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GIOVANNI FRANCESCO PICO DELLA MIRANDOLA

OPUSAUREUM
A CURA
DI
MAURIZIO BARRACANO

EDIZIONI ARKTOS - CARMAGNOLA


!;) 1979 TUTTI I DIRITTI RISERVATI ALLE
EDIZIONI ARKTOS - CARMAGNOLA
GIOVANNI FRANCESCO PICO DELLA MIRANDOLA

OPUSAUREUM
A CURA
DI
MAURIZIO BARRACANO

EDIZIONI ARKTOS - CARMAGNOLA


COLLANA DI STUDI ESOTERICI

a cura di

MAURIZIO BARRACANO - MASSIMO CANDELLERO


Pesentazione
r
della
COLLANA DI STUDI ESOTERICI

Nel momento in cui si intraprende queste collana, che trat­


terà di Esoterismo in maniera forse più ampia di quanto fino ad
oggi si è fatto, volenti o nolenti si prende a fare "cultura". Ci è
stato obiettato che la Scienza Esoterica, date le sue caratteristi­
che metafisiche, ben poco si presta alla dialettica ed all'opinare,
che sono metodi di conoscenza esclusivamente pertinenti al cam­
po dello scibile profano (Lat. pro - Fano: fuori del Tempio), ma
non dimentichiamo che, fatti salvi alcuni, una buona parte di
coloro che sono approdati a queste Scienze proviene dal di fuori
del Tempio, causa un richiamo che non facilmente è definibile
subito. Anni fa, quando prendemmo a studiare ed a vivere questa
Filosofia, lo facemmo spinti, più che da una certezza, da un dub­
bio, un perché, che in seguito divenne ipotesi: dall'ipotesi si è pas­
sati all'azione e forse in futuro potremo fare "Scienza". Per oggi,
mentre ancora ci troviamo nel labirinto, ci limitiamo a studiare i
trattati di coloro che, se l'ipotesi è valida, "qualcosa" banno rea­
lizzato nel corso dei secoli. Più volte disapprovammo il modo di
fare di alcuni Autori ed Editori moderni che prendevano di petto
la trattatistica, lanciando sul mercato testi "per iniziati", senza
spazio per chi incominciava a fare i primi passi, o perché spinto
dalla precarietà di un certo modo di vivere, o perché presentiva,
quasi intuiva, una realtà al di là della dialettica, al di là dei condi­
zionamenti della psiche: metafisica e solare.
I primi studi che presenteremo in questa collana avranno a[r
punto la caratteristica di essere "introduttivi" e, dato che ci si au­
gurr, di essere letti non solamente da chi questa materia già cono­
sce, saranno co"elati da un bagaglio abbastanza consistente di no­
te e di riferimenti bibliografici per cui chi vo"à continuare la ricer­
ca in altri sensi potrà farlo in modo sufficientemente scientifico.
P R EF A ZIO N E

L'Opera che stiamo per presentare viene attribuita a Giovanni


Francesco Pico della Mirandola. Questo nipote del grande Giovan­
ni Pico fu indubbiamente un uomo di intelletto e cultura notevoli;
nato intorno al 1469, si interessa di Filosofia e di Teologia, inizian­
do i suoi studi a Ferrara. Molto scrive, soprattutto di Teologia, la­
sciando viceversa un solo trattato sull'Alchimia. Questioni relative
alla contea della Mirandola lo fecero più volte scontrare con il Fra­
tello Ludovico fino alla espulsione dal castello di Mirandola, in
cui viveva, nel 1500.
Nel Gennaio di undici anni dopo, aiutato da Papa Giulio Il,
riprendette il castello, ma per poco. Infatti, alcuni mesi dopo,
venne nuovamente scacciato ad opera, questa volta, della vedova
del fratello (deceduto nel 1510) e dei suoi figli.
La guerra continuerà fino alla sua uccisione, nella notte del
15 ottobre del 15 33, per mano del nipote Galeotti Il. Pur avendo
vissuto un'esistenza particolarmente travagliata, ebbe occasione
di compiere ripetuti viaggi e di approfondire gli studi in cui era
versato, studi di cui ì principali sono raccolti nel II volume del-
1' "Opera Omnia" di Giovanni Pico, Bologna 1496 e Basilea 1572,
II voli. L' "Opus Aureum" si trova, viceversa, sia nella "Biblio­
theca Chemica Curiosa" di J. Manget, Genevae 1702, voi. II,
a pag. 558 e segg. - , che nel "Theatrum Chemicum", Argentora­
ti 1659, voi. II, a pag. 312 e segg.. Il Ferguson, nella "Bibliotheca
Chemica", (London, Holland Press 1906), cita questo lavoro, al-

L'Opera che stiamo per presentare viene attribuita a Giovanni


Francesco Pico della Mirandola. Questo nipote del grande Giovan­
ni Pico fu indubbiamente un uomo di intelletto e cultura notevoli;
la pag. 203 del II voi., dicendo: "His only alchemica! work
was this on gold. It was written so early as 1515 ... ". Abbiamo i­
noltre trovato nel V tomo del "Tresor de livres rares et precieux
ou nouveau Dictionnaire bibliographique" di J. G. Graesse, a
pag. 285, questo trattato citato in tre edizioni: Ven. 1586, in 4°,
Ferr. V. Balduinus 1587, in 8° ; Ursell 1598, in 8° .
L'Opera che segue viene edita in apenura di questa coHana
date le sue caratteristiche di solida impostazione e trattazione
del tema dell'Ane Filosofale, caratteristiche che si prestano ad
introdurre quanto in seguito tratteremo più ampiamente e spe­
cificamente. E' bene comunque sottolineare che l'Alchimia non
è "progenitrice" della chimica, o "chimica allo stato infantile",
come molti ebbero e continuano a sostenere. Alchimia è " ... una
Scienza e l'Arte di fare una polvere fermentativa, che trasmuta
i metalli imperfetti in oro, e che serve da rimedio universale a
tutti i mali naturali degli uomini, degli animali e delle piante",
come scrisse il Pemety nel suo "Dictionnaire Myto-Hermetique",
Paris Bauche ed., 1758, a pag. 17. Nello stesso luogo, ancora:
"... impiega gli agenti della Natura, e imita le sue operazioni ....
da una materia vile ed in piccola quantità fa una cosa molto
preziosa...". Alchimia è essenzialmente cultura ed azione volte
alla realizzazione del Sapere, del vero Sapere, che è integrazione
del conoscente con il conosciuto, che è Essere. Cogliamo l'oc­
casione per ringraziare il Prof. Guarrera che, per l'aiuto datoci
nella traduzione del testo, ci ha permesso di proporre l' "Opus
Aureum" in tutto rispetto di quel rigore filologico che ogni ope­
ra di Filosofia Ermetica dovrebbe possedere. Scusandoci con il
lettore se avrà occasione di notare delle asprezze di linguaggio,
diremo che era preferibile rinunciare a delle pianificazioni del
testo, piuttosto che depauperare, anche parzialmente, l'integrità
del trattato.

M. BARRACANO
I NDICE DELLE FIG URE

Figura I - Dopo la prefazione del "Trionfo Ermetico, o la Pietra


Filosofale vittoriosa", Amsterdam 1699, si trova la
prima illustrazione, che è un mirabile compendio di
tutta la Filosofia Ermetica. Le corone rappresentano
la sign oria che si acquisisce dopo ogni operazione:
dal "Fuoco naturale e segreto" che opera sulla Pie­
tra, si passa alla volatilizzazione all'interno del Vaso;
la prima corona precede la Circolazione simboleggia­
ta dal Caduceo di Ermete; dopo questa operazione
si consegu e la duplice corona. Il simbolo del Solfo,
con una fenice all'interno, prelude alla triplice coro­
na, che sta a significare la perfezione del Magistero.

Figura II ·- Questa seconda figu ra si trova nel "Trattato dell'Ac­


qua di Vita", Parigi 1646, e rappresenta il Vaso in
cui avviene la circolazione della Quintessenza. Ricol­
legandoci alla figu ra precedente si dirà che, subito
dopo aver creata la Pietra, è in un Vaso simile che si
compie non solo la prima sublimazione ma anche tut­
ta quanta l'Opera.

Figura Hl - Questa ultima incisione si trova nel "Museum Herme­


ticum''; Francoforte, 1627, come la prima che ab­
biamo riprodotto, rappresenta l'Opera Filosofale.
Può essere interessante confrontare le due figu re.

Nota: Per il lettore in difficoltà nell'interpretazione dei sim­


boli aggiungiamo che, come nella presentazione, se­
guendo i trattati che verranno proposti nella prosecu­
zione della collana si troveranno parzialmente chiari­
ti gli . "ermetismi"; è bene comunque aggiungere che
il simbolo va inteso "sub specie interioritatis ", in un
certo senso vivendolo nella sua accezione più profon­
da, senza fuorvianti cerebralismi.
L IBR O I.

Capitolo I.

L'ORO, NON SEMPRE,FIN DALL'INIZIO DEI PRIMI SECOLI


DELLA SUA SCOPERT A, FU CONSIDERATO
PER ACCORDO T RA LE NAZIONI
MISURA DELLE ALT RE COSE

ome mai l'oro - che una volta veniva tanto stimato


• ancor adesso dappertutto vediamo che di più viene
e
stimato - abbia introdotto nelle menti umane una co­
sì alta opinione di sè e, una volta introdottola, ve l'ab­
bia mantenuta, spesso m1 metto a pensarlo - moglie - sì che vor·
rei conoscerlo con maggiore esattezza discorrendone. Fin dalle
sue origini infatti vedevo che di solito veniva ricercato con tanta
cura, persino superflua, sì che meritatamente è stato detto dai
primi autori di lingua latina che l'oro ha derivato il nome dal fatto
che devia le menti umane ed una volta trovato viene custodito con
tanto zelo che giustamente diede l'occasione ai Greci di sospettare,
evidentemente, che il nome fosse derivato da apo to oreein (curare
- proteggere, n.d.t ), poiché naturalmente si custodisce più di ogni
altra cosa, e da ciò ha origine il vocabolo di - tesoro-.
D'altra parte fone potendo sembrare utile, però in nessun
modo necessario per la sua propria natura, ma solo per accordo

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tra i mortali, l'animo umano ne diveniva sempre più bramoso, co­
me se certamente possedesse la verità. E tra l'altro si ricordava che
l'oro non sempre era stato preferito alle altre cose, non solo ai me­
talli, ma anche a quelle di altra natura, per consenso delle nazio­
ni: infatti, per accordo espresso o tacito di tutti i tempi ciò avven­
ne, sebbene io ritenga doverlo porre al di sopra di tutte le altre
cose che non siano di metallo, pure non ne sono del tutto persua­
so. Infatti, alle prime origini dell'uomo nessuna menzione è fatta
dell'oro ed anzi vien riferito, dalle più antiche testimonianze scrit­
te, che gli uomini trascorsero la vita per molti secoli senza l'oro;
ma non mancano d1 quelli i quali scrissero che l'oro fu scoperto da
Eaco poco prima dell'epoca d1 Troia; l'argento, mvece, da Indo re
della Scizia; altri riferiscono che fu una scoperta di Toante Eaclio
o di Erittonio: chi l'attribuisce al Sole; chi a Vulcano; chi a Criso.
e di questa opinione fu convinto Ippocrate, cioè che l'oro fu chia­
mato così, Crison (oro, n.d.t.) dallo scopritore.
Conoscevo anche la tradizione per cui l'oro non fu usato in
Furopa e molto meno esso venne fuso prima dei tempi del fenic10
Cadmo.
Perché? - si chiede.
Perché - rispondo - anche nel periodo di maggior pro�p,, ,.
rà dei Greci non si potè ricavare da tutta la Grecia (lo riferisn · \
teneo) tanto oro quanto ne bastasse per indorare il capo della stJ
tua di Apollo Amicleo. Tanta rarità di oro ed al tempo medesimo
altrettanta stima di esso vi era presso il re Filippo ,che ,questi
riteneva cosa ben fatta portare con sè una coppa d'oro, la quale era
anche così piccola che la nascondeva sotto il guanciale - se è vero
quanto ci tramandò nei suoi scritti Durio di Samo -; mi meraviglio
però che questa abitudine di Filippo sia stata considerata eccessiva­
mente sconveniente da Plinio, allorché seppe della coppa.
Era tanto scarso presso i Greci quel metallo che era tenuto in
sì gran conto al punto da vietare, per leg ge, di servirsene. Si è ap­
preso facilmente dalla storia, che Lacedemone sia stata fondata ed
accresciuta senza monete nè d'oro nè d'argento; che fosse decadu-

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ta e si fosse corrotta allorquando, sotto Lisandro, aveva accettato
il bottino d'oro dopo la sottomissione di Atene. Aggiungeva Pla­
tone che Lisandro nelle sue leggi proibì che l'oro fosse posseduto
da alcun privato cittadino: e lo stesso editto aveva promulgato ri­
guardo all'arg�nto. Forse Lisandro aveva in mente che una volta
ndla Grecia era rarissimo l'uso dell'argento e dell'oro e che questi
di solito venivano usati soltanto nei templi, eccetto che nei tripodi
e nelle statuette che per primi i re di Lidia, Gige e Creso, e poi i
Tiranni Siciliani, dedicarono come ex voto. Successivamente,
avendo i Focesi saccheggiato Delfi, quel metallo comincio in ogni
modo a diffondersi; ma ciò non contribuiva a diminuire il valore
dell'oro, poiché presso gli Ebrei, in periodo di abbondanza di quet
metallo, fu inventato il bronzo, più robusto dell'oro se ci riferisce
la verità Giuseppe nel settimo e nell'undecimo libro delle Antichi­
tà. Mi veniva anche in mente che persino in Italia, nei suoi accam­
pamenti Spartaco aveva vietato che qualcuno possedesse oro o
argento. Dopo il corso tanto numeroso di secoli era rimasta
l'ahitu<line presso non poche genti dell'Asia e dell'Africa di tenere,
alcune l'oro in poco conto, altre in nessun conto; anche nell'India,
che è ritenuta abbondantissima di oro; se ci riferiamo a quella
parte che Alessandro il Macedone vinse, non c'era oro; tuttavia
abbiamo appreso dagli scrittori Greci i quali narrano le sue impre­
se, che dopo la distruzione di Berside, quello stesso re trovò tanto
oro che a stento, per trasportarlo, bastarono trentamila muli!
Concludiamo dunque che gli uomini pur erano d'accordo di
non stimare nulla più dell'oro, ma non risulta perché l'abbiano sta­
bilito e non sempre fu confermato e stabile tale accordo, presso
tutte le nazioni, per cui si è scelto l'oro come misu.-a di tutte le al­
tre cose.

..,'
Capitolo II.

PERCHE' L'ORO NON DEV'ESSERE VALUTATO TANTO


- COME AVVIENE - PW' DELL'UTILITA' CHE
DERIVA DALLA NATURA DEL METALLO

V
eramente ritenevo di scarsa importanza l'argomento del
quale alcuni si avvalgono per persuadere gli uomini del volgo:
e cioè che l'oro è di grande utilità per i mortali. Infatti io stesso vi
contrapponevo il ferro, senza il quale nemmeno l'agricoltura può
esistere, arte necessaria non meno di quanto sia comune, e per di
più - come afferma Senofonte - madre ed alimento di tutte le ar­
ti, senza la quale l'arte edile non è abbastanza sostenuta nè quella
nautica sufficientemente conservata, per non parlare di quella mi­
litare, che sebbene nuoccia ad alcuni, pure non danneggia tutti: ci
sostiene in questa affermazione quell'emistichio"... e l'oro più no­
civo del ferro ... ", e quell'altro detto non dissimile " ... il ferro du­
rante la guerra più gradito dell'oro ... ". E press'a poco con questa
argomentazione s'accordava quell'elogio " ... che l'oro fu bandito
da tutte quelle comunità che sono ritenute ottime, anche perché
trovato dannoso per l'esistenza ... ". Subito dopo, è da ricordarsi,
pure l' antichità una volta ammirata e al tempo stesso disdegnata:
perché prima ppssedette l'oro quando tentava di evitarlo con la
favola di Mida, cui a nulla era servita la grande quantità di oro,
solida ricchezza, raccolta per la vita.
Da allora in poi nello scambio delle merci non fu prevalente
l'uso di valutare soprattutto con l'oro, tanto più che gli antichissi­
mi re non coniavano nè l'oro nè l'argento, ma evidentemente il ra­
me, del qual metallo si racconta che lo scopritore fosse Saturno, da
cui fu istituito anche l'erario, notizia accolta da Cecilio Cipriano,
benché altri scrivano che il primo a coniar moneta sia stato Giano,
- coetaneo ed ospite di Saturno, - il quale impresse nelle monete
la nave da cui era stato tr�sportato: anche presso i Romani il pri-

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mo conio fu in rame, allorquando fra i sette re di Roma per il
primo Servio Tullio fece imprimere il conio nel rame; il pri­
mo dei consoli che coniò nell'argento· fu Fabio: ben presto
servì da conio anche l'oro.

9
Capitolo III.

PERCHE' L'ECCESSIVA ST IMA DELL'ORO NON DERIVA


DA LLA MEDICINA

ueste affermazioni in realtà venivano da me desunte dalla


Q conoscenza medica, in polemica con me stesso, alcune tra le
più comum da tempo dedotte dalla gioia, dal benessae derivato
dall'equ librio corporeo, a mio vantagg io, anche dalla mia stessa
conoscenza mi derivavano le obiezioni allorché per aver raccolto
delle monete d oro quella gioia permane per tutto il tempo che
dura la sen azione di sentirsi ricco, di poter cioè comprare, spen­
dendo il denaro , quelle cose che ci piacciono, ma ciò deriva dal­
l'immaginazione, dalla riflessione e dalla mente e non dall'equili­
brio della salute corporea allorquando i grassi si trasformano o
vengono espulsi in fece Aggiungasi che molte sono le cose che si
dicono di gran giovamento al benessere del corpo umano ed anche,
dai medici pm antichi, maggiormente considerate al mantenimento
della salute ed a un conveniente rinvigorimento delle forze, delle
qual sostanze più facilmente si può venire in possesso e con
minore spesa. "Infatti per niente i metalli nutrono, così come è
stato accertato presso i più antichi Peripatetici. Non possono in
realta essere digeriti in modo che si mutino in carne ed in sangue".
Ciò e stato anche confermato dall'esperienza di quelli che,
colpiti dai turbmi delle gu rre, costretti ad errare per vaste regio­
ni, nascondendosi m caverne sotterranee, ingerirono delle monete
d'oro preparate a guisa di pillole, ben presto le defecarono con lo
stesso peso e con lo stesso colore. E se per caso qualcosa andò
perduta fu assorbita per effetto del calore corporeo, e ciò in real­
tà poco; del resto arebbe stato un ottimo rimedio per restare in vi­
ta, allorché Gerusalemme venne assediata, per quegli Ebrei che
cercavano di sfugg ire all'Imperatore Tito, se fosse stato digerito l'
oro, in modo da nutrire coloro che se ne erano cibati; infatti non

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sarebbero stati fatti a pezzi dagli avidissimi Assiri nè dagli Arabi
per estrarre dai visceri degli uccisi l'oro che prima avevano mgoia­
to; ed il numero di questi fu così grande che in una sola notte
furono tagliati gli intestini a duemila uomini. Questo episodio ci
fu narrato da Giuseppe e confermato da Egesippo.
Dunque a quei disgraziati venivano nascoste monete d'oro nel
ventre, come in una cassa; non erano state ingoiate per togliere·la
fame perché sarebbero state ormai assimilate da tutto il corpo e
sarebbero state trasformate come tutti gli altri commestibili. Per­
ché? Perché non emana odore l'oro e neanche con il sapore alimen­
ta quelle emanazioni di gas che esalano dal corpo umano, chiama­
te "flati" dai medici, mentre invece sono di sapore sgradevole tutti.
i metalli, e di odore sulfureo, sicché non possono in alcun modo
non esser nocivi a quelli che giacciono ammalati e a cui poco man­
ca che stiano per esalare l'ultimo respiro.
Esiste un'affermazione di Alberto Magno piuttosto generaliz­
zata "che il sapore e l'odore di tutti i metalli sono in ogni caso
disgustosi, per quanto possa essere minimo l'odore"; infatti nell'o­
ro esiste un minimo di odore sgradevole a causa della mescolanza,
per quanto estremamente sottile, dello zolfo nella lega: vi sono pe­
rò delle sostanze che giovano non solo all'olfatto, ma anche al gu­
sto sia dei sani sia degli ammalati e che per di più sono considera­
te di minor valore che l'oro.
Mi viene anche in mente che Plinio scrisse che in altri tempi
veniva applicato dell'oro sulle ferite, ed ai fanciulletti contro 1 ve­
leni perché nuocessero meno, ed aggiunge che a qualcuno fu di
giovamento. Ricordo pure che dallo stesso Plinio (se ciò può
esserci di grande pregiudizio) sono state scritte più lodi che vitupe­
ri dell'oro; e sempre ancora lui, Plinio, ci ha lasciato scritto che
nell'oro· c'è un certo veleno, ricordavo ancora che proprio da lui
era stato tramandato l'interrogativo retorico "a chi serve da me­
dicina l'oro se non a chi lo estrae?"
Se allora la medicina non escludeva l'oro, lo escluse certo in
segu�to e ciò fu per sempre: questo è attribuito all'autorità di

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Plinio. Ciò afferma anche Varrone, uomo insigne pure di quel­
l'epoca, particolarmente versato in quella materia. Dioscoride non
fece alcun esperimento di medicina sull'oro. Ho detto che Diosco­
ride visse al tempo di Varrone e fu della stessa opinione, secondo
la tradizione di Suida, sebbene io sappia che vi sono di quelli che
affermano piuttosto che Dioscoride appartiene all'epoca di Plinio,
perché ne fa menzione Lenio Basso, ma preferirei che essi si
fossero accorti che Dioscoride visse anche al tempo di Arrio, al
quale dedica un volume di medicina elementare; intendo dire non
di quell'Arrio che Catullo schernisce per la pronuncia, nè di quell'
altro che, nemico acerrimo della nostra religione, scagliò accanitis­
simamente bestemmie contro nostro Signore Gesù Cristo, ma di
quello che fu anche Alessandrino e che da Cesare Augusto fu
tenuto in grande onore dopo che ebbe conseguito la vittoria su
Antonio e Cleopatra; ma sia che Dioscoride fosse più anziano di
Plinio sia che fosse coetaneo, non importa dilungarci più oltre.
Varrone certamente fu rovinato dalla proscrizione dei triumviri e
lo stesso Dioscoride ebbe fama durante il triumvirato di Antonio; a
partire da lui (da Dioscoride) il Lazio, regione barbara, apprese
dalla Grecia l'arte medica ed anche noi siamo di quell'opinione; ma
ciò potrebbe essere accaduto anche dopo poiché si fa menzione di
Dioscoride in Plinio, sia che fosse anteriore o contemporaneo,
oppure coetaneo.
A qualunque secolo comunque sia appartenuto Dioscoride,
molto egli lasciò scritto nei suoi capitoli sull'argento vivo, sul ra­
me, sul ferro, sul piombo, usati come medicine, ma non sull'oro: e
di esso appena ricorda, nel capitolo sull'idrargirio, che questo (l'i­
drargirio) sarebbe nocivo qualora venisse ingerito salvo che si ingoi
qualche truciolo di oro come antidoto - e ciò asserisce nel trattare
di medicina. Mentre però tratta dei veleni, afferma che un buon
antidoto contro l'aconito sia del vino puro nel quale sia stato im­
merso dell'oro incandescente, aggiunge comunque che non è un ri­
medio del tutto appropriato; molto più efficaci sono l'argento, il
ferro e le scorie del ferro; la stessa affermazione riprende Paolo l'

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Egineta in un suo trattato sui veleni Galeno, molto più giovane di
Dioscoride, trattando dell'efficacia dei medicamenti semplici e del­
la composizione di essi non fa menzione affatto dell'oro contra­
riamente a quanto ho fatto io. E non dimentico che Nicandrci di
Colofone nel suo poema "Alixifarmaci" ha raccontato che l'oro e
l'argento giovano, e ciò faccio, sia perché è un poeta, sia perché in
Dioscoride e in Galeno non se ne parla, in modo da citarlo come
legittimo testimonio in questa dissertazione, sia perché scrive che
l'oro e l'argento godono enoiemati zolerò (concetto impuro-confu­
so, n. d. t. ), cioè reputazione piuttosto dubbia, e ciò mi pare che ba­
sti. Inoltre quell'autore segnala che un liquido viene reso torbido
dal metallo e viene assorbito : ma io tuttavia non affermo che l'oro
abbia efficacia medicamentosa, ma quanta in esso - mi chiedo -
può esservene se lo paragoniamo a tutti gli altri innumerevoli medi­
camenti, nei quali può esistere la virtù di guarire e di far da antido­
to ai veleni? La stessa cosa può dirsi. dell'argento. Quindi se non ag­
giunge forza alla medicina non ne aggiunge neanche al benessere
corporeo. Donde - mi chiedo - viene quella smania assai comune
di ammucchiare attraverso infinite fatiche tanti vasi sia d'oro sia d'
argento? Sembra infatti indice di nobiltà una mensa adorna di vasi
per lo meno di argento. Ma Vitruvio nell'ottavo libro in cui _tratta
delle acque, venéndo a parlare della calce dimostra che nel piombo
c'è un, difetto a causa del quale nei tubi di quel metallo si inquina­
no le acque, aggiunge però subito dopo che di solito evita il cattivo
sapore d'argento : di conseguenza quelli che adornano le mense di
vasi di argento , per l'integrità del sapore dell'acqua han preso
l'abitudine di servirsi di vasi di terracotta. Certamente si acconten­
tano di questi alcuni prìncipi della nostra epoca, dopo che ebbero
usato per le loro mense quelli di argento, sia vasi che scodelle, e
preferiscono per igiene che siano di terracotta importata dall'India,
dall' Etiopia, dall'Egitto, ma se non si trovano scelgono quelli
provenienti dalla Bitinia prusiaca, sebbene non siano di vera
terracotta come ci racconta quell'Agatocle che perciò preferì i vasi
di Samo a quelli di argento. Del resto il triumviro Antonio, che in

13
tutti i suoi osceni desideri - come racconta Messalla - non si ser­
viva d'altro che di oro, si dice che non avesse altro gusto che
dell 'oro ; sembra però che disprezzasse l'oro Poppea di Nerone, la
quale faceva ricoprire d'oro gli zoccoli dei suoi quadrupedi più
pregiati.
Non ignoro che i medici Arabi lasciarono scritto che l'oro,
sebbene non nutra, pure accarezza gli occhi; aggiungo io : per la
forza che deriva dall 'immaginazione, e tanto ne è stato esaltato da
esser preso come misura del valore di tutte le cose? e non credo
piuttosto che in ogni modo , per effetto della suggestione , acceleri
i battiti del cuore?
C'è da concludere, come dicevamo prima, che sembrano vane
le precedenti affermazioni di Nicandro.

14
Capitolo IV.

LA NOBJLTA' DELL'ORO NON DERIVA MASSIMAMENTE


DALLA POSSIBILITA' DI ESSERE ASSUNTO
COME BEVANDA

uesti argomenti credo di aver controbattuto non con pre­


Q suntuose affermazioni, ma con la discussione, allorché si dice
che alcuni si servono dell'oro in bevanda per guarire ogni genere di
malattie, per conservare la salute e per prolungare la vita compati­
bilmente con le forze della natura. Mentre io però non affermo
ciò, tuttavia assicuro che può essere argomento di discussione da
parte di quelli che hanno la possibilita di contrapporre la loro
esperienza; forse diranno di avere abbastanza prove di gente che
propina l' oro e che non è esatto che venga bevuto, ma che se ne
assuma una quantità polverizzata e della più pura unita ad un'es­
senza già precedentemente designata.
In verità, sopra la stessa quintessenza dei corpi superiori,
( benché si siano combattute molte guerre tra i massimi condot­
tieri della filosofia, 1 cui soldati ancora combattono e non si sa da
quale parte stia la vittoria), certo non sono d'accordo i Platonici
ed 1 filosofi della scuola Peripatetica, ed ancora discutono se il
loro caposcuola preferisse quella quinta natura più che appro aria,
e non ammesso, per ipotesi, che esista qualche sostanza dalle
cinque nature e se in cielo · (essi dicono )- ciò non è concesso,
non è neanche concesso sotto il cielo per quelle sostanze che sono
costituite di elementi.
Però essi confessano di aver estratto l'oro potabile, dal mie­
le, dallo zolfo, dal mercurio, dall'acqua distillata da una certa ter­
ra (rimasta segreta) con l'aggiunta di un particolare rame purissi­
mo, raffinato mediante numerose distillazioni, e di averne cos ì ri­
cavata una essenza finissima ; tuttavia non ritengono di avere estrat­
to la quinta essenza, che, se essi volessero metterla msieme dai

15
componenti elementari, non potrebbero trovarcela, come afferma­
no, e presto si può rispondere che essi scambiano l'apparenza con
la sostanza, anche per il concorso di cause diverse; per cui le so­
stanze mescolate e distillate possono dare effetti che anche altre
sostanze potrebbero produrre. Quindi, se facilmente possiamo per­
donare ai Peripatetici questa loro asserzione, perché essi non pro­
nunciarono quell'altro dogma e cioè che gli animali non vivono di
metalli? Ma in realtà per lasciare la polemica da concludere ai me­
dici che tra loro · non sono d'accordo, così asseriscono - e se ne
producono alcune prove ancor oggi - che si possa preparare l'oro
potabile: ciò non significa che di per sè l'oro possa bersi ( 1 ).
E' risaputo che di solito da essi l'oro veniva ridottò in cenere, o
talvolta anche in calce, il che avviene in molti modi, sì che, se per
caso qualcuno volesse ridurlo alla forma primitiva, non potrebbe in
alcun modo, semmai a stento, essendone uscito l'umore; e se que­
sto (l'umore) è stato estratto totalmente non resta più oro. Da A­
ristotele e da Teofrasto infatti è stato affermato che in tutti i me­
talli esiste questo umore liquido, sì che ne sono costituiti per loro
stessa natura, la qual natura li differenzia nettamente dalle pietre.
Perciò - essi aggiungono - non si può bere l'oro, ma quella parte
di esso che fu oro e che è sciolta in liquido estraneo che abbia il
potere di scioglierla, di attenuare la calce dell'oro, in modo da eli­
minarla sì che si possa bere; la stessa cosa dimostrano per le gem­
me, le quali non possono propriamente esser bevute. Nessuno però
ignora che essi (Aristotele e Teofrasto), se sono stati ritenuti as­
sertori di altri modi di liquefare l'oro, non sono stati altresì creduti
oppositori; infatti affermarono che ciò poteva esser fatto con ac­
que corrosive (2), aggiungendovi sale di vario genere o succhi acidi,

(1) Vedere l a "Teinture de l'or o u l e veritable o r potable" d i J ean Rudolphe Glauber,


(olly, editore a Parigi, 1 569.

(2) L'estrazione dell'oro con le acque corrosive non è altro che l'estrazione del prin­
cipio "io" o Sole 0 dopo specifica disciplina, con dei "sol,1enti". Sulle acque
corrosive, sui loro pericoli, rimandiamo alla Introduzione alla Magia, ed. Medi­
terranee, Roma 1971, pag. 62 ed in particolar modo al Il volume, pag. 140, do­
ve si trova un saggio di lagla che tratta esaurientemente l'argomento.

16
sì da aumentare forza all'oro per farlo uscire dalla sua sede, che gli
è stata assegnata dalla riatura, in maniera da risultare assolutamen­
te puro, atto a ristorare l'umana natura. Là do.ve si fa cenno alla
natura dell'oro si dice anche che non è adatta alla nutrizione, e ciò
in ogni caso è stato dedotto dalla teoria peripatetica ; se . invece si
tratta di natura mista, allora essi (i Peripatetici) dicono che secon­
do il loro giudizio non è più l'oro : è noto infatti che si propina un
liquido, che a goccia a goccia è uscito da vasi di vetro, mentre per
effetto del calore del fuoco i vapori portati in alto si tramutano in
acqua, e vi mescolano altre sostanze che ricavano dall'esperienza di
medicina; e se quello in verità sia bere l'oro o bere le gemme, per­
ché non si dice che bevono gli escrementi quelli che bevono vino
ricavato soltanto da una varia quantità di escrementi ingrassata a
quello scopo? Ho difeso la causa di quelli che avrebbero voluto
sottovalutare l'oro potabile e che invece io voglio rivalutare, ed in­
fatti affermo con sicurezza che può giovare alla salute del nostro
e dell'altrui corpo soprattutto perché mi risulta con certezza che
Antonio ,nostro chirurgo, anni fa ad una matrona del foro Corne­
lio, moribonda per la tisi, in pochi giorni ridiede la salute, liberan­
dola dalla terribile malattia soltanto con l'oro potabile che aveva
preparato seguendo le istruzioni di suo zio paterno Nicola, di cui
parlerò nel terzo libro e della questione tratterò più ampiamente
in. quei volumi scritti sui rimedi dei veleni e che ora sono già alle
stampe. Ma sia che si tratti di oro solido, sia che si tratti di oro
dato a bere per la salute, forse da ciò deriva tanta nobiltà nell'o­
ro da provocare la fame e la rabbia per esso? Benché con una lib­
bra di quel metallo in soluzione non' soltanto un re, ma un'intera
regione possa esser medicata, pure fra milioni di uomini potrai tro­
vare quindici persone che cercano l'oro potabile e di queste appe­
na due che siano capaci di preparare la pozione aurea.

17
Capitolo V.

PERCHE' LA PUREZZA E LA LUNG A DURA T A DELL'ORO


NON SIANO PROPRIA MENTE LA CAUSA PER CUI VIENE
A PPREZZA T O T ANT O DA G LI UOMINI

S all'oro,
e ormai si crede che la purezza attribuisca il magg10r valore
tuttavia penso che in quella credenza vi sia errore :
infatti se qualcuno lo sporca, lo inumidisce di meno che tutti gli
altri metalli, nondimeno inumidisce e contamina di zolfo quelli
che hanno relazione con lui, poiché non solo quell'elemento (lo
zolfo) è mescolato ad esso, ma ne costituisce la stessa sostanza,
come ci ha lasciato scritto Alberto, che ne è convinto per espe­
rienza e forse anche perché presso gli Egiziani Ermes derivo il
nome di oro dallo zolfo. Ora io mi chiedo se è maggiore la purezza
dell'Oro di quella del vetro; fu per questo che quel Principe
Romano non esitò a provare se poteva essere frantumato ed
avendo incominciato, quello resisteva ai colpi di martello, e prima
si staccarono alcune particelle dall'oro; così venne preclusa la via a
tutti i metalli nello scambio delle merci.
Però la lunga durata dell'oro è esaltata ! Ma basta pensare che
le pietre durano di più e sono più ricercate quelle che non sentono
la lima nè il fuoco, nè alcun tipo di scorie riescono a ridurre, nè
macchiano di sp reo quelli che le manipolano, cose queste che non
possono essere evitate se le maneggi a lungo. Può esser fuso l'oro
ma non possono esser fuse le pietre; e ciò forse non è comune a
tutti I metalli ? E tuttavia questi sono stati ritenuti adatti ad essere
usati come monete a guisa di garanzia nello scambio delle merci,
ed un tempo l'oro, in questo scambio, venne posposto prima al
rame, poi all'argento e sembra che ne abbia diminuito il prestigio e
l'utilità. Sappiamo infatti, e prima l'abbiamo riferito, che secondo
la tradizione letteraria a Roma per primo fu coniato il rame da
Servio Tullio e che dal popolo romano non fu usato come moneta

18
l'argento prima della guerra contro Pirro, circa seicento anni dopo
la fondazione dell'Urbe. Dal momento in cui sotto il consolato di
Fabio vennero coniate monete di quel metallo, fino a quando fu
usato anche l'oro, trascorsero più di sessanta anni ed il popolo
romano, vinta Cartagine comandò anche alle altre nazioni di
pagare tributi in argento e non in oro e non solo per la più lunga
durata del metallo, ma perché l'uso di esso non generasse con­
troversie : infatti il bronzo e l'argento coniati erano anche ritenuti
di lunga durata presso quasi tutte le nazioni straniere.
Così i Galli transalpini indicarono con il nome comune di ar­
gento la moneta coniata, stimata meno da Platone, principe dei fi­
losofi, che anzi emanò una legge, per quella città che fondava, se­
condo cui non ci si doveva servire di monete preziose, ma tali che
fossero disprezzate da tutte le altre genti, sì che non dilagasse
la frenesia di ammucchiar oro ed argento. E forse per questo fu
cantato da Lirico che l'oro è inutile e causa materiale di grandi ma­
li.

19
Capitolo V
I .

LO SPLENDORE NON AUMENT AI L VA LORE DELL'ORO


SULLE A LT RE COSE, SIA PERCHE' A LLET TILA VIST A ,
I
S A PERCHE' NON D I MINUISCA NE' IS A CCRESCA

M a, alcuni dicono, che il dolce calor dell'oro diletta la vista. Pli­


nio nega ciò, e allo splendore dell'oro antepone quello
dell'argento, che è più simile a quello del giorno e delle insegne
militari, perché da lontano risplende più familiare. Nè l'oro, per la
somiglianza con le stelle, ritiene sia preferito agli altri metalli,
poiché nelle gemme ed in altre sostanze il colore non è fondamen­
tale; tanto è vero che a molti piacque paragonare il colore dell'oro
a quello dell' aurora e lo preferirono a tutti gli altri, ma ci furono
altri che credettero fosse in causa il nome, dato che facilmente si
poteva dedurre - e questa ipotesi non dispiacque a buoni autori -
dalla lingua dei Sabini i quali chiamavano "ausum" un'azione
ardita, da cui poi era derivato il termine "aurum" (oro) mutando
semplicemente una lettera. Comunque stiano le cose, l'argento
dilettava gli oc.chi di Plinio più dell'oro; su questo argomento, se
ciò che scrisse lo sentiva veramente, non può essere rimproverato :
è invece senza dubbio degno di riprensione quando ci racconta che
l'oro nel peso è superato dal piombo: lo contraddicono infatti gli
esperimenti dei posteri : in realtà credette che l'oro pochissimo si
consuma con l'uso, avrebbe potuto ricordare che con l'attrito delle
dita la moneta e 1· ·anello d'oro si consumano e per quanto minimo
sia il consumo non è cosa da nulla. Vi furono anche di quelli che
credettero che l 'oro non subisse alcun danno dal fuoco, avvalendo­
si dell'autorità di Aristotele nel terzo libro delle Meteor.e, la qual
autorità o non è salda o non è stata giustamente interpretata ; ci si
può convincere con esperimenti per cui diminuisce il peso dell'oro
con un fuoco violento e soprattutto -prolungato. E' stato inoltre
tramandato per iscritto, ed al nostro tempo se n'è avuta conferma,

20
che l'oro si volatilizza posto sul fuoco e mescolato ad una certa
polvere "della quale possono averne in abbondanza non solo i
cittadini, ma anche i contadini e le loro donnette". E' stato
scoperto ugualmente che da una piccola parte versata, ad uso degli
uomini, può esser sottratto il color fulvo all'oro, .e che una volta
estratto non possa più essere restituito, rimanendo il color aureo in
quella polvere in cui era stato gettato perdendo lo splendido
fulgore. Che possa esser ridotto in sottilissimi fili e che poi possa
esser tessuto con la tela è qualità che ha in comune con l'argento.
Infine, per non dilungarmi troppo, dirò che non trovo argo­
menti dalla solida base su cui possa appoggiarmi per scoprire vali­
de ragioni a giustificare il desiderio che la gente ha dell'oro e la
conseguente grandissima stima, che glielo fa ricercare con tanta
avidità da non esitare a cacciarsi nei monti scavati o ad introdursi
in profondissime caverne che chiamano pozzi, oppure si affaticano
a raccogliere nei fiumi qualche piccolo frammento di esso; alcuni
poi fecero vela verso le estreme regioni dell'India o verso i liti etio­
pici per inoltrarsi nei deserti, o, seguendo la rotta di Zefiro, agli an­
tipodi dell'aurora, e per giunta non per trovare l'oro "puro" allo
stato naturale - o brizo , servendomi di un vocabolo greco, - o
quello lavorato alla maniera dei Colofonii o della Lutezia dei Pari­
gini, ma un rozzo minerale contenente poco oro; per cui non facil­
mente si può capire come mai soddisfaccia l'uomo avido di cono­
scere la natura di qualsiasi cosa. Chissà donde deriva tanta bramo­
sìa benché non sia tanto diffuso l'uso dell'oro quanto il valore,
tanto più che ormai la massima parte degli uomini lo prende a mi­
sura di tutte le cose umane e voglia il cielo che non usi mai la stes­
sa misura per le cose divine.

21
Capitolo VII.

PERCHE' LA NOBILT A ' DELL'ORO NON DIPENDA


SOPRA T TUT T O DA LLA LETTERA TURA SA CRA

e ertamente n on dipenderà dalla letteratura sacra la stima del­


I oro sebbene questa duri da tempo: mfatti benché leggiamo
nel e sacre scritture che m obbedienza alla divinità molti oggetti
dedicati al culto nei templi dei Giudei erano fatti d'oro per le
cer monie solenni, e ciò conoscemmo perché fu cantato dal
Profeta . "verrà dato a lui l oro della Arabia", tuttavia dobbiamo
ricordarci di quelli che indicammo su testimonianza di Giuseppe,
per CUI ciò che era in rame veniva valutato più dell'oro, anche
pe ché scrisse che tra il bottino di Davide vi si trovò quel vaso,
fatto fabbricare d da Salomone, che si chiama 'il mare grande ".
[Si racconta anche che ] Esdra, al tempo di Serse, restituì ai custodi
del tesoro, che appartenevano alla casta dei Sacerdoti, dei vasi di
rame che valevano dodici talenti ed erano stimati migliori dell'oro.
Dobbiamo anche alla conoscenza del linguaggio mistico che la
sapienza è simboleggiata nell'oro, !"eloquenza nell'argento e che il
lume dell'intelligenza è paragonato all'oro, anzi è più splendido di
quell'oro che può esser considerato quasi sterco a paragone di
quell'altro oro che di solito - come troviamo scritto - viene
estratto in Arabia e così puro per sua natura e non attaccabile dal
fuoco, per CUI è chiamato "àpiron", e cioè ininfiammabile, secon­
do l'affermazione d" D odoro E queste notizie ancor adesso
1

vengono attinte; e perché non parlare di quella tradizione secondo


cui Dio, per sua bontà, - come attesta Crisostomo - ha mandato
l'oro per disgrazia dell'umanità in molte cose che erano di uso
comune presso tutte le genti? Ed ancora, che dire di quegli altri
pas i delle sacre scntture in cui viene respinta e disprezzata la
stima dell'oro, sia in quel 11asso del Profeta Osea là dove dice: "del
proprio oro se ne fecero un idolo", e in quell'altro in cui l'Aposto-

22
lo Pietro chiamò corruttibili l oro e l'a gento, e m quell'altro
ancora in cui G iacobbe scrisse che l'oro aveva contratto la rugg:ne?
E tutto ciò, naturalmente, doveva suscitare non scarsa meraviglia
negli animi di coloro che sono equilibrati estimatori delle cose e
jl('rtanto si chiedevano donde mai vemsse tanto bramosìa dell'oro
poiché per la natura di esso l'utihta ne e poc . o nulla; certamente
non grande, poiché fra le altre cose e quelle che sono di oro,
esistono qualità comuni a molte altre con cui l'oro viene raffron­
tato e da cui viene largamente superato.

23
Capitolo VIII

PERCHE' IL VALORE DELL'ORO NON DIPENDA


DAL PRESTIGIO CHE CONFERISCE A CHI LO PORTA

I
n verità chi è così sciocco da credere che coloro che acqui­
stano l'oro cercano prestigio portandolo? Ci sono però
testimonianze, ma inconsistenti, secondo cui dall'oro che ancora
non era stato sottoposto alla fiamma si soleva estrarre un unguen­
to, l'uso del quale - per persuasione dei maghi - conferisce
prestigio a quelli che sono incoronati di erba eliocrisa. A me
sembra che di solito conferisca prestigio non il portar l'oro, ma il
distribuirlo, ed in verità suscita invidia il possesso di tanti bei
mucchi di monete d'oro, sì che diffonde amore e benevolenza.
Oltre a ciò, chi dei mortali di può dedicare assiduamente alle vane
arti magiche in modo che sappia preparare quell'aureo unguento e
che sia consapevole anche della sua efficacia? Tutte le volte che, in
tempi passati o ai nostri tempi, qualcuno cerca l'oro a questo
scopo, ammesso che lo trovi, quando mai coronato di erba eliocri­
sa ed unto di oro "ininfiammabile" acquistò prestigio tra i popoli e
non piuttosto si mise a mendicare per le sale dei re?
Da che cosa mai derivò una così grande cupidigia dell'oro al
punto che gli uomini spinti da nessuna causa evidente - tranne che
non ci fosse stato un accordo tacito fra essi e non per questo me­
no necessario e dannoso - hanno preferito l'oro stesso a tutte le
altre cose? E non contenti delle sabbie d'oro dei fiumi o dell'oro
delle caverne Dalmatiche o degli antri della Galizia o di quello cer­
cato nei viaggi per mare fin dai tempi di Salomone, tentarono per­
sino di fabbricarselo ; e per produrlo in casa spesso affrontarono sa­
crifici non minori o più lievi di quanti ne avrebbero affrontato con
i viaggi e i conflitti per procurarsi quello estrattivo.
Vediamo infatti non pochi darsi da fare non solo manualmen­
te, per produrre oro mediante sostanze metalliche sottoposte al

24
fu oco, e che intanto sono riusciti a scoprire innumerevoli sostan­
ze composte; e non pochi altri cercando di interpretare le ricerche
dei filosofi sono riusciti a produrre polvere d'oro o pietre auree co­
me quelle che volgarmente vengono chiamate minerali e che in la­
tino vengon dette metallich e; e per produrlo hanno anche u sato
sostanze vegetali, cioè derivate da erbe o piante, o sostanze anima­
li, estratte da esseri animati, oppu re hanno mescolato insieme so­
stanze della stessa natu ra, o aerea o terrestre, donde trassero origi­
ne sia i metalli, sia le piante, sia gli animali. Ho sentito dire che tra
i viventi della nostra epoca esiste qualcuno che si vanta di aver let­
to ottanta volumi su qu ell'arte e di aver inoltre consultato innu­
merevoli schede sì da aver raggiunto u n numero di circa trentaset­
temila modi di comporre l'oro, e certamente non per procu rarsi
prestigio portandolo, ma per su a soddisfazione potendo comprarsi
qu elle cose che gli piacciono. . . tanto è l'accanimento degli uomini
nel procurarsi l'oro senza alcu na causa, salvo quella fu tile del sem­
plice e tacito consenso dei miseri mortali.

25
L I B R O Il

Capitolo I.

CHE COSA E' L'ORO, CHE COSA E' L'ARGENTO

Il
E DA CHE COSA DERIVA IL NOME DELL'ARTE CON CUI
SI PRODUCE L'ORO

in qui si è discusso della stima dell'oro, ora si discute­


rà dell'arte con cui si può produrre infatti suole esse­
re controversa la questione, sia presso le persone col­
te, sia presso le incolte, "se si possa produrre o no
l'oro", questione anche turbata da molte polemiche per toglier
vigore alle quah o almeno per sopirle in generale, nei confronti di
tutti . non per spirito fazioso nè per cavilli m1 spinse un interesse
non indifferente ; è interesse anche degli uomini che non c1 sia
ambigu ità, nell'affrontare questi argoment1. benché siano comuni
e saltino agli occhi di tutti. "In primo luogo, dunque, indicherò il
nome, quindi l'origine ed infine il potere dell'Arte" attraverso
varie scuole di indirizzo lettçrario, diffondendomi in lungo e in
largo. Dunque, l 'Arte di produrre l'oro presso i Greci è chiamata
"Crisopea", dai Latini è denominata con lo stesso vocabolo ;
mutando in realtà i metalli in generale, è chiamata "Chemia " dai
Greci, seguendo i quah gli Arabi per lo più denominarono
"Alchemia". Però i Greci definirono Chem1a quell'operazione

27
preliminare per produrre l 'oro e l'argento. Infatti, ben­
ché per mezzo di essa si producano altri metalli, pure ottenne il
nome dai metalli più nobili s ì che in seguiro furono anche chia­
mate "Argiropeia" e "Crisopeia". Ritennero alcuni che il nome
Chemia fosse derivato da "umore'' e sembra che con essi concordi
Hermolao il Barbaro, ma in realtà deriva da "fondere" e cioè dall'
ultima operazione di quell'arte ed infatti la lettera greca H che
presso i Latini viene di solito tradotta con la " E lunga" sembra
suscitar controversie tra i giureconsulti perché la scambiano con l'
"attitudine a fondere" : è noto che può esser chiamata arte dei
metalli ed è appunto per questo çhe vengono chiamati "operai del
metallo" coloro che sogliono prestare la loro opera lavorando l'oro
e l'argento, e li ritengono utili nelle leggi civili, e di ciò si tratterà
qui appresso più diffusamente. Del comune nome di metallo, tanto
più che ne comprende tanti, gli interpreti del diritto preferirono
servirsi e con questo vocabolo, piacque anche ad essi indicare sia le
monete di rame, sia le monete d'oro, come per esempio scrisse
Ulpiano. Trascuro il fatto che alcuni ritengono la denominazione
derivata da Alchimo, ma senza una vera ragione - come credo -,
sebbene io ammiri Erasmo, uomo molto profondamente versato
nelle lettere, che da qui ha pubblicato un dialogo il cui titolo è
"Alchimistica". L'ammiro - ripeto - perché egli preferì seguire
l'accezione della lingua volgare e non ignorò l 'articolo "al", presso
gli Arabi frequentemente usato, e prefer ì non tener conto dell'a­
spirazione di cui avrebbe dovuto tener conto, nel dimostrare se il
vocabolo derivava da "fondere " o dalla "capacità di estrarre gli
umori". Nè mi m�r.avigli� di meno, anzi di più, del fatto che in
nessun modo si vuol pe-rdonare ad Erasmo di aver scritto quanto
sopra sull'argomento e di.aver ripudiato il nome consueto ed infine
di aver escogitato quell'insolito vocabolo.

28
Capitolo Il.

L'ORIG INE ED IL PROG RESSO DELL'A RTE STESSA

V incenzo del Belgio fa risalire al progenitore della stirpe uma­


na il principio dell'arte, che, attraverso vari intermediari
pervenne a non pochi altri fino ad un discepolo degli apostoli del
Signore, dal quale egli confessa di aver molto imparato. Altri
ritengono Ermete Trimegisto principe della conoscenza chimica,
secondo quanto è scritto in alcune lapidi venute alla luce nella
città di Ebron. Nè mancano quelli che scrissero essere stata rivelata
per opera divina a un tal ebreo, ma soltanto cos ì in generale per
costruire l'Arca dell'Alleanza. Io, per quanto ho potuto apprende­
re dagli autori greci e latini, ho scoperto che quell'arte è assai
antica, ma di poco prima della guerra di Troia giacchè fin dai
tempi più antichi dei Greci se ne fa menzione indicandola nelle
allegorie delle favole e nell'oscurità degli enigmi, così le mele d'oro
desiderate da Euristeo vengono considerate da Michele Psello un
comando ; così pure presso Suida il viaggio di Giasone verso i
Colchi viene spiegato non come ricerca del vello d'oro di Frisso,
ma di una cartapecora nella quale era descritta la maniera di
produrre dell'oro e per questo si misero in viaggio gli Argonauti,
benché non mi sfugga che Varrone attribuisca al vello del bestiame
in generale, e Strabone in particolare a quello più irsuto degli
ovini, la facoltà di farvi restare attaccati piccoli frammenti di oro
dei fiumi. E in realtà sono d'accordo che si trattasse di una mem-
. brana, e non di un vello nè tanto meno pelli irsute di pecora, i più
antichi scrittori greci, tra i quali Carace, Apollonia e, in seguito,
l'interprete del viaggio in Colchide, Eustazio, il quale, nel narrare
diffusamente gli esperimenti in merito fa presente a molti autori di
ritenere che nella membrana del favoloso vello d'oro sta indicata la
descrizione di produrre l'oro artificialmente. Così dicasi dell'agnel­
lo di Atreo di cui parlano i tragediografi greci ed anche quelli latini

29
di cui Cicerone fa menzione, ma si tratta di un ariete - Seneca non
nomina un agnello - ; e comunque sia, agnello od ariete di Atreo,
danno a credere ai lettori che vi fosse descritta la maniera di
produrre l'oro. Infatti Callistene di Olinto, discepolo e consangui­
neo di Aristotele, lasciò scritto che le sostanze di Atreo e d1 Pelope
fossero estratte dai metalli, altri invece, sull'esempio di Varrone,
affermarono che quelle sost,mze erano derivate da una pecora viva;
altri da una fiala d' argento, nella quale era intarsiata una figu ra in
rilievo che rappresentava un agnello ed era come se ve lo contenes­
se. Del resto, non ho sufficientemente approfondito attraverso gli
autori grl'ci se l'arte di produrre oro sia stata accolta per traman­
darcela dai Persiani, dagli Egiziani o da altre nazioni che risiedono
più vicine all'oriente. Tuttavia esiste una tradizione secondo cui tra
i Persiani, Ostano, e tra i Tami di Egitto, Ermete. che scrisse
l'opera Chemica, esercitassero l'arte d1 produrre oro, arte diffusa
soprattutto in Egitto, sulla quale ingenti opere furono scntte fino
al tempo di Diocleziano - ciò risulta da testimonianze dei Greci -
nelle quali sono anche contenute le imprese di Diocleziano e di
Massimiano -. Di tutto ciò è data una duplice interpretazione
nelle "raccolte" di Suida.
Ho appreso anche che presso i Greci fosse particolarmente
versato nell'arte chimica Democrito per averla appresa in oriente
dai Persiani e dagli Indiani; mi riferisco a quel Democrito che Ippo­
crate ammirò, che Timone lodò, che Platone non osò controbatte­
re, che Celso chiamò giustamente uomo di grande fama. Da questi
derivò la setta Democritea che fu anche nominata di Abdera. Tra
gli interpreti del quale ,Michele Psello non solo ricorda Aristotele,
ma scrive anche di aver rivelato i segreti di quell'arte. Infatti questi
(Psello) dopo aver scritto opere di Retorica, di Storia, di Fisica, di
Matematica, scrisse di Chimica e persino di Medicina, e dedicò tut­
ti 1 suoi lavori all'imperatore Costantino. Anche Olimpiodoro, A­
lessandrino e Platonico nonché interprete di Aristotele, scrisse ope­
re di Chimica ; ne scrisse anche Eliodoro dedicandole all'imperato­
re Teodosio, altres ì ne scrisse Stefano dedicandole a Cesare Era-

30
elio'. ma non dimenticherò l'Africano Cinesio Teofilo ed altri, tra
cui Zosimo ed il filosofo Alessandro che su quell'arte compose
ventotto volumi. Le istruzioni di tutti questi, di solito, si riferisco­
no chiaramente a Democrito che fu attentissimo indagatore della
natura, e grazie anche alla sua lunghissima età (infatti visse oltre
cento anni) scoprì molte cose che però rimasero nascoste alla mag­
gior parte dei letterati: infatti scriveva le istruzioni in forma pmt­
tosto oscura, non perché voleva sembrare profondo nella scienza
chimica, ma perché i suoi precetti fossero noti soltanto ai seguaci
ed agli amici, ed ignoti alla gente volgare e per questo inventava
nomi nuovi, sì che almeno a quelli che non riuscivano a tener die­
tro il discorso restassero ignoti ; e a questo punto non posso non
meravigliarmi che Ermolao Barbaro, uomo del resto benemeritò
delle lettere, disprezzasse questa maniera di scrivere soltanto nella
scuola Democritea o, che avendolo sentito dire, per malignità o per
arroganza lo riferisse. Varrebbe la pena di rico 1 dare che fin · dai
tempi di Omero diversi nomi venivano attribuiti ad una stessa cosa
e che gli dèi si servivano di certi termini e gli uomini comuni di cer­
ti altri e che la gente più in vista non usava gli stessi vocaboli del
volgo ; certo non sarebbe stato facile ricordarsene, ma non dubito
minimamente che egli (Democrito), lodatissimo e versatissimo in
ogni genere di lettura, che fra l'altro era ritenuto uno dei più eccel­
lenti filosofi, l 'abbia usato per tenere occulte le sue affermazioni,
cosa che hanno fatto soprattutto i seguaci di Pitagora e quelli di
Eraclito ; infatti molto spesso si servivano del silenzio e dei simbo­
li i primi, d1 indovinelli i secondi, come ci fa sapere Platone. ed a
quelli che chiedevano spiegazione degh enigmi rispondevano con
altri enigmi. Anche Platone avvolse in frasi oscure le sue afferma­
zioni, imitando i Palestinesi di Siria ,l'abitudine dei quali - secon­
do Geronimo - era di servirsi di parabole. A questo punto trascuro
ogni altro argomento, pur avendone innumerevoli, perché potreb­
be anche confutarli il Barbaro, se io non prendessi appiglio per
mia difesa dal fatto che egli non avrebbe fatta quell'affermazione o
l'avrebbe ritrattata se si fosse ricordato che proprio lui (forse

31
dimenticandosene) aveva scritto: "Inoltre in cos ì gran conto
tenevano i principi segreti della loro filosofia i primi cultori di
quella scienza che non vollero che quei princìpi fossero noti nè
ai profani nè alla moltitudine e che potessero servirsene". Ma dopo
che fu saccheggiata la Grecia e dopo la decadenza dell'Impero
Romano, essendo stata desolata l'Italia dalle frequenti devastazioni
delle genti barbare, allorché cominciarono a tornare in auge le
lettere e ad essere coltivate dai Mori e dai popoli Arabi, anche in
quella lingua cominciarono ad esser tradotti molti volumi di arte
chimica, dai quali persino i Mori - massimamente quelli della
regione Betica - compilarono dei libri e non badarono nè a fatiche
nè a sacrifici. A partire da questo momento Avicenna, Rasi, Geber
ed infine ·una numerosa schiera di filosofi arabi pubblicarono
volumi di arte chimica; seguirono dopo qualche tempo Vincenzo,
Alberto Magno ed altri moltissimi. E già stava venendo meno la
fama di questa scienza, almeno per quanto attiene gli scritti,
quando Arnaldo di Villanova nella Spagna più vicina, e in seguito
Raimondo delle Baleari, sia con molte pubblicazioni, sia con nuove
invenzioni, sia con pubblici esperimenti riportarono in auge gli
studi di chimica che stavano per essere dimenticati, anzi li resero
più illustri di quanto erano stati nei secoli precedenti ; e ciò tanto
più che chiunque fosse un po' più istruito e versato nelle scienze
meteorologiche, per averne discusso fra i Peripatetici, o un po' più
curioso nell'indagare i misteri della natura, o pfuttosto desideroso
di produrre l'oro ritenendo di non mancargliene l'occasione, si
sarebbe dedicato alla scienza della trasmutazione dei metalli, sia
apprendendola, sia insegnandola, sebbene pochi possiamo trovare
tra i Neoterici, seguaci di Aristotele, che discutano di quell'arte,
tranne Timone ; però possiamo trovare un gran numero di gente,
forse più dell'ordinario, che tentò di confermare quella scienza
mediante esperimenti. Tanto grande fu la moltitudine degli speri­
mentatori "che quell'arte passò nelle mani di gente del tutto
inesperta". Di conseguenza dovunque venivano ostentati concetti
vuoti e inefficaci s ì che cominciò a dubitarsi se dovesse ritenersi

32
vera arte o impostura la promessa di produrre oro artificialmente,
dato che dalle vane promesse si vedeva recar danno ai patrimoni ;
tra i danni non era difficile il passo al furto vero e proprio di
monete. Per questa ragione ad un certo momento a Venezia - lo
afferma Ermolao - venne vietato a chiunque di far esperimenti per
produrre l'oro e per gli stessi motivi, tra quelli che sentenziano di
morale secondo il rito cristiano � compilano norme sul compor­
tamento lecito ed illecito, si accesero molte dispute sulla liceità Q
illiceità di quell'arte. Accadde ciò che di solito accade quando
_persone disoneste professano una certa dottrina o disonèstamente
trattano qualche affare che altri trattano onestamente ed accre­
scono così il numero. Così una volta i retori profughi da Lace­
domone, furono così espulsi da Roma: non solo i retori, ma anche
i filosofi ed i medici. Si dubitò, perciò, non solo se dovesse esser
considerato legittimo lo studio (della chimica), ma anche l'attività
che presso i Grçci è chiamata "crisopeia" ; si dubitò inoltre se l'arte
avesse sottratto forza alla natura nel produrre l'oro, e l'argomento
interessò i sacerdoti ; se l'oro artificiale fosse utile o no riguardò i
filosofi; i medici invece discussero se questo fosse adatto alla
natura umana. Ci si chiese se l'arte avrebbe acquistato credito
semplicemente, oppure se avrebbe dovuto esser provata mediante
esperimenti dei quali non solo si sarebbero escussi testimoni
auricolari, ma anche oculari sia tra i prìncipi che tra il volgo rozzo
ed erudito. Di questi argomenti, però, e di altri pertinenti alla
nostra trattazione discuterò in seguito, punto per punto.

33
Capitolo III.

SE QUELLA STESSA A RTE E' LEG IT T IMA O NO.


COME NEFA VORIRONO LA DIVULG AZIONE,
DISCUTENDONE, I PRINCIPA LI G IURIST I DI DIRIT TO
CIVILE E CANONICO, G LI INT ERPRET I, I TEOLOG I,
I T RA TTA T IST I

I i: rincipali legislatori ed interpreti delle leggi civili e canoni­


che della Chiesa e tutti quelli che si dedicarono ad estrarre,
dalle leggi promulgate e dalle dottrine dei teologi, sintesi adatte
alle questioni della coscienza, e così pure altri scrittori di varia
letteratura, hanno ritrovato diverse notizie sul modo di produrre
l'oro artificiale o per sentito dire o per averL raccolte dalle carte
lasciate dai principali fondatori di quell'arte o dai commentatori
successivi.
Presso Guglielmo, vescovo di Minate, nell'appendice a quella
sua opera dal titolo "Specchio del Diritto" viene affermato che
"è stabilito che l'arte di produr l'oro è legittima e vera, non­
ché utile " ; quell'affermazione fu ribadita da Giovanni, da Oldra­
do, da Nicola Palermitano e da altri. Di quel parere sono i giure­
consulti e gli interpreti delle norme per effetto di quelle prime leg­
gi dell'Imperatore Valentiniano, riportate nel codice di Giustinia­
no, nelle quali si tratta dei fabbricatori di metalli, leggi che non so­
no state rettamente intese dagh interpreti ordinari nè sufficiente­
mente emendate da quelli posteriori e che in seguito esporremo in
questo stesso volume quando faremo menzione degli esperimenti ;
forse riuscì ad essere convincente Accursio Fiorentino, che scrisse
commenti alle leggi civili, per quelli che lessero tali leggi che anche
io ho letto e ne ho letto pure i commenti per quanto riguard , quel­
l'arte; e non contento di aver sostenuto con zelo la legittimità di
quell'arte (Accursio) ne espose i principi sottoscrivendoli con il
proprio nome nè più e nè meno come aveva fatto nel commento

34
alle pandette. Angelo Clavasino nella sua opera disprezza quell'ar­
te ; non la vede di buon occhio tanto più che la combatte quell'au­
tore ed uomo di prim'ordine che scrisse l'opera intitolata "Rossel­
la" e che riassume l'opera di Angelo, affermando che però ritiene
dr non essere disprezzata (da Angelo) quell'ane, al punto da esser
ritenuto colpevole chi la esercitasse. Ma impugnarono le argomen­
tazioni del Clavasino e le controbatterono con estremo vigore at­
traverso molti ragionamenti Giovanni il Ligure e Silvestro dell'ordi­
ne dei Predicatori nei suoi libri di sintesi che vanno sotto il nome
di "Titolo A". Tommaso Gaetano nei suoi estratti, là dove tratta
di commenti di teologia, ci lasciò una sua sentenza che fra non
molto riporterò. Ma i celebri teologi Albeno e Tommaso con la lo­
ro testimonianza furono favorevoli a quell'ane, sebbene nel riferi­
re la sentenza di Tommaso i commentatori siano piuttosto discor­
danti fra loro ; ed io cercherò di metterli d'accordo in qualche mo­
do quando riferirò quella sentenza.
Alberto Magno però, sebbene abbia scritto molto sul modo di
trasmutare i metalli e ne abbia appreso l'ane, tra le molte ragioni
ne afferma tre principali: in primo luogo che si sbagliano coloro
che credono non potersi mutare la qualità dei metalli - ed attri­
buisce ad Aristotele ciò che invece avrebbe dovuto attribuire ad A­
vicenna - ; in secondo luogo che da quello medesimo (da Aristote­
le) era stato affermato che fosse possibile, dopo la trasformazione,
restituire al primitivo stato i metalli che, con l'aiuto di quell'ane e­
rano stati trasformati ; in terzo luogo, conclude Albeno, dilungan­
dosi ampiamente, che gli esperti nell'ane dei metalli progrediscono
come gli espeni nell'ane medica, seguendo più probabilmente le
stesse vie attraverso le quali si purificano lo zolfo e l'argento vivo
ed opportunamente se ne prepara la mescolanza, "dalle cui forze"
- io uso le stesse sue parole - "si può ricavare ogni specie di me­
tallo" ; egli scrive poi che mediante quella sostanza si può rendere
solido l'argento vivo e quindi le diverse forme di metalli.
San Tommaso nella sua pane della "Somma Teologica", al
volume secondo, afferma la veridicità della Chimica, mentre non l'

35
aveva affermata nel secondo commentano delle sentenze teologi
che: perciò apparve contraddittono in questa sua affermazione a
molti, ma a suo tempo ciò apparirà con magg10r chiarezza quan­
do cercherò di spiegare la sua affermaz10ne Per quanto riguarda
il presente, il seguace di Tommaso, Silvestro, è del suo stesso pare­
re: cioè che non può prodursi l'oro artificialmente; però non fu di
quel parere Giovanm , ma Tommaso Gaetano nella sua "smtesi' e
sprime questo parere . "che l'arte stessa fmché viene esercitata sen­
za frode non è da ritenersi illecita, nè è da considerarsi peccato la
vendita del prodotto di quell'arte, se la vendita vien fatta invece
del metallo naturale" . ma nel commento sopra la Somma Teologi­
ca di San Tommaso scrive che quell'arte è pure possibile, aggiunge
però che quell'arte o non è umana o è esclusivamente dei prìnc1pi,
dopo che hanno consultato i sapienti ; ciò tuttavia non muta il po­
tere di quell'arte, conclude acutamente come d1 solito fa nelle sue
questioni Si meravigliano, però, non pochi del fatto che, mentre
il Gaetano conferma la veridicità di quell'arte facendosi forte dell'
autorità e del ragionamento di San Tommaso, la ritiene possibile
per l'uomo. Di ciò convince la stessa affermazione di Tommaso
(Gaetano) ; perché, se ammette quell'arte, non la considera possib i­
le all'uomo? e perché soltanto i prìncipi dopo aver consultato i sa­
pienti la possono esercitare ? come se i prìncipi ed i sapienti non
siano da considerare esseri umani? Anche se Platone nei vari modi
di giovare alla repubblica affermò che i prìncipi dovevano dedicarsi
alla filosofia ed i filosofi amministrare la repubblica. Forse con
questo ragionamento si può difendere dalle accuse Gaetano, e cioè
che sono rari i prìncipi che conoscono bene la natura e che quelli
che si dedicano all'arte chimica in gran parte mancano delle ric­
chezze dei prìncipi: di conse gu enza, questi non possono fare espe­
rimenti che richiedono grandi spese se non vengono aiutati dalle
ricchezze dei prìncip1 A questa accusa era sfuggito tempo fa Gio­
vanni Pico mio zio paterno, allorché al fratello Antonio che gh
chiedeva se si poteva produrre l'oro artificialmente, aveva risposto
che era possibile ma cosa assai difficile Non c'è alcun dubbio che

36
Sa Tommaso ne sua opera teologica, che non potè portare a
termine perché soprawenne la morte, affermò essere ammissibile
l'arte di r durre oro ' . to piu che per mezzo dell'arte potevano
esser fat ose molt più imp rtant1 dell'oro - come diremo più
in là in quest'opera - Lo stesso (San Tommaso) affermò, nel
commen su di Severino ri guardante la Trinità, che quell'ar-
era legittima ma subalterna a quella naturale ed alla fùosofia -
come del resto c1 dicono gli scritto i più recenti -. Inoltre ho letto
quel hb o d1 San Tommaso sull arte di produrre metalli, se il titolo
n n sme usce : · . ma sembra però ritenuto autentico perché
vi si fa menzione di Alberto che fu suo precettore e per il fatto che
il libro è dedicato a Reginaldo al quale Tommaso ha dedicato -
come risulta - anche altre opere Ho letto anche i commenti , Ile
opinioni di Tommaso sulla produzione dell'oro e dell'argento :
molti in realtà mi sembrano piuttosto ignoranti del termine "chi­
mica" poiché andarono a pescare tutt'altro termine o piuttosto
dalla loro prowista di istruzione, non so come acquisita, estrassero
altro nome con cui sfuggire al nome di "alchmua' ritenendo di di­
stinguersi cos ì dalla vii plebe affinché non fosse portata offesa a
cio che avrebbero scritto, come prima abbiamo detto. Da Erasmo
però fu scritto che è delitto capitale "se qualcuno - riferisco le sue
stesse parole - esercita l'arte alchumistica senza il permesso del
principe' . Moltissimi dedicati a quell'arte non aggiungono nulla di
pm e molto meno quelli che sono soddisfatti d1 esperimenti conti­
nui es1gon- pero dall'uomo dotto sapere chi sia. Infatti molti
prìncipi non voglio affatto sottostare al loro superiore, molti a1 re
e la maggior parte di essi allo stesso Pr·ncipe Romano, e quindi
chiedono a quel prìncipe, chiunque egli sia, se per caso voglia con
un suo editto privato"abrogare le leggi pubblicate attraverso I seco­
li dai primi imperatori sui produttori di metallo. Infine insistono
che è opportuno promulgare l'editto in tutte le provincie ed una
volta che e stato promulgato di accoglierlo nella consuetudine e di
confermarlo in modo che tutti gli altri vengano considerati anti­
quati ed inutili ; esigono inoltre che sia fatta distinzione fra quel-

37
l'arte e la chimica che contraffà l'oro e l'argento, come ricorda Pa­
pa Giovanni XXII. Ce lo ricorda anche Alligerio Etrusco: vi è quel­
la trasformazione dei metalli fatta dagli ignoranti e dagli illetterati
e vi è invece quell'altra di profonda dottrina, che si avvale di espe­
rimenti sicuri, la quale produce certamente l'oro e l'argento dai lo­
ro costituenti essenziali o dai metalli meno perfetti : questa giusta­
mente non può esser vietata nè dai dottori di teologia nè dagli in­
terpreti dei canoni. Si è discusso per la definizione di una giusta
legge, pokhè è da considerarsi ingiusta quella che prescinde da tut­
to ciò che non è naturale e per la quale si proibisce, si mette al
bando, si respinge quel che giova a moltissimi. Infatti non si può
pretendere, confidando nella giustizia e nell'onestà, che qualcuno
possa costringere, per comodità propria o altrui, delle schiere pre­
parate ed istruite in modo da esser usate ad esclusivo vantaggio e
comodo degli uomini : agli uomini infatti è dato potere conforme
alla potestà divina e, se non è consono ad essa, abusa di quel nome.
Tutto ciò di cui con vigore e chiarezza ho discusso viene definito,
al di fuori di ogni controversia, dagli esperti delle sacre scritture, e
non trascuro di dire che non è stata fatta menzione di quelli che
hanno il loro diritto nelle leggi civili e che non vogliono esser sog­
getti a norme o restrizioni di altro genere.
Queste cose Erasmo desiderava, anzi esigeva, senonché si cre­
deva che lo facesse più per gioco che seriamente, ed avesse usato
finzioni come in una favola per deridere coloro che erano desidero­
si di produrre l'oro, ma ancor più coloro che credevano negli impo­
stori, dei quali esiste una gran schiera che è tanto maggiore quanto
più sanno che le leggi tacciono su essi, oppure restano inerti ; ci si
sarebbe potuto attendere da lu i (da Erasmo) che in ogni modo sa­
rebbe stata trattata la questione al fine di risolverla almeno con un'
altra voce autorevole, dal momento che in quel libro, al quale Ac­
cursio appose delle annotazioni e che è stato scritto per darne pub­
blica lettura, i prìncipi apprendano chi sono i produttori di oro in
modo da poter perseguire quelli che, esercitando privatamente, e­
ventualmente fossero recalcitranti o che, quando siano conosciuti

38
possano esercitare con ogni cautela. In realtà, l'editto di Giovanni
XXII è di quel genere, poiché non è stato recepito nei sette volumi
di leggi vere e proprie come membro del corpo giuridico, ma ne è
rimasto fuori, si dice anche che rimane nel vago ma che al tempo
stesso non si oppone a quell'arte : infatti quelli che vogliono avven­
tatamente servirsi di quell'argomento possono essere avvertiti di
andare più cauti fin dal principio e cioè nella rubrica dell'editto:
in realtà vi sono norme sul reato di falso, ma io mi riferisco "all'ar­
te, quella vera" che non può esser tacciata di falsità e quindi non
può esser trascinata in tribunale, come ritengono Accursio, Gu­
glielmo ed altri che ne seguirono l'interpretazione, soprattutto in
quel punto dove vien trattato il reato di falso: veramente quell'
arte nè nella materia nè nella forma può essere accusata di falsità,
non può quindi esser inflitta la pena di quel nome, come annotò
Baldo nelle "usanze" dei feudi, là dove tratta delle "regalie": ma
più apertamente, in seguito, riprende i mendaci, gli impostori ; ed
il sermone pontificio si dirige verso i falsi artefici, quando vi si dice
che "i poveri Alchimisti promettono ricchezze che non hanno e
quindi dissimulano la loro falsità, allorché fingono che sia vero oro
o argento ottenuti con sofistica trasmutazione, cosa che non è na­
turale". Perciò essi (i falsificatori) sono costretti a riporre, per gli
usi pubblici dei poveri, l'oro e l'argento veri, così come quelli falsi
od ottenuti artificialmente, sia che vendano, sia che paghino debi­
ti, poiché si sono procurati monete adulterine dello stesso oro non
vero o - come si dice - "sofisticato" ; di conseguenza devono esse­
re confiscati i loro beni e immediatamente debbono essere tradotti
in carcere.
Questa è la sintesi di quell'editto promulgato sui falsi e non
sui veri artifici per produrre l'oro, ed io l'ho riportato più o meno
con le stesse parole scritte nelle norme.

39
Capitolo IV.

CHE COSA SI PENSA DELL'ARTE DI PRODUR L'ORO


ARTIFICIALMENTE SECONDO LA FILOSOFIA NATURALE

P erò non dipende dagli editti dei prìncipi, non dagli interpreti
di leggi e di canoni, non da quelli che infarcirono i loro scritti
delle affermazioni altrui e stabilirono leggi morali, ma dai principi
di filosofia naturale universale, se sia vera o no quell'arte che la
natura promette in modo diverso e cioè se possa essere ottenuta la
stessa forma, sostanza ed essenza ,per derivazione da diversi ele­
menti primordiali. Derivò da qui la questione, se cambiando la
forma cambiava anche la specie e se le due cose potessero scam­
biarsi indifferentemente, poiché moltissimo discordavano fra loro i
filosofi. In particolar modo la controversia sulla produzione di oro
artificiale nacque dai volumi di meteorologia di Aristotele, tra le
altre cose variamente trattate, e che certamente non emergono con
chiarezza anche agli ingegni perspicaci sì che se ne possano trarre
dogmi sicuri ed indiscutibili : pertanto vi furono di quelli che
impugnarono quell'arte, ma Avicenna li controbattè accanitissi­
mamente, li controbatterono anche Geber e moltissimi altri,
benché Avicenna neghi che possa essere mutata integralmente la
specie, mentre però afferma che le forme possono esser ridotte ad
una comune materia: ma in verità, per quanto riguarda Aristotele,
all'infuori di quanto sopra, non ne fece esatta menzione nemmeno
in quei volumi che legittimamente a lui si attribuiscono; infatti
alcuni non ricavano affermazioni favorevoli a quell'arte nell'ordine
aristotelico ; tranne ciò, io dico che è cosa certa che nella trattazio­
ne della meteorologia, anche se non diffusamente, trattò dei
metalli affermando che la maggior parte di essi deriva da vapori
umidi così come per lo più da quelli secchi sono generate le pietre,
lo zolfo e la sandracca e sono paragonabili in qualche modo a
quelli che non sono in terra nelle caverne, ma sono nelle più alte

40
regioni dell'aere ed appunto perciò chiamati con voce greca
"meteore" ; di là infatti afferma che dal soffio umido si formano le
nubi e le piogge e dalla vampa secca si generano i venti, i lampi, i
fulmini ed altri fenomeni del genere, sebbene tra essi non faccia
distinzione, poiché all'infuori di questi non diede altri giudizi in
quei libri, se non quello per cui nessuna disciplina può essere
esposta con esattezza, tanto più che all'inizio egli asserisce di
dubitare di qualsiasi cosa e quindi Alessandro, che ne fu il com­
mentatore, ci insegna che sono difficilissimi da conoscere gli
argomenti che Aristotele tratta nella sua •opera di meteorologia.
Anche Olimpiodoro dice che sono difficilissimi da interpretare gli
scritti di Aristotele, sì che in qualunque modo, volendolo, potresti
essere d'accordo con i suoi dogmi e la stessa difficoltà ugualmente
dipende dall'arte chimica; inoltre lo stesso Aristotele scrive di
dubitare di essere un grande uomo nelle lettere e di trattare quasi
in superficie quelle cose che a lui sembrava fossero percepibili in
conformità alla loro stessa natura. Ma da Teofrasto si può ricavare
quanto basta a comporre armonicamente la controversia. Infatti
nel libro che ha scritto riguardo alle pietre tratta anche dei metalli
ed afferma che tutto ciò che esiste perisce per la voracità del
tempo, dipendendo ciò dall'acqua per i metalli, dalla terra per le
pietre, donde quelle sue parole "acquosi sono i metalli, così pure
l'argento e l'oro" ; e subito dopo aggiunse che di solito l'oro veniva
prodotto da esperti artefici. " Esiste anche una tradizione secondo
cui era stato prodotto il cinabro dall'ateniese Callia, allorché era
convinto di aver prodotto l'oro". E infatti se non avesse sperato
che potesse essere estratto l'oro da una specie di sabbia rossastra,
non si sarebbe dato alla ricerca. E' noto realmente che dall'arena
chiamata "crisamo" di solito può prodursi l' oro press'a poco
simile a quello che si estrae dalle . miniere ; la qual cosa appare
molto chiaramente anche dalle leggi civili se vengono rettamente
interpretate. Di questi argomenti più avanti nel nostro lavoro
daremo chiarimenti ai meno esperti, perché se Callia ottenne ii
cinabro e non l'oro, tuttavia, senza alcun dubbio, scopr ì il

41
principio da cui produrre l'oro. Poiché agli artefici esperti ri­
sulta che nel cinabro stanno latenti gli elementi originali dell'oro e
dell'argento, possiamo dedurre ciò anche dal condiscepolo Calli­
stene, sì che egli stesso, Teofrasto ed il precettore Aristotele sono
dello stesso parere, e cioè che possono esser mutati in altri di na­
tura diversa, benché ad essi lo stesso Callistene abbia assegnato una
sola forma, la qual cosa facilmente ammise Galeno, soltanto che
essa differisce dall'accidente e lo dimostra con non pochi ragiona­
menti - se quel libro di Galeno deve ritenersi autentico e non apo­
crifo -. Io, in verità, per poter convalidare questa affermazione,
seguendo il ragionamento di Callistene, posso dire che con nume­
rose esperienze egli fece sì che da uno stesso farmaco o da granuli
diversi producesse ora l'oro, ora l 'argento: e parimenti avevo no­
tato al tempo stesso che c'era dell'argento - lo avevo già rilevato
più volte nello stesso farmaco - in quel che restava dalla separazio­
ne dell'oro, liquido così acido che comunemente vien chiamato ac­
qua solvente, mi risultava anche che c'era molto oro dopo aver
compiuta quell'operazione con un certo rischio ; ma degli esperi­
menti si dirà a suo tempo e con maggior diligenza.
Vincenzo Burgundo, colui che scrisse ponderosissimi volumi
di quasi ogni genere di letteratura, allorché tratta della natura,
afferma non tanto di aver conosciuta la vera arte di separar l'oro,
quanto quella di produrlo, spinto egli stesso dall'esperienza, aven­
do notato che esso è commisto ad altri metalli. Moltissimi altri di­
scutono non solo sul fatto che si può separare e ciò in realtà non
può esser negato - ma sul fatto che possa essere estratto o anche
prodotto, con ragionamenti derivati dall'armamentario filosofico.
Veramente so che tra gli interpreti greci di Aristotele ci fu Miche­
le Psello, che con molte argomentazioni asserì potersi produrre l'
oro artificialmente da sostanze non auree, e di detta produzione in­
dica - se ben ricordo - sei vie. Anche i più recenti commentatori
interpretarono che potesse esser prodotto l'oro, come fra non mol­
to io dimostrerò. Del resto molti altri peripatetici sembrano tende­
re alla medesima opinione, cioè che l'oro possa esser prodotto arti-

42
ficialmente sebbene chiamino in causa difficoltà e pericoli, tra i
quali Timone, nell'ultima parte del terzo libro delle "meteore"
di Aristotele. In non pochi il dubbio è accresciuto dal nome di spe­
cie e di forma che con vari significati suole essere assunto dai fi­
losofi, e per quanto rigu arda il nostro argomento sull'arte di muta­
re la specie han preso l'abitudine di esprimersi in tre maniere diver­
se : vi sono infatti di quelli che dicono che non muta la specie, ma
rimane singolare perché gli manca qualche cosa, che chiamano in­
dividuo ed è completo di per sè nella sua specie, tanto più che al­
cune cose si allontanano persino dai principi di quella specie ed an­
che molto più in là non diversamente da certi esseri animati, la cui
nascita non ha origine dal maschio e dalla femmina ma da altro es­
sere che pure è nato ma non si può accertare nè con la vista nè
con altri sensi: proprio per questo, quelle cose, che sono generate
mediante il coito ed hanno origine anche da sostanze in corruzio­
ne, si è preso a dubitare da parte dei filosofi se differiscano dalla
specie anche minimamente; non pochi di questi come non ammet­
tono che esistano principi precedenti. sia pure remoti, così, negano
che ne esistano di prossimi ; e tali affermazioni mi ricordo di aver
letto presso Galeno, sia che quel famoso Pergameo l'abbia raccon­
tato da Ippocrate, sia qualcun altro dello stesso nome, allorché si
afferma che possa nascere dall'uovo il pulcino non soltanto per la
cova della gallina, ma anche per il calore delle mammelle di donna
o per il moderato tepore di un fornelletto. Vi sono anche di quelli
che credono di interpretare la questione con la sola operazione del­
l'arte ed altri invece attraverso un'operazione mista dell'arte e del­
la natura e con tale distinzione compongono la controversia rite­
nendo anche che da ciò derivi il mutamento della specie, e che, di
conseguenza, possa mutarsi qualsiasi' cosa rigu ardo alla forma, fer­
ma restando la materia e che in ciò minore è l 'aiuto dell'arte, non­
ché della natura, e che, infine, nulla esiste di per sè che non possa
esser trattato ed al servizio del quale l'arte non possa esser messa:
e ciò minimamente ritengono assurdo dato che lo affermano e lo
sostengono. Vi sono poi coloro che da quelle affermazioni (di Ari-

43
statele) ritengono di dedurre che la materia possa mutare con la
forma, in modo del tutto radicale, la qual cosa certamente da par­
te dei filosofi non é ammissibile nè mediante la natura nè attraver­
so l'arte perché ciò è in potere soltanto della forza divina; perciò,
quando dall'argento o da un altro metallo qualsiasi si produce l'oro
e lo si isola oppure - come preferiscono dire - se ne trae la specie,
ritengono che la materia rimanga identica e che muti la forma, dal
momento che quella materia, che prima era sotto forma di argen­
to, si . trova sotto forma di oro: si dice dunque che muta soltanto
la parte della specie, se la specie consiste nella materia e nella for­
ma, come si apprende dalla scuola dei peripatetici e soprattutto da
San Tommaso e da altri che sono ritenuti i più illustri tra i neote­
rici, benché non manchino i filosofi i quali, quando dicono "spe­
cie", vogliano intendere soltanto la "forma". Si può anche dire che
nulla muti in assoluto, poiché una parte va via ed una parte si uni­
sce nell'operazione di mutazione, proprio allorquando si allontana
la forma occupata dalla sua stessa materia, e · ciò abbiamo sentito
dire che è accaduto assai di frequente quando dai commestibili in­
geriti si disperde la forma e la materia viene mutata per effetto del­
la digestione.
Del resto presso i giureconsulti talvolta ho letto che la "spe­
cie" è intesa in un senso diverso, allorché si scrive che non viene
mutata la specie, se, per esempio, dallo stagno e dal piombo si pro­
duce l'oro: in questo caso è chiaro che il "genere" vale la "specie",
perché, appunto, soltanto una specie vi è in quei metalli come nel
rame, nel piombo, nello stagno, nell'argento, mentre l 'oro è classi­
ficato in una specie perfetta al cui originario grado di perfezione è
possibile assurgere da parte degli altri metalli (3). Perciò chi voglia

( 3) Le teorie sulla evoluzione dei metalli vengono organicamente esposte, in seguito,


in un'opera di J.J. Becher ( 1 6 3 S · 1682), I' "Oedipus Chimicus". Da un p rimo
stato nelle miniere dello Zolfo e del Mercurio, si passa tramite la composizione
dei due principi, mascolino e feminino, alla maturazione nella terra, fino alla com­
pleta determinazione dello status metallico. Tutti i metalli, secondo questa teoria,
che viene fatta risalire a Geber, restando sub terra terminerebbero la loro evolu­
zione con il divenire oro, non intervenendo turbative all'Azione della Natura.
Becher intende questa teoria in senso sia macrocosmico che microcosmico. Si ri­
manda a questa opera per ulteriori approfondimenti.

44
sostenere quanto sopra, sia attravers'o l'etimologia greca, sia
attraverso un valido ragionamento non può esser ripreso tanto da
essere eliminato dalle scuole di filosofia. Si tramanda proprio
questa opinione accettata da quel Callistene, cui abbiamo accen­
nato poco prima, e se l'accettiamo dobbiamo respingere quelli che
attribuiscono a svariati pianeti le svariate forme dei metalli, e fra:
essi Giovanni Versore e coloro che e�li seguì nell'esposizione delle
teorie aristoteliche là dove egli manifestò quella stupidaggine che
mille occhi rifiutarono, che duemila mani disapprovarono, e cioè
che il ferro non può esser liquefatto, affermazione che risulta
essere stata respinta persino dalla stessa esperienza degli astrologhi,
allorché nello stesso tempo, con uno stesso farmaco - come prima
raccontavamo - è capitato di produrre l'oro e l'argento benché
talvolta possano essere originati dallo stesso seme e tal'altra da
semi diversi, sì che non possono sognare gli astrologhi, poiché in
questa operazione influisce la congiunzione del sole e di Giove:
può avvenire anche in un qualsiasi giorno per effetto di complicate
raffigurazioni simboliche di quei pianeti. Ma benché la stupidità
degli astrologhi sia stata una volta dimostrata da Giovanni Pico,
mio zio paterno, e da me spesso, non voglio ulteriormente infierire
contro di essa. Chi però vuol veder chiaramente l'opinione di
Callistene, non difficilmente potrebbe rispondere ad Alberto che
propone un'opinone contraria, tanto più che presso Giuseppe si
trova una tradizione orale secondo cui il vetro può esser mutato in
metallo e secondo la quale si dice che in Tolemaide esiste una
grande quantità di arena vitrea di quel genere. Nè facilmente si è
potuto apprendere se Galeno, nel suo trattato sul potere dei
medicamenti semplici, accenni alla arena vitrea ed aurea e se si
trovano insieme quelle sostanze che in maniera diretta od indiretta
generano i metalli, e se sono di quella stessa natura e se facilmente
possono mutar natura Poiché la presente questione dipende tutta
dalla conoscenza della specie e della forma, prima si dovrà discute­
re e stabilire le sottilissime distinzioni delle specie e delle forme.
Ciò sarà opera oltremodo ardua e compito proprio della più alta

45
filosofia : nessuno che non sia poco più che mediocremente dotto
lo ignora. Lo so ben io attraverso la mia non breve opera prestata
in processi, avendo trattato di questa materia di gran lunga più
difficile di tutte le altre, soprattutto nell'esame dell'inconsistenza
della dottrina delle genti e della verità della Disciplina Cristiana,
nei teoremi che ho scritto sull'umana perfezione, e che se volessi
qui ora riassumere, senz'altro uscirei fuori argomento. Infatti, il
fiume Meandro, decantato dai poeti, non ha tanti avvolgimenti
quante migliaia ne avrebbero le discussioni che da qui originereb­
bero e che mai avrebbero fine per i giudizi umani. Pertanto met­
tiamo da parte questi argomenti e rifacciamoci al comune buon
senso : sarà sufficiente aver dimostrato che possa esser prodotto
l'oro artificialmente, o almeno, per chi è desideroso di apprendere,
che l'argomento è stato trattato dalle varie scuole filosofiche. Io,
dal canto mio, per quanto le forze del mio ingegno me lo permet­
teranno, in primo luogo mi sforzerò di render chiari quegli argo­
menti che molti reputano scabrosi ed aspri: quindi riferirò gli
esperimenti di cui mi sono reso edotto per poter scrivere quanto
qui presente, almeno nelle sue linee essenziali e attraverso le
ombre, non attraverso i colori, condurrò alla luce con proposizioni
quanto più brevi possibile per portare a termine il lavoro. Fin qui
infatti ho scritto quale sia il potere dell' arte, la mutazione della
specie e non poche altre cose, sulle quali diversi autori in diversi
modi hanno discusso.

46
Capitolo V.

COME L'ORO PUO' ESSER PRODOTTO ARTIFICIALMENTE

A nessun uomo, che osservi attentamente la natura delle cose,


sorge il dubbio che possano dall'uomo stesso esser mutati
quegli elementi che si trovano sotto il globo lunare coesistenti allo
stato naturale puro : e neanche che possano esser rinnovate le pian­
te e talora vari animali avendone favorita l'unione : non è possibile
invece con la stessa facilità mutare i metalli. Vediamo talora che
dall'aria può esser prodotto il fuoco e l'acqua, persino la terra da
essi, con l'intervento dell'arte. Vediamo delle piante, mai prima vi­
ste, venir generate artificialmente, e le loro nature venir mescolate
e di conseguenza mutate. Vediamo anche con il solo mutamento di
luogo, cioè dell'ambiente acqua e dell'ambiente aria, la tenera erba
divenir pietra, che vien nominata "corallo". Videro molti e ce lo
tramandarono per iscritto che dallo stillicidio di acqua lacustre pel­
li e carne di animali furono mutate in pietra. Vidi io stesso delle
pietre e delle fronde di olmo mutarsi in tufo. Leggiamo che venne­
ro fuori delle api e dei calabroni dalla carne bovina ed equina sot­
toposta alla lavorazione dell'uomo. Leggiamo anche, nella lettera­
tura sacra, che esistevano pelli adatte a generare pecore notevoli
per i colori svariati e, sempre dagli stessi scritti si apprende facil­
mente, che dopo un corso di molti anni erano stati prodotti anima­
li dai Magi Egiziani.
Inoltre, mi chiedo, che cosa impedisce che la forma di una co­
sa, la quale è chiamata con termine corrente "sostanziale", che ab­
bia origine da diversi principi ed anche da genere differente, possa
esser trasmutata in "materia"? Non ci dà una prova evidentissima
di ciò tutti i giorni la forma del fuoco? Non il calore dico, come l'
opinione non provata e respinta di Alessandro di Afrodisia che ha
generato ambiguità, ma la vera forma che dalla sostanza e dalla
specie stessa è derivata : certamente questa forma altro fuoco emet-

47
te in altro fuoco della stessa specie e quindi in materia. Anche il
sole con le sue emanazioni diverse non solo nel genere ma anche
nella specie, attraverso la ripercussione dei raggi solari, che non so­
no elementari, ma ritenuti di origine celeste, produce cose diverse.
Molte cose sublunari veramente con il fuoco s'infiammano, ardono
e si mutano. Se ciò avviene sulla superficie della terra, perché non
può accadere dovunque? cioè nelle caverne sotterranee e nell'aria
pura? Mi si dirà forse che la forma dell'oro è più perfetta della for­
ma del fuoco, ma mi oppongo se non dispiace, e non senza ragio­
ne : proprio perché il fuoco non è elemento semplice a tal punto
che v1 possa anteporre l'oro che è composto di elementi. Infatti
nessun elemento puro può essere intaccato, come si apprende dal­
la scuola aristotelica: il fuoco però se persiste, persisterebbe di per
sè se non gli mancassero gli alimenti, perché non è più puro dell'
oro? Che c'è dunque, per l'uso dei mortali, di più adatto su cui po­
ter discutere come elemento da contrapporre' Chi per quanto po­
co esperto non sa che tutte le genti hanno bisogno del fuoco? Chi
ignora che il fuoco, benché sia cosa naturale e necessaria, possa es­
ser prodo to m molti modi. ? Per esempio, in modo naturale, dalla
folgore nell'aria e dal riflesso dei raggi solari, in modo artificiale,
dall'attrito di corpi solidi, da esche varie ignee che tra tutte le for­
me sublunari hanno moltissime meravigliose proprietà, come narra
nel libro del fuoco Teofrasto, libro che tra le mète della mia gio­
ventù mi ero proposto di tradurre e tradussi dal Greco in Latino,
ma non portai a termine perché l'esemplare era mutilo e semilace­
ro. E' certo però che tutti i popoli hanno bisogno del fuoco.
Vi sono state però molte popolazioni, come prima scrissi, e
risulta che ve ne siano attualmente, che non si servono dell'oro e
così anche di nessuna moneta sia d'oro sia d'argento. Come ad e­
sèmpio gli Spartani furono un tempo ; s ì che ad essi non era in al­
cun modo concesso (di possedere oro) per le leggi di Licurgo, che
allontanò i cittadini dalla città, lasciando Sparta, come egli cantò
in versi, nuda durante le guerre e malgrado ciò essa fu e venne
considerata città principale della Grecia. Però se qualcuno mi con-

48
testa che preferisce l'oro al fuoco, io affermerò che le forme dell'
oro sono ricavate più perfette dal grembo della natura per mezzo
dell'arte, così come leggiamo nelle sacre scrittore che furono for­
giate in materia con l 'arte misteriosa dei maghi, ai quali sembra sia
familiare la natura, infatti l'anima è sensibile e superiore ad ogni
specie di oro. Pertanto Agostino ammette che le forme superiori
in ogni sostanza corporale possono essere prodotte con mezzi na­
turali, anche Tommaso aderisce a quella autorevole affermazione
e, servendosi di un analogo ragionamento nel secondo volume della
seconda parte della Summa Teologica, che l'oro "vero" può esser
prodotto artificialmente, e, se è vero, è anche lecito venderlo.

49
Capitolo VI.

VIENE ESPOSTO IL PARERE DI SAN TOMMASO D'AQUINO


SULLA PRODUZIONE DELL'ORO

Macosìci viene incontro a proposito l'opinione di San Tommaso,


come gli interpreti ce l'hanno riportata e noi la dichiaria­
mo, infatti egli nel secondo Commentario delle sentenze dei Padri
della Chiesa sembra che disapprovi quell'arte e che l'approvi poi
nella Summa Teologica. Perciò egli è ritenuto contraddittorio da
alcuni, altri tentano di conciliare sensi diversi, ma i più non lo fe­
cero abbastanza. In che modo io vi riuscirò, i lettori lo giudiche­
ranno. Dunque certamente, in primo luogo, non son d'accordo
con Giovanni Ligure che esclude la forma dell'oro possa derivare
dall'arte e ciò a causa della sua purtzza: di conseguenza non am­
mette l'arte di produrre oro. Invece Tommaso - come dissi -
ammette una forma più perfetta, cioè un'anima sensibile. In ciò i
Maghi si dimostrarono riproduttori della natura con i propri mezzi.
Nè io mi meraviglio che gli artefici non sappiano trovare sostanze
che agiscano appropriatamente e reagiscano adeguatamente, poi­
ché non ignorano che per ciò "Sono necessari il calore, l'umore e
molti vapori di cui la natura di solito si serve nel trasmutare i me­
talli. Aggiungiamo che "da giovane Tommaso sembra negare cose
che costantemente affermò dopo molto tempo, cioè mentre porta­
va a termine la Summa Teologica come ultima attestazione delle
sue opinioni". Nè mi meraviglio - cosa di cui si meraviglia il Ligu­
re Silvestro e con lui Pietro Gomate - che San Tommaso nel Com­
mentario Secondo tratti delle arti imperfette e nella Somma Teolo­
gica delle arti perfette e che a queste attribuisse potere ed a quelle
no. Infatti vi si trattava l'arte di produrre e non gli artifici, dei qua­
li sia l'arte che la natura si senwno e per mezzo dei quali si può
pervenire alla perfezione, e che possono essere esercitati dagli spi­
riti incorporei o da quegli uomini che sono naturalmente, o in mo-

50
do soprannaturale, dotti.
Ma la varietà dei ministri non esclude l'arte nè diminuisce
colui che si oppone con le sue forze a quelle della natura ed anzi
l'aiuta e la supera: infatti, sebbene spesso i filosofi abbiano consi­
derato difetto di natura la resistente lentezza della materia, tutta­
via ritengono che questa ultima sia retta da una mente intelligen­
te e separata che sbaglia molto più spesso - essi .confessano - di
quanto non faccia l'arte, quando non solo si introduce come occa­
sione della resistenza della materia, ma anche quando vengono tra­
scurate le regole di far le cose secondo la prescrizione di un giusto
principio, del qual principio l'uomo se si serve, non abusandone,
può errare tanto quanto la stessa natura e se intervengono errori
li pu6 correggere.
Dunque poiché la natura somministra all'arte le stesse sostan­
ze e la stessa arte attende alla natura, esse giovano a se stesse e in
qualche modo ai scambiano servizi vicendevolmente ; si può talvol­
ta per mezzo dell'abilità dell'arte con l'aiuto della natura fare qual­
che cosa che la natura fa da sè sola ed anche soprattutto quando
si agisce con maggior insistenza nella trasmutazione della materia
sublunare, come ad esempio dello stesso oro di cui stiamo discu­
tendo. Che cosa impedisce agli uomini di dare agli altri metalli la
forma di quello, con l'aiuto del sole e del fuoco? . La qual for­
ma la natura, servendosi soltanto del sole, nelle nascoste sedi della
terra ottenne ugualmente : sia quando dallo zolfo e dall'argento vi­
vo ottiene l'oro - come ritennero Democrito e molti altri, come a
me si mostrò in molteplici esperimenti - sia quando esso si può
ottenere anche da altri vapori che siano più puri o ritenuti tali, o
quanto meno estratti da essi e mescolati in un'unica natura, sia da
una certa acqua sconosciuta, che Teofrasto citò ma non espresse,
ma che potrebbe essere quella che si dice scoperta da Democrito,
chiamata liscivia, a cui è stata mescolata della calce (4), non dico

(4) La calce rappresenta uno stato che possono avere tutti i corpi, una volta ridotti
.!...

51
quella calce che Alberto disapprovò : infatti è diversa da quella ci­
tata da Democrito, tanto è vero che "lixa" anticamente stava ad
indicare acqua, donde deriva anche il "lixa" (il vivandiere) presso
l'esercito, termine che a sua volta deriva da "elixa caro", cioè car­
ne lessa (che il vivandiere cuoce). Infatti con quel termine simboli­
camente Democrito indicò l'argento vivo, o il metallo sciolto in
quell'acqua che si può dire materia prima dei metalli - cosa in cui
sono d'accordo anche i peripatetici il cui capo scuola affermò che
"anche quella è acqua" -. Sia che si tratti di oro prodotto da quel­
le sostanze sia da sostanze di altro genere che la natura ha nascosto
nei più intimi recessi della terra, non servendosi delle medesime so­
stanze, gli uomini otterranno sempre lo stesso risultato? e potran­
no imitare il calore del sole nella misura in cui la natura lo ha per­
messo? Ciò nonostante io lo ritengo per nulla necessario. Nè sono
tanto da ascoltare i filosofi che credono e vanno ripetendo che l 'o­
ro può esser generato soltanto dal calore del sole, come se il calore
del sole non sia la causa universale delle cose che vengono generate
nel meccanismo sublunare, e vi vengono anche corrotte, e quel ca­
lore medesimo diffonde le sue emanazioni, tanto nelle spelonche
e nelle caverne sotterranee, quanto nelle pianure terrestri, come se
non ci sia fuoco nelle nascoste cavità terrestri, da cui possa essere
eccitato il vapore dello zolfo, ritenuto parente e derivato dell'oro ;
e quel fuoco ci manifestano non solo l'Etna di Sicilia e le vicine i­
sole, ma lo vediamo anche in molti monti dell' Europa e persino
nell'Appennino. Del resto coloro che sostengono apertamente l'ar­
te danno forme appropriate alla comune materia dei metalli, re­
spinte le forme primitive e ciò ottengono non soltanto con la for-

i n polveri finissime, per azione del fuoco o d i certe acque corrosive. Praticamen·
te si elimina l'ac ;ua o umido elementare, intendendo con questo il principio
"storico" in senso ato, dell'individuo.

52
za di acque corrosive (5), ma anche con il potere di sali di diverso
genere (6) o con la potenza di oli di diversa preparazione (7), op­
pure, persino con l'oro stesso, allorché sia stato preparato con e­
strema raffinatezza dell'arte per la propagazione dello stesso gene­
re (8), a cui sono stati mescolati frattanto i noti elementi primor­
diali dell'oro medesimo; in tal modo si danno da fare a trasmutar
metalli e pietre e tentano di combinar polveri con le quali possano
produrre molto oro da una piccola quantità, cui venne attribuito il
nome di "elisir" (9), dai filosofi arabi ed i latini chiamarono medi-
cina seguendo l'esempio dei greci dai quali risulta esser chiamato
. ......, e di quel nome più spesso si è servito Psello.

(S) Vedere l a nota (2).

(6) Il Sale è la materia dei corpi : il " fisso" per eccellenza. Si considerano general­
mente tre tipi di sali: vetriolico, marino e nitroso, (a volte se ne aggiunge un quar­
to : quello tartarico). Il sale base è il sale marino, che forma il nitroso, il quale o­
rigina il tartarico che a sua volta, cotto e digerito, genera il vetriolico. In Alchimia,
si intende anche per sale un composto di terra solforosa e di acqua mercuriale:
uomo cabalisticamente viene fatto derivare da Humus, da cui la terra di cui sopra ;
il mercurio quale vitalità, sommato alla terra solforosa, la materia in putrefazio­
ne, crea il sale. Sale base, viceversa, è il solo corpo, che con solfo e mercurio,
Anima e spirito, forma la triade filosofica.

(7) Olio sta ad intendere la materia quando prende sia il colore che la vischiosità o­
leosa, nella prima operazione dell'opera; la putrefazione che prelude al "nero, ne­
rissimo'' .

(8) E ' una metodologia " Regale". Il principio oro 0 , può in e ffetti essere p reparato
data un a p rogressiva depurazione dei metalli dalle "lebbre".

(9) Elisir, dall'Arabo Al-iksir, che significa Pietra Filosofale.

5 3-
D E L' E A V-D E-V I 1

A p etic matras qu'on rc- 11 .


uerfe fians le trou du Ci:­
cularo1rC'.
B crou du Circulatoirc.
e G C anfès ou bcrs d'AJcm­
bic . dcfccndancs dans le:
venrrc: du Circulatoire ,
par ou l'EAV rerombc d'ol'
elle cfi montéc.
Capitolo VII.

COME MAI L'ORO PRODOT T O ARTFICIALMENTE


I
POSSA RISULT ARE PIU' PERFET T O DI
QUELLO EST RAT T IVO

O r dunque in tali modi si van facendo esperimenti per estrarre


la forma dal seno stesso della natura, forma che certamente
si potè trovare ed estrarre nell'Asturia e nella Galizia o anche da
parte di altri cercatori d'oro e d 'argento, sia a quelli che agivano in
superficie sia a coloro ch e agivano altrove, fu facile congetturare
che venivano generati da luoghi remoti, mentre li raccoglievano,
senza trascurare che sono chiamati Ermo, Tago, Pattalo i fiumi
ch e vengono esplorati alla ricerca dell'oro, così c ome altri letti di
altri fiumi ed anche i lidi del mar Atlantico per raccogliervi fra le
pietruzze di vari colori i granellini di oro, ricerca che non solo fu
fatta di proposito ma che diede frutti insperati e dovuti al caso an­
che a quelli che cercavano altro, almeno stando a quello che dico­
no. Ma in realtà moltissimi dei mortali tra i più sapienti affermano
che, per divina provvidenza spesso occulta ma che agisce giusta­
mente, son riusciti a trasmutare i metalli. Ho sentito dire che ven­
ne prodotto dell'argento mentre s; preparava una medicina per un
cavallo mescolandovi dell'argento vivo e fra l'altro varie sostanze.
Io stesso vidi produrre dell'argento e dell'oro, mentre non si spera­
va di produrre nè l'uno nè l'altro. Ho letto anche che l'arte di pro­
durre l'oro sia stata tramandata fin dai tempi antichi per rivela­
zione di spiriti superni, non ho letto però che l'arte fosse pratica­
ta ai miei tempi, anzi l 'ho vista praticare e quando si tratta di espe­
rimenti mi sento in grado di giudicare con cognizione di causa ; che
talvolta l'oro possa esser stato prodotto per intervento di demoni
malvagi, come sospetto, mi meraviglio, poiché è stato tramandato
per iscrritto che una volta i demoni rivelavano in sogno rimedi me­
dicamentosi in templi diversi, cosa che mi ricordo di aver trattato

55
piu ttosto diffusamente mentre confutavo delle affermazioni super­
stiziose - soprattutto nei libri che scrissi su lla precognizione ed an­
che nei commentari ai miei " Inni" -, ma purtroppo esistono anco­
ra molte prescrizioni delle qu ali si s ervono i medici e che sono sta­
te tramandate dall'antichità per tale superstizione, tanto più che
sono state tramandate come efficaci, per iscritto, alla posterità.
Dal momento che fu incendiato il tempio di Esculapio si racconta
che Ippocrate abbia fermato sulla carta le prescrizioni mediche at­
tingendole in tranquillità dalla memoria: possono infatti i demoni
dare rimedi efficaci - benché non sia il caso di appurare se ciò av­
venga -; ma gli uomini possono servirsi di quelli veramente çffica­
ci, dopochè l'efficacia è stata provata, nori perché è stata affer­
mata dalla rivelazione demoniaca, ma perché l'effetto stesso si è
rivelato u tile per sua propria natura, ed in questo caso a Dio è da
attribuire l'efficacia come a Colui che è la fonte prima di ogni veri­
tà e l'au tore di ogni bene, tanto più che Dio sa trarre il bene dalle
cattive azioni degli uomini e dei demoni, tanto grande e tanto inef­
fabile è la sua bontà alla quale infine dobbiamo il fatto che esistia­
mo, che ci muoviamo, che viviamo, cosa che deve essere accettata
e che è stata imparata attraverso l'autorità ed il ragionamento di
Paolo Apostolo grazie alle preghiere. Non mi pare vero, dunque,
- come altrove affermo - che l'arte di produrre oro sia stata rive­
lata da demoni maligni, e mi persu ade abbastanza il ragionamento
secondo cu i (il demonio) l'avrebbe rivelata soltanto agli uomini
malvagi o almeno a qu elli che riteneva fossero nu triti di malvagità;
infatti la giustizia divina non permette che quegli uomini diffon­
dano il veleno del loro animo congiunto alla potenza per la perdi­
zione del genere umano. Questo ragionamento sembra metterci
al riparo da esperimenti i cu i risu ltati sono verosimili, allorché
qualcuno procura ai suoi segu aci non poco oro per i suoi giochi o­
sceni: e di qu esti argomenti ho già trattato nel triplice dialogo dal
titolo "La strega". Pertanto affermo che è stato raccolto da spiri­
ti bu oni se qualcosa è stato rivelato di vero su lla singolare arte, per
effetto di qualche privilegio, ma più facilmente ciò è da attribuire

56
alla dòttrina ed alla loro esperienza.
Collegando sostanze diverse attraverso svanatl esperimenti,
gli esperti dell'arte poterono conoscere molte cose: infatti non in
un sol luogo o in un sol modo la natura produce l'oro. Alberto vi­
de - come egli stesso scrive - dell'oro puro nelle sabbie fluviali,
sentì dire che l'oro impuro è derivato da pietre in cui è commisto,
a guisa di vene, ed aggiunge subito dopo che l'oro nato tra le sab­
bie è migliore, e del fenomeno afferma due cause: la prima,
perché maggiore è la purezza dello zolfo mescolato alle sabbie
calde e secche e più frequentemente, quel che c'è di sporco e di
terreo nell'argento vivo lo rende più sottile con l'attrito, mentre il
lavaggio frequente del fiume lo rende più puro; la seconda causa è
attribuita all'otturazione dei forellini quando il calore occluso in
fondo alle rive si autoalimenta e cuoce la sostanza aurea renden­
dola più nobile. Queste cose (Alberto) affermò là dove fece
menzione dei luoghi in cui vengono generati i metalli (10).
Io già ho detto di aver raccolto dell'oro lungo il corso dei fiu­
mi e d.i averlo conservato pulitissimo ed appena mescolato a picco­
le scorie. Appunto per questo ritenevo l'oro purissimo, ma è stato
affermato che con rischio se ne può ottenere molto misto ad ar­
gento. Lo stesso Alberto, descrivendo la natura dell'oro, afferma
di aver trovato una pepita che superava il peso di molte libbre. E­
gli usò l'espressione "cento marche" che con definizione straniera
indica otto once, ma quelli che stimarono la pepita, la valutarono
ben ottocento once. Narra, inoltre, che in Germania, ai suoi tempi,
venne trovato in montagna dell'oro che, mentre veniva riscaldato,
si consumava meno degli altri e per la novità andò dicendo che era
di minor valore : di ciò, come causa di maggiore purezza, non av�
va fatto cenno Plinio che aveva citato per estero numerose raccolte
di oro dalle scorie dei fiumi, come il Tago in Spagna, il Po in Italia,

(10) Questo passo pottebbe essere di sprone al "Sequere Naturam".

57
l' Ebro in Tracia, il Pattolo in Asia, il Gange in India e ci aveva fat­
to sapere che nessuna qualità di oro risultava assolutamente perfet­
ta come quella lisciata e pulita dal corso stesso (delle acque).
Plinio non omise di parlare delle buche dei pozzi, dei precipi­
zi montani, nè dei canali di ogni specie ove nella ghiaia marmorea
aderisce l'oro diffondendosi come attraverso le vene. Perciò, sia da
quelli che vanno cercando l'oro nelle caverne dei monti, sulle rive
dei fiumi e sui lidi marini, sia da quelli che lo trovarono per caso
mentre cercavano altro, possono esser informati gli artefici e pos­
sono esser informati gli artefici e possono approfondire la natura
del metallo, e quindi imitarne il calore che l'ha generato, ora con
fuoco a guisa di esca naturale, ora lento, ora violento ( 1 1 ) ed in tal
modo esperimentano le forze dell'arte congiunte con quelle della
natura e finalmente, dopo molti esperimenti, come dall'involucro
che l 'ha generato estraggono il feto dell'oro vero, nè più nè meno
come fa l'ostetrica; e ciò spesso fa l'arte per tentativi, non solo -
come si dice - imitando la natura, ma addirittura perfezionandola.
A questo punto, per non sembrare che· vi sia discordanza fra quelli
che dicono di averlo già fatto - ed io non nego di averlo visto - e
quelli che dicono possa esser fatto dall'arte con l'aiuto della natu­
ra, ottenendo un oro più perfetto di quello naturale, ma certo dal
colore più accentuato, ce ne persuade l'autorità di Alberto e ce lo
dimostrò facendo un esperimento davanti a molti, cosa che anche
ci è stata tramandata dagli scritti del filosofo Psello, il quale inse­
gnò a produrre artificialmente dell'oro più perfetto estraendolo da
granelli, score e frammenti del fiume Pattalo, e per servirmi delle
sue parole "perfettamente somigliante all'oro, estratto esclusiva­
mente da granelli". Del resto anche in quell'oro che si estrae dalla
profondità della terra si trova qualche impurità benché sia stimato

(11) Sul fuoco, di cui sarebbe necessario parl are a lungo, rimandiamo all'opera di Hu·
ginus a Barma " Saturnia Regna in aurea Saccula conversa", da noi curata ed edita
da Arthos (Carmagnola).

58
più prezioso dell'altro e ciò non solo ci è stato tramandato da Pli­
nio, ma anche da Alberto e da Diodoro, come ho scritto all'inizio.
Lo affermarono prima le sacre scritture, secondo la cui testimo­
nianza abbiamo appreso che l'oro dell'India è più pregiato di ogni
altro, e se vi si trova qualche impurità per opera della natura per­
ché non si deve ammettere che ce ne possa essere per opera dell'
arte? La qual arte non solo supera quella meno perfetta, m'a anche
con la forza e l'aiuto della natura, emulandola, spesso supera la na­
tura stessa - come prima ho affermato - e ce ne accorgiamo dai
colori, dai sapori e da altre molte qualità. Giustamente è stato
scritto nella sacra Genesi che nella terra di Chavilah, al capitolo
LXX - ma nell'edizione divulgata sta scritto " Evilat" - che gli an­
tichi affermano essere in India, si trova un oro che è il migliore di
quella terra se stiamo alla traduzione latina di "kalòn" (migliore)
LXX. Gli interpreti tradussero dal testo ebraico che talvolta può
essere interpretato "buono" o "bello", se non si preferisce ammet­
tere che non è nè buono, nè bello l'oro che si trova in altre provin­
ce. Qual è la causa secondo cui l'oro per l'eccellenza ivi vien chia­
mato buon oro? e se altrove non fosse buono l'oro o se non fosse
apprezzato per quella bontà per cui vale ad Evilat?, ma non si può
dubitare che possa esser chian1ato ottimo per confronto, e non si
può negare che - sempre per confronto - possa ugualmente esser
detto buono, purché nella sostanza del suo genere ci si riferisca a
quella parte che non è fornita di bont.à.. "Dunque in natura ci è ne­
cessario porre una distinzione nell'oro", distinzione nella specie,
nel grado, disti�one che giustamente non si può negare nè nell'ar­
te stessa se si confronta l'arte con l'arte, nè nell'arte quando la si
confronta con la natura. Ci viene a proposito la testimonianza di
Plinio che chiama eccellente l'oro che Caio Cesare fece produrre
dal pigmento aurifero - argomento dì cui altrove più ampiamente
ci è stata tramandata memoria dal medesimo autore - ed aggiunge
che in genere nell'oro esiste una quantità variabile di argento, ora
la decima, ora la nona, altrove l'ottava o la quinta parte, propor­
zione quest'ultima che costituiste l'elettro, antidoto per il vele-

59
no: per tutte le cause sopra esposte si possono fare molte distinzio­
ni dell.'oro. Si aggiunga che anche in altri metalli si trova l'oro allo
stato più o meno puro. Persino in corpi non metallici si trova del-
1' oro - secondo la testimonianza di Alberto - " ne fu trovato at­
torno alla radice dei capelli che stavano per crescere nel cranio U7
mano". "Ne fu trovato anche nei ventricoli delle pernici" ai miei
temp i, sia che esse l'abbiano inghiottito in granellini mentre appa­
riva alla superficie della terrà , sia che fosse stato generato da un
potere occulto nei cibi già deglutiti, potere comunicato da elemen­
ti d'oro derivati dalla terra. Soprattutto nei monti Masi alcune er­
be possiedono questo alto potere, giacché non lontano dal lago Fu­
cino dalla parte del campo Albano vanno a branchi quelle pernici,
che io ho visto con i miei occhi in quei luoghi, non senza meravi­
glia, allorché ero appena arruolato nel servizio militare ancor giovi­
netto. Allora ne ignoravo la causa nè la cercavo, e fino ad oggi for­
se mi resta incomprensibile benché io congetturi che essa dipenda
da alcuni elementi auriferi, perché nulla vieta che così come è oc­
culto nelle cavità della terra l'oro possa talora esser trovato sulla
su perficie della terra e che possa esservi nelle erbe stesse e nelle
radici una certa forza che - così come h o detto - non può negar­
si. (se non protervamente) sia produttrice di oro: simile fenomeno
si è osservato negli animali quadrupedi: infatti, uomini degni di fe­
de riferiscono di aver visto, sui monti di Creta, degli stambecchi i
cui denti avevano dei riflessi di color aureo. soprattutto dalla par­
te donde spuntano dalle gengive e brucano delle erbe, la fama del­
le quali è diffusa in Ida, a Creta. Tralascio di parlare della natura
di quell'oro che la Grecia chiama "obrizon ", così come piacque ad
Isidoro ed ai suoi seguaci che dicono esser latino vocabolo perché
deriva da " obradio" (abbaglio) dato che abbaglia con il suo splen­
dore. Nè è inv�rosimil e ch e il vocabolo sia stato tratto da Plinio
ch e parl ò dell' esistenza di quest'oro che rosseggia p er il colore si­
mile al fuoco e ch e ch iamano " obrizo", ma quelli che conoscono
bene la lingu a greca, tra i quali Ermolao, uomo della nostra età,
pensano piuttosto ch e sia un vocabolo formato alla maniera greca

60
e che vuol dire tenero, molle, delicato, oppure, come mi sembra di
ricordare, forse, "eurizo ", "perché germinato da un ottimo seme,
come se si riproduca da una legittima radice, sia che si tratti di oro
prodotto dalla natura, sia di quello preparato dall'arte che ha supe­
rato la natura. Gli Ebrei lo considerano "obrizo", e gli interpreti
dissero di averlo trovato nei Settanta, ( 1 2), ora nome di luogo, ora
verbo che in latino conviene tradurre "purissimo", tanto più che
propriamente non disdegnarono chiamarlo purissimo e forse si
tratta di quello stesso che anticamente si chiamò "apyron",
secondo l'autore Diodoro, che viene estratto dalle caverne arabi­
che, che neanche il fuoco può liquefare, dal colore così splendente
che rende più splendide le pietre preziose che vengono incastonate
in quell'oro, come già ho dimostrato prima in quel luogo del
Salmo "e gli sarà dato l'oro di Arabia". Infatti al di sopra degli
altri significati attribuiti a quel metallo sta la "superiorità", forse
perché attraverso essa, con la mente si ascende al supremo vertice
della sapienza come risulta indicato dal mistico nome nel vocabolo
di "oro" (13).
Così la natura in vari modi produce l'oro, l'arte pure, talora
con l'aiuto della natura, talora in gara con essa, vittoriosa con il
suo stesso intervento, suole produrne in diverse maniere; si sba­
gliano però moltissimi i quali ritengono che il potere dell'arte non
è pari a quello della natura; ci sono poi coloro che credono il pote­
re dell'arte così al disotto di quello della natura da non reputarlo
degno del nome di natura, che pertanto primeggia in modo assolu­
to; ma vi è una certa natura fornita di conoscenza, come è abitudi-

(12) Scnanta traduttori, narra la leggenda, relegati in una isola egizia, tradussero la
Bibbia in Greco; una volta terminati i rispcnivi lavori si scopri che le traduzioni
risultavano identiche (111 scc. L C.).

( 1 3) Il mistico nome di cui si parla potrebbe essere Criso, dal greco Crisos, che signi­
fica oro. Di qui per cabala fonetica si è considerato derivante Cristo, (vedere il
Mistero delle Cancdrali, di Fulcanelli, cd. Mediterranee, Roma 1972, a pag. 68).

61
con cui regge la natura, muta e priva di una ragione mterna, e di­
spone di essa reggendola e moderandola, e così mentre la imita,
talvolta la emula e tal'altra la supera. Aggiungasi che tra le lodi ri­
volte alla natura vi è quella secondo cui essa qualche volta simula
l'arte: così come quando delle figure si trovano per effetto natura­
le scavate nel marmo : così come nella gemma di Policrate e in
molti altri casi si è scoperto: anche un ingegnoso Poeta riferì che
la natura eresse un arco ad imitazione dell'arte per mezzo di quel
carme, verso la cui fine si legge: "Un antro lavorato con arte come
un nascondiglio per uomini; nessuna cosa per sua natura era
riuscita ad imitare l'arte dovuta all'in gegno. Infatti la natura aveva
ricavato un arco ... naturale.. . dalla viva pomice e dal cedevole
tufo. ".
Sul potere dell'arte aggiungo ancora qualche parola: in que­
sto passo ce n'è abbastanza per dedurre che si devono acquietare
quelli che si affannano a dimostrare che l'arte di produrre l'oro a
nulla approda se non a sforzi vani, tanto più che essi lottano senza
un valido ragionamento; e come ragionamento da contrapporre,
per affermare che l'oro può esser prodotto, basti dire che è valido
l'aiuto della natura, con il concorso della diligenza, per superare la
muta natura.

62
Capitolo VIII.

G ENERALMENT E L'ORO ARTFICIALE


I SI P
UO' PRODURRE
IN CINQUE MODI. ANCHE IN QUEST O CASO COME IN
MOLT ISSIMI ALT RI LOZELO DELL'ARTE SUPERA
LA NATURA MESSA ALB ANDO

L 'arte di produr l'oro artificialmente vince la natura e la vince


con l'aiuto della natura stessa dopo averla messa al bando per
mezzo dell'arte. Non solo nello splendore - come già affermai -
ma anche nella celerità di preparazione, cosa che sarà manifesta
durante la descrizione degli esperimenti. Supera anche in questo:
che giunge allo scopo con molti metodi; infatti cinque sono in ge­
nerale i metodi di produrre l'oro per mezzo dell'arte.
Il primo consiste nell'estrarre metallo da metallo (14), come
quando dal rame si estrae l'argento, cosa che mi ricordo di aver vi-

(14) I metalli rappresentano uno stato mercuriale nelle operazioni del magistero. se ne
contano essenzialmente sette e corrispondono inoltre ai pianeti :
Mercurio Mercurio
Saturno Piombo Nero
Giove Stagno Grigio
Luna Argento Bianco
Venere Rame Zafferano
Marte Ferro Ruggine chiaro
Sole Oro Rosso
Sui "pianeti"" o "centri sottili" ·è bene leggere attentamente il saggio di "Leo" che
si trova nel II voi.. pagg. 187-197, della " Introduzione alla Magia" del Gruppo di
UR, Ed. Mediterranee. Roma, 1971.
Inoltre sarebbe bene vedere l'Ovum Philosophorum, contenuto nel libro di John
Dee, "La Monade geroglifica '", che presenteremo prossimamente. Confron­
tare inoltre i metalli con i Cakras, (letteralmente: ruote o dischi) che designano i
centri della corporeità occulta nello Yoga.
Vedere gli "yòga sutra 's" di Patanjali e, per un ulteriore approfondimento, l'ope­
ra sul tantrismo "Lo yoga della Potenza", di J. Evo/a, ed. Mediterranee, Roma, a
pag. 187.

63
sto. Infatti si trovano nasc osti assai spesso i metalli l'uno dentro l'
altro, soprattutto l'argento nell'oro. Al contrario puo avvenire che
si trovi l'oro nascosto nell'argento, talvolta vie,1 e coperta dal piom­
bo e dal ram e una certa quantità del metallo più prezioso
Il secondo metodo sta nel preparare l'oro mediante una com­
posizione di sostanze metalliche, alle quali dal volgo viene attri­
buito il nome di minerali, secondo l'usanza della lingua barbarica.
Infatti in quelle sostanze metalliche si trovano gli elementi origina­
ri dell'oro, principalmente nell'argento vivo e nello zolfo che non è
stato sottoposto al fuoco, cosà che io non nego di aver visto.
Un terzo metodo è quello di estrarre l'oro dai seme dell'oro,
e per seme io intendo la forza prolifica: è questa infatti nascosta
in qualunque cosa creata ed ha la virtù di propagarsi.
Una quarta maniera è quella di preparare l'oro in modo da
renderlo più puro, 'però ciò non si può ottenere senza il seme dell'
oro(l 5) e senza quegli altri principf che sono atti a generare (16).
Grandissimo in questa direzione fu lo sforzo dell'ingegno dei filo­
sofi, notevole l'attività, amm irevole l'abilità, con cui scelgono le
parti di sostanza per preparare l'oro e l'argento, le separano quin­
di ottenendone molte di diversa natura nella proporzione rispon­
dente agli elementi ed al cielo ( 17), sia quando preparano la quin­
tessenza, secondo l'uso dei peripatetici, sia quando ottengono una

( 1 5) Semenza, latu sensu, significa il solfo filosofale. Strictu sensu, indica il mercurio
o il magistero al bianco. �ement1; dell'oro, .che poi nella terra filosofica doe� le
stagioni (Nero inverno ; bianca primavera ; gialla estate e rosso autunno) aà ongine
al suo proprio frutto, non � altro che il principio solare che si riflette nella natura
lunare o ente storico, che a sua volta alimenta la vita sulla terra, o corpo fisico.
Agiungiamo che seminare wol dire cuocere, continuare il regime del fuoco.

(16) I due principi di cui il Nostro parla sono: il mascolino solfo e la femmina acqua
mercuriale.

( 1 7) "Cielo" � usato qui in senso filosofico. Vedere nota (14).

64
grandissima fiamma, come fanno i platonici ; uniscono allora i semi
dell'oro e dell'argento vivo a quel modo in cui in cielo sono con­
giunte le sostanze sublunari, come gli elementi (si uniscono) per
cause universali, o come per cause particolari si propagano per
mezzo dei semi : così essi si servono di quelle forze naturali e dei
semi dei metalli ( 18) e delle sostanze metalliche, dan_do luogo ad u­
na abbondante prolificazione di oro e di argento. "Questo quarto
metodo viene chiamato generale e produttore di grandi effetti,
mentre gli altri tre, prima indicati, sono detti metodi particola­
ri "( 19).
Il quinto metodo consiste nel disgregare, prima, la forma me­
no nobile del metallo e di ricomporla, poi, in materia metallica
dalla forma più adatta.
Riepilogando : col primo metodo si ottiene un gran guadagno;
col secondo, il guadagno è minimo; mediocre, col terzo; col quinto
è molto grande; ma con il quarto si ottiene il massimo.
Nè c'è da meravigliarsi su quanto ho detto prima, e cioè che
l'arte, con l'intervento della natura, supera la natura stessa, tanto
più che nel preparare l'oro si ottengono anche altre sostanze, di
conseguenza vediamo che veramente l'arte sopravanza la natura
con il di lei aiuto: così, nell'acqua, nell'olio, nel sale prodotti arti­
ficialmente (20), si trovano meravigliosi poteri per grazia di Dio -
ciò è noto -, poteri che spesso non sono superati nell'acqua, nell'

(18) Mercurio.

(19) Vedere nota (8).

(20) L'acqua è il mercurio, o principio umido femminile; l'olio è la materia durante


la putrefazione filosofica; il sale "prodotto artificialmente" è la materia sostanzia­
le dei corpi e, nello stesso tempo, la risultante delle corporizzazioni nei "coagula" :
è la radice e la prima materia dei metalli filosofali. Rimandiamo alla nota (6) cd al­
lo studio di Blaisc de Vigenerc, il "Traicté d11 Feu et du Sei", Parigi, 1 618.
Il simbolo del sale è O , che rappresenta anche il "coagula", e ci richiama al fallo.
olio e nel sale che la natura produce. Pertanto "si sbagliano di gros­
so quelli che credono l'arte non possa aspirare alle mete raggiunte
dalla natura", e ciò proprio perché l'oro estrattivo è da ritenersi
più puro e più perfetto - ciascuno lo crede fidando nel proprio in­
gegno - se viene confrontato con quello prodotto artificialmente.
Con questo non è che si voglia affermare che le forze della
natura siano sottoposte alle forze dell'arte spontaneamente, e a
suo sfavore, ma che l'arte, fidando nei doni della natura, possa -
diciamo - paragonarsi alla natura nuda e inerte -come poco fa ho
affermato - e dal confronto risulta talora che l'arte sia superiore
o, almeno, lo sembri. Niente meraviglia dunque, purché l'arte col
privilegio della natura non sia fraudolenta - ciò che ho già detto -
e se non lo è merita il nome di seconda natura : non mi riferisco
alla natura inerte, ma a quella intelligente, attiva e produttiva. E
ciò l'osserviamo nelle case, nei vestiti , in ogni comodità della vita,
per cui ogni cosa sarebbe rozza ed imperfetta se non intervenisse
l'arte dell'ingegno umano, cioè della parte migliore della natura. E
se non fosse venuto in aiuto quel nobilissimo strumento degli esse­
-ri umani, con l'attività del quale ogni cosa é stata fatta, gli uomi­
ni ancora si nasconderebbero nelle caverne e nelle grotte monta­
ne, e passarono molti secoli prima che abitassero in casette costrui­
te di mattoni, nè trascorsero poche settimane prima che dalle ca­
sette passassero ai palazzi ; così quelli che si coprivano di fronde di
alberi o di rozze pelli di animali non senza l'arte poterono vestirsi
di lane lavorate o di panni ottenuti con la lana ; e cos ì pure quelli
che si cibavano di erbe crude, di latte di animali selvatici, di carne
sanguinolenta, poterono nutrirsi, con l'aiuto di quell'arte, di cibi
preparati in modo da giovare alla salute e da soddisfare giustamen­
te il palato.
Dunque, se passi in rassegna tutte queste cose, ti accorgi che
l'arte perfetta, cioè la sapiente natura dell'uomo, supera di gran
lunga la natura inerte che ad essa è sottomessa . A tutto ciò si può
aggiungere che non c'è da meravigliarsi che l'arte, con l'aiuto della
natura, alcune cose le compie in cento anni, altre in pochi giorni

66
ed altre infine in poche ore : così la medicina, la pittura, l'arte mi­
litare sono state accresciute e confermate ; così la filosofia ha ac­
quistato forza, e asservita per lunghissimo tempo alla teologia, pri­
ma fidando nell'ingegno dell'uomo alla contemplazione della natu­
ra, poi confermata dall'esperienza si diede ad indagare le forze e i
poteri delle sostanze sublunari, delle erbe, delle piante, delle rocce,
degli esseri animati, la conoscenza delle quali cose suscitò la mera­
viglia del genere umano e lo spinse a considerare i segreti della divi­
na provvidenza. Molte cose, con l'avanzar dei secoli, sono state
sperimentate per mezzo dell'arte, cose che prima non erano mai
state viste e che a stento poterono esser credute. Gli antichi un
tempo si meravigliavano di una forza produttiva esistente in non
poche sorgenti, poiché osservando il flusso continuo dei rivoli d'ac­
qua, dopo lungo tempo, si accorsero che l'irrigazione ininterrotta
comunicava alle erbe ed alle piante la stessa natura delle rocce di
provenienza. Me ne son meravigliato anch'io, non solo per averlo
letto, ma anche per averlo visto una volta, ai confin� di Italia, at­
traversando la Valtellina dalle rive del Lago Lario alle Alpi Reti­
che: ma la meraviglia diminuì quando vidi non solo delle selci al­
lineate a schiere, ma anche fronde di olmi mutate in tufo calcareo
dalla irrigazione durata anni ed anni, e mi colpì lo sguardo il fatto
che in quella sostanza tufacea si erano anche mutati il ferro, l'ar­
gento e l'oro mescolari alle acque. Aggiungansi le meravigliose, pe­
culiari doti delle acque stesse, composte pochi secoli fa, di cui una
divora il ferro, un'altra il rame, un'altra ancora l 'oro, ed un'altra,
infine, comuma l'argento ; per non parlare di quella diffusa e notis­
sima che separa l'argento dall'oro, là dove la natura ne è stata pro­
diga, cose di cui parla il Poeta nel quindicesimo libro del XXI volu­
me di "Storia Natu rale", ed aggiungerò che non c'è nulla da mera­
vigliarsi, se non per il modo paradossale con cui prende il lettore
per un imbecille ; infatti egli racconto : "ho visto un'acqua che si
può bere - come credo (lo dice lui stesso) - senza alcun danno",
in cui è stato versato soltanto dell'argento vivo che, venuto a galla,
lascia nell'acqua una forza che non si trova neanche nelle più forti

67
acque corrosive. Ma oltre che sul sale, che l'acqua sia di fiume sia
di pozzo riesce a sciogliere, l'acqua stessa non ha potere solvente,
cosa che del resto i "Chemisti" hanno profondamente investigato
con l'aiuto dell'arte. E chi praticò quell'arte la portò ad alte vette
con l'attenta osservazione e tenne come tin principio teologico il
fa,tto che, essendo la natura inerte, o assente, oppure come alluci­
nata che vede attravverso una grata, la si può riportare, con meravi­
gliosa palingenesi, in breve tempo allo stato di natura perfetta, sen­
za un miracolo nuovo della suprema potestà, ma se questa vi si ag­
giunge, non v'è dubbio che ciò possa esser ottenuto anche dagli in­
gegni più ostinati, e la ritiene in eterno chi vide tale palingenesi
con i propri occhi, e cioè si è potuto vedere u_n corpo più grosso es­
ser retto da uno più sottile, oppure, addirittura, da uno spirito più
sottile, così come maggior forza può esservi in uno spirito sottilis­
simo e tenuissimo anziché in un corpo di gran mole ; ed altri esem­
pi del genere potrebbero essere portati.
Si metta, se lo si può, del sale di alluminio o di quel sale che
trasuda dai mattoni cotti, diecimila volte superiore, su di una lami­
na di argento, di poco peso, affinché si sciolga in acqua, (questo)
non si 'Scioglierà assolutamente neanche se fosse coperto da tale
quantità (d'acqua per diecimila anni. Si metta un'oncia appena
di vapori sottili "che saranno emanati da quel preparato ed una
quantità d'argento", pari a quella che era di forma solida, questo
assumerà la natura di umore fluido, e ciò avverrà, non natural­
mente, ma per effetto dell'arte che agisce sulla natura, non solo,
ma con l'intervento non di un ingegno incostante, bensì di uno sal­
do e fermo nel volere continuare : operazione questa che per la va­
rietà di effetti non può esser condotta a termine da inesperti, ben­
sì da esperti, come avvenne in passato a dotti scrittori, quali Sene­
ca, Plinio, Vitruvio, allorché parlando dell'acqua dello Stige, dis­
sero che questa, non per intervento dell'arte, ma della n_atura, ora
corrodeva, ora congelava, ora assottigliava le cose : contrarie del
tutto però sono queste qualità e non coerenti, che derivano dall'

68
"olio" (21), (cioè dall'acqua precedentemente ottenuta) dal quale
gli stessi metalli vengono intimamente penetrati, sgretolati, consu­
mati, liquefatti ed internamente ed esternamente colorati.
Parlerò anche della preparazione del sale che supera quello e­
stratto dal mare, dalle miniere, dalle arene, conosciuto fin dall'an­
tichità, con il quale preparato artificialmente si potrà - come ho
detto - salare qualsiasi cosa: e questo si ottiene con quelle sostan­
ze che in nessun modo sembrano potersi bruciare e da quelle così
calde da contrastare il fuoco come soprattutto lo zolfo che io stes­
so - non lo nego - talvolta appena estratto ho visto non venire at­
taccato dalla fiamma e di uno splendore così fulgido e biancheg­
giante che nulla vi si può paragonare, come quello che, raccontano
i Greci, nella narrazione delle imprese di Alessandro Magno, veniva
mandato di solito alle prime sacerdotesse dell'oracolo di Ammone :
ne fu anche preparato pochi giorni fa per mio ordine - e tu lo sai,
moglie mia - di un così bell'aspetto e di un tal soave gusto, est�at­
to da una specie di erba che è stata raccolta principalmente dai
miei pascoli nei possedimenti di Ferrara e dal territorio di Manto­
va ; infatti allorché alcuni pastori, non miei dipendenti, mi portaro­
no di quell'erba come tributo, della quale cibatosi il bestiame am­
malato subito veniva guarito, pensai che la causa della salute fosse
nel gusto di quell'erba e che ciò derivasse dal fatto che il Po, di so­
lito costretto dagli argini a hon inondare i campi circonvicini, ci
fornisce una quantità non disprezzabile di sale montano e marino
più bello e più gradito al gusto, anche perché contiene sostanze
metalliche - se la mia ipotesi non è errata -, più adatto e per così
dire più penetrante, con un potere essiccante ed urente che, messo
a disposizione dell'arte, in breve tempo, al primo impeto, disinte­
gra qualsiasi forma di metallo, disgregata la quale, si può ottenere
altro metallo con l'opera dell'�rte e l'aiuto della natura. Benché
qualcuno abbia detto che la natura, sebbene inerte, sia retta da un'

(21) Vedere nota (7).

69
intelligenza che non commette errore, al contrario non potrebbe
portare aiuto, nell'intraprendere qualche cosa, quando interviene,
se non affiancata da una mente ben istruita nelle arti umane e rin­
saldata dall'esercizio: allora s ì che si vedrebbero risultati maggiori
di quelli che troviamo scritti quando . si dice che si producono, per
mescolanza, con l'arte dell'uomo in pochi giorni, metalli che la na­
tura non produrrebbe se non dopo un corso di molti anni. Pertan­
to Michele Psello, trattando in poche picc ?le schede di quell'arte,
che egli aveva intrapresa sottoponendola ad un esame equilibrato
della filosofia, si meraviglia che sia stata fornita da Strabone una
forza naturale capace di trasmutare una certa acqua di fonte, non
si meraviglia che siano state mutate dall'una all'altra diverse forme
di metalli, con l'intervento dell'arte, e di esse ne enumera molte.
Ed aggiunge - come egli pensa - che nessuno abbia costretto
quella forza che aveva trovato se non a fini onesti e non in altri
affari.

70
Capitolo . IX.

NON E' NECESSA RIO CHE COLUI CHE E' ESPERTO


NELL'A RTE DI PRODURRE ORO ABB IA A CQUISITO
UNA COG NIZIONE PROFONDA ED A STRUSA DELLE
SOTTIG LIEZZE DELLA FILOSOFIA

N on devono essere ascoltati quelli che dicono che è necessa­


rio, nel produrre l'oro, conoscere la proporzione degli ele­
menti e delle qualità che prime risultano da essi : infatti ci sono di
quelli che così van cianciando, poiché nulla ci sarebbe noto di
quello che la natur:a produce se prima ci fosse necessario aver ap­
preso quali sono gli elementi primordiali : infatti a quel punto
non afferrano i sensi nè penetra la ragione, se non attraverso un
certo numero di incerte congetture, moltissimo ed in ogni parte va­
cillanti.
Nemmeno necessita all'artefice esperto nella produzione del­
l'oro uno stuàio profondo nell'indagine delle cause astruse, gli ba­
sta rivelarsi buon amministratore del proprio ingegno nell'osserva­
re la natura nell'atto di generare e di emanare una qualsiasi cosa,
come le viene comandato dall'alto dei cieli.- Così l'ostetrica non
cerca di conoscere la natura, che del resto ignora, del feto, bensì
dà aiuto alla donna che sta per dare alla luce un feto : così l'agricol­
tore rimane in attesa per conoscere la qualità dell'orzo e del fru­
mento, dopo che ha affidato i semi di quei cereali alla terra e li ha
erpicati e concimati e non invano aspetta il premio alla sua fatica,
e cioè tutto il frutto a guisa di numerosa, esuberante prole ; lo stes­
so avviene quando egli (l'agricoltore) attende all 'innesto : non c<r
nosce quale sia la natura dell'uno e dell 'altro albero che innesta,
non quale forma prender-à nell'attecchire, non in qual modo il li­
bro aderirà al libro, nè cerca di indagare curiosamente, ma con cu­
nei adatti e con lo sguardo assiduo osserva le gemme nascenti da
dove sbocceranno fiori e frutti. E che dire dell'uomo che soltanto

71
da un seme deriva la sua prole? - come scrisse Aristotele -. Ma
non sempre tuttavia da un solo seme, infatti fra cento, fra mille
radunati insieme appena uno, quando non sia stato reso ineffica­
ce, o più d'uno come anche si crede; tuttavia l'uomo stesso ignora
la natura del suo seme ed è ignota anche ai filosofi e persino ai me­
dici che disputano accanitamente tra loro da lungo tempo se esso
è derivato dall'alimentazione superflua o dal cervello, oppure da
tutto il corp o o, infine, da altra origine. Si discute anche se sia e­
messo dal solo maschio o se dalle femmine venga secreto alcunché
di natura femminile. Pur essendo incerte queste cose e spesso ign o­
rate dall'uomo, non viene meno tuttavia la sua stirp e, e se il suo se­
me sia prolifico lo apprende appropriatamente se la moglie non è
sterile, ma devono concorrere in misura uguale sia l'uomo attivo
sia la moglie passiva, perché necessariamente si produca l'effetto
e venga concepito l'infante, secondo l'ordine stesso della natura,
che poi a suo tempo viene alla luce.
Non diversamente avviene "nell'arte di produrre l'oro (22), di
tutti quei mezzi veramente molto eccellenti che operano insieme",
come si può constatare ; ma non sarà necessario che gli artefici co­
noscano tutti i generi e !e specie delle sostanze metalliche che il
volgo chiama minerali : a stento li conosce la natura stessa che li
produce e che nelle caverne della terra ne nasconde i principi origi­
nari, tanta è la loro diversità, tanto ampio e profondamente inson­
dabile è il loro numero ; è sufficiente che (l'artefice) conosca a fon­
do le qualità più note avendone fatto esperimento, basta conosce­
re i principi dei mutamenti. Con ciò non si vuole negare che sono
da ritenere artefici più sapienti quelli che hanno esplorato la natu­
ra delle cause efficienti e che hanno appreso con sicurezza a dare la
forma propria all'oro estratto dalla materia comune degli elementi,

(22) l i maschio è il principio fisso, solfo, men tre la femmina è il principio volatile o
mercurio.

72
oppure anche, allorché la stessa materia comune è occupata dalla
forma meno nobile del metallo, che abbiano almeno appreso a fa­
vorirlo ed a moderarlo nella fuoriuscita dalla sede in cui è costret­
to. E' anche opportuno che abbiano imparato con sicurezza a tro­
var la via per estrarlo ed anche quella, ancor più nobile, per ricol­
locarlo nella propria sede, cosa che hanno saputo fare solo quei
primi pochi "che seppero esser nascosto nei metalli un principio
femminile atto alla moltiplicazione" : la qual cosa, si sa, scrisse A­
ristotele nel secondo libro sulla generazione degli animali, mentre
indica la prolificita della femmina delle cose naturali, e ci riferisce
di averla trovata non nel fuoco o in altro potere simile, bensì in
quel calore che è nel grembo femminile e in ogni sost_;l�za spumeg­
giante, che chiama "spirito" nel quale si trova una natura corri­
spondente in proporzione a quella degli elementi stellari. Piacque
ad Aristotele sqivere in greco : "C 'è in tutte le cose, soprattutto
nello sperma, un principio generatore per il quale appunto si crea­
no i principi generatori femminili, e in quei semi c 'è un dòlce ca­
lore; ma ciò non deriva da un fuoco, bensì quasi da una forza insi­
ta, che si sprigiona dentro il seme come un soffio spumeggiante,
come il soffio nascosto nella natura, messo in moto dal movimento
deg�i astri ". Frase che in latino venne tradott� in vari modi.
Per tu tto quanto sopra gli artefici sapienti, con molto studio
e diligenza, fecero in modo di entrare in possesso di questa natura,
estrattala dai metalli. Molti dei peripatetici "la chiamarono quinta
essenza" poiché la considerarono una causa generale, allo stesso
modo in cui il cielo è considerato una causa generale. Si diedero
anche da fare per ridurre in polvere la materia terrosa come cotta
nella calce e di là fecero derivare diversi generi di sale e di olio di
un certo potere e costrinsero la materia fluida a tramutarsi in ac­
qua: dalla parte più pura ricavarono vapori sottilissimi emulando il
potere dell'aria e del fuoco.
Ma per conoscere a fondo tutto ciò non è necessario - come
dissi - conoscere tutti gli artifici, pertanto per mezzo di una poe­
sia ci siamo accostati agli inizi degli enigmi e questa sarà per te sen-

73
za emgrn1.
"Chi i germi delle cose e le cause misteriosamente nascoste
nel prin cipio (della natura) tiene in pugno, colui sarà il supre­
mo e l'ottimo fra gli artefici; ma n on necessita che tutto egli
sappia, e nemmeno a te, perché voli il primo n el più alto dei
cieli, tratto ad alti voli dalle ali rig onfie, ma piuttosto., scen­
dendo subito alle grandi viscere della madre, striscia per terra
a guardare i talami, la prole ed i n ipoti dello zolfo, nella cali­
gine cieca dell'argen to vivo.
"Ti basta, credimi, tener salde le forz.e vicine ed otterranei u­
no solo da due che ,erano alla n ascita. "
Potrai così osservare quel che seguirà, da ciò. Ma per quanto
concerne a proposito della presente discussione, basta non ignora­
re gli artifici di cui abbiamo parlato, basta tener segreta ogni cosa
e non divulgare i pesi, che re�tino ignoti, nè la varietà dei vasi con
cui si fanno i preparativi e dei quali il maestro ha esperienza, otte­
nuta con l'aiuto della natura, avendo di tutto ciò trattato Alberto,
quando fece menzione dei luoghi dove si generano i metalli; ben­
ché ancor giovani, quelli che li trovarono in grande quantità ne
prepararono dei vasi con l'aiuto della natura e con l'industria, nella
città nella quale tentarono gli esperimenti, trovarono il calore
moderato o le fiamme violente ed il tempo adatto a sottoporvi il
fuoco o a ritrarvelo: veri e propri "ricettacoli di vetro o di argilla ",
preparati con lavoro appropriato, per i quali certamente viene a
proposito il materiale novello, trovato nelle caverne della terra,
dove si nascose fin dai tempi antichi.

74
Capitolo X.

NEL NOST RO SECOLO P UO' PRODURSI L'ORO PIU'


FA CILMENTE CHE NEI SECOLI PRECEDENT I :
CIO' CONT RO IL PA RERE DEI DEN I G RA T ORI DELL'A RTE;
CONT RO IL PA RERE DI NON POCHI EG REG I SCRITTORI
CHE NEG ANO, ERRONEA MENTE, POTERSI PREPA RARE
DA L CINABRO, DA LL'A RG ENT O VIVO E DA MOLTE
A LT RE SOST ANZE

P toer questi motivi dunque al tempo nostro può esser prepara­


l 'oro più facilmente che ai tempi antichi: infatti quelli
compivano l'operazione più semplicemente, anche a causa delle
sostanze di cui si servivano e delle quali ora pochi si servono, ser­
vendosi la maggior parte di moltissime altre; anche perché,gli anti­
chi usavano certe sostanze metalliche delle quali i nostri · artefici
non conoscono neppur il nome, ciò infatti anche a causa della pa­
rola "ocra", poiché molti credono di averla ed invece si sb agliano
di gran lunga. Ma io non dubito di aver trovato al.meno tre sostan­
ze alle quali possa competere quel nome: la Pirite, per chi la cono­
sce, che è anche chiamata - come alcuni credono - più comune­
mente "Marcassite" ; la sandracca credo non sia conosciuta, ed è
quella che mi è st:l'ta portata da Venezia e che vien chiamata "zol­
fo rosso"; il Cinabro - come tu dici - che non si ritiene sia com­
posta di Argento vivo e di Zolfo, come afferma Bucasi l'Arabo, che
però differisce dal vero cinabro quanto il leone dalla scimmia : vi
è infatti qualche somiglianza nel colore, ma nessuna nella sostanza,
e ciò a suo tempo verrà dimostrato.
Qualcuno aggiungerà la "crisocolla" decantata dagli antichi
artefici e dai maestri nell'arte di produr l'oro, ma intendo parlare
di quella "crisocolla" che si trova allo stato naturale e non di quel­
la che Plinio insegnò a produrre (anzi sarebbe meglio dire "accen­
nò" a produrre), e neanche di quella che indicò Galeno. Chiunque

75
ne può produrre ; nondimeno io ne ho portata molta da pesi lon­
tani e ne è stata trovata anche in Italia.

Molte sostanze metalliche, di cui non si servirono gli antichi,


vennero fuori dalle caverne della terra ; e ritengo che anche oggi se
ne servano pochi, e ciò fu riferito da testimoni attendibili, per
comporre mescolanze di varie sostanze metalliche che hanno colo­
ri e sapori diversi, ed ottengono da esse effetti vari indicando gli
accidenti in luogo della sostanza, poiché in realtà con esse ne pro­
ducono una quantità maggiore che vendono a minor prezzo e ciò
affermo non solo perché anticamente un decreto dei Romani vieta­
va l'accesso alle miniere italiche.
Appunto perché da più pani si importano sostanze e più fre­
quentemente vengono usate per ottenere il massimo rendimento,
nascono più metalli e ne vengono composti - come dissi - più di
prima, che l'antichità non conosceva, come ad esempio l'ottone
che, come dicono quelli che lo producono, è fatto con poca fatica:
ed in nessun posto si fa menzione di esso nè si dice che con l'attri­
to appare di color verde-azzurro, mentre l'ottone è di color cenere
chiara, e la superficie è verde, con riflessi di zaffiro, e cangiante, di
colori e potere diversi dallo zolfo che veniva chiamato "apiro", e
cioè che non è stato provato dal fuoco.
Ma al di là di questa conoscenza, forse, gli antichi non pro­
gredirono. Si può vedere lo stesso "apiro" del colore fulgido come
l'elettro, oppure bianco, cinereo, verde, biondo, nero e rosso a tal
punto da gareggiare con il color fiamma della sinopia.
Trascuro altre cose, per le quali non esistono vocaboli nè
greci nè latini, e che ritengo di minima importanza in questa
trattazione. Presso Aristotele, non sconsideratamente nè seriamen­
te, si può trovare citati l'uno dopo l'altro i termini "sandracca",
" ocra", "minio", "incenso" e, poco dopo, "cinabro" che si estrae
da una certa pietra, non quel cinabro che si compone dall'argen to
vivo e che fu ottenuto dallo zolfo da parte dell 'inventore Bucasi
l'Arabo ; e nemmeno quella che si racconta che cresca do p o una

76
lotta tra elefanti e draghi in India (2 3 ), ma di quella che viene
estratta dalle cave�e della terra, quindi importata dall'Africa, ed'
ai miei tempi, che io sappia, fu vista in Italia due volte; si crede
che sia stata vista anche al tempo di Augusto, e ce lo lasciarono
scritto Dioscoride e Vitruvio, l'uno trattando di medicina che veni­
va usata quale medicamento, l'altro disse che veniva adoperata per
dipingere gli oggetti di metallo. Vi sono di quelli che affermano an­
che trovarsi nelle miniere di metallo mista ad esso - così Teofra­
sto - sotto il nome di "crisocolla", " verderame", "ocra", "mi­
nio", "sandracca", e che la crisocolla ed il verderame sono ghiaio­
si, l'ocra ed il minio terrosi, ma la sandracca e "l'arrenito" (con
q uesto nome egli cita quello che gli altri chiamano "arsenico") so­
no in polvere, e che complessivamente non differiscono fra essi.
Non bisogna dimenticare che non si trova da queste parti come
raccontano certi scrittori poco degni. di fede, tra cui alcuni dal no­
me celebre, che descrissero, .tra ·le altre cose, l'ocra.
In primo luogo Teofrasto ci insegna che l'ocra non differisce
per nulla dall'�,rsenico, ma Plinio - diversamente trattando di altre
cose diffusissimamente, cita la crisocolla, lo zolfo ed il cinabro ed
affermò anche che lo stesso minio, ché i Greci chiamano "milton",
si chiama invece cinaqro, ma che questo nome viene spesso rifiu­
tato, ma certamente o ra si trova "milton" o ra "cinabro" presso A­
ristotele, Teofrasto e Galeno il quale ultimo cita il milton di Lem­
no, cioè quella terra che co ntrasta i veleni, di cui ventimila picco­
le zolle dice di aver ricevuto segnate dal Sacerdote, allorché appro­
dò all'isola di Lemno ; ma a parte ciò, certamente sono considerati
diversi il cinabro e il milton, presso molti scrittori di scienze natu­
rali, dei quali alcuni lo c.hiamano "cinnabar" ed altri "cinnabax " ;
e di esso ne indica due specie Teofrasto: una estratta allo stato na­
turale in Spagna ed in Colchide, un'altra preparata artificialmente,

(23) Vedere più sotto dove il simbolo viene chiarito.

77
non dall'argento vivo e dallo zolfo, ma da una sabbia rossiccia, che
novanta anni prima aveva scoperta l'Ateniese Callia, men tre spera-
va da essa di estrarre dell'oro. In ciò si troverà in errore non una
sola volta, ma più volte, Plinio infatti insegna - seguendo l'auto­
rità di Teofrasto - che il minio, invece del cinabro, è stato prepa­
rato da Callia, poiché Teofrasto fa assoluta distinzione tra l'uno e
l'altro, tanto è vero che ora parla di minio, ora di cinabro. Inoltre
(Plinio) scrive che il cinabro è granuloso, Teofrasto, invece, sotto
forma di pietra, o, meglio, come scrive nella sua lingua, "simile
alla pietra", cosa che prima Aristotele aveva detto in queste paro­
le: "nato dalla stessa pietra può dirsi in tutto simile al cinabro". I­
noltre il minio, che Dioscoride chiama "amenio", Plinio ci insegna
che nasce ad Efeso, ma di ciò nessun accenno è fatto nelle testi­
monianze di Teofrasto: scrive infatti Teofrasto che ad Efeso il
cinaQro è prodotto artificialmente o, meglio, per usare le sue paro­
le, "con la lavorazione" ; per quanto riguarda invece la nascita
spontanea del cinabro in Spagna ed in Colchide, riferisco la sua e­
spressione "nato da c:e stesso". Dunque del cinabro artificiale indi­
cò il luogo di produ. ne in Efeso, di quello naturale la Spagna e
la Colchide : del minio vero, però, e non di quello che si produce
dal piombo e che gareggia, nel colore, con il minio naturale, l'estra­
zione avviene a grandissima profondità della terra e ne indica diver­
si luoghi. In conclusione indica due generi di minio : uno estrattivo
e l'altro artificiale, donde le sue parole "vi è dunque il miltoh che
nasce da solo e quello tecnico". A ciò Teofrasto aggiunse che il ci­
nabro è solido e per lo più sotto forma di pietra, - cosa che io
stesso posso testimoniare e che posso porre in evidenza sotto gli
occhi dei contestatori -. Insegna inoltre che il milton, . ovverossia
il minio, è preferibile all'ocra, specie di terra naturale, in quel
passo in cui Ermolao - ce ne meravigliamo - avesse consultato il
Corollario di Dioscoride, avrebbe corretto gli errori di Plinio in
quell'edizione riveduta che pubblicò in di lui difesa. Del resto, lo
stesso Teofrasto cita due modi di ottenere il cinabro, mentre
nessuna menzione fa del sangue dei draghi e degli elefanti, che

78
Plinio cita sotto il nome di cinabro e che Dioscoride aveva scoper­
to differente dal vero cinabro, che - come credo - Bucasi o
qualcun altro dei più antichi cercò di imitare ma non vi riuscì,
Qttenendone il colore parzialmente ed in modo imperfetto: infatti
il cinabro artificiale rivela all'esterno il suo color rosso, mentre
quello naturale irradia dall'interno uno splendore più acceso che
maggiormente assomiglia al colore del sangue, ed è forse per
questo che sorse l'opinione del cinabro originato dal sangue sparso
nella lotta fra draghì ed elefanti, sia questa realtà o leggenda .
Aggiungasi che il cinabro naturale (24) quando si brucia alla
fiamma diviene più lucente e più puro di quello artificiale che inve­
ce si offusca e brucia senza più nulla restare. In quello naturale,
poi, restano tracce nelle quali si vedon.o brillare g,ranellini di argen­
to vivo, in quello artificiale quasi delle pagliuzze di idrargirio (2 5):
infatti io non avrei fatto distinzione tra l'argento vivo e l'idrargirio,
come usa Plinio, che considera questo artificiale e quello naturale,
e contrariamente a Dioscoride lo chiar:ia con quel nome, ed affer­
ma quello artificiale tratto dal mini, . : ; :.:ui la natura produce due
qualità e pende dalle volte delle caverne ove si trova l'argento
quando le gocce pendenti si solidificano, oppure si estrae dalle mi­
niere che lo producono da solo.
Pertanto - come a me sembra - Plinio é incappato in un
grosso errore, biasimato anche da altri, quando distingue due gene­
ri, uno quando ritiene che quello defluisca da una pietra, che egli
chiama "vomica", sempre liquido, veleno per tutte le cose, l'altro

(24) Drago è il mercurio, il volatile che combatte contro il fisso : l'elefante; deve diven·
tare fisso a sua volta e, tramite lo schiacciamento da parte dell'elefante ormai ca·
davere, questa fissazione awiene. Il sangue che sgorga dalle ferite del drago era il
cinabro o mercurio sublimato, puri ficato e fissato al rosso. L'India rappresenta
" il paese da cui nasce il Sole".

(25) Idrargirio, dal Greco Hydrargirios - mercurio, che, a sua volta deriva da Hydr -
acqu a e da Argyros - argento, da cui acqua argentea o argento liquido.

79
quando crede derivi da altre sostanze, ma presso Dioscoride ed
altri scrittori di chiara fama, idrargirio è la stessa cosa che argento
vivo, invece per Plinio non lo è. I Greci lo chiamarono "acqua
argentea", dal colore dell'acqua e dalla fluidìtà del liquido, i
Latini, per lo stesso m · otivo, lo nominarono "argento vivo".
Sembra invece che non sia abbastanza chiaro ciò a Plinio quando si
serve del nome "idrargirio", per dire che è usato nell'indoratura
dell'argento, infatti solo allora afferma che non differisce dal­
l'argento vivo e che se ne servono soltanto i fabbr:i quanqo rendo­
no dorati i vasi di puro argento. Del medesimo si servivano - e·chi
lo può negare ? - quelli che menziona Vitruvio nel libro settimo:
scrive questi, infatti, che gli artefici producono 'l'argento vivo dai
frammenti di marmo che raccolgono allorché si sedimenta il fumo
del fuoco, sus dtato dal vapore ; e chi dubita che anche essi se ne
servano? E non solo lo estraggono dal marmo, ma anche dal minio
e da tutti i metalli.
Anche in questo gli antichi sono superati dai posteri, infatti
ora da ogni genere di metallo si estrae con facilità l'argento vivo, o
l'idrargirio, comunque lo si voglia chiamare ; e non solo dai metalli,
ma anche da moltissime sostanze metalliche, sì che per essi còsti­
tuisce motivo di meraviglia il fatto che Galeno, tanto versato nelle
lettere e tanto dedito agli esperimenti, abbia affermato che, se'con·
do lui, l'idrargirio non nasce, ma si produce : infatti egli ne parla
quando tratta del potere dei medicamenti semplici, e queste sono
le sue parole "non è (l'idrargirio) un farmaco che si trova allo sta­
to naturale, bensì bisogna prepararlo": quindi non è rra quei far­
maci che nascono spontaneamente, bensì di quelli che vengono
confezionati.
Passando ad altro argomento, nè presso Vincenzo, nè presso
Alberto - che primi, dopo i Greci e gli Arabi, tra gli uomini dòtti
fecero menzione di diversi modi di produrre l'oro e l'argento -, ci
è dato di leggere una così numerosa quanto vasta congerie di so­
stanze che servono ai produttori di quei metalli. Almeno otto, se
ho ben contato, sono i generi derivati dalla natura dei metalli -

80
come riferisce nei suoi scritti Alberto -:-- e tra questi generi, il sale,
l'atramento, l'allume, l'arsenico, nel quale sta chiuso il pigmento
dell'oro e che perciò dovrebbe chiamarsi "auro pigmento" (26) ;
così infatti chiama Vitruvio quello che i Greci indicano con il no­
me di arsenico e che si fStrae nel Ponto. Dioscoride, uomo di quel
secolo, dice che non è altrettanto buono e che è un po' più pallido
del colore vero dell'oro, e che è di prima qualità quello che nasce
nella Misia dell'Ellesponto : tanto vale chiamarli con lo stesso nome
sia l'auropigmento sia l'arsenico come, dopo Yitruvio, fecero Celso
e Plinio, e che è di color bianco lo affermarono i medici Arabi e
Latini e lo stesso Alberto, ma non mancarono di quelli che dissero
che è di un colore medio (tra l'argento e l'oro). Ci sono poi di
quelli che interpretarono eh� quello di cui parla Alberto non è lo
stesso, per cui rifiutano il senso, ma non rifiutano la di lui autorità.
A queste sostanze aggiunge la Marcassite ed il nitro tuchio, benché
queste non siano naturali, bensì artificiali. La marcassite in realtà
fu nota agli antichi, ma ora non se ne trova - come già è stato det­
to -tranne quella che Dioscoride e Galeno chiamarono pirite, e si
racconta - per averlo appreso da Democrito - che ve ne è di quel­
la color d'oro, d'argento, di rame, e persino di stagno e di piombo:
la pirite che contiene rame sembra sia indicata tra i medicinali. Ci
sono di quelli che scambiano il "tuchio" per il cadmio. In ultimo
Alberto citò l'elettro, che, se è naturale, è da considerare un metal­
lo, se viene prodotto artificialmente non dev'essere elencato fra
quelle sostanze che si estraggono da profondissime caverne.
Ora, le sostanze, che i minatori portano alla luce, adatte alla
preparazione dell'oro, sono tante che non si potrebbero esaminare
in breve spazio di tempo. · Fatta eccezione per quel genere di arse­
nico bianco, il cui nome fecero derivare dal cristallo e chiamarono
anche "tutia", sebbene ancora alcuni Greci lo citino con tal nome,

( 26) Arsenico deriva dal Greco Arsenicon - orpimento giallo -, che si gn ifica anche
maschio, mascol ino.

81
e che anticamente si chiamava cadmio, esistono molte qualità di
marcassite, delle quali per sfortuna non mi ricordo, ed anche molte
qualità di ottone - come prima ho raccontato -, ignote agli anti­
chi, ed anche molte varietà di zolfo. Aggiungi ancora molte quali­
tà di talco e di antimonio - minerali mai citati dagli antichi -
sebbene alcuni abbiano azzardato l'ipotesi che venissero indica­
ti sotto il nome di "stibio" (27) ; .senza l'avallo - come credo -
dell'autorità di qualche uomo illustre, e senza una valida ragione.
Vi sono inoltre molte specie di allume che, senza l'appoggio di una
voce autorevole nè di diretta esperienza, gli antichi tramandarono
tra quelle usate per la preparazione dell'oro ( 2 8).
Ora affido allo scritto l'esperienza che mi è toccata di com­
piere pochi giorni fa. e cioè che è apparso ai miei occhi il cinabro
ferruginoso, del quale presso gli antichi non v'è alcun cenno nè cre­
do venisse usato; tuttavia questo non è stato trovato da me nè da
me è stato cercato - lo confermo -; infatti chi è quello che trova
senza aver cercato? ed in verità chi è quello che cerca nella natura
ciò di cui non ha mai sentito parlare ? Certamente l'ho trovato do­
po molte congetture sul cinabro se in qualche modo può conside­
rarsi una sostanza metallica; il suo peso è notevole, il colore all'in­
terno è nero ed appena all'esterno cinereo e se si raschia rimane
tale, . ma se si brucia evidenzia il color rosso; inoltre lo zolfo che
c'è in esso in parte fuoriesce emettendo prima una fiamma azzur­
rognola, poi vien fuori quella parte che vi è di argento vivo, rimane
quella parte di zolfo che resiste alla fiamma, ma se si immerge nei
liquidi vapori delle acque corrosive avviene il contrario: infatti
quest'ultima parte di zolfo con grande impeto si scioglie nell'ac-

(27) Lo Stibium venne poi chiamato nel Medioevo antimonio. Vedere il " Regno di Sa­
turno cambiato in secolo d'oro" di Hy gi nus a Banna, Arthos, Cannagnola 1 979,
proposizione XXVIII nota n. 4.

(28) Nome che è stato talvolta dato al sale dei Filosofi.

82
qua, tanto è lontana dal resistere al liquido igneo, ma resiste la
parte dell'argento vivo, che per nulla consunta sedimenta candida
sul fondo del vaso. Ho descritto una cosa meravigliosa che - come
presumo - non conobbero gli antichi ché - già lo dissi - essi stes­
si preparavano l'oro benché si servissero di poche sostanze. Inoltre
per calcinazione - mi servo delle parole di Alberto -, per sublima­
zione, per distillazione e con altri procedimenti, dei quali nessuno
degli antichi produttori dell'oro si serviva o non ne dava spiegazier
ne, ottengono molti risultati gli artefici del nostro tempo.
Inoltre da essi - secondo quell'autore (Alberto) - viene dato
il nome di elisir (lo stesso nome è stato dato dagli scrittori arabi ed
i latini, avendolo preso in prestito, lo usano per la medicina) prer
prio perché da esso sono così profondamente penetrate le primiti­
ve specie dei metalli che le corrompe a tal punto che, rimasta solo
più la comune materia e non la propria, risulta una specie diversa
di metallo per effetto dell'azione dell'arte.
Egli stesso (Alberto), parlando dei vasi degli artefici, dice che
si può tingere del color dell'oro qualsivoglia metallo e - per riferi­
re le sue stesse parole - anzi più bello, se si tratta di elisir puro, nel
produrre il quale nessun errore ha commesso l'artefice : proprio per
questo, coloro che affermano ostinatamente che esiste una forma
soltanto nei metalli, possono guardare con maggior rispetto quest'
arte, ma quella forma però non rimane del tutto indifesa da colui
che vi vuole trovare più forme, non contento di quelle che Alberto
ammise. Infatti egli rispose con ragionamenti opposti, ammetten­
do che non le riteneva perfette, ma appena abbozzate nella mate­
ria prima delle sostanze generabili e corruttibili.
Ora queste sostanze più sottili è il caso di esaminare più este­
samente di quanto sin qui è stato fatto non solo perché si sappia
che esistono più vie per dedicarsi a quell'arte, ma perché le possa­
no percorrere più artefici di quanto non sia stato fatto in passato;
anche perché siano invogliati quelli che hanno visto la loro fede
nell'arte aurifera venir meno senza nessuna valida ragione e la ri­
prendano a giusto titolo anche se l'hanno abbandonata da lungo

83
tempo. Si potrebbero infatti da essi imparare tutte quelle cose cbe
�o detto e che l'oro può esser prodotto non in un solo modo, ma
in molti altri e più facilmente di quanto sia stato fatto nei secoli
precedenti ; infatti molti si potrebbero impadronire di quelle co­
gnizioni che erano già note e che via via con l'uso hanno accresciu­
to l'attività dell'arte, ianto più che ad essa si dedicarono tanti illu­
stri ingegni che le giovarono con la loro operosità: perciò debbono
giustamente smetterla con le loro importune calunnie i denigratori
dell:f professione Chimica, solo perché essi non sono tra quelli che
sono in possesso delle cause più sottili della natura nè capaci di
rendersi conto delle ragioni che i filosofi con molta acutezza inda­
garono, i quali (denigratori), nondimeno non possono non ammet­
tere che ogni cosa ha, come modell.9, l'improqta della bontà divina
che vi effonde le sue doti che, l'arte può corroborare in modo da
generare altre cose simili all'originaria.
Nè si possond negare esperienze piuttosto simili: come una
piccola quantità di fer;mento del grano fatta lievitare eleva in alto
un'ingente massa di farina; come il magnete allontanandosi trasci­
na con sè il ferro ; come la remora arresta navigli di gran mole ; co­
me una piccola quantità di aere infetto può scatenare un'immane
pestilenza nella quale muoiono migliaia di uomini; così esistono
sostanze il cui stesso contatto . - come ho già detto - ha la virtù
ed il potere di mutare e di ricondurre allo stato primiero altre cose,
fenomeno a cui nessuno dei mortali �crederebbe se non lo avesse
constatato prima mediante i suoi sensi; chi negherebbe che si pos­
sono mutare i metalli, quando i sensi vi acconsentono e la ragione
non si oppone? pensa qualcuno, che con il suo studio, con la sua
fatica, l'uomo può .imparare perché una nave di gran mole sia trat­
ç�nuta immobile da un minuscolo pe�ciolino? perché un gran muc­
chio di farina sia fatta lievitare ·da una piccola quantità di fermen­
to? perché da un minimo soffio di sostanza odorosa abbondante­
mente profuma tutta la casa ed emanano fragranza le vesti?per­
ché il ferro senza alcun meccanismo venga trascinato e sia tenuto
sospeso in aria alla presenza del magnete ? perché un tenue ed invi-

84
sibile vapore abbia il potere di in fettare intere regioni con gli abi­
tanti e di apportarvi pestilenze? Pur essendosi discusso molto a
lungo delle qualità prime, intermedie, proprie, supreme, ime, igno­
te, sulla detta conoscenza di queste qualità i filosofi son giunti
alla seguente conclusione : "quante teste vi sono, altrettanti pareri
differenti leggiamo ". Nondimeno, se serve ad acquetare gli animi,
proprio in questi giorni è stato fatto un esperimento sulla base del
principio che esiste nelle cose di mutua attrazione o repulsione - i
Greci la chiamano "simpatia" - di natura incomprensibile, esperi­
mento che qui descrivo : "con una piccola quantità di succo di una
o più erbe, l'argento fluido diventa immobile e indurisce : invece l'
idrargirio con la sola potenza del fuoco diventa poco consistente e
si tramuta in oro e argento". Sia che questo si faccia con piccolis­
simi grumi di sali di alluminio, sia con olio od acqua di diverso ge­
nere, sia con altre sostanze ignote alla massa degli uomini, tuttavia
l'arte, si è diffusa ed è andata accrescendosi la sua considerazione.
Per mezzo di quell'arte non si trascura nulla ; nè gli elementi nè le
sostanze composte, ed infatti si fanno composizioni o scomposi­
zioni di elementi, si accoppia, si separa e si sowerte tutto ciò che si
può trattare, per variare, per rinnovare, per portare a termine il
compito che l'arte si è prefissa, usando tutto quel che si trova adat­
to allo scopo sia nelle viscere, sia sulla superficie della terra.
Fu discussa fra i Teologi la questione: "il potere della creazio­
ne, cioè di produrre qualche cosa dal nulla, è un potere esclusivo di
Dio, oppure è stato anche da Lui comunicato alla cosa creata, per­
ché possa creare a sua volta?" Sull'una e sull'altra opinione venne­
ro espressi i seguenti pareri : "quando si tratta della creazione, non
v'è alcun dubbio che nessun potere è maggiore di quello, per cui
qualche cosa prima perde la forma e poi la riprende, che nè alla
natura, nè all'arte è stato mai comunicato", infatti "ciò che si dice
venga fatto dalla natura in cento anni, l'arte fa in mezz'ora e,
spesso nella centesima parte di un'ora".
lo vidi, per avermelo mostrato un amico più di una volta, in
meno della decima parte di un'ora venir disgregato un metallo, in

85
maniera tale che lo zolfo andò in alto e l 'idrargirio rimase in basso:
vidi anche la forma primitiva eliminata e subito venir imposta una
nuova forma, e cioè quella dell'oro, ottenuta cori l'abilità dell'arte
e non per effetto della sola natura, cioè quando la natura è stata
destituita con l'intervento dell'arte ; gli antichi non riuscirono in
ciò, come si può desumere dagli antichi testi, ma era necessaria una
più lunga seduta ; i posteri invece imitarono e addirittura emularo­
no la natura la quale, giorno dopo giorno, con la massima celerità
tramuta in limpido sangue e quindi in carne il cibo, sia con la di­
gestione, sia in altri modi, cos ì come vari sono i pareri tramandati
fin dall'antichità sulla nutrizione. Così or ora io ho esposto un solo
modo ed eccellente di trasmutare i metalli in oro: degli altri ho già
trattato nelle precedenti argomentazioni, per cui non conviene af­
fatto ripeterli.

86
L I 8 R O lii.

Capitolo I.

Il
I PRIMJ ESPERIMENTI DI PRODUZIONE D.l:!.1..L'ORO
PER MEZZO DELL'ARTE CHIMICA

el primo libro h o trattato della stima di cui gode l'o­


ro, mostra.11110 cht' non se ne trova la causa. per cui c-;
si possa effica\.'.ementt persuadere cht' tantn vak I ' on
Ja servirsene come misura di Lutte le altre cosl
Nd s1:condo, esposte k vartt' opinioni di autori \-t.:1s,tr1 m
scienze diverse, le sottoposi al vaglio dei principi filosofici, appog­
giandomi anche ai teologi ed ho concluso cht' "l 'oro può esser pro­
dotto artificialmente. "
Nel ten.o, che ho tra le mani. trattando degli esperimenti an­
tichi e recenti, cercherò di dimostrare che l 'oro è stato già prodot­
to in altri tempi e se ne produce ancon, adesso ; aggiungerò ancora
alcuni avvenimenti salutari sul modo dì usarlo. in maniera che per
effetto dell'abuso non perda nulla del suo valore.
E' un fatto assai ceno, e sempre costantemente confermar<,
dal pubblico consenso, che l'oro sia stato prodotto di quando in
quando con l'arte e l'operosità degli uomini e per risalire ai più
antichi, la tradizione considera il primo uomo (Adamo) ·- secondo
Vincenzo il Belga -- maestro in quell'arte è ciò l'ho detto ali ' mi·-
zio - e attraverso i suoi discendenti, tramite Mosè, agli Apo­
stoli Domenicani, fino ai suoi tempi (di Vincenzo). Si racconta
anche da parte dei Greci - ed io l'ho già detto - che gli Argonauti
navigarono verso la Colchide non, come raccontano i poemi, per
portar via dal re Eta in patria il vello aureo di Frisso rubato da Gia­
sone, ma un libro composto di fogli in pelle di ariete, da cui si po­
teva conoscere in qual modo per mezzo dell'arte chimica si produ­
cesse l'oro. Perciò non ingiustamente 'dagli antichi il vello di Frisso
venne chiamato "pelle d'oro" per la possibilità di produrre l'oro
attraverso la conoscenza di esso. Ciò si può facilmente apprendere
dalle divulgazioni di libri poco diffusi, infatti presso Suida secondo
le sue testimonianze, quell'elemento è largamente affidato alla po­
sterità ; ciò pure in poche ed oscure parole nel secondo libro delle
Argonautiche di Apollonio, dove in versi è detto che il vello di
Frisso venne fatto diventare ·d'oro da Mercurio. In quel passo il
narratore greco scrive che la pelle dell'ariete divenne d'oro al con­
tatto della pelle di Mercurio, la qual cosa più espressamente po­
trebbe risultare favorevole all'arte chimica; le parole tradotte infat­
ti suonano così: "al contatto di Ermete la pelle dell'ariete divenne
d'oro". Veramente Carace, in modo assai egregio, lui che era famo­
so non tanto nella storia quanto nella filosofia, ci tramandò che la
pelle per la quale intrapresero la navigazione gli Argonauti non era
da considerare quella di un ariete vivo, bensì un metodo per la
confezione dell'oro, "la membrana" - come egli la chiama - "e­
stratta", e cioè la membrana tratta fuori; la stessa cosa dice Eusta­
zio nella Geografia di Dionisio Libico; e ciò perché presso i Greci
era diventato proverbiale il vello d'oro, quando si voleva dire che
qualcuno produceva cose preziose da cose di nessun valore. Anche
sotto il velo delle favole gli scrittori antichi lasciarono scritta l'af­
fermazione dogmatica che il metodo della confezione dell'oro era
racchiuso in una membrana di ariete che veniva custodita nel pa­
lazzo del re Eta, e ne vollero indicare anche il modo: il titolo era
"Il Metodo", l'autore "Dragone Mercurio", com'è noto assai a
quelli che professano l'arte chimica "l'argento vivo è indicato con

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il nome di mercurio, ma con lo stesso vocabolo si indica pure il
dragone". Perciò si dice che l'oro sia stato prodotto dal contatto di
Mercurio e si volle che un dragone assai vigile fosse posto a guardia
della pelle aurea.
Si legge anche, nei versi di Orfeo sul ratto del vello d'oro, che
ai piedi dell'albero dal quale pendeva il vello d'oro c'era un prato
in cui, essendoci dell'argento vivo, molte cose si crede venissero
tramutate in quello, e ciò si vedeva apertamente. Non solo le pian­
te e gli ortaggi, ma anche il "calcanto", cioè "l'atramento", non il
"calacanto", ossia anche la "salacanta", per distinguere il vocabolo
delle erbe da quello dei metalli. Così gli antichi, non in un passo
soltanto, indicarono con il nome di vello d'oro, non la pelle favolo­
sa, ma un libro in cui si insegna l'arte di produrre l'oro. E non si è
lontani dal vero nell'affermare l'antichità dell'arte "crisopeia",
cioè di produrre l'oro, tanto più che ci sono dei composti dalla for­
mula scritta, noti sotto il nome di pelle d'oro, di agnello o ariete
d'oro. Da ciò quell'affermazione del poeta Ovidio secondo cui è
derivato il nome corrispondente di albero d'oro, poiché da quell'
albero si ricavano dei frutti che danno risultati come i composti
descritti, che ci si attende, e qua e là si può osservare che si stacca­
no delle pellicine quasi invisibili d 'oro.
Non mancano di quelli che raccontarono che le ricchezze di
Tantalo furono prodotte con le composizioni chimiche descritte
nelle pelli dell'agnello:perciò si estese in lungo ed in largo il regno
del figlio di Pelope e dei Pelopidi, sì che non sembrò assurdo che
Tieste chiedesse l'agnello, secondo nato, di Pelope, e cioè la com­
posizione per produrre l'oro tracciata sulla pelle di agnello che se­
gretamente aveva avuto il primogenito Atreo e che Tieste aveva e­
storto alla moglie del fratello che egli aveva stuprata, fatto da cui
erano esplosi gli odi di quella sanguinosissima antica tragedia.
Si ricordarono di ciò, sebbene apparisse sotto un velo oscuro,
gli antichissimi poeti ed anche Cicerone, Seneca e Papirio. Più su
anche da me è stato raccontato - appoggiandomi all'autorità di
r:allistene - che le ricchezze dei Pelopidi non consistevano in pelli

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di pecore o in rendite, bensì in metalli, altrimenti per la loro remota
vecchiezza sarebbero andate in malora.
Non starò a dilungarmi sul fatto che quell'arte dai Greci e
dai Frigi fu tramandata alle altre popolazioni e che fu soprattutto
coltivata dagli Egiziani assai dediti allo studio della scienza, presso
i quali "al tempo di Diocleziano, l'arte di produrre l'oro era diffusa
tanto quanto quella di coltivare i campi" e si racconta che lo fosse
ancora al tempo di Costantino, sviluppatasi sotto la sua protezio­
ne; inoltre a quel tempo Michele Psello scrisse in lingua greca un e­
legante libretto sul modo di produrre l'oro.
Qualcuno forse a questo punto dirà: perché non esiste più
quell 'arte che un tempo si dice fosse così diffusa? Dirò io - met­
tendo da parte moltissimi argomenti per rispondere - perché non
esiste più l'arte di tingere le vesti di porpora diffusa una volta, non
solo a Tiro, ma anche a Sidone ed esaltata su tutta la faccia della
terra? In nessun posto oggi esiste più quell'arte, nè si conosce quel­
l'ostrica dal cui sangue era ricavato il colore dagli artefici: la mate­
ria per preparar l'oro è ancora a portata di mano e l'abilità esiste
in più luoghi anche se in Egitto è scomparsa da lungo tempo: del
resto neanche nel Lazio mancava prima la via per produrre dell'o­
ro, come resta testimonianza di Plinio nel trentatreesimo libro del­
la "Storia Naturale", il quale insegnò una maniera di produrre l'o­
ro, e cioè dall' "auropigmento", che veniva in Siria dai pittori e­
stratto quasi alla superficie della terra ed è del color dell'oro. Caio
- egli racconta - ordinò di cuocerne una grande quantità e ne pro­
dusse, senza difficoltà, dell'oro eccellente ; ma ne estrasse una così
piccola quantità di rimetterci addirittura. Plinio ci fece sapere che
solo dall'auropigmento poteva esser prodotto l'oro artificiale, e di
ciò forse potè essere testimonio o culare: era vissuto infatti al tem­
po dei primi imperatori e non solo al tempo di Caio, ma giunse an­
che al tempo di Claudio, che regnò dopo di Caio, ed anche fino al
tempo di Vespasiano. Militò sotto l'imperatore Germanico e ne
tramandò le imprese; egli stesso dice di aver visto il figlio di lui,
Claudio, - che dal fratello Germanico venne sostituito nel princi-

90
pato al nipote Caio, - e seduta vicino a lui Messalina, durante i
pubblici spettacoli, e che scrisse, al tempo di Nerone, - e ce lo
conferma Plinio il Giovane - la "Storia Naturale" che dedicò a Ve­
spasiano.
Come dicevo - Caio riportò danno (nella produzione dell '�
ro), forse perché ne ricavò una quantità minore di quella che sa­
rebbe stata necessaria per compensare la maggiore spesa sostenu­
ta per trasportare, via mare, a Roma, l'auropigm ento; forse ne a­
vrebbe tratto guadag no se fosse riuscito a trasportarne quanto se
,ne può trovare in Carmania - come scrisse Onesicrito - o se fosse
riuscito a scaldare di quello della regione scitica occupata dagli E­
giziani, alla quale ( regione) fece tanta paura Diocleziano, di cui ho
gi à parlato. Si trovano testimq nianze scritte dei Greci, secondo cui
Di ocleziano inflisse cru deli ed inumani supplizi agli Egiziani per
timore che essi, grazie alla loro arte di produrre l'oro, nella quale e­
rano molto esperti, osassero ribellarsi dopo aver ristorato le loro
ricchezze: perciò ordinò di trovare e di bru ciare tutti i libri che
trattassero dell'arte chimica. Ciò si pu ò trovare confermato presso
Suida nel 'd ecimo libro delle sue " Raccolte".
Dopo Diocleziano fu tanta la frenesia di produrre l'oro, non
dall'auropigm ento, ma dalla sabbia aurifera, che ciò veniva fatto
pubblicamente da tutti quelli che conoscevano quell'arte; e poiché
furono venduti all'imperatore dei sassolini dorati, per questo moti­
vo furono pubblicate nel codice giustinianeo le due prime leggi che
vanno sotto il titolo " I produttori di metallo". Questa sabbia fu
dai Greci chiamata "crisamo", dagli Spag noli e dai Latini "balux"
e ciò appare frequentemente nelle leggi civili e negli scritti di Pli­
nio, per non parlare delle ridicole locuzioni di Accursio per indica­
re queste voci: "b alaca" e<' crisamo".
Un illustre uomo del nostro tempo, eru dito in ogni scibile, ri­
tiene che si debba leggere "crisamon" e non "crisamo" e che con
questo nome si debba intendere il vaso nel quale si fonde l'oro. Ma
il nome di quel vaso è "crisale" - la stessa cosa afferma Plauto -
ed in tre modi diversi viene pronunziato; però, senza alcun dubbio,

91
si deve leggere "crisamon'', quando sta ad indicare la sabbia auri­
fera che tuttavia non veniva scavata, ma veniva raccolta sulle spiag­
ge marine e da essa con mescolanze div erse si preparava l'oro.
Le due prime leggi trattano di questa (della sabbia aurifera),
le altre riguardano le miniere, sia per la serie degli attributi sia per
la diversità della gabella, ossia del canone, - come lo chiama la
legge - come si può facilmente comprendere. I nfatti i chimici do­
vevano all'erario dell'imperatore pochi granellini d'oro, ed invece i
minatori la decima parte.
Quel modo di produrre l'oro chimicamente, primo fra sette,
ce lo tramandò Psello che insegnò anche a distinguere l'arena dei
lidi e del fondo marino, che si dice aurea dal colore e da alcuni è
chiamata arena aurifera, secondo le sue parole "vi è una sabbia lun­
go le rive del mare, chiamata aurea per il color dell'oro, e perciò le
è rimasto il nome di aurifera".
Anche G aleno, quando tratta del potere dei medicamenti
semplici, venendo a parlare della terra, fa menzione della "crisiti­
de" e della " argiritide", e subito dopo accenna alla sabbia aurifera,
e per il suo aspetto ricorda che c'erano di quelli che pensavano di
far guadagno dalla quantità e che in essa stessa c'era mescolata del­
la " baluce" da distinguere dal "crisamon" ; ed anche secondo Pli­
nio vi sono in quella sabbia mescolati dei piccoli frammenti di oro
detti "baluchi". Sebbene il "crisamo" consti di minutissimi granel­
li, pure essi non sono di oro, bensì del color dell'oro, da cui si
può estrarre l'oro dopo lunga cottura e mescolanze varie. Altri non
pochi metodi venivano enumerati dai "metallari" al tempo degli
imperatori romani, ma Psello insegnò ad estrarre l'oro dalla sabbia
in cinque o sei modi diversi, come ci lasciò scritto. Infatti egli ci la­
sciò numerose attestazioni che ciò faceva spinto da una forza "o­
nesta" che lo costringeva, e perciò le sue parole: " ero signoreggia­
to da una forza che agiva in me come uno spirito tirannico".
Ad avvalorare ciò sta la testimonianza di Alb erto con i suoi
esperimenti, che aveva appreso dalla lettura e che si era dedicato
alla produzione di oro artificiale affermando che era vera e legft-

92
tima la divulgazione che quello (Psello) ne aveva fatto - che anzi
era riuscito ad eguagliarlo - e ciascuno era da ritenere esperto
nella propria arte. E ciò non tanto per averlo appreso dagli altri,
ma perché ciascuno si era fatta da sè una .certa esperienza. Infatti,
descrivendo l'argento vivo, disse che era della stessa sostanza ma­
teriale di tutti i metalli, ma che aveva il potere dello zolfo corrosi­
vo e che bruciandolo avrebbe generato l'oro e l'argento a guisa del­
l'umore mestruale delle donne (29); si nasconde quando incomin­
cia a mutar specie, e prirha si coagula in granuli, quindi comincia
ad apparire e dopo si trasmuta.
Ciò Alberto vide non nelle spelonche, nascosti recessi della
natura, infatti egli riferisce di non esser mai penetrato laggiù con
la schiera dei minatori, ma a casa e sotto una guida soprannaturale,
e non standosene in ozio a guardare le rovinose frane dei monti :
nè egli fu così insensato e stordito da voler restare immerso a lun­
go in un profondo baratro, senza speranza di luce e con poca del
ritorno, per esser testimonio del connubio fra l'idrargirio e lo zol­
fo, che forse si celebra ogni cento anni, e per conoscere in qual
modo ciò • avviene nelle alcove sotterranee (30). Vi è anche la
testimonianza del filosofo Arnaldo, nonché illustre medico,
secondo un esperimento tramandato per iscritto, nelle testi­
monianze legali, tra le appendici di Guglielmo, che ottenne il
riconoscimento di essere un ricercatore, ...,.. lo scrisse infatti lo
stesso Arnaldo - che ivi esprime alti e meravigliati elogi : le ver­
ghette d'oro, che quello (Guglielmo) produsse, vennero mandate a

(29) Menstruum, da Cesare della Riviera, nel suo " Mondo magico degl i Heroi", Arthos,
Carmagnola 1 978, a pag. 21 viene considerato un acrostico : MENsura STRUctu­
rae Verae Magiae. Accenniamo ad un'altra possibile interp retazione cabalistica:
MENtem STRUO ossia costruisco la mente, termine che, a sua volta , nello stesso
modo, viene derivato da Meus ENS , mio ente.

(30) Sarebbe bene prestare attenzione a questa frase.

93
Roma per ogni controllo, infatti si legge nel titolo della "causa"
che quello era stato incriminato di falso. Certamente, allora, non
sarà stata tralasciata la prova dell'acqua (corrosiva), che separa
l'oro dall'argento, per provare che si trattava di oro puro, efficace
argomento in ogni caso, se a quel tempo veniva usato; ma certa­
mente non sarà mancata la prova del fuoco, poiché se si sottopone
alla fiamma sette volte, quello artificiale si dissolve, come ci narra
Alberto, che fu molto più antico di Arnaldo. Senza tacere di
Raimondo delle Baleari, illustre per le sue molte opere, e per
venire agli uomini del nostro tempo porterò come testimonio
Alberto di Colonia pure appartenente all'ordine dei Minori. Questi,
infatti, avendo scritto un volume sulla quinta essenza delle specie
sublunari, nel quale anche insegna in quanti modi si possa estrarre
dalle singole cose, aggiunse che egli poteva mostrare, purché lo
avesse voluto, con le sue teorie che avrebbe fatto pervenire al
lettore, come in un batter d'occhio i metalli imperfetti si sarebbero
mutati in argento ed in oro, e tutto ciò avrebbe rivelato in maniera
intelligibile, quando era rinchiuso nel carcere vecchio, contestando
altresì che a nessuno mai degli uomini Evangelici - come egli dice
- l'avrebbe manifestato ; con quel nome infatti egli chiamava gli
uomini sottoposti all'ordine istituito da San Francesco, affinché
per istigazione del demonio non si dedicassero alle operazioni di
alchimia. Però nessuno dei filosofi nei suoi libri scoprì la verità
perché egli l'aveva rivestita di parole incomprensibili, proprio per
non dare la possibilità ad alcuno di raggiungere quell'arcano potere
che è nell'arte chimica, se non attraverso una vita del tutto santa e
dedita ad altissima contemplazione, in modo che la sua mente
fosse congiunta a quella divina, cosa che affermava essere concessa
solo a pochissimi.
Capitolo II.

G LI ESPERIMENT I TENT A T I A L NOST RO TEMPO


PER PRODURRE L'ORO, T RA CUI MOLT I INSIG NI
DERIVANTI DA LL'A RTE CHIMICA

'E per
cosa assai certa, non solo per averlo sentito dire, ma anche
averlo visto molti dei viventi, fra cui io stesso, che al mio
tempo è stata attuata la conversione dei metalli in modo artificiale,
assai spesso dell'oro e dell'argento, e non soltanto con un compo­
sto, ma con più di essi. Non solo sono spinto a confermarlo per
mezzo dei volumi da me non molto tempo fa letti e dedicati al
Pontefice Leone Massimo, che sembrano indicare quell'arte vera ;
tanto è vero che lo confermano anche gli esperimenti, come fa un
altro autore che scrisse un libro in versi che inizia così :
"Per produr l'oro, con le deboli forze nostre, l 'arte
cercammo
"e dopo lunghe, pazienti, ricerche ora in pugno l 'abbiamo. . . . "
Egli aveva poi concluso quell'arte crisopeia dicendo di se stesso in
versi :
"..... . Così come novello Giasone
"ho strappato il segreto del vello aureo alla fertile Colchide. . "
Infatti, ai poeti è facile render vero ciò che è verosimile, tan-
to più che egli, secondo l'uso dei poeti, pensò bene a scrivere di se
stesso in fondo al primo volume, quando fece menzione delle por­
te di corno e di avorio. Anche molti degli storici, non sono in que­
sto caso da ritenersi validi testimoni oculari, come egli a me sem­
bra, poiché lasciò scritto nel suo volume di gran mole tre o quattro
modi di fermare l'argento vivo per produrre l'oro, modi che ora
qui appresso descriverò.
Riferirò il primo a me assai noto per averne prima sentito par­
lare e poi per averlo visto.
Mor ì alcuni anni or sono Nicolò di Mirandola, sacerdote dell ·

95
ordine dei minori, vecchio a noi noto e dalla vita integra, immune
da ogni scelleratezza, molto amante dell'astinenza e della solitudi­
ne, il quale da vivo e da morto fu ritenuto dai suoi compagni di
grande santità e partecipe delle rivelazioni divine alcune delle qua­
li tu, moglie mia, facilmente potresti ricordarti per �vermene ac­
cennato per lettera, mentre io ero in Germania, come ad esempio
la predizione della guerra che sotto il pontificato del Papa Giulio
sarebbe stata dichiara a Venezia. Quest'uomo a Bologna produsse
artificialmente dell'argento, a Carpi dell'oro alla presenza di molte
persone; ne produsse anche a Gerusalemme, dove per motivi ine­
renti alla sua qualità di religioso dimorò per volontà del direttore
del suo ordine, così come egli mi raccontò di persona, e vive anco­
ra colui che controllò quell'oro. Me lo raccontò anche non molto
tempo fa un certo Antonio di Mirandola, nipote per parte del fra­
tello, il quale spontaneamente ed ingenuamente mi confessò che
suo zio era esperto nell'arte di produrre l'oro, e mi mostrò anche
un libro s·critto di proprio pugno dallo zio su diversi argomenti
quali : in che modo aveva operato, la testimonianza del socio, due
esperimenti per la produzione di oro ; il tutto diligentemente anno­
tato però con l'intercalare di termini oscuri per dissimulare le sue
argomentazioni.
Inoltre, fra i mortali del nostro tempo, vi fu un certo Apolli­
nare, sacerdote dal buon nome dell'ordine dei predicatori, il
quale non esitò a confessare agli amici che egli con sicurezza cono­
sceva venti modi almeno di produrre l'oro vero. Nè mancarono di
quelli che, dello stesso ordine sacerdotale, dopo aver assolto gior­
nalmente ai loro doveri di religiosi, si dedicavano a quelle attività
per le quali maggiore era la loro inclinazione, e fra l'altro scopriro­
no nuovi modi di trasmutare i metalli, convinti, non senza motivo,
che ciò fosse utile per la vita di tutti i giorni, più di quanto non
fosse, giorno per giorno, accanirsi in dispute letterarie e filosofi­
che, e ritenevano che ciò fosse più consono alla filosofia ed alla
medicina, che prima avevano professato. Avev:mo letto in Aristo­
tele che una cosa è la generazione ed altra è la corruzione, ma che

96
ciò non avveniva universalmente bensì particolarmente: avevano
anche letto che gli elementi si mescolano e che le composizioni ri­
sultanti sono mutate dagli elementi medesimi. Notavano che Dio
nulla aveva fatto invano ed avevano appreso con sicurezza che l'uo­
mo era stato designato principe della natura inferiore "con l'inge­
gno del quale, per mezzo della natura, poteva esser fatto ciò che la
natura mai avrebbe fatto spontaneamente " a condiz ione che essa
fosse stata messa da parte dall'ingegno dell'uomo; e se ciò era evi­
dente nella potatura degli alberi, nella pittura, nella medicina, in o­
gni comodità della vita, perché non doveva esser possibile a propo­
sito dei metalli, anche se questi sono legati e commisti fra di loro
in grande quantità, sì che spesso l'uno è nascosto nell'altro ? Ave­
vano capito che ciò era compito degli ingegni più svegli, quello di
indagare la natura, e che non ci si deve accontentare di conoscere
solo e in generale le cose della natura, nè si deve attendere che la
natura ci dia notizia di sè spontaneamente, e che di là dove essa è
nascosta subito ci appaia ai nostri sensi. Le trattazioni a carattere
enciclopedico sooo vaghe ed incerte e quelli che si dedicano ad es­
se sono soliti tenere per verità ciò che invece è frutto della loro
immaginazione, mentre invece è chiaro, e dal pubblico consenso
può esser confermato, che dall'arte chimica può derivare per la so­
cietà umana "un grande ed eccellente guadagno, con cui, in modi
molteplici, si può venire incontro ai bisogni dei mortali": ciò tanto
più che sono stati scoperti moltissimi rimedi contro le ferite e le
malattie, confezionati con diversi generi di olio, mediante l'arte
che volgarmente è chiamata degli Alchimisti, ed al parere dei cul­
tori di essa ricorrono quei medici ai quali viene richiesta una gran­
de quantità di quell'olio salubre, non solo, ma anche moltissimi a­
lessifarmaci che vengono prodotti per mescolanza di numerose so­
stanze attraverso lunga cottura e che sanno preparare sia gli uomi­
ni rozzi sia quelli eruditi. Essi producono infine l'oro, la cui abbon­
danza arrecò talvolta sollievo all'estrema indigenza dei poveri.
Ma mi sembra di essermi troppo allontanato dall'argomento
degli esperimenti, perciò vi ritorno.

97
Dunque, a Roma, m un pubblico tempio s1 vedeva 'icritto un
epitaffio con caratteri d'oro estratto dal piombo. e non so se quel­
la scritta sia stata rimossa a causa delle recenti rovine. Anche a Ve­
nezia vi fu, pochi anni fa, un tale che con la testimonianza pubbli­
ca di moltissimi nobili uommr "da una piccolissima quantità che
non superava quella di un chicco di grano" produsse una grande
quantità di oro dall'argento vivo.
Vi fu anche nel territorio di mia giurisdizione un tale che.
alla presenza di tre testimoni, da una quantità di argento vivo
uguale ad un granellino di frumento ottenne un'oncia di prege­
volissimo argento, ed avendo io parlato con uno di quelli che aveva
assistito all'esperimento udii dire da lui che aveva osservato con
molta attenzione l'operazione e che la "medicina" ottenuta dalla
trasmutazione era di color cinerino.
Vengo ora all'esperimento che svelò il segreto ai miei occhi, e
vive ancor oggi l'uomo, mio conoscente ed amico, che più di ses­
santa volte con le sue proprie mani alla mia presenza ottenne oro
ed argento da sostanze metalliche ; nè egli segu ì solo una via, ben­
sì molte. L'osservai anche mentre preparava l'acqua metallica, nel­
la quale non metteva nè le sostanze originarie dell 'argento, nè del­
l'oro, nè dello zolfo e neppure dell'idrargirio e tuttavia da essa
mentre otteneva dell 'oro, ottenne inaspettatamente anche dell 'ar­
gento, ma non in quantità tale che valesse la pena di ripetere l'o­
perazione, infatti ·era minore il guadagno della spesa.
Vidi anche - come ho raccontato all 'inizio della mia opera -
assai spesso venir fuori dell'oro e dell 'argento dai loro granellini
fusi e in quelli dell' argento vi era non poco oro ; vidi anche con la
forza delle acque (corrosive) trarre fuori dal rame dell 'argento,
sebbene in minima quantità. Ed è questa - come già dissi - una
maniera di produrre l'oro e l'argento, ma non è tra le migliori,
poiché viene estratto da metalli meno perfetti e non da veri metalli
dai quali si ricava maggior utilità : è ciò vero, perché m 'è toccato di
sperimentarlo più volte.
Vi è pure un'altra persona, che ritengo ancora viva, perché

98
non mi risulta sia passata al regno dei più, la quale tutte le volte
che vuole dai suoi piccoli forni ottiene dell'oro l.On poca spesa ed
in pochi giorni, s ì che poi Io vende ai pubblici laboratori come oro
purissimo, e spinto· a quell'arte non dal bisogno ma dal desiderio di
conoscere la natura, sebbene fosse già fornito di molte ricchezze.
ora, grazie a quell'arte, le sue ricchezze sono moltissime.
Vive anche al giorno d'oggi - se non è morto solo da quakhl:
giorno -- un uomo cui non mancano beni sufficienti a condurre un
tenore di vita di persona quasi d'alto rango, dalle cui mani vi.di tra­
,;formarc il rame in argento ed in oro con un certo estratto non so
se di erbe o di piante dopo averlo sottoposto a fuoco fortissimo.
Non rrascurerò di riferire ciò che mi narrò un povero, avendo­
lo avuto rivelato durante il sonno ed avendolo poi esperimentato
di sua mano. Mentre egli era in grande ansia perché non sapeva a
chi rivol r;ersi per sfamarsi, infatti era assillato dal dover chiedere
carità per i viveri, dai debiti e dal gran numero dei figli, si addor­
mentò e vide in sogno un abitante celeste, di quelli iscritti nel cata­
logo dei santi, il quale per mezzo di enigmi gli insegnò l'arte di
produrre l 'oro e quindi gli indicò una certa acqua di cui servirsi per
fabbricar dell'oro: usandola infatti riusc ì a produrre dell'oro, ma
in piccola quantità sufficiente a lui per i bisogni della famiglia on­
de procurarsi da mangiare: e dal ferro ottenne l'oro due volte, dal­
l'auropigmento tre o quattro volte, e per averlo sperimentato mi
fece sapere chiaramente che " l'arte di produrre l'oro non è menzo­
gnera, bens ì verace". per questa ragione avuti da lui rivelati bene­
volmente quegli enigmi, li espressi in versi esametri, dei quali non
pochi ho citato nell'introduzione e nella conclusione, là dove dissi
negli stessi versi chi sia il vero ricco.
Vidi pure un'altra persona che trasmutò l'argento vivo, in due
modi, in argento vero cui era misto dell'oro e che dal cinabro con
l'a�iunta di alcune sostanze, escluso l'argento e l 'oro, ottenne del­
l'oro con dell'argento ; vidi anche dal cinabro puro, mescolato a un
certo olio semplicemente, ottenere (ma fu cosa di poco conto) del­
l'oro e dell'argento ; vidi spesso l'idrargirio, che era estratto dal

99
piombo e dal rame, trasformarsi in argento ed in oro.
Infine, proprio pochi giorni fa, ho visto con gli occhi ed ho
toccato con mano dell'oro che era stato prodotto alla mia presenza
dall'argento nello spazio di tre ore, senza che fosse stato prima mu­
tato l'argento in argento vivo o in acqua, e cioè direttamente dalla
materia prima del metallo; e questo dico perché si convincano, per
mezzo di questa esperienza, coloro che disprezzano l'arte di tra­
smutare i metalli e la catunniano, negando che ciò possa avvenire
se prima non viene ridotto in materia comune quel metallo che si
vuole trasmutare.

100
Capitolo III.

AVVERTIMENTO PER QUELLI CHE IMPRUDENTEMENTE


DISPREZZANO G LI ESPERT I NELLA PRODUZIONE
DELL'ORO, A I QUA LI PIU' CHE A G LI A LT RI A T TENT I
OSSERVA T ORI DELLA NA TURA , COMPETE
L'A PPELLA T IVO DI FILOSOFI

R itengo che questi esempi siano sufficientemente confortati


dalla ragione e dall'autorità di molti, avendoli sperimentati
io ed altri, e che possano in parte soddisfarti, tanto più che io so
trattarsi di cose certissime adatte a rimuovere le tenebre dell'intel­
letto di molti ; e non ho potuto fare a meno di scrivere queste cose,
non tanto per ammonire te quanto quelli che imprudentemente
sputarono sentenze su ciò che non conoscevano. Pertanto crederò
di aver fatto cosa utile con !a mia opera, se riuscirò a far s{ che co­
storo, da me avvertiti, _impareranno a non discutere accanitamente
su cose che ignorano e, infine, a non affermare che siano impossi­
bili a farsi cose che da essi non possono esser fatte, ciò che è assai
sconveniente e detestabile, e a non trattare come rei di crimine o
come sospetti di demenza, mormorandolo qua e là, coloro che giu­
stamente esercitano l'arte di produrre l'oro o che sono ritenuti de­
gli esperti, "e che è cosa degna di commiserazione, non meno che
di scherno, affermare che è opera di un demonio mali gn o ciò che
invece è da attribuire a Dio, autore di ogni verità, agli spiriti beni·
gni, alla natura, all'arte ed all'attività dell'uomo".
Chi però potrebbe mettere in dubbio, se tiriamo in ballo il
potere e l'astuzia del demonio, gli esperimenti di qulalcuno, non i­
nesperto delle qualità sublimi, compiuti con l'arte chimica? Anche
chi non ignora la letteratura potrebbe rintuzzare i denigratori di
quell'arte facendo sorgere dubbi sul parto della madre da cui essi
stessi sono nati; tanto più che un malvagio demonio mutato, non
in forma di Anfitriorie, ma di marito o di qualsivoglia altro uomo

101
potrebbe possedere la madre ingannata e darle la possibilità di con­
cepire figli Nota è infatti la storia della concezione di Alessandro
il Macedone, del re Seleuco e, dopo lungo tempo, di Merlino; mol­
te interpretazioni anche ne es" stono presso i nostri teologi, i più
antichi ed i neoterici, che ci lasciarono scritte storie di demoni in­
cubi e succubi, e della loro malvag ità e dei loro inganni, sì che per
essi la salute acquistata per mezzo dell'arte medica fu calunniosa­
mente attribuita ad opera di demoni, dato che il demonio poteva
esservi implicato nel propinare invisibili rimedi alle malattie o alle
ferite o altre innumerevoli sosta ze che gli altri hanno ricordato,
ed io stesso n quei dia ogh dal ù lo ' La Strega", ossia "La burla
dei demoni", per non parlare delle "ricette' di Ippocrate, princi­
pe dei m dici, delle quali Apollo, falsa divmita dei gentili, fu dagli
antichi ritenuto autore e divulgatore in gran quantità attraverso gh
oracoli, poiché le aveva ottenute dai demoni. Quelle ricette aveva
sottratto Ippocrate dal tempio di Esculapio, dopo che era stato in­
cendiato, - come ho gia raccontato secondo una certa tradizione
orale - ricette che ancora ai nostri giorni vengono usate poiche so­
no state ritenute efficaci. Essendo Dio l'ottimo e massimo prima­
rio autore della verità, i denigratori dell'arte di produrre oro, che
sputano sentenze dopo scarse investigazioni, imparino ad esser rim­
proverati dall'autorità di Aristotele che afferma: "Quei giurecon­
sulti che giudicano senza aver consultato a fondo tutta la legisla­
zione, sappiano di esser considerati e rimproverati come incivili".
Sappiano di essere condannati anche dall'autorità di Anneo, il qua­
le considerava con scherno l'imperatore Claudio che giudicava una
controversia soltanto ascoltando una parte, e talvolta nè l'una nè
l'a tra. Si abituino pertanto all'idea che possa esser prodotto l'oro,
per mezzo dell'esperienza e senza la conoscenza delle raffinatezze
letterarie; ma sappiano che non può essere un esperto professioni­
sta dell'arte chimica, in tutto e per tutto, chi non abbia approfon­
dito la scienza della natura e non abbia tentato di persona quegli
esperimenti che molti, dopo un primo approccio, trascurano, op­
pure dopo averli compiuti non cercano una conferma, mentre il

102
vantaggio degli esperimenti sta nella loro ripetizione (31).
Per filosofo io intendo colui che abbia letto o ascoltata la
lettura di alcuni libri di filosofia e che non sia del tutto ignorante
dei mutamenti delle erbe, delle piante, dei metalli, delle pietre e
dei loro poteri e delle loro mescolanze. Competera l 'appellativo di
filosofo a colui il quale conosce i principi generali della natura, poi
quelh delle parti sublunari, e che abbia approfondito la forza dei
germi sotterranei. Da qui potrà apprendere con la sua intelligenza
l'attrazione e la repulsione delle cose inferiori, e quindi la nascita e
la morte; potrà così trovare motivo di ammirazione per la div·na
maestà, la quale non solo ha concesso all'uomo di conoscere le co­
se chiuse e nascoste nelle viscere della terra, ma anche di servirse­
ne per la casa come dono ed aiuto della natura: pertanto di molti
nomi si possono servire i mortali sia per i beni del corpo sia per
quelli esterni.
E chi, affrontando questi argomenti, riuscirebbe a tenere a
bada i garruli dissertatori su quanto corpo ha l'ombra del corpo,
e quanta verità esiste nelle mutevoli operazioni desultorie (3 2).
Infatti, se alle parole precedono i fatti, se è meglio fare cose
grandi anziché parlarne, allora veramente compete il nome di filo­
sofo a quell'uomo, anzi di "filosofo eccellente" (33). E non è forse

( 3 1) La ripetizione è indispensabile al magistero, un po' un repetita iuvant, infatti sen­


za ripetizioni non si concreta nulla della nostra ane. Ad es. : si parla io linguaggio
alchemico di coobazioni, da coobare che, in latino medioevale,sigoifica ripetere.
La coobazione è una ridistillazione usata per stabilizzare ed accrescere i risultati
ottenuti.

(32) Con operazioni desultorie l'Autore intende, facendo un parallelo con il desultor,
che era un cavallerizzo che nei circhi saltava da un cavallo all'altro, significare
quelle operazioni di spostamento della coscienza da un pianeta all'altro o da un
metallo all'altro, che è lo stesso.

(33) Un detto ermetico, i n effetti, è questo: " post laborem scieotia".

103
da considerare un equilibrato estimatore delle cose colui che di­
mostra ogni cosa e la pone sotto gli occhi di chi, o fidando nei po­
teri della propria immaginazione, o per le vie comuni della facoltà
dialettica, o per concezioni metafisiche, credeva di saperne qualche
cosa, non con certezza, ma sempre nel dubbio, occupato sempre in
argomenti appresi per tradizione?
A quest'ultimo certamente sta bene l'appellativo di sofista,
ma a quello gli antichi avrebbero attribuito il nome di sapiente,
senza l'opposizione dei Peripatetici, i cui dogmi vengono inter­
pretati a senso secondo il quale poi si affannano a fornirne le loro
prove. Quel senso, invece, che gli esperti dell'arte chimica disprez­
zano, lo sbandierano sotto gli occhi dell'avversario recalcitrante, e
da esso si preparano la vittoria. In conclusione, non affrettatamen­
te, nè senza ragione, si è propensi a dire che dai Greci erano consi­
derati uomini sapienti quelli del primo stampo, e le loro dichiara­
zioni lo confermano.
Presso gli Arabi gli strumenti di quell'arte, persino la melma,
di cui son soliti servirsi i professionisti della chimica, sono stati do­
nati a titolo di sapienza, tanto è vero che si conobbero artefici
rozzi e d artefici esperti, che, come ho detto, furono istruiti da
quelli che esercitavano le arti organiche e strumentali: lo attesta il
fatto noto - e chi non lo sa? - che gli uomini ormai da molti
secoli avevano stabilito di misurare con l'oro tutte le cose esterne
di cui ci serviamo, che i Peripatetici chiamano "beni", gli stoici
"comodità", e poiché l'oro è apprezzato più del proprio corpo,
una non piccola parte dei mortali si espone ai rischi della morte
pur di acquistare dell'oro, per non parlare di quegli empi, che
dimentichi di se stessi, pospongono la propria anima all'oro, di cui
certamente abusano i malvagi e di cui rettamente si servono gli
onesti e di buoni costumi, come se per essi questo sia un dono
rarissimo mandato dall'alto dei cieli, che ritengono la più grande
delle grazie inviate da Dio, e poiché c iò per Sua Grazia può accade­
re, conviene non invidiare nessuno dei mortali per quanto possa
essere ricco, per guarito possa èssere potentissimo.

1 04
Capitolo IV.

SE VERAMENTE COMPETE L'APPELLATIVO DI RICCO


A QUALCUNO PER CAUSE ESTERNE, A BUON DIRITTO
COMPETE AGLI ESPERTI NELLA PRODUZIONE
DELL'ORO PER MEZZO DELL'ARTE CHIMICA

e ertamente vi fu presso gli antichi qualcuno che fosse ricco, e


perché lo si possa chiamar "ricco" è non piccola questione
mai trattata dai filosofi, dagli oratori o dai poeti, come colui che
disse a Crasso : "e perché tu solo hai il diritto d'esser chiamato ric­
co? ". Anche in altri modi, che la filosofia non contempla, si può
chiamar qualcuno ricco: ricco di terre, ricco per gli interessi del
denaro messo da parte ; ricco di una bella e variopinta veste ; ricco
di oro ; e chi crederebbe che non lo furono davvero?
Ma chi dicesse "veramente ricco colui che soprattutto è ben
istruito nella religione di Cristo, che inoltre goda di buona salute
del corpo e della mente, e che infine sia fornito del potere di pro­
durre oro e argento" a nessuno sembrer�bbe da rimproverare.
Infatti chi manca del tutto di buoni principi dell'animo è
assai povero, tanto è lontano dall'essere ricco, nè giustamente è de­
gno di quell'appellativo chi" è travagliato dalle miserie del corpo,
alla stessa maniera colui che è sempre bisognoso della salute tanto
desiderata, così come chi non è al sicuro dai pericoli della guerra,
chi sempre dipende dalla volontà dei principi, chi dedito alla mer­
catura ambulante ha sempre paura dei ladrì o del mare in tempe­
sta, e colui che attende ai lavori della campagna assai spesso teme
le intemperie nocive ai frutti, e colui che si dà a guadagni disonesti
o a cattive azioni per scopo di guad agno, proprio perché dagli uo­
mini onesti sentono dirne male o perché sono presi dal rimorso di
coscienza ; se in qualche modo tutti questi possono esser considera­
ti tra i ricchi, per il fatto che le ricchezze procurate dagli avi posso­
no essere strappate con molta facilità, nessuno ignora che spesso

1 05
tutto può mutare, come del resto, spesso, i regni ed i principati :
infatti quando Cartagine fu vinta fu visto mendicare un tozzo di
pane. Ma a chi possiede quell'arte, che è nell'animo di un uomo sa­
no, chi la potrà togliere finché quegli vivrà? Chi glielo vieterà, do­
vunque si trovi, purché non gli manchi il fuoco? Certo non gli
mancheranno i liquori e le polveri senza le quali non si potrà pre­
parare l'oro.
Certamente con molte migliaia di Germani i prìncipi della
Pannonia e con un lavoro di molti mesi scavano profondissime
caverne nei monti da cui trarranno l 'oro ; con un lavoro di tre anni,
approntano una gran flotta i re di Spagna, quando dai porti betici
e lusitani salpano per l'Atlantico verso l'India, solcanto i flutti
alla ricerca di regioni ignote feraci di oro ; mentre chi è padrone di
quell'arte, lo prepara con minor dispendio e con maggior lucro, in
pochi giorni a casa sua o in un bugigattolo, più spesso con l'ausilio
di servitori, con gli occhi agli enigmi sulla produzione dell'oro e
dell'argento, che prima ho citato e che mi piacque esprimere nei
versi seguenti :
"Ricco non direi chi terre possiede
nè chi vesti dipinte esibisce,
o in sontuosi palazzi dimo ra
o imperando su regni po tente;
non considero ricco chi affida
una nave al di là di A tlante
nell 'oceano sbattuta dai venti
per tornarne con l'oro degl'Indi.
Vero ricco è colui che dal cielo
molte riceve grazie dall 'Eterno
che i suoi voti asseconda
com 'è desiderio dei comuni mortali,
quando la fede retta dall 'alto
lume divino, gode anche nel corpo
e nell'anima sani, insuperabili do ni.
Quanto più si può dire se aggiungo

106
gli agi, tanto ambiti da tutti
disprezzati però da Crisippo.
Ma gran parte del genere umano
mentre accumula oro ed argento
la ritengo davvero in miseria
quando altrui la considera ricca,
sol perché del possesso di un 'arca
si gloria, eh 'è piena sia dell 'uno
che dell 'altro me tallo prezioso.
Questo ricco, a su o modo, profonde
la più parte di quelle ricchezze
come mezzo di acquisto di regni,
per riaverle più tardi accresciute
poiché il prestito è fatto ad usura,
nuova fonte così di guadagno.
Quel tesoro però non è esente
dagli assalti del fisco del re
nè al situro da ladri rapaci,
nè dall 'onde marine in tempesta
nè dai tristi saccheggi di guerra .
Ma per me sarà sempre il più ricco
chi col fuoco degli alti camini
per sè !:oro produce e l 'argento
sufficienti per vitto di un secolo.
La sua arte sia esente da inganni
e da forze maligne e da frodi,
sia modesta la spesa a produrli
sia scarso il dispendio del tempo.
Quel guadagno, in tal modo o ttenuto,
nessun re, nessun ladro o nemico
mai sottrar gli potrà, dalla mente
ricavando il segreto, nè il mare
incemente attrarre potrà fra i suoi gorghi
che eròdon le spiagge.

107
Di sè sicuro e del sapere suo
egli tutto ciò che vorrà in oro biondo
potrà mutare, perché quell 'arte appresa
porterà sempre dentro se stesso. "

Come appare chiaramente, per quanto rigu arda le ricchezze


ottenute dall'esterno, chi le possiede può aver tutto, ma chi pos­
siede l'arte di produrre l'oro vanterà di aver in petto quel famoso
vaso di Pandora, di cui narra l'antica favola, e non avrà motivo di
ostentare quel suo "corno di Amaltea".

1 08
Capitolo V.

L'ORO PURCHE' NON SIA FALSO


(INFATTI QUESTO SEMBRA NON LECITO VENDERLO)
SE E' PRODOTTO IN MODO CHE SIA PURO E DI
CONDIZIONE NON PEGGIORE DI QUELLO USATO IN
MEDICINA, SPESSO RISULTA MIGLIORE DI
QUELLO NATIVO O FOSSILE.

G siaiovadianche molto ai mortali avendo potere med icinale, purché


aiuto agl i ammalati ed ai sani, anche se si tratta di quel­
l'oro che, c ome è noto a tutti quelli che sono esperti di letteratu­
ra, viene prodotto artificialmente, a condizione che sia oro vero;
infatti anche d i questo ve ne sono d iverse qualità e specie di uso
comune come quell'oro che, c ome tutti sanno, viene estratto con
arte dalle caverne della terra o vien e raccolto dalle sabbie d ei fiu­
mi, il quale oro a sua volta ha quelle qualità e quell'uso d ell'oro
medesimo che viene estratto dall e miniere mescolato ai metalli:
infatti fu disapprovato il parere di quelli che volevano conciliare le
diverse opinioni ammettendo che l'una specie di oro poteva esser
prodotta con l'arte e che l 'altra no.
Infatti mai una natura corporea manca d elle sue qualità, ossia
proprietà, o, meglio ancora, doti, e non possiamo conosc ere l'es­
senza di alcuna se, abolite quelle doti, seguiamo la natura. Perciò
Aristotele ritenne che, per conoscere quale fosse l'essenza, specie
della natura, ci fossero di aiuto quelle stesse condizioni - l e quali
bench é molte e varie egl i chiama con un solo vocabolo "c oinciden­
ti", cioè "accidenti". Dunque, se l'oro prodotto con l'arte possie­
de la stessa essenza, possied erà le stesse qualità dell'oro naturale, e
qu indi avrà il suo valore, per cui sarà lecito stimarl o e venderlo.
Chiamammo accidenti tutto ciò che può esser conosciuto da­
gli esperti, non qualcuna di quelle qualità o moltissime, perché
se ne manca anche una soltanto all'integrità, giustamente può sor-

1 09
gere il sospetto di falsità; benché quelli che_discutono di moralità
sostengano che l'oro e l'argento non genuini - che sono chiamati
col nome di "sofisticati" - lecitamente possono esser venduti allo
stesso prezzo che è stato sostenuto per la loro confezione ; nondi­
meno, poiché alcuni lo mostrano apertamente ed altri lo tengono
chiuso in ripostigli segreti, ritengo che sia cosa molto pericoJosa:
perciò io a tutti i costi non sarei del loro parere dal momento che
i meno prudenti, e di questi ve n'è gran parte tra i mortali, potreb­
bero restare apertamente delusi. Aggiungasi che in questo modo si
potrebbero indicare, agli uomini fraudolenti, i sentieri per la confe­
zione furtiva di monete d 'oro falso, o anche di argento non genui­
no che viene detto "sofisticato". Infatti, benché siano diversi gli
incarichi di chi produce e di chi conia i metalli e diverse vengano
ritenute le rispettive arti, vi sono di quelli che preparano l'una e
l'altra cosa: poiché la seconda segue la prima. Ciononostante, gli
impostori ritengono di aver trovato una via più facile all'inganno,
giacche, avendo ormai il metallo falso, tentano con una lega sca­
dente di deteriorare quello genuino: infatti non manca mai agli uo­
mini malvagi l'occasione di operare cattive azioni.
Forse per questo motivo Alberto Magno, pur avendo lasciato
ai posteri l'arte di mutar metalli come vera, la considerò come fos­
se falsa, perché per mezzo di es�a moltissimi artefici non solo i­
mitano i colori sia dell'oro sia deìl 'argento, magari ritenendo di a­
ver dato un colore più fulvo all'oro e più pallido e bianco all'ar­
gento di quanto ordinariamente siano quei metalli, e di ciò vanno
fieri dicendosi artisti perfetti, ma anche ingannano apertamente i
compratori.
Può esser constatato dagli uomini accorti se si tratti di oro
vero, benché prodotto con l'arte e non nativo, e si può dimostra­
re che quello non genuino non è nè falso nè sofisticato ; infatti, me­
scolato ai cibi alessifarmaci ed ai decotti di acque, non si compor­
ta diversamente da quello che si dice estratto,. dai recessi tenebrosi
della terra, ed è anche molto più utile a sapersi che questo viene
contrassegnato con la nota dei prìncipi, e cioè R.P., cosa che mol-

1 10
ti ignorano: ma io cercherò di spiegare il motivo di ciò.
Conobbi infatti alcuni che avevano imparato a preparar l'oro,
tuttavia essi rifiutavano di insegnare qu,ell'arte ai parenti ed agli
amici, perché non ne abusassero, temendo che l'oro non genuino
superasse la natura o dell'argento vivo o di qualsiasi altra cosa
che sia ritenuta nociva quando ce ne cibiamo. Forse essi avevano
sentito dire che quella frase: "Mescolò una quantità letale di ar­
gento vivo, affinché il potere fosse raddoppiato e procurasse una
rapida morte". Facilmente, avevano letto i libri di coloro che ave­
vano affermato le proprietà dell'oro nativo, e cioè che principal­
mente mette allegria, inoltre contrasta la lebbra, cose che non si
trovano nell'oro artificiale; quelle qualità non ammise Timone nel
suo trattato sulla meteorologia, mentre invece ammise erronea­
mente che nella confezione dell'oro sono da ricercare le immagini
degli astri. Io libererò da ogni timore quelli che sono tormenta­
ti da questo sospetto: infatti, se si tratta di oro vero, anche se è
prodotto artificialmente, possiede la vera essenza dell'oro, cosa che
è conseguente a tutti gli accidenti che, secondo natura, derivano
da essa, come prima ho dimostrato, perciò arrecherà letizia, purché
siano parti di oro, e contrasterà la lebbra, se ciò è pertinente all'o­
ro.
Ma si dirà forse che nell'oro prodotto artificialmente c'entra­
no l'argento vivo e molte altre sostanze velenose; però, anche nelle
viscere della terra - obietto io - possono essere prodotte le mede­
sime sostanze, e quindi - aggiungerò - ci sono molteplici modi d.i
produrre l'oro e non uno soltanto. Aggiungerò - ci sono moltepli­
ci modi di produrre l'oro e non uno soltanto. Aggiungerò, infine,
che se durante l'operazione ci si serve di semi avvelenati, _il risul­
tato non dipenderà dall'essenza bensì dagli strumenti usati duran­
te la trasmutazione: perciò c'è anche da dire che l'argento vivo, al­
lorché è stato ridotto in argento solido oppure in oro, quando in­
S()mma non è più argento vivo, perde le proprietà letali, come se
queste fossero nascoste dentro: ciò rese noto Alberto con la sua
acuta intelligenza dimostrando che queste vi si rapprendono den-

111
tro per il freddo e l'umidità. Infatti dice che sebbene non superi il
secondo grado di freddo e di umidità, tu ttavia afferma che per
questo è nocivo; eppure ci sono di quelli che sostengono, piutto­
sto, che l'argento non è di natura fredda, bensì calda e per ottene­
re conferma di ciò più facilmente si affannano ad osservare non
poche altre qualità. Per non parlare delle numerose trasmutazioni
per cui "si dice che, per effetto del fu oco, vengono espulse le qua­
lità venefiche e che quindi assume un'altra forma ed un'altra natu­
ra", cosa che accade evidentemente anche nelle spelonche sotter­
ranee, quando lo zolfo, il rame e l'argento vivo si mescolano per
formare la sostanza dell'oro. E questo oro era considerato molto
salutare anche da quelli che sono contrari all'arte, benché le so­
stanze da cui è derivato prima che maturasse e acquistasse una
nuova natura, anche da essi, siano ritenute nocive.
Se mi si dirà che questo ha in sè, per effetto della natura,
qualche cosa di medicamentoso che l'oro preparato con l'arte non
possiede, risponderò : - chi mai può consultare la stessa natura
mentre prepara l'oro? Chi può conoscere tutti i modi di produrre
della natura, in modo da apprendere mi nuziosamente quali fattori
contrastano e quali annullano, oppure siano liberi da ogni intral­
cio, oppure intervengano con l'emissione di veleni, ovvero, infi­
ne quali aspetti potranno assumere nella sostanza, durante o alla
conclusione della trasmutazione? E ciò si può confermare con l'e­
sempio di animali che si cibano senza alcun danno di cose che ad
altri sono mortali al primo morso, a causa della digestione o della
capacità di assimilazione che è diversa e deriva dalla natura dell'a­
nimale. E potremmo ripetutamente servirci di esempi di sostanze
velenose che, mescolate e cotte con altre sostanze, riescono salu­
tari come è stato accertato in numerosissimi antidoti specifici
··ontro il morso di animali; e, al contrario, esistono sostanze che da
;alutari diventano perniciose senza che dal di fuori vi sia stato
aggiunto alcunché di velenoso. Si può citare l'esempio dell'uovo
di gallina, che, crudo, in molti suscita la nausea, se appena cotto si
prende a bere è ottimamente salutare, se invece sarà stato fatto in-

1 12
durire fino in fondo, a fuoco eccessivo, viene annoverato fra i cibi
più nocivi. La varietà della natura risulta, così come le proprietà
diverse che ne derivano, non tanto dalle varie mescolanze, ma piut­
tosto dalla cottura o eccessiva o minima. Perciò, non potendosi di­
stinguere l'oro artificiale da quello naturale, per mezzo della cono­
scenza umana, nè può essere diversamente, nè si può dire che è del­
la stessa specie se diversi sono gli accidenti, che conducono alla
conoscenza distinta della sostanza - ripeto: non potendosi distin­
guere - si deve concludere che non c'è pericolo nè causa alcuna di
pericolo. Dunque, l'oro, sia che tu lo metta nella pentola in cottu­
ra, sia che lo gratti o lo batti oppure lo riduci in sottilissime lami­
ne, ovvero lo immergi nell'acqua bollente al massimo, puoi distin­
guerlo e stabilire se è stato estratto dalle viscere della terra, oppu­
re se è stato c6nfezionato dall'arte dell'uomo? Aggiungasi che assai
anticamente, di tanto in tanto venne prodotto l'oro e che l'ane
non era conosciuta da molti, anzi da ogni parte con il consenso di
tutte le genti era disapprovata e disprezzata, sì che, mentre era vi­
vo, nessuno osava vantarsi di possedere quell'arte o di aver letto
su di essa circa ottocento volumi, in cui si trovano oltre trentaset­
temila istruzioni con cui si potè - come ho detto - produrre l'oro,
e ciò è stato confermato anche d agli esperimenti.
Quali ragioni od argomentazioni hai tu per distinguere l'oro
artificiale da quello naturale ? Non il segnale o il marchio a fuoco
che anticamente o ai tempi nostri contrassegnava l'oro con l'em­
blema dei principi, per distingu erlo quando perveniva alle pubbli­
che officine; non il colore, ·infatti la pietra di paragone, come un
arbitro onorario, tra due colori uguali non dà causa vinta a nessu­
no dei due; non il peso, poiché la bilancia non pende nè da una
pane nè dall'altra durante l'esame ; non la malleabilità nè la flessi­
bilità, perché l'uno e l 'altro sono mal leabili e flessibili; non gli ef­
fetti medicamentosi, infatti, assunto in pillola o in pozione, non
potresti in alcun modo distinguere se ha avuto un effetto minore
questo o quello: poicI:ié venendo assunti con altre sostanze, nel ca­
so di effetti diversi, questi potrebbero essere attribuiti alla diversi-

1 13
tà delle sostanze o alla diversa costituzione del paziente ; infatti
non mancherà l'occasione di prescrivere ora l'uno ora l'altro,
a seconda che si sia rivelato più efficace sia in relazione alla quan­
tità delle sostanze usat , sia m relazione alla diversità. Perciò, se
non sai distinguere l'oro vero da quello ottenuto con l'intervento
dell arte, sarà meglio non prescriverlo come medicinale. Dunque,
o è da onsiderare tutto nocivo, se c'è qualcosa di insalubre, poi­
ché non si ha un mezzo valido per distmguerlo, o tutto salutare,
se viene stabilito che l'oro naturale e tale, oppure conviene restare
in dubbio per tutti e due se non si riesce a far distinzione nè con
la pietra hdia, nè con la pesatura, nè con l'acqua che viene chiama­
ta ' separatrice", p01che separa l'oro dall'argento · in conclusione
non puoi escludere un danno nè dall'uno nè dall'altro.
Però, se quello è considerato salubre, quando invece e con­
trassegnato dal marchio dei principi e delle repubbliche per uso
di chi compra e di chi vende si deve considerare insalubre. Infatti
in questo si trova mescolato del rame che la pietra eraclia indica
con la colorazione. Vi sono mescolate molte altre cose ed in
quello prodotto anche un sale assai acre, l'ammoniaca, che erro­
neamente è chiamato arenario, talvolta vi è anche del nitro che
con l'argento vivo forma il nitrato d'argento, nocivo, il cui nome
deriva da ciò che va in alto dopo la cottura ed il veleno si riduce;
chi ignora infatti "quanto nuocciono allo stomaco la ruggine e le
scorie del rame? '. Ed oltre a quella anche altre sostanze che ven­
gono considerate perniciose che sono usate d agli argentieri e da­
gli orafi per dare splendore alle monete d'oro: infatti colorano l'o­
ro che per sua natura è pallido per farlo splendere e bnllare.
Dell'azione salutare dell'oro ho detto molto: ora dirò delle
modalità dell'arte e respingerò la falsa opinione del volgo.

1 14
Capitolo VI.

AVVERTIMENTI RIPETUTI A QUELLI CHE


INTRAPRENDONO L'ATTMTA' CHE RIGUARDA LA
PRODUZIONE DELL'ORO PER MEZZO DELL'ARTE
CHIMICA . SOLUZIONE DI QUELLA DIF
FUSA QUEST IONE
SECONDO CUI MOLT ISSIMI DI QUELLI CHE SI DEDICANO
A LL'A RTE AURIFERA SONO POVERI.

V orrei ammonire quelli che cercano l'oro per mezzo dell ar­
te" a non dedicarsi ad espenmenti che superano le loro forze,
a non trascurare attività più sicure, a non aspettarsi grandi ricchez­
ze a non aspirare a principati e regni, illusi da vana speranza". In­
fatti, come Dio non permette che tutti gli uommi di bassa - come
il volgo dice - fortuna, che aspirano alla gloria o esercitano il com­
mercio, s1 impadroniscano di un principato o di un regno o che sia­
no inondati di enormi ricchezze, così anche non vuole che quelli
che si dedicano allo studio delle lettere uguaglino o superino la
gloria degli antichi. E capire perché ciò avvenga è cosa talmente
difficile e rara, giacché "Dio distribuisce i suoi doni secondo il suo
arbitrio e non secondo il nostro".
Ma se penseranno di far cosa inutile o nociva quelli che pre­
parano l'oro e cercano di trasmutare i metalli, se nulla di più per
sè si sono ripromessi, avranno "edificato castelli in aria" - come
dice il proverb10 -, e facilmente comprenderanno di essersi sba­
gliati e d1 esse si illusi, perché da loro sarà derivata tanta fraudo­
lenta malvagità quanta da uomini e spiriti malvagi. Mi ricordo che
un tempo ci fu un tale che veniva ammonito da un amico il quale
gli diceva che un oracolo divino l'aveva informato che non avrebbe
dovuto intraprendere l'arte di produrre l'oro, qualora se ne fosse
servito per la sua superbia o per far del male a qualcuno, ma che
gli sarebbe stato concesso se, una volta appresa, l'avesse utilizza­
ta per il bene dell'anima e del corpo. Conobbi un altro che affer-

1 15
mò di aver ottenuto, una volta, dall'argento instabile, che è chia­
mato vivo, dell'argento vero e solido, manipolando succhi e foglie
di erbe, e che poi lo avesse venduto a degli esperti nell'arte di sag­
giare i metalli; aggiunse anche di aver tentato invano, servendosi
delle stesse foglie di cui si era servito una volta, di produrre dell'al­
tro argento, ma per quanto avesse provato non c'era più riuscito.
Co11obbi ancora un altro, che si trova tutt'ora tra i vivi, cui
riuscì per quindici volte circa di produrre dell'oro e dell'argento
per mezzo dell'arte, ma smise quell'arte quando ebbe in sogno la
profezia di un congiunto che gli mostrò come ciò fosse difetto di
una mente ingrata, cosa che abbiamo anche appresa da un detto
degli apostoli "nè chi pianta nè chi irriga mangia qualche cosa se
il raccolto non glielo dà Dio".
Un'altra persona mi rifer ì di aver prodotto una volta una gran
quantità di oro dall'argento, la seconda volta usando le stesse cose
ne fece pure, ma sempre in minor quantità, sì che gliene derivò un
danno maggiore del guadagno. Gli venne in mente poi, per rifarsi
del danno, di servirsi non di argento ma di rame, da cui avrebbe
tentato di ricavare un metallo di maggior pregio ; ed infatti vi ten­
tò, fermo nelle sue salde ipotesi, ed essendo l'esperimento iniziato
a tal punto che gli dava a sperar bene, poiché tutto si era svolto
in modo meraviglioso, pure non ottenne nulla. Così talvolta vani
sono i risultati, anche per l'intrecciarsi di varie cause, e di tal con­
dizione che si può apertamente conoscere che gli impedimenti de­
rivano da altro che non dai poteri dell'uomo.
La stessa cosa affermò di aver saputo da un amico, un tale
che aveva compiuto lo stesso esperimento, infatti avendo ottenuto
dell'ottimo argento dal cinabro, spesse volte poi, insistendo in quel
lavoro con maggior diligenza non aveva ottenuto alcun risultato,
mentre invece il risultato gli veniva confermato dalla ragione. In­
fatti in quelle sostanze che vengono estratte dalle caverne della
terra, ti sono assolutamente necessari i mostri allorquando vedi dei
parti abortivi.
Ne parla nelle questioni naturali Anneo Seneca: come nei no-

1 16
stri corpi, cosf nella natura gli umori spesso concepiscono un di­
fetto o per un colpo o per scuotimento del terreno, o per invec­
chiamento, o per il freddo, o per il caldo, e la natura stessa si cor­
rompe; per non parlare del fuoco, o in eccesso o in difetto, e per
inesperienza dell'artefice o negligenza; non dico poi dei molteplici
commenti del demonio maligno: "benché tutte quelle cose che tu
desideri, anche ti derivino da un voto, non ti verrà incontro l'aiu­
to di Dio, e perderai il lavoro fatto, cui aggiungerai la disgrazia del
tempo speso", cose tutte che ricorderò pure nei miei enigmi, ma
che cercherò di mettere in versi pur tenendomi lontano dall'ambi­
guità degli enigmi:
"Benché natura segua il perpetuo suo corso,
se non viene deviato dalla mano o dall 'intelligenza dell 'artefi-
ce
essa pure è assuefatta a generare moltissimi mostri
talora oppressa dal calore dei fuochi "rosso minio"
talora per troppo difetto di esso, come molto frigida
vecchia madre suole gestare nelle sue viscere il parto
e suole, per artifici, esser condotta per sentieri diversi ed
impervi
la mente stanca troppo ed intenta al duro travaglio,
ed allontana la mano dall'apertura vaginale verso il retto,
così tuttavia invano tenterai di fare tutte queste cose se
prima non voglia l'Onnipotente, senza cui son sempre vani
tutti gli inizi della natura e dell 'arte, nè in alcun modo
o la vita o le forze possono esistere.
Talora un cattivo demonio si intromette
e tutto sconvolge se non lo frena l 'Olimpo:
infatti ricordo, ricordo di aver mutato in bionde nere
sostanze
sconvolto l 'ordine della natura, e già il metallo
risplendere sotto gli occhi, cosa non falsa, rilucente
e la fiamma sollevare in aria la calce vittoriosa
con piccola vampa, gonfiata di scarso vapore

117
disparve in alto svanita in un soffio leggero.
Stavo meravigliato a gu11dùrla e levavo gli occhi al cielo
quando una luce mi illumino la mente dissipando la caligine
poiché il segno della croce aveva scacciato gli scherni del ne"ro
demonio e l'esperimento si rinnovò con il primitivo vigore;
tanto onore fu dato e tanta potenza al nostro re
che derivò il genere umano da un alto ceppo,
,:he, se si attenesse alle origini, se assecondasse gli inizi
più solerte tu ti mostreresti verso te stesso, e di entrambi i
metalli
dell'Illiria, più di quanto le caverne di R oma ti avevano dato
più di quanto negli antri della Galizia ne aveva scavato l'abi­
tante delle Asturie
più di quello del re Frigio ora ne potresti ammirare di oro. "
Pertanto, non inutilmente - come prima dissi - ripeterò, ed
infatti gli ignoranti non possono abbastanza venir istruiti, nè gli o­
stinati superfluamente avvertiti. Non inutilmente lo dico e lo
ripeto; i denigratori d1 quest'arte non potranno accumulare calun­
nie. Infatti in nessun modo chi è accorto si opporrà all 'agricoltura
o alla medicina sol perché è andato perduto il raccolto del campo
o per il fatto che gli amm alati muoiono, poiché non solo a causa
dell'arte, ma anche della narura ciò senz'altro dipende, principal­
mente perché così Dio ha stabilito; allo stesso modo non si aborri­
rà l'arte di produrre oro ed argenw sol perché vani sono i risultati
talvolta o meno abbondanti. Infatti i precetti dcli 'arte non sono
eterni nè confermati favorevolmente per tutti. Perché dunque non
si insulta l'antichissima e necessaria arte dell'agricoltura quando il
reddito talora è nullo? Perché non si respinge la non meno utile
professione di medicare i corpi umani, allorquando non giova ?
Ebbene, come si sa, spc:sso possono esser frustrati gli effetti che ci
si attendeva per diverse cause, avendo ciò forse appreso dall 'eser­
cizio dell'arte, secondo lo scrittore Cornelio.
Come infatti egli dice, l'agricoltura promette gli alimenti ai
corpi sani, così la medicina promette agli ammalati la salute. Non

1 18
fornisce gli alimenti - dice - nè la salute, bensì li promet te: e
ciò fa molto prudentemente a causa dei risultati che talvolta sono
vani: non diversamente chi esercita l'arte chimica promette l'oro e
l'argento. Forse egli ha più fiducia nel produrre l'oro di quanta ne
ahbia Ippocrate nel ridare la buona salute, secondo il cui parere I'
esperimento è pieno di pericoli. Benché non sempre giovino gli un­
guenti che l'antichità affermò come validi, nè i medicamenti sem­
plici diano i risultati che sembrano promettere, nè servano i colle­
gi dei medici, che assistono sempre l'ammalato, perché non
muoia, tuttavia sempre essi promettono la salute.
Aggiungasi che è solo di pochi raggiungere quel sublime tra­
guardo di produrre grandi quantità di oro con piccola spesa. Infat­
ti è concesso ciò a pochissimi come dono particolare di Dio, pro­
prio perché moltissimo interessa che si produca molto oro con
molto guadagno. Infatti ne produsse poco chi disse : "Ne ho pro­
dotto tanto quanto basta a scopo di ricerca scientifica, perché si
sappia che è vero che i metalli si possono mutare l'uno nell'altro".
Per arricchirsi non si ottengono grandi risultati, sebbene si possa
preparare l'oro in seicento modi : vi sono infatti quelli che a sten­
to riescono a sopportare la spesa ; vi sono altri che ne ricavano
danno ; vi sono infine di quelli che non hanno sempre lo stesso ri­
sultato, ma degli alti e dei bassi, sì che non è facile risolvere la que-­
stione che i più si pqngono, e cioè: "come mai assai spesso siano
indigenti quelli che affermano prontamente di essere in grado di
produrre l'oro.".
Infatti, o producono poco oro o, se ne producono molto, lo
fanno con grandissima spesa, o variano gli esperimenti sì che quel­
lo che ne vien fuori non risponde sempre alla medesima qualità ;
o li assilla l a paura dei prìncipi potenti e d avarissimi; o gli manca
un luogo adatto ; o non lo assistono i congiunti o i servitori ; per
non parlare : della leggerezza e della stolta credulità di molti, con­
giunte all'inesperienza; dell'astuta malvagità degli artefici fraudo­
lenti, cause tutte per le quali giustamente si potrebbero scagliare
calunnie a valanga su quell'arte. Ma che c'è da meravigliarsi, se dai

1 19
piccoli forni spesso n on deriva guadagno ma piuttosto danno, se
anche ciò può capitale con le miniere sia al nostro tempo sia in
passato.
Da ciò deriva quel falso rimprovero di Demetrio Falereo ver­
so i cercatori di oro n elle caverne della terra, poiché trascuravano i
segni manifesti per q uelli incerti e n on sufficientemente edotti di
ciò che cercavano, perdettero tutto quel che possedevano. Comun­
que ti sarà favorevole tutto ciò che avrai preparato con gran zelo,
con grandi spese, che avrai desiderato con tutte le tue forze "pur­
ché ti sia propizio il volere divino, altrimenti avrai faticato inva­
n o".
E' lecito vedere questo stesso nell'opera della natura nel con­
cepimento dei mortali, allorché per le varie condizioni della sterili­
tà della femmina, per l'in uti lità del seme maschile, e per molte al­
tre cause può accadere che avvenga un aborto, ma oltre a ciò è ne­
cessaria la ferma volontà divin a perché venga alla luce l'infante che
si nascon deva nell'utero. Quanto più, ciò è dato di vedere n ei risul­
tati di quell'arte. Insomma, non vi è alcuna arte che rimanga fissa
ed immobile sempre alle medesime congetture; ma n essuna è
tanto certa, tan to salda da non esser soggetta in gran parte alla
mutazion e della materia e del tutto sottoposta alla divina volontà.
E se quest'arte ti favorirà n ella produzione dell'oro, bada che
ciò non sia effetto di un animo superbo, senza che mai ti venga il
timore: "se ci ò ti è concesso come un beneficio oppure come una
pena". Pensa spesso a quel detto di Sant'Agostino, vero non meno
di quanto sia elegante: "Ciò che Dio molte volte nega quando è
ben disposto, concede poi quando è adirato ".
Perciò, prima di tutto rin graziate Iddio, c iò che potete fare in
abbon danza; quindi accettate con tutta modestia questo celeste
dono e di conseguenza serviteven e santamente e piamente, in ono­
re e gloria della Santissima Trinità che è una sola cosa con Dio, e
per l'utilità vostra e d egli altri uomini.

fine

1 20
B I_ B L I O G R A F I A

Testi di cui si parla dell'Autore


e della sua opera:

Baumer, "Bibliotbeca Cbemica ", Gicsscn 1 782, pag. 87.


Olaus Borrichius, "Conspectus Scriptorum Cbemicorum Celebrio­
rum", cap 50.
Questa opera si trova anche nel "Bibliotheca Chemica Curio­
sa", di J. Manget, Genevae 1702, pag. 48, voi I.
Lenglet Dufresnoy, "Histoire de la Pbilosopbie Hermetique ", Paris
1742, voi. I, pagg. 270; 47 1. Voi. III, pagg. 5 1; 7 3 ; 267.
J ohn Ferguson, "B,bliotbeca Cbemica ", London 1906 (2 A ediz.,
1954), voi. II, pagg. 202; 203 ; 204.
J. G. T. Graesse, "Tresor de J,vres rares et precieux ou nouveau
Dictionnaire bibliograpbique ", (a noi solo conosciuta un'edi­
zione fatta a Milano nel 1950), tomo IV, pag. 285.
Michael Maier, "Symbola Aureae Mensae Duodecim Nationum ",
Francofurti 1617, Libro XII, cap. 36, pagg. 6 16; 6 17; 618.

Testi in cui viene riportato l'originale latino


dell' "Opus Aureum":

J acob Manget, "Bibliotbeca Cbemica Cunosa ", Gcnevae 1702, voi .


Il, pag. 5 58 e seguenti.

12 1
"Theatru m Chemicum", Argentorati 1659, voi. II, pag. 312 e s�
guenti.

Testi che esclusivamente trattano dell'Opera di


Giovanni Francesco Pico:

nel II voi. dell' "Opera omnia" di Giovanni Pico della Mirandola,


sono esclusivamente trattate le opere del Nostro. L'edizione
è quella di Basilea, del 1572; 1573, ed é stata riprodotta ana­
staticamente a Torino, dalla "Bottega di Erasmo".
Sempre ad opera della stessa Editrice abbiamo l'anastatica del­
l'opera di Giovanni Francesco Pico, in due volumi, Basilea
1572.

122
I N D I C E
Presentazione della collana

Prefazione

Libro I
Capitolo I pag. 5
Capitolo II pag. 8
Capitolo III ................................. .. . pag. 10
Capitolo IV pag. 15
ca.,itolo V pag. 18
Capitolo VI . .. ..... .... ....................... pag. 20
Capitolo VII pag. 22
Capitolo VIII ......... .. ....................... . pag. 24
Libro I I
Capitolo I pag. 27
Capitolo II pa g. 29
Capitolo III .............. ........ ............ . pag. 34
Capitolo IV pa g. 40
Capitolo V pa g. 47
Capitolo VI ................................... . pag. 50
Capitolo VII pag. 55
Cap itolo VIII ................................... . pag. 63
Capitolo IX ................................... . pa g. 71
Capitolo X pag. 75

Libro III
Capitolo I pag. 87
ù.pitolo II pag. 95
Capitolo III ................................... . pag. 101
Capitolo IV pag. 105
Capitolo V pag. 109
Capitolo VI ....•...... •.•.•........•...•...... pag. 115

Bibliografia . . . . . .... . ... . . . . . . . .... .... ... . . . . ................... . pag. 121

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