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SINGOLARITÀ E VITA NOMADE

A me sembra che l’autenticità di un’esistenza si possa cogliere solo a partire dall’esame delle
proprie contraddizioni. Solo contando tutte le proprie insoddisfatte aspirazioni, i sentieri interrotti,
gli errori, si riuscirà a percepire qualcosa di vero su noi stessi. Il nomadismo, in questo contesto
appare una rivelazione: solo rimanendo esposti alla crisi, alla mancanza di idee, alla percezione
dolorosa di incomunicabilità, si riesce a porre un freno al nostro orgoglio smisurato, al nostro
compiaciuto incedere orgoglioso, non memore della nostra mortalità, del nostro dolore. Ecco perché
ogni secondo della mia esistenza mi appare, in questo senso, prezioso. Tutti i fallimenti individuali,
sotto questo profilo, sovvengono alla memoria di ogni essere umano senza dubbio come i momenti
più autentici della sua vita. È facile ricordare con piacere un proprio successo, un momento in cui si
è manifestata e soddisfatta una potenza vitale, o una possibilità di soddisfare i propri progetti. Non
c’è nulla di buono in questo, secondo me: l’uomo annega nel proprio smisurato orgoglio e
compiacimento di se stesso, affoga in questo pericolosissimo gorgo esistenziale, e non può che
uscirne tramortito e profondamente inadeguato. Leggendo la grande biografia di Napoleone, il
momento più carico di significato e emozioni mi appare essere la sua disfatta Waterloo, chissà che
cosa dovette provare quel grande uomo in quei minuti finali della propria parabola, quando dovette
aver compreso che cosa significhi cadere nella polvere. Indubbiamente furono attimi che segnarono
un’eternità, indubbiamente il grande uomo non dovette abdicare alla sua grandezza, e tuttavia
dovette rinunciare a tutto il resto, avviandosi a quell’uscita di scena, sotto certi aspetti, ingloriosa
che fu il suo esilio a Sant’Elena. Gli errori di un grand’uomo sono sempre ciò che lo manifesta di
fronte al mondo come grande, autenticamente grande. Solo l’uomo mediocre non rischierà mai
nulla, non sbaglierà mai nulla, ma l’uomo d’azione, l’uomo di grande intelletto rischierà sempre per
poter smuovere i grandi massi che sbarrano l’accesso a nuove praterie. L’umanità si merita di poter
annoverare tra le sue file uomini che con questa consapevolezza scrivono il destino della nostra
specie e del nostro pianeta.
Il nomadismo non potrà mai essere una filosofia, e ancor meno una filosofia del quieto vivere,
dell’inazione, della mediocre quotidianità. Per molti decenni la filosofia marxista, a sua volta figlia
di quella hegeliana avocò a sé l’esclusività del concetto di movimento, di azione rivoluzionaria, di
scrittura della storia. Niente di più falso. Dalla massa non potrà mai avvenire nessuna rivoluzione,
perché la massa è spesso non in grado nemmeno di comprendere il proprio utile immediato. Deve
essere guidata da alcuni fari, e lo stesso Gramsci intuì il carattere non immediato della sollevazione
proletaria: essa doveva essere mediata da una figura di pensiero, il cosiddetto intellettuale organico.
È sempre a livello di individuo che accade la rivoluzione, essa deve avvenire prima nella mente del
genio. In un secondo momento, dovrà lottare senza sosta e utilizzare tutti i mezzi che gli rimangono
a disposizione per poter cambiare le cose secondo i suoi piani. Egli dovrà conquistarsi l’appoggio di
molti, senza i quali nessun suo progetto potrebbe andare in porto. Ma l’esito della sua azione
dipende interamente dalle sua facoltà, è tutto nelle sue mani, ed egli deve riuscire sempre partendo
da solo. Egli, in questo senso, deve essere nomade, e cioè esplorare particolari sentieri misteriosi e
poco battuti, nei quali la massa non si inoltra né si inoltrerà mai da sola.
E ribadire tutto ciò significa appunto sostenere l’enorme valore del nomadismo come strumento di
cambiamento del mondo: non si tratta certamente, per il nomade, di un ripiegamento interiore
quanto di un profondo atto di conoscenza di se stesso. Essere distanti dalla politica, rivendicare la
propria inattualità, il guardare al passato, per il rivoluzionario e per l’intellettuale, significa sempre
imparare a considerare la contemporaneità sotto una nuova luce. Una delle grandi intuizioni di
Walter Benjamin fu proprio questo ruolo che egli affida al valore della consapevolezza del proprio
passato, la quale poteva e doveva guidare il rivoluzionario.
Il nomadismo non insegna la facilità della vita, ma la volontà di aprire un conflitto contro le forze di
resistenza del mondo, contro la reazione, contro il conservatorismo. E tuttavia, rispetto al marxismo,
l’individuo nomade combatte una battaglia di altro ordine, oppure, sarebbe più corretto dire,
combatte l’unica forma di battaglia realmente degna di questo nome. Non è infatti battaglia,
polemos, ciò che impone all’individuo di uniformarsi ad una determinata ideologia o visione
rivoluzionaria, per quanto attraente e giusta possa apparire allo sguardo. Ciò si chiama, in effetti,
asservimento, e non mai libertà, e l’unica forma di lotta è quella che porta o dovrebbe portare alla
libertà individuale. Da qui la mia eterna diffidenza, sin da ragazzo, per tutte le forme ideologiche di
mobilitazione studentesca o operaia che indubbiamente mi toccarono da vicino. Il mio mancato
impegno, sotto questo profilo, non si deve però interpretare come disinteresse, ma semplicemente
deve essere letto alla luce della mia grande, e all’epoca istintiva, sfiducia per qualsiasi forma di
protesta pilotata ideologicamente. Se poi in un qualche prossimo o lontano futuro si vorrà muovere
al nomadismo inconsapevole la medesima critica che György Lukács muovette a Nietzsche, a
proposito di una presunta ‘staticità’ della sua filosofia, rispetto ad esempio a quella di Marx o
Hegel, la cosa non deve che esser letta come forma di ciò che potrebbe esser definito ‘ritardo
storico’. In questa fase storica, infatti, tutte le visioni ideologiche, che pure hanno dimostrato
coerenza e fascino per i nostri antenati, non hanno retto alla prova del tempo, e per così dire, si sono
sciolte come neve al sole. A morire non sono state le legittime aspirazioni per una giustizia sociale,
e per una rivoluzione, ma le condizioni particolari che portarono alla formazione di quel tessuto
ideologico. Su Marx in ogni caso non si può essere troppo pessimisti, in quanto la sua analisi
economica, così come redatta nel Capitale, risulta in gran parte delle sue assunzioni, valida ancora
oggi. Ciò che oggi non sembra più essere alla portata dei tempi appare la visione ideologica del
comunismo, così come espressa, ad esempio, nel Manifesto del Partito Comunista. Il mettere in
rilievo tale ‘obsolescenza’ delle ideologie è del resto uno dei pochi tratti condivisibili del così
chiamato ‘pensiero debole’, di matrice nichilista, relativista, e post-nicciana.