato e GABA ma anche altri come acetilcolina, serotonina e
istamina sono molto più piccoli dei neuropeptidi e vengono definiti neurotrasmettitori a basso
peso molecolare.
2.1. All’interno di questa categoria si trovano le ammine biogene (dopamina, noradrenalina,
adrenalina, serotonina e istamina) che vengono considerate separatamente visto che le loro
proprietà chimiche e le loro azioni postsinaptiche sono piuttosto simili.

L’acetilcolina oltre ad agire come neurotrasmettitore nelle giunzioni neuromuscolari scheletriche e nelle
sinapsi neuromuscolari tra il nervo vago e le fibrocellule muscolari cardiache, agisce come trasmettitore
anche nelle sinapsi dei gangli del sistema nervoso autonomo e in una serie di sinapsi del sistema nervoso
centrale. Mentre le funzioni della trasmissione colinergica a livello delle giunzioni neuromuscolari e delle
sinapsi gangliari sono ben conosciute, non si può dire lo stesso per le azioni dell’ACh nel SNC.
L’acetilcolina viene sintetizzata nelle terminazioni nervose a partire dall’acetil coenzima A (acetil CoA,
sintetizzato a partire dal glucosio) e dalla colina, con una reazione catalizzata dalla colina acetiltrasferasi
(CAT).
A differenza della maggior parte dei neurotrasmettitori a basso peso molecolare, le azioni postsinaptiche
dell’ACh in molte sinapsi colinergiche (in particolare nella giunzione muscolare) non vengono terminate
dalla riassunzione dei neurotrasmettitori ma da un potente enzima idrolitico, l’ acetilcolinesterasi (AChE)
che, concentrato nella fessura sinaptica assicura una rapida riduzione della concentrazione di ACh dopo il
suo rilascio dalla terminazione presinaptica.
Tra i farmaci che interagiscono con gli enzimi colinergici ci sono i organofosfati che comprendono potenti
agenti chimici. Uno di questi composti è il gas nervino, famoso dopo l’attacco terrorista nella metropolitana
di Tokyo nel 1995. Questi farmaci sono letali perché inibiscono l’AChE, determinando un accumulo di ACh

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nelle sinapsi colinergiche che depolarizzano la cellula postsinaptica rendendola refrattaria alla liberazione
successiva di ACh causando paralisi muscolari e altri effetti.
Molte delle azioni postsinaptiche dell’ACh sono mediate dal recettore nicotinico dell’acetilcolina (nAChR)
chiamato così perché anche la nicotina si lega a questi recettori producendo livelli di euforia, rilassamento e
dipendenza. I recettori nACh sono ionotropi (o ligando-dipendenti).
Una seconda classe di recettori dell’ACh è attivata da un alcaloide velenoso, la muscarina e per tale motivo i
recettori sono definiti recettori muscarinici dell’acetilcolina (mAChR), che sono metabotropi e mediano
molti effetti cerebrali dell’acetilcolina.
Ci sono molti sottotipi di recettori mAChR ed essi sono accoppiati a tipi di proteine G differenti,
determinando una varietà di risposte postsinaptiche lente.

Il glutammato è il più importante per il normale funzionamento dell’encefalo. Quasi tutti i neuroni
eccitatori del sistema nervoso centrale sono glutamatergici e si ritiene che più della metà delle sinapsi
encefaliche rilascino questo neurotrasmettitore.
Nei traumi cerebrali si verifica un eccessivo rilascio di glutammato che produce danni neuronali, un effetto
conosciuto come eccitotossicità.
Il glutammato è un amminoacido che non attraversa la barriera ematoencefalica e quindi deve essere
sintetizzato dai neuroni da precursori locali, il cui principale nelle terminazioni sinaptiche è la glutammina.
Il glutammato può essere sintetizzato dai neuroni anche a partire dal glucosio attraverso la transaminazione
di un acido, un intermedio negli acidi del ciclo di Krebs.
Sono stati identificati diversi tipi di recettori inotropi del glutammato che prendono il nome dagli agonisti
che li attivano:
 Recettori NMDA (N-metil-D-aspartato). Hanno proprietà fisiologiche che li diverstificano dagli latri
recettori ionotropi del glutammato. L’aspetto più significativo è che il poro del canale del recettore
NMDA permette l’ingresso di Ca2+, oltre che del sodio e del potassio.
 Recettori AMPA (alfa-ammino-3-idrossi-5-metil-4-issosazolo-propionato). Sono considerati i
principali mediatori della trasmissione eccitatoria nell’SNC.
 Recettori KAINATO (acido kanico) i ruoli fisiologici dei recettori del kainato sono meno definiti.
Essendo presenti in alcuni casi sulle terminazioni presinaptiche, essi agiscono come un meccanismo
di feedback per regolare il rilascio del glutammato.

Tutti questi recettori sono glutammato-dipendenti che permettono il passaggio di ioni Na+ e K+, pertanto, i
tre recettori producono sempre risposte postsinaptiche eccitatorie. In molte sinapsi del sistema nervoso
sono presenti sia recettori NMDA sia AMP.

GABA e Glicine sono utili sono i neurotrasmettitori utilizzati nel midollo spinale some inibitori.
Il GABA (acido gamma-amminobutirrico) agisce come neurotrasmettitore inibitorio e si trova in prevalenza
nei circuiti locali di interneuroni. Il principale precursore per la sintesi del GABA è il glucosio che viene
metabolizzato a glutammato dagli enzimi del ciclo degli acidi tricarbossilici. Il meccanismo di rimozione è
simile a quello del glutammato: sia i neuroni sia le cellule gliali contengono trasportatori ad alta affinità per
il GABA, chiamati GAT.
I recettori del GABA sono ionotropi (ligando-dipendenti) e sono permeabili al Cl-. I farmaci che agiscono
come agonisti o modulatori dei recettori postsinaptici del GABA sono le benzodiazepine e i barbiturici,
utilizzati nel campo medico contro l’epilessia.
La distribuzione dell’amminoacido neutro glicina nel SNC è più localizzata di quella del GABA. Circa la metà
delle sinapsi inibitorie del midollo spinale usano la glicina.
Una volta rilasciata dalla cellula presinaptica, la glicina è velocemente rimossa dalla fessura sinaptica dai
trasportatori della membrana plasmatica della glicina.

Le ammine biogene sono trasmettitori che regolano molte funzioni encefaliche e sono anche attive a livello
del SNP e sono implicate in un’ampia gamma di comportamenti (funzioni omeostatiche, cognitive).

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Sono cinque le ammine biogene di cui è stato accertato il ruolo di trasmettitore, tre catecolamine: la
dopamina, la noradrenalina e l’adrenalina che derivano da un amminoacido comune e l’istamina e la
serotonina.

 La dopamina è presente in diverse regioni encefaliche, sebbene la regione più ricca dia il corpo
striato che riceve le proiezioni principali dalla sostanza nera e svolge un ruolo fondamentale nella
coordinazione dei movimenti del corpo. Nel morbo di Parkinson, per esempio, i neuroni
dopaminergici della sostanza nera degenerano, determinando una disfunzione motoria. Pare che la
dopamina sia coinvolta negli stati di motivazione, ricompensa e rinforzo. Molte sostanze di abuso
agiscono influenzando le sinapsi dopaminergiche.
Una volta rilasciata, la dopamina agisce esclusivamente attivando recettori accoppiati a proteine G.
 La noradrenalina è utilizzata come neurotrasmettitore nel locus ceruleus (un nucleo del tronco
encefalico che influenza una serie di bersagli nel prosencefalo), influenza il sonno\stato di veglia,
l’attenzione e il comportamento alimentare. I principali neuroni che sintetizzano la noradrenalina
sembra siano i gangli del sistema nervoso simpatico, dal momento che la noradrenalina è il
principale trasmettitore periferico.
La noradrenalina, come l’adrenalina, agisce sui recettori alfa negativo (o alfa meno) e beta negativo
(beta meno). Entrambi i tipi di recettori sono accoppiati alla proteina G.
 L’adrenalina è presente nell’encefalo a concentrazioni più basse delle altre catecolamine e i
neuroni che la usano come neurotrasmettitore sono minori. L’enzima responsabile della sintesi
dell’adrenalina è presente solo nei neuroni che rilasciano adrenalina. Il suo metabolismo è simile a
quello della noradrenalina.
 L’istamina è presente nei neuroni dell’ipotalamo che inviano scarse ma diffuse proiezioni a quasi
tutte le regioni dell’encefalo e del midollo spinale. L’istamina controlla anche la reattività del
sistema vestibolare. A causa dell’importanza dei recettori per l’istamina nella mediazione delle
risposte allergiche sono stati sviluppato molto antagonisti dei recettori dell’istamina che funzionano
come agenti antistaminici.
 La serotonina è presente nei gruppi di neuroni situati nel nucleo del rafe, nel ponte e nella parte
superiore del tronco encefalico che inviano proiezioni al prosencefalo e regolano il sonno e la
veglia. La serotonina viene sintetizzata dal triptofano ed è importante nella neurofarmacologia,
poiché molti farmaci antipsicotici efficaci per ansia e depressione agiscono sulle vie
serotoninergiche.

Tutte le vescicole sinaptiche contengono ATP che viene rilasciato insieme a uno o più trasmettitori di tipo
“classico”. Ciò ha portato a ipotizzare che agisca come cotrasmettitore.
L’idea che alcune purine (chiamate così perché aventi un anello purinico) possano essere considerati
neurotrasmettitori ha ricevuto conferma sperimentale. L’ATP agisce come neurotrasmettitore eccitatorio
nei motoneuroni del midollo spinale e nei gangli sensoriali del sistema nervoso autonomo.
L’attività postsinaptica dell’ATP è stata anche dimostrata anche nel sistema nervoso centrale. Gli enzimi
extracellulari degradano l’ATP rilasciato ad adenosina, che svolge una sua gamma di azioni come segnale.
L’adenosina, quindi non può essere un neurotrasmettitore classico, dal momento che non viene accumulata
nelle vescicole sinaptiche.
I recettori dell’ATP e dell’adenosina risultano ampiamente distribuiti nel sistema nervoso centrale, oltre che
in numerosi altri tessuti. Attualmente sono note tre classi di recettori purinergici. Una di queste classi
consiste di recettori ionotropi chiamati P2X. Le due classi di recettori purinergici sono costituite da recettori
metabotropi accoppiati a proteine G.

Capitolo 9: il sistema della sensibilità somatica: tatto e propriocezione.

Il sistema deputato alla sensibilità somatica è il più eterogeneo tra i sistemi sensoriali e svolge un ruolo
importante nella mediazione di un ampio spettro di sensazioni (tatto, pressione, vibrazioni, posizione degli
arti, calore e dolore) che sono trasdotti a livello dell’epidermide o dei muscoli e trasmessi alle diverse aree
bersaglio dell’SNC.

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Questo sistema è quindi diviso in sottosistemi funzionali. Un sottosistema trasmette le informazioni ai


meccanorecettori cutanei ed elabora le sensazioni concernenti il tatto fine, le vibrazioni e la pressione.
Un altro sottosistema origina da recettori specializzati che sono posti al livello dei muscoli, dei tendini e delle
articolazioni ed è responsabile del riconoscimento degli stimoli propriocettivi, come la capacità di avvertire
la posizione degli arti e delle altre parti del nostro corpo nello spazio. Un terzo sottosistema origina dai
recettori che inviano informazioni sugli stimoli dolorifici, il cambio della temperatura e gli stimoli tattili
grossolani.

Propriocezione  fuso muscolare


Tatto  corpuscoli di Merkel, Meissner, Pacini e Ruffini
Dolore, temperatura  terminazioni nervose libere
Dolore, temperatura, solletico  terminazioni nervose libere amieliniche

Le sensazioni somatiche si originano dall’attività di fibre nervose afferenti (portano gli impulsi nervosi dai
recettori sensoriali che si trovano in periferia verso il sistema nervoso centrale) cui processi periferici si
ramificano a livello epidermico e nei muscoli. I corpi cellulari cellulare delle fibre afferenti risiedono in una
serie di gangli che si trovano ai lati del midollo spinale e del tronco encefalico e sono considerati una parte
del sistema nervoso periferico. I neuroni dei gangli delle radici dorsali e nei gangli dei nervi cranici
(rispettivamente per il corpo e il cranio) sono punti di associazione molto importanti poiché postano ai
circuiti del SNC le informazioni sensoriali avvertite in periferia.
Il principale meccanismo della trasduzione sensoriale, cioè il processo che trasforma l’energia di uno
stimolo in un segnale elettrico, è uguale per tutte le afferenze somatosensoriali: uno stimolo modifica la
permeabilità dei canali per i cationi a livello di terminazioni nervose dei nervi afferenti, generando una
corrente di depolarizzazione conosciuta come potenziale di recettore.
Le fibre afferenti sono incapsulate da cellule recettoriali specializzate chiamate meccanorecettori che
contribuiscono al differenziamento della fibra afferente verso particolari aspetti della stimolazione
somatica.
Le fibre afferenti che non possiedono cellule recettoriali specializzate, sono dette terminazioni nervose
libere e sono importanti per il dolore.

Le fibre afferenti somatosensoriali differiscono tra di loro nella capacità di risposta agli stimoli esterni e
queste differenze definiscono le classi di fibre efferenti.
Il diametro degli assoni è uno dei fattori che differenzia le classi (il diametro degli assoni determina la
velocità di conduzione del potenziale d’azione): le fibre afferenti con un diametro maggiore (denominate Ia)
sono quelle che collegano i recettori sensoriali ai muscoli.
La maggior parte delle info relative al tatto sono trasmesse attraverso fibre con un diametro leggermente
minore (denominate A beta), mentre gli stimoli dolorifici e calorici sono trasmessi attraverso fibre di
diametro ancora più piccolo (A delta e C).
Un altro carattere distintivo dei recettori sensoriali è l’ampiezza del campo recettoriale, cioè l’area della
superficie cutanea al cui interno uno stimolo tattile provoca un cambiamento significativo del potenziale
d’azione. Ogni differente regione della superficie corporea è dotata di afferenze sensoriali che differiscono
tra loro per la grandezza dei rispettivi campi recettoriali. L’ampiezza è proporzionale alla ramificazione
dell’afferenza all’interno della cute.
I campi recettoriali nelle regioni con alta innervazione (dita, labbra) sono relativamente più piccoli rispetto a
quelli dell’avambraccio o della schiena che sono innervati da un numero minore di fibre afferenti. Le
dimensioni dei campi e la densità recettoriale sono le principali caratteristiche che limitano da
discriminazione spaziale con cui uno stimolo tattile può essere avvertito. Di conseguenza, l’ordine di
grandezza minima richiesta per poter percepire come distinti due stimoli applicati simultaneamente, varia a
livello della superficie cutanea (es. del compasso).
Le afferenze sensoriali sono ulteriormente differenziate attraverso la dinamica temporale della loro
risposta agli stimoli sensoriali.

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Alcuni recettori si attivano rapidamente quando uno stimolo si presenta la prima volta e poi diventano
“silenti”, cioè si adattano allo stimo in presenza di una stimolazione continuata. Altri invece generano una
scarica prolungata in presenza di uno stimolo continuo.
Le afferenze ad adattamento spaziale rapido (quelle che diventano silenti) si suppone siano
particolarmente efficienti nel portare informazioni sui cambiamenti di una stimolazione continua, come
quelli prodotti dal movimento. Al contrario, le afferenze ad adattamento lento sono più adatte a
trasmettere informazioni sugli attributi spaziali dello stimolo, per esempio la grandezza e la forma.
Mentre una determinata ramificazione sensoriale può dare origine a molteplici ramificazioni collaterali, le
proprietà di trasduzione di tutte le ramificazioni di una singola fibra sono uguali. Come risultato di questa
caratteristica, le afferenze sensoriali somatiche costituiscono vie parallele che si differenziano per la
velocità di conduzione, l’ampiezza del campo recettoriale, la dinamica e l’effettiva caratteristica dello
stimolo.

Ci sono delle regioni della superficie cutanea chiamate aree glabre, ovvero prive di peli che sono
specializzate per formare una mappa neurale ad alta definizione degli oggetti manipolati.
La percezione aptica (toccare con attenzione) comporta l’interpretazione di complesse configurazioni
spaziotemporali di stimoli che tendono ad attivare molte classi di meccanorecettori. In effetti, la
manipolazione di un oggetto con le mani spesso fornisce sufficienti informazioni per identificarlo, questa
capacità si chiama stereognosi.
Ci sono quattro classi distinte di meccanorecettori che innervano la superficie epidermica glabra della
mano:
 Fibre afferenti di Merkel, fibre ad adattamento lento e costituiscono il 25% dei meccanorecettori
della mano. Sono particolarmente densi nei polpastrelli e sono le afferenze che ricevono le
informazioni dai recettori localizzati nell’epidermide. Queste fibre sono localizzate all’apice delle
creste cutanee primarie, ovvero estensioni dell’epidermide nel derma sottostante che coincidono
con creste prominenti (le impronte digitali) sulla superficie dei polpastrelli.
Sono cellule che esprimono canali del calcio voltaggio-dipendenti e molecole che sono necessarie
per il rilascio delle vescicole sinaptiche.
Le fibre di Merkel possiedono la più alta risoluzione spaziale rispetto a tutte le altre afferenze
sensoriali e fanno supporre che svolgano un ruolo importante nella discriminazione delle forme e
delle strutture superficiali.
 Le afferenze\corpuscoli di Meissner, sono fibre ad adattamento rapido che innervano l’epidermide
più densamente rispetto ai dischi di Merkel e costituiscono il 40% dell’innervazione
meccanosensoriale della mano. Questi sono situati tra le papille del derma subito adiacenti alle
creste primarie e subito sotto la superficie cutanea. Hanno la forma allungata e sono formati da
tessuto connettivo che contiene diverse lamine di cellule si Shwann.
La loro localizzazione anatomica in prossimità della superficie cutanea è in parte responsabile
dell’elevata sensibilità delle afferenze di Meissner, tuttavia, i loro campi recettoriali sono più estesi
rispetto a quelli delle afferenze di Merkel e di conseguenza trasmettono segnali a bassa risoluzione
spaziale.
I corpuscoli di Meissner sono efficienti nel trasdurre i segnali generati da vibrazioni relativamente a
bassa frequenza che si generano quando oggetti ruvidi vengono mossi sulla superficie cutanea.
L’informazione portata dai corpuscoli è responsabile della sensazione di slittamento tra
l’epidermide e un oggetto stretto in mano, feedback essenziale per il controllo della presa.
 Le afferenze\corpuscoli di Pacini, sono fibre ad adattamento rapido e costituiscono dal 10% al 15%
dei recettori cutanei della mano. Essi sono localizzati in uno strato profondo del derma o nel
tessuto sottocutanei, il loro aspetto è formato da strati concentrici di lamelle di membrana che
circondano una singola fibra afferente.
Rispetto ai corpuscoli di Meissner, le afferenze di Pacini presentano un adattamento più rapido e
una soglia di risposta più bassa. A causa della loro elevata sensibilità, i campi recettoriali delle
afferenze di Pacini sono ampi e il loro confine è difficile da definire. Queste caratteristiche
suggeriscono che siano fondamentali per la percezione di vibrazioni, prodotte quando un oggetto
entra in contatto con la mano o viene afferrato.

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 Le afferenze\corpuscoli di Ruffini sono fibre ad adattamento lento e sono strutture incapsulate


allungate localizzate in profondità della cute, ma anche nei legamenti e nei tendini. Essi
costituiscono il 20% dei recettori della mano e pare siano particolarmente sensibili agli stimoli che
provengono dall’organismo stesso, come il movimento delle dita. Le informazioni provenienti dai
corpuscoli di Ruffini insieme a quelli di recettori a livello muscolare contribuiscono alla formazione
di un’accurata rappresentazione della posizione delle dita e della conformazione della mano
(propriocezione).

Mentre i meccanorecettori cutanei forniscono informazioni ricavate dagli stimoli esterni, c’è un altro
gruppo di recettori che fornisce informazioni sulle forze meccaniche che hanno origine dal corpo stesso.
Il ruolo principale dei propriocettori (recettori si sé) è quello di fornire informazioni dettagliate e continue
sulla posizione degli arti e di altre parti del corpo nello spazio.
I meccanorecettori a bassa soglia di attivazione, tra cui i fusi neuromuscolari, gli organi tendinei del Goldi e
i recettori delle articolazioni, forniscono questo tipo di info sensoriali che sono essenziali per l’esecuzione
precisa dei movimenti complessi.
Molte delle attuali conoscenze sulla propriocezione sono dovuti allo studio dei fusi neuromuscolari che si
trovano i quasi tutti i muscoli striati (scheletrici). Essi sono costituiti da 4 a 8 fibre muscolari intrafusali,
rivestite da tessuto connettivo e sono distribuite in parallelo con le fibre extrafusali che forniscono forza
muscolare.
Le afferenze sensoriali sono avvolte intorno alla porzione centrale del fuso neuromuscolare e quando il
muscolo è striato, la tensione esercitata sulle fibre intrafusali attiva meccanicamente i canali ionici delle
terminazioni nervose, innescando il PA. L’innervazione dei fusi neuromuscolari è formata da due tipi di
fibre: le terminazioni primarie (che originano dai larghi assoni sensoriali mielinizzati, ovvero gli assoni
afferenti di gruppo Ia e hanno una risposta rapida in seguito a un cambiamento della lunghezza del
muscolo) e secondarie (assoni afferenti del gruppo II, producono una risposta in seguito all’allungamento
costante del muscolo).
Le terminazioni primarie sembra siano responsabili della trasmissione delle info che riguardano la dinamica
degli arti, la velocità e la direzione dei movimenti, mentre le terminazioni secondarie forniscono
informazioni sulla posizione statica degli arti.
Le fibre muscolari intrafusali sono fibre muscolari contrattili e sono controllati da un gruppo di
motoneuroni specializzati, chiamati motoneuroni gamma.
La densità dei fusi nei muscoli è molto variabile: i grandi muscoli che generano movimenti grossolani
possiedono relativamente pochi fusi, al contrario, i muscoli estrinseci dell’occhio e intrinseci della mano e
del collo presentano una ricca dotazione di fusi.
Mentre i fusi neuromuscolari sono specializzati nella funzione di segnalare i cambiamenti di lunghezza dei
muscoli, i meccanorecettori dei tendini a bassa soglia di attivazione informano il SNC sui cambiamenti di
tensione dei muscoli. Questi meccanorecettori, detti organi tendinei del Golgi sono innervati dai rami delle
fibre afferenti del gruppo Ib e sono distribuiti tra le fibre di collagene che formano i tendini. Nel loro
complesso, gli organi tendinei dei Golgi presenti sul muscolo forniscono informazioni dettagliate della
tensione muscolare.
Anche se le afferenze propriocettive sono in grado di fornire indicazioni sulla posizione degli arti da sole, in
normali condizioni fisiologiche sono importanti sia le informazioni a livello somatico, sia quelle a livello
visivo.

Gli assoni di afferenze meccanosensoriali entrano nel midollo spinale attraverso le radici dorsali e la
maggior parte sale percorrendo le colonne dorsali (dette funicoli posteriori) del midollo spinale fino alla
parte inferiore del bulbo dove entrano in contatto con i neuroni delle colonne dorsali (neuroni di primo
ordine).
Le colonne dorsali del midollo spinale sono organizzate in modo tale che le fibre che inviano informazioni
relative agli arti inferiori sono situate nella porzione mediale e viaggiano in fasci ben definiti e circoscritti
conosciuti come fascicolo gracile, mentre quelle che inviano informazioni relative agli arti superiori, al
tronco e al collo, si trovano in fasci posti lateralmente, conosciuti come fascicolo cuneato.

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A loro volta, le fibre di questi due fasci terminano in distinte suddivisioni nei nuclei delle colonne dorsali: una
suddivisione mediale, il nucleo gracile, e una suddivisione laterale, il nucleo cuneato.
I neuroni di secondo ordine appartenenti ai nuclei delle colonne dorsali inviano i loro assoni alla porzione
somatosensoriale del talamo. Uscendo dai nuclei delle colonne dorsali gli assoni sono identificati come fasci
delle fibre arcuate profonde. Successivamente i fasci delle fibre arcuate profonde si incrociano sul piano
mediano formando un grande fascio allungato in senso dorsoventrale che prende il nome di lemnisco
mediale.
Gli assoni del lemnisco mediale entrano in contatto formando sinapsi con i neuroni talamici localizzati nel
nucleo ventrale posteriore laterale (VPL).
I neuroni di terzo ordine a livello di VPL inviano i loro assoni attraverso una capsula interna per terminare
nel giro postcentrale della corteccia cerebrale, una regione conosciuta come corteccia somatosensoriale
primaria o SI. I neuroni VPL inviano degli assoni anche alla corteccia somatosensoriale secondaria (SII), una
regione situata nella parte superiore del solco laterale.
Le informazioni provenienti dai recettori tattili cutanei della faccia sono trasmesse al SNC attraverso una
popolazione di neuroni di primo ordine situati nel ganglio trigemino (nervo cranico V). i prolungamenti
periferici di questi neuroni formano i tre rami principali in cui si suddivide il nervo trigemino, ognuno
(oftalmico, mandibolare, mascellare), ognuno dei quale innerva una precisa regione della faccia e della
testa tra cui i denti, le mucose, la cavità orale e nasale. I prolungamenti formano radici sensoriali del nervo
trigemino e penetrano nel trono encefalico all’altezza del ponte per poi terminare sui neuroni nelle porzioni
del complesso troncoencefalico del trigemino.
Il complesso del trigemino è formato da due componenti, il nucleo principale e il nucleo spinale,
quest’ultimo contiene i neuroni sensibili al dolore.
I neuroni di secondo ordine dei nuclei del complesso troncoencefalico del trigemino danno origine ad
assoni che si incrociano il piano mediale e salgono fino al nucleo ventrale posteriore mediale (VMP) del
talamo attraverso il fascio trigeminotalamico (detto anche lemnisco trigeminale).

Gli assoni delle afferenze propriocettive entrano nel midollo spinale attraverso le radici dorsali e viaggiano
insieme agli assoni che portano le informazioni cutanee.
Quando entrano nel midollo spinale, molte fibre provenienti dalle terminazioni propriocettive si dividono in
un ramo ascendente e uno discendente, che inviano a loro volta rami collaterali ai diversi segmenti spinali.
Alcuni dei rami collaterali entrano in profondità del corno dorsale del midollo spinale e formano sinapsi con
i neuroni ivi localizzati. Queste mediano i riflessi semplici come il riflesso patellare (o riflesso rotuleo).
Il segnale inviato dalle terminazioni propriocettive non è importante solo per la nostra capacità di
avvertire la posizione degli arti, ma è anche essenziale per la funzione de cervelletto, una struttura che
regola l’andamento temporale della contrazione muscolare necessaria per i movimenti volontari.
Le afferenze propriocettive di primo ordine che entrano nel midollo spinale, nelle regioni comprese tra il
livello mediale lombare e quello toracico formano sinapsi con i neuroni del nucleo di Clarke, che si trova
nella parte mediale del corno dorsale. I neuroni di secondo ordine del nucleo di Clarke mandano i loro
assoni alla colonna laterale posteriore omolaterale del midollo spinale dove viaggiano fino a livello del
midollo allungato nel tratto spinocerebellare dorsale. Questi assoni giungono nel cervelletto ma nel loro
tragitto inviano collaterali che formano sinapsi con i neuroni posti nelle vicinanze del nucleo gracile. Gli
assoni dei neuroni di terzo ordine, formano una decussazione e di uniscono al lemnisco mediale.
Le afferenze propriocettive di primo ordine, provenienti dagli arti superiori, compiono un percorso simile a
quello dei recettori cutanei: entrano nel midollo spinale e viaggiano attraverso le colonne dorsali (fascicolo
cuneato) fino al livello del midollo allungato, dove formano sinapsi sui neuroni propriocettivi nel nucleo della
colonna dorsale. I neuroni di secondo ordine inviano gli assoni attraverso la linea mediale dove raggiungono
il lemnisco mediale e ascendono al nucleo VPN del talamo.

Le informazioni propriocettive dalla faccia sono trasmesse attraverso il nervo trigemino. Tuttavia, i corpi
cellulari dei neuroni propriocettivi di primo ordine della faccia hanno una localizzazione particolare: invece
di essere posti nei gangli del trigemino, essi si trovano a livello del SNC, nel nucleo mesencefalico
trigeminale, un gruppo di cellule che si trovano all’estensione laterale della regione grigia centrale del
mesencefalo. In modo del tutto simile ai gangli del trigemino e delle radici dorsali, questi neuroni hanno

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processi periferici che innervano i fusi neuromuscolari e gli organi tendinei del Golgi associati alla
muscolatura facciale.
Nell’uomo, la corteccia somatosensoriale primaria (SI) è localizzata nel giro postcentrale del globo parietale
e comprende quattro regioni distinte, note come 3a, 3b, 1 e 2 di Brodmann.

Capitolo 10: il dolore.

La percezione degli stimoli nocivi, detta nocicezione, dipende da recettori e vie che presentano una
specificità funzionale dal momento che coinvolge componenti discriminative, affettive e motivazionali. La
distribuzione centrale delle info è complessa poiché coinvolge più aree del tronco encefalico, del talamo e
del prosencefalo.
Le terminazioni non specializzate delle cellule nervose che danno inizio alla sensazione di dolore sono dette
nocicettori, che trasducono una varietà di stimoli in potenziali di recettori che a loro volta innescano i
potenziali d’azione.
I nocicettori hanno origine dai corpi cellulari dei gangli delle radici dorsali che inviano un prolungamento
assonico alla periferia e l’altro al midollo spinale o nel tronco encefalico.
Data la varietà di stimoli (meccanici, termici, chimici) che danno origine alla sensazione di dolore, la
trasduzione dei segnali nocicettivi è un argomento molto complesso. Per esempio, la soglia per percepire
uno stimolo termico come nocivo è intorno ai 43 gradi.
La principale via centrale della nocicezione responsabile della trasmissione di aspetti differenti del dolore
(localizzazione, intensità, qualità) differisce dalla via meccanosensoriale principalmente per il fatto che gli
assoni centrali stabiliscono sinapsi con i neuroni di secondo ordine del midollo spinale, che poi si incrociano
a livello del piano mediano e proiettano al nucleo talamico che trasmette informazioni alla corteccia
somatosensoriale del giro postcentrale.
Altre vie che coinvolgono un certo numero di centri nel tronco encefalico, nel talamo e nella corteccia
mediano risposte affettive e motivazionali dello stimolo dolorifico. Vie discendenti interagiscono con circuiti
locali nel midollo spinale per regolare la trasmissione dei segnali nocicettivi ai centri superiori.

Capitolo 11: la funzione visiva – l’occhio.

L’occhio è una sfera ripiena di liquido circondata da tre strati di tessuto. Solo lo strato più interno
dell’occhio, la retina, contiene neuroni che sono sensibili alla luce e sono in grado di trasmettere i segnali
visivi ai centri superiori dell’encefalo. Lo strato di tessuto adiacente alla retina comprende tre strutture
distinte, ma continue, note collettivamente come tratto uveale.
La componente maggiore del tratto uveale è la coroide, costituita da un ricco letto capillare e da una
elevata concentrazione di melanina, un pigmento che assorbe la luce.
Il corpo ciliare è un anello di tessuto che si estende dalla coroide in prossimità della parte anteriore
dell’occhio, circonda il cristallino e consiste di due parti: una componente muscolare, importante per
l’aggiustamento del potere di rifrazione del cristallino e una componente vascolare che produce il fluido
che riempie la parte frontale dell’occhio. La parte più anteriore del tratto uveale è costituita dall’iride, la
porzione colorata dell’occhio che può essere vista solo fino alla cornea. Questa contiene due gruppi di
muscoli ad azione opposta che permettono la regolazione sotto controllo nervoso, delle dimensioni della
pupilla, l’apertura al centro dell’iride.
La sclera forma lo strato di tessuto più esterno ed è costituita da un resistente tessuto fibroso bianco. Nella
parte frontale dell’occhio questo strato esterno opaco si trasforma nella cornea, un tessuto trasparente
specializzato che permette ai raggi luminosi di entrare nell’occhio.
Oltre la cornea e prima di colpire la retina, i raggi luminosi passano attraverso due diversi ambienti liquidi.
Nella camera anteriore, lo spazio tra il cristallino e la cornea, è presente l’umore acqueo, un liquido
acquoso e trasparente che rifornisce di sostanze nutritive queste due strutture. L’umore acqueo è il
prodotto dai processi ciliari nella camera posteriore e fluisce nella camera anteriore attraverso la pupilla.
Lo spazio compreso tra la parte posteriore del cristallino e la superficie della retina è occupato da una
sostanza gelatinosa chiamata umore vitreo che occupa l’80% del volume dell’occhio.

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Oltre a mantenere la forma dell’occhio, l’umore vitreo contiene cellule con attività fagocitaria che
rimuovono elementi del sangue e altre impurità che potrebbero interferire con la trasmissione della luce.

Sulla superficie della retina o fondo appaiono numero vasi sanguigni, sia arteriosi che venosi che derivano
dall’arteria e dalla vena oftalmiche, le quali entrano nell’occhio attraverso un’area circolare detta disco
ottico o papilla ottica, che è anche il punto di uscita degli assoni retinici che lasciano l’occhio e all’interno
del nervo ottico si dirigono alle strutture bersaglio nel talamo e nel mesencefalo. Questa regione NON
contiene fotorecettori.
Un’altra caratteristica del fondo della retina è la presenza della macula lutea, una macchia ovale contente
un pigmento giallo. La macula è la regione retinica responsabile dell’acuità visiva. La massima acuità si ha al
centro della macula, in corrispondenza di una piccola depressione della retina detta fovea.

Nonostante la sua posizione periferica, la retina ovvero la porzione nervosa dell’occhio, è in realtà parte del
sistema nervoso centrale.
Durante lo sviluppo della retina si forma una vescicola ottica che poi diventa il calice ottico. La parete
interna di esso dà origine alla retina, mentre la parete esterna dà origine all’epitelio pigmentato, una
struttura contente melanina che riduce la dispersione della luce che entra nell’occhio.
La retina è costituita da circuiti nervosi complessi che convertono l’attività elettrica graduate dei
fotorecettori, le cellule specializzate fotosensibili in potenziali d’azione che si propagano al cervello
attraverso le fibre del nervo ottico.
Nella retina si osservano solo classi di neuroni disposti a formare circuiti. Nella retina sono presenti cinque
tipi fondamentali di neuroni:
 Fotorecettori
 Cellule bipolari
 Cellulari gangliari
 Cellule orizzontali
 Cellule amacrine

I corpi cellulari e i prolungamenti di questi neuroni sono disposti a formare cinque strati ben riconoscibili.
Nella retina sono presenti due tipi di fotorecettori, bastoncelli e coni. Entrambi tipi di fotorecettori hanno
un segmento esterno, composto da dischi di membrana contenenti il fotopigmento sensibile alla luce e un
segmento interno che contiene il nucleo della cellula e dà alle terminazioni sinaptiche che prendono
contatto con le cellule bipolari o orizzontali.
La catena di tre neuroni (fotorecettore – cellula bipolare – cellula gangliare) costituisce la via più diretta per
il flusso di info dai fotorecettori al nervo ottico. L’assorbimento della luce da parte del fotopigmento nel
segmento esterno dei fotorecettori da inizio a una cascata di eventi che modificano il potenziale di
membrana del recettore e, di conseguenza, la quantità di neurotrasmettitore liberato a livello delle
terminazioni dei fotorecettori. Questo processo di chiama fototrasduzione.
Gli assoni molto più grandi delle cellule gangliari formano il nervo ottico e trasmettono le info relative alla
stimolazione della retina alle altre strutture del sistema nervoso centrale.
Gli altri due tipi di neuroni presenti nella retina le cellule orizzontali e le cellule amacrine hanno i loro corpi
cellulari nello strato nucleare interno. I prolungamenti delle cellule orizzontali permettono le interazioni
laterali tra i fotorecettori e le cellule bipolari.
Queste interazioni laterali permettono al sistema visivo di mantenere costante la sensibilità al contrasto in
un’ampia gamma di valori dell’intensità luminosa o luminanza.

Le cellule che costituiscono questo epitelio possiedono lunghi processi che si estendono nello strato di
fotorecettori e abbracciano le sommità dei segmenti esterni di ciascun fotorecettore.

L’epitelio pigmentato svolge due ruoli fondamentali per la funzione dei fotorecettori retinici. In primo luogo
si deve considerare che i dischi membranosi nel segmento esterno, in cui è presente il pigmento
fotosensibile e altre proteine coinvolte nel processo di fototrasduzione, hanno una vita relativamente

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limitata. Pertanto, in prossimità della base del segmento esterno devono essere formati continuamente
nuovi dischi per sostituire quelli più vecchi.
Durante la loro vita i dischi si spostano progressivamente dalla base alla sommità del segmento esterno,
dove l’epitelio pigmentato svolge un ruolo essenziale nella loro rimozione. Questa operazione comporta la
gemmazione di un ammasso di dischi esauriti da parte della membrana del segmento esterno del
fotorecettore. Questo ammasso di dischi avvolto dalla membrana è poi fagocitato dall’epitelio pigmentato.

Nella maggior parte dei sistemi sensoriali l’attivazione di un recettore da parte dello stimolo adeguato
provoca una depolarizzazione della membrana cellulare, inducendo infine l’innesco di un potenziale
d’azione e la liberazione di un neurotrasmettitore. I fotorecettori della retina non danno invece origine a
potenziali d’azione. La loro attivazione luminosa causa solo una variazione graduata del potenziale di
membrana e una corrispondente variazione della quantità di neurotrasmettitore liberato verso i neuroni
postsinaptici.
Non è necessaria la presenza di potenziali d’azione e gran parte della trasmissione e dell’elaborazione dei
segnali avviene mediante potenziali graduati.
La luce che colpisce un fotorecettore sia un bastoncello o un cono, provoca una iperpolarizzazione della
membrana cellulare invece che una depolarizzazione. Al buio, il recettore si trova in uno stato di
depolarizzazione con un potenziale di membrana di circa -40 Mv. Incrementi progressivi di intensità dello
stimolo luminoso rendono più negativo il potenziale di membrana del recettore.
Al buio è attivo un flusso entrante di cationi (Na+ sia Ca2+) attraverso canali di membrana la cui apertura è
controllata.

I due tipi di fotorecettori, i bastoncelli e i coni, si distinguono per la forma e per il tipo di fotopigmento che
contengono per la distribuzione nella retina e per le caratteristiche delle loro connessioni sinaptiche.
I sistemi dei bastoncelli e dei coni sono specializzati per aspetti diversi della funzione visiva. Il sistema dei
bastoncelli ha una risoluzione spaziale molto bassa, ma ha una elevatissima sensibilità alla luce, quindi è
specializzato per quanto riguarda la sensibilità a scapito della capacità di risoluzione. Il sistema dei coni è
caratterizzato da una capacità di risoluzione spaziale molto elevata, esso è dunque specializzato per
quanto riguarda l’acuità visiva a scapito della sensibilità.
Ai livelli più bassi di illuminazione sono arrivati soltanto i bastoncelli. Questa percezione mediata da essi
prende il nome di visione scotopica. In questo caso le difficoltà visive sono dovute allo scarso potere
risolutivo dei bastoncelli e al fatto che in condizioni di luce debole viene meno la percezione dei colori a
causa del trascurabile coinvolgimento del sistema dei coni.
Man mano che l’illuminazione diventa più intensa, la funzione dei coni nel processo visivo diventa sempre
più importante fino ad assumere il ruolo di principali artefici della percezione visiva in condizioni di luce
relativamente intensa. I contributi dei bastoncelli alla percezione visiva sono quasi interamente nulli nella
visione fotopica.
La visione mesopica invece si riferisce a quelle condizioni di illuminazione intermedie come al crepuscolo in
cui operano sia i coni che i bastoncelli.

La distribuzione dei bastoncelli e coni sulla superficie della retina è un fattore che ha importanti
conseguenze per la visione. I bastoncelli sono circa 90 milioni, i coni circa 4,5 milioni. Questa situazione
però cambia radicalmente nella fovea, la regione altamente specializzata che si trova al centro della
macula. Nella fovea la densità dei coni aumenta quasi 200 volte, raggiungendo, al centro, la più elevata
densità di recettori presente nella retina. Questa elevata densità è resa possibile da una riduzione del
diametro dei segmenti esterni dei coni, tanto che i coni presenti nella fovea assumono una forma
somigliante a quella dei bastoncelli. L’aumento della densità dei coni nella fovea è accompagnato da una
forte diminuzione della densità dei bastoncelli. In realtà, nella foveola, una regione della fovea, i bastoncelli
sono assenti.

La percezione dei colori permette agli esseri umani e a molti altri animali di distinguere gli oggetti in base
alla distribuzione delle lunghezze d’onda della luce che essi riflettono verso l’occhio. La nostra visione dei
colori è il risultato delle speciali proprietà del sistema dei coni.

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I tre tipi di coni differiscono per il fotopigmento contenuto in essi, che hanno diversa sensibilità alle
diverse lunghezze d’onda della luce ed è per questa ragione che si parla di coni del blu, del verde e del
rosso, o più propriamente di coni per le lunghezze d’onda corte (S), medie (M) e lunghe (L).
I coni, presi individualmente, analogamente ai bastoncelli, non hanno alcuna capacità di vedere i colori in
quanto la loro risposta riflette semplicemente dalla lunghezza d’onda del fotone.
La normale visione dei colori è fondamentalmente tricromatica, basata sui relativi livelli di attività nei tre
gruppi di coniche hanno spettri di assorbimento diversi.

Ciascuna delle cellule gangliari nella retina risponde alla stimolazione di una piccola area circolare della
cellula. Sulla base di ciò è stato possibile distinguere due classi di cellule gangliari:
 Centro-on
 Centro-off
Se si proietta un piccolo punto luminoso al centro del capo recettivo di una cellula gangliare centro on si
registra un potenziale d’azione.
Applicando lo stesso stimolo del campo recettivo a una cellula gangliare centro off si ottiene la riduzione
della frequenza di scarica e quando si spegne lo stimolo luminoso, la cellula risponde con una forte scarica
di potenziale d’azione.
Le cellule centro on aumentano la loro frequenza di scarica in presenza di incrementi di luminanza al centro
del loro campo recettivo, mentre le cellule centro off aumentano la loro frequenza di scarica in presenza di
riduzioni di luminanza al centro del campo recettivo.
Le cellule gangliari centro-on e centro-off sono presenti in numero pressoché uguale. La distribuzione dei
campi recettivi è tale da dare luogo ad ampie sovrapposizioni sicché ogni punto della superficie della retina
(ogni parte dello spazio visivo) è analizzato da numerose cellule gangliari.

Capitolo 12: le vie visive centrali

Le info visive fornite dalla retina danno origine a interazione tra diverse aree dell’encefalo che culminano
nella percezione cosciente della scena visiva. Le varie strutture coinvolte in questa ampia gamma di funzioni
sono diverse. Tra queste, la via visiva primaria che va dalla retina al nucleo genicolato laterale del talamo e
da questo alla corteccia visiva primaria, è la struttura più importante del sistema visivo.
Nell’ambito di questa via sonno coinvolte diverse classi di neuroni che codificano vari aspetti dell’info visiva
(luminanza, differenze spettrali, orientamento e movimento) che costituiscono ciò che noi vediamo.
L’elaborazione parallela delle diverse categorie di informazione visiva continua nelle vie corticali che si
estendono oltre la corteccia visiva primaria e raggiungono numerose aree visive nei lobi occipitale,
parietale e temporale.
Una normale visione deriva dall’integrazione delle info in tutte queste aree corticali.

Gli assoni delle cellule gangliari escono dalla retina attraverso una regione circolare della sua porzione
nasale, il disco ottico (o papilla ottica) dove si raggruppano a formare un fascio di fibre che costituisce il
nervo ottico. Le sue fibre seguono un percorso diretto fino a raggiungere il chiasma ottico, una struttura
che si trova alla base del diencefalo.
Oltrepassato il chiasma ottico, gli assoni delle cellule gangliari formano su ciascun lato il tratto ottico. A
differenza del nervo ottico, il tratto ottico contiene fibre provenienti da entrambi gli occhi.
Decorrendo nel tratto ottico, gli assoni delle cellule gangliari raggiungono diverse strutture del diencefalo e
del mesencefalo. Il principale bersaglio nel diencefalo è il nucleo genicolato laterale dorsale del talamo.
I neuroni del nucleo genicolato laterale inviano i loro assoni alla corteccia cerebrale tramite la capsula
interna. Passano attraverso una porzione di essa interna, detta radiazione ottica, e terminano nella
corteccia visiva primaria (V1) o corteccia striata (area 17 di Brodmann) che si estende in buona parte nel
lobo occipitale.
La via retino-genicolo-striata o via visiva primaria, convoglia le info essenziali per gran parte di quella che
noi chiamiamo funzione visiva.
Un secondo importante bersaglio degli assoni delle cellule gangliari è costituito da un aggregato di neuroni
situato tra il talamo e il mesencefalo in una regione nota come pretetto.

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Il pretetto è molto importante come centro di coordinazione del riflesso pupillare alla luce. I neuroni del
pretetto proiettano al nucleo di Edinger-Westphal, un piccolo aggregato di cellule nervose che si trova in
prossimità del nucleo oculomotore nel mesencefalo.
Il nucleo di Edinger-Westphal contiene neuroni pregangliari parasimpatici i cui assoni, tramite il nervo
oculomotore, vanno a terminare sui neuroni del ganglio ciliare.
Gli assoni delle cellule gangliari della retina hanno altri importanti bersagli, uno di questi è il nucleo
soprachiasmatico dell’ipotalamo, un gruppo di neuroni alla base del diencefalo.
La via retinoipotalamica è il sistema di fibre attraverso cui le variazioni dei livelli di luce influenzano lo
spettro di funzioni viscerali correlate con il ciclo giorno\notte.
Un altro bersagli è il collicolo superiore, una struttura prominente visibile sulla superficie dorsale del
mesencefalo e coordina i movimenti della testa e degli occhi verso i bersagli visivi.

Le proiezioni al nucleo genicolato laterale derivano almeno da tre ampie classi di cellule gangliari, le cui
proprietà di risposta visiva sono adeguate a codificare gli aspetti più dettagliati della percezione visiva
(elevata acuità, colore, movimento).
Gli strati del nucleo genicolato laterale si distinguono per le dimensioni cellulari. Due strati ventrali,
composti da neuroni di grossa taglia, sono chiamati strati magnocellulari, gli strati dorsali, composti da
neuroni di piccola taglia sono chiamati strati parvocellulari. Questi strati ricevono afferenze da popolazioni
diverse di cellule gangliari. Quelle M che terminano negli strati magnocellulari hanno corpi cellulari più
grandi rispetto alle cellule gangliari P che terminano negli strati parvocellulari. La via retinogenicolata
quindi è composta da due vie parallele (magno e parvo) che trasmettono informazioni di tipo diverso negli
stadi iniziali del processo di elaborazione corticale.
Le proprietà di risposa delle cellule gangliari M e P forniscono importanti indicazioni sui contributi delle vie
magno e parvo alla percezione visiva. Le cellule M hanno i campi più recettivi delle P e i loro assoni hanno
velocità di conduzione più elevate. Le cellule M rispondono transitoriamente a stimoli visivi, mentre le
cellule P rispondono in modo prolungato.

Capitolo 13: il sistema uditivo.

La comunicazione umana è gran parte mediata dal sistema uditivo.


Il suono si riferisce alle onde generate da molecole di aria che vibrano. Le onde sonore assomigliano alle
onde circolari che si formano quando un sasso viene lanciato sulla superficie dell’acqua. Tuttavia, anziché
propagarsi lungo la superficie bidimensionale, le onde sonore si propagano a tre dimensioni nello spazio,
creando strati sferici alternati di compressione e rarefazione.
Le onde sonore presentano 4 caratteristiche principali:
 Forma d’onda
 Fase
 Ampiezza (decibel)
 Frequenza (hertz)

Per l’essere umano che ascolta, l’ampiezza e la frequenza di un cambiamento di pressione sonora
nell’orecchio corrispondono pressappoco all’intensità e alla tonalità.
Gli esseri umani sono in grado di percepire i suoni in un ambito di frequenze comprese circa tra i 20 e
20.000 hertz.
Il sistema uditivo trasforma le onde sonore in forme distinte di attività nervosa per poi integrarle con le
informazioni raccolte da altri sistemi sensoriali, allo scopo di determinare il comportamento.
La prima tappa di questo processo si svolge all’interno dell’orecchio esterno e nell’orecchio medio, che
raccolgono le onde sonore e ne amplificano la pressione, così che l’energia sonora presente nell’aria può
essere trasmessa con successo alla coclea piena di liquido dell’orecchio interno.
Nell’orecchio interno ha luogo una serie di processi biomeccanici che conducono alla scomposizione del
segnale sonoro in componenti sinusoidali più semplici, con il risultato che la frequenza, l’ampiezza e la fase
del segnale originario vengono tutti fedelmente trasdotti dalle cellule cigliate e codificati attraverso l’attività
elettrica delle fibre del nervo acustico.

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L’orecchio esterno è formato dalla pinna, dalla conca (o padiglione auricolare) e dal meato uditivo e
raccoglie l’energia sonora convogliandola sul timpano o membrana timpanica.
Una funzione importante della pinna e del padiglione auricolare è quella di filtrare le diverse frequenze
sonore allo scopo di fornire informazioni relative all’altezza a cui si trova la sorgente sonora.

L’ambiente dell’orecchio interno, dove le vibrazioni generate dai suoi vengono convertiti in impulsi nervosi
è un ambiente liquido. Di conseguenza, la funzione principale dell’orecchio medio è quella di adattare
l’impedenza relativamente bassa dei suoni trasmessi per via aerea alla più elevata impedenza del liquido
dell’orecchio interno. Il termine impedenza in questo contesto indica la resistenza che un mezzo oppone al
movimento.
All’interno dell’orecchio medio avvengono due processi meccanici che servono a realizzare un grande
aumento di pressione. Il primo e più rilevante aumento di pressione viene raggiunto convogliando la forza
che agisce sulla membrana del timpano, dal diametro relativamente ampio, sulla finestra ovale.
Un secondo processo correlato al primo si basa sul vantaggio meccanico realizzato dal sistema di leve
costituito dalla catena di tre ossicini dell’orecchio medio (martello, incudine, staffa) che collegano la
membrana del timpano alla finestra ovale.

La coclea dell’orecchio interno è la struttura più importante delle vie acustiche, è nella coclea che l’energia
delle onde di pressione generate dai suoni viene trasformata in impulsi nervosi. Essa svolge inoltre la
funzione di analizzatore meccanico delle frequenze, in quanto scompone le forme d’onda acustiche
complesse in componenti più semplici.
La coclea (chiocciola) è una struttura minuscola spiralizzata.
Sia la finestra ovale, sia la finestra rotonda, un’altra regione che circonda la coclea, si trovano all’estremità
basale di questo canale.
La coclea è suddivisa in due metà dalla sua estremità basale fino alla sua estremità apicale, dalla
partizione cocleare, una struttura flessibile che sostiene la membrana basilare e la membrana tettoria. Su
ciascuno dei due lati della partizione cocleare sono presenti spazi pieni di liquido, definiti scala vestibolare
e scala timpanica.
Il fluido della scala vestibolare e quello della scala timpanica, la perilinfa, attraverso l’apertura all’estremità
apicale della coclea, si mescola. (…)

La cellula cigliata risolve il problema di trasformare l’energia vibrazionale in un segnale elettrico.


Le cellule cigliate sono in grado di rilevare con precisione i movimenti delle dimensioni di un atomo e di
rispondere nel giro di poche decine di millisecondi.
Nella coclea umana, queste cellule sono costituite da una fila di cellule cigliate interne e tre fila di cellule
cigliate esterne. Quelle interne sono veri e propri recettori sensoriali, quelle esterne sono costituite da
assoni efferenti provenienti dal complesso olivare superiore.
La cellula cigliata è una cellula epiteliale a forma di fiasco, ed è chiamata così a causa del fascio di
prolungamenti filiformi simili a ciglia che sporgono dall’estremità apicale della cellula.

La cellula cigliata ha un potenziale di riposo compreso tra -40mV e -60mV rispetto al liquido che bagna
l’estremità basale della cellula. Al valore del potenziale di riposo, solo una piccola frazione dei canali
coinvolti nella trasduzione del segnale è aperta.
La depolarizzazione causa l’apertura dei canali del calcio voltaggio-dipendenti della membrana della cellula
cigliata e il conseguente rilascio di Ca2+ causa il rilascio del neurotrasmettitore dall’estremità basale della
cellula nelle terminazioni del nervo acustico.
L’estremità apicale della cellula è esposta a una endolinfa ricca di K+ e povera di Na+, prodotta da cellule
con la funzione di pompare gli ioni presenti nella stria vascolare. L’estremità basale del corpo della cellula
cigliata è immersa nello stesso fluido che riempie la scala timpanica, la perilinfa (povera di K+ e ricca di
Na+).
Il sistema uditivo ascendente è organizzato in vie parallele. Il nervo acustico (che insieme a quello
vestibolare costituisce il nervo cranico VIII) comprende i prolungamenti centrali delle cellule bipolari del

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ganglio spirale nella coclea. Ognuna di queste cellule invia un prolungamento periferico che prende
contatto con una o poche cellule cigliate interne.
All’interno del nucleo cocleare ciascuna fibra nervosa uditiva si ramifica e invia un ramo ascendente al
nucleo cocleare ventrale anteriore e un ramo discendente al nucleo cocleare ventrale posteriore e al nucleo
cocleare dorsale.
Appena il nervo acustico si divide in rami che vanno a innervare i diversi bersagli dei nuclei cocleari, i
neuroni di questi nuclei danno origine a varie vie di tipo diverso.

Capitolo 14: il sistema vestibolare.

Il sistema vestibolare ha importanti funzioni sensoriali, contribuendo alla percezione del corpo, della
posizione della testa e dell’orientamento spaziale rispetto alla forza di gravità. La porzione periferica del
sistema vestibolare è una parte dell’orecchio interno che fornisce informazioni ininterrottamente sui
movimenti e sulla posizione della testa e del corpo ai centri di integrazione localizzati nel tronco
encefalico, nel cervelletto e nelle cortecce somatosensoriali.
La porzione centrale del sistema comprende i nuclei vestibolari, che stabiliscono connessioni estese con le
strutture del tronco encefalico.

La principale componente periferica del sistema vestibolare è un insieme di canali intercomunicanti, il


labirinto, che ha molte caratteristiche in comune con la coclea, con il quale è in continuità.
La trasduzione dei movimenti in impulsi nervosi utilizza lo stesso tipo di cellule sensoriali, le cellule cigliate.
Nella coclea i movimenti derivano dai suoni trasmessi per via aerea.
Nel labirinto il movimento deriva dagli effetti inerziali prodotti dalla forza di gravità e accelerazione lineari e
rotatorie della testa.
Il labirinto è scavato in profondità dell’osso temporale ed è costituito da due otoliti (utricolo e sacculo) e da
tre canali semicircolari.
L’utricolo e il sacculo sono specializzati principalmente per rispondere alle accelerazioni lineari della testa e
alla posizione statica della testa rispetto all’asse gravitazionale, mentre i canali semicircolari sono
specializzati per rispondere alle accelerazioni rotatorie della testa.
Le cellule ciliate vestibolari sono presenti nell’utricolo e nel sacculo e in tre dilatazioni chiamate ampolle,
disposte alla base dei canali semicircolari, in prossimità dell’utricolo.

Le cellule ciliate vestibolari che, come quelle che coclea, trasformano spostamenti minimi in potenziali di
recettore, costituiscono gli elementi fondamentali della funzione vestibolare. Esse sono molto simili alle
cellule ciliate uditive.
Gli spostamenti e le accelerazioni lineari della testa, come quelli indotti dai movimenti di piegamento e
traslazione vengono avvertiti e riconosciuti dai due otoliti. Entrambi contengono un epitelio sensoriale, la
macula, che è formata da cellule ciliate e dalle relative cellule di sostegno.

Il sistema vestibolare contribuisce ai comportamenti automatici rapidi, come i movimenti riflessi degli occhi
e l’aggiustamento rapido della postura per mantenere l’equilibrio. È coinvolto anche in processi di ordine
superiore come l’orientamento e il movimento degli arti nello spazio.
L’organizzazione delle vie vestibolari esibiscono due caratteristiche che le distinguono da quelle che
convogliano informazioni importanti relative alla vista, all’udito e al tatto.
 L’elaborazione vestibolare centrale è tipicamente multisensoriale, perché molti neuroni dei nuclei
vestibolari ricevono afferenze visive.
 Oltre a dare origine a proiezioni sensoriale ascendenti, molti neuroni dei nuclei vestibolari
funzionano come neuroni permotori, generando un arco riflesso sensitivo-motorio con latenza
molto ridotta.

L’apparato vestibolare è collegato ai centri nervosi situati nel tronco encefalico e nel cervelletto,
attraverso il ramo vestibolare del nervo cranico VIII. Questi due svolgono molti processi di elaborazione
necessari per la posizione e i movimenti della testa.

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Analogamente al nervo cocleare, i nervi vestibolari derivano da neuroni bipolari, i cui corpi cellulari sono
localizzati nel ganglio vestibolare o ganglio di Scarpa.
I processi distali (distanti) di questi neuroni innervano i canali semicircolari e gli otoliti, mentre i processi
centrali proiettano attraverso la porzione vestibolare del nervo cranico VIII, ai nuclei vestibolari.

Le proiezioni centrali del sistema vestibolare sono coinvolte in due classi principali di riflessi:
 Quelli responsabili per il mantenimento dell’equilibrio e dello sguardo durante il movimento
 Quelli necessari per mantenere la postura

Il primo di questi riflessi favorisce la coordinazione dei movimenti della testa e degli occhi per tenere lo
sguardo fisso su un oggetto di interesse durante il movimento.
Il riflesso vestibolo-oculare (VOR) in particolare, è un meccanismo che serve a produrre movimenti oculari
che vanno in direzione opposta a quella dei movimenti della testa permettendo in tal modo allo sguardo di
rimanere fisso su un punto particolare.
Le proiezioni discendenti che partono dai nuclei vestibolari sono essenziali per la regolazione della
posizione della testa, mediata dal riflesso vestibolo cervicale e del corpo, mediata dal riflesso vestibolo-
spinale.

Capitolo 16: i circuiti dei motoneuroni inferiori e il controllo motorio.

La contrazione dei muscoli scheletrici viene avviata dai motoneuroni inferiori del midollo spinale e del
tronco encefalico. I corpi cellulari dei motoneuroni inferiori (chiamati anche motoneuroni alfa) inviano gli
assoni direttamente ai muscoli scheletrici attraverso le radici ventrali e i nervi periferici spinali, o nel caso
dei nuclei del tronco encefalico, attraverso i nervi cranici.
Le modalità spaziali e temporali di attivazione dei motoneuroni inferiori sono determinate principalmente
da circuiti locali all’interno del midollo spinale e del tronco encefalico.
Le vie discendenti dai centri superiori comprendono gli assoni dei motoneuroni superiori che modulano
l’attività dei motoneuroni inferiori influenzando il circuito locale.
I copri cellulari dei motoneuroni superiori sono localizzati nel tronco encefalico, come il nucleo vestibolare,
il collicolo superiore e la formazione reticolare, come nella corteccia cerebrale che governa l’esecuzione dei
movimenti volontari.

I circuiti nervosi responsabili del controllo del movimento possono essere suddivisi in quattro sottoinsiemi
diversi, tuttavia legati reciprocamente da alti livelli di interazione, ognuno dei quali svolge uno specifico
ruolo nel controllo motorio.
 Il primo di questi sottoinsiemi è costituito da circuiti nervosi situati nella sostanza grigia del midollo
spinale e del tegmento del tronco encefalico. Le cellule nervose di questi circuiti comprendono i
motoneuroni inferiori (che inviano gli assoni all’esterno del tronco encefalico e del midollo spinale
per innervare i muscoli scheletrici rispettivamente della testa e del corpo) e gli interneuroni, che
rappresentano la principale fonte di stimoli sinaptici diretti ai motoneuroni inferiori.
 Il secondo sottosistema è costituito dai motoneuroni superiori, i cui corpi cellulari sono localizzati
nel tronco encefalico o nella corteccia cerebrale, i cui assoni vanno a formare sinapsi con gli
interneuroni o più raramente con i motoneuroni inferiori. Le vie che hanno origine dai motoneuroni
superiori della corteccia sono fondamentali per l’avvio dei movimenti volontari e per le sequenze
spazio-temporali complesse dei movimenti specializzati. In particolare, le proiezioni discendenti
dalle aree corticali del lobo frontale, compresa l’area 4 di Brodmann (la corteccia motoria primaria)
e diverse sezioni della corteccia premotoria (area 6), sono essenziali per pianificare, iniziare e
dirigere le sequenze temporali dei movimenti volontari che coinvolgono la testa, il tronco e gli arti.
 Il terzo e il quarto sottosistema sono costituiti complessi con vie efferenti che non hanno accesso
diretto agli interneuroni o i motoneuroni inferiori, viceversa, essi controllano il movimento
regolando l’attività dei motoneuroni superiori. Il più grande tra questi sottoinsiemi è il cervelletto,
che agisce attraverso le proprie vie efferenti ai motoneuroni superiori come un “servomeccanico”
rilevando le differenze o gli errori motori tra un movimento previsto e quello effettivamente

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realizzato. Il cervelletto utilizza queste info per dare luogo a correzioni, sia in tempo reale che a
lungo termine.
 Il quarto sottosistema è immerso in profondità del prosencefalo ed è costituito da strutture definite
nel loro complesso come gangli della base. Questi annullano i movimenti atipici e preparano i
circuiti dei motoneuroni superiori per l’inizio dei movimenti. I problemi associati ai disturbi dei
gangli della base possono essere la corea di Huntington e il morbo di Parkinson.

La maggior parte delle fibre muscolari scheletriche extrafusali è innervata da un singolo motoneurone alfa.
Poiché le fibre muscolari sono molto più numerose dei motoneuroni, i singoli assoni motori si ramificano
all’interno dei muscoli e stabiliscono sinapsi con molte fibre, distribuendosi in un’aera molto estesa,
probabilmente allo scopo di assicurare che la forza contrattile motoria sia distribuita più uniformemente.
Questo tipo di organizzazione riduce inoltre le probabilità che le lesioni a uno o più motoneuroni alfa
possano modificare significativamente l’attività del muscolo. Dato che un potenziale d’azione generato da
un motoneurone porta alla soglia di attivazione tutte le fibre muscolari con le quali entra in contatto, un
singolo motoneurone alfa e le fibre muscolari che esso innerva costituiscono la più piccola unità di forza
che può essere attivata per produrre un movimento.
Il rapporto tra il motoneurone alfa e le fibre muscolari da esso innervate viene comunemente definito
come un’unica unità motoria.
Un altro recettore sensoriale coinvolto nella regolazione attraverso riflessi dell’attività delle unità motorie è
l’organo tendineo del Golgi. Gli organi tendinei del Golgi sono terminazioni nervose afferenti incapsulate
che si trovano in corrispondenza di un muscolo al tendine.

Capitolo 17: il controllo del tronco encefalico e del midollo spinale da parte dei motoneuroni superiori.

Gli assoni dei motoneuroni superiori provenienti dai centri superiori influenzano i circuiti locali del tronco
encefalico e del midollo spinale deputati dall’organizzazione dei movimenti coordinando l’attività dei
motoneuroni inferiori. Le vie di questi motoneuroni superiori hanno origine in molti centri del tronco
encefalico e in un certo numero di aree corticali del lobo frontale.
L’area locomotoria mesencefalica controlla la locomozione. Altri due centri, il complesso del nucleo
vestibolare e la formazione reticolare hanno effetti rilevanti sulla posizione del corpo.
La formazione reticolare inoltre contribuisce a vari circuiti motori somatici e viscerali che regolano
l’espressione del comportamento motorio somatico autonomo e stereotipato. Anche nel collicolo superiore
del tronco encefalico sono presenti motoneuroni superiori che avviano i movimenti di orientamento della
testa e degli occhi.
La maggior parte dei motoneuroni superiori, indipendenti dalla loro origine, influenza l’esecuzione dei
movimenti agendo direttamente sull’attività dei circuiti locali del tronco encefalico e del midollo spinale.

Gli interneuroni che sono localizzati prevalentemente nella zona intermedia del midollo spinale e
trasmettono buona parte dei segnali diretti ai motoneuroni inferiori sono disposti in modo topografico.
Nella regione mediale della zona intermedia della sostanza grigia del midollo spinale sono presenti
interneuroni che stabiliscono sinapsi con i motoneuroni inferiori della parte mediale del corno ventrale,
mentre nelle regioni laterali della zona intermedia sono localizzati neuroni locali che formano sinapsi
principalmente con i motoneuroni inferiori della parte laterale del corno ventrale.
La maggior parte dei motoneuroni superiori che proiettano nella parte mediale del corno ventrale
proiettano anche nella regione media della zona intermedia.

La formazione reticolare è una complessa rete di circuiti situata al centro del tronco encefalico, che si
estende dalla parte rostrale del mesencefalo alla parte caudale. Essa comprende piccoli gruppi di neuroni
non particolarmente differenziati, sparsi in mezzo a un insieme di fasci di assoni intrecciati a reticolo. I
neuroni all’interno della formazione reticolare svolgono svariate funzioni, tra cui quelle relative al controllo
cardiovascolare e respiratorio, la coordinazione del movimento degli occhi, regolazione di sonno\veglia e la
coordinazione spazio-temporale dei movimenti degli arti e del tronco.

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Le vie discendenti relative al controllo motorio dalla formazione reticolare al midollo spinale sono simili a
quelle dei nuclei vestibolari: esse terminano principalmente nelle parti mediali della sostanza grigia del
midollo spinale dove influenzano l’attività degli interneuroni, deputati al coordinamento dei muscoli assiali
e prossimale degli arti.

Riepilogo.
Il controllo dei circuiti locali del tronco encefalico e del midollo spinale è affidato al contributo di due gruppi
di proiezioni motorie discendenti. Un gruppo ha origine dai neuroni del lobo frontale e comprende
proiezioni dalla corteccia motoria primaria e dalle aree premotorie circostanti. Le regioni della corteccia
premotoria sono deputate alla pianificazione e alla scelta dei movimenti che vengono attivati a impulsi
sensoriali o da motivazioni interne, mentre la corteccia motoria primaria presiede principalmente
all’esecuzione dei movimenti precisi degli arti e dei muscoli del viso. La corteccia motoria influisce
direttamente sui movimenti stabilendo contatti con i motoneuroni inferiori e gli interneuroni del midollo
spinale e del tronco encefalico e indirettamente innervando i neuroni dei centri del tronco encefalico
(soprattutto la formazione reticolare) che a loro volta proiettano ai motoneuroni inferiori e agli
interneuroni.

Capitolo 18: la modulazione del movimento da parte dei gangli della base.

I gangli della base e il cervelletto non proiettano direttamente agli interneuroni o ai motoneuroni inferiori,
essi influiscono sul movimento regolando l’attività dei motoneuroni superiori.
Il termine gangli della base si riferisce a un’ampia serie di nuclei con funzioni diverse che sono collocati in
fondo agli emisferi cerebrali. Il sottogruppo di questi nuclei relativo a questo tipo di funzione motoria
comprende il caudato, il putamen e il globo pallido. Alle funzioni motorie dei nuclei dei gangli della base
sono strettamente associate altre due strutture: la sostanza nera, alla base del mesencefalo e il nucleo
subtalamico, nel talamo ventrale.
Le componenti motorie dei gangli della base, unitamente alla sostanza nera e al nucleo subtalamico
formano un circuito subcorticale che mette in connessione la maggior parte delle aree della corteccia
cerebrale con i gruppi di motoneuroni superiori della corteccia motoria primaria e della corteccia
premotoria nonché del tronco encefalico.

I nuclei motori dei gangli della base sono suddivisi in numerosi gruppi di nuclei con funzioni diverse. Il primo
e il più esteso di questi gruppi prende il nome di corpo striato o striato, costituito da due nuclei che sono il
caudato e il putamen.
Gli assoni provenienti dalla corteccia cerebrale hanno come destinazione i dendriti di una classe di cellule
dello striato chiamati neuroni spinosi di taglia media che convergono sui neuroni del pallido che comprende
il globo pallido e la parte reticolata della sostanza nera. Questi due costituiscono le sorgenti principali delle
efferenze dal complesso dei gangli della base.
Quasi tutte le regioni della corteccia cerebrale proiettano direttamente allo striato, per questo la corteccia
cerebrale è la sede d’origine delle principali afferenze ai gangli della base.
Il caudato riceve proiezioni corticali principalmente dalle cortecce associative multimodali, nonché dalle
aree motorie del globo frontale che controllano i movimenti oculari. Le cortecce multimodali non elaborano
le info sensoriali, ma ricevono impulsi da numerose aree sensoriali primarie e secondarie della corteccia
cerebrale e dai nuclei talamici a esse associati.
Il putamen riceve afferenze dalle aree corticali somatosensoriali primarie e secondarie del lobo parietale,
dalle aree corticali visive secondarie nei lobi occipitale e temporale, dalle aree corticali motorie e
premotorie nel lobo frontale e dalle aree associative uditive nel lobo temporale.

I neuroni spinosi di taglia media del caudato e del putamen danno origine a proiezioni GABAergiche
inibitorie che terminano nei nuclei del pallido (nel complesso dei gangli della base): il globo pallido e la
parte reticolare della sostanza nera.
Le cellule efferenti del globo pallido e la parte reticolata della sostanza nera essendo GABAergiche risulta
che la principale efferenza dei gangli della base è INIBITORIA.

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Le anomalie provocate ai nuclei dei gangli della base compromettono l’avvio e l’esecuzione dei movimenti
volontari come appare nel morbo di Parkinson e nel morbo di Huntington.
Relativamente alla funzione motoria, il sistema dei gangli della base forma un circuito che ha origine in
quasi tutte le aree della corteccia cerebrale e dopo una vasta convergenza all’interno dei gangli, termina sui
motoneuroni superiori dell’area motoria e premotoria del lobo frontale e del collicolo superiore.
I neuroni efferenti dei gangli della base influenzano i motoneuroni corticali modulando il flusso di
informazioni che passa attraverso i nuclei ventrali del talamo.
In tutti i casi il circuito dei gangli della base regola il movimento tramite in processo di disinibizione che
scaturisce dall’interazione seriale tra due popolazioni di neuroni GABAergici all’interno dei circuiti dei
gangli.

Capitolo 26: le aree di associazione della corteccia cerebrale e le funzioni cognitive.

Le aree corticali di associazione occupano la maggior parte della superficie dell’encefalo umano e sono
ampiamente responsabili dei processi di elaborazione che avvengono tra l’arrivo delle informazioni alle
cortecce sensoriali primarie e la generazione di risposte comportamentali.
Le diverse funzioni delle aree di associazione della corteccia cerebrale sono note genericamente come
funzioni cognitive e nel loro complesso ci permettono di acquisire la cognizione o conoscenza del mondo.
Per funzioni cognitive si intende la capacità complessiva di prestare attenzione agli stimoli esterni o alle
spinte motivazionali interne, di identificare il significato di tali stimoli e di generare risposte appropriate.

Le afferenze delle aree corticali di associazione comprendono proiezioni dalle cortecce sensoriali e motorie
primarie e secondarie, dal talamo e dal tronco encefalico.
Le aree corticali di associazione proiettano all’ippocampo, ai gangli della base e al cervelletto, al talamo e ad
altre aree corticali.
Le prime conoscenze sulla funzione di tali aree scaturirono da studi su pazienti clinici con lesioni in una di
queste regioni.
Tra le atre funzioni, la corteccia di associazione del lobo parietale è particolarmente importante per la
capacità di prestare attenzione agli stimoli dell’ambiente interno ed esterno, la corteccia di associazione del
lobo temporale è importante per identificare la natura di tali stimoli e la corteccia di associazione del lobo
frontale è importante per la scelta e la pianificazione delle risposte comportamentali adeguate.

La maggior parte della corteccia che ricopre gli emisferi cerebrali è la neocorteccia, strutturalmente
caratterizzata da sei strati cellulari o lamine. Ciascuno di questi strati è costituito da popolazioni cellulari,
distinguibili sulla base della densità, dimensione, forme, afferenze ed efferenze.
Nella corteccia cerebrale sono state individuate varie differenze regionali basate su queste caratteristiche
laminari, inoltre si sono potute identificare numerose suddivisioni della corteccia, dette aree
citoarchitettoniche e, nel corso degli anni queste aree sono state mappate (50 aree di Brodmann).
Nonostante vi possano essere variazioni significative tra le diverse aree citoarchitettoniche, i circuiti di tutte
le regioni corticali hanno in comune alcune caratteristiche:
 Ciascuno strato corticale ha una fonte principale da cui provengono le proprie afferenze e un
bersaglio principale a cui sono dirette le efferenze.
 Ogni area ha connessioni nel piano verticale (chiamate colonnari o radiali) e connessioni sul piano
orizzontale (chiamate laterali o orizzontali).

I segnali che attraverso il talamo giungono alle aree corticali di associazione corrispondono a informazioni
sensoriali e motorie che sono già state elaborate nelle aree sensoriali e motorie primarie della corteccia
cerebrale e da qui sono poi trasmesse alle aree di associazione.
Le cortecce sensoriali primarie ricevono invece dal talamo le informazioni più grezze, che sono in rapporto
diretto con gli organi periferici di senso.

Riguardo alle fonti di innervazione delle cortecce di associazione, queste aree ricevono abbondanti
proiezioni da altre aree della corteccia cerebrale chiamate aree connessioni corticocorticali. Queste

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connessioni costituiscono il principale sistema di afferenze delle aree corticali di associazione. Le


connessioni corticocorticali omolaterali derivano dalla corteccia motoria primaria e secondaria e da altre
aree corticali di associazione nell’ambito dello stesso emisfero. Possono però provenire anche da altre
regioni, corrispondenti o non, dell’emisfero opposto. Queste vie passano attraverso il corpo calloso e la
commessura anteriore e nel loro complesso costituiscono le connessioni interemisferiche.
Un’importante fonte di innervazione delle aree di associazione è sottocorticale e deriva dai nuclei
dopaminergici del mesencefalo, noradrenergici e serotoninergici della formazione reticolare del tronco
encefalico e dai nuclei colinergici del tronco encefalico e della base del prosencefalo.

Nonostante l’elevato grado di interconnessioni, le estese afferenze ed efferenze delle cortecce di


associazione non dovrebbero dare l’impressione che in queste regioni ogni cosa sia semplicemente
collegata con ogni altra. Al contrario, ciascuna area corticale di associazione è caratterizzata da un distinto
sottogruppo (seppur ci sia una certa sovrapposizione) di connessioni talamiche, corticocorticali e
sottocorticali.
Un danneggiamento delle cortecce di associazione dei lobi parietale, temporale e frontale provoca specifici
deficit cognitivi che possono fornire informazioni sulle funzioni e sulle finalità di queste aree.

C’è un collegamento tra le lesioni del lobo parietale e i deficit dell’attenzione o della consapevolezza
percettiva. In base all’osservazione di numerosi pazienti, questi deficit sono compresi nella cosiddetta
sindrome di negligenza controlaterale (Neglet). La caratteristica che contraddistingue questa sindrome è
l’incapacità di percepire e prestare attenzione agli oggetti o al proprio corpo in una porzione dello spazio,
pur rimanendo intatte l’acuità visiva, la sensibilità somatica e le capacità motorie. Chi soffre di questa
malattia non è in grado di descrivere gli stimoli che interessano il lato del loro corpo o spazio visivo opposto
a quello della lesione. Risultano anche difficoltà a compiere complessi compiti motori come vestirsi,
allungarsi per prendere un oggetto, scrivere, disegnare ecc.
Questi deficit motori sono chiamati aprassie (incapacità di agire).
La corteccia parietale, in particolare quella del lobo parietale inferiore, sia la regione corticale primaria
(sebbene non sia la sola) è identificata come quella che controlla l’attenzione.

Le osservazioni cliniche sui pazienti con lesioni alla corteccia di associazione del lobo temporale indicano
che una delle funzioni principali di questa regione cerebrale sia il riconoscimento e l’identificazione degli
stimoli a cui si presta l’attenzione. Di conseguenza, il danneggiamento dell’uno o dell’altro dei lobi
temporali può provocare disturbi nelle facoltà di riconoscimento, identificazione e corretta assegnazione
del nome alle differenti categorie di oggetti. Questi disturbi sono chiamati collettivamente agnosie (non
conoscere). I pazienti affetti da agnosia avvertono la presenza di uno stimolo, ma non riescono a dire di che
cosa si tratti.
Questi disturbi comprendono un aspetto di tipo lessicale e un aspetto di tipo mnemonico.
Una delle agnosie più studiate è la prosopagnosia, ovvero l’incapacità di riconoscere e identificare le facce.
In seguito alla lesione della corteccia temporale inferiore del lobo destro, i pazienti si dimostrano incapaci
di identificare persone a loro note sulla base della loro fisionomia, in alcuni casi non riconoscono nemmeno
che si tratti di un volto.

A seconda della lateralità della sede e dell’estensione delle lesioni della corteccia temporale, le agnosie
possono essere specifiche, come l’incapacità di riconoscere facce umane, o generali come l’incapacità di
riconoscere e dare un nome a oggetti comuni.
In generale, le lesioni del lobo temporale destro provocano agnosia per le facce e gli oggetti, mentre le
lesioni del lobo temporale sinistro tendono a rendere difficile le funzioni correlate al linguaggio.
Le lesioni che provocano deficit di riconoscimento sono quelle che colpiscono la corteccia del lobo
temporale inferiore o aree vicine al giro fusiforme, le lesioni che causano problemi correlati al linguaggio
sono localizzate sulla superfice laterale della corteccia.

La corteccia frontale ha un repertorio di funzioni più ampio rispetto a quello di ogni altra regione
neocorticale. La natura devastante dei deficit comportamentali conseguenti al danneggiamento del lobo

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frontale è da mettere in relazione al ruolo di questa regione cerebrale nel mantenimento di quello che noi
definiamo personalità di un individuo. La corteccia frontale integra le complesse informazioni provenienti
dalle aree corticali sensoriali e motorie oltre che dalle cortecce di associazione del lobo temporale e
parietale. Queste operazioni permettono di pianificare i propri comportamenti ed eseguirli normalmente.

Il denominatore comune delle funzioni cognitive governate dalla corteccia frontale dia dato dalla selezione,
pianificazione ed esecuzione del comportamento adeguato, specialmente in ambito sociale.

Capitolo 29: le emozioni

I sentimenti soggettivi e gli stati fisiologici a essi associati, noti come stati emotivi o emozioni, sono aspetti
essenziali della nostra vita, inoltre tra le malattie psichiatriche più gravi derivano proprio da disturbi
emotivi. Tutte le emozioni sono espresse sia attraverso modificazioni motorie viscerali sia attraverso
risposte stereotipate del sistema motorio somatico, in particolare quelle relative ai movimenti dei muscoli
facciali.
Dal momento che le manifestazioni emotive sono strettamente legate al sistema motorio viscerale, esse
poggiano sull’attività di tutte le strutture encefaliche che regolano le risposte dei neuroni pregangliari del
tronco encefalico e del midollo spinale. I centri nervosi di ordine più elevato che coordinano le risposte
emotive sono stati raggruppati nel cosiddetto sistema limbico.
Al classico sistema limbico si sono aggiunte diverse regioni cerebrali che si sono rivelate in grado di giocare
ruoli essenziali nell’elaborazione dell’attività emotiva. Tra queste c’è l’amigdala, diverse aree corticali nei
settori mediale e orbitale del lobo frontale e i relativi circuiti sottocorticali. Questa ampia costellazione
coinvolge regioni del prosencefalo, del diencefalo a cui è affidato il pool di motoneuroni inferiori che hanno
a che fare con l’espressione somatica del comportamento.

Tra le indicazioni più evidenti dell’attività emotiva vi sono i cambiamenti dell’attività del sistema motorio
viscerale (o autonomo). Infatti, gli aumenti o le diminuzioni della frequenza cardiaca, della circolazione
cutanea (rossore, impallidimento), della piloerezione, della sudorazione e della motilità intestinale sono
tutti fenomeni che possono accompagnare vari stati emotivi.
Queste risposte sono determinate da variazioni nell’attivazione delle divisioni simpatica, parasimpatica ed
enterica del sistema motorio viscerale, che controllano la muscolatura liscia, quella cardiaca e le ghiandole
di tutto il corpo.
Una, ma non l’unica fonte di emozioni sia costituita da informazioni sensoriali provenienti dai muscoli e
dagli organi interni. Queste informazioni afferenti costituiscono il ramo sensoriale del circuito riflesso che
permette di generare rapidi cambiamenti fisiologici in risposta a condizioni alterate.

Esperimento del gatto  pseudo rabbia: non motivata che accade anche se entrambi gli emisferi sono
rimossi ma la porzione caudale dell’ipotalamo è intatta.

Le vie attraverso cui l’ipotalamo e le altre strutture del prosencefalo influenzano i sistemi motorio viscerale
e motorio somatico sono complesse. I principali bersagli dell’ipotalamo di trovano nella formazione
reticolare, la rete di neuroni e fibre nervose che si trova al centro del tronco encefalico.
I neuroni reticolari ricevono informazioni dall’ipotalamo e, a loro volta, proiettano ai sistemi effettori
somatici e viscerali del tronco encefalico e del midollo spinale.
La loro attività può produrre risposte diffuse di tipo motorio viscerale e motorio somatico, che spesso
sovrastano le funzioni riflesse e qualche volta coinvolgono quasi tutti gli organi del corpo.

Broca introduce il termine lobo limbico per indicare quella parte di corteccia cerebrale che forma una sorta
di bordo attorno al corpo calloso e al diencefalo. Due strutture prominenti di questa regione sono il giro
cingolato situato sopra il corpo calloso e il giro paraippocampale che è situato nella porzione mediale del
lobo temporale.
L’ipotalamo influenza l’espressione delle emozioni e le emozioni raggiungono lo stato di coscienza e che le
funzioni cognitive superiori influenzano il comportamento emotivo. La corteccia cingolata e l’ipotalamo

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sono interconnessi tramite proiezioni che vanno dai corpi mammillari (che fanno parte dell’ipotalamo
posteriore) al nucleo anteriore del talamo che, a sua volta proietta al giro cingolato.
Il giro cingolato proietta all’ippocampo che proietta tramite il fornice (un grosso fascio di fibre) indietro
all’ipotalamo. Queste vie, conosciute come circuito di Papez, forniscono le connessioni necessarie per il
controllo corticale dell’espressione degli stati emotivi.
L’idea di un circuito prosencefalico è stata poi ampliata fino a comprendere parti della corteccia prefrontale
mediale e orbitale, le porzioni ventrali dei gangli della base il nucleo mediodorsale del talamo e un grosso
nucleo nel lobo temporale davanti all’ippocampo, l’amigdala.
Questo insieme di strutture, assieme al giro paraippocampale e alla corteccia cingolata costituisce quello
che viene chiamato sistema limbico.

Capitolo 31: la memoria.

Tra le funzioni cerebrali complesse, c’è la capacità di immagazzinare le informazioni fornite dall’esperienza
e di recuperare gran parte di esse, sia consciamente sia inconsciamente.
Apprendimento è il termine riferito al processo attraverso cui il sistema nervoso acquisisce nuove
informazioni, utilizzate poi per produrre cambiamenti del comportamento.
Memoria si intende il meccanismo di codificazione, immagazzinamento e recupero delle info apprese.
È comunque altrettanto importante la capacità di dimenticare certe informazioni che sono utili sono
temporaneamente.
Gli esseri umani hanno almeno due sistemi qualitativamente diversi per immagazzinare le informazioni
indicati come memoria dichiarativa che è la facoltà di immagazzinare e recuperare into che sono accessibili
alla coscienza e possono essere espresse mediante il linguaggio e memoria procedurale (non dichiarativa)
non è accessibile alla coscienza ed è importante per alcune abilità e associazioni che sono acquisite e
recuperate a livello inconscio.

Un criterio per definire la memoria dichiarativa è la dipendenza di questa facoltà dall’integrità del lobo
temporale mediale.
La memoria non dichiarativa nell’uomo può essere considerata come l’apprendimento e la memorizzazione
di associazioni nervose e capacità motorie che avvengono a livello inconscio e non dipendono da regioni
temporali mediali del cervello.

Oltre ai tipi di memoria definiti dalla natura delle info che vengono ricordate, la memoria può essere
classificata anche in base alla sua durata.
C’è la memoria immediata che è la normale capacità di tenere a mente per qualche frazione di secondo
un’esperienza che si sta facendo e ogni modalità sensoriale abbia un suo proprio registro di memoria semi-
indipendente.
La memoria di lavoro invece è la capacità di tenere a mente ed elaborare informazioni per tempi che vanno
dai secondi ai minuti per raggiungere un determinato obiettivo.
La memoria di lavoro ha a che fare anche con il linguaggio, il ragionamento e la capacità di risolvere
problemi.
La terza categoria temporale è la memoria a lungo termine e riguarda la capacità di immagazzinare le
informazioni in forma più duratura, conservandole per giorni, settimane o anche per tutta la vita.

Il processo attraverso cui le info immagazzinate nella memoria immediata e in quella a breve termine sono
gradualmente fissate nella memoria a lungo termine è detto consolidamento della memoria.
Il processo della cancellazione della memoria viene applicato sui ricordi inutilizzati o non riavviati. La
capacità di dimenticare le informazioni prive di importanza potrebbe essere altrettanto importante della
capacità di conservare le informazioni significative.
La condizione patologica della capacità di dimenticare è detta amnesia e si divide in anterograda e
retrograda.

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In accordo con gli studi, le lesioni al lobo temporale mediale (ippocampo, corteccia paraippocampale) studi
recenti hanno dimostrato che i neuroni in queste aree sono chiamati selettivamente in causa da compiti
che coinvolgono la formazione di ricordi dichiarativi.

Il recupero della memoria coinvolge le cortecce di associazione e quella frontale in particolare. Le aree
dorsolaterali e anterolaterali della corteccia frontale sono attivate quando soggetti normali tentano di
ricordare informazioni dichiarative recuperandole dalla memoria a lungo termine.

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