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Semplificando molto, un virus entra in un organismo e ne sfrutta poi le cellule per replicarsi, cioè

per creare nuove copie di se stesso che provvederanno a legarsi ad altre cellule per fare la stessa
cosa. Questo meccanismo non è molto preciso e può portare ad alcuni errori nella fase in cui il
codice genetico del virus viene trascritto per farne una copia, un po’ come avviene quando si
ricopia un testo e inavvertitamente si scrive un refuso. È nell’ordine delle cose, succede di
continuo in natura nei processi di replicazione del codice genetico. Il risultato di questi refusi sono
mutazioni, quasi sempre innocue e che si trasmettono alle generazioni successive, accumulandosi
a quelle nuove prodotte nei processi di replicazione seguenti.

Ci sono virus che hanno una spiccata tendenza a produrre nuovi ceppi, attraverso mutazioni che si
rivelano quasi sempre significative. È il caso dei virus che causano l’influenza stagionale: in poco
tempo mutano al punto da cambiare buona parte della configurazione delle proteine sulla loro
superficie, apparendo quindi diversi al nostro sistema immunitario, che non riesce più a
riconoscerli e deve ogni volta ricominciare da capo per sviluppare le difese contro l’infezione.
Questo è uno dei motivi (insieme alla durata della memoria immunitaria) per cui ci ammaliamo più
volte di influenza nel corso della vita, e spiega anche perché ogni anno sia necessario sottoporsi
nuovamente a un vaccino, che viene calibrato sui ceppi virali influenzali che circolano di più.
I virus influenzali sono però molto diversi dai coronavirus, che per quanto ne sappiamo tendono
ad accumulare mutazioni più lentamente (secondo alcune ricerche sono fino a dieci volte più lenti
nel mutare rispetto ai virus influenzali). I ricercatori consultati dall’Atlantic hanno spiegato che
l’attuale coronavirus, il SARS-CoV-2, non sembra fare eccezione: è andato incontro ad alcune
mutazioni, come prevedibile, ma niente di anomalo. Le varie generazioni non sembrano inoltre
presentare differenze significative e, considerata la lentezza con cui muta, saranno necessari molti
mesi prima di vedere cambiamenti degni di nota.
Cosa dice lo studio
Lo studio del Los Alamos National Laboratory ha preso in considerazione le mutazioni che
riguardano le punte del coronavirus, sulla cui superficie c’è una proteina che elude i sistemi di
sicurezza delle membrane cellulari, consentendo al virus di iniettare il suo codice genetico nelle
cellule per poi replicarsi. I ricercatori hanno notato che la mutazione D614G comporta un
cambiamento nelle molecole che costituiscono queste punte.
Il coronavirus nella versione senza questa mutazione (D) è quella tipica di Wuhan, la città cinese
dove è iniziata la pandemia, mentre la variante con mutazione (G) è quella che è emersa a
febbraio. Fino a marzo, G era poco comune in giro per il mondo, ma da aprile è diventata la
versione preponderante in Europa, nel Nord America e in Australia.
I ricercatori ipotizzano (ed è bene sottolineare “ipotizzano”) che la mutazione abbia reso il
coronavirus più trasmissibile e che quindi G sia man mano diventata la variante più presente,
proprio perché riesce a diffondersi meglio di D. Per ammissione degli stessi ricercatori non si può
però escludere che in realtà la mutazione non abbia determinato nessun cambiamento per quanto
riguarda la trasmissibilità, e che quindi i coronavirus nella loro versione G si siano banalmente
diffusi di più per puro caso.
E i fattori casuali possono essere molti, come sanno bene virologi ed epidemiologi sulla base
dell’evoluzione di altre epidemie in passato. Non si può escludere che la versione G fosse quella
portata da alcuni viaggiatori dalla Cina di ritorno in Europa, magari in Italia, dove si è poi deciso un
lockdown che ha fatto sì che rimanesse in circolazione la versione con la mutazione rispetto
all’altra. Il virus sarebbe poi finito in circolazione in altri paesi, dove magari era ugualmente
arrivato in quella variante dalla Cina per altre vie, determinando l’epidemia in Europa e il suo
arrivo negli Stati Uniti.
Caso
Nelle prime fasi che determinano un’epidemia il caso ha spesso un ruolo importante. Varianti di
un virus con mutazioni che, sulla carta, li renderebbero molto più pericolosi finiscono per sparire
banalmente perché uno o più individui infetti con il virus mutato restano nello stesso luogo o
hanno una scarsa vita sociale. In altre circostanze, virus privi di mutazioni che li rendono più
trasmissibili finiscono lo stesso per diffondersi di più, banalmente perché sono presenti in contesti
con maggiore socialità o concentrazioni di individui, dovute per esempio alla densità abitativa.
Lo studio del Los Alamos National Laboratory segnala giustamente la prevalenza di una variante su
un’altra, ma non fornisce elementi (perché a questo stadio ancora non ce ne sono) per concludere
se G si sia diffusa di più perché comporti una maggiore trasmissibilità o solo perché uno o più
eventi casuali ne abbiano determinato la prevalenza in alcune aree geografiche.
Per capirlo saranno necessari altri studi, dedicati sia all’analisi della diffusione del coronavirus nella
popolazione, sia con test di laboratorio per verificare se G effettivamente sia in grado di legarsi più
facilmente alle cellule, o di determinare in qualche modo tempi di replicazione più rapidi. Entrambi
questi approcci richiederanno mesi di ricerche e non è comunque detto che portino a risultati
chiari e condivisi.
L’opinione prevalente tra i virologi è che non sapremo ancora per diverso tempo se esistano veri e
propri ceppi diversi dell’attuale coronavirus. E anche nel momento in cui si determinasse la loro
esistenza, occorrerebbero poi altre analisi per verificare se alcuni ceppi comportino più rischi di
altri.
Allarmismo e responsabilità
Anche a causa di alcuni prodotti culturali come film e romanzi catastrofisti, siamo abituati all’idea
che la mutazione di un virus implichi sempre qualcosa di negativo. La trama di molti film sulle
epidemie parte spesso da un agente infettivo tutto sommato poco pericoloso che poi muta,
apparentemente dal giorno alla notte, diventando una minaccia senza precedenti. Come abbiamo
visto, in realtà molti virus mutano lentamente e non sempre gli errori nella trascrizione del loro
codice genetico comportano un vantaggio evolutivo, che grazie al caso consente loro di
prosperare.
I virus eccessivamente aggressivi, che causano malattie molto gravi come l’Ebola, tendono a
produrre epidemie molto più contenute, proprio perché determinano negli organismi che
infettano reazioni tali da ridurre o i loro contatti sociali (malattie che costringono quasi sempre a
letto) o un alto tasso di letalità, quindi con una minore circolazione del virus nel tempo. Le
mutazioni che non variano l’aggressività dei virus, ma li rendono più contagiosi, offrono di solito
qualche opportunità in più in termini di diffusione. Ma molto dipende appunto dal caso, e dalle
circostanze in cui avvengono le mutazioni.
Sostenere troppo alla leggera che un virus sia mutato e abbia portato a un nuovo ceppo può anche
essere pericoloso, in termini di comunicazione e di decisioni politiche. I governi dei paesi in cui
un’epidemia non è tenuta adeguatamente sotto controllo potrebbero scaricare parte delle loro
responsabilità su queste mutazioni, sostenendo che il mancato controllo dei contagi sia dovuto a
cause esterne alle politiche per il contenimento che hanno scelto.

Né più né meno aggressivo rispetto al passato. Sars-CoV-2, il virus responsabile della


malattia Covid-19 che finora ha provocato quasi 60 milioni di casi nel mondo, ha la
stessa capacità di farci ammalare che aveva alla fine dello scorso anno, quando fu
documentato il passaggio da un animale all'uomo. Ad affermarlo è un gruppo di
ricercatori inglesi e francesi, attraverso le colonne della rivista Nature Communications.
Il lavoro conferma la sensibilità dei coronavirus alle mutazioni. Ma al contempo
esclude che una o più di queste abbiano conferito al patogeno maggiore contagiosità.
Una risposta che sgombera il campo dai dubbi relativamente alla seconda ondata di
casi che ha colpito l'Europa durante l'autunno. A determinarla, con ogni probabilità, è
stato un mix legato alla ripresa di alcune abitudini sociali (scuole, attività lavorative in
presenza) e all'abbandono dei luoghi all'aperto in favore di quelli chiusi (case, uffici,
mezzi di trasporto, negozi).

COVID-19: IL VIRUS È MUTATO O NO?


Il coronavirus, in un anno di circolazione nell'uomo, è «variato» a più riprese.
Analizzando i genomi provenienti da oltre 46mila pazienti ammalatisi di Covid, i
ricercatori dell'Istituto di genetica dell'University College di Londra hanno rilevato
quasi 13mila mutazioni. Nello specifico, 398 sono risultate le più frequenti. Non è
dunque in discussione che il virus, poco alla volta, sia mutato. «Come tutti i virus a Rna,
Sars-CoV 2 si replica generando una sorte di sciame di entità biologiche che fra loro
presentano piccole variazioni - afferma Maria Rosaria Capobianchi, direttore del
laboratorio di virologia dell'Istituto Nazionale Malattie Infettive Spallanzani di Roma -.
Abbiamo registrato, per esempio, mutazioni scaturite con ogni probabilità
dall'insediamento del virus in organi differenti. Questa potrebbe essere la conseguenza
di un meccanismo di adattamento alle diverse sedi anatomiche in cui avviene la
replicazione». Detto ciò, nessun allarme. Secondo la scienziata che per prima a febbraio
isolò il nuovo coronavirus in Italia, «stiamo parlando di un virus con una variabilità
genetica dalle dieci alle cento volte inferiore a quella dell'HIV».
COVID-19: COME USARE
GUANTI E MASCHERINE? 
L'EFFETTO DELLE MUTAZIONI
Al di là dell'aspetto quantitativo, quello che si sono chiesti i ricercatori è: può una o più
di queste mutazioni aver reso il virus più contagioso? E di conseguenza: la seconda
ondata di contagi può essere ricondotta alla capacità di Sars-CoV-2 di provocare più
casi di malattia? Risposta negativa, leggendo le conclusioni del lavoro. «Nessuna delle
mutazioni rilevate sta contribuendo a una più rapida diffusione di Covid-19»,
dichiara Lucy van Dorp, genetista computazionale e prima firma della pubblicazione. A
questa conclusione i ricercatori sono giunti dopo aver ricostruito l'albero evolutivo del
virus e valutato se le ultime varianti fossero più o meno presenti nei casi studiati.
L'analisi ha svelato una sostanziale parità nella diffusione dei diversi genotipi del virus.
Ciò vuol dire che l'aumento dei contagi registrato anche in Italia negli ultimi due mesi
non può essere ricondotto alla circolazione di una forma di Sars-CoV-2 dotata di
maggiore trasmissibilità. 

IL RUOLO DELLA MUTAZIONE D614G


Nello specifico, i ricercatori si sono concentrati anche su una mutazione
chiamata D614G. Questa - descritta per la prima volta in Cina a gennaio - determina la
sostituzione di un aminoacido nella proteina Spike. Ovvero in quella porzione che il
virus utilizza per agganciare la cellula ospite (attraverso il recettore ACE2) e invaderla.
In uno studio pubblicato ad agosto sulla rivista Cell, questa mutazione (oggi riconosciuta
come la più diffusa in Europa) è stata associata a una più alta carica virale nelle alte vie
respiratorie. Non, però, all'insorgenza di una malattia più grave. Risultato a cui si
aggiunge quello registrato nell'ultimo studio. Oltre a non determinare forme di Covid-19
più aggressive, alla base delle quali sembra invece avere un ruolo la genetica
dell'uomo, la mutazione D614G non è responsabile di una maggiore contagiosità.
Secondo van Dorp, «il virus sembra essersi adattato alla trasmissione nell'ospite umano
fin da quando è stato identificato». In altre parole, Sars-CoV-2 si replica con la stessa
velocità nella cellula colonizzata: al di là della variante della proteina Spike presente.

PERCHÈ I VIRUS MUTANO?


I virus - sia quelli a Dna sia quelli a Rna - sono soggetti a frequenti mutazioni. La
ragione che è alla base di questo processo è una: la necessità di sopravvivere in un ospite
dotato di un sistema immunitario con cui fronteggiarlo. «Le mutazioni possono
presentarsi con una riduzione della virulenza o con l’acquisizione di caratteristiche di
maggiore aggressività per la specie ospite - spiega Carlo Alberto Redi, già ordinario di
zoologia all'Università di Pavia e presidente del comitato etico di Fondazione
Umberto Veronesi -. Da qui il pericolo, perché i genomi virali mutano ed evolvono
velocemente». Dal momento che ogni virus è di fatto un parassita, in grado
di replicarsi e di provocare una malattia soltanto quando «accolto» dall'ospite, eludere
l'azione delle difese dell'organismo che l'accoglie è cruciale per la sua sopravvivenza.
Nel caso di Sars-CoV-2, non è ancora chiaro quale processo abbia guidato le diverse
mutazioni. Alla base potrebbero esserci degli errori nella duplicazione dell'Rna,
l'interazione con altri virus presenti nelle cellule bersaglio o una forma di adattamento
inevitabile alla risposta messa in atto dal sistema

UN AIUTO IN VISTA DEI VACCINI


Per i tre vaccini descritti a un passo dal traguardo - quelli prodotti dalle
multinazionali Pfizer, Moderna e Astrazeneca - la notizia che giunge da Londra è
incoraggiante. Sapere di avere di fronte un virus che muta entro certi limiti e senza
acquisire una maggiore contagiosità potrebbe rendere più efficace la profilassi. «La
maggiore stabilità di Sars-CoV-2 rispetto ad altri virus dà la speranza di poter avere una
risposta efficace alla pandemia: tramite i vaccini, ma anche ricorrendo ai farmaci», è
l'auspicio di Capobianchi. Secondo Francois Balloux, direttore dell'Istituto di genetica
dell'University College di Londra e coordinatore della ricerca, «con l'arrivo dei vaccini,
il virus potrebbe sviluppare ulteriori mutazioni, nell'ottica di eludere l'azione del sistema
immunitario. In questo caso, dovremo intervenire per favorire il loro aggiornamento».
Quanto durerà l'efficacia della profilassi, d'altra parte, è un aspetto ancora da chiarire.