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GIUSEPPE MUNFORTE

NELLA CASA DI VETRO


Portami ancora leggerezza e voglia di correre, il fruscio della
bicicletta su uno sterrato, la neve che placa le strade, quello
sguardo, quel profumo, e poi chiarezza: e voce limpida! Aiutami,
se puoi, a vincere la paura che mi insidia. Portami la libertà dei
pensieri, e del desiderio. Il coraggio della veglia.
Seguimi quando mi perdo nelle vasche scure della sotterranea e
passo come ombra feroce sui metalli e scendo gradini, e mi muovo
come respirando e ondeggiando piano, in fila, affondando verso il
mezzanino, io nessuno, dentro il popolo lumaca che alza le sue mille
teste e le ritrae ritmicamente, respirando, sfiorate dai liquidi baglio-
ri dei neon. Dallo strepito di martello giù nella galleria. Quando il
vagone si infila come lama nella pietra e la corsa spacca i pensieri, e
immagini dal cuore si strappano come creature subito morte.
Quando anch’io filo come uno che abbia tradito la vocazione
gloriosa del rifiuto.
Portami ancora il dono della carne, il sole potente di marzo, e l’a-
ria fredda, la fiducia: e il trillo degli uccelli che fila – invisibili –
sopra la luce dei tetti. La sua voce. E quel modo benevolo di
guardarmi che mi dava riscatto.
Portami ancora in quel parco, una domenica mattina di
novembre, dentro un fuoco di foglie madide, e alberi quasi neri,
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puliti, e foglie gialle come cedri sbucciati. Dentro la luce di foglie


contro la pineta. Nel silenzio. Vicino all’uomo anziano, al laghetto
dei cigni e delle papere, cappello e giacca vecchi di vent’anni, che
spaccava il pane secco contro la recinzione di legno, battendolo
con il palmo delle sue mani pesanti, e intanto parlava e spiegava
qualcosa a un giovane di colore, al suo figlioletto che osservava il
pane e i cigni. Vicino a tutti i bambini che andavano e venivano.
Là, con la piccola Sara per mano. Alle mattine vagabonde della
domenica con lei, portami, quando sua madre non poteva
alzarsi dal letto, perché aspettava il piccolo Andreas.
Al laghetto, portami ancora, alle briciole di pane, agli alberi e
ai sentieri colmi di foglie – come cesti pronti per essere sollevati
da terra, offerti al tempo senza direzione.
1

Questa è la nostra casa rombante. Io non posso dimenticarla.


Dal secondo piano vedo brillare l’astro del distributore di
benzina, il blu violetto di un’insegna di bagnoarredo. Quando
piove, dalla vetrata del balcone la luce inizia a pulsare, verso il
crepuscolo, dentro il fumo, percorre le piste del vetro, mi
riposa. Io spengo la luce della stanza e mi siedo vicino al vetro,
la casa colma di vibrazioni alle mie spalle. Davanti ho il fumo
e le luci del palazzo di fronte, e sotto la vampa blu del negozio,
come un fiore squagliato, in sospensione a pelo d’acqua.
Al verde del semaforo il traffico soffia il suo tuono, la radice
corre fino alle nostre pareti, le strappa. I vetri tremano, non si
può più parlare. Quando sono giù, all’incrocio della statale, e
sto per svoltare verso il nostro palazzo e guardo verso l’alto,
una voce dentro mi dice: Tu abitavi in quella certa bolla di
suono, senza pareti, alta di pochi metri sulla corrente, tanto
leggera che a ogni soffio prendeva a saltellare e scivolare e cam-
biava di nuovo la sua disposizione. Come foglia vi sosteneva.
Eppure, chissà come, là dentro, con loro, ti sentivi in salvo. Non
avresti saputo desiderare cosa più grande.
Piove appena. Lei forse è già a letto. Anche la casa è buia.
Non riesco a distrarmi dal nero di fuori e dal torrentello di
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luce e di fumi che sale verso l’incrocio della statale. Mi aiuta a


percepire la perfezione del sonno dietro di me, l’odore buono
del loro respiro.
Non mi sono accorto di quanto fosse tardi. Ero come
incantato, non l’ho sentita salutarmi, preparare i bambini per
la notte e spegnere tutte le luci. Sono rimasto nel buio. Cono-
sce lo strano piacere che provo nel vegliare sulla nostra nave,
mentre loro dormono. Non mi chiede nulla.
Tra poco mi alzerò e andrò a baciare i bambini nel sonno,
so che loro mi sentiranno anche così.
Stasera, quando è arrivata da lavoro, mi sono avvicinato per
salutarla. Lei ha lasciato l’ombrello sul pianerottolo, ha esitato
un momento, poi ha tolto le scarpe e a piedi nudi è andata
verso il bagno. L’acqua era più veloce e intrecciava lampi e un
movimento di schegge sull’impermeabile, cascando pesante-
mente alle sue spalle.
I piedi nudi sul pavimento, l’alito dell’impronta che scom-
pare e si accende, il fruscio incantato della pelle che si separa
dalla materia.
2

Prima ci abitavo da solo, lei non mi conosceva.


Le nostre due stanze erano vuote, i miei pochi mobili di
ragazzo esasperavano un’impressione di sgombero. Di assenza.
Ci tornavo solo di sera, per mangiare, poi uscivo. Non cono-
scevo quasi nessuno, del palazzo. I miei vicini, quelli che incon-
travo per le scale e in ascensore, sembravano tutti persone buone
e con tante cose interessanti da conoscere. Mi lasciavo sfiorare
dalla loro ricchezza. Erano operai di una vicina fabbrica di
automobili che stava chiudendo, o erano la loro moglie, o i loro
figli senza lavoro o con un lavoro più furbo. Dalla fabbrica ci
erano passati tutti, anche solo per andarsene.
Il palazzo dove avevo trovato casa forse era stato costruito
per loro. Si apriva a ventaglio, rosso e bruno, curvava con pie-
ghe di nocca, e saliva a balzi e fratture, con balconcini di ferro
sottile e cemento a squame, fatto polvere, dal quale affioravano
sbarre ruggini e travi scure, come costole a fior di luce di un
corpo esangue e potente. Sul mio balcone trovavo spesso i
frantumi e le schegge di quello soprastante, una rovina che
sapevo però lunghissima, da confondersi con il destino impre-
ciso di tutta la vita che non entrava nel breve orizzonte che il
mio cuore riusciva a accogliere.
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Erano forse cinque scale di appartamenti, forse sette o otto


piani di anime che non conoscevo ma cui, in certi momenti,
mi sembrava di voler bene, indistintamente, anime che davano
forza alla mia solitudine.
Io stavo al secondo piano. Di fronte c’era un palazzo
gemello, girava il suo dorso rossocupo, bordato da vampe di
fuliggine e di lordura, fino all’incrocio e alla statale, che
accompagnava per almeno cento metri.
Alla sera, verso le dieci, dalla strada veniva un suono caldo e
potente. Una pressione estesa a tutta la superficie esterna dei
nostri muri. La strada da un momento all’altro si riempiva di
auto, una lunga semina di luci e di fuochi che entravano nel
buio, verso i campi, dove stava la fabbrica. Appoggiato alla
ringhiera, appena sopra le loro teste, mi piaceva restare a
osservarli, fumando una sigaretta. Uscivano dal turno, torna-
vano alle loro case. L’idea che qualcuno li stesse aspettando mi
riempiva di emozione.
Davanti avevo le finestre e squarci di luce che salivano al
cielo e disegnavano la figura del palazzo, e sotto un pulsare di
astro sbriciolato, nei fanali e nei lampi degli abitacoli, come
una forza che non si potesse contenere. Una materia carica di
urgenza e di vibrazioni, privata di ogni segno di immortalità,
e dunque preziosa.
Il mio amico Lele prima di notte, certe volte, mi veniva a
chiamare. Se arrivava all’ora in cui passavano le auto non lo
potevo sentire. Suonava a lungo il clacson per dirmi di scen-
dere. Sentivo quel fischio disperso tra suoni cupi di palude, e
richiami e grida molto simili, lo riconoscevo solo per una luce
interiore che lo isolava improvvisamente, dicendomi che
qualcuno, là fuori, voleva avermi con sé.
3

Alla sera li tiene vicini. Finisce di sistemare in cucina, sceglie i


vestitini per il giorno dopo, li prepara per la notte. Loro corrono
a aspettarla sul letto grande. Non lo vedi più, dalla strada, quel
nido di luce bassa. Ha ripiegato i petali e i veli. Il traffico sibila
lontano, dalle case vicine non vengono rumori.
Aspetto questo momento come se anch’io fossi un bambino.
Vado a sedermi per terra, in un angolo, appoggiandomi allo
spigolo dell’armadio. La camera non è molto grande, i letti la
toccano da una parete all’altra: il nostro, il lettino a sbarre di
Andreas, la brandina di Sara. Rimane solo uno stretto corri-
doio prima dell’armadio, e l’angolo dove mi piace stare.
Io mi metto nell’angolo, lo sguardo a filo del letto.
Elena spegne la luce delle altre stanze e li raggiunge. Andreas
salta nel lettino, Sara si siede a gambe incrociate, prende il libro
delle fiabe e inizia a leggere.
La sua voce insicura mi commuove. Il viso concentrato, gli
occhialini scivolati un po’ avanti sul naso. Scandisce le sillabe,
riprende, si ferma quando non capisce una parola.
Si ferma e indica le figure dove riconosce le parole. È la storia
della renna dal naso rosso, tutti la scherniscono ma diventerà
la prediletta, salvando l’intero branco dalla disgrazia.
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Poi, la bambina si ferma e dice: «Ma papà mi ascolta?».


Elena è seduta di fronte a lei. Le sorride, accarezzandole
piano la testa. Dice: «Certo che ti ascolta, è seduto lì dietro,
non vedi?».
La piccola mi guarda, poi riprende a leggere. Io mi stringo
un po’ nelle spalle, premo le labbra sul braccio. Vorrei che
non mi vedessero, per non disturbarli. Non toccare quel
dondolare lento prima del sonno, la voce, i loro sguardi.
L’attenzione che crea uno schermo e sembra quasi fermare
la notte che viene.
Quando Sara sbaglia un accento, io ripeto a voce bassa la
parola. Lei non si ferma, qualche volta si ferma e dice la parola
come l’ho pronunciata io. Andreas è stanco, si è sdraiato nel let-
tino e bofonchia qualcosa, poi canta, con voce impercettibile.
Elena non fa caso a me, guarda solo i bambini.
Sul comodino interno ci sono le mie cose. Qualche libro. Da
uno sporge un foglio bianco, piegato in due. Un giorno, all’ini-
zio della scuola, Sara ha preso uno dei miei fogli, l’ha piegato e
sulla prima pagina, in alto, ha scritto: Il libro di papà. Poi, me
l’ha portato. Io non butto nessuno dei suoi regali. Lo tengo
come la pagina più bella del libro che sto leggendo.
Quando è il momento, Elena dice: «Ora, dormire».
Sara mette un oggetto nel libro, per tenere il segno, poi l’ap-
poggia sui miei. Dà un bacio, scavalca il lettino di Andreas e si
tuffa nella sua brandina.
Tra le mie, ripone le sue cose.

Elena prima di addormentarsi prende gli occhiali di Sara e va


in bagno a lavarli. Strofina i vetri lentamente, sotto l’acqua.
Poi, li asciuga e li ripone nella custodia.
NELLA CASA DI VETRO 15

Quando torna in camera, la bambina sta già dormendo. La


bacia, dice qualcosa al piccolo, che ancora non dorme, e spe-
gne la luce.

Anche lei porta gli occhiali. Di sera toglie le lenti a contatto. I


suoi occhiali sono grandi, la montatura ha un contorno quasi
rosa, le lenti come un cuore senza vertice. Sembra più giovane,
lontana. Quando è vicino ai bambini, e loro sembrano avere
solo lei, io sento tutta la sua forza. Di bambina indifesa di
fronte al mondo.
Dico: getta un po’ dei tuoi coriandoli anche su di me. La
carta arcobaleno, babydoll, un po’ del tuo sguardo. Gli occhi
farfalla dietro quelle grandi lenti.
Quando la osservo, mentre ascolta attentamente la bambina
che legge, con la testa un po’ abbassata, le mani sulle guance,
penso: donami, se vuoi, un po’ del tuo calore.
4

La incontravo nell’ascensore, o nell’atrio dell’ingresso. Parlava


con un vicino o con la portinaia. Planava sul pavimento scheg-
giato, tra i legni logori di quella sorta di loggia in disastro, con
il suo corpiciattolo di cartilagini e ali trasparenti, fingendo di
interessarsi a qualcuno di noi, per non offenderci. Avvertivo la
dissonanza con la nostra razza greve, l’inafferrabilità.
Di lei sentivo dire male.
Viveva qualche piano sopra di me, passava lunghi periodi
dell’anno da sola, perché la madre da aprile a novembre tor-
nava in Calabria. Conosceva tutti, era cresciuta nel palazzo.
La portinaia la trattava come una figlia, dandole anche una
mano in casa. La proteggeva da noi e aveva cura delle sue
cose e dei suoi piccoli affari.
Ho percepito subito la sua luce di contrasto, un alone ora
verde ora giallo nel buio della sua essenza. Se erano giorni che
non la incontravo, uscivo dal palazzo con un po’ di delusione.
Ho sentito la scossa, una volta, passandole vicino nell’atrio e
sentendola parlare: una lieve, improvvisa tensione nella carne e
negli occhi. Stupito e un po’ sorridendo, tra me e me, solo in quel
momento mi sono reso conto che si era aperto per lei uno spazio
nuovo, dentro di me. Qualcosa che non avrei potuto revocare.
18 GIUSEPPE MUNFORTE

Stava accadendo inavvertitamente, e mi piaceva così, di non


caderci troppo e percepire sempre la sua vita come qualcosa di
indefinibile attorno alla mia.
Alla sera, quando rientravo, alzavo gli occhi verso le finestre
nere del caseggiato e cercavo la sua, uno strappo grigio sem-
pre senza luce, che trovavo a fatica. La tapparella era ancora
alzata, dalla mattina, dentro era buio. Anche lei tornava solo
per dormire. Mi piaceva saperlo.
Sembrava che in casa non volesse nessuno. Qualche volta, di
notte, mentre ero sul balcone a fumare, l’ho vista scendere da
un’auto o arrivare sola. Una delle tante anime che si muovevano
là sotto, e entravano o uscivano o stavano a chiacchierare per
ore, a gruppi, davanti agli ingressi, e muovevano le auto nei
parcheggi di fianco o davanti ai palazzi e nelle auto talvolta
rimanevano a lungo, nel buio, per un’ultima confidenza prima
della notte. Era solo una delle spire di quel movimento che si
accompagnava al traffico incessante e portava e toglieva prodi-
giosamente la vita ai palazzi in cui la statale entrava come den-
tro una gola. Ma era un’anima ormai un po’ speciale, per me,
una formichina bizzarra che rubava il mio sguardo e apriva un
varco di buonumore nei miei pensieri.
5

Poco prima di mezzanotte viene la piena. Da scroscio di gron-


daia diventa corrente, bufera. Quando apro i vetri del balcone,
l’argine si sfonda. Vedo una pista di luci e di globi esplosi in
fuoco, una scia potente che si accende all’indietro come ben-
zina percorsa dalla fiamma.
Fino al nero della notte lontana.
Dal balcone volo sulle auto, sugli abitacoli squarciati dai
fari, sulle nere figure al volante, tramortite dall’attesa, nel
rombo del motore in folle. Come su ala piatta di mostro
immobile nell’oscurità, rimango, sopra il rosso del semaforo e
il giallo dei fari. Qualcuno dalle auto guarda verso me, anche
la mia figura scandisce qualcosa della loro giornata. Sono il
geco che non si spaventa, la corrente di carne che percorre con
la sua vita di pochi istanti la roccia millenaria.
D’estate mi sdraio sul letto e mi faccio portare dalla corrente.
Dal letto riesco ancora a vedere la strada incendiata. Il rumore
non si spegne per almeno mezz’ora. Poi le auto tornano a fru-
sciare in velocità, a stridere improvvisamente, all’incrocio,
come bestie di recinto che liberano la paura in suoni disperati,
sentendo vicino il predatore. Sul letto, nel buio, alto e sfiorato
dalla strada, io governo la paura.
«Palla! Palla!» grida la bambina. Corre guardando all’indietro,
verso il compagno. Il passaggio è troppo corto, allora lei torna
con un saltello e la blocca tra i piedi di un avversario, la pro-
tegge, scivola veloce in una zona aperta e riprende la corsa
nella direzione della sfida. La schiena, le gambe lunghe e snelle,
i capelli che toccano le spalle, leggermente arricciati, come
quelli di un Cristo ragazzino.
È sera, quasi buio. I bambini si riconoscono per il colore della
maglietta e per le grida. Gioca nel campo in fondo, affondato
tra gli alberi, con lo sterrato duro come cemento e quattro pan-
chine ai lati, il legno consumato e la struttura pericolante di
relitti. Ogni metro di terra è stato recuperato al gioco. Ci sono
tre campi da calcio, uno da pallacanestro, e l’area con la sabbia
e i giochi per i piccoli. L’ingresso è sul retro della chiesa, fatto di
linee indifferenti alla bellezza, attaccato a un edificio basso di
aule e di sottoscala dove i ragazzini si riparano in inverno.
Vicino all’ingresso ci sono il chiosco del bar e una fila di tavoli e
panche, coperti da un alto tendone di plastica. I genitori stanno
lì, un po’ seduti, un po’ in piedi e con le mani in mano, risuc-
chiati come fantasmi ai bordi della marea, mossi dalle onde lun-
ghe dei figli che giocano e si scatenano nei campi.
22 GIUSEPPE MUNFORTE

È la festa di fine asilo di Andreas, tra poche settimane compirà


sei anni. I genitori hanno portato i fratellini più grandi e più pic-
coli, si conoscono poco tra loro. Ora che hanno finito di mangiare,
ascoltano le chiacchiere dei più spigliati, si spostano verso un
nuovo vicino, restano silenziosi a guardare nel buio, verso i figli
che provocano con il loro gioco un movimento magico, come un
sorriso esteriore, materializzato nell’aria calda di giugno. Un
sorriso verso cui alcuni si sporgono per tornare segretamente nel
tempo senza vincoli dei piccoli, dove non c’è luogo migliore di
quello in cui ci si trova.
Elena è assorbita dalla penombra, guarda verso il campo lon-
tano dove gioca Sara. Da quando i piccoli esistono, il suo tempo
interiore ha subito uno slittamento grandioso, come se si fosse
disperso intorno, agganciato alle loro vite in ogni pensiero –
come se il movimento cronologico la toccasse ora solo con forza
derivata: solo dopo avere toccato loro. Energia, alimento, come se
lei fosse ora riversata nella placenta delle loro esistenze.
Restringe lo sguardo. C’è qualcuno vicino, non li mette a fuoco.
Poi, qualcosa la urta, in basso. È Andreas, si stringe alla sua
gamba. Piange. Lei si abbassa: «Cosa è successo, piccolo?». Lo
bacia sulla testa. È sudato. Le spine dei capelli rasati. La fronte un
po’ arrossata, con segni di polvere e aloni di dolce fuliggine, come
se un dito di fumo avesse disegnato sul suo viso una maschera di
piccolo guerriero. Un odore profondo, di pane nuovo. Pane nero,
offerto ancora caldo alla sera. Lui guarda fisso davanti a sé, non
cerca protezione nel suo sguardo. Si sforza di trattenere i sin-
ghiozzi, parla a strappi. Dice che un compagno gli ha dato un
pugno, lui si è difeso, l’altro lo ha buttato a terra.
Piange perché si è sentito tradito dall’amico, lui che non piange
mai. Che è testone, e resiste duro alle piccole avversità.
NELLA CASA DI VETRO 23

«Non è niente, su, vero ometto?». Una voce nasale che non
conosce. Accanto a lei si è materializzato il padre dell’amico, un
tizio goffo, alto e curvo, un grande ventre. Parla veloce, a voce
alta, con tono falsamente spigliato. Ripete le parole. Dice: «Eh,
eh,» «come va? Come va?». Andreas non lo guarda. Cerca di
farlo tornare al gioco ma il piccolo non ascolta. Si stringe di più
alla gamba della madre. Elena lo accarezza. Le piacciono i suoi
occhi infuocati e pieni di lacrime di bimbo che piange contro il
pianto. Si abbassa verso il suo orecchio e sussurra frasi bellicose,
spronandolo alla lotta. Alla fine lo convince a tornare tra i com-
pagni – a non cedere con il pianto alla slealtà di un amico.
«Forza ometto, forza» gracchia l’uomo, inutilmente, fingendo
di interessarsi alla sua corsa verso il campo. Poi, rimane lì ben
ritto di fianco a Elena, in una posa quasi militare, da malato
con le articolazioni bloccate. Lei non lo guarda, assorta nel-
l’aura che vagabonda nel campo come una lucciola ubriaca,
dietro la corsa zoppa del mucchio dei compagni. L’uomo non se
ne va. Dopo un momento di indecisione, rompe il silenzio ini-
ziando a parlare a raffica. Si presenta, chiede, in tre frasi dice
di essere professore associato all’università, di avere ormai
superato le cento pubblicazioni, di non aver mangiato la pizza
per un’allergia al salicilico. Elena risponde a mezze frasi, senza
smettere di guardare i bambini.
«E tu, cosa fai di bello?» insiste l’uomo, che non si fa smontare
dal silenzio, non lo vede il suo silenzio, impegnato a tener fede
all’idea di festa e di incontro. Come se ci fosse qualcosa di bello da
fare, come se quello che si fa fosse bello per tutti, pensa Elena.
Se lo trova vicino seduto al tavolo, le presenta la moglie.
Parla di vacanze, di pranzi, del programma scolastico. Chiede,
spiega. La voce gira attorno come il caldo, come le zanzare
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attirate dai neon del tendone. Elena guarda verso il campo dove
Sara e i suoi compagni continuano testardamente a giocare a
pallone nell’aria buia. L’uomo a un certo punto ha detto, vol-
tandosi nella stessa direzione: «Eh, certo che senza un padre…
Certo che senza un padre». Poi, ha colpito leggermente il tavolo
con il palmo della mano, ha sospirato, ha rubato una patatina
dal piatto della moglie, e si è versato ancora da bere.
Elena gli sorride. Tra poco sarà ora di andarsene. Sorride perché
quella frase stasera non la scalfisce. Pensa ai richiami di dolce
durezza con cui dovrà convincere i piccoli a seguirla, al loro passo
stanco, ai saluti e alle ultime chiacchiere con i compagni. Dovrà
lavarli di nuovo. Le gambe ricamate dalla polvere, la maglietta
zuppa. Pensa a quando saranno solo loro tre, sul piazzale, nel
gruppo disperso verso le auto. A passo lento, una traiettoria
sbandata di cuori che convergono. All’odore buono del sudore
che riempirà l’auto (un’auto piena di fiori ansimanti), quando
si saranno buttati sul sedile dietro, uno sull’altra, con gli occhi
chiusi, i finestrini aperti dopo un momento di attesa, lei dentro
il loro profumo, per non disperdere subito quella traccia così
evidente della loro presenza.
6

Al mattino del sabato mi perdevo tra la gente un po’ incantata


che si muoveva verso l’ufficio postale, o la farmacia, e faceva
giri inconcludenti nei vialetti dei parcheggi, o andava a caso,
oltre l’incrocio, in uno sterrato che costeggiava la strada tra-
versa, protetto da una fila di alberi secchi e alti. Affiancato da
una corolla di prati devastati che chiamavamo parco.
Scendevo nella corrente senza direzione, dove onde di una
materia nuova, carica di qualcosa che non si era ancora
espresso, sembravano appoggiarsi una contro l’altra, pigian-
dosi piano verso l’alto e rompendosi in girandole e schizzi
incorporei, esaltandosi e crollando in basso, nei visi e negli
sguardi. In quella continua perdita di consistenza.
Uscivo nella luce ancora bianca. Nel fumo.
Nei terreni abbandonati erano disegnati campi da calcio,
piste, nei varchi tra i blocchi di palazzi erano stati ricavati strani
luoghi di incontro, con pontili e aeree creature di cemento,
panchine, larghe aree di asfalto ancora vergine tra i cespugli.
Vernice e scritte ovunque. Disegni come fiori contraffatti,
riconoscibili solo per un eccesso di luce.
Mentre vagavo così, un po’ a caso, sentivo l’errore di chi
abitua gli uomini a dividere la vita in età e mette alle spalle la
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speranza e davanti solo una penosa attesa. Sentivo la vita


esplodere senza preavviso, disfarsi in rivoli di aria e di volti
vertiginosi, di sentieri dolci da percorrere: di un’insopporta-
bile dolcezza.
Mi piaceva andare, ogni tanto, in un luogo che percepivo
sepolto come un vetrino luminoso tra le pietre opache e i
cocci della risacca. Ci arrivavo attraversando quello che mi
sembrava un grandioso avvallamento, dove si incrociavano
almeno sei o sette strade, una radura di benzinai e parcheggi e
zattere di asfalto dimenticato dove la gente sostava in salvo.
In quella piazza, il sagrato di un’enorme chiesa di mattoni
rossi scendeva fino al traffico. Una stradina cieca la aggirava e
finiva contro una costruzione di pochi piani. Dietro, senza
cancelli o segni che la separassero dalla corrente di fuori, c’e-
rano l’area chiusa di un oratorio e, oltre questa, una zona
sospesa e libera, arginata solo dalle case, che la chiudevano
come fosse la continuazione in orizzontale del loro spazio
protetto. Uno di quei giardinetti che sono luoghi salvi vicini
alla bufera, dove si asseconda lo scorrere dolce del tempo con-
templando l’azione dei corpi nel gioco, la gente che non fa
nulla, l’identità che si riunisce potentemente agli sguardi in
coloro che si avvicinano, come in un movimento improvviso
di marea bassa.

Si trovano così, come frutti nascosti tra le foglie.


Un prato, le panchine, uno spiazzo di cemento dove i piccoli
corrono con i pattini. E, oltre una rete, un campo di pallacane-
stro: i tubi ruggini e i canestri senza corda, i tabelloni che sbat-
tono e vibrano a lungo per i colpi, portando la loro rovina
come un suono prezioso tra gli altri suoni.
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Una rete più grande segnava il confine del giardino, contro il


cortile di un palazzo gigantesco, fatto di tanti palazzi attaccati
l’uno all’altro, a semicerchio. Dal giardino non se ne vedevano
le estremità. Dentro il suo grembo pensavo, osservandolo.
Le panchine erano rivolte verso quella sorta di enigma, un
orizzonte fatto di creste lontane e di ombre dove il sole non
arriva più, larghe un pollice in prospettiva.
Sedevo su una panchina e fissavo il palazzo. Il ricamo ordi-
nato dei balconcini e dei varchi per l’aria, roba ammassata, il
vuoto, tende senza più colore.
Guardavo i piccoli correre sul cemento, zampillare. Erano
scesi da quelle case – una superficie arida sgranata di semi e
tagli regolari dove di tanto in tanto qualcuno, reso invisibile
dall’altezza, si sporgeva a guardare verso di loro.
Alcuni giocavano a pallone. Il campo era attraversato da
altri con le biciclettine. I più piccoli caracollavano disorienta-
ti, ridendo, rivolgendosi ora alla palla, ora alla corsa. Sentivo
nelle cose là in alto la loro materia buona: una polvere di
vibrazioni precise stesa sul dorso delle finestre, sui balconcini e
sul loro carico di abiti stesi e carabattole impilate negli angoli.
Una traccia che sarebbe rimasta a lungo, consumandosi
impercettibilmente, restituendo le pietre come ossa.

Altre volte mi dicevo, osservando i bambini (una semplice


scena di bellezza): questa è la carne data in pasto. Senza malu-
more, solo leggendo limpidamente il loro segno. Loro così
piccoli contro il palazzo. Guardavo le madri, già segnate dalla
stanchezza. E una voce triste, incontrollata, come se fosse la
voce di una di loro, dentro di me diceva: Lo sai, i nostri figli
stentano già alle elementari, pieni di bitorzoli, nessuno che
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abbia tempo per loro, con i quaderni laceri e macchie che sem-
brano fatte della loro stessa carne. Li tollerano solo perché sono
già caduti, e per sempre: già tra i banchi della prima classe, nel
girone dei vinti.
Pensavo a un treno di pendolari, la mattina presto. Le
porte si aprono, gente dappertutto, il marciapiede si riempie
di teste che affogano. La voce dice: Adesso li vedi camminare
in modo buffo, uno qua, uno là, li riconosci, dondolano un po’,
il cappello retroverso, il walkman e le scarpe da clown, lo
sguardo di bestia furba che viene accoppata. Vanno al lavoro.
Li prendono a scarpate, con parole buone, gli fanno credere di
essere liberi.

In quel giardino le ho parlato, per la prima volta.


Là dove riuscivo a sentirmi in pace, come se mi avessero rin-
frescato il sangue, pietra anch’io, panca, riso e voce acutissima
nella corsa, tra quelle vite che uscivano, in quei momenti,
come cose grondanti dal loro destino, libere.
Per la prima volta, mi è stata vicino, come se il caso avesse
voluto prodursi in un dono inconfutabile.
Per me, che nel tempo cercavo, in continuazione, la trama
invisibile del caso.

Camminava con uno più vecchio di lei, un tizio molto


distinto. Come se avessero sbagliato strada e stessero tagliando
per il giardino, per portarsi velocemente da un quartiere
all’altro. Forse non mi vide nemmeno.
Mi fecero l’impressione di due sorpresi all’alba per le strade,
con indosso i vestiti e la stanchezza di una festa durata tutta
la notte.
NELLA CASA DI VETRO 29

Non provai vergogna della mia solitudine, né alcuna invidia


per il loro mistero.

La seconda volta accadde dopo qualche settimana – e in


mezzo c’erano stati incontri in ascensore, qualche sguardo
un po’ stupito, mentre attraversavo l’androne e lei stava par-
lando con qualcuno. La mia solita, alterata percezione delle
intenzioni benevole degli altri.
Ero davanti al recinto della pallacanestro, le gambe allungate
sulla terra. Guardavo qualcosa di impreciso e non pensavo a
niente, immagini, parole si legavano in fili inconsistenti,
subito scomparsi.
Mi ha salutato e si è seduta accanto a me.
Ho visto in un istante i suoi fianchi magri, i calzoni chiari
di tela che non toccavano la carne. Non avevo mai osservato
il suo volto da vicino, le imperfezioni della pelle coperte dal
trucco, la forma del naso, le labbra. Una figura leggera, mi
arrivava appena alla spalla. Sentii che mi metteva di buonu-
more averla vicina. Sentirla parlare, vederla muoversi.
Questo viso ti mette un po’ di allegria, mi sono detto.
A te musone. La osservavo cercando di non farlo notare
troppo, come un ladro. Ho messo a fuoco l’idea del buonu-
more, provocata dal suo essere fisico. Una cosa nuova. Avrei
voluto dirglielo subito, buttare ai suoi piedi il segreto, in quel
mattino di quasi inverno, luce grigia e terra molle sotto le
scarpe, aria e fumo, i suoni liberi del sabato appena iniziato –
come l’offerta più folle che farà forse sorridere la principessina.
7

«Posso sedermi?».
«Certo che puoi sederti».
«Scusa, non l’avevo visto».
«Niente. C’è solo il giornale».
Siamo su una panchina laterale, sul bordo esterno dell’isola.
Davanti si apre il cono dei giardini, dei campi di cemento e dei
palazzi, che solleva un corridoio di luce buona verso il cielo.
«Hai visto?».
Mi porge una busta con la lettera dell’amministrazione che
annuncia una revisione dei contratti.
«Sì».
«Io l’ho trovata solo stamattina».
È seduta di sbieco. Guarda me, guarda attorno. Un maglion-
cino azzurro, pantaloni senza tempo, i capelli più corti. Così
vicina sembra ancora più minuta, una magrezza da ragazzina.
Guardo la lettera, fingo di leggere.
«Ma come possono, dico». Trattiene un sorriso.
Davanti al portone, stamattina, alcuni discutevano anima-
tamente, fermavano quelli che uscivano. Io mi sono defila-
to, promettendo di firmare non so cosa, di partecipare a
un’assemblea.
32 GIUSEPPE MUNFORTE

«Sì, altri soldi non glieli diamo». Non ho molte idee sulla
questione, non voglio deluderla. Non riesco a credere che mi
abbia cercato, era anche lei a zonzo e vuole fare solo quattro
chiacchiere prima di pranzare.
«Quel rudere di casa! Si sta sbriciolando. I soldi non gli
bastano. Capisci? Non mi stupirei se dai muri iniziasse a
uscire l’acqua, come da una gomma piena di buchi. Le bisce,
le alghe…».
Penso al nostro palazzo che affonda, con un movimento
lentissimo, verticale, disintegrato da specialisti invisibili che
hanno lavorato con pochi tocchi sulla sua base corrosa.
«Tutti i giorni» dico, per non prenderla sul serio, «raccolgo
sul balcone le macerie più belle, piovute da sopra. Le numero,
metto la data. Come il Muro di Berlino, che sta finendo pezzo
a pezzo sui mobili dei turisti».
Ride. «Ci sono stata un paio d’anni fa a Berlino».
«Io mai. Un amico mi ha portato in regalo il muro e un
berretto di ufficiale dell’Armata. Sul rinforzo interno, liso,
sudato, c’era scritto il suo nome, a penna».
«Bello».
«Sì. L’avevo appeso in sala. Poi, l’ho regalato a un altro. Ha
insistito a morte per averlo».
«Per la stella?».
«Credo di sì. Come dire, la luce della stella. Che genera
un’illusione buona. Non so. Come se ci fosse sempre una via
d’uscita, una speranza. Anche nel buio».
«Tu ci credi?».
«No. E non ci ho mai creduto. Ma la stella, insomma, face-
va il suo effetto. Come sentire la canzone del vento e della
bufera».
NELLA CASA DI VETRO 33

«Quando ho visto le case di Berlino, la periferia e le zone in


piena trasformazione, ho avuto nostalgia del nostro palazzo.
Ci credi? Di questo quartiere… C’è da vergognarsene, no?».
«Non credo».
«In un punto, dietro una recinzione, c’era un palazzo sven-
trato. Si vedevano i sotterranei, una fila di bagni piastrellati,
un corridoio. Mi hanno detto che era la sede della polizia
nazista. Non so. Sembrava così presente. In altre zone c’erano
solo torri e amianto da togliere…».
«Se sventrassero il nostro, qualcuno di noi si impressione-
rebbe vedendo così, alla luce del sole, le cantine, il locale dei
contatori. La sala dei mostri».
«Taci. L’altra sera non riuscivo a far tornare la luce. Non
c’era nessuno che potesse aiutarmi. Là sotto non si capisce
niente. Schiacciavo il pulsante sbagliato, poi tornavo su. Poi
scendevo a cercarne un altro. Non so quanto è durata».
Rivedo il locale buio, le matasse di fili incrostate di polvere e
ragnatele, i contatori disposti senza logica, contrassegnati da
lettere e numeri che nessuno sa riconoscere. Era capitato
molte volte anche a me. Farsi luce con l’accendino. I gusci
neri, gonfi di scaglie, una fila orrenda, come bozzoli di insetti
enormi o carcasse fossili, l’eternità della loro fine sembrava
strapparli al tempo.
«A cosa pensi?» mi chiede.
«Penso che i contatori, quelli là, sembrano insetti catatonici,
pronti a muoversi».
«Dai, che paura. La prossima volta ti chiamo. Non ci vado
più da sola».
Sorrido. È la ragazza che dà confidenza a tutti. Per tutti nel
palazzo è figlia o sorella.
34 GIUSEPPE MUNFORTE

«Sei venuta per convincermi a firmare la petizione?» le


chiedo, come facendo una battuta.
«Sì. Ti ho cercato per questo. Gli altri non si fidano di te.
Non lo sai?».
Mi allungo contro lo schienale, prendo da fumare.
«Vuoi?».
«Sì, grazie».
Mi osserva, come per giudicare se sia venuto il momento di
dirmi quello che deve dirmi. Fuma tenendo la sigaretta sulla
punta delle dita e delle labbra. Non è una fumatrice.
Aspetto. Ora possiamo stare anche un po’ in silenzio, come
due che prima di incontrarsi già non fossero più estranei.
Anche lei si distrae, guardando intorno la vita piena di fine
mattinata. È una distrazione potente, per me.
«Questo posto… è incredibile» dice, dopo un po’, come per
riassumere i suoi pensieri.
«Incredibile?».
«Le voci. E i ragazzi che giocano. Non so. C’è tutta questa…
pace».
«Sì, sembra impossibile. La provinciale quasi non si sente».
«È vero. I palazzi fermano il rumore».
«È un effetto che sorprende. Bastano cinquanta metri… Solo
in città accadono cose del genere. Sembra tutto così lontano».
«Vuoi dire: come fenomeni della natura? Quelle cose che
sembrano quasi magiche… I fenomeni che spiegano nelle
trasmissioni di scienza, in televisione».
«Non ci avevo mai pensato. Non così. Quella specie di mira-
coli che poi la fisica spiega. In posti come questo, che sono al
di fuori della natura».
«Viaggio nel cuore profondo della metropoli».
NELLA CASA DI VETRO 35

«Una trasmissione per quelli come noi, che vivono in


paradiso».
«Ci metteremmo a ridere».
«Davvero. O forse no. Eppure, in posti come questo…». La
guardo, perdo un po’ il filo dei pensieri. Lei spegne la sigaretta,
ne manca ancora un buon quarto. Non so perché, ma mi fa
piacere vedere che non è una fumatrice.
«Come questo…» ripeto.
«Dietro le case, dietro i viali e il ponte della ferrovia».
«Forse è solo un po’ di silenzio. Di movimenti senza ordine».
«Non voglio dire questo».
«No?».
«Non è questo. Questo non basta».
«Ci sono vicino?».
«No. Dimmi cosa vedi».
«Quello che vedi tu».
«Dimmelo».
Qualcuno si è fermato a parlare, qualcuno se ne va. Nei
vialetti si vedono le biciclette, qualche carrozzina, la corsa
selvaggia dei piccoli.
«È come… se avessero scoperto la carne» le dico, dopo un
istante di esitazione. «Come se, dentro le strade e i muri ciechi
del quartiere sulla provinciale, avessero tagliata una striscia di
tessuto e portato un po’ di carne alla luce».
«Vuoi dire, la nostra carne?».
«Sì. Voglio dire che qui ci sono cose preziose. Per me. Ti
basta?».
«Questo… Non so, è molto bello quello che stai dicendo».
«È quello che c’è. Per me sì, è bello».
«Ci vieni spesso?».
36 GIUSEPPE MUNFORTE

«Quando non ho niente da fare».


«Anch’io, sai, ogni tanto sento… Non so, basta fermarsi e si
vedono cose che non sembrano vere».
«Le cose sono lì».
«Sapevo di trovarti».
«Sei venuta a cercarmi?».
«Sì. Oggi, sì».
Io sorrido. «Oggi mi basta».
Lo dico quasi a me stesso, a voce più bassa.
Davanti a noi, sul campo di pallacanestro, i ragazzi hanno
finito i preparativi per la formazione delle squadre e per la
scelta del campo.
«Ho saputo che sei dottore».
«Cosa?».
«Me l’ha detto una mia amica che ha lavorato ai seggi eletto-
rali. Era scritto sotto il tuo nome».
«È una cosa vecchia».
«Eri uno dei pochi in tutto il quartiere, le sei rimasto in
mente».
«Una cosa più vecchia di me. Orribilmente vecchia. Di
un’altra vita».
«Dottore in Lettere».
«Sembra di sì».
«Io scrivo. Mi piacerebbe sapere cosa pensi di quello che
scrivo».
«Io?».
«Sì, tu».
«Sono contento che me lo chiedi… Ma in questo momento
non ci capirei niente. Credimi. Non potrei aiutarti. Forse non
ci ho mai capito niente. Non saprei cosa dirti».
NELLA CASA DI VETRO 37

«Mi piacerebbe che le leggessi lo stesso, le mie cose».


Cerca i miei occhi, io guardo l’ombra del palazzo, il movi-
mento dei giocatori, che sfalda e ricompone le figure, nel con-
trasto della luce. Sento un po’ di delusione.
«Non posso».
«Perché non vuoi?».
«Non posso, non ho tempo».
«Dimmi la verità».
«Non ho tempo… E leggere ormai mi fa solo soffrire».
«Te lo chiedo ancora».
Aspetto un momento, guardo i suoi occhi sicuri.
«Se vuoi. Per te lo faccio. Ma non aspettarti niente…».

Ora penso ai suoi scritti come a una parte della vita libera che
ci circonda e che mi piace osservare senza controllo, come se
avessi raggiunto un punto di deriva.

«Potrei anche non avere niente da dirti».


«Va bene» ha detto lei, senza permettere che i miei occhi si
spostassero.
8

Di notte, rincasando, salivo le scale a piedi. I pianerottoli


stretti, la ringhiera di metallo, tra un piano e l’altro le bocche
della pattumiera. Salivo fino a lei e infilavo sotto la porta
bigliettini con poesie, frasi stupide che si componevano
quando pensavo, senza poter trattenere un mezzo sorriso, al
suo esserino nervoso.
Le scrivevo: Babydoll, vieni ancora a gettare su me i tuoi
coriandoli. La chiamavo vocina strepitosa. Seguivo il veloce
respiro del foglio, l’ombra bianca che scompariva con il suo
carico di sfida. Le scrivevo: Vocina elettrica, io non dormo se
non ti vedo per due giorni interi. Una volta le ho scritto: Non
dare solo al mondo la tua benedizione. Io non sono lì.
Mi piaceva pensare che al mattino li trovasse, prima di
uscire, e li leggesse scendendo in strada. Che li leggesse un
paio di volte, incamminandosi verso la fermata dell’autobus,
e poi li buttasse nel primo cestino.

Qualche giorno dopo il nostro incontro, nella casella della


posta ho trovato un mazzetto di fogli ripiegati, dattiloscrit-
ti e con qualche correzione a penna. Non c’erano messaggi
per me.
40 GIUSEPPE MUNFORTE

Ho sentito le sue mani sulla carta, e la carta penetrata dal


tempo della sua casa, dalle ore e dai suoni, dal movimento degli
oggetti nella sua cura lontana, l’attesa tra parola e parola, la per-
cussione, il tempo che fluisce potente nei varchi bianchi dell’in-
chiostro, come cosa preziosa che non si spende mai abbastanza.
Era un racconto. Pochi giorni di un uomo senza lavoro che
viveva in un monolocale, dentro una torre ai bordi della
circonvallazione. L’uomo decide di lasciare la città per cercare
lavoro sulla costa, come stagionale. Visita per un’ultima volta
la donna dalla quale si è separato, per trascorrere ancora un
pomeriggio con la figlia di sei anni. La descrizione del pome-
riggio con la bambina rappresentava una metà del racconto.
Un pomeriggio struggente.

Io però la tradivo. Leggevo senza curarmi della storia, né di


come la raccontasse. Cercavo lei dentro le parole, la sua voce
sconosciuta. Ero un medico che viola il giuramento, il prete
che si innamora della peccatrice.
Non le ho mai detto niente di quello che ha scritto. Quasi
niente, solo qualche frase vaga, qualche richiamo a scrittori
che conoscevo. Ma ho letto sempre tutto, alcune pagine le ho
rilette molte volte.
Tra le parole cercavo lei.
Ormai non ci credeva più, non so, e in un certo senso ci
credeva ancora troppo. L’avrei sentita, nel silenzio del palazzo,
di notte, stare un po’ con i suoi quaderni, i libri, in cucina.
Quando i bambini ormai dormivano e non c’era più nulla da
fare. Dentro il silenzio del sonno dei bambini, poteva scrivere.
Dopo il racconto, mi ha dato un quadernetto pieno di
brani non compiuti. Certe volte non vedevo niente dietro i
NELLA CASA DI VETRO 41

disegni della sua calligrafia, che cambiava di umore e di sta-


gione, bruscamente. Da una pagina all’altra. Solo lo scorrere
dei giorni, l’impronta di ogni giorno irripetibile nella forma
delle sue parole.
Mi perdevo nelle parole cancellate, nelle note in fondo alle
pagine, nelle macchie e nelle tracce di materia nascoste nella
carta.
Non ho mai detto a nessuno quanto ho amato guardare il
tempo trascorso, i miei stessi giorni, nel sedimento materiale
della sua scrittura.
Una volta mi ha detto: «Ho scritto anche un fotoromanzo.
Mi illudevo di poter vivere anche così, e avere più tempo.
C’era un annuncio su un giornale. Non ne avevo mai letti.
Ne ho comprati un po’ e poi l’ho scritto. Non era male, ma
non mi hanno risposto. Ero sicura che l’avrebbero usato
senza dirmelo».
Osservavo le cancellature, la loro straordinaria diversità.
Quelle più intense, come un disegno da decifrare – e pensa-
vo al cuore che si ferma e gira su se stesso e non sa più pro-
cedere –, e quelle leggere, con le parole che affiorano come
sentieri interrotti.

La mattina in cui ho trovato quella sua prima busta, potevo


stare a casa. Ero in permesso.
Ho tenuto un po’ per le mani i fogli, per placare lo stupore,
prima di leggere il racconto dell’uomo nel monolocale. Pen-
savo al dono che mi aveva fatto, avevo paura di non esserne
all’altezza. Di offenderla.
Forse non me lo aveva dato solo perché lo leggessi. Andai a
cercarla, ma non era in casa.
42 GIUSEPPE MUNFORTE

Tornai giù, al mio tavolo. Girai i fogli e, sull’ultimo, scrissi


qualcosa, come se fosse un pensiero dell’uomo del monolo-
cale. Poi, andai a infilare il foglio sotto la sua porta.

«Ho provato anch’io, diceva l’uomo, la devastazione di sfio-


rare cumuli di terra e girare a vuoto, avere attorno il traffico
che fila, la vita che scorre e ti rifiuta, la gola già di mattina
bruciata dalle sigarette, parlare di una rivista che non si farà
mai, di libri, il suono della ghiaia in un parco deserto, le solite
quattro facce con gli occhi pieni di delusione, finire in un’o-
steria dove si crepa, senza un lavoro preciso, un muro davanti
dove si sbatte, e si sbatte ancora, mentre fuori la vita fila veloce,
livida di leggerezza».
9

La casa era stata un regalo del mio amico Lele. Sua madre
conosceva un impiegato del padrone, erano stati amici fin da
bambini.
L’ho avuta dopo quindici giorni da quando gliene ho par-
lato. Troppo presto. L’affitto da subito, le rate d’anticipo, un
po’ di soldi di nascosto a qualcuno dell’amministrazione.
Muri neri, fili e un groviglio di canaline scuoiate dove erano
stati gli interruttori, buchi dappertutto, il lavandino senza
rubinetti. Un paio di lampadine appese a mezz’aria le avevano
lasciate. In cucina, nell’angolo stretto, la finestra solcava la
strada. Si vedevano a perpendicolo le teste, gente scivolare tra
i negozi, la macchia in prospettiva, come un’ombra via via più
lunga, di chi si portava in mezzo alla strada e poi si fermava
un attimo, e poi riprendeva, in modo irregolare, la traversata,
fino a raggiungere il marciapiede opposto.
Contro il muro guardavo giù. Il vetro senza tende, la carti-
lagine e il nerbo sottile e freddo delle piastrelle, vento e buio
di fuori, una mattina perlacea di un primo di dicembre. Pen-
savo alla strada affogata dall’acqua, a luci di insegne e auto
come se fosse notte. Ricorderò sempre quel momento di
esaltazione, la casa vuota e sonora alle mie spalle, la strada
44 GIUSEPPE MUNFORTE

davanti, il futuro fatto solo di possibilità avvicinabili. Tutte


le possibilità.
L’uomo dell’impresa disse: «Vivevano accampati. In sette.
Quando entravo per sistemare qualcosa dovevo passare tra le
brande, in corridoio. Abbiamo pulito un po’».
Ricordo una festa di inaugurazione. Non c’erano sedie a
sufficienza, la sala piena, qualcuno seduto sul bordo del
mobile, in sei sul divano. Come dentro un autobus. Io ogni
tanto mi fermavo in cucina. Appoggiato al muro guardavo
giù. La pioggia, il sibilo lento delle auto, la figura smorzata di
qualcuno a piedi, in strada.
Elena l’ho vista passare veloce per le scale, quando ho aperto
per fare entrare una ragazza. Scendeva saltellando, ricordo
solo che per un momento i suoi occhi mi hanno toccato.
Di tanto in tanto andavo con Gabriele sul balcone, a fumare.
La pioggia cadeva dritta, non ci toccava. Quando abitavo
ancora dai miei, alla sera passava a prendermi. Di solito era
già molto tardi e non poteva salire. Dopo il lavoro andava a
una scuola serale, poi veniva da me. Dormiva qualche ora, poi
tornava in fabbrica.
Contro il muro del balcone, guardando l’acqua e le persiane e
i vetri ciechi del palazzo di fronte, ha detto: «Adesso sei libero».
Io ho pensato ai lavori fatti in fretta, ai nuovi riferimenti, a
uno sfondo di solitudine e ho detto: «Sì».

Penso alle notti trascorse parlando, al fumo a mezz’aria nell’a-


ria ferma, sopra la strada dove non passava più nessuno. La
notte gelida e i grandi vetri appannati della porta del balcone,
l’alone luminoso degli oggetti, dietro, e Elena e l’amica di Lele
sedute a chiacchierare sul divano. I bambini addormentati
NELLA CASA DI VETRO 45

dietro la porta cieca, il piccolo ancora nella carrozzina di


fianco al nostro letto.
Sento la stretta del gelo nei nostri maglioni, un premere a
piene mani come di qualcuno che voglia farti sentire vivo.
Come se il tempo si fosse disintegrato. Tutti gli anni. Io e
Lele appoggiati di schiena al muro, fuori per un’altra siga-
retta. A guardare quel mistero di finestre chiuse e di macchie
e oggetti indecifrabili sui balconi, percependo profonda-
mente la vita dietro noi, dentro i nostri pochi locali senza
grazia, persi a un incrocio di statale nella materia indistin-
guibile: la vita potente che ci portava calma e una sensazio-
ne precisa di ricchezza. L’ombra dei bambini nel sonno, die-
tro il vetro. Il corpo di Elena e di quella donna con cui
Gabriele viveva già da qualche mese, la gloria di un calore
senza ricordi. Tutte le voci.
Io e lui, di nuovo lì fuori. Contro quel quadro di ombre e di
materia povera, di vialetti neri che si infilavano tra le sagome
irregolari delle case basse, all’orizzonte, di suoni subito pas-
sati: a percepire la nostra vita irrisolta e senza grandi prospet-
tive di cambiamento, e che pure ci sovrastava con la sua bel-
lezza, fatta di cose troppo ricche per poter essere conosciute
appieno, che un po’ ci sfuggivano e lasciavamo sfuggire per-
ché il contatto non diventasse intollerabile. Fatta di poche
cose: eppure troppe, per me, capivo, in quei momenti di chia-
rezza, come di un carico che mi fosse eccessivo e che solo per
caso, e con molta fortuna, avrei saputo riconsegnare integro a
chi me lo aveva affidato.
Sentivo che la vita si risolveva in quel compito oscuro di
protezione, una vocazione messa continuamente in scacco da
qualcosa di incomprensibile che custodiva per me le cose che
46 GIUSEPPE MUNFORTE

mi erano state affidate, e dalla cui presenza veniva la pace che


provavo là fuori, di notte, con Gabriele.
Noi così esposti, avrei dovuto dire, e così sicuri.

Mi piace osservare Gabriele, il suo corpo duro e le mani cre-


sciute da lavori che non fa più. Lo sguardo sempre un po’ lon-
tano di uomo solitario, che lotta contro qualcosa di inconfessa-
bile. Averlo vicino, il modo in cui la cicca gli brilla tra le mani.
Il giorno del matrimonio è arrivato prima di me. L’ho
visto contro il muro della villa comunale, il viso giovane, lo
sguardo forte. Aveva la cravatta nella tasca della giacca, non
sapeva se metterla. Poi, si è deciso e se l’è annodata mentre
entravamo nel cortile della villa.
Ogni tanto arrivava qualcuno. Era un lunedì, c’era molto
traffico e non si trovava parcheggio.
Dentro, nelle grandi sale affrescate, c’erano i parenti di
altre coppie, si sentiva Schubert in sottofondo. Mancava
ancora quasi un’ora al nostro turno. Siamo rimasti un po’
sul ghiaietto. Sembrava niente, una mattina feriale come
tante, e con Lele non c’era bisogno di parlare ma, quando ho
visto l’auto entrare adagio e quando lei è scesa, un po’
impacciata dalla gonna, da sola, come se non avesse mai
avuto né madre né padre, né alcuno, ho sentito, in quell’i-
stante, che la volesse davvero, lei luminosa, mi sono com-
mosso. Come si può commuovere uno cui vengano aperti
gli occhi. L’auto nera contro i muri bianchi, la sua ombra
appena più scura, nessuno sullo sfondo. L’ho vista scendere
e venire da sola, quasi in equilibrio sulla ghiaia, come un
uccello dalle lunghe zampe delicate, non abituate al passo,
verso di me.
La piscina si sta svuotando. I ragazzi istruttori raccolgono i
serpentoni di spugna, le tavolette galleggianti, i manubri di
plastica pesante che i bambini hanno raggiunto tuffandosi verso
il fondo della vasca. Come girini ancora sbilanciati nella spro-
porzione delle lunghe gambe, dal movimento istintivo e perfetto,
e della testa troppo grande rispetto al busto. Sui gradini della
balconata rimane qualche vecchio, qualche amica delle mamme
che sono corse allo spogliatoio. Andreas raggiunge con alcuni sal-
telli la sorellina, si mette al suo fianco. Lei si è tolta la cuffia. I
capelli sono zuppi, raggruppati in ciocche scure e bizzarre.
Camminano vicino al bordo, sul lato lungo della vasca. Il passo
un po’ dondolante, elastico, la schiena leggermente incurvata in
avanti, come se una mano di luce li sospingesse dolcemente.
«Aspettami» dice Andreas, che fatica a starle dietro senza
saltellare.
«Dai, stupido!» esclama Sara, senza guardarlo.
È arrabbiata perché lui le ha attraversato la corsia mentre
stava nuotando con tutta la sua forza, per arrivare prima,
facendole prendere una gran testata.
Sono gli ultimi. Un istruttore passa veloce e colpisce Andreas
con un mostro di spugna, il piccolo lo rincorre.
48 GIUSEPPE MUNFORTE

Sulla balconata si fermano i cuori delle mamme, mentre


osservano la lezione, scivolano dal giorno, dalla vita davanti
come bestioline estatiche, inafferrabili. Si ferma il mio cuore di
fumo, disfatto dalla separazione. Dalla vicinanza. Mi infilo tra
le sbarre che dividono il corridoio dalla piscina, appoggio la mia
mano di luce sulle loro schiene preziose. Sara prima di svoltare
nel tunnel che porta alle docce grida ancora: «Dai, stupido, che
facciamo tardi!», con una voce quasi forte, da mammina.
Andreas, si ferma e lascia scappare l’istruttore, torna indietro.
Ha i capelli cortissimi, quasi biondi. Una faccia simpatica, un
po’ strafottente. Quando sente la sorella dargli dello stupido,
sorride, come se quella parola avesse raggiunto, in tutto il
tempo dei loro bisticci, un significato particolare per loro, e con-
tenesse un po’ anche dell’ammirazione della sorellina per la sua
leggerezza, per quel menefreghismo un po’ anarchico con cui
affronta le regole dei suoi giorni di bambino.
Aspetta che la sorellina finisca la doccia, seduto sulle panche
dello spogliatoio femminile. Quando tocca a lui, Sara lo lava
come ha visto fare alle mamme con i loro piccoli. Poi, lo asciuga
e lo veste. Piega gli accappatoi, mette i costumini e le ciabatte
zuppe in un sacchetto di plastica, chiude lo zaino. Di solito sono
gli ultimi a uscire.
La piscina è all’interno di un istituto scolastico superiore, un
labirinto di cemento e di acciaio colorato, attraversato da un
corridoio che non termina mai. Si sentono ogni tanto voci lon-
tane, di uomini persi chissà dove. Si sente il rumore di quelli che
fanno le pulizie. D’estate è più bello uscire, c’è ancora luce e la
scuola non sembra una catacomba abbandonata.
Prima di incamminarsi, Sara ha preso i panini con la crema
di cioccolato che Elena ha preparato per loro alla mattina,
NELLA CASA DI VETRO 49

prima di andare a lavoro. Camminano adagio, sbocconcellando


il pane. Conoscono bene i passaggi del labirinto, per arrivare
all’uscita. I fondali di cemento, sui quali compaiono di tanto in
tanto i disegni degli studenti, manifesti, bacheche con elenchi
di nomi e disposizioni che sembrano fogli di una mappa
incomprensibile; il soffitto altissimo; le pareti senza finestre e i
ballatoi con il corrimano di acciaio fanno pensare di essere
nell’attraversamento di un carcere.
«Per favore, Andreas ti prego, per favore!» gli dice sempre, per
manifestare la sua pazienza, prima di usare qualche parolaccia
in codice o di correre a acchiapparlo. Il piccolo ride, ripete uno
scherzo, scatena la dolce rabbia della sorellina perché sente che
l’amore non è mai vinto.
Arrivano all’uscita, il custode li saluta. Si spostano sotto la
tettoia che porta al parcheggio. Le mamme sistemano le borse,
auto si muovono, qualcuno arriva. Loro si siedono sui blocchi di
cemento verniciato di giallo, che delimitano il passaggio sotto la
tettoia. Aspettano. Si sono abituati tutti alla loro attesa. I gui-
datori delle auto in partenza lanciano loro un’ultima occhiata
senza motivo, così, una consuetudine innocente, prima di svol-
tare. Il piccolo di solito non è ancora abbastanza stanco, parte
dritto, di corsa, con scatti prodigiosi. Corre avanti e indietro,
fino al portone, fino alla cancellata che delimita la scuola. Sara
controlla il cancello d’ingresso, quando vede l’auto della madre
solleva lo zaino e s’incammina, chiamando il fratello. Lui si è
nascosto, oppure corre lontano. La sfida. Lei cerca di vincerlo
con l’indifferenza. Elena spegne il motore, sorride. Il piccolo
finge ancora di non averla vista. Questo è il periodo in cui dice:
«I maschi hanno i muscoli, le femmine la velocità».
10

Sara dal maglioncino rosso corre sul divano. Si è vestita velo-


cemente, barcollando. Vuole dormire ancora un po’. Si rannic-
chia nell’angolo. Io la guardo. I capelli spettinati, il naso dolce.
Chiamo Andreas. Lui arriva saltellando. Dico: «Guarda,
non è bella Sara?». Lui mi fissa, controlla che non lo stia
prendendo in giro, sta quasi per farmi un dispetto, con una
delle sue frasette folli.
Poi, guarda Sara, addormentata sul divano, e dice: «Sì».
Preparo il latte. Dalla finestra viene la luce forte di un sole di
fine inverno. Libero il vetro dalle tende. Un velo arancione
sfuma il colore degli oggetti.
La piccola è venuta al tavolo. Io l’ho chiamata e l’ho acca-
rezzata e le ho parlato ancora per convincerla. Un po’
imbronciata, gli occhi socchiusi. La tazza così grande vicino
al viso. Sul maglioncino rosso la macchia più scura di qual-
che goccia di latte.
Le dico: «Non è niente, aspetta…».
Inumidisco uno strofinaccio. Tocco la stoffa leggera, lei
chiude gli occhi per dormire ancora. Penso a una proiezione
di poche centinaia di metri, nell’aria attorno, ai palazzi e alle
vite che si risvegliano. Tutto quello che non conosco. Penso a
52 GIUSEPPE MUNFORTE

città lontane, al dorso del mondo, ai livelli della vita scanditi


dal grado di ricchezza di ognuno, come a piani trasparenti e
separati che si toccano per errore, con inquilini dalla vista
deformata, che colgono male quello che li sovrasta e quello che
schiacciano, ingannati dalla trasparenza. Penso alla terribile
domanda: “Cosa sarei potuto essere?”.
Dico: hai questi pochi oggetti attorno. Le anime che tocchi.
In fondo, vedi sempre le stesse cose. Ma sono oggetti gran-
diosi, e colmano la tua anima. Dico: molte vite non ti baste-
rebbero per comprenderli a fondo.

«Piccola, bevine ancora».


Lei sbuffa, inizia a parlare di una fiaba che non conosco, per
distrarmi. Io mi abbasso, le pettino i capelli con le mani. Sui
capelli resta una polvere chiara, come sospesa, dove soffia
tutta la luce che la mattina porta nella nostra casa.

Quando sono esausto, mi piace sdraiarmi sul letto di Sara. Metter-


mi nel suo angolino, vedere noi dalla sua prospettiva. Vicino alle
sbarre di legno del lettino di Andreas. Sotto le dita la corsa delle
cuciture, il rilievo dei disegni, l’anima profumata del cuscino.
Tocco le coperte, mi allungo e resto così fino a quando
posso. Fino a quando qualcuno non mi chiama. Sento qual-
cosa di dolce attraversare i tessuti. Come una forza che mi
accoglie. Penso alla piccola Sara che mi protegge e sorrido.
Mi fermo a guardare il soffitto e ascolto i rumori.
Mi dico: se potessi, rimarrei per sempre qui, un po’ bambino
e un po’ uomo. Dentro la forza di Sara. Niente mi dà pace
come toccare le cose che lei ha toccato. Osservarla. Ascoltare la
sua voce, seguirla quando si isola in un incanto di solitudine.
NELLA CASA DI VETRO 53

Fermo sul letto, in questo angolo di stanza della nostra pic-


cola casa, dentro questa deriva di cemento, ascolto lo strepito
della strada. Un fluire basso da cui si staccano suoni più
aperti, frantumi di suono e schegge e una pioggia improvvisa
e sempre diversa, come se tutto quel movimento finisse con-
tro una barriera e la materia più leggera volasse a sbriciolarsi
sul nostro muro.
Il rumore mi dà pace. Mi chiedo dove sarei se non ci fosse.
Dentro un relitto di pietra, filiamo anche noi sulla corrente.
Questo è un regalo di Gabriele, niente sarebbe accaduto
senza di lui. Questo incredibile sovrapporsi di fili leggeri che
mi ha dato gioia.
Non posso ancora alzarmi dal lettino di Sara. Mi dico: noi
abitavamo in quell’orbita di suoni, alta sulla strada. La vedevi
filando sulla statale, come un segno nella roccia. In mezzo a
una semina di ferri e croste e finestre senza respiro. Eravamo
là, leggeri, e guardavamo in giù blandamente, come un uccello
che tiene a lungo la posizione, parallelo al mondo, dopo l’ul-
timo movimento.

Qualche volta è Elena a dormire nel lettino. Quando i piccoli


non vogliono rimanere soli. Sono stati tutto il giorno lontani,
nelle sale deserte della scuola o in casa di altri. Lei ha sistemato
velocemente la cucina, spegne le luci e li raggiunge. Si sdraia di
fianco a Sara, sulla brandina tra il lettino di Andreas e il muro.
Conta di restare solo il tempo di farla addormentare, ma si
addormenta anche lei, e rimane tutta la notte.
Dalle pareti vengono le voci e il suono delle televisioni
delle case vicine. È ancora presto. Andreas quando sente che
dormono, scivola dal lettino e si attacca a loro.
54 GIUSEPPE MUNFORTE

La casa è buia. La tapparella della sala non è abbassata com-


pletamente. Dalle fessure entra la luce del lampione in seg-
menti sottili, che si distendono fino al muro e al pavimento.
Fuori scorre il fiume di quelli che tornano da lavoro.
Anche la notte è il momento più bello.
La notte e la mattina, con il disordine del risveglio e le voci
e i saluti, si toccano come le dita di una stessa mano – dopo
lunghe ore di privazione – senza più spazio di lontananza.
11

Usciva con uno sposato. Con lui l’ho vista attraversare, la


prima volta, il giardino vicino alla chiesa.
Non lo ricordo. Lei mi ha sempre detto cose confuse. Non
avevano molto tempo per vedersi. Lo chiamava in ufficio,
restava una settimana a aspettarlo per un appuntamento che
veniva spostato e spostato di nuovo.
Quando me ne parlava, provavo un po’ pena per lei. «Una
dura come te» dicevo, «con quello». Gli scriveva bigliettini.
Alla sera, quando trovava qualcosa di suo nella cassetta delle
lettere o un messaggio sulla segreteria telefonica, cambiava
umore. Le bastavano quelle poche righe per ripartire.
Io stavo zitto. Avevamo iniziato a vederci, ogni tanto. Lei suo-
nava il citofono e io scendevo. Camminavamo un po’, di solito
fino a un locale vicino alla scuola del quartiere. C’era una
grande sala piena di tavolini, sempre deserta. Lei prendeva un
succo di frutta e lo assaggiava appena. Non smetteva di raccon-
tarmi, io pensavo: come si racconta a un medico.
Ascoltavo, e non dicevo niente. Pensavo: Sei troppo loquace,
adesso. Ti indebolisci – non sei te stessa.
Forse non capiva ancora che ci soffrivo. A diminuirsi così. A
parlarmi come a un fratello.
56 GIUSEPPE MUNFORTE

Una volta, dopo mille inutili congetture (io la guardavo


negli occhi e lei non scappava), ha sorriso e mi ha detto:
«Parlo anch’io come una donnetta».

L’uomo sposato non è durato molto. Affiorava ogni tanto


nelle sue parole, poi è scomparso. È crepato anche lui mi sono
detto, osservandola. Mi piaceva la sua durezza. Dopo uno
sgarro, un taglio netto.
Le dicevo: «Sei incredibile, babydoll. Sei unica. Nascondili
bene, i tuoi cadaveri, non lasciare che ti corrano dietro».
Lei rideva, per la parola cadaveri. Rideva perché non si
sarebbe mai voltata indietro. Sapeva di piacermi per questo.
Alla sera, se trovava ancora un biglietto dell’uomo sposato, lo
strappava senza aprirlo.

Quando l’ho conosciuta, lavorava da un notaio. Un po’ d’ar-


chivio, un po’ di lavori di segreteria, un po’ in giro dai clienti.
Mi piaceva il suo modo dolce e sarcastico di dirlo, modulando
la voce. «Passo il giorno come una talpa. Dentro una tana di
carte muffe, la finestra contro la finestra del muro di fronte.
La talpa non sa nemmeno se fuori c’è ancora la luce, se è
giorno o se è già notte. Vuoi che te la racconti la fiaba della
talpa?».
Qualche volta ci sono andato, nella strada vuota e curva,
con lastre di pietra grigia al posto dell’asfalto. Il cielo come il
solco di una materia senza liquidi. La sua finestra illuminata,
ombre dietro le tende. Io camminavo sulle strade bagnate,
contro i muri neri di pioggia. Mi piaceva sfiorare il suo
alone, in quella specie di trincea che si apriva da una strada
luminosa del centro. Aspettarla in un rientro del portone,
NELLA CASA DI VETRO 57

uscire alla luce con lei: dentro la fluida luce del traffico e dei
negozi a fine lavoro.
Ci sono andato senza che mi aspettasse. Così, per malu-
more. Appoggiato al muro, nella penombra, mi abbandona-
vo alla sua presenza. Dal portone uscivano e entravano i
notai, non facevano caso a me. Ascoltavo il ticchettio della
macchina da scrivere, voci confuse in cui cercavo di ricono-
scere la sua.
Sentivo il vetro sfiorato dalla sua ombra. In quel posto
profondo di calce spietata, senza forme di vita.
Restavo un po’ e me ne andavo.
Alla sera finiva tardi, a metà giornata l’intervallo era di quasi
tre ore. In un racconto aveva scritto: Esco al buio, affioro
lasciando il suono dei miei passi come un richiamo. La luce
bassa alle finestre, una donna sta spazzando un androne. I miei
passi non finiscono di stupirmi.
Un paio di volte alla settimana usciva con amiche del lavoro.
Avevano tutte relazioni con uomini che non le meritavano.
Capitava che rincasasse solo al mattino, per cambiarsi prima
di andare in ufficio.
Aveva occhi più larghi e ombre attorno, i movimenti ral-
lentati e esausti. Un vestito nero, un golfetto stropicciato. Io
sedevo davanti a lei a un tavolo di bar, di mattina, con la
gente che scappa. Colazione e guardarsi negli occhi. Sapevo
che non aveva dormito a casa.
Poi ha trovato lavoro nell’ufficio export di un cliente del
notaio, pochi soldi ma un orario meno pesante. Io non pen-
savo a lei. Quasi mai. Per un lungo periodo non l’ho più
incontrata. I nostri orari erano molto diversi. Non l’ho più
vista per così tanto tempo che ho anche pensato che avesse
58 GIUSEPPE MUNFORTE

cambiato casa. Vedevo che ritirava la posta. Ogni tanto le


lasciavo un bigliettino stupido, pieno di sciocchezze: citazioni
artefatte e poesiole falso-ermetiche dedicate ai suoi occhi o
alle sue gambe, firmandomi con nomi bizzarri. Lei mi
rispondeva scarabocchiando qualche frase sul retro del
biglietto e mettendolo nella mia casella.
12

Ero ormai convinto che fosse finita così – un’estasi ai margini


della vita di tutti i giorni – quando è arrivata la notte più strana
della mia vita.
Ero tornato molto tardi da una serata con gli amici e non
avevo più sonno. L’impastatrice del panettiere di fianco
all’ingresso aveva già smesso di scuotere il palazzo. Di solito
avveniva verso le due – i vetri delle porte e delle finestre tre-
mavano a lungo, un colpo sordo di percussione dentro le
pareti, quando partiva e quando terminava l’impasto, un
movimento di gigante che si mette in piedi per iniziare il suo
viaggio. Ero sveglio e stavo nel silenzio. Con un bicchiere
colmo fino all’orlo di grappa di mele, il liquore che santifica-
va la mia solitudine e aveva origine da un libro amato da
ragazzo. La vetrata libera, guardavo l’aria azzurrata della stra-
da (come se fosse già l’aurora), la vampa sui muri del palazzo
di fronte che veniva dal benzinaio e dall’insegna del negozio.
Era il momento in cui la strada è deserta, una specie di vertice
della notte per il nostro palazzo a ridosso di una cascata vasta
di fabbriche e di autostrade vicine. Passavano solo auto soli-
tarie, la piana spazzata dalla notte, come bestie alla pazza
ricerca del gregge.
60 GIUSEPPE MUNFORTE

Stavo considerando che nemmeno il liquore, come tante


altre volte, sarebbe riuscito a farmi dormire, quando ho senti-
to come un fruscio contro la porta dell’ingresso. Un muso di
gatto, zampette maldestre. Ho sbirciato nel corridoio e ho
visto un foglio bianco sul pavimento. Ci sei ancora?
Ho aperto la porta. Sulle scale la luce era spenta, lei era
seduta in alto, sulla rampa che sale. Un’ombra di bambina
impaurita contro il corrimano.
«Ho visto la tua luce dalla strada».
Le ho versato un bicchiere. Ci siamo seduti vicini al tavolo
della sala. Aveva i capelli più corti, due lunghe ciocche scende-
vano dalle tempie a toccarle le guance. Più chiari, sul tessuto
nero e quasi lucido della giacca.
Era lei. Mi sembrava di non averla mai vista da così vicino.
La pelle un po’ screpolata del volto, un segno leggero sopra
l’occhio destro. Non dicevamo niente. Sentivo che era spaven-
tata. Guardava come se non mettesse a fuoco le cose che aveva
attorno. Non mi vedeva.
Osservavo il solco lunare della sua pelle, la linea del collo e
la pelle tesa dalle ossa. Le mani già invecchiate, come se lavo-
rasse con l’acqua, senza risparmiarle. Le dita lunghe, la carne
arrossata.
Non volevo dirle niente. E dopo quel silenzio meraviglioso,
ha alzato lo sguardo e ha detto: «Tu pensi male di me».
«Non è vero» ho risposto.
Ha sorriso, ha aspettato un momento e ha detto: «Lo so. Per
questo mi piace stare con te».
Non riuscivo a smettere di cercare qualcosa nel suo viso
sconvolto, ma ho avuto la forza di non chiederle niente.
«È molto tardi», ho detto, «dovresti andare a dormire».
NELLA CASA DI VETRO 61

«Non posso stare sola» mi ha risposto.


Anch’io sapevo che non avrei più potuto dormire, ma le
ho detto ancora qualcosa perché andasse a riposare. Lei non
mi ascoltava.
Dentro quegli occhi che sembravano più grandi, e molto
stanchi, mi fermavo. E sentivo qualcosa che non avrei voluto
sentire.
«Leggimi qualcosa» mi ha detto. «Qualcosa di tuo».
«Io non scrivo» ho risposto.
«Leggimi qualcosa. Ti prego».
Allora mi sono alzato e ho preso un foglio e ho detto: «Ho
solo questo, è per te».
Non avrei voluto parlare né concederle nulla, eppure, quasi
senza rendermene conto, come un ubriaco, ho preso il foglio.
Come uno che voglia accelerare la fine, per quegli occhi
colmi di sconfitta, che nascondevano una cosa che non vole-
vo conoscere, ho letto: …e spegnermi nei tuoi capelli/ negli
occhi/ come farfalla fermarmi/ contro la luce/ insistere pazzo/
anche se non mi vedi/ bruciarmi/ dentro te/ non essere più/
come alito spegnermi/ e dislivello di ombre/ dentro la tua luce.

Poi, ho piegato il foglio, l’ho appoggiato nel posacenere e l’ho


bruciato.
Lei non ha detto niente, è rimasta in silenzio senza capire.
Allora, ha detto: «È molto triste». Ha sorriso, si è alzata e mi
ha dato un leggero bacio sulla bocca.
«Hai ragione tu» ha detto. «È molto tardi, dobbiamo riposarci».
Ci siamo sdraiati sul letto, senza svestirci. Lei si è voltata
verso il muro, respirava adagio. Io ho spento la luce. In strada
si sentivano già filare le prime auto.
62 GIUSEPPE MUNFORTE

Cercavo di non muovermi, per lasciarla addormentare. Per-


cepivo ancora in lei lo spavento, non riuscivo a capire.
Sentivo l’odore dolce dei suoi capelli, nella penombra, la
gravità di forze del suo corpo leggero. Trattenevo il respiro,
fissavo i contorni morbidi delle cose.
Verso mattina, senza muoversi, e come se avessimo appena
smesso di parlare, ha detto: «Aspetto un bambino».
Nella vetrata si vedeva l’aria sporca e appena chiara del
mattino. Il muro scrostato del palazzo davanti, e canne e ferri
inspiegabili di un tetto più basso. In strada il traffico suonava
costante, come un torrente che strappasse tutte le pietre nella
sua corsa e nuove pietre di continuo accumulasse e lanciasse
attorno.
Guardando l’aria sporca ho sorriso. La gioia misteriosa e sfi-
brante che ho provato si è trasformata nella materia di quel
sorriso leggero che nessuno ha visto. Ho cercato la sua mano e
l’ho stretta piano. Mi sono avvicinato a lei, ho sentito il suo
corpo contro il mio corpo. Non avevo il coraggio di interrom-
pere l’incanto.
«Questa è la nostra casa rombante» ho detto.
13

Ora ho più tempo da vivere. È come se il tempo si fosse dilatato.


Cerco negli occhi di chi incontro un segreto che prima non
mi interessava. Guardo come uno si muove e si perde nell’onda
improvvisa della folla, il viso che non si smussa, il destino
disfatto in rivoli che si accendono attorno come sonagli
legati alla carne e piccoli pesi maldisposti, e un po’ piegano,
e fanno inciampare, e danno l’oscillazione in cui controvo-
glia, quasi a tradimento, risplende l’unico. Guardo quelli
fermi a una panchina, i vecchi che vanno su e giù come senti-
nelle per lo stesso tratto di strada, quelli seduti su un guardrail,
che fissano chissà cosa, come pagliuzze e schegge che il risuc-
chio del traffico sta per sollevare.
Ora ho molto tempo. Entro nelle piccole botteghe del quar-
tiere. Le conosco tutte, ho sempre qualcosa da cercare. Ogni
tanto attraverso il viale e raggiungo il centro commerciale. Mi
piace l’idea del labirinto e delle luci. La ricerca dell’oggetto più
stupido mi regala lunghi momenti di contemplazione. Vedo
alcuni che fanno gruppo, i bambini più piccoli seduti sui car-
relli e qualcuno stanco che li spinge. I vecchi come in visita su
una vettura che partirà senza di loro. Le madri di fianco ai
padri, qualcosa che non sembra avere identità. Penso a come
64 GIUSEPPE MUNFORTE

tutto sia preordinato, come un allarme che chiama e disperde.


Eppure, mi dico, non saresti mai sazio di questa ricchezza.
Amo girare per i corridoi, il caos delle voci, la fretta e la
calma, vedere quando la merce è solo un pretesto.
Mi piace pensare a lei a casa. Essere solo, perdere tempo, in
giro per lei, e sapere che la troverò. – Dentro quella bollicina
appena alta sul vortice, l’odore buono che riconosco nelle
stanze. Non riesco ancora a guardarla, è l’unica che mi chiede
troppo.
È come se il tempo fosse rallentato. Il sabato è lentissimo.
Le ore della sera, dopo il lavoro, sono le più dolci. Alla sera
arrivo, entro e mi fermo un attimo contro la porta, prima di
voltarmi e cercarla.

Ricordo che una volta l’ho incontrata per caso in metropolita-


na, pochi giorni prima del congedo dal lavoro. Di sera, il vagone
pieno di gente che tornava. Era qualche sedile più in là, con la
testa leggermente appoggiata alla sbarra. Il viso è affiorato
prima che lo vedessi, tra i movimenti di quelli in piedi. Quando
succedono cose come questa, credo sempre che qualcuno mi
chiami. Penso a un film in cui sui personaggi era fissata una luce
diversa, un velo blu, se erano buoni. Ho visto i capelli luminosi
tra le cose scure di quelli attorno, il viso bianco, gli occhi
segnati dalla stanchezza. E lo sguardo, in quella folla, chissà
perché, quasi subito ha incontrato il mio sguardo.
L’ho raggiunta e ho fatto un inchino. Lei ha sorriso. Poi ho
pensato che non bastasse e, sulla banchina – lei barcollava –
nella confusione di quelli che passavano, mi sono inginoc-
chiato e ho detto: «Sei tu la cosa misteriosa che cercava questo
gatto randagio?».
NELLA CASA DI VETRO 65

Siamo tornati a casa lentamente, tra luci basse, assorbendo a


ogni passo la greve materia della nostra strada. Faceva già fatica
a camminare. Portava larghe camicie colorate, lunghe fino
alle gambe. La pancia faceva quasi impressione in rapporto
alla sua altezza. Di lì a poco sarebbe rimasta a casa, le gambe
gonfie, costretta per lungo tempo a tenere i piedi sollevati.
Io amavo quella mutazione. La osservavo con meraviglia,
giorno dopo giorno. Per la prima volta non ne avevo paura.
«Dai, ragazzo, entra» dice l’allenatore.
Lui non si muove, seduto ultimo sulla panchina delle riserve,
le braccia sulle gambe, lo sguardo che ha scrutato l’universo
della terra tra i suoi piedi. Capocannoniere nel campionato
regionale, la scorsa stagione. Dove lo trovi un centravanti che
supera il metro e novanta, quasi metà delle reti segnate di testa.
Quella testa insoddisfatta, che viaggia con la potenza dei sedici
anni e si perde e sogna ora una ragazza, ora di non sprecare più
un momento di vita preziosa con gli allenamenti, ora di suonare
la chitarra a braccia dritte, con colpi pesanti, come un’amante
immateriale presa per il collo. «Tu sei un vichingo» gli dice il
massaggiatore della squadra. Lui strizza il naso e le labbra infa-
stidito. I capelli troppo lunghi che finiscono in boccoli immate-
riali, legati con una cordicella sulla fronte, le spalle larghe e quel
petto ancora glabro, sottile, con il segno quadro dei muscoli
appena accennato, il rilievo delle costole, le lunette degli addo-
minali che pulsano sotto la pelle tesa dello stomaco, quando
corre roteando la maglietta sull’avambraccio, dopo il goal.
La squadra ha un seguito di ragazze, che sono sorelle e fidan-
zatine e amiche a catena. Alcune vengono solo per lui, che si
mescola agli altri e un po’ si nega, non raccoglie le allusioni.
68 GIUSEPPE MUNFORTE

Come se fosse già impegnato in chissà cosa. In qualcosa di spaven-


toso, che toglie il sorriso e rende sempre un po’ distratti e fa esplo-
dere imbarazzo e frasi nasali e sguardi che non vogliono offendere,
quando c’è da leggere un bigliettino o rifiutare un appuntamento.
Ha altri amici, altri giri. La musica, gente più grande di lui. Le
ragazze credono che ci sia anche una donna che potrebbe essere
sua madre, l’hanno vista con lui da qualche parte. Una donna
troppo bella, troppo profondamente adulta. Si è tatuato un ser-
pente attorno al bicipite, passa ore a ripetere scale con la chitar-
ra elettrica, ripartendo da capo quando il plettro per pigrizia
evita il movimento binario, alto basso, l’unico che può portare
alla velocità prodigiosa dei suoi maestri. Ore fermo con la chi-
tarra in grembo e lo sguardo perso sul muro, in camera sua, la
casa vuota, i pensieri agganciati nella corsa feroce delle domande,
nel mistero della vita potente, una tempesta di possibilità,
davanti, e scorsa bizzarramente, con frutti discontinui, ora
opaca ora meravigliosa, rovesciandogli una bufera di oggetti alle
spalle, dentro una rimessa senza ordine, ancora come nuovi, e
incomprensibili. Nella bufera c’è qualcosa di semplice, che non si
muove. Qualche libro, una giacca, un diario, un pacchetto di let-
tere, l’orologio e la catenina d’oro che non toglie mai. Erano di
suo padre. Il vetrino dell’orologio si è scheggiato, ancora non si è
deciso a cambiarlo. Ma non si sente meno forte per questo. Le
domande che vengono da suo padre gli danno pace. Lo placano.
Gli consentono di fantasticare in luoghi che ormai non provocano
più dolore, ma un senso come di tregua, come tornando a casa
per qualche giorno di riposo, prima di esporsi ancora all’avven-
tura della vita che lo attende e travolge. Alle domande che una
mente disincarnata sembra generare nella sua mente, senza
pietà, senza soluzioni. Resta chissà quanto tempo così, semi-
NELLA CASA DI VETRO 69

sdraiato sul letto, i pensieri che volano, come se nessuno potesse


più pensare a lui, chiedersi dove si trovi. Stargli vicino come un
fantasma inebriato dalla sua dolce inerzia.
L’allenatore vuole punirlo. «Andreas!» urla. Il ragazzo allora si
alza dalla panchina, fa qualche flessione, qualche saltello, e si
avvia trotterellando verso la zona di attacco del campo. Una
ragazza dalle tribune urla il suo nome. Mancano due minuti alla
fine della partita. La squadra sta vincendo, non c’è bisogno di lui.
Questo deve capirlo, pensa l’allenatore. Quanti ne ha visti come
lui, un talento indiscutibile, che a un certo punto hanno perso
la fede, come dire, il fuoco, e sono scivolati lontano, svogliati,
distratti da cose che non sanno giudicare, persi in corsette senza
direzione, fino al momento in cui è troppo tardi per ripartire. I
migliori sono quelli ottusi, che fanno un gesto di sottrazione e
lasciano all’allenatore il giudizio sulle loro vite.
Quest’anno il calo del ragazzo è stato spaventoso. Allena-
menti saltati, poche azioni importanti, pochi goal. Eppure
resta ancora il migliore della squadra là davanti, anche senza il
fiato, anche senza le gambe della stagione in cui è diventato il
primo dei cannonieri.
L’ha lasciato in panchina anche a costo di perdere, senza par-
largli, senza chiedergli niente, come una sposa tradita evita il
fantasma del marito.
Per un mese il ragazzo non si è più visto. Da quando aveva sette,
otto anni, due allenamenti alla settimana, la partita del sabato.
Quanto darebbe un padre per poter preparare la borsa con la
divisa e le scarpette, arrivato il sabato, per potersi sedere pieno di
emozione sui legni di una tribuna pericolante, in un campo da
oratorio, seguire fiato a fiato le corse, e poi aspettarlo agli spoglia-
toi e comprargli un dolce, riportarlo stanco con l’auto, l’occhio di
70 GIUSEPPE MUNFORTE

continuo al retrovisore, discutendo le azioni, celebrando la gloria


di quelle vittoriose, in quel campo di periferia, in una partitella
di bambini esaltati dalla responsabilità, come se avessero segna-
to un momento decisivo delle loro vite scavate l’una nella carne
dell’altro… Per anni. Lo ha accompagnato Elena, più spesso il
padre di uno dei suoi compagni di squadra, e per qualche tempo
anche Sara, quando ha preso la patente. Ora ci va da solo, in moto.
È stato lui a tornare, dopo essere sparito per un mese, pieno di
silenzioso rimorso e a chiedere di essere riammesso in squadra.
Una discussione lunghissima, la durezza dell’uomo, i compagni
un po’ infastiditi. Rimorso per quella passione tradita: per la
gioia, che ora non confesserebbe, di essere là in mezzo e correre e
sfidare il caso con i suoi colpi spavaldi. L’allenatore sembrava
non volerne sapere, diceva che era inutile rimandare una cosa
che sarebbe comunque stata inevitabile.
Gli ha detto: «Ci sono i campioni e ci sono quelli come te».
Poi, gli ha concesso di riprendere gli allenamenti. Non l’ha
fatto giocare per tre gare. Infine, gli ha promesso che sì, il pros-
simo sabato, in trasferta, l’avrebbe messo dentro. Una trasferta
di qualche ora in pullman, la gara nel pomeriggio, il sabato
sera rovinato. A due minuti dalla fine, per piegarlo. Il ragazzo
non ha detto niente.
Per quasi tutto il tempo in cui ha giocato la squadra avversaria
è stata in attacco. Lui gironzola a centrocampo, osserva l’azione.
Poi, uno dei suoi compagni parte veloce, lo vede, gli allunga un
pallone preciso. Andreas ferma a mezz’aria, mette a terra e vol-
tandosi ne fa fuori due. Scatta a lunghe falcate, ce n’è solo uno
ancora prima del portiere, lo salta, entra in area. Ora, dovreste
vedere la scena: quella specie di gigante, così veloce, leggero, con i
lunghi capelli biondi divisi sulla fronte e il laccio di cuoio che gli
NELLA CASA DI VETRO 71

scende sulla nuca, quel segno così femminile in tanta forza. È


una cosa bella, qualcuno dalle tribune si alza, pensando a una
gara di campioni veri.
Entra in area e aspetta il portiere, che si avvicina a braccia lar-
ghe, senza sapere cosa fare. È un attimo, la decisione di uno
strappo improvviso. Guarda in basso e tocca la palla con un cal-
cio leggero, come se gliela passasse. Un passaggio, un tiro, forse è
scivolato, forse voleva alzarla con un tocco beffardo. La palla
viene raccolta dal portiere, che, pieno di stupore, sembra volergli
dire qualcosa. La discussione inizia subito. L’arbitro fischia la
fine. Hanno vinto lo stesso, il suo goal non sarebbe servito.
Il ragazzo si incammina verso gli spogliatoi, i compagni gli
stanno lontani. Quando passa vicino alla panchina, non guarda
l’allenatore, l’allenatore non guarda lui. Come due fratelli che si
sono traditi. Quello che c’era da dire è stato detto. Meglio finirla
così, pensano, senza nascondersi.
Il ragazzo scende negli spogliatoi e alle sue spalle si chiudono gli
anni, per sempre, come tante altre volte dovrà accadere alla sua
età, fatti di giorni di nebbia e di sole rovente sui campetti della
periferia, tutte le discussioni, tutte le amicizie e le complicità del
gioco. Si chiudono in un oggetto che finirà nella rimessa, in quel
modo inesorabile in cui succede da ragazzi, quando la vita fa un
salto verso un territorio selvaggio. Un oggetto pieno di domande,
e di dolore, anche, nel suo abbandono. Solo una ragazza conti-
nua a difenderlo, là in tribuna, discutendo con le amiche. Anche
lei sarà costretta a quel salto ma non vuole ancora dirselo. Si
attarda sui gradini scheggiati, sotto la tettoia di plexiglas, men-
tre il campo è ormai svuotato, come in una zona di materia
incerta che aspetta solo che anche lei si decida, e presto, molto
presto, sarà solo poco più che aria.
14

«Mi piace questa casa».


«È molto piccola».
«Mi piace che stia così, spostata verso il fondo del palazzo,
né troppo in alto né troppo in basso. Come un buco in un
albero, dove riesci ancora a infilare la mano».
«Qualcosa che non è né dentro né fuori… Vuoi dire questo?».
«Sì».
«Anche a me piace così. L’idea dell’albero e di un cavo pieno di
attesa. D’estate, ogni tanto, la sera, vado a leggere sul balcone.
Sono belli questi balconi così grandi e larghi, un terzo della casa,
con la ringhiera sonora e il bordo rovinato e grossi pezzi di
cemento saltati. Come una piattaforma instabile piena di distru-
zione. Sembra di essere in volo, sull’ala di una grossa bestia alla
fine, che riesca a prolungare in eterno la sua caduta. L’aria sotto
che stride come se fosse già avvenuto il contatto con l’asfalto.
Prendo la sedia e leggo fino a notte, alla luce del lampione. Il
lampione arriva quasi al terzo piano, la sua luce è molto leggera».
«Qualche volta ti ho visto».
«Sembra messo apposta. Dovrebbero scriverlo nella descri-
zione della casa, quando l’affittano. C’è un lampione e di notte
si può leggere stando in strada».
74 GIUSEPPE MUNFORTE

«Anche questo mi piace. Quando sei fuori e sotto c’è quel


vortice. E tu sei lì tranquilla con il tuo bicchiere. Avevo uno
zio che, quando non lavorava, rimaneva ore ai tavoli di un
bar, sul marciapiede, a guardare il traffico».
«È come se ci fosse sempre qualcosa da imparare nel viso,
nel movimento di chi passa».
«Mi piace stare qui, in questo angolo di letto, in questo angolo
di casa. Con te. La vetrata davanti. Credi che sia stupido?».
«No. Forse, no. Anch’io non me lo sarei aspettato».
«È come se fossimo tante cose diverse… Un certo giorno,
metti a fuoco la più vicina a te. Solo quella, passando in questo
modo da una vita all’altra. Una dopo l’altra. Dentro la vita».
«Sei tutte le cose che ho sempre amato e che non conoscevo.
Una volta ho scritto che sei l’acqua che si spacca sugli scogli,
quella specie di brezza che non è aria e non è acqua. Non ho
avuto il coraggio di dartelo. Era molto idiota, non mi avresti
guardato più in faccia».
«Non è vero. Dov’è? Voglio leggerlo».
«L’ho buttato subito».
«Sei proprio matto».
«Non mi sembra vero di averti qui. Sento che dovrei dirti
sempre che sei bellissima».
«Faccio fatica a alzarmi. Ho le gambe gonfie, gli occhi gonfi.
Nello specchio vedo mia madre. La pelle del ventre si sta
squartando, resteranno ferite come di una lama».
«È per questo che sei bellissima. Sei il mio liquore preferito».
«Ma guarda che matto! E sì che un tempo ti vedevo appena.
Non posso più credere a quel tempo».
«Una volta, figurati, ho pensato che se tu avessi piaghe sulle
labbra, io amerei le tue piaghe. Le vorrei baciare. Non so come
NELLA CASA DI VETRO 75

dirlo… Ti ho mai raccontato del mio liquore? Un giorno mi


sono detto: voglio che sia questo. E adesso non posso farne a
meno. Della grappa di mele, voglio dire… È nato tutto da un
libro che ho letto a vent’anni».
«Credi che… nostro figlio starà bene, qui?».
«Non c’è posto migliore».
«In questo… urlo di cemento, di strade… Non so, certe
volte non capisco più… In questa rovina, mi dico».
«Sì. Non c’è gente migliore di questa. Io lo sento. Il resto
tocca a noi».
«Alcuni mi conoscono da quando ero bambina».
«E tu com’eri, da bambina?».
«Andavo ai giardini qua dietro, quelli con l’asfalto tra le col-
linette e il pontile e l’area coperta dove fanno il mercato».
«Io da piccolo stavo in un paese… Era lì, allora, che giocavi…».
«Sì. Non è cambiato niente. Ci sono ancora scritte con la
vernice che hanno fatto allora. Alcune le conosco a memoria.
Sono una delle prime cose che ho letto quando ho imparato a
leggere. Quando passo le cerco, senza pensarci, mi dà pace
trovarle ancora. È come un segreto. Un segreto dei muri,
voglio dire. Come se qualcosa della mia vita fosse ancora al
suo posto, e ci fosse una direzione».
«Devi farmele vedere».
«Mi dico: ci porterò anche lui, e tutto sarà uguale».
«No, niente sarà uguale. Però, pensaci, avresti voluto un posto
diverso? Un posto diverso dal campo segnato sull’asfalto, dal
pontile su cui correvi in bicicletta, o sotto cui giocavi nei
pomeriggi piovosi…».
«Cosa vuoi dire?».
«Voglio dire: hai avuto la felicità che ti spettava?».
76 GIUSEPPE MUNFORTE

«Sì, è questa la domanda giusta».


«È l’unica domanda».
«Io l’ho avuta, sì, lo senti che l’ho avuta».
«È il segreto dei muri, delle scritte».
«Sì, certo, c’è anche questo in quel segreto. Nel loro alone,
nell’ombra quasi illeggibile, senza colore».
«Io credo che qui starà bene».
«Ormai, c’è già da un pezzo».
«Nella casa volante».
«Mi piace perché ci sei tu. Non sarei voluta stare così in
basso, al secondo piano, prima».
«La vicina mi ha detto che da piccola andavi spesso da lei».
«Sì, scappavo per le scale e mi rifugiavo in casa sua».
«Dice che ti assomiglierà. Che sarà una fortuna se ti
assomiglierà».
«Anch’io le voglio bene. Lei lo sa…».
«La casa pulita, la pianta sul pianerottolo, quel marito già
anziano, con gli occhi buoni… La fatica non ce l’ha fatta a
finirli».
«Pensavo che sarei scappata. Dalla periferia, da questa città.
Poi, tutto è stato così veloce…».
«Se vuoi, andiamo… Io vado dove vai tu».
«Qui mi piace, adesso. Stare in mezzo alle tue cose. In questi
giorni… Non esco quasi di casa e non mi sento sola… Sto
diventando stupida. Ti piacerò ancora?».
«Io penso che giri per le stanze, che tocchi i libri, che ti
riposi un po’…».
«Che penso a questo grande mistero che sei tu…».
«Io non sono un mistero: ti voglio bene. Tutto qui».
«Dimmi ancora del cuore».
NELLA CASA DI VETRO 77

«Ero al lavoro… Ero distratto dal lavoro, dai colleghi, non


pensavo a niente – qualche settimana dopo quella notte incre-
dibile in cui hai dormito da me, coperta dalla luce azzurra
della vetrata…».
«Ti chiamano al telefono…».
«Sì, mi chiamano al telefono e io, in quel casino, ti ascolto…
Guardo distrattamente gli altri e ti ascolto. Eri andata alla
visita…».
«Non te l’aspettavi».
«No. Non me l’aspettavo… Credevo che mi avresti detto
solo che era tutto a posto, qualcosa di innocuo. Ma tu, prima
di riappendere hai detto: – Sai, stavo per rivestirmi quando la
dottoressa ha chiesto se volevo ascoltare il cuore, e mi ha
messo una specie di microfono sulla pancia e improvvisa-
mente ho sentito quel battito, così veloce, un animaletto
testardo, che era dentro di me».
«Sì, ero lì sul letto, non sapevo nemmeno cosa stava per
accadere, e è arrivato quel suono, come se qualcuno mi chia-
masse e non ci fossimo che io e lui…».
«Io ero in piedi e ti ascoltavo, guardavo i colleghi senza
vederli, e quando l’hai detto, non so, forse perché non sapevo
ancora che potesse accadere una cosa del genere, o solo perché
ti ho vista su quel lettino, con quel suono attorno a te, mi sono
venute le lacrime agli occhi, e non mi accade mai. Ho pensato
a quel piccolo cuore, al quale non avevo mai pensato prima, e
gli occhi mi si sono riempiti di lacrime – e non sarei potuto
essere più felice».

Non riusciva quasi più a muoversi. Era troppo grossa. Io


baciavo le sue gambe affaticate, prendevo da fumare e poi
78 GIUSEPPE MUNFORTE

uscivo per il quartiere. Poco prima di sera. Camminare solo


mi piaceva ancora di più.
Mi piacevano i colpi sordi dell’ascensore, il suo legno rovi-
nato, l’androne deserto e la portineria con le luci spente:
entrare da lì nel movimento della strada.
Camminavo a caso. Andavo nel giardino dietro la chiesa e mi
sedevo su una panchina. Restavo per molto tempo così, e per-
cepivo la fuliggine e quel crepuscolo così pieno di materia. Il
palazzo davanti era velato dall’ombra scura dell’aria, io ero
sotto, pigiato nella terra, e guardavo verso la luce delle finestre.
Faceva già un po’ freddo. Alcuni bambini giocavano ancora, la
prima luce dei lampioni. Poco prima di cena. Sentivo le voci
molto vicine, un effetto irreale, come se là in fondo ci fosse
l’immagine dei bambini, e loro stessero seduti invisibili
accanto a me. Ogni tanto si fermavano e guardavano verso le
luci, qualcuno chiamava dalle finestre. Ogni tanto uno dei
piccoli partiva, passando per una porticina di rete nella rete
del campo di pallacanestro, infilandosi in un corridoio di
buio verso un ingresso, uno dei tanti nella corona alla base del
palazzo. Come rientrerebbe una luce esplosa, pensavo, un
insetto fuggito che ancora non può stordirsi a morte nell’eb-
brezza della libertà.
Io restavo ancora, fino a quando non c’era più nessuno.
Guardavo le luci, erano tutte accese adesso. Uno scialle di
insetti in sospensione. Pensavo a Elena accoccolata sul letto,
mentre leggeva alla luce dell’abat-jour – e che di lì a poco sarei
stato accanto a lei.
15

Non riesco a vincere questa intermittenza di pensieri. Sento


sempre un sottofondo in esplosione. Di immagini e voci
colte per pochi istanti. Come correndo. Come se qualcosa
accadesse in sordina, nonostante la mia ostilità. E ci fosse
uno spazio in me che fagocitasse materia estranea e mi get-
tasse di continuo in una tentazione a disperdermi, a seguire
visioni e suoni senza valore.
Mi sono detto: sullo sfondo voglio avere solo lei, la bambina.
La sua vita che ora scorre mentre scorre la mia. La sua espres-
sione di attesa, gli occhi furbi. Lasciare libero dietro il mio
sguardo questo alone dolce. Vederla giocare, correre, ascoltarmi
mentre le racconto qualcosa.
Non guardo più un bambino con gli stessi occhi, da quando
lei esiste.
Passo ogni mattina, per andare a lavoro, davanti a una scuola.
Quando non sono in ritardo, mi fermo a osservare gli ultimi
che entrano, accompagnati da ragazze che hanno avuto cura
di loro e per sé appena il tempo di pettinarsi. La strada davanti
si ferma per il loro passaggio. Un movimento confuso di bam-
bini che corrono e di madri lente e piccoli che saltellano con-
tro il loro fianco. Non riesco più a ripartire. Guardo gli zaini,
80 GIUSEPPE MUNFORTE

il volto che affiora sotto i pesanti cappelli di lana, i movimen-


ti un po’ ottusi. Penso a quanto valore si racchiuda in questi
pochi passi da casa alla scuola, nelle impressioni di una matti-
na appena sorta e che subito si perderà indistinta alle spalle.
L’aria fredda, la sosta in un negozio di alimentari, un vecchio
seduto sul bordo dello spartitraffico, pesantemente appoggiato
al bastone.
Sento la vita di Sara scorrere goccia a goccia insieme alla
mia. Quello che sta vivendo mentre io sono altrove. Sento che
non dovrei dimenticare mai questa occasione. Perché è questa
l’occasione più grande.

Quando Lele viene a trovarmi, vorrei parlargli di queste cose,


ma non lo faccio mai. Non trovo parole che non siano ridicole.
Lui osserva il caos della casa, ascolta gli strepiti di Sara e di
Andreas che non vogliono andare a letto. Resta in silenzio, a un
angolo del tavolo, con il suo bicchiere. Qualche volta io e Elena
abbiamo discusso pesantemente davanti a lui. Mi piace litigare
con il mio angelo, guardare i suoi occhi accesi. Mi piace la sua
voce che dice cose giuste e che le dice così, senza freno.
Poi, io e Lele usciamo.
Vedo il suo sorriso ironico nascosto dal fumo di una siga-
retta, allora ci scazzottiamo per gioco come due ragazzi. È
l’amico più grande. Quando gli altri nostri amici girano per
casa o ci invitano da qualche parte per la domenica, lui non
viene mai.
In questi anni è rimasto fedele solo alla nostra abitudine di
fuga notturna, in giro per la città. Con gli stessi tempi di
quando eravamo ragazzi e il colpo di clacson dalla strada,
qualche volta, quando è troppo tardi per venire in casa.
NELLA CASA DI VETRO 81

Con Elena non ha legato molto. La considera un po’ con


freddezza. Lo sento. Chissà, forse crede che sia troppo grande
il debito con me. Non vuole concedermi che sia il contrario.

Dopo una sera randagia in giro per i locali, con qualcun altro
recuperato da una sala biliardi dove Lele andava quasi tutte le
sere, di solito restavamo soli, io e lui. Ci fermavamo a parlare
sottocasa, in auto, come da ragazzi. I finestrini appannati, le
parole libere e la voce bassa, come due sposi nel letto. Lo
sguardo nella strada nera, quasi deserta, nessuno si accorgeva
della nostra presenza viva in quel paesaggio assiderato.
Eravamo come in agguato. Poi, Lele diceva: «Lascia che
vada, tra poche ore devo alzarmi».
Mi piaceva entrare nel silenzio del palazzo, il suono sprez-
zante delle cose che muovevo. Sentivo la tensione della vita
concentrata dietro gli usci, come se la notte e il silenzio faces-
sero polvere delle protezioni.
Muovevo un passo nel buio, alla luce dell’ingresso sbirciavo
in camera. Amavo restare a osservarli. Le coperte in disordine,
la posizione bizzarra del corpo. Guardavo a lungo la loro
espressione senza difesa, a rischio di svegliarli. Non potevo
trattenermi dal toccare il loro volto con un bacio.
Certe volte erano sul letto grande, addosso alla madre. Il
piccolo Andreas raggomitolato vicino al suo viso, Sara distesa
accanto. Sembrava che qualcuno avesse avuto cura di loro,
posandoli vicini nel sonno – un piccolo spazio tra moltitudini –
perché non si perdessero.
Elena teneva i capelli un po’ più lunghi. Nella penombra
della stanza, facevano un centro di luce. Guardavo il suo viso
dolce, i capelli sul cuscino, i bambini uniti a lei come a materia
82 GIUSEPPE MUNFORTE

senza separazione. Mi sentivo, in quegli istanti, come cosa


accolta. L’essere buono che si distende ai piedi del letto e veglia
con il suo sonno leggero.
Se faccio scorrere la mia vita (e l’occhio fila veloce cercando
questa sostanza), sento di non aver visto mai qualcosa di più
alto di quei corpi abbandonati nel sonno, se non in quello che
sento come il giorno più bello della mia vita.
Credo che a un certo punto dobbiamo raccogliere le occa-
sioni che abbiamo avuto, dare loro un valore e (non so come
dirlo) sentirci grati. La mia più grande era di averli lì, quando
rientravo di notte. Potermi appoggiare al muro e restare a
guardarli. La bellezza del sonno, i corpi scoperti, il viso immo-
bile e come attraversato da un movimento a filo di luce, che
non intacca la superficie. L’incanto dell’acqua.
Le notti in cui il piccolo Andreas era uscito dal lettino,
andando a rannicchiarsi di fianco alla madre e alla sorellina,
non li disturbavo. Scivolavo nel buio attraverso la stanza, fino
alla brandina di Sara. Percepivo lei nelle coperte scostate, nel
cuscino piegato. Restavo a lungo così, con gli occhi aperti nel
buio, ascoltandoli. La stanza poco a poco si mostrava al chia-
rore della luce di una lampadina notturna. Cercavo di non
addormentarmi subito, come si cerca di non perdere una cosa
che finirà.
Poi, mi abbandonavo al sonno, quelle notti, come a una cosa
buona.
16

La mattina del giorno più bello della mia vita è venuta come
niente, quasi che un coro si tenesse in sordina nell’aria ancora
umida, dietro il movimento delle solite cose, nel disordine
delle nostre strade.
Un coro lontano, che mi toccava appena con il suo riverbero,
perché la gioia e la paura non diventassero insostenibili.
Poi, avrei camminato per strada quasi correndo, senza vedere,
come attraversando un ricordo, sentendo quanto mi restava da
vivere di quella giornata come un’immacolata e lenta apertura
verso qualcosa che era già misteriosamente accaduto. Avrei
sentito, andando qua e là, entrando in questo o in quel negozio
e incrociando gente e fermandomi a parlare con qualcuno, per
la prima volta nella mia vita, cosa sia la leggerezza.
Quando il telefono aveva squillato, prima dell’alba, avevo
cercato di non pensare a niente.
«Sono io» mi diceva Elena. «Ho voluto chiamarti io, perché
di loro non mi fido. Ho avuto le contrazioni tutta la notte,
non manca molto. Vieni subito».
Sentivo l’aria contropelle, i muri che scorrevano in penom-
bra e sotto la luce gialla dei lampioni. La strada ancora umida.
L’edicola di giornali sulla provinciale e l’uomo che lanciava la
84 GIUSEPPE MUNFORTE

saracinesca verso l’alto. Ero calmo, come se un tempo indefinito


mi dividesse da lei. L’azione rallentata delle cose accoglieva il
mio movimento. Era come se il movimento della strada e dei
palazzi, dell’aria e dei fumi visivi prodotti dalla luce, io fermo,
mi cullasse, producendo uno stordimento leggero, mai provato
prima, provocando uno spostamento non rettilineo, ma svagato
e basato su una rotazione millimetrica dei campi, un’azione
strana piena di linee curve e di indecisione, anche se rettilinea e
veloce quanto riuscivo a essere veloce – come, in quel momento
di emozione e di rischio, già penetrata dal ricordo.
Sono entrato dall’ingresso della mensa, ho percorso i corridoi
deserti, la base labirintica dove avevo vagato fino a poche ore
prima, ormai notte, cercando una porta ancora aperta, quan-
do avevo lasciato Elena dopo l’ultimo monitoraggio. I corri-
doi con il pavimento cremisi e i muri sporchi. Di notte, ero
uscito al buio di un piazzale alberato in una zona che non
conoscevo, camminando pieno di emozione lungo la cinta
senza curare che fosse la direzione più breve per il parcheggio.
Notte fresca, e quella grande novità chiassosa dentro me,
l’umidità degli alberi, il silenzio delle camerate buie.
Pensavo allo svincolo aereo della tangenziale, che sfiorava la
cinta dell’ospedale. Lo percorrevo per andare da lei. Il movi-
mento velocissimo del traffico e la curva nell’aria a poche
decine di metri dal fabbricato e dalla finestra della camera
dove lei riposava. Ogni volta, passando, volevo nel mio sguardo,
in un lampo, la sua finestra e la pace dell’attesa, così vicina al
mio movimento feroce.
Una luce bianca e ancora schiacciata verso la parte alta delle
finestre stava portando la mattina, iniziando a trasformare la
natura dei corridoi.
NELLA CASA DI VETRO 85

Ho trovato la scala che conduceva al reparto. Qualcuno


dormicchiava sui sedili di plastica contro il muro. Un uomo
anziano, forse uno zingaro, con il cappello in testa, e la sua vec-
chia. Sembrava che aspettassero che una porta vicina si aprisse.
Una donna in pigiama alla macchinetta del caffè. Uno, nel
fondo cieco del corridoio, si era sdraiato di traverso sui sedili.
Ho salito le scale, ho suonato alla porta di vetro della sala
parto, ho atteso un tempo che sembrava senza fine. Mi hanno
infilato il camice e mi hanno portato da lei.
In una saletta minuscola. Ho sentito subito il suo respiro
teso, e visto gli occhi di bambina spalancati, la tensione delle
labbra per trattenere la voce. Non ha urlato mai, negli attimi
di tregua parlava piano.
Le ostetriche intanto parlavano del traffico in tangenziale,
scherzavano, prendevano accordi per la sera, che era una
sera di sabato.
Dalla sala vicina venivano le urla e i gemiti di una ragazza
che doveva partorire. Le urla erano spaventose, non avevo mai
sentito una cosa del genere. Era egiziana. Ho parlato a lungo
con il marito, dopo, un ragazzo simpatico al primo figlio. Mi
ha detto che lo avrebbero chiamato Alì.
Le infermiere non facevano più caso alle urla. Dicevano
che quella ragazza stava urlando dalla sera prima e che non
potevano più darle sedativi. «Fanno tutte così, è la loro cul-
tura», dichiarava una in modo duro, facendomi intendere
che le piacevano le donne forti come Elena, guardandomi
come se fossi niente.
Quando è venuto il momento, ho visto come una rotazione
di luci e di colori, lo strappo del verde, i visi dilatati dal volo.
Verde ovunque, nei camici, nei teli. Io, nell’angolo, quasi
86 GIUSEPPE MUNFORTE

addossato alla macchina che batteva il tracciato, in quel flusso


denso non sapevo più distinguere la luce dai suoni, colore da
colore, i visi attenti, le parole frenate per non svelare il rischio.
Un vortice che sfuggiva lentamente alla mia comprensione,
cambiando di posto alle cose, mescolandole.
Quando ho visto per la prima volta la piccola Sara, ho sentito
Elena che mi guardava. Lei ancora non riusciva a vederla. Il
medico ha chiesto: «Che nome le darete?». Io ho percepito lo
spostamento del centro di energia della stanza prima ancora
di metterla a fuoco. E nel pianto, negli occhi strizzati ho rico-
nosciuto il sorriso.
Sono tornato non so quante volte davanti a quella vetrata,
anche di sera, quando ormai era troppo tardi, solo per sbirciare
dalle persiane abbassate, a cercare lei tra tutti quei corpicini
simili, e la trovavo subito. Riconoscevo il taglio degli occhi,
l’ovale del volto – e riconoscevo me in quel volto.
Poi, sono rimasto un tempo infinito a girare per il corri-
doio con il padre del piccolo Alì, a parlare del lavoro e del
tempo e dei medici, di tante cose senza valore perché tutti e
due eravamo esaltati ma non avremmo chiamato esaltazione
quel sentimento, e ci sentivamo legati per la vita, anche se
sapevamo che non ci saremmo rivisti mai più.
Infine sono uscito a provare il lento, lunghissimo movimen-
to di aria e di luci che quella giornata, la più importante della
mia vita, voleva donarmi.
Sentivo una forza fatta come di pallottole d’aria che esplo-
devano contro i miei passi, facendomi un po’ sbandare, un
movimento contrario alla gravità, in ascensione sotto il mio
passo. Brezza e strappi leggeri attorno alle caviglie, un fruscio
di pinne che rendeva lieve la mia camminata, e più salda.
NELLA CASA DI VETRO 87

Avrei voluto vagare a caso, che quella mattina non terminas-


se mai. Non erano ancora le undici quando ho lasciato
l’ospedale.
Sono andato in qualche negozio, per Elena e per qualcosa
che serviva alla bambina. Per strada, ho incontrato un amico
che non vedevo da tempo. Sono rimasto a parlare con lui non
so quanto. Aveva già dei figli. Sentivo che era felice per me.
A casa, non so perché, offrii da bere al marito della portinaia
e a un vicino che conoscevo appena e che si trovava lì per
caso. Dopo poco ho chiamato Lele a lavoro. Alle due finiva il
turno e sarebbe venuto con me all’ospedale.
Sono andato in camera da letto e sono rimasto davanti al let-
tino che avevamo comprato. Sapevo che niente sarebbe stato
più come prima. Appoggiato all’armadio guardavo le cose
nuove nella stanza, sentivo i giorni davanti come una cosa pro-
digiosa. Dalla strada veniva il rumore regolare di un traffico
veloce. Ogni tanto si sentivano voci, molti erano scesi dall’or-
tolano che a lungo aveva chiamato con il clacson e con il
megafono. Qualcuno urlava qualche piano sopra noi e la
voce, distorta dai muri e dal caos, suonava incomprensibile e
vicina, come il lamento di un animale rintanato a pochi passi.
Al vetro del portone del nostro palazzo avevo appeso un fioc-
co. Sul biglietto, dopo essere rimasto a lungo senza sapere cosa
fare, avevo scritto il nome della piccola, e, sotto, una frase che
diceva che la vita, quella mattina, aveva spaccato la sua onda
più bella, per tutti noi, inondandoci fino a rubarci il fiato.
17

Dove le tempie s’incavano, mi piaceva sfiorarti. Dalle tempie


sentirti. Dove i capelli diventano sottili e quasi trasparenti.
Sono biondi e un po’ in disordine. Nel sonno.
Toccavo le tue tempie nel sonno.
Oppure restavo a guardarti, abbandonata vicino ai piccoli,
alla luce bassa di un’altra stanza. Mi sedevo sul letto e stavo a
guardarvi, prima di entrare nel buio, senza emozione, pen-
sando che tutto sarebbe finito.
Qualche volta, se era molto tardi, ho visto l’attacco del-
l’impastatrice disturbare il sonno dei piccoli. Il respiro si
spezzava, diventava più pesante, come se stessero per sve-
gliarsi. Un colpo secco: una frana di rocce contro il palazzo.
Loro reagivano.
Sfiorando il tuo volto pensavo a cose che non avevo il
coraggio di dirti. A tutta la viltà del silenzio. Queste piccole
cose che accadono, avrei voluto dirti, forse sono le più
importanti. Io lo sento. Dopo una lunga, spaventosa giornata
trascorsa lontano, avrei detto, sono troppo stanco per capire.
Se vado a letto presto, quando tu ancora sei indaffarata,
trovo il piccolo Andreas al tuo posto. Lo sollevo senza sve-
gliarlo e lo metto nel lettino.
90 GIUSEPPE MUNFORTE

Poi accade questo, che così, al buio, prima di chiudere gli


occhi, tocco con la punta delle dita là dove era il suo corpicino,
e sento il calore. E oltre il calore sento una corrente lieve, che
sembra percorrere il lenzuolo, liberarsi impercettibilmente
dal materasso.
Dura solo pochi attimi. Mi dico: se senti questo – questa
immane confusione – vuol dire che sei alla fine. Poi, quando
riesco a scacciare il pensiero della fine, mi dico: anche oggi hai
toccato la corrente, dunque nemmeno questo giorno devastato
dalla dispersione è stato un giorno perso.
Quando dormi, e ti vedo lontana per sempre, vorrei chia-
marti e dirti: lo senti, amore, lo senti ora, mentre sembra che
stiamo volando attraverso la notte, in questa casa squarciata,
senza speranza di farcela – un fuoco sferzato dal gelo –, lo
senti, in questo momento, come tutto questo abbia senso?
18

Erano in tre nella camera dell’ospedale, lei al centro. Nella


stanza accanto c’erano due donne di un vicino campo nomadi,
costruito tra le strade morte che portano allo svincolo dell’au-
tostrada, oltre il Roserio. Cercavano di tenerle separate dalle
altre. I tavoli e i comodini coperti da bottigliette, qualche resto
di carta da regalo, un odore buono in giro. Le infermiere
sequestravano i fiori e le pianticelle.
Osservavo le sue compagne, i gesti lenti, il buonumore che
muove a gentilezza. Quei particolari che nessuno di noi
avrebbe più dimenticato e che si disponevano in modo sem-
plice, separatamente, con un carico di sostanza misteriosa,
che si distingueva appena, in quel momento di tumulto, dal
flusso uniforme di un giorno ordinario.
Io stavo indietro, per lasciare spazio agli altri attorno al suo
letto. Il viso affaticato, i capelli sparpagliati sul cuscino, come
fieno e bionda materia fioccata dalla falce, era tornata bambina.
Sembrava tanto stanca da non potersi muovere.
Non potevo smettere di osservare il suo volto, che sembrava,
chissà come, molto più giovane; poi guardavo dalla finestra e
dalla porta vetrata che dava sul terrazzo, oltre la balaustra e la
chioma degli alberi addosso alla cinta. Si vedevano i ponti e i
92 GIUSEPPE MUNFORTE

raccordi della tangenziale, così vicini, la lastra impennata che


alla sera percorrevo ebbro per venirla a trovare.
Gabriele, quando è arrivato, ha fatto spostare tutti e ha
scattato una foto.
È una fotografia che la trasforma ogni volta che la osservo,
mostrandola ancora più giovane. Un corpo di ragazzina in
quel letto grande. Lo sguardo rivolto a qualcuno che le stava
parlando, la bocca che cercava di sorridere. Gli occhi colmi di
una cosa semplice, e per noi forse incomprensibile.
Senti come è spavalda questa mattina, ragazzo, la luce bianca, il
gelo, la piazzetta ancora deserta, le strade dove ogni tanto arriva
un’auto addormentata – la deriva buona della domenica mattina,
senza fretta, a filo d’acceleratore.
Dall’altra parte della città, in un quartiere che sta imparando a
amare. Le tapparelle ancora abbassate, qualche bar con i primi
perdigiorno, il viale che fila dritto, per decine di metri, senza case
e solo con fabbrichette e capannoni bruciati da polvere nera, con
il tetto a brandelli. Dal suo lato c’è il muraglione cieco di uno spe-
dizioniere, altissimo, con una corona di filo spinato e vetri. Piace
al ragazzo annullarsi nel freddo, percorrere piano tutta la strada,
per assaporare il premio di una casa calda e libera. Lo stesso
muraglione che a volte ha sfiorato all’alba, il cielo buio, la strada
già invasa dal lavoro e dai camion, tornando da casa di lei. Il suo
amore segreto. Quasi. Dopo una notte da uomo libero, coperta da
qualche bugia svogliata. Elena ha deciso di non contrastarlo. Nel
viale dell’alba gli piace bere un caffè nei locali pieni di gente dal
lavoro duro. Come se fosse anche lui pronto per il lavoro. Vorreb-
be dirla la forza sfacciata di quelle mattine (tutta la vita, tutta la
vertiginosa corsa), metterla in una canzone, ma ancora non ci è
riuscito. Ha paura di vergognarsene.
94 GIUSEPPE MUNFORTE

Alla fine del viale ricominciano i palazzi, un grappolo di stradine


senza fiato tra case di ringhiera, cortili, blocchi ritorti che sembra-
no sbocciare uno dall’altro come una pianta che si riproduce sel-
vaggia, per non crepare. Oltre un portone, un fondo di pozzo con i
ballatoi a ruota verso il cielo, dentro un ingresso basso di sei piani
senza ascensore. Non potrebbe essere più bello il suo rifugio.
La gente del cortile non fa caso a lui. Ne passano tanti di stu-
denti, di gente che lavora un paio di mesi e poi cambia città. In
alto, tre locali come una cuccia calda senza convenzioni, contro i
vagabondaggi senza meta per le strade gelate.
Oggi è il suo compleanno. Trentadue. Lui tra un paio di mesi
ne farà diciassette. Qualche volta l’ha portata in quartiere,
hanno bevuto qualcosa con i migliori, quei due o tre con cui
divide l’anima. Lei ha barato, dicendo che ne aveva venticin-
que. Poteva essere vero, quel viso non truccato, i capelli lunghi e
luminosi, i vestiti trasandati. È psicologa, ha finito da qualche
settimana il tirocinio. Sta facendo concorsi. Ne ha vinto uno da
pochi giorni, questa è la novità. Lontano. In Friuli, dentro un
ospedale, dalle parti da cui venivano i suoi genitori. «Perché ci
vuoi andare? Perché non a Milano?». «È solo un passaggio.
Tutto qui. Le cose non sono mai per sempre» dice lei. «La vita…
Dobbiamo andare dove ci conduce, senza troppi filtri. Senza
tristezza. Anche tu farai così, vedrai».
Le cose non sono mai per sempre, pensa il ragazzo. Eppure,
dentro mattine come questa, dentro un giorno che si annuncia
lunghissimo e inviolabile, sembra racchiuso tutto il tempo.
Esaurito. Il tempo che sbanda e va avanti e torna indietro e rico-
mincia con salti di gatto e giochi visionari. Quante settimane
mancano, e giorni e ore come questa, grondanti come uva da
spremere. «Io non sono triste» ha detto il ragazzo.
NELLA CASA DI VETRO 95

Forse lei vuole andarsene per lasciarlo libero, senza troppe


ferite. Forse vuole essere lei a salvarsi da un gioco folle, una
conoscenza nata per non durare e che ora sta diventando troppo
profonda. Quante volte hanno fantasticato su progetti che solo
due che vivranno a lungo insieme potrebbero realizzare!
Guidare quel figlio amante nella vita, sentire le cartilagini
schioccare, assaporare la carne che diventa la carne di un uomo,
lo spirito inebriato nel mondo delle idee, come una madre non
potrebbe. Forse è davvero solo un gesto libero, una fine naturale,
e nessuno si ferirà.
Le persiane sono ancora chiuse. Il ragazzo apre con la sua chia-
ve, quel metallo amuleto che tiene appeso alla catenella, come se
fosse un simbolo riconosciuto della direzione profonda. Gli piace
trovarla ancora a letto, prepararle la colazione, farle percepire il
gelo e le ore che la mattina ha già dischiuso per prepararsi a acco-
glierla. La traversata della città sul tram senza passeggeri, la cam-
minata nel quartiere delle fabbriche, che lei potrà sentire in quel
semplice gesto di andarle vicino per un primo bacio.
Gli piace quella casa disordinata. Vorrebbe chiederle di
lasciarla a lui, se sapesse come pagare l’affitto – come tagliare i
tempi, lasciando la scuola e entrando subito nella vita. I mobili
leggeri, le tendine di bambù e quel senso di movimento dato dai
pochi armadi e dalla roba che sembra accatastata e così vicina.
Prepara il caffè, qualche biscotto. Lei non si muove, osserva i
suoi movimenti. Quel ragazzone così forte e così leggero. Pensa
a un albero dalla chioma bruciata dal sole, la corteccia liscia e
sensibile. Le piace accarezzare il suo torace glabro, l’idea di
essere stata la prima. Una volta le ha detto: «Vengo con te. Mi
vuoi?». Si sono messi a ridere. Non vuole sapere se lo farebbe
davvero. Non vuole chiedersi perché abbia scelto lei, una donna
96 GIUSEPPE MUNFORTE

bambina, un essere che resiste alla maturità, come se la maturi-


tà non fosse importante e si potesse oltrepassare per andare
dritti nel mondo in un modo tutto diverso di esistere.
«Questo» le dice, porgendole il pacchettino e facendole gli
auguri. Aspetta dubbioso, ha la capacità di comprare doni biz-
zarri che crede bellissimi, facendosi rubare i pochi soldi e costrin-
gendola a lunghi giri di parole per non offenderlo. Un senso este-
tico ancora orientato dal sogno, forte di libri che nessuno legge
più, di poesie scritte in una lingua che nessuno parla. Scova que-
gli oggetti fuori tempo in negozietti sepolti nella città, che sono
discariche e bazar (un portaprofumo con uno stilo di vetro, stilo-
grafiche a pompa, gilet da principessina orientale, con una verti-
gine di lustrini e ricami). Questa volta le ha comprato una spilla
per i capelli, dorata e con pietruzze verdi e rosse. L’ha comprata in
un negozio del centro che vende bigiotteria antica. Gliel’hanno
fatta pagare come se fosse di metallo prezioso. Appena gliela vede
tra le mani, davanti al suo sorriso un po’ imbarazzato, capisce
che non la metterà mai. Che non è un oggetto da usare.
«È bellissima» dice lei.
«Certo, che è bellissima. Ci ho messo un’ora a sceglierla, ci
credi? Mi chiedevano com’era il tuo viso, di che colore i capelli, e
così via».
«E tu, cos’hai detto?».
«Ho fatto il nome di un’attrice».
«Ma no».
«Quella che sai».
«Dimmelo ancora».
«Quella con gli occhi grandi, un po’ bambolina, che faceva la
violoncellista cieca, abbandonata in quell’istituto deserto, o la
ragazza del fast food, vinta dalla delusione».
NELLA CASA DI VETRO 97

«Quando la rivedrò in qualche film, mi sembrerà di vedere te».


«Tu sei meglio, è che hai scelto una strada difficile».
«Dai, matto, vieni vicino».
«La commessa, una signora anziana tutta truccata che mi guar-
dava un po’ storto, non la conosceva. Ha fatto finta di sapere chi
fosse. Non vedeva l’ora di vendermi la spilla. Io lo capivo, e pen-
savo che così come non conosceva la tua sosia, allo stesso modo
non poteva vedere la bellezza della spilla».
«L’hai pagata tanto?».
«Questo non si chiede».
«I soldi devi risparmiarli per l’università, ricordalo».
«Se tu non ci sarai, non credo che ci andrò».
«Mi ricatti?».
«No, solo che le cose saranno diverse, non so, impegnarmi
ancora per tanti anni. Non ci sarai tu, con tutti i tuoi libri».
«Ne conoscerai tante, meglio di me».
«Finora non mi è capitato».
«Sei solo troppo testardo. Quando sarò partita, devi ricordarti
la nostra legge, che dice anche: non essere testardo, se non vuoi
restare fuori da questa bellissima corsa».
«Mi piace quando dici queste cose».
«Cosa vuoi che facciamo, oggi?».
«Oggi è il tuo giorno, decidi tu».
«Mmhh… Non so. Direi che possiamo prendere tempo fino a
stasera, per un film. Cosa ne dici?».
«Dico sì».
«Mi telefonerai?».
«No».
«Mi scriverai?».
«No».
98 GIUSEPPE MUNFORTE

«Ti ricorderai ancora del mio compleanno?».


«Sarai troppo vecchia. Una bambina con un’età sbagliata».
«Con questa cosa della bambina non so come ma riesci sempre
a fregarmi».
«Lo so».
«Come dire, cambi la prospettiva. Inverti le parti».
«Non vuoi?».
«Sì. Anche questo è un regalo».
«Avrei voluto che mia madre ti conoscesse. È in gamba, sai? Mi
sarebbe piaciuto tanto…».
«Vuoi metterla alla prova?».
«Non so. Mi piace pensare che non ci sarebbe nessuna prova».
«Dilla tutta».
«È un pensiero difficile».
«È una cosa bella, no?».
«Mi fa un effetto strano. Io so che non è così».
«Dillo».
«Che mi piaci perché le somigli».
«E com’è? Anche lei come l’attrice?».
«Dai. Sei stata tu a farmelo pensare».
«Io posso prendermi libertà che tua madre non potrebbe. Posso
pensare di farlo anche per lei».
«Mi fai girare la testa».
«È solo un gioco».
«Lo so. Non ho mai pensato… Però, che ti parlasse, sì. Lei mi
lascia libero, lo vedi. Mi considera per quello che sono».
«Possiamo sempre andare a trovarla se vuoi, prima che parto».
«Era quello che volevo chiederti».
«Sì. A me va bene».
«Così, per bere qualcosa. Oppure andiamo da qualche parte.
NELLA CASA DI VETRO 99

Non voglio avere segreti, con lei. Lei con me non ne ha avuti. Mi
ha detto sempre tutto».
«Voi vivete in un modo strano. In un modo bello».
«Sì. Sembra una comune. I soldi, i limiti, sì, non ci sono quei
limiti… A volte penso che se mio padre fosse vivo, sarebbe lo
stesso. Anche lui era uno così, che guarda solo al senso vero delle
cose».
«Buongiorno, signora, io ho portato suo figlio nel mondo del
sesso».
«Solo questo?».
«Lei penserà a questo. Questo sarà il pensiero più difficile».
«Ti piacerà. Ha fatto grandi cose per noi».
«Lo so, mi piacerà. Ha fatto te».
«Sarai tu a rischiare. Perché ti convincerai a non partire. A
entrare nella nostra comune».
19

Sono vicino al ferro nero del balcone. La ruggine ha fatto


scoppiare la vernice in gocce brune e sanguinose. Come di un
frutto spremuto allegramente. Sfioro le gocce con le dita.
I tetti delle case basse sono scoloriti dalla brina. L’erba è
gelata. Seguo i fili neri di una siepe che divide la strada da un
campo. Anche il campo è bianco.
Per strada oggi non passa nessuno. Io accendo una sigaretta e
mi appoggio alla ringhiera. I muri del palazzo di fronte sono
addolciti dal fumo. Gli appartamenti sono tutti uguali, la stessa
disposizione delle finestre e della vetrata della camera grande.
Ripetuta mille volte. Sui balconi i resti anneriti di sedie e vasi,
roba impilata negli angoli. La guardo e penso al letargo. A un
gatto che dorme in una tana di neve. A questi giorni di pace.
Qualcuno ha appeso le luci ai ferri, ha incorniciato la finestra.
È mattina, le luci sono spente. I loro fili neri sembrano una
pianticella che resiste al gelo.
La strada è libera, il semaforo all’incrocio lampeggia inu-
tilmente. Guardo il rilievo delle piste delle auto. Il gelo le sta
colmando.
Poi, qualcosa si appoggia sul ferro e sulle gocce della rug-
gine. Qualcosa che in aria non riesco a vedere, come bricio-
102 GIUSEPPE MUNFORTE

le di pane. Sono scaglie senza spessore, aride, di un bianco


intenso.
Vedo il colore più intenso dei tetti e della strada.
Non è ancora neve, ma qualcosa di più consistente che vola
e si appoggia, la caduta rada, irregolare di qualcosa che si è
annientato nell’ultimo cielo.
Non si sentono rumori, l’orizzonte si accorcia nel bianco. Io
tocco una briciola bianca con il dito e la porto alle labbra.
È il primo Natale di Sara.
Mi volto e le osservo oltre il vetro appannato della camera.
Elena è sdraiata sul letto, la tiene vicino. Non ha ancora perso
del tutto il peso della gravidanza, il viso stanco di bambina.
Ho tre giorni di riposo dal lavoro. Mi sento come se non
dovessi più sprecare il mio tempo. Quanti doni misteriosi dice
una voce dentro di me, che non saprei spiegare. Guardo la
camera calda, io al gelo. Mi dico: sei solo un bambino che
gioca. Mi dico: loda il caldo e il gelo, perché non ti saranno
dati per sempre.
Tra poco rientrerò dalla porta della cucina, per non fare
prendere freddo alla bambina. Starò con loro fino a sera.
Voglio che questa giornata trascorra così, molto lentamente.
Fare solo piccole cose. Guardare.
Dal portone di sotto esce qualcuno. Mi vede, fa un gesto di
saluto, per dirmi che è festa.
Gabriele ha promesso di venire verso sera, per cena. Porterà
la sua nuova amica, una ragazza che lavora alle casse del
supermercato. – Onore a te, bambina. Quando tocca a me fare
la spesa, e vado dopo il lavoro in quella specie di cattedrale, e
fuori è buio e dentro è tutto così irreale e sembra quasi di non
essere più sulla terra, compio sempre una certa azione, prima
NELLA CASA DI VETRO 103

di andarmene. Lo faccio con rispetto, e umiliazione, come un


rito. Come molti non escono dalla chiesa senza toccare l’acqua
benedetta. Spingo il carrello fino in fondo, oltre la progressio-
ne dei corridoi, e vado a pagare all’ultima cassa. Guardo la
ragazza. I suoi movimenti sono ritmici, guidati dallo squillo
della suoneria attivata dal codice sulla merce. Gli squilli sono
più forti delle voci e si mescolano a quelli delle casse vicine. La
musica in sottofondo, le responsabili in divisa blu che cammi-
nano nello spazio vuoto tra la vetrata e le casse, osservando i
clienti e le ragazze, sorridendo. Dalla vetrata viene l’onda della
notte, nel buio si sollevano i profili delle auto nel parcheggio,
come relitti alti sulla superficie dell’acqua. I lampioni della
provinciale, le insegne luminose, il movimento di quelli che
stanno caricando nel bagagliaio. Aria limpida, senza vapori.
La notte porta il fuoco tenue dei rottami lontano dalla vetrata.
Il mio rito, da quella posizione, è alzare adagio lo sguardo e
osservare la fila delle cassiere. Ragazze né belle né brutte, molte
senza trucco. Piegate sulla merce, la fanno scorrere. Le guardo
una a una. È fine turno, sono stanche. Non penso a niente, il
mio sguardo è quasi distaccato. Queste, penso freddamente,
sono le nostre figlie. Una volta ho sentito uno che diceva (e non
ne sapeva nulla): «Bene. Se il lavoro della cassiera è un lavoro
orribile, non si fa la cassiera del supermercato. Ci si rifiuta, si
trova qualcos’altro». Aveva due figlie, sapevano suonare il
pianoforte, andavano all’università e avevano il teatro pagato
tutto l’anno.
Io le guardo e penso alle loro potenzialità inascoltate. Alla loro
vita così giovane già sparata dritta in un cuneo di cemento.
All’uomo che mi disse: «La domanda più importante che ci
farà il Signore, sarà: Cosa hai fatto del tuo talento?».
104 GIUSEPPE MUNFORTE

Quando alzo gli occhi dalla mia cassa come verso qualcosa
di grande, sento che ogni posto e ogni momento possono
essere il posto e il momento più alti.

«Non portarla da noi» ho detto. «Si annoierà». Ho detto: «Si


spaventerà e non vorrà più saperne di te».
Elena si è assopita, la piccola è nel lettino. Io sono fermo
sulla porta, guardo la camera. Su una mensola ci sono le sue
cose, dentro cartelline colorate. I racconti e un abbozzo di
romanzo. Forse non ci pensa più, mi dico. Non ne parla mai.
Io non le chiedo niente. Ogni tanto, quando sono solo, le apro
e leggo qualcosa. In un racconto, tre amiche si ritrovano dopo
anni, sono in auto, in viaggio verso la casa di qualcuno che le
vuole rivedere. Nel racconto filano i pensieri della narratrice.
Sono tre donne libere, sono dure, non si riconoscono più. La
storia finisce con un incidente che spegne il viaggio, con loro
ai bordi dell’autostrada, sole, senza emozione. Quando voglio
sentire chi sia Elena, lo rileggo.

Quando si risveglia, le porto due pacchetti con i regali. Un


maglioncino nero che si apre verso le spalle e un cappellino di
lana. Lo prova subito. Il nero contro i suoi capelli biondi, che
escono a ciuffi e si allungano oltre le spalle.
Apro il mio regalo. Un libro di racconti. Mi sdraio di fianco
a lei. La nostra casa è silenziosa, si sentono musiche e voci
dagli altri appartamenti. I suoni aumentano il silenzio nella
nostra stanza. Parliamo poco. Ci piace stare così, nel silenzio.
Poi, prendo la piccola e l’appoggio vicino a noi, nel letto. La
testa contro il mio torace. Apro il libro. Mi piace leggere così –
con una mano tengo il libro, con l’altra gioco con lei.
NELLA CASA DI VETRO 105

Ci alziamo solo di tanto in tanto, per mangiare qualcosa o


per bere. Poi, torniamo vicini. Fuori viene buio, la vetrata
davanti a noi si oscura. Quando il giorno finisce, la neve vor-
tica nel quadro nero. Vola e galleggia verso l’alto, come se la
luce del lampione cascasse a terra con violenza, ributtandola
in aria. Materia senza peso. La guardo senza parlare, dal letto –
come la cosa più vicina a quello che dovrei dire.
Sento lo sguardo attento di Elena. Dalle pareti viene il suono
delle televisioni. Nella nostra stanza ormai c’è solo buio. Sulla
strada ogni tanto fruscia un’automobile.
Quando Gabriele tocca il campanello, aspetto un istante
prima di alzarmi, poi sollevo la piccola, che sta dormendo, e
la metto nel lettino. Elena socchiude gli occhi, sorride, con
un movimento veloce siede a gambe incrociate contro la
spalliera del letto.
Io bacio Lele e sorrido alla sua compagna. Loro, senza parlare,
si tolgono le scarpe bagnate di neve, i cappotti, e scivolano con
me nella casa in penombra. Vanno a salutare la piccola. Io
resto a un passo dalla loro festa silenziosa.
Poi, ci sediamo un momento sul letto. La luce si concentra
sul vetro, una debole luce che addolcisce i nostri volti, come se
venisse da fuori. Basta poco alla nostra casa di vetro per uscire
dal buio. Siamo sempre alla soglia del cielo, penso, come
bestiole selvatiche, e ogni stupido movimento ci fa sussultare.
Anche questa energia dispersa in fiocchi che non cadono, nel
cielo nero, basta a incantare la nostra attesa.
20

La nuova amica di Gabriele piace a Elena. «Questi due» mi ha


detto, «questi due… Chissà».
Vuole dire: chissà dove arriveranno.
Io non dico nulla, la guardo soltanto e aspetto. Mi sento
come se stesse parlando di noi.
“Come hai potuto accontentarti di me?” vorrei chiederle,
ma non ne ho la forza.
È appena più alta di lei, con lunghi capelli neri, esile. Sugli
zigomi vedo impercettibili lentiggini. Ha il naso leggermente
schiacciato, un bel sorriso, e guance tonde che contrastano
con il corpo magro. Quando mi guarda, qualche volta le
capita di scoppiare a ridere. Anch’io non posso trattenermi. È
qualcosa di non detto che ci accomuna. Non sapremmo spie-
garlo. Attorno agli occhi ha come un’ombra scura. Non si
trucca. Le piccole asimmetrie del volto sembrano risplendere.
Certi giorni l’ombra degli occhi la impreziosisce, richiama
l’attenzione di chi le parla. L’ombra fa compiere a tutti un
passo, come a dire: ora non occorre che guardi altrove. È solo
questa, la verità.
Il supermercato dove lavora è quello vicino a casa nostra, sul
delta della provinciale, dove lo stradone per un lungo tratto si
108 GIUSEPPE MUNFORTE

squama in piazzali e stradine a senso unico tra i parcheggi,


una spianata con costruzioni rade tra i blocchi dei palazzi,
seminata di prefabbricati tozzi illuminati anche di notte.
Dietro le griglie di ferro delle saracinesche brillano i locali di
alcuni grandi negozi di arredamento. Sembra che i divani, i
letti illuminati dalla notte, esibiscano la morte del loro padrone.
La loro eternità. Una selva di lampade impiccate. L’insegna
fosforescente allude alla merce, batte il tempo nell’oscurità.
Vedo bestie addomesticate, ognuna alla sua sezione, si muo-
vono inutilmente, senza desiderio di fuga. L’uomo è piccolo,
penso, vicino a queste creature.
Quando ha il turno breve, sale a salutare Elena. Esce da
una porticina di servizio nascosta nel muro cieco dell’edifi-
cio, raggiunge la nostra casa dal percorso tra i semafori che
attraversa l’incrocio.
La sua immagine, a volte, passa nei miei pensieri e si
sovrappone alle sue ore leggere offerte al lavoro, un tempo
fatto di anni, come grani buttati senza esito sulla bilancia,
tra le pieghe del peso forte.
Elena dice: «Oggi è venuta Nadia a trovarci. Abbiamo
bevuto un tè e siamo rimaste non so quanto a parlare. Mi
piace parlare con lei». Quando rientro, di solito, lei se ne è
andata da poco. Lo capisco prima ancora di notare i segni
sul tavolo, l’odore di vaniglia. Le vedo sedute sul divano,
fuori poco a poco viene buio ma loro non se ne accorgono.
Questa immagine porta qualcosa di buono anche nel mio
pomeriggio, trascorso senza ricordi.

Elena dice: «Mi piace ascoltarla, non so, anche le cose più stu-
pide sembrano prendere un colore diverso. Quel suo colore.
NELLA CASA DI VETRO 109

Perché parliamo anche di cose stupide, di tutte le cose stupide


di cui è fatta la nostra vita. Non saprei come dirlo altrimenti: è
una persona… libera. Mi ricorda com’ero qualche anno fa.
Quando ero libera e mi tenevo a un passo dalla libertà.
Capisci? Mi sentivo più forte della libertà. Una volta mi ha
detto: – Se penso a una pantera dentro la gabbia, io vedo la
gabbia, ma, se ci penso bene, se cerco quello che più mi sta a
cuore, io non vedo più la gabbia –. Poi, è rimasta un po’ in
silenzio, alla fine ha detto: – Vedi, non sapremo mai dove ci
porta il nostro desiderio di stare a galla. Questo per dire che
forse anche la bestia non vede più la gabbia –. Dice cose così,
ogni tanto. Tra le cose stupide delle nostre chiacchiere, dice
una cosa del genere. E tutto prende un colore diverso. Il
rumore dei camion copre la nostra voce, la bambina dorme
vicino a noi, c’è poca luce, io l’ascolto. Io sento che è la perso-
na giusta per Gabriele, ha la stessa testa fuori centro, inciampa
dove tutti tirano dritto. Lui con i suoi libri di fisica e di occul-
tismo, tutto quel casino che gli passa tra le mani e di cui non
parla mai per primo. Lei con questo suo cuore misterioso».
21

Nadia si è offerta di tenere la bambina al mattino e di portarla


al nido. Vado io da lei. Certe volte mi aspetta in strada, anche
d’inverno. Come una madre. Aspetta sul marciapiede, sotto il
palazzo. Prende la piccola in braccio e mi saluta. Altre volte
sono io a salire, trovo la porta accostata. L’aria è ancora dolce-
mente penetrata dal tepore della notte. In sala, sul tappeto, è
appoggiato il gioco preferito di Sara.
Quante mattine sono sceso nell’aria gelida, la piccola Sara
vicino a me… Ora le rivedo come un dono che non ho ancora
conosciuto interamente.
Quando ha iniziato a camminare, non ha più voluto essere
presa in braccio. Amo la sua forza testarda. Sta a un passo da
me, il viso serio. Stringe al petto un pupazzo di pelouche
grande quasi come lei. Non sono ancora le sette. La brina
copre le siepi, l’acciaio, stende corolle luccicanti sull’asfalto.
Le auto in fila appena oltre il portone. Il gas di scarico nell’a-
ria bianca apre ghirlande pesanti, che non scendono e non
salgono, il contorno si annienta in fili veloci. Non incontria-
mo quasi mai persone. Se vedessi una piccola come lei cam-
minare decisa, a quest’ora, quando tutti gli altri bambini
ancora dormono, non so cosa penserei. Ma ora, mentre il
112 GIUSEPPE MUNFORTE

mattino ci sferza con i suoi richiami di luce e di gelo, non


provo tenerezza né compassione. Provo solo gioia.
La piccola sale in macchina. Io accendo il motore, poi inizio
a raschiare il ghiaccio dal parabrezza e dai finestrini. Gli aloni
biancastri, la polvere di brina che resta attaccata al vetro,
copre di veli le strade che attraversiamo. Il breve viaggio con la
piccola Sara, con cui la mia vita si apre, ogni mattina, è il
momento più alto della mia giornata.
Sara ama gli animali. È sempre piena di curiosità e di
domande su di loro. Ne conosce tantissimi, molti più di me.
Mi ha insegnato il verso del lupo. Alza gli occhi, arriccia le lab-
bra, tende un po’ il viso e libera la sua vocina in un suono
lungo e imprevedibile che mi riempie di allegria. Senza che
possa difendermi. Al mattino, in auto, provo a ululare come fa
lei, e lei mi segue, iniziamo a intenderci così, come due giovani
lupi che corrono, giocando a perdifiato con il nostro grande
segreto. Oppure le chiedo di cantare, una delle sue lunghe fila-
strocche piene di sorprese. Io la seguo nei ritornelli, batto il
tempo con le mani sul volante. Quelli che filano di fianco a noi
dormono ancora, sono piegati sul sedile come cavalli a riposo.
Lei è già di buonumore appena sveglia, ha l’ottimo umore di
quando si è svegli da molto tempo e tutto fila bene. Ricordo una
volta che eravamo ancora nella penombra del pianerottolo,
c’era Elena con noi. Era molto presto, non si sentivano rumo-
ri dalle case. Io ero intontito dal sonno. Mentre aspettavamo
l’ascensore, si è sentita la sua vocina sicura: «Aceto, Zenzero,
Peperino!».
«Tu sei Aceto» ha detto, «la mamma Zenzero». Io mi sono
abbassato sulle ginocchia per vederla da vicino. Lei mi ha
guardato negli occhi e ha detto: «E io sono…».
NELLA CASA DI VETRO 113

E poi quando scivolo sulle strade ancora bagnate dalla notte,


nella luce mortale di queste mattine, e vedo il colore sporco dei
muri e delle cose, l’umidità come cenere di un fuoco che nes-
suno ricorda, caduta ovunque, e cerco una via più breve pas-
sando per campi dove vecchie costruzioni si stanno spegnendo
dentro una terra senza padrone, e vedo cumuli di roba abban-
donata agli angoli e contro le fiancate, semicoperta, roba in
terra, e nei vialetti, e panchine e case cieche e trascurate, e tutto
sembra un po’ immondizia che nessuno si decide a spostare,
quando, curvando piano nelle stradine dei quartieri che
improvvisamente si aprono e sembrano lontani da tutto,
osservo le madri che portano i piccoli in una costruzione bassa
con disegni alle finestre e luci ancora spente, e vedo finestre
che si aprono nei palazzi e altre ancora chiuse sotto il cielo spor-
co di una giornata senza luce, e gente indecisa che cammina
piano per non dover già rientrare, quando vedo questo, e lo
vedo sempre, tutte le mattine, penso a lei, la piccola Sara, che ho
lasciata dentro questo labirinto di materia che non si ridesta, e
sento la sua presenza che mi riconosce. Una corrente calda che
mi penetra e mi porta al mondo. Io, pieno di gioia, di stupide
lacrime da nascondere. E sento il movimento che mi separa da
lei come l’azione incolpevole di blocchi di sostanza mossi dalla
gravità, estranei al destino che decidono.
L’immagine di Sara lasciata in quella strada cupa, delle nostre
canzoni folli e dei giochi nell’auto prima di salutarci, mi accom-
pagna per una lunga parte della giornata.
Quando è così, sento che è un buon giorno.
La saluto sussurrandole qualcosa all’orecchio. Lei ascolta sor-
ridendo. Questa mattina le ho detto: «Oggi io sarò il tuo cagno-
lino invisibile. Non dimenticarti di me».
114 GIUSEPPE MUNFORTE

Elena esce prima di noi. La sento muoversi piano in cucina,


accostare porte, filare in punta di piedi per non disturbarci.
Mi piace percepirla dal sonno, sentire la sua forza mentre ancora
non posso muovermi. L’odore del caffè, il suono del mobile,
della tazza sul tavolo, di una poltroncina liberata dal peso.
Poi, accende una luce in corridoio, viene a chiamarmi, mi
saluta. Bacia la bambina, se è sveglia le parla. A me sembra che
sia già trascorso un tempo lunghissimo, come se stessi per
cadere di nuovo nel sonno. Vedo una lunga fila di giorni e di
risvegli come frutti ancora intatti, quasi segni che i piccoli
della fiaba, anziché lasciarsi alle spalle, gettassero di fronte a sé
per tracciare il cammino. Certe volte la trattengo. Mi piace
farla sedere così, già vestita con il cappotto, un istante, sul
letto, vicino a me.
Non dico niente. Infilo una mano sotto i suoi capelli. Lei
appoggia il viso sulla mia mano, socchiudendo gli occhi.
La casa è ancora fredda. Preparo il latte per la bambina, poi
la chiamo. Lei di solito si sveglia subito. Mi piace guardarla
mentre si sveglia. La tengo in braccio, per non farle prendere
freddo. Dice sempre qualcosa di simpatico. Io vorrei sapere
cosa ha sognato. Le chiedo: «Cosa hai visto, stanotte?».
La vesto. Prima di uscire le metto il cappellino, i guanti,
stringo i lacci della giacca, le allaccio lentamente le scarpe
mentre lei mi osserva, perché vorrebbe già imparare a farlo.
Quando infine apro la porta e usciamo, sento come se un
signore invisibile ci governasse. Qualcuno che non conosce i
nostri nomi, non vede i nostri occhi. Noi spacchiamo il
cemento e liberiamo qualcosa, abbiamo le tasche piene di
doni che non potrà toccare. Come una pianta prigioniera da
cui crescono fiori e rametti ingovernabili. Tra poco saremo
NELLA CASA DI VETRO 115

nell’aria potente della mattina. Io penso a Elena, a Sara che mi


segue stretta al suo pupazzo, e sento che il signore invisibile
non può finirci, anche se la mia giornata è già quasi conclusa
– anche se il nostro, io dico, è un lavoro spietato.
22

Quando penso alla neve, vedo il piccolo Andreas scendere dal-


l’auto e incamminarsi un po’ insicuro. Poca neve per terra,
cadeva con larghi giri e sospensioni. Poi, lo vedo salire le scale
del cinema verso la vetrata e la strada bianca, alla fine del film.
Poche settimane prima che sparissi. La vigilia di un Natale che
sembra non allontanarsi. La strada bianca e gli alberi già carichi,
il loro profilo nero nascosto dall’ombra luminosa. Sara corre
fino all’albero, affonda la mano nella neve dove nessuno è
ancora passato e la solleva.
Andreas esce nella strada, i colori sono profondi e bassi, la
luce viene solo dalla neve, dalle insegne, da una luminaria
rada appesa agli alberi. Le auto passano lentissime, suonano
come vento dentro una chioma fitta. Svoltiamo verso il centro
del quartiere. È una luce precisa, premuta dal cielo che non si
apre. Il buio stringe la strada, abbassa i muri, illumina
improvvisamente quelli che passano, come se fossero fermi
sulla soglia di casa.
Elena ha il mio cappellino nero sui capelli biondi, fiocchi di
neve sulle ciglia. I piccoli corrono e scivolano attorno, non sono
coperti abbastanza. Vedo un corridoio di alberi già bianchi –
un chiarore come di torce sospese. Spostiamo questa onda
118 GIUSEPPE MUNFORTE

bianca a ogni passo, il freddo non placa la nostra sorpresa.


Quando ci fermiamo un momento all’aria calda di un grande
magazzino, siamo tornati i ragazzi senza un soldo, tutti e
quattro, ragazzi che girano a vuoto e non desiderano altro se
non questo tempo senza direzione.
Il dono più grande, mi dico, non diminuirebbe la loro
ricchezza.
23

La nostra casa era invasa dal lavoro come da un nemico


spietato.
Io odiavo il mio lavoro. Il lavoro in genere. Molte volte ho
pensato che il lavoro, da solo, fosse un buon motivo per non
desiderare di tornare a vivere.
Elena usciva prima di me. Certe mattine non riuscivo nep-
pure a salutarla. Alla sera, io arrivavo tardi. Qualche volta i
piccoli stavano già dormendo. Lei aveva ancora qualcosa da
fare. Ci restava solo la forza di qualche chiacchiera senza valore,
prima del sonno.
Amavo la pace della nostra casa nel sonno, gli ultimi rumori,
le luci basse poco prima del buio. La concentrazione, i pensie-
ri saettanti mentre sentivo che anche Elena si stava addor-
mentando vicino a me.
Quando ero immerso nella quiete della nostra casa, di notte,
che i rumori vicini non disturbavano, diventavo come un
custode invisibile, capace di percepire tutta la potenza della
vita immateriale. E sentivo il lavoro come una pena che non
scontavo mai abbastanza, per stare con loro.
Quando arrivavo, avevano già finito di cenare. I piccoli cor-
revano pazzi per casa, dappertutto era una dolce devastazione.
120 GIUSEPPE MUNFORTE

In cucina osservavo la disposizione degli oggetti sulla tavola,


i resti di cibo nei piatti, l’acqua nei bicchieri, il modo in cui
erano rimaste le posate, i tovaglioli, l’impronta delle dita, il
segno delle labbra sui vetri. E l’angolo che facevano le sedie
contro il tavolo.
Nel disordine portavo il loro movimento, l’azione si espan-
deva a poco a poco, mentre tutto era così definitivo, come una
vibrazione insicura. Un fenomeno instabile di presenza, per-
cepibile solo da uno che sta per andarsene.
Erano i soli momenti che sentivo di rubare al lavoro. Perché
il lavoro proseguiva nella nostra stanchezza, nel malumore
invincibile. Sembrava non terminare mai, neanche nel sonno,
e avvolgeva anche i piccoli nella sua azione spietata di svuota-
mento. Io sentivo di poterli proteggere solo per qualche
momento, come si fa sotto un acquazzone, togliendosi la giacca
e coprendo chi corre con noi.
Poche boccate d’aria buona, poche parole che valeva la pena
di dire. Nel resto c’era la nostra stanchezza, dopo una giornata
iniziata chissà quando.
Io avrei sacrificato tutto, per salvarli. Non chiedevo niente
di più.

Elena, certe sere, quando i piccoli ormai dormivano, prendeva


dalla mensola della camera una delle sue cartelline e veniva in
sala. Le sue cose, quelle che non aveva ancora voluto distrug-
gere, erano raccolte in un piccolo ripiano nell’angolo del
nostro letto. L’avevo preparato io per lei.
In sala, si metteva al tavolo e apriva la cartellina. Non mi
chiedeva niente. Anch’io non dicevo niente. Nella casa non
c’erano suoni, stava venendo notte. Fuori, al semaforo, si for-
NELLA CASA DI VETRO 121

mavano le ultime code di quelli che avevano finito il turno


alla fabbrica delle auto. Non c’era sera più bella, per me, dopo
un giorno di confusione e di attesa, di quelle in cui i piccoli
dormivano e Elena prendeva la sua cartellina.
Io stavo sul divano, con un libro. La guardavo. Dalla cartellina
prendeva la penna, qualche foglio. Leggeva attentamente,
come se non fosse stata lei a scrivere. Leggeva gli appunti, leg-
geva le pagine con cui l’aveva abbandonato. Poi, iniziava a
scrivere, senza curarsi di me. Io non avrei potuto. Resisteva
mezz’ora, un’ora, poi il sonno iniziava a disturbarla. Io smet-
tevo di guardare, per non sentire la sua umiliazione. Pensavo
al lavoro come a un cane affamato che avesse preso a calci,
mettendo la sua ultima forza in quei calci, un cane che ora
fosse tornato per non dare scampo. Lei andava a riporre la
cartellina, poi veniva a salutarmi. Certe mattine, la sentivo
alzarsi molto presto, almeno due ore prima del solito. Prendeva
la cartellina e andava in sala. Dalla porta del corridoio vedevo
filtrare la luce. Ma non le chiedevo niente, e anche lei non me
ne parlava più.
Quando eravamo lontani, pensavo a quella cartellina come
all’oggetto più prezioso della nostra casa.

Usciva molto prima di noi. Certe mattine, percepivo appena


il suo saluto. C’erano cose importanti di cui non riuscivamo
a parlare per giorni. Le sere finivano subito, fatte solo di
pochi attimi salvi. Quando potevo, la chiamavo sul lavoro.
Andavano a cercarla negli uffici. Lei aveva una voce diversa,
qualche volta più simpatica, altre volte piena di tensione.
Come una gazzella ferma, mi dicevo, ascoltandola, e non sai
interpretare il suo terrore o il suo odio.
122 GIUSEPPE MUNFORTE

Io chiamavo solo per sentire la sua voce. Non avevo niente da


dirle. Mi stordiva ancora, dopo tutto quel tempo, l’idea che
avesse scelto me. La ragazza leggera, quel volo biondo attraver-
so l’androne. Le sue piccole cose, quei vestiti così particolari,
l’idea che non potesse vedere uno come me.
«Io sono» le dicevo, «un re governato dal tuo amore».
Le telefonate in ufficio finivano subito. La controllavano.
Senza scampo, là dentro. Una volta ero in permesso e l’ho
accompagnata al lavoro. Sotto una torre di vetro, in una specie
di quartiere fatto di specchi e corridoi simmetrici, di palazzi
riconosciuti con una sigla di numeri e lettere. All’ingresso della
cittadella di vetro c’era una guardiola con uomini armati. Gli
impiegati arrivavano a gruppi, alcuni andavano spediti, con
una falsa attenzione alle parole dei compagni. Quelli in mac-
china entravano a alta velocità, per non pagare il ritardo. Io
pensavo, osservando i loro movimenti, a una muta di cani
invisibili, a morsi che non si sentono, alla volata senza scampo
che credevano di guidare.
Quando siamo arrivati al suo palazzo, mi ha salutato. Sono
rimasto a guardarla fino all’ultimo. È entrata nel vialetto che
portava dentro la bocca del palazzo, un varco tozzo sotto la
torre. Una sua collega l’ha incrociata, salutandola in modo
simpatico e prendendola sottobraccio. Io ho pensato che forse
si vergognava un po’ di me, che ero vestito male e non mi ero
fatto nemmeno la barba, ma, prima di entrare nel buio, s’è
voltata per salutarmi un’ultima volta.
Dietro gli specchi della torre si sentiva vibrare la vita rin-
chiusa. Il sole picchiava sul palazzo di Elena. Riuscivo a intra-
vedere le scrivanie esterne, a incrociare lo sguardo di quelli già
seduti, ai piani bassi, che guardavano verso i vialetti dove
NELLA CASA DI VETRO 123

qualcuno adesso correva, verso gli alberi e le siepi curate,


lucide anch’esse come vetro. Il tracciato osseo di una bestia
perfetta, che avesse dislocato la carne dentro di sé.

Quando me ne vado da un posto così, e il mattino è ancora fre-


sco e il traffico si dirada e nell’aria sembra esserci la stessa pol-
vere metallica, aspra, che ricopre le siepi e i vetri e i palazzi, mi
sento come uno che non avesse più casa, più nessuno che lo
conosca. Mi sento come una variazione delle ombre, estranea
al giorno, un residuo della notte: uno schizzo di umidità che
preme, esso stesso, verso la luce metallica, per dissolversi.
24

Se arrivo molto tardi, i piccoli stanno già dormendo. La casa


in silenzio, la luce forte della sala. La porta della camera è
ancora aperta, capisco che si sono addormentati da pochi
minuti. Elena mi saluta con un sorriso. Allora tolgo le scarpe,
vado in bagno e lavo le mani, poi scivolo nel corridoio fino
all’ingresso della camera. Mi piace fermarmi contro lo stipite,
oppure sedermi sul gradino di legno del lettino di Sara.
Resto un po’ di fianco a loro, prima di raggiungere Elena.
Ascolto il loro respiro. Rimango così, senza muovermi, fino
a quando il loro sonno non riesce a darmi pace. Fino a che il
desiderio che provavo di essere lì non si trasforma in una
mancanza assoluta di tensione, e di pensieri. Né immagini,
né parole. Niente. Ogni volta mi sorprendo di come avvenga
facilmente una cosa del genere.
Io, mi dico, ora sono vivo.

Niente mi dà pace come restare un po’ con loro, prima di


cenare. La pace, mi dico, è questo fiume nascosto che avvolge
la nostra vita. Io li bacio, leggermente, per non disturbarli.
Osservo il loro viso. Nel lettino ci sono pupazzetti, giochi.
Un pupazzo di peluche divide con loro la notte.
126 GIUSEPPE MUNFORTE

Quando posso, li porto io a letto, e leggo qualche pagina di


un libro. Loro aspettano quelle con i disegni. Quando mi
interrompono per chiedere qualcosa, sento la storia germo-
gliare nei loro cuori con una verità che da solo non avrei
saputo raggiungere.
Io non desidero altro se non essere condotto da loro al
fiume che avvolge la mia vita. Li ascolto dormire, e la mia
giornata, in quei pochi minuti, nonostante la lotta e la disper-
sione che mi hanno oppresso senza tregua, trova un senso.
Penso a quanta vita ho sprecato prima di comprenderlo.

Poi, vado da lei.


Qualche volta si siede con me, mentre mangio. Non mi dice
nulla. Il mio contatto con i piccoli ha creato un’intesa silen-
ziosa tra noi. Io la guardo. Penso alla nostra casa nell’onda dei
camion, al risucchio di questo torrente di finestre e balconi e
luci senza padrone. Ovunque siamo stati, mi dico, chiunque
ci abbia chiamati, non potrà raggiungerci su questa vetta.
Non c’è disprezzo, né rabbia nei miei pensieri.
Osservo la mia bambina stanca, che questa sera non vuole
lasciarmi solo. «Nessuno» le dico, sorridendo, «di quelli che
ci rubano i giorni, è mai arrivato così in alto. Su questa vetta
rombante».
E quando Elena li raggiunge e resto solo, con un libro e un
bicchiere di liquore, e mi sposto senza sonno tra la sala e il
balcone, per fumare una sigaretta, qualche volta l’ho vista,
anche lei, abbandonata vicino ai piccoli. E, nonostante la ten-
sione dei pensieri e un’inquietudine senza direzione, non ho
visto mani prigioniere dello spasimo né lo scheletro premere
paurosamente sulla carne, né un viso ho visto, segnato dall’at-
NELLA CASA DI VETRO 127

tesa e dalla sconfitta vicina, ma solo la linea dolce del naso e


palpebre leggere come petali. Io sfioro questi petali, mi sono
detto, e seguo con il dito la linea dei capelli che toccano la
fronte e sento in questo tempo eterno che mi occorre per rag-
giungerle, qualcosa che ho evocato senza speranza ma che,
nonostante questo, quando vedo le sue palpebre e sfioro il suo
volto e sento quel suo respiro di bambina, mi porta tutta la
speranza in cui posso credere.
Mi porta, sento, tutta la speranza di cui ho bisogno.

Sul tavolo della sala ci sono i quaderni di Sara.


Ci sono i giocattoli, un giornale, il portafoglio e la borsa di
Elena. Guardo il divano e vedo tra i cuscini e i pupazzi di
peluche, l’astuccio, il libro, un altro quaderno. Per terra sono
seminati altri giochi e pezzi delle costruzioni. Penso a un sim-
patico mostro di plastica disintegratosi per timidezza al mio
arrivo. Nessuna cosa è al suo posto.
Nessuno ha fatto caso a me. Raggiungo il divano facendo
attenzione a non schiacciare le ostie colorate del mostro, cer-
cando di mettere il piede nei punti in cui il pavimento è libero.
Il disordine mi rende felice. Lo assaporo come un frutto deli-
cato e imprevedibile che spezza la catena della morte.
Sposto qualche pupazzo e mi siedo sul divano.
Osservo il tatuaggio dei pezzi colorati in terra, e sento
scorrere il tempo del gioco e della costruzione. Sfioro la sua
cenere profumata. Poi, apro un quaderno e leggo lentamente
quello che Sara ha scritto e disegnato. La data del giorno, la
penna ancora insicura. Il quaderno di matematica. Il qua-
derno dei racconti. Apro una cartelletta, controllo le schede
dei compiti.
128 GIUSEPPE MUNFORTE

Quando ho finito, riunisco i quaderni e li metto nello zaino


azzurro. Mi piace toccarne la materia ruvida, penetrata dalla
solitudine e dalla sua lontananza nelle ore del mattino.
Poi, strappo un foglio di giornale, prendo l’astuccio e inizio
a temperare le matite, sfilandole e infilandole lentamente
dalla custodia. Quando ho finito, lo rimetto nello zaino e lo
chiudo.
Elena è in cucina. Io ritardo ancora un momento la distru-
zione del tatuaggio del pavimento. Allora Sara si avvicina e
mi dice: «Guarda».
Tiene con le mani unite un involto bianco di cotone. Lo
apre piano. Dentro ci sono tre piccoli fagioli su cui stanno
crescendo minuscole protuberanze verdi.
«Questa» mi dice «diventerà una grande pianta. Fortissima».
25

«Guardate! È quello!» grida la piccola, correndo nell’erba.


Andreas la segue saltellando. Poi, anche noi usciamo dal
viottolo di selci che attraversa il sottobosco.
È un albero tagliato quasi alla base, molto largo. Sara appog-
gia il palmo sull’anima bianca del legno. Tagli in diagonale
interrompono le linee del tempo.
«Hanno dovuto ucciderlo perché era malato» dice.
E continua, riprendendo a correre: «Poi, siamo andati di là!».
All’ombra degli alberi la terra è ancora umida, l’erba ha un
colore denso, è irregolare, piena di cespi e scorze dure che non
si piegano al passo. L’aria è pervasa da un leggero odore di
aglio. Sara ci ha mostrato le pianticelle selvatiche, un boccio
verde che sembra un fiore, appena intaccato da riflessi bianchi.
Siamo vicini al tronco di un albero gigantesco.
«Questo è il faggio rosso» dice Sara.
Io alzo gli occhi. La luce incendia i globi bruni delle foglie,
ha solo un potere di trasparenza, oggi.
Vedo la scolaresca correre tra le piante, sento lo strepito in
questa mattina silenziosa. I passi, le parole, l’emozione evoco
in questo luogo deserto, come un segno del tempo indelebile
che, nel legno, non si cancellerà più.
130 GIUSEPPE MUNFORTE

«Ora salutiamo il faggio rosso» dice Sara. Pronuncia il saluto


scandendo il suo nome, alzando entrambe le mani e stringendo
e aprendo i pugni, e finendo con una specie di inchino.
Quindi, ci porta a una sorta di larice, con la corteccia vellu-
tata, legata in corde e tendini, un legno morbido che accoglie
la forma delle nostre mani.
Poi, usciamo in una vasta radura. L’erba è rasa e brillante. I
piccoli corrono sul piano soffice come tessuto. Nel centro c’è
un grande albero con le chiome piegate fino a terra.
«Questo è il faggio pendulo» dice Sara. «Ora entriamo nella
sua casa. Venite, cerchiamo la porticina».
Da un varco tra due fronde entra nell’albero. Andreas è a un
passo da lei. Segue un percorso tra i rami. La terra è pulita, di
colore biondo. Quando arriva al centro si inchina di nuovo e
esegue il saluto.

Usciamo sulla radura e ci sorprende un calore nuovo, la luce


che porta vertigini. È quasi mezzogiorno, io vedo i piccoli cor-
rere a gruppi verso il bordo di un canale che chiude il prato. Si
siedono per la merenda, ancora un po’ distratti dal segreto che
loro soltanto hanno compreso.
Il correlatore è uno nuovo nel dipartimento, arrivato da poche
settimane, le pubblicazioni e i suoi studi sono un po’ anomali,
troppo tradizionali, e soprattutto contrastano con quelli del rela-
tore, uno dei nomi forti della facoltà. Discipline troppo diverse,
quasi legate a aree antitetiche della mente. Le è capitato qualche
volta di incrociarlo, nel corridoio all’ultimo piano, dove si apro-
no le salette dei professori. Sembrava a disagio, troppo ciarliero
e umile, desideroso di farsi accettare dagli altri docenti. Parla-
va di testi e autori che là dentro erano l’abc e che lui stava
affrontando per la prima volta. Per mettersi al passo, creare un
terreno comune. Con lei invece era stato duro, quando gli
aveva parlato della tesi. Un uomo non alto, i capelli brizzolati
e ancora molto folti.
All’ultimo momento aveva aggiunto alla tesi un’appendice,
mancavano pochi giorni alla discussione. Ne aveva lasciata una
copia nel suo studio, ma lui non c’era. Chissà, forse un viaggio.
Sarebbe saltato tutto, altri mesi di attesa. Lo aveva chiamato a
casa. Infastidito aveva detto che sì, forse l’avrebbe letta, forse.
Aveva chiuso veloce la telefonata.
Questo impero senza comando, pensava lei, ogni volta che
entrava nel dipartimento, questo luogo bellissimo di altezze,
132 GIUSEPPE MUNFORTE

dove si respira un’aria che non troverò mai più. Aveva amato
ogni pagina delle decine di libri studiati. Là dentro percepiva le
novità, la sfida. Sfida di pensieri, di territori da esplorare. Aveva
amato ogni ora di lezione, ogni parola. Quando le capitava di
arrivare all’università afflitta da un sentimento di sfiducia, di
perdita, dopo aver attraversato in solitudine le strade caotiche e
indifferenti della città, in pochi istanti, dentro l’aula, qualcosa in
lei provocava un fenomeno come di levitazione. Di separazione
dalla materia greve dello sconforto. Le confermava di aver fatto
la scelta giusta – di non essersi perduta.
Ora stava finendo, passo dopo passo era arrivata alla tesi. Con
lavoretti senza futuro, l’assegno di studio, libri comprati e riven-
duti, dopo aver setacciato le biblioteche in tutta la provincia. La
discussione fissata per il tardo pomeriggio. Un giorno di metà
dicembre, senza luci, di aria carica di grigio e di correnti gelide,
che faceva risaltare l’universo separato dei corridoi caldi e polve-
rosi dell’università, il loro silenzio ottuso. Avevano scelto un’au-
letta del seminterrato, una sottoaula sconosciuta davanti alla
quale si erano seduti gli altri candidati, accompagnati da fami-
liari, da amici. Lei non aveva voluto nessuno. Aveva preteso che
non venissero a ascoltarla, come se si trattasse dell’ultimo atto di
una sfida che nessuno aveva potuto comprendere. Come se non
volesse esporli, per troppo amore, al rischio, come aveva esposto
se stessa in tutti quegli anni.
Chissà se anche a suo padre avrebbe chiesto di stare lontano,
quel padre che ricordava solo in poche immagini stravolte dalla
distanza, forse false, forse derivate dalle fotografie, dai libri e
dagli appunti: da quella traccia umana che da ragazzina non
smetteva di esplorare. Dalle fantasie, dai dialoghi incantati e
segretissimi che per anni aveva fatto con lui appena uscita dal
NELLA CASA DI VETRO 133

dormiveglia, ogni mattina, come con un dio vicino che si sarebbe


offeso vedendola iniziare il giorno senza pensare a lui.
Aveva amato i suoi libri, li aveva letti toccando tutte le pagine
che anche lui aveva toccato. Si era fermata chissà quanto sulle
frasi sottolineate, gioendo quando sentiva che anche lei avrebbe
fermato lì la lettura, per raccogliere quello stesso frutto come una
parte di sé messa improvvisamente alla luce.
Il relatore è passato senza guardarla. Gli altri professori che
sono entrati con lui, non li conosce. Il correlatore, invece, quell’o-
metto che chissà perché le aveva fatto un po’ paura e che ha messo
il suo nome su libretti un po’ facili, che forse gli altri disprezzano,
la saluta con un sorriso. E poi, prima che tutto inizi, compie quel
gesto straordinario che le sembrerà sempre il premio più prezio-
so, proprio lui, che la conosceva appena, uscendo improvvisa-
mente dall’aula e avvicinandosi. Con quella frase, dopo averle
assicurato di avere letto e di avere capito, e aver elogiato il suo
stile diretto, molto “inglese”: quella frase: «Spero che lei potrà
occuparsi ancora di questi argomenti». Incisa per sempre nella
sua mente segreta di bambina.
Ora, l’attesa è tremenda. Lei viene forse per ultima. Poco a
poco il corridoio si vuota, ridiventa una scheggia periferica del
labirinto di passaggi del seminterrato. Fuori è buio. Se anche
qualcuno fosse venuto, non la troverebbe là sotto. Lei ora bam-
bina, la vita trascorsa azzerata, la stessa apprensione che pro-
vava allora, l’abbandono, il deserto di una notte insonne,
quando le sembra di ricordare di essere andata a chiamarlo,
perché le cedesse il suo posto nel letto grande. Quando lui stesso
si avvicinava, nel buio, mentre lei non respirava, occhi aperti, e
le diceva: «Ancora non dormi, piccola», sollevandola adagio tra
le sue braccia.
134 GIUSEPPE MUNFORTE

Lo stesso spietato battito del cuore, che toglie l’età, i progressi


della parola.
Poi, le capita una cosa fantastica, dentro quell’aula sotterra-
nea, con quattro o cinque sedie per il pubblico, semibuia, la fila
delle cattedre davanti, con quei professori (tanti non se li aspet-
tava), così poco formali, e malvestiti, un maglioncino, una giac-
chetta sprezzante delle vittorie della vita, che la ascoltano atten-
tamente. Le chiedono, leggono alcuni passi del suo lavoro. In
una saletta laterale il fotografo sta sistemando i suoi attrezzi,
qualcuno l’avrà anche prenotata, la foto della gloria. Lei no, non
la vorrebbe. Eppure, col tempo, quanto avrebbe voluto un’im-
magine di quella schiera di visionari, così profondamente dediti
alla sua stessa causa, con le loro barbe mal rasate, senza cravat-
te, a testa alta. Protesi come se fosse venuto il momento di acco-
glierla tra loro. Uno sguardo che ti sarebbe piaciuto, padre, una
combriccola con cui avresti volentieri diviso i tuoi giorni. Alla
fine si alzano tutti, leggono qualcosa che all’inizio fatica a com-
prendere, sembra il giuramento di una società segreta. Con lode.
Quando si volta e va a raccogliere il suo cappottino e la cartella
di cuoio sfibrato sulle sedie della platea deserta, è come se si
risvegliasse. Sente il cuore battere con il movimento veloce del
giorno, sente una frase detta a quel padre di luce, come sempre
faceva, al mattino, perché non si sentisse lontano da lei.
Il piazzale dell’università è quasi deserto. L’aria ferma, attra-
versata da un ghiaccio benefico, le luci alte dei lampioni che
disegnano le pietre rosee dei tetti e del selciato. Un ragazzo le si
avvicina. «Buonasera, dottoressa». È stato ubbidiente, non ha
violato la sua ostinazione.
Il ragazzo la prende sottobraccio, chiede qualcosa, non chiede,
assapora con lei il silenzio della novità. Si incamminano verso il
NELLA CASA DI VETRO 135

centro. Auto, luci, le vetrine come interni squarciati dalla luce e


dal colore. Rallentano, girano a caso, come per lasciare scorrere
piano quel momento di tempo marginale, privatissimo. Percor-
rono un lungo corridoio sotterraneo che collega due stazioni
della metropolitana. Ci sono negozi di carabattole, baretti con
panini bruciati e roba fritta, qualcuno che sonnecchia e si pro-
tegge dal freddo contro il bancone.
Lei si ferma a un telefono. Il ragazzo dice qualcosa. Lei sorride.
«Non stasera». Chiama a casa. Parla piano, accenna alla sala, ai
professori. Vorrebbe dirle, sai, improvvisamente mi sono sentita
come quando mi svegliavo prima dell’alba, a un passo dal vuoto,
il cuore gonfio, e parlavo e mi sembrava di sentire la mia voce
arrivare fino a lui. Ma queste cose non le ha mai dette a nessuno.
«Andiamo da lei» aveva chiesto il ragazzo.
«Non stasera. È tardi. Domani sera, facciamo una piccola
festa». Ora andiamo così, un po’ a zonzo, in questa sera lun-
ghissima, troviamo un posto caldo, qualcosa che non costi
troppo, quei locali bellissimi per gente come noi, con tanta
strada davanti.
Sa che di notte la troverà a aspettarla, che questa notte non si
dorme e c’è tutto il tempo. Quel viso di ragazzina che non invec-
chia. Si metteranno al tavolo della cucina, o della sala, come
tante volte hanno fatto. Un po’ senza parlare, un po’ sussurrando.
Una risacca di parole buone, come sassolini nella corrente tele-
patica della carne sfiorata dalla sua stessa carne. Parleranno
stordite dal sonno, perdendo a poco a poco i riferimenti, scam-
biandosi anche di ruolo, tu madre io figlia. Come se la loro vita
vera fosse quella, senza argini, e si riversasse in continuazione,
senza logiche, nella vita dell’altra.
26

Poi esci e trovi una mattina così, dopo giorni di pioggia e di


fumi. Il cielo spazzato dalla luce, un colore di zuccheri ancora
congelati. L’aria che fila in grani che non portano più dolore.
Dallo svincolo vedi subito il dorso bianco delle montagne. I
profili sono molto precisi. Alberi neri, la brina bianca dentro il
colore dell’erba. Il desiderio di una passeggiata dentro la terra, a
mezza costa, sulle foglie gelate che si spezzano e suonano come
ostie. Dentro un bosco, nella terra di prati tra un borgo e l’al-
tro, dove la vita è salvata dalla luce e la giornata finisce subito,
appena iniziato il pomeriggio, quando il sole prende a voltare
oltre il profilo nero e viene un’ombra veloce e insostenibile.
E vorresti muoverti più adagio, rallentare ancora la corsa
dell’auto, per vedere bene le cose. E vedere tutti i volti e i
gesti ripetuti, e trovare quella certa persona che tutte le mat-
tine trovi e quella finestra, tagliate in sezione da questa luce
nuova. Percepire il loro stupore per questa presenza fuori
tempo che annulla i confini. Sentire una mano gelata nella
tua mano, camminare un po’, parlare con la dolce fatica delle
labbra sferzate dal freddo.
In una mattina come questa, piena di tensione, anch’io
sono scomparso.
27

In una mattina così, attraversata da una corrente nuova che


mi stordiva. Ho visto la testa di Lele sfondare il parabrezza.
L’auto che sbanda e s’intraversa, il cielo diventare terra e poi di
nuovo cielo, un muretto, lo sguardo inorridito di uno davanti,
un’esplosione senza rumore, come interna alla nostra materia
di carne e di acciaio. Dietro, c’era una luce arancio, scendeva
sui rinforzi di cemento che precedono la galleria. L’erba nera
di alberi in alto, contro un cielo di luce bianca. Il colore riflesso
del sole faceva una corona in movimento sui muri velati di
brina che coprivano la nostra discesa.
Poi, ho chiuso gli occhi. E sono morto.
Lele si è salvato, dopo un lungo periodo in ospedale. Gli è
rimasta una chiazza più chiara verso la nuca, dove i capelli
faticano a ricrescere. Come se la luce che vedemmo quella
mattina lo avesse forato per distinguerlo da tutti. Io lo vedo
mentre riprende piano a muoversi nel mondo, sempre un po’
distratto, come se avesse un impegno che nessuno gli può
alleviare.
Il giorno in cui è uscito dall’ospedale, è venuto subito a casa
nostra. È andato a sedersi sul divano, Elena gli ha portato
qualcosa da bere. Fuori scorreva il traffico del tardo pome-
140 GIUSEPPE MUNFORTE

riggio, l’aria carica di polvere buona dei giorni di aprile,


quando è molto che non piove.
Sara, quando lo ha sentito, è corsa da lui. Lo ha chiamato
zio, si è seduta sulle sue gambe. Nonostante la sua nuova con-
centrazione, Lele riesce ancora a portare il suo vortice di sim-
patia, quando viene. Forza con facilità la distrazione, parla
con la piccola – e nel suo sguardo non c’è tristezza.
Io vorrei dirgli: “Lascia stare, non vale la pena di dedicarsi
a questa cosa oscura”. Chissà se mi capirebbe… Guardo le
sue mani forti, la pelle così bianca dopo tanta reclusione. È
ancora molto indebolito dalla convalescenza.
Dopo un po’ ha detto: «Forza, sono venuto a prendervi.
Stasera usciamo». Sara urla: «Sì-ì-ì!», come faceva con me.
Elena sorride e non si oppone. Chiede solo alla piccola se ha
finito i compiti. Li prepara. Andreas si muove gattoni, cerca
di sfuggirle quando tocca a lui.
Di quello che è accaduto non hanno detto ancora nulla.
Elena sistema velocemente i giocattoli che sono rimasti per
terra, Gabriele mima il vento e le streghe del mal di gola,
mentre chiude i giubbottini dei piccoli.
Quando aprono la porta e escono, e l’aria fresca della sera
inizia a toccarli già dal pianerottolo, sento in loro il brivido
che anch’io ho sentito. La novità di andare liberi quando
cambia stagione. Il caos piacevole della strada, la luce che
rimbalza senza più forza, e si mescola alla terra, e torna verso
l’alto con un ultimo movimento pesante, portando con sé i
grani dorati della terra d’aprile.
28

Quando sono morto, non era il momento giusto. Posso dirlo


anche così, e sorridere. Con una spallata mi hanno fatto
cascare dalla nostra zattera, dentro quella corrente infinita che
sferzava i nostri giorni senza che mai la potessimo percepire
con precisione. È stato come se mi si fossero congelate le
mani: come se, di colpo, mentre eravamo seduti all’indiana,
faccia a faccia, io e Sara, intenti a uno dei nostri giochi, un
muro di fumo leggero (uno specchio), si fosse messo tra noi,
chiudendoci gli spazi. Ero io a disfarmi in luce, cadendo a tra-
dimento in uno stato meno nobile di consistenza, da oro a
ferro – e sentivo che anche gli altri, come me, si stavano tra-
sformando, in una manifestazione a piena potenza di quel-
l’intangibilità che, come una malattia, avevo sempre percepito
nella loro esistenza.
E non era il momento. Meno che mai.

Il tempo che ci restava, quando tornavamo a casa, non bastava


per seguire i piccoli. C’erano sempre cose fatte troppo di fretta
e di sicuro avvenimenti nella loro giornata che non avevano
ricevuto la nostra attenzione. Sentivo la loro energia rove-
sciarsi attorno a noi senza che potessimo averne cura e, certe
142 GIUSEPPE MUNFORTE

notti, un senso di incompiutezza e di spreco non mi lasciava


dormire.
Il denaro del nostro lavoro bastava appena per coprire il
necessario. Non facevamo mai conti, si prendeva quanto serviva
e in una gran confusione di spese impreviste e novità, alla sera,
nella buca delle lettere, andavamo di mese in mese. A me pia-
ceva così, non avrei mai sprecato il mio tempo a fare calcoli.
Sapevamo a malapena quello che entrava, mai quello che
usciva. Da parte avevamo poco. Vivevamo come se tutto
dovesse cambiare da un giorno all’altro, come poi è avvenuto.
L’indifferenza di Elena per i soldi, così rara anche in chi ne ha
pochi, era una cosa che segretamente ammiravo in lei.
Quando sono morto, nei nostri conti si è introdotta una
variabile micidiale. Per la prima volta ho capito che i piccoli
non avrebbero avuto nemmeno l’occasione della sfida: che
nemmeno l’intelligenza, adesso, avrebbe potuto aiutarli.
Altre volte, invece, riesco a pensare che l’intelligenza li ha
già salvati.
Ora tornano anche loro quando è buio. Sara rimane a scuola
fino a quando possono tenerla. Elena fa sempre molto tardi. A
lavoro l’hanno compatita un paio di giorni, poi è stato peggio
di quando c’ero anch’io. Perché adesso è molto più ricattabile.
Il padrone, io dico, percepisce il bisogno come certi predatori
fiutano il sangue. Qualche volta le tocca di andare anche il
sabato. Alla sera, spesso, le chiedono di fermarsi, senza pensa-
re ai bambini. Questo non può toccarli.
La vita, io dico, non entra mai nel lavoro.
Nadia ci aiuta, per quanto può. Tiene i piccoli con sé, li va a
prendere. Come se fossero figli suoi. Altre volte tocca a una
vicina. In primavera la madre di Elena torna per qualche
NELLA CASA DI VETRO 143

mese. Viviamo così, ora, sempre un po’ incerti di quello che


potrà accadere. Come una salita a mezza costa, a passo lento,
sentita movimento per movimento, tutto il peso della gravità
sul piede d’appoggio. Certe volte Elena si ferma per riposare.
Io la osservo. Seduta in sala, di sera, i piccoli addormentati, lo
sguardo contro il muro. Ma capita solo di tanto in tanto e,
penso, si può dire non capiti mai.
A nessuno, passati i primi giorni, è più importato della loro
salita. Ci pensano solo ogni tanto, quando piace fantasticare
su un guaio senza soluzione. Io lo capisco e, in fondo, mi è
indifferente. A pensarci bene, non abbiamo bisogno che qual-
cuno si disturbi per noi. Basta solo prendere un po’ di fiato,
giorno per giorno. Osservo l’energia che si rigenera, di sera,
mentre Sara legge a alta voce il suo libro e Andreas e Elena la
ascoltano seduti a gambe incrociate sul letto, senza pensare
più a niente.
Io non li abbandono.
Quando rientrano, dopo una giornata che non ha più inizio,
resto alle loro spalle come ombra, porto la protezione che non
tocca, che non sposta le carte: e non redime le sere spezzate
dalla stanchezza. Una protezione immateriale e potente, un’a-
rietta leggera che solo pochi intuiscono, uguale ai suoni che
gli uomini non sentono, ma che i cuccioli seguono a lungo
con il loro sguardo incantato.
Scattando sull’attenti, l’uomo dice: «Ora tocca a te, figliolo!».
È in maniche di camicia, il viso arrossato, la camicia allentata.
Ha aperto subito la pesante porta dell’ufficio, legno nero con
sbalzi e cornici, la serratura dorata, una maniglia che sembra la
coda preziosa di un uccello esotico. Andreas deve resistere alla dis-
trazione inaspettata dei particolari. È sera. Ha atteso che qualcu-
no uscisse dal portone di ferro battuto e vetro, si è infilato per le
scale, le larghe scale di un palazzo antico nel centro della città.
Nessun rumore, il silenzio degli uffici deserti. Ha aspettato un
momento, respirando forte, prima di suonare.
L’uomo è remissivo, disposto alla pena, avvolto da una superiore
aria di sconfitta e disillusione. Si comporta come se lo stesse aspet-
tando. Il ragazzo non si aspettava il colpo di tacchi, lo sguardo
basso. Ha pensato a lui per tutta la notte e per tutte le ore del giorno
che ha dovuto attendere. Ora fatica a provare l’odio che ha provato.
Troppo ridicolo è quella specie di manichino sconfitto con i capelli
ricci brizzolati, lo sguardo basso di uomo alla fine della corsa, vinto
dai desideri, disposto a bere dal fango prima che la sete si estingua.
Lo afferra per il collo della camicia, lo solleva sbattendolo con-
tro il muro del corridoio interno. L’ufficio è buio, salvo la luce che
viene da una stanza lontana.
146 GIUSEPPE MUNFORTE

«Se lo fai ancora…» gli soffia in faccia il ragazzo, «se lo fai


ancora, vengo e ti faccio a pezzi». Sente le parole come oggetti
estranei, le deve acchiappare con fatica, si vergogna della loro
stupidità. Niente di bizzarro e fulminante come il colpo di tacchi
del suo nemico. Si aspettava urla, la lotta, la dignità esplosa del-
l’uomo, uno degli architetti più conosciuti in città. Ha avuto la
forza di battere il suo nome e la sua ricchezza sotto i tacchi. Di
fottersene. Tiene gli occhi bassi. È solo furbizia, pensa il ragazzo,
vuole lasciare passare la bufera e tornarsene nella sua torre, lon-
tano dai paria senza intuizione, dai ragazzoni con il cuore pieno
di stupidaggini.
Pensa a questo ma non riesce a colpirlo. Sarebbe come abbattere
un bambino. Lo lascia andare. L’altro si affloscia contro la parete,
senza fare niente.
È uno studio di associati, Elena lavora in particolare per l’altro
socio, che ha tre figli e sta quasi per ritirarsi e passa in ufficio
poco tempo. Uno molto tranquillo, che si interessa alla vita di
tutti e riempie i discorsi di citazioni classiche, che rimandano ai
sogni rinnegati della giovinezza. Si vergogna del suo collega, che
ha già creato grossi problemi con altre segretarie.
Da qualche tempo la madre accennava qualcosa, a cena. Era
cupa, preoccupata per i soldi. Di doversi ancora rimettere a cer-
care. Poi, una sera, gli ha raccontato di quell’uomo stravagante,
separato di fatto dalla moglie, senza figli, che stava mandando la
sua attività a rotoli e non la lasciava in pace. Facendo allusioni,
chiedendole di portarle a casa del lavoro e provandoci, pericolosa-
mente, chiudendosi a chiave da solo nello studio, per ore, a fare
chissà cosa, senza rispondere al telefono. Quel giorno le aveva
messo le mani addosso, forse pensava che sarebbe stato facile. Lei
era scappata, lui l’aveva inseguita chiedendo scusa. Come uscendo
NELLA CASA DI VETRO 147

da settimane di delirio. Avrebbe potuto trovarne una facile senza


problemi, eppure, si era fissato con lei. Avrebbe potuto convincere il
suo socio a licenziarla. Ma non l’aveva ricattata, le era solo andato
addosso così, come un animale. Una bestia vecchia, senza più
fascino, che tenta una conquista come potrebbe tentare il suicidio.
«Ho perso il lavoro» ha detto Elena. «Non potrò più restare in
quell’ufficio. Ancora una volta».
Il ragazzo, ascoltandola, pensava che adesso sarebbe toccato a
lui. Nei mesi estivi ha lavorato presso un’autofficina. Potrebbe
tornarci. Anche quello è un lavoro. Se occorre. Cerca di allonta-
nare il pensiero della madre sopraffatta dall’uomo, l’offesa del
ruolo servile, quello che l’uomo pensa di sé o di una delle sue
impiegate. Sbaglia tutto, quanti anni gli occorreranno per entrare
nel cuore del mondo?
«Dimmi cosa ti ha fatto».
La madre attende un momento. Poi, racconta.
«Domani, aspetto che tu esca. Poi, vado a trovarlo».
Lei non risponde. Si chiede quante settimane le concederanno
per trovarsi un altro posto.

L’uomo muove un passo, come per andarsene. Come se si trovasse


per strada e, insomma, dopo un momento di incantamento, e di
azzardo, fosse venuto il momento di riscuotersi e incamminarsi
verso casa. Il ragazzo lo afferra di nuovo per il collo. Stringe
carne e tessuto, osserva la sua smorfia. Ora picchiarlo non è più
importante, né lo è aggiustare la pila di legnetti delle loro vite
indifese con un atto di giustizia. Pensieri velocissimi lo hanno
portato lontano. Osserva il corridoio, la lunga fila di porte chiuse
degli uffici, la libreria lunga quanto la parete, con libri e faldoni
e cataste di giornali e riviste.
148 GIUSEPPE MUNFORTE

Sua madre ci lavora da due anni. Per quanto l’altro socio le


chiederà scusa e farà di tutto per evitare azioni che danneggino
lo studio, per quanto cercherà di essere più presente e di evitare
che il suo collega le passi del lavoro, insomma, è chiaro che non
potrà più restare lì. Le daranno un po’ di soldi, magari l’aiute-
ranno a cercare un altro posto. Anche questo non è importante,
adesso, nei pensieri del ragazzo.
«Dimmi dove lavora», chiede.
L’uomo indica una porta vicina.
Il ragazzo strizza ancora un po’ la carne e poi lo spinge via.
L’altro casca in terra, si rialza, aspetta un istante e poi si incam-
mina verso la stanza lontana, con la luce accesa.
Chissà perché gli è venuto il desiderio di una cosa tanto bizzarra.
Nell’ufficio che l’uomo ha indicato ci sono due scrivanie, una
con la macchina da scrivere e una con il computer e i telefoni.
Alla parete davanti a quella con il computer è appeso il manife-
sto di una spiaggia deserta, l’acqua trasparente, le palme, il logo
di un liquore e lo slogan nell’angolo destro.
Si siede nella poltroncina. Osserva gli oggetti. Gli fa piacere
notare che non ci sono fotografie, soprammobili o monili, nulla
di suo o che faccia pensare che quello è il suo posto. Quante volte
l’ha chiamata, a lavoro. Risponde lei per tutti e due gli architetti.
A seconda del telefono, dice il nome di uno o dell’altro. «Studio
architetto… buongiorno». Le matite e le penne sono in ordine,
raccolte in due barattoli colorati. Sul lato esterno del tavolo c’è
un’agenda, un blocco di carta bianca e alcuni quadernetti. Di
fianco, in un cestino, gli appunti di lavoro, copie di lettere, nomi
e numeri di telefono trascritti senza ordine. Il ragazzo prova la
stupida emozione di sentire quegli oggetti qualunque intrisi
dalla vita di lei. Toccati dalle mani, dalle labbra. Cos’è questa
NELLA CASA DI VETRO 149

morbosa sensazione di contatto, che ho sempre sentito sulle cose


toccate da lei?, si chiede. Una qualità oscura del loro rapporto,
percepita da subito, quand’era bambino: una mania di bambino
che ha scavato un suo spazio ineludibile nella sua anima, e che
non cessa.
Apre un cassetto. Trova la bustina con il tovagliolo e le posate, lo
spazzolino da denti, un libro che lui le ha regalato, all’ultima festa.
Cosa ci faccio ancora qui?, cerca di dirsi, per riscuotersi. Nel
silenzio della stanza sembra già essere venuta la notte. Ore e ore
passate a questo tavolo, distratta dallo squillo del telefono, il lavoro
continuo alla tastiera, lo sguardo che affonda nell’immagine del
poster, che alla fine, per quanto orribile, riesce a spostarci altrove.
Tutto questo è solo patetico, pensa il ragazzo. Non ho le qualità
dell’uomo sincero, trovo sempre il modo di inciampare, di sban-
dare. Non ho fatto la cosa più semplice, picchiarlo e andarmene.
Ma la sconfitta non gli mette tristezza. Resta ancora un momento
senza far niente, così, come un pazzo, nella stanza buia. Poi, prende
un foglietto e scrive qualcosa per lei, lo infila tra le pagine del libro,
nel punto in cui si è spinta la lettura. Infine cede, rovescia penne e
matite sul tavolo, le sparpaglia, le tocca, una a una, sfiora con il dito
lo stelo, appoggia le labbra sulle loro estremità, prova con la punta
della lingua il loro sapore, poi le rimette al loro posto. Sfiora i brac-
cioli della poltroncina, sfiora le lunette della tastiera, ogni lettera,
ogni numero. Il contatto genera sempre una sensazione di pace. Si
sente come se avesse portato a sé tutta la presenza pulsante e disper-
sa della madre. Si rilascia contro la poltroncina, chiude gli occhi.
Adesso, sì, è arrivata la pace. Dopo una notte insonne, dopo un
giorno di attesa. Pensa a quando andrà a casa e si metterà
davanti a lei, al tavolo della cucina, parlandole come a un’ami-
ca un po’ invecchiata e persa.
150 GIUSEPPE MUNFORTE

«Abbiamo finito?» chiede l’uomo, allungando timorosamente


le parole, la voce triste. La sua figura si profila contro la luce del
corridoio, il cappotto ripiegato sul braccio, un cappellaccio
appoggiato in testa.
Il ragazzo si volta, dalla sedia, lo osserva. Dopo un momento
lunghissimo in cui l’altro aspetta come un cameriere davanti al
cliente, gli dice: «Sì. Anche con te. Abbiamo finito».
29

Oltre gli alberi, tra le siepi, passa un canale di irrigazione, un


vecchio canale con ponti di pietra e chiuse con i manici lisi.
L’erba secca, il segno delle biciclette lungo il sentiero che lo
costeggia. Gli alberi sono un filo regolare, le chiome s’intrec-
ciano per tutto il perimetro.
Oltre il canale c’è un prato che porta alla cinta più esterna
della grande fabbrica di automobili. Dalla nostra posizione
non la possiamo vedere. È una città abbandonata, lavorano
solo pochi reparti. Sono gli uomini in fila sotto casa nostra,
di notte.
Nei campi sconfinati attorno alla fabbrica vedo i parcheggi
che nessuno usa più, i cartelli indicano un ingresso identifi-
cato con una lettera dell’alfabeto. Stanno costruendo palaz-
zine, piccoli agglomerati di case nelle zone più esterne, lon-
tani da qualunque strada. Tra le siepi ogni tanto si vedono i
giochi per i bambini, qualche panchina di legno nuovo. Poi,
ricomincia il verde selvaggio. Tra i giochi scorgo gente
minuscola. La fabbrica morta, così vicina, con i suoi ferri e il
rosso delle mura dei capannoni, è come un asteroide disinte-
grato e venuto ormai a noia ai passanti, una roccia fredda
dopo la liquefazione.
152 GIUSEPPE MUNFORTE

Io vado nel parco più grande. È molto esterno, nei pressi


della statale. La strada asfaltata lo attraversa. Da una parte ci
sono i campi da calcio, un piccolo stadio, e ovunque, per tutto
lo spazio, panchine e legni dove c’è sempre qualcuno a fare
ginnastica. Dall’altra, dopo una breve discesa, c’è una pista
sterrata che passa tra le betulle.
Io lascio la macchina e attraverso la strada.
Qualcuno legge appoggiato ai tavoli in cemento per il ping
pong. Sara prende la biciclettina e corre verso la pista. La
seguo. Il piccolo Andreas è sulle mie spalle.
Sulla pista sono in tanti a correre, di tutte le età. La piccola
Sara pedala dietro un ragazzo che le fa cenno di accelerare.
Sembra un cagnolino a un passo dalle gambe veloci del
padrone.
Io guardo il cielo, guardo la fila di alberi che delimita il
parco. Penso alla grande fabbrica che sta sprofondando sotto
le trecce dure delle piante, dentro la polpa bruna di questa
terra. Il silenzio è generato ancora dalla sua voragine. Anche
se nessuno più se ne rende conto.
Raggiungo lo sterrato, m’incammino lentamente lungo la
pista. Sara ogni tanto sfreccia al mio fianco e ci saluta. Mi
siedo a una panchina. La osservo. È il momento più bello dei
miei giorni di libertà.
Li seguo senza parlare, entro nella loro scia di arietta frizzante.
Quando Sara ci sfiora passando veloce, Andreas tenta di
raggiungerla. Trotterella per qualche metro, la chiama con la
sua vocina profonda. Poi, lei si ferma, camminano affiancati,
la biciclettina tenuta per il manubrio. Guardo il cielo grigio,
percepisco le correnti di gelo che governano l’aria dura di
questa mattina. Resto un passo dietro a loro. Vorrei inginoc-
NELLA CASA DI VETRO 153

chiarmi sulla terra incolore di febbraio, posare le mani sul-


l’erba crepitante. Avvicinarmi senza disturbarli, per poterli
ascoltare. Lasciarmi ancora una volta all’onda giocosa dei
loro pensieri di esseri alati, misteriosamente disposti a
tenermi con loro.
«Cos’hai trovato?» grida Sara, quando si volta e mi vede
accucciato nell’erba. Lascia la bicicletta e corre da me.
«Niente» le dico. «Ti stavo ascoltando».
Abbassato, tocco la terra e prendo la loro prospettiva. Gli
alberi e la radura grande si liberano verso l’alto, come lente
volute di fumo inarginabile.
«Fammi vedere» mi dice. Io le sorrido. Sfiora con la mano
l’erba bianca di brina. Tra i fili dell’erba si vede la terra com-
patta. Ha un colore chiaro, toccata dalla luce sbiadita di questa
mattina. Una luce che toglie peso, mi dico. La terra è asciutta,
ogni tanto ci sono piccole fosse, come se qualcuno a mano
nuda avesse messo un po’ di scompiglio. Penso all’ingresso
appena protetto di una tana.
L’orizzonte è fatto di cose vicine. La luce bianca lo solleva.
«Qui sotto,» mi dice Sara, «è pieno di piccoli che dormono».

Sente un rumore e si volta. Vicino a Andreas c’è un cagnolino


che salta e lo tocca, per leccargli la faccia, e quasi la raggiunge.
Il piccolo barcolla e ride. «Andreas!» urla, e corre da lui. Il
cane inizia a saltellare anche contro di lei.
Io non mi muovo.
Poco dopo arriva il padrone, che sta correndo sulla pista. Si
ferma, parla un po’ con loro, cerca di frenare il cucciolo. Io
osservo la loro sagoma precisa. Poi, il cagnolino riprende a
trotterellare sulla pista, Andreas e Sara lo seguono. La pista è
154 GIUSEPPE MUNFORTE

fatta di una sostanza più chiara che scorre potentemente sca-


vando un solco nell’erba.
L’erba e gli alberi si alzano nel mio orizzonte. Dopo pochi
passi li perdo. Ma i passi durano per un momento intermina-
bile nel mio sguardo. Per un tratto camminano vicini, poi ini-
ziano a correre. Io li vedo scendere verso il cielo, come da un
viottolo di collina.
Come se il blocco su cui mi trovo si fosse spaccato in una
veloce deriva.
Al laghetto c’è l’uomo del pane. Spezza con colpi lenti il
pane secco contro il recinto di legno, e lo butta alle papere e ai
cigni. Il laghetto è in una zona a margine della pista, protetta
da alberi e cespugli. Il sentiero che lo aggira segue la sua forma
irregolare, le collinette folte di arbusti che lo contornano. Ci si
viene per riposare.
Quando arrivo, sono già vicini a lui. Guardano verso l’acqua.
Le papere filano veloci verso le ostie, aprendo dislivelli imper-
cettibili di materia trasparente. Io guardo il pane, galleggia in
fiori compatti che ruotano un po’, prima di affondare.
L’uomo ha il viso tagliato dalle rughe, gli occhi lucidi. La sua
mano, contro il legno, sembra insensibile. Indossa un vecchio
giaccone di lana, infilzato dalle briciole del pane, calzoni con
chiazze bianche dove il velluto non ha più colore.
Questa mattina c’è poca gente al laghetto. Qualcuno dalla
sponda opposta osserva l’uomo. Tutte le papere si stanno
riunendo sotto di lui.
Lui oggi non parla con nessuno. Fissa ottusamente il lago.
Quasi non bada ai piccoli che lo chiamano, per avere un pez-
zetto di pane.
Solo quando sente me si volta, e mi guarda negli occhi.
30

Come un dio perdonato fatto ancora di carne e respiro, non li


lascio. Nel loro tempo divino, materia della stessa materia:
una pioggia di petali che ci conduce verso la fine come se fos-
simo eterni. Nella perfezione della vita che si spende. In ogni
sguardo, in ogni gesto di un attimo, in ogni parola distratta.
Allora mi metto qui, vicino alla finestra. Dietro le tende
bianche.
Dal cortile sul retro del palazzo vengono le loro voci gioiose.
Salgono fino a me – che socchiudo le palpebre, per capire.
Lui pedala su un grosso trattore di plastica per raggiungere la
sorellina, che fila su un monopattino. Corrono tra i passaggi
delle torrette che danno aria al parcheggio sotterraneo, sulle
grate, attorno al locale cieco della caldaia. Oggi non ci sono
altri bambini. Elena li ha coperti bene, con i cappucci, la giac-
ca impermeabile, i guantini. Ha comprato il trattore perché
Andreas lo desiderava, senza pensare ai soldi.
Sui soldi non fa conto. Quando compra qualcosa, nonostante
tutto, non calcola mai di diminuire il furto.
La mattina è fredda, senza sole. Da qua in alto io barcollo su
questa vertigine di suono. Penso a come le loro voci e la loro
corsa riempiono il vuoto di questo semicerchio grandioso,
156 GIUSEPPE MUNFORTE

dalle cantine al tetto, attraversando la cavità dei balconi e


delle finestre senza vita. A questo silenzio prodigioso, così
facile da vincere.
Sento la vita come energia irriverente.
Poi, Elena prende il trattore. È più grande di lei. Lo porta in
cantina. I piccoli la precedono, poi corrono di nuovo fuori,
poi tornano. Un po’ bisticciano, un po’ gridano solo per per-
cuotere il silenzio. Lei spinge il trattore, nell’altra mano tiene il
monopattino. Li richiama senza convinzione. Io guardo gli
oggetti come da bambino – gli oggetti in cui la fatica del lavoro
di chi li ha comprati si manifesta come un velo prezioso, por-
tando la sua presenza nella materia.
Sento le voci crescere e dilatarsi nel palazzo, poi fiottare
quando si apre la porta dell’ascensore.
Entrano, crollano nel corridoio, tolgono precipitosamente
le scarpe, la giacca, lasciano in terra i loro coriandoli di lana,
come se stessero per esaurire anche l’ultima forza. Corrono
sul divano. Elena li richiama, li sgrida senza convinzione.
Intanto va in bagno e apre i rubinetti della vasca. Loro la stanno
chiamando.
Io sussurro: «Dai, butta anche tu la giacca e le scarpe, vieni
qui da noi».
Sono seduto in terra, accanto al divano. Dentro il loro fiato
stremato, nel cuore non ancora esausto.
Dentro il mondo indifferente.
La società ha sede in una torre di vetro a figura irregolare, sale
a blocchi sempre più stretti, attraversati da diagonali di cemento.
Quella più bassa sorregge il nome, lettere in corsivo, sbalzate e
alte come un uomo, color cobalto. Il colore del logo si ripete negli
interni. Una sfumatura nel pavimento, nella trama delle pareti,
nella divisa dei custodi, sui bordi delle macchine di controllo e dei
computer, sulla pulsantiera degli ascensori, nelle cravatte.
La strada è nuova, manca ancora nella carta topografica
della città. Lei arriva dalla parte sbagliata, segue un viale che
si sfila dalla circonvallazione attraversando un tunnel sotto la
massicciata del treno, e prosegue in quello che fino a pochi anni
prima era un non-luogo di depositi in rovina e sterrati dalla
terra bruciata.
Vede il palazzo uscendo dalla galleria del cavalcavia ferro-
viario. Di fianco alla massicciata c’è un supermercato. Sul
piazzale, trent’anni prima, durante una rapina di autofinan-
ziamento sono stati uccisi due poliziotti di pattuglia. Stesso
traffico, polvere, aria grigia. I morti restano come una pellicola
di luce sulle bocchette di scolo dei marciapiedi, per chi se ne
ricorda. La ragazza non ne sa niente.
158 GIUSEPPE MUNFORTE

Il palazzo è semisepolto dalla prospettiva di dune e colline di


terra dell’area di costruzione. L’ingresso della strada nuova è
sbarrato da un cancello. L’area è cintata da una rete di plastica
arancione a maglie larghe. Vicino all’ingresso c’è un grande pre-
fabbricato con gli uffici tecnici, uno sportello per le informazioni.
Su un palo è montata la segnaletica provvisoria, frecce con scritto
Area Sud, Area Nord, il nome delle aziende.
La ragazza chiede. Il palazzo da lì sembra irraggiungibile. Un
uomo le indica un passaggio tra le dune, protetto dalle reti, che
non aveva visto. Lei si incammina a passo veloce, riesce sempre a
fare tardi. Vuole fare tardi, si dice, per ridurre i tempi morti di
contatto. Si è messa un abitino quasi nuovo, che usa solo per
queste occasioni. Un tailleur color salmone – una variazione
liquefatta del colore delle reti.
La divisa dei piani bassi del cantiere, pensa la ragazza.
Sulle dune si impennano le ruspe, camion giganteschi pieni
di terra barcollano come coleotteri storditi dal caldo. Ultimi
giorni di giugno. Uomini a torso nudo, la pelle colore della pol-
vere, seguono da terra il movimento delle macchine. Sotto il
sole feroce. Qualcuno le fischia.
La prima prova della selezione, quella d’inglese, l’hanno
fatta in un ufficio periferico della società. La prima scrematu-
ra. Un deposito dove erano state allestite tre o quattrocento
postazioni. Test a risposta multipla, frasette da completare,
verbi da coniugare, la preposizione, l’articolo corretto da acco-
stare alla pietra immutabile del sostantivo. Guardando i suoi
compagni non aveva pensato alla scuola, gente della sua età,
gente più vecchia che metteva la speranza di qualcosa in un
pugno di crocette. Aveva pensato alla sala interna di una gale-
ra, dove non ci fosse da remare ma solo da star lì, buoni buoni,
NELLA CASA DI VETRO 159

facendo finta di fare qualcosa, per non rubare vita a quelli di


fuori.
Quando arriva sotto la torre di vetro, vede una via di palazzi
nuovi, poche auto parcheggiate, l’asfalto come appena steso.
Capisce di esserci arrivata nel modo più stupido, passando per il
cantiere. La materia brucia nel sole del primo pomeriggio.
Manda bagliori di sfida.
Dentro c’è silenzio, aria fresca. Nessun sibilo dai compressori
dell’aria condizionata. L’ingresso con le porte automatiche si apre
su un atrio di marmi sbarrato dalla fila delle macchine di con-
trollo. Alla reception le chiedono un documento, preparano un
tesserino magnetico e le spiegano come usarlo. Appoggiandolo sul
sensore, la barriera si apre. Sono due ragazze molto giovani,
vestite in modo informale, sembrano contente del lavoro, sepolte
come coniglietti vispi dietro una fila di monitor. Ogni impiegato
dei quindici piani della torre ha un tesserino, sui monitor la sua
lucetta può essere richiamata con il nome, un topolino al buio
con le vene piene di fosforo. Non può nascondersi.
Le spiegano che dovrà aspettare un po’, perché il turno prece-
dente di selezione non è ancora terminato. Le indicano la direzio-
ne del salottino di attesa. La ragazza supera il cancelletto di vetro e
si incammina nell’atrio deserto. Tra le persone che non le
vogliono bene. Per la prima volta. Lo aveva scritto suo padre da
qualche parte, un appunto sul primo giorno d’asilo. L’aveva
accompagnata lui. Un asilo di suore, mura centenarie intonacate
di fresco, infissi nuovi, colori che non vincevano un’impressione di
carcerazione. Di sepoltura. Lei, era scritto nell’appunto, mentre il
padre seguiva la suora che mostrava i grembiulini colorati da com-
prare, si era stretta forte a lui, che aveva voluto tenerla in braccio.
Aveva stretto le braccine e le gambe al suo corpo, ma cercando di
160 GIUSEPPE MUNFORTE

non darlo a vedere, senza dire niente. Non avrebbe pianto. Tratte-
nendo con durezza le lacrime. Si sarebbe separata silenziosamente
da lui, nell’aula piena di bambini disorientati, come lui sentiva di
non riuscire a fare con lei. Piccola, i capelli ricci, il grembiulino da
marionetta, gli occhi come dolci ninfee dietro le lenti degli occhiali
di plastica. Anche suo padre ora è come una pellicola trasparente
sulle cose, vive nel paradiso del mondo che entra nel suo sguardo.
Nell’area del salottino d’attesa ci sono una ventina di persone.
Fingono di leggere il giornale, guardano dalla vetrata, non par-
lano, spezzano la tensione con il silenzio. Pochi siedono sulle pol-
troncine. Lei ne approfitta. Sul tavolino di fianco ci sono copie
della rivista aziendale. La sfoglia. Ci sono grafici, pagine con gli
ultimi risultati delle vendite. Un pezzo su business e benessere.
Un articolo dell’amministratore delegato. La ragazza si sofferma
a lungo sulla fotografia di fianco alla firma. Un volto abbronzato
di sessantenne, gli occhi chiari, rughe sottili, verticali, sulle
guance. Cosa c’è, in questa testa?, pensa. Non riesce a distoglie-
re lo sguardo da quello sguardo. Qualcosa di simile alla perfezio-
ne delle macchine di controllo. Un modo denaturato di entrare
nel mondo, di starci. La base biologica deviata verso forme sco-
nosciute di potenza, replicabili. Ci sono esseri, pensa la ragazza,
che sfiorano i piani bassi della vita come spettri, quando gli
tocca. La loro presenza immateriale non concede contatto. Per-
ché la vita è verticale, fatta di strati che male si incrociano,
descritta da una planimetria precisa, uguale a quella che ha
visto vicina agli ascensori nell’atrio della torre, ogni piano una
funzione, fino all’ultimo, quello della presidenza.
I viaggi più avventurosi, dice un pensiero della ragazza, oggi
non si fanno in orizzontale, verso paesi sconosciuti (ne esistono
ancora?), ma attraversando gli strati verticali della metropoli.
NELLA CASA DI VETRO 161

Che replicano e in un certo senso generano le qualità dell’uni-


verso. Orrore e disperazione. Redenzione. Un ragazzo le si avvi-
cina, lei non si distrae dalla lettura. Con questo stato d’animo,
pensa, non troverò mai un lavoro. Guarda di nuovo il volto del-
l’amministratore, un cyborg con innesti di materiale aureo nella
materia biologica. Conosce tutte le lingue, tutte le battute, è gra-
devole, possiede tutta la cultura che vorresti, riuscirebbe a farti
guardare un fenomeno insignificante della vita come da sola
non sapresti. Saprebbe dimostrare di poter scendere anche sul
tuo terreno, qualunque esso sia – di contenerti. Di non avere
nulla da temere da te. Forse sarebbe piacevole passare una serata
con lui, andare in barca o fare una passeggiata in un bosco.
«Hai idea di cosa faranno?» chiede il ragazzo.
«No» risponde lei.
«Alla prova d’inglese credevo mi avessero bocciato» continua
lui, sbirciando la pagina della rivista che lei chissà da quanto sta
fissando.
«Probabilmente i migliori li hanno scartati».
«Cosa?».
«I migliori non vanno bene, creano sempre problemi».
«Mi prendi in giro?».
Lei non risponde. Torna a guardare il foglio. Stanno selezionan-
do operatori per le linee telefoniche internazionali. La lucetta che
si accende in continuazione, informazioni da dare velocemente.
Con garbo, dopo avere pronunciato il proprio nome e il numero
di matricola. Un lavoro su turni, sabato e domenica compreso.
Pochi soldi ma un buon contratto. E, per i laureati, qualche pos-
sibilità di non restarci tutta la vita.
Tutta la vita. Questa frase l’ha pronunciata osservando il
parcheggio laterale, quello con le auto dei dipendenti. Ora sono
162 GIUSEPPE MUNFORTE

dispersi negli uffici. Sono tranquilli, lavorano. Sono protetti dalla


vita. Il loro essere non lascia nemmeno l’attimo di sconcerto che i
singoli seminano fluendo in massa sui marciapiedi. Per lei.
Con questa testa, pensa la ragazza, potrò andare solo alla deriva.
Devo riuscire a fingere, a sgambettare con tutti gli altri, senza
farmi notare troppo. Il mercato libero non è il regno delle indivi-
dualità libere, ma di quelle simulate. Anch’io lo ricordo quel
primo giorno. La stretta del suo corpo, la voce che non riesce a
dire parola, per non cedere. Ricordo il grembiulino rosso, lui così
goffo che faticava a infilare i grossi bottoni bianchi nelle asole.
Forse stava solo perdendo tempo, per non lasciarmi ancora. Non
ho mai avuto l’amica del cuore, all’asilo. Giocavo con tutti, ma
nessuno voleva solo me. Quei terribili occhiali di plastica, come
mi sarebbero sembrati brutti, dopo! Lui li amava. Quando li ho
cambiati è andato a riporli tra le sue cose, nel cassetto pieno di
oggetti da naufrago, quello con il diario nella cartellina verde.
Una porta si spalanca. Esce un gruppo di giovani, con gli
occhi persi, come se si dovessero orientare dopo una lunga
proiezione al buio.
«Hanno finito» dice il ragazzo. «Tocca a noi». Si alza e s’in-
cammina, senza aspettarla.
Volevi un cagnolino, dicevano gli appunti. Solo quello. Quando
ti portavo da qualche parte, in mezzo a animali da cortile, a
caprette, ai cavalli che pascolano nei recinti di certi parchi di
periferia costruiti in mezzo alle fabbriche, non volevi andartene
più. Diventavi una di loro. Era il desiderio di tutte le feste, la
preghiera per gli dei vicini che non ti hanno ascoltato. Una delle
mie ferite, non potertelo comprare. Anche il gioco delle ciglia
cadute, quando si soffia e in cuore si è certi che saremo esauditi,
non l’hai più voluto fare. Per troppa attesa. Eri più grande di
NELLA CASA DI VETRO 163

me, che portavo nel cuore il tuo desiderio, sicuro che non lo
potessi capire. Alla sera riempivi il lettino di peluche. Ne avevi
decine. Tutte le razze. Costruivi famigliole, ghirlande di musi e
di lingue penzoloni che proteggevano il sonno. Io ascoltavo in
segreto le tue parole per loro. Posavo un pezzo del mio cibo di
fianco al cucciolo che cenava con noi.
Le prime figure del test sembrano proprio quello. Cani sorri-
denti, di corsa, o tremanti, su due zampe, con il muso rivolto al
padrone. Poi, hanno fatto rispondere a dei quiz. Matematica da
scuola media, a tempo, una decina di secondi per ognuno, se vuoi
farcela a completare. Le percentuali si incrociano con i problemini
sulle unità di misura, le divisioni a due cifre con le frazioni.
Sono stati divisi su tre tavoli oblunghi. La ragazza di fianco a lei
è già presa dal panico. Cerca di guardare il suo foglio, di copiare:
lei lo sposta per farle vedere meglio. Dice qualcosa sottovoce, le
chiede: «Ma tu cosa hai fatto? Ma a te cosa viene in mente?».
Le esaminatrici sono tre, girano tra i tavoli, passano le schede,
fanno partire il cronometro dell’orologio. Incalzano, tengono
alta la pressione. «Forza, su, ancora dieci secondi. Ora basta,
staccare le penne, consegnare!». «Avete messo il nome?». «Chi
non completa con chiarezza l’intestazione, verrà escluso!».
«Ancora una volta e ti sbatto fuori!». «Allora, cosa c’è da parlare?
Questi test li farebbe mio figlio che va alle elementari». Alzano
la voce, qualcuno cede, gira il foglio avanti e dietro, senza più
afferrare niente. Una posa la penna ma non ha il coraggio di
alzarsi e andarsene. È una buona occasione, pochi soldi ma un
buon contratto. La ragazza, lei, cede alla provocazione, non
può farne a meno. Con questa testa, andrò solo alla deriva.
Osserva le esaminatrici, sembrano soddisfatte di quello che
hanno raggiunto. Un buon lavoro, un’azienda dove puoi starci
164 GIUSEPPE MUNFORTE

fino a crepare. Non riesce a capire come si possa diventare una


cosa del genere. Così astratta. Io, pensa, posso avere ancora uno
spazio di libertà. La libertà sta negli anfratti lasciati liberi da
gente come questa. Dalla loro perfezione spietata. Che senso
ha, tutto questo? Cosa sarà di tutto questo fra cento anni? Que-
sta immane perdita di tempo. Ecco, pensa la ragazza ricordan-
do il volto dell’amministratore, queste sono persone che hanno
escluso il tempo dalla loro base biologica. La nostra avventura
vagabonda.
Sotto la figura dei cani scrive asilo. Sotto i poligoni scrive
cani. Risponde in fretta a tutti i quiz, per dimostrare di saper-
lo fare. Poi le portano altre figure, più complesse. La ragazza
vicina non sa più cosa fare. «E adesso, e adesso?» bisbiglia. Lei
sotto la prima scrive: Tramonto della metafisica hegeliana in
un parco autunnale, sotto la seconda: Danza di lupi con
brandelli del pasto.
Arrivata l’ora, le esaminatrici passano a togliere le schede
dalle mani dei canditati, tornano alla loro cattedra, raggrup-
pano i fogli, parlottano, se ne vanno senza salutare. La ragazza
che stava di fianco a Sara corre da loro, chiede quando potran-
no sapere qualcosa. Una si gira verso di lei, sorridente, dice il
giorno, dice come, poi, si rivolge a tutti, ripete. Augura buona
fortuna.
Fuori dalla torre si viene risucchiati dal caldo come da un
tunnel svuotato di ossigeno, diretto là, ai lavori e agli strepiti
sulle dune. Sara raggiunge una cabina telefonica dall’altra
parte della strada.
«Com’è andata?» chiede sua madre.
«È andata male. Senza speranza» risponde la ragazza, che
prova un po’ di rimorso.
NELLA CASA DI VETRO 165

«Come mai?».
«Non so. Non c’ero con la testa. Mi hanno fregata».
«Va be’, almeno non me lo dire».
«Non vuoi saperlo?».
«Cosa c’è da sapere?».
«Ti ricordi cosa chiedevo sempre, da piccola?».
«No, non mi ricordo».
«Chiedevo di avere un cagnolino».
«Ma tu sei matta. Cosa c’entra il cagnolino?».
«Lo stesso cagnolino, uguale a quello che disegnavo sempre, era
in uno dei test».
«…».
Pensa un’ultima volta al cuoio pregiato del volto dell’ammini-
stratore, ai pavimenti maestosi, alle ragazzine nel bunker della
reception per un’intera giornata di sole.
«Non è strano?».
«No, non è strano. Tu sei strana».
«Ma lo stesso, capisci? Quello che doveva assomigliare al cuc-
ciolo che portavo sempre a tavola».
«Mi stai prendendo in giro?».
«No. Mi è passato tutto in un momento per la testa, il cane, i
giochi, le sue parole, il diario».
«E hai perso il lavoro».
«Sì. E sotto quella figura ho scritto il suo nome».
Una volta ancora.
Dal vetro osserva il movimento dei camion, la polvere, il cranio
degli operai modellato dai caschetti di plastica. La torre di vetro
brucia nel sole. Prima ero lassù, al dodicesimo piano. Si è tolta la
giacchetta, sente il sudore scendere libero dalle ascelle ai fianchi.
Gli uomini là dentro vestono pesante, abiti da cerimonia e
166 GIUSEPPE MUNFORTE

camicie a maniche lunghe. Non pensa più alla madre, che forse
sta ancora parlando. Tra poche ore gli uomini usciranno.
Toglieranno la giacca nel fuoco basso della sera, per non stropic-
ciarla. Anche lui l’avrebbe tolta, incamminandosi senza fretta,
correnti di energia dal selciato – tutto il tempo che non si spende.
La rivista rimarrà sul tavolino, all’interno brilla un volto di cuoio
e lustrini. Tra le scrivanie degli open space ci sarà disordine, i
cestini pieni di cartacce, le sedie disallineate daranno l’impres-
sione di trattenere il movimento di chi se ne sarà andato. Lo
schizzo con la figura che sembrava un cagnolino sarà finito
nello schedario dei test. La sala riunioni sarà la prima a essere
ripulita dalle donne delle pulizie. Se volessi, potrei disegnarla
facilmente quella figura, pensa la ragazza, io che non ho mai
saputo disegnare. Una linea semplice, senza incertezze. Muove
la punta del dito sul vetro sporco della cabina. Una bestiola con
le zampe alzate. Dopo venti anni è ancora lì. Tutto può essere
molto semplice, sembra pensare la ragazza, osservandola. Nel
nero della polvere. Una linea appena appena più consistente
della luce che lasciano i morti nei suoi occhi.
31

Ora è Gabriele a mettersi di fianco all’uomo del pane, quando


porta i bambini nei campi vicino alla fabbrica. Con loro c’è una
cagnolina. La tiene nel giardino del custode della ditta dove
lavora. È un incrocio simpatico di lupo con le gambe tozze.
Sara la sfida a correre, fanno lunghe gare sul prato. Quando
le salta addosso facendola quasi cadere, le parla e la sgrida
come se fosse un bambino.
Poi, riprendono a correre.
Basta alzarsi di poco e si vede la loro scia più scura dentro il
campo. L’erba trattiene a lungo la loro energia. Ora penso alla
gravità come a un dono opposto alla solitudine.
Più in alto ancora, il prato si riga di stelle ora fisse, ora in
lenta progressione, con una traccia di polvere chiara in
superficie. E attorno, sulla pista sbucciata, filano quelli in
bicicletta e quelli a piedi, con la fascia sulla fronte e il conta-
passi alla caviglia. Ogni cosa si compone in un organismo
senza centro, di schegge e anime che non si toccano, come
dentro una cosa delicata dove non potresti toccare corpo con
le tue dita maldestre. Una somma in continua espansione, e
non fatta di parti, dove ognuno è forse decisivo, e nessuno
sguardo o esitazione potrebbero essere trascurati.
168 GIUSEPPE MUNFORTE

In diagonale si compone una fila di case basse, attraversate


dalla luce della mattina. Di lato i campi abbandonati, il solco
argenteo della strada e, appena oltre, la provinciale. Sullo
sfondo, nella direzione del ritorno, salgono i segmenti regolari
della fabbrica, con sezioni e righe e torri colorate, dove domi-
nano le figure piatte, ma con corpi a semicerchio, e tondi;
come una costruzione fatta solo di pezzi appoggiati uno
sull’altro, custodita dai pensieri di un bambino ora lontano.
Il mio amico insegue la palla, la tiene: Sara piroetta tra le
sue gambe urlando, cercando di calciarla. Il cane sembra
impazzito. Andreas si blocca e cambia continuamente dire-
zione, per inseguirli.
La palla salta tra i piedi dell’uomo, vola e ricade, poi l’uomo
si tuffa per prenderla e rotola nell’erba come un clown. Sara
si butta su di lui, e così il cane e così il piccolo Andreas che
finalmente arriva con la sua corsa scombinata. E il paesaggio
si compone ora in questa energia nuova, e le chiome degli
alberi e la fabbrica e la strada si dispongono per me solo al
tocco delle sue corde.

Prima di riportarli a casa, Lele si ferma dal fornaio. Come


facevo io.
La mattina sciaborda verso il mezzogiorno con torrenti di
luce bianca. Oggi non ci si sente, tra le pareti vicine dei palazzi,
come in una qualunque strada caverna – dove l’autobus blocca
tutto, una sopraelevata all’incrocio, e negozietti a una vetrina e
edicole protette ai lati da una tenda di cellophane annerita; dove
la gente passa insignificante, a gruppi, in solitudine, s’incrocia e
s’annoda, come batteri sulla vastità della materia inalterabile, i
visi coloriti, lo sguardo attento, i vestiti scuri dell’inverno; dove
NELLA CASA DI VETRO 169

qualche vecchio svolta su una bicicletta arrugginita, lentamente,


senza rispettare la segnaletica, come uno scarafaggio, piatto
contro il marciapiede per non essere schiacciato.
Oggi non è così. A quest’ora il sole ha seminato l’asfalto di
corpuscoli che esplodono in luce, contro chi si muove risalendo
il viale, come se qualunque movimento e una maggiore pres-
sione dell’aria fossero decisivi per raggiungere il limite di ten-
sione. Instabilità della percezione che ricevo come libertà.
La donna del panificio regala una caramella a Andreas e un
pezzetto di cioccolato alla piccola. I suoni della strada e la luce
fiottano dalla porta spalancata.
In strada Lele distribuisce il pane e la focaccia, lancia a mez-
z’aria grossi bocconi per la lupa, che salta pesantemente, per
prenderli al volo, con gli occhi lucidi di un’anima in trappola
quando viene riconosciuta, dopo un silenzio che sembrava
non poter finire.

È già mezzogiorno. Dal cortiletto dei negozi si torna sul mar-


ciapiede che affianca il vialone. Dall’altra parte hanno demo-
lito un gruppo di vecchie cascine e stanno costruendo un
palazzo tozzo che gira su se stesso, come un fortino. È uno
slargo potente, dove una luce senza argini fa socchiudere gli
occhi. In fondo, si intravede la casa.
Le auto filano vicine, a grande velocità.
«Cosa?» chiede Lele, piegandosi un po’ verso la piccola.
«Non hai finito la storia di Celestino» dice lei.
«Ah!» esclama il mio amico, strizzando gli occhi.
«Quando la vecchia vuole mangiarli!» grida il piccolo.
Celestino è un cantastorie fantastico che il mio amico ha
inventato per loro.
170 GIUSEPPE MUNFORTE

Lele grugnisce, accenna a una canzoncina mentre si sistema


la tuba, chiude la palandrana e alza il bavero. Riprende a nar-
rare la storia di Hansel e Gretel, con una voce instabile e piena
di sussurri e esplosioni, quando passa qualche auto.
La casa si avvicina, alza il suo profilo sottile di mattoni senza
intonaco che il sole sparge di rivoli e di ombre profonde. La
luce stride sui ferri e contro le vetrate. Penso a una festa di
tolle e barattoli che il vento agita come ancore, sotto la nostra
casa leggera.
32

Quando Elena apre la porta, la fiaba si è appena conclusa.


Andreas ha nelle tasche alcune pietre preziose di ghiaietto
bianco. La mano affondata nella tasca, le stringe nel pugno.
Teme che Elena lo perquisisca.
«Venite» dice Elena.
Come amuleti poi li nasconde, uno a uno, ovunque. Li tro-
viamo nei posti più impensabili.
Io guardo Elena. Ha un bel viso sorridente, i capelli più
chiari. Indossa un maglione azzurro, le maniche rivoltate
sugli avambracci. Stava ancora sistemando la casa.
I piccoli si tolgono velocemente la giacca e le scarpe, corrono
sul divano e aprono una busta che il mio amico ha comprato
per loro all’edicola sotto casa.
Una corrente d’aria tiepida attraversa le stanze, le finestre
sono spalancate perché i pavimenti si asciughino.
Gabriele entra lentamente, segue Elena in cucina. Lei versa
un aperitivo, poi prende i bicchieri e un posacenere, gli fa
strada verso il balcone.
«Al parco oggi c’era l’uomo del pane» dice lui, dopo un
lungo silenzio. Stanno fumando, il posacenere in bilico sulla
ringhiera.
172 GIUSEPPE MUNFORTE

Elena sorride. «È un buon segno» dice. «Davide ne parlava


sempre».
«È uno che non dice mai niente».
«Sì. Solo qualche parola ai bambini. Ma loro l’ascoltano
poco. Forse non vogliono che parli».
«È solo un povero vecchio, un po’ instupidito».
«Io non l’ho mai visto».
«Sembra uno straniero, parla male, capisce poco quello che
gli si dice. È molto tranquillo».
«Da vecchia voglio essere così».
«Così come?».
«Forte. Voglio essere forte».
«So che un giorno non lo troverò più e non saprò nemmeno
a chi chiedere se è morto».
«Chissà perché Davide si interessava solo di tipi così».
Gabriele non risponde. Guarda in strada. La sigaretta vicina
al bicchiere. Anche noi, vorrebbe dire. Anche tu.

“Perché proprio io?” mi ha chiesto spesso Elena, cercando di


capire. Io guardavo i suoi occhi pieni di forza e le dicevo tutto
quello che sapevo dire. Senza poterle rispondere.

Poi, il mio amico si volta e guarda la sua figurina malvestita.


Le sorride.
Dice: «Sei sicura di non voler uscire, stasera? Veniamo noi
per i bambini. Non abbiamo niente di importante da fare».
«No. Preferisco stare qui».
Lui annuisce. Senza chiederle nulla.
«Non voglio avere fretta» dice Elena. «In fondo, ci siamo
visti solo un paio di volte».
NELLA CASA DI VETRO 173

«Ti chiama?».
«Sì. Tutti i giorni, a lavoro. Dice cose alle quali non posso
credere. Come potrei credergli?» dice Elena, guardando
Gabriele negli occhi. «Non sa chi sono. Mi ha conosciuto una
sera, in un locale. Abbiamo parlato un po’. E il giorno dopo ha
iniziato a dirmi le cose che mi dice».
Il mio amico dice: «Ti piace?».
Elena sorride e risponde: «Sì, mi piace».
Lui sorseggia un po’ il liquido rosso, sposta lo sguardo sui
palazzi davanti. Dice: «Davide sarebbe contento di te».
«Sì» sussurra lei. «Davide è stato sempre contento di me».
Ha il viso di bambolina sincera, un sorriso appena accennato,
gli occhi verdi pieni di luce.
Dice: «Ma io voglio aspettare, Sara una volta…».
«Per i piccoli ci siamo anche noi» la interrompe Gabriele,
parlando piano e cercando profondamente il suo sguardo. Lei
lo accarezza sui capelli.
«Ma io non ho bisogno di quelle parole. Non le voglio. Non
le voglio anche per loro, capisci. Non dovranno saperlo, non
devono avere un altro padre».
Lele non la contrasta. Elena rimane in silenzio, indecisa.
Poi, dice: «Tutte quelle parole…» e toccando il braccio del
mio amico chiede la cosa che tante volte ha chiesto a me,
senza che sapessi risponderle: «Perché proprio io?».
Lui la guarda e sorride, senza dire niente, poi la tocca dolce-
mente su una guancia.
«Perché,» le dico, «tu sei una bambolina coraggiosa».
Quando rientrano, i piccoli hanno rovesciato gli oggetti
della busta sul divano. Gabriele si siede vicino e prende
Andreas sulle ginocchia, iniziando a giocare con loro.
174 GIUSEPPE MUNFORTE

Elena, prima di andare in cucina, si ferma un istante a


guardarli.
Dice: «Vuoi restare a pranzo con noi?».
L’aggiornamento dei voli scorre sui monitor come un rivolo di
materia liquida che sfalda le parole, scendendo in diagonale, river-
sandosi nell’angolo basso e sgorgando di nuovo dall’alto. File di
monitor appesi a blocchi nei corridoi, leggermente inclinati verso
terra. I passeggeri che aspettano sui divanetti ogni tanto alzano lo
sguardo e si abbandonano alla forza ipnotica della scansione dei
voli, l’organo meccanico del tempo dilatato delle partenze. Più in
alto brillano pubblicità luminose, quadri maestosi costruiti con
una sequenza di manifesti perfettamente riuniti, display dove
scorre materiale di propaganda aziendale.
Una notte la ragazza ha atteso per più di un’ora l’arrivo della
navetta per la città. Davanti a lei due operai appesi a un’impal-
catura mobile, a una ventina di metri di altezza, stavano incol-
lando i manifesti di una fotografia pubblicitaria monumentale.
Li ha osservati per tutto il tempo, troppo stanca per fare altro. I
divanetti desolati, qualcuno che dormiva con le valigie vicino. I
due uomini saggiavano il bordo estremo dell’immagine, facevano
combaciare il lembo del grosso rotolo che sollevavano a quattro
mani e poi lo lasciavano scivolare, pigiando contemporaneamente
il tasto che faceva scorrere su e giù l’impalcatura. Si muovevano
sicuri, senza mai guardare in basso. La ragazza pensava all’ae-
176 GIUSEPPE MUNFORTE

rostazione come a un pianeta isolato, composto di materia


evoluta, non più carta, non più acciaio, non più pietra. Un
pianeta sconfinato che necessitava in ogni sua parte di una
cura continua, della dedizione di schiere addestrate di esseri a
uno stadio lontano di evoluzione. Un’offerta continua di eva-
nescente materia biologica. Chissà quanto manca, pensava la
ragazza, stordita dal sonno, perché questa sostanza perfetta
raggiunga l’autoglorificazione.
Mentre si alzava, per raggiungere il pullman, gli uomini ave-
vano compiuto metà del lavoro. Un viso giovane di donna con i
capelli un po’ spettinati, il trucco leggero, sbranato a morsi
regolari, senza un occhio, senza la punta del naso, con un mezzo
sorriso testardo, come un essere che si stesse disseminando in
pensieri e sogni nella testa di tutti quelli che ancora non se ne
andavano.

L’aeroporto ha due livelli. Le partenze internazionali sono al


piano alto. La folla dei passeggeri non riesce a sopraffare una
suggestione di vuoto e di attesa, la perfezione degli spazi e il
volume impressionante dell’aria fino al tetto. Le pareti sono
aperte in vetrate che mostrano l’attività sulle piste, i preparativi
per l’imbarco degli aerei vicini, spostamenti di meccanici e auto-
mezzi con i colori e il logo dell’aeroporto, che si muovono a terra
come unità separate di un esercito in partenza.
«Allora, ne sei davvero convinta?» chiede Andreas, stupidamente.
Sara lo guarda sorridendo. Cosa sarà di questo ragazzone di
quasi trent’anni, il corpo di un vichingo spaccapietre, il sorriso
buono, che la vita sta forse già azzoppando? Vieni con me!,
vorrebbe dirgli. Vieni, dai, le cose non hanno tutto quel valore
che tu credi. Poi, si ricomincia. Ci si ritrova.
NELLA CASA DI VETRO 177

Gli passa una mano tra i lunghi capelli chiari, un gesto che
non ricorda di aver fatto da quando era ragazzino. Lavora,
vive in casa. È stato per alcuni anni con una ragazza che sem-
brava quella giusta. Poi, è successo qualcosa di misterioso, non
ha voluto più vederla. Non ne ha parlato con nessuno. Ha con-
tinuato a vivere così, lavorando e tornando a casa, facendo
progetti strambi con gli amici. La ragazza ora è sposata e ha
già un figlio. Quanti anni sono passati?
Sara invece se ne è andata presto da casa. È tornata. Poi, ha tro-
vato un appartamentino nel quartiere. Ha cambiato uomini,
chissà quanti lavori. Ma non ha mai provato quello che sta pro-
vando ora, come se solo adesso la loro molecola stesse per sfaldarsi.
Ha già fatto il check in, è tutto pronto. Le valigie scivolate sul
nastro, verso l’imbarco. Come è strano percepire per l’ultima volta
la loro unità vitale in uno spazio tanto astratto, attraversato dagli
annunci degli speaker, dagli sguardi senza fuoco di quelli che pas-
sano. Andrà a Londra, e poi chissà dove.
Elena resta vicina a lui, nervosa, gli arriva appena alla spalla.
«Non mi hai ancora dato l’indirizzo» dice, osservando la figlia
come se fosse una materializzazione di se stessa nell’età più
inquieta. Prova il piacere delle domande inutili, per non sentire
ancora il silenzio che sarà.
«Vi chiamerò tutti i giorni. Promesso. L’indirizzo per ora è solo
provvisorio, ci resterò pochissimo».
«Soldi non ne hai voluti».
«Non mi servono. Ne ho abbastanza».
«Se non ti troverai bene… Se il lavoro…».
«Mamma…».
Ha lasciato l’appartamento da alcune settimane, sgombran-
dolo dai pochi mobili e vendendoli. In attesa del giorno, è
178 GIUSEPPE MUNFORTE

andata a vivere da loro. La casa colma di echi, di spiriti leggeri


e movimenti che si rovesciavano all’indietro senza trovare un
tempo limite in cui arrestarsi. Due settimane da bambina, per
provare ancora che il tempo non è mai sequenza. Non irrever-
sibile. Ha ridotto il guardaroba al minimo. Le cose più care le
ha passate alla madre, che ha le stesse misure.
«Dimmi ancora che non è per sempre. Che non hai in testa
questo».
«Non è per sempre».
«Solo un periodo. Solo un tempo di lavoro».
«Non c’è niente, per sempre. Appena sono sistemata, vi faccio
venire. Non ci vuole molto, oggi».
Sente la materia meravigliosa della loro molecola cedere alla
pressione. Per la prima volta. Mai nei litigi, mai nella promessa
feroce di certe sfuriate.
La madre indossa una camicetta rossa che è stata sua. Ha già
iniziato a soffrire, ha pensato Sara, vedendola. I capelli tagliati
corti, un colore chiaro di biondina.
«Dimmi, allora» chiede Elena. «Perché hai voluto il suo
diario?».
Il mazzo di fogli nella cartellina verde, un po’ ingialliti, l’in-
chiostro sbavato in certi punti, la scrittura che si dilata come
l’occhio dentro le lacrime.
La ragazza aspetta un momento prima di rispondere. Sa di
aver chiesto molto, sente tutto il loro amore dentro quella fidu-
cia. Il mondo sfaldato, parti della molecola che rischiano di
disfarsi nel ciclo degli elementi.
«Ora riesco a leggerlo» dice. «Riesco a capirlo».
Ora, dovrebbe dire, voglio partire dal primo giorno e percor-
rerlo tutto, prima che i giorni siano finiti. E a quella data,
NELLA CASA DI VETRO 179

dentro quel momento preciso, voglio accostare la mia data e la


mia vita. Un suo giorno, un mio giorno. Io, vorrebbe dire, ora
percepisco il movimento della sua mente. Dentro le parole.
Come se fosse ancora viva. Sento la scelta delle parole, le frasi
che si allineano un attimo prima di essere scritte, le immagini
che scorrono. Posso sentire il rumore e la vita di noi vicini,
nella stessa stanza, mentre scriveva.
Non lo dice per non osare troppo, e dare fondo alla loro pazzia di
molecola. Ha sentito per la prima volta il rumoroso movimento
della mente di un altro un giorno di tanti anni prima, mentre
stava facendo una traduzione. La confrontava con una già fatta.
Scorrendo adagio la sua versione e quella del libro, ha sentito la
mente di uno scrittore morto molti anni prima tornare in vita,
riprendere passo a passo con lei il lavoro, come se stesse pensando
e parlando nella sua testa.
Ha voluto provare con lui, nella materia misteriosa e potente
della cartellina verde. Più della lettura. Qualcosa di più profondo.
L’esercizio ripetuto e ossessivo di un monaco segregato. Un moto
dello spirito che riesce infine a spartire la carne come un coltello.
Come potrebbe spiegare ora quanto oscuro e abile sia diventato
il suo esercizio?
Ne ha fatto una copia. Lei ha tenuto la carta viva. Ripercorre-
re da quel giorno preciso dell’anno il primo giorno delle sue
parole. Ogni giorno, tutta la vita.
Tu sei il mio amico fedele. Io sono un discepolo. Sono la tua
carne che torna su se stessa. Tutto questo mi dà gioia, voglia di
andare, non fermarmi più. Mi toglie il peso oscuro della solitudine.
«Non diventare» dice Elena, «una donna ossessiva. Lui non lo
vorrebbe». Ancora una frase stupida di madre, pensa, sentendosi
parlare. Inutile.
180 GIUSEPPE MUNFORTE

«È solo» dice Sara, ridendo, «perché non ho mai trovato niente


di più bello da leggere alla sera, prima di addormentarmi».
Guarda il fratello. Per un istante prova rimorso. Se prima
anche lui poteva andarsene, ora non lo farà più, dice un pen-
siero. Non ora, che manco io. Le sarebbe piaciuto lasciargli la
casa. Lui non ha voluto. Un sacrificio testardo, qualcosa di
oscuro, forse. Chissà quante ragazze vorrebbero uno così,
pensa, osservandolo freddamente. Anche solo per non essere
prese sul serio.
«Tu verrai?» gli chiede.
«Lo sai che ho paura dell’aereo. Verrò in moto. Va bene lo
stesso?».
«Dovrai lasciarla in strada. Non durerà molto. E lei, poi?».
«La metto dietro. La mia ragazzina, no?».
Elena li guarda, qualcosa di immane preme su di lei. Tutto il
tempo, tutte le cose grandiose. Tutti gli oggetti, tutte le nostre
parole vane. Si commuove, cerca di non farlo vedere.
Un’unità esclusiva di spazio. Una casa rombante. Una molecola
di materia unica dentro i volumi incalcolabili di un pianeta per-
fetto. Materia evanescente, preziosissima, eterna.
«Ora dovete andare. Voglio essere io a vedervi andare» dice
Sara.
«Devi scrivermi,» sussurra Elena, «più che chiamarmi. Voglio
sentire le tue parole. Una a una».
«Sì».
Li abbraccia. Andreas non dice più nulla. Le passa lo zainetto
che teneva in spalla. Il diario è lì, con le cose preziose. Non si fida
a lasciarlo altrove.
Rimane così, in piedi di fianco al salottino di pietra e cemento,
fino a quando non affondano invisibili dentro un movimento
NELLA CASA DI VETRO 181

lontano di corpi. Loro che si allontanano, senza fretta, lui leg-


germente piegato per non separarsi. L’immagine, precisa come
la parola scritta, che segnerà quel tempo. La molecola che si
ricompone a un livello minimo e preziosissimo di sopravvivenza –
un’unità di senso scivolata lontano per sempre.
Stanno chiamando per l’imbarco. L’uscita è lontana. Deve
passare il cancelletto di controllo e poi attraversare un corridoio
al piano terra e quindi risalire. Inizia a correre, leggera, attenta
a proteggere lo zainetto.
Tutta la vita da ricominciare, ancora una volta.
Tutte le parole ancora da dire. Da leggere. Da tracciare lenta-
mente su un foglio da lettera, con la loro fisionomia bizzarra,
unica: una corrispondenza quasi immateriale capace di dare
vita di nuovo al movimento, attraversate da una virtù miste-
riosa che non si spegnerà mai.
33

In questa città ci sono cose fantastiche.


Ricordo una mattina di Pasqua, sul ponte del Giambellino,
la macchina lentissima. In giro non c’era nessuno. Alla radio
proprio in quel momento passavano un pezzo di Chaloff, un
brano incantato di vecchio jazz che conoscevo fin da ragazzo.
Io non credo alle coincidenze. Il cielo chiaro, l’aria tiepida di
aprile entrava dai finestrini abbassati.
Rallentai ancora di più. La macchina saliva come una vec-
chia e pesante barca verso il largo, quando il pescatore ha dato
solo una spinta con il piede, per saltare a bordo, e si siede e
rimane un po’ imbambolato verso l’orizzonte, prima di pren-
dere i remi.
Anch’io galleggiavo piano, sorpreso dalla pace. Guardavo il
fascio dei binari, lo scalo ferroviario deserto. La cresta di alcune
vecchie fabbriche incassate tra i depositi, la selva dei palazzi, le
zone ombrose dei sottoponti, piene di tracce e di rifiuti che
indicavano la presenza e l’anima di qualcuno, e ogni cosa mi
sembrava bellissima. Come se la vita consumata in tutta
quella materia dura a estinguersi si fosse ridestata e la
impregnasse di energia buona. Un’aura traslucida tra i ponti
e sulla crosta dei muri.
184 GIUSEPPE MUNFORTE

Guardavo, e con la musica vedevo anche il viso buono di


Chaloff in una vecchia fotografia, mentre suonava tenendosi
al sax come alle spalle di un compagno che lo sostenesse.
Si passa, diceva la musica, come ombre azzurrine, come fan-
tasmi di materia candida.
E quando la macchina piano piano è sfilata verso il basso, ho
sentito che qualcosa di straordinario può sempre accadere e,
anzi, ho sentito che cose straordinarie accadono continua-
mente e sono troppe per noi, che le evitiamo lasciandole
come frutti da cogliere più avanti. Se una a una andrebbero
accolte, con il loro dono incomprensibile.
E mentre lasciavo il ponte, ho sentito come se uscissi da una
bolla in cui tutto lo spazio si era dissolto in qualcosa di nuovo,
solo per me. E la vita ho sentito come un passaggio in questa
semina miracolosa, che ci rende ciechi con la sua violenza.
Sono planato verso il largo di Santa Rita, la musica non finiva
ancora. Poi l’annunciatore con una voce profonda, di altri
tempi, su un canale nazionale, ha detto qualcosa di Chaloff. E
anche la sua immagine si è spenta, come energia rientrata
nelle correnti ora misteriose che scivolavano alle mie spalle.
34

Con la stessa sensazione di lontananza incantata, ho guardato il


nostro palazzo in tutto questo tempo.
Ho visto la pietra stingersi nella polvere di primavera, i ferri
resistere agli anni, e gli anni passare senza lasciare segno. E
dalla mia posizione stregata non avrei saputo dire che giorno
fosse, e quanto tempo, e se ancora dovessi aspettarmi di vedere
qualcuno di quelli che amavo.
E dopo anni mi sono stupito di come tutto fosse ancora
immutato: e ho sentito l’eternità malata della materia contro la
nostra corsa gioiosa. E alle due di notte ho visto il ragazzo della
panetteria salire con lo scooter sul marciapiede e sollevare a
metà la saracinesca, per affondare nel locale buio. E le mac-
chine dopo, come tutte le notti, si sono accese con il solito
colpo secco che ha fatto vibrare il palazzo quanto un camion
che avesse mancato la traiettoria dell’incrocio; e poi hanno
cominciato a ronzare e tutti i vetri a tremare piano negli infis-
si e i piccoli a agitarsi nel sonno e forse a svegliarsi, con la
scusa per entrare veloci nel letto grande.
La madre di Elena è tornata al paese. Ha lasciato la casa a Lele
e Nadia. I bambini alla sera salgono veloci i due piani di scale
che separano le case, vanno da Nadia, le fanno compagnia
186 GIUSEPPE MUNFORTE

mentre prepara la cena. Hanno desiderio di questa intimità.


Oggi sono rimasti fino a quando ha fatto buio nelle grandi
aule semideserte dell’asilo e della scuola, aspettando nel
tempo immobile, decifrando le ombre e i suoni cupi delle
porte e dei passi nel corridoio, fino a riconoscere quello di
Elena.
Ora le porte d’ingresso sono sempre aperte. Tra le nostre
case c’è solo la scala fresca, le grate polverose dei lunotti che
danno nel cortile, la luna madida nel vetro più alto e un fru-
scio di gatto se l’aria entra con forza dai vetri spaccati.
Quando Nadia li vede arrivare, fa spazio sul tavolo in cucina.
Loro l’aiutano a sbucciare i fagioli, seguono attenti la lavora-
zione di un impasto di farina, pronte a passarle gli ingredienti.
Nella casa si sente la musica bassa che viene dallo stereo in sala,
o la voce lontana di un televisore che nessuno ascolta. Io li
osservo e penso al tempo che precede la cena come a un tempo
salvato, che ho sempre amato senza dirmelo. Una luce bassa e
perfetta.
Quando è tutto pronto, qualche volta Nadia serra le pentole
e i piatti con un asciugamano, e porta tutto da noi. Lele arriva,
trova un biglietto, fa una doccia e li raggiunge.
Mi piace vederli assieme a cena, la festa delle voci, il caos sulla
tavola. Poi qualcuno si stacca e gioca sul divano, oppure si siede
al tavolo in sala per essere più vicino e quello a cui tocca lavare
i piatti, resta in cucina e parla a voce alta, per farsi sentire. Gli
altri a volte, per non lasciarlo solo, vanno nell’angolo della fine-
stra, spalancano i vetri e si appoggiano al davanzale, soffiando il
fumo verso il cielo ormai indistinto, nascosto dalla luce forte
del lampione. Io li guardo lassù, sopra la strada piena di luci e
di movimenti veloci, appoggiati a quella vecchia finestra, e
NELLA CASA DI VETRO 187

sento come ogni momento di libertà di gente come noi,


senza libertà, sia anche un momento grandioso.
Vorrei dire: in quella casa senza bellezza, lontani per qualche
ora dall’orizzonte basso del lavoro, il desiderio di parlare un
po’ di quello che è accaduto, di ascoltare, di rallentare il tempo
prima del sonno, per stare ancora assieme, ora, vorrei dire,
siete nel punto più alto. E non c’è vertigine più grande di
quella di sentire di esserci.
35

A fine mese Nadia segna su un quadernetto l’importo degli


stipendi, le spese più grandi davanti. Hanno un conto unico
in banca, lei, Nadia e Gabriele. In un cassetto nel nostro
ingresso ci sono un po’ di soldi. Chi ne ha bisogno, li prende.
Lele un giorno ha detto: «Facciamo questo passo».
Elena non ha parlato, guardava un po’ lui, un po’ nel vuoto,
alle sue spalle, ma quando è rimasta sola, nel buio del letto, e i
bambini dormivano, alcune lacrime spietate hanno solcato len-
tamente le sue guance. Senza pietà di lei, che non piange mai.
Quando desidera uscire, i miei amici restano a lungo a gio-
care con i piccoli. Gabriele controlla i quaderni di Sara. Fini-
scono i compiti assieme. Poi, li vestono per la notte e li por-
tano a letto.
Nadia prepara i vestitini e le scarpe per il giorno dopo. Poi,
si vestono anche loro per la notte, spengono le luci e vanno
nel letto grande. Se uno dei piccoli è ancora sveglio, parlano
un po’ con lui, sottovoce, per farlo addormentare.

Io vedo Elena uscire veloce. Ha un trucco leggero, i capelli


luminosi. È uguale alla ragazza decisa che non conoscevo e
che mi sfiorava con il suo dolce mistero.
190 GIUSEPPE MUNFORTE

“Come sei carina, questa sera” vorrei dirle.


Penso a quando ho infilato sotto la sua porta un foglietto
con scritto: Babydoll, tu sei la benzina e sei il fuoco.
Mi piace vederla camminare, osservare ancora sul suo volto
l’emozione leggera che precede un incontro. Come un tempo,
quando ancora ci conoscevamo appena, e lei si avvicinava a
me con un sorriso di timidezza e di curiosità.
E io non parlavo, e lasciavo che il tempo premesse come una
burrasca di onde e di schianti e di schiuma spruzzata verso il
sole alto, dentro il suo silenzio. Tutto il tempo a venire, ebbro
della nostra corsa senza calcoli.
Tutto il tempo urgente, che preme con la sua bocca di luce
nel nostro cuore.

FINE
Ciao, piccola

«Cosa è successo, piccola?».


La bambina è seduta sulle scale. Fuori dalla classe. I corridoi
sono deserti e attraversati di tanto in tanto da rumori soffocati
e voci che sfuggono ai muri e filano come pesciolini spaventati,
nel silenzio un po’ cupo delle ore di lezione.
Il custode sta facendo un giro ozioso da un’ala all’altra della
scuola, in una mattina che sembra non finire mai. La vede
per caso. Una macchia colorata a metà scala, appoggiata alla
ringhiera.
Sara non dice niente. Gli occhi grandi dietro le lenti degli
occhiali, i capelli chiari, già un po’ troppo lunghi, si arricciano
sulla fronte e toccano le spalle. Ha fatto la pipì addosso. Si
chiede come abbia potuto non resistere: è una cosa che non le
capita da anni. Era uscita per andare al bagno e poi, chissà
come, è accaduto questo pasticcio. Una cosa che non deve
succedere in prima elementare.
Non se la sente di rientrare in classe.
L’uomo le accarezza la testa, la porta nella guardiola che fa
da portineria, attaccata all’ingresso della sua casa, e chiama
194 GIUSEPPE MUNFORTE

la moglie. Le mettono i calzoni di una tuta bordeaux, rime-


diata chissà dove. Poi, la donna la riaccompagna in classe.
Chissà se i suoi compagni non notano quel colore diverso
sotto il grembiulino, chissà se davvero non le dicono nulla.
All’uscita, Sara passa velocemente davanti alla portineria.
Vorrebbe correre e velocissima attraversare il cortile e scom-
parire, perché nessuno veda i calzoni che le ha messo la
bidella, che sembrano parlare e dire tutto quello che lei non
vuole dire.
Fuori c’è una bella mattina invernale, una luce forte che ti fa
socchiudere gli occhi. Sara è un punto che affonda e lotta nella
torma degli esserini che si riversano e corrono verso l’uscita. Ha
imparato a fare da sola il tratto di strada fino al suo palazzo.
Una vicina le sta preparando qualcosa da mangiare.
La luce addolcisce i colori, spazza l’aria profondamente: dif-
fonde una sensazione di novità e di forza, come se tutto lo
spazio fosse recuperato all’esistenza. L’ostilità dello spazio
diventata leggerezza.
Io sono seduto dall’altra parte della strada, su un rilievo
della fiancata di un deposito. I vigili hanno bloccato il traffico.
La chiamo.
Quando Sara mi vede, grida: «Ciao, papà», e corre verso di
me. Io la sollevo e la tengo un po’ abbracciata, come faccio
sempre.
«Oggi ti accompagno io» le dico.
Mi dà la mano, cammina al mio fianco senza guardarmi.
«Non devi prendertela per la pipì» sussurro.
Lei si ferma. «Come fai a saperlo?».
«Così» le rispondo. «Io so tante cose… Quello che succede a
te, succede anche a me».
CIAO, PICCOLA 195

Lei rimane zitta. Io mi faccio forza e dico: «Questo devi


ricordartelo sempre».
Mi piacerebbe andare ancora una volta al parco con lei, girare
a caso e, alla fine, raggiungere l’uomo del pane al laghetto.
Restare a guardare come i bambini lo osservano. Questa volta,
forse ci saremmo solo noi e l’uomo, allora, girandosi verso di lei,
dopo un po’, chiederebbe dolcemente: “È tuo papà?”.
Ma non c’è tempo.
Le chiavi di casa sono nella cartella. È grande quasi come lei.
L’ho in spalla io. Mi piace toccarla, cercare negli scomparti, tra
i suoi quaderni e le matite uscite dall’astuccio, gli amuleti.
Le dico: «Piccola, non posso restare molto».
Le tolgo il grembiule, le scarpine. La porto in bagno e le fac-
cio lavare le mani. Poi, le metto un vestitino pulito.
«Quando torni?» mi chiede, dopo un lungo momento che
ha passato in silenzio, guardandomi, scegliendo questa frase
decisiva tra le altre che le venivano.
«Sei una brava bambina» dico. «Sei forte come solo i bambini
sanno essere. Vieni qui».
Lei si avvicina. Io le tolgo gli occhiali, sfioro con le dita le
pesanti lenti convesse, li appoggio di fianco a me. Poi, tocco la
sua fronte, le sopracciglia leggere. Mi piace osservare da vicino
il suo viso, vorrei imprimerlo con forza dentro di me, ma,
istante dopo istante, mi sfugge.
«Aspetta!» dice improvvisamente, riscuotendosi. «Devo
farti vedere una cosa». Prende gli occhiali e corre in camera.
Mi porta la pianta nel bicchiere. I semi sono diventati radici.
Sono passati solo pochi giorni ma dal vetro escono le pianti-
celle. Le foglie sono sottili. Alcune sono ancora un po’ coperte
dai grani del terriccio.
196 GIUSEPPE MUNFORTE

«È bellissima» dico. Trattengo a braccia ferme, facendo forza


con tutta la tensione dei piedi e delle gambe, qualcosa di spa-
ventoso che sta per spazzarmi via.
Le sorrido. «È ora di mangiare» dico. «Ora, dovresti andare».
Provo qualcosa che non ho mai provato, come se il mio
corpo solo adesso trovasse il coraggio di espormi alla verità.
Sento, ora, di avere bisogno di tutto il coraggio.
Sara mette una mano nella tasca del maglioncino. Quando
la estrae, vedo tre cagnolini di plastica.
Dice: «Questi sono i miei preferiti».
Poi, prende il cane lupo e dice: «Questo è quello che mi
piace di più. È il più forte. Voglio regalartelo».
Io prendo il lupetto di plastica e lo stringo. Dico: «È ora
che tu vada a mangiare, piccola Sara, se no inizieranno a
preoccuparsi».
La stringo ancora una volta. Poi, la accompagno alla porta.
«Ciao, piccola» dico, dandole un bacio.
«Ciao, papà».
Chiudo la porta. La casa a quest’ora danza sull’onda piena
del traffico, alta nella corrente potente: salta di cresta in cresta
agli strepiti dei freni. Dalla vetrata entra una bella luce, si
sfrangia in raggi di materia in sospensione, che creano falle e
movimenti nel colore dei mobili e delle pareti.
Ancora un momento, mi dico.
Guardo attorno, tocco leggermente le cose, che sono così
come le ho lasciate. Rimando ancora un istante l’atto più
strambo, il contatto forte con i misteri della luce. Poi, vado
in camera. Sfioro il letto di Elena, il lettino di Andreas.
Osservo i libri rimasti sul mio comodino. Infine, mi sdraio
per un’ultima volta sul letto di Sara. Dentro il suo odore
CIAO, PICCOLA 197

buono di bambina. Come un folle, sussurro: «Proteggimi,


piccola Sara».
Quindi, scendo veloce, come ogni mattina facevo.
Per le scale sento le voci che vengono dalle case. Qualcuno
si lamenta, qualcuno lascia squillare a lungo il telefono,
prima di rispondere. Nell’atrio sembra già di essere in strada,
per le ombre e i sipari di colore che sfrecciano nella vetrata.
Prima dello schianto della porta di vetro, come sempre,
penso per un istante alla nostra casa, là in alto, inconsistente
come una bolla sbattuta nell’aria, senza spazio né bellezza,
preda in ogni momento di una corrente che sembra non
essersi mai manifestata pienamente – eppure, in verità, così
salda, per noi che l’amiamo.
Nota dell’autore

Ho iniziato a scrivere Nella casa di vetro verso la fine del 2000


e ho concluso una prima versione alcuni mesi dopo. L’ho poi
tenuto da parte – continuando a rivederlo e a modificarlo fino
a oggi – un po’ per gli altri romanzi che sono venuti, un po’
per il suo carattere più intimo, che me lo fa sentire quasi come
un diario personale, anche se ovviamente non è così. La sua
pubblicazione si deve alla premura e alla fiducia di Andrea
Caterini, che ringrazio di cuore.
Impaginazione: Daniele Giovagnoli – dany_giov@libero.it

Questo libro è stato finito di stampare nel mese di marzo 2014 a cura di PDE Spa
presso lo stabilimento di LegoDigit s.r.l. – Lavis (TN) su carta PAMO uso mano 2