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Marey e Willem Einthoven[28] migliorarono, attraverso i loro studi, uno strumento

ancora rudimentale e nel 1908 arrivò il primo elettrocardiografo avanzato per


migliorare la possibilità di diagnosi di infarto del miocardio.

Nel 1923 Wearn descrisse il decorso clinico di diciannove pazienti con infarto
miocardico, a cui furono prescritti riposo assoluto e restrizione nell'assunzione
di liquidi; essi ricevettero la digossina[29] contro la congestione polmonare[30]
[31], la caffeina e la canfora per la prevenzione e il trattamento
dell'ipotensione, della sincope e delle aritmie cardiache. Nel 1928 Parkinson e
Bedford descrissero la loro esperienza somministrando per il trattamento del dolore
la morfina a cento pazienti infartuati, associando dei nitrati per il loro effetto
antipertensivo.[28]

Nel 1929 il cardiologo statunitense di origine polacca Samuel A. Levine scrisse il


primo libro dedicato esclusivamente al trattamento dell'infarto miocardico, nel
quale affrontò, tra le altre cose, l'importanza delle aritmie cardiache e l'uso
della chinidina nella tachicardia ventricolare e dell'adrenalina nei blocchi
atrioventricolari.[25]

Nel 1950, l'attacco di cuore era già considerato come una causa importante di morte
nei paesi industrializzati. A causa del rischio elevato di trombosi e di embolia
polmonare per il lungo riposo a letto si riconobbe la necessità della mobilitazione
per prevenire il problema della stasi venosa. Vennero inoltre raccomandate
assunzione di liquidi e somministrazione regolare di ossigeno.[32]

L'epoca trombolitica
Già nel 1948 venne raccomandato l'uso degli anticoagulanti, come il warfarin, nella
prevenzione delle trombosi nei sopravvissuti a un attacco di cuore. Nel 1959 il
tedesco Behring-Werke portò sul mercato la streptochinasi che fu utilizzata per la
trombolisi nell'infarto miocardico acuto.

Negli anni compresi tra il 1970 e il 1979 furono attivi diversi gruppi di lavoro
che utilizzarono la streptochinasi nella trombolisi intracoronarica[33][34]: i
risultati dimostrarono che nel 90% dei pazienti con sopraslivellamento del tratto
ST si otteneva la dissoluzione del trombo con ricanalizzazione del vaso colpito.
Nei primi anni ottanta risultò chiaro come un'infusione endovenosa, preceduta da
un'infusione intracoronarica del fibrinolitico, migliorasse e mantenesse la
risposta al farmaco.

Fra il 1981 e il 1986 vi furono alcuni gruppi che utilizzarono l'urochinasi


intracoronarica[35][36][37], perché più sicura e meno allergizzante della
streptochinasi.[9][38][39][40]

Nel 1986, è stato lo studio GISSI il primo trial clinico randomizzato pubblicato
sulla trombolisi, che arruolò 11 712 pazienti; si riscontrò una riduzione del tasso
di mortalità a ventun giorni dall'evento acuto dal 13% al 10,7%[41];
successivamente il GISSI2 completò lo studio degli outcome non ancora valutati nel
primo trial.[42]

Sviluppo della terapia


L'American Heart Association nel 1960 pubblicò i primi risultati dello Framingham
Heart Study che per primo mostrò la relazione tra il fumo e l'insorgenza
dell'angina pectoris.[43]

Nel settembre 1977 a Zurigo l'angiologo tedesco Andreas Roland Grüntzig introdusse
una nuova tecnica che si serviva di un palloncino per dilatare i vasi coronarici
stenotici o come opzione terapeutica anche nell'infarto miocardico acuto.[44][45]
All'inizio del XXI secolo l'angioplastica coronarica con il posizionamento di stent
è divenuta la pratica di cardiologia interventistica più usata nell'approccio
all'infarto miocardico acuto nelle terapie intensive di tutto il mondo.