Sei sulla pagina 1di 7

6/9/2015 Grandi 

artiste, ipotesi di genealogie femministe | SIL – Società Italiana delle Letterate

Grandi artiste, ipotesi di genealogie femministe
di Mariella Pasinati
in Artiste, Letterate Magazine, LM Home |

Perché  non  ci  sono  state  grandi  artiste?  chiedeva


provocatoriamente  la  storica  dell’arte  americana  Linda  Nochlin
in un noto saggio del 1971  che, per la prima volta, affrontava in
termini critici il rapporto donne/arti visive.

Lo  scritto  non  si  limitava  a  denunciare  l’assenza  delle  donne


dalla storia dell’arte, piuttosto svelava il marchio del patriarcato
sulle  istituzioni  socio­culturali  che  governano  il  sistema
dell’arte  e  sulla  stessa  disciplina  che,  in  base  a  criteri  di
giudizio falsamente universali, ignorava l’esistenza delle donne
e  le  forme  della  loro  creatività.  Si  apriva  così  un  fecondo
percorso  di  ricerca  che  si  sarebbe  sviluppato  negli  anni  a
venire  tanto  sul  piano  della  storia  e  della  critica  d’arte
(riscoprendo  figure  di  artiste  fino  ad  allora  ignorate  o
dimenticate  e  rimettendo  in  discussione  le  stesse  strutture
concettuali  della  disciplina)  quanto  sul  piano  della  produzione
artistica.

data:text/html;charset=utf­8,%3Ctable%20class%3D%22clearstyle­title%22%20style%3D%22border­top­width%3A%201px%3B%20border­top­style%3A… 1/7
6/9/2015 Grandi artiste, ipotesi di genealogie femministe | SIL – Società Italiana delle Letterate

In  quegli  anni,  infatti,  sotto  la  spinta  decisiva  del


neofemminismo, delle sfide e delle trasformazioni profonde che
le  donne  agivano  a  partire  dalla  propria  stessa  vita,  anche  il
mondo  dell’arte  iniziò  a  modificarsi  sensibilmente.  Ci  furono
artiste  che  smisero  di  considerare  una  limitazione  appartenere
al  genere  femminile  (un  espediente  ritenuto  forse  necessario
per  conservare  una  posizione  raggiunta  con  fatica  nel  mondo
dell’arte  maschile)  e  sempre  più  donne  irruppero  con  forza  nel
panorama  della  produzione  artistica  reclamando  più  spazi,
opportunità  di  sviluppo  professionale  e  riconoscimento  in  un
sistema  che  pure  criticavano  e  di  cui  sottolineavano  la  natura
sessista (oltre che di classe).

Non  erano,  però,  solo  ragioni  di  emancipazione  e


rivendicazione  a  muoverle;  secondo  un  sentire  comune  a
donne  impegnate  anche  in  altri  ambiti  della  cultura,  le  artiste
avvertivano  la  necessità  di  nuove,  autentiche  “parole”  da
pronunciare e l’esigenza di sovvertire lo sguardo maschile sulle
donne,  sull’arte,  sul  mondo  per  affermare  una  propria,
autonoma visione.

Alcune  di  loro,  soprattutto  le  americane  assunsero


esplicitamente  tematiche  femministe  e  collegarono  la  propria
ricerca  estetica  alle  parole  e  all’azione  più  dichiaratamente
politica,  se  non  militante,  agendo  anche  sul  piano  sociale  ed
istituzionale  con  la  formazione  di  cooperative  di  sole  artiste  e
la  promozione  di  mostre  esclusivamente  femminili.  Altre,
invece,  si  fecero  toccare  dal  femminismo  non  esitando  a
riconoscere  il  proprio  essere  donna  come  punto  di  partenza
imprescindibile della propria arte, senza per questo fare un’arte
“ideologica”.  Le  ricerche  e  le  tematiche  affrontate  avrebbero
dato  vita  a  pratiche  artistiche  originali  che  mentre  rendevano
evidente  la  soggettività  femminile  nelle  arti  visive,  furono
capaci di trasformare anche tutta l’arte contemporanea.

Fra  le  più  attive  nel  fare  dell’arte  uno  strumento  di  pratica
politica  e  nel  porre  le  parole  del  femminismo  al  centro  del
proprio discorsofu Judy Chicago. Una delle sue opere più note
ruota  propriointorno  al  tema,  squisitamente  politico,
della  genealogia  femminile.  The  Dinner  Party  (1974­1979)  è,
infatti,  un  enorme  tavolo  triangolare  imbandito  con  39  posti
dedicati  a  donne  significative  (dal  mito,  alla  preistoria,  alla
rivoluzione  femminista)  e  poggiato  su  un  pavimento  fatto  di
piastrelle  bianche  con  scritti,  in  oro,  i  nomi  di  altre  999  donne
della  storia,  vero  e  proprio  supporto  strutturale  e  metaforico
insieme.  Al  di  là  dei  diversi  riferimenti  ­alla  storia  dell’arte  e
all’esperienza  “domestica”  delle  donne­  che  arricchiscono
l’opera,  il  lavoro  di  Chicago  è  particolarmente  interessante
quale  espressione  di  una  nuova  estetica  e  di  un  nuovo
immaginario  centrato  sull’”iconografia  della  vagina”.  L’artista,
infatti,  non  solo  fa  ricorso  alla  forma  triangolare  che  rimanda
esplicitamente  ad  uno  dei  primi  simboli  del  femminile,  uno  dei
data:text/html;charset=utf­8,%3Ctable%20class%3D%22clearstyle­title%22%20style%3D%22border­top­width%3A%201px%3B%20border­top­style%3A… 2/7
6/9/2015 Grandi artiste, ipotesi di genealogie femministe | SIL – Società Italiana delle Letterate

segni  della  dea,  ma  adotta,  per  i  singoli  piatti  che  identificano
le diverse donne illustri, una forma­vagina, trasfigurata in motivi
astratti,  a  ribaltare  in  valore  quell’emblema  dell’alterità  e
dell’identità  femminile  che  costituiva  il  marchio  della  storica
“condizione” di inferiorità delle donne.

Analoga  intenzione  muoveva  in  quegli  anni  anche  Carolee


Schneeman  che  esprimeva,  con  un  linguaggio  formale
diverso,  il  suo  concetto  di  “spazio  vulvare”,  l’idea  dell’utero  e
della  vagina  come  luogo  di  una  “conoscenza  interiore
primigenia”.  Il  contesto  era  la  celebre  performance  del  1975
intitolata  Interior  Scroll,  durante  la  quale  Schneeman  svolgeva
dalla propria vagina, e lo leggeva, un rotolo di carta sul quale la
stessa  artista  aveva  scritto  una  critica  alla  interpretazione  del
suo lavoro avanzata da un noto regista. Come per l’esperienza
estetica  alle  origini  dell’arte,  il  corpo  e  la  sessualità  femminili
tornavano,  così,  a  rappresentare  la  fonte  primaria  della
creatività umana.

data:text/html;charset=utf­8,%3Ctable%20class%3D%22clearstyle­title%22%20style%3D%22border­top­width%3A%201px%3B%20border­top­style%3A… 3/7
6/9/2015 Grandi artiste, ipotesi di genealogie femministe | SIL – Società Italiana delle Letterate

Termine ambiguo, che rimanda ad un’ovvia materialità ma che
è anche carico di valenze “discorsive”, il corpo si poneva, così,
fra  i  temi  ricorrenti  della  produzione  artistica  femminile,
attraverso  la  parodia,  l’ironia,  la  citazione,  la  ripetizione.  Basti
pensare, e sono solo alcuni esempi, a Marisol e Niki  de  Saint
Phalle che fin dagli anni ’60 davano vita a particolari immagini
femminili:  la  prima  con  le  sue  donne  imprigionate  in  blocchi  di
legno,  figure  ripetute  all’infinito,  spesso  con  inclusi  autoritratti;
la  seconda  con  le  sue  figure  a  grande  scala  prodotte  con
assemblaggio  e  collage  di  pezzi  vari,  dalle  bambole,  ai
giocattoli  ad  altri  oggetti  trovati  per  poi  passare  alle  più
note  Nana,  figure  femminili  esagerate,  policrome,  insieme
infantili e mostruose; oppure ai lavori “femministi” degli anni ’70
di Nancy Spero, con le sue immagini spezzettate, i frammenti
di  parole,  le  lingue  che  diventano  il  fallo  dell’ordine  simbolico
che governa il linguaggio nel patriarcato.

Dagli  anni  ’70,  avrebbero  poi  trovato  espressione  visiva  anche


articolazioni  più  complesse  del  tema  del  corpo,  con  le
riflessioni  su  sessualità,  fertilità  e  maternità  e,  sul  versante
della dimensione culturale, con l’esplorazione dei modi in cui le
caratteristiche  di  genere  hanno  strutturato  l’esistenza  delle
donne e costruito rappresentazioni stereotipiche del femminile.

Così i tempi e i cicli del corpo, il dolore, la relazione fra corpo e
soggetto  dell’azione  stavano  al  centro  di  performance  e  video
nei  lavori,  fra  happening  e  danza  sperimentale,  di  artiste
come Yoko Ono e Yvonne Rainer,  vicine  al  minimalismo  e  al
concettuale;  o  ancora  nelle  performance  di  Ana  Mendieta  che
imprimeva  il  proprio  corpo  sulla  terra,  sottolineandone  il
contorno  con  polvere  da  sparo,  pietre,  fiori:  un’identificazione
potente fra corpo femminile e terra che richiama, da un lato, la
ricomposizione  del  legame  originario  con  il  corpo  della  madre
(terra) e dall’altro immagini di sepoltura e morte, in un percorso
insieme di creazione, fusione/annullamento e rigenerazione del
proprio  sé  corporeo  in  cui  si  precisano  i  grandi  temi  della  sua
arte: morte, desiderio, rigenerazione.

Altre  esperienze  puntavano,  invece,  a  combinare  un


vocabolario  formale  astratto  con  materiali,  forme  e  pratiche
correlate  alla  tradizione  storica  e  culturale  delle  donne  ma
esterni  al  mondo  della  produzione  artistica:  il  cucito,  il  ricamo,
la  maglia,  l’uso  dei  tessuti  e  dei  fili.  Miriam  Schapiro,  ad
esempio,  inventava  il  “femmage”,  una  tecnica  che  integra  alla
pittura  stoffe,  ricami,  tessuti.  E  se  Jackie  Winsor  con  Bound
Grid rendeva visibile, nel processo di legare e fasciare, il lavoro
dell’artigianato  tradizionale  femminile  interpretandolo  nel
linguaggio  della  scultura  astratta,  Eva  Hessee  Louise
Bourgeois  usavano  materiali  inconsueti  nella  storia  della
scultura  per  dare  forma  ad  oggetti  di  grande  intensità  e
suggestione tattile.

data:text/html;charset=utf­8,%3Ctable%20class%3D%22clearstyle­title%22%20style%3D%22border­top­width%3A%201px%3B%20border­top­style%3A… 4/7
6/9/2015 Grandi artiste, ipotesi di genealogie femministe | SIL – Società Italiana delle Letterate

Fra  la  fine  degli  anni  ’70  e  gli  anni  ’90,  alle  tematiche
dell’identità  e  alla  riflessione  sulla  creatività,  il  potere  e  la
violenza,  si  affiancano  i  lavori  orientati  alla  decostruzione
dell’immaginario  visivo  attraverso  la  critica,  la  sovversione  e  il
rifiuto  dell’uso  del  corpo  delle  donne  come  oggetto.  Barbara
Kruger  e  Jenny  Holzer,  per  citarne  solo  alcune,  puntavano
alla  decostruzione  dei  linguaggi  dominanti  dei  media  e  della
pubblicità  creando  opere  in  cui  l’immagine  è  integrata  da  testi.
Dai  lavori  degli  anni  ’80  alle  opere  più  recenti  a  grande
scala,  Kruger  ha  perfezionato  il  suo  discorso  centrato  sulla
critica  ­e  la  sfida­  al  potere  patriarcale  e  alla  reificazione  del
femminile, attraverso un linguaggio formale caratterizzato dalla
giustapposizione  su  immagini  fotografiche  in  bianco  e  nero  di
brevi  testi,  spesso  aforismi  ironici,  stampati  su  blocchi  neri  o
rossi  che  chiamano  direttamente  in  causa  chi  guarda  e,  con
tono  accusatorio,  giocano  sulla  contrapposizione  Tu­Voi/Io­Noi
(che  riproduce  l’opposizione  maschile­femminile)  per  ricordarci
la  funzione  del  linguaggio  nella  riproposizione  dei  meccanismi
di  potere.  I  truism  di  Holzer  (testi  in  nero  su  carta  bianca,
prima e in seguito scritte luminose come insegne pubblicitarie,
incisioni  su  pietra,  proiezioni  contro  edifici  e  monumenti  in
ambienti urbani) sono, invece, pensieri inventati e proposti con
l’”autorità”  della  cultura  di  massa  per  indurci  a  riflettere  su
luoghi  comuni,  stereotipi  e  preconcetti  riguardo  i  rapporti  di
potere  fra  individuo  e  società,  sfera  pubblica  e  privata,  le
relazioni fra i sessi.

Non  è  possibile  dare  conto  qui  della  varietà  e  della  ricchezza


degli  approcci  sperimentati  dagli  anni  della  prima  ondata
femminista, fino ad oggi; si può dire, tuttavia, che le riflessioni
visive  prodotte  dalle  artiste  in  questi  decenni  hanno
data:text/html;charset=utf­8,%3Ctable%20class%3D%22clearstyle­title%22%20style%3D%22border­top­width%3A%201px%3B%20border­top­style%3A… 5/7
6/9/2015 Grandi artiste, ipotesi di genealogie femministe | SIL – Società Italiana delle Letterate

progressivamente  diversificato,  ridefinito,  modificato  posizioni


ed  approcci,  modalità  operative  e  pratiche  estetiche
contribuendo, con l’autonomia dei propri linguaggi, ad arricchire
la stessa riflessione politica sull’essere donna.

In  questi  ultimi  anni,  l’arte  influenzata  dal  femminismo  è  stata


oggetto  di  attente  indagini  retrospettive  e  grandi  mostre
internazionali  ne  hanno  reso  presente  e  riattualizzato  il
discorso.

Così, nel 2007,  Mary  Kelly  presentava  a  Dokumenta  XII  Love


Song,  un’installazione  che  sollecita  una  riflessione  vera  e
visivamente  coinvolgente  sulla  storia  e  la  memoria  del
femminismo  degli  anni  ’70.  L’installazione,  che  ha  nella  luce
come  metafora  il  suo  elemento  unificante,  è  composta  da
quattro  opere.  La  prima,  WLM  Demo  Remix  (2005),  è  un  film­
loop  in  cui,  con  una  lenta  dissolvenza,  Kelly  sovrappone  alla
foto di una manifestazione degli anni ’70, indetta per ricordare il
cinquantesimo  anniversario  del  conseguimento  del  suffragio
femminile,  una  nuova  immagine  di  giovani  donne  che  ri­
propongono, con analoga composizione, quella scena. Il nuovo
gruppo  porta,  però,  uno  striscione  in  cui  le  parole  originarie
“Unite For Women’s Emancipation” sono sostituite da un verso
di  Sylvia  Plath,  tratto  da  Love  Letter:  “From  Stone  To  Cloud”.
La seconda opera è Flashing Nipple Remix (2005)  costituita  da
una  serie  di  scatole  luminose  trasparenti  in  bianco  e  nero  che
riprendono  le  improvvisazioni  coreografiche  satiriche  di
performer  teatrali  svolte  fuori  dell’Albert  Hall  di  Londra  durante
le  manifestazioni  di  protesta  contro  Miss  Mondo  1971  e
descritte  in  Sisterhood  Is  POW….  (2005),  il  terzo  lavoro
esposto.  Si  tratta  di  un  fregio  composto  da  36  pannelli  neri
collegati da un testo illuminato: parole di luce che visualizzano
due  filoni  narrativi  uno  che  descrive  gli  eventi  all’interno  della
sala  del  concorso,  l’altro  la  manifestazione  che  si  svolgeva
fuori,  ricordi  che  Kelly  trasforma,  nel  titolo,  in  una  frase  che
registra  il  potente  impatto  –POW­  del  femminismo  come
evento.  Nell’esposizione  tedesca  al  centro  della  stanza  stava,
infine,Multi­Story  House  (2007).  È  qui  che  “il  personale  è
politico” ­principio centrale del femminismo­ si esplicita come lo
spazio  in  cui  i  confini  fra  i  due  elementi  non  possono  più
essere  distinti.  L’opera,  tuttavia,  è  anche  la  materializzazione
del  rapporto  fra  due  diverse  generazioni  di  donne:  sui  pannelli
di questa casa di vetro illuminato, che funziona come lo spazio
domestico  della  presa  di  coscienza,  sono  riportate,  all’interno,
riflessioni  di  donne  che  hanno  vissuto  l’esperienza  del
femminismo e, all’esterno, frasi di donne più giovani che quella
esperienza non hanno fatto.

Rimettendo  in  scena,  senza  alcuna  intenzione  nostalgica,


immagini  emblematiche  degli  anni  ’70,  Kelly  ha  voluto
affrontare,  allora,  due  questioni  politicamente  cruciali:  cosa
resta  dopo  che  le  domande  specifiche  del  momento  sono
data:text/html;charset=utf­8,%3Ctable%20class%3D%22clearstyle­title%22%20style%3D%22border­top­width%3A%201px%3B%20border­top­style%3A… 6/7
6/9/2015 Grandi artiste, ipotesi di genealogie femministe | SIL – Società Italiana delle Letterate

superate  e  cosa  è  passato  da  una  generazione  all’altra?


E  Love  Song  sembra  proprio  ricordarci  che  il  rapporto  fra
generazioni  è  uno  dei  problemi  costanti  della  pratica  politica  e
culturale  delle  donne,  che  le  idee  e  le  storie  necessitano  di
continue verifiche e ri­vivificazioni.

–  Linda  Nochlin,  “Why  Have  There  Been  no  Great  Women


Artists?”, in Art News n. 69, 1971

–  Sono  tante  le  artiste  che,  negli  stessi  anni  e  anche  in  Italia,
lavorarono  intorno  a  questa  tematica,  oggetto  anche  di
riflessione  teorica  (  Lisa  Tickner,  “The  Body  Politics:  Female
Sexuality and Women Artists since 1970”, in Art History,  vol.  1
n. 2, 1978)

–  Anche  in  Italia,  già  dagli  anni  ’60,  artiste  attive  nell’ambito
della  poesia  visiva  come  Ketty  La  Rocca  e  Lucia  Marcucci
affrontavano  con  lucidità,  ironia  e  straordinario  tempismo  il
tema  della  rappresentazione  stereotipata  del  femminile  nei
mass media; il loro lavoro si inseriva in una situazione artistica
viva  e  intelligentemente  impegnata  a  rideclinare  il  rapporto
donna/arte/creatività,  una  situazione  per  la  quale  sarebbe
necessaria una specifica e attenta trattazione.

–  Nel  2007  tre  grandi  mostre  internazionali  ponevano  il  tema


del  rapporto  con  il  femminismo:  WACK!  Art  and  the  Feminist
Revolution  al  MOCA  di  Los  Angeles,  Global  Feminisms  al
Brooklyn Museum e Kiss  Kiss  Bang  Bang  al  Museo  de  Bellas
Artes de Bilbao; nello stesso anno era dedicata al femminismo
anche  una  parte  significativa  di  Dokumenta  XII  la  rassegna
quinquennale  di  arte  contemporanea  che  si  svolge  a  Kassel,
curata  quell’anno,  da  Roger­Martin  Buergel  e  nella  successiva
Dokumenta  del  2012,  il  taglio  della  curatrice  Carolyn  Christov­
Bakargiev  era  talmente  chiaro  che  Roberta  Smith  ne  scrisse
sul  New  York  Times  come  di  una  mostra  dall’approccio
“ardentemente femminista, globale and multimediale”.

Tagged LM n.104 |

data:text/html;charset=utf­8,%3Ctable%20class%3D%22clearstyle­title%22%20style%3D%22border­top­width%3A%201px%3B%20border­top­style%3A… 7/7