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31/5/2014 Il grandangolo di Letizia Battaglia | SIL – Società Italiana delle Letterate

Il grandangolo di Letizia Battaglia


di Mariella Pasinati
in LM Home, Ritratti |

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Nel saggio del 1973 Sulla Fotografia – realtà e immagine nella nostra
società, Susan Sontag scriveva: “Le fotografie non possono creare una
posizione morale, ma possono rafforzarla”. È ciò che accade con l’opera di
Letizia Battaglia, la fotografa palermitana celebre per essere stata per circa
venti anni la fotografa della mafia. Il suo lavoro, che va ben oltre questa
semplice etichetta, costituisce espressione esemplare della potenzialità
tipica della fotografia di produrre al tempo stesso documenti (nel suo caso
di storia e di impegno civile) ed opere d’arte. Proprio per questo ci interroga,
ancora oggi, su questioni centrali per il nostro presente, una delle quali
riguarda, per dirla ancora con Sontag, come ci poniamo davanti al dolore
degli altri. Siamo, infatti, sempre più bersagliati da immagini che ci
restituiscono una realtà a volte molto dura, immagini imposte da media e
che, anche volendo, non possiamo ignorare.

Cosa ci dice sul consumo di queste immagini l’esperienza di Letizia


Battaglia? e cosa ci insegna sul piano estetico e su quello etico? Sappiamo
bene che quando si è costantemente tempestati da un certo tipo di
immagini, queste finiscono col diventare meno reali: è come se ne
venissimo anestetizzati. Ed è proprio la fotografia che più facilmente può
slittare in forme di consumismo estetico. Eppure la morte, la crudeltà e la
violenza sono argomenti universali e senza tempo, appartengono alla storia dell’umanità e all’arte che li ha eternati in
rappresentazioni che vanno oltre la mera raffigurazione dell’orrore e la cui forza risiede nella comprensione e nella
partecipazione al dolore create dall’artista.

Nel lavoro fotografico di Letizia Battaglia c’è di fronte al dolore un sentire autentico che si esprime nel “rispetto” di cui
parla la fotografa: “una foto di cronaca deve contenere rispetto, condivisione, ricerca della giustizia e onore per la morte
che si sta ritraendo: solo se hai consapevolezza, se ami il mondo o lo detesti ma in ogni caso con forza e profondità, le
tue foto avranno un senso”. Forse è per questo che, anche a distanza di anni le foto di Letizia Battaglia rimangano

fortemente impresse, trascendendo i singoli momenti ed eventi. Cosa fa di queste foto, nate senza intenzionalità
artistica -come dice la stessa Battaglia- cosa ne fa oggi delle icone, immagini che hanno permesso di vedere con altri
occhi la realtà, rendendone più profondo il senso? La risposta sta nel suo essere in sintonia con l’organismo, secondo

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una formula presa a prestito da Evelyn Fox-Keller che così aveva descritto la modalità del fare scienza del premio
nobel Barbara McClintock. È così che la fotografa si rapporta ai suoi soggetti, secondo una modalità tipicamente
femminile e che ribalta la falsa idea secondo la quale il soggetto che guarda è staccato dall’oggetto del suo sguardo.
Non a caso Letizia cita, fra le fotografe contemporanee che più ama, quella Nan Goldin le cui foto sono inscindibili
dalla propria esperienza vissuta.

Come si traduce tutto questo sul piano formale? Un grande ruolo lo svolge l’uso del grandangolo, un obiettivo che
abbraccia un vasto angolo di campo visivo e che è capace di grande esaltazione prospettica. L’ottica grandangolare si
dimostra pertanto molto efficace dal punto di vista espressivo poiché accentua lo stacco tra i vari piani di profondità
della scena, dando forte enfasi al primo piano rispetto allo sfondo. Se si adopera un grandangolo, chi osserva
l’immagine si sentirà vicino al soggetto, immerso nella scena, avrà l’impressione di essere presente e partecipe mentre
per chi riprende l’uso di quest’ottica implica la possibilità di stare sempre più a contatto con i soggetti, ciò che vuole
Letizia Battaglia. La sua fotografia testimonia, così, il passaggio dalla descrizione alla riflessione, dalla narrazione e
dalla testimonianza alla interpretazione e al coinvolgimento con i soggetti, con i quali instaura un rapporto di empatia
non sentimentale. E la fotografia diventa il mezzo per rendere visibili anche quelle realtà che, senza lo sguardo della
fotografa, rimarrebbero nascoste e impenetrabili. Prendono così forma, ad esempio, le diverse facce della tragica e
contraddittoria Palermo, nelle foto che esplorano i corpi e i volti soprattutto di donne e bambine, oltre i gesti quotidiani:
immagini asciutte nel loro teso e contrastato bianco e nero, scatti puliti ed essenziali, senza traccia di “vanità” da parte
della fotografa. Perché Letizia Battaglia ha trovato un modo di conciliare bellezza e narrazione, arte e verità senza mai
estetizzare la morte e la tragedia, mostrando invece la grande capacità di fotografare, con il mondo esterno, anche
quello interiore. Per questo il suo lavoro fornisce un esempio significativo di quel bisogno di connettere arte e vita che è
stato uno dei capisaldi dell’arte del XX secolo.

Da qualche anno a questa parte, Letizia Battaglia ha impresso una nuova direzione al suo lavoro a partire da una nuova
esigenza interiore: un bisogno di bellezza, di poesia e di dolcezza. Nel tentativo di cancellare, di sottrarre alla

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dimensione della morte i suoi scatti più celebri, ha iniziato ad integrare nelle sue foto “storiche” un corpo nudo
femminile, affiancato o contrapposto ad esse: l’immagine che ne risulta determina un cortocircuito col mondo,
maschile, dominato dalla violenza e dalla morte. La costruzione è interessante perché non si tratta di un consueto
fotomontaggio, piuttosto di un’azione quasi teatrale in quanto Letizia Battaglia fotografa il corpo femminile (solitamente
dell’attrice Serena Barone) contro uno sfondo scenografico dato dalle sue vecchie foto.

Anche in quest’ultima impresa, dunque, Letizia spinge ancora un po’ più in là verso un’ulteriore ricerca di senso che
riporta la vita al centro del suo guardare, scegliendo l’esistenza e sottraendola alla morte.

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