Sei sulla pagina 1di 3

2/6/2015 I 

corpi sono fragili solo in apparenza | SIL – Società Italiana delle Letterate

I corpi sono fragili solo in apparenza
di Mariella Pasinati
in femminismo, Letterate Magazine, LM Home |

Share

Questa volta, diversamente dal solito, è un’energia positiva che ci restituisce Raìces (radici), la
performance  appositamente  concepita  per  Palermo  da  Regina  Josè  Galindo  (1974),  l’artista
guatemalteca e figura rappresentativa del contemporaneo (Leone d’Oro come “artista under 35”
alla Biennale di Venezia del 2005) nota per le sue azioni radicali ed estreme che disturbano nel
profondo e sconvolgono, spesso lasciandoci senza fiato.

L’ha sottolineato la stessa Galindo a conclusione delle iniziative che hanno accompagnato la sua
ultima  azione  realizzata  il  23  aprile  scorso  negli  spazi  dell’Orto  Botanico  come  parte  di  un
progetto più vasto ­promosso da Arcigay e sostenuto dal Comune di Palermo­ che ha incluso la
presentazione  del  video  Descensión  (2013)  e  la  mostra  Estoy  viva,  a  cura  di  Eugenio  Viola  e
Diego Sileo, già allestita nel 2014 al PAC di Milano (si visita fino al 28 giugno nel padiglione ZAC
dei Cantieri culturali alla Zisa).

Galindo ha, infatti, sentito Raìces come la chiusura perfetta del percorso di Estoy viva iniziato lo
scorso  anno  a  Milano  con  una  nota  aspra  e  dura1, come  sempre  nelle  azioni  ad  alta  intensità
emozionale  proposte  dall’artista  guatemalteca,  ma  germogliato  come  un  seme  a  Palermo.
Perché  Raìces  parla  di  s/radicamento  e  rapporto  con  la  terra,  di  diversità  etniche  e  comune
umanità,  partendo  dal  sentimento  della  separazione,  dal  senso  della  perdita,  dal  male  dello
sradicamento, una delle ferite più laceranti del nostro tempo.

Con sorprendente convergenza temporale, in una momento così pesantemente segnato dalle morti nel
Mediterraneo  rispetto  alle  quali  sempre  più  inadeguate  appaiono  le  parole  e  risibili  le  iniziative  della
politica  ufficiale,  Raìces  ha  mostrato  una  prospettiva  diversa,  quasi  una  traduzione  in  chiave  visiva
dell’idea weiliana della necessità di soddisfare il radicamento “il più importante e misconosciuto bisogno
dell’anima  umana”.  Così,  le  braccia  profondamente  conficcate  nella  terra  ad  assorbirne  la  linfa,
Regina  è  rimasta  bocconi,  nuda  e  immobile  per  due  ore  ai  piedi  di  un  grande  albero  mentre,
sparsi  per  tutto  il  giardino,  donne  e  uomini  di  diverse  etnie  che  oggi  vivono  a  Palermo
riproponevano  il  suo  gesto,  anch’essi  con  le  braccia  piantate  nella  terra  ma  vestiti,  ognuna/o
sotto un albero diverso, in rapporto alle rispettive origini, in una stretta vitale con la natura, quasi

http://www.societadelleletterate.it/2015/05/mariella­pasinati/ 1/3
2/6/2015 I corpi sono fragili solo in apparenza | SIL – Società Italiana delle Letterate
un  rituale  che  porta  rigenerazione.  Lo  spazio,  l’orto  botanico,  con  le  sue  piante  che  provengono  da
tutto il mondo ne ha costituito la cornice simbolica perfetta in quanto luogo emblematico tanto di una
forzata deportazione/migrazione ‐vegetale ed umana‐, quanto del possibile risarcimento, della possibilità
di ricongiungersi con la fonte, l’origine delle proprie, diverse identità culturali e insieme rigenerarsi in un
nuovo luogo di accoglienza.

La mostra palermitana ripropone, ulteriormente arricchite, le cinque sezioni tematiche che hanno
caratterizzato  l’esposizione  di  Milano:  DONNA  –  ORGANICO  –  VIOLENZA  –  POLITICA  –
MORTE, restituendo una visione ricca ed accurata del lavoro dell’artista.

Non si tratta, tuttavia, di una separazione statica, le opere esposte travalicano infatti in maniera
evidente le singole sezioni: certamente per l’intreccio dei temi e per il fatto che Galindo rende il
suo corpo teatro di un conflitto interminabile agito sulla sua stessa carne; ma soprattutto perché
si  tratta  di  un  corpo  sessuato,  di  un’artista  che  non  dimentica  il  suo  essere  donna.  DONNA,
infatti,  non  è  una  categoria,  un  contenuto  della  sua  ricerca  poetica  bensì  la  posizione  da  cui
Regina  guarda  la  realtà,  riferimento  imprescindibile  per  il  suo  lavoro,  insieme  al  suo  paese,  il
Guatemala  martoriato  ed  insanguinato  per  trentasei  anni  da  una  dittatura  ed  un  potere
opprimenti.

Al centro del suo discorso, infatti, c’è l’esperienza non mediata che l’artista vive e patisce in prima
persona  fino  a  sottomettersi  a  un  continuo  rischio  fisico  e  psicologico  che  si  spinge,  a  volte,  ai
limiti  del  tollerabile.  Non  si  tratta  però  ­ed  è  questa  la  sua  forza­  di  una  rappresentazione  della
violenza,  del  dolore,  del  trauma,  piuttosto  di  renderli  presenti  nella  concretezza  del  suo  patire.
Opportunamente Eugenio Viola ha parlato di estetica sacrificale; assunto intenzionalmente su di
sé  tutto  il  dolore  del  mondo  il  suo  corpo  si  fa  luogo  di  purificazione  che  attiva  la  memoria  e  la
coscienza,  lanciando  una  sfida  anche  alla  vittimizzazione,  così  il  silenzio  diventa  parola,  la
passività azione, la vulnerabilità forza.

Messe in visione nel corpo dell’artista, le violenze sferrate sui corpi delle donne e sul mondo ­la
violenza patriarcale, quella politica e militare, la violenza perpetrata da un potere pervasivo che
esercita controllo ed abusi­ restituiscono esistenza a ciò che altrimenti rischierebbe  di rimanere
senza testimonianza e di essere colpevolmente cancellato.

E’  così  che  esplorando  le  proprie  paure  e  i  propri  limiti  fisici,  il  rapporto  personale­politico
acquista, nelle azioni di Galindo, senso e spessore nuovi ed imprevisti; le sofferenze di un corpo
singolare di donna assumono valenza universale e, nella determinazione e temeraria visceralità
delle sue azioni, incarnano la costrizione globale che affligge oggi la stessa condizione umana.

Eccola  allora  buttare  il  suo  corpo  in  discarica  come  un  rifiuto  (No  perdemos  nada  con  nacer,
2000), privarlo della propria libertà, ora immobilizzato (Peso, 2006; Cepo, 2007), ora imprigionato
(Libertad  condicional,  2009),  ora  bloccato  in  una  camicia  di  forza,  a  farci  prendere  coscienza
dell’inevitabile condizione di dipendenza umana (Camisa de fuerza, 2006) e della necessità della
relazione  con  l’altra/o,  come  ha  mostrato  in  Rompiendo  el  hielo  nel  2008  ad  Oslo  dove
l’intervento compassionevole del pubblico ha vestito il suo corpo, impedendole di congelare.

La violenza sessista è poi indagata inscrivendo un insulto nella propria carne con la lama affilata
di un coltello (Perra, 2005), sottoponendosi alla forzata ricostruzione dell’imene (Himenoplastia,
2004), infliggendosi tanti colpi di frusta quanti sono i femminicidi dell’anno 2005 in Guatemala, in
una performance sonora di straordinaria potenza espressiva (279 Golpes, 2005).

Violenza,  politica  e  corpo  femminile  si  intersecano  poi  in  lavori  di  grande  forza  e  suggestione
come Mientras, ellos siguen libres (2007) in cui, incinta e nuda, si costringe a giacere su un letto
con le mani e i piedi legati da veri cordoni ombelicali, a ricordare il ricorso alla violenza sessuale
da parte dell’esercito nel conflitto armato in Guatemala e, drammaticamente, in tante altre guerre;
o  ancora  in  Saqueo  (2010),  una  performance  in  due  tempi  durante  i  quali  Galindo  prima  si
assoggetta,  in  Guatemala,  alla  perforazione  dei  molari  con  otturazioni  in  oro  e  quindi  se  le  fa
rimuovere in Germania per esporle come opere d’arte: un autentico saccheggio coloniale ai danni
del sud del mondo; mentre a distanza di dieci anni da ¿Quién puede borrar las huellas?  2  torna
ad  affrontare  con  La verdad  (2013)  il  tema  della  giustizia  negata  e  della  necessità  della  parola
per affermare una verità che, nonostante tutto, non può esser messa a tacere: sebbene si faccia
ripetutamente  anestetizzare  la  bocca,  Regina  continuerà  a  leggere  sia  pure  con  sempre
maggiore  difficoltà,  le  testimonianze  delle  violenze  subite  rese  al  processo  da  chi  è
sopravvissuto/a ma che, ancora, non ha trovato giustizia.

Per  Galindo,  infatti,  “i  corpi  sono  fragili  solo  in  apparenza”;  ne  è  ulteriore  conferma  Piedra,  la
performance  realizzata  a  San  Paulo  nel  2013  che  ha  visto  tre  volontari  orinare  sul  corpo
dell’artista, totalmente ricoperto di carbone e “fattosi” pietra: una violenza che è profanazione del
corpo femminile ma che allude anche all’offesa inflitta alla terra (l’estrazione del carbone è causa
di devastazione ambientale) e allo sfruttamento delle lavoratrici delle miniere del Brasile, ancora
corpi a disposizione. Questa volta, però, dei tre volontari una è donna.

Non  c’è  mai  nulla  di  scontato,  infatti,  in  queste  azioni  sempre  scomode,  spiazzanti,  eticamente
impegnative; così mentre da un lato Regina mostra la straordinaria capacità del corpo femminile,
come  della  pietra,  di  resistere  e  sopravvivere  agli  abusi,  dall’altro  segnala  il  pericolo  della

http://www.societadelleletterate.it/2015/05/mariella­pasinati/ 2/3
2/6/2015 I corpi sono fragili solo in apparenza | SIL – Società Italiana delle Letterate
complicità  con  il  maschile,  richiamandoci  a  un  esercizio  di  responsabilità,  come  lei  stessa  ci
ricorda:  “piuttosto  che  educare  uomini  mi  interessa  educare  noi  stesse.  E’  una  questione  di
riflessione, capire che … siamo state anche noi donne che abbiamo costruito questi uomini con
questi  principi  e  con  questi  valori.  Non  è  una  questione  di  colpa  è  una  questione  di
responsabilità:  cambiare  i  modelli  di  società  non  è  facile,  ci  vorranno  molte  generazioni,  ma  è
incoraggiante  pensare  che  molto  di  quel  cambiamento  è  nelle  nostre  mani,  …  possiamo
cambiare questi paradigmi, promuovere altri valori … e creare nuove generazioni più equilibrate”.

1.  La  performance  milanese  Exhalación  (estoy  viva)  consisteva  nella  presentazione  del  corpo  dell’artista,
completamente  sedato  grazie  alla  somministrazione  controllata  di  un  farmaco,  davanti  al  pubblico  che  poteva
avvicinarsi  a  lei  e  catturarne  il  respiro  accostando  al  naso  uno  piccolo  specchio,  segno  evidente  della  vita  che
continua, nonostante la morte apparente. La performance, tuttavia, non è del tutto riuscita poiché il fisico dell’artista si
rifiutava  di  abbandonarsi  completamente  al  sedativo,  così  ancora  una  volta  Regina  José  Galindo  si  è  esposta  ad  un
rischio sfidando i limiti fisici e psicologici del proprio corpo.

2.  nella  coraggiosa  performance  realizzata  nel  2003,  la  memoria  del  sangue  versato  e  l’opposizione  alla  ricandidatura
alla  presidenza  del  golpista  Ríos  Montt  si  legano  nelle  tracce  insanguinate  dei  piedi  dell’artista  che,  bagnati
ripetutamente nel sangue umano che Regina porta con sé in un catino, percorrono il tragitto dalla Corte costituzionale
al Palazzo nazionale della capitale.

Tagged LM n.135, Mariella Pasinati, Regina Josè Galindo |

© 2015 SIL – Società Italiana delle Letterate Powered by WordPress  |  Theme creation by paomedia

http://www.societadelleletterate.it/2015/05/mariella­pasinati/ 3/3

Potrebbero piacerti anche