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ORIGINI DELLA PSICOLOGIA

Il termine Psicologia deriva dal greco e significa Scienza dell’Anima. Secondo le religioni delle
antiche civiltà, la sede dell’anima veniva posta nei diversi organi interni.
Il pensiero greco si divideva in un aspetto filosofico e uno medico; principalmente si credeva che la
sede dell’anima fosse il cuore; questo pensiero fu presente anche nel pensiero classico e quello
occidentale, quasi fino al XVII secolo.
I principali filosofi greci erano:
- Alcmeone. Che sosteneva che la sede centrale del pensiero fosse il cervello. Egli
distingueva l’uomo dagli animali, perché sosteneva che l’uomo capisce, mentre gli animali
percepiscono ma non capiscono; inoltre, diceva che, tutte le percezioni giungono al
cervello tramite il nervo ottico e lì si accordano; Alcmeone fu il primo a dissezionare animali
viventi.
- Democrito. Che sosteneva che gli oggetti emanano dei simulacri, che hanno la forma degli
oggetti stessi e che così raggiungono gli organi di senso.
- Aristotele. Che sosteneva che la sede dell’anima sensitiva fosse nel cuore e che la capacità
di percezione è la seconda facoltà dell’anima. Egli venne riscoperto nel medioevo, periodo
in cui divenne la più grande autorità a cui fare riferimento.
Lo studio dell’uomo, sotto l’aspetto anatomico, venne vietato altrimenti punito con scomunica o
rogo, a causa della struttura gerarchica creata dalla religione, che mette a capo Dio.
Solo dalla fine del XIV secolo in poi, si ha un improvviso interesse per lo studio dell’uomo in quanto
tale e come appartenente alla natura.
Precisamente con Cartesio e con gli Empiristi Inglesi si ha un abbattimento delle barriere religiose
poste nel medioevo.
Nel XVIII secolo si ha, con Wolff, la distinzione tra psicologia razionale e psicologia empirica, la
prima specificamente filosofica, la seconda “naturalistica”. Questa distinzione sarà poi alla base
della distinzione, della psicologia scientifica, dalla filosofia.
Con Cartesio viene compiuto un notevole passo avanti, ma ci sono ancora dei limiti. Egli esprime la
sua teoria del Dualismo: nell’uomo esistono la Res Cogitans, cioè l’anima pensante, che può
essere indipendente dal corpo inteso come macchina, quindi dalla Res Extensa, e con esso entra in
contatto solo attraverso la Ghiandola Pineale o Epifisi, posta al centro della scatola cranica.
Res Cogitans e Res Extensa sono indipendenti; i limiti che vengono ancora posti, sono relativi allo
studio del pensiero, quindi era ancora vietato studiare l’essenza dell’anima, ma non la sua
funzione.
Un’altra importante concezione di Cartesio è che esistono delle idee innate che danno
all’individuo una predisposizione innata a formare delle idee sulla base dell’esperienza. Queste
vengono prodotte dalla Res Cogitans, che rimane indipendente dal corpo, perché contiene già i
principi innati che le permettono di funzionare. Cartesio viene considerato razionalista.

GLI EMPIRISTI INGLESI


In contrapposizione al razionalismo nasce il movimento empirista, di cui i maggiori esponenti sono
stati Hume, Locke e Berkeley.
Secondo gli empiristi non esistono idee innate, ma la percezione si struttura in base all’esperienza
e attraverso la percezione si struttura il pensiero. Ma qualche struttura innata era ammessa anche
da loro.
Hume sosteneva che non esistessero idee innate, se si parla di pensiero, e che l’intelletto umano
deriva solo da fattori ambientali; ma credeva anche che le percezioni più forti e le impressioni
potessero essere innate.
Il primo a parlare di intelletto fu Locke. Egli considerava l’intelletto una funzione e non più
l’essenza dell’anima, quindi, studiava il funzionamento e i processi della mente, e non la sua
essenza. Sosteneva che i bambini alla nascita fossero una tabula rasa, e che fino ad un certo
momento il bambino non pensa.

RIVOLUZIONE SCIENTIFICA
Queste discussioni avvenivo contemporaneamente alla nascita della scienza moderna, la
rivoluzione scientifica del XVII secolo, durante la quale l’anima e la mente venivano considerate
come una specie di “pattumiera” in cui porre tutto ciò che non si poteva analizzare razionalmente
nello studio dell’uomo. Questo ha ritardato molto la nascita della psicologia scientifica.

GLI ASSOCIAZIONISTI
Dalla distinzione posta da Locke (processi ed effetti, ed essenza dell’anima) nascevano due vie di
indagine:
- Processi che si svolgono nell’intelletto come tale
- Studio dei rapporti tra mente e corpo
Hume intraprese la strada dei processi all’interno dell’intelletto, individuando le associazioni
che lo regolano: contiguità, somiglianza e causazione (riprendendo le associazioni di Aristotele:
contiguità, somiglianza e contrasto). Un altro importante associazionista fu Thomas Brown, che
alle tre leggi di Hume aggiunse l’auto-osservazione sistematica (l’introspezione).
Lo studio dei rapporti tra mente e corpo, invece, venne intrapreso da David Hartley, che
elaborò la teoria delle vibraziuncole, secondo la quale gli oggetti esterni o il ricordo delle
esperienze passate provocano delle minime vibrazioni attraverso gli organi di senso; a tali
vibrazioni corrispondono le associazioni che regolano l’intelletto.
Le leggi dell’associazionismo, però, non permettevano di comprendere i pensieri complessi, ma
solo idee semplici e le loro concatenazioni.
James Mill nel 1829 provò per primo a risolvere questo problema con il principio
dell’associazione sincrona, secondo il quale ogni oggetto è costituito dalla somma di diverse
sensazioni (forma, colore, durezza ecc); noi associamo queste sensazioni simultaneamente,
così da avere un “percetto”, da cui deriva l’”idea”. Il pensiero, quindi, è costituito da una serie
di idee semplici (un fiore è composto da foglie, gambo, petali ecc); il problema di questa teoria
è che, molto probabilmente, queste idee semplici possano essere scomposte in idee ancora
più semplici, che sarebbero troppo difficili da analizzare.
Il figlio, Stuart Mill nel 1843 espresse il concetto di chimica mentale, con il quale cercò di
risolvere il problema posto dal padre con l’associazione sincrona, paragonando le associazioni
delle idee semplici ai componenti chimici: se un’idea semplice viene scomposta in una ancora
più semplice non avremmo più quella stessa idea; così come se dividessimo gli atomi di una
molecola, non avremmo più la molecola originale.
Un ultimo importante associazionista fu Alexander Bain, che accettava la teoria della chimica
mentale, ma credeva anche nell’esistenza delle idee innate nell’organizzazione del
comportamento. Per lui il movimento precede la sensazione che, a sua volta, precede il
pensiero. Egli utilizzò per primo il concetto di apprendimento per prove ed errori (rielaborato
poi da Thorndike)

GLI IDEOLOGI
Fin qui abbiamo parlato degli studi intrapresi in Gran Bretagna. Nel frattempo in Francia
vennero intrapresi studi con ideologie molto simili a quelle inglesi: studiare le funzioni
dell’anima e non la sua essenza, considerare la “macchina” del corpo come organico e trovare
una connessione tra fisico e morale (corpo e anima).
Condillac, ad esempio, iniziò lo studio sulle operazioni intellettuale dell’uomo, dando il via ad
uno studio scientifico sui processi psicologici. Egli confrontò anche l’uomo con gli animali.
Un altro personaggio importante fu Buffon, il quale poneva l’uomo al vertice del regno
animale. Egli elaborò il concetto di storia naturale dell’uomo, in cui indicava la necessità di
studiare l’uomo in “toto”. Buffon espresse anche critiche antimeccanicistiche.
Dopo Cartesio, chi non voleva scegliere la situazione dualistica, si orientò completamente
verso: il materialismo (res extensa); o vitalismo (res cogitans)
Uno degli autori che espresse meglio il concetto di riduzionismo meccanicista fu La Mettrie,
che rifiutò il dualismo che si schierò dalla parte del materialismo, e che distinse la materia
vivente da quella non vivente: la materia vivente è organizzata, quindi ha un motore interno. In
pratica, per La Mettrie l’anima è la “molla” principale della “macchina” (il corpo); le differenze
tra uomo e animale possono essere solo quantitative.
Il passo decisivo per la nascita di una scienza dell’uomo (non ancora la psicologia scientifica
moderna), lo compì Cabanis alla fine del XVIII secolo. Secondo lui fisico e morale sono
profondamente interconnessi, ma opposti. Il morale è principio regolatore del fisico e funzione
del sistema nervoso.
Cabanis, De Tracy, De Biran e Pinel, fondarono la “Società di osservazioni dell’uomo”, circolo
scientifico in cui vengono affrontate, per la prima volta, le attività mentali e sociali con spirito
scientifico. Il nome che si dette questo gruppo è: Idéologues (scienza che studia come si
formano le idee).
Gli ideologi posero tutte le condizioni per la nascita della scienza psicologica, ma non gli venne
riconosciuto il merito a causa degli eventi storici.

INTERDIZIONE KANTIANA
Mentre gli ideologi cercavano di costruire una scienza della psicologia, Kant (uno dei più grandi
filosofi del tempo) espresse la sua Interdizione Kantiana, secondo la quale non sarebbe stato
possibile creare una scienza psicologica, in quanto gli eventi psicologici non potevano essere
matematizzati.
Kant espresse anche una distinzione tra: grandezze intensive ed estensive. Considerava
grandezze intensive la sensazione e la percezione; estensive, le grandezze costituite dalle parti,
la cui rappresentazione nasce dalle rappresentazioni di queste.
La scienza, per Kant, si costituisce dall’analisi matematica delle grandezze che individua; ma le
grandezze psicologiche non sono matematizzabili. Sosteneva anche che si potesse fare
psicologia, ma se la psicologia poteva essere conosciuta solo attraverso l’introspezione e aveva
a che fare solo con grandezze intensive, la conoscenza psicologica sarebbe stata diversa da
quella delle scienze naturali.
JOANN FRIEDRICH HERBART
Nei primi anni dell’800, in Germania si impose la filosofia idealistica, i cui filosofi furono i primi
contro ogni forma di psicologia scientifica.
Uno dei primi anti-idealisti fu Herbart.
Herbart si definiva “kantiano”, solo per superare ciò che lui affermava. Per Herbart la
psicologia era una scienza autonoma, ma metafisica e non sperimentale. Egli fu il primo ad
affermare che era necessaria una misurazione dei fatti psichici. Per lui le idee variano per il
tempo e l’intensità e l’anima è unitaria. Per fare calcoli su tempo e intensità delle idee
prendeva spunto dalle conquiste fatte dalla fisica e dall’astronomia, con un approccio
dinamico. Il suo concetto chiave è quello di rappresentazione: la vita mentale è costituita da
rappresentazioni che si scontrano, si inibiscono, si fondono, compaiono o spariscono alla
consapevolezza. Quindi se due idee (o rappresentazioni) si presentano contemporaneamente,
tenderanno necessariamente ad integrarsi o ad inibirsi a vicenda. Nel caso dell’inibizione,
un’idea non scompare mai totalmente, anche se scompare dal campo della coscienza. Herbart
poneva una “soglia della coscienza”, sotto la quale si trova l’inconscio, ed è proprio sotto
questa soglia che rimane l’idea inibita.
GUSTAV THEODOR FECHNER
La necessità di misurare i fatti psichici venne portata avanti da Fechner. In quegli anni in
Germania era aperta la discussione sulla questione materialistica, che vedeva due gruppi
contrapposti: i materialisti, che consideravano l’uomo come macchina; e i vitalisti, che
credevano nell’esistenza dello spirito, quindi dell’anima.
Fechner era dalla parte dei materialisti, ma esprimeva il fatto che per lui esistesse l’anima, ma
che essa fosse solo una forma di organizzazione della materia e che ogni materia (uomini,
animali, piante, pietre) è composta di atomi, quindi è dotata di anima.
Egli elaborò la teoria del doppio aspetto: tra il corpo e l’anima o lo spirito e la materia, c’è una
semplice differenza di punti di vita. Cioè, l’osservatore della natura non può leggere nella
coscienza, né la coscienza può vedere direttamente la natura.
Elaborò, anche, una relazione matematica per descrivere il rapporto tra corpo ed anima
S= K log R+C
Che fu chiamata legge di Weber-Fechner e grazie a questa creò la psicofisica (1860). Così
descriveva come la sensazione si accresce con il logaritmo dell’intensità dello stimolo, cioè con
l’aumentare del valore dell’intensità di uno stimolo, aumenta anche una differenza appena
percepibile di una sensazione, mentre rimane costante il rapporto tra gli stimoli.
La psicofisica aveva il compito di determinare il valore della costante di Weber (se si presenta
a un soggetto, in una modalità sensoriale, uno stimolo di intensità specifica e si cerca di capire
di quanto va fatto cambiare lo stimolo perché il soggetto percepisca la variazione, la differenza
appena percepibile non è costante, ma dipende dal valore iniziale dell’intensità; ciò che è
costante è il rapporto tra la differenza appena percepibile e il valore iniziale dell’intensità
∆R
=> k= ) e i valori minimi e massimi di intensità degli stimoli che possono essere percepiti;
R
un valore eccessivamente intenso può non essere percepito o essere percepito come
appartenente a un’altra modalità sensoriale (troppo rumore, da acustico a dolorifico)
Le determinazione si dividono in valori di soglia: differenziale e assoluta. La soglia differenziale
è lo scarto del valore che consente di percepire, il 50% delle volte, il cambiamento di intensità
di uno stimolo. Per soglia assoluta si intende il valore di uno stimolo che ne consente in
assoluto la percezione, il 50% delle volte.

IL CONTRIBUTO DELL’ASTRONOMIA E DI DONDERS


All’inizio dell’’800, l’astronomo tedesco Bessel pose il problema dell’equazione personale. Egli
lesse per caso di un episodio avvenuto nel 1796 nell’Osservatorio di Greenwich, dove
l’astronomo Maskelyne licenziò il suo assistente, perché le sue rilevazioni della velocità dei
corpi celesti risultavano sbagliate. (Gli osservatori applicavano un reticolo al telescopio e
misuravano il tempo che intercorreva tra l’entrata e l’uscita del corpo celeste dal reticolo,
contando i tocchi di un orologio). Bessel riteneva che, con precise ricerche, avrebbe potuto
determinare l’equazione personale di ogni osservatore, cioè le differenze individuali esistenti
tra loro. Così nacque la problematica dei tempi di reazione, cioè lo studio del tempo
necessario per cui una persona risponda alla presentazione di uno stimolo.
Il metodo dei tempi di reazione venne utilizzato ampiamente da Frans Cornelis Donders tra il
1860-67; per fare questo si ispirò agli esperimenti elaborati da Helmoltz, il quale
somministrava uno stimolo alla radice di un arto e il soggetto doveva premere un pulsante, poi
gli somministrava uno stimolo all’estremità dello stesso arto e il soggetto doveva ripremere il
pulsante; misurando i due diversi tempi di reazione agli stimoli e sottraendoli, si otteneva il
tempo che occorreva allo stimolo per giungere dall’estremità dell’arto alla sua radice.
Proprio questo metodo sottrattivo colpì Donders, che espresse la necessità di misurare,
secondo parametri fisici, i processi mentali che avvenivano al momento dello stimolo. Secondo
lui quanto più è complesso un fenomeno mentale, tanto maggiore è il tempo che occorre a
tale fenomeno per compiersi (cronometria mentale). Per questo creò un esperimento con cui
rilevava tre tempi di reazione: i tempi a per i quali veniva somministrato uno stimolo a cui
doveva corrispondere una risposta; i tempi b per i quali venivano somministrati più stimoli a
ognuno dei quali doveva corrispondere una risposta; i tempi c per i quali venivano presentati
più stimoli, ma doveva essere data una sola risposta corrispondente ad un preciso stimolo. Alle
differenze di questi tempi di reazione corrispondevano i processi psicologici che, a questo
punto, potevano essere considerati misurabili (metodo sottrattivo).

IL CONTRIBUTO DEI FISIOLOGI


Fisiologi importanti per la nascita della psicologia scientifica sono stati:
- Whyatt, che nel 1751 dimostrò l’esistenza dell’arco riflesso, cioè la composizione del
substrato nervoso di un ramo afferente (cioè il nervo sensoriale) e un ramo efferente (il
nervo motorio); questi hanno contatto diretto nel midollo spinale, quindi l’impulso nervoso
proveniente da uno stimolo sensoriale si scarica direttamente sul ramo efferente, senza
passare dalla volontà, quindi dal cervello. Whyatt asportò il cervello da una rana e dimostrò
che i riflessi avvenivano comunque, fino all’asportazione del midollo spinale.
- Belle e Magendie, il primo inglese e l’altro francese; elaborarono indipendentemente una
teoria che poi venne chiamata legge di Belle-Magendie. Scoprirono che ogni nervo
originante dal midollo spinale ha due radici: se si recide quella anteriore si interrompe la
possibilità di movimento, ma si ha ancora la sensibilità; recidendo quella posteriore si ha
l’effetto opposto.
- Muller, con la legge dell’energia nervosa specifica, secondo la quale la percezione non
dipende dal tipo di stimolo, ma dal tipo di organo stimolato (la pressione del nervo ottico
produrrà una sensazione visiva e non tattile-pressoria).
- Helmoltz, che portò avanti le ricerche di Muller. Secondo lui all’interno del sistema visivo
sono presenti tre tipi di fibre ottiche, ognuno corrispondente a diversi colori; mentre nel
nervo acustico sono presenti delle fibre che trasmettono stimoli diversi in base alle altezze
tonali. Helmoltz espresse il concetto di inferenza inconscia, secondo la quale il sistema
percettivo di un soggetto corregge automaticamente i valori della percezione, in base
all’esperienza passata. Egli misurava, anche, la velocità di conduzione degli impulsi nervosi:
stimolava un nervo di una rana a diverse distanze e misurava il tempo che intercorreva tra
stimolazione e contrazione.
- Gall, che ebbe un particolare rilievo sullo studio della corrispondenza tra funzioni cerebrali
e attività mentali. Egli proponeva una teoria sulle facoltà: la frenologia, con la quale
sosteneva che ogni facoltà avesse una sede cerebrale specifica; che lo sviluppo di una
precisa facoltà, provocasse un accrescimento fisico dell’area cerebrale, relativa a questa
facoltà (le “bozze” o “bernoccoli”)

LA NASCITA DELLA PSICOLOGIA SCIENTIFICA


Grazie a tutte le “fasi” sopraelencate, Wundt poté, nel 1879, fondare il primo laboratorio
universitario di psicologia scientifica a Lipsia, dove venivano studiati principalmente:
- La psicofisica dei sensi secondo Helmholtz
- La tecnica dei tempi di reazione di Donders ed Helmholtz
- La psicofisica
- Le associazioni mentali secondo gli associazionisti inglesi

RIEPILOGO SU HERMANN VON HELMHOLTZ


Helmholtz è nato nel 1821 e ha studiato medicina a Berlino, dove il suo maestro più importante fu
Johannes Muller (vitalista). Successivamente insegnò a Berlino, Bonn e Heidelberg, dove ebbe
come assistente Wilhelm Wundt.
Helmholtz ebbe delle controversie con Muller, perché lui era materialista e Muller vitalista; ma
trovarono anche punti di accordo, ad esempio il principio dell’energia nervosa specifica, enunciato
da Muller e che Helmholtz fece suo per contribuire alla nascente psicologia scientifica e lo mise
alla base della sua teoria psico-fisiologica della percezione.
Il principio dell’energia nervosa specifica affermava che, la natura degli impulsi che vengono
trasmessi da un nervo ai centri nervosi, non dipende dalla natura dell’agente stimolante, ma da
quella del nervo in questione.
Questo principio fu anche alla base di due teorie:
- La teoria della percezione del colore. Secondo Helmholtz, la percezione del colore derivava
da tre tipi di coni situati nella retina: rosso, blu e violetto.
(Più in generale, i recettori retinici sono di due tipi: i coni, responsabili della visione diurna
e della percezione cromatica; e i bastoncelli, responsabili della visione notturna e incapaci
di distinguere i colori.)
Il mescolarsi degli impulsi proveniente dai tre diversi coni, porterebbe alla percezione di
tutti gli altri colori. Qui è evidente il principio dell’energia nervosa specifica, perché le
cellule dei tre tipi possono rispondere solo nei termini del tipo di impulsi a cui sono
assegnate.
- La teoria della percezione delle altezze tonali. (I recettori delle altezze tonali si trovano
nella chiocciola, all’interno dell’orecchio, nell’organo di Corti; all’interno di questo ci sono
le cellule ciliate, dotate all’estremità opposta di ciglia che si inseriscono in un’altra
membrana, tettoria. Il suono giunge a quest’organo, trasmesso dal timpano alla catena
degli ossicini e poi alla finestra ovale, che dà movimento ad un liquido che riempie tutto
l’orecchio interno. A seconda dell’altezza del tono, l’onda sonora ha una diversa frequenza,
che si traduce in oscillazioni, che a loro volta producono il movimento delle cellule ciliate,
con conseguente stiramento delle ciglia, che si traduce in impulso nervoso.) Helmholtz
sosteneva che, ogni cellula ciliata trasmetteva informazioni relative ad una certa altezza
tonale: verso la base ci sarebbero quelle responsabili dei suoni più acuti; verso il vertice
quelle dei suoni gravi.
Secondo Helmholtz, l’esperienza passata fa sì che correggiamo le percezioni attraverso un atto di
giudizio inconsapevole: l’inferenza inconscia. Di cui, il miglior esempio sono le costanze
percettive. Nella percezione visiva, quello che abbiamo direttamente a disposizione è lo stimolo
prossimale (immagine proiettata sulla retina dalla luce che riflettono le superfici degli oggetti),
mentre non abbiamo accesso allo stimolo distale (luce riflessa e oggetto riflettente).
Lo stimolo prossimale varia continuamente al variare della posizione reciproca tra l’osservatore e
l’oggetto osservato (es: l’oggetto si rimpicciolisce se si allontana e viceversa). Quindi Helmholtz
sosteneva che il sistema percettivo, in base all’esperienza passata, compie un “ragionamento”
inconsapevole, per cui, ad esempio, quando vede un oggetto sapendo che è lontano, corregge
inconsapevolmente la grandezza percepita ingrandendola e viceversa, ecc.
Egli applicava la stessa spiegazione anche al fenomeno del contrasto simultaneo. Ad esempio, se
abbiamo un quadrato grigio all’interno di un’area rossa, questo viene percepito verdastro, perché
il verde è complementare al rosso, e viceversa.
Colui che più criticò Helmholtz, fu Hering, che sostenne la tesi del nativismo, contro l’impostazione
empirista helmholtziana.

WILHELM WUNDT
Allievo di Helmholtz e poi insegnante di filosofia a Lipsia dal 1875. Egli chiamò il suo sistema
psicologia fisiologica, nel senso che: da un lato utilizzava lo stesso metodo scientifico naturalistico
della fisiologia; da un lato si rivolgeva alla fisiologia della vita psichica e non alle sue disfunzioni o
patologie.
L’oggetto di studio di Wundt era l’esperienza umana diretta o immediata, che poteva essere
osservata tramite l’introspezione, perché solo attraverso questa un individuo può rilevare cosa
avviene nel momento immediato in cui esperisce la realtà. Wundt si rendeva conto che questo
metodo presentava delle difficoltà, e con questo dette la sua risposta all’interdizione kantiana, che
segnò poi l’affermazione della psicologia sperimentale: non possiamo essere sicuri che la
percezione di un’esperienza in presenza dell’introspezione sarebbe la stessa che avremmo in
assenza di introspezione; in più, non possiamo essere sicuri del reale contenuto di coscienza
corrispondente al resoconto verbale di un soggetto.
A questo Wundt cercò di trovare una soluzione, proprio con il metodo sperimentale: quello che
contava era cogliere la variazione di una variabile dipendente al variare di quella indipendente.
Particolare rilievo ebbe la teoria dei sentimenti, che venne anche molto criticata. Il punto di
partenza di questa teoria è un’esperienza percettiva, accompagnata dall’introspezione. Ad
esempio, se ascoltiamo il ticchettio regolare di un metronomo, i sentimenti che questo ci provoca
e che possiamo analizzare sono: piacere-dispiacere, se i ritmi sono gradevoli o sgradevoli;
tensione-rilassamento, tensione nell’attesa che si verifichi il battito successivo e rilassamento nel
momento in cui esso si verifica; eccitazione-calma, se il ritmo aumenta o diminuisce. Queste tre
dimensioni rilevate introspettivamente, sono indipendenti tra loro e possono essere poste su tre
assi cartesiani perpendicolari, all’interno dei quali può essere collocato qualsiasi sentimento.
L’ultima opera di Wundt è stata “La psicologia dei popoli”, considerata una delle prime opere
scientifiche di psicologia sociale. Qui lui rinunciava al condurre ricerche di laboratorio, quando si
trattava di indagare sui processi culturali e sulle relazioni tra persone; secondo lui i processi
psicologici della psicologia dei popoli sono superiori, dal linguaggio alla cultura, e sono i rapporti
sociali che regolano ed intervengono; l’introspezione non può coglierli. Secondo Wundt il
linguaggio è un processo psicologico che va studiato con metodi psicologici, ma questa lezione
venne ripresa solo con la psicolinguistica chomskyana degli anni ’50.
Wundt cercò di proseguire anche le ricerche sui tempi di reazione composti. Elaborò una teoria,
per la quale il processo psicologico poteva essere diviso in tre fasi:
- La percezione, in cui le sensazioni si presentavano, in quanto tali, alla coscienza;
- L’appercezione, in cui gli elementi delle sensazioni venivano identificati e organizzati in
complessi;
- Volontà di reazione, attraverso cui, grazie anche all’intervento dei processi volitivi, si
giungeva all’azione.
Questa venne criticata e considerata una specie di fallimento da parte di Wundt, della teoria che
era stata elaborata inizialmente da Donders.

FRANZ BRENTANO
Nel 1874, il punto di partenza degli oppositori delle idee della scuola di Lipsia, di Wundt, fu l’opera
“Psicologia da un punto di vista empirico” di Brentano.
Egli elaborò la psicologia dell’atto, con la quale sosteneva che, l’oggetto di studio della psicologia
doveva essere l’atto del vedere, sentire o ricordare ad esempio, e non il materiale fornito ai nostri
sensi, cioè ciò che vediamo, sentiamo o ricordiamo.
Ma la parte che oggi viene ricordata è quella della classificazione dei fatti psichici. Con questa,
Brentano parte da una critica alle teorie classificatorie esistenti (in particolare dai tempi di Kant)
dei fatti psichici in: fatti conoscitivi, fatti dei sentimenti e fatti della volontà. Anche Brentano
proponeva tre classi: la rappresentazione, cioè l’apparizione di qualcosa; il giudizio, cioè l’accettare
come vero e respingere come falso, con significato esteso ai processi di percezione e memoria; e la
relazione affettiva, che comprende tutti i fatti psichici non presenti nelle altre classi, cioè le
emozioni, gli interessi e l’amore.
Alla base di questa teoria classificatoria c’è la distinzione tra morfologia e funzione.
La psicologia di Brentano influenzò diversi allievi, soprattutto per le critiche a Wundt, uno dei quali
era Meinong e la sua Scuola di Graz; e un altro era Stumpf nella psicologia della Gestalt.
LA SCUOLA DI GRAZ E CHRISTIAN VON EHRENFELS
Meinong era stato molto influenzato da Brentano.
Christian von Ehrenfels era stato allievo di Meinong, ma soprattutto il precursore della psicologia
della Gestalt. Ehrenfels utilizzo l’espressione “qualità gestaltica” per indicare le caratteristiche
delle configurazioni percettive, che rimangono invarianti al variare degli aspetti elementari delle
configurazioni stesse; una di queste è ad esempio un brano musicale, che si mantiene anche al
cambiare della tonalità, perché una melodia è costituita dall’insieme dei rapporti tra le note e non
dalla somma delle singole note; un’altra è la triangolarità, che appartiene a tutti i triangolo
indipendentemente dalla lunghezza dei lati ecc.
Fino a quel momento, la tradizione dominante era quella associazionista, ma ora per la prima volta
venivano messe al centro le proprietà globali; a questo punto, Ehrenfels chiedeva di considerare il
fatto psichico dal tutto alle parti e non viceversa.
Meinong ne scrisse subito una recensione: descriveva le qualità gestaltiche di Ehrenfels come
“oggetti di ordine superiore”, cioè sono costituite solo da un insieme incompleto di proprietà; a
differenza di quelle di ordine inferiore, che possiedono tutte le proprietà che le definiscono.
Il fatto importante è che, per Meinong e i suoi allievi di Graz, gli oggetti di ordine superiore sono il
frutto di una “produzione” dell’attività psichica, e non un dato primitivo, immediato della
percezione (come sarà poi per la Gestalt).

LO STRUTTURALISMO
La prima delle più importanti scuole della psicologia scientifica, che nacquero dal 1879, fu lo
Strutturalismo, che nacque con Edward Bradford Titchener, allievo di Wundt.
Gli oggetti di studio dello sperimentalismo erano la mente e la coscienza: la mente è la somma dei
processi mentali che avvengono nell’individuo durante il corso della sua vita; la coscienza è la
somma dei processi mentali che avvengono in un determinato momento.
Lo scopo di indagine psicologica per gli strutturalisti era descrivere i contenuti elementari di
coscienza, quindi la scomposizione e ricomposizione degli elementi coscienti semplici. La coscienza
è composta da tre elementi:
- La sensazione, cioè la stimolazione degli organi di senso periferici; oltre alle sensazioni
relative ai cinque sensi, esistono quelle cinestesiche, cioè corrispondenti agli stimoli
provenienti da muscoli, tendini, ecc.
- L’immagine, che è un elemento che compare nei processi mentali non attuali, come i
ricordi o le anticipazioni del futuro; quando un organo periferico viene stimolato più volte,
nel cervello si instaura uno stato di eccitazione he può sostituire l’immagine alla
sensazione.
- Gli stati affettivi, cioè le emozioni e i sentimenti, che nel momento in cui vengono ripetuti si
stemperano.
Sensazione e immagine hanno quattro caratteristiche: qualità, intensità, durata e chiarezza; gli
stati affettivi non hanno la chiarezza, perché più ci concentriamo sui nostri sentimenti o emozioni,
più li dissolviamo, ma essi sono necessariamente positivi o negativi, distinzione non presente negli
altri due elementi.

LA SCUOLA DI WURZBURG
L’opposizione a Wundt partì già dai suoi allievi. Il più importante tra questi fu Kulpe, fondatore
della scuola di Wurzburg, nella quale venne sviluppato, in particolare, il metodo introspettivo,
chiamato da loro “introspezione analitica”. L’oggetto di studio principale, di questa scuola, era il
pensiero, ma specialmente l’individuazione di pensieri in cui non erano rintracciabili elementi
sensoriali primitivi, “Il pensiero senza immagini”.
Al soggetto analizzato venivano date delle parole stimolo, e questi dovevano rispondere in modo
“determinato” o “indeterminato”. Nel prima caso la risposta poteva essere semplice (parola
stimolo o parola/movimento di risposta) o complessa (più parole stimolo, più risposte [Donders
tempi b]). Nel secondo caso, il soggetto poteva scegliere tra varie modalità di risposta. Dopo
questa fase, il soggetto doveva analizzare introspettivamente i suoi processi mentali nello svolgere
il compito.

LA MICROGENESI
Dopo Ehrenfels, tutte le scuole psicologiche iniziano a proporre soluzioni al problema della
percezione di unità globali.
A Lipsia, dopo Wundt, il suo allievo Felix Kruger fu uno dei più attivi nel dibattito sulle qualità
Gestalt. Egli fu allievo anche di Cornelius, che elaborò il “principio dell’unità”, e aveva una
tendenza a percepire il mondo in termini di totalità unitarie, specialmente nell’analisi dei
sentimenti.
Ma nel 1928/30, fu Friedrich Sander a sviluppare gli aspetti percettologici della teoria della totalità,
rinominandola: genesi attuale (Aktualgenese); teoria diventata più popolare nel mondo
anglosassone (microgenesis).
Uno dei sostenitori più importanti della genesi attuale o microgenesi fu Gemelli; con questi termini
viene intesa una tecnica di presentazione di stimoli per mezzo del tachistoscopio, che consente di
individuare un processo gestaltico, attraverso cui si passa dalla pre-Gestalt a Gestalt finali,
rappresentanti oggetti stabili del nostro mondo percettivo. Il tachistoscopio permette, in pratica, di
stabilire attraverso quali fasi passa la genesi di una percezione, in parole semplici: come avviene la
costruzione di un oggetto.
Anche se fu molto criticata, la scuola dei microgenetisti affiancò la scuola di Lipsia nel dopoguerra,
con Lund e con questa studiava le variabili personologiche come variabili indipendenti del
rendimento percettivo, come gli studiosi del New Look.

IL FUNZIONALISMO
In contrapposizione con lo strutturalismo, nacque alla fine dell’800 il funzionalismo, soprattutto
grazie a William James; la sua opera più importante fu “Principi di Psicologia”
Il nome funzionalismo lo dette, però, Titchener.
Grande importanza per i funzionalisti è data a Darwin; essi infatti, studiavano i processi mentali
relativi all’acquisizione, immagazzinamento, organizzazione, valutazione delle esperienze e il loro
successivo utilizzo nel comportamento, sia umano che animale. Questo veniva chiamato
comportamento adattivo. Esso era costituito da:
- Stimolazione motivante interna o esterna.
- Situazione sensoriale
- Risposta che altera la situazione in modo da soddisfare le condizioni motivanti
Anche il funzionalismo tiene conto della coscienza: essa è presente, ad esempio, nel momento in
cui iniziamo a formarci una nuova abitudine, ma una volta che questa è consolidata, la coscienza
tende a diminuire ed entrano in gioco gli automatismi comportamentali. Al contrario degli
strutturalisti, i funzionalisti sostenevano che la coscienza è un flusso continuo, e che parlarne come
un contenuto fisso non aveva senso.
Nel 1896, Dewey faceva rilevare che anche a livello dell’arco riflesso, non ha senso dividere un
elemento efferente da quello afferente, perché si tratta di un’unità.
Oggetto di studio dei funzionalisti, furono le funzioni mentali:
- L’abilità spaziale. L’organismo apprende la funzione adattiva che gli consente di localizzare
gli oggetti nel suo spazio e nel distinguerne le dimensioni
- L’emozione. Che può avere una funzione adattiva o antifunzionale per l’organismo; la
presenza di un’emozione specifica, può aumentare l’efficacia di una risposta data in base
ad una situazione particolare
- La percezione. Che è un processo mentale a sé stante e non la somma di sensazioni
elementari. Viene definita da Carr come la comprensione di un oggetto in relazione ad un
comportamento adattivo.
- La motivazione. Cioè uno stimolo che rimane presente, fino a quando non viene
soddisfatto
- L’apprendimento. (Oggetto di studio principale dei funzionalisti), cioè l’assimilazione, da
parte di umano e animale, di risposte appropriate, che hanno valore adattivo, in base alle
situazioni dell’ambiente. A proposito di questo, Carr riprende da Thorndike la legge
dell’effetto, secondo la quale se, una risposta data ad una situazione risulta positiva, verrà
ripetuta più facilmente nel caso in cui venisse ripresentata una situazione simile; al
contrario se la risposta risulta negativa.
Il metodo di studio utilizzato dai funzionalisti fu l’eclettismo metodologico: non viene più
utilizzata l’introspezione, ma il metodo osservativo e genetico, anche se sempre in laboratorio.
Grazie ai funzionalisti si iniziarono a studiare: le differenze individuali, lo sviluppo infantile e il
comportamento animale.
Due caratteristiche comuni a strutturalismo e funzionalismo sono: l’appartenenza al mondo
“soggettivistico” e lo studio della coscienza, seppure, lo strutturalismo ne studia i contenuti ed
il funzionalismo ne studia le funzioni.
A definire i termini di questa psicologia furono John Dewey e James R. Angell, che insegnavano
all’Università di Chicago, che sarebbe diventata poi, il centro del funzionalismo americano.
La psicologia funzionalista è meno scuola che orientamento; fu profondamente influenzato
dall’evoluzionismo, sull’evoluzione dei processi mentali, sulla determinazione delle funzioni
mentali e sull’adattamento dell’individuo all’ambiente
I funzionalisti sono stati i fondatori della psicologia dell’età evolutiva. Ma il maestro più
importante fu Stanley Hall, che si occupava degli studi sull’adolescenza; anche lui allievo di
Wundt.
Personaggio ancora più importante fu Baldwin, che poneva alla base dello sviluppo cognitivo,
le reazioni circolari, cioè schemi di azioni che il bambino ripete solo per il piacere di ripeterle.
Nel processo di adattamento all’ambiente, questi schemi di azioni si arricchiscono per
accomodamenti, opposizioni e assimilazioni; e anche il senso di sé avviene, secondo Baldwin;
attraverso gli stessi processi e in più all’imitazione.
L’EVOLUZIONISMO
Fondamentale per il funzionalismo, fu l’evoluzionismo, importante anche per la psicologia
dell’età evolutiva e la psicologia animale. Questo in particolare si coniugò con il positivismo.
L’evoluzionismo fu molto importante non solo in ambito naturale; nacque con “L’origine delle
specie”, opera di Darwin. Secondo gli evoluzionisti, le attività psichiche si evolvono per
selezione naturale: l’uomo si adatta all’ambiente soprattutto per la sua attività mentale
sviluppatissima, che compensa le carenze fisiche.
In Inghilterra, furono soprattutto due gli studiosi aa contatto con Darwin: Galton, suo cugino,
che studiava l’ereditarietà dei caratteri mentali; e Romanes, che fu l’iniziatore della psicologia
animale; egli tendeva a rintracciare elementi umani nel comportamento animale.
Lloyd Morgan fece un’importante critica nei suoi confronti, con il “canone di Lloyd Morgan”, in
cui spiegava che nessun comportamento sulla base di processi mentali inferiori debba venire
interpretato come se alla base avesse processi superiori.

LA RIFLESSOLOGIA
Secenov può essere considerato il padre della scuola russa di fisiologia, grazie ad una serie di
esperimenti condotti sulle rane, in cui dimostrò che, reazioni di stimolo-risposta (ritrarsi di una
zampa) aumentavano, per velocità e intensità reattive, ogni volta che all’animale venivano
asportate certe porzioni di cervello. Inoltre, osservò che gli umani hanno riflessi più lenti
quando vengono sottoposti ad un leggero solletico, che agisce come inibitore della forza e
velocità di riflesso: le attività umane, quindi, potevano essere controllate dalle situazioni di
situazioni-stimolo ambientali esterne, che hanno un’energia così bassa da non permettere
all’organismo una coscienza di esse.
Nel 1904 fu conferito il premio Nobel per la medicina, grazie ai lavori sulla fisiologia della
digestione, a Pavlov, che fu influenzato dalle ricerche di Secenov. Egli dette un contributo
fondamentale per la tradizione russa e poi sovietica. Studiava la psicologia come una dinamica
del sistema nervoso, che non aveva nessuna influenza connessa all’ambiente socio-culturale.
Grande importanza viene ancora riconosciuta al condizionamento classico o rispondente, che
venne studiato da Pavlov nei cani (riprendendo il concetto di “secrezione psichica” che aveva
dimostrato per i succhi gastrici) e che si può riassumere così: l’associazione ripetuta tra uno
Stimolo Condizionato (es: suono campanella) e uno Stimolo Incondizionato (es: cibo) provoca
una Risposta Condizionata (es: aumento salivazione) provocata dallo Stimolo Condizionato,
simile allo Stimolo Incondizionato (salivazione), che era già presente, in modo innato, con la
presentazione dello Stimolo Incondizionato. Inoltre, Pavlov si rese conto che i condizionamenti
si indeboliscono nel tempo, se non vengono rinforzati. Per dimostrare ciò, egli misurò quello
che succedeva in diverse fasi da lui provocate: acquisizione, formata dalla contiguità
temporale, in cui viene presentato lo SC con lo SI; estinzione, in cui viene presentato lo SC
senza SI e la RI (salivazione) diminuisce gradualmente, e dopo questa fase il cane riposa;
recupero spontaneo dopo la fase di riposo si osserva che le presentazioni di SC da solo,
provocano la RC; riacquisizione, presentando nuovamente un rinforzo costituito dalla coppia
SC e SI, il riapprendimento è molto rapido.
Il condizionamento classico poneva, però il problema della generalizzazione dello stimolo, cioè
la RC a stimoli simili e non identici allo SC, quindi più uno stimolo è simile a quello originario,
maggiore sarà la risposta ad esso. Pavlov risolse questo problema con l’addestramento alla
discriminazione: faceva sentire al cane il suono a cui doveva rispondere e altri due suoni molto
simili, poi rinforzava il cane solo quando rispondeva allo stimolo giusto. Così il cane imparava a
rispondere solo allo stimolo giusto anche se gli altri erano appena differenti, così come un
bambino può imparare a distinguere una sedia da uno sgabello.
All’incirca negli stessi anni, Thorndike (comportamentista) faceva sperimenti simili, sostenendo
che l’animale non è passivo e procede per tentativi ed errori; al contrario di Pavlov, che
riteneva che l’animale fosse passivo e che l’apprendimento dipenda solo dagli stimoli ricevuti.
Qualche anno dopo, invece, Kohler (gestaltista) elaborò il processo di insight, tramite il quale
l’animale sarebbe in grado di trovare soluzioni ai problemi cogliendo i nessi chiave in una
situazione.

LA SCUOLA STORICO CULTURALE


Una critica al metodo pavloviano arrivò da Vygotskij, che pensava non fosse giusto utilizzare
solo lo schema del condizionamento classico, ma che doveva essere data maggiore importanza
allo studio della coscienza, del linguaggio e del pensiero.
Nel 1924 Vygotskij tenne due importanti convegni dove espose le sue opere più importanti:
“Metodologia della ricerca riflessologica” e “La coscienza come problema della psicologia del
comportamento”. La seconda divenne il manifesto del movimento storico-culturale e
conteneva la critica fatta a Pavlov.
Vygotskij si occupò dello studio sui bambini disabili e con problemi di mente; focalizzò i suoi
studi sull’influenza di contesti storici, sociali e culturali. La sua opera più importante fu
“Pensiero e linguaggio” in cui erano contenuti:
- La critica a Piaget, che era convinto di aver studiato il bambino in generale, mentre
Vygotskij sosteneva che avesse descritto solo una categoria di bambini con una situazione
sociale e culturale privilegiata; inoltre, Piaget sosteneva che il linguaggio nel bambino fosse
inizialmente egocentrico e che progressivamente passasse da una fase di autismo a una
fase di socializzazione esterna; mentre Vygotskij sosteneva che il linguaggio fosse dapprima
interpsichico, cioè che servisse per la socializzazione, e successivamente diventasse
intrapsichico, cioè che passasse ad una forma di attività individuale.
- Il tema della formazione dei concetti, con il quale descriveva il concetto come il prodotto
dell’interazione tra pensiero e linguaggio. Una parola, ad esempio, inizialmente indica un
oggetto specifico (quel bicchiere preciso), successivamente indica oggetti più in generale
(tutti i bicchieri in generale)
- La distinzione tra significato e senso. Secondo Vygotskij una parola ha due polarità:
1. la dimensione culturale generale della persona che la utilizza
2. la dimensione soggettiva, nota solo a quella persona o tutte le persone che condividono
le sensazioni che suscita quella parola.
Inoltre, Vygotskij confrontò le diverse prestazioni cognitive, tra persone di diverse culture. Egli
morì nel 1934 e due anni dopo Stalin emanò un decreto che condannava la scuola Vygotskijana,
che si riprese solo dopo la sua morte nella seconda metà degli anni ’50.
Uno dei pochi psicologi ben introdotti nella cultura psicologica occidentale fu Alexander Lurija, che
sviluppò una sperimentazione sugli effetti della tensione emotiva rispetto alle reazioni motorie;
egli rifiutava l’impostazione di Pavlov, di esplicare i comportamenti umani più complessi solo in
termini di riflessi.
Nel 1927 Vygotskij offrì a Lurija di dirigere due spedizioni in Uzbekistan per dargli l’opportunità di
studiare lo sviluppo cognitivo in una cornice socio-culturale e storica.
La caduta di Vygotskij non comportò niente per Lurija, perché egli ridiresse i suoi studi verso le
conseguenze delle ferite cerebrali dei militari sovietici della seconda guerra mondiale.
Lurija contribuì anche all’introduzione della psicoanalisi in Russia.

LA SCUOLA NEOVYGOTSKIJANA
Leont’ev elaborò la teoria dell’attività, secondo la quale ogni attività è un sistema di azioni; ogni
individuo è specializzato in un’azione; un’azione può appartenere a più attività (es: se tiro una
lancia, può essere perché sto cercando di uccidere per nutrirmi o per uccidere il nemico per
sopravvivere)

LA SCUOLA DELLA GESTALT


La teoria della Gestalt è anche chiamata “Psicologia della forma”. Nasce con Wertheimer, Kohler e
Koffka nel 1912 in Germania, grazie alla pubblicazione delle ricerche svolte dai tre nell’Istituto di
Francoforte, e successivamente continua i suoi studi negli Stati Uniti a causa del nazismo.
Uno dei pensatori più importanti per la psicologia della gestalt, anche se distante temporalmente
fu Kant, in quanto propose una soluzione alla contrapposizione tra empirismo e razionalismo,
tramite un concetto che esprimeva il fatto che la mente non è passiva, né deriva la propria attività
da idee innate.
Possiamo individuare nella Gestalt un completo rifiuto della psicologia descritta da Wundt. Egli
pensava in termini strettamente elementistici, mentre con la teoria della forma si hanno diverse
critiche antielementistiche:
- Brentano, un filosofo scrittore di psicologia, sosteneva che l’aspetto specifico dei fenomeni
psichici è la loro intenzionalità, cioè l’oggetto di studio della psicologia secondo lui doveva
essere l’atto del vedere, sentire o ricordare ad esempio, e non il materiale fornito ai nostri
sensi, cioè ciò che vediamo, sentiamo o ricordiamo. Questa fu chiamata Psicologia
dell’atto.
- Meinong e Benussi, appartenenti alla Scuola di Graz (da qui possiamo riscontrare una
diretta ascendenza della Gestalt). Il primo elaborò la teoria della produzione e l’altro la
amplificò con le sue tesi. Questa descriveva la distinzione tra oggetti di ordine superiore e
inferiore, quindi il fatto che le rappresentazioni prodotte non dipendono da elementi
semplici, né necessariamente o direttamente da aspetti materiali.
- Von Ehrenfels, anch’esso vicino a Meinong. Pubblicò uno scritto nel 1890 in cui pose in
rilievo quelle ce verranno chiamate “qualità-Gestalt” o “qualità-Ehrenfels”, in cui espresse
il concetto per cui <<il tutto è più della somma delle parti>>, cioè la qualità del tutto non è
data dai singoli elementi, ma dalla loro relazione e struttura
Un’altra critica, oltre quella a Wundt, che faceva la psicologia della Gestalt, era rivolta
all’empirismo. Questo avvenne soprattutto con Gottschaldt, che anche grazie a degli esperimenti,
mise in evidenza come l’esperienza passata non è l’unico fattore che determina i dati della
percezione. I Gestaltisti credevano quindi, che i processi psicologici fossero il frutto di un sostrato
materiale che agisce secondo delle leggi fisiche; quindi l’esperienza passata non modifica le leggi di
organizzazione strutturale, ma può imporre dei vincoli che impongono certe organizzazioni
piuttosto che altre.
Importantissimo per la Scuola della Gestalt fu Wertheimer, grazie alle sue sperimentazioni sul
movimento fenomeno phi (φ) o movimento apparente, uno dei quali fu: utilizzare un
tachistoscopio, che consente di presentare ai soggetti delle figure per un tempo esattamente
controllato, sui suoi due assistenti. Da qui i tre gettarono le fondamenta della psicologia della
Gestalt.
Wertheimer, però, analizzò particolarmente il movimento stroboscopico (β) (che era comunque
già noto da diversi anni, grazie all’invenzione del cinematografo); in pratica nel movimento
stroboscopico, gli elementi sono stabili, ma il movimento viene percepito lo stesso, quindi questo
è semplicemente il frutto dell’organizzazione degli elementi costitutivi e dimostra il fatto che un
fenomeno come il fenomeno phi, non sarebbe possibile se il processo percettivo fosse organizzato
dal basso verso l’alto, quindi dalle parti all’intero, e non dall’alto verso il basso, quindi dall’intero
alle parti. I gestaltisti non negavano la possibilità di un’elaborazione “dall’alto al basso”, ma la
ritenevano artificiosa e conducente a risultati instabili.
Nel 1922 e ’23, Wertheimer elenca le “leggi” dei principi base della psicologia della Gestalt, che
affermano che le parti di un campo percettivo costituiscono delle Gestalt che sono tanto più
coerenti e solide, quanto più gli elementi:
- Sono vicini (legge della vicinanza);
- Sono simili (leggi della somiglianza);
- Tendono a formare forme chiuse (legge della chiusura);
- Sono disposti lungo la stessa linea (legge della continuazione);
- Si muovono concordemente (legge del destino comune).
In più, a queste leggi, Wertheimer ne aggiunse altre due:
- Legge della pregnanza; intendendo, per pregnanza o buona forma, una serie di
caratteristiche che rendono questa forma armonica, simmetrica, semplice ecc.
- Legge dell’esperienza passata; con la quale si intende che, ad esempio, un angolo retto è
un punto di discontinuità nella serie degli angoli, perché fa sì che si distingua nettamente
da un angolo di 88°, ad esempio.
Gli psicologi della Gestalt avevano una concezione fenomenologica. Questi non hanno mai definito
formalmente cosa intendevano per metodo fenomenologico, che, descritto da Wertheimer, pone
una grande importanza alla percezione, ma in realtà può essere esteso anche agli altri campi della
psicologia. In pratica consiste nello studiare quello che avviene nel mondo fenomenico
dell’individuo, cioè in quello che gli appare; il mondo fenomenico non è la vita mentale, ma è
quello che appare alla vita mentale.
La vita mentale può essere definita una forma di teoria che afferma l’identità tra processi fisici e
mentali; a questa identità, i gestaltisti hanno dato il nome di isomorfismo.
Esistono due concezioni diverse di isomorfismo: quella di Kohler, che considerava la psicologia
della Gestalt come una disciplina “biologica”; e quella di Wertheimer, che invece la considerava
“logica”.
L’isomorfismo di Kohler indicava un’identità strutturale tra gli eventi del campo fenomenico e gli
eventi che accadono nel sistema nervoso centrale.
Wertheimer considerava, oltre al mondo fenomenico, anche il mondo “reale”, che secondo lui
aveva una sua specifica esistenza e logica interna, e le sue strutture dovevano essere
rappresentabili matematicamente per avere una rappresentazione completa; quindi il mondo
fenomenico doveva essere strutturalmente identico (isomorfo: iso=uguale; morfo=forma) al
mondo reale. Egli infatti, voleva determinare i “costrutti” logico-matematici possibili nel mondo
fenomenico nella loro corrispondenza con il mondo degli stimoli della realtà.
L’isomorfismo fu ed è ancora oggi molto criticato. Un personaggio che confermava queste critiche,
fu Lashley, che aprì il cranio di un topo e dimostrò che esso continuava a svolgere certi compiti
anche se gli era stata danneggiata una parte della corteccia cerebrale, e ne concluse che il
fenomeno osservato continuava ad essere presente anche dopo aver distrutto la possibilità di una
localizzazione al livello del sistema nervoso centrale.
La teoria della Gestalt non ha avuto importanza solo nel campo della percezione, ma anche in
quello di memoria e apprendimento, dinamica della personalità, psicologia sociale, espressività e
psicologia dell’arte, psicologia genetica, animale e patologia della personalità.
Prendendo in considerazione la psicologia di pensiero, quindi la memoria e l’apprendimento,
possiamo notare come essa non abbia principi rigidi per le componenti come avviene per la
percezione.
Il modello di campo per i gestaltisti è analogo al concetto di campo della fisica: concezione
dinamica dei processi cognitivi, fondata su concetti come tendenza all’equilibrio e alla pregnanza.
Il concetto di campo nasce con l’ipotesi di Wertheimer, sulle correnti “trasversali”
nell’interpretazione del fenomeno phi. Questo però assume una forma più precisa con Kohler.
Secondo Kohler, il modello di campo si basa sul presupposto che: il sistema percettivo è un sistema
fisico, che come tutti i sistemi fisici tende verso uno stato di equilibrio.
Il sistema fisico appare come un campo totale, un sistema di forze interagenti, in cui ogni oggetto
che viene introdotto modifica l’equilibrio delle forze presenti.
Kohler nel 1921 pubblicò il suo libro sulle scimmie antropoidi, con il quale introdusse in concetto di
insight (intuire, vedere dentro), con il quale egli attribuisce intelligenza al soggetto che apprende;
concetto nel quale, per “intelligenza”, non si intende solo la capacità raggiunta tramite processi
ripetitivi, ma anche la creatività, cioè la capacità del soggetto di capire quali sono gli oggetti chiave
per la soluzione al problema.
In contrapposizione a questo concetto, negli stessi anni, era presente il concetto di apprendimento
per prove ed errori elaborato da Thorndike, secondo il quale il soggetto arriva alla soluzione solo
tramite tentativi effettuati per caso e corretti dopo l’osservazione.
Il concetto di Kohler venne portato avanti da Wertheimer, che analizzò quali potessero essere le
condizioni in cui un soggetto potrebbe procedere tramite l’intelligenza creativa, cioè quale fosse il
pensiero che ci permette di risolvere i problemi (il pensiero produttivo), tramite il quale egli
spiega, come si possa arrivare a soluzioni e apprendimenti più generali e radicati, quando si
osserva una situazione come una totalità significante e non come un insieme di parti.
Un posto particolare all’interno della Gestalt è occupato da Kurt Lewin, che nel 1931 mostrò nel
suo saggio come si può fare un’analisi sperimentale anche in situazioni non ripetibili, come
l’affetto, il conflitto, la costruzione della personalità, dei gruppi sociali ecc. egli riconosce due
impostazioni per arrivare ad una conoscenza scientifica:
- L’impostazione di tipo aristotelico, secondo il quale sono oggetto di conoscenza solo gli
eventi ripetibili, perché in questi si possono individuare punti comuni; scienza di tipo
descrittivo-classificatorio
- L’impostazione di tipo galileiano, che si concentra sulle condizioni e funzioni che
costituiscono l’evento esaminato, valide anche per un singolo caso; scienza di tipo
genetico-condizionale.
Lewin riteneva che fino a quel momento si fosse creduta possibile solo una scienza di tipo
aristotelico, quindi ripetibile, perché non era stato utilizzato l’aiuto della topologia (relazioni
matematiche non metriche, di tipo spaziale). Egli utilizzò il costrutto regione, indicato
graficamente come uno spazio racchiuso da un confine, detto barriera, per indicare situazioni di
tipo psicologico: ogni regione serve ad una funzione specifica (es: lettura, visione film,
fantasticare), per passare da una regione all’altra viene effettuato uno spostamento psicologico, la
locomozione; le situazioni, gli oggetti, le regioni possono avere valenza positiva o negativa

B sta per bambino, L lavarsi le mani a valenza


Negativa, C la cioccolata a valenza positiva.
-L– +C+
B

Lewin così descrive sia l’ambiente psicologico, sia le strutture della persona stessa. La persona è
intesa come regione o insieme di subregioni interdipendenti con l’ambiente; è il luogo dove
nascono le tensioni che possono modificare l’equilibrio, che può essere ristabilito solo con la
saturazione della valenza. Le tensioni possono originare sia da elementi esterni (un elemento che
attrae) che interni (cerco una sedia, perché sono stanco).
La persona, quindi, è una sorta di gerarchia di regioni, alcune connesse e altre meno e altre ancora
per niente collegate; questa struttura cambia nel tempo, a seconda dello sviluppo della persona,
della sua salute mentale e del suo stato psicofisico generale.
Lewin notò anche che generalmente non è difficile nell’adulto distinguere regioni periferiche da
regioni centrali, mentre il bambino si presenta come un sistema molto più unitario. Egli fece una
distinzione anche tra un bambino sano di mente ed uno debole di mente: il bambino debole di
mente ha sistemi psichici più rigidi, quindi una capacità di ristrutturazione dinamica minore.
Lewin ha dato anche un forte contributo per la psicologia dei gruppi, spiegando come le persone
all’interno dell’ambiente di un individuo possono creare a loro volta un campo attorno a sé; un
gruppo di persone può essere considerato come una serie di interazioni tra regioni, ognuna in
grado di creare vari tipi di campi, oppure il gruppo intero può generare una regione a sé.
I maggiori esponenti della Gestalt nei primi anni ’30 dovettero emigrare negli Stati Uniti per motivi
razziali; lì stabilirono le proprie teorie con il nome di “Scuola di Berlino”, ma in quegli anni, negli
Stati Uniti, si stava sviluppando il comportamentismo.
Le due scuole erano completamente contrapposte:

LA GESTALT IL COMPORTAMENTISMO
Era una teoria che studiava l’organizzazione Era una corrente che utilizzava solo
e la globalità dei fenomeni, con il metodo mezzi di indagine oggettivi,
fenomenologico; si interessava di pensiero rifiutava il concetto di coscienza e
e percezione. dava un valore incerto al resoconto
verbale dei soggetti.

Fin dagli inizi ci fu, però, un campo di ricerca che accettò i temi e i metodi della teoria della Gestalt:
la psicologia sociale. Lewin, all’inizio gestaltista, si occupò di questa psicologia, perché affronta
temi più concreti della gestalt e rifiuta analisi strettamente quantitative, al contrario del
comportamentismo, perché esse sono impossibili viste le complessità dei fenomeni e delle
variabili.
Fu nei primi anni ’60, con la psicologia cognitivista, che si riscoprono i temi trattati dalla gestalt.
IL COMPORTAMENTISMO
Il comportamentismo nacque ufficialmente nel 1913 con un articolo di J.B.Watson, “La psicologia
così come la vede il comportamentista”. Watson riteneva di aver elaborato il vero funzionalismo,
ma in realtà il suo contributo fu più comportamentista. Egli si riferiva alla biologia darwiniana,
parlando dei processi adattivi della coscienza e del fatto che l’uomo è un animale che interagisce
nell’ambiente.
L’evoluzionismo darwiniano rendeva chiaro il fatto che tra l’uomo e l’animale non ci fossero
differenze radicali; quindi era utile fare ricerche psicologiche sugli animali, anche perché sono
organismi più manipolabili e meno complessi. Lo studio degli animali, però, poteva essere fatto
solo in maniera osservabile, quindi si studiava solo il comportamento dell’animale stesso.
Così si iniziò a considerare l’animale come cavia di laboratorio, ideale per conoscere anche l’uomo.

THORNDIKE
Importante in questo campo fu Thorndike, che elaborò degli esperimenti già alla fine dell’800
anche insieme a William James. Alcuni di questi esperimenti erano: il labirinto a T e la gabbia. Il
labirinto a T consisteva nel mettere davanti ad una scelta l’animale (andare a destra o sinistra) e
fargli capire quale scelta era giusta. La gabbia, invece, consisteva nel mettere alla prova l’animale
(un gatto) per vedere se imparava che per uscire dalla gabbia doveva tirare delle funi. Thorndike
sosteneva che questo apprendimento avveniva secondo tre principi fondamentali:
1. per “tentativi ed errori”, cioè prove casuali fino a risposta corretta;
2. per legge dell’effetto, cioè le risposte corrette vengono ripetute e quelle sbagliate vengono
abbandonate, riducendo i tempi di soluzione;
3. per legge dell’esercizio, cioè i comportamenti esercitati vengono appresi di più e ripetuti in
situazioni simili.
Secondo lui, l’apprendimento avviene gradualmente, al contrario degli psicologi della Gestalt, ad
esempio, che credevano che la soluzione venisse trovata improvvisamente dal soggetto.

WATSON
Watson proseguì con le sperimentazioni animali insieme a Carr e Yerkes; quest’ultimo introdusse,
nel comportamentismo, le opere di Pavlov, che come Bechterev e Secenov ebbero grande
importanza per questa scuola.
Una delle critiche fatte da Watson era rivolta all’introspezionismo, perché credeva non fosse un
metodo scientifico, in quanto l’osservatore si identifica con l’osservato e perché quest’ultimo parla
di cose che gli altri non possono vedere direttamente.
Negli Stati Uniti ebbe un ruolo fondamentale la Prima Guerra Mondiale, per la psicologia: gli
psicologi erano chiamati a sottoporre l’esercito ad alcuni test per selezionare i soldati migliori. Tra
quelli che collaborarono, ci furono anche Titchener, Watson e Thorndike.
Tra il 1913 e il 1930 si sviluppò il comportamentismo watsoniano.
Per comportamento Watson intendeva una combinazione di azioni semplici, manifestata
dall’organismo nella sua interezza (molecolarismo e riduzionismo). Egli elencava tre principi che
compongono le unità semplici in unità complesse: principio di frequenza, principio di recenza e
principio di condizionamento.
I principi di frequenza e recenza spiegano che quanto più frequentemente o recentemente
un’associazione si è verificata, tanto più probabile sarà il suo riverificarsi.
Il principio del condizionamento, però occupò una posizione centrale per Watson, che fu
influenzato dalla riflessologia russa; secondo questo principio nell’organismo esistono risposte
incondizionate a determinate situazioni. Da qui iniziò ad avere importanza lo studio della
psicologia infantile. Secondo Watson esistevano tre emozioni elementari, che si definivano in base
agli stimoli ambientali: paura, rabbia e amore; da queste tre derivano le altre emozioni.
Egli iniziò a interessarsi anche di nevrosi, partendo da alcuni esperimenti, tra i quali il più famoso è
il caso di apprendimento di emozioni del piccolo Albert con il topolino e il rumore forte; provò che
le nevrosi in pratica sono risposte emozionali apprese, quindi non sono innate.
Secondo lui, le leggi che regolano l’apprendimento emotivo sono alla base, anche, delle altre
acquisizioni, soprattutto delle abitudini, in particolare il pensiero e il suo rapporto con il
linguaggio. Per Watson il linguaggio viene acquisito per condizionamento (associazione di un nome
ad un oggetto), dopo il suono-parola si sostituisce ai soli movimenti delle labbra oppure a semplici
abitudini laringiche; così si forma il pensiero. Quindi, il pensiero è il risultato degli apprendimenti
comunicativi.
Negli anni ’20 e ’30 le teorie psicologiche più popolari erano quelle di Freud e McDougall, che
parlavano degli istinti ereditari nell’uomo. Watson inizialmente la pensava come loro, ma in
seguito nel 1925 circa, egli affermò che l’uomo non ha un bagaglio psicologico personale alla
nascita, ma solo dei riflessi motori e non mentali e che la sua formazione psicologica si caratterizza
solo con l’esperienza. Di conseguenza, iniziava ad avere sempre più importanza lo studio
dell’apprendimento; gran parte delle teorie su di esso sono state elaborate dal
comportamentismo e i maggiori esponenti sono stati: Tolman, Hull e Skinner.

TOLMAN
Tolman si distaccò dal pensiero di Watson, in quanto credeva che le sue teorie “molecolaristiche”
rischiassero di identificare il comportamento con le contrazioni muscolari, quindi rimandassero lo
studio alla fisiologia. Tolman riteneva che esistesse uno specifico psicologico, caratterizzato per la
sua “molarità”, quindi non scomponibile in componenti più semplici. Se si descrive il
comportamento secondo Watson, si dovrebbero elencare le componenti motorie (es: movimenti
del soggetto per raggiungere il cibo); per Tolman, invece, è più giusto dare una descrizione
psicologica, del tipo che il soggetto studiato esprime “cognizioni”, e “intenzionalità”, quindi è
orientato verso uno “scopo”.
Le sue teorie furono considerate importanti al punto di arrivare a parlare di comportamentismo
intenzionale, con il quale Tolman espresse il concetto di scopo. Lo scopo è presente se è presente
almeno una delle seguenti situazioni in rapporto all’oggetto-meta, cioè allo scopo stesso: la
costanza dell’oggetto-meta anche al cambiamento nell’adattamento agli ostacoli intervenienti; la
variazione nella direzione finale corrispondente alla posizione dell’oggetto-meta; la cessazione
dell’attività quando l’oggetto-meta viene tolto.
Praticamente Tolman ha preso dai comportamentisti solo il punto di partenza, cioè il
comportamento, studiandolo soprattutto sul mus norvegicus (il ratto norvegese).
Un altro argomento trattato da Tolman è la variabile interveniente, secondo il quale, conoscendo i
valori delle variabili indipendenti (come gli stimoli ambientali, l’esperienza, lo stato pulsionale ecc)
e i valori del comportamento effettivo, è possibile fare inferenze sulle variabili intervenienti
(proprietà che il soggetto attribuisce all’oggetto, connessioni di scopo ecc), che sono entità
obiettive, definite con le funzioni che le connettono alle variabili indipendenti e al comportamento
finale.
NEOPOSITIVISMO E OPERAZIONISMO
Intorno al 1930, un peso importante per la psicologia lo ebbero il neopositivismo e
l’operazionismo; due movimenti epistemologici interconnessi.
Il neopositivismo comprendeva criteri per costruire teorie e modelli fondati sui dati empirici, ma
che includevano anche costrutti teorici (es: la teoria ipotetico-deduttiva di Hull) e distingueva i dati
empirici accettabili (dati “pubblici”) e non accettabili (“privati”): quindi andava contro
l’introspezionismo.
L’operazionismo descriveva spesso la differenza che proponeva il neopositivismo, affermando che
uno scienziato può eseguire solo determinate “operazioni”, quelle ripetibili ed eseguibili.
In realtà, l’analisi delle operazioni scientifiche era stata introdotta da Bridgman come strumento di
conoscenza dell’operare dello scienziato, invece i comportamentisti la utilizzarono per esprimere i
concetti degli psicologi.

CLARK HULL
Hull era un neopositivista, che prese il comportamentismo molecolare da Watson, l’idea
dell’importanza del rinforzo da Thorndike e il riferimento metodologico alle variabili intervenienti
da Tolman e da queste costruì una teoria ipotetico-deduttiva, che cercava di sistematizzare la
psicologia con termini logici e matematici come per le scienze fisiche; con questa Hull tentava
anche di prevedere il comportamento di un soggetto.
Hull introdusse, negli anni ’30, una tipica variabile interveniente: la forza dell’abitudine ( sHr); con
questa voleva intendere che le risposte si associano agli eventi di stimolazione con forza
differente, e che questa forza dipende da un certo numero di variabili, come ad esempio lo stato
pulsionale dell’organismo che apprende le risposte, il numero di ripetizioni del compito ecc.

SKINNER
Skinner, invece, si mostrava contrario all’utilità della teoria, in particolare a quelle che introducono
concetti mentalistici. Skinner era per lo più interessato ad osservare il comportamento in relazione
alle “contingenze di rinforzo”, le quali, secondo lui, spiegano ogni forma di apprendimento,
compreso il linguaggio. Egli studiava ratti e piccioni in una gabbia (Skinner-box), scegliendo una
sola risposta fra quelle date dagli animali e facendola seguire da un rinforzo. Questo paradigma è
detto condizionamento operante. (Pavlov, condizionamento classico: S-S provoca
necessariamente una risposta incondizionata (comportamenti rispondenti); invece con Skinner, il
soggetto presenta sempre più spesso la risposta rinforzata (comportamenti operanti)). Il
condizionamento operante è diventato fondamentale in psicologia comparata e fisiologica, ma
anche per spiegare apprendimenti complessi, che erano inesplicabili con il condizionamento
classico; questo perché si può applicare a qualsiasi tipo di risposta, perché ogni risposta può essere
seguita da un rinforzo.

NEOCOMPORTAMENTISMO
Negli anni ’50 il comportamentismo era all’apice del suo successo, ma presto sarebbe crollato.
L’antiteoricismo di Skinner impedì il crearsi di una scuola e in più ci furono una serie di situazioni
che portarono al neocomportamentismo:
- Constraints of learning. Limiti dell’apprendimento; contributo dato dall’etologia, che
metteva in luce gli aspetti specie-specifici del comportamento e rifiutava l’osservazione in
laboratorio, privilegiando quella del comportamento in ambienti naturali, riferendosi alle
teorie darwiniane del comportamento. La scoperta dei comportamenti specie-specifici
metteva in crisi l’idea che le stesse leggi psicologiche valessero per tutte le specie di
animali.
- Mediazioni verbali. Ricerca condotta, da Kendler e Kendler nel 1959, sul “reversal non
reversal shift”. Tale ricerca è stata utile negli studi sui processi cognitivi nello svantaggio
sociale, cioè su soggetti con deprivazione linguistica. Gli shift fanno parte del settore
relativo alla formazione dei concetti. Un concetto è una categoria, una classe di eventi a cui
viene assegnata un’unica etichetta. Un esperimento sullo shift avviene facendo acquisire
un concetto al soggetto e successivamente fargliene acquisire un altro incompatibile con il
primo; la parte da sperimentare è il tempo che impiega il soggetto a lasciare da parte il
primo concetto per acquisire il secondo. Da questo si capisce che nella testa ci sono parole
organizzate in struttura e che i processi di pensiero devono tenere conto di queste
strutture.
Ma la crisi iniziò dagli anni ’30, anni in cui prevalevano il comportamentismo e la Gestalt;
entrambe, però, non avevano considerato la personalità.

L’APPRENDIMENTO SOCIALE E LA FORMAZIONE DELLA PERSONALITA’


Negli anni ’30 si ha un improvviso interesse per la personalità: nasce la “scuola personologica”
nord-americana e il concetto di personalità crea una rottura epistemologica rispetto ai concetti di
“temperamento” e “carattere”.
La personalità è un insieme di caratteristiche cognitive e affettive che rendono ogni uomo unico,
fanno sì che sia quel che realmente è.
Il temperamento è un legame tra caratteristiche psicologiche e fisiche.
Secondo Allport, lo studio della personalità ha contribuito al passaggio della psicologia, da scienza
nomotetica (leggi generali), a scienza idiografica (aspetti propri dell’individuo).
Le teorie della personalità sono due:
- Teorie dei tipi o tipologie. Individuano categorie comuni a diversi uomini
- Teorie dei tratti o disposizioni. Individuano categorie comuni a tutti gli uomini, ma di cui le
diverse persone sono dotate in misura differente.
Due elementi importanti per il comportamentismo erano: lo studio dei processi di apprendimento
e quello delle leggi attraverso cui l’individuo acquisisce nuove abilità e comportamenti. Il
comportamentismo, però, per molto tempo non ha dato nessun contributo alla comprensione dei
fenomeni psicologici sociali, perché si è troppo concentrato ad applicare i propri principi
nell’analisi degli apprendimenti di ratti e piccioni.

CONTRIBUTI DEI COMPORTAMENTISTI PER LA PERSONALITA’


- Dollard e Miller, che facevano parte del “gruppo di Yale”, cercarono di unire il
comportamentismo alla psicoanalisi nello studio del conflitto nella personalità
(comportamenti aggressivi). Nelle loro elaborazioni teoriche, viene sottolineata
l’importanza dell’imitazione sociale.
Per Miller e Dollard, il bambino acquisisce la tendenza ad imitare, perché è stato rinforzato
nelle prime risposte imitative date; successivamente, l’imitazione sociale viene utilizzata
come suggerimento di altri comportamenti simili (quest’ultimo punto venne criticato,
anche da Bandura, perché così non si spiegano le fasi nelle quali avviene l’acquisizione
delle risposte sconosciute dal soggetto).
- Bandura (secondo esponente dell’apprendimento sociale dopo Rotter), secondo il quale,
anche le nuove risposte possono essere acquisite con l’osservazione di modelli (concetto di
modellamento); inoltre, mostrò che si possono avere dei bambini aggressivi, anche se
hanno un basso livello di frustrazione, facendoli osservare modelli aggressivi fortunati,
anche senza nessun rinforzo (apprendimento osservativo); si verifica attraverso tre fasi:
attenzione, ritenzione (memorizzazione) e riproduzione. Per Bandura e Walters, i rinforzi
intermittenti sono quelli che mantengono maggiormente i comportamenti aggressivi; e
certi rinforzi agiscono soprattutto se somministrati nella fase di mantenimento, piuttosto
che nella fase di acquisizione. Un altro concetto rilevante è quello di sistema del sé,
secondo il quale un soggetto apprende ad autoregolare il comportamento acquisito per:
auto-osservazione, giudizio e auto-risposta. Per queste fasi sono state proposte due forme
di terapia: la terapia per modellamento o apprendimento osservativo; la terapia per auto-
controllo.
- Rotter, è il primo teorico dell’apprendimento sociale (1995), i modelli e i rinforzi possono
servire anche ad inibire certe risposte già apprese; inoltre, un soggetto può essere
socialmente inadeguato, non solo per aver imparato risposte scorrette, ma anche perché
non possiede abilità sociali sufficienti. I concetti fondamentali dell’apprendimento sociale
erano il comportamento potenziale e il locus of control.
Il comportamento potenziale è la probabilità che un certo comportamento si verifichi;
l’aspettativa e il valore del rinforzo, aumentano o diminuiscono le probabilità che un
comportamento avvenga. La direzionalità di un comportamento è funzione della libertà di
movimento e del valore che hanno i rafforzamenti attesi per i sei bisogni psicologici
secondo Rotter (status, dominanza, indipendenza, protezione, affetto e conforto fisico).
Il concetto di locus of control, spiega il fatto che i soggetti si distinguono per la tendenza ad
attribuire le cause del loro successo o insuccesso a sé stessi (locus interno), o ad altri o ad
una situazione (locus esterno). L’equilibrio tra locus interno ed sterno consentirebbe un
maggiore adattamento all’ambiente.
- Walter Mischel, psicologo nato a Vienna; egli è convinto dell’unicità di ogni individuo e
della necessità di studiare le persone con metodi idiografici. Secondo lui tutte le
caratteristiche personali deriverebbero dall’esperienza. L’unica regolarità tra individui, per
Mischel, emergerebbe nelle situazioni percepite: i soggetti percepiscono la stessa
situazione in maniera uguale, ma reagiscono con azioni e processi cognitivi differenti.
- Staats nel 1975 elaborò la teoria del comportamento sociale, con la quale sottolinea
l’importanza di stimoli emozionali che sono collegati a risposte emozionali; in pratica Staats
parla di condizionamento, rinforzo ecc., ma allargando la sua ricerca a fenomeni come: le
differenze individuali, apprendimenti cognitivi, attrazione, pregiudizio ecc.
Secondo Staats, certi stimoli che hanno valenza positiva, rinforzano una serie di
comportamenti, che possono essere evocati, in seguito, da qualsiasi evento che aumenti la
tendenza di uno stimolo ad elicitare risposte emozionali positive.
- Sears; che era legato alle metodologie empiriche comportamentiste, ma supportava anche
le teorie della psicoanalisi, della quale mette in luce come per questa, la personalità sia il
prodotto di particolari esperienze passate e come le conseguenze ambientali dell’azione di
un individuo possano includere risposte da parte di un’altra o più persone; in più, in una
situazione diadica, ad esempio, madre-bambino, possono comparire pulsioni e spunti
iniziali che caratterizzano stimoli per l’emissione di risposte.
Secondo le analisi della personalità proposte da Bandura, Staats, Mischel e altri, la condotta
individuale è il punto centrale della personalità di un soggetto. La stabilità apparente di alcuni
tratti della personalità si spiega in due modi: in base alla generalizzabilità e difficoltà di estinzione
di risposte superapprese; e in base alla stabilità che ha l’ambiente che interagisce con il soggetto.
Il comportamentismo, da un lato, critica la presunta efficacia delle terapie analitiche, dall’altro
analizza certi fenomeni studiati dalla psicoanalisi, come il tranfert, l’ambivalenza, i fattori inconsci,
le paure e le nevrosi.

CONCLUSIONI COMPORTAMENTISMO
Il comportamentismo nel dualismo mente-corpo sceglie il corpo, perché più osservabile in maniera
scientifica e perché il comportamento era considerato più importante per una reale conoscenza
dell’uomo psicologico.
In breve, i concetti al centro del comportamentismo sono: stimolo, risposta e rinforzo.
Lo stimolo è l’impatto che ha l’ambiente sull’individuo, la risposta è la reazione dell’individuo
all’ambiente e il rinforzo è l’effetto delle azione in grado di modificare le reazioni successive
all’ambiente. Il rinforzo è lo stimolo che aumenta la probabilità che la risposta venga ripetuta, lo
stimolo è la modificazione dell’ambiente che provoca la risposta, la risposta è un cambiamento del
comportamento del soggetto, che è in connessione con uno stimolo.
Già nel 1922 Tolman aveva espresso il concetto di pregnanza psicologica per quanto riguarda la
risposta; egli sosteneva che Watson riportava una certa risposta ad una specifica emozione solo
con l’utilizzo dell’introspezione. Tolman, invece, distingueva l’apprendimento dalla riposta
comportamentale (la performance), che consentiva di conoscere il livello di apprendimento del
soggetto in maniera approssimativa. Venne fatta una distinzione tra stimolo nominale (l’evento
fisico) e stimolo reale (l’evento rilevante per il soggetto), che si ricollega alla pregnanza
psicologica.
Per quanto riguarda il concetto di rinforzo, inizialmente veniva considerato “rinforzo”, uno
specifico oggetto (es: un granello di cibo, una ricompensa), ma si iniziò ad applicare questo
concetto anche ad altri ambiti, per i quali esso assunse altri significati: quindi, il rinforzo è qualsiasi
evento che soddisfa le esigenze motivazionali del soggetto.
Possiamo dire che la scienza come psicologia si è affermata, a livello mondiale, nel periodo del
comportamentismo.

NEW LOOK ON PERCEPTION


Strettamente legato all’interesse per la personalità è il New Look, un movimento psicologico sorto
nel dopoguerra, negli Stati Uniti. Esso studiava la percezione, inserendovi come variabili
indipendenti anche i fattori motivazionali, personologici e sociali.
Il nome del movimento fu dato da David Krech nel 1949/50.
Ebbe un risalto particolare un gruppo di psicologi americani, tra cui Bruner, Postman, Goodman e
McGinnies, che si richiamavano al vecchio funzionalismo di James, grazie alla distinzione che
Bruner introdusse, tra fattori “autoctoni” (stimoli) e fattori “funzionali” (legati al percipiente) della
percezione. Nei loro esperimenti cercavano di ridurre al minimo l’intervento dei fattori “oggettivo-
sensoriali” ed evidenziare quelli “soggettivo-funzionali”, utilizzando la tecnica tachistoscopica.
Il concetto di maggior rilievo fu quello della “difesa percettiva” esposto da McGinnies; si era
dimostrato che la soglia tachistoscopica di riconoscimento di una figura poteva essere influenzata
dal valore affettivo che questa aveva per il soggetto, e che poteva innalzae questa soglia (rifiuto-
difesa) o abbassarla (bisogno). Una figura presentata per un tempo brevissimo, e che per difesa
percettiva non viene percepita a seguito dell’innalzamento della soglia di riconoscimento, in
qualche modo deve essere comunque stata riconosciuta dall’organismo percipiente, anche se non
a livello conscio, altrimenti non si spiegherebbe questo innalzamento di soglia.
Analogamente, se si ha un abbassamento di soglia per il riconoscimento di stimoli legati a un
bisogno, in questa situazione, l’organismo sicuramente riconosce a livello inconscio tutti gli stimoli
e seleziona quelli per cui si produrrà un abbassamento di soglia. Questa forma di riconoscimento
viene chiamata anche subcezione o percezione subliminare.
Secondo Bruner, questo dimostra che la percezione è un processo dinamico che presenta delle fasi
caratteristiche.
Un gruppo di studiosi dell’Università di Princeton fondò il transazionalismo, che rifiutava la
dicotomia tra ambiente e organismo, e considerava l’adattamento come un’azione totale
dell’organismo a cui corrisponde un’organizzazione totale dell’ambiente e non più S-R.
Il nome del movimento deriva dal concetto di transazione, elaborato da Dewey, che si caratterizza
da una partecipazione attiva di tutti gli elementi di una situazione alla situazione stessa e che la
loro esistenza è dovuta proprio a questa partecipazione, quindi non appaiono come entità già
esistenti e interagenti. I transazionalisti dimostravano che la percezione prevalente era quella
legata all’esperienza.
Oltre agli autori che studiavano gli aspetti funzionali della percezione, ce n’erano altri che
preferivano elaborare teorie esclusivamente della personalità del percipiente, gli stili cognitivi.
Due dei più importanti sono stati Klein e Witkin.
Klein isolava dei tipi psicologici fondamentali, attraverso lo studio delle modalità con cui un
individuo organizza il proprio comportamento percettivo in termini di adattamento; egli distingue
due tipi di stili cognitivi: gli sharpeners (accentuatori), che tendono ad accentuare i contrasti
percettivi; e i levelers (livellatori), che tendono invece ad attenuarli.
Witkin, invece, distinueva tra campo-dipendenti e campo-indipendenti.
Un’altra importante autrice fu Frenkel-Brunswik, che si occupava dello studio dell’autoritarismo e
dei pregiudizi, indagando sull’influenza della variabile tolleranza-intolleranza sulla percezione
visiva.
Werner e Wapner cercavano di superare la dicotomia tra fattori determinanti di tipo soggettivo-
fenomenico e oggettivo-fisico con la teoria del campo sensorio-tonico.
Infine, Brunswik con il funzionalismo probabilistico; è stato il primo a sostenere la necessità di una
psicologica “ecologica”.

DEFINIZIONE E CAMPO DELLA PSICOANALISI


Il termine “psicoanalisi” apparve per la prima volta nel 1896 in “L’ereditarietà e l’eziologia della
nevrosi” di Sigmund Freud; con questo si intendeva una serie di studi osservativi e terapeutici, che
sarebbero serviti per la conoscenza e il trattamento dei disturbi psichici.
La psicoanalisi può essere intesa in tre modi:
- Un metodo per studiare come avvengono e si manifestano i processi psichici, e basato sul
fatto che la nostra vita psichica sia fondata prevalentemente da processi inconsci,
osservabili solo attraverso la psicoanalisi stessa.
- Una tecnica terapeutica che serve per analizzare il tipo di difese e le resistenze, che il
soggetto applica ai propri desideri, pensieri e tendenze inconsci alla base dei suoi disturbi.
- Una teoria che comprende i risultati delle osservazioni psicoterapeutiche e del metodo
psicoanalitico utilizzato in altri campi, come l’arte, la religione, la linguistica ecc.
Secondo la psicoanalisi, gli eventi psichici sono soggetti alle leggi dell’inconscio, che inizia ad
essere considerato come un mondo dotato di senso, che si manifesta all’osservazione diretta, ma
tramite dei fenomeni che si esprimono in codice e che richiedono una chiave interpretativa;
queste manifestazioni possono avvenire tramite il linguaggio, i gesti ecc.
Freud individuava l’importanza del mondo fantasmatico, rappresentativo e simbolico, che si forma
dalla nascita ed è importante anche nell’adulto. Praticamente la teoria della sessualità infantile e
quindi delle prime relazioni oggettuali che si instaurano in base ai bisogni, alle richieste e ai
desideri dell’individuo già dalla prima infanzia, vengono collegati al processo di rimozione, cioè un
meccanismo di difesa inconscio, che rende inaccessibili alla coscienza certi pensieri, desideri o
fantasie ritenuti spiacevoli o pericolosi.
Secondo Freud, l’analista deve ricostruire questi pensieri o desideri, che sono finiti nell’inconscio,
tramite le tracce rimaste nell’individuo e che lui stesso fornisce all’analista. Questo può avvenire,
secondo Freud, tramite il transfert, cioè con il riattivarsi e il ripetersi di situazioni affettive ed
emotive infantili, che si esprimono con la relazione analitica. Con questo fenomeno, si può
recuperare ciò che è stato dimenticato, ma si possono anche liquidare i sintomi che
rappresentavano gli elementi non accettabili dalla coscienza e quindi sono stati rimossi.
Nell’individuo si preserva tutto l’essenziale perché questo avvenga, anche ciò che sembra
completamente dimenticato, ma che in realtà è ancora presente anche se indisponibile
all’individuo.
Secondo gli scritti di Freud, la psiche non va considerata come una realtà unitaria, ma come un
insieme di processi diversi e complessi.
Per Freud, ciò che appartiene alla sfera inconscia è indistruttibile, soprattutto se certi elementi non
sono mai entrati nella sfera della coscienza; questi elementi possono entrare nella coscienza,
senza che questa se ne accorga, influenzandola in diversi modi; ciò che appartiene al passato
rimane sempre presente, ma appartiene ad uno strato inferiore nascosto (elemento della prima
infanzia), e servendosi di elementi più recenti, può riformulare le proprie richieste.
Il compito dell’analista è di stabilire, insieme all’analizzato, l’epoca a cui risalgono certi ricordi per
poter operare sulla vita psichica in due modi:
- Senso diacronico, cioè tenendo presente l’evolversi della vita psichica del soggetto con i
suoi richiami al mondo dell’infanzia
- Senso sincronico, per cui la realtà psichica si manifesta tenendo presenti tutti gli strati su
cui è costruita, e nella quale ogni processo o evento prodotto comporta una modificazione
del campo dello psichismo e del suo senso.

LE ORIGINI E IL SENSO DELLA PSICOANALISI


Freud era molto interessato alle teorie di Darwin sull’origine e l’evoluzione basata sulla capacità
adattiva e sulla lotta per la sopravvivenza delle specie. Egli si iscrisse alla facoltà di medicina di
Vienna nel 1873 e seguì anche le lezioni di Brucke e di Claus: Claus si richiamava alla dottrina
darwiniana, e Brucke era il rappresentante di uno dei punti di riferimento del pensiero scientifico
di quei tempi: la Scuola fisica di Berlino.
Brucke aveva fatto parte di un gruppo di ricercatori guidati da J. Muller, che si contrapponeva alla
concezione della forza vitale, secondo cui alla base dei fenomeni vitali agisce questa forza, sia per
la costituzione che per lo sviluppo degli organismi.
La Scuola fisica di Berlino, quindi, voleva abolire ogni residuo di pensiero non scientifico e si
richiamava ad una sola disciplina di base: la fisica. Le figure principali erano: Brucke, Helmholtz,
Du Bois-Reymond e Ludwig.
La fisiologia-fisica studiava il comportamento umano nell’ambito dei fenomeni fisici; e considerava
l’uomo come una macchina, l’unica differenza tra macchina ed essere vivente è che il secondo è
dotato di assimilazione. Con loro, il termine “energia” si sostituì al termine “forza”.
Tutti questi concetti, Brucke li espresse alla cattedra di Berlino e Freud fece riferimento proprio a
questo tipo di impostazioni per tutto il suo percorso di studi.
Dopo la sua laurea, Freud iniziò a rendersi conto che la sola fisiologia non bastasse per spiegare
certi fenomeni psicologici normali o patologici.
Egli in quegli anni frequentava, oltre le lezioni di Brucke (che si occupava del sistema nervoso
periferico), anche quelle dello psichiatra Meynert (si occupava del sistema nervoso centrale).
Meynert inseriva, nel suo modello teorico, le idee del filosofo Herbart, che sosteneva la prevalenza
della psicologia sulla fisiologia e il concetto di idee inconsce. Questi due concetti di Herbart erano
completamente in contrapposizione con la Scuola fisica di Berlino.
Un altro insegnante di Freud era stato Brentano, che sosteneva l’idea del primato della psicologia
e studiava i diversi modi di manifestazione dei fenomeni psichici.
Molti scienziati e ricercatori iniziavano a dubitare delle certezze sulla riduzione, della spiegazione
di tutti i fenomeni psichici, alla fisiologia e alla neurofisiologia; tra questi c’era Freud, che iniziò a
cercare un approccio centrato sullo studio del mondo psichico: iniziò un percorso in cui erano
accettati i concetti scientifici precedenti, ma anche il rigore nell’osservazione e nei modelli di
spiegazione dei fenomeni psichici. Da qui si iniziarono a considerare i processi psicopatologici
(isteria, nevrosi ossessive, fobie ecc.), per comprendere la continuità tra questi fenomeni
patologici e il comportamento “normale”.

L’OPERA DI FREUD E IL SUO SVILUPPO


Freud sosteneva che la vita psichica non fosse riducibile solo a una serie di energie biofisiologiche
che la regolano, ma che lo psichismo si basi sulla dimensione affettivo-ideativa che si manifesta in
modo simbolico. Egli frequento nel 1885 le lezioni di Charcot, un medico francese, nel quale trovò
una conferma alle sue teorie, egli infatti studiava l’ipnosi applicata alla cura dell’isteria.
Per Charcot, l’isteria avrebbe una base psichica e si originerebbe da certi traumi psichici, che si
manifestano più tardi come sintomi a livello organico; l’ipnosi è una tecnica suggestiva, che pone il
soggetto ipnotizzato in uno stato simile al sonno, e che permette di far scomparire i sintomi isterici
o farli ricomparire una volta assenti.
Freud, inizialmente, utilizzò questo metodo per curare i soggetti afflitti da questi disturbi; ma poi,
iniziò a rendersi conto che questo metodo permetteva solo di lavorare sul sintomo, senza però
arrivare alla causa del sintomo stesso; quest’ultima associata sicuramente ad un’esperienza
passata traumatica. Per questo Freud, insieme a Breuer (medico e assistente all’Istituto di
fisiologia di Brucke), rielaborò il metodo ipnotico invitando il soggetto, al momento dell’ipnosi, a
rivivere le esperienze dolorose che potevano essere la causa dei sintomi nevrotici. Questo venne
chiamato metodo catartico (catarsi = liberazione), e costituì il primo passo per la futura tecnica
psicoanalitica.
Questo portò a due risultati molto importanti:
- Si scoprì che i sintomi isterici sono i sostituti dei processi psichici normali, cioè di reazioni
psichiche normali non verificatesi, e un vago ricordo del motivo che le ha originate.
- Emerse un collegamento tra sintomi e ricordi traumatici rimossi, che riattivandosi nella
coscienza, consentivano la scomparsa o l’attenuazione dei sintomi stessi.
Dopo il 1895, iniziarono ad accorgersi che la scomparsa dei sintomi della nevrosi durava solo per il
periodo della terapia, dopodiché non solo ricomparivano, ma il paziente presentava una forte
dipendenza nei confronti del terapeuta. Iniziarono a trovarsi in disaccordo anche Breuer e Freud:

BREUER FREUD
Riteneva che gli elementi psichici fossero Riteneva che gli elementi psichici fossero
patogeni, perché originati dallo “stato ipnoide”, patogeni, perché il loro significato e i
in cui cadrebbe spontaneamente il loro contenuti si contrapponevano alle
soggetto; rifiutò il metodo di Freud e il suo tendenze dominanti della vita psichica e
riferimento alla sessualità infantile e alla e alla coscienza, così da indurre una
teoria della libido. difesa da parte del soggetto; e che certi
pensieri, tendenze e desideri fossero
incompatibili con la coscienza, perché
associati a significati della vita sessuale
e con ricordi, affetti ed esperienze
originati nell’infanzia e ancora presenti.

La libido sarebbe, per Freud, un’energia psichica che presiede alle vicende autoerotiche e ad ogni
tipo di relazione oggettuale che il soggetto imposta e intrattiene.
Freud pose, come soluzione relativa alla spiegazione dei processi psichici, un mondo psichico
sconosciuto alla dimensione cosciente; questo si manifesta in maniera evidente nei sintomi della
nevrosi, ma è individuabile anche nella condotta psichica normale, tramite l’analisi dei sogni, dei
lapsus e del motto di spirito. Questi fenomeni sono il risultato di un compromesso, tra tendenze
non accettabili dalla coscienza e le forze rimoventi dell’Io, che ne vuole negare l’esistenza.
Il cardine dell’interpretazione psicoanalitica diventò, negli anni prima del 1900, l’analisi dei sogni; il
primo modello della psicoanalisi, infatti, fu proprio l’Interpretazione dei sogni (opera più celebre di
Freud) che usci nel 1899.
L’analisi dei sogni, i pensieri che si affacciano alla mente del soggetto, i ricordi della vita passata
permettono al soggetto stesso di riappropriarsi dei significati, dei valori e delle tendenze
desideranti, che gli appartengono.
La forza motrice alla base della scena onirica (il sogno) è costituita dai desideri e dalle tendenze,
rimossi durante la veglia, che entrano in contatto con i pensieri, le tendenze e i propositi che
agiscono durante la veglia e che così, pongono le condizioni per l’appagamento dei desideri
inconsci; questo appagamento si unisce alla funzione di preservare lo stato di sonno e di
soddisfare l’esigenza di dormire.
Durante il sogno avviene una trasformazione della scena onirica: i pensieri onirici che agiscono al
di sotto della scena manifesta si trasformano in una diversa modalità espressiva (immagini e scene
strane o incomprensibili), dopo questo processo abbiamo la censura, operata dalla rimozione
durante lo stato di veglia, che continua l’arginamento delle aspirazioni inconsce; il materiale
onirico, inoltre, subisce un’elaborazione secondaria, che rende il sogno più coerente e
comprensibile man mano che ci si avvicina al risveglio.
Nel 1901 Freud studiò anche gli atti mancati e le azioni casuali; con questa dottrina Freud pose
l’attenzione anche sugli atti psichici dell’uomo normale, che secondo lui erano da intendere allo
stesso modo dei sintomi nevrotici, hanno cioè un significato ignoto al soggetto, ma facilmente
rintracciabile tramite l’analisi.
Nei primi dieci anni del ‘900 la dottrina psicoanalitica iniziò a concretizzarsi con un gruppo di
psicoanalisti che fondarono la Società Psicoanalitica di Vienna. Nel 1908 si tenne il primo
Congresso Internazionale di Psicoanalisi e nel 1910 venne fondata l’Associazione Psicoanalitica
Internazionale.

IL MESSAGGIO PSICOANALITICO
La costruzione di un metodo e di una teoria, che mettessero in rilievo una dimensione inconscia, si
ebbe dal momento in cui si riproposero due tipi di soluzioni contrapposte: una scienza ufficiale che
si rivolgeva ad una concezione naturalistica dell’uomo; e le soluzioni e le teorie di tipo metafisico o
spiritualistico.
Freud rifiutava la soluzione spiritualistica e cercava di superare la crisi della ragione: la ragione, per
essere tale, doveva cercare di negare l’esistenza al proprio interno di un insieme di fenomeni, di
tendenze e di significati che non avevano diritto di cittadinanza.
L’inconscio freudiano si presentava come una dimensione dotata di logica e di senso.
Nello stato ipnotico, il soggetto rimane passivo ricettacolo di processi ai quali non partecipa
coscientemente o non è nel pieno delle sue facoltà critiche.
Nella situazione analitica, invece il soggetto fa emergere una serie di elementi, di fronte ai quali
pone sempre i propri meccanismi di difesa e le resistenze che li accompagnano.
Nella situazione di tranfert affettivo, il soggetto partecipa attivamente ai conflitti che si scatenano
tra l’apparato difensivo e i significati che emergono nella comunicazione; si trova cioè, in una zona
intermedia, in cui conscio e inconscio si affrontano.
Con queste considerazioni, possiamo capire come la psicoanalisi, cioè la psicologia dell’inconscio, è
tale dal momento in cui rende partecipe del suo discorso anche l’aspetto cosciente.
All’inizio della sua attività psicoanalitica, Freud aveva ipotizzato, alla base della nevrosi, la teoria
del trauma specifico, cioè la presenza di un trauma infantile specifico; ma questa teoria si
dimostrò sbagliata, perché nella maggior parte dei casi, i pazienti riportavano delle fantasie, che
credevano fossero ricordi, ma non avevano nessuna realtà se non quella di essere desideri o vissuti
infantili inconsci.
La psicoanalisi, quindi, deve stabilire i collegamenti tra logica dell’inconscio e logica del pensiero
cosciente e l’analista deve mantenere un’impostazione che gli consenta di partecipare al mondo
fantasmatico dell’inconscio e di decodificarlo continuamente.

PIAGET E LA SCUOLA DI GINEVRA


Jean Piaget nacque in Svizzera nel 1896; nel 1918 si laureò all’Università di Neuchatel con una tesi
sui molluschi, dopodiché andò alla Sorbona a Parigi, dove incontrò Théodore Simon, che sulla scia
di Binet costruiva test per misurare l’intelligenza dei bambini.
Piaget non si fermava a questo, ma chiedeva ai bambini il perché avessero dato risposte corrette o
scorrette; da questo egli introdusse nuovi paradigmi teorici e di ricerca, che vennero diffusi e
tradotti solo nel periodo in cui nasceva il movimento cognitivista.
Piaget affrontò il problema dello sviluppo, dell’intelligenza e della percezione nei loro rapporti
secondo un indirizzo “operatorio”. Secondo lui, le operazioni intellettuali sono delle reali azioni, sia
in quanto sono prodotte dal soggetto, sia come esperienza possibile nei confronti della realtà.
Egli identificava quattro stadi principali dello sviluppo dei processi mentali:
- Stadio Sensomotorio (0-2 anni); in cui il bambino combina progressivamente le azioni
singole in schemi di azioni più complessi. Comportamenti in forma completa, non per
tentativi ed errori;
- Stadio Preoperatorio (2-6 anni); in cui si ha la comparsa di un’attività rappresentativa e la
capacità di comprendere la permanenza degli oggetti, e si inizia anche ad utilizzare il
linguaggio.
- Operatorio Concreto (6-12 anni); in cui compaiono nuove operazioni di pensiero legate ad
attività logico-matematiche, e le operazioni legate alla conservazione (quantità, numero
ecc.) e alla reversibilità;
- Operatorio Formale (12 anni in su); in cui compare il pensiero ipotetico-deduttivo.
Secondo Piaget lo viluppo dell’intelligenza va visto in una continua ricerca di equilibrio
nell’adattamento all’ambiente.
I meccanismi fondamentali per l’adattamento sono:
- Accomodamento => continua modificazione degli schemi di pensiero
- Assimilazione => incorporazione dei dati dell’esperienza negli schemi (Baldwin).
Piaget nel 1955 fondò il “Centro di Epistemologia”; Epistemologia significa filosofia della scienza, e
in generale viene considerata una branca della filosofia che si occupa dell’acquisizione di studi non
esclusivamente scientifici.
Per lui l’Epistemologia Genetica era lo studio della costruzione delle strutture della conoscenza
sulla base dell’evoluzione delle strutture di pensiero del bambino.

IL METODO
Dopo aver trascorso due anni a Parigi, Piaget torno a Ginevra, dove diventò direttore dell’Istituto
J.J. Russeau, dove per continuare a studiare i bambini, creò un nuovo metodo, detto colloquio
clinico: un sistema misto, tra colloquio e osservazione, che consisteva nel ricostruire le tendenze
del bambino facendogli domande mirate, mentre risolveva un compito; altre volte il colloquio si
affiancava alla manipolazione di oggetti da parte dello sperimentatore e del bambino. Per questi
esperimenti, Piaget utilizzò molto i suoi figli.
Un limite di questo metodo era l’intreccio tra osservazioni e interpretazioni da parte
dell’osservatore; inoltre, Piaget aveva sottovalutato altri due fattori:
- I bambini avevano una capacità di pensiero superiore a quella considerata da Piaget, a
condizione che il compito acquisisse senso ai loro occhi;
- Piccoli cambiamenti nel formulare la domanda, potevano produrre grandi differenze nella
soluzione dei compiti.
Piaget era giunto ad altre conclusioni: che il bambino fosse egocentrico, dall’esperimento della
montagna e la bambola; i bambini sotto una certa età non dovrebbero essere in grado di falsificare
ipotesi, mentre gli adulti dovrebbero farlo facilmente. Entrambe le ipotesi si sono rivelate false,
grazie a due sperimentatori, Hughes per la bambola e la montagna, e Peter Wason per l’altra con
la “prova delle quattro carte”
Piaget creò uno schema diviso in quattro stadi principali, il primo dei quali era suddiviso a sua
volta in altri sottostadi:
1. Sensomotorio (da 0 a 2 anni), in cui si ha la comprensione del mondo attraverso sequenze
unitarie di percezioni e azioni
2. Preoperatorio (da 2 a 6 anni), in cui compare la rappresentazione simbolica e la capacità di
comprendere gli altri
3. Operativo concreto (da 6 a 11 anni), in cui si scoprono nuove operazioni e si iniziano ad
attuare manipolazioni mentali e fisiche
4. Operatorio formale (da 11 anni in avanti), in cui si elaborano idee/eventi, la capacità di
immaginazione è più evoluta e si iniziano ad organizzare le informazioni.
Per Piaget, il passaggio da uno stadio all’altro viene definito sulla base delle capacità di compiere
operazioni mentali descrivibili in termini di strutture logiche; e la differenza tre il pensiero del
bambino e quello dell’adulto è di tipo qualitativo.
LA TEORIA: L’EPISTEMOLOGIA GENETICA
Secondo Piaget l’epistemologia riguarda il “problema della relazione tra soggetto agente e
pensante, e gli oggetti della sua esperienza”. Egli chiamò il suo approccio epistemologia genetica,
dove “genetica” deriva da “genesi” nel senso di sviluppo.
Mentre gli epistemologi tradizionali studiavano i processi di conoscenza studiando i lavori di
filosofi e scienziati, Piaget inaugurava l’epistemologia naturale, basata su risposte empiriche alle
questioni epistemologiche. Secondo lui la conoscenza è un processo o relazione tra conoscente e
conosciuto.
Nell’approccio di Piaget allo studio della conoscenza, è fondamentale la nozione darwiniana di
adattamento; l’intelligenza umana, per lui infatti, è una forma di adattamento all’ambiente; essa
costituisce nuove strutture mentali che servono a capire e a spiegare l’ambiente. Quindi
l’intelligenza si può definire assimilazione, in quanto assorbe nei propri schemi i dati
dell’esperienza, ma si può definire anche accomodamento, perché ogni volta questi schemi
vengono modificati per essere adattati a nuovi dati; queste due nozioni creano un equilibrio tra
continuità e cambiamento che determina l’adattamento dell’organismo all’ambiente.

L’INFLUENZA DELLE TEORIE DI PIAGET


Piaget ha avuto un ruolo fondamentale nella storia interna della disciplina, ma anche nella storia
esterna; il concetto di stadio è stato molto utilizzato in ambito pedagogico e ci si è rifatti a questo
per spiegare l’insuccesso scolastico dei bambini in alcune discipline.
Due principi pratici nell’educazione si rifanno all’influenza di Piaget: fare in modo che un bambino
partecipi attivamente all’esperienza di apprendimento; e affrontare i problemi in modo concreto e
non astratto, aspettando che il bambino sia “cognitivamente pronto” ad apprendere certe nozioni
o competenze.

IL MOVIMENTO COGNITIVISTA
Il cognitivismo è una diretta filiazione del comportamentismo, seppure i cognitivisti si sono sempre
distaccati e hanno sempre criticato il comportamentismo. I cognitivisti, inizialmente, si definivano
comportamentisti, ma in una nuova fase del movimento; Berlyne nel 1968 sostenne che il
comportamentismo si era trasformato in neocomportamentismo con Tolman, Skinner e Hull e ora
viveva una terza fase, dal dopoguerra, chiamata da lui cenocomportamentistica.
Questa fase era iniziata con Hebb, psicologo canadese, che aveva un’impronta
comportamentistica classica, ma aveva iniziato una rivoluzione nel concepire il ruolo del sistema
nervoso centrale in rapporto al comportamento. Egli si interessò dei processi di mediazione,
processi che consentono all’individuo di non rispondere immediatamente ad uno stimolo, ma che
creano delle strutture interne al suo sistema nervoso e fanno sì che egli abbia a disposizione degli
stimoli e delle risposte interne.
Secondo Hebb, le cellule che compongono il sistema nervoso, i neuroni, si organizzano in
assembramenti cellulari, cioè strutture di neuroni che formano dei circuiti, in cui circolano per un
certo tempo le informazioni all’interno del sistema nervoso. Alcuni assembramenti corrispondono
alla base neurale di comportamenti semplici, già presenti alla nascita; altri si formano con
l’apprendimento nel corso della vita.
La circolazione delle informazioni negli assembramenti consente di ritardare la risposta rispetto
allo stimolo, la loro formazione costituisce il processo di memorizzazione; la possibilità di
impiegare più assembramenti, in sequenze di fase differenti, consente di spiegare i
comportamenti complessi.
Con Hebb siamo ancora lontani dalle concezioni cognitiviste, ma egli creò una decisa rottura con il
neocomportamentismo. Con lui si creò, però, una modalità di concettualizzare i fenomeni che si
sarebbe poi affermata con il cognitivismo; la modalità, cioè, di creare modelli che di volta in volta
possono far riferimento ad un’idealizzazione del sistema nervoso o ai circuiti di un elaboratore.

IL “MENTALISMO” DEI COGNITIVISTI


La psicologia cognitiva può essere considerata una psicologia mentalistica.
Il termine “mentalismo” ha assunto significati negativi con l’affermarsi del comportamentismo,
perché i behavioristi sostenevano che le categorie “mentali” non potessero essere oggetto di
ricerca scientifica, perché non direttamente osservabili.
Concetto confermato dal neopositivismo e dall’operazionismo; per gli operazionisti, i concetti
corrispondevano soltanto alle operazioni attraverso cui vengono effettuate determinate
misurazioni: i comportamentisti, ad esempio, misuravano l’apprendimento in base alla frequenza
di certe risposte in corrispondenza a certe situazioni ambientali.
Da questo concetto, risulta evidente che le variabili intervenienti sono semplicemente dei costrutti
ipotetici che servono a risolvere l’ambiguità tra variabili ambientali e comportamentali, che non
riescono a fornire un risultato univoco. Un esempio può essere il concetto di forza dell’abitudine di
Hull (le risposte si associano ad eventi di stimolazione con forza differente, che dipende da un
certo numero di variabili).
Questa teoria, come tutti i sistemi teorici elaborati dai comportamentisti, da un certo punto di
vista viene considerata realistica, ma da un altro punto di vista non lo è affatto, perché certi
concetti non si possono definire con nessuna operazione.
Uno di questi sistemi teorici è il concetto di mappa cognitiva di Tolman, egli era un autore che
sviluppava concetti, a prima vista, mentalistici; la mappa cognitiva era una specie di
rappresentazione mentale, che si costruisce l’organismo, dell’ambiente circostante.
Per Tolman, ogni concetto mentalistico viene risolto in un sistema di correlazioni tra eventi di
stimolazione e risposte dell’organismo.
La critica a Tolman, da parte dei cognitivisti, è di non aver spiegato meglio i suoi concetti
mentalistici per quanto riguarda le variabili intervenienti e di non aver collegato struttura mentale
e azione.
Tre fasi sono state fondamentali per la nascita del cognitivismo:
- La versione ristretta dell’empirismo, in cui si riteneva possibile dare di ogni concetto
teorico una definizione contestuale o esplicita
- La prima liberalizzazione dell’empirismo, che rese necessaria l’introduzione di altre
definizioni per le caratteristiche degli eventi fisici osservabili solo in certe circostanze.
- La seconda liberalizzazione dell’empirismo, che mise in luce, negli anni ’50, l’impossibilità di
definire tutti i termini teorici in funzione di osservabili, e che esistono dei termini primitivi
nel sistema teorico, che vanno introdotti indipendentemente dall’osservazione.
E’ proprio da questa terza fase che nasce il cognitivismo, cioè, nel momento in cui viene
dimostrato che alcuni termini mentalistici vanno introdotti come primitivi, al di là di qualsiasi
possibilità di una loro definizione in termini di osservabili.
Il mentalismo dei cognitivisti trova forza proprio da questa crisi epistemologica che attraversa il
comportamentismo; in più, molti comportamentisti iniziano a diventare molto più liberali e ad
accettare i nuovi concetti mentalistici.
L’interesse dei cognitivisti è sempre stato rivolto all’individuazione di modelli in grado di spiegare
un singolo comportamento in ogni minimo dettaglio; questi modelli sono rappresentazioni
esemplificate della realtà. Con questi, il cognitivismo si distingue dal mentalismo metafisico
criticato dai comportamentisti.
I modelli costruiti dai cognitivisti si originano dai modelli cibernetici e ciò consente l’utilizzo, da
parte dello psicologo cognitivista, di simulazioni mediante calcolatori elettronici. L’uso di questi
modelli permette di superare le ambiguità che si presentano allo psicologo che si trova di fronte
ad eventi non univocamente definiti, perché nella rappresentazione della realtà che questi
costituiscono, ogni elemento è definito con precisione.

LA CIBERNETICA
Prima che come un elaboratore di informazioni, il cognitivismo ha concepito l’uomo come sistema
di autoregolazione; in questo è stata molto importante la cibernetica, che veniva scoperta proprio
in quegli anni.
Il cuore della rivoluzione cibernetica è stato il concetto di feed-back, definito da Wiener, padre
della cibernetica, nel 1949, come la scienza dei “controlli e della comunicazione nell’animale e
nella macchina.
Un meccanismo a feed-back negativo è un meccanismo in cui l’uscita (output) viene reimmessa
(input) all’ingresso dello stesso, ma con segno cambiato. Il concetto era quello del sistema in grado
di autoregolarsi. L’organismo è pieno di meccanismi di feed-back negativo, cioè il feed-back in cui
il segno al momento dell’input viene invertito. Il feed-back positivo farebbe saltare il sistema.
Tra gli anni ’40 e ’50 i cibernetici produssero “animali” artificiali, capaci di apprendere a muoversi
nell’ambiente; il più interessante fu l’ “omeostato” di Ashby, un meccanismo sempre in grado di
mantenere su una serie di parametri un proprio stato di equilibrio, al variare delle condizioni
dell’ambiente.
McCulloch nel 1951 scrisse una relazione in cui spiegava perché “la mente è nella testa”: perché
solo una straordinaria rete di circuiti come quella offerta dal cervello poteva creare un sistema di
connessioni a feed-back negativo abbastanza complesso da poter spiegare la complessità del
mentale. Egli si differenzia dagli altri cibernetici, perché credeva che fossero i circuiti cerebrali a
costituire la base materiale del controllo stesso.
LO SVILUPPO STORICO DEL COGNITIVISMO
Il cognitivismo è la psicologia dei processi cognitivi: memoria, pensiero, linguaggio, percezione,
attenzione, ecc.
Questo movimento non è mai stato una scuola né ha mai avuto un “manifesto”; molti libri e
articoli, che sono usciti tra gli anni ’50 e ’60, sono stati considerati importanti solo diverso tempo
dopo per il cognitivismo; uno di questi fu l’opera di Neisser, “Psicologia cognitiva”, che uscito nel
1967, dette il nome al movimento.
Non avendo una data di inizio precisa per il cognitivismo, possiamo farlo risalire agli anni della
seconda guerra mondiale con un giovane psicologo, Craick; che iniziò per la prima volta a
concepire l’uomo come servomeccanismo, (grazie alle sue ricerche sul tracking), cioè un sistema di
elaborazione di informazioni relative a controlli automatici che ne governano l’azione.
Il tracking è un compito in cui è presente un bersaglio mobile che si sposta su uno schermo e il
soggetto deve tenere allineato un segnale con questo bersaglio.
L’osservazione fondamentale fu che il soggetto umano non è in grado di operare più di una
correzione ogni mezzo secondo.
A questo punto egli affermò che:
- L’uomo può essere considerato come un elaboratore di informazioni di tipo cibernetico;
- L’uomo ha un tipo di funzionamento discreto;
- Il meccanismo decisore è unico e non può eseguire più cose alla volta.
Grazie a Craik vennero riscoperti due importanti strumenti di indagine, che erano praticamente
scomparsi con lo strutturalismo: il tempo impiegato a compiere le azioni, come indicatore dei
processi mentali, di Donders; e l’introspezione di Titchener.
E’ importante specificare che, con Craik nasceva un filone importantissimo della psicologia dei
processi cognitivi, lo Human Information Processing (HIP). In uno scritto del 1943, “The Nature of
Explanation”, egli affermava che il pensiero costruisce un modello o stabilisce un parallelismo con
la realtà, e che l’organismo ha in testa un “modello in scala ridotta” della realtà esterna e delle
proprie azioni possibili.
Secondo lui, i processi di pensiero vanno concepiti come processi di manipolazione di simboli con
tre fondamentali caratteristiche:
- Capacità di tradurre in simboli i processi esterni, costruendone una rappresentazione
interna;
- Capacità di derivare altri simboli da quelli primitivi, con costruzione di strutture di pensiero
relativamente svincolate dalla realtà esterna;
- Capacità di tradurre i simboli in azioni e procedure di controllo sugli eventi della realtà
esterna.
Il tracking fu l’esperimento fondamentale da cui partì.
Craick morì a 29 anni nel 1945 e le sue ricerche vennero confermate da altri ricercatori di
Cambridge; uno dei quali fu Welford, che nel 1952 elaborò la prima teoria del funzionamento
cognitivo propriamente cognitivista: la teoria del canale unico.
Questa teoria è stata elaborata sulla base di esperimenti, che consistevano nel sottoporre un
soggetto ad uno stimolo (luce che si accende), che dovrà premere un pulsante nel momento in cui
lo vede apparire, lo deve premere per tante volte per quante lo stimolo appare: 1. Si accende la
luce; 2. Parte la risposta che ha un tempo di reazione; 3. Durante il tempo di reazione alla prima
luce, si accende la seconda; 3. Si verifica un altro tempo di reazione, che sarà più lungo del primo,
perché il soggetto riesce a decidere di ripremere il pulsante solo dopo che avrà finito di decidere di
premerlo la prima volta. Nell’uomo esiste un meccanismo di decisione mediante il quale stabilisce
di rispondere ad uno stimolo; prima del meccanismo di decisione, c’è una memoria a breve
termine, nella quale il primo stimolo aspetta per un certo tempo, per questo il secondo tempo di
reazione è maggiore; appena il meccanismo di decisione si libera dello stimolo, parte un feed-back
negativo dal meccanismo a un gate (cancello), che ne sbarra l’entrata finché la decisione non viene
presa. Nel caso in cui il secondo stimolo sia molto vicino al primo, entrano insieme nel
meccanismo di decisione.
La teoria del canale unico è il prototipo di tutti i modelli che vennero creati dal cognitivismo
nell’ambito dell’HIP. In tutti questi modelli è presente un flusso di informazioni, “diagrammi di
flusso”, che rappresentano stimoli in ingresso, che entrano nel sistema tramite gli organi
sensoriali, passano per una o più memorie a breve termine, con diversi tipi di immagazzinamento,
da una memoria iconica o registro sensoriale, a magazzini precategorici con tempi di
immagazzinamento dell’ordine di decine di secondi. Si arriva poi ad un filtro, che può essere
aperto o chiuso. E, infine, si giunge a meccanismi di decisione. Poi ci sono meccanismi di controllo
che indirizzano le informazioni in una direzione o in un’altra e le fanno attendere; queste
decadono o si trasformano ecc.
Nella teoria di Broadbent il filtro funziona anche sulla base di motivazioni, bisogni, interessi; inpiù,
stimoli nuovi passano meglio degli stimoli monotoni, che vengono bloccati. Se la persona è ad un
livello di attivazione e di tensione sufficiente passano più cose, se il livello di tensione è troppo alto
il filtro si blocca (Teoria del filtro).
All’affermazione che l’uomo possa eseguire solo un compito per ogni atto di decisione, Miller, uno
psicolinguista americano, nel 1956 aggiunse la dimostrazione, con l’articolo “Il magico numero
sette, più o meno due”, della presenza di un altro limite: fissato in 7 elementi (chunks) che
possono essere elaborati alla volta dal sistema cognitivo; che corrisponderebbero a 2,8 bit di
informazione.
Il problema posto da Miller era quello delle strategie necessarie per introdurre, nel sistema di
elaborazione delle informazioni, pezzi sempre più grandi e ricchi di informazione, in modo da
poter superare i limiti di elaborazione del sistema. Ad esempio se diciamo “cane”, intendiamo con
un solo elemento: un mammifero, che scodinzola, che abbaia, che morde, che esiste di diverse
razze ecc. e questo fa sì che l’uomo riesca ad elaborare una quantità di informazioni enormemente
superiore a quella degli altri animali che non posseggono il linguaggio.
Questo concetto valeva anche per la memoria a breve termine.
La memoria a breve termine è uno dei concetti principali della psicologia cognitivista; fu anche
molto studiato agli inizi della psicologia scientifica, prima di venire messo da parte. Fu Brown a
riscoprirlo, nel 1956; egli fece emergere delle importanti differenze tra memoria a breve e lungo
termine (memoria primaria e secondaria): la seconda è suscettibile ai processi di interferenza sul
piano semantico (es: relative al significato dei vocaboli da memorizzare); per la prima non si
rilevano interferenze del genere, mentre si rilevano quelle di tipo fonologico, che non sono
presenti nella memoria a lungo termine.
Chomsky creò una radicale rottura con lo strutturalismo e con il comportamentismo grazie a due
opere, “Le strutture della sintassi” del 1957, e la recensione di “Verbal Behavior” di Skinner nel
1959. Secondo Chomsky, il linguaggio, nell’uomo, aveva una base innata; e il “parlante nativo” di
una lingua è perfettamente in grado di riconoscere quali frasi di lingua materna rispettano le
strutture della lingua o meno, anche se non hanno significato.
La psicolinguistica di Chomsky era detta generativo-trasformazionale, perché cercava di
individuare le regole della generazione delle frasi e le trasformazioni che avvengono sullo stesso
nucleo di significato (attive, passive, interrogative, negative).
Questa teoria si basa su due ipotesi:
- Il linguaggio verbale è un comportamento specie-specifico dell’uomo, che si fonda su
strutture biologiche innate. Secondo Chomsky esiste, all’interno dell’uomo, un “dispositivo
per l’acquisizione del linguaggio” (LAD/DAL), radicato nella struttura biologica del sistema
nervoso.
- Il comportamento linguistico è legato a due aspetti distinti: la competenza e l’esecuzione.
La competenza linguistica è l’insieme delle conoscenze su come produrre frasi in quella
lingua (è la prima volta che emerge una concezione così importante della conoscenza).
Chomsky, inoltre, distingue in ogni frase una struttura superficiale da una profonda. La stessa
struttura profonda, che indica un soggetto che compie un’azione su una cosa, può essere generata
a livello profondo in forma: attiva affermativa assertiva, oppure attiva interrogativa assertiva ecc
(in tutte le combinazioni possibili).
Dallo studio di frasi ambigue, Chomsky fa un’analisi che segmenta la frase in sintagma nominale e
sintagma verbale; ciò permette di vedere l’ambiguità a livello superficiale e di svelarla, invece, a
livello profondo, potendo far corrispondere, alla stessa frase superficiale, due frasi profonde.
Questa teoria ha avuto, però, due limiti: il rivolgersi solo a fatti sintattici e solo a frasi e non ai testi.
Al secondo punto, Chomsky nel 1965 provò a trovare una soluzione cercando di sviluppare una
semantica generativa, ma con scarsi risultati. Altri tentativi vennero fatti da diversi psicolinguisti
negli anni ’60 e ’70, uno dei quali venne fatto in Italia da Parisi e Antinucci, che elaborarono un
modello di semantica generativa in termini di predicati e argomenti.
In generale dalla psicolinguistica emersero due innovazioni metodologiche fondamentali: il ricorso
alle intuizioni del parlante nativo, quindi l’introspezione; e l’osservazione naturalistica, mediante
l’uso di registrazioni.
Quindi, ci fu un susseguirsi di nuove ricerche, nuove metodologie ecc. ma, fino agli anni ’60
rimasero tutti contributi sparsi, che iniziarono a riconoscersi in un movimento unico solo intorno al
1967, grazie ai congressi e all’opera di Neisser.
Da una ricerca di Sperling nel 1960, emerse che, accanto alla memoria a breve e lungo termine,
esisteva un’altra memoria a tempi di immagazzinamento molto più brevi e con modalità di
funzionamento diverse.
Molto importanti, per lo sviluppo del cognitivismo, furono la cibernetica e la teoria
dell’informazione, che vennero raccolte in “Piani e strutture del comportamento”, opera creata a
Stanford nel 1960 dalla collaborazione tra Miller, Galanter e Pribram. In quest’opera gli autori
cercarono di dare alla psicologia un’unità di analisi che potesse sostituire il riflesso; ritenevano che
questa unità poteva essere individuata nel “piano di comportamento”, ovvero l’unità TOTE
(Test-Operate-Test-Exit): ogni volta che un individuo deve compiere un’azione, per prima cosa
verifica nell’ambiente se la situazione è congruente con gli obiettivi dell’azione che deve svolgere
(Test), se la risposta è affermativa, passa all’azione seguente, altrimenti deve operare per creare la
situazione adatta (Operate); una volta operato, verifica un’altra volta se la situazione è congruente
(Test); se la risposta è affermativa, avviene l’uscita (Exit) dall’unità TOTE, per passare a quella
successiva (compiere l’azione); se la risposta è negativa deve operare finché il Test non accetta la
congruenza tra obiettivi e situazione dell’ambiente.
L’unità TOTE può essere suddivisa in un numero indefinito di sottounità in partizioni dell’azione, o
confluire in unità più ampie.
Nell’opera di Miller, Galanter e Pribram c’era anche una parte dedicata alla psicolinguistica di
Noam Chomsky; considerando che il linguaggio, fino agli anni ’50, era in mano agli strutturalisti,
possiamo dire che questi si erano concentrati sul problema dell’analisi del messaggio e avevano
trascurato l’utente linguistico.

LA PROSPETTIVA ECOLOGICA
Una riflessione critica si aprì nel cognitivismo, probabilmente, nel 1972 con il convegno alla
Pennsylvania State University, su processi cognitivi e simbolici: si iniziò a rifiutare i micromodelli e
a rivalutare l’analogia tra uomo e calcolatore. Un anno dopo, ebbe lo stesso significato un altro
convegno tenuto all’Università del Minnesota.
Ma il punto più importante di questa riflessione è rappresentato da un libro di Neisser del 1976,
“Conoscenza e realtà”, in cui l’autore fa tre principali critiche alla psicologia cognitivista:
- Questa psicologia si è focalizzata troppo sugli esperimenti di laboratorio e non su quelli nel
mondo esterno;
- Anche se le ricerche sono sempre più sofisticate e ingegnose non sappiamo quanto siano
effettivamente produttive;
- Ma più importante fu la critica al concetto dell’elaborazione delle informazioni, che
secondo lui cambia significato dal momento in cui le “informazioni” vengono definite
diversamente dai differenti autori.
Secondo Neisser, le “informazioni” vengono offerte dall’ambiente e l’individuo ha degli schemi,
nella sua struttura cognitiva, che gli permettono di coglierle; questi schemi costituiscono il legame
tra percezione e pensiero.
Grazie ai due convegni e all’opera di Neisser, si afferma una nuova linea all’interno del
cognitivismo: la prospettiva ecologica.
Successivamente, il principale ispiratore fu Gibson (che influenzò molto Neisser nella sua opera).
Secondo lui le informazioni sono già presenti nella stimolazione, per come si presenta al soggetto;
e da questo possono essere colte direttamente, senza dover ricorrere ad alcun calcolatore.
Egli rifiutava il postulato del cognitivismo.
La prospettiva ecologica ebbe un notevole successo; questa offriva anche strumenti di analisi dei
problemi percettivo-motori.
In contrapposizione alla tendenza ecologica, però si formò la scienza cognitiva; movimento nato
nel 1977 dalla fondazione di una nuova rivista da parte di Schank, Collins e Charniak. L’hanno
dopo, questi fondarono una società che tenne il primo congresso a La Jolla nel 1979, durante il
quale Norman stabilì i dodici punti delle aree di indagine della disciplina:
- Sistemi di credenze - Apprendimento
- Coscienza - Memoria
- Evoluzione - Percezione
- Emozione - Prestazione
- Interazione - Abilità
- Linguaggio - Pensiero

A questo punto, negli anni ’80 e ’90, il cognitivismo è diviso in due impostazioni: quella ecologica e
quella della scienza cognitiva. Queste due hanno in comune solo il rifiuto dei micromodelli; per
l’indirizzo ecologico, vi è anche il rifiuto dell’analogia tra mente e calcolatore; per la scienza
cognitiva, al contrario, vi è un’accentuazione dell’intelligenza artificiale e dell’utilizzo della
simulazione.
La scienza cognitiva fu dominata da due paradigmi: il modularismo e il connessionismo.

Il MODULARISMO
Il Modularismo nacque con un famoso libro (“Modularity Mind”) del filosofo della mente, Jerry
Fodor (allievo di Chomsky) nel 1983, in cui descrive un’architettura cognitiva distinta, per quanto
riguarda i sistemi di analisi di input, in cui si trovano delle strutture “verticali” (moduli), che
trasformano gli input in rappresentazioni che vengono poi trasmesse alla parte centrale del
sistema cognitivo.
Questi sistemi di analisi sono strutture altamente specializzate, che possono analizzare input molto
particolari e hanno cinque caratteristiche principali:
- Specificità per dominio, cioè ogni modulo si occupa di un aspetto specifico delle
informazioni che arrivano all’organismo;
- Funzionamento obbligato o mandatary, cioè quando un modulo è stato stimolato, non può
fare a meno di entrare in azione;
- Solo un accesso centrale limitato per le rappresentazioni, cioè il sistema singolo ha una
capacità limitata di ricevere informazioni dai moduli;
- Sono dotati di una notevole velocità di funzionamento
- Sono incapsulati informazionalmente, cioè non hanno accesso né alle conoscenze, né ad
informazioni provenienti da altre parti del sistema cognitivo.
Il modularismo ha avuto molto seguito nelle neuroscienze, infatti possiamo vedere come ad una
lesione cerebrale specifica (quindi la perdita di un modulo), corrisponda una perdita cognitiva o
comportamentale altrettanto specifica. In un certo senso, possiamo dire che sia un ritorno alla
frenologia di Franz J. Gall, che descriveva la mente come suddivisa in facoltà distinte in aree
diverse nel cervello.
IL CONNESSIONISMO
Il connessionismo, nacque anch’esso nel 1983 con due articoli che hanno iniziato a far parlare di
nuovo paradigma nella scienza cognitiva, con due ordini di considerazioni: tecnologiche e (neuro)
psicologiche. Dal punto di vista tecnologico, la struttura dei calcolatori, è concepita in base ad
un’architettura sequenziale, con una memoria passiva che non può essere utilizzata per compiere
delle operazioni. Dal punto di vista neuropsicologico, c’è una grande incongruenza tra l’hardware
del sistema nervoso centrale e quello dei calcolatori, perché il primo opera con elementi
relativamente lenti, ma massivamente interconnessi in parallelo; i calcolatori, invece, operano con
elementi rapidissimi operanti serialmente. La modellistica, quindi, si è indirizzata verso
l’elaborazione di modelli di funzionamento a parallelismo massivo.
Per il connessionismo, il sistema cognitivo è una rete spessa e iperconnessa di strutture collegate
tra sé.
I modelli connessionisti integrano modelli processuali e computazionali. Essi discendono
dall’approccio connessionista di Hebb e dalla teoria di campo di Kohler (Gestalt).
Al cuore del connessionismo, c’è la modellizzazione in termini di reti neurali, cioè una rete
feed-forward con apprendimento per back-propagation; ad esempio, questa rete ha tre strati di
unità di input “nascoste” e di output, le unità sono collegate da legami che hanno dei pesi (nodi),
che possono essere variati durante il periodo di apprendimento, durante il quale vengono proposti
un input e un target (l’obiettivo da raggiungere), che corrisponde all’output desiderato. Se l’output
della rete non corrisponde, viene modificato, provocando una modificazione di tutti i pesi a
monte, quindi la back-propagation. La rete che ha appreso, è un insieme di pesi relativi ai legami
tra le unità.
Per il connessionismo, la rappresentazione è subsimbolica, quindi non si può dire (come nelle reti
semantiche), che un nodo corrisponde ad un target o ad un altro, ma un certo assetto dei pesi,
corrisponde ad un certo target.
LA SCIENZA COGNITIVA
La scienza cognitiva è un intreccio interdisciplinare di alcune problematiche come lo studio dei
processi cognitivi, la neuropsicologia e la psicologia del linguaggio.
Un’introduzione a questa è stata fatta nel 1995 da Stillings e colleghi, in cui vengono elencati i suoi
principi:
- La raccolta e l’elaborazione delle informazioni permette ad un organismo o a un sistema di
produrre risposte consone alle condizioni ambientali;
- Vengono distinte le operazioni di computo e il dominio oggetto di tali operazioni;
- Dopodiché, possiamo descrivere formalmente le operazioni indipendentemente dai
contenuti;
- Questa è una scienza universale, perché vengono considerati i meccanismi generali di
elaborazione delle informazioni e non le differenze culturali o di comportamento;
- I processi di elaborazione delle informazioni possono venire analizzati a diversi livelli.
Quest’introduzione descrive anche la scienza cognitiva come composta da cinque discipline:
1. Psicologia
2. Linguistica
3. Informatica
4. Filosofia
5. Neuroscienze
La scienza cognitiva si differenzia, perché non è un punto di vista sull’uomo, ma l’interazione di
tematiche appartenenti, inizialmente, a diverse discipline, ma che con il loro sviluppo hanno
trovato un terreno comune.
La nascita di questa scienza ha fatto sì che la psicologia iniziasse ad utilizzare un’altra tecnica di
studio (analitica quanto la sperimentazione in laboratorio), cioè la simulazione e la modellistica: si
tratta di costruire un modello stilizzato di dati e meccanismi psicologici, e di controllare quanto
esso sia in grado di rendere conto dei dati noti e di descrivere e prevedere fenomeni analoghi.

LA PSICOLOGIA ECOLOGICA E I SUOI SVILUPPI


La psicologia ecologica si è sviluppata dedicandosi ai problemi della vita quotidiana ad analizzare i
rapporti tra persona e ambiente naturale; per questo viene anche chiamata, prospettiva
neodarwiniana.
Questa ha influenzato sempre di più la “psicologia evoluzionista”.
Gli psicologi evoluzionisti sostengono che il sistema visivo sia il risultato di adattamenti ottimali per
l’esplorazione di ambienti sconosciuti, al contrario, ad esempio, dei gestaltisti che consideravano
le trasformazioni visive come l’effetto di leggi percettive indipendenti dalla stimolazione. Quindi,
gli scienziati cognitivi considerano il sistema visivo come un meccanismo autonomo volto
all’azione, diventato così grazie alla storia naturale della specie umana. Questa prospettiva si
applica anche ai processi di memoria e pensiero.
La psicologia evoluzionista parte dal fatto che, il funzionamento dei processi cognitivi è
indipendente da ciò che sappiamo sulle proprietà fisiche della stimolazione. Per questo possono
essere costruiti modelli della percezione come sistemi che prendono decisioni, sulle proprietà di
oggetti ed eventi, in maniera rapida; cosa non molto diversa da ciò che ci permette di prendere
decisioni di cui siamo consapevoli, anche se più lentamente.
Si possono costruire modelli analoghi per i comportamenti sociali degli individui; per verificare
empiricamente le previsioni che vengono fatte da questi modelli è meglio avere diverse fonti da
cui prendere spunto. Se tutti i dati raccolti contribuiscono a verificare un modello e a respingere gli
altri, allora questo modello è accettabile, finché non viene rimpiazzato da uno più perfezionato.
Un problema è che la psicologia evoluzionista è spesso oggetto di divulgazioni frettolose; cosa
grave, perché contribuisce a dare l’idea che un determinato comportamento sia fisso e
prestabilito, mentre invece proprio la psicologia evoluzionista dimostra la grande capacità di
adattamento degli individui e come le piccole differenze nei modi di rappresentarci le informazioni
modifichino i nostri comportamenti.
Un altro sviluppo della psicologia ecologica riguarda il cervello in relazione alle scienze cognitive;
alla nascita quest’ultime si sono concentrate sui processi di elaborazione delle informazioni.
L’invenzione di tecnologie per localizzare le attività del cervello influenza sempre di più gli sviluppi
contemporanei della psicologia.
Già nel 1861, Paul Broca, neurologo francese, dimostrò il principio di “scomposizione” ( valido
ancora oggi), che descrive come il funzionamento del cervello si basi sull’interazione di aree
isolabili e indipendenti.
Alla fine degli anni ’70 dell’ ‘800, il fisiologo italiano, Angelo Mosso studiò le variazioni della
pressione del sangue nelle arterie cerebrali che accompagnano il battito cardiaco; fu così che dette
inizio al processo che avrebbe condotto alla contemporanea tecnica delle neuroimmagini basata
sul funzionamento di una macchina, che rileva l’acqua presente nel sangue che circola nel cervello:
se un’area è più attiva di altre, allora circolerà più sangue e quindi più acqua.
La scoperta più importante sullo studio del cervello è stata fatta grazie ai lavori del neurofisiologo
Giacomo Rizzolatti.
I neuroni sono cellule specializzate nel trasmettere gli impulsi nervosi, quindi le informazioni.
Nel 1992 Rizzolatti scoprì che, in alcune aree dei lobi parietale e frontale di una scimmia, ci sono
neuroni che rispondono in modo selettivo a gesti effettuati con un certo scopo.
Da qui la scoperta dei neuroni specchio: quello stesso neurone che, nella scimmia, risponde a certi
gesti effettuati, risponde anche nel momento in cui viene osservata un’altra scimmia o essere
umano che effettua lo stesso gesto per lo stesso scopo. Quindi, uno stesso neurone non risponde
ad uno specifico movimento, ma allo scopo del gesto, sia che esso sia eseguito o osservato.
Successivamente, grazie agli studi condotti con le tecniche di neuroimmagini, si è dimostrato che
la stessa cosa avviene nell’umano.
Inoltre, nel caso di malfunzionamento dei neuroni specchio, una persona avrà difficoltà a
comprendere lo scopo di comportamenti degli altri. Un esempio è l’autismo, per cui la spiegazione
della difficoltà nell’intrattenere relazioni o comprendere le emozioni e scopi degli altri, è data
proprio da questo malfunzionamento.

L’IMPATTO DELLE NUOVE TECNOLOGIE


La storia della psicologia è stata molto influenzata dalle richieste della società e dagli sviluppi delle
nuove tecnologie.
Negli ultimi anni, si sente, sempre di più, parlare di “estensioni della mente umana”; considerando
che ogni strumento intelligente “esterno” è una forma di mente estesa, dobbiamo iniziare a
considerare come tale anche ogni strumento utilizzato già dall’homo sapiens, come i disegni nelle
caverne o le armi, e più in avanti anche strumenti per lavorare le terre ecc.
In pratica, l’esternalizzazione della mente è definita come, la creazione di tecnologie che integrano
l’uso manuale e le capacità mentali.
Alcuni studiano come le funzioni della mente (es. la memoria) ricevono un grande aiuto dagli
strumenti esterni come la scrittura, la rete, gli elettrodomestici ecc.
Altri studiosi considerano l’attività mentale solo l’insieme dei processi di cui è capace il cervello; e
come la mente di integri a sistemi più complessi.
Negli ultimi anni, la scienza cognitiva è caratterizzata da due considerazioni:
- Una spinta verticale, “verso il basso”, cioè dalla mente al cervello. Questa ha fatto sì, di far
credere, che le nuove tecnologie potessero fotografare il cervello durante i processi
mentali. Ciò ha permesso il crearsi di nuove neuro-discipline;
- Una spinta orizzontale, “verso l’esterno”. Da questa possiamo capire come l’uso continuo
di “menti esterne” introduce nuove strategie nell’uso delle capacità del cervello. Un
esempio è dato dalla ricerca di Sparrow, Liu e Wegner, del 2011, sugli effetti dell’uso di
Google sulle strategie di memorizzazione. In breve, questa ricerca ha spiegato che, l’uso
continuo di Google, per il recupero delle informazioni, fa sì che le persone non
immagazzinino nella loro memoria quelle informazioni che sanno essere facilmente
reperibili in rete. Le persone che ne fanno meno uso, al contrario, riescono a memorizzare
più facilmente tali informazioni.
Un altro punto importante negli ultimi anni è il controllo scientifico dell’efficacia delle diverse
terapie psicologiche.
Nelle ricerche, svolte principalmente per gli Stati Uniti, sono stati valutati gli effetti in termini
economici riguardo l’alcolismo, l’uso di droghe, depressioni e dipendenze di vario genere; e ancora
non si riesce a ridurre drasticamente i costi sociali di questi tipi di disadattamento. Di conseguenza,
la maggioranza delle persone con disturbi mentali non viene curata adeguatamente.
C’è uno strumento molto importante, però, sempre più utilizzato per certi tipi di terapie: l’utilizzo
di internet per le terapie a distanza. Questo viene utilizzato per aiutare a ridurre il fumo, l’uso di
droghe, per localizzare il cliente e intervenire in momenti di crisi, per l’aiuto in casi di disordini
alimentari ecc. fino ad arrivare a intere sessioni di psicoterapia telefoniche.

LA CONOSCENZA SITUATA
Considerando la spinta orizzontale, cioè “verso l’esterno”, possiamo ricordare come, già dai tempi
del movimento storico-culturale di Vygotskij, della Scuola di Ginevra di Piaget, e della tradizione
ecologica, le attività mentali venivano analizzate nel loro scenario ambientale e sociale, e non
venivano disgiunte dai corpi che le alimentavano.
Oggi queste considerazioni hanno dato vita al movimento della conoscenza situata, che ha
presentato tre tesi di reazione alle forme più radicali della scienza cognitiva tradizionale:
- La cognizione dipende dal corpo, oltre che dai processi cerebrali (embodied cognition);
- L’attività cognitiva si esercita in ambienti sociali e naturali, oltre che in laboratorio
(embedded cognition);
- I confini della mente vanno al di là dei confini del corpo, in cui è localizzato il cervello di chi
pensa e agisce (extended mind).
Da questi riguardi, capiamo come in compiti di ragionamento e soluzione di problemi molto
astratti, la mente umana lavora meglio quando può appoggiarsi su artefatti esterni, non solo
visualizzando il compito, ma anche traducendolo in azioni.

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