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RISCHI DI SOSTENIBILITA` E OBBLIGHI DI DISCLOSURE: IL D.LGS. N.

254/16 DI ATTUAZIONE DELLA


DIR. 2014/95/UE

1. Il contesto

Con il d.lgs. del 30 dicembre 2016, n° 254, l’ordinamento italiano ha dato attuazione alla direttiva
2014/95, per quanto riguarda la comunicazione di informazioni di carattere NON FINANZIARIO, e
sulle diversità che ci sono tra i vari gruppi di imprese.
La direttiva si colloca insieme ad un gruppo di strategia adottate dalla Commissione al fine di
garantire un sistema più stabile e trasparente e per potenziare la responsabilità sociale delle
imprese.
Sono riscontrate 2 problematiche principali:
- Insufficiente trasparenza sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo, delle informazioni di
carattere NON finanziario
- Insufficiente diversità nella composizione dei CDA e quindi cattiva gestione delle imprese, che
impediscono la crescita

Nel programma d’azione 2011-2014 della Commissione in materia di RSI, si era già evidenziata la
volontà di migliorare la divulgazione di informazioni sociali e ambientali garantendo regole uguali
per tutti.
Questo concetto era stato ribadito anche dal Parlamento Europeo che aveva invitato la
Commissione a presentare delle vere e proprie proposte di legge.
Pertanto, nell’ambito dei vari, possibili, interventi pubblici di carattere sussidiario, la dir.
2014/95/UE rappresenta quello che meglio riconosce e gestisce i “rischi di sostenibilità” e reagisce
alle situazioni di fallimento sia del mercato, sia dell’autonomia (individuale e collettiva) riscontrate
in materia di RSI.

Ciò che colpisce di questo intervento è lo strumento utilizzato: mai, fino ad oggi, si era fatto ricorso
a un atto di hard law nella strategia europea di RSI, da sempre caratterizzata dall’adozione di un
approccio volontaristico e promozionale.
Questa normativa esprime un sicuro cambiamento di rotta e rap- presenta l’inizio di una nuova
fase, nel segno di un più forte ed efficace intervento pubblico dell’Europa a supporto della RSI.
Un sostegno, dunque, assai meno “soft” rispetto al passato, ma più forte e deciso, diretto a
potenziare l’impatto della politica europea in tema di RSI, anche nel tentativo di riaffermare
l’influenza globale dell’Unione e la fiducia nel suo ruolo sulla scena internazionale.

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2. L’approccio adottato

Questa «combinazione intelligente» tra approcci normativi e volontari, ossia tra pubblico e
privato, in cui è il “pubblico” ad assumere un ruolo guida, è stata espressamente affermata al fine
di «promuovere la trasparenza, creare incentivi di mercato per il comportamento responsabile
delle imprese.

La trasparenza sulle informazioni di carattere non finanziario e sulla diversità riguardo alla
composizione degli organi di amministrazione e controllo può infatti essere assicurata solo
fornendo un quadro «chiaro, inequivocabile, comune e prestabilito» e, a tal fine, la Commissione
europea è stata chiamata a svolgere un’azione più forte adoperandosi, in particolare, a favore
della rendicontazione della sostenibilità.

L’approccio adottato è quello del “comply or explain” (Giova ricordare che il principio del comply
or explain – “rispetta o spiega” – ha vissuto un lungo percorso evolutivo nel nostro ordinamento:
inizialmente era contenuto nel solo codice di autodisciplina delle società quotate del 1999; poi è
stato inserito nelle Istruzioni al Regolamento dei Mercati di Borsa Italiana; infine, ha fatto ingresso
nel T.U.F. prima per effetto delle modifiche introdotte con la legge sul risparmio e, in seguito, per
effetto del recepimento della dir. 2006/46/CE, relativa ai conti annuali.)

La dir. 2014/95/UE con gli articoli 19 e 29 bis, stabilisce che queste grandi imprese devono mettere
nella relazione di gestione, una dichiarazione di carattere non finanziario.
la dichiarazione deve conte- nere una descrizione: i) delle politiche applicate, ii) dei risultati
ottenuti, iii) dei rischi connessi e iv) degli indicatori fondamentali pertinenti (24). Le società che
non applicano una politica specifica in relazione a uno o più di questi aspetti dovranno spiegare il
perchè di tale scelta.

Analogamente, in materia di diversità nella composizione degli organi di amministrazione e


controllo, la direttiva modifica, ampliandolo, il con- tenuto obbligatorio della “relazione sul
governo societario” imponendo alle grandi imprese di fornire informa- zioni sulla loro politica,
anche per quanto riguarda l’età, il sesso, la diversità geografica, il percorso formativo e
professionale.

Una certa flessibilità si riscontra nella definizione dell’ambito di applicazione di questi obblighi: la
direttiva ne individua uno minimo, ma non preclude agli Stati membri la possibilità di estenderlo.
Pertanto, come già rilevato, i suddetti obblighi di disclosure riguardano per ora solo le «imprese di
grandi dimensioni che costituiscono enti di interesse pubblico» e gli «enti di interesse pubblico che
sono imprese madri di un gruppo di grandi dimensioni».
Le piccole imprese sono escluse in quanto hanno più difficoltà a raccogliere le info.

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Ma alla base della scelta vi sono sicuramente anche altre considerazioni, e in particolare il fatto
che nelle PMI le relazioni con gli stakeholders sono in genere più solide, rispetto ai contesti
produttivi in cui operano le imprese di grandi dimensioni; in altri termini: nelle PMI la catena di
comando è più breve e ciò riduce il rischio di distorsioni nelle dinamiche produttive e relazionali.

3. La sua attuazione nell’ordinamento italiano

Anche il nostro legislatore ha svolto una duplice consultazione.


In entrambe le consultazioni, la partecipazione è stata ampia ed eterogenea.
Il decreto che ne è scaturito si compone di 12 articoli relativi a:
- le definizioni (art. 1)
- l’ambito di applicazione soggettivo (art. 2);
- il contenuto e le modalità di predisposizione, collocazione e pubblicità della dichiarazione non
finanziaria, nonchè le modalità di verifica delle informazioni (art. 3, 4 e 5);
- i casi di esonero dall’obbligo della dichiarazione (art. 6);
- il contenuto e la forma delle dichiarazioni non finanziarie di carattere volontario (art. 7);
- le sanzioni applicabili in caso di dichiarazione non conforme o falsa (art. 8);
- i poteri e le competenze delle Autorità di controllo (art. 9);
- l’obbligo di descrivere le politiche in materia di diversità (art. 10);
- infine, la clausola di invarianza finanziaria (art. 11)
- l’entrata in vigore del decreto (art. 12).

Rispetto alla normativa vigente, esso modifica, con la tecnica della novellazione, solo l’art. 123 bis
t.u.f. (d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58) e non produce effetti abrogativi, nè espressi nè impliciti, di
disposizioni dell’ordinamento.
Con riferimento alle definizioni, va sin d’ora rilevato che il decreto in esame (conformemente alla
direttiva) non ne introduce di nuove e che la valenza di quelle previste dall’art. 1 è comunque
limitata a quanto stabilito dal decreto medesimo.

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4. L’ambito di applicazione soggettivo

In considerazione delle osservazioni espresse dagli stakeholders nelle consultazioni, il legislatore


italiano ha accolto una soluzione intermedia, optando per un ambito di applicazione soggettivo
coincidente con quello minimo stabilito dalla direttiva, ma precisando in un’apposita norma (art.
7) i contenuti e la forma che una dichiarazione volontaria deve soddisfare per essere conforme ad
essa, consentendo l’apposizione della relativa dicitura.
Ciò al fine di incentivare la disclosure volontaria come strumento per la creazione di valore e
altresì incrementare il livello di comparabilità delle informazioni.
A tali soggetti è consentito (art. 7, comma 3 ̊) derogare alle disposizioni sul controllo della
dichiarazione, purchè essi possiedano i requisiti di piccola e media impresa (e dunque non
superino i limiti dimensionali di cui all’art. 3, comma 3 ̊, dir. 2013/34/UE) e indichino
nell’intestazione e all’interno della dichiarazione, il mancato assoggettamento della stessa
all’attività di verifica da parte del soggetto ad essa abilitato.

Destinatari obbligatori delle nuove disposizioni sono, quindi, gli enti di interesse pubblico che
abbiano avuto una media di almeno 500 dipendenti e che alla data di chiusura del bilancio abbiano
superato almeno uno dei seguenti parametri:
- totale dello stato patrimoniale: 20.000.000 di euro
- totale dei ricavi netti delle vendite e delle prestazioni: 40.000.000 di euro.

Tali soggetti sono tenuti alla redazione della dichiarazione «individuale» di carattere non
finanziario (art. 3) e, qualora siano anche società madri di un gruppo di grandi dimensioni, sono
tenuti alla redazione di una dichiarazione non finanziaria su base «consolidata»

5. Le informazioni oggetto di disclosure: contenuto e modalità di redazione della dichiarazione


di carattere non finanziario

Il contenuto della dichiarazione non finanziaria, le modalità di redazione della stessa e altresì le
responsabilità e i controlli sono descritti nell’art. 3.
Il comma 1 ̊ dell’art. 3, ricalcando la direttiva, indica i contenuti minimi della dichiarazione,
richiedendo una descrizione:
a) del modello aziendale
b) delle politiche applicate
c) dei rischi, generati o subiti, in relazione agli aspetti essenziali della sostenibilità: ambientali,
sociali e attinenti al personale, diritti umani e lotta alla corruzione attiva e passiva.

Le imprese sono dunque tenute a comunicare le procedure finalizzate alla identificazione


monitoraggio, prevenzione e mitigazione dei rischi di sostenibilità.

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Il comma 2 ̊ elenca in modo più specifico e dettagliato gli aspetti essenziali oggetto di
rendicontazione in relazione agli ambiti di cui al comma 1 ̊, mentre il comma 3 ̊ fornisce indicazioni
circa le modalità di predisposizione della dichiarazione, dicendo che va integrata con le info
precedenti.

Se, dunque, la scelta circa lo standard (e/o la metodologia autonoma di rendicontazione) da


adottare è libera, l’indicazione dello standard (e/o della metodologia autonoma) adottato è invece
obbligatoria.

Il comma 4° dice che bisogna motivare la scelta della metodologia autonoma.


Il comma 5° dice che scegliendo la metodologia autonoma, si possono scegliere indicatori
parzialmente diversi, motivando tale scelta.
Il comma 6 ̊ contiene il principio del comply or explain, mentre il comma 7 ̊ individua i soggetti
responsabili della dichiarazione.

Il legislatore italiano ha poi introdotto la c.d. “clausola di salvaguardia”, ossia la possibilità di


omettere nella dichiarazione di carattere non finanziario alcune informazioni “sensibili” la cui
divulgazione potrebbe nuocere all’impresa.
L’omissione è infatti consentita in «casi eccezionali», «previa deliberazione motivata dell’organo di
amministrazione, sentito l’organo di controllo».

Il comma 9 ̊ è finalizzato a coordinare il contenuto della disciplina in esame.

6. Segue: la verifica della dichiarazione

L’ultimo comma dell’art. 3 (il comma 10 ̊) riguarda la verifica della dichiarazione non finanziaria.
Al riguardo giova precisare che la dir. 2014/95/UE ha delineato un sistema minimo di controlli,
imponendo agli Stati membri di assegnare ai revisori legali solo il controllo circa l’«avvenuta
presentazione della dichiarazione di carattere non finanziario».

Ciò posto, il legislatore dell’attuazione ha optato per una forma obbligatoria di verifica sul
contenuto della dichiarazione non finanziaria: ciò, infatti, dovrebbe aumentare l’impegno
dell’impresa nella rendicontazione e offrire una garanzia ulteriore per investitori e stakeholders
circa l’affidabilità delle informazioni fornite.

Tuttavia, la disposizione lascia irrisolta la questione del grado di “incisività” del controllo,
demandando alla Consob il compito di regolamentare «i principi di comportamento».

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Infine, in relazione al soggetto incaricato dell’attività di controllo, il nostro legislatore specifica che
non necessariamente coincide con quello incaricato di effettuare la revisione del bilancio, ma
assegna comunque ai soli revisori legali la legittimazione esclusiva a compiere tale attività.
Questa nuova attività di controllo viene qualificata nel linguaggio aziendale con il termine
“assurance”, che indica un’attività condotta allo scopo di verificare e potenziare l’adeguatezza e
l’efficace funzionamento delle tre componenti chiave del sistema d’azienda (controllo interno; risk
management; corporate governance).

7. La collocazione e la pubblicità. Dal bilancio di sostenibilità al bilancio integrato

Come rilevato, la direttiva è molto flessibile anche con riferimento alla collocazione della
dichiarazione di carattere non finanziario: essa va inclusa nella relazione sulla gestione, ma gli
ordinamenti nazionali possono altresì prevedere che costituisca una «relazione distinta».

Il legislatore italiano ha quindi previsto la possibilità di collocare la dichiarazione (individuale


ovvero consolidata) sia:
a) nella relazione sulla gestione
b) in una relazione distinta, contrassegnata comunque da analoga dicitura

Anche con riferimento alla relazione distinta, la direttiva lascia margini di discrezionalità agli Stati
membri, limitandosi a prevedere due forme di pubblicità fra loro alternative, e cioè:
a) la sua pubblicazione unitamente alla relazione sulla gestione
b) la sua messa a disposizione del pubblico entro un termine ragionevole, non superiore ai sei mesi
successivi alla data del bilancio, nel sito web dell’impresa

Data la quantità e l’eterogeneità delle informazioni da fornire, viene comunque opportunamente


lasciata ampia libertà all’impresa di individuare la collocazione più idonea.

Attualmente il nuovo orizzonte della reportistica internazionale è il c.d. “bilancio integrato”


(Integrated Reporting), risultante dall’integrazione del bilancio d’esercizio (o consolidato) e di
quello di sostenibilità.

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8. La descrizione delle politiche in materia di diversità

Come già accennato, il d.lgs. n. 254/16 ha modificato, innovandolo, solo l’art. 123 bis t.u.f. (dettato
in tema di relazione sul governo societario e gli assetti proprietari) e ciò al fine di attuare l’obbligo
di dare una descrizione delle politiche in materia di diversità applicate dall’impresa in relazione alla
composizione degli organi di amministrazione, gestione e controllo. Pertanto, l’inserimento, al
comma 2 ̊ dell’art. 123 bis comporta che tali informazioni siano inserite all’interno della relazione
sul governo societario.

9. L’enforcement: responsabilità, sanzioni e autorità competenti

La responsabilità di garantire che la dichiarazione di carattere non finanziario sia redatta e


pubblicata in conformità a quanto previsto dal d.lgs. n. 254/16 compete agli amministratori
dell’ente di interesse pubblico, i quali devono agire secondo criteri di professionalità e diligenza.
All’organo di controllo spetta il compito di vigilare sull’osservanza della nuova disciplina e di
riferirne nella relazione annuale all’assemblea.

Il regime sanzionatorio applicabile in caso di inadempimento o inesatto adempimento agli


obblighi sanciti dalla normativa è contenuto nell’art. 8: prevede unicamente sanzioni
amministrative pecuniarie.

L’autorità competente all’accertamento e all’applicazione delle sanzioni, è individuata nella


Consob alla quale il successivo art. 9 demanda il compito di disciplinare con regolamento – sentita
la Banca d’Italia e l’Ivass – una serie di aspetti tecnico-operativi assai rilevanti, e precisamente:
- Le modalità di trasmissione della dichiarazione alla stessa Consob;
- le modalità e i termini per il controllo da effettuare;
- i principi di comportamento
- le modalità di svolgimento dell’incarico di verifica della conformità delle informazioni da parte
dei revisori.

Le somme derivanti dal pagamento delle sanzioni prevista dall’art. 8 sono versate all’entrata del
bilancio dello Stato.

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10. L’impatto della disciplina

Le nuove norme, entrate in vigore il 25 gennaio 2017, si applicano agli esercizi finanziari aventi
inizio a partire dal 1 ̊ gennaio 2017.
il legislatore dell’attuazione consente che, in sede di prima applicazione della disciplina, le imprese
ad essa soggette possano effettuare un raffronto «solo sommario e qualitativo» delle informazioni
relative agli esercizi precedenti.

Invece, non è chiaro come questo raffronto possa essere operato dalle imprese che finora non
abbiano fornito informazioni non finanziarie e, pertanto, sarebbe stato preferibile, limitatamente
alla prima dichiarazione da rendere nel 2018 con riferimento all’esercizio finanziario 2017,
esonerarle del tutto dall’obbligo di fornire dati comparativi.

Ad ogni modo, va positivamente rilevato che molte delle imprese italiane che ricadono nella nuova
disciplina sono già abbastanza in linea con essa, anche con riferimento alla descrizione delle
politiche sulla diversità e che forme di rendicontazione non finanziaria sono già ampiamente
diffuse anche ben oltre il suo ambito di applicazione.

Nell’acquisita consapevolezza dell’importanza sempre più rilevante dei fattori intangibili, capaci di
accrescere elementi della gestione di natura spiccatamente qualitativa, quali la reputazione, la
fiducia, il consenso, anche gli stakeholders che hanno partecipato al processo di consultazione
hanno manifestato un generale, diffuso apprezzamento nei confronti della direttiva e altresì dello
schema di decreto di attuazione nell’ordinamento italiano.

Di conseguenza, qualche dubbio può suscitare la scelta di sottoporre le dichiarazioni finanziarie a


una verifica esterna di carattere obbligatorio.
Ancor più discutibile, poi, appare la scelta di affidare tale verifica in via esclusiva ai revisori:
negando la legittimazione a qualsiasi altro soggetto, anche se più qualificato e già in possesso dei
requisiti necessari.
Infine, lascia perplessi la “non scelta” circa il tipo di controllo che tali soggetti dovranno effettuare,
avendo il legislatore dell’attuazione demandato alla Consob il compito di regolare le «modalità di
svolgimento del- l’incarico», senza chiarire se esso si debba limitare a rilevare l’assenza di errori od
omissioni nella dichiarazione (come sembrerebbe) ovvero se debba estendersi al merito della
stessa.

Al fine di sgombrare il campo dalle incertezze, non resta quindi che attendere il regolamento
emanando.
In prospettiva futura, appare ragionevole ritenere che questo intervento legislativo potrà incidere
positivamente sul corretto funzionamento del mercato e sulla competitività delle imprese.