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GRANDI

MITI
GRECI

APOLLO
LA DIVINA BELLEZZA

CORRIERE DELLA SERA


Lj K A I N U è

MITI
GRECI
3

Apollo
La divina bellezza
a cura di Giuseppe Zanetto

COBBIEBE BEILA SEBA


Grandi miti greci
Collana a cura di Giulio Guidorizzi
Published by arrangement with The Italian Literary Agency
Voi. 3 - Apollo

© 2018 Out ofNowhere S.r.l., Milano


© 2018 RCS MediaGroup S.p.A., Milano

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Edizione speciale per il “Corriere della Sera” pubblicata su licenza di Out ofNowhere S.r.l.
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CORRIERE DELLA SERA STORIE n. 3 del 23/1/2018


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Responsabile area collaterali Corriere della Sera: Luisa Sacchi


Editor: Martina Tonfoni >

Il racconto del mito di Giuseppe Zanetto


Variazioni sul mito di Luigi Marfé
Concept e realizzazione: Out ofNowhere S.r.l.
Progetto grafico e impaginazione: Marco Pennisi & C. S.r.l.
Coordinamento editoriale e redazione: Flavia Fiocchi
Indice

Introduzione 7
di Giulio Guidorizzi

Il racconto del mito 15


di Giuseppe Zanetto

Genealogia 88

Variazioni sul mito 93


di Luigi Marfé

Antologia 135

Per saperne di più 163


Introduzione

Una caratteristica particolare della religione greca


f u di cercare il divino non nella giustizia o nella bon­
tà o nell ’eternità di Dio, ma nella bellezza. Gli dèi gre­
ci sono belli, straordinariamente ed eternamente belli,
e sono anche antropomorfi. Potremmo ben dire che ci
vuole molto coraggio spirituale p e r immaginarli così, al
di sopra delle tragedie della vita, e pensare che in certi
mom enti l ’e ssere umano, nel suo attimo di maggiore bel­
lezza, si avvicini a un dio.
Tra gli dèi greci, Apollo rappresenta appunto la bel­
lezza della gioventù, nel suo pieno splendore: perciò es­
sendo il più bello degli dèi è anche - come diceva Walter
Otto - il p iù greco degli dèi. Apollo è l'efebo (o kourosj
divino, e simboleggia il pieno fiorire della vita. Uno dei
suoi epiteti tradizionali era “dai capelli non tagliati”

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GRANDI MITI GRECI

(akersekòmesT così li tenevano i giovani. Il taglio dei ca­


pelli era uno dei tipici riti che si compivano p e r marcare
il passaggio d a ll’a dolescenza a ll’età adulta. Sennonché
un giovane invecchia e declina perché su di lui il tem­
p o compie la propria opera crudele, mentre su Apollo
scivola via senza danno: egli è sempre là, perfetto nelle
sue fo rm e perfette (e infatti è generalmente raffigurato
nudo). Per questo motivo il dio, malgrado le sue molte
avventure, spesso infelici, è celibe, un efebo p e r l ’eter­
nità, a differenza degli dèi della generazione preceden­
te - Zeus, Ade, Poseidone - che hanno accanto a sé un
sposa divina. D el resto, Apollo è collegato a una serie di
attività tipiche della gioventù, tra cui il tiro con l'arco,
la danza e la musica; il suo stesso nome fo rse è da con­
nettere con la parola “apella”, che indicava le assemblee
tribali durante le quali i giovani venivano ammessi alla
comunità degli adulti.
Il Neoclassicismo vide in Apollo, e nella sua serena
bellezza, il rappresentante della religione greca nel suo
aspetto più luminoso, in quanto dio della musica, dell 'arte,
del senso della misura e della razionalità: Apollo abbatte
il mostro Pitone e fonda a Delfi un santuario, un centro di
sapienza («conosci te stesso» era una delle massime incise
sulle mura del tempio). Anche Nietzsche prese Apollo a

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APOLLO

simbolo di quel carattere razionale e solare che secon­


do la sua prospettiva costituisce uno dei poli dello spirito
greco - 1‘altro sarebbe rappresentato da Dioniso, dio dei
misteri e d e ll’irrazionale egli vide in Apollo «il limite
dell equilibrio, la difesa dalle eccitazioni brutali, la calma
sapiente del dio artista». Tuttavia, Apollo è un dio molto
più complesso: se da un lato guida il canto delle Muse con
la sua cetra (musagete = conduttore delle muse), d a ll’a l­
tro è terribile, uccide, scuoia vivo il suo nemico Marsia,
semina la peste, si adira tremendamente. Si direbbe che
gli estremi gli appartengano: la sua prim a apparizione, in
Omero, è quella di un dio che porta la peste; ma come la
porta, così la può guarire. E infatti, tra i suoi epiteti vi era
“p ea n a ”, cioè guaritore; il dio medico Asclepio era infatti
suo figlio. Sono aspetti complementari della stessa figura,
a cui sono affidate le purificazioni che vedono il sacro e
l'im puro mescolarsi e confondersi. Apollo è anche un dio
vagante. Nato da una madre perseguitata, Letò, che do­
vette fuggire, inseguita dall ’ira di Hera, p e r trovare una
terra che ospitasse la nascita dei gemelli che portava in
grembo, Apollo e Artemide: la trovò a Deio. Si racconta
che questa fosse u n’isola vagante p e r il mare, saldatasi al
fondo nel momento della nascita del dio, avvenuta il gior­
no settimo del mese di Bisio: così il settimo giorno di ogni

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GRANDI MITI GRECI

mese sarebbe stato sacro ad Apollo. Si diceva che Apollo


viaggiasse ogni anno da Patara - in Licia, nell Asia Mi­
nore —, a Delfi dove abitava d ’estate, mentre d ’inverno si
trasferiva nell 'estremo nord, oltre il circolo polare, tra gli
Iperborei, i popoli che abitavano l ’ultimo settentrione
del mondo, ‘‘oltre il vento del no rd ”. Lo si invocava come
Apollo L id o ma anche come Apollo Iperboreo: quest’ul­
timo era un dio particolare, che probabilmente deriva da
incontri religiosi tra colonizzatori e mercanti greci con
ambienti d ell’Europa nordica; Apollo Iperboreo è il dio
che protegge l ’estasi e la trance dei suoi sacerdoti, i qua­
li compivano purificazioni e viaggi d ell’a nima, fugavano
pestilenze come medici e guaritori. Altro ambito tipico di
Apollo è quello oracolare, conosce le regole del gioco che
gli dèi giocano con gli uomini: rivela, nasconde, profetiz­
za. I principali santuari oracolari greci sono posti sotto la
sua protezione: Delfi, in prim o luogo, che diventò il cen­
tro religioso p iù importante della Grecia e contribuì fo r ­
temente a modellare la cultura greca arcaica; p o i molti
altri in vari punti del mondo, come Claro e Mileto in Asia
Minore dove profeti in estasi rendevano responsi in nome
dì Apollo. L ’oracolo però è un’arma a doppio taglio: Apol­
lo rivela il futuro ma contemporaneamente lo nasconde
in modo ambiguo dietro i suoi enigmi (da cui l ’epiteto di

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APOLLO

“lòxias”, contorto) perché gli uomini non sono in grado


di penetrare veramente il pensiero degli dèi. Così Apollo
appare in una sfera di distacco e lontananza: con l'arco
colpisce i nemici da lontano, con l ’oracolo tiene a fren o la
mente degli uomini. In questa distanza ambigua e inquie­
tante, eppure splendida e bella, la religione greca volle
vedere un aspetto del sacro.

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Parte della collezione
di Giuliano della Rovere
che, divenuto papa
con il nome di Giulio II,
la trasferì in Vaticano,
VApollo del Belvedere
è oggi una delle opere
più importanti dei Musei
Vaticani.
Il “più greco degli dèi” è anche il più panellenico
degli dèi. Il culto di Apollo è diffuso ovunque; in­
finite sono le sue sedi, poiché ogni insediamento
greco pretende un contatto con la divinità che è
arbitro per gli uomini del male e del bene. I grandi
centri sovraregionali della religione apollinea sono
due: il santuario di Delfi, in Focide, e quello di
Deio, nel cuore del Mare Egeo. Proprio per la com­
plessità del dio e per la vastità della sua presenza,
i miti apollinei sono numerosissimi. Ne è ben con­
sapevole il poeta dell’Inno ad Apollo, che doven­
do scegliere il tema della performance si chiede:
«Come ti canterò, se mille sono i tuoi inni? Do­
vunque infatti per te c’è materia di canto, Febo».
I due nuclei mitici fondamentali sono però quelli

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GRANDI MITI GRECI

che raccontano la nascita del dio a Deio e la fonda­


zione del santuario di Delfi. A essi si aggiungono i
molti altri miti che narrano gli amori e le vendette
di Apollo, cioè gli episodi che spiegano e fondano
la presenza di culti apollinei nelle diverse località.
Apollo è il dio che con la musica della cetra ac­
compagna i canti delle Muse; è il dio profetico, che
conosce presente, passato e futuro, e dà responsi
a chi visita i suoi oracoli; è il dio arciere, che con
l’arco d’argento scaglia infallibili frecce, semina­
trici di morte.
Arco e cetra sono gli attributi che contraddi­
stinguono il dio anche nell’arte figurata. In una
famosa coppa a fondo bianco conservata al museo
archeologico di Delfi, Apollo siede su uno scran­
no, reggendo con la mano sinistra la cetra, mentre
con la destra versa vino da una patera, nel gesto
della libagione. Nell’altrettanto famoso cratere dei
Niobidi, ora al Louvre, Apollo è in piedi, al centro
della scena, e impugna l’arco, pronto a colpire;
dietro di lui la sorella Artemide estrae una freccia
dalla faretra, mentre tutt’attorno giacciono a ter­
ra, trafitti, i figli e le figlie della superba Niobe,
che pagano con la vita la colpa materna.

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APOLLO

L’arco non è però solo parte del corredo del dio:


ha anche una spiccata valenza identitaria, perché
corrisponde alla sua natura profonda. Apollo in­
fatti è colui che “colpisce lontano”: è il dio che
irrompe aH’improvviso nella vita degli uomini e
la sconvolge, nel bene o nel male. Apollo è il “di­
struttore” (così è interpretato, con falsa etimolo­
gia, il suo nome), ma è anche il “salvatore”. Come
le frecce colpiscono il bersaglio, silenziose e spie­
tate, senza che se ne veda l’origine, così l’azione
di Apollo è imprevedibile, misteriosa, perentoria.
All’uomo non resta che l’arma della preghiera: il
peana (la preghiera rituale ad Apollo) è cantato
sia quando si vuole placare il dio adirato sia quan­
do se ne invoca l’aiuto riparatore.
Già nella scena iniziale àe\YIliade, il primo testo
della letteratura greca, Apollo è protagonista e dà
prova della sua potenza. Il vecchio sacerdote Crise,
venuto al campo dei Greci per chiedere la restitu­
zione della figlia Criseide, viene scacciato in malo
modo da Agamennone, che non vuole rinunciare
alla sua concubina. Crise allora invoca l’intervento
di Apollo; il dio, deciso a vendicare l’offesa fatta
al suo fedele servitore, scende dall’Olimpo, si fer-

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GRANDI MITI GRECI

ma presso le navi dei Greci e comincia a scagliare


le sue frecce, che per nove giorni seminano morte
nelPaccampamento. La strage termina solo quando
i Greci si decidono a restituire Criseide al padre e
placano il dio con sacrifici e preghiere. L’episodio
di Crise è esemplare: Apollo è l’arciere infallibile,
e l’epiteto di Febo è posto in rapporto con il terrore
(in greco phobos) che la sua azione improvvisa su­
scita negli uomini.

La nascita a Deio è narrata nella prima


parte dell Inno ad Apollo, un canto liturgico
composto per le feste Delio-Pitiche, istitui­
te (e celebrate nell’isola solo per qualche
GG anno) dal potente tiranno di Samo, Poli-
orate, che intendeva unificare i due prin­
cipali filoni del culto apollineo, esaltando il
ruolo di Deio a scapito di Delfi.

La stessa azione, egualmente gratuita e subitanea,


può però portare salvezza: Apollo è infatti anche
il Peana, ossia il “guaritore”. Se la corda dell’ar­
co manda un ronzio di morte, le corde della ce­

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APOLLO

tra emettono suoni che placano e incantano. Nella


mente arcaica un rimedio efficace per la malattia è
l’incantesimo, e la cetra di Apollo - che poi diven­
ta lo strumento delle sue esecuzioni musicali - è
in origine connessa con i poteri magici e le virtù
incantatorie. D’altra parte, la malattia è percepita
come l’esito di una “contaminazione”, che può es­
sere guarita con opportune pratiche purificatone.
Ma per scoprire le cause, spesso nascoste e recon­
dite, della contaminazione, ci vuole una mente sa­
gace; Apollo, che è una sorta di guaritore e puri­
ficatore universale, è dunque capace di “leggere”
dentro le cose, di penetrare le dimensioni del tem­
po e dello spazio, di vedere anche l’inconoscibile.
Ecco spiegata la sua competenza oracolare. Apol­
lo sa quante sono le stelle del cielo, conosce il nu­
mero dei granelli di sabbia del mare; e per bocca
dei suoi profeti risponde alle domande di quanti lo
interrogano, dando loro responsi veritieri.
Perché Apollo nasce a Deio? Se lo chiede il
visitatore moderno, quando mette piede su questa
isoletta brulla e riarsa, priva di ogni risorsa na­
turale. E se lo chiedevano, probabilmente, anche
i Greci, che pure vedevano Deio al culmine del

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GRANDI MITI GRECI

suo splendore, letteralmente ricoperta di edifici


pubblici e privati, molti dei quali magnifici. Le
risposte sono due. C’è una spiegazione storica:
Deio diventa, dopo la conquista persiana della co­
sta anatolica (VI secolo a.C.), il centro religioso
degli Ioni, cioè dei Greci stanziati lungo le sponde
dell’Egeo e nelle isole. A Deio gli Ioni si riunisco­
no per le annuali festività, e l’isola cresce progres­
sivamente d’importanza: le città fanno a gara per
rendere visibile la loro presenza con monumenti
e offerte; Deio finisce per essere uno dei luoghi
più visitati del Mediterraneo orientale. Nel culto
Apollo acquista una centralità sempre più netta,
fino a diventare l’assoluto signore dell’isola. La
tradizione mitica della nascita a Deio riceve così
una decisiva conferma.

Un’isola per nascere

Se però vogliamo sapere come Apollo sia nato,


dobbiamo rivolgerci al mito. Protagoniste sono
due grandi dee, nemiche tra loro: Letò, che sta
per partorire il figlio messole in grembo da Zeus,

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APOLLO

e la legittima sposa di Zeus, Hera, gelosa della


rivale. Hera è decisa a impedire che la gravidan­
za di Letò vada a buon fine; ha perciò mandato
suoi emissari in ogni città e località della Grecia,
minacciando terribili punizioni a quella terra che
avrebbe accettato di ospitare la partoriente. Co­
mincia così per Letò un’autentica via crucis. La
dea, quasi fosse una nave impegnata in una cir­
cumnavigazione del Mare Egeo, gira di porto in
porto, di isola in isola: ovunque arrivi, si profon­
de in preghiere, richieste, promesse. Ma la paura
che Hera ispira alla Grecia è troppo forte: Letò
è respinta da tutti. Finalmente, nel suo peregri­
nare sempre più affannato, la dea arriva a Deio.
Quell’isoletta così misera è la sua ultima spe­
ranza: proprio per la sua estrema povertà, Deio
non ha nulla da perdere, e non dovrebbe temere
le minacce di Hera. Letò insiste su questo punto,
e aggiunge che l’isola invece potrebbe ottenere
grandi vantaggi, se si guadagnasse la gratitudi­
ne di Apollo accettando di ospitarne la nascita: il
dio la ricompenserebbe facendone la sede del suo
tempio e dandole così la possibilità di arricchirsi
con le offerte dei numerosi pellegrini.

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GRANDI MITI GRECI

Deio si lascia persuadere, e Letò può prepararsi


al parto: si trascina fino alle sponde di un piccolo
specchio d’acqua, si mette carponi - la posizione
prescritta alle partorienti dalla medicina greca -
si afferra al tronco di una palma ed entra in tra­
vaglio. Le sue sofferenze però non sono ancora
terminate. Perfidamente, Hera trattiene sull’O­
limpo Ilizia, la dea che aiuta le donne a partorire,
e le doglie di Letò si prolungano, inefficaci. In suo
aiuto intervengono allora le altre dee, che convin­
cono Ilizia a lasciare l’Olimpo e a raggiungere la
partoriente. Non appena la dea del travaglio arriva
a Deio, il parto si compie: il bimbo scivola fuori
dal grembo materno, uscendo alla luce, e l’isola
si copre d’oro, orgogliosa del privilegio che le è
stato concesso. Apollo non succhia il latte della
madre, ma subito assapora il nettare e l’ambrosia;
e poi, precoce come ogni neonato di dèi, si scuote
di dosso fasce e bende e definisce i propri poteri:
«Impugnerò la cetra e l’arco flessibile, e vaticine­
rò agli uomini l’infallibile volontà di Zeus».
Secondo un’altra versione, quando viene inter­
pellata da Letò, Deio non è una vera isola, ma una
sorta di zattera vagante per l’Egeo, un frammento

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APOLLO

di roccia in balia dei venti e delle correnti. Il con­


tatto fisico con il corpo del dio produce però una
spettacolare metamorfosi: quattro colonne d’ac­
ciaio salgono dalle profondità marine e ancorano
l’isola, che d’ora innanzi non sarà più uno scoglio
errante, ma l’ombelico del mare, il centro di un
cosmo rifondato da Apollo. E si chiamerà Deio (la
“visibile”), un nome che sancisce la sua mutata
fortuna. Questa variante del mito corrisponde a
uno schema folklorico molto diffuso: nel racconto
mitico non è raro che un’isola subisca trasforma­
zioni radicali, a seguito di interventi divini. Simile
è la vicenda di Rodi, che sorge dalle onde quando
il dio Helios la sceglie come sua sede prediletta.
Ceo invece sprofonda per larga parte nel mare,
travolta dal terremoto che Zeus e Poseidone sca­
tenano contro i suoi empi abitanti, i Telchini; ma
la porzione superstite, così purificata, è pronta per
ospitare una nuova generazione di isolani - i Cei,
appunto - destinati a eccellere per le loro virtù.
La nascita a Deio è narrata nella prima parte
deìYInno ad Apollo, un canto liturgico composto
per le feste Delio-Pitiche, istituite (e celebrate
nell’isola solo per qualche anno) dal potente tiran­

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GRANDI MITI GRECI

no di Samo, Policrate, che intendeva unificare i


due principali filoni del culto apollineo, esaltando
il ruolo di Deio a scapito di Delfi. L'Inno, che ci
è pervenuto integralmente ed è una fonte preziosa
per la ricostruzione della “storia sacra” di Apol­
lo, nella seconda parte racconta la fondazione del
santuario delfico. Il dio, che è ormai cresciuto e
ha raggiunto il suo pieno vigore, lascia l’Olimpo
e si mette in cerca di un luogo dove edificare un
tempio e un oracolo. Il suo viaggio, che lo porta
a percorrere, da nord a sud e poi da est a ovest,
gran parte della Grecia settentrionale e centrale,
ha strette analogie con le peregrinazioni marine
di Letò: i due cataloghi geografici alludono alla
vastità del potere di Apollo, dio panellenico che
estende il suo controllo - per terra e per mare - su
ogni spazio abitato dai Greci.
Procedendo in volo, Apollo attraversa la Tessa­
glia, l’Eubea, la Beozia; arrivato in Focide, è col­
pito dallo spettacolo che si offre al suo sguardo: il
monte Parnaso proietta verso l’alto le pareti roc­
ciose delle Rupi Fedriadi, sotto le quali si distende,
scendendo verso il mare, la valle del fiume Plisto,
coperta da un immenso uliveto. Il luogo ha una

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APOLLO

suggestione straordinaria; il cielo incombe sulla


terra, le rupi proiettano su di essa la loro ombra
misteriosa, inquietante; ma le stesse rupi, colpite al
mattino dai primi raggi del sole, si trasformano in
specchi sfavillanti e inondano di nitida luce le pen­
dici del monte e la valle. Il paesaggio delfico è in
perfetta sintonia con le qualità di Apollo. L’arciere
“lungisaettante” è potenza divina allo stato puro,
pronta a scendere dal cielo sulla terra e a sconvol­
gerne i lineamenti; è naturale, quindi, che la sua
casa sia Delfi, il luogo dove tutto può accadere,
dove il mistero è una presenza concreta, tangibile.

Il tempio di Delfi

La decisione è immediata: «Qui costruirò il mio


tempio, e qui verranno in folla gli uomini a consul­
tare il mio oracolo», proclama Apollo. E il tempio
ben presto sorge. Le fondamenta sono gettate dal
dio stesso: ben squadrati blocchi di pietra che fissa­
no il perimetro dell’edificio; alla costruzione vera e
propria provvedono gli “architetti divini” Trofonio
e Agamede, coadiuvati da masse di aiutanti mortali.

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GRANDI MITI GRECI

Ma il dio è atteso da una prova. Nel mito gre­


co questo è un meccanismo ricorrente: nessun dio
(e nessun eroe) può imporsi o cogliere un succes­
so - e guadagnarsi la gloria - senza affrontare
un cimento: lo scontro con un avversario, il su­
peramento di un ostacolo, o comunque una di­
mostrazione di forza e coraggio. In una versione
del mito, testimoniata dal poeta tragico Eschilo,
Apollo diventa signore di Delfi attraverso un pas­
saggio di consegne pacifico: l’antico oracolo di
Gea, la dea della terra, passa sotto il controllo di
altre due divinità, figlie di Gea, prima di essere
definitivamente assegnato al nuovo padrone. Ma
nella versione ufficiale, accreditata dai sacerdoti
del santuario (e largamente diffusa), Apollo deve
lottare contro il vecchio signore del luogo, per
nulla disposto a cedere il campo.
L’avversario del dio è un mostruoso serpen­
te figlio della terra, il Pitone. Apollo lo affronta
impavido e lo trafigge a morte con le frecce sca­
gliate dall’arco d’argento. L’uccisione del Pitone
è un episodio di importanza capitale nella “storia
sacra” di Delfi. Il nome stesso che il santuario ha
nel linguaggio comune, Pito, è messo in rappor­

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APOLLO

to etimologico con il nome del mostro; le grandi


feste Pitiche, che si celebrano ogni quattro anni
e attirano visitatori da ogni parte della Grecia,
sono una rievocazione della vittoria del dio. L’e­
vento centrale delle Pitiche è una sorta di sacra
rappresentazione: i ragazzi e le ragazze di Delfi
si riuniscono nello spiazzo circolare detto “aia”
e mimano le varie fasi della lotta (che secondo la
tradizione si sarebbe svolta proprio lì); alla fine
salutano il trionfo di Apollo con il grido rituale
«iè iè Paiàn». È il ritornello che, secondo il mito,
Apollo stesso canta quando, calcando col piede il
corpo senza vita del Pitone, intona il peana di vit­
toria, al suono della cetra. La lotta col serpente è
un passaggio capitale anche nella vicenda perso­
nale del dio, nella sua biografia; la nascita a Deio
è già un atto di forza, ma è a Delfi che Apollo
rivela il tratto distintivo della sua natura: Yatas-
thalìa, ossia una violenza perentoria e prepotente,
una protervia che si impone senza lasciare spazio
a resistenze o mediazioni. A Delfi l’arco che uc­
cide il Pitone e la cetra che accompagna il peana
acquistano senso compiuto: non contrassegni or­
namentali ma strumenti d’azione efficace.

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GRANDI MITI GRECI

L’uccisione del Pitone è il tema fisso dei “pezzi”


che vengono eseguiti nel concorso musicale delle
feste Pitiche; ma è anche un soggetto che ispira
pittori e scultori. L’A pollo del Belvedere, gloria
dei Musei Vaticani, è una copia romana di un ori­
ginale greco in bronzo, realizzato verso la metà
del IV secolo a.C.: il dio è in piedi, con il braccio
sinistro proteso in avanti, a reggere l’arco da cui è
appena partita la freccia mortale; il corpo è quel­
lo di un giovane atleta, agile e forte; i capelli, in
parte raccolti sul capo, ricadono in lunghi riccioli
sul collo e incorniciano un volto imberbe di ado­
lescente. 'NeWApollo del Belvedere non è difficile
riconoscere l’evoluzione di un tipo scultoreo dif­
fusissimo nella Grecia arcaica e classica: il kou­
ros, il giovane nudo, ritratto in posizione frontale,
col piede sinistro leggermente avanzato e i lunghi
capelli stretti da un nastro intorno alla fronte. Sta­
tue di kouroì sono state trovate in tutti i luoghi di
culto di Apollo: rappresentano il dio, ma contem­
poraneamente anche ogni adolescente che si affidi
a lui. Apollo infatti, il dio eternamente giovane, il
dio-ragazzo dai capelli intonsi, ha il potere di far
crescere i fanciulli in forza e salute, proponendosi

28
APOLLO

come loro modello. Il bimbo di Deio, che grida la


sua voglia di vivere, e il kouros di Delfi, pieno di
vigore, sono due diverse figure di una medesima
personalità divina: entrambe trasmettono, con il
linguaggio del mito, un chiaro messaggio, il cui
senso ultimo è una chiamata alla vita.

Apollo infatti, il dio eternamente giovane,


il dio-ragazzo dai capelli intonsi, ha il po­
tere dì far crescere i fanciulli in forza e sa­
lute, proponendosi come loro modello. Il
GG bimbo di Deio, che grida la sua voglia di
vivere, e il kouros di Delfi, pieno di vigore,
sono due diverse figure di una medesima
personalità divina.

L’uccisione del Pitone è una vittoria, ma è anche


una colpa. Apollo ha pur sempre soppresso il cu­
stode di un luogo sacro, e il sangue del serpente lo
contamina: il purificatore ha a sua volta bisogno
di purificazione. Zeus impone al figlio un esilio di
otto anni, che Apollo sconta nella valle di Tempe,
in Tessaglia. Al termine della pena, il dio torna a

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GRANDI MITI GRECI

Delfi, portando nella mano un ramo d’alloro, e la


presa di possesso del santuario questa volta è com­
pleta e definitiva. Il poeta deìYInno ad Apollo non
fa parola dell’esilio a Tempe, mentre ci parla a lun­
go del serpente, che nella versione da lui seguita
è un mostro al femminile, una dracena. Il raccon­
to si proietta all’indietro, in un ampio flashback
che sposta la scena sull’Olimpo, al tempo degli
ancestrali conflitti teogonici. Hera è sdegnata con
Zeus, che ha avuto l’impudenza di generare dalla
sua testa Atena, senza chiedere la collaborazione
della legittima moglie. Per vendicarsi di lui, ripa­
gandolo con la stessa moneta, Hera invoca l’aiuto
dei Titani e chiede di poter partorire, senza l’aiuto
di nessun partner, un figlio forte quanto Zeus e suo
potenziale rivale. Nasce così Tifone, il dio terribi­
le dalle cento teste spiranti fuoco; Tifone affronta
Zeus in un drammatico duello, la cui posta è la su­
premazia sull’intero universo, ma viene sconfitto e
imprigionato negli abissi del Tartaro. La dracena,
spiega il poeta delYInno, è la balia a cui Hera affi­
dò Tifone subito dopo averlo partorito.
Il senso del racconto è chiaro: la dracena, de­
gna compagna del pestifero Tifone, è un flagello

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APOLLO

per uomini e animali. Uccidendola, Apollo libera


Delfi da una presenza oppressiva, funesta; svolge
dunque il suo ruolo di purificatore. Nell’/wwo il
momento finale dello scontro è descritto con com­
piaciuta crudezza: le frecce del dio trafiggono il
mostro, che si contorce per il dolore, trascinando­
si sul terreno con grida convulse, finché muore,
con un ultimo singhiozzo e uno sbuffo di sangue.
Apollo esulta, e lascia che il cadavere della drace­
na rimanga insepolto, a imputridire sotto la vampa
del sole. Pito prende il nome da questa putrefazio­
ne; o almeno così suggerisce il poeta, proponendo
un’etimologia alternativa.
La fondazione di Delfi è in gran parte com­
piuta: il santuario è ormai saldamente nelle mani
del dio, il tempio è pronto, ben costruito in so­
lida pietra; ma l’oracolo è ancora inattivo, per­
ché mancano i ministri del culto. La scena finale
àQÌVInno racconta il reclutamento dei primi sacer­
doti. Apollo si alza in volo, scrutando l’orizzon­
te; la sua vista, prodigiosamente acuta, distingue
di lontano una nave, che avanza nell’azzurro del
mare. A bordo vi sono mercanti Cretesi di Cnosso,
che viaggiano per commercio alla volta di Pilo.

31
GRANDI MITI GRECI

Ma il dio ha in mente per loro un altro destino:


assume l’aspetto di un grosso delfino e piomba
sul ponte della nave. I Cretesi ne sono sconvol­
ti; non capiscono come sia arrivato a bordo quel
gigantesco animale, che li terrorizza e impedisce
ogni loro movimento. Inutilmente tentano di ma­
novrare vele e timone; la nave non segue la rotta
voluta dagli uomini, ma quella imposta dal dio:
come stregata, prosegue lungo la costa occiden­
tale del Peloponneso, per entrare poi nel golfo di
Corinto e puntare sul porto di Cirra. Qui i Cretesi
sbarcano, e si trovano davanti il dio, che ora ha
l’aspetto di un giovane gagliardo, dai lunghi ca­
pelli ricadenti sulle spalle.
Apollo gioca con loro come il gatto col topo:
chiede chi siano, da dove vengano e con quali
intenzioni. Uno dei mercanti si fa coraggio e ri­
sponde: spiega che lui e i suoi compagni avevano
ben altra meta, e che sono arrivati lì contro la loro
volontà, certo costretti da un dio. A questo punto
Apollo smette di giocare; rivela la sua identità e
comunica ai Cretesi quale sarà, d’ora innanzi, la
loro vita: non torneranno più a Cnosso, non rive­
dranno più le mogli e i figli, ma rimarranno per

32
APOLLO

sempre a Delfi, come custodi e ministri del tem­


pio. Quando Apollo fa irruzione nella vita di un
mortale, per il malcapitato non c’è scampo. I Cre­
tesi non possono che obbedire; il dio li precede,
con passi eleganti, suonando la cetra, ed essi lo
seguono: lasciano il porto e salgono le pendici del
Parnaso, cantando il peana, fino a raggiungere il
santuario, la loro nuova casa.
Il mito, come sempre, fa da modello alla realtà.

L’oracolo che non fallisce mai

L’episodio dei mercanti Cretesi mima l’esperienza


di milioni di pellegrini che nel corso dei secoli
vennero a Delfi, per mare o per terra, e salirono al
tempio: per interrogare l’oracolo o per partecipare
alle feste e ai riti previsti dal calendario liturgico.
Delfi è la casa di Apollo: lì avviene l’incontro
col dio che con i suoi responsi sconvolge i destini
di singoli individui o di intere città. Apollo però
non abita sempre a Delfi: nei mesi invernali è as­
sente, perché si trasferisce nel paese degli Iperbo­
rei, un popolo che gli è particolarmente devoto e

33
GRANDI MITI GRECI

ogni giorno lo onora con canti e sacrifici. L’oraco­


lo, di conseguenza, è attivo solo nella buona sta­
gione, dalla primavera all’autunno. La sua fama
è alimentata, oltre che dalla fede sincera nelle
capacità profetiche di Apollo, anche dalle cosid­
dette “tradizioni di santuario”: racconti - non si
sa fino a che punto reali - che confermano la ve­
ridicità e la potenza del dio e fanno capire quanto
gravi siano le conseguenze per quanti professa­
no incredulità o non si attengono alle indicazioni
dell’oracolo. Questi racconti, alimentati e anzi in
molti casi creati dai sacerdoti del tempio, si pre­
sentano spesso con i tipici tratti della narrazione
mitica, per la forte presenza di elementi folklorici
e per il manifesto valore esemplare. Ma attorno
all’ombra del santuario prende consistenza anche
un sistema di miti veri e propri, che chiamano
in causa direttamente la figura di Apollo e han­
no lo scopo - secondo la logica che è alla base
dell’ideazione mitica - di legittimare iniziative o
spiegare fatti accaduti.
Un tipico “mito di santuario” ha per protago­
nista il figlio di Achille, Neottolemo. Neottolemo,
che dopo la morte del padre nel decimo anno della

34
APOLLO

guerra di Troia è stato chiamato in aiuto da Aga­


mennone e ha dato un contributo decisivo alla vit­
toria dei Greci, al suo ritorno in patria decide di
“fare i conti” con Apollo. A Troia infatti i com­
pagni gli hanno parlato della fine di Achille, ucci­
so da una freccia del dio arciere (ovvero, secondo
un’altra versione, da una freccia scagliata da Paride
ma guidata dalla mano di Apollo). L’eroe si pre­
senta alla Pizia, e con fiero cipiglio reclama sod­
disfazione per l’uccisione del padre; minaccia, se
non l’avrà, di bruciare il tempio e saccheggiarne il
tesoro. Questo comportamento insolente - l’esatto
contrario della devota umiltà che ci si attende da
un pellegrino - suscita lo sdegno del dio, già in
precedenza irato con l’eroe per i feroci massacri da
lui perpetrati durante il sacco di Troia (e in partico­
lare per l’uccisione di Priamo e del piccolo Astia-
natte). Allontanato dalla Pizia con poche, fredde
parole, Neottolemo lascia Delfi. Vi torna qualche
tempo dopo, apparentemente rinsavito: consapevo­
le di avere offeso Apollo, vorrebbe placarlo facen­
do professione di pentimento e offrendogli sacrifi­
ci. Ma la vendetta scatta, inesorabile. Il braccio del
dio è Oreste, che ha motivo di rancore nei confronti

35
GRANDI MITI GRECI

di Neottolemo, perché a causa sua è stato privato


della promessa sposa, Ermione. Oreste, informato
dell’imminente arrivo del rivale a Delfi, gli tende
un agguato accanto all’altare dei sacrifìci: quando
quello si prepara a distribuire ai presenti le parti
della vittima, lo uccide con l’aiuto dei sacerdoti e
degli abitanti della città. La tomba di Neottolemo,
collocata nel recinto sacro a poca distanza dal tem­
pio, faceva parte del percorso di visita consigliato a
chiunque venisse in pellegrinaggio; da essa usciva
un chiaro invito al medèn àgan («evita ogni ecces­
so!»), un principio basilare della saggezza delfica.
Anche Eracle, in una delle sue innumerevoli
avventure, viene a Delfi con intenzioni aggressive.
L’eroe ha ucciso Ifìto, che era suo ospite nel palazzo
di Tirinto, macchiandosi di una colpa gravissima;
decide allora di ricorrere al potere purificatorio di
Apollo e consulta la Pizia, chiedendole che cosa
debba fare per essere guarito dalla contaminazio­
ne. Ma la profetessa rifiuta di rispondere, ed Era­
cle reagisce con stizza: afferra il tripode d’oro sui
cui la donna è seduta, deciso a portarselo via con
gli altri oggetti preziosi che costituiscono il tesoro
del tempio. Apollo accorre, e tra i due scoppia una

36
APOLLO

lotta furibonda, sedata soltanto dall’intervento di


Zeus, che scaglia un fulmine in mezzo a loro per
separarli. Si arriva, con la mediazione di Zeus, a
un compromesso: Eracle restituisce il tripode e in
cambio ottiene il responso voluto: se accetterà di
essere venduto come schiavo e di trascorrere in
schiavitù tre anni, la sua colpa sarà estinta.

La fondazione di Delfi è in gran parte


compiuta: il santuario è ormai saldamente
nelle mani del dio, il tempio è pronto, ben
costruito in solida pietra; ma l’oracolo è
ancora inattivo, perché mancano i ministri

GG del culto. La scena finale dell 'Inno rac­


conta il reclutamento dei primi sacerdoti.
'D’D
Apollo si alza in volo, scrutando l’orizzon­
te; la sua vista, prodigiosamente acuta,
distingue di lontano una nave, che avanza
nell’azzurro del mare.

La zuffa tra Apollo ed Eracle per il tripode è un al­


tro “mito di santuario” caro all’ambiente delfico. È
il tema, per esempio, del frontone orientale del Te-

37
GRANDI MITI GRECI

soro dei Sifni, capolavoro dell’arte ionica arcaica.


Il frontone, l’unico conservato, è ricostruito in una
delle sale del Museo ed è perfettamente leggibile. I
due litiganti occupano il centro della scena: Eracle,
sulla destra, si è caricato già il tripode in spalla e si
è girato per allontanarsi con la preda, mentre Apol­
lo da sinistra tenta di impedirglielo, afferrando con
la mano uno dei tre piedi; Zeus, dietro di loro, si
sforza di mettere pace. Il mito, apparentemente se­
condario, in realtà risponde a una logica precisa:
ha anzitutto una funzione “archeologica”, poiché
spiega perché mai la Pizia usi proprio un tripode
come sedile; e poi fa interagire due personaggi per
molti versi antinomici quali Eracle, l’avventurie-
ro ridanciano e trasgressivo, e Apollo, il dio nor-
matore. I due entrano inevitabilmente in conflitto,
ma alla fine trovano un accordo: come non vedere
in questa vicenda una metafora di Delfi, ombelico
del cosmo, punto d’incontro degli opposti? A Delfi
si incrociò il percorso delle due aquile alzatesi in
volo dai due estremi del mondo; a Delfi cielo e ter­
ra si incontrano: il terrigno Eracle, l’eroe filantropo
compagno degli uomini, e l’inaccessibile Apollo, il
più scostante tra gli dèi, a Delfi possono dialogare.

38
APOLLO

Proprio perché è il dio greco per eccel­


lenza, e ha un controllo completo del ter­
ritorio abitato dai Greci, Apollo è consul­
GG tato da tutti coloro che vorrebbero am­
pliare questo territorio, impiantando nuovi
insediamenti in nuove terre.

Molti “miti di santuario” si connettono al ruolo che


Apollo delfico ha come propiziatore delle fonda­
zioni coloniali, ovvero, nella sua veste di musico,
come patrono di poeti. Proprio perché è il dio gre­
co per eccellenza, e ha un controllo completo del
territorio abitato dai Greci, Apollo è consultato da
tutti coloro che vorrebbero ampliare questo territo­
rio, impiantando nuovi insediamenti in nuove terre.

Le città “apollinee”

Un’avventura coloniale non può che prendere le


mosse da un oracolo delfico, che - nella sua con­
figurazione tipica - esprime il consenso divino
all’impresa e dà anticipazioni sul destino della
nuova città. Molto divertente è il mito che rac-

39
GRANDI MITI GRECI

conta le fondazioni di Siracusa e di Crotone. I


due ecisti, Archia di Corinto e Miscello di Ripe,
si presentano a Delfi nello stesso giorno e insie­
me consultano l’oracolo, chiedendo dove sia me­
glio per loro insediarsi. Per bocca della Pizia il
dio chiede se preferiscono la ricchezza o la sa­
lute, e Archia è lesto a scegliere la prima, men­
tre Miscello opta per la seconda; di conseguenza
Archia è indirizzato a Siracusa, destinata a di­
ventare la città più prospera dell’intera Sicilia,
mentre Miscello viene mandato a Crotone, dove
sorgerà una rinomata scuola medica. Ancor oggi
chi arriva all’isola di Ortigia - il nucleo più anti­
co di Siracusa - incontra le imponenti fondazioni
dell’Apollonion: come in tutte le colonie, anche
qui il tempio del dio delfico fa parte, in posizione
ben visibile, del reticolo sacro.
Bello e commovente è il mito che racconta la
“vocazione” di Archiloco, il grande poeta arcai­
co. Nativo di Paro, nelle Cicladi, Archiloco passa
buona parte della sua vita nell’isola di Taso, vicina
alla costa della Tracia, dove i Pari partecipano alla
fondazione di una colonia pahellenica. Il poeta of­
fre un contributo importante all’impresa, sia sul

40
APOLLO

campo di battaglia nei numerosi scontri tra i colo­


ni e le popolazioni indigene, sia con i suoi versi, in
cui dà voce ai sentimenti della comunità greca. I
suoi concittadini lo onorano già negli anni succes­
sivi alla sua morte dedicandogli un culto eroico:
all’eroe Archiloco, soldato e cantore, i Pari si ri­
volgono per avere aiuto nei momenti difficili della
vita cittadina. L’Archilocheion (il tempietto sede
del culto) è lo spazio in cui si definisce il racconto
mitizzato della vita del poeta, nel quadro di una
costante presenza apollinea. L’episodio iniziale è
un oracolo delfico; il padre di Archiloco, Telesi-
cle, venuto a Delfi alla testa di una delegazione di
concittadini, riceve dal dio l’ordine di partecipare
alla colonizzazione di Taso («Riferisci ai Pari che
io ti comando di fondare nell’isola nebbiosa una
città ben visibile»). Telesicle obbedisce; al ritor­
no in patria inizia i preparativi, ma gli accade un
fatto molto strano. Suo figlio Archiloco, mandato
un giorno in città a vendere al mercato una vac­
ca, incontra in aperta campagna un gruppetto di
giovani donne, che lo salutano con parole scher­
zose e gli chiedono se l’animale sia in vendita; lui
risponde di sì, e quelle gli dicono che gli daranno

41
GRANDI MITI GRECI

un buon prezzo. Le donne e la vacca scompaiono:


il ragazzo, stupefatto, vede a terra davanti a sé una
cetra. Telesicle, quando è informato dell’accaduto,
fa ricerche in tutta Paro, ma della vacca non si tro­
va traccia. Tornato a Delfi per consultare di nuovo
l’oracolo, riceve da Apollo questo responso: «Avrà
fama immortale tra gli uomini, Telesicle, quel tuo
figlio che per primo ti saluterà quando sbarche­
rai dalla nave sulla patria terra!» E così avviene:
Archiloco è il primo dei figli a correre incontro
al padre e a salutarlo; il suo destino è fissato: la
cetra donatagli dalle Muse sarà il suo strumento.
Non solo la vita, ma anche la morte del poeta è
nel segno di Apollo. Archiloco muore in battaglia,
ucciso da un certo Calonda, soprannominato Ko-
rax (“Corvo”); quando costui va a Delfi, Apollo
gli nega udienza, anzi lo scaccia in malo modo
dicendogli: «Hai ucciso un servo delle Muse; vat­
tene dal tempio».
Il più noto tra i “miti di santuario” delfici ha
per protagonista il re della Lidia, Creso. Lo cono­
sciamo da varie fonti, ma la versione più diverten­
te è quella contenuta nelle Storie di Erodoto. In
senso stretto, non lo si può definire mito, perché

42
APOLLO

vi agiscono personaggi storici, e il contesto del­


le vicende è storicamente ben documentato. Ma il
racconto, ampiamente romanzato e spiccatamente
didattico, ha tutte le caratteristiche della narrazio­
ne mitica. Si può pensare che la fonte cui Erodoto
attinge sia lo stesso clero delfico. I sacerdoti di
Apollo avevano certo interesse a divulgare episo­
di che illustravano - con esempi eclatanti - quale
fosse il modo corretto (e quale quello scorretto) di
consultare l’oracolo, e quali vantaggi e svantaggi
ne potessero venire. La storia di Creso, in questo
senso, è di una chiarezza lampante.

Una sfida oracolare

La vicenda prende le mosse dall’aberrante pre­


tesa umana di controllare la potenza misteriosa
del dio. Creso, ricchissimo re dei Lidi, decide di
mettere alla prova tutti i più famosi oracoli del
suo tempo, per misurarne l’attendibilità e servirsi
poi di quelli che si rivelino più veritieri. Man­
da dunque i suoi uomini nelle diverse sedi ora­
colari, dando loro questi ordini: dal giorno della

43
GRANDI MITI GRECI

partenza da Sardi dovranno contare il tempo che


passa, e consultare gli oracoli dopo che saran­
no trascorsi cento giorni esatti; a tutti porranno
la stessa domanda: «Che cosa sta facendo ora
il re dei Lidi Creso, figlio di Aliatte?»; avuta la
riposta, ne dovranno registrare il testo scritto e
riportarglielo. Il racconto non riferisce la rispo­
sta degli altri oracoli; ma a Delfi, non appena i
Lidi entrano nella stanza segreta e formulano la
domanda escogitata da Creso, la Pizia proclama:
«Conosco il numero della sabbia e le misure del
mare. Intendo anche il muto e odo chi non parla.
È arrivato ai miei sensi l’odore di una testuggine
dal duro guscio, bollita nel bronzo con carni d’a­
gnello. Sotto di essa è disteso bronzo, e bronzo la
ricopre al di sopra».
I Lidi, dopo aver trascritto il responso, tornano
a Sardi. Creso aspetta che siano rientrati tutti i
suoi emissari, e procede a una lettura comparata
delle loro registrazioni. Nessuna di esse suscita
il suo interesse; ma quando il suo sguardo cade
sul responso della Pizia, subito il re è preso da
entusiasmo, rivolge grandi lodi al dio di Delfi e
proclama che il suo oracolo è l’unico degno di

44
APOLLO

fede. La Pizia ha dato la risposta esatta, ha de­


scritto con precisione le azioni compiute in quel
momento da Creso, come se le vedesse con gli oc­
chi. Infatti, dopo aver fatto partire i suoi incaricati
e avere atteso il giorno giusto, il re ha pensato a
qualcosa che fosse impossibile da indovinare, e
ha avuto questa trovata: ha tagliato a pezzi una
tartaruga e un agnello e ne ha messo a cuocere
le carni in un calderone di bronzo, chiuso da un
coperchio di bronzo.
Creso manda ricchi doni a Delfi e, come se
avesse stretto un accordo personale con Apollo,
si illude di poter sfruttare a suo piacimento l’ora­
colo, usandolo come un consigliere privato, poli­
tico e militare. Intenzionato a muovere guerra ai
Persiani, manda a chiedere se l’impresa presenti
dei rischi. Il dio gli risponde che, se farà guerra ai
Persiani, distruggerà un grande impero. Il re non
comprende la minaccia sottesa a una formulazio­
ne così ambigua, e si sente incoraggiato ad agi­
re. Sempre più baldanzoso, chiede ad Apollo se il
suo regno durerà a lungo. La risposta della Pizia
è di un’ambiguità davvero perfida: «Ma quando
un mulo sarà re dei Persiani, allora, o lidio dai

45
GRANDI MITI GRECI

piedi delicati, fuggi lungo l’Ermo ghiaioso, e non


aver vergogna di essere vile». Creso pensa che
mai un mulo diventerà re dei Persiani; certo della
vittoria, scende in guerra. Ma il re dei Persiani
è Ciro, nato da genitori di stirpe diversa e di di­
verso rango sociale (quindi, metaforicamente, un
“mulo”). Così Creso subisce una rovinosa scon­
fitta e il suo regno, come Apollo gli ha predetto,
viene distrutto.
La storia di Creso è una sorta di fiaba didat­
tica. Non manca neppure la “morale” finale. A
conclusione del racconto, infatti, la Pizia rispon­
de ai messi di Creso, che sono venuti a Delfi a
riportare le lamentele del loro signore: Creso
ritiene di essere stato danneggiato dagli ingan­
nevoli responsi del dio, nonostante gli splendidi
doni con cui ne ha onorato il santuario. Ma la
profetessa replica che gli oracoli dicevano il vero,
e che è stato il re di Lidia a interpretarli male,
accecato dall’ambizione: sua è dunque tutta la
colpa. Queste parole valgono per Creso, ma val­
gono per chiunque si accosti all’oracolo: Apollo
non mente mai, né inganna mai deliberatamente
un mortale; la parola dell’oracolo è però diver-

46
APOLLO

sa dalla parola degli uomini. Apollo non “dice”,


bensì “dà segni”; l’uomo può cogliere la verità
dell’oracolo solo se si accosta a esso con umiltà e
purezza di cuore.
Tra le innumerevoli offerte votive che i vi­
sitatori di Delfi potevano vedere, una suscita­
va probabilmente il loro stupore. Era la dedica
di Ippocrate, il fondatore della scuola medica di
Cos e padre della medicina greca: una statua in
bronzo che rappresentava un uomo consumato
dalla malattia e prossimo a morire, come il corpo
scheletrito, le membra abbandonate e lo sguar­
do languente facevano chiaramente intendere. La
dedica esprimeva la riconoscenza di Ippocrate al
dio che gli aveva trasmesso il potere terapeutico,
mettendolo in condizione di guarire ogni mala­
to: l’uomo effigiato nella statua era appunto un
paziente ridotto allo stremo, ma pronto per una
mirabolante guarigione. D’altra parte, se i visi­
tatori potevano essere sconcertati dalla crudezza
delTimmagine e dalla singolarità del contrappas­
so, certamente non si stupivano di trovare a Delfi
segni dell’omaggio tributato al dio da rappresen­
tanti della classe medica.

47
GRANDI MITI GRECI

Guarire da tutti i mali

La forza guaritrice infatti fa parte delle compe­


tenze di Apollo fin dall’epoca più antica. L’Iliade
inizia con la scena della peste scatenata dall’arco
d’argento; ma un altro episodio del poema racconta
l’intervento benefico del dio Peana. A trarne van­
taggio è Glauco, che ha appena assistito alla morte
del suo comandante Sarpedone, sconfitto in duello
da Patroclo. Prima di spirare, Sarpedone ha trova­
to la forza per sussurrargli qualche parola, chie­
dendogli di battersi con ogni energia per impedi­
re ai nemici di impadronirsi del suo corpo e delle
sue armi. Glauco è preso da una grande angoscia:
vorrebbe obbedire, ed è pronto a dare la vita per
difendere il corpo del suo re; ma nella furibonda
battaglia scatenatasi presso il muro degli Achei è
stato colpito al braccio da una freccia. La ferita
gli procura fitte strazianti e gli impedisce di com­
battere. Rivolge allora una fervida preghiera ad
Apollo, certo che il dio lo possa udire, dovunque si
trovi; gli confida la sua pena e gli chiede di venire
in suo aiuto. Così accade; il Guaritore esaudisce
la supplica: fa cessare il dolore, arresta l’emorra-

48
APOLLO

già, restituisce vigore al braccio. Glauco esulta, e


si getta nella mischia con rinnovato ardore.

Apollo non mente mai, né inganna mai de­


liberatamente un mortale; la parola dell’o­
racolo è però diversa dalla parola degli uo­

GG mini. Apollo non “dice”, bensì “dà segni”;


l’uomo può cogliere la verità dell’oracolo
solo se si accosta a esso con umiltà e pu­
rezza di cuore.

La guarigione di Glauco ha le caratteristiche ti­


piche delazione di Apollo: è improvvisa, inspie­
gabile, perentoria. Ma è anche il modello delle
guarigioni miracolose che il dio della medicina,
Asclepio, regala ai fedeli nei suoi santuari spar­
si per tutta la Grecia. Negli Asklepieia sono stati
ritrovati molti testi che ci raccontano le storie dei
pazienti risanati: un elemento fisso di queste “cro­
nache” è l’insistenza sulla rapidità del dio che,
di solito nello spazio di una sola notte, guarisce
sofferenze e menomazioni protrattesi per anni.
Asclepio è il figlio di Apollo che eredita dal padre

49
GRANDI MITI GRECI

la capacità terapeutica e progressivamente si so­


stituisce a lui come dio guaritore e patrono della
medicina. D’altra parte, la mente religiosa greca
non perde mai la consapevolezza del rapporto che
lega le due divinità, e della subordinazione - in
termini di gerarchia sacra - del figlio al padre. I
santuari di Asclepio si sviluppano in luoghi che
già ospitano un culto di Apollo; e il santuario di
Delfi continua a essere un punto di riferimento
per gli Asklepieia (e per le associazioni dei medi­
ci) anche dopo che Asclepio ha assunto una fisio­
nomia divina autonoma e ha stabilmente assunto
l’epiteto di Peana.
Asclepio nasce da Apollo e da una donna mor­
tale; è dunque un eroe, che solo in un momento
successivo viene promosso a rango di divinità. Il
mito della sua nascita conosce un certo numero
di varianti, ciascuna delle quali esalta il ruolo di
una diversa località, e quindi di una diversa sede
di culto. I tratti fondamentali sono però fissi, e
raccontano una vicenda d’amore infelice (come è
la regola per le relazioni amorose tra dèi e mor­
tali). La versione seguita da Pindaro è ambientata
in Tessaglia e ha per protagonista la principes­

se:
APOLLO

sa tessala Coronide, figlia di Flegia re dei Lapi-


ti. Apollo se ne innamora e si unisce a lei; ma
la ragazza, approfittando dell’assenza del dio, si
lascia sedurre da un ospite venuto dall’Arcadia,
Ischys: si concede a lui, accogliendolo nel suo let­
to, benché porti già in sé il frutto del puro seme
divino. Apollo è a Delfi, e viene a conoscenza del
tradimento. Una versione molto diffusa del mito
attribuisce il ruolo dell’informatore al corvo, al
quale il dio aveva affidato il compito di sorve­
gliare l’amata; reagendo con rabbia alla notizia,
Apollo maledice l’uccello, che da quel momento
cambia il colore del piumaggio da bianco in nero.
Da questa versione prende però le distanze Pinda­
ro, il quale preferisce pensare che il dio profetico
non abbia bisogno di aiuti esterni e che scopra
la verità grazie alla sua stessa vista onnisciente.
La conseguenza è comunque la stessa: Coronide,
che si è macchiata di una colpa imperdonabile,
deve subire una punizione esemplare. Se ne inca­
rica Artemide, che raggiunge la città dei Lapiti e
inizia a scagliare le sue frecce appestatrici: ne è
colpita Coronide, ma la pestilenza si diffonde con
virulenza tra l’intera popolazione femminile. La

51
GRANDI MITI GRECI

città è invasa dal lutto; ovunque ardono i roghi


funebri delle donne trafitte dalla dea. Il corpo di
Coronide (quel corpo che ha conosciuto il contat­
to fisico con il dio, ma è poi stato contaminato
dall’amore di un uomo) sta per essere consumato
dalle fiamme. Apollo aspetta che i parenti diano
fuoco alla pira, poi grida: «Non permetterò che
mio figlio muoia insieme alla madre»; si lancia
verso Coronide (e il fuoco si apre davanti a lui,
lasciandogli un varco) e le strappa dal grembo il
bimbo, che è salvato così da morte certa.
Apollo porta il piccolo Asclepio al sapiente cen­
tauro Chirone, che abita sulle pendici del monte
Pelio. La moglie e le figlie di Chirone si prendono
cura del neonato, che rapidamente cresce in vigo­
re e intelligenza. Della sua educazione si occupa
il centauro stesso, famoso precettore di eroi: ad
Asclepio Chirone insegna ogni disciplina, ma so­
prattutto lo istruisce nei segreti dell’arte medica.
Il figlio di Apollo diventa un guaritore straordina­
rio, capace di risanare ogni malanno. Attratti dal­
la sua fama vengono a lui malati afflitti dalle af­
fezioni più diverse: ferite, piaghe, febbri. Asclepio
li cura applicando a ciascuno rimedi appropria­

52
APOLLO

ti: pozioni, incantesimi, farmaci, persino azioni


chirurgiche; tutti li rimette in piedi e li rimanda
guariti alle loro case. Ma nel figlio di Coronide si
nasconde una traccia della trasgressività materna.
Troppo sensibile al guadagno, Asclepio si lascia
adescare dalla promessa di una forte somma di
denaro e accetta di resuscitare un morto. Zeus,
sdegnato per questo gesto, che contravviene ai li­
miti imposti alla condizione mortale, colpisce col
fulmine sia il resuscitato sia il medico troppo ar­
dito, e stronca le loro vite.
La vicenda dell’eroe guaritore non si esauri­
sce qui; coerentemente con la sua natura eroica,
Asclepio muore (e la sua tomba monumentalizza­
ta, la Tholos, era mostrata ai fedeli nel santuario di
Epidauro); ma rinasce come dio, e appunto come
eroe-dio è cantato dai poeti e celebrato nel culto.
Il suo legame con Apollo, persistente anche dopo
la divinizzazione, è confermato dalle “espansioni”
del suo mito. La vena trasgressiva sembra essere
una costante nella famiglia di Coronide; Flegia
infatti è il fratello (o il padre) di quell’Issione che
la tradizione mitica presenta come uno dei “gran­
di peccatori”. Issione possiede al massimo grado

53
GRANDI MITI GRECI

quell’audacia insolente, chiamata in greco hybris,


che può indurre i mortali agli eccessi più insen­
sati; è questa che lo spinge a insidiare la stessa
moglie di Zeus, la grande dea Hera, meritandosi
un esemplare castigo. Ma nella vicenda di Ascle­
pio anche Apollo, quasi contagiato dall 'hybris dei
mortali, perde il controllo di sé. Infuriato per la
morte del figlio, e non potendo prendersela con
Zeus, sfoga la sua rabbia sui Ciclopi che hanno
fabbricato il fulmine fatale e li stermina con le
sue frecce. Zeus lo punisce costringendolo a tra­
scorrere un anno d’esilio sulla terra, come servo
di un mortale. Gli concede però di scegliere lui
stesso il padrone da servire, e Apollo decide di
essere pastore di Admeto, il re di Fere che gli è
caro per le sue doti di generosità e di pietà.
Il mito di Apollo e Admeto, che pure si im­
pianta in un inquietante contesto di violenza,
è una storia dolcissima. È ambientato in Tessa­
glia, come tutto il complesso di racconti costrui­
to attorno alla figura di Asclepio (almeno nella
sua forma originaria) e assolve a varie funzioni,
tra cui quella di spiegare le competenze pastorali
di Apollo. Nel culto infatti il dio è onorato con

54
APOLLO

epiteti che lo presentano come patrono della pa­


storizia ed è in stretto rapporto con figure (per
esempio Aristeo) che hanno un ruolo importante
nella “invenzione” delle attività connesse con l’al­
levamento del bestiame. Secondo alcune versioni,
l’amicizia tra Apollo e Admeto alluderebbe a una
relazione omoerotica; anzi, proprio nel loro rap­
porto il mito offrirebbe un modello per l’omoses­
sualità praticata dall’aristocrazia greca. Ma nella
versione più diffusa le cose stanno diversamente:
anzi, la storia di Admeto serve piuttosto a esaltare
la forza del sentimento amoroso che può nascere
tra un uomo e una donna.
Nella vicenda entra infatti con prepotenza la
moglie del re, Alcesti. Admeto l’ha fortemente
voluta come sposa, ammirato dalla sua bellezza
e dalle sue virtù; ma per averla ha dovuto supe­
rare una prova tremenda. Il padre della ragazza,
desiderata da molti pretendenti, aveva stabilito
di darla in moglie solo a chi fosse riuscito ad ag­
giogare a uno stesso carro un leone e un cinghia­
le, e a condurli così aggiogati intorno alle mura
della città. Admeto è riuscito nell’impresa - im­
possibile per qualsiasi uomo - grazie all’aiuto di

55
GRANDI MITI GRECI

Apollo, che ha addomesticato per lui le due bel­


ve. Ma una prova ancora più terribile attende il re
di Fere. Per ragioni oscure, variamente spiegate
nelle diverse versioni, le Moire, dee del destino,
stabiliscono che Admeto, sposo e padre felice, re
buono e uomo caro agli dèi, deve morire. Avu­
ta notizia della sorte che lo attende, l’infelice di
nuovo invoca l’aiuto del dio. Apollo, mettendo in
campo tutto il suo prestigio, ottiene dalle Moire
una parziale concessione: Admeto potrà conti­
nuare a vivere se qualcun altro morirà al posto
suo. Le dee pongono però una condizione: il so­
stituto dovrà decidere in piena consapevolezza e
totale libertà; dovrà cioè liberamente scegliere di
dare la sua vita.
Informato da Apollo, Admeto non può fare
e meno di provare sollievo. Il giovane re vuole
vivere: sente di averne diritto più di altri, per il
vantaggio che gli conferiscono l’età, il rango so­
ciale, la fama; si convince che non gli sarà dif­
ficile trovare chi sia disposto a morire per lui.
Ma così non è; amici e parenti si tirano indie­
tro. Particolarmente doloroso e deludente è per
Admeto il rifiuto dei genitori; padre e madre, che

56
APOLLO

pure sono molto avanti negli anni, non accetta­


no di rinunciare al poco tempo che resta loro. Il
vecchio Ferete, in un duro confronto col figlio,
è molto esplicito: «Preziosa è per me la luce del
sole, proprio perché so che non la vedrò a lungo».
Si fa avanti allora Alcesti; l’amore per il marito
la spinge a morire al posto suo, tacitando la pre­
potente voglia di vita che è in lei, giovane regina
e madre di due bimbi in tenera età. Admeto - e
questo è un “buco nero” del mito, l’aspetto più
oscuro e problematico di una vicenda che per al­
tri versi ha i contorni della bella favola - accetta
il sacrificio della moglie, ossia accetta di deruba­
re della vita quella donna che pure ha tenacemen­
te voluto come sua compagna.
Arriva per Alcesti il giorno fatale. Thanatos,
il demone della morte, si presenta al palazzo di
Fere per prendersi la vita che gli è dovuta. Apollo
tenta un’ultima resistenza: si pianta, arco in pu­
gno, davanti alle porte e accoglie Thanatos con
parole minacciose; gli intima di andarsene, di ri­
nunciare alla preda. Ma per l’altro è facile repli­
care: il Peana ha già avuto dalle Moire quanto era
possibile ottenere; ora deve accettare che il desti­

57
GRANDI MITI GRECI

no si compia. Apollo lascia il palazzo, e Thanatos


- dopo uno straziante addio tra gli sposi - si porta
via Alcesti. La vicenda, che sembra tragicamente
chiusa, si riapre con l’arrivo di Eracle. L’eroe è
in viaggio per una delle sue fatiche e passando
per Fere chiede ospitalità ad Admeto, suo buon
amico. Pur con l’animo gonfio di dolore, il re lo
accoglie e dà ordine che l’ospite sia trattato con
tutti i riguardi. Quando viene a sapere della mor­
te di Alcesti, Eracle sente il dovere di ripagare
l’amico, che gli ha dato una prova eroica della
sua fedeltà: insegue Thanatos, lo raggiunge per
via e lo affronta in una gara di lotta, strappan­
dogli Alcesti. Admeto, ritornato al palazzo dopo
il funerale e in preda alla disperazione, si vede
consegnare da Eracle una donna velata che, os­
servata da vicino, si rivela essere la sua sposa
perduta. La vicenda è quindi, a conti fatti, una
storia a lieto fine. Apollo vi ha gran parte, perché
a più riprese vi dispiega la sua azione di soccorri­
tore; ma decisivo è l’apporto del generoso e san­
guigno Eracle. Anche il mito di Admeto propone
dunque un dialogo tra queste due figure, ontolo­
gicamente molto diverse.

58
APOLLO

La conquista dell’amore

Quella per Coronide è una delle molte passioni


di Apollo. Lo schema narrativo dell’avventura
amorosa favorisce l’elaborazione di racconti che
spiegano la presenza e il ruolo del dio nei diver­
si luoghi di culto, o i suoi rapporti con altri per­
sonaggi. Ciò vale anche per lo schema opposto e
complementare, ossia lo scontro con un nemico o
un avversario. Se si considera la complessità della
figura di Apollo e la capillare estensione della sua
religione (il dio “copre” l’intero spazio dei Greci,
in senso sia geografico che concettuale), si com­
prende perché i suoi amori e i suoi odi siano nu­
merosi e costituiscano un aspetto essenziale del
suo mito. Talvolta i due schemi si intrecciano nel­
lo stesso racconto: quando, per esempio, per con­
quistare l’amata (o l’amato) il dio deve sconfigge­
re un rivale. Così accade nella vicenda di Dafne,
il primo amore di Apollo.
Dafne è una Ninfa, figlia del Peneo, fiume del­
la Tessaglia. Secondo la versione che del mito dà
Ovidio nelle Metamorfosi, Apollo se ne innamora
perdutamente quando Eros, per dimostrargli di es­

59
GRANDI MITI GRECI

sere un arciere non meno abile di lui, lo trafigge


con una delle sue frecce, suscitatrici di desiderio.
Il dio spasima per la ragazza, che però è interessata
solo alle scorribande sui monti e alla caccia: ha per
compagne altre Ninfe e giovani donne, e si mostra
insensibile ai corteggiamenti dei maschi. Il furbo
Leucippo, figlio di Enomao, riesce con un trucco a
vincere le sue resistenze: si veste con abiti femmi­
nili e fingendosi donna entra a far parte del grup­
po di giovani con le quali Dafne si accompagna.
Apollo, gelosissimo, scopre l’inganno e suggerisce
alle ragazze di bagnarsi nude nelle acque di una
fonte: Leucippo è costretto a spogliarsi e a rivela­
re la sua virilità. Le Ninfe, sdegnate, lo uccidono
a colpi di freccia. Apollo, sbarazzatosi del rivale,
crede di avere finalmente campo libero e si fa avan­
ti con sempre maggiore insistenza; ma altrettanto
insistente è il rifiuto di Dafne. Esasperato, il dio
tenta di prendere la Ninfa con la forza, ma quella
si dà alla fuga. Inizia così un lungo, estenuante in­
seguimento. Apollo, eccitato dallo spettacolo di lei
che nella tensione della corsa gli appare ancora più
bella, la supplica di fermarsi; la mette in guardia
dai pericoli cui si espone, mentre si lancia a rotta

60
APOLLO

di collo per luoghi rocciosi e impervi; le ricorda


che il suo spasimante non è un rozzo pastore, ma
un grande dio, figlio di Zeus. Dafne è sorda a ogni
richiamo: in preda alla paura, continua a fuggire,
ansimante e affannata. Apollo raddoppia gli sforzi
e guadagna terreno; lei capisce che la sta per rag­
giungere, ne sente sulle spalle il respiro affannoso.
È questo l’istante prediletto dagli artisti, quan­
do rappresentano il mito. I due sono ormai in con­
tatto fisico: Apollo, trionfante, allunga le braccia
per stringere finalmente a sé la preda agognata; lei
si gira all’indietro, con un ultimo gesto di ripulsa.
E il momento in cui scatta la metamorfosi. Dafne,
sconfìtta e disperata, invoca l’aiuto della madre
Terra, che la trasforma in albero di alloro: il cor­
po diventa tronco, le braccia rami, i capelli foglie.
Apollo, incredulo, si vede sfuggire di mano, trasfi­
gurate e irriconoscibili, le membra dell’amata. Il
mito di Dafne è ricchissimo di significati. Ha an­
zitutto valore eziologico, poiché spiega la “causa”
(in greco aitiori) della forte presenza dell’alloro nei
rituali apollinei. Dafne in greco significa, appun­
to, alloro: non è strano quindi, che la ragazza ama­
ta dal dio sia anche la pianta a lui sacra. Inoltre,

61
GRANDI MITI GRECI

la vicenda della donna-albero (che la mitopoiesi


ripropone in altre varianti) è la trasposizione mi­
tica di ancestrali credenze, in cui le divinità della
vegetazione avevano un ruolo primario. Infine, è
una storia che con la forte allusività del raccon­
to esprime la inattingibile lontananza del divino.
Apollo non può essere “toccato” dai mortali, cioè
non può essere né afferrato né compreso. Ma nep­
pure è auspicabile che un mortale sia “toccato” da
lui; il tocco di Apollo è potenzialmente mortale.

Dafne è una Ninfa, figlia del Peneo, fiu­


me della Tessaglia. Secondo la versione
che del mito dà Ovidio nelle Metamorfo­
si, Apollo se ne innamora perdutamente
GG quando Eros, per dimostrargli di essere
un arciere non meno abile di lui, lo trafig­
ge con una delle sue frecce, suscitatrici
di desiderio.

Un altro amore metamorfico è quello per Driope,


ma in questo caso a trasformarsi è il dio stesso.
Driope è figlia del fiume Spercheo e passa le sue

62
APOLLO

giornate pascolando le greggi del padre sul monte


Età, in compagnia delle Ninfe Amadriadi. Apollo,
desideroso di unirsi a lei, prende l’aspetto di una
tartaruga; le Ninfe, quando vedono il grazioso
animaletto che zampetta davanti a loro, ridono di­
vertite; Driope raccoglie la tartaruga e se la pone
in grembo. Apollo allora si trasforma in serpente e
le Ninfe fuggono terrorizzate; il dio, rimasto solo
con la ragazza, ha agio di soddisfare le sue voglie.
Driope non rivela a nessuno quanto le è accaduto,
viene data in sposa ad Andremone e partorisce un
bimbo, Anfisso, che è in realtà figlio del dio. An-
fisso, diventato re della regione, dedica ad Apollo
un tempio in cui Driope è chiamata a fare da sa­
cerdotessa. Alla fine la donna è ricompensata per
quel che ha dovuto subire: trasformata in Ninfa,
viene accolta tra le Amadriadi; nel punto in cui è
scomparsa alla vista degli uomini, nasce dal ter­
reno un albero di pioppo.
La vicenda di Creusa, figlia del re di Atene, è
particolarmente complessa. Apollo si innamora di
lei, la trascina in una grotta sulle pendici dell’Acro­
poli e le fa violenza. Incinta del dio, Creusa tiene
nascosta a tutti la sua gravidanza, fino al momento

63
GRANDI MITI GRECI

del parto; sgravatasi di un figlio maschio, lo porta


nella grotta e lo abbandona lì, dentro una cesta in
cui ha deposto anche un gioiello a forma di ser­
pente. Su preghiera di Apollo, Hermes raccoglie
la cesta con il bimbo e la porta a Delfi, lasciandola
davanti alle porte del tempio. La Pizia trova il neo­
nato e presa da pietà decide di allevarlo: Ione cre­
sce così nel santuario e, diventato adulto, assume
il ruolo di custode del tempio e dei suoi beni.
Nel frattempo Creusa ad Atene ha sposato Xuto,
figlio di Eolo, che ha guidato l’esercito ateniese in
una vittoriosa guerra contro gli Euboici e ha avu­
to in premio la mano della figlia del re. Creusa e
Xuto, dopo anni di matrimonio, sono senza figli e
decidono di andare a Delfi per consultare l’oracolo.
Il primo a interrogare la Pizia è Xuto, che riceve
un singolare responso: gli viene detto di salutare
come figlio il primo uomo che incontrerà uscendo
dal tempio. Xuto è sconcertato, ma la sua fiducia in
Apollo è incrollabile: lasciato il tempio, si imbatte
in Ione e lo abbraccia con slanciò. L’altro sulle pri­
me non capisce perché quello sconosciuto gli dimo­
stri tanto affetto, ma poi i due si chiariscono. Xuto
conclude che Ione è un suo figlio naturale, frutto

64
APOLLO

di un suo occasionale incontro con una ragazza di


Delfi al tempo di una precedente visita al santuario.
Ione accetta questa spiegazione, e Xuto si prepara a
portare con sé ad Atene il figlio ritrovato per adot­
tarlo formalmente e farne l’erede al trono.
Creusa però, quando viene a sapere le novità,
reagisce con rabbia: non può sopportare l’idea che
un figlio illegittimo di Xuto entri nella famiglia
reale di Atene. Su istigazione di un vecchio servi­
tore, stabilisce di uccidere Ione e prepara per lui
una coppa di vino avvelenato. Il giovane si salva
per un caso fortunato, propiziato con ogni pro­
babilità da un intervento divino: prima di bere,
infatti, versa una parte del vino a terra nel gesto
della libagione; una colomba arriva in volo, in­
ghiotte qualche goccia del liquido e cade, strazia­
ta da atroci dolori. Il piano delittuoso di Creusa
viene scoperto, e i notabili di Delfi la condannano
a morte. La donna, per sottrarsi alla lapidazione,
si rifugia come supplice presso l’altare di Apollo;
Ione l’apostrofa con durezza e vorrebbe strapparla
via a forza. Ma interviene la Pizia, che porta la
cesta in cui era stato deposto il trovatello: Creu­
sa riconosce il monile che lei stessa aveva posto

65
GRANDI MITI GRECI

accanto al neonato, e capisce che Ione altri non è


se non quel bimbo, figlio suo e di Apollo. La con­
clusione è dunque lieta: Ione viene restituito alla
famiglia della madre, torna ad Atene dove è desti­
nato a diventare re e a compiere grandi imprese.

È questo l'istante prediletto dagli artisti,


quando rappresentano il mito. I due sono
ormai in contatto fisico: Apollo, trionfante,
allunga le braccia per stringere finalmente
é /^ é F S , a sé la preda agognata; lei si gira all’in-
> J dietro, con un ultimo gesto di ripulsa. È \J r
il momento in cui scatta la metamorfosi.
Dafne, sconfitta e disperata, invoca l’aiu­
to della madre Terra, che la trasforma in
albero di alloro.

Il mito di Creusa e di Ione è una tipica saga locale


attica, che ci è nota soprattutto dallo Ione di Euri­
pide, ma che doveva avere ampia diffusione. Non
è difficile coglierne il senso. La vicenda traccia
anzitutto un collegamento tra Atene e Delfi. Ione,
un protagonista della storia mitica di Atene, è un

66
APOLLO

figlio di Apollo, che nasce sull’Acropoli, cresce e


si forma a Delfi come ministro e tesoriere del dio
e poi torna nella propria patria, arricchito dal ca­
risma delfico: è dunque una “figura di contatto”.
A un livello più profondo, la sua storia corrispon­
de allo schema folklorico della “peripezia dell’e­
letto”, un modello antropologico spesso applicato
a eroi fondatori come Giasone, Teseo, Romolo. Lo
schema prevede che un bimbo (destinato a una lu­
minosa carriera eroica) sia vittima di un crudele
abbandono, sfugga alla morte grazie all’intervento
di un “salvatore” e sia trasportato in un ambiente
isolato e protetto, dove trascorre l’infanzia e l’a­
dolescenza; raggiunta l’età adulta l’eroe affronta e
supera una serie di prove, e viene così reintegrato
nel ruolo che gli spetta per nascita (e dà inizio a
una discendenza gloriosa). Infine, il mito di Ione
illustra con efficacia i comportamenti di Apollo
e lo stile della sua azione. Il dio può essere accu­
sato di ingiustizia, per la violenza fatta a Creusa
e l’apparente disinteresse mostrato nei confronti
della ragazza e del bimbo (ed è questo il rimpro­
vero che da più parti gli viene mosso nel dramma
euripideo). Ma se si guarda all’esito della vicen­

67
GRANDI MITI GRECI

da, si deve concludere che Apollo ha pilotato gli


eventi dall’inizio alla fine, con una presenza dis­
simulata ma costante: il dio si conferma dunque,
anche in questo mito, nella sua natura di arciere
che colpisce da lontano, invisibile e inesorabile.
Una vicenda d’amore a lieto fine è quella che
ha per protagonista Cirene. Anche questa storia
ha inizio nella regione del monte Pelio, in Tes­
saglia, dove la ragazza, figlia del re Ipseo, dà la
caccia alle fiere che insidiano le mandrie paterne.
Apollo un giorno la vede, mentre è impegnata a
lottare a mani nude contro un gigantesco leone,
e subito è preso dal desiderio di godere l’amore
di una donna così singolare. Nel racconto che del
mito ci dà Pindaro, il dio chiama in aiuto il cen­
tauro Chirone: ne segue un dialogo quasi surreale.
Apollo vuole sapere chi è quella ragazza dal cuore
intrepido e dal corpo vigoroso, e si chiede se gli è
lecito unirsi a lei. Il centauro gli risponde in modo
velatamente canzonatorio, dicendosi sorpreso di
quelle domande che gli vengono rivolte dal signo­
re della mantica: il dio di Delfi potrebbe certo
darsi da sé la risposta. «Ma se devo dare oracoli a
un profeta», aggiunge, «sappi che il vostro amore

68
APOLLO

è scritto nel destino»: è destino, cioè, che Apollo


porti Cirene nella fertile Libia e la renda signora
di una città che da lei prenderà il nome; dalla loro
unione nascerà un bimbo destinato a diventare un
grande eroe e un benefattore dell’umanità.
Così avviene. Il'dio fa salire la fanciulla sul suo
carro d’oro, tirato da cigni, e la trasporta oltre il
mare, in una regione della Libia ricca di greggi e
di frutti. Afrodite stessa prepara per i due il letto
nuziale e suggella il loro amore. Come Chirone
ha predetto, dalla loro unione nasce Aristeo, che
subito dopo la nascita viene affidato da Hermes
alla madre Terra e alle Ore e da esse nutrito con
nettare e ambrosia. Aristeo, una volta cresciuto, si
rivela un “doppio” di Apollo; dalle Ninfe impara
le arti dell’apicultura e dell’innesto, e le trasmette
agli uomini; dalle Muse è istruito nella medici­
na e nella profezia. Come il padre, Aristeo gira
ovunque per la Grecia. Particolarmente stretto è
il suo rapporto con l’isola di Ceo: l’eroe vi arriva,
obbedendo a un oracolo delfico, per porre rime­
dio a una terribile siccità che devasta i raccolti.
Aristeo capisce che la calamità è una punizione
divina per la contaminazione in cui i Cei sono in­

69
GRAND! MITI GRECI

corsi; rivolge preghiere solenni a Zeus e ottiene


la remissione del flagello: si levano venti umidi e
temperati, che spengono la calura (è Yaition che
spiega l’origine del meltemi).
La vicenda di Cirene, con quella forza di
espansione che è tipica dell’ideazione mitica, si
intreccia con racconti in cui agiscono altri per­
sonaggi e altri scenari. Una delle sue funzioni è
ovviamente quella di spiegare il nome della città,
mettendolo in diretto rapporto con la principessa
tessala (che dunque ne è l’eponima). La relazione
con Apollo era per i Cirenei qualcosa di scontato:
essi si vantavano infatti di discendere - attraverso
Aristeo - dal dio, che a Cirene era venerato come
Carneo e aveva uno splendido santuario, molto
famoso e frequentato. Le nozze di Apollo e Cire­
ne non sono però il mito di fondazione della città
libica, che - come sappiamo da fonti certe - fu
fondata da coloni di stirpe dorica provenienti da
Tera (Santorini) nei primi anni del VII secolo a.C.
Il racconto tradizionale prende l’avvio, come è la
norma per le storie di fondazione, da una consul­
tazione delfica. Un abitante di Tera, soprannomi-
nato Batto (“Balbuziente”) per le sue difficoltà di

70
APOLLO

parola, si presenta alla Pizia sperando di avere un


rimedio al proprio difetto. La profetessa però lo
delude: «Batto, sei venuto per la voce, ma il si­
gnore Apollo ti manda a fondare una colonia in
Libia, nutrice d’armenti». Batto, sconcertato, vor­
rebbe sapere qualcosa di più sulla missione che
gli viene affidata, ma la Pizia si limita a ripetere
l’oracolo già pronunciato. Batto se ne torna a Tera,
senza dar troppo peso all’accaduto; ma l’isola è
colpita da una serie di disgrazie. I Terei mandano
una delegazione a Delfi, e Apollo spiega che le
calamità avranno termine solo se Batto, alla guida
di un gruppo di coloni, andrà in Libia a fondare
Cirene. Questa volta gli isolani danno retta al dio.
Batto parte con due navi alla volta della Libia e,
dopo varie traversie e grazie ad altre e più precise
indicazioni provenienti da Delfi, la nuova colonia
viene fondata nel luogo voluto da Apollo.
Gli amori maschili di Apollo si concludono tut­
ti tragicamente. Il più noto è quello per Giacin­
to, figlio della Musa Clio. Nella tradizione greca
Giacinto, bellissimo giovinetto, è associato all’o­
rigine deH’omoerotismo: si innamorano di lui il
cantore Tamiri e Apollo, che sono i primi - l’uno

71
GRANDI MITI GRECI

sul versante umano, l’altro su quello divino - a


concepire amore per un partner dello stesso sesso;
sono quindi gli “inventori” di una forma di eros
largamente praticata nella Grecia storica. Tamiri
non si rivela un rivale pericoloso per Apollo, che
si libera facilmente di lui: rivela alle Muse che il
cantore si è vantato di essere più bravo di loro, e
quelle puniscono l’empio accecandolo e toglien­
dogli ogni vigore. Ma neppure il dio ha fortuna.
Mentre si allena con Giacinto nel lancio del di­
sco, scaglia l’attrezzo in modo maldestro e il disco
colpisce al capo il ragazzo e lo uccide. Secondo
un’altra versione è il vento Zefiro, a sua volta in­
namorato di Giacinto, a deviare contro di lui il
disco, per sfogare la sua gelosia. Il mito è radicato
soprattutto in ambiente spartano, dove Giacinto è
un eroe locale, molto venerato. Da lui prendono
il nome le grandi feste Giacinzie, che si svolgo­
no ad Amicle (un sobborgo di Sparta) in onore di
Apollo; e sappiamo che nel tempio di Apollo Ami-
eleo si mostrava ai fedeli la tomba dell’eroe. Come
per Dafne, anche per Giacinto si può pensare a
un’antica divinità della vegetazione reinterpretata
nei termini della religione apollinea; dal sangue

72
APOLLO

del ragazzo, infatti, nasce il fiore omonimo, che


con le lettere riconoscibili nelle sue screziature
(AIAI) “piange” la morte del compagno del dio.

Apollo è colui che venendo da Atene a Delfi


(nella versione attica del mito) libera la terra
esìsto*, ^ssog&. da mostri e belve, lasciando dietro di sé un
n n paesaggio addomesticato. Non c ’è da stu­
pirsi, quindi, che liberi il mondo anche dal-
OO
I’hybris - potenzialmente destabilizzante -
di quanti sfidano la potenza divina.

Un “doppio” di Giacinto è Ciparisso, giovane cac­


ciatore dell’isola di Ceo cui Apollo si accompa­
gna, attratto dalla sua bellezza. Il ragazzo è molto
affezionato a un cervo, uno splendido esemplare
dalle corna dorate che vive nei boschi dell’isola: i
due sono inseparabili, trascorrono insieme le gior­
nate, tra giochi innocenti. Ma per un disgraziato
errore Ciparisso colpisce un giorno l’animale con
il suo giavellotto, e lo ferisce mortalmente. Il gio­
vane è inconsolabile; inutilmente Apollo tenta di
dargli conforto: Ciparisso vuole morire o piange­

73
GRANDI MITI GRECI

re eternamente l’amico perduto. Al dio non resta


altro che trasformarlo in cipresso, l’albero che è
simbolo di tristezza e di lutto.
La Messenia, ossia la parte sud-occidentale del
Peloponneso, è lo scenario del mito di Marpessa,
che si inserisce in un’ampia saga interregionale
costruita attorno alle vicende di due coppie di ge­
melli, fieramente nemici. Ida e Linceo, figli del re
Afareo (ma il vero padre di Ida è Poseidone), pro­
vengono dalla Messenia; Castore e Polluce, figli di
Tindaro (anche se Polluce è in realtà figlio di Zeus),
hanno per patria la Laconia. La saga comprende
una lunga serie di episodi, nei quali i due Messeni e
i due Laconi entrano in conflitto per motivi di volta
in volta diversi. L’ostilità trae origine (come spes­
so nel mito greco) da un ratto di donne, ossia dal
colpo di mano col quale Castore e Polluce hanno
rapito le figlie di Leucippo, cugine di Ida e Linceo
e loro promesse spose, e le hanno prese per mogli.
Se questo è il contesto generale, l’episodio di
Marpessa coinvolge in particolare Ida. L’eroe, de­
luso nei suoi progetti matrimoniali, cerca altrove
una sposa che soddisfi i suoi desideri. Gli arriva
notizia che il re dell’Etolia Eveno ha una figlia

74
APOLLO

di straordinaria bellezza. La ragazza, che si chia­


ma Marpessa, è ambita da molti: da ogni regione
della Grecia arrivano pretendenti. Ma Eveno, che
è gelosissimo della figlia e vorrebbe impedirne o
almeno ritardarne il più possibile le nozze, impo­
ne a tutti una prova: li sfida a una gara di corsa
coi carri, alla condizione che in caso di vittoria il
pretendente avrà la mano della ragazza, se scon­
fitto pagherà con la vita. Eveno può contare su ca­
valli velocissimi, dono di suo padre Ares: grazie
a essi vince facilmente ogni sfida, e le teste degli
sconfitti ornano, come macabri trofei, le porte e la
facciata del suo palazzo.
Ida decide di affrontare la prova. Invoca Posei­
done, suo padre, e ottiene da lui un carro tirato da
bianchi puledri, rapidi come il vento; con questi
si dirige alla città di Eveno. Mentre si avvicina al
palazzo, vede un gruppo di giovani donne intente
a danzare nel recinto del tempio di Artemide: tra
loro c’è Marpessa, che spicca tra tutte per bellez­
za. Ida non può staccare lo sguardo dal volto di
lei, dai suoi occhi, dai suoi capelli; ma anche la
ragazza è colpita dal portamento dell’eroe. Mar­
pessa, stanca di fare da esca per le crudeli cacce

75
GRANDI MITI GRECI

di suo padre, intuisce che quel giovane è lo sposo


mandatole dalla dea. Ida, con decisione repentina,
afferra la ragazza (che non oppone troppa resi­
stenza), la fa salire sul carro e fugge. Eveno, in­
formato dai servi, si lancia all’inseguimento. Ma
il pretendente, questa volta, è più veloce; Eveno,
quando vede il carro di Ida volare, ormai irrag­
giungibile, oltre il fiume Licorma, capisce che la
sfida è perduta: incapace di sopportare l’umilia­
zione, uccide i suoi cavalli e si getta nel fiume.
Ida e Marpessa arrivano in Messenia, alla casa
dell’eroe. Qui si para davanti a loro Apollo, che si
è invaghito della ragazza e la vuole per sé. Ida, pur
consapevole del rischio cui si espone combattendo
contro un simile avversario, è deciso a difendere
i suoi diritti. L’eroe e il dio si affrontano con l’ar­
co, ma interviene Zeus, che non vuole la morte
di Ida e invita Marpessa a risolvere la situazione
scegliendo lei stessa il suo sposo. La ragazza sce­
glie Ida e respinge Apollo, spiegando che l’amo­
re di un mortale è, per una mortale, preferibile a
quello di un dio: «Io invecchierò, diventerò meno
bella, e Apollo allora mi lascerà, come ha sempre
fatto con le donne che ha amato. Con Ida, invece,

76
APOLLO

invecchieremo insieme». Parole di saggezza che,


paradossalmente, ribaltano contro il dio di Dei-
fi la regola fondamentale della sapienza delfica,
“conosci te stesso”. La consapevolezza della pro­
pria finitudine (e della irraggiungibile distanza
che separa il mortale dal dio) deve ispirare agli
uomini pensieri moderati, distogliendoli da insen­
sate ambizioni.

Grandezza e miseria

La lezione contenuta nella vicenda di Marpessa si


ritrova, e in forma ancora più esplicita, nei miti in
cui Apollo punisce un mortale che l’ha offeso o
ha avuto l’ardire di sfidarlo. In queste situazioni il
dio dispiega appieno la sua forza distruttrice, in­
fliggendo pene terribili; è un comportamento che
rivela la sua freddezza spietata, ma che si addice
alla sua natura di purificatore. Apollo è colui che
venendo da Atene a Delfi (nella versione attica
del mito) libera la terra da mostri e belve, lascian­
do dietro di sé un paesaggio addomesticato. Non
c’è da stupirsi, quindi, che liberi il mondo anche

77
GRANDI M IT I GRECI

dalYhybris - potenzialmente destabilizzante - di


quanti sfidano la potenza divina.
Non c’è scampo per i nemici di Apollo: il pri­
mo a farne esperienza è Tizio, il gigantesco figlio
della Terra. Nel mito greco un corpo smisurato
corrisponde spesso a comportamenti tracotanti.
L’esempio più noto è quello di Oto ed Efialte, figli
di Poseidone, che all’età di nove anni sono alti già
più di venti metri e decidono di far guerra agli dèi:
costruiscono una torre, mettendo l’uno sull’altro i
monti della Tessaglia per dare la scalata all’Olim­
po, ma Zeus pone fine alla folle hybris e li precipi­
ta nell’Ade. Tizio, confidando nella sua prestanza
fisica, tenta di fare violenza a Letò, mentre la dea
è a Delfi, appartata nel boschetto sacro. Letò chia­
ma in aiuto i suoi figli, che accorrono; le frecce
di Apollo trafiggono il corpo dell’empio, che per
volere di Zeus anche nell’Ade sconta una durissi­
ma pena. Disteso a terra, con le mani saldamente
legate, è straziato da due avvoltoi che con il becco
gli rodono il fegato. Nella “storia sacra” di Apollo
la vicenda di Tizio ha una rilevanza particolare,
perché contribuisce a definire la figura del dio.
L’uccisione dell’empio avviene a Delfi, ed è una

78
APOLLO

replica (e una conferma) della vittoria sul Pitone.


Apollo libera il santuario da un’altra minacciosa
presenza, anch’essa legata alla Terra, e soccorre
sua madre, che l’ha da poco partorito tra mille
difficoltà a Deio; l’episodio dunque ribadisce la
presenza nel mondo del nuovo dio e le caratteristi­
che della sua azione. Ciò spiega perché l’uccisione
di Tizio sia un tema ricorrente dell’arte figurata,
anche nei luoghi di culto. Nel tempio di Amicle
era una delle scene che ornavano il trono; a Delfi
gli abitanti di Cnido dedicarono un gruppo scul­
toreo che rappresentava la triade delia (Letò, con
accanto Artemide e Apollo armati d’arco) e Tizio
con il corpo già trapassato da una selva di frecce.
Artemide e Apollo agiscono in coppia anche
nello sterminio dei Niobidi. Niobe è figlia di Tan­
talo, un vero campione di hybrìs: è infatti colui
che, ospitando a banchetto gli dèi, propina loro le
carni di suo figlio Pelope, curioso di vedere se i
commensali si renderanno conto di ciò che han­
no nei piatti. Tantalo viene punito, naturalmente,
per questa azione dissennata. Ma la propensione
all’empietà è una caratteristica che anche la figlia
condivide. Niobe, infatti, orgogliosa di avere par-

79
GRANDI MITI GRECI

torito al marito Anfione sette figli e sette figlie, si


lascia andare a una sciocca vanteria, dicendosi più
brava di Letò, che ha avuto un solo maschio e una
sola femmina. La dea, sdegnata per l’offesa, chie­
de ai figli di vendicarla, e i due prontamente agi­
scono. I fratelli divini raggiungono la casa di An­
fione a Tebe. Apollo va in cerca dei sette ragazzi,
che pascolano le loro greggi sul monte Citerone, e
li trafigge uno dopo l’altro, lasciandoli riversi, tra
i belati del bestiame; Artemide entra nelle stanze
dove le ragazze sono intente ai lavori donneschi,
e le colpisce con le frecce dell’arco uccidendole
tutte. L’infelice madre capisce troppo tardi il suo
errore: non c’è più tempo per chiedere pietà, e non
le resta che il pianto. Ma il dolore è troppo gran­
de; Niobe non può arrestare le lacrime, piange per
giorni interi, finché gli dèi impietositi la trasfor­
mano in fonte montana.
Secondo un’altra versione una delle Niobidi, di
nome do rid e, scampa alla strage e diventa madre
di Nestore, il longevo re di Pilo; Nestore anzi può
vivere così a lungo proprio perché - con una sor­
ta di tardivo indennizzo - Apollo gli concede gli
anni che ha tolto ai figli di Niobe. Ma anche se si

80
APOLLO

accoglie questa variante, parzialmente attenuati-


va, la vicenda dei Niobidi colpisce per la crudeltà
di cui i fratelli divini danno prova. Anche il poeta
Sofocle ne fu colpito; in una scena della tragedia
intitolata Niobe Apollo, dall’alto del palazzo, in­
dica alla sorella i nascondigli dove le sventurate
ragazze cercano riparo e la esorta a colpire. È una
scena terrificante, che esprime però molto bene
lo sgomento del credente davanti alla spietatezza,
apparentemente ingiustificata, dell’azione divina.
Ci si può chiedere infatti perché i figli debbano
pagare, e così duramente, la colpa della madre.
Ma nella coscienza greca la domanda in realtà,
non si pone. Un gesto di hybrìs è una violazione
della norma che regola il cosmo: è un sovverti­
mento che produce contaminazione, e che reclama
un intervento riparatore. Le strade e le forme che
la giustizia divina sceglie per ristabilire la norma
sono lasciate all’arbitrio del dio, e si sottraggono al
giudizio degli uomini. Questo vale in particolare
per Apollo, il dio “incomprensibile”. La sua mente
segue percorsi insondabili; i suoi oracoli sono, sì,
veritieri, ma presuppongono nel fedele un totale
abbandono alla volontà misteriosa che li emana.

81
GRANDI MITI GRECI

Simile a quella di Niobe è la vanteria di Marsia,


un satiro abile suonatore di flauto. Il mito di Mar­
sia, trattato da molti poeti e artisti, conosce mol­
teplici versioni; lo schema di fondo è però fisso.
Apollo viene a sapere che il satiro, molto apprez­
zato per le sue esecuzioni, si è lasciato incantare
dalle lodi e va dicendo di essere il migliore musici­
sta sulla piazza, più bravo persino del dio di Delfi.
La conseguenza è inevitabile: il dio va in cerca del
rivale e lo sfida a misurarsi con lui. Marsia accetta;
si decide che a giudicare la competizione siano le
Muse stesse; si stabilisce altresì che il vincitore po­
trà infliggere allo sconfitto la pena che vorrà, senza
limiti. Il primo tempo della gara finisce in parità:
Marsia suona magnificamente il suo flauto, Apollo
esegue uno splendido pezzo con la cetra, e le Muse
non sono in grado di decidere chi dei due sia stato
più bravo. Il dio allora sfida Marsia a eseguire un
secondo brano, questa volta capovolgendo lo stru­
mento e accompagnando la musica col canto. Ro­
vesciata la cetra, Apollo intona un dolcissimo inno
in onore degli dèi; Marsia, quando è il suo turno,
non può replicare perché il suo strumento non glie­
lo consente. Le Muse sono così costrette a procla-

82
APOLLO

mare la vittoria del dio, che sfrutta fino in fondo


la possibilità concessagli dalle regole della sfida:
lega Marsia a un pino e gli strappa dal corpo la
pelle, che poi appende a un ramo dell’albero. Apol­
lo spella vivo il suo avversario: un’azione cruenta,
che però non denota necessariamente una partico­
lare crudeltà; potrebbe essere l’allegoria mitica di
una danza rituale in cui il travestimento da satiro è
una “pelle” che si indossa e si toglie a piacimento.
D’altra parte, nella prassi sacrificale greca la pelle
della vittima è talvolta offerta in dono al dio; il
trattamento riservato a Marsia, quindi, può “mi-
mare” il gesto di chi celebra un sacrificio.
Un emulo di Marsia è Pan, che fa riecheggia­
re monti e valli del suono della sua zampogna e
proclama che neppure Apollo sa fare musica mi­
gliore. Il dio reagisce alla provocazione e lancia la
sfida. La competizione, arbitrata dal re Mida, ha
un esito scontato: il rozzo canto di Pan non può
rivaleggiare con i celestiali accordi della cetra.
La spietatezza - come si è visto - contrasse­
gna spesso l’azione di Apollo. Ne è un esempio
anche la morte di Patroclo, nsfflIliade. L’eroe, che
ha chiesto e ottenuto di poter scendere in cam-

83
GRANDI MITI GRECI

po al posto di Achille alla testa dei Mirmidoni,


dà splendide prove di valore. Fa strage di nemici
(tra le sue vittime c’è anche Sarpedone, il figlio
di Zeus) e preso da autentico furore agonistico
dà l’assalto alla rocca di Troia, nella speranza di
poterla espugnare di slancio. Il fato però vuole
diversamente: la gloria della conquista non è de­
stinata a lui. Davanti alla città sta Apollo, che ha
costruito quelle mura ed è deciso a difenderle. Per
tre volte Patroclo tenta di scalare i bastioni, e per
tre volte il dio lo ferma assestandogli un colpo
violento allo scudo. Quando l’eroe, insensibile al
richiamo, si fa avanti per la quarta volta, Apol­
lo lo respinge con dure parole, che sono di fatto
una sentenza di morte. Patroclo insiste nella sua
condotta follemente aggressiva, e alla fine di una
giornata di strenua battaglia sembra sul punto di
dare una vittoria decisiva ai Greci; ma il dio lo at­
tende al varco. Gli si avvicina da dietro, invisibi­
le, mentre quello infuria nella mischia; lo colpisce
sulla schiena, tramortendolo; gli fa rotolare a terra
l’elmo e lo scudo, gli spezza nella mano l’asta, gli
slaccia la corazza. Patroclo si ferma, sgomento,
con la vista annebbiata; un troiano, vedendolo di-

84
APOLLO

sarmato, prende coraggio, gli si avvicina e lo feri­


sce con un colpo di lancia. L’eroe, incapace ormai
di difendersi, cerca scampo nella fuga; arretra,
verso le file dei Mirmidoni, ma Ettore - che in
quest’occasione è il braccio armato del dio - non
ha difficoltà a trafiggerlo con l’asta, abbattendolo.
L’incontro con Apollo è per i mortali l’incontro
col destino: destino di vita o destino di morte, a se­
conda di ciò che le Parche hanno filato. Questo vale
per Patroclo (e per Achille), ma vale anche per la
stessa città. La sorte di Troia è strettamente con­
nessa con il dio di Delfi, che ha edificato insieme
a Poseidone le sue mura. Il mito, noto già a Ome­
ro, racconta che il re Laomedonte, volendo rende­
re imprendibile la rocca troiana, chiama in aiuto le
due divinità: chiede loro di costruirla essi stessi e
promette in cambio una ricca ricompensa. I due dèi
accettano e portano a termine l’opera; ma Laome­
donte al momento buono si rifiuta di pagare la cifra
pattuita, e anzi si lascia andare a parole di scherno
e di minaccia.
Questo è l’inizio delle disavventure per Troia e
per i Troiani, come il mito racconta nelle sue nu­
merose varianti. Una versione di altissima qualità

85
GRANDI MITI GRECI

artistica (e di grande forza simbolica) ci è nota da


un epinicio di Pindaro. Apollo e Poseidone stan­
no lavorando alla costruzione dei bastioni; con
loro c’è Eaco, il re di Egina figlio di Zeus: i due
dèi l’hanno voluto come collaboratore, per rende­
re onore a un mortale che si segnala per pietà e
giustizia. Mentre i lavori fervono, accade un fatto
straordinario: tre serpenti si avventano contro le
mura; due ricadono giù, stroncati, il terzo supera
fischiando la sommità del bastione. Apollo non ha
difficoltà a interpretare il prodigio; rivolto a Eaco
gli dice: «Il presagio è per te: la città cadrà due
volte, a opera di tuoi discendenti, della prima e
della terza generazione». Apollo predice ciò che
sta per accadere: il mito infatti racconta che Troia
è conquistata prima dalla spedizione guidata da
Eracle (di cui fanno parte anche Peleo e Telamone,
figli di Eaco), poi - a breve distanza di tempo -
dagli Achei di Agamennone (e tra loro ci sono
Achille e Aiace, nipoti del re di Egina).
Il senso dell’episodio è facile da capire: Eaco
ha il privilegio di cooperare con gli dèi, ma la sua
partecipazione all’impresa è proprio ciò che rende
Troia vulnerabile. Il re di Egina trasferisce alla

86
APOLLO

città la caducità iscritta in lui, nella sua condizio­


ne di creatura mortale; se le mura fossero inte­
ramente manufatto divino, nessuna mano umana
potrebbe abbatterle. D’altra parte, nel momento in
cui trasmette alla rocca il germe della mortalità,
l’eroe pone anche le basi per la gloria della sua
stirpe: saranno infatti i suoi discendenti a trarre
vantaggio da quella debolezza.
La condizione di Eaco è la condizione di tut­
ti i mortali. Grandezza e miseria per gli uomini
sono parte di uno stesso retaggio: trascorrono Lu­
na nell’altra, alimentandosi l’una dell’altra, in un
groviglio arcano, il cui senso sfugge alle creature
di un giorno. Apollo è il dio che dispensa gran­
dezza e miseria, e ne predice le forme; lui ne co­
nosce il senso, ma l’enigma è ben chiuso dentro la
sua mente insondabile.

87
Ut iy r ; o r,;y v ,;;t
5B oooo?S **S*
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s'- se . ;T ;: ; ; : ; T:T

Genealogia di Apollo

Urano + Gea

Oceano Iperione Crono + Rea Tifone Giapeto Mnemosine

Helio Eos Selene Epimeteo Atlante Prometeo Muse

bestia Poseidone Ade Zeus Hera Demetra

Pegaso Bellerofonte Persefone

1 I I 1 I T
Hermes Artemide Apollo Ares Atene Ebe Efesto Dioniso Afrodite

89
Quando l’imperatore romano Giuliano, poi detto
l’Apostata, riaprì nel 362 d.C. il tempio di Apollo a
Dafne, in Siria, il culto degli antichi dèi era ormai
abbandonato da tempo. Cinquant’anni prima, nel
313 d.C., l’editto di Milano, sottoscritto dai due
augusti, Costantino e Licinio, che condivideva­
no l’autorità imperiale, aveva sancito la libertà di
culto, aprendo la strada al cristianesimo. Appas­
sionato di filosofia, Giuliano tentò di restaurare il
paganesimo, convinto che quella dei cristiani fos­
se una religione estranea alla tradizione romana.
Tra gli scritti di Giuliano, si annovera un inno
A Helios re, il sole, che l’imperatore identifica­
va con il dio Apollo, divulgatore di oracoli, fonte
di ispirazione poetica, ordinatore di città. «Prego

93
GRANDI MITI GRECI

Helios, re universale», si legge nell’inno, «di do­


narmi la sua grazia, una vita buona, una sapienza
più perfetta, una mente ispirata e, nel modo più
lieve e al momento opportuno, il distacco dalla
vita stabilito dal destino».
Si narra che sempre nel 362 d.C., in un altro
tempio di Apollo, a Delfi in Grecia, Giuliano aves­
se richiesto un nuovo responso all’oracolo. A Ori-
basio di Pergamo, il medico dell’imperatore, che
aveva domandato per lui lumi sul futuro, così
avrebbe risposto la Pizia: «Di’ questo al re: il tem­
pio glorioso è caduto in rovina; Apollo non ha più
un tetto sul capo; le foglie degli allori sono silen­
ziose, le sorgenti e i ruscelli profetici sono morti».
Probabilmente la storia di questa profezia non è
attendibile. Autentico o meno, tuttavia, il responso
descrive tristemente ciò che accadde: la restaura­
zione del paganesimo durò il tempo della vita di un
uomo, terminando non appena morì l’imperatore.
A partire dalla fine del IV secolo, l’attività ora­
colare e le pratiche religiose furono infatti espres­
samente proibite in tutto l’impero. Con l’editto di
Tessalonica del 380 d.C., il cristianesimo divenne
la religione ufficiale, e per il paganesimo non ri­

94
APOLLO

mase spazio. Il passaggio alla nuova religione non


fu indolore; a seguito dei decreti teodosiani (391-
392 d.C.), iniziarono le persecuzioni di pagani:
«Nessuno violi la propria purezza con riti sacri­
ficali», recitava il primo di essi, «nessuno immoli
vittime innocenti, nessuno si avvicini ai santuari,
entri nei templi e volga lo sguardo alle statue scol­
pite da mano mortale perché non si renda merite­
vole di sanzioni divine ed umane».
Il tempio di Delfi fu chiuso e lasciato all’abban­
dono, quello di Dafne dato alle fiamme. Nei primi
secoli si diffuse tra i cristiani la credenza che gli
antichi dèi continuassero a vivere come daimonia,
demoni o simulacri, nei luoghi degli antichi riti,
che dunque vennero reputati pericolosi. Il rischio
di rimanere contaminati dal peccato fece cadere
in rovina i templi.
Eppure, per Apollo come per gli altri dèi pagani,
il tempo aveva in serbo un’altra forma di sopravvi­
venza. Pian piano, le vicende del mito iniziarono
a essere lette dai cristiani come occasione di un
altro discorso. Nei personaggi e nelle storie della
classicità si videro, sotto mentite spoglie, altret­
tante rappresentazioni di vicende o momenti della

95
GRAND! MITI GRECI

tradizione cristiana, oppure parabole esemplari di


virtù da seguire e vizi da condannare. L’allegoria
affidò agli dèi pagani nuove funzioni, e ne rilesse
i tratti salienti alla luce del messaggio cristiano.
Mentre molte divinità vennero subito bollate
come “allegorie negative”, poiché in esse si vide
la personificazione di proprietà morali in antitesi
con il messaggio evangelico, Apollo, al contrario,
godè di buona reputazione per tutto il Medioevo.
Molte caratteristiche che la tradizione pagana gli
aveva attribuito - la giovane età, il potere di far
sorgere il sole, le qualità taumaturgiche, il dono
profetico - richiamavano infatti, in chiave allego­
rica, la figura di Cristo.

Apollo come im a g o C h ris ti

Già in un inno dell’inizio del V secolo, opera di


un anonimo, talora identificato con Paolino di
Nola, vescovo della città campana, autore di poe­
sie religiose, in contatto epistolare con Ambro­
gio, Girolamo, Agostino, Apollo viene presentato
come imago Christi. La prima avventura che il

96
APOLLO

mito attribuiva al dio era quella di aver sconfitto


il serpente Pitone. La tradizione cristiana vedeva
nel serpente una creatura del demonio: in chiave
allegorica, l’impresa di Apollo finiva così per rap­
presentare la lotta contro la morte di Cristo, che
toglie i peccati del mondo.
A confermare questa rilettura erano anche altre
caratteristiche della figura di Apollo su cui si sareb­
bero concentrati gli scrittori dei secoli successivi.
Sempre nel V secolo, un autore, molto letto in età
medievale, poiché erroneamente reputato cristia­
no, Macrobio, esponente di quella classe senatoria
che stava per essere travolta dal crollo dell’impero,
accreditò l’idea che il dio greco fosse una personi­
ficazione del sole: «I diversi nomi di Apollo si rife­
riscono in vario modo al Sole», si legge nei Satur-
nalia ( / Saturnali, ca. 430 d.C.): nelle sue fantasiose
etimologie, il nome “Apollo” indicherebbe “colui
che invia i raggi” (apopallein); l’aggettivo “delfico”
deriverebbe dall’atto di “mostrare le cose” (delei);
l’appellativo “Febo” denoterebbe la caratteristica
di “apparire con forza” (phoitai biai).
La tendenza a leggere l’etimologia dei nomi in
chiave allegorica si ritrova nei Mythologiarum li­

si
GRANDI MITI GRECI

bri {Libri di mitologia, V-VI secolo) di Fulgenzio,


grammatico vissuto in nord Africa, al tempo del
regno barbarico dei Vandali, che tornò ad associa­
re Apollo al sole. Il dio greco rivestì a lungo, per
l’astronomia, un ruolo speciale: la sovrapposizio­
ne tra Apollo ed Helios, l’auriga del carro del sole,
figlio del titano Iperione, fu comune a molti.

Eppure, per Apollo come per gli altri dèi


pagani, il tempo aveva in serbo un’altra
forma di sopravvivenza. Pian piano, le vi­
cende del mito iniziarono a essere lette
dai cristiani come occasione di un altro di­
scorso. Nei personaggi e nelle storie della
classicità si videro, sotto mentite spoglie,
altrettante rappresentazioni di vicende o
momenti della tradizione cristiana, oppure
parabole esemplari di virtù da seguire e vizi
da condannare.

Il sistema tolemaico, allora reputato per vero,


considerava il sole e la luna non una stella e un
satellite, come sappiamo oggi, ma due pianeti in

98
APOLLO

mezzo agli altri. Per questi ultimi, tuttavia, era


disponibile una personificazione in forma di di­
vinità classica (Mercurio, Venere, Marte, Giove,
Saturno). Il sole e la luna, invece, risultavano pri­
vi di figure allegoriche che li rappresentassero,
e ciò favorì la loro identificazione con i figli di
Letò: Apollo (Febo, il Sole) e Artemide (Selene, la
Luna), secondo una tradizione che avrebbe avuto
molta fortuna per tutto il Medioevo.
C’erano anche scrittori come Isidoro di Si­
viglia, vescovo della città da cui prese il nome,
vissuto nel VII secolo, autore di opere enciclo­
pediche, trattati di storiografia e di grammatica,
che concepivano l’allegoria in modo diverso, nel­
la tradizione deH’evemerismo, per cui l’origine
degli dèi antichi sarebbe da cercare in uomini di
straordinaria qualità, che nel ricordo sarebbero in
seguito stati equiparati a divinità. La tradizione
classica veniva così depotenziata in termini di al­
ternativa religiosa, trasformandosi al contempo
in un deposito di storie utili al discorso morale.
Per Isidoro, le prerogative di Apollo si limitavano
alla medicina e alla predizione, anche se le sue
Etymologiae (Etimologie, ca. 636) riaffermano la

99
GRANDI MITI GRECI

giovane età del dio e la sua assimilazione al sole:


«Lo stesso dio è chiamato Febo perché è un efebo,
vale a dire un giovane; e per questo talvolta il sole
è dipinto come un giovane, poiché ogni giorno ri­
nasce e brilla di luce nuova» (V ili, 11).
La lettura evemerista della tradizione classica
ebbe lunga fortuna. Ancora nel De genealogia de-
orum gentilium (1360), Giovanni Boccaccio avreb­
be visto in Apollo l’inventore della medicina e il
protettore dei poeti. Delle quattro possibili iden­
tità del dio individuate da Cicerone nel De natura
deorum (I secolo a.C.), Boccaccio ne riprendeva
solo due: da una parte, «l’inventor della medici­
na et il primo conoscitore delle virtù dell’herbe»;
dall’altra il figlio di Zeus e Letò, protettore della
poesia, «perché tutti i Poeti s’inchinano a costui,
come s’egli solo fosse stato Apollo, et per ciò non
si vede a pieno quelle che furono d’altri, è neces­
sario attribuire il tutto a costui solo».
Per tutta l’età medievale, queste diverse lettu­
re allegoriche si sarebbero integrate e sovrappo­
ste l’una all’altra. Non a caso, i tomi del Mytho-
graphus Vaticanus (Mitografo vaticano, ca. IX-XI
secolo), di attribuzione incerta, a lungo tra le fon-

100
APOLLO

ti principali della mitologia greca, riassumono in


questo modo il significato allegorico del dio: «È
noto che Apollo abbia tre facoltà», vi si legge, «e
per questo alla sua immagine si accompagnano tre
attributi: la lira che rappresenta l’armonia celeste;
il carro che lo mostra come una divinità terrena;
le frecce che indicano la sua natura oltremondana
e pericolosa, il che spiega anche perché Apollo, in
greco, significasse distruttore» (II, 28).
Da tale definizione si può trarre uno dei tratti
più perturbanti della figura di Apollo in età clas­
sica: l’ambigua doppiezza di un dio che guarisce
e salva, ma che nello stesso tempo è anche im­
passibile nel punire e annientare (dal greco apol-
lymi, “distruggere”). In età medievale prevalse
tuttavia la più rassicurante lettura del dio come
imago Chrìsti, confermata dall’interpretazione fi­
gurale dell’episodio della lotta con Pitone e dal
significato simbolico dell’uccello sacro ad Apollo,
la fenice, considerata all’epoca un’allegoria della
resurrezione di Cristo.
Una rilettura edulcorata della tradizione si ha
anche nell’Ovide moralisé (XIV secolo), la ver­
sione francese delle Metamorfosi d’età medievale.

101 ■
GRANDI MITI GRECI

Tale traduzione o, per meglio dire, adattamento,


poiché si tratta di una riscrittura molto libera,
secondo le pratiche traduttive dell’epoca, sottrae
all’originale quanto potrebbe risultare anche solo
potenzialmente destabilizzante rispetto all’ordine
morale e sociale che l’anonimo traduttore condi­
videva con il proprio pubblico. La polisemia dei
versi di Ovidio è ricondotta entro l’alveo di una
riconfigurazione ideologica che trasforma le storie
di metamorfosi in altrettante vicende esemplari ed
edificanti.

Il protettore delle arti

L’età medievale avrebbe trasmesso alle epoche suc­


cessive anche quella che poi sarebbe stata la ca­
ratteristica essenziale di Apollo nell’immaginario
moderno, vale a dire la sua prerogativa di protetto­
re delle arti e della poesia. Nella Commedia, Dante
chiamò in causa il dio greco e gli attribuì un ruolo
di rilievo. Nel proemio del Paradiso (I, vv. 13-36),
infatti, si rivolse direttamente a lui, chiedendogli
soccorso per concludere l’ultima cantica dell’opera:

102
APOLLO

O buono Appollo, a l’ultimo lavoro


fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro. 15
Infino a qui l’un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso. ig

L’invocazione al “buono Appollo”, naturalmente,


non ha un significato religioso. Nella Commedia,
Apollo è allegoria della poesia: la tradizionale in­
vocazione alla Musa, ripresa nelle cantiche prece­
denti, lascia il posto, nell’ascesa al Paradiso, alla
figura del dio, più rilevante. Dante amava trarre
dalla tradizione classica personaggi e storie che
poi piegava al proprio progetto poetico, sceglien­
do con cura quali elementi delle sue fonti citare,
quali omettere, quali modificare. Poco più avanti,
per esempio, il giovane dio greco si trasforma in
“padre” (Paradiso I, v. 28), sulla base di un’equi­
valenza tra divinità e maturità estranea al mito,
propria piuttosto della tradizione cristiana.
Nei versi successivi, Apollo viene ricordato
in relazione alla vicenda della morte di Marsia.
Dante offre qui una rilettura originale che mostra

103
GRANDI MITI GRECI

chiaramente come operasse la riconfigurazione


della tradizione classica in età medievale. La ver­
sione di Ovidio, ricca di dettagli cruenti, si con­
centra sul tema della sottrazione del corpo: «Qui
me mihi detrattisi», «Perché mi strappi da me?»
{Metamorfosi VI, 385), chiede lo sventurato. Nel
contesto del viaggio dantesco, il distacco dal cor­
po allude al “trasumanar” necessario a vedere, e a
narrare, il Paradiso:

Entra nel petto mio, e spira tue


sì come quando Marsia traesti
de la vagina de le membra sue. 21

O divina virtù, se mi ti presti


tanto che l’ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti, 24

vedrà’ mi al piè del tuo diletto legno


venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno. 27

La coronazione da parte di Apollo, una volta fre­


quente per i poeti, sarebbe il meritato riconosci­
mento per aver saputo raggiungere uno scopo così
eminente come quello di raffigurare il Paradiso.

104
APOLLO

Dante introduceva in questo modo la questione


essenziale per cui Apollo, nei secoli successivi,
sarebbe stato chiamato in causa nella letteratura
umanista e rinascimentale.
Le invocazioni ad Apollo dio della poesia sa­
rebbero state molto frequenti nella storia della let­
teratura moderna. Ancor più di Dante, tuttavia,
l’autore che stabilì le basi e il lessico comune di
questo discorso fu senza dubbio Francesco Petrar­
ca, non a caso coronato lui stesso poeta, per mano
di Roberto d’Angiò, la domenica di Pasqua del
1341, in Campidoglio a Roma.
L’immaginario poetico del Canzoniere petrar­
chesco è strettamente legato alla figura e al mito
di Apollo. Il gioco di parole che lega “Laura”, la
donna amata, e il “lauro”, simbolo della poesia, de­
finisce gli obiettivi che il poeta perseguì a lungo,
vale a dire l ’esperienza amorosa e la gloria poetica.
Nel terzo libro del Secretum (1347-1353), Agostino
gli chiede di rinunciarvi: nei testi più tardi, come il
sonetto posto all’inizio della sua raccolta poetica,
Voi eh ’ascoltate in rime sparse il suono, il poeta,
anziano, parrebbe quasi accettare il consiglio, ren­
dendosi infine conto che «quanto piace al mondo

105
GRANDI MITI GRECI

è breve sogno» (RVF, I, v. 14). La questione, tut­


tavia, è molto più complessa e viene a coinvolge­
re tutti i nessi poetici del Canzoniere: la pluralità
dell’io; il sovrapporsi, nella memoria, dei diversi
tempi del tempo; la forza ossessiva e logorante del
desiderio; il potere di consolazione della poesia.
A questo proposito, Petrarca dedicò direttamente ad
Apollo un sonetto, che si sofferma sull’episodio di
Apollo e Dafne per riflettere sull’irreversibilità del
tempo. «Il figliuol di Letò» vi appare addolorato per
l’inafferrabilità di Dafne, così come il poeta lo è per
la distanza di Laura: «Poi che cercando stanco non
seppe ove / s’albergasse da presso o di lontano, /
mostrassi a noi qual uom per doglia insano / che
molto amata cosa non ritrove» {RVF, 43, vv. 5-8).
«Dei doni di Apollo si fece bella, durante la vita
di Petrarca, la sua terra natia, l’Italia», avrebbe
osservato due secoli più tardi Pierre de Ronsard,
poeta francese del circolo della Plèiade, nel suo
Dialogue du Poète et des Muses (1556). Era già
iniziata da tempo, del resto, quella lunga stagione
che avrebbe diffuso in tutta Europa la forma e i
temi della poesia di Petrarca. Nella tradizione pe­
trarchista, anche Ronsard si trovò a lodare Apollo

106
APOLLO

e a invocarne l’aiuto. Nel suo Hymne de VAutomne


(Inno dell’autunno, 1563), l’autore francese attri­
buisce proprio all’influenza del dio la sua voca­
zione poetica: «Il giorno in cui sono nato, Apollo,
guida / delle Muse, mi ha condotto in questo mon­
do, / animandomi di uno spirito sottile e potente /
e riempiendomi di sapere e lealtà in amore» (vv.
1-4). Ronsard era definito “principe dei poeti”:
nel 1580, anch’egli, come Petrarca, sarebbe stato
coronato, senza bisogno di gareggiare, ai giochi
floreali di Tolosa, come in seguito sarebbe avve­
nuto in Inghilterra a Ben Jonson e a John Dryden,
rispettivamente nel 1616 e nel 1668.
La figura di Apollo protettore della poesia e
delle arti divenne presto essenziale nel recupero
dell’eredità classica proprio del Rinascimento. I te­
sti della prima modernità che citano il dio greco in
Parnaso sono innumerevoli: si pensi, per fare ap­
pena qualche esempio, al Viaje al Parnaso (1614)
di Miguel de Cervantes, che immagina un dialogo
tra il dio e gli scrittori contemporanei all’autore,
oppure al Lope de Vega del Laurei de Apolo (1631).
Un ruolo centrale, in questo contesto, ebbe la
scoperta delVApollo del Belvedere. Rinvenuta ver­

107
GRANDI MITI GRECI

so la fine del XV secolo, la statua divenne proprietà


del cardinale Giuliano della Rovere, che, dopo es­
sere asceso al soglio papale con il nome di Giulio
II, la trasferì dal giardino della sua residenza priva­
ta al Cortile delle Statue del Belvedere, in Vaticano.

Delle quattro possibili identità del dio in­


dividuate da Cicerone nel De natura deo-
rum (I secolo a.C.), Boccaccio ne ripren­
deva solo due: da una parte, «l'inventor
della medicina et il primo conoscitore
delle virtù dell’herbe»; dall’altra il figlio
w V-/ di Zeus e Letò, protettore della poesia,
«perché tutti i Poeti s’inchinano a costui,
come s’egli solo fosse stato Apollo, et per
ciò non si vede a pieno quelle che furono
d ’altri, è necessario attribuire il tutto a co­
stui solo».

L'Apollo del Belvedere è una copia di età romana, ri­


salente all’epoca dell’impero di Adriano (II secolo),
di un bronzo greco perduto, scolpito dall’ateniese
Leocare intorno al 350 a.C. La statua non rappre­

108
APOLLO

senta un episodio specifico della vita di Apollo, ma


tradizionalmente si immagina che il dio sia appena
uscito vincitore dalla sua prima impresa, l’uccisio­
ne di Pitone. TidXYApollo del Belvedere si possono
dedurre i tratti caratteristici del dio che si sarebbe­
ro poi impressi nell’immaginario collettivo nei se­
coli successivi: la giovane età; la posa leggiadra, di
mirabile contrapposto; la mano sinistra levata per
tenere l’arco, mentre la destra ha appena scaglia­
to una freccia; la muscolatura ancora tesa per lo
sforzo; i capelli ricci, appena mossi, elegantemente
raccolti sul capo dallo strophium, una banda riser­
vata a dèi e re; la completa nudità del corpo, fatta
eccezione per il mantello, la clamide, delicatamen­
te avvolto sulle spalle; l’espressione imperscrutabi­
le e sicura del trionfo scritto nel destino.

Una nuova estetica apollinea

A partire dal ritrovamento dell 'Apollo del Belvedere,


furono molti i pittori a rappresentare nelle proprie
tele il dio greco, di volta in volta da solo, contornato
dalle Muse, oppure impegnato nei diversi episodi

109
GRANDI MITI GRECI

del mito che lo riguardano. Fin dal Medioevo, del


resto, una lunga tradizione di trattati iconografici -
dal Liber de imaginibus deorum (XI secolo), opera
di Albericus Londoniensis, all’anonimo Libellus de
imaginibus deorum (XV secolo) - aveva stabilito
quali elementi figurativi fossero riconducibili ad
Apollo, e li aveva ridefìniti in chiave allegorica.
A metà del XVI secolo, il mitografo Vincenzo
Cartari, erudito reggiano, operante alla corte esten­
se, ne Le imagini con la sposinone dei Dèi degli
antichi (1556), avrebbe spiegato questa ripresa dei
soggetti classici, osservando come gli dèi antichi
fossero il frutto di una trasposizione di ciò che gli
uomini non avrebbero saputo spiegare altrimenti:
«I Poeti furono i primi, come dice Aristotele, che
scrissero degli dèi [...] et in questo modo favoleg­
giando fecero Dèi gli Elementi, le Stelle, il Sole, e la
Luna». Questa concezione è anche al centro delle ri­
cerche di Cartari su Apollo, di cui sono elencati gli
elementi figurativi - il sole, l’arco, il carro -, spesso
con osservazioni fantasiose, come l’etimologia del
nome: «I Greci lo nomarono Apollo [...] che vien
detto da a, particola privativa, che significa senza, e
pollo, che vuol dire molti, essendo che egli è solo».

110
APOLLO

La figura di Apollo protettore della poesia


e delle arti divenne presto essenziale nel
recupero dell'eredità classica proprio del
V # V J Rinascimento. I testi della prima moder­
nità che citano il dio greco in Parnaso
sono innumerevoli.

Negli stessi anni dello spostamento dell 'Apollo del


Belvedere, Raffaello Sanzio realizzò, nella Stan­
za della Segnatura del Vaticano, tre raffigurazioni
di Apollo (1509-1511): circondato dalle Muse sul
Parnaso; in forma di statua dietro i filosofi Plato­
ne e Aristotele; e, infine, impegnato nella sfida con
Marsia. In seguito, cicli pittorici dedicati ad Apol­
lo furono commissionati per Castel SantAngelo
e per Villa Aldobrandini a Frascati. Papa Urbano
V ili fece rappresentare immagini tradizionalmen­
te collegate all’iconografia di Apollo per le colonne
del baldacchino dell’altare maggiore a San Pietro
(1626-1627): le api dello scudo, il sole e il lauro.
Apollo tra le Muse è il tema di numerosi dipinti
tra il XVI e il XVIII secolo, opera tra gli altri di
Lorenzo Lotto (1530), Maarten van Heemskerck
(1555-1560), Maarten de Vos (1590-1595), Bartho-

ni
GRANDI MITI GRECI

lomaus Spranger (1619), Nicolas Poussin (1625),


Charles de la Fosse (1647-1649), Gérard de Lai-
resse (1675), Jacopo Amigoni (1722-1723) e Anton
Raphael Mengs (1761). Altre volte Apollo venne
presentato come protettore della poesia, con la
lira, ma senza Muse, come sul tetto del palazzo
del Pardo (1785), vicino a Madrid, oppure alla Co­
medie Franfaise di Parigi (1911).
L’assimilazione di Apollo con il sole è invece vi­
sibile nei dipinti di Villa Farnesina (1511) e Palazzo
Verospi (1609) a Roma, in quelli di Palazzo Clerici
(1740) a Milano, a opera di Tiepolo, e ancora in
quelli a Ca’ Rezzonico (1753) a Venezia. Il luogo
dove forse questo aspetto figurativo ebbe maggiore
centralità rimane tuttavia, per ovvie ragioni, Ver­
sailles, residenza di Luigi XIV, il Re Sole. Nel par­
co della reggia, vi sono due gruppi scultorei dedi­
cati ad Apollo: il dio esce con il carro del sole dalle
acque del bacino che da lui prende il nome; nella
grotta del boschetto dei bagni a lui dedicati, lo si
vede invece riposare, riverito dalle ninfe.
È impossibile citare le innumerevoli rappresen­
tazioni pittoriche e scultoree delle diverse vicende
del mito legate alla figura di Apollo: il dio greco

112
APOLLO

è presentato con la Sibilla, Pan, Marsia, Dafne,


Coronide, Ciparisso, Pitone, Giacinto in dipinti
e statue di artisti come, per fare appena qualche
esempio, Benvenuto Cellini (1548), Jan Van Eyck
(1630), Pieter Paul Rubens (1636-1637), Gian Lo­
renzo Bernini (1622-1625), William Turner (1823),
Eugene Delacroix (1850).
Il più noto tra i gruppi scultorei su Apollo e
Dafne fu realizzato tra il 1622 e il 1625 da un gio­
vanissimo Bernini, che all’epoca aveva poco più
di vent’anni. La scena presenta Apollo al termine
della corsa, sul punto di raggiungere Dafne che,
come narra Ovidio (Metamorfosi I, 450-467), si
sta già trasformando in alloro. La metamorfosi ra­
dica al terreno la fuga della giovane, che comincia
dal basso ad assumere aspetto di pianta: Apollo se
ne accorge e dal suo sguardo traspare un deluso
stupore, mentre il terrore di Dafne pare trascolo­
rare in sollievo. Il gruppo scultoreo ebbe un’eco
straordinaria, destando ammirazione per il fluido
dinamismo che Bernini aveva saputo imprimer­
gli. Il soggetto pagano potè essere recuperato gra­
zie alla rilettura della vicenda in chiave morale.
Non a caso, alla base venne apposto un cartiglio

113
GRANDI MITI GRECI

con un distico di Matteo Barberini: «Chi amando


insegue le gioie della bellezza fugace, / riempie la
mano di fronde e coglie bacche amare».
Meno fortuna avrebbe avuto invece, in età
moderna, la pratica divinatoria di Apollo, anche
se, in particolare nel XVII secolo, vi furono al­
cuni almanacchi a lui dedicati. In Inghilterra, per
esempio, ebbe una certa diffusione l'Apollo An-
glicanus (1664) di Richard Saunder, che entrò in
concorrenza con il Merlinus Anglicanus (1644)
di William Lilly, pubblicato alcuni anni prima,
in una sorta di gara tra il profeta d’età classica e
quello della tradizione arturiana. L’almanacco di
Saunder prometteva di «aiutare ciascuno a com­
prendere meglio il corso astronomico dell’anno,
e tutte le cose passate, presenti e future [...], con
l’aggiunta di un breve trattato sulle comete».
La protezione delle muse e delle arti avvicinò
Apollo anche al mondo della musica. In tutta Eu­
ropa, le accademie musicali vennero spesso orna­
te della figura del dio greco che, a partire dal­
la fine del XVII secolo, avrebbe fatto la propria
comparsa anche nell’opera lirica. Furono in parti­
colare Apollon et Daphné (1698) di Jean-Baptiste

114
APOLLO

Lully, con libretto di Antoine Danchet, e Apollo


et Hyacinthus (1767) di Wolfgang Amadeus Mo­
zart, con libretto di Rufinus Widl, a riadattare in
chiave musicale i miti omonimi. La peculiarità del
linguaggio operistico tendeva ad attenuare la cru­
deltà delle metamorfosi ovidiane, di cui tuttavia
sapeva cogliere alla perfezione l’eleganza.
Del resto, il teatro in musica era nato proprio
nel segno di quello che, secondo una versione del
mito, sarebbe stato il figlio di Apollo, vale a dire
Orfeo: si pensi alla Favola di Orfeo (1480), spet­
tacolo per la corte scritto da Angelo Poliziano già
alla fine del XV secolo, oppure a L ’Orfeo (1607)
di Claudio Monteverdi, “favola in musica” con li­
bretto di Alessandro Striggio.
LApollo del Belvedere divenne un passaggio
obbligato per i viaggiatori del grand Tour, che tra
il XVII e il XVIII secolo portò nella penisola gio­
vani di tutta Europa, in viaggio alla scoperta di se
stessi e della Land der Klassik, la terra della clas­
sicità. Di volta in volta, la contemplazione della
statua del dio greco lasciò i viaggiatori stupefat­
ti dalla sua armonica bellezza, oppure interdetti
dalla sua silenziosa imperscrutabilità.

115
GRANDI MITI GRECI

Tra questi osservatori, ci fu anche Johann Joa-


chim Winckelmann, il grande storico dell’arte te­
desco, che nel 1752 si trasferì a Roma, dopo aver
studiato a lungo a Dresda. La contemplazione
dell’arte classica lo convinse che la cultura greca
e romana avessero dato forma a un ideale eter­
no, senza tempo: le statue d’età classica, in parti­
colare, rappresentavano per lui la forma perfetta
dell’umanità, il modello insuperabile di una nuo­
va estetica neoclassica.
Nel distacco del dio con la freccia, Winckel­
mann trovò l’archetipo di una bellezza fatta di or­
dine e armonia, in cui vedeva rappresentata l’es­
senza più pura dello spirito ellenico. La «nobile
semplicità e la misurata calma» dell 'Apollo del
Belvedere diventavano così il punto di riferimento
per un ideale che legava la perfezione estetica a
quella etica, morale. Winckelmann non si accorse
che la statua era una copia, ma vi vide l’esito più
alto dell’arte greca. «La concezione ideale della
gioventù maschile trova la propria immagine più
alta in Apollo, che combina la forza perfetta del­
la sua età con le tenere fattezze di una bellezza
appena sbocciata», si legge nella sua Geschichte

116
APOLLO

der Kunst des Alterthums {Storia dell’arte antica,


1764), «Apollo ha tratti semplici e freschi [...], i
tratti nobili di un giovane uomo nato per un alto
destino, che, per questo, era il più bello tra gli dèi».

Il più noto tra i gruppi scultorei su Apollo


e Dafne fu realizzato tra il 1622 e il 1625
da un giovanissimo Bernini, che all’epo­
ca aveva poco più di vent’anni. La sce­
GG na presenta Apollo al termine della cor­ 0 O
sa, sul punto di raggiungere Dafne che,
come narra Ovidio (Metamorfosi I, 450-
467), si sta già trasformando in alloro.

«Apollo del Belvedere, perché ti mostri a noi nudo,


e in questo modo ci fai provare vergogna della no­
stra nudità?», si sarebbe domandato qualche anno
più tardi Johann Wolfgang Goethe, scrivendo
a Johann Gottfried Herder, dopo aver visto, nel
1771, un’altra immagine di Apollo a Mannheim,
ed esserne rimasto profondamente colpito. Sulla
scia di Winckelmann, il poeta tedesco avrebbe poi
rievocato il dio greco in un passo del Wandrers

117
GRANDI MITI GRECI

Sturmlied {Canto del viandante nella tempesta,


1772), che rievoca lo “splendido” uccisore di Pito­
ne quale modello di perfezione.
Elevandolo a riferimento insuperabile, il clas­
sicismo rischiava tuttavia di allontanare e far per­
dere forza al proprio oggetto. È la cosiddetta klas-
sische Dàmpfung, il processo di attenuazione del
classico. Proprio alla fine del XVIIII secolo, tutta­
via, iniziarono i primi studi, come per esempio il
Lexicon (1770) di Benjamin Hederich, volti a sto­
ricizzare i personaggi del mito, delle cui trasfor­
mazioni nel tempo, tra continuità e discontinuità,
si divenne lentamente più consapevoli, sottraendo
il classico all’oblio di un’eternità senza tempo.

Apollo e Dioniso

Sulla ricca, ambigua polisemia della figura di


Apollo tornarono a interrogarsi i poeti della gene­
razione romantica, come per esempio, in Inghil­
terra, John Keats e Percy Bysshe Shelley. Nell’o­
pera del primo, in particolare, la presenza del dio
greco è pervadente, e trova il suo punto di arrivo

118
APOLLO

in un componimento come Ode to Apollo (iOde ad


Apollo, 1815).
“Bardo dei poeti”, Apollo viene presentato da
Keats nelle sue qualità tradizionali di signore del­
la luce, arciere, poeta e profeta. Ma in Keats c’è
molto di più che una semplice compilazione di to-
poi della classicità. Apollo è il dio in cui il poeta
vedeva raffigurato se stesso e la propria idea di
poesia come vocazione, chiamata, slancio divino
verso la verità, secondo il principio, espresso po­
chi anni dopo in Ode on a Grecian Urn {Ode su
un’urna greca, 1819) del «beauty ìs truth, truth
beauty», «la bellezza è verità, la verità bellezza».
Come la poesia, Apollo è il dio che cura e fa am­
malare, il dio capace di ammaliare “la libertà del
vento” con il “bacio” della sua “musica”.
La Song o f Apollo {Canto di Apollo, 1824) di
Shelley, pensata in origine come un “inno”, e scrit­
ta per un dramma della sorella Mary, Midas {Mida,
composto nel 1820 e ripetutamente rifiutato dagli
editori, fino alla pubblicazione postuma nel 1922),
insieme a un simmetrico canto di Pan, dà la parola
direttamente al dio. I due numi vengono presentati
da Shelley come complementari: mentre ad Apol-

119
GRANDI MITI GRECI

lo sono associate caratteristiche prettamente ma­


schili, Pan presenta una sensibilità più femminile.
Portatore di luce, secondo la tradizione, Apollo è
nello stesso tempo, in questo componimento, cu­
stode della medicina, della musica e della poesia.
Shelley vi aggiunse però un elemento nuovo, affi­
ne alla coeva filosofia idealista: immagine meta­
letteraria del poeta, Apollo diventa nei suoi versi
coscienza di un mondo che impara a conoscersi
attraverso il suo sguardo: «Io sono l’occhio con cui
l’universo / si osserva, e sa di essere divino».
Più tardi, verso la fine del secolo, la figura di
Apollo sarebbe stata rimessa al centro della rifles­
sione filosofica da Friedrich Nietzsche, che in Die
Geburt der Tragódie aus dem Geiste der Musik
(La nascita della tragedia dallo spirito della mu­
sica, 1872) avrebbe visto proprio nell’opposizio­
ne tra lo spirito “apollineo” e quello “dionisiaco”
l’essenza più profonda della cultura greca: «I Gre­
ci, che esprimono e al tempo stesso nascondono la
dottrina segreta della loro visione del mondo nei
loro dèi, hanno stabilito come duplice fonte della
loro arte due divinità, Apollo e Dioniso».
La tradizione aveva visto molte affinità tra le

120
APOLLO

due divinità: entrambi figli di Zeus, tutti e due


giovani, amanti delle arti, inclini a momenti di
alterazione mentale, come la profezia e l’ebbrez­
za. Nietzsche, tuttavia, preferì concentrarsi sulle
differenze. Mentre “apollineo” indicava per lui
tutto ciò che è diurno, solare, ordinato, armonio­
so, il “dionisiaco” esprimeva al contrario eccesso,
squilibrio, sfrenatezza, dismisura: «Questi nomi
rappresentano nel dominio dell’arte dei contrari
stilistici, che incedono l’uno accanto all’altro qua­
si sempre in lotta tra loro, e appaiono fusi una vol­
ta soltanto, quando culmina la volontà ellenica,
nell’opera d’arte della tragedia attica. In due stati,
difatti, l’uomo raggiunge il sentimento estatico
dell’esistenza, nel sogno e neWebbrezza».
In Apollo - «il risplendente, la divinità del­
la luce, il patrono del bello splendore dell’intimo
mondo della fantasia» - Nietzsche vedeva la cla-
rità di visione propria delle arti figurative. Il dio
greco era per lui collegato alla dimensione del so­
gno, che l’artista contempla cercandovi immagini
per dare senso e ordine al cosmo. L’“apollineo”,
tuttavia, non poteva rendere conto di tutto; la for­
ma perfetta del sogno è un’illusione che non tiene

121
GRANDI MITI GRECI

conto dello strazio del reale, dell’esperienza del


tragico, percepibile appieno solo attraverso il rit­
mo, non visivo, non verbale, ma ebbro e musicale,
del “dionisiaco”: «Potrebbe ripetersi per Apollo ciò
che Schopenhauer dice del velo di Maia. Tutte le
sue manifestazioni ci comunicano tutto il piacere
e la saggezza dell’apparenza con la sua bellezza».

L’equilibrio tra l’“apollineo” e il “dionisiaco”,


che nella tragedia sofoclea avrebbe trova­
to, secondo Nietzsche, il suo esito più alto,

****** in seguito avrebbe perso forza, a causa


% )X J dell’esaurirsi del secondo elemento della
coppia e dell’emergere di una nuova for­
za, più razionale, che avrebbe condotto alla
morte del tragico.

L’equilibrio tra l’“apollineo” e il “dionisiaco”, che


nella tragedia sofoclea avrebbe trovato, secondo
Nietzsche, il suo esito più alto, in seguito avreb­
be perso forza, a causa dell’esaurirsi del secondo
elemento della coppia e dell’emergere di una nuo-

122
APOLLO

va forza, più razionale, che avrebbe condotto alla


morte del tragico: «Se l’equilibrio tra apollineo e
dionisiaco diede origine alla tragedia attica e la
portò al suo massimo nella tragedia sofoclea, il
progressivo perdere terreno del dionisiaco e l’e­
mergere di una nuova forza - il socratico - la con­
dusse alla decadenza».
L’opposizione nietzschiana tra “apollineo” e
“dionisiaco” pare troppo netta, naturalmente, così
come risulta infondata la sua liquidazione dell’arte
euripidea. Tuttavia, l’interpretazione di Nietzsche
ebbe una larga eco nella cultura europea a cavallo
tra il XIX secolo e il XX secolo, dando luogo a una
vulgata, invero piuttosto distante dall’originale, che
spesso si sarebbe polarizzata intorno all’opposizione
tra una stanca ragione borghese e un violento vitali­
smo irrazionale, come per esempio in Der Tod in Ve-
nedig (La morte a Venezia, 1912) di Thomas Mann.
A conferma dell’interesse contemporaneo per la
figura di Apollo, all’inizio del nuovo secolo, il po­
eta austriaco Rainer Maria Rilke aprì i due volu­
mi delle sue Neue Gedichte (Nuove poesie, 1907-
1908) con altrettante poesie dedicate al dio greco.
Quelle di Rilke non erano semplici invocazioni,

123
GRANDI MITI GRECI

ma descrizioni di opere d’arte, che rielaboravano


il tema della statua che si anima e prende vita, dei
vecchi dèi che un giorno o l’altro potrebbero tor­
nare. Le poesie di Rilke mettono in evidenza un
tratto essenziale della ripresa del mito nella let­
teratura contemporanea: oggetto del discorso dei
poeti su Apollo non è più Apollo, ma, in chiave
metaletteraria, la sua rappresentazione.
La prima poesia si intitola Friiher Apollo (Apol­
lo primevo, 1907) e raccoglie tutta la tradizione
allegorica collegata al dio: la giovinezza, la luce,
l’imperscrutabilità, l’ispirazione poetica. Apollo
viene presentato nella luce del mattino, fatale e
inevitabile, che è anche la luce dei versi con cui
illumina la realtà. Questo Apollo primevo, tutta­
via, è ancora troppo giovane per essere cinto d’al­
loro: non parla, resta imperscrutabile. Eppure, le
sue tenere labbra tremanti sorridono di quel riso
olimpico che pare potersi dissetare solamente al
suono liquido del proprio stesso canto.
La seconda poesia, Archai'scher Torso Apollos
(Torso arcaico di Apollo, 1908) sostituisce l’ag­
gettivo “primevo” con “arcaico”. Questa volta
Rilke non si concentra su una figura intera, ma

124
APOLLO

su un torso: puro corpo, colto da chi l’ha scolpito


nella sua fisica sensualità. Apollo pare al poeta un
tizzone ardente che tutto illumina e acceca con il
proprio splendore. «Ancora brilla, ancora vede»,
scrive Rilke: l’animarsi della pietra, la metamor­
fosi verso la vita sono a un passo, e nello stesso
tempo paiono suggerire un invito al cambiamen­
to. Gli uomini guardano il dio, che in cambio li
riguarda, nel doppio senso che ricambia il loro
sguardo e che allude a qualcosa che ha a che fare
con l’uomo: «Non c’è parte di lui che non ti guar­
di», conclude Rilke. «Devi cambiare la tua vita».
Pochi anni più tardi, Giorgio de Chirico avreb­
be posto Apollo al centro del proprio Canto d ’a ­
more (1914), un quadro enigmatico, metafisico, tra
i più surrealisti della sua produzione. La scena è
quella di uno spazio urbano, solitario, spopolato,
riempito da alcuni edifici e da un portico, simile
a molte altre piazze italiane dipinte in quegli anni
dal pittore. Sulla parete di un edificio al centro del­
la tela, si vede l’enorme testa scolpita di un dio
antico; alla sua destra è appeso un guanto da chi­
rurgo, anch’esso gigantesco; a terra si trova un’e­
norme palla verde.

125
GRANDI MITI GRECI

È arduo, e forse vano, risolvere l’enigma cui


allude il quadro di de Chirico. La differenza
tra allegorie antiche e moderne consiste
proprio nel fatto che oggi autori e interpreti

CG non condividono più lo stesso universo di


simboli. A chi guarda l’opera d’arte spetta il
compito di completare il significato della tela
con la propria interpretazione, anche a costo
di tradire l’intenzione originaria dell’autore.

È arduo, e forse vano, risolvere l’enigma cui allude il


quadro di de Chirico. La differenza tra allegorie an­
tiche e moderne consiste proprio nel fatto che oggi
autori e interpreti non condividono più lo stesso uni­
verso di simboli. A chi guarda l’opera d’arte spetta il
compito di completare il significato della tela con la
propria interpretazione, anche a costo di tradire l’in­
tenzione originaria dell’autore. È quello che avrebbe
fatto René Magritte, di cui si racconta che, vedendo
il quadro, sia scoppiato a piangere per la commozio­
ne, deciso a fare proprio quello stesso stile pittorico.
L’Apollo di de Chirico è lontano, silenzioso, ri­
posto in disparte. Lo spirito dell’epoca aveva scelto
altri profeti, altri modelli, come quello dionisiaco,

126
APOLLO

nella banalizzazione della lettura nietzschiana. Non


è un caso, forse, se Mussolini, nel gennaio 1944, in
previsione dei festeggiamenti per il centenario della
nascita del filosofo tedesco, ha scelto di inviare, in
dono a Hitler, al Nietzsche Archiv di Weimar, una
testa di Dioniso.
La polemica contro lo spirito apollineo, tutta­
via, non terminerà con la fine del conflitto mon­
diale. In tutt’altro clima, nel 1946, Wystari Hugh
Auden citerà Apollo come modello di una ritrova­
ta normalità, a scapito di Ares. Il suo giudizio non
era però positivo, poiché alla pomposa pedanteria
di Apollo mancherebbe quella gioia di vivere, in­
dispensabile agli artisti, che il poeta vedeva piut­
tosto rappresentata da Hermes. Auden immaginò
addirittura, per gli studenti universitari, un “de­
calogo ermetico” di proibizioni da infrangere, in
opposizione alla seriosità apollinea.

Apollo, un dio ancora in volo

Nella cultura contemporanea, il tradizionale lega­


me tra Apollo e l’astronomia si è arricchito di un

127
GRANDI MITI GRECI

nuovo capitolo durante la guerra fredda, con la


corsa allo spazio. Il progetto del governo statu­
nitense di portare Tuomo sulla luna venne infat­
ti battezzato proprio con il nome di “Programma
Apollo”. Il dirigente della NASA Abe Silverstein
che prese la decisione dichiarò a distanza di anni
di aver scelto il nome come si sceglie quello di un
figlio: «Apollo che guida il carro attorno al sole
mi pareva un’immagine appropriata per l’enormi­
tà del progetto che avevamo in mente».
Immaginato a partire dal 1960, durante la pre­
sidenza Eisenhower, il “Programma Apollo” fu
portato avanti per oltre un decennio, tra il 1961 e
il 1972, soprattutto nel corso dell’amministrazio­
ne Kennedy, con il lancio nello spazio di numerose
astronavi. La prima di esse, l’Apollo 1, fu distrutta
dal fuoco il 27 gennaio 1967, durante un’esercita­
zione in cui morirono tutti i membri dell’equipag­
gio. Circa due anni dopo, sarebbe stato il turno
dell’Apollo 11, che riuscì invece ad atterrare sul­
la luna il 20 luglio 1969, guidato dagli astronauti
Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins.
L’ultima missione spaziale del programma dotata
di equipaggio umano fu l’Apollo 17, che decollò il

128
APOLLO

7 dicembre 1972, portando ancora una volta l’uo­


mo sulla luna.
Nel frattempo, qualche anno prima, nel 1952,
era stato pubblicato un romanzo dedicato ad Apol­
lo: De verminkte Apollo (LApollo mutilato, 1952)
dello scrittore olandese Simon Vestdijk. Si tratta di
un romanzo storico ambientato nella Grecia arcai­
ca. La trama prende le mosse da un furto: un’im­
magine del dio Apollo è stata rubata dal tempio a
Delfi dai discepoli di Dioniso. Un sacerdote loca­
le, Diomos, viene inviato per scoprire cos’è acca­
duto e recuperare il maltolto. Insieme al suo amico
Aletes, compie quindi un viaggio fino a Corinto,
dove riesce a ritrovare l’immagine, sottraendo-
la ad alcune donne tebane. Ma, durante la lotta,
il dio perderà una parte di sé: la mutilazione di
Apollo parrebbe indicare simbolicamente la perdi­
ta di forza, nell’immaginario attuale, degli antichi
miti, ricordi annebbiati di un tempo lontano.
Eppure, la persistenza della figura di Apollo
nella cultura contemporanea è più pervicace di
quanto si possa immaginare. Si prenda per esem­
pio la storia del cinema. In uno dei film di mag­
giore successo degli anni settanta, Rocky (1976),

129
GRANDI MITI GRECI

diretto da John G. Avildsen, il pugile campione del


mondo in carica, che viene sfidato dal protagoni­
sta, Rocky Balboa, interpretato da Sylvester Stal­
lone, prende il nome proprio dal dio greco: Apollo
Creed. Nel campione convergono tutte le caratteri­
stiche di forza e superiorità proprie del mito clas­
sico, ma c’è una novità: Apollo, infatti, è in questo
caso un boxeur afro-americano. Il personaggio
venne interpretato da Cari Weathers, ed ebbe tanto
successo da diventare essenziale per tutta la saga,
anche quando, dopo la sconfitta, sarebbe diventato
l’insostituibile amico e allenatore di Rocky.
Se Apollo Creed può certamente essere consi­
derato tra i personaggi più epici della storia del
cinema contemporaneo, le letture postmoderne
del mito tendono con maggiore frequenza alla pa­
rodia. Tra i romanzi che reinterpretano in questa
luce la figura e le vicende di Apollo, calandoli nella
società contemporanea, si può ricordare per esem­
pio Gods Behaving Badly (Per l ’amor di un dio,
2007) della scrittrice britannica Marie Phillips.
Apollo, in questo romanzo, vive con le altre divi­
nità greche in una casa di Hampstead Heath, alla
periferia di Londra, e si comporta come un eter-

130
APOLLO

no adolescente, molto dispettoso, profondamente


ignorante e sempre sovreccitato, che annovera tra
le proprie aspirazioni la fama televisiva e i tatuag­
gi, ma possiede ancora il potere, di cui farà un
pessimo uso, di spegnere il sole o di uccidere le
ragazze di cui si innamora.

131
l ’Apollo e Dafne
di Gian Lorenzo
Bernini conservato
a Galleria Borghese,
Roma, rappresenta
il momento
drammatico
in cui la ninfa
inizia a mutare
in alloro.
La nascita a Deio

ninno omerico ad Apollo fu composto con ogni proba­


bilità per le feste Delio-Pitiche istituite da Policrate, tiran­
no di Samo, nella seconda metà del VI secolo a.C. Nelle
intenzioni di Policrate la nuova festività doveva onorare
il dio celebrando i due momenti più importanti del suo
mito: la nascita a Deio e la fondazione dell’oracolo di Delfi.
L’Inno, di conseguenza, si articola in due sezioni (delia e
pitica), legate da uno stretto rapporto di corrispondenza
e simmetria.
I w. 1-24 sono l’esordio della sezione delia. Il poeta rico­
struisce il primo arrivo del nuovo dio nel palazzo di Zeus,
dove gii altri dèi sono riuniti a banchetto. Il terrore che la
vista di Apollo suscita in tutti ha una valenza “didattica”:
allude infatti al timore che gli uomini devono provare davanti
alla potenza misteriosa del dio arciere. Nei versi successivi
il poeta, applicando uno schema retorico molto diffuso nella
letteratura antica, si chiede - fingendosi esitante - quale
tema debba cantare, tra i molti possibili. Anche qui si coglie
un’allusione alla vastità dei poteri di Apollo, che controlla
ogni luogo e ogni spazio. Ortigia è un altro nome di Renea,
risoletta rocciosa (vicinissima a Deio) dove secondo la tra­
dizione Letò avrebbe partorito Artemide.

135
GRANDI MITI GRECI

Apollo, il dio arciere, io voglio cantare.


Davanti a lui tremano gli dèi nella casa di
Zeus;
al suo arrivo, balzano in piedi
tutti dai seggi, quando tende l’arco luminoso.
Solo Letò resta accanto a Zeus, signore del
fulmine:
scioglie la corda e chiude la faretra,
con le sue mani gli toglie dalle forti spalle
l’arco e lo appende alla colonna del padre,
a un chiodo d’oro; poi lo fa sedere su un trono.
Il padre gli offre nettare in una coppa d’oro,
salutando suo figlio; gli altri dèi allora
tornano ai loro posti, e si rallegra la veneranda
Letò,
perché ha partorito un figlio forte, armato
d’arco.
Salve, beata Letò: hai generato splendidi figli,
il signore Apollo e Artemide saettatrice;
hai partorito lei in Ortigia e lui in Deio
rocciosa,
sdraiandoti sotto l’alto monte, la cima del Cinto,
vicino alla palma, lungo le acque dell’Inopo.
Come ti canterò, se mille sono i tuoi inni?
Dovunque infatti per te c’è materia di canto,
Febo,
sia sulla terra nutrice di armenti sia nelle isole.
A te sono care tutte le rupi e le alte vette
dei monti eccelsi, e i fiumi che si versano in mare
e le scogliere a strapiombo e i golfi marini.*
* In n o o m e r ic o a d A p o llo , vv. 1-24, trad. di G. Zanetto

136
APOLLO

I w. 115-148 raccontano il parto di Letò, che dopo avere


a lungo peregrinato (e avere subito una serie di ripulse) ha
infine trovato accoglienza a Deio. La nascita di Apollo è pre­
sentata come un evento cosmico: il nuovo dio rivela, fin dai
suoi primi istanti di vita, una forza incontenibile, capace di
sconvolgere gli equilibri preesistenti. Le dee che si prendono
cura del neonato sono venute a Deio, lasciando l’Olimpo,
per manifestare la loro solidarietà a Letò e darle assisten­
za. L’isola, gratificata dall’onore che le è stato accordato,
cambia il suo aspetto: la trasformazione fisica è il simbolo
di un rinnovamento profondo. Il nuovo ruolo di Deio, centro
della religione apollinea, è alluso anche negli ultimi versi, che
descrivono la grande festa celebrata ogni anno dagli Ioni.

Quando Ilizia, la dea che propizia il travaglio,


arrivò a Deio,
Letò fu presa dalle doglie e si preparò a
partorire.
Cinse con le braccia la palma, puntò le
ginocchia
sul soffice prato, e sorrise la terra di sotto:
il dio uscì fuori alla luce, e le dee lanciarono
un grido.
Poi, Febo divino, le dee ti lavarono con acqua
limpida,

137
GRANDI MITI GRECI

purificatrice; ti avvolsero in un drappo bianco,


sottile e puro: lo strinsero con un nastro dorato.
Apollo dalla spada d’oro non succhiò il latte
materno,
ma Temi gli versò con le mani immortali il
nettare
e l’ambrosia squisita: Letò era piena di gioia,
perché aveva generato un figlio forte, armato
d’arco.
Ma quando fosti sazio, Febo, del cibo
immortale,
i nastri dorati non contenevano più i tuoi
sussulti,
né ti trattenevano le fasce; si sciolsero tutti i
legami.
E subito Febo Apollo disse alle immortali:
«Mi saranno cari l’arco ricurvo e la cetra,
e rivelerò agli uomini l’infallibile volontà di
Zeus».
Disse così; e poi si incamminò sull’ampia terra
Febo, l’arciere dai capelli mai recisi; erano
attonite
tutte le immortali, e l’intera Deio si copriva
d’oro,
contemplando il figlio di Zeus e di Letò,
piena di gioia, perché il dio fra tutte le isole e
le terre
l’aveva scelta
come sua casa e l’aveva preferita nel cuore:
fioriva d’oro come la cima di un monte si
copre di gemme.

138
APOLLO

E tu, signore dall’arco d’argento, Apollo


arciere,
ora salivi sul Cinto roccioso,
ora vagavi per le isole e in mezzo agli uomini.
Molti templi ti sono cari, e sacri boschi ricchi
di alberi, tutte le rupi e le alte vette
dei monti eccelsi, e i fiumi che si versano in
mare:
ma tu, Febo, prediligi nel cuore soprattutto
Deio,
dove gli Ioni dai lunghi chitoni si riuniscono in.
tuo onore,
insieme ai figli e alle nobili spose.*

(j#B

I w. 356-374 fanno parte della sezione pitica e descrivo­


no l’uccisione della dracena. Apollo, dopo avere costruito il
nuovo tempio, deve liberare Delfi dall'Ingombrante presenza
del mostro che infesta la regione. Nella versione seguita dal
poeta dell 'Inno, si tratta di un mostro al femminile, la dra­
cena: la stessa creatura che in passato ha fatto da balia
al terribile Tifone, il rivale di Zeus. Apollo la uccide a colpi
di freccia, confermandosi arciere infallibile. Poi esulta, quasi
fosse un eroe omerico che ha abbattuto in duello il suo av­
versario: come Achille dopo la vittoria su Ettore, dice di voler

’ In n o o m e r ic o a d A p o llo , vv. 115-148, trad. di G. Zanetto

139
GRANDI MITI GRECI

lasciare insepolto il corpo del nemico (e nel verbo “imputridi­


re” è contenuta un’etimologia del nome di Pito).

Chiunque la dracena incontrasse, morte lo


coglieva;
finché Apollo, il dio arciere, la colpì con la
freccia
infallibile: trafitta da dolori atroci
stramazzò, ansimando e contorcendosi sul
terreno.
Si sentì un grido altissimo, strano: lei si agitava
qua e là per la selva, finché emise la vita
con un soffio sanguinoso. Febo Apollo esultò così:
«Ora rimani qui a marcire, sulla terra feconda;
non sarai più un castigo per gli uomini mortali,
che mangiano il frutto della terra generosa.
Essi porteranno qui ecatombi perfette,
e a te non eviteranno la morte dolorosa
né Tifone né la Chimera dal nome funesto: qui
la nera terra e il Sole cocente ti faranno
marcire».
Disse così, esultando, e a lei Tombra coprì gli
occhi.
La sacra forza del Sole la fece imputridire lì;
e per questo ora Pito si chiama così (e gli
uomini
chiamano il dio col nome di Pizio), perché lì
la forza del Sole cocente fece imputridire il
mostro."

In n o o m e r ic o a d A p o llo , w . 356-374, trad. di G. Zanetto

140
APOLLO

(#»

I w. 475-485, 493-496 fanno parte della scena finale dell 'In­


no, che racconta come Apollo si assicuri i servigi dei suoi
primi sacerdoti, indispensabili per il funzionamento dell’ora­
colo. Il comportamento del dio corrisponde allo “stile” che
sempre informa il suo agire: Apollo piomba su una nave di
mercanti, in viaggio verso la Grecia, e senza dare alcuna
spiegazione costringe i malcapitati a seguire una rotta di­
versa. Poi, quando quelli sono sbarcati a Cirra (il porto di
Delfi), fa la sua apparizione e li informa che la loro vita d ’ora
innanzi cambierà radicalmente: non torneranno più in patria
ma rimarranno per sempre al suo servizio.

«Stranieri che prima abitavate Cnosso ricca di


alberi,
nessuno di voi potrà più tornare ora
nella patria amata, nella casa accogliente
e dalla cara sposa: rimarrete qui, e custodirete
il mio tempio
splendido, onorato da molti uomini.
Io sono il figlio di Zeus, Apollo è il mio nome,
e vi ho condotto qui sull’ampia distesa del
mare
non per farvi del male: rimarrete a custodire il
mio tempio
splendido, onorato da tutte le genti.

141
GRANDI MITI GRECI

Conoscerete i pensieri degli immortali, e per


loro volere
sarete onorati, giorno dopo giorno, per sempre.
[...]
Prima io sul mare nebbioso balzai
nella nave veloce in forma di delfino;
così voi invocatemi col nome di Delfinio:
anche l’altare
sarà chiamato delfico, e sarà per sempre
famoso».*

L’ira di Apollo

lllliade non racconta l’intero corso della guerra di Troia, ma


solo una breve sequenza di giorni, in cui si consumano le
conseguenze dell’ira di Achille. L’eroe, offeso e umiliato pub­
blicamente da Agamennone, decide di ritirarsi dalla batta­
glia. L’assenza sua e dei suoi uomini rende molto più deboli
i Greci, che subiscono pesanti sconfitte. Patroclo, deciso
a venire in soccorso dei compagni, scende in campo alla
testa dei Mirmidoni, con indosso le armi di Achille; dà prova
di grande valore, ma suscita l’ira di Apollo, che lo disarma
e consente a Ettore di finirlo. Achille, per vendicare la morte
dell’amico carissimo, torna in battaglia e uccide in duello

* In n o o m e r ic o a d A p o llo , vv. 475-485, 493-496, trad. di G. Zanetto

142
APOLLO

Ettore. Con il funerale dell’eroe troiano si conclude il poema.


I w. 33-52 del I canto raccontano l’azione di Apollo, che
scende dall’Olimpo per vendicare l’offesa fatta al suo sa­
cerdote Crise (scacciato in malo modo da Agamennone).
Anche questa scena descrive esemplarmente il carattere del
dio, la sua spietata determinazione. Apollo si mostra degno
dell’epiteto di Febo, che secondo l’etimologia comunemen­
te accettata significa “suscitatore di terrore”.

Disse così, e il vecchio, tremante, obbedì al


comando:
si avviò in silenzio lungo la riva del mare
risonante;
ma poi, venuto in disparte, molto pregava
il signore Apollo, figlio di Letò chioma bella:
«Ascoltami, dio dall’arco d’argento, che
proteggi Crisa
e Cilla divina e regni potente su Tenedo,
Sminteo, se mai ho costruito per te un bel
tempio,
se mai ho bruciato per te cosce grasse
di tori o di capre, esaudisci questa mia
preghiera:
i Greci paghino le mie lacrime sotto i tuoi
colpi!».
Disse così, pregando: Febo Apollo lo sentì,
e scese giù dalle cime dell’Olimpo, pieno di
rabbia,
con l’arco sulla spalla e la faretra tutta chiusa.

143
GRANDI MITI GRECI

Le frecce tintinnavano sulle spalle del dio


adirato,
mentre scendeva simile alla notte, a grandi
passi.
Si fermò a distanza dalle navi, scagliò una
freccia,
e fu terribile il ronzio dell’arco d’argento.
All’inizio colpiva i muli e i cani veloci,
ma poi lanciava la freccia acuta mirando
agli uomini; e ovunque ardevano, fìtti, i roghi
dei morti.*

<)©•»

I vv. 783-821 del XVI canto narrano la morte di Patroclo.


L’eroe, spinto dal desiderio di dare un aiuto decisivo ai
suoi e assetato di gloria, è sordo agli ammonimenti di
Apollo che più volte gli ordina - inascoltato - di frenare
la sua irruenza. Patroclo paga a caro prezzo la disobbe­
dienza e l’implicita sfida lanciata al destino: Apollo (l’ar­
ciere “che colpisce da lontano” , invisibile e imprevedibi­
le) lo attacca di sorpresa, alle spalle, e gli fiacca il corpo
e la mente. Lo sgomento dell’eroe (uno stupore misto
a paura) è quello di ogni mortale, quando è sorpreso e
travolto dall’azione del dio.

’ O m ero, Ilia d e , canto I, vv. 33-52, trad. di G. Zanetto

144
APOLLO

Patroclo si lanciò contro i Troiani, meditando


rovina;
si gettò all’assalto tre volte, impetuoso come
Ares,
lanciando grida paurose: ogni volta uccise
nove uomini.
Ma quando scattò per la quarta volta, simile a
un dio,
allora per te, Patroclo, venne la fine:
Febo gli andò incontro nella battaglia
selvaggia,
tremendo, e lui non lo vide arrivare in mezzo
al tumulto,
perché veniva avanti avvolto in fitta nebbia.
Si fermò dietro di lui, gli colpì la schiena e le
larghe spalle
con la mano distesa: a Patroclo si stravolsero
gli occhi.
Febo Apollo gli fece cadere l’elmo dal capo:
rimbombò, rotolando sotto gli zoccoli dei
cavalli,
l’elmo piumato, la criniera si sporcò
di sangue e polvere; mai prima era stato
possibile
che quell’elmo piumato si sporcasse di
polvere,
perché proteggeva la bella fronte e la testa di
un uomo
divino, di Achille: ma quel giorno Zeus
concesse a Ettore,
di portarlo sul capo, e gli era vicina la morte.

145
GRANDI MITI GRECI

Si spezzò tra le mani di Patroclo la lunga lancia,


pesante, solida, grossa, appuntita; dalle spalle
gli cadde a terra lo scudo, con tutta la cinghia.
Gli sciolse la corazza il dio Apollo, figlio di
Zeus;
uno sfinimento gli entrò nel petto, le forti
gambe cedettero,
si fermò stupefatto: e dietro, in mezzo alle
spalle, un troiano
lo colpì nella schiena con l’asta appuntita,
Euforbo figlio di Pantoo, che tra i coetanei
eccelleva
per la lancia, per la guida del carro e per i piedi
veloci;
venti guerrieri aveva gettato giù dai cavalli,
appena venuto col carro a imparare la guerra.
Fu lui a colpirti per primo, Patroclo cavaliere,
ma non ti uccise; estrasse dalla ferita l’asta di
frassino
e corse via, si mescolò tra la folla: non volle
affrontare
. in battaglia Patroclo, benché disarmato.
Patroclo, domato dal colpo del dio e dalla lancia,
si ritirava tra i compagni, per evitare la morte.
Ma Ettore, quando vide il valoroso Patroclo
tirarsi indietro, ferito dal bronzo affilato,
gli balzò addosso in mezzo alle file, lo colpì
con la lancia
al basso ventre, gli spinse dentro il bronzo.*

* O m ero, Ilia d e , canto X V I, vv. 783-821, trad. di G . Zanetto

146
APOLLO

<S^>

L’ira di Apollo

I w. 31-46 della Vili Olimpica di Pindaro (composta per ce­


lebrare la vittoria di un giovane atleta di Egina, Alcimedonte)
raccontano un episodio della saga di Eaco, il capostipite de­
gli Egineti. Nel mito greco Eaco è famoso per le sue qualità di
re pio e giusto, ma soprattutto per le virtù guerriere dei suoi
discendenti, gli Eacidi. Nei due frontoni del tempio di Atena
Aphaia erano rappresentate le due vittoriose spedizioni con­
tro Troia, guidate rispettivamente da Eracle (coadiuvato da
Peleo e Telamone, figli di Eaco) e da Agamennone (affiancato
da Achille e Aiace, nipoti del re di Egina). L’episodio narrato
da Pindaro si riferisce al momento iniziale del mito troiano,
ossia alla costruzione delle mura della città. Apollo e Posei­
done, incaricati dell’opera, hanno chiamato come collabora­
tore Eaco, che ha il grande onore di essere associato ai due
dèi. Accade un fatto prodigioso, che Apollo subito interpreta.
II racconto allude alle capacità profetiche del dio di Delfi, ma
illustra anche - e questo è il suo significato profondo - la fra­
gilità della condizione mortale: Troia può essere conquistata,
benché costruita da Poseidone e Apollo, perché il manufatto
divino è stato “contaminato” dall’apporto di un uomo.

147
GRANDI MITI GRECI

Il figlio di Letó e Poseidone dal vasto regno,


intesi a cingere Troia con una corona
di mura, lo chiamarono
in loro aiuto, poiché era destino che,
al destarsi di guerre
in battaglie distruttrici,
la città esalasse un fumo furioso.
Era appena costruito il bastione, ed ecco tre
glauchi
serpenti vi balzarono sopra:
due caddero e subito
esalarono la vita, atterriti;
il terzo guizzò dentro, stridendo.
Interpretando l’avverso prodigio,
Apollo subito disse:
«Pergamo è presa, eroe,
per opera della tua mano.
Così mi dice la visione mandata
da Zeus Cronide, tuono profondo.
E non senza i tuoi figli: anzi,
dai primi e dai terzi sarà asservita».'

Gli amori di Apollo

I w. 26-41, 50-65 della IX Pitica di Pindaro (composta per


Telesicrate di Cirene, vincitore nella corsa dei carri) raccon-

* Pindaro, O lim p ic a , V ili, vv. 3 1-46, trad. G. Zanetto

148
APOLLO

tano gli amori di Apollo e di Cirene. Il vigore e il coraggio di


cui dà prova la ragazza (che, almeno a prima vista, possono
sembrare disdicevoli per una fanciulla) alludono alla poten­
za e alla ricchezza della città che da lei prenderà il nome.
Come Chirone argutamente osserva, Apollo non ha bisogno
di interrogare un indovino, per conoscere quale destino lo
aspetta. La curiosa, e per certi versi comica, incertezza che
il dio mostra in questa occasione, fa il paio con l’inconsueta
virilità della futura sposa. Ma proprio per le circostanze “ano­
male” che ne caratterizzano l'inizio, l’amore dei due è desti­
nato a produrre grandi frutti: il loro figliolo, Aristeo, sarà un
benefattore dell'umanità, e la città di Cirene sarà un centro
di diffusione della civiltà greca in terra libica. Agreo e Nomio
sono due epiteti cultuali, usati per divinità connesse con la
sfera agreste e pastorale.

Un giorno l’arciere Apollo, ampia faretra,


la vide lottare sola
senz’armi con un gigantesco leone.
E subito gridò, chiamando dalla sua casa
Chirone:
«Figlio di Fibra, esci dalla sacra caverna
e vieni ad ammirare il coraggio e la grande
forza
di una donna: che lotta affronta, con mente
intrepida!
È una ragazza dal cuore

149
GRANDI MITI GRECI

inflessibile: nessuna paura la turba.


Chi sono i suoi genitori? Quale famiglia ha
lasciato,
per venire ad abitare questi monti ombrosi?
Ha il gusto della lotta, ad oltranza.
È lecito che io metta la mia mano su di lei
e colga la dolcissima erba del letto?»
L’impetuoso Centauro ammiccò,
con un caldo sorriso, e subito
aprì il suo pensiero: «La saggia Peithò
tiene nascosti i segreti dei sacri amori,
Febo; tra gli dèi, come pure tra gli uomini,
ci si vergogna di cogliere apertamente
le primizie del dolce letto. [■••]
Ma se devo misurarmi con un sapiente,
parlerò. Tu sei venuto in questa valle per essere
sposo
di costei, e stai per portarla
oltre il mare nello splendido giardino di Zeus.
Qui la farai regina di una città, e radunerai un
popolo
di isolani su un colle cinto da una pianura.
Così Tillustre Libia dagli ampi prati
accoglierà propizia la nobile sposa in un palazzo
d’oro; e subito le donerà - perché sia
bene comune - una porzione di terra
ricca di piante d’ogni specie
e popolata da fiere.
Qui partorirà un figlio, che il nobile Hermes
riceverà dalla madre e porterà
alle Ore dai bei troni e a Gea.

150
APOLLO

E queste, ammirando il bimbo sulle loro


ginocchia,
gli stilleranno nettare e ambrosia
sulle labbra, lo renderanno immortale,
un nuovo Zeus, un pio Apollo, gioia per gli
uomini,
zelante custode di greggi:
Agreo e Nomio si chiamerà, e anche Aristeo».*

La III Pitica di Pindaro, composta per lerone di Siracusa, non


è un vero epinicio, ma piuttosto un carme consolatorio, lero­
ne è stato colpito da una doppia disgrazia: una malattia che
lo fa molto soffrire, e una delusione sportiva (la sconfitta del
suo cavallo, Ferenico, nelle competizioni dì Delfi). Se ancora
vivesse Asclepio, gli si potrebbe chiedere un rimedio per il
male del tiranno, e Pindaro sarebbe lieto di portare di perso­
na a Siracusa il farmaco salubre (insieme a un canto di vit­
toria). Ma così non è; la realtà, ancorché dolorosa, va accet­
tata. La menzione di Asclepio introduce l’inserto mitico (w.
8-58), che racconta la storia d ’amore di Apollo e Coronide
e le sue tragiche conseguenze. La vicenda fa capire quanto
sia insensato per i mortali disattendere la massima delfica

* Pindaro, P itic a , IX , vv. 26-41, 50-65, trad. di G. Zanetto

151
GRANDI MITI GRECI

del medèn àgan, che ammonisce a evitare ogni eccesso.


Lo dimostrano, appunto, i casi di Coronide e Asclepio. La
donna tradisce Apollo, con il quale si è unita, preferendogli
un mortale; l’eroe per sete di guadagno resuscita un morto.
Per entrambi scatta, inesorabile, la punizione divina. Lossia
(“obliquo”) è un epiteto di Apollo, i cui oracoli sono spes­
so ambigui. Laceria è un antica città della Tessaglia. Ischi (il
“forte”) è l’arcade di cui Coronide si invaghisce.

La figlia di Flegia, cavaliere valente,


prima di darlo alla luce con l’aiuto di Ilizia,
domata nel talamo
dalle frecce dorate
di Artemide, scese alla casa di Ade
per volontà di Apollo. Non è mai vana
l’ira dei figli di Zeus. Con la mente accecata,
di nascosto dal padre,
quella lo disprezzo e volle l’amore di un altro,
lei che già si era unita ad Apollo dai capelli fluenti.
Portando nel grembo il puro seme del dio,
non aspettò la mensa nuziale
e il canto gioioso degli imenei, che le ragazze
amiche della sposa amano intonare
la sera, tra lazzi festosi; come succede
a molti, s’invaghì di cose lontane.
C’è tra gli uomini una razza stoltissima:
sono quelli che disprezzano il loro e
desiderano l’altrui,
inseguendo fantasmi con sciocche speranze.

152
APOLLO

Da questa grande follia fu travolta


la mente di Coronide, elegante nel peplo:
entrò nel letto d’un uomo
straniero venuto dalPArcadia.
Ma non sfuggì a chi la spiava. Era a Pito,
ricca di greggi, il Lossia signore del tempio, e
subito
seppe; l’apprese dal suo compagno più fido,
il pensiero che tutto conosce:
non tocca menzogna, non lo inganna
né dio né uomo con atti o intenzioni.
E allora, saputo l’illecito inganno
e l’adulterio con Ischi figlio di Elato,
mandò a Laceria la sorella,
furente d’incontenibile rabbia,
poiché lì, sulle ripide sponde del lago
Bebiade, abitava la ragazza. Una sorte maligna
la spinse nel male e l’uccise, e molti dei vicini
furono travolti con lei e con lei
morirono: il fuoco sprizzato da un germe
distrugge molta selva sul monte.
Ma quando i parenti deposero la giovane
sulla catasta di legna e intorno si alzò
la vampa furiosa di Efesto, allora Apollo disse:
«No, non sopporterò che il mio seme perisca
di morte tristissima nella pesante sventura
materna».
Disse così, e raggiunto con un solo balzo il
bimbo, lo strappò
al cadavere (il rogo ardente si aprì al passaggio
del dio).

153
GRANDI MITI GRECI

E lo portò al Centauro di Magnesia, perché gli


insegnasse
a guarire le dolorose malattie degli uomini.
E quanti vennero a lui afflitti da piaghe
congenite o feriti
nel corpo dal bronzo lucente
o dai colpi di pietra,
o con le membra fiaccate da febbri estive
o dal gelo, li rimandava guariti dai loro
dolori, alcuni curandoli con blandi incantesimi,
altri con pozioni benefiche
o fasciando le membra con farmaci;
altri li rimise in piedi con tagli efficaci.
Ma anche l’arte è schiava del guadagno.
Il miraggio dell’oro e di un lauto
compenso lo spinse
a richiamare da morte un uomo
che già della morte era preda. Ma il figlio di
Crono di sua mano
folgorandoli entrambi subito strappò dal loro petto
il respiro, e il fulmine ardente li tolse alla vita.*

Apollo, il “Peana”

Il III Epinicio di Bacchilide fu composto per lerone di Sira­


cusa, vincitore nella corsa dei carri a Olimpia nel 468 a.C.

' Pindaro, P itic a , III, vv. 8-58, trad. G. Zanetto

154
APOLLO

I w. 23-62 fanno parte dell’inserto narrativo, per il quale


il poeta non si ispira a un mito, ma alla vicenda (per certi
versi “storica”) di Creso e di Apollo delfico. Nella versione
che ne dà Erodoto, Creso è colpevole di hybris, perché
pretende di essere “padrone” dell’oracolo, di servirsene
a proprio capriccio: Apollo si prende gioco di lui, prima
illudendolo e poi portandolo alla rovina. Bacchilide segue
una linea molto diversa: Creso è per lui un modello di pie­
tà, perché ha onorato il santuario con doni ricchissimi;
si merita perciò la riconoscenza degli dèi, che lo salva­
no proprio quando è a un passo dalla morte. Apollo si
conferma nel suo ruolo di “salvatore”: è il Peana che, se
invocato con fede sincera, libera dai mali. Aliatte è il nome
di molti sovrani di Lidia; Creso però si riferisce ad Aliatte II,
suo padre. Il Pattolo è il fiume che bagna Sardi, la capitale
della Lidia; le sue correnti sono “auree” per la presenza
di sabbie aurifere. Gli Iperborei sono un popolo mitico,
stanziato ai confini estremi del mondo; Apollo trascorre
l'inverno presso di loro.

Un tempo anche Creso, il signore


della Lidia domatrice di cavalli,
quando Sardi fu espugnata
dall’esercito persiano - così si compiva
il fatale decreto di Zeus -
trovò rifugio in Apollo

155
GRANDI MITI GRECI

dalla spada d’oro. Persa ormai


ogni speranza, non volle subire
anche la dolorosa schiavitù: davanti
alla corte dalle bronzee mura fece costruire
una pira e vi salì insieme alla nobile sposa
e alle figlie dai bei riccioli,
che piangevano inconsolabili. Alzò
le mani all’alto cielo
e gridò: «Dov’è, dio potentissimo,
la gratitudine degli dèi?
Dov’è il sovrano figlio di Letò?
Va in rovina la casa di Aliatte
[ ................................. ]
il Pattolo dalle auree correnti
si arrossa di sangue; le donne sono trascinate
via
indegnamente dalle solide case, ed è caro
quel che un tempo era odioso. Molto meglio
morire».
Disse così, e ordinò a un servo
di dare fuoco alla catasta di legno. Gridarono
le fanciulle, e tendevano le braccia
alla madre, poiché per i mortali
odiosissima è la morte, quando appare vicina.
Ma appena cominciò a infuriare l’ardente
vigore dell’orribile fuoco,
Zeus mandò sopra di loro una nube dal nero
mantello
e spense la fulva fiamma.
Nulla è incredibile, se il disegno di un dio
lo produce. Apollo, il dio nato a Deio,

156
APOLLO

portò allora il vecchio re nel paese degli


Iperborei
e gli diede casa lì, insieme alle figlie dalle
belle caviglie,
in premio della sua pietà, poiché alla sacra Pito
aveva mandato doni più grandi di qualsiasi
mortale.*

<!§*>

Apollo e Dafne

L’amore di Apollo per la Ninfa Dafne è un mito molto


noto, trattato da poeti e artisti. L’ampio racconto che ne
fa Ovidio nel I libro delle Metamorfosi è un esempio di
visual poetry: il poeta (che si ispira probabilmente a una
rappresentazione pittorica) sembra competere con le arti
figurate per la precisione e la vivacità della descrizione. I
vv. 525-559 corrispondono al momento più drammatico:
Apollo, nella sua affannosa rincorsa, è sul punto di rag­
giungere la fuggitiva; Dafne, terrorizzata, invoca la madre
Terra, che la trasforma in albero d ’alloro. Ovidio indugia
sui dettagli della metamorfosi, sul prodigio di un corpo
vivo e palpitante che in pochi istanti si irrigidisce nella
durezza del legno.

* B acchilide, E p in ic io , III, w . 23-62, trad. G. Zanetto

157
GRANDI MITI GRECI

Vorrebbe aggiungere altre parole, ma la Ninfa


impaurita
fugge: pianta in asso lui e i suoi discorsi.
Anche così però gli appare bella: i venti le
denudano il corpo.
gonfiano e agitano le pieghe della veste,
la brezza leggera le ributta indietro i capelli.
La corsa esalta la sua bellezza. Il giovane dio
non sopporta
di spendere invano altre suasive parole e
cedendo
al desiderio la insegue, sempre più da vicino.
Come un cane da caccia, se vede in una radura
la lepre,
si lancia dietro la preda, mentre quella cerca
salvezza
(il cane è convinto ormai di esserle addosso
e protende il muso e quasi la tocca;
la lepre teme di essere presa e si sottrae
ai morsi e sfugge la bocca che la sfiora),
così anche il dio e la ragazza: lui spera, lei teme.
Il cacciatore però, a cui l’amore dà forza,
è più veloce, non le dà tregua, è ormai
alle sue spalle, le fa sentire il fiato sul collo.
Lei sbianca in volto, esausta, e vinta dallo
sforzo
della fuga affannosa grida: «Apriti, Terra!
toglimi
di dosso questa bellezza che è la mia rovina!
E tu, padre, aiutami, se è vero che voi fiumi
siete dèi:

158
APOLLO

cambia questo aspetto che mi ha reso troppo


attraente».
Non ha finito di pregare che subito un torpore
la prende:
il morbido petto è avvolto da una sottile
corteccia,
i capelli si allungano in fronde, le braccia in
rami;
i piedi, così veloci prima, sono serrati da salde
radici;
il volto diventa la cima dell’albero; solo la
lucentezza
le resta. Ma anche così Febo Fama; posa la
mano sul
tronco
e sente battere il cuore sotto la corteccia da
poco formata;
stringe tra le braccia i rami, come fossero
membra,
e bacia l’albero; ma l’albero si sottrae ai suoi
baci.
Il dio allora dice: «Poiché non puoi essere la
mia sposa,
sarai il mio albero. I miei capelli, la mia cetra,
la mia faretra porteranno sempre corone
d’alloro».*

<&>

* Ovidio, Le Metamorfosi, libro I, vv. 525-559, trad.G. Zanetto

159
Nell’antichità qui riecheggiavano
le parole della Pizia, l’oracolo
di Apollo; oggi le rovine di Delfi
testimoniano l’importanza di
questi luoghi per il sentimento
religioso greco.
Saggi sul mito
W. Burkert, Homo necans. Antropologia del sacrificio
cruento nella Grecia antica, Bollati Boringhieri,
Torino 1981
W. Burkert, Mito e rituale in Grecia, Laterza, Roma-Bari
1992
W. Burkert, La religione greca di epoca arcaica e
classica, seconda edizione italiana a cura di G.
Arrigoni, Jaca Book, Milano 2003
M. Détienne (a cura di), Il mito. Guida storica e critica,
Laterza, Roma-Bari 1975
M. Détienne, L ’invenzione della mitologia, Bollati
Boringhieri, Torino 1983
F. Graf, Il mito in Grecia, Laterza, Roma-Bari 1987
G. S. Kirk, La natura dei miti greci, Laterza, Roma-Bari
1984

163
GRANDI MITI GRECI

M. Lefkowitz, Dèi greci e vite umane. Quel che possiamo


imparare dai miti, a cura di G. Arrigoni, Utet, Novara
2008
P. Philippson, Origini e form e del mito greco, Bollati
Boringhieri, Torino 1983
S. Sai'd, Introduzione alla mitologia greca, Editori
Riuniti, Roma 1998
P. Veyne, I Greci hanno creduto ai loro miti, il Mulino,
Bologna 1984
J.P. Vemant, Mito e società nell ’antica Grecia, Einaudi,
Torino 1981
J.P. Vemant, L ’universo, gli dèi, gli uomini: il racconto
del mito, Einaudi, Torino 2000
J.P. Vemant, Mito e religione in Grecia antica, Donzelli,
Roma 2003
P. Vidal - Naquet, Il cacciatore nero, Feltrinelli, Milano
2006

Saggi dedicati al mito di Apollo


M. Détienne, Apollon le couteau à la main. Une
approche expérimentale du polythéisme grec,
Gallimard, Paris 1998
A.M. Miller, From Delos to Delphi: a literary study o f
thè Homeric hymn to Apollo, Brill, Leiden 1986

164
APOLLO

Fonti letterarie
Inni omerici, a cura di G. Zanetto, BUR Milano 20063
Callimaco, Inni. Epigrammi. Ecale, a cura di G.B.
D’Alessio, voi. I, BUR, Milano 1996
Apollodoro, Biblioteca, con il commento di J.G. Frazer,
edizione italiana a cura di G. Guidorizzi, Adelphi,
Milano 1995
I miti greci, a cura di G. Zanetto, BUR, Milano 2007
II mito greco. Voi. I, Gli dèi, a cura di G. Guidorizzi,
Mondadori, Milano 2009

Nell’arte
Apollo di Veio, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia,
Roma
Apollo del Belvedere, copia di un originale greco
in bronzo, opera di Leocares, databile tra il 350
e il 325 a.C., Musei Vaticani, Roma
A. Polaiolo, Apollo e Dafne, National Gallery, Londra
Raffaello, Il Parnaso, Stanza della Segnatura,
Musei Vaticani, Roma
Perugino, Gara tra Apollo e Marsia, Musée du Louvre,
Parigi
G.L. Bernini, Apollo e Dafne, Galleria Borgese, Roma

165
GRANDI MITI GRECI

M. Franceschini, Nascita di Apollo e Artemide,


Liechtenstein Palace, Vienna
J. de Ribera, Apollo e Marsia, Museo di Capodimonte,
Napoli
G. Tiepolo, Apollo insegue Dafne
N. Poussin, L ’ispirazione del poeta, Musée du Louvre,
Parigi
G. de Chirico, Canto d ’amore, MoMA, New York
G. de Chirico, Frutta con busto di Apollo, Fondazione
Giorgio e Isa de Chirico, Roma

Geografìa mitica
Delfi, Tempio di Apollo
Deio, Tempio di Apollo
Napoli, Campi Flegrei, Santuario di Apollo
Siracusa, Tempio di Apollo

Apollo è il dio di Delfi, il dio oracolare. Per questo il suo


“spirito” è rintracciabile tra le immacolate colonne anco­
ra visibili del suo tempio a Delfi, alle pendici del monte
Parnaso, di certo il più importante santuario della Grecia
classica. Il monumento simbolo del santuario, oltre al
tempio, è l’Omphalos che, secondo gli antichi, rappre­
sentava il centro dell’universo: una pietra scolpita, di cui

166
APOLLO

oggi si conserva una copia marmorea nel museo di Delfi,


situata nel tempio da cui la Pizia declamava i suoi vaticini.
Secondo per importanza ma non certo per magnificenza,
il Tempio di Apollo a Deio, databile al 478 a.C. in stile do­
rico, le cui bianche colonne ancora oggi si confondono nel
blu del mare all’orizzonte. Anche l’Italia conserva tesori
archeologici che ad Apollo vennero dedicati, in particola­
re un tempio con annesso complesso termale presso l’an­
tica città di Cuma, poi trasformato tra il VI e l’Vili secolo
in basilica cristiana, mentre nella città siciliana di Siracusa
sono ancora visibili un muro perimetrale e alcune colonne
di un tempio risalente al VI secolo a.C., e quindi il tempio
dorico più antico della Sicilia, riscoperto grazie agli scavi
di Paolo Orsi del 1938.

Risorse online
Il sito Greek Mythology Link (www.maicar.com/GML) of­
fre materiale mitologico vario (testi, immagini, mappe) e
contiene una serie di utili link. Il sito del Gruppo triestino
di ricerca sul mito e la mitografia, coordinato da E. Pelli-
zer e G. Tedeschi (https://grmito.units.it/) offre una ricca
bibliografia e la possibilità di consultare un dizionario eti­
mologico della mitologia greca.

167
Finito di stampare nel mese di dicembre 2017

a cura di RCS MediaGroup S.p.A.

presso S&- Grafica Veneta, Trebaseleghe (PD)

Printed in Italy
Tra gli dèi greci, Apollo rappresenta la bellezza della
gioventù nel suo pieno splendore: perciò essendo il più
bello degli dèi è anche - come diceva W alter O tto - il
più greco degli dèi. Apollo è l'efebo (o kouros) d ivi­
no, e simboleggia il pieno fiorire della vita. Il Neoclas­
sicismo vide in Apollo, e nella sua serena bellezza, il
rappresentante della religione greca nel suo aspetto
più luminoso, in quanto dio della musica, dell’arte, del
senso della misura e della razionalità. Anche Nietzsche
prese Apollo a simbolo di quel carattere razionale e so­
lare che secondo la sua prospettiva costituisce uno dei
poli dello spirito greco - l'altro sarebbe rappresentato
da Dioniso, dio dei misteri e dell’irrazionale egli vide
in Apollo «il limite dell’equilibrio, la difesa dalle eccita­
zioni brutali, la calma sapiente del dio artista».

GIUSEPPE Z A N E T T O è professore ordinario di Letteratura greca presso l'Uni­


versità degli Studi di Milano, l suoi campi di ricerca sono la poesia arcaica, il
teatro attico, la prosa di età imperiale. Ha pubblicato edizioni critiche degli
Uccelli di Aristofane, del Reso attribuito a Euripide, degli Inni Omerici; ha cu­
rato raccolte di testi (/ m iti greci; Il romanzo antico') e traduzioni commentate
di Euripide, Platone, Terenzio. Ha scritto anche un libro di itinerari greci (Entra
di buon mattino nei porti), e un rifacimento dell’Od/ssea (L 'Odissea di Omero)
destinato ai lettori più giovani.

CORRIERE DELLA SERA STORIE


GRANDI MITI GRECI - 3 APOLLO
PUBBLICAZIONE SETTIMANALE DA VENDERSI ESCLUSIVAMENTE
IN ABBINAMENTO A CORRIERE DELLA SERA
€ 6,90 + IL PR EZZO DEL Q U O TID IA N O

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