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Avvertenza

Il libro che state cominciando a leggere è la continuazione


di un volume apparso da questo stesso editore nel 2008. Il
titolo era Nel regno oscuro. Questo libro intitolato Comme-
dia umana e inumana contiene due romanzi (Nella regione
profonda e Nei boschi felici) nei quali continua l’avventuroso
viaggio del protagonista verso la liberazione da un mondo di
orribili delitti e inganni. Nel testo appaiono alcune citazioni
o passi in varie lingue straniere, magari non familiari al let-
tore. Fanno parte del flusso verbale dei protagonisti e per-
ciò si è scelto di non fornire alcuna traduzione. Tuttavia, in
alcune sporadiche occasioni, la traduzione delle frasi viene
riportata all’interno del testo, volendo ribadire l’enunciato.
Quanto alla traslitterazione di questi brani, specialmente di
quelli in ebraico, ungherese, yiddish, sudafricano, congolese,
armeno, turco, sanscrito e altri idiomi, si è optato per una
“trascrizione fonetica”, privilegiando la rappresentazione
dei suoni secondo la grafia italiana.
L’Autore vi chiede di rispettare con l’occhio della mente la
scansione segnata dagli spazi bianchi tra le parole.

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Nero quadricromia
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Nero quadricromia
Nella regione profonda1

1
Ci rendiamo conto di basare questo nostro complesso di note su ricerche
di archeologia letteraria, ma riteniamo ugualmente doveroso riferire il risultato
dello sforzo di alcuni studiosi. Pare che il titolo di questo libro faccia riferimento
a un passaggio dell’ultima scena del dramma di Johann Wolfgang Goethe inti-
tolato Faust, e più precisamente alla seconda monumentale parte di quest’ope-
ra teatrale, identificata comunemente con il titolo Faust II. Altri affermano che
l’Autore abbia attinto direttamente ai libri della patristica, nei quali appare tale
termine a proposito della dimora eterna di alcuni padri della Chiesa. (Nel dram-
ma di Goethe parla il Pater Profundus: “Oh, Dio, placa i miei pensieri, illumina
il mio cuore in pena”.) È possibile che il titolo alluda a pene e imperfezioni che
però non perdono di vista la salvezza finale, l’esito positivo del cammino dalla
Regione Profonda verso la cima della montagna. Ma tutto ciò testimonia di cose
antiche, oggi difficilmente menzionate.

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Nero quadricromia
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Nero quadricromia
Preambolo

Caro Professore1,
come vede sono ancora qui a chiederle aiuto, proprio
a lei, che per cinque anni mi è stato vicino giorno
per giorno, e mi ha fatto uscire dal Regno Oscuro in cui sta-
vo errando. Le chiedo aiuto anche se la vita mi è
meno pesante rispetto all’altra volta, ma ancora e anco-
ra è ostile. Vorrei però, almeno questa volta, per-
correre la Regione Profonda in cui mi trovo, con le mie
forze, e inviarle solo per iscritto il resoconto del
mio cammino, come si usa nell’esame doloroso di
se stessi, della propria anima2. Così spero di poter var-
1
La figura del Professore appare già nel primo volume di Storia umana e inu-
mana (Nel regno oscuro), e vi ha un ruolo determinante. Il professor Freud, tera-
peuta di molti personaggi della borghesia a lui coeva (prima metà del Novecento)
è morto due anni dopo la nascita dell’Autore, quindi non può essere presente
nella sua vita reale, e tuttavia anche questa affermazione è da considerarsi un
po’ superficiale, giacché le presenze nelle nostre persone non si limitano ai vivi,
tutt’altro. E anche dal punto di vista biologico in noi vive una lunghissima catena
di incroci, mutazioni, eredità culturali, quindi Freud può essere benissimo una
guida reale, vivente ed efficace. Ma pensiamo che tutto ciò non necessiti davvero
di una spiegazione.
2
La traduzione esatta della parola greca psiché è appunto “anima”. Quindi
la psicoanalisi, e nell’ambito di questa, anche ciò che si chiama “autoanalisi”,

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care per la seconda volta la barriera terribile tra
vita e morte. Come vedrà, per non sentirmi solo
ho scelto per me una compagna di strada, un altro me
stesso che mi parli3, ma vorrei ugualmente venire a trovarla
di tanto in tanto per andare avanti con lei con lei
che è la mia guida. Con vergogna le chiedo di chiosare
i fascicoli che le invierò e rimandarli al mio indirizzo.
Intanto ecco il primo tentativo.
La prego, la prego, m’aiuti ancora.

letteralmente rimanda all’esame dell’anima, della propria anima. Quanto si al-


larga l’orizzonte pensando a questo, quanto l’esame di se stessi diventa un fatto
universale! Il concetto di anima peraltro ha una lunga storia in tutte le civiltà
della terra e accompagna molti esseri umani – non tutti – da decine e decine di
migliaia di anni. Ma anche su ciò si sono spese già parecchie parole. Ogni lettore
può pensare e informarsi sull’argomento a suo piacere, volontà o buona fortuna.
3
Qui l’Autore pare ribadire di essere informato sui modi e protocolli dell’au-
toanalisi a suo tempo praticata da Freud, e oggi d’obbligo per tutti coloro che
vogliono intraprendere la professione iniziata dal Grande Viennese.

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Nero quadricromia
1
Storie

Cominciano le nuove avventure. I quattro viaggiatori sul tram.


Centonovanta storie di pochi secondi (ne vengono raccontate solo
quaranta). Dai figli di Adamo ai figli di Buongiorno. Avventure
nella preistoria. Fabbricare un vitello. Morire d’amore.
Babilonia, Babilonia! Roma, Roma! I cavalli dell’imperatore.
Flavius Joseph il bugiardo. Khazari, che strano popolo.
Il fratello sposa la cognata. Un bagno nella pece. Prestare soldi a
Kazan. Emericus, il fortunato. L’assedio di Posonium. La rivolta del
principe. Il Grande Scrivano. Finalmente ai giorni nostri.
Il bigliettaio irremovibile. Espulso dal tram.

Lettore che hai deciso di dividere per la seconda volta


il cammino con me e con colei che mi accompagna… le
cose delle quali parlerò saranno forse più lievi di quel-
le che fino a ora ho già evocato dalle profondità
del mio essere. Con passi leggeri ripercorrerò la nuova
strada, le nuove avventure, e le riferirò al meglio che
potrò.

Centonovanta storie di pochi secondi

Il grande sole trionfante splendeva all’imbocco del-


1
la via, come un faro. L’11 agosto era vestito di
1
In quella data, durante l’ultima eclissi solare del secondo millennio, incomin-
cia la narrazione del primo volume di Storia umana e inumana (Nel regno oscuro).
È da notare che tale giorno, secondo il calendario del popolo maya, sterminato
dall’esercito spagnolo a cominciare dal 1517, è l’ultimo giorno dell’anno, e quello

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luce, d’azzurro e di gran silenzio. Ancora dunque l’11 ago-
sto.
Tre erano seduti di fronte a me sul vecchio tram,
su sedili di legno. Mio padre, suo padre e mio fratello . Mi
guardavano sorridenti e felici. Il tram mi cullava und
Ich schlief, und schlief recht mild2,, e come quando ero
adolescente di nuovo il mio destino mi appariva
Oh! Là là! Que d’amours splendides j’ai rêvée3, mi ab-
bandonavo alle onde del presente, alle cui chiare foci si
stendeva l’infinito oceano del tempo. Sentivo l’ocarina4
di mio nonno suonare un valzer5, e dopo la sua
voce prese a sussurrarmi nel dormiveglia:
“Quanti grandi uomini ti hanno fatto venire al mon-
do, che lunga catena! Profeti, pensatori, grandi maestri
seppelliti su tutto il nostro pianeta, in tombe venerate e in
altre ignote.
“Cain ben Adam, Josip ben Chaim, Jakob ben Josip,
che fu anche lui ucciso da suo fratello Mendel, e dopo
Enoch e dopo Eliezer, che ebbe ben venti capre e morì
ricco di venti figli e sedici mogli, tutte malaticce,
tutte brutte. Guardali in fila lì lì in der Ferne. Tutti tuoi pa-

nuovo comincia il 12 agosto. (Secondo la correlazione di Goodman-Martinez-


Thompson, nel calendario gregoriano la data della creazione del mondo corri-
sponderebbe all’11 agosto 3114 a.C.)
2
Citazione da Heinrich Heine, Gedichte, “Die Blesse”.
3
Arthur Rimbaud ( 1854-1891.) Sonetto intitolato “Ma bohème”. Da notare
il reiterato motivo del sogno che il lettore ritroverà molte volte in questo libro,
come in altre opere dell’Autore. (L’elefante verde parla addirittura di un sogno
che determina il destino di tre generazioni.)
4
L’ocarina è uno strumento musicale a fiato, di forma globulare, fatto di terra-
cotta, che emette un suono dolce e discreto.
5
Il valzer è una danza popolare che prende lo spunto dal ländler, una danza
montanara della Baviera e del Tirolo. L’origine si può datare alla seconda metà
del Settecento, mentre nell’Ottocento divenne di moda nella Vienna borghese e
anche aristocratica.

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renti e tuoi avi. Tu, da quarant’anni, volevi risalire la
loro lunga fila come un fiume. Leggevi la Bibbia per
ricostruire un’ideale genealogia, tutti ti dicevano: ‘Sei matto.
Du bist meschugge, ganz meschugge6’, ma tu non eri, no,
non eri matto. A pissl meschugge, questo sì. Guarda lì,
la schiera dei tuoi avi, tutti vestiti di bianco, tutti con
facce uguali o simili.”
Li vidi con gli occhi chiusi, giù nella strada, vicino
alla fabbrica di birra che riconobbi dall’odor di lievito.
Vidi le loro figure, mi spaventai, e m’abbandonai
in fretta agli scossoni del tram che continuò la sua cor-
sa, e ai miei sogni e al mio olfatto.
“Guarda Abramo e, con lui, i suoi servi. Il più magro, il più
spaurito è un nostro lontano, lontanissimo antenato. Ma-
nasse è il nome che significa ‘Dio mi ha fatto dimenticare
ogni affanno’. Gli fu tagliata la lingua, gli fu versato del
fuoco nella gola perché uccise un suo compagno che gli
aveva preso la moglie di notte, nel silenzio della tenda.
Guarda quest’altro, lì, lì, quell’omone, figlio di Ma-
nasse, Malauc. Riuscì a riscattarsi dalla servitù e divenne
un ricco pastore e padrone di ventidue mucche, venti-
due. Guarda Beniamin,” continuò il mio avo. “Guarda Aara,
suo figlio, e guarda come lapidano sua moglie in un fos-
so. Quanta crudeltà, quanto sangue, quanto trionfo
per arrivare a te; quanto dolore e quante congiunzioni.
Ti posso, vero, parlare come a un uomo adulto: sei quasi
vecchio. Quanti amplessi furiosi e pudichi, quan-
ti parti in miserabili tuguri. Tra sangue, sterco, cibo andato
a male. Abbiamo vissuto nella miseria, piccoli, piccoli
ebrei rattrappiti, magri e alteri, e donne grasse e rose

6
“Uno stupido pazzerello” (yidd.). Lo yiddish è un misto di ebraico, tedesco
medievale e russo, ed è parlato dagli ebrei dell’Europa centro-orientale.

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dall’ansia, dalla depressione che cucinavano cibi e ve-
nivano prese da dietro e da davanti, solo per fare
figli e sfiancarsi e infine morire. Sare, Racheli, Marie, Beneasi,
Rebecche, Ester, Ruth e Zile, tutte vissute così e
così morte.
“Alcuni nostri avi furono massacrati all’epoca del Vi-
tello d’Oro, perché erano tra gli adoratori. Gaam e Gaar
furono tra questi: il primo aveva sacrificato la figlia vergi-
ne gettandola nel fuoco7, il secondo diede per sola paura
tutti i suoi gioielli agli orefici per completare la fusione
dell’oro. Tremila furono uccisi, e rimase uno solo di noi,
un pastore demente, muto ma fertile, di nome… Aspet-
ta… Di nome Fineas. Da lui continua la nostra famiglia,
da un idiota muto e demente, ma con un ‘affare’
grosso come una zucca. All’epoca di Mosè, di Gershon,
di Gabaon8, di Gionatan9, i tuoi famigliari erano poveri servi.
Yitzhak ben Aaron con tutta la famiglia, ventitré figli e quat-
tro, cinque mogli, traversò il Mar Rosso e si buscò
una polmonite terribile; soffocava, invocava la morte di-
cendo alla moglie: ‘Di’ a Mosè che mi salvi10, mi salvi adesso

7
L’episodio dell’adorazione del Vitello d’Oro e del delirio collettivo a esso
connesso è descritto con dovizia di particolari nel Pentateuco (Esodo, 3). Ma qui,
secondo informazioni ricevute dal dottor Battyányi, l’Autore si sarebbe ispirato
al libretto dell’opera musicale in tre atti (di cui l’ultimo non musicato) di Arnold
Schönberg, Moses und Aron, dove una lunga scena è dedicata a quell’evento.
8
Il passo si riferisce al Libro delle Generazioni. Gershon era figlio di Levi,
il significato del nome è “Straniero là”. Strana coincidenza: Gershon è anche il
nome dell’Autore (Gershon ben Yitzhak).
9
Jonathan, figlio del re Saul, amico di Davide. Morì nella battaglia in cui il pa-
dre si suicidò. Davide ha scritto sulla loro amicizia alcuni dei suoi salmi più belli.
Si ravvisa la possibilità di un amore omosessuale tra i due (Samuele 1, 28-42).
10
L’aiuto di Mosè deve portare la salvezza, oppure l’accelerazione di una mor-
te non dolorosa. Tra le due ipotesi, la seconda potrebbe prevalere qui, dati an-
che alcuni cenni biografici riguardanti il fratello gemello dell’Autore. (Vedi Sulla
fede, Torino, 2004).

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dalla vita, dalla sofferenza, ti prego. Chiamalo qui
ché mi guarisca o mi uccida.’ Mosè non venne, Yitzhak morì
lo stesso. Vuoi forse sentire di avi fortunati? Tra i gershoniti ce
ne fu davvero uno, che sposò la figlia cento volte bella di
Yakov ben Babcaar e fu felice: passò con lei i giorni forse
più belli di quelli di tutti gli uomini che vissero allora
sulla terra nota e su quella ancora nascosta. Il suo nome
era Putiel ben Jusuf. Fu lui che suggerì a Salomone il
re, il Qohelet11 e il Cantico dei Cantici, fu lui a scriverne
alcuni versi.
“La moglie Ester con la sua bellezza l’accompagnò
nel bene e nel male, e fu con lui fino alla morte, e dopo
un giorno morì anche lei, d’amore.
“Ed ecco Babilonia, Nabucodonosor, che conosci se non
altro dal grande Verdi, dal ‘Va’ pensiero’ che ancora oggi tut-
ti gli italiani cantano commossi: la deportazione, lo spintona-
re dei militari, la roba raccattata in cucina, vestiti lisi buttati
in sacchi di tela, qualche mela, il pianto dei bambini,
e via, in fila, partenza per l’Iraq dove, chissà, che cosa
ci aspetta. Guarda Uzi, guarda Zorobabel finiti in pri-
gione a Babilonia perché non hanno pagato i loro de-
biti. Lingua straniera, usi insopportabili per noi
che credevamo in un Dio, frustate, lavoro da bestie da
soma, e al tramonto quando si levava il vento e il Tigri
mormorava il canto dei morti e l’Eufrate gli rispondeva
da lontano celebrando la vita, le nascite, l’infanzia…
al tramonto pensavamo a Gerusalemme e a quando

11
Uno dei testi più famosi della Torah, di autore ignoto, attribuito al re Salo-
mone, a cui si dà anche il nome greco di “Ecclesiaste”. Qohelet, parola ebraica,
significa all’incirca “radunare l’assemblea”. Il libro oscilla tra il più nero nichili-
smo e l’esaltazione della vita. Sebbene in esso parli un vecchio, alcuni affermano
che Salomone l’abbia scritto da giovane. I commenti a questo libro di tremila
parole sono numerosissimi.

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saremmo ritornati lì, sotto le antiche mura che erano
diventate un cumulo di rovine e nient’altro, ma
che erano state la casa, la nostra vita. Halak ben Faraq
non ne uscì vivo. Uno scorpione lo punse al lavoro, mentre
nel bosco tagliava i cedri e cantava sommesso. Fu una
morte dolorosa, lenta, spietata e triste. La moglie
Saaf fu presa in casa da Simsun, che allevò i cin-
que figli del fratello e provvide a loro finché non morì.
“All’epoca dei re, uno di noi, Jussuf ben Baltazar fu
ufficiale dell’esercito di Davide e fu passato a fil
di spada dai moabiti12, crepò come un cane sul campo di
battaglia, urlò tre giorni e tre notti moribondo,
ma nessuno poté sentire i suoi gridi. Sua moglie Baas
lo cercò invano, e così fu presa dal fratello di lui, Ab-
ner ben Jussuf che le piaceva, ma lei non aveva osato
nemmeno guardarlo; adesso invece gli si diede con fu-
rore ed ebbero ben nove figli, bovele13, nove figli,
unberufen, e fino ai settant’anni ogni sera lei si unì ad
Abner finché non morì.
“Panuel ben Abner che errò nel deserto, impazzì per
l’insolazione e strozzò due figli teneri e belli, ma
poi visse da uomo religioso, un buon ebreo in tutto e
per tutto, e al termine dei quarant’anni scese insieme a
tutti gli ebrei in Sion e lì morì di nefrite o di tetano. Gli
erano rimasti solo tre figli, oltre ai due che aveva ammaz-
zato. Di questi tre, due furono colti da attacchi di deliri
schizoidi e morirono uccidendosi l’un l’altro pre-
cipitando dal monte Ebeon. L’unico figlio, l’ultimo di cinque,
tramandò la famiglia con trenta figli, sparpagliati

12
Antico popolo semitico stanziale sulla riva orientale del Mar Morto. Furono
vinti da re Davide. Ma dopo conobbero un periodo di grande espansione.
13
Una minuzia, in senso ironico (yidd.).

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dappertutto in Palestina. Non ho potuto mai farne la
conta, chi era qua, chi là, chi da nessuna parte. Ma quello dal
quale discendiamo noi – Yitzhak, questo era il nome –, assol-
se comunque alla sua funzione di stallone, animale da
monta. Dei trenta figli che aveva generato, io ne conosco
purtroppo solo due, gemelli come te, fedeli uno
all’altro, pacifici pastori che sono fra gli avi più buoni
e più gentili tra tutti quanti. Ma vuoi sentire la storia di
tutti, di tutte le centonovanta generazioni?”
“Quante ne hai enumerate finora?” gli domandai nel son-
no, e lui sorrise.
“Un poco più che la decima parte. Non ti annoio se ti ri-
assumo tutta la storia della nostra famiglia? L’hai
sempre desiderato ardentemente.”
“Oh no, tu non m’annoi, ma credo che non ricorde-
rò nulla al risveglio. Comunque va’ avanti ancora un
poco, e parlami di vite belle e brutte, di miserie e ricchezze,
della pompa e del contagio della vita sporca.”
“Dopo Yitzhak ben Panuel vivemmo per sette ge-
nerazioni come servi. Tutti miserabili mangiamerda, tutti
sommersi da cadaveri di neonati, da bambini morti all’età
di sei anni, da fame inestinguibile e contagi, da
botte, da ogni umiliazione possibile e anche impossi-
bile.
Ora ti parlo del tempo dei romani, di duemila e più anni
fa, di una settantina di generazioni prima di noi, della
14
nostra meshpohe . So bene che parlarti di tutti, proprio
di tutti, per te sarebbe ormai soltanto suono. Ma visto che
non rifiuti i miei racconti, vado avanti: fermami, se vuoi.
Comincio, allora? Comincio perché a Roma la
nostra sorte non fu tanto, tanto terribile come sembrereb-
14
Famiglia (ebr.).

17

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be. Ramot ben Ram passò reggendosi appena in piedi
sotto l’arco di trionfo di Tito, l’imperatore romano,
che ci portò in Europa, Gott sei Dank. Io non depreco
quella deportazione, ci hanno trascinati nel Bel Paese, dal
deserto, dalla fame, dalla discordia. Ramot fu sbattuto su
una nave, nel ventre d’una grande imbarcazione,
tra topi, sorci, piattole, rifiuti, una puzza, un’umidi-
tà da morire. Ma lui non morì, sopravvisse a tutto,
lui con sette figli e una moglie. Divennero schiavi del
grande Eumolpus15, che assaggiò a una a una le figlie
e anche i figli di quel buon ebreo. Un grande onore, un
grande onore davvero. Eravamo pigiati nelle cellette
con etiopi, marocchini, celti; pulivamo i cessi e i tepi-
darium; facevamo gli assaggiatori di cibo, e infatti tre di noi
morirono avvelenati ed Eumolpus in punto di morte
ringraziò la famiglia, liberando tutti, padri e figli
e nipoti, questi ultimi destinandoli, che regalo!,
a fanciulli da palpo sulle galee.
“Sotto Nerone venne Flavius Joseph, un rinnegato,
16
bugiardo traditore, un hohem ponem che voleva sapere
più di rabbi Akiva, che fu ucciso come un cane
dai romani e che riusciva a salire nei Palazzi Celesti
e tornare sulla terra, nebich17, poverino… A quell’e-
poca il nostro ascendente diretto, Fennaq ben Picol,
fornaio cosse nel pane azzimo tre denti di suo
figlio che li stava cambiando e tre suoi cugini morden-
do quel pane rimasero per sempre senza incisivi,
e Fennaq li prese in giro per tre anni, finché una sera non gli
ruppero le braccia, e lui non poté più lavorare, e

15
Personaggio del celebre romanzo di Petronius Arbiter Satyricon.
16
Uno che pretende di sapere tutto. Alla lettera “alta faccia” (yidd.).
17
Degno di compassione, incapace (yidd.).

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sua moglie Sara lo mantenne odiandolo e sputandogli
in faccia ogni sera, e lui le dava calci. Sotto Caligola tut-
to fu meglio, perché Magpias, commerciante di cavalli,
vendette a Modestus incaricato di reperire i cavalli più
belli per l’imperatore un baio senza pari per bellezza, e
Caligola innamoratosi del destriero mandò a Magpias
una borsa piena, piena, piena di monete d’oro con
la sua faccia di bronzo sovrimpressa. Magpias generò quin-
dici figli, di cui ben quattro sopravvissero ai contagi e
crebbero felici diventando uno fabbro, l’altro sarto, il
terzo esattore delle tasse, il quarto, il nostro antenato
Petuel, calzolaio e nient’altro, poverino. Dopo di lui,
Maalat ben Petuel fu scalpellino e scavò fin quando visse
duecentotrentaquattro sarcofaghi con belle scene
di orge negli inferi e morì schiacciato dal coperchio
dell’ultimo sarcofago: fu ridotto a un corpo spri-
macciato natante nel succo del proprio sangue.
La moglie Miriam si risposò con Pinchas, fratello di
Maalat, secondo la legge del levirato, sulla base della
quale il fratello del defunto deve prendere in casa
la vedova18.”
Si fermò, per prendere fiato. Poi continuò a sussurrare:
“Devo dirti una cosa spiacevole forse per te, ma in
sé bella. Una tua ava, Zilla bar Chaim, sposò un tar-
taro. Proprio così! Uno di una tribù molto famosa
per tanti inutili pettegolezzi, un khazaro dal bel
nome Bak. E lì comincia tutt’un’altra storia, una storia di
scorribande, fughe, cavalcate notturne, assalti, morti.
Comincia la storia dei tuoi avi più vicini. Con i kha-

18
Antica usanza ebraica araba e indiana secondo la quale se un uomo moriva
senza figli, il fratello o un parente prossimo doveva prendere in casa la vedova, e
il primogenito di questa unione era considerato erede del defunto.

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zari19, tribù dell’Asia convertita in massa all’ebraismo,
ci spostammo in Ucraina, in Russia, nelle sconfinate step-
pe, e Yochai ben David, Mattata ben Yochai, Smule
ben Mattata fecero i maniscalchi, gli scudieri e i
portafrecce, i fabbricanti di pece per gli incendi
da appiccare a città e villaggi. Yochai morì di febbre
tifoidea, Mattata si ferì con una freccia avvelenata,
pronta per i nemici, e morì assistito da Rebecca, sua
moglie e sua ultima infermiera. Smule ben Mattata fu preso
a calci dal cavallino di un khazaro di nome Tasna20
ed ebbe le costole sfondate. Durò tre mesi la sua agonia.
Quanto a Menachem ben Samuel, direi che per lui non ci
fu tragedia. Morì tranquillamente di sifilide. Il suo corpo
fu gettato nella vasca in cui stava bollendo la sua pece
e si dissolse nel giro di due minuti.
“A Kazan21, Ramat ben Petiel fece l’usuraio e fu più
e più volte preso a calci, sputato, appeso per le mani,
tenuto così per mezz’ore, eppure sopravvisse e morì solo
a ottant’anni, Gott sei Dank, perché ebbe tempo di ge-
nerare sedici figli e tramandare così la nostra progenie.
Dei sedici figli, nove sopravvissero e si sparpagliarono
per i territori immensi dell’immensa Russia dove Salof
ben Ram, il nostro antenato diretto, intraprese il
mestiere di sarto e vestì la nobiltà di Saratov, e dopo
emigrò a Kiev e lì vestì solo gli ebrei e divenne povero,
19
Un grande popolo oggi scomparso, probabilmente di origine ugro-finnica,
il cui nome deriverebbe dal turco qaz, “vagabondare”. Nel cuore della Russia,
questo impero nel 1200 si convertì, per motivi complicati, alla religione ebraica.
Qualcuno fa risalire a loro l’origine degli ebrei dell’Europa centro-orientale.
20
Tasna, nome khazaro, un celebre annunciatore della radio italiana portava
questo cognome. Infatti era un po’ nomade.
21
Capitale della repubblica autonoma del Tatarstan. Gli abitanti chiamati ta-
tari parrebbero dunque discendere dai mongoli di Gengis Khan (in realtà pro-
vengono dallo stesso antico ceppo dei bulgari, e si chiamano bulgari del Volga).

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ma visse a lungo sposandosi quattro volte e gene-
22
rando sei figli, uno e mezzo per moglie . Ma leider erano tutte
tranne uno femmine: cinque gallinelle e un solo gallo che
da Kiev fuggì a causa delle frequenti uccisioni per
mano di contadini e di nobili russi che li consideravano
topi, insetti, vermi. A Kiev, Salof faceva anche lui
il prestatore di denaro, l’usuraio, ed ebbe cattiva fama
come uomo, ma riempì di denaro le sue tasche. Quel de-
naro durò tre generazioni. Ma lui dovette fuggire in Ungheria
e nascondersi in una casupola di Buda23 dove sua
figlia incontrò una sera uno dei quattro figli di Fortunatus,
Emericus Fortunatus24, ebreo spagnolo, cassiere e con-
fidente di Mattia, Mattia Corvino25, il grande re. Il figlio
22
Uno e mezzo! Miracoli della statistica.
23
Parte antica e collinosa dell’odierna capitale d’Ungheria, Budapest. Il nome
deriva forse da quello di Bleda, fratello del famoso re unno Attila, oppure da una
radice slava che significa “acqua”. È la parte storica della capitale, piena di edifici
vecchi, a volte antichi. Quartiere abitato da privilegiati.
24
Emericus Fortunatus (in latino), Szerencsés Imre (in ungherese). Nome
ebraico: Etel Zalman. Figlio di Ephraim, commerciante che dalla Spagna si
trasferì in Ungheria. Fece lavorare suo figlio giovanissimo (sette o otto anni), e
questo rivelò presto un talento commerciale ed economico eccezionale. Presto
fu ammesso alla corte del re Mattia, suo protettore. Divenne uno degli uomini
più ricchi e più influenti d’Ungheria. Per la Corona impose tasse pesantissime
a duchi e principi, proprietari di immensi possedimenti. A vent’anni si sposò e
generò due figli con la moglie ebrea, aiutò la comunità ebraica di Buda in tutte le
maniere: politica, economica, legislativa ecc. A quarant’anni si innamorò di una
giovane cristiana Anna Held e la sposò: per questo la legge ebraica prevedeva la
pena di morte. Per fuggirne si battezzò, continuando sempre ad aiutare la sua
comunità. Sua moglie andava in giro in abiti ricchissimi, con un seguito principe-
sco. Alla morte di Emericus chiamato “Fortunatus” per il destino tanto generoso
verso di lui, Anna divenne sempre più povera. Quando i turchi occuparono Buda
non era più in vita. I suoi figli furono deportati in Turchia (Raphael Patai, The
Jews of Hungary, Detroit, 1996).
25
Mattia Corvino Hunyadi, forse il più grande re degli ungheresi (1443-1490).
Fu anche re di Boemia, conquistò la Lusazia, la Slesia e la Moravia, e divenne
duca di Vienna. Studiò in Italia, a Lucca, e introdusse in Ungheria la grande
cultura del Rinascimento italiano. Forse fu avvelenato da sgherri della moglie,

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di Fortunatus una sera attese un amico, tale Kaufmann,
in un vicolo deserto e puzzolente dell’oscuro borgo
in cima a Buda e lo uccise, perché indebitato con lui.
Quel figlio, tra l’altro, era cattolico perché Fortunatus in
seconde nozze aveva sposato una cristiana di nome Anna
Held e, per sfuggire alla condanna a morte da parte degli
ebrei, si era convertito al cattolicesimo tradendo
biecamente la famiglia. Il figlio cristiano fu assassinato, gli al-
tri tre furono portati dai turchi a Istanbul dove morirono. La
figlia di Salof dovette fuggire, e fuggì a Posonium, ovve-
ro a Pressburg26, chiedendo asilo al conte Pálffy27,
feudatario pomposo di quelle terre. Ebbe l’asilo, ma in
capo a due mesi dovette sloggiare e fuggì a Francoforte.
“Passarono centocinquant’anni, e un trisnipote del-
la figlia di Salof tornò a Posonium e divenne ricco. Si
chiamava Picol ben Sabatai. Durante la rivolta del principe
Rákóczi28 e di un altro gran signore di nome Pálffy
a Posonium, Picol fece una gran cosa per la no-
stra meshpohe. Era un gran furbone, un vero hohem e
mentre gli Asburgo e i loro scherani erano ridotti alla
fame perché la città era stata circondata, Picol
ben Sabatai a notte fonda si fece aprire una porta del
Beatrice d’Aragona, nata a Napoli. Leggende e miti sul suo conto sono numero-
sissimi, tuttora sopravvissuti nel suo popolo.
26
Posonium oggi si chiama Bratislava (in tedesco, Pressburg; in ungherese,
Pozsony) ed è la capitale della repubblica slovacca. È una città la cui fondazio-
ne risale addirittura al 5000 a.C. Tutta la storia dell’Europa centrale passa per
questa città oggi di 460.000 abitanti. Da recenti ricerche risulta che la famiglia
dell’Autore vi ha abitato fino a circa centovent’anni fa.
27
La famiglia Pálffy si afferma nel 1400 e raggiunge il suo massimo splendore
nel Seicento e nel Settecento. Baroni, poi conti, divengono capitani della città di
Bratislava.
28
Altra importantissima famiglia ungherese di principi. Fu determinante nella
rivolta degli ungheresi contro gli Asburgo (1701) poi repressa dall’esercito au-
striaco. Il duca Ferenc Rákóczi venne mandato in esilio in Turchia, dove morì.

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borgo corrompendo i bravi guardiani e portò
del cibo per tutta la guarnigione austriaca e per le fa-
miglie e i famigli, e così Picol sconfisse gli assedianti,
i rivoltosi Rákóczi e Pálffy. In cambio gli fu permesso
allora di abitare liberamente a Vienna per dieci
anni, e lui infatti ci andò. Ma morì invece in capo a tre anni
e la famiglia dovette andare via e ritornare nel-
la piccola San Giorgio, San Giorgio di Posonium29,
come ben sai. E lì rimanemmo per duecento anni. Re-
cobot ben Picol fece lo schachter, lo shohet, insomma
il macellaio rituale: appendeva per le zampe le
povere mucche e recideva loro la carotide per farle
dissanguare. Noi non potremmo mangiare cibo con san-
gue, ma io l’ho sempre fatto, il sanguinaccio,
anzi, è uno dei miei cibi preferiti. Ma non lo dire all’Eterno,
io spero che non se ne sia mai accorto e schluss.
“E ora viene la storia più bella. A Posonium centocin-
quant’anni fa visse un grande santo, un rabbino
che operava miracoli. Il suo nome era Chatam o qual-
che cosa del genere, e tutta Europa, voglio dire gli ebrei
di tuuutta Europa, cioè dell’Europa centrale, an-
davano da lui, chi per guarire da qualche malattia dolo-
rosa, chi sperando che l’aiutasse a guadagnare un
po’ di soldini per mantenere nove o ventinove o settan-
ta figli, chi per avere una bella sposa, chi per scacciare
la stitichezza, chi per porre fine alla diarrea. Il buon
rabbino li aiutava tutti, li guariva, li faceva ricchi, ma
ora ti dico un gran segreto: c’erano tre rabbini nostri
antenati che facevano al posto suo quei miracoli,
e lui li rivendicava come propri. I nostri tre tacevano
sorridenti perché chi opera veri miracoli fa come
29
Frazione a otto chilometri da Bratislava.

23

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loro, tace sorridendo. Le loro tombe sono accanto a
quella santa del gran rabbino Chatam Sofer30 e
lì vedrai scolpiti i loro nomi. Ebbero complessivi quaranta
figli. E noi veniamo da uno dei quaranta di nome Haa-
reb ben Pinchas. Sì, sì.”
“Biglietti!” gridò allora un uomo in uniforme e mi
si parò davanti. “Biglietti,” ripeté scuotendomi per
le spalle. Nel dormiveglia gli allungai il mio biglietto.
“E questi signori?”
“Quali?” chiesi io.
“Questi che siedono qui, sordomuti.”
“Li vede lei?”
“Li vedo, non son cieco. Sono con lei? Lei ne è il
tutore?”
“Sono con me,” dissi. “Sono con me, e saranno sem-
pre, sempre al mio fianco. Ma se lei li vede, vuol dire che
anche lei... anche lei è un morto. Ma chi è lei?”
“Chi siete voi? Voi? Voi! Chi siete? Chi vi ha fatto salire su
questa vettura?”
“Il sogno. La memoria. Il dolore. La relatività del vecchio
Einstein.”
In quel momento sentii l’odore forte della conceria
vicino a casa mia e compresi nel sonno che il mio buon
nonno stava per scendere e scomparire per sempre. “Io
ho tre biglietti. Ne manca uno,” dissi spaurito al bigliettaio.
“Allora lei s’accomodi giù, prego,” disse quel severis-
simo sorvegliante e prese per mano mio nonno;
lo trascinava.
Il tram si fermò e stette fermo. Poi ripartì, e lì il calauso31
30
Chatam Sofer (1762-1839), uno dei rabbini più importanti dell’Europa cen-
tro-orientale, sul finire del Settecento e nella prima metà dell’Ottocento. La sua
tomba è tutt’oggi venerata. Sopra di essa è stato costruito un mausoleo, nel 2002.
31
Trascrizione di kalaúz (ungh.), che significa “bigliettaio”.

24

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Nero quadricromia
tenne mio nonno per la giacca, ché non scappasse.
Nonno Lajos32 si voltò verso di me, sussurrando:
“Ti lascio, adesso, ti lascio con mio figlio, e il figlio di
mio figlio, Lebewohl.
“Io ero un piccolo granello, un ribelle domestico senza
fama. Ma cosa fa la fama per la vita? Ti salva forse dal-
la grande nemica? Oh no, oh no. Lo so che nasconde-
vi il volto nei cuscini del mio letto per sentire il
buon odore di tabacco. Ecco, per qualche giorno è rimasto
giusto quello di me sulla terra. Mi hanno fucilato a
Bergen-Belsen. Hanno buttato nella grande latrina la
mia ocarina che stringevo fino all’ultimo nelle mani,
come un uccellino indifeso. Lo senti questo odo-
re di medicine? Stiamo passando vicino all’ospedale
dove sei nato33, dove è nato lui, insieme a te, questo
tuo fratello che è venuto a trovarmi troppo presto
lasciando il mondo senza aver generato figli per
la nostra antica progenie. Ma io non sono così sicuro
che i tuoi discendenti non siano meglio di te,
che ti sei ben arrampicato sulle salite della vita civile.
Cosa conta di più: una vita effimera, piena di glorie
dell’istante, vuota, oppure la quiete dell’assenza,
di ogni volontà di primeggiare, la quiete che rifiuta
ohne blinzeln, questa orrenda, selvaggia corsa a
sopraffare gli altri a tutti i costi. Guardali, guarda con
ammirazione i tuoi discendenti, guarda, guarda
nel tuo sogno di adolescente che viaggia sul
34
tram, dormendo e fiutando , sul tram dei sogni da cui devo
32
Luigi. Letto all’italiana o alla greca il nome indica il padre del re Edipo.
33
Probabilmente si tratta dell’ospedale Ignác Semmelweiss.
34
Pare che nel dormiveglia l’olfatto rimanga particolarmente vigile. Ma po-
trebbe essere che questa “dote” con l’età adulta regredisca, oppure che l’Autore
soffrisse di sinestesia, un’alterazione dei sensi della percezione.

25

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scendere, adolescente, vecchio, senti il respiro
di latte dei tuoi figli e dei figli dei figli: la gloria è lì, nel
rifiuto di tutto questo che porterà il mondo ver-
so il mangiamento universale, che è già presente nel-
la vita sul globo. Per vivere ogni essere vivente
deve divorare altri esseri viventi, animali o piante…
Senti il rumore di denti, gnam gnamgnam! Oh che
bella, che bella invenzione! I viventi sentono tutti il dolo-
re, dal verme ai fiori, agli uccelli, ai pesci, il dolore
della morte, della sofferenza, quindi sii contento che i
tuoi figli non si mettano in lizza per divorare. Dormi,
bambino, senti, saremo presto a San Lorenzo35: senti
il cigolio delle gru, senti l’odore di ferro della
fabbrica dove lavora tuo zio, senti l’odore di senape e
di mostarda sulle mani di mio genero36 portato
anche lui a Bergen-Belsen insieme a me. Dormi
bambino mio, io ti lascio, ti lascio perché sono arri-
vato alla mia casa, alle sue rovine, alle tende di piz-
zo, alla mia bottega in via Üllöi 52037 dove puoi
trovare anche il papavero che t’addormenta, quando
sei insonne. Ahi, muss gehen muss verschwinden. Ser-
vus38. Ti ho detto qualcosina del tempo, del passato e
del povero presente, e del futuro, ora io muss gehen.
Quando il tempo girerà la ruota, ci rivedremo forse, o forse
no. Servus, ti lascio e sii pur sicuro che al termine
del viaggio sentirai parlare mio figlio, tuo padre,
35
Traduzione del nome ungherese di una frazione di Budapest: Pest-Szent
Lörinc.
36
Pare che il marito della sorella del padre dell’Autore (lo zio acquisito) la-
vorasse in una fabbrica di senape, prima di essere deportato a Bergen-Belsen e
ucciso insieme alla moglie.
37
Presumibile indirizzo dei nonni paterni dell’autore. Altre ricerche parlano
di Üllöi 22.
38
Equivalente dell’italiano “Ciao” (“Schiavo tuo”). Dal latino servus, servo.

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e un bel giorno anche il tuo gemello ritornerà a parlarti
faccia a faccia rivelando il segreto di vita e morte
perché siete nati dallo stesso uovo, siete lo stesso individuo,
e il fatto che tu sia ancora vivo, e lui sia qui, nel
Regno dei Morti, non vuol dire nulla, e ora vado. Vado,
addio. Avvicina la testa. Che Dio benedica i tuoi passi,
per sempre, per sempre, umén39.” Dopo la solenne
benedizione, patetica e tragica nel contempo, scese
dalla vettura insieme al bigliettaio e il vecchio tram
ripartì cigolando per ritornare dove, dove, dove40?
“E lei chi è?” sentii dire a un’altra voce, “Faccia ve-
dere i suoi documenti.”
Nel dormiveglia misi la mano in tasca, gli allungai la
carta d’identità.
“Ah, è lei! Lei! Allora scenda qui! Che cosa aspetta.
Scenda, le ho detto.”
“Perché? Perché devo scendere qui?”
“Perché il suo biglietto non è più valido. Ha già viaggiato
con questo biglietto. Il viaggio nella Regione Profonda
è più caro perché è il secondo... Potrei farle pagare
cento volte il prezzo del biglietto, ma non lo faccio. E
quindi scenda, finché sono calmo. Scenda. Che aspet-
ta? Via! Addormentato!”
“La vettura è in movimento, come dovrei scendere?
Mi romperei l’osso del collo. Anche il tempo è sempre in mo-
vimento.”
“Non le succede nulla. Rallentiamo. Il tempo è sempre in
movimento ed è sempre fermo. Scenda col piede esterno alla
corsa.”
“E loro? Come scendono i miei?”

39
Amen (yidd.).
40
Vedi Lontano da dove, saggio di Claudio Magris (Torino, 1971).

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“Chi? Di chi parla? La vettura è vuota.”
“Ma come…?” “Sì, la vettura si era svuotata.”
“Se cerca qualcuno, deve ancora cercare. Ma lasci
questo tram. Non è per lei. Se ha smarrito la presenza
di qualcuno non merita di stare su questa vettura.”
Una scossa mi svegliò e io m’alzai, e con un salto bal-
zai giù dal tram.
Mi ritrovai di nuovo solo. Solo il sole tingeva di chia-
ra luce la parte della terra su cui stavo. Ero felice d’a-
ver attraversato quel fiume di vite dei miei antenati,
d’avere nuotato per ben cinquemila e settecento
anni, portato dal flusso della vita che mi aveva generato
ben prima di mio padre e mia madre. Ero felice
e orfano di nuovo. Di nuovo, di nuovo, più di prima.
Avevo viaggiato nel passato, e ora non c’era più il mio
presente. La città era per me un deserto, e nel
deserto io m’incamminai. Dove era il vecchio tram dei sogni,
il veicolo della memoria e dell’affetto? Mio fratello, la
cara metà di me da cui m’ha scisso la nascita e la morte,
dov’era sparito? Dov’era mio padre? Quei due esseri
che m’avrebbero rivelato il segreto di tutto l’universo
dov’erano? Li avevo perduti di nuovo.
Camminai ore e ore, mi tolsi le scarpe e camminai
nella sporcizia delle strade, disperato di nuovo e or-
fano. Guardavo in me, cercavo il mio intimo, e i piedi mi
sanguinavano, stavo per svenire. Disperavo di uscire dalla
mia nuova solitudine. Cercavo nella mente come un os-
sesso un essere umano che mi potesse soccorrere
in quel nero disastro che di nuovo mi stava divorando
più che un leone o un lupo o un leopardo. Passavo in
rivista il mio sapere, la filosofia, ah, la religione41, la
41
Habe nun, ach Philosophie / Juristerei und Medizin/ und leider auch Theo-

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Nero quadricromia
scienza della vita42, la psicologia, la semiotica e la lin-
guistica, ma non trovavo più nessuno in me, nemmeno
la mia antica e benigna guida. Già lo sconforto aprì su di me
le fauci per inghiottirmi con la lenta morte di un
serpente divorato da un altro, risucchiato, trascinato
verso le viscere oscure, con forza crudele e irresistibile.
In quel momento, solo in quel momento, in lonta-
nanza vidi una figura... emergere dai recessi più segreti,
una figura esile di donna: la riconobbi, sì, la riconobbi
, e mi precipitai di corsa verso di lei.

logie. Goethe, Faust, scena I. L’Autore ravvisa in questi versi lo specchio della
propria bulimia del sapere, oppure la fonte di essa.
42
La biologia. E ora, dopo tutto quel sapere accumulato che succederà al
nostro eroe? Se aspettate, alla fine lo vedrete.

29

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2
La donna che soccorre

Richiesta di aiuto. Simone la soccorritrice. Nel paese


degli uccellacci. Amare quello che non esiste. Inizia il cammino.
Possiamo mettere radici? Una breve autobiografia di Simone.
Dopo il conforto, il cammino riprende. La ruttante risata.
L’autore invoca il proprio cervello. Si spazzano via i relitti.

“La prego, mi aiuti! Mi aiuti! Sto male, non riesco a re-


sistere. La prego, la prego, mi salvi lei.” Avevo chia-
mato lei in mio aiuto, e lei era venuta, era apparsa davanti a me.
“Che cosa ti affligge, perché sei così sconvolto, così
disperato?”
“Per cinque anni ho girato in tondo, in cerchi dai
quali non c’era uscita per me, ma alla fine ho creduto
d’aver vinto quello che allora mi tormentava.
Avevo ritrovato chi cercavo… le mie radici, le care
radici. Li avevo trovati, alla fine: ero disceso nel
Regno dei Morti. E ora li avevo di nuovo perduti. Nulla si
fa per sempre nella vita. Il mio maestro mi ha lasciato di-
cendo soltanto che solo io potevo salvarmi. Invece io non
mi sono salvato. Con i miei parenti di nuovo perduti,
senza passato, senza presente, temo… temo d’a-
vere perduto anche la vita. Per questo, ti prego, vienimi in
aiuto. Tu che sai tutto delle radici dell’uomo1, tu sola mi
puoi ora fare da guida in questo mondo nero che mi
1
Uno degli scritti più importanti del personaggio di cui tra poco si rivelerà
il nome è intitolato L’enracinement. Prèlude à une déclaration des devoirs envers
l’être humain. (La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’es-
sere umano, Milano, 1954)

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Nero quadricromia
sommerge. Tu sei la luce, sei il mio esempio, tu sensi-
bile, tu intelligente, tu inflessibile, tu onesta e dolce,
tu bella, tu benigna, tu severa2! Ti prego, tirami fuori
da questa melma, da questa latrina in cui cado, da
questo immondezzaio, dal suicidio che di nuovo s’af-
faccia a ogni angolo, che mi chiama e mi occhieggia e
mi lecca.”
Allora Simone Weil3 pose una mano sulle mie, giunte,
che si torcevano, e disse piano: “Bene. Vieni con me.”
“Dove? Dove devo venire con te?”
“Non fare domande, ma cammina. Camminare senza fer-
marsi mai verso qualche cosa che ignori, verso la scom-
messa per la vita. Sì, amare quello che non esiste4:
è questa la prova che ti aspetta, amare l’ignoto della vita. È lì
che si decide il destino di tutti.” Mi prese sottobraccio,
il suo corpo esile e commovente5 si strinse al mio,
e così ci incamminammo verso le strade sporche, desolate
della grigia anonima periferia, simile a quella di
Uccellacci e uccellini6.
“Vagheremo senza una meta, senza una direzione
precisa, o un tempo stabilito per il nostro cammino.
Né tu né io possiamo fare altro. Io, a dire il vero, ho
una cosa a cui appigliarmi, ma non te ne parlo ora; dobbia-

2
Caratteristiche della personalità della soccorritrice dell’Autore, secondo le
descrizioni di amici, parenti e interlocutori a lei contemporanei. Tra pochissimo
vedremo di chi si tratta. Per molti versi, è un personaggio importantissimo per
il suo secolo.
3
È venuto il momento di parlare di questa donna ebrea: Simone Weil (1909-
1942) è stata filosofa, scrittrice, moralista, combattente, operaia, anche se ebrea
fervente seguace di Cristo, senza mai convertirsi alla religione cattolica.
4
“Si deve amare ciò che esiste e anche ciò che non esiste” è una celebre frase
di Simone Weil.
5
Dalle fotografie e dalle descrizioni risulta subito questo.
6
Uccellacci e uccellini, celebre film di Pier Paolo Pasolini.

31

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mo ancora fare tanta strada insieme, se tu vuoi venire
con me. Io in realtà vorrei star ferma, radicata nella vita, nel
destino, ma finora non ci sono riuscita. Ho stu-
diato, ho lavorato in fabbrica, ho insegnato a scuola, ho
combattuto in una rivoluzione poi repressa, son
fuggita da un continente all’altro, sono tornata nella
mia Europa. Ho scritto migliaia di pagine e ora sono
qui per aiutarti in quello che io chiamo enracinement.
Il fissarsi nelle radici della propria vita. Tu parlerai a
me e io a te. Vedrai il mondo che io ben conosco
degli eterni perdenti vittoriosi, perché solo lì io ti posso
condurre: è il mondo che ho sempre abitato. Solo così
tu potrai rivedere coloro che cerchi e che troverai
di nuovo, se non perderai il passo. Solo così potrai attraver-
sare il muro feroce tra vita e morte. Te la senti di
camminare ancora?”
Dissi di sì e sentii il suo braccio premere sul mio, più
forte di prima. Allora le domandai:
“Tu che hai chiuso nel tuo essere qualcuno di
cui non puoi fare il nome adesso, tu che dici che si
può amare anche quello che non esiste, forse
tu puoi indicarmi la maniera di narrare il mio nuovo
viaggio senza essere sbeffeggiato, deriso, espul-
so, sputato, messo alla gogna nel nome della pettegola
parodia7 o del rigore severo e compunto. Posso ancora rife-
rire questo viaggio, alla mia epoca?”

7
Parodia: deriva da due parole greche: parà (“similitudine”, “imitazione”)
e odè (“canto”) È uno dei generi artistici più diffusi nella modernità. Secondo
l’ipotesi del professor Miklós Hubay di Budapest, l’Autore qui allude a chi, ri-
facendosi a opere preesistenti, le distorce e “scorona” (Michael Bachtin). Pensi
il lettore ai grandi imitatori-denigratori di tutte le epoche, ma principalmente a
quelli della nostra. Tra queste parodie vanno annoverati anche veri o presunti
capolavori della narrativa. Pensi bene il lettore chi potrebbero essere gli autori.

32

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“La parodia vincerà su tutto. La risata, lo stupido riso
forzato, o il sentimento facile, inesistente, assorderà
le menti della tua epoca. Ma tu devi gridare sempre e sem-
pre, pur sapendo che la tua voce si perderà nella
ruttante risata dei grandi parodisti, dei grandi buffoni,
dei grandi ottimisti ridanciani. Io ho sussurrato, e la
mia voce, la mia piccola voce, la mia bath kol8 è pur
risuonata e risuona ancora. Sono trascorsi cent’anni esatti9
da quando sono nata, e vivo ancora, anche se la morte mi ha
presto rapita.”
Le sue parole mi diedero coraggio. La sua voce aveva par-
lato in me. Allora ebbi la forza di ricominciare.
Rivolsi a me parole che la memoria stenta a evocare:
mi bruciavano come piaghe vive e mi lasciavano quasi
privo di sensi.
“Apriti di nuovo, mente, spazza via tutto, tutto quello
che c’è nel mondo di superfluo, idiota, sporco, laido,
spazza via come l’oceano i relitti, l’immane fetida
quotidiana bestia10, le cui corna ci spingono verso il vuoto;
mente, spalanca i tuoi camminamenti e fa
che le parole risuonino in essi come onde sonore
più potenti del tuono, fa che io trovi ancora, ancora
la salvezza dall’annichilimento.”
Tutto si oscurò allora in me, ma sentivo di muovere il
passo pur nell’oscurità dell’incoscienza.
8
Letteralmente “figlia di una voce” (ebr.), con cui l’Eterno comunica con
l’uomo.
9
Cent’anni dalla nascita (12 febbraio 1909). Da questa data si può risalire al
momento della stesura di alcuni capitoli di questo libro. Probabilmente questo
è il messaggio segreto dell’Autore: stabilire un calendario per la propria opera.
10
Probabile allusione all’inconsistenza della vita quotidiana della maggior
parte dell’umanità occidentale. Il pensiero verrà sviluppato, come si vedrà, nel
capitolo 9 dove parla Emmanuel Lévinas.

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La sveglia elettronica suonò. Era finita la mia seconda ana-
lisi. Vorrei proseguire nel mio cammino, ogni giorno,
perdendo o vincendo.

Prosegua e che sia per il bene.


Sigmund Freud

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3
La prima fiaccola1

Il giovane e il monaco buddista. Due torce, la prima si spegne.


L’ambulanza. Il grande Vuoto. Il tubo trasparente.
Parlare senza voce. Il club dei libertari.
La fidanzata, l’amica e la madre.
Tirare a sorte. Riti satanici. Difficile libertà.

Due torce umane mi sbarrarono la strada, una in pie-


di e l’altra seduta; le fiamme avvolgevano i corpi e loro
bruciavano senza un lamento.
“Che cosa hai fatto? Buttati a terra! Spegni il fuoco
che t’ucciderà!” Quella figura dritta non rispose, conti-
nuò a bruciare in silenzio. E l’altra2, seduta, mormora-
va una lenta preghiera in sanscrito.
“Salvateli! Salvateli, così muoiono!” ho continuato
a gridare, e qualcuno gettò una giacca sopra a quel-
lo in piedi e l’altro, seduto continuava a pregare
chinandosi pian piano su un gomito3. “Perché, perché
l’avete fatto?” ho gridato mentre intorno si radunava
la folla circondando i due corpi: quello seduto
era una torcia umana4, carne arrostita e l’altro gemeva
1
Si vedrà più avanti il significato di questo oscuro titolo. Possiamo anticipare
al lettore che si tratta di un termine usato, oltre quarant’anni fa, da un’associa-
zione più o meno segreta.
2
L’altra persona, non meno eroica nel tollerare il dolore e la morte, prega in
sanscrito. Si tratta di reminiscenze antiche, o di che cosa? Si vedrà tra poco.
3
Evidentemente l’uomo seduto è ormai al limite tra vita e morte, ma si regge
ancora sul gomito.
4
Sarebbe questo moribondo la prima fiaccola, la torcia umana ormai inghiot-
tita dall’incendio del proprio corpo. Il titolo “La prima fiaccola” deriva dal patto

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Nero quadricromia
mentre un’ambulanza si stava avvicinando per traspor-
tarlo via.
“Jan Palach5! La vita è più importante di tutto!”
Lui rispose con una voce tanto rauca e debole
che mi sono messo a tremare per lo spavento. Aveva la
gola e le corde vocali bruciate.
“Essere liberi è più della vita. Qualcuno deve liberare
gli altri. Qualcuno deve far qualcosa per gli altri.”
Lo stavano caricando sull’ambulanza6. E lui era calmo,
anzi sorridente. Di un timido sorriso che chiede
scusa.
“L’uomo altruista esiste,” mi disse Simone, commossa e
turbata. “Tu sei qui per questo, per imparare a liberar-
ti, liberarti per sempre.”
“Ma è orribile, la morte con le fiamme accese su se
stessi.”
“Sopporta questa visione all’inizio e dopo vedrai che si
può fare anche questo per un desiderio di vera,
onesta, candida libertà.”
“E l’altro, guarda! Guarda si regge ancora su un fian-
co, ed è quasi morto.”

stretto da giovani amici di commettere in pubblico un suicidio di protesta, forse


il più atroce che esista, dandosi fuoco. Tirarono a sorte per sapere chi di loro
sarebbe stato, appunto, “la prima fiaccola”.
5
Uno dei grandi personaggi della cosiddetta “Primavera di Praga”(1968) du-
rante la quale quadri del partito comunista e studenti impegnati nella lotta politi-
ca volevano costruire uno stato socialista “dal volto umano”. Come quella volta,
anche nella Praga del 1968, il tentativo fu represso, con molti morti e arresti.
Jan Palach, dopo l’invasione del suo paese, la repubblica che allora si chiamava
Cecoslovacchia, da parte delle truppe del Patto di Varsavia, patto militare tra i
paesi comunisti dell’Europa dell’Est, si diede fuoco nella piazza San Venceslao
di Praga. Aveva venticinque anni.
6
Qualcuno evidentemente aveva provveduto a chiamare i soccorsi, cioè l’au-
toambulanza, con un medico a bordo.

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Nero quadricromia
“Vedi, quel monaco buddista7 protesta per la sua reli-
gione che è stata proibita dal tiranno del Vietnam
del Sud, di Saigon, purtroppo un tiranno cattolico8. Un
cattolico feroce e corrotto, accecato dalla sua religione, dalla
sua sete di possesso. Vedi, il Vaticano possiede tutto
quel paese, l’antico, saggio, pacifico Vietnam.”
“La fede, o il credo, è un altro quesito su cui non ho
una risposta sufficiente. Tre quarti degli uomini
hanno ancora questo nella mente. In che cosa credere, dove
collocare se stessi in questa alternanza tra vita e morte.
È un bene? È un male questa eterna ricerca? Decidi
tu,” disse Simone e andò oltre.
“Thích Quang Dúc9! Dove è il tuo credo? Per quale
credo ti stai uccidendo?” gridai ormai quasi fuori di me.
“Per la libertà, per diventare bodhisattva10. per chi
desidera essere libero da tutti i pesi dell’esistenza uma-

7
Si vedrà nella nota 11 di chi si tratta. Un attimo di pazienza!
8
Il presidente del Vietnam del Sud di allora, Ngô Dinh Diêm appartenente
alla minoranza cattolica convertita duecento anni prima, mise in atto una perse-
cuzione feroce dei buddisti, il 70% della popolazione di allora. Il Vaticano e le
grandi potenze mondiali non avevano abbandonato la prassi di persecuzione re-
ligiosa incominciata nel 1200, quando nacque l’Inquisizione, ma la esportarono
in modo più ottuso nel Sudest asiatico. Belgi e francesi parteciparono a questa
vergognosa azione, e ora che quella religione (il buddismo) sta primeggiando nel
mondo cercano di ingraziarsela, come un assassino fa con la vittima designata e
non sacrificata per impedimenti esterni. Citiamo qui la frase dell’Autore (Dialo-
ghi, inedito): “Vergogna, vergogna, vergogna. La Storia, per buona parte è una
vergogna.”
9
Thích Quang Dúc (1897-1963), che ha cambiato varie volte nome (quel-
lo definitivo significa “Sakyamuni dalla Vasta Virtù”), nativo di un villaggio del
Vietnam del Sud, ha compiuto vari pellegrinaggi, si è consacrato monaco, ha
fondato quindici templi, è stato eremita. Durante i moti del 1963 per por fine
alla persecuzione dei buddisti (religione che non contempla la violenza) si è dato
fuoco per protesta.
10
Colui che ha raggiunto la perfezione religiosa e morale e quindi non dovrà
reincarnarsi più per affrontare i dolori della vita. Budda era un bodhisattva.

37

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na. Per chi vuole riunirsi al grande Vuoto11 e non
a Cristo, non a Maometto!” mi disse il monaco, e il suo cor-
po cadde a terra e lui morì.
Un grande biancore invase la mia mente, un bianco
candido, non accecante, e dopo, svegliandomi dal tor-
pore, vidi una figura umana sdraiata sotto una
coperta di vetro, trasparente, il tunnel protettivo per
le piaghe delle ustioni impossibili da fasciare12. Era
lui, Jan Palach, dentro quel tubo dell’ospedale per le
ustioni, lui che emetteva suoni appena udibili e
comunicava in silenzio con minimi segni dello sguardo.
“Ascoltalo,” ha detto Simone dietro di me “Ascolta-
lo, se vuoi andare avanti.”
Mi sono chinato sopra il moribondo e lui mi ha tra-
smesso queste parole con il suo silenzioso linguaggio13:
“La giovinezza è bella anche per questo, perché si
può donare con un gesto la propria vita che è ancora
fresca. Non ha ancora in sé i suoi veleni.”
“Tu hai avuto tutto dalla vita: bellezza, intelli-
genza, bontà. Devi vivere.”

11
L’Autore parla con ogni probabilità del Nirvana: un concetto interpretato
molto diversamente da una religione asiatica all’altra (le varie forme di buddi-
smo, induismo, jainismo ecc.). Comunque qui pare prevalere l’idea delle Quattro
Nobili Verità, cioè, della sofferenza, dell’origine di essa, della cessazione della
sofferenza e della via per raggiungere questa cessazione, cioè la vacuità di sé, in
cui la nostra persona non contiene più nulla, e siamo in uno stato di pace. Questa
spiegazione è sommaria, ma il commentatore non riesce ad andare oltre a essa. Il
lettore è privilegiato: riesce sempre ad andare oltre.
12
Trattamento riservato alle ustioni di terzo grado, nelle quali sono compro-
messi gli strati più profondi della pelle, l’epidermide, lo strato sottocutaneo e
addirittura i muscoli sottostanti. Non c’è più circolazione sanguigna. Nessun
prodotto farmacologico può essere applicato. Il quarto grado prevede la carbo-
nizzazione del tessuto.
13
In Francia è stato pubblicato lo scritto dell’infermiera bulgara che ha assi-
stito Jan Palach nell’ospedale per ustionati.

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Nero quadricromia
“Non c’è ritorno, e questo è un bene. I regali non si
devono ritirare. Se piangi su di me, ti rendi colpevole.
Se cerchi quello che ho cercato io, va’ per la tua strada
senza voltarti.”
“Non posso. Vorrei darti anch’io qualcosa.”
“Ormai non puoi. Temo che tu non possa. Qualunque cosa
tu dica, sarà per te. Io amo ancora i miei amici, la mia fidan-
zata poliomielitica, mia madre e l’amico Zajic, e penso
a loro nella nebbia di queste ore finali della mia vita.
Questo è un grande dono, e mi basta. Ho studiato a
Mosca: io non sono per una società selvaggia e avida,
ma voglio un tratto umano anche in quella che sta
forgiando in terra l’uomo nuovo. Sono contento di mo-
rire così. Non è una tragedia la mia morte, ma l’ultimo
tempo d’una sinfonia.”
Poi la voce silenziosa ha cessato di trasmettere.
Jan ha chiuso gli occhi, ma respirava ancora e sop-
portava le crudeli ustioni che non era possibile guarire.
“Io ho sentito le parole che ho scritto, lui ne ha dette
altre sul letto di morte, a Eva, a Libuse, a sua madre,
e il terzo giorno è morto (o è risorto?).
Ma la tragedia non era ancora finita. Palach è stato
bruciato sul rogo, per la seconda volta, dallo stato.
Tirato fuori dalla tomba e cremato perché nes-
suno andasse a visitarlo al cimitero dove era sepolto.
Bruciato come se fosse ancora vivo, bru-
ciato e ridotto in cenere come se lui stesso si fosse
arso sul rogo. Simboli macabri delle potenze
dominanti, simboli crudeli, derisione del primo sa-
crificio per mezzo di un secondo rogo assurdo,
riti satanici della retorica e del cinismo più puro e
più sporco.

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Nero quadricromia
“Quei riti saranno il linguaggio di chi regna finché
l’umanità in qualche modo non diventerà adulta
e non rinuncerà a manie omicide.”
“Anche Thích Quang Dúc è stato arso sul rogo dopo
avere bruciato se stesso. Anche quelle antiche usanze erano
riti satanici e niente altro?” domandai allora a Simone.
“Finché non sai distinguere il male cos’è, cos’è il bene
per l’uomo, che cosa fede, che cosa vana speranza…
finché non vieni a capo di questo, dovrai cercare e cer-
care in te senza poterti radicare nella vita.” Que-
sto mi disse Simone e mi sorrise, incoraggiandomi ad andare
avanti sulla strada della difficile libertà.

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4
Bruno (Casella)

Acqua e nebbia. Jaffier, vittima della bellezza. Il sacco di Roma


e Baghdad. Una voce roca nella notte. Arriva l’uomo grasso.
Una richiesta di prestito. Bere solo un gotesin.
I segreti dell’Amica Musika. Bruno, l’innocente.
Cento sigarette al giorno. Rosina sul canapè. Una tosse disperata.
Concerto per oboe. Il fantasma del padre. Una poesia in musica.
Gli elettroni nelle note. Qualche cosa di nuovo. Libero nel caos.
Nei bordelli di Venezia. Il profumo del sesso.
Serenata per un satellite. Soldi dati a un morto. La canzonaccia.
La sfilata dei beoni. La Bibbia del consumo.

Autoanalisi.
C’era una nebbia morbida e fitta, luci tremolavano
rispecchiate in un’acqua nera che sciabordava piano,
invisibile ma presente, nel suono e nell’odore di vagina
e pesce .
“Sta’ attento,” disse Simone, “non mi cadere nel Gran
Canale. Chi ti ripesca più?” Mi prese sottobraccio per
guidarmi, col suo fare insieme femminile e da ragazzo de-
ciso, duro, orgoglioso. Camminammo così, badando a ogni
passo. “Siamo nella città a me più cara, per la quale ho
fatto tradire e morire Jaffier l’eroe della cosa più
bella tra tutto quello che ho scritto1 e che più mi spiace
aver abbandonato come un orfano, senza vederla adul-
1
Protagonista della tragedia incompiuta di Simone Weil Venezia salva. La
vicenda, liberamente ispirata alla storia di un diplomatico spagnolo, Jaffier, narra
di questo, che pianifica un assalto alla Repubblica di Venezia, prevedendo la
distruzione della città.

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ta, senza finire quella mia tragedia. Tradire e morire per la
bellezza di una città. E far morire amici a centinaia2!”
“La bellezza, sì,” presi a mormorare, “può essere velenosa
e anche dolce, mortale e immortale, può salvare se
stessa e uccidere milioni. La guerra di Troia, per una donna…
Il sacco di Roma e il sacco di Baghdad3 ieri, sotto i nostri
occhi di spettatori della maledetta scatola4. La forza, la
forza che, come dici, non è di nessuno, è un’illusione5.
Ma quello che Freud ha scritto sulle fondamenta che si
celano sotto l’acqua di questa città e su come la prima
idea dell’Interpretazione dei sogni fosse nata qui6…”
“Non citare quello che uno ha scritto è come buttargli
7
in faccia le sue colpe .”
“Ogni riga, ogni parola che ha scritto, per me è come
l’aria che respiro.”
“Oh, qui, in mezzo a questa nebbia c’è poco da respirare,”
disse Simone.
In quel momento sentii una voce roca cantare parole
incomprensibili e vidi venire da lontano verso di me
un uomo dalla pancia smisurata che caracollava sotto quel
suo peso. Un fanale l’illuminava in controluce. Reggeva

2
All’ultimo momento, Jaffier tradisce i congiurati perché non vuole distrugge-
re la bellezza di Venezia. I suoi compagni vengono torturati e uccisi.
3
Il saccheggio di Roma avvenne il 24 agosto 410, per opera dei visigoti. Del
saccheggio di Baghdad si sono resi colpevoli invece i soldati americani, cristiani,
durante la seconda guerra dell’Iraq (quella nazione sorge sul suolo che fu degli
antichi babilonesi).
4
Credo che sappiate tutti che si parla qui della famigerata televisione.
5
Il grande libro che parla di questo, la vera Bibbia del secolo passato da undici
anni, è L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud.
6
Il Grande Maestro più volte ha affermato che l’idea dell’Interpretazione dei
sogni gli era venuta alla mente proprio a Venezia, proprio per la metafora della
superficie dell’acqua e le fondamenta.
7
Scrivere è una colpa, secondo l’Autore. Scrivere è come tentare di fermare il
tempo, o farne una copia, un’imitazione. È la colpa di tutte le rappresentazioni.

42

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Nero quadricromia
con le mani il suo stomaco, e dietro veniva una combricco-
la di gente che cantava canzonacce: uomini ancora
giovani, barcollanti. I loro passi sulle pietre risuonavano8.
L’uomo grasso si avvicinò a me.
“Mi presti per favore ventimila, sì, ventimila lire, non
di più. Te le ridò domani, sta’ tranquillo. Vedi, anche mo-
rendo o già morto non mi riesce di comportarmi bene.
Mia moglie mi ha tolto il portafogli per impedirmi di
bere ancora9. Il diabete, l’alcool, i tumori non benigni,
con me non lo sono, mi tormentano, non mi lasciano
andare. Permettimi, ti prego, di bere un goto, un
10
gotesin , un gotesin soltanto…”
Aveva un fare tanto gentile e mite, affettuoso e insie-
me insistente, che mi commossi perché riconobbi
l’amico più caro che abbia mai avuto, più grande di me,
ma quasi mio figlio e mio inarrivabile maestro di vita11,
e dell’Amica Musika12 di cui giocando, ridendo e

8
Siamo nella città in cui i passi si sentono: il loro rumore generato dal contatto
dei tacchi con la pietra dice ancora qualche cosa. I passi parlano ancora, anche
se l’uomo tace.
9
Si cita qui un episodio della vita del personaggio che parla, probabilmente
riferito all’Autore dall’amico comune, il polesano Marino Zuccheri, tecnico del
suono.
10
“Un goccio, un goccetto”: espressione del dialetto veneziano, che denota il
luogo d’origine del personaggio. La conoscenza del dialetto veneziano da parte
dell’Autore risale probabilmente al suo lungo soggiorno in quella città nell’aprile
del 1977.
11
Fa riflettere questa affermazione dell’Autore. “Maestro di vita” un perso-
naggio come quello cui ci troviamo di fronte? È verosimile che quel “maestro di
vita” si riferisca all’assiduità con cui il personaggio in questione ha sempre affi-
nato il proprio talento e la propria sensibilità nei riguardi dell’arte e dei problemi
del genere umano, degli amici e degli avversari.
12
L’espressione “Amica Musika” rivela una chiara parentela con le parole
usate da Johann Sebastian Bach in una lettera indirizzata a un amico, in cui di-
chiara che la sua unica consolazione per le amarezze della vita gliela fornisce Frau
Musika, la “Signora Musika”.

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sussurrando nella notte tra strumenti elettronici e spar-
titi mi aveva rivelato tanti segreti.”
“Bruno. Bruno13,” riuscii a balbettare. “Quante volte,
quante ti ho sognato da quando te ne sei andato dal
mondo, quanto ho pianto per il tuo male, quanto avrei
dato perché tu guarissi! Non ho mai conosciuto anima più
gentile, più candida, più innocente di te, uomo più fine
e conoscitore del bello.”
“Ti prego, dammi quelle ventimila lirette, dài, e non
ne parliamo più.” La sua voce era rauca per il fumo
di almeno cento terribili sigarette fumate ogni giorno,
una dopo l’altra, che alla fine l’avevano… l’ave-
vano torturato e ucciso.
I suoi compagni stavano improvvisando a tre voci la
“Canzone della luganiga”. “Rosina, dammela sul canapè14,”
cantavano a squarciagola. Bruno si reggeva con le mani
lo stomaco, respirava a fatica; i suoi grandi occhi scuri
luccicavano traforando la nebbia e la notte.
“Bruno,” cominciai a dirgli piano. “Bruno, adesso che ti
incontro, adesso che la notte e la mente mi fanno
stare qui vicino a te, ti prego, rispondi a una domanda,
poi ti darò tutti i soldi che ho.”
“Ah sì? Allora io ti rispondo, anche se mi domandi
delle galassie15, o delle loro leggi e di come sono fatte;

13
Qui l’Autore rivela l’identità dell’interlocutore. Ma lo fa a metà, senza dire il
cognome. Perché? Presume che la fama del personaggio sia sufficiente per poterlo
chiamare con il solo nome, come Edoardo, o come Dante? No, Bruno, cioè Bruno
Maderna, non era una persona così nota. Ma per gli amici il suo cognome non era
nulla. Per la bontà, l’infantile simpatia, la genialità, la giovialità, Maderna era chia-
mato da tutti semplicemente “Bruno”. (Massimo Mila, Maderna, musicista europeo,
Torino, 1976).
14
Canzone goliardica di probabile origine veneta. I bigoli sono una pasta ro-
tonda, spessa, e le luganighe sono le “salsicce”.
15
Bruno si occupava, da dilettante, di studi di astronomia.

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ti rispondo sugli atomi, capisci, sui quasar, sulla
pioggia di neutroni, sui buchi neri, hahaha, capisci…”
Ridacchiava, poi una tosse disperata gli impedì di par-
lare e respirare.
“Vedi, quei cosi… non ti voglio dire il loro nome, mi
avevano invaso, ma io resistevo, ce la volevo fare. Stavo
scrivendo un concerto per oboe16, lo volevo finire, e
finire la mia opera Satyricon che mi consolava dei dolo-
ri, dell’aria che mi mancava… Accidenti, tu lo conosci
Satyricon, lo conosci, ti diverte eh? Ha divertito anche me,
e sono morto così mentre il cervello ancora mi
parlava di ragazze, di vino e della bellezza, del ciavar,
e invece quelle cose mi hanno copàdo17, quelle cel-
lule, quei cosi, tu li conosci, le ga copa’ anche tuo fratelo,
il caro fradel che te manca tanto. Ma io voglio ancora,
sai, dirigere Quadrivium, Mahler e Gigi e Luciano18
con tutti i fischi che per loro ho preso19. Di’ a quei cosi,

16
Il Concerto per oboe n. 3 è l’ultima composizione portata a termine da Bruno
Maderna. Si conclude con un canto dell’oboe d’amore (oboe contralto), accom-
pagnato da arpe, chitarre e due contrabbassi kaum hörbare, appena udibili. La
musica si allontana, si dissolve, come la vita del compositore.
17
Espressione dialettale veneziana, il cui significato è “accoppato”, “ucciso”,
come se la morte fosse sempre causata da una botta in testa.
18
Quadrivium è una composizione di Bruno Maderna che prevede di colloca-
re quattro gruppi strumentali nei quattro angoli delle sale da concerto. Mahler
era uno dei compositori che Bruno Maderna preferiva eseguire. “È un muro di
cartapesta, la sua musica,” diceva, “eppure sta in piedi e non crolla.” Quanto a
“Gigi” Nono (Luigi Nono) e Luciano Berio, Maderna si accollava il compito di
dirigere le loro opere, sfidando il disappunto del pubblico impreparato delle sale
da concerto. Quei maestri erano avanti di vent’anni rispetto al gusto corrente.
19
Perché il pubblico si abitui a una novità e l’accetti, occorrono a volte anni,
decenni, secoli, millenni, durante i quali quel pubblico fischia, rifiuta, disprez-
za, sputa. Ma durante questo tempo qualcuno pure si interessa a queste novità:
dopo, le inghiotte la moda, l’abitudine, la… Mettete quello che volete, qui in
coda. E pensate se quest’opera che state leggendo è una novità oppure un’antica-
glia. La memoria non può essere una novità?

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a quelle cellule che mi lascino stare, porca la miseria…”
La tosse aumentava, e quel piccolo corpo con la
pancia enorme si scuoteva tutto; gli colavano le lacrime
sul viso, e Bruno mi guardava con aria supplichevole.
Mi parve di vedere allora in lui il mio Nicola, lì
davanti a me, ed esclamai, dissi il suo nome, ma la
sua cara persona scomparve allora come il fantasma del
20
padre di Amleto . E io guardai Bruno con quel senti-
mento che mi aveva pervaso, e lui parlò ripetendo le
parole di Aria, le terribili parole prese da Hölderlin21:

Eine dumpfe fürchterliche Stille folgte diesen zernichtenden


Stunden, eine eigentliche Totenstille! Ich suchte nun keine
Rettung mehr. Ich achtete nichts. Ich war, wie ein Tier unter
der Hand des Schlächters.

Una calma sorda, spaventosa, seguì a queste ore strazianti,


una vera calma mortale! Ora non cercavo più alcuna salva-
zione. Non mi curavo più di nulla. Ero come una bestia nelle
mani del carnefice.
20
Shakespeare fa apparire il fantasma del padre di Amleto prima a Bernardo
e a Orazio. Perché non si creda che sia solo frutto dell’allucinazione di Amleto.
E quando il fantasma appare e scompare, e poi appare di nuovo, si rafforza la
convinzione della sua esistenza reale. I fantasmi diventano sempre reali.
21
Christian Friedrich Hölderlin (1770-1843), uno dei poeti più grandi e più
tormentati della letteratura di sempre. Basti pensare che ha passato trentasei anni
della sua vita in uno stato di totale e silenziosa demenza, chiuso in una specie di
torre (nella parte posteriore della casa di un falegname che l’aveva preso in carico),
continuando a scrivere poesie datate cinquecento anni prima, o cento anni dopo,
con il nome di un certo Scardanelli di cui credeva di essere la reincarnazione. La
sua vita di continui pellegrinaggi, amori segreti, aspirazioni alla rivoluzione, all’ar-
moniosa unione con la natura, allo studio e traduzione dei classici greci è trascorsa
in continue oscillazioni, dovute forse alla sua malattia latente. Hyperion è il suo ro-
manzo più personale. Da esso ha attinto il libretto della sua opera Bruno Maderna.
Evidentemente sentiva una sorta di affinità. Ma è questa rete di affinità tra pensato-
ri, scienziati, poeti di varie epoche cha ha segnato il cammino dell’uomo sulla terra.

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Stetti ammutolito per qualche tempo. Il volto di Bruno
piano si distese. Allora mi rivolsi a lui e chiesi:
“Scusami, Bruno, se io ti tormento ancora con le mie
domande, scusa la mia inutile sete di sapere… vana,
oscura, ossessiva, stupida. Ma rispondimi, ti prego,
perché non so quando comparirai ancora in me.
Dimmi ora, qui, in questa notte: tu che hai scritto di nuovo
i bei mottetti di Giovanni Gabrieli, come In Eccelsiis,
tu che conosci tutte le dolcezze delle ragazze e della
Musika, tu che hai composto e scomposto tanto22, ti prego,
dimmi, non ce la facevi più a seguire regole e contrap-
punti, le imposizioni mosaiche di Schönberg23?
Volevi estrarre dalla materia le particelle elementari, gli
elettroni, e trasformarle in suoni nuovi, mai uditi:
cosa speravi quando per notti intere, chiuso in una stanzet-
ta all’ultimo piano di un grande, brutto edificio24, re-
golavi oscillatori25, disegnavi forme d’onda26, tagliavi
nastri magnetici27? Cosa speravi da quella novità? Che

22
Una parte della musica contemporanea all’Autore, come una parte di tutta
l’arte di quell’epoca, era volta a distruggere le forme già esistenti, per proporne
di nuove. Così anche una parte delle composizioni di Bruno.
23
“Le leggi mosaiche”: qui probabilmente sono evocate dall’Autore per allu-
dere alla rigida ineluttabilità delle composizioni “seriali” inventate e imposte da
Schönberg, il grande compositore austriaco della prima metà del Novecento. La
“serie” di Schönberg impone che all’inizio di ogni nuova composizione tutte le
dodici note della scala cromatica si presentino una volta sola, in un ordine scelto
liberamente. L’ordine in cui si allineano rappresenta la “serie” che sostituisce la
vecchia scala e quindi la tonalità.
24
Se non ci sbagliamo, qui l’Autore allude a un edificio di proprietà della RAI
(obsoleto organismo pubblico, soggetto a interferenze politiche veementi).
25
Gli oscillatori sono apparecchi elettrici atti alla produzione di suoni per
mezzo di tensioni alternate.
26
Le forme delle onde sonore determinano la qualità del suono: ci sono onde
quadre, triangolari, sinusoidali ecc.
27
Un tempo il suono “ripreso” dal vivo, o prodotto elettronicamente si “regi-
strava”, cioè si fissava, si archiviava per mezzo di nastri di materiale plastico rico-

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esistesse un nuovo mondo organizzato tra quei preci-
pitati elettronici? Che l’udito umano, cioè il cervello,
cambiasse in qualche modo i suoi atti? Che questa vera
rivoluzione migliorasse l’uomo, lo liberasse?”
“Non dire scemenze. Quando riascolti per la cente-
sima volta la stessa orchestra, la stessa musica, gli stessi
suoni, tu non cercheresti, con tutte le tue forze,
qualche cosa di nuovo che ci parli ancora del mondo,
del mondo così com’è, libero dentro questo universo del
casso… Libero, senza regole, nel caos… Sì, il grande caos, il
gran casino, che ci inghiotte e ci rigira e ci impasta. Questo
volevo, e adesso ti prego, dammi quei soldi che vado a
bere un goto, anche morendo, anche da morto, voglio
uno sluk come dice qui Marino28, e poi voglio una
bella ragazza africana che ha una voce bellissima
e gnanca come tete no la xè mal. E poi voglio benedire i
miei figli e mia moglie che ho lasciato sola; ricordati
di loro, ma sì, lo so non li vedrai più, mai più nella vita.”
“Serenata per un satellite o Aria29, come evocarle qui, in que-
sta notte, e Musica a due dimensioni30, il primo esempio
al mondo di suoni elettronici e musicisti dal vivo,
che suonano insieme… Tecnologia e umanità insieme,
l’esempio della convivenza pacifica tra l’anima del pro-
perto di ossido di ferro, sul quale si imprimevano gli impulsi magnetici che poi si
trasformavano in impulsi elettrici, quindi in forme d’onda che venivano trasmesse
ad apparecchi di riproduzione. Ecco come gli elettroni, minime particelle della
materia, si trasformano nella più alta creazione della mente umana: la musica.
28
Personaggio misterioso. Il tecnico del suono Albero Cavallarin presume che
si tratti del suo maestro e amico Marino Zuccheri.
29
Serenata per un satellite e Aria sono due bellissime composizioni di Mader-
na. La seconda è su testo di Hölderlin, il grande folle morto a Tubinga.
30
Musica a due dimensioni è un’opera fondamentale, proprio per le ragioni
esposte nel testo dall’Autore. Tutto sommato, noi stessi siamo una replica di quella
scoperta: l’esecutore dal vivo siamo noi; il computer e gli altri strumenti elettronici
che regolano la nostra vita sono l’altra dimensione. E questo è solo l’inizio.

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gresso, l’Angelus Novus di Benjamin31 e il passato vivo,
ancora vivo, umano, palpitante. Il progresso non lascia
solo rovine; le tue musiche ci trasportano ancora
e ancora nello spirito umano. E le macchine inventate da
te hanno fruttato tanti e tanti soldi; adesso ogni
ragazzo ha in casa gli apparecchi per creare suoni32 e
chissà cosa porterà il futuro.”
“Il futuro non ci dà nulla, nulla,” sussurrò nell’oscurità
Simone, “non ci porta a nulla: siamo noi che per co-
struirlo dobbiamo dare tutto, persino… Sì, persino la
nostra vita. E lui l’ha fatto come il caro Mozart33 che,
attraverso lui, tu potrai capire. Lo scialo della vita,
per una vita nuova.”
“Non ti ho detto di mio padre, figliolo,” continuò Bruno
con tono di rimprovero, ma così dolce che è impossibile ri-
ferirlo. “Non ti ho detto come mi mollava nei casini
34
delle calli di Venezia , e io aspiravo i profumi di sesso
e d’acqua di Colonia e sigarette, e quelli dei canali, simi-
li al sesso. Non ti ho detto come ho recitato la parte del
bambino prodigio dirigendo grandi orchestre, con tan-
ti adulti mona35, come mi repelleva quella recita!

31
Vedi Nel regno oscuro, primo libro di Storia umana e inumana, capitolo 5, in
cui appare Walter Benjamin.
32
Molti giovani oggi possiedono un computer in grado di produrre musica.
Ne risuonano le nostre case.
33
Qui c’è una lontana eco delle idee di Simone Weil, desunta da La prima
radice. Simone Weil amava la musica di Mozart, e quanto al futuro, il futuro
effettivamente oggi per noi è solo sacrificio.
34
Testimonianza del defunto Marino Zuccheri. Che era un buontempone, e
quindi accogliamo con benevolenza questa sua affermazione, ma con qualche
dubbio. Qualunque indagine ulteriore sarà la benvenuta.
35
Locuzione veneziana che propriamente denota l’organo riproduttivo fem-
minile, ma che significa “stupido”, come quell’organo. Stupido? Forse lo si può
affermare, ma finora ha dato vita alla vita. Sul perché della derisione dei popoli
mediterranei per quell’organo c’è da riflettere.

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Nero quadricromia
Non ti ho raccontato come ho fatto el partesan, ragazzo
di vent’anni, come ho occupato coi miei amici Ve-
rona e poi come ne sono stato per un giorno solo sinda-
co, mi che capisso de politica un boro (xè sempre Marino
che mi dise cussì, quel farabuto), e non ti ho detto
di Venezia e Malipiero36, mio maestro, cativo, sai cativo,
37
malenasso ? Non ti ho raccontato tutto questo, e tu mi
chiedi queste cose astratte e sterili? Della musica io so tutto
e niente, come tutti semo ignoranti e geni insieme, nello stes-
so tempo. Ti prego, dammi ora quei pochi schei38
mi go de andar, e Dio ti benedissa! Sì, Dio, aspetta che
l’erba cresse… Grasie. Adio, adio caro. Sei un angelo…
Ragazzi, ehi, andemo…”
Un vivo che dà dei soldi a un morto: contemplate il
mistero dell’amicizia.
Luciano e Gigi e Marino e lui… tutti ormai irraggiun-
gibili ai vivi con i soldi in mano che gli ho dato, tut-
ti ormai separati dalla vita: quattro amici veri, inseparabili,
quattro che hanno rivoluzionato l’arte di tutti i tempi e
il cervello, la capacità di percepire il mondo, s’incam-
minarono pencolando di qua e di là nella notte e nella
nebbia, e io sentii ancora i passi e il canto nelle calli de-
serte e incerte per il buio E dissi forte: “Tu, Luciano e Gigi
siete ora considerati Maestri, da Roma a Berlino,
a Londra, a Parigi!” Ma Bruno e gli altri erano nella
notte, nella bruma, ed erano passi e voci. “Lu xè el me mo-
molo / lu ghe l’ha groso / e dopo ventimila scariche / xè come

36
Francesco Malipiero (1882-1973), compositore veneziano oggi pressoché
dimenticato, forse non del tutto giustamente.
37
Al contrario dell’etimologia popolare significa “Male n’abbia”, il famoso
“Mannaggia” dei dialetti centro-meridionali
38
Dialetto veneziano: “soldi”, “denaro”.

50

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Nero quadricromia
l’osso. / Lu me la sbisiga / lu me la rumega / e mi devento pa-
ralitica / del gran piaser.” Risi allora, risi tutto felice, risi
tanto che quelle ombre scomparvero: Bruno scomparve per
sempre, per sempre alla mia vista, e anche ora che dico
a voi quello che allora ho visto non ricompare più.
Addio, Bruno. Hai reso il mondo migliore e non hai
colpa se ancora oggi fa un poco schifo.
In quel momento risuonò la Grande Aulodia39, l’oboe
e il flauto con tale dolcezza e melodia e canto che
nel salutare la cara ombra di Bruno mi misi a singhioz-
zare come un bambino.
L’acqua continuò a sciabordare, Simone mi accarezzò
una guancia.
In quel momento tutto intorno a me cominciò a ro-
teare, a dissolversi in una liquidità invisibile che
seguiva l’incerto moto ellittico di quel mondo adesso
diventato indefinibile, confuso, ovattato.
Un uomo sbucò in quell’aria incerta e mi gridò “Hey,
you, hey you, hey you?”
“Chi sei?” gridai anch’io, e lui con una voce stridula
e incespicante:
“Call me Dolores, like they do in the stories40.” E subito
si scatenò un concerto di voci e lingue diverse, in cui
io a poco a poco ravvisavo tutti: il giovane Dy-
lan Thomas annebbiato, Fitzgerald abbracciato a Zelda41
39
Grande Aulodia per flauto e oboi soli con orchestra, Bruno Maderna, 1970.
Dedicata all’umanesimo musicale. (Massimo Mila, cit.)
40
Il verso “Call me Dolores” pare uscito da Under Milkwood (Sotto il bosco di
latte, Milano, 1966), l’immortale radiodramma del grande poeta e grande bevito-
re gallese Dylan Thomas (1914-1953). Si consiglia al lettore di cercarlo.
41
Francis Scott Fitzgerald (1896-1940), uno dei maggiori scrittori del mondo
della sua generazione. Sua moglie Zelda soffriva di schizofrenia, lui di alcooli-
smo. E oltre alla grandezza della sua opera, sotto il segno di quei mali si è svolta
la sua vita. Vi prego, non lo abbandonate.

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Nero quadricromia
delirante nella schizofrenia, Hrabal42 con il suo
colbacco sulle ventitré che singhiozzava e ruttava for-
43
te, Joseph Roth che rideva col suo riso un po’
penoso da santo bevitore. ”“Metempsychosis, I met it
in trousers,” ringhiava Joyce44… Tutti ubriachi, natan-
ti in quel liquido opaco che era diventato ora il tut-
to45. “Jack London!” esclamai, e lui mi ringhiò: “Yes I
46
am!” Jas sam Hasek, Jaroslav Hašek , Šecoslav Jaroš,
rivoluzionario a norma di legge, Hrabal Bohumil Hra-
bal, “Errinnerst du mich est-ce-que vous vous rappelez
de moi? Est-ce-que vous vous rappelez du slalom géant des
brasseries? Mon ami, mon enemi, mon oncle.” E
venne il barbuto Hemingway con un coltello in mano e con
quello cercò di evirarsi47, “Of what use is it?”. Il
grande Krudy ormai senza forze; il piccolo Roland, Roland

42
Bohumil Hrabal (1914-1997), narratore di prim’ordine e di indole forte-
mente ironica (Ho servito il re d’Inghilterra, Una solitudine troppo rumorosa);
buon conoscente dell’Autore che in vari articoli e una prefazione ha onorato la
loro quasi amicizia fatta di rigorosi “lei” e silenzi nella conversazione guardinga.
43
Joseph Roth (1894-1939), grande cantore della finis Austriae, della dissolu-
zione dell’impero austro-ungarico che aveva riunito popoli di origini disparate,
con lingue, religioni, tradizioni diversissime.
44
James Joyce (1880-1941), irlandese, vissuto quattordici anni a Trieste. Uno
dei più grandi scrittori.
45
Visitateli, cercateli fuori e dentro di voi, e bevete alla fonte del loro delirio
alcoolico, mariti di mogli impazzite, solitari scapoli, padri di famiglia inattendi-
bili, bugiardi, truffatori, debitori insolventi, i maggiori scrittori di tutti i tempi a
noi noti.
46
Jaroslav Hašek (1889-1923), anarchico eversivo e scombinato della grande
Praga fine Ottocento. Il suo personaggio più noto è Švejk, assurto a simbolo di
una certa anima ceca.
47
Vedi il primo volume di racconti di Ernest Hemingway In Our Times (1924).
Quattordici racconti spietati di giovani borghesi della provincia americana. Il
clamoroso debutto di uno scrittore che puntava molto sul clamore: cinquant’an-
ni dopo ha puntato anche il suo fucile contro se stesso e ha sparato. È morto con
questo clamore.

52

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Nero quadricromia
Topor48 con i denti anneriti dal tabacco e dal
vino e dalla trascuratezza; il maialino geniale Behan;
e Apollinaire con i suoi Alcools, “Et tu bois cet alcool
brûlant comme la vie, ta vie que tu bois comme une eau de
vie”; Carmelo Bene che sbatteva le ciglia come dopo
ogni grande sparata. E oltre a questo volteggiare caotico,
ma lento e veloce come il moto degli astri c’era
la grande disperazione e l’enorme voglia di creare il
nuovo.
Alcools. Il vostro mondo è finito. Adesso viene l’ero, la co-
caina e la silenziosa “scimmia” della droga: non
per poeti e chiaroveggenti, ma per masse enormi deso-
late, oppresse, che enormemente muoiono nel mondo.
Come prescrive la Bibbia del consumo.
Il suono elettronico della sveglia.

48
Roland Topor (1938-1997) è stato un celebre disegnatore di soggetti cinico-
macabri, scrittore e bevitore. Con l’Autore ha collaborato in varie occasioni a la-
vori teatrali e ha disegnato la copertina del romanzo Denti e spie (Milano, 1994).
Grandi bevute notturne di Parigi e di Bologna! Dove siete? È tutto finito?

53

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Nero quadricromia
5
Manfred1
Come l’uomo dei lupi. La nave bianca. I barbuti.
Il nome del Purgatorio. Gli allegri spari. Una festa così!
Quella viva fiamma. Un luogo umido. Le foreste della notte.
Un colpo di mortaio. Fermarsi? Mai! L’Erta delle Aquile.
Un uomo fugge. Liberare il pianeta. Un uomo senza luogo.
Lotta con l’Ingordo. La grande Valle. Alba alla lavanderia.
Pensare ciò che non esiste. Un film di Ingmar Bergman.
Il morto seduto. La gigantesca partita. Non si può credere
e nello stesso tempo essere puri.

Durante la notte vidi un’ombra sul vetro della fine-


stra, come l’uomo dei lupi, ed esclamai: “Sei tu, oh pa-
dre?” Poi mi accorsi dell’illusione: erano i rami degli
alberi che proiettavano la loro ombra inquieta.
Mi svegliai in un’alba grigia e tetra a bordo di una
piccola nave bianca2. Non sapevo da dove stavo venendo,
che cosa fosse quell’imbarcazione, dove stavamo
in quel momento andando. Attorno facce scure, barbe
folte3. Tanfo, bestemmie, urla rutti. Mi alzai per fare
qualche passo, per vedere chi erano quelle facce, ma in
1
Manfred è un antico nome germanico composto da magin, “potenza di qual-
cosa”, e frithu, “pace”. Manfred è un personaggio del poema di Lord Byron,
messo in musica da Schumann e Cajkovskij. Rappresenta l’uomo in lotta per
la propria pace e per l’universo attraversato da spiriti distruttori e soccorritori.
2
Simbolo misterioso che può alludere a tante cose: la nave dei morti (vedi il
quadro di Böcklin, intitolato l’Isola dei Morti); la leggenda di Lohengrin, il quale
arriva su una barca trainata da un cigno bianco, oppure Tonio Kröger di Thomas
Mann, e tanti altri mezzi di trasporto tra vivi e morti della letteratura di sempre.
3
Le barbe: si tratta forse di longobardi (langbart)? Oh no, si tratta di barbe
spagnole, di barbe dell’America centrale.

54

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Nero quadricromia
quel momento si levarono grida, la nave subì un gran colpo
sulla chiglia e ci sballottò, ci fece cadere a terra, e
fu così che s’arenò del tutto.
Fango, fogliame marcio, acquitrini tutt’intorno, puzza
insopportabile, puzza di marciume e d’acqua stagnante.
“Dove siamo? Cos’è questa nave?” domandai alla
mia cara tutrice a cui avevo chiesto di aiutarmi
in questa penosa visita, e che scorsi vicino a me avvolta
nel suo mantello nero. E lei rispose:
“Vedrai tra un istante, e poi vorrai non averlo mai vi-
sto nella tua vita. E sentirai il nome di questo posto, il
4
nome e il destino che esso indica . Ti posso dire solo questo,
ora: in questo posto inizia la vita in questo posto
inizia la morte5.” Così mi disse, e si mise in cammino
seguendo il grigio esercito barbuto che ora trasportava
sopra la testa con braccia levate cibo e munizioni
proteggendo entrambi dall’acqua puzzolente. “Purgatorio è
il nome di questo luogo. Esiste davvero, se vuoi rintracciarlo
sulla carta geografica, puoi farlo. Si trova… Dove lo ve-
drai tra poco.”
“Perché mi hai portato proprio qui? Non voglio cade-
re nel fetido pantano,” gridai, ma lei era già avanti,
e i naviganti venivano giù in fila dalla nave, portando i
loro fardelli.
Mi misi allora in cammino anch’io sperando che quel
cammino fosse breve. E lo fu perché lo spazio mutò di
6
colpo e con esso mutò il tempo .

4
Quel nome è davvero misterioso. Ma non tanto da non essere svelato. Il
nome è il luogo di questo libro: lo si vedrà.
5
Purgatorio: località in Bolivia, 11° 17’ a sud, 66° 55’ a ovest. È nella regione
chiamata Pando.
6
Il tempo muta sempre la scenografia del mondo. È un grande scenografo, il
tempo.

55

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Nero quadricromia
Canti allegri, spari allegri in aria, gente che balla,
trombe che suonano, neri, bianchi, rossi che si abbrac-
ciano, fuochi d’artificio, segnali di navi, altopar-
lanti che urlano gioiosi parole d’ordine che non capi-
sco. Una festa così non l’ho mai sentita né vista né
odorata né toccata.
“Questa festa riconosci che cos’è? È la grande festa
della guerra vinta. È la festa di tanti morti e tanti vivi.
Una guerra ha avuto la meglio sull’altra7, e ora un po-
polo, dopo millenni di tragedie, di fame, di miseria di
schiavitù, festeggia se stesso, per la prima volta.” E
allora vidi una figura d’uomo giovane, bello, allegro
8
e vitale , attorniato da gente che lo alzava in aria, lo
inneggiava, gli stringeva la mano, lo baciava e ne veniva ba-
ciata. I suoi lunghi capelli castani9 erano un vessillo, il
suo sorriso, un’ardente luce.
“Chi è? Ti prego, dimmelo adesso,” dissi alla mia accom-
pagnatrice. “Chi è quell’uomo, quella viva fiamma nelle
foreste oscure della notte10?” Ero come rapito a me stesso.
“Me lo dirai tu. Qui c’è il suo mondo. Tu lo conosci. Io lo
intuisco.”
“No, non ravviso ancora quale uomo viene a visitarmi
in queste lande.”
7
In una guerra ci sono sempre almeno due guerre, almeno due contendenti,
ciascuno dei quali combatte per una cosa diversa. I due contendenti si chiamano
“nemici”. Lo sono quindi quelli che vogliono la libertà, come i rivoluzionari cu-
bani, e chi la ricchezza, come il dittatore Battista.
8
Si tratta di un vero eroe del nostro tempo, forse l’ultimo.
9
L’aspetto di quell’uomo aveva tutti gli attributi di un eroe antico. Frutto di
uno studio accurato, o spontanea assunzione del ruolo? Può l’eroe costruire la
propria immagine scientemente, senza rinunciare alla sua autenticità?
10
Strana citazione del poeta settecentesco William Blake, visionario disegna-
tore-poeta del fantastico e del misterioso, dell’esoterico. Qui l’Autore cita il se-
condo verso della poesia intitolata “The Tiger” (“Tiger tiger burning bright / in
the forests of the night”).

56

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Nero quadricromia
“Allora la tua espiazione è andare avanti nel tuo duro
cammino.”
Ci rimettemmo in marcia ancora come Simone aveva
annunciato fin dall’inizio, dall’inizio di tutto.
Il cammino durò non so quanto tempo. Ogni tanto
armi da fuoco crepitavano, braccia forti mi tiravano in
disparte e cadaveri rotolavano accanto a me. Arrivam-
mo in un luogo coperto di piante, un luogo umido e
pieno di nebbia.
“In quale marcia forzata mi hai condotto?”
“Quella che ti porta fuori per sempre dal nero gorgo,
sai, dei disperati, nel regno della speranza pagata cara.
Ma anche questa è la nostra sorte di esseri umani:
è così che la nostra stirpe si è evoluta. Pagando le spe-
ranze in segreto e nel silenzio. Questo è il cammino.”
Mi rincuorai a queste sue parole e dissi, dopo un lun-
go silenzio:
“Adesso mi ricordo il nome del luogo11 dove siamo.
Si chiama Siberia. Ma non è la Siberia sterminata. Siamo da
tutt’altra parte del globo. Ci stiamo nascondendo nella bo-
scaglia, e in questo canalone, vedi, riarso.”
“Nascondersi? Perché?” domandò lei, l’intrepida
esploratrice dell’anima.
In quel momento, un colpo di mortaio risuonò vicino
nel buio.
Mi gettai a terra, e tirai per il mantello la mia guida
dolce e spericolata, e così ascoltai le esplosioni le
grida, le bestemmie, i lamenti. Adesso sì, sapevo dove
fossi, nella vita, nella morte… Sì, sapevo: ero a La Higuera,
11
Il nome di quel luogo sarà pronunciato tra un attimo dall’Autore. Ma per-
ché lo pronuncia? Può quel nome restare l’emblema del sacrificio che vi venne
compiuto? “Termopili”, nome di un campo di battaglia dell’antica Grecia, dice
ancora qualcosa? Che ne facciamo dei nomi della storia?

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Nero quadricromia
e l’uomo che fuggiva sapevo chi era, e gli gridai: “Fer-
mati, sei perduto!”
E lui gridò: “Fermarsi mai! Mai! Mai!” E scomparve tra
gli arbusti e i due torrenti che in quel canalone si con-
giungevano.
“L’Erta delle Aquile…” Sento una voce e so che è
lì che tutto sarà deciso. Il sogno di liberare il piane-
ta, tutti i popoli della terra a uno a uno da una
schiavitù. Da una miseria che comincia nell’alba incer-
ta del tempo, nell’alba della coscienza dell’uomo,
nell’alba di sangue della storia umana.
“Come potrò raggiungerlo e parlargli?” chiesi supplicando
a Simone. E lei mi disse:
“Chi? A chi vuoi parlare?”
“A lui, all’unico del nostro tempo che aveva il so-
gno della libertà, il sogno, sì, dell’assoluzione di
questo pianeta, sporco del sangue e delle budella di
milioni, miliardi di morti senza nome. A lui, a lui
voglio parlare.”
“Tu vuoi parlare a un uomo senza luogo, a un’uto-
pia12, o a una persona precisa…?”
“Sì, voglio parlare a lui, a Che Guevara13.”
“Allora cercalo, cercalo dove puoi, nella vita, nella
morte, nel ‘Non so’. Cercalo in te, se in te ne hai una copia.”
“Oh sì, una copia pallida esiste in me. Nel più furioso odio
per l’Ingordo14, Il Grande Ingordo che non conosce altro

12
“Non-luogo”, cioè il luogo dei sogni che non si realizzeranno mai: un luogo
inesistente.
13
Ernesto Guevara de la Serna (1928-1967), argentino, rivoluzionario, uno dei
più grandi e mitici combattenti per la libertà dei popoli.
14
Con questa metafora vagamente simbolista, vagamente ibseniana, l’Autore
probabilmente allude a ciò che chiamiamo “il capitale”, il capitalismo, la borghe-
sia insaziabile di possesso.

58

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Nero quadricromia
che il possesso e il suo accumularsi. Non vite al-
trui, non sofferenza e pene inflitte e ricevute da millen-
ni, solo avere sempre più.”
Allora dalle ficare ci mettemmo in cammino e cammi-
nammo tutta, tutta la notte verso Vallegrande15, verso
l’obitorio dove ero certo di trovarlo morto16.
All’alba arrivammo in quella squallida lavanderia17 e
lì ci fermammo.
“Adesso sei qui davanti a lui. Parla. Hai forse dubbi?
Credi forse all’inganno? Allo spettacolo inscenato qui
per convincere il mondo della morte di Che Gue-
vara, credi forse a questo?” disse Simone, e io stetti zitto.
“Lo sai, vero, che oggi le battaglie si vincono con la
comunicazione. Se dici ‘Ho vinto’, e mostri delle imma-
gini qualsiasi e dici delle parole qualsiasi, tu sarai
un vincitore.”
Guardavo quel corpo esposto a tutti. La ferita, il foro
all’altezza del petto; guardavo il viso, gli occhi diventati
azzurri: non sapevo come mai e mi facevo e facevo
a lui mille domande dentro la mia mente.
“Non parli? Pensi che sia inutile? Pensi che tutto sia
ormai finito?”
“Sì, penso che la morte metta un punto a tutte le frasi
che si possono dire. Le completa per l’eternità, dà un
senso definitivo a tutto, che altrimenti sarebbe insensato18.
Oltre quel punto c’è soltanto il niente.”
15
Vallegrande è il nome della località in cui fu esibito il corpo senza vita del
Che appena assassinato. Luogo dell’esposizione: la lavanderia dell’obitorio.
16
Quella certezza, come si vedrà, è stata scossa dalla leggenda.
17
La lavanderia come obitorio: un trucco da dittatura da farsa.
18
Secondo i suggerimenti della mistica ebraica medievale, tra le novecentodi-
ciotto maniere della morte, quella che poi davvero si verifica dà il senso a tutta
l’esistenza. Ma senza la morte, pare dire l’Autore, qui, il mondo sarebbe insensa-
to. La morte è la Grande Ordinatrice del Tutto.

59

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Nero quadricromia
“Io sono credente e non temo il nulla. Il nulla è parte della
mia fede. L’uomo non ha il potere di pensare ciò
che non esiste. Quel potere l’ha solo Dio. È Lui solo
che crea. Dal niente, come dici tu, dal niente,” disse Simone,
e continuò a guardarmi.
Seguì un lungo, lungo silenzio. Guardavo il volto
onesto di Che Guevara. E dentro di me allora gli rivolsi
le domande che non cessavano di tormentarmi.
“Credi ancora che sia possibile estendere su tutto il
pianeta la ‘piccola guerra’, la guerriglia contro il capi-
tale? Credi ancora che chi mostra di essere tuo
amico, poi non ti tradisca? Credi che le potenze amiche
t’abbiano seguito sul tuo cammino? Credi che tut-
to quello in cui credi si possa davvero realizzare?
Che a te sopravvivano i tuoi sogni, che tu sia un perdente
vittorioso?”
Silenzio. Silenzio nella mia mente.
“Può essere tutto utopia, cioè ‘non-luogo’? Può essere
che nemmeno tu sia tu? Che tuo padre abbia ragione
a crederti vivo19 in qualche posto, perché di te resti
solo il mito, ma non la persona, non il combattente?
Sei soltanto una fotografia, un’immagine da mo-
strare al mondo? Il foro nel petto è solo disegnato? Non
vuoi parlare, non vuoi dirmi nulla?”
Il morto era più morto dei morti. Non era possibile
raggiungere il suo essere, il suo essere stato.
Ciò che avvenne allora dirlo adesso è vano, ma anche
quel dire sembrerà solo spettacolo, un film di Ingmar
Bergman20.
19
Aveva qualche fondamento la supposizione del padre del Che, o era mera,
puerile illusione? Non lo sapremo mai con certezza.
20
Il film si intitola Sussurri e grida. È del 1973. Lontana associazione, strana
associazione tra religione e rivoluzione.

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Nero quadricromia
Avevo gli occhi chiusi, ero assorto nel valutare ciò
che avevo visto, e in quell’istante, in quel terribile
istante, mi sentii afferrare per la giacca e scuotere.
Aprii gli occhi e vidi… vidi quel morto seduto, vidi le brac-
cia, le mani attaccate al mio corpo come artigli,
e sentii la voce:
“Non te ne andare. Resta qui ancora.”
Ero paralizzato in tutte le parti del mio corpo, in ogni
cellula. Non riuscivo nemmeno a respirare.
“Che cosa sei venuto a fare qui? Che cosa cerchi?
Forse anche tu cerchi la voluttà del tradimento?”
Mi guardò con i vitrei occhi azzurri, diventati azzurri
21
nella morte . Mi guardò fisso, e io non riuscii a
riscuotermi dal terrore che mi attanagliava.
“Vuoi sapere se un uomo è capace di immaginare la
guerriglia planetaria22 e organizzarla, o fare dei piani precisi?
Vuoi sapere se io ero un pazzo o un uomo che
vive nella realtà?”
“Hai detto: ‘Vive’… Sì, ‘Vive’… anche adesso…”
“Non morirà mai, mai il desiderio di non soffrire23,
di non essere schiavi. Sì, io per primo ho immaginato dav-
vero di sollevare a uno a uno i popoli della terra
sfruttati, oppressi, uccisi… Io per primo volevo met-

21
Il fenomeno descritto da referti e testimoni oculari (è il caso di dirlo) dà da
riflettere. Ci può essere stato uno scambio di persona? Che il Che sia sfuggito
agli agguati e qualcun altro – un sosia – sia stato ucciso al suo posto? Persino nel
caso di Ceausescu e Saddam Hussein è emersa questa domanda. I kagemusha,
i sosia, sono presenti in tutta la storia dell’uomo. È una delle funzioni del gioco
dei genomi.
22
La guerriglia planetaria: mai nessuna mente ha concepito questo progetto
visionario, tranne quella del Che.
23
Questo desiderio è il fondamento di tutte le “utopie”, anche di quella della
rivoluzione planetaria. Tutte le “Età dell’Oro”, i “Paesi della Cuccagna” e “di
Bengodi”, sono frutto di questo desiderio.

61

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Nero quadricromia
tere in atto su tutta la terra quello che in Cina, in
India, a Cuba è stato fatto. La Lunga Marcia, la guer-
riglia dei pochissimi, la paziente guerra dei poveri, che
può durare anche decine di anni. I vincitori, gli amici, erano
contenti della loro vittoria, ma non bastava. Tu
non senti in te l’odio feroce, inestinguibile per l’uomo
occidentale che succhia il sangue degli altri? Non puoi
sentire la forza che ogni giorno cresce in te, il coraggio,
l’ossessione di liberare l’intera umanità da questo spor-
co, osceno asservimento? È un pensiero che brucia
come fuoco, che non ti lascia tranquillo nella notte,
che ti dà calma, lucidità, eppure grida in te, gri-
da nell’universo. Pazienza, occorre fantasia e sangue freddo,
capacità di persuasione, astuzia. È una gigantesca
24
partita a scacchi che a te piace giocare per anestesia25,
a me per prendere ispirazione. E ora che mi hai
sentito parlare, vattene da me senza sapere nul-
la di come e dove io sia finito, e se lo sono. Vattene
per sempre,: tu hai mai rischiato qualche cosa per
qualcuno sulla terra? Per qualcuno.”
Quelle mani, quelle braccia diedero allora una rude spinta
al mio corpo incatenato dal terrore e ora dalla vergo-
gna. Urtai con la schiena contro il muro e rimasi
lì, la testa fra le mani. Ma non so come, trovai in me la
tremante caparbietà di parlare di nuovo a quel
morto che giaceva supino.
“Ti prego, ti prego, dimmi ancora… dimmi come la
tua purezza poté convivere con gli intrighi, le nefan-
24
Che Guevara giocava spesso a scacchi, anche nei preparativi delle battaglie.
25
Risulta che l’Autore fin da bambino si dedicasse al gioco degli scacchi, par-
tecipando a gare, campionati. Era l’attività che riusciva meglio a distoglierlo da
qualunque pensiero o sentimento negativo. L’anestesia, appunto, lo spegnimento
del dolore.

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dezze che pure qua e là devi aver visto, non tra i
nemici, ma tra gli stessi fratelli.”
Nessuna risposta mi venne da quella bara. Ma sentii
ronzare dentro di me e fuori una voce che mormoran-
do mi diceva:
“Ho visto tutto. Ma io già sapevo che la purezza sa-
rebbe stata del futuro, di quando il pianeta sarebbe stato
riscattato. Non si può credere ed essere puri26.
Coloro che non credono in nulla se lo permettono, chi
ha ideali di giustizia, di fratellanza tra gli uomini
non può, perché quegli ideali sono più importanti del-
la purezza.”
Questo pensiero percepii intorno, dentro, sopra e ac-
canto a me. Stetti ancora addossato al muro umi-
do e sporco di quella lavanderia trasformata in misero
obitorio. Trovai ancora il coraggio di parlare balbettan-
do, incespicando sulle parole.
“Tanti delitti discendono da ideali. Tanti delitti. Tu li
hai accettati?”
“No, ed è per questo che sono qui.”
Mi venne un grande scoramento. Dissi ancora parole
che vacillavano nella mente:
“E il tuo piano? Guarda com’è finito! Guarda l’Afri-
ca, il tuo Sudamerica.”
“La mia idea che non era… la mia, ma dell’intera uma-
nità… non ha perduto. Ha cambiato forma. Bra-
sile, Cile, Venezuela, Messico e Cuba, la mia Cuba non
sono più dei recipienti di sofferenza, e basta. E l’A-
frica, non passerà molto tempo e si solleverà, e padroni
e sottopadroni scompariranno e l’antica civiltà farà
rivivere l’antico senso di gioia e libertà nel quale è nata.”
26
Vedi San Paolo, vedi tutta l’opera di Dostoevskij, vedi Marx.

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Adesso venne di nuovo il silenzio. E nel mio cuore mi con-
gedai da lui dicendo solo piano, mormorando, l’unica
parola che si può dire davanti a chi vive per l’umanità27.
Simone mi disse: “Non è possibile soddisfare l’esi-
genza di libertà di un popolo se non si trovano
uomini che amano la libertà. Questo sarebbe il primo obbli-
go dell’uomo: la libertà e la verità per gli altri, per
il solo fatto che son esseri umani. Quello che è diritto per gli
altri, per noi dovrebbe essere un dovere.”
Segnale di fine dell’autoanalisi.

27
Ciascun lettore può pensare alla parola che più trova adeguata.

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6
La quinta balza (Scienza e amore)

Salire nella materia. La nuda vista umana. Una donna bionda


e gentile. Con feroce determinazione. Maria Skłodovska. Raggi.
I francesi li chiamano “Immortali”. In una bara di piombo.
Langevin. Ributtante mattatoio. La maggior gioia. Automobile a
raggi X. Toglietevi dalla terra.

Era la quindicesima ora del 9 maggio1.


“Tu hai deciso di salire nella materia, hai deciso dav-
vero di fare questo volo?”
“Sì, ho deciso di farlo, e farlo ora.”
“Sai come farlo, da dove cominciare? Lo sai che su di me
non potrai contare? Io sono ascesa nell’animo umano, e nella
fede che cerca di andare al di là della materia e del tem-
po: il mio sapere, la mia ignoranza cercano lì il senso
di tutto.”
“Lo so. E sette notti ho meditato su chi mi potrà aiu-
tare in questa impresa. Di vedere la vera radice di tutto.
E alla fine ho capito che eri tu,” dissi, e chiusi gli occhi per
vedere2.
A poco a poco vidi allora sorgere un universo intorno
a me, quale nessuno avrebbe sospettato che si potesse
vedere, vedere con la vista, la nuda vista umana
che in me crebbe a dismisura, e io guardai girare,
1
Data misteriosa di cui non siamo riusciti ad avere notizie. Può avere un
significato esoterico, oppure essere una scelta casuale. Ma questa ipotesi è molto
improbabile. Potrebbe esserci un’allusione angelologica.
2
Vedi la nota versione dei veggenti e dei profeti (Edipo re di Sofocle, il ruolo
di Tiresia, santa Lucia). È dentro di sé che si vede veramente e non con gli occhi.

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volteggiare intorno a me tutta la materia più piccola
dell’atomo: una pioggia fitta, più fitta di un angström,
cadeva, girava, scendeva, risaliva con un moto che
lì sembrava eterno, e io sapevo che non lo era affatto.
Ma come sono entrato così a fondo nella materia per
vederne il tumulto, chi mi aveva portato a quella soglia?
“Una donna può portarti a quella soglia,” m’ha detto Si-
mone, sorridendo come si fa con un bambino per inco-
raggiarlo. “Una donna, e io ti ho portato da lei.”
Un nome risuonò nella mia mente. Un nome comune, per
qualunque donna. “Maria,” alitai a fior di labbra.
In quel tuonare della materia subatomica vidi una
3
donna bionda e gentile , avvolta dal volo delle particelle
che lei guardava assorta, quasi in estasi. Raggi invisibili
ne uscivano, raggi che la facevano risplendere e
ne mostravano non come a Hans Castorp4 di Thomas
Mann5 lo scheletro della misteriosa donna asiatica6, ma
ogni parte del suo corpo vivente, ogni elemento che lo
componeva, ogni atomo, ogni particella.
“Maria Skłodowska!” dissi di slancio, “Marie Curie7,
l’orgoglio del tuo secolo, l’unica donna seppellita ora

3
Rimando letterario piuttosto banale (volutamente?). Vedi Giosuè Carducci,
Dante, Dante Gabriele Rossetti ecc. Perché questa caduta di tono? Per adulare il
lettore o la lettrice? Per creare un’aura romantica?
4
Protagonista del celebre – un tempo – romanzo di Thomas Mann intitolato
La montagna incantata, o come l’hanno più recentemente tradotto La montagna
magica (Der Zauberberg).
5
Thomas Mann, scrittore tedesco (1875-1955), uno dei romanzieri più noti
della prima parte del Novecento.
6
Si tratta di Madame Chauchat, protagonista femminile del romanzo di Mann
La montagna incantata. Hans Castorp la vede ai raggi X. E se ne innamora. Amo-
re e morte (lo scheletro, ai raggi).
7
Ecco chi incontra l’Autore nel cosmo, la scienziata polacco-francese Marie
Curie (Maria Skłodowska: 1867-1934), studiosa, insieme al marito – Pierre Cu-
rie, vedi oltre – dei metodi di misurazione della radioattività.

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tra coloro che con ingenua retorica i francesi chiamano
8
‘Immortali’ .”
“Non essere così sicuro che sia solo retorica, quel-
l’‘Immortali’,” disse Simone. “Durante il tuo cammino,
vedrai che non è così, non è così.”
“Immortali! Chi è immortale? La materia, l’universo lo
è,: da Marie Curie ne comincia la coscienza,” dissi
esitante e incerto.
“Il sapere e la conoscenza, che vittoria, e quale nuova
9
pena !” disse Marie con le lacrime agli occhi. “Il sapere di
fronte a ciò che ne viene vale la pena che esista, o no?
Il sapere che io ho perseguito con feroce determi-
10
nazione , lavorando giorno e notte con Pierre, ha
condotto alla bomba atomica11, e io sapevo che sarebbe finita
così.”
Nella tempesta di neutroni12 stette ferma, il viso ri-
volto a me: i suoi capelli biondi erano luce, i suoi
occhi azzurri lo erano mille volte.
“Marie,” sussurrai. “Marie, che deve fare la be-
nedetta e dannata umanità?”
“Il nostro dovere, perché c’è un dovere, è perseguire
con la mente quanto la materia permette di palesare
8
Nel Pantheon di Parigi sono seppelliti alcuni dei personaggi più illustri del-
la storia della Francia, che vengono chiamati, con inutile e infondata retorica,
“Immortali”.
9
Dai tempi più antichi, da ben prima della redazione della Bibbia, dall’alba
della coscienza, questo è il tema principale e il maggior conflitto dell’essere uma-
no. Questo romanzo ha per argomento principale proprio ciò.
10
Marie Curie sacrificò la sua vita alle scoperte scientifiche. In questo senso
può essere annoverata tra i martiri degli ultimi tre o quattro millenni.
11
Purtroppo questa è la logica della storia e della conoscenza. C’è un modo di
sfuggire a questa logica? L’uomo tenta di dire di sì, credendo nei miracoli.
12
Si tratta dell’influenza del collasso di una stella di neutroni: da questo si ori-
ginano i buchi neri, che tutto inghiottono – materia, spazio, tempo –, gettandolo
al proprio interno.

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di se stessa a se stessa, e cioè a noi. E amare, per-
ché anche questo ci è dato percepire dentro noi stessi.
Come la massa produce energia che attrae verso di sé
un’altra massa, così noi sentiamo il meraviglioso
trasporto gli uni verso gli altri, sempre, ci attraiamo in
modo irresistibile, e questo è il fatto forse più alto
che l’universo attraverso la materia produce. Sì, questo
è l’amore che mi ha preso, insieme alla scienza, e non
mi ha lasciato più a me stessa.”
Simone mi sussurrò: “Qui ti ho portato, qui, perché
sentissi queste parole. Con me, attraverso di me, in
me.” Io mi volsi ancora verso Marie.
“Amore, amore per la scienza?” domandai con timore e
rispetto.
“Non solo quello. Anche l’amore per l’uomo sì, per il mio
simile maschile e femminile, per mia figlia, nata da me,
mia figlia Irène, la mia stella, e poi per tutta, tutta l’u-
manità. Amore: questo è il nome del nostro moto
verso l’altro essere umano o animale o vegetale, o ver-
so la materia, e questo potrà durare quanto l’universo.
Io l’ho provato e ora sono in una bara di piombo13
per non contaminare chi visiterà la mia tomba.”
“Le tue idee, i tuoi amori, no, non sono chiusi nel
piombo: sono ancora tra gli esseri umani, e questo forse
ti consola del fatto d’avere infettato con le radiazioni il
tuo bel corpo di donna.”
“Le mie idee… sono anche loro chiuse in spesse sca-
tole di piombo, le carte che io stessa ho vergato
sono come si dice ‘radioattive’. Questa parola viene da

13
La bara di Marie Curie è avvolta in un rivestimento di piombo per difendere
i visitatori del Pantheon di Parigi dalla contaminazione radioattiva per la quale
la scienziata è morta.

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me, l’ho pensata una notte e oggi tutti sanno che cos’è.
Le radiazioni della materia, il tramutarsi degli
elementi da uno all’altro: questa meraviglia della
natura, del mondo in movimento perenne, questo l’ho
visto io, insieme con il mio Pierre, con la pietra
angolare della mia vita. Ma non abbiamo voluto nessun bre-
vetto, nessuna proprietà di quella scoperta che
deve restare dell’umanità, di tutti, tutti gli uomini della
terra. Ho visto anche questo: che possedere, vole-
re, desiderare d’essere i primi, i più ricchi, i più sapienti
i più potenti, sarebbe stato il segno dei nostri tempi.
Nostra figlia Irène, cioè ‘Pace’, nostra figlia ha
continuato il lavoro del sapere, della giustizia e di quel-
lo che più fa vivere tutti, cioè l’amore14.”
“L’amore. Ma tu credi che si possa unire l’amore,
l’emozione cieca animalesca15, con l’alto sapere?
Non credi che dopo la morte di tuo marito l’unione
16
con il suo migliore amico nulla avesse a che fare con il
sapere e, in fin dei conti, nemmeno con l’amore?”
“Ma cosa dici, tu che ignori tutti e due, il sapere e
l’amore? Che cosa ne puoi sapere tu di questo?
Come un cieco hai camminato nel mondo, guarda al-
17
meno ora, finché puoi . Per Per Langevin18 che ho

14
Irène Curie (1897-1956) ha continuato la vocazione della madre, divenendo
scienziata a sua volta, e Premio Nobel come lei (1935). Morì, come la madre, in
seguito alla lunga esposizione a fonti radioattive.
15
Qui l’Autore usa il significato della parola nel senso puramente biologico-
istintuale. Lo fa deliberatamente, rifiutando qualsiasi altra speculazione al riguar-
do, sia religiosa che psicologica. Ricorda l’uscita di Samuel Beckett durante una
disputa sull’amore: “Non c’è che la scopata.”
16
Paul Langevin (1874-1946), fisico francese, amante di Marie Curie.
17
Intorno ai settantacinque anni, l’Autore fu affetto da parziale cecità. Vedi lo
scritto autobiografico La voluttà di essere ciechi (ancora inedito).
18
Vedi la pettegola nota 16, anticipatrice del nome.

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amato con trasporto, uomo con moglie e figli e famiglia, ho
nutrito lo stesso amore che mi aveva unita a mio marito.
La scienza e il sentimento erano identici, sia con Paul
che con Pierre. Ora siamo tutti e tre in questo
Pantheon degli Immortali, e il fango, le calunnie, le
menzogne di allora, l’invidia e l’odio per la razza
della parte cieca e ottusa della Francia non ci separe-
ranno né qui né altrove. Da tempo hanno portato in questo
luogo ciò che rimane ancora del mio corpo, e la
‘Puttana Ebrea’, come mi chiamavano giornali e colle-
ghi accademici, ora fa onore alla Francia e alla Polonia
dove è nata e dove era povera con suo padre, sua
madre e la sorella che lei amava e con la quale ha scelto
di venire qui come un’esiliata a fare la serva, la
lavapiatti, la plongeuse. Io non ero né puttana né ebrea,
ma ora voglio essere tutte e due. Voglio essere chiamata
così, ora che ho fatto quello che ho fatto. Le particelle
di quello che resta di noi tre, vagheranno invece nell’u-
niverso finché la materia durerà.”
Vidi risplendere ancora di più la sua figura, il corpo,
i capelli, e il rombo delle particelle elementari mi
pareva tanto forte da non resistere, eppure ancora
le domandai:
“E quando eri sul fronte insanguinato della guerra,
del ributtante mattatoio, e curavi i feriti non ti ha preso
lo scoramento, la voglia di lasciare tutto,
vita, scienza e amore di fronte alla bestialità dell’uo-
mo?”
“Mai, nemmeno per un minuto. Anzi le automobili
attrezzate con raggi X le guidavo io stessa, e cor-
revo in lungo e in largo per la Francia con Irène che
mi assisteva, la Pace che mi assisteva in Guerra.

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Dopo, dopo mi sono rattristata sapendo che quel-
le irradiazioni potevano aver contaminato quei
poveri feriti e le famiglie. Strage per fuggire alla strage.
Questa sì che fu una tragedia, un’antica trage-
dia del fato. Voler fare del bene e fare il male.
Ma questa è la storia del mondo, tutto sorpassa tutto
nell’universo.”
Marie allora scomparve, e la mia vista tornò a per-
cepire solo quello che aveva sempre veduto: il nostro
mondo di quotidiana assurdità e pazzia. Perciò
dentro di me si destarono forte la rabbia e lo sdegno
per quella Francia che ha allevato grandi uomini, ma
ha anche dato voce, e la dà ancora, all’abiezione
buttandola spesso in faccia alle nazioni. Le Pen,
Le Pen… quanti ce n’è di te in questo antico popolo
di franchi e celti che abita le tue terre? Quando
scomparirete dalla nostra Europa che saluta ancora
la tua orrenda specie con gioia e giubilo e becero or-
goglio? Morite! Toglietevi dalla terra, Le Pen,
Csurka, Ahmadinejad, e lasciate che donne come Marie
e uomini come Pierre Curie e Paul Langevin
siano il vessillo del ventesimo secolo come lo sono
Gandhi, Mandela, Luther King.
Simone era accanto a me e disse:
“L’unica prova per l’uomo consiste nell’essere lascia-
to a se stesso di fronte al male e alla violenza.
Marie, la cara Marie Curie, l’ha vinta, e io ho gioito
insieme a lei. Ma la maggior gioia non è nel sapere. È
invece in quello che chiamiamo ‘amore’.”
Mentre Simone mi prese la mano e cominciò a cam-
minare oltre, sentii la sveglia segnalare la fine del son-
no, e nell’ultimo sussulto di quello stato scorsi

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mio padre e mio fratello, ma aprii gli occhi e capii che
non era possibile raggiungerli. Mi alzai e presi a cam-
minare nella mia stanza.

Temi difficili, caro amico: scienza, amore, femminile e


maschile, bene e male, calunnia e odio. Materia e
oltre la materia. Ha avuto molto coraggio, nel pensarci.
Ma cerchi ancora, cerchi la radice.

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7
Gli uomini roteanti

Il sogno della maglia MTK. Padre e fratello scompaiono di nuovo.


Un bianco innaturale. Il salto genetico. Figure umane roteanti.
Come Aristofane. Attaccati a due a due. La prima radice. La valle
del Rift. Il Dio nascosto. Una sola lingua. Rombo d’aerei.
Il pensiero vorace. Perché vi battete? Cristo era un negro.
Malcolm X, figlio del Nebraska. Bull Condor. O violenza,
o non-esistenza. Avere un sogno. Mi sono fidato di chi mi ha ucciso.
Elijah Muhammed, maledetto porco. Il vangelo della libertà.
Finché non cambieranno tutto l’uomo.

Mio padre in un negozio buio mi stava comprando


una divisa da calcio bianca e azzurra, quella dell’MTK1,
la squadra dei venditori di oche, di ebrei pronti
alle cinque del mattino a vendere la loro merce grassa
e unta. Tutte le divise mi erano grandi, allora il
commesso tirò fuori una divisa da bambino di dieci
anni. ###“Me
“Me ne dia due,” disse mio padre. “Perché?”
chiese il commesso, e mio padre: “Per il fratello di que-
sto signorino, per il gemello che ora non è qui.”
Invece mio fratello era lì in un angolo e sorrideva senza
dire nulla. “Vieni qui,” dissi, e allora in un attimo,
tutto scomparve dalla mia vista.
Un chiarore insopportabile mi svegliò. Vidi un colore bian-
co innaturale, chiaro, accecante, bruciante come il fuoco.
Un colore senza pudore, nudo, molle. Un brulicare di vermi
1
MTK, Magyar Testgyakorlók Köre Budapest, squadra di calcio ungherese
degli anni cinquanta, sessanta del Novecento.

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usciti dal latte. L’oscuro mondo bruno era scomparso, non
riuscivo più a percepirlo.
“Dove stiamo andando ora, dimmi, mia guida, mia
àncora di salvezza? Dove mi porta ora la memoria?”
“Non è memoria quella che ti porta, ma il sentore
vago di un mondo davvero antico, antico quanto l’uo-
mo che ha fatto il salto genetico dai primati2 a quello
che è ora. Non è più la memoria che può parlare
dentro di te, ma il risveglio della coscienza. Capisci
questo che cosa significa?”
“No, non capisco. Cosa mi vuoi dire?”
“Descrivi quello che vedi e lo saprai.”
“Io vedo, vedo una palla nera, ma nera come la notte più
nera, e vedo un brulicare nero intorno a me, e sento un
calore a cui non resisto. E tutto questo è avvolto nella luce
spietata d’un sole feroce.
Vedo figure umane roteanti come nella favola di Pla-
3
tone e di Aristofane …”
“Aha, siamo tornati fin lì adesso! Ma quel nero che
cos’è, dimmelo tu.”
“Quel nero è una moltitudine di uomini attaccati gli uni agli
altri. Dimmelo tu, perché io non riesco, se non attraverso
di te, a guardare gli altri. Dimmi che cos’è quello che vedo.”
“Tu sei rimasto incollato al tuo mondo. Ora stai scollando
il tuo essere da lì e abbandoni la tua Europa, la tua
radice finta, inaridita: quella vera è molto più lontana.
Quando ritroverai la tua prima radice, vedrai allora quello
che troverai, che colpe dovrai scontare, che eroismi
veder accendersi sotto il tuo fuoco.”

2
In parole semplici dalle scimmie. Primati: mammiferi superiori.
3
Vedi il Simposio di Platone, il racconto attribuito dal filosofo ad Aristofane.
È uno dei miti più belli sull’amore tra tutte le letterature del mondo.

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“Sì. Ho capito. Credo d’aver capito,” risposi, e m’im-
mersi nella nera tumultuante massa di uomini roteanti,
attaccati a due a due4 gli uni agli altri.
“Solo quando riuscirai davvero a sentirti uguale a
questi esseri, solo allora riuscirai a capire da che
mondo vieni e in che mondo vivi. Ma devi provare, provare
con tutto te stesso.” Questo mi disse seria Simone.
Attesi. Mi trasportai con l’immaginazione verso que-
gli uomini fatti di due.
Dopo un po’ mi accorsi con spavento di essere diventa-
to uguale a loro e di vedere un’altra moltitudine
bianca, molliccia, quasi evanescente. Era il mio mondo che
ora vedevo in quel modo.
“Che metamorfosi5, che cambiamento è questo?” domandai
spaventato a me stesso, e lei rispose con un grande sorriso:
“Tu hai letto forse le mie parole sul ritorno alle radici
dell’essere, alle radici dello spirito umano, e le hai
6
prese com’è giusto alla lettera . Dunque le radici ora ec-
cole qui.”
“Le mie radici? Le mie radici pagane? O le mie radici
rivolte all’insù, verso il cielo, verso le dieu caché7?”
“Tu, vedi, non sei più uno sradicato, se sei riuscito a
trasformarti così.”

4
Occorre leggere la favola che il personaggio Aristofane, cioè il grande com-
mediografo dell’antica Grecia, descritto da Platone, racconta degli uomini dop-
pi, per capirne l’intima bellezza e profondità circa l’origine dei sessi.
5
È sterminata la produzione poetica sulla trasformazione degli animali (e per
metafora anche degli uomini), uno dei fenomeni più misteriosi della natura.
6
Riferimento a uno degli scritti più celebri di Simone Weil, pubblicato in Italia
con il titolo di La prima radice (cit.). Tutto questo viaggio è all’insegna di quel libro.
7
Il dio nascosto. Richiamo al Libro di Ruth da parte di Lucien Goldmann,
studioso e letterato rumeno naturalizzato francese che nel 1955 pubblicò con
questo titolo uno studio sul filosofo del Seicento Pascal, sul tragediografo Racine
e sui giansenisti di Port-Royal, l’abbazia che diede rifugio sia all’uno che all’altro.

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“Come?”
“Vedi la luce com’è cambiata per te? Com’è cambiata
la tua pelle? Io non sapevo nulla delle origini, delle radici
della vasta progenie umana sulla terra. Tu ne sai
più di me, adesso. La valle del fiume Rift8: è qui che sei
venuto. Ecco, le radici sai dove cercarle e
dove ti giova trovarle, se non vuoi sradicarti del tutto
dal genere umano, per seguire solo la ricchezza e il po-
tere, le false divinità della nostra era.”
Sento un rombo di tamburi crescere, sento gridi animali
dappertutto: barriti, ruggiti, ululati, strida.
“Sei arrivato lì dove anch’io non sono riuscita ad ar-
rivare. In due il cammino è più proficuo della
marcia solitaria. Alza lo sguardo e, se vuoi, prova a parlare
con quelli che vedi. Prova a parlare con una di queste
coppie.”
“Parlare come? Parlare in che lingua?”
“Nell’unica possibile. In quella umana.”
“Ci sono seimila lingue sulla terra.”
“No. Una sola. Una. Quella umana9. La devi imparare se
vuoi sperare che questo viaggio ti riconduca ai tuoi.”
“Imparare? E come? E che cosa è quella lingua così
unica?”
“Il sentimento dell’umanità. Devi sapere che sei nato in quella
lingua e lì vivi, devi saperlo in un istante. In un solo
istante di comprensione e di compassione. E di trasporto
per gli esseri viventi, e quel trasporto lo devi provare.”
Era tutto un rombo di aerei e un crepitare di armi da
8
Il fiume Rift scorre in Somalia e in Etiopia. Nella valle di questo fiume sono
stati trovati i più antichi resti umani. Ora sono indicati altri quattro luoghi.
9
Una scuola di linguisti statunitensi sostiene che tutte le lingue del mondo
(circa 7000) discendono da una sola: è un’antica ipotesi, sostenuta con nuove ar-
gomentazioni scientifiche (Merritt Ruhlen, L’origine delle lingue, Milano, 1994).

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Nero quadricromia
fuoco10. Due uomini roteanti mi urtarono facen-
domi quasi cadere per terra e stavano per rullare oltre
nel folle, selvaggio rotolare di uomini doppi.
“Tu!” esclamai. “Tu, fermati qui vicino! Ti riconosco,
fermati e parla.”
L’uomo rotondo rullò vicino a me.
“Tu mi conosci? Chi sei tu per me? Mi sei fratello? Sì,
per me lo sei. No, non lo sei,” disse l’altra metà.
“Fratello? Come? Tu sei nero. Nero,” dissi con roz-
zezza e sgomento.
“Anche tu lo sei, guardati bene. Guarda le mani, volgi
gli occhi verso di esse; guarda il tuo corpo. Vedi ora chi
sei?”
Sentii con spavento di essere cambiato. Di essermi
trasformato, tutto. Tutto era diverso, sentivo il mio
odore, il sapore della saliva, nuovo, aspro. Il mio
respiro, il tatto della pelle diverso, e anche il mio pen-
siero era adesso fulmineo, vorace.
“Che mi succede?” chiesi a Simone, rimasta al mio
fianco.
“Parla ancora, ora che hai cominciato. Devi vincere il caos
della parola. In principio era il Caos, cioè il Verbo.
Ma poi quel Verbo fu mutato di colpo in una benigna,
tranquilla armonia. Il mondo era diventato dicibile. E
ora di nuovo si tende al puro caos, ai giochi di parole
senza freno, alla derisione di tutto l’universo11,
alla parodia dell’essere. Ma tu uscirai da questa con-
dizione solo se non rinunci a parlare di nuovo
10
Sono i rumori che oggi risuonano per tutto il continente africano, quotidia-
namente, ferocemente.
11
La letteratura della parodia, del rovesciamento di opere classiche, l’introdu-
zione della beffa, del disprezzo per i vecchi modelli nei primi cinque decenni del
Novecento parve avere la meglio, divenne la letteratura più alla moda.

77

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l’unica lingua possibile: quella che ho detto.” Così mi disse
Simone e così sentii ripetere da una parte dell’uomo
rotondo, con calma e sincera compassione. Ma l’altra par-
te gridò: “No! No! No! L’odio non si combatte con
12
la bontà . La bestia razzista bisogna farla tacere con tutti i
mezzi che saranno necessari! Come hanno ucciso noi
per molti secoli.”
Braccia e mani di quell’essere inafferrabile si attacca-
rono in un selvaggio groviglio, torcendosi e battendosi;
la bocca di uno sputò davanti a sé nell’aria, non potendo
raggiungere l’altra metà. La testa con due facce si scuoteva
urlando, e allora riconobbi le due parti e gridai:
“Perché? Perché vi battete l’uno con l’altro13?!”
“Noi siamo uno e sempre lo saremo. Non potrà separarci
mai nessuno!”
Allora i due volti parlarono insieme e si levò una stri-
dula cacofonia.
“Non è vero,” gridò una parte. L’uomo rotolò di qua e di
là, mi urtò, mi spinse ansimando, ruttando odio e mite com-
passione.
“Vi conosco, vi conosco, e so che avete sempre lottato con-
tro voi stessi.”
“Io sono io. Perché dici ‘Voi’, bastardo, stronzo, bestia,
scoreggia! Buco di culo, verme figlio di troia! Io sono
X e sono anche Martin, e sono Maometto, e sono Re14. Non
12
C’è da domandarsi se questa sia la convinzione dell’Autore. Dell’odio, del
disprezzo, nel corso della sua esistenza egli ha avuto vari riscontri personali assai
duri.
13
Questa duplicità della natura umana è l’assillo di tutte le grandi opere lette-
rarie, di tutti i miti, di tutte le religioni: della civiltà umana.
14
Qui il personaggio che parla unisce il proprio essere musulmano (Mao-
metto) con quello di Martin Luther King. King notoriamente significa “re”. Il
personaggio quindi riconosce l’inseparabilità di loro due nella storia dei negri
d’America.

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disperare, l’amore vince tutto, non c’è violenza che pos-
sa sopraffarlo. Maiale, sì, c’è violenza, solo rivolta,
armi, separazione. C’è solo amore, anche se ti torturano,
la libertà della non-violenza. Ti mettono in prigione, ti
danno fuoco. La violenza è destinata a perdere. Solo
con la rivolta, con la nostra rivolta potremo impedire che
ci uccidano, come fanno da sempre, maiali maledetti, fu-
cking bastardi bianchi di tutto il mondo. I razzisti cristia-
ni imperialisti che ci hanno fatto schiavi, pagheranno. Cristo
era un negro, sì, lo era. Non permetterò la violenza. Sì,
noi marceremo con tutti i mezzi: noi neri, noi figli d’un
continente intero devastato, derubato, deportato,
ucciso, cagato, immerdato. Noi risponderemo offrendo il
nostro corpo, la nostra vita, il nostro amore fraterno,
il nostro vangelo della libertà.” Così gridava quell’uomo roto-
lando via e tornando di nuovo e di nuovo verso di me.
“Hai paura? Ti fa paura quell’uomo?” domandò sussur-
rando Simone.
“Sì, ho paura di lui e anche di questa… di questa
moltitudine roteante che urla e spinge e prega insieme,
e i cui discorsi sono duplici, in una parte violenti,
oscuri, nell’altra parte docili ma fermi.”
“L’uomo è così,” disse Simone, “e sarà così finché
esisterà.”
Allora una delle due bocche prese a urlare con voce
roca e stridula. E l’altra le rispose bassa e ferma.
“Sì, io sono Malcolm X15, figlio del Nebraska, figlio d’un
prete ucciso come un cane dalla Legione Nera. Mia
madre è morta chiusa in un manicomio; io sono
cresciuto nei ghetti, nelle prigioni; ho rubato, ho sfrut-

15
Ecco che il personaggio si palesa: è Malcolm X, il grande leader nero, ucciso
nel momento più alto della sua attività politica.

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Nero quadricromia
tato puttane, ho venduto droga, ho rapinato, distrutto;
ho fatto il lustrascarpe, l’operaio e sono sopravvis-
suto alla devastante violenza dei tuguri del mio popolo,
gli schiavi neri ammassati ad Harlem nel ventre
della fetida balena bianca, la società degli Stati Uniti d’A-
merica. Ascolta me, metti da parte l’odio. Io sono figlio
d’un prete dell’Alabama16 docile e laborioso figlio,
cresciuto nel college, nelle sale delle chiese di mio padre,
predicatore onesto. Sono cresciuto con il vangelo della liber-
tà. Sono cresciuto soprattutto in India, dove ho visto l’ardente
luce dell’oggi, e si cresce, sappilo, anche in un attimo,
non in anni. Sono cresciuto anche nelle prigioni amare,
sporche, infette eppure gloriose, nella persecuzione
di nemici ottusi come Bull Condor che mi voleva a tutti i
costi morto. Sono cresciuto nelle marce, sotto i colpi
dei manganelli, degli insulti, dei pugni; sono cresciuto
nel mare di facce nere di questo grande paese adottivo
che ormai è diventato il mio paese. Non è vero. Io sono
della Nazione Musulmana. Io sono della chiesa anabattista.
Io sono per la nazione dei negri. Io sono per la nazione del
mondo. Io spacco la faccia a chi mi insulta. Io resisto a tutti i
pugni, gli sputi. O violenza o non esistenza. Ma tu hai un’idea
che vuol dire bucarsi?… Ma tu hai un’idea che vuol dire pre-
gare?… Sniffare, vendere la roba per chi ti fa la pelle se
non obbedisci. E non vedere i frutti della preghiera? A quindici
anni, fare il bravo negli istituti di rieducazione, dove sei
esposto a tutto, a tutto. Ogni mattina alzarsi con l’idea
di un dio in cui credi, e piangi. Sai che vuol dire farsi inculare
e inculare ragazzi e vecchi? Pregare all’alba, al mattino,
alla sera; avere un sogno, un grande sogno, cantare

16
Martin Luther King (1929-1968), vero martire non-violento della lotta con-
tro il razzismo negli Stati Uniti d’America, degli anni sessanta del Novecento.

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Nero quadricromia
inni religiosi con i fratelli. Sai che vuol dire stare acquat-
tati nell’ombra tra piscio, merda e vomito?
Parlare con i fratelli neri nelle luride prigioni, portarli verso una
fede nel futuro… In attesa di assaltare un tizio di
cui non sai niente, sai soltanto… Che hai un sogno, un sogno
che un giorno… Che devi strappargli l’orologio. Un giorno
tutti gli uomini saranno uguali. Sai che vuol dire contare i cen-
tesimi, mangiare roba schifosa e non avere né un
futuro né un passato, nulla? E sulla terra regnerà la fratellanza.
E rotolare di qua e di là senza meta. Eppure l’intelligenza ar-
deva nel mio cervello… il coraggio, la fede, la fiducia. Mi sono
fidato di chi mi ha ucciso, e non mi pento, perché anch’io
l’ho tradito. Elijah Muhammad, maledetto porco. Il gran
profeta della nazione dei Muslim. Da una finestra qual-
cuno mi ha sparato. Earl Ray… Un disgraziato prezzolato da
mafia, Ku Kux Klan. E ho chiuso gli occhi su una grande
pace. E Malcolm X non c’era più… Non c’era più,
non c’ero, non c’eravamo. Siamo tornati tra i grandi corpi forti,
i grandi corpi neri e sudati, tornati da dove era stata
trascinata a forza, con le armi, la nostra stirpe. Ci siamo
uniti qui, dopo la morte, nel nostro doppio essere, insepara-
bili, ed è bene che sia così perché il mondo è così e
sarà così finché non cambieranno tutto l’uomo.”
Venne il segnale: io ho scritto tutto quello che sono
riuscito a estrarre da quel tumulto di idee e sentimenti
e visioni e fatti.

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8
Il giudice Nino
(“Quanto in femmina foco d’amor dura”)

I giochi del datore luci. Mandela. Il registro della tuba.


Quando Adamo tesseva. L’avverarsi dei desideri. “Come io ho
amato Zinnie.” Lei assassina? Le prigioni di Robben Island. ANC.
Non si combatte la bestia a mani nude. Le mandibole meccaniche.
Un secondo venire al mondo. È indicibile la libertà.
Avanti ancora, e bon courage!

Camminando attraverso verdi boschi ci ritrovammo


in un luogo popolato da uomini e donne in abiti colo-
rati di seta e cotone, e lì ci fermammo. Bambini
giocavano sui prati, e in lontananza scorreva un torren-
te. Un uomo bianco e scuro1 sedeva solo guardando i
giochi del Datore Luci2 di quello scenario, quasi inde-
cifrabile.
“Avvicinati a lui, se vuoi parlargli,” disse Simone la-
sciando il mio braccio.
“Avvicinarmi? Come, come posso avvicinarmi a un
uomo come lui. A uno dei grandi dell’umanità.”
“Proprio perché è un uomo, non un mito. Un uomo in carne
e ossa, ancora vivo come te, non solo un’immagine; vagli
1
Bianco e scuro: cosa vorrà dire? Bianco di capelli e scuro di pelle? O vice-
versa. Tra poco la soluzione.
2
“Datore luci” è la definizione della professione di direttore della fotografia
nei film, in televisione, degli spettacoli teatrali. Ma scritto così con le maiuscole
forse l’Autore vuole alludere a chi o all’entità che ha creato, se ha creato, la
“Luce”.

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Nero quadricromia
vicino, più vicino che puoi.” Così mi disse Simone, e io
cercai dentro di me quel sentimento d’uomo che
3
potessi condividere con Mandela . Perché era Nelson
Mandela che sedeva nel bel tramonto africano di Qunu4.
Stetti lì, con penosa timidezza senza dire una parola.
Ma fu lui a rivolgere lo sguardo verso di me e a dir-
mi di sedermi lì nell’erba. Lo feci, e allora lui incominciò.
“Penso che tu non sappia nulla di me, nemmeno un
centesimo di quel che sono, di quello che ho vissuto e che
vivo5. Nemmeno un centesimo di quello che si sente
desiderando con forza terribile, irrefrenabile, sorda
quel qualcosa che si chiama libertà. Sai forse che
cosa significa ‘libertà’? La libertà… Hai forse un’idea
di cosa sia e come ci si sente desiderandola non
solo per te, ma per decine di milioni di persone di cui
ti senti ora responsabile? La libertà, gustarla con gran-
de calma, non come inutile fervore, ma con pace
dentro di te e forza immensa che ti eleva sopra le mi-
serie, gli squallidi calcoli personali di spregevole
convenienza. La libertà…”
La sua bella voce di africano suonò nella semioscurità
come il registro della tuba d’un organo con il soffio
solenne nel sottofondo.
Sentivo che una domanda saliva dal più remoto an-
golo del mio essere. Riuscii a fargli posto sulle labbra
con grande sforzo, facendomi coraggio.
3
Nelson Mandela (1918), uno degli uomini più esemplari degli ultimi millen-
ni, l’emblema della fede ineliminabile nella libertà. Quindi nella vita. Ma può
essere che vi sia libertà anche nelle pietre, nelle montagne, negli oceani. È il
concetto più alto e misterioso che si possa pensare.
4
È il piccolo villaggio rurale, situato nella provincia del Capo Orientale, dov’è
nato Mandela.
5
Mandela è vivo all’epoca della stesura definitiva di questo capitolo, e allora
possiamo con molta imprecisione risalire alla data di consegna del libro.

83

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Nero quadricromia
“Ora si sente libero, ora che è compiuta la grande
opera della sua vita?” gli domandai facendomi piccolo
più che potevo.
“Libero? No. Sulla nostra terra da quando l’uomo
si è costituito in società, non esiste più nel senso
compiuto quel sentimento. Quando i miei avi batte-
vano la foresta, quando Adamo tesseva ed Eva filava6,
forse allora sì, la libertà esisteva. La libertà è l’avverarsi
immediato dei desideri più alti e più belli. In fondo
si prova la stessa pienezza di quando si desidera una
donna e d’improvviso la si può avere accanto a sé,
e abbracciarla e amarla come io ho amato Winnie7. Lei
saprà sicuramente il resto.”
“So di pettegolezzi, accuse, infamie. Ma quel vero,
autentico sentimento di cui lei parla, e so che ha pro-
vato, non riesco a immaginare come possa esistere in
quella melma di sospetti e mezze verità. Mi ver-
gogno di questo, ma non lo so.”
“Io l’ho scritto, l’hai letto e lo sai che ho amato e amo
ancora Winnie. Sai che l’amore per una donna
che appena hai visto, ti sei detto: ‘È lei’ e che ti ha
accompagnato sempre, prima con la passione dell’in-
namorata, poi con la passione da combattente
forte, decisa senza esitazione… sai che quell’amore non fi-
nisce. Non puoi non amare finché vivi la madre di tre
dei tuoi figli, il fantasma nel cuore della notte che
ti appare nella sporca cella e tu bruci dal desiderio di

6
Citazione di un canto protestante dell’epoca della Guerra dei Contadini in
Germania (1525). L’Autore evidentemente attribuisce a Mandela la conoscen-
za del protestantesimo. Nel Congo allora c’erano i belgi, cattolici e protestanti,
fiamminghi e francesi.
7
Winnie è il nome della moglie di Mandela. Ah, di lei si potrebbe parlare per
giorni. Vale la pena di incontrarla in se stessi, anche se è pericoloso farlo.

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Nero quadricromia
lei, non puoi non amarla finché vivi. Non puoi non amare
la donna che deve sopportare vessazioni, galera, case
bruciate, insulti, odio soltanto perché contro i divieti
viene a trovarti nel parlatorio viaggiando per cen-
tinaia di chilometri: non puoi non amare tutto questo,
non puoi accettare a nessun costo nemmeno l’idea di
8
lei assassina , truffatrice, sanguinosa torturatrice
come l’hanno dipinta giornali e altri mezzi di calunnia,
non d’informazione.”
Da lontano si sentivano latrati, barriti, versi strani di
uccelli, qualche raro clacson di qualche rara auto,
e io ascoltavo il respiro del vecchio novantenne indo-
mito, che stando in prigione per trent’anni ave-
va rovesciato l’odio razziale in convivenza pacifica tra
gente con diverso colore della pelle. Tra ex oppressori
irremovibili divenuti adesso cittadini qualunque e
un popolo maltrattato, assassinato per tre secoli e pas-
sa, biecamente. E non ha vinto la sua lotta con il livore,
con il semplice odio per i bianchi, ma consideran-
do gli uomini della terra uguali, che dovevano vivere
gli uni con gli altri da uguali. La non-violenza9 era
la sua meta, ma combattere con le armi per ottenerla
fu la sua triste costrizione.
Dopo un lungo, immobile silenzio all’improvviso
Mandela mi parlò di nuovo, senza nemmeno guardarmi:
“Tu non puoi immaginare la forza immensa che si
scatena in chi è oppresso. In me si è trasformata in di-

8
Winnie fu accusata d’aver torturato a morte un giovane diciottenne, membro
della squadra di calcio da lei fondata. Nel processo fu assolta, ma i dubbi restaro-
no. E forse resteranno per sempre.
9
La lotta non-violenta (satyagraha in sanscrito) è stata lo strumento politico
più alto, più geniale, più innocente che si potesse pensare. Il lettore aspetti la fine
del libro per leggerne di più. E leggere di chi l’ha concepito.

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Nero quadricromia
gnità che il nemico non ha potuto scalfire, ma che
aveva anzi la forza di domarlo. In Winnie può darsi che si
sia trasformata in selvaggio desiderio, in tumulto
primordiale dei sensi che la lontananza da me non poté
frenare, ma io ora sono seduto qui e ascolto la
voce dei bambini, i miei bisnipoti che sono la mia gioia.
Ascolto i loro strilli che echeggiano nel tramonto,
vedo i loro corpicini nudi correre su e giù per questi
prati. Vedo la loro gioiosa libertà, vedo dispiegar-
si in loro la vita, ed è questo che mi fa ancora vivere. E
devo tutto ciò a Winnie Nomzamo10.” Sorrise, i suoi grandi
denti bianchi illuminavano le ore della sera. Mi dovetti
di nuovo fare coraggio per porgli una seconda doman-
da:
“Come ha resistito per tutti quegli anni alle terribili carce-
ri, a Robben Island11, alle miniere di pietra e di calce,
a Rivonia?”
“Giorno dopo giorno ho lavorato da carcerato per la
buona causa, studiando giorno e notte, allenando
il mio corpo con la disciplina della ginnastica, della re-
sistenza a ogni fatica, a ogni nuova prova. Tessendo trame
politiche, strategiche, ricorrendo all’astuzia, al calcolo
persino nel mio partito l’ANC, l’African National Con-
gress. Non ho lasciato il minimo spazio alle soffe-
renze individuali perché dovevo resistere per milioni.”
Tacque di nuovo; poi piano, molto piano sussurrò nel
buio già calato:

10
Il nome da ragazza della moglie di Nelson Mandela: Nomzamo Winifreda
Zanyiwe Madikizela.
11
L’isola su cui si trova il carcere in cui Mandela è stato prigioniero per ven-
tisette anni, senza mai piegarsi né crollare psichicamente, anzi affinando sempre
di più il proprio sapere, la propria cultura, la propria maturità politica e da guer-
rigliero.

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Nero quadricromia
“Sono stato un cattivo padre, un cattivo marito, lo
so; è stata più difficile per Winnie la mia prigionia
che per me stesso. La mia lontananza è stata
la tragedia della sua vita. Ma è ancora viva anche lei
e combatte ancora per i diritti dei neri. Può dar-
si che abbia fatto cose orrende, ma non ha mai rin-
negato né me né l’idea per la quale abbiamo speso
la vita, l’idea della libertà per tutti. Questo non la
discolpa, ma io la amo. Mi dispiace che la vita intima
di una famiglia sia trascorsa così, ma ho dovuto fare la
mia scelta. Le mie mancanze non me le perdono. Ma
il mio amore per lei non si è mai spento. Amore e libertà
sono inseparabili. La libertà non esiste senza pace.
Per questo spero che la lascino fiorire come ho fatto
12
io, senza ostacolarla .”
Un lontano canto si levò da qualche lontana contra-
da, e il profilo di Nelson Mandela ora si intuiva ai
raggi della luna che saliva.
“Sicosi nikele Afrika,” mormorò, poi trasse un sospiro.
“Ho combattuto e mi è sempre stato presente il
proverbio che ho imparato qui, in questo sperduto villaggio
del Transkei13 dove sono nato e dove voglio morire.
Sebatana ha se bokwe ka diatla. Sì, non si com-
batte la bestia a mani nude. Ma ora vivo in pace e non sento
insulti in afrikaner14. Jou ma se moer. Non sento
più la sveglia alle quattro: Staan op! Woord wakker15! Vacche

12
Così si esprime Mandela riguardo al proprio atteggiamento verso la moglie
allora giovanissima.
13
Il Transkei è una regione occidentale del Sudafrica. La regione in cui è nato
Mandela. Il nome significa “Al di là del Kei” (il Kei è un fiume).
14
Lingua dei bianchi del Sudafrica di origine olandese (boero, cioè contadi-
no).
15
“Alzati, stupido schiavo!”

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Nero quadricromia
di guardie, sadici più dei nazisti tedeschi! Non
dobbiamo riunirci di notte. Tutto è finito, ma io temo
che la nostra splendida democrazia dispiaccia a
molti potenti della terra. Sì, il Sudafrica oggi è forse il paese
più equo della terra. Ma la bokwe, la bestia, schiuma sangue
dalla bokka.”
Adesso con un gesto fece capire d’aver terminato il
nostro colloquio. Sapeva già tutto, sapeva che sarei ve-
nuto qui, nel suo eremo. Sbucarono dai vicini cespugli
le guardie del corpo e si fermarono in semicerchio die-
tro di lui, perplesse.
“Ancora una cosa, la prego, una domanda. Chissà
quante volte l’ha sentita, quanti giornalisti tra mandibole
metalliche di macchine fotografiche16 gliel’hanno fatta.
Uscendo di prigione dopo tanti, tanti anni, come
si sopporta il peso della libertà, come si respira
l’aria sporca delle città, il chiasso, la vita quotidiana,
le corse inutili, i mezzi di trasporto, grida, folla
colorata e tumultuante. Come si fa a scrollarsi dalla
marmorea fermezza della lotta politica in carcere?
Non è come una seconda nascita? Un secondo doloro-
17
so venire al mondo .”
“Perché gli fai ora questa domanda?” mi chiese Simone, e
io le sussurrai:
“Perché qualcosa di simile ho vissuto anch’io e, dopo,
per mesi e mesi ho sognato ogni notte la mia nascita,
lo sbucare dalla profondità del mare alla superfi-
cie dura e accecante.”
16
Espressione di Mandela nella sua autobiografia, Lungo cammino verso la
libertà (Milano, 1997).
17
Come essere una seconda volta espulsi dal ventre materno: l’Autore più
volte ha così descritto la fuga dal suo paese verso il mondo occidentale, verso la
cosiddetta libertà.

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Nero quadricromia
“Tu mi domandi questo e sai bene che, sì, molti me lo
hanno chiesto. In vent’anni, da quando mi hanno fatto
uscire dalla prigione, ho trovato la risposta, anche se
dar forma a quel sentire, a quella condizione, dar
forma di parole e frasi, è difficile. Quando dici ‘uomo’
dici ‘libertà’, quando dici ‘bestia’ dici ‘schiavitù’.
L’uomo riduce spesso il suo simile in quello stato, e
quel simile accetta. Ma una parte degli uomini della terra
non lo accetta e non l’accetterà. E quando esce
dalla prigione per lui è tutto gioioso e doloroso come la
nascita: l’uomo è stordito, gli gira la testa, non sa
esattamente come andare, camminare per strada, nelle
stanze, respirare, soffiarsi il naso, mangiare, dire;
non sa come amare. Ma cresce in un giorno, in due,
in tre, e si sente forte come un elefante e saggio
e solenne come una balena. Ma per la libertà non c’è
pensiero, non c’è parola abbastanza forte: è indicibile
la libertà, e chi ne parla spesso usa solo la retorica,
il mascheramento della verità, con il viscido involucro
del linguaggio, già, e dell’espressione.”
Mandela adesso si volse via da me e le guardie fecero
un passo. Allora pronunciai un nome: Thabo. Oliver
Thabo, e aggiunsi altri nomi: Nadine Gordimer e Sisu-
lu e Chris Hani18, tutti combattenti contro l’apartheid.
Lui mi ascoltò con le spalle rivolte a me, poi
disse: “Non si è soli nella ricerca della libertà.
Non si è mai soli e non contano solo i nomi: conta la
grande massa senza nome, ma con tanti singoli nomi
di chi vuole fare qualche cosa per i diseredati.
Li devi conoscere a uno a uno, amare tutti come i tuoi
fratelli, immaginare le loro sofferenze e provarle
18
Nomi di alcuni amici e compagni di lotta di Nelson Mandela.

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Nero quadricromia
con loro e provare pure la gioia. Non sono nato con la
sete di libertà. Sono nato libero, sì, libero in ogni
senso che potessi conoscere. Libero di correre nei campi
vicino alla capanna di mia madre, di nuotare nel limpi-
do torrente che scorre attraverso il mio villaggio,
di arrostire pannocchie sotto le stelle, di montare sulla
groppa dei buoi. Finché obbedivo a mio padre e
rispettavo le tradizioni della sua, della mia tribù
non ero ostacolato in niente né da leggi divine né uma-
ne. Questa libertà io l’ho condivisa con Oliver e
Chris, compagni stupendi, e con tanti, tanti altri come
loro. Te l’ho già detto, per la libertà non si può
combattere da soli perché la libertà non è per il singolo,
ma per tutti gli abitanti del pianeta.”
Mandela con l’aiuto delle guardie si alzò, fece pochi
passi e scomparve, silenzioso, nella notte.
Stetti fermo, pensieroso e triste. Sentii un rumore e
alzai lo sguardo.
Vidi Nicola per un attimo sulla strada affrettarsi in
quella notte scialba e, quando stava per svoltare nella curva,
lo chiamai: lui si voltò e fece un cenno di saluto
con la mano, poi scomparve tra gli alberi. Corsi
allora, corsi leggero e forte, ma dietro la curva la strada
deserta era sciatta e silenziosa, vuota; solo i miei
passi si sentivano, e mi vergognai del loro rumore mo-
lesto di pietrisco smosso dai miei piedi che poteva
destare uomini e animali. Simone intrecciò attorno alle mie
le sue dita e mi condusse via.

Avanti, avanti ancora e bon courage. Vede, i suoi cari le fan-


no strada.
S.F.

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Nero quadricromia
9
L’antica fede

L’invio del fascicolo. Visita di mezzanotte. Il corpo fluttuante.


Un maestro è sempre un maestro. Lo scrittore paralizzato.
Volo verso i cieli? Intingere la penna in quell’inchiostro. Il Vecchio
che non gioca a dadi. Che cosa dice il Libro dello Splendore.
Il telegramma di Bertrand Russell. Straniero là. La scelta
tra un amico e un’idea. L’ombra che sussurra, Parlare con il Tu.
La muraglia di Beckett. La grande opera. Come sei riuscito?
Scomparso e ricomparso. Milioni per un sogno. La musica notturna.
Il responsabile dei volti. Di nuovo la difficile libertà.

Caro professore,
le invio questo fascicolo, la prego di dirmi o di annotare
quanto ci può essere di vero nel mio sogno, quanto
il mio sogno testimoni a mio favore, o se mi condanni.

Era il 17 luglio1. A mezzanotte mentre dormivo dopo


il caro giorno, pian piano vidi aprirsi nell’oscurità
la porta e in un bagliore scorsi una figura umana appe-
na visibile e sentii il rumore lieve dei suoi passi.
Era la prima volta che di notte nel dormiveglia mi visi-
2
tava un corpo, un corpo di uomo non più vivo. Perché

1
Il 17 luglio, il caro giorno: i due figli – una femmina, l’altro maschio –
dell’Autore, in anni diversi, da donne differenti sono nati nello stesso giorno del
calendario. Coincidenza, destino, fatalità, ordine superiore, caso? Il lettore dovrà
risolvere l’enigma, se non vorrà restare con la curiosità nella mente.
2
Si tratta del famoso corpo astrale. Che cosa sia questo, citato nelle antiche,
ma tutt’oggi credute teorie, sarebbe troppo lungo a dire. C’è un’anticipazione
qui degli incontri con i morti.

91

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Nero quadricromia
subito compresi che era così. Mi spaventai, mi si mozzò
il fiato, il cuore prese a battere forte e io pensai di dover
morire.
“Chi sei?” riuscii a sussurrare, e quel corpo si avvici-
nava sempre, sempre di più senza esitare.
“Chi sei? Perché vieni da me? Parla,” dissi appena
con un filo di voce. La figura leggera e fluttuante3 si
fermò ai piedi del mio letto. Allora lo riconobbi e mi prese
un ardore, una venerazione che non può capire
chi non l’ha provata.
“Tu sei il mio maestro4, ho imparato più cose da te
che da tremila anni di storia e di letteratura insieme.
Lo sai quanto ti venero e quanti anni ho vissu-
to alla tua scuola, quanto ho letto e riletto i tuoi libri,
quanto ho scritto su quello che leggevo. Perché e come
sei venuto fin qui?”
Gershon Scholem5 prese a parlare:
“Tu mi hai chiamato, mi hai raggiunto perché hai let-
to quello che io ho scritto. Anche se non sai, non hai
mai saputo elevarti e sei rimasto legato al carro
della bestia quotidiana6, mi hai trovato e io sono qui. Come
si ama pure il non-esistente, ci si può mettere in viaggio
anche verso ciò che non si può raggiungere: può
darsi che sarà quello a raggiungere te.”
Nell’oscurità scorsi la sua figura, vidi la sua persona come
se fosse in carne e ossa lì, davanti a me. Tentai di
muovermi, ma ero paralizzato. Riuscivo soltanto a dire

3
Fluttuare è proprietà, appunto, dei corpi astrali.
4
Chi sarà questo maestro? Da dove verrà? Cosa significherà?
5
Gershon Scholem (nome ebraico, quello tedesco era Gerhard), celeberrimo
studioso della mistica ebraica medievale, della famosa Kabbalah, che per otto
secoli ha attraversato la cultura europea, araba ed ebraica.
6
La vita di tutti i giorni che ci aggioga al suo squallido carro.

92

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Nero quadricromia
quelle parole che scrivo. E queste parole erano in
quel momento le mie uniche, possibili azioni.
“Quante volte avrei voluto parlarti7, quante volte ti
ho chiesto aiuto, quante volte ho invocato la fede
che tu hai avuto e hai perseguito. Ora finalmente ti sen-
to qui. Vedi, non tremo più, non ho paura.”
“Che volevi da me e cosa vuoi?”
“Tu che hai trovato, letto e commentato migliaia di
volumi della Kabbalah8, della mistica degli ebrei del
medioevo, dimmi, ti prego, sei mai riuscito o hai
provato a mettere in pratica le ascensioni, le estasi, i
miracoli che i grandi maestri come Akiva, o come
9
Rambam, Sabbatai Zevi hanno compiuto. Tu sei uno
di loro?”
“Lo so che è questo ciò che ti assilla, lo so che John
Donne10 ti ha folgorato dicendo che chi non intinge
la penna in quell’inchiostro occulto, non può volare.
Lo so, Goethe, Strindberg, Dante, Giorgione,
Mondrian, Schönberg, Mozart e tanti altri11 tra i più
grandi hanno camminato in quelle sfere dove vuoi ar-
rivare. Ma sei sicuro, tu, d’esserne degno? E ol-
tre che degno, d’esserne capace? E soprattutto credi
tu nell’uomo? E credi tu che ci sia qualcosa di

7
L’Autore evidentemente allude a ipotetici tentativi da parte sua di elevazione
all’estasi, alla comunicazione con i morti tentata e ritentata.
8
La scienza occulta medievale degli ebrei aventi fede in quella pratica magica.
C’è una grande e folta serie di testi della Kabbalah che viene tutt’oggi studiata
e applicata.
9
Il rabbino Akiva dell’epoca di Nerone, Rambam, Sabbatai Zevi del Seicento
e altri erano grandi kabbalisti, creduti veri maghi, in grado di creare e distrug-
gere.
10
John Donne, poeta mistico inglese del Seicento, artefice di pratiche religiose
miranti a conoscere e applicare la magia cristiana.
11
Tutti famosi artisti che praticavano le scienze occulte, le scienze della magia.

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grande, di più incommensurabile come il
12
Vecchio di Einstein che non gioca a dadi ?”
“È questo, questo, questo il mio assillo. L’assillo di
milioni di umani onesti, sofferenti e ossessi: tutta
la terra prova questo assillo.”
“Lo so, tu vorresti essere sicuro, vorresti la prova in-
controvertibile, e l’hai avuta tante e tante volte,
ma dentro di te, proprio nel tuo intimo, nei tuoi pensie-
ri, nei tuoi sentimenti ci sei passato sopra, hai attribuito
tutto al caso, a pura coincidenza, ad allucinazioni,
stati febbrili. Illusioni, fantasie, visioni. Dopo un po’
hai dimenticato tutto, come se non fossi stato tra quelli
che il Grande Incontro ha favorito. E poi di nuovo ti sei
ricreduto, e di nuovo hai perso quella fede. Questo pendolo
di Foucault sei tu13. Non chiedere nulla proprio a me.
Solo tu puoi sciogliere questo enigma: questo enigma sei tu,
è la tua vita. Vuoi ancora continuare a parlare e
scrivere quello che diciamo, quello che io dico dentro
di te?”
“Non lo so. Tutto ciò che ho scritto finora nella mia
vita è la traccia di questo non sapere.”
“Siamo così, anch’io ero così.”
“E dopo, dopo cosa sei diventato?”
“Quello che vedi qui. Cerca di comprendere che cosa
vedi e come, dove, e quando.”
“Non riuscirò mai, mai a capirlo. Nemmeno in pun-
12
Celebre allusione di Einstein alla presenza di Dio nell’universo, che non
sarebbe casuale come il gioco dei dadi, ma seguirebbe un piano preciso.
13
Jean Bernard Léon Foucault (1819-1868). Il famoso pendolo di sua inven-
zione consiste in una palla di ottone del peso di 28 kg legata a una corda lunga
67 m, fissata e fatta oscillare la prima volta nella cupola del Pantheon di Parigi,
nel 1851. Il congegno è stato creato per dimostrare, con complicati calcoli, la ro-
tazione della terra. L’oscillazione del pendolo di Foucault è lenta e dura almeno
ventiquattro ore.

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to di morte, lo so. Tutto quello che io riesco a fare è
d’accogliere in me il non-sapere.”
“Può darsi che la partita non finisca proprio qui. Non
posso dirti altro. Tu non sei nato per il non-sapere.”
Stava per scomparire, ma l’afferrai perché era vicino
alla mia mano.
“No, non andartene, ti prego. Dimmi ancora, nel Libro
14
dello Splendore , lo Zohar che io ho letto in francese…
nel Libro di Ruth, nel Libro di Enoch15, che non è altri
che l’angelo Metatron16, e nel grande Libro della Creazione17,
tu… tu sei riuscito a capire, da scienziato o da vero
mistico, il mistero dei numeri, delle lettere, degli angeli,
dei Palazzi Celesti, l’universo, lo spirito degli astri e la gnosi18:
si può con la sola ragione penetrare quei segreti o occor-
re la chiave, il misticismo ardente, senza dubbi?”
“Siamo come prima. Tu hai studiato la filosofia, ah, la
teologia, la scienza della vita, la psicologia19, e sei
riuscito, tu, tu a comprendere quei segreti e raggiungere
la certezza? Anch’io ho studiato grandi cose, col

14
Il Libro dello Splendore, o Zohar in ebraico, è il più famoso libro della
mistica ebraica. Su di esso si basano spiegazioni cosmologiche e indicazioni di
magia bianca per gli adepti. La composizione probabilmente risale al Trecento, e
sarebbe avvenuta in Spagna.
15
I Libri di Ruth e di Enoch sono altri due importantissimi testi cabalistici.
16
L’angelo Metatron è lo stesso che Enoch della settima generazione dopo
Adamo. Enoch nella Bibbia sale in cielo da vivo e lì si rivela per quello che è:
l’angelo del Velo, cioè quello che può vedere il Volto dell’Eterno.
17
Il Libro della Creazione, o Sefer Yetzirah, in base all’interpretazione della
funzione delle lettere dell’alfabeto svela i segreti della creazione del mondo, della
vita, della morte.
18
La gnosi è un’elaborazione mistica di varie religioni combinate insieme, tra
le quali quella cattolica, quella islamica e quella ebraica: ne furono adepti i cava-
lieri templari accusati poi di eresia e bruciati sul rogo sotto il regno di Filippo il
Bello. Alcune emanazioni di questa sorta di setta sono tutt’oggi esistenti.
19
Parafrasi della prima scena dell’Urfaust di Goethe.

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grande Frege20, le cui teorie elaborate con decenni di la-
voro, Bertrand Russell demolì con una lettera21. Tu mi
domandi se io ho fede? Domandalo a te, solo a te se
io ho fede e se tu puoi intingere la tua penna in quell’in-
chiostro.”
Un gelido vento spalancò la finestra. La fioca luce del
corridoio oscillò, stava per spegnersi; un rombo
lontano rullò verso di me e io, impaurito, gli chiesi aiu-
to ancora una volta, quasi piangendo.
“Tu ti chiami come me, Gershon. So che questo è il
tuo nome vero. ‘Straniero là’, questo è il nostro nome.
Tu sei straniero nella Roma dei papi; io lo sono lì, dove
sono a casa. Pensa a questo, e ora io ti lascio.” Così mi
disse allora Gershon Scholem.
“Ancora una, una sola domanda. Il tuo migliore amico,
Walter Benjamin, quello che amavi più di un fratello,
perché non l’hai salvato dal suicidio? Tra l’uomo e l’idea hai
scelto l’idea, l’idea di uno stato nascente, e sei
rimasto in terra d’Israele. Hannah Arendt22 ti ha dato
la notizia, Hannah Arendt che poi non hai amato.
Non potevi fare davvero nulla per il tuo amico, per uno
dei luminari della vostra sanguinosa epopea?”
20
Friedrich Ludwig Gottlob Frege (1851-1925), filosofo, studioso di logica,
matematico tedesco, autore di opere gigantesche. Si vedrà tra un attimo la sua
tragedia umana.
21
Sir Bertrand Russell (1872-1970), filosofo e matematico gallese, uno dei più
importanti del suo tempo. Nel 1902 inviò un telegramma al suo collega Gottlob
Frege rilevando una contraddizione nell’opera del medesimo intitolata Fonda-
menti dell’aritmetica. Con quel messaggio Russell fece crollare tutto l’edificio
logico-filosofico di quest’opera su cui Frege aveva lavorato trent’anni.
22
Hannah Arendt (1906-1975), pensatrice tedesca naturalizzata statunitense,
rifiutò sempre di essere catalogata come filosofo. Vedi Nel regno oscuro, cap. 7.
Fu lei ad avvisare Scholem della morte di Benjamin, avvenuta durante la fuga, at-
traverso i Pirenei, dalla Francia occupata dai nazisti tedeschi. Benjamin si suicidò
con un’overdose di morfina.

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“Non rigirare in ferite aperte la tua parola. Ho fatto
la mia scelta perché ritenevo che fosse quella giusta.
Ora non so, ora sono così come mi percepisci con
i sensi del tuo dormiveglia sfocato e pauroso. Per me è
stata la più grande perdita: ho perduto tre quarti di me
con lui. Ma il quarto che è rimasto è pur servito
a qualcuno. Per esempio a te.”
Svanì nell’oscurità a poco a poco, e io ripetei nella
notte fitta le sue parole che qui ho riportato.
Poi mi sono addormentato di nuovo. Un sonno in-
quieto e tormentoso mi faceva voltare da un fianco
all’altro, tirare il cuscino da ogni parte. A un
tratto ho sognato che dovevo aprire gli occhi. A
gran fatica mi sono voltato sulla schiena e ho aperto
gli occhi. Che spavento, che brivido, che battere
di denti per la sorpresa e la paura. Sul mio letto stava
seduto un uomo, una figura appena intuibile per
l’oscurità e per l’inconsistenza di quel corpo e di quella
presenza.
“Sta’ calmo,” mi ha sussurrato l’ombra. “Respira len-
to, guardami tranquillo. Hai viaggiato tanto per rag-
giungermi, ora riposa, domanda e ascolta.”
Ho cercato di fare una domanda. Ma nessuna domanda
sono riuscito a fare.
Allora quell’uomo oscuro mi ha parlato.
“Mi chiamo Martin Buber23, qui nel buio forse in-
tuisci la mia barba bianca. Da tanto tempo ti volevo

23
Martin Buber (1878-1965), filosofo e studioso austriaco naturalizzato israe-
liano, fu una delle personalità più importanti dell’ebraismo del ventesimo secolo.
Scrisse numerosi saggi di etica e storia delle religioni, tradusse la Bibbia in tede-
sco e fu tra i fondatori dello stato d’Israele. Scrisse anche drammi e commedie.
L’idea dell’importanza del dialogo, dell’essere dialogico, del sempre presente
“tu” fu sua.

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parlare, ma dopo avermi trovato, mi hai lasciato,
non sei stato fedele ai tuoi sogni.”
Battendo i denti allora ho balbettato qualche parola
di scusa e poi ho taciuto: non riuscivo a frenare i miei brividi
che m’impedivano di emettere la voce.
“Davanti a noi tu sei terrorizzato, ti ritieni un povero
idiota, un nano dello spirito umano che non po-
trà mai parlare con l’‘Altro’, con il ‘Tu’, con cui confrontarti
sarebbe tuo dovere e obbligo.”
Mi sono fatto forza e gli ho risposto, ma non riuscivo
ancora a muovermi.
“Intuarmi sarebbe mio dovere. Identificarmi con
quel ‘tu’ che è tutto, mondo, umanità, e anche Lui,
il cui nome non posso qui ripetere tanto è gran-
de e onnicomprensivo. Ma quel ‘tu’ è quel ‘tu’ che
mi manca, quel ‘tu’ che mi dà accesso a tutto,
anche a concepire che cosa è bene e e che cosa male.
Appare e scompare, a volte sento dentro di me lo
slancio di varcare la barriera dell’io, ma poi di
nuovo sento la muraglia, la muraglia che Beckett24 ha
tirato su attorno alla sua casa, il suo io, e che
è cresciuta in me, si è pietrificata, mi ha pietrificato
come Keikobad, l’imperatore della ‘Donna senz’om-
bra25’.”
“Tu hai letto e riletto il mio libro Immagini del bene e del
male, sai interpretare l’antico mito di Adamo
ed Eva, del paradiso perduto, e il mito dell’Avesta

24
Lo scrittore irlandese Samuel Beckett nella sua casa alla periferia di Parigi
voleva erigere un muro che gli impedisse la vista del mondo.
25
“La donna senz’ombra” è un racconto dello scrittore viennese Hugo von
Hoffmanstahl (1874-1929) sul quale Richard Strass ha musicato un’opera in tre
atti. In essa l’imperatore Keikobad verrà trasformato in statua di pietra se la
moglie non rimarrà incinta.

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iraniano26 dove bene e male sono due gemelli
e il mito dell’albero della conoscenza27. Hai medita-
to, mi hai citato spesso, eppure sei ancora lì,
ancora lì.”
“È da quella prigione che voglio uscire. Ho letto le
tue storie chassidiche28,, ho letto il libro dell’essere dia-
logico, ho provato a vivere come i grandi, i grandi
29
rabbini taumaturghi di cento e novant’anni fa, come il
famoso Chatam Sofer30 prescrive, ma tutto quello
che sono riuscito a fare nella mia vita è il non-sapere e
il cercare le radici: cercare i miei che mi devono illu-
minare anche se ci separa il grande muro tra vita
e morte. Sono qui, attendo. Aiutami, ti prego, come hai
fatto finora: tu sei il mio maestro.”
Buber era scomparso e ricomparso, ora stava vicino
a un armadio ora si nascondeva in uno specchio. A un
certo punto ha ripreso a parlare seduto in poltrona di
fronte a me.

26
Testo sacro della religione mazdaista iraniana, comprende elementi rituali,
cosmogonie, passaggi di astrologia e di filosofia. Risale probabilmente al primo
millennio a.C. È enorme la sua influenza sulla nostra cultura e religione, avendo
posto al centro di tutto la questione di verità e menzogna, di buono e cattivo.
Ancora oggi esistono molti seguaci di Zoroastro, il principale profeta e filosofo
delle dottrine dell’Avesta. C’è da leggere e studiare per vent’anni.
27
Buber, nel suo libro Immagini del bene e del male fa il confronto fra la filo-
sofia iraniana e il mito della Bibbia. L’Autore scherzosamente attribuisce ai frutti
la causa del diabete, quindi delle malattie mortali, della morte stessa. (Conversa-
zione con Giuseppe Rocca, Roma, 11 luglio 2001. Vedi la tesi di laurea di Alfredo
Bianchi, nipote di Rocca).
28
Martin Buber ha raccolto leggende dei mistici ebrei dell’Europa centro-
orientale chiamati chassidim.
29
A certi rabbini chassidim le leggende attribuiscono la capacità di realizzare
miracoli.
30
Chatam Sofer (1762-1838) sul finire del Settecento e l’inizio dell’Ottocento
fu uno dei grandi rabbini dell’Europa centrale. Morì a Pressburg (Bratislava) e
venne seppellito in una tomba sotterranea tutt’oggi oggetto di culto..

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Nero quadricromia
“Accontentati della buona volontà che riesci a spre-
mere da te. Sono sicuro che andrai oltre. Ma non
cercare il misticismo di Scholem, quella strada ci è dav-
vero preclusa: credi nei miracoli e insieme nella
ragione. E così uscirai da questa stessa esperienza stra-
na migliore e più capace, Lebewohl.”
“Aspetta! Voglio domandarti ancora una cosa e for-
se un’altra. Come hai conciliato fede e politica?
E come sei riuscito a finire la tua opera gigantesca, la
Deutsch Bibel. Pur tra i tormenti della vecchiaia
e della malattia, c’era un miracolo che ti teneva in vita
per finirla o le forze venivano solo da te?”
“Non solo da me. Le forze non sono tue, nascono
sempre tra due poli. Tra te e l’altro, questo è il segreto. Ho
sofferto penosi dolori fisici, ma la parola di Dio l’ho
trasmessa a tutti i tedeschi. Troppo tardi31. La tragedia
s’era già consumata ed è cominciata allora la mia.
I tedeschi non erano più quelli che avevo conosciuto
decenni prima, e per chi ho fatto quello sforzo allo-
ra? Rosicchiare minuto per minuto la vita perché non
la divorasse il male, la malattia, anzitempo. La
mia vittoria è caduta nel vuoto. Ma tutte le parole della
Torah le ho tradotte. Quanto alla politica, alla
pratica della politica, tu sai che per me è stata sempre
come l’opposto dell’essere spirituale che è degli ebrei.
Ma sono andato a vivere lo stesso a Erez, nello
32
Judenstaat di Herzl che da sogno, cinquant’anni dopo
la sua morte, si è trasformato in realtà, in realtà dolo-
31
Troppo tardi perché la tragedia della Seconda guerra mondiale era già
consumata. Il ponte tra ebraismo e cultura germanica non era più possibile.
Trent’anni dedicati alla traduzione della Bibbia in tedesco erano passati invano.
32
Theodor Herzl, ideatore dello stato d’Israele. Il lettore apprenderà ancora
molto di lui.

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rosa. E grazie a che? Grazie ad Auschwitz. Sei
milioni sono morti inconsapevoli ad Auschwitz, per far
avverare il sogno. E dopo Auschwitz tutto è cambiato,
ma non solo in meglio. Adesso vado.”
Ho provato una grande tristezza, una grande dispe-
razione mentre quel corpo si dissolveva piano nel
nulla e io rimanevo solo. Non m’avevano soddisfatto le
due visite? Ho invocato Simone, lei non è venuta. Ho
invocato pietà, e non mi pareva che in quel momento
qualcuno mi soccorresse. Sono rimasto sul cuscino, ad-
dormentato.
Un terzo sogno mi ha svegliato allora alla vita secon-
33
da , e ora non tremavo. La figura mi era comparsa ve-
locissima sorprendendomi tanto era veloce. Come se
venisse dal plafone si era calata d’un tratto su di me,
e un lontano pianoforte suonava una Nachtmusik
34
di Schumann, la marcia funebre .
Le mani sotto la nuca, il suo volto sopra il mio, gli ho
sussurrato:
“Sentivo che saresti venuto, sentivo che mi avresti
soccorso tu che hai liberato in me quello che si
dice il ‘saper pensare’. Tu mi hai svegliato, aperto gli
occhi; mi hai dato la chiave del mio scrigno, la chiave
che io cercavo da tempo. Il tempo, il tempo, l’Assoluto
Altro, e il Volto dell’Altro35 che è tutto quello che
non sono io, cioè è tutto l’universo. Mi hai insegnato
33
La vera vita, secondo la dottrina cattolica.
34
Nachtstücke (“Notturni”) di Schumann (1810-1856). Quattro pezzi sullo
stesso tema, di una profondità di pensiero e “visione” impressionante. Annoto in
anticipo che il figlio di Lévinas è pianista.
35
Vedi l’opera di Lévinas (1906-1995), uno dei più grandi filosofi del Nove-
cento: Totalità e infinito (Milano, 1961). Lévinas ha elaborato uno dei sistemi di
pensiero più alti e più umani della storia della filosofia. Profondo credente ed
ebreo osservante ha pur saputo separare la fede pura dalla filosofia.

101

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a pensare all’Altro più che a me, ed eccomi piombato
di nuovo nel considerarmi solo. Avvicina il tuo volto
ancora e ancora ché io diventi te e tu diventi me,
e io sia responsabile di tutti e due, e soprattutto di te,
come prescrive la tua filosofia.”
Lévinas mi sussurrò, fermandomi:
“Non delirare, non parlare a vuoto. Il silenzio, allora
piuttosto il silenzio. Il mio volto non entra nella tua
anima: non vedi sull’orizzonte del tuo sguardo
l’emergere come d’un sole oscuro del mio volto, il volto
dell’Altro, di cui tu non sai niente. Non puoi sapere.
Il mero volto, senza relazione con niente, soltanto con
l’esistere.”
“Io sto cercando oltre il regno dei vivi, cerco di at-
traversare il muro dei muri. Una volta ci sono riuscito. E ho
perso quello che avevo trovato. Aiutami, ti prego, aiutami.
Cerco il volto dell’Altro oltre la morte.”
All’improvviso mi fece una domanda:
“Tu hai avuto molte donne, vero?”
“Ho cercato, cercato come un pazzo di capire quel
diverso da me, dall’uomo, dal maschio; ho cercato di
capire l’essere femminile, l’essere donna. Mi sono stre-
mato nella ricerca.”
“Vana ricerca. Leggi quello che ho scritto di uomo
e donna, la differenza dei sessi. È così la morte, così… così
è Dio. L’Assoluto Altro, l’Altro da te. Io ho amato Husserl,
Sartre, Heidegger36 a Friburgo, Blanchot e tanti altri a Pari-
gi,; dal russo allo yiddish, al francese, al lettone, al
tedesco, all’ebraico ho cambiato lingua, io, vita:
la mia prigionia di sette lunghi anni mi ha cambiato

36
Tutti colleghi e in qualche modo amici di Lévinas, tranne Heidegger, ov-
viamente.

102

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ancora e così so che l’individuo è cosa vana senza
amore, senza senso dell’Altro, senza la difficile liber-
tà ricevuta sul Sinai da Mosè, libertà da se stes-
si, dalla clausura nel proprio io. Prova, prova ancora.
Non ti manca molto. Non ti fermare. La rivelazione è
solo un attimo, come lo scatto di una lampada elettrica.
Come hai sperimentato ieri notte quando la lampada da sola
si è accesa.”
Silenzio. Silenzio e assenza.
Non c’era più. Era sparito. Dove? Era rimasto soltanto il
suono del piano e la marcia funebre della Nachtmusik.
Poi anche quella, suonata dal figlio di Lévinas, s’era
perduta nel buio. E io sono ripiombato nel sonno.
Nel dormiveglia amato da Lévinas come metà strada
tra esistere e no, come unico momento del pensiero
non avvelenato dal remue-ménage37, dalla follia selvaggia del
giorno. E con godimento mi sono immerso nel dormi-
38
veglia, come nel “mare grando ”.

Lei ha discusso con sé l’altra notte, e dal dibattimento


di quell’udienza non è emerso nessun grave indizio con-
tro di lei. Anzi. Perciò continui tranquillamente con gli
interrogatori.

37
Le faccende, l’andirivieni, il darsi da fare quotidiano: espressione di Lévinas.
38
Espressione dialettale del poeta gradese Biagio Marin.

103

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10
La Porta dei sette P. (Superamento)

Un gendarme per scorta. La borsa con le bottiglie.


Davanti al grande palazzo. I cinque gradini. Un uomo biondo.
Stupido bambino. Tamino e la prova da superare. Giù nella
lavanderia. La voce va indietro nel tempo. Vi ricordo tutti,
a uno a uno. Il finto console. A rischio della vita. Un grande grazie
alla menzogna. Un bicchiere d’acqua. I due fiumi. Un sopravvissuto
di Varsavia. Una bestemmia per preghiera.

Stavamo correndo io e Simone in una strada deserta e


grigia, e un gendarme1 con la baionetta innestata
ci correva accanto. Spari radi riecheggiavano dai tetti,
grida, sirene, tonfi reiterati; correvamo a perdi-
fiato e io tenevo con la destra una borsa marrone
con dentro pesanti bottiglie.
“Più presto! Corra! Vuole risparmiarsi?” gridò il gendar-
me dandomi una spinta con il calcio pesante del fucile.
E lei, perché non dice a questo scemo di affrettar-
si se non vuole morire?”
“Ti prego, corri più veloce,” mi disse Simone. “Non bada-
re a me, va’ pure avanti.”
“Tu non ce la fai a tenere il passo?”
“No. Io non voglio recitare quella orrenda farsa del
tempo che trascorre, dei giorni, delle ore, delle stagioni
e dei minuti che trascorrono: voglio essere al di
là del tempo non essere pungolata dalla fretta.”
1
Evidentemente questo episodio si svolge in un paese o in un tempo che con-
templa la presenza di guardie chiamate “gendarmi”.

104

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Così mi disse Simone venendo appresso a me e alla mia
scorta armata.
“La prego, prenda lei la borsa,” dissi al gendarme, e
Simone mi disse forte, perentoria, sicura ma non
crudele, non severa, né adirata:
“Getta via quella borsa almeno adesso, non come hai
fatto da bambino quando non potevi sopportare il peso
di quel cibo che ti toccò di portare nella speranza
di una salvezza, mentre ti volevano caricare su un treno
per mandarti nei forni crematori. Tu stai ripetendo quella
scena, te la porti appresso chissà da quanti anni,
quella borsa, quel peso, quell’angoscia, ma ora liberati
del fardello e sii uomo, non il bambino che eri.”
“Ma io da bambino gettai la borsa con tutta la mar-
mellata che c’era dentro, mentre correvamo nelle stra-
de secondarie verso il parco Santo Stefano con la
speranza di salvarci dai nazisti, e mia madre mi guardò
con uno sguardo di disperato e muto rimprovero.”
“Ma tu sei qui. Sei sopravvissuto. Getta via quella borsa.”
“La butti via, porca la miseria,” gridò il gendarme, e
io gli obbedii. Gettai lontano da me quella borsa,
quel peso, quell’angoscia, quell’assillo; sentii il tonfo,
il rompersi del vetro, e in quel momento interruppi
la corsa trovandomi davanti alla porta. Era tutta
la vita che volevo vedere la Porta della Salvezza in un
grande palazzo e ora la porta era davanti a me.
“Spingi un battente del portone di vetro. Su, corag-
gio, cosa aspetti ancora,” mi disse Simone, e io aprii la porta.
Cinque gradini2 larghi, grigi e rotti erano davanti a

2
Che cosa sono i cinque gradini? In realtà è una vera iniziazione alla vita,
all’età adulta, quella che si svolge nel parco Santo Stefano, sulla riva del grande
fiume Danubio.

105

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me e in cima stava in piedi un uomo alto e forte
e io non riconobbi in lui nessuno3, ma sapevo che
solo lui poteva salvarmi.
“Venga,” mi disse con uno strano accento, e io salii il
primo gradino.
“Non abbia paura, non voglio farle alcun male. Quel
gendarme sono io che l’ho mandato, per proteggervi
lungo la strada. Salga i gradini senza alcun timore.
Chi non lo fa, deve aver paura.”
Salii il secondo gradino e inciampai. Caddi in ginoc-
chio davanti a quell’uomo.
“Mi salvi,” lo supplicai. “Mi salvi. Non so cos’è que-
sta tempesta di fuoco, non so perché e dove devo cor-
rere, perché mi ha fatto condurre fin qui, chi mi
minaccia e perché: forse tutta la vita è un’eterna mi-
naccia4? Come scamparla? La prego, la prego mi
aiuti! Sento che mi vogliono uccidere.”
“Calmati,” mi sussurrò Simone e mi prese il braccio
destro e così mi trasmise ciò di cui avevo bisogno allo-
ra: la sicurezza di un sentimento umano.
“Alzati,” mi ingiunse quell’uomo alto e mi tese una
mano per aiutarmi. “Se ti abbandoni, sei già bell’e mor-
to. Vuoi morire o vivere, stupido bambino?”
“Bambino? Mi considera un bambino?” domandai
stupito, e lui mi rispose:
“Perché, che cosa credi di essere? Avanti, alzati e vie-
ni dentro!”
Il gendarme mi tirò su e mi spinse ruvidamente, non
senza violenza, verso gli ultimi gradini da salire.
3
Su questa mancata agnizione del personaggio si svolge tutto il drammatico
tema di questo episodio. Tra poco si chiarirà tutto questo.
4
Tipica annotazione di un ex perseguitato. Il 78% di costoro avverte ovunque
la minaccia e la presenza di una qualche spia.

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“Cosa aspetti,” gridò, “che ti salviamo a calci, a calci in
culo, o vuoi muoverti?” Così gridò quel gendarme salvatore.
Salii i tre gradini e pensai: ‘Sto passando una prova,
come Tamino5, come un giovinetto, alla mia età!
Aria, fuoco, acqua, terra, e il quinto6? Il quinto gradino
che elemento può essere?’
“Il pensiero,” disse Simone indovinando quello che
mi stava passando per la testa.
Il pensiero, il nostro maggiore bene! Il pensiero che
attraversa il mondo nel volgere di un solo istante.
Due elettroni in due neuroni del nostro cervello si incon-
trano per caso, ed ecco il pensiero! Ma quale? Quale?
Stetti lì, sull’ultimo gradino, e riuscii a pensare solo
questo: ‘Chi è quest’uomo oppure quest’essere che mi
vuole salvare e che mi vede come un bambino, un bam-
bino di sei anni. Sei anni? Forse sono tornato in-
dietro sulla ruota del tempo?’
“Ma chi è lei?” gridai impaurito, angosciato per il
mio destino.
“Tu non ti puoi ricordare di me: eri troppo piccolo
quando mi hai visto, ma forse non mi hai neppure vi-
sto, solo guardato. Eri tutto confuso come lo sei
ora, tornato bambino.”
“Ma chi è lei?” domandai ancora, e quell’uomo si
mise a sorridere.
“Ti ho mandato giù, nella lavanderia7 insieme a tua

5
Giovane principe, protagonista del Flauto magico di Mozart su libretto di
Schickaneder. Quell’opera è la storia di un’iniziazione.
6
Gli elementi costitutivi dell’universo, secondo le antiche mitologie e scienze.
Senza il pensiero naturalmente.
7
Sulla fine del diciannovesimo secolo le case erano provviste di un locale dove
gli inquilini potevano fare il bucato della settimana o del mese. Questo locale era
situato in cantina, o all’ultimo piano dei caseggiati.

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madre e alle zie, giù a dormire sulle grate di le-
gno, per non stare con i piedi in acqua. Hai dormito lì
per una notte, in questa casa difesa dalla Spagna8
contro i nazisti tedeschi, dal consolato spagnolo di cui
ero in quel momento, per finzione, il capo9. Sì, mi
sono finto console spagnolo, io che sono italiano del
Nord e che ero in Ungheria per comprare cavalli.
Tu non sai nulla, non ricordi nulla. Dopo, da questo
parco Santo Stefano ti ho fatto scortare in una sina-
goga10:: non c’era posto qui, troppe centinaia di
ebrei erano pigiati uno sull’altro, voi eravate di troppo,
i vostri compagni di sventura vi hanno scacciati,
come accade sempre. Ti davo per morto, invece sei qui,
ritornato quel bambino di allora.”
In quel momento accadde una cosa che non crede-
vo potesse accadere. Invece avvenne, lo posso giurare
su quello che volete, ipocriti lettori11. Littori12,
pronti a infliggere pene. Aprii la bocca per ringraziare
quel salvatore che scoprivo adesso di essere tale,
e la voce che uscì dalle mie labbra tremanti era davve-

8
Alcune ambasciate, in Ungheria, in quei tempi terribili della Seconda guerra
mondiale, provvidero ad acquistare caseggiati interi dove stipare gli ebrei e gli
altri perseguitati che così, essendo in territorio straniero, non potevano essere
arrestati.
9
Il personaggio, di cui alla fine del capitolo si ribadirà sette volte il nome, si
finse console di Spagna per poter rilasciare salvacondotti e alloggiare nella casa
di parco Santo Stefano molti ebrei. Poté farlo perché il vero console era fuggito
in Svizzera, nel timore dell’occupazione nazista e dei bombardamenti russi e an-
gloamericani che potevano uccidere indiscriminatamente.
10
Allusione al luogo in cui l’Autore ha trascorso gli ultimi mesi della guerra,
i sotterranei del tempio di via dei Grandi Trasporti, nel mitico Ottavo Distretto
di Budapest.
11
Citazione della prefazione dei Fiori del male di Baudelaire. Lettore e poeta
possono essere accomunati dalla menzogna, possono essere soltanto fratelli.
12
Littori, che bacchettano con i famosi fasci littori. Da qui il nome “fascista”.

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ro quella d’un bambino di sei, sette anni; qualcosa mi
riportò a quell’età, e il mio corpaccione sessantenne
produsse l’esile suono della voce di uno scolaro
delle elementari.
“Lei avrebbe salvato la mia vita? Lei mi ricorda anco-
ra come scolaro?”
“Vi ricordo, te e tuo fratello e tutta la famiglia che
13
era con te . Vi ricordo tutti a uno a uno, cin-
quemila salvati dai nazisti, cinquemila anime già perse:
tante ne ho salvate io da solo, io commerciante ed
ex combattente fascista nella guerra di Spagna14.
Mussolini ha fatto le leggi razziali contro gli ebrei, e io,
suo fedele, vi ho salvati, io vi ho salvati.”
La mia vocina di bambino chiese con mitezza da es-
sere spaurito:
“Come mai? Perché ha fatto questo?”
“Tu vuoi sapere troppo. Vuoi sapere cose che non
capiresti né ora né mai. La vita ha questi grandi segreti:
interroga la vita, se vuoi sapere. Il fatto è che io,
sì, ho fatto quel che ho fatto, a rischio della vita:
ho firmato cinquemila salvacondotti con la complicità
di tutto il consolato. Il console era fuggito da giorni15.
Io rischiai la vita. Ma mi sono salvato.”
“A rischio della vita?”
“Proprio così. Se avessero scoperto che io non ero
l’ambasciatore spagnolo, o i nazisti tedeschi oi
nazisti ungheresi che erano tanti a Budapest, mi avreb-

13
Il personaggio ricorda tutto, perché i morti ricordano tutto; i vivi, invece,
dimenticano tutto, secondo l’Autore. Morte: condizione di onniscienza.
14
Molti fascisti e comunisti italiani partirono volontari e combatterono gli uni
contro gli altri in quella tremenda guerra civile (1936).
15
L’ambasciatore spagnolo a Budapest, Sanz Briz, nell’autunno del 1944 scap-
pò dalla capitale ungherese assediata.

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bero sbudellato. Ma io ero un grande mentitore,
pochi potevano battermi al mondo, dicevo menzogne
senza pensarci, pensavo menzogne in un istante
e in quello successivo ci credevo, a volte senza accor-
germi di mentire; avevo due, tre, settantasette
identità, e tutte, tutte vere. E così non sono stato
scoperto, e tu e i tuoi parenti e cinquemila disgra-
ziati, vi siete salvati. Di’ un grande ‘Grazie’ alla menzo-
gna che è il tratto più umano dell’uomo.”
Allora la mia voce disse piano:
“Dammi, ti prego, un bicchiere d’acqua. Ho corso
tanto con quella borsa pesante; ho sete, dammi un bic-
chiere d’acqua.”
“Ti do tutta l’acqua che vuoi, ma devi sentire ancora
un’altra cosa. Tra gli alberelli a Gerusalemme16 ce
n’è uno dedicato a me. Io sono uno di quei Giusti
a cui è consacrato quel bosco. Wallenberg17, lo smilzo
svedese, era con me e ha salvato tanti, tanti esseri
più di me, ma poi lo hanno preso i soldati russi vitto-
riosi e l’hanno fatto sparire, chissà perché. Era di
una famiglia di nazisti? Era un conte, era un industria-
le, era un salvatore appassionato ed è sparito. Lo
cercano ancora. Quanto a me, per quarant’anni nessu-
no ha saputo chi ero, che cosa ho fatto, nemmeno Ne-
rina mia moglie, della tua città. Per quarant’anni
ho taciuto tutto, perché nessuno mi avrebbe creduto,
16
Il famoso Giardino dei Giusti a Gerusalemme, in cui ogni albero è piantato
per un Giusto d’Israele. Secondo la mistica ebraica in ogni generazione vivono
quattrocentotrentasei giusti. Non sempre si conoscono tutti.
17
Raoul Wallenberg, il console di Svezia che salvò molti ebrei di Budapest,
in quei mesi, distribuendo salvacondotti (di cui ci fu un certo commercio), con
l’entrata dell’Armata Rossa nella capitale magiara scomparve, e di lui non si è
saputo mai più nulla. Il governo russo, anche quello odierno, non dice nulla di
preciso al riguardo.

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perché non tutto si poteva dire, perché qualche
maligno mi avrebbe potuto addirittura accusare non so
di che cosa. E così ho taciuto. Ma ora io,
il grande impostore, il gran bugiardo, il grande Don
Giovanni, ora sono uno dei Giusti. Sì. E ades-
so varca questa porta di vetro, sarà come entrare nella
vita, e tu dovrai lasciare qui il bambino, qui dove
sto io, riconsegnarlo a me. A me che te l’ho regalato.
Sei disposto a darmelo o lo vuoi per sempre.”
“No. Ma ti prego, il bicchiere d’acqua.”
“Berrai laggiù, nella lavanderia. Dovrai aprire uno
dei rubinetti e bere, bere finché vorrai farlo.”
“Mi hanno detto che quell’oscuro locale non c’è più.
Ci sono le lavatrici in ogni casa, per ciascuna famiglia.”
“Per te c’è ancora. E per te c’è l’acqua i cui tubi han-
no da tempo murato. Per te esistono i due tubi
che portano l’acqua di due fiumi. I due fiumi sono
uno dell’oblio e l’altro della memoria vecchia e nuova.
Dissetati con quell’acqua che sceglierai, e va’, che
aspetti? Buona fortuna.”
“Ma tu chi sei?” domandò il bambino.
E l’uomo che ora lo fece passare disse un nome: “Sono
Giorgio Perlasca. Sono nato a Como e sono morto a
Padova. Ma tra le due date ho fatto qualcosa. Chi sono,
te lo dirà la vita.”
Mi avvicinai allora alla seconda porta di vetro, e
avvertii in me di nuovo una strana sensazione.
Ripetei il nome del mio salvatore, ma con una voce
bassa, da adulto, con tutta una vita impastata dentro.
Sigarette, notti, vino, grida e liti. Il bambino era
rimasto indietro, abbracciato al suo benefattore,
silenzioso, senza un singhiozzo. Spinsi il battente del

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portone, lo scostai piano ma con grande sforzo, e
m’infilai nella stretta fessura. Sentii una preghiera can-
tata a cappella come nel Sopravvissuto di Schönberg18:
proveniva dall’oscuro androne. Era proprio quel
canto che sentii: “Shemà Israel adonai elohenu19.”
M’incamminai verso il buio e verso quel suono, e Si-
mone mi teneva per il braccio.
Voi che credete che false opinioni, menzogne di po-
litici, buffonerie possano chiudere il cervello e
ridurci tutti a vostri pagliacci, prendete l’esempio di
quest’uomo capace di lasciarvi alle vostre mene,
alle vostre porcherie quotidiane, alla vostra viltà, alle
farse, agli inganni per seguire sentimenti di compassio-
ne, volontà di porre rimedio al male… Prendete
esempio da lui e, se non volete, toglietevi dalla terra.

Preghiera

Uomo comune che diventa un eroe! Eroe che è


nient’altro che nullità! E tu, Grande Nulla, truffatore,
dà anche a noi la banalità quotidiana20, se questo
può salvare delle vite, l’abiezione dell’accettare tutto
quello che è ovvio, prevedibile, senza significa-

18
Un sopravvissuto di Varsavia, composizione per orchestra, coro maschile e
voce recitante, è uno dei lavori più toccanti di Arnold Schönberg, le cui opere
non toccano spesso i territori della commozione, ma suscitano altre sensazioni,
altri sentimenti, altri pensieri.
19
La preghiera fondamentale degli ebrei: “Odi Israele, io sono il tuo dio”. Qui
trascritta con la pronuncia yiddish.
20
Allusione al celebre libro di Enrico Deaglio La banalità del bene (Milano,
1981). Il libro prende, distorcendolo, il titolo del volume di Hannah Arendt,
sul processo al criminale nazista Adolf Eichmann. La banalità del bene parla del
protagonista di questo capitolo, Giorgio Perlasca.

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to, insensato nulla; dacci l’osso da mordere come cani,
l’osso spolpato della vita; dacci l’idiozia, l’igno-
ranza, se puoi sentire il grido del nostro cervello,
se sei qualcosa, non solo un’idea dell’uomo; tienici
nell’oscuro scantinato dell’ottusità, del cieco brancola-
re, scodinzolare, andare senza meta nelle nostre
città, nei monti, nelle campagne; riduci quello che c’è
di creativo dentro di noi a pura barzelletta; estrai
e getta tutto ciò che crediamo umano in noi, intelligen-
te, scaltro; facci leccare il piscio nella polvere, ma
non lasciarci diventare carnefici. Lascia che una volta
nella vita salviamo qualcuno e salviamo noi stessi;
una sola volta assolvici dalla tremenda, atroce crudeltà
che ci distingue; azzeraci, ma non permettere più
quel che è successo, che abbiamo fatto.
Giorgio Perlasca. Giorgio Perlasca. Perlasca. PERLASCA.
Perlasca. Prlsc. P.

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11
I tre vecchi

La processione e il pianoforte. Una chioma rossa. Il vecchio disco.


Paderewski e la Repubblica. Illusionisti che plagiano la natura.
Se la menzogna del mondo è invincibile. Si amavano tra loro
con leggerezza. Trattative con i grandi. Guardie del corpo.
Il cervello non riposa mai. Politics and arts exclude each other.
Il presidente era scomparso. Un uomo anziano in pullover.
Il Monte della Libertà. Finte elezioni.

Nevicava, la piccola processione saliva la collina svelta e


compatta accompagnando la bara nera, rozza,
poggiata su un carretto. In quell’aria grigia e bianca si
sentiva il suono di un pianoforte e una marcia funebre
si diffondeva nel paesaggio innevato.
“Da dove viene quel suono?” mi domandavo mentre
la processione avanzava, nera, con cappelli e scialli e
cappotti, seguendo il ritmo uguale della marcia.
“Quel 6 febbraio,” ho detto a Simone, “quei funerali
tristi, invernali, e lui nella bara, lui, mio fratello!”
“Ma tu non sei arrivato in ritardo ai funerali, come
Schumann, l’autore di questa musica che sento.
Schumann, ai funerali del fratello.” Così mi ha detto
Simone seguendo il feretro.
“Ma chi suona e dove? Da dove viene il suono, non
c’è finestra qui, non c’è una casa: c’è solo la campagna
desolata e la neve, la neve che copre tutto1.”
1
Vedi l’opera dell’Autore intitolata La neve e la colpa (Torino, 1998), una
raccolta di cinque racconti. Nel primo alcuni dotti provenienti da vari continenti

114

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“Non vedi lì, lì sull’orizzonte, la chioma rossa ondeg-
giare al vento?”
“La vedo, sì. Ora, ora la vedo.”
“Di chi è quella chioma rossa, lo sai?”
“No, non lo so.”
“Pensaci bene, avanti.”
“Ci penserò.”
La processione procedeva con passi uguali e ineso-
rabili.
“Quando hai sentito la Nachtmusik, ricordi chi la
suonava, ricordi il vecchio disco?”
“No, non ricordo.”
“Il vecchio, vecchio disco…”
“Di Paderewski2!” ho esclamato. “Ricordo! Ricordo
la mesta andatura, il gracchiare della puntina sul disco.”
“Perché t ti è venuto in mente proprio lui, dim-
melo, perché?”
“Perché mi turba il pensiero della Repubblica di Pla-
tone3, il pensiero di esclusione dei poeti dal go-
verno della città e dal consorzio umano, perché sono
mentitori, illusionisti che plagiano la Natura4, la
copiano e vendono per vere le copie, come fanno i pit-
tori: una pennellata bianca è il sole, la pennellata
discutono su cose, riguardanti la colpa e la neve. Quando questa, come la men-
zogna, copre la terra, non puoi sapere dove metti il piede.
2
Ignacy Jan Paderewski (1860-1941), celeberrimo pianista, compositore, di-
plomatico e uomo politico polacco, primo ministro della repubblica di Polonia
(1919-20).
3
Una delle ultime e più famose opere di Platone. Vi si parla di politica, di po-
esia, di anima (c’è la famosa parabola della grotta), di giustizia (essenzialmente),
di amore ecc. Nella città ideale descritta nella Repubblica, gli artisti non hanno
diritto di abitare, in quanto elementi perturbatori, menzogneri, imitatori, falsari
della natura. Cosa ne pensa il lettore che sta davanti a me?
4
Gli artisti copiano la Natura, secondo la concezione classica dell’arte. Oggi
non è più così.

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nera sarebbe l’ombra… I pittori sono i poeti dell’im-
magine: i poeti sono dunque dei mentitori, come pensa
Platone, dei malfattori?”
“E tu vuoi dunque chiedere a lui come ha potuto
essere artista e uomo di stato nello stesso tempo,
primo ministro della repubblica polacca nata con lui,
con il suo lavoro?”
“Sì, voglio chiedergli se ha mentito come artista e
come uomo di stato. Se la menzogna del mondo è in-
vincibile5.”
“Avvicinalo, è lui quello che suona sotto la neve, con
la chioma svolazzante.”
Sono arrossito, colpito da una vampa. Sono stato lì
almeno un minuto, poi mi sono fatto coraggio e di
slancio mi sono avvicinato, e lui suonava ispirato, as-
sorto e appassionato. Ho aspettato che finisse il pezzo
e che l’interramento cominciasse. Poi ho parlato:
“Maestro, lei che è l’idolo del pubblico dei concer-
ti di tutto il mondo, che trentamila persone ascoltano
fuori dai teatri, dalle sale di concerto per carpire
almeno un frammento di suono… Maestro, mi scusi,
scusi un importuno tra gli importuni, un artista che ha
pur provato di stare accanto ai governanti d’Europa6
per far sentire la sua roca voce senza però menti-
re, anzi per difendere la verità, il maggior bene dell’uo-
mo… Posso parlarle, dirle una parola?”
Paderewski ha spalancato gli occhi finora chiusi, ha
abbassato la mano dalla tastiera, e la neve cadeva
anche su di lui come su tutto il mondo.

5
La menzogna della politica come dell’arte (finzione, fiction) governa il mon-
do da migliaia di anni. E il mondo la segue senza pensarci.
6
L’Autore è stato candidato alle elezioni per il parlamento europeo.

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Mi ha guardato senza dire nulla. Mi ha fissato e mi ha
guardato attraverso.
“Che vuoi, tu che arrivi adesso a me, adesso dopo
cento anni?”
La voce era armoniosa quanto la musica che veniva
dalle sue mani. Sono rimasto incantato a sentirlo,
sarei vissuto solo per ascoltarlo. Passava da una lingua
all’altra come un acrobata salta nell’aria, e le sette
lingue che sapeva parlare si amavano tra loro con leg-
gerezza.
“Lo so quello che tu vorresti sapere, so che vorre-
sti chiedermi come la politica, quella di questo seco-
lo confuso non abbia corrotto la mia mente. So
che anche tu hai camminato su quella strada e a cuore
puro. L’ho fatto anch’io: ho fatto grandi comizi7,
ho fatto trattative con i grandi della terra per difendere
8
quel popolo che io amavo più di me stesso, di cui
mi sentivo responsabile, per cui avrei pure dato la vita,
e l’ho data con la musica e la parola.”
“Chi l’ha sentita parlare e suonare non distingueva chi
fosse più grande il primo ministro della Polonia o
il pianista. Mi dica ora, la prego, suonare come ha fatto
per il pubblico e parlare in pubblico non era qual-
che cosa di privo di verità? Una finzione, un’esibizione?
Una rappresentazione di qualcosa e non la cosa in
sé. Non la musica, ma la recita di essa; non la po-
litica, ma lo spettacolo della politica? Platone può avere
ragione?”
7
Esistono numerose testimonianze sulla grandezza di Paderewski come orato-
re. Un pianista oratore! Forse era un oratore anche come pianista.
8
I polacchi, come popolo slavo, hanno avuto una storia complicata e sfortu-
nata nel corso dell’ultimo millennio. Ma hanno sviluppato una propria cultura di
grandissima qualità, diffusa in tutto il mondo.

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“La musica ti svela ciò che è vero, ma ti rapisce anche
nel regno dei sensi, nel quale la verità non esiste:
esiste qualcos’altro, il puro sogno. Il sogno, il sogno è
vero più di tutto. La musica è il sogno più puro.”
Dicendo questo Paderewski ha preso a suonare il
secondo brano di Nachtmusik. Un pezzo indiavolato,
e la terra cadeva sulla bara, e sulla terra cadeva la
fitta neve.
“E come ha fatto a tramutarsi a un tratto in un tribu-
no del popolo polacco staccatosi dalla grande Russia9,
poi diventata l’Unione Sovietica?” ho azzardato a
domandargli ancora.
E lui suonando e parlando insieme mi ha detto: “La
politica non è per forza una finzione brutale, un ingan-
no, ma come la musica anch’essa è un sogno: il
sogno di una vita vera e felice per gli esseri umani della
terra. Si può sognare non solo di uccidere o in-
gannare con la nera menzogna o con il calcolo, il furto,
lo sfruttamento.”
“Ma quel sogno viene distrutto sempre: non c’è so-
gno per l’uomo sulla terra. Lei è stato primo ministro
per pochi mesi e poi l’hanno cacciata.”
“Ma non il sogno. Il sogno è rimasto, e la Polonia oggi
esiste ancora. E l’uomo continua a sognare, il suo
10
cervello non riposa mai . Io ho dato molto, molto denaro
per i poveri, per gli infelici, gli artisti di tutta la
terra, e ho potuto farlo perché è risuonata la mia musica
nelle sale da concerto di tutto il mondo. La musica
è sogno e verità, azione e contemplazione.” È venu-
9
I polacchi sono sempre stati dominati, nel millennio, dai russi, dai popoli
baltici e, non in ultimo, dai prussiani, dai tedeschi.
10
Al contrario delle credenze d’un tempo, oggi si sa che il cervello lavora
sempre. Purtroppo.

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to un turbinio di neve e dopo… non c’era più Paderewski, né
il cimitero né la musica; non c’era Simone.
In quel momento mi sono ritrovato, non so come, nel
mondo dei viventi. Ne sentivo l’aspro odore, ne
sentivo il selvaggio fracasso. Un uomo che mi sedeva
di fronte in un caffè con le guardie del corpo11 e
intorno la folla dei turisti godeva la sua provvisorietà:
12
erano figure di teatro . Dopo un po’ ho riconosciuto l’uo-
mo, mi sono avvicinato e m’hanno circondato i
ragazzi, le guardie del corpo. E così, sorvegliato, stret-
to, chiuso in un cerchio, gli ho rivolto la parola.
“Signor presidente, si ricorda di me?” ho domandato
timido e incerto, e lui mi ha risposto in inglese, sup-
ponendo che non sapessi il ceco: “Sorry, I don’t remember
anything. Who are you?” E io gli ho detto: “I met you
in Capri, when I was much younger and you had on your
head a little tail. It was the first time a President play-
write came to our country, coming out from prison. And
now we are in that same place, for chance13.”
Il presidente sedeva sorridente. Mi ha rivolto qual-
che parola in italiano e ha fatto attaccare ai suoi musici
canzoni rock degli ultimi decenni.
Václav Havel14 batteva il tempo con le mani, i piedi e
11
Guardie del corpo? Si tratta di un pericoloso malvivente? Di un banchiere?
Di un famoso cantante? Di un uomo politico?
12
Teatro? Cosa c’entra il teatro? Tra poco si vedrà.
13
L’incontro avvenne a Capri. Eravamo tutti molto più giovani. Lui aveva un
codino di capelli. Era la prima volta che veniva eletto un presidente commedio-
grafo il quale arrivava dritto dritto dalla prigione.
14
Václav Havel (1936) è stato l’ultimo presidente della Cecoslovacchia, la
quale subito si divise in repubblica ceca e repubblica slovacca. Questo atto è
stato chiamato il “Divorzio di Velluto”. Havel, drammaturgo di valore, eversivo
e fantasioso, è stato perseguitato dal regime comunista e più volte imprigionato.
Una volta divenuto presidente della Cecoslovacchia, e poi della repubblica ceca,
ha perseguito i suoi ideali con onestà e calma.

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anche con la testa: sembrava tutto fuorché il presidente
della repubblica ceca e un tempo anche della re-
pubblica cecoslovacca.
“What do you mean, what is more important for me:
life, art or politics, or what?”
“Sì, vorrei sapere questo. Ma anche l’arte è vita e po-
litica, se la politica vuol migliorare l’uomo.”
“Yes, that is true, but for me this three things could not
live in my mind in the same time. I didn’t write more after my
election, ’cause politics and arts exclude each other. They
have two ways so different of lying: they cannot stay to-
gether, my dear friend.”
“Perché? Perché? Non possono aiutarsi, consolarsi a
vicenda delle sconfitte che sono, sì, comunque inevita-
bili, anche se infine arrivano le vittorie?”
“No, they require both entire persons and not a piece of
them, not only one one part of thoughts and sentiments
and strength. So I have abandoned my art of playwrite
for that new life of President and then I abandoned my life
of President for that of quite a simple human being.”
“Sarebbe bello se politica e arte potessero camminare
su binari diversi e insieme alla stessa velocità, ma
senza mai urtarsi.”
“This too is true, but do you see, impossible.”
“Cosa l’ha portato in prigione: il suo coraggio di scrit-
tore o la sua Charta 7715, il suo manifesto politico
contro il regime comunista? Scusi se la disturbo con le
mie domande.”
15
La Charta 77 è stata la più importante iniziativa del dissenso nella repubbli-
ca popolare cecoslovacca, un’azione di protesta contro l’arresto di un gruppo di
musicisti rock, ma in realtà un atto d’accusa contro una concezione della società
umana, compresa quella socialista. La pubblicazione di questo documento è val-
sa a Havel cinque anni di prigione.

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“In prison? Yes I spent a time in goal that’s true, but
if because of politics or if for plays I wrote and could
perform that is, you see a really big, big problem. I never
wrote, realistic plays, that’s sure. My mind was full of
Beckett and Ionesco and Pinter and Perec16 and many authors,
but not the stupid servants…”
“Del regime, lo so. Sarebbe bello se lei fosse sta-
to messo in prigione come scrittore: sì, questo sarebbe
stato il segno della grande potenza dell’arte, ma ce l’ha
oggigiorno il teatro, questa potenza?”
“I think no more, ’cause theatre until now was one
of the places of our consciousness, and now that place
became the stage of money, the place of crying, laughing
speaking, mewling… the stupidity of our civilisation.”
Qui Havel ha fatto cenno ai suoi suonatori di musica
rock, e loro hanno intonato un fracasso che ha
reso sordi occhi e orecchie.
Un improvviso silenzio mi ha scosso. Ho alzato gli occhi e
l’orchestra, le guardie del corpo, il presidente con
i suoi baffetti appena visibili… tutto era scomparso, e
io sedevo in cima a una collina verde e fiorita. Di
fronte a me sedeva su una panchina un uomo anziano
in pullover, e mi sorrideva con volto amichevole e
occhi chiari e sguardo benevolo.
“Sai dove ti trovi? Sì, lo sai, sei stato qualche volta a
casa mia. Qui, qui sul Monte della Libertà17.”
“Sul Monte della Libertà?”
“Sì, sì. La mia casa è qui, su questo monte. Tu la co-
16
Tutti autori di teatro contemporanei a Havel, poco più anziani di lui. Sono
tutti ben noti, tutti importanti per l’evoluzione del linguaggio teatrale.
17
Monte della Libertà (Szabadság Hegy, in ungherese) è una collina di Bu-
dapest (dalla parte di Buda) che ospita un quartiere elegante dove un tempo
abitavano ministri e presidenti della repubblica.

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nosci, questa vecchia casa, e tu conosci anche il vecchio
monte che l’uomo non riesce mai a scalare senza
18
essere stato prigioniero . La libertà ha solo un senso
negativo: la conosci soltanto quando manca. Ma
tu che cosa fai su questo colle?”
“Mi tormenta il pensiero della politica, cioè del
governo delle città dell’uomo. È possibile che arte e
politica, scienza e politica, quei due sogni, vivano
insieme nello stesso uomo senza che la seconda vinca
la prima?”
“Eh, caro mio, io sento il morso del desiderio di
essere solo. Fabbricare finzioni di parole, di vi-
cende, di affetti e passioni. Scrivere, fare poesia.
Non riesco a dormire dal desiderio di fare questo,
perciò ti sono grato e godo della tua presenza qui:
la mia Medea sotto il cielo del Friuli, in una piazza
antica, tra tanta gente, stelle in cielo e le mie parole
che volano nell’aria. Tu hai fatto questo per me,
e mi hai reso felice. Ritornare il giorno dopo nel mio ufficio
in piazza del Parlamento mi ha riempito di sgo-
mento e malessere: il sogno, a régi álmom rágta agya-
mat19, e quando ho sentito i fischi e le urla dei
disgraziati skinhead scatenati contro di me dall’oppo-
sizione violenta e crudele mi sono detto: ‘Vieni sogno
e vieni menzogna, cara menzogna della poesia.
Vattene, tu, sogno della politica, vattene da me, non
mi turbare.’ E poi mi sono venuti dei rimorsi. ‘Io devo
fare, sì, qualcosa di buono e reale per la gente
che abita la terra dove sono nato’, e questo doppio de-

18
Il concetto di libertà si concepisce soltanto in condizioni di mancanza di
libertà.
19
“Il mio vecchio sogno mordeva il mio cervello” (ungh.).

122

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siderio non mi lasciava. In carcere ho tradotto dall’in-
glese i più grandi poeti, i più grandi scrittori, ed
ero felice nell’orrenda prigione tra guardiani che mi
malmenavano perché avevo osato ribellarmi alla
società senza più classi subalterne almeno sulla carta,
e invece abbietta, tirannica, ingiusta, violenta. L’uomo
sopporta, anzi chiede al mondo tutto il peggio, pur di
poter sognare.”
Qui Árpád Göncz, il grande presidente della re-
pubblica ungherese, il primo eletto liberamente dopo
tanti, tanti anni di finte elezioni20, ha cominciato
a fissare la terra sotto la punta delle sue scarpe
e a cantare piano, a mezza voce, un brano d’operet-
ta stupido e bello. Era la terza strada, quella sua, di
cercare di vivere nella repubblica e non mentire, ma
restare poeta.
Ha cominciato a piovere, di botto. Fulmini, lampi
solcavano il cielo che versava giù la sua grigia acqua,
la sua nera acqua invernale. Mi sono perso nei miei
pensieri. Poi ha suonato la sveglia e, aprendo gli oc-
chi, ho potuto vedere di nuovo Simone, e io sono ri-
apparso a lei. La mezz’ora era finita: il risveglio.

Lei cerca la sua strada in tutti i modi e non la tro-


va. Cerca i suoi morti di nuovo perduti. Ha provato anche a
stare vicino a chi tiene le chiavi della città, della città
dell’uomo, ed è rimasto scosso da quello che ha visto.
La politica è questa, che cosa vuole fare? Ma non creda che
la strada non ci sia e che le mura grondino solo

20
Il regime comunista prevedeva la presenza effettiva di un solo partito po-
litico. Solo quello si poteva votare. Nessuno osava votare contro. Ci avessero
provato…

123

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menzogna e nient’altro. Aspetti ancora, e come troverà
le sue radici, troverà anche la nostra civiltà che
ha prodotto pure qualche cosa di cui possiamo essere
orgogliosi.

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12
Il funambolo (Camminare sospesi)

Una fune d’acciaio contro il cielo. Un grande bilanciere. Danzando


nel vuoto. Strane orecchie. Il Diamante. Non riesce a parlare.
Die Blendung (“l’Accecamento”). La Grande Voce. La donna
con il bambino. Felice e Milena. Tre sorelle con la fronte ferita.
La parola “verità” su un foglio. I cunicoli e le tane. Dammi anche
oggi la parola leggera. I cenciosi nessuno. Simone scompare.
La sera tiepida.

“Fra tutte le esigenze dell’animo umano nessuna è


più vitale di quella di possedere il nostro passato,” mi
disse Simone, sbucata sul ponte tra il rosso del tramon-
to e il nero delle statue di quell’antico luogo.
“Ora lo vogliono assassinare, non come il chiaro di
1
luna i futuristi , ma come un boia uccide il condan-
nato,” dissi a testa china per quel suo dire. “La poesia, la
musica d’un tempo, il teatro, la pittura, la parola scritta
devono scomparire dal nostro mondo. La condanna è già
stata pronunciata.”
“Lo so,” rispose Simone, “ma c’è di peggio. Ciò che è dif-
ficile comunicare alla massa non è l’elevatezza della
cultura, ma la sua bassezza, sì, la sua bassezza.
E il mondo ci riesce molto bene!” Rise amaramente. I suoi
capelli si scuotevano brillando e danzando.
In quel momento ho alzato, cauto, lo sguardo e ho visto so-
1
“Uccidiamo il chiaro di luna!” Un motto dei futuristi coniato da Filippo
Tommaso Marinetti, capo di quel movimento di giovani artisti italiani che all’ini-
zio del ventesimo secolo conquistò il mondo. I futuristi vivevano per le conquiste
tecnologiche che dovevano preparare un avvenire di galoppante innovazione.

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pra di me, ben sopra la testa, una fune d’acciaio2 stagliar-
si contro il cielo, una fune che cominciava da qualche
punto dell’altra riva, non si vedeva quale, si prolungava
verso di noi e continuava perdendosi alla vista sopra
3
le case della Parte Piccola della città. E ho visto anche
una figura umana che con un grande bilanciere tenuto
davanti a sé con le due mani, all’altezza del petto, si
avvicinava camminando incerta sopra quella fune. Una
grande angoscia mi ha assalito. ‘Adesso cade,’ ho pensato, ‘e
io vedrò sfracellarsi il suo corpo, poi rimbalzare e
cadere ormai senza vita nel fiume.’ L’angoscia e l’attesa
della sciagura quasi certa mi toglievano il respiro.
Il funambolo è passato sopra di me, e appena si stava
allontanando ho visto sulla schiena della sua giacca scura
la lettera K e un punto, una scritta bianca quasi
fosforescente4. Era lui! Lui! Volevo inginocchiarmi; mi
sono messo a tremare, non so ancora se per la gioia, l’an-
goscia o il timore di incontrarlo, incontrarlo così.
L’ho chiamato e lui non si è fermato. Ha guardato davanti a
sé nell’aria, fisso, senza battere un ciglio, metten-
do sempre un piede davanti all’altro danzando quasi
nel vuoto sopra il ponte.
“Ti prego di ascoltarmi, di sentire,” gli ho detto cam-
minando all’indietro per vedere il suo caro volto e i ca-
pelli e le orecchie scostate dal suo capo5 come due
2
È probabile che l’ispirazione di quest’immagine risalga alla visione di uno
spettacolo teatrale, nell’estate dell’anno 2000, tratto dal libro di Angelo Maria
Ripellino intitolato Praga magica (Torino, 1993).
3
Malá Strana (“la Parte Piccola”), celebre quartiere di Praga, sulle rive del
fiume Moldava, vicino al Ponte Carlo.
4
Probabile reminiscenza dello spettacolo teatrale di cui alla nota 2.
5
La persona di cui si fa menzione qui, la cui identità sarà sicuramente svelata
in seguito dall’Autore, probabilmente aveva grandi orecchie: oggi si direbbe “a
sventola”.

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remi che lo aiutassero a non affondare nelle parole e
nei tormenti. Proprio come quelle di mio fratello
che per un attimo mi era apparso lì sopra la fune, guar-
dandomi e facendo cenni amichevoli di saluto.
Stavo per esclamare sorpreso e commosso, ma quella
figura corse via veloce sopra la fune, scomparendo nel
tramonto. Allora mi sono rivolto a chi di nuovo
stava sopra di me con il bilanciere:
“Sei venuto a trovarmi sul mio cammino, sei apparso
nel tuo nero splendore: non chiedo nulla più, nulla alla vita
ora che ti ho visto, ti ho incontrato. Non credevo
di riuscirci un giorno, eppure sei qui ben sopra di me
in alto. Non posso dirti, chiederti niente… Non posso.
Ich bin stumm und blöd geworden, ja, sam en nic en nic, un
grande nulla6.”
L’ho preceduto di corsa per venti metri. Quando mi sono
voltato lui stava sopra le case, il bilanciere ne sfiorava i
tetti, e camminava oscillando, muto, sorpassando
me e anche Simone.
“Io ho conosciuto il suo Diamante7,” ha detto piano Simo-
ne camminando diritto. ” “A Londra dove ho vissuto i
miei mesi di agonia come lui i suoi, a Kierling8, tra
le braccia di Dora, la sua Dora Diamant che tagliava il
ghiaccio del suo cuore imprigionato dal gelo del
suo tempo e del suo mondo, del mondo. Dora Diamant
l’ho incontrata a Londra dove pensava di liberare
la sua patria, come io la mia.”

6
Pastiche di tedesco slovacco e italiano: “Io sono diventato muto, uno stupi-
do…”
7
Dora Diamant (1898-1952), l’ultima amica di Kafka, colei che l’ha tenuto fra
le braccia moribondo.
8
Kierling, località vicino a Vienna. Lì è morto Franz Kafka. È stato cremato a
Praga e seppellito nel nuovo cimitero ebraico.

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In quell’istante il funambolo prodigioso si era ferma-
to stando lì, pencolando, e io gli ho gridato di prosegui-
re, ma lui è rimasto quasi pietrificato nel pericolo
di cadere nel vuoto.
Stava per aprire la bocca e parlare, ma nonostante gli
sforzi non ci riusciva: gli colavano lacrime sulle guance,
e lui oscillava muto in alto nell’aria.
“Digli qualcosa tu, ti prego,” ho detto a Simone bal-
bettando. “Io non so, non so come raggiungere
quella mente tra le più preziose di quante hanno vissu-
to finora sulla terra. Sono troppo piccolo per parlare
con lui.”
“Anche nella grandezza deve vivere il piccolo, se no
non è vera grandezza,” disse Simone levando in alto la
faccia, guardando quel muto profeta dell’umanità.
“Ti prego, chiedigli perché avrebbe voluto bruciare
tutto quello che aveva scritto, se era vera quella volontà
o se c’era un dubbio in lui, tanto che non accese
lui stesso quel rogo da Blendung di Canetti9, il ro-
manzo in cui il protagonista si dà fuoco insieme ai sui
libri.” Simone pareva non ascoltarmi affatto, e
gli ha parlato non so in che lingua, ma probabilmente
senza parole né frasi, e io capivo lo stesso tutto,
nell’epifania dell’orecchio e della mente.
“Tu hai parlato del contadino fermo davanti alla por-
ta della legge. Sulla soglia della porta tra la vita
e ciò che chiamiamo trascendenza è fermo anche Lui,

9
Die Blendung, “L’Accecamento”, ma tradotto in italiano con il titolo Auto-
dafé, il celebre romanzo di Elias Canetti (1895-1994), nato in Bulgaria da una
famiglia ebraica originaria della Spagna. Ma il lettore deve apprendere molte
cose di lui, perché è uno degli scrittori e pensatori più grandi e più pessimisti
della sua epoca.

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quel Lui che tu non conosci10 e che è l’unico Lui di tutti
i tempi e di prima dei tempi, nell’eternità. Lui, Cristo
che è di qua la vita, di là l’eternità; di qua l’uomo
e di là il Padre. Lui, Lui… il nostro Salvatore.” Così
parlò Simone a quel funambolo.
Un oscuro mugolio chiuso nella bocca dell’esile arti-
sta si è sentito per un attimo; poi lui ha fatto tre passi e si è
fermato di nuovo, oscillando paurosamente.
Allora ho percepito il sussurro di una voce emessa a
denti serrati, una voce quasi senza realtà, senza
suono come la Grande Voce11. “La condanna12,” ho sentito
chiaramente. “La condanna,” ha ripetuto la voce.
“La verità è una condanna per te? Dio, la verità è una
condanna?” ha gridato eccitata Simone Weil.
Il funambolo si è messo in moto ancora col bilanciere
che toccava le finestre della Piccola Parte, ormai illu-
minate. La sera stava per scendere sulle case. E
la K bianca sulla schiena del funambolo cominciava a
tingersi di grigio.
È apparsa allora in mezzo al breve ponte una donna
giovane con in braccio un bimbo. Le spalle del funam-
bolo ebbero un fremito, il bilanciere si inclinò a destra.
“No! No!” ho gridato terrorizzato, ma la figura
s’è raddrizzata con un guizzo e ha ripreso a camminare
lentamente. Sotto quell’uomo, esattamente sotto
10
Simone Weil è stata una fervente cristiana, mai convertita però a questa reli-
gione, da quella originaria, cioè l’ebraismo. È stata una delle donne determinanti
del pensiero della sua terribile epoca. Quel “Lui” si riferisce a Cristo.
11
Secondo la mistica medievale ebraica (vedi lo Zohar, il Libro dello Splendo-
re), l’Eterno comunica con l’uomo per mezzo di una voce inudibile, la Grande
Voce. (Vedi la quarta opera dell’Autore intitolata Il sussurro della grande voce,
Milano, 1990.)
12
Titolo di un racconto di Franz Kafka. Il figlio esegue, buttandosi nel fiume,
la condanna pronunciata dal padre.

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di almeno sette metri, la donna camminava e il bambi-
no singhiozzava piano come vergognandosi della
propria disperazione.
“Grete13,” ho sussurrato, mentre quel terzetto si sta-
va allontanando piano piano. La donna è stata raggiunta da
un’altra, alta e bruna, e da un’altra ancora, bian-
14
ca e leggiadra , dalle grandi mascelle, Felice Bauer e
Milena Jesenská. Poi quella lenta mesta processione di
tutte le donne del funambolo con lui in alto e loro di
sotto stava per svoltare l’angolo.
È venuto allora incontro al profeta un altro gruppo
di donne tutte scure di capelli e tutte con una ferita in
volto. La ferita di quando erano state uccise. La ferita
della morte, atroce. Hanno detto i loro nomi tutte e tre –
Elli, Valli, e Ottla15 –, poi si sono avviate insieme alle
altre donne. Erano le sorelle del funambolo.
“Camminerà sempre in eterno in alto, in alto, ri-
schiando di cadere, e loro, in basso, lo seguiranno
come attratte e respinte da una calamita. La ca-
lamita del sentire umano quando entri nel suo campo
magnetico ti attira o ti respinge. Lui respinge.”
Questo mi ha detto con calma Simone Weil.
Il mio pensiero è ritornato a Kafka. Ho temuto di non ri-

13
Grete Bloch (1882-1944), amica della moglie mancata di Kafka. Nel prossi-
mo commento sarà nominata anche lei. Indagate anche su di lei, e scoprirete cose
tragiche e interessanti: il segreto di tre persone. Grete Bloch ha vissuto tre anni
(1941-1944) in Italia, a San Donato Val di Comino, in provincia di Frosinone.
14
Due delle “fidanzate” di Kafka. La prima causa e soggetto di grandi sof-
ferenze con l’infelice scrittore (vedi Elias Canetti, L’altro processo); la seconda,
la vera scopritrice del talento dello scrittore ceco, Milena, figlia di un dentista
di Praga, lei stessa scrittrice e giornalista, morì nel campo di sterminio di Ra-
vensbrück (vedi Nel regno oscuro, cit.).
15
Come avvenne con Freud, anche tre sorelle di Kafka furono uccise nei cam-
pi di sterminio nazisti. Orrore, orrore, orrore.

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Nero quadricromia
vedere mai più quel poeta, quel profeta, e così ho detto
piano una preghiera, non so nemmeno io il per-
ché.
“Tu che sei grande e piccolo insieme dammi anche
oggi quello che ti chiedo: la grazia, la leggerezza del tuo
verbo. Vieni ad abitare nel mio cervello e fa’ che
la tua volontà sia fatta attraverso la parola senza peso
che tu hai trovato in te, per noi lettori. Sfamami
anche oggi con il pane della tua immaginazione
che intinto nell’immensa sofferenza mi riempie l’essere
di grazia e forza innocua eppure vittoriosa. Spet-
tatore e attore incomparabile, fratello silenzioso e trop-
po serio, volgi il tuo sguardo di fuoco su di me
e mostra la tua fronte con quell’enorme foro in mez-
zo nel quale è innestata la parola ‘verità’ scritta su un
foglio16. Lasciami accogliere i fantasmi della notte e il
male, perché senza sfiorarlo come te… non saprei mai nulla
del mondo e non ci sarebbe vita sulla terra17.”
L’acrobata e le donne che lo scortavano dal basso
ormai erano piccoli come giocattoli e si muovevano
anche come minuscoli, teneri automi, e io ero
forzato a un sentimento di incontenibile compassio-
ne perché avrei dato la mia vita per ognuno di
loro: per lui, per Felice, per Grete, Milena e Ottla, e
per il bambino, il suo bambino senza nome, morto
piccolo18.

16
Vedi la leggenda del Golem, il mostro creato da un grande rabbino nella
Praga del Cinquecento, fabbricato in argilla e destato alla vita dalla parola inne-
stata nella fronte. La parola era emet (ebr.), “verità”. Riflettere sulla forza positiva
e distruttrice della verità.
17
Vedi Martin Buber, Immagini del bene e del male (cit.). Vedi la vita.
18
Del figlio (se è esistito) di Margaret Bloch e Franz Kafka non si è saputo
mai nulla, tranne che a sette anni (nel 1922) sarebbe morto a Monaco di Baviera.

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Nero quadricromia
“Tu non li vedi, ma io sì,” ha detto Simone. “Stanno pian
piano discendendo nella terra; scavano i loro cunicoli e
19
le tane in cui vivono sobbalzando a ogni rumore
che annunci la presenza di un intruso. Ogni giorno escono
alla luce, ogni giorno sono presenti nella vita di
ognuno di noi, e lì sono radicati.” Così mi ha detto Simone
voltandosi per tornare sui nostri passi.
“Ti prego non farmi attraversare di nuovo quel pon-
te, non farmi passare accanto a quelle statue annerite
con la croce d’oro lucente nel tramonto20. Non
sopporto la scritta Judengeld21,” mi si stringe il cuore al
ricordo di quei poveretti, odiati e derisi, costretti
a pagare in denaro il fatto di essere venuti al mondo.
Io, io detesto questo luogo: non vorrei mai più ve-
nire qui dove vissero i cenciosi nessuno in mezzo
ai quali c’erano i miei avi.”
“Tutto quello che fai per aggirare quel passato, il tuo
passato, è menzogna. Solo menzogna e nient’altro.” Così mi
ha detto Simone e si è affrettata verso quel capo del
ponte da dove eravamo venuti, senza guardarmi, senza
darmi il braccio come invece aveva fatto prima.
L’ultimo raggio del sole ormai lontano l’ha presa con
sé. Il tempo era scaduto.
Ma io sentivo la sera benigna e tiepida perché il ricor-
do del mio profeta, del mio “lui” era lì nell’aria e nella
terra come ogni giorno, ogni ora e ogni minuto.

19
“La tana”, racconto di Franz Kafka.
20
Il grande crocifisso sul Ponte Carlo di Praga.
21
Scritta sul basamento del crocifisso del Ponte Carlo di Praga. Judengeld era
la tassa che gli ebrei, sotto il regno di Rodolfo II d’Asburgo, dovevano pagare
per il solo fatto di essere nati ebrei. L’Autore, dopo aver letto quella scritta, non
ha mai più voluto tornare a visitare Praga. Secondo alcune ripetute dichiarazioni
sia per il dolore sia per la rabbia. (Testimonianza del professor Mario Brandolin.)

132

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Nero quadricromia
L’eroe della sua aspirazione alla grandezza, al vincere
pur perdendo, al raggiungimento della verità, lei cerca di
piantarlo in se stesso, cerca di essere come lui. Lo-
devole, ma temo del tutto vano. Cerchi, se può, di amarlo
semplicemente come essere umano e come artista,
e non come un possibile se stesso. Del resto questo è il senso
vero del suo cammino. Non posso dirle altro.

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13
Diana. Profezia e morte1

“I cento sorci.” Quel porco di Sandokan. L’urdeme pate (“L’ultimo


padre”). Centomila vermi. Se passasse l’Angelo!
Doie cane zelluse (“Due cani rognosi”).
Avite a pavà (“Dovrete pagarla”). Don Peppe Diana.
Casal di Principe. Un profeta di strada di cinque anni.
Ha da furnì sta puorca nuttata.

Ca ciento sòrece te pòzzene ruseca’ ll’uochhje,


ca mille chiuòve te se pòzzene chjava’ rin t’o cuòzzo,
ca mille cazze te pòzzene scannaruzza’ ’ncanna…
puòrc ’e Sandokàn2, bèstia ’ncuzzuta…
c’aje accise l’ommo, l’ùrdem’ ommo
’e chistu munno, l’ùrdeme pate,
l’ùrdeme frate, fràteme, strunz,
sfaccimme, ca cientomila chjorm’e vierme
te pòzzene spuzzulija’ ’e vviscere,
ma luie torna a mangià a tte,
e passasse l’Angel’ e dicess’Ammen
ca isse turnasse a te magna’ iss’a tte
mariuole puzzulente, assassine zuzzuse
1
La versione in napoletano cinquecentesco del testo è opera di un amico
dell’Autore, amico di incerta identificazione. Tullio Rocca la attribuisce a suo padre
Giuseppe Rocca, ma Anna Bonaiuto replica che è Carlo Cecchi colui che avrebbe
eseguito questa trascrizione. Altre cinque attribuzioni sono giunte sulla scrivania
del redattore, tutte di dubbia attendibilità. Le ricerche sono ancora in corso. Qui
riportiamo la stesura sicuramente dovuta alla penna – al computer – dell’Autore.
2
Soprannome di Francesco Schiavone (1963), spietato criminale, camorrista
di Casal di Principe, nel napoletano, assassino e mandante di feroci assassini, in
carcere dal 1998.

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Nero quadricromia
dduje zuzzuse so’ trasute
int’a cchjesa, dduje cane zelluse,
dduje zombe r’o cazzo, aggio viste tutte cose
cu chist’uocchje, m’avit’a pava’,
it’a pava’ ’sta vita santa c’avite stutata,
v’aviti ’a penti d’esse state pisciate
’ncopp’a ’sta terra.
Ve faceva caccavèssa don Peppe Diana3,
puorce, zoccole ’mpestate,
rint’a sagrestia l’avite sparato,
cacate futtute ricchiune
figli’ ’e zoccole, don Peppe
ca p’o bbene r’a gente ave scritto
ca vuje ita fatt’accurdamiente c’ ’a politica
e insieme site uorl ’e calza e fica,
culo e cammisa, e isse teneva cchjù sciato
ca cientomiliun’ ’e vuje,
’nfacci’a vescovi, ministri, pataterni
nun tenev’ appaura, ’a pòpolazione,
’a ggente pe isse cuntava coccòsa
e purzì ’a cchjesa, ’o papa purzì lle purtava rispetto,
ca puzzate muri’, ca puzzate schjatta’, ca puzzate scula’
tutte quante rint’a mmerda vosta,
ca ve pozzen’affurca’ ch’ ’e
stentine vuoste stesse ’nturcigliat’ attuorn’ ’o cuòllo.”

Così il bambino di Casal di Principe gridò, pianse


con grandi moccoli in me e intorno a me, e Simone,
interdetta, mi chiese che cosa avesse detto.
3
Don Giuseppe Diana (1958-1994), parroco di Casal di Principe, acerrimo e
coraggioso nemico e oppositore della camorra napoletana. Era laureato in teo-
logia e filosofia. Fu ucciso a colpi di rivoltella nella sagrestia della sua parrocchia
da emissari di Francesco Schiavone. (Vedi nota 2.)

135

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Nero quadricromia
“Ingiurie, nient’altro che ingiurie: le ingiurie di un
profeta di strada di cinque anni e infinita miseria.
Don Peppe purtroppo è morto invano, ma il suo posto
è tra i vittoriosi perché morendo non ha smentito se
stesso, il suo sdegno contro la camorra, e questo
è già tanto tra gli uomini che tradiscono se stessi ogni
minuto. Ma c’hann a fa’, oppressi, umiliati, nella
terra della munnezza comannata, nella bella antica mi-
steriosa Campania?”
In quello stesso posto dove il bambino aveva gridato,
vidi don Peppino chinarsi su quel visino bagnato
e udii sussurrare una voce sorridente: “Guaglio’, nu’ chjagne-
re, ca pure si nun ce pare ha da furni’ ’sta porca nuttata4.”

Il suo bambino… Lei che cosa pensa, da quale parte


della sua persona è uscito e che cosa dice di lei a
lei, quel povero bambino? Profeta e redentore e dispe-
rato pure le dice di non disperare perché l’orrendo
mostro della violenza non sempre e non ovunque può
vincere, e una piccola fionda ha pure lei in mano e
Davide non è ancora morto né in lei, come mi ha detto,
né nel mondo, cioè nel suo mondo. Questo le posso dire.
Quindi, coraggio.
S.F.

4
Citazione approssimativa di una celebre frase (da Napoli milionaria) del
commediografo napoletano Edoardo De Filippo, uno dei grandi del teatro ita-
liano di tutti i tempi.

136

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Nero quadricromia
14
Gas e fumo (Sordello).
Due sorelle (Dell’amicizia oltre il tempo)

Una muraglia di fiamme. Una donna nascosta nelle fiamme.


Giochi che minacciano la vita. Oltre l’orlo. L’Eterna Città,
eterna provincia. Una sigaretta lasciata cadere.
Invocazione all’Orsa Maggiore. Modi di morte.
Il fango del Nilo. Sylvia e la cucina a gas. La campana di vetro.
Ted Hughes. Johnny Panic e la Bibbia dei Sogni.
L’eterna Parvati.

Ci trovammo in una nebbia invisibile1 di gas metano


che stordiva e soffocava lasciando rantolare le sue vit-
time e poi dormire fino alla morte. L’odore avvol-
geva ogni cosa.
Ma ci trovammo anche davanti a una muraglia di
fiamme e fumo, e chiesi a Simone Weil:
“Cosa sono questo incendio e questo fumo, che di-
sgrazia è avvolta in questo fuoco?”
“Guarda meglio…”
“Ho le lacrime agli occhi, e queste lacrime non vo-
gliono fermarsi. Non riesco a vedere nulla.”
Allora Simone mi prese il braccio.
“Vieni via di qui!” disse forte. E io resistetti e dissi:
“No! Ti prego, no. Vedo una donna nascosta
nelle fiamme e nel groviglio di tormentose volute di

1
Il gas si immagina comunemente come una nebbia, ma a occhio nudo esso è
inesistente. Di alcuni gas si percepisce l’odore, di altri nemmeno quello.

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cenere e vapore. E un’altra2 avvolta nel gas invisibile
che la copre e la nasconde e la porta via.”
“Vuoi riprendere le antiche orme d’antichi giochi che
minacciano la vita? Vuoi ritornare indietro sui tuoi pas-
si, verso mali che hai lasciato alle spalle? Verso il
gioco della morte data a se stessi? Se sì, allora resta in
questo luogo.”
“Non voglio ritornare al pensiero del suicidio, ma
non voglio nemmeno lasciare sole due sorelle che
vedo nascoste nel fuoco e nel gas velenoso, due
sorelle che hanno bisogno di me come di tutti, di tutta
l’umanità, e che sono andate oltre a quello che l’ulti-
3
ma poesia di una di loro dice, cioè oltre l’Orlo , oltre la vita
e la morte.”
“Chi cerchi dunque? Qual è la tua meta?”
“La meta, non so. Ma so che cerco la scrittrice di
4
‘Maniere di morte ’.”
Vado nell’Eterna Città, eterna provincia, vado in via
Giulia5, vado a vedere come la trovano nella casa
che brucia e com’è morta. Nessuno fin qui, nessuno lo ha det-
to, e forse nessuno lo ha saputo mai. Voglio per que-
sto trovarla e supplicarla di dirmi attraverso l’intuizione
2
Queste visioni sono sovrapposte o distribuite nello spazio, o sono contem-
poranee, due tempi diversi che convivono? È possibile vedere due cose, due
contesti, due spazi insieme? Sì, l’uomo può vedere due cose. Ma non lo fa. No,
l’essere umano vede una sola cosa e quella segue. Con ostinazione.
3
Edge, cioè “Orlo” in italiano, è l’ultima e forse la più famosa poesia di Sylvia
Plath. Da quell’orlo è precipitata nella tragedia, che è menzionata nella lirica.
Greek necessity, cioè “fato greco”. Chi avrebbe voluto trascinare con sé? Assia,
la sua rivale?
4
Todesarten, “Maniere di morte” era il titolo della progettata trilogia narrativa
della scrittrice… Pazientate un attimo, vi sarà detto chi è.
5
L’Eterna Città, eterna provincia, è ovviamente Roma. Via Giulia, vicino a
Ponte Sisto, è una delle più belle vie di Roma. Lì abitava la scrittrice che l’Autore
sta cercando.

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Nero quadricromia
come ha preso fuoco la sua casa: da una sigaretta
lasciata cadere nel sonno, dalle dita che dormivano…”
“Domanda allora, e lei da quelle fiamme risponderà.
La sua parola è nel fuoco.”
Allora tossendo per il gran fumo, mi rivolsi a lei e
chiesi: “Ingeborg6, da decenni di lontananza io ti parlo,
e chiedo, supplico che tu mi dica se è vera la cosa
che la leggenda della tua fine dice, e se le dicerie posso-
no essere invece verità.”
Dal fuoco udii tra sibili e schiocchi venire una voce
fioca e rauca.
“Perché vorresti che io vivessi in te con nuovi, in-
sopportabili tormenti, che rivivessi l’assassinio di me,
il modo di morte lenta e incerta che mi hanno
inflitto, che mi sono inflitta? Tutti siamo assassini di
qualcuno. La vita sulla terra è assassinio, per-
ché vuoi richiamarmi all’invocazione dell’Orsa Mag-
7
giore che scenda da lassù con la sua notte e
ci dia la caccia:; perché vuoi ridarmi a Max Frisch8,
perché vuoi ridarmi al povero Celan9, a Henze10
e alla sua musica, ai suoi e miei tormenti e not-

6
Finalmente! L’Autore sta di fronte a Ingeborg Bachmann (1926-1973), la
poetessa austriaca di Klagenfurt, una delle più note e stimate del suo secolo. Leg-
gere le sue opere oggi è come riacquistare la fiducia nella vita, non nella morte.
7
“Invocazione all’Orsa Maggiore”, una delle poesie più note della Bachmann.
Dà anche il titolo a un suo volume di liriche.
8
Max Frisch (1911-1991), scrittore svizzero e amante di Ingeborg per quattro
anni, è stato l’amore più infelice della poetessa, la quale, lasciata da lui, cadde in
uno stato di depressione da cui non si risollevo più.
9
Paul Celan (1920-1970), altro probabile amore di Ingeborg. Poeta di una
grandezza dolorosa e impossibile a sopportare, morì suicida nella Senna, a Parigi.
(Vedi Nel regno oscuro.).
10
Hans Werner Henze (1926-2012) è uno dei compositori tedeschi più rap-
presentati e apprezzati della sua generazione. Con Ingeborg Bachmann ha vissu-
to a lungo e ha scritto opere e radiodrammi musicali.

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Nero quadricromia
tate… Lasciami, lasciami in questo caldo,
in questa calda e fiammante morte in cui sono entrata
un po’ da me, un po’ sospinta dall’amico caso.
Tutto io ho dato, meno che risposte, al perché
dei nostri quotidiani mali: la risposta è menzogna,
non è altro, e io non ti voglio dire menzogne
da questo fuoco che mi ha cullata e non bruciata o
soffocata o uccisa. Per questo non rispondo alla
tua domanda. Resto come la mia Franza11 di ‘Maniere
di morte’, che si fa ricoprire dal fango del Nilo
che poi si secca e lei non riesce più a chiede-
re aiuto, si sente soffocare da quell’involucro.
Fango e fuoco, questo ti rispondo da un’epoca in cui
tu non puoi più chiedere aiuto a nessuno, o solo a
pochi.”
Io stavo lì e la vedevo bruciare. Ma all’improvviso uscì fuo-
ri dal fuoco e con un grido corse verso Simone.
“Amica mia! Cara, cara amica12! Ti trovo qui, dopo
che ti ho trovata dentro di me, dentro il mio cuore!
Vera, inquieta, coraggiosa amica! Fatti abbrac-
ciare con braccia che bruciano: a te non può far male
questo abbraccio.”
S’avvinghiò a Simone, e le due donne trovandosi oltre
la trama del tempo stettero come fuse in una fornace
per sempre, sempre inseparabilmente.
“E l’altra? Oltre il gas, oltre l’invisibile, in cui è nasco-
sta, votata alla morte, vorrei vederla e parlare con lei,
fragile, bella, oltraggiata sorella.”
“Va bene. Ma ti prego, sta’ attento. Non rischiare di
11
Franza è una delle protagoniste della trilogia narrativa mai terminata. In
questo personaggio si può intuire l’autorappresentazione della scrittrice.
12
Ingeborg Bachmann è stata una studiosa dell’opera di Simone Weil, sulla
quale ha anche scritto una sorta di radiodramma.

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Nero quadricromia
cadere nel Regno Oscuro dal quale sei uscito a fatica.
Te l’ho già detto più e più volte.”
Promisi che sarei stato prudente, e poi mi rivolsi alla
poetessa.
“Sylvia, dolce, dolce suicida che come nel grembo
dell’uomo amato hai reclinato il capo in un forno
di cucina a gas, ritrova il respiro e dimmi chi ti ha preso
13
in braccio e portato in quella cucina borghese,
e anni prima chi ti ha portato nello scantinato di casa
dei tuoi, per prendere i velenosi sonniferi che do-
vrebbero portare sonno e non morte? Quale invisibile ne-
mico è stato in agguato in tutti i giorni che hai
passato, come un angelo, camminando orgogliosa sulla
terra, sulla terra che non ti ha accolto nelle sue
dimore?”
L’invisibile volto aprì gli occhi sul bianco telo steso
dentro il forno, e così rispose con un enigma nell’enig-
ma:
“Sylvia Plath14 non ti può parlare, Sylvia Plath ti
può solo scrivere: può scrivere per te e non parlare.
Io ho vissuto dentro la bianca carta su cui scri-
vevo le mie poesie e il mio romanzo, che era come il
titolo, la mia Campana di vetro15: lì vivevo,
al di fuori di quegli spazi bianchi, io morivo in tutti
gli istanti della mia vita, dopo che ero cresciuta.
Amavo e volevo essere amata, adorata come io ado-

13
Vedi nota 18
14
Sylvia Plath (1932-1963), poetessa americana, idolo dei giovani della sua
generazione, donna e artista complessa con la quale si possono condividere mesi,
anni della propria vita e della propria necessità di affetto.
15
The Bell Jar (La campana di vetro). Unico romanzo della poetessa, prati-
camente la sua autobiografia travestita, pubblicata con lo pseudonimo Victoria
Lucas. Ma anche così qualcuno si riconobbe in qualche personaggio.

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Nero quadricromia
ravo, e volevo che la mia vita, cioè le parole che
16
scrivevo, fossero amate . Di’ quello che vuoi, schizo-
frenica, pazza depressa, narciso incontenibile,
insicura ragazza viziata, americana esibizionista,
ma non toccare quello che ho scritto. Non toccare le
parole nascoste nel mio diario, non ne parlare neppu-
re. Mio marito ha distrutto molte parti del mio
diario, uccidendo me una seconda volta, o la prima.
È un uomo da tragedia antica, cieco di fronte al
proprio destino, e anche di fronte al destino altrui.
Tre donne si sono ammazzate intorno a lui. La quarta
vittima, suo figlio, invece si è impiccato dopo la
17
sua morte, a effetto ritardato. Ted Hughes è stato
una macchina da tragedie, un uomo di epoche pri-
mordiali. E io, io sono una figlia della nuova barbarie,
del mondo nuovo. America! America, mi hai educata
a diventare buona, ligia, borghese, e io ho vissu-
to e sono morta dopo elettroshock subiti da bambi-
na, psicoanalisi, rifiuti, indifferenza, tradimenti
proprio negli affetti di buona moglie borghese che mi
ero imposta. Johnny Panic mi ha portata in braccio,
e prenderà in braccio sempre più gente in que-
sto mondo convulso e visionario. ‘Johnny Panic e la
Bibbia dei sogni18’.”
Riappoggiò la testa sul suo panno, e da allora conti-
16
Sylvia Plath considerava le sue poesie e gli altri suoi scritti la vera vita di se
stessa. Per questo voleva amore per loro. Non tutti gli scrittori sentono questo:
l’Autore in più occasioni ha dichiarato l’opposto. Corrisponderà a verità questa
dichiarazione?
17
Eccolo, Ted Hughes! Il grande poeta di corte della Gran Bretagna. Il poeta
dei poeti, il grande adoratore della natura, il grande assassino. Leggete quante
morti intorno a lui: tre donne e suo figlio, suicidi.
18
Titolo di un bellissimo, misterioso racconto di Sylvia Plath. Johnny Panic è
colui che la porta via in braccio. Infatti…

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Nero quadricromia
nua a inalare il proprio modo di morte: morte da gas
tanto voluta anche da Elsa Morante19.
Mondo di maschi, da millenni, mondo della no-
stra vasta civiltà occidentale che si regge sul lavoro fem-
minile e il massacro maschile, insensato… Mon-
do insensato, ridà la libertà all’eterna Parvati20, eterna
Eva, eterne Fricka e Freia21, eterna Diana cacciatrice22;
libera la donna dall’infibulazione, dalla cancella-
zione perfino del nome; e dà al suo sesso tutto l’onore
per la trionfante creatività. Metti da parte l’antico ter-
rore e considera le donne amiche e non schiave
per vivere in un’era migliore senza la tua “coscienza
infelice”.
Ingeborg e Sylvia non sono morte.

Mi sembra che il binario su cui si è messo conduca


dove lei non vuole andare. Cambi binario, e ne sono
certo troverà l’uscita dalla stazione dove non può per
troppo tempo sostare. Del resto, era una fermata obbligatoria
per chi cerca la verità degli affetti e vuole eli-
minare le menzogne. E non dimentichi che l’amicizia
come quella tra le due donne vissute in epoche conti-
gue può ripulire il mondo dall’immondizia dell’e-
19
Anche la grande scrittrice italiana Elsa Morante (1912-1985) ha tentato di
morire così, senza riuscirci. Morì due anni più tardi, di infarto.
20
Parvati è il nome sanscrito di una delle divinità femminili della religione
induista. Per alcune comunità religiose è la moglie (o la sorella) di Vishnu, il dio
della distruzione e della rinascita, colui che decide le sorti dell’universo. E Parva-
ti è la madre di tutte le divinità femminili.
21
Mitologia germanica. Fricka è la moglie di Wotan, il re degli dei. Fricka è la
dea della famiglia e del focolare, Freia, sua sorella, è la dea della bellezza e della
giovinezza.
22
Mitologia latina. Diana, protettrice delle donne, cacciatrice, dea dei boschi,
delle selve, della luna, è assimilata alla dea greca Artemide. È gelosa della propria
verginità.

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Nero quadricromia
terna inimicizia, dal solipsismo. L’amicizia è la forma
d’amore che, come sa, riserva delle trappole, ma anche
molte energie vitali. Conservi quel sentimento che
ha trovato.

144

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Nero quadricromia
15
Bonconte da Montefeltro.
A guado nell’acido

Padre e fratello appaiono. Il portone si chiude.


Un lago che ribolle e puzza. La scultura di Boltanski.
Tamtamtamtam. Di notte, il capitano Soete.
L’acido delle batterie d’auto. Il mio corpo dissolto.
La tortura dura più dell’universo. Tamtamtamtam libero
tamtamtamtamtam. Guardate quello che è successo
in Ruanda. Fondazioni che non fonderanno mai nulla.
L’uomo bianco, quel ladro. Nel regno preparato da voi stessi.

“Ecco mio padre! Eccolo lì, lì, cammina svelto con la


borsa in mano che prima tenevo io.”
“Raggiungilo, se puoi. Prova a parlargli.”
Non riuscivo a muovere un passo. Come se i miei piedi
fossero diventati radici.
“Muoviti, cosa aspetti, vagli dietro.”
“Non ce la faccio a muovermi.”
“Perché, perché… allora tutto il tuo viaggio?”
“Fermati! Aspetta! Perché non mi aspetti?”
I suoi passi risuonavano nella strada silenziosa e vuo-
ta, abbandonata. Entrò in un portone che io raggiunsi,
ma con rimbombo il battente si chiuse, un batten-
te di legno spesso e scuro. Battei i pugni, ma nulla si mosse.
Allora Simone mi raggiunse e disse:
“Non puoi ancora entrare qui. Rassegnati. Non è finito il
tuo vagare. Devi ancora errare e sbagliare.” Mi cinse le
spalle e mi portò via da lì.

145

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Nero quadricromia
Stetti zitto, appoggiato a un muro. Forse m’ero addormen-
tato così. Sentivo che tutto stava cambiando intorno, ma non
sapevo come e in che forma. Poi aprii gli occhi e vidi d’aver
cambiato posto e modo di stare e guardare.
Ci trovavamo in mezzo a un lago che ribolliva e fuma-
va e puzzava, e vedevamo corpi dissolversi nel liquido,
ma noi eravamo illesi e inorriditi.
Braccia, gambe, teste, torsi affioravano e il bollore
dell’acido li mordeva fino a disfarli tutti a poco a poco.
Eravamo lì come due antiche pietre, immuni ormai
dalla corrosione, e Simone mi disse:
“Ascolta, ascolta. Questi resti umani parlano e
ci dicono qualcosa come nella scultura ciclopica di Bol-
tanski1, centinaia di battiti cardiaci si sentono tra
i tanti vecchi abiti dei morti che li avevano indossati.”
Tamtamtamtam tamtamtamtam tamtamtamtamtam-
tamtam tam tam da vicino ci giungeva il suono di an-
cestrali ritmi di percussioni. E allora ho sentito queste
parole provenire da quel liquido puzzolente, in mezzo
al rullo dei tamburi.
“Io tam tam sono stato fatto a pezzi tamtamtamtam-
tam con l’ascia. Il capitano Soete2 tamtamtamtamtam-
tam di notte tamtamtamtamtamtam mi ha tagliato

1
Christian Boltanski (1944) è uno degli artisti più noti oggi nel mondo. A
quale arte appartiene? Arte figurativa? Arte performativa? L’Autore, secondo
testimonianze dell’architetto Paola Navone, ha avuto modo di vedere una gigan-
tesca installazione di Boltanski al Gran Palais di Parigi. Consisteva in un enorme
numero di abiti stesi per terra in grandi quadrati e in una gru che, di tanto in
tanto, ne sollevava alcuni e li lasciava ricadere, mentre la registrazione del suono
di centinaia di cuori che battono accompagnava il visitatore.
2
Gerard Soete, militare belga al servizio di Moise Ciombe (tiranno congolese
che proclamò l’indipendenza del Katanga), fu incaricato di far sparire il corpo
deturpato di Lumumba (si vedrà tra poco chi era costui). Il corpo fu sciolto
nell’acido solforico. Soete conservò due denti di Lumumba.

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Nero quadricromia
tamtamtamtamtamtam a pezzi tamtamtamtamtam buttando
tutto in un bidone di ferro tamtamtamtamtamtam ri-
empitodiacidodellebatteried’auto tam tam tam tatamtam-
tamtamtam equelloch’eralamia carne le mie ossa tam-
tamtamtamtamtamtam si è scioltodapprimainunapoltiglia
in… dis… tin… ta, in una fan… ghi… glia
tamtamtamtamtamtamtamtam… Questo avvenne il 17
3
gennaio 1961 tamtamtamtamtamtamtamtamtamtam e tam-
tam tam io tamtamtam sono tamtamtamtam sta… tam
to fu… tamtamtamtamtam cilato trtrtrtrtrtrtamtam-
tamtamtamtamtamtamatatamtamtamtam il 16gennaiodo-
potortureinsultibraccialegateetortemihannoappesoaunal-
beroriempitodimerda tamtamtamtamtamtamtamtam.
Una tortura dura più dell’universo, il dolore è reso
eterno, non finisce e quando sta per arrivare la mor-
te con sollievo sentiamo che l’universo è finito
per fortu… na tamtamtamtamtamtamtamtamtam. Tam
tam tam tamtam tam tam tam. Sono stato ingenuo,
inesperto e l’ho pagato duramente, ma per un mese,
tamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtam-
tamtamtamtam per qualche mese il mio Congo è stato libe-
ro4. E io ero ministro di quel governo tamtamtamtam
libero tamtamtamtamtam, io l’impiegato postale di un tem-
po5, tamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtam libero
tamtamtam tamtamtamtamtam tamtamtamtamtamtam
3
Patrice Lumumba fu il primo presidente della repubblica popolare del Con-
go dal giugno al settembre del 1960. Un colpo di stato organizzato dai servizi
segreti degli Stati Uniti lo depose, lo catturò e lo uccise dopo inenarrabili tortu-
re il 17 gennaio 1961 a Brazzaville. Credeva nella democrazia, ma non come ci
credono gli americani, per i quali regna solo il capitale e l’accumulo di esso in
poche mani.
4
Da giugno a settembre: tre mesi.
5
Patrice Lumumba fu cittadino belga. Era un évolué, un nero “evoluto” e
come tale fu impiegato dello stato belga, un impiegato postale.

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Nero quadricromia
tamtamtamtamtamtamtam. Avevotrenta seianni
tamtamtamtamtamtam quando sono morto tamtamtamtam,
ma la civiltà tamtamtam del Con… go lunga migliaia d’anni
tamtamtamtamtamtamtam no, non morì tamtamtamtam-
tam: io tamtamtamtamtamtamtam sono stato trtrtrtrtrtr-
tamtamtamtam ucciso tamtamtamtamtamtamtamtamtam-
tamtamtamtamtamtamtamtamtamtam tamtamtamtamtam-
tam, ma il Con… go tamtamtamtamtamtamtam no.
Tamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtam-
tamtamtamtamtamtam la CIA tamtamtamtamtamtam e i
ser… vizi tamtamtam belgi6 tamtamtamtamtamtam hanno
tamtamtamtam hanno finanziato tamtamtamtam tamtam-
tamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtam-
tam l’operazione per pren… de… re tut… ta la
no… stra ricchez… za gratis non pa… ga… re
nulla i nost… ri uomi… ni tan… to
noi e… ra… va… mo schia…
vi. Tamtamtamtamtamtamtamtam tam mi erige…
tamtam ranno tamtamtamtam tamtamtamtam mo… nu…
tamtamtamtamtam menti7, tamtamtamtamtam but-
te… ran… no giù tamtamtamtam monumenti, tam-
tamtamtamtam offriranno fondazioni tamtamtam che non
fonderanno mai nulla, mi tamtamtamtamtamtamtam-
tam lode… ran… no, tamtamtamtamtamtam o…
san… ne… r… an… no tamtamtam-
tamtamtamtam tamtamtamtamtamtamtam tamtamtamtam
dopo avermi massacrato come macellai. Non si
tratta solo di me, guardate quello che è successo in
6
La cattura e l’assassinio di Lumumba furono finanziati dai servizi segreti
americani e da quelli belgi.
7
Nel 1966, cinque anni dopo l’assassinio di Lumumba, colui che lo catturò,
l’efferato maresciallo Mobutu, gli fece erigere un monumento a Kinshasa, cele-
brandolo come eroe nazionale. (Sputo.)

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Nero quadricromia
Ruanda8, un milione di tutsi uccisi con il tamtam-
tamtamtamtamtamtamtamtam machete tamtamtam-
tamtamtamtamtam. Io credevo alle loro parole,
alle parole di re Baldovino9; credevo agli inganni, alle
finte spacciate per verità da quegli schifosi; credevo che la
loro politica non fosse solo sete di sangue, fame di car-
ne umana, di uomini, a centinaia di milioni
abbattuti, avvelenati, bastonati… Io cattolico credevo
nei cattolici quando ero primo ministro della repub-
blica del Congo: da semplice impiegato postale a segretario
dell’Assemblea Nazionale del Congo e poi ministro, io,
primo ministro. Ed è stato un prete ad aizzare i tutsi,
venticinque anni dopo la mia morte, a massacrare i
loro simili, a fomentare le lotte tra le tribù ea
far sì che l’uomo bianco, quel ladro, quell’assassino,
sguazzasse tra i cadaveri di milioni e milioni di
negri trattati come bestie. Tamtamtamtamtamtamtamta
mtamtamtamtamtamtamtamtamtamtam voi tamtamtamtam
che… tamtamtamtamtamtamtam voi occidentali tam-
tamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtamtam
credete tamtamtamtamtamtam che sarà tamtamtamtamtam-
tam sem… tamtam pre tamtamtamtam così, tamtamtamtam-
tamtamtamtam vi tam tamtamtam sbagli tamtamtamtamtam-
tam ate tamtamtamtamtamtamtamtam perché tamtam il tam
nostro oro, tamtamtamtamtamtamtam i tamtamtam nostri
tamtamtamtamtamtam diamanti, tamtamtamtamtamtamtam
il nostro rame, tamtamtamtamtamtamtam i nostri

8
Sull’eccidio in Ruanda (1993) di un milione di tutsi in cento giorni, con armi
da fuoco, coltelli, bastoni, non c’è condanna sufficiente. Tutto opera dei colonia-
listi belgi che hanno incitato gli hutu all’odio razziale, o semplicemente all’odio
tra due popoli, tutsi e hutu. Orrore dell’Occidente.
9
Il re del Belgio, Baldovino I, fautore dell’indipendenza del Congo, cinico
benevolo, sfruttatore amichevole dei tesori immensi del sottosuolo congolese.

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Nero quadricromia
ottocento milioni tamtamtamtamtamtamtamtamtam-
tamtamtamtam di tamtamtam fra… te… l…
li verranno da voi a chiedere il conto tamtamtam-
tam di duecento anni di fame e morte tamtamtamtam-
tamtamtamtamtam di schiavitù tamtamtamtamtam e umilia-
zioni, tamtamtamtamtamtam e allora non saremo più
10
lo zio Tom tamtamtamtamtamtamtamtam ma l’esercito di
tutti gli spiriti tam tam tam tam tam tam tam tam tam dell’a-
nimismo africano tamtamtamtamtam che digrignano i denti
tamgrtamgrtamgrtamgrtamgr e vi por… ter… an… no… vivi
nel regno dei più orrendi demoni. Nel regno preparato
da voi stessi. Nel sangue della vostra feroce democrazia
che cercate di esportare a suon di assassini. Tamtam-
tamtamtamtamtam che possiate tamtamtamtamtamtamtam-
tam crepare tamtamtamtamtamtamtam tutti in una volta.
TAMTAMTAMTAMTAMTAMTAMTAMTAMTAM-
TAMTAMTAMTAMTAMTAMTAMTAMTAMTAM ma…
TAMTAMTAM le… TAMTAMTAMTAM det… TAMTAM-
TAMTAMTAM ti!”
Il lago inghiottì gli ultimi resti di quell’uomo, ma non
la sua memoria e non la promessa di un altro futuro
ancora da conquistare sulla terra.

10
Riferimento alla Capanna dello zio Tom, romanzo dell’americana Harriet
Beecher-Stowe (1811-1896), opera ingenuamente antirazzista. Troppo ingenua-
mente.

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Nero quadricromia
16
Arnaldo Daniello. Temperanza

Sogno delle bombe al napalm. L’apocalisse ora.


L’uomo dalla barbetta bianca. Possiamo parlare francese.
Ricordo della battaglia. Il grande inferno. Qualche mese a Milano.
La morte senza paga. Risata da toscano e da siciliano. Lao Tse,
il Kung Fu e il Tao. Fort bien, Monsieur La Pira. I signori milanesi
che cosa dicono? Dov’è l’Asia? Il dossier a quattro punti.
Sant’Ambrogio e Sant’Agostino. Il segreto del presidente.
Un foro rosso nella fronte. I diari di una dottoressa.

Tutta la notte avevo sognato il fuoco e il rombo in


mezzo a quelle fiamme. E adesso nel giorno splendente
e nel sole che saliva allo zenit vedevo ancora quel fuoco
e sentivo l’oscuro borbottio di quel rombo.
“Che cosa ti tormenta? Cosa sono per te quei feno-
meni della natura?”
“Non è natura, quella, no, non è parte del mistero
dell’universo: è qualche cosa fabbricata dall’uomo per
la propria orrenda distruzione.”
Bombe al napalm, bombe incendiarie cadevano come
fitta pioggia sull’uomo; aerei ed elicotteri coprivano
il chiaro cielo con le loro sagome; fischi, esplosio-
ni, urla e bambini nudi che piangevano di paura
e per la mamma e il papà fatti a pezzi dalle bombe, le
cannonate, le granate. Era una pioggia soffocante di
scoppi ed esplosivi e defolianti1 e veleno.
1
Sostanze per distruggere le foglie degli alberi, in modo che il nemico non possa
nascondersi nella boscaglia. Un’invenzione americana per la guerra del Vietnam.

151

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In mezzo a quell’apocalypse now2 due uomini3 erano
seduti uno di fronte all’altro e parlavano sotto un
pergolato fatto di niente.
“Alors Monsieur, a-t-il été dur le voyage?” domandò
4
l’uomo con la barbetta bianca .
“Pas dur comme la guerre et le combat, Monsieur,” rispose
l’altro dai capelli ricci5.
“Pouvons-nous continuer à parler français?”
“Bien sûr, Monsieur. Français ou si vous voulez on peut
parler italien; je sais que vous connaissez assez bien l’italien.”
Silenzio. Si guardano, quei due. Con un sorriso vero sulle
labbra. Io stavo per rivolgermi a quello con la bar-
betta bianca e dirgli quanto l’ammiravo, ma la parola
detta mi sembrava un sacrilegio, da parte mia.
“Monsieur, vous êtes venu jusqu’à ce grand enfer6, vous êtes
un homme d’honneur et de courage et vous, comme je
vois, haïssez la guerre. Mais moi je dois vivre de violence
pour le bonheur de chaque membre de mon peuple.
Benvenuto, dunque, io conosco la sua lingua, ho lavorato
qualche mese a Milano7 come cuoco, in una trattoria,

2
Apocalypse Now è un film di Francis Ford Coppola sulla guerra del Vietnam
(vedi oltre) davvero apocalittica, cioè da fine del mondo. Nella mitologia di oggi
si chiama Armageddon. Fare quel film costò a Coppola tutto il suo patrimonio.
3
L’Autore, come si vede, per ora resta nel generico, e vi resterà per una parte
rilevante del capitolo.
4
La barbetta bianca comincia a dare qualche indizio, insieme all’uso del fran-
cese. Dipende dalla forma della barbetta.
5
Si vede che l’altro ce li ha lisci, o non li ha. Anche qui si allude a una diffe-
renza etnica.
6
Di che inferno si starà parlando? Del libro stesso o di ciò che sta succedendo
intorno ai due. Perché l’inferno teologico è per ora un mito.
7
Nel 1933 il personaggio di cui si parla qui e del quale tra poco faremo il bel-
lissimo nome, lavorò come pasticcere alla trattoria “All’antica pesa” di Milano,
vicino ai navigli (ideati cinquecento anni prima da Leonardo da Vinci, come il
personaggio per ora senza nome, eroe dell’umanità, ma in tutt’altro campo.

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ma il mio vero lavoro era nel Cominform: ero già co-
munista, e da voi c’era già Mussolini. Sì, io so
l’italiano, ma so molto meglio la lingua dei nemici
d’un tempo, sconfitti a Dien Bien Phu8, e quella dei ne-
mici di oggi, gli americani. Sono diventato comunista
a Londra, Monsieur. On m’a informé que vous parlez anglais
assez mal: parlons donc français, ça va?”
“Très bien, Monsieur, merci. Merci. Avant tout, Monsieur
le Président9, je veux vous exprimer l’admiration, mon
admiration et celle de mon peuple, pour ce que vous fai-
tes pour la liberté, bien que le prix soit terrible et vous…
Je pense que vous saviez mieux que moi ce que c’est
10
la guerre, la violence, la mort sans gages , comme toutes
les morts.”
Stettero zitti, fu portato il tè, lo sorseggiarono guar-
dandosi negli occhi sopra le tazze e dentro il giallo va-
pore.
“Vuoi parlare adesso?” chiese Simone, e io spaventa-
to e interdetto risposi con un “No” incerto e titubante.
“È la grandezza a frenarti adesso, o l’ignoranza di
quello che senti?”
“La grandezza e l’ignoranza insieme.” Mi feci però
forza e avanzando, mentre stavo per aprire la bocca e
parlare, il vecchio e canuto presidente riprese a
parlare di guerra.
“Mon secrétaire vous porte les quatres points, les qua-

8
A Dien Bien Phu, nel marzo del 1955, il corpo di spedizione della Fran-
cia colonialista subì una sconfitta vergognosa a opera dei Viet Minh, i soldati
vietnamiti guidati da Vo Nguyen Giap, cioè i nazionalisti marxisti del Vietnam
settentrionale.
9
Il presidente, il grande vincitore della guerra, il saggio, il vittorioso,.
10
Probabile eco del titolo di una pièce di Ionesco intitolata Tueur sans gages,
Sicario senza paga.

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tres conditions de la paix. Regardez-les et demain on peut en
parler.”
“Le lendemain n’existe pas, vous le savez. C’est ça la cruelle
loi de la guerre. Donc moi je regarderai les quatres points
tout de suite, si vous le permettez.”
“Mon espoir, Monsieur, il est pour le lendemain, pas pour
ce qui se passe en ce moment-ci. La bourgeoisie connaît seu-
lement le présent. Elle est désespérée et completement
cinique, elle va se suicider dans cent ans11.”
“Parlons de la paix parce que le suicide est un argu-
ment qui nous fait suicider.”
La Pira rise12, rise da toscano e da siciliano, a gola
spiegata.
“Pas nous. On peut donner sa propre vie à la
comunneauté dans la quelle on est nés. Donner, Mon-
sieur, donner c’est un mot pas assez familier aux occiden-
taux. Mais Monsieur La Pira, maintenant à nous. Ve-
nons à la façon de faire arriver nos messages à Monsieur
le Président. Le vôtre, des Nations Unies13, et puis au
Président de notre… de notre agresseur, notre adversai-
re14.”
Il fischio, l’urlo delle bombe adesso divenne ancora
più forte; il fumo, il rombo degli aeroplani, dei

11
La tendenza della borghesia mondiale al suicidio pare essere confermata
dagli eventi dei nostri giorni. (Recessione, prevalere del capitalismo finanziario,
degrado.)
12
Ecco, uno dei due interlocutori è Giorgio La Pira (1904-1977), allora sinda-
co di Firenze. Un cristiano fervente. La Pira aveva collaborato, lui siciliano, con
Fanfani, aretino, toscanissimo, cristiano solo in politica.
13
Il presidente di turno delle Nazioni Unite quell’anno era l’italiano Amintore
Fanfani. L’altro presidente a cui qui si allude, è quello degli Stati Uniti, allora il
primo dei fratelli Kennedy. Hmm.
14
Nota bene: non dice “nemico”, ma “avversario”. Non è questione di stile
ma di concezione della storia.

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Nero quadricromia
cannoni e delle granate, l’assordante gracchiare degli
elicotteri dovevano uccidere la parola. Ma non
ci riuscirono: la parola è più forte della mortale realtà.
Ed è per questo che decisi di parlare. Ma di nuo-
vo m’interruppe questa volta la parola di Giorgio La
Pira, sindaco della mirabile città, di Firenze.
“Vous avez dit adversaire, pas ennemi,” disse la Pira, e Ho
Chi Min15 rispose:
“Mois je ne connais pas d’ennemis. Je connais la ména-
ce qui opresse mon peuple. Monsieur, vous êtes né dans le sau-
vage Occident, Lao Tse, le Tao, Kung Fu16 ne sont pas
arrivées dans vos habitudes quotidiennes et même pas
17
Lenin, Marx, Mao Tse-tung . Voi avete i grandi, immensi ar-
tisti, gli scienziati, i medici, gli inventori… avete
le armi più moderne ed efficaci, ma noi abbiamo il vero
sapere e i veri uomini, vere donne, veri vecchi,
veri bambini e ça c’est un peu plus que toute l’habileté
occidentale. Et donc nous vainquerons, j’en suis sûr.”
“Ce que je veux éclaircir maintenant est la vérité de la
paix, pas de la victoire.”
“On le sais, pour les États Unis, tuer le plus grand
nombre d’ennemis et puis se retirer signifie la paix. Du
sang, des vies sacrifiées, des morts: c’est ça pour l’Améri-
que la paix. Pour nous c’est le déshonneur, la honte.”

15
Ecco il nome dell’altro dialogante: Ho Chi Minh, “l’Intelletto che illumina”.
La sua biografia è bellissima: studente a Parigi, cameriere, lavapiatti, pasticcere
a Londra, uno dei fondatori del partito comunista francese, membro del Comin-
form, l’organo dell’Internazionale Comunista, infine vittorioso stratega dell’e-
sercito rivoluzionario del popolo vietnamita, suo liberatore. In guerra vinse il
colosso francese, il gigante americano e il mammut cinese. Si incontrò con La
Pira ad Hanoi nel 1965.
16
Tre idoli di Ho Chi Minh.
17
Tre grandi fondatori di Stati e filosofie comuniste. Due di questi esistono
ancora e sono fra i più potenti del mondo.

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La Pira pensò un attimo e poi disse:
“Monsieur le Président, je suis venu avec la foi, la
foi chrétienne dans le coeur qui m’assure que toute la
comédie de notre monde finira avec un happy end.”
“Fort bien, Monsieur La Pira, mais cependant on va
tuer des milliers et milliers de personnes. Aussi nous ne tue-
rons pas mal d’américains: mais la différence c’est ça
Monsieur La Pira: que les américains font des massacres et
nous combattons pour sauver nos vies.”
“Je ne suis pas compétent en sciences militaires, comme
vous êtes aux plus haut degré, et je ne suis pas compétent
en matière de foi, sauf que je la possède et rien d’autre. Et
la foi me dit que les vies humaines, toutes le vies humai-
nes, sont égales, celles des amis e des ennemis.”
“Et vous avez notamment traversé l’Europe, l’Asie e
l’Inde18 au nom de ça, et pas au nom de la liberté,
la liberté, la seule qui peut faire vivre les hommes, les
femmes, les peuples de la Terre. Et la justice, l’absence
d’exploitation du plus fort sur les êtres plus faibles.
J’ai un certain respect pour les réligions, mais j’ai plus
de respect pour l’homme neuf, pour ce qui arrive avec le
communisme ici chez nous, le vrai, sévère, le juste com-
munisme qui maintenant va se diffuser, ici, dans
l’immense, la profonde Asie. Et je peux prédire que le
communisme même sans Mao Tse-tung, sans moi, sans Fidel,
pourra avancer sur notre planète.
“Comme pouvez-vous croire ça? Moi, j’ai la même foi
en Dieu, en Christ et en un au-delà dont les Justes seront
recompensés, et les mauvais horriblement punis. Mais j’ai
du respect pour Lenin, Marx, Engels et tous les autres. J’ai du

18
Per recarsi in segreto ad Hanoi, La Pira dovette fare un giro larghissimo e
lungo, a bordo di vari aerei attraverso tre continenti.

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respect pour la masse qui travaille et je méprise les
exploitateurs.”
“Bouvez encore un peu de thé, Monsieur, on doit parler
maintenant de choses précises, de choses pratiques, de
choses importantes, de ce que pense Monsieur Chou En-lai19,
et de la Russie, et aussi de la France de ce que pen-
20
sent la Cambodge, le Laos .”
Bevvero senza parlare, e intanto continuarono a urla-
re le bombe e gli spari.
Io ero rassegnato a tacere, e Simone mi disse che quel
mio tacere un giorno mi sarebbe stato gettato sugli occhi21.
“I signori milanesi che cosa dicono della nostra
guerra del Vietnam? Est-ce qu’ils savent quelque chose,
où c’est le Sud-Est, où c’est le Vietnam, où c’est l’Asie?
Quand je travaillais à Milan personne ne savais
rien de ce continent et de son peuple. I signori milanesi ve-
dranno un giorno chi siamo e chi saremo noi per loro.
Ma con me sono stati gentili, molto più gentili che
gli inglesi. British are cruel, but democratic and democra-
cy will kill la cruauté. Peut être que ça soit mon illusion.
Mais je suis pratique, donc pas visionnaire.”
Arrivò il dossier dei quattro punti. Il segretario lo
porse con cautela a La Pira che cominciò a leggerlo
dapprima come faceva sant’Ambrogio22, poi alla ma-
niera di Agostino.
19
Il famoso rivoluzionario, compagno di Mao Tse-tung. (Vedi capitolo 24.)
20
Paesi comunisti dell’Asia, terreno di lotte, misfatti ed eroismi. Occorre sape-
re ciò che è avvenuto in quei paesi, cosa sono; chi sono gli abitanti, nostri fratelli
su questa terra gloriosa e miserevole. Di Pol Pot, del principe Sihanouk e altri,
l’Autore parla nel volume successivo, Nei boschi felici.
21
Espressione forse ugro-finnica, dal significato di rimprovero, reprimenda.
22
Sant’Agostino leggeva ad alta voce, come tutti alla sua epoca, ma sant’Am-
brogio, il vescovo di Milano, il grande antisemita, no. Praticava la lettura senza
suono di tipo asiatico.

157

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Nero quadricromia
Il presidente leggeva con lui. Ogni parola, ogni silla-
ba veniva valutata e spiegata, ma fabbricanti di armi,
speculatori, guerrafondai, trafficanti, ladri non
volevano che quella pace arrivasse e sabotarono il se-
greto del presidente, lo resero pubblico in un giornale,
e tutto finì nel nulla, come previsto. Così la guerra durò altri
sette anni, prese altri milioni di vite di vietnamiti.
Gli americani infine si ritirarono lasciando la vittoria
agli avversari e la fama di assassini a se stessi.
Simone e io continuammo il cammino. Il cielo d’un
tratto si oscurò del tutto: nuvole nere portarono la not-
te. Le strade erano deserte e io vidi una piccola
ragazza venire verso di noi. Aveva un foro rosso nella
fronte e sanguinava un po’: una riga, giusto
una riga vermiglia.
“Monsieur, s’il vous plaît aidez-moi, je vous en prie,
je meurs, mais régardez là, un hôpital, des soldats blessés…
Aidez-les, et moi je ne veux pas être pris et enterré par
les américains, ils m’ont tué, chassez-les, je vous en prie.”
La ragazza piangeva e s’avvicinava, e disse il suo nome
Dang Thuy Tram23,, un nome un tempo sulla bocca di
tutti, una fuoriclasse dei diari, un’eroina da am-
mazzare prima e sfruttare dopo.
“Cara, intrepida, tenera, forte, che t’hanno fatto
quelle belve feroci? Tu che curavi i tuoi vietcong
soffrendo con loro negli ospedali eretti da te in mezzo
alle foreste! Tu che amavi con ardore romantico, che ti

23
Dang Thuy Tram, chirurgo e scrittrice vietnamita (1943-1970). I suoi diari
furono ritrovati nella giungla da un soldato americano che, disobbedendo all’or-
dine di bruciarli, li portò con sé negli USA. Quarant’anni dopo riuscì a mettersi
in contatto con la famiglia della scrittrice, a cui riconsegnò i diari, che in seguito
vennero pubblicati.

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disperavi per il tuo amore e per l’odio verso gli spietati ne-
mici, torna tra i vivi perché senza di te il mondo è
più brutto e disperato.”
Le presi la mano, una mano di seta; vidi lampeggiare i
suoi denti bianchi e gli occhi scuri, e sentii il suo pianto
sommesso, armonioso, senza lamento.
“Tu non puoi essere un’invenzione, come qualcuno ha det-
to di te: tu sei più reale della realtà e lo sarai finché il
mondo è mondo.”
La campana batté l’ora vicino a casa. Era finita la mia
autoanalisi.
Fine.

La sua ricostruzione non è incredibile, lei s’è identificato con


le due figure storiche che hanno cercato di rendere mi-
gliore la vita sulla terra, e non invano. Onore a loro
e a chi le ricorda e ricorda ciò che hanno fatto per noi.
Vuol dire che lei ha ancora risorse per combattere il suo Tha-
natos. Ho letto il manoscritto con diligenza,
come Ambrogio, con molta attenzione. Per sapere che
altro messaggio nascondono quella storia e quel luogo.
Il suo francese lascia a desiderare, ma è già molto che lo
sappia così. Mi scriva ogni volta che ne ha bisogno.
S.F.

159

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17
Tre donne tanto diverse

Babbino, va a trovare il tuo babbino. Desiderare la bocca di Simone.


Intrecciato al mondo. Tre donne sulla nostra strada.
Oh, il caro volto. Una spaventosa schiera. Bestemmie e parole
oscene. Ti trovi qui anche dopo la morte? Tutto si ripete.
Ti odiavo, scusami. Puszi puszi, mia stellina. Di nuovo urla.
Christine Lavant di Klagenfurt. La pancia pietrificata della terra.
Appunti dal manicomio. Fumava la sua lunga sigaretta.
Una vecchietta vestita di grigio. Metti da parte me nei tuoi ricordi.

“Babbino1, va’ a trovare tuo padre… Babbino, non


essere così pigro. Sta male, poverino, vallo a trovare,
accendi la stufa, sta morendo di freddo, siede in vesta-
glia davanti al tavolo e trema. Babbino, vallo a trovare
nel sogno.” Così sussurrava mia madre, ma io non la vedevo,
sentivo soltanto la sua voce. Mi vestii e scesi nella
strada.
Simone mi stava aspettando in strada e io ebbi l’impulso
all’improvviso di prendere il suo volto tra le mani
e baciarla sulla bocca e stringerla.
“Perché vuoi fare questo, cosa vuoi?” mi disse lei, e io
le risposi:
“Non sono pazzo; so che sei il mio inafferrabile sogno,
il mio segreto, il desiderio d’incontrare nella donna
ciò che non potrò mai prendere e che inseguo nonostan-
te questo.”
1
Babbino mio (Apukám): espressione ungherese con la quale nella lingua ma-
giara ci si rivolge, stranamente, ai bambini. Forse prefigurando il futuro padre?

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“Tu m’hai già presa, e io ti ho preso,” mi disse lei e
strinse la mia mano, intrecciò le sue dita alle mie; le sue
labbra erano turgide e tremanti, e cominciò a muovere
i passi lentamente e con tanta leggerezza e grazia
che io sentivo come se il mondo intero fosse concentrato
in lei e io fossi intrecciato a esso, alla sua totalità.
Io e lei camminavamo di nuovo: camminammo così non
so per quanto tempo, non so se perché io la trascina-
vo non riuscendo a radicarmi mai contravvenendo
2
all’enracinement di Simone, o perché lei eseguiva la mia
condanna a non fermarmi in nessun luogo, in nessuna
conquista.
A un tratto abbiamo incontrato3 tre donne sulla no-
stra strada. La prima era magra e rugosa nel volto;
la seconda… Oh, il suo caro volto non posso descri-
verlo non basta un’intera vita per parlarne. Era
il volto che io ho visto per primo quando ho aperto
gli occhi alla luce e che non è mai più uscito dal mio
sguardo. Come lo guardavo, all’improvviso ho sentito
grida dietro di me e voltandomi ho scorto una spaven-
tosa schiera di donne, in camicine corte e ruvide
di grezza tela bianca; insozzata di sterco e urina e cibo
che cola, scoperti i sederi e le gambe rinsecchite,
grinzose e la schiena. Le vedevo dimenarsi e vedevo
nerboruti inservienti tenerle; bestemmie e parole,
le più oscene, sgorgavano dalle loro bocche sdentate

2
Come si è visto l’enracinement, il “radicamento”, è uno dei principi fonda-
mentali della filosofia esistenziale di Simone Weil. Ha molti significati, tra i quali
“radicarsi nella vita, nel territorio, nella cultura, nella fede, nella verità”.
3
È da notare il passaggio repentino al passato prossimo: “Abbiamo incontrato”.
Perché questo? Rifiuto del passato remoto come troppo letterario? Desiderio
di rendere quasi discorsivo il racconto? È più presente ciò che è già trascorso?
Giudichi il lettore.

161

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e lacrime uscivano dagli occhi e muco dal naso.
Flatulenze dall’ano.
“Ti trovi qui, anche dopo la morte4, cara, cara madre,
ti trovi qui? Ma non ti ha punito abbastanza la vita che
ti ha devastato il corpo: anche dopo la morte ti trovi qui?
Nel reparto neurologico di San Giovanni5 dove ti
ho portata decine di volte e da dove sei uscita sempre
guarita, e dove sei tornata ogni volta, dopo pochi
mesi, dopo un anno o due.”
“Stellina mia, tutto si ripete all’infinito, che ci posso
fare? Non avertene a male se non guarisco: per
me non c’è, non c’è più guarigione.”
“Mammina, io voglio aiutarti, non avrò stima di me
finché non uscirai da questo gorgo della malattia.
Se riesco a fare qualche cosa per te, anch’io mi sen-
to forte, do un senso alla mia vita: senza questo sento
tutto inutile, tutto senza senso. Io non ti ho aiuta-
ta. Non sono riuscito a farlo finché vivevi, finché non
sei morta, finché io piangevo, urlavo, ti odiavo:
scusami, non avevo né motivo né diritto per farlo.”
“Stellina, questo c’è e questo dobbiamo amare. Altro
io non so dirti.”
“Amare?”
“Sì, amare. Noi possiamo fare soltanto questo. In altri
sogni ti prometto che non verrò da te. Scusami.
Puszi. Puszi6, stellina mia.”

4
Quel “qui” si riferisce a un luogo preciso: a un reparto di malati mentali.
Esclusivamente di sesso femminile. Come se quel luogo di pena continuasse an-
che nella morte, fosse così denso di sofferenze da diventare eterno.
5
San Giovanni (Szent János), un grande complesso ospedaliero di Budapest.
6
Bacetto (ungh.). Da notare il frequente uso nella Regione profonda di locu-
zioni magiare. Tentativo di innesto. Coraggiosa commistione con lingue lontane?
Voler far convivere civiltà differenti?

162

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Nero quadricromia
Era scomparsa, e io ho sciolto a un tratto tutte le la-
crime che erano in me, gridando: “Mamma, mamma, dol-
ce mammina, non lasciarmi solo in questo universo”,
ma poi ho pensato al suo detto di prima che c’era
questo e questo dovevo amare e mi sono chetato ama-
ramente.
“Vedi è questo che tu devi sapere. Per trovare quel-
lo che cerchi, la verità. La verità non è un concetto
astratto, la verità è amare tutti o qualcuno. Io ho
amato Cristo, ma dimmi tu… tu hai veramente amato
tua madre? Amato, non voluto solo aiutare.”
Di nuovo urla si sono levate, e stavolta io mi sono
trovato all’interno di un altro manicomio. La puzza mi
faceva vomitare e quella schiera di povere sciagurate,
ma forse più fortunate di noi legati alla ruota del benes-
sere, quella schiera mi stava intorno.
“Sono Christine Lavant7, scrittrice austriaca, e vengo
dalla valle che ha il mio nome,” ha sussurrato venendo
vicino a me un volto, e mi è venuta vicino anche
la mano con la sigaretta tra le dita.
“Sì, tu ora ti trovi nel manicomio di Klagenfurt: io
sono vissuta qui sei settimane, per mia onta8, per
aver voluto uccidermi a vent’anni, e di tutta la sofferenza
mi sono unta che dall’essere sulla terra scaturiva,
dall’avere la follia nella mente. Cioè la vita, questo
dono amaro.”

7
Christine Lavant (1915-1973) è una delle più importanti, autentiche e doloro-
se figure della letteratura austriaca del suo tempo. Il suo vero nome era Christine
Thonhauser. L’aveva cambiato perché si vergognava di scrivere poesie e racconti.
Si vergognava del suo tentato suicidio a soli vent’anni. È nata e ha vissuto nella
povertà. Era l’ultima di nove figli di un minatore.
8
Si era ricoverata spontaneamente nel manicomio di Klagenfurt, per sei set-
timane.

163

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Nero quadricromia
“Ascoltala,” mi ha detto piano Simone, ”“vedrai la
bellezza splendere in lei, su quel viso roso dalla scro-
9
folosi , deturpato, morso, mite e ribelle, emerso
dalla povertà di millenni di minatori, sepolti nella pan-
cia pietrificata nera della terra. Era la donna più umile e
più ferma, più combattiva che io conoscessi tra le
creature che avevano vissuto negli anni nei quali sono
cresciuta.”
“Posso parlarle, posso dirle quanto amo la sua soffe-
renza e durezza? Quanto invidio la sua vita, quan-
to avrei voluto perseguire come lei la dolente verità,
l’umiltà mortificata e fiera della mancanza di fede
e della fede senza compromessi, senza timore, nel
deserto della miseria, della fame.”
“Sei sicuro che tu l’avresti retta, quella tensione tra
Cristo e il nulla? Io ho tentato e sono morta da
giovane, non da disperata. Ma avrei voluto uccidermi
un giorno per la stanchezza del lavoro in fabbrica.”
Così mi ha detto Simone. Christine taceva e fumava la
sua lunga sigaretta.
Dopo un silenzio parlai a Christine.
“Ho letto quasi tutto quello che hai scritto, mi sono
sentito un gigante dopo la lettura perché i tuoi versi e i
tuoi racconti, gli Appunti da un manicomio10, mi riem-
pivano di nuova energia perché veri, anche se dolorosi.
Tu ormai sei stata ripagata con la fama estesa a
tutto il mondo.”
“La fama fa male. Buttala via,” mi ha detto Christine
e io ho taciuto.
9
Malattia di origine tubercolare che colpisce e deturpa soprattutto i bambini.
10
Si tratta di un libro scritto nel 1946 che si riferisce a eventi di dieci anni
prima: è sostanzialmente autobiografico. Fu ritrovato tra le carte della traduttrice
inglese della Lavant, negli anni ottanta.

164

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Nero quadricromia
“Io dovrei togliere dai muri una pietra dopo l’altra,
e scagliarle contro il cielo, una dopo l’altra per ricor-
darGli di avere dei doveri nei confronti di chi sta sotto
di Lui,” mormorò la piccola Christine, magra, dal viso
storto e deturpato e dagli occhi ardenti d’intelligenza.
“Io ti amo,” disse piano Simone, “ti amo, anche se
non ti conosco, ma ora che ci siamo incontrate
niente ci potrà più separare.”
In quel momento l’inferno di quel manicomio privo
11
di Basaglia e di Foucault e di Laing e di altri medici illumi-
nati, venuti nel ventesimo secolo dopo migliaia
di anni di torture, a poco a poco si era ritirato
dall’oscurità in cui ero piombato. Ma dopo, io mi sono
ritrovato in un’oscurità ancora maggiore e dolorosa.
Ho cominciato a vedere prima un corpo, poi un
altro e un altro ancora, e il tanfo di prima mi sembrava
profumo in confronto a quell’aria nauseabonda
che veniva dai lebbrosi e da altri malati repellenti, in-
guaribili.
“Ecco, qui vedrai quale umiltà quale coraggio, quali
forze occorrono per restare in vita e anzi aiutare
chi sta morendo o chi può forse guarire.” Simone mi
ha preso per la mano e portato con sé in quella folla
malata, sdraiata per terra, piegata in due, gemente, im-
plorante in una lingua di cui non capivo un solo suono.
In mezzo a loro ho visto una vecchietta vestita di
grigio, un fazzoletto in testa, che porgeva dell’acqua,
dava medicinali e carezze e sorrisi incoraggianti.
Anche da lei promanava un odore quasi insopportabi-
le, al contatto con quei malati e quei moribondi.

11
Grandi, rivoluzionari psichiatri degli anni settanta del Novecento, veri libe-
ratori dell’umanità sofferente, fautori dei manicomi aperti.

165

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Nero quadricromia
“Questa è l’umanità sofferente, defraudata, tradita da
tutto, dagli altri esseri umani, dalla malattia e dal-
la morte, e tradita anche… No, non è vero, salvata
da chi non oso nominare.” Così mi ha detto Simone
sussurrando.
Quella vecchietta, una suora12, mi è venuta davanti e
mi ha guardato un po’ triste. Ha cominciato a parlar-
mi in più lingue che non capivo, ma capivo che erano
diverse. Il suo discorso mi è stato tradotto da una
voce, non so quale, e io stavo lì inebetito da quei
prodigi e dall’incertezza.
“Io ti ho veduto venire verso di me, ti ho veduto, con
i tuoi occhi, perché io sono dentro di te. Sono
Teresa e vorrei restare Anjëzë Gonxhe Bojaxhiu13 come sono
nata in Albania e vissuta a Calcutta. Non mi piace la pompa
che circonda il mio nome, la mia persona. Il papa
14
è venuto a visitarmi , e tanti giornalisti e fotografi
sono venuti, tutta una masnada, e non mi è piaciuto niente
di niente. Mi piacciono i malati perché loro mi
hanno fatto capire qualche cosa della vita, dell’amore,
e di Lui che mi ha portato qui sulle sue spalle; e
io sono qui e piango sola: come mi seppelliranno, con
che chiasso e con quante menzogne, e come è piccola
la verità in tutto codesto rito! Ti prego solo di
questo: dimentica, chiunque tu sia, le immagini di me
sul catafalco, in mezzo alla folla. Ricorda Calcutta
dove ho vissuto, e ricorda i mendicanti, i moribondi;
ricorda i malati di mente e di tutto, i bambini morti get-
tati nell’immondizia, le misere strade della città;
12
Sarebbe meglio dire “una serva”.
13
Nome secolare di Madre Teresa di Calcutta (1910-1997). Si parla di lei, qui.
Sì, di lei.
14
3 febbraio 1986.

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Nero quadricromia
e metti da parte me nei tuoi ricordi, ma non quello che
ho tentato di fare, non l’ordine che io ho fondato15 e
non Colui che fino alla morte ho amato.”
Le urla e i gemiti hanno coperto la sua voce, e anche
la sua vista. Mi è venuta addosso una folla urlante, e
quel tumulto mi ha inghiottito.

Questa è stata, professore, la mia notte di ieri, così


come l’ho descritta.

Il paziente ha affrontato qui le questioni centrali della sua


vita e delle relazioni umane e l’origine del dolore. E il
combattimento suo per la coscienza al di là del tronfio solip-
sismo. Gli è costato molta fatica e dolore. Ma è arrivato
al centro finalmente. Il bambino è cresciuto adesso in lui e
tocca all’uomo andare avanti. Ora vedremo dove arriverà
e come procederà per la sua strada.

15
L’ordine fu fondato nel 1950 con il nome di Missionarie della Carità.

167

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Nero quadricromia
18
Il sogno ritorna. Herzl

Il vapore della Stazione Ovest. Lontani da dove? Il 7 luglio.


Il ragazzo che agitava la spada. Il sogno entrato nella vita.
Quel paese antico nuovo. Espulso dal genere umano.
Gli stracci e i pacchi. I due profeti si parlano.
Non interpretare i sogni. Questione mondiale.
Un mediocre scrittore di teatro. Si strappano le vesti.
La grande lotteria dei destini. Il grande tribunale.

Professore, ho ancora una volta bisogno di parlare


con lei di persona. Ho avuto una grave crisi di pianto
e non riesco a liberarmi ancora di quell’impres-
sione, di quello stato. Mi accetta ancora una volta
nel suo studio, per tre quarti d’ora? Posso sperare in
un assenso?

Venga.
S. F.

Il vapore della Stazione Ovest1, l’umidità, la puzza di


unto, gli ubriachi in giro sui marciapiedi. Sto lì,
in mezzo alla folla di neri, sporchi fuggiaschi e bambini
che scorrazzano intorno, sporchi, neri. Sono gli
ebrei della madre Russia, in fuga dagli orrendi mas-

1
Secondo il biglietto inviato a Freud, l’Autore dovrebbe trovarsi nello studio
dello psicanalista. Invece parla di Stazione Ovest: dunque siamo nel bel mezzo
della seduta. Ma in che città si trova una Stazione Ovest? Tra poche righe si capi-
rà che la stazione potrebbe essere la famosa Westbhanhof di Vienna.

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Nero quadricromia
sacri. Lontani da dove2? Lontani da che patria?
Davanti a me un uomo snello, magro3, dalla barba folta
e lo sguardo ardente. È lui, sì, il secondo Mosè
di Ágnes Heller4, la credente marxista. Il vapore e l’odore di
carbone sono soffocanti, e io guardo quell’uomo
e poi chino il capo perché non oso più guardarlo.
“Perché si affligge, invece di parlare?” domanda
Freud, e io resto chino.
Il vapore turbina intorno a noi. “Oggi è il 7 luglio. Il
7 luglio! Il giorno dei funerali di Herzl5. Proprio
in questo giorno è salita alla mia coscienza quella figura
che da tempo appariva e spariva davanti a me, in
me, nel mio essere.”
“Vede lui, dunque, perciò è così assorto, così chiuso
nei suoi pensieri?” domanda Freud, e io con lui
non riesco che a tacere inebetito.
“Si faccia coraggio. Perché quel timore?”
“Perché adesso devo chiedere conto a tutta la mia
vita: come mi ha portato lì dove sono, che cosa è suc-
cesso? Dov’è rimasto il ragazzo ardente che agi-
tava la spada sull’altare? I sogni, il sentimento degli
altri, la disperazione per gli afflitti? L’energia che
2
Riferimento a Lontano da dove di Claudio Magris (Torino, 1997).
3
Un uomo snello, magro? Chi è? Ancora un attimo di pazienza: il lettore
ne avrà già abbastanza di queste continue attese: ce ne scusiamo. È un pessimo
espediente per aumentare la curiosità.
4
Ágnes Heller (1929), celebre filosofa ungherese, sopravvissuta allo sterminio
nazista. Studiò a Budapest, poi emigrò in Australia, quindi tornò in Ungheria.
5
Theodor Herzl (1860-1904), una delle figure più significative della storia
moderna. Dalle sue idee è nato lo stato d’Israele, cinquant’anni dopo la sua mor-
te. Vita intensa, da leggere e studiare, non da apprendere dalle note di un libro.
Morì di infarto a quarantaquattr’anni, dopo aver incontrato regnanti, industriali,
banchieri, artisti, filosofi, e aver fondato un movimento planetario per riportare
gli ebrei, dopo duemila anni, nella terra a loro promessa da Dio stesso secondo i
grandi miti della Bibbia.

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Nero quadricromia
si chiamava miseria da ebreo? Un giorno ho pianto a lungo
rievocando, chiamando a me quel nuovo profeta
nato a poche centinaia di metri da dove sono nato tren-
tatré anni dopo la morte di lui6. E ora lo vedo qui
davanti a me. Qui. Qui. E piango ancora, la mia voce
esce come un raglio dal mio petto, e dagli occhi scen-
dono lacrime che da tanti anni non erano più sgorgate
fuori né dentro.”

Il paziente qui piange per cinque minuti, scosso in tutto il


corpo. Poi comincia a parlare con il suo fantasma.

“Mi trovo qui davanti a lei: con cosa ho meritato que-


sta grande fortuna?” ho detto, soffocato dai singhiozzi.
“Lei ha un sogno che ha abbandonato; io ho sognato
e il mio sogno ha sorvolato quasi mezzo secolo7, ha
sorvolato anche la mia morte prima di entrare nella vita.
Il mio sogno aveva grandi ali, i suoi erano sogni da bam-
bino. Servono anche quelli, se compresi. I sogni non si
perdono né si distruggono8.” Questo mi ha detto Herzl
stando fermo guardandomi negli occhi con maestà.
Il suo sguardo mi infondeva un senso di pace e nello
stesso tempo di ardore, e così mi rivolsi a lui di nuovo.
“Lei che ha ripreso dopo duemila anni il duro cammino
nel deserto vorrebbe ancora condurre il suo popolo
6
Come in certi quadri fiamminghi, l’Autore qui ci tiene a precisare l’anno
della sua nascita. Ma forse anche quei trentatré anni hanno un significato per lui,
oltre a quelli che vengono subito in mente. Notiamo soltanto l’uso del presente
nel racconto. Come se tutto stesse succedendo ora. Con lo sviluppo del capitolo,
pian piano si scivolerà di nuovo nel passato remoto. E poi di nuovo nel presente.
7
Quarantaquattro anni dopo la morte di Herzl il suo sogno si posò sulla terra
d’Israele: fu fondato il nuovo stato degli ebrei.
8
Eco del principio di Lavoisier (Parigi, 1743-1794), secondo il quale l’energia
né si crea né si distrugge.

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Nero quadricromia
verso quell’antico nuovo paese9 per raggiungere il quale
occorrono sei milioni di vittime ignare. Vorrebbe ancora
far pagare il prezzo spaventoso per la Terra Promessa?”
“In duemila anni nessuno ha contato quanti di noi
sono stati uccisi con la spada, il rogo, la fame, la miseria,
il disprezzo, la segregazione, la forca, i saccheggi,
i rapimenti. Nessuno li ha contati, ma il grande…
il civile Occidente ha espulso un popolo intero – per-
ché siamo un popolo e non orde disperse – ci ha espul-
so dal genere umano. La mia risposta alla sua domanda
può essere solo questa, e null’altro.”
“Se fosse stato ancora sulla terra avrebbe spinto…”
“Quel che ho detto, ho detto.”
In quel momento suonò un campanello e tutti quei
miserabili fuggiaschi salirono sui vagoni con le valigie,
gli stracci, i pacchi unti e i battiù10 spingendosi,
urlando, arrampicandosi dentro i finestrini aperti, so-
pra i tetti. Grandi sbuffi di vapore li avvolgevano:
braccia, gambe, volti balenavano neri in quel tumulto,
e infine il treno partì, per dove? Da Vienna verso un
porto da dove salpare alla volta della vecchia patria ignota.
Allora Freud inaspettatamente si rivolse a quella figu-
ra solitaria ancora avvolta nel fitto vapore, mentre
le ruote stridevano sui binari.
“Io le ho dato, penso che ricordi, il mio volume forse
più caro, Die Traumdeutung11. Se ha dato un’occhia-
ta a quel libro, forse il suo sogno è riuscito a
interpretarlo. Mi dia, mi dia quest’illusione.”
9
Riferimento ad Altneuland, saggio-racconto di Herzl (1902) sul sionismo.
Altneuland: “Paese vecchio nuovo” (lo stesso nome della sinagoga vecchia nuova
di Praga).
10
Traslitterazione della parola ungherese battyù, che significa “fagotto”.
11
L’interpretazione dei sogni.

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Nero quadricromia
Herzl guardò anche lui, e mentre i vagoni gli sfilavano
dietro disse con voce sicura questa frase:
“I sogni non bisogna interpretarli. O li prendi per
verità viventi o non son sogni, ma automatismi ca-
suali del cervello umano. Io li ho presi per verità,
e questa verità mi ha ucciso12. Ma il sogno ha vissuto e
vive ancora.”
“E costa migliaia di vite in quella parte della terra
in cui si è posato!” esclamai, e subito mi ritrassi per la
vergogna. E lui mi disse ancora:
“L’uomo è buono, e l’uomo è cattivo. Fa presto ad av-
velenare i suoi sogni. E se uno non lo fa, lo fa un altro.”
L’ultimo sbuffo della locomotiva coprì la banchina di
vapore e quando si dissolse era scomparso Herzl
con tutta la stazione.
Freud e io stavamo all’angolo di una strada piena di
passanti. Ed è così che sentimmo vicino il tuo-
nare oscuro d’un’esplosione, e dopo: urla e morti e
folla che corre, sirene, poliziotti, ambulanze. Sangue,
brandelli di carne umana. Non eravamo nella bella
Vienna, ma nella vasta piazza sulla quale sfocia via
Ben Yehuda13 a Gerusalemme sconvolta dalla jihad14,
dalla vendetta dei palestinesi. Era trascorso
quasi un secolo e l’ombra di Herzl15 stava in mezzo

12
Come abbiamo visto, Herzl è morto relativamente giovane.
13
Eliezer ben Yehuda (Eliezer Isaac Perelman Elianov, 1858-1922), ebreo
bielorusso, introdusse nella conversazione quotidiana l’ebraico al posto dello
yiddish e di vari altri dialetti. Oggi nell’ebraico si riconoscono tutti gli ebrei del
mondo.
14
Termine arabo che significa “esercitare il massimo sforzo”, “combattere”.
Oggi viene impropriamente utilizzato per identificare la guerra santa degli isla-
mici contro i nemici storici, Stati Uniti e Israele.
15
Il suo fantasma, ma anche la sua presenza sulla terra e il permanere, in qual-
che modo, della sua presenza tra gli umani.

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Nero quadricromia
al fumo, al sangue e ai corpi massacrati, sbalza-
to lì dalla conflagrazione dello sporco e splendente
Novecento.
“Ecco dove ha condotto il suo sogno!” gridai dispe-
rato e ingiusto. “Ecco la questione ebraica diven-
tata, come lei voleva, questione mondiale16! Ecco la
fine dell’antisemitismo sul pianeta!”
“Non è quel sogno la causa di questo, ma oscuri inte-
ressi di denaro, di politica delle grandi potenze,”
mi disse Freud e intanto mi trasse verso un affluente
laterale della via intitolata a Ben Yehuda che ri-
scrisse l’antica lingua scomparsa.
L’ombra di Herzl non c’era più, e noi sentimmo urla
e pianti e grida che ci portarono in un diverso luogo,
nel cimitero ebraico di Vienna. Di nuovo Vienna. La
vecchia Vienna. Ebrei poveri a migliaia piangevano,
si strappavano le vesti accompagnando il feretro di
Herzl che veniva portato verso la tomba. Era il 7 lu-
glio, il 7 luglio, il tempo era tornato indietro di nuovo
come fa spesso nei sogni dell’uomo. Si udirono lamenti di
milioni di straccioni, diseredati, maltrattati da
anni e decenni di massacri, venuti a salutare il loro
Mosè che stava per essere seppellito senza avere
mai visto l’avverarsi del suo sogno della Terra Pro-
messa, quel sogno che adesso è un incubo.
“Guardi come lo piangono, professore! Uno scrittore
di teatro, un giornalista, un beniamino dei salotti di Vienna
e Parigi e Budapest che diventa vedendo il pro-
cesso di Dreyfus17 guida ispirata di un popolo!!”

16
In effetti è diventata mondiale la questione dello stato d’Israele.
17
Qualcuno non attribuisce a quel fatto la “conversione” di Herzl. Ma questo
comunque non cambia nulla: doveva arrivare dove è arrivato.

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Nero quadricromia
“Il destino di un’idea dipende dal numero di quelli
che ci credono.”
“Si gettano per terra, guardi, svengono!”
“Purtroppo verranno ben altre scene di massa, in Eu-
ropa. Lei le ha viste. Io ne sono stato graziato.”
“Professore, la tragedia ha raggiunto tutti i discen-
18
denti di quest’uomo senza le feroci folle di odiatori.”
“Questo è un altro discorso, amico. La grande lotte-
ria dei destini non ha leggi, ma l’odio di massa le
ha. E lei sa che occorre fare qualcosa contro quelle leg-
gi. Lei non so se abbia fatto qualcosa, e suppongo
che sia qui anche per questo.”
In quel momento calarono la bara nella fossa e gli urli
si moltiplicarono: si moltiplicò la disperazione e si
prolungò fino al lager di Auschwitz e oltre, e io veden-
do quella bara cominciai di nuovo a piangere a dirotto.
Non è una metafora poetica, non è retorica da
quattro soldi: piansi un pomeriggio intero pensando
a lui e al suo popolo disgraziato, e ora anche col-
pevole di delitti. Vorrei versare quelle lacrime in
questo libro per far vedere a tutti quanto fossero vere e
farle scorrere dal libro nella vita di tutti i giorni.
“Adesso lei ha compreso certamente qual è il tema
del suo dolore e d’ora innanzi troverà i mezzi per
farla assolvere dal tribunale del suo processo: cioè da
se stesso.” Questo mi disse Freud, e così ebbe fine
quell’udienza decisiva.

18
La storia della famiglia di Herzl è tragica: due figli suicidi, una uccisa ad
Auschwitz, la moglie morta in manicomio. Solo un nipote sopravvisse, ma poi
morì giovane, anche lui suicida.

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Nero quadricromia
19
Ancora Freud e la lotta con l’angelo.
Torcia per se stessi

L’ora della grande prova. Chi è al timone? La fiamma


dell’adolescenza. La lotta corpo a corpo. Il porto è questo.
Il carro bestiame. Tra i ranghi. Neanche di te, pesce. La bora scura.
Il cassetto del vecchio comò. La setta dei malvagi. Due tori feroci.
Il fuoco che indica la strada. Puzzolente retorica.
Un colpo nell’anca. “Tu hai lottato con me.”
Chiamarsi Israel.

Domani mattina alle nove sarò da lei.

Non tardi come al solito.


S.F.

Di nuovo acqua, acqua del mare.


Stavamo su una piccola barca aggrappati alle corde,
ai bordi di legno; infuriava la tempesta e le onde
volavano sopra le nostre teste, urlavano, trascinavano,
battevano la nostra barca, e noi stavamo immobili, lì tra le
onde, minuscoli esseri che stanno sparendo nel gorgo
dell’universo.
Freud mi gridò: “Si tenga forte adesso: questa è l’ora
d’una grande prova, la più grande che le potesse capi-
tare.”
“Perché dice così,” gridai anch’io.
“Non per il mare, non per la tempesta, ma per chi le
è vicino e la guida.”

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Nero quadricromia
Ho guardato al timone e ho visto: ho visto lui che per
vent’anni notte e giorno mi ha sempre accompagnato1,
lui che per me è stato un fratello come quello che ora
sto cercando, lui che ha tenuto accesa in me la fiamma
dell’adolescenza, del coraggio e il rigore della vo-
glia di vivere e morire e risorgere a un’altra vita,
lui che è stato la coscienza del secolo2. Un ragazzo, un
ragazzo di vent’anni.
La tempesta ora fece ammutolire la voce di tutti e a me
gridare:
“Carlo, Carlo mio, sei qui con me.” E Freud, venuto vici-
no, barcollando, mi disse:
“È lui che guida ora la sua nave, è lui il timoniere del
suo destino.”
“Del mio?” ”
“Sì, di lei che ora mi sta parlando.”
“Come?” domandai, e Freud rispose: “Vedrà, e ora parli,
parli a lui.”
Allora mi sono rivolto al timoniere impegnato in una
lotta spasmodica con la tempesta del mare e con se
stesso.
“Ti prego, torniamo adesso in porto. Annegheremo
tutti, torna indietro.”
“Il porto è questo, questo è il riposo3, la lotta corpo
a corpo con la morte, la lotta corpo a corpo con la na-
tura.”
1
In realtà, l’Autore aveva cominciato a scrivere sul personaggio che tra poco
apparirà già nel 1986. A dire la verità, quella presenza nella vita dell’Autore durò
di più: un’ossessione, quasi una convivenza tra un vivo e un morto.
2
Il personaggio che tra poco sarà identificato con il proprio nome – ma sì,
facciamolo subito, Carlo Michelstaedter – fu chiamato dal noto scrittore e pro-
fessore di letteratura tedesca Claudio Magris “la coscienza sensibile del secolo”.
3
Vedi “A Xenia” nel volume Poesie (1905-1910), pubblicato da Adelphi nel
1987.

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Nero quadricromia
La barca sbandava, e Carlo si aggrappò al timone e
lo raddrizzò con tutte le sue forze, con una smorfia atroce e
muscoli tesi fino all’inverosimile, fino allo schianto.
“Issa la randa!” gridò, e Paternolli4 suo amico,
si accinse a farlo.
Un’onda altissima ci passò sulla testa.
“Va’ verso l’altro porto, ti scongiuro!” gli dissi, e lui
gridò a squarciagola.
“Quale porto, quale altro porto? Ce n’è uno solo. E
lì stiamo andando.”
“Vuole affogarci con la sua foga,” mi disse Freud, e
Carlo continuò:
“Issa il fiocco. È questa la vita. Mettere in gioco tutto
in ogni istante.”
Paternolli gridò: “La corda si è spezzata! Siamo per-
duti!”
“Meglio, molto meglio del carro bestiame. Piut-
tosto annegare ora e qui.”
La barca stava per rovesciarsi, adesso. Cominciò a
girare su se stessa, e Carlo premette con il corpo
il timone, lo spinse verso il basso, e la giravolta ora si
arrestò. Ma il vento non si placava, ci spingeva
verso il largo: era la bora che scende dai monti e urla e spazza
via alberi e animali e uomini.
“Fulvia, hai paura?” gridò Carlo, e la ragazza barcol-
lando lo raggiunse.
“No, non ho paura di niente, neanche di te, Itti, di te
5
Pesce !”
4
Nino Paternolli (1887-1923), figlio di un farmacista di Gorizia (allora Au-
stria, dopo Jugoslavia; poi metà Slovenia e metà Italia), uno degli amici migliori
di Carlo Michelstaedter. Compagno di serate letterarie, discussioni, gite.
5
Xenia e Itti, “Straniera” e “Pesce”, così i due innamorati sono chiamati nella
poesia di Carlo Michelstaedter.

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Nero quadricromia
Rise, e i bei capelli lucenti di gocce d’acqua svolazza-
vano come un vessillo.
Un colpo tremendo percosse la barca. Freud mi prese
il braccio e mi disse:
“Sia contento di vivere il momento che la farà diven-
tare adulto. Ragazzo di sessant’anni, non tema.”
La barca si inclinò su un lato, stavo per precipitare in
acqua; davanti ai miei occhi vidi sfilare brandel-
li della mia vita, brandelli dell’anima e della mente
di chi una volta ero stato io. Non feci in tempo
a invocare nulla, non sapevo a che speranza fare
appello, e sul mare infuriava la bora scura, gelida e
6
crudele .
“Il porto!” gridò Nino Paternolli, anche lui ragazzo di
vent’anni, anche lui deciso sempre a tutto sfidando an-
che lui il suo destino7.
“Molla la randa!” gridò allora Carlo, e Nino corse verso
quella vela e Fulvia appresso a lui in un lampo.
La barca si raddrizzò a poco a poco, e noi entrammo
zuppi nel piccolo porto.
“Sei contento di rientrare tra i ranghi?” mi domandò
Carlo, e io stetti muto.
“L’ora del combattimento con la natura per te è fini-
ta. È finita la prova.”
A Freud dissi triste e scoraggiato:
“Non è finita, ora comincia la lotta con l’angelo8. E
temo che perderò.”

6
La “bora scura” spira quando il cielo è coperto, l’aria è piovosa. La “bora
chiara” spira quando c’è il sole.
7
Nino Paternolli divenne alpinista e morì precipitando sulla parete del Polda-
novec, vicino a Lokve, in Slovenia, all’età di trentasei anni.
8
Nella Bibbia, Giacobbe lotta con l’angelo per trattenerlo sulla terra: qui
l’Autore lotta con l’angelo Carlo Michelstaedter, per trattenerlo nella vita.

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Nero quadricromia
“La lotta con l’angelo?”
“Sì, la ruota del tempo non gira al contrario
come il timone di questa barca a vela. L’angelo è Carlo,
Carlo Michelstaedter, e come non ho salvato mio fra-
tello temo che non riuscirò a trattenere nemmeno
lui. Lotterò tutta la notte per far girare il tempo al con-
trario e correggerlo e abolire per sempre la morte
di Carlo, suicida di ventitré anni.”
D’un tratto cambiò tutto lo scenario, il vasto mare
si trasformò in una angusta soffitta illuminata a pe-
trolio, e la lampada ardeva e si consumava come
la vita di Carlo, nella notte del 16 ottobre di cento
anni fa.
La rivoltella non era ancora estratta dal cassetto del
9
vecchio comò , ma Carlo già correva per afferrarla
e rivolgerla contro la sua tempia.
“Non lo fare, non ne hai il diritto!”
“Diritto? Di che? Di che cosa parli?” urlò Carlo, e stava
per tirare il cassetto di quel mobile cadente. Lo afferrai per
il braccio, per la vita.
“Non permetterò che tu muoia così, per parole ba-
nali, per un attacco di rabbia, per il furore con-
tro tua madre che ami più di tutto, tua madre che ti ha
dato la vita e che ti ha insultato e tu hai fatto altrettanto.”
Lo trascinai via dalla parete, ci afferrammo con en-
trambe le braccia, io per le spalle e lui per le gambe;
e cominciò a spingere per farmi cadere, ma io, disperato,
deciso a tutto, presi a tirargli i capelli, a dargli colpi
sordi nella schiena, a torcere la pelle della faccia; e

9
Nella soffitta di casa dove studiava Carlo c’era un vecchio comò. Lì egli
aveva nascosto una rivoltella. (Sergio Campailla, Ai ferri corti con la vita, Gorizia,
1985).

179

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Nero quadricromia
lui mi stringeva con due mani la gola e mi scuoteva come
un topo.
“Non voglio niente, non voglio la vita: la vita è morte
per me, la morte è vita. Non voglio questo schifoso soffrire,
questo dover fare tutto da soli perché non c’è per
noi niente nel mondo. Dobbiamo inventarlo: il mon-
do è vuoto! Lo vuoi capire? Lo vuoi capire adesso?”
Ci avvinghiammo, e davamo colpi coi pugni uno nella
schiena dell’altro come quando lottavo con mio fratel-
lo10. Con onesta regolarità e ordine.
“Non ti lascerò prendere la pistola del tuo amico
11
Mreule , io farò tornare indietro il tempo per correggerlo: tu
non ti ucciderai.” Premetti un fianco contro il suo fianco
e gli feci uno sgambetto, e lui cadde. Io sopra di lui, poi
lui sopra di me: ansimavamo come due bestie, ci
torcevamo le braccia, urlavamo per il dolore e la dispe-
razione, lui di dover ancora vivere e io perché lui
vivesse ancora.
“Avanti, faccia almeno uno sforzo: non vincerà, ma
deve lottare lo stesso come fanno tutti gli esseri viven-
ti,” ansimò Freud, preso dalla passione, e io la
avvertii: gli ero grato.
“Con chi lotti, disgraziato? Che vuoi? Che fai qui sul-
la mia strada? Sei anche tu della setta dei malvagi12,
sei anche tu un belante borghese?”
Balzò in piedi e stava per raggiungere il comò, ma io

10
L’Autore sovente si accapigliava con il fratello gemello, non era tutto rose
e fiori tra i due. (Testimonianza del professor Andrew Pressburger, Toronto.)
11
Enrico Mreule (1886-1959), il miglior amico di Carlo Michelstaedter, emi-
grato nel 1909 in Patagonia. Era sua la rivoltella con cui Carlo si è sparato alla
tempia.
12
La comunella dei malvagi: i poteri della società borghese (Carlo Michelsta-
edter: La persuasione e la retorica, Milano, 1986).

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Nero quadricromia
gli afferrai il calcagno come Giacobbe nascendo
si era attaccato a Esaù13 facendosi trascinare nella vita.
Carlo cadde e io gli premetti le spalle contro le assi
della soffitta. Lui con un guizzo di nuovo si divincolò,
e io di nuovo lo tenni con le braccia.
“Non ti lascerò, non lascerò la presa; ti batterò con i
pugni fino all’alba, finché non ritornerà in te la
volontà di vivere.”
“È questa per me la vita, questo impeto, questo essere
me stesso in ogni istante, essere persuaso di ogni mio
atto14 e non aspettare nulla dal futuro, su questa
terra che non ha futuro.”
Eravamo come due tori feroci schiumanti d’ira; lui
con uno sforzo mi spinse lontano da sé e io gli tesi
un piede contro la caviglia destra.
Cadde pesantemente, ma ansimando alzò il capo e
disse disperato:
“Io non porto a te messaggi dal cielo, io ti porto sol-
tanto l’onestà e il fuoco che m’illumina la strada, e
15
questo fuoco sono io stesso che brucio e mi consumo
e sono ingordo di divorare la vita fino all’osso.”
Freud che stava nella penombra vicino al muro
mi disse allora:
“E il fuoco brucerà anche sua madre e una sorella e
16
Fulvia che lei ha visto. Il fuoco non è più un simbo-
lo di vita, è soltanto il segno dell’odio. Il fuoco

13
Genesi, Pentateuco, 24. La storia della rivalità tra i due gemelli e tutto ciò
che riguarda Giacobbe, il miserabile bugiardo ed eroico fondatore del popolo
degli ebrei è una delle letture più appassionanti della Bibbia.
14
Vedi La persuasione e la retorica (cit.).
15
Ai ferri corti con la vita. Vedi citazione di un disegno di Carlo.
16
Nel 1944 la madre ottantanovenne di Carlo Michelstaedter, la sorella Elda
e Fulvia, l’ex “fidanzata”, furono deportate ad Auschwitz, dove vennero uccise.

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Nero quadricromia
è quello dei forni crematori di Auschwitz, della Risiera di
Trieste.”
Carlo si rialzò e si avventò su di me con rabbia e forza,
e io con rabbia lo afferrai per le maniche della camicia:
ero tornato a essere di vent’anni e lo scaraventai verso
il muro. Rimbalzò e mi venne addosso di nuovo.
“È terribile, terribile, terribile, lo vuoi capire, male-
detto stupido: è terribile questo mondo schifoso
che ti vende tutto, sapere e salute, e se non hai soldi puoi
pure crepare. È terribile questo voler nascondere
la realtà con parole e parole, la bieca, orrenda, puzzo-
17
lente retorica , retorica di tutto, di tutto, di tutto! È
terribile l’amore di chi ami.”
Carlo mi diede con la mano un colpo nell’anca e io
caddi a terra vinto da un dolore acuto, forte. Il sole si
stava levando, fuori la luce era azzurra e viola e rosa:
si vedeva oltre la finestra dell’abbaino.
“Amore della vita non vuol dire odio per la morte,”
disse ansimando Carlo e andò verso il tiretto, l’aprì e
prese la pistola.
“Carlo,” incominciai calmo e scorato, “ricordati in questo
istante gli amori. Argia, Fulvia, Nadja Baraden…
Ricorda le primavere sull’Isonzo, ricorda i tuoi amici Aran-
gio Ruiz, Chiavacci e Paternolli18 che ti amano, ricorda
gli studi, il tuo rabbino Reggio19 che faceva miracoli tra
i fedeli, ricorda tutto quello che non devi, non
puoi lasciare, ricorda tutto questo.”
“Tu hai lottato con me, onore al merito,” disse il ragazzo
di ventitré anni.
17
Vedi La persuasione e la retorica (cit.). Se è possibile, leggetelo!
18
Amici conosciuti a Firenze durante i corsi universitari, che dopo la morte di
Carlo divennero i suoi primi editori.
19
Bisnonno di Michelstaedter, rabbino, studioso e taumaturgo.

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Nero quadricromia
Risuonò lo sparo e lui cadde.
Poi venne il cuginetto Emilio20 e si mise a gridare fuo-
ri di sé.
E io uscii di colpo da quell’incubo.

Lei ha trovato pure una via d’uscita. La ruota del tempo, lei
l’ha girata. La giovinezza è tornata in lei. Non si scoraggi.
Lei adesso ha vinto. E Carlo si è sottratto, non ha perso.
Lei ora può chiamarsi Israel21. Colui che lotta e vince
l’Eterno. Per me è questo che si è palesato in questa lotta
con il suo angelo. Per un po’, prego, non ritorni da me.

Così mi disse Freud e io partii lasciando la città dove


Freud viveva.

20
Emilio, il cuginetto, al quale dettò in parte la sua tesi di laurea.
21
Dopo la lotta con l’Angelo, questi gli cambiò il nome da Giacobbe in Isra-
ele, “Colui che lotta e vince Dio”, e da lì in poi tutto il popolo si chiamò così.

183

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Nero quadricromia
20
La puttana martire

Parlare senza fermarsi. Il vecchio profumo. Strade invernali


con cadaveri. La cara signora Kulcsárné. Pierino della Luna.
Fracassare il cervello. Gli orecchini dei zimpa.
Arriva il dottor Klein. Il battipanni. Kulcsárné nuda. Verso
il Settimo Palazzo. L’antica piscina Palatinus. I deserti della notte.
Il vino che l’uomo beve con gli occhi. Uno scambio di biglietti.
Orrore e bellezza. Di futuro e di mondi a venire.

Di nuovo con Simone, la mia guida.


Camminavamo nel buio delle strade, era notte e i
nostri passi risuonavano sulle pietre del selciato.
Simone al mio fianco mi ha domandato:
“Sei pensieroso. Cosa ti succede?”
Allora sempre camminando piano ho cominciato a
parlare senza fermarmi, come chi avesse da dire
qualcosa da molto tempo e improvvisamente aprisse la
porta alla folla di parole che si assiepava. Senza
ritegno, senza pudore di maschio.
“O alter Duft aus Märchenzeit1, tanto è ormai lon-
tano da noi il tempo di appena sessant’anni fa,
quando la guerra era finita da poco #### e noi eravamo

1
Verso della lirica “O alter Duft” appartenente a Pierrot Lunaire di Arnold
Schönberg, composizione per voce recitante femminile e cinque strumenti sul
testo del poeta belga Albert Giraud. Il verso (nella composizione musicale il
poema è dato in traduzione tedesca) significa in italiano: “O antico profumo del
tempo delle favole”. Questa composizione ha fatto epoca, ha inaugurato una
stagione nuova della musica moderna.

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Nero quadricromia
stipati in una stanza, nella puzza di grasso di cento-
venti chili mai lavati da mesi della nonna. Oh strade
invernali con i cadaveri che marcivano in macchie
verdi e gialle, oh fosse aperte nei giardinetti spogli,
oh cara signora Kulcsárné2, vicina della nonna,
oh gambe nude, bei capelli corvini e occhi scintillanti
e bocca ridente: da dove torni a me nella mia
tortuosa fantasia di quotidiani assillanti tormenti?
Simone, la vedi? È qui con me, mi guarda, è Kulcsár-
né, carezza la mia nonna e piange, piange sulle sue
ginocchia. Non so perché sento Pierrot Lunaire3
insieme alle parole della bella prostituta, vicina di
mia nonna.
“‘Nagisciagos assoni4’, signora grande mi aiuti, la
prego. Mi hanno raccontato adesso che mio marito
a Cegled5: è stato riconosciuto per strada, gli
hanno gridato ‘sporco nazista’, lui che ha ucciso solo
tre ebrei e l’hanno spogliato lent az utzasciarcon6
e malmenato a pugni, calci e graffi finché uno con un
bastone di ferro non gli ha spaccato la testa e lui è
morto. L’hanno picchiato aghion7, nel cervello,
ed è lì per strada. Mamma, dolce signora, mi nascon-
da, ho paura per me.”
“Oh, cara donna quanto avrei voluto arrampicarmi

2
Kulcsár significa “fabbro di chiavi” (ungh.). La particella né significa “moglie
di”, quindi “moglie di Kulcsár”. La “cs” si legge semplicemente “ci”.
3
Pierrot Lunaire (“Pierrot lunatico”). Vedi nota 1. Pierrot è una maschera del
teatro francese inventata nel Cinquecento da un comico italiano.
4
Traslitterazione delle parole ungheresi Nagyságos asszony, che significano
“magnifica signora”.
5
Cittadina ungherese distante 72 km da Budapest. Ha 37.000 abitanti.
6
Altra traslitterazione. Significa: “Giù all’angolo della strada”.
7
Traslitterazione della parola ungherese agyon, che significa “al cervello”.
“Picchiare agyon” vuol dire “colpire a morte in testa, accoppare”.

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Nero quadricromia
sul suo bel corpo e fare qualche cosa che sapevo sol-
tanto molto, molto vagamente: che il pisello doveva en-
trare tra le gambe in un buco di carne caldo e odoroso
e fare dentro pipì o qualcosa del genere. Oh cara
creatura, cara puttana dei miei desideri di bambi-
no, grazie d’essere venuta!”
Simone mi ascoltava sorridendo, senza interrompere
quel discorso.
“La nonna ti aveva preso in casa, la sua porta era
accanto alla tua e io venivo a bere il profumo dei
tuoi vestiti di seta a fiori. Gli orecchini che pendevano
dai tuoi zimpa8; i seni che si intravedevano mi
eccitavano tanto che mi sentivo morire, e invece sei
morta tu. La nonna era – alte Märchenzeit – nel
suo letto di nuovo malata e tu la curavi come fa una
figlia, ma meglio perché mia madre, poverina,
giaceva giorno e notte già depressa fino alla chiusura
totale in sé.”
O alter Duft aus Märchenzeit, dolce, dolce odore delle
favole questo è diventato in me l’orrore, un vec-
chio profumo del tempo andato. Oh dolore, motore della
vita, sei davvero così necessario perché noi si ri-
esca a rimanere nel mondo? Non c’è altro mezzo per
ammonirci, per farci evitare i pericoli?
La neve si stava già sciogliendo, la nonna non era più
malata, il dottor Klein9 l’aveva tirata fuori dalla
bronchite e poi regolarmente ogni settimana arrivava in
casa per scopare la cara prostituta che un giorno
gli aveva mostrato le belle gambe con la pelle di velluto.

8
Traslitterazione di cimpa o fülcimpa, lobo dell’orecchio (ungh.).
9
Medico della famiglia dell’Autore dal 1945 al 1952. (Testimonianza della
dottoressa Gabriella Németh.)

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Nero quadricromia
La mattina alle dieci le sono arrivati in casa tre maledetti
ciavargo10, le hanno strappato vestiti e mutande e
così l’hanno spinta nel cortile della misera casa di rin-
ghiera dove abitava la mia nonna che aveva ripreso
a vendere oche e polli al mercato poco lontano;
hanno cominciato a picchiarla, a prenderla a calci; alcuni
zingari suonatori che abitavano lì corsero giù nel
cortile per salvarla, i tre sgherri andarono via gridando.
Io stavo entrando nel vecchio portone, mi diedero
una spinta, caddi a terra, mi rialzai e vidi ancora… Oh
vidi Kulcsárné nuda, bella come il sole, tutta insan-
guinata e deturpata, morta, accanto al cavalletto
per battere i panni; corsi da lei, il cuore mi batteva forte,
forte la scongiurai di alzarsi, tornare in casa, ma
11
lei stava già viaggiando verso il Settimo Palazzo , tra gli
angeli.
Oh antico profumo del tempo delle favole sei calato
su di me in questa nottata per dirmi qualche cosa. Cosa?
Cosa? Non so che cosa, perché in quell’istante mi
sono trovato nei fumi d’una piscina: oh antica piscina
Palatinus12 con il profumo di cloro dei tempi delle fa-
vole, gente urlante di gioia e piacere dell’acqua calda
e io nella vasca con te, Kulcsárné, tu in un bel costu-
me intero, rosso, aperto fino al ventre che mi
stringevi mormorando piano parole seduttrici, inco-
raggianti; mi stringevi come un bambino, ma io

10
Traslitterazione della parola ungherese csavargó, “girovago”, “senza tetto”,
“delinquente”.
11
Vedi Le origini della Kabbalah di Gershon Scholem. Il Libro dei Palazzi
spiega la complicata simbologia mistica dei Palazzi Celesti. Il Settimo Palazzo è
quello in cui si attribuiscono le malattie e si decide la morte o la sopravvivenza
di ognuno di noi.
12
È uno stabilimento termale con piscina sull’isola Margherita, a Budapest.

187

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Nero quadricromia
ero come oggi ormai vecchio; mi toccavi, m’aizzavi,
mi baciavi…”
“Piccolo mio, vieni, vieni dentro. Metti il tuo fasinko13
dentro di me. Vieni mia stella, bel bambino mio.”
“Ma tu sei morta, ti hanno ammazzata.”
“Che cosa dici, bambino? Vieni dentro, ti insegno io tutto
tutto tutto. Vieni, mia stella: qui non c’è la nonna,
non c’è la mamma. Prendi con la mano il tuo fasinko e
mettimelo dentro.”
Mi abbracciava, mi baciava sulla bocca: avrei volu-
to morire in quell’istante tanto era forte il piacere, il
languore, la gratitudine, la profonda gratitudine;
avrei voluto regalarle in cambio tutto me stesso, l’inte-
ro mio essere altro non avevo da regalarle.
I bambini giocavano nell’acqua, i grandi giacevano
come ippopotami e io ero nel nirvana e volevo
estinguermi e unirmi al Grande Nulla. La piscina del ba-
gno popolare a poco a poco è scomparsa agli occhi
lasciando solo il profumo di cloro, poi anche
quello si assorbì nell’aria e mi trovai nei deserti della
notte14.
Allora mi si è stretta al fianco Simone per dire di ri-
prendere il cammino.
“Dove andremo?” chiesi angosciato.
“Lì, dove volevi, poco fa. A trovare l’esempio della
bellezza nel profumo del tempo delle favole, dove
il vino che l’uomo beve con gli occhi la luna versa giù
15
di notte a fiotti .”

13
Traslitterazione della parola ungherese faszinkó, “piccolo cazzo”.
14
Vedi la nota 7 del capitolo 5.
15
Versi tratti dalla prima lirica di Pierrot Lunaire.

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Nero quadricromia
Uno scambio di biglietti

Egregio Professore,
spero che abbia avuto la pazienza di leggere i fogli che ho
mandato.
Quella donna credo che continuasse a darmi vitalità e bel-
lezza, e non è morta ma continua ad agire. Cosa voleva dirmi,
Professore, quella donna?
Forse che orrore e bellezza convivono in noi e insie-
me fanno la nostra vita, non sono separabili che
bene e male, come dice Buber, sono necessari tutti e
due per noi? Che nella nostra epoca la bellezza può
essere distrutta per sempre? Il timore della perdita
d’armonia?

Caro Amico,
che la sua mente abbia abbinato in sé quei due poli,
che sesso e morte le siano tornati con l’antico profu-
mo delle favole non fa meraviglia, ormai ne sa qualcosa.
A volte vince l’uno, a volte l’altra. La povera prosti-
tuta massacrata è tornata da lei per dirle questo? O forse
un’altra cosa? E che cosa?

Caro Professore,
la ringrazio della pronta risposta, ma l’orrore sta pre-
valendo troppo nel mondo, qui nel nostro mondo gra-
mo e questo, questo m’inquieta tanto. Temo forse
per me, per la mia armonia, il mio equilibrio? Per
l’orrore radicato in me e nel mondo? Che non ci sia altro da
sperare, se non la prossima scoperta di altri uni-
versi paralleli al nostro?

189

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Nero quadricromia
Caro Amico,
quello che lei scrive è piuttosto per Jung, e non per me.
Di futuro, di mondi a venire può forse parlarle lui,
ma per dire cosa? Io, come sa, non faccio l’indovino. Cer-
co di aiutare in altri modi l’umanità davvero sofferente.
E cerco di aiutare lei, come posso.

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Nero quadricromia
21
Il fiume del non-ritorno
(Piccarda)

La voce da un vecchio telefono. Una lingua inesistente. Un cimitero


verdeggiante. Un assassinio: ma di chi? Il destino della bellezza.
Il mercato e la tomba. Amore e sesso. Un canto si leva dalla tomba.
Il fiume del non-ritorno. L’innocenza strappata.
I più grandi del mondo. L’orfanotrofio dei pazzi. Tra bianche piume.
Il grande slovacco. L’annullatore innamorato.
Figure luminose e fragili. Il premio del coraggio.

La notte coprì Simone e me di colpo e noi cammi-


nammo sotto la luna.
Mi venne in mente che dovevo telefonare a mio fra-
tello. Già sentivo la voce pacata che mi avrebbe rispo-
sto. Lui infatti – non so la sua voce da dove venisse
– prese a parlare e io non capivo nulla, nulla di
quello che diceva: la voce veniva da un vecchio telefo-
no. Gridavo nella cornetta, ma lui non cambiava,
continuava a parlare in una lingua incomprensibile, e
forse inesistente.
Allora mi svegliai dall’illusione. Parlare con lui che
non c’era più! E sentirne la voce e non comprendere!
Che errore del sogno, eppure, eppure… io speravo ancora di
rivederlo e rivedere con lui mio padre.
Stavamo camminando tra le tombe di un cimite-
ro verdeggiante, muto. Io sentivo una grande inquietudine
perché sapevo di andare incontro a qualcosa di
bello, ma anche di brutto. La dolce voce di mio fratello,

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Nero quadricromia
e un assassinio. Ma di chi? E dove? Perché mi venne in
mente un assassinio?
Camminavo assorto al fianco di Simone. A poco a
poco riconobbi le tombe, il cimitero, il verde prato
dentro, le lapidi incastonate in un alto muro. E dissi
alla mia cara guida benigna: “La cosa che mi turba oggi
è il destino della bellezza. Sono sconvolto all’idea
che il suo posto sia nel mercato o nella tomba.
Uccidere la bellezza pare essere lo scopo della vita di
masse enormi. Come per vendicarsi sulla Natura che è
benevola con alcuni e con altri no.”
Era una frase senza un nesso, eppure il nesso stava
per apparire.
“Che cosa chiami ‘bellezza’, dimmi. È una cosa eter-
na o effimera? È la nobiltà armoniosa della vita
o l’ombra del sesso, dell’istinto primo che desidera
perpetuare la specie? È un patto sociale o qualcosa al
di sopra di questo patto, una categoria suprema?
Comunque io penso che l’amore non abbia nulla a che
fare con il sesso. E la bellezza convoglia vero piacere
solo se l’anima è posta in condizione di migliorare se stessa.”
“Io penso agli assalti alla bellezza, alla ricerca dell’or-
rendo e del turpe. Quanti film, quanti giocattoli-mostri,
quanto finto e quanto vero sangue,” mormorai incerto a Si-
mone.
“Se pensi alla bellezza, pensa soltanto a lei e non alla
sua fine. Sii contento che tu la possa vedere.”
In quel momento ho percepito un canto dolce, sedu-
cente, un poco triste provenire da una lapide nel muro.
Un canto che si levava dalla tomba! Rabbrividii,
balzai indietro d’un passo. Ma il canto continuò, dolce
e nitido.

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“There is a river called of No Return1.” La voce di donna,
sussurrata si spandeva tra le tombe e i fiori, e io
ero preso da paura e sorpresa.
“I morti che si rivolgono a te,” disse piano Simone.
Dunque anche lei sentiva quel canto, forse più
di me.
“Love is a traveler on the river of No Return.”
Poi si sentì un singhiozzo nella tomba. Un mesto
singhiozzo disperato. Battevo i denti dallo spavento e per il
muto assistere a quell’oscuro prodigio.
“Oh no one is here I may cry. Oh, oh, oh, oh, oh, but no one
will hear2.”
Riconobbi la voce, riconobbi il canto, e anch’io
sprofondai nel pianto per il destino della bellezza,
dell’angelica leggerezza, per l’innocenza strap-
pata in mille pezzi, per la violenza sopra un corpo
fragile di ragazza già stuprata, sola nell’orfanotrofio
dei figli dei pazzi3 “Bye bye baby, remember you’re
my baby4” e poi presa dai più grandi padroni del
mondo, grandi, subdoli assassini che mandano
navi, razzi, e dispongono di continenti, oceani, men-
ti che spostano miliardi con un cenno della mano.
Presa in alcove, alberghi di lusso tra bianche

1
The River of No Return (“Il fiume del non-ritorno”, ma il titolo italiano è La
magnifica preda). Film western del 1954, girato in Canada. La canzone del titolo
è di Cyril J. Mockridge… E la protagonista che la cantava era… Un attimo, vale
la pena di prepararsi aprendo il cuore alla bellezza innocente.
2
Do It Again, di George Gershwin, incisa da tanti celebri cantanti e attrici,
quindi anche da…
3
Vedi una delle tante biografie di…
4
Bye Bye Baby, dal film Gentlemen Prefer Blondes, Gli uomini preferiscono
le bionde (1953). Chi vede la scena in cui è cantata quella canzone, si innamora
dell’attrice che la canta: si innamora di un fantasma di luce, eppure se ne inna-
mora.

193

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Nero quadricromia
piume e polveri bianche, e rigirata come un pupaz-
zo. Questo è il flusso del male inarrestabile nel
mondo.
“Piccola, dolce, procace e leggera che hai dato la feli-
cità a miliardi di esseri umani, so I up and left the
pieces there5 like a little lost lamb I roamed about,
agnello sacrificale del mondo, angelo biondo, tu
6
che Andy Warhol il grande slovacco ha preso per
simbolo della pubblicità falsificatrice, della men-
zogna, del finto e del felice consumo del mondo verde e
rosa; tu uccisa in maniera schifosa, non saprà mai
l’umanità come e da chi, dalla tua fida governante
o da sicari più esperti e crudeli di Hoover, lo spietato
direttore dell’FBI, nessuno saprà mai se il grande Ar-
thur Miller7 sapeva e taceva o non sapeva. Arthur
Miller per sei anni tuo marito e tuo annullatore inna-
morato.” Così ho mormorato vicino al marmo di quella
tomba, e poi sono stato zitto.
“Come here.” Sentii venire verso di me l’invito e io
m’accostai di più al muro: non potevo resistere al richiamo.
“Gone, gone forever down the river of No Return. Wail-a-
ree! Wail-a-ree! Wail-a-ree! He’ll never return to me.
Wail-a-ree!”
La voce che uscì da quel muro cantò così, e io stetti
lì muto, colpito al cuore, colpito al cervello. Che
5
Two Little Girls from Little Rock.
6
Andy Warhol, nome d’arte di Andrei Warhola (1928-1987), pittore, scultore,
regista, scrittore statunitense, di origine rutena (Slovacchia). Uno dei grandi e
provocatori geni della Pop Art, l’Arte Popolare che invase la scena culturale del
mondo tra gli anni sessanta e ottanta del Novecento.
7
Arthur Miller (1915-2005), uno dei principali autori teatrali statunitensi e del
mondo nella seconda metà del Novecento. Le vergini di Salem, Uno sguardo dal
ponte, Morte di un commesso viaggiatore sono ancora recitati sui palcoscenici di
tutto il mondo. È stato sposato con l’attrice di cui si parla qui.

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Nero quadricromia
potevo fare? Accarezzai quel muro e quel nome e quel-
la rosa che Joe Di Maggio8 faceva deporre ogni giorno
accanto a quella lapide nel muro.
“I’ll be gloomy but send that rainbow to me, then
9
my shadows will fly ,” cantò ancora quella voce e poi
all’improvviso si dileguò. Ma non la bellezza, non la
gentilezza, la dolcezza spacciata per stupidità.
“Il tuo corpo è rimasto di là, ma non ciò che hai dato
al mondo, la tua grande infelicità trasformata in
amore per noi, per ognuno di noi separatamente. Ti
vediamo ancora in effigie, in figure luminose e fragili:
non ci ha abbandonato la tua dolce ombra. E ve-
dendola ci illudiamo tutti di essere, sì, davvero felici.
Un attimo di felicità già basta in tutta una lunga
vita per credere che non tutto sia inutile.” Questo ho
mormorato ancora a quel muro.
“Cosa ti dice questa visita?” mi ha domandato piano
Simone, seria, triste forse più di me. “A tante donne è toc-
cato il destino che è toccato a questa poveretta. A Ma-
10
rilyn Monroe , vittima sacrificale. Io penso che la giustizia
del mondo dovrebbe riparare l’ingiustizia inflitta
alle donne in tutti i tempi. Tu cosa ne pensi: hai contri-
buito anche tu a questa ingiustizia?”

8
Joe Di Maggio (1914-1999), giocatore statunitense di baseball, era di origine
siciliana. Come sportivo divenne un eroe nazionale tra gli anni cinquanta e ses-
santa del Novecento. Fu il secondo marito di… e lo restò per meno di un anno.
Ma dopo il divorzio le restò fedele tutta la vita. Fedele. Bisogna sapere che cosa
si pensa quando si pronuncia quella parola.
9
Altra citazione da Bye Bye Baby.
10
Eccola! La più bella, la più graziosa, la più misteriosa figura del cinema di
tutti i tempi. Perfino la figlia di Sigmund Freud la ebbe in cura, perché massacra-
ta dalla vita e dal successo. Ultimamente è apparsa la notizia che fu il capo della
CIA a farla uccidere, calunniare di “comunismo”, screditarla, drogarla. Riposi,
riposi in pace.

195

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Nero quadricromia
Senza un attimo di esitazione ho ammesso la mia col-
pa.
“Ti aspettano altre confessioni,” disse Simone dura e seve-
ra, e poi ha aggiunto: “Ora vieni con me. I miei li-
bri dovrebbero averti dato la misura di quale delitto hai
commesso. Incontrerai il tuo tribunale. Ma non
temere. Nessuno ti ucciderà. Non è quella la condanna
più dura.” Mi ha preso il braccio e mi ha trascinato
verso una nuova, misteriosa meta.

Resista ora, non si tiri indietro. Il premio del coraggio


è la libertà. Lei la cerca ormai da anni e anni. Non può
rinunciare. Quindi vada lungo la sua strada, vada con
fermezza. La bellezza non è ancora perduta: chi conosce
il mondo, ne è certo.

196

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Nero quadricromia
22
Stazio.
La fiamma che arde all’ingiù

Il sogno del fuoco soffocato. Come se tutto fosse capovolto.


Un uomo con la barba. La maggiore ingiustizia. La cima
dell’Himalaya e l’Etna. Una camicia da notte con monogramma.
Rara duplicità dei sogni. “Io offro questo alla verità.” Le fiamme di
un camino. L’uomo odiato. Prigioniero nel sonno. “Alexandrine!”
Il fumista pentito. Un libro scritto da Pagé. I personaggi divenuti
famosi. Leonardo, Galilei, Mosè. Il colonnello Paty de Clam.
Una sporca campagna di calunnie. La passione della luce.

“Stanotte di nuovo ho sognato il fuoco che non riu-


sciva a salire verso l’alto, ma in modo innaturale ardeva
all’ingiù, come io non ho mai visto.”
“Era un fuoco grande, che scendeva? Conosciamo già
la simbologia del fuoco, ne abbiamo parlato un giorno.
L’energia vitale e sessuale, la ruota del sole, l’elevazione
spirituale, la luce e la vita1, il lampo che fa ardere
la natura, l’unico che viene dall’alto, dal cielo, ma ne
potremmo parlare fino a domani.”
“Stavo male a quella visione, come se l’universo si
capovolgesse, come se tutto fosse volto al male. Era
terribile quel sogno, era la morte.”
“Hai un’idea di cosa volesse da te una visione così
spaventosa?”
1
Il fuoco è un potente simbolo presente in tutte le civiltà della terra. D’altron-
de sulla terra non esiste, se non venendo o dal ventre della terra, dai grandi vul-
cani del pianeta, o dal cielo: il fulmine, il sole che incendia le sterpaglie. In molte
civiltà, la cremazione dei corpi dei morti li ricongiunge all’energia universale.

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“No. E poi il fuoco non era grande, le fiamme non
scendevano molto in basso, ma appena un po’, come
soffocate, oppresse, piegate, volte a uccidere e non a
nutrire la vita.”
“Sei riuscito a capire qualcos’altro?”
“Sì. Vedevo un uomo con la barba2, lì intorno, non mi ri-
cordo come.”
“Un uomo con la barba? Era forse quell’individuo
che noi chiamiamo ingiustamente ‘l’uomo primiti-
vo’.”
“No, non era questo che mi suggeriva quella figura.
Ma un senso d’ingiustizia aleggiava intorno a lui
come se avesse subito qualche cosa di terribile, di
indegno, forse… forse un assassinio.”
“Cos’è per te la maggiore ingiustizia?”
“La violenza, il tradimento, la calunnia, il falso, la
3
menzogna , soprattutto fatta ad arte per suscitare ira,
ingiustizia, inimicizia, frode.”
“Ecco. Se pensi ora o forse domani che cosa di con-
creto questo ti vuol dire, ne riparleremo e scioglieremo
l’enigma.”
“Sono ancora, come un bambino, impressionato da
quella visione.”
“Soffri?”
“Sì, soffro. Da ore, ore e ore.”
“Sta’ calmo lì, pensa ad altro. Alla cima dell’Himala-
4
ya battuta dai venti, al deserto lavico dell’Etna, a

2
Un uomo con la barba: un profeta, un rivoluzionario?
3
La menzogna come fonte di violenza, perché suscita odi e rivalità. La men-
zogna come eccidio. L’Autore in varie interviste ha dichiarato il suo odio per la
menzogna. Eppure essa può essere perfino fonte di pietà.
4
Le ricerche per scoprire se l’Autore sia mai andato in quella regione non
hanno dato alcun risultato.

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un filo d’erba, a un granello di polvere, concentrati su
questo e vedrai che passerà.”
“Ho paura di no. Ho paura di restare per sempre un
bambino e soffrire.”
“Ma quell’uomo con la barba, sai almeno com’era
vestito, oppure se era nudo?”
“Era vestito con una… già proprio… con un’ampia
camicia ottocentesca. Una camicia da notte con monogram-
ma.”
“Ricordi per caso quelle iniziali.”
“No, non ricordo. Forse E e Z. Ma potrebbero anche
essere P e L. O F e G. Ma forse E e Z5.”
“E che faceva quell’uomo?”
“Si contorceva. E respirava molto a fatica6, come se
nel sonno qualcuno lo volesse soffocare.”
“Un doppio sogno alla Arthur Schnitzler7. Tu sogni
quel signore sofferente, e quel signore sogna di soffrire.
Che rara duplicità di sogni! Ti viene in mente qualcu-
no?”
“No, nessuno. So solo che quel signore era in esilio
ed era tornato.
“E quelle fiamme forse t’aiuteranno. Le fiamme che si
torcevano verso il basso, giù, verso il fondo.”
5
E, Z e la barba: questo è già un indizio. Non sarà per caso Elémire Zolla la
persona in questione, il famoso studioso di religioni e tradizioni esoteriche?
6
Torna di nuovo l’immagine del fratello dell’Autore, il senso di soffocamento
di un malato ai polmoni. O è un altro il motivo? O si tratta del ricordo di un’ag-
gressione subita di notte dall’Autore diciannovenne, in un campo di raccolta
per profughi, dove un fuggiasco stava per strozzarlo nel sonno mormorando:
“Sporco ebreo, sporco ebreo!” (Ricordo della figlia Ilona, raccontato a Elisabet-
ta Rigutti il 24 maggio 2009).
7
Arthur Schnitzler (1862-1931), medico, scrittore, drammaturgo della fine
dell’Impero Asburgico, famoso per i suoi romanzi e racconti. Qui l’Autore si
riferisce a uno dei suoi racconti più celebri “Doppio sogno”, da cui è stato tratto
il film Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick.

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“Le fiamme. Già le fiamme nel camino.”
“Nel camino? Che c’entra il camino?”
“Erano, adesso vedo bene, le fiamme di un ca-
mino, ritorte all’ingiù.”
“Forse lo sfiato di quel camino era turato; quindi
questo fuoco non poteva salire, ma solo scendere.”
“Può darsi, c’era molto molto fumo.”
“Quell’uomo era moribondo, allora.”
“Può darsi. L’avranno ammazzato.”
“E come, con che arma? Ti ricordi che arma era?
Forse il camino?”
“Può darsi, ma io non ricordo nulla. Ricordo che
quell’uomo era odiato da un’intera nazione europea8,
delle voci lo chiamavano ‘traditore’, ‘venduto’,
‘assassino’, ‘brutto falsario’, e l’avrebbero voluto pic-
chiare a morte.”
“Perché? Perché? Lo ricordi forse? Io penso di avere
già capito. Perché odiare come noi francesi non
sa nessuno, forse, sulla terra.”
“No, non ricordo, era una scena terribile. Quell’uo-
mo aveva smesso di comporre musica o scrivere roman-
zi9 soltanto per difendere qualcuno, una vittima inno-
cente. Si lamentava: ”‘Io offro questo alla verità,
non voglio essere adesso nient’altro che il difensore di
quell’uomo innocente. E lo difenderò a costo della vita.
La verità si farà avanti, un giorno, e vinceremo: di
questo sono sicuro.’ Questo diceva mentre rantolava.”
“Era un uomo coraggioso, quel barbuto. Ma che sto-
8
Quale nazione può essere così barbara? Certamente non una nazione euro-
pea.
9
Un musicista dunque, o uno scrittore. Sì, per chi conosce la storia del secolo
passato, è chiaro di chi si tratta. Purtroppo è chiaro, ed è chiaro chi costui ha
difeso. Ha difeso un ebreo.

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ria complicata mi stai raccontando! Ci vedi un po’ più
chiaro forse adesso?”
“Lo vedo qui, davanti a me adesso. Lo so che è solo
un’allucinazione, ma lo vedo e sento come ansima:
nei polmoni non ha più ossigeno.”
“Non è per caso tuo fratello che vedi? Non era lui
che ansimava così, i polmoni paralizzati dal male,
come mi hai raccontato tante volte in questo nostro
vagare per le vie?”
“Mio fratello! È lui, è lui, lo so: dopo le due
fiamme, ecco la terza. È lui, lo vedo adesso, Dio mio,
il nostro cammino ci ha portato da lui!”
“Ma tuo fratello aveva forse la barba?”
“Non aveva barba.”
“Già. Nel sogno forse voleva nascondere il volto.”
“No. Non è lui. Hai ragione. Ma non so chi potrebbe
essere quell’uomo del sogno.”
Una voce rantolante si levò in quell’istante, terribile a
sentirsi, e parlò come poté, distorta, fioca.
“Non riesco a svegliarmi, aiuto, aiuto. Sono prigio-
niero nel mio sonno, nel mio sogno, qualcuno mi aiuti!
Non riesco a respirare e non so se sto sognando
o no, aiuto!”
Simone si avvicinò a quel moribondo e lo accarezzò
sul volto, sulle mani, ma quell’uomo non si mosse, solo
respirò sempre più forte, affannosamente.
“Ho salvato Dreyfus10, ho accusato militari, preti, tut-

10
Ecco l’ebreo, ecco chi ha difeso quell’uomo: Alfred Dreyfus, un oscuro capi-
tano dell’esercito francese calunniato da un aristocratico dissoluto, vera bestia che
in cambio di denaro dallo stato maggiore (era strozzato da debiti di gioco) accusò
quell’ebreo di spionaggio a favore della Germania (1894). Dreyfus fu degradato e
mandato sull’Isola del Diavolo, in un bagno penale terrificante, per cinque anni.
Soltanto otto anni dopo la condanna venne riabilitato. Visse fino al 1935.

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ta la destra senza paura: adesso vi prego salvatemi
perché sto soffocando, nel sonno da cui non riesco a
svegliarmi!”
“Svegliati, Zola11!” disse la mia guida. “Svegliati fin-
ché sei in tempo.” Cominciò a scuotere quel corpo
che non reagiva e sognava la propria morte.
“Zola, Émile Zola,” mormorai io, e l’uomo continuò
a rantolare.
Invocava “Alexandrine12! Alexandrine!” perché lì ac-
canto giaceva una donna che rantolava come lui, ma si
muoveva.
“Alexandrine, ci hanno ammazzati con il fumo. Aiu-
tami, Alexandrine!”
La donna non si muoveva, non usciva dal proprio
sonno, che infine l’ha graziata. Ma non ha graziato il marito.”
“Sì, lo so,” dissi io ansimando a mia volta per il grande
fumo. “Buronfosse13 il fumista lo ha ucciso otturan-
14
do da fuori il camino. L’ha scritto Pagé tanti anni
dopo perché quel Buronfosse confessò il proprio
delitto stando già male, un quarto di secolo dopo la morte
11
Émile Zola (1840-1902), scrittore francese di prima grandezza, padre del
“naturalismo” scientifico, sacrificò anni e anni della sua vita in difesa di Dreyfus
l’ebreo. Mezza Francia, che l’aveva amato come scrittore, prese a odiarlo con
feroce razzismo. Europa, Europa, Europa!
12
Alexandrine Meley Zola (1839-1925), moglie di Émile Zola, sopravvisse
all’incidente (attentato?) in cui morì il marito (1902). Donna volitiva e capriccio-
sa, dopo la morte del marito presentò domanda di adozione dei due figli di Zola,
avuti fuori dal matrimonio da Jeanette Rozerot.
13
Henri Buronfosse (1874-1928), spazzacamino, sul letto di morte ha con-
fessato a un amico, anche lui militante dell’estrema destra, d’aver ucciso Zola,
otturando il camino della stufa di casa dello scrittore. Altri cinquant’anni, e un
giornalista riesuma il caso. Zola entra nel martirologio dei combattenti per la
giustizia e la verità.
14
Marthe Pagé, studiosa di Zola, ripropone a centodieci anni di distanza la
storia della morte di Zola per asfissia. È Pagé che insiste sul nome di Buronfosse
e sui militanti di destra.

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di Émile Zola, del quale per tutto quel tempo
usò anche il nome di battesimo.”
Tossivo anch’io, non riuscivo a parlare. Simone mi
batté sulla spalla. “Vieni via,” disse spingendomi lieve-
mente fuori da quella camera da letto, fuori da quella
camera mortuaria.
La voce di Zola divenne un fiato, un mormorio appe-
na percettibile, e mi sembrava che stesse già parlando
con i fantasmi della sua mente, i personaggi dive-
nuti famosi Therèse, Nanà, Catherine, Lantier15
e tanti altri che riaffioravano come schiuma nel suo
cervello che moriva.
Una volta in strada, Simone mi disse:
“Vedi, la scienza ha anche il potere di infondere una
forza da bête humaine in chi da fuori l’adotta come
ispiratrice. Darwin, Bernard, Taine hanno ispirato Zola,
il grande francese figlio di italiani. C’è una forza che certi
scienziati hanno, come certi profeti e certi artisti:
prendi Leonardo o Galilei o Mosè. Da dove scaturisca
quella forza ancora oggi non lo sa nessuno. Ma
andiamo via da qui dove l’infamia dopo aver ucciso
Zola nelle sue azioni l’ha ucciso di fatto con quel fumo
maledetto.”
Mi misi a gridare dentro di me, ma fuori era so-
lamente un sussurro: “Maiali, lerci, luridi assassini,
militari e clericali ottusi, figli della borghe-
sia peggiore, quella che ha infestato il nostro secolo,
francese, italiana, tedesca, spagnola, madre del
fascismo e del nazismo, madre di quello che rinasce
ora in forme più stolte, più farsesche, eppure

15
Nomi di famosi personaggi dei romanzi di Zola. L’ultimo, Lantier, è la bestia
umana, un ferroviere abbrutito dall’alcool.

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non meno minacciose, cosa state escogitando ancora
per ridurre popoli, nazioni a pagliacci spietati:
ci domandiamo inorriditi cosa viene ancora,
dove nascono nuove idee da belve; abbiamo appena
seppellito Kristóf16… e le nostre vite vengono rose
come il suo corpo dal cancro, dai nuovi mezzi di
distruzione. Francesi e ungheresi si sono messi
insieme per calunniare Dreyfus: Esterházy e il
colonnello Paty de Clam17 hanno organizzato una
sporca campagna di diffamazione dando esempio
alla nostra epoca di mezzi insani di comu-
nicazione, di nere menzogne, antisemiti senza cer-
vello, senza pudore, dignità, ragion d’essere
ancora vivi in questo nostro orticello; voi, lestofanti,
vi ostinate a violare ancora la terra col vostro luridume.
Non v’interessa nulla, solo avere sempre di più,
essere in possesso di tutto il mondo, per mezzo del
capitale. Mettetevi da parte prima che la vostra
mania distruttiva ci uccida tutti e uccida anche voi
col vostro cinismo depressivo e distruttore. Ba-
sta con voi, venga un altro mondo, un’altra vita nel
nostro universo: ci avete massacrati di stanchezza,
adesso basta! Ma il meglio c’è e Zola l’ha scritto
nel suo J’accuse18: “Io ho una sola passione, quella
della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto
e che ha diritto alla felicità.”
16
Probabile allusione alla morte di Ágota Kristóf (1935-2011), scrittrice un-
gherese di lingua francese vissuta in Svizzera.
17
Esterházy, il maledetto aristocratico ungherese che, indebitato, accusò
Dreyfus di tradimento. De Clam, l’ufficiale francese, ancor più maledetto che
arrestò Dreyfus e poi eseguì la degradazione nel cortile della caserma…
18
Famosa lettera-articolo in cui Zola accusò i militari e gli ecclesiastici di aver
ordito l’Affaire Dreyfus per sconfiggere la sinistra e destare sentimenti di odio
razziale.

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Zola morì, ma quattro anni più tardi la verità splen-
dente riemerse e Dreyfus venne riabilitato.

Evviva Zola! Vede è questo, questo il coraggio di cui le


ho parlato. Da quali risorse della persona scaturisca
è difficile saperlo. Ma forse lei lo scoprirà da solo.

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23
Sabbie che ardono

Nel deserto siriano. L’incoscienza del non-sapere.


Il Metz Yeghern, il Grande Male. Reclutati nelle peggiori prigioni.
Enver Pascià. Come sul trono di fuoco. Le armoniose cupole.
Hrant Dink. Di qua e di là nella folla. L’armeno protestante.
Un diciassettenne che uccide. Non è l’aghet.
Bambina di nove anni. Viene Romain Rolland.
“Homo ne esti malbona.” L’uomo sul balcone.
Il bacio lungo la strada.

Vagavamo nel deserto da tre giorni. Ero riarso come una


mummia. Sentivo quasi il rumore delle ossa quando
muovevo braccia e ginocchia. Simone accanto a me era
tranquilla.
“Dove mi porti? Quando ci fermiamo?”
“Ti porto lì dove hanno portato a morire un milione
di persone. Bambini, donne, vecchi e vecchie.
Gli uomini giovani li avevano presi e uccisi subito
con la spada, con il fucile o con il machete. Le loro ossa
sono sotto i nostri piedi. Questa è Deir el-Zor1, nel deserto
siriano.”
Mi sono fermato stramazzando quasi a terra, e Simo-
ne mi ha detto:
“Vedi, cadere, questo è toccato ai poveri armeni
2
meno di cent’anni fa . Soltanto che loro non si sono
1
Deir el-Zor, città siriana ai limiti del deserto. Da lì le truppe turche hanno
condotto centinaia di deportati facendoli marciare senza cibo e acqua, fino allo
sfinimento e alla morte. La data non è lontana da noi, viventi umani del 2011.
2
L’avvenimento di cui si parla qui risale al 1916.

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rialzati. Sono morti di sete e di fame. Tu hai pen-
sato a loro, e ti ho portato qui.”
Potevo immergermi nell’orrore? Dovevo farlo, era
mio dovere? Percorrere quel cammino che dopo
anche i miei vecchi avevano dovuto fare a Bergen-Bel-
sen, tra boschi e fiumi ameni. O potevo voltare le spalle
a quell’epoca di massacri di massa3 e tornare alla superficie
della coscienza?
Sono rimasto lì, nella sabbia bruciante. Attorno cada-
veri di bambini: molti decapitati, fatti a pezzi, altri ridotti a
scheletri e pelle; giovani donne impalate, arse; un
fetore insopportabile e sangue.
“È questa la Regione Profonda4?” ho chiesto a Simo-
ne, ormai senza forze, e lei mi ha risposto:
“Sii felice ora che puoi ancora stare qui con loro
e non nell’incoscienza del non-sapere. Un giorno invidierai
chi soffre come invidi il tuo amico Imre5 per quel-
lo che ha passato ad Auschwitz uscendone vivo e nar-
rando il dolore. Tu che cosa vuoi narrare agli uomini?”
“Il bello, la pace, l’amore, la verità. Il nostro tempo.”
“Solo se passerai questo deserto, riuscirai a farlo, cre-
di a me. Il primo sterminio di un popolo il Metz
6
Yeghern , il Grande Male che ha ucciso due milioni

3
I massacri di massa del secolo che si chiama ‘ventesimo’ sono cominciati lì,
con l’eccidio degli armeni in Turchia e in Siria, che allora era ugualmente Tur-
chia. E oggi sono diffusi in tutti i continenti, per la gioia di chi odia l’umanità.
4
La Regione Profonda, Die tiefe Region (che è anche il titolo di questo volu-
me), è la regione rocciosa in cui soggiornano i padri estatici, nella scena finale del
Faust II di Goethe. La scena scritta dal poeta tedesco negli ultimi giorni della sua
vita è improntata alla ricerca di un’alta spiritualità.
5
Imre Kertész, autore di Essere senza destino, amico dell’Autore. Premio No-
bel per la Letteratura nel 2003.
6
Metz Yeghern, il “Grande Male” (arm.), il genocidio degli armeni per mano
dei militari turchi.

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di armeni per mano di avanzi di galera reclutati
nelle peggiori prigioni per compiere la strage pia-
nificata, non puoi sconfiggerlo”
“Ho ignorato per tanto tempo questo.”
“Il mondo intero lo ha ignorato, ha dimenticato
quell’orrendo delitto compiuto con determinazione in
7
Siria, in Iraq, in Anatolia . Ma l’antico popolo degli
armeni esiste ancora ed Enver Pascià è morto8.”
“Portami via da qui, ti prego, ti prego.”
“Oh lo farei, lo farei, mio caro caro amico, ma non
posso. Questo deserto lo devi passare per uscire
dalla Regione Profonda dove dimorano le vittime che
vincono. Ti prego, fatti forza se vuoi salvarti e non esse-
re sommerso dall’indifferenza. Io invidio il buon ladro-
ne che si è trovato accanto al Cristo nel momento
della crocifissione e non nella Sua piena gloria.”
Ho preso il braccio di Simone allora cominciando
a camminare incerto. Respiravo a fatica, a fatica
vedevo davanti a me, ero accecato. Il sole mi pungeva
con milioni di aghi incandescenti, stavo morendo
come Dózsa sul suo trono di fuoco9.
“Hanno dimenticato tutto, tutti. Qualcuno parla di
nere calunnie. Il fiero, forte, numeroso popolo dei
turchi accusa i propri delinquenti. Quante nazioni più

7
Luoghi del primo genocidio programmato del Novecento. È lì la fonte da cui
scaturisce il fiume di sangue del secolo.
8
Enver Pascià (1881-1922), uno dei più sanguinosi membri della Giovane
Turchia, organizzazione nazionalista, razzista, sanguinaria. Crepò per mano dei
militari armeni dopo che l’Armenia era diventata una repubblica comunista e
aveva dichiarato guerra alla Turchia.
9
György Dózsa (Gheorghe Doja, in romeno), capo della rivolta dei contadini
in Transilvania (allora Ungheria), nel 1514. Fu catturato, fatto sedere su un trono
incandescente e divorare dai suoi compagni affamati da giorni e giorni di digiu-
no. Questa fu la vendetta della nobiltà transilvana contro i diseredati.

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che civili hanno tirato fuori dalle viscere i propri
mostri per farli agire, assassinare, massacrare, violenta-
re. Guardati intorno in Europa e in America, in Cina e
in India.”
Le ho dato ragione con sgomento. Ho guardato davanti a
me, e a poco a poco ho sentito un grande rumore cre-
scere e ho veduto figure umane spuntare; la sab-
bia incandescente si copriva di asfalto e pietre: ero in
una città. Che nesso aveva con lo spietato deserto,
questa città popolosa, piena di armoniose cupole10?
“Ti sei liberato dall’arsura? Ti senti meglio?” ha do-
mandato Simone, e io confuso e stupito ho detto:
“Un malessere diverso mi assale. La folla, le grida,
tante automobili: dove sono stato scaraventato?”
“Non ti spaventare, perché sei lì dove dovevi andare.
Dimmi dove?”
Se Simone non fosse stata con me, non avrei certo
avuto il coraggio di dire a me stesso chi volevo…
chi volevo incontrare e perché.
“Hrant Dink11,” ho sussurrato, e un fragore di tre
spari mi è penetrato nel cervello rendendomi sordo e
atterrito. Grida, corse di gente e sirene di polizia
si sono sovrapposte in modo assordante e caotico:
pareva che il mondo stesse per finire. Mi spingevano di
qua e di là nella folla.
“Che hai, che cosa vedi? Sei pallido. Che cosa posso
fare per te, dimmi?”
“Fa’ qualcosa per lui, ché non muoia. Ti prego, fa’
qualcosa per lui.”

10
La città di cui si parlerà ha davvero delle cupole bellissime.
11
Tirat Hrant Dink (1954-2007), giornalista, editore, uomo politico armeno
nato in Turchia, sostenitore della riconciliazione degli armeni con i turchi.

209

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“Purtroppo non posso, non posso adesso.”
“Non vedi come sanguina lì per terra, caduto a faccia
ingiù sull’asfalto, Hrant Dink, l’armeno, protestante e
ortodosso12, orfano sbattuto da una scuola all’altra;
Hrant, il forte e pacifico, combattivo e assennato
uomo che voleva riconciliare turchi e armeni,
e che un ragazzo di diciassette anni13 ha ucciso per
strada, colpendolo come un cane. Ma Ettore, questo vuol dire
Hrant, morendo ha sconfitto il nemico più forte, invisi-
bile l’odio tra le razze degli umani.” La gola mi si
stringeva e disperato ripetevo: “Non fatelo morire,
riportatelo alla vita, infrangete le leggi del tempo e della
morte. Vi prego, alzatelo da terra.”
Una calca si era formata intorno al corpo, qualcuno
lo ha ricoperto di carta, come si fa con i mendicanti
che muoiono per strada, per la fame.
“Tu sai chi era?” ho domandato piano. “È morto
sessant’anni dopo di te.”
“La morte abolisce il tempo14,” ha detto allora Simo-
ne portandomi per mano verso Hrant Dink che giaceva
immobile.
“Cerca di fermare ciò che resta del suo spirito e chie-
digli, se vuoi sapere qualche cosa, o accomiatarti.”
Stavo fermo in mezzo all’oceano degli esseri viventi,
e non sapevo nuotare in quel mare. Fu lui a mor-
morare con la faccia ingiù come giaceva il suo cadavere.
12
Dink fu battezzato due volte da bambino, essendo stato lasciato in un orfa-
notrofio dai genitori divorziati. I parenti lo sbalottarono tra varie religioni.
13
Ogun Samast, diciassettenne nazionalista turco fu l’astuto assassino di Hrant
Dink. Lo ha ucciso a revolverate, per strada. Come può tornar fuori dal carcere?
Che Turchia ha nel cervello e nei sentimenti?
14
Questa affermazione è dell’Autore o del personaggio che dice “Io”? Non
bisogna giocare con il pensiero della morte, la quale comunque arriva, ma non
in questo istante.

210

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“Non è l’aghet15, non è la catastrofe. Altri prenderan-
no il mio posto in quello che loro chiamano ‘futuro’
e io ‘sempre’. Lì le nazioni che io con il giornale
‘Agos16’ volevo unire non si uccideranno l’una con l’al-
tra, e il mondo sarà migliore o non sarà. E ora è
terminata la mia vita.”
Hrant Dink, il cinquantatreenne armeno ha avuto
un fremito, e tutto era finito. Ho visto ancora piangere
sua moglie che lui aveva conosciuto ancora bambina di
nove anni come Dante conobbe Beatrice. Poi la mia
mente si è chiusa. E così ho visto Romain Rolland17 venire
verso di me, portando sulle braccia il corpo di
18
Clérambault , sua creatura, ucciso dalla folla che vole-
va la guerra e lui la pace e perciò è morto.
“Ho letto il tuo Clérambault!” gli ho gridato. “Io allora
avevo sedici anni e ho passato notti sui tuoi libri,
li ho benedetti mentre li leggevo. Non li ho dimenticati,
e sono passati cinquant’anni, consòlati con questo.”
Romain Rolland andava nella strada senza fermarsi,
portando il suo morto.
E dietro a lui si affrettava Zamenhof19 e io l’ho chia-
mato nella sua lingua. “Mi petas, haltu unu momenton.” Lui
si è fermato e mi ha detto mormorando: “Homo ne esti
15
Catastrofe (arm.).
16
“Agos” era il titolo del settimanale bilingue armeno-turco fondato da Hrant
Dink nel 1996. Agos significa “solco”.
17
Romain Rolland (1866-1944), scrittore francese, Premio Nobel nel 1915.
Scrisse romanzi lunghissimi (uno di questi, Jean Christophe, di dieci volumi) bio-
grafie, saggi, articoli di giornali, e verso la fine della sua vita, divenne alquanto
esoterico.
18
Clérambault è il titolo di un tragico romanzo pacifista di Romain Rolland.
19
Ludwik Lejzer Zamenhof (1859-1917), medico polacco, inventore dell’e-
speranto, la lingua artificiale che doveva servire a far comprendere tra loro tutti
gli abitanti della terra. Oggi l’esperanto è parlato da quasi 6.000.000 di persone
nel mondo.

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Nero quadricromia
malbona, nur malfelica sed certa tempo venos zorgon
prenos. Adiaü, homo kiú sercias la sencon20.”
Dopo un attimo era scomparso. E allora ho visto un uomo
sorridente su un balcone e l’ho riconosciuto; ho gri-
dato “Padre!”, ma quella finestra s’è chiusa e la casa non
aveva entrata né altre finestre se non di pietra. Mi voltai
sentendo un lieve fruscio. In mezzo alla strada stava Simone.
“Sei qui, sei qui accanto a me. Non dirmi parole, mi
basta che io senta il suono della tua cara voce.”
Simone rise d’una breve risata complice e intima
come solo le donne sanno ridere, e andammo, e
io mi chinai verso di lei per baciarla sulla bocca di nuo-
vo lungo la nostra infinita strada. Mi fermai, le cinsi le
spalle, poi le presi il viso tra le mani spinto da tenerezza
e attrazione. “Lo sai che io non sono mai stata
presa o baciata o penetrata da nessun uomo. Non lo
sarò da te. Né desiderio né immaginazione potrà
mai farlo. Ma io ti amo lo stesso.” Si alzò sulla punta
dei piedi, si accostò con labbra fresche e ardenti
alla mia bocca e così mi baciò.
Lo squillo della sveglia risuonò, ma io rimasi nelle
profondità, quanto tempo e come non so dirlo.

Caro Professore,
questa è stata la mia lunga giornata verso la notte21. Ho
compreso davvero, fino in fondo come si possa amare

20
“Ti prego, fermati un momento.” Zamenhof: “L’uomo non è cattivo, ma
soltanto infelice. Però viene il tempo che scaccerà le angosce. Addio, uomo che
cerchi il senso delle cose.”
21
Citazione del titolo di un tremendo dramma senza speranza del dramma-
turgo americano Eugene O’Neill. Per giustizia del destino, questo scrittore fo-
sco e stravolto ha avuto per genero l’uomo più rasserenante del secolo, Charlie
Chaplin.

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Nero quadricromia
con passione anche ciò che non esiste, ma è esistito.
Non solo amare, ma esserne innamorati.

Io la chiamerei la lunga notte verso la giornata splen-


dente, caro amico.

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Nero quadricromia
24
Fiore di carta ritrovato

Una poesia da correggere. Il nome del poeta cosa porta?


In Cina non c’è l’aldilà. Centinaia di milioni. Il nodo del pensiero.
Stile Gu Feng. L’inno “Oriente rosso”.
La radio e le stelle. Farfalla e merlo. La luce nuova.
Chi non cerca la verità. L’insanabile differenza.

“Stanotte mi tormentava nel sonno questa poesia. La


correggevo e correggevo, cambiavo parole, verbi, silla-
be finché non mi sono addormentato e allora ho
sognato chi poteva averla scritta e così concepita1. Il suo
nome porta con sé vivi e morti, tanto bene e tanto
male insieme che mi confonderei solo a pensarci. Nel
sonno li ho visti, quei morti, e son rimasto sconvolto.
Sudavo, mi sono rigirato fino all’alba nel mio letto.”
“Quello che tu pensi di quell’uomo è così grave, così
impensabile?”
“Si tratta del destino, della morte di milioni di esseri
umani. Uno che li fa morire, uccidere per tene-
re in vita altre centinaia di milioni può scrivere poesie
come quella?”
“Togliere un miliardo di esseri umani dalla fame con
un pugno di riso da mangiare al giorno… Che cosa ne
pensi tu, dentro di te, è possibile assolvere quell’uomo
da tanti delitti atroci2?”
1
Non è lunga l’attesa di sapere chi è quell’uomo. Anche se tra cinquanta,
cento anni se ne sentirà appena parlare, oggi è sulla bocca di tutti. Ma qui non si
parla ai viventi di oggi, se non alla generazione dei ragazzi.
2
Dalla risposta di Simone cominciamo a capire che l’uomo che ha scritto la

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Nero quadricromia
“È la questione di sempre, l’individuo o la specie, un
3
gruppo di persone o il genere umano.”
“Vedi, nell’universo ci sono tante risposte alla do-
manda. Se è lecito sacrificare milioni per salvare mi-
liardi. Grande questione. In Cina non c’è l’aldilà, il Dio
che instilla le sue leggi morali. La vita ha un
altro significato, e anche la morte, il Tutto e il Nulla.
Tu non sai niente del Tao, di Confucio, non ti sei mai
interessato a loro. Io sì. E non mi sento di giudicare.
Questo nodo del tuo pensiero lo puoi sciogliere sol-
tanto tu. E lo farai, io ne sono sicura. Ma fammi
leggere la poesia.”
Le diedi il foglio ricopiato a mano che conteneva
questo esatto testo.
Una poesia in stile Gu Feng4. Parla del razzo inviato dalla
Cina nel cosmo il 24 aprile del 1970, con a bor-
do un’emittente radio che irradiava su tutta la
terra l’inno “Oriente rosso”. Un atto di poesia spa-
ziale.

Nave cosmo porta canto #


valle uomo leva capo
pensa sente “Oriente rosso”
brina stende argenteo manto.
##
poesia ha causato la morte di milioni di persone, per salvarne miliardi. Quale
popolo può vantare queste cifre? I cinesi.
3
Ragionare in termini numerici delle vite è estremamente pericoloso. D’al-
tronde è quello che fa la natura. E anche chi crede nella materia e nient’altro. Ma
in che altro credere? È qui la ricerca di tutto il libro.
4
“Stile antico”, forma di poesia praticato soprattutto dal poeta Li Po (Li Bai,
701-762), vissuto sotto la dinastia Tang. Avrebbe scritto 1100 poesie, vivendo una
vita conforme alla filosofia tao, quasi monastica, eccetto le continue ubriacature.
Sarebbe morto cadendo in acqua nel tentativo di afferrare il riflesso della luna.

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Nero quadricromia
卫星携吉歌 wèi xïng xié jí gë
谷底举头望 gû dî jû tóu wàng
遥听〃东方红 yáo tïng döng fäng hóng
霜雪亮如银 shuäng xuê liàng rú yín

Radio tutta terra suona


spazio nave ruota sola
farfalla sopra pesco vola
merlo bacche figli dona.

歌声传空天 ### gë shëng chuán köng tiän


卫星独盘旋 ### wèi xïng dú pán shï
蝶恋桃花飞 ### dié liàn táo huä fëi
含果哺雏鸟 hán guô bû chú niâo

Inno eco stella a stella


notte bosco tace grillo
cielo luce nuova brilla
melo dolce miele stilla.

星际歌声漾 xïng jì gë shëng yàng


林间无虫鸣 lín jiän wú chóng míng
新光照亮天 xïn guäng zhào liàng tiän
苹果流香蜜 píng guô liú xiäng mì

Versione libera

Una nave spaziale porta al suo interno un brano cantato.


Sulla terra, in una valle un uomo solleva la testa,
pensa e sente l’inno “Oriente rosso”.
La brina stende un argenteo manto sulla vallata.

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Nero quadricromia
Un’emittente radio trasmette su tutta la terra l’inno.
La nave viaggia ruotando, sola, negli spazi celesti.
Una farfalla vola sopra il pesco.
Un merlo porta nel nido delle bacche, per i suoi piccoli.

L’eco dell’inno si riverbera di stella in stella.


È notte. Nel bosco tace il grillo,
in cielo brilla una nuova luce.
Il melo stilla dai propri fiori dolce miele.

Simone dopo aver letto il foglio mi disse:


5
“Sì, può darsi che quell’uomo fosse un genio, ma è
una blasfemia chiamare ‘genio’ chi non cerca la verità.
D’altronde, vedi, c’è un’obiezione. Per noi la parola ‘verità’
indica una cosa, per lui un’altra, molto… molto diver-
sa. È qui l’insanabile differenza che tale rimarrà
ancora per secoli. Quindi non resta che andare oltre.”

5
Sì, quell’uomo è Mao Tse-tung (1893-1976), il rivoluzionario che liberò il
popolo cinese (1.000.000.000 di esseri umani) dallo sfruttamento, dalla fame, da
una vita da bestie. Ma su di lui occorre studiare tanto. In questa estate del 2011,
in cui stiamo compilando le presenti note, quella nazione, rimasta comunista, è
la seconda potenza economica del mondo. Quindi… Fiori di carta è il titolo di un
volume di poesie di Mao Tse-tung.

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Nero quadricromia
25
Tu nell’universo

Verso altri mondi. Quando nasce l’anima. A terra in cento anni.


Il 21 maggio 2010. La piccola donna. Seminare il male.
Vergine d’amore. Dar tormento all’anima. “Tu che sei diverso.”
Se non scendi al fondo. I prodigi della tecnica.
Il desiderio di dire l’indicibile. I cantori che si sono uccisi.
La vita che trionfa.

Pioggia di meteoriti, folle volo di astri e di pianeti nel


silenzio, luci incandescenti, sfere roteanti senza cor-
po, fatte di gas densi. Ero in viaggio verso altri mondi1,
in volo verso il ta dell’universo2. Di fianco a me Si-
mone, di fianco a lei una piccola donna con grandi occhi.
“Dove ci porta oggi il nostro viaggio?” ho domandato a
Simone, e lei mi ha detto:
“Alla ricerca d’un uomo, nell’universo, un uomo che
non menta, questa donna lo cerca invano ormai da tan-
to tempo.”
“Chi è?” ho domandato con la mente perché non c’e-
ra aria per la voce.
1
Da tenere a mente De l’infinito, universo e mondi di Giordano Bruno, lo
scritto a causa del quale i poteri cattolici oltre quattrocento anni fa lo arsero vivo.
Vogliono legarci a questo mondo, evidentemente. Ma tutto cambia incessante-
mente, come le ossa dell’uomo, come ogni cellula.
2
Il ta dell’universo. Che cos’è il ta? Secondo il Guagnini è semplicemente una
sillaba riempitiva per fare un endecasillabo: in volo verso il ta dell’universo. Se-
condo il professor Ziberna è un’entità alchemica; secondo il dottor Rosenbaum
è la denominazione in sanscrito del respiro primordiale. Noi qui pensiamo che
si tratti di una sillaba riempitiva che però acquista, come molte cose casuali, un
significato e una funzione cosmici.

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Nero quadricromia
“Quando saremo di nuovo ritornati la sentirai canta-
re. Il suo canto è l’anima che vibra senza ossigeno
e senz’azoto: lei ci fa sentire quella.”
“L’anima?”
“Sì. Tu puoi chiamarla come pensi che sia meglio. Per
esempio: ‘Quel che fa l’uomo essere tale e non qualche
altra cosa da quando nasce fino alla morte’.”
“Da quando nasce3?”
“Nascita e morte. Questa donna è morta il 12
4
maggio, oggi è il 21, oggi nasce la prima particella
d’un organismo fabbricato apposta dall’uomo, prima
cellula vivente creata, sì, dal sapere umano. Si
nascerà diversamente da ieri.”
Sono rimasto come colpito al petto e sentivo che il volo
continuava, e non sapevo il perché e il dove.
“L’uomo ha fabbricato la vita, l’uomo poi fabbricherà
anche l’anima che non mente e che fa l’uomo, uomo.
Sii contento. Questo è un grande giorno. Un giorno
che abbiamo aspettato appena la coscienza in noi s’è
accesa.”
Ho sentito ancora questo, ma dopo è passato molto
tempo e io ho sognato di scendere a terra in cento anni5.
Quando ho riaperto gli occhi, ho visto la piccola don-
na davanti a me e Simone dietro a lei che splendeva.
Intorno era notte e la donna piccola, dai grandi occhi
lucenti, mi sorrideva, muta.

3
Secondo alcune religioni l’anima nasce e muore con il corpo dell’uomo; se-
condo altre – quella ebraica, per esempio –, discende nel corpo due giorni dopo
la nascita. Secondo il materialismo l’anima non esiste.
4
21 maggio 2010. Craig Venter produce in vitro la prima cellula artificiale.
Comincia una nuova era, ma pochi se ne accorgono.
5
In termini cosmici è poco; se paragonato alla lunghezza media della vita
umana, è molto.

219

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Nero quadricromia
“Tu chi sei?” ho domandato allora, e lei mi ha detto:
“Io ero una donna sfortunata, ma ora tra gli uomini
ho fortuna, ora che sono morta ormai da tempo.”
“Sfortunata? Perché?”
In quel momento la piccola donna6 ha cominciato a
piangere in modo straziante, coprendosi gli occhi
con le mani.
“Non puoi immaginare che sofferenza può causare
l’uomo indicandoti come fonte di male. Ti senti
peggio di un assassino, peggio di un carnefice;
ti senti indegno d’essere venuto al mondo e
non puoi fare nulla più per te. Ti evitano tutti,
non trovi nulla da fare nemmeno per sfamarti,
sei bollata fino alla fine dei tempi, oltre la vita e oltre
anche la morte. ‘Questa donna è portatrice di male7!
Porta disgrazia a chi la avvicina’: così hanno det-
to, puoi capire questo?”
“Chi eri tu? Che facevi sulla terra?”
“Cantavo. Ero bella e cantavo la sofferenza della don-
na tra gli uomini. Non ho cercato mai di far del male
a nessuno, eppure mi hanno bollata. Per questo
ho percorso l’universo cercando almeno un uomo sin-
cero, uno diverso, e che mi amasse. Non l’ho tro-
vato. Nemmeno in mio padre. In nessuno, e nessuno e
nessuno. Sono ancora vergine di amore.”
In quel momento, in quella piatta notte d’un tratto
sono risuonati insieme canti con parole tutte diverse

6
Piccolo uomo è il titolo della canzone che questa piccola donna, Mia Marti-
ni, ha cantato per anni. E ora oltre che piangere, la sentiremo parlare. E anche
cantare.
7
C’è una parola italiana per questo: iettatore, colui che ietta (getta) il ma-
locchio, la disgrazia. A questo siamo ancora: alla superstizione che è fonte di
assassinii.

220

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Nero quadricromia
ma portati da una sola voce, quella della donna
che stava lì.

Ah, cumme se fa. Tu, tu che sei diverso…


È un’incognita, ogni

A da’ turmiento all’anema. Almeno tu nell’universo…


… sera mia

Ca buo’ vola’. Un punto sei…


… un’attesa pari a un’agonia.

Tre canzoni uscivano dalla bocca della donna ora di-


ventata solo musica. Ascoltavo la voce chiara e rauca,
sofferente e pura: un grido innocente dell’eterna
donna, eterno femminino.
Le ho chiesto con rispetto e sgomento:
“Perché, perché sei scesa nell’ebbrezza della morte
chimica, della droga: puoi dirlo nel profondo della co-
scienza di chi ti ama senza averti vista?”
“La sofferenza vuol dire solitudine si tu nun scin-
ne a ’o ffonno no o può sape’ no, cumme se fa. Solo
che più… solo non si può entrare nella morte, ecco è
questo quello che la vita cerca e t’embara’. Tre
volte mi hanno tacciato di essere maledetta, tre volte
mi sono risollevata, trent’anni sono passati così,
i miei anni sono passati così. Ma io non maledico chi
ha fatto questo a me, perché non era uomo,
ma un male che chissà da dove veniva, se dal cielo o
dalla terra o dall’aria. Ma le mie canzoni, la voce e
la faccia fissate dal prodigio della tecnica8 sono
8
La cantante qui parla di invenzioni ormai vecchie della tecnologia.

221

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Nero quadricromia
rimaste ancora sulla terra e rendono dolce per l’uomo
l’amaro.”
Dicendo questo la piccola donna si è messa a sin-
ghiozzare piano piano e poi si è ritirata nella morte.
“Io spero che quelle nuove cellule, nate dallo studio
dell’uomo, quelle nuove vite nate proprio oggi più non
permettano di produrre il veleno che quelle vecchie
avevano.” Così ha detto Simone, e poi il braccio il caro
braccio mi ha cinto i fianchi per andarcene da quella
piatta notte. Ma come il giorno si levava lento,
stanco di vedere tante corse inutili, sull’orizzonte ros-
sastro ecco apparire altri esseri.
“Chi sono, e dove vanno?” ho chiesto a Simone, e lei
mi ha detto:
“Vedi quella fila lunghissima che copre l’orizzonte?
Sono i cantanti che si sono uccisi dopo aver cantato:
Elvis Presley, John Lennon, Dalida, Kurt Cobain, John
Bonham, Jimi Hendrix, Brian Jones, Chet Baker e
tanti altri ancora. È la musica o il denaro che li uccide?”
“Io ho un’idea,” dissi allora piano. “Il desiderio di dire l’i-
neffabile, di trascinare migliaia di ragazzi verso la
pura sensazione senza coscienza o pensiero, senza
niente, perché il mondo è solo male.”
“La musica non è fatta per capire9 come noi inten-
diamo questa parola, ma per comprendere in un altro
modo dove vita e morte davvero non hanno più con-
fini.”
“È lì che dovrei cercare allora i miei cari che di nuovo
ho perduto?”

9
Effettivamente la musica non parla alla ragione. Ma a cosa parla? Allo spiri-
to, attraverso l’udito, o l’occhio (leggere una partitura)? A tutte le sue cellule che
vibrano? Parla forse all’intero uomo?

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Nero quadricromia
“Può darsi, però attento a come cerchi.” Così mi ha detto
Simone, e dopo siamo andati via anche dall’alba.

Lei di nuovo torna ai suoi vecchi vizi. Ma questa volta


penso che sia mutato tutto per lei, e dire “Sì” alla vita le
sia più facile che dire “No”. La vita sta trionfando . Lei la
segua al meglio che può e ne sarà felice.

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Nero quadricromia
26
Una Pietra (Ein Stein)

All’imbrunire. Di nuovo sul tram. Un grande orologio.


Un ragazzo di sedici anni. La relatività. La storia della migrazione
delle anime. Una voce da foca. Der Schweiger, colui che tace.
Due cravatte in regalo. Un centenario che rompe uno specchio.
Il paradosso dei gemelli. Un pacifista che fa costruire bombe.
Un oscuro mattatoio. Gli scienziati e il mistero.
Far passare il tempo? E se non passa? Dio non gioca a dadi.
Una Pietra suona il violino. Il difficile cammino.

All’imbrunire, alle 18 in punto.


S.F.

Grazie. Grazie ancora.

La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero. È


la fonte di tutta l’arte e di tutta la scienza. Dio è sottile,
ma non malizioso. Non gioca a dadi con l’universo.
Quando una soluzione è facile, vuol dire che Dio risponde.
Il vivente è tutt’uno con la bontà, con l’anima e la retti-
tudine. La mente intuitiva è un dono sacro, la mente
razionale ne è il servo. Abbiamo creato una civiltà che onora
il servo e ha dimenticato il dono.
Di nuovo mi trovavo su un tramvai1. Girava veloce al
1
Come nel primo capitolo di Nella regione profonda, il protagonista o io nar-
rante, o colui che dice “io”, di nuovo è in movimento su una vettura industriale:
un tram. Ma questa volta non è precisato il luogo dove il tram si muove. Perché
mai? Forse perché è fuori dal tempo e dallo spazio? O per evitare descrizioni da
pettegolezzo. O perché il tram dell’anima non si sa come si muova. O perché
siamo nella relatività?

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Nero quadricromia
centro di una città2. Un grande orologio girava lento3 in cima
alla torre del municipio. Un uomo lo guardava e poi
guardava un altro orologio vicino al primo4, voltando di qua
e di là la testa. Era un giovane di sedici anni, forse di meno,
era irrequieto, e Freud mi disse di rivolgergli la
parola. Non lo feci, e lui mi chiese allora:
“Lo sa chi è quel ragazzo agitato?”
“No, non lo so, non lo riconosco.”
“Lo guardi bene, guardi i suoi tratti.”
“Non mi dicono nulla. Ora lo lascio.”
“Non abbandoni i suoi sogni migliori. Un giovane è
sempre un messaggero. Chissà che cosa vuole comunicar-
le.”
Mi successe allora qualcosa che non accadeva da
tempo. Nella faccia di quel giovane per un attimo, un
lampo, vidi un vecchio, il vecchio che sarebbe diventa-
to. Due tempi diversi convivevano. Mi era capitato quando
avevo forse dieci anni e la mente visionaria5.
“Lo so chi è6. Ora lo conosco,” dissi esultando come un
bambino.
“Allora gli parli. Su, non perda tempo.”

2
“Girava veloce al centro di una città”: di quale città? Quanto veloce? Quat-
tro minuti di pazienza. Che cosa sono quattro minuti di fronte a miliardi di anni-
luce?
3
Anche quest’orologio avrà la sua parte nella grande rivelazione.
4
Perché guarda quei due orologi? E chi è quel ragazzo? Se a ogni evento
ponessimo queste domande, potremmo svelare tanti misteri.
5
Da un’intervista fatta all’Autore dalla dottoressa Sabrina Moreno apprendia-
mo che egli, da ragazzo, possedeva davvero questa capacità di sovrapporre i tratti
dei giovani a quelli che sarebbero apparsi cinquanta anni dopo. Ma sarà stato un
vero dono, oppure soltanto una puerile fantasticheria? O tutti e due?
6
L’Autore, come fa anche nel libro precedente, Nel regno oscuro, anche qui
spesso evita di nominare i personaggi della sua opera. A volte lo fa, si pensa, per
odio e antipatia, ma in questo caso, si presume che lo faccia per discrezione e
segno di riverenza. Come se non fosse degno di scrivere quel nome.

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Nero quadricromia
“È l’intelletto più alto del secondo millennio. L’intelligenza
che ha cambiato tutto nell’incerta visione del mondo.”
“Così in alto mira la sua coscienza? Così in alto vuole
ora salire?”
“Non oso parlargli proprio per questo.”
“Deve adesso, adesso fare quel passo. Non le capiterà più
l’occasione. Non può non rischiare. Avanti. Parli.”
Ma lui, come precedette il suo tempo, anticipò anche
la mia parola.
“Lei che mi vuole domandare come sono giunto alla
mia vecchia idea della relatività7, come ho cambiato
il pensiero dell’uomo sull’universo, lei conosce forse quel-
la storia dei due che riflettono su una cosa che chia-
miamo ‘migrazione delle anime’, o ‘metempsicosi’, con
una parola greca?”
“La storia… sulla metempsicosi? Sulla migrazione
delle anime da un corpo appena morto in un altro?”
“Conosce quella vecchia storia buffa? Lei ne dovrebbe sa-
pere qualcosa. “L’ascolti e capirà,” disse il ragazzo, e
subito si mise a raccontare con un sorriso sornione:
“Due amici siedono in un caffè, due amici, vecchi com-
pagnoni due come Bouvard e Pécuchet, ma i loro
8
nomi sono Kohn e Grün . Kohn domanda a Grün: ‘Tu sai

7
Ecco chi incontra qui il viaggiatore della Regione Profonda. Siccome lui non
fa quel nome, non lo facciamo nemmeno noi, ma la parola “relatività” ci rivela
tutto. Magari tra vent’anni o cinquanta o cento non significherà più nulla, e allora
qualcuno potrà spiegare di chi si tratta.
8
Bouvard e Pecuchet, protagonisti del romanzo incompiuto di Gustave Flau-
bert, celebre scrittore francese (1821-1880), sono due bravi borghesi, andati in
pensione, che decidono di voler sapere tutto del mondo, perciò leggono enciclo-
pedie, saggi, lavori scientifici, ma più che qualche luogo comune non riescono
a imparare. Kohn e Grün invece sono, nell’aneddotica centroeuropea, e special-
mente in quella ungherese, due vecchi ebrei che, come Bouvard e Pécuchet, si
incontrano ogni giorno in qualche caffè, per porsi grandi quesiti.

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per caso che cosa sia la metempsicosi, la trasmi-
grazione delle anime?’ ‘Certo che lo so,’ rispose Grün,
‘e ora te lo spiego con un esempio. Dio non voglia, tu ti
ammali e muori, Dio non voglia dico e ripeto. Bene: la famiglia
ti seppellisce, prega sulla tomba e se ne va. Passa
del tempo, sulla tomba cresce una bella erbetta tenera e
verde. Io vengo a visitare la tua tomba, la guardo e
domando: ‘Sei qui Kohn?’ ‘Sì, sì,’ rispondi tu, e io domando:
‘Dove?’ E tu: ‘Vedi, la mia anima è racchiusa in
quella bell’erbetta verde’. E io, stupito ed esterrefatto
esclamo: ‘Kohn, Kohn, quanto sei cambiato! Capisci, questa è
la metempsicosi. Mi hai capito Kohn?’ domanda Grün.
‘Meraviglioso, sì, io ho capito finalmente cos’è la me-
tempsicosi.’ ‘Cos’è? Ripeti quello che t’ho detto.’ Kohn
pensa un attimo, poi spiega a Grün: ‘Dio non voglia, tu ti am-
mali e muori. Dio non voglia, dico e ripeto. Ebbene la
famiglia ti seppellisce in quel bel cimitero di campagna,
poi tutta la parentela e gli amici se ne vanno. Passa
una stagione e sulla tua tomba cresce l’erba, viene
una mucca dal vicino paese, passeggia un poco, poi si
mangia l’erba. Poco dopo torna al cimitero e pro-
prio sulla tua tomba, Grün, fa una bella cacca piatta e
tonda. Dopo un’ora io arrivo lì e grido: ‘Grün è qui
la tua anima?’ Tu mi rispondi: ‘Sì’, e io ti chiedo:
‘Ma dove?’ ‘Lì, ai tuoi piedi Kohn.’ Io guardo la cacca e stupi-
to esclamo: ‘Grün, Grün, tu non sei cambiato!’ Per
me è questa la metempsicosi.”
Einstein si mise a ridere di cuore con voce simile a
quella d’una foca9. Io ricordai d’aver sentito cinquan-
tun anni prima quella storia. Il tram continuava la sua folle
corsa.
9
La risata da foca dello scienziato è testimoniata da vari contemporanei.

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Nero quadricromia
“Mi hanno invaso migliaia di seccatori mentre vivevo
10 11
e volevo star solo . Der Schweiger , mi chiamavano per
questo. Almeno da morto voglio la solitudine,” disse allora
quel ragazzo imberbe e insieme già vecchio, con i baffi.
“Se vuole domandare qualche cosa, non si faccia in-
timidire, parli,” sussurrò Freud. “Io lo conosco
e so che infine le risponderà come ha risposto a suo
tempo a me.”
Una seconda volta allora Einstein precedette la mia
parola e disse:
“Se questa barzelletta le è oscura, gliene racconto una
semplice.” Mi raccontò la storia della madre che
regala due bellissime cravatte al figlio: regalo di com-
pleanno. La mattina dopo il figlio va in salotto, si
presenta alla madre e dice: “Ecco, vedi, una delle tue
belle cravatte.” La madre impallidisce, fa un passo in-
dietro e barcollando quasi domanda al figlio con voce
strozzata: “Perché, quell’altra forse non ti piace?”
Di nuovo la risata della foca mentre il tram correva
nella strada.
“Lei vuole sapere della relatività,” continuò il vecchio di
sedici anni. “Le dico questo: tutto è relativo. Prenda un cen-
tenario che rompe uno specchio. Sarà ben lieto di sapere,
poveretto, che lo aspettano sette anni di disgrazie12.”
Di nuovo la risata, e Freud a me:
10
L’individuo di cui si parla qui è stato forse quello più famoso e più cono-
sciuto e quindi più esposto alla curiosità di tutti. Invece, per sua natura, come
dichiara lui stesso in vari scritti e interviste, sarebbe stato un uomo solitario e
chiuso in se stesso.
11
Colui che tace, il taciturno, il silenzioso: così chiamavano Einstein studenti
e colleghi.
12
La superstizione popolare di molti paesi attribuisce all’atto di rompere uno
specchio la punizione, da parte del destino, con sette anni di disgrazie. Per il
vecchio centenario, però, vuol dire vivere almeno altri sette anni.

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Nero quadricromia
“Adesso! Gli faccia la sua domanda adesso…”
Mi feci forza e balbettai pianissimo:
“Il paradosso dei gemelli13… prego Lei che ha inven-
tato quel paradosso, la prego di salvarmi dal tormento
di non poter parlare più col mio gemello, morto ven-
ticinque anni, sì, venticinque anni fa. La prego,
lei ipotizza il viaggio nel tempo, nel passato come nel
futuro: mi aiuti lei, se può…!”
“No, io non posso. Ma presto verrà il tempo che si potrà.
Tutti sanno quando una cosa è impossibile da realizzare
finché arriva lo sciocco che non lo sa e la realizza
come in un gioco.” Lui rideva e io quasi piangevo.
“Mi ascolti,” disse allora Einstein. “Ho lavorato tutta
la vita, ho costruito molte teorie, tutte ipotesi sull’u-
niverso, tutte verificabili, o quasi14. Sono stato
un uomo conosciuto da molti abitanti della terra. Su
questo tram mi era balenata nella mente quell’idea per
la quale tutto un secolo m’ha venerato15. Ma mi sono
occupato anche di politica. Io ero pacifista, e con
16
le mie idee ho fatto costruire la bomba che può an-
nientare tutta la terra. Io ero per il satyagraha di Gandhi17,,
per la lotta non-violenta e pacifica, eppure ho voluto
che l’America entrasse in guerra come poi ha fatto.
13
È un paradosso simile a quello della lepre e della tartaruga: il più veloce
sembra il più lento, il più giovane sembra il più vecchio.
14
Per il grande scienziato – nominiamolo! – Albert Einstein, ogni teoria, per
chiamarsi tale, deve avere sempre una dimostrazione pratica.
15
Stando all’autobiografia dello scienziato, l’idea della relatività gli era venuta
quando aveva sedici anni, viaggiando, a Ginevra, su un tram e immaginando che
questo corresse alla velocità della luce.
16
Einstein pur essendo pacifista, cioè contro ogni guerra, sollecitò l’entrata
degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale. E approvò l’uso della bomba
atomica.
17
La non-violenza con cui Gandhi vinse i colonialisti britannici. Vedi la nota
9 del capitolo 8.

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Nero quadricromia
Milioni di morti e la bomba atomica e stragi che
non avranno mai più fine sono stati il segno della mia
sanguinosa e gloriosa epoca. La malvagità, l’o-
dio, l’invidia muovono l’essere umano, e questa è
l’essenza della vita sulla terra. Ma io credo anche nella
bontà, e nel mistero che se non si riconosce, non
si è scienziati né artisti né in fin dei conti esseri uma-
2 18
ni. L’‘e=mc ’ è un’idea e ne verranno altre, ma
quello che importa è che milioni di bambini muoiono
di fame. La nostra non è ancora civiltà, ma un oscuro e
sporco mattatoio. Io scendo ora da questo tramvai che
corre come un fascio di luce: visto da questo tram il no-
stro mondo sta fermo e non si muove di un metro.
E stanno ferme anche le nostre vite. Lei può trovare
quello che sta cercando: la libertà da questo mondo e
tempo, l’armonia tra vita e morte e spazio. Le può
trovare, basta che aspetti. Aspettare, anche questa è
bella! Aspettare: far passare il tempo. Sciocchez-
ze, tutti giochi di società. E se il tempo non passasse mai,
se ovunque regnasse l’eternità? Vado a tacere nella mia
stanzetta e spero di non uscirne mai più. Ricordi
ciò che ho detto, e ridetto: ‘Dio è sottile e privo di malizia.
Non gioca a dadi col suo universo19’.”

18
“E=mc2” (energia = massa per velocità al quadrato) è la formula fondante
della teoria della relatività che pone fine alla fisica classica dell’epoca di Galileo
Galilei, cioè di cinquecento anni prima. Incomincia una nuova epoca che non
sappiamo dove ci condurrà.
19
Celebre frase di “Una Pietra” (traduzione italiana del nome dello scienzia-
to), che fu davvero, secondo la dichiarazione dell’Autore al “Corriere Umbro”
(1996) una pietra miliare della scienza e una roccia nel costruire teorie dure e
difficili da infrangere, e anche una difesa sicura dell’uomo di fronte all’ignoto.
Ma questa Pietra, secondo l’Autore, non riusciva a trovare scappatoie di fronte al
mistero, e in fin dei conti di fronte a un possibile Dio che avesse creato l’universo.

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All’improvviso il tram era scomparso20, e vidi una stanza
al tramonto e lui vegliardo con i baffi bianchi e
i capelli bianchi tutti arruffati: lo vidi e lo udii suonare al
violino con volto trasfigurato Kol Nidrei 21 e sentii che dovevo
continuare a cercare ciò che stavo già cercando da
tanto tempo. Lui, lui era certo dell’incontro possibile
con il passato e con il futuro, nel nostro universo.
E questo sentimento mi ha portato avanti nel mio
difficile cammino22.

Lei ora sa che camminare non vuol dire andare avanti o in-
dietro, ma muoversi dentro se stessi, e questo percorso
vedo che è stato fruttuoso. Non manca molto al suo entrare
nel porto, cioè nella propria anima: ancora qualche
passo, ma lei certamente sa anche che la conclusione di
un’opera è la cosa più lenta e faticosa.

20
A quanto pare la vecchia vettura elettrica ormai quasi completamente scom-
parsa dalle città moderne, assume in quest’opera un significato particolare. Il
fatto che qui ricompaia, stavolta in forma completamente nuova, come vedremo,
acquista un ulteriore significato, sia autobiografico, sia simbolico, sia scientifico.
Perché sul vecchio tram si paleserà qualcosa di inaspettato, l’inizio di un nuovo
universo
21
Kol Nidrei è una preghiera serale degli ebrei, cantata, alla vigilia del giorno
dell’espiazione, il Kippur. La melodia originale ebraica risalente all’ottavo secolo,
fu elaborata da Max Bruch, musicista tedesco (1838-1920). La composizione è
per orchestra e violoncello, ma presto si è diffusa in varie trascrizioni.
22
L’espressione “Il difficile cammino” rimanda a un’altra in cui si parla di
“difficile libertà”, e sono questi due concetti che stanno alla base di questo libro,
accompagnandolo passo dopo passo. Difficile libertà, del resto, come il lettore
attento e curioso ricorderà, è il titolo di un libro di Emmanuel Lévinas (vedi
capitolo 8), in cui il filosofo parla con solenne acume della ricezione dei coman-
damenti sul monte Sinai.

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La sfilata (L’angelo custode)

Sul ciglio del marciapiedi. Erna col cappotto grigio.


I pantaloni tedeschi e il grande culo. La rete della spesa.
La stella gialla. Ma guarda quella scema. Resta al tuo posto!
La buona zucca fresca. Si strappi quella stella!

Stava sul ciglio del marciapiedi quando sbucarono


all’angolo del corso. Erano in fila cinque a cinque.
Tutti con la stella gialla sul petto dei cappotti, delle
giacche, dei tailleur. Erna con il suo cappotto grigio
era staccata un po’ dagli altri del gruppo di uo-
mini, donne, bambini: silenziosi, attoniti, privi di for-
za. Due soldati ogni dieci metri con le rivoltelle
spianate li scortavano; i pantaloni militari grigi
aderenti al loro grande culo di uomini del Nord ben
pasciuti, soddisfatti appieno di se stessi.
“Gehma!” urlava uno di loro, un piccoletto che dondo-
lava i fianchi marciando. “Gehma! Stinkenden Juden!”
Lei stava lì e guardava con la rete della spesa in mano:
guardava gli sporchi ebrei che marciavano in mezzo
alla carreggiata, tra sterco di cavalli, pozzanghere e il
sole.
‘Ma guarda quella scema,’ pensò lei. ‘Potrebbe la-
sciare quella fila, strapparsi quella stella a penzoloni,
tanto chi la vedrebbe. Ma guarda che scema.’ La fila
marciava lentamente intanto.
‘Dove li porteranno?’ pensò lei. ”’Dove li avranno
raccolti, questi scemi?’

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La fila era lunga cento metri, forse di più, forse anche
trecento. Adesso la donna era arrivata quasi vici-
no a lei. Con quel cappotto grigio e la stella gialla sul
petto, a penzoloni.
‘Ma guarda, anche lei ha in mano la rete della spesa.
Cosa crede che quella rete le servirà ancora?’
“Gehma! Schnell! Schnell!” gridò quel piccoletto. La fila
accelerò per forse venti metri e poi rallentò di nuovo.
‘Ma questi sono proprio cretini! Nessuno tenta di scap-
pare, guarda come marciano docili e arresi a questi
bestioni, guarda un po’… E quella lì con il cappotto
grigio, dalla paura se la fa addosso. Adesso vado
a casa a cucinare la zucca con il tejföl e il kapor1.
Che me ne importa di questa gente stupida. Se vogliono
marciare, che marcino. E che vadano per la loro strada.’
“Halt! Den Strassenbahn vorbeigehen Lassen. Halt!
Wollt Ihr vielleicht faschiertes Fleisch Werden? Halt!
Donnerwetter. Bleib ain Deinem Platz!”
La fila si fermò. Lo sferragliare del vecchio tram di-
venne assordante. Ma presto passò.
“Senta, buona donna…” La guardia tedesca s’avvicinò.
“Ruhig bleiben. Es Kommen Vier jezt Auto. Ruhig!
Kein Wort und kein schritt sonst Ich schiesse.”
Rimase ferma con la rete in mano. E nella rete la buo-
na zucca fresca. ‘Quel tedesco che ne può sapere, lui
mangia solo crauti e salsicce.’
L’SS se ne andò con calma. Andò verso i primi pri-
gionieri.
“Senta, quando riparte la vostra fila, si fermi vicino
a me. Mi ha capito? Salga sul marciapiedi e con una
mossa si strappi quella stella. Mi ha capito?”
1
Panna acida e aneto (ungh.).

233

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Nero quadricromia
Il cappotto grigio la guardò appena. Aveva lo sguardo
fisso a terra. La sua rete dondolava un po’.
“Attenta! State per ripartire. Faccia tutto quello che
le ho detto.”
“Schmutzige Juden, haltet das Maul! Und jetzt wir
gehen fort. Eins, zwei! Drei, vorbei!”
Come un gregge che si spintona a destra e a manca, la
fila si mise in moto. Il cappotto grigio senza resistenza
andò avanti, verso il macello.
“Che il mal francese ti divori, scema! Che fai? Vuoi
farti forse massacrare? Schifosa ebrea, non ti vergogni?
Ma Mariska non parla mai a vanvera. Ti farò usci-
re da quella merdosa fila! Aspetta, aspetta: ti farò uscire.”
Andò dietro a quella donna quasi facesse parte dei
prigionieri.
Marciarono per una mezz’ora buona. Arrivarono a
piazza Jászai Mari. ‘Jászai Mari, l’attrice, quella putta-
na,’ pensò lei e strinse a sé la rete.
“Halt! Stehen bleiben! Viehe! Jüdische Viehe!”
La fila si fermò a poco a poco.
‘Gli piace tanto gridare, a quel bestione. Ma cosa
vuole? Crede che potranno ancora per molto sgavaz-
zare in giro? E questi qui, si lasciano trasportare
come maiali, come cavalli, come mucche.’
“Wohin gehst du! Halt! Komm her schmutziger Jude!”
Il tedesco prese per il bavero un fuggiasco e gli diede
un pugno in piena faccia, poi se ne andò come se
quello non fosse un uomo.
‘Questi li vogliono portare sulla riva e fucilarli, in
modo che caschino nel fiume. Balordi maiali, e guarda
quelli nostri, li prendono in consegna per ammazzarli
loro.’

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Nero quadricromia
Gli uomini delle Frecce Crociate scesi da un vec-
chio camion salutarono i loro colleghi tedeschi,
si strinsero la mano, poi gli SS si misero in fila e mar-
ciarono via.
“A miénk vagytok! Jól megtáncoltatunk! Büdos zsidók!
Majd rögtön meglátjátok ki a magyarok igazi istene2.”
“Se non esce adesso dalla fila la segnalo a quei segugi
di merda che le sparino subito in fronte.” Così mormorò
verso la donna crollata nel cavo del suo cappotto grigio.
“Pietà,” mormorò il cappotto.
“Se la fa addosso, scema? Torni in sé!”
“Indulás mit várnak itt a sarkon! Fordulni balra! Menj
3
rohadt zsidó !”
Lo scherano diede uno spintone a una donna col cal-
cio del fucile e poi si mise a marciare anche lui.
Il cappotto grigio mosse il primo passo caracollando;
poi uno strattone lo fece uscire dalla fila.
“Stronza! Venga con me e via quella stella!”
Lei stessa strappò via dal cappotto quel marchio d’in-
famia di seta gialla.
“Mi dia il braccio e venga via con me lentamente. Sia-
mo due amiche appena tornate dal mercato di piazza
Lehel.”
Strinse col braccio contro il proprio fianco il braccio
della donna, mezzo morta.
‘No. Non succederà niente, questi sono assassini, ma
sono anche scemi,’ pensò lei e se lo ripeté per tutto il
tempo, come uno scongiuro.
Il chiasso della fila, i passi, le urla a poco a poco si
2
“Siete nostri. Vi faremo ben ballare, noi. Ebrei puzzolenti. Vedrete subito chi
è il Dio dei magiari” (ungh.).
3
In marcia, che aspettano qui all’angolo. A sinistra! Cammina, lurido ebreo”
(ungh.).

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Nero quadricromia
allontanarono. Le due donne risalirono il corso
nella direzione opposta, e poi svoltarono alla prima tra-
versa, alla loro destra.
“Sa dove andare?”
“Sì, signora.”
“Allora ci vada presto. Io l’accompagno.”
Si sentirono dal fiume i primi spari.
Le due “amiche” non dissero una parola finché Erna non
arrivò a casa. La donna si girò e senza un saluto se
ne andò per la sua strada.
“Bisogna essere grati in tutti gli istanti agli sconosciu-
ti, soprattutto a loro. L’angelo custode è tra quegli esseri,
anche se noi non ne sappiamo nulla,” disse Simone vol-
gendo a me il viso. “Quella donna ha salvato non una vita,
ma nel ‘cappotto grigio’ tutta l’umanità.”
“Peccato non sapere il suo nome.”
“Il nome? Be’, è una lunga storia: il nome che cos’è nel nostro
mondo?” Tacemmo qualche minuto. “La marcia forzata ti ha
stancato, vero?” mi chiese Simone con grande compassione.
“Vorrei dormire settecento anni come Aligi nel dram-
ma di D’Annunzio4.”
“Chissà in quale mondo ti sveglieresti,” mi disse Simone, e
mi aggiustò il bavero.
C’incamminammo. Lei mi diede un bacio su una
guancia e si mise a ridere. E io non so come e perché
mi misi a ridere anch’io in quella giornata di massacri e
stragi. Ridevo con lei, come un bambino.

Molto bene, molto bene; procediamo verso la sua gua-


rigione completa. Ma ho paura che lei debba adesso
superare le prove più dure.
4
La figlia di Jorio.

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28
La dichiarazione

La sosta sul ponte. A occhi spalancati. La Madonna del Parto.


Marta. Marta per bugia. Pensare con attenzione.
Dichiarazione d’amore interrotta. Il silenzio è di Dio.
Una storia chiassosa di Shakespeare.

Stava sul ponte, le spalle al parlamento. Come un’au-


reola splendeva dietro di lei il gran sole. Simone
mi disse:
“Chi vedi che spalanchi gli occhi come se volessi farvi
entrare un gigante. La ‘Madonna del Parto’ di Monter-
chi, l’enorme enigmatica figura dal volto bianco,
dalle labbra tumide? Chi è? Chi vuoi far entrare in te?
“Chi vedo? Chi? Colei che…”
“L’attenzione fa emergere anche l’invisibile. L’u-
miltà che ha l’attenzione dedicando se stessa a un altro
si scorda dell’io e vede anche quello che non ha nulla,
nulla di plausibile. Vedi ora quello che non vedi?”
“Sì, vedo. A poco a poco vedo capelli d’oro, occhi
chiari e lucenti, e una semplice camicetta bianca.
E labbra rosse, lucide. La vedo. È Marta, colei che vedo
qui sul ponte.” Sudavo per lo sforzo e la vergogna
di mentire, sì, mentire a Simone, perché stavo allora
inventando tutto.
“Marta?”
“Sì, lei. Morta a sedici anni. Di diabete. Marta, il cui
nome è rimasto per me sempre un enigma. Se
veniva dal dio della guerra, o dall’ebraico ‘Padrona’,

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Nero quadricromia
o ‘Regina’, o dal nome aramaico Tamar, ‘‘Palma
svettante’ o dal persiano…” Continuavo a mentire da imbe-
cille, da furfante, da ebete mentecatto.
“Tutte queste cose tu vedevi in quella povera ragaz-
za…”
“La mia vicina.” Qui mi fermai, mi fermai, per fortu-
na, e dissi finalmente la verità. “No, io non vedo lei, ma
qualcun altro.”
“Chi altri? Pensa, pensa con attenzione.”
“Chi mi ha fatto guardare a questo mondo come non
l’avevo mai guardato prima, chi mi ha guidato con dol-
cezza e ferma severità da un universo all’altro, chi
ho desiderato come mai nessuna donna, per compagna
e amante…”
“Pensa bene con umiltà e ragione, non ti perdere in
fantasie dell’io, dell’io schiavo di tutti i benpensanti.”
“Non sono fantasie, ma cose reali che l’attenzione,
come tu hai detto, evoca dal nulla al nostro mondo.
Quella che guardavo sei…”
“Non dirlo. Non dire nulla. Non lo dire ancora.
Il silenzio è di Dio, la parola lettere, suoni, gesti è
solo nostra, della nostra misera realtà. Passiamo
il ponte. Marta non è qui. E neppure quella che lei so-
stituiva. Qui vige solo la distrazione, l’assolversi
da ogni impegno o cura; qui vige la storia chiassosa
raccontata, come dice Shakespeare, da un idiota. Vieni.
Non parlare.” Scomparve il ponte. Anche lei scomparve. E
io rimasi sospeso sopra il vuoto, sopra il mio io spaurito
che non aveva osato di dichiarare il proprio amore a
Simone.

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29
Il tribunale. La prima udienza

La gara con il fratello. Scomparso tra la folla. Il ritorno del tutore.


Il tribunale. Il diritto di vivere e morire.
La scalinata larga cento metri. L’arena. Gli angeli del Libro
di Enoch. La barella. Il binocolo delle gite. Come nel Quarto
Palazzo. Un essere umano? Che cosa sono le automobili. Fendere
la folla. Quel corpo visto da vicino. Lo sguardo del lupo.
L’urto contro il muro. Non volevi vivere? Simone viene in aiuto.
La doppia articolazione. Andare fino in fondo. Freud se ne va.
Come un neonato nel pattume. Come due fidanzatini. Cerimonia
e commedia. L’ospedale di Londra. Quattro lettere e un biglietto.

Mi trovavo vicino al tribunale. Ora si sarebbe deciso tutto.


Nelle strade sconvolte dalla folla vidi mio fratello ve-
stito di bianco e mi misi a correre per raggiungerlo,
ma anche lui correva velocissimo; io perdevo ter-
reno, ma disperato corsi ancora più velocemente
per raggiungerlo e potergli parlare. Mi sentii male, mi
mancò il fiato; il cuore mi batteva forte, voleva
scoppiare per la fatica. Gridai il nome di mio fratello,
ma lui scomparve nella folla inferocita, e io mi
ritrovai nella mia corsa davanti all’edificio del tribuna-
le. Mi venne incontro neanche io so come il
mio tutore e mi tese la mano.
“Vede, ci incontriamo anche senza appuntamenti, e
io non posso fingere di non sapere che lei ha bisogno
di me, per meglio dire del mio aiuto. Venga, vede que-

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sto è il tribunale dove si giudicano vita e morte1.
La folla, vede, è qui per reclamare il diritto di vivere e
morire.”
“Diritto?”
“Sì. Non sa che non siamo noi a decidere tutto que-
sto? Non siamo noi. Non siamo mai stati noi.” ##
Freud mi condusse su per una scalinata larga almeno
cento metri, e poi entrammo nel grigio edificio
gremito di gente agitata.
Non era un’aula, quella che vidi allora, ma un’a-
rena gigantesca2, smisurata, con una cavea gremita
di esseri appena visibili nell’oscurità, una folla
immensa che urlava a squarciagola improperi, levava
i pugni in aria divisa in due fazioni che grida-
vano: “Vita! Vita!” l’una e: “Morte! Morte3!” l’altra,
inferocita.
“Sono gli angeli del libro di Enoch4?” domandai con
aria furba e finta. “Quelli che si radunano ogni giorno
per giudicare su vita e morte.”
Freud mi rispose: “No, amico mio, lei vede qui tutta
l’umanità.”

1
L’Autore allude qui al famoso Settimo Palazzo del Libro dei Palazzi della
mistica ebraica medievale, in cui si deciderebbe ogni giorno vita e morte degli
esseri umani? O parla del tribunale misterioso del Processo di Franz Kafka: il
tribunale imperscrutabile, ignoto, senza processo e senza accusa, ma dove esiste
solo la condanna? Ma forse è un altro tribunale ancora, quello dove Simone l’ha
condotto.
2
Il tribunale è un’arena, dunque? Un’arena dove si svolgono i combattimenti
dei gladiatori, dove si danno in pasto alle belve gli esseri umani, come all’epoca
dell’antica Roma? O il dottor Freud, comparso all’improvviso, vede l’inconscio
come un’arena, come il luogo di masse enormi che si combattono tra loro?
3
Questo è diventato dunque il nostro destino, un circo di cultura delle masse:
siamo in balia della massa guidata da forze occulte? La società di massa. Leggere
Massa e potere di Elias Canetti.
4
Vedi nota 16 del capitolo 9.

240

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Nero quadricromia
“Perché gridano quelle due parole? Stanno giudican-
do qualcuno?”
“Vede in mezzo lì, quella barella, esposta al centro
dell’arena?”
Solo in quel momento fissai lo sguardo al centro
dell’arena e vidi una macchia bianca lontana, e nient’al-
tro.
“Aguzzi lo sguardo come facevano i pittori, come il
Perugino5 che abituò il suo occhio a distinguere minu-
scole figure. Se non riesce, tenga questo binocolo.
Lo sa che io facevo tante gite.”
Guardai e vidi nelle lenti una donna sdraiata su una
barella, gli occhi sbarrati, il volto contratto in una
smorfia fissa, indecifrabile.
“Chi è? Perché è qui questa assemblea immane che,
come lei m’ha detto rappresenta tutta l’umanità?”
“Le ho detto anche che qui si sta decidendo di vita e
morte come nel Quarto Palazzo del mito di Enoch che
ha citato prima.”
“Decidendo come?”
“Vede lì quell’essere? Da ben vent’anni non è più ca-
pace di parlare, muoversi, esprimere qualcosa: sa
solo aprire gli occhi e guardare. Oltre a questo il suo uni-
co segno è il respiro. Ora veloce, ora affannoso,
ora lento lento, impercettibile. Che cosa vede, nessuno lo sa.
Nessuno sa se vede ancora e se dentro la sua men-
te esistono immagini, pensieri, sentimenti, grida, rivol-
te. È un essere umano, è una donna, è una vita da
5
I pittori italiani del Cinquecento e del Seicento avevano esercitato l’occhio
a vedere il molto piccolo e la mano a dipingerlo nelle dimensioni naturali, cioè
minuscole. Lo stesso fanno i micrografi da migliaia di anni. Risulta che l’Autore
sia in possesso di un piccolo dipinto con tecnica micrografica di un maestro di
Safed in Israele. (Testimonianza di Manuel Laghi.)

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conservare ancora, o è da sopprimere? Come vede, se riesce
a vederla, non è invecchiata per niente: mostra i
vent’anni che aveva quando finì con l’auto contro un
muro. Si ricorda le vecchie automobili6?”
“Vent’anni! Venti. E vive ancora!”
“Tante persone lavorano per lei, per tenerla in vita,
se quella è vita.”
“Lo è. Lo è. Anche un cane zoppo abbandonato dagli
altri al suo destino è una vita. Un ragno, un pachiderma
caduto nella trappola è una vita. Un bacillo, un virus
che non vediamo è una vita. Ma chi potrà decidere
se deve continuare o interrompersi quella vita,
quell’organismo vivente? Dissolversi in piccole parti-
celle o tenere ancora insieme quel meccanismo
enorme che è il corpo di un essere umano.”
“Qui siamo davanti al tribunale che deve pronunciar-
si su queste domande.”
“Cioè quando finisce davvero la vita? Qual è il mo-
mento?”
“Se davvero vuole una risposta fenda questa folla e
raggiunga quella donna paralizzata e parli con lei,
se ne sarà capace.”
Feci come il mio “guaritore” aveva detto. M’incam-
minai verso quel corpo vivo che una parte della folla
proclamava già morto. Mi urtavano da tutte le
parti, mi sentivo soffocare dai corpi di una mol-
titudine feroce, dai fiati amari e dal sudore acre.
Brancolavo di qua e di là, perdevo l’equilibrio, ma non
cadevo perché ero pressato da tutti i lati. Dopo

6
L’Autore presume, con improntitudine da non credere, che la sua opera sarà
letta ancora tra decenni e secoli, quando l’automobile non esisterà più. Forse per
questo è necessaria una nota per spiegare che cos’è l’automobile.

242

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Nero quadricromia
forse tre ore arrivai lì dove Freud m’aveva indicato,
e tentai di fermarmi. Ora vidi da vicino quel cor-
po che respirava e guardava e sbavava: guardai
con tutto me stesso, non con gli occhi, per penetra-
re in quell’essere che era l’essere puro, senza relazioni
con nessuno e con niente, che esisteva, era qui
e nient’altro, niente, niente. E oltre a lei vidi altre mi-
gliaia di uomini e di donne e di bambini, una distesa di
esseri umani ridotti nella stessa condizione.
“È questo il confine tra vita e morte?” mi domandai e
fissai gli occhi nei suoi. Non batteva nemmeno le ciglia:
guardava e vedeva, e lasciava che il mondo entrasse in
lei e non ne uscisse più.
Dopo qualche minuto di “sguardo da lupo7”, le mie
labbra si aprirono e un fiato appena udibile la chiamò.
Respirai, e il mio respiro voleva mescolarsi con il suo
che ora mi sembrava più veloce. Ricevetti un col-
po nelle costole da uno della folla ed esclamai:
“Che fai? Perché mi hai tirato un colpo?” E quello
urlò:
“L’hai dato tu a te stesso.”
Mi raccolsi in me più che potevo, poi di nuovo mi rivol-
si a quell’essere oscuro e di nuovo ascoltai il suo respiro.
“Se non mi può rispondere adesso la tua mente, dam-
mi almeno, ti prego, un cenno del tuo essere in vita.”
Non venne nessun segno di quella vita, e non mi ven-
ne alcun segno della morte. Le due parti della folla urlavano
più forte e io temevo che prendessero quel corpo
e lo facessero a pezzi. Chiamai allora per la terza volta

7
Probabile traduzione letterale della parola ungherese Farkasszem, “occhio
da lupo”. Per estensione, significa tenere fisso il proprio sguardo negli occhi di
un altro.

243

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e ricevetti un altro colpo, adesso nelle reni, e mi
sentii svenire.
“Lasciala stare, non vedi che è morta?” gridò una
donna, e non avrebbe dovuto farlo perché le donne
danno vita e non morte. Continuai a parlare alla malata:
“‘Voglio morire,’ hai detto prima dell’urto contro
8
un muro alto , anni fa: hai detto che non avresti mai
voluto restare viva solo come una pianta, come
un’erba, come un tronco secco? Hai detto questo?” Lo
“sguardo da lupo” non voleva scomparire. La donna
m’aveva chiuso negli occhi per non lasciarmi andare
forse mai più.
Allora proprio vicino a me apparve una donna bruna
con grandi occhiali sulla faccia e con un mantel-
lo nero attorno al corpo. Era Simone: chi altri poteva
essere?
“Sei tornata, sei tornata per me!”
“Sì, perché tu hai di nuovo smarrito la ragione, il si-
lenzio, tormentando questa donna: non te lo permette-
re. Non le parlare più, non torturarla. Anche se ha
parole nel cervello, anche se lei riesce a ordinarle
secondo la doppia articolazione9, lasciala in pace se lei
ha scelto, ha preteso il diritto di morire. Anch’io l’ho
fatto e sono andata fino in fondo10.”
In parte mi sentivo già pentito, in parte mi sentivo
confortato da due guide, due protettori.

8
Vedi il famoso caso di una giovane donna italiana accaduto anni fa.
9
Famosa formulazione della linguistica moderna. La doppia articolazione sa-
rebbe: 1. La scelta della parola giusta tra tanti sinonimi; 2. Come mettere in fila le
parole per costruire una frase. Si devono utilizzare il sistema verticale (la scelta)
e quello orizzontale (mettere le parole una accanto all’altra).
10
Simone Weil, nelle ultime settimane di vita in un ospedale vicino a Londra,
rifiutava il cibo: la sua mente era rivolta solo a Colui che è morto sulla croce.

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Nero quadricromia
“Professor Freud, siete tutti e due qui con me? Come
è possibile?” In quel momento mi accorsi con sgomento
d’aver rivolto invano questa domanda. Freud non
c’era, era scomparso nella folla, nell’immenso oceano
umano nel quale ognuno di noi è una schiuma.
Mi sentii nel Regno Oscuro di nuovo. Perduto, smarri-
to, incapace di me.
Soltanto quando avevo visto mio padre in riva al fiu-
me scortato da militari che volevano ucciderlo lì sul
posto, soltanto quella volta avevo provato
la solitudine, l’orrenda e oscura disperazione di essere
abbandonato. “Dov’è?” gridai. “Ritorni, mi aiuti!” Ma
lui m’aveva lasciato come un neonato si lascia sulla so-
glia della chiesa, o nel pattume, o sul ciglio della strada,
lui che per nove lunghi anni mi aveva insegnato la
difficile conoscenza. I pensieri si accavallavano in me,
colori e forme salivano e scendevano davanti a
me, e tutto roteava, ronzava, rimbombava senza di lui,
di lui a cui oltre alla vita dovevo ogni sentimento
del mondo, e di me stesso, se esisteva il mio io.
“Non disperarti, ti aiuterò io. Te l’ho promesso e lo
farò, sta’ calmo. Anche per te c’è un tribunale. Se
non vuoi sottoporti al giudizio di chi vuole solo il tuo
bene rimani qui a chiederti ogni istante tra vita
e morte quale vorresti scegliere. Io ho trovato l’amore
infinito in Lui che ha patito per tutti noi e a Lui
ho chiesto d’aiutarmi a scegliere. Nell’ospedale di Lon-
11
dra io ho trovato la mia strada e senza scandalo
l’ho percorsa rifiutando il cibo, rifiutando qualunque
altra cosa che non significasse amore e pace. Ma

11
Veramente era Ashford, e non Londra. Ma ha importanza? Per Simone non
esisteva più nessun luogo, soltanto l’eternità, il non-luogo.

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tu, ma tu hai un altro compito, e io sarò tuo giudice e
avvocato.” Così mi disse Simone Weil, e io quasi
tremando le porsi di nuovo la mano, e lei la chiuse
stretta nella sua, e uno accanto all’altra come due
fidanzatini ce ne andammo da lì senza sforzo, senza
fatica, senza dovere, con la forza, farci strada in
quella sterminata grigia folla.
“Lo sai, non ho mai chiesto la conversione, i sacramenti,
l’estrema unzione: qualunque cerimonia m’è sempre parsa
commedia, e io non volevo diventarne una pessi-
ma interprete. Sulla mia strada tu non mi seguire,
ma io ti seguirò sulla tua.”
La sveglia elettronica suonò. Era finita la mia autoanalisi.
Rimasi ancora lì a domandarmi a quale ala del popolo
feroce di quel tribunale io appartenessi. A quella che
voleva per la donna ferita, priva di istinti e coscienza,
ancora la vita o all’altra parte, quella che voleva
fermare la macchina che animava quel corpo umano.
Ho scritto quattro lettere a Freud, ma lui mi ha
risposto solo con un biglietto.

Adesso tocca a lei. A lei e basta12.

12
Freud suppone che il processo dell’autocostruzione della coscienza del suo
protetto termini qui: nella scelta tra vita e morte, sperando che questa scelta cada
sulla prima. Tutto si riduce a questa speranza.

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30
Lucia. Protezione

Trovare per strada il 19 ottobre. Un bambino sull’albero. L’azzurro


del lapislazzuli. La terra che accoglie.
L’arrivo del convoglio. 1024 disgraziati. L’abbaiare dei cani.
Le donne vestite di bianco. Lucia. Il comandante e lei.
Scappati come ladri. “Ho visto nei tuoi occhi la scintilla.”
Nel labirinto degli eventi. Lampade a luce nera.
L’accusa di se stessi. Al braccio di Lucia.

Simone e io ci imbattemmo a un tratto nel 19 otto-


bre1, a mezzogiorno.
“Che cosa è questo lamento, quel grido che sento
provenire da non so dove? Non vedo nulla, sento solo
in me risuonare quel 19 ottobre.”
“Prova a pensare, prova a reperire dentro di te quella
data e quel giorno,” disse Simone, ma non sapevo dove
stesse e che cosa fosse il tempo che lei in quel momento oc-
cupava con il suo invisibile corpicino.
“Il 17 ottobre2, sì, ricordo, quando Carlo morì dopo
essersi sparato alla tempia. A Gorizia, nella buia Gorizia, e
io per anni ho sentito in me il dolore e la disperazione
di quell’istante, della morte per suicidio.”
“Altro non può venirti in mente adesso?”
1
Da notare che l’Autore qui considera come elemento spaziale la dimensione
del tempo. Il 19 ottobre evidentemente per lui occupa uno spazio, uno spazio
incontestabile, nella memoria.
2
Il 16 e il 19 ottobre si stanno contraendo in una data sola. In quella della
morte dell’amato Carlo Michelstaedter. L’Autore ha collegato queste due entità
temporali. Perché?

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Nero quadricromia
“No, non mi viene in mente nulla, nulla.”
“Il tuo maestro ti ha forse insegnato ad arrenderti
così, al primo istante?”
“No. Ma non so uscire da questa data, da quest’ora
vuota e silenziosa.”
“Prova a pensare allo spazio e non al tempo. Vedi qualco-
sa? Ti ricordi adesso?”
“Non mi ricordo. Adesso a poco a poco mi è apparso
un bambino sopra un albero3.”
“Ha dimensioni e forma quello spazio in cui tu vedi
l’albero e il bambino? O è soltanto un concetto astratto.”
“È un colore, null’altro, un colore… L’azzurro che avvolge
quell’alberello e quel bambino… Ma non ha dimensio-
ni. Non so… è come quel 17 ottobre… un’ossessione
e niente altro4.”
“Allora lascia che ti ossessioni quell’ossessione a cui
ti sei ridotto.”
“Il bambino! Ora lo so chi è! È il ragazzo dell’affresco
degli Scrovegni! Il bambino che guarda da un ramo il
Cristo che entra nella Gerusalemme di duemila anni
fa. È lui! L’azzurro è quello! Quello! Quello di Giotto!
È il lapislazzuli5, la pietra che viene d’oltremare.”
“Sono contenta di questa tua scoperta.”
“Sarebbe questa la città che vedo? Gli Scrovegni. Il
6
Santo e, lì, la stazione! Perché mi turba tanto se è qui
che ho visto per la prima volta la terra7 che poi mi ha accolto.”
3
Sarà un altro ricordo della lontana infanzia, nell’Europa centrale? Un bam-
bino sopra un albero? Le grandi mangiate di ciliegie e la conseguente diarrea?
4
L’azzurro come colore dell’ossessione. C’è da rifletterci.
5
Lapislazzuli: la materia usata dai pittori dall’epoca dei greci fino al Nove-
cento. L’importanza nell’alchimia di questo composto è facilmente controllabile.
6
La basilica di sant’Antonio di Padova, a Padova è chiamata così.
7
Evidente allusione all’Italia come unità geografica. Il Caputo ci vede invece
l’allusione al Triveneto, il luogo del primo contatto con la Penisola, per l’Autore

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Nero quadricromia
“Turbare? Cos’è quello che ti turba?”
“Mi opprime come un’angoscia persistente. Ma an-
che come un sentimento di chi non riesce a restituire
qualcosa che gli è stato dato. Una pena, una pena
terribile m’opprime. Ecco! Lo so! Quel 19 ottobre! Lo
so cos’è! So perché quella data.”
“Dillo allora, prima che svaniscano quel sapere e quel
ricordo o concetto.”
“L’arrivo del convoglio. Il 19 ottobre! 1024 disgrazia-
ti, morti prima d’essere morti, morti davvero8! Si apro-
no gli sportelli dei vagoni. Guardali lì! Senti l’orrendo tanfo.
Senti le grida dei militari, l’abbaiare di cani fero-
ci; senti i lamenti! Senti quel mostruoso meccanismo
di morte, su ruote e binari d’acciaio. Gli sportelli
si aprono. Donne, vecchi, bambini ne cascano fuori a
grappoli. Ed ecco… ecco le donne vestite di bianco9,
portano acqua, cibi, medicine.”
“Chi sono quelle donne? Come le conosci?”
Prima che potessi rispondere, una di loro venne verso
di me con passi fermi.
“Cosa fai qui, ragazzo? Cosa fai?”
Aveva un fazzoletto bianco in testa e una palandrana
blu. Chi era? E poi come rispondere alla domanda?
Che cosa facevo lì, ma lì dove? Nel passato? Nell’or-
rore? In me stesso? Non seppi rispondere, stetti zitto.
“Ma non mi riconosci, mascalzone? Non riconosci
in fuga dal suo paese natale, la bella Ungheria. (Vedi Il sussurro della grande voce,
cit.)
8
La storia dell’oro di Roma è uno egli episodi più crudeli della storia dei cri-
mini nazisti. Vedi Sabato nero di Joseph Katz (Milano, 1964). Come è risaputo, i
nazisti catturarono molti ebrei di Roma e gli promisero la salvezza in cambio di
una certa quantità d’oro. La quantità stabilita fu raccolta, dopo di che gli ebrei di
Roma furono deportati e subito uccisi ad Auschwitz.
9
Si tratta di suore forse? No, lo possiamo subito dire, né di angeli. Ma di chi?

249

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Nero quadricromia
Lucia10, la tua luce? Sono tanto vecchia che mi guardi
e non vedi chi sono?
“Ora vedo! Ma lei è giovane e molto bella!”
“Già, perché quando tu m’hai conosciuta, ero già un
poco in età. Ma qui, in questa stazione, ero la
campionessa dei quattrocento metri, ero bionda così
come ora vedi, ero temeraria, lo sai, e non avevo
paura di nessuno, di nessuno. Quel 19 ottobre andai
dal comandante nazista e gli chiesi senza esitazione di
11
poter sfamare quei disgraziati dei vagoni. 1024 abi-
tanti di Roma, 1024 destinati alla morte, 1024 che
avevano pagato con il loro oro la propria salvezza. L’oro fu
preso, ma il 16 ottobre del 1943 vennero messi su vagoni
bestiame, quegli abitanti del piccolo ghetto e dopo tre
giorni di penoso viaggio arrivarono qui, nella nostra
stazione. Io credevo nel dovere di aiutare. Il co-
mandante credeva nel dovere d’uccidere. Vinsi io. Ma per
mezza giornata. Perché quel treno ripartì la notte,
la stessa notte del suo arrivo, e poi di loro, dei prigio-
nieri, non riuscimmo più a sapere nulla. Né io né le
mie consorelle.” Lucia qui mi accarezzò la guancia, mi
diede un buffetto e poi mi disse:
“Tredici anni dopo ho dovuto soccorrere voi, voi
bricconcelli. Scappati come ladri dal vostro paese12.

10
Evidentemente si tratta di una vecchia conoscenza dell’Autore. Conoscenza
amorosa? (La tua luce.) Ma lui l’ha conosciuta quando lei era già anziana. Allora
questa campionessa di corsa chi è? Lo diciamo subito. È la presidentessa del suo
Sussurro della grande voce, la sua benefattrice e, per quello che riguarda la realtà,
è la “sorella” Lucia De Marchi di Padova.
11
Tanti furono gli arrestati e deportati del ghetto di Roma (Portico d’Ottavia).
12
Evidente allusione ai 200.000 profughi che nel 1956, in seguito alla repres-
sione della rivolta di ungheresi esasperati dalla dominazione sovietica (vedi la
storia dell’Unione Sovietica), fuggirono dal loro paese, spesso davvero di notte,
in segreto, acquattati nell’oscurità.

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Nero quadricromia
Avete fatto più confusione voi di quei 1024 dan-
nati; avete protestato, minacciato e noi e le mo-
nache del Veneto ignoranti, sbigottite, povere vi
calmavamo, e tu, piccolo farabutto, ti infilavi nella ca-
mera delle donne, le sbaciucchiavi nell’oscurità, e
così hai fatto la tua iniziazione. I mariti ti volevano strozzare,
ma io ho vegliato su di te e ti ho salvato. Ho visto nei
tuoi occhi la scintilla; ho visto la disperata, caparbia
ricerca di qualcosa di assoluto e bello; e oltre al tuo
sorriso da orfanello ho visto che saresti andato lontano, sulla
strada della domanda di verità. Sei andato lontano o non sei
andato? Hai conservato la promessa della vita o
l’hai dispersa, scialacquata, uccisa? Io che ti ho aiuta-
to in tutto, indirizzato da amici e parenti13, ti ho
condotto per mano nei labirinti degli eventi, io sono
venuta per chiederti che hai fatto dei tuoi anni.”
Chinai la testa e sussurrai nel buio:
“Niente. Non ne ho fatto nulla. Nulla.”
“Sei disperato o fingi solo di esserlo per indurmi an-
cora alla compassione?”
“Non sono disperato, non lo sono.”
“Non contarmi frottole, stupidino. Dopo tutto quel-
lo che hai avuto finora tu vorresti ancora qualcosa, lo
vedo. Che cosa vuoi? Grandezza, fama, soldi?”
“No. Oppure sì. Non so che voglio.”
“Allora adesso vieni a casa mia, come facevi quando con i
profughi dormivi nella colonia dei bambini14 e io
ti accudivo e nutrivo.”
13
Vedi ancora Il sussurro della grande voce (cit.). Qui va ricordata la figura del
cavalier Emilio De Marchi, fratello di Lucia, che accolse l’Autore a Roma e lo fece
trattare come un vecchio amico dalle tre bellissime figlie: Rosina, Lucia e Luisa.
14
Si tratta della colonia estiva “Romanin Jacur” di Sottomarina di Chioggia
(Venezia).

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Nero quadricromia
“A casa sua? Vuole che io venga nella tomba dov’è il
suo corpo? Mi lasci ritrovare un senso qui, su questa
terra così tanto feroce.”
“Io non ti voglio torturare, somaro. Tu mi hai vol-
tato le spalle, mi hai lasciato senza tracce di te,
come se io non avessi fatto nulla di nulla per il tuo
bene. La mia luce non ti serviva più, preferivi
15
altre lampade a luce nera , ma io non te ne ho voluto
per questo. Ho aspettato che ti ricordassi di me,
che mi facessi spazio nel tuo cuore: io sono al di là di
passioni, di rancori, di vendette, di rimproveri.
Io sono in pace con me: son stata per molto tempo
della mia vita in pace con me, se no come potevo aiu-
tare chi ne aveva davvero bisogno? Ti ho fatto
16
strada nei tuoi primi passi , e ora ti guiderò nelle ul-
time prove: dovrai adesso affrontare quella più
insidiosa e difficile da vincere, il rimorso e l’accusa
a te stesso. Adesso hai di nuovo due persone, non
una, a proteggerti e salvarti. Preparati, e vieni accanto a me.
Camminiamo insieme tranquillamente come se
niente fosse successo nel mondo, in questo mondo
triste ed euforico, in questa recita di veri guitti
con qualche rara battuta geniale.”
Lucia, la benigna zia di tutti, mi prese sottobraccio
e andammo, e Simone dall’altro lato mi tenne la mano,
ma lasciò che fosse Lucia a guidarci.

15
Allusione dai molteplici significati, professionali (le lampade di Wood a luce
nera erano spesso impiegate in teatro) e morali.
16
L’aiuto dato dai contatti della presidentessa e dai suoi parenti fu fondamen-
tale per il giovane, solitario, diseredato Autore.

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Nero quadricromia
31
Il contagio

Si entra nella foresta. Gli animali nascosti. La paura che soccorre.


Lontani da quella landa. La pioggia bollente. La natura
è una punizione? Gemiti e urla. Un uomo allampanato.
La lebbra dello spirito. Voler bene ai batteri. Musica d’organo.
Ngan Nden, il grande dottore.
L’eroe di Gilbert Cesbron. Sclavi e Stephen King.
I tuberi gommosi della lebbra. L’olio di chaulmoogra.
Con l’urlo, tutta la vita. Il dolore che inghiotte.
Plutone nel quadro di Botticelli. Il viaggio verso
il grande fiume Ogooué. La mosca velenosa del mango.

“Ecco la prova che adesso ti tocca superare, se no sei


perduto. Qui dovrai agire tu, non solo guardare
e cercare di imparare. Agire per il bene di qualcuno
rischiando la vita. Sì, la vita.”
Simone disse così e noi entrammo allora in una fore-
1
sta fitta e selvaggia dove ogni passo era una minaccia
di animali acquattati nel buio, insetti, serpi, pre-
2
datori, sciacalli , e lontano brillavano le luci di un
villaggio ignoto, silenzioso.
“Va’, va’ avanti,” mi disse Lucia. “Non puoi far
altro. Non temere, va’.”
1
Il lettore non deve immaginare qui una foresta letteraria, metaforica: il luogo
del peccato, degli istinti ciechi, delle bestie che rappresentano colpe. Qui si tratta
di una vera foresta.
2
È bene ripetere che gli animali qui menzionati sono vere bestie della foresta
vergine, che potrebbero attentare alla vita di ogni lettore, se si trovasse lì dove
Simone Weil e l’Autore sono andati.

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“Voi siete morte, ma io sono vivo. Questa foresta mi
può fare male. Ho paura di tutto.”
“La paura ti deve aiutare in questo passo. Trema
e va’. Trema come un pulcino.” Così mi disse Lucia, e con un
braccio mi cinse la schiena per darmi una spinta.
M’incamminai, e i miei sensi si acuirono; con i piedi,
col viso, col corpo, con la mente sentivo, provavo il
mondo circostante cercando di capire se essere o cosa
stesse per attentare alla mia vita. Quanto fosse
penoso quel cammino è difficile da trasmettere adesso
a voi. Noi siamo lontani da quella landa, siamo
comodi in poltrona o dove il nostro desiderio ci porta3,
e quei paraggi li abbiamo dimenticati come se
non fossimo nati lì4.
All’improvviso una pioggia calda, spessa5 precipitò su
di noi scrosciando in modo assordante sulle dure foglie
degli alberi.
“Cos’è? Che punizione è questa?”
“È la natura, questa, è la natura dei tropici che tu
non conosci. La natura sarebbe una punizione6?”
disse Simone, e io:
“Sì! Lo è. È una punizione, la natura, con tutte
le crudeltà, tutti i dolori, la ferocia, l’imperfezione!”
gridai forte, più forte di quanto volevo.
“Finché non capirai cos’è la natura, non saprai nul-
3
Dove il nostro desiderio ci porta? Quasi tutti noi preferiremmo trasferirci in
luoghi ameni e comodi. Ma il desiderio è una cosa misteriosa, spesso imprevedi-
bile, e ci trasforma in animali da preda.
4
Non dimentichiamo da dove viene la specie umana ora pare da cinque luoghi
differenti, e che l’homo sapiens non sia uno solo.
5
Le piogge calde sono possibili nei paesi tropicali.
6
Natura come punizione: certo le bestie selvagge, le piante velenose, gli insetti
dalle punture mortali, i lampi, le inondazioni, gli uragani, i terremoti cosa sono?
Giocattoli? Bellezze?

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Nero quadricromia
la, e sarai degno solo del nulla. Prova a camminare, tanto la
pioggia non cesserà per quattro, cinque mesi.”
Questo mi disse Simone con orgoglio. “Così saprai che cosa
è questa terra.”
Camminammo. Io ero zuppo di acqua appiccicatic-
cia, calda, inesorabile; mi sembrava di impazzire per
quel battere forte delle gocce sul mio capo, sulle
spalle, la schiena, il collo; mi sembrava di trascinare un
peso enorme insieme al mio corpo.
I rami mi strappavano la pelle, stavo per svenire dal
dolore quand’ecco che arrivammo a un villaggio
illuminato da fioche luci qua e là, e io cominciai a senti-
re oltre la pioggia gemiti, urla, pianti e parole dal
suono estraneo al mio udito7.
“Siamo arrivati. Vieni, vieni all’asciutto. Ci aspettano. E tu
aspetti da tanto questo incontro. Vieni, vieni dentro.”
Simone mi prese di nuovo per mano, ed entram-
mo in un’oscura baracca. Mi venne incontro un uomo
allampanato dai capelli bianchi come la neve8. Mi
tese la mano, aveva grandi baffi.
“Benvenuto. Ho già il posto per lei nella prima barac-
ca dei lebbrosi. Le dirò tutto alle cinque del mattino.”
“Dei lebbrosi? Io non sono lebbroso!”
“Lei no. Ma qui ce ne sono centinaia. Hanno bisogno
d’aiuto, di chi li curi. È poi sicuro di non essere lebbroso?
Quel male ha tante forme, anche nello spirito.”
“Lo spirito? Io non conosco lo spirito.”
“Lo conoscerà quando avrà curato dieci, venti, cin-
quanta lebbrosi.”
7
Secondo questa affermazione siamo decisamente al di fuori dell’abituale ha-
bitat dell’uomo europeo e occidentale.
8
Ma questo, chi può essere? Un uomo alto, allampanato, dai capelli bianchi:
forse un europeo. Ma cosa fa ai tropici questo europeo?

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Nero quadricromia
“Stallo a sentire, brutto presuntuoso. Lui ti vuol bene,
vuole il bene di tutti. Anche dei virus, anche dei batteri.
Vuole bene alla vita. Stallo a sentire!” Così mi
disse Lucia, sorridendo.
“Ma chi è lui? Chi è?” chiesi interdetto. “Chi mi vuo-
le mettere tra i lebbrosi?”
“Ich studierte Philosophie, Theologie und Medizin
9
und sogar Orgel und Musik ,” disse il vecchio ten-
tando di portarmi verso la porta, la pioggia e la notte.
“È proprio lui, il grande musicista, Ngang Nden, il gran-
de dottore che sente la melodia della vita. Il dottor
10
Schweitzer . È il dottor Schweitzer. È lui l’eroe di
11
Gilbert Cesbron , lo scrittore di teatro francese, l’eroe
di migliaia di vite salvate.” Questo disse Simone e poi
tacque, per lasciar parlare lui, il suo spirito.
“Venga con me, si lasci andare al suo dovere uma-
no verso la legge morale, verso se stesso e la propria
vita.”
Il vecchio spalancò la porta, e la pioggia mi investì
con il suo caldo fiotto; sentii di nuovo il suo fragore
forte, ma ero già fuori nel modesto cortile, e tra-
scinato da Schweitzer verso una baracca percepii le
frustate della pioggia.
9
I primi versi dell’Urfaust, nel primo abbozzo dell’opera di Goethe. Questo
era originariamente l’inizio della terza scena. Lo studio del dottor Faustus. “Ho
studiato filosofia, teologia e medicina, e anche organo e musica…” Be’, l’organo
non c’è nel testo di Goethe. Dunque si tratta di un organista.
10
Albert Schweitzer, (1875-1965), medico, teologo, saggista, organista ai mas-
simi livelli, dopo aver studiato tutto ciò di cui si parla qui, fondò a Lambaréné,
nel Congo orientale, un villaggio per la cura e lo studio della lebbra e dei lebbrosi.
11
Gilbert Cesbron (1913-1979), scrittore, drammaturgo e poeta francese, si
distinse per il forte impegno sociale, animato dall’ambizione di conciliare so-
cialisti e cattolici. Un tentativo difficile, che infatti resterà tale, non senza aver
sollevato una vasta eco. Tra le opere più note, il dramma teatrale È mezzanotte
dottor Schweitzer.

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Nero quadricromia
Una porta si spalancò poco lontano. Schweitzer mi
spinse verso quella porta.
“La prego, non mi faccia incontrare quel male terri-
bile di questa parte del mondo, la parte più in rovina.”
“Non è in rovina: in rovina siete voi,” mi disse Schweitzer,
ed entrammo nella baracca.
Quello che ho visto lì, per voi lettori è inconcepibile:
negli incubi peggiori non potrete vedere orrori simili,
Bosch e Bruegel e Odilon Redon12. Il caro To-
13 14
por e Kubin , e il feroce autore di horror, Stephen
King e Tiziano Sclavi15 e tanti film sadici e crudeli
non possono insieme dirvi quanto male, quanto dolore
e sofferenza mortale ho visto lì, dentro quella baracca.
Malati in preda a fulminei dolori che gridavano, si
contorcevano per terra; altri colavano sudore sporco,
puzzolente, insopportabile all’olfatto; altri avevano la
pelle rosa da ulcere; altri non si muovevano, ma
urlavano chiedendo aiuto; altri emettevano suoni rau-
chi sputando sangue a ogni ruggito; ; molti erano
senza gambe o braccia; il viso di alcuni era invaso da
tuberi gommosi, duri, spessi, maleolenti16.

12
Hieronymus Bosch (1453-1516), Pieter Breugel il Vecchio (ca. 1525-1569),
Odilon Redon (1848-1916). Due pittori dei Paesi Bassi – il primo olandese, il
secondo fiammingo – e il terzo francese sono stati tutti accomunati dalla visio-
narietà orrorifica.
13
Roland Topor (1937-2000), grafico, regista, scrittore francese di origine polac-
ca, con i suoi volumi di disegni e film di animazione erotico-macabri ha rappresen-
tato una forma di avanguardia eversiva nella cultura europea. L’Autore era in rap-
porto d’amicizia con Topor, che ha disegnato la copertina del suo Denti e spie (cit.).
14
Alfred Kubin (1887-1959), scrittore e illustratore austriaco, noto per le fan-
tasie scure, spettrali, simboliche.
15
Stephen King e Tiziano Sclavi sono due autori di romanzi dell’orrore me-
tropolitano, il primo statunitense, il secondo italiano. Sclavi è anche autore della
celebre serie di romanzi a fumetti intitolata Dylan Dog.
16
Tuberi gommosi: una delle manifestazioni cutanee della lebbra.

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Nero quadricromia
“Ecco, è qui che la volevo portare. Questo è il fondo
dell’umanità. Lei qui è arrivato al fondo della sof-
ferenza, dell’umiliazione. Vede i lebbrosi, malati di tre
forme di lebbra, e pensi che a tutt’oggi non siamo
riusciti a comprendere l’azione di questo batterio
e siamo nel ventunesimo secolo. Adesso si prepari. Dovrà
fasciare il braccio di quest’uomo venuto dal Congo
fin qui, portato in un lenzuolo dai famigliari. È
un contadino.”
“Io non so…” balbettai confuso.
“Ma lei deve sapere. Deve, deve. Il suo sapere serve
agli altri, altrimenti è nulla, nulla di nulla.”
Un infermiere mi porse una garza, una bacinella e
una bottiglietta di liquido, l’olio di chaulmoogra17.
“Prego, gli lavi la ferita e poi lo fasci. Soffre, pove-
retto.”
Un improvviso lancinante urlo lasciò la bocca di quel
lebbroso, il fulmineo attacco di dolore del ngson,
la malattia mortale.
“Non aspetti. Agisca. Non c’è tempo. Non vede come
si contorce quell’uomo?” mi esortò Schweitzer.
Mi faceva schifo, ripulsa, terrore quel negro.
“Eppure è un uomo,” disse indovinando il mio pensiero
il Maestro. “Un uomo come lei, ma sofferente. Cos’è
più forte in lei: la ripulsa o il rispetto per la vita e la
morte, o la costante sofferenza umana?”
“Non riesco a vincermi, dottore: non riesco a uscire
da me stesso ed entrare in questo disgraziato.”
“Se non riesce, se ne vada da qui e continui a vagare
nel labirinto miserabile del suo tremebondo io.”

17
Con l’olio di chaulmoogra (pianta tropicale del Congo) gli abitanti di quella
regione del mondo cercano di curare, da tempi antichissimi, la lebbra.

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Nero quadricromia
Presi la fascia e il flacone di vetro. Mi avvicinai a chi
era prescelto per uccidermi o assolvermi da me stesso.
Il negro del Congo cacciò un urlo da animale. Cad-
di quasi indietro dallo spavento. E lui allora mi tese il
braccio e la gamba e mi supplicò con uno sguardo tale
che avrebbe commosso perfino un SS.
“Mi infetto, se lo tocco?” domandai.
“Può darsi. Ma non lo si può sapere. Il male viene
secondo le leggi del caos. O della volontà di chi ci vede18,”
disse il dottore, e si sedette aspettando.
Credo di non aver passato mai un istante come quel-
lo, in vita mia. Non potete sapere che vuol dire
gettare se stessi, tutto il proprio essere, con uno strap-
po, come uno straccio. È peggio di un suicidio, ed è
peggio della morte, perché sai che resti vivo. Ma
non tu. Non tu. Tu non sei più niente.
Quel niente prese la gamba infetta, il resto della gam-
ba, un moncherino (perché la lebbra divora anche l’osso),
e lo toccò, lo tastò, vi passò sopra la mano, e poi lo
unse lentamente con l’unguento che gli avevano porto.
Il congolese urlò come se volesse emettere col suo
urlo tutta la vita del pianeta, sputarla via con il
suo fiato, come Plutone nel quadro di Botticelli19.
Poi avvenne qualcosa di terribile. I lebbrosi a uno
a uno strisciarono, si trascinarono verso di me
chiedendo pietà al nuovo dottore, balbettando con le
lingue ulcerate, gridando, soffiando, gemendo,

18
Frase ambigua. Non si capisce bene se qui l’Autore si riferisca a qualche
entità trascendentale, oppure all’effettiva possibilità che esseri non terreni osser-
vino la nostra vita dall’esterno del nostro pianeta.
19
Il famoso dipinto di Alessandro Botticelli, La primavera, mostra nella parte
destra una figura d’uomo che soffia (secondo alcuni critici vomita), e questi po-
trebbe essere Plutone. Ma l’identificazione è incerta.

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Nero quadricromia
piangendo con lacrime di pus, mendicando un attimo
di sollievo. Non avevo scampo, non sapevo dove
voltarmi come liberarmi di quell’orda che premeva in-
torno a me: la sofferenza e il dolore volevano inghiot-
tirmi.
Schweitzer si avvicinò, si aprì un varco in quella folla
repellente e cieca, mi prese un braccio e cominciò un cam-
mino penoso che durò forse un’ora. Quell’andare
alla fine mi vide senz’anima, senza forza e senza
cognizione di nulla, quand’ecco una folata: la porta si
spalancò e io mi ritrovai tra le braccia del Maestro, sot-
to la pioggia che ora mi parve un fiume di latte e miele.
“Adesso lei sa qualche cosa in più, adesso possiamo
avviarci al fiume, al grande Ogooué20, dov’è il tribunale.
Cammini piano, la pioggia non la mangia. Che
devo dire io che ho sognato da ragazzo di venire qui
a vivere? Di venire qui a operare per il bene di questo
popolo abbandonato, sfruttato, saccheggiato, disprez-
zato. Ho studiato le malattie tropicali, le filarie,
21
la peste, la leishmaniosi , la malaria, il tifo, il tracoma,
la febbre della Rift Valley22 e tante altre; sono in-
vecchiato qui tra questi mali, li conosco ormai come
dei fratelli, e conosco la pioggia come una madre, come co-
nosco la loa, la mosca del mango, con cui parlo, anche
se questa mosca ci uccide con il suo veleno. Ho
dato concerti d’organo in tutto il mondo per raccoglie-
re soldi, sì. Mentre suonavo, non pensavo al pubblico
azzimato nella sala, ma pensavo ai miei malati, ai
miei moribondi. Ho incontrato regnanti, uomini noti
20
Il fiume più importante del Gabon.
21
Malattia cutanea causata da parassiti che attaccano la pelle. Se non curata
può essere mortale. È diffusa da insetti ematofagi. Non esiste un vaccino.
22
Malattia virale. Esistono due tipi di vaccino.

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in tutto il mondo per la scienza e l’arte, uomini che
erano i primi della terra. L’Africa è ancora il martire oscuro,
ma un giorno non lontano vincerà. Anche adesso è un
perdente vittorioso. E verrà l’ora che più non perderà.
Sente come adesso le pioggia tace? Venga, corriamo a
prendere le sue due protettrici e approfittiamo di
questa pausa che ci accorda il cielo. La pausa sarà bre-
ve: poi comincerà di nuovo a schioccare la calda frusta.
Venga. L’ho cercata da tempo. E ora l’ho trovata. Ma
ecco Lucia ed ecco Simone che ci scorteranno
dove le ho detto e dove è atteso. La dolce radura e il fiume ci
attendono. Venga. Venga. Faccia ancora quel passo.”
Mi svegliai. L’ora era passata.
Il lettore, se ci sarà, cerchi da sé di capire la verità di
questa esperienza.

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Nero quadricromia
32
La confessione. (Al grande fiume)

Aspettare quasi sessant’anni. Come nel più profondo oceano.


Il conto dei tradimenti. Nascite e morti occultate. Il cane dell’ira.
Ignavo con la vita. La dura requisitoria. Fare i conti con quello
che sei. Il fiume del divenire eterno. Una barca si avvicina.
“Butta fuori dal cuore gli sporchezzi.” Vidi allora, vidi.
Un’onda grande di lacrime. Un pianto ululante e sordo.
Al grande principio della vita. Giù nell’acqua gelida.
Tutto il mondo cancellato dalla mente. Una voce di donna.
Diventare una pagina bianca. Un suono d’organo. Quel tutto
non sarà più lo stesso. Verso i Prati del Pascià. Uno squillo.

Arrivati tutti e quattro1 al grande fiume, Simone si


fermò e si rivolse a me. Abbottonò il grande mantello
nero, si aggiustò gli occhiali sul naso e mi parlò.
“Tra poco tu vedrai quello che cerchi, da anni, for-
se da quando possiedi la ragione e l’intelletto e la co-
scienza. Ma dimmi prima come puoi osare di
confrontarti con chi hai aspettato così a lungo, quasi
sessant’anni2, senza però gettare via nulla di vile ch’è in
te, tradimenti e colpe?”
La guardai spaventato, e poi tolsi lo sguardo da lei.
Abbassai le ciglia.
1
Simone Weil, Lucia De Marchi, Albert Schweitzer e l’Autore. Quattro! I
quattro cavalieri dell’Apocalisse, i quattro punti cardinali, le quattro basi azotate
(adenina, timina, citosina, guanina) che compongono il DNA, l’acido desossi-
ribonucleico (la vita), le quattro lettere del tetragramma che indicano l’Eterno.
2
Simone qui parla di una possibile data della morte del padre dell’Autore,
non d’altro.

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“Tu credi che quello che sei e hai fatto non resti depo-
sitato in fondo ai tempi come nel più profondo dell’o-
ceano? Credi che non ci siano sommozzatori per
riportarlo a galla e mostrarlo a tutti? Tu, tu hai lasciato
la tua fede, la tua fede, non per Lui, che io invece
ho venerato e venero ancora, ma per un tornaconto mi-
serabile, e hai nascosto la nascita e la morte di due
cari parenti. Solo per non sentire grida e pianti, e incon-
solabile disperazione per uno di loro e tripudi per l’altro.
Tu che inseguivi il sesso, i piaceri mentre la tua donna
portava nel ventre colui che ora ti evita e ti allontana?”
Il dottor Schweitzer le disse allora piano:
“Non puoi essere un po’ più clemente? È nato come
dice l’Otello di Verdi ‘sotto maligna stella3’. In qualche
modo è riuscito a vincere la sua stella e l’antico
credo d’astrologhi e maghi.” Simone non l’ascoltò e prose-
guì, accusatrice ancora più crudele:
“Tu hai usato cieca violenza, hai liberato il cane feroce
dell’ira, hai offeso persone innocenti, sei stato peggiore di un
aguzzino4. Tu non potrai andar via da qui sano se non
ti ravvedi con tutte le risorse del tuo essere in questo
istante stesso.”
A capo chino ascoltai Simone, a capo chino e con un
senso di colpa più grande di un intero universo.
La cara voce, sussurrata e piana, priva di rabbia ma
inesorabile, proseguì la sua dura requisitoria:

3
Giuseppe Verdi, Otello, atto IV: “E tu, come sei pallida e stanca e muta e
bella, pia creatura nata sotto maligna stella.” Qui la cattiva stella può essere l’e-
poca in cui uno nasce, il caso, la congiuntura, il concentrarsi di energie omicide
in un luogo della terra.
4
In questi passi non è chiaro se l’Autore si riferisca a episodi della sua vita,
oppure se parli per costruire un personaggio. Possiamo soltanto intuire qualche
vaga realtà dietro le sue parole.

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“Tu hai taciuto quando dovevi parlare, e sei stato ignavo
anche con la vita. Volevi negarla, gettarla come uno strac-
5
cio , la tua e l’altrui, e anche questo solo per cieco,
sordo, ottuso egoismo. Non potrai proseguire il tuo cammino
finché non vorrai fare i conti davvero con quello che
sei e che sei stato. Siamo sulla riva del grande fiume
dell’essere, del divenire eterno. Vedi là una barca che
si avvicina? Guarda chi c’è al timone della barca.
Guardalo in faccia, e poi decidi se vuoi salire e affrontare
il resto del viaggio oppure restare per sempre sulla riva.”
Si levò gli occhiali e distolse da me lo sguardo come
se volesse oscurarmi sullo schermo della sua mente.
Allora si avvicinò a me Lucia e mi mise la mano destra
sulla spalla.
“Ti manca ancora un passo. Prova a farlo. Mi sembra
che tu sia conciato a festa. Butta fuori dal cuore gli
sporchezzi6. Vai, vai, sali presto sulla barca.”
Alzai lo sguardo e vidi allora, vidi seduto in barca su
una traversa di legno, chi disperavo già di vedere.
Senza preavviso mi salì agli occhi un’onda grande di la-
crime dense. La vista non riuscì a trapassarla. Una
voce acuta mi uscì dal petto, una voce di pianto ululante
e sorda, la stessa che mi scosse quando lui morì, lui che
era me e io ero lui al principio, al grande principio della
vita, quando eravamo una morula7 e nient’altro. Corsi
5
Anche in questo caso è difficile comprendere se si allude a effettivi tentativi
di suicidio dell’Autore, o se si tratta di un fatto puramente letterario oppure di
un’inclinazione.
6
Locuzione veneta per significare “sporcizia”, “luridume”.
7
Così si chiama l’aggregato di cellule dell’inizio della gestazione: rassomiglia-
no, così messe insieme, a una mora. Sono i primi giorni della gravidanza. Fino a
quello stadio i due gemelli sono un solo individuo, come una mora, o un lampone.
È in questo stadio che l’embrione si divide in due (o più) entità, dando origine ai
gemelli.

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verso il fiume ripetendo e ripetendo ancora quel nome,
saltai sul fianco della piccola barca che proprio in
quel momento si mise in moto. Con un piede ero già a
bordo e con l’altro ancora sulla riva, e così caddi
giù nell’acqua gelida e fui sommerso e rapito dalla cor-
rente. Uno spavento terribile mi assalì. Ero in balia di
onde e di flutti. Ero paralizzato dalla paura. Non mossi
un braccio, non i piedi o le mani, mi lasciai trasportare
dall’acqua veloce, non ricordavo più se del Nilo o del
Tigri, del Danubio, del Po o del Congo, del
Gange, del Mississippi, della Neva, del Paranà, del
Mekong o del Tago. “Aiuto!” avrei voluto gridare, ma dopo
ci rinunciai perché più non sapevo a chi, a chi chie-
dere aiuto. Tutto il mondo si era cancellato dalla
8
mia mente, e anche la mia persona era scomparsa . Non
sapevo chi ero. Un’amnesia da shock, da stress, da crisi
di epilessia, improvvisa, forte. Poi tutto l’universo
si era spento, e io scorrevo con il grande fiume
non cosciente, ma vigile e vivo. Sott’acqua, di quanto
non sapevo. Vidi sopra di me due gambe nuotare verso
la superficie e compresi che stavo vedendo la mia nasci-
ta9. Poi venne il nero sui miei occhi stanchi e persi
tutto, la vita e la morte.
“Vieni a cambiarti, sei zuppo, poveretto,” sentii dire
da una voce che conoscevo. Capivo le parole e non
sapevo esattamente di che cosa parlassero.

8
Si tratta di un caso di amnesia totale, oblio di tutto, anche del proprio io.
9
Il sogno della nascita. Trattandosi di gemelli, uno dei quali per forza nasce
prima dell’altro, quel sogno deve significare proprio l’atto dell’uscita dal ventre
materno. Vedi anche Sulla fede (cit.). Il desiderio dell’esplorazione subacquea,
l’amore per il bagno in mare, nel fiume si possono ricondurre al desiderio di ri-
petere la nascita. E questo desiderio può ricondurre al rinnovamento, al ripudio
del vecchio, alla visione di un’altra vita.

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“Hai rischiato di annegare, vieni. Togliti i pantaloni e la ca-
micia, tanto a me non faresti certo effetto anche
se fossi nudo. Siedi lì e aspetta. Noi non ti lasciamo
solo, aspetta e asciugati al sole.” Così mi disse
una voce di donna, ma non capivo chi fosse e nemme-
no che cosa avesse di differente da me. Mi spo-
gliai. Attesi sulla riva. Il mio io era solo un fatto,
un puro fatto senza connessione con niente: né con il
mondo né col nulla.
“Ora forse stai sperimentando in te la libertà da tutte
le tue colpe,” mi disse un’altra persona che stava lì, e
una terza, alta, dai capelli bianchi: “Felice te che hai potuto
diventare una pagina bianca. Conservati così per
un bel po’, tanto adesso il mondo cercherà di rispor-
carti di nuovo. Ma tu resisti, fallo finché puoi.
Vedrai che tutto andrà per il meglio, allora.”
Tutte queste parole me le ricordo, ma lì per lì le deci-
fravo a stento. Il loro suono con la loro musica mi
è però rimasto nella mente.
La musica. Sì, sì, in quel momento mentre l’alta figura
stava lì si levò un suono che ora ricordo: era d’un
organo, forte da stordire, con tante armoniche da riem-
pire tutto lo spazio di quella riva felice.
“Adesso forse potremo andare insieme a incontrare
chi… Non puoi saperlo, perché in te si è cancellato tut-
to, ma quando quel tutto ritornerà non sarà più
lo stesso. Non sarà il vecchio mondo, ma uno migliore,
nuovo. Ti stai asciugando. Adesso ricevi un vestito
che ti regala Lucia, la tua luce che ti preserva e tegge10.”
Infatti la terza che mi aveva parlato stava lì con un
vestito sul braccio, un vestito piegato con cura
10
“Tegge”: protegge. Tegge: località sarda, all’isola della Maddalena.

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e sorrideva tendendo verso di me un abito di un bel
colore verde.
“È rimasto questo tra tutti quei doni che mi sono
arrivati per aiutare i fuggiaschi, come eri tu, una volta.”
Presi il vestito. Mi sembrava bellissimo. Impiegai un
po’ di tempo prima di capire come dovevo indossarlo.
##“Ora andremo su per i Prati del Pascià11,” mi disse la don-
na giovane con gli occhiali sul viso, che non capii che
cosa fossero. ””” “Andremo su per il viale stretto
ma il camminare ti sarà leggero, anche se come vedo
sei ancora confuso e non sai che cosa è il mondo.”
Ci mettemmo a camminare tutti e quattro, le due
donne di lato e io in mezzo, e l’uomo un passo dietro di
noi: canticchiava piano Toccata e fuga12.
Lo squillo della sveglia mi restituì di colpo la memo-
ria e il mondo.

11
Prati del Pascià: Pasarét, frazione collinare di Budapest. Il nome risale all’e-
poca della dominazione turca (1500-1600). Pascià: il protettore, il re (persiano).
Lontana simbologia religiosa nel testo.
12
Composizione per organo di Johann Sebastian Bach (1685-1750), uno dei
maggiori musicisti della sua epoca. L’Autore vi dedicò un brano di musica elet-
tronica in cui è racchiusa anche la voce della figlia allora di nove anni. Quella
composizione vinse vari premi, anche nel paese d’origine dell’Autore, a cui in
quell’occasione, la giuria si rivolse in francese, non volendolo riammettere nella
comunità dei nativi parlanti. (Testimonianza di György Cigány, poeta e condut-
tore radiofonico.)

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Nero quadricromia
33
La Valle Fresca

La valle. Gli alianti e gli scacchi. Uno sparo. La folla immensa.


“O riacquisti il diritto o devi morire”. Un piccolo corpo
insanguinato. “La tua mente lo può raggiungere.” Il più grande
insieme a Francesco. L’organista gli bacia la mano. Nemmeno una
foglia, un batterio, un virus. Risuona l’Om. He Ram: “O Dio mio.”
Più forte di morte e vita. Il Libro della Realtà. La lettera a Hitler.
Transitori esseri umani. Lucia si congeda. Appare il fratello.
Addio a Simone. Il pianto dei due gemelli. La promessa di svelare i
segreti della morte. La vera narrazione e la partita spagnola.
La quarta dimensione. Premersi fuori da se stessi. Una strana lettera.
Scacco matto. Nicola scompare, appare il padre.
Inizia la prossima avventura.

Allora entrammo nella Valle Fresca, la mia dolce


scorta e io. Come gitanti della domenica, nell’erba era-
no sedute donne e uomini in cerchi piccoli e silenziosi,
1
e alianti si levavano in volo trainati da aerei monopo-
sto. Sotto gli alberi, nell’ombra chi cantava, chi giocava a
scacchi, chi ripeteva antiche poesie, chi danzava
con mosse lentissime.
“Tutto sembra quieto e tranquillo,” dissi piano a Simone.
“Oh, se fosse questo, questo lo specchio del mondo!”
All’improvviso risuonò uno sparo, come quello d’un
lontano cacciatore. Tutta la valle si riempì di colpo

1
In quella parte graziosa della città di Budapest c’è uno spazio riservato agli
alianti che, con il trainamento di piccoli aerei monoposto, si levano in volo e poi
si sganciano.

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d’un’immensa folla inferocita; grida di donne, pianti,
urla, insulti si levarono nel pomeriggio assolato;
militari correvano forsennati, automobili sfrecciavano con
sirene che fendevano il cervello come lame, tutti si
muovevano e tutti senza tregua.
“Che ti succede, perché vuoi fermarti ora, ora che sia-
mo arrivati dove tu desideravi andare?” Questo
mi domandò allora Simone e io le risposi:
“È terribile quello che vedo. Perché ho dovuto
arrivare fin qui nel nostro cammino che non so da
quanto tempo duri e non so quanto durerà ancora?”
“Lo sai, ormai lo sai qual è il tempo, e sai anche che
vivi quell’istante in cui o riacquisti in te il diritto
di andare oltre, oppure devi morire.”
In quel momento vidi avvicinarsi un corteo, di corsa,
e in braccio a quattro uomini un piccolo corpo magro,
seminudo, insanguinato, eppure ancora vivo.
“Ecco sei qui, qui ti ho portato, tutte le mie parole ti
hanno portato qui, il nostro girovagare per il mondo
ti ha condotto qui, a questa porta, dove morte e vita si
congiungono da sole.” Questo mi disse Simone e poi tacque.
Rimasi come colpito da una scarica di elettricità in
pieno petto ed esclamai:
“Lui, lui!”
“Sì, non ti sbagli,” mi disse Simone, e sorrise d’un
sorriso che pareva illuminare tutta la valle.
“Vuoi parlargli o vuoi restare zitto in contemplazione
del flusso degli eventi.”
“Parlargli? Sanguina, è ferito...”
“La tua mente lo può ancora raggiungere, la sua men-
te può raggiungerti ancora. Allora? Io non ti ho parlato di
Lui, di Lui che ho trovato sul mio cammino e che mi

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Nero quadricromia
ha preso per tutta la mia vita innalzandomi verso la sua
croce. Non te n’ho parlato perché non posso parlare di
cose così intime, segrete. Ma di quest’uomo che dopo
di Lui forse è il più grande insieme a Francesco degli
ultimi due tre millenni, di lui ti ho parlato, perché lui
è l’uomo che può darti quella pace che tu cerchi
invano da anni e anni.”
Sudavo e battevo i denti dal freddo; credetti di aver
finito la mia vita, eppure ebbi la forza, l’ultima, di pro-
nunciare la parola “Mahatma”.
Si fece un gran silenzio e dopo un attimo risuonò
2
l’Om e restò lì, teso nell’aria che vibrava tutto
intorno. In quel suono io sentii il mio nome: due, tre,
quattro, sette, nove volte.
“Eccomi,” risposi come Abramo, e l’Om continuò a
vibrare.
“He Ram3,” sussurrò il fiato di voce del moribondo
e ripeté: “He Ram.” Stava invocando Dio, il suo Dio
di jainista4, sul punto di morire. Schweitzer che
vide com’ero muto si chinò sul moribondo e gli disse:
“Scusami, scusa, non ho capito nulla del tuo ahimsa5
del tuo satyagraha6. Credevo e ho scritto che con questo
proclamare la non-violenza, la negazione dell’a-
2
Om, o Aum (sanscrito), è la sillaba che comprende tutto l’universo con cui
vibra. Cantarla nel modo appropriato richiede un esercizio spirituale e tecnico
molto lungo, e una conoscenza profonda dei testi sacri dell’induismo.
3
“He Ram, oh Ram”, locuzione in hindi: Rama è una divinità, il settimo avatar
(incarnazione fisica) di Vishnu. È la più famosa e popolare manifestazione del
Dio Supremo.
4
Jainismo è un’antica religione dell’India meridionale, che conta circa
10.000.000 di fedeli. Ha una dottrina che predica l’assoluta non-violenza e una
complicata cosmogonia. È una religione severa, ma onesta e pacifica.
5
Assenza del desiderio di uccidere, o in termini oggi comuni non-violenza nei
riguardi di ogni essere vivente: uomo, animale o vegetale.
6
Vedi nota 9 del capitolo 8.

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Nero quadricromia
zione e del mondo, tu fossi più violento verso i nemici
di chi ingaggia una sincera lotta corpo a corpo.
Mi sono sbagliato. Ti chiedo scusa qui. Tu sei davvero
più forte della morte, più forte della vita: sei lo spirito.
Che ti sia concesso di aver concluso il tuo ciclo7,
e che rientri nel niente, nella grande vibrazione universale.
Che Dio, il mio Dio cristiano, ti accetti, ti bene-
dica e accompagni.” Il grande organista bianco
baciò la mano del moribondo, a lungo; poi gli volse le
spalle e scomparve nella folla.
La mia mente raggiunse allora Gandhi8: Gandhi che attra-
verso gli occhiali mi guardava in attesa di spegnersi e
concludere così il suo errare di sofferenza in sofferenza
nelle vite.
Sentii la sua voce nel vibrare dei tre suoni che conti-
nuavano a ripetersi.
“Tu volevi me come modello. Ma non ci sono modelli: ogni
anima è eterna per se stessa. Questo è. Io ho portato
a 400.000.000 di esseri umani la libertà. E ho liberato an-
che la casta dei disgraziati dalit9, gli intoccabili. Non
volevo uccidere nessuno, mai, nemmeno una foglia, un
batterio, un virus, per questo filtravo l’acqua che bevevo.
Ho fatto tanti brutti compromessi: la menzogna della po-

7
Secondo l’induismo quando un’anima, dopo varie migrazioni, ha raggiunto
la perfezione, non è più costretta a tornare sulla terra in vite successive: rientra
nell’energia universale.
8
Uno degli uomini più grandi, più dotati di verità amore e sapere, di tutti i
tempi, e ciò insieme a Gesù e san Francesco, secondo Simone, e dunque secondo
l’Autore.
9
Gli oppressi, i paria, coloro che nascono fuori dalle quattro caste principali
previste dall’induismo. Sono “intoccabili”, come infetti, fanno i lavori più de-
gradanti. È incredibile che esista una società che contempla questa categoria:
anche se oggi essa è fuori legge in India, esistono ancora 160.000.000 di cittadini
considerati “intoccabili”.

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Nero quadricromia
litica che ormai è solo menzogna ha tentato anche
di contaminarmi, e questo è il rischio, ma questo è
solo apparenza, nient’altro. Non può scalfire, se vale, il
nostro spirito. Non può scalfire l’eternità del Tutto.”
“Io non posso, non posso avere il credo che hai tu. Che
cosa devo fare? La mia mente si può forse convertire al
tuo credo, alla tua religione?” chiesi disperato al Mahat-
ma, al Grande Spirito che Tagore10 chiamò così: Tagore
il poeta dei miei anni di giovinetto ancora senza barba.
“Sono troppo vecchio per fare questi salti, questi ri-
volgimenti della vita,” dissi voltando altrove il capo.
“Sta’ in pace con te, ora che hai cancellato la spor-
cizia dalla tua mente. Tu hai cercato il guado, l’hai trovato,
hai letto il Libro delle Realtà11.” Questo mi disse Gan-
dhi in quel tramonto. Respirava con enorme fatica, ma
non mostrò mai la sua sofferenza.
E in quel momento mentre l’Om risuonava la tenta-
zione dell’ira mi assalì, una delle peggiori servitù12.
“Non liberarti dalla vita prima di rispondermi a una
domanda! Perché hai scritto quella lettera a Hitler13, procla-
mandolo un benefico patriota? Perché hai detto così
bene di Mussolini? Credevi di addolcire quelle belve
10
Rabindranath Tagore (1861-1941), bengalese nato a Calcutta, uno dei mag-
giori poeti vissuti tra Otto e Novecento, Premio Nobel per la letteratura nel
1913. Scrisse innumerevoli opere di poesia lirica, di teatro e di narrativa, molte
delle quali da lui stesso tradotte in inglese. La sua influenza fu simile a quella di
Tolstoj.
11
Cercatori di guadi sono i maestri del jainismo, nelle varie epoche. Il Libro
delle Realtà (Tattvartha Sutra), scritto diciotto secoli fa, è il testo fondamentale del
jainismo.
12
Le servitù, o asservimenti, sono ira, orgoglio, infatuazione, avidità. Sono le
passioni che nuocciono all’atman, all’anima.
13
La lettera fu scritta alla vigilia di Natale del 1940. Una precedente lettera il
Mahatma l’aveva scritta il 23 luglio 1939. Tutte e due le lettere furono bloccate
dal governo indiano.

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rivolgendoti a loro come a fratelli? Credevi che la resi-
stenza a loro potesse essere un suicidio di massa? Gli
ebrei dovevano fare questo? Perché lui aveva preso il
vostro simbolo, la croce uncinata, come emblema
del suo partito di biechi assassini? Lo sapevi, lo repu-
tavi per questo un tuo fratello nell’ispirazione? Se no
perché? Perché? Perché? Perché?”
“I mostri esistono, ma io ho visto solo dei deboli,
transitori esseri umani. Che si potevano addomesticare.
Ma qualcuno in Gran Bretagna non ha voluto14.
Io però ti ripeto che tutti, tutti gli esseri viventi sono
fratelli.” Con calma assoluta mi disse questo.
Ora l’Om si sentiva più forte, più potente, e quel-
lo spirito morente disse soltanto quello che c’è scritto
sul monumento dedicato a lui: “He Ram”, “Oh
Dio”, e i suoi occhi si chiusero. Fu portato via di corsa dai
discepoli, e io vidi la sua veste insanguinata come
se dentro non ci fosse un corpo. Così come l’avevo visto a
Tanjore15.
Il grande chiasso tacque e anche l’Om cessò di vi-
brare nell’aria, e Lucia si avvicinò a me, mi diede un
buffetto, e mentre io guardavo la grande croce
dipinta sul petto del suo abito bianco mi disse: “Mi ha
fatto piacere rivederti. Non mi dimenticare.” Se
ne andò per il sentiero della valle e pensai con sincera
speranza che il guado mi era stato concesso dalla vita
14
Probabile allusione a Winston Churchill, il primo ministro inglese che com-
batté, insieme ai sovietici e agli americani e ai francesi, la guerra contro la Ger-
mania di Hitler, e la vinse.
15
Antica città dell’India sudorientale, dove l’Autore si recò nel 2000 e vide, in
un museo, le vesti insanguinate di Gandhi. (Testimonianza dell’agenzia turistica
dell’Elefante di Roma e della signora Bonito Oliva che la notte di San Silvestro
di quell’anno incontrò per caso l’Autore in un ristorante dove si recitavano scene
del teatro kathakali.)

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anche se solo per pochi minuti. L’ idea di Gandhi
della fratellanza tra tutti, tutti gli esseri dell’universo,
senzienti o semplicemente viventi, si era sparsa
su tutta la terra, e non si sarebbe staccata mai più
dal fragile spirito che c’è nell’uomo. Ci fu un grande
silenzio di attesa. Simone mi disse:
“Io ti saluto. Mi hai chiamato e io sono venuta.
Ti ho aiutato a fare il tuo percorso verso una difficile
libertà. Aiutare è l’unico senso della vita. Fallo anche
tu. E ora addio.” Di corsa si inoltrò tra gli alberi
e scomparve alla vista e agli altri sensi. Pronunciai allora un
addio a lei dentro di me, che bruciò come piaga,
come fuoco, come preghiera.
“Addio, mia amata, adorata; addio, mio impossibile
amore; addio, mia cara soccorritrice, più reale,
più vicina di chiunque: non sogno, non vano delirio
ma tangibile umano sentimento, tangibile figura
in questo mondo in cui tutto è rappresentazione
evanescente, tutto solo bugia, ma non tu che hai amato
come me Qualcuno che è qui, ma non è qui. Io ti
amo, ti amerò per sempre: desidererò il tuo spirito, il
tuo corpo come si desidera quello che non si ha.
Sì, tu mi hai insegnato che si può amare ciò che non
esiste per poter amare ciò che invece c’è. Ritorna
ancora: io non voglio distoglierti da Colui a cui tu ti
sei votata, ma voglio essere con te tra voi due
anche se questo suona come bestemmia. L’amore non
conosce rispetti, e tu stessa li hai travalicati. Per
questo io ritiro il mio addio per tramutarlo ora in un
abbraccio.”
Ero turbato, scosso, agitato, e allora accadde ciò che
aspettavo, ciò che sapevo che sarebbe accaduto.

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Nero quadricromia
Con la veste bianca apparve in fondo al prato mio fra-
tello, venendo verso di me. Il vincitore, la vittoria in
persona.
Intorno tutti giocavano o mangiavano o ballavano tra
loro, gli alianti si levavano in volo. Il prato era di nuovo
diventato il luogo felice che avevo visto prima.
Mio fratello si fermò a qualche passo da me.
“Come Esaù era andato incontro a Giacobbe16, suo
fratello gemello, così ho fatto io: sono venuto.” Il tra-
monto d’oro gli illuminava il volto e i capelli, i cari
capelli castani, folti e lisci. Di nuovo aprì la bocca e mi
disse, sincero e mite come era sempre stato:
“Sei arrivato, sei arrivato fin qui, non speravo più
di rivederti. Ma ora ti vedo, ti vedo ancora av-
volto nella vita sulla terra. Fratello caro, quanto mi
sei mancato! Quanto desideravo riunirmi con
chi era la mia metà e lo è tuttora, e adesso le due metà
si completano. Tu mi hai tenuto nella mente,
dove vivo e abito e parlo. Ti ricordi la bella poesia che da
ragazzi avevamo imparato? ”‘Né son già morto; e ben
c’albergo cangi, resto in te vivo, c’or mi vedi e piangi,
se l’un nell’altro amante si trasforma17.’ Le nostre for-
me, corpo, intelletto sono uguali fin dalla nascita. Le stesse
mie forme vivono in te. ‘Resto in te vivo, c’or mi vedi
e piangi…’”
Piangevo, sì, piangevo a sentirlo. E anche lui piange-
va come Esaù.

16
La descrizione dell’incontro nel deserto tra i gemelli Esaù e Giacobbe pro-
tagonisti di inganni e violenze uno nei riguardi dell’altro (Genesi, 33, 1-4) è uno
dei passi più commoventi e ambigui del Pentateuco.
17
Michelangelo Buonarroti, Rime, 194. L’Autore ha imparato a memoria que-
sti versi all’età di sedici anni. (Testimonianza di Peter Molnár Gál, suo compagno
di studi, celebre critico teatrale e saggista.)

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Ci abbracciammo. Ci stringemmo forte. E io sentivo
sulle sue guance l’umido delle mie lacrime mescolarsi
alle sue calde e vive. Non era, no, un corpo astrale il suo:
era il nostro corpo di gemelli, avvinghiato al mio
c’era il suo.
Allora io mi staccai da lui e dissi:
“Ti ho cercato con tutte le mie forze, perché con te
di tutto abbiamo parlato, quando il male ti aveva gher-
mito di ogni cosa, fuorché del segreto della morte
e della vita. Io forse per non ferirti mentre ti accingevi
al grande evento, e tu, e tu per non ferire me e
nostra madre. Puoi adesso parlarmi ora e qui e
aprirmi i sigilli dei segreti?”
“Sì. Proprio adesso posso fare tutto. Sono libero nel-
la tua fantasia. Vieni, giochiamo una partita a
scacchi come sempre facevamo, persino negli ultimi minuti,
e io ti svelerò in poche parole quel segreto che
tanto vuoi conoscere.” ‘Sarò il primo, l’unico,’ pensai,
‘tra tutti gli uomini di tutti i tempi, che potrà sa-
pere quello che ora saprò. Sarò l’unico nel mondo dei
vivi a possedere questa sapienza!’ Il mio cuore si
mise a battere forte; la testa mi girava, ma ero pronto
ad ascoltare ogni parola e sillaba.
Ci sedemmo sotto un albero. Qualcuno aveva lascia-
to lì una scacchiera e prendemmo a giocare, lui con il
bianco e io con le figure nere.
“Vuoi conoscere qualcosa che si chiama ‘trapasso’
o ‘dipartita’ o ‘miglior vita’. Ridicole parole, finzioni.
Ti dico che cos’è, come avviene, almeno come è
avvenuto a me.”
Prese a narrare la sua morte. Narrarla! Farne il reso-
conto!

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“Respiravo a fatica, ero stordito, sentivo che pian
piano s’avvicinava il momento in cui non avrei sentito
nulla di nulla; allora seguii il consiglio che il mio
terapeuta m’aveva dato di pensare solo a verdi prati e
fiori, e di fissare la mente o quel che ne restava
soltanto su questo. E io ci riuscii. Soffocavo, ma guar-
davo fiori e prati, e queste due parole pronunciai
confusamente, ripetutamente. E pensai anche alla no-
stra mamma che io avevo amato come la vita,
più della vita, oltre ogni dire, e sentii di ripetere adesso
quella, soltanto quella parola e niente altro. ‘Madre’,
Anya nella lingua che avevamo imparato da bambini.
La mia cara mamma mi teneva le mani, le stringeva
come se volesse trattenermi in vita, ma era tardi.”
Così cominciò a parlarmi mio fratello.
Intanto giocavamo la partita, una “spagnola18”, e io
mi scervellai per non dargli l’impressione di lasciare
che mi vincesse. Si sarebbe offeso. Eppure nono-
stante tutti i miei sforzi già stava vincendo lui: i morti
vincono i vivi19.
Ma lui si fermò e riprese a parlare:
“La coscienza si spegneva piano in me, ma non sof-
frivo. Dentro il mio cervello si diffuse la sostanza
chiamata ‘dopamina20’, e io ero tranquillo, ma potrei

18
L’apertura spagnola (così chiamata perché inventata dal monaco e scacchi-
sta spagnolo Ruy López, 1530-1580) è una delle aperture più studiate e appro-
fondite.
19
Eschilo, Le Coefore, terzo stasimo.
20
Neurotrasmettitore prodotto da varie aree del cervello. Una delle sue fun-
zioni è destare il senso di soddisfacimento, di energia rinata, di impedimento
della depressione. È la ricompensa anche di fronte alla paura della morte. È il
nostro angelo soccorritore. Che ci conduca dalla Regione profonda alla terza e
ultima parte di Storia umana e inumana, fino all’assoluzione finale dal male e
dalla sofferenza.

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dirti anche che ero felice. Fu così che mi apparve a
poco a poco la classe della terza elementare
dove sedevo durante le lezioni di ginnastica da cui
ero esentato. Perché pensai a quel luogo non so dirti. Forse
perché quella felicità che lì avevo provato era la
più grande, la più pulita di tutte le felicità della mia
vita. Sedevo lì nel tepore del solicello e parlavo con il
21
mio amico Pál , anche lui esonerato come me. Erava-
mo due bei malatini e parlavamo di tutto l’universo;
gli raccontavo come vedendo il cielo, una sera
d’estate, io fossi quasi svenuto intuendo la grandezza,
l’immensità spaventosa del cosmo. E lui mi parlava
di minuscoli animali formiche, parameci degli stagni
nei quali anche lui vedeva l’enorme vastità della
vita e del Tutto. D’un tratto la classe e il mio amico
scomparvero dalla mia mente. Sul letto d’ospedale,
in quel momento mi prese il desiderio di rivederlo
davvero, cercarlo e ritrovarlo, quel mio amico con il
quale parlavo durante le lezioni di ginnastica.
Era un desiderio tanto forte quale non avevo mai, mai
provato. Era nascosto dentro il mio cervello, e ora
si palesò, mi apparve. Non potevo resistere a quel deside-
rio. Era già sera e non so nemmeno come, for-
se per la magia del tempo circolare, dei buchi neri, della
quarta dimensione22, mi premetti fuori da me stesso,
raggiunsi Pál senza aver percorso né spazio né
distanza né durata: lo trovai a casa sua e lo chiamai
per nome. Avvenne tutto in modo naturale. Io lo chiamai
21
Pál: vaga eco dei Ragazzi della via Pál, romanzo di Ferenc Molnár.
22
Non si parla qui, probabilmente, dell’iperspazio tanto frequentemente evo-
cato nel genere letterario chiamato “fantascienza” o science fiction, “finzione di
scienza”, ma della quarta dimensione secondo il principio formulato da Einstein:
una dimensione invisibile, il tempo.

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e lui rispose. Pál si alzò e si mise a camminare. Andammo
nella nostra vecchia scuola e prendemmo posto nei
nostri banchi in quella classe della terza elementare.
Era sera, la lampada di fuori ci faceva luce, e ci met-
temmo a parlare. E così mentre conversavo con lui,
reclinai la testa su quei vecchi legni e m’addormentai.
Per non svegliarmi più.” Tacque. Si sentì solo il suo respiro
affannoso, straziante, quello dell’agonia.
Con la voce roca gli sussurrai allora:
“L’amico mi scrisse il giorno dopo una lettera. Mi
parlò di quell’incontro.”
“Lui ti ha scritto, ma tu non sei andato a trovarlo.
Forse ne avevi paura. Eppure io desideravo tanto rive-
dere anche te, in qualche modo. Non è stato bello da parte
tua non aver tentato allora di fare di tutto per rive-
dermi. Ora l’hai fatto, e io sono venuto. Ma lo so, lo sai da
tempo anche tu: i segreti della vita e della morte
fanno una grande paura a tutti, e così, quando potreb-
bero conoscerli, fuggono tutti o fanno tentativi
ridicoli, infantili, per non sapere.”
Nicola mi sorrise col suo mite sorriso accattivante,
aperto e buono, e io lo guardai ammutolito. Mi
diede scacco matto e disse: “Scusa.”
In quel momento apparve a fondo valle un’altra figura
vestita di bianco. Un uomo. Lo riconobbi e gli cor-
si incontro Era mio padre. Mi guardava fisso. Mi
voltai per chiamare mio fratello, ma lui se ne stava già
andando nel bel tramonto rosso dell’estate. Che nuovo
mondo mi toccò conoscere, che cosa vidi allora, cosa avvenne
farà parte di un altro racconto a cui d’ora in poi
volgerò la mente.

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Addio, addio mio caro amico. Io non so se la rivedrò ancora
Ma le lascio in eredità i dieci anni passati con me,
nel suo lungo cammino. Le lascio inoltre un congruo vitalizio
per aver contribuito allo sviluppo della conoscenza con
il suo diario. Che la vita le sia sempre benigna. I sogni sono
alcuni veri, altri falsi. Io la conduco dove da qui escono quelli
veri. Addio ancora. Il suo
Sigmund Freud
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Appendice
Lettera a due amici

Cara Laura, caro Giulio,


questo è il secondo volume della trilogia iniziata quindici
anni fa, la prima parte della quale è apparsa a stampa ormai
da un lustro. Durante il quinquennio passato ho finito l’in-
tero lavoro. La seconda parte è destinata a portare un po’ di
sollievo, rispetto alla prima, intanto perché il personaggio
della guida non è più un anziano ancorché benevolo cele-
bre professore, ma una giovane donna che è stata davvero la
coscienza rigorosa della prima metà del suo secolo, il Nove-
cento. L’anelito alla libertà e l’identificazione con i sofferen-
ti potrebbero essere i contrassegni di questa seconda parte,
insieme alla dimostrazione di dignità da parte dei “perdenti
vittoriosi” che popolano gli episodi. Perseguire soprattutto
il successo personale, in questo regno, chiamato la “Regione
Profonda” (seguendo l’ultima scena del Faust II di Goethe),
appare vano e di poco valore: qui tutti lavorano per la con-
quista di un mondo più giusto ed equo, in vista di un bene
comune, e non per vantaggi personali. Appaiono personalità
di grande importanza, come anche degli sconosciuti, altret-
tanto importanti. L’incontro finale con Gandhi appena ucci-

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so e con l’amato fratello che gli narra il segreto della propria
morte, svelando alcuni aspetti del grande mistero del trapas-
so, assolve il viaggiatore dalla sua angosciosa malattia e dai
dubbi legati al mondo ingiusto in cui egli vive. Uscirà da
questa Regione Profonda fortificato, ma non del tutto guari-
to. Appare, alla fine, il padre che lo guiderà nell’ultima parte
del suo viaggio interiore, che non sarà più una psicoanalisi
(Primo libro), né una lunga autoanalisi (Secondo libro), ma
un vero atto creativo, compiuto durante una sola notte, in
cui l’autore percorre, a bordo di un vecchissimo furgoncino
Renault tutto l’universo conoscibile, la storia della sua epoca
e quella propria. Alla guida dell’automezzo c’è il padre che
tutto il tempo gli parla, canta vecchie canzoni, racconta bar-
zellette e sciorina proverbi. È lui Ulisse, l’ebreo ungherese
com’è il Leopold Blum di Joyce, il navigatore del mondo, il
piccolo borghese desideroso di conoscenza, ironico e serena-
mente disperato. Come tappa finale l’Autore viene introdot-
to nella cantina del commerciante di carbone Salomone, lo
zio Slomo, che da novantenne innamorato gli canterà il vero
inno all’amore: il “Cantico dei Cantici”. Ma anche la materia
canterà se stessa in un breve corale.
Ci sono varie altre sorprese di cui si parlerà nell’introdu-
zione all’ultima parte della trilogia.
Vorrei rivedervi presto, mi mancate.
Con molto affetto e riconoscenza
Giorgio

Ps. Non ho dimenticato il Talisker.

[Trieste, 19 settembre 2012]

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Nei boschi felici

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Preambolo

Gentile dottoressa,
dacché il Professore, suo padre, mi ha affidato a Lei, come
può ben comprendere ho avuto il sentimento di entrare
nell’ultima età di questa mia vita. Lo scritto che queste righe
vogliono accompagnare ha e non ha a che fare con la psico-
analisi e l’autoanalisi: è il resoconto finale dei miei incontri
con i tragici fantasmi del secolo passato. Ho vissuto finora
ben settantacinque anni, ho sofferto questo tempo come può
soffrire un sopravvissuto al disastro. Ora vivo in un bosco
felice, come quello di cui parla Virgilio nel Sesto Libro del
suo grande poema. Ma a me tutto appare lontano, sfumato,
senza contorni, eppure familiare. Perché le scrivo allora, mi
domanderà: quale necessità mi induce a riprendere i miei
contatti terapeutici con lei? Come ultimo atto della mia esi-
stenza, vorrei finalmente lasciar parlare in me non soltan-
to i terribili eventi dell’arco del mio cammino, ma anche le
care voci che hanno composto la sinfonia della mia vita. Jene
Töne will Ich jetzt betönen1, e lasciarle risuonare, volare so-
1
“Non queste note voglio intonare, ma altre, più gradevoli.” Ludwig van
Beethoven, Nona Sinfonia…

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pra la terra. Posso pregarla di leggere e commentare questo
scritto, e se avrò bisogno di essere sorretto nei miei ultimi
passi, di aiutarmi a compierli?
In questo ultimo viaggio, da me descritto durante una sola
notte, con enorme sforzo, non ci sono più contrasti né diver-
genze, non c’è bene né male – tanto – nella natura umana,
nella composizione chimica del nostro organismo: per quello
che ne sappiamo ora, le due cose sono riconoscibili, ma per
adesso non separabili. Forse verrà il momento, ahimè non
auspicabile, in cui lo saranno. Chi le separerà, chi decide-
rà la nostra sorte, quale tiranno, o quale ente infinitamente
buono?
Insomma, è questa assenza della legge, questa assenza del
giudizio, questa coincidenza degli opposti, di memoria to-
miana che fa il regno in cui mi addentro in questo mio scrit-
to: il regno della libertà che contempla tutta la vita, l’enorme
dissonanza di sofferenza e di gioia in cui passiamo da esseri
coscienti, e poi da molecole, atomi, particelle. Constaterà,
credo con sorpresa, il notevole mutamento di tono, di tec-
niche narrative e poetiche intervenuto in questo mio ultimo
scritto, rispetto al precedente. Spero che non se ne abbia a
male. La ringrazio con deferente devozione e ringrazio anche
il caro Professore, che mi ha accompagnato in un cammino
faticoso, amaro e infine esaltante, verso il termine del quale
sto per arrivare in un buon porto.

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1
La nascita. Apollo

Tra tr re tatatata tatata. Si mise


1
in moto come questo libro il Renault e al volante se-
deva il mio signore, anzi il mio amico2, e padre,
guardava davanti a sé nell’oscurità e cantava la canzone di
Archimede3: “‘Ogni corpo che nell’acqua sta, an-
gelo mio, del suo peso perderà4, angelo mio…’
Quanto pesa l’acqua che è stata da quel solido
spostata, angelo mio. Non avere paura, io non
sono un guidatore del tutto inavveduto. Io non voglio
rischiare la tua vita, visto che la mia non la posso più
rischiare. Percorreremo il mondo in lungo e in largo,
sbuffando come un vecchio treno alla ricerca di quello
che vuoi trovare. Non sei qui per questo, non cerchi di

1
Renault. Un furgoncino, prodotto dalla celebre fabbrica francese di automo-
bili dove lavorò anche Simone Weil.
2
Riferimento al sonetto di Francesco Petrarca “Passa la nave mia colma d’o-
blio”.
3
Canzone studentesca ormai dimenticata sulla Legge di Archimede (Siracusa,
III secolo a.C.).
4
Diventiamo tutti più leggeri, immersi in un liquido o gas.

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Nero quadricromia
varcare il grande muro tra vita e morte con la fa-
5
vola di Virgilio ? ‘Arma virumque cano…’” “Sì, io
cerco quello, voglio sapere della tua morte.” “Non
cerchi noi, non sei qui per questo. Tu cerchi quello che
non esiste eppure esiste. Troveremo quel punto.
Il punto che come tutti i punti non ha dimensioni ma
6
è reale .. Ti porterò su questo Renault scassato su
cui trasportavo le oche da vendere, su questo furgone
prestato da Giorgio Rottmann7 in cambio di tre candele nuo-
ve del motore perché si erano bruciate, candele
di porcellana e di zinco. Solo su questo carretto unto
e bisunto dal grasso delle bestie spennate potrò
traghettarti di qua e di là, su questo carretto sul quale
ho portato tanti corpi morti di animali, polli, tac-
chini, oche e dove siedo ora io morto e tu vivo, io
ti guido dove né tuo nonno né tuo fratello han-
8
no potuto portarti , né tu hai saputo portare te stesso,
nel mondo popolato di esseri davvero buoni e
di una moltitudine ancora più grande di poveri diso-
rientati esserucci che a volte si trasformano in mostri.
È questo il regno luminoso e piano, sono questi
i tuoi Boschi Felici dove i sentieri si biforcano
come ostentava il cieco e veggente Borges9. Giorgio Rott-
mann avrebbe voluto darti in moglie sua figlia quin-
dicenne, e tu avevi dodici anni, purché la prendessi
con quel fianco che la faceva zoppicare; era di-
5
Il poema intitolato Eneide (Libro VI: “La discesa agli inferi”). Qui si cita in
latino l’inizio del poema.
6
Il punto di cui si parla qui è, diciamo, la trascendenza. Che c’è ma non ha
dimensioni.
7
Probabilmente un commerciante amico del padre dell’Autore.
8
Non hanno mai raggiunto il Terzo Regno, quello del flusso di coscienza.
9
Jorge Luis Borges (1899-1986), scrittore argentino, divenuto cieco. Era dav-
vero cieco per tante cose e davvero un veggente per tante altre. Come tutti noi.

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Nero quadricromia
sposto a farla operare, era bella tondetta, io l’avrei fatta
venire nel mio letto, ma tua madre, povera… Non ne
parliamo ora, forse dopo… Tu avevi il fasinko10 troppo
piccolo, ma già nel bagno avevi guidato la nave!
La nave con l’albero e ridevi e lei la zoppetta tonda con
guance rosse già si faceva cosare in cantina da uno
zingarello della piazza: l’ho sentita urlare un giorno sa-
lendo le scale posteriori del grande edificio11. Io:
‘Accidenti, ma che succede, porco!’ Non avere paura,
ho visto bene quel brutto tipo che mi veniva addosso;
l’ho scansato, hai visto e io sono sicuro che quel
punto… che quel punto era lì un attimo fa, nell’aria
a proteggermi. Perché è quel punto, quel quasi nulla
che ti salva, è quel punto senza dimensioni, senza nulla;
lo rintracceremo, sii paziente perché io so cos’è ed è la sola
cosa che posso tramandarti, niente altro, non ho
soldi, non ho beni, non ho saggezze tranne dei proverbi che
ho imparato da mio padre, ma di questo parlerò più
tardi, ora ho soltanto questo che ti lascio, quel
punto eterno chiamalo come vuoi e l’altra cosa altret-
tanto indefinibile quanto quel punto: la mia allegria…
‘Ogni corpo che nell’acqua sta, angelo mio,
del suo peso perderà, angelo mio…’ Sai che dico io
12
alla tristezza? ‘Gnesghem ’, cioè leccami il culo.
Ecco, queste due cose, l’allegria e un punto, nient’altro
ti ho tramandato ed è per questo che ti porto su questa
carretta di oche morte attraverso il mondo. Dopo
questo viaggio sarai guarito te lo prometto, e ora avan-
10
Traslitterazione della parola ungherese faszinkó, “piccolo cazzo”..
11
Le scale posteriori: i grandi edifici a ringhiera delle città dell’Europa centra-
le avevano due scale: una per la servitù (posteriore), una padronale (al centro).
12
Espressione gergale ungherese contrazione di Nyald ki a seggem (“Leccami
il culo”).

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ti, in sella! Avder hú jivne hú betò bekarov beelbenè
13
bekorauv, elbenè elbenè, benèvèsehà bekorauv .” Così
cominciò a cantare allora uno dei canti della sera di Pasqua14
della sera della liberazione da tutto, da tutto, da
noi stessi. “Dimmi come sei morto, ti prego. Mi
hanno tanto tormentato le vecchie zie con i tradimenti
che hai fatto alla povera mammina.” “Tradimen-
ti, somarello, tradimenti… Tu sai che cos’è la dolcezza
del sesso e vieni a parlare di tradimenti…” Stetti
zitto e lui frenò di colpo. “Tu sei quello che ho ama-
to di più tra tutti i figli che ho avuto, e vieni a
parlarmi di tradimenti. Allora non vale nulla la vita.”
“Lascia, ti prego, lascia, non parliamo. Riparti,
ti prego, portami non so dove… Dove le miserie della
vita non esistono più.” “Ma, figlio mio, le
miserie della vita sono la vita e non sono miserie: sono la sua
bellezza ridicola, retorica, esagerata.” “Ora vorrei
essere sincero fino in fondo con te, non più finzioni:
sono venuto a cercarti per questo, per parlare fi-
nalmente, parlare con libertà senza finzioni.” “Va
bene, figlio mio, parliamo.” Ripartì la vecchia carretta
sbuffando e dando colpi e contraccolpi e dopo un
lungo silenzio di qualche galassia Yitzhak, mio padre,
riprese a parlare (leggere all’indietro da qui): “oinnellim nu
id orteidni onrot, òrelrap ihcitna ipmet id.”
La vecchia scrittura bustrofedica, cioè da cammino dei
buoi che arano: una fila così ìsoc artla’nu, avanti
e indietro come i romanzi, come quei buoi che li scrivono
imitando il cammino di buoi asserviti al padrone:
13
Preghiera ebraica della sera di pasqua (Pesach).
14
Il “Seder”, la celebrazione della Pasqua ebraica consiste nella lettura
dell’Haggadah, che contiene la narrazione dell’esodo dall’Egitto e dei canti, uno
dei quali è quello citato nel testo.

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Nero quadricromia
ma questo padrone chi è? La vecchia tradizione, il vec-
chio libro che narra del passato perché narrare
è la schiavitù di essere già stati. Esistiti e poi spariti.
Non farti schiavo, figlio mio, lascia che tutto vada
come va la vita e non mettere te stesso come Hamsun
o Miller o Céline oppure Gadda sul podio dell’eroe
invincibile… Sii quel povero pidocchio ché siamo
nati in letti di pidocchi e non come eroi, come gran-
di… ‘Ogni corpo che nell’acqua sta, angelo mio,
del suo peso perderà, angelo mio…’ Tu vuoi sa-
pere come sono morto: è più impudico questo delle
15
figlie di Lot che hanno fatto l’amore con il loro pa-
dre. I figli non devono sapere come il boia uccide il
loro padre, come la morte lo trascina via sulla
schiena come un quarto di bue, ma io ti racconterò
tutto, figlio mio, perché sei qui per sentire il mio se-
greto e io ti regalerò il mio segreto, altro regalo
non ho, io sono shóher16. Però devo cominciare da
lontano, dall’inizio del secolo in cui sono nato,
proprio nel primo anno, esattamente il 1° ottobre,
il decimo mese, quindi se tu calcoli sono stato conce-
pito dal babbo e dalla mamma la notte di San Silvestro
nell’ebbrezza dell’anno che entrava e dell’altro
che usciva: entrare, uscire, sono nato da questo mecca-
nismo di mamma e papà durante la notte, forse
proprio a mezzanotte se ben conoscevo il mio povero
papà, io lo immagino con l’orologio in mano, a mezza-
notte del 31 dicembre 1899, già 1900. ‘Ecco ci siamo,
via, cominciamo!’ E si sono messi lì a fabbricarmi
15
Pentateuco, Genesi, 11-31. Nel racconto, le due figlie di Lot per procreare
si fanno ingravidare dal loro padre durante il solitario esilio tra i monti vicino a
Sodoma e Gomorra.
16
Povero (ebr.).

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all’ora zero in punto del Novecento è cominciata, sì, la
mia vita e io sono nato a mezzanotte del 1° otto-
bre di quel 1900. Era un bel burlone mio padre: è
lui che mi ha trasmesso l’allegria e io ho cercato di farlo
con te, figliolo, ma poi tua madre… Ma bue, guarda
come guidi! Di nuovo vogliono venirmi addosso,
che Dio… li … Imbecille panciuto… Che cosa volevo
dire… Ah, ecco, io sono il primo figlio del secolo come
17
Heine diceva del suo, imbrogliando perché lui era
del ’97 e non del 1800 in punto. Il mito del pri-
mo nato, che scemenza… Abbassa quel faro, carogna
putrefatta, non vedi che mi stai già accecando…
Carogna, via! Ecco, ti ho detto come sono stato gene-
rato secondo la leggenda famigliare e poi sono
cresciuto con quel dono del primo figlio di quei cento
anni nei quali m’hai seguito dopo un po’ anche tu,
collega, sì, collega di secolo. Ciao collega, come
va la vita? ‘Ogni corpo che nell’acqua sta, angelo mio,
del suo peso perderà, , angelo mio…’” “Sei
andato troppo indietro nella storia ortara’l atlov del tuo
racconto.” (Ho ereditato dal mio caro padre la dote di
parlare alla rovescia: frasi intere dalla fine all’inizio.)
Ora mio padre mi disse questo: “Hai ragione, bambi-
no, figlio mio, ma ora vado avanti come una freccia…”
” “Attento, c’è un camion sulla strada!” “L’ho visto, fi-
glio mio, cosa credi, vedo bene, vedo anzi benissimo.
Anche qui, in questo strano regno c’è un traffi-
co, un’indisciplina… un viavai di morti d’ogni specie… Mi
ricordo quando ho visto la prima volta mia sorella,

17
Heinrich Heine (1797-1856) uno dei più grandi poeti tedeschi di tutti i
tempi, popolarissimo, ebreo. Il suo apporto alla cultura tedesca è stato unico, per
l’originalità e l’aggraziato ma feroce spirito critico.

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poverina, con la punzi mentre le cambiava il pannolino
la tata, la Giulia, poverina. ‘Non ha il fischietto,
dov’è il suo fischietto?’ mi misi a gridare a squarciagola.
‘Glielo compriamo domani al mercato,’ mi disse
mio padre, tuo nonno, e poi mi diede mezzo fiorino
e disse: ‘Corri, compra tu il fischietto per tua sorella
giù al mercato di piazza Teleki, ma bada che quel
fischietto fischi come si deve, se no perché chiami
quell’affare proprio fischietto?’ ‘Il mio non fischia,’
dissi. ‘Sì, aspetta ancora, quanto? Uno, due, tre,
quattro anni e vedrai che fischierà, fischierà come la
18
pacsirta .’ Ecco, porca vacca, ecco la gente come
guida in questo viale affollato che conduce…” ”
“Dove conduce?” “Non lo so, figlio mio, maga-
ri non conduce da nessuna nessuna parte.” “Se non
conduce magari non vuole per sé nessuna meta:
vuol essere lasciato a se stesso e vagare, vagare come
stelle vaganti, vagare come stiamo facendo noi.”
“Sì, come te, dolce mio figliolo che sei vecchio e non
vedi più bene, la cateratta ti vela tutto quanto e tu
vagoli trascinando i piedi.” “Mi piace questo stato, sai,
padre. Mi piace perché sento d’essere sulla soglia
di qualche grande rivelazione. Sento di essere come Ti-
resia il veggente, e come Faust, come John Milton19.
Quanto mi piacciono le leggende di ciechi!” “Ti piac-
ciono? E va bene, ognuno ha il suo proprio modo di
estasiarsi: se il tuo è quello d’essere cieco, sii pur
cieco, e buona notte al secchio em a onrot.”
18
Allodola (ungh.). È anche il titolo di una canzone popolare spesso interpre-
tata dai violinisti tzigani.
19
John Milton, (1608-1674) poeta inglese. Tra le sue opere più celebri Il Para-
diso perduto, che lui scrisse già cieco, dettandolo alla figlia (Loth). Grande tem-
pra: secondo lui anche la cecità era fonte di chiaroveggenza.

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Nero quadricromia
Mio padre premette l’acceleratore e il furgoncino
ebbe un sobbalzo, e poi sbuffò e continuò la cor-
sa pietosa20 e senza una meta. Mio padre riprese
a parlare: “Io giocavo nel vecchio grund21 perché
pure da noi c’era un grund, non solo nei Ragazzi della
via Pál che cent’anni fa ha dato tanto soldi a
quell’ebreo pazzo di Ferenc Molnár22 che poi se li è
giocati fino all’ultimo, prima di buttarsi dal trentesimo
piano d’un grattacielo a New York, lo scemo. Mi
devi ascoltare, tu lo sai che pur essendo allegro e scher-
zoso non sono stato mai un chiacchierone, ma ho
taciuto per ben trent’anni in quell’angolo tristissimo di
via Kozma, nel cimitero ebraico enorme e malan-
dato e pieno di volpi e talpe e serpenti e brutti vermi,
così che ora parlo e tu ascolta…” “Attento! At-
tento! Stai mettendo sotto…” “Ma cosa dici, vecchio
mio, io guido benissimo anche se non ti sembra,
non fare come tua madre se no ti do una botta sulla
bocca. Senti questa… Come cresceva mia sorella,
anch’io crescevo, e pian piano ho imparato come
funziona il fischietto e cosa aveva mia sorella a quel
posto. Pure mio fratello che io non ho visto per
più di quarant’anni sulla terra… Lui fa il morto in Brasile e
io… e io qua o… Non so dove siamo… Mio fra-
tello Eugenio è nato cinque anni prima che io nascessi,
l’ho visto un giorno che faceva il dottore e la mia
sorellina la paziente nuda, distesa sopra il suo letto…

20
Riferimento a La Gerusalemme Liberata, Torquato Tasso: “Canto l’arme
pietose e ’l Capitano…”.
21
Terreno (ted. e ungh. gergale). Vedi il romanzo di Molnár I ragazzi della via
Pál.
22
Ferenc Molnár (vero cognome Neumann, 1878-1952), scrittore, giornalista,
drammaturgo.

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Nero quadricromia
‘Ma cosa fai?’ ‘Sta’ zitto, imbecille, devo vedere
bene com’è fatta, se no come imparo certe cose?’ ‘Fal-
lo vedere anche a me.’ ‘No, vattene! Sei piccolo: que-
sto è per i grandi.’ Mi spinse fuori dalla stanza e disse
di stare zitto su quei fatti, e allora lui m’avrebbe
istruito bene tra qualche tempo, quando non sapeva.
Tre anni dopo, un bel mattino di maggio, al posto
di andare a scuola in via Homok, cioè in via della Sab-
bia, andammo in via Conti, dove stavano allora i
casini, e lì mi pagò mezz’ora d’apprendistato con una
puttana ancora giovane e non consunta che mi
fece vedere com’era fatta per filo e per segno e mi pre-
se fuori il fischietto, se lo mise in bocca, lo mas-
saggiò in tutte le maniere, e tu capisci come andò a fi-
nire. Che mattinata, cosa non provai a sentire la
pelle d’una donna, liscia, a sentire come m’abbraccia-
va, s’attorcigliava sui miei fianchi con le belle
gambe lisce e amorose, la bocca, i capelli, le calde
mani, il ventre, la schiena, il collo da cigno, e la
punzi, i peli della punzi… Oh cosa non provai a odora-
re il profumo di quel corpo femminile; il cuore
mi batteva nella gola, il mondo mi roteava intorno;
ero perduto ed era bello questo perdermi
nel sesso e sentivo nel fischietto una dolcezza, una
tensione, un qualcosa che allora non sapevo né
dire né descrivere o raccontare. Ancora adesso mi ver-
rebbe voglia, però ora non ho nulla: né fischietto
né desideri né quei pensieri, se non dei lampi come
23
quelli di Rimbaud . Ma tu ormai hai sentito questo
23
Arthur Rimbaud (1854-1891), poeta originalissimo francese, la sua vita è
degna di un romanzo ad alta tensione. Scappò di casa giovanissimo, come l’Au-
tore, di cui è uno degli idoli. La poesia a cui ci si riferisce qui si intitola “Illumi-
nations”.

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Nero quadricromia
inizio della mia vita, tu vorresti correre verso la
fine perché t’interessa soltanto quella: non la vita, ma
la morte. Abbi pazienza che ci arriverò nel mio
racconto, ma il più tardi possibile, amico mio,
perché la vita è rifluita in me e arrestarne il flusso è
cosa brutta anche adesso, al di qua del muro che
ci separa, che ora separa anche te dalla vita vera, calda
e tanto mobile che è impossibile afferrarla. Sepa-
ra anche te che pensi sempre a quando sarai qui, in
questa landa, in questa ombrosa e simpatica regione.
Ma dove gira questa strada, e come? Ritorna sem-
pre allo stesso punto. Questi tornanti sono pericolosi,
ma io vado avanti, non m’importa, non ho paura,
di che cosa poi dovrei aver paura? ‘Ogni corpo
che nell’acqua sta, angelo mio, del suo peso perderà,
angelo mio…’ Ma no, adesso cambiamo la canzo-
ne: ‘In casa Virág c’è la luce, dentro un pentolone
cuoce, zummazum zummazum reze fize bum
bum bum. Zummazum zummazum e zumma…’
Ho cominciato a sentire ogni giorno strimpellare la
mia sorellina per la quale il mio buon genitore
aveva comprato un piano verticale e lei suonava i suoi
esercizi come un automa cominciando sempre
daccapo e daccapo e daccapo. ‘È questa la musica,
questa lagna?’ mi domandavo e ho anche sentito
la parola ‘cacofonia’ e non sapevo che cosa significasse
la parola, ma la gridavo sempre a mia sorella e
correvo fuori e me ne andavo a giocare a calcio coi miei
compagni; a scuola andavo male, ma andavo pur
di non stare a casa ad annoiarmi dell’odore di grasso
d’oca e cavoli della bottega dei miei genitori e dei po-
veri del nostro distretto che compravano due decilitri

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di latte. Mi balenano bacini, peli, seni, occhi e
bocche ridenti e fuggitive, spalle, sederi, gambe belle e
brutte, mutande, reggipetti, calze, tacchi… Al li-
ceo non sono mai andato regolarmente, ogni pomerig-
gio andavo a giocare a calcio in piazza tra i chio-
schi dopo l’ora di chiusura, ma alla sinagoga ci andavo
a imparare riti e vecchie storie; le lettere che leggevo
alla fine veloce come un fulmine non avevano senso
per me, nulla di quello che leggevo in ebraico aveva
senso: ripetevo l’incomprensibile, solenne niente,
il nulla, perché oltre quei suoni non c’era nessun signi-
ficato; c’era qualcosa di enorme, vero, che io non
avrei mai compreso, ma in qualche modo solo intuito:
l’Eterno di cui mi parlavano a scuola, in casa, e
mia madre. Mi divertivo in quel chiasso sordo della
vecchia sinagoga annerita in via dei Grandi Trasporti
immaginando anche l’Eterno come un grande, sordo
inarrestabile rullare nel niente. Venne il bar
24
mitzvah , a cui mi preparai applicandomi mille e mille
volte alle preghiere, a leggerle veloce, alle que-
stioni che quel gran rullare mi poneva senza una rispo-
sta. È questa dunque la fede, la religione, il non
aver risposte né domande, soltanto suoni e un sentimento
di qualche cosa di grande, di enorme che circon-
da tutto nel cui ventre c’è il cosmo, il grande universo?
Così io fui consacrato membro adulto della co-
munità mentre una manina d’avorio mi guidava
tra le lettere e le righe della Torah25 e tra gli spazi bian-
chi, mentre anche la mia voce ormai d’adulto rul-

24
La consacrazione ad adulto di un maschio di tredici anni secondo la reli-
gione ebraica.
25
La Legge, il Pentateuco.

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lava nell’ignoto e nel niente. E quando avevo ormai
quattordici anni scoppiò la guerra e venne nelle case
l’angelo della morte, in ogni casa. L’angelo della
fame e della tristezza, l’angelo dell’odio e del disprez-
zo, l’angelo che converte gli umani in animali pri-
vi di giudizio, in belve, in conigli, in topi e vermi
di cui si popolavano le strade e le anime e i cuori e i
cervelli. Mia sorella strimpellava sempre, e ora io
sedevo dietro a lei e godevo della vista del suo corpo
che si muoveva come quello d’una gazzella che
avevo visto saltellare tra le pietre finte del giardino
zoologico. La cacofonia neanche la sentivo, gode-
vo solo il corpo della Iza, e delle battone del casino di
via Conti alle quali dicevo d’aver vent’anni.”
“No, no, quell’autobus ci viene addosso frena!” “Non
freno, è peggio se mi centra, ”no, no! Ma porca la mi-
seria ci è passato a destra ma che roba! Credevi
che ormai il mio segreto sarebbe stato sigillato in eter-
no, il segreto della mia morte per la tua testolina
di ragazzo, per la tua testolina di vecchio cieco.
‘Lei che m’ha preso il cor lei è per me il primo
amor… Desidero le sue due mani, le sue bianche
mani tanto morbide, desidero le sue movenze che
trapassano come onde il mio cuor, desidero la sua pa-
rola, che incanta… la desidero, la desidero con
ardor.’” ” “Sei stonato come una campana padre,
sì, anche ora resti stonato: sì, la disarmonia resta oltre
la vita.” “La disarmonia, ma l’essere stonati non
c’entra, io te l’assicuro: guarda te stesso tanto intonato
e tanto tormentato e dilaniato. Calmati, figlio mio, con
l’allegria io ti ho trasmesso anche la calma e il
sangue freddo, non li rinnegare come non hai mai

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mai rinnegato il sesso, il caro stimolo del corpo,
la cara fonte d’ogni godimento. Povera Iza, come
l’hanno uccisa quei maiali di tedeschi non l’ho mai
saputo, so solo che in quel lager di Bergen-Bel-
sen26 lei morì coi nostri poveri genitori disgraziati,
i tuoi sfortunati nonni; quelle merde di nazisti li
hanno uccisi, nemmeno io so come ho vissuto
altri quarant’anni sapendo che orrore, che sofferenza
gli toccò passare… Aspetta, fermo un attimo il furgo-
ne perché non posso avere nella testa questo
pensiero e non piangere dal dolore. Che Dio fotta…
Scusa figlio mio…”
Reclinò la testa sul volante, nascose il viso e vidi in
quel momento le sue spalle scuotersi: piangeva.
No, non l’ho visto piangere né sentito la sua voce, ho
soltanto visto le sue spalle scuotersi e null’altro,
e questo era il suo pianto vero per la morte del nonno,
della nonna e della Iza, l’amata sorella assassinata.
Un morto che piangeva altri morti. Un pianto
al quadrato, all’infinito, questo mi era parso il movi-
mento delle spalle e la testa reclinata. Poi d’improvvi-
so vidi rialzarsi la testa e vidi che invece rideva,
ma aveva ancora lacrime in faccia, e rideva e piangeva
e io gli domandai: ” “Ma cosa fai?” “Che faccio?
Rido e piango, piango i miei poveri vecchietti,
che sia benedetto il loro nome. Sono morti come cani,
abbaiando per il dolore e poi rizzando le gambe

26
Campo di sterminio. Vi morirono migliaia di ebrei tra il 1943 e il 1945.
Anche la ragazzina Anna Frank vi morì, così come i nonni dell’Autore e sua zia
Iza. Un filmato dell’epoca girato dai nazisti fu montato dopo la guerra da Alfred
Hitchcock. L’Autore credette di riconoscervi sua zia e fu annichilito da quelle
immagini.

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Nero quadricromia
e le mani come la famosa carogna di Baudelaire27. So
anche questo: Was glaubst du, dass Ich bin ein buta
àllat28. ‘Cara figlia Miranda, scappiamo dalla
filanda stasera saremo a Baghdad-ba.’ Non aver
paura, ho dato gas per correre, con questo racconto
siamo troppo indietro. Ridevo perché mi era venu-
to in mente di quando sono andato a puttane
con mio cugino Tibor, e sai dopo quattro round mi
sono addormentato, e al risveglio ho visto, che caro-
gna, ho visto un fiocco rosso sul fischietto, un
bel fiocchetto rosso, sì, di seta: l’avevano legato lì le
donne, e Tibor rideva seduto in un cantuccio.
‘Puttana madre grido’, e lui ride… Vedi, pensando
ai miei vecchietti mi è venuta in mente quella scena
perché se mi colpisce un gran dolore, in quello
stesso istante mi colpisce anche un grande, disperato
riso, per difendermi: è come uno scudo. ‘Sei un
dibuk29,’ mi dice tua madre, e credo che abbia ragio-
ne. Uno spirito si è infilato in me, non so di chi,
per vendicarsi ancora: chissà, forse per quando ho
rubato delle arance a quel fruttivendolo di via
Karfenstein che mi ha odiato e odiato. Non mi lascia
mai piangere, quel porco, non riesco a far piangere la
mia anima; questo è stato, vedi, il mio tormento,
ma anche nel tormento mi veniva da ridere…
Si è rizzata la cravatta dello zio, si è rizzata, rizzata…
Io stasera vengo da te, babata, vedi, non ricordo
più le parole: dico a casaccio delle sillabe, babata
27
Charles Pierre Baudelaire (1821-1867) poeta francese tra i più coraggiosi
innovatori. La poesia qui citata si intitola “Une charogne”. Un grande, grande
poeta: comporre versi su una carogna di cane come fonte di eccitazione erotica…
28
“Credi che io sia una stupida bestia” (ungh.).
29
“Spirito cattivo” (ebr.).

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non vuol dire niente, niente, è un’onomatopea, dice
solo questo: ‘Guarda un po’, io sono un’onomatopea.’ Eh
già, lo sai oltre alle letture la mia vera passione sono
le donne: sì, le donne e niente altro. L’essere così
lontano, inafferrabile… Vedi, io vendevo le collane
della tua mamma, perché vergognarmi ancora,
adesso, no, non serve a nulla, non c’è vergogna qui,
come potrebbe esserci, non è niente la vergogna,
è un comportamento senza senso, è una vergogna
vergognarsi, sai: per pentirti, non puoi vergognarti,
ma essere afflitto, afflitto a morte. Andavo a impe-
gnarle tutte quante, le belle collane di tua madre, al
monte dei pegni per dare i soldi a Eva, Marta, Susa,
Ila, Rosa, Giuditta, Magda, Piroska, a Gizi…
Portavo quei gioielli e tua madre, povera, povera la
tua madre li riscattava rubando le ricevute dalle
tasche delle mie vecchie giacche: che vita orrenda ha
avuto, nebbich30.. Ma quanto ho sofferto anch’io
quando m’han portato via. Andò Samuele, andò in
Africa. Con lui la moglie Sara, vecchia. Prese
molte armi e munizioni per poter sparare ai leoni…
A momenti mi ha staccato il paraurti, che la lue lo
mangi, quel brutto rosche31, m’ha rovinato il parafan-
go, Giorgio Rottmann me ne dirà quattro. Ma
chissà dov’è adesso quel meschugge32, qui non l’ho
visto mai, dove s’aggira, in quale regno, quale balza,
in quale ottuso errare, poverino caro, sa solo
imbrogliare i compratori, fa calcoli sulla carta che
se uno legge lo denuncia subito e buona notte.

30
“Povera innocente” (yidd.).
31
Cattivo (yidd.).
32
Cretino (yidd.).

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Ma cosa vuoi che leggano: non sanno né leggere né
scrivere al mercato. Si aggira forse anche ora, sempre
tra i chioschi, di notte, e canticchia ‘Ogni corpo
che nell’acqua sta, angelo mio, del suo peso
perderà, angelo mio…’ Così canticchia il fantasma di
Giorgio Rottmann.”

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2
Giorgio Orth. Il mistero della sfera

“A proposito di Giorgio, ti ricordi, ti ho parlato di Gyuri


Orth, di Orth Gyuri1, campione più campione di
tutti, l’artista della palla più artista, tutte le sue giocate
erano una sinfonia, una danza; danzava come
gli angeli, truffava i difensori con le sue mosse
come noi siamo truffati, figlio dolce, da tutta la nostra
vita e dalla morte, truffati e divertiti; e Orth Gyuri
faceva così con le sue finte, con i palleggi, con le sue
girate, con il mistero della sfera che vola: pareva alzarsi
in aria tre metri per metter dentro con la testa il coso,
la palla, e tutti i ventun giocatori avversari e amici
stavano stupiti in mezzo al campo, e anche i tifosi
non capivano nulla: ‘Ma che è successo, com’è finita
dentro quella palla?’ Orth Gyuri che se n’è andato
giovane dal campo perché quel maiale austriaco2
gli è entrato dritto sul ginocchio per rovinarlo, maiale
maledetto: che marcisca, marcisca in eterno, che
1
György Orth (1901-1962), uno dei più grandi giocatori di calcio ungheresi di
tutti i tempi. Gyuri (ungh.) è il vezzeggiativo di György.
2
Il calciatore austriaco Johann Tandler, vero macellaio, azzoppò Orth durante
una partita amichevole, a Vienna, nel settembre del 1925.

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Nero quadricromia
i vermi lo risputino, lo ricompongano per mangiarlo
ancora e risputarlo ancora fino alla fine del mondo fe-
tente, il mondo ormai lurido e marcio dove però
ci sono pur le donne, le care donne che fanno scordare
tutto il resto. Musica! ‘Son andato al mercato
con Schneider Fanny, con Schneider Fanny,
con Schneider Fanny3, le ho comprato una
gonna rossa con tre pieghe, tre, con tre pieghe,
tre, con tre pieghe tre. Schneider Fanny mi disse così:
Non mi serve la gonna, no, mi serve solo
un gigolò che faccia venire i brividi.’ Orth Gyuri
deve essere il primo se c’è un posto dove ci raccolgono,
il primo a essere premiato con la vita eterna tra
gli angeli, cioè tra le ragazze di vent’anni: lo sai
tu, l’hai già scritto nell’Elefante, nell’Elefante verde4,
trent’anni fa, come ho vissuto e cosa ho passato,
ma non hai scritto come sono andato in pensione, come
m’hanno costretto ad andarci, ora te lo dico…
Ma fotti quella puttana di tua madre, non puoi guidare
meglio, brutto scemo? Non vedi che mi vieni addosso,
scemo? Un centimetro e mi veniva dentro… Ma
guarda te come si guida oggi! Dove siamo, sulla strada
di Fiume? O sulla Karfenstein? Mi sono perso…
O siamo forse a Parma5, sì, Parma; siamo lì o forse a
Ottawa6, vicino al mercato. Certa gente non do-
vrebbe mai avere la patente. Sono andato in pensione

3
Riferimento a una canzone ungherese degli anni trenta, a doppio senso:
Fanny non vuole la gonna.
4
L’elefante verde (Torino, 2002).
5
Il fratello gemello dell’Autore ha studiato e abitato a lungo in questa bella e
celebre città dell’Italia settentrionale.
6
La sorella dell’autore, Agnese, ha abitato a lungo a Ottawa, capitale federale
del Canada.

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perché in ufficio c’era una giovane impiegata bionda:
tu non l’hai conosciuta, non potevi, tu conoscevi
la Margit che ho mandato a Roma a trovarti: io speravo
che ci facessi qualcosa anche tu, era carina, ma
forse un po’ vecchia per te; comunque quella ragazza
in ufficio era bella e procace, aveva un fare sem-
pre a doppio senso; ogni movenza, gesto o occhiata
prometteva qualche incontro amoroso, qualche
posa, qualche modo di… Capito? E io ho negato o ta-
ciuto sempre davanti a te quelle mie storie, ma
ora sono venuto per raccontarle a te, a te, a chi se no?
Ma guarda, tutta la vita a fare delle commedie
con quelle vecchie zie di tua madre, vecchie odiatri-
7
ci del sesso, tranne la Ila, la Ilona , che voleva,
anzi, che andassi a letto con lei: mi mostrava sempre le
tette… Ma lasciamo andare, storie miserabili…
Quella ragazza mi piaceva molto, e io le davo sempre
dei soldi, e un giorno le ho detto che per tutta, per
tutta la vita le avrei dato ogni mese mille fiorini, che le
avrei fatto fare il bagno nel latte e nel burro8, se si
9
sdraiava con me, se si sdraiava per me , e lei è andata
dal capufficio, col quale aveva una storia, e gli ha
spifferato tutto quanto, e quello m’ha chiamato e mi ha
detto: ‘O vai in pensione, e te la cavi, o ti faccio
sbattere fuori da quest’ufficio.’ Erano anni di morali-
smo schifoso, e così, a sessant’anni, sono andato
in pensione, ma non dalle donne: da quella volta ne
ho avute cinque, una di queste era la Margherita,
un’orafa, ed è stato per questo che ti ho chiesto di
7
Procace prozia dell’Autore. È morta a novantadue anni, l’11 agosto del 1999,
giorno d’inizio di questa trilogia.
8
“Trattare da regina” (ungh.).
9
“Andare a letto con qualcuno” (ungh.).

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portarmi sempre, ogni volta che venivi, un anello
con diamanti di tanti carati, e tu una volta ne hai porta-
to uno con le faccette rotte, e ti ho chiesto di farlo
cambiare lì, in Italia, e tu non hai voluto. Brutta
cosa! L’arbitro fischia, si può cominciar, si spingono
avanti gli attaccanti. Tu mediano comincia l’a-
zion, voi difensori attenzion! A te, portiere, dico
questo: ‘Prendi la palla, presto, presto, scagliala
via come un lampo. Dove? Almeno al centrocampo.’
Le ho comprato un appartamento, a Margit, alla
mia orafa: che cosa credi? Ho risparmiato, ho
anche preso qualche prestito dall’azienda, un prestito
nascosto… Insomma, le ho preso un appartamento vi-
cino alla via Pál, ma pensa, ma pensa che coincidenza,
questa… E sta ancora lì, se non è morta, ma forse
ha solo ottant’anni e si aggira per l’Ottavo Distretto
in cerca di vecchi gioielli d’oro… Chissà, mi ha
portato sulla tomba per tanti, tanti anni le pietruzze,
le hai viste e hai supposto che fosse lei, anche se
la ritenevi una rosche perché una volta a casa sua,
in via Baros, davanti a te, ha detto che io non riuscivo
a infilare… Mi hai già capito, so che ti ha fatto
una certa, brutta, stupida impressione, ma le pietruzze
le portava lei perché era grata di quello che ho fatto
per lei, e non ho fatto per tua madre, e so che
tu, dentro di te, non hai deprecato questo, perché tu
capivi quanto la vita aveva imbruttito tua madre,
ingrassata e sfatta, e anche la malattia, quello schifo
di depressione e tutto il resto, la miseria e la fatica
bieca, e a me piacevano le donne, fino alla fine.
Sì, la pensione: a sessant’anni mi sono ritirato
dal lavoro d’ufficio, ma ho trovato il modo di andare

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in quell’ufficio e ammirare la ragazza il cui corpo
m’era entrato in testa cacciando fuori da lì il cervello,
e io morivo dietro a lei, come un pazzo, e sai come
sono tornato lì? Con l’incarico di diffondere libri
tra gli impiegati di quella catena d’alimentari: visto
che cibo ne avevano tutti e vendevano tutti roba
da mangiare ai compagni, io vendevo loro gli strumen-
ti per nutrire l’intelligenza e il gusto, la capacità
dell’immaginazione, l’avventura della fantasia umana,
la gioia dell’invenzione, il gioco del pensiero, del
pensiero più alto. Vendevo libri anche alla mia
amata Kati, alta, fine, bella, puttana in ogni cellula del
corpo, e mentre li vendevo, immaginavo d’entrare
tramite quelle parole, che erano nei libri, nella punzi
e spingere, spingere le parole che erano… capi-
sci, il mio fischietto, le parole dei libri, il mio fischiet-
to… E così ho avuto tutte le donne di quell’uffi-
cio, alcune anche belle, e con alcune sono stato a letto
sul serio e senza le parole… Che Dio ti fotta!
Cosa vuoi da me? Volevi sorpassarmi a tutti i costi?
Stai suonando il clacson da mezz’ora… E passa,
vecchia zoccola d’un uomo, vecchia zoccola, vecchia
sabbia10! Sei sabbioso fino ai capelli, così si dice
qui da noi, ricordi? Sabbioso o caldo o busi, vecchia
curva, cioè puttana, nel bell’italiano.”

10
Traduzione letterale di homokos (ungh.) che evidentemente deriva dal latino
homosexualis.

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3
I libri cadono

“Che devo dirti ancora? Che cosa dirti? I libri li ho


venduti tutti lì: alle donne li ho ficcati nella gonna,
agli uomini li ho spalmati a merenda. Ah la mia
libreria pensile, ah i libri allineati in alto, che se
il chiodo s’allentava, oppure si piegava, si rompeva
o il muro cedeva… Ahi la bella libreria cadeva
in testa a te, cadeva sul divano su cui dormivi uccidendo-
ti, credo, all’istante. Con quel pericolo tu hai dormi-
to ben diciannove anni, la libreria sopra il tuo letto;
sì, i libri sono un gran pericolo, ti cadono sulla testa,
e quando te ne accorgi sono entrati in te, così tenaci
da conservarsi lì per trenta, cento anni e non
uscire più, mai più. Non con cavalli, figure di eserciti,
mummie di cani, gatti e coccodrilli dovrebbero
seppellirci, ma con libri in bocca; non la pietra, ma
Lin Yutang1, il gran cinese che m’ha allietato, o
Bromfield o Saroyan, chiedi a qualcuno se ha sentito
mai parlar di questi, di Carl May o di Emilio Salgari…
1
Lin Yutang (1895-1976). Scrittore cinese emigrato negli Stati Uniti, dove è
diventato popolarissimo. Scriveva in inglese e in cinese.

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del grande Verne, che chiamavamo Verme, e di
Maupassant e Dickens e Thackerey… Ehi, Thacke-
rey, Tolstoj, Flaubert… Ehi, Bromfield… Ehi, Saroyan
e La commedia umana… Ehi, Margit Kafka2, Herc-
zeg, Zilahy, Molnár… Ehi, Le cento poesie più belle…
Ehi, Tagore, Körmendi… Ehi, Mikszáth… Ehi,
Krúdy, Háj, Fadeev, Solohov… Tutti vi ho letti, e an-
che Cherbuliez… Ehi, Rolland… Ehi, Goethe… Vi
ho venduti tutti, qualcuno no, perché era nemico del
popolo. Ehi, Cervantes, Puškin, Gogol… Ehi, Turgenev,
Gorki!” “Visto che tu mi racconti tutto questo, ti
racconto anch’io il mio tormento: tormento da bambi-
no che mai più mi è uscito dalla coscienza ferita,
la storia di come ho ucciso il primo uomo… No, senza
volerlo, ma l’ho ucciso, ecco il mio racconto.”
“Tu, hai ucciso un uomo? Mio figlio, un assassino?”
“Purtroppo sì, ora ti racconto tutto. Lo faccio in forma di
pantomima e di imitazione: vedi, questo sono,
3
un vecchio clow , un poco come te… Scusami, spero
che non ti dispiaccia se ti chiamo così, e chiamo anche
me stesso, un vecchio clown, un vecchio chiodo
piantato nella vita a suon di martellate.”

2
Margit Kafka (1883-1924), interessante scrittrice ungherese. Uno dei suoi
romanzi è stato tradotto in italiano (Il formicaio, Milano, 2010).
3
Clow / clown: gioco di parole tratto da Fin de partie di Samuel Beckett (Fi-
nale di partita, Torino 1968).

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