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Omelia (10-03-2013)

padre Ermes Ronchi


Un Padre che non rinfaccia ma ama

Un padre aveva due figli. Se ne va, un giorno, il più giovane, in cerca di se stesso, in cerca di
felicità. Non a mani vuote, però, pretende l'eredità: come se il padre fosse già morto per lui.
Probabilmente non ne ha una grande opinione, forse gli appare un debole, forse un avaro, o un
vecchio un po' fuori dal mondo.
Ma i ribelli in fondo chiedono solo di essere amati.
Il fratello maggiore intanto continua la sua vita tutta casa e lavoro, però il suo cuore è altrove, è
assente. Lo rivela la contestazione finale al padre: io sempre qui a dirti di sì, mai una piccola
soddisfazione per me e i miei amici. Neanche lui ha una grande opinione di suo padre: un padre
padrone, che si può o si deve ubbidire, ma che non si può amare.
L'obiettivo di questa parabola è precisamente quello di farci cambiare l'opinione che nutriamo su
Dio.
Il primo figlio pensa che la vita sia uno sballo, è un adolescente nel cuore. Cerca la felicità nel
principio del piacere. Ma si risveglia dal suo sogno in mezzo ai porci a rubare le ghiande. Il
principe ribelle è diventato servo.
Allora ritorna in sé, dice il racconto, perché prima era come fuori di sé, viveva di cose esterne.
Riflette e decide di tornare. Forse perché si accorge di amare il padre? No, perché gli conviene. E
si prepara la scusa per essere accolto: avevi ragione tu, sono stato uno stupido, ho sbagliato...
Continua a non capire nulla di suo padre.
Un Padre che è il racconto del cuore di Dio: lascia andare il figlio anche se sa che si farà male, un
figlio che gli augura la morte. Un padre che ama la libertà dei figli, la provoca, la attende, la fe-
steggia, la patisce.
Un padre che corre incontro al figlio, perché ha fretta di capovolgere il dolore in abbracci, di
riempire il vuoto del cuore. Per lui perdere un figlio è una perdita infinita. Non ha figli da buttare,
Dio. Un padre che non rinfaccia, ma abbraccia; non sa che farsene delle scuse, le nostre ridicole
scuse, perché il suo sguardo non vede il peccato del figlio, vede il suo ragazzo rovinato dalla
fame.
Ma non si accontenta di sfamarlo, vuole una festa con il meglio che c'è in casa, vuole reintegrarlo
in tutta la sua dignità e autorità di prima: mettetegli l'anello al dito! E non ci sono rimproveri, ri-
morsi, rimpianti.
Un Padre che infine esce a pregare il figlio maggiore, alle prese con l'infelicità che deriva da un
cuore non sincero, un cuore di servo e non di figlio, e tenta di spiegare e farsi capire, e alla fine
non si sa se ci sia riuscito. Un padre che non è giusto, è di più: amore, esclusivamente amore.
Allora Dio è così? Così eccessivo, così tanto, così esagerato? Sì, il Dio in cui crediamo è così.
Immensa rivelazione per cui Gesù darà la sua vita.

Omelia (10-03-2013)
mons. Vincenzo Paglia
Commento su Giosuè 5,9-12; Salmo 33; Seconda Corinzi 5,17-21; Luca 15,1-3.11-32

Introduzione

"O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione": è con questa
preghiera che apriamo la liturgia di questa domenica. Il Vangelo ci annuncia una misericordia che
è già avvenuta e ci invita a riceverla in fretta: "Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi
riconciliare con Dio", dice san Paolo (2Cor 5,20).
Il padre non impedisce al suo secondogenito di allontanarsi da lui. Egli rispetta la sua libertà, che
il figlio impiegherà per vivere una vita grigia e degradata. Ma mai si stanca di aspettare, fino al
momento in cui potrà riabbracciarlo di nuovo, a casa.

Di fronte all'amore del padre, il peccato del figlio risalta maggiormente. La sofferenza e le
privazioni sopportate dal figlio minore sono la conseguenza del suo desiderio di indipendenza e
di autonomia, e di abbandono del padre. La nostalgia di una comunione perduta risveglia in lui un
altro desiderio: riprendere il cammino del focolare familiare.

Questo desiderio del cuore, suscitato dalla grazia, è l'inizio della conversione che noi chiediamo
di continuo a Dio. Siamo sempre sicuri dell'accoglienza del padre.

La figura del fratello maggiore ci ricorda che non ci comportiamo veramente da figli e figlie se
non proviamo gli stessi sentimenti del padre. Il perdono passa per il riconoscimento del bisogno
di essere costantemente accolti dal Padre. Solo così la Pasqua diventa per il cristiano una festa del
perdono ricevuto e di vera fratellanza.

Omelia

Se quello di Luca è chiamato il "Vangelo della misericordia" questo di oggi ne è il manifesto


insuperabile, capace di ritrarre l'indicibile vicenda eterna dell'amore del padre per il figlio. Un
amore capace di far tornare indietro il figlio dalla morte, di scambiare la pena con la festa di
nozze per averlo ritrovato dopo averlo perduto. Questa è la domenica laetare, della letizia,
incastonata al centro della Quaresima, tutt'altra cosa rispetto ai nostri carnevali.

Il peccato scortica e deforma l'immagine di Dio nell'uomo. Funziona così. Pensiamo a un Dio
geloso e rivale invincibile, impedimento alla nostra libertà e realizzazione. E ci ritroviamo
lontani, in fuga dinanzi a Lui, certi di poter e dover fare da soli. Gesù reagisce e mette a tacere
tutti quelli che non sopportano la misericordia del Padre perché non sanno che misericordia è il
nome di Dio. La parabola di Luca ha diversi dettagli, che convergono sempre al centro indicato
dalle parole del Padre: "Bisognava far festa". I peccatori l'hanno capito e fanno festa a Gesù.

Più che dei due figli - lo scialacquatore e il presuntuoso- questa è la parabola del Padre che non
riceve altra gioia più grande che quella di essere capito come padre e che, infine, vede i fratelli
riconoscersi come tali. È chiaro l'invito a fare anche noi da padre. È commovente poter pensare la
conversione come il rovesciamento dell'immagine di Dio, riscoprire il suo volto di tenerezza,
rialzarsi dalla delusione del proprio peccato o dall'arroganza del sentirsi a posto, per gioire
semplicemente di essere figli del Padre. Basta da sola questa pagina così piena di buone notizie a
far cedere dinanzi al dono di grazia che è la fede. Fronteggiarla o tradirla è alla radice di ogni
possibile peccato riconducibile ai due tipi di figli.

"Un uomo aveva due figli": in realtà non ne aveva nessuno vero. Uno andato via, l'altro estraneo
al suo sentimento. Uno diventa schiavo, l'altro si sente garzone. Entrambi non conoscono il padre,
ne hanno una cattiva opinione. Il minore prova a sostituire il padre con il proprio piacere, ma alla
fine sarà travolto dall'abbraccio del padre. Il maggiore è in collera e si ritiene addirittura migliore
del padre grazie al dovere compiuto. Nessuno dei due conosce il padre, per questo non si
riconoscono fratelli. E solo questo dovrebbero fare. Tutta la strada, in fondo, l'ha già fatta il
padre, uscito incontro al figlio perduto e, ancora lui, uscito a convincere (a consolare!) quello
presuntuoso. Il passaggio alla grazia avviene non quando ci sentiamo bravi, ma quando lo
chiamiamo Padre nostro.
La misericordia è il nome di Dio e "Padre" è il suo volto perché lui ci vede e si commuove, come
il buon samaritano. Al Padre, quando vede il male del figlio, gli si sconvolgono le viscere, il suo è
un amore uterino. Padre e madre, capace solo di abbracciare e baciare ogni figlio. Come nella
parabola, il Padre ha fretta, è stanco di avere dei servi invece che dei figli. Fretta di far festa, di
porgere l'anello e di rivestire il figlio. Per questo banchetto occorre il vitello cresciuto a grano. È
la festa dell'Eucaristia, il pane sfornato a Pasqua.

È la domenica della gioia. Non chiudiamoci nella tristezza perché ci si riconosce nel peccato del
minore o in quello del maggiore. Guardiamo nel cuore del Padre. Ci aiutano le parole del santo
curato d'Ars: "È più facile salvarsi che perdersi, tanto è grande la misericordia di Dio. Brama più
il buon Dio di perdonare un peccatore pentito che non una madre di strappare il suo bambino dal
fuoco in cui è caduto".