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Achille della Ragione

Teofilo Patini
e la pittura in Abruzzo nell'Ottocento

EDIZIONI NAPOLI ARTE

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Prefazione
Teofilo Patini è un pittore abruzzese, tanto bravo, quanto poco
noto e scopo di questa monografia è quello di farlo conoscere a
studiosi ed appassionati.
Egli, nato nel 1840 a Castel di Sangro, nel 1856 si iscrisse
all'Accademia di Belle Arti di Napoli e si legò a Domenico Morelli
e Filippo Palizzi.
Cominciò con quadri a soggetto storico per passare poi a denunciare
lo sfruttamento dei lavoratori. Si dedicò anche alla ritrattistica e il
suo dipinto più famoso, conservato nel museo di San Martino,
raffigura Bertrando Spaventa.
Ampio spazio è poi dedicato ad una serie di pittori nativi
dell'Abruzzo, ma erroneamente ritenuti napoletani, dalla dinastia
dei Palizzi a Gabriele Smargiassi e Francesco Paolo Michetti.
Vi è poi un capitolo dedicato agli scultori abruzzesi, abili a
modellare la materia come carne viva e palpitante.
Si conclude in bellezza con 32 tavole a colori di vari artisti, tra i
più famosi del secolo.

Achille della Ragione


Napoli, giugno 2021

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Un grande pittore della realtà:
Teofilo Patini

01-Teofilo Patini, Autoritratto

Teofilo Patini nacque a Castel di Sangro nel 1840. Nel 1856 s’iscrisse alla
Facoltà di Filosofia dell’Università di Napoli e l’anno successivo all’Accademia
di Belle Arti, legandosi anche a Domenico Morelli e Filippo Palizzi.
Fu garibaldino e fece parte dei Cacciatori del Gran Sasso voluti dal Generale.
Inizialmente eseguì quadri a soggetto storico, quali “La rivolta di Masaniello”,
“Il sacco di Roma del 1527” ed “Arte e Libertà”.
Nel 1868 ottenne di trascorrere due anni a Firenze, dov’ebbe modo di studiare i
Macchiaioli.
Quindi trascorse tre anni a Roma, dove rimase colpito dai quadri di Caravaggio e
degli altri maestri del Seicento.
Rientrò a Castel di Sangro nel 1873, anno in cui realizza “Il ciabattino”, la sua
prima importante opera verista, esposta con successo alla Promotrice Napoletana.
Fu colpito dal degrado economico e sociale della sua regione, aggravatosi dopo
l’Unità d’Italia e trasferì la sua accorata denuncia dal passato agli anni in cui
viveva.
Realizzò una trilogia che “accompagna l’eroe della gleba dal nascere al morire”,
composta da “L’erede”, oggi alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, da “Vanga e

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03-Il quarto Stato,di Pelizza da Volpedo

02 - Ciabattino

04 - L’aquila 05-L'aquila bozzetto preparatorio

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latte”, in coincidenza dei moti agrari veneti e “Bestie da soma”, oggi esposto
nelle sale della Provincia dell’Aquila.
La novità dei contenuti e l’incisiva carica espressiva, anticipano di vent’anni il
celebre quadro di Pelizza Da Volpedo “Il Quarto Stato”,universalmente ritenuto
il più pregnante documento di denuncia dello sfruttamento delle masse dei
lavoratori. All’Aquila, dal 1882, diresse la locale Scuola di Arti e Mestieri e
culturalmente fu interessato alle sollecitazioni del Liberty, del Simbolismo e dei
Preraffaelliti.
Nei quadri sacri, spesso commissionatigli negli ultimi anni d’attività, ribadì la
forza del messaggio evangelico, nonostante i suoi convincimenti laici.
Entrò nella massoneria, raggiungendo il grado di venerabile. Si spense
improvvisamente nel 1906 mentre era intento a trasferire i bozzetti negli affreschi
che dovevano adornare l’aula magna dell’Università di Napoli.
Tra le sue opere partiamo dalla grande tempera (7m x 4) realizzata nel 1882 per
la volta dell’aula magna del Palazzo della Provincia del capoluogo, raffigurante
“L’aquila”, seriamente danneggiata da una memorabile nevicata del 1954 che
provocò lo sfondamento del tetto ed un grave danneggiamento dell’opera.
Fortunatamente, di recente è ricomparso sul mercato, ed acquisito nelle
collezioni della Cassa di Risparmio della Provincia, il bozzetto preparatorio nel
quale si possono apprezzare la scioltezza dell’esecuzione ed un sincero omaggio
all’Abruzzo pastorale.

06-L'erede

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07-Vanga e latte

08-Bestie da soma

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09-Pulsazioni e palpiti

Passiamo ora a commentare le tre opere della trilogia precedentemente


accennata.
“L’erede” riscosse grande successo “celebre in un giorno ed acclamato da tutti” e
lo presentò come il pittore del dolore e dello sconforto per la miseria umana. La
scena si svolge in una povera stamberga dove, mentre una donna piange
disperata, un vispo fantolino apre gli occhi alla vita e sembra accorgersi della
desolazione che l’attende.
“Vanga e latte” raffigura una coppia di contadini duramente impegnati a lavorare
la terra in un momento in cui la donna, fissata la vanga al suolo, dà il latte alla
sua piccola creatura: una dura denuncia delle miserevoli condizioni di gran parte
della popolazione legata ad un’agricoltura primordiale, avara di produzione.
“Bestie da soma” è il più toccante dei tre. Presentato al pubblico nel 1887, destò
viva impressione tra gli intellettuali e molte recensioni che mettevano in risalto la
protesta affidata al pennello in favore di tutti coloro che lavorano e soffrono.
Il quadro è di grandi dimensioni e le tre donne sono raffigurate in grandezza di
poco superiore a quella naturale, specchio implacabile dell’infelice esistenza dei
contadini. Da un lato vi è la vecchia, vinta dalla fatica, che si è lasciata cadere in
un torpore straziante, accanto sta a sedere una giovinetta che sembra pensare alla
via crucis che dovrà affrontare, che la porterà ad abbrutirsi come la vecchia,
mentre la terza figura, ancora giovane, è già avvizzita, invecchiata anzitempo

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dagli affanni. Ha poggiato il grosso ceppo legato sulle spalle alla sporgenza di
una rupe per riposarsi da una gravidanza inoltrata che la sfibra: tre donne, tre
generazioni diverse, tutte legate allo stesso ineluttabile destino.
Sull’onda del successo ottenuto da “L’erede”, Patini realizzò “Pulsazioni e
palpiti”, che conservò a lungo tra i quadri del suo studio. L’intensa drammaticità
della scena rappresentata è legata a raffinati cromatismi, irruenti in un bagno di
luce, che evidenziano i personaggi, dal medico in primo piano, che tasta
sfiduciato il polso del morituro, ai parenti in attesa timorosi della prognosi
infausta.
Riportiamo il parere espresso sul dipinto da uno dei più grandi studiosi d’arte,
Ferdinando Bologna: “un capolavoro di continuità ed insieme di rigenerazione
della maggiore istanza artistico culturale posta da Patini: il Verismo”.
Scorci di paese ricorrono frequentemente nella sua produzione come in “Via
Paradiso a Castel di Sangro”, nel quale, in un sapiente gioco di luce ed ombra,
viene raffigurato un viottolo che s’inerpica verso la vetta. Le misere case
affacciate sull’acciottolato sconnesso della strada sono l’emblema del profondo
degrado ambientale in cui abitavano la squallida quotidianità senza barlume di
speranza e riscatto i tanti sottoproletari del mondo rurale.
“Neve”, da poco riscoperto, raffigura un innevato declivio collinare ed è
realizzato con una corposità degli impasti insolita per l’autore, che ben rendono i
particolari di levità presenti nella composizione.
“I tre orfani” sono, a mio parere, uno dei suoi dipinti più struggenti, con i tre
bambini distrutti dal dolore, posti vicino al pagliericcio da cui è stato portato via
il corpo esanime del genitore. L’ambientazione con le grate alla finestra dà
l’impressione di una prigione dove questi tristi orfanelli, dai volti attoniti, sono
costretti a vivere sconsolati i giorni della fanciullezza, soprattutto la fanciulla in
primo piano che sembra voler comunicare senza parole al mondo intero la sua
sconfinata solitudine e non si può guardare a lungo il dipinto senza essere assaliti
da una profonda commozione.
Il “San Carlo Borromeo tra gli appestati” era un’ampia pala d’altare
commissionata nel 1888 per il Duomo dell’Aquila, sotto le cui macerie si trova
attualmente sepolta. Fortunatamente, abbiamo uno studio preparatorio ed un
bozzetto che ci permettono di apprezzare la ieratica figura di San Carlo
Borromeo mentre implora la celeste pietà sulla vittime della luttuosa epidemia,
fra le quali passa in preghiera. Ed è un’occasione per gettare uno sguardo allo
splendido polittico portato in processione, opera del Maestro dei polittici
Crivelleschi, oggi conservato presso la Galleria Nazionale d’Abruzzo.
L’impianto compositivo, con il corpo del moribondo in primo piano, circondato
da cadaveri ed appestati in preghiera, provoca un forte impatto emotivo nello
spettatore.
Nell’ambito della ritrattistica famoso è il “Ritratto di Bertrando Spaventa”
conservato a Napoli nel Museo di San Martino, ma l’opera più significativa è
“Un monaco e la sua cella”, che raffigura un frate cappuccino al centro della tela.
Uomo di fede, ma anche di cultura, come attestano i numerosi libri posti a

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corredo dell’ambiente. Il dipinto fa contrasto con i tanti certosini dipinti da
Micco Spadaro dai volti paonazzi e rubicondi.

10-Via Paradiso a Castel di Sangro

11-Neve

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12-I tre orfani

13 San Carlo Borromeo tra gli appestati 14-S. Carlo Borromeo tra gli appestati
Bozzetto Bozzetto

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15-Ritratto di Bertrando Spaventa

16 Un monaco e la sua cella

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Pittori abruzzesi dell'Ottocento

01-Ritratto di Nicola Zingarelli,di Costanzo Angelini

La pittura abruzzese dell’Ottocento, particolarmente ricca di artisti, alcuni tra i


più famosi del secolo, viene confusa con quella napoletana perché quasi tutti i
pittori furono attratti dalla più vivace realtà della grande città o da Parigi per cui,
avendo svolto altrove gran parte della loro attività, se ne dimentica il luogo di
nascita.
Francesco Paolo Michetti, i fratelli Palizzi, Teofilo Patini sono nomi conosciuti
da studiosi ed appassionati ma vengono catalogati erroneamente sotto altre
scuole più conosciute.
Tra i pittori da ricordare potremmo partire da Costanzo Angelini, nato a Santa
Giusta di Amatrice, a lungo direttore dell’Accademia di Belle Arti di Napoli a
partire dal 1809, autore di bellissimi ritratti a pastello e ad olio.
Un’altra figura rimasta immeritatamente nell’ombra, esclusa persino dalla grande
mostra ”Civiltà dell’Ottocento a Napoli”, è quella di Giuseppe Bonolis, nativo di
Teramo (1800-1851) del quale ricordiamo il ritratto del Principe di Fondi,
conservato nel Museo di San Martino, ed il ritratto di gentildonna
nell’Accademia delle Belle Arti napoletana.
Uno specialista della pittura en plein air e degli studi dal vero è Gabriele
Smargiassi (1798-1882) trasferitosi diciottenne da Vasto per frequentare prima
l’Accademia di Belle Arti e poi la scuola privata dell’olandese Pitloo per
assurgere infine, nel 1837, alla cattedra di paesaggio nella prestigiosa accademia
napoletana.
Un posto di rilievo è occupato dai quattro fratelli Palizzi. Pochi cenni
dedicheremo a Nicola (Vasto 1820-1871) e Francesco Paolo (Vasto 1825-1871).

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Il primo operò prevalentemente insieme a Filippo e si dedicò alla pittura dal vero,
il secondo lavorò principalmente in Francia, dove si era trasferito il primogenito
Giuseppe. Ritornò a Napoli dopo lo scoppio della guerra franco-prussiana e morì
ancora giovane.
Giuseppe si forma alla scuola di Pitloo e di Gabriele Smargiassi, oltre a
frequentare lo studio di Fergola ed i pittori della Scuola di Posillipo.

02-Ritratto del Principe di Fondi, di Giuseppe Bonolis

03-Ritratto di gentildonna,di Giuseppe Bonolis

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04-Studio di pianta,di Gabriele Smargiassi

05-Rocce,di Nicola Palizzi

06-Contadini con armenti a Paestum, di Nicola Palizzi

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07-Il taglialegna a Fontainebleau,di Giuseppe Palizzi

08-Interno di stalla con figure, di Giuseppe Palizzi

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Esordisce alla Biennale Borbonica del 1837, vincendo il primo premio con una
veduta acquistata dal re. Si attesta sul genere del panorama romantico ed a
seguito di contrasti con alcuni docenti dell’Accademia decide di trasferirsi in
Francia dove frequenta lo studio di Troyon per stabilirsi poi nei pressi della
foresta di Fontainebleau, che diviene il soggetto preferito di molti suoi dipinti.
L’intescambio culturale con i seguaci della scuola di Barbizon gli fa abbandonare
la classica veduta posillipina.
Si dedica ad una pittura monumentale con grandi quinte arboree, approfondendo
la resa naturalistica della luce e delle ombre, inserendo spesso nelle sue opere
figure di animali inviategli dal fratello Filippo, rimasto a Napoli.
Dal 1845 espone regolarmente ai Salons e nel 1859 viene insignito della Legion
d’Onore.
Ritorna saltuariamente a Napoli ed ottiene riconoscimenti anche da Francesco II
di Borbone nel 1860 e da Vittorio Emanuele II nel 1861.
Dopo un lungo viaggio in Italia nel 1866, continuerà ad esporre a Parigi, salvo la
sua presenza a Napoli nel 1877 in occasione della grande Esposizione
Nazionale. L’anno successivo morirà in Francia, a Passy.
Filippo Palizzi (Vasto 1818 - Napoli 1899), trasferitosi a Napoli nel 1837 presso
il fratello Giuseppe, insofferente degli insegnamenti accademici, si dedica allo
studio del vero sotto l’influsso di artisti come Pitloo e Gigante.
Pratica assiduamente il disegno e trasforma sulla tela gli stimoli provenienti dal
mondo naturale, prediligendo paesaggi con animali, scene di genere ed interni di
stalle. Monumentale è “Dopo il diluvio” conservato al Museo di Capodimonte,
richiesto da Vittorio Emanuele nel 1863.
Esordì infatti all’Esposizione Borbonica del 1839 con “Studi di animali”,
premiato con medaglia d’argento.
Per un periodo si dedicò anche al “Paesaggio storico”, come attestano dipinti
come “Pia de’ Tolomei”, “Tasso che incontra il brigante”, “Marco Sciarra” e
“Sogno di Caino fratricida”.
L’esperienza del fratello nella foresta di Barbizon lo indusse a trascorrere le estati
dipingendo, più modestamente, nelle colline di Cava de’ Tirreni.
Tra il 1853 ed il ’57 fornì quarantotto disegni per il famoso volume di De
Boucard “Usi e costumi di Napoli”.
Nel 1878, dopo numerosi viaggi a Parigi in occasione delle Esposizioni
universali, accettò l’incarico di Presidente del Regio Istituto di Belle Arti di
Napoli.
A volte svolse anche attività di ritrattista, come nel ritratto del barone De Riseis
che presenta un impianto formale di tipo rinascimentale, ma la sua passione
furono sempre gli animali, raffigurati nella loro quotidianità, come “L’interno di
stalla con caprette” dove la resa minuziosa dei particolari è rafforzata da effetti
luministici, con un fascio di luce radente che fissa la staticità della scena a dare
vivacità ad una tavolozza dove prevalgono toni di colori terrosi.

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09-Pastorelli nel bosco,di Filippo Palizzi

10-Dopo il diluvio, di Filippo Palizzii

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11-Ritratto del Barone De Riseis, di Filippo Palizzi

12-Interno di stalla con caprette, di Filippo Palizzi

13-Interno di stalla, di Valerio Laccetti

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14-Interno con famigliola abruzzese, di Valerio Laccetti

Prima della morte, avvenuta a Napoli, donò gran parte delle sue opere, divise
oggi tra la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, l’Accademia di Belle
Arti di Napoli ed il Museo Civico di Vasto.
Tra gli allievi più validi di Filippo Palizzi va ricordato Valerio Laccetti (Vasto
1836 - Roma 1909), anch’egli autore di accurati interni di stalla nei quali,
sfruttando effetti di luce radente, raffigura la pacifica vita degli animali domestici
dopo un giorno di fatica nei campi.
S’interessò con eguale trasporto agli “umani”, come in “Interno con famigliola
abruzzese” dove raffigura una mamma col suo bambino sulle ginocchia mentre
gli altri sono sparpagliati per la stanza in compagnia di un gatto. Laccetti seppe
sposare gli elementi di derivazione palizziana con una scrupolosa cura del
dettaglio di impronta neo fiamminga, che sarà alla base del suo successo con una
clientela internazionale.
Predilesse un rassicurante ambiente familiare alla denuncia delle misere
condizioni delle classi sociali più disagiate, anche per venire incontro ai gusti del
pubblico.
Negli anni Settanta, alle scene d’interni, affiancò dipinti di paesaggio della
campagna romana, condotti con una tecnica memore degl’insegnamenti francesi.
Sul finire della carriera, oltre alla pittura, si dedicò anche al teatro e scrisse alcuni
romanzi storici: “Arrigo VIII Re e Papa”.
Un posto di rilievo nel panorama figurativo abruzzese è occupato da Pasquale
Celommi (Montepagano di Roseto degli Abruzzi 1851 - Roseto degli Abruzzi
1928), capostipite di una dinastia di quattro generazioni di pittori, definiti pittori
della luce, che attraversano per due secoli la storia artistica regionale.
Le opere di Pasquale, eseguite con tecnica minuziosa che gli permetteva di
riprodurre “i particolari del particolare”, raccontano con spiccata sincerità e

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lirismo splendide marine e robuste lavandaie, rappresentando una vera fotografia
del suo tempo.
Uno “Sposalizio abruzzese”è caratterizzato dalla disposizione orizzontale delle
figure in un’atmosfera primaverile con una sapiente cromia che infonde allegria
alla composizione: una scena festosa, brulicante di personaggi, che imprimono
dinamicità alla narrazione, impostata su un tema tipico della civiltà contadina
meridionale.
La “Lavandaia” rappresenta una giovane prosperosa, dalle mani consumate dal
sapone, intenta al suo lavoro quotidiano. La modella, più volte raffigurata
dall’artista, si rivolge sorridente all’osservatore, china su di una tinozza d’acqua
saponata ed indossa sugli abituali abiti dei vezzosi orecchini ed una camicia
bordata di fine merletto, dalla quale s’intravede il seno, ed un piccolo scialle a
fiori: un’immagine gentile dal tono affabile ed accattivante.
“L’operaio politico” decretò il successo per Celommi. Il quadro raffigura un
anziano operaio intento alla lettura di un giornale, “La Vedetta”, che reca ben
visibile la data: 3 giugno 1988.
La luce si staglia vigorosa sulla figura, esaltando l’aspetto meditativo
dell’anziano operaio, dove alberga l’ansia di riscatto di un’intera classe sociale
vittima da sempre di soprusi ed angherie.
La tela ci ricorda, per effetti di luce e resa compositiva, un’altra opera famosa
dell’autore, “Il ciabattino”, conservato a Roseto nel palazzo comunale.
In “Verso l’inverno” vediamo la modella preferita dall’artista, elegantemente
vestita con uno scialle variopinto mentre s’incammina sorridente, incurante della
pioggia da cui si ripara con un ombrello di grosse dimensioni.
“Il primo bacio” ci raffigura un innocente scambio di effusioni tra due giovani
pastorelli mentre un gregge di pecorelle è intento a brucare un invitante manto
erboso sul cui sfondo olivi e mandorli in fiore sembrano confondersi con il cielo
di un azzurro luminoso.
La scena bucolica è resa con colori caldi e luminosi come nei migliori esiti di un
Dalbono o di un Michetti. I due fanciulli sembrano dimenticare la fatica ed il
sudore e vivono con intensità un momento di incantevole piacevolezza che li
proietta lontano dalla realtà quotidiana.
Francesco Paolo Michetti (Tocco Casauria 1851 - Francavilla al Mare 1929) è
uno dei pittori abruzzesi più famosi. A 17 anni frequenta l’Accademia di Belle
Arti di Napoli e viene attratto dal realismo di Domenico Morelli, dei fratelli
Palizzi e della Scuola di Resina.
Nel 1872 è presente al Salon di Parigi, dove ritornò nel ’75 e nel ’77.
Nel 1882 illustrò il “Canto Novo” di Gabriele D’Annunzio, il quale recensì il suo
monumentale dipinto “Il voto” favorendo il suo ingresso nella raccolta della
Galleria Nazionale di Arte Moderna.
“I morticelli”, eseguito a 29 anni, raffigura il funerale in riva al mare di due
neonati gemelli ed è sviluppato in verticale, come su di uno schermo
cinematografico.

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Presentato all’Esposizione Nazionale di Torino, ottenne il consenso della critica
per la novità del tema trattato e la vivace impaginazione. Michetti trasfigura
l’evento doloroso in una processione composta e serena, in un’epoca in cui i
decessi infantili erano purtroppo frequenti. Anche quest’opera ottenne una
recensione di D’Annunzio sul “Fanfulla della Domenica”. “Prima nidiata” è una
tempera a pastello che raffigura un paffuto neonato avvolto in strette fasce e
cuffia ricamata, che dorme sereno in una culla di vimini in compagnia di una
nidiata di pulcini, anch’essi da poco affacciati alla vita: il tutto in un’atmosfera di
grande serenità.
Al dipinto seguì un altro, “Seconda nidiata”, nel quale la culla è vuota e la madre
piange disperata sul guanciale vuoto mentre i pulcini pigolano tra le sue gambe.
Il dipinto, esposto a Milano, suscitò curiosità per la novità del tema e l’abilità del
pennello dell’artista.
Tra i suoi ritratti, i più noti rappresentano D’Annunzio, lo scultore Costantino
Barbella ed il musicista Francesco Paolo Tosti, tutti frequentatori del famoso
Cenacolo di Francavilla, dove Michetti riuniva periodicamente intellettuali di
varie branche con l’intento di abbattere le barriere settoriali nel nome dell’arte.
Nel 1895 il dipinto “La figlia di Iorio” venne premiato alla I Biennale di Venezia
e la motivazione della giuria sottolineò come il pittore avesse reso un dramma
umano con sincerità e rara potenza naturalistica.
In qualche opera, come nel “Vitellino a riposo”, sembra esprimersi alla stregua di
un Palizzi, di cui ammirava il crudo realismo che ben definì nelle tele “Le serpi”
e “Gli storpi” elaborati su materiale fotografico.
Nominato senatore nel 1909, rallentò la sua attività e solo sporadicamente
inviava del paesaggi alla Biennale di Venezia.
A concludere il panorama dei pittori abruzzesi dell’Ottocento vi è la figura di
Teofilo Patini, al quale abbiamo dedicato un articolo specifico dal titolo “Un
grande pittore della realtà: Teofilo Patini”, per cui non ci ripeteremo.

15-Sposalizio abruzzese, di Pasquale Celommi

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16-Lavandaia, di Pasquale Celommi

17-L'operaio politico, di Pasquale Celommi

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18-Verso l'inverno, di Pasquale Celommi

19-Il primo bacio, di Pasquale Celommi

20-Il voto, studio preparatorio, di Francesco Paolo Michetti

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21-Il voto, studio preparatorio per il crocifero, di Francesco Paolo Michetti

22-I morticelli, di Francesco Paolo Michetti

23-Prima nidiata, di Francesco Paolo Michetti

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24-Ritratto di Gabriele D'Annunzio, di Francesco Paolo Michetti

25-Ritratto di Costantino Bardella, di Francesco Paolo Michetti

26-Ritratto di Francesco Paolo Tosti, di Francesco Paolo Michetti

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27-La figlia di Iorio, di Francesco Paolo Michetti

28-Vitellino a riposo, di Francesco Paolo Michetti

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SCULTORI ABRUZZESI
DELL’OTTOCENTO

01-Costantino Bardella

Vedere la vita e le passioni espresse dalla pietra, modellare la materia come carne
viva e palpitante, un sogno quasi alchemico, un’ambizione demiurgica che si è
tradotto in realtà di scultura nel caso di Costantino Bardella.
Confesso che, prima di ammirarlo nel corso della mostra “Gente d’Abruzzo”,
tenutasi nel 2010, non conoscevo Costantino Bardella, da alcuni critici definito il
“Michetti della scultura”, dal nome del suo celebre conterraneo, di cui era amico.
Nato a Chieti nel 1852, a vent’anni entrò nell’Istituto di Belle Arti di Napoli
come allievo di Stanislao Lista, alla cui scuola si forgiarono artisti del calibro di
Antonio Mancini, Vincenzo Migliaro e Vincenzo Gemito.
Espose per la prima volta nel 1875, con successo, alla Promotrice Napoletana
tanto che una sua opera “La gioia dell’innocenza dopo il lavoro” venne
acquistata dal re Vittorio Emanuele II che la donò al Museo di Capodimonte,
dove tuttora si trova.
La sua fama aumentò nel corso dell’Esposizione Nazionale di Belle Arti che si
tenne a Napoli nel 1877 quando la sua scultura ”Canto d’amore” fu lodata
pubblicamente da D’Annunzio, procurandogli la nomina a professore onorario
all’Accademia di Belle Arti partenopea.
La celebrità internazionale la conseguì due anni dopo a Parigi, dove conquistò il
secondo premio all’Esposizione organizzata dagli artisti francesi.

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Fin dagli anni giovanili frequentò assiduamente il “Conventino” di Michetti a
Francavilla, un cenacolo di intellettuali dove si incontravano personaggi come
D’Annunzio, Scarfoglio e la Serao.
Nel 1895 aprì studio a Roma, dove lavorò fecondamente per anni fino a quando
la morte del figlio in guerra nel 1916 e l’incipiente cecità lo costrinsero a lasciare
l’attività, non prima di realizzare l’ultimo capolavoro: “Luce nelle tenebre” dove
prorompe il suo dramma di non poter vedere ciò che andava modellando e, nel
contempo, il malinconico rimpianto di un mondo perduto.
Lascerà questa valle di lacrime a Roma nel 1925 e le sue opere lo ricordano in
importanti musei, da Capodimonte alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, fino
all’Ermitage di San Pietroburgo.
Tra le sue opere la già citata “Luce nelle tenebre”, giudicata da Orsi “di alta
poesia, dalla quale vorremmo distogliere lo sguardo, ma ci sentiamo attratti da
quegli occhi cavi”.
La scultura autobiografica rappresenta un cieco che tiene sulle ginocchia un
busto di donna che accarezza amorevolmente.
“Sogni felici” raffigura il busto di una giovane donna col prosperoso seno
scoperto, tanto bello da non poterlo guardare a lungo senza desiderarlo. E’ opera
degli anni romani, quando il suo atelier era frequentato da danarosi committenti
della politica, del mondo dello spettacolo e della musica, che amavano farsi
immortalare nel bronzo, come Pietro Mascagni. Il modello morbido esprime la
volontà dell’autore di aderire a nuovi linguaggi espressivi, tra Simbolismo e
Liberty.
Anche “Rancore”, una vibrante terracotta, raffigura una popolana dal seno
vigoroso e dal volto contrariato per una delusione amorosa, con le mani che
strizzano uno straccio con vigore a scaricare la rabbia per un torto subito. La resa
accurata dei particolari è definita con intenso verismo, mentre la fierezza
dell’animo si connota con una forte pregnanza espressiva.
Un’altra terracotta, “Montagnolo” è un piccolo capolavoro di espressività con un
fanciullo dal volto innocente ed un cappellaccio sulla testa e la tipica bustina
appesa al collo: il “Breo”, contenente erbe scaramantiche, che le mamme
contadine facevano portare ai propri figli con l’illusione che potesse proteggerli.
E concludiamo con “Onomastico del nonno”,un bronzo che fissa un momento
d’intimità familiare con la nipotina che si arrampica su di lui per dargli un bacio
affettuoso, mentre il vecchio, commosso, cerca nella giacca un soldino per
ringraziarla. Un tenero idillio che tiene strettamente legate tra loro le generazioni.
Un altro scultore abruzzese degno di essere conosciuto è Raffaello Pagliaccetti,
nato a Giulianova nel 1839 e morto a Teramo nel 1900, il quale, abbandonate le
forme levigate e tornite dell’età neoclassica, abbracciò il verismo con grande
entusiasmo. Sin da bambino dimostrò una particolare predisposizione per il
disegno e, trasferitosi a Roma, frequentò l’Accademia di Francia e, più tardi,
quella di San Luca.
Dal 1861 per cinque anni studierà a Firenze dove avrà per maestro Pietro
Tenerani, da cui assimilerà sia i modelli neoclassici di Thorvaldsen che quelli

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puristi di Bartolini. Dopo una meditazione su maestri quali il Verrocchio e
Desiderio da Settignano si sposta verso uno stile realista con modellati vibranti di
luce.
Tra le sue opere più significative “Figura di giovane demente”, un gesso percorso
da un’estrema tensione di tutta la massa corporea, mentre il volto è colto in una
smorfia di dolore, che viene urlato all’umanità tutta e si ha l’impressione di
poterlo ascoltare, man mano che ci si avvicina, percependo la prodigiosa energia
che promana dalla sofferenza. Il soggetto è definito secondo le regole del più
crudo realismo, senza alcun senso di pietà verso quel corpo dall’espressione
ottusa come una maschera tragica.
“La cieca”, una terracotta dipinta ad olio, è realizzata con una strutturazione dei
volumi che fanno levitare la massa plastica, facendo affiorare in superficie nel
volto tristissimo l’inquietudine di un’anima. Una profonda malinconia associata
ad una decorosa compostezza, che induce al pianto. Il soffio vitale è tutto nelle
pupille spente ed è, nello stesso tempo, di una fissità penetrante. I colori fanno
risaltare i valori tattili della scultura, creando una luminosità abbacinante. Il
giovane seno combacia serenamente con le pieghe del corsetto. L’abbigliamento
è quello classico delle contadine abruzzesi, reso lucente dalla vivace policromia
dai colori brillanti.
La povera sfortunata assume la purezza di una madonna dal misurato sapore
toscano, memore di forme di gusto quattrocentesco.
L’opera appare come una felice contaminazione tra pietà umana e l’interesse ad
illustrare un misero, quanto dignitoso, contesto sociale.

02-Luce nelle tenebre, 03-Sogni felici,di Costantino Bardella


di Costantino Bardella

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04 Rancore,di Costantino Bardella 05-Montagnolo,di Costantino Bardella

6-Onomastico del nonno,di Costantino Bardella

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07-Figura di giovane demente, di Raffaello Pagliaccetti

08-La cieca, di Raffaello Pagliaccetti

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Tavole a colori

tav. 1 - Teofilo Patini - Autoritratto - Castel di Sangro , pinacoteca Patiniana


tav. 2 - Teofilo Patini - Strada di Campagna - Sicilia collezione privata
tav. 3 - Teofilo Patini - L'erede - 1880 - Roma, Galleria nazionale di arte contemporanea
tav. 4 - Teofilo Patini - Bestie da soma - L'Aquila , palazzo del Governo
tav. 5 - Teofilo Patini - Buon samaritano - Pesaro, Banca Popolare Adriatico
tav. 6 - Teofilo Patini - Vanga e latte - 1884 - Roma, ministero dell'agricoltura
tav. 7 - Teofilo Patini - Pulsazioni e palpiti - Castel di Sangro - Pinacoteca Patiniana
tav. 8 - Teofilo Patini - Paesaggio roccioso - Castel di Sangro, biblioteca Patiniana
tav. 9 - Teofilo Patini - Testa femminile - Italia, mercato antiquariale
tav. 10 - Teofilo Patini - La morte - Italia, mercato antiquariale
tav. 11 - Costanzo Angelini - Ritratto di Giuseppe Bonaparte - 1809 - Caserta, Palazzo Reale
tav. 12 - Costanzo Angelini- Ritratto di Carolina d'Austria - Napoli, museo di San Martino
tav. 13 - Francesco Paolo Michetti - Autoritratto giovanile - 1877 - Napoli, Palazzo Zevallos
tav. 14 - Francesco Paolo Michetti - Scorcio di paese con figure - Italia, mercato antiquariale
tav. 15 - Francesco Paolo Michetti -Primavera ed amore - Chicago, Art Institute
tav. 16 - Francesco Paolo Michetti - Autoritratto - Napoli, museo di Capodimonte
tav. 17 - Francesco Paolo Palizzi - Ritiratto di Garibaldi -1860 - Roma, museo del Risorgimento
tav. 18 - Giuseppe Palizzi - Capre che brucano un cespuglio di rose - Artgate, collezione Cariplo
tav. 19 - Giuseppe Palizzi Autoritratto nella foresta di Fontainebleau – Napoli, Acc. Belle arti
tav. 20 - Guseppe Palizzi -Le rovine dei templi di Paestum - Napoli, Accademia di Belle arti
tav. 21 - Filippo Palizzi - La Primavera - Italia, Fondazione Cariplo
tav. 22 - Filippo Palizzi - Dopo il Diluvio 1864 - Napoli, museo di Capodimonte
tav. 23 - Filippo Palizzi - Pastorello abruzzese - Italia, collezione privata
tav. 24 - Filippo Palizzi Autoritratto - 1860 circa - Vasto, museo di palazzo D'Avalos
tav. 25 - Nicola Palizzi - Contadini con armenti a Paestum – f.to - Napoli, collez. della Ragione
tav. 26 - Nicola Palizzi - Capri veduta da Massa - Italia, collezione privata
tav. 27 - Nicola Palizzi - Valle di Cassino - Italia, Gallerie Pananti
tav. 28 - Nicola Palizzi - Veduta della baia di Napoli - Italia, collezione privata
tav. 29 - Gabriele Smargiassi - Paesaggio marino - 1830 - Parigi, collezione privata
tav. 30 - Gabriele Smargiassi - Studio di rocce a Cava de' Tirreni 1820 Napoli, Palazzo Zevallos
tav. 31 - Costantino Bardella - Sogni felici
tav. 32 - Raffaello Pagliaccetti - Figura di giovane demente

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tav. 1 - Teofilo Patini - Autoritratto - Castel di Sangro , pinacoteca Patiniana

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tav. 2 - Teofilo Patini - Strada di Campagna - Sicilia collezione privata

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tav. 3 - Teofilo Patini - L'erede - 1880 - Roma, Galleria nazionale di arte contemporanea

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tav. 4 - Teofilo Patini - Bestie da soma - L'Aquila , palazzo del Governo

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tav. 5 - Teofilo Patini - Buon samaritano - Pesaro, Banca Popolare Adriatico

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tav. 6 - Teofilo Patini - Vanga e latte - 1884 - Roma, ministero dell'agricoltura

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tav. 7 - Teofilo Patini - Pulsazioni e palpiti - Castel di Sangro - Pinacoteca Patiniana

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tav. 8 - Teofilo Patini - Paesaggio roccioso - Castel di Sangro, biblioteca Patiniana

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tav. 9 - Teofilo Patini - Testa femminile - Italia, mercato antiquariale

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tav. 10 - Teofilo Patini - La morte - Italia, mercato antiquariale

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tav. 11 - Costanzo Angelini - Ritratto di Giuseppe Bonaparte - 1809 –
Caserta, Palazzo Reale

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tav. 12 - Costanzo Angelini- Ritratto di Maria Carolina d'Austria –
Napoli, museo di San Martino

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av. 13 - Francesco Paolo Michetti - Autoritratto giovanile - 1877 - Napoli, Palazzo Zevallos

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tav. 14 - Francesco Paolo Michetti - Scorcio di paese con figure –
Italia, mercato antiquariale

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tav. 15 - Francesco Paolo Michetti -Primavera ed amore - Chicago, Art Institute

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tav. 16 - Francesco Paolo Michetti - Autoritratto - Napoli, museo di Capodimonte

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tav. 17 - Francesco Paolo Palizzi - Ritiratto di Garibaldi -1860 –
Roma, museo del Risorgimento

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tav. 18 - Giuseppe Palizzi - Capre che brucano un cespuglio di rose –
Artgate, collezione Cariplo

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tav. 19 - Giuseppe Palizzi Autoritratto nella foresta di Fontainebleau –
Napoli, Accademia di Belle arti

51
tav. 20 - Guseppe Palizzi -Le rovine dei templi di Paestum - Napoli, Accademia di Belle arti

52
tav. 21 - Filippo Palizzi - La Primavera - Italia, Fondazione Cariplo

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tav. 22 - Filippo Palizzi - Dopo il Diluvio 1864 - Napoli, museo di Capodimonte

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tav. 23 - Filippo Palizzi - Pastorello abruzzese - Italia, collezione privata

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tav. 24 - Filippo Palizzi Autoritratto - 1860 circa - Vasto, museo di palazzo D'Avalos

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tav. 25 - Nicola Palizzi - Contadini con armenti a Paestum – firmato –
Napoli, collezione della Ragione

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tav. 26 - Nicola Palizzi - Capri veduta da Massa - Italia, collezione privata

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tav. 27 - Nicola Palizzi - Valle di Cassino - Italia, Gallerie Pananti

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tav. 28 - Nicola Palizzi - Veduta della baia di Napoli - Italia, collezione privata

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tav. 29 - Gabriele Smargiassi - Paesaggio marino - 1830 - Parigi, collezione privata

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tav. 30 - Gabriele Smargiassi - Studio di rocce a Cava de' Tirreni – 1820 -
Napoli, Palazzo Zevallos

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tav. 31 - Costantino Bardella - Sogni felici

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tav. 32 - Raffaello Pagliaccetti - Figura di giovane demente

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