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Osservazioni sul canto I dell’‘Inferno’

SELENE SARTESCHI

selene.sarteschi@libero.it

RIASSUNTO:
L’articolo ripercorre il testo del I canto dell’Inferno mettendone in evidenza i
momenti di maggiore tensione espressiva ed intertetsuale, illustrando da una parte
le fonti del poeta e dall’altra il doppio livello del significato (letterale ed allego-
rico). La lettura è condotta con attenzione estrema ai concreti aspetti verbali, cer-
cando di coglierne ogni volta le allusioni e le suggestioni, sia sul versante fonico
che su quello semantico.
PAROLE CHIAVE: Inferno, selva, veltro, Virgilio, poeta.

ABSTRACT:
This article examines the text of Canto I of the Inferno, highlighting the mo-
ments of greatest expressive and inter-textual tension, and showing, on the one
hand, the poet’s sources, and on the other, the double level of meaning (literal and
allegorical). The reading pays very close attention to the concrete verbal aspects,
trying to pick out each allusion and each suggestion both semantic and phonic.
Key words: Inferno, selva, veltro, Virgil, poet.

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Il primo canto dell’Inferno, proemiale a tutte e tre le cantiche, riveste


sicuramente un’importanza fondamentale nell’economia dell’intero
poema. Il canto misura 136 versi ed è facilmente divisibile in quattro parti
che possiamo concepire come quattro grandi scene che sfilano una dopo
l’altra, perfettamente collegate fra loro ma in certo qual modo indipen-
denti una dall’altra. Le prime tre parti possiedono la medesima lunghezza
di 30 versi ciascuna, l’ultima è più lunga, contando 46 versi. In particolare
dal primo verso al verso 60 – ossia nelle due parti iniziali – il protagonista
passa rapidamente attraverso una serie di esperienze che alternano fasi
negative a fasi positive, fasi di speranza e di disperazione. Dal verso 1 al
verso 30 è in primo piano la figura dell’uomo smarrito che tenta di ritro-
vare la «diritta via»; dal verso 31 al verso 60 le tre fiere dominano le dieci
terzine; dal verso 61 al verso 90 protagonista del canto è Virgilio; quindi
nella quarta e ultima parte le prime 13 terzine sono occupate dal lungo di-
scorso del poeta latino, per convincere Dante a compiere il viaggio nel-
l’oltretomba, 2 terzine contengono l’assenso e la preghiera di quest’ultimo
affinché Virgilio lo guidi, mentre il verso finale si riallaccia circolarmente
al primo, con ripresa dell’immagine del cammino su cui il canto si era
aperto.
Dopo questa breve premessa ricordiamo che è nel quarto trattato del
Convivio che Dante fissa a 35 anni la metà della durata ideale del corso
della vita di un uomo (Convivio IV, XXIII, 6-10). Quindi, sulla base del
Salmo 89, 10 – «Dies annorum nostrorum […] septuaginta anni» – e di
un brano di Isaia (38, 10), il poeta prende questo dato temporale e lo tra-
sforma in una perifrasi, quella che dà avvio al canto:

Nel mezzo del cammin di nostra vita


mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita. (Inf. I, 1-3)

La terzina iniziale della Commedia è di una nitidezza cristallina: i primi


due endecasillabi, in apertura, saldano in un’unica proposizione le maglie
di una trama letterale e allegorica sulla quale si impernia l’intera costru-
zione. La storia narrata dall’autore riferirà, o meglio “dirà”, “tratterà” della
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condizione esistenziale di un singolo uomo, ma questi rappresenta, al con-


tempo, ed è sufficiente la presenza dell’aggettivo possessivo di prima per-
sona plurale nel sintagma «nostra vita» per fissare questa duplicità, la
condizione di “qualsiasi uomo”.1 Fissato incipitariamente tale punto di
vista la macchina poematica si è messa in movimento e si incarica di rac-
contare un percorso salvifico straordinario, soggettivo e universale. Il fatto
che il protagonista-autore possa raccontare la sua avventura predispone
all’ascolto o alla lettura di una vicenda che iniziata in modo “tragico” si è
svolta, poi, in modo “comico”, ossia con un finale positivo (Cfr. Epistola
XIII, X). È notevole la quantità di informazioni che il lettore può ricavare
solo da questi primi tre versi: l’io narrante coincide con l’agens, questi ha
35 anni e si è smarrito, allontanatosi dalla strada che conduce alla mèta,
in una «selva oscura». L’espressione “ritrovarsi per” indica che il prota-
gonista, resosi conto di aver smarrito il cammino, sta ora vagando in tutte
le direzioni all’interno della selva per cercare di uscirne. La scena iniziale
ha una sua valenza epica e universale, recando con sé, come è stato messo
in evidenza, l’eco di passi biblici e patristici che le conferiscono una to-
nalità profetica. Sullo sfondo della prima scena v’è infatti, come abbiamo
accennato, il brano di Is. 38, 10, «Ego dixi: in dimidio dierorum meorum
vadam ad portas inferi». Chi parla è il re Ezechia, al quale Dio concede,
su preghiera sincera del re, altri tre lustri di vita. La vicenda del poema, che
pare svolgersi attraverso un tessuto linguistico dimesso e piano, acquista,
attraverso il riscontro biblico, una profondità escatologica che ne costi-
tuirà, dall’inizio alla fine, il piano di fondo. Ecco che il primo canto infer-
nale, e in particolare le prime terzine, rappresenta la base necessaria
affinché le dichiarazioni dell’autore assumano un valore non solo locale,
ma metatestuale: è questo il proemio dell’intera Commedia, ed è qui ne-
cessario che il lettore colga la doppia valenza di una scrittura letterale e al-
legorica, aderente alla dimensione terrena ma già proiettata verso
l’oltremondo.
In questa dimensione, letterale e allegorica, la selva reale e minacciosa
rappresenta anche «la selva erronea di questa vita» (Convivio IV, XXIV,
12), eco probabile di una frase agostiniana, In Ioannem, 16, 6: «Amara
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silva mundus hic fuit»: la concretezza di un’esistenza, tanto personale


quanto generale, perduta nell’errore. Parlare di questo luogo, anche
adesso che la vicenda è terminata, procura ancora sofferenza all’autore
che ricorda:
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura.
Tant’è amara che poco è più morte. (Inf. I, vv. 4-7)

L’asprezza del luogo riattualizza nella mente la paura – e «paura» è pa-


rola che ricorre ben cinque volte nella prima metà del canto (v. 6; v. 15;
v. 19; v. 44; v. 53) – e l’auctor rende il carattere negativo della selva con
un verso in climax, che guizza di sibilanti: «esta selva selvaggia e aspra
e forte»; tale selva si rivela, in un gioco allitterativo che sottolinea la ca-
rica semantica dell’immagine, poco meno amara della stessa morte, con
ripresa di quell’aggettivo «amara» che risale all’Ecclesiaste, VII, 27: «Et
inveni amariorem morte mulierem», e ancora, significativamente, a Isaia,
38, 15 e 17.
Il verso 8 inizia con un’avversativa: «Ma». Nonostante sia “duro” par-
lare della selva, Dante si ripropone lo scopo di «trattare del ben ch’i’ vi
trovai» (v. 8). La finalità didascalica del racconto è in piena luce perché
ciò che l’autore ha vissuto in prima persona possa tornare utile a quanti
leggeranno. Anche nella selva, dunque, nell’oscurità e nel terrore, Dante
ha scorto cose di cui merita riferire, perché è in questo luogo che, dopo
lungo tempo, egli ha sentito rinascere l’impulso di ritornare, dal buio nel
quale era immerso e dalla morte del peccato, alla luce solare ed alla vita
della grazia divina.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,


tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
Ma poi ch’i’ fui al piè di un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

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guardai in alto e vidi le sue spalle


vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle. (Inf. I, vv. 10-18)

Dante non si ricorda come sia entrato nella selva, a motivo del «sonno»
che lo impediva nell’attività razionale nel momento di smarrire quella via
che è definita «verace» (v. 12), con preciso richiamo sia a un passo di
Agostino: «somnus autem animae est oblivisci Deum suum» (Enarr. in
Ps. 62, 4), sia, con ripresa della «diritta via» del verso 3, a un brano di Io.
14, 6, in riferimento al Cristo: «Ego sum via, veritas et vita». I passi di
Dante compiuti nella notte di angoscia e di paura trascorsa nel buio della
selva hanno termine e questi si ritrova, continuando a cercare la via diritta,
ai piedi di un «colle», proprio nel punto in cui «[…] terminava quella
valle / che m’avea di paura il cor compunto» (vv. 14-15). Guardando
verso l’alto il poeta ricorda di aver visto la sommità del colle illuminata
dai raggi del sole che conduce rettamente ogni uomo per ogni sentiero. Il
sole, simbolo di Dio, e dunque della grazia, conduce dirittamente ciascun
individuo per qualsiasi luogo: il messaggio allegorico del poema si coglie
nei minimi particolari e coinvolge l’uomo in una prospettiva di salvezza
che coincide con il fine stesso dell’intero poema. All’oscurità della selva
si oppone la luce del sole, così come termini negativi che possiamo far
rientrare nell’area semantica della “morte”, dell’“annullamento”, si op-
pongono a termini positivi, di “vita”, di “ripresa” del protagonista. Si
pensi, ad esempio, alla sequenza metaforica che viene a crearsi a partire
dall’aggettivo «oscura» (v. 2). Dopo tale aggettivo da cui deriva quel
clima di paralisi intellettuale che caratterizza il canto sino all’arrivo del
protagonista al colle illuminato, abbiamo, al verso 4, «dura», al successivo
il trinomio in climax «selvaggia e aspra e forte», al sesto, il sostantivo
«paura». Al settimo verso incontriamo «amara» e «morte», in significativa
allitterazione. Al verso 11 troviamo il sostantivo «sonno», equivalente
all’obnubilamento della coscienza, ai versi 13 e 15 riscontriamo l’oppo-
sizione fra «colle» e «valle». Alla condizione di difficoltà e di crisi del
protagonista fanno da contraltare il suo “guardare in alto” e scorgere le
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«spalle» (v. 16) del colle illuminate dai raggi del sole «che mena dritto al-
trui per ogne calle» (v. 18).
In questo primo canto si alternano paura e speranza, almeno sino a un
certo punto, al di là del quale entrerà in gioco una nuova figura che darà
alla vicenda una svolta positiva fondamentale. Tale alternarsi rappresenta
a livello letterale ciò che avviene nel canto, ossia nella storia narrata, sino
all’arrivo di Virgilio, il primo vero personaggio reale, storico della Com-
media. Un passaggio continuo fra paura e speranza caratterizza i primi
trenta ed i secondi trenta versi del canto, al pari di un intervallarsi rapido
e continuo di momenti “vitali” e di momenti di “stasi” assoluta, prossima
all’annichilimento. Consideriamo un momento il primo sostantivo,
«mezzo», con cui il canto si apre. Al di là delle implicazioni fondamentali
di carattere cronologico che il termine ci offre, sembra possibile credere
che la parola possa rappresentare simbolicamente ciò che accade in questo
primo canto: allo slancio dell’anima del viator, sinora chiuso nell’errore,
che tenta con tutte le proprie energie di riattingere la dimensione della
positività, non corrisponde una realtà univoca: il protagonista rimane nel
“mezzo” di ogni sua impresa, in un variare estenuante fra momenti nega-
tivi e momenti positivi, di spinte propulsive e di fallimenti. Ad ogni suc-
cesso parziale corrisponde un insuccesso. L’avanzamento è sempre
minato dalla retrocessione. Si contrappongono due movimenti, uno in
avanti, uno all’indietro. Ecco il «mezzo»: il viaggio verso la libertà dal
peccato tenta di iniziare e ogni volta interviene un elemento a bloccarlo.
Il “mezzo del cammino” infatti si può intendere letteralmente come un
punto che divide il cammino a metà fra quello percorso e quello da per-
correre. Possiamo immaginare quel «mezzo» come un posizionamento
che sia ubicato in modo tale da offrire necessariamente due possibilità di
camminata: o in salita e scalata, oppure di ritorno e discesa nella valle. Le
due possibilità sono evidenziate da una serie di isotopie che si alternano
indicando in tempi diversi le due alternative. La dimensione dimidiata
del protagonista – fra paura e speranza, fra avanzamento e sconfitta – si
scioglierà solo nel momento in cui interverrà la grazia divina.
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Il campo semantico che indica il movimento ascensionale di Dante è


costituito dai seguenti dati (limitiamo i prelievi ai più significativi): «al piè
di un colle giunto» (v. 13); «guardai in alto» (v. 16); «uscito fuor del pe-
lago a la riva» (v. 23); «ripresi via per la piaggia diserta» (v. 29); «spe-
ranza dell’altezza» (v. 54), dove si rileva che il movimento è tutto nella
speranza, ossia nel desiderio di uscire dalla selva; «non sali il dilettoso
monte» (v. 77); «A le quai poi se tu vorrai salire» (v. 121).
Ma riprendiamo a osservare Dante, il quale alla vista dei primi raggi del
sole, si rincuora: «Allor fu la paura un poco queta, / che nel lago del cor
m’era durata / la notte ch’i’ passai con tanta pieta» (ivi, vv. 19-21). Gli spi-
riti vitali presenti nella concavità che è il ricettacolo del sangue e di ogni
passione umana, si rinfrancano. Ma «lago», in significativa giunzione con
«notte» e con «pieta», appartiene all’area semantica dei sostantivi che in-
dicano morte, stasi, interruzione, al pari di «valle» (v. 14). L’autore ci ha
condotto sino alla prima similitudine del poema, nella quale è descritta la
figura del naufrago salvatosi a stento dal mare. In questa similitudine in-
contriamo espressioni che si oppongono al movimento in ascesa del-
l’agens: «si volge a l’acqua» (v. 24); «si volse a retro» (v. 26):
E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,
così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva. (vv. 22-27).

L’animo del protagonista è in primo piano: come il naufrago, approdato


alla riva sicura, dopo essere scampato alla morte nel mare, si volta con lo
sguardo verso l’acqua che stava per inghiottirlo, altrettanto l’animo del
poeta si volta indietro a guardare con spavento quel «passo» che non per-
mise a nessun uomo che vi restasse di sopravvivere. Il passo è comunque
il “passaggio pericoloso” che – come in altri casi del poema – rappresenta
l’ostacolo che il viator si trova costretto a superare per continuare il pro-
prio percorso.
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Riposato un poco il corpo stanco il protagonista si incammina per la


«piaggia diserta». Si tratta di un luogo che si trova fra la selva ed il colle
e che possiede, al pari della selva e del colle, un significato allegorico:
lontano dalla luce divina esiste unicamente il deserto dell’anima: Ago-
stino, commentando il Salmo 62, 1 scriveva nelle Enarrationes: «Et hic
desertum, ubi multum sititur». Procedendo lungo la spiaggia disabitata
Dante dichiara di muoversi in modo tale «sì che ’l piè fermo sempre era
’l più basso» (v. 30). Si tratta di un verso tormentato dagli esegeti che ha
un duplice valore, letterale e metaforico. Leggiamo la nota ad locum di
Giorgio Inglese:
30. ‘così che sempre il piede fermo soggiaceva’ al piede in movimento –
come accade quando si cammina in piano: quando si sale, invece, per una
parte del passo il piede fermo è più in alto di quello in movimento. Vuol
dire che il pendìo era impercettibile; oppure gioca con il paradosso fisico
(‘salivo e camminavo in piano’ […]) per rilevare un senso allegorico: lo
sforzo del protagonista verso il bene è insufficiente, infruttuoso (Inglese
in Alighieri 2007: 41).4

Termina, al verso 30, la prima parte del canto nella quale il poeta ha de-
scritto eminentemente la sua situazione di difficoltà nella selva, il suo ten-
tativo di uscirne alla vista dei primi raggi solari, in un misto emotivo di
paura e sollievo. Ma a partire dal verso 31 sino al verso 60 Dante speri-
menterà soprattutto la sensazione della paura, poiché non appena egli ha
iniziato a dirigersi verso il colle, per salirlo, gli si fanno incontro tre ter-
ribili fiere: una lonza, un leone, una lupa. È in questa sezione del canto,
eminentemente, che incontriamo gli indicatori del movimento di discesa
verso il basso che si oppongono alla “riemersione” di Dante mantenen-
dolo in quella situazione di «mezzo» cui abbiamo accennato. Tali indica-
tori di discesa sono i seguenti: «ritornar più volte volto» (v. 36); «mi
ripigneva là dove ’l sol tace» (v. 60); «rovinava in basso loco» (v. 61); «ri-
torni a tanta noia» (v. 76); «per cu’ io mi volsi» (v. 88). Nel complesso il
campo semantico più ricco è quello ascensionale, e questo perché la mac-
china del poema non si muoverebbe se mancasse una propulsione in
avanti. Tuttavia la propulsione è tenuta a freno dal campo semantico op-
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posto che pur non essendo ricchissimo possiede elementi forti che rappre-
sentano l’impedimento alla continuazione del viaggio: e sono gli animali.
Quindi questi hanno un peso reale che dà al canto quel senso di stasi, di
immobile irrequietezza o diciamo tensione senza la quale la macchina
poematica starebbe in uno stato di inerzia perenne.
Al momento dell’incontro con le fiere il tempo stagionale e atmosferico
è favorevole, al punto che il pellegrino pensa di poter avere la meglio sul
primo animale che gli sbarra la strada, la lonza «che di pel macolato era
coverta» (v. 33); la lonza impedisce il moto ascensionale di Dante: «anzi
’mpediva tanto il mio cammino» (v. 35): verso importante perché rafforza
il senso del racconto introducendo un “impedimento” e, non a caso, si re-
gistra il ritorno della parola «cammino». Ma il movimento di ascesa sem-
bra continuare poiché è presente il tempo divino che, per il momento,
dissipa ogni difficoltà:
Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n su con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone. (vv. 37-45).

L’illusione del poeta è comunque vana: nonostante il sole stia nascendo


e si trovi nella costellazione dell’Ariete, in primavera, nella stessa sta-
gione in cui si pensava che Dio avesse dato avvio alla creazione, il viator
è bloccato dalla belva più terribile e più temibile dello stesso leone che si
è fatto incontro a Dante con le fauci spalancate e con la testa alta. Simboli,
rispettivamente, della lussuria e della superbia, la lonza ed il leone, la lupa
è invece simbolo della radice di tutti i peccati, ossia della cupidigia.2 La
sua descrizione è notabile anche per i suoni aspri che evoca, con la ripe-
tizione in tre versi contigui del nesso consonantico: “gr”.
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Ed una lupa, che di tutte brame


sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.
E qual è quei che volontieri acquista
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti i suoi pensier piange e s’attrista,
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace. (vv. 49-60)

Anche le fiere dantesche appartengono, al pari di molti altri oggetti o


entità nominate in questo primo canto, al repertorio biblico e sono presenti
in Ier. 5, 6: passo nel quale il Signore invia tre bestie a colpire i peccatori:
«percussit eos leo de silva, lupus […] vastavit eos, pardus vigilans super
civitatem eorum». Al verso 54 è chiaro il movimento che si oppone alla
salita verso la salvezza: «ch’io perdei la speranza de l’altezza», dove si ri-
leva che il movimento è tutto nella speranza, ossia nel desiderio di uscire
dalla selva. Quindi la similitudine ai versi 55-57 non può che riferirsi a
Dante stesso ed essere, dunque, una pseudosimilitudine di cui il senso è
il seguente: ‘è qual è colui che con impegno ha ottenuto un successo, ossia
con soddisfazione si è reso conto di aver fatto fronte alle asperità, e arriva
il tempo che gli fa perdere quanto ha acquistato, e in tutti i suoi pensieri
si addolora, tal, ossia sconsolato e piangente mi rese la lupa che è priva
di pace e che venendomi incontro mi respingeva inesorabilmente verso la
selva, dove domina il buio’. Siamo quasi alla metà esatta del canto e
Dante è ritornato alla situazione di partenza: all’oscurità. Anche in questo
caso un esame lessicale, in particolare dei verbi usati fino a questo punto
può essere indicativo. Dante usa i verbi «era smarrita» e «abbandonare»
per indicare il suo allontanamento dalla strada diritta (v. 3 e v. 12); suc-
cessivamente il verbo «giungere», in relazione al suo arrivo alla base del
colle illuminato dai raggi del sole (v. 13); poi il verbo biblico «compunto»
(v. 15) per indicare la paura che aveva afflitto il suo “cuore” nel periodo
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trascorso nella «valle»; quindi l’espressione «guardare in alto» (v. 16);


«menare dritto» (v. 18) per indicare un movimento in positivo. La «paura»
infatti si «queta» (v. 19) e egli può tentare la scalata del colle (v. 29). La
prima fiera tuttavia lo costringe a «ritornar più volte vòlto» (v. 36); eppure
rinasce la fiducia, poiché Dante si trova a compiere la scalata nel mo-
mento più favorevole dell’anno: la primavera. E anche in questo caso i
verbi sono indicatori dell’ondeggiamento degli stati d’animo e delle
azioni del protagonista, a metà – «nel mezzo», appunto – fra successo e
insuccesso. È da ritenere fondamentale la presenza al verso 40 del verbo
“muovere”: «e ’l sol montava in su con quelle stelle / ch’eran con lui
quando l’amor divino / mosse di prima quelle cose belle». Il verbo “muo-
vere” ha sempre un significato positivo e indica la presenza di Dio nelle
cose celesti ed umane. Non a caso tale verbo concluderà il nostro canto e
tornerà nel secondo, in un luogo cruciale «Amor mi mosse, che mi fa par-
lare» (Inf. II, 72), nelle parole di Beatrice a Virgilio. Tuttavia al «sì ch’a
ben sperar m’era cagione / di quella fiera a la gaetta pelle» (vv. 41-42) fa
da contraltare – dopo l’apparizione della lupa: «ch’io perdei la speranza
de l’altezza» (v. 54). All’acquisto si oppone diametralmente una perdita.
Al momento della comparsa della lupa il tentativo di Dante di salvarsi
con le proprie forze, la sua stessa fiducia di poter superare gli ostacoli si
sono vanificati: è in questo momento, il più negativo, quando ogni cosa
sembra perduta, che accade qualcosa. Sta al singolo individuo decidere di
cogliere o meno l’intervento della grazia.

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,


dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
Quando vidi costui nel gran diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!». (vv. 61-66)

Mentre dunque Dante sta rovinando di nuovo nella selva, con la du-
plice perdita della speranza e della stessa vita – «via impiorum tenebrosa;
nesciunt ubi corruant» (Prov. 4, 19) – ecco che gli si presenta alla vista
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chi a causa di un lungo silenzio parea privo di voce. Anche in questo caso
siamo di fronte ad una vera e propria crux. Ma poiché il nuovo personag-
gio che entra in scena è il rappresentante della grazia divina che, sapremo
ben presto, ha lungamente parlato con Beatrice nel canto II dell’Inferno,
penso si possa escludere il fatto che Virgilio appaia fioco a Dante a motivo
di un «lungo silenzio». Tale silenzio appartiene al protagonista che per
lungo tempo non ha più udito la voce della ragione. Il verso 63, per quanti
sforzi si facciano, non contiene un significato letterale di chiara evidenza:
mentre è chiarissimo sul piano allegorico. Ma non per questo è un verso
mancato. Nel momento in cui il poeta romano giunge in aiuto a Dante, in-
viato dalla grazia celeste, e si noti la rapidità dell’espressione «dinanzi a
li occhi mi si fu offerto», tutto accade in un attimo. Di quell’attimo Dante
coglie i contorni sfumati, e forse, proprio in quell’attimo, che pare
«lungo», attende una parola di conforto. Ma poiché questa parola non ar-
riva – e non può arrivare, dal momento che il peccatore deve dimostrare
la propria umiltà, la propria contrizione – quell’ombra indistinta appare
muta. Solo il «Miserere di me» ha la possibilità di ribaltare la situazione
e di compiere il miracolo della salvezza. Conclusasi, dunque, al verso 60
la seconda parte del canto – anche’essa formata di 10 terzine – siamo en-
trati nella terza: che durerà esattamente altri 30 versi, sino al verso 90.
Questa terza parte del primo canto della Commedia è la più distesa e la più
serena. È nel corso di questi trenta versi che Virgilio dapprima si presenta:
innanzi tutto offrendo a Dante i suoi dati biografici e poi dichiarandogli
la sua attività in vita, quella di poeta. Inizia un altro segmento di versi ri-
servati a presentare il primo vero personaggio del poema, perché già ap-
partiene al mondo dei morti.
Non credo casuale che la parola chiave «poeta» compaia per la prima
volta nel poema al verso 73 (la cui somma dà 10), poiché è solo in virtù
della perfezione della parola poetica che, previo il mandato divino, Dante
può compiere il suo viaggio di redenzione e, dopo aver seguito Virgilio
sino al Paradiso terrestre, quindi Beatrice e San Bernardo, compiuto il
viaggio, può come poeta ridire del «bene» che ha trovato addirittura nella
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selva e di tutte le cose che ha visto durante il suo itinerario nell’oltre-


tomba.
Così parla Virgilio:

Poeta fui, e cantai di quel giusto


figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïon fu combusto. (vv. 73-75).

La parola «poeta» è a inizio di verso e Virgilio si conferma cantore di


quell’Enea, ossia di quel giusto, il più giusto fra gli uomini: «quo iustior
alter / nec pietate fuit nec bello maior et armis» (Aen. I 544-45), figlio di
Anchise proveniente da Troia, dopo che la città fu incendiata. È in questo
luogo preciso, ove si menziona perifrasticamente Enea come uomo giusto
per eccellenza, che la Commedia dantesca incorpora l’insegnamento del
poema pagano e ne fa propria una parte del messaggio: quella relativa
alla giustizia, la più grande fra le virtù cardinali, soprattutto se abbinata
alla pietas, quella che il viator rivendicherà a sé, fra poco, in apertura del
canto II: «[…] e io sol uno / m’apparecchiava a sostener la guerra / sì del
cammino e sì de la pietate, / che ritrarrà la mente che non erra» (Inf. II, 3-
6). Identicamente, nel canto II, Dante dichiarerà a Virgilio i propri timori
a compiere il viaggio paragonandosi direttamente proprio ad Enea. In que-
sti versi del I canto infernale, dunque, il lettore assiste all’incontro fra il
poema classico antico e il poema cristiano moderno, quello che porterà a
compimento un mandato del cielo: ricondurre la giustizia nel mondo, ri-
condurvi quell’Astrea, ultima dea a lasciare la terra, perché un nuovo ordo
possa regnare, perché possa avverarsi, finalmente, quella tanto attesa pa-
lingenesi dell’umanità che ha perduto le sue guide.
Riconosciuto dunque Virgilio, Dante gli manifesta la sua profonda ri-
conoscenza e l’amore per l’intero suo «volume» (v. 84).
Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore.
Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;

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aiutami da lei, famoso saggio,


ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi. (vv. 85-90).

Se in un primo momento Virgilio aveva domandato a Dante perché non


salisse il colle dilettoso (si veda il ritorno del concetto di ascensionalità):
«perché non sali il dilettoso monte» (v. 77), simbolo della felicità che
l’uomo può ottenere nei limiti della natura, adesso il poeta latino – scorte
le lacrime di Dante («poi che lagrimar mi vide»; v. 92), prova della sua
profonda compunzione – risponde con altra chiarezza: «A te convien te-
nere altro vïaggio» (v. 91). Si annuncia così, in questa ultima, lunga quarta
parte del canto, la necessità di iniziare un cammino diverso, di percorrere
una via altra da quella tentata inizialmente. E questo perché la lupa, ag-
giunge Virgilio, impedisce a chiunque di passare per la sua strada e lo im-
pedisce al punto tale da ucciderlo. La parola tematica dell’ultima parte
del canto è «viaggio» (v. 91). In questo segmento non troviamo alcun vet-
tore specifico di “salita” o “discesa”: qui riappare essenzialmente la di-
mensione allegorica del viaggio della «nostra vita» con la spiegazione del
ruolo sociale e politico della lupa. E in questa descrizione le indicazioni
di movimento “de-scensionale” sono di natura teologico-cosmica, perché
il demonio («invidia prima») ha inviato questo animale-peccato capitale
sulla terra per turbare la pace e il benessere dell’umanità. La «bramosa vo-
glia» (v. 98) della lupa è tanta che «dopo ’l pasto ha più fame che pria»
(v. 99). Sono molti gli animali a cui la lupa si accoppia, ossia sono molti
gli uomini che cadono in preda del vizio della cupidigia e aumenteranno
di numero, aggiunge Virgilio, annunciando la grande profezia del canto
I, «[…] infin che ’l veltro / verrà, che la farà morir con doglia. / Questi non
ciberà terra né peltro, / ma sapïenza, amore e virtute, / e sua nazion sarà
fra feltro e feltro» (vv. 101-105). Il veltro, grosso cane da caccia, avrà il
potere di scacciare e stanare la lupa da ogni luogo, rimettendola nell’In-
ferno da cui Lucifero l’aveva inviata nel mondo. Il veltro rappresenterà la
salvezza per quella «umile Italia» (v. 106) per cui morirono, combattendo
assieme, se pure su opposti schieramenti, latini e troiani: la vergine Ca-
milla, figlia del re dei Volsci, Turno, re dei Rutuli, Eurialo e Niso, amici
fraterni. Come l’espressione «superbo Ilïon» è virgiliana (Aen. III 2-3),
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Selene SARTESCHI Osservazioni sul canto I dell’‘Inferno’

anche il sintagma «umile Italia» proviene da Aen. III 522-23: «humilem-


que videmus / Italiam»; ma l’aggettivo è usato da Dante in senso diverso,
non geografico e neppure morale, affettivo. L’umile Italia non è la «misera
Italia» di Conv. IV, IX 10; non è la «miseranda Ytalia» di Ep. V 5, lettera
scritta per l’elezione di Arrigo VII. È altamente probabile, considerate le
speranze che Dante nutriva nella figura di un nuovo imperatore che ri-
portasse l’Italia alla felicità che il veltro sia – nel disegno dantesco – pro-
prio un imperatore, ministro senza intermediari della provvidenza di Dio
nella storia, chiamato a salvare «l’Italia ‘umile’, ‘semplice’, nel senso
anche di ‘autentica’, ‘non corrotta’, ‘non superba’, ‘virtuosa’, portatrice
e depositaria di virtù profonde, di valori etici che non potranno infine non
trionfare in un rinnovato contesto e sotto la guida di un restauratore della
pace e della giustizia» (Malato 2007: 52).
Nel primo canto infernale Dante enuncerebbe, dunque, le grandi spe-
ranze in un imminente riscatto della società civile, con a capo quelle auc-
toritates provvidenziali, in primis quella imperiale, in grado di garantire
la felicità di questo mondo e dell’altro, quello eterno. Ed è nell’eterno che
Virgilio guiderà Dante, proponendosi come sua «guida» (v. 113):
Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;
ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
che la seconda morte ciascun grida;
e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.
A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire:
ché quello imperador che là su regna,
perch’i’ fui ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.
In tutte parti impera e quivi regge;

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quivi è la sua città e l’alto seggio:


oh felice colui cu’ ivi elegge! (vv. 112-29).

È in questo primo lungo discorso di 39 versi, che Virgilio inviato da


Beatrice a salvare Dante che sta combattendo e soccombendo «su la fiu-
mana ove ’l mar non ha vanto» (Inf. II, 108), usa per la sua missione sal-
vifica la parola «guida», che non tornerà mai più nell’Inferno. E in questi
versi (112-123) preannuncia al pellegrino il viaggio attraverso i due regni,
in sua compagnia, e persino il viaggio attraverso il Paradiso, in compagnia
di un’anima beata. L’epifonema contenuto nel verso 129 contribuisce fin
dall’inizio a velare di malinconia la figura del grande poeta classico, per
sempre escluso dalla grazia divina, relegato, come sapremo, nel Limbo.
Le parole di Virgilio non sono state spese invano: tant’è che al termine del
suo monologo, Dante immediatamente implora la guida, in nome di quel
Dio che egli non poté conoscere, di condurlo «[…] là dov’or dicesti, / sì
ch’io veggia la porta di San Pietro / e color cui tu fai cotanto mesti» (vv.
133-35).
E circolarmente, così come il primo verso del canto indicava un “cam-
mino”, altrettanto l’ultimo verso accenna all’inizio del cammino di Vir-
gilio che appena mosso è seguito da Dante: «Allor si mosse, e io li tenni
dietro» (v. 136). La più straordinaria delle avventure sta per iniziare.

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Selene SARTESCHI Osservazioni sul canto I dell’‘Inferno’

NOTE

1
Sono sempre fondamentali al riguardo gli studi di Singleton, per cui si rinvia
a Singleton (1978).
2
Cfr. 1 Tim. 6, 10: «radix enim omnium malorum cupiditas, quam quidam ap-
petentes […] inseruerunt se in doloribus multis».

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

ALIGHIERI, D. (2007): Commedia, revisione del testo e commento di G. In-


glese, Inferno, Roma, Carocci.
MALATO, E. (2007): «Saggio di un nuovo commento a Dante: il primo
canto dell’‘Inferno’», Rivista di studi danteschi a. VII, I, pp. 3-72.
SINGLETON, CH. S. (1978): La poesia della ‘Divina Commedia’, Bologna,
Il Mulino.

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