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Le Sirene quali sacerdotesse iniziatiche

ovvero visioni alla Bocklin in Apollonio Rodio, Esiodo e le Argonautiche Orfiche


di Giacomo Maria Prati
Nacquero a Portaone tre figlie simili a dee
esperte in opere di meravigliosa bellezza
e avean nome Euritemista, Stratonica e Sterope.
Esse divennero seguaci delle Ninfe dalle belle chiome
E appresero su per i monti selvosi le arti delle Muse
che abitavano l’Elicona e il Parnaso …calvan sul mattino la rugiada in cerca di fiori
Esiodo, Catalogo delle donne

Linceo, che vede lontano, riconobbe un isola coperta di pini


e l’ampia dimora della sovrana Demetra, una nube immensa le fà intorno corona
…un tempo Persefone cogliendo teneri fiori con le sue mani
si lasciò sviare dalle sorelle in un ampio grande e sacro bosco
E Plutone aggiogati i cavalli dalle nera criniera fece salire sul carro
la fanciulla e la rapì portandola attraverso l’onda infeconda
Argonautiche Orfiche

Un vento propizio spingeva la nave e ben presto furono in vista


di Antemoessa, l’isola bella dove le melodiose Sirene figlie dell’Acheloo
incantano e uccidono con il loro canto soave chiunque vi approdi
…un tempo servivano la grande figlia di Deo, quando era ancora vergine…
Apollo Rodio, Argonautiche

Le Argonautiche di Apollonio Rodio sono interamente un poema sirenico, come pure l’Odissea e la
stessa Iliade. Sono eccessivamente numerosi i passaggi specificamente sirenici per accennarli tutti.
Ne analizzeremo e ripercorreremo solo alcuni. Ci troviamo nel viaggio di ritorno degli eroi del
Vello d’oro. Prima delle Sirene Apollonio canta le gesta della metamorfica e sirenica Teti e ricorda
Hera quale dominatrice dei venti. Teti ritorna appena dopo le Sirene insieme a Nereidi che si
trasformano in delfini, compagni delle Sirene nell’arte vasaria greca, e che assomigliano alle Sirene
anche nell’obbedire a Hera e nello sprofondare in mare “come gabbiani”. Non sembrano dati
casuali ma indici di un contesto sirenico che è più ampio del singolo episodio e accompagna buona
parte del viaggio della splendente e chiara Argo. Il verbo usato per dire che viene avvistata la bella
isola fiorita delle Sirene è eisderkomai, un rafforzativo di derkomai la cui radice è la stessa di
drako. Il verbo và tradotto come “fissare lo sguardo”. Ha ragione Calasso quando parla del
serpente/drago quale occhio sempre sveglio e pure quale occhio acqueo, sorgente. L’enigma di
Narciso sembra qui tutto racchiuso. Prima ancora di attraccare gli Argonauti sembrano quindi già
sedotti nello sguardo dalle Sirene, come se la nave fosse attratta magneticamente dall’isola sirenica.
Il loro “trattenere” il cuore e la mente è già all’opera. La loro isola è il loro occhio che mai dorme.
All’isola arrivano con un vento leggero, una brezza propizia che quasi si scioglie in una bonaccia.
Le Sirene sono descritte come “ligheiai”, cioè dal suono acuto, stridulo, oppure “eloquenti”, come
la Calliope di Esiodo. Non si parla di “canto”, come pure sarà nell’Odissea. Il tema del canto sarà
un induzione interpretativa, un completamento ermeneutico che i secoli del racconto tramandato
cementeranno deviando però un più equilibrato e libero sguardo sulla loro natura/funzione. Melpo
indica il canto quanto la danza e rivela precisamente un senso di celebrazione festiva. Le Sirene di
Apollonio Rodio non vengono descritte in modo esplicito uccidere le loro prede ma se ne accenna
parlando di “danneggiare” in un azione che resta nel vago e che il termine greco (sino, sinoo,
sinomai) descrive come: rovinare, depredare, devastare. Questa sfumatura le assimila alle Arpie e
agli altri esseri demonici razziatori come le Empuse e le Lamie. In un passo appena seguente
Apollonio è più esplicito ma resta un margine di ambiguità in quanto parla della loro azione quale
“distruggere consumando”. Ma si può tradurre anche come: “consumare nella
liquefazione/putrefazione”. Sembra quasi un gioco allusivo che questa loro attività tipica sia
descritta anche come un “togliere il ritorno dolce come il miele”. L’accostamento della
liquefazione all’evocazione del miele sembra un enigma sirenico. E’strano che neppure si capisca
bene come le Sirene portino i malcapitati alla morte. Deve essere un azione che attiene al loro
mistero e ogni mistero è culto e rito. Anche il termine “togliere” riferito al dolce nostos appare
allusivo in quanto aireo può tradursi pure come uccidere e come sedurre. Impedire il ritorno non
implica automaticamente far morire. Sembra che la seduzione sirenica inoculi una specie di
eutanasia, come se recasse già in se stessa un contagio di morte, un virus che porta i contagiati a
lasciarsi morire. Che cosa fanno le Sirene per Apollonio? Stanno in agguato. Il verbo dedokemai
significa anche “osservare/vegliare/aspettare”. Le Sirene sembrano non dormire mai, ma vigilare
sempre da un alto punto di osservazione sopra il miglior approdo, come predatore fa la posta alla
propria preda. Chi sono le loro vittime? Tutti coloro che si avvicinano alla loro isola. Il testo delle
Argonautiche è genialmente allusivo, come sarà l’Odissea, in quanto descrive le vittime delle
Sirene come coloro che gettano il peisma, cioè la gomena nei pressi della loro isola. Il termine
peisma è fascinosamente ambiguo in quanto significa sì fune, gomena, corda, termini sirenici sia
per ipotesi etminologica che per l’archetipo dell’incatenamento, ma significa pure persuasione, da
peitho, altro termine sirenico, uno dei nomi delle Sirene e delle Nereidi. In altre parole chi resta
“legato” dalle Sirene è chi cala la corda presso il loro luogo. Chi lega la nave all’isola delle Sirene è
già a loro “legato”. Retorica e logica, forma e gioco si intrecciano nel labirinto del Mito. Le Sirene
sono descritte come esseri in parte uccelli e parte fanciulle. Il loro “attaccare” con la voce anche
l’Argo viene evidenziata negativamente da un avverbio: apelegheos, cioè: senza alcun riguardo.
Perché avrebbero dovuto averne? Perché Giasone era protetto di Hera, con cui hanno rapporti? O
anche per Orfeo, figlio della medesima madre? Non è Orfeo la sirena di Argo? La nave Argo non è
un oracolo infero per la trave profetica che la regge e per il suo nome che indica il colore bianco
delle Graie, dei cigni, di Ecate e dei morti? Argo sorella delle Sirene. Ecco la loro colpa ed ecco
perché non riescono a vincere ma Orfeo seduce sirenicamente i suoi compagni con un suono che
vince in quanto è kraipnon, cioè vivace/veloce/impetuoso. La sua musica sembra dare vigore ai
remi e spingere magicamente la nave. Non a caso l’unico che cede e si getta in mare è Bute,
l’apicultore e il miele è realtà simbolicamente e ritualmente connessa con Proserpina, con le Sirene
dalla voce mielosa e con le ninfe e i loro antri. Le Sirene sono descritte da Apollonio quali
compagne della figlia di Demetra. Il termine usato anche qui non è senza sfumature preziose.
Proserpina viene evocata quale figlia ifthimos, cioè forte/robusta/coraggiosa, con un termine
guerresco e quasi virile; e le Sirene sono qualificate quali fanciulle vergini ma non si usa il termine
parthenos ma l’aggettivo “admete”, cioè “non domate”, con un tono quindi molto fisico, carnale,
quasi selvaggio e primitivo. Il rapporto fra queste fanciulle e Proserpina viene qualificato come un
attività di venerazione utilizzando il termine porsino che significa anche prendersi cura/preparare.
Questa sfumatura sembra porsi quale conferma di un rapporto rituale fra le fanciulle e Proserpina
quale “eletta” nel senso di un attività di preparazione festiva ad un rito di passaggio pre-nuziale o
nuziale secondo un paradigma di divinizzazione. Le Sirene sembrano loro stesse prigioniere di un
rito che sono costrette a perpetuare anche in assenza della loro Proserpina. Dopotutto per la grecia
antica era difficile poter separare canto da danza, voce da musica e coro. Non a caso c’è molta
incertezza sulla precisa identità di quale Musa sia loro madre, se l’importante Calliope con la sua
tavoletta di cera e il suo stilo, ispiratrice dell’eloquenza regale e madre anche di Orfeo e dei
Coribanti, oppure la dionisiaca e tragica Melpomene, armata di coltello o bastone o la danzante e
coreuta Tersicore. Calliope avrebbe un punto in più sulle altre in quanto giudice della contesa fra
Afrodite e Proserpina per Adone, il cui nome evoca Adonai quanto l’Ade. Il dramma sacrificale di
Adone duplica quello di Proserpina e ci parla del tema sirenico dell’intermedietà/passaggio fra
visibile e invisibile, fra eros e thanatos. La giusta domanda non è: cosa cantassero le Sirene, come
si chiedeva l’imperatore Tiberio, ma: cosa cantasse Orfeo, il loro più prossimo sosia. Certamente
Orfeo canta “gli inizi” come la Proserpina di Claudiano che tesse una “tela parlante”, un arazzo,
sull’origine degli elementi. Certamente Orfeo canta Teti, presente nelle raffigurazione della veste
della Proserpina di Claudiano, nell’episodio della nascita di Helios e Selene. Si tratta di due scene
cosmiche, come lo scudo di Achille il cui bordo è Oceano. Orfeo canta all’inizio del viaggio come
alle origini dominasse il serpente Ofione e la ninfa danzante Eurinome. La cosmologia delle
Argonautiche è quella pelasgica, ripresa dagli Orfici. Ofione è Oceano ed Eurinome, è Ananke. Il
secondo canto di Orfeo è dedicato all’Artemide che protegge le rocce marine, mentre il terzo canto
rinvia all’uccisione di Delphine, l’oracolo serpentino e ninfico di origine cretese, da cui Delfi.
Colui che cede alle Sirene fra gli argonauti è Bute, non a caso apicoltore come sono descritte simili
ad api le donne di Lemno e le compagne di Proserpina in Claudiano, come sono simili ad api e a
fiori le celebranti cretesi della Dea, e come si comportano da api in ogni racconto mitico le amiche
di Kore in quanto si spargono per i campi fioriti raccogliendo ritualmente determinati fiori. Bute è
figlio di Pandione re di Atene e quindi discendente del serpentino e sirenico Erittonio, nato da Gea
e dal seme sparso di Efesto e protetto dalla dea/uccello Atena. L’Argo viene aiutata da Teti a
superare il passaggio marino cruciale dove fuoco e marosi configgono: Scilla ed le Plancte di
Efesto. Non viene detto espressamente ma l’intervento di Teti appare pertinente anche in rapporto
alle sirene. Le sue Nereidi infatti fanno da corteo all’Argo quali potenze dei flutti e vengono
paragonate ai gabbiani nell’immergersi nelle acque. Questa trasformatività aereo-acquea
rappresenta un elemento che condividono con le sirene. Scilla e le ignee Plancte più che “prima” o
“dopo” sembrano “attorno” all’Isola fiorita delle sirene. Il tema che viene evocato appena prima
dell’incontro con le sirene è proprio il tema dell’interruzione del rito notturno di divinizzazione
condotto da Teti per il piccolo Achille. Fù rito interrotto anche quello da cui nacquero le sirene?
Fuoco e olio erano usati anche dalle sirene in segreti riti di iniziazione? Il passaggio dall’Aiaia di
Circe ad Antomoessa è diretto e il dominio su acqua e fuoco proprio di Medea ritorna con Circe
dalla cui vendetta nefasta per gelosia di Glauco deriva l’orrida condizione di Scilla. Il suono del
serpente, il muggito di Scilla, la voce acuta delle sirene. Solo allegorie delle tempeste o grida
rituali? Un ultimo episodio sirenico compare nelle Argonautiche all’interno dell’episodio del
naufragio nella Sirte. Sembra un naufragio presso le sirene. Il paesaggio è contraddittorio e
sconvolto, ambiguo e desolato: palude e deserto. Gli eroi vengono presi dall’inspiegabile disperato
languore per cui iniziano a rannicchiarsi e a lamentarsi. Diventano come gufi, come “sirene” nel
senso traumatico del termine. Su tutto domina uno strano silenzio, una “calma quieta” tipica
dell’incontro con le sirene. Nella Sirte di Apollonio sirene del mare e “sirene” bibliche del deserto
sembrano sovrapporsi. Gli argonauti sembrano agonizzare “consumandosi”. La loro “crisi sirenica”
scoppia improvvisa di fronte allo strano, ibrido e desolato paesaggio in cui sono capitati. Si tratta di
un paesaggio “a-cosmico”, fuori dall’ordine degli elementi. Né mare e né terra, alghe e schiuma
sopra la sabbia del deserto. E’ il regno di Ananke, il regno delle sirene, crepuscolare e fatidico,
pericoloso e tale da mettere a “prova” gli eroi come in un rito. Gli argonauti si accovacciano come
la donna del vaso sirenico del Museo di Boston, come in attesa di una rivelazione, di una
trasformazione.All’acme di questo momento di “morte simbolica” nel quale gli argonauti vengono
paragonati alle ombre e ai cigni compaiono le compagne di Athena tritonia, le ninfe della palude.
Compaiono nel mezzogiorno, tempo delle ierofanie e delle sirene omeriche, con le quali
condividono la conoscenza del dolore degli eroi. Le ninfe di Athena presentano quindi i seguenti
canoni sirenici: 1) sono tre, sono solitarie e abitano luoghi inabitati 2) sono ibride nel senso che
rivestono interamente pelli di capra 3) appaiono sopra la testa di Giasone come la sfinge e le sirene
nelle raffigurazioni vascolari 4) esprimono un vaticinio per enigma come la Sfinge e come Delfi 5)
conoscono tutto degli eroi 6) vengono evocate a testimonio dei fatti le Muse. L’episodio successivo
sembra di rivederle sul lago tritonide. Si tratta delle Esperidi ma vengono descritte come in
continuità con le tre divinità della Libia. Queste Esperidi sembrano sirene per questi aspetti: a)
cantano un amabile canto b) giacciono vicino al cadavere corrotto e in disfacimento del serpente
Ladone e il verbo usato per descrivere la putrefazione di Ladone rinvia a Delfi ed è lo stesso che
vedremo fra poco nell’episodio omerico c) sono Ninfe delle acque tanto che indicano agli eroi la
fonte tritonia d) sono metamorfiche trasformandosi in pioppo, olmo e salice, alberi inferi e) sono
figlie di Oceano e vengono chiamate “ninfe delle solitudini” d) Orfeo (lui parla loro e non Giasone)
stesso è indeciso sul loro status in quanto le chiama sia divinità sotterranee che divinità celesti e)
comandano sulla vegetazione e sui fiori. La postura delle loro mani è la stessa di Circe e delle
statue delle sirene: sulla testa, a drammatizzazione di un lamento. Le Argonautiche si concludono
con il sogno sirenico del semimarino Eufemo che sogna di abbracciare la zolla donata loro da un
Tritone/Nereo descritto con la coda a falce di luna (quella tipica delle sirene) e che questa zolla si
bagnasse di latte e si trasformasse in fanciulla con cui si univa, salvo pentirsi perché credeva di
unirsi a sua figlia. La zolla/ninfa/sirena poi gli parla annunciandosi figlia di Tritone e di Libia e
profetizzando che se la zolla viene gettata in mare si trasformerà in una nuova isola, chiamata
Kalliste (come la ninfa di Artemide), isola che accoglierà come nutrice i figli di Eufemo che
verranno da Lemno, da Sparta. Il tema della nuova terra vergine e feconda che emerge dalle acque,
immagine egizia, è sirenico non solo in quanto connette alla terra e al vaticinio queste divinità
femminili ma pure lo è narrativamente e specificatamente in quanto Acheloo, il padre delle Sirene,
secondo il Mito genera una nuova terra dove purifica Alcmeone. E la cosmica intermedietà delle
Sirene è salva e compiuta! Se vogliamo poi entrare ancora di più nel profondo delle Sirene,
comprendendo come doveva trattarsi di sacerdotesse e iniziatrici, basta leggere con attenzione un
passo delle Argonautiche Orfiche nel quale l’episodio del ratto di Persefone viene descritto con la
regina portata sulle acque (e non sottoterra) fino ad una misteriosa isola verde circondata da nebbie
che assomiglia molto sia ai luoghi sirenici del Mito greco che ai quadri di Bocklin sull’Isola dei
morti e sull’Isola dei vivi! Le Sirene quale Muse dell’Ade, quale sacerdotesse di Kore per il lato più
nascosto dei culti iniziatici. Ci soccorre anche l’Esiodo del Catalogo delle Donne nel quale accenna
alle Sirene quali principesse dell’Etolia, regione selvaggia e occidentale della Grecia, non lontana
da Itaca, facendoci pensare alle Sirene quali sacerdotesse prima egizie-cretesi, poi lacedemoni-
delfiche, e, infine, respinte sempre più ai margini della nuova Ellade dorica fino all’Etolia e alle
ultime Isole vicino ad Oceano: Itaca, Ogigia, Aiaia...