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PREVOĐENJE SA ITALIJANSKOG JEZIKA 1- IV GODINA

(VII semestar)
ZBIRKA TEKSTOVA – 2020/21.
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1.

Ho avuto un incontro-dibattito con Umberto Eco qualche giorno fa, che uscirà il 9
gennaio sul “Venerdì di Repubblica” ed ha come tema il suo nuovo romanzo intitolato “Numero
Zero”. Poi Eco è andato da Napolitano al Quirinale dove, insieme a Renzo Piano, ha letto un suo
saggio sulla cultura moderna pubblicato da “Repubblica” quel giorno stesso. Ricordo questi due
interventi, uno d’un romanziere e un altro d’uno studioso e saggista, riuniti in una stessa persona,
perché mi interessa capire come funziona la mente di Eco. Gliel’ho chiesto direttamente nel
nostro dibattito sul suo nuovo romanzo e lui mi ha risposto dicendo che i suoi romanzi sono
scritti e stimolati da un sentimento di paura, ogni volta che accadono nel mondo reale che tutti ci
circonda fatti inconsueti che prendono di mira la società e la civile convivenza tra le persone.
I suoi romanzi sono dunque - così pensa lui di se stesso - una risposta alla paura e la sua
tecnica di scrittura letteraria è quella di stravolgere quei fatti nel grottesco che è il suo modo per
esorcizzarli e combatterli. Così fece nel suo primo romanzo, “Il nome della rosa”, che fu
editorialmente un successo mondiale tradotto in tutte le lingue e così furono i seguenti, dal
“Pendolo di Foucault” al “Cimitero di Praga”, fino a questo “Numero Zero” che tra poco
leggerete.
Ma Eco saggista e studioso di semiologia non ha invece nessun complesso di emozione e
di paura. Quel suo lavoro si appoggia alla logica, all’approfondimento dei segni e del loro
significato, alla filologia, alla filosofia. Cioè alla visione di un mondo che a volte sembra
impazzito e ad un passo dalla catastrofe, ma non lo è perché obbedisce ad una logica esistenziale
dove futuro e passato transitano nel presente dove l’essere vive e pulsa, sempre rinnovandosi e
sempre continuando a vivere come essere.
I lettori mi chiederanno perché mi interesso tanto alla mente di Eco. Alla mente prima
ancora che ai pensieri che essa formula. Rispondo che la sua mente è eccezionale proprio perché
è lo specchio della mente di ciascuno di noi, ciascuno al suo livello ma tutti con la stessa
struttura, lo stesso funzionamento, le stesse contraddizioni, le stesse figure psichiche d’un
animale quale noi siamo, dotato di pensiero e di autocoscienza.

(Eugenio Scalfari, Il mio amico Eco scrittore per paura)

2.

Filosoficamente Leopardi è un nichilista, molto più di Nietzsche che visse la sua vita
quando Leopardi era già morto. Sono nichilisti tutti e due ma con una differenza non da poco:
Leopardi è un nichilista totale, l’uomo è un animale infelice che passa senza lasciare traccia
alcuna; Nietzsche pensa invece che il nichilismo sia una fase transitoria durante la quale il
pensiero tocca il fondo per poi tornare al relativismo, cioè in un mondo in cui l’assoluto non c’è
ma la verità relativa esiste ed è valida per ciascuno di noi.
Leopardi morì pochi giorni dopo aver scritto “La ginestra”; Nietzsche qualche giorno
dopo aver scritto “Ecce Homo” diventò pazzo. Leopardi fu lucidissimo fino all’ultimo. Furono
due persone molto infelici ma molto diverse tra loro.
Per fortuna molti studiosi hanno analizzato a fondo lo “Zibaldone” segnalandone le
pagine più importanti, sicché è possibile ora avvicinarsi a quel libro seguendo una selezione che
ne facilita la lettura ed è questo che sto facendo e sempre più mi convinco che quel “giovane
favoloso” conteneva in sé molte personalità: era terribilmente infelice ma spesso diventava
felicissimo. Questo alternarsi di sentimenti e di stati d’animo era continuo, l’infelicità proveniva
dal corpo ammalato e diventata una filosofia nichilista, negava ogni futuro consolatorio. Ma
quando creava, quando il suo pensiero si esprimeva in parole, le parole in poesia, la natura
matrigna in bellezza di albe, di tramonti, di stelle e di luna, allora la felicità subentrava al dolore
specie se nel frattempo anche il dolore del corpo si attenuava per effetto di medicamenti o di un
riposo rilassato. Una situazione si intrecciava con l’altra, dolore e gioia si alternavano e da questa
pluralità emergeva appunto la favolosità di quel personaggio che il film di Martone ritrae
perfettamente.
Avviene in tutti i viventi questa pluralità di stati d’animo, la differenza tra l’uno e l’altro
dipende dal livello di sensibilità di cui ciascuno dispone e dalla capacità di trasformarla in arte.
Tutte le arti nascono e si alimentano esprimendo questo processo di trasformazione della
sensibilità tanto che si potrebbe dire che l’estetica è la figlia dell’intuizione e dello slancio
creativo.

(Eugenio Scalfari: Leopardi e Chopin infelici e gioiosi)

3.

Sarà capitato a ognuno di noi di passeggiare per la strada e alzare lo sguardo su un


cartellone pubblicitario abitato da qualche strana immagine, che si rivela attraente, cioè magari
ben fatta, e insieme disturbante. Un’immagine che, oltretutto, non c’entra nulla con
l’abbigliamento che dovrebbe vendere. Oggi quasi tutti sono abituati al lavoro di Oliviero
Toscani, nato con la collaborazione con Benetton, ma fino a pochi anni fa quel loro sodalizio era
sulla bocca di tutti proprio per l’uso di immagini shock al posto del solito capo d’abbigliamento
indossato da una qualche modella. Bene, come possiamo farci un’idea del modo in cui funziona
quel tipo di immagine e tante, o tutte, le immagini fotografiche che sovraffollano il nostro mondo
così pieno di visualizzazioni massmediali? Un mondo tanto ingorgato di messaggi da non
permetterci nemmeno per un attimo di fermarci e dire: ehi, aspetta, questo è davvero
interessante! O magari: un momento, non sono d’accordo! A complicare le cose ci si mette a
volte quella gigantesca trappola che è il concetto d’arte. Trappola che cattura fatti diversi e
bizzarri traducendoli in valori eterni, trappola che ci obbliga a prevedere una nicchia speciale
nella quale inserire ciò che vi è di più… Beh, la definizione ce la diamo un’altra volta. Certo è
che nelle mostre di fotografia spesso troneggiano artisticamente le stesse immagini che pochi
anni prima abbiamo visto sul giornale o in piazza sui cartelloni o sulle confezioni e nei negozi di
beni di consumo. Un bell’esempio dei problemi che sorgono quando si vuole leggere la
fotografia. E occorrerà affrontarli.

(Augusto Pieroni, da Leggere la fotografia)


4.

L’iniziativa di pubblicare l’opera completa, i Complete Works, di Primo Levi in inglese,


presentata ufficialmente a New York lo scorso 15 ottobre, nasce anche dalla constatazione che
nelle precedenti traduzioni «non era stato rispettato l’assetto voluto dallo scrittore». Come
consulente del Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino, Domenico Scarpa aveva
aiutato la curatrice Goldstein in questa impresa e quindi è certamente in grado di spiegare ai
lettori di “tradurre” questo punto. Al di là della manipolazione assai discutibile operata sui titoli
di Se questo è un uomo (apparso come  Survival in Auschwitz, 1961) e di La tregua (tradotto
con The Reawakening, 1965) quali erano le intime infedeltà riscontrate nelle precedenti
traduzioni dei testi di Levi? Scarpa risponde in questo modo:

Nel caso di Primo Levi le infedeltà in lingua inglese, prima e più ancora che “intime”,
sono state di tipo strutturale. Spiego in breve. L’Inghilterra e gli Stati Uniti ebbero il merito di
tradurre assai presto – rispettivamente nel 1959 e nel 1965 – le prime due opere di Levi, Se
questo è un uomo e  La tregua: che però vendettero poco, e in America furono proposte o
ristampate con i titoli che tu hai appena ricordato, titoli “commerciali” che comunque non ne
scongiurarono la scomparsa dalle librerie. Insomma, negli anni sessanta Levi ebbe un primo
approdo nel mondo anglofono essenzialmente come testimone del Lager. Verso la metà degli
anni ottanta, invece, Levi è giunto in America come scrittore a pieno titolo, e scrittore dai molti
talenti: con un libro, Il sistema periodico, dove c’erano molti elementi non soltanto chimici, ma
culturali e di stile: la testimonianza sulla Shoah, l’autobiografia, la scienza e la tecnica, il lavoro e
la lotta per mantenersi con il proprio lavoro eseguendolo meglio che si può, la storia politica
dell’Italia nel XX secolo, il gusto e il talento di raccontare, le radici ebraiche, la scoperta di una
vocazione e la difficoltà dei rapporti umani (con i coetanei e le ragazze in prima fila), l’avventura
culturale e l’avventura alla Jules Verne…
5.

Non ho mai scritto su Sterne su queste pagine, eppure le pagine del suo libro più importante,
“Vita e opinioni di Tristram Shandy”, sono quanto mai allettanti. È un libro composto da nove
volumi che saltano con sapiente ironia da un tema ad un altro con una scrittura volutamente
scandalistica ma volutamente ingenua, al tempo stesso volutamente distruttiva del presunto
ragionare saggio e sapiente. Uno dei personaggi è lo shakespeariano Yorick, un altro è don
Chisciotte insieme al suo Sancho Panza ed un altro ancora è il Pantagruel di Rabelais. Sterne non
esita affatto a citare le sue fonti che tuttavia servono perfettamente e sapientemente all’uso che ne
fa: Yorick serve a nascondere la crudeltà dietro una forte ingenuità, don Chisciotte ha una
formidabile quanto autodistruttiva capacità di invenzione, quasi mai sensibile al senso comune e
alla prudenza e infine Rabelais usa il ridicolo nelle gesta di Pantagruel e dei suoi amici alle prese
con le parole che intirizzite da un freddo polare galleggiano nel cielo lasciando muti gli uomini
che capitano sotto quel cielo ghiacciato.
L’autore di questo libro visse nella prima metà del Settecento. Irlandese di nascita e inglese di
residenza e di linguaggio, fu incredibilmente un uomo di Chiesa, un pastore con moglie e figlia.
Amava la figlia Lydia, ma con la moglie non ebbe mai buoni rapporti, che alla fine ruppe del
tutto, ripagato con disprezzo da Elisabeth.
Quanto a lui, era sì un uomo di Chiesa nel senso che era titolare prima di una e poi di due
parrocchie, ma la cosiddetta cura d’anime era del tutto assente. Si limitava a pronunciare sermoni
assai ben confezionati e traeva benefici da quella attività ecclesiastica assai singolare ma molto
diffusa nel mondo ecclesiale dell’epoca.
6.

La mia ricerca sull’Io, quando esso si personalizza invece di restare uno strumento di analisi, si
accompagna con la figura di Narciso, il personaggio mitologico di un giovane che specchiandosi
nelle acque d’un lago si innamora di se stesso. Nella vita delle persone, colte o non colte non
importa, il narcisismo è dominante. L’auto-valutazione è normale, il narcisismo no, non è
soltanto una valutazione ma appunto un innamoramento. Bisogna quindi stare molto attenti,
scoprirne l’esistenza e combatterla anche se spesso ha dato grande figura ad alcuni grandi
romanzieri, poeti, musicisti e artisti di varia natura. Direi che l’esempio a noi più vicino fu
Gabriele D’Annunzio. Un altro fu Byron e un altro ancora Chateaubriand. Ma ce ne sono molti
altri. Per quanto riguarda le mie ricerche sull’Io, esse mi hanno ben presto condotto al pensiero di
Dio. Per le religioni in genere e per quelle monoteiste in particolare, Dio si identifica col Creatore
dell’universo, del “cielo e terra”.
Personalmente non sono credente. Apprezzo la dedizione di Cristo ai poveri, agli esclusi, ai
peccatori che perdona e rimette sulla strada del bene, così come i Vangeli raccontano, ma non
credo in un Dio trascendente. Immanente, come Spinoza lo concepisce? Non fa molta differenza
ai fini del mio pensiero.
Io sono arrivato per ora alla conclusione che Dio ce lo siamo inventati noi anche perché la
scienza più recente, dalla relatività di Einstein alla meccanica quantistica sulle particelle
elementari, ci dà elementi che possono mettere in discussione non soltanto il Dio delle religioni
ma anche quello di un puro e semplice Creatore. Chi è il Creatore delle particelle? La risposta è
che esse esistono perché esiste un’energia con le sue leggi. Ma devo ammettere che resta il
problema di chi ha creato l’energia. Cioè il tema della creazione non è risolto e con esso anche
quello dell’aldilà.
Eugenio Scalfari, La radice dei miei pensieri astratti

7.

Cogito, ergo sum, penso, dunque sono: così scrisse Cartesio dicendo con tre parole una verità che
naturalmente era già stata condivisa dai presocratici e naturalmente da Socrate, Platone,
Aristotele e in un tempo più recente Dante e Petrarca. A me capita spesso di pormi il problema
che le tre parole di Descartes-Cartesio hanno risolto come premessa e apertura alla mente di
svilupparla e cioè: io che cosa penso?
Non penso mai la stessa cosa, nessuno pensa la stessa cosa, a meno che non sia del tutto
rimbecillito. Non dipende dall’età: ci sono vecchi con pensieri creativi che aumentano nella
vecchiaia mentre i pensieri dei giovani sono spesso sovrastati dalla crescita fisica e dai desideri
che essa alimenta. Questa fase raggiunge il culmine di solito tra i 13 e i 16 anni, ma subito dopo
la crescita dei desideri si affianca al pensiero. Quella è l’adolescenza, la stagione fatata della vita. 
Personalmente ebbi la fortuna di vivere l’adolescenza e la prima giovinezza con Italo Calvino a
Sanremo dove tutti e due abitavamo. Quel periodo durò cinque anni dal 1938 al 1943. L’ho
raccontato varie volte e non starò a ripetermi. Voglio però ricordare l’ultimo lavoro di Italo, che
purtroppo morì precocemente. Morì di ictus che lo colpì mentre era nella sua casa estiva vicino a
Castiglione della Pescaia e aveva appena messo la parola fine alle sue “Lezioni americane”, un
libro splendido che comincia con un capitolo dedicato alla leggerezza. È un difetto la leggerezza?
Quella descritta da Calvino è il pregio più grande della nostra vita e la figura che meglio di tutti
gli altri la rappresenta è il poeta duecentesco Guido Cavalcanti, cui Dante dedicò il sonetto
citando il quale ho concluso domenica scorsa il mio artico su Repubblica: «Guido, i’ vorrei / che
tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento» dove Guido cui Dante si rivolge è appunto il
Cavalcanti.
8.

Gli atei - l’ho già detto - non sanno di essere poco tolleranti, ma il loro atteggiamento nei
confronti delle società religiose è rigorosamente combattivo. La vera motivazione, spesso
inconsapevole, è nel fatto che il loro Io reclama odio e guerre intellettuali contro religioni di
qualunque specie. Il loro ateismo proclamato vuole soddisfazione, perciò non lo predicano con
elegante pacatezza ma lo mettono in discussione partendo all’attacco contro chi crede in un
qualunque aldilà, lo insultano, lo vilipendono, lo combattono intellettualmente. È il loro Io che li
guida e che pretende soddisfazione, vita natural durante, non avendo alcuna speranzosa ipotesi di
un aldilà dove la vita proseguirebbe, sia pure in forme diverse.
Con questo non voglio affatto dire che l’ateo sia una persona da disprezzare, da isolare e tanto
meno da punire. Spesso i suoi modi sono provocatori, rissosi e calunniosi, ma questo non
giustifica reazioni dello stesso genere. Certo non ispirano simpatia, ma questa è una reazione
intellettuale di fronte alla prepotenza del loro Io.
Infine c’è una terza posizione, anch’essa minoritaria come gli atei, ma profondamente diversa: i
non credenti. Non credono a una divinità trascendente, per quanto riguarda l’aldilà suppongono
l’esistenza di un Essere e qui si entra in un’ipotesi affascinante che può assumere le forme più
diverse. Per alcuni l’Essere è la forma iniziale dell’Esistere, per altri è l’Esistere che dorme, in
perenne gestazione; per altri ancora è il caos primigenio, al quale l’energia delle forme torna
dopo la morte d’una forma qualsiasi e dal quale forme nuove sorgono continuamente, con loro
leggi e loro vitalità energetica. La vita e l’aldilà, da questo punto di vista, sono in continuo
avvicendamento del quale noi umani ignoriamo i meccanismi creativi, ma che tuttavia sono in
continua e autonoma attività.
(Eugenio Scalfaro, Atei militanti ecco perché sbagliate)
9.

Guardando alla ormai vasta e fortunata produzione di saggistica letteraria di Elio Gioanola, il suo
volume Svevo's story andrà a collocarsi come anta di un dittico dedicato ai due maggiori autori
del primo Novecento, di cui la prima anta è Pirandello's Story, pubblicato nel 2007. Il
presupposto di questo dittico è la convinzione del rapporto organico tra uno scrittore e i suoi testi,
perché vita e opere formano un inscindibile complesso significante. Questo libro ha come
sottotitolo la frase dell'autore: «io non sono colui che visse, ma colui che descrissi», mentre il
sottotitolo del libro pirandelliano era la frase: «la vita o si vive o si scrive». Sembrano espressioni
a prima vista uguali, ma non è cosi: mentre Pirandello stabilisce un rapporto di esclusione, per cui
la scrittura prende il posto della vita, Svevo propone una distinzione: da una parte l'esistenza di
tutti i giorni, banale e ben regolata, dall'altra il fantasmatico operante nell'opera, che dichiara il
vero io dello scrittore, il più profondo e autentico. L'esplorazione dell'universo sveviano è
condotta con gli strumenti combinati della biografia del vissuto, dell'approfondimento critico e
delle connessioni narrative (non inventate, ma sempre a base documentaria).
I venti capitoletti del libro, aperti dal racconto della morte dell'autore per un incidente
automobilistico, toccano con agile sintesi i nodi essenziali delle vicende di una scrittura che
obbedisce, senza censure e abbellimenti estetici, al dettato dei fantasmi profondi, delineando i
tratti più autentici dell'individuo contemporaneo. La grande modernità di Svevo e garantita
dall'intuizione di James Joyce, nel singolare incrocio dei destini dei due scrittori, che si sono
conosciuti a Trieste, frequentati per anni, fino alla consacrazione della Coscienza di Zeno come
capolavoro assoluto dovuta all'autore dell'Ulysses.
10.
La civil conversazione

La trasmissione francese “Apostrophe” è stata un modello di discussione colta e pacata


lontanissima dai talk-show sguaiati. In Italia niente di simile
“Le Magazine Littéraire” ha dedicato un supplemento alla rievocazione di “Apostrophe”, la
celebre trasmissione condotta da Bernard Pivot tra il 1975 e il 1990, e che ha rappresentato un
fenomeno abbastanza unico nella storia di quelli che abitualmente si chiamano “talk shows”.
“Apostrophe” andava in onda in prima serata e, siccome vi ho partecipato varie volte, ricordo un
episodio abbastanza significativo. Una mattina dopo la trasmissione, entrato in un bar per
prendere un caffè, il barista non ha voluto essere pagato. Questo significa semplicemente che un
barista (non un intellettuale che vive tra i libri) si metteva in prima serata a seguire una
trasmissione dedicata esclusivamente ai libri. E credo che questo fosse dovuto al fascino e alla
capacità comunicativa di Pivot.

I “Talk shows” americani (da quelli indimenticabili di Johnny Carson a David Letterman), si
svolgevano come dialogo tra il conduttore e un ospite singolo (un modello ripreso in Italia da
Fazio) ed era ovvio che la conversazione si svolgesse in modo composto, con tratti amabilmente
spiritosi. Ma Pivot metteva intorno a sé sette, otto, dieci personaggi, alcuni dei quali autori dei
libri che aveva scelto, altri che avevano l’aria di averne letti almeno alcuni, e li faceva parlare.
Sono andato a vedermi su Internet alcune registrazioni di quelle serate e sempre si rimane stupiti
dalla civiltà di quelle conversazioni. Nessuno interrompeva chi stava parlando e ricordo che Pivot
con un leggero movimento del mignolo faceva segno che era il momento di cedere la parola a
qualcun altro.

Un rapporto educato tra molti aveva tentato di instaurare da noi Costanzo, ma a diverso livello
intellettuale, mettendo insieme scrittori, nani e ballerine. È rivedendo “Apostrophe” che si
rabbrividisce pensando alla degenerazione dei nostri “talk shows” attuali dove la gente si parla
addosso, sbraita, talora s’insulta e (cosa più terrificante) sovente il conduttore non cerca per nulla
di sedare gli animi ma indirettamente alimenta la rissa.
Dunque con “Apostrophe” la gente (compreso il mio barista) godeva di un cortese scambio di
idee, mentre ormai (anche in trasmissioni analoghe in altri paesi) lo spettatore vuole soltanto
godersi la zuffa, il tafferuglio, la baruffa, il parapiglia, un poco come le lotte nel fango di donne
muscolose che accadeva di vedere ad Amburgo nel quartiere del vizio.
È noto che i francesi sanno praticare l’arte della conversazione in modo quasi liturgico, persino in
una cena tra amici. È vero che noi non ne siamo capaci? Eppure nel rinascimento Stefano
Guazzo, gentile piemontese, aveva scritto un libro sulla “Civil conversazione”, di cui si
contavano quarantatré edizioni italiane fino alla metà del secolo XVII, oltre a traduzioni in latino,
inglese, francese, tedesco. In questo trattatello, che ha influenzato tutta la cultura europea, si
proponeva la conversazione come cura per gli ammalati di malinconia.
Analizzando i vari tipi di conversazione, pubblica o privata, tra amici, tra giovani e vecchi, tra
letterati e illetterati, tra nobili e plebei, e così via, Guazzo ci ricorda come nell’Italia del
rinascimento si sapeva che cosa volesse dire conversare. Poi pare che la pratica della civil
conversazione si sia trasferita a Parigi, nei salotti delle preziose, raggiungendo anche forme
barocche ma certamente fondando il gusto francese per il colloquio colto e garbato.
Forse gli italiani, per varie ragioni, intesi a combattersi tra loro, hanno invece elaborato l’arte del
conflitto, e viviamo ancora alla luce, o all’ombra, di quella eredità.
D’altra parte Pascal Ory, nel supplemento del “Magazine”, si domanda se oggigiorno, anche in
Francia, sarebbe possibile tornare a quel modello. E conclude che, con la moltiplicazione delle
emittenti e nell’epoca dello zapping compulsivo, non sarebbe più pensabile un disteso
appuntamento a ora fissa. Però che bei tempi, che civiltà.
(24 dicembre 2015)
11.

Ringraziamo la Corte di Giustizia di Lussemburgo. Ci ha fornito l’occasione per una di quelle


discussioni che, in Italia, piacciono tanto: confusa, cattiva e sostanzialmente inutile. Cos’ hanno
deciso, i giudici europei? Che un’azienda privata può imporre ai dipendenti in contatto col
pubblico di evitare simboli religiosi, politici o filosofici. Tra questi, il velo islamico.
   Primo punto: quale? Di «veli islamici» ne esistono tre: il burqa, che copreinteramente il corpo e
il volto di una donna; il niqab, che le lascia liberi gli occhi; e il hijab, che le lascia scoperto il
volto. È il velo che incontriamo spesso, ormai; senza sentirci turbati. Un foulard, in sostanza. Le
monache, le donne sarde e le dive del cinema anni ’60 l’hanno indossato a lungo, senza destare
scandalo.
   In verità la sentenza — destinata a diventare un precedente di riferimento in tutta l’Unione
europea — apre più problemi di quanti ne risolva. Un’azienda privata, a questo punto, potrebbe
impedire al dipendente di esibire un ciondolo a forma di crocefisso, un copricapo ebraico, un
simbolo buddista. I giudici, infatti, sono stati chiari: la norma non deve essere discriminatoria.
Deve riguardare tutti i simboli di tutte le religioni (filosofie, dottrine politiche). È facile
immaginare che il concetto verrà esteso alle aziende pubbliche e alle istituzioni. E allora —
scommettiamo? — qualcuno proporrà di eliminare il Buon Natale! e il suono delle campane di
Pasqua. Simboli religiosi, no?  Scivoleremmo così in una grottesca, isterica neutralità. Quella ha
spinto molti americani, nauseati, a rifugiarsi nello scorrettissimo Donald Trump. La soluzione,
invece, c’è. Sta nel luogo dove s’incrociano tolleranza, buon senso e tradizione.
   Campane, presepi e crocefissi fanno parte della nostra storia comune europea; così la kippah,
che abbiamo vergognosamente costretto a nascondere; così lo hijab, visto che la nostra società è
cambiata e cambierà. Niente burqa e niente niqab, invece, neppure se una donna li scegliesse in
libertà (cosa che raramente avviene); creano disagio e pongono problemi di sicurezza. Troppo
semplice? No. Troppo complicata l’alternativa: credetemi.
(Beppe Severgnini)

12.

Vegani d’assalto, pessimo segnale

Imporre il proprio punto di vista: se non bastano i linciaggi sui social, si passa alle intimidazioni.
Se non sono sufficienti, si arriva alla violenza
Al termine di un pomeriggio di mutuo soccorso — mio figlio ha attivato l’app del sadico Dazn
sul televisore (per vedere la nuova Inter), io ho sistemato il piatto del giradischi (per ascoltare
l’antico James Taylor) — ho trovato nella posta un messaggio del nostro corrispondente da
Parigi, Stefano Montefiori, che ogni giorno segnala al giornale le novità. Belle e brutte. Questa è
brutta.
 «La causa animalista — scrive — sembra essere passata di livello qui in Francia, dove si
moltiplicano le azioni dei vegani, non più solo per denunciare i maltrattamenti agli animali.
Venerdì notte un grande mattatoio è stato dato alle fiamme, la polizia ha trovato sei inneschi.
Nelle città si moltiplicano le azioni dei militanti che imbrattano le vetrine e insultano i macellai.
Il sindacato chiede la protezione delle autorità».
 Che dire? Una persona ragionevole non può che stare con i macellai; ma deve preoccuparsi per la
piega che ha preso il dissenso nelle società libere (nelle altre, quelle che gli stupidotti applaudono
senza conoscerle, i dissenzienti vengono sbattuti in galera e lasciati lì). Una convinzione — non
mangiare carne, in questo caso — diventa prima un’ossessione, poi una missione, quindi una
guerra. A quel punto, ogni mezzo è lecito.
 Imporre il proprio punto di vista: se non bastano i linciaggi sui social, si passa alle intimidazioni.
Se non sono sufficienti, si arriva alla violenza. Quando qualcuno muore, lo chiamiamo
terrorismo. Ma la matrice del fanatismo è sempre la stessa: cambiano solo intensità, tempi e
obiettivi.
So cosa risponderebbe un vegano d’assalto — non dovrebbero essere i carnivori, quelli
aggressivi? — a queste considerazioni. Gli animali non si possono difendere, tocca agli umani.
Non importa che la grande maggioranza di noi sia onnivora; che vegani e vegetariani siano, in
genere, persone pacifiche; che un’alimentazione completa preveda anche la carne; che, da quando
è sulla terra, l’uomo si ciba di animali, pesci e verdure. Ma la logica, la storia, la scienza e il buon
senso possono poco contro il fanatismo. Lo vediamo in altri campi: pensate alle vaccinazioni.
Quando il fanatismo bellicoso arriverà alla politica, saremo nei guai. Dite che ci siamo già? Vero.
Ma può andare peggio.
(Beppe Severgnini)
13.
Internet, il fianco scoperto dell’Occidente
Attraverso i social è stata seminata falsa informazione su questioni come Brexit, Unione Europea,
terrorismo, salute e vaccini. Lo scopo? Entrare nei meccanismi delle società libere. Chi
sottovaluta il problema sbaglia
Secondo il quotidiano inglese The Times, un’agenzia russa ha lanciato una vasta operazione via
Internet per influenzare i teenager americani e britannici (utilizzando pure Harry Potter!).
Attraverso i social – da Twitter a YouTube – è stata seminata falsa informazione su questioni
come Brexit, Unione Europea, terrorismo, salute e vaccini. Lo scopo? Entrare nei meccanismi
delle società libere, dopo aver capito qual è il fianco scoperto: Internet, appunto.
Non c’era bisogno di questa notizia per capire che qualcuno sta provando a disturbare il processo
democratico occidentale. È accaduto nel 2016 nel Regno Unito (referendum su Brexit) e negli
Usa (elezioni presidenziali); tentativi sono stati fatti nel 2017 e nel 2018 in Francia, Germania e
Italia. Mancano pochi mesi alle elezioni europee del 2019: aspettatevi i fuochi d’artificio. Steve
Bannon, lo stratega iniziale di Donald Trump, non è venuto in Europa per vedere la torre Eiffel e
il Colosseo.
Sia chiaro: questo non spiega perché i partiti populisti vanno forte e i partiti tradizionali vanno
piano (i Democratici italiani, a marcia indietro); ma contribuisce ad accelerare una tendenza ed
evidenziare un fenomeno. Non si tratta di disturbi goliardici, ma di operazioni su vasta scala, ben
pianificate. Si chiama disinformazione (desinformazija). Certe cose non cambiano, avrebbe
scritto Alberto Ronchey.
I minimizzatori – alcuni con dolo, altri per ingenuità – dicono: non dobbiamo preoccuparci, i
tentativi di condizionare gli elettori sono vecchi come il mondo! Dimenticano che oggi gli
strumenti sono più potenti, la diffusione più rapida, gli attori più abili. Non c’è solo la politica.
L’intera nostra vita viene analizzata con facilità, e quelle analisi servono per condizionarci
attraverso una comunicazione mirata: voti, gusti, ansie, acquisti. Leggete su Forbes l’intervista a
Brian Acton, uno dei due fondatori di WhatsApp. Ha venduto la società a Facebook (22 miliardi
di dollari) a condizione che non utilizzasse i dati delle chat per profilare gli utenti. Zuckerberg
non gli ha dato retta, e Acton è arrivato a twittare #deletefacebook. Alcuni staranno pensando:
«Quante storie! Qual è il problema se qualcuno sa tutto di noi?». In questo caso, posso dirlo? Si
meritano tutto quello che gli succederà.
(Beppe Severgnini)
14.

Italo Calvino
“Italiani, vi esorto ai classici”

I.

Cominciamo con qualche proposta di definizione. 1. I classici sono quei libri di cui si sente dire
di solito: «Sto rileggendo...» e mai «Sto leggendo...» Questo avviene almeno tra quelle persone
che si suppongono «di vaste letture»; non vale per la gioventù, età in cui l'incontro col mondo, e
coi classici come parte del mondo, vale proprio in quanto primo incontro. Il prefisso iterativo
davanti al verbo «leggere» può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano
d'ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basterà osservare che per vaste che
possano essere le letture «di formazione» d'un individuo, resta sempre un numero enorme d'opere
fondamentali che uno non ha letto. Chi ha letto tutto Erodoto e tutto Tucidide alzi la mano. E
Saint-Simon? E il cardinale di Retz? Ma anche i grandi cicli romanzeschi dell'Ottocento sono più
nominati che letti. Balzac in Francia si comincia a leggerlo a scuola, e dal numero delle edizioni
in circolazione si direbbe che si continua a leggerlo anche dopo. Ma in Italia se si facesse un
sondaggio Doxa temo che Balzac risulterebbe agli ultimi posti. Gli appassionati di Dickens in
Italia sono una ristretta élite di persone che quando s'incontrano si mettono subito a ricordare
personaggi e episodi come di gente di loro conoscenza. Anni fa Michel Butor, insegnando in
America, stanco di sentirsi chiedere di Emile Zola che non aveva mai letto, si decise a leggere
tutto il ciclo dei Rougon-Macquart. Scoperse che era tutto diverso da come credeva: una favolosa
genealogia mitologica e cosmogonica, che descrisse in un bellissimo saggio. Questo per dire che
il leggere per la prima volta un grande libro in età matura è un piacere straordinario: diverso (ma
non si può dire maggiore o minore) rispetto a quello d'averlo letto in gioventù. La gioventù
comunica alla lettura come a ogni altra esperienza un particolare sapore e una particolare
importanza; mentre in maturità si apprezzano (si dovrebbero apprezzare) molti dettagli e livelli e
significati in più. Possiamo tentare allora quest'altra formula di definizione: 2. Si dicono classici
quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una
ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni
migliori per gustarli. Infatti le letture di gioventù possono essere poco proficue per impazienza,
distrazione, inesperienza delle istruzioni per l'uso, inesperienza della vita. Possono essere (magari
nello stesso tempo) formative nel senso che danno una forma alle esperienze future, fornendo
modelli, contenitori, termini di paragone, schemi di classificazione, scale di valori, paradigmi di
bellezza: tutte cose che continuano a operare anche se del libro letto in gioventù ci si ricorda poco
o nulla. Rileggendo il libro in età matura, 2 accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno
parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l'origine. C'è una particolare
forza dell'opera che riesce a farsi dimenticare in quanto tale, ma che lascia il suo seme. La
definizione che possiamo darne allora sarà: 3. I classici sono libri che esercitano un'influenza
particolare sia quando s'impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe
della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale. Per questo ci dovrebbe
essere un tempo nella vita adulta dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù. Se i
libri sono rimasti gli stessi (ma anch'essi cambiano, nella luce d'una prospettiva storica mutata)
noi siamo certamente cambiati, e l'incontro è un avvenimento del tutto nuovo. Dunque, che si usi
il verbo «leggere» o il verbo «rileggere» non ha molta importanza. Potremmo infatti dire: 4. D'un
classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima. 5. D'un classico ogni prima lettura
è in realtà una rilettura. La definizione 4 può essere considerata corollario di questa: 6. Un
classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. Mentre la definizione 5
rimanda a una formulazione più esplicativa, come: 7. I classici sono quei libri che ci arrivano
portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che
hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel
linguaggio o nel costume).

II

Questo vale per i classici antichi quanto per i classici moderni. Se leggo l'Odissea leggo il testo
d'Omero ma non posso dimenticare tutto quello che le avventure d'Ulisse sono venute a
significare durante i secoli, e non posso non domandarmi se questi significati erano impliciti nel
testo o se sono incrostazioni o deformazioni o dilatazioni. Leggendo Kafka non posso fare a
meno di comprovare o di respingere la legittimità dell'aggettivo «kafkiano» che ci capita di
sentire ogni quarto d'ora, applicato per dritto e per traverso. Se leggo Padri e figli di Turgenev o I
demoni di Dostoevskij non posso fare a meno di pensare come questi personaggi hanno
continuato a reincarnarsi fino ai nostri giorni. La lettura d'un classico deve darci qualche sorpresa,
in rapporto all'immagine che ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la
lettura diretta dei testi originali scansando il più possibile bibliografia critica, commenti,
interpretazioni. La scuola e l'università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla
d'un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario. C'è
un capovolgimento di valori molto diffuso per cui l'introduzione, l'apparato critico, la bibliografia
vengono usati come una cortina fumogena per nascondere quel che il testo ha da dire e che può
dire solo se lo si lascia parlare senza intermediari che pretendano di saperne più di lui. Possiamo
concludere che: 8. Un classico è un'opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi
critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso. 3 Non necessariamente il classico ci
insegna qualcosa che non sapevamo; alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre
saputo (o creduto di sapere) ma non sapevamo che l'aveva detto lui per primo (o che comunque si
collega a lui in modo particolare). E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione,
come sempre la scoperta d'una origine, d'una relazione, d'una appartenenza. Da tutto questo
potremmo derivare una definizione del tipo: 9. I classici sono libri che quanto più si crede di
conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati,
inediti. Naturalmente questo avviene quando un classico «funziona» come tale, cioè stabilisce un
rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i
classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Tranne che a scuola: la scuola deve farti
conoscere bene o male un certo numero di classici tra i quali (o in riferimento ai quali) tu potrai
in seguito riconoscere i «tuoi» classici. La scuola è tenuta a darti degli strumenti per esercitare
una scelta; ma le scelte che contano sono quelle che avvengono fuori e dopo ogni scuola. È solo
nelle letture disinteressate che può accadere d'imbatterti nel libro che diventa il «tuo» libro.
Conosco un ottimo storico dell'arte, uomo di vastissime letture, che tra tutti i libri ha concentrato
la sua predilezione più profonda sul Circolo Pickwick, e a ogni proposito cita battute del libro di
Dickens, e ogni fatto della vita lo associa con episodi pickwickiani. A poco a poco lui stesso,
l'universo, la vera filosofia hanno preso la forma del Circolo Pickwick in un'identificazione
assoluta. Giungiamo per questa via a un'idea di classico molto alta ed esigente: 10. Chiamasi
classico un libro che si configura come equivalente dell'universo, al pari degli antichi talismani.
Con questa definizione ci si avvicina all'idea di libro totale, come lo sognava Mallarmé. Ma un
classico può stabilire un rapporto altrettanto forte d'opposizione, d'antitesi. Tutto quello che Jean-
Jacques Rousseau pensa e fa mi sta a cuore, ma tutto m'ispira un incoercibile desiderio di
contraddirlo, di criticarlo, di litigare con lui. C'entra la sua personale antipatia su un piano
temperamentale, ma per quello non avrei che da non leggerlo, invece non posso fare a meno di
considerarlo tra i miei autori. Dirò dunque: 11. Il «tuo» classico è quello che non può esserti
indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui. Credo di
non aver bisogno di giustificarmi se uso il termine «classico» senza fare distinzioni d'antichità, di
stile, d'autorità. (Per la storia di tutte queste accezioni del termine, si veda l'esauriente voce
Classico di Franco Fortini nell'Enciclopedia Einaudi, vol. III).

III
Quello che distingue il classico nel discorso che sto facendo è forse solo un effetto di risonanza
che vale tanto per un'opera antica che per una moderna ma già con un suo posto in una continuità
culturale. Potremmo dire: 12. Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha
letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia. 4 A questo
punto non posso più rimandare il problema decisivo di come mettere in rapporto la lettura dei
classici con tutte le altre letture che classici non sono. Problema che si connette con domande
come: «Perché leggere i classici anziché concentrarci su letture che ci facciano capire più a fondo
il nostro tempo?» e «Dove trovare il tempo e l'agio della mente per leggere dei classici,
soverchiati come siamo dalla valanga di carta stampata dell'attualità?». Certo si può ipotizzare
una persona beata che dedichi il «tempo-lettura» delle sue giornate esclusivamente a leggere
Lucrezio, Luciano, Montaigne, Erasmo, Quevedo, Marlowe, il Discours de la Méthode, il
Wilhelm Meister, Coleridge, Ruskin, Proust e Valéry, con qualche divagazione verso Murasaki o
le saghe islandesi. Tutto questo senza aver da fare recensioni dell'ultima ristampa, né
pubblicazioni per il concorso della cattedra, né lavori editoriali con contratto a scadenza
ravvicinata. Questa persona beata per mantenere la sua dieta senza nessuna contaminazione
dovrebbe astenersi dal leggere i giornali, non lasciarsi mai tentare dall'ultimo romanzo o
dall'ultima inchiesta sociologica. Resta da vedere quanto un simile rigorismo sarebbe giusto e
proficuo. L'attualità può essere banale e mortificante, ma è pur sempre un punto in cui situarci per
guardare in avanti o indietro. Per poter leggere i classici si deve pur stabilire «da dove» li stai
leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo. Ecco dunque
che il massimo rendimento della lettura dei classici si ha da parte di chi ad essa sa alternare con
sapiente dosaggio la lettura d'attualità. E questo non presume necessariamente una equilibrata
calma interiore: può essere anche il frutto d'un nervosismo impaziente, d'una insoddisfazione
sbuffante. Forse l'ideale sarebbe sentire l'attualità come il brusio fuori della finestra, che ci
avverte degli ingorghi del traffico e degli sbalzi meteorologici, mentre seguiamo il discorso dei
classici che suona chiaro e articolato nella stanza. Ma è ancora tanto se per i più la presenza dei
classici s'avverte come un rimbombo lontano, fuori dalla stanza invasa dall'attualità come dalla
televisione a tutto volume. Aggiungiamo dunque: 13. È classico ciò che tende a relegare
l'attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può
fare a meno. 14. È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l'attualità più
incompatibile fa da padrona. Resta il fatto che il leggere i classici sembra in contraddizione col
nostro ritmo di vita, che non conosce i tempi lunghi, il respiro dell'otium umanistico; e anche in
contraddizione con l'eclettismo della nostra cultura che non saprebbe mai redigere un catalogo
della classicità che fa al caso nostro. Erano le condizioni che si realizzavano in pieno per
Leopardi, data la sua vita nel paterno ostello, il culto dell'antichità greca e latina e la formidabile
biblioteca trasmessigli dal padre Monaldo, con annessa la letteratura italiana al completo, più la
francese, ad esclusione dei romanzi e in genere delle novità editoriali, relegate tutt'al più al
margine, per conforto della sorella («il tuo Stendhal» scriveva a Paolina). Anche le sue vivissime
curiosità scientifiche e storiche, Giacomo le soddisfaceva su testi che non erano 5 mai troppo up
to date: i costumi degli uccelli in Buffon, le mummie di Federico Ruysch in Fontenelle, il viaggio
di Colombo in Robertson. Oggi un'educazione classica come quella del giovane Leopardi è
impensabile, e soprattutto la biblioteca del conte Monaldo è esplosa. I vecchi titoli sono stati
decimati ma i nuovi sono moltiplicati proliferando in tutte le letterature e le culture moderne. Non
resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che essa dovrebbe
comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà libri che ci
proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti
per le sorprese, le scoperte occasionali. M'accorgo che Leopardi è il solo nome della letteratura
italiana che ho citato. Effetto dell'esplosione della biblioteca. Ora dovrei riscrivere tutto l'articolo
facendo risultare ben chiaro che i classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati e
perciò gli italiani sono indispensabili proprio per confrontarli agli stranieri, e gli stranieri sono
indispensabili proprio per confrontarli agli italiani. Poi dovrei riscriverlo ancora una volta perché
non si creda che i classici vanno letti perché «servono» a qualcosa. La sola ragione che si può
addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici. E se qualcuno obietta che non
val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore
contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia): «Mentre veniva preparata la cicuta,
Socrate stava imparando un'aria sul flauto. “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. “A sapere quest'aria
prima di morire”».

15.
Il piacere dell’indugio

Nell’epoca della velocità e dei corsi di “quick reading” vale la pena invece di riscoprire la
bellezza della lettura lenta. Per comprendere meglio non solo Manzoni o Proust, ma anche
Kundera o McEwan
Quando una ventina di anni fa avevo tenuto le mie Norton Lectures alla Harvard University,
avevo ricordato che otto anni prima di me avrebbe dovuto tenerle Calvino, che però era
scomparso senza poter scrivere la sesta lezione (i suoi testi sono poi stati pubblicati come
“Lezioni americane”). Come omaggio a Calvino avevo preso le mosse dalla lezione in cui
elogiava la rapidità, ricordando tuttavia che la sua apologia della rapidità non pretendeva negare i
piaceri dell’indugio. Perciò al piacere dell’indugio avevo dedicato una delle mie conferenze.
L’indugio non piaceva a quel Monsieur Humblot il quale, respingendo per l’editore Ollendorf il
manoscritto della “Recherche” di Proust, aveva scritto: «Sarò forse duro di comprendonio, ma
non riesco proprio a capacitarmi del fatto che un signore possa impiegare trenta pagine per
descrivere come si giri e rigiri nel letto prima di prendere sonno». Negare i piaceri dell’indugio ci
impedirebbe dunque di leggere Proust. Ma, a parte Proust, ricordavo un caso tipico di indugio ne
“I promessi sposi”.
Don Abbondio torna a casa recitando il suo breviario, e vede qualcosa che non avrebbe per niente
desiderato vedere, e cioè due bravi che lo attendono. Un altro autore vorrebbe soddisfare subito la
nostra impazienza di lettori e ci direbbe subito che cosa accade. Invece Manzoni a quel punto
impiega alcune pagine a spiegarci chi erano a quel tempo i bravi - e, quando ce lo ha detto,
indugia ancora, insieme a don Abbondio che si gira il dito nel colletto per guardarsi indietro, se
mai qualcuno potesse venire in suo aiuto. E alla fine don Abbondio si chiede “che fare?” (in
anticipo su Lenin).
Era necessario che Manzoni inserisse quelle informazioni storiche? Sapeva benissimo che il
lettore sarebbe stato tentato di saltarle, e ciascun lettore de “I promessi sposi” ha fatto così,
almeno la prima volta. Ebbene, anche il tempo che occorre per sfogliare delle pagine che non si
leggono fa parte di una strategia narrativa. L’indugio accresce lo spasimo non solo di don
Abbondio ma anche di noi lettori, e rende il suo dramma più memorabile. E ditemi se non è una
storia di indugi la Divina Commedia, dove il viaggio di Dante potrebbe svolgersi oniricamente
anche in una sola notte, ma per arrivare all’apoteosi finale dobbiamo impegnarci su cento canti.
La tecnica dell’indugio presume una lettura non affrettata ma lenta. Woody Allen, parlando delle
tecniche di “quick reading”, per cui si scorre diagonalmente un testo in fretta, aveva concluso a
un dipresso: «Ho letto così “Guerra e Pace”. Parlava della Russia».
Alla lettura lenta dedica il suo libro “Lettura lenta nel tempo della fretta” (Scripta Edizioni)
Anna Lisa Buzzola, ma non si limita ad auspicare il ritorno a un passo rilassato di lettura. Lega il
problema alla tematica della velocità nel nostro tempo, e alle analisi antropologiche che ne sono
state fatte, ponendo il suo tema al centro di una serie di pratiche salvifiche in cui rientra persino
lo “slow food”.
Per quanto riguarda la letteratura, Buzzola (come mi spiace che per una malintesa correttezza
politica si eviti ormai di dire “la Buzzola” come si diceva, anche all’estero, “La Callas”) esamina
le teorie di Genette, Sklovskij e altri, e analizza compiutamente le opere di Javier Marías, Ian
McEwan, Bufalino, De Luca, Saramago, Kundera, Delerm, Rumiz, Baricco - e onestà di
recensore mi obbliga a dire che si occupa gentilmente anche di me e dell’indugiare godendo della
vertigine della lista.
Ne nasce una fenomenologia delle tecniche dell’indugio alla fine della quale nasce nel lettore il
desiderio di imparare a leggere più lentamente - anche se deve indugiare su trenta pagine per
capire come qualcuno si giri e rigiri nel letto prima di prendere sonno. Escludendo noterelle e
bibliografia il libro conta solo centotrenta pagine, e si può leggere con la dovuta lentezza.

16.
Perché Montaigne è il primo moderno

I suoi celebri Saggi andrebbero letti e riletti da tutti e soprattutto nelle scuole
Mi è tornato tra le mani un libro, tra i tanti che ha scritto, di Sainte-Beuve. Riguarda la modernità,
in quale modo arriva in Europa e con quali argomenti riesce a rinnovare la nostra civiltà. Sainte-
Beuve scriveva molti articoli sui principali giornali di Parigi, dando giudizi su scrittori e artisti.
Poi raccolse questi scritti nelle “Conversazioni del lunedì” dove affrontava temi, autori,
ripercussioni sulla pubblica opinione e insomma la cultura generale, dimostrata bene o male dai
libri e dagli autori commentati. Infine scrisse anche lui un libro intitolato “Port-Royal des
Champs”, dove raccontava quella comunità, patria del giansenismo moderato. Il racconto
riguardava tutti i temi non soltanto religiosi che lì si discutevano, ma anche i personaggi che
chiedevano alloggio in quella Comunità la quale disponeva di alcune piccole case di campagna
che offriva ai propri ospiti per qualche settimana. Ci furono personaggi molto importanti che
dettero tono a quella Comunità gestita da preti spretati e da una famiglia che aveva preso
quell’iniziativa e la dirigeva. Tra quei personaggi ci fu perfino Madame de Longueville sorella
del principe di Condé e soprattutto ci fu Pascal, l’autore dei “Pensées”, che ebbe una vita
religiosa purtroppo breve ma estremamente intensa, essendo stato appunto per alcuni mesi uno
degli “abitanti” di Port-Royal des Champs.
Questi articoli di Sainte-Beuve e il libro sopraindicato furono uno dei fenomeni culturalmente più
importanti del secolo XIX ed è tuttora del massimo interesse ad esser riletto. Il tema principale
riguarda, come ho già accennato, la modernità e Sainte-Beuve indica quali sono stati gli scrittori,
i filosofi, gli artisti che hanno molto contribuito alla modernizzazione. Il primo secondo lui, per
intensità di pensiero e per il periodo in cui favorì l’aprirsi del processo modernista che poi dette
luogo due secoli dopo all’Illuminismo, fu Michel de Montaigne, citato con molta frequenza e
ampiezza da Sainte-Beuve. Personalmente ho avuto la fortuna di visitare il castello in cui visse
Montaigne e in cui scrisse i suoi “Saggi” tra il 1580 e il 1588. Sono argomenti e personalità che
ho trattato in uno dei miei libri pubblicati da Einaudi, e nel Meridiano a me dedicato. Desidero
riportare una frase che ho messo in apertura di questa mia opera: la devo alla poetessa russa Anna
Achmatova: «Ma voi, amici, siete rimasti in pochi. Voi per questo più cari a me ogni giorno.
Come breve si è fatta la strada che di tutte sembrava più lunga».
Quel libro parla di molte cose, ma la parte secondo me più importante comincia con un
immaginario mio incontro con Denis Diderot, con il quale parlo molto di modernità e lo prego di
accompagnarmi nel castello dove visse Montaigne. Naturalmente questa immaginaria spedizione
viene compiuta e noi arriviamo al punto stabilito che è nei pressi di Bordeaux. Il castello di
Montaigne è formato da una vasta casa completata con una torre abbastanza elevata (due piani di
scale) dove c’è la libreria di Montaigne e scritte sul soffitto e sulle pareti nelle quali Montaigne
riporta le frasi più importanti di personaggi molto noti dell’epoca antica, da Ovidio, Virgilio,
Catullo, Platone, Aristotele, Seneca, Cicerone e ad altri analoghi. Montaigne, come del resto ha
affermato ripetutamente Sainte-Beuve, è lo scrittore più importante della modernità.
L’Illuminismo di Diderot e d’Alembert e tanti altri si è affermato a due secoli di distanza da
Montaigne il quale ne è stato uno dei più importanti precursori. Nei tre volumi di “Saggi” da lui
scritti gli argomenti ampiamente esaminati sono del massimo interesse proprio per quella
modernità che toccò il massimo alla fine dell’Ottocento con il contributo importante anche della
cultura italiana con Manzoni, Foscolo, Alfieri e vari altri. Questo fenomeno culturale con
ripercussioni notevolissime anche sulla politica è partito dalla scoperta dell’America alla fine del
Quattrocento, e poi si è sviluppato in un panorama molto esteso: l’Inghilterra elisabettiana e
shakespeariana, la Francia dall’epoca del Re Sole in poi, a cominciare da Molière, la Spagna, la
Prussia, la Sassonia e la Renania.
Bisognerebbe che una buona scuola si intrattenesse molto a lungo su questi temi, affrontando
anche l’estendersi del processo di modernizzazione alle Arti ed esaminando anche le
ripercussioni politiche che ne sono venute. Alessandro Manzoni, tanto per fare un nome, è una
figura tipica nel romanzo e nelle poesie. Sainte-Beuve è il riscontro, il periodo è quasi il
medesimo. Montaigne, ripeto, è il padre di questa fondamentale discendenza. Leggetelo o
rileggetelo per creare una gioventù aggiornata, internazionale e perciò moderna. Del resto perfino
papa Francesco è su questa strada.

Eugenio Scalfari

17.

Perché Shakespeare resta il più grande

Amleto è il capofila dei tanti immortali personaggi creati dal Bardo seicento anni fa. Che hanno
già saputo rappresentare la condizione dell’uomo moderno
«To be, or not to be, that is the question», essere o non essere, questo è il problema. William
Shakespeare si presenta in questo modo. Lo dice Amleto quando cerca il padre nei cieli, e lo dice
l’Autore in tutta la sua opera drammatica, psicotica, eroica, poetica e soprattutto moderna nel
senso immanentistico della vita.
Naturalmente non era e non sarà il solo, in qualche modo fu preceduto da Dante Alighieri e poi
da Montaigne, da Cartesio, da Machiavelli, ma potrei fare un elenco interminabile del profondo
significato del motto shakespeariano. Essere non significa vivere e contiene un’onda di
pessimismo che emerge nelle sue principali drammaturgie. Naturalmente la prima figura che
corrisponde al motto shakespeariano è il personaggio mitologico di Teseo che uccise il Minotauro
nel labirinto e dal labirinto uscì seguendo il filo rosso di Arianna che rappresenta tuttora la
necessità di cercare la soluzione nei problemi dei singoli, delle masse, della politica e della
socialità. Dante naturalmente non è il solo a precedere Shakespeare, nella storia della letteratura
lo precede cronologicamente soprattutto nel suo Inferno della Divina Commedia.
Nella stessa epoca di Shakespeare, cioè dagli ultimi anni del Cinquecento ai primi del Seicento,
c’è un altro grande poeta: Cervantes, l’autore del Don Chisciotte della Mancia. I due non si
conobbero mai né si lessero reciprocamente, se non altro perché parlavano e comprendevano due
lingue assai diverse tra loro. Ma il Don Chisciotte ha un valore poetico analogo alla
drammaturgia shakespeariana; la maggiore curiosità è che morirono entrambi lo stesso giorno
dello stesso anno sempreché Shakespeare corrisponda alla persona di cui esiste la tomba con le
date della nascita e della morte. Sussiste infatti il dubbio che lo scrittore, che è uno dei centri
della cultura mondiale, fosse la persona nominata con le date di nascita e morte ma che i drammi
siano stati scritti da altri: è un dubbio che peraltro col passare del tempo e delle ricerche
anagrafiche sta scomparendo.
La varietà nei drammi shakespeariani è estremamente numerosa: va da tragedie vere e proprie a
drammi di vario genere a volte anche leggeri e a commedie vere e proprie. Quelle che emergono
sono Amleto, Macbeth, Antonio e Cleopatra, Giulietta e Romeo, Riccardo III, Enrico IV ed
Enrico V di Inghilterra, Re Lear, La tempesta e molti altri.
Abbiamo visto quelli che hanno preceduto Shakespeare e di gran lunga dal punto di vista
cronologico ma ci sono anche quelli che sono venuti dopo di lui ma hanno avuto presente la sua
figura artistica. Quello che viene immediatamente in mente è Leopardi e forse anche Montale per
limitarsi agli italiani.
I lettori probabilmente si domanderanno perché mai oggi affrontiamo in questo intervento una
figura così nota e così letta negli ambienti della cultura classica. Lo facciamo per diversi motivi.
Anzitutto la prevalenza dell’essere sul vivere: una vita umana può essere confinata al semplice
dispiegarsi degli istinti che anche la nostra specie ha dello stesso genere animalesco dal quale
proveniamo. Si vive anche di soli istinti anche se nella nostra specie possono essere leggermente
arricchiti ma comunque prevalenti su ogni altro strumento vitale, ma la specie umana trasforma
radicalmente gli istinti in sentimenti e i sentimenti in valori ideali e mentali. La mente, come più
volte ho ricordato in precedenti mie scritture, è un organo del tutto incorporeo: emerge in parte da
alcune zone cerebrali e dall’apporto di altri organi del nostro corpo ma comunque non
corrisponde ad un organo corporeo anche se contiene nientemeno che il pensiero, anch’esso
un’entità valoriale del tutto incorporea. Il motto dell’Amleto shakespeariano racchiude questa
realtà e la manifesta artisticamente: essere o non essere è molto diverso dal vivere o non vivere,
sono due realtà molto differenti ma al tempo stesso connesse tra loro: non si può pensare senza
vivere ed è al tempo stesso inutile vivere senza pensare.
Questa realtà si sta però profondamente trasformando e l’aspetto più curioso è che la
trasformazione avviene per alcune cause poco numerose ma estremamente importanti: il
mutamento del clima, le nuove tecnologie della comunicazione, lo spostamento dei continenti,
lento ma percepibile attraverso la diffusione sempre più frequente dei terremoti, che coinvolge
soprattutto l’Africa che ha un rapporto attrattivo con le terre dalle quali milioni di anni fa si
divise: l’America e l’Europa.
Ci si può chiedere che cosa c’entrano questi problemi con la cultura letteraria e gli autori che
meglio la rappresentano e la risposta è abbastanza facile: la cultura è uno degli aspetti che
distingue la nostra specie poiché dota ciascun individuo dell’Io: siamo cioè autoconsapevoli della
nostra esistenza e di come essa si svolge. Artisti come Dante o Shakespeare per nominarne
soltanto due, rappresentano l’Io con una intensità piuttosto rara così come è rara più in generale la
cultura letteraria. Ma il loro pensiero evoca riscontri molto più moderni e tuttavia assai
significativi: Nietzsche, Freud, Leopardi, Edgar Allan Poe e molti altri per non parlare dei lirici
greci, da Saffo ad Alceo. Shakespeare è il più moderno di questa cultura e la sua modernità è
espressa da alcuni personaggi estremamente importanti che abbiamo già nominato. Amleto è il
più significativo e non a caso il suo finale è d’esser portato verso la tomba celeste sulle spalle dei
soldati di Fortebraccio, è un personaggio al tempo stesso generoso, coraggioso, sessualmente
attratto dalla madre. Se dovessimo scegliere che cosa è che distingue Shakespeare da tutti gli altri
scrittori credo che potremmo limitarci appunto ad Amleto, creato nei primi anni del Seicento e
ancor più attuale nel Duemila. A quattrocento anni di distanza questo ci dà la misura dell’autore
che l’ha creato.
Eugenio Scalfaro
18.
Internet, il fianco scoperto dell’Occidente
Attraverso i social è stata seminata falsa informazione su questioni come Brexit, Unione Europea,
terrorismo, salute e vaccini. Lo scopo? Entrare nei meccanismi delle società libere. Chi
sottovaluta il problema sbaglia
Secondo il quotidiano inglese The Times, un’agenzia russa ha lanciato una vasta operazione via
Internet per influenzare i teenager americani e britannici (utilizzando pure Harry Potter!).
Attraverso i social – da Twitter a YouTube – è stata seminata falsa informazione su questioni
come Brexit, Unione Europea, terrorismo, salute e vaccini. Lo scopo? Entrare nei meccanismi
delle società libere, dopo aver capito qual è il fianco scoperto: Internet, appunto.
Non c’era bisogno di questa notizia per capire che qualcuno sta provando a disturbare il processo
democratico occidentale. È accaduto nel 2016 nel Regno Unito (referendum su Brexit) e negli
Usa (elezioni presidenziali); tentativi sono stati fatti nel 2017 e nel 2018 in Francia, Germania e
Italia. Mancano pochi mesi alle elezioni europee del 2019: aspettatevi i fuochi d’artificio. Steve
Bannon, lo stratega iniziale di Donald Trump, non è venuto in Europa per vedere la torre Eiffel e
il Colosseo.
Sia chiaro: questo non spiega perché i partiti populisti vanno forte e i partiti tradizionali vanno
piano (i Democratici italiani, a marcia indietro); ma contribuisce ad accelerare una tendenza ed
evidenziare un fenomeno. Non si tratta di disturbi goliardici, ma di operazioni su vasta scala, ben
pianificate. Si chiama disinformazione (desinformazija). Certe cose non cambiano, avrebbe
scritto Alberto Ronchey.
I minimizzatori – alcuni con dolo, altri per ingenuità – dicono: non dobbiamo preoccuparci, i
tentativi di condizionare gli elettori sono vecchi come il mondo! Dimenticano che oggi gli
strumenti sono più potenti, la diffusione più rapida, gli attori più abili. Non c’è solo la politica.
L’intera nostra vita viene analizzata con facilità, e quelle analisi servono per condizionarci
attraverso una comunicazione mirata: voti, gusti, ansie, acquisti. Leggete su Forbes l’intervista a
Brian Acton, uno dei due fondatori di WhatsApp. Ha venduto la società a Facebook (22 miliardi
di dollari) a condizione che non utilizzasse i dati delle chat per profilare gli utenti. Zuckerberg
non gli ha dato retta, e Acton è arrivato a twittare #deletefacebook. Alcuni staranno pensando:
«Quante storie! Qual è il problema se qualcuno sa tutto di noi?». In questo caso, posso dirlo? Si
meritano tutto quello che gli succederà.
(Beppe Severgnini)
19.

Il telefonino e la regina di Biancaneve

L’uso compulsivo del cellulare ha a che fare con il pensiero magico. Perché è legato alla speranza
religiosa nell’azione fulminea del miracolo

Andavo sul marciapiede e mi sono visto venire incontro una signora incollata al suo telefonino,
che pertanto non guardava davanti a sé. Se non mi fossi scansato ci saremmo urtati. Siccome
sono intimamente malvagio, mi sono fermato di colpo e mi sono voltato dall’altra parte, come se
guardassi in fondo alla strada: così la signora è venuta a schiantarsi contro la mia schiena. Io mi
ero irrigidito per prepararmi all’impatto e ho retto bene, lei è andata in tilt, il telefonino le è
caduto, si è resa conto che aveva sbattuto contro qualcuno che non poteva vederla e che a
schivarlo doveva essere lei. Ha farfugliato delle scuse, mentre io umanamente le dicevo «non si
preoccupi, capita, al giorno d’oggi».
Spero solo che il telefonino cadendo si sia rotto e consiglio a chi si trovi in situazioni analoghe di
comportarsi come me. Certo i telefonatori compulsivi bisognerebbe ucciderli da piccoli ma,
siccome un Erode non lo si trova tutti i giorni, è bene punirli almeno da grandi, anche se non
capiranno mai in che abisso sono caduti, e persevereranno.
So benissimo che sulla sindrome da telefonino sono ormai stati scritti decine di libri e non vi
sarebbe più nulla da aggiungere ma, se riflettiamo un momento, parrebbe inspiegabile il fatto che
quasi tutta l’umanità sia stata presa dalla stessa frenesia e non abbia più rapporti faccia a faccia,
non guardi il paesaggio, non rifletta sulla vita e sulla morte, bensì parli ossessivamente, quasi
sempre senza avere nulla di urgente da dire, consumando la propria vita in un dialogo tra non
vedenti.
È che stiamo vivendo un’era in cui per la prima volta l’umanità riesce a realizzare uno dei tre
desideri spasmodici che per secoli la magia ha cercato di soddisfare. Il primo è il desiderio di
volare, ma levitando col nostro corpo, sbattendo le braccia, non salendo su una macchina; l’altro
è quello di poter agire sul nemico o sull’amata pronunciando parole arcane o pungendo una figura
di creta; il terzo è proprio di comunicare a distanza, sorvolando oceani e catene montuose, avendo
a disposizione un genio o un oggetto prodigioso che di colpo può trasferirci da Frosinone al
Pamir, da Innisfree a Timbuctu, da Baghdad a Poughkeepsie, comunicando istantaneamente con
chi ci è lontano mille miglia. Da soli, per opera personale, non come accade ancora con la
televisione per cui si dipende da una decisione altrui, e non sempre si vede in diretta.
Cos'è che per secoli ha disposto gli uomini alle pratiche magiche? La fretta. La magia prometteva
che si potesse passare di colpo da una causa a un effetto per cortocircuito, senza compiere i passi
intermedi: pronuncio una formula e trasformo il ferro in oro, evoco gli angeli e invio tramite loro
un messaggio. La fiducia nella magia non si è dissolta con l’avvento della scienza sperimentale,
perché il sogno della simultaneità tra causa ed effetto si è trasferito alla tecnologia. Oggi la
tecnologia è quella che ti dà tutto e subito (schiacci appunto un bottone sul tuo telefonino e parli
immediatamente con Sydney), mentre la scienza procede adagio e la sua prudente lentezza non ci
soddisfa perché vorremmo adesso la panacea contro il cancro, e non domani - così che siamo
portati a dar fiducia al medico-santone che ci promette all’istante la pozione miracolosa senza
farci attendere per anni.
Il rapporto tra entusiasmo tecnologico e pensiero magico è molto stretto ed è legato alla speranza
religiosa nella azione fulminea del miracolo. Il pensiero teologico ci parlava e ci parla di misteri,
ma argomentava e argomenta per dimostrare come siano concepibili, oppure insondabili. La
fiducia nel miracolo ci mostra invece il numinoso, il sacro, il divino, che appare e opera senza
indugio.
Possibile che esista un rapporto tra chi promette la cura immediata del cancro, padre Pio, il
telefonino e la regina di Biancaneve? In un certo senso sì. Ecco perché la signora della mia storia
viveva in un universo fiabesco, incantata da un orecchio piuttosto che da uno specchio magico.

Umberto Eco, la Bustina di Minerva, 2015.

20.

Dante e l’Islam

È ormai assodata l’influenza di molte fonti musulmane sull’autore della Divina Commedia. Ma
oggi, turbati dalla violenza fondamentalista, tendiamo a dimenticare i rapporti profondi tra la
cultura araba e quella occidentale

Nel 1919 Miguel Asín Palacios pubblicava un libro (“La escatologia musulmana en la Divina
Comedia”) che aveva fatto subito molto rumore. In centinaia di pagine identificava analogie
impressionanti tra il testo dantesco e vari testi della tradizione islamica, in particolare le varie
versioni del viaggio notturno di Maometto all’inferno e al paradiso.
Specie in Italia ne era nata una polemica tra sostenitori di quella ricerca e difensori
dell’originalità di Dante. Si stava per celebrare il sesto centenario della morte del più “italiano”
dei poeti, e inoltre il mondo islamico era guardato piuttosto dall’alto al basso in un clima di
ambizioni coloniali e “civilizzatrici”: come si poteva pensare che il genio italico fosse debitore
delle tradizioni di “extracomunitari” straccioni?
Ricordo che alla fine degli anni Ottanta avevamo organizzato a Bologna una serie di seminari
sugli interpreti “deliranti” di Dante, e quando ne era uscito un libro (“L’idea deforme”, a cura di
Maria Pia Pozzato) i vari saggi si occupavano di Gabriele Rossetti, Aroux, Valli, Guénon e
persino del buon Pascoli, tutti accomunati come interpreti eccessivi, o paranoici, o stravaganti del
divino poeta. E si era discusso se porre nella schiera di questi eccentrici anche Asín Palacios. Ma
si era deciso di non farlo perché ormai tante ricerche successive avevano stabilito che Asín
Palacios forse era stato talora eccessivo ma non delirante.
Ormai è assodato che Dante abbia subito l’influenza di molte fonti musulmane. Il problema non è
se lui le avesse avvicinate direttamente ma come sarebbero potute pervenirgli. Si potrebbe
cominciare dalle molte visioni medievali, dove si raccontava di visite ai regni dell’oltretomba.
Sono la “Vita di san Maccario romano”, il “Viaggio di tre santi monaci al paradiso terrestre”, la
“Visione di Tugdalo”, sino alla leggenda del pozzo di san Patrizio. Fonti occidentali, certo, ma
ecco che Asín Palacios le paragonava a tradizioni islamiche, mostrando che anche in quei casi i
visionari occidentali avevano appreso qualcosa dai visionari dell’altra sponda del Mediterraneo.
E dire che Asín Palacios non conosceva ancora quel “Libro della Scala”, ritrovato negli anni
Quaranta del secolo scorso, tradotto dall’arabo in castigliano e poi in latino e antico francese.
Poteva conoscere Dante questa storia del viaggio nell’oltretomba del Profeta? Poteva averne
avuto notizia attraverso Brunetto Latini, suo maestro, e la versione latina del testo era contenuta
in una “Collectio toledana”, dove Pietro il Venerabile, abate di Cluny, aveva fatto raccogliere
testi arabi filosofici e scientifici - tutto questo prima della nascita di Dante. E Maria Corti si era
molto battuta per riconoscer la presenza di queste fonti musulmane nell’opera dantesca. Chi oggi
voglia leggere qualcosa su almeno un resoconto della avventura oltremondana del Profeta trova
da Einaudi “Il viaggio notturno e l’ascensione del profeta”, con una prefazione di Cesare Segre.
Il riconoscere queste influenze non toglie nulla alla grandezza di Dante, con buona pace degli
antichi oppositori di Asín Palacios. Tanti autori grandissimi hanno porto orecchio a tradizioni
letterarie precedenti (si pensi, tanto per fare un esempio all’Ariosto) e tuttavia hanno poi
concepito un’opera assolutamente originale.
Ho rievocato queste polemiche e queste scoperte perché ora l’editrice Luini ripubblica il libro di
Asín Palacios, con il titolo più accattivante di “Dante e l’Islam”, e riprende la bella introduzione
che Carlo Ossola ne aveva scritto per la traduzione del 1993.
Ha ancora senso leggere questo libro, dopo che tante ricerche successive gli hanno in gran parte
dato ragione? Lo ha, perché è scritto piacevolmente e presenta una mole immensa di raffronti tra
Dante e i suoi “precursori” arabi. E lo ha ai giorni nostri quando, turbati dalle barbare follie del
fondamentalismi musulmani, si tende a dimenticare i rapporti che ci sono sempre stati tra la
cultura occidentale e la ricchissima e progredita cultura islamica dei secoli passati.

Umberto Eco, la Bustina di Minerva, 2015.

21.

Nemico dell’improvvisazione, dell’approssimazione, maniaco della precisione, Umberto Eco,


scomparso ieri nella sua casa di Milano in Foro Buonaparte, riceveva i suoi intervistatori che
arrivavano da mezzo mondo nell’appartamento che guarda il Castello Sforzesco e il Parco
Sempione. I suoi modi cordiali, il tratto di una giovialità straordinaria rendevano simpatiche
un’erudizione e una cultura sterminate. Nella biblioteca di casa, dove raccoglieva rarità
bibliografiche, classici della filosofia e della letteratura, fumetti, saggi di semiologia, riviste,
c’erano naturalmente anche tutte le sue opere, tradotte in decine di lingue. Il suo «Trattato di
semiotica generale» (Bompiani, 1975) è considerato un testo classico nelle università di mezzo
mondo, a cominciare dagli Stati Uniti, dove Umberto Eco ha a lungo insegnato, dividendo
l’impegno accademico con l’Università di Bologna, dov’era stato tra l’altro direttore del Dams e
poi del Corso di Laurea in scienze della comunicazione.
Nato ad Alessandria il 5 gennaio 1932, Eco si era laureato all’Università di Torino con Luigi
Pareyson, il maestro che non aveva mai smesso di citare, con una tesi sull’estetica in San
Tommaso d’Aquino, che poi divenne il suo primo libro.Accanto agli studi accademici, già dal
1954, anno della laurea, Umberto Eco unì l’impegno militante nell’industria culturale: quell’anno
assieme a Furio Colombo e Gianni Vattimo vinse un concorso in Rai. Quell’esperienza era il
primo passo di quel continuo esercizio tra la cultura «alta» e la cultura «bassa» che sarebbe stato
uno dei tratti distintivi della biografia culturale di Umberto Eco. L’esperienza in Rai diede al
filosofo l’ispirazione per uno degli articoli culturali più significativi del secondo
Novecento, Fenomenologia di Mike Bongiorno. Era il 1961, l’inizio di un’analisi con gli
strumenti della filosofia e della semiologia della cultura di massa: tra i titoli più famosi, che
ebbero un successo internazionale,Diario minimo, tradotto in inglese con il titolo divertente How
to Travel with a Salmon e Apocalittici e integrati, un titolo di cultura alta che sarebbe entrato a
far parte del linguaggio corrente. Protagonista del «Gruppo 63», con il saggio Opera aperta, Eco
dette una spinta allo svecchiamento culturale del Paese. Seguirono una serie di studi che
l’avrebbero confermato come il fondatore della semiologia italiana oltre che uno dei più affermati
studiosi di comunicazione nel mondo. Con un curriculum di questo tipo, il mondo accademico
italiano reagì con un certo stupore, a volte con disappunto misto a invidia, alla pubblicazione nel
1980 di un romanzo giallo, destinato a diventare uno dei bestseller più di successo di tutti i tempi,
«Il nome della rosa», che finora ha venduto nel mondo circa trenta milioni di copie. Una struttura
da giallo classico impastata di filosofia e conoscenza storica del Medioevo. Seguirono nel 1988
«Il Pendolo di Foucault», sui Templari e la sindrome del complotto, «L’isola del giorno prima»
(1994), «Baudolino» (2000), «La misteriosa fiamma della regina Loana», «Il cimitero di Praga»
(2010), in cui affrontò il tema dell’antisemitismo e «Numero zero», l’ultimo romanzo uscito a
gennaio dell’anno scorso in cui ha messo alla frusta i limiti del giornalismo contemporaneo.
Ogni uscita editoriale di Umberto Eco era un avvenimento non solo per il mondo italiano, ma per
l’editoria internazionale. Dopo il successo incredibile del «Nome della rosa», per il successivo
romanzo, ci fu un gioco alle anticipazioni giornalistiche che irritarono non poco il professore.
Sicché per il terzo romanzo, «L’isola del giorno prima», nel 1994 venne organizzato un lancio
internazionale in una enorme sala del Frankfurter Hof durante l’annuale edizione della
Buchmesse. Le tirature iniziali era ormai da capogiro: si partiva da centinaia di miglia di copie.
Umberto Eco era uomo di passioni e di fedeltà. Per tuta la vita, come molti grandi autori, era
rimasto legato alla casa editrice che l’aveva lanciato, la Bompiani. Quando alla fine dell’anno
scorso il glorioso marchio editoriale è stato ceduto assieme a tuta la Rcs libri alla Mondadori, Eco
ha deciso di accompagnare Elisabetta Sgarbi nell’avventura di una nuova casa editrice, La Nave
di Teseo. Un’impresa in cui ha investito una cospicua somma e in cui è stato chiamato a
collaborare anche il figlio Stefano. Umberto Eco trovava il tempo, accanto ai tanti impegni, di
collaborare ai grandi giornali italiani. Aveva scritto per Il Giorno, La Stampa, era stato tra le
grandi firme della terza pagina del Corriere della sera e da anni scriveva per la Repubblica. Era
sua una delle rubriche più di successo dei settimanali italiani, «La bustina di Minerva» che
concludeva ogni settimana e poi ogni quindici giorni, i numeri de l’Espresso.

22.

La relatività di Einstein spiegata da Gulliver

In un vecchio libro ritrovo figure letterarie  per illustrare la teoria scientifica fondamentale della
mentalità occidentale moderna

Scorrendo ogni tanto gli scaffali dei miei libri che sono disposti per ragione degli anni in cui li ho
letti, gli occhi mi sono caduti sull’epoca in cui frequentavo il liceo di Sanremo. La mia famiglia
viveva allora in quella città che aveva come centro turistico ed economico il Casinò, un palazzo
intero di proprietà del Comune. Era quindi un ente pubblico che lo aveva dato in esercizio ad una
società privata. C’è ancora e credo che la città viva profittevolmente per la sua attività.
Il libro di cui parlerò su questa pagina ha come autore un astronomo inglese che si chiama Arthur
Stanley Eddington e come titolo “Spazio, tempo e gravitazione”. Eddington racconta in parte se
stesso, ma soprattutto l’inventore della “Relatività generale” cioè Albert Einstein.
Potrà sembrare strano che un gruppo di studenti, tra i quali c’era anche Italo Calvino con il quale
fui per tre anni compagno di banco, si sia occupato d’un tema così lontano dai nostri interessi
culturali. Noi eravamo affascinati soprattutto dalla letteratura, dalla poesia, dalla filosofia;
detestavamo la matematica e la geometria. Per la letteratura il professore che ce la insegnava era
bravissimo, un prete modernista che era stato allontanato dalle parrocchie e autorizzato
all’insegnamento nella scuola pubblica. Si chiamava don Piggioli e ancora me lo ricordo; gli
autori erano quelli che hanno illustrato la storia dell’Italia culturale, dal Dolce stil novo fino a
Carducci.
A quell’epoca l’insegnante si fermava lì. Per quanto riguardava le scienze altri insegnanti
arrivavano fino alla teoria della gravitazione di Newton. Ma ad un certo punto un editore italiano
pubblicò il libro di Eddington e io lo comprai e nei fui profondamente colpito. Lo segnalai agli
amici della banda (così ci eravamo auto-battezzati ed eravamo una ventina) e anche loro lo
lessero e il tema che era stato scoperto da Einstein diventò l’argomento più trattato nelle nostre
conversazioni extrascolastiche (discutevamo anche delle ragazze che più ci piacevano, ma quello
non era certo un tema culturale).
Riporterò una pagina di quel libro che merita di essere citata: «Paragoniamo due libri molto noti
che potrebbero essere definiti trattati elementari sulla relatività. “Alice nel Paese delle
Meraviglie” e “I viaggi di Gulliver”. Alice cambiava continuamente di grandezza, a volte
cresceva e a volte era sul punto di scomparire del tutto. Gulliver conservava la sua statura ma in
un’occasione incontrò una razza di uomini di minuscola statura in un mondo in proporzione e in
un altro viaggio incontrò una terra in cui tutto era gigantesco. Non occorrono grandi riflessioni
per vedere che i due autori descrivono lo stesso fenomeno, una variazione di grandezza relativa
tra l’osservatore e l’osservato».
Da allora la relatività è diventata per me un concetto fondamentale che denota la modernità a
partire dall’Illuminismo. Non c’è nulla di Assoluto, tutto è relativo, tutto emana dal singolo
individuo e lo si vede nella storia del pensiero moderno. Scientifico, politico, religioso.
L’individuo non è clonabile. E di questo ho avuto la fortuna di poter discutere anche con papa
Francesco. Non avrei potuto avere un interlocutore migliore di lui.

(Eugenio Scalfari)

23.

Kitsch Kitsch Kitsch, hurrah!


Tutti ne parlano, nessuno sa bene cos’è. Per definirlo sono state usate diverse categorie.
Spesso però non si trova nell’opera ma nello sguardo dello spettatore. Che la trasforma in
un feticcio. Come accade con la Gioconda

Del Kitsch tutti parlano ma nessuno sa bene che cos’è, e non per colpa di chi non sa, ma delle
infinite analisi e definizioni che sono state date di questo concetto. Leggo ora il bel libro di
Andrea Mecacci “Il Kitsch” (Il Mulino, euro 12,50), che consiglio a persone colte, a studenti e
(senza offendere nessuno) a molti studiosi. L’autore, esaminando tutta la vasta letteratura in
argomento, ci aiuta a capire le vicende del Kitsch, spaziando dal cattivo gusto alla pseudo arte, al
camp, a varie forme di post-moderno e al trash.
Mi ero occupato di Kitsch agli inizi degli anni Sessanta, in quel mio “Apocalittici e Integrati” di
cui alcuni stanno benevolmente celebrando il cinquantenario, ma questo libro mi fa nascere molte
nuove idee. Direi che è facile definire Kitsch il gusto degli altri, i nanetti da giardino, i romanzi
sentimentali, i castelli di Luigi di Baviera, tutto il gusto del passato, e via dicendo. Ma non credo
si debba essere razzisti o esteti. Perché negare a qualcuno il piacere di contemplare Gongolo ed
Eolo tra le dalie, o le cose che piacevano tanto a Madame Bovary, «dame perseguitate
precipitanti in deliquio in padiglioni solitari… tumulti del cuore, giuramenti, singhiozzi, lacrime e
baci, barchette al chiaro di luna»?
E perché negare a molti di prediligere immagini che suscitano sensazioni sentimentali come le
foto dei bambini o i cuccioli in porcellana, anche se Kundera ci ricordava che è naturale pensare
come siano belli i bambini che corrono sul prato ma è Kitsch lacrimare pensando «Come è bello
essere commossi insieme a tutta l’umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato»?
Uno dei problemi del Kitsch è che è difficile definire un oggetto che sia Kitsch in sé, e si pensi al
modo per cui gli oggetti del salotto di nonna Speranza fossero commoventi per Gozzano, Kitsch
per i suoi primi lettori, e non lo siano più per il gusto “retro”, “vintage”, o “camp”.
Rimarrei fedele a una mia vecchia nozione di Kitsch nell’oggetto per quello che definivo (e
Mecacci consente) il boldinismo nell’arte. Boldini dipingeva ricche signore, pagato da loro e dai
loro mariti, e le faceva capaci di stimolare effetti non solo sentimentali ma sicuramente carnali,
rendendole sensuali e desiderabili, almeno dalla testa alla vita. Sotto la vita era invece uno
sfarfallare di pennellate che evocavano la pittura impressionista (e che bravo informale sarebbe
stato Boldini…). Così Boldini contrabbandava un quasi-porno con una citazione artistica, un
poco come più tardi “Playboy” avrebbe reso accettabili i suoi onestissimi nudi accompagnandoli
a testi di autori celebri, che automaticamente diventavano supporti Kitsch. E, sempre parlando di
Kitsch nell’oggetto, citerei non gli onesti romanzi o film porno (che vendono esattamente quel
che promettono, senza pretendere di fornire emozioni estetiche) ma certamente “Emmanuelle” e
“Histoire d’O”.
Però nella maggior parte dei casi il Kitsch consiste non nell’oggetto bensì nel nostro sguardo.
Facciamo l’esempio principe. La Gioconda è certamente una grande opera d’arte e alcuni (dico
solo alcuni) di coloro che vanno al Louvre vogliono ammirarla e goderla come tale. Ma la massa
dei turisti, che la vede da molto lontano, e si accalca intorno al quadro in misura preoccupante, in
effetti “vede” la Gioconda ma non la “guarda”, tenta forse di fotografarla (mentre potrebbe
trovare ottime riproduzioni in Internet, dove si può seguire la pennellata), e calpestandosi l’un
l’altro per dire “io l’ho vista”, trascura gli altri immensi capolavori della stessa sala e delle sale
accanto. E in tal modo la Gioconda, non per sua colpa, diventa feticcio Kitsch.
Del pari è accaduto alla Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer, grande quadro, trattato con
rispetto dal film che ne racconta la storia, anche se ne dà inizio involontario alla feticizzazione.
L’infelice fanciulla, una volta esposta a Bologna, ha attirato delle folle che (solo in gran parte, per
fortuna) volevano semplicemente accostarsi al feticcio.